





    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di reclusione - Opera)



    William Shakespeare.
    TUTTO IL TEATRO. Volume 6.

    (TITO ANDRONICO - GIULIO CESARE  -  TROILO  E  CRESSIDA  -  ANTONIO  E
    CLEOPATRA - CORIOLANO - CIMBELLINO)





    INDICE.

    TITO ANDRONICO:      pagina 3.
    GIULIO CESARE:       pagina 112.
    TROILO E CRESSIDA:   pagina 224.
    ANTONIO E CLEOPATRA: pagina 381.
    CORIOLANO:           pagina 540.
    CIMBELINO:           pagina 705.














    TITO ANDRONICO.


    PERSONAGGI.

    SATURNINO,  figlio  del  defunto imperatore di Roma,  dipoi proclamato
    imperatore lui stesso.
    BASSIANO, fratello di Saturnino, innamorato di Lavinia.
    TITO ANDRONICO, nobile Romano, generale contro i GOTI.
    MARCO ANDRONICO, fratello di Tito, tribuno del popolo.
    LUCIO, QUINTO, MARZIO, MUZIO: figli di Tito Andronico.
    LUCIO IL GIOVANE, figlio di Lucio.
    PUBLIO, figlio di Marco Andronico.
    SEMPRONIO, CAIO, VALENTINO: parenti di Tito.
    EMILIO, nobile romano.
    ALABRO, DEMETRIO, CHIRONE: figli di Tamora.
    ARONNE, moro amato da Tamora.
    Un Capitano, un Tribuno, un Messo, un Contadino, Goti e Romani.
    TAMORA, regina dei Goti.
    LAVINIA, figlia di Tito Andronico.
    Una Nutrice, con un bambino moro.
    Senatori, Tribuni, Ufficiali, Soldati e Famigli.
    Scena: Roma e dintorni.





















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Roma. Si vede la tomba degli Andronici.  In alto Tribuni
    e Senatori.

    (Entrano  SATURNINO  e  Seguaci  da  una  parte,  BASSIANO  e  Seguaci
    dall'altra, con insegne e tamburi).
    SATURNINO: Nobili patrizi,  patroni del mio diritto,  difendete con le
    armi la giustizia della mia causa;  e voi,  concittadini, seguaci miei
    devoti,  sostenete con la spada il mio titolo ereditario: io  sono  il
    primogenito di colui che ha portato per ultimo il diadema imperiale di
    Roma;  fate  dunque  che  in  me riviva la dignit del padre mio;  non
    offendete la mia anzianit con una :degradazione.
    BASSIANO: Romani, seguaci e amici, sostenitori del mio diritto, se mai
    Bassiano,  figlio di Cesare,  ha trovato grazia  agli  occhi  di  Roma
    regale,  custodite questo passaggio che conduce al Campidoglio,  e non
    tollerate che il disonore si accosti  al  trono  imperiale  consacrato
    alla virt, alla giustizia, alla continenza e alla nobilt d'animo; ma
    fate che il merito risplenda in una pura elezione; combattete, Romani,
    per la libert della vostra scelta.

    (Entra,  sulla  parte  elevata  della  scena,  MARCO  ANDRONICO con la
    corona).
    MARCO: Principi,  che aiutati da fazioni e da nemici,  vi  contendete,
    ambiziosi,  il governo e l'impero,  sappiate che il popolo di Roma, di
    cui siamo rappresentanti, ha, con voto unanime,  posto in elezione,  a
    reggere l'Impero Romano,  Andronico detto il Pio, per i molti servigi,
    grandi e meritevoli,  resi alla patria.  Non vi  oggi dentro le  mura
    della citt un uomo pi nobile,  un guerriero pi prode di lui.  Lo ha
    richiamato il Senato dalle sue dure  guerre  contro  i  Goti,  barbaro
    popolo  forte,  allevato  all'uso delle armi,  ch'egli e i figli suoi,
    terrore per il nemico,  han sottomesso.  Sono passati dieci  anni  dal
    giorno in cui intraprese a servire la causa di Roma, e a castigare col
    ferro l'orgoglio dei nemici nostri; cinque volte  tornato sanguinante
    in  Roma portando ogni volta dal campo uno dei suoi prodi figli in una
    bara. E adesso, infine, carico delle spoglie dell'onore, torna il buon
    Andronico, l'illustre Tito, nel trionfo delle armi.  Nel nome di colui
    cui vorreste succeder degnamente,  e per diritto del Campidoglio,  per
    il diritto del  Senato,  che  pretendete  onorare  e  adorare,  io  vi
    scongiuro  di  ritirarvi  rinunciando  alla forza.  congedate i vostri
    partigiani e, da semplici candidati, sostenete, con pacifica umilt, i
    vostri meriti.
    SATURNINO: Come parla bene il tribuno a placare i miei pensieri!
    BASSIANO: Marco Andronico,  nella tua rettitudine e probit confido  a
    tal punto, e tanto amo e rispetto te  coi tuoi, il tuo nobile fratello
    Tito,  i  suoi  figli,  e colei alla quale ogni mio pensiero s'umilia,
    dico la bella Lavinia,  prezioso ornamento di  Roma,  che  qui  stesso
    licenzio i miei amici fedeli e rimetto la mia causa, perch sia pesata
    in bilancia, al favore del popolo e alla fortuna.
    (Escono i Seguaci di Bassiano).
    SATURNINO:  Amici  che  vi  siete  mostrati  cos  zelanti  per il mio
    diritto, vi ringrazio e vi congedo tutti,  e all'amore,  al favore del
    paese,  me stesso rimetto,  e la mia persona,  la mia causa. (Escono i
    Seguaci di Saturnino) Roma,  sii con me giusta e benigna  com'io  sono
    fiducioso e buono con te. Aprite le porte e lasciatemi entrare.
    BASSIANO: E anche me, competitore umilissimo, o tribuni!
    (Squilli di tromba. Saturnino e Bassiano salgono tra i Senatori).

    (Entra un Capitano).

    CAPITANO:  Romani,  fate luogo!  Il prode Andronico,  il patrono della
    virt, il campione migliore di Roma,  vittorioso in tutte le battaglie
    che  ha  combattuto,  ora    tornato  con  onore e fortuna di dove ha
    circoscritto con la sua spada e tratto al giogo i nemici dell'Impero.

    (Rullano tamburi,  squillano trombe entrano MARZIO e  MUZIO;  poi  due
    Uomini  che  portano  una  bara coperta d'un drappo nero,  poi LUCIO e
    QUINTO.  Entra infine TITO ANDRONICO,  seguito da TAMORA  con  ALARBO,
    CHIRONE, DEMETRIO, ARONNE, Goti prigionieri, Soldati e Popolo. Come il
    feretro  deposto a terra, TITO parla).

    TITO: Salute Roma,  vittoriosa nelle tue gramaglie! Al pari della nave
    che,  recata a destinazione la sua merce,  torna con  prezioso  carico
    nella  baia  dalla  quale  era salpata,  cos Andronico torna cinto di
    alloro e nuovamente saluta il suo paese  con  le  sue  lagrime...  con
    lagrime di vera gioia per il ritorno.  Tu,  sommo, che proteggi questo
    Campidoglio,  presiedi  benevolo  al  rito  cui  ci  apprestiamo.   Di
    venticinque  figli  valorosi,  met  di  quanti  n'ebbe  il re Priamo,
    guardate, Romani, ci che appena mi resta tra morti e vivi! Ricompensi
    Roma col suo amore i superstiti,  con la sepoltura tra  gli  avi  loro
    quelli  che  ho  qui  condotto alla dimora estrema.  I Goti ora mi han
    concesso di rimetter nel fodero la spada. O Tito, crudele e negligente
    verso i tuoi, perch lasci i figli errare, insepolti ancora,  lungo le
    paurose rive dello Stige?  Fatemi posto,  che io li deponga accanto ai
    fratelli loro.  (La tomba viene aperta) Qui vi accolga il silenzio dei
    morti e dormite in pace, caduti nelle guerre della patria! Ricettacolo
    sacro delle mie gioie, cella cara di virt e nobilt, quanti dei figli
    miei racchiudi in te che mai pi mi renderai!
    LUCIO:  Dacci  il  pi  orgoglioso prigioniero tra i Goti,  perch gli
    tronchiamo le membra e su un rogo "ad manes fratrum" sacrifichiamo  la
    sua carne,  dinanzi a questa prigione terrestre delle ossa loro.  Cos
    le  ombre  saranno  appagate,  e  non  ci  turberanno  con  prodigiose
    apparizioni.
    TITO: Ve lo dar, e il pi nobile tra i superstiti, il figlio maggiore
    di questa regina sventurata.
    TAMORA: Fermatevi, fratelli Romani! Tu, vittorioso Tito, conquistatore
    clemente,  abbi piet delle lagrime che verso, le lagrime di una madre
    in angoscia per il figlio.  Se mai i tuoi figli  ti  sono  stati  cari
    pensa  che  il  figlio mio mi  altrettanto caro.  Non ti basta averci
    portato a Roma per abbellire il tuo ritorno trionfale,  asserviti a te
    e  al  giogo romano?  Ti occorre pure che i miei figli siano trucidati
    nelle strade per le azioni eroiche compiute in  difesa  della  patria?
    Oh,  se  combattere per il paese e il sovrano fu carit da parte tua,.
    lo stesso fu da parte loro!  Non macchiar  di  sangue  la  tua  tomba,
    Andronico.   Vuoi  avvicinarti  alla  natura  degli  di?  Puoi  farlo
    mostrandoti pietoso.  La dolce misericordia    il  segno  vero  della
    nobilt; Tito tre volte nobile, risparmia il mio primogenito.
    TITO: Abbiate pazienza, e perdonatemi, signora. Questi sono i fratelli
    di  coloro che voi Goti vedeste morire,  e per i fratelli morti uccisi
    chiedono religiosamente un  sacrificio.  A  ci  il  figlio  vostro  
    designato; morire deve per placare le ombre gementi dei trapassati.
    LUCIO:  Portiamolo  via;  si  appresti subito il rogo,  e con le spade
    tronchiamogli  sulla  pira  le  membra  sinch  non  siano   consumate
    interamente.
    (Escono Lucio, Quinto, Marzio e Muzio con Alarbo).
    TAMORA: Qual crudele piet irreligiosa!
    CHIRONE: Fu mai la Scizia met cos barbara?
    DEMETRIO:  Non  paragonare  la Scizia all'ambiziosa Roma.  Alarbo va a
    riposare e noi restiamo in vita per tremare sotto l'occhio  minaccioso
    di Tito.  Siate dunque forte signora; e sperate negli di che chiesero
    alla regina di Troia l'occasione di  compiere  un'aspra  vendetta  sul
    tiranno  trace  nella  sua  stessa  tenda,  sperate ch'essi aiutino un
    giorno Tamora,  regina dei Goti,  quando i Goti eran Goti e Tamora era
    regina, a saldare il conto di questi torti sanguinosi sui suoi nemici.

    (Rientrano LUCIO, QUINTO, MARZIO e MUZIO con le spade sanguinanti).

    LUCIO:  Vedete,  padre e signore,  come abbiamo compiuto i nostri riti
    romani.  Le membra di Alarbo son recise e le sue viscere alimentano il
    fuoco del sacrificio. Sale il fumo al cielo profumandolo come incenso,
    e  non  altro  ci  resta che seppellire i fratelli dando loro,  con le
    trombe, il benvenuto a Roma.
    TITO: Cos sia,  e questo sia l'ultimo saluto  che  Andronico  rivolge
    alle  anime  loro.  (Squillano  trombe.  Il  feretro viene deposto nel
    sepolcro) Qui, nell'onore e nella pace riposate,  figliuoli;  campioni
    di  Roma  sempre primi,  qui giacete al sicuro dai colpi della sorte e
    delle terrene sventure.  Qui non sta  in  agguato  il  tradimento,  n
    gonfia  l'invidia;  qui  non s'apprestano dannati veleni,  non vi sono
    tempeste; non vi  alcun rumore, non vi  che silenzio e sonno eterno.
    Nella pace e nell'onore riposate, figliuoli!
    (Entra LAVINIA).
    LAVINIA: Nella pace e nell'onore viva a  lungo  monsignor  Tito.  Viva
    nella  gloria  il  mio  nobile signore e padre!  Vedi,  a questa tomba
    arreco il mio tributo di lacrime  per  le  esequie  dei  fratelli,  e,
    inginocchiata  ai tuoi piedi,  lagrime di gioia spargo in terra per il
    tuo ritorno a Roma.  Benedicimi con la mano  vittoriosa,  tu  che  dai
    migliori cittadini di Roma sei acclamato per la tua fortuna.
    TITO:  Buona sei,  Roma,  ad avere cos amorosamente preservato questo
    conforto della mia  et  per  rallegrarmi  il  cuore!  Vivi,  Lavinia;
    sopravvivi  ai  giorni  del  padre  tuo  e,  per reputazione di virt,
    all'eternit della fama.

    (Entrano MARCO ANDRONICO e Tribuni,  rientrano SATURNINO,  BASSIANO  e
    altri).

    MARCO:  Viva  a  lungo  monsignor Tito,  fratello mio amato,  clemente
    trionfatore agli occhi della patria.
    TITO: Grazie, fratello Marco, nobile e generoso tribuno.
    MARCO: E voi, nipoti che sopravvivete o che dormite nella gloria,  ben
    tornati  dalle  vittorie!  Avete  avuto  tutti  egual fortuna,  nobili
    signori che sguainaste la spada per servire il vostro  paese;  ma  pi
    sicuro trionfo  questo funebre fasto di chi ha aspirato alla felicit
    di  Solone  e  ha  trionfato  della  sorte sul letto dell'onore.  Tito
    Andronico, il popolo di Roma, di cui sei sempre stato amico giusto,  a
    mezzo  di  me,  suo  tribuno  e  fiduciario,  ti  manda  questo pallio
    d'immacolato candore e ti chiama all'elezione per l'Impero  coi  figli
    del defunto sovrano.  Indossalo dunque e sii "candidatus", e aiutaci a
    trovare un capo per Roma senza capo.
    TITO: Al suo corpo glorioso occorrerebbe un capo migliore che non  uno
    tremante per debolezza e vecchiaia. A qual pro indosserei questo manto
    e vi importunerei?  Acclamato oggi,  avrei domani da cedere il potere,
    rassegnar  la  vita  e  voi  sareste  di  nuovo  in  difficolt!   Per
    quarant'anni,  Roma, sono stato il tuo soldato, ho guidato con fortuna
    le forze del paese,  e sepolto ventun prodi  figliuoli,  tutti  armati
    cavalieri  sul  campo  e  caduti virilmente con l'arme in pugno per la
    causa e al servizio  della  loro  nobile  patria.  Datemi  un  bastone
    d'onore  per  la  mia  vecchiaia,  ma non uno scettro per governare il
    mondo: seppe tenerlo bene, signori, colui che lo ha tenuto per ultimo.
    MARCO: Tito, tu otterrai l'impero che chiederai.
    SATURNINO: Puoi proprio dirlo, superbo e ambizioso tribuno?
    TITO: Abbi pazienza, principe Saturnino.
    SATURNINO: Rendetemi giustizia, Romani. Snudate la spada, o patrizi, e
    non la riponete finch Saturnino non sia  imperatore.  Vorrei  vederti
    imbarcato per l'inferno,  Andronico,  piuttosto che tu abbia a rubarmi
    cos il cuore del mio popolo.
    LUCIO: Superbo Saturnino,  tu ti interponi al bene che il nobile  Tito
    vuol farti.
    TITO:  Calmati,  principe.  Ti  render  il  cuore del tuo popolo;  lo
    guadagner a te contro lui stesso.
    BASSIANO: Andronico,  io non ti lusingo ma ti onoro,  e cos far fino
    alla morte.  Se accetti di rafforzare la mia fazione cogli amici tuoi,
    te ne sar assai grato; e la gratitudine,  per gli uomini generosi,  
    ricompensa degna.
    TITO:  Popolo  di  Roma e nobili tribuni,  io chiedo i vostri voti e i
    vostri suffragi. Volete lasciare, da amici, che ne disponga Andronico?
    I TRIBUNI: Per compiacere il buon Andronico e  con  lui  congratularci
    del  suo  felice  ritorno  a  Roma,  il popolo accetter chiunque egli
    proponga.
    TITO: Tribuni, vi ringrazio,  e questa richiesta avanzo: che eleggiate
    monsignor  Saturnino,  il  primogenito  del vostro imperatore,  le cui
    virt,  spero,  risplenderanno su Roma come i raggi  di  Titano  sulla
    terra, e faranno maturare la giustizia in questa repubblica. Se dunque
    volete  eleggere  secondo il mio consiglio,  incoronate lui e gridate:
    viva l'imperatore!
    MARCO: Con i voti e l'applauso di  ogni  classe,  dei  patrizi  e  dei
    plebei,  noi  creiamo  monsignor Saturnino grande imperatore di Roma e
    diciamo: viva il nostro imperatore Saturnino!
    (Squillano a lungo le trombe).
    SATURNINO: Tito Andronico,  per il servizio  che  oggi,  nella  nostra
    elezione, ci hai reso, io ti ringrazio come lo meriti e compenser coi
    fatti  la  tua  nobile  condotta.  Cos,  Tito,  come prima cosa,  per
    innalzare il tuo nome e la tua famiglia onorata,  far di  Lavinia  la
    mia imperatrice,  la sovrana regale di Roma, la sovrana del mio cuore,
    e la sposer nel sacro Pantheon. Gradisci, Andronico, la mia proposta?
    TITO: La gradisco,  mio degno signore;  e in questa unione mi  ritengo
    altamente  onorato  dalla vostra grazia.  Nel cospetto di Roma qui,  a
    Saturnino,  re e capo della cosa  pubblica,  imperatore  di  tutto  il
    mondo,  consacro la mia spada,  il mio carro, i miei prigionieri, doni
    degni dell'imperial signore di Roma.  Tu  accettali,  tributo  che  ti
    debbo, questi trofei del mio onore abbassato ai tuoi piedi.
    SATURNINO:  Grazie,  nobile  Tito,  padre  della mia vita!  Roma potr
    attestare com'io sia fiero di te e dei tuoi doni, e, Romani, il giorno
    in cui dimenticassi il minore di questi inestimabili  servizi,  voglio
    che voi dimentichiate la vostra fedelt verso di me.
    TITO (a Tamora): Adesso,  signora, siete prigioniera di un imperatore,
    ed egli,  per il vostro stato,  per la  vostra  dignit,  vi  tratter
    nobilmente insieme ai vostri.
    SATURNINO  (a  parte):  Piacente  donna,  in  fede mia: del colore che
    sceglierei se potessi scegliere un'altra volta. (Alza la voce) Scaccia
    le nubi dal tuo volto,  bella regina.  Bench le fortune della  guerra
    abbian  prodotto  questo tuo cambiamento d'umore,  tu non sei venuta a
    Roma per esservi derisa;  tutt'altro: sarai trattata ovunque  in  modo
    principesco.  Confidate  nella  mia  parola,  e  non  lasciate  che lo
    sconforto abbatta tutte le vostre speranze.  Chi vi consola,  signora,
    pu farvi pi grande che regina dei Goti. Dispiace a voi, Lavinia, ci
    che dico?
    LAVINIA:  No,  mio signore;  la vostra leale nobilt mi garantisce che
    queste parole non sono che una cortesia principesca.
    SATURNINO: Grazie, dolce Lavinia.  Ora,  Romani,  muoviamoci.  Qui noi
    liberiamo i prigionieri senza riscatto. E voi, signori, proclamate coi
    tamburi e le trombe il nostro avvento.
    BASSIANO: Monsignor Tito, con vostra licenza, questa fanciulla  mia.
    (Afferra Lavinia).
    TITO: Che cosa, signore? Dite sul serio, signor mio?
    BASSIANO: S,  nobile Tito, e son deciso a farmi giustizia da me e dar
    corso al mio diritto.
    MARCO: "Suum cuique"  la nostra giustizia romana. Questo principe, in
    giustizia, non prende che quanto gli  dovuto.
    LUCIO: E lo avr, e lo terr, finch Lucio vive.
    TITO: Indietro,  traditori.  Ov' la  guardia  imperiale?  Tradimento,
    monsignore! Lavinia  rapita.
    SATURNINO: Rapita? Da chi?
    BASSIANO:  Da  colui  che  ha  il  diritto di strappare anche al mondo
    intero la sua fidanzata.
    (Escono Marco e Bassiano con Lavinia).
    MUZIO: Fratelli,  aiutatelo a condurla via.  Io terr sgombra la porta
    con la spada.
    (Escono Lucio, Quinto e Marzio).
    TITO: Seguitemi, signore, io la ricondurr tra breve.
    MUZIO: Signore, voi non passerete di qui.
    TITO: Che cosa scellerato ragazzo? Osi sbarrarmi la via in Roma?
    (Colpisce Muzio).
    MUZIO: Aiuto, Lucio, aiuto!
    (Muore. Rientra Lucio).
    LUCIO:  Mio  signore,  voi  siete  ingiusto e pi che ingiusto.  Avete
    ucciso vostro figlio in una iniqua contesa.
    TITO: N tu,  n lui mi siete figli.  Mai i figli  miei  mi  avrebbero
    disonorato in tal modo. Fellone, restituisci Lavinia all'imperatore.
    LUCIO:  Morta,  se  vuoi;  ma  non  per diventare sua moglie,  essendo
    legittimamente promessa a un altro.
    (Esce).
    SATURNINO: Lascia,  Tito!  L'imperatore non ha bisogno di lei.  Non di
    lei,  non di te,  non di alcuno della tua schiatta ha pi bisogno. Con
    tua licenza prester fede a chi  mi  ha  beffato  gi  una  volta;  ma
    giammai a te, ai tuoi boriosi figli traditori, che vi siete cos messi
    in lega per recarmi offesa.  Non vi era altri che Saturnino in Roma di
    cui prendervi gioco? Ben si accordano, Andronico,  questi fatti con la
    tua  superba  vanteria,  di asserire ch'io ho mendicato l'impero dalle
    tue mani.
    TITO: Quale mostruosit! Che parole di rimprovero sono mai queste?
    SATURNINO: Fai pure a modo tuo;  va',  dai quella incostante a chi per
    lei ha brandito la spada. Avrai un intrepido genero, degno di stringer
    lega  con  i  tuoi figli senza legge e con essi fomentare il disordine
    nello Stato.
    TITO: Queste parole sono tanti rasoi per il mio cuore ferito.
    SATURNINO: Te, intanto, amabile Tamora, regina dei Goti, che,  come la
    maestosa  Febe  tra  le  sue  ninfe,  ecclissi  col  tuo  splendore le
    gentildonne pi elette di Roma, se ti aggrada la mia subitanea scelta,
    te scelgo, Tamora,  per mia sposa,  te voglio far imperatrice di Roma.
    Parla,  regina  dei  Goti,  approvi la mia scelta?  Per tutti gl'iddii
    romani,  poich vicino  il sacerdote con l'acqua  santa  e  le  torce
    ardono di cos viva luce e ogni cosa  pronta all'imeneo, io giuro che
    non  risaluter  le  vie di Roma e non salir al mio palazzo se di qui
    non conduco via impalmata la mia sposa.
    TAMORA: E qui,  dinanzi al cielo,  io giuro a Roma  che  se  Saturnino
    innalza  a  tanto  la regina dei Goti,  ella sar una serva per i suoi
    desideri, e una nutrice innamorata, una madre per la sua giovent.
    SATURNINO: Sali, bella regina, al Pantheon.  Signori,  accompagnate il
    vostro nobile imperatore e la sua dolce sposa mandata dai cieli per il
    principe Saturnino che con la saggezza ha vinto la di lei sfortuna. L
    compiremo il rito nuziale.
    (Escono tutti salvo Tito).
    TITO: Non sono invitato ad accompagnare la sposa.  Tito, quando mai ti
    accadde di restar cos solo, disonorato e carico di accuse?

    (Rientrano MARCO, LUCIO, QUINTO e MARZIO).

    MARCO: Guarda,  Tito!  vedi quello che  hai  fatto?  In  una  ingiusta
    contesa hai ucciso un figlio virtuoso.
    TITO: No, tribuno insensato... Non un figlio mio... N tu n alcuno di
    costoro  associati  nell'impresa  che  ha  disonorato  tutta la nostra
    famiglia... Ah, indegno fratello! Figliuoli indegni!
    LUCIO: Ma diamogli sepoltura,  come si conviene...  Seppelliamo  Muzio
    coi suoi fratelli.
    TITO: Indietro,  traditori!  Egli non riposer nella mia tomba. Questo
    sepolcro sorge qui  da  cinquecento  anni  ed  io  l'ho  sontuosamente
    riedificato.  Vi riposano nella gloria soltanto soldati e servitori di
    Roma,  nessuno che sia stato  ucciso  come  un  miserabile  in  rissa.
    Seppellitelo dove potete; qui non entra.
    MARCO:  Mio signore,  questo non  pio da parte vostra.  Le imprese di
    mio nipote Muzio parlano per lui,  e chiedono che sia  seppellito  coi
    fratelli.
    QUINTO e MARZIO: E cos sar, o noi lo seguiremo!
    TITO: Cos sar? Chi  lo scellerato che lo ha detto?
    QUINTO: Uno che  pronto a sostenerlo ovunque, salvo qui.
    TITO: Come? voi lo seppellireste dunque a mio dispetto?
    MARCO:  No,  nobile  Tito,  ma  ti supplichiamo di perdonare a Muzio e
    seppellirlo.
    TITO: Marco,  anche tu mi hai colpito nel cimiero e con questi ragazzi
    hai ferito il mio onore.  Io vi considero tutti miei nemici.  Smettete
    dunque d'importunarmi e andatevene.
    MARCO: Egli non  in s; ritiriamoci.
    QUINTO: Io non mi ritirer finch le ossa di Muzio non saranno deposte
    nella tomba.
    (Marco e i figli di Tito si inginocchiano).
    MARCO: Fratello, poich in questo nome la natura stessa invoca...
    QUINTO: Padre, e in questo nome la natura stessa parla...
    TITO: Non  parlar  pi,  se  gli  altri  vogliono  ottenere  quel  che
    chiedono.
    MARCO: Illustre Tito, tu che sei pi di met della mia anima...
    LUCIO: Padre caro, anima e sostanza di noi tutti...
    MARCO: Tollera che tuo fratello Marco sotterri in questo nido di virt
    il suo nobile nipote morto nell'onore per la causa di Lavinia.  Sei un
    Romano; non esser barbaro. Non seppellirono, ben consigliati,  i Greci
    lo stesso Ajace che da s si era tolta la vita?  E il saggio figlio di
    Laerte non invoc per lui,  generosamente,  i funerali?  Non  sbarrare
    dunque  l'ingresso  di questo sepolcro al giovane Muzio che  stato la
    tua gioia.
    TITO: Alzati,  Marco,  alzati.  Questo  il giorno pi  nefasto  ch'io
    abbia   veduto!   Esser   disonorato  in  Roma  dai  figli  miei?   Ma
    seppellitelo, e seppellite me dopo di lui.
    (Muzio  deposto nella tomba).
    LUCIO: Riposino qui le tue ossa coi tuoi amici, Muzio caro,  finch la
    tua tomba non adorneremo di trofei.
    TUTTI  (inginocchiandosi):  Nessuno  sparga  lagrime sul nobile Muzio.
    Vive nella gloria chi  morto per la causa della virt.
    MARCO: Mio signore,  per  lasciar  questi  pensieri  desolanti,  com'
    accaduto  che  la furba regina dei Goti sia d'un colpo salita tanto in
    Roma?
    TITO: Non lo so, Marco, ma so che  accaduto. Se per disegno o no,  il
    cielo  pu dirlo.  Ma non  obbligata a colui che da cos lontano l'ha
    qui condotta a cos alta fortuna?  Ella  lo  ricompenser  nobilmente,
    credo.

    (Trombe.  Rientrano,  da  una  parte  SATURNINO  con Seguito;  TAMORA,
    DEMETRIO, CHIRONE, ARONNE; dall'altra BASSIANO, LAVINIA e altri).

    SATURNINO: Dunque, Bassiano,  avete vinto il vostro premio?  Che Iddio
    vi dia gioia di lei, la vostra bella sposa.
    BASSIANO:  E a voi della vostra,  mio signore.  Non dico altro,  n vi
    auguro di meno. E con ci, mi congedo.
    SATURNINO: Traditore,  se Roma ha legge e noi abbiamo potere,  tu e il
    tuo partito vi pentirete di questo ratto.
    BASSIANO:  Ratto lo chiamate,  mio signore,  ch'io mi sia preso quanto
    era mio,  dico la mia donna promessa,  ora mia sposa?  Ma decidano  le
    leggi di Roma: frattanto sono in possesso di quello che mi appartiene.
    SATURNINO:  Bene,  signore,  voi  siete brusco con noi;  cos noi,  se
    vivremo, saremo aspri con voi.
    BASSIANO: Mio signore,  io debbo rispondere come meglio posso di  quel
    che  ho  fatto,  e  lo  far con la mia stessa vita.  Solo di una cosa
    avverto la Grazia Vostra.  A nome di tutti i doveri che ho verso Roma,
    questo  gentiluomo,  il nobile Tito qui presente,   stato danneggiato
    nell'altrui stima e nel suo onore;  poich,  per restituirvi  Lavinia,
    portato  dallo  zelo  per voi e dalla collera nel vedersi sottrarre il
    dono che sinceramente vi aveva fatto,  egli ha ucciso di mano  propria
    il  suo  figlio  pi  giovane.  Riaccoglilo  dunque  nel  tuo  favore,
    Saturnino. Padre e amico tuo e di Roma si  dimostrato in tutte le sue
    azioni.
    TITO: Principe Bassiano,  tralascia di allegare le mie azioni.  E' per
    te  e  per costoro che sono disonorato.  Ma Roma  testimone,  lo  il
    giusto cielo, di come ho amato e venerato Saturnino!
    TAMORA: Mio degno signore, se mai Tamora ha avuto grazia ai tuoi occhi
    di principe permetti ch'io parli  spassionatamente  per  tutti,  e  ti
    chieda, amato, di perdonare quanto  trascorso.
    SATURNINO:  Come,  signora,  dopo che mi hanno oltraggiato in pubblico
    sarei cos vile da tirarmi indietro senza vendetta?
    TAMORA: Non dico questo, mio signore. Non vogliano mai gli di di Roma
    ch'io sia l'autrice  del  vostro  disonore.  Ma  oso,  sull'onor  mio,
    sostenere  l'innocenza  del  buon Tito.  Il suo furore non dissimulato
    parla per la sua angoscia.  E dunque,  a mia richiesta,  consideratelo
    con  clemenza.  Non  perdete  un  amico  cos  nobile  per un sospetto
    infondato,  e pi non  affliggete  con  aspri  sguardi  il  suo  cuore
    generoso. (A parte a Saturnino) Lasciatevi guidare da me, mio signore,
    lasciatevi  vincere.  Dissimulate  i vostri crucci e risentimenti: voi
    siete appena salito al trono,  nuovo ancora,  e i patrizi col  popolo,
    considerate  meglio  le  cose,  possono  prendere  le  parti di Tito e
    soppiantarvi  come  uomo  colpevole  d'ingratitudine  che  in  Roma  
    ritenuta  un odioso peccato.  Cedete ora alle suppliche e confidate in
    me. Trover io il modo, un giorno,  di massacrarli tutti e distruggere
    la  loro  fazione,  la  loro  schiatta,  il  padre  crudele  e i figli
    traditori  cui  ho  domandato  la  vita  del  mio  figliuolo  diletto.
    Apprenderanno  allora  quello  che  significa  fare  inginocchiare una
    regina nella  strada  a  chieder  grazia  invano.  (Forte)  Su,  amato
    imperatore...  Su,  Andronico, solleva questo buon vecchio, rianima il
    suo cuore travolto dalla tempesta del tuo irato cipiglio.
    SATURNINO: Alzati, Tito, alzati. La mia imperatrice ha vinto.
    TITO: Ringrazio,  mio signore la  Maest  Vostra  e  lei.  Nuova  vita
    m'infondono codeste parole e codesti sguardi.
    TAMORA:  Tito,  io  sono  incorporata a Roma,  romana ormai per felice
    adozione,  e debbo consigliare l'imperatore per  il  suo  bene.  Oggi,
    Andronico,  ha fine ogni contesa; ed  mio vanto, mio buon signore, di
    avervi riconciliato coi vostri amici.  Quanto a voi principe Bassiano,
    ho  dato  all'imperatore la mia parola e la mia promessa che diverrete
    pi docile,  pi mite.  E voi,  signori,  non temete;  non temete voi,
    Lavinia;  fate  ci  che  vi  consiglio;  piegatevi  sulle ginocchia e
    chiedete umilmente perdono alla Maest Sua.
    LUCIO: Eccoci in ginocchio,  e al cielo,  a Sua Altezza  giuriamo  che
    abbiamo  agito il pi possibile con moderazione per l'onor nostro e di
    nostra sorella.
    MARCO: Questo io confermo sul mio onore.
    SATURNINO: Via di qui, e non parlate pi. Non ci infastidite oltre.
    TAMORA: No, no, mio dolce imperatore; dobbiamo essere tutti amici;  il
    tribuno  e  i  suoi  nipoti vi chiedono grazia in ginocchio,  e io non
    voglio avere un diniego. Amor mio, volgetevi indietro.
    SATURNINO: Marco,  per riguardo di te e di tuo fratello qui,  e per le
    suppliche  della mia amabile Tamora,  perdono a questi giovani le loro
    colpe odiose. Alzatevi...  Bench tu,  Lavinia,  m'abbia lasciato come
    uno qualunque,  io ho trovato un'amica e ho giurato,  quant' vero che
    morremo,  che non sarei venuto  via  scapolo  dal  sacerdote.  Andiamo
    adesso,  e  se  la  corte  di  un  imperatore pu festeggiar due spose
    insieme, voi Lavinia e gli amici vostri siete miei ospiti. Questo sar
    un giorno d'amore, Tamora.
    TITO: Domani,  se la Maest Vostra ha in grado di cacciare insieme con
    me  la  daina  e la pantera,  daremo il "bon jour" col corno e le mute
    alla Vostra Grazia
    SATURNINO: Cos si faccia, Tito, e grazie mille.
    (Squillano trombe. Escono tutti).
















    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Roma. Davanti al Palazzo Imperiale.

    (Entra ARONNE).
    ARONNE: Tamora  ormai sulla cima dell'Olimpo; siede in alto al sicuro
    dai colpi della fortuna e dal rombo dei tuoni, dal bagliore dei lampi,
    fuori della portata d'ogni minaccia della pallida invidia. Come quando
    il sole dorato saluta il mattino e,  cosparso d'oro l'oceano coi  suoi
    raggi,  galoppa per lo zodiaco nel cocchio scintillante, avendo le pi
    eccelse alture sotto al suo sguardo,  tale  Tamora.  Tutti gli  onori
    della  terra fanno ala al suo senno,  e si inchina e trema la virt al
    suo cipiglio. Aronne, dunque, arma il cuor tuo e aguzza i pensieri per
    innalzarti con la tua imperiale signora e raggiungere  la  sua  stessa
    altezza.  A lungo l'hai condotta prigioniera in trionfo, legata con le
    catene dell'amore e avvinta  al  fascino  degli  occhi  tuoi  pi  che
    Prometeo  al  Caucaso.  Via  questi  panni da schiavo!  Via i pensieri
    servili!  Ora io voglio splendere di  perle  e  d'oro,  rilucere,  per
    servire quest'imperatrice di nuovo conio... Servire, ho detto? Ah, no!
    sollazzarmi  con  la  regina,  questa dea,  questa Semiramide,  questa
    ninfa,  questa sirena che ammalier  Saturnino  di  Roma  e  vedr  la
    distruzione sua e del suo Stato. Ol, che uragano  questo?

    (Entrano, altercando, DEMETRIO e CHIRONE).

    DEMETRIO:  Ai  tuoi  anni,  Chirone,  occorre  senno,  e  al senno tuo
    finezza, occorron maniere perch tu ti introduca dov'io sono accetto e
    posso, come ben sai, essere amato.
    CHIRONE: Tu passi il segno in tutto, Demetrio,  ed anche in questo,  a
    volermi  intimidire  con le bravate.  Non  la differenza di un anno o
    due che possa render meno gradito me e render te pi  fortunato.  Sono
    quanto  te abile e atto a corteggiare una donna e meritarne le grazie.
    Questa spada te lo prover.  Io sosterr  con  essa  la  passione  che
    m'arde per l'amor di Lavinia.
    ARONNE:  Il  bargello!  il  bargello!  Questi  innamorati non vogliono
    osservare l'ordine pubblico.
    DEMETRIO: Ohi,  ragazzo,  quello spadino da carnevale  che  la  mamma,
    sconsigliata,  vi lascia portare al fianco, vi ha reso tanto temerario
    da minacciare i vostri stessi congiunti?  Andiamo!  Tenete  la  vostra
    spatola  incollata  dentro  al  fodero  finch non saprete maneggiarla
    meglio.
    CHIRONE: Pur con la poca arte che ho,  messere,  tu vedrai intanto ci
    che oso.
    DEMETRIO: Cos ardito vi siete fatto, ragazzo?
    (Entrambi sguainano le spade).
    ARONNE: Ma signori! Come osate snudare le spade qui davanti al palazzo
    imperiale  e  sostenere apertamente una contesa simile?  Io so bene da
    che  nato tutto questo rancore tra voi,  e  nemmeno  per  un  milione
    d'oro vorrei che venisse a conoscenza dei maggiori interessati, n per
    molto  pi  la  vostra nobile madre vorrebbe lasciarsi disonorare cos
    nella corte di Roma. Vergogna, via quelle spade!
    DEMETRIO: No,  finch non abbia immerso la mia lama nel suo  petto,  e
    non gli abbia ricacciato in gola le parole ingiuriose che ha proferito
    qui a mio disdoro.
    CHIRONE:  A  questo  io sono preparato e affatto deciso,  o vile dalla
    bocca turpe, che tuoni con la lingua e non osi far nulla con la spada.
    ARONNE: Via,  ho detto!  Smettetela!  Per gli  di  adorati  dai  Goti
    bellicosi,  questo  futile  litigio  ci  condurr a rovina tutti!  Non
    pensate,  signori,  quanto pericolo vi sia a intromettervi nei diritti
    di  un principe?  O che!  Lavinia  forse diventata cos dissoluta,  o
    Bassiano cos degenerato che potete contendervi in pubblico l'amore di
    lei  senza  incorrere  nelle  repressioni  della  giustizia  o   della
    vendetta?  Attenti,  miei  giovani signori!  Se l'imperatore venisse a
    conoscere il motivo del vostro disaccordo udreste una musica  che  non
    vi piacerebbe.
    CHIRONE:  Non  m'importa  ch'ella  lo  conosca.  Non  m'importa che lo
    conosca tutto il mondo. Io amo Lavinia pi di tutto al mondo.
    DEMETRIO: Giovincello,  impara a fare una scelta pi umile.  Lavinia 
    la speranza del tuo fratello maggiore.
    ARONNE: Ma siete pazzi?  O non sapete come i Romani siano insofferenti
    e furiosi?  Non sapete che non tollerano dei rivali in  amore?  Datemi
    retta, signori: voi vi preparate la morte con questa macchinazione.
    CHIRONE:  Aronne,  affronterei anche mille morti pur di ottenere colei
    che amo.
    ARONNE: Ottenere? Che dite?
    DEMETRIO: Che trovi in ci di strano? Ella  donna,  pu dunque essere
    corteggiata;   donna,  dico,  e pu essere conquistata;   Lavinia, e
    dev'essere amata.  Ah,  uomo,  per il mulino passa pi acqua  che  non
    sappia  il  mugnaio,  ed    facile  rubare  una fetta da una pagnotta
    tagliata.  Vero che Bassiano  fratello dell'imperatore,  ma gi tanti
    maggiori di lui hanno portato l'insegna di Vulcano.
    ARONNE (a parte): Oh s! e anche dei pari a Saturnino posson portarla.
    DEMETRIO:  Perch  dunque avrebbe da disperare chi sa far la corte con
    le parole, i dolci sguardi e la liberalit?  Non ti  accaduto sovente
    di  colpire  e  condurti  via  una  damma  proprio  sotto  il naso del
    guardacaccia?
    ARONNE: Allora, a quel che sembra, qualche colpetto del genere farebbe
    al caso vostro?
    CHIRONE: Sicuro, ci farebbe al caso.
    DEMETRIO: Tu hai dato nel segno, Aronne.
    ARONNE: Oh,  se aveste dato  nel  segno  anche  voi!  Non  ci  avreste
    infastiditi col vostro chiasso.  Ascoltate, ascoltate! E sareste tanto
    folli da litigare  per  questo?  Vi  spiacerebbe  forse  se  riusciste
    entrambi?
    CHIRONE: Quanto a me, niente affatto!
    DEMETRIO: N a me, se fossi uno dei due.
    ARONNE:  Vergogna,  siate  amici,  dunque,  e  unitevi  per ci che vi
    divide.  Astuzia e intrigo dovranno portarvi al  vostro  fine.  Tenete
    perci  presente che se non potete agire come vorreste avete da operar
    come potete.  Date retta a me: Lucrezia non era pi  casta  di  questa
    Lavinia  amata da Bassiano.  Ma bisogna seguire un cammino pi spiccio
    che non quello degli indugianti  languori;  e  io  l'ho  gi  trovato.
    Signori,  una  caccia  solenne  sta  per aprirsi,  e vi affluiranno le
    amabili dame romane. Le vie della foresta sono larghe,  spaziose,  con
    angoli  solitari adatti per natura alla violenza e alle scelleratezze:
    quivi isolate la tenera damma e prendetela con la forza se non con  le
    parole.  Solo in questo,  e in nient'altro,  vi  speranza per voi.  E
    adesso andiamo;  informiamo dei  nostri  intenti  l'imperatrice.  Alla
    perfidia  e  alla  vendetta  essa  ha  votato il suo ingegno,  e potr
    perfezionare la nostra macchinazione coi suoi consigli, e non soffrir
    che vi arrabattiate  da  voi,  ma  vi  condurr  entrambi  al  culmine
    agognato.  La  corte imperiale  come la casa della Fama: il palazzo 
    pieno di lingue, d'occhi,  d'orecchie;  i boschi invece sono spietati,
    sinistri, sordi e muti. Quivi, focosi giovani, parlate e colpite, fate
    il vostro giuoco.  Quivi appagate,  nascosti all'occhio del cielo,  la
    vostra libidine, gozzovigliate col tesoro di Lavinia.
    CHIRONE: Il tuo consiglio, giovanotto, non puzza di codardia, invero.
    DEMETRIO: "Sit fas aut nefas"  finch'io  non  trovi  il  ruscello  ove
    raffreddare il mio ardore,  un incantesimo per calmare i miei spasimi.
    "Per Stygia, per manes vehor".
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una foresta.

    (Suonano  corni  e  abbaiano  cani.   Entrano  TITO   ANDRONICO,   con
    Cacciatori, eccetera, MARCO, LUCIO, QUINTO e MARZIO).
    TITO:  La  caccia  cominciata,  il mattino  azzurrognolo,  luminoso,
    fraganti sono i campi e verdi i boschi.  Sciogliete i cani e fate  che
    abbaino, e sveglino l'imperatore, la sua leggiadra sposa, e destino il
    principe. E suonate un richiamo di caccia il cui fragore si ripercuota
    per  tutta  la  corte.  Figliuoli,  sia  vostra  cura come  nostra di
    vegliare sulla persona dell'imperatore.  Stanotte sono  stato  turbato
    nel sonno, ma il giorno nascente mi ha ridato conforto.
    (Abbaiano i cani. I corni suonano un motivo di richiamo).

    (Entrano SATURNINO,  TAMORA, BASSIANO, LAVINIA, DEMETRIO, CHIRONE e il
    loro Seguito).

    Mille giorni felici alla Maest Vostra e altrettanti a  voi,  signora,
    altrettanto  felici.  Avevo  promesso  a Vostra Grazia una sveglia coi
    corni da caccia.
    SATURNINO: E l'avete suonata con calore, signori, un po' troppo presto
    per delle spose novelle.
    BASSIANO: Che ne dici tu, Lavinia?
    LAVINIA: Io dico di no.  Ero completamente sveglia gi da pi  di  due
    ore.
    SATURNINO:  Allora  andiamo.  Dateci cavalli e carri,  e cominciamo il
    nostro diporto. (A Tamora) Ora vedrete, signora, la caccia dei Romani.
    MARCO: Ho dei cani,  signore,  che scoveranno la pi feroce pantera  e
    scaleranno la cima della pi alta rupe.
    TITO:  E io ho un cavallo che seguir la selvaggina ovunque essa vada,
    correndo come una rondine per la pianura.
    DEMETRIO: Chirone,  noi non cacceremo con cavalli e  con  cani,  eppur
    speriamo di inchiodare al suolo una tenera damma.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un angolo solitario della foresta.

    (Entra ARONNE con un sacco d'oro).
    ARONNE:  Chi  ha  saggezza,  penser  ch'io  non  ne  abbia  alcuna  a
    sotterrare tant'oro sotto un albero per non riaverlo pi.  Ma  sappia,
    chi pensasse cos male di me,  come con quest'oro debba essere coniato
    uno stratagemma che, abilmente condotto, produrr una eccellente opera
    d'infamia.  Riposa dunque,  oro diletto,  per l'affanno di quelli  che
    riceveranno questo dono dalla cassa dell'imperatore.
    (Entra TAMORA).
    TAMORA:  Mio  amato  Aronne,  perch  hai un aspetto cos mesto mentre
    tutto  ridonda  di  letizia?  Gli  uccelli  cantano  melodie  da  ogni
    cespuglio;  il  serpe  attorcigliato  dorme al sole ridente,  le verdi
    foglie tremano  alla  fresca  brezza  formando  sul  terreno  un'ombra
    variegata. Sediamoci sotto la loro dolce ombra, Aronne, e mentre l'eco
    inganna,  con la sua chiacchiera,  i cani,  dando stridule risposte al
    suono intonato dei  corni  come  se  si  udisse  una  caccia  duplice,
    ascoltiamo,  seduti,  il  chiasso dei latrati.  E dopo una lieta lotta
    quale quella che si suppone sostennero il principe  errante  e  Didone
    allorch,  colti  da  un  felice  uragano,  ripararono  in una caverna
    segreta,  potremo,   avvinti  tra  le  braccia  l'uno  dell'altra,   a
    passatempo  finito,  prenderci  un'ora  di sonno dorato,  coi cani e i
    corni e i melodiosi uccelli a cantar per noi una ninna nanna  come  fa
    la nutrice nell'addormentare il lattante.
    ARONNE: Signora, se Venere governa i vostri desideri, Saturno domina i
    miei.  Che  significa il mio sguardo vitreo,  il mio silenzio,  la mia
    annuvolata malinconia?  Perch i bioccoli dei miei capelli  lanosi  si
    snodano  come  serpi  che voglian compiere qualche azione fatale?  No,
    signora,  questi non sono segni di Venere.  Vendetta  nel mio  cuore,
    morte nella mia mano,  sangue e odio mi martellano in testa.  Ascolta,
    Tamora,  imperatrice della mia anima che non spera maggior paradiso di
    quanto  riposa in te,  oggi  giorno di condanna per Bassiano.  La sua
    Filomela dovr perder la lingua quest'oggi;  i tuoi figli metteranno a
    sacco la castit di lei e si laveranno le mani nel sangue di Bassiano.
    Vedi  questa  lettera?  Prendila,  ti  prego  e dai al re questo plico
    fatale.  Ora non chiedermi altro: siamo spiati.  Si avvicina una parte
    della  preda  che  agognamo,  ed  essi  non hanno alcun sospetto della
    distruzione che pesa sulle loro vite.
    TAMORA: Ah, dolce Moro, per me pi dolce della vita stessa!
    ARONNE: Non dir pi nulla, grande imperatrice. Viene Bassiano. Adirati
    con lui, e io vado a cercare i tuoi figli perch prendano le tue parti
    qualunque la lite sia.
    (Esce).

    (Entrano BASSIANO e LAVINIA).

    BASSIANO: Chi mai vediamo qui?  La sovrana imperiale di Roma senza  il
    seguito che le si addice? O  Diana che, come lei vestita, ha lasciato
    i suoi boschi sacri per assistere alla caccia in questa selva?
    TAMORA: Insolente che sorvegli i nostri passi,  se io avessi il potere
    attribuito a Diana ti farei ora crescere  sulle  tempie  le  corna  di
    Atteone e, come fu per lui, le mute si avventerebbero sulle tue membra
    trasfigurate, villano intruso che altro non sei!
    LAVINIA: Con vostra licenza,  gentile imperatrice, si dice che abbiate
    un dono speciale per cornificare,  e viene il sospetto  che  vi  siate
    appartata  qui  per  fare  qualche esperimento insieme al vostro Moro.
    Giove protegga vostro marito dai suoi cani,  oggi!  Sarebbe un peccato
    che lo prendessero per un cervo.
    BASSIANO:  In verit,  regina,  quel nero Cimmerio tinge l'onor vostro
    col colore del suo corpo maculato,  immondo e abbominevole.  Perch vi
    sareste separata dal vostro seguito? Perch sareste discesa dal vostro
    bel  destriero  bianco  come  neve e vaghereste qui,  in questo oscuro
    recesso, accompagnata solo da un barbaro Moro, se non foste guidata da
    un impuro desiderio?
    LAVINIA: E,  disturbata nei vostri  spassi,    naturale  che  abbiate
    accusato  d'insolenza  il mio nobile signore.  Andiamo,  Bassiano,  ti
    prego, e lasciamo che si goda il suo amore nero come il corvo.  Questa
    valle  pi che adatta a un tale intento.
    BASSIANO: Il re mio fratello sar informato di ci.
    LAVINIA:  Sicuro,  perch queste scappate lo hanno gi troppo esposto.
    Un re cos buono e cos smaccatamente ingannato!
    TAMORA: Come ho la pazienza di sopportare tutto questo?

    (Entrano DEMETRIO e CHIRONE).

    DEMETRIO: Cara sovrana,  graziosa  madre,  perch  Vostra  Altezza  ha
    l'aria tanto pallida e smorta?
    TAMORA: Credete che non abbia motivo di apparir pallida? Questi due mi
    hanno adescata a questo luogo: la nuda, desolata valle che vedete, con
    gli alberi,  bench sia estate,  magri e spogli, tutti sopraffatti dal
    musco e dal vischio micidiale, e senza mai raggio di sole,  senz'altro
    di  vivo  che  il  corvo fatale ed il notturno gufo.  Or come mi hanno
    mostrato l'aborrito abisso,  mi hanno detto che qui,  nel  cuor  della
    notte,  mille demoni e mille serpi sibilanti,  diecimila gonfi rospi e
    altrettanti ricci levano una confusione di grida cos paurose che ogni
    mortale che l'udisse diverrebbe subito pazzo o  morirebbe  sul  colpo.
    Terminato il diabolico racconto mi hanno detto che mi avrebbero legata
    al  tronco  d'uno  di  questi tassi funerei e abbandonata a una misera
    morte. E poi mi hanno chiamata immonda adultera,  Gota lasciva,  e coi
    pi  ingiuriosi  termini  di  tal  fatta che mai orecchio d'uomo abbia
    sentito.  Se per straordinaria fortuna non foste  arrivati  voi,  essi
    avrebbero consumato su di me tale vendetta.  Puniteli, se vi  cara la
    vita di vostra madre,  o da qui innanzi non siate  pi  chiamati  miei
    figli.
    DEMETRIO: Questo provi che son figlio tuo.
    (Colpisce Bassiano).
    CHIRONE: E questo, assestato bene, provi la mia forza.
    (Colpisce anche lui Bassiano che muore).
    LAVINIA: Ah, Semiramide! Anzi no, barbara Tamora, poich nessun nome 
    pi adatto del tuo alla tua natura...
    TAMORA: Dammi il tuo pugnale.  Vedrete ragazzi, come la mano di vostra
    madre vendicher i torti fatti a vostra madre.
    DEMETRIO: Ferma,  signora.  A costei si addice  ben  altro.  Prima  va
    battuto il grano e poi bruciata la paglia. Questa favorita si gloriava
    della  sua castit,  della sua lealt,  della sua fede coniugale e con
    tale vana presunzione sfida la vostra potenza. Deve portarsi tutto ci
    nella tomba?
    CHIRONE: Voglio essere eunuco se vi riesce Trasciniamo via di  qui  in
    qualche  buca segreta il marito,  e facciamoci del suo tronco morto un
    guanciale per la nostra lussuria.
    TAMORA: Ma avuto il miele che agognate non  lasciate  sopravvivere  la
    vespa per farci pungere.
    CHIRONE: Sapremo impedirlo, signora, ve lo garantisco. E adesso a noi,
    bellezza;  ci  godremo  la  vostra onest che con tanto scrupolo avete
    preservato.
    LAVINIA: O Tamora, tu hai pur volto di donna...
    TAMORA: Non voglio sentirla parlare; conducetela via!
    LAVINIA:  O  signori,  supplicatela  voi  che  ascolti  una  mia  sola
    parola...
    DEMETRIO:  La  senti,  nobile  madre?  Sia vostra gloria vedere le sue
    lagrime,  ma  che  il  vostro  cuore  sia  per  esse  come  una  selce
    insensibile alle gocce della pioggia.
    LAVINIA: Quando mai i tigrotti danno lezione alla loro madre?  Oh, non
    insegnarle l'ira,   lei che l'ha insegnata a te...  Il latte che  hai
    succhiato da lei si  mutato in marmo. E' stato mentre poppavi che sei
    diventato  un  tiranno.  Eppure  non tutte le madri generano figli che
    somiglian loro... (Si rivolge a Chirone) Supplicala tu che abbia piet
    di donna.
    CHIRONE: Come! Vorresti che mi mostrassi bastardo?
    LAVINIA: Vero.  Il corvo non cova allodole.  Ma  mi  hanno  detto,  oh
    potessi  ora  trovarlo  vero!  che  mosso  da piet il leone si lascia
    tagliare gli artigli principeschi.  E qualcuno dice che il corvo pasce
    gli  orfani  altrui  mentre  i  suoi piccoli hanno fame nel nido.  Oh!
    quand'anche il tuo duro cuore non lo voglia,  sii per me,  se non cos
    buono almeno un po' pietoso.
    TAMORA: Non so che intenda dire; portatela via!
    LAVINIA:  Oh!  lascia che ti spieghi!  Per amor di mio padre che ti ha
    donato la vita mentre avrebbe potuto ucciderti,  non  essere  inumana,
    apri il tuo orecchio.
    TAMORA: Se non mi avessi oltraggiata tu stessa,  sarei senza piet per
    via di lui. Ragazzi,  rammentate come ho versato invano le mie lagrime
    per  salvare  dal sacrificio vostro fratello.  Il feroce Andronico non
    volle cedere. Portatela dunque via,  e trattatela come volete.  Pi le
    farete male e pi mi sarete cari.
    LAVINIA: Tamora,  finiscimi qui con le tue mani e avrai nome di regina
    buona.  Non la vita ho mendicato finora.  Povera  me,  io  sono  stata
    uccisa con Bassiano.
    TAMORA: Che cosa chiedi dunque? Lasciami andare, insensata!
    LAVINIA:  Morte  immediata  imploro;  e  un'altra  cosa  che il pudore
    femminile vieta alla mia  lingua  di  dire.  Oh!  salvami  dalla  loro
    libidine  peggiore  dell'assassinio,  e gettami in qualche orrida buca
    dove mai occhio d'uomo possa vedere il mio corpo. Fa' questo,  e sarai
    una pietosa assassina.
    TAMORA: Cos priverei i miei cari figli della loro ricompensa. No. Che
    sfoghino la loro lussuria su di te.
    DEMETRIO: Andiamo. Troppo ci hai tenuto qui.
    LAVINIA: Nessuna piet!  Nessun senso di donna! Ah, creatura bestiale!
    Macchia e nemica del nostro sesso! Cada la distruzione...
    CHIRONE: Ancora?  Ti chiuder la bocca.  Prendi il marito tu: qui  la
    buca dove Aronne ci ha detto di nasconderlo.
    (Demetrio  getta  il  cadavere di Bassiano nella buca.  Poi Demetrio e
    Chirone escono trascinando Lavinia).
    TAMORA: Addio, figliuoli; e rendetela innocua.  Il mio cuore non dovr
    conoscere  letizia  finch  gli Andronici non saranno tutti scacciati.
    Ora lasciamo che i miei focosi  figli  deflorino  quella  bagascia,  e
    andiamo in cerca dell'amato Moro.
    (Esce).

    (Rientra ARONNE con QUINTO e MARZIO).

    ARONNE:  Venite,  miei  signori,  di  buon  passo;  vi condurr dritti
    all'orrida buca dove ho scoperto la pantera addormentata.
    QUINTO: La vista mi si offusca, non so perch.
    MARZIO: Anche la mia,  davvero;  se non ne avessi vergogna lascerei la
    caccia e andrei a dormire un poco.
    (Cade nella buca).
    QUINTO: O che? Sei caduto? Che buca ingannatrice  questa? Ha la bocca
    coperta  di  aspri  rovi  sulle  cui foglie son sparse gocce di sangue
    recente come fresca rugiada del mattino sui fiori...  Un luogo  letale
    mi sembra. Parla, fratello, ti sei ferito cadendo?
    MARZIO: Oh, fratello, son ferito dal pi raccapricciante spettacolo di
    cui l'occhio abbia mai afflitto il cuore.
    ARONNE  (a  parte):  Ora vado a prendere il re perch qui li trovi,  e
    tragga da ci la supposizione verosimile  che  sono  stati  costoro  a
    spacciare suo fratello.
    (Esce).
    MARZIO:  Non  mi  conforti,  fratello?  Non  mi  aiuti  ad  uscire  da
    quest'ampia fossa intrisa di sangue?
    QUINTO: Mi ha colto un terrore strano;  un sudor freddo mi percorre le
    membra  tremanti,  e il mio cuore sospetta di pi che i miei occhi non
    possano vedere.
    MARZIO: Tu hai un cuore presago,  e ne avrai la  prova  se  guardi  in
    questa tana con Aronne.  Vedrete uno spettacolo pauroso di sangue e di
    morte.
    QUINTO: Aronne  andato via,  e il mio cuore turbato non  permette  ai
    miei occhi di contemplare ci per cui trema nel presagio. Dimmi tu che
    cosa sia. Mai sono stato cos bambino da temere di non so cosa.
    MARZIO:  Monsignor  Bassiano  giace  qui trucidato,  ammucchiato su se
    stesso come un agnello ucciso,  in  questa  cupa  buca  maledetta  che
    s'imbeve di sangue.
    QUINTO: Se la buca  cupa, come sai che  lui?
    MARZIO: Egli porta ancora, al dito sanguinante, un anello prezioso che
    illumina  la  fossa  come  una  torcia  entro un sepolcro rischiara le
    terree guance del morto scoprendo tutto all'intorno il viscere  rugoso
    della  forra.  E'  lo  stesso  pallido chiarore che la luna rivers su
    Piramo la notte che egli giacque immerso di sangue verginale. Anche se
    il terrore ti ha fiaccato come me, dammi la tua fiacca mano, fratello,
    aiutami ad uscire da questo ricettacolo  di  ingorda  ferocia,  orrido
    come la bocca nebbiosa di Cocito.
    QUINTO:  E  tu porgimi la tua mano,  perch io ti aiuti ad uscire,  o,
    mancandomi le forze di renderti tal servizio,  precipiti  anch'io  nel
    grembo   divoratore   di  questa  profonda  buca,   tomba  del  povero
    Bassiano... Non posso, fratello, non posso tirarti su...
    MARZIO: E io non posso risalire senza il tuo aiuto...
    QUINTO: Dammi la mano un'altra volta.  Ora non la lascer  finche  non
    sarai  fuori o io non sar dentro.  Non puoi venire da me: vengo io da
    te.
    (Cade nella buca).

    (Rientra ARONNE con SATURNINO).

    SATURNINO: Avanti...  Voglio vedere che buca  quella e chi ora  vi  
    saltato  dentro.  Di'  chi  sei  tu  che  or ora sei disceso in questa
    spalancata cavit della terra?
    MARZIO: Il figliuolo infelice del vecchio Andronico,  condotto qui  in
    un'ora funesta per trovar morto tuo fratello Bassiano.
    SATURNINO: Mio fratello morto? So che non parli che per ischerzo. L'ho
    visto  con  la  moglie  nel padiglione,  dalla parte settentrionale di
    questa piacevole bandita. Non  un'ora che ve l'ho lasciato.
    MARZIO: Noi non sappiamo dove l'avete lasciato vivo,  ma  qui,  ahim,
    l'abbiamo trovato morto!

    (Rientrano TAMORA con Persone del seguito; TITO ANDRONICO e LUCIO).

    TAMORA: Dov' il re mio signore?
    SATURNINO: Qui, Tamora, e colpito da un micidiale dolore.
    TAMORA: Dov' tuo fratello Bassiano?
    SATURNINO:  Ora  tu  frughi  sino  al  fondo la mia ferita.  Il povero
    Bassiano giace qui assassinato.
    TAMORA: Allora giungo troppo tardi con questo scritto  fatale...  (Gli
    d  una  lettera) E' il piano della prematura tragedia.  E mi stupisco
    come il volto dell'uomo possa celare con amabili sorrisi tanta ferocia
    omicida.
    SATURNINO (legge): Se manchiamo di incontrarlo come si deve,  vale  a
    dir Bassiano,  scavagli tu la fossa,  caro cacciatore; tu sai quel che
    intendiamo.  Quanto alla tua ricompensa cercala tra le  ortiche  appi
    del  sambuco  che  stende  la  sua ombra sull'ingresso della forra ove
    abbiamo deciso di seppellire Bassiano.  Eseguisci,  e ci avrai  sempre
    amici.  O Tamora, si  mai sentita una cosa simile? Questa  la forra
    e questo il sambuco. Voi, signori, vedete di trovare il cacciatore che
    doveva assassinare Bassiano.
    ARONNE: Qui  il sacco dell'oro, mio signore
    SATURNINO (a Tito): Due dei tuoi rampolli,  feroci cagnacci  di  razza
    sanguinaria,  han  qui  tolto  la vita a mio fratello.  Ora,  signori,
    tirateli fuori dalla buca e portateli in  prigione.  Ivi  aspetteranno
    che   noi  s'abbia  inventato  per  loro  qualche  straziante  tortura
    inaudita.
    TAMORA: O che?  Sono  nella  buca?  Oh,  meraviglia!  Come  si  scopre
    facilmente il delitto!
    TITO:  Sommo imperatore,  chino sulle mie deboli ginocchia imploro una
    grazia da te con queste lagrime che non  sono  versate  leggermente...
    Imploro  che il delitto feroce dei miei maledetti figli,  maledetti se
    la colpa loro sar provata...
    SATURNINO: Se sar provata?  Vedi tu  stesso  che    palese.  Chi  ha
    trovato la lettera? Tu, Tamora?
    TAMORA: Andronico stesso l'ha raccolta.
    TITO: Infatti,  mio signore;  pur vi prego, lasciate ch'io sia garante
    loro, poich, per il venerato sepolcro di mio padre, giuro che saranno
    pronti,  come Vostra Altezza vorr,  a  rispondere  con  la  vita  del
    sospetto che pesa su di loro.
    SATURNINO: Tu garante loro?  No, seguimi piuttosto. Qualcuno prenda il
    cadavere dell'assassinato, altri conducano gli assassini. Non lasciate
    loro dir verbo;  la colpa  chiara.  Per l'anima mia,  se vi fosse una
    fine peggiore della morte la farei subir loro.
    TAMORA:  Andronico,  pregher il re;  non temere per i tuoi figli,  si
    troveranno bene.
    TITO: Andiamo, Lucio; non fermarti a parlar con loro.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Un altro punto della foresta.

    (Entrano DEMETRIO e CHIRONE con LAVINIA violata. Ella ha le mani mozze
    e lingua tagliata).
    DEMETRIO: Vallo a ridire ora,  se la tua lingua pu  parlare,  chi  te
    l'ha tagliata e ti ha violata.
    CHIRONE: Scrivi quello che hai in mente, spiegalo se i tuoi moncherini
    ti consentono di far la scrivana.
    DEMETRIO: Guarda come pu schiccherare con segni e gesti...
    CHIRONE: Torna a casa, chiedi l'acqua nanfa e lavati le mani.
    DEMETRIO: Non ha lingua per chiedere,  n mani da lavarsi.  Lasciamola
    alle sue silenziose passeggiate.
    CHIRONE: Io mi impiccherei, nel suo caso.
    DEMETRIO: Se tu avessi le mani per fare il nodo alla corda.
    (Demetrio e Chirone escono).

    (Entra MARCO).

    MARCO: Chi  costei? Mia nipote che scappa cos in fretta! Una parola,
    nipote.  Dov' vostro marito?  Se sogno,  voglio  dare  tutte  le  mie
    ricchezze  pur  di  svegliarmi!  Ma  se  son desto,  che un pianeta mi
    atterri sicch io possa dormire di  un  sonno  eterno!  Parla,  tenera
    nipote,  quali  mani  feroci e spietate ti han mutilata e straziata in
    tal modo, e han spogliato il tuo corpo dei due rami,  dolci ornamenti,
    sotto  il  cui  cerchio d'ombra hanno ambito dormire dei fiori sapendo
    bene che non potevano ottenere una felicit pi grande del tuo  amore?
    Perch  non mi parli?  Ahi!  un ruscello purpureo di caldo sangue come
    una fontana che gorgoglia agitata dal vento sgorga e cola tra  le  tue
    rosee labbra, col moto stesso del tuo soave respiro. Ma certo un Tereo
    ti  ha violata e perch tu non potessi denunziarlo,  ti ha tagliata la
    lingua. Ah,  ora tu torci il viso per vergogna e malgrado tutto questo
    sangue  che  perdi  come  da  una canna a tre zampilli,  le tue guance
    diventano rosse al par  della  faccia  di  Titano  quando  s'imporpora
    nell'incontrare una nuvola.  Posso parlare per te?  Posso dire questo?
    Oh, se conoscessi quello che hai nel cuore! Se conoscessi la belva per
    scaricarmi l'anima ad insultarla!  Il dolore nascosto  come un  forno
    chiuso, e brucia, incenerisce il cuore che lo porta. La dolce Filomela
    aveva  perduto solo la lingua e pot scriver con l'ago il suo pensiero
    su un faticoso modello di ricamo.  Ma a  te,  amabile  nipote,  questo
    mezzo    stato  tolto.  Un  pi  astuto  Tereo    quello  che tu hai
    incontrato e ti ha tagliato le  graziose  dita  che  avrebbero  saputo
    ricamare meglio di quanto Filomela non fece.  Ah,  se il mostro avesse
    visto le tue mani di giglio tremare come foglie di pioppo sul liuto  e
    farne vibrare di delizia le corde di seta sotto la loro carezza,  egli
    non le avrebbe toccate mai anche a  costo  della  sua  vita.  Cos  se
    avesse  udito  la  celeste armonia che poteva diffondere la tua lingua
    soave,   egli  avrebbe  lasciato  cadere  il  coltello  e  si  sarebbe
    addormentato  ai  tuoi  piedi  come  Cerbero ai piedi del poeta trace.
    Vieni,  andiamo ad accecar tuo padre;  poich una vista simile non pu
    non  rendere cieco un padre.  Un uragano di un'ora basta ad annegare i
    prati fragranti.  Che faranno mesi e mesi di lagrime  agli  occhi  del
    padre tuo?  Non sottrarti a noi: piangeremo con te...  Oh, se i nostri
    lamenti potessero alleviare la tua infelicit!
    (Escono).















    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Una via di Roma.

    (Entrano Senatori,  Tribuni e Ufficiali di  giustizia,  con  MARZIO  e
    QUINTO che,  legati,  vengono condotti al supplizio. TITO va davanti d
    loro e chiede grazia).
    TITO: Ascoltatemi,  austeri  padri;  fermatevi,  nobili  tribuni,  per
    compassione dell'eta mia,  di me che ho perso la giovent nel pericolo
    delle guerre mentre voi dormivate sonni tranquilli: per tutto  il  mio
    sangue sparso nella grande contesa di Roma;  per tutte le gelide notti
    che ho vegliato;  e per queste amare lagrime che ora  vedete  colmarmi
    sulle  guance le rughe della vecchiaia,  siate clementi coi miei figli
    condannati le cui anime non sono corrotte come si crede.  Per ventidue
    figliuoli  non ho mai pianto poich morirono sull'eccelso talamo della
    gloria; per questi invece, per questi,  tribuni,  scrivo nella polvere
    (si  getta  per terra) il mio profondo struggicuore e le meste lagrime
    della mia anima...  Lasciate che siano le mie lagrime ad estinguer  la
    sete  dell'arida  terra;  il  dolce  sangue  dei figli miei la farebbe
    arrossire di vergogna.  (I Senatori,  i Tribuni,  eccetera escono  coi
    Prigionieri)  O terra!  ti giover pi io con la pioggia che sgorgher
    da queste due urne antiche che il giovinetto aprile con tutti  i  suoi
    acquazzoni.  Anche nella siccit dell'estate continuer a spargerne su
    di te,  e nell'inverno con calde lagrime scioglier le nevi e manterr
    una  primavera eterna sulla tua faccia se ricusi di bere il sangue dei
    miei figli.
    (Entra LUCIO con la spada sguainata).
    Tribuni  riveriti,  vegliardi  gentili,   slegate  i  miei  figliuoli,
    revocate la condanna a morte e lasciate ch'io dica,  io che non ho mai
    pianto, che le mie lacrime hanno ora una suasiva eloquenza.
    LUCIO: Nobile genitore,  vi lamentate invano;  non vi odono i tribuni,
    non  vi   alcun uomo qui presso,  e raccontate i vostri dolori ad una
    pietra.
    TITO: Ah,  Lucio,  lasciami  pregare  per  i  tuoi  fratelli.  Tribuni
    austeri, ancora una volta vi supplico...
    LUCIO: Mio amato signore, nessun tribuno ode le vostre parole.
    TITO: E che importa? Se mi udissero, non mi darebbero ascolto, e se mi
    dessero ascolto non avrebbero piet di me,  eppur bisogna ch'io faccia
    le mie implorazioni cos vanamente a loro.  Narro dunque alle pietre i
    miei dolori,  ed esse,  se non possono rispondere alla mia afflizione,
    sono tuttavia pi pietose dei tribuni, in qualche modo,  poich non mi
    interrompono. Piango io, ed esse, ai piedi miei, ricevono umilmente le
    mie  lagrime  e  sembra  che piangano con me,  e se fossero vestite di
    austeri panni,  certo Roma non avrebbe tribuni pari a loro.  Tenera  
    una pietra come cera,  e i tribuni sono pi duri delle pietre;  muta 
    una pietra e non fa male,  e i tribuni hanno lingue che condannano gli
    uomini alla morte. (Si alza) Ma perch tu mi stai davanti con la spada
    sguainata?
    LUCIO:  Per  sottrarre i miei fratelli alla morte.  Ma i giudici,  per
    questo tentativo,  hanno pronunciato una sentenza  di  bando  perpetuo
    contro di me
    TITO: Giorno felice, essi ti hanno favorito; o non ti accorgi, stolto,
    che Roma  una congrega di tigri?  Le tigri vogliono preda: e Roma non
    pu offrire altra preda che me e i miei. Tu sei felice dunque ad esser
    bandito lontano da questi divoratori!  Ma chi viene,  adesso,  con mio
    fratello Marco?

    (Entrano MARCO e LAVINIA).

    MARCO: Tito,  prepara i tuoi occhi antichi al pianto.  E se questo non
    puoi, preparati ad avere spezzato il cuore. Io reco alla tua vecchiaia
    un dolore devastante.
    TITO: Mi devaster? Allora lasciate ch'io lo veda.
    MARCO: Costei era tua figlia.
    TITO: E non lo  ancora Marco?
    LUCIO: Ahim! Questo spettacolo mi uccide.
    TITO: Ragazzo dal fiacco cuore,  sta' su e guardala.  Parla,  tu,  mia
    Lavinia...  Quale  mano  maledetta  ti  ha mandato dinanzi a tuo padre
    senza pi mani?  Quale demente ha mai portato acqua  al  mare?  O  una
    fascina a Troia divampante? Il mio dolore aveva gi toccato il culmine
    prima del tuo arrivo,  e ora, come il Nilo, trabocca dagli argini. Una
    spada a me,  voglio troncarmi anch'io le mani poich hanno  combattuto
    per  Roma,  e  del  tutto  invano,  e  nutrendo la vita hanno allevato
    quest'angoscia e si sono alzate in inutile preghiera, mi hanno servito
    a un uso inefficace: ora altro non chiedo loro che di aiutarmi l'una a
    mozzar l'altra.  E' bene,  Lavinia,  che tu non abbia mani,  perch le
    mani, per servir Roma si usano invano.
    LUCIO: Parla, sorella gentile, chi ti ha martoriata?
    MARCO:  Oh!  lo  strumento  incantevole  dei  suoi  pensieri,  che  li
    esprimeva con tanto  piacevole  eloquenza,    stato  strappato  dalla
    graziosa  concava  gabbia  nella quale cantava,  come un dolce uccello
    melodioso, dolci note mutevoli che seducevano ogni orecchio...
    LUCIO: Oh! parla tu per lei ! Chi le ha fatto questo?
    MARCO: Oh !  cos io l'ho trovata.  Errava nel parco cercando un luogo
    ove celarsi come la damma che ha ricevuto una ferita mortale.
    TITO:  Ella  era la mia dolce dama,  e chi l'ha ferita mi ha fatto pi
    male che se mi avesse steso morto, perch ora sono come un uomo su uno
    scoglio circondato dalle solitudini del mare che osserva la  crescente
    marea  salire  onda  per  onda  e  aspetta  che qualche flutto maligno
    l'inghiotta dentro le sue viscere salmastre.  I miei miseri figli sono
    andati  a  morte  per  questa  via,  qui  vi  l'altro mio figlio ed 
    esiliato, e qui mio fratello piange sulle mie sventure; ma chi d alla
    mia anima il colpo pi duro  la  cara  Lavinia,  pi  dell'anima  mia
    stessa  cara.  Vederti  cos  conciata  in  pittura  sarebbe bastato a
    rendermi pazzo... Che sar di me,  ora che contemplo il tuo corpo vivo
    ridotto  in questo stato?  Non hai mani per asciugarti le lagrime,  n
    lingua per dirmi chi ti ha martoriata, tuo marito  morto e per la sua
    morte i tuoi fratelli sono stati  condannati  e  gi  uccisi.  Guarda,
    Marco!  guardala, figlio Lucio! come ho nominato i suoi fratelli nuove
    lagrime sono apparse sulle sue guance come  rugiada  di  manna  su  un
    giglio raccolto e gi quasi avvizzito.
    MARCO: Forse,  piange perch le hanno ucciso il marito, o forse perch
    sa che essi sono innocenti.
    TITO: Se hanno ucciso tuo marito devi esser lieta perch la  legge  li
    ha puniti.  Ma no,  no,  essi non hanno potuto compiere un'azione cos
    infame;  lo testimonia il dolore stesso della  loro  sorella.  Lavinia
    gentile, lascia che ti baci le labbra, o indicami con un segno come ti
    posso consolare.  Vuoi che il tuo buono zio, che tuo fratello Lucio, e
    te,  e me ci sediamo tutti sul margine di una fonte a guardar  gi  le
    nostre  gote  devastate che sembran prati non ancora asciutti del limo
    fangoso portatovi dall'inondazione?  Guarderemo nella  fontana  finch
    l'acqua  limpida non perda il suo fresco sapore e diventi salsa per le
    nostre lagrime amare?  Oppure ci mozzeremo,  come tu le hai mozze,  le
    mani ? O ci morsicheremo la lingua per trascorrere in una pantomima il
    resto  dei  nostri  odiosi  giorni?  Che faremo?  Che faremo?  Noi che
    abbiamo la favella,  escogitiamo qualche disegno di pi grande miseria
    che faccia stupire di noi nei tempi futuri...
    LUCIO:  Amato  padre,  non  versate pi lagrime Non vedete come la mia
    sciagurata sorella piange e singhiozza al vostro dolore?
    MARCO: Chetati, cara nipote, e tu, buon Tito, asciugati gli occhi.
    TITO: Ah, Marco,  fratello Marco,  il tuo fazzoletto non pu asciugare
    nemmeno una delle mie lagrime poich tu,  pover'uomo,  l'hai inzuppato
    delle tue.
    LUCIO: Ah, Lavinia, asciugher io le tue gote...
    TITO: Osserva, Marco, osserva. Io capisco i suoi cenni.  S'ella avesse
    una  lingua  per  parlare  ora avrebbe detto al fratello ci che io ho
    detto a te: che il suo fazzoletto,  imbevuto di sincere  lagrime,  non
    pu asciugare le sue guance macerate dal dolore.  Oh, che comunione di
    dolore  questa,  lontana dal conforto quanto il limbo  lontano dalla
    beatitudine!

    (Entra ARONNE).

    ARONNE:  Tito  Andronico,  il mio signore l'imperatore mi ha inviato a
    dirti che se ami i tuoi figli, che Marco,  Lucio,  o tu stesso vecchio
    Tito,  o  chiunque  di  voi,  si  tagli  la mano e la mandi al re;  in
    contraccambio, ti restituir vivi entrambi i figli, perch questo sar
    il riscatto per la loro colpa.
    TITO: O clemente imperatore! o pietoso Aronne! ha mai cantato il corvo
    in modo cos somigliante all'allodola per dare la  lieta  novella  che
    sorge  il sole?  Con tutto il cuore mander al re la mia mano.  Aronne
    buono vuoi aiutarmi a mozzarla?
    LUCIO: Fermo,  padre!  tu non mozzerai  la  tua  mano  nobile  che  ha
    abbattuto tanti nemici. La mia mano far al caso. Giovane come sono ho
    pi  sangue  di  te da spendere,  e col mio sangue salver la vita dei
    miei fratelli.
    MARCO: Quale delle vostre mani non ha difeso Roma e brandito la  scure
    per  iscrivere  la distruzione sulla fortezza nemica?  Oh!  le mani di
    entrambi sono altamente meritevoli;  la mia  invece    stata  oziosa;
    lasciate che sia essa a riscattare dalla morte i miei due nipoti, cos
    l'avr serbata per un degno fine.
    ARONNE:  Andiamo,  decidete  quale  mano  mandare.  Non vorrete che il
    perdono giunga quando essi saranno gi morti.
    MARCO: Manderemo la mia mano.
    LUCIO: Non la tua, pel cielo!
    TITO: Non disputate pi,  signori.  Erbe secche come queste son  fatte
    per esser strappate. Dunque, manderemo la mano mia.
    LUCIO:  Padre  caro,  se  debbo  essere reputato figlio tuo,  lasciami
    redimere i fratelli dalla morte.
    MARCO: In nome di nostro padre e nostra madre lascia che io  ti  provi
    il mio amore di fratello.
    TITO: Decidete tra voi; risparmier la mia mano.
    LUCIO: Allora vado a cercare una scure.
    MARCO: Ma sar io ad usarla.
    (Lucio e Marco escono).
    TITO: Avvicinati,  Aronne,  io li inganner entrambi.  Prestami la tua
    mano e ti dar la mia.
    ARONNE (a parte): Se questo  inganno,  voglio essere  sempre  onesto:
    mai,  finch  vivo,  inganner nessuno in tal modo.  Ma ben altrimenti
    inganner te, e lo vedrai prima che sia trascorsa mezz'ora.
    (Taglia la mano a Tito).

    (Rientrano LUCIO e MARCO).

    TITO: Ora smettete di disputare;  quello  che  occorre  fare    stato
    fatto. Buon Aronne, porta a Sua Maest la mia mano; digli come sia una
    mano che lo ha preservato da mille pericoli; e pregalo di seppellirla.
    Essa  ha meritato di pi,  e deve avere almeno questo.  Quanto ai miei
    figliuoli,  digli che li tengo in conto di gioielli acquistati a  poco
    prezzo; eppure troppo caro perch non ho fatto altro che ricomprare il
    mio.
    ARONNE:  Vado,  Andronico,  e sta' certo che,  per via della tua mano,
    avrai subito i figli con te.  (A parte) Le  teste  loro  intendo.  Oh,
    quest'atto  scellerato  come  m'impingua  di  gioia  al solo pensiero!
    Facciano pure il bene gli sciocchi,  e gli  onesti  invochino  grazia;
    Aronne vuole aver l'anima nera come la faccia.
    (Esce).
    TITO:  Oh!  io  alzo  al  cielo questa mia unica mano e inchino questo
    debole rudere sino a terra.  Se qualche potere ha piet delle  lagrime
    disperate mi rivolgo ad esso.  (A Lavinia) O che!  Vuoi inginocchiarti
    con me? Fallo, cuor mio,  perch il cielo udr le preghiere nostre,  o
    coi  nostri  sospiri  oscureremo lo spazio e offuscheremo il sole come
    fanno le nuvole quando lo stringono al loro seno che si strugge.
    MARCO: O fratello, parla di ci che  possibile e non spingerti sino a
    questi estremi!
    TITO: Non  estremo il mio dolore? Esso non ha fondo...  Perch il mio
    trasporto non dovrebbe essere altrettanto estremo?
    MARCO: Ma la ragione governi i tuoi lamenti!
    TITO:  Se  vi fosse ragione per simili sventure allora potrei chiudere
    il mio dolore entro dei limiti.  Quando i cieli piangono  la  terra  
    inondata,  no?  E  se  il  vento  infierisce,  non  s'infuria  il mare
    minacciando il firmamento con la  sua  faccia  tumefatta?  E  tu  qual
    ragione vuoi trovare per questo viluppo di affanni? Io sono il mare...
    Senti come soffiano i suoi sospiri?  Essa  il cielo piangente e io il
    suolo...  Dai suoi sospiri il mare mio  sconvolto;  dal diluvio delle
    sue lagrime che non hanno fine,  io,  suolo, son sommerso, annegato. E
    poich le mie viscere non possono accogliere tutte le sue  afflizioni,
    bisogna ch'io,  come un ubriaco,  le vomiti.  Lasciami fare, dunque: a
    chi perde va concesso di alleggerirsi  il  petto  con  la  sua  lingua
    amara.

    (Entra un Messo recando due teste e una mano).

    MESSO: Degno Andronico, sei mal ripagato per la tua mano buona che hai
    mandato all'imperatore.  Ecco le teste dei tuoi nobili figli,  ed ecco
    la mano che ti viene restituita per disprezzo.  Le pene  tue  sono  un
    trastullo  per  loro;  la  tua  fermezza  derisa.  Pensando a ci che
    soffri io soffro pi che al ricordo della morte di mio padre.
    (Esce).
    MARCO: Che l'Etna infuocata si raffreddi in  Sicilia,  e  che  il  mio
    cuore sia un inferno di eterne fiamme! Questa  un'angoscia pi grande
    di  quanta  si  possa  sopportare.  Arreca  sollievo  piangere con chi
    piange; ma il dolore schernito  doppia morte.
    LUCIO: Pu uno spettacolo simile fare una ferita cos  profonda  senza
    che  la detestabile vita si inaridisca?  E pu la morte lasciar che la
    vita porti il suo nome quando non ha pi altro di vivo che il respiro?
    (Lavinia bacia Tito).
    MARCO: Ahi,  povero cuore,  il tuo bacio  senza conforto  come  acqua
    ghiacciata per un serpente che muore di fame.
    TITO: Non avr mai fine questo sogno pauroso?
    MARCO: Addio,  ora,  illusione! Muori, Andronico. Tu non sogni, queste
    sono le teste dei tuoi figli;  questa la tua mano guerriera;  e questa
    la tua figliuola mutilata;  l'altro tuo figlio,  l'esiliato,  pallido
    ed esangue per ci che vede; ed io, tuo fratello, son come un'immagine
    di pietra, freddo, intorpidito.  Ah,  ora non ti dico pi di reprimere
    il tuo dolore;  strappati i capelli d'argento,  roditi l'altra mano...
    Che  quest'orrido  spettacolo  chiuda  per  sempre  i   nostri   occhi
    miserandi. Ora  il momento d'imperversare. Perch resti calmo?
    TITO: Ah! ah! ah!
    MARCO: Ridi? Ci non si adatta al momento.
    TITO: Come?  Non ho pi lagrime da versare.  Del resto questo dolore 
    un nemico che vorrebbe insediarsi nei miei occhi umidi e accecarli col
    tributo delle lagrime.  E allora come potrei trovare la spelonca della
    Vendetta?  Quelle  due teste sembra che mi parlino,  e mi minaccino di
    non lasciarmi aver requie finch  tutti  questi  crimini  non  saranno
    ricacciati  in gola a coloro che li hanno commessi.  Vediamo che posso
    fare...  Voi,  meste  creature,  circondatemi,  perch  mi  rivolga  a
    ciascuno  di voi l'un dopo l'altro e giuri sull'anima mia di vendicare
    i torti da voi subiti. Il voto  fatto. Andiamo, fratello,  prendi una
    testa;  l'altra la porter io con questa mano;  Lavinia, anche a te un
    incarico: porta  la  mia  mano  tra  i  denti,  dolce  fanciulla.  Tu,
    figliuolo allontanati dalla mia vista;  sei esiliato e non puoi restar
    qui; corri presso i Goti e leva un esercito tra loro. Se,  come credo,
    mi ami, baciamoci e separiamoci poich abbiamo molto da fare.
    (Escono Tito, Marco e Lavinia).
    LUCIO: Addio, Andronico, mio nobile padre, l'uomo pi infelice che sia
    mai  vissuto in Roma.  E addio,  Roma superba: finch Lucio non torna,
    egli lascia qui dei pegni che gli sono pi  cari  della  vita.  Addio,
    Lavinia,  nobile sorella... Oh, se tu fossi ancora come pur dianzi sei
    stata!  Ma n Lucio n Lavinia vivono ormai se non  nella  pi  atroce
    sofferenza  e  nell'oblio.  Se  vive,  Lucio vendicher ogni torto,  e
    ridurr il superbo Saturnino con la sua imperatrice a mendicare  sulle
    porte come Tarquinio e la sua regina. Ora vado tra i Goti e levarvi un
    esercito e vendicarmi di Roma e di Saturnino.
    (Esce).
    SCENA SECONDA - Stanza in casa di Tito con tavola apparecchiata per un
    pasto.

    (Entrano TITO, MARCO, LAVINIA e LUCIO il Giovane, fanciullo).
    TITO:  Bene,  bene,  sediamoci  e  guardate  di  non  mangiare pi del
    necessario a tenerci in forze per vendicare le nostre atroci sventure.
    Marco,  sciogli il nodo intrecciato  dal  dolore:  io  e  tua  nipote,
    infelici,  non  abbiamo  mani e non possiamo sfogare la nostra decupla
    afflizione tenendo le braccia conserte... Questa povera mano destra mi
     rimasta per tiranneggiare il mio  petto;  perch  quando,  folle  di
    sofferenza,  il cuore palpita entro la sua cava prigione di carne,  io
    cos lo reprima col pugno.  (A Lavinia) Tu,  immagine di  dolore,  che
    parli  a  segni,  quando  il  tuo  povero  cuore  sussulta  di battiti
    violenti,  non puoi  colpirlo  cos  perch  si  cheti.  Laceralo  coi
    sospiri,  fanciulla,  soffocalo  coi  gemiti,  o piglia tra i denti un
    piccolo coltello e apri un buco vicino al cuore per dar modo  a  tutte
    le  lagrime  che  ti  cadono dagli occhi di scorrere dentro al solco e
    inondarlo, annegare nel fiotto salmastro il folle che si lamenta.
    MARCO: Via, fratello, via! Non insegnarle ora ad alzar con violenza la
    mano sulla propria tenera vita.
    TITO: O come! Gi ti fa vaneggiare il dolore? Nessun altro all'infuori
    di me dovrebbe esser folle, Marco. Quale mano violenta pu ella alzare
    su di s? Ah, perch ci assilli con questa parola? Mano!  Mano!  E' lo
    stesso  che  tu esortassi Enea a ripetere e ripetere la storia di come
    fu arsa Troia e lui reso infelice. Non toccar questo tema,  non parlar
    di  mani,  non  ricordarci  che  ne siamo privi.  Ah,  ma in qual modo
    delirante conduco il discorso! Potremmo forse dimenticarci di non aver
    mani,  se Marco non ne parlasse pi?  Andiamo,  mettiamoci a tavola...
    Mangia questo, fanciulla gentile. Non vi  da bere. Ascolta quello che
    dice,  Marco...  Io capisco tutti i suoi monchi cenni. Non beve altro,
    dice,  che le lagrime distillate dal suo dolore e fermentate sulle sue
    guance.  Silenziosa  dolente,  io  studier  il  tuo  pensiero: voglio
    diventare esperto dei tuoi taciti gesti come  gli  eremiti  oranti  lo
    sono  delle  loro  preghiere.  Non sospirerai pi,  non leverai pi al
    cielo i moncherini, non ti inginocchierai,  non farai pi un cenno del
    capo,  un  movimento  degli  occhi,  un  qualunque segno che io non ne
    estragga fuori un alfabeto  e,  per  assidua  pratica,  non  impari  a
    conoscere quel che vuoi dire.
    FANCIULLO: Nonno caro,  lascia questi profondi amari lamenti,  allieta
    la zia con qualche storia piacevole.
    MARCO: Ahim!  il tenero fanciullo,  mosso a compassione,  piange  nel
    vedere la tristezza di suo nonno.
    TITO: Chetati,  tenero virgulto,  tu sei fatto di lagrime, e presto le
    lagrime scioglieranno la tua vita.  (Marco d un colpo sul piatto  col
    coltello) Chi hai colpito, Marco, col tuo coltello?
    MARCO: Quel che ho ucciso, mio signore: una mosca.
    TITO:  O  assassino!  Tu vuoi uccidermi il cuore.  Gli occhi miei sono
    stanchi di spettacolo di tirannia.  Un atto di morte,  compiuto su  un
    innocente,  non si addice al fratello di Tito.  Vattene,  vedo che non
    sei fatto per la mia compagnia.
    MARCO: Ahim, signore, non ho ucciso che una mosca.
    TITO: Ma se quella mosca aveva padre e madre?  Come si  librer  sulle
    esili  ali  dorate,  come  andr ronzando per l'aria lamentose storie?
    Povera mosca innocua, era venuta qui a rallegrarci con la sua ronzante
    melodia, e tu l'hai uccisa!
    MARCO: Scusatemi, signore: era una brutta mosca nera che somigliava al
    Moro dell'imperatrice e perci l'ho uccisa.
    TITO: Oh!  oh!  oh!  perdonami allora per  averti  biasimato.  Tu  hai
    compiuto  un  atto  caritatevole...  Dammi  il  tuo  coltello,  voglio
    infierire su di lei immaginando che sia il Moro  venuto  qui  a  bella
    posta,  per  avvelenarmi...  Questo per te,  e questo per Tamora!  Ah,
    briccone! Pure non credo che siamo caduti cos in basso da metterci in
    due per spacciare una mosca venuta qui a somiglianza di un  Moro  nero
    come il carbone.
    MARCO: Ahi,  pover'uomo,  il cordoglio lo ha tanto esaltato che prende
    delle ombre fallaci per realt concrete.
    TITO: Ors, voi, sparecchiate...  Lavinia,  vieni con me;  andiamo nel
    tuo  studio a leggere insieme tristi storie accadute ai tempi antichi.
    Vieni con me anche tu, ragazzo. Hai giovane la vista e leggerai quando
    la mia comincer a intorbidirsi.
    (Escono).

















    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Nel giardino di Tito.

    (Entrano TITO e MARCO.  Poi  LUCIO  il  Giovane  con  LAVINIA  che  lo
    rincorre).
    FANCIULLO: Aiuto nonno,  aiuto!  La zia Lavinia mi vien dietro ovunque
    io vada, e non so perch. Guarda come corre, zio Marco. Ahi! cara zia,
    non capisco che cosa vuoi.
    MARCO: Sta' qui con me, Lucio, e non aver paura della zia.
    TITO: Ti ama troppo, fanciullo, per farti del male.
    FANCIULLO: S quando mio padre era a Roma mi amava.
    MARCO: Che intende dire mia nipote Lavinia con quei segni?
    TITO: Non aver paura,  Lucio.  Ella vuol dire qualcosa,  senza dubbio.
    Vedi,  Lucio,  come  piena d'interesse per te?  Vuole che tu vada con
    lei da qualche parte. Ah, fanciullo, Cornelia non fu pi premurosa nel
    leggere ai suoi figliuoli di quanto lei lo sia stata nel leggere a  te
    dolci poesie e l'"Oratore" di Tullio.
    MARCO: Non riesci a indovinare perch ora ti assilli cos?
    FANCIULLO: No, signore, non lo so, e non posso indovinarlo, a meno che
    non  l'abbia presa qualche accesso o farnetico,  ch spesso ho sentito
    dire al nonno che l'eccesso del dolore pu rendere folli gli uomini, e
    ho letto che Ecuba di Troia impazz appunto per angoscia. Questo mi ha
    messo paura, bench sappia, mio signore,  che la mia nobile zia mi ama
    quanto  mi  ha  amato  la mamma e non vorrebbe mai spaventare,  se non
    fosse fuori di s, la mia giovane et. Questo solo mi ha fatto gettare
    i libri e scappare, senza ragione forse. Ma scusatemi, dolce zia, e se
    lo zio Marco viene con noi vi seguir, signora, dove volete.
    MARCO: S, Lucio, verr.
    (Lavinia fruga tra i libri che Lucio ha lasciato cadere).
    TITO: Ebbene Lavinia?  Marco,  che vuol dir ci?  Ella desidera vedere
    uno di questi libri...  Quale, figliuola? Aprili, fanciullo. Ma tu sei
    ben pi colta ed istruita,  vieni a scegliere nella mia biblioteca,  e
    inganna  cos  le  tue  sofferenze  fino  a  che  i cieli non rivelino
    l'artefice maledetto di questa sventura.  Perch ora alza in tal  modo
    un braccio dopo l'altro?
    MARCO: Credo intenda dire che vi  stato pi di un colpevole.  S, pi
    d'uno... Oppure alza le braccia al cielo per chiedere vendetta.
    TITO: Lucio, quale libro  che lei smuove ora cos?
    FANCIULLO: Nonno, le "Metamorfosi" di Ovidio. Me lo ha dato la mamma.
    MARCO: Forse lo ha scelto tra tutti per amor di lei che non  pi.
    TITO: Piano,  vedi come si accanisce a voltarne le  pagine?  Che  cosa
    vuol trovare?  Debbo leggere,  Lavinia?  Questa  la storia tragica di
    Filomela che narra il tradimento di Tereo e lo stupro,  e uno  stupro,
    temo,  la radice della tua sventura.
    MARCO: Guarda, fratello, osserva come segue attenta le pagine...
    TITO: Lavinia,  figlia cara, sei stata sorpresa e violata, oltraggiata
    come lo fu Filomela,  forzata in una sinistra  selva,  vasta  e  senza
    piet?  Vedi,  vedi? Un luogo simile  quello in cui abbiamo cacciato,
    oh, se mai non vi avessimo cacciato!  S,   sul modello di questo che
    qui   il  poeta  descrive,   creato  dalla  natura  per  lo  stupro  e
    l'assassinio.
    MARCO: Oh, perch la natura edifica antri cos turpi? Forse gli di si
    divertono alle tragedie?
    TITO: Fa' qualche segno, dolce fanciulla; qui siamo tutti amici. Quale
    signore  romano  ha  osato  commettere  il  crimine?   L'ha   commesso
    furtivamente Saturnino, come Tarquinio che lasci il campo per peccare
    nel letto di Lucrezia?
    MARCO:  Siediti,  cara nipote;  siedi vicino a me,  fratello.  Apollo,
    Pallade,  Giove  e  Mercurio  ispiratemi,   ch'io  possa  scoprire  il
    tradimento!  Guardate,  signore!  Guardate,  Lavinia!  Questa sabbia 
    liscia, uguale... Guida questo come me,  se puoi.  (Scrive il suo nome
    col bastone, guidandolo con la bocca e i piedi) Il mio nome ho scritto
    senza  aiuto  di  mani,  vedi?  Oh,  maledetto  sia il cuore di chi ci
    costringe a fare uso di questo espediente! Scrivi tu ora,  nipote mia,
    e  svela  infine  quanto  Iddio vuole che sia svelato per la vendetta.
    Guidi il cielo la tua penna a tracciare chiaramente la tua pena,  e  a
    farci conoscere la verit e i traditori.
    (Lavinia  prende  il  bastone  in  bocca  e guidandolo coi moncherini,
    scrive).
    TITO: Oh,  leggete,  monsignore,  ci ch'ella  ha  scritto!  "Stuprum.
    Chirone. Demetrio".
    MARCO:  Come?   I  figli  dissoluti  di  Tamora  sono  gli  autori  di
    quest'odioso fatto di sangue?
    TITO: "Magni dominator poli
    Tam lentus audis scelera? tam lentus vides?"
    MARCO: Calmati, nobile signore,  sebbene io riconosca che qui in terra
    vi  scritto abbastanza per fomentare una rivolta negli animi pi miti
    e   armare   alle   strida  la  mente  dei  fanciulli.   Mio  signore,
    inginocchiati  con  me;  inginocchiati,  Lavinia,  e  anche  tu,  caro
    fanciullo,  speranza dell'Ettore di Roma,  e giurate insieme a me come
    insieme all'infelice consorte e  al  padre  di  quella  virtuosa  dama
    disonorata  giur  messer  Giunio  Bruto  per  lo  stupro di Lucrezia,
    giurate che ci adopreremo a compiere,  meditandola bene,  una  mortale
    vendetta su questi Goti traditori e vedremo il sangue loro, o moriremo
    con l'onta.
    TITO:  Di questo non vi  dubbio e tu lo sai;  ma per dare la caccia a
    quegli orsacchiotti occorre attenzione; la madre star in guardia,  se
    appena  vi fiuta;  ella  tuttora stretta in lega col leone e lo culla
    mentre giuoca sul dorso e quando poi  lui  dorme  fa  ci  che  vuole.
    Marco,  voi  siete  un cacciatore inesperto,  lasciate fare a me.  Ora
    voglio prendere una  lastra  di  rame  e  con  una  punta  di  acciaio
    incidervi  queste  parole e metterla da parte.  La tramontana rabbiosa
    disperder presto queste sabbie come le foglie della Sibilla; e allora
    dove sar l'ammonimento? Che ne dici, fanciullo?
    FANCIULLO: Signore,  io dico che se fossi un uomo nemmeno la camera da
    letto  della  madre  sarebbe sicura per quei due malvagi,  schiavi del
    giogo romano.
    MARCO: S,  questi  il mio fanciullo!  Tuo padre ha operato spesso in
    tal modo per l'ingrata patria.
    FANCIULLO: E io far come lui, zio, se vivo.
    TITO: Vieni con me,  andiamo nella sala d'armi. Ti equipagger, Lucio;
    e poi,  figliuolo,  porterai ai figli dell'imperatrice  dei  doni  che
    voglio mandar loro. Vieni. Adempirai l'incarico vero?
    FANCIULLO: S, col mio pugnale nel loro petto, nonno.
    TITO: No,  fanciullo,  non cos.  T'insegner un altro procedimento...
    Vieni, Lavinia. Tu, Marco, bada alla casa. Lucio e io andremo a sfidar
    la corte. S, per Dio, e vi faremo scalpore.
    (Escono Tito, Lavinia e Lucio il Giovane).
    MARCO: O cielo!  puoi udire un buon uomo gemere  in  tal  modo  e  non
    commuoverti,  e  non avere piet di lui ?  Marco,  sorveglialo nel suo
    delirio;  egli ha pi cicatrici di sofferenze sul cuore che non  segni
    di  colpi  nemici sull'ammaccato scudo;  eppure  tanto giusto che non
    vuole vendicarsi. Vendica tu, cielo, il vecchio Andronico!
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Sala nel Palazzo Imperiale.

    (Entrano da una parte ARONNE, DEMETRIO e CHIRONE;  dall'altra LUCIO il
    Giovane e un Servo con un fascio d'armi,  sulle quali sono scritti dei
    versi).
    CHIRONE: Demetrio, ecco il figlio di Lucio; ha un messaggio per noi.
    ARONNE: Qualche messaggio pazzo del suo pazzo nonno.
    FANCIULLO: Miei signori, con tutta l'umilt di cui sono capace, saluto
    i Vostri Onori da parte di Andronico (A parte) E prego gli di  romani
    che vi distruggano.
    DEMETRIO: Grazie, amabile Lucio... Che v' di nuovo?
    FANCIULLO  (a  parte):  V'  di nuovo che siete scoperti entrambi come
    autori di uno scellerato stupro. (A voce alta) Col piacer vostro,  mio
    nonno,  ben  consigliato  vi manda a mezzo mio le armi pi belle della
    sua armeria per onorare,  cos mi ha comandato  di  dirvi,  la  vostra
    degna  giovinezza  in  cui Roma spera.  Cos vi dico,  e consegno alle
    Vostre  Signorie  i  suoi  doni  perch  abbiate   come   armarvi   ed
    equipaggiarvi bene per quando occorre. Con questo mi accomiato da voi,
    (a parte) infami scellerati.
    (Lucio il Giovane e il Servo escono).
    DEMETRIO: Che c' qui? Uno scritto arrotolato intorno. Vediamo:
    "Integer vitae, scelerisque purus,
    Non eget Mauri jaculis, nec arcu".
    CHIRONE: Oh,   un verso di Orazio,  lo conosco bene; l'ho letto nella
    grammatica molto tempo fa.
    ARONNE: S un verso di Orazio,  avete azzeccato giusto.  (A parte) Ah,
    che  significa  esser  asini!  Questo  non   uno scherzo innocuo!  Il
    vecchio ha scoperto la colpa loro,  e ha mandato loro queste armi  con
    dei  versi  avvolti  intorno  che  li feriscono,  senza che essi se ne
    accorgano,  nel vivo Se la nostra sagace imperatrice  fosse  in  piedi
    applaudirebbe Andronico per la sua trovata. Ma lasciamola riposare nel
    suo  travaglio ancora un poco.  (Forte) Ebbene,  miei giovani signori,
    non  stata fausta la stella che ci ha condotto, stranieri e,  peggio,
    schiavi a Roma,  per esservi innalzati a tanta grandezza?  Mi ha fatto
    molto piacere insultare il tribuno sulla porta del palazzo e a portata
    d'orecchio di suo fratello.
    DEMETRIO: Ma a me fa pi piacere che un  cos  gran  signore  vilmente
    cerchi di cattivarci e ci mandi doni.
    ARONNE: E non ha ragione, monsignor Demetrio? Non avete forse usato di
    sua figlia da amico?
    DEMETRIO:  Vorrei  avere  mille  dame romane cos,  in mia bala,  per
    servire a volta a volta alla nostra lussuria.
    CHIRONE: Desiderio caritatevole e pieno di amore.
    ARONNE: Qui non manca che vostra madre per dire amen.
    CHIRONE: Ed ella lo direbbe per ventimila ancora.
    DEMETRIO: Andiamo ora,  e preghiamo gli di per la nostra amata  madre
    che ha le doglie.
    ARONNE  (a  parte):  Pregate  i  dmoni  piuttosto.  Gli  di ci hanno
    abbandonato.
    (Squilli di tromba).
    DEMETRIO: Perch squillano le trombe dell'imperatore?
    CHIRONE: Forse per gioia che l'imperatore ha un figlio.
    DEMETRIO: Zitto! Chi viene?
    (Entra una Nutrice con un bambino moro).
    NUTRICE: Buon giorno, signori. Ditemi, avete visto il Moro Aronne?
    ARONNE: Bene, pi o meno, o niente affatto, Aronne  qui!  Che vuoi da
    lui?
    NUTRICE:  Aronne  caro!  siamo  tutti perduti.  Corri ai ripari,  o la
    sventura ti colpir per sempre.
    ARONNE: Che miagolio  questo?  E che stringi,  che rivolgi nelle  tue
    braccia?
    NUTRICE:  Oh!  una  cosa  che  vorrei nascondere alla vista del cielo,
    vergogna della nostra imperatrice e disonore  della  maest  di  Roma.
    Ella ha partorito, signori, ha partorito.
    ARONNE:  Bene,  Iddio  le  conceda  un  buon riposo adesso.  Che le ha
    mandato?
    NUTRICE: Un demonio.
    ARONNE: Ella  la versiera, dunque. Fausta progenie.
    NUTRICE: Nefasta  invece,  e  orribile,  nera,  maledetta...  Ecco  il
    bambino,  schifoso  come  un  rospo  tra le belle genitrici dei nostri
    climi. L'imperatrice lo manda a te, tua immagine,  tuo suggello,  e ti
    ordina di battezzarlo con la punta del pugnale.
    ARONNE:  Tu  vaneggi  puttana!  E' un cos vile colore,  il nero?  Mio
    paffutello caro, tu sei un bel bocciolo, non vi ha dubbio.
    DEMETRIO: Che hai fatto scellerato?
    ARONNE: Quello che tu non puoi disfare.
    CHIRONE: Hai disfatto nostra madre.
    ARONNE: No, manigoldo, ho fatto qualcosa con lei.
    DEMETRIO: E in questo, cane d'inferno,  l'hai disfatta.  Guai alla sua
    fortuna,  e maledetta la sua immonda scelta!  Maledetto il rampollo di
    un demonio cos sozzo.
    CHIRONE: Non dovr vivere.
    ARONNE: Non morir.
    NUTRICE: Deve morire, Aronne. La madre vuole che muoia.
    ARONNE: Ah, cos, nutrice? Bene,  nessun uomo se non io stesso alzi la
    mano sulla mia carne e il mio sangue.
    DEMETRIO:  Innalzer il ranocchio sulla punta del mio ferro.  Dammelo,
    nutrice. La mia spada lo spaccer in un attimo.
    ARONNE: Far prima la mia ad ararti le  budella.  (Toglie  il  bambino
    alla  Nutrice  e  sguaina  la spada) Fermi,  infami assassini!  Volete
    uccidere  vostro  fratello?   Per  le  torce  ardenti  del  cielo  che
    rilucevano  di  tanto  splendore  la  notte  in  cui questo bambino fu
    generato,  chi si arrischia a toccare  il  mio  primogenito  ed  erede
    morir   sull'aguzza   punta   della   mia  scimitarra.   Vi  avverto,
    giovincelli,  che nemmeno Encelado con la  formidabile  schiera  della
    figliolanza  di  Tifone,  n il grande Alcide,  n il dio della guerra
    stesso potranno strappare questa preda dalle mani di suo  padre.  Via,
    via,  o  bianchi  e  rossi  esseri dal cuore fiacco,  muri imbiancati,
    insegne dipinte di bettola, il nero carbone  un colore superiore agli
    altri in quanto disdegna di tollerare un altro colore.  Tutta  l'acqua
    dell'oceano  non  riesce  a render bianche le zampe nere del cigno per
    quanto esso se le lavi di continuo nei flutti. Dite all'imperatrice da
    parte mia che ormai sono in et da tenermi ci che  mi  appartiene.  E
    giustifichi lei il fatto come pu.
    DEMETRIO: Tradirai cos la tua nobile padrona?
    ARONNE: La mia padrona  la mia padrona,  e costui  me stesso, vigore
    e immagine della mia giovent. Io lo preferisco a tutto il mondo, e lo
    salver malgrado tutto il mondo, o qualcuno di voi ne avr da stridere
    in Roma.
    DEMETRIO: Ma cos la madre nostra  disonorata per sempre.
    CHIRONE: Roma la disprezzer per questo sozzo capriccio.
    NUTRICE: L'imperatore, nella sua collera, la condanner a morte.
    CHIRONE: Arrossisco a pensare a quest'ignominia.
    ARONNE: Ecco il privilegio delle vostre bellezze. Puah!  questo colore
    traditore   che   arrossendo   rivela  gl'intimi  decreti  e  consigli
    dell'animo!  Qui c' un giovanotto  fatto  di  ben  altra  carnagione:
    guardate come sorride, il nero bricconcello, a suo padre... Sembra che
    dica:  o vecchio,  son roba tua!  Ed  vostro fratello,  miei signori,
    sensibilmente nutrito dello stesso sangue che prima  ha  dato  vita  a
    voi;  ed  uscito,  venuto alla luce,  dallo stesso utero nel quale voi
    siete stati imprigionati.  Sicuro,   fratello  vostro  dal  lato  pi
    indiscutibile, per quanto abbia il mio sigillo stampato sulla faccia.
    NUTRICE: Aronne, che debbo dire all'imperatrice?
    DEMETRIO:  Decidi  che  cosa  fare,  Aronne,  e noi accetteremo la tua
    decisione. Salva il bambino purch ci si salvi tutti.
    ARONNE: Bene,  sediamoci e teniamo consiglio.  Mio  figlio  ed  io  ci
    metteremo  a  sopravvento.  Voi restate dove siete...  Ora parliamo in
    libert della vostra salvezza.
    (Tutti siedono).
    DEMETRIO: Quante donne hanno veduto questo bambino?
    ARONNE: Cos, bravi, signori!  Una volta che ci si unisce in lega,  io
    sono un agnello; ma se sfidate il Moro, l'irato cinghiale, la leonessa
    delle  montagne,  l'oceano stesso sono meno pericolosi di un Aronne in
    tempesta. Quante persone, dunque, hanno veduto il bambino?
    NUTRICE: Cornelia la levatrice e io;  e poi nessun  altro  sa  che  la
    nostra padrona  sgravata.
    ARONNE: La padrona,  la levatrice e voi stessa.  Due possono tenere il
    segreto quando il terzo  tolto di mezzo. Va' dall'imperatrice e dille
    ci che t'ho detto... (La pugnala) Qu! Qu!  Cos grida il maiale che
    vien preparato per lo spiedo.
    DEMETRIO: Che significa questo, Aronne? Perch l'hai fatto?
    ARONNE: Oh,   stata una misura politica,  signore.  Doveva vivere per
    rivelare la nostra colpa, una linguacciuta come lei? No, signori,  no.
    E  ora  sentite  qual  il mio intero piano.  Non lungi di qui vive un
    certo Muli,  mio compatriota,  e sua moglie ha partorito  giusto  ieri
    sera.  Il bambino somiglia alla madre,  bianco come voi; e voi andate
    ad intendervela con  quest'uomo,  date  oro  alla  donna,  informateli
    entrambi di come stanno le cose, e come questo loro bimbo avr un alto
    destino e sar trattato come erede dell'imperatore in sostituzione del
    mio per placare la tempesta che turbina nella corte.  Poi fate in modo
    che l'imperatore lo carezzi per figlio suo.  Un'altra  cosa,  signori.
    Vedete  che ho dato la medicina a costei.  (Indica la Nutrice) Voi ora
    dovete provvedere al suo funerale.  I campi sono vicini,  e voi  siete
    giovani  gagliardi.  Fatto ci pensate,  senza indugio,  a mandarmi la
    levatrice.  Tolta di mezzo anche lei,  lasciate  che  le  dame  dicano
    quello che vogliono.
    CHIRONE:  Vedo,  Aronne,  che  non  affideresti i tuoi segreti nemmeno
    all'aria.
    DEMETRIO: Tamora e i suoi ti  sono  molto  obbligati  per  questa  tua
    premura.
    (Demetrio e Chirone escono portando via il cadavere della nutrice).
    ARONNE: Adesso,  ratto come una rondine,  andiamo dai Goti per mettere
    al sicuro il tesoro che ho tra le braccia e salutare  in  segreto  gli
    amici dell'imperatrice.  Ors, birbaccione labbruto, ti porter via di
    qui perch sei tu che obblighi tutti quanti a correre  ai  ripari.  Ti
    nutrir  di  bacche e di radici,  latte cagliato e siero,  ti dar per
    balia una capra, per capanna una spelonca, e ti allever per essere un
    giorno un guerriero e comandare un campo.
    (Esce col bambino).

    SCENA TERZA - Una piazza pubblica.

    (Entra TITO,  portando delle frecce alla estremit  delle  quali  sono
    attaccate  delle  lettere;  insieme  a  lui  MARCO,  LUCIO il Giovane,
    PUBLIO, SEMPRONIO, CAIO e altri Gentiluomini con archi).
    TITO: Vieni, Marco, vieni. Amici,  da questa parte.  Messer fanciullo,
    mostratemi  la  vostra  abilit  d'arciere:  guardate  di  colpire  il
    bersaglio  dritto  davanti  a  voi.   "Terras   Astraea   reliquit..."
    ricordatevelo,  Marco;  Astrea  andata via,   fuggita. Signori, mano
    agli strumenti.  Voi,  cugini,  andrete a sondar l'oceano e gettar  le
    reti; potrete, per avventura, trovarla in mare, sebbene in mare non vi
    sia  maggior  giustizia che in terra...  No,  Publio,  no,  Sempronio,
    dovete fare una cosa: dovete scavare  con  la  vanga  e  la  zappa,  e
    penetrare sino al pi interno centro della terra, raggiungere il regno
    di  Plutone.  Allora,  ve  ne  prego,  presentategli  questa supplica,
    ditegli che gliela manda per chiedere giustizia  e  aiuto  il  vecchio
    Andronico affranto dal dolore in Roma ingrata. Ah, Roma! io ti ho reso
    infelice  il giorno in cui ho fatto cadere i suffragi del popolo sopra
    colui che ora mi tiranneggia. Andate,  andatevene,  e fate attenzione,
    ve  ne  prego;  frugate  tutte  le  navi da guerra,  forse il malvagio
    imperatore l'ha fatta imbarcare via di  qui;  e  allora,  amici,  sar
    inutile metterci a fischiare per richiamar la giustizia.
    MARCO: O Publio, non  terribile vedere il tuo nobile zio ridotto cos
    fuor di senno?
    PUBLIO: Pertanto,  signore,  noi abbiamo il sommo dovere di vegliar su
    di lui con cura giorno e notte,  e assecondare  con  dolcezza  il  suo
    umore come possiamo meglio finch il tempo non arrechi qualche farmaco
    salutare.
    MARCO:  Consanguinei,  le sue sofferenze sono incurabili.  Uniamoci ai
    Goti,  e con una guerra  di  vendetta  castighiamo  Roma  per  la  sua
    ingratitudine, e Saturnino per il suo tradimento.
    TITO: Ebbene, Publio? Ebbene, signori miei? L'avete trovata dunque?
    PUBLIO: No,  mio buon signore,  ma Plutone vi manda a dire in risposta
    che se volete Vendetta dall'inferno potrete averla.  Giustizia invece,
      tanto  occupata  con Giove,  dice lui,  in cielo o in qualche altro
    luogo che vi sar giocoforza aspettarla ancora lungo.
    TITO: Egli mi fa torto a pascermi cosi d'indugio.  Io mi  tuffer  nel
    lago  ardente  degli  inferi  e  la  tirer fuori dall'Acheronte per i
    talloni. Marco, arbusti noi siamo, non cedri,  non uomini dalle grandi
    ossa,  tagliati sulle misure dei Ciclopi;  ma di metallo siamo, Marco,
    di acciaio di faccia e di schiena,  sebbene i mali  che  ci  affiggono
    pesino  troppo  per  le nostre schiene.  E poich non v' giustizia n
    sulla terra n all'inferno, imploreremo il cielo e indurremo gli di a
    mandarcela per  vendicare  i  torti  che  abbiamo  subito.  All'opera,
    dunque.  Voi siete un bravo arciere,  Marco.  (Distribuisce le frecce)
    "Ad Jovem",  ecco per voi...  Questa,  "ad Apollinem".  E questa,  "ad
    Martem",  per  me.  Prendi,  fanciullo,  per  Pallade;  ecco qua,  per
    Mercurio.  Questa,  o Caio,  per Saturno,  non  per  Saturnino,  tanto
    varrebbe  che la scagliassi contro il vento.  Dai,  fanciullo!  Marco,
    scocca quando te lo dico. Parola mia, ho scritto a proposito; ogni dio
    ha la sua supplica, nessuno escluso.
    MARCO: Lanciate tutte le  vostre  frecce  nella  corte,  consanguinei;
    angustieremo l'imperatore nel suo orgoglio.
    TITO: Avanti,  messeri,  tirate.  (Tutti tirano) Bravo, Lucio! Proprio
    nel seno della Vergine, caro ragazzo! Mira a Pallade.
    MARCO: Ho mirato un miglio al di l della luna,  signore,  e ormai  la
    vostra lettera sar giunta a Giove.
    TITO: Ah!  Publio,  Publio, che hai fatto? Vedi, tu hai portato via un
    corno al Toro.
    MARCO: Questo,  signore,  era il gioco.  Quando Publio ha  tirato,  il
    Toro, preso, ha dato un tal colpo all'Ariete che entrambe la corna del
    Becco  son  cadute nella corte.  Chi avrebbe potuto trovarle se non il
    ganzo dell'imperatrice?  Essa ha riso,  e al Moro  ha  detto  che  non
    poteva far altro che offrirle al suo padrone in regalo.
    TITO: Proprio cos. Iddio dia gioia a Sua Signoria!
    (Entra un Contadino con un paniere nel quale porta due colombi).
    Notizie! Notizie dal cielo! Marco,  arrivata la posta. Che notizie ci
    recate,  mariolo?  Avete qualche lettera?  Mi sar resa giustizia? Che
    dice il sommo artefice?
    CONTADINO: Oh!  il carnefice?  Dice che ha smontata  la  forca  perch
    l'uomo dev'essere impiccato solo la settimana ventura.
    TITO: Ma io ti ho chiesto che dice Giove...
    CONTADINO: Ahim, signore, nessun Giove io conosco. Mai bevuto con lui
    in tutta la mia vita.
    TITO: Briccone, non sei il portatore?...
    CONTADINO: S, dei miei colombi, messere. Di nient'altro.
    TITO: Non vieni dunque dal cielo?
    CONTADINO: Dal cielo?  Ahi,  messere, non vi sono mai stato... Dio non
    voglia ch'io sia cos temerario da avere smanie per il cielo alla  mia
    giovane et.  No, davvero, io vado coi miei colombi al tribunale della
    plebe,  per vedere di accomodare una  lite  tra  mio  zio  e  un  uomo
    dell'imperatore.
    MARCO: Signore, ci torna a proposito per trasmetter la supplica. Egli
    pu portare i colombi al sovrano da parte vostra.
    TITO:  Ditemi,  sapreste  consegnare  una  supplica all'imperatore con
    grazia?
    CONTADINO: No, messere, mai ho potuto dir grazie in vita mia.
    TITO: Venite qui,  briccone...  Non fate pi  chiasso,  ma  portate  i
    vostri  colombi  all'imperatore;   per  mezzo  mio  otterrete  da  lui
    giustizia. Aspettate, aspettate, ecco del denaro per la commissione...
    Datemi penna e calamaio.  Siete capace,  briccone,  di consegnare  una
    supplica con grazia?
    CONTADINO: S, messere.
    TITO: Prendete allora questa supplica.  E quando sarete dinanzi a lui,
    per prima cosa inginocchiatevi; baciategli quindi il piede,  dategli i
    colombi  e  aspettate  la  ricompensa.  Io  vi  sar vicino,  messere.
    Guardate di comportarvi bene.
    CONTADINO: Ve lo garantisco, messere, lasciatemi fare.
    TITO: Avete un coltello,  mariolo?  Date qua,  che lo  veda...  Marco,
    avvolgilo   nella   supplica:  poich  l'hai  scritta  come  un  umile
    petulante. Quando l'avrai dato all'imperatore, bussa alla mia porta, e
    riferiscimi che cosa ti avr detto.
    CONTADINO: Va bene, messere. Dio sia con voi.
    TITO: Andiamo, Marco, andiamo. Publio, seguimi.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Davanti al Palazzo Imperiale.

    (Entrano SATURNINO,  TAMORA,  DEMETRIO,  CHIRONE,  signori  ed  altri.
    Saturnino ha in mano le frecce lanciate da Tito).
    SATURNINO: Ebbene, signori, non  un oltraggio questo? Si  mai veduto
    in Roma un imperatore cos assillato,  importunato,  molestato e,  per
    aver reso giustizia in modo equanime,  trattato con  tanto  dispregio?
    Voi sapete, signori, come lo sanno gli di onnipossenti, che, malgrado
    quanto  i  perturbatori della pace sussurrano all'orecchio del popolo,
    nulla si  fatto di illegale  contro  i  perversi  figli  del  vecchio
    Andronico.  Or  se  le  sventure  gli hanno sconvolto la mente dovremo
    lasciarci affliggere cos dai suoi  sfoghi  e  accessi,  e  dalla  sua
    frenesia,  dalla sua amarezza?  Ecco qui ch'egli chiede riparazione al
    cielo; vedete, questa ha diretto a Giove, questa a Mercurio, questa ad
    Apollo e questa al dio della guerra. Belle missive da veder volare per
    le strade di Roma!  Che altro significa se  non  diffamare  il  senato
    proclamare in ogni luogo la nostra ingiustizia? E' stata pensata bene,
    signori,  no? Come chi dicesse che non vi  giustizia in Roma. Ma s'io
    vivo, la sua finta follia non servir a ripararlo per questi oltraggi.
    Apprender insieme coi suoi che la giustizia vive nella persona stessa
    di Saturnino;  e se dorme egli la risveglier  a  tal  punto  ch'ella,
    infuriata, abbatter anche il pi orgoglioso cospiratore del mondo.
    TAMORA: Calmati, mio diletto signore, amabile Saturnino, sovrano della
    mia  vita  e dominatore dei miei pensieri,  calmati e tollera le colpe
    senili di Tito,  gli effetti della sofferenza che lo ha  profondamente
    ferito  e gli lacera il cuore per la perdita dei suoi prodi figliuoli.
    Consola piuttosto la sua condizione infelice.  Non  perseguitare,  per
    simili  oltraggi,  il  pi  avvilito e il pi grande degli uomini.  (A
    parte) Ben si addice all'ingegnosa  Tamora  simulare  con  tutti.  Ma,
    Tito, io t'ho toccato nel vivo, e il sangue stesso della tua vita  in
    gioco.  Se  ora  Aronne  sapr  fare tutto  salvo,  e potremo gettare
    l'ancora in porto.
    (Entra il contadino).
    Che c', buon uomo? Vuoi parlare con noi?
    CONTADINO: S in verit, se la Signora Vostra  Imperiale.
    TAMORA: Sono l'imperatrice, ma laggi siede l'imperatore.
    CONTADINO: E' lui... Dio e Santo Stefano vi diano la buona sera. Vi ho
    portato una lettera e un paio di colombi che ho qui.
    (Saturnino legge la lettera).
    SATURNINO: Portatelo via, e impiccatelo all'istante.
    CONTADINO: Quanto denaro debbo avere?
    TAMORA: Va', briccone, tu devi essere impiccato.
    CONTADINO: Impiccato?  Per la Madonna,  allora ho  conservato  il  mio
    collo per una bella fine.
    (Esce fra le Guardie).
    SATURNINO:  Odiosi,  insopportabili  oltraggi.  Dovr ancora tollerare
    quest'infame scelleratezza?  So di  dove  procede  lo  stratagemma  in
    questione... Si pu sopportarlo? Come se i suoi figli traditori, morti
    secondo la legge,  per l'assassinio del nostro fratello, fossero stati
    trucidati ingiustamente per mio mezzo!  Andate,  trascinate qui per  i
    capelli  l'infame.  N  l'et,  n  l'alto  grado  gli  saranno pi di
    privilegio. Per questa beffa arrogante, voglio essere io stesso il tuo
    carnefice,  astuto e forsennato  miserabile  che  hai  contribuito  ad
    innalzarmi  solo  perch speravi di poter governare in tal modo Roma e
    me insieme.
    (Entra EMILIO).
    Quali notizie ci porti, Emilio?
    EMILIO: All'armi signori! Roma non ne ha mai avuto maggior motivo... I
    Goti si son levati in armi,  e con un  esercito  di  uomini  risoluti,
    avidi di bottino, marciano spediti a questa volta, sotto il comando di
    Lucio,  il  figlio  del vecchio Andronico che minaccia,  per dar corso
    alla vendetta, di fare quanto gi fece Coriolano.
    SATURNINO: Il bellicoso Lucio  generale dei Goti?  Questa notizia  mi
    paralizza, ed ecco, chino la testa come i fiori nel gelo o come l'erba
    abbattuta  dalla  bufera.  Ah,  ora comincia ad avvicinarsi per noi la
    sventura.  Egli  cos amato dal  volgo!  Sovente  ho  udito  dire  io
    stesso,  andando  intorno  sotto  spoglie  di  privato cittadino,  che
    l'esilio di Lucio era ingiusto,  e  che  molti  vorrebbero  Lucio  per
    imperatore.
    TAMORA: Che avete da temere? Non  forte la vostra citt?
    SATURNINO:  S,  ma  i  cittadini  sono  in  favore  di  Lucio,  e  si
    ribelleranno a me per soccorrere lui.
    TAMORA: Re,  fa' che i tuoi pensieri siano imperiali come lo  il  tuo
    nome.  Si   mai oscurato il sole per via dei moscerini che gli volano
    intorno?  L'aquila lascia che gli uccellini cantino e non si  cura  di
    ci che essi dicono,  sapendo come possa, a suo piacere, reprimere con
    l'ombra delle ali la loro melodia. Tu puoi fare lo stesso coi volubili
    Romani.  Rinfrancati,  dunque;  e sappi,  imperatore che alletter  il
    vecchio  Andronico  con parole pi dolci e pericolose di quanto non lo
    sia l'esca per i pesci o il  succolento  trifoglio  in  fiore  per  le
    pecore,  poich mentre gli uni sono feriti dall'esca le altre ammalano
    di marciume tra le delizie del pascolo.
    SATURNINO: Ma non vorr supplicare il figlio per noi.
    TAMORA: Se Tamora glielo chiede,  lo vorr.  Io posso incantare il suo
    orecchio  senile e colmarglielo di promesse dorate,  e anche se il suo
    cuore fosse inespugnabile,  se il suo orecchio fosse  sordo,  cuore  e
    orecchio  obbedirebbero  lo stesso alla mia lingua.  (A Emilio) Tu vai
    innanzi,  sii nostro ambasciatore,  e di' che  il  sovrano  chiede  un
    abboccamento  al  bellicoso  Lucio.  L'incontro  fissa  in casa di suo
    padre, il vecchio Andronico.
    SATURNINO: Emilio,  adempi onorevolmente questa imbasciata,  e  s'egli
    pretende  per  la  sua sicurezza un ostaggio digli di domandar pure il
    pegno che pi lo soddisfa.
    EMILIO: Eseguir l'ordine vostro nel modo pi efficace.
    (Esce).
    TAMORA: E io ora vado dal vecchio Andronico per  indurlo  con  le  mie
    arti  a  strappare  l'arrogante  Lucio  ai  bellicosi  Goti.   Tu  mio
    imperatore, torna a star di buon animo; dimentica nei miei stratagemmi
    le tue paure.
    SATURNINO: Va'  dunque  a  pregarlo,  e  speriamo  che  ti  arrida  il
    successo.
    (Escono).











    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Pianura vicino a Roma.

    (Entrano LUCIO e un Esercito di Goti con tamburi e insegne).
    LUCIO: Esperti guerrieri e fedeli amici miei, ho ricevuto dalla grande
    Roma lettere che mi significano di quale odio  oggetto l'imperatore e
    come  ognuno  desidera la nostra presenza.  Pertanto,  nobili signori,
    siate,  come i vostri titoli attestano,  imperiosi  e  impazienti  dei
    torti  ricevuti,  e  per  ogni  danno che Roma vi ha procurato esigete
    triplice riparazione.
    PRIMO GOTO: Prode rampollo del grande Andronico, il cui nome, un tempo
    nostro terrore,  oggi nostro conforto, e le cui alte imprese,  le cui
    onorevoli  azioni  l'ingrata  Roma  ha remunerato con infame disdegno,
    confida in noi, ti seguiremo dovunque vorrai condurci come, nel giorno
    pi caldo dell'estate,  le api pungenti  condotte  dal  loro  capo  ai
    fioriti campi, e cos prenderemo vendetta della maledetta Tamora.
    GOTI: Ci ch'egli dice noi tutti lo diciamo con lui.
    LUCIO: Io umilmente lo ringrazio,  e vi ringrazio tutti.  Ma chi viene
    ora qui, condotto da un gagliardo Goto?
    (Entra un Goto conducendo ARONNE col suo bambino in braccio).
    SECONDO GOTO: Illustre Lucio,  io m'ero allontanato dalle  truppe  per
    guardare le rovine di un monastero, e mentre tenevo attentamente fissi
    gli occhi sul devastato edifizio ecco che ho udito un bambino piangere
    appi  di  un muro.  Appressatomi al rumore,  ho udito rimproverare il
    bimbo piangente con queste parole: Sta'  cheto,  bruno  bricconcello,
    met me stesso e met mamma tua!  Se il tuo colore non tradisse di chi
    tu sia il marmocchio,  se la natura ti avesse fatto a  somiglianza  di
    tua madre solo,  avresti potuto,  furfante, diventare imperatore... Ma
    quando la vacca e il toro sono entrambi  bianchi  come  il  latte  non
    mettono mai al mondo un vitello nero come il carbone. Cheto, furfante,
    cheto!.  E  ancora  redarguiva cos il bimbo: Ti porter a un fidato
    Goto. Egli sapendo che sei figlio dell'imperatrice,  ti terr con ogni
    cura  per  amor  di  tua madre.  Io allora,  snudata l'arma,  gli son
    saltato addosso,  l'ho colpito di sorpresa,  e l'ho portato qui perch
    ne facciate l'uso che credete necessario farne.
    LUCIO:  O  degno  Goto!  Costui    quel demone incarnato che ha fatto
    perdere ad Andronico la sua nobile mano;  costui    la  perla  che  
    piaciuta  all'occhio della vostra imperatrice,  ed ecco il frutto vile
    della sua cocente lussuria.  Di',  briccone dall'occhio  bianco,  dove
    volevi  portare  quest'immagine  vivente  della  tua faccia diabolica?
    Perch non parli? O che sei sordo? Non una parola? Una corda, soldati.
    Impiccatelo a quest'albero; e al fianco suo il frutto bastardo.
    ARONNE: Non toccate il bambino:  di sangue reale.
    LUCIO: Somiglia troppo al padre per essere  mai  buono.  Impiccate  il
    bimbo per primo, e cos egli lo vedr dimenarsi e sar torturato nella
    sua anima di padre. Datemi una scala.
    (E' portata una scala sulla quale vien fatto salire Aronne).
    ARONNE:   Salva   il   bambino,   Lucio,   e   portalo  da  parte  mia
    all'imperatrice. Se lo fai ti riveler dei prodigi,  la cui conoscenza
    ti potr riuscire molto vantaggiosa.  E se non vuoi farlo, accada quel
    che accada, io non dir pi altro che: la vendetta vi divori tutti.
    LUCIO: Parla,  e se quel che hai da dire mi soddisfa,  il bambino sar
    salvo e procurer di allevarlo.
    ARONNE: Se ti soddisfa?  Ah,  ti assicuro,  Lucio,  che quanto dir ti
    affligger l'anima; poich debbo parlare di omicidi,  e di stupri,  di
    massacri   di   tenebrose  azioni  e  abbominevoli  fatti,   complotti
    criminali,  tradimenti,   perfidie,   tutti  pietosi  a  udirsi  eppur
    miseramente  adempiuti.  Questo sar seppellito con me morto se tu non
    giuri che mio figlio rimarr vivo.
    LUCIO: Rivela il tuo pensiero; ti dico che tuo figlio vivr.
    ARONNE: Giuralo che vivr e io comincio.
    LUCIO: Su chi vuoi che giuri?  Tu non credi in  nessun  dio;  concesso
    questo, come puoi credere in un giuramento?
    ARONNE:  Che importa s'io non credo?  Non credo infatti;  ma so che tu
    sei devoto e hai in te una certa cosa  che  si  chiama  coscienza  con
    venti  buffonerie  papiste  e  cerimonie  che  ti  ho veduto osservare
    zelante; e perci esigo il tuo giuramento...  (A parte) S,  esigo che
    giuri,  poich  so  come un idiota prenda il suo sonaglio per un dio e
    mantenga il giuramento che ha fatto in nome di questo  dio...  (Forte)
    Devi giurare per quel dio,  qualunque esso sia, che adori e riverisci,
    di salvare il mio bimbo,  di nutrirlo e allevarlo,  altrimenti non  ti
    sveler nulla.
    LUCIO: In nome del mio dio ti giuro che lo far.
    ARONNE: Per prima cosa sappi che ho avuto lui dall'imperatrice.
    LUCIO: Oh, l'insaziata donna lussuriosa!
    ARONNE:  Cheto Lucio,  questa  un'azione caritatevole al confronto di
    ci che ora udrai.  Sono stati i figli di lei  che  hanno  assassinato
    Bassiano ed essi pure hanno tagliato la lingua a tua sorella,  l'hanno
    violata, le hanno mozzato le mani, e l'han conciata come hai visto.
    LUCIO: Odioso furfante, l'han conciata, dici?
    ARONNE: Certo, l'hanno lavata, e tagliata, e conciata,  e il conciarla
     stato uno spasso per loro che l'han fatto.
    LUCIO: O barbari, o bestiali scellerati come te stesso!
    ARONNE:  In  verit  sono  stato  io il maestro che li ha istruiti.  I
    lascivi spiriti li hanno avuti  dalla  madre,  carta  quant'altra  mai
    sicura  per  vincere  la  partita,  ma  i pensieri sanguinari credo li
    abbian presi da me,  cane tra i pi destri che si sian  mai  visti  ad
    attaccar di fronte.  Bene, testimonino le mie gesta del mio valore: io
    ho attirato i tuoi fratelli nell'insidia di quella buca  dove  giaceva
    il  cadavere  di  Bassiano,  ho  scritto  la  lettera che tuo padre ha
    trovato, e ho nascosto l'oro di cui la lettera parlava,  d'accordo con
    la regina e i suoi figliuoli.  In quale dei fatti di cui tu hai motivo
    di dolerti io non ho avuto una parte di perfidia?  Ho tratto tuo padre
    in  inganno per avere la sua mano,  e come l'ho avuta mi son tratto in
    disparte e per poco non mi si  schiantato il cuore dal  gran  ridere.
    L'ho spiato dal crepaccio di un muro quando in compenso di quella mano
    egli ha ricevuto le teste dei suoi due figli,  e ho contemplato le sue
    lagrime ridendo cos di cuore che i miei occhi son divenuti piovosi al
    par dei suoi. E quando ho informato di tale farsa l'imperatrice,  essa
     quasi svenuta dal piacere che le procuravo col mio racconto e per la
    lieta novella mi ha dato venti baci.
    PRIMO GOTO: Come puoi parlare di tutto questo senza arrossire?
    ARONNE: Gli  che son simile al cane nero del proverbio.
    LUCIO: E non provi rammarico per le tue odiose azioni?
    ARONNE: Rammarico?  Oh, s... per non averne fatte altre mille. Ancora
    adesso maledico i giorni, eppur penso che sian pochi a cadere sotto la
    mia maledizione, nei quali non ho commesso qualche notorio male,  come
    ammazzare  un  uomo,  o  almeno  divisarne  la  morte,  violentare una
    fanciulla, o escogitare il modo di violentarla,  accusare un innocente
    e giurare il falso, fomentare inimicizia mortale tra due amici, far s
    che il bestiame della povera gente si rompesse il collo,  appiccare di
    notte il fuoco a granai e fienili e dire ai proprietari  di  spegnerlo
    con  le loro lagrime.  Spesso ho cavato fuori dalle tombe i morti e li
    ho posti ritti sulle porte dei  loro  amici  pi  cari  quando  questi
    ultimi  cominciavano a dimenticarsi di piangerli,  e sulla pelle loro,
    come sulla corteccia degli alberi,  ho inciso col pugnale  in  lettere
    romane: Non muoia il dolor vostro,  anche se io son morto.  Oh,  s!
    Mille terribili cose ho fatto con la stessa facilit che si pu  avere
    ad uccidere una mosca; e se un dolore e se un dolore ora mi affligge 
    di non poterne fare altre diecimila.
    LUCIO:  Fate discendere il demonio.  Egli non deve morire di una morte
    cos dolce come un'immediata impiccagione.
    ARONNE: Se davvero esistessero i demoni, vorrei essere uno di loro per
    vivere e bruciare nell'eterno fuoco,  e tenervi in tal modo  compagnia
    all'inferno e tormentarvi con la mia lingua avvelenata.
    LUCIO: Chiudetegli la bocca, signori, e non lasciatelo pi parlare.
    (Entra un Goto).
    GOTO:  Signore,  un  messaggero giunto da Roma desidera essere ammesso
    alla vostra presenza.
    LUCIO: Che si avanzi.
    (Entra EMILIO).
    Benvenuto, Emilio! Quali notizie ci porti da Roma?
    EMILIO: Monsignor Lucio,  e voi,  principe dei Goti,  l'imperatore dei
    Romani  vi saluta a mio mezzo;  e,  com' informato che siete in armi,
    desidera un abboccamento in casa di vostro padre, pronto ad accogliere
    ogni vostra richiesta di ostaggi e consegnarveli.
    PRIMO GOTO: Che dice il nostro generale?
    LUCIO: Emilio,  dia l'imperatore i suoi pegni a mio padre e a mio  zio
    Marco, e noi verremo. In marcia.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Davanti alla casa di Tito.

    (Entrano TAMORA, DEMETRIO e CHIRONE, travestiti).
    TAMORA: Cos,  in questo strano e truce abbigliamento, ora mi presento
    ad Andronico e gli dico che sono  Vendetta  mandata  dall'inferno  per
    unirmi  a lui e dargli mano nell'opera di riparazione dei torti atroci
    che ha subito.  Bussate qui al suo  studio,  dove  dicono  ch'egli  si
    chiuda  a  ruminare  inaudite  trame  di vendetta feroce.  Ditegli che
    Vendetta  venuta e vuole unirsi a lui per annientare i suoi nemici.
    (Bussano).

    (Entra TITO, di sopra).
    TITO: Chi mi disturba nella mia meditazione?  E' un vostro trucco  per
    farmi aprire la porta,  perch i miei cupi progetti volino via e tutto
    il mio lavoro non abbia effetto?  V'ingannate: ci che  intendo  fare,
    vedete qui,  a lettere di sangue l'ho scritto, e quanto  scritto sar
    eseguito.
    TAMORA: Tito, sono venuta per parlare con te.
    TITO: No, non una parola... Come potrei dare efficacia al mio discorso
    mancandomi una mano per accompagnarlo col gesto?  Hai troppo vantaggio
    su di me. Dunque lasciamo andare.
    TAMORA: Se tu mi conoscessi, vorresti per parlarmi.
    TITO:  Non  sono pazzo;  ti conosco bene.  Testimoni questo mio misero
    moncherino,  queste righe purpuree,  testimoni questi  solchi  scavati
    dalla sofferenza e dai pensieri, testimoni il tedioso giorno, la notte
    greve,  testimonio  tutto il dolore,  che ti conosco bene e che sei la
    nostra superba imperatrice, la possente Tamora. Sei venuta per l'altra
    mia mano?
    TAMORA: Sappi, uomo infelice, che non sono Tamora. Essa  nemica tua e
    io ti sono amica.  Sono Vendetta mandata a te dal regno infernale  per
    placare  il vorace avvoltoio della tua mente con lo spietato sterminio
    dei tuoi nemici. Scendi e saluta il mio arrivo in questo mondo,  vieni
    a  parlare  con  me  d'omicidio e morte.  Non vi  profonda spelonca o
    luogo occulto,  non vasta  tenebra,  non  vallone  di  nebbia  in  cui
    omicidio  sanguinoso  e  stupro  infame possano acquattarsi intimoriti
    senza ch'io li scovi e dica al loro orecchio il  mio  nome  terribile,
    Vendetta, che fa tremare l'empio offensore.
    TITO: Sei Vendetta,  tu?  E mi sei stata mandata per tormento dei miei
    nemici?
    TAMORA: Lo sono. Scendi dunque a salutarmi.
    TITO: Rendimi almeno un servizio prima che scenda.  Guarda,  tu hai al
    fianco  Stupro  e  Omicidio:  dammi  una  prova  che  sei Vendetta,  e
    pugnalali o straziali sotto le ruote del tuo carro.  Allora scender e
    sar  il tuo cocchiere,  turbiner con te intorno al globo.  Procurati
    due adatti palafreni,  neri come  il  giaietto,  che  possano  correre
    veloci  tirando  il  tuo  cocchio vendicatore e scoprire gli assassini
    nelle loro grotte colpevoli: quando poi il  carro  sar  carico  delle
    loro  teste  io smonter e trotter accosto alle ruote come un servile
    staffiere l'intero giorno dalla levata di Iperione  nell'oriente  sino
    al  momento  della  sua  discesa  nel  mare,  e ogni giorno torner ad
    adempiere tale pesante fatica solo  che  tu  distrugga  ora  Stupro  e
    Omicidio cost.
    TAMORA: Sono i miei ministri costoro e son venuti con me.
    TITO: I tuoi ministri sono? Come si chiamano?
    TAMORA:  Stupro  e  Omicidio: cos si chiamano perch puniscono chi ha
    colpe di tal genere.
    TITO: Grande Iddio, come somigliano ai figli dell'imperatrice!  E come
    somigli all'imperatrice tu!  Ma noi mortali abbiamo miseri occhi folli
    e fallaci. O Vendetta dolce, ora scendo, e se l'amplesso di un braccio
    solo pu soddisfarti, ti abbraccer all'istante.
    (Esce di sopra).
    TAMORA:  Quest'abboccamento  con  lui  si  addice  alla  sua  demenza.
    Qualunque  cosa  ora  io  inventi  per alimentare il suo delirio,  voi
    sostenetela e mantenetela coi vostri discorsi poich ora mi  ha  presa
    decisamente per la Vendetta.  Convinto com' di questa folle idea,  lo
    indurr a richiamare suo figlio Lucio, e mentre lo terr in mano mia a
    un banchetto,  sapr trovare qualche astuta e pronta macchinazione per
    allontanare  i volubili Goti e sperderli,  o almeno farli suoi nemici.
    Ecco che viene, debbo ritornare al mio compito.

    (Entra TITO).

    TITO: Per molto, molto tempo sono stato un derelitto, e ci per via di
    te: benvenuta sinistra Furia, nella mia casa infelice; e voi, Stupro e
    Omicidio, benvenuti pure. Ma come somigliate all'imperatrice e ai suoi
    figli!  Sareste al completo se aveste con voi un Moro: non  ha  potuto
    l'inferno fornirvi un demonio del genere?  Vedete,  io so bene che mai
    l'imperatrice non si muove se non ha compagno un Moro; cos se voleste
    rappresentare a perfezione la  sua  parte  sarebbe  opportuno  che  un
    demonio  simile  fosse  con  voi.  Ma  siate benvenuti lo stesso.  Che
    dobbiamo fare?
    TAMORA: Che cosa vorresti che facessimo Andronico?
    DEMETRIO: Mostrami un assassino. Io lo spaccer.
    CHIRONE: Mostrami uno scellerato che abbia  commesso  uno  stupro.  Io
    sono qui per trarre vendetta su di lui.
    TAMORA:  Mostrami  anche mille persone che ti abbiano fatto torto e io
    compir vendetta su loro tutte.
    TITO: Cerca per le vie malvage di Roma e  come  incontri  uno  che  ti
    somiglia  pugnalalo,  buon Omicidio,  egli  un assassino.  Tu va' con
    lui,  e quando viene la tua volta di trovare uno che  somiglia  a  te,
    pugnalalo,  buono Stupro, egli  uno che ha violato una fanciulla. Tu,
    Vendetta,  accompagnali entrambi...  Nella corte imperiale  vi    una
    regina  al cui fianco sta un Moro;  potrai riconoscerla facilmente dal
    tuo aspetto stesso poich ti somiglia da  capo  e  piedi.  Ebbene,  ti
    prego,  infliggi  una  morte  feroce a lei e al suo Moro insieme: essi
    sono stati feroci con me e i miei.
    TAMORA: Tu ci hai ammaestrati bene e noi faremo tutto ci.  Ma intanto
    ti piaccia,  buon Andronico, di mandare a chiamar Lucio, il tuo figlio
    tre volte prode,  che muove con un esercito di bellicosi  Goti  contro
    Roma.  Invitalo a venir qui per un banchetto in casa tua.  Quando egli
    sar qui, proprio alla tua festa solenne, io ti porter l'imperatrice,
    i figli suoi,  l'imperatore  stesso,  tutti  i  tuoi  nemici  ed  essi
    dovranno  chinarsi  e  inginocchiarsi alla merc tua,  e su di essi tu
    potrai sfogare il tuo cuore irato.  Che ne dice  Andronico  di  questo
    progetto?
    TITO: Fratello Marco, l'infelice Tito ti chiama.
    (Entra MARCO).
    Va',  caro  Marco,  va'  da tuo nipote Lucio,  cercalo tra i Goti e lo
    troverai,  e digli di venire da me portando seco qualcuno dei  supremi
    principi  Goti.  Digli  che  faccia  accampare i suoi soldati dove ora
    sono.  L'imperatore e l'imperatrice banchettano  in  casa  mia  e  lui
    banchetter con loro.  Va' per amor mio.  E ch'egli venga se gli sta a
    cuore la vita del suo vecchio padre.
    MARCO: Vado, e torner presto.
    (Esce).
    TAMORA: Ora io ti lascio per provvedere al fatto tuo e porto  via  con
    me i miei ministri.
    TITO:  No,  no,  Stupro  e  Omicidio dovranno restare qui,  altrimenti
    richiamo indietro mio fratello e non mi appiglio ad altra vendetta che
    a quella di Lucio.
    TAMORA (a parte,  ai Figli): Che ne dite,  ragazzi?  Volete restar qui
    con  lui,  mentre  io vado dall'imperatore mio signore a informarlo di
    come  ho  condotto  la  bella  complottata?  Assecondate  l'umor  suo,
    lisciatelo e lusingatelo, e restate con lui fino al mio ritorno.
    TITO  (a parte): Essi mi credono pazzo,  ma io li conosco tutti,  e li
    prender nella stessa trama loro: i due dannati cani d'inferno con  la
    madre.
    DEMETRIO: Andate pure, madama, lasciateci qui.
    TAMORA: Addio,  Andronico.  Ora Vendetta va ad ordire un complotto che
    colga a tradimento i tuoi nemici.
    TITO: So che lo farai; addio, dolce Vendetta.
    (Tamora esce).
    CHIRONE: Di', vecchio, come intendi impiegarci?
    TITO: Vedrete, ne ho di lavoro per voi... Publio,  vieni qua...  Caio,
    Valentino, venite.
    (Entrano PUBLIO, e altri).
    PUBLIO: Che volete?
    TITO: Conoscete costoro?
    PUBLIO: Sono i figli dell'imperatrice, direi, Chirone e Demetrio.
    TITO:  Vergogna,  Publio!  Come  puoi ingannarti a tal punto?  L'uno 
    Omicidio, Stupro  il nome dell'altro, tu perci legali,  Publio caro,
    e voi, Valentino, Caio date addosso. Sovente mi avete udito desiderare
    quest'ora,  ed ecco che ci siamo.  Legateli dunque,  e in modo che non
    scappino; e se cominciano a gridare chiudete loro la bocca.
    (Esce. Publio e i suoi si impadroniscono di Chirone e Demetrio).
    CHIRONE: Gi le mani, scellerati, noi siamo i figli dell'imperatrice.
    PUBLIO: E per  questo  noi  facciamo  quanto  ci    stato  comandato.
    Chiudiamo loro la bocca, perch non dicano pi parola. E' legato bene,
    questo qui? Guardate di legarli stretti.
    (Rientra TITO con LAVINIA. Ella porta un bacile e lui un coltello).
    TITO:  Vieni,  vieni,  Lavinia.  Vedi  i tuoi nemici legati?  Messeri,
    chiudete loro la bocca e fate che non mi parlino,  ma che ascoltino le
    mie terribili parole! Scellerati Demetrio e Chirone! Qui  la sorgente
    che  avete  insozzato di fango,  la vaga estate contaminata dal vostro
    inverno.  Le avete ucciso il marito e per questa vile  colpa  due  dei
    suoi  fratelli  sono  stati  mandati al patibolo,  la mia mano  stata
    tagliata a scopo di allegra beffa, le sue tenere mani e la sua lingua,
    e una cosa anche pi cara che mani e  lingua,  la  sua  castit  senza
    macchia, voi traditori inumani le avete distrutte con la violenza. Che
    direste  se  vi lasciassi parlare?  Per la vergogna,  scellerati,  non
    potreste implorare grazia.  Ma udite miserabili,  udite  come  intendo
    martoriarvi.  Questa  mano  mi   rimasta per tagliarvi la gola mentre
    Lavinia terr tra i moncherini il  bacile  che  dovr  raccogliere  il
    vostro sangue colpevole. Sapete che vostra madre vuole banchettare con
    me,  e  si  chiama  Vendetta,  e  mi  ha  in  conto di pazzo.  Orbene,
    scellerati, io maciner le ossa vostre,  le ridurr in una polvere che
    impaster  col  sangue  per  farne una sfoglia e cos preparare in due
    pasticci le vostre teste infami. Questi due pasticci dar poi a quella
    sgualdrina, la vostra empia madre, perch, come la Terra, ingoi la sua
    progenie.  Tale sar il banchetto al quale l'ho invitata e il cibo  di
    cui  dovr impinguarsi.  Voi avete trattato mia figlia pi crudelmente
    di Filomela,  e io mi vendicher pi crudelmente  di  Progne.  Porgete
    adesso la gola.  Lavinia vieni,  (taglia la gola a Chirone e Demetrio)
    raccogli il sangue; e quando saranno morti,  io maciner le ossa loro,
    le  ridurr  in  una  polvere  minuta che impaster con questo liquido
    odioso per cuocere al forno le loro  infami  teste  in  due  pasticci.
    Andiamo,   andiamo,  che  ognuno  si  affaccendi,  per  apprestare  il
    banchetto.  Lo voglio  pi  sanguinoso  ed  efferato  che  quello  dei
    Centauri. Cos portateli ora dentro, voglio essere io stesso il cuoco,
    e prepararli prima che torni la loro madre.
    (Escono coi cadaveri).


    SCENA TERZA - Corte nella casa di Tito con un banchetto apparecchiato.

    (Entrano LUCIO, MARCO e Goti, con ARONNE prigioniero).
    LUCIO:  Zio  Marco,  poich mio padre desidera che io rientri in Roma,
    acconsento.
    PRIMO GOTO: E noi con te, accada quel che accada.
    LUCIO: Prendete in consegna,  caro zio,  questo barbaro  Moro,  questa
    tigre vorace,  questo demonio maledetto;  mettetelo in ceppi e non gli
    date alcun alimento finch non sar  portato  dinanzi  all'imperatrice
    per  testimoniare  delle  azioni infami di lei.  E guarda che i nostri
    amici siano numerosi nell'imboscata;  temo che l'imperatore ci  voglia
    giocare un tiro.
    ARONNE:  Qualche  demonio  mi  sussurri  maledizioni all'orecchio e mi
    ispiri perch la mia lingua possa esprimere tutto il  velenoso  livore
    di cui ho gonfio l'animo!
    LUCIO: Via di qua,  cane inumano, empio furfante! Messeri, aiutate mio
    zio a portarlo dentro.  (I Goti escono con Aronne.  Squilli di tromba)
    Le trombe avvertono che l'imperatore si avvicina.

    (Entrano SATURNINO e TAMORA con EMILIO, Senatori Tribuni e altri).
    SATURNINO: O dunque? Ha pi di un sole il firmamento?
    LUCIO: Che giova a te chiamarti un sole?
    MARCO:  Imperatore  di  Roma,  e nipote mio,  rimandate a pi tardi la
    discussione.  Queste contese vanno trattate con calma.  E'  pronto  il
    banchetto che il provvido Tito ha ordinato per un fine onorevole,  per
    pace,  amore concordia e per il bene di Roma.  Compiacetevi dunque  di
    avvicinarvi e prender posto.
    SATURNINO: Volentieri, Marco.
    (Suono di flauti. Entrano TITO vestito da cuoco, LAVINIA velata, LUCIO
    il Giovane e altri. Tito posa i piatti sulla tavola).
    TITO: Benvenuto,  mio grazioso signore;  benvenuta, temibile regina, e
    benvenuti voi, Goti bellicosi, benvenuto Lucio,  tutti benvenuti.  Per
    quanto magro sia, il pasto vi riempir il ventre. Prego, mangiate.
    SATURNINO: Perch ti sei vestito in tal modo, Andronico?
    TITO:  Perch  ho voluto aver la sicurezza che tutto fosse ben fatto a
    festeggiar Vostra Altezza e la nostra imperatrice.
    SATURNINO: Noi ti siamo obbligati, buon Andronico.
    TITO: Se Vostra Altezza conoscesse il cuor mio,  lo  sareste  davvero.
    Rispondete  a  questo,  monsignor  l'imperatore: fece bene l'impetuoso
    Virginio quando uccise la figlia con la propria destra perch'ella  era
    stata violentata, insozzata e deflorata?
    SATURNINO: Fece bene, Andronico.
    TITO: Qual ragione ne date voi, potente signore?
    SATURNINO:  Ecco:  la  fanciulla  non  doveva  sopravvivere  alla  sua
    vergogna, e con la sua presenza rinnovare il dolor di lui.
    TITO: Grande ragione forte e decisiva,  e un esempio,  un  precedente,
    una viva autorizzazione per me,  tanto infelice, ad agire nello stesso
    modo. Muori, muori, Lavinia, e la tua vergogna muoia con te,  e con la
    tua vergogna il dolore del padre tuo!
    (Uccide Lavinia).
    SATURNINO: Che hai fatto, snaturato e barbaro?
    TITO:  Ho ucciso colei per la quale mi sono accecato dal piangere.  Ne
    sono dolente come lo fu Virginio,  eppur avevo motivo mille volte  pi
    di lui di compiere questo atto. Ora  compiuto.
    SATURNINO: O che? Era stata violata? Da chi mai ?
    TITO:  Volete degnarvi di mangiare?  Non vuole Vostra altezza degnarsi
    di mangiare? Non vuole Vostra altezza degnarsi di prendere nutrimento?
    TAMORA: Perch hai trucidato cos la tua unica figlia?
    TITO: Non sono stato io a trucidarla,  bens Chirone  e  Demetrio  che
    l'hanno violata e le hanno tagliata la lingua. Essi, essi sono stati a
    farle tutto il male.
    SATURNINO: Che siano portati immediatamente davanti a noi.
    TITO:  Davanti a voi sono entrambi,  cucinati in quel pasticcio di cui
    la madre si    pasciuta  con  diletto,  mangiando  la  carne  che  ha
    generato.  E'  cos!  E'  cos!  Ne  testimoni la punta aguzza del mio
    coltello.
    (Uccide Tamora).
    SATURNINO: Muori, miserabile forsennato, per quest'azione maledetta!
    (Uccide Tito).
    LUCIO: Pu mai un figlio stare a guardar scorrere il sangue del padre?
    Ricompensa per ricompensa, morte per chi ha colpito a morte.
    (Uccide Saturnino. Gran tumulto. Gli astanti si disperdono spaventati.
    Marco, Lucio e Partigiani salgono sulla loggia).

    MARCO: Uomini dal volto contristato,  gente e figli  di  Roma  che  il
    tumulto  ha  divisi come i venti e le raffiche della tempesta sperdono
    uno stormo di uccelli, oh,  lasciate che ve lo insegni io,  il modo di
    riunire  ancora questo grano sparpagliato in un comune covone,  queste
    sparse membra in un corpo solo perch  Roma,  a  cui  rendono  omaggio
    potenti reami,  non divenga il flagello di se stessa e,  come reproba,
    disperata e smarrita, non si faccia vergognosa violenza.  Ma se questa
    brina,  queste  crepe,  segni della mia vecchiaia e testimoni gravi di
    verace esperienza,  non possono indurvi a seguire  il  mio  consiglio,
    parla tu,  (a Lucio) caro amico,  di Roma, come gi il nostro antenato
    che,  con parole solenni,  rifer  all'orecchio  mesto  e  intento  di
    Didone, la malata d'amore, il racconto della funesta notte di fuoco in
    cui  i  Greci  astuti  sorpresero  Troia del re Priamo,  e dicci quale
    Sinone ha incantato le orecchie nostre o chi ha introdotto la macchina
    fatale che dovrebbe dare la ferita intestina  alla  nostra  Troia,  la
    nostra Roma.  Il mio cuore non  di selce,  o di acciaio,  n io posso
    esprimere tutto l'amaro dolore nostro senza che un diluvio di  lacrime
    affoghi la mia oratoria e mi interrompa anche al momento in cui dovrei
    indurvi a prestarmi maggiore attenzione e concedermi la vostra benigna
    commiserazione.  Qui c' un capitano; che racconti lui, palpiteranno e
    gemeranno, nell'udirlo parlare, i vostri cuori.
    LUCIO: Dunque,  nobile uditorio,  sappiate che i maledetti  Chirone  e
    Demetrio sono stati loro ad uccidere il fratello dell'imperatore, sono
    stati loro a violare nostra sorella.  Per le loro atroci colpe vennero
    decapitati i nostri fratelli,  e nostro padre,  disprezzato nelle  sue
    lagrime,  fu  privato,  con una vile truffa,  di quella mano leale che
    aveva combattuto e  vinto  in  favore  di  Roma  mandandone  i  nemici
    sottoterra.  Io,  infine,  sono  stato  messo ingiustamente al bando e
    chiusemi le porte addosso, cacciato in lagrime a mendicare un conforto
    tra i nemici di Roma,  che nei miei sinceri pianti hanno  annegato  la
    loro  inimicizia  e le braccia hanno aperto,  mi hanno accolto come un
    amico. E sappiate che io, il proscritto, ho preservato il benessere di
    Roma col mio sangue,  ho distolto dal seno di lei la punta del  nemico
    ricevendo  il  ferro nel mio corpo audace.  Ahim!  voi sapete che non
    sono un millantatore;  le mie cicatrici,  bench siano  mute,  possono
    testimoniare  che  la mia affermazione  giusta e piena di verit.  Ma
    piano!  mi sembra di fare una digressione troppo lunga con queste lodi
    immeritate di me stesso.  Scusatemi! gli uomini si lodano da s quando
    non hanno un amico che li lodi.
    MARCO: Ora  la mia volta di parlare.  Guardate questo  bambino;  l'ha
    partorito Tamora,  figlio d'un Moro irreligioso che  stato l'artefice
    principale e il macchinatore di tutti questi malanni.  Lo scellerato 
    vivo nella casa di Tito,  e, pur dannato com', dovr testimoniare che
    abbiamo detto il vero.  Giudicate ora quanto  motivo  avesse  Tito  di
    vendicare questi oltraggi indicibili, e intollerabili, insopportabili,
    per ogni essere umano. Che cosa dite Romani, ora che sapete la verit?
    Se abbiamo agito a torto mostratecelo e allora,  da questa loggia dove
    ci vedete, i miseri superstiti degli Andronici si prenderanno per mano
    e si getteranno a capofitto per schiacciarsi  il  cervello  contro  le
    aguzze  pietre  e far una fine generale della nostra stirpe.  Parlate,
    Romani, parlate,  e se dite che dobbiamo farlo,  Lucio ed io,  vedete,
    presi per la mano,. ci butteremo.
    EMILIO: Scendi,  venerabile uomo di Roma,  vieni e porta gi il nostro
    imperatore con mano  gentile,  portaci  il  nostro  imperatore  Lucio,
    poich so bene come la voce di tutti gridi che sia cos.
    MARCO:  Salute,  Lucio,  reale imperatore di Roma!  (Ai Servi) Andate,
    entrate nella dimora dolorosa del vecchio Tito e trascinate qui  fuori
    il  Moro  miscredente  perch  sia  condannato  a un'orribile morte di
    violenza in punizione della sua vita infame.
    (I Servi escono).

    (LUCIO, MARCO e gli altri scendono dalla loggia).

    TUTTI: Salute a Lucio, grazioso reggitore di Roma.
    LUCIO: Grazie,  nobili Romani;  possa io  governar  Roma  in  modo  da
    risanare tutti i mali e cancellarne i dolori!  Ma datemi tempo, popolo
    gentile;  la natura mi chiama  a  un  grave  compito.  Tiratevi  tutti
    indietro;  voi,  zio,  avvicinatevi  a  bagnare  di lagrime ossequiose
    questo corpo. Oh! ricevi questo ardente bacio sulle tue pallide labbra
    fredde. (Bacia Tito) E queste gocce dolorose sul tuo viso macchiato di
    sangue, ultimo omaggio sincero del tuo nobile figliuolo.
    MARCO: Lacrima per lacrima,  e bacio  pieno  d'amore  per  bacio,  tuo
    fratello  Marco ti offre sulle labbra;  oh,  se la somma di quelli che
    dovrei pagarti fosse  incalcolabile  e  infinita  io  la  pagherei  lo
    stesso.
    LUCIO: Vieni qui, fanciullo, vieni e impara da noi come ci si scioglie
    in lagrime.  Tuo nonno ti amava molto,  spesso ti faceva saltare sulle
    ginocchia,  e cantava per addormentarti sul  guanciale  del  suo  seno
    amoroso.  Ti  ha  raccontato  molte  storie che erano accette alla tua
    infanzia e in  accordo  con  essa...  Per  tutto  questo  ora  tu,  da
    fanciullo  affezionato,  versa qualche piccola goccia dalla tua tenera
    primavera.  La  natura,  benigna,  lo  richiede.   Gli  amici  debbono
    associarsi  agli  amici  nel  dolore  e  nell'angoscia.  Digli  addio;
    consegnalo alla tomba; usagli questa bont, e prendi congedo da lui.
    FANCIULLO: O nonno, nonno! darei con tutto il cuore la mia vita perch
    tu rivivessi! O Signore!  piango e non posso parlargli.  Le lagrime mi
    soffocano, appena apro la bocca.

    (Rientrano i Servi con ARONNE).

    PRIMO ROMANO: Basta ora coi lamenti,  afflitti Andronici.  Pronunciate
    la sentenza contro l'esecrabile scellerato che   il  macchinatore  di
    tutti questi eventi paurosi.
    LUCIO:  Che  egli  sia seppellito nella terra sino al petto e lasciato
    cos a morir di fame e di rabbia, chiedendo cibo. Chiunque lo soccorra
    o n'abbia piet muoia per questa offesa.  Tale  la  nostra  sentenza;
    qualcuno rimanga a vedere che sia confitto in terra.
    ARONNE: Perch  muta la collera? Perch  muto il furore? Io non sono
    un  bambino  che  con vili preghiere,  si penta dei misfatti commessi.
    Diecimila anche peggiori ne commetterei se potessi agire a piacer mio.
    E se mai ho fatto una buona azione in tutta la mia vita,  di questa s
    mi pento dal fondo dell'anima.
    LUCIO:  Qualche  amico  devoto porti via di qui l'imperatore e gli dia
    sepoltura nella tomba dei suoi padri.  Il padre mio e Lavinia  saranno
    immediatamente  deposti nel monumento della nostra famiglia.  Quanto a
    Tamora,  l'atroce tigre,  non rito funebre,  non persone in gramaglie,
    non  campane  che suonino a morto per il suo sotterramento;  gettatela
    anzi alle belve e agli uccelli da preda.  La sua vita  stata bestiale
    e spietata,  perci ora nessuno dovr avere piet di lei. Guardate che
    sia fatta giustizia contro Aronne,  questo Moro dannato da  cui  hanno
    avuto  origine  le nostre terribili sventure.  Quindi noi passeremo ad
    ordinare lo Stato in modo che simili eventi non possano pi rovinarlo.
    (Tutti escono).
















    GIULIO CESARE.


    PERSONAGGI.

    GIULIO CESARE.
    OTTAVIO CESARE.
    MARCO ANTONIO, M. EMILIO LEPIDO: triumviri dopo la morte di Cesare.
    CICERONE, PUBLIO, POPILIO LENA: Senatori.
    MARCO BRUTO, CASSIO, CASCA, TREBONIO,  LIGARIO,  DECIO BRUTO,  METELLO
    CIMBRO, CINNA: cospiratori contro Giulio Cesare.
    FLAVIO e MARULLO, tribuni.
    ARTEMIDORO, sofista di Cnido.
    Un Indovino.
    CINNA, poeta.
    Un altro poeta.
    LUCILLO;  MESSALA;  TITINIO;  CATONE,  il giovane;  VOLUNNIO: amici di
    Bruto e Cassio.
    VARRONE, CLITO, CLAUDIO, STRATONE, LUCIO, DARDANO:  servi di Bruto.
    PINDARO, servo di Cassio.
    CALPURNIA, moglie di Cesare.
    PORZIA, moglie di Bruto.
    Senatori, Cittadini, Guardie, alcuni Servi, eccetera, eccetera.

    Scena: Durante una considerevole  parte  del  dramma  a  Roma;  quindi
    presso Sardi e presso Filippi.


















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Roma. Una strada.

    (Entrano FLAVIO, MARULLO ed alcuni Popolani).
    FLAVIO:  Via!  A casa,  fannulloni,  andate a casa;  che  festa oggi?
    Come! Non sapete che,  essendo artigiani,  non dovreste passeggiare in
    giorni  feriali  senza il contrassegno del vostro mestiere?  Di',  che
    mestiere fai tu?
    PRIMO POPOLANO: Faccio il falegname, signore.
    MARULLO: Dove hai il grembiale di cuoio ed il regolo?  Che fai  con  i
    tuoi abiti da festa? E tu, che mestiere fai?
    SECONDO POPOLANO: In verit,  signore,  paragonato ad un operaio fine,
    non sono altro che come chi dicesse un ciabattino.
    MARULLO: Ma che mestiere fai? Rispondimi a tono.
    SECONDO POPOLANO: Un mestiere, signore,  che spero di poter esercitare
    con  coscienza  tranquilla;  e  sarebbe  invero,  signore,  quello  di
    acconciare le rotture di tomaie.
    MARULLO: Che mestiere, furfante? Ignobile furfante, che mestiere?
    SECONDO POPOLANO: No, vi prego, signore, non logoratevi la salute;  ma
    se ve la logorate, signore, vi posso riparare.
    MARULLO: Che intendi dire con questo? Ripararmi, impertinente!
    SECONDO POPOLANO: Eh, signore, rattacconarvi!
    FLAVIO: Sei ciabattino, dunque?
    SECONDO POPOLANO: In verit,  signore,  non vivo che col trincetto; ma
    non trincio i panni addosso a mercanti n a mercantesse: e per  quanto
    io non trinci panni,  son cerusico di vecchie pelli;  quando esse sono
    in gran pericolo io le rimetto in gamba.  I pi begli uomini  che  mai
    abbiano  calpestato  cuoio  di  vitello  sono  passati  sulla mia mano
    d'opera.
    FLAVIO: Ma perch non sei nella tua bottega oggi? Perch porti in giro
    questi uomini per le strade?
    SECONDO POPOLANO: Veramente,  signore,  per  fare  consumare  loro  le
    scarpe  e  procurarmi  dell'altro  lavoro.  Ma,  sul  serio,  signore,
    facciamo festa per vedere Cesare e godere del suo trionfo.
    MARULLO: E perch godere?  Quale conquista  riporta  egli  in  patria?
    Quali  tributari  lo  seguono  fino a Roma,  per onorare con catene di
    prigionia le ruote del suo carro? Ciocchi di legno che siete, macigni,
    cose meno che insensibili! O duri cuori,  crudeli uomini di Roma,  non
    conosceste  Pompeo?  Quante  volte  siete  saliti  sulle  mura e sugli
    spalti,  sulle torri e alle finestre,  s fin  sui  comignoli,  con  i
    vostri  bimbi  fra  le  braccia,  e  l  siete rimasti seduti l'eterna
    giornata,  in paziente aspettativa,  per vedere il gran Pompeo passale
    per la strade di Roma: e quando vedevate appena spuntare il suo carro,
    non  avete voi inalzato un grido universale cos che il Tevere tremava
    sotto le sue rive a udire il rimbombare dei vostri clamori, tra le sue
    concave sponde?  Ed ora indossate  gli  abiti  da  festa?  Ed  ora  vi
    pigliate  un  giorno di vacanza?  Ed ora spargete fiori pel cammino di
    colui che viene a trionfare sul sangue di Pompeo? Andatevene!  Correte
    alle vostre case, cadete in ginocchio, pregate gli di di ritardare la
    peste che necessariamente dovr ricadere su questa ingratitudine.
    FLAVIO:  Andate,  andate,  buoni  compatriotti,  e,  per questa colpa,
    riunite tutti i poveri della vostra sorta;  conduceteli  sulle  sponde
    del  Tevere  e  piangete le vostre lagrime nel suo alveo finch la pi
    bassa corrente  lambisca  le  sponde  pi  elevate.  (Escono  tutti  i
    Popolani)  Guardate se la loro rozza anima non  commossa!  Spariscono
    ammutoliti  nella  loro  colpevolezza.  Andate  voi  di  l  verso  il
    Campidoglio;  io  andr  di qua: spogliate le immagini,  se le trovate
    decorate di insegne onorifiche.
    MARULLO: Possiamo farlo? Sapete che  la festa dei Lupercali.
    FLAVIO: Non importa: nessuna immagine sia adorna di trofei di  Cesare.
    Io  andr  attorno  e  scaccer  il  volgo dalle strade: cos fate voi
    quando li vedete in folla. Queste penne crescenti strappate all'ala di
    Cesare faranno volare ad un'altezza normale colui  che  altrimenti  si
    librerebbe  al  di l della vista umana e tutti ci terrebbe in servile
    timore.
    (Escono).
    SCENA SECONDA - Roma. Una pubblica Piazza.

    (Entrano in processione con  musica  CESARE,  ANTONIO  pronto  per  la
    corsa,  CALPURNIA,  PORZIA,  DECIO,  CICERONE,  BRUTO, CASSIO e CASCA;
    segue una gran folla fra la quale un Indovino).
    CESARE: Calpurnia!
    CASCA: Silenzio, l! Cesare parla!
    (Cessa la musica).
    CESARE: Calpurnia!
    CALPURNIA: Eccomi, signore.
    CESARE: Mettetevi sulla strada di  Antonio,  quando  egli  fa  la  sua
    corsa. Antonio!
    ANTONIO: Cesare? Signor mio?
    CESARE:  Non  vi dimenticate nella vostra corsa,  Antonio,  di toccare
    Calpurnia,  che i nostri avi dicono che le  sterili,  toccate  durante
    questa   sacra  corsa,   si  liberano  dalla  maledizione  della  loro
    sterilit.
    ANTONIO: Lo ricorder: allorch Cesare dice: Fa' questo,  fatto.
    CESARE: Cominciate; n omettete cerimonia alcuna.
    INDOVINO: Cesare!
    (Musica).
    CESARE: Eh? Chi chiama?
    CASCA: Cessi ogni rumore: di nuovo silenzio!
    (Cessa la musica).
    CESARE: Chi  nella calca che mi chiama?  Odo una voce,  pi acuta  di
    tutta la musica, gridare Cesare. Parla; Cesare  volto ad ascoltare.
    INDOVINO: Guardati dalle Idi di marzo.
    CESARE: Che uomo  quello?
    BRUTO: Un indovino vi ingiunge di guardarvi dalle Idi di marzo.
    CESARE: Portatemelo dinanzi; ch'io veda il suo volto.
    CASSIO: Uomo, uscite dalla folla; guardate Cesare.
    CESARE: Che mi dici ora? Riparla.
    INDOVINO: Guardati dalle Idi di marzo.
    CESARE: E' un sognatore, lasciamolo: avanti!
    (Fanfara. Escono tutti eccetto Bruto e Cassio).
    CASSIO: Andrete a vedere lo svolgersi della corsa?
    BRUTO: No.
    CASSIO: Vi prego, andate.
    BRUTO:  Non  ho  gusto per i divertimenti: mi manca alquanto di quella
    vivacit che  in Antonio.  Che io non  ostacoli  i  vostri  desideri,
    Cassio; vi lascer.
    CASSIO:  Bruto,  vi sto osservando da qualche tempo: non trovo pi nel
    vostro sguardo quella gentilezza,  quella dimostrazione d'affetto  che
    io solevo trovarvi: guidate con mano troppo pesante e troppo straniera
    l'amico che vi ama.
    BRUTO: Cassio,  non ingannatevi; se io ho velato il mio sguardo, volgo
    il turbamento del mio volto unicamente su me stesso.  Turbato sono  io
    da qualche tempo da passioni in conflitto,  da pensieri che riguardano
    me solo e che  forse  alquanto  offuscano  la  mia  condotta;  ma  non
    s'addolorino per questo i miei buoni amici - e tra essi, Cassio, siete
    voi  pure  -  n diano alla mia trascuratezza altro significato se non
    che  il  povero  Bruto,   in  guerra  con  se  stesso,   dimentica  le
    dimostrazioni d'affetto verso gli altri.
    CASSIO:  Dunque,  Bruto,  assai  male  ho interpretato il vostro stato
    d'animo; cos che questo mio petto ha tenuto sepolti preziosi pensieri
    e gravi riflessioni. Ditemi, buon Bruto, potete vedervi in viso?
    BRUTO: No,  Cassio,  ch l'occhio non pu vedere  se  stesso  che  per
    riflesso, per mezzo di qualche altra cosa.
    CASSIO: E' giusto: ed  molto deplorato, Bruto, che voi non abbiate un
    simile  specchio  per  riflettere dinanzi al vostro occhio il nascosto
    valore che  in voi,  cos che possiate vedere la vostra immagine.  Io
    ho  udito  molte  persone  di  massimo  riguardo  a Roma,  si eccettui
    l'immortale Cesare, che nel parlare di Bruto, e gemendo sotto il giogo
    di questi tempi,  hanno desiderato che il nobile Bruto avesse  i  suoi
    occhi.
    BRUTO: In quali pericoli vorreste spingermi,  Cassio, voi che vorreste
    che io cercassi in me stesso ci che non  in me?
    CASSIO: Quindi,  buon Bruto siate pronto ad udire: e,  siccome  sapete
    che non potete mai vedere voi stesso cos bene come per riflesso,  io,
    il vostro specchio,  modestamente sveler a voi stesso ci che di  voi
    ancora  non conoscete.  E non sospettate di me,  gentile Bruto;  se io
    fossi un volgare beffatore,  o fossi  solito  invilire  il  mio  amore
    facendo  i medesimi voti ad ogni nuovo amico,  se sapeste che io adulo
    gli uomini, e li abbraccio stretti e dopo ne sparlo,  o se sapeste che
    io  mi  profondo  in voti d'amicizia nei banchetti a tutta la masnada,
    allora dovreste tenermi per pericoloso.
    (Fanfara e grida).
    BRUTO: Che significano queste grida?  Io temo  che  il  popolo  elegga
    Cesare re.
    CASSIO:  Ah  s,  voi lo temete?  Allora io debbo credere che cos non
    vorreste?
    BRUTO: Non lo vorrei,  Cassio: eppure lo amo caramente.  Ma perch  mi
    trattenete qui cos a lungo?  Di che vorreste mettermi a parte?  Se si
    tratta di qualcosa per il bene comune ponetemi l'onore dinanzi  ad  un
    occhio   e  la  morte  dinanzi  all'altro,   ed  io  guarder  ambedue
    indifferentemente;  ch mi aiutino gli di tanto quanto io amo il nome
    dell'onore pi che non tema la morte.
    CASSIO: So altrettanto bene che questa virt  in voi,  Bruto,  quanto
    conosco le vostre sembianze esterne. Ebbene, l'onore  l'argomento del
    mio discorso.  Non posso dire ci che voi ed altri pensate  di  questa
    vita;  ma, quanto a me solo, sarei altrettanto contento di non essere,
    che di vivere per paventare oggetto pari a me stesso. Io nacqui libero
    come Cesare;  cos nasceste voi: ambedue  ci  siamo  altrettanto  bene
    nutriti  ed  ambedue possiamo sopportare il freddo invernale come lui:
    ch una  volta,  in  una  giornata  rigida  e  tempestosa,  quando  il
    conturbato  Tevere  ribolliva  contro le sue sponde,  Cesare mi disse:
    Osi tu,  Cassio,  saltare ora con me in  questa  furiosa  corrente  e
    nuotare fino a quel punto?.  Detto fatto: nell'arnese in cui ero,  io
    mi tuffai,  e gl'ingiunsi di seguirmi: e cos,  infatti egli fece.  Il
    torrente  rumoreggiava;  e  noi  lo  battemmo  con  muscoli gagliardi,
    fendendolo e rintuzzandolo con l'animo di contendenti;  ma  prima  che
    potessimo arrivare al punto scelto,  Cesare grid: Aiutami, Cassio, o
    annego!. Io, come Enea,  il nostro grande avo,  fuori dalle fiamme di
    Troia  port  sulle  spalle il vecchio Anchise,  cos,  dalle onde del
    Tevere, trassi lo stanco Cesare, e quest'uomo ora  divenuto un dio, e
    Cassio  una vile creatura e deve curvare la schiena,  se Cesare cos,
    distrattamente,  si  degna fargli cenno col capo.  Egli ebbe le febbri
    quando era in Spagna,  e quando l'accesso lo prendeva io  notavo  come
    egli  tremasse:    vero,  questo  dio  tremava: le sue codarde labbra
    fuggivano i loro colori:  e  quello  stesso  occhio,  il  cui  sguardo
    spaventa il mondo,  perdeva la sua luce: lo sentivo gemere; s, quella
    sua lingua,  che ordin ai Romani di stargli attenti e di  scrivere  i
    suoi  discorsi  nei  loro  libri,   ahim  gridava:  Dammi  da  bere.
    Titinio!, come una fanciulla malata.  O di,  mi stupisce che un uomo
    di  cos  debole tempra possa talmente aver la precedenza sul maestoso
    mondo e portare da solo la palma.
    (Grida. Fanfara).
    BRUTO: Un'altra acclamazione generale!  In verit io credo che  questi
    applausi siano per alcuni nuovi onori piovuti sul capo di Cesare.
    CASSIO: Ma,  amico,  egli sovrasta lo stretto mondo come un colosso, e
    noi omuncoli passeggiamo sotto le sue enormi gambe e scrutiamo attorno
    per trovarci tombe disonorate.  Gli uomini,  a un certo momento,  sono
    padroni  dei  loro destini: la colpa,  caro Bruto,  non  nelle nostre
    stelle, ma in noi stessi, se noi siamo degli schiavi.  Bruto e Cesare:
    che  cosa dovrebbe essere in quel Cesare?  Perch dovrebbe quel nome
    essere pronunziato pi del vostro? Scriveteli accanto l'uno e l'altro,
    il vostro  nome altrettanto  bello;  pronunziateli,  suona  in  bocca
    altrettanto  bene;  pesateli,  esso  altrettanto peso;  fate con essi
    degli scongiuri, e Bruto evocher uno spirito cos presto come Cesare.
    Ora,  in nome di tutti gli dei insieme,  di che cibo si  nutre  questo
    nostro Cesare ch'egli  divenuto s grande?  O tempi, siete coperti di
    vergogna! O Roma, tu hai perduto la schiatta di nobili giovani! Quando
    mai pass un'epoca, dal gran diluvio in poi, che non fosse resa famosa
    da pi di un uomo? Quando potevano dire finora coloro che parlavano di
    Roma,  che le sue ampie mura non cingevano che un uomo?  Ora s ch'
    Roma, e romita davvero, ch non vi  in essa che un solo uomo. Oh, voi
    ed  io  abbiamo udito i nostri padri dire che una volta vi fu un Bruto
    che avrebbe sopportato tanto facilmente che l'eterno  diavolo  tenesse
    la sua corte a Roma, quanto che ce la tenesse un re.
    BRUTO:  Che  voi  mi amiate,  io non ne dubito;  di ci a cui vorreste
    condurmi,  posso farmene un'idea;  come io abbia pensato a questo e  a
    questi  tempi,  racconter  pi tardi;  per il momento non vorrei,  se
    amorevolmente vi potessi cos pregare,  essere di pi sollecitato.  Su
    quello che avete detto,  rifletter; quello che avrete ancora da dire,
    l'udr pazientemente;  e trover un momento adatto tanto ad  ascoltare
    quanto  a rispondere a s gravi cose.  Fino allora,  mio nobile amico,
    ruminate questo: Bruto preferirebbe essere un  villico  piuttosto  che
    reputarsi  un  figlio  di  Roma nelle dure condizioni che questi tempi
    minacciano di imporci.
    CASSIO: Sono felice che le mie  deboli  parole  abbiano  acceso  anche
    questa piccola parvenza di fiamma in Bruto.
    BRUTO: I giuochi sono terminati e Cesare ritorna.
    CASSIO: Mentre essi passano,  tirate Casca per la manica,  ed egli col
    suo modo agro vi racconter ci che  avvenuto oggi degno di nota.
    (Rientra CESARE col suo Seguito).
    BRUTO: Lo far.  Ma guardate,  Cassio,  l'impronta dell'ira arde sulla
    fronte  di  Cesare,  e  tutti  gli  altri sembrano un codazzo di gente
    strapazzata: pallida  la guancia di Calpurnia;  e Cicerone guarda con
    occhi infocati di furetto come l'abbiamo visto in Campidoglio,  quando
    era contrariato nelle discussioni da qualche senatore.
    CASSIO: Casca ci dir che cosa  successo.
    CESARE: Antonio...
    ANTONIO: Cesare?
    CESARE: Ch'io abbia intorno a me degli uomini grassi,  gente dal  capo
    lisciato  e  che  dorma  la  notte;  quel Cassio ha un aspetto magro e
    famelico; pensa troppo: tali uomini sono pericolosi.
    ANTONIO: Non lo temete,  Cesare,  egli non  pericoloso:   un  nobile
    romano e di buona pasta.
    CESARE:  Vorrei fosse pi grasso!  Ma non lo temo.  Eppure,  se il mio
    nome fosse suscettibile di paura,  non so quale  uomo  eviterei  tanto
    quanto quel Cassio sparuto. Egli legge molto;  un grande osservatore,
    e  penetra con gli occhi fino in fondo alle azioni degli uomini;  egli
    non ama gli spettacoli,  come fai tu,  Antonio;  non  ama  sentire  la
    musica;  di rado egli sorride, e quando sorride  in tal modo, come se
    egli deridesse se stesso,  e si beffasse del proprio  animo,  che  pu
    essere  indotto  a  sorridere di cosa alcuna.  Gli uomini come lui non
    hanno mai l'animo tranquillo, finch vedono uno pi grande di loro;  e
    quindi  sono molto pericolosi.  Io ti dico piuttosto ci che va temuto
    che quel che io tema,  ch sono sempre Cesare.  Vieni alla mia destra,
    ch questo orecchio  sordo, e dimmi in verit ci che pensi di lui.
    (Squilli di tromba. Esce Cesare con  tutto il Seguito eccetto Casca).
    CASCA: Mi avete tirato pel mantello; vorreste parlare con me?
    BRUTO: S,  Casca; diteci quello che  avvenuto oggi, che Cesare ha s
    triste cera.
    CASCA: Come! eravate con lui, non  vero?
    BRUTO: Non domanderei allora a Casca quello che  avvenuto.
    CASCA: Ebbene, gli  stata offerta una corona;  e,  quando gli  stata
    offerta,  egli l'ha respinta col dorso della mano,  cos;  e allora la
    gente si  messa a gridare.
    BRUTO: E il secondo schiamazzo per che cosa?
    CASCA: Eh! sempre per questo.
    CASSIO: Hanno gridato tre volte: per che cosa  stato l'ultimo grido?
    CASCA: Eh! Sempre per questo.
    BRUTO: Gli  stata offerta tre volte la corona?
    CASCA: Gi, proprio cos, e tre volte l'ha rifiutata ed ogni volta con
    minore energia dell'altra;  e ad ogni rifiuto  i  miei  onesti  vicini
    gridavano.
    CASSIO: E chi gli offriva la corona?
    CASCA: Eh, Antonio.
    BRUTO: Diteci il modo, buon Casca.
    CASCA: M' pi facile farmi impiccare che dirvene il modo:  stata una
    semplice  buffonata;  non  ci  ho  fatto  caso.  Ho visto Marc'Antonio
    offrirgli una corona; no, non era nemmeno una corona,  era uno di quei
    diademi: e come v'ho detto l'ha respinta una volta;  ma nondimeno,  ho
    idea, avrebbe ben voluto accettarla. Allora gliel'ha offerta di nuovo,
    ed egli di nuovo l'ha respinta: ma,  ho  idea,  ben  gli  spiaceva  di
    staccarne le dita. E allora gliel'ha offerta per la terza volta, e per
    la  terza  volta  l'ha respinta: e sempre quand'egli la rifiutava,  la
    plebaglia urlava e batteva le mani screpolate  e  gettava  in  aria  i
    berretti  bisunti  ed esalava tal copia di fiato fetente perch Cesare
    rifiutava la corona,  che quasi ha soffocato  Cesare:  perch  egli  
    svenuto  ed    caduto  a  terra: e per parte mia non osavo ridere per
    paura di aprire la bocca e di respirare l'aria fetida.
    CASSIO: Ma, adagio, vi prego: come! Cesare  svenuto?
    CASCA: E' caduto a terra nel Foro con  la  schiuma  alla  bocca  ed  
    restato senza favella.
    BRUTO: E' possibilissimo: egli ha il mal caduco.
    CASSIO:  No,  Cesare non l'ha;  ma voi,  ed io e l'onesto Casca,  noi,
    abbiamo il mal caduco.
    CASCA: Non so cosa vogliate dire con questo, ma sono sicuro che Cesare
     caduto. Se la marmaglia cenciosa non l'applaudiva e non lo fischiava
    a seconda che egli piaceva o dispiaceva a  loro,  come  sogliono  fare
    agli istrioni al teatro, allora sono un bugiardo.
    BRUTO: Che cosa ha detto quando  tornato in s?
    CASCA:  Per  Bacco,  prima  di cadere,  quando s' accorto che il vile
    gregge era contento che egli rifiutasse la  corona,  si    aperta  la
    veste  ed  ha  offerto  loro la gola da tagliare.  S'io fossi stato un
    qualunque artigiano, vorrei andare all'inferno tra la canaglia, se non
    l'avessi preso in parola. E cos  caduto a terra. Quando  tornato in
    s ha detto che  se  avesse  fatto  o  detto  qualcosa  non  a  verso,
    desiderava che le lor signorie l'attribuissero alla sua malattia.  Tre
    o quattro ciane, dove stavo io,  esclamarono: Ahim poveretto! e gli
    perdonarono  di  cuore:  ma  non  c'  da  badarci:  se  Cesare avesse
    pugnalato le loro madri, non avrebbe fatto di meno.
    BRUTO: E dopo ci egli se n' venuto via cos triste?
    CASCA: S.
    CASSIO: Ha detto nulla Cicerone?
    CASCA: S, ha parlato in greco.
    CASSIO: E che cosa ha detto?
    CASCA: No, se ve lo dicessi,  non vi guarderei pi in viso;  ma quelli
    che  l'hanno  inteso  han  sorriso  l'uno  all'altro e hanno scosso la
    testa,  ma,  per conto mio,  per me era greco.  E altre notizie potrei
    darvi:  Marullo  e  Flavio  sono stati fatti tacere per avere tolto le
    infule alle immagini di Cesare.  Addio.  Vi sono state altre buffonate
    ancora, se potessi ricordarle.
    CASSIO: Volete cenare con me stasera, Casca?
    CASCA: No; ho promesso altrove.
    CASSIO: Volete desinare con me domani?
    CASCA: S, se sono vivo, e non cambiate di parere e il vostro desinare
    valga la pena di mangiarlo.
    CASSIO: Bene, vi aspetter.
    CASCA: Va bene: addio a tutti e due.
    (Esce).
    BRUTO: Che uomo rude  diventato costui! Era d'animo vivace quando era
    a scuola.
    CASSIO:  E  lo   anche ora nell'esecuzione di qualche ardita o nobile
    impresa, per quanto egli assuma quest'aria d'apatia.  Questa rudezza 
    il  condimento  del  suo  vivace ingegno che d alla gente stomaco per
    digerire le sue parole con migliore appetito.
    BRUTO: E cosi .  Per ora vi lascer: domani,  se vi piace parlare con
    me,  verr  a  casa  vostra:  o,  se  volete,  venite voi da me,  e vi
    aspetter.
    CASSIO: Verr: e fino allora,  pensate al mondo.  (Esce Bruto) Ebbene,
    Bruto,  tu sei nobile;  eppure,  io vedo che il tuo nobile metallo pu
    essere lavorato fino a stornarlo da  quello  per  cui    disposto;  
    quindi  bene  che le nobili menti si tengano sempre con i loro simili,
    perch,  chi  s saldo che non  possa  essere  sedotto?  Cesare  male
    sopporta  me,  ma  ama  Bruto;  s'io fossi Bruto ora,  ed egli Cassio,
    Cesare non mi abbindolerebbe.  Questa  notte  gli  getter  nelle  sue
    finestre  alcuni  scritti  in varie calligrafie,  come se venissero da
    vari cittadini, i quali tutti espongano il grande onore nel quale Roma
    tiene il suo nome; e in essi velatamente si accenner all'ambizione di
    Cesare: e dopo questo, Cesare si segga ben saldo, ch noi lo scoteremo
    o sopporteremo giorni ancora peggiori.
    (Esce).


    SCENA TERZA - Roma. Una strada.
    (Tuoni e lampi. Entrano da parti opposte CASCA, con la spada sguainata
    e CICERONE).
    CICERONE: Buona sera, Casca. Avete accompagnato Cesare a casa?  Perch
    siete senza fiato? E perch sbarrate gli occhi cos?
    CASCA:  Non  siete  commosso  quando  tutto  l'ordinamento della terra
    vacilla come cosa malferma? O Cicerone! Ho visto tempeste,  allorch i
    venti  infuriati  hanno  sradicato  le  nodose  querce;   e  ho  visto
    l'orgoglioso  oceano  gonfiare  ed  infuriare   e   spumeggiare,   per
    innalzarsi fino alle minacciose nubi: ma mai fino a stanotte, mai fino
    ad ora sono io passato per una tempesta grondante gocce infocate. O vi
      lotta intestina nei cieli,  o il mondo,  troppo impudente verso gli
    di, li provoca a mandare la distruzione.
    CICERONE: Avete veduto altro di pi meraviglioso?
    CASCA: Un umile schiavo, lo conoscete bene di vista,  alz la sinistra
    che  fiammeggi  e  bruci  come venti torce riunite;  eppure la mano,
    insensibile al fuoco, rimase incombusta.  Inoltre,  e da allora non ho
    pi  ringuainato  la spada,  al Campidoglio ho incontrato un leone che
    m'ha fissato,  e torvo,   passato oltre senza molestarmi: e l in  un
    mucchio erano ammassate cento donne squallide,  stravolte dal terrore:
    e giuravano di aver visto degli uomini tutti in fiamme,  andare  su  e
    gi per la strada. E ieri l'uccello notturno si pos perfino a mezzod
    nel Foro, ululando e stridendo. Quando simili prodigi coincidono cos,
    gli  uomini non dicano: Queste ne sono le ragioni: essi sono fenomeni
    naturali, giacch, io credo,  sono cose gravide di portenti pei paesi
    ai quali essi si indirizzano.
    CICERONE:  Invero  sono  tempi  stranamente  disposti:  ma  gli uomini
    possono interpretare le cose in un modo loro, interamente contrario al
    significato delle cose stesse. Viene Cesare in Campidoglio domani?
    CASCA: Viene;  ch disse ad Antonio di avvertirvi che vi sarebbe stato
    domani.
    CICERONE:  Buona notte,  dunque,  Casca;  questo cielo sconvolto non 
    fatto per passeggiare.
    CASCA: Addio, Cicerone.
    (Esce Cicerone).

    (Entra CASSIO).

    CASSIO: Chi va l?
    CASCA: Un romano.
    CASSIO: Casca, dalla vostra voce.
    CASCA: Il vostro orecchio  buono. Cassio, che notte  questa!
    CASSIO: Una notte piacevolissima per la gente onesta.
    CASCA: Chi mai ha visto cieli cos minacciosi?
    CASSIO: Coloro che hanno conosciuto la terra cos piena di colpe.  Per
    conto  mio,  ho  passeggiato per le strade esponendomi alla perigliosa
    notte, e,  cos discinto come mi vedete,  Casca,  ho porto nudo il mio
    petto  alla  folgore;  e quando l'azzurra serpeggiante saetta sembrava
    squarciare il seno del cielo, mi sono fatto avanti proprio dove andava
    a cadere e nella sua stessa vampa.
    CASCA: Ma perch fino a tal punto tentate  voi  il  cielo?  E'  dovere
    degli  uomini  di  paventare  e  tremare quando i potentissimi di con
    portenti inviano tali terribili araldi ad incutere in noi lo stupore.
    CASSIO: Siete tardo, Casca;  e quelle scintille di vita che dovrebbero
    trovarsi  in  ogni romano,  o vi mancano,  o non date prova di averle.
    Siete pallido e sbarrate gli occhi e  vi  vestite  di  spavento  e  vi
    sprofondate nello stupore,  nel vedere la strana collera dei cieli: ma
    se voi consideraste la vera causa di tutti  questi  fuochi,  di  tutti
    questi  striscianti  spettri,  e  perch uccelli e bestie si dipartono
    dalla loro natura e specie,  perch dei vegliardi agiscono da scemi  e
    dei  fanciulli  profetizzano,  perch tutte queste cose si allontanano
    dal loro modo di essere preordinato,  dalla loro natura e  dalle  loro
    originali   facolt  per  assumere  mostruosi  aspetti:  ebbene,   voi
    troverete che il cielo ha infuso in loro questi  caratteri  per  farne
    strumenti  di terrore e di ammonimento,  in vista di qualche mostruoso
    stato di cose. Ora, Casca, potrei io nominarti un uomo simile a questa
    notte spaventosa, il quale tuona e saetta e apre tombe e rugge come il
    leone in Campidoglio,  un uomo non pi potente di te o di me nella sua
    personale azione, eppure diventato portentoso e terribile, quanto tali
    strani prodigi.
    CASCA: E' Cesare di cui intendete parlare, non  vero, Cassio?
    CASSIO:  Sia  chi  sia: ch ora i Romani hanno muscoli e membra come i
    loro antenati, ma, ahim,   morto lo spirito dei nostri padri e siamo
    governati  dall'animo delle nostre madri;  il nostro giogo e la nostra
    tolleranza ci mostrano femminei.
    CASCA: Invero,  dicono che domani i senatori intendono eleggere Cesare
    re;  ed egli potr portare la sua corona per mare e per terra ovunque,
    eccetto che in Italia.
    CASSIO: So dove io porter questo pugnale,  allora;  Cassio riscatter
    Cassio dalla schiavit: in questo,  di,  fate fortissimi i deboli; in
    questo, di, sconfiggete i tiranni: n torri di pietra n mura di rame
    battuto,  n prigione senz'aria,  n forti  catene  di  ferro  possono
    frenare  la  forza  dell'animo:  ma la vita,  stanca di questi terreni
    ceppi, non manca mai della facolt di congedarsi. Se io so questo, che
    tutto il mondo pure lo sappia,  che quella parte di  tirannia  che  io
    sopporto la posso scuotere da me a mia volont.
    (Continua a tuonare).
    CASCA: Ed io pure: cos ogni schiavo porta nella sua mano il potere di
    annullare la sua schiavit.
    CASSIO:  E perch dunque dovrebbe Cesare essere tiranno?  Disgraziato!
    So che egli non sarebbe un lupo se non vedesse che i Romani  non  sono
    che pecore: non sarebbe un leone se i Romani non fossero cervi. Coloro
    che  vogliono in poco tempo fare un gran fuoco lo accendono con deboli
    pagliuzze: qual fascio di  stecchi    Roma,  quale  rifiuto  e  quale
    mucchio  di  trucioli quando serve da materia vile per illuminare cosa
    s abietta come Cesare! Ma, o dolore, ove mi hai tu condotto? Forse io
    dico ci dinanzi ad uno schiavo volontario: allora  io  so  che  dovr
    risponderne, ma sono armato, ed indifferente ai pericoli.
    CASCA:  Voi  parlate  a  Casca,  ad  uomo  che  non   un sogghignante
    delatore. Tenete: ecco la mano,  formate una fazione per por rimedio a
    tutti  questi  torti;  ed  io spinger questo mio piede innanzi quanto
    colui che va pi lontano.
    CASSIO: Ecco un patto  conchiuso.  Ed  ora  sappiate,  Casca,  ho  gi
    indotto  certi  Romani  dei  pi  nobili  d'animo  a  compiere  con me
    un'impresa che comporta onore quanto pericoli,  e so che  a  quest'ora
    essi mi aspettano nel portico di Pompeo: giacch ora,  in questa notte
    terribile,  non v' movimento o passaggio di gente per  le  strade;  e
    l'aspetto  del  cielo  rassomiglia l'opera che abbiamo in corso,  cos
    sanguigno, infocato, e spaventoso com'.
    CASCA: Nascondetevi un momento, che viene qualcuno in fretta.
    CASSIO: E' Cinna; lo conosco all'andatura:  un amico.
    (Entra CINNA).
    Cinna, dove andate cos in fretta?
    CINNA: A cercarvi. Chi  questi? Metello Cimbro?
    CASSIO: No,   Casca,  uno associato alla  nostra  impresa.  Non  sono
    atteso, Cinna?
    CINNA: Ho piacere.  Che notte terribile  questa! Vi sono due o tre di
    noi che hanno veduto strani portenti.
    CASSIO: Non sono atteso? Ditemi.
    CINNA: S,  siete atteso.  O Cassio,  se poteste  solo  guadagnare  il
    nobile Bruto al nostro partito...
    CASSIO:  State  tranquillo.  Buon  Cinna,  prendete  questo foglio,  e
    guardate di porlo nel sedile pretorio dove solo Bruto possa  trovarlo,
    e  questo gettatelo dentro la sua finestra,  questo affiggetelo con la
    cera alla statua del vecchio Bruto: fatto tutto ci, recatevi sotto il
    portico di Pompeo, ove ci troverete. Sono l Decio Bruto e Trebonio?
    CINNA: Tutti fuorch Metello Cimbro;  egli  andato a cercarvi a  casa
    vostra.  Ebbene, m'affretter a distribuire questi fogli come mi avete
    ordinato.
    CASSIO: Fatto ci, recatevi al teatro di Pompeo.  (Esce Cinna) Venite,
    Casca,  voi ed io, avanti che si faccia giorno, vedremo ancora Bruto a
    casa sua: tre quarti di lui sono  gi  nostri,  e  l'uomo  intiero  si
    arrende a noi al prossimo incontro.
    CASCA:  Oh,  egli siede ben alto nel cuore di tutta la gente e ci che
    in  noi  sembrerebbe  offesa,  il  suo  consenso,   quale  ricchissima
    alchimia, lo trasformer in virt e merito.
    CASSIO: E lui e il suo valore,  e il nostro gran bisogno di lui, avete
    ben giudicato. Andiamo, giacch  passata la mezzanotte;  e,  prima di
    giorno, lo sveglieremo e ce lo assicureremo.
    (Escono).

    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Roma. L'orto di Bruto.

    (Entra BRUTO).
    BRUTO: Ol, Lucio! oh! Non posso, dal moto delle stelle, indovinare di
    quanto  sia  vicino il giorno.  Lucio,  dico!  Vorrei avere anch'io il
    difetto di dormire cos duro. Dunque, Lucio, dunque? Svegliati,  dico!
    Oh, Lucio!
    (Entra Lucio).
    LUCIO: Avete chiamato signore?
    BRUTO: Portami un cero nello studio, Lucio: quando  acceso, vieni qui
    a chiamarmi.
    LUCIO: S, signore.
    (Esce).
    BRUTO: Dev'essere con la sua morte: e per conto mio, non conosco alcun
    motivo per recalcitrare a lui,  salvo che per il loro comune. Vorrebbe
    essere incoronato: quanto potrebbe questo cambiargli l'indole, ecco la
    questione:  la bella giornata che fa uscir la vipera e allora occorre
    procedere  circospetti.  Incoronarlo?  Ecco;  e  allora,  lo  ammetto,
    poniamo  in  lui  un  pungolo  per  nuocere  a volont.  L'abuso della
    grandezza si ha quando dalla potenza essa disgiunge la piet:  e,  per
    dire  il  vero  di  Cesare,  non  so  quando le sue passioni l'abbiano
    dominato pi della sua ragione.  Ma  oggetto di comune esperienza che
    l'umilt  la scala della giovane ambizione,  alla quale chi sale tien
    rivolta la faccia, ma raggiunto che egli abbia l'ultimo gradino, volge
    allora il dorso alla scala e guarda le nuvole,  disprezzando i gradini
    bassi  per  i  quali  asceso: cos potrebbe far Cesare;  quindi,  per
    timore che possa, preveniamo.  E,  dacch il motivo di contesa sarebbe
    infondato  rispetto  a ci che egli ,  poniamo la questione in questi
    termini: che ci che egli ,  accresciuto,  porterebbe a tali  e  tali
    estremi:  e  quindi  consideriamolo  come  un  uovo  di  serpente che,
    schiuso, diverrebbe,  secondo la sua natura nocivo,  e uccidiamolo nel
    guscio.
    (Rientra Lucio).
    LUCIO:  Il cero arde nel vostro studio,  signore.  Nel cercare un'esca
    presso la finestra,  ho trovato (dandogli una lettera) questo  foglio,
    cos sigillato; e, ne sono sicuro, non vi era quando andai a letto.
    BRUTO: Torna al tuo letto,  non  ancora giorno.  Domani, ragazzo, non
    sono le Idi di marzo?
    LUCIO: Non lo so, signore.
    BRUTO: Guarda nel calendario e fammelo sapere.
    LUCIO: S, signore.
    (Esce).
    BRUTO: Le meteore che fischiano nell'aria fan tanta luce  ch'io  posso
    leggere al loro chiarore: (apre la lettera e legge) Bruto,  tu dormi;
    svegliati e guarda te stesso. Deve Roma,  eccetera.  Parla,  colpisci,
    ripara!  Bruto  tu  dormi:  svegliati!.  Tali istigazioni sono spesso
    state lasciate cadere ove io le ho raccolte.  Deve  Roma,  eccetera.
    Cos  devo  completarne  il  senso: Deve Roma vivere nel terrore di un
    uomo?  Come!  Roma?  I miei antenati dalle strade di Roma  scacciarono
    Tarquinio quando egli fu chiamato re.  Parla,  colpisci, ripara!. Mi
    implorano dunque di parlare e di colpire?  O Roma,  ti faccio voto che
    se vi sar possibile riparazione, l'intera tua preghiera sar esaudita
    per mano di Bruto!
    (Rientra Lucio).
    LUCIO: Signore, marzo  scemato di quattordici giorni.
    (Bussano di fuori).
    BRUTO: Va bene.  Va' al cancello;  qualcuno bussa. (Lucio esce) Dacch
    la prima volta Cassio m'incit contro Cesare,  mai pi non ho dormito.
    Tra  l'esecuzione  di una terribile azione e il primo impulso a farla,
    tutto l'intervallo  quale un fantasma o un  orribile  sogno:  l'anima
    che  ragiona  e  le  terrene passioni stanno allora a consiglio;  e lo
    stato dell'uomo,  quale piccolo regno,  soffre allora  una  specie  di
    rivoluzione.
    (Rientra Lucio).
    LUCIO:  Signore,  c'  vostro cognato Cassio alla porta,  che desidera
    vedervi.
    BRUTO: E' solo?
    LUCIO: No, signore, vi sono altri con lui.
    BRUTO: Li conosci?
    LUCIO: No, signore: hanno i cappelli calcati sulle orecchie, e le loro
    facce sono a met sepolte nei mantelli,  cos che in nessun modo posso
    riconoscerli da qualsiasi lineamento.
    BRUTO: Che entrino!  (Lucio esce) Sono i cospiratori.  O congiura,  ti
    vergogni dunque di mostrare la tua pericolosa fronte di notte,  quando
    le male azioni hanno minor freno? Oh, allora, di giorno, dove troverai
    una  caverna  abbastanza oscura per mascherare il tuo mostruoso volto?
    Non cercarla,  o congiura: nascondilo in sorrisi e in  modi  affabili:
    poich  se tu vai attorno,  con le tue native sembianze,  Erebo stesso
    non sarebbe abbastanza oscuro per sottrarti al discoprimento.

    (Entrano CASSIO, CASCA, DECIO, CINNA, METELLO CIMBRO e TREBONIO).

    CASSIO: Temo che siamo troppo arditi  nel  turbarvi  il  riposo:  buon
    giorno, Bruto; vi disturbiamo?
    BRUTO: Alzato sono da un'ora;  tutta la notte sveglio.  Conosco questi
    che vengono con voi?
    CASSIO: S,  tutti;  e non v' uomo che qui non vi onori,  e  ciascuno
    nient'altro vorrebbe se non che voi aveste di voi stesso quel concetto
    che ogni nobile romano ha di voi. Questi  Trebonio.
    BRUTO: E benvenuto qui.
    CASSIO: Questi, Decio Bruto.
    BRUTO: Anch'egli  benvenuto.
    CASSIO: Questi Casca, questi Cinna, e questi Metello Cimbro.
    BRUTO:  Sono  tutti benvenuti.  Quali vigili cure s'interpongono tra i
    vostri occhi e la notte?
    CASSIO: Posso chiedervi una parola?
    (Bruto e Cassio parlano in disparte).
    DECIO: Qua sta l'oriente: non sorge qua il giorno?
    CASCA: No.
    CINNA: Ma scusate,  signore,  s;  e quelle strie grige che orlano  le
    nubi sono foriere del giorno.
    CASCA: Confesserete che ambedue vi siete ingannati.  Qua dove io punto
    la spada sorge il sole, il quale si leva assai verso mezzogiorno, data
    la giovine stagione dell'anno. Tra due mesi ancora, egli pi su, verso
    tramontana,  comincer a presentare il suo fuoco,  e il pieno  oriente
    sta, come il Campidoglio, direttamente qua.
    BRUTO: Datemi tutti la mano, uno dopo l'altro.
    CASSIO: E giuriamo il nostro patto.
    BRUTO: No, nessun giuramento; se non bastano gli sguardi degli uomini,
    le  sofferenze  delle  nostre  anime,  gli abusi dei tempi,  se questi
    moventi sono deboli, tronchiamo finch c' tempo, ed ognuno ritorni di
    qui al suo letto d'ozio,  e  che  la  tirannia  dagli  occhi  d'aquila
    continui  cos  le  sue  ruote,  finch  ogni uomo cada secondo il suo
    destino.  Ma se questi moventi,  come ne  sono  sicuro,  hanno  in  s
    abbastanza  fuoco  per infiammare i codardi e per temprare di coraggio
    gli  animi  fiacchi  delle  femmine,  allora,   compatriotti,   perch
    abbisognamo  noi  di uno sprone,  all'infuori della nostra causa,  per
    stimolarci al rimedio? Qual altro legame che quello di Romani prudenti
    che hanno dato parola, e non tergiversano? E qual altro giuramento che
    non l'onest all'onest impegnata che questo sia o altrimenti si  cada
    per  questo?  Fate  giurare  i sacerdoti,  e i vigliacchi,  e i furbi,
    vecchie infrollite carogne,  e simili anime accomodevoli che accolgono
    con  compiacenza le offese;  per cattive cause fate giurare gli esseri
    che gli uomini hanno in sospetto: ma non macchiate  la  limpida  virt
    della  nostra  impresa  n l'irreprimibile foga dei nostri animi,  col
    pensare  che  la  nostra  impresa  o  la  nostra  esecuzione  di  essa
    richiedano  un  giuramento,  quando  ogni singola goccia di sangue che
    ogni romano porta, e porta nobilmente,  rea di bastardaggine, se egli
    rompe la pi piccola parte di qualsiasi promessa gli sia uscita  dalla
    bocca.
    CASSIO:  Ma,   Cicerone?   Dobbiamo  sondarlo?  Penso  che  egli  sar
    decisamente con noi.
    CASCA: Non lo lasciamo fuori.
    CINNA: No certamente.
    METELLO: Oh,  uniamolo a noi: poich l'argento  delle  sue  chiome  ci
    acquister  una  buona  fama,  e  comprer i suffragi degli uomini per
    lodare le nostre azioni: si dir che il suo giudizio guid  le  nostre
    mani;  la  nostra  giovent,  la  nostra spensieratezza in nessun modo
    appariranno, ma interamente saranno sepolte nella sua saggezza.
    BRUTO: Oh, non lo nominate: non tocchiamo la questione con lui; perch
    egli non vuol mai seguire impresa che altri incominci.
    CASSIO: Allora lasciamelo fuori.
    CASCA: Infatti non  adatto.
    DECIO: E nessun altro sar toccato all'infuori di Cesare?
    CASSIO: Ben detto,  Decio.  Non credo sia opportuno che Marco Antonio,
    s  benamato da Cesare,  debba a Cesare sopravvivere: troveremo in lui
    un nocivo macchinatore;  e voi sapete che i suoi  mezzi,  se  egli  li
    sfrutta  facilmente,  possono  arrivare  a  tal  punto da danneggiarci
    tutti; e per impedire questo, che Antonio e Cesare cadano insieme.
    BRUTO: Troppo sanguinaria sarebbe la nostra condotta, Caio Cassio,  se
    prima tagliassimo la testa e quindi straziassimo le membra: come l'ira
    nella  morte  e,  dopo,  l'odio: poich Antonio non  che un membro di
    Cesare: siamo sacrificatori, ma non carnefici, Caio.  Tutti ci ergiamo
    contro  lo  spirito  di Cesare;  e nello spirito degli uomini non vi 
    sangue;  oh,  se potessimo  giungere  allo  spirito  di  Cesare  senza
    smembrare Cesare!  Ma,  ahim,  Cesare deve sanguinare per questo!  E,
    gentili amici, uccidiamolo con coraggio,  ma non con ira;  trinciamolo
    come  una  vivanda  degna  degli  di,  ma  non lo squartiamo come una
    carcassa degna di cani: e che i nostri cuori,  come  fanno  i  padroni
    scaltri,  aizzino  i  loro  servi  a  un  atto d'ira,  e dopo sembrino
    rimproverarli.  Questo  far  s  che  il  nostro  proposito  apparir
    necessario  e  non ispirato all'odio,  di modo che cos sembrando agli
    occhi del volgo, ci chiameranno purificatori e non assassini. E quanto
    a Marc'Antonio, non pensate a lui,  ch egli non pu far di pi che il
    braccio di Cesare quando la testa di Cesare  tagliata.
    CASSIO: Eppure lo temo;  perch, nel ben radicato amore che egli porta
    a Cesare...
    BRUTO: Ahim,  buon Cassio,  non pensate a lui: se  egli  ama  Cesare,
    tutto quello che pu fare  contro se stesso: intristirsi e morire per
    Cesare:  e  questo  sarebbe  aspettarsi  molto  da lui;  perch egli 
    incline ai giuochi, alla vita sfrenata e alla larga compagnia.
    TREBONIO: Non v' di che temere da lui; che non muoia,  perch vivr e
    rider di questo dopo.
    (Suona un orologio).
    BRUTO: Silenzio! Contate i colpi.
    CASSIO: L'orologio ha battuto tre colpi.
    TREBONIO: E' l'ora di separarci.
    CASSIO: Ma  ancora dubbio se Cesare uscir oggi, oppure no; perch di
    recente    divenuto  superstizioso,  proprio  in contrasto con le sue
    comuni opinioni di una volta sulle fantasie, sui sogni e sui portenti:
    pu darsi che questi manifesti prodigi,  l'inusitato terrore di questa
    notte  e  gli  argomenti  dei  suoi  auguri possano tenerlo quest'oggi
    lontano dal Campidoglio.
    DECIO: Non lo temete: se cos ha deciso io posso  persuaderlo;  perch
    egli ama sentire che gli unicorni possono essere tratti in inganno con
    gli alberi e gli orsi con gli specchi, gli elefanti con buche, i leoni
    con  reti  e gli uomini con adulatori;  e quando gli dico che odia gli
    adulatori,  egli consente: ed allora  al massimo adulato.  Lasciatemi
    fare;  perch  io  posso  dare  il  giusto indirizzo al suo umore e lo
    condurr al Campidoglio.
    CASSIO: Anzi, saremo tutti l per scortarlo.
    BRUTO: Per l'ottava ora al pi tardi, va bene?
    CINNA: Al pi tardi, e non mancate.
    METELLO: Caio Ligario vuol male a Cesare,  il quale lo rimprover  per
    aver  parlato  bene  di  Pompeo:  mi stupisco che nessuno di voi abbia
    pensato a lui.
    BRUTO: Mio buon Metello,  passate ora da casa sua: egli mi ama assai e
    gliene ho dato motivo; fate che egli venga qui ed io lo persuader.
    CASSIO:  L'alba  ci  sovrasta:  vi  lasciamo,  Bruto:  e  voi,  amici,
    sparpagliatevi, ma tutti ricordate ci che avete detto, e dimostratevi
    veri romani.
    BRUTO: Buoni signori, mostratevi tranquilli ed allegri;  che il nostro
    aspetto  non si ammanti dei nostri propositi,  ma comportiamoci come i
    nostri attori romani,  con animo saldo e dignitosa fermezza.  E  cos,
    buon giorno a tutti voi. (Escono tutti, eccetto Bruto) Ragazzo! Lucio!
    Addormentato?  Non  importa;  godi  la melliflua e pesante rugiada del
    sonno: tu non hai n gl'immaginari spettri,  n  le  fantasie  che  le
    affaccendate  cure infiltrano nella mente degli uomini;  per questo tu
    dormi cos profondamente.

    Entra PORZIA.

    PORZIA: Bruto, signor mio!
    BRUTO: Porzia,  che fate?  Perch vi alzate  adesso?  Non  giova  alla
    vostra  salute  l'affidare cos il vostro debole corpo al crudo freddo
    mattutino.
    PORZIA: Neppure alla vostra. Non gentilmente,  Bruto,  siete scivolato
    fuori del mio letto: e, ieri sera, a cena, a un tratto vi siete alzato
    e  avete  passeggiato  attorno  pensoso  e sospirante,  con le braccia
    conserte;  e quando vi ho domandato che cosa fosse,  avete fissato gli
    occhi  su  di me con sguardo non gentile: vi ho interrogato ancora: vi
    siete passato la mano tra i capelli,  e troppo  impazientemente  avete
    battuto  il  piede;  ancora  ho insistito e ancora non avete risposto,
    bens,  con  adirata  mossa  della  mano,  mi  avete  fatto  cenno  di
    lasciarvi: cos ho fatto,  temendo di dare esca a quell'impazienza che
    troppo  sembrava  accesa,  e  tuttavia  sperando  che  non  fosse  che
    l'effetto di un cattivo umore, che a volte trova la sua ora in ognuno.
    Ma non vi lascia mangiare,  n dormire;  e, se potesse altrettanto sul
    vostro  aspetto  quanto  ha  prevalso  sul  vostro  animo  io  non  vi
    riconoscerei,  Bruto.  Signor  mio caro,  ditemi la ragione del vostro
    dolore.
    BRUTO: Non sto bene di salute, ecco tutto.
    PORZIA: Bruto  saggio, e, se non fosse in salute,  egli adotterebbe i
    mezzi per riacquistarla.
    BRUTO: Ebbene, cos faccio. Buona Porzia, andate a letto.
    PORZIA:  Bruto  malato?  E forse fa bene il passeggiare discinto e il
    suggere gli umori dell'umido mattino?  Come Bruto   malato,  e  vuole
    furtivamente  allontanarsi  dal  suo  letto  salubre per affrontare il
    sozzo contagio della  notte  e  sfidare  l'umida  ed  impura  aria  ad
    accrescere il suo male?  No,  Bruto mio, voi avete un male che offende
    l'animo vostro, che, per il diritto al mio posto, ed in virt di esso,
    io dovrei conoscere: e,  in ginocchio,  vi scongiuro per la mia  belt
    una volta decantata,  per tutte le vostre proteste d'amore, e per quel
    gran voto che un i nostri corpi,  e di noi fece  una  sola  cosa,  di
    svelare  a me,  che sono voi stesso,  la met vostra,  perch siete s
    triste: e quali uomini stanotte sono convenuti da voi,  ch ve ne sono
    stati sei o sette, i quali nascondevano il volto anche dalle tenebre.
    BRUTO: Non v'inginocchiate, dolce Porzia.
    PORZIA:  Non mi sarebbe necessario,  se voi foste il dolce Bruto.  Nel
    contratto di matrimonio,  ditemi,  Bruto,  viene escluso che io  debba
    sapere alcun segreto che appartiene a voi?  Sono io voi soltanto,  per
    cos dire,  in un certo modo e  fino  a  un  certo  punto,  per  farvi
    compagnia  ai  pasti,  per rallegrarvi il letto e parlarvi di tanto in
    tanto?  Vivo io solo nella suburra del vostro piacere?  Se non    che
    cos, Porzia  la prostituta di Bruto e non sua moglie.
    BRUTO: Voi siete la mia vera ed onorata sposa,  s cara a me quanto le
    rosse gocce che visitano il mio triste cuore.
    PORZIA: Se questo fosse vero, allora io conoscerei questo segreto.  Ne
    convengo,  sono una donna!  pur tuttavia una donna che il nobile Bruto
    prese per moglie; ne convengo, sono una donna,  pur tuttavia una donna
    di  degna  fama,  la figlia di Catone.  Pensate voi che io non sia pi
    forte del mio sesso con tale padre e con tale sposo?  Ditemi i  vostri
    segreti,  io  non  li  sveler:  con  severa  prova ho mostrato la mia
    fermezza dandomi una  volontaria  ferita  qui,  nella  coscia:  questo
    dunque posso sopportare con pazienza, ma non i segreti del mio sposo?
    BRUTO: O di! Rendetemi degno di s nobile moglie! (Si bussa di fuori)
    Odi,  odi. Qualcuno bussa: Porzia, rientra per un poco, ed a suo tempo
    il tuo petto condivider i segreti del mio cuore: tutti i miei impegni
    sveler a te,  tutto ci  che    scritto  sulla  mia  triste  fronte:
    lasciami, presto.
    (Esce Porzia. Entrano LUCIO e LIGARIO).
    Lucio, chi  che bussa?
    LUCIO: Vi  un malato qui che vorrebbe parlarvi.
    BRUTO: Caio Ligario,  di cui parl Metello. Ragazzo, sta' in disparte.
    Caio Ligario, come!
    LIGARIO: Accetta il buon giorno da una debole lingua.
    BRUTO: Oh,  qual momento avete scelto,  valoroso Caio,  per portar  la
    benda! Oh, se non foste malato!
    LIGARIO:  Non sono malato se Bruto abbia in corso impresa alcuna degna
    d'esser detta onorevole.
    BRUTO: Una tale impresa avrei in corso,  Ligario,  se  voi  aveste  un
    orecchio sano per udirne parlare.
    LIGARIO: Per tutti gli di davanti ai quali i Romani s'inchinano,  qui
    scaccio il mio male! Anima di Roma!  Valoroso figlio,  nato da onorati
    lombi! Tu, quale mago, hai rievocato la mia anima morta. Ora comandami
    di correre, ed io lotter coll'impossibile; anzi, ne avr ragione. Che
    c' da fare?
    BRUTO: Un'opera che saner i malati.
    LIGARIO: Ma non sono forse sani alcuni che dobbiamo rendere malati?
    BRUTO: Anche ci dobbiamo.  Di che si tratti,  Caio, ti sveler mentre
    andiamo da colui al quale deve essere fatto.
    LIGARIO: Andate avanti;  e,  con cuore riacceso,  io vi seguo per fare
    non so che: ma basta che Bruto mi guidi.
    BRUTO: Seguimi dunque.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Roma. Il Palazzo di Cesare.

    (Tuoni e lampi. Entra CESARE in veste da notte).
    CESARE:  N  cielo n terra sono stati in pace questa notte: tre volte
    Calpurnia ha gridato nel sonno: Aiuto, oh! assassinano Cesare! Chi 
    l?
    (Entra un Servo).
    SERVO: Signore?
    CESARE: Va',  ordina ai  sacerdoti  che  subito  offrano  sacrifici  e
    portami qui il loro responso sull'esito.
    SERVO: Vado, signore.
    (Esce).

    (Entra CALPURNIA).

    CALPURNIA: Che intendete di fare, Cesare? Pensate di andar fuori? Oggi
    non dovete muovervi dalla vostra casa.
    CESARE:  S  che Cesare uscir: i pericoli che mi hanno minacciato non
    mi hanno mai guardato che le  spalle;  appena  vedranno  il  volto  di
    Cesare, saranno svaniti.
    CALPURNIA: Cesare,  mai non ho dato importanza ai presagi,  eppure ora
    essi mi spaventano. V' uno l, a parte quello che noi abbiamo visto e
    udito,  che racconta le cose pi spaventose  viste  dalla  ronda.  Una
    leonessa ha partorito per la strada, delle tombe si sono spalancate ed
    hanno  reso i loro morti;  feroci fiammanti guerrieri hanno combattuto
    sulle nubi in file ed in squadroni ed in giusto ordine guerresco, cos
    che  piovuto sangue sul Campidoglio;  rumore di battaglia  rimbombava
    nell'aria;  cavalli nitrivano ed uomini moribondi gemevano,  e spiriti
    strillavano  e  stridevano  per  le  strade.  O  Cesare,  queste  cose
    sorpassano ogni comune esperienza ed io le temo!
    CESARE:  Quale  cosa  pu  essere  evitata  il  cui scopo  voluto dai
    potenti di?  Tuttavia Cesare  uscir:  perch  queste  predizioni  si
    riferiscono a tutto il mondo in generale come a Cesare.
    CALPURNIA:  Quando muoiono i mendicanti non si vedono comete;  i cieli
    stessi proclamano col furore la morte di principi.
    CESARE: I codardi muoiono  molte  volte  prima  della  loro  morte;  i
    valorosi  non  assaggiano  la  morte  che una sola volta.  Di tutte le
    meraviglie che abbia mai sentito, la pi strana, mi sembra,   che gli
    uomini debbano temere: dato che la morte, fine necessaria verr quando
    vuole.
    (Rientra il Servo).
    Che dicono gli uguri?
    SERVO:  Non vorrebbero che voi usciste oggi.  Nell'estrarre le viscere
    della vittima non hanno potuto trovare il cuore dell'animale.
    CESARE: Gli di fanno  questo  per  svergognare  la  codardia:  Cesare
    sarebbe  un animale senza cuore se oggi dovesse stare a casa per paura
    No, Cesare non lo far: il pericolo ben sa che Cesare  pi pericoloso
    di lui: noi siamo due leoni partoriti lo stesso giorno,  ed io sono il
    pi vecchio ed il pi terribile: e Cesare uscir.
    CALPURNIA: Ahim,  signore mio,  la vostra saggezza  annientata dalla
    cieca fiducia.  Non uscite oggi: chiamatela paura mia  quella  che  vi
    trattiene a casa,  e non vostra.  Invieremo Marc'Antonio al Senato: ed
    egli dir che voi non state bene oggi: lasciate che, in ginocchio.  io
    ottenga questo.
    CESARE:  Marc'Antonio  dir  che  non  sto bene;  e pel tuo capriccio,
    rester a casa.
    (Entra DECIO).
    Decio Bruto, egli lo dir loro.
    DECIO: Cesare, salve! Buon giorno magnanimo Cesare! Vengo per condurvi
    ai Senato.
    CESARE: E siete venuto a tempo per portare il mio saluto ai  senatori,
    e  dire loro che oggi non voglio venire: che non possa,   falso;  che
    non osi,   ancora pi falso: non voglio venire oggi: dite loro  cos,
    Decio.
    CALPURNIA: Dite che  malato.
    CESARE: Deve Cesare inviare una menzogna?  Ho io steso cos lontano il
    mio braccio nella conquista per aver paura di dire  a  dei  vecchi  la
    verit? Decio, andate a dire loro che Cesare non vuol venire.
    DECIO: Potentissimo Cesare,  lasciate che io ne conosca la causa,  per
    timore che mi deridano quando dico loro cos.
    CESARE: La ragione sta nella mia volont: non voglio venire; ci basta
    per soddisfare il  Senato.  Ma  per  vostra  personale  soddisfazione,
    perch  vi  amo,  ve  lo  far sapere: Calpurnia qui,  mia moglie,  mi
    trattiene a casa: essa ha sognato  questa  notte  che  vedeva  la  mia
    statua,  da cui, come fontana dai mille getti, scorreva sangue puro; e
    molti baldi Romani venivano sorridenti e vi si  lavavano  le  mani:  e
    queste  cose  essa  interpreta  quali  prodigi  e  moniti  di sventure
    imminenti; ed in ginocchio ha implorato che lo restassi a casa oggi.
    DECIO: Questo sogno  stato tutto interpretato male;  era una  visione
    bella  e  di lieto auspicio: la vostra statua che zampillava sangue da
    molti getti e  nella  quale  tanti  Romani  sorridenti  si  bagnavano,
    significa che da voi Roma la grande sugger sangue ristoratore;  e che
    dei grandi uomini s'affolleranno per avere blasoni, segni, reliquie ed
    attributi. Questo  il significato del sogno di Calpurnia.
    CESARE: E cos l'avete bene spiegato.
    DECIO: E l'ho infatti,  come saprete quando avrete udito ci che posso
    dire:  sappiatelo  adesso:  il Senato ha deliberato di dare quest'oggi
    una corona al potente Cesare.  Se mandate loro a dire che non verrete,
    potranno  cambiare  di  parere.  Del  resto,  sarebbe  scherno  che si
    presenterebbe spontaneo per qualcuno il dire: Togliete la  seduta  al
    Senato  fino ad altra volta,  quando alla moglie di Cesare capiteranno
    sogni migliori.  Se Cesare  si  nasconde,  non  bisbiglieranno  essi:
    Guardate,  Cesare ha paura?  Perdonatemi, Cesare, ch la mia amorosa
    sollecitudine pel vostro vero bene fa che io  parli  cos,  e  la  mia
    ragione cede di fronte al mio amore.
    CESARE:  Quanto  vane  mi  sembrano  ora le tue paure,  Calpurnia!  Mi
    vergogno di aver ceduto di fronte ad  esse.  Datemi  il  mio  mantello
    perch andr.
    (Entrano PUBLIO, BRUTO, LIGARIO, METELLO, CASCA, TREBONIO e CINNA).
    E guardate che Publio  venuto a prendermi.
    PUBLIO: Buon giorno, Cesare.
    CESARE: Benvenuto,  Publio.  Come,  Bruto,  anche voi siete fuori cos
    presto? Buon giorno,  CASCA: Caio Ligario,  Cesare mai fu tanto vostro
    nemico quanto quella febbre che vi ha reso cos magro. Che ora ?
    BRUTO: Cesare, son sonate le otto.
    CESARE: Vi ringrazio per il vostro disturbo e la vostra cortesia.
    (Entra ANTONIO).
    Vedete!  Antonio  che  spende la notte a far baldoria  ci nonostante
    alzato. Buon d, Antonio.
    ANTONIO: Altrettanto al nobilissimo Cesare.
    CESARE: Ordinate che preparino di l: sono colpevole a farmi attendere
    cos.  Ecco  Cinna,  ecco  Metello;  oh!  Trebonio!  Ho  un'oretta  di
    conversazione  da  dedicare  a  voi;   ricordatevi  di  venire  da  me
    quest'oggi: statemi vicino, che io possa ricordarmi di voi.
    TREBONIO: Lo far. Cesare.  (A parte) E cos vicino star che i vostri
    migliori amici desidereranno che fossi pi lontano.
    CESARE:  Amici,  entrate  e  gustate  il vino con me;  poi andremo via
    insieme da amici.
    BRUTO (a parte): Come amici!  Che l'apparenza inganna,  o  Cesare,  il
    cuore di Bruto soffre a pensarci.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Roma. Una strada presso il Campidoglio.

    (Entra ARTEMIDORO, leggendo un foglio).
    ARTEMIDORO: Cesare,  guardati da Bruto; fa' attenzione a Cassilo; non
    ti avvicinare  a  Casca;  tieni  d'occhio  Cinna;  non  ti  fidare  di
    Trebonio;  osserva bene Metello Cimbro; Decio Bruto non ti ama; tu hai
    fatto torto a Caio Ligario.  Non v' che un proposito in tutti  questi
    uomini, ed esso  diretto contro Cesare. Se tu non sei immortale, sta'
    attento;  il senso di sicurezza facilita il complotto. Gli di potenti
    ti proteggano!  Il tuo amico Artemidoro.  Qui star finch Cesare non
    passer,  e  in  veste  di  supplicante gli dar questo.  Il mio cuore
    soffre che la virt non possa vivere salva dal morso dell'invidia.  Se
    tu leggi questo,  Cesare, potrai vivere, se no, i Fati complottano con
    i traditori.

    (Esce).



    SCENA QUARTA - Roma. Un altra parte della stessa strada di fronte alla
    casa di Bruto.

    (Entrano PORZIA e LUCIO).
    PORZIA: Ti prego,  ragazzo,  corri al  Senato;  non  perdere  tempo  a
    rispondere, ma va': perch tardi?
    LUCIO: Per conoscere la mia commissione, signora.
    PORZIA:  Avrei  voluto  saperti gi l e di ritorno prima che ti possa
    dire che cosa tu dovresti fare. (A parte) O fermezza,  sii forte dalla
    mia parte,  innalzami un'immane barriera tra il cuore e la lingua!  Ho
    la mente di un uomo, ma le forze di una donna. Quanto  difficile alla
    donna mantenere un segreto! Sei ancora qui?
    LUCIO: Signora,  che  cosa  debbo  fare?  Correre  al  Campidoglio,  e
    null'altro? E cos tornare a voi, e null'altro?
    PORZIA: S, portami notizia, ragazzo, se il tuo padrone ha buona cera,
    ch  non  stava  bene quando  uscito: ed osserva bene che cosa faccia
    Cesare,  quali supplicanti gli facciano ressa attorno.  Odi,  ragazzo!
    che rumore  quello?
    LUCIO: Non lo sento signora.
    PORZIA: Ti prego, ascolta bene: ho sentito un clamore confuso, come di
    una rissa, e il vento lo porta dal Campidoglio.
    LUCIO: Proprio, signora, non sento nulla.
    (Entra l'Indovino).

    PORZIA: Vieni qua, tu; da che parte sei stato?
    INDOVINO: A casa mia, buona signora.
    PORZIA: Che ore sono?
    INDOVINO: Verso le nove, signora.
    PORZIA: E' gi andato in Campidoglio Cesare?
    INDOVINO:  Signora,  non  ancora:  vado  a  prendere posto per vederlo
    passare sulla via verso il Campidoglio.
    PORZIA: Tu hai qualche supplica per Cesare, non  vero?
    INDOVINO: Ne ho, signora;  se piacer a Cesare essere cos buono verso
    Cesare da ascoltarmi, lo scongiurer di essere amico di se stesso.
    PORZIA: Come, sai tu di qualche male che gli si minacci?
    INDOVINO:  Nessuno  che io sappia di certa scienza,  molto che io temo
    possa accadere.  Buon giorno a voi.  Qui la strada  stretta: la folla
    che  segue Cesare alle calcagna,  di senatori,  di pretori e di comuni
    supplicanti, farebbe quasi morire schiacciato un uomo debole: io me ne
    vado in un posto pi sgombro e l parler a Cesare quando s'avanza.
    (Esce).
    PORZIA: Debbo rientrare.  Ahim,  qual debole cosa  il cuore  di  una
    donna!  O  Bruto,  i  cieli  ti assistano nella tua impresa!  Certo il
    ragazzo mi avr sentita.  Bruto ha una supplica che Cesare  non  vuole
    accettare.  Oh, vengo meno! Corri, Lucio ricordami al tuo padrone; di'
    che io sono allegra: torna di nuovo a me, e portami notizia di ci che
    egli ti dir.



















    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Roma. Il Campidoglio. Il Senato tiene seduta.

    (Una folla di gente per la strada che mena al  Campidoglio:  tra  essi
    ARTEMIDORO e l'Indovino. Fanfara Entrano CESARE, BRUTO, CASSIO, CASCA,
    DECIO,  METELLO,  TREBONIO, CINNA, ANTONIO, LEPIDO, POPILIO, PUBLIO ed
    altri).
    CESARE: Le Idi di marzo sono giunte.
    INDOVINO: S, Cesare, ma non trascorse.
    ARTEMIDORO: Ave, Cesare! Leggi questo foglio.
    DECIO: Trebonio desidera che voi scorriate a vostro comodo questa  sua
    umile supplica.
    ARTEMIDORO: O Cesare,  leggi prima la mia; ch la mia tocca Cesare pi
    da vicino: leggila, gran Cesare.
    CESARE: Ci che tocca la nostra  persona  sar  per  ultimo  preso  in
    considerazione.
    ARTEMIDORO: Non tardare, Cesare; leggila immantinente.
    CESARE: Come? E' pazzo costui?
    PUBLIO: Quell'uomo, fate posto.
    CASSIO: Come? Patrocinate le vostre suppliche per la strada? Venite al
    Campidoglio.

    (CESARE  entra in Campidoglio: gli altri lo seguono.  Tutti i Senatori
    si alzano).

    POPILIO: Spero che oggi la vostra impresa sortisca buon effetto.
    CASSIO: Quale impresa, Popilio?
    POPILIO: Addio.
    (Si avanza verso Cesare).
    BRUTO: Che cosa ha detto Popilio Lena?
    CASSIO: Si augurava che oggi la nostra impresa sortisse buon  effetto.
    Temo che i nostri propositi siano scoperti.
    BRUTO: Guardate come egli si avanza verso Cesare: osservatelo.
    CASSIO: Casca, fate presto, perch temiamo di essere prevenuti. Bruto,
    che fate? Se questo  noto, uno di noi due, o Cassio o Cesare, mai non
    torner, ch io mi uccider.
    BRUTO:  Cassio,  siate  calmo;  Popilio  Lena  non  parla  dei  nostri
    propositi; giacch, guardate, egli sorride e Cesare non cambia.
    CASSIO: Trebonio coglie il momento opportuno; perch, guardate, Bruto,
    egli attira Marc'Antonio in disparte.
    (Escono Antonio e Trebonio. Cesare e i Senatori si seggono).
    DECIO: Dov' Metello Cimbro?  Che egli vada a presentare subito la sua
    supplica a Cesare.
    BRUTO: Egli  pronto: affollatevi attorno a lui ed assecondatelo.
    CINNA: Casca, tocca a voi per il primo ad alzare la mano.
    CESARE:  Siamo tutti pronti?  Che v' ora di mal fatto a cui Cesare ed
    il suo Senato debbano riparare?
    METELLO: Altissimo,  fortissimo e potentissimo Cesare.  Metello Cimbro
    getta ai tuoi piedi un umile cuore...
    (Inginocchiandosi).
    CESARE:  Debbo  prevenirti,  Cimbro.  Questi  prosternamenti  e questi
    abietti inchini potrebbero infiammare il sangue  di  uomini  comuni  e
    trasformare  ci  che  gi fu stabilito e definitivamente decretato in
    una legge da fanciulli.  Non essere cos sciocco da credere che Cesare
    abbia  un  sangue cos ribelle che possa essergli fatta perdere la sua
    vera qualit con ci che blandisce gli  stolti;  voglio  dire  con  le
    parole dolci,  con profondi,  contorti inchini e con vili piagnerie da
    cagnolino.  Tuo fratello  bandito per  decreto:  se  tu  t'inchini  e
    preghi  e  piangi  per  lui,  ti  scaccio  di tra i piedi come un cane
    randagio.  Sappi,  Cesare non fa torti,  n senza  ragione  si  lascia
    persuadere.
    METELLO:  Non vi  voce pi degna della mia,  che suoni pi dolcemente
    all'orecchio del gran Cesare per ottenere il richiamo del mio fratello
    bandito?
    BRUTO: Ti bacio la mano, ma non per adulazione,  o Cesare,  impetrando
    da te che Publio Cimbro possa avere immediato e libero richiamo.
    CESARE: Come? Bruto?
    CASSIO:  Perdono,  Cesare;  Cesare,  perdono;  gi  fino ai tuoi piedi
    Cassio cade, ad implorare la reintegrazione di Publio Cimbro.
    CESARE: Ben potrei essere commosso,  se io fossi come voi;  se sapessi
    pregare  per  commuovere,  le preghiere mi commoverebbero;  ma io sono
    costante come la stella del settentrione che per  la  sua  fissit  ed
    immobilit  non  ha compagna nel firmamento.  I cieli sono dipinti con
    innumerevoli scintille; tutte sono fuoco ed ognuna brilla;  ma non v'
    che  una  tra tutte che tenga il suo posto: cos nel mondo: esso  ben
    fornito di uomini,  e gli uomini sono  carne  e  sangue  e  dotati  di
    intelletto;  eppure  tra  tutti  io  non  conosco  che  uno  solo che,
    inespugnabile,  stia saldo al suo luogo non scosso da moto  alcuno:  e
    questi sono io;  lasciate che io lo dimostri un poco, anche in questo,
    che fui costante al mio proposito che Cimbro fosse bandito, e costante
    io rimango nel mantenerlo cos.
    CINNA: O Cesare...
    CESARE: Via, vuoi tu sollevare l'Olimpo?
    DECIO: Gran Cesare...
    CESARE: Non s'inginocchia Bruto invano?
    CASCA: Parlate, o mani, per me!
    (Casca pugnala Cesare nel collo. Cesare gli afferra il braccio. Egli 
    pugnalato da altri Cospiratori e per ultimo da Marco Bruto.
    CESARE: "Et tu Brute?" Allora, cadi, o Cesare!
    (Muore. I Senatori e il Popolo si ritirano in confusione).
    CINNA: Libert! Indipendenza! La tirannia  morta! Via!  proclamatelo,
    gridatelo per le strade.
    CASSIO:   Qualcuno   vada   ai  rostri  pubblici  e  gridi:  Libert,
    indipendenza, affrancamento!.
    BRUTO: Popolo e senatori, non temete; non fuggite;  fermi:  pagato il
    debito dell'ambizione.
    CASCA: Andate al rostro, Bruto.
    DECIO: E Cassio pure.
    BRUTO: Dov' Publio?
    CINNA: Qui, atterrito da questa ribellione.
    METELLO:  State saldi assieme,  pel timore che qualche amico di Cesare
    per caso...
    BRUTO: Non parlate di stare.  Publio,  siate tranquillo: nessun male 
    inteso  alla  vostra persona n ad alcun altro romano: cos dite loro,
    Publio.
    CASSIO: E lasciateci,  Publio,  ch il popolo,  scagliandosi contro di
    noi, non offenda la vostra vecchiaia.
    BRUTO: Lasciateci,  e che nessuno risponda di questa impresa altri che
    noi che ne siamo gli autori.
    (Rientra TREBONIO).
    CASSIO: Dov' Antonio?
    TREBONIO: E' fuggito a casa sbigottito: uomini, donne e bimbi sbarrano
    gli occhi e gridano e corrono come se fosse il giorno del Giudizio.
    BRUTO: O Fati, sapremo le vostre volont: che noi morremo lo sappiamo;
    non  che dell'ora e del prolungare i giorni che gli uomini si curano.
    CASSIO:  Anzi!   Colui  che  toglie  vent'anni  alla  vita  ne  toglie
    altrettanti al timore della morte.
    BRUTO: Concedi questo e allora la morte  un benefizio: cos noi siamo
    gli amici di Cesare,  avendo abbreviato i suoi anni di timor di morte.
    Chinatevi, Romani, chinatevi, e bagnamoci le mani nel sangue di Cesare
    fino ai gomiti e imbrattiamone le nostre spade,  e quindi andiamo fino
    al Foro,  e, brandendo le rosse armi sopra alle nostre teste, gridiamo
    tutti: Pace, libert, indipendenza!.
    CASSIO: Chinatevi, dunque,  e bagnamoci.  Per quante et future questa
    nostra grandiosa scena sar rivissuta,  in Stati ancora da nascere, in
    accenti ancora ignoti!
    BRUTO: Quante volte per giuoco Cesare sanguiner,  colui che ora giace
    lungo il piedistallo di Pompeo, e non vale pi della polvere!
    CASSIO:  E  quante  volte ci avverr,  altrettante il nostro manipolo
    sar detto di coloro che diedero la libert alla patria.
    DECIO: Dunque, dobbiamo andare fuori?
    CASSIO: S, tutti via. Bruto guider, e noi onoreremo le sue orme come
    i pi arditi ed i migliori animi di Roma.

    (Entra un Servo).

    BRUTO: Piano! Chi viene qua? Un amico di Antonio.
    SERVO: Cos, o Bruto, il mio padrone volle che m'inginocchiassi;  cos
    Marc'Antonio  volle che mi prostrassi;  e,  prostrato,  cos volle che
    dicessi: Bruto   nobile,  saggio,  valoroso  ed  onesto:  Cesare  era
    grande,  valoroso,  regale  ed  amorevole:  di' che io amo Bruto e che
    l'onoro;  di' che io temevo Cesare,  l'onoravo e lo  amavo;  se  Bruto
    vorr  concedere che Antonio possa sicuramente venire a lui e rendersi
    ragione perch Cesare abbia meritato di giacer morto, Marc'Antonio non
    amer Cesare morto s caramente quanto Bruto da vivo;  ma  seguir  le
    sorti  e  i  casi del nobile Bruto attraverso i rischi di questo nuovo
    inesplorato mondo con salda fede. Cos dice il mio padrone Antonio.
    BRUTO: Il tuo padrone  un saggio e valoroso romano,  mai  non  pensai
    meno di lui. Digli che se a lui piace venire in questo luogo egli sar
    soddisfatto; e, sul mio onore, ne partir incolume.
    SERVO: Lo condurr subito.
    (Esce).
    BRUTO: So che lo avremo per buon amico.
    CASSIO:  Vorrei  averlo: eppure il mio cuore lo teme assai,  ed il mio
    cattivo presentimento coglie troppo spesso nel segno.

    (Rientra ANTONIO).

    BRUTO: Ma ecco viene Marc'Antonio. Benvenuto, Marc'Antonio.
    ANTONIO: O possente Cesare!  Giaci tu s  basso?  Sono  tutte  le  tue
    conquiste,  le tue glorie, i trionfi, le spoglie, ridotte a s piccola
    misura? Addio. Non so,  signori,  quali siano le vostre intenzioni,  a
    chi altri debba essere cavato sangue,  chi altri cresca tropp'alto: se
    a me, non v' ora pi adatta dell'ora della morte di Cesare, n alcuno
    strumento per met sia degno quanto codeste vostre  spade,  arricchite
    dal  pi  nobile sangue di questo mondo.  Io vi scongiuro,  se male mi
    sopportate, ora,  mentre le vostre imporporate mani fumano e vaporano,
    di  compiere la vostra volont.  Vivessi mill'anni,  non mi trover s
    pronto a morire: luogo alcuno non mi piacer mai tanto,  mezzo  alcuno
    di morte,  quanto qui accanto a Cesare,  e da voi ucciso, i pi eletti
    spiriti, i maestri di questi tempi.
    BRUTO: O Antonio,  non chiedete a noi  la  vostra  morte.  Bench  ora
    dobbiamo sembrare sanguinari e crudeli,  quali dalle nostre mani e per
    questo atto vedete che sembriamo,  tuttavia  voi  non  vedete  che  le
    nostre  mani  e  questa  sanguinosa impresa che esse hanno compiuto: i
    nostri cuori voi non li vedete: essi sono pieni  di  piet,  ed    la
    piet per i torti sofferti da Roma,  come il fuoco scaccia il fuoco, e
    la piet la piet,  che  rea di questa azione su Cesare.  Rispetto  a
    voi, per voi le nostre spade hanno punte di piombo, o Marc'Antonio, le
    nostre  braccia  ed  i  nostri  cuori,  di fraterna tempra in quanto a
    capacit di odio,  vi accolgono con ogni gentile  affetto,  con  buoni
    pensieri e riverentemente.
    CASSIO:  La vostra voce sar autorevole come quella di qualunque altro
    uomo nella distribuzione dei nuovi onori.
    BRUTO: Pazientate solo finch abbiamo placato la moltitudine, fuori di
    s dallo spavento,  e quindi noi vi esporremo la ragione per la  quale
    io, che amavo Cesare allorch lo colpii, ho agito cos.
    ANTONIO:  Non dubito della vostra saggezza.  Che ogni uomo mi tenda la
    sua insanguinata mano: per primo,  Marco Bruto,  la stringer  a  voi;
    quindi,  Caio  Cassio,  a  voi prendo la mano;  ora,  Decio Bruto,  la
    vostra; ora la vostra,  Metello;  la vostra,  Cinna;  e,  mio valoroso
    Casca,  la vostra; se pur per ultimo, non per minore nel mio affetto,
    la vostra,  buon Trebonio.  Signori tutti,  ahim,  che dir?  Il  mio
    credito  posa  ora su basi s instabili che in una di due cattive luci
    dovete considerarmi, o quale vigliacco,  o quale adulatore.  Che io ti
    amassi,  Cesare,  oh,  vero: se dunque la tua anima ci guarda adesso,
    non ti dorr pi crudamente ancora della tua morte il  vedere  il  tuo
    Antonio  far la pace e stringere le insanguinate dita dei tuoi nemici,
    o nobilissimo,  in presenza della tua spoglia?  Avessi io tanti  occhi
    quante  tu  hai ferite,  che versassero lacrime cos copiosamente come
    queste versano il tuo sangue,  ci meglio mi  si  converrebbe  che  di
    unirmi  con legami di amicizia con i tuoi nemici.  Perdonami,  Giulio!
    Qui fosti tenuto a bada,  valoroso cervo;  qui cadesti e qui stanno  i
    tuoi  cacciatori  macchiati  delle  tue  spoglie  ed arrossati del tuo
    sangue. O mondo, tu fosti la foresta di questo cervo; e questi invero,
    o mondo,  fu il tuo nervo.  Quanto simile a un cervo colpito da  molti
    principi tu giaci qui!
    CASSIO: Marc'Antonio...
    ANTONIO: Perdonatemi,  Caio Cassio: questo diranno i nemici di Cesare;
    e, quindi, in bocca ad un amico, non sembra che fredda moderazione.
    CASSIO: Non vi rimprovero per avere cos lodato Cesare; ma quale patto
    intendete stringere con noi?  Volete essere  segnato  nell'elenco  dei
    nostri  amici o dobbiamo procedere nel nostro cammino e non contare su
    di voi?
    ANTONIO: Per questo io vi ho stretto la mano;  ma sono stato,  invero,
    portato a divagare nell'abbassare lo sguardo su Cesare.  Amico sono di
    voi tutti, e tutti vi amo;  con questa speranza,  che voi mi direte le
    ragioni perch e come Cesare era pericoloso.
    BRUTO:  Altrimenti  questo  sarebbe  un  barbaro spettacolo: le nostre
    ragioni sono s degne di considerazione, che se voi, Antonio, foste il
    figlio di Cesare, ne rimarreste soddisfatto.
    ANTONIO: Questo  tutto quello che cerco: e inoltre vi supplico che io
    possa portare fuori il corpo sulla piazza del Foro e, dal rostro, come
    conviene ad un amico, parlare nel corso del suo funerale.
    BRUTO: Lo farete, Marc'Antonio.
    CASSIO: Bruto,  una parola a voi.  (A parte) Non sapete ci che  fate:
    non  acconsentite  a  che Antonio parli al suo funerale: sapete fino a
    che punto il popolo pu essere mosso da ci che egli dir?
    BRUTO: Perdonatemi, io stesso salir per primo al rostro, e dimostrer
    la ragione della morte del nostro Cesare: quanto  a  ci  che  Antonio
    dir, dichiarer che parla con nostro consenso e permesso; e che a noi
    piace  che  a Cesare siano concessi tutti i dovuti riti e le cerimonie
    legali. Ci ridonder a nostro vantaggio, pi che screditarci.
    CASSIO: Non so che cosa potr accadere; a me non piace.
    BRUTO: Marc'Antonio,  qua,  prendete il corpo di Cesare.  Nella vostra
    orazione  funebre non biasimerete noi,  bens direte tutto il bene che
    potete di Cesare;  e dite che lo fate col nostro permesso,  altrimenti
    non  avrete  parte  alcuna nel suo funerale;  e parlerete dallo stesso
    rostro al quale io vado, e quando il mio discorso sar terminato.
    ANTONIO: Cos sia; di pi non desidero.
    BRUTO: Preparate il corpo, adunque, e seguiteci.
    (Escono tutti, eccetto Antonio).
    ANTONIO: Oh,  perdonami,  tu insanguinata zolla di terra,  se io  sono
    umile e benigno con questi carnefici!  Tu sei la rovina del pi nobile
    uomo che mai visse  nella  vicenda  dei  tempi.  Guai  alle  mani  che
    versarono questo prezioso sangue! Sulle tue ferite ora io profetizzo -
    ferite  che  quali  mute  bocche  dischiudono  le loro rosse labbra ad
    implorare la voce e l'accento della mia  lingua  che  una  maledizione
    ricadr  sulle  membra  degli uomini;  il furore intestino e la feroce
    lotta civile strazieranno ogni parte d'Italia;  il sangue e la  rovina
    saranno  cos comuni e gli spaventosi spettacoli cos familiari che le
    madri non sapran che sorridere nel mirare i loro bimbi squartati dagli
    artigli della guerra; ogni piet sar soffocata dall'abito delle truci
    gesta;  e lo spirito di Cesare,  vagante in cerca di vendetta,  con al
    suo fianco Ate uscita infocata dall'inferno,  entro questi confini con
    voce di monarca grider Sterminio,  e  scioglier  i  mastini  della
    guerra,  cos  che  questa infame impresa ammorber la terra col puzzo
    delle carogne umane gementi per la sepoltura.
    (Entra un Servo).
    Tu servi Ottavio Cesare, non  vero?
    SERVO: S, Marc'Antonio.
    ANTONIO: Cesare gli scrisse di venire a Roma.
    SERVO: Egli ha ricevuto la lettera e viene;  e mi ordin  di  dirvi  a
    voce... O Cesare!
    (Vedendo il corpo).
    ANTONIO: Il tuo cuore  gonfio; va', ritirati in disparte e piangi. La
    commozione, io vedo,  contagiosa, ch i miei occhi, nel vedere quelle
    perle del dolore nei tuoi,  han cominciato ad inumidirsi. Viene il tuo
    padrone?
    SERVO: Egli pernotta questa sera a sette leghe da Roma.
    ANTONIO: Ritorna velocemente e digli ci che  accaduto: qui  v'  una
    Roma  in  lutto,  una Roma pericolosa,  non ancora una Roma sicura per
    Ottavio;  va' e digli cos.  Anzi fermati;  non tornerai finch non ho
    portato  questo  corpo nel Foro: l taster nella mia orazione in qual
    modo il popolo prende il crudele  atto  di  questi  sanguinari;  ed  a
    seconda  del  modo  tu significherai al giovane Ottavio come stanno le
    cose. Dammi una mano.
    (Escono col corpo di Cesare).


    SCENA SECONDA - Roma. Il Foro.

    (Entrano BRUTO e CASSIO, ed una folla di Cittadini).
    I  CITTADINI:  Vogliamo  avere  soddisfazione;   che  ci  venga   data
    soddisfazione.
    BRUTO: Allora seguitemi,  e datemi ascolto,  amici. Cassio, voi andate
    nell'altra strada,  dividiamo la folla.  Coloro che vogliono udire  me
    parlare,  restino qui;  coloro che vogliono sentire Cassio, vadano con
    lui, e sar resa pubblica ragione della morte di Cesare.
    PRIMO CITTADINO: Io voglio sentire parlare Bruto.
    SECONDO CITTADINO: Io voglio udire Cassio, poi paragoneremo le ragioni
    che ci rendono ascoltandole ora separatamente.
    (Esce Cassio con alcuni dei Cittadini. Bruto sale al rostro).
    TERZO CITTADINO: Il nobile Bruto  salito. Silenzio!
    BRUTO: Siate pazienti sino alla fine. Romani,  compatriotti,  e amici!
    uditemi  per la mia causa,  e fate silenzio per poter udire: credetemi
    per il mio onore;  ed abbiate rispetto pel mio onore affinch possiate
    credere:  giudicatemi  nella  vostra  saggezza,  ed  acuite  il vostro
    ingegno affinch meglio possiate giudicare.  Se vi    alcuno  qui  in
    questa  assemblea,  alcun  caro  amico  di  Cesare,  a lui io dico che
    l'amore di Bruto per Cesare non era minore al suo.  Se poi quell'amico
    domandi  perch  Bruto  si  sollev  contro  Cesare,  questa   la mia
    risposta: non che io amavo Cesare meno,  ma che  amavo  Roma  di  pi.
    Preferireste  che  Cesare fosse vivo e morire tutti da schiavi,  o che
    Cesare sia morto per vivere tutti da uomini liberi?  In quanto  Cesare
    mi  am,  io  piango per lui;  in quanto la fortuna gli arrise,  io ne
    godo; in quanto egli fu coraggioso,  io l'onoro;  ma in quanto egli fu
    ambizioso, io l'ho ucciso: vi sono lacrime per il suo amore, gioia per
    la  sua  fortuna,  onore  per  il  suo  coraggio,  e  morte per la sua
    ambizione.  Chi v' qui  s  abietto  che  sarebbe  pronto  ad  essere
    schiavo?  Se vi  che parli,  perch lui io ho offeso. Chi vi  qui s
    barbaro che non vorrebbe essere romano? Se vi  che parli;  perch lui
    ho  offeso.  Chi vi  qui s vile che non ami la sua patria?  Se vi ,
    che parli, perch lui ho offeso. Aspetto una risposta.
    I CITTADINI: Nessuno, Bruto, nessuno.
    BRUTO: Allora nessuno io ho offeso.  Non ho fatto di pi a  Cesare  di
    quello  che  voi  farete  a  Bruto.  Il  giudizio  della  sua  morte 
    registrato in Campidoglio;  la sua gloria non  attenuata per  ci  in
    cui fu degno, n i suoi torti esagerati per i quali soffr la morte.
    (Entrano ANTONIO ed altri, col corpo di Cesare).
    Ecco che giunge il suo corpo, pianto da Marc'Antonio, il quale, bench
    nessuna  parte abbia avuto nella sua morte,  ne ricever il benefizio,
    un posto nella repubblica; e chi di voi non ricever altrettanto?  Con
    questo  io parto ch,  come io uccisi il mio miglior amico per il bene
    di Roma,  ho lo stesso pugnale per me stesso,  quando piacer alla mia
    patria di aver bisogno della mia morte.
    TUTTI: Vivi, Bruto! vivi, vivi!
    PRIMO CITTADINO: Portatelo in trionfo alla sua casa.
    SECONDO CITTADINO: Dategli una statua con i suoi antenati .
    TERZO CITTADINO: Sia egli Cesare.
    QUARTO  CITTADINO:  Le  migliori qualit di Cesare saranno coronate in
    Bruto.
    PRIMO CITTADINO: L'accompagneremo  alla  sua  casa  con  grida  e  con
    clamori.
    BRUTO: Compatriotti...
    SECONDO CITTADINO: Pace! Silenzio: Bruto parla.
    PRIMO CITTADINO: Pace, oh!
    BRUTO: Buoni compatriotti,  lasciatemi partire solo, e, per amore mio,
    restate qui con Antonio.  Rendete gli onori alla salma di  Cesare,  ed
    onorate  il  suo  discorso  che  mira  a  glorificare Cesare,  e che a
    Marc'Antonio con nostra licenza  concesso di fare.  Vi supplico,  non
    un solo uomo parta eccetto me, finch Antonio non abbia parlato.
    (Esce).
    PRIMO CITTADINO: Fermi, oh! Udiamo Marc'Antonio.
    TERZO CITTADINO: Che salga sulla pubblica cattedra;  l'udremo.  Nobile
    Antonio, sali.
    ANTONIO: Per l'amore di Bruto, sono obbligato a voi.
    QUARTO CITTADINO: Che dice egli di Bruto?
    TERZO CITTADINO: Egli dice che per amore di Bruto si sente obbligato a
    noi tutti.
    QUARTO CITTADINO: Sar bene che egli non sparli di Bruto qui.
    PRIMO CITTADINO: Questo Cesare era un tiranno.
    TERZO CITTADINO: Davvero,  questo  certo: siamo fortunati che Roma ne
    sia libera.
    SECONDO CITTADINO: Silenzio! Udiamo ci che Antonio pu dire.
    ANTONIO: O voi, gentili Romani...
    PRIMO CITTADINO: Silenzio, oh! Udiamolo.
    ANTONIO: Amici,  Romani, compatriotti, prestatemi orecchio; io vengo a
    seppellire Cesare,  non a  lodarlo.  Il  male  che  gli  uomini  fanno
    sopravvive loro; il bene  spesso sepolto con le loro ossa; e cos sia
    di  Cesare.  Il  nobile  Bruto v'ha detto che Cesare era ambizioso: se
    cos era, fu un ben grave difetto: e gravemente Cesare ne ha pagato il
    fio.  Qui,  col permesso di Bruto e degli altri -  ch  Bruto    uomo
    d'onore; cos sono tutti, tutti uomini d'onore - io vengo a parlare al
    funerale di Cesare. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma
    Bruto dice che fu ambizioso; e Bruto  uomo d'onore. Molti prigionieri
    egli  ha  riportato a Roma,  il prezzo del cui riscatto ha riempito il
    pubblico tesoro: sembr questo atto  ambizioso  in  Cesare?  Quando  i
    poveri hanno pianto,  Cesare ha lacrimato: l'ambizione dovrebbe essere
    fatta di pi rude stoffa;  eppure Bruto dice ch'egli fu  ambizioso;  e
    Bruto    uomo d'onore.  Tutti vedeste come al Lupercale tre volte gli
    presentai una corona di re ch'egli tre volte rifiut: fu  questo  atto
    di ambizione? Eppure Bruto dice ch'egli fu ambizioso; e, invero, Bruto
     uomo d'onore.  Non parlo,  no,  per smentire ci che Bruto disse, ma
    qui io sono per dire ci che io so.  Tutti lo  amaste  una  volta,  n
    senza  ragione:  qual  ragione  vi  trattiene dunque dal piangerlo?  O
    senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto
    la ragione.  Scusatemi;  il mio cuore giace l nella bara con Cesare e
    debbo tacere sinch non ritorni a me.
    PRIMO CITTADINO: Mi pare che vi sia molta ragione nelle sue parole.
    SECONDO  CITTADINO:  Se  tu  consideri bene la cosa,  a Cesare  stato
    fatto gran torto.
    TERZO CITTADINO: Vi sembra,  signori?  Temo che uno  peggiore  di  lui
    verr al suo posto.
    QUARTO  CITTADINO: Avete notato le sue parole?  Non volle accettare la
    corona:  quindi certo che non era ambizioso.
    PRIMO CITTADINO: Se si trover che   cos  qualcuno  la  pagher  ben
    cara.
    SECONDO  CITTADINO: Pover uomo!  I suoi occhi sono rossi come il fuoco
    dal piangere.
    TERZO CITTADINO: Non v' uomo a Roma pi nobile di Antonio.
    QUARTO CITTADINO: Ora, osservatelo, ricomincia a parlare.
    ANTONIO: Pur ieri la parola di Cesare avrebbe potuto opporsi al  mondo
    intero: ora egli giace l, e non v' alcuno, per quanto basso, che gli
    renda onore.  O signori,  se io fossi disposto ad eccitarvi il cuore e
    la mente alla ribellione ed al furore,  farei un torto a  Bruto  e  un
    torto a Cassio,  i quali,  lo sapete tutti, sono uomini d'onore: e non
    voglio far loro torto: preferisco piuttosto far torto al defunto,  far
    torto a me stesso e a voi,  che far torto a s onorata gente. Ma qui 
    una pergamena col sigillo di Cesare - l'ho trovata nel suo studio S il
    suo testamento: che i popolani odano soltanto questo testamento,  che,
    perdonatemi,  io  non  intendo  di  leggere,  e andrebbero a baciar le
    ferite del morto Cesare,  ed immergerebbero  i  loro  lini  nel  sacro
    sangue di lui;  anzi, chiederebbero un capello per ricordo e, morendo,
    ne farebbero menzione nel loro testamento, lasciandolo,  ricco legato,
    alla prole.
    PRIMO    CITTADINO:   Vogliamo   udire   il   testamento:   leggetelo,
    Marc'Antonio.
    I  CITTADINI:  Il  testamento,   il  testamento!   Vogliamo  udire  il
    testamento di Cesare.
    ANTONIO: Pazienza,  gentili amici,  non debbo leggerlo; non  bene che
    voi sappiate quanto Cesare vi am.  Non siete di legno,  non siete  di
    pietra, ma uomini, e essendo uomini, e udendo il testamento di Cesare,
    esso  v'infiammerebbe,  vi  farebbe impazzire:  bene non sappiate che
    siete i suoi eredi; ch, se lo sapeste oh, che ne seguirebbe!
    QUARTO CITTADINO: Leggete il  testamento;  vogliamo  udirlo,  Antonio;
    dovete leggerci il testamento, il testamento di Cesare.
    ANTONIO: Volete pazientare? Volete attendere un poco? Ho sorpassato il
    segno  nel  parlarvene.  Temo  di  far torto agli uomini d'onore i cui
    pugnali hanno trafitto Cesare; invero, lo temo.
    QUARTO CITTADINO: Erano traditori: che uomini d'onore!
    I CITTADINI: Il testamento! Il testamento!
    SECONDO CITTADINO: Erano canaglie,  assassini: il testamento!  Leggete
    il testamento!
    ANTONIO:  M'obbligate  dunque  a leggere il testamento?  E allora fate
    cerchio attorno al corpo di Cesare,  e lasciate che io vi mostri colui
    che fece il testamento. Debbo scendere? E me lo permettete?
    I CITTADINI: Venite gi!
    SECONDO CITTADINO: Scendete.
    TERZO CITTADINO: Avrete il permesso.
    (Antonio scende).
    QUARTO CITTADINO: In cerchio, state intorno.
    PRIMO CITTADINO: Lontani dalla bara; lontani dal corpo.
    SECONDO CITTADINO: Fate posto ad Antonio, al nobilissimo Antonio.
    ANTONIO: No, non vi affollate intorno a me; state lontani.
    I CITTADINI: State indietro! Posto! Andate indietro!
    ANTONIO:  Se  avete  lacrime,  preparatevi  a spargerle adesso.  Tutti
    conoscete questo mantello: io ricordo la prima  volta  che  Cesare  lo
    indoss:  era  una  serata estiva,  nella sua tenda,  il giorno in cui
    sconfisse  i  Nervii:  guardate,   qui  il  pugnale  di  Cassio   l'ha
    trapassato:  mirate  lo  strappo  che  Casca nel suo odio vi ha fatto:
    attraverso questo il ben amato Bruto  l'ha  trafitto;  e  quando  tir
    fuori  il  maledetto  acciaio,  guardate  come  il sangue di Cesare lo
    segu,  quasi si precipitasse fuori di casa per assicurarsi se fosse o
    no Bruto che cos rudemente bussava;  perch Bruto,  come sapete,  era
    l'angelo di Cesare: giudicate,  o  di,  quanto  caramente  Cesare  lo
    amava!  Questo  fu  il  pi  crudele colpo di tutti,  perch quando il
    nobile Cesare lo vide che feriva,  l'ingratitudine,  pi  forte  delle
    braccia  dei traditori,  completamente lo sopraffece: allora si spezz
    il suo gran cuore; e, nascondendo il volto nel mantello,  proprio alla
    base della statua di Pompeo,  che tutto il tempo s'irrorava di sangue,
    il gran Cesare cadde.  Oh,  qual caduta fu quella,  miei compatriotti!
    Allora  io e voi e tutti noi cademmo,  mentre il sanguinoso tradimento
    trionfava sopra di noi.  Oh,  ora  voi  piangete;  e,  m'accorgo,  voi
    sentite  il  morso  della  piet:  queste  son  generose gocce.  Anime
    gentili,  come?  piangete quando non vedete ferita  che  la  veste  di
    Cesare?  Guardate qui,  eccolo lui stesso,  straziato come vedete, dai
    traditori.
    PRIMO CITTADINO: O pietoso spettacolo!
    SECONDO CITTADINO: O nobile Cesare!
    TERZO CITTADINO: O infausto giorno!
    QUARTO CITTADINO: O traditori! Canaglie!
    PRIMO CITTADINO: O vista cruenta!
    SECONDO CITTADINO: Vogliamo essere vendicati.
    I  CITTADINI:  Vendetta!  Attorno!  Cercate!   Bruciate!   Incendiate!
    Uccidete! Trucidate! Non lasciate vivo un solo traditore!
    ANTONIO: Fermi, compatriotti!
    PRIMO CITTADINO: Silenzio, l! Udite il nobile Antonio.
    SECONDO CITTADINO: L'udremo, lo seguiremo, morremo con lui!
    ANTONIO:  Buoni  amici,  dolci  amici,  che  io  non  vi sproni a cos
    subitanea ondata di ribellione.  Coloro che han commesso questa azione
    sono  uomini  d'onore;  quali  private  cause di rancore essi abbiano,
    ahim, io ignoro, che li hanno indotti a commetterla;  essi sono saggi
    ed uomini d'onore,  e, senza dubbio, con ragioni vi risponderanno. Non
    vengo,  amici,  a rapirvi il cuore.  Non sono un oratore com'  Bruto;
    bens, quale tutti mi conoscete, un uomo semplice e franco, che ama il
    suo  amico;  e  ci  ben  sanno  coloro che mi han dato il permesso di
    parlare in pubblico di lui: perch io  non  ho  n  l'ingegno,  n  la
    facondia,  n l'abilit,  n il gesto,  n l'accento, n la potenza di
    parola per scaldare il sangue degli uomini:  io  non  parlo  che  alla
    buona,  vi  dico  ci  che voi stessi sapete,  vi mostro le ferite del
    dolce Cesare, povere, povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per
    me: ma se io fossi Bruto,  e  Bruto  Antonio,  allora  vi  sarebbe  un
    Antonio  che  sommoverebbe  gli  animi vostri e porrebbe una lingua in
    ogni ferita di Cesare,  cos da spingere le pietre di Roma a insorgere
    e ribellarsi.
    I CITTADINI: Ci ribelleremo.
    PRIMO CITTADINO: Bruceremo la casa di Bruto!
    SECONDO CITTADINO: Via dunque! Venite, si cerchino i cospiratori!
    ANTONIO: Ascoltatemi ancora, compatriotti; ancora uditemi parlare.
    I CITTADINI: Silenzio, oh! Udite Antonio, il nobilissimo Antonio.
    ANTONIO:  Amici,  voi  andate  a  fare non sapete che cosa.  In che ha
    Cesare meritato il vostro amore?  Ahim,  non  sapete:  debbo  dirvelo
    allora: avete dimenticato il testamento di cui vi parlavo.
    I   CITTADINI:   Verissimo,   il  testamento:  restiamo  ad  udire  il
    testamento.
    ANTONIO: Ecco  il  testamento,  e  col  sigillo  di  Cesare:  ad  ogni
    cittadino  romano egli d,  ad ognuno individualmente,  settantacinque
    dramme.
    SECONDO CITTADINO: Nobilissimo Cesare! Vendicheremo la sua morte.
    TERZO CITTADINO: O regale Cesare!
    ANTONIO: Ascoltatemi con pazienza.
    I CITTADINI: Zitti, oh!
    ANTONIO: Inoltre,  egli vi ha lasciato tutti i suoi passeggi,  le  sue
    private pergole e gli orti nuovamente piantati,  al di qua del Tevere;
    egli li ha lasciati a voi ed ai  vostri  eredi  per  sempre:  pubblici
    luoghi  di  piacere,  per passeggiare e per divertirvi.  Questo era un
    Cesare! Quando ne verr un altro simile?
    PRIMO CITTADINO: Giammai, giammai! Venite, via, via!  Bruceremo il suo
    corpo  nel  luogo  santo,  e  con  i  tizzoni incendieremo le case dei
    traditori. Raccogliete il corpo.
    SECONDO CITTADINO: Andate a prendere il fuoco.
    TERZO CITTADINO: Abbattete le panche.
    QUARTO CITTADINO:. Abbattete i sedili, le finestre, ogni cosa.
    (Escono i Cittadini col corpo).

    ANTONIO: Ed ora,  che la cosa vada  avanti  da  s.  Malanno,  tu  sei
    scatenato, prendi il corso che vuoi.
    (Entra un Servo).
    Ebbene, giovane!
    SERVO: Signore, Ottavio  gi arrivato Roma.
    ANTONIO: Dov'?
    SERVO: Egli e Lepido sono in casa di Cesare.
    ANTONIO:  Ed  ivi subito andr a visitarlo: mi giunge a proposito.  La
    fortuna  lieta e in questo umore ci conceder qualunque cosa.
    SERVO: Ho udito dire che Bruto e Cassio han traversato cavalcando come
    pazzi le porte di Roma.
    ANTONIO: Forse hanno avuto qualche notizia del popolo, come io l'avevo
    commosso. Conducimi da Ottavio.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Roma. Una strada.

    (Entra CINNA, il poeta).
    CINNA: Ho sognato che stanotte banchettavo con Cesare, e delle idee mi
    gravano sinistramente la fantasia: non  ho  alcuna  volont  di  andar
    vagando fuori di casa, eppure qualcosa mi conduce fuori.

    (Entrano Cittadini).

    PRIMO CITTADINO: Il vostro nome?
    SECONDO CITTADINO: Dove andate?
    TERZO CITTADINO: Dove abitate?
    QUARTO CITTADINO: Siete ammogliato o celibe?
    SECONDO CITTADINO: Rispondete a ciascuno decisamente.
    PRIMO CITTADINO: S, e brevemente.
    QUARTO CITTADINO: S, e saggiamente.
    SECONDO CITTADINO: S, e veracemente, farete bene.
    CINNA: Il mio nome?  Dove vado?  Dove abito? Sono ammogliato o celibe?
    Ebbene  per  rispondere  ad  ognuno  decisamente,   e  brevemente,   e
    saggiamente, e veracemente; saggiamente dico, sono celibe.
    SECONDO  CITTADINO: Ci che vorrebbe dire che sono sciocchi quelli che
    si ammogliano: vi prenderete un cazzotto da me per codeste parole,  ho
    paura. Continuate, decisamente.
    CINNA: Decisamente, vado al funerale di Cesare.
    PRIMO CITTADINO: Come amico, o come nemico?
    CINNA: Come amico.
    SECONDO CITTADINO: A questa cosa avete risposto decisamente.
    QUARTO CITTADINO: E la vostra abitazione, brevemente.
    CINNA: Brevemente, abito presso il Campidoglio.
    TERZO CITTADINO: Il vostro nome, signore, veracemente.
    CINNA: Veracemente, il nome  Cinna.
    PRIMO CITTADINO: Fatelo a pezzi,  un cospiratore.
    CINNA: Sono Cinna il poeta, sono Cinna il poeta.
    QUARTO  CITTADINO:  Fatelo a pezzi per i suoi pessimi versi,  fatelo a
    pezzi per i suoi pessimi versi.
    CINNA: Non sono Cinna il cospiratore!
    QUARTO CITTADINO: Non importa, il suo nome  Cinna;  strappategli solo
    il nome dal cuore, e poi mandatelo per i fatti suoi.
    TERZO  CITTADINO: A pezzi,  a pezzi!  Venite,  dei tizzoni,  ol!  Dei
    tizzoni accesi! Da Bruto, da Cassio, bruciate tutto.  Alcuni vadano da
    Decio, altri da Casca, altri da Ligario. Via! Andate!
    (Escono).




















    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Roma. Una stanza in casa di Antonio.

    (ANTONIO, OTTAVIO e LEPIDO, seduti ad un tavolo).
    ANTONIO: Tutti questi, dunque, morranno; i loro nomi sono segnati.
    OTTAVIO: Vostro fratello deve pure morire; acconsentite, Lepido?
    LEPIDO: Acconsento.
    OTTAVIO: Segnatelo, Antonio.
    LEPIDO:  A condizione che non abbia a vivere Publio,  figlio di vostra
    sorella, Antonio.
    ANTONIO: Egli non vivr: guardate,  con un segno io lo  condanno.  Ma,
    Lepido,  andate  a  casa  di  Cesare,  portate  qua  il  testamento  e
    decideremo in qual modo togliere qualche onere dai legati.
    LEPIDO: Bene! Vi ritrover qui?
    OTTAVIO: O qui o in Campidoglio.
    (Esce Lepido).
    ANTONIO:  E'  questo  un  uomo  da  poco  e   meritevole   di   scarsa
    considerazione,  degno  di  essere  mandato in giro per commissioni: 
    giusto che, diviso il mondo in tre parti, egli debba figurare come uno
    dei tre che vi partecipano?
    OTTAVIO: Tale lo avete considerato,  ed avete ascoltato il suo  parere
    su chi doveva essere segnato per morire, nella nostra condanna a morte
    e nella lista di proscrizione.
    ANTONIO:  Ottavio,  io  ho  visto  pi giorni di voi: e per quanto noi
    carichiamo tali onori su quest'uomo,  per alleggerirci di vari  odiosi
    fardelli, egli non li porter che come l'asino porta l'oro, per gemere
    e  per  sudare  nella  bisogna,  guidato  o spinto,  a seconda che noi
    indichiamo la strada;  e quando avr  portato  il  nostro  tesoro  ove
    vogliamo,  allora  gli  togliamo  il fardello,  e lo scacciamo come un
    asino scarico a scuotere le orecchie e pascolare nei pubblici prati.
    OTTAVIO: Fate pure come volete: ma egli  soldato provato e valoroso.
    ANTONIO: Cos pure  il mio cavallo,  Ottavio,  e per  questo  io  gli
    concedo abbastanza di foraggio:  una creatura alla quale io insegno a
    combattere,  a  voltare,  a  fermarsi,  ad  andare  diritto in avanti,
    essendo i suoi movimenti fisici governati dalla mia mente.  E,  in  un
    certo  modo,  Lepido  non  altro che questo;  deve essere istruito ed
    ammaestrato e diretto;   uomo dall'ingegno sterile,  uno che si pasce
    di rifiuti,  di rimasugli e di imitazioni,  le quali cose, fuori uso e
    rese trite dagli altri uomini,  sono  di  ultima  moda  per  lui;  non
    parlate  di  lui,  se  non  come  di uno strumento.  Ed ora,  Ottavio,
    ascoltate grandi  cose:  Bruto  e  Cassio  stanno  arruolando  truppe:
    dobbiamo subito raccogliere forze: quindi,  che la nostra alleanza sia
    conclusa,  i nostri migliori amici rinsaldati,  e  i  nostri  migliori
    mezzi sfruttati;  e subito andiamo a sederci in consiglio per decidere
    come le trame segrete possano meglio  essere  scoperte  e  gli  aperti
    pericoli fronteggiati.
    OTTAVIO:  Facciamo  cos;  ch  siamo  come  l'orso  legato  al palo e
    attorniati da molteplici nemici;  e alcuni  di  quelli  che  sorridono
    hanno in cuore, io temo, milioni di mali propositi.
    (Escono).


    SCENA  SECONDA  - Davanti alla tenda di Bruto nell'accampamento presso
    Sardi.

    (Tamburo. Entrano BRUTO, LUCILLO,  LUCIO e Soldati;  TITINIO e PINDARO
    li incontrano).
    BRUTO: Alto l!
    LUCILLO: Date la parola d'ordine, l; alt!
    BRUTO: Che c', Lucillo? E' vicino Cassio?
    LUCILLO:  Egli    qui  appresso;  e Pindaro  venuto per salutarvi da
    parte del suo padrone.
    BRUTO: Egli mi onora.  Il vostro  padrone,  Pindaro,  per  cambiamento
    avvenuto  in  lui,  oppure per colpa di cattivi ufficiali,  mi ha dato
    ragione per desiderare che certe cose fatte fossero disfatte:  ma,  se
    egli  qui presso, ne ricever spiegazione.
    PINDARO: Non dubito che il nobile padrone apparir quale egli , degno
    di rispetto ed uomo d'onore.
    BRUTO:  Non  vi  dubbio su lui.  Una parola Lucillo: informatemi come
    egli vi ha ricevuto
    LUCILLO: Con sufficiente  cortesia  e  rispetto;  ma  non  con  quella
    affettuosa  premura,  n con quel conversare libero ed amichevole come
    soleva una volta.
    BRUTO: Tu hai descritto  un  caro  amico  che  va  intiepidendo:  nota
    sempre,   Lucillo,   che  quando  l'amore  comincia  a  passare  e  ad
    affievolirsi fa uso di una cortesia sforzata.  Non  vi  sono  artifizi
    nella fede schietta e semplice,  ma gli uomini insinceri, come cavalli
    focosi guidati a mano,  fanno gran sfoggio del loro  ardore,  e  danno
    belle promesse;  ma quando dovrebbero sopportare il sanguinoso sprone,
    abbassano la cresta, e, come ronzini ingannatori,  falliscono la prova
    si avvicina il suo esercito?
    LUCILLO:  Intendono  questa  notte  di alloggiare a Sardi;  la maggior
    parte, tutta la cavalleria,  venuta con Cassio.
    (Si suona una marcia di dentro).
    BRUTO: Ascoltate! E' arrivato. Andate piano avanti ad incontrarlo

    (Entrano CASSIO e Soldati).

    CASSIO: Alto l!
    BRUTO: Alto l! Passate la parola d'ordine.
    PRIMO SOLDATO: Alt!
    SECONDO SOLDATO: Alt!
    TERZO SOLDATO: Alt!
    CASSIO: Nobilissimo fratello, mi avete fatto un torto.
    BRUTO: Giudicatemi, o di! Ho fatto mai un torto ai miei nemici? e, se
    no, come potrei fare un torto ad un fratello?
    CASSIO: Bruto,  questo vostro sereno aspetto nasconde delle offese;  e
    quando le commettete...
    BRUTO:  Cassio,  calmatevi:  esponete le vostre lagnanze a bassa voce:
    ben vi conosco; sotto gli occhi di ambedue i nostri eserciti qui,  che
    non dovrebbero vedere che amore tra noi, non disputiamo: ordinate loro
    di allontanarsi,  e quindi nella mia tenda,  Cassio, sfogate le vostre
    lagnanze, ed io vi dar ascolto.
    CASSIO: Pindaro,  ordinate ai nostri comandanti di  ritirare  le  loro
    truppe alquanto da questo luogo.
    BRUTO:  Lucio,  fate  voi  altrettanto;  e  che nessun uomo venga alla
    nostra tenda,  finch  non  avremo  terminato  la  nostra  conferenza.
    Lucillo e Titinio, state a guardia della porta.
    (Escono).

    SCENA TERZA - Dentro la tenda di Bruto.

    (Entrano BRUTO e CASSIO).
    CASSIO:  Che  mi  avete offeso,  risulta da questo: avete condannato e
    macchiato d'infamia Lucio Pella per avere accettato donativi  qui  dai
    Sardiani;  cos  che  le  mie  lettere  intercedenti  per lui,  dacch
    conoscevo l'uomo, furono sprezzantemente tenute in non cale.
    BRUTO: Faceste torto a voi stesso con lo scrivere in simile caso.
    CASSIO: In tempi come questi non  opportuno  che  ogni  bench  lieve
    colpa sia ripresa.
    BRUTO: Lasciate che io vi dica,  Cassio,  voi, voi stesso, siete molto
    rimproverato  di  avere   una   mano   pruriginosa,   di   vendere   e
    mercanteggiare per oro le cariche con degli immeritevoli.
    CASSIO:  Io,  una  mano pruriginosa!  Sapete di essere Bruto che parla
    cos, o, per gli di queste sarebbero le vostre ultime parole.
    BRUTO: Il nome di Cassio onora questa corruzione e quindi  il  castigo
    nasconde il suo volto.
    CASSIO: Il castigo!
    BRUTO:  Ricordatevi di marzo,  ricordatevi delle Idi di marzo: il gran
    Giulio non sanguin in nome della giustizia? Quale scellerato tocc il
    suo corpo e colp se non in nome della giustizia?  Come!  Deve uno  di
    noi,  che  colp  il primo uomo del mondo,  solo perch proteggeva dei
    ladri,  dobbiamo noi ora insozzare le nostre  mani  con  vili  doni  e
    vendere l'mbito immenso dei nostri vasti onori per tanto vile metallo
    quanto  si  pu afferrare cos?  Preferirei essere un cane ed abbaiare
    alla luna piuttosto che un simile romano.
    CASSIO: Non mi tormentate,  Bruto;  non lo sopporter: voi perdete  la
    testa contrariandomi: sono soldato,  io, pi vecchio d'esperienza, pi
    capace di voi nel disporre degli uffici.
    BRUTO: Via! Non siete cos, Cassio.
    CASSIO: Sono cos.
    BRUTO: Vi dico che non siete cos.
    CASSIO: Non mi provocate  pi,  o  io  posso  dimenticare  me  stesso;
    pensate alla vostra salvezza: non mi eccitate pi oltre.
    BRUTO: Via, uomo da poco!
    CASSIO: E' possibile?
    BRUTO:  Ascoltatemi,  giacch  voglio parlare.  Debbo io cedere e dare
    posto alla vostra sconsigliata collera?  Debbo spaventarmi  quando  un
    pazzo sbarra gli occhi?
    CASSIO: O di, o di! Debbo sopportare tutto questo?
    BRUTO:  Tutto  questo!  E  pi  ancora: arrovellatevi finch non vi si
    spezzi l'orgoglioso cuore;  andate,  mostrate ai vostri schiavi quanto
    siete rabbioso e fate tremare i vostri servi.  Debbo io cedere?  Debbo
    io assecondare le vostre voglie?  Debbo io  genuflettermi  davanti  al
    vostro umore collerico? Per gli di, digerirete da voi il veleno della
    vostra collera anche se vi fa scoppiare; ch, da oggi in poi, vi terr
    pel  mio  divertimento,  s,  per riderci sopra,  quando siete d'umore
    irascibile.
    CASSIO: Siamo giunti a questo?
    BRUTO: Voi dite di essere un migliore soldato: che si veda; mettete in
    atto il vostro vanto e ne godr: per conto mio sar felice di imparare
    da uomini nobili.
    CASSIO: Mi fate torto in tutti i modi, mi fate torto, Bruto; ho detto,
    un soldato pi anziano, non migliore: ho forse detto migliore?
    BRUTO: Se l'avete detto, non m'importa.
    CASSIO: Quando Cesare viveva non avrebbe osato provocarmi cos.
    BRUTO: Basta, basta! Non avreste osato voi provocarlo cos.
    CASSIO: Non avrei osato?
    BRUTO: No.
    CASSIO: Come, non avrei osato provocarlo?
    BRUTO: Non l'avreste osato per la vostra vita.
    CASSIO: Non confidate troppo nel mio amore.  Potrei fare quello di cui
    poi mi pentirei.
    BRUTO:  Avete fatto ci di cui dovreste pentirvi.  Non v' terrore per
    me, Cassio, nelle vostre minacce,  perch io sono s fortemente armato
    di onest, che esse mi passano accanto come il vento vano a cui io non
    bado.  Io  mandai  a  voi per certe somme d'oro che voi mi rifiutaste,
    perch io non so raccogliere denaro  con  mezzi  indegni:  pel  cielo,
    preferirei  coniare  dentro dal mio cuore,  e versare il mio sangue in
    dramme all'estorcere dalle callose mani  di  contadini  il  loro  vile
    gruzzolo per vie illecite;  mandai a voi a chieder dell'oro per pagare
    le mie legioni,  che voi mi negaste: fu questo degno di Cassio?  Avrei
    io cos risposto a Caio Cassio?  Quando Marco Bruto diventa cos avaro
    da negare questi miserabili gettoni ai suoi  amici,  siate  pronti,  o
    di, con tutte le vostre folgori a farlo a pezzi.
    CASSIO: Non ve li negai.
    BRUTO: Li negaste.
    CASSIO:  Non  li  negai:  stolto fu colui che riport la mia risposta.
    Bruto mi ha  spezzato  il  cuore:  un  amico  dovrebbe  sopportare  le
    debolezze dell'amico, ma Bruto fa le mie pi grandi che non siano.
    BRUTO: No; non lo faccio, finch non le praticate su me.
    CASSIO: Voi non mi amate.
    BRUTO: Non amo i vostri difetti.
    CASSIO: Un occhio amico mai non vedrebbe simili difetti.
    BRUTO:  Quello  di un adulatore non li vedrebbe,  anche se apparissero
    grandi quanto l'alto Olimpo.
    CASSIO: Vieni, Antonio, vieni, giovane Ottavio,  e vendicatevi solo su
    Cassio,  ch Cassio  stanco di questo mondo, odiato da colui che egli
    ama; sfidato dal suo fratello; rimproverato come uno schiavo;  tutti i
    suoi difetti osservati,  notati in un taccuino, studiati ed imparati a
    memoria per essermi rinfacciati. Oh! potrei piangere l'anima mia dagli
    occhi!  Qua  il mio pugnale,  e qua il mio petto ignudo;  dentro,  un
    cuore pi prezioso delle miniere di Pluto,  pi ricco dell'oro;  se tu
    sei un romano,  strappalo;  io,  che ti negai l'oro,  ti dar  il  mio
    cuore:  colpisci come colpisti Cesare;  perch io so che quanto tu pi
    l'odiavi, lo amavi pi di quel che mai tu abbia amato Cassio.
    BRUTO: Ringuainate il pugnale: montate in collera  quando  volete,  la
    vostra rabbia avr sfogo;  fate ci che vi aggrada, il vostro disonore
    sar per me frutto di temperamento.  O Cassio,  siete legato al  giogo
    con  un  agnello  che porta rabbia come la pietra focaia il fuoco,  la
    quale, violentemente colpita,  mostra una fuggevole scintilla e subito
     di nuovo fredda.
    CASSIO:  Ha  Cassio vissuto tanto da non essere che zimbello e ragione
    di riso per il suo Bruto, quando dolore e malumore lo tormentano?
    BRUTO: Quando dissi codesto, anch'io ero di malumore.
    CASSIO: Confessate tanto? Datemi la mano.
    BRUTO: Ed anche il cuore.
    CASSIO: O Bruto...
    BRUTO: Che cosa?
    CASSIO: Non avete amore abbastanza per sopportarmi quando quel  focoso
    temperamento che mia madre mi dette mi rende dimentico?
    BRUTO:  S,  Cassio: e d'ora innanzi,  quando sarete troppo vivace col
    vostro Bruto,  egli penser che sia vostra madre  che  strepita  e  vi
    lascer dire.
    (Rumore di dentro).
    POETA  (di  dentro): Lasciatemi entrare a vedere i generali.  Vi  del
    rancore tra di loro e non  opportuno che stiano soli.
    LUCILLO (di dentro): Non giungerete a loro.
    POETA (di dentro): Solo la morte me l'impedir.

    (Entra il Poeta seguito da LUCILLO, TITINIO e LUCIO).

    CASSIO: Ebbene? Che cosa c'?
    POETA: Vergogna  a voi generali! Che intenzioni avete?
    Tra due par vostri siano amore e affetto
    Ch pi anni di voi sa questo petto.
    CASSIO: Ah, ah! Che pessime rime fa questo cinico!
    BRUTO: Andate via, gaglioffo; via, impertinente.
    CASSIO: Tolleratelo, Bruto,  il suo modo di fare.
    BRUTO: Sapr tollerare i suoi grilli quando egli sceglier il  momento
    opportuno.  Che  cosa  hanno  che  fare le guerre con questi imbecilli
    versaioli? Via, cialtrone!
    CASSIO: Via, via, andatevene.
    (Esce il Poeta).
    BRUTO: Lucillo e Titinio,  ordinate ai  comandanti  di  prepararsi  ad
    accantonare le loro truppe per stanotte.
    CASSIO: E venite voi stessi,  insieme portando Messala, immediatamente
    da noi.
    (Escono Lucillo e Titinio).
    BRUTO: Lucio, una coppa di vino!
    (Esce Lucio).
    CASSIO: Non credevo che poteste arrabbiarvi tanto.
    BRUTO: O Cassio, sono stanco per molti dolori.
    CASSIO: La vostra filosofia non la mettete in pratica,  se v'arrendete
    ai mali occasionali.
    BRUTO: Nessuno sopporta meglio di me il dolore: Porzia  morta.
    CASSIO: Come? Porzia?
    BRUTO: Essa  morta!
    CASSIO:  Come  non sono stato ucciso quando vi ho contrariato cos?  O
    insopportabile, commovente perdita! Di quale malattia?
    BRUTO: Insofferente della mia assenza e per il dolore che  il  giovane
    Ottavio   e   Marc'Antonio  siano  divenuti  cos  forti  (perch  con
    l'annunzio della morte vennero pure  quelle  nuove)  per  questo  essa
    divenne pazza, e in assenza dei servi, inghiott del fuoco
    CASSIO: E cos  morta?
    BRUTO: Proprio cos.
    CASSIO: O di immortali!
    (Rientra Lucio con vino e candele).
    BRUTO:  Non  parlate  pi di lei.  Dammi una coppa di vino.  In questa
    seppellisco ogni rancore, Cassio.
    (Beve).
    CASSIO: Il mio cuore  assetato di codesto nobile brindisi.  Riempi la
    coppa,  Lucio,  finch  il  vino  trabocchi:  non  posso berne troppo,
    dell'amore di Bruto.
    (Beve).
    BRUTO: Entrate, Titinio.
    (Esce Lucio. Rientra TITINIO, con MESSALA).
    Benvenuto,  buon Messala.  Sediamoci  qui  attorno  a  questo  lume  e
    discutiamo su ci che dobbiamo fare.
    CASSIO: Porzia, non sei pi?
    BRUTO:  Non  pi,  vi  prego.  Messala,  ho  ricevuto qui dei dispacci
    secondo i quali il giovane Ottavio e Marc'Antonio calano su di noi con
    un potente esercito, dirigendo la loro marcia verso Filippi.
    MESSALA: Io pure ho dispacci di identico tenore.
    BRUTO: Con quali altri particolari?
    MESSALA: Che per mezzo di proscrizioni e di decreti di bando, Ottavio,
    Antonio e Lepido hanno messo a morte cento senatori.
    BRUTO: In questo i nostri dispacci non sono d'accordo;  i miei parlano
    di settanta senatori che sono morti in seguito alle loro proscrizioni,
    e uno di essi  Cicerone.
    CASSIO: Cicerone uno di essi?
    MESSALA:  Cicerone    morto  e  in  seguito a quello stesso ordine di
    proscrizione. Avete lettere da vostra moglie, signore?
    BRUTO: No, Messala.
    MESSALA: N alcuna notizia di lei nelle vostre lettere?
    BRUTO: Nulla, Messala.
    MESSALA: Questo, mi sembra,  strano.
    BRUTO: Perch lo domandate?  Avete sentito qualche cosa di  lei  nelle
    vostre?
    MESSALA: No, signor mio.
    BRUTO: Ebbene, siccome romano, ditemi la verit.
    MESSALA:  Allora,  come romano,  sopportate la verit che vi dico: ch
    certo essa  morta, e in strano modo.
    BRUTO: Ebbene, addio Porzia. Dobbiamo morire,  Messala: col riflettere
    che una volta ella doveva morire, ho ora la forza per sopportarlo.
    MESSALA: Cos i grandi uomini dovrebbero sopportare le loro perdite.
    CASSIO:  In  teoria,  ho  altrettanta forza quanto voi;  eppure la mia
    natura non potrebbe tollerarlo cos.
    BRUTO: Ebbene, torniamo al nostro lavoro di viventi. Che ne pensate di
    marciare subito su Filippi?
    CASSIO: Non penso sia bene.
    BRUTO: La vostra ragione?
    CASSIO: E' questa:  meglio  che  il  nemico  cerchi  noi:  cos  egli
    consumer  le  sue  forze  e  stancher i suoi soldati danneggiando se
    stesso; mentre noi, rimanendo fermi,  ci riposiamo e siamo pronti alla
    difesa e liberi nei movimenti.
    BRUTO:  Le  buone  ragioni  devono  per forza cedere alle migliori.  I
    popoli che abitano tra Filippi e questa regione non hanno per noi  che
    una forzata affezione, dacch ci hanno lesinato il loro contributo: il
    nemico,  nel  marciare attraverso i loro paesi,  rafforzer con loro i
    suoi  ranghi  e  giunger  pi  fresco,   accresciuto  di   numero   e
    incoraggiato;  mentre  di  questo  vantaggio  noi  lo  priveremo se lo
    affrontiamo a Filippi con questa gente alle nostre spalle.
    CASSIO: Ascoltatemi, mio buon fratello.
    BRUTO: Perdonatemi.  Dovete inoltre notare che  noi  abbiamo  messo  a
    prova  i  nostri  amici fino all'ultimo limite,  che le nostre legioni
    sono al completo,  e la nostra causa  matura: il nemico aumenta  ogni
    giorno, e noi, giunti al nostro apice, siamo l l per declinare. Vi 
    una marea nelle cose degli uomini la quale,  se colta al flusso,  mena
    al successo;  se invece  negletta,  tutto il viaggio della loro  vita
    resta  arenato  nei bassifondi e nelle disgrazie.  Su tale mare libero
    ora galleggiamo,  e dobbiamo o  seguire  la  corrente  quando  essa  
    propizia o perdere il nostro carico.
    CASSIO:  Ebbene,  andate  avanti come volete;  andremo noi stessi e li
    incontreremo a Filippi.
    BRUTO: La notte profonda ci ha sorpreso nella nostra discussione e  la
    natura   deve   obbedire  alla  necessit,   alla  quale  soddisferemo
    parcamente con un breve riposo. Altro non v' da dire?
    CASSIO:  Null'altro.   Buona  notte:  domani  presto  ci  alzeremo   e
    partiremo.
    BRUTO: Lucio!  (Rientra Lucio) La mia veste.  (Lucio esce) Addio, buon
    Messala: buona notte, Titinio. Nobilissimo Cassio,  buona notte e buon
    riposo.
    CASSIO: O caro fratello mio! E' stato questo un brutto principio della
    notte;  mai  venga  un  simile  dissidio tra le nostre anime!  Mai non
    venga, Bruto.
    BRUTO: Tutto va bene.
    CASSIO: Buona notte, signor mio.
    BRUTO: Buona notte, buon fratello.
    TITINIO e MESSALA: Buona notte, Bruto.
    BRUTO: Addio a tutti.
    (Escono Cassio, Titinio e Messala. Rientra LUCIO con la veste).
    Dammi la veste. Dov' il tuo strumento?
    LUCIO: Qui nella tenda.
    BRUTO: Come!  parli con voce sonnolenta?  Povero ragazzo,  non  ti  do
    torto; troppo hai vegliato. Chiama Claudio e altri dei miei uomini; li
    far dormire su dei guanciali nella mia tenda.
    LUCIO: Varrone, Claudio!
    (Entrano VARRONE e CLAUDIO).
    VARRONE: Chiama il mio signore?
    BRUTO: Vi prego,  signori,  coricatevi nella mia tenda e dormite;  pu
    darsi che io vi svegli pi tardi per inviarvi da mio  fratello  Cassio
    per servizio.
    VARRONE:  Se  non  vi  dispiace,  staremo qua ed attenderemo il vostro
    comodo.
    BRUTO: Non voglio cos: coricatevi,  buoni signori;  pu darsi che  io
    decida altrimenti.  Guarda, Lucio, ecco il libro che tanto ho cercato,
    l'avevo messo nella tasca della mia veste.
    (Varrone e Claudio si sdraiano).
    LUCIO: Ero sicuro che Vostra Signoria non me lo aveva dato.
    BRUTO: Abbi pazienza, buon ragazzo, sono molto distratto.  Puoi per un
    po'  tenere  aperte le tue pesanti palpebre e sonare sul tuo strumento
    un'aria o due?
    LUCIO: S, padron mio, se vi fa piacere.
    BRUTO: S che mi fa piacere,  ragazzo mio: ti disturbo troppo,  ma  tu
    sei volenteroso.
    LUCIO: E' il mio dovere, signore.
    BRUTO: Non dovrei insistere sul tuo dovere oltre le tue forze;  so che
    i giovani hanno bisogno di riposo.
    LUCIO: Ho gi dormito, signor mio.
    BRUTO: Hai fatto bene e ridormirai; non ti tratterr molto: se io vivo
    sar buono con te. (Musica e canzone) Questa  una melodia sonnolenta:
    o mortifero sonno!  colpisci tu con la plumbea mazza il mio paggio che
    ti suona la musica? Gentil fanciullo, buona notte: non ti far un cos
    grande torto da svegliarti: se ti cade la testa nel sonno, romperai il
    tuo strumento;  te lo toglier, e, buon ragazzo, buona notte. Vediamo,
    vediamo; non  piegata la pagina dove ho smesso di leggere?  Ecco qui,
    mi sembra.
    (Si siede. Entra lo Spettro di Cesare).
    Come brucia male questo cero! Ah! Chi viene l? Penso sia la debolezza
    dei miei occhi che crea questa mostruosa apparizione.  Si dirige su di
    me. Sei tu qualcosa? Sei tu un dio,  un angelo o un demonio che mi fai
    agghiacciare il sangue e rizzare i capelli? Dimmi che cosa sei.
    SPETTRO: Il tuo cattivo genio, Bruto.
    BRUTO: Perch vieni?
    SPETTRO: Per dirti che mi rivedrai a Filippi.
    BRUTO: Bene. Ti rivedr dunque?
    SPETTRO: S, a Filippi.
    BRUTO: Ebbene ti rivedr a Filippi,  dunque. (Lo Spettro svanisce) Ora
    che mi sono rinfrancato, tu svanisci: spirito maligno,  vorrei parlare
    ancora con te. Ragazzo! Lucio! Varrone! Claudio! Signori, svegliatevi!
    Claudio!
    LUCIO: Le corde, signor mio, sono stonate.
    BRUTO: Crede di essere ancora a sonare. Lucio, svegliati!
    LUCIO: Signor mio?
    BRUTO: Sognavi, Lucio, che hai gridato cos?
    LUCIO: Signor mio, non so di aver gridato.
    BRUTO: S, l'hai fatto, hai visto nulla?
    LUCIO: Nulla, signor mio.
    BRUTO: Riaddormentati, Lucio. Ehi, Claudio! Tu, giovanotto, svegliati!
    (A Varrone).
    VARRONE: Signor mio?
    CLAUDIO: Signor mio?
    BRUTO: Perch avete gridato cos nel sonno?
    VARRONE: e CLAUDIO: Abbiamo gridato, signor mio?
    BRUTO: S, avete visto nulla?
    VARRONE: No, signor mio, non ho visto nulla.
    CLAUDIO: Neppure io, signor mio.
    BRUTO: Andate e salutatemi il mio fratello Cassio;  ditegli di mettere
    in moto le sue truppe presto, prima delle nostre, e noi lo seguiremo.
    VARRONE e CLAUDIO: Sar fatto, signore.
    (Escono).


















    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - La pianura di Filippi.

    (Entrano OTTAVIO, ANTONIO e il loro Esercito).
    OTTAVIO: Ora, Antonio,  le nostre speranze si compiono: diceste che il
    nemico  non  sarebbe  sceso,  ma  si  sarebbe  tenuto ai monti ed alle
    regioni pi alte.  Altrimenti avviene: i suoi  eserciti  sono  vicini,
    intendono invitarci a battaglia qui a Filippi, dando la risposta prima
    che noi abbiamo fatto la domanda.
    ANTONIO:  Macch!  io  sono  nei  loro cuori,  e so perch fanno cos;
    sarebbero contenti di andare in altri luoghi; e discendono con pauroso
    ardire,  pensando  con  questa  faccia  di  farci  credere  che  hanno
    coraggio; ma non  vero.
    (Entra un Messaggero).
    MESSAGGERO:  Preparatevi,  generali:  il nemico s'avanza con gagliardo
    aspetto; la sua sanguinosa insegna di battaglia  al vento,  e occorre
    agire subito.
    ANTONIO:  Ottavio,  guidate  le vostre forze lentamente avanti,  sulla
    sinistra della pianura.
    OTTAVIO: Io sulla destra; tieni tu la sinistra.
    ANTONIO: Perch mi contrariate in questo frangente?
    OTTAVIO: Non vi contrario, ma far cos.
    (Marcia).

    (Tamburo. Entrano BRUTO, CASSIO e il loro Esercito. LUCILLO,  TITINIO,
    MESSALA ed altri).

    BRUTO: Si fermano e vorrebbero parlamentare.
    CASSIO: Fermatevi, Titinio: dobbiamo farci avanti e parlare.
    OTTAVIO: Marc'Antonio, dobbiamo dare il segnale di battaglia?
    ANTONIO:  No,  Cesare,  risponderemo  al loro assalto.  Avanzatevi;  i
    generali vorrebbero parlare.
    OTTAVIO: Non vi movete prima del segnale.
    BRUTO: Parole prima dei colpi: non  vero, compatriotti?
    OTTAVIO: Non  che noi preferiamo le parole, come voi.
    BRUTO: Le buone parole sono migliori dei cattivi colpi, Ottavio.
    ANTONIO: Nel menare i vostri cattivi  colpi,  Bruto,  voi  date  buone
    parole,  testimonio  lo  squarcio  che  faceste  nel  cuore di Cesare,
    gridando Viva! Ave, Cesare!.
    CASSIO: Antonio,  la natura dei vostri colpi  ancora sconosciuta,  ma
    quanto  alle vostre parole,  esse derubano le api d'Ibla e le lasciano
    senza miele.
    ANTONIO: Ma non anche senza pungiglione?
    BRUTO: Oh,  s,  e anche senza voce;  ch voi  avete  rubato  il  loro
    ronzo, Antonio, e ben saggiamente minacciate prima di pungere.
    ANTONIO: Scellerati,  cos non faceste, quando i vostri infami pugnali
    cozzarono l'uno contro l'altro nei fianchi  di  Cesare:  mostravate  i
    denti  come  scimmie  e  strisciavate come cani,  e v'inchinavate come
    schiavi, baciando i piedi di Cesare;  mentre il maledetto Casca,  come
    un botolo, dal di dietro colp Cesare nel collo. O adulatori!
    CASSIO: Adulatori!  Ora,  Bruto, ringraziate voi stesso: questa lingua
    non avrebbe cos offeso oggi, se Cassio avesse potuto prevalere.
    OTTAVIO: Via, via, ai fatti: se la discussione fa colare il sudore, la
    prova canger questo in gocce pi rosse. Guardate: io sfodero la spada
    contro  i  cospiratori;   quando  credete  che   questa   spada   sar
    ringuainata? Mai, fin quando le trentatr ferite di Cesare non saranno
    ben  vendicate  o  fin  quando un altro Cesare non avr aggiunto altro
    sangue alla spada dei traditori.
    BRUTO: Cesare, tu non puoi morire per la mano di traditori, a meno che
    tu non li porti con te.
    OTTAVIO: E cos spero;  io non sono nato per morire per  la  spada  di
    Bruto.
    BRUTO:  Oh,  anche  se  tu  fossi  il  pi  nobile della tua schiatta,
    giovanotto, tu non potresti morire pi onoratamente.
    CASSIO: Uno scolaretto petulante,  indegno di tanto onore,  accoppiato
    con un istrione e crapulone.
    ANTONIO: Sempre il vecchio Cassio!
    OTTAVIO: Venite, Antonio, via! La sfida, traditori, noi vi gettiamo in
    faccia:  se  osate  combattere  oggi,  scendete in campo o altrimenti,
    quando ne avete il fegato.
    (Escono Ottavio Antonio e il loro Esercito).
    CASSIO: Ebbene, soffia ora,  o vento;  gonfiate,  onde;  galleggia,  o
    nave! La tempesta  scatenata e tutto  arrischiato.
    BRUTO: Oh! Lucillo, ascoltate; una parola con voi.
    LUCILLO: Signore?
    (Bruto e Lucillo parlano in disparte).
    CASSIO: Messala!
    MESSALA: Che dice il mio generale?
    CASSIO: Messala,  questo  il mio giorno natalizio;  proprio in questo
    giorno nacque Cassio.  Dammi la mano,  Messala: sii tu testimone  che,
    contro  la  mia  volont,  come  accadde  a Pompeo,  sono costretto ad
    affidare al rischio di un'unica battaglia  tutte  le  nostre  libert.
    Sapete  che io ero fautore di Epicuro e delle sue opinioni: ora cambio
    d'avviso e in parte presto fede a cose  che  presagiscono  l'avvenire.
    Venendo  dai  Sardi,  sul  nostro primo vessillo piombarono due grandi
    aquile: e l si posarono ingozzando e cibandosi dalle mani dei  nostri
    soldati;  ed esse ci hanno accompagnato a Filippi: stamani sono volate
    via e sparite;  ed al loro posto cornacchie e  corvi  e  nibbi  volano
    sopra  alle  nostre  teste  e guardano gi su di noi,  come se fossimo
    moribonde prede: le loro ombre sembrano un  ben  funesto  baldacchino,
    sotto al quale giace il nostro esercito, pronto a rendere l'anima.
    MESSALA: Non vi credete.
    CASSIO:  Io  non  vi credo che in parte;  ch sono fresco di spirito e
    risoluto ad affrontare ogni pericolo con fermezza.
    BRUTO: Appunto, Lucillo.
    CASSIO: Ed ora, nobilissimo Bruto,  che gli di oggi ci siano propizi,
    affinch possiamo,  da amici ed in pace,  passare i nostri giorni fino
    alla  vecchiaia!   Ma  dacch  le  umane  cose   permangono   incerte,
    consideriamo  il  peggio  che  possa accadere.  Se noi perdiamo questa
    battaglia,  allora    proprio  questa  l'ultima  volta  che  parliamo
    insieme: che cosa dunque siete deciso a fare?
    BRUTO:  Ad agire secondo i principi di quella filosofia in virt della
    quale condannai Catone per la morte che egli inflisse a se stesso;  io
    non  so  come,  ma trovo vile ed ignavo,  per il timore di ci che pu
    accadere,  il prevenire cos il termine della vita:  e  mi  armer  di
    pazienza  per  sottomettermi ai decreti di certi sublimi poteri che ci
    governano quaggi.
    CASSIO: Se dunque perdiamo questa battaglia,  siete contento di essere
    condotto in trionfo per le strade di Roma?
    BRUTO: No,  Cassio,  no;  non pensare,  o nobile romano, che Bruto mai
    andr a Roma in ceppi: egli ha  un  animo  troppo  grande.  Ma  questo
    medesimo   giorno   deve   terminare  l'opera  che  le  Idi  di  marzo
    incominciarono;  e se ci ritroveremo,  io non so.  Quindi prendiamo il
    nostro eterno commiato;  per sempre e per sempre,  addio, o Cassio! Se
    ci rincontreremo,  ebbene,  sorrideremo;  se no ebbene,  allora questo
    congedo sar stato ben preso.
    CASSIO: Per sempre, e per sempre, addio, o Bruto! Se ci rincontreremo,
    certo  sorrideremo;  se  no,   vero che questo congedo sar stato ben
    preso
    BRUTO: Ebbene, avanti. Oh,  se si potesse conoscere,  prima che venga,
    la  fine  degli  avvenimenti  di  quest'oggi!  Ma  basta che il giorno
    termini. E allora la fine sar conosciuta. Venite, ol! Avanti!
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La pianura ai Filippi. Il campo di battaglia.

    (Allarme. Entrano BRUTO e MESSALA).
    BRUTO: Galoppa, galoppa, Messala, galoppa,  e porta questi ordini alle
    legioni dall'altra parte.  (Forti allarmi) Che avanzino subito; perch
    m'accorgo di una mancanza di slancio nell'ala di Ottavio,  e un sbito
    impeto li sbaraglia. Galoppa, galoppa, Messala: che scendano tutti.
    (Escono).


    SCENA TERZA -  Un'altra parte del campo.

    (Allarme. Entrano CASSIO e TITINIO).
    CASSIO: Oh,  guarda,  Titinio,  guarda,  fuggono gli infami! Io stesso
    sono divenuto nemico dei miei: questo mio alfiere qua stava  fuggendo;
    ho ucciso il vigliacco e gli ho tolto lo stendardo.
    TITINIO: O Cassio, Bruto ha dato l'ordine troppo presto; e, guadagnato
    qualche  vantaggio  su  Ottavio,  troppo prontamente l'ha sfruttato: i
    suoi soldati si sono gettati al saccheggio,  mentre  noi  siamo  tutti
    circondati da Antonio.

    (Entra PINDARO).

    PINDARO:  Fuggite  pi  lontano,  signor  mio,  fuggite  pi  lontano;
    Marc'Antonio  fra le vostre tende, signor mio; fuggite dunque, nobile
    Cassio, fuggite lontano.
    CASSIO: Questa altura  abbastanza lontana. Guarda,  guarda,  Titinio:
    sono quelle le mie tende ove vedo l'incendio?
    TITINIO: S, signor mio.
    CASSIO:  Titinio,  se tu mi ami,  monta sul mio cavallo ed affonda nel
    suo fianco gli sproni, finch ti abbia portato fino a quelle truppe, e
    qui di nuovo;  che io possa essere sicuro se quelle truppe sono amiche
    o nemiche.
    TITINIO: Sar qui di ritorno veloce come il pensiero.
    (Esce).
    CASSIO: Va',  Pindaro,  monta pi su, su quell'altura; la mia vista fu
    sempre corta; osserva Titinio, e dimmi quel che noti nel campo.  (Esce
    Pindaro) In questo giorno trassi il primo respiro: il ciclo  compiuto
    e  dove  cominciai,  li  finir;  la  mia  vita ha fatto il suo corso.
    Giovane, quali notizie?
    PINDARO (di dentro): O signor mio!
    CASSIO: Quali notizie?
    PINDARO (di dentro): Titinio  circondato da cavalieri,  che gli vanno
    incontro  a  briglia  sciolta;  ancora  egli  sprona:  ora l'han quasi
    raggiunto.  Su,  Titinio!  ora alcuni smontano: oh,  egli pure smonta:
    egli  preso (clamori) e sentite! Gridano di gioia!
    CASSIO:  Scendi,  non  guardare  altro.  O  vigliacco che sono a viver
    tanto, per vedere il mio migliore amico fatto prigioniero sotto i miei
    occhi.
    (Rientra PINDARO).
    Vieni  qui,  giovane.   In  Partia  ti  presi  prigioniero;   e,   nel
    risparmiarti la vita,  ti feci giurare che qualunque impresa ti avessi
    ordinato, l'avresti tentata. Vieni ora, e mantieni la tua parola;  sii
    libero,  ora,  e  con  questa buona spada,  che trapass le viscere di
    Cesare,  fruga in questo petto:  non  indugiarti  a  rispondere:  qua,
    prendi l'elsa;  e,  quando il mio volto  coperto, come adesso, dirigi
    la spada. Cesare, tu sei vendicato, con la stessa spada che ti uccise.
    (Muore).
    PINDARO: Cos,  sono libero,  eppure non  lo  sarei  se  avessi  osato
    eseguire la mia volont.  Oh,  Cassio! Lontano da queste terre Pindaro
    fuggir dove da alcun Romano non sar mai notato.
    (Esce).

    (Rientrano TITINIO e MESSALA).

    MESSALA: Non   che  un  contraccambio,  Titinio,  giacch  Ottavio  
    sgominato  dalle forze del nobile Bruto,  come le legioni di Cassio da
    Antonio.
    TITINIO: Queste nuove conforteranno molto Cassio.
    MESSALA: Dove lo avete lasciato?
    TITINIO: Tutto sconsolato,  con Pindaro  il  suo  schiavo,  su  questa
    altura.
    MESSALA: Non  quegli che giace al suolo?
    TITINIO: Non giace come un vivente. O cuor mio!
    MESSALA: Non  lui?
    TITINIO:  No,  questi  fu lui,  Messala,  ma Cassio non  pi.  O sole
    morente,  come tu nei tuoi rossi raggi ti sprofondi nella  notte  cos
    nel  sangue rosso  tramontato il giorno di Cassio;  il sole di Roma 
    tramontato. Il nostro giorno  finito;  sopraggiungono nubi e piogge e
    pericoli; terminate sono le nostre gesta! La sfiducia nel mio successo
    fu causa di questo fatto.
    MESSALA:  La  sfiducia  nel buon successo fu causa di questo fatto.  O
    odioso errore,  figlio della  malinconia,  perch  mostri  agli  animi
    impressionabili  degli uomini le cose che non sono?  O errore,  presto
    concepito,  mai non giungi ad una felice nascita,  ma uccidi la  madre
    che ti ha generato!
    TITINIO: Ehi, Pindaro! Dove sei, Pindaro?
    MESSALA: Cercalo,  Titinio,  mentre io vado a trovare il nobile Bruto,
    per  conficcare  queste  nuove  nel  suo  orecchio:  ben  posso   dire
    conficcare,  perch  il  penetrante  acciaio  ed  i  dardi  avvelenati
    sarebbero  altrettanto  benvenuti  all'orecchio  di  Bruto  quanto  il
    racconto di questo spettacolo.
    TITINIO: Andate,  Messala, ed io nel frattempo cercher Pindaro. (Esce
    Messala) Perch mi hai  mandato  fuori,  o  valoroso  Cassio?  Non  ho
    incontrato  i  tuoi  amici?  E  non  hanno essi posto sulla mia fronte
    questa corona di vittoria incaricandomi di dartela?  Non hai udito  le
    loro grida?  Ahim! tutto hai male interpretato! Ma tieni, abbi questa
    corona sulla fronte;  il tuo Bruto mi ha ordinato  di  dartela  ed  io
    eseguir  il  suo  ordine.  Bruto,  accorri,  e mira come onoravo Caio
    Cassio.  Col vostro consenso,  o di: questo  atto da Romano:  vieni,
    spada di Cassio e trova il cuore di Titinio.
    (Muore).

    (Allarme.  Rientra  MESSALA  con BRUTO,  CATONE il giovane,  STRATONE,
    VOLUNNIO e LUCILLO).

    BRUTO: Dove, dove, Messala, giace il suo corpo?
    MESSALA: Guardate, l, e Titinio che lo piange.
    BRUTO: La faccia di Titinio  rivolta in su.
    CATONE: Egli si  ucciso.
    BRUTO: O Giulio Cesare,  sei  ancora  potente!  Il  tuo  spirito  vaga
    intorno e volge le nostre spade contro le nostre stesse viscere.
    (Allarmi in distanza).
    CATONE:  Valoroso  Titinio!  Guardate  se  non  ha incoronato il morto
    Cassio!
    BRUTO: Vivono altri due Romani pari a questi?  Tu ultimo  di  tutti  i
    Romani,  addio!  E'  impossibile  che  mai  Roma generi il tuo uguale.
    Amici,  debbo pi lacrime a questo morto di quante voi mi vedrete  mai
    pagare.  Ne  trover  il tempo,  Cassio,  ne trover il tempo.  Venite
    dunque,  e mandate il suo corpo a Taso;  le sue  esequie  non  avranno
    luogo  nel nostro campo per timore che ci rechino sconforto.  Lucillo,
    vieni; e vieni,  giovane Catone;  andiamo al campo.  Labeone e Flavio,
    movete le nostre truppe all'assalto: sono le tre;  e,  Romani,  ancora
    prima di notte tenteremo la fortuna in un secondo scontro.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Un'altra parte del campo.

    (Allarme.  Entrano combattendo Soldati dei due  eserciti;  poi  BRUTO,
    CATONE il giovane, LUCILLO ed altri).
    BRUTO: Ancora, o compatriotti, oh, ancora tenete alta la testa!
    CATONE: E qual bastardo non lo fa?  Chi vuol venire con me? Proclamer
    il mio nome sul campo: sono il figlio di Marco Catone, oh!  nemico dei
    tiranni, ed amico della patria; sono il figlio di Marco Catone, oh!
    (Carica il nemico).
    BRUTO: Ed io sono Bruto, Marco Bruto, io: Bruto: l'amico della patria;
    riconoscete in ne Bruto!
    (Esce caricando il nemico. Catone  sopraffatto e cade).
    LUCILLO: O giovane,  o nobile Catone,  sei caduto?  Ebbene,  ora muori
    cos valorosamente come Titinio;  e puoi essere  onorato,  essendo  il
    figlio di Catone.
    PRIMO SOLDATO: Arrenditi o muori.
    LUCILLO:  Non  mi arrendo che per morire: ecco abbastanza perch tu mi
    uccida subito (offrendo del denaro) uccidi Bruto ed  acquistati  onore
    per la sua morte.
    PRIMO SOLDATO: Non dobbiamo. Un nobile prigioniero!
    SECONDO SOLDATO: Largo l! Dite ad Antonio che Bruto  preso.
    PRIMO SOLDATO: Porter la notizia. Ecco il generale.
    (Entra ANTONIO).
    Bruto  preso, Bruto  preso, signore.
    ANTONIO: Dov'?
    LUCILLO:  Salve,  Antonio;  Bruto   salvo: oso assicurarti che nessun
    nemico prender mai vivo il nobile Bruto: che gli di lo proteggano da
    s grande vergogna!  Quando lo troverete,  o vivo o morto,  egli  sar
    trovato come Bruto, pari a se stesso.
    ANTONIO: Questo non  Bruto,  amico; ma, vi assicuro, un trofeo di non
    minor valore: tenetelo al sicuro,  usategli ogni riguardo:  preferisco
    avere  tali uomini come amici che come nemici.  Avanti,  e guardate se
    Bruto  vivo o morto e portateci notizia nella tenda di  Ottavio  come
    gli avvenimenti si sono svolti.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Un'altra parte del campo.

    (Entrano BRUTO, DARDANIO, CLITO, STRATONE e VOLUNNIO).
    BRUTO: Venite, poveri resti di amici e riposate su questa rupe.
    CLITO: Statilio ha mostrato la face accesa; ma signore, non  tornato:
    egli  stato preso od ucciso.
    BRUTO:  Siedi,  Clito:  uccidere  la parola d'ordine;   un'azione di
    moda. Ascolta, Clito.
    (Bisbigliano).
    CLITO: Come, io, signore? No, no, per tutto il mondo.
    BRUTO: Silenzio, allora, non una parola.
    CLITO: Piuttosto uccider me stesso.
    BRUTO: Ascolta, Dardanio.
    (Gli bisbiglia).
    DARDANIO: Compier io tale azione?
    CLITO: O Dardanio!
    DARDANIO: O Clito!
    CLITO: Quale cattiva richiesta ha fatto Bruto?
    DARDANIO: Di ucciderlo, Clito. Guarda, egli pensa.
    CLITO: Ora quella nobile  coppa    piena  di  dolore,  per  modo  che
    trabocca fino agli occhi.
    BRUTO: Vieni qua, buon Volunnio, ascolta una parola.
    VOLUNNIO: Che cosa dice il mio signore?
    BRUTO: Questo, Volunnio: lo spettro di Cesare mi  apparso di notte in
    due distinte occasioni,  a Sardi una volta, e questa scorsa notte, qua
    nei campi di Filippi. So che la mia ora  sonata.
    VOLUNNIO: Non  cos, signore.
    BRUTO: No,  sono sicuro di s,  Volunnio.  Tu vedi il mondo  come  va,
    Volunnio;  (allarmi  in lontananza) i nostri nemici ci hanno incalzati
    fin sull'orlo dell'abisso;   pi nobile saltarvi dentro  da  noi  che
    aspettare  d'esservi sospinti da loro.  Buon Volunnio,  tu sai che noi
    andammo a scuola insieme: per quel  nostro  stesso  antico  amore,  ti
    prego, tieni tu l'elsa della mia spada, mentre io mi ci getto sopra.
    VOLUNNIO: Questo non  il compito di un amico, signore.
    (Ancora allarmi).
    CLITO: Fuggite, fuggite, signore; non v' da indugiarsi qui.
    BRUTO: Addio a voi; e a voi; e a voi, Volunnio. Stratone, tutto questo
    tempo tu hai dormito; addio anche a te, Stratone. Compatriotti, il mio
    cuore si rallegra che mai,  in tutta la vita, io abbia trovato un uomo
    che non mi fosse  fedele.  Io  avr  gloria  per  questa  giornata  di
    sconfitta, pi di quella che Ottavio e Marc'Antonio non otterranno con
    questa infame vittoria.  Cos,  addio subito a tutti, ch la lingua di
    Bruto ha quasi finito la storia della sua vita:  la  notte  pende  sui
    miei  occhi;  le  mie  ossa  vorrebbero  riposare,  esse che non hanno
    lavorato che per giungere a  quest'ora.  (Allarme.  Si  grida  dentro:
    Fuggi, fuggi, fuggi!).
    CLITO: Fuggite, signore, fuggite.
    BRUTO: Via!  Vi seguir.  (Escono Clito, Dardanio, Volunnio) Ti prego,
    Stratone,  rimani presso il tuo signore: tu sei un  giovane  degno  di
    stima;  la  tua  vita ha avuto qualche sapor di onore: tieni dunque la
    mia spada e volgi il volto,  mentre io mi  ci  getto  sopra.  Vuoi  tu
    farlo, Stratone?
    STRATONE: Datemi prima la mano: addio, signore.
    BRUTO:  Addio,  buon Stratone.  Cesare,  ora riposa in pace: io non ti
    uccisi per met cos volentieri.
    (Si getta sulla spada e muore).

    (Allarme. Ritirata. Entrano OTTAVIO,  ANTONIO,  MESSALA,  LUCILLO e il
    loro Esercito).

    OTTAVIO: Chi  colui?
    MESSALA: Il servo del mio signore. Stratone, dov' il tuo padrone?
    STRATONE:  Libero  dalla  prigionia  nella  quale  vi  trovate voi,  o
    Messala. I vincitori non possono che fare un rogo di lui; perch Bruto
    solo vinse su se stesso,  e nessun altro porta  la  gloria  della  sua
    morte.
    LUCILLO: Cos Bruto doveva essere trovato.  Ti ringrazio,  Bruto,  che
    hai dimostrato vere le parole di Lucillo.
    OTTAVIO: Tutti coloro che servirono Bruto li assumer al mio servizio.
    Giovane, vuoi dedicare il tuo tempo a me?
    STRATONE: S, se Messala mi raccomander a voi.
    OTTAVIO: Fatelo, buon Messala.
    MESSALA: Com' morto il mio signore, Stratone?
    STRATONE: Io ho tenuto la spada ed egli vi  gettato sopra.
    MESSALA: Ottavio,  allora prendi con te questo giovane,  che  ha  reso
    l'ultimo servizio mio signore.
    ANTONIO:  Questo  fu  il  pi  nobile  Romano  tra loro tutti: tutti i
    cospiratori, eccetto lui solo, fecero ci che fecero per invidia verso
    il grande Cesare; egli solo,  con pensiero onesto per il bene pubblico
    e per il comune vantaggio di tutti,  si un a loro. Mansueta fu la sua
    vita;  e gli elementi erano in lui cos commisti che la Natura  poteva
    ergersi ed esclamare dinanzi a tutto il mondo Questo fu un uomo.
    OTTAVIO: In modo conforme alle sue virt accordiamogli ogni rispetto e
    tutti  i riti del sepoltura.  Entro la mia tenda riposeran stanotte le
    sue ossa, come quelle di un soldato, trattate con onore. Cos, date il
    riposo all'esercito;  ed andiamo a spartire le glorie di questa fausta
    giornata.
    (Escono).



















    TROILO E CRESSIDA.


    PERSONAGGI.

    PRIAMO, re di Troia.
    ETTORE, TROILO, PARIDE, DEIFOBO, ELENO: suoi figli.
    MARGARELONE, figlio bastardo di Priamo.
    ENEA, ANTENORE: comandanti troiani.
    CALCANTE, sacerdote troiano passato ai Greci.
    PANDARO, zio di Cressida.
    AGAMENNONE, il generale greco.
    MENELAO, suo fratello.
    ACHILLE, AJACE, ULISSE, NESTORE, DIOMEDE, PATROCLO: comandanti greci.
    TERSITE, un greco deforme e scurrile.
    ALESSANDRO, servo di Cressida.
    Un Servo di Troilo.
    Un Servo di Paride.
    Un Servo di Diomede.
    ELENA, moglie di Menelao.
    ANDROMACA, moglie di Ettore.
    CASSANDRA, figlia di Priamo, profetessa.
    CRESSIDA, figlia di Calcante.
    Soldati e Persone del seguito, Greci e Troiani.

    Scena: Troia e il Campo greco dinanzi alla citt.


















    PROLOGO.

    La  scena    posta  a  Troia.  Dalle  isole  della  Grecia i principi
    orgogliosi,  il loro gran sangue  scaldato,  hanno  spedito  al  porto
    d'Atene le lor navi cariche dei ministri e degl'istrumenti della cruda
    guerra:  sessanta  e  nove  cinti  di real corona,  dalla baia d'Atene
    salpano alla volta della Frigia;  e han fatto voto di mettere a  sacco
    Troia  dentro  alle  cui  forti  mura  la  rapita Elena,  la regina di
    Menelao,  giace col lascivo Paride,  e codesta  la contesa.  A Tenedo
    giungono essi,  e i vascelli che pescano a fondo vomitano col il loro
    bellicoso carico: ora sulle dardane pianure i freschi e ancora  illesi
    Greci  piantano  i loro splendidi padiglioni: la citt di Priamo dalle
    sei porte, Dardana, Timbria, Elea, Cheta,  Troiana ed Antenoride,  con
    massicce  sbarre  e  ben commessi e infissi catenacci,  serra dentro i
    Troiani. Ora l'aspettativa,  stimolando gl'irrequieti spiriti dall'una
    parte e dall'altra,  Troiani e Greci, li spinge tutti ai rischi; e qui
    io vengo  prologo  armato,  ma  non  perch  io  presuma  della  penna
    dell'autore o della voce degli attori, ma per esser conforme al nostro
    argomento,  per dirvi,  cortesi spettatori, che il nostro dramma salta
    sopra all'esordio e alle primizie di  quelle  pugne,  e  comincia  nel
    mezzo;  balzando  via  di  l  a  quel  che pu disporsi in un dramma.
    Approvate o censurate,  fate a vostro piacere;  sia bene o male,  tali
    sono le sorti della guerra.


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Troia. Davanti al Palazzo di Priamo.

    (Entrano TROILO, armato, e PANDARO).
    TROILO:  Chiama qui il mio valletto,  voglio di nuovo togliermi l'armi
    di dosso: perch  dovrei  guerreggiare  fuori  delle  mura  di  Troia,
    quand'io  trovo  s  crudel  battaglia qui dentro?  Ogni Troiano che 
    padrone del suo cuore, vada egli al campo;  Troilo,  ahim!  non lo ha
    pi.
    PANDARO: Non si rimedier mai questa faccenda?
    TROILO:  I  Greci  son  forti,  e abili nella misura della loro forza,
    fieri quanto abili,  e quanto fieri,  valenti;  ma io son  pi  debole
    della   lacrima  d'una  donna,   pi  mite  del  sonno,   pi  sciocco
    dell'ignoranza, meno valente d'una vergine durante la notte, e inabile
    come l'inesperta infanzia.
    PANDARO: Ebbene,  di questo ti ho parlato abbastanza: per  parte  mia,
    non  vuo' immischiarmene o occuparmene pi oltre.  Chi vuol cavare una
    focaccia dal grano, aspetti la macinazione.
    TROILO: Non ho io aspettato?
    PANDARO: Gi, la macinazione, ma devi aspettare l'abburattamento.
    TROILO: Non ho io aspettato?
    PANDARO: Gi, l'abburattamento, ma devi aspettare la lievitazione.
    TROILO: Pure ho aspettato.
    PANDARO: Gi,  fino alla lievitazione;  per nella parola  dipoi  ci
    sono ancora l'intridere,  il far la focaccia,  lo scaldare il forno, e
    la cottura;  anzi,  devi attender  anche  il  raffreddamento,  o  puoi
    correre il rischio di scottarti le labbra.
    TROILO: La Pazienza stessa,  qualunque dea essa sia,  meno rifugge dal
    soffrire che io non faccia.  Alla regal mensa di Priamo  io  siedo;  e
    quando  la leggiadra Cressida entra nei miei pensieri...  Ah,   cos,
    traditore!... Quand'essa entra!... quando ne  fuori?
    PANDARO: Ebbene,  iersera essa  appariva  pi  leggiadra  che  io  mai
    vedessi apparir lei, o alcun'altra donna.
    TROILO:  Stavo per dirti: allorch il mio cuore,  quasi spaccato da un
    sospiro, era sul punto di spezzarsi, pel timore che Ettore o mio padre
    mi osservassero,  io,  come quando il sole illumina una  tempesta,  ho
    seppellito questo sospiro nella grinza d'un sorriso,  ma il dolore che
     celato in un'apparente letizia   come  quella  gioia  che  il  fato
    cangia in subitanea tristezza.
    PANDARO:  Se  i  suoi  capelli  non fossero un po' pi scuri di quelli
    d'Elena - be',  lasciamo stare - non ci sarebbero pi paragoni tra  le
    donne:  ma  per  parte mia,  essa  mia parente,  non vorrei,  come lo
    chiamano, lodarla, ma vorrei che qualcuno l'avesse udita parlare ieri,
    com'io la udii: non voglio  toglier  lode  al  senno  di  tua  sorella
    Cassandra, ma...
    TROILO: O Pandaro!  io ti dico, Pandaro... quand'io ti dico, che l le
    mie speranze giacciono annegate, non mi rispondere a quante braccia di
    profondit esse siano immerse.  Io ti dico che son folle dell'amore di
    Cressida: tu rispondi: essa  leggiadra; tu versi nell'aperta ulcera
    del  mio  cuore i suoi occhi,  i suoi capelli,  le sue guance,  la sua
    andatura, la sua voce;  maneggi nel tuo discorso,  oh,  quella mano di
    lei,  in  paragone  della  quale  tutti  i bianchi sono inchiostro che
    scrivono il lor proprio biasimo,  alla cui morbida stretta la lanugine
    del  giovane cigno  ruvida,  e la quintessenza dei sensi dura come la
    pietra d'un bifolco; questo tu mi dici,  ed  vero quel che tu mi dici
    quand'io  dichiaro  che l'amo,  ma,  cos dicendo,  invece d'olio e di
    balsamo,  tu immergi in ogni squarcio  che  m'ha  inflitto  amore,  il
    coltello che l'ha aperto.
    PANDARO: Io non dico pi della verit.
    TROILO: Tu non la dici tutta.
    PANDARO: In fede mia,  non voglio immischiarmene. Sia essa quel che :
    se  bella,  tanto meglio per lei;  e se non lo ,  ha fra mano di che
    rimediarvi
    TROILO: Buon Pandaro, suvvia. Pandaro!
    PANDARO:  Le mie pene sono state la ricompensa delle mie fatiche;  mal
    giudicato  da  lei  e  mal  giudicato  da  te  mi  sono  intromesso  e
    intromesso, ma poche grazie mi son guadagnate per le mie pene.
    TROILO: Come! sei tu adirato, Pandaro? come, con me?
    PANDARO:  Perch essa  mia parente,  ecco che non  bella come Elena:
    se essa non fosse mia parente,  sarebbe di  venerd  cos  bella  come
    Elena  di domenica.  Ma che importa a me?  Fosse una mora,  non me ne
    importerebbe; per me fa lo stesso.
    TROILO: Dico io forse che essa non  bella?
    PANDARO: Non me ne importa se lo dici o no.  E' una sciocca a rimanere
    addietro  a  suo  padre:  che se ne vada dai Greci;  e cos le dir la
    prima volta che la vedo.  Per parte  mia,  non  vuo'  immischiarmi  n
    occuparmi pi oltre della faccenda.
    TROILO: Pandaro...
    PANDARO: Io, no.
    TROILO: Dolce Pandaro...
    PANDARO: Di grazia,  non seguitare a parlarmi! Vuo' lasciar le cose al
    punto che le ho trovate, e farla finita.
    (Pandaro esce. Un allarme).
    TROILO: Tacete,  ingrati clamori!  tacete,  sgarbati suoni !  Sciocchi
    dall'una parte e dall'altra!  Elena dev'essere ben leggiadra,  se ogni
    d la dipingete tale col vostro sangue.  Io non posso  combattere  con
    tal  viatico;   un tema troppo poco sostanzioso per la mia spada.  Ma
    Pandaro... o iddii, come mi affliggete!  Non posso giungere a Cressida
    se  non  per  mezzo  di  Pandaro;  ed  egli   cos ostico a lasciarsi
    persuadere a persuaderla,  come essa   d'un'ostinata  castit  contro
    ogni corteggiamento. Dimmi, o Apollo, per amore della tua Dafne, che 
    Cressida,  e che Pandaro,  e noi, che cosa? L'India  il letto di lei;
    col ella giace,  una perla: quel che  tra la nostra Ilio e il  luogo
    ov'ella  risiede,  lo  si chiami selvaggio e vagabondo flutto;  noi il
    mercante, e questo veleggiante Pandaro la nostra dubbiosa speranza, il
    nostro convoglio e il nostro vascello.

    (Allarme. Entra ENEA).

    ENEA: Ebbene, principe Troilo! perch non al campo?
    TROILO: Perch non l: questa  risposta degna d'una donna,  dacch  
    donnesco esser via di l. Che nuove, Enea, dal campo, oggi?
    ENEA: Che Paride  rientrato, ferito.
    TROILO: Da chi, Enea?
    ENEA: Troilo, da Menelao.
    TROILO:  Sanguini  pure: scalfito per scornato;  Paride  trafitto dal
    corno di Menelao.
    (Allarme).
    ENEA: Odi, che bel sollazzo c' oggi fuor di citt.
    TROILO: Ce ne sarebbe uno migliore dentro, se potessi fosse posso.
    Ma sia pure pel sollazzo di fuori: sei l diretto?
    ENEA: In tutta fretta.
    TROILO: Suvvia, andiamo dunque insieme.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La stessa. Una strada.

    (Entrano CRESSIDA ed ALESSANDRO).
    CRESSIDA: Chi erano quelle che son passate?
    ALESSANDRO: La regina Ecuba ed Elena.
    CRESSIDA: E dove vanno?
    ALESSANDRO: Alla torre  di  levante,  la  cui  eminenza  comanda  come
    suddita tutta la valle,  a veder la battaglia. Ettore, la cui pazienza
     come una  forma  di  virt,  s'  risentito  oggi:  ha  rimproverato
    Andromaca, ed ha battuto il suo armiero; e, come se in guerra ci fosse
    economia di tempo, prima che sorgesse il sole era armato alla leggera,
    ed  eccolo  partir  pel campo;  dove ogni fiore,  a mo di profeta,  ha
    pianto per quel che ha previsto nell'ira di Ettore.
    CRESSIDA: Qual era la cagione della sua ira?
    ALESSANDRO: E' voce che sia questa: tra  i  Greci  v'  un  nobile  di
    sangue troiano, nipote di Ettore, lo chiamano Ajace.
    CRESSIDA: Bene; e che si dice di costui?
    ALESSANDRO: Dicono che sia un uomo davvero unico, e stia da solo.
    CRESSIDA: Ma cos fan tutti gli uomini, a meno che non siano ubriachi,
    malati, o senza gambe.
    ALESSANDRO:  Quest'uomo,  madonna,  ha spogliato molte bestie dei loro
    particolari aggiunti:  valente come il leone, rude come l'orso, lento
    come l'elefante;  un uomo in cui la natura ha cos stipato  gli  umori
    che il suo valore  un battuto di stoltezza, e la sua stoltezza ha una
    salsa  di discrezione: non v' uomo dotato d'una virt che egli non ne
    mostri barlume, n v' uomo tocco da una menda,  che egli non ne rechi
    un'ombra:  costui  melanconico senza causa,  e gaio a contrappelo: ha
    le articolazioni d'ogni cosa,  ma ogni cosa talmente disarticolata che
    egli  un gottoso Briareo,  con molte mani senza l'uso d'alcuna;  o un
    cieco Argo, tutt'occhi e vista nessuna.
    CRESSIDA: Ma perch dovrebbe quest'uomo  che  fa  sorridere  me,  fare
    infuriare Ettore?
    ALESSANDRO:  Dicono  che  ieri  s'azzuff con Ettore nella battaglia e
    l'abbatt;  la stizza e l'onta per la qual cosa ha da quel momento  in
    poi tenuto Ettore digiuno e insonne.
    CRESSIDA: Chi viene verso di noi?
    ALESSANDRO: Signora, vostro zio Pandaro.

    (Entra PANDARO).

    CRESSIDA: Ettore  un prode.
    ALESSANDRO: Quant'altri mai al mondo, madonna.
    PANDARO: Che vuol dir ci? che vuol dir ci?
    CRESSIDA: Buon giorno, zio Pandaro.
    PANDARO:  Buon  giorno,  nipote  mia  Cressida.  Di che parlate?  Buon
    giorno, Alessandro. Come va, nipote? Quando siete stata ad Ilio?
    CRESSIDA: Stamane, zio.
    PANDARO: Di che parlavate quando son venuto?  Ettore s'era  armato  ed
    era partito prima che giungeste ad Ilio? Elena non s'era levata, eh?
    CRESSIDA: Ettore era partito, ma Elena non s'era levata.
    PANDARO: Appunto; Ettore s' riscosso di buon'ora.
    CRESSIDA: Di codesto si stava parlando, e della sua ira.
    PANDARO: Era adirato?
    CRESSIDA: Cos afferma costui.
    PANDARO:  Invero  lo  era;  e  ne  so la cagione: mener le mani oggi,
    questo posso dir loro;  e c' Troilo che non gli star molto addietro;
    si guardino da Troilo, questo pure io posso dir loro.
    CRESSIDA: Che!  irato anche lui?
    PANDARO: Chi, Troilo? Troilo  il migliore dei due.
    CRESSIDA: O Giove! non c' paragone.
    PANDARO:  Come?  non  tra  Ettore  e  Troilo?  Conoscete un uomo se lo
    vedete?
    CRESSIDA: S, se l'ho visto prima e l'ho conosciuto.
    PANDARO: Ebbene, io dico che Troilo  Troilo.
    CRESSIDA: Allora dite come me;  perch io son sicura che  egli  non  
    Ettore.
    PANDARO: No, e neanche Ettore  Troilo, ci corre!
    CRESSIDA: E' giusto per ciascuno di loro; egli  se stesso.
    PANDARO: Se stesso! Ahim, povero Troilo, potesse egli esserlo!...
    CRESSIDA: Ma lo .
    PANDARO:  Vorrei  andare  a piedi nudi fino all'India,  a patto che lo
    fosse.
    CRESSIDA: Egli non  Ettore.
    PANDARO: Se stesso! no, non  se stesso: potesse esserlo! Ebbene,  gli
    di  son  lass!;  il  tempo  dar cura o sepoltura.  Ebbene,  Troilo,
    potesse il mio cuore albergare nel corpo di  lei!  No,  Ettore  non  
    migliore di Troilo.
    CRESSIDA: Scusatemi.
    PANDARO: E' pi anziano.
    CRESSIDA: Perdonatemi, perdonatemi.
    PANDARO:  L'altro  non ha ancora raggiunto quell'et;  cambierete tono
    quando l'altro l'ha raggiunta.  Ce ne vorr del tempo prima che Ettore
    abbia il senno di lui!
    CRESSIDA: Non ne avr bisogno se ha il proprio.
    PANDARO: O le sue qualit.
    CRESSIDA: Poco importa.
    PANDARO: O la sua bellezza.
    CRESSIDA: Non si addirebbe a lui; la sua propria  migliore.
    PANDARO:  Non avete discernimento nipote: Elena medesima giur l'altro
    giorno,  che Troilo per un bruno,  perch  ha  il  viso  bruno,  debbo
    confessarlo, ma neanche proprio bruno...
    CRESSIDA: No,  bruno senz'altro.
    PANDARO: Aff, a dire la verit, bruno e non bruno.
    CRESSIDA: A dir la verit, vero e non vero.
    PANDARO: Essa lod la sua carnagione al di sopra di quella di Paride.
    CRESSIDA: Come, se Paride ha abbastanza colorito!
    PANDARO: Infatti.
    CRESSIDA:  Allora Troilo ne avrebbe troppo: se essa lo ha lodato al di
    sopra di lui,  la sua carnagione  pi accesa di quella di lui: se lui
    ha  abbastanza  colorito,  e  l'altro  pi  acceso,  la  lode  troppo
    fiammante per una buona carnagione.  Tanto varrebbe che l'aurea lingua
    di Elena avesse elogiato Troilo per un naso rosso.
    PANDARO: Vi giuro, credo che Elena ami lui pi di Paride.
    CRESSIDA: Allora ell' davvero una gaia greca.
    PANDARO: Ma s,  son sicuro che  cos L'altro giorno essa  venuta da
    lui alla finestra ad arco e, sapete,  egli non ha pi di tre o quattro
    peli sul mento...
    CRESSIDA: In verit,  l'aritmetica d'un tavernaio potrebbe presto fare
    il totale dei suoi addendi in quel punto.
    PANDARO: Gi,   molto giovane;  eppure egli pu toglier su  di  terra
    quanto suo fratello Ettore, che non ci correran tre libbre.
    CRESSIDA: Come,  un uomo cos giovane, e un togliroba cos vecchio?
    PANDARO: Ma per dimostrarvi che Elena lo ama: essa  venuta, ed eccola
    che mi pone la sua bianca mano sul suo mento diviso...
    CRESSIDA: Giunone, abbi piet! come capit che si dividesse?
    PANDARO: Suvvia, sapete, ha una fossetta. Io credo che il sorridere si
    addica di pi a lui che a qualunque altro uomo in tutta la Frigia.
    CRESSIDA: Oh, egli sorride valorosamente!
    PANDARO: Non  cos?
    CRESSIDA: Sicuro, come una nuvola d'autunno.
    PANDARO: Be', dite pure. Ma per provarvi che Elena ama Troilo...
    CRESSIDA: Troilo non si ritrarr dalla prova,  se la prova ha da esser
    codesta.
    PANDARO: Troilo!  ma se non fa pi conto di lei di  quel  che  io  non
    faccia d'un uovo fradicio!
    CRESSIDA:  Se voi amate un uovo fradicio quanto amate un capo scarico,
    mangereste i pulcini nel guscio.
    PANDARO: Non posso fare a meno di  ridere  a  pensare  come  essa  gli
    solleticava  il  mento:  invero,  ell'ha  una  mano  meravigliosamente
    bianca, devo confessarlo...
    CRESSIDA: Senza bisogno del cavalletto.
    PANDARO: Ed essa si caccia in capo di  scoprire  un  pelo  bianco  sul
    mento di lui.
    CRESSIDA: Ahim, povero mento! parecchie verruche son pi ricche.
    PANDARO:  Ma  si  fece un tal ridere!  la regina Ecuba rise finch gli
    occhi le traboccarono.
    CRESSIDA: Gi, di pietre da mcina...
    PANDARO: E Cassandra rise.
    CRESSIDA: Ma c'era un fuoco pi temperato sotto la  pentola  dei  suoi
    occhi: anche a lei traboccarono gli occhi?
    PANDARO: Ed Ettore rise.
    CRESSIDA: E che era tutto questo ridere?
    PANDARO: Gnaffe, pel pelo bianco che Elena scopr sul mento di Troilo.
    CRESSIDA: Se fosse stato un pelo verde, avrei riso anch'io.
    PANDARO:  Non risero tanto pel pelo quanto per la graziosa risposta di
    lui.
    CRESSIDA: Quale  stata la sua risposta?
    PANDARO: Lei disse: Non ci sono che cinquanta peli sul vostro  mento,
    e un d'essi  bianco.
    CRESSIDA: Questa  la questione posta da lei.
    PANDARO: Precisamente,  non fate questione di ci.  Cinquantun peli -
    disse lui - e uno bianco: quel pelo bianco  mio  padre,  e  tutto  il
    resto  sono  i  suoi figli.  Giove!  - disse lei - quale di questi 
    Paride mio sposo?.  Il forcelluto  -  disse  lui  strappateglielo  e
    dateglielo.  Ma  si  fece  un tal ridere,  ed Elena arross tanto,  e
    Paride s'irrit tanto, e tutti gli altri risero tanto, da passare ogni
    descrizione.
    CRESSIDA: E allora adesso smettete,  ch ci ha messo un  bel  pezzo  a
    passare.
    PANDARO: Ebbene, nipote, ieri v'ho detto una cosa; pensateci sopra.
    CRESSIDA: Cos faccio.
    PANDARO:  Vi  posso  giurare  che  vera: egli piange su di voi,  come
    fosse un uomo nato d'aprile.
    CRESSIDA:  E  io  crescer  su  nelle  sue  lacrime,   come  un'ortica
    all'approssimarsi di maggio.
    (Uno squillo di ritirata).
    PANDARO:  Udite,  ritornano  dal  campo.  Vogliamo  star ritti qui,  a
    guardarli mentre passano per andare ad Ilio? di grazia,  buona nipote;
    mia dolce nipote Cressida.
    CRESSIDA: A piacer vostro.
    PANDARO:  Qui,  qui;  qui  c'  un  ottimo  posto: qui possiamo vedere
    splendidamente.  Vi dir i nomi di tutti mentre passano,  ma osservate
    Troilo pi degli altri.
    CRESSIDA: Non parlate cos forte.

    (Enea attraversa la scena).

    PANDARO:  Quello  Enea: non  quello un uomo aitante?  egli  uno dei
    fiori di Troia, vi dico: ma osservate Troilo, ora vedrete.
    CRESSIDA: Chi  quello?

    (Passa Antenore).

    PANDARO: Quello  Antenore: egli ha uno spirito mordente, vi dico,  ed
     un uomo assai buono;   una delle menti pi quadrate di Troia, quali
    che siano le altre,  e prestante della persona.  Quando viene  Troilo?
    tra  un  momento  vi  mostrer Troilo: se lui mi vede,  vedrete che mi
    ammiccher.
    CRESSIDA: Lui vi dar di miccio?
    PANDARO: Vedrete.
    CRESSIDA: Se  cos, chi  ricco avr di pi ancora.

    (Passa Ettore).

    PANDARO: Quello  Ettore, quello, quello, guardate,  quello,  quello 
    un  uomo  in  gamba!  Va'  per  la  tua strada,  Ettore!  Ecco un uomo
    magnifico, nipote.  O magnifico Ettore!  Guarda che aspetto ha!  Non 
    egli un uomo magnifico?
    CRESSIDA: Oh, un uomo magnifico!
    PANDARO:  Non lo  forse?  A vederlo s'allarga il cuore.  Guardate che
    intaccature ha sull'elmo! guardate laggi, vedete?  guardate l: non 
    per burla;  queste son botte,  le tolga chi pu, come si dice: codeste
    sono intaccature!
    CRESSIDA: Le han fatte le spade?
    PANDARO: Le spade! Checchessia, poco gl'importa;  gli venisse incontro
    il diavolo, sarebbe lo stesso: giuraddio, s'allarga il cuore! Ecco che
    arriva Paride, ecco che arriva Paride.
    (Passa Paride).
    Guardate  laggi,  nipote;  non    un  valoroso lui pure?  Sicuro,  
    magnifico!  Chi ha detto che  ritornato ferito oggi?  non    affatto
    ferito: come s'allargher il cuore a Elena!  Oh,  potessi veder Troilo
    adesso! Vedrete Troilo fra un momento.
    CRESSIDA: Chi  quello?

    (Passa Eleno).

    PANDARO: Quello  Eleno.  Mi chiedo dove sia Troilo.  Quello   Eleno.
    Credo che non sia uscito oggi. Quello  Eleno.
    CRESSIDA: Eleno sa battersi, zio?
    PANDARO: Eleno?  macch!  S,  si batte alla bell'e meglio. Mi domando
    dove sia Troilo.  Ascoltate!  non sentite la gente  gridare  Troilo?
    Eleno  un sacerdote.
    CRESSIDA: Chi  quel meschinello?

    (Passa Troilo).

    PANDARO: Dove,  laggi?  quello  Deifobo.  Ecco Troilo! ecco un uomo,
    nipote! Ehem! Prode Troilo! principe della cavalleria.
    CRESSIDA: Zitto, per carit, zitto!
    PANDARO: Osservatelo:  notatelo.  O  prode  Troilo!  Guardatelo  bene,
    nipote,  guardate com' insanguinata la sua spada,  e come il suo elmo
    ha pi intaccature di quello d'Ettore;  e che aria e che andatura  son
    le sue.  O mirabile giovinetto! non ha ancor visto i ventitr. Va' per
    la tua strada Troilo,  va' per la tua strada!  Avessi per sorella  una
    Grazia,  o  per  figlia una Dea,  toccherebbe a lui la scelta.  O uomo
    mirabile! Paride?  A petto di lui Paride  sudiciume;  e scommetto che
    Elena darebbe un occhio per fare a cambio.
    CRESSIDA: Arrivano degli altri.

    (Passano Soldati).

    PANDARO:  Asini,  sciocchi,  babbei!  loppa e crusca,  loppa e crusca!
    pappa dopo la carne! potrei vivere e morire sotto gli occhi di Troilo.
    Non guardate  pi,  non  guardate  pi;  le  aquile  se  ne  son  ite:
    cornacchie e gazze, cornacchie e gazze! Preferirei essere un uomo come
    Troilo che Agamennone e la Grecia tutta.
    CRESSIDA: Tra i Greci c' Achille, un uomo che val pi di Troilo.
    PANDARO:  Achille!  un  barrocciaio,  un  facchino,  un vero e proprio
    cammello.
    CRESSIDA: Via via.
    PANDARO: Via, via!. E che, non ci avete discernimento?  non ci avete
    occhi?  Sapete che cos' un uomo?  Non sono i natali,  la bellezza, la
    prestanza, l'eloquenza, la maschiezza,  il sapere,  la gentilezza,  la
    virt,  la giovinezza,  la liberalit e simili il sale e le spezie che
    fan condimento a un uomo?
    CRESSIDA: Gi,  un uomo tritato: per poi venir cotto  senza  fave  nel
    pasticcio, perch l'uomo la fava ce l'ha fuori.
    PANDARO: Siete una tal donna! non si sa mai da che parte vi mettete in
    guardia.
    CRESSIDA: Sul dorso, per difendere il mio ventre; sul mio ingegno, per
    difendere i miei accorgimenti;  sulla mia segretezza, per difendere la
    mia onest; sulla mia maschera, per difendere la mia bellezza; e su di
    voi per difender tutte queste cose: e da  tutte  queste  parti  io  mi
    metto in guardia, e in mille punti io veglio.
    PANDARO: Ditemi una delle vostre veglie.
    CRESSIDA:  Ecco,  per  codesto veglier su di voi: anzi,  questa  una
    delle mie principali parate;  se io non posso difendere  ci  che  non
    vorrei  fosse  colpito,  posso vegliare a che voi non andiate a ridire
    come ho ricevuto il colpo;  a meno che non gonfi  s  da  non  potersi
    celare, ch allora vegliare sarebbe invano.
    PANDARO: Siete una tal donna!

    (Entra il Paggio di Troilo).

    PAGGIO: Signore, il mio padrone vorrebbe parlarvi immediatamente.
    PANDARO: Dove?
    PAGGIO: Nella vostra casa; l egli si sta togliendo le armi di dosso.
    PANDARO:  Buon garzone,  ditegli che vengo.  (Il paggio esce) Sospetto
    che egli sia stato ferito. State bene, buona nipote.
    CRESSIDA: Arrivederci, zio.
    PANDARO: Sar da voi, nipote, tra breve.
    CRESSIDA: Per portarmi, zio?
    PANDARO: Sicuro, un segnale da parte di Troilo.
    CRESSIDA: A codesto segnale voi  siete  un  ruffiano.  (Pandaro  esce)
    Parole,  voti,  doni,  lacrime,  e  l'olocausto  d'amore,  egli  offre
    intraprendendo per un altro;  ma in Troilo io vedo mille volte di  pi
    di  quel  che  non  sia nello specchio degli elogi di Pandaro.  Eppure
    torco il viso.  Le donne sono angeli quando le  si  corteggiano:  cosa
    conquistata capo ha, l'anima del piacere sta nel venirne a capo: colei
    che  amata nulla sa se non sa questo,  che gli uomini stimano la cosa
    non ancora guadagnata pi di quel che non valga;  e non   ancor  nata
    colei  che  sappia  che  l'amore  ottenuto  cos dolce come quando il
    desiderio supplicava.  Per cui io insegno questa massima impartita  da
    amore:   conquistate,   gli  uomini  ci  comandano;   non  guadagnate,
    c'implorano: sicch,  sebbene il mio cuore rechi  dentro  amor  saldo,
    nulla di ci apparir dai miei occhi.
    (Escono).


    SCENA TERZA - ll Campo greco.

    (Dinanzi  alla  tenda  d'Agamennone.   Fanfara.   Entrano  AGAMENNONE,
    NESTORE, ULISSE, MENELAO, ed altri).
    AGAMENNONE: Principi,  che affanno ha messo l'itterizia  sulle  vostre
    guance?  L'ampia  profferta  che  fa  la  speranza  in tutti i disegni
    iniziati quaggi sulla  terra  vien  meno  nella  promessa  larghezza:
    intoppi  e  disastri  crescono  nelle  vene delle azioni pi altamente
    allevate; come, per la confluenza di congregate linfe, nodi corrompono
    lo schietto pino e deviano la sua grana, rendendola torta ed aberrante
    dal suo corso di sviluppo.  N,  o principi,  ci riesce nuovo che  noi
    siam  delusi nella nostra aspettativa in quanto che dopo un assedio di
    sette anni le mura di Troia stanno ancora in piedi; dacch ogni azione
    trascorsa di cui abbiamo ricordo, il cimento l'ha condotta di sbieco e
    di traverso s da non rispondere  allo  scopo,  e  a  quell'incorporea
    figura del pensiero che le dette la supposta forma.  Perch dunque,  o
    principi,  guardate le nostre opere con guance confuse,  e le chiamate
    onte? che in verit altro non sono che i protratti cimenti che il gran
    Giove  adopera  per  trovare  persistente  costanza  negli  uomini: la
    finezza del qual metallo non si trova nel  favor  della  fortuna;  ch
    allora  l'ardito  e  il  codardo,  il  saggio e lo stolto,  il dotto e
    l'ignorante,  il duro e il molle,  sembran tutti affini e imparentati;
    sebbene,  nel vento e nella tempesta del suo cipiglio, la distinzione,
    con ampio e possente ventilabro,  soffiando su tutti,  dissipa  via  i
    leggeri;  e  quel che ha massa o peso appar da s ricco in virt e non
    commisto.
    NESTORE: Con debita osservanza del divino seggio, o grande Agamennone,
    Nestore chioser le tue ultime parole. Nel rimprovero della sorte  la
    vera prova degli uomini: quando  il  mare    liscio,  quanti  leggeri
    schifi di nessun conto osano veleggiare sul suo paziente seno, facendo
    rotta con quelli di pi nobile corbame! Ma che il rubesto Borea appena
    irriti  la  gentil  Teti,  e tosto vedi la nave di salde coste tagliar
    liquide montagne,  balzando fra i due umidi elementi come il destriero
    di  Perseo:  dov'  allora  il  presuntuoso  schifo  i  cui deboli mal
    fasciati fianchi appena un momento fa rivaleggiavano con la grandezza?
    o  fuggito al porto o  divenuto  un  bocconcino  per  Nettuno.  Cos
    l'apparenza  del valore e il reale pregio del valore si separano nelle
    tempeste della fortuna;  perch quand'essa raggia e splende  l'armento
    ha  pi  travaglio  dall'assillo  che dalla tigre;  ma se il tagliente
    vento rende flessibili le  ginocchia  dei  nocchieruti  roveri,  e  le
    mosche  volano al riparo,  allora l'essere coraggioso,  come stimolato
    dal furore, col furore s'accorda,  e con accento intonato sulla stessa
    chiave replica ai rabbuffi della fortuna.
    ULISSE: Agamennone,  tu grande comandante, nervo e spina della Grecia,
    cuore delle nostre file,  anima e solo spirito,  in cui le tempre e le
    menti di tutti dovrebbero inabissarsi,  odi ci che dice Ulisse. Oltre
    all'applauso e all'approvazione che,  (ad Agamennone)  o  potentissimo
    pel  tuo  luogo  e  il  tuo  imperio,  (a  Nestore)  e tu o sommamente
    reverendo per la tua estesa vita,  io do a entrambi i vostri discorsi,
    che  sono  stati  tali  che,  Agamennone,  tutte  le mani della Grecia
    dovrebbero levarli in alto in tavole di bronzo;  e  tali  ancora  che,
    venerabile Nestore striato d'argento,  dovrebbero con un vincolo aereo
    possente come l'asse su cui ruota il cielo,  legare tutte le  orecchie
    greche alla tua esperta lingua,  pur piaccia a voi entrambi, tu grande
    e tu saggio, udir parlare Ulisse.
    AGAMENNONE: Parla,  o principe  d'Itaca,  e  men  s'attenda  che  vana
    materia  di  nessun peso divida le tue labbra di quanto non confidiamo
    d'udir musica, arguzia,  e oracolo quando il sozzo Tersite apre le sue
    flagellanti mascelle.
    ULISSE:  Troia,  che ancor sta sulla sua base,  sarebbe a terra,  e la
    spada del grande Ettore mancherebbe di padrone,  non fosse per  queste
    cause.  La prerogativa del comando  stata negletta: e guardate quante
    tende greche forman vano in questa pianura,  altrettante vane fazioni.
    Quando  il  generale  non    come  l'arnia a cui tutti i foraggiatori
    dovrebbero riparare,  che miele pu attendersi?  Quando gli alti gradi
    van  travestiti,  i  pi  indenni fanno altrettanto bella mostra nella
    mascherata. I cieli stessi, i pianeti,  e questo centro dell'universo,
    osservan grado,  priorit, e posto, perseveranza, corso, proposizione,
    stagione, forma,  ufficio,  e costume,  seguendo un preciso ordine;  e
    perci  il  magnifico  pianeta  Sole  in nobile eminenza installato e
    posto nella sfera tra gli altri: il cui occhio salutifero  corregge  i
    sinistri  aspetti  dei  pianeti  maligni,  e  come  il  bando d'un re,
    ingiunge senza intoppo a buoni e a malvagi;  ma quando  i  pianeti  in
    maligna  mescolanza  si  sviano dal loro ordine,  quali pestilenze,  e
    quali portenti,  quale tenzone,  quale infuriar del mare  e  sussultar
    della terra, commozione di venti, paure, mutamenti, orrori, stornano e
    spaccano,  lacerano  e  sradicano l'unit e il calmo connubio dei ceti
    dalla lor fissa condizione! Oh, quando  scossa la gerarchia, che  la
    scala  a  tutti  gli  eccelsi  disegni,   l'impresa  languisce!   Come
    potrebbero le comunit,  i gradi nelle scuole,  e le fratellanze nelle
    citt, il pacifico commercio tra separanti sponde,  la primogenitura e
    il  diritto  di  nascita,  la prerogativa dell'et,  corone,  scettri,
    allori,  conservare il loro legittimo posto se  non  per  mezzo  della
    gerarchia! Sol togliete la gerarchia, mettete fuori tono quella corda,
    e udite che discordo segue;  ogni cosa si scontra in puro antagonismo:
    le circoscritte acque non mancherebbero di gonfiare il loro seno al di
    sopra delle rive e di ridurre in poltiglia tutto questo solido  globo:
    la  forza  la farebbe da padrona sulla debolezza,  e il figlio brutale
    colpirebbe il proprio padre a morte: la possa sarebbe  il  diritto;  o
    piuttosto  diritto  e  torto,  tra  la cui infinita tenzone risiede la
    giustizia, perderebbero i loro nomi, e la giustizia il suo.  Indi ogni
    cosa  si risolve in potere,  potere in volere,  volere in appetito;  e
    l'appetito,  lupo universale,  cos doppiamente secondato da potere  e
    volere,  uopo faccia una preda universale, e infine divori se stesso.
    Grande Agamennone, questo caos, quando  soffocata la gerarchia, segue
    l'affogamento.  Ed    codesta  negligenza  di gerarchia che a passo a
    passo  retrocede,   mentre  si  propone  di  salire.   Il  generale  
    disprezzato  da colui che  un grado pi gi,  questi dal prossimo,  e
    quel prossimo,  da quello che   sotto;  cos  ciascun  grado,  dietro
    l'esempio del primo scaglione che  stanco del suo superiore, sviluppa
    un'invidiosa  febbre  di pallido ed esangue livore: ed  questa febbre
    che tien Troia in piedi,  non gi il suo nerbo.  Per finire  un  lungo
    discorso, Troia s'appoggia alla nostra debolezza, non alla sua forza.
    NESTORE: Assai saggiamente Ulisse ha qui reso manifesta la febbre onde
    tutta la nostra possa  inferma.
    AGAMENNONE:  Trovata  la  natura  della  malattia,  Ulisse,  qual  il
    rimedio?
    ULISSE: Il grande Achille, che l'opinione incorona nervo e avambraccio
    del nostro esercito, avendo le orecchie piene della sua fama di vento,
    diviene schizzinoso circa il suo valore,  e nella sua tenda  rimane  a
    farsi  beffa  dei  nostri  disegni: con lui Patroclo su un pigro letto
    tutto il santo giorno lancia motti scurrili;  e con gesti  ridicoli  e
    goffi,  che,  calunniatore, egli chiama imitazione, ci mette in scena.
    Talora,  o grande Agamennone,  s'investe dello smisurato potere  a  te
    conferito  e  a  mo' di attore che si pavoneggia,  avendo ogni abilit
    riposta nei tendini delle sue gambe,  ei si  sollucchera  a  udire  il
    ligneo  dialogo  e  il frastuono tra i suoi gran passi e il palco,  in
    tale compassionevole  e  sforzata  apparenza  egli  contraff  la  tua
    grandezza:  e  quando  parla    come  una  serie di note quando le si
    vogliono accordare;  con termini non squadrati  che,  cadessero  dalla
    lingua  del ruggente Tifone parrebbero iperboli.  A codesti pistolotti
    il vasto Achille, crogiolandosi sul suo oppresso giaciglio, sghignazza
    uno strepitoso applauso;  dal fondo del suo petto,  urla: Eccellente!
    tale  e  quale  Agamennone.  Adesso  recitami  la  parte  di  Nestore;
    schiarisciti la gola, carezzati la barba, come lui quando si prepara a
    perorare.  Ci viene fatto,  con tanta approssimazione quanta  tra i
    pi  estremi  termini delle parallele,  con tanta somiglianza quanta 
    tra Vulcano e la sua sposa;  eppure il divo Achille seguita a gridare:
    Eccellente.  E' Nestore tale e quale.  Ora rappresentamelo, Patroclo,
    quando s'arma per andare incontro al nemico in un allarme notturno. E
    allora,  sicuro,  i deboli difetti dell'et devon  fornir  materia  di
    sollazzo;  tossire  e  sputare,  e  con un annaspare alla gorgiera far
    tremolare avanti e indietro la fibbia: a questo giuoco  Messer  Valore
    muore  dalle  risa:  urla:  Oh,   basta,  Patroclo  o  dammi  costole
    d'acciaio!  Far scoppiare tutto nel piacere del  mio  accesso.  E  a
    questo modo ogni nostra abilit, virt, natura, forma, tutto ci che 
    particolare  e tutto ci che  generale esattamente in quanto a grazia
    gesti, disegni, ordini,  cautele,  esortazioni alla pugna,  o discorsi
    per  la tregua,  successo o sconfitta,  quello che  e quel che non ,
    serve di tema a codesti due per far caricature.
    NESTORE:  E  a  imitazione  di  questi  due  che,  come  dice  Ulisse,
    l'opinione incorona con imperial nominanza,  molti sono infetti. Ajace
     divenuto protervo e porta la testa con  altrettanto  stile  e  tanta
    alterigia quanto l'arrogante Achille; come lui rimane nella sua tenda;
    fa banchetti faziosi; si beffa del nostro stato di guerra, audace come
    un  oracolo,  e  stimola  Tersite,  uno  sciagurato  la cui bile conia
    calunnie come una zecca, a paragonarci con ogni sozzura, a impiccolire
    e screditare il nostro ardimento, per circondato che sia da molteplici
    perigli.
    ULISSE: Biasimano la nostra politica e la chiamano  codardia;  contano
    la  saviezza come estranea alla guerra;  disistimano la previdenza,  e
    non  apprezzano  altre  azioni  che  quelle  della  mano:  le  qualit
    silenziose  e  mentali,  che  escogitano  quante mani debbono colpire,
    quando l'occasione le richiede,  e conoscono a misura del loro  sforzo
    d'osservazione  il peso dei nemici: ebbene,  codesto non ha la dignit
    d'un dito.  Chiaman codesto un lavoro da farsi in letto,  cartografia,
    guerra  da gabinetto;  sicch l'ariete che fa breccia nel muro per via
    del grande impeto e della rudezza del suo colpo,  lo antepongono  alla
    mano  di  colui  che  costru  la  macchina  o  a  coloro  che  con la
    sottigliezza del loro intelletto guidano a lume di ragione l'operazion
    dell'ordigno.
    NESTORE: Si conceda questo e il caval d'Achille vale parecchi figli di
    Teti.
    (Uno squillo).
    AGAMENNONE: Che tromba ? guarda, Menelao.
    MENELAO: E' da Troia.

    (Entra ENEA).

    AGAMENNONE: Che desiderate dinanzi alla nostra tenda?
    ENEA: E' questa la tenda del grande Agamennone, di grazia?
    AGAMENNONE: Precisamente.
    ENEA: Pu uno che  araldo e principe portare  un  grazioso  messaggio
    alle sue orecchie regali?
    AGAMENNONE:  Con una sicurt pi forte del braccio d'Achille dinanzi a
    tutti i  capi  greci,  che  ad  una  voce  chiamano  capo  e  generale
    Agamennone.
    ENEA: Graziosa licenza ed ampia sicurt. Come pu uno che  estraneo a
    quegli imperiali sguardi distinguerli dagli occhi degli altri mortali?
    AGAMENNONE: Come?
    ENEA:  Io  lo chiedo affin di poter risvegliare in me la reverenza,  e
    ordinare alle guance di tenersi pronte con  un  rossore  modesto  come
    l'aurora quand'essa freddamente adocchia il giovine Febo.  Qual  quel
    dio  in  carica,   guidatore  d'uomini?   Qual    l'alto  e  possente
    Agamennone?
    AGAMENNONE: Questo Troiano si burla di noi; o gli uomini di Troia sono
    cerimoniosi cortigiani.
    ENEA: Cortigiani liberali ed affabili,  come inchinati angeli,  quando
    son disarmati;  codesta  la lor fama in tempo di  pace:  ma  vogliano
    essi  apparire  soldati,  hanno fiere passioni,  buone braccia,  forti
    membra, salde spade; e, Giove favorendo, nessuno ha s gran cuore.  Ma
    calma Enea!  calma,  Troiano!  poniti il dito sulle labbra.  Il merito
    della lode scolora il suo valore,  se quegli che  vien  lodato    lui
    stesso latore della lode;  ma ci che il restio nemico elogia, codesto
     soffio che la fama spira; questa lode, essa sola pura, trascende.
    AGAMENNONE: Messere, voi di Troia, vi chiamate Enea?
    ENEA: S, Greco, codesto  il mio nome.
    AGAMENNONE: Qual  la vostra faccenda, di grazia?
    ENEA: Messere, perdonate;  per le orecchie di Agamennone.
    AGAMENNONE: Egli non ascolta in privato nulla che venga da Troia.
    ENEA: N io da Troia vengo a bisbigliargli: io  reco  una  tromba  per
    risvegliare  il  suo  orecchio,  per dare attenta inclinazione ai suoi
    sensi, e quindi per parlare.
    AGAMENNONE: Parla francamente come  il  vento:  non    l'ora  in  cui
    Agamennone dorme;  affinch, o Troiano, tu sappia che egli  desto, te
    lo dice lui stesso.
    ENEA: Tromba,  suona forte,  spandi la tua  voce  d'ottone  per  tutte
    queste  pigre  tende;  e  sappia  ogni focoso Greco che quel che Troia
    onestamente intende sar detto  ad  alta  voce.  (Squillo  di  tromba)
    Abbiamo,  grande Agamennone, qui a Troia un principe chiamato Ettore -
    Priamo  suo padre - che in questa  uggiosa  e  continuata  tregua  si
    sente  arrugginire:  m'ha  ordinato di prendere un trombettiere,  e di
    parlare in questi termini. Re, principi, signori! Se v' uno tra i pi
    prodi della Grecia che tenga pi al suo onore che  al  suo  agio,  che
    cerchi  la  sua  gloria pi di quel che non tema il suo pericolo,  che
    conosca il proprio valore, e non conosca il proprio timore, che ami la
    sua amante pi che nella sola confessione (con fallaci voti alle amate
    labbra di lei), ed osi affermare la sua belt e il suo pregio in altri
    incontri che con lei, a lui questa sfida! Ettore, in vista dei Troiani
    e dei Greci, prover,  o si adoperer del suo meglio per provare,  che
    egli ha una donna pi saggia,  pi bella, pi fedele che mai Greco non
    abbia circondato colle sue braccia,  e domani verr a far  suonare  la
    sua tromba,  a met strada tra le vostre tende e le mura di Troia, per
    provocare un Greco che sia fedele in amore: se un tale  venga,  Ettore
    l'onorer; se nessuno, egli dir a Troia al suo ritirarsi, che le dame
    greche han la pelle fosca,  e non valgono scheggia di lancia.  Proprio
    cos.
    AGAMENNONE: Questo sar detto ai nostri amanti, sire Enea;  se nessuno
    di loro abbia animo in tale faccenda,  li avrem lasciati tutti a casa:
    ma noi siamo soldati;  e possa quel soldato  dimostrarsi  un  semplice
    codardo,   che  non  intenda  d'essere,  non  sia  stato,  o  non  sia
    innamorato! Se dunque uno ve n' che lo sia,  o lo sia stato o intenda
    d'esserlo,  costui  va  incontro  ad  Ettore;  se  niun altro,  io son
    quell'uno.
    NESTORE: Digli di Nestore,  uno che era uomo quando  l'avolo  d'Ettore
    non era ancora divezzato: ora egli  vecchio, ma se non v' nel nostro
    esercito  greco  un  nobil  uomo  che  abbia una scintilla di fuoco da
    rispondere pel suo amore,  digli da parte mia che io nasconder la mia
    barba d'argento in una celata d'oro, e metter quest'avvizzito muscolo
    nel mio bracciale;  e,  lui incontrando, gli dir che la mia donna era
    pi bella della sua avola, e casta quanto altra mai al mondo: sia pure
    egli nella piena della giovent,  io prover questa verit con le  mie
    tre gocce di sangue.
    ENEA: Vieti il cielo tal penuria di giovent!
    ULISSE: Amen.
    AGAMENNONE: Bel sire Enea, lasciate che io vi tocchi la mano; dapprima
    vi mener al nostro padiglione. Achille avr notizia di quest'intento;
    e cos ogni signore della Grecia, di tenda in tenda: voi banchetterete
    con noi prima di partire, e troverete l'accoglienza dovuta a un nobile
    avversario.
    (Escono tutti meno Ulisse e Nestore).
    ULISSE: Nestore!
    NESTORE: Che dice Ulisse?
    ULISSE:  Ho nel cervello una giovane idea;  siate voi il mio tempo per
    ridurla a qualche forma.
    NESTORE: Che cos'?
    ULISSE: E' questo: ottusi  cunei  spaccano  duri  nocchi:  il  granito
    orgoglio  che  s'  gonfiato  sino  a  questo  grado  di  maturit nel
    rigoglioso   Achille   deve   o   venire   reciso   all'istante,    o,
    sparpagliandosi,   generer   un  semenzaio  di  simil  malanno,   per
    aduggiarci tutti.
    NESTORE: E come, dite?
    ULISSE: Questa sfida che invia il prode Ettore, per quanto sia diffusa
    genericamente, si rivolge di proposito soltanto ad Achille.
    NESTORE: L'intento  perspicuo  come  sostanza  il  cui  ammontare  si
    calcola  in  piccole cifre: e,  allorch si pubblicher la sfida,  non
    dubitate che Achille,  fosse il suo cervello arido come le dune  della
    Libia  -  sebbene,  lo  sa  Apollo,   risecco abbastanza scoprir con
    grande speditezza di giudizio,  s  con  celerit,  che  l'intento  di
    Ettore  a lui diretto.
    ULISSE: E si scoter per rispondergli, credete?
    NESTORE:  S,  cos  si  conviene: chi altrimenti potreste opporre che
    possa cavarsela con onore contro Ettore, se non Achille? Bench sia un
    simulacro di combattimento,  pure la nostra  reputazione    molto  in
    giuoco in codesto cimento;  ch qui i Troiani assaggiano la nostra pi
    chiara fama col loro palato pi fine:  e  credete  a  me,  Ulisse,  la
    nostra rinomanza sar su un'impari bilancia in quest'avventata azione;
    ch  l'esito,  sebbene particolare,  dar un saggio in bene o in male,
    nei confronti di tutto il resto; in tali indici,  sebbene sian piccoli
    segni  ai  volumi che essi precedono,  si scorge il pargoletto simbolo
    della gigantesca massa di cose che verranno per  disteso.  Si  suppone
    che  colui  che  incontra  Ettore  provenga  dalla nostra scelta: e la
    scelta,  essendo comune atto di tutte le nostre anime,  fa  il  merito
    criterio della sua elezione,  e bolle, quasi espresso da tutti noi, un
    uomo distillato dalle  nostre  virt;  il  quale  non  riuscendo,  che
    incoraggiamento  riceve  di qui la parte vincitrice,  a rinsaldare una
    forte opinione di se stessi! la quale, nutrita,  le membra sono i suoi
    istrumenti,  non meno operanti delle spade e degli archi che le membra
    dirigono.
    ULISSE: Perdonate il mio discorso,  perci si conviene che Achille non
    si scontri con Ettore.  Come mercanti mostriamo le nostre pi scadenti
    mercanzie,  e speriamo che forse si venderanno;  se no,  il lustro del
    meglio  che  ancora  rimane  da  mostrare,  far  miglior mostra.  Non
    consentite che mai Ettore e Achille si scontrino;  poich e il  nostro
    onore  e  la  nostra  onta in questo caso sono seguitati da due strani
    segugi.
    NESTORE: Io non li vedo con le mie vecchie pupille: che cosa sono?
    ULISSE: Quella gloria che il nostro Achille riceverebbe da Ettore,  se
    egli non fosse superbo, noi tutti la porteremmo con lui: ma egli  gi
    troppo  insolente;  e  sarebbe  meglio  per  noi di arrostire nel sole
    africano che nell'orgoglio e nel pungente sprezzo dei suoi  occhi,  se
    egli  se  la  cavasse  bene con Ettore;  foss'egli sconfitto,  ebbene,
    avremmo distrutto la nostra  general  reputazione  nella  macchia  che
    colpirebbe il nostro miglior guerriero.  No, si faccia un sorteggio; e
    con un accorgimento si disponga che quello stolido d'Ajace estragga la
    sorte di combattere con Ettore: tra noi gli si dia riconoscimento come
    il pi degno,  ch questo servir di purga al gran  Mirmidone  che  si
    crogiola nel clamor dell'applauso;  e far abbassare la sua cresta che
    s'inarca pi superba dell'azzurra Iride. Se l'ottuso scervellato Ajace
    la scampa,  lo copriremo d'acclamazioni: se fallisce,  continueremo ad
    avere opinione che possediamo uomini migliori.  Ma dia o no nel segno,
    la vita del nostro progetto assume cosiffatto senso: Ajace eletto trae
    gi le piume d'Achille.
    NESTORE: Ulisse, ora io comincio a gustare il tuo consiglio; e ne dar
    immediatamente un assaggio ad Agamennone: andiam  tosto  da  lui.  Due
    cagnacci  si  domeranno  l'un  l'altro: solo l'orgoglio deve aizzare i
    mastini, quasi fosse il loro osso.
    (Escono).












    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Parte del Campo greco.

    (Entrano AJACE e TERSITE).
    AJACE: Tersite!
    TERSITE: E se Agamennone avesse le bolle? ne fosse ripieno,  da capo a
    piedi, generalmente?
    AJACE: Tersite!
    TERSITE: E se quelle bolle scorressero?  di', non correrebbe allora il
    generale? non sarebbe codesto un purulento bubbone?
    AJACE: Cane!
    TERSITE: Allora uscirebbe da lui qualche materia: per ora non ne  vedo
    punta.
    AJACE: Figlio di lupa, non ci senti? Senti questo, allora.
    (Lo colpisce).
    TERSITE: Ti colga la peste di Grecia, bastardo buacciolo di signore!
    AJACE: Parla dunque, muffitissimo lievito, parla: ti render venusto a
    forza di colpi.
    TERSITE:  Pi  presto  t'instiller  io  arguzia  e santit a forza di
    beffe: ma credo che pi presto il tuo cavallo sapr  dire  un'orazione
    che  tu  non impari una preghiera a memoria.  Tu sai colpire,  no?  la
    mora scarlatta pei tuoi scherzi di rozza!
    AJACE: Fungo velenoso, apprendimi il proclama.
    TERSITE: Credi che io non abbia senso, che mi colpisci a questo modo?
    AJACE: Il proclama!
    TERSITE: Sei proclamato uno scimunito, credo.
    AJACE: Smettila, porcospino, smettila: mi prudon le dita.
    TERSITE: Potessi sentirti prudere da capo a piedi,  e toccasse a me di
    grattarti!  ti renderei la pi schifosa rogna della Grecia. Quando sei
    fuori ad attaccare, sei lento a colpire come chiunque altro.
    AJACE: Il proclama, dico!
    TERSITE: Non passa ora che tu non borbotti e inveisca contro  Achille,
    e  sei  pieno  d'invidia  della  sua grandezza come Cerbero lo  della
    belt di Proserpina, oh, se abbai contro di lui!
    AJACE: Madonna Tersite!
    TERSITE: Lui tu dovresti colpire.
    AJACE: Pagnottella !
    TERSITE: Lui ti  triterebbe  in  minuzzoli  col  suo  pugno,  come  un
    marinaio spezza un biscotto.
    AJACE: Canaglia, figlio di puttana!
    (Lo picchia).
    TERSITE: Di, di.
    AJACE: Sgabello di strega!
    TERSITE: Gi,  di,  di, signore dalla zucca di pappa! non ci hai pi
    cervello di quel che io non ne abbia nei gomiti; un somarello potrebbe
    farti da maestro,  o prode scorbutico asino!  tu non sei qui  che  per
    tribbiare  Troiani,  e sei menato pel naso da quelli che hanno un ette
    d'ingegno, come barbaro schiavo. Se seguiti a picchiarmi, io comincer
    dal tuo calcagno, e ti dir cosa sei pollice per pollice,  tu,  essere
    senza viscere, tu!
    AJACE: Cane !
    TERSITE: Scorbutico signore!
    AJACE: Canaglia!
    (Lo picchia).
    TERSITE: Idiota di Marte! di, villania, di cammello; di, di.

    (Entrano ACHILLE e PATROCLO).

    ACHILLE: Che ,  che ,  Ajace?  perch fate cos? Che , Tersite, che
    succede, oh?
    TERSITE: Vedete lui cost, lo vedete?
    ACHILLE: S, che succede?
    TERSITE: Guardatelo, vi dico.
    ACHILLE: E' quel che sto facendo; che succede?
    TERSITE: Ma guardatelo bene.
    ACHILLE: Bene! ma  quel che sto facendo.
    TERSITE:  Eppure  non  lo  guardate  bene;  poich,  per  chiunque  lo
    prendiate, egli  Ajace.
    ACHILLE: M' noto codesto, sciocco.
    TERSITE: Gi, ma codesto sciocco non  noto a se stesso.
    AJACE: Epper io ti picchio.
    TERSITE: Oh,  ve',  ve', che dramme d'arguzia egli sputa fuori! i suoi
    sotterfugi hanno orecchie lunghe cos!  Ho tartassato il suo  cervello
    pi  di  quel  che  lui  non  abbia battuto le mie ossa: comprer nove
    passeri per un denaro,  e la sua "pia mater" non vale  la  nona  parte
    d'un passero.  Codesto signore,  o Achille, Ajace, che ha il senso nel
    ventre e le budella nel capo, io racconter a voi ci che dico di lui.
    ACHILLE: Cosa?
    TERSITE: Quest'Ajace, dico...
    (Ajace fa segno di colpirlo).
    ACHILLE: Suvvia, buon Ajace.
    TERSITE: ...non ha tanto sale in zucca da...
    ACHILLE: Suvvia, debbo tenervi.
    TERSITE: ...da turar la cruna dell'ago di Elena,  per la quale viene a
    combattere.
    ACHILLE: Zitto, sciocco.
    TERSITE: Zitto e cheto vorrei stare,  ma lo sciocco non mi lascia: lui
    cost, quel desso guardate l!
    AJACE: Oh, maledetta canaglia; io ti...
    ACHILLE: Volete fare a gara d'ingegno con uno sciocco?
    TERSITE: No, vi garantisco, perch quello d'uno sciocco svergogner il
    suo.
    PATROCLO: Buone parole, Tersite.
    ACHILLE: Qual  il litigio?
    AJACE: Ho ordinato a questo vil  barbagianni  di  farmi  conoscere  il
    tenore del proclama e lui si fa beffe di me.
    TERSITE: Io non sono al tuo servizio.
    AJACE: Be', seguita, seguita.
    TERSITE: Il mio servizio qui  volontario.
    ACHILLE:  Il vostro ultimo servizio  stato una gravezza,  non  stato
    volontario;  nessuno  picchiato di sua volont: Ajace  stato qui  il
    volontario, e voi siete stato come arruolato di forza .
    TERSITE:  Proprio  cos;  un bel po' anche del vostro spirito si trova
    nei vostri muscoli, o ci son de' bugiardi.  Bella preda far Ettore se
    fa  schizzar  fuori  il cervello d'un di voi due: tanto gli gioverebbe
    schiacciare una noce mucida senza gheriglio.
    ACHILLE: Come, anche con me, Tersite?
    TERSITE: C' Ulisse,  e il vecchio Nestore,  il cui senno era  muffito
    prima  che i vostri nonni mettessero unghie ai piedi,  che v'aggiogano
    come bovi da tiro e vi fanno arare i campi di Marte.
    ACHILLE: Cosa, cosa?
    TERSITE: S, verit vera: ih, Achille! ih, Ajace! ih!
    AJACE: Vi taglier la lingua.
    TERSITE: Non importa: dopo parler quanto te.
    PATROCLO: Basta con le parole, Tersite; zitto!
    TERSITE: Star zitto quando la cagna d'Achille me l'ordina, eh?
    ACHILLE: Questa  per te, Patroclo.
    TERSITE: Vuo' vedervi impiccati come teste  di  legno,  prima  che  io
    venga  di nuovo nelle vostre tende;  voglio starmene dove c' vivacit
    d'ingegno e lasciare la fazione degli sciocchi.
    (Esce).
    PATROCLO: Tanto di guadagnato per noi.
    ACHILLE:  Gnaffe,   codesto,   messere,   vien  proclamato  per  tutto
    l'esercito: che Ettore,  all'ora quinta del sole,  con un trombettiere
    tra le nostre tende  a  Troia,  domattina  chiamer  all'armi  qualche
    cavaliere che abbia fegato;  e tale che osi sostenere cosa,  non so: 
    una bazzecola. Addio.
    AJACE: Addio. Chi gli risponder?
    ACHILLE: Non lo so: si mette  a  sorte;  altrimenti,  lui  sapeva  chi
    sarebbe stato il suo uomo.
    AJACE: Oh, volete dir voi. Andr a informarmi pi precisamente.
    (Escono).
    SCENA SECONDA - Troia. Una stanza nel Palazzo di Priamo.

    (Entrano PRIAMO, ETTORE, TROILO, PARIDE e ELENO).
    PRIAMO: Dopo tante ore,  vite,  parole consumate, cos ancora di nuovo
    Nestore dice da parte dei  Greci:  Rendete  Elena,  e  tutto  l'altro
    danno,  quale onore offeso,  tempo perduto,  travaglio, spesa, feriti,
    amici,  e qualunque altra cosa cara    stata  consumata  nella  calda
    digestione di questo cormorano di conflitto, sar cancellato. Ettore,
    che dici di questo?
    ETTORE: Bench nessuno tema i Greci meno di me, per quel che tocchi il
    mio  particolare,  pure,  o temuto Priamo,  non v' dama di pi tenere
    viscere,  pi spugnosa ad assorbile il timore,  pi pronta a  gridare,
    Chi sa quel che seguir? di quel che non sia Ettore.  La piaga della
    pace  la sicurezza,  la sicurezza sicura di  s;  mentre  il  modesto
    dubbio   chiamato il fanale dei saggi,  la tenta che ricerca al fondo
    del peggio.  Che Elena se ne vada: da che la prima spada fu  sguainata
    per  questa  contesa,  ogni  anima  che  abbiam pagato come decima - e
    queste decime si contano a migliaia -  stata tanto cara quanto Elena;
    voglio dire,  dei nostri: se abbiamo perduto tante decine  dei  nostri
    per conservare cosa non nostra, n, se avesse il nostro nome, pari per
    noi al valore di una decina di noi,  che merito c' nell'argomento che
    nega la restituzione di lei?
    TROILO: Ohib, ohib,  fratello!  Pesate voi la dignit e l'onore d'un
    re  s  grande  come il temuto padre nostro su una bilancia di volgari
    once?  volete sommare sul pallottoliere l'incommensurabilit  del  suo
    infinito?  affibbiare  una  vita  sconfinata  con  spanne e pollici s
    minuscoli come timori e grani di senno? ohib, vergogna, per gli di!
    ELENO: Non fa meraviglia che voi  mordiate  cos  ferocemente  codesti
    grani,  dacch  ne  siete s sprovvisto.  Dovrebbe il padre nostro non
    reggere il gran governo dei suoi affari con grani di senno,  perch il
    vostro discorso che cos lo consiglia ne  privo?
    TROILO:  Voi  siete  fatto pei sogni e i sonni fratello sacerdote;  di
    senno voi v'impellicciate i guanti.  Ecco quel che il senno  vi  dice:
    sapete che un nemico vi vuol male; sapete che una spada  pericolosa a
    maneggiare: che meraviglia dunque, quando Eleno vede un Greco e la sua
    spada,  se  egli  mette  le stesse ali del senno alle sue calcagna,  e
    fugge come Mercurio sgridato da Giove,  o come una stella  svelta  dal
    proprio orbe!  Allora, se parliamo di senno, chiudiamo le nostre porte
    e  dormiamo:  la  virilit  e  l'onore  avrebbero  cuor  di  lepre  se
    impinguassero  il  loro pensiero di null'altro che di questo impinzato
    senno:  il  senno  e  la  prudenza  fanno  impallidire  il  fegato   e
    mortificano la gagliardia.
    ETTORE: Fratello, essa non vale quel che costa a tenerla.
    TROILO: E che vale alcunch se non quanto  stimato?
    ETTORE:  Ma  il valore non riposa su una volont particolare;  deve la
    sua stima e la sua nobilt tanto al suo aver pregio in  s,  quanto  a
    colui che lo apprezza.  E' folle idolatria fare il culto pi grande di
    quel che non sia il nume;  e vaneggia quella volont che  inchinevole
    a  quel  che  contagiosamente  la affetta,  senza qualche parvenza del
    preteso merito.
    TROILO: Sposo oggi una donna,  e la mia elezione  guidata  dalla  mia
    volont;  la mia volont accesa dai miei occhi e dai miei orecchi, due
    adusati piloti tra le perigliose rive della volont  e  del  giudizio.
    Come poss'io evitare, bench la mia volont prenda in uggia ci che ha
    eletto,  la  moglie  che  ho scelto?  non vi pu essere scappatoia per
    rifuggirne e  tener  fermo  nell'onore.  Non  rimandiamo  le  sete  al
    mercante quando le abbiamo macchiate; e i cibi rimasti non li gettiamo
    nell'impassibile  mondezzaio  perch  ora  siam  pieni.   Fu  ritenuto
    opportuno che Paride traesse qualche vendetta sui Greci: il fiato  del
    vostro  pieno consenso gonfi le sue vele;  i mari e i venti,  antichi
    litiganti,  fecero tregua e gli resero servizio: egli tocc il desiato
    porto,  e  per una vecchia zia che i Greci tenevano prigioniera,  rec
    una regina greca,  la cui giovent e freschezza copre di rughe  quella
    d'Apollo,  e  fa  appassire  il  mattino.  Perch la teniamo?  i Greci
    trattengono la nostra zia: vale essa la  pena  d'esser  trattenuta?  e
    come,  essa  una perla, il cui pregio ha lanciato pi di mille navi e
    ha cambiato re coronati in mercanti!  Se confessate che fu saggio  che
    Paride andasse, come di necessit dovete, poich gridavate tutti Va',
    va';  se  confessate che egli ha riportato una nobile preda,  come di
    necessit  dovete,   perch  tutti  battevate  le  mani  e   gridavate
    Inestimabile!,  perch  ora  condannate l'esito delle vostre proprie
    sagge deliberazioni e commettete un atto che la  Fortuna  non  ha  mai
    commesso,  destituite  il  pregio  che  stimavate pi ricco del mare e
    della terra?  Oh!  furto abbiettissimo aver rubato ci che noi temiamo
    di conservare, ma ladri indegni d'una cosa in tal modo rubata, noi che
    facemmo loro nella loro terra quell'oltraggio che temiamo di garantire
    nel nostro luogo nato!
    CASSANDRA (di dentro): Piangete, Troiani, piangete!
    PRIAMO: Che rumore, che strepito  questo?
    TROILO: E' la nostra sorella folle, riconosco la sua voce.
    CASSANDRA (di dentro): Piangete, Troiani!
    ETTORE: E' Cassandra.

    (Entra CASSANDRA, delirante).

    CASSANDRA: Piangete, Troiani, piangete! prestatemi diecimila occhi, ed
    io li riempir di lacrime profetiche
    ETTORE: Taci, sorella, taci!
    CASSANDRA:  Vergini  e garzoni,  mezza et e rugosa vecchiaia,  tenera
    infanzia che non sai che piangere, aumentate i miei clamori!  paghiamo
    per tempo una porzione della massa di lamenti che verranno.  Piangete,
    Troiani,  piangete!  esercitate gli occhi  alle  lacrime!  Troia  deve
    cessar  d'essere,  e  il  superbo  Ilion  cadere: il nostro tizzone di
    fratello, Paride, ci arde tutti. Piangete, Troiani, piangete!  Elena e
    malanno!  Piangete,  piangete!  Troia  brucia,  se  non lasciate Elena
    partire.
    (Esce).
    ETTORE: Ebbene, giovane Troilo, questi veementi accessi di divinazione
    nella nostra sorella non operano qualche punta di rimorso? o il vostro
    sangue  s follemente ardente  che  nessun  discorso  della  ragione,
    nessun timore di cattivo successo in una cattiva causa pu mitigarlo?
    TROILO: Come,  fratello Ettore! noi non dobbiamo misurare la giustizia
    di ciascun atto secondo che la determini il successo,  n deprimere il
    coraggio dell'animo nostro, perch Cassandra  folle: i suoi deliri di
    mentecatta  non possono far venire a schifo la bont d'una contesa che
    tiene tutti i nostri onori impegnati a metterla  in  buona  luce.  Per
    quel  che  mi  riguarda,  io non ne son tocco pi degli altri figli di
    Priamo;  e Giove vieti che sia fatta tra noi  cosa  alcuna  che  possa
    irritare   il  pi  debole  impulso  a  combattere  in  suo  favore  e
    sostenerla.
    PARIDE: Altrimenti il mondo potrebbe trovare ree di leggerezza le  mie
    azioni e i vostri consigli;  ma io ne attesto i numi,  il vostro pieno
    consenso dette ali alla mia propensione e tronc tutti  i  timori  che
    accompagnavano s formidabil progetto: perch che cosa, ahim, possono
    queste mie sole braccia? che propugnazione  nel valore d'un solo, per
    contrastare l'urto e l'inimicizia di coloro che questa lite non poteva
    non eccitare?  Eppure,  lo protesto,  fossi io solo a sobbarcarmi alle
    difficolt,  e avess'io s ampio potere quanto ho volere,  Paride  non
    ritratterebbe mai quel che ha fatto, n languirebbe nel perseguimento.
    PRIAMO:  Paride,  tu  parli com'uno infatuato dal dolce diletto: tu ne
    hai ancora il miele, ma questi il fiele;  sicch esser prode non torna
    a merito alcuno.
    PARIDE:  Signore,  io  non  mi  rappresento  solo  il  piacere che tal
    bellezza porta seco,  ma io vorrei che la macchia del  suo  bel  ratto
    fosse cancellata nel custodirla onorevolmente. Qual tradimento sarebbe
    verso  la predata regina,  quale ignominia per la vostra gran dignit,
    quale onta per me,  rinunziare  ora  al  possesso  di  lei  a  termini
    d'abbietta costrizione!  Pu essere che s degenere divisamento prenda
    pur piede nei vostri generosi petti?  Non esiste  nella  nostra  parte
    spirito  s  tapino  che non abbia cuore da osare o spada da sguainare
    quando si difenda Elena,  e nessuno s nobile la cui vita sarebbe male
    spesa o la morte inonorata quand'Elena ne fosse l'oggetto: quindi,  io
    dico,  ben possiamo noi combattere per colei  che,  ben  lo  sappiamo,
    negli ampi spazi del mondo non trova eguale.
    ETTORE: Paride e Troilo,  avete entrambi parlato bene; e sulla causa e
    la questione che si dibatte avete chiosato,  ma superficialmente;  non
    molto  diversi  da  giovani,  che  Aristotele giudicava inetti a udire
    filosofia  morale.   Le  ragioni  che  voi  allegate  pi   concludono
    all'ardente  passione  d'un sangue stemperato che a formare una libera
    determinazione tra il  giusto  e  l'ingiusto;  ch  il  piacere  e  la
    vendetta  hanno  orecchie  pi sorde del serpe alla voce d'un'equanime
    decisione.  La natura brama che il possessore sia reintegrato in tutti
    i  suoi  diritti;  ebbene qual cosa  pi strettamente dovuta in tutta
    l'umanit se non sia la moglie al marito?  Se questa legge di natura 
    corrotta  dall'appetito,  se  grandi  animi,  per  una  condiscendenza
    parziale ai loro ottenebrati affetti resistono ad essa,  v' una legge
    in  ogni  ben  ordinata repubblica per piegare quelle furenti passioni
    che son pi disobbedienti e riottose.  Se dunque Elena  la moglie del
    re  di  Sparta,  come si sa che ,  queste leggi morali della natura e
    delle genti dicono ad alta voce di restituirla: persistere a far  male
    non attenua il male, ma lo rende assai pi grave. Tale  l'opinione di
    Ettore,  a onor del vero;  pur non di meno,  miei focosi fratelli,  io
    propendo con voi a risolvere di seguitare a  tenere  Elena,  poich  
    questa  una  causa che impegna assai la dignit di tutti e di ciascuno
    di noi.
    TROILO: Ecco,  cost avete toccato l'anima del nostro disegno: se  non
    fosse  la  gloria quello a cui noi miriamo anzich l'effettuazione dei
    nostri accesi risentimenti, non vorrei che una goccia di pi di sangue
    troiano fosse versata in difesa di lei. Ma, degno Ettore,  essa  tema
    d'onore e di rinomanza, sprone a imprese gagliarde e magnanime, il cui
    valore  pu al presente abbattere i nostri avversari,  la cui fama nel
    tempo avvenire pu canonizzarci; poich, presumo,  il prode Ettore non
    vorrebbe  per  tutti  i  proventi  dell'ampio  mondo  perdere s ricco
    vantaggio di promessa gloria quale sorride in fronte a questa impresa
    ETTORE: Io son vostro,  o  valorosa  progenie  del  gran  Priamo.  Una
    tracotante  sfida  io  ho  mandata  tra  i torpidi e faziosi nobili di
    Grecia che colpir di stupore i loro sonnacchiosi animi.  Ebbi sentore
    che  il  loro  gran  generale  dormiva  mentre  la gelosia serpeggiava
    nell'esercito: questa sfida, presumo, lo risveglier.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Il Campo greco Dinanzi alla tenda d'Achille.

    (Entra TERSITE).
    TERSITE: Ebbene, Tersite! che?  smarrito nel labirinto del tuo furore?
    Dovr  quell'elefante d'Ajace averla vinta cos?  lui mi picchia ed io
    lo   beffeggio:   la   bella   soddisfazione!    vorrei   che    fosse
    all'incontrario;  che  io potessi picchiarlo,  mentre lui mi beffasse.
    Giuraddio, imparer a evocare e a chiamar su le dimonia, ma vuo' veder
    qualche esito delle mie malevole  esecrazioni.  Poi  c'  Achille,  un
    esimio ingegnere!  Se Troia non  presa prima che questi due l'abbiano
    minata,  le sue mura rimarranno in piedi finch non cadranno da s.  O
    tu,  gran  fulminatore dell'Olimpo,  dimenticati d'esser Giove,  il re
    degli di, e tu,  Mercurio,  perdi tutta la serpentina astuzia del tuo
    caduceo,  se  non  togliete  a  costoro quell'ette,  quello zinzino di
    comprendonio che hanno;  il quale perfino la supina ignoranza sa esser
    s copiosamente scarso,  che per circonvenzione non liberer una mosca
    da un ragno, senza che essi traggano i loro ponderosi brandi e taglino
    la tela.  Dopo di che,  disdetta a tutto il campo!  o piuttosto il mal
    francese?  poich codesto,  mi pare,  il malanno appropriato a coloro
    che fan guerra per una gonnella.  Ho fatto le mie  preghiere;  Invidia
    dimonia, di' amen. Oh, monsignore Achille!

    (Entra PATROCLO).

    PATROCLO:  Chi    cost?  Tersite!  Buon  Tersite,  entra e mettiti a
    sbeffeggiare.
    TERSITE: Se io mi fossi potuto rammentare d'una patacca dorata, tu non
    avresti corso fuori della  mia  contemplazione;  ma  non  importa,  tu
    stesso  su  di  te!  La  maledizione comune dell'umanit,  stoltezza e
    ignoranza,  sia tua in  cento  doppi!  il  cielo  ti  preservi  da  un
    istruttore,  e la disciplina non ti venga dappresso! Che il tuo sangue
    sia la tua guida fino alla morte! allora se colei che ti acconcia dice
    che tu sei un bel cadavere,  giuro e spergiuro che essa non ha avvolto
    nel sudario altro che appestati. Amen. Dov' Achille?
    PATROCLO: Come, sei tu davvero? stavi dicendo le preghiere?
    TERSITE: S: che i cieli m'ascoltino!

    (Entra ACHILLE).

    ACHILLE: Chi c'?
    PATROCLO: Tersite, signore.
    ACHILLE: Dove,  dove?  Sei venuto?  Perch cacio mio,  digestione mia,
    perch non ti sei imbandito alla mia mensa per  tanti  pasti?  Suvvia,
    che cos' Agamennone?
    TERSITE: Il tuo comandante,  Achille. E ora dimmi, Patroclo, che cos'
    Achille?
    PATROCLO: Il tuo signore, Tersite. E allora dimmi, ti prego,  quel che
    sei tu stesso.
    TERSITE: Il tuo conoscitore,  Patroclo.  Ma dimmi,  Patroclo, che cosa
    sei tu?
    PATROCLO: Puoi dirlo tu che mi conosci.
    ACHILLE: Oh, dillo, dillo!
    TERSITE: Enuncer per ordine l'intera  questione.  Agamennone  comanda
    Achille; Achille  il mio signore; io sono il conoscitore di Patroclo,
    e Patroclo  uno sciocco.
    PATROCLO: Furfante!
    TERSITE: Calma, sciocco, non ho ancora finito.
    ACHILLE: E' un uomo privilegiato. Prosegui, Tersite.
    TERSITE:  Agamennone  uno sciocco;  Achille  uno sciocco,  Tersite 
    uno sciocco; e, come ho detto dianzi, Patroclo  uno sciocco.
    ACHILLE: Suvvia, deduci questo.
    TERSITE: Agamennone  uno sciocco a pretendere di  comandare  Achille;
    Achille   uno sciocco a lasciarsi comandare da Agamennone;  Tersite 
    uno sciocco a servire un  tale  sciocco;  e  Patroclo    uno  sciocco
    positivo.
    PATROCLO: Perch sono uno sciocco?
    TERSITE:  Rivolgi  codesta  domanda al Creatore.  A me basta che tu lo
    sia. Guardate, chi vien qui?
    ACHILLE: Patroclo,  non vuo' parlar con nessuno.  Vieni dentro con me,
    Tersite.
    (Esce).
    TERSITE: Che gran giunteria, quanta impostura, e quanta furfanteria; e
    la  ragion di tutto  una bagascia e un becco;  bella lite davvero per
    suscitar gelose fazioni e dissanguarsi a  morte!  La  secca  serpigine
    colga tal soggetto! e la guerra e la fornicazione confondan tutti!
    (Esce).

    (Entrano AGAMENNONE, ULISSE, NESTORE, DIOMEDE e AJACE).

    AGAMENNONE: Dov' Achille?
    PATROCLO: Dentro la sua tenda, ma mal disposto, signore.
    AGAMENNONE: Fategli sapere che noi siam qui. Egli ha vilipeso i nostri
    messi;  e  noi  mettiam  da  parte  le  nostre  prerogative  venendo a
    visitarlo: che ci gli sia detto,  che egli per caso non pensi che noi
    non  osiamo  sollevare  la questione del nostro alto posto,  o che non
    sappiamo chi siamo,
    PATROCLO: Glielo dir.
    (Esce).
    ULISSE: L'abbiam visto all'ingresso della sua tenda: non  infermo.
    AJACE: S,  ha l'infermit del  leone,  soffre  di  cuore  orgoglioso:
    potete chiamarla malinconia,  se volete mandargliela buona;  ma, sulla
    mia testa,  orgoglio: ma perch, perch? che ce ne mostri la ragione.
    Una parola, signore.
    (Conduce da parte Agamennone).
    NESTORE: Che cosa spinge Ajace ad abbaiar cos contro di lui?
    ULISSE: Achille con adescamenti gli ha tolto il suo pazzo.
    NESTORE: Chi, Tersite?
    ULISSE: Proprio lui.
    NESTORE: Allora Ajace non avr nulla da dire  se  ha  perduto  il  suo
    argomento.
    ULISSE: No,  vedete, il suo argomento  colui che ha il suo argomento,
    Achille.
    NESTORE: Tanto meglio;  la loro contesa  pi nei nostri desideri  che
    la  loro intesa;  ma doveva essere una forte alleanza se c' voluto un
    pazzo per romperla!
    ULISSE: L'amicizia che non  legata  dalla  saggezza,  la  follia  pu
    agevolmente scioglierla. Ecco che vien Patroclo.

    (Rientra PATROCLO).

    NESTORE: Niente Achille con lui?
    ULISSE:  L'elefante  ha giunture,  ma non per le riverenze: le sue son
    gambe per l'uso, non per le genuflessioni.
    PATROCLO: Achille m'incarica di dirvi che  egli    assai  dolente  se
    alcunch  di  diverso  dal vostro diporto e piacere ha mosso la Vostra
    Grandezza e questo nobil seguito a fargli visita;  egli spera che  non
    sia stato che per la vostra salute e la vostra digestione, una boccata
    d'aria dopo pranzo.
    AGAMENNONE:  Statemi  a sentire,  Patroclo,  noi conosciamo fin troppo
    bene queste risposte: ma la sua  schermita,  s  celermente  alata  di
    scherno,  non pu sfuggire alla nostra apprensione. Molto credito egli
    ha, e molta ragione abbiam noi a riconoscerglielo; eppure tutte le sue
    virt,  non virtuosamente da lui riguardate,  cominciano a perdere  il
    loro  splendore  ai  nostri occhi,  s,  come delle belle frutta su un
    piatto sozzo rischiano di marcire senza essere  assaggiate.  Andate  a
    dirgli che noi siam venuti per parlargli; e non peccherete dicendo che
    noi  lo riteniamo pi che superbo e men che cortese,  pi grande nella
    sua presunzione che non nel quaderno del giudizio;  e che persone  pi
    di  lui  degne stan qui al beneplacito della selvatichezza che egli ha
    assunto,  celano il sacro potere della loro autorit  e  sottoscrivono
    con deferenza alla sua capricciosa predominazione,  gi, spiano le sue
    proterve lune,  i suoi flussi e riflussi,  come se il corso e l'intera
    condotta di questa guerra seguissero la sua corrente.  Andate a dirgli
    questo, e aggiungete che se egli tien su tanto il suo prezzo, faremo a
    meno di lui, ma lo lasceremo da parte, come non portabil macchina, con
    questo referto: Qui si richiede azione,  questo non pu  andare  alla
    guerra; noi diam la nostra approvazione a un nano che si muove di pi
    che a un gigante che dorme: ditegli cos.
    PATROCLO: Lo far, e senz'altro vi porter la sua risposta.
    (Esce).
    AGAMENNONE:  D'una  risposta di seconda mano non rimarrem soddisfatti;
    noi siam venuti a parlare con lui. Ulisse, entrate voi.
    AJACE: In che  egli da pi d'un altro?
    AGAMENNONE: Non pi di quanto egli pensa d'esserlo.
    AJACE: E' egli da tanto?  Non credete che egli si creda di valere  pi
    di me?
    AGAMENNONE: Non v'ha dubbio.
    AJACE: E voi sottoscriverete la sua opinione e direte che egli  tale?
    AGAMENNONE: No,  nobile Ajace; voi siete altrettanto forte, valoroso e
    saggio, non meno nobile, assai pi cortese, e in tutto e per tutto pi
    trattabile.
    AJACE: Perch dovrebbe un uomo  essere  orgoglioso?  In  che  modo  si
    fomenta l'orgoglio? Io non so che cosa sia orgoglio.
    AGAMENNONE:  La vostra mente ne  tanto pi chiara,  Ajace e le vostre
    virt tanto pi belle.  L'orgoglioso divora se stesso: l'orgoglio  di
    se medesimo specchio,  tromba,  cronaca; e chiunque si loda altrimenti
    che nell'azione, divora l'azione nella lode.
    AJACE: Io detesto l'orgoglioso come detesto la generazione de' rospi.
    NESTORE (a parte): Eppure egli ama se stesso: non  ci strano?

    (Entra ULISSE).

    ULISSE: Achille non scender in campo domani.
    AGAMENNONE: Qual  la sua scusa?
    ULISSE: Non si fa forte  d'alcuna,  ma  lascia  libero  corso  al  suo
    talento,  senza  osservanza  o riguardo per alcuno,  singolare nel suo
    volere e nella sua presunzione.
    AGAMENNONE: Perch  non  vuol  egli  alla  nostra  affabile  richiesta
    togliersi dalla sua tenda e respirar l'aria con noi?
    ULISSE: Ogni nonnulla,  pel solo fatto che gli vien richiesto, egli lo
    rende importante: egli  ossesso dalla sua grandezza, e non parla a se
    medesimo se non con un orgoglio che recalcitra  nel  dar  fiato  a  se
    stesso:  l'immaginato  merito tiene nel suo sangue s gonfio e ardente
    discorso,  che dominato a gara  dalle  sue  facolt  mentali  e  dalle
    attive,  Achille ribolle in gran tumulto e sconquassa se medesimo: che
    dovrei dirvi? egli  s pestilentemente orgoglioso che i segni mortali
    del contagio gridano: Non c' rimedio.
    AGAMENNONE: Vada da lui Ajace. Caro signore,  andate a salutarlo nella
    sua  tenda:  si  dice che egli vi tenga in considerazione,  e a vostra
    richiesta si lascer un po' piegare.
    ULISSE: O Agamennone, fate che ci non accada.  Noi benediremo i passi
    che far Ajace per allontanarsi da Achille: dovr l'orgoglioso signore
    che unge la sua arroganza col proprio grasso e non tollera che cosa al
    mondo  entri  nei  suoi pensieri,  se non quel che medita e rumina lui
    stesso, dovr egli esser venerato da tale che noi consideriamo maggior
    idolo di lui?  No,  questo tre volte degno e valentissimo signore  non
    deve avvilir cos la sua palma nobilmente acquistata,  n,  per quanto
    sta in me,  abbassare  il  suo  merito  insigne  non  meno  di  quello
    d'Achille, andando da Achille: sarebbe un lardellare il suo gi pingue
    orgoglio  e  aggiungere nuovi carboni al Cancro allorch brucia avendo
    accolto il grande Iperione.  Questo signore andar  da  lui!  Lo  vieti
    Giove, e dica con la voce del tuono: Achille, va' da lui!.
    NESTORE (a parte): Ottimamente; lo liscia pel suo verso.
    DIOMEDE (a parte): E come il suo silenzio trangugia questo plauso!
    AJACE: Se vado da lui, col mio pugno armato gli rompo il muso.
    AGAMENNONE: Oh, no, non andrete.
    AJACE:  E  se far il superbo con me,  io stregghiero la sua superbia.
    Lasciatemi andar da lui.
    ULISSE: No, pel prezzo di tutto ci per cui combattiamo!
    AJACE: Un gaglioffo, un insolente!
    NESTORE (a parte): Come dipinge se stesso.
    AJACE: Non potrebbe esser compagnevole?
    ULISSE (a parte): Il corvo grida contro il color nero.
    AJACE: Gli salasser gli umori io!
    AGAMENNONE (a parte): Il malato la vuol far da medico.
    AJACE: Se tutti la pensassero come me...
    ULISSE (a parte): L'ingegno passerebbe di moda.
    AJACE: Non l'avrebbe vinta cos,  avrebbe  da  ingoiar  spade,  prima:
    l'orgoglio la far da padrone?
    NESTORE (a parte): Se fosse cos, fareste a mezzo.
    ULISSE (a parte): Lui ne avrebbe dieci decimi
    AJACE: Lo rimpaster io, lo render trattabile.
    NESTORE  (a  parte):  Non  ancora caldo a puntino: farcitelo d'elogi:
    versate, versate; la sua ambizione  a secco.
    ULISSE (a Agamennone):  Signore,  voi  vi  pascete  troppo  di  questa
    avversione.
    NESTORE: O nobile generale, non fate cos.
    DIOMEDE: Dovete prepararvi a combatter senza Achille.
    ULISSE: E' codesto fare il suo nome che l'offende.  Ecco un uomo... ma
    siamo in sua presenza; rester zitto.
    NESTORE: Perch dovreste? Lui non  invidioso come Achille.
    ULISSE: Lo sappia il mondo intero, che egli  altrettanto valente.
    AJACE: Un cane figlio di puttana,  che cos si trastulla con noi!  Oh,
    se fosse un Troiano!
    NESTORE: Qual vizio sarebbe ora in Ajace...
    ULISSE: Se egli fosse orgoglioso...
    DIOMEDE: O bramoso d'elogio...
    ULISSE: O sornione di natura...
    DIOMEDE: O ritroso, o pieno di s!
    ULISSE:  Grazie  al  cielo,  signore,  tu sei d'una dolce indole;  sia
    lodato colui che t'ha generato,  e colei che ti allatt: celebrato sia
    il  tuo  precettore,  e le tue doti naturali sian tre volte celebrate,
    oltre ogni studio: ma quanto a colui che disciplin alla pugna le  tue
    braccia, Marte divida l'eternit in due e gliene dia met; e quanto al
    tuo vigore, il portator di tori Milone ceda il suo titolo al nerboruto
    Ajace.  Io  non vuo' lodare la tua saggezza,  che come un termine,  un
    recinto, una sponda,  delimita le tue spaziose ed estese qualit: ecco
    qui Nestore, istrutto da vetust d'anni, ei deve, egli , egli non pu
    non  esser saggio;  ma perdonate,  padre Nestore,  se fossero i vostri
    giorni verdi come quelli d'Ajace e il  vostro  cervello  della  stessa
    tempra, non avreste preminenza su di lui, ma sareste come Ajace.
    AJACE: Posso chiamarvi padre?
    NESTORE: S, mio buon figliuolo.
    DIOMEDE: Lasciatevi guidare da lui, signor Ajace.
    ULISSE:  Non  c'  da  indugiare  qui;  il  cervo  Achille sta sodo al
    macchione.  Piaccia al nostro gran generale di convocare tutto il  suo
    concilio di guerra;  nuovi re son giunti a Troia: domani dobbiamo star
    saldi con tutte le nostre forze:  e  qui    un  maestro  di  milizia;
    vengano cavalieri da levante a ponente e scelgano il loro fiore, Ajace
    terr testa al pi valente.
    AGAMENNONE:  Andiamo  al consiglio.  Achille se ne dorma pure: leggeri
    palischermi  veleggian  veloci,  sebbene  scafi  pi  grossi  peschino
    profondo.
    (Escono).














    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Troia. Il Palazzo di Priamo.

    (Entrano PANDARO e un SERVO).
    PANDARO: Amico!  chi!  vi prego, una parola: non siete voi del seguito
    del giovine signor Paride?
    SERVO: S, messere, quando cammina dinanzi a me.
    PANDARO: Voglio dire, voi dipendete da lui?
    SERVO: Messere, io dipendo dal signore.
    PANDARO: Dipendete da un nobile gentiluomo;  mestieri ch'io lo iodi.
    SERVO: Il signore sia lodato!
    PANDARO: Mi conoscete, non  vero?
    SERVO: Aff, messere, superficialmente.
    PANDARO: Amico,  imparate a  conoscermi  meglio.  Io  sono  il  signor
    Pandaro.
    SERVO: Spero di conoscere Vostro Onore migliore, un giorno.
    PANDARO: Lo desidero.
    SERVO: Voi siete in istato di grazia.
    PANDARO: Grazia!  oh,  no, amico, Onore e Signoria sono i miei titoli.
    (Musica di dentro) Che musica  questa?
    SERVO: Non la conosco che in parte,  messere;   una musica  in  varie
    parti.
    PANDARO: Conoscete i musici?
    SERVO: In tutto e per tutto, messere.
    PANDARO: Per chi suonano?
    SERVO: Per gli ascoltanti messere.
    PANDARO: Per piacere di chi, amico?
    SERVO: Pel mio, messere, e di coloro che amano la musica.
    PANDARO: Dimanda, voglio dire, amico.
    SERVO: Chi debbo dimandare, messere?
    PANDARO: Amico,  non ci s'intende. Io son troppo cerimonioso, e tu sei
    troppo astuto. A richiesta di chi suonano costoro?
    SERVO: Ora s che ci siamo,  messere.  S,  messere,  a  richiesta  di
    Paride  mio  signore  che  l in persona;  con lui la Venere mortale,
    colei  che    come  il  sangue  del  cuore  della  bellezza,  l'anima
    invisibile dell'amore...
    PANDARO: Chi, mia nipote Cressida?
    SERVO: No,  messere,  Elena: non siete riuscito a indovinarlo dai suoi
    epiteti?
    PANDARO:  Sembrerebbe,  compare,  che  tu  non  avessi  visto  madonna
    Cressida.  Io vengo a parlare con Paride da parte del principe Troilo:
    vuo' fargli un assalto complimentoso, ch il mio affare  bollente.
    SERVO: Affare bollente: ecco una frase da stufa, davvero.

    (Entrano PARIDE e ELENA con Seguito).

    PANDARO: Belle cose a  voi,  mio  signore,  e  a  tutta  questa  bella
    brigata!  bei  desideri,  una  bella  misura,  bellamente  li guidino!
    specialmente  a  voi,  regina!   bei  pensieri  siano  il  vostro  bel
    guanciale!
    ELENA: Caro signore, voi siete pieno di belle parole.
    PANDARO: E' vostro bel piacere dirlo, dolce regina. Bel principe, ecco
    della buona musica partita.
    PARIDE: Voi l'avete fatta partire,  cugino;  e, sulla mia vita, voi la
    racconcerete di nuovo: la rappezzerete con un pezzo di vostra fattura.
    Egli  pieno d'armonia, Lenuccia.
    PANDARO: No, veramente, signora.
    ELENA: Oh, signore!
    PANDARO: Stonato, in verit; sacrosanta verit, stonatissimo.
    PARIDE: Ben detto, mio signore! Be', cos dite a tempo.
    PANDARO: Ho una faccenda con monsignore, cara regina.  Monsignore,  mi
    consentite una parola?
    ELENA:  No,  questo  non  ci  metter  alla  porta: noi vi ascolteremo
    cantare, per certo.
    PANDARO:  Bene,  dolce  regina,  voi  scherzate!  Ma,  diamine,  ecco,
    signore:  il  mio  caro  signore  e stimatissimo amico,  Troilo vostro
    fratello...
    ELENA: Monsignor Pandaro, signor mio melato...
    PANDARO:  Via,  dolce  regina,  via...   si  raccomanda  a  voi  molto
    affettuosamente.
    ELENA:  Non  ci defrauderete della vostra melodia: se lo fate,  che la
    nostra malinconia ricada sul vostro capo!
    PANDARO: Dolce regina, dolce regina! ecco una dolce regina, aff.
    ELENA: E render triste una dolce signora  gran villania.  No,  questo
    non vi servir a niente; no davvero, ma che! No, di tali parole io non
    mi curo; no, no.
    PANDARO:  E,  mio signore,  egli vi prega che se il re lo domandasse a
    cena, facciate le sue scuse.
    ELENA: Monsignor Pandaro...
    PANDARO: Che dice la mia dolce regina, la mia dolcissima regina?
    PARIDE: Che intrapresa ha tra mano? dove cena stasera?
    ELENA: No, ma, mio signore...
    PANDARO: Che dice la mia dolce regina?  Mia  nipote  s'adirerebbe  con
    voi. Voi non dovete sapere dov'egli cena.
    PARIDE:  Scommetterei  la  testa  che   con colei che all'allegria mi
    dispone, Cressida.
    PANDARO: No, no, niente di questo; non date nel segno. Ecco qui: colei
    che all'allegria vi dispone  indisposta.
    PARIDE: Sta bene, far le sue scuse.
    PANDARO: S, mio buon signore. Ma perch dovreste dir Cressida? no, la
    vostra povera dispensatrice  indisposta.
    PARIDE: Intravedo.
    PANDARO:  Intravedete!  che  cosa  intravedete?  Suvvia,   datemi  uno
    strumento. Eccomi a voi, dolce regina.
    ELENA: Ah, questo  fatto in cortesia.
    PANDARO:  Mia  nipote    orribilmente  innamorata  d'una cosa che voi
    possedete, dolce regina.
    ELENA: Essa l'avr, messere, purch non sia il signor mio Paride.
    PANDARO: Lui? no, essa non ne vuole affatto; lei e lui fan due.
    ELENA: L'unione, dopo la disunione, potrebbe farli far tre.
    PANDARO: Via, via, non vuo' pi sentir altro di questo. Ora vi canter
    una canzone.
    ELENA: S, s, ve ne prego. In fede,  dolce signore,  tu hai una bella
    fronte.
    PANDARO: Sicuro, continuate pure.
    ELENA:  Il  tuo  canto  sia d'amore: questo amore ci disfar tutti.  O
    Cupido, Cupido, Cupido!
    PANDARO: L'amore! sar proprio cos.
    PARIDE: Benissimo dunque: amore, amore, nient'altro che amore.
    PANDARO: E in fede mia, comincia cos. (Canta)
    Amore, amore,  amor che ci dismaga!
    Poich lo strale infiamma
    d'amore daino e damma;
    riduce in fin di vita
    pur senza far ferita
    ma vellicando tuttavia la piaga.

    Gridan gli amanti, ahi! cuori infranti!
    Ma qual pareva stral che ancide
    l'ahi ahi tramuta in: ah, ah, ih!.
    E amor morendo vive e ride:
    ahi! ahi! di qua, poi: ih, ah, ah!
    L'ahi ahi finisce in ah, ah, ah!
    Ol!
    ELENA: Innamorato, davvero, fino alla punta del naso.
    PARIDE: Non mangia che  colombe,  l'amore;  e  codesto  genera  sangue
    caldo,  e  il  sangue caldo genera caldi pensieri,  e i caldi pensieri
    generano calde azioni, e le calde azioni sono l'amore.
    PANDARO:  E'  questa  la  generazione  d'amore?  caldo  sangue,  caldi
    pensieri  e  calde  azioni?  Ma  codeste  son  vipere:    l'amore una
    generazione di vipere? Dolce signore, chi va al campo quest'oggi?
    PARIDE: Ettore,  Deifobo,  Eleno,  Antenore,  e tutta la cavalleria di
    Troia:  ben volentieri mi sarei armato quest'oggi,  ma la mia Lenuccia
    non l'ha voluto. Com' che mio fratello Troilo non  ito?
    ELENA: Fa il muso a qualche cosa: voi sapete tutto, signor Pandaro.
    PANDARO: Io? no,  melata regina.  Bramo d'apprendere com' andata loro
    quest'oggi. Vi rammenterete delle scuse di vostro fratello?
    PARIDE: A capello.
    PANDARO: Addio, dolce regina.
    ELENA: Raccomandatemi a vostra nipote.
    PANDARO: Lo far, dolce regina.
    (Esce. Suona la ritirata).
    PARIDE:  Son  di  ritorno  dal  campo:  andiamo al palazzo di Priamo a
    salutare i guerrieri.  Dolce Elena,  debbo supplicarvi  di  aiutare  a
    disarmare il nostro Ettore: le sue ostinate fibbie,  toccate da queste
    vostre bianche dita incantatrici,  obbediranno di pi che non al  filo
    dell'acciaio  o  alla  forza  di muscoli greci;  voi farete di pi che
    tutti i re delle isole: disarmerete Ettore.
    ELENA: Ci sar cagion d'orgoglio il servirlo,  Paride;  s,  l'omaggio
    che  ricever  da  noi ci dar maggior palma in bellezza di quanta non
    abbiamo, s, ci conferir maggior lustro.
    PANDARO: O dolce, io t'amo al di sopra d'ogni pensiero.
    (Escono).

    SCENA SECONDA - La stessa. Il verziere di Pandaro.

    (Entrano PANDARO e il Servo di TROILO, e s'incontrano).
    PANDARO: Ebbene, dov' il tuo padrone? da mia nipote Cressida?
    SERVO: No, signore; egli aspetta voi per esservi condotto.

    (Entra TROILO).

    PANDARO: Oh, eccolo che viene. E cos, e cos?
    TROILO: Gaglioffo, vattene!
    (Il Servo esce).
    PANDARO: Hai visto mia nipote?
    TROILO: No,  Pandaro: passeggio presso alla sua porta,  come  un'anima
    straniera sulle rive dello Stige,  aspettando il traghetto. Oh, sii tu
    il mio Caronte,  e dammi un celere transito a quei campi dov'io  possa
    sdraiarmi  sulle  aiuole  di  gigli  promesse  ai meritanti.  O gentil
    Pandaro!  Strappa dalle spalle di Cupido le sue ali variopinte,  e con
    me vola da Cressida.
    PANDARO: Passeggia qui nel verziere. Io te la condurr subito.
    (Esce).
    TROILO:  Mi  sento  le  vertigini,  l'aspettativa  mi  d il capogiro.
    L'immaginato godimento  cos dolce,  che incanta i  miei  sensi.  Che
    sar quando il rugiadoso palato guster davvero il tre volte raffinato
    nettare d'amore?  la morte,  io temo,  un deliquio annientatore, o una
    gioia troppo fina, troppo sottilmente potente,  troppo acuta nella sua
    dolcezza perch le mie pi grosse facolt possan tollerarla: ecco quel
    che temo,  e temo pure di perder discernimento tra i miei gaudi,  come
    un battaglione, quando carica alla rinfusa il nemico che fugge.

    (Rientra PANDARO).

    PANDARO: Essa si sta preparando; verr tosto: ora ti conviene avere il
    cervel teco.  Essa arrossisce tanto,  e le manca il fiato a tal segno,
    come se fosse stata atterrita dalla fantasima: vado a prenderla. E' la
    pi  leggiadra furfantella: ha il fiato cos corto come un passero pur
    mo' chiappato.
    (Esce).
    TROILO: La stessa commozione stringe il mio senso: il mio cuore  batte
    pi fitto d'un polso febbricitante; e tutte le mie facolt smarriscono
    il  loro  potere come un vassallo che inopinatamente incontri l'occhio
    del suo sovrano.

    (Rientra PANDARO con CRESSIDA).

    PANDARO: Via,  via,  che bisogno avete d'arrossire?  il  pudore    un
    pargoletto. Eccola qui: fa' ora a lei i giuramenti che hai fatto a me.
    Che! ve ne siete andata di nuovo? avete bisogno di veglia per diventar
    maniera,  eh?  Fatevi  innanzi,  fatevi  innanzi;  se  vi  ritraete vi
    metteremo tra le stanghe.  Perch non le rivolgi  la  parola?  Suvvia,
    alzate questa tendina,  e fateci veder la vostra pittura.  Ahim! come
    siete restia a offendere  la  luce  del  giorno;  se  fosse  buio,  vi
    accostereste pi celermente.  Su,  su;  tira di passatella, e bacia il
    boccino! Oh dunque! un bacio in enfiteusi! fabbrica qui,  carpentiere;
    l'aria  dolce.  Oh,  vi falleranno i cuori prima che io vi separi. Il
    falco vale il terzuolo, per tutte le anatre del fiume: sotto! sotto!
    TROILO: Mi avete privato della parola, signora.
    PANDARO: Le parole non pagan debiti, datele fatti;  ma essa vi priver
    pur dei fatti se mette la vostra attivit alla prova.  Che! di nuovo a
    far  lezi?   Ecco   qua:   In   testimonianza   di   che   le   parti
    scambievolmente... Avanti, avanti: io vo a procacciar del fuoco.
    (Esce).
    CRESSIDA: Volete entrare, mio signore?
    TROILO: O Cressida! quante volte mi son desiderato a questo punto!
    CRESSIDA: Desiderato, signor mio? Gli di concedano... o mio signore!
    TROILO:   Che   cosa  dovrebbero  concedere?   Perch  questa  leggera
    interruzione?  Qual sospettoso fondime scorge  la  mia  dolce  signora
    nella fonte del nostro amore?
    CRESSIDA: Pi fondime che acqua, se i miei timori hanno occhi.
    TROILO:  I  timori  fanno  di cherubini diavoli non vedono mai secondo
    verit.
    CRESSIDA: Il timore cieco,  guidato dalla  ragione  veggente,  va  con
    passo  pi  sicuro  della  cieca  ragione  che incespica senza timore:
    temere il peggio spesso previene il male.
    TROILO: Oh,  che la mia signora non concepisca timore alcuno: in tutto
    il trionfo di Cupido non  presentato alcun mostro.
    CRESSIDA: E neanche niente di mostruoso?
    TROILO:  Null'altro  fuorch  le  nostre promesse;  quando giuriamo di
    pianger mari, di vivere nel fuoco, d'inghiottire scogli, di mansuefare
    tigri;  pensando esser pi arduo per  la  nostra  amante  d'escogitare
    abbastanza   imposizione   che  per  noi  di  sottoporci  a  qualsiasi
    difficolt imposta. Questa  la mostruosit d'amore,  madonna,  che la
    volont    infinita,  e  l'esecuzione  ristretta;  che il desiderio 
    sconfinato, e l'atto schiavo del limite.
    CRESSIDA: Dicono che tutti gli innamorati giurino d'eseguir  pi  cose
    che  non  siano  capaci,  e  pure  riservino una capacit che essi non
    mettono mai ad esecuzione; promettendo di condurre a perfezione pi di
    dieci e adempiendo meno della decima parte di uno. Quei che hanno voce
    di leone e agire di lepre, non sono essi mostri?
    TROILO: Vi sono di cotali?  tali non siamo  noi.  Lodateci  come  siam
    saggiati,  approvateci  secondo la prova che facciamo;  il nostro capo
    andr ignudo sinch il merito non l'incoroni.  Nessun  adempimento  in
    aspettativa  avr  un elogio presente: non daremo nome al merito prima
    della sua nascita, e nato che sia,  il suo aggiunto sar umile.  Poche
    parole  per  una schietta fede: Troilo sar tale per Cressida,  che il
    peggio che l'invidia potr dire sar di schernire la  sua  fedelt;  e
    quel  che la verit potr dire di pi veritiero non sar pi veritiero
    di Troilo.
    CRESSIDA: Volete entrare, mio signore?

    (Rientra PANDARO).

    PANDARO:  Come,   arrossite  ancora?   non  avete  ancora  finito   di
    conversare?
    CRESSIDA:  Ebbene,  zio,  qualunque  sciocchezza io faccia la dedico a
    voi.
    PANDARO: Ve ne ringrazio: se monsignore ha un bimbo da voi,  lo darete
    a me. Siate fedele a monsignore: se egli si ritrae, rimproveratene me.
    TROILO: Conoscete ora i vostri ostaggi;  la parola di vostro zio, e la
    mia ferma fede.
    PANDARO: Be',  vuo' dar la mia parola anche per lei.  Le  donne  della
    nostra casata,  se sono lente a cedere ai corteggiamenti, son costanti
    una volta guadagnate:  son  come  le  lappole;  s'attaccano  dove  son
    gittate.
    CRESSIDA: Ora mi vien l'ardire,  e m'incuora. Principe Troilo, io v'ho
    amato giorno e notte per molti uggiosi mesi.
    TROILO: Perch dunque  la  mia  Cressida    stata  cos  difficile  a
    vincere?
    CRESSIDA:  Difficile  a  sembrar  vinta;  ma io sono stata vinta,  mio
    signore,  al primo sguardo che mai...  perdonatemi...  se io  confesso
    molto,  voi farete il tiranno.  Ora io ho amore per voi;  ma,  fino ad
    ora,  non tanto  che  io  non  potessi  padroneggiarlo:  in  fede,  io
    mentisco;  i  miei  pensieri  eran  come fanciulli sfrenati,  divenuti
    troppo caparbi per la loro madre. Vedete che sciocche siamo! Perch ho
    chiacchierato?  chi  sar  leale  con  noi,   quando  noi  siamo  cos
    indiscrete verso noi stesse?  Ma,  bench io v'amassi di cuore, non vi
    feci profferte; pure, in fede mia, desideravo d'essere un uomo,  o che
    noi  donne avessimo il privilegio degli uomini,  di parlare per prime.
    Mio dolce amico,  ordinatemi di  frenare  la  lingua;  che  in  questo
    rapimento io certo dir cosa di cui avr a pentirmi.  Vedete,  vedete!
    il vostro  silenzio,  astuto  nella  sua  mutezza,  strappa  alla  mia
    fragilit l'anima stessa del mio consiglio. Chiudetemi la bocca.
    TROILO: Cos far, bench ne esca una musica soave.
    PANDARO: Carino, affe'!
    CRESSIDA:  Mio  signore,  vi  supplico  di  perdonarmi;  non  era  mia
    intenzione di mendicare cos un bacio: ne ho vergogna; o cieli! che ho
    fatto! Per questa volta prender commiato da voi, mio signore.
    TROILO: Commiato, dolce Cressida?
    PANDARO: Commiato! se voi prendete commiato fino a domattina...
    CRESSIDA: Vi prego, contentatevi.
    TROILO: Che cosa vi offende, signora?
    CRESSIDA: Messere, la mia propria compagnia.
    TROILO: Non potete evitare voi stessa.
    CRESSIDA: Lasciate che io me ne vada e ne faccia prova.  Ho un  genere
    di  me  che  risiede  con  voi;  per per me s ingeneroso,  che vuole
    abbandonar se stesso per esser lo zimbello d'un altro.  Dov'  il  mio
    senno? Vorrei esser partita. Non so quel che mi dico.
    TROILO: Ben sanno quel che dicono color che parlano s saviamente.
    CRESSIDA: Forse, signor mio, io mostro pi astuzia che amore, e mi son
    lasciata  trascorrere  appieno  a  s ampia confessione,  per prendere
    all'amo i vostri pensieri; ma voi siete savio, ossia non amate, perch
    esser savio e amare eccede il potere dell'uomo;  codesto  s'appartiene
    agli di superni.
    TROILO: Oh,  se io pensassi che fosse in potere d'una donna (e,  se lo
    ,  lo voglio presumere in voi) d'alimentar per sempre la lampada e  i
    fuochi  del  suo amore,  di conservar giovine la sua impegnata fede s
    che sopravviva all'esteriore bellezza,  con un animo che si rinnovella
    pi  celermente  che il sangue non si stempri: o se questa convinzione
    potesse persuadermi,  che la mia lealt  e  fedelt  a  voi  potessero
    trovare  la  pariglia  e  il  contrappeso  d'una cos vagliata purezza
    d'amore: come ne sarei allora esaltato! ma ahim! io son cos schietto
    come la semplicit della schiettezza,  e  pi  semplice  dell'infanzia
    della schiettezza.
    CRESSIDA: In codesto io guerregger con voi.
    TROILO:  O  virtuosa  lotta!  quando  la  drittura  guerreggia  con la
    drittura a chi sar la pi dritta.  I fedeli  garzoni  innamorati  nei
    secoli  venturi attesteranno la lor fede nel nome di Troilo: quando le
    loro rime, piene di proteste,  di giuramenti,  di grandi comparazioni,
    saranno a corto d'immagini, la fedelt stancandosi di ripetere d'esser
    schietta  come  l'acciaro,  fedele come le piante alla luna,  come il
    sole al giorno,  come la tortora  al  compagno,  come  il  ferro  alla
    calamita,   come  la  terra  al  suo  centro,  ecco,  dopo  tutte  le
    comparazioni di fedelt,  quasi per citare  l'autentico  autore  della
    fede,  fedele  come  Troilo  coroner  i versi e santificher i loro
    numeri.
    CRESSIDA: Possiate esser profeta!  Se io sono disleale,  o m'allontano
    d'un  capello  dalla fedelt,  quando il tempo sar invecchiato e avr
    dimenticato se stesso, quando le gocce d'acqua avran consumato i sassi
    di Troia, e il cieco oblo avr divorato citt, e stati possenti senza
    lasciar traccia si saranno sbriciolati in  polveroso  nulla,  pure  la
    memoria,  d'infedele a infedele,  tra le donzelle,  infedeli in amore,
    rimproveri la mia infedelt!  quando avran detto malfida come l'aria,
    come l'acqua, il vento o la terra sabbiosa, come la volpe all'agnello,
    come il lupo al nato della giovenca, come il leopardo alla cerva, o la
    matrigna  al  figliastro,  s,  aggiungano,  per  colpire al cuore la
    falsit, perfida come Cressida.
    PANDARO: Suvvia, affare concluso; apponetevi,  apponetevi il suggello:
    io sar il testimonio.  Ecco,  io tengo la tua mano, ed ecco quella di
    mia nipote.  Se mai vi mostrate infedeli l'uno all'altra,  dopo che mi
    son  preso tante pene per unirvi insieme,  che tutti i miseri ruffiani
    sian chiamati col mio nome fino alla fine del mondo; si chiamino tutti
    Pandari;  tutti gli  uomini  costanti  sian  Troili,  tutte  le  donne
    infedeli Cresside, e tutti i mezzani Pandari! Dite amen.
    TROILO: Amen.
    CRESSIDA: Amen.
    PANDARO: Amen.  Dopo di che io vi mostrer una camera con un letto, il
    quale letto,  perch non abbia a parlare dei vostri leggiadri certami,
    schiacciatelo  a morte: suvvia!  E Cupido conceda a tutte le fanciulle
    qui che han la lingua legata, un letto,  una camera,  e un Pandaro che
    apparecchi questa faccenda.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Il Campo greco.

    (Entrano  AGAMENNONE,  ULISSE,  DIOMEDE,  NESTORE,  AJACE,  MENELAO  e
    CALCANTE).
    CALCANTE: Orbene,  principi,  pei servigi che vi ho reso,  l'occasione
    m'incita a gran voce a chiedere ricompensa. Rappresentatevi alla mente
    che per via della visione che io ho delle cose future,  ho abbandonato
    Troia,  lasciato i miei  possessi,  incorso  nel  nome  di  traditore,
    esposto  me stesso,  in luogo di beni certi e goduti,  a dubbie sorti;
    alienando  da  me  tutto  ci  che  il  tempo,   la   conoscenza,   la
    consuetudine,  e la condizione avevan reso intrinseco e familiare alla
    mia natura;  e qui per servirvi,  son divenuto come  nuovo  al  mondo,
    estraneo,  sconosciuto:  vi  supplico,  a mo' d'assaggio,  di darmi un
    piccolo beneficio di tra  quei  molti  registrati  nelle  promesse,  i
    quali, voi dite, vivono per tornare a mio vantaggio.
    AGAMENNONE: Che vuoi da noi, Troiano? fa' dimanda.
    CALCANTE:  Voi  avete un prigioniero troiano chiamato Antenore,  preso
    ieri: Troia lo tiene in gran conto.  Spesso voi  avete,  e  spesso  ne
    avete avuto grazie, desiderato la mia Cressida in ben cospicuo cambio,
    la  quale  Troia  ha  sempre  negato;  ma  codesto  Antenore   un tal
    cavicchio nelle loro faccende,  che tutte le loro negoziazioni debbono
    rilassarsi,  mancando il suo maneggio; ed essi vogliono darci quasi un
    principe di sangue, un figlio di Priamo,  in cambio di lui: mandatelo,
    o grandi principi,  ed egli comprer mia figlia;  e la presenza di lei
    canceller affatto ogni servigio  che  io  ho  reso  con  ben  accetta
    fatica.
    AGAMENNONE: Diomede lo conduca,  e ci meni qui Cressida: Calcante avr
    quel che ci domanda.  Buon  Diomede,  apprestatevi  acconciamente  per
    questo scambio; e insieme sappiateci riferire se Ettore intende domani
    trovar risposta a questa sfida: Ajace  pronto.
    DIOMEDE: Codesto io far, ed  un incarico a cui io sono orgoglioso di
    sobbarcarmi.
    (Escono Diomede e Calcante).

    (Appaiono ACHILLE e PATROCLO dinanzi alla loro tenda).

    ULISSE:  Achille  sta sull'ingresso della sua tenda: piaccia al nostro
    generale di passare a mo' d'estraneo dinanzi a lui, come se egli fosse
    dimenticato;  e voi,  principi  tutti,  lanciate  a  lui  uno  sguardo
    negligente  e distante: io verr per ultimo.  E' probabile che egli mi
    chieder perch si posino su di lui occhi s disapprovanti: se   cos
    io  ho  un medicinal divisamento da usare tra la vostra sostenutezza e
    il suo orgoglio,  che egli non dimander di meglio che  di  bere.  Ci
    potrebbe giovare: l'orgoglio non ha altro specchio per vedersi fuorch
    l'orgoglio,  ch  pieghevoli ginocchi alimentano l'arroganza e sono il
    guiderdone del superbo.
    AGAMENNONE:  Eseguiremo  la  vostra  idea,  e  assumeremo  un'aria  di
    sostenutezza mentre passiamo dinanzi: cos faccia ciascun signore, e o
    non lo saluti,  ovvero lo saluti sdegnosamente, il che lo scuoter pi
    che di non esser guardato. Faccio strada.
    ACHILLE: Che! il generale viene a parlarmi? Conoscete il mio animo; io
    non vuo' pi combattere contro Troia.
    AGAMENNONE: Che dice Achille? vuol egli qual cosa da noi?
    NESTORE: Vorreste qualcosa dal generale, mio signore?
    ACHILLE: No.
    NESTORE: Nulla, signor mio.
    AGAMENNONE: Meglio cos.
    (Escono Agamennone e Nestore).
    ACHILLE: Buon giorno, buon giorno.
    MENELAO: Addio, addio.
    (Esce).
    ACHILLE: Cosa? il becco mi disprezza?
    AJACE: Come va, Patroclo?
    ACHILLE: Buon giorno, Ajace.
    AJACE: Eh?
    ACHILLE: Buon giorno.
    AJACE: S, e buon proseguimento, anche!
    (Esce).
    ACHILLE: Che voglion dire costoro? Non riconoscono Achille?
    PATROCLO: Passan oltre come estranei:  solevano  inchinarsi,  e  farsi
    precedere  presso  Achille  dai  loro sorrisi;  venire cos umili come
    usavano strisciare dinanzi ai santi altari.
    ACHILLE: E che?  son divenuto povero  ultimamente?  E'  certo  che  la
    grandezza, una volta che sia caduta di grazia alla fortuna, deve anche
    cader di grazia agli uomini: quel che egli sia, il decaduto lo legger
    cos  presto  negli  occhi  altrui  come  lo sentir nella sua propria
    caduta; ch gli uomini, a mo' delle farfalle, non mostrano le loro ali
    infarinate che alla buona stagione,  e non v' uomo  che,  per  essere
    semplicemente  uomo,  riceva onore,  ma viene onorato per quegli onori
    che sono fuori di lui,  quali la posizione,  la ricchezza e il favore,
    premi del caso altrettanto spesso che del merito: e quand'essi cadono,
    da  quei  labili  sostegni  che  sono,  e  l'affetto  che  su  di essi
    s'appoggiava  labile altrettanto,  l'uno tira gi l'altro  e  insieme
    periscono  nella  caduta.  Ma cosi non  di me: la fortuna ed io siamo
    amici: io godo in piena misura di tutto ci che possedevo eccetto  che
    degli sguardi di costoro; i quali, sembra, scoprono in me qualcosa che
    non   degno di quell'insigne riguardo che s spesso mi han tributato.
    Ecco qui Ulisse: vuo' interrompere la sua lettura. Ebbene, Ulisse!
    ULISSE: Ebbene, gran figlio di Teti!
    ACHILLE: Che cosa state leggendo?
    ULISSE: Uno spirito bizzarro mi scrive  qui:  L'uomo  per  riccamente
    dotato  che  sia,  per  cospicuo  che  sia  il  suo  avere esteriore o
    interiore,  non pu menar vanto di avere quello che egli ha,  n sente
    quel  che  egli  possiede  se non per riflessione;  come quando le sue
    virt splendendo su altri li  scaldano  e  rifrangono  di  nuovo  quel
    calore sull'originatore primo.
    ACHILLE: Questo non  bizzarro,  Ulisse.  La bellezza che qui si porta
    sul volto,  il portatore non la conosce,  ma si raccomanda agli  occhi
    degli altri: l'occhio stesso, quel purissimo spirito dei sensi, non si
    vede,  non uscendo di se medesimo; ma se occhio s'oppone ad occhio, si
    salutan tra loro colla lor rispettiva forma; ch la contemplazione non
    si volge su di s finch non abbia viaggiato,  e non  si  sia  sposata
    laddove pu vedere se stessa. Codesto non  affatto bizzarro.
    ULISSE:  Non   la proposizione che io trovo ostica: essa  familiare;
    ma la conclusione dell'autore,  che nella sua  disamina  espressamente
    dimostra che nessun uomo  padrone di nulla, per quanta consistenza ci
    sia in lui o per via di lui, finch egli non comunichi ad altri le sue
    doti;  n egli da s se ne fa un'idea finch non le veda prender forma
    nell'applauso che le divulga,  il quale,  come un arco,  riverbera  la
    voce,  o  come  una  porta  d'acciaio  prospiciente il sole,  riceve e
    restituisce la sua immagine e il suo calore.  Molto rimasi assorto  io
    in questo, e immediatamente vi lessi il caso dell'oscuro Ajace. Cieli,
    che uomo  costui!  proprio un cavallo che reca non sa cosa. O Natura,
    quante cose vi sono,  basse  nell'opinione,  e  preziose  nell'uso!  E
    quante,  d'altronde,  preziosissime  nella  stima  e povere in valore!
    Vedremo dunque domani - per un atto gittatogli dal mero caso  -  Ajace
    venire  in fama!  O cieli!  che cosa fanno certi uomini,  mentre altri
    tralasciano  di  fare!  Come  certuni  strisciano  nel  palazzo  della
    capricciosa Fortuna,  mentre gli altri fanno gl'idioti sotto gli occhi
    di lei!  Come uno si mangia l'orgoglio d'un altro,  mentre  l'orgoglio
    digiuna  nella sua bizzarria!  Bisogna vederli quei condottieri greci!
    di gi batton sulla spalla quello zoticone d'Ajace,  quasich  il  suo
    piede fosse sul petto del prode Ettore, e la superba Ilio ululasse.
    ACHILLE: Lo credo;  ch essi mi son passati accanto come fan gli avari
    coi mendichi,  n mi han dato una parola o un'occhiata benigna:  come,
    son le mie opere dimenticate?
    ULISSE: Il Tempo, signor mio, ha una bisaccia sul groppone, dove mette
    elemosine  per  l'oblo,  enorme mostro d'ingratitudine: quegli avanzi
    sono buone opere passate; le quali son divorate s tosto che fatte,  e
    dimenticate  non  appena  compiute: la perseveranza,  signor mio caro,
    conserva l'onore rilucente: aver fatto  star  appeso  fuor  di  moda,
    come rugginosa armatura in monumentale dileggio.  Mettetevi senz'altro
    in cammino;  ch l'onore precorre una stretta s angusta che uno  solo
    pu  andarvi  di  fronte: tenete poi il sentiero,  ch l'emulazione ha
    mille figli che s'incalzano un dopo l'altro: se cedete il passo,  o vi
    ritraete  dal  diritto  cammino,  come  una marea penetrata essi vi si
    precipitano innanzi e vi lasciano ultimo;  o come un generoso  cavallo
    caduto  nella  prima fila,  voi giacete l a far da pavimento alla vil
    retroguardia,  travolto e calpesto: poich  quel  che  essi  fanno  in
    presente,  bench minore dell'opera vostra passata, deve soverchiarla;
    che il Tempo  come un ospite alla moda, che stringe appena la mano al
    convitato che parte,  e con le braccia  spalancate,  come  se  volesse
    volare,  abbranca  quello che arriva: l'accoglienza sorride sempre,  e
    l'addio se ne va sospirando. Oh, la virt non cerchi rimunerazione per
    ci che  stata, perch la bellezza, l'ingegno, gl'illustri natali, il
    vigore delle ossa,  il merito di  servizio,  l'amore,  l'amicizia,  la
    carit son tutti soggetti all'invido e calunnioso Tempo.  Un tratto di
    natura fa tutti gli uomini d'una razza, che tutti ad una voce elogiano
    i nuovi trastulli,  bench sian fatti e foggiati di  cose  passate,  e
    danno  alla polvere che sia un po' dorata pi lodi che all'oro coperto
    di polvere.  L'occhio presente elogia il presente oggetto: sicch  non
    meravigliarti,  tu uomo grande e completo, se tutti i Greci cominciano
    ad adorare Ajace;  dacch le cose che si muovono attirano pi l'occhio
    di  ci  che  sta  fermo.  Il  grido  andava  un tempo a te,  e ancora
    potrebbe, e pur potr di nuovo, se tu non volessi seppellirti vivo,  e
    insaccare  la  tua  reputazione  nella  tua tenda;  tu le cui gloriose
    gesta,  recentemente  compiute  su  questi  campi,  han  creato  emule
    missioni  tra  gli  stessi  di,  e  han  spinto  il  grande  Marte  a
    parteggiare.
    ACHILLE: Ho forti ragioni per questa mia secessione.
    ULISSE: Ma contro la vostra secessione le ragioni son pi  potenti  ed
    eroiche. E' noto, Achille, che siete innamorato di una delle figlie di
    Priamo.
    ACHILLE: Come? noto?
    ULISSE:  C'  da  meravigliarsi?  La  provvidenza  che   in uno Stato
    oculato conosce quasi ogni grano dell'oro di  Pluto,  trova  il  fondo
    degli  abissi inscandagliabili,  va d'un passo col pensiero,  e quasi,
    come gli di,  svela i pensieri nelle lor mute culle.  V'  nell'anima
    dello Stato un mistero, di cui non v' relazione che osi immischiarsi,
    che ha operazione pi divina di quanto il fiato o la penna non possano
    esprimere.  Tutto  il  commercio che voi avete avuto con Troia  tanto
    perfettamente  cosa  nostra  che  vostra,  signore;   e  meglio  assai
    converrebbe  ad Achille di metter colla schiena a terra Ettore anzich
    Polissena;  ma dovr dolere al giovine Pirro  che    ora  in  patria,
    quando  la  fama  suoner  la  tromba  nelle nostre isole,  e tutte le
    fanciulle greche canteran danzando: la sorella del grande  Ettore  ha
    vinto  Achille,  ma  il nostro grande Ajace ha valorosamente abbattuto
    lui. Addio, signore: io parlo come uno che v'ama;  lo sciocco scivola
    sul ghiaccio che voi dovreste rompere.
    (Esce).
    PATROCLO:  In  tal  senso,  Achille,  io ti ho sollecitato.  Una donna
    divenuta impudente e mascolina non  pi aborrita d'un uomo effeminato
    in tempo d'azione.  Di questo si d a me la colpa: pensano che il  mio
    scarso  gusto  per  la  guerra  e  il  tuo grande amore per me cos ti
    rattengano.  Mio dolce amico,  levati;  e il languido  lascivo  Cupido
    scioglier  dal tuo collo il suo amoroso laccio,  e come una goccia di
    rugiada scossa dalla criniera del leone, si dissolver in aria.
    ACHILLE: Ajace dunque combatter con Ettore?
    PATROCLO: S; e forse ricever per lui molto onore.
    ACHILLE: Vedo che la mia reputazione  a repentaglio;  la mia  fama  
    malignamente trafitta.
    PATROCLO:  Oh,  sta' dunque in guardia!  Male guariscono le ferite che
    l'uomo si fa da s: l'omissione di fare ci che  necessario  suggella
    carta  bianca  al  pericolo;  e  il  pericolo,  come il ribrezzo della
    quartana, sottilmente assale anche quando sediamo pigri nel sole.
    ACHILLE: Va' a cercarmi Tersite,  dolce Patroclo: mander il  giullare
    da Ajace a pregarlo d'invitare i signori troiani dopo il combattimento
    a venirci a trovare qui senz'armi. Ho una voglia donnesca, un appetito
    che  mi  d  la nausea,  di vedere il grande Ettore nelle sue vesti di
    pace; parlar con lui e contemplarne il viso,  finch ne abbia sazi gli
    occhi. Ecco una fatica risparmiata!

    (Entra TERSITE).

    TERSITE: Un miracolo!
    ACHILLE: Che cosa?
    TERSITE: Ajace va su e gi pel campo in cerca di se stesso.
    ACHILLE: E come?
    TERSITE: Domani deve combattere in singolar tenzone con Ettore ed  s
    profeticamente  orgoglioso d'un'eroica bastonatura che farnetica senza
    dir nulla.
    ACHILLE: Come pu esser ci?
    TERSITE: Gi,  fa la ruota su e gi come un pavone,  un  passo  e  una
    fermata; rumina come un'ostessa che non ha altra aritmetica che il suo
    cervello per fare i conti; si morde il labbro con un'aria astuta, come
    chi dicesse: Ci sarebbe senno in questa testa, se volesse uscirne; e
    ve  n' infatti ma giace in lui cos freddo come il fuoco nella selce,
    che non si mostra senza picchiare.  Quell'uomo   finito  per  sempre,
    perch,  se  Ettore  non  gli rompe il collo nel combattimento,  se lo
    romper lui da s con la vanagloria.  Non  mi  riconosce:  io  gli  ho
    detto: Buongiorno Ajace,  e lui risponde: Grazie,  Agamennone. Che
    pensate di costui che mi prende pel generale?  E' diventato  un  pesce
    fuor d'acqua, privo di favella, un mostro. Maledetta la rinomanza! uno
    pu portarla di tutti e due i versi, come un farsetto di cuoio.
    ACHILLE: Tu devi essere il mio ambasciatore a lui, Tersite.
    TERSITE:  Chi,  io?  ma  se  egli  non  vuol rispondere a nessuno;  ei
    professa il non rispondere;  parlare  da pezzenti;  lui ha la  lingua
    nelle  braccia.  Vuo' assumere la sua persona: che Patroclo mi rivolga
    delle domande, vedrete lo spettacolo di Ajace.
    ACHILLE: Dai, Patroclo: digli che io umilmente richiedo il prode Ajace
    d'invitare il valorosissimo Ettore a venire senz'armi alla mia  tenda;
    e  di  procurargli  un salvacondotto per la sua persona dal magnanimo,
    illustrissimo,  e  sei  o  sette  volte  onorevole  capitano  generale
    dell'esercito greco, Agamennone, eccetera. Digli questo.
    PATROCLO: Giove benedica il grande Ajace!
    TERSITE: Uhm!
    PATROCLO: Vengo da parte del degno Achille...
    TERSITE: Ah!
    PATROCLO:  Che  umilissimamente vi richiede d'invitare Ettore alla sua
    tenda...
    TERSITE: Uhm!
    PATROCLO: E di procurargli un salvacondotto da Agamennone.
    TERSITE: Agamennone!
    PATROCLO: S, mio signore.
    TERSITE: Ah!
    PATROCLO: Che rispondete a questo?
    TERSITE: Che Dio sia con voi, con tutto il cuore.
    PATROCLO: La vostra risposta, messere.
    TERSITE: Se domani  una bella giornata,  alle undici andr in un modo
    o nell'altro; comunque, mi pagher caro prima d'avermi.
    PATROCLO: La vostra risposta, messere.
    TERSITE: State bene, con tutto il cuore.
    ACHILLE: Via, non  mica su questo tono, eh?
    TERSITE:  No,  ma  fuor di tono cos.  Qual musica sar in lui quando
    Ettore gli avr fatto schizzar fuori il cervello, non so, nessuna, son
    certo,  a meno che il violinista Apollo non prenda i  suoi  nervi  per
    farne minugie.
    ACHILLE: Suvvia, gli porterai subito una lettera.
    TERSITE:  Fatemene portare un'altra al suo cavallo,  che,  dei due,  
    l'animale pi intelligente.
    ACHILLE: La mia mente  torbida come una fonte agitata,  ed io  stesso
    non ne vedo il fondo.
    (Escono Achille e Patroclo).
    TERSITE:  Fosse  la  fonte della vostra mente di nuovo chiara,  che io
    potessi abbeverarvi un somaro!  Vorrei esser piuttosto  zecca  in  una
    pecora, che s prode ignoranza.
    (Esce).















    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Troia. Una strada.

    (Entrano da un lato ENEA e un Servo con una torcia; dall'altro PARIDE,
    DEIFOBO, ANTENORE, DIOMEDE, ed altri con torce).
    PARIDE: Guardate, oh! chi  laggi?
    DEIFOBO: E' il signor Enea.
    ENEA:  E'  cost  il  principe  in  persona?  Se  io avessi cos buona
    occasione di starmene a giacere  quale  avete  voi,  principe  Paride,
    soltanto  un  celestial  negozio potrebbe privare della mia societ la
    mia compagna di letto.
    DIOMEDE: Questo  pure il mio pensiero. Buon giorno, signor Enea.
    PARIDE: Un valoroso greco, Enea; prendete la sua mano; ne sia prova il
    tenore del vostro discorso,  in cui narraste come Diomede,  giorno per
    giorno per un'intera settimana, vi fu addosso sul campo di battaglia.
    ENEA:  Salute  a  voi,  prode messere,  durante i parlari della gentil
    tregua;  ma quando io v'incontri armato,  tal nera sfida quale il  mio
    animo possa pensare o il mio coraggio eseguire.
    DIOMEDE:  L'una  e  l'altra Diomede abbraccia.  Il nostro sangue  ora
    calmo,  e,  finch sia  tale,  salute!  Ma  si  incontrino  contesa  e
    occasione,  per Giove,  far il cacciatore della tua vita con tutta la
    mia forza, il mio accanimento, e la mia astuzia.
    ENEA: E tu caccerai un leone,  che fuggir con la faccia all'indietro.
    Ora,  in umana gentilezza,  benvenuto a Troia!  per la vita d'Anchise,
    benvenuto davvero! Per la mano di Venere io giuro,  nessun vivente pu
    cos amare l'essere che egli intende d'uccidere pi eccellentemente.
    DIOMEDE: Siamo d'uno stesso animo.  O Giove,  fa' che Enea viva, se il
    suo fato non debba esser la gloria della  mia  spada,  mille  complete
    rivoluzioni solari!  Ma,  per il mio bramoso onore, fallo morire, ogni
    suo membro una piaga, e ci domani!
    ENEA: Ci conosciamo bene.
    DIOMEDE: S, e aneliamo di conoscerci peggio.
    PARIDE: Questo  il pi dispettoso gentil saluto, il pi nobile odioso
    amore,  di cui io abbia mai udito.  Quale  faccenda,  signore,  di  s
    buon'ora?
    ENEA: Il re mi ha mandato a chiamare, ma perch non so.
    PARIDE: Il suo disegno vi si fa incontro: era di condurre questo Greco
    alla casa di Calcante,  e di consegnargli col, in cambio del liberato
    Antenore,  la bella Cressida.  Dateci la vostra compagnia,  o,  se  vi
    piace,   precedeteci  col  sollecitamente.  Io  penso  per  fermo,  o
    piuttosto chiamo il mio pensiero conoscenza certa,  che  mio  fratello
    Troilo  si  trova  l  stanotte:  svegliatelo  e dategli notizia della
    nostra venuta con tutta la spiegazione del suo motivo: temo che saremo
    assai mal ricevuti.
    ENEA: Questo io v'assicuro: egli preferirebbe che Troia fosse  portata
    in Grecia, anzich Cressida portata via da Troia.
    PARIDE:  Non c' rimedio;  cos vuole l'acerba disposizione dei tempi.
    Ors, signore; noi vi seguiremo.
    ENEA: Buon giorno a tutti.
    (Esce).
    PARIDE: E ditemi, nobile Diomede, in fede, ditemi veracemente, proprio
    da schietto sodale,  chi,  a vostro parere,  merita di  pi  la  bella
    Elena, io o Menelao?
    DIOMEDE:  Entrambi  egualmente: ben merita d'averla egli che la cerca,
    senza farsi scrupolo alcuno della sua macchia,  a prezzo  di  tale  un
    inferno di pena e mondo d'affanno,  e voi altrettanto di serbarla, voi
    che la difendete,  senza sentire il sapore del suo disonore,  a prezzo
    di s costosa perdita di ricchezza e d'amici: egli, come un piangoloso
    becco, vorrebbe bere la feccia e il fondiglio d'un barile che ha perso
    il  razzente;  voi,  come un lussurioso,  vi compiacete di generare da
    puttaneschi lombi i  vostri  eredi;  a  pesarli  i  vostri  meriti  si
    bilanciano, ma lui come lui ha il tracollo per via d'una puttana.
    PARIDE: Siete troppo aspro con la vostra compatriota.
    DIOMEDE: Essa  aspra alla sua patria.  Ascoltatemi,  Paride: per ogni
    perfida goccia nelle sue vene di baldracca s'e  spenta  la  vita  d'un
    Greco;  per  ogni scrupolo del suo contaminato peso di carogna  stato
    ucciso un Troiano.  Da quando  stata capace di parlare  essa  non  ha
    dato  fiato  a  tante parole buone quanti sono i Greci e i Troiani che
    han sofferto per lei la morte.
    PARIDE: Bel Diomede,  voi fate come gli avventori,  biasimate la  cosa
    che  desiderate di comprare;  ma noi in silenzio teniamo in gran conto
    questa virt: non vanteremo quello che intendiamo di vendere. Di qui 
    il nostro cammino.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La stessa. Cortile della casa di Pandaro.

    (Entrano TROILO e CRESSIDA).
    TROILO: Mia cara, non disturbarti: la mattina  fredda.
    CRESSIDA: Allora,  mio  dolce  signore,  chiamer  gi  mio  zio;  lui
    disserrer le porte.
    TROILO: Non lo disturbare;  a letto,  a letto!  il sonno uccida quegli
    occhi leggiadri,  e dia ai tuoi sensi s soave sequestro com'  quello
    dei pargoli, scevro d'ogni pensiero!
    CRESSIDA: Buon giorno, allora.
    TROILO: Ora ti prego, a letto!
    CRESSIDA: Sei stanco di me?
    TROILO:  O  Cressida,  non  fosse  che  il giorno affaccendato,  desto
    dall'allodola, ha suscitato le sboccate cornacchie,  e che la sognante
    notte  non consente pi a celare le nostre gioie,  io non me ne andrei
    via da te.
    CRESSIDA: La notte  stata troppo breve.
    TROILO: Maledetta strega;  cogli scellerati essa  sta  a  tedio,  come
    l'inferno, ma fugge gli amplessi dell'amore con ali pi istantanee del
    pensiero. T'infredderai, e mi maledirai.
    CRESSIDA: Ti prego, trattienti: voi uomini non volete mai trattenervi.
    O sciocca Cressida!  Avrei potuto stare ancora sulle mie,  e allora ti
    saresti trattenuto. Ascolta! su c' qualcuno.
    PANDARO (di dentro): Che? tutte le porte sono aperte qui?
    TROILO: E' tuo zio.
    CRESSIDA: Lo colga la peste! ora se ne far beffe: bel tempo avr io!

    (Entra PANDARO).

    PANDARO:  Ebbene,  ebbene!  come  vanno  le  verginit?   Eccovi  qua,
    verginella! dov' mia nipote Cressida?
    CRESSIDA: Andate a impiccarvi, beffardo ziaccio! Mi spingete a fare...
    e poi mi date anche la baia.
    PANDARO: A far cosa? a far cosa? lo dica dunque: che cosa vi ho spinta
    a fare?
    CRESSIDA:  Via,  via,  maledetto  il vostro cuore!  voi non sarete mai
    buono, n soffrirete che altri lo sia.
    PANDARO: Ah, ah! Ohim, poverina! povera "capocchia"!  non hai dormito
    stanotte?  non l'ha voluta lasciar dormire, omaccio che non era altro?
    il lupo mannaro se lo pigli!
    (Bussano di dentro).
    CRESSIDA: Non te l'ho detto? Oh,  se picchiassero sul suo capo!  Chi 
    alla porta!  andate a vedere, zietto, Mio signore, ritornate nella mia
    camera:  voi  sorridete  e  mi  burlate,   come  se  io  vi   mettessi
    un'intenzione sconveniente.
    TROILO: Ah, ah!
    CRESSIDA: Via,  v'ingannate,  io non penso a una tal cosa. (Bussano di
    dentro) Con che fervore picchiano! Vi prego, rientrate: non vorrei per
    la met di Troia che voi foste veduto qui.
    (Escono Troilo e Cressida).
    PANDARO: Chi ? che c'? volete buttar gi la porta? Ebbene, che c'?

    (Entra ENEA).

    ENEA: Buon giorno, messere, buon giorno.
    PANDARO: Chi ? monsignore Enea!  in verit non vi avevo riconosciuto:
    che notizie recate cos di buon'ora?
    ENEA: Non  qui il principe Troilo?
    PANDARO: Qui! a che fare?
    ENEA: Via,  egli  qui, signore, non lo negate:  molto importante per
    lui di parlare con me.
    PANDARO: E' qui, voi dite?  pi di quel che io non sappia,  vi giuro:
    quanto a me son tornato a casa tardi. E che cosa ci starebbe a fare?
    ENEA: Chi? be', be'... via, via, gli nuocerete senza accorgervene. Gli
    sarete  fedele  al  punto di tradirlo.  Non sappiate nulla di lui,  ma
    nondimeno fatemelo venir qui; andate.

    (Entra TROILO).

    TROILO: Ebbene, che c'?
    ENEA: Signore,  ho appena agio di salutarvi,  tanto  urgente  la  mia
    faccenda:  stan  per  giungere Paride vostro fratello,  e Deifobo,  il
    greco Diomede, e il nostro Antenore che ci vien consegnato;  in cambio
    di  lui,  senz'altro,  innanzi  il  primo  sacrificio entro quest'ora,
    dobbiamo rimettere nelle mani di Diomede madonna Cressida.
    TROILO: Cos  stato concluso?
    ENEA: Da Priamo e dal consiglio  generale  di  Troia:  essi  stan  per
    giungere e son pronti a mandare la cosa ad effetto
    TROILO:  Come  il  mio  successo  si  prende  giuoco  di  me!  Vado  a
    incontrarli: e, monsignore Enea, ci siamo incontrati per caso; voi non
    mi avete trovato qui; andate.
    ENEA: Bene, bene,  signore;  i segreti della natura non sono dotati di
    pi taciturnit.
    (Escono Troilo ed Enea).
    PANDARO:  E'  mai  possibile?  conquistata  appena  e gi perduta?  il
    diavolo si prenda Antenore! Il giovane principe ne impazzir. La peste
    colga Antenore! Gli avessero rotto il collo!

    (Rientra CRESSIDA).

    CRESSIDA: Ebbene, che c'? Chi era qui?
    PANDARO: Oh, oh!
    CRESSIDA: Perch sospirate cos profondamente?  dov' il mio  signore?
    se n' andato! Ditemi, dolce zio, che cosa c'?
    PANDARO: Potessi essere tanto gi sotto terra quanto son di sopra!
    CRESSIDA: O numi! che cosa c'?
    PANDARO:  Ti  prego,  rientra.  Non  fossi tu mai nata!  Lo sapevo che
    saresti stata la  sua  morte.  Oh,  povero  signore!  la  peste  colga
    Antenore!
    CRESSIDA: Mio buono zio,  v'imploro,  in ginocchio v'imploro, che cosa
    c'?
    PANDARO: Devi andartene, ragazza,  devi andartene;  sei data in cambio
    di Antenore.  Devi andar da tuo padre,  e allontanarti da Troilo: sar
    la sua morte; sar la sua rovina: egli non potr sopportarlo.
    CRESSIDA: O di immortali! io non andr.
    PANDARO: Tu devi.
    CRESSIDA: Non voglio,  zio;  ho dimenticato mio  padre;  non  ho  niun
    sentimento  di consanguineit;  nessun parente,  nessun amore,  nessun
    sangue, nessun'anima che sia cos vicina a me come il dolce Troilo.  O
    numi divini! fate del nome di Cressida il colmo della perfidia se essa
    mai abbandona Troilo! Tempo, forza, e morte, assoggettate questo corpo
    a  tutti i vostri rigori;  ma la salda base e fabbrica del mio amore 
    come il centro stesso della terra,  che attira  a  s  ogni  cosa.  Mi
    ritiro a piangere...
    PANDARO: Va', va'.
    CRESSIDA:  A  strapparmi  i  lucenti  capelli,   a  graffiarmi  queste
    celebrate guance,  a spezzare coi singhiozzi la mia  limpida  voce,  a
    infrangere  il  mio  cuore  a  forza  di  gridar:  Troilo.  Non voglio
    andarmene da Troia.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La stessa. Dinanzi alla casa di Pandaro.

    (Entrano PARIDE, TROILO, ENEA, DEIFOBO, ANTENORE, e DIOMEDE).
    PARIDE: E' giorno alto,  e celermente s'approssima l'ora prefissa  per
    la consegna di lei a questo valoroso Greco.  Mio buon fratello Troilo,
    dite alla signora quel ch'essa deve fare, e sollecitatela all'uopo.
    TROILO: Entrate nella sua casa: io la condurr al Greco  immantinente:
    e quando io la consegno nelle sue mani,  considerale un altare,  e tuo
    fratello Troilo un sacerdote che vi offre il suo proprio cuore.
    PARIDE: Io so che cosa sia l'amore,  e vorrei poterlo soccorrere  come
    lo compiango! Vi prego, entrate, signori.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - La stessa. Una camera nella casa di Pandaro.

    (Entrano PANDARO e CRESSIDA).
    PANDARO: Moderatevi, moderatevi!
    CRESSIDA: Perch mi parlate di moderazione?  Il dolore che io assaggio
     squisito, pieno, perfetto, e imperversa con un affetto cos veemente
    come  quello  che  lo  causa.   Come  posso  moderarlo?   Se   potessi
    temporeggiare con la mia passione, o stemperarla in un sapore debole e
    pi  freddo,  potrei dare al mio dolore la stessa indignazione,  ma il
    mio amore non ammette alcuna lega che lo svilisca,  e neppure  il  mio
    dolore in s preziosa perdita.

    (Entra TROILO).

    PANDARO: Eccolo, eccolo, eccolo che viene. Ah, dolci tortorini !
    CRESSIDA: Oh, Troilo. Troilo!
    (Lo abbraccia).
    PANDARO:  Che paio di dolenti!  Vuo' abbracciarli anch'io.  O cuore,
    come dice la bella canzone...
    O cuore, oppresso cuore,
    perch sospiri senza essere infranto?
    ed esso risponde:
    Perch non puoi sfogare il tuo dolore
    con amicizia o col dar voce al pianto.
    Non c' mai stata rima pi vera.  Non gittiam  via  nulla,  ch  tempo
    verr  in  cui  potremo  aver  bisogno  di tali versi: lo vediamo,  lo
    vediamo. Ebbene, agnellini miei!
    TROILO: Cressida, io t'amo con s vagliata purezza,  che i beati numi,
    come irati con la mia passione, pi accesa in zelo della devozione che
    fredde labbra esalano alle loro deit, ti strappano via da me.
    CRESSIDA: Son gelosi gli di?
    PANDARO: Gi, gi,  un caso troppo evidente.
    CRESSIDA: Ed  vero che io debbo andarmene da Troia?
    TROILO: E' un'odiosa verit.
    CRESSIDA: Come, e anche da Troilo?
    TROILO: Da Troia e da Troilo.
    CRESSIDA: E' mai possibile?
    TROILO:  E incontanente;  onde l'offesa della sorte respinge commiato,
    scansa ruvidamente ogni indugio, brutalmente defrauda le nostre labbra
    d'ogni rigiugnimento,  a forza impedisce i nostri allacciati abbracci,
    strangola i nostri cari voti pur mentre nascono dal nostro travagliato
    respiro.  Anche  noi,  che  con  tante  migliaia  di  sospiri ci siamo
    comprati l'un l'altra,  dobbiamo venderci a vil  prezzo  con  la  rude
    brevit ed emissione d'un solo.  Il tempo ingiurioso ora con la fretta
    d'un ladro  affardella  alla  rinfusa  il  suo  ricco  bottino:  tanti
    arrivederci quante ci sono stelle in cielo con voci distinte e baci di
    conferma in soprappi,  ei li abborraccia in un rilassato addio,  e ci
    tiene a stecchetto con un sol bacio famelico,  dissaporito dal sale di
    rotti pianti.
    ENEA (di dentro): Mio signore,  pronta madonna?
    TROILO:  Ascolta!  ti  chiamano: dicono alcuni che il Genio cos grida
    Vieni! a colui che deve  morire  in  un  istante.  Di'  loro  d'aver
    pazienza, ella vien subito.
    PANDARO:  Dove  sono le mie lacrime?  piovete,  per far cessare questo
    vento, o il mio cuore sar sbarbicato!
    (Esce).
    CRESSIDA: Debbo dunque andar dai Greci?
    TROILO: Non c' rimedio.
    CRESSIDA: Una mesta Cressida tra i gai Greci! Quando ci rivedremo?
    TROILO: Odimi, amor mio. Sii solo fedele in cuore...
    CRESSIDA: Io fedele? evvia! che malvagia supposizione  codesta?
    TROILO: No,  dobbiamo fare un blando uso delle rimostranze,  poich si
    tratta  di separarci: io non dico sii fedele,  perch io tema di te,
    ch io gitterei il mio guanto anche alla Morte, che non v' macula nel
    tuo cuore;  ma sii fedele io dico per preformare la mia  susseguente
    protestazione; sii fedele, e io ti rivedr.
    CRESSIDA: Oh,  sarete esposto, mio signore, a pericoli infiniti quanto
    imminenti, ma io sar fedele.
    TROILO: Ed io diverr amico del pericolo. Porta questa manica.
    CRESSIDA: E tu questo guanto. Quando ti rivedr?
    TROILO: Io corromper le sentinelle greche,  per potervi  visitare  la
    notte. Ma pure, sii fedele.
    CRESSIDA: O cielo! sii fedele di nuovo!
    TROILO:  Odi  perch  lo  dico,  amore:  i  giovani greci son pieni di
    qualit;  essi sono amorosi,  ben  temperati  coi  doni  di  natura  e
    ridondanti  d'arti e di destrezza: come possano commuovere le novit e
    le doti dell'animo con l'avvenenza, ahim,  me lo fa temere una specie
    di religiosa gelosia, la quale, ti supplico, chiama virtuoso peccato.
    CRESSIDA: O cielo! voi non mi amate.
    TROILO: Possa io morire da furfante allora!  In questo io non metto in
    dubbio la tua fede  quanto  soprattutto  il  mio  merito:  io  non  so
    cantare,  n saltabeccar la volta,  n addolcire la conversazione,  n
    giocare a giuochi sottili,  tutte belle  virt  a  cui  i  Greci  sono
    sommamente proclivi e inchinevoli: ma io posso dire che in ciascuna di
    queste grazie s'annida un dimonio silenzioso e mutamente eloquente che
    sa astutissimamente tentare. Ma tu non lasciarti tentare.
    CRESSIDA: Credete che io voglia?
    TROILO:  No.  Ma  si pu fare qualcosa che noi non vogliamo: e qualche
    volta siamo  diavoli  verso  noi  stessi  quando  vogliam  tentare  la
    fralezza  delle  nostre  forze,  presumendo  della  lor  potenza che 
    mutevole.
    ENEA (di dentro): Ebbene, mio buon signore...
    TROILO: Su via, baciami, e separiamoci.
    PARIDE (di dentro): Fratello Troilo!
    TROILO: Buon fratello,  venite qui,  e conducete con  voi  Enea  e  il
    Greco.
    CRESSIDA: Mio buon signore, sarete voi fedele?
    TROILO: Chi, io? ahim!  il mio vizio, la mia colpa: mentre altri con
    astuzia vanno in pesca di gran rinomanza,  io con gran veracit piglio
    pura dabbenaggine;  mentre alcuni con furberia doran le lor corone  di
    rame,  con  veracit  e semplicit io porto ignuda la mia.  Non temere
    della mia fede; la morale dei mio senno  semplice e fido;  questa 
    tutta la sua portata.
    (Entrano ENEA, PARIDE, ANTENORE, DEIFOBO e DIOMEDE).
    Benvenuto,  messer  Diomede!  Ecco la signora che noi vi consegnamo in
    cambio di Antenore: alle porte della citt,  signore,  io  la  metter
    nelle  tue  mani,  e  lungo  il  cammino  t'informer  quale ella sia.
    Trattala bellamente; e, sull'anima mia, bel Greco,  se mai tu sia alla
    merc  della  mia spada,  di' il nome di Cressida,  e la tua vita sar
    salva come Priamo  in Ilio.
    DIOMEDE: Bella  madonna  Cressida,  cos  vi  piaccia,  risparmiate  i
    ringraziamenti  che questo principe s'attende: lo splendore dei vostri
    occhi,  il cielo delle  vostre  guance,  patrocinano  per  voi  onesto
    trattamento; e per Diomede voi sarete una padrona, e lo comanderete in
    tutto.
    TROILO: Greco, tu non mi tratti cortesemente, a far vergogna allo zelo
    della mia preghiera col lodare costei: io ti dico,  signore di Grecia,
    che ella tanto s'innalza al di sopra delle  tue  lodi  quanto  tu  sei
    indegno di chiamarti suo servo. Io ti ingiungo di trattarla bene, solo
    in forza di questa mia ingiunzione;  giacch, pel tremendo Plutone, se
    tu non lo farai,  quand'anche fosse tua difesa la gran mole d'Achille,
    io ti taglier la gola.
    DIOMEDE: Oh,  non vi adirate,  principe Troilo,  e lasciate che il mio
    posto e il mio messaggio mi privilegino a parlare liberamente;  quando
    io sar via di qui,  non avr da render conto che al mio piacimento, e
    sappiate,  signore,  che io nulla far dietro ingiunzione:  essa  sar
    apprezzata  secondo il suo merito;  ma diciate voi sia cos,  il mio
    spirito e il mio onore mi faran rispondere no.
    TROILO: Andiamo alle porte!  Io ti dico,  Diomede,  questa bravacciata
    t'obbligher spesso a nascondere il capo.  Madonna,  datemi la mano, e
    mentre camminiamo,  rivolgiamo  a  noi  stessi  la  nostra  bisognevol
    conversazione.
    (Escono Troilo, Cressida e Diomede. Suono di tromba).
    PARIDE: Udite! la tromba di Ettore.
    ENEA:  Come abbiamo speso questa mattinata!  Il principe penser ch'io
    sia tardo e negligente,  io che avevo giurato di precederlo a  cavallo
    sul campo di battaglia.
    PARIDE: E' colpa di Troilo. Andiamo, andiamo, al campo con lui.
    DEIFOBO: Facciamo presto.
    ENEA:  S,  con la fresca alacrit d'uno sposo accingiamoci a metterci
    alle calcagna di Ettore: la gloria di Troia nostra  dipende  oggi  dal
    suo chiaro valore e dalla sua sola cavalleria.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Il Campo greco. E' apparecchiata la lizza.

    (Entrano  AJACE,   armato,   AGAMENNONE,  ACHILLE,  PATROCLO,  ULISSE,
    NESTORE, ed altri).
    AGAMENNONE: Eccoti in fresco e bell'arnese anticipando il  tempo.  Con
    coraggio  che non sta alle mosse da' con la tua tromba un alto segnale
    a Troia, o terribile Ajace;  sicch l'aria spaventata possa trapassare
    il capo del gran campione e qui l'attragga.
    AJACE: Trombettiere, ecco la mia borsa. Ora squarcia i tuoi polmoni. e
    fendi  il  tuo oricalco: soffia,  gaglioffo,  finch la tua gota dalla
    sferica turgenza s'enfi pi della colica del  tumido  Aquilone.  Ors,
    distendi  il  tuo petto,  e fa' che i tuoi occhi sgorghino sangue;  tu
    soffi per Ettore.
    (Suona la tromba).
    ULISSE: Nessuna tromba risponde
    ACHILLE: Non  che primo mattino
    AGAMENNONE: Non  quello Diomede con la figlia di Calcante?
    ULISSE: E' lui,  conosco il modo della sua andatura;  si solleva sulle
    punte: quel suo spirito, nell'aspirazione l'alza su dalla terra.

    (Entra DIOMEDE con CRESSIDA).

    AGAMENNONE: E' questa madonna Cressida?
    DIOMEDE: Proprio lei.
    AGAMENNONE: Carissimamente benvenuta tra i Greci, dolce signora.
    NESTORE: Il nostro generale vi saluta con un bacio.
    ULISSE:  Pure tal gentilezza non  che particolare;  meglio sarebbe se
    ella fosse baciata in generale.
    NESTORE: Davvero un cortese consiglio: comincer io. Ecco per Nestore.
    ACHILLE:  Toglier  quell'inverno  via  dalle  vostre  labbra,   bella
    signora: Achille vi augura il benvenuto.
    MENELAO: Una volta avevo buon motivo di baciare.
    PATROCLO:  Ma questo non  un motivo per baciare ora;  perch cos nel
    suo ardire Paride dette una capatina,  e cos separ voi e  li  vostro
    motivo.
    ULISSE: O mortal canchero e argomento di tutto il nostro disdoro! Onde
    perdiamo le nostre teste per far le sue corna d'oro.
    PATROCLO:  Il  primo    stato  il  bacio  di Menelao questo  il mio:
    Patroclo vi bacia.
    MENELAO: Oh. questo  conto!
    PATROCLO: Paride e io baciam sempre per suo conto.
    MENELAO: Vuo' avere il mio bacio, messere. Madonna, permettete...
    CRESSIDA: Quando baciate, date o ricevete?
    PATROCLO: E do e ricevo.
    CRESSIDA: Ci metterei la vita in una posta,  voi ricevete il bacio che
    pi costa; per cui niente bacio.
    MENELAO: Io vi dar in soprammercato, vi dar tre per uno.
    CRESSIDA: Vi ponete in caffo! date pari, o nessuno.
    MENELAO: In caffo, madonna! Baciando non si fa caffo n pari.
    CRESSIDA: Ma Paride l'ha fatto,  ch voi sapete che s' preso il caffo
    delle donne, e s' messo in pari con voi.
    MENELAO: Mi date un nocchino in capo.
    CRESSIDA: No, vi giuro!
    ULISSE: Infatti, quel suo corno  troppo duro per l'unghia vostra,  ed
    impari  la posta. Dolce signora, posso chiedervi un bacio?
    CRESSIDA: Lo potete.
    ULISSE: Lo bramo.
    CRESSIDA: Ebbene, chiedete allora.
    ULISSE: Ebbene,  allora per amor di Venere,  sia il mio voto esaudito,
    quand'Elena ritorni vergine, e a suo marito.
    CRESSIDA: Son vostra debitrice; reclamatelo quand' l'ora.
    ULISSE: Mai  il mio giorno, e il vostro bacio allora.
    DIOMEDE: Signora, una parola: vi condurr da vostro padre.
    (Diomede mena via Cressida).
    NESTORE: E' una donna di pronto spirito.
    ULISSE: Il malanno su di lei! Hanno un linguaggio i suoi occhi, le sue
    guance,  le sue labbra,  sicuro,  il suo piede parla;  i suoi  spiriti
    lascivi s'affacciano a ogni giuntura e mossa del suo corpo. Oh, queste
    affrontatrici,  dalla  lingua  s  sciolta,  che  danno  un accostante
    benvenuto prima di riceverlo,  e  spalancano  le  tavolette  dei  loro
    pensieri   a   ogni  pruriginoso  lettore,   notale  per  sozze  prede
    dell'opportunit e figlie della libidine.
    (Suono di tromba di dentro).
    TUTTI: La tromba dei Troiani.
    AGAMENNONE: Laggi viene la truppa.

    (Entrano ETTORE, armato, ENEA, TROILO ed altri Troiani, con Seguito).
    ENEA: Salute a voi tutti, capi della Grecia! che si far per colui che
    avr in pugno la vittoria?  o intendete che si proclami un  vincitore?
    volete  che i cavalieri si incalzino fino al termine d'ogni estremit,
    o saran separati da qualche voce o ordine del campo?  Ettore ha  detto
    di chiederlo.
    AGAMENNONE: E come piacerebbe ad Ettore?
    ENEA: Non se ne cura; obbedir alle condizioni.
    ACHILLE: Questo agire  degno di Ettore;  ma  pieno di sicurezza,  un
    po' d'orgoglio,  e un bel po' di disprezzo pel cavaliere che  gli  sta
    contro.
    ENEA: Se il vostro nome non  Achille, messere, qual ?
    ACHILLE: Se non  Achille, alcuno.
    ENEA:  Dunque  Achille;  ma,  quale  che  sia,  sappiate questo: negli
    estremi di grande e di piccolo,  il valore e l'orgoglio si  sorpassano
    in Ettore;  l'uno quasi infinito come il tutto,  l'altro inane come il
    nulla.  Stimatelo bene,  e quel che appare come orgoglio    cortesia.
    Questo Ajace  per met fatto del sangue di Ettore; per amor di che la
    met di Ettore rimane a casa; mezzo cuore, mezzo braccio, mezzo Ettore
    viene  a  cercare  questo  misticato cavaliere,  mezzo troiano e mezzo
    greco.
    ACHILLE: Certame di principianti, allora? Oh, vi capisco.

    (Rientra DIOMEDE).

    AGAMENNONE: Ecco ser Diomede. Andate, gentil cavaliere,  fatevi presso
    al  nostro  Ajace:  a quel modo che voi e il signore Enea consentirete
    sull'ordine della loro pugna,  cos  sia;  o  a  oltranza,  oppure  un
    semplice  scontro: i campioni essendo parenti,  per met cessa la loro
    lotta prima che comincino i colpi.
    (Ajace ed Ettore entrano in lizza).
    ULISSE: Eccoli gi affrontati.
    AGAMENNONE: Chi  quel Troiano dall'aspetto cos mesto?
    ULISSE: Il pi giovane figlio di Priamo,  un vero cavaliere: non ancor
    maturo,  eppure senza pari;  fermo di parola, parlante coi fatti e non
    fattivo con la lingua;  non di leggeri provocato,  n,  provocato,  di
    leggeri  placato:  il  suo  cuore  e  la  sua  mano  aperti entrambi e
    liberali; ch ci che egli ha,  egli dona,  ci che pensa egli mostra;
    eppur non dona finch il giudizio non guidi la sua larghezza, n degna
    di  dar  voce  a  un  impari  pensiero.  Virile  come  Ettore,  ma pi
    pericoloso; poich Ettore, nella vampa della sua ira,  concede venia a
    oggetti  di  piet;  ma costui nel calor dell'azione  pi vendicativo
    dell'amore geloso. Lo chiamano Troilo, e pongono su di lui una seconda
    speranza, cos ben fondata come quella su Ettore. Cos dice Enea,  uno
    che  conosce  il  giovine  a menadito,  e a quattr'occhi me lo ha cos
    descritto nella grande Ilio.
    (Suono d'allarme. Ettore e Ajace combattono).
    AGAMENNONE:. Sono ingaggiati,
    NESTORE: Sta' saldo, Ajace!
    TROILO: Ettore, tu dormi; svegliati!
    AGAMENNONE: I suoi colpi son ben diretti: di, Ajace!
    DIOMEDE: Dovete cessare.
    (Le trombe cessano di suonare).
    ENEA: Principi, basta, cos vi piaccia.
    AJACE: Non sono ancora caldo; ricominciamo.
    DIOMEDE: Come piace ad Ettore.
    ETTORE: Ebbene, allora non pi. Tu sei,  o gran signore,  figlio della
    sorella di mio padre,  cugino germano della prole del gran Priamo;  il
    vincolo del nostro sangue vieta tra noi due una sanguinosa emulazione.
    Fosse la tua commistione di greco e di troiano  tale  che  tu  potessi
    dire:  Questa  mano    tutta greca e questa  troiana;  i muscoli di
    questa gamba tutti greci, e questa  tutta di Troia;  il sangue di mia
    madre  scorre nella guancia destra,  e questa sinistra contiene quello
    di mio padre: per Giove Onnipotente,  tu non  potresti  riportare  da
    questo  scontro  con  me  un membro greco dove la mia spada non avesse
    lasciato l'impronta della nostra inimicizia: ma i giusti iddii vietano
    che una sola goccia di sangue che tu hai derivato da tua madre, la mia
    sacra zia, debba essere effusa dalla mia spada mortale!  Lascia che io
    ti  abbracci,  Ajace:  per Colui che tuona,  tu hai braccia gagliarde;
    Ettore vuole che esse cadano su di lui cos: cugino, ogni onore a te!
    AJACE: Ti ringrazio,  Ettore: tu sei un uomo troppo gentile  e  troppo
    generoso: io ero venuto per ucciderti,  cugino,  e per recar di qui un
    grande aggiunto acquistato per la tua morte.
    ETTORE: Neanche Neottolemo s ammirabile,  sul cui splendente  cimiero
    la  Fama  coi suoi pi alti proclami grida: Questo  lui!,  potrebbe
    ripromettersi un aggiunto onorifico strappato ad Ettore.
    ENEA: V' attesa qui da ambo le parti per quel che farete.
    ETTORE: Rispondiamo, l'esito  un abbraccio: Ajace addio.
    AJACE: Se potessi trovar  successo  con  le  mie  preghiere,  come  io
    raramente  avr occasione,  inviterei il mio famoso cugino alle nostre
    tende greche.
    DIOMEDE: E' il desiderio di Agamennone,  e il grande Achille brama  di
    vedere il valoroso Ettore disarmato.
    ETTORE: Enea, chiamate qui da me il mio fratello Troilo, e significate
    agli   spettatori   della   nostra   parte  troiana  questa  amorevole
    intervista;  pregateli di tornare alla citt.  Dammi la mano,  cugino;
    vuo' mangiare con te e vedere i vostri cavalieri.
    AJACE: Il grande Agamennone viene qui a incontrarci.
    ETTORE:  I  pi  degni  tra  loro  dimmi  nome per nome,  ma quanto ad
    Achille,  i miei occhi scrutatori lo ravviseranno  alla  sua  ampia  e
    imponente statura.
    AGAMENNONE:  Degno  nell'armi!  Benvenuto  quanto   possibile per chi
    vorrebbe sbarazzarsi d'un simile nemico:  ma  questo  non    dare  il
    benvenuto: intendi pi chiaramente che quel che  trascorso e quel che
    ha  da venire  coperto di gusci e dell'informe rovina dell'oblo;  ma
    in questo momento presente, la fede e la fidanza, mondate d'ogni falso
    torcimento, ti augurano, con la pi divina integrit, dal pi profondo
    del cuore, o grande Ettore, il benvenuto.
    ETTORE: Io ti ringrazio, o imperiale Agamennone.
    AGAMENNONE (a Troilo): Mio caro signore di Troia, altrettanto a voi.
    MENELAO: Lasciate che  io  confermi  il  saluto  del  mio  principesco
    fratello: voi, coppia di marziali fratelli, siate qui i benvenuti.
    ETTORE: A chi dobbiamo rispondere?
    ENEA: Al nobile Menelao.
    ETTORE: Oh,  a voi,  mio signore?  pel guanto di Marte, grazie! Non mi
    burlate se io  adotto  l'inusitato  giuramento;  la  vostra  "quondam"
    consorte giura sempre pel guanto di Venere: essa sta bene, ma non m'ha
    incaricato di raccomandarla a voi.
    MENELAO: Non la nominate ora, signore; essa  un tema letale.
    ETTORE: Oh, perdonate! io v'ho offeso.
    NESTORE: Io t'ho,  valoroso Troiano, veduto sovente, affaticandoti nel
    destino, aprirti un crudele solco tra le file della giovent greca: ed
    io t'ho veduto, ardente come Perseo,  spronare il tuo destriero frigio
    spregiando  molte  prostrazioni  e  sottomissioni,  quando hai sospeso
    nell'aria la tua spada alzata,  senza lasciarla cadere sui caduti,  s
    che io ho detto ad alcuno che mi stava dappresso: Ecco l Giove,  che
    dispensa la vita.  E ti ho veduto sostare e prender fiato,  quando ti
    s'  stretto intorno un cerchio di Greci,  come un lottatore olimpico:
    codesto  io  ho  veduto;  ma  questo  tuo  sembiante,   sempre  chiuso
    nell'acciaio,  io  non  ho  mai veduto prima d'ora.  Io conobbi il tuo
    avolo, e una volta ho combattuto con lui: era un buon soldato: ma, pel
    gran Marte,  capitano di tutti noi,  egli non fu mai tuo pari.  Lascia
    che un vecchio t'abbracci;  e,  degno guerriero, sii il benvenuto alle
    nostre tende.
    ENEA: E' il vecchio Nestore.
    ETTORE: Che io t'abbracci,  buona cronaca antica,  che s a lungo  hai
    camminato  tenendoti  per mano col tempo: reverendissimo Nestore,  son
    lieto di stringerti al petto.
    NESTORE: Potessero le mie braccia eguagliarti nella contesa,  com'esse
    contendono con le tue in cortesia.
    ETTORE: Vorrei che lo potessero.
    NESTORE: Ah! per questa barba bianca, combatterei teco domani. Ebbene,
    benvenuto, benvenuto! Ho veduto il tempo...
    ULISSE: Mi domando come stia in piedi quella citt,  quando abbiam qui
    presso di noi la sua base e la sua colonna.
    ETTORE: Conosco bene, signore Ulisse,  il vostro volto.  Ah,  messere,
    molti  Greci  e molti Troiani son morti,  dacch per la prima volta io
    vidi voi e Diomede a Ilio, nella vostra greca ambasceria.
    ULISSE: Messere,  io vi predissi allora quel che sarebbe accaduto:  la
    mia profezia non  ancora che a mezza strada;  ch quelle mura l, che
    spavalde muniscono la vostra citt, quelle torri,  le cui lascive cime
    carezzano le nubi, dovran baciare i lor propri piedi.
    ETTORE:  Non debbo credervi: stanno ancor salde,  e modestamente penso
    che la caduta d'ogni pietra frigia coster una goccia di sangue greco:
    il fine corona l'opera,  e quel vecchio arbitro comune,  il Tempo,  vi
    metter fine un giorno.
    ULISSE:  Sicch  rimettiamocene  a  lui.  Cortesissimo  e valentissimo
    Ettore, benvenuto.  Dopo il generale,  vi prego che per prima cosa voi
    banchettiate con me e veniate a trovarmi nella mia tenda.
    ACHILLE:  Io  ti preverr,  signore Ulisse,  cost!  Ora,  Ettore,  ho
    saziato di te i miei occhi;  con minuto scrutinio io  t'ho  esaminato,
    Ettore, e considerato giuntura per giuntura.
    ETTORE: E' questo Achille?
    ACHILLE: Io sono Achille.
    ETTORE: Sta' su bello, ti prego, lasciati guardare.
    ACHILLE: Contemplami fin che tu ne sia sazio.
    ETTORE: Ecco, ho gi fatto.
    ACHILLE:  Tu  sei  troppo  breve:  io vuo' una seconda volta scrutarti
    membro a membro come se volessi comprarti.
    ETTORE: Oh,  tu mi rileggerai come un libro dilettevole;  ma in me c'
    di  pi  di  quanto  tu  non intenda.  Perch mi opprimi cos coi tuoi
    occhi?
    ACHILLE:  Ditemi,  o  cieli,  in  qual  parte  del  suo  corpo  io  lo
    distrugger?  l, o l o l? che io possa dare un nome alla particolar
    ferita,  e individuare la breccia stessa da cui sar fuggita la grande
    anima di Ettore. Rispondetemi, cieli!
    ETTORE: Gli di beati si screditerebbero, o uomo superbo, a rispondere
    a tal domanda.  Sta' su di nuovo: credi tu di prendermi la vita cos a
    tuo bell'agio da poter nominare innanzi in precisa congettura dove  mi
    colpirai a morte?
    ACHILLE: Io ti dico di s.
    ETTORE: Fossi tu l'oracolo a dirmi codesto, io non ti crederei. Oramai
    sta'  bene  in guardia,  perch io non ti uccider cost,  o cost,  o
    cost, ma, per la fucina che foggi l'elmo di Marte,  io t'occider da
    per  tutto,  s,  per  tutta  la  persona.  O  voi  saggissimi  Greci,
    perdonatemi questa vanteria;  la sua insolenza trae follia  dalle  mie
    labbra;  ma io tenter azioni che eguaglino queste parole;  o possa io
    non mai...
    AJACE: Non irritarti, cugino: e voi, Achille, lasciate da parte queste
    minacce,  fino a che il caso e la volont non vi conducano al cimento:
    voi potete ogni d avere a saziet d'Ettore,  se ne avete appetito. La
    signoria della Grecia,  io temo,  pu a stento persuadervi a misurarvi
    con lui.
    ETTORE:  Vi  prego,  lasciate  che vi vediamo in campo;  abbiamo avuto
    battaglie dappoco, da che voi avete ripudiato la causa dei Greci.
    ACHILLE: Me ne preghi, Ettore? Domani io t'affronto,  spietato come la
    morte; stasera tutti amici.
    ETTORE: La tua mano su questo patto.
    AGAMENNONE: Innanzi tutto, o voi tutti pari di Grecia, andate alla mia
    tenda; col si faccia banchetto plenario: dipoi, come l'agio di Ettore
    e   le   vostre   liberalit   concorrano   insieme,    intrattenetelo
    singolarmente.  Si battano i tamburi,  si dia fiato alle  trombe,  che
    questo gran soldato possa conoscere quanto egli sia il benvenuto.
    (Escono tutti eccetto Troilo e Ulisse).
    TROILO: Mio signore Ulisse, ditemi, ve ne scongiuro, in qual parte del
    campo dimora Calcante?
    ULISSE:  Nella tenda di Menelao,  o eminentissimo Troilo: col Diomede
    banchetta con lui stasera, quel Diomede che non mira n il cielo n la
    terra,  ma dispensa  tutta  l'attenzione  e  l'inclinazione  d'amoroso
    sguardo sulla bella Cressida.
    TROILO:  Dolce  signore,  vi  sar  io  tanto obbligato,  quando avrem
    lasciata la tenda d'Agamennone, di venir condotto l?
    ULISSE: Ai vostri comandi, messere. Con altrettanta cortesia,  ditemi,
    quale reputazione aveva questa Cressida a Troia? Non aveva l forse un
    amante che piange la sua assenza?
    TROILO: Oh, messere! a tali che vantandosi mostran le loro cicatrici 
    dovuta irrisione.  Volete venir oltre,  signore?  Ella era amata, ella
    amava, ella  amata, ed ama; ma sempre il dolce amore  cibo pel dente
    della fortuna.
    (Escono).

















    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Il Campo greco. Dinanzi alla tenda d'Achille.

    (Entrano ACHILLE e PATROCLO).
    ACHILLE: Gli riscalder il sangue con  vino  greco  stasera  e  glielo
    raffredder domani con la mia scimitarra.  Patroclo,  festeggiamolo al
    colmo.
    PATROCLO: Ecco che viene Tersite.

    (Entra TERSITE).

    ACHILLE: Or dunque,  bubbone d'invidia!  tu,  schianza sfornata  dalla
    natura, che novelle?
    TERSITE:  Ebbene,   tu,   effigie  di  quello  che  sembri,   e  idolo
    degl'idiotolatri, ecco una lettera per te.
    ACHILLE: Di dove, frammento?
    TERSITE: Ebbene, tagliere colmo di gnocchi, da Troia.
    PATROCLO: Chi tiene la tenda, ora?
    TERSITE: La cassetta del cerusico, o la ferita del paziente.
    PATROCLO:  Ben  detto,  avversione!   e  che  bisogno  c'  di  queste
    gherminelle?
    TERSITE:  Fammi  il favore di star zitto,  ragazzo;  non m'avvantaggio
    delle tue ciance: dicono che tu sia il bagascio di Achille.
    PATROCLO: Bagascio tu, furfante! che vuol dire?
    TERSITE: Gi, la sua puttana mascola.  E ora tutte le putride malattie
    del mezzogiorno,  la torsione delle budella,  le ernie,  i catarri, un
    carico di renella nella schiena, le letargie, le fredde parlasie,  gli
    occhi scerpellini,  la malsania del fegato,  i rantoli dei polmoni, la
    vescica piena di postema,  le sciatiche,  le fornaci di calcina  nelle
    palme,   il  mal  d'ossa  incurabile,   e  il  rugoso  feudo  perpetuo
    dell'erpete, colgano e ricolgano tali innaturali discoprimenti.
    PATROCLO: Suvvia, dannabil ricettacolo d'invidia, a che maledici cos?
    TERSITE: O che maledico te?
    PATROCLO: Gi, punto, bariletto sfessato,  informe cagnaccio figlio di
    puttana, punto.
    TERSITE: Punto?  e allora perch sei esasperato, tu inutile spregevole
    matassa di bavella, tu tendina di taffett verde per occhi malati,  tu
    nappa della borsa d'un prodigo?  Ah, come il povero mondo  tormentato
    da tali moscerini, diminutivi della natura!
    PATROCLO: Fuori, fiele!
    TERSITE: Uovo di fringuello!
    ACHILLE: Mio dolce Patroclo,  son del tutto  frustrato  nel  mio  gran
    disegno di battaglia domani.  Ecco una lettera della regina Ecuba,  un
    segnale d'affetto da parte  di  sua  figlia,  il  mio  bell'amore,  ed
    entrambe mi rimproverano e mi fanno obbligo di mantenere un giuramento
    che ho fatto.  Io non vuo' violarlo: cadete,  Greci; vieni meno, fama;
    onore, vattene o resta; il mio voto supremo  qui,  a questo obbedir.
    Vieni, vieni, Tersite, aiutami a rassettare la mia tenda; questa notte
    dev'esser tutta spesa a banchettare. Suvvia, Patroclo.
    (Escono Achille e Patroclo).
    TERSITE:  Con  troppo  sangue,  e  troppo  poco  cervello,  questi due
    potrebbero diventar pazzi: ma se essi lo divengono con troppo cervello
    e troppo poco sangue,  io sar medico di pazzi.  Ecco  Agamennone,  un
    compare abbastanza onesto,  e uno a cui piaccion le passere, ma non ha
    tanto cervello quanto cerume nelle orecchie: e quella vaga metamorfosi
    di Giove  l,  suo  fratello,  il  toro,  statua  archetipa,  e  torto
    monumento dei cornuti: un taccagno corno da scarpe appeso a una catena
    alla  gamba  di  suo fratello: a quale altra forma se non quella che 
    potrebbe ridurlo lo spirito lardellato di malizia e la malizia farcita
    di spirito?  A quella d'un asino,  sarebbe nulla: ch egli   asino  e
    bove  insieme: a quella d'un bove,  sarebbe nulla: egli  bove e asino
    insieme. Esser cane, mulo, gatto,  puzzola,  rospo,  lucertola,  gufo,
    nibbio,  o aringa senza latte,  poco m'importerebbe, ma esser Menelao!
    Mi metterei a cospirare contro il destino.  Non chiedetemi quello  che
    vorrei essere se non fossi Tersite, ch non m'importerebbe d'essere il
    pidocchio d'un lebbroso, pur di non essere Menelao. Diamine! spiriti e
    fuochi!
    (Entrano ETTORE, TROILO, AJACE, AGAMENNONE, ULISSE, NESTORE, MENELAO e
    DIOMEDE, con torce).
    AGAMENNONE: Sbagliamo strada; sbagliamo strada.
    AJACE: No,  laggi. L, dove vediamo i lumi.
    ETTORE: Vi do disturbo.
    AJACE: No, punto.
    ULISSE: Ecco che viene lui stesso per farvi da guida.

    (Rientra ACHILLE).
    ACHILLE: Benvenuto, prode Ettore; benvenuti, principi tutti.
    AGAMENNONE:  E  adesso,  bel principe di Troia,  vi do la buona notte.
    Ajace comanda la guardia che v' di scorta.
    ETTORE: Grazie e buona notte al generale dei Greci.
    MENELAO: Buona notte, signore.
    ETTORE: Buona notte, dolce signore Menelao.
    TERSITE: Dolce latrina: dolce ha detto! dolce sentina, dolce fogna.
    ACHILLE: Buona notte e bene arrivati a un tempo,  a quelli che  se  ne
    vanno e a quelli che restano.
    AGAMENNONE: Buona notte.
    (Escono Agamennone e Menelao).
    ACHILLE:  Il  vecchio  Nestore  rimane,  e  voi  pure,  Diomede,  fate
    compagnia ad Ettore per un'ora o due.
    DIOMEDE: Non posso,  signore;  ho un affare importante di cui  ora il
    momento. Buona notte, grande Ettore.
    ETTORE: Datemi la mano.
    ULISSE  (a  parte  a Troilo): Seguite la sua torcia;  va alla tenda di
    Calcante. Io vi terr compagnia.
    TROILO: Dolce messere, voi mi onorate.
    ETTORE: E allora, buona notte.
    (Diomede esce, Ulisse e Troilo lo seguono).
    ACHILLE: Venite, venite; entrate nella mia tenda.
    (Escono Achille, Ettore, Ajace e Nestore).
    TERSITE: Codesto Diomede    un  traditor  manigoldo,  un  iniquissimo
    furfante;  non vorrei fidarmi di lui quando ammicca pi che d'un serpe
    quando fischia. Fa gran sfoggio di voce e di promesse come Rissoso, il
    can da pelo;  ma quando adempie,  lo predicon gli  astronomi:    cosa
    prodigiosa,  avverr  qualche  cambiamento:  il sole prende a prestito
    dalla luna quando Diomede mantien la parola. Vuo' piuttosto rinunziare
    a vedere Ettore che a seguir la traccia di costui:  dicono  che  tenga
    una  scanfarda  troiana,  e che abiti la tenda del traditore Calcante.
    Vuo'  andargli  dietro.   Null'altro  che  lussuria!   tutti  bricconi
    libidinosi!
    (Esce).
    SCENA SECONDA - La stessa. Davanti alla tenda di Calcante.

    (Entra DIOMEDE).
    DIOMEDE: Oh, siete svegli cost? parlate.
    CALCANTE (di dentro): Chi chiama?
    DIOMEDE: Diomede. E' Calcante, credo. Dov' vostra figlia?
    CALCANTE (di dentro): Viene da voi.

    (Entrano TROILO e ULISSE, a qualche distanza; dietro a loro, TERSITE).

    ULISSE: Fermatevi dove la torcia non possa scoprirci.

    (Entra CRESSIDA).

    TROILO: Cressida gli va incontro.
    DIOMEDE: Ebbene, protetta mia?
    CRESSIDA: Oh, mio dolce custode! Udite, ho da dirvi una parola.
    (Gli parla a bassa voce).
    TROILO: Come, cos familiare!
    ULISSE: Sa cantare qualunque uomo a prima vista.
    TERSITE:  E  qualunque uomo pu cantar lei se ne sa prender la chiave;
    essa ha parecchie note.
    DIOMEDE: Volete ricordarvi?
    CRESSIDA: Ricordarmi? s.
    DIOMEDE: Ebbene,  allora fatelo,  e che il vostro animo s'appai con le
    vostre parole.
    TROILO: Che dovrebbe essa ricordare?
    ULISSE: Ascoltate!
    CRESSIDA: Dolce melato Greco, non mi tentate pi oltre alla follia.
    TERSITE: Furfanteria!
    DIOMEDE: E allora...
    CRESSIDA: Vi dir cosa...
    DIOMEDE: E via! fanfaluche! siete spergiura.
    CRESSIDA: In fede, non posso. Che vorreste che io facessi?
    TERSITE: Un giuoco di mano, per essere in segreto aperta.
    DIOMEDE: Che cosa avete giurato d'accordarmi?
    CRESSIDA: Vi prego, non mi astringete al mio giuramento; ordinatemi di
    fare qualunque altra cosa, dolce Greco.
    DIOMEDE: Buona notte.
    TROILO: Reggi, o pazienza!
    ULISSE: Che c', Troiano?
    CRESSIDA: Diomede...
    DIOMEDE: No, no, buona notte, non vuo' pi essere il vostro zimbello.
    TROILO: Uno migliore di te lo .
    CRESSIDA: Udite, una parola nell'orecchio.
    TROILO: Peste e pazzia!
    ULISSE: Siete commosso,  principe; partiamo, vi prego, per tema che il
    vostro corruccio non trascenda a  termini  iracondi.  Questo  luogo  
    pericoloso; l'ora  affatto letale: vi scongiuro, andiamo.
    TROILO: Osservate, vi prego!
    ULISSE:  No,  mio buon signore,  allontanatevi: voi correte incontro a
    una grande alterazione; venite, signore.
    TROILO: Ti prego, rimani.
    ULISSE: Voi non avete pazienza, venite.
    TROILO: Vi prego, restate. Per l'inferno e tutti i tormenti d'inferno,
    non dir una parola.
    DIOMEDE: Allora, buona notte.
    CRESSIDA: Ma no, voi mi lasciate adirato.
    TROILO: Questo ti addolora? O fede distrutta!
    ULISSE: Ebbene, ebbene, signore!
    TROILO: Per Giove, sar paziente.
    CRESSIDA: Custode! oh, Greco!
    DIOMEDE: Ohib, ohib! addio, voi qui vi trastullate.
    CRESSIDA: In fede, non  vero: venite qui di nuovo.
    ULISSE: Voi tremate  tutto,  signore,  per  qualcosa:  volete  andare?
    Scoppierete.
    TROILO: Essa gli accarezza la guancia.
    ULISSE: Venite, venite.
    TROILO: No,  restate;  per Giove,  non dir una parola: c' fra la mia
    volont e tutte le offese un baluardo di pazienza: restate  ancora  un
    poco.
    TERSITE: Come Lussuria dimonia,  col suo grasso deretano e il suo dito
    di tartufo solletica entrambi costoro! Friggi, libidine, friggi!
    DIOMEDE: Ma vorrete allora?
    CRESSIDA: In fede, s, ecco; altrimenti non fidatevi pi di me.
    DIOMEDE: Datemi qualche pegno in garanzia.
    CRESSIDA: Vo a cercarvene uno.
    (Esce).
    ULISSE: Avete giurato d'esser paziente.
    TROILO: Non temete,  dolce signore;  non sar me stesso,  n  prender
    cognizione di ci che io sento: son tutto pazienza.

    (Rientra CRESSIDA).

    TERSITE: Ecco il pegno; ecco, ecco, ecco!
    CRESSIDA: Tenete, Diomede, serbate questa manica.
    TROILO: O bellezza! dov' la tua fede?
    ULISSE: Mio signore...
    TROILO: Sar paziente, al di fuori lo sar.
    CRESSIDA:  Guardate  codesta  manica;   consideratela  bene.  Egli  mi
    amava... Oh, giovanetta infedele!... Rendetemela.
    DIOMEDE: Di chi era?
    CRESSIDA: Non importa,  ora che l'ho di nuovo: non mi trover con  voi
    domani sera. Di grazia, Diomede, non visitatemi pi.
    TERSITE: Ora l'affila: ben detto, cote!
    DIOMEDE: Io l'avr.
    CRESSIDA: Che, questa?
    DIOMEDE: S, codesta.
    CRESSIDA: O voi tutti, iddii! Oh, vago, vago pegno! Il tuo signore ora
    giace  nel  suo letto pensando a te e a me,  e sospira e prende il mio
    guanto, e gli d teneri baci memori, come io bacio ora te. No,  non me
    la  strappate  di mano;  colui che prende questa prende insieme il mio
    cuore.
    DIOMEDE: Avevo il vostro cuore fin da prima; questa lo segue.
    TROILO: Ho giurato d'aver pazienza.
    CRESSIDA:  Non  l'avrete,   Diomede;   in  fede  che   no;   vi   dar
    qualcos'altro.
    DIOMEDE: Vuo' aver codesta. Di chi era?
    CRESSIDA: Non importa.
    DIOMEDE: Via, ditemi di chi era.
    CRESSIDA:  Era di uno che mi amava pi di quel che mi amerete voi.  Ma
    ora che l'avete, prendetela.
    DIOMEDE: Di chi era?
    CRESSIDA: Per tutte le ninfe di Diana lass,  e per lei medesima,  non
    vi dir di chi.
    DIOMEDE: Domani la porter sull'elmo, e affligger lo spirito di colui
    che non ardisce di rivendicarla.
    TROILO:  Fossi  tu  il  diavolo,  e  la  portassi  sul corno,  sarebbe
    rivendicata.
    CRESSIDA: Ebbene, ebbene,  fatto,   finito: eppure no;  non manterr
    la mia parola.
    DIOMEDE: E allora, addio; tu non ti farai di nuovo giuoco di Diomede.
    CRESSIDA: Non ve ne andrete: non si pu dire una parola che subito non
    v'inalberiate.
    DIOMEDE: Non m'aggrada questa giulleria.
    TERSITE: Neanche a me,  per Plutone: ma quello a cui io non aggradisco
    mi piace di pi.
    DIOMEDE: Dunque, debbo venire? l'ora?
    CRESSIDA: S, venite... o Giove!... venite... ne sar punita.
    DIOMEDE: Addio fino allora.
    CRESSIDA: Buona notte: venite, ve ne prego.
    (Esce Diomede)
    Troilo,  addio!  uno dei miei occhi ancora guarda  a  te,  ma  l'altro
    occhio vede nel mio cuore.  Ah,  povero sesso nostro;  questa colpa io
    trovo in noi,  che l'errore del nostro occhio dirige il nostro  animo.
    Quel che guida l'errore non pu non errare. Oh, quindi si concluda che
    gli animi governati dagli occhi son pieni di turpitudini.
    (Esce).
    TERSITE: Prova di forza che essa non potrebbe pi divulgare, a men che
    dicesse: Il mio animo  volto al lupanare.
    ULISSE: Tutto  finito, signore.
    TROILO: E' cos.
    ULISSE: Perch dunque restiamo?
    TROILO:  Per  fare  per l'anima mia un memoriale di ogni sillaba che 
    stata pronunziata qui.  Ma se io narro come questi due hanno agito  di
    concerto,  non  mentir  io  pubblicando  una  verit?  Dacch v' una
    credenza nel mio  cuore,  una  speranza  s  ostinatamente  forte,  da
    invertire  l'attestazione degli occhi e degli orecchi,  come se questi
    organi avessero funzioni fallaci,  create  solo  per  calunniare.  Era
    Cressida qui?
    ULISSE: Io non so evocare spiriti, Troiano.
    TROILO: Non era lei, sicuramente.
    ULISSE: Sicurissimamente era lei.
    TROILO: Eppure il mio diniego non ha sapor di follia.
    ULISSE: Il mio neanche, signore: Cressida era qui pur anzi.
    TROILO:  Non lo si creda per l'onore delle donne!  Si pensi che avemmo
    una madre;  non si offra  il  destro  a  duri  censori,  proni,  senza
    argomento,  alla  diffamazione,  di  misurare  il sesso in genere alla
    stregua di Cressida: meglio credere che questa non era Cressida.
    ULISSE: Che cosa ella ha  fatto,  principe,  che  possa  macchiare  le
    nostre madri?
    TROILO: Nulla, a meno che questa non fosse lei.
    TERSITE: Vuol egli stordirsi contro i suoi propri occhi?
    TROILO:  Lei  questa?  no,  questa    la  Cressida di Diomede.  Se la
    bellezza ha un'anima, questa non  lei; se le anime guidano i voti, se
    i voti sono cose sante,  se la santit  la delizia degli di,  se v'
    una norma nell'unit stessa, questa non  lei. O follia del ragionare,
    che perori in tuo favore e contro! Duplice autorit, in cui la ragione
    pu rivoltarsi senza perdizione,  e la menomazione pu arrogarsi tutta
    la ragione senza rivolta: questa  e non   Cressida.  Dentro  la  mia
    anima ne segue una lotta di s strana natura che una cosa inseparabile
    si  divide  con  pi  intervallo che il cielo dalla terra,  e tuttavia
    l'immensa ampiezza di questa divisione non lascia adito per una  punta
    cos sottile come il rotto filo di Ariacne. Prova, o prova! forte come
    le  porte  di Plutone!  Cressida  mia,  legata coi vincoli del cielo:
    prova, o prova!  forte come il cielo medesimo;  i vincoli del cielo si
    sono allentati,  disciolti,  slegati;  e con un altro nodo, stretto da
    cinque dita,  i brandelli della sua fede,  i residui del suo amore,  i
    frammenti,  i  rimasugli,  i  minuzzoli e gli unti cincischi della sua
    ingurgitata fede, son vincolati a Diomede.
    ULISSE: Pu il degno Troilo essere pur di met affetto da ci  che  il
    suo sfogo qui esprime?
    TROILO:  S,  Greco;  e  questo verr ben divulgato in caratteri rossi
    come il cuore di Marte infiammato  di  Venere;  non  mai  giovane  s'
    invaghito  con  anima  cos  ardente e cos salda.  Ascoltate,  Greco:
    quanto io amo Cressida,  d'egual peso io odio il suo  Diomede;  mia  
    quella  manica  che  egli  porter  sull'elmo;  fosse  pure una celata
    composta colla perizia di Vulcano, la mia spada la morderebbe.  Non la
    terribile  tromba  che i marinai chiamano uragano,  costretto in massa
    dal possente sole, introner con maggior clamore l'orecchio di Nettuno
    nella sua discesa di quel che non far la mia incitata  spada  cadendo
    su Diomede.
    TERSITE: Gli far il solletico per la sua concupa.
    TROILO: O Cressida!  o falsa Cressida!  falsa, falsa, falsa! Che tutte
    le perfidie si pongano accanto  al  tuo  nome  macchiato,  e  parranno
    gloriose.
    ULISSE: Oh, contenetevi; il vostro sfogo attira qui orecchie.

    (Entra ENEA).

    ENEA: Vi cerco da un'ora,  signore.  Ettore,  adesso, si sta armando a
    Troia: Ajace, vostra guardia, attende per condurvi a casa.
    TROILO: Sono con voi,  principe.  Mio cortese signore,  addio.  Addio,
    bellezza ribelle!  e,  Diomede,  sta' saldo, e mettiti un castello sul
    capo!
    ULISSE: Vi accompagner fino alle porte.
    TROILO: Accettate disperati ringraziamenti.
    (Escono Troilo, Enea e Ulisse).
    TERSITE: Mi piacerebbe di poter incontrare quel furfante  di  Diomede!
    Gracchierei  come  un corvo;  gli griderei la malora,  gli griderei la
    malora.  Patroclo mi dar qualunque  cosa  per  aver  intelligenza  di
    questa  puttana:  un pappagallo non farebbe di pi per una mandorla di
    quel che non farebbe lui  per  una  scanfarda  accomodante.  Lussuria,
    lussuria; sempre guerra e lussuria: non c' nient'altro che rimanga di
    moda. Che un diavolo bollente se li prenda!
    (Esce).




    SCENA TERZA - Troia. Davanti al Palazzo di Priamo.

    (Entrano ETTORE e ANDROMACA).
    ANDROMACA:  Quando   stato il mio signore s scortesemente disposto a
    chiudere le sue orecchie all'ammonimento? Disarmatevi, disarmatevi.  e
    non combattete oggi.
    ETTORE:  Voi m'adescate a usarvi villania;  entrate in casa: per tutti
    gli eterni di, io andr.
    ANDROMACA: I miei sogni, sicuramente, riusciranno malaugurosi a questo
    giorno.
    ETTORE: Non pi, vi dico.

    (Entra CASSANDRA).

    CASSANDRA: Dov' mio fratello Ettore?
    ANDROMACA: Qui, sorella; armato,  e sanguinario nell'intento.  Unitevi
    con  me  in  una forte e affettuosa supplicazione;  perseguitiamolo in
    ginocchio;  ch io ho sognato d'una sanguinosa perturbazione  e  tutta
    questa notte non  stata altro che immagini e forme di strage.
    CASSANDRA: Oh,  vero!
    ETTORE: Ol, si suoni la mia tromba!
    CASSANDRA: Non il segnale di sortita, pel cielo, mio dolce fratello!
    ETTORE: Andatevene, ho detto: gli di m'han sentito giurare.
    CASSANDRA:  Gli  di son sordi a voti accesi e insensati: sono offerte
    contaminate, pi aborrite dei fegati maculati nel sacrificio.
    ANDROMACA:  Oh,  lasciatevi  persuadere;  non  ritenete  che  sia  pio
    l'offendere  per  esser  giusti:    tanto  legittimo  quanto,  perch
    vorremmo donare assai,  commettere violenti furti  e  rubare  in  nome
    della carit.
    CASSANDRA:  E'  il  proposito che rende forte il voto;  ma voti a ogni
    proposito non debbon reggere. Disarmatevi, dolce Ettore.
    ETTORE: Statevene chete,  v'ho detto;  il mio onore ha il  sopravvento
    del  mio  destino:  la  vita ogni uomo la pregia;  ma l'uomo pregevole
    ritiene l'onore assai pi preziosamente caro della vita.
    (Entra TROILO).
    Ebbene, giovane, intendi di combattere oggi?
    ANDROMACA: Cassandra, chiamate mio padre per persuaderlo.
    (Esce Cassandra).
    ETTORE: No,  in fede,  giovane  Troilo;  togliti  l'arnese  di  dosso,
    giovinetto;  oggi mi sento in vena di cavalleria;  lasciati crescere i
    muscoli finch i loro  nodi  sian  forti,  e  non  tentare  ancora  le
    schermaglie  della  guerra.  Disarmati,  va',  e  non dubitare,  prode
    ragazzo, che oggi combatter per te, per me, e per Troia,
    TROILO: Fratello,  avete in voi un vizio di misericordia che meglio si
    conviene a un leone che a un uomo.
    ETTORE: Che vizio  questo, buon Troilo? rimproveramelo.
    TROILO: Quando le molte volte il vinto Greco cade, solo al sibilo e al
    vento della vostra temuta spada,  voi comandate loro di rialzarsi e di
    vivere.
    ETTORE: Oh,  atto di giustizia!
    TROILO: Atto di giulleria, pel cielo, Ettore.
    ETTORE: E via! e via!
    TROILO: Per l'amore di tutti gli di,  lasciamo la romita  compassione
    con le nostre madri,  e quando abbiamo le armature affibbiate indosso,
    l'avvelenata vendetta cavalchi sulle nostre spade, le sproni a pietosa
    opera, le raffreni dalla piet.
    ETTORE: Ohib, servaggio, ohib!
    TROILO: Ettore, codesto  far guerra.
    ETTORE: Troilo, non vorrei che combatteste oggi.
    TROILO: Chi potrebbe trattenermi? Non il fato, non l'obbedienza, n la
    mano di Marte che mi facesse segno di ritirarmi col suo  fiammeggiante
    bastone; non Priamo ed Ecuba in ginocchio, le loro pupille bruciate da
    ricorrenti  lacrime;  n  voi,  fratel  mio,  con la vostra fida spada
    snudata,  oppostami per impedirmi,  potreste arrestare il mio cammino,
    se non con la mia distruzione.

    (Rientra CASSANDRA con PRIAMO).

    CASSANDRA:  Dagli  di  piglio,  Priamo,  tienlo  forte:  egli  la tua
    gruccia;  or se tu perdi il tuo sostegno,  tu che t'appoggi a  lui,  e
    tutta Troia a te, tutto insieme cade.
    PRIAMO:  Andiamo,  Ettore,  andiamo,  torna  indietro:  tua  moglie ha
    sognato;  tua madre ha avuto  visioni;  Cassandra  presagisce;  ed  io
    stesso  son  come  un  profeta  improvvisamente rapito,  per dirti che
    questo giorno  malauguroso: dunque torna indietro.
    ETTORE: Enea  in campo;  ed io mi sono  impegnato  con  molti  Greci,
    sulla fede stessa del valore, di comparire stamattina dinanzi ad essi.
    PRIAMO: Gi, ma tu non andrai.
    ETTORE:  Non debbo mancare alla mia fede.  Voi mi conoscete osservante
    del dovere;  perci,  signor mio caro,  non  fate  che  io  sconci  il
    rispetto, ma datemi licenza di seguire col vostro consenso e la vostra
    voce quella via che qui mi proibite, real Priamo.
    CASSANDRA: O Priamo, non gli cedere!
    ANDROMACA: No, caro padre.
    ETTORE: Andromaca, io sono offeso con voi: per l'amore che mi portate,
    entrate in casa.
    (Esce Andromaca).
    TROILO:  Questa  scimunita,  sognante,  superstiziosa ragazza fa tutte
    queste pronosticazioni.
    CASSANDRA: Oh, addio, caro Ettore! Guarda, come tu muori! guarda, come
    gli occhi tuoi si fanno pallidi!  guarda come le tue ferite sanguinano
    per  molti  fori  Ascolta come Troia rugge,  come Ecuba urla!  come la
    povera Andromaca stride il suo dolore! Mira il furore, la frenesia,  e
    lo sbigottimento,  come grotteschi lunatici, s'incontrano l'un l'altro
    e gridan tutti: Ettore! Ettore  morto! Ettore!
    TROILO: Via, via!
    CASSANDRA: Addio!  Ma piano!  Ettore,  io mi congedo:  tu  inganni  te
    stesso e tutta Troia nostra.
    (Esce).
    ETTORE:  Voi  siete  sbigottito,  mio sovrano,  alle sue esclamazioni.
    Rientrate e rincuorate la citt: noi usciremo a combattere, a compiere
    atti degni d'elogio per narrarveli a sera.
    PRIAMO: Addio: gli di ti stiano attorno con salvaguardia.
    (Escono da parti diverse Priamo ed Ettore. Allarmi).
    TROILO: Sono alle prese; udite! Superbo Diomede,  credimi,  io vengo a
    perdere il mio braccio, o a guadagnar la mia manica.
    (Mentre esce TROILO, entra dall'altra parte PANDARO).
    PANDARO: Udite, signore, udite!
    TROILO: Che c'?
    PANDARO: Ecco una lettera di quella povera ragazza laggi.
    TROILO: Fatemela leggere.
    PANDARO: Una etisa puttana, una puttana canaglia d'etisa mi tormenta
    cos, e la scimunita sorte di questa ragazza; e tra una cosa e l'altra
    dovr  lasciarvi  uno  di  questi giorni;  e ho anche un catarro negli
    occhi,  e  un  tal  dolore  nell'ossa  che,   a  meno  d'essere  stato
    affatturato, non so che cosa pensarne. Che cosa dice lei cost?
    TROILO: Parole,  parole,  soltanto parole,  nulla che venga dal cuore;
    l'affetto opera in altro modo.  (Straccia la lettera)  Va',  vento  al
    vento,  volgetevi e cangiate insieme.  Essa ancora alimenta l'amor mio
    con parole e ambagi, ma edifica un altro con le sue azioni.
    (Escono da parti diverse).


    SCENA QUARTA - Pianura tra Troia e il Campo greco.

    (Allarmi. Scorrerie. Entra TERSITE).
    TERSITE: Ora si stanno arraffando;  vuo' andar a  vedere.  Quel  falso
    abbominevole briccone di Diomede s' posto sull'elmo la manica di quel
    tignosuzzo  imbecherato  scimunito  giovin  gaglioffo:  avrei  gusto a
    vederli alle prese;  che quel somarello di Troiano,  che    cotto  di
    quella  puttana  l,  potesse  rimandare quel furfante puttaniere d'un
    Greco, con la sua manica, alla falsa lussuria scanfarda, a sentire che
    altro par di maniche!  D'altra  parte  la  politica  di  quei  bindoli
    birbanti,  quel  vecchio  stantio  cacio  risecco  mangiato  dai topi,
    Nestore,  e quel volpone d'Ulisse,  non vale una mora di siepe: mi han
    messo  su,  i politiconi,  quel cagnaccio bastardo d'Ajace contro quel
    cane di non miglior gena,  Achille,  e ora il cagnaccio Ajace    pi
    superbo  del  cagnaccio  Achille,  e non si vuole armare oggi;  onde i
    Greci cominciano a esaltare la barbarie, e la polizia acquista cattiva
    reputazione. Piano! ecco che viene Manica, e quell'altro.

    (Entra DIOMEDE, seguito da TROILO).

    TROILO: Non fuggire;  ch dovessi tu  gittarti  nel  fiume  Stige,  ti
    nuoterei dietro.
    DIOMEDE:  Tu  fraintendi il ritirarsi: io non fuggo,  ma sollecitudine
    d'avvantaggiarmi mi ha sottratto ai rischi della moltitudine.  Sta' in
    guardia!
    TERSITE:  Serbati la tua puttana,  Greco!  Battiti per la tua puttana,
    Troiano! di per la manica! di per la manica!
    (Escono Troilo e Diomede combattendo).

    (Entra ETTORE).

    ETTORE: Chi sei tu, Greco? sei tu degno di combattere con Ettore?  Sei
    tu di sangue e d'onore?
    TERSITE:  No,  sono un villanzone;  un tignoso beffardo gaglioffo;  un
    sozzissimo furfante.
    ETTORE: Ti credo: vivi.
    (Esce).
    TERSITE: Lode a Dio, che tu mi vuoi credere; ma un malanno ti rompa il
    collo per avermi spaventato!  Che n' di  quei  furfanti  bordellieri?
    Credo che si siano inghiottiti l'un l'altro: mi sganascerei dalle risa
    a  un  tal  miracolo;  ma,  in certo qual modo,  la libidine divora se
    stessa. Vuo' cercarli.
    (Esce).


    SCENA QUINTA - Un'altra parte della pianura.

    (Entrano DIOMEDE e un Servo).
    DIOMEDE: Va', va', servo mio, prendi il cavallo di Troilo; presenta il
    bel destriero a madonna Cressida: garzone,  commenda  i  miei  servigi
    alla sua bellezza: dille che ho castigato l'amoroso Troiano, e son suo
    cavaliere per prova.
    SERVO: Vado, mio signore.
    (Esce).

    (Entra AGAMENNONE).

    AGAMENNONE: Rinnovate la battaglia,  rinnovate!  Il feroce Polidamante
    ha abbattuto Menone;  il bastardo  Margarelone  ha  fatto  prigioniero
    Doreo,  e  s'erge  come  un  colosso,  agitando  l'asta,  sui cadaveri
    maciullati dei re Epistrofo e Cedio;  Polissene   ucciso;  Amfimao  e
    Toante  son  mortalmente feriti;  Patroclo  preso o ucciso e Palamede
    gravemente ferito e contuso;  il terribile Sagittario  sbigottisce  le
    nostre schiere: affrettiamoci,  Diomede, a portare rinforzo, o periamo
    tutti.

    (Entra NESTORE).

    NESTORE: Andate, recate il corpo di Patroclo ad Achille;  e ingiungete
    ad Ajace dal passo di lumaca d'armarsi,  vergogna a lui! Ci sono mille
    Ettori sul campo: ora qui egli combatte sul suo cavallo Galate,  e  l
    gli manca lavoro;  ora egli  l appiede, e l fuggono o muoiono, come
    squamosi branchi dinanzi all'eruttante balena; poi eccolo laggi, e l
    i Greci di paglia, maturi per la sua lama, cadono dinanzi a lui,  come
    la msse del falciatore: qua, l, e dappertutto, egli lascia e prende,
    la  destrezza cos obbedendo al desiderio che quel che vuole ei fa;  e
    fa tanto che l'evidenza  chiamata impossibilit.

    (Entra ULISSE).

    ULISSE: Oh!  coraggio,  coraggio,  principi!  Il grande Achille si sta
    armando, piange, maledice, giura vendetta: le ferite di Patroclo hanno
    riscosso   il  suo  sangue  sonnacchioso  insieme  coi  suoi  mutilati
    Mirmidoni, che senza naso, senza mani,  stroppiati e tagliati a pezzi,
    vengono a lui imprecando contro Ettore.  Ajace ha perduto un amico,  e
    schiuma colla bocca,  ed  armato e alle prese,  e rugge in  cerca  di
    Troilo,  che  quest'oggi  ha  fatto  folle  e  fantastica  operazione,
    ingaggiandosi e districandosi con tal negligente forza e non  sforzata
    diligenza  come  se  la  fortuna,   a  dispetto  d'ogni  cautela,  gli
    comandasse di trionfare su tutto.

    (Entra AJACE).
    AJACE: Troilo! Troilo codardo!
    (Esce).
    DIOMEDE: S, avanti, avanti!
    NESTORE: Ecco, ecco, veniamo a raccolta!

    (Entra ACHILLE).

    ACHILLE: Dov' quest'Ettore? Via, via, ammazzafanciulli, mostra la tua
    faccia; impara quel che sia scontrare Achille furibondo; Ettore, dov'
    Ettore? Io non voglio che Ettore.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Un'altra parte della pianura.

    (Entra AJACE).
    AJACE: Troilo, codardo Troilo, mostra il tuo capo!

    (Entra DIOMEDE).

    DIOMEDE: Troilo, dico, dov' Troilo?
    AJACE: Che vuoi da lui?
    DIOMEDE: Voglio correggerlo.
    AJACE: Foss'io il generale, tu avresti il mio ufficio prima di codesta
    correzione. Troilo, dico! oh, Troilo!

    (Entra TROILO).

    TROILO: O traditore Diomede!  volgi il tuo falso volto,  traditore,  e
    pagami la tua vita che mi devi per il mio cavallo!
    DIOMEDE: Ah, sei cost!
    AJACE: Combatter io solo con lui: fermati, Diomede.
    DIOMEDE: Egli  la mia preda; non vuo' rimanere a guardare.
    TROILO: Venite entrambi, Greci cavillatori; in guardia tutt'e due!
    (Escono combattendo).

    (Entra ETTORE).

    ETTORE: Oh, Troilo! ben combattuto, o mio pi giovin fratello!

    (Entra ACHILLE)

    ACHILLE: Ora s ti vedo. In guardia, Ettore!
    ETTORE: Prendi fiato, se vuoi.
    ACHILLE: Io sdegno la tua cortesia,  superbo Troiano. Sii lieto che le
    mie braccia son fuori d'esercizio: il mio riposo e la  mia  negligenza
    ora ti favoriscono,  ma tra poco udrai di me di nuovo; fin allora, va'
    in traccia della tua fortuna.
    (Esce).
    ETTORE: Addio. Sarei stato assai pi in gamba, se avessi aspettato te!
    Ebbene, fratello?

    (Entra TROILO).
    TROILO: Ajace ha preso Enea: lo soffriremo noi?  No,  per la fiamma di
    quel  glorioso  cielo  lass,  egli  non  lo porter via: io pure sar
    preso,  o lo liberer.  Fato,  odi quel ch'io dico!  Poco m'importa di
    finire oggi la mia vita.
    (Esce).

    (Entra un Greco in una sontuosa armatura).

    ETTORE: Fermati, fermati, o Greco, tu sei un bel bersaglio. No, tu non
    vuoi?  Ben  mi  piace  la tua armatura: io l'ammaccher,  e disserrer
    tutti i tuoi ganci. ma ne diverr padrone. Non vuoi sostare, bestia? E
    allora fuggi pure, io ti dar la caccia per il tuo vello.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Un'altra parte della pianura.

    (Entra ACHILLE coi Mirmidoni).
    ACHILLE: Venite qui intorno a me, o Mirmidoni miei;  fate attenzione a
    quel  che dico.  Scortatemi dove io mi volgo: non tirate un sol colpo,
    ma tenetevi in buona lena,  e quando  io  ho  trovato  il  sanguinario
    Ettore, recingetelo con le vostre armi tutt'intorno; crudelissimamente
    eseguite la vostra incombenza.  Seguite me, messeri. e tenete d'occhio
    le mie mosse:  decretato che il grande Ettore debba morire.
    (Escono).

    (Entrano MENELAO e PARIDE, combattendo: poi TERSITE).

    TERSITE: Il cornuto e il cornificatore sono alle prese.  Forza,  toro,
    forza,  cane!  dalli,  Paride,  dalli! forza, passero con due femmine!
    dalli,  Paride,  dalli!  il toro vince la partita: attento alle corna,
    oh!
    (Escono Paride e Menelao).

    (Entra MARGARELONE).

    MARGARELONE: Volgiti, vassallo, e combatti.
    TERSITE: Chi sei tu?
    MARGARELONE: Un figlio bastardo di Priamo.
    TERSITE:  Io pure sono un bastardo;  io amo i bastardi: io bastardo di
    nascita, bastardo d'istruzione, bastardo d'animo,  bastardo di valore,
    illegittimo  in ogni cosa.  Il lupo non mangia della carne di lupo,  e
    perch dovrebbe un bastardo morder l'altro?  Bada,  che la  disputa  
    malaugurosissima  per noi: se il figlio d'una puttana combatte per una
    puttana, ei chiama il giudizio sul suo capo. Addio, bastardo.
    MARGARELONE: Il diavolo ti porti, codardo!
    (Escono).


    SCENA OTTAVA - Un'altra parte della pianura.

    (Entra ETTORE).
    ETTORE:  Putridissimo  centro,  cos  bello  di  fuori,  la  splendida
    armatura t' costata la vita. Ora l'opera della mia giornata  finita;
    vuo' prendere un bel respiro: riposa,  o spada, tu sei sazia di sangue
    e di morte.
    (Si toglie l'elmo e depone la spada).

    (Entra ACHILLE coi Mirmidoni).

    ACHILLE: Guarda, Ettore,  il sole comincia calare,  la turpe notte gli
    viene  ansando alle calcagna: cos con l'avallare e l'ottenebrarsi del
    sole, per chiudere il giorno, la vita d'Ettore  finita.
    ETTORE: Sono inerme; rinunzia a questo vantaggio, Greco.
    ACHILLE: Colpite,  compagni,  colpite!  questo  l'uomo che io  cerco.
    (Ettore cade) Cos,  Ilio,  cadi tu appresso!  ora, Troia, inabissati!
    Qui giace il tuo cuore, il tuo nervo, la tua spina. Avanti, Mirmidoni,
    e gridate tutti a pi potere: Achille ha ucciso  il  possente  Ettore.
    (Suono  di  ritirata)  Udite!  un suono di ritirata dalla nostra parte
    greca.
    UN MIRMIDONE: Le trombe troiane la suonano pure, signore.
    ACHILLE: L'ala di drago della notte si stende sulla  terra,  e  separa
    gli  eserciti come un moderatore.  La mia spada che ha cenato a mezzo,
    mentre si sarebbe voluta cibare liberalmente,  soddisfatta  di  questa
    merenduola, se ne va a letto cos. (Ringuaina la spada) Suvvia, legate
    il suo corpo alla coda del mio cavallo, vuo' trascinare il Troiano per
    il campo.
    (Escono).


    SCENA NONA - Un'altra parte della pianura.

    (Entrano  AGAMENNONE,  AJACE,  MENELAO,  NESTORE,  DIOMEDE  ed  altri,
    marciando. Clamori di dentro).
    AGAMENNONE: Udite, udite! che clamore  questo?
    NESTORE: Silenzio, tamburi !
    VOCI (di dentro): Achille! Achille! Ettore  ucciso! Achille!
    DIOMEDE: Corre voce che Ettore  stato ucciso, e da Achille.
    AJACE: Se  cosi, sia detto senza iattanza; il grande Ettore era buono
    quanto lui.
    AGAMENNONE: Si seguiti a marciare con pazienza.  Che uno sia mandato a
    pregare Achille di venirci a trovare nella nostra tenda. Se gli di ci
    han favoriti con questa morte,  Troia la grande  nostra,  e le nostre
    aspre guerre son terminate.
    (Escono marciando).


    SCENA DECIMA - Un'altra parte della pianura.

    (Entrano ENEA e Forze troiane).
    ENEA: Fermatevi, ol!  Alfine siam padroni del campo.  Non si torni in
    citt; consumiamo qui la notte.

    (Entra TROILO).

    TROILO: Ettore  ucciso.
    TUTTI: Ettore! Gli di non vogliano!
    TROILO:  Egli   morto;  e alla coda del cavallo del suo uccisore,  in
    bestial guisa, trascinato per l'infame campo. Corrucciatevi,  o cieli,
    e date prontamente effetto al vostro furore!  Assidetevi,  o di,  sui
    troni vostri e colpite Troia tutta!  Dico,  immediatamente usateci  la
    piet di brevi flagelli, e non protraete la nostra sicura distruzione!
    ENEA: Mio signore, voi scorate l'esercito.
    TROILO:  Voi  non  mi  comprendete,  che mi dite cos: io non parlo di
    fuga, di spavento, di morte, ma sfido tutta l'imminenza in cui gli di
    e gli uomini apprestano i loro danni.  Ettore  ito: chi dir questo a
    Priamo,  o a Ecuba? Che colui che vuol esser per sempre chiamato uccel
    di malaugurio vada a Troia e dica l che  Ettore    morto:  ecco  una
    parola che canger Priamo in sasso, far fontane e Niobi delle vergini
    e delle spose,  e fredde statue dei giovani;  e,  insomma,  far Troia
    uscir di s dallo spavento.  Ma via marciate: Ettore  morto;  non v'
    altro  da dire.  Anzi fermatevi.  Voi infami abbominevoli tende,  cos
    orgogliosamente piantate nelle nostre pianure frigie,  che  Titano  si
    levi  s  presto  quant'osa,  io  vi  passer da parte a parte!  E tu,
    corpulento codardo, nessuno spazio di terra separer i nostri due odi:
    io ti sar sempre addosso  come  una  malvagia  coscienza,  che  finge
    fantasmi   cos   ratti   come  i  pensieri  della  follia.   Marciate
    animosamente verso Troia!  andate di buon  cuore:  la  speranza  della
    vendetta nasconder il nostro interno dolore.
    (Escono Enea e le Forze troiane).

    (Mentre TROILO sta per uscire, entra, dall'altra parte, PANDARO).

    PANDARO: Ma ascolta, ascolta!...
    TROILO: Via,  mezzano fattorino!  Ignominia e vergogna perseguitino la
    tua vita, e vivano per sempre col tuo nome!
    (Esce).
    PANDARO: Una buona medicina per le mie ossa dolenti!  O mondo!  mondo!
    mondo!  cos si disprezza il povero agente.  O trafficanti e ruffiani,
    con  quanto  ardore  siete  eccitati  a  operare,  e  come  siete  mal
    compensati!  perch  i  nostri  tentativi  son  cosi amati,  e l'opera
    compiuta cos abbominata? Abbiam versi per questo? proverbi? Vediamo:

    Allegramente sufola il pecchione
    finch non perde miele e pungiglione;
    ma appena il dardo della coda  infranto
    cessano il dolce miele e il dolce canto.

    Buoni trafficanti di carne,  mettete questo sulle vostre tele dipinte.
    Quanti  siete  qui  della casata ruffianesca,  struggetevi a mezzo gli
    occhi per la caduta di  Pandaro;  o,  se  non  potete  piangere,  date
    qualche lamento,  se non per me,  per le mie dolenti ossa.  Fratelli e
    sorelle del mestiere di guardiaporte,  di qui a un due mesi sar fatto
    il  mio  testamento:  lo  sarebbe  ora,  se  non  avessi il timore che
    fischiasse qualche oca scottata di Winchester. Fin allora, far sudate
    e cercher lenitivi; e, giunto il momento, vi lascer in legato i miei
    malanni.
    (Esce).














    ANTONIO E CLEOPATRA.


    PERSONAGGI.

    ANTONIO, OTTAVIO CESARE, LEPIDO: triunviri.
    SESTO POMPEO.
    DOMIZIO ENOBARBO, VENTIDIO, EROTE, SCARO, DERCETA,  DEMETRIO,  FILONE:
    amici di Antonio.
    MECENATE,  AGRIPPA,  DOLABELLA,  PROCULEIO,  TIREO,  GALLO:  amici  di
    Cesare.
    MENA, MENECRATE, VARRIO: amici di Sesto Pompeo.
    TAURO, luogotenente generale di Cesare.
    CANIDIO, luogotenente generale di Antonio.
    SILIO ufficiale nell'esercito di Ventidio.
    EUFRONIO, ambasciatore di Antonio a Cesare.
    ALESSA; MARDIANO, eunuco; SELEUCO; DIOMEDE: al seguito di Cleopatra.
    Un indovino.
    Un Buffone.
    CLEOPATRA, regina d'Egitto.
    OTTAVIA, sorella di Cesare, e moglie di Antonio.
    CARMIANA, IRA: al seguito di Cleopatra.
    Ufficiali, Soldati, Messaggeri ed altri del Seguito.

    Scena: In varie parti dell'Impero Romano.



















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Alessandria. Una stanza nel Palazzo di Cleopatra.

    (Entrano DEMETRIO e FILONE).
    FILONE: S,  questa passione del nostro generale passa la misura: quei
    suoi   occhi   fieri  che  sopra  le  file  e  le  schiere  guerresche
    scintillavano come Marte catafratto,  ora si abbassano  e  volgono  la
    funzione  e la devozione del loro sguardo sopra una fronte abbronzata:
    il suo cuore di condottiero che nelle mischie di grandi  battaglie  ha
    fatto  scoppiare  le  fibbie  della corazza sul suo petto rinnega ogni
    moderazione ed  diventato il mantice ed il ventaglio per  raffrescare
    la lussuria di una zingara.
    (Squillo  di  trombe.  Entrano  ANTONIO,  CLEOPATRA,  le sue Dame,  il
    Seguito con gli eunuchi che le fanno vento).
    Ecco che vengono: stai bene attento e vedrai in lui il terzo  sostegno
    del mondo trasformato nello zimbello di una puttana: guarda e osserva.
    CLEOPATRA: Se  veramente amore, ditemi quanto.
    ANTONIO: Vi  miseria nell'amore che pu essere valutato.
    CLEOPATRA: Voglio stabilire un limite per sapere quanto io sia amata.
    ANTONIO:  Allora  bisogner  che  tu  trovi un nuovo cielo,  una nuova
    terra.

    (Entra un Servo).

    SERVO: Notizie da Roma, mio buon signore.
    ANTONIO: Ci mi infastidisce: sii breve.
    CLEOPATRA: No,  ascoltatele,  Antonio: forse Fulvia  adirata;  oppure
    chi sa che il quasi imberbe Cesare non vi abbia inviato il suo potente
    comando:  Fai questo,  o quest'altro;  soggioga quel regno,  e libera
    quell'altro; eseguisci, oppure ti condanniamo.
    ANTONIO: Come, amor mio!
    CLEOPATRA: Forse! anzi,  molto probabilmente: non dovete intrattenervi
    qui  pi  a  lungo,   venuto da parte di Cesare il vostro congedo;  e
    perci ascoltatelo,  Antonio.  Dov' l'intimazione  di  Fulvia?  o  di
    Cesare,  per  meglio dire?  o di entrambi?  Fate entrare i messaggeri.
    Come  vero che io sono la regina d'Egitto, tu arrossisci, Antonio,  e
    quel  tuo  sangue    il  vassallo di Cesare: oppure  cosi che la tua
    guancia si vergogna quando la garrula Fulvia ti sgrida. I messaggeri!
    ANTONIO: Che Roma sprofondi nel Tevere e  l'ampio  arco  dell'ordinato
    impero cada!  Qui  il mio posto. I regni sono argilla: e il legame di
    questa nostra terra nutre egualmente la bestia e  l'uomo:  la  nobilt
    della  vita  consiste in questo;  (l'abbraccia) quando una coppia cosi
    bene assortita e due esseri simili possono far ci,  impongo al mondo,
    sotto pena di punizione, di riconoscere che siamo incomparabili.
    CLEOPATRA: Eccellente impostura! Perch avrebbe dunque sposato Fulvia,
    senza  amarla?  Non sono la sciocca che voglio sembrare;  Antonio sar
    sempre Antonio.
    ANTONIO: Ma incitato da Cleopatra. Adesso, per amor dell'Amore e delle
    sue ore soavi,  non sciupiamo il tempo in un aspro colloquio: non vi 
    un  minuto delle nostre vite che non dovrebbe prostrarsi senza qualche
    piacere, adesso. Quale divertimento stanotte?
    CLEOPATRA: Ascoltate gli ambasciatori.
    ANTONIO:  Ohib,  litigiosa  regina!  cui  ogni  cosa  si  addice,  il
    rimprovero,  il  riso,  il pianto;  di cui ogni passione pienamente si
    sforza di rendersi in te bella e ammirata! Non voglio ambasciatori, se
    non siano tuoi; e soli soli stanotte vagheremo per le vie osservando i
    costumi della gente.  Vieni,  o mia regina;  ieri notte lo desideravi.
    (Al Messo) Non parlarci.
    (Escono Antonio e Cleopatra col loro Seguito).
    DEMETRIO: Cesare  tenuto in cosi poco conto da Antonio?
    FILONE: Signore,  talvolta, quando egli non  Antonio, resta troppo al
    di sotto di quella grandezza che dovrebbe sempre accompagnare Antonio.
    DEMETRIO: Sono molto dolente che  egli  cos  giustifichi  i  pubblici
    calunniatori  che in tal guisa ne parlano a Roma: ma voglio sperare in
    un contegno migliore per il domani. Buon riposo!
    (Escono).
    SCENA SECONDA - La stessa. Un'altra stanza.

    (Entrano CARMIANA, IRA, ALESSA e un Indovino).
    CARMIANA: Signor Alessa,  dolce Alessa,  incomparabile  Alessa,  quasi
    perfettissimo  Alessa  dov'  l'indovino  che  avete tanto lodato alla
    regina?  Oh potessi conoscere quel marito che,  come  voi  dite,  deve
    caricare le sue corna di ghirlande!
    ALESSA: Indovino!
    INDOVINO: Che volete?
    CARMIANA:  E'  questo l'uomo?  Siete voi,  signore,  che conoscete gli
    eventi?
    INDOVINO: So leggere un  poco  nell'infinito  libro  misterioso  della
    natura.
    ALESSA: Mostrategli la vostra mano.

    (Entra ENOBARBO).

    ENOBARBO:  Portate subito il banchetto e vi sia vino a sufficienza per
    bere alla salute di Cleopatra.
    CARMIANA: Buon signore, datemi la buona fortuna.
    INDOVINO: Io non la faccio, la predco.
    CARMIANA: Vi prego allora, preditemene una.
    INDOVINO: Sarete assai pi florida di quel che non siate.
    CARMIANA: Egli vuol dire in carne.
    IRA: No, vuol dire che vi tingerete quando sarete vecchia.
    CARMIANA: Le rughe non vogliano!
    ALESSA: Non turbate la sua prescienza, state attenta.
    CARMIANA: Silenzio!
    INDOVINO: Sarete pi amante che amata.
    CARMIANA: Preferirei infiammarmi il fegato col bere.
    ALESSA: Suvvia, ascoltatelo.
    CARMIANA: Ors,  qualche eccellente fortuna!  Fate che io mi mariti  a
    tre  re  in  una  mattinata e che rimanga vedova di tutti;  fate che a
    cinquant'anni io abbia un figlio a cui Erode di Giudea  possa  rendere
    omaggio:  trovatemi il modo di sposarmi con Ottavio Cesare e rendetemi
    eguale alla mia padrona.
    INDOVINO: Vivrete pi a lungo della signora che servite.
    CARMIANA: Oh, benissimo! Preferisco una vita lunga ai fichi!
    INDOVINO: Avete visto  ed  esperimentato  per  l'innanzi  una  fortuna
    migliore di quella che si approssima.
    CARMIANA: Allora,  probabilmente, i miei figli non avranno un nome: di
    grazia, quanti bambini e bambine dovr avere?
    INDOVINO: Se ognuno dei vostri  desideri  avesse  un  utero,  ed  ogni
    desiderio fosse fecondo, un milione.
    CARMIANA: Basta, insensato! Ti perdono perch sei mago.
    ALESSA:  Credete  che  nessuno all'infuori delle vostre lenzuola sia a
    conoscenza dei vostri desideri?
    CARMIANA: Ors, avanti, dite ad Ira la sua.
    ALESSA: Vogliamo conoscere tutti le nostre sorti.
    ENOBARBO: La mia,  e la maggior parte delle  nostre  fortune  stanotte
    sar... di andare a letto ubriachi.
    IRA: Ecco qui una palma che presagisce castit, se non altro.
    CARMIANA: Proprio come il Nilo straripante presagisce carestia.
    IRA: Andate, pazza compagna di letto, voi non sapete pronosticare.
    CARMIANA:  Ebbene,  se una palma madida non  pronostico di fecondit,
    non  vero che io posso grattarmi  l'orecchio.  Di  grazia,  preditele
    soltanto una sorte dozzinale.
    INDOVINO: Le vostre sorti sono simili.
    IRA: Ma come, ma come? Datemi dei particolari.
    INDOVINO: Ho detto.
    IRA: Non ho un tantino di fortuna pi di lei?
    CARMIANA: Ebbene,  se tu avessi un tantino di fortuna pi di me,  dove
    vorresti porlo?
    IRA: Non nel naso di mio marito.
    CARMIANA: Il  cielo  perdoni  i  nostri  malvagi  pensieri!  Alessa...
    suvvia,  la sua sorte,  la sua sorte!  Oh, fagli sposare una donna che
    non possa venire, dolce Iside te ne supplico! e fa' che ella muoia,  e
    dagliene  una peggiore!  e la peggiore segua alla peggiore,  finch la
    peggiore  di  tutte  lo  accompagni  ridendo  alla  sepoltura,   becco
    cinquanta  volte!  Buona  Iside,  ascoltami  questa preghiera anche se
    dovessi negarmi qualche  affare  di  maggior  peso:  buona  Iside,  ti
    supplico!
    IRA: Amen.  Buona dea,  ascolta la nostra preghiera! Poich, se spezza
    il cuore vedere un  bell'uomo  male  ammogliato,    anche  un  dolore
    mortale  vedere  un  vile  furfante che non sia cornuto: quindi,  cara
    Iside, mantieni il decoro e dagli la sorte che si merita.
    CARMIANA: Amen.
    ALESSA: Ebbene,  se stesse in loro rendermi  becco,  lo  farebbero,  a
    costo di far le puttane!
    ENOBARBO: Silenzio! ecco Antonio.
    CARMIANA: Non lui; la regina.

    (Entra CLEOPATRA).

    CLEOPATRA: Avete veduto il mio signore?
    ENOBARBO: No, signora.
    CLEOPATRA: Non era qui?
    ENOBARBO: No, signora.
    CLEOPATRA:  Era  disposto  all'allegria,  ma  tutto  ad  un  tratto un
    pensiero di Roma lo colp. Enobarbo!
    ENOBARBO: Signora?
    CLEOPATRA: Cercatelo e conducetelo qui. Dov' Alessa?
    ALESSA: Qui, al vostro servizio. Il mio signore s'avvicina.
    CLEOPATRA: Non vogliamo vederlo: venite con me.
    (Escono).

    (Entra ANTONIO con un Messaggero e Seguito).

    MESSAGGERO: Fulvia tua moglie per prima scese in campo.
    ANTONIO: Contro mio fratello Lucio?
    MESSAGGERO: S: ma presto la guerra ebbe fine  e  le  circostanze  del
    tempo li fecero diventare amici unendo le loro forze contro Cesare, la
    cui  miglior  fortuna  in  guerra  li cacci dall'Italia fin dal primo
    incontro.
    ANTONIO: Bene, che c' di peggio?
    MESSAGGERO: La natura delle cattive nuove infetta chi le reca.
    ANTONIO: Quando esse riguardano un pazzo o un vile.  Avanti:  le  cose
    passate son per me finite.  E' cos; ascolto come se mi adulasse colui
    che mi dice il vero, anche se nel suo racconto si annidi la morte.
    MESSAGGERO: Labieno - questa  una dura notizia - ha col suo  esercito
    di Parti conquistato l'Asia oltre l'Eufrate, facendo sventolare la sua
    bandiera vincitrice dalla Siria alla Lidia e alla Ionia, mentre che...
    ANTONIO: Antonio, tu vorresti dire...
    MESSAGGERO: Oh, mio signore!
    ANTONIO:  Parlami francamente,  non attenuare la voce pubblica: chiama
    Cleopatra com' chiamata a Roma;  rimprovera con le parole di Fulvia e
    biasima  le  mie  colpe con tale assoluta licenza quale la verit e la
    malizia insieme unite hanno il potere di esprimere. Oh, noi produciamo
    gramigne quando i nostri venti veloci non soffiano,  e dirci i  nostri
    torti  come arare il nostro terreno. Addio, lasciami solo un poco.
    MESSAGGERO: Al vostro nobile piacere.
    (Esce).
    ANTONIO: Ol, le notizie da Sicione! Parlate!
    PRIMO DEL SEGUITO: L'uomo di Sicione... c' qui?
    SECONDO DEL SEGUITO: Attende il vostro volere.
    ANTONIO: Fatelo entrare.  Debbo spezzare questi forti ceppi egiziani o
    perdermi nella mia passione.
    (Entra un altro Messaggero).
    Chi siete voi?
    SECONDO MESSAGGERO: Fulvia, tua moglie,  morta.
    ANTONIO: Dove  morta?
    SECONDO MESSAGGERO: A Sicione: questa lettera narra  la  durata  della
    sua malattia con tutto ci di pi serio che ti interessi sapere.
    (Gli d una lettera).
    ANTONIO: Lasciami solo. (Esce il Messaggero) Ecco una grande anima che
    se  n' andata!  Eppure l'ho desiderato: noi vorremmo di nuovo per noi
    ci che spesso  il  nostro  disprezzo  caccia  via;  la  soddisfazione
    presente,  attenuandosi coll'andare del tempo, diventa l'opposto di se
    stessa: Fulvia mi sembra buona, ora che se n' andata;  la mano che la
    sospinse  vorrebbe ora trarla indietro.  Bisogna che io mi sottragga a
    questa regina incantatrice: la mia indolenza cova diecimila  sventure,
    pi grandi dei mali che conosco. Ol! Enobarbo!

    (Rientra ENOBARBO).

    ENOBARBO: Che volete signore?
    ANTONIO: Debbo partire subito di qui.
    ENOBARBO:  Ebbene,  in  tal  caso  uccideremo  tutte  le nostre donne.
    Vediamo come solo una scortesia sia  mortale  per  esse;  se  dovranno
    sopportare la nostra partenza, morte  la parola.
    ANTONIO: Bisogna che me ne vada.
    ENOBARBO:  In  una  circostanza estrema,  muoiano le donne: ma sarebbe
    peccato sacrificarle per nulla;  bench,  scegliendo tra loro  ed  una
    grande causa, esse debbano essere contate per nulla. Cleopatra, al pi
    lieve accenno,  morr immediatamente; io l'ho vista morire venti volte
    per ragioni pi lievi. Credo vi sia nella morte un naturale ardore che
    compie qualche atto amoroso su lei, tale  la celerit sua nel morire.
    ANTONIO: Ella  astuta oltre il pensiero umano.
    ENOBARBO: Ahim, no,  signore;  le sue passioni non sono fatte d'altro
    che  della parte pi fina del puro amore: non possiamo chiamare i suoi
    venti e le sue acque  sospiri  e  lacrime;  sono  uragani  e  tempeste
    maggiori  di  quelle che non possano riferire gli almanacchi.  Non pu
    essere astuzia in lei; se  astuzia,  ella pu creare un acquazzone al
    pari di Giove.
    ANTONIO: Vorrei non averla mai veduta!
    ENOBARBO:  Oh,  signore!  Avreste  perduto  lo  spettacolo di un'opera
    maravigliosa,  e il non esserne stato beneficato avrebbe screditato il
    vostro viaggio.
    ANTONIO: Fulvia  morta.
    ENOBARBO: Signore?
    ANTONIO: Fulvia  morta.
    ENOBARBO: Fulvia!
    ANTONIO: Morta!
    ENOBARBO:   Ebbene   signore,   offrite  agli  di  un  sacrificio  di
    gratitudine.  Quando piace alle divinit di togliere la  moglie  a  un
    uomo,  questi  le  riconosce  come  i  sarti  della terra e si consola
    riflettendo che quando le vecchie vesti sono usate vi  materiale  per
    farne  delle nuove.  Se non vi fossero altre donne che Fulvia,  allora
    avreste ricevuto una vera ferita e il  caso  sarebbe  deplorevole:  ma
    questo  dolore    coronato  dalla  consolazione;  la  vostra  vecchia
    gonnella partorisce una nuova sottana;  e in  realt  le  lacrime  che
    dovrebbero annaffiare questo dolore si annidano in una cipolla.
    ANTONIO: La faccenda che essa ha avviato nello Stato non pu tollerare
    la mia assenza.
    ENOBARBO:  E la faccenda che voi avete avviata qui non pu fare a meno
    di voi,  specialmente quella di Cleopatra  che  dipende  completamente
    dalla vostra dimora.
    ANTONIO:  Non  pi  risposte  frivole.  Che  i  nostri ufficiali siano
    informati di ci che proponiamo. Riveler la causa della nostra fretta
    alla regina,  e otterr il suo  consenso  alla  partenza.  Poich  non
    soltanto  la  morte  di  Fulvia,  e  motivi  pi urgenti,  ci esortano
    fortemente,  ma anche le lettere di molti nostri solerti amici a  Roma
    ci richiedono in patria.  Sesto Pompeo ha lanciato la sfida a Cesare e
    tiene il dominio del mare: il nostro popolo incostante - il cui  amore
    non    mai  legato  a  chi se lo merita finch i suoi meriti non sono
    trascorsi - comincia ad attribuire tutte le qualit e  le  dignit  di
    Pompeo il Grande a suo figlio; il quale, eminente per fama e potenza e
    pi  eminente ancora per vigore e energia,  s'innalza com il primo dei
    soldati;  il suo seme,  sviluppandosi,  potrebbe mettere in pericolo i
    fianchi  del  mondo.  Si  generano  molte cose che,  come il crine del
    cavallo, hanno gi la vita ma non ancora il veleno di un serpe.  Di' a
    coloro  che  ci  sono sottoposti che il mio desiderio esige una pronta
    partenza di qui.
    ENOBARBO: Lo far.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La stessa. Un'altra stanza.

    (Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA ed ALESSA).
    CLEOPATRA: Dov'?
    CARMIANA: Non l'ho pi visto da allora.
    CLEOPATRA: Vedete dov', chi  con lui, cosa fa: non vi ho mandata io.
    Se lo trovate triste, ditegli che sto danzando; se lieto,  riferitegli
    che mi sono improvvisamente ammalata. Presto, e ritornate.
    (Esce Alessa).
    CARMIANA: Signora,  mi sembra che, se lo amate molto, voi non seguiate
    il metodo per costringerlo a contraccambiarvi.
    CLEOPATRA: Cosa dovrei fare che io non faccio?
    CARMIANA: Lasciatelo libero in ogni cosa, non lo contrariate in nulla.
    CLEOPATRA: Tu insegni da sciocca: questo  il modo per perderlo.
    CARMIANA: Non lo mettete tanto alla prova; vorrei che vi frenaste: col
    tempo finiamo coll'odiare ci che spesso temiamo.  Ma ecco  che  viene
    Antonio.

    (Entra ANTONIO).

    CLEOPATRA: Sono malata e triste.
    ANTONIO: Mi dispiace di rivelare il mio proposito...
    CLEOPATRA: Aiutatemi ad uscire, cara Carmiana; cadr, non pu durare a
    lungo cos, i fianchi della natura non ci reggono.
    ANTONIO: Ebbene, mia carissima regina...
    CLEOPATRA: Vi prego, tenetevi pi lontano da me.
    ANTONIO: Che avete?
    CLEOPATRA: So, dai vostri stessi occhi, che vi sono buone notizie. Che
    dice  la  donna maritata?  Potete andare: vorrei che non vi avesse mai
    accordalo il permesso di venire! (Che ella non dica che sono io che vi
    trattengo qua; non ho potere su voi; siete suo.
    ANTONIO: Gli di ben sanno...
    CLEOPATRA: Oh,  non vi fu mai regina cos grandemente tradita!  Eppure
    fin dal principio vidi stabilirsi il tradimento.
    ANTONIO: Cleopatra...
    CLEOPATRA:  Come  dovrei  credere che voi possiate esser mio e fedele,
    anche se giurando faceste tremare gli di  sui  loro  troni,  voi  che
    siete stato infedele a Fulvia? E' una sfrenata pazzia l'essere sedotti
    da  questi  voti  pronunziati  dalla  bocca  e  che  si  spezzano  nel
    giuramento stesso!
    ANTONIO: Dolcissima regina...
    CLEOPATRA: No,  vi prego,  non  cercate  un  pretesto  per  la  vostra
    partenza,  ma salutate e partite: quando mi supplicavate per rimanere,
    allora era il momento di parlare: ma allora non si  faceva  parola  di
    partenze;  l'eternit  era sulle nostre labbra e nei nostri occhi,  la
    felicit nell'arco delle nostre ciglia;  nessuna facolt  in  noi  era
    tanto  misera  da  non essere di origine celeste: tutto  ancora cos,
    oppure voi,  il pi grande soldato del mondo,  vi siete mutato nel pi
    grande mentitore.
    ANTONIO: Ors, signora!
    CLEOPATRA:  Vorrei  avere la tua statura;  sapresti allora che vi  un
    cuore in Egitto.
    ANTONIO:  Ascoltatemi,   regina:  la  suprema  necessit  del  momento
    richiede  i  nostri  servigi per qualche tempo;  ma tutto il mio cuore
    rimane in usufrutto presso di voi. La nostra Italia scintilla tutta di
    spade civili: Sesto Pompeo si avvicina al porto di Roma: l'eguaglianza
    di due potenze domestiche origina una incerta lotta di fazione: coloro
    che erano odiati, cresciuti in forza, sono recentemente divenuti cari:
    il proscritto Pompeo, ricco della gloria di suo padre, va insinuandosi
    rapidamente nei cuori di coloro che non  hanno  guadagnato  nulla  col
    presente governo,  e il loro numero minaccia;  e la quiete,  malata di
    inazione,    vorrebbe   ritemprarsi   attraverso   qualsiasi    audace
    cambiamento. Il mio motivo personale, quello che maggiormente dovrebbe
    giustificare presso di voi la mia partenza,  la morte di Fulvia.
    CLEOPATRA: Bench l'et non mi abbia potuta liberare dalla follia,  mi
    ha liberata dalla puerilit; pu forse morire Fulvia?
    ANTONIO: E' morta, mia regina: guarda,  e a tuo regale comodo leggi le
    brighe che ella ha suscitato;  ma il meglio  in fine; guarda quando e
    dove ella  morta.
    CLEOPATRA: Oh perfido amore!  Dove sono le  sacre  fiale  che  avresti
    dovuto riempire di dolorose lacrime? Adesso solamente vedo nella morte
    di Fulvia come sar accolta la mia.
    ANTONIO:  Non altercate pi a lungo ma preparatevi ad apprendere quale
    sia il mio proposito,  che sar o cesser di essere secondo il  vostro
    consiglio.  Per il fuoco che feconda il limo del Nilo,  me ne andr di
    qui come tuo soldato e servo,  per fare pace o guerra secondo  il  tuo
    desiderio.
    CLEOPATRA: Taglia i miei lacci,  Carmiana,  presto;  no, lascia: passo
    rapidamente dallo star male al sentirmi bene, purch Antonio ami.
    ANTONIO: Mia preziosa regina, cessate e rendete giustizia all'amore di
    chi sostiene una prova onorevole.
    CLEOPATRA: Cos mi disse Fulvia.  Vi prego,  volgetevi e piangete  per
    lei;  quindi  ditemi  addio e affermate che le vostre lacrime sgorgano
    per l'Egiziana: avanti recitate una scena di  eccellente  ipocrisia  e
    fate che assomigli ad una perfetta onoratezza.
    ANTONIO: Mi accendete il sangue: basta.
    CLEOPATRA: Potete far di meglio; ma  recitato abbastanza bene.
    ANTONIO: Ebbene, per la mia spada...
    CLEOPATRA:  E  per  lo  scudo!  Sempre  meglio:  pure  non  ancora la
    perfezione. Guarda, Carmiana,  ti prego,  come a questo erculeo romano
    si addice il contegno del risentimento.
    ANTONIO: Vi lascio, signora.
    CLEOPATRA: Cortese signore,  una parola.  Signore,  voi ed io dobbiamo
    separarci,  ma non si tratta di questo: signore,  voi ed io  ci  siamo
    amati,  ma  non si tratta nemmeno di questo;  ci lo sapete bene: vi 
    qualcosa che vorrei... Oh, la mia dimenticanza  proprio un Antonio, e
    ho tutto obliato.
    ANTONIO: Se la vostra regalit  non  avesse  la  frivolezza  come  sua
    suddita, vi prenderei per la frivolezza stessa.
    CLEOPATRA:  E'  dura  fatica  tenersi  tale  frivolezza cos vicina al
    cuore,  come fa Cleopatra.  Ma,  signore,  perdonatemi,  poich le mie
    stesse  grazie mi uccidono quando vi dispiacciono.  Il vostro onore vi
    richiama di qui;  quindi siate sordo alla mia non compianta  follia  e
    che  tutti  gli di vi accompagnino!  La vittoria coronata d'alloro si
    posi sulla vostra spada e l'affabile successo si  distenda  ai  vostri
    piedi!
    ANTONIO: Andiamo.  Venite; la nostra separazione indugia e vola in tal
    modo che tu, restando qui, vieni con me, ed io, fuggendomene,  rimango
    con te. Andiamo!
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Roma. La casa di Cesare.

    (Entrano  OTTAVIO  CESARE,  leggendo  una lettera,  LEPIDO,  e il loro
    Seguito).
    CESARE: Potete vedere, Lepido, e sappiatelo d'ora innanzi,  che Cesare
    non  ha  innata  la  pecca  di odiare il nostro grande socio.  Ecco le
    notizie di  Alessandria:  egli  pesca,  beve,  e  consuma  le  lampade
    notturne  in  orge;  non    pi  virile  di Cleopatra n la regina di
    Tolomeo pi femminile di lui: a mala pena concesse udienza o si  degn
    ricordarsi  di  avere  dei colleghi: troverete in lui un uomo che  il
    compendio di tutte le colpe seguite da tutti gli uomini.
    LEPIDO: Non posso pensare che vi siano mali  sufficienti  ad  oscurare
    tutte  le  sue  virt:  i  difetti  in lui somigliano alle macchie del
    cielo, pi accese nell'oscurit della notte; ereditati,  piuttosto che
    acquisiti;  cosa  che  egli  non  pu  cambiare  anzich cosa che egli
    scelga.
    CESARE: Siete troppo indulgente. Concediamo che non ci sia gran male a
    voltolarsi nel letto di Tolomeo,  regalare un regno  per  uno  spasso,
    sedersi  a sbevazzare in compagnia di una schiava,  andare barcollando
    per le vie in pieno meriggio,  facendo ai cazzotti con  dei  gaglioffi
    che  puzzan  di sudore: ammettiamo pure che ci gli si addica - e deve
    essere realmente eccezionale il temperamento di  chi  non  pu  venire
    insozzato da tali cose - ma pure Antonio non pu in alcun modo scusare
    le  sue colpe,  quando noi dobbiamo sopportare cos grande peso per la
    sua leggerezza.  Se egli riempisse  gli  ozi  delle  sue  volutt,  la
    saziet  e  l'artrite gliene chiederebbero conto;  ma perdere un tempo
    che lo richiama a rullo di tamburo dai suoi piaceri e  che  gli  parla
    con  la  forza delle sue e delle nostre condizioni,   cosa che merita
    rimprovero,  cos come sgridiamo quei ragazzi che,  essendo gi maturi
    in conoscenza,  sacrificano la loro esperienza ad un immediato piacere
    ribellandosi al giudizio.

    (Entra un Messaggero).
    LEPIDO: Ecco altre notizie.
    MESSAGGERO: I tuoi ordini sono stati  eseguiti,  e  d'ora  in  ora,  o
    nobilissimo Cesare,  sarai informato di ci che accade fuori d'Italia.
    Pompeo  forte per mare,  e sembra che egli sia amato  da  quelli  che
    solamente  il timore univa a Cesare: i malcontenti riparano ai porti e
    la voce pubblica lo considera trattato molto ingiustamente.
    CESARE: Avrei dovuto prevederlo. Ci  stato insegnato fino dallo stato
    primordiale che colui che  al potere fu desiderato fino al momento in
    cui vi giunse;  e che l'uomo in declino,  mai amato fino a che non  si
    merita  pi  alcun  amore,  diventa  caro  allorch  se  ne avverte la
    mancanza.  Questa moltitudine,  simile a un giunco galleggiante  sulla
    corrente,  avanza  e  retrocede  seguendo  il  flutto variabile fino a
    marcire per il suo stesso moto.
    MESSAGGERO: Cesare,  ti porto la notizia che Menecrate e Mena,  famosi
    pirati,  assoggettano il mare,  solcandolo e ferendolo con navi d'ogni
    sorta; intraprendono molte violente scorrerie in Italia;  gli abitanti
    della  costa impallidiscono a pensarvi e la fiera giovent si ribella;
    nessuna nave pu azzardarsi fuori senza essere catturata appena vista;
    perch il nome di Pompeo spaventa di pi che non  il  dover  resistere
    alla sua guerra.
    CESARE:  Antonio,  abbandona  le  tue lascive gozzoviglie.  Quando una
    volta fosti scacciato da Modena,  dove uccidesti  i  consoli  Irzio  e
    Pansa,  la fame ti era alle calcagna;  eppure,  bench allevato tra le
    raffinatezze,  tu la combattesti con una sopportazione pi  grande  di
    quella  che  potessero avere gli stessi selvaggi.  Bevesti l'orina dei
    cavalli e il pantano squamoso dinanzi a cui si sarebbe serrata  persin
    la gola degli animali; il tuo palato non disprezz allora la bacca pi
    aspra  sulla  pi  rozza  siepe;  come  il cervo,  allorquando la neve
    ammanta il pascolo,  brucasti la scorza degli alberi.  Si racconta che
    sulle  Alpi  tu  mangiasti  ben  strana  carne,  alla  cui vista molti
    morivano;  tutto ci - e ferisce il tuo onore che io ne parli adesso -
    fu  tollerato  da  te  cos  da soldato che la tua guancia non dimagr
    nemmeno.
    LEPIDO: E' un peccato che sia cos decaduto!
    CESARE: La sua vergogna presto lo riconduca a Roma:   l'ora  che  noi
    due  ci mostriamo sul campo,  e a questo fine raduniamo immediatamente
    il consiglio; Pompeo si rafforza nella nostra inazione.
    LEPIDO: Domani, Cesare, sar in grado di informarvi esattamente quanto
    io possa affrontare presentemente per mare e per terra
    CESARE: E fino a tale incontro ci sar anche mia cura. Addio.
    LEPIDO: Addio, signore.  Di ci che,  nel frattempo,  saprete sui moti
    esterni, vi prego, signore, di rendermi partecipe.
    CESARE: Non ne dubitate, signore; lo consideravo mio dovere.
    (Escono).
    SCENA QUINTA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra.

    (Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA e MARDIANO).
    CLEOPATRA: Carmiana!
    CARMIANA: Signora?
    CLEOPATRA: Ah, ah! Dammi da bere della mandragora.
    CARMIANA: Perch, signora?
    CLEOPATRA: Perch io possa dormire durante il lungo spazio di tempo in
    cui il mio Antonio non ci sar.
    CARMIANA: Voi pensate troppo a lui..
    CLEOPATRA: Oh, questo  tradimento!
    CARMIANA: Signora, non lo credo.
    CLEOPATRA: Ehi, eunuco Mardiano!
    MARDIANO: Che desidera Vostra Altezza?
    CLEOPATRA: Non di sentirti cantare; non prendo alcun piacere in alcuna
    cosa  d'eunuco:    bene  per  te che,  essendo privo di seme,  i tuoi
    pensieri pi liberi  non  possano  volar  via  dall'Egitto.  Provi  tu
    l'amore?
    MARDIANO: S, graziosa signora.
    CLEOPATRA: In realt!
    MARDIANO: Non in realt,  signora;  poich io nulla posso fare che non
    sia veramente onesto da farsi: eppure ho delle  violente  passioni,  e
    penso a ci che Venere faceva con Marte.
    CLEOPATRA: O Carmiana, dove pensi che egli sia adesso? Star in piedi,
    o seduto?  o forse cammina?  o  sul suo cavallo? O felice cavallo che
    porti il peso di Antonio! Comportati altieramente, o cavallo,  non sai
    chi  rechi  in  groppa?  Il  semi-Atlante  che regge questa terra,  il
    braccio e il cimiero degli  uomini.  Egli  parla  adesso,  o  mormora:
    Dov'  il  mio  serpente  del vecchio Nilo?.  Poich cosi mi chiama.
    Adesso mi nutro del pi delizioso veleno. Pensare a me,  che sono nera
    dagli  amorosi  pizzichi  di  Febo  e solcata dalle rughe profonde del
    tempo!  O Cesare dall'ampia fronte,  quando dimoravi ancora qui  sulla
    terra,  allora ero un boccone degno di un monarca;  e il grande Pompeo
    si fermava dilatandomi gli occhi in faccia; l egli voleva ancorare il
    suo sguardo e morire contemplando la sua vita.

    (Entra ALESSA).

    ALESSA: Sovrana d'Egitto, salute!
    CLEOPATRA: Come sei diverso da Marco Antonio!  Pure,  venendo da parte
    sua, quel grande elisire ti ha dorato della sua tinta. Come sta il mio
    valoroso Marco Antonio?
    ALESSA:  L'ultima cosa che egli fece,  cara regina,  fu di baciare con
    l'ultimo di molti ripetuti baci  -  questa  perla  orientale.  Le  sue
    parole mi sono rimaste in cuore.
    CLEOPATRA: Il mio orecchio deve allora coglierle di l.
    ALESSA:  Buon amico - egli disse - di' che il forte romano invia alla
    grande regina egiziana questo tesoro di un'ostrica,  e che ai piedi di
    lei,  per  fare ammenda del trascurabile dono,  accrescer di regni il
    suo trono opulento;  tutto l'Oriente,  dille,  la  chiamer  padrona.
    Quindi  mi  accenn  colla  testa  e dignitosamente mont su un focoso
    cavallo che nitriva cos  forte  da  soffocare  bestialmente  ci  che
    avessi voluto dire.
    CLEOPATRA: Ebbene, era triste o lieto?
    ALESSA: Simile alla stagione dell'anno che  tra gli estremi del caldo
    e del freddo: non era n triste n lieto.
    CLEOPATRA: Oh ben equilibrato umore!  Osservalo,  osservalo, Carmiana,
    ecco l'uomo; osservalo. Non era triste, perch voleva mostrarsi sereno
    a quelli che atteggiavano il loro volto secondo il suo; non era lieto,
    e ci sembrava ammonirli che il suo  ricordo  e  la  sua  gioia  erano
    rimasti in Egitto.  Stava tra le due cose.  Oh, celeste mescolanza! Ma
    sii tu triste o felice,  la violenza di entrambi questi sentimenti  ti
    si addice come a nessun altro. Hai incontrato i miei messi?
    ALESSA: Si,  signora, venti messaggeri diversi; perch li mandate cos
    frequenti?
    CLEOPATRA: Colui che nascer il giorno in cui dimenticher di  inviare
    messi  ad  Antonio  morr  in miseria.  Inchiostro e carta,  Carmiana.
    Benvenuto, mio buon Alessa. Carmiana, ho mai amato Cesare altrettanto?
    CARMIANA: Oh quel prode Cesare!
    CLEOPATRA:  Possa  tu  rimanere  soffocata  da  un'altra  esclamazione
    simile! Di', quel prode Antonio.
    CARMIANA: Quel valoroso Cesare!
    CLEOPATRA: Per Iside, ti far sanguinare i denti se paragonerai ancora
    a Cesare il mio uomo tra gli uomini.
    CARMIANA:  Col  vostro  perdono graziosissimo,  non fo che cantare sul
    vostro tono.
    CLEOPATRA: Miei giorni in erba,  allorquando ero verde nel giudizio  e
    fredda  nel sangue per poter dire ci che dissi!  Ors,  via;  portami
    inchiostro e carta: egli  dovr  ricevere  ogni  giorno  uno  speciale
    saluto, a costo di spopolare l'Egitto.
    (Escono).







    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Messina. La casa di Pompeo.

    (Entrano POMPEO, MENECRATE e MENA in atteggiamento marziale).
    POMPEO: Se i grandi di sono giusti, devono appoggiare le azioni degli
    uomini pi giusti.
    MENECRATE:  Sappiate,  degno  Pompeo,  che  essi  non  negano  ci che
    differiscono.
    POMPEO: Mentre stiamo supplici al loro trono, scade la cosa per cui li
    preghiamo.
    MENECRATE: Ignari di noi stessi,  spesso invochiamo il  nostro  stesso
    danno,  che i saggi numi ci negano per nostro bene;  cos ricaviamo un
    profitto sprecando le nostre preghiere.
    POMPEO: Debbo riuscire: il popolo mi ama e il mare mi  appartiene;  la
    mia  potenza  va  aumentando  e  la mia speranza profetica mi dice che
    arriver alla sua pienezza. Marco Antonio in Egitto siede a banchetto,
    e non far guerra fuori: Cesare accumula danaro laddove perde i cuori:
    Lepido li adula entrambi ed  da entrambi adulato;  ma egli non li ama
    n essi si curano di lui.
    MENECRATE:  Cesare  e  Lepido sono in campo: conducono una grandissima
    forza.
    POMPEO: Da chi lo sapete? E' falso.
    MENECRATE: Da Silvio, signore.
    POMPEO: Egli sogna: so che sono assieme a Roma ad  aspettare  Antonio.
    Possano  tutti i fascini dell'amore,  lasciva Cleopatra,  addolcire le
    tue labbra appassite!  Che la magia  si  unisca  alla  bellezza  e  la
    lussuria ad entrambe! Impastoia il libertino in un pascolo di delizie,
    e  mantieni  il  suo cervello nei fumi dell'ebbrezza;  cuochi epicurei
    aguzzino con salse stimolanti il suo appetito,  e il sonno ed il  cibo
    possano prorogare il suo onore in un oblo leteo.
    (Entra VARRIO).
    Ebbene, Varrio!
    VARRIO:  Ci  che sto per dirvi  certissimo: Marco Antonio  atteso a
    Roma da un'ora all'altra: vi sarebbe stato tempo anche per un  viaggio
    pi lungo calcolando quando ha lasciato l'Egitto.
    POMPEO: Avrei ascoltato pi volentieri una cosa meno grave.  Mena, non
    credevo che quel ghiottone innamorato si sarebbe coperto dell'elmo per
    cos piccola guerra: la sua abilit militare  vale  due  volte  quella
    degli altri due.  Ma solleviamo pi in alto la stima di noi stessi, se
    la nostra mossa ha il potere di  strappare  dal  grembo  della  vedova
    d'Egitto quell'Antonio mai sazio di piaceri.
    MENA:   Non  posso  immaginare  che  Cesare  ed  Antonio  vadano  bene
    d'accordo: la moglie di  quest'ultimo,  che    morta,  fece  torto  a
    Cesare; suo fratello guerreggi contro di lui; bench, secondo me, non
    istigato da Antonio.
    POMPEO:  Non  so,  Mena,  come piccole inimicizie possano far luogo ad
    altre maggiori. Se non fosse che siamo contro di loro,  andrebbe da s
    che   combatterebbero   l'un  contro  l'altro;   poich  hanno  motivi
    sufficienti per sguainare le spade.  Ma come la paura che hanno di noi
    possa  cementare  le  loro  scissioni  e rappattumare la loro meschina
    discordia, non lo sappiamo ancora. Sia come vogliono i nostri di.  Le
    nostre  vite  dipendono  dall'usare le nostre massime energie.  Vieni,
    Mena.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Roma. La casa di Lepido.

    (Entrano ENOBARBO e LEPIDO).
    LEPIDO: Buon Enobarbo,   una lodevole azione e sar ben degno di  voi
    indurre il vostro capitano a un colloquio calmo e pacato.
    ENOBARBO:  Gli suggerir di rispondere secondo se stesso: se Cesare lo
    irrita,  che Antonio guardi al di sopra del capo  di  Cesare  e  parli
    gagliardamente  come  Marte.  Per  Giove,  fossi  io ad avere la barba
    d'Antonio, non me la raderei proprio oggi.
    LEPIDO: Questo non  tempo di risentimenti personali.
    ENOBARBO: Ogni momento  buono per la cosa che si origina in esso.
    LEPIDO: Ma le cose piccole devono cedere il passo alle pi grandi.
    ENOBARBO: Ma non se le piccole vengono per prime.
    LEPIDO: Il vostro discorso  ispirato  dall'ira:  ma,  vi  prego,  non
    attizzate la brace. Ecco il nobile Antonio.

    (Entrano ANTONIO e VENTIDIO).

    ENOBARBO: Ed ecco laggi Cesare.

    (Entrano CESARE, MECENATE e AGRIPPA).

    ANTONIO: Se qui ci accorderemo bene,  andremo contro i Parti: ascolta,
    Ventidio.
    CESARE: Non so, Mecenate; domanda ad Agrippa.
    LEPIDO: Nobili amici, la causa che ci ha riuniti  importantissima, n
    valga a dividerci qualche motivo pi meschino.  I torti possano essere
    ascoltati  con  moderazione:  se  ci  accaloriamo a discutere i nostri
    insignificanti dissensi, commettiamo un delitto col pretesto di curare
    le nostre ferite. Quindi, nobili compagni,  e di questo io vi supplico
    ardentemente,  toccate  i punti pi dolorosi coi termini pi soavi,  e
    fate s che l'asprezza non si unisca agli argomenti.
    ANTONIO: Ben detto.  Se fossimo  davanti  ai  nostri  eserciti,  e  in
    procinto di combattere, agirei cos.
    (Squillo di trombe).
    CESARE: Benvenuto a Roma.
    ANTONIO: Grazie.
    CESARE: Sedete.
    ANTONIO: Sedete, signore.
    CESARE: Suvvia, dunque.
    ANTONIO: Ho saputo che prendete in cattivo senso delle cose che non ne
    hanno; o che, avendone, non vi riguardano.
    CESARE: Mi farei rider dietro se,  per nulla o per poco,  mi ritenessi
    offeso,  e specialmente trattandosi di voi;  ma mi farei rider  dietro
    ancor  pi se mai vi nominassi sprezzantemente,  poich fare il vostro
    nome non  affar mio.
    ANTONIO: Che v'importa, Cesare, della mia permanenza in Egitto?
    CESARE: Non pi di quello che vi potesse importare, in Egitto,  la mia
    permanenza a Roma: per, se voi laggi tramavate contro il mio potere,
    la  vostra  permanenza  in  Egitto  poteva  essere  oggetto  della mia
    attenzione.
    ANTONIO: Che intendete dire con tramavate?
    CESARE: Vi potr far piacere di comprendere ci che voglio dire da ci
    che mi avvenne qui. Vostra moglie e vostro fratello mi mossero guerra;
    e la loro controversia vi concerneva da vicino;  voi eravate la parola
    di guerra.
    ANTONIO:  Sbagliate  nel vostro parere;  mio fratello non ha mai fatto
    uso del mio nome come pretesto di guerra: io stesso me ne informai,  e
    tengo le mie informazioni da relatori degni di fede che sguainarono le
    spade  con voi.  Non screditava egli piuttosto la mia autorit assieme
    alla vostra e non faceva forse guerra anche contro il mio volere,  una
    volta che io seguivo la stessa vostra causa?  Di ci le mie lettere vi
    hanno chiarito gi prima. Se volete imbastire una contesa,  dacch non
    avete ragioni sufficienti per crearne una, non dovete farlo con queste
    inezie.
    CESARE:  Voi  vi  elogiate attribuendo a me errori di giudizio,  ma le
    vostre scuse ve le siete rabberciate da voi stesso.
    ANTONIO:  No,  no,  so  che  non  vi  pu  sfuggire,  ne  sono  certo,
    l'inevitabilit  di  questo pensiero,  che io,  vostro associato nella
    causa contro cui egli combatteva,  non potevo considerare  con  occhio
    favorevole  quelle  guerre  che  minacciavano  la mia stessa pace.  In
    quanto a mia moglie,  vi augurerei di trovare la sua anima in un'altra
    donna;  la  terza parte del mondo  vostra,  e voi la potreste guidare
    facilmente al passo con una cavezza: ma non una tale moglie.
    ENOBARBO: Avessimo  noi  tutti  mogli  simili,  cos  che  gli  uomini
    potessero andare in guerra colle donne!
    ANTONIO:  Essendo cos indomita,  riconosco con dispiacere,  o Cesare,
    che le sue agitazioni originate dalla sua impazienza e  non  prive  di
    astuzia politica,  debbono avervi dato molta inquietudine: dovete per
    riconoscere che non potevo farci nulla.
    CESARE:  Vi  scrissi  quando  passavate  il  tempo  tra  le  orge   di
    Alessandria;  intascaste  le  mie  lettere  e  con  insulti scacciaste
    schernendolo il mio messo senza avergli dato udienza.
    ANTONIO: Signore, mi capit addosso prima di essere ammesso: e inoltre
    avevo allora festeggiato tre re e  non  ero  pi  quello  che  ero  al
    mattino:  ma il giorno seguente glie lo spiegai io stesso,  il che era
    come avergli chiesto scusa.  Che quell'uomo  non  entri  nella  nostra
    contesa; se dobbiamo discutere, sia messo fuori dalla nostra disputa.
    CESARE:  Avete  spezzato  l'impegno del vostro giuramento,  mentre non
    avrete mai lingua per accusarmi di una cosa simile.
    LEPIDO: Calma, Cesare!
    ANTONIO: No,  Lepido,  lasciatelo parlare: l'onore di cui egli  parla,
    adesso  mi   sacro,  anche ammettendo che mi abbia fatto difetto.  Ma
    continuate, Cesare; l'impegno del mio giuramento...
    CESARE: Era di prestarmi armi ed aiuto quando li richiedessi: cose che
    entrambe rifiutaste.
    ANTONIO: Che trascurai, piuttosto,  e inoltre quando ore avvelenate mi
    avevano  tolto  la  coscienza di me stesso.  Ne far ammenda a voi per
    quanto io possa: ma la mia lealt non potr avvilire la mia grandezza,
    n la mia potenza agire senza di essa.  E' vero che Fulvia,  per farmi
    tornare dall'Egitto, suscit qui una guerra; ed io stesso, che ne sono
    la causa innocente,  chiedo scusa di ci,  per quanto si addica al mio
    onore di piegarsi in simile circostanza.
    LEPIDO: Nobili parole.
    MECENATE:  Vi  piaccia  non  insistere  pi  oltre  sui  vostri  torti
    reciproci:  per dimenticarli completamente basterebbe ricordare che le
    presenti necessit vi spingono a riconciliarvi.
    LEPIDO: Degne parole, Mecenate.
    ENOBARBO: Oppure, se vi prestate vicendevolmente il vostro affetto per
    il momento,  potrete,  quando non udrete pi una parola sul  conto  di
    Pompeo,  restituirvelo  di  nuovo: avrete tempo di litigare quando non
    avrete altro da fare.
    ANTONIO: Tu non sei che un soldato: taci.
    ENOBARBO: Avevo quasi dimenticato che la verit deve saper tacere.
    ANTONIO: Voi mancate di rispetto a questa riunione, perci state muto.
    ENOBARBO: Continuate dunque; sono il vostro assennatissimo sasso.
    CESARE: Non  che mi dispiaccia la sostanza ma piuttosto il  modo  del
    suo  parlare;  poich  non  pu essere che restiamo amici essendo cos
    diverse le nostre indoli nelle loro azioni.  Pure,  se  sapessi  quale
    cerchio  ci  potrebbe  tenere  saldamente uniti assieme,  ne andrei in
    cerca da un capo all'altro del mondo.
    AGRIPPA: Permettetemi, Cesare...
    CESARE: Parla, Agrippa.
    AGRIPPA: Hai una sorella da parte di madre,  l'ammirevole Ottavia:  il
    grande Marco Antonio  vedovo adesso.
    CESARE: Non lo dite,  Agrippa: se Cleopatra vi udisse,  a buon diritto
    potreste essere rimproverato per la vostra avventatezza.
    ANTONIO: Non sono ammogliato, Cesare: permettete che ascolti Agrippa.
    AGRIPPA: Per mantenervi in perpetua amicizia,  per rendervi fratelli e
    unire  i  vostri  cuori  in un nodo indissolubile,  Antonio prenda per
    moglie Ottavia,  la cui bellezza ha diritto per lo  meno  al  migliore
    degli  uomini  come  marito,  la  cui  virt  e  le  cui  grazie tutte
    dichiarano quello che nessun  altro  potrebbe  esprimere.  Con  questo
    matrimonio  tutte  le piccole gelosie,  che adesso sembrano grandi,  e
    tutti i  grandi  timori,  che  adesso  racchiudono  i  loro  pericoli,
    sarebbero  nulla:  la verit diverrebbe una favola,  mentre adesso una
    mezza favola  considerata verit;  l'amore  che  ella  porterebbe  ad
    entrambi  vi attirerebbe l'un verso l'altro e dietro al suo esempio vi
    attirerebbe l'amore di tutti.  Perdonate ci che ho detto,  poich  il
    mio non  un pensiero del momento, ma studiato e meditato a dovere.
    ANTONIO: Vorr Cesare parlare?
    CESARE:  Non  prima  che egli oda come Antonio sia toccato da quanto 
    stato gi detto.
    ANTONIO: Quale potere avrebbe Agrippa se dicessi: Agrippa, sia cos,
    per dar compimento a tutto ci?
    CESARE: Il potere di Cesare e il suo potere su Ottavia.
    ANTONIO: Possa io non mai sognare di impedimenti davanti a tale onesto
    scopo che si presenta cos graziosamente!  Lasciami stringere  la  tua
    mano:  seconda  questo atto di grazia,  e d'ora innanzi possa un cuore
    fraterno governare  i  nostri  affetti  e  dirigere  i  nostri  grandi
    disegni!
    CESARE:  Ecco  la  mia  mano.  Io vi affido una sorella,  quale nessun
    fratello am mai cos' caramente: viva essa per riunire i nostri  regni
    e  i  nostri  cuori;  e che i nostri affetti non se ne fuggano via mai
    pi!
    LEPIDO: Felicemente, amen!
    ANTONIO: Non credevo di dover sfoderare la spada contro Pompeo; poich
    ultimamente egli mi rese cortesie grandi e  fuori  del  comune:  debbo
    almeno  ringraziarlo,  per  evitare che mi si accusi di ingratitudine;
    subito dopo lo sfider.
    LEPIDO: Il tempo incalza: bisogna andare immediatamente  in  cerca  di
    Pompeo, oppure egli verr a cercare noi.
    ANTONIO: Dove si trova?
    CESARE: Vicino al Monte Miseno.
    ANTONIO: Quali sono le sue forze per terra?
    CESARE: Grandi e in aumento; ma per mare egli  padrone assoluto.
    ANTONIO:  Cos  corre  voce.  Vorrei  che  gi  ci  fossimo scontrati!
    Affrettiamoci a farlo: pure, prima di metterci in armi,  sbrighiamo la
    faccenda di cui abbiamo parlato.
    CESARE:  Col massimo piacere;  e vi invito a vedere mia sorella,  alla
    quale vi condurr direttamente.
    ANTONIO: Lepido, non ci private della vostra compagnia.
    LEPIDO: Nobile Antonio, nemmeno la malattia mi potrebbe trattenere.
    (Squillo di tromba. Escono Cesare, Antonio e Lepido).
    MECENATE: Benvenuto dall'Egitto, signore.
    ENOBARBO: Met del cuore di  Cesare,  degno  Mecenate!  Mio  onorevole
    amico, Agrippa!
    AGRIPPA: Buon Enobarbo!
    MECENATE:  Abbiamo  motivo  di rallegrarci che le cose siano cos bene
    accomodate. Ve la siete spassata in Egitto.
    ENOBARBO: S, signore;  sconcertavamo il giorno dormendo e della notte
    facevamo giorno bevendo.
    MECENATE:  Otto  cinghiali arrostiti intieri per colazione e solamente
    dodici commensali;  vero questo?
    ENOBARBO: Questo non  che una mosca  a  petto  di  un'aquila:  avemmo
    festini  molto  pi  mostruosi,  e  che veramente meritavano di essere
    notati.
    MECENATE: E' una dama magnificentissima,  se ci che si narra  di  lei
    corrisponde alla realt.
    ENOBARBO:  Quando  incontr  Marco  Antonio  per la prima volta,  ella
    gherm il suo cuore, sopra il fiume Cidno.
    AGRIPPA: L ella si mostr veramente a suo vantaggio,  oppure  il  mio
    informatore ha ben favoleggiato di lei.
    ENOBARBO: Vi dir.  La barca in cui sedeva, simile a un trono brunito,
    splendeva sull'acqua: la poppa era d'oro battuto: le vele di  porpora,
    e cos profumate che i venti languivano d'amore per esse; i remi erano
    d'argento   e   si  abbassavano  ritmicamente  al  suono  dei  flauti,
    obbligando l'acqua che essi colpivano  a  seguirli  pi  rapida  quasi
    fosse  innamorata  delle  loro  percosse.  In quanto alla sua persona,
    rendeva meschina ogni descrizione: ella giaceva sotto la sua tenda  di
    drappo  d'oro,  tessuto,  offuscando  quella  Venere  in  cui  vediamo
    l'immaginazione superare la natura: da entrambi i lati le stavano  dei
    graziosi  bambini  paffuti,  come  sorridenti  amorini,  con  flabelli
    versicolori la cui brezza pareva infiammare  le  delicate  guance  che
    essi rinfrescavano, facendo ci che essi disfacevano.
    AGRIPPA: Oh mirabile spettacolo per Antonio!
    ENOBARBO:  Le  sue  donzelle,   simili  a  Nereidi  o  sirene,  le  si
    affaccendavano d'attorno e  nell'atto  d'inchinarla  l'adornavano;  al
    timone  governava  una  dall'aspetto di sirena;  il serico sartiame si
    tendeva sotto il  tocco  di  quelle  mani  delicate  come  fiori,  che
    celermente  accudivano  al  loro  ufficio.  Dalla  barca  uno strano e
    sottile profumo si spandeva a colpire i sensi delle vicine sponde.  La
    citt  riversava il suo popolo verso di lei,  e Antonio,  troneggiante
    sulla piazza del mercato, rimase seduto solo solo, zufolando all'aria;
    la quale,  se il vuoto fosse  stato  cosa  possibile,  sarebbe  andata
    anch'essa a contemplare Cleopatra, lasciando una lacuna nella natura.
    AGRIPPA: Mirabile Egiziana!
    ENOBARBO:  Al  suo  sbarco  Antonio  mand  a  lei,  invitandola  a un
    banchetto: ella rispose che sarebbe stato meglio che  egli  fosse  suo
    ospite,  e  lo  preg di accettare.  Il nostro cortese Antonio,  a cui
    nessuna donna ud mai pronunciare la parola no,  dopo essersi  fatto
    radere la barba dieci volte and al festino e,  come scotto,  pag col
    suo cuore ci che solamente i suoi occhi avevano mangiato.
    AGRIPPA: Regale putta! Ella indusse il grande Cesare a mettere a letto
    la spada; egli la ar ed ella dette il raccolto.
    ENOBARBO: La vidi una volta saltare a pi zoppo quaranta  passi  nella
    pubblica  via;  avendo  perso  il  respiro,  parl  ansando,  cos  da
    trasformare in cosa perfetta un difetto: e  pur  essendo  senza  fiato
    ella emanava un fascino attorno.
    MECENATE: Adesso Antonio dovr abbandonarla per sempre.
    ENOBARBO:  Mai;  egli  non  lo  far:  l'et  non  pu appassirla,  n
    l'abitudine rendere insipida la sua variet infinita: le  altre  donne
    saziano  i desideri che esse alimentano,  ma ella affama di s laddove
    pi si prodiga: poich le cose pi vili acquistano grazia in lei, cos
    che i sacerdoti santi la benedicono nella sua lussuria.
    MECENATE: Se bellezza, saggezza e modestia possono fermare il cuore di
    Antonio, Ottavia  una bazza benedetta per lui.
    AGRIPPA: Andiamo.  Buon Enobarbo,  siate mio ospite  finch  rimarrete
    qui.
    ENOBARBO: Ve ne ringrazio umilmente, signore.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La stessa. La casa di Cesare.

    (Entrano ANTONIO, CESARE, OTTAVIA in mezzo ad essi, e Seguito).
    ANTONIO:  Il  mondo ed il mio alto ufficio mi divideranno talvolta dal
    vostro petto.
    OTTAVIA: E durante tutto questo tempo inginocchiata innalzer agli di
    le mie preghiere per voi.
    ANTONIO: Buona notte, signore. Ottavia mia, non leggete i miei difetti
    nell'opinione del mondo: non mi sono tenuto nei limiti;  ma il  futuro
    andr tutto pel fil della sinopia. Buona notte, cara signora.
    OTTAVIA: Buona notte, signore.
    CESARE: Buona notte.
    (Escono tutti salvo Antonio)

    (Entra un Indovino).

    ANTONIO: Ebbene, messere, desiderereste essere in Egitto?
    INDOVINO:  Volesse  il cielo che non me ne fossi mai allontanato e che
    voi non foste venuto qui!
    ANTONIO: La ragione, se potete dirmela?
    INDOVINO: La vedo nella mia ispirazione,  ma non l'ho sulla lingua: ma
    affrettatevi a tornare in Egitto al pi presto.
    ANTONIO: Dimmi,  quale fortuna si lever pi in alto: quella di Cesare
    o la mia?
    INDOVINO: Quella di  Cesare.  Perci,  Antonio  non  rimanere  al  suo
    fianco:  il  tuo  demone,  ossia  lo spirito che ti guarda,   nobile,
    coraggioso, alto, incomparabile, quando non vi  quello di Cesare;  ma
    vicino  ad  esso  il  tuo  angelo  ha paura come se fosse soverchiato:
    quindi metti spazio sufficiente tra voi.
    ANTONIO: Non parlar pi di ci.
    INDOVINO: Non ne parlo ad alcuno fuori che a te; giammai, se non sia a
    te. Se giuochi con lui ad un giuoco qualunque,  sei sicuro di perdere;
    e,  per  questa  buona  sorte naturale,  egli ti batte malgrado i tuoi
    vantaggi: il tuo splendore si offusca quando egli ti  brilla  accanto.
    Te  lo dico ancora,  il tuo spirito ha paura di guidarti quando egli 
    vicino, ma, lui lontano, riprende la sua nobilt.
    ANTONIO:  Vattene:  di'  a  Ventidio  che  vorrei   parlargli.   (Esce
    l'Indovino) Egli andr in Partia. Sia arte o caso, ha detto il vero: i
    dadi  stessi  gli  obbediscono,  e  nei nostri giuochi la mia migliore
    destrezza cede alla sua fortuna: se tiriamo a  sorte,  egli  vince;  i
    suoi  galli  vincono i miei in battaglia anche quando non hanno alcuna
    probabilit di vittoria,  e le sue quaglie chiuse  nel  recinto  della
    lotta,  battono  sempre le mie malgrado lo svantaggio.  Me ne andr in
    Egitto: e bench io faccia questo  matrimonio  per  la  mia  pace,  in
    Oriente risiede il mio piacere.
    (Entra VENTIDIO).
    Oh, venite, Ventidio, dovete andare contro i Parti: la vostra nomina 
    pronta; seguitemi per riceverla.
    (Escono).




    SCENA QUARTA - La stessa. Una strada.

    (Entrano LEPIDO, MECENATE ed AGRIPPA).
    LEPIDO:  Non  ve ne date pi oltre pensiero: vi prego,  affrettatevi a
    seguire i vostri generali.
    AGRIPPA: Signore, Marco Antonio chiede il tempo di baciare Ottavia,  e
    noi seguiremo.
    LEPIDO:  Addio  fino  al  momento  in cui vi vedr nella vostra assisa
    militare, che bene si addice ad entrambi.
    MECENATE: Se conosco bene la strada,  saremo al Monte  prima  di  voi,
    Lepido.
    LEPIDO: Il vostro percorso  pi breve,  e i miei disegni mi conducono
    molto fuori di strada: guadagnerete due giorni su me.
    MECENATE e AGRIPPA: Signore, vi auguriamo un buon successo!
    LEPIDO: Addio.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra.

    (Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA ed ALESSA).
    CLEOPATRA: Datemi della musica, musica, malinconico alimento di quanti
    traffichiamo in amore.
    TUTTI: Musica, ol!

    (Entra l'eunuco MARDIANO).

    CLEOPATRA: Lasciamola da parte, andiamo al biliardo: vieni, Carmiana.
    CARMIANA: Mi fa male un braccio,  meglio che giochiate con Mardiano.
    CLEOPATRA: Per una donna giocare con un  eunuco    come  giocare  con
    un'altra donna. Andiamo, volete giocare con me, signore?
    MARDIANO: Come meglio posso, signora.
    CLEOPATRA:  Quando il buon volere si mostra,  anche se esso non giunga
    al segno,  l'attore pu aver diritto all'indulgenza.  Ma ora non ne ho
    voglia:  datemi  la  mia  lenza;  andremo al fiume: l,  mentre la mia
    musica suoner da lontano, insidier i pesci dalle pinne fulve, il mio
    amo ricurvo trapasser le loro  mascelle  melmose,  e,  tirandoli  su,
    creder  che  ognuno di essi sia un Antonio,  e dir: Ah,  ah,  siete
    preso!.
    CARMIANA: Fu divertente quando  faceste  una  scommessa  sulla  vostra
    pesca;  allorquando  il  vostro palombaro appese all'amo di Antonio un
    pesce salato, che egli tir su con ardore.
    CLEOPATRA: Quella volta - oh, che tempi! risi fino a fargli perdere la
    pazienza, e la notte stessa risi fino a rendergliela: la mattina dopo,
    prima della nona ora,  lo rimandai ebbro al suo letto;  quindi posi su
    lui le mie acconciature e i miei mantelli, mentre cingevo la sua spada
    di Filippi.
    (Entra un Messaggero).
    Oh, dall'Italia! Riversa le tue feconde notizie nelle mie orecchie che
    per lungo tempo sono rimaste sterili.
    MESSAGGERO: Signora, signora...
    CLEOPATRA: Antonio  morto! Se dici questo, canaglia, tu uccidi la tua
    padrona: ma se sta bene ed  libero, e tu me lo annunzi per tale, ecco
    dell'oro e le mie vene pi azzurre da baciare: una mano che i re hanno
    sfiorato colle loro labbra e tremarono baciando.
    MESSAGGERO: Per prima cosa, signora, egli sta bene.
    CLEOPATRA: Ebbene,  ecco dell'oro ancora. Ma mariuolo, bada, noi siamo
    soliti dire che i morti stanno bene: se vuoi intendere questo, fonder
    l'oro che ti ho donato e lo verser gi per la tua gola nefanda.
    MESSAGGERO: Buona signora, ascoltatemi.
    CLEOPATRA: Ebbene, suvvia, ti ascolter, ma non c' nulla di buono sul
    tuo volto: se Antonio  libero e sano,  perch quell'aspetto fosco per
    proclamare tali buone notizie? e se non sta bene, tu dovresti giungere
    come una Furia coronata di serpenti, e non in aspetto d'uomo.
    MESSAGGERO: Vi piacer udirmi?
    CLEOPATRA: Ho voglia di batterti prima che tu parli: pure, se dici che
    Antonio vive,  sta bene ed  amico di Cesare e non suo prigioniero, ti
    porr sotto una pioggia d'oro, e far grandinare ricche perle su te.
    MESSAGGERO: Signora, egli sta bene.
    CLEOPATRA: Ben detto.
    MESSAGGERO: Ed  amico di Cesare.
    CLEOPATRA: Tu sei un onest'uomo.
    MESSAGGERO: Cesare e lui sono amici pi di quanto lo siano mai stati.
    CLEOPATRA: Fa' con me la tua fortuna!
    MESSAGGERO: Ma pure, signora...
    CLEOPATRA: Non mi piace questo ma pure,  esso  indebolisce  il  buon
    precedente;  via con questo ma pure!  Ma pure  come un carceriere
    che sta per condurmi innanzi qualche mostruoso malfattore.  Ti  prego,
    amico,  vuota  tutto il sacco nel mio orecchio,  il buono e il cattivo
    assieme: egli  amico di Cesare e in buona salute,  tu  dici,  e  dici
    anche che  libero.
    MESSAGGERO:  Libero,  signora!  No: non ho fatto tale rapporto: egli 
    legato a Ottavia.
    CLEOPATRA: Per qual buon servizio?
    MESSAGGERO: Per il servizio migliore nel letto.
    CLEOPATRA: Sono pallida, Carmiana.
    MESSAGGERO: Signora, egli  sposato con Ottavia.
    CLEOPATRA: Che la pi infetta pestilenza ti colpisca!
    (Lo percuote).
    MESSAGGERO: Buona signora, calmatevi.
    CLEOPATRA: Che dite? Via, (percuotendolo di nuovo) trista canaglia!  o
    mi  caccer  innanzi a calci gli occhi tuoi come palle: ti strapper i
    capelli,  (scuotendolo) sarai frustato colle verghe di ferro e bollito
    nell'acqua  salata,  e  sentirai  lo  strazio  d'esser  macerato nella
    salamoia.
    MESSAGGERO Graziosa signora,  non  sono  stato  io,  che  vi  reco  la
    notizia, a fare il matrimonio.
    CLEOPATRA:  Dimmi  che  non  vero e ti dar una provincia,  e render
    splendide le tue fortune: le percosse che hai avute saranno servite  a
    farti  espiare  di avermi messa in collera,  ed io ti ricompenser con
    quel dono che la tua modestia potr chiedere.
    MESSAGGERO: Egli  sposato, signora.
    CLEOPATRA: Canaglia, hai vissuto abbastanza.
    (Sguaina un pugnale).
    MESSAGGERO: Allora dovr fuggire. Che volete fare, signora?  Io non ne
    ho colpa.
    (Esce).
    CARMIANA: Buona signora, contenetevi; quell'uomo  innocente.
    CLEOPATRA:  Vi  sono  degli  innocenti  che non sfuggono alla folgore.
    Possa l'Egitto sprofondare nel Nilo!  e che tutte le miti creature  si
    trasformino in serpi!  Richiama quello schiavo: bench io sia furiosa,
    non lo morder: chiamalo.
    CARMIANA: Egli ha paura di venire.
    CLEOPATRA: Non gli far alcun male. (Esce Carmiana) Mancano di nobilt
    queste mani se colpiscono uno che  al  di  sotto  di  me;  senz'altro
    motivo che quello che io stesso ho fatto nascere.
    (Rientra CARMIANA col Messaggero).
    Vieni  qua,  messere.  Bench  sia cosa onesta,  non  mai bene recare
    cattive novelle: date ad un grazioso messaggio un esercito di  lingue,
    ma lasciate che le cattive notizie si annuncino da se stesse nell'atto
    in cui ci colpiscono.
    MESSAGGERO: Ho fatto il mio dovere.
    CLEOPATRA: E' sposato?  Non potr odiarti pi di cos,  anche se tu me
    lo riconfermi.
    MESSAGGERO: E' sposato, signora.
    CLEOPATRA: Che gli di ti confondano! E persisti ancora?
    MESSAGGERO: Dovrei mentire, signora?
    CLEOPATRA: Oh vorrei che tu lo avessi fatto,  anche se  met  del  mio
    Egitto  fosse andata sommersa e divenuta una cisterna per gli squamosi
    serpenti!  Vai,  togliti di qui: avessi tu la bellezza di Narciso  sul
    volto, mi appariresti mostruoso. E' sposato?
    MESSAGGERO: Imploro il perdono di Vostra Altezza.
    CLEOPATRA: E' sposato?
    MESSAGGERO: Non prendete ad offesa il fatto che non vorrei offendervi:
    punirmi per quello che mi fate fare voi mi sembra molto ingiusto: egli
     sposato con Ottavia.
    CLEOPATRA:  Oh,  che debba esser la colpa di lui a fare uno scellerato
    di te,  che non sei ci di cui hai sicura scienza!  Vattene da qui: le
    mercanzie che hai portate da Roma sono troppo care per me: che esse ti
    restino sulle braccia e possa tu esserne rovinato!
    (Esce il Messaggero).
    CARMIANA: Vostra benigna Altezza si calmi.
    CLEOPATRA: Lodando Antonio ho disprezzato Cesare.
    CARMIANA: Molte volte, signora.
    CLEOPATRA: Ne sono ripagata, adesso. Conducimi via di qui: vengo meno:
    oh  Ira,  oh Carmiana!  non  nulla.  Vai da quell'uomo,  buon Alessa;
    digli di riferire i tratti di Ottavia,  la sua et,  la sua indole;  e
    fa'  che  egli non dimentichi il colore dei suoi capelli: torna presto
    ad informarmi. (Esce Alessa) Lasciamo che se ne vada per sempre: no...
    Carmiana,  bench da  un  lato  egli  sia  dipinto  come  la  Gorgone,
    dall'altro    come  Marte.  (A  Mardiano)  Di' ad Alessa di riferirmi
    quanto ella sia alta.  Compatiscimi,  Carmiana,  ma  non  mi  parlare.
    Conducimi nella mia stanza.
    (Escono).
    SCENA SESTA - Nei pressi del Capo Miseno.

    (Squillo di tromba.  Entrano POMPEO e MENA da una parte, con tamburi e
    trombe; dall'altra CESARE, ANTONIO, LEPIDO,  ENOBARBO,  MECENATE,  con
    Soldati in marcia).
    POMPEO:  Io  ho i vostri ostaggi,  come voi avete i miei;  e parleremo
    prima di combattere.
    CESARE: E' molto opportuno  che  prima  conferiamo  e  per  questo  ho
    mandati innanzi a me i miei propositi scritti;  se li hai considerati,
    fa' che noi sappiamo se essi potranno vincolare la tua spada scontenta
    e ricondurre in Sicilia molta balda giovinezza  che  altrimenti  dovr
    qui perire.
    POMPEO:  A  voi  tutti  e tre,  unici senatori di questo grande mondo,
    agenti supremi degli di: io non vedo come mio padre potrebbe  mancare
    di vendicatori,  avendo un figlio e degli amici; poich Giulio Cesare,
    che a Filippi apparve al buon Bruto sotto forma di spettro, l vi vide
    lavorare per lui.  Che cosa indusse il pallido Cassio a  cospirare?  E
    cosa  indusse  l'onorato  da  tutti e onesto romano,  Bruto,  e i suoi
    compagni armati, corteggiatori della bella libert,  a insanguinare il
    Campidoglio,  se  non che essi volevano che un uomo fosse solamente un
    uomo?  Questo  ci che mi ha indotto ad armare la mia flotta,  al cui
    peso  l'oceano  irato  spumeggia;  e  per mezzo di essa intendo punire
    l'ingratitudine che la sprezzante  Roma  ha  gettato  sul  mio  nobile
    padre.
    CESARE: Pigliate tempo.
    ANTONIO: Tu non puoi spaventarci, Pompeo, colle tue vele; combatteremo
    in mare: per terra tu sai quanto ti soverchiamo.
    POMPEO:  Per  terra  veramente  mi  hai  soverchiato della casa di mio
    padre: ma,  giacch il cuculo non costruisce il nido  per  se  stesso,
    restaci quanto potrai.
    LEPIDO:  Compiacetevi  di  dirci - poich siamo usciti fuori di tema -
    come accogliete le proposte che vi abbiamo mandate.
    CESARE: Questo  il punto.
    ANTONIO: Non lasciatevi persuadere,  ma valutate che cosa convenga pi
    abbracciare.
    CESARE: E che cosa possa derivare dal tentare una ventura pi grande.
    POMPEO:  Mi  avete  offerta  la  Sicilia  e  la  Sardegna ed io dovrei
    liberare tutto il mare dai  pirati;  inoltre  dovrei  mandare  a  Roma
    misure di grano;  una volta accordatici su questo,  dovremmo separarci
    senza avere intaccate le spade,  riportandoci indietro gli  scudi  non
    ammaccati.
    CESARE, ANTONIO, LEPIDO: Questa  la nostra offerta.
    POMPEO:  Sappiate  dunque  che  sono venuto qui come un uomo pronto ad
    accettare questa proposta: ma Marco Antonio mi  ha  messo  in  qualche
    impazienza.  A  costo di perderne il merito parlandone,  dovete sapere
    che quando Cesare e vostro fratello  erano  in  guerra,  vostra  madre
    venne in Sicilia e vi trov un'amichevole accoglienza.
    ANTONIO:  L'ho  sentito  dire,  Pompeo;  e  sono  molto  desideroso di
    rendervi il liberale ringraziamento che vi devo.
    POMPEO: Datemi  la  vostra  mano:  non  credevo  di  incontrarvi  qui,
    signore.
    ANTONIO: I letti d'Oriente sono molli;  e grazie ne rendo a voi che mi
    avete chiamato qui prima  del  mio  stesso  proposito;  poich  ci  ho
    guadagnato.
    CESARE:  Da  quando  vi ho veduto l'ultima volta c' un cambiamento in
    voi.
    POMPEO: Ebbene,  io non so quali conti la dura fortuna  assommi  sulla
    mia  faccia;  ma  ella  non  penetrer  mai nel mio petto per rendersi
    vassallo il mio cuore.
    LEPIDO: Ben ritrovato!
    POMPEO: Lo spero, Lepido. Cos siamo d'accordo. Desidero che la nostra
    convenzione sia scritta e sigillata da noi.
    CESARE: La prima cosa da fare.
    POMPEO: Ci festeggeremo a vicenda prima  di  separarci,  e  tiriamo  a
    sorte chi comincer.
    ANTONIO: Comincer io, Pompeo.
    POMPEO: No,  Antonio,  affidatevi alla sorte: ma,  primo od ultimo, la
    vostra raffinata cucina egiziana avr il grido.  Ho sentito  dire  che
    Giulio Cesare ingrass banchettando laggi.
    ANTONIO: Ne avete sentite!...
    POMPEO: I miei pensieri sono cortesi, signore.
    ANTONIO: E cortesi le parole per esprimerli.
    POMPEO:  Ecco  dunque  quanto ho udito: ho sentito dire che Apollodoro
    port...
    ENOBARBO: Basta cos: la port.
    POMPEO: Che cosa, di grazia?
    ENOBARBO: Una certa regina a Cesare in una materassa.
    POMPEO: Ti riconosco, adesso: come stai soldato?
    ENOBARBO: Bene;  e c' speranza che continui a star  bene,  perch  mi
    accorgo che si preparano quattro festini.
    POMPEO: Lascia che io ti stringa la mano;  non ti ho mai odiato. Ti ho
    veduto combattere, ed ho invidiato il tuo valore.
    ENOBARBO: Signore,  io non vi ho mai amato  molto;  ma  vi  ho  lodato
    quando meritavate ben dieci volte l'elogio che facevo di voi.
    POMPEO:  Godi  della tua franchezza,  che non ti sta affatto male.  Vi
    invito tutti a bordo della mia galera: volete precedere, signori?
    CESARE, ANTONIO, LEPIDO: Mostrateci il cammino, signore.
    POMPEO: Venite.
    (Escono tutti eccetto Mena ed Enobarbo).
    MENA (a parte): Tuo  padre,  Pompeo,  non  avrebbe  mai  fatto  questo
    trattato. Ci siamo conosciuti, signore.
    ENOBARBO: In mare, credo.
    MENA: Infatti signore.
    ENOBARBO: Avete avuto successo sull'acqua.
    MENA: E voi per terra.
    ENOBARBO:  Loder  chiunque mi loder,  bench non si possa negare ci
    che ho fatto per terra.
    MENA: N ci che io ho fatto sull'acqua.
    ENOBARBO: S, qualcosa potete negare per vostra sicurezza: siete stato
    un gran ladrone per mare.
    MENA: E voi per terra.
    ENOBARBO: Allora ripudio il mio  servizio  per  terra.  Ma  datemi  la
    vostra  mano,   Mena:  se  i  nostri  occhi  avessero  autorit,  essi
    potrebbero sorprendere qui due ladri che si baciano.
    MENA: Le facce di tutti gli uomini sono veritiere,  comunque siano  le
    loro mani.
    ENOBARBO:  Ma  non  vi    mai  una  bella  donna che abbia una faccia
    veritiera.
    MENA: Non  calunnia; esse rubano i cuori.
    ENOBARBO: Siamo venuti qua per combattere con voi.
    MENA: Per parte mia,  mi dispiace che tutto  si  sia  risolto  in  una
    bevuta. Pompeo oggi scaccia ridendo la sua fortuna.
    ENOBARBO:  Se  lo  fa,  certamente  col pianto non potr farla tornare
    addietro.
    MENA: L'avete detto,  signore.  Non credevamo  di  trovare  qui  Marco
    Antonio. Di grazia,  sposato con Cleopatra?
    ENOBARBO: La sorella di Cesare si chiama Ottavia.
    MENA: E' vero, signore; era la moglie di Caio Marcello.
    ENOBARBO: Ma adesso  la moglie di Marco Antonio.
    MENA: Di grazia, signore?
    ENOBARBO: E' vero.
    MENA: Allora Cesare e lui sono legati assieme per sempre.
    ENOBARBO:  Se  fossi  costretto  ad azzardare una predizione su questa
    unione, non profetizzerei cos.
    MENA: Credo che  la  politica  abbia  avuto  forza  maggiore  in  tale
    matrimonio che non l'amore degli interessati.
    ENOBARBO:  Lo  credo  anch'io.  Ma  vedrete  che il vincolo che sembra
    legare assieme il loro sodalizio sar  proprio  quello  che  strozzer
    l'amicizia loro: Ottavia  d'indole austera, fredda e riservata.
    MENA: Chi non vorrebbe una moglie simile?
    ENOBARBO:  Non  colui  che  non    cos  lui  stesso e questi  Marco
    Antonio.  Egli torner nuovamente al suo  piatto  egiziano:  allora  i
    sospiri di Ottavia rinfocoleranno Cesare;  e, come ho detto prima, ci
    che  la forza della loro amicizia diverr la  causa  immediata  della
    loro  discordia.  Antonio  impiegher  il  suo affetto laddove esso si
    trova; qui non ha sposato che il suo tornaconto.
    MENA: Pu darsi. Suvvia, signore,  venite a bordo?  Ho un brindisi per
    voi.
    ENOBARBO: Lo accetter,  signore: Vi abbiamo assuefatte le nostre gole
    in Egitto.
    MENA: Venite, andiamo via.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - A bordo della galera di  Pompeo,  al  largo  del  Capo
    Miseno.

    (Suona  la  musica.  Entrano  due  o  tre  Servi  portando  una tavola
    imbandita).
    PRIMO SERVO: Stanno per giungere,  compagno.  Alcune delle loro piante
    sono  gi  mal  radicate;  il  vento pi debole del mondo le getter a
    terra.
    SECONDO SERVO: Lepido  molto acceso.
    PRIMO SERVO: Lo hanno ubriacato come un accattone.
    SECONDO SERVO: Quando essi si  stuzzicano  vicendevolmente  nel  punto
    debole,  egli grida Basta;  li riconcilia colla sua supplica ed egli
    stesso si riconcilia col vino.
    PRIMO SERVO: Ma ci solleva  guerra  pi  grande  tra  lui  e  la  sua
    saviezza.
    SECONDO  SERVO:  Ebbene,  ecco  cosa  vuol  dire  avere  un nome nella
    compagnia dei grandi uomini: preferirei avere una  canna  che  non  mi
    servisse a nulla che una partigiana che non potessi sollevare.
    PRIMO  SERVO:  Esser  chiamati in un'alta sfera,  e non mostrarvisi in
    moto,  come i buchi dove dovrebbero stare gli occhi,  che miseramente
    sfigurano le guance.

    (Squillo di tromba.  Entrano CESARE, ANTONIO, LEPIDO, POMPEO, AGRIPPA,
    MECENATE, ENOBARBO, MENA con altri Capitani).

    ANTONIO (a Cesare): Cos fanno, signore: essi misurano l'accrescimento
    del Nilo  per  mezzo  di  certe  graduazioni  sulla  piramide;  sanno,
    dall'altezza,  dalla  bassezza o dalla media se sopravverr carestia o
    abbondanza.  Pi si rigonfia il Nilo,  e pi esso promette: quando  si
    ritira,  il  seminatore  sparge la sementa sul limo e sulla melma e in
    breve viene a raccogliere.
    LEPIDO: Avete l degli strani serpenti.
    ANTONIO: S, Lepido.
    LEPIDO: Il vostro serpente d'Egitto nasce dal vostro fango  per  virt
    del vostro sole: e cos il vostro coccodrillo.
    ANTONIO: Proprio cos.
    POMPEO: Sedetevi... e del vino! Alla salute di Lepido!
    LEPIDO: Non mi sento cos bene come dovrei, ma non rimarr indietro.
    ENOBARBO:  Non  vi sentirete bene finch non avrete dormito;  temo che
    sarete ubriaco sino allora.
    LEPIDO: S,  certamente,  ho sentito dire che le piramidi dei  Tolomei
    sono cose bellissime; senza contraddizione, l'ho sentito dire.
    MENA (a parte a Pompeo): Pompeo, una parola.
    POMPEO (a parte a Mena): Parlami all'orecchio: che c'?
    MENA  (a  parte  a  Pompeo):  Abbandona  il  tuo sedile,  te ne prego,
    capitano, e ascolta una mia parola.
    POMPEO (a parte a Mena): Attendi un momento. Questo vino per Lepido!
    LEPIDO: Che razza di cosa  il vostro coccodrillo?
    ANTONIO: E' fatto,  signore,  come se stesso ed  largo quanto la  sua
    larghezza;    esattamente alto quanto lo  e si muove coi suoi propri
    organi;  vive di ci che lo nutre,  e una volta che i suoi elementi lo
    abbandonano trasmigra.
    LEPIDO: Di che colore ?
    ANTONIO: Del suo colore.
    LEPIDO: E' uno strano rettile.
    ANTONIO: Proprio: e le sue lacrime sono umide.
    CESARE: Questa descrizione lo soddisfer?
    ANTONIO: Certo, insieme al brindisi che gli porta Pompeo, o altrimenti
     un vero epicureo.
    POMPEO (a parte a Mena): Andate a farvi impiccare messere,  impiccare!
    Parlarmi di questo? Via!  Fate come vi comando.  Dov' la coppa che ho
    chiesto?
    MENA  (a  parte a Pompeo): Se,  per i miei meriti,  mi vuoi ascoltare,
    alzati dalla tua sedia.
    POMPEO (a parte a Mena): Mi sembra che tu sia pazzo. Di che si tratta?
    (Si alza e va in disparte).
    MENA: Ho sempre fatto di cappello alle tue fortune.
    POMPEO: Mi hai servito con grande fedelt. Che altro hai da dire?  (Ai
    Commensali) State allegri, signori!
    ANTONIO: Tenetevi lontano da queste sabbie mobili,  Lepido,  poich vi
    affonderete.
    MENA: Vuoi essere signore di tutto il mondo?
    POMPEO: Che dici?
    MENA: Per la seconda volta, vuoi essere signore di tutto il mondo?
    POMPEO: E come potrebbe essere?
    MENA: Accetta soltanto e,  bench tu mi creda povero,  io sar  l'uomo
    che ti dar tutto il mondo.
    POMPEO: Hai bevuto troppo?
    MENA: No,  Pompeo,  mi sono tenuto lontano dalla coppa.  Tu sarai,  se
    l'osi,  il Giove terrestre: tutto ci che l'oceano recinge o il  cielo
    abbraccia sar tuo, se lo vuoi.
    POMPEO: Mostrami con qual mezzo.
    MENA: Questi tre comproprietari del mondo, questi colleghi, sono sulla
    tua  nave;  lascia che io tagli l'ormeggio;  e,  quando saremo in alto
    mare, si salti loro alla gola: tutto sar tuo.
    POMPEO: Ah,  avresti dovuto farlo senza parlarmene!  In  me  accettare
    sarebbe  una  scelleraggine;  in te eseguire sarebbe stato rendermi un
    buon servizio.  Devi sapere che non  il mio profitto che guida il mio
    onore;  ma il mio onore che guida quello.  Rimpiangi che la tua lingua
    abbia cos tradito il tuo atto: se l'azione fosse stata compiuta a mia
    insaputa,  in seguito l'avrei trovata ben fatta,  ma  adesso  la  devo
    condannare. Desisti, e bevi.
    MENA (a parte): Per questo, mai pi seguir la tua indebolita fortuna.
    Chi  cerca  e  non prende una cosa allorch gli viene offerta,  non la
    trover mai pi.
    POMPEO: Questo brindisi a Lepido!
    ANTONIO: Portatelo a riva. Lo far io per lui, Pompeo.
    ENOBARBO: Alla vostra salute, Mena!
    MENA: Benvenuto, Enobarbo!
    POMPEO: Riempite finch la coppa sia scosta.
    ENOBARBO: Ecco un uomo robusto, Mena.
    (Addita il Servo che porta via Lepido).
    MENA: Perch?
    ENOBARBO: Egli trasporta la terza parte del mondo, amico: non vedete?
    MENA: Allora la terza parte  ebra:  vorrei  che  tutto  il  mondo  lo
    fosse, cos tutto andrebbe d'incanto.
    ENOBARBO: Bevete; accrescete la baldoria.
    MENA: Venite.
    POMPEO: Questo non  ancora un festino alessandrino.
    ANTONIO: Ma vi si avvicina.  Spillate i barili',  ol!  Alla salute di
    Cesare!
    CESARE: Ne farei volentieri a meno.  E' una fatica mostruosa quando mi
    lavo il cervello e pi mi s'intorbida.
    ANTONIO: Siate figlio delle circostanze.
    CESARE:  Fate  il  vostro  brindisi  ed  io  risponder: ma preferirei
    digiunare quattro giorni di seguito che bere tanto in uno solo.
    ENOBARBO (ad Antonio): Ah,  mio  valoroso  generale!  Dobbiamo  adesso
    danzare il baccanale egiziano e celebrare le nostre libagioni?
    POMPEO: Facciamolo buon soldato.
    ANTONIO:  Ors,  prendiamoci tutti per mano,  finch il vino vincitore
    non abbia sprofondato i nostri sensi in un molle e soave Lete.
    ENOBARBO: Prendiamoci tutti per mano.  Bombardate le  nostre  orecchie
    con  musica fragorosa: frattanto vi metter ai vostri posti,  e quindi
    quel fanciullo canter;  e ognuno ripeter il  ritornello  cos  forte
    quanto forte riusciranno a intonarlo i suoi robusti polmoni.
    (La musica suona. Enobarbo li dispone uniti per le mani).

    CANZONE.
    Vien, paffuto re del vino,
    Bacco, facci l'occhiolino!
    Anneghiamo i guai nel nappo,
    coroniamoci di grappoli.
    Mesci, fin che il mondo giri,
    mesci, fin che il mondo giri!

    CESARE:  Che  vorreste  di pi?  Pompeo,  buona notte.  Buon fratello,
    permettete che vi conduca via: le nostre cure pi gravi guardan  bieco
    questa leggerezza.  Gentili signori,  separiamoci; vedete che ci siamo
    infuocati le guance: il forte Enobarbo  pi debole del vino e la  mia
    stessa  lingua balbetta ci che dice: la sfrenata ebbrezza ci ha quasi
    trasformati tutti in buffoni.  Perch aggiungere altre  parole?  Buona
    notte. Buon Antonio, la vostra mano.
    POMPEO: Vi metter alla prova sulla spiaggia.
    ANTONIO: Va bene, signore. Datemi la vostra mano.
    POMPEO:  Oh,  Antonio,  voi  possedete la casa di mio padre...  ma che
    importa? siamo amici. Suvvia, scendiamo nella barca.
    ENOBARBO: Fate attenzione a non cadere.
    (Escono tutti, fuorch Enobarbo e Mena)
    Mena, non voglio scendere a terra.
    MENA: No,  andiamo nella mia cabina.  Quei tamburi!  quelle  trombe  e
    flauti!  Suvvia!  Nettuno  senta che diamo un fragoroso addio a questi
    grandi compagni: suonate e andate a farvi impiccare! Suonate!
    (Musica di trombe e tamburi).
    ENOBARBO: Oh, dico. Ecco il mio berretto.
    MENA: Oh! Nobile capitano, venite.
    (Escono).








    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Una pianura in Siria.

    (Entra VENTIDIO come in trionfo con SILIO ed altri Romani, Ufficiali e
    Soldati; innanzi a lui viene recato il cadavere di Pacoro).
    VENTIDIO: Ora,  o saettanti Parti,  siete vinti e  adesso  la  fortuna
    soddisfatta mi fa vendicatore della morte di Marco Crasso.  Portate il
    corpo del figlio del re dinanzi al nostro  esercito.  Il  tuo  Pacoro,
    Orode, paga cos per Marco Crasso.
    SILIO: Nobile Ventidio,  mentre ancora la tua spada  calda del sangue
    dei Parti,  insegui i Parti fuggitivi: scorri attraverso la Media,  la
    Mesopotamia  e  pei  ricoveri in cui si rifugiano i vinti: cos il tuo
    comandante supremo Antonio  ti  porr  sul  carro  trionfale  mettendo
    ghirlande sul tuo capo.
    VENTIDIO: O Silio,  Silio,  ho fatto abbastanza: un subalterno, notalo
    bene,  corre il rischio di compiere un'azione  troppo  grande;  impara
    questo,  Silio:    preferibile  non fare una cosa piuttosto che colla
    nostra azione acquistarci una gloria troppo alta,  allorch colui  che
    serviamo    lungi.  Cesare e Antonio hanno vinto sempre pi per mezzo
    dei loro ufficiali che personalmente: Sossio,  che aveva il mio  posto
    in  Siria  ed  era  suo luogotenente,  per avere accumulato una rapida
    rinomanza, che egli raggiunse prestissimo, perse il suo favore.  Colui
    che in guerra fa pi di quel che non possa il suo capitano, diventa il
    capitano   del  suo  capitano:  e  l'ambizione,   virt  del  soldato,
    preferisce una sconfitta ad una vittoria che lo oscuri.  Potrei far di
    pi  per  il bene di Antonio,  ma ci lo offenderebbe,  e la mia opera
    perirebbe in codesta offesa.
    SILIO: Tu possiedi,  Ventidio,  le doti senza le quali il soldato e la
    sua  spada  poco  si  distinguerebbero l'uno dall'altra.  Scriverai ad
    Antonio?
    VENTIDIO: Gli esporr umilmente ci che abbiamo compiuto nel suo nome,
    che  magica parola di guerra: come,  coi  suoi  stendardi  e  le  sue
    schiere  ben  pagate,  abbiamo  scacciata esausta dal campo la non mai
    prima battuta cavalleria dei Parti.
    SILIO: Dove si trova adesso?
    VENTIDIO: Sta dirigendosi  su  Atene:  dove,  con  la  fretta  che  ci
    conceder  tutto  il bottino che dovremo portarci dietro,  compariremo
    dinanzi a lui. Avanti, laggi; sfilate!
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Roma. Un'anticamera nella casa di Cesare.

    (Entrano AGRIPPA da una porta, e ENOBARBO da un'altra).
    AGRIPPA: E che, i fratelli si sono separati?
    ENOBARBO: Si sono sbrigati di Pompeo;  egli se n' andato;  gli  altri
    tre stanno suggellando il trattato. Ottavia piange perch deve lasciar
    Roma,  Cesare  triste, e Lepido, dopo il festino di Pompeo, come dice
    Mena,  verde dal male.
    AGRIPPA: Quel nobile Lepido!
    ENOBARBO: Un bravissimo uomo: e come ama Cesare!
    AGRIPPA: E come intensamente adora Marco Antonio!
    ENOBARBO: Cesare? E' proprio il Giove degli uomini.
    AGRIPPA: Cos' Antonio? Il dio di Giove.
    ENOBARBO: Parlavate di Cesare? Come! Non ha eguali!
    AGRIPPA: O Antonio! O uccello d'Arabia!
    ENOBARBO: Se volete lodare Cesare, dite Cesare: non andate oltre.
    AGRIPPA: In verit, li ha colmati entrambi di lodi eccellenti.
    ENOBARBO: Ma egli preferisce  Cesare;  pure  ama  anche  Antonio.  Oh,
    cuori,  lingue,  numeri,  scribi,  bardi,  poeti, non possono pensare,
    dire,  contare,  scrivere,  cantare,  versificare  il  suo  amore  per
    Antonio.  Ma  per  quanto  si  riferisce  a  Cesare,  inginocchiatevi,
    inginocchiatevi e ammirate.
    AGRIPPA: Egli li ama entrambi.
    ENOBARBO: Essi sono le sue elitre ed egli il loro scarabeo.  (Suono di
    tromba al di dentro) Bene,  questa tromba ci chiama a cavallo.  Addio,
    nobile Agrippa.
    AGRIPPA: Buona fortuna, degno soldato, e addio.

    (Entrano CESARE, ANTONIO, LEPIDO e OTTAVIA).

    ANTONIO: Non pi oltre, signore.
    CESARE: Mi togliete una gran parte di me stesso;  trattatemi  bene  in
    lei.  Sorella, mostratevi tal moglie quale vi fanno i miei pensieri, e
    cos che la mia pi estesa promessa possa essere superata dalla  prova
    della vostra condotta.  Nobilissimo Antonio,  fate s che questa virt
    che  posta tra noi come il cemento del nostro amore per  tenerlo  ben
    saldo,  non  si  trasformi  nell'ariete per sconquassarne la fortezza;
    poich meglio sarebbe essere amici senza ricorrere a questo mezzo,  se
    tale mezzo non sar amato da entrambi.
    ANTONIO: Non mi offendete colla vostra sfiducia.
    CESARE: Ho detto.
    ANTONIO:  Per  quanta  cura  ve ne prendiate,  non troverete la minima
    causa di ci che sembrate temere: ebbene,  che gli di vi proteggano e
    facciano s che i Romani servano ai vostri fini! Separiamoci qui.
    CESARE: Addio, mia carissima sorella, sta' bene; gli elementi ti siano
    propizi, e portino ogni conforto ai tuoi spiriti! Addio.
    OTTAVIA: Mio nobile fratello!
    ANTONIO:  L'aprile    nei  suoi  occhi:  la primavera dell'amore,  e
    queste sono le piogge che l'annunziano. State lieta.
    OTTAVIA: Signore, custodite bene la casa del mio sposo, e...
    CESARE: Cosa, Ottavia?
    OTTAVIA: Ve lo dir in un orecchio.
    ANTONIO: La sua lingua non vuole obbedire al  suo  cuore,  n  il  suo
    cuore  pu istruire la sua lingua;  ella  simile alla piuma del cigno
    che galleggia sui flutti ad alta marea senza piegarsi n da un lato n
    dall'altro.
    ENOBARBO (a parte ad Agrippa): Cesare pianger?
    AGRIPPA (a parte a Enobarbo): Ha un'ombra sul volto.
    ENOBARBO (a parte ad Agrippa): Sarebbe un male per  lui  se  fosse  un
    cavallo, e lo  essendo egli un uomo.
    AGRIPPA (a parte a Enobarbo): Ebbene, Enobarbo, quando Antonio vide il
    cadavere di Giulio Cesare,  pianse come se ruggisse; e pianse quando a
    Filippi vide il trucidato Bruto.
    ENOBARBO (a parte ad Agrippa): In quell'anno infatti era tormentato da
    un reuma;  egli lament ci  che  aveva  annientato  intenzionalmente;
    quando vedrete piangere cos me, allora s che dovrete credermi.
    CESARE: No, dolce Ottavia, avrete sempre mie notizie: il tempo durante
    il quale rimarrete assente non superer mai il mio pensiero per voi.
    ANTONIO:  Suvvia,  signore,  suvvia;  lotter  con voi nella mia forza
    d'amore: guardate,  io vi stringo al  mio  petto,  e  cos  vi  lascio
    andare, affidandovi agli di.
    CESARE: Addio, siate felici!
    LEPIDO: Che le innumerevoli stelle rischiarino il tuo dolce cammino!
    CESARE: Addio, addio!
    (Bacia Ottavia).
    ANTONIO: Addio!
    (Suono di trombe. Escono).


    SCENA TERZA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra.

    (Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA ed ALESSA).
    CLEOPATRA: Dov' quell'uomo?
    ALESSA: Ha quasi paura di presentarsi.
    CLEOPATRA: Su, su!
    (Entra un Messaggero).
    Vieni qua, messere.
    ALESSA: Buona Maest,  Erode di Giudea non osa sollevare lo sguardo su
    voi se non quando siete ben disposta.
    CLEOPATRA: Avr la testa  di  quell'Erode:  ma  in  qual  modo  potrei
    ottenerla quando non c' Antonio per procurarmela? Avvicinati.
    MESSAGGERO: Graziosissima Maest...
    CLEOPATRA: Hai veduto Ottavia?
    MESSAGGERO: S, temuta regina.
    CLEOPATRA: Dove?
    MESSAGGERO: Signora,  a Roma;  la guardai in volto e la vidi avanzarsi
    tra suo fratello e Marco Antonio.
    CLEOPATRA: E' alta come me?
    MESSAGGERO: No, signora.
    CLEOPATRA: L'hai sentita parlare? Ha la voce acuta o bassa?
    MESSAGGERO: Signora, l'ho sentita parlare: ha la voce bassa.
    CLEOPATRA: Ci non va tanto bene. Egli non potr amarla a lungo.
    CARMIANA: Amarla! O Iside! E' impossibile.
    CLEOPATRA: Sembra anche a me,  Carmiana: di voce cupa  e  nana.  Vi  
    qualche maest nel suo incedere?  Ricorda, se mai posasti gli occhi su
    una vera maest.
    MESSAGGERO: Ella si trascina: il moto  e  lo  stare  in  lei  sono  la
    medesima  cosa:  mostra  pi un corpo che una vita ed  pi una statua
    che un essere animato.
    CLEOPATRA: E' proprio certo?
    MESSAGGERO: O io non so osservare.
    CARMIANA: Non vi sono tre uomini in Egitto che possano fare pi esatte
    osservazioni.
    CLEOPATRA: Egli  molto accorto, me ne avvedo; non vi  proprio niente
    in lei: quest'uomo ha buon giudizio.
    CARMIANA: Eccellente.
    CLEOPATRA: Dimmi a un dipresso i suoi anni, te ne prego.
    MESSAGGERO: Signora, ella era vedova...
    CLEOPATRA: Vedova! Carmiana ascolta.
    MESSAGGERO: E credo che abbia trent'anni.
    CLEOPATRA: Ti rammenti il suo volto?  allungato o rotondo?
    MESSAGGERO: Rotondo fino all'eccesso.
    CLEOPATRA: La maggior parte di coloro che sono cos sono sciocchi. E i
    capelli di che colore?
    MESSAGGERO: Bruni,  signora;  e la sua fronte cos bassa  quanto  ella
    possa desiderarla.
    CLEOPATRA:  Ecco  dell'oro per te.  Non devi prendere in mala parte la
    mia asprezza di prima: ti impiegher di nuovo:  ti  trovo  adattissimo
    per gli affari. Va' a prepararti, le nostre lettere sono pronte.
    (Esce il Messaggero).
    CARMIANA: Un uomo come si deve.
    CLEOPATRA:  S,  veramente: mi pento molto di averlo cos maltrattato.
    Ebbene mi sembra che, a sentir lui, quella creatura non sia gran cosa.
    CARMIANA: Nulla, signora.
    CLEOPATRA: Quell'uomo ha qualche esperienza della  maest  e  dovrebbe
    intendersene.
    CARMIANA: Se ha esperienza della maest?  Iside ne guardi!  lui che vi
    ha servito per tanto tempo!
    CLEOPATRA: Ho ancora una cosa da domandargli,  buona Carmiana: ma  non
    importa;  tu me lo condurrai laddove star a scrivere.  Tutto potrebbe
    ancora accomodarsi.
    CARMIANA: Ve lo garantisco, signora.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Atene. Una stanza nella casa di Antonio.

    (Entrano ANTONIO e OTTAVIA).
    ANTONIO: No,  no,  Ottavia,  non solo questo,  che  sarebbe  scusabile
    insieme  a  mille altre cose di simile portata;  ma egli ha intrapreso
    una nuova guerra contro Pompeo;  ha fatto il  suo  testamento  e  l'ha
    letto  in pubblico: ha parlato inadeguatamente di me: quando per forza
    non poteva esimersi dall'usare a mio riguardo termini d'onore,  li  ha
    pronunciati  freddamente  e  debolmente;  mi  ha  misurato le lodi con
    grande ristrettezza;  quando gli si presentava la  migliore  occasione
    egli non la prendeva o parlava solo a denti stretti.
    OTTAVIA:  Oh  mio  buon  signore,  non credete a tutto;  o,  se dovete
    credere,  non vi irritate di tutto.  Nessuna donna pi infelice se mai
    tale  divisione  accadr  -  si  sar trovata frammezzo,  pregando per
    entrambi voi: i buoni di mi scherniranno subito quando pregher: Oh,
    benedite il mio signore e marito! e poi  annuller  questa  preghiera
    gridando  con  eguale  forza: Oh,  benedite mio fratello!.  Vinca il
    marito o vinca il fratello,  una preghiera distrugge l'altra;  non c'
    alcuna via di mezzo tra questi due estremi.
    ANTONIO: Gentile Ottavia,  lasciate che la vostra preferenza si diriga
    verso quell'oggetto che cerca di conservare meglio il vostro amore. Se
    perdo il mio onore, perdo me stesso: meglio non esser vostro che esser
    vostro cos sfrondato. Ma, come avete chiesto, voi stessa interverrete
    tra noi: nel frattempo,  signora far i preparativi per una guerra che
    eclisser  vostro  fratello.  Affrettatevi  quanto  lo potete;  cos i
    vostri desideri saranno esauditi.
    OTTAVIA: Grazie al mio signore.  Il potente Giove faccia di me,  tanto
    debole,  la  vostra  riconciliatrice!  Le guerre tra voi due sarebbero
    come se il mondo si fendesse e bisognasse colmare  la  voragine  cogli
    uomini uccisi.
    ANTONIO: Quando vi sar manifesto chi ne sia stata l'origine,  volgete
    il vostro cruccio in quella direzione;  poich  le  nostre  colpe  non
    possono  mai  essere  tanto  simili  da  permettere al vostro amore di
    parteggiare per esse in  misura  eguale.  Preparatevi  alla  partenza;
    sceglietevi  coloro  che debbono accompagnarvi,  e comandate qualunque
    spesa il vostro cuore desideri.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - La stessa. Un altra stanza.

    (Entrano ENOBARBO ed EROTE, che s'incontrano).
    ENOBARBO: Come va, amico Erote!
    EROTE: Sono giunte strane notizie, signore.
    ENOBARBO: E quali?
    EROTE: Cesare e Lepido hanno dichiarato guerra a Pompeo.
    ENOBARBO: E' cosa vecchia: qual  il risultato?
    EROTE: Cesare,  dopo essersene servito  nelle  guerre  contro  Pompeo,
    ultimamente  ha rifiutato di considerarlo suo pari;  non ha voluto che
    egli condividesse la gloria dell'azione, e,  non limitandosi a questo,
    lo accusa di avere scritto in precedenza delle lettere a Pompeo; sulla
    sua  propria  accusa  lo  arresta  e  cosi il povero terzo  rinchiuso
    finch la morte non allarghi la sua prigione.
    ENOBARBO: Allora,  o mondo,  hai solamente un paio di mascelle,  e non
    pi;  e se vi getti in mezzo tutto il cibo che hai,  esse seguiteranno
    ad arrotarsi tra loro. Dov' Antonio?
    EROTE: Passeggia nel giardino... cos;  e scaccia col piede i fuscelli
    che  si  trovano  sul  suo  cammino,  grida  Sciocco  d'un Lepido! e
    minaccia di far tagliare la gola di  quel  suo  ufficiale  che  uccise
    Pompeo.
    ENOBARBO: La nostra flotta  pronta.
    EROTE:  Per  l'Italia  e Cesare.  Inoltre,  Domizio: il mio signore vi
    desidera al pi presto;  avrei potuto comunicarvi queste  notizie  pi
    tardi.
    ENOBARBO: Sar una cosa di nulla; ma sia pure. Conducimi da Antonio.
    EROTE: Venite, signore.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Roma. La casa di Cesare.

    (Entrano CESARE, AGRIPPA e MECENATE).
    CESARE:  Tenendo  Roma  in  dispregio,  ha fatto tutto questo e pi ad
    Alessandria,  ed ecco in qual modo: nella piazza del mercato,  su  una
    tribuna  d'argento  lui  e Cleopatra furono pubblicamente insediati su
    seggi d'oro: ai loro piedi sedeva Cesarione,  che dicono figlio di mio
    padre,  e  tutta  l'illegale  progenie  che,  da  quel tempo,  la loro
    lussuria ha procreato.  Ad essa egli affid il governo d'Egitto,  e la
    fece regina assoluta della bassa Siria, dl Cipro e di Lidia.
    MECENATE: E ci pubblicamente?
    CESARE: Nella pubblica piazza, dove si fanno gli esercizi. L proclam
    i suoi figli re dei re; dette ad Alessandro la Grande Media, la Partia
    e l'Armenia; a Tolomeo assegn la Siria, la Cilicia e la Fenicia. Ella
    apparve  in  quel  giorno nei paramenti della dea Iside;  e spesso gi
    prima aveva dato udienza, come si racconta, in tale veste.
    MECENATE: Bisogna che Roma ne sia informata.
    AGRIPPA: E Roma,  gi disgustata della sua insolenza,  ritrarr da lui
    la sua buona opinione.
    CESARE: Il popolo lo sa, ed ha ricevuto adesso le sue lagnanze.
    AGRIPPA: E chi dunque accusa?
    CESARE: Cesare: e dice che,  avendo spogliato in Sicilia Sesto Pompeo,
    non gli abbiamo assegnata la sua parte dell'isola: inoltre  egli  dice
    di  avermi  prestato delle navi che non gli sono state restituite;  in
    ultimo si lagna perch Lepido  stato deposto dal triumvirato e perch
    ci tratteniamo tutte le sue rendite.
    MECENATE: Signore, bisognerebbe rispondere a ci.
    CESARE: E' gi fatto,  e il messaggero  partito.  Gli  ho  detto  che
    Lepido  era  diventato  troppo  crudele,  che  abusava  della sua alta
    autorit e che meritava un tale cambiamento di fortuna;  di ci che ho
    conquistato gli concedo una parte, ma per esigo altrettanto della sua
    Armenia e degli altri regni da lui conquistati.
    MECENATE: Non condiscender mai a questo.
    CESARE: E allora nemmeno noi cederemo alla sua richiesta.

    (Entra OTTAVIA col suo Seguito).

    OTTAVIA: Salute, Cesare, mio signore! Salute, carissimo Cesare!
    CESARE:  Chi  avrebbe  mai  immaginato che un giorno ti avrei chiamata
    reietta!
    OTTAVIA: Non mi avete chiamata cos, e non ne avete ragione.
    CESARE: Perch siete giunta cos all'improvviso?  Voi non venite  come
    una sorella di Cesare: la moglie di Antonio dovrebbe avere un esercito
    per  precederla,  e i nitriti dei cavalli dovrebbero annunciare il suo
    avvicinarsi prima assai della sua apparizione;  gli  alberi  lungo  la
    strada  dovrebbero  essere carichi di persone e l'aspettativa languire
    in attesa di ci che le manca;  s,  la polvere sarebbe dovuta  salire
    fino al tetto del cielo sollevata dalle vostre innumerevoli truppe. Ma
    voi siete giunta a Roma come una ragazza del mercato e avete prevenuto
    l'omaggio del nostro amore che, se si trascura di mostrarlo, spesso si
    disamora.  Vi saremmo venuti incontro per mare e per terra, rendendovi
    ad ogni tappa un omaggio pi grande.
    OTTAVIA: Mio buon signore, non fui costretta a venire in tal modo,  ma
    lo  feci  di  mia  spontanea volont.  Il mio signore,  Marco Antonio,
    sentendo che vi preparavate a una guerra,  ne inform il mio  orecchio
    dolente; e per questo lo pregai che mi lasciasse tornare.
    CESARE: La qual cosa egli presto vi concesse,  essendo voi un ostacolo
    tra lui e la sua lussuria.
    OTTAVIA: Non dite cos, mio signore.
    CESARE: Gli tengo gli occhi addosso e le  cose  sue  mi  giungono  sul
    vento. Dov' adesso?
    OTTAVIA: Mio signore, in Atene.
    CESARE: No,  mia troppo offesa sorella; Cleopatra l'ha richiamato a s
    con un cenno.  Egli ha abbandonato il suo impero a una puttana ed  ora
    arruolano  per  la  guerra  i re del mondo.  Ha radunato Bocco,  re di
    Libia;  Archelao di Cappadocia;  Filadelfo,  re di Paflagonia;  il  re
    trace,  Adalla;  il  re  Malco  di Arabia;  il re del Ponto;  Erode di
    Giudea; Mitridate, re di Comagene; Polemone e Aminta, re della Media e
    di Licaonia, insieme a una pi ampia lista di scettri.
    OTTAVIA: Ahim,  infelicissima,  che ho il cuore diviso tra due  amici
    che si affliggono reciprocamente!
    CESARE:  Benvenuta  qui:  le  vostre lettere hanno ritardato la nostra
    rottura fino al momento in cui ci  accorgemmo  in  qual  modo  eravate
    insultata  e  che  noi  stessi  eravamo in un pericolo cagionato dalla
    nostra stessa negligenza.  Rincuoratevi: non lasciatevi turbare  dalle
    circostanze  che adducono sul vostro piacere queste due necessit,  ma
    lasciate senza lamento che quanto   decretato  segua  la  sua  strada
    verso il destino.  Benvenuta a Roma;  nulla potrebbe essermi pi caro.
    Voi siete stata offesa oltre i limiti del pensiero;  e gli  alti  di,
    per rendervi giustizia,  hanno scelto per ministri noi e quelli che vi
    amano. Confortatevi, e siate sempre benvenuta tra noi.
    AGRIPPA: Benvenuta, signora.
    MECENATE: Benvenuta,  cara signora.  Ogni  cuore  in  Roma  vi  ama  e
    compiange:  solo l'adultero Antonio,  sfrenato nelle sue abominanioni,
    vi respinge e affida la  sua  potente  autorit  a  una  bagascia  che
    sbraita contro di noi.
    OTTAVIA: E' proprio cos, signore?
    CESARE:  E'  certissimo.  Sorella,  benvenuta: vi prego,  siate sempre
    paziente, mia carissima sorella!
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Vicino ad Azio. Il campo di Antonio.

    (Entrano CLEOPATRA ed ENOBARBO).
    CLEOPATRA: Regoler i conti con te, non dubitare.
    ENOBARBO: Ma perch, perch, perch?
    CLEOPATRA: Ti sei opposto alla mia partecipazione a questa  guerra,  e
    dici che non sarebbe opportuna.
    ENOBARBO: Ebbene, forse che lo ?
    CLEOPATRA: Anche se la guerra non fosse stata dichiarata a noi, perch
    non dovremmo parteciparvi personalmente?
    ENOBARBO (a parte): Bene,  potrei rispondere che se dovessimo servirci
    insieme di cavalli  e  giumente,  i  cavalli  sarebbero  semplicemente
    perduti;  le  giumente  si  porterebbero  ciascuna un soldato e il suo
    cavallo.
    CLEOPATRA: Cosa dite?
    ENOBARBO: La vostra presenza deve certamente  imbarazzare  Antonio,  e
    togliere dal suo cuore, dal suo cervello, dal suo tempo ci che adesso
    non  dovrebbe  esserne  distratto.   Egli    gi  stato  imputato  di
    leggerezza,  e si dice a Roma che l'eunuco Fotino e  le  vostre  donne
    dirigono questa guerra.
    CLEOPATRA: Roma sprofondi e marciscano le lingue di coloro che parlano
    contro  di  noi!  Io  sopporto  un  peso  in  questa  guerra  e,  come
    governatrice del mio  regno,  vi  comparir  in  qualit  d'uomo.  Non
    parlate contro di ci; non voglio rimanere indietro.
    ENOBARBO: Va bene, ho finito. Ecco il generale.

    (Entrano ANTONIO e CANIDIO).
    ANTONIO: Non  strano,  Canidio,  che da Taranto a Brindisi egli abbia
    cos rapidamente potuto tagliare  il  mare  Ionio  e  impadronirsi  di
    Torna? Ne avete sentito parlare, mia cara?
    CLEOPATRA: La rapidit non  mai tanto ammirata quanto dai pigri.
    ANTONIO:  Un  buon  rabbuffo  che potrebbe adattarsi al migliore degli
    uomini, lo scagliarsi contro la fiacchezza.  Canidio,  lo combatteremo
    per mare.
    CLEOPATRA: Per mare: sarebbe forse possibile altrove?
    CANIDIO: E perch il mio signore vuol far questo?
    ANTONIO: Perch a questo egli ci provoca.
    ENOBARBO:   Il   mio   signore   l'ha   gi  sfidato  a  un  singolare
    combattimento.
    CANIDIO: S,  e a sostenere  questo  combattimento  a  Farsaglia  dove
    Cesare  combatt  con  Pompeo;  ma  egli scarta quelle offerte che non
    servono al suo vantaggio, e cos dovreste far voi.
    ENOBARBO: Le vostre navi non  sono  ben  fornite  d'uomini,  i  vostri
    marinai  sono mulattieri,  gente raccolta affrettatamente con una leva
    forzata: nella flotta di  Cesare  vi  sono  quelli  che  hanno  spesso
    combattuto  contro  Pompeo:  le  loro  navi  sono  leggere e le vostre
    pesanti.  Nessuna vergogna vi verr se rifiutate  di  combatterlo  per
    mare, essendo preparato per terra.
    ANTONIO: Per mare, per mare.
    ENOBARBO:   Degnissimo   signore   con  ci  voi  annullate  la  somma
    reputazione militare di cui  godete  per  terra;  dividete  il  vostro
    esercito  che  consiste  principalmente di fanti agguerriti;  lasciate
    inerte  la  vostra  rinomata  perizia,  abbandonate  completamente  il
    cammino che promette il successo, e, da una ferma certezza, vi date in
    bala unicamente al caso e alla sorte.
    ANTONIO: Combatter per mare.
    CLEOPATRA: Ho sessanta vele e Cesare non ne ha di migliori.
    ANTONIO:  Bruceremo  il  nostro  sovrappi  di  navi;   e  col  resto,
    completamente equipaggiato,  combatteremo  l'avanzata  dl  Cesare  dal
    promontorio  d'Azio.  Ma  se  perdiamo,  allora potremo combattere per
    terra.
    (Entra un Messaggero).
    Che vuoi?
    MESSAGGERO: La notizia  sicura, mio signore;  egli  stato avvistato;
    Cesare ha preso Torna.
    ANTONIO:  Pu darsi che egli sia l in persona?   impossibile;   gi
    strano che vi sia il suo esercito. Canidio, tu comanderai per terra le
    nostre diciannove legioni e i  nostri  dodicimila  cavalieri.  Noi  ci
    recheremo alla nostra nave: andiamo, mia Tetide!
    (Entra un Soldato).
    Che c', degno soldato?
    SOLDATO: Oh nobile generale,  non combattete per mare; non vi affidate
    a delle tavole imputridite. Potete non prestar fede a questa spada e a
    queste mie ferite? Lasciate che gli Egiziani e i Fenici se ne vadano a
    guazzare come le oche; noi siamo abituati a vincere stando sul terreno
    e combattendo piede a piede.
    ANTONIO: Bene, bene: andiamo.
    (Escono Antonio, Cleopatra ed Enobarbo).
    SOLDATO: Per Ercole, credo di aver ragione.
    CANIDIO: S, soldato; ma tutta la sua azione guerresca non si sviluppa
    dal lato della sua vera forza: cos il nostro condottiero   condotto,
    e noi siamo uomini in mano di donne.
    SOLDATO: Voi guidate per terra le legioni e tutta la cavalleria, non 
    vero?
    CANIDIO: Marco Ottavio,  Marco Giusteio, Publicola e Celio si terranno
    sul mare: ma noi abbiamo il comando supremo per terra.  La rapidit di
    Cesare supera ogni credenza.
    SOLDATO:  Mentre egli era ancora in Roma,  il suo esercito avanzava in
    distaccamenti cos piccoli da ingannare tutte le spie.
    CANIDIO: Sapete chi sia il suo luogotenente?
    SOLDATO: Dicono che sia un certo Tauro.
    CANIDIO: Lo conosco bene.

    (Entra un Messaggero).

    MESSAGGERO: Il generale chiede di Canidio.
    CANIDIO: Il tempo  gravido di notizie ed ogni  minuto  ne  partorisce
    qualcuna.
    (Escono).


    SCENA OTTAVA - Una pianura vicino ad Azio.

    (Entrano CESARE e TAURO col suo esercito in marcia).
    CESARE: Tauro!
    TAURO: Mio signore?
    CESARE:  Non  combattere  per terra;  mantienti unito: non provocare a
    battaglia,  finch non avremo finito per  mare.  Non  oltrepassare  le
    prescrizioni  di  questo  scritto: la nostra fortuna dipende da questo
    azzardo.
    (Escono).




    SCENA NONA - Un'altra parte della pianura.

    (Entrano ANTONIO ed ENOBARBO).
    ANTONIO: Disponiamo i nostri squadroni su quel fianco  della  collina,
    in  vista  delle  schiere  di Cesare;  da quel luogo potremo vedere il
    numero delle navi e procedere di conseguenza.
    (Escono).


    SCENA DECIMA - Un'altra parte della pianura.

    (Entrano da un lato CANIDIO, marciando col suo Esercito,  e dall'altro
    TAURO,  il  luogotenente  di Cesare,  col suo Esercito.  Dopo che sono
    usciti si ode il fragore  di  una  battaglia  navale.  Allarme.  Entra
    ENOBARBO).
    ENOBARBO:  Rovina,  rovina,  tutto  rovina!  Non posso guardare pi a
    lungo. L'Antoniade, l'ammiraglia egiziana, con tutte le sessanta navi,
    fugge voltando il timone:  uno spettacolo che mi consuma gli occhi.

    (Entra SCARO).

    SCARO: Di e dee, e tutto il loro sinodo!
    ENOBARBO: Che hai da disperarti?
    SCARO: Il pi grande pezzo del mondo  perduto per mera  stupidaggine;
    abbiamo sprecati in baci regni e province.
    ENOBARBO: Come si presenta il combattimento?
    SCARO:  Dalla  nostra  parte,  simile  alla  peste bubbonica che porta
    sicura morte.  Quella infiocchettata giumenta  d'Egitto...  -  che  la
    colga  la  lebbra!  -  nel  mezzo  della  battaglia,  quando  le sorti
    apparivano come due gemelle della medesima et,  o meglio,  quando  la
    nostra  sembrava  la  maggiore,  punta  dal  tafano  come una vacca in
    giugno, alza le vele e si d alla fuga.
    ENOBARBO: Anch'io l'ho veduto: i miei occhi  si  ammalarono  a  quello
    spettacolo, e non poterono sopportare pi a lungo la vista.
    SCARO: Una volta che ella ebbe virato,  Antonio,  la nobile rovina dei
    suoi incantesimi,  dispiega  la  sua  ala  marina,  e  come  un'anitra
    impazzita lasciando il combattimento nel suo apogeo,  le corre dietro:
    non ho mai veduto un'azione  cos  vergognosa;  esperienza,  virilit,
    onore, mai prima furono violati in tal maniera.
    ENOBARBO: Ahim, ahim!

    (Entra CANIDIO).

    CANIDIO:  La  nostra  fortuna  sul  mare ha perso il fiato e sprofonda
    lamentevolmente.  Se il nostro generale fosse stato ci che sapeva  di
    essere  sarebbe andata bene: oh,  egli ci ha dato l'esempio della fuga
    molto flagrantemente per mezzo della sua!
    ENOBARBO: Come, siete a tanto? Ebbene, allora buona notte davvero.
    CANIDIO: Essi sono fuggiti verso il Peloponneso.
    SCARO: E' facile giungervi, e l attender ci che verr in seguito.
    CANIDIO: Mi voglio arrendere a Cesare  colle  mie  legioni  e  la  mia
    cavalleria: gi sei re mi indicano la via della resa.
    ENOBARBO: Voglio ancora seguire la sorte ferita di Antonio, sebbene la
    mia ragione si volga col vento contro di me.
    (Escono).


    SCENA UNDICESIMA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra.

    (Entra ANTONIO col Seguito).
    ANTONIO:  Udite!  la  terra mi comanda di non calpestarla pi a lungo;
    ella ha vergogna di portarmi.  Amici,  venite qua: ho tanto  indugiato
    nel  mondo  che  ho perso la strada per sempre.  Ho un vascello carico
    d'oro; prendetelo e dividetevelo; fuggite e fate pace con Cesare.
    TUTTI: Fuggire? Noi no.
    ANTONIO: Io stesso sono fuggito e ho insegnato ai codardi a correre ed
    a mostrare le spalle.  Amici,  andatevene;  io  stesso  ho  deciso  di
    seguire una via che non ha bisogno di voi, andatevene: il mio tesoro 
    nel porto, prendetelo. Oh, ho seguito ci che arrossisco a guardare: i
    miei  capelli  stessi  si  rivoltano,  poich i bianchi rinfacciano ai
    bruni la loro inconsideratezza,  e questi  la  paura  e  la  follia  a
    quelli.  Amici,  andatevene:  ricevete  da  me delle lettere per degli
    amici che vi apriranno la via.  Vi  prego,  non  siate  tristi  e  non
    rispondetemi  con  riluttanza:  approfittate  del  partito  che la mia
    disperazione vi offre;  abbandonate colui  che  abbandona  se  stesso:
    andiamo  diritto  alla spiaggia: voglio consegnarvi quella nave e quel
    tesoro. Lasciatemi per un poco, vi prego: adesso vi prego; s, fatelo,
    poich in verit ho perduto il  diritto  di  comandare,  e  quindi  vi
    prego; vi rivedr tra poco.
    (Si siede).

    (Entra CLEOPATRA sorretta da CARMIANA e da IRA; EROTE le segue).

    EROTE: Suvvia, gentile signora, recatevi da lui e confortatelo.
    IRA: Fatelo, carissima regina.
    CARMIANA: Fatelo! Che altro potreste fare di meglio?
    CLEOPATRA: Lasciate che mi sieda. Oh, Giunone!
    ANTONIO: No, no, no, no.
    EROTE: Vedete chi  qui, signore?
    ANTONIO: Oh vergogna, vergogna, vergogna!
    CARMIANA: Signora...
    IRA: Signora, oh buona imperatrice!
    EROTE: Signore, signore!
    ANTONIO: S,  mio signore, s; egli a Filippi portava la spada come un
    danzatore, mentre io colpivo il magro e grinzoso Cassio;  e fui io che
    finii  il  pazzo  Bruto;  Egli  combatteva soltanto per mezzo dei suoi
    luogotenenti  e  non  aveva  alcuna  pratica  nelle   ardite   squadre
    guerresche: eppure adesso... Non importa.
    CLEOPATRA: Ah! Sostenetemi.
    EROTE: La regina, mio signore, la regina.
    IRA:  Andate  da  lui,  signora,  parlategli:  egli    sfibrato dalla
    vergogna.
    CLEOPATRA: Via, sostenetemi: oh!
    EROTE: Nobilissimo signore,  levatevi;  la regina si avvicina: la  sua
    testa    reclinata  e  la  morte  la  prender,  a meno che il vostro
    conforto non la salvi.
    ANTONIO: Ho offeso la mia reputazione: la pi bassa delle aberrazioni.
    EROTE: Signore, la regina.
    ANTONIO: Oh,  dove mi hai condotto,  Egiziana?  Vedi come sottraggo la
    mia vergogna ai tuoi occhi,  riguardando quello che ho lasciato dietro
    a me distrutto nel disonore.
    CLEOPATRA: Oh mio  signore,  mio  signore,  perdonate  alle  mie  vele
    timorose! Io non pensavo che mi avreste seguita.
    ANTONIO:  Egiziana,  sapevi troppo bene che il mio cuore era legato al
    tuo timone,  e che mi avresti rimorchiato dietro di te:  conoscevi  la
    tua  supremazia  sul  mio  spirito,  e che il tuo cenno avrebbe potuto
    farmi disobbedire al comando degli di.
    CLEOPATRA: Oh, perdonate!
    ANTONIO: Adesso dovr inviare a quel giovane umili preghiere,  trovare
    espedienti  e  furberie  negli  stratagemmi  della  bassezza;  io  che
    maneggiavo come volevo met della massa del mondo facendo e disfacendo
    le fortune.  Voi sapevate fino a qual punto mi avevate  soggiogato,  e
    che la mia spada,  resa debole dal mio affetto, lo avrebbe obbedito in
    ogni cosa.
    CLEOPATRA: Perdono. perdono!
    ANTONIO: Non spargete una lacrima,  vi dico;  una sola  di  esse  vale
    tutto  ci che  stato vinto e perso: datemi un bacio,  questo basta a
    compensarmi. Abbiamo mandato il nostro precettore,   tornato?  Amore,
    mi par di pesare come piombo.  Del vino,  laggi, e le nostre vivande!
    La fortuna  sa  che  la  sfidiamo  maggiormente  quando  ella  pi  ci
    colpisce.
    (Escono).
    SCENA DODICESIMA - Egitto. Il campo di Cesare.

    (Entrano CESARE, DOLABELLA, TIREO ed altri).
    CESARE: Si avanzi quello che viene da parte di Antonio. Lo conoscete?
    DOLABELLA:  Cesare,   il suo precettore: segno che  spennacchiato se
    vi manda una piuma cos misera della sua  ala,  lui  che  aveva  re  a
    bizzeffe come messaggeri, non molte lune fa.

    (Entra EUFRONIO, ambasciatore di Antonio).

    CESARE: Avvicinati e parla.
    EUFRONIO: Tale qual sono, vengo da parte di Antonio: ero tempo fa cos
    trascurabile ai suoi fini, come la rugiada del mattino sulla foglia di
    mirto lo  per il suo grande mare.
    CESARE: Sia: manifesta il tuo incarico.
    EUFRONIO:  Egli  ti  saluta  signore  delle sue sorti,  e ti chiede di
    vivere in Egitto: se ci non gli  accordato,  limita le sue richieste
    e  ti  prega  di  lasciarlo  respirare  tra il cielo e la terra,  come
    cittadino  privato  in  Atene:  questo  per  lui.  Inoltre,  Cleopatra
    riconosce  la tua grandezza,  si sottomette alla tua potenza,  e da te
    implora la corona dei Tolomei  per  i  suoi  eredi,  che  sono  adesso
    affidati alla tua merc.
    CESARE: In quanto ad Antonio,  non ho orecchie per la sua richiesta. I
    desideri  della  regina  saranno   ascoltati,   purch   ella   scacci
    dall'Egitto  il  suo amante,  disprezzato da tutti,  o l gli tolga la
    vita; se far questo, non pregher inascoltata. Ci per entrambi.
    EUFRONIO: Che la fortuna ti segua!
    CESARE: Conducetelo attraverso le truppe.  (Esce Eufronio).  (A Tireo)
    Ora  tempo di provare la tua eloquenza; affrettati; strappa Cleopatra
    da  Antonio:  prometti,  e  nel  nome  nostro,  quanto  ella richiede;
    aggiungi altre offerte,  di tua invenzione.  Le donne non  sono  forti
    nella  sorte  propizia,  ma  il  bisogno renderebbe spergiura anche la
    vestale intatta. Prova la tua astuzia, Tireo;  stabilisci tu stesso il
    prezzo della tua fatica, che noi terremo in conto di legge.
    TIREO: Cesare, vado.
    CESARE:  Osserva  come Antonio sopporta la sua sfortuna,  e cosa pensi
    che esprima il suo contegno nell'esercizio di ogni sua facolt.
    TIREO: Lo far, Cesare.
    (Escono).


    SCENA TREDICESIMA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra.

    (Entrano CLEOPATRA, ENOBARBO, CARMIANA ed IRA).
    CLEOPATRA: Che dobbiamo fare, Enobarbo?
    ENOBARBO: Meditare e morire.
    CLEOPATRA: E Antonio, o siamo noi che ne abbiamo colpa?
    ENOBARBO: Antonio solo,  che volle mettere il suo piacere al di  sopra
    della  sua  ragione.  Che  cosa  importava  se eravate fuggita da quel
    grande apparato guerresco  le  cui  numerose  schiere  si  atterrivano
    vicendevolmente?  perch mai doveva seguirvi?  Il prurito dell'affetto
    non avrebbe dovuto allora troncare la sua abilit di  comandante;  nel
    momento  in  cui  una met del mondo si opponeva all'altra ed egli era
    l'unica ragione di contesa.  Fu una vergogna non  inferiore  alla  sua
    perdita, l'aver seguito le vostre bandiere in fuga abbandonando la sua
    flotta sbalordita.
    CLEOPATRA: Ve ne prego, tacete.

    (Entra ANTONIO coll'ambasciatore EUFRONIO).

    ANTONIO: E' questa la sua risposta?
    EUFRONIO: S, mio signore.
    ANTONIO: La regina trover dunque benevolenza se mi abbandoner.
    EUFRONIO: Cos dice.
    ANTONIO:  Informala.  Manda al fanciullo Cesare questa testa grigia ed
    egli colmer di principati i tuoi desideri.
    CLEOPATRA: Quella testa, mio signore?
    ANTONIO: Torna da lui: digli che egli  porta  con  s  la  rosa  della
    giovinezza  e  che da lui il mondo si attende qualcosa di notevole: le
    sue monete, le sue navi, le sue legioni potrebbero appartenere anche a
    un codardo i  cui  ministri  vincerebbero  tanto  al  servizio  di  un
    fanciullo  quanto  sotto  il  comando  di Cesare: io lo sfido perci a
    lasciare da parte il suo fortunato vantaggio e a misurarsi con me  gi
    declinante, spada contro spada, noi soli. Glielo scriver: seguimi.
    (Escono Antonio ed Eufronio).
    ENOBARBO  (a  parte):  S,    molto  verosimile che il potente Cesare
    voglia degradare la sua fortuna ed esibirsi in spettacolo  contro  uno
    spadaccino!  Vedo  che  i  giudizi degli uomini formano un tutto unico
    colle loro fortune e che i fatti esteriori  si  trascinano  dietro  le
    loro qualit intime, per degenerare egualmente. E dire che egli sogna,
    conoscendo  la  situazione,  che  il prospero Cesare voglia cimentarsi
    colla sua miseria! Oh Cesare, hai vinto anche il suo giudizio!

    (Entra un Servo).

    SERVO: Un messo da Cesare.
    CLEOPATRA: Come senz'altre cerimonie? Vedete, donne mie;  dinanzi alla
    rosa  aperta  si  turano  il  naso quelli stessi che s'inginocchiavano
    davanti ai suoi bocciuoli. Fallo entrare, messere.
    (Esce il Servo).
    ENOBARBO (a parte): La mia onest comincia a trovarsi in contrasto con
    me stesso.  La lealt fedelmente serbata agli insensati  trasforma  la
    nostra  fede  in pura follia: pure colui che ha la costanza di seguire
    fedelmente un signore caduto vince colui che ha vinto il suo  signore,
    e si guadagna un posto nella storia.

    (Entra TIREO).

    CLEOPATRA: La volont di Cesare?
    TIREO: Ascoltatela in disparte.
    CLEOPATRA: Non vi sono che amici: parla liberamente.
    TIREO: Forse essi sono anche amici di Antonio.
    ENOBARBO:  Egli ha bisogno di averne quanti ne ha Cesare,  signore,  o
    altrimenti non gli serviamo a nulla.  Se a Cesare piaccia,  il  nostro
    signore  si  affretter  ad  essergli  amico: in quanto a noi,  voi lo
    sapete, siamo di colui che egli segue, e cio saremo di Cesare.
    TIREO: Va bene.  Ecco allora,  illustre regina: Cesare ti esorta a non
    considerare  troppo  le  condizioni in cui ti trovi e a ricordare solo
    che egli  Cesare.
    CLEOPATRA: Prosegui: questo  un parlar da re.
    TIREO: Egli sa che vi stringete ad Antonio non perch  lo  amiate,  ma
    perch lo temete.
    CLEOPATRA: Oh!
    TIREO:  Egli  quindi commisera le ferite del vostro onore come macchie
    imposte colla violenza ed immeritate.
    CLEOPATRA: Egli  un dio e sa ci che  vero.  Il  mio  onore  non  fu
    ceduto, ma preso colla forza.
    ENOBARBO  (a  parte):  Per  esserne  sicuro,  lo domander ad Antonio.
    Signore, signore,  sei cos sconquassato che dobbiamo lasciarti colare
    a picco, poich l'essere a te pi caro ti abbandona.
    (Esce).
    TIREO:  Devo  riferire a Cesare ci che gli chiedete?  Poich in certa
    misura egli desidera che gli si chiedano grazie.  Egli  sarebbe  molto
    contento   se   vi  faceste  delle  sue  fortune  un  bastone  su  cui
    appoggiarvi: ma proprio rallegrerebbe il suo spirito il sentir dire da
    me che avete abbandonato  Antonio  e  che  vi  siete  messa  sotto  la
    protezione di lui che  signore dell'universo.
    CLEOPATRA: Come vi chiamate?
    TIREO: Mi chiamo Tireo.
    CLEOPATRA: Gentilissimo messaggero,  riferite a Cesare questo da parte
    mia: bacio la sua mano vincitrice: ditegli che sono pronta  a  deporre
    la mia corona ai suoi piedi,  e ad inginocchiarmi: ditegli che attendo
    dalla sua voce sovrana il destino d'Egitto.
    TIREO: Questa  la vostra pi nobile risoluzione. Quando la saggezza e
    la fortuna combattono assieme,  se la prima osa ci  che  pu,  nessun
    evento  riuscir a scuoterla.  Accordatemi la grazia di deporre il mio
    omaggio sulla vostra mano.
    CLEOPATRA: Spesso il padre del vostro Cesare,  dopo  aver  sognato  la
    conquista  di  regni,  pos  le sue labbra su questa indegna mano ed i
    baci vi piovevano.

    (Rientrano ANTONIO ed ENOBARBO).

    ANTONIO: Dei favori, per Giove tonante! Chi sei tu, gaglioffo?
    TIREO: Uno che solo eseguisce il comando dell'uomo pi potente  e  pi
    degno di essere obbedito nei suoi ordini.
    ENOBARBO (a parte): Sarete frustato.
    ANTONIO:  Avvicinatevi!  Ah,  nibbio!  Adesso  di  e  demoni!  la mia
    autorit si dilegua da me: or non  molto, quando gridavo Ol!, i re
    accorrevan come fanciulli in gara  esclamando:  Che  chiedete?.  Non
    avete orecchie? Sono ancora Antonio.
    (Entrano dei Servi).
    Portate via questo cialtrone e frustatelo.
    ENOBARBO  (a  parte):  E'  meglio  giocare con un leoncello che con un
    vecchio leone morente.
    ANTONIO: Luna e stelle! Frustatelo. Fossero anche venti dei pi grandi
    tributari che riconoscono Cesare,  se li  trovassi  cos  impertinenti
    colla  mano  di  quella  l...  come  si  chiama,  da quando non  pi
    Cleopatra? Frustatelo,  compagni,  finch lo vediate torcere la faccia
    come un bambino e piagnucolare forte chiedendo piet: conducetelo via.
    TIREO: Marco Antonio...
    ANTONIO:  Trascinatelo  via:  dopo che sar stato frustato conducetelo
    qui di nuovo: questo cialtrone d'inviato  di  Cesare  gli  porter  un
    messaggio da parte nostra.
    (Escono i Servi con Tireo)
    Eravate gi mezzo appassita prima che io vi conoscessi: ah!  Ho dunque
    lasciato il mio guanciale intatto a Roma e  rinunciato  ad  avere  una
    discendenza  legittima,  e  da  una  gemma  tra  le donne,  per essere
    ingannato da una che gitta il suo sguardo su dei servi?
    CLEOPATRA: Mio buon signore...
    ANTONIO: Siete sempre stata un'incostante: ma quando ci induriamo  nel
    nostro  vizio  -  oh  miseria!  -  i  saggi di ci cucion le palpebre,
    lasciano cadere i nostri chiari giudizi nella nostra  stessa  sozzura;
    ci  fanno  adorare  i  nostri  errori,  e  ridono  mentre  ci  avviamo
    pavoneggiandoci alla nostra rovina.
    CLEOPATRA: Oh, siamo, giunti a questo?
    ANTONIO: Vi ho trovata come un boccone freddo  sul  piatto  di  Cesare
    morto;  no,  eravate  un  avanzo di Gneo Pompeo;  senza tener conto di
    quelle ore pi salaci,  non registrate nella fama volgare,  che  avete
    spilluzzicato nella vostra lussuria: poich,  ne sono sicuro,  sebbene
    possiate immaginarvi cosa dovrebbe essere la  temperanza,  non  sapete
    che cosa essa sia.
    CLEOPATRA: Perch tutto questo?
    ANTONIO: Permettere a uno schiavo abituato ad accettare mance e a dire
    Dio  ve  ne renda merito! di prendere familiarit colla compagna dei
    miei giuochi, la vostra mano,  sigillo regale e pegno di nobili cuori!
    Oh,  fossi  io  sul  colle  di Basan a ruggire pi forte della greggia
    cornuta! poich ne ho fiere ragioni;  e proclamarle civilmente come se
    un  collo  stretto  dal  capestro ringraziasse il carnefice per la sua
    destrezza.
    (Rientrano i Servi con TIREO).
    E' stato frustato?
    PRIMO SERVO: Sodo, mio signore.
    ANTONIO: Ha gridato? ha chiesto perdono?
    PRIMO SERVO: Ha chiesto grazia.
    ANTONIO: Se tuo padre  vivo,  rimpianga di non avere avuto una figlia
    in  tua vece;  e tu pentiti di seguire Cesare nel suo trionfo,  dacch
    sei stato frustato per averlo seguito: d'ora innanzi la bianca mano di
    una donna ti faccia venir la febbre,  e  ti  faccia  tremare  al  solo
    guardarla.  Torna da Cesare, e raccontagli il modo come fosti accolto:
    tieni a mente di dirgli quanto egli  mi  irriti;  poich  egli  sembra
    superbo  e sprezzante,  insistendo su ci che sono adesso e non su ci
    che sapeva che io ero: egli mi fa montare  in  collera,  e  in  questo
    momento   facilissimo farlo,  quando le mie buone stelle che erano un
    tempo la mia guida hanno lasciate vuote le  loro  orbite  lanciando  i
    loro  fuochi  nell'abisso  dell'inferno.  Se  non gli piace ci che ho
    detto e ci che ho  fatto,  digli  che  gli  rimane  Ipparco,  il  mio
    liberto,  da potere a volont frustare, impiccare o torturare come gli
    piacer,  per esser in pari con me: sollecitalo tu stesso:  e  vattene
    via coi segni delle tue frustate!
    (Esce Tireo).
    CLEOPATRA: Avete finito?
    ANTONIO:  Ahim,  la  nostra  luna  terrena  si    eclissata adesso e
    presagisce solamente la caduta di Antonio.
    CLEOPATRA: Debbo aspettare che abbia finito.
    ANTONIO: Dunque per adulare Cesare avete scambiato  occhiate  con  uno
    che gli allaccia le stringhe?
    CLEOPATRA: Non mi conoscete ancora?
    ANTONIO: Cos fredda verso di me?
    CLEOPATRA: Ah,  caro, se  cos, che il cielo faccia scaturire dal mio
    freddo cuore la grandine,  avvelenandone le sorgenti,  e che il  primo
    chicco mi cada sul collo; e mentre quello si discioglie, similmente si
    dissolva la mia vita  E il secondo chicco colpisca Cesarione, finch a
    poco  a poco la prole del mio grembo,  insieme a tutti i miei valorosi
    Egiziani,  per il fondersi di questa tempesta  di  gragnuola,  giaccia
    senza  sepoltura  fino  a  che  le mosche e le zanzare del Nilo non li
    abbiano sotterrati cibandosene!
    ANTONIO: Sono pago. Cesare  ora in Alessandria dove mi opporr al suo
    fato.  Le nostre forze di terra hanno nobilmente resistito;  anche  la
    nostra  flotta  dispersa  si    riunita  di  nuovo e naviga avanzando
    minacciosamente. Dove sei stato, o mio ardimento?  Mi udite,  signora?
    Se  ritorner  ancora  una  volta dal campo per baciare queste labbra,
    comparir insanguinato; io e la mia spada ci distingueremo: c' ancora
    speranza.
    CLEOPATRA: Ecco il mio coraggioso signore!
    ANTONIO: I miei nervi, il mio cuore, il mio respiro si triplicheranno,
    e combatter furiosamente: poich quando le mie ore  scorrevano  nella
    prosperit gli uomini riscattavano la loro vita da me con uno scherzo;
    ma  adesso  voglio serrare i denti e mandare alle tenebre tutti quelli
    che mi si oppongono.  Andiamo,  prendiamoci un'altra notte di piaceri:
    chiamatemi tutti i miei tristi capitani; riempiamo ancora una volta le
    nostre coppe e scherniamo il rintocco della mezzanotte.
    CLEOPATRA:  E'  il mio compleanno: avevo pensato che l'avrei trascorso
    tristemente;  ma poich il mio signore    di  nuovo  Antonio,  voglio
    tornare ad essere Cleopatra.
    ANTONIO: Tutto andr ancora bene.
    CLEOPATRA:  Convocate  intorno  al  mio  signore  tutti  i suoi nobili
    capitani.
    ANTONIO: S, ed io parler loro;  stanotte forzer il vino a sprizzare
    dalle loro cicatrici.  Venite, mia regina, c' ancor del succo qui. La
    prossima volta che combatter, costringer la morte ad amarmi,  poich
    voglio battermi persino colla sua falce avvelenata.
    (Escono tutti eccetto Enobarbo).
    ENOBARBO:  Adesso  vuole abbarbagliare la folgore.  Essere infuriato 
    come trovarsi tanto spaventato da non aver pi paura,  e in tale stato
    d'animo  anche  una colomba beccherebbe un astore.  Io vedo sempre che
    una  diminuzione  nel  cervello  del  nostro  capitano  gli  rende  il
    coraggio;  quando  il valore intacca la ragione,  esso divora la spada
    con cui combatte. Cercher qualche modo per lasciarlo.
    (Esce).




    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Davanti ad Alessandria. Il campo di Cesare.

    (Entrano CESARE,  AGRIPPA e MECENATE con l'Esercito.  CESARE legge una
    lettera).
    CESARE: Mi tratta di ragazzo e mi sgrida,  come se avesse il potere di
    scacciarmi dall'Egitto; ha frustato colle verghe il mio messaggero; mi
    sfida a singolare combattimento,  Cesare contro Antonio.  Sappia  quel
    vecchio malandrino che ho molti altri mezzi per morire, e frattanto mi
    rido della sua sfida.
    MECENATE:  Cesare deve pensare che quando un uomo cos grande comincia
    ad infuriarsi,  vuol dire che  ormai spinto sull'orlo  della  rovina.
    Non dategli respiro,  ma approfittate adesso del suo turbamento. L'ira
    non ha mai fatto buona guardia a se stessa.
    CESARE:  Informa  i  nostri  migliori  capi  che   domani   intendiamo
    combattere l'ultima di molte battaglie.  Nelle nostre file,  di quelli
    che  servivano  Marco  Antonio  ultimamente  ve  ne  sono  in   numero
    sufficiente per catturarlo.  Attendi a che ci sia fatto,  e festeggia
    l'esercito;  abbiamo abbondanza di viveri per farlo,  e i  soldati  si
    sono meritati questa larghezza. Povero Antonio!
    (Escono).

    SCENA SECONDA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra

    (Entrano ANTONIO, CLEOPATRA ENOBARBO, CARMIANA, IRA, ALESSA ed altri).
    ANTONIO: Non combatter con me, Domizio?
    ENOBARBO: No.
    ANTONIO: E perch non lo farebbe?
    ENOBARBO:  Pensa,  trovandosi  in condizioni venti volte migliori,  di
    essere come venti uomini contro uno.
    ANTONIO:  Domani,  soldato,   combatter  per  terra  e  per  mare:  o
    sopravviver,  o  bagner  il mio onore morente nel sangue che lo far
    rivivere. Sei disposto a ben combattere?
    ENOBARBO: Colpir gridando: Tutto per tutto.
    ANTONIO: Ben detto; andiamo. Chiama i servi della mia casa: voglio che
    stanotte siamo liberali a mensa.
    (Entrano tre o quattro Servi).
    Dammi la mano, sei stato rettamente onesto; ... e anche tu; ...  tu...
    e  tu...  e  tu;  mi  avete  servito  bene,  e  avete avuto dei re per
    compagni.
    CLEOPATRA (a parte a Enobarbo): Che significa ci?
    ENOBARBO (a parte a Cleopatra): E' una  di  quelle  bizzarrie  che  il
    dolore sprigiona dalla mente.
    ANTONIO:  E  anche  tu  sei onesto.  Vorrei esser fatto di altrettanti
    uomini quanti voi siete e che tutti voi foste riuniti  insieme  in  un
    Antonio, cos che vi potessi servire cos bene come mi avete servito.
    SERVO: Gli di non vogliano.
    ANTONIO: Bene, miei buoni compagni, servitemi stanotte: non lesinatemi
    le  coppe,  e  abbiate  per  me considerazione come allorquando il mio
    impero era anch'esso vostro compagno e obbediva al mio comando.
    CLEOPATRA (a parte a Enobarbo): Che vuol dire?
    ENOBARBO (a parte a Cleopatra): Vuol far piangere i suoi seguaci.
    ANTONIO: Servitemi stanotte,  forse sar la fine  del  vostro  dovere:
    forse  non  mi  vedrete  mai  pi;  o se mi vedrete,  vedrete un'ombra
    mutilata: forse domani servirete un nuovo padrone.  Io vi guardo  come
    chi prende congedo.  Miei onesti amici, io non vi scaccio; ma, come un
    padrone legato al vostro buon servizio,  vi  tengo  fino  alla  morte:
    assistetemi due ore stanotte,  non vi chiedo altro e che gli di ve ne
    ricompensino!
    ENOBARBO: Che intendete, signore, dando loro questo dolore?  Guardate,
    essi  piangono,  ed  io stesso,  asino che sono,  ho gli occhi come se
    sentissero la cipolla: vergogna, non trasformateci in donne.
    ANTONIO: Oh, oh,  oh!  Ch'io sia affatturato,  se intendevo giungere a
    questo!  La  grazia  sbocci  dove cadono quelle lacrime!  Miei sinceri
    amici,  voi mi interpretate in un senso troppo doloroso;  poich vi ho
    parlato  per  vostro conforto e desideravo che incendiaste colle torce
    questa notte. Sappiate, amici miei,  che ho buone speranze per domani,
    e  che  vi  condurr dove mi attendo piuttosto una vita vittoriosa che
    morte e onore. Andiamo a cena, venite, e anneghiamo le nostre ansie.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La stessa. Davanti al Palazzo.

    (Entrano due Soldati di guardia).
    PRIMO SOLDATO: Fratello, buona notte: domani  il giorno.
    SECONDO SOLDATO: Si decider tutto in  un  modo  o  nell'altro:  buona
    fortuna. Non hai udito nulla di strano per le vie?
    PRIMO SOLDATO: Nulla. Quali notizie?
    SECONDO SOLDATO: Non sar che un rumore. Buona notte a te.
    PRIMO SOLDATO: Bene, compagno, buona notte.

    (Entrano altri due Soldati).

    SECONDO SOLDATO: Soldati, vigilate attentamente.
    TERZO SOLDATO: Anche voi. Buona notte, buona notte.

    (Si collocano ai quattro angoli del palcoscenico).
    QUARTO  SOLDATO:  Noi  qui:  e se domani la nostra flotta vincer,  ho
    sicura speranza che gli uomini a terra resisteranno.
    TERZO SOLDATO: E' un valoroso esercito e pieno di risoluzione.

    (Musica di oboe come di sotto il palco).

    QUARTO SOLDATO: Silenzio! Cos' questo rumore?
    PRIMO SOLDATO: Udite! Udite!
    SECONDO SOLDATO: Ascoltate!
    PRIMO SOLDATO: Una musica in aria.
    TERZO SOLDATO: Sotto terra.
    QUARTO SOLDATO: E' un buon segno, non  vero?
    TERZO SOLDATO: No.
    PRIMO SOLDATO: Silenzio, dico! Che vorr dir ci?
    SECONDO SOLDATO: E' il dio Ercole,  che Antonio venerava e che  adesso
    lo abbandona.
    PRIMO  SOLDATO:  Avanziamo;  vediamo se altre sentinelle odono ci che
    noi udiamo.
    SECONDO SOLDATO: Ol, compagni!
    TUTTI: Ol! Ol! Udite questo?
    PRIMO SOLDATO: S, non  strano?
    TERZO SOLDATO: Udite, compagni? udite?
    PRIMO SOLDATO: Seguiamo il rumore fino al limite della nostra guardia;
    vediamo come andr a finire.
    TUTTI: Volentieri. E' strano.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - La stessa. Una stanza nel Palazzo.

    (Entrano ANTONIO e CLEOPATRA, CARMIANA ed altri del Seguito).
    ANTONIO: Erote! La mia armatura, Erote!
    CLEOPATRA: Dormite un poco.
    ANTONIO: No, colombella mia. Erote, vieni; la mia armatura, Erote!
    (Entra EROTE con un'armatura).
    Vieni, buon compagno,  rivestimi del mio ferro: se la fortuna non sar
    nostra oggi,  perch la sfidiamo: vieni.
    CLEOPATRA: Anch'io vi voglio aiutare. Questo a che serve?
    ANTONIO: Ah,  lascia stare,  lascia stare! Tu sei colei che mi arma il
    cuore: non cos, non cos, questo, questo.
    CLEOPATRA: Piano, l, voglio aiutarvi: deve stare cos.
    ANTONIO: Bene, bene; adesso vinceremo. Vedi, mio buon compagno? Va' ad
    armarti.
    EROTE: Subito, signore.
    CLEOPATRA: Non  affibbiata bene?
    ANTONIO: Benissimo,  benissimo: e chi la sfibbier,  finch a noi  non
    piaccia di togliercela per prender riposo, sentir una tempesta. Tu ti
    ingarbugli,  Erote;  e la mia regina  uno scudiero pi abile di te in
    questo: affrettati.  Oh amore,  potessi tu oggi vedere la mia guerra e
    assistere alla mia regale occupazione! vedresti un artefice all'opera.
    (Entra un Soldato armato).
    Buon  giorno  a  te,  benvenuto:  hai l'aspetto di uno che conosce una
    consegna guerresca: ci leviamo di buon'ora per un lavoro che amiamo, e
    vi accudiamo con gioia.
    SOLDATO: Gi mille combattenti,  signore,  bench sia  ancora  presto,
    hanno  indossata  la  loro  piastra e maglia e vi aspettano alla porta
    della citt.

    (Grida. Squilli di trombe. Entrano Capitani e Soldati).

    CAPITANO: La mattina  bella. Buon giorno, generale.
    TUTTI: Buon giorno, generale.
    ANTONIO: Ecco una bella musica,  ragazzi: questa  mattinata,  come  lo
    spirito  di  un giovane destinato a farsi notare,  comincia per tempo.
    Cos,  cos,  ors,  datemi questo: in questo modo:  va  bene.  Addio,
    signora,  qualunque cosa accada di me: questo  il bacio d'un soldato:
    (la bacia)  biasimevole  e  degno  di  vergognoso  rimprovero  sarebbe
    l'indugiarsi  in  complimenti  pi volgari;  ti voglio lasciare adesso
    come un uomo di  acciaio.  Voi  che  volete  combattere  seguitemi  da
    vicino; vi condurr alla battaglia. Addio.
    (Escono Antonio, Erote, i Capitani e i Soldati).
    CARMIANA: Di grazia, ritiratevi nella vostra stanza.
    CLEOPATRA:  Conducimi.  Egli  mi  lascia da valoroso.  Se lui e Cesare
    potessero decidere questa grande guerra  in  singolare  combattimento!
    Allora Antonio... ma adesso... Bene, avanti.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Alessandria. Il campo di Antonio.

    (Suonano  le  trombe.  Entrano  ANTONIO ed EROTE: un Soldato vien loro
    incontro).
    SOLDATO: Gli di facciano di questo un lieto giorno per Antonio!
    ANTONIO: Vorrei che tu e quelle tue cicatrici mi  avessero  una  volta
    persuaso a combattere per terra!
    SOLDATO:  Se  tu  lo  avessi  fatto,  i  re che si sono ribellati e il
    soldato che ti ha lasciato stamani seguirebbero ancora i tuoi passi.
    ANTONIO: Chi se n' andato stamani?
    SOLDATO: Chi!  Uno che era sempre vicino a te: chiama Enobarbo ed egli
    non ti udr, oppure dal campo di Cesare dir: Non sono uno dei tuoi.
    ANTONIO: Che dici?
    SOLDATO: Signore, egli  con Cesare.
    EROTE: Signore, non ha preso con s i suoi scrigni e i suoi tesori.
    ANTONIO: E' partito?
    SOLDATO: Certamente.
    ANTONIO:  Va',  Erote,  e mandagli i suoi tesori;  fallo,  non tenerne
    nulla,  te lo ordino: scrivigli...  io firmer cortesi addii e saluti:
    digli  che gli auguro di non aver pi ragione di cambiar padrone.  Oh,
    le mie sventure hanno corrotto anche gli  uomini  onesti!  Affrettati.
    Enobarbo!
    (Escono).


    SCENA SESTA - Alessandria. Il campo di Cesare.

    (Squillo di tromba. Entra CESARE con AGRIPPA, ENOBARBO ed altri).
    CESARE: Avanza,  Agrippa, e comincia la battaglia:  nostro volere che
    Antonio sia preso vivo; fa' che ci si sappia.
    AGRIPPA: Va bene, Cesare.
    (Esce).
    CESARE: Il tempo della pace universale si  approssima:  se  questa  si
    dimostrer una giornata favorevole,  nel mondo tripartito germorglier
    liberamente l'olivo.

    (Entra un Messaggero).

    MESSAGGERO: Antonio  sceso in campo
    CESARE: Va',  ordina ad Agrippa di collocare  nell'avanguardia  coloro
    che  hanno  disertato,  cos  che  Antonio sembri sfogare la sua furia
    sopra se medesimo.
    (Escono tutti eccetto Enobarbo).
    ENOBARBO: Alessa si  ribellato,  ed era  andato  in  Giudea  per  gli
    interessi di Antonio;  l ha persuaso il grande Erode a schierarsi con
    Cesare,  e ad abbandonare il  suo  padrone  Antonio:  per  queste  sue
    fatiche  Cesare  lo  ha  fatto  impiccare.  Canidio  e  gli  altri che
    disertarono hanno ottenuto impieghi, ma nessuna onorevole fiducia.  Ho
    agito male; di ci mi accuso cos amaramente che non potr rallegrarmi
    mai pi.

    (Entra un Soldato di Cesare).

    SOLDATO: Enobarbo, Antonio ti invia tutti i tuoi tesori, con in pi un
    liberale  dono:  il  messaggero    venuto sotto la mia protezione,  e
    adesso sta scaricando i suoi muli nella tua tenda.
    ENOBARBO: Te ne faccio dono.
    SOLDATO: Non scherzate,  Enobarbo: vi dico la verit:  sarebbe  meglio
    che  conduceste  il  portatore  in  salvo  fuori  dall'esercito;  devo
    attendere al mio ufficio o altrimenti  l'avrei  fatto  io  stesso.  Il
    vostro generale continua ad essere un Giove.
    (Esce).
    ENOBARBO:  Io sono il solo scellerato della terra,  e sento acutamente
    di esserlo. Oh, Antonio, miniera di generosit,  come avresti ripagati
    i  miei  migliori  servigi quando incoroni cos d'oro la mia bassezza!
    Ci mi fa gonfiare il cuore: se il veloce affanno non lo spezzer,  un
    mezzo  pi  rapido  colpir pi velocemente dell'affanno: ma l'affanno
    baster a tanto,  lo sento.  Io combattere contro di te?  No: andr  a
    cercare  qualche  fosso  in  cui morire;  il pi sozzo converr meglio
    all'ultima parte della mia vita.
    (Esce).


    SCENA SETTIMA - Campo di battaglia tra gli accampamenti.

    (Allarme. Tamburi e trombe. Entrano AGRIPPA ed altri).
    AGRIPPA:.  Ritiriamoci,  ci siamo spinti troppo innanzi: Cesare stesso
    ha  filo  da  torcere  e  la nostra oppressione sorpassa quello che ci
    aspettavamo.
    (Escono).

    (Rullo di tamburi. Entra ANTONIO con SCARO, quest'ultimo ferito).

    SCARO: O mio  valoroso  generale,  questo  si  chiama  combattere!  Se
    avessimo fatto cos fin dal principio,  li avremmo ricacciati indietro
    colle teste fasciate di cenci.
    ANTONIO: Tu sanguini abbondantemente.
    SCARO: Avevo qui una ferita che  somigliava  a  una  T,  ma  adesso  
    diventata un'H.
    (Lontano suona la ritirata).
    ANTONIO: Essi si ritirano.
    SCARO: Li cacceremo nei cessi: ho ancora posto per altre sei ferite.

    (Entra EROTE).

    EROTE: Sono battuti,  signore, ed il nostro vantaggio pu considerarsi
    una bella vittoria.
    SCARO: Flagelliamo le loro schiene e piombiamo loro addosso di dietro,
    come prendiamo le lepri:  divertente malmenare un fuggiasco.
    ANTONIO: Ti compenser una volta per il tuo allegro incoraggiamento  e
    dieci volte per il tuo valore. Vieni.
    SCARO: Vi seguir zoppicando.
    (Escono).


    SCENA OTTAVA - Sotto le mura di Alessandria.

    (Allarme. Entrano ANTONIO, marciando, e SCARO con altri).
    ANTONIO: Lo abbiamo ricacciato nel suo campo: qualcuno corra innanzi e
    informi la regina intorno alle nostre gesta. Domani, prima che il sole
    ci  veda,  verseremo  il  sangue che oggi ci  sfuggito.  Vi ringrazio
    tutti;  poich le vostre braccia son gagliarde e avete combattuto  non
    come se serviste la causa,  ma come se la causa di ognuno di voi fosse
    eguale alla mia;  vi siete  dimostrati  tutti  Ettori.  Entrate  nella
    citt,  abbracciate le vostre mogli,  i vostri amici e raccontate loro
    le vostre gesta,  mentre essi con lacrime di gioia laveranno il sangue
    aggrumato  sulle  vostre  ferite  e  coi  loro baci risaneranno quelle
    onorate piaghe. (A Scaro) Dammi la tua mano;
    (Entra CLEOPATRA col Seguito).
    a questa grande fata voglio racco mandare le tue  azioni,  facendo  s
    che  i suoi ringraziamenti ti benedicano.  O luce del mondo,  cingi il
    mio collo armato;  slanciati,  con tutti i tuoi ornamenti,  attraverso
    alla mia impenetrabile armatura fino al mio cuore e cavalca trionfante
    sui suoi balzi.
    CLEOPATRA:  Signore dei signori!  Valore sconfinato,  torni sorridente
    senza essere stato preso dalla grande insidia del mondo?
    ANTONIO: Mio usignuolo,  li abbiamo ricacciati ai loro letti.  Dunque,
    fanciulla!  bench  i  capelli  grigi  si mescolino in certo grado coi
    bruni pi giovani, pure abbiamo un cervello che nutre i nostri nervi e
    pu dar dei punti alla giovinezza. Guarda quest'uomo;  affida alle sue
    labbra  la  tua mano propizia: baciala,  o mio guerriero: egli ha oggi
    combattuto come se un dio,  in odio all'umanit,  avesse menato strage
    sotto tal forma.
    CLEOPATRA: Ti dar, amico, un'armatura tutta d'oro che appartenne a un
    re.
    ANTONIO: L'ha meritata, fosse essa coperta di rubini come il carro del
    sacro  Febo.  Dammi  la  tua  mano:  dobbiamo fare una marcia gioconda
    attraverso Alessandria;  portiamo i nostri scudi  intaccati  come  gli
    uomini  che li posseggono: se il nostro grande palazzo avesse capacit
    sufficiente per accogliere il nostro esercito, ceneremmo tutti assieme
    brindando al fato del giorno a  venire,  che  promette  uno  splendido
    pericolo.  Trombettieri,  assordate  di  bronzeo  clangore le orecchie
    della citt;  fate che gli squilli  si  uniscano  ai  nostri  rullanti
    tamburi, in modo che cielo e terra congiungano i loro suoni, plaudendo
    al nostro avanzarsi.
    (Escono).


    SCENA NONA - Il campo di Cesare.

    (Sentinelle ai loro posti).
    PRIMO SOLDATO: Se non saremo rilevati entro un'ora,  dovremo ritornare
    al corpo di guardia: la notte    luminosa,  e  si  dice  che  dovremo
    schierarci in battaglia alle due del mattino.
    SECONDO SOLDATO: Quest'ultimo giorno  stato brutto per noi.

    (Entra ENOBARBO).

    ENOBARBO: Oh, sii a me testimone, o notte...
    TERZO SOLDATO: Chi  quell'uomo?
    SECONDO SOLDATO: Rimaniamo fermi ed ascoltiamolo.
    ENOBARBO:  Siimi  testimone,  o  benedetta  luna,  allorch  la storia
    denunzier all'odio dei posteri i nomi dei disertori,  che  il  povero
    Enobarbo si pent dinanzi al tuo volto!
    PRIMO SOLDATO: Enobarbo!
    SECONDO SOLDATO: Silenzio! Ascoltiamo ancora.
    ENOBARBO: Oh,  sovrana signora della profonda malinconia, irrora su me
    l'avvelenato umidore della notte, cos che la vita,  vera ribelle alla
    mia volont,  non mi rimanga pi attaccata addosso: getta il mio cuore
    contro la durezza di pietra della mia colpa,  ed esso,  inaridito  dal
    dolore,  si  frantumer  in  polvere  ponendo  termine  ad  ogni  cupo
    pensiero.  Oh,  Antonio,  pi nobile di quel che non sia infame il mio
    tradimento,  perdonami per ci che ti riguarda,  e che il mondo poi mi
    iscriva nel registro dei  disertori  e  dei  fuggiaschi:  oh  Antonio,
    Antonio!
    SECONDO SOLDATO: Parliamogli.
    PRIMO  SOLDATO: Ascoltiamolo;  poich le cose che egli dice potrebbero
    interessare Cesare.
    TERZO SOLDATO: Facciamolo. Ma egli dorme.
    PRIMO SOLDATO: E' svenuto,  piuttosto;  poich una  preghiera  cattiva
    come la sua non fu ancora mai detta per chiamare il sonno.
    SECONDO SOLDATO: Andiamo da lui.
    TERZO SOLDATO: Destatevi, signore, destatevi; parlateci.
    SECONDO SOLDATO: Udite, signore?
    PRIMO  SOLDATO: La mano della morte lo ha ghermito.  (Rullo lontano di
    tamburi) Ascoltate!  I tamburi sommessamente  svegliano  i  dormienti.
    Portiamolo  al  corpo di guardia;   un uomo cospicuo: la nostra ora 
    completamente trascorsa.
    TERZO SOLDATO: Venite dunque; potrebbe ancora riaversi.
    (Escono col corpo di Enobarbo).


    SCENA DECIMA - Tra i due accampamenti.

    (Entrano ANTONIO e SCARO, con l'Esercito).
    ANTONIO: Oggi i loro preparativi sono per mare, non piacciamo loro per
    terra.
    SCARO: Si combatter per terra e per mare, mio signore.
    ANTONIO: Vorrei che combattessero nel fuoco o nell'aria; combatteremmo
    anche l.  Ma ecco qui;  la nostra fanteria  rimarr  con  noi,  sulle
    colline  vicino  alla  citt:  sono  stati impartiti gli ordini per il
    mare;  essi sono usciti dal porto...  in  luogo  dove  potremo  meglio
    sorvegliare il loro ordinamento e osservare il loro tentativo.
    (Escono).




    SCENA UNDICESIMA - Un'altra parte del campo.

    (Entra CESARE col suo Esercito).
    CESARE:  A  meno  che non veniamo attaccati,  resteremo tranquilli per
    terra e, a parer mio,  potremo esserlo,  poich le sue truppe migliori
    sono  fuori  a  bordo delle sue galere.  Alle vallate,  e cerchiamo di
    mantenere i nostri pi grandi vantaggi.
    (Escono).


    SCENA DODICESIMA - Colline vicino ad Alessandria

    (Entrano ANTONIO e SCARO).
    ANTONIO: Non si sono ancora scontrati: da dove si erge quel pino potr
    scorgere tutto: ti informer immediatamente di come si annunziano  gli
    eventi.
    (Esce).
    SCARO: Le rondini hanno costruito i loro nidi nelle vele di Cleopatra:
    gli uguri dicono di non sapere,  di non poter dire;  hanno un aspetto
    torvo e non osano esprimere quello che sanno.  Antonio  valoroso,  ma
    sfiduciato,  e  a  sbalzi le sue commiste fortune gli danno speranza e
    timore per ci che ha e per ci che non ha.
    (Rullo di tamburi lontano, come in un combattimento navale).

    (Rientra ANTONIO).

    ANTONIO: Tutto  perduto; questa infame Egiziana mi ha tradito: la mia
    flotta ha ceduto al nemico;  e laggi i soldati gettano i cappelli  in
    aria  e  brindano assieme come amici che si sono persi da lungo tempo.
    Puttana tre volte incostante!  sei tu che  mi  hai  venduto  a  questo
    novizio,  ed  il  mio  cuore  in guerra soltanto con te.  Di' loro di
    fuggire tutti; poich quando mi sar vendicato della mia incantatrice,
    avr tutto finito. Di' loro di fuggire; vai. (Esce Scaro) Oh sole,  io
    non ti vedr pi sorgere: la fortuna e Antonio qui si separano,  e qui
    ci stringiamo la mano.  Tutto doveva dunque ridursi a questo?  I cuori
    che  mi  scodinzolavano  alle  calcagna e a cui avevo concesso ci che
    desideravano, si squagliano, e lasciano piovere sul fiorente Cesare il
    loro giulebbe;  e questo pino che li sovrastava tutti   scortecciato.
    Sono tradito.  Oh falsa anima d'Egitto!  Questa fatale incantatrice, i
    cui  occhi  avevano  il  potere  di  spingermi  alla   guerra   o   di
    richiamarmene  indietro,  il cui petto era la mia corona,  il mio fine
    supremo,  come una vera zingara mi ha trascinato con  una  gherminella
    nel cuore stesso della rovina. Ol Erote, Erote!

    (Entra CLEOPATRA).

    Ah, malia! Indietro!
    CLEOPATRA: Perch il mio signore  in collera contro il suo amore?
    ANTONIO: Dilegua o ti dar quello che ti meriti,  guastando il trionfo
    di Cesare.  Che egli ti prenda e ti sollevi davanti ai plebei urlanti:
    segui il suo carro, come la pi grande vergogna di tutto il tuo sesso:
    simile  ad  un  mostro,  sii  esposta  per pochi soldi e lascia che la
    paziente Ottavia solchi il tuo volto colle sue unghie affilate.  (Esce
    Cleopatra)  E'  bene  che  te ne sia andata,  se vivere  un bene;  ma
    meglio sarebbe stato che tu fossi caduta sotto la  mia  furia,  poich
    una sola morte te ne avrebbe risparmiate molte. Erote, ol! Ho addosso
    la camicia di Nesso: insegnami,  o mio antenato Alcide, il tuo furore:
    fa' ch'io scaraventi Lica sulle corna della luna,  e con  queste  mani
    che  hanno  sollevato  la clava pi pesante possa distruggere il prode
    che  in me.  Quella strega morr: ella mi  ha  venduto  al  fanciullo
    romano,  ed  io  soccombo  in  questo  complotto: per questo ella deve
    morire. Erote, oh!
    (Esce).



    SCENA TREDICESIMA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra.

    (Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA e MARDIANO).
    CLEOPATRA: Soccorretemi, donne mie!  Oh,  egli  pi pazzo di Telamone
    per  il  suo  scudo;  il  cinghiale  di  Tessaglia  non  fu  mai  cos
    schiumante.
    CARMIANA: Al mausoleo!  Chiudetevici dentro e mandategli  a  dire  che
    siete morta.  La separazione dell'anima e del corpo non  pi dolorosa
    che la perdita della grandezza.
    CLEOPATRA: Al mausoleo!  Mardiano,  va' a dirgli che mi  sono  uccisa,
    digli  che  la mia ultima parola fu Antonio,  e fagli una narrazione
    commovente, te ne prego: va, Mardiano,  e riferiscimi come accoglie la
    notizia della mia morte. Al mausoleo!
    (Escono).


    SCENA QUATTORDICESIMA - La stessa. Un'altra stanza.

    (Entrano ANTONIO ed EROTE).
    ANTONIO: Erote, mi vedi ancora?
    EROTE: S, nobile signore.
    ANTONIO:  Talvolta  vediamo  una  nuvola  che ha la forma di un drago,
    talvolta un vapore simile a un orso o a un  leone,  a  una  cittadella
    turrita,  a  una roccia strapiombante,  a una montagna spaccata,  a un
    azzurro promontorio rivestito d'alberi,  che  fan  cenni  al  mondo  e
    deludono  coll'aria  i nostri occhi: tu hai veduto questi segni;  essi
    formano il corteo del cupo vespero.
    EROTE: S, mio signore.
    ANTONIO: Ci che adesso  un cavallo,  colla rapidit del  pensiero  
    cancellato  dalla  cortina  di nubi che lo rende indistinto come acqua
    nell'acqua.
    EROTE: E' vero, mio signore.
    ANTONIO: Erote,  mio buon fante,  adesso il tuo capitano  proprio una
    di  tali  forme: io sono ancora Antonio,  ma pure non posso conservare
    questa forma visibile,  mio fante.  Ho intrapreso  questa  guerra  per
    l'Egitto;  e la regina - di cui pensavo di possedere il cuore,  poich
    ella possedeva il mio, che,  mentre mi apparteneva,  ne aveva raccolti
    sotto di s un milione di pi, oggi perduti - quella regina, Erote, ha
    tagliato le carte con Cesare e falsamente giocato la mia gloria per il
    trionfo di un nemico.  No,  non piangere, gentile Erote; rimaniamo noi
    stessi per finirci.
    (Entra MARDIANO).
    Oh, la tua infame signora! Ella mi ha derubato della mia spada.
    MARDIANO: No, Antonio, la mia padrona ti amava, e le sue fortune erano
    intieramente collegate alle tue.
    ANTONIO: Vattene, eunuco insolente;  silenzio!  Ella mi ha tradito,  e
    sar messa a morte.
    MARDIANO: La morte pu essere pagata una sola volta da una persona, ed
    ella  ha  saldato  il  conto  ci che volevi fare,   stato gi fatto,
    prevenendo il tuo  braccio:  l'ultima  cosa  che  disse  fu  Antonio!
    nobilissimo Antonio!.  Quindi un gemito straziante interruppe il nome
    di Antonio,  che rimase diviso tra il suo cuore e le sue labbra.  Ella
    ha reso la vita col tuo nome cos sepolto in lei.
    ANTONIO: E' morta, dunque?
    MARDIANO: Morta.
    ANTONIO:  Disarmami,  Erote;  l'opera  del  lungo  giorno  compiuta e
    dobbiamo dormire.  (A Mardiano) Andartene via di qua sano  e  salvo  
    ricco premio alla tua fatica;  vai.  (Esce Mardiano) Togli,  togli: il
    settemplice scudo di Aiace non potrebbe stornare l'assalto dato al mio
    cuore. Fendetevi, o miei fianchi!  Cuore,  sii una volta pi forte del
    tuo  involucro,  e  infrangi la tua fragile custodia!  Presto,  Erote,
    presto!  Non sono pi un soldato.  Vattene,  armatura  ammaccata:  sei
    stata indossata con onore.  Lasciami solo un momento.  (Esce Erote) Ti
    voglio raggiungere,  Cleopatra,  e implorare piangendo il mio perdono.
    Cos  bisogna poich adesso ogni indugio  tortura: dacch la torcia 
    spenta,  sdraiamoci e non brancoliamo pi.  Adesso ogni fatica sarebbe
    inutile;  s,  la  forza  stessa sarebbe di impedimento a se medesima;
    finiamola dunque e tutto  fatto. Erote! Vengo,  o mia regina.  Erote!
    Aspettami:  laddove  le  anime  stanno  a  giacere sui fiori,  andremo
    tenendoci avvinti per le mani, e col nostro augusto aspetto faremo che
    gli spiriti  ci  guardino  stupiti:  Didone  e  il  suo  Enea  saranno
    abbandonati dal loro corteo e tutti verranno a veder noi.  Ol, Erote,
    Erote!

    (Rientra EROTE).

    EROTE: Che vuole il mio signore?
    ANTONIO: Da quando Cleopatra  morta,  sono vissuto in  tale  disonore
    che  gli  di  detestano  la  mia  bassezza.  Io,  che colla mia spada
    dividevo il mondo, e sulla verde schiena di Nettuno costruivo citt di
    navi,  mi incolpo di avere meno  coraggio  di  una  donna;  sono  meno
    magnanimo  di  lei che colla sua morte dice al nostro Cesare: Io sono
    la vincitrice di me stessa. Tu hai giurato,  Erote,  che quando ve ne
    fosse la necessit,  che adesso  veramente giunta,  quando io vedessi
    dietro a me l'inevitabile persecuzione del disonore e dell'orrore,  mi
    avresti  ucciso  al  mio  comando: fallo;  il momento  giunto: tu non
    colpisci me,   Cesare che deludi.  Fa' tornare il  colore  sulle  tue
    guance.
    EROTE: Gli di me lo impediscano!  Dovrei compiere quello che tutte le
    frecce  dei  Parti,  bench  nemiche,   sbagliando  il  bersaglio  non
    riuscirono a fare?
    ANTONIO:  Erote,  vorresti  trovarti  affacciato  a una finestra nella
    grande Roma e vedere il tuo padrone passare colle  braccia  incrociate
    cos,  piegando  il  capo  sottomesso,  col  volto  vinto  da un'acuta
    vergogna,  mentre il rotato seggio del  fortunato  Cesare,  procedendo
    innanzi a lui, coprirebbe di vituperio la sua bassezza seguace?
    EROTE: Non vorrei vedere questo.
    ANTONIO:  Vieni,  dunque;  poich  bisogna  guarirmi  con  una ferita.
    Sfodera quella tua onesta spada che hai usata cos  utilmente  per  la
    patria.
    EROTE: Oh, signore, perdonatemi!
    ANTONIO:  Quando  ti  resi  libero,  non giurasti allora di far questo
    allorch te lo avessi ordinato?  Fallo subito,  oppure i tuoi  servigi
    precedenti non saranno che incidenti involontari.  Sguaina la spada, e
    vieni.
    EROTE: Distogliete allora da me quel nobile  volto,  in  cui  vive  la
    venerazione di tutto il mondo!
    ANTONIO (volgendosi da lui): Ecco!
    EROTE: La mia spada  sguainata.
    ANTONIO: Allora falle compiere subito l'atto per cui l'hai sfoderata.
    EROTE: Mio caro padrone,  mio capitano e mio imperatore,  lasciate che
    prima di vibrare questo sanguinoso colpo, io vi dica addio
    ANTONIO: E' detto, amico; addio.
    EROTE: Addio, grande capo. Debbo colpire adesso?
    ANTONIO: Adesso, Erote.
    EROTE: Ebbene, ecco: cos sfuggo al dolore della morte di Antonio!
    (Si uccide).
    ANTONIO: Tre volte pi nobile di me! Tu mi insegni,  o valoroso Erote,
    ci  che  dovrei fare e che tu non hai potuto.  La mia regina ed Erote
    col loro  coraggioso  esempio  mi  hanno  sorpassato  nell'acquistarsi
    gloria  nel  ricordo  dei  posteri: ma io voglio essere come uno sposo
    nella morte,  e correr ad essa come al letto  di  un'amante.  Avanti,
    dunque; Erote, il tuo padrone muore tuo discepolo: ho imparato da te a
    far cos.  (Si lascia cadere sulla spada) Come! Non sono morto ancora?
    non sono morto ancora? Ol, guardie! Oh, finitemi!

    (Entrano DERCETA e Guardie).

    PRIMA GUARDIA: Cos' questo rumore?
    ANTONIO: Ho compiuto male l'opera mia, amici: oh,  conducete a termine
    quel che ho iniziato!
    SECONDA GUARDIA: La stella  tramontata.
    PRIMA GUARDIA: E il tempo  al suo fine.
    TUTTI: Ahim, sventura!
    ANTONIO: Chi mi ama, mi colpisca a morte.
    PRIMA GUARDIA: Non io.
    SECONDA GUARDIA: N io.
    TERZA GUARDIA: N alcuno.
    (Escono le Guardie).
    DERCETA:  La  tua morte e le tue fortune fanno fuggire i tuoi seguaci.
    Questa  spada  mostrata  a  Cesare,  insieme  con  tali  notizie,   mi
    raccomander a lui.

    (Entra DIOMEDE).

    DIOMEDE: Dov' Antonio?
    DERCETA: L, Diomede, l.
    DIOMEDE: E' vivo? Non vuoi rispondere?
    (Esce Derceta).
    ANTONIO:  Sei  l,  Diomede?  Sfodera  la  tua spada e dammi colpi che
    bastino a farmi morire.
    DIOMEDE: Supremo signore, la mia padrona Cleopatra mi ha inviato a te.
    ANTONIO: Quando ti ha mandato?
    DIOMEDE: Ora, mio signore.
    ANTONIO: Dov'?
    DIOMEDE: Chiusa nel suo mausoleo.  Ella aveva un timore  profetico  di
    ci che  accaduto,  poich quando si accorse che voi la sospettavate,
    il che mai non avverr,  di essersi accordata con Cesare,  e che l'ira
    vostra non si sarebbe placata,  vi mand a dire che era morta;  ma pi
    tardi,  temendo l'effetto che  ne  sarebbe  potuto  conseguire  mi  ha
    inviato a svelare la verit, ma temo di essere giunto troppo tardi.
    ANTONIO:  Troppo  tardi,  buon  Diomede: chiama le mie guardie,  te ne
    prego.
    DIOMEDE: Ol, le guardie del generale!  Le guardie,  ol!  Venite,  il
    vostro signore vi chiama.

    (Entrano quattro o cinque Guardie di Antonio).

    ANTONIO:  Buoni  amici,  portatemi dov' Cleopatra;  questo  l'ultimo
    servigio che vi chieder.
    PRIMA GUARDIA: Siamo dolenti,  signore,  che non possiate vivere pi a
    lungo di tutti i vostri sinceri seguaci.
    TUTTI: Dolorosissimo giorno!
    ANTONIO: No,  miei buoni compagni,  non fate che il crudele destino si
    compiaccia dell'omaggio del vostro dolore: date il benvenuto  al  fato
    che  viene  per  punirci,  e  noi  lo  castigheremo  mostrando  di non
    curarcene. Sollevatemi: vi ho spesso guidati: portatemi adesso,  buoni
    amici, e ricevete tutti i miei ringraziamenti.
    (Escono portando Antonio).


    SCENA QUINDICESIMA -  La stessa. Un Mausoleo.

    (Entrano, al piano di sopra, CLEOPATRA con le sue Ancelle, CARMIANA ed
    IRA).
    CLEOPATRA: Oh Carmiana, non me ne andr mai di qui.
    CARMIANA: Confortatevi, cara signora.
    CLEOPATRA: No,  non voglio: tutti gli eventi strani e terribili sono i
    benvenuti,  ma disprezzo i conforti;  la grandezza del nostro  dolore,
    per essere proporzionata alla nostra causa, deve essere intensa quanto
    quella.
    (Entra, al di sotto, DIOMEDE).
    Ebbene,  morto?
    DIOMEDE:  La morte  su di lui,  ma non  ancor morto.  Guardate fuori
    dall'altro  lato  del  vostro  mausoleo;   le  sue   guardie   l'hanno
    trasportato l.

    (Entra, al di sotto, ANTONIO portato dalle Guardie).
    CLEOPATRA:  O  sole,  brucia la grande sfera nella quale ti muovi!  Si
    copra di tenebre il mutevole  lido  del  mondo.  O  Antonio,  Antonio,
    Antonio!  Aiuto,  Carmiana,  aiuto, Ira, aiuto; aiuto, amici dabbasso;
    portiamolo qui.
    ANTONIO: Silenzio!  Non   il  valore  di  Cesare  che  ha  rovesciato
    Antonio, ma  quello di Antonio che ha trionfato di se stesso.
    CLEOPATRA:  Cos  doveva essere,  che nessuno eccetto Antonio vincesse
    Antonio; ma quale sciagura!
    ANTONIO: Muoio,  Egiziana,  muoio;  solo per poco ancora importuno  la
    morte,  finch io posi sulle tue labbra l'ultimo povero bacio di tante
    migliaia.
    CLEOPATRA: Non  oso,  caro...  mio  caro  signore,  perdono,  non  oso
    scendere,  per  non  essere  presa:  il  superbo trionfo del fortunato
    Cesare non sar mai adornato della  mia  persona;  se  i  coltelli,  i
    veleni,  le  serpi,  hanno taglio,  dardo od effetto,  sono salva: tua
    moglie Ottavia, coi suoi occhi pudichi e la sua silente condanna,  non
    avr l'onore di squadrarmi.  Ma vieni,  vieni,  Antonio...  aiutatemi,
    donne mie... dobbiamo portarti quass; assistetemi, buoni amici
    ANTONIO: Oh, presto, o sar morto.
    CLEOPATRA: Ecco davvero  un  faticoso  esercizio!  Come  pesa  il  mio
    signore!  La nostra forza  tutta dileguata nel dolore che ci opprime.
    Avessi il potere della grande Giunone,  Mercurio dalle  forti  ali  ti
    porterebbe  su  collocandoti  al  fianco  di Giove.  Ancora un piccolo
    sforzo...  coloro che concepiscono  desideri  sono  stati  sempre  dei
    pazzi...   Oh  vieni,  vieni,  vieni;  (sollevano  Antonio  accanto  a
    Cleopatra) e sii il benvenuto,  il benvenuto!  muori dove sei vissuto:
    rianimati sotto i miei baci: avessero le mie labbra un tale potere, le
    consumerei cos.
    TUTTI: Doloroso spettacolo!
    ANTONIO: Io muoio, Egiziana, muoio: dammi del vino, e lasciami parlare
    un poco.
    CLEOPATRA: No,  lascia parlare me,  e lasciami imprecare cos alto che
    la falsa meretrice     Fortuna spezzi la sua  ruota,  provocata  dalle
    mie offese.
    ANTONIO: Una parola,  dolce regina: assicurate presso Cesare il vostro
    onore e la vostra salvezza. Oh!
    CLEOPATRA: Sono cose che non vanno assieme.
    ANTONIO: Ascoltatemi, o gentile;  non fidatevi di alcuno di quelli che
    stanno attorno a Cesare, eccettuato Proculeio.
    CLEOPATRA:  Mi  affider  alla mia risoluzione ed alle mie mani;  ma a
    nessuno intorno a Cesare.
    ANTONIO: Non vi lamentate n  addolorate  del  miserevole  cambiamento
    sopraggiunto  al  termine  della  mia  vita,  ma  confortate  i vostri
    pensieri nutrendoli delle prime fortune in cui sono vissuto,  come  il
    pi  grande  principe  del mondo,  ed il pi nobile;  non muoio adesso
    bassamente n mi tolgo con vilt l'elmo davanti  al  mio  compatriota:
    sono un Romano vinto con onore da un Romano.  Ora il mio spirito se ne
    va; non posso pi.
    CLEOPATRA: Nobilissimo tra gli uomini, vuoi dunque morire? Non ti curi
    dunque di me?  dovr vivere in questo scialbo  mondo  che,  nella  tua
    assenza,  non  migliore d'un porcile? Oh, vedete, donne mie, (Antonio
    muore) la corona del mondo si scioglie. Mio signore!  Oh,   appassita
    la  ghirlanda di guerra,  la stella polare del soldato  tramontata: i
    ragazzi e le fanciulle sono adesso a uno stesso livello cogli  uomini;
    la  superiorit    sparita  e  non  rimane nulla di rotevole sotto la
    visitante luna.
    (Sviene).
    CARMIANA: Oh, calma, signora!
    IRA: Anche la nostra sovrana  morta.
    CARMIANA: Signora!
    IRA: Signora!
    CARMIANA: Signora. signora, signora!
    IRA: Reale Egiziana, imperatrice!
    CARMIANA: Zitta, zitta, Ira!
    CLEOPATRA: No,  non sono altro che una  donna  dominata  dalle  stesse
    povere  passioni che albergano nella ragazza che munge e compie le pi
    umili mansioni. Dovrei gettare il mio scettro agli di maligni per dir
    loro che questo mondo era eguale al loro,  prima che essi ne rapissero
    il  nostro  gioiello.  Ora  tutto   nulla;  la pazienza  sciocca,  e
    l'impazienza  si  addice  a  un  cane  arrabbiato:    dunque  peccato
    precipitarsi nella dimora segreta della morte,  prima che la morte osi
    venire a noi? Come state,  donne?  Suvvia,  suvvia!  Allegre!  Ebbene,
    Carmiana!  Mie nobili fanciulle! Ah, donne, donne, guardate, la nostra
    lampada  esaurita,    spenta!  Buone  fanciulle,  fatevi  cuore:  lo
    seppelliremo;  e  quindi  adempiremo  nell'alta guisa romana ci che 
    coraggioso e  nobile,  procurando  che  la  morte  sia  orgogliosa  di
    prenderci.  Venite,  andiamo:  la  spoglia  di questo grande spirito 
    fredda adesso: ah,  donne,  donne!  Venite,  non abbiamo  altro  amico
    all'infuori della risoluzione e della fine pi pronta.
    (Escono; quelli di sopra portano via il corpo di Antonio).








    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Alessandria. Il campo di Cesare.

    (Entrano CESARE,  AGRIPPA,  DOLABELLA,  MECENATE,  GALLO, PROCULEIO ed
    altri che formano il suo Consiglio di guerra).
    CESARE: Va' da lui, Dolabella,  e digli di arrendersi;  essendo cos a
    mal partito egli simula i suoi indugi.
    DOLABELLA: Va bene, Cesare.
    (Esce).

    (Entra DERCETA con la spada di Antonio).

    CESARE: Che significa ci? e chi sei tu che osi apparirci cos?
    DERCETA:  Mi chiamo Derceta;  servii Marco Antonio che fu il pi degno
    di essere meglio servito: finch rimase in piedi e parl,  fu  il  mio
    padrone,  ed io impiegai la mia vita contro coloro che lo odiavano. Se
    ti piacer accogliermi sar per Cesare quello che fui per lui;  se non
    ti piacer, ti abbandono la mia vita.
    CESARE: Che cosa dici?
    DERCETA: Dico, o Cesare, che Antonio  morto.
    CESARE:  Lo  schiantarsi  di  un  essere  cos  grande  avrebbe dovuto
    produrre un pi grande frastuono:  la  terra  rotonda  avrebbe  dovuto
    cacciare  i leoni nelle vie tranquille,  e i cittadini nelle spelonche
    di quelli.  La morte di Antonio non rappresenta una  catastrofe  sola;
    nel suo nome era racchiusa una met del mondo.
    DERCETA: Egli  morto,  Cesare;  non per opera di un pubblico ministro
    di giustizia, n per opera di un coltello prezzolato, ma quella stessa
    mano che scrisse la sua gloria nelle azioni che comp ha, col coraggio
    prestatole dal cuore,  trafitto il cuore.  Questa    la  spada;  l'ho
    sottratta  alla  sua  ferita  guarda,   macchiata del suo nobilissimo
    sangue.
    CESARE: Siete tristi,  amici?  Mi castighino gli di,  ma queste  sono
    notizie da inumidire gli occhi dei re.
    AGRIPPA: Ed  strano che la natura ci debba costringere a lamentare le
    azioni nelle quali abbiamo pi persistito.
    MECENATE: Le sue colpe e le sue glorie si bilanciavano in lui.
    AGRIPPA: Uno spirito pi eletto non guid mai la natura umana: ma voi,
    o di, ci date qualche difetto per farci uomini. Cesare  commosso.
    MECENATE:  Quando  un cos vasto specchio  posto davanti a lui,  egli
    deve scorgervi se stesso.
    CESARE: O Antonio!  io ti ho condotto a questo.  Ma noi sovente con un
    colpo  di  lancetta dobbiamo curare i mali del nostro corpo: io dovevo
    necessariamente mostrarti lo spettacolo di un tramonto simile,  oppure
    contemplare  il tuo: non potevamo abitare assieme nel mondo intero: ma
    lascia che io ti lamenti con lacrime sovrane come il sangue dei cuori,
    o fratello mio, a me associato nelle pi grandi imprese,  mio compagno
    nell'impero, amico e commilitone sul fronte di guerra, braccio del mio
    stesso  corpo  e  cuore  in  cui il mio alimentava i suoi pensieri;  e
    lascia che io rimpianga che le nostre stelle irreconciliabili  abbiano
    scissa cos la nostra eguaglianza. Ascoltatemi, buoni amici...
    (Entra un Egiziano).
    Ma vi parler in un momento pi opportuno: l'espressione di quell'uomo
    annuncia qualche messaggio; udremo ci che dir. Di che paese siete?
    EGIZIANO:  Sono  ancora  un  povero  egiziano.  La  regina mia signora
    rinchiusa in tutto ci  che  le  rimane,  il  suo  mausoleo,  desidera
    istruzioni  circa  i  tuoi  intendimenti,  cos  da potere,  essendosi
    preparata, adattarsi alla via a cui sar costretta.
    CESARE: Ditele di stare di buon animo: ella presto sapr da  noi,  per
    mezzo  d'uno  dei nostri,  quali onorevoli e gentili decisioni abbiamo
    preso per lei; poich Cesare non pu vivere ed essere scortese.
    EGIZIANO: Gli di ti proteggano!
    (Esce).
    CESARE: Venite qua,  Proculeio.  Andate a dirle che non le  prepariamo
    alcuna vergogna: datele quei conforti che il suo dolore richiede,  per
    evitare che,  nella sua magnanimit,  ella non abbia a  sfuggirci  con
    qualche colpo mortale; poich la sua presenza a Roma renderebbe eterno
    il nostro trionfo.  Andate e al pi presto informatemi di ci che dice
    e ci che pensate di lei.
    PROCULEIO: Obbedisco, Cesare.
    (Esce).
    CESARE: Gallo,  andate con lui.  (Esce  Gallo)  Dov'  Dolabella,  per
    accompagnare Proculeio?
    TUTTI: Dolabella!
    CESARE: Lasciatelo stare,  perch adesso mi ricordo in qual faccenda 
    occupato: egli sar pronto a suo tempo.  Venite con me alla mia tenda,
    dove  vedrete  come  a  malincuore  io  sia  stato trascinato a questa
    guerra;  come io abbia proceduto con calma e moderazione  in  tutti  i
    mici  scritti:  venite  con  me  a  vedere  ci che posso mostrarvi in
    proposito.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Alessandria. Il Mausoleo.

    (Entrano CLEOPATRA, CARMIANA ed IRA).
    CLEOPATRA: La mia desolazione comincia a creare una vita migliore.  E'
    misera  cosa  esser  Cesare;  non essendo egli la Fortuna,   il servo
    della Fortuna,  un ministro del suo volere: ed   invece  cosa  grande
    compiere quell'atto che d termine a tutti gli altri, che incatena gli
    incidenti  ed  arresta  il cambiamento;  che addormenta e impedisce di
    assaporare quel fango che nutre il mendicante e Cesare.

    (Entrano, alle porte del Mausoleo, PROCULEIO, GALLO e Soldati).

    PROCULEIO: Cesare invia i suoi  saluti  alla  regina  d'Egitto,  e  ti
    invita a studiare quali favori desideri che egli ti conceda.
    CLEOPATRA: Qual  il tuo nome?
    PROCULEIO: Mi chiamo Proculeio.
    CLEOPATRA:  Antonio mi parl di voi e mi disse di aver fiducia in voi,
    ma non m'importa molto d'essere ingannata,  non sapendo che fare della
    fedelt. Se il vostro padrone vuole avere una regina mendica davanti a
    s,  dovete dirgli che la maest, per mantenere il suo decoro, non pu
    mendicare meno di un regno: se gli piaccia affidarmi il  vinto  Egitto
    per  mio  figlio,  mi  dar  tanto del mio da indurmi a inginocchiarmi
    dinanzi a lui per ringraziarlo.
    PROCULEIO: State di buon animo; siete caduta in mani principesche; non
    temete di nulla: rimettetevene liberamente in tutto al mio signore, il
    quale  cos pieno di grazia che essa trabocca su tutti coloro che  ne
    abbisognano.   Lasciate   che   io   gli  riferisca  la  vostra  dolce
    sottomissione,  e troverete un vincitore che vi pregher di aiutarlo a
    mostrarsi  cortese,  allorch  v'inginocchierete  davanti  a  lui  per
    chiedergli solamente grazia.
    CLEOPATRA: Vi prego,  ditegli  che  io  sono  la  vassalla  della  sua
    fortuna,  e  che  gli  mando  il  riconoscimento  del  trionfo  che ha
    ottenuto. D'ora in ora apprendo una lezione d'obbedienza, e lo mirerei
    volentieri in volto.
    PROCULEIO: Glielo riferir, cara signora. Confortatevi,  perch so che
    il vostro stato  compatito da colui che ne  la causa.
    GALLO: Vedete come  facile sorprenderla.  (A questo punto Proculeio e
    due Guardie salgono sul Mausoleo per mezzo di una scala  appoggiata  a
    una  finestra,  ed  essendone  discesi,  si  trovano  alle  spalle  di
    Cleopatra.  Alcune Guardie tolgono le sbarre alla  porta  e  l'aprono)
    Sorvegliatela fino all'arrivo di Cesare.
    (Esce).
    IRA: Reale maest!
    CARMIANA: Oh Cleopatra! tu sei presa, regina.
    CLEOPATRA: Presto, presto, buone mani.
    (Sguaina un pugnale).
    PROCULEIO:  Fermatevi,  degna  signora,  fermatevi:  (l'afferra  e  la
    disarma) non fate un tal  torto  a  voi  stessa,  che  con  ci  siete
    salvata, e non tradita.
    CLEOPATRA:  Sono  dunque  tradita  anche  dalla  morte  che libera dal
    languore persino i cani?
    PROCULEIO: Cleopatra,  non insultate la  generosit  del  mio  padrone
    distruggendo  voi stessa: lasciate che il mondo veda bene impiegata la
    sua nobilt, cui la vostra morte non permetterebbe mai di rivelarsi.
    CLEOPATRA: Dove sei,  o  morte?  Vieni  qua,  vieni!  Vieni,  vieni  a
    prendere una regina che vale molti bambini e molti accattoni.
    PROCULEIO: Moderatevi, signora.
    CLEOPATRA: Signore,  io non prender cibo e non berr,  signore, e, se
    proprio  necessario indulgere una volta a vani discorsi,  non dormir
    nemmeno:  distrugger questa dimora mortale,  qualunque cosa possa far
    Cesare. Sappiate, signore,  che non apparir incatenata alla corte del
    vostro  padrone  e  che  non  una  sola volta sar insultata dal casto
    sguardo della fredda  Ottavia.  Dovrei  essere  sollevata  in  alto  e
    mostrata all'urlante plebaglia della censoria Roma?  Sia piuttosto una
    fossa d'Egitto la mia gentile tomba!  Ponetemi piuttosto ignuda  sulla
    melma  del  Nilo e lasciate che i moscerini,  coprendomi di cacchioni,
    facciano di me una cosa immonda! fatemi piuttosto una forca delle alte
    piramidi del mio paese e appiccatemi lass in catene!
    PROCULEIO: Voi estendete questi pensieri d'orrore pi oltre di  quanto
    ne troverete ragione in Cesare.

    (Entra DOLABELLA).
    DOLABELLA: Proculeio, il tuo padrone Cesare sa quello che hai fatto, e
    mi ha mandato a cercarti: in quanto alla regina,  la prender sotto la
    mia custodia.
    PROCULEIO: Va bene,  Dolabella.  preferisco cos: sii gentile con lei.
    (A  Cleopatra) A Cesare dir ci che vi piacer,  se volete impiegarmi
    presso di lui.
    CLEOPATRA: Digli che vorrei morire.
    (Escono Proculeio e i Soldati).
    DOLABELLA: Nobilissima imperatrice, avete udito parlare di me?
    CLEOPATRA: Non potrei dirlo.
    DOLABELLA: Sicuramente mi conoscete.
    CLEOPATRA: Non importa, signore, ci che ho udito o saputo. Voi ridete
    quando i ragazzi o le donne vi raccontano  i  loro  sogni;  non    il
    vostro modo di fare?
    DOLABELLA: Non capisco, signora.
    CLEOPATRA:  Ho sognato che vi era un condottiero chiamato Antonio: oh,
    un altro sogno simile, per poter vedere un'altra volta un uomo simile!
    DOLABELLA: Se vi piacesse...
    CLEOPATRA: Il suo volto era come il cielo e in esso vi erano un sole e
    una luna che seguivano il loro corso illuminando il  piccolo  O  della
    terra.
    DOLABELLA: Sovrana creatura...
    CLEOPATRA:  Le  sue  gambe  stavano  a  cavalcioni dell'oceano: il suo
    braccio alzato era il cimiero del mondo: la  sua  voce  era  armoniosa
    come  tutte  le  intonate  sfere,  per  gli  amici;  ma  quando voleva
    soggiogare e scuotere il mondo,  era simile  al  tuono  rumoreggiante.
    Quanto alla sua generosit,  non c'era inverno in essa; era un autunno
    la cui fecondit si accresceva pei raccolti: le sue gioie  erano  come
    delfini  che  mostravano  la  schiena al di sopra dell'elemento in cui
    vivevano: nella sua assisa correvano corone e serti reali, e i regni e
    le isole erano come piastre d'argento cadute dalla sua tasca.
    DOLABELLA: Cleopatra...
    CLEOPATRA: Credi tu che vi sia stato o che vi potrebbe essere un  uomo
    simile a quello che ho sognato?
    DOLABELLA: No, gentile signora.
    CLEOPATRA:  Voi mentite in cospetto degli di.  Ma se vi fosse o fosse
    mai stato un tale uomo,  ecco quel che passa ogni confine  del  sogno;
    alla  natura manca il potere di rivaleggiare colla fantasia in istrane
    forme;  eppure l'immaginare un Antonio  sarebbe  un  capolavoro  della
    natura contro la fantasia,  di cui ella offuscherebbe completamente le
    larve.
    DOLABELLA: Ascoltatemi,  buona signora.  La vostra  perdita    grande
    quanto  voi stessa;  e voi la sopportate come si conviene al suo peso:
    vorrei non poter mai raggiungere un bramato successo se io non provo a
    rimbalzo del vostro, un dolore che mi penetra fino in fondo al cuore.
    CLEOPATRA: Vi ringrazio,  signore.  Sapete cosa Cesare intenda fare di
    me?
    DOLABELLA: Mi ripugna dirvi ci che vorrei sapeste.
    CLEOPATRA: Suvvia, vi prego, signore...
    DOLABELLA: Malgrado la sua nobilt d'animo...
    CLEOPATRA: Dunque mi condurr in trionfo?
    DOLABELLA: S, signora; lo so.
    (Squillo di tromba e grida dal di dentro: Largo a Cesare!).

    (Entrano CESARE,  GALLO, PROCULEIO, MECENATE, SELEUCO ed altri del suo
    Seguito).

    CESARE: Qual  la regina d'Egitto?
    DOLABELLA: E' l'imperatore, signora.
    (Cleopatra s'inginocchia).
    CESARE: Alzatevi,  non  dovete  inginocchiarvi:  vi  prego,  alzatevi,
    alzatevi regina d'Egitto.
    CLEOPATRA:  Signore,  gli  di  cos  vogliono;  devo  obbedire al mio
    padrone e signore.
    CESARE: Non accogliete tristi pensieri: la memoria degli affronti  che
    ci  faceste,  bench  scritta nella nostra carne,  la ricorderemo come
    fosse avvenuta solamente per caso.
    CLEOPATRA: Unico signore del mondo,  non posso esporre  la  mia  causa
    cos  bene  da  farla apparire innocente;  ma confesso di essere stata
    colma delle debolezze che gi prima hanno  spesso  fatto  vergogna  al
    nostro sesso.
    CESARE:  Cleopatra,  sappiate  che siamo disposti piuttosto a mitigare
    che ad aggravare: se vi conformerete ai nostri disegni che sono  molto
    benigni  per  voi,  troverete un benefizio in tale cambiamento;  ma se
    cercherete di farmi apparire crudele,  seguendo l'esempio di  Antonio,
    vi  priverete dei miei buoni propositi,  ed esporrete i vostri figli a
    quella rovina dalla quale li  protegger  se  fidate  in  me.  Ora  vi
    lascio.
    CLEOPATRA:  Potete  andare per il mondo intiero: esso  vostro;  e noi
    che siamo i vostri stemmi e  i  vostri  segni  di  conquista,  staremo
    appesi in qual luogo vi piaccia. Ecco, mio buon signore.
    CESARE: Voi mi consiglierete in tutto ci che concerne Cleopatra.
    CLEOPATRA:  Questa  la nota del danaro,  argenteria e gioielli di cui
    sono in possesso: la lista  esatta,  e solo le cose trascurabili  non
    vi sono registrate. Dov' Seleuco?
    SELEUCO: Qui, signora.
    CLEOPATRA:  Questo   il mio tesoriere: lasciate che egli dica,  a suo
    rischio, mio signore,  che non ho serbato nulla per me stessa.  Di' la
    verit, Seleuco.
    SELEUCO: Signora,  preferirei sigillarmi le labbra piuttosto che dire,
    a mio rischio, quello che non .
    CLEOPATRA: Che cosa mi sono tenuta?
    SELEUCO: Abbastanza da riscattare quanto avete palesato.
    CESARE: No, non arrossite,  Cleopatra;  approvo la saggezza del vostro
    atto.
    CLEOPATRA:  Vedete,  Cesare!  Oh  guardate  come gli uomini seguono la
    fortuna!  i miei  seguaci  saranno  vostri  adesso,  e  se  le  nostre
    condizioni mutassero,  i vostri diverrebbero miei.  L'ingratitudine di
    questo Seleuco mi rende furiosa.  Oh schiavo,  indegno di maggior fede
    che  non accordiamo all'amore mercenario!  E che,  indietreggi?  te ne
    andrai,  te lo garantisco;  ma voglio strapparti gli occhi,  anche  se
    avessero ali: schiavo, infame senz'anima, cane! Prodigio di bassezza!
    CESARE: Buona regina, lasciate che vi preghiamo.
    CLEOPATRA: O Cesare,  quale cocente vergogna  mai questa che,  mentre
    tu ti  pieghi  a  visitarmi  qui,  degnandoti  di  onorare  della  tua
    grandezza  la mia sottomissione,  il mio stesso servo debba accrescere
    ancora la somma delle mie disgrazie aggiungendovi  la  sua  malvagit!
    Mettiamo  pure,  buon  Cesare,  che io mi sia serbata qualche gingillo
    donnesco, inezie trascurabili,  doni di tale valore quali siamo soliti
    offrire  agli  amici  ordinari,  e  mettiamo  pure  che abbia messi in
    disparte alcuni doni pi nobili per Livia e Ottavia, onde interessarle
    alla mia sorte; debbo dunque essere smascherata da uno che ho nutrito?
    Per gli di!  ci mi fa cadere pi in basso del luogo  dove  sono.  (A
    Seleuco) Ti prego,  vattene, o ti mostrer i tizzoni della mia collera
    attraverso le ceneri della mia sventura: se tu fossi un uomo,  avresti
    piet di me.
    CESARE: Ritirati, Seleuco.
    (Esce Seleuco).
    CLEOPATRA:  Si  sappia  che noi grandissimi siamo mal giudicati per le
    azioni  compiute  da  altri,   e  che  una  volta  caduti  rispondiamo
    personalmente delle colpe altrui; siamo quindi degni di compassione.
    CESARE:  Cleopatra,  non  ci  che  vi  siete serbata n ci che avete
    dichiarato metteremo noi nella lista delle prede;  tutto ci  continui
    ad appartenervi, disponetene a vostro piacimento, e credete che Cesare
    non    un  mercante da far bottino insieme con voi delle cose vendute
    dai mercanti.  Perci confortatevi: non fatevi una prigione dei vostri
    pensieri:  no,  cara regina: poich intendiamo disporre di voi secondo
    il consiglio che voi stessa ci darete.  Nutritevi e dormite: la nostra
    cura  e  la  nostra  piet    cos presso di voi che rimaniamo vostri
    amici; e cos, addio.
    CLEOPATRA: Mio padrone, e mio signore!
    CESARE: Non cos. Addio.
    (Squillo di tromba. Escono Cesare e il suo Seguito).
    CLEOPATRA: Egli mi lusinga a parole,  fanciulle,  mi lusinga a  parole
    perch io non agisca nobilmente verso me stessa: ma ascolta, Carmiana.
    (Parla sottovoce a Carmiana).
    IRA: Moriamo,  buona signora; il giorno luminoso  finito e le tenebre
    ci attendono.
    CLEOPATRA: Affrettati: ho gi parlato ed   stato  provveduto:  va'  a
    sollecitare. CARMIANA: Vado, signora.

    (Rientra DOLABELLA).

    DOLABELLA: Dov' la regina?
    CARMIANA: Eccola, signore.
    (Esce).
    CLEOPATRA: Dolabella!
    DOLABELLA: Signora,  secondo quanto avevo giurato per vostro comando e
    che il mio amore mi fa sacro mantenete,  vi  dico  questo:  Cesare  ha
    deciso di attraversare la Siria, e fra tre giorni vi mander innanzi a
    s  coi  vostri figli.  Fate di ci l'uso migliore;  io ho eseguito il
    vostro piacere e la mia promessa.
    CLEOPATRA: Dolabella, rimarr vostra debitrice.
    DOLABELLA: Ed io il vostro servo. Addio,  buona regina,  debbo recarmi
    da Cesare.
    CLEOPATRA: Addio,  e grazie.  (Esce Dolabella) Adesso, Ira, che pensi?
    Tu, come una burattina egiziana, sarai messa in mostra a Roma, al pari
    di me: abbietti schiavi dai grembiali sporchi, con squadre e martelli,
    ci alzeranno alla vista di tutti: saremo avvolte dai loro aliti grevi,
    rancidi di cibi grossolani, e costrette ad aspirarne le emanazioni.
    IRA: Gli di non vogliano!
    CLEOPATRA: S,  questo  certissimo,  Ira: gli  insolenti  littori  ci
    afferreranno  come  meretrici  e di rimatori rognosi ci canteranno in
    ballate stonate: istrioni di pronto ingegno  improvviseranno  commedie
    su di noi,  rappresentando i nostri conviti alessandrini; Antonio sar
    raffigurato ubriaco,  ed io vedr  qualche  giovanotto  travestito  da
    stridula  Cleopatra  avvilire  la  mia  grandezza  in atteggiamento di
    puttana.
    IRA: Oh buoni di!
    CLEOPATRA: S, questo  certo.
    IRA: Non vedr mai ci,  poich sono sicura che le mie unghie sono pi
    forti dei miei occhi.
    CLEOPATRA:   Ebbene,   questa    la  maniera  di  burlarci  dei  loro
    preparativi e vincere le loro assurde intenzioni.
    (Rientra CARMIANA).
    Ebbene.  Carmiana!  Adornatemi come una regina,  donne mie:  andate  a
    prendere  le  mie  vesti  migliori:  io  vado  di  nuovo sul Cidno,  a
    incontrare Marco Antonio:  va',  Ira,  fanciulla  mia.  Adesso  nobile
    Carmiana,  morremo davvero,  e quando avrai eseguito questo compito ti
    dar il permesso di divertirti fino al giorno del Giudizio.  Portatemi
    la mia corona e tutto il resto.  (Esce Ira. Rumore al di dentro) Cos'
    questo rumore?

    (Entra una Guardia).

    GUARDIA: C' un campagnuolo che non vuole gli  si  rifiuti  di  vedere
    l'Altezza Vostra: vi porta dei fichi.
    CLEOPATRA: Lasciatelo entrare.  (Esce la Guardia) Che misero strumento
    pu compiere una nobile azione!  Egli mi  porta  la  libert.  La  mia
    risoluzione    presa,  ed  io non ho nulla di femminile in me: adesso
    sono salda come  il  marmo  dalla  testa  ai  piedi;  adesso  la  luna
    incostante non  il mio pianeta.

    (Rientra  la  Guardia con un Buffone vestito da contadino che porta un
    canestro).

    GUARDIA: Ecco l'uomo.
    CLEOPATRA: Esci,  e lascialo qui.  (Esce la  Guardia)  Hai  tu  l  il
    grazioso serpente del Nilo, che uccide senza far male?
    BUFFONE:  Ce  l'ho  davvero,  ma  non  vorrei  essere  quello  che  vi
    consiglier di toccarlo,  poich il suo morso  immortale;  coloro che
    ne muoiono guariscono di rado o mai.
    CLEOPATRA: Ti rammenti di alcuno che ne sia morto?
    BUFFONE: Di moltissimi,  uomini ed anche donne.  Ho sentito parlare di
    una non pi tardi di ieri: una donna onestissima,  ma un  poco  dedita
    alla menzogna,  il che una donna non dovrebbe fare se non onestamente:
    ho sentito dire come mor del suo morso e che dolore prov: veramente,
    ella ha fatto un ottimo rapporto sul serpente; ma chi credesse a tutto
    ci che dicono le donne non si salverebbe dalla met di ci  che  esse
    fanno: ma  fallibile, che il serpente  un curioso serpente.
    CLEOPATRA: Vattene; addio.
    BUFFONE: Vi auguro ogni gioia col serpente.
    (Posa il suo canestro).
    CLEOPATRA: Addio.
    BUFFONE:  Dovete mettervi in mente,  fate attenzione,  che il serpente
    agir secondo la sua natura.
    CLEOPATRA: S, s; addio.
    BUFFONE: State attenta, il serpente non deve essere affidato alle cure
    di gente saggia, poich, in verit, non c' bont nel serpente.
    CLEOPATRA: Non te ne dar pensiero; se ne avr cura.
    BUFFONE: Benissimo.  Non dategli nulla,  vi prego,  perch non vale il
    suo nutrimento.
    CLEOPATRA: Manger di me?
    BUFFONE: Non dovete credere che io sia cos semplice da non sapere che
    il  diavolo  stesso  non  mangerebbe  una donna: so che una donna  un
    piatto per gli di,  se il diavolo non  la  condisce.  Ma,  veramente,
    questi  stessi  figli  di puttana di diavoli fanno gran torto agli di
    nelle donne,  poich di dieci che gli di ne fabbricano,  i diavoli ne
    guastano cinque.
    CLEOPATRA: Bene, vattene addio
    BUFFONE: S, davvero: vi auguro gioia col serpente.
    (Esce).

    (Rientra IRA con un manto, una corona, eccetera).

    CLEOPATRA: Datemi il mio manto e ponetemi in capo la mia corona: ho in
    me  una  sete  d'immortalit:  adesso  non  pi  il  sugo del grappolo
    d'Egitto inumidir queste labbra: presto, presto,  buona Ira,  presto.
    Mi sembra di sentire Antonio chiamarmi;  lo vedo alzarsi per lodare il
    mio nobile atto; lo sento schernire la fortuna di Cesare,  fortuna che
    gli di concedono agli uomini per giustificare la loro collera futura.
    Sposo,  io  vengo:  adesso il mio coraggio trovi il mio diritto a quel
    nome! Io sono fuoco ed aria;  cedo gli altri miei elementi ad una vita
    pi  intima.  Bene;  avete  finito?  Venite dunque e prendete l'ultimo
    tepore delle mie labbra. Addio, gentile Carmiana; Ira, un lungo addio.
    (Le bacia. Ira cade morta) Ho l'aspide tra le labbra? Cadi? Se tu e la
    natura potete separarvi cos dolcemente,  il tocco della morte   come
    il  pizzicotto  di  un  amante,  che  fa  male ed  desiderato.  Giaci
    immobile?  Se svanisci cos,  dici al mondo che  esso  indegno  di  un
    addio.
    CARMIANA: Disciogliti in pioggia,  densa nube,  cos che io possa dire
    che gli stessi di piangono!
    CLEOPATRA: Questo esempio mi fa  apparire  vile:  se  ella  per  prima
    incontrer  il  riccioluto  Antonio,  egli la solleciter dandole quel
    bacio che  per me il mio cielo.  Vieni,  creatura  micidiale;  (a  un
    aspide che ella si applica al petto) coi tuoi denti acuti sciogli d'un
    tratto questo intricato nodo di vita: povero bruto velenoso,  irritati
    e fa' presto. Oh, potessi tu parlare, cos che potessi udirti chiamare
    il gran Cesare un asino senza abilit!
    CARMIANA: O stella d'Oriente!
    CLEOPATRA: Silenzio,  silenzio!  Non vedi che ho  il  mio  bambino  al
    petto, che succhia fino a fare addormentare la balia?
    CARMIANA: Oh, finiamo! finiamo!
    CLEOPATRA:  Dolce  come balsamo,  lene come l'aria,  soave come...  Oh
    Antonio!... S, voglio prendere anche te.  (Si applica un altro aspide
    al braccio) Perch dovrei restare...
    (Muore).
    CARMIANA: ...in questo basso mondo?  Ebbene, addio. Ed ora, vantati, o
    morte,  che giace in tuo potere  una  fanciulla  senza  pari.  Piumose
    finestre,  chiudetevi;  e  che l'aureo Febo non sia mai contemplato di
    nuovo da occhi cos regali.  La vostra corona  di sbieco;  la  voglio
    mettere a posto, e poi mi divertir.

    (Entrano le Guardie correndo).

    PRIMA GUARDIA: Dov' la regina?
    CARMIANA: Parlate piano, non la svegliate.
    PRIMA GUARDIA: Cesare ha mandato...
    CARMIANA: Un messaggero troppo lento. (Si applica un aspide) Oh, vieni
    presto, affrettati: gi ti sento in parte.
    PRIMA  GUARDIA:  Avvicinatevi,  oh!  Non va tutto bene: Cesare  stato
    ingannato.
    SECONDA GUARDIA: Dolabella  stato mandato da Cesare; chiamatelo.
    PRIMA GUARDIA: Che lavoro  questo? Carmiana, vi pare ben fatto?
    CARMIANA: E' ben fatto,  e degno di una principessa discesa  da  tanti
    regali sovrani. Ah, soldato!
    (Muore).

    (Rientra DOLABELLA)

    DOLABELLA: Che succede qui?
    SECONDA GUARDIA: Tutte morte.
    DOLABELLA:  Cesare,  i tuoi pensieri toccano in questo i loro effetti:
    tu stesso vieni a vedere eseguito l'atto temuto che tanto cercasti  di
    evitare.
    VOCI (di dentro): Largo laggi, largo a Cesare!

    (Rientra CESARE col suo Seguito).

    DOLABELLA: Oh,  Signore,  siete certamente un ugure; ci che temevate
    si  compiuto.
    CESARE: Coraggiosa alla fine,  ella indovin le nostre intenzioni e da
    regina  scelse  la  sua strada.  In qual modo sono morte?  Non le vedo
    sanguinare.
    DOLABELLA: Chi  stato con loro per ultimo?
    PRIMA GUARDIA: Un semplice contadino che le port  dei  fichi:  questo
    era il suo paniere.
    CESARE: Avvelenate dunque.
    SECONDA  GUARDIA:  Oh Cesare,  questa Carmiana era viva un momento fa;
    ella stava in piedi e parlava;  l'ho trovata che aggiustava il diadema
    alla sua padrona morta;  si reggeva in piedi tremando e ad un tratto 
    caduta.
    CESARE: O nobile debolezza!  Se avessero inghiottito del  veleno,  ci
    apparirebbe  per  un  rigonfiamento  esteriore:  ma  Cleopatra  sembra
    dormire,  come se volesse imprigionare un  altro  Antonio  nella  rete
    possente delle sue grazie.
    DOLABELLA:  Qui,  sul  suo  petto,  vi    una  puntura  sanguinosa  e
    leggermente rigonfia: lo stesso sul braccio.
    PRIMA GUARDIA: Questa  la traccia di un aspide: e  queste  foglie  di
    fico  sono  coperte  di  una  bava simile a quella che lascia l'aspide
    nelle caverne del Nilo.
    CESARE: E' molto probabile che sia morta cos; poich il suo medico mi
    ha detto che elle ha fatte infinite  esperienze  sul  modo  di  morire
    senza dolore. Portatela nel suo letto, e recate le sue donne fuori dal
    mausoleo:  ella  verr  sepolta  presso  al suo Antonio: nessuna tomba
    sulla terra racchiuder una  coppia  altrettanto  famosa.  Avvenimenti
    cos grandi colpiscono anche quelli che li hanno provocati; e la piet
    ispirata  dalla  loro storia non sar minore della gloria di colui che
    li ha condotti a questa lamentevole  catastrofe.  Il  nostro  esercito
    assister in forma solenne a questi funerali, e quindi andremo a Roma.
    Vieni,  Dolabella,  abbi  cura  che vi sia il massimo ordine in questa
    grande solennit.
    (Escono).



















    CORIOLANO.


    PERSONAGGI.

    CAIO MARZIO, pi tardi CAIO MARZIO CORIOLANO, patrizio romano.
    TITO LARZIO, COMINO: generali contro i Volsci.
    MENENIO AGRIPPA, amico di Coriolano.
    SICINIO VELUTO, GIUNIO BRUTO: tribuni della plebe.
    Il piccolo MARZIO, figlio di Coriolano.
    Un Araldo romano.
    TULLO AUFIDIO, generale dei Volsci.
    Luogotenente di Aufidio.
    Cospiratori con Aufidio.
    NICANORE, Romano al servizio dei Volsci.
    ADRIANO, Volsco.
    Un Cittadino di Anzio.
    Due Guardie volsce.
    VOLUMNIA madre di Coriolano.
    VlRGILIA, moglie di Coriolano.
    VALERIA, amica di Virgilia.
    Dama di compagnia di Virgilia.
    Romani, Volsci, Senatori, Patrizi, Edili, Littori, Soldati, Cittadini,
    Messaggeri, Servitori di Aufidio, e altri.

    Scena: Parte a Roma  e  nelle  vicinanze;  parte  a  Corioli  e  nelle
    vicinanze; parte ad Anzio.

















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Roma. Una via.

    (Entra  un  gruppo  di Cittadini rivoltosi con mazze,  bastoni e altre
    armi).
    PRIMO CITTADINO: Prima di andate pi oltre, uditemi.
    TUTTI: Parla, parla.
    PRIMO CITTADINO: Siete tutti risoluti a morire piuttosto che a  patire
    la fame?
    TUTTI: Risoluti, risoluti.
    PRIMO  CITTADINO:  E  prima  di  tutto  sapete  che  Caio  Marzio  il
    principale nemico della plebe?
    TUTTI: Lo sappiamo, lo sappiamo.
    PRIMO CITTADINO: Uccidiamolo e avremo il grano al prezzo nostro. E' un
    verdetto?
    TUTTI: Non se ne parli pi: che sia fatto: via, via.
    SECONDO CITTADINO: Una parola, buoni cittadini.
    PRIMO CITTADINO: Noi siamo stimati poveri cittadini: buoni, i patrizi.
    Quel di pi di cui i reggitori si rimpinzano,  sarebbe di sollievo per
    noi;  se  essi  ci  cedessero  solo il superfluo,  mentre non  ancora
    avariato,  potremmo credere che ci aiutassero  per  umanit;  ma  essi
    ritengono  che noi siamo troppo cari: la magrezza che ci affligge,  lo
    spettacolo della nostra miseria,   come un inventario  che  mette  in
    rilievo la loro abbondanza;  le nostre sofferenze sono un guadagno per
    loro.  Vendichiamoci di questo con le nostre forche prima di  diventar
    secchi  come  rastrelli: perch gli di sanno che io parlo per fame di
    pane, non per sete di vendetta.
    SECONDO CITTADINO: E vorreste voi prendervela specialmente contro Caio
    Marzio?
    TUTTI: Contro di lui prima di tutti:  egli    un  vero  cane  per  il
    popolo.
    SECONDO CITTADINO: Non pensate ai servigi che ha reso al suo paese?
    PRIMO CITTADINO: Certo, e saremmo disposti a dargliene merito, se egli
    non si ripagasse da s coll'esser orgoglioso.
    SECONDO CITTADINO: Via, non parlare con malizia.
    PRIMO CITTADINO: Io ti dico che quanto ha compiuto gloriosamente, l'ha
    fatto con questo scopo; bench uomini di facile coscienza siano pronti
    ad  affermare che l'ha fatto per il suo paese,  egli lo fece parte per
    compiacere sua madre,  e parte per esserne orgoglioso;  il che egli  
    nella misura stessa del suo coraggio.
    SECONDO CITTADINO: Quel che non ha potuto evitare nella sua natura, lo
    considerate  come  colpa in lui: ma non avete a dire in alcun modo che
    egli sia cupido.
    PRIMO CITTADINO: Se non devo dirlo,  non per questo mi trover a corto
    di  accuse:  egli  ha difetti,  e molti pi di quanti ne occorrano per
    stancare chi li enumera.  (Grida dal di dentro) Che grida son  queste?
    l'altra   parte   della   citt   si     sollevata:  che  stiamo  qui
    cianciando?... al Campidoglio!
    TUTTI: Andiamo, andiamo.
    PRIMO CITTADINO: Piano: chi  che viene qui?
    SECONDO CITTADINO: Il degno Menenio Agrippa: uno che ha  sempre  amato
    il popolo.
    PRIMO CITTADINO: E' abbastanza per bene; oh se tutti gli altri fossero
    come lui!

    (Entra MENENIO AGRIPPA).

    AGRIPPA: A quale impresa vi accingete,  miei concittadini? Dove andate
    con queste mazze e clave? Cosa  successo? Parlate, ve ne prego.
    PRIMO CITTADINO: Il nostro intento non  ignoto al Senato: hanno avuto
    sentore in questi ultimi quindici giorni di quello che  ci  proponiamo
    di  fare,  e  che ora faremo loro vedere in atto.  Dicono che i poveri
    postulanti hanno il fiato forte: sapranno ora  che  abbiamo  anche  le
    braccia forti.
    AGRIPPA: Ma come, signori, miei buoni amici, miei onesti concittadini,
    volete rovinarvi?
    PRIMO CITTADINO: Non possiamo, signore: siamo gi rovinati.
    AGRIPPA:  Vi  assicuro,  amici,  che  i  patrizi  hanno per voi la pi
    caritatevole sollecitudine: per quel che riguarda i vostri bisogni, le
    vostre sofferenze in questa carestia,  tanto vale colpire il cielo con
    i  vostri  bastoni,  che  levarli  contro  lo  Stato romano,  il quale
    continuer nel suo corso,  spezzando diecimila  freni,  fossero  anche
    molto  pi  forti  di  quanto la vostra opposizione potr mai crearne.
    Questa carestia l'hanno prodotta non i  patrizi,  ma  gli  di:  e  le
    vostre ginocchia,  non le vostre braccia,  debbono aiutarvi. Ahim, vi
    lasciate  trascinare  dalla  sventura  l  dove  altre   sventure   vi
    attendono: e voi calunniate i piloti dello Stato che hanno cura di voi
    come padri, mentre li maledite quasi fossero nemici.
    PRIMO  CITTADINO:  Si curano di noi!  S,  in verit!  non si sono mai
    curati di noi,  finora: lasciano che noi si muoia di  fame,  mentre  i
    loro  granai  sono pieni zeppi di grano: fanno editti sull'usura,  che
    proteggono gli  usurai:  aboliscono  ogni  giorno  le  leggi  salutari
    stabilite  contro  i  ricchi: e ogni giorno metton fuori aspri decreti
    per incatenare e  tener  schiavo  il  popolo.  Se  le  guerre  non  ci
    divorano,  penseranno  loro  a farlo: ecco tutto l'amore che hanno per
    noi!
    AGRIPPA: O dovete  confessare  di  essere  tremendamente  malevoli,  o
    dovete  lasciarvi  accusare  di  pazzia.  Vi  racconter  una graziosa
    storiella: forse l'avrete gi udita, ma poich serve al mio scopo,  mi
    arrischier a invecchiarla un altro po'.
    PRIMO  CITTADINO:  L'ascolter,  signore,  per  non dovete credere di
    farci dimenticare con una storiella i nostri  malanni:  ma  se  vi  fa
    piacere, raccontate pure.
    AGRIPPA:  Vi  fu un tempo che tutte le membra del corpo si ribellarono
    contro il ventre e lo accusarono nel seguente modo:  che  egli  se  ne
    stava nel mezzo del corpo come una voragine oziosa e inerte a insaccar
    cibo,  senza  mai  partecipare  alle fatiche comuni,  mentre gli altri
    organi  vedevano,  udivano,  progettavano,  istruivano,   camminavano,
    sentivano,  e  con  mutua  partecipazione  servivano  gli appetiti e i
    desideri comuni a tutto il corpo. Il ventre rispose...
    PRIMO CITTADINO: Bene, signore: che risposta dette il ventre?
    AGRIPPA: Amico,  ve lo dir: con un certo sorriso,  che non venne  mai
    dai polmoni,  ma pur cos (perch,  vedi,  io posso far sogghignare il
    ventre come farlo parlare) esso rispose  sarcasticamente  alle  membra
    malcontente,  agli  organi  ribelli  che  invidiavano il suo profitto:
    proprio come voi malignate,  con altrettanta ragione,  contro i nostri
    senatori perch non sono come voi.
    PRIMO CITTADINO: Sentiamo la risposta del ventre. Ma come! se la testa
    regalmente  coronata,  l'occhio  vigile,  il  cuore che consiglia,  il
    braccio che ci difende, la gamba che ci porta,  la lingua che  nostra
    aralda,  con  tutti gli altri sostegni e minori aiuti di questa nostra
    macchina, se essi...
    AGRIPPA: Bene, e poi? per gli di, come parla questo messere! bene,  e
    poi? e poi?
    PRIMO  CITTADINO:  ...dovessero essere oppressi da questo cormorano di
    ventre che  la sentina del corpo...
    AGRIPPA: Bene, e poi?
    PRIMO CITTADINO: ...se questi membri  principali  si  lagnassero,  che
    cosa risponderebbe ad essi il ventre?
    AGRIPPA: Ve lo dir: se mi accordate per un momento un po' di pazienza
    (e ne avete poca) udrete la risposta del ventre.
    PRIMO CITTADINO: Voi la fate lunga.
    AGRIPPA:  Amico  mio,  nota  ben  questo:  il  ventre  molto grave era
    ponderato e non impetuoso come i suoi accusatori;  e rispose cosi:  
    vero,  miei  amici  ed  associati  -  disse  egli  -  che io ricevo da
    principio tutto il nutrimento di cui voi vivete: ed   giusto,  perch
    io  sono  la  riserva  e  il  magazzino di tutto il corpo: ma se ve ne
    ricordate, io mando, attraverso i fiumi del sangue,  questo nutrimento
    fino alla corte,  il cuore,  e alla sede del cervello;  e attraverso i
    meandri e gli apparati interni dell'uomo,  i pi forti nervi e le vene
    pi  piccole  ricevono  da  me quel tributo naturale di cui vivono.  E
    sebbene voi tutti insieme,  miei buoni amici questo disse il  ventre,
    state attenti...
    PRIMO CITTADINO: S, signore: avanti, avanti.
    AGRIPPA:  ...sebbene  tutti insieme non possiate vedere quello che io
    distribuisco a  ciascuno,  pure  io  posso  rendere  i  miei  conti  e
    dimostrare che tutti ricevete da me di ritorno il fior della farina di
    ogni cosa, mentre a me non lasciate che la crusca. Che ne dite?
    PRIMO CITTADINO: E' una risposta: ma come l'applicate?
    AGRIPPA:  I  senatori  di  Roma  sono il buon ventre,  e voi le membra
    rivoltose. Perch, ponderate i loro consigli e le loro cure,  vagliate
    giustamente  le  cose  che riguardano il benessere comune: e troverete
    che non vi  alcun beneficio pubblico che vi tocchi,  il quale non  vi
    provenga  e  derivi  da  essi  e in nessun modo da voi stessi.  Che ne
    pensate?  che ne dite voi che siete il pollice  del  piede  di  questa
    assemblea?
    PRIMO  CITTADINO:  Io  il  pollice del piede?  E perch il pollice del
    piede?
    AGRIPPA: Perch essendo uno dei pi bassi,  dei pi ignobili,  dei pi
    miserabili  di  questa  savissima rivolta,  tu vai avanti a tutti: tu,
    granbestia,  che sei meno gagliardo di tutti nel correre,  ti metti in
    testa  agli altri per guadagnar qualcosa.  Ma su,  preparate le vostre
    mazze e i vostri bastoni: Roma e i suoi topi sono sul punto di  venire
    a battaglia: e una delle due parti ne avr il danno.
    (Entra CAIO MARZIO).
    Salve, o nobile Marzio!
    MARZIO: Grazie. Che c' di nuovo, sediziose canaglie, che grattando la
    trista rogna delle vostre opinioni, vi coprite di pustole?
    PRIMO CITTADINO: Noi abbiamo sempre una buona parola da voi.
    MARZIO:  Chi  vi  dir buone parole sar un adulatore troppo basso per
    muovere a schifo. Cosa vorreste avere, cani,  che non amate n pace n
    guerra?  l'una vi atterrisce,  l'altra vi fa insolenti. Chi si fida di
    voi, dove dovrebbe trovarvi leoni, vi trova lepri, e dove volpi, oche:
    voi non siete, no, pi sicuri di un carbone acceso sul ghiaccio,  o di
    un chicco di grandine al sole.  La vostra virt sta nel far meritevole
    colui che  oppresso dalle sue colpe,  e nel maledire quella giustizia
    che lo ha condannato. Chi merita grandezza, incorre nel vostro odio: e
    il  vostro  affetto  come l'appetito del malato che desidera,  pi di
    tutto, ci che aumenterebbe il suo male.  Chi conta sul vostro favore,
    vuol  nuotare  con  pinne  di  piombo  o segar querce con dei giunchi.
    Andatevi a impiccare! Fidarsi di voi? mutate d'opinione ogni momento e
    chiamate nobile colui che era poco prima l'odio vostro, e vile chi era
    il vostro serto di gloria.  Per qual motivo andate gridando  in  varie
    parti della citt,  contro il nobile Senato che, guidato dagli di, vi
    tiene a freno,  voi che altrimenti vi divorereste  l'un  l'altro?  Che
    cosa vogliono?
    AGRIPPA: Grano al prezzo loro: perch,  essi dicono, la citt ne  ben
    provvista.
    MARZIO: Impiccateli!  Essi dicono!  stanno seduti al canto del fuoco e
    pretendono  sapere quello che accade in Campidoglio: sapere chi sorge,
    chi prospera,  chi declina: schierarsi con questa o quella  fazione  e
    annunciare  matrimoni immaginari: vantare la forza di alcuni partiti e
    abbassare gli altri,  che loro spiacciono,  fin sotto le  suole  delle
    loro scarpe rattoppate.  Dicono che vi  grano a sufficienza! Oh se la
    nobilt volesse metter da parte la sua  misericordia  e  mi  lasciasse
    usar la spada! io farei di migliaia di questi schiavi tagliati a pezzi
    una catasta alta quanto potessi piantare la mia lancia!
    AGRIPPA:  Per,  questi  sono  quasi  completamente  persuasi: perch,
    sebbene  manchino  anche  troppo  di  cervello,   pure  sono  pi  che
    vigliacchi. Ma, vi prego, cosa dice l'altra mandria?
    MARZIO: Si sono dispersi, che l'impicchino! dicevano che avevano fame,
    e sospiravano proverbi: che la fame rompe i muri di pietra;  che anche
    i cani debbono mangiare: che il cibo  fatto per la bocca: che gli di
    non mandano il grano solo  per  i  ricchi:  con  queste  frasi  trite,
    sfogavano  i  loro  lagni:  e  quando  a  questi  fu  risposto e venne
    accordata loro una petizione,  strana davvero  (tale  da  spezzare  il
    cuore dei nobili e far impallidire l'orgoglioso potere), hanno gettato
    in  aria  i  berretti  che  pareva volessero appenderli ai corni della
    luna, e hanno fatto a gara a chi gridava di pi.
    AGRIPPA: Che cosa  stato loro concesso?
    MARZIO: Cinque tribuni, di loro scelta, che difendano la loro saggezza
    plebea; uno  Giunio Bruto, un altro Sicinio Veluto,  e non so pi chi
    altri.  Morte  e  dannazione!  la canaglia avrebbe dovuto scoperchiare
    tutte le case prima di ottenere questa concessione  da  me;  essa  col
    tempo  prevarr  sul  potere del Senato e generer pi forti argomenti
    per giustificare le rivolte.
    AGRIPPA: Questa  una strana cosa...
    MARZIO: Via, tornate alle vostre case, frammenti!

    (Entra un Messaggero, in fretta).

    MESSAGGERO: Dov' Caio Marzio?
    MARZIO: Eccomi: che c'?
    MESSAGGERO: La notizia , signore, che i Volsci sono in armi.
    MARZIO: Ne sono lieto: cos avremo mezzo di liberarci di questo fetido
    superfluo di cittadini. Ecco i nostri migliori senatori.

    (Entrano COMINIO,  TITO LARZIO e altri Senatori;  poi GIUNIO  BRUTO  e
    SICINIO VELUTO).
    PRIMO  SENATORE:  Marzio,  avete  recentemente detto: i Volsci sono in
    armi.
    MARZIO: Hanno un condottiero,  Tullo Aufidio,  che vi dar da fare: io
    pecco  nell'invidiargli  il suo valore,  e se io fossi altro da quello
    che sono, non vorrei esser che lui.
    COMINIO: Avete combattuto insieme.
    MARZIO: Se met del mondo fosse alle prese con l'altra met,  ed  egli
    stesse  dalla  parte  mia,  mi rivolterei per combattere solo con lui:
    egli  un leone a cui io sono fiero di dare la caccia.
    PRIMO SENATORE: Allora,  o  nobile  Marzio,  accompagnate  Cominio  in
    questa guerra.
    COMINIO: E' la promessa che avete gi data.
    MARZIO:  E'  vero,  e  non muto: Tito Larzio,  tu mi vedrai ancora una
    volta vibrare  i  miei  colpi  al  viso  di  Tullo:  ma  che?  sei  tu
    irrigidito? ti tieni fuori dei nostri ranghi?
    LARZIO:  No,  Caio  Marzio;  piuttosto che rimanere indietro in questa
    guerra, mi appoggerei ad una stampella e combatterei coll'altra.
    AGRIPPA: O ben nato!
    PRIMO SENATORE: Accompagnateci al Campidoglio dove  so  che  i  nostri
    migliori amici ci attendono.
    LARZIO  (a  Cominio):  Conduceteci:  (a  Marzio)  segui  Cominio:  noi
    seguiremo voi; voi ben meritate la precedenza.
    COMINIO: Nobile Marzio!
    PRIMO  SENATORE  (ai  Cittadini):  Via  di  qua:  alle  vostre   case:
    andatevene!
    MARZIO:  No,  lasciate  che  ci  seguano: i Volsci hanno abbondanza di
    grano: conduciamo l questi topi che rodano i loro  granai.  Onorevoli
    rivoltosi, il vostro valore promette bene: di grazia, seguiteci.
    (I Cittadini se la svignano. Escono tutti tranne Bruto e Veluto).
    VELUTO: Vi fu mai uomo orgoglioso come questo Marzio?
    BRUTO: Egli non ha l'uguale.
    VELUTO: Quando siamo stati nominati tribuni della plebe...
    BRUTO: Avete notato le sue labbra e i suoi occhi ?
    VELUTO: S, ma soprattutto i suoi sarcasmi.
    BRUTO:  Quand'  irato,  egli  non  risparmierebbe  con  i suoi frizzi
    neppure gli di.
    VELUTO: Si far beffe della casta Diana.
    BRUTO: Che la guerra attuale lo  divori!    divenuto  troppo  superbo
    d'esser tanto valoroso.
    VELUTO:  Un  carattere  tale,  solleticato  dal buon successo,  sdegna
    perfino l'ombra che egli calpesta al meriggio.  Ma mi sorprende che la
    sua tracotanza si adatti a servire agli ordini di Cominio.
    BRUTO:  La  fama a cui egli aspira e da cui egli  gi molto favorito,
    non pu esser meglio conservata n meglio acquistata,  che servendo al
    secondo  rango:  perch  ci  che  andr male sar colpa del generale,
    anche se egli faccia quanto  possibile ad  un  uomo  di  fare:  e  la
    stolta critica grider allora di Marzio: oh!  se avesse egli condotto
    l'impresa!.
    VELUTO: Invece, se le cose andranno bene,  l'opinione pubblica,  che 
    gi tutta in favore di Marzio, spoglier Cominio di ogni merito.
    BRUTO:  Andiamo:  met  degli  onori  di  Cominio saranno attribuiti a
    Marzio,  anche se egli non se li sar guadagnati: e tutte le colpe  di
    Cominio si trasformeranno in onori per Marzio, anche se in realt egli
    non se li sar affatto meritati.
    VELUTO:  Andiamocene: rechiamoci ad udire come  decisa la spedizione:
    e in qual modo, oltre la sua solita stranezza di carattere,  egli vada
    a questa guerra.
    BRUTO: Andiamo.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Corioli. Il Senato.

    (Entrano TULLO AUFIDIO e vari Senatori).
    PRIMO  SENATORE: Cos  vostra opinione,  Aufidio,  che quelli di Roma
    abbiano avuto sentore dei nostri consigli,  e sappiano come intendiamo
    agire?
    AUFIDIO:  Non    questa anche la vostra?  Quale decisione  stata mai
    presa in questo Stato,  che si sia potuta tradurre in atto  prima  che
    Roma  ne fosse informata?  Non sono ancora quattro giorni dacch io ho
    avuto notizia da Roma: queste sono le precise parole: credo di aver la
    lettera con me,  s,  eccola qui: (legge) Hanno preparato un esercito
    ma non si sa se per mandarlo ad Oriente o ad Occidente;  la carestia 
    grande; il popolo  in rivolta,  e corre voce che Cominio,  Marzio (il
    vostro  antico  nemico,  che in Roma  pi odiato che da voi),  e Tito
    Larzio,  valentissimo  romano,  questi  tre  conducano  la  spedizione
    dovunque  sia  diretta: molto probabilmente  contro di voi.  State in
    guardia.
    PRIMO SENATORE: Il  nostro  esercito    in  campo;  non  abbiamo  mai
    dubitato che Roma fosse pronta a risponderci.
    AUFIDIO: N avete mai dubitato che fosse follia il mascherare i vostri
    grandi  progetti,  fino  al  momento  in  cui  dovessero  di necessit
    mostrarsi: progetti che,  sembra,  mentre si stavano ancor  maturando,
    furono  svelati a Roma.  Questa scoperta ci impedir di raggiungere il
    nostro fine,  che era di impossessarci di molte citt prima  che  Roma
    sapesse che eravamo sulle mosse.
    SECONDO  SENATORE:  Nobile Aufidio,  prendete il comando: correte alle
    vostre truppe e lasciate noi soli a  difendere  Corioli;  se  essi  si
    accamperanno  dinanzi  alla citt,  riconducete il vostro esercito per
    sloggiarli: ma ritengo che voi troverete che essi non si  sono  armati
    contro di noi.
    AUFIDIO: Oh!  non dubitatene!  Io parlo per informazioni certe.  Anzi,
    dico di pi: alcune parti  del  loro  esercito  sono  gi  in  marcia,
    dirette  contro  di  noi.  Io prendo congedo dalle signorie Vostre: se
    noi,  io e Caio  Marzio,  avremo  occasione  di  incontrarci,  abbiamo
    giurato  a  vicenda  di combattere senza tregua sino a che uno dei due
    non possa pi farlo.
    TUTTI: Gli di vi assistano.
    AUFIDIO: E proteggano le signorie Vostre.
    PRIMO SENATORE: Addio.
    SECONDO SENATORE: Addio.
    TUTTI: Addio.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Roma. Una stanza in casa di Caio Marzio.

    (Entrano VOLUMNIA e VIRGILIA,  si mettono  a  sedere  su  due  piccoli
    scanni e cominciano a cucire.
    VOLUMNIA:  Cantate,  figlia mia,  vi prego,  o almeno,  esprimetevi in
    maniera pi lieta: se mio figlio fosse mio marito,  io mi  rallegrerei
    pi dell'assenza in cui acquistasse gloria, che non degli amplessi del
    talamo,  in  cui  desse prova di grandissimo amore.  Quando era ancora
    tenero fanciullo e l'unico figlio uscito dal  mio  grembo,  quando  la
    giovinezza  colle  sue  grazie  attirava  tutti gli sguardi su di lui,
    quando per una giornata intera di  preghiere  regali,  una  madre  non
    avrebbe  consentito  ad  allontanarlo per un'ora dal suo sguardo,  io,
    considerando come l'onore si addiceva a una tale persona e  come  essa
    non era nulla di meglio di un quadro appeso ad una parete,  se la fama
    non l'animava,  mi compiacqui di lasciarlo sfidare  il  pericolo  dove
    avrebbe potuto trovar la gloria.  A una crudele guerra lo mandai: e da
    essa ritorn con la fronte  cinta  dalla  corona  di  quercia.  Te  lo
    assicuro,  figlia;  non  trasalii pi di gioia al primo apprendere che
    era nato uomo, che allora,  al primo vedere che egli si era dimostrato
    un uomo.
    VIRGILIA:  Ma  se egli fosse morto nell'impresa,  signora: che avreste
    fatto allora?
    VOLUMNIA: Allora la sua buona fama sarebbe stata il mio figliuolo:  in
    essa avrei trovato la mia discendenza. Ascolta quanto ti dico in tutta
    sincerit:  se io avessi dodici figli,  tutti eguali nel mio affetto e
    nessuno meno caro del tuo e mio buon Marzio,  io preferirei  piuttosto
    che  undici  morissero nobilmente per il loro paese,  anzich uno solo
    vivesse nella volutt lontano dall'azione guerresca.
    (Entra una Dama di compagnia).

    DAMA: Signora, la signora Valeria  venuta a farvi visita.
    VIRGILIA: Vi scongiuro, permettetemi di ritirarmi.
    VOLUMNIA: No davvero,  non lo permetto: mi sembra ora di sentir di qui
    il tamburo di vostro marito: di vederlo trascinare a terra Aufidio per
    i  capelli: e i Volsci fuggire dinanzi a lui come i ragazzi alla vista
    dell'orso: mi sembra di vederlo cos battere col piede, gridando: Su,
    codardi;  foste generati dalla paura sebbene nati  in  Roma:  e  poi,
    asciugandosi  la  fronte  coperta  di  sangue colla mano inguantata di
    ferro,  egli si precipita innanzi,  simile  a  un  mietitore,  il  cui
    compito  di mieter tutto o di perdere la sua giornata.
    VIRGILIA: La sua fronte coperta di sangue!  Oh Giove,  no, del sangue,
    no.
    VOLUMNIA: Via,  sciocca;  si addice all'uomo pi  che  l'oro  ai  suoi
    trofei:  le  mammelle  di  Ecuba quando allattava Ettore non erano pi
    belle della fronte di Ettore quando sprizzava sangue  sotto  la  spada
    greca,  sprezzandola.  Dite  a  Valeria  che  siamo  pronte a darle il
    benvenuto.
    (Esce la Dama di compagnia).
    VIRGILIA: Il cielo protegga il mio signore contro il feroce Aufidio.
    VOLUMNIA: Egli premer la testa di Aufidio sotto il  suo  ginocchio  e
    gli porr il piede sul collo.

    (Entra VALERIA, seguita dalla Dama di compagnia e da un Servo).

    VALERIA: Signore, buon giorno a tutte e due.
    VOLUMNIA: Cara amica.
    VIRGILIA: Sono lieta di vedervi, signora.
    VALERIA: Come state?  siete veramente due massaie. Cosa state cucendo?
    un bel ricamo, in fede mia. Come va il bambino?
    VIRGILIA: Bene, signora: grazie.
    VOLUMNIA: Preferisce veder la spada ed ascoltare il  tamburo,  anzich
    far attenzione al maestro.
    VALERIA: In fede mia,  egli  figlio di suo padre: ve l'assicuro,  un
    graziosissimo ragazzo.  Davvero: l'osservai per una mezz'ora mercoled
    scorso;  aveva  un'aria  cos  risoluta.  Lo vidi correre dietro a una
    farfalla dorata,  e quando l'ebbe presa la lasci andare di  nuovo:  e
    poi  di  nuovo a correrle dietro: ed ecco che egli ruzzola per terra e
    si rialza,  e l'acchiappa di nuovo;  e allora,  sia che la  caduta  lo
    avesse irritato o comunque fosse,  digrign i denti e la fece a pezzi:
    e come la conci, ve l'assicuro!
    VOLUMNIA: Una delle collere di suo padre.
    VALERIA: Davvero,  un fiero ragazzo.
    VIRGILIA: Un demonietto, signora.
    VALERIA: Su, mettete da parte il lavoro: dovete venire con me a far la
    massaia oziosa, questo pomeriggio.
    VIRGILIA: No, cara signora: io non voglio uscire di casa.
    VALERIA: Non volete uscire?
    VOLUMNIA: Uscir, uscir.
    VIRGILIA: No davvero,  perdonatemi: non varcher la  soglia  di  casa,
    fino a che il mio signore non sar tornato dalla guerra.
    VALERIA:  Eh  via!  avete torto a rinchiudervi cos: ors,  voi dovete
    venire a visitare la buona signora che sta per partorire.
    VIRGILIA: Le auguro di rimettersi presto in forze,  e la visiter  con
    le mie preghiere, ma non posso andare da lei.
    VOLUMNIA: E perch, di grazia?
    VIRGILIA: Non per evitare l'incomodo, n per mancanza d'affetto.
    VALERIA:  Vorreste  essere  una  seconda Penelope: eppure,  a quel che
    dicono,  tutta la lana che fil nell'assenza di Ulisse  non  serv  ad
    altro che a riempire Itaca di tarme.  Su, vorrei che la vostra batista
    fosse sensibile come il vostro dito,  s che per piet voi cessaste di
    bucarla; su, voi verrete con noi.
    VIRGILIA: No, mia buona signora, scusatemi; ma davvero io non uscir.
    VALERIA: Davvero,  su, venite con me: vi dar ottime notizie di vostro
    marito.
    VIRGILIA: Oh, cara signora, non ve ne possono essere ancora.
    VALERIA: Sinceramente,  non 'scherzo con voi: ieri  sera  sono  giunte
    notizie da lui.
    VIRGILIA: Davvero, signora?
    VALERIA:  Sul  serio,    proprio  vero:  ho  udito un senatore che le
    ripeteva,  ed eccole: i Volsci hanno un esercito in campo;  contro  di
    esso  si    mosso  Cominio,  il  generale,  con una parte delle forze
    romane;  vostro marito e Tito  Larzio  si  sono  accampati  dinanzi  a
    Corioli;   essi   non   dubitano   affatto  che  la  conquisteranno  e
    concluderanno presto la guerra. Questo  proprio vero,  sull'onor mio;
    ed ora, via, vi prego, venite con noi.
    VIRGILIA:  Vogliate  scusarmi,  buona signora: io vi obbedir in tutto
    un'altra volta.
    VOLUMNIA: Lasciatela stare; cos come  ora,  non farebbe che guastare
    il nostro buon umore.
    VALERIA: Davvero,  credo di s...  addio,  dunque: venite, cara amica.
    Virgilia, ti prego, scaccia la tua melanconia e vieni con noi.
    VIRGILIA: No, una volta per tutte, signora, non posso.  Vi auguro buon
    divertimento.
    VALERIA: Va bene allora: addio.

    (Escono).
    SCENA QUARTA - Dinanzi a Corioli.

    (Entrano,  con bandiere e tamburi, CAIO MARZIO, TITO LARZIO, Ufficiali
    e Soldati).
    MARZIO: Giungono nuove di laggi: scommetto che si sono scontrati.
    LARZIO: Il mio cavallo contro il vostro: scommetto di no.
    MARZIO: Accettato.
    LARZIO: D'accordo.

    (Entra un Messaggero).

    MARZIO: Di', il nostro generale si  azzuffato con il nemico?
    MESSAGGERO: Sono accampati in vista l'uno dell'altro;  ma per ora  non
    sono ancora venuti alle armi.
    LARZIO: Cos il tuo buon destriero  mio.
    MARZIO: Lo ricomprer da te.
    LARZIO: No,  non voglio venderlo, n cederlo: te lo prester per mezzo
    secolo. Intimate la resa alla citt.
    MARZIO: A che distanza stanno accampati due eserciti?
    MESSAGGERO: A un miglio e mezzo di qui.
    MARZIO: In questo caso sentiremo il loro grido di guerra  ed  essi  il
    nostro.  Adesso Marte, ti prego, facci spediti nell'impresa s che con
    le fumanti spade si possa marciare di qui in aiuto dei nostri amici in
    campo. Su, suona la tromba.
    (Si suona a parlamento. Appaiono sulle mura alcuni Senatori e altri).
    E' dentro le mura Tullo Aufidio?
    PRIMO SENATORE: No,  n un uomo che vi tema meno di lui;  il che    a
    dire meno di niente.  Sentite? (Suono di tamburi in distanza) I nostri
    tamburi chiamano a battaglia i  nostri  giovani;  noi  abbatteremo  le
    nostre mura, piuttosto che lasciarci stabbiare dentro. Le nostre porte
    che  sembrano  chiuse,  le abbiamo solo assicurate con dei giunchi: si
    apriranno da s.  Udite,  laggi lontano: (altri suoni marziali) l  
    Aufidio; sentite quale strage egli compie tra le vostre soldatesche in
    rotta?
    MARZIO: Oh, sono alle prese!
    LARZIO:  Lo  strepito della loro battaglia ci sia d'esempio.  Ol,  le
    scale!

    (I Volsci appaiono sulla scena).

    MARZIO: Non ci temono,  ma escono dalla  loro  citt.  Ora  mettete  i
    vostri scudi dinanzi al petto, e combattete con cuori pi temprati del
    bronzo degli scudi.  Avanti,  valoroso Tito: ci disprezzano oltre ogni
    nostro credere, e questo mi fa sudar di rabbia. Su, amici miei: chi si
    ritira lo prender per un Volsco ed egli sentir  il  filo  della  mia
    spada.

    (Segnale  di battaglia: escono Romani e Volsci pugnando: i Romani sono
    ricacciati alle loro trincee. Rientra CAIO MARZIO, maledicendo).

    MARZIO: Tutti i contagi del mezzogiorno ricadano su di  voi,  onta  di
    Roma: vil gregge di...  Ulcere e piaghe vi copran tutti,  s che siate
    abborriti prima ancora d'esser visti,  e vi  infettiate  a  vicenda  a
    distanza  di  un  miglio  contro  vento!  Anime  di  oche  che portate
    sembianze umane,  come siete fuggiti davanti a schiavi  che  sarebbero
    stati  sbaragliati perfino da scimmie!  Per Plutone e l'inferno: tutti
    feriti nella schiena!  Rosso di sangue il dorso e il viso pallido  per
    la fuga e la febbrile paura!  Riprendetevi, e caricate a fondo: o, per
    le luci del cielo,  io lascer il nemico e mi  avventer  su  di  voi.
    Venite  avanti: se tenete duro,  noi li ricacceremo fino nelle braccia
    delle loro mogli,  come essi  ci  hanno  incalzato  fino  alle  nostre
    trincee.  (Altro segnale d'armi.  I Volsci fuggono e Marzio li insegue
    alle  porte)  Ecco,   le  porte  ora  sono  aperte:  ora   secondatemi
    validamente:  la  fortuna  le  apre per quelli che inseguono,  non per
    quelli che fuggono: guardate me e fate lo stesso.
    (Entra dalla porta).
    PRIMO SOLDATO: Pazzo ardire: io no davvero!
    SECONDO SOLDATO: E neppur io!
    (Marzio  rinchiuso dentro).
    PRIMO SOLDATO: Guarda, l'hanno chiuso dentro.
    TUTTI: E' caduto in trappola, te lo assicuro.
    (Continua il segnale di battaglia).

    (Rientra TITO LARZIO).

    LARZIO: Che cosa ne  di Marzio?
    TUTTI: Ucciso, signore, non v'ha dubbio.
    PRIMO SOLDATO: Inseguendo i fuggiaschi alle calcagna,  egli   entrato
    dentro  con  loro:  essi  ad un tratto hanno chiuso le porte ed egli 
    rimasto solo a tener testa a tutta la citt.
    LARZIO: O nobile compagno! che essendo sensibile,  sorpassi in audacia
    la tua spada insensibile, e quando essa si piega, rimani inflessibile!
    Tu  sei  perduto,  o  Marzio:  un diamante intero grande come te,  non
    sarebbe un gioiello altrettanto prezioso.  Tu fosti un soldato secondo
    l'idea di Catone: fiero e tremendo non solo quando colpivi; ma col tuo
    occhio grifagno,  e col rimbombo della tua voce simile a tuono, facevi
    tremare i tuoi nemici,  quasi che il mondo fosse  febbricitante  e  si
    scuotesse.
    (Rientra CAIO MARZIO insanguinato, assalito dai nemici).

    PRIMO SOLDATO: Guardate, signore.
    LARZIO: Oh,  Marzio: corriamo a liberarlo o a morir con lui.
    (Combattono, e tutti entrano in citt).


    SCENA QUINTA - Dentro la citt. Una strada.

    (Entrano alcuni Soldati romani col bottino).
    PRIMO SOLDATO: Questo lo porter a Roma
    SECONDO SOLDATO: E io questo.
    PRIMO SOLDATO: Gli venga il canchero, l'avevo preso per argento!
    (Il segnale di battaglia si ode ancora in distanza).

    (Entrano CAIO MARZIO e TITO LARZIO con un Trombettiere).

    MARZIO:  Guardateli,  questi  poltronieri che stimano il loro tempo al
    prezzo di una dramma fessa. Cuscini, cucchiai di stagno, ferri vecchi,
    giacche che il boia seppellirebbe con  quelli  che  le  portavano,  di
    tutto  questo,  prima ancora che la battaglia sia finita,  questi vili
    marrani fanno il sacco;  al diavolo!  Ascoltate quale strepito  fa  il
    nostro generale?  Andiamo da lui. Ivi  l'uomo che  l'odio dell'anima
    mia, Aufidio, che massacra i Romani. Perci,  o valoroso Tito,  prendi
    con te un numero sufficiente di uomini a tener la citt: mentre io con
    quelli che ne hanno l'animo correr in aiuto di Cominio.
    LARZIO:  Degno  amico,  tu  sanguini!  il  tuo  sforzo   stato troppo
    violento, per una nuova serie di combattimenti.
    MARZIO:  Signore,  non  mi  lodate:  l'opera  mia  non  mi  ha  ancora
    riscaldato:  addio:  il  sangue che io verso  pi salutare per me che
    pericoloso. Cos io voglio apparire dinanzi ad Aufidio e combatterlo.
    LARZIO: Ora la graziosa dea, la Fortuna, si innamori pazzamente di te,
    e i suoi potenti incantesimi deviino da te le spade dei nemici. Ardito
    signore: il successo sia il tuo paggio.  MARZIO: E sia amico di te non
    meno che di quelli che esso pone pi in alto. E ora, addio.
    LARZIO:  O  nobilissimo Marzio!  (Esce Marzio) Vai,  e suona la tromba
    sulla piazza del mercato,  chiama qui tutti i magistrati  della  citt
    onde far conoscere le nostre decisioni... Via.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Nei pressi del campo di Cominio.

    (Entra COMINIO, come se fosse in ritirata, con Soldati).
    COMINIO:  Riposatevi,  amici  miei: avete ben combattuto;  ce la siamo
    cavata in modo degno di Romani, senza temerit nella resistenza, senza
    vilt nella ritirata.  Credetemi,  amici,  saremo assaliti  di  nuovo.
    Mentre ci azzuffavamo,  a intervalli,  nelle folate del vento, abbiamo
    udito le cariche dei nostri amici.  Che gli di romani favoriscano  la
    loro impresa, come noi ci auguriamo per la nostra, s che i nostri due
    eserciti,   incontrandosi  con  lieto  aspetto,  possano  render  loro
    sacrifici di grazie.
    (Entra un Messaggero).
    Che notizie rechi?
    MESSAGGERO: I cittadini di Corioli  hanno  fano  una  sortita  e  dato
    battaglia a Larzio e a Marzio.  Ho visto i nostri ricacciati fino alle
    loro trincee, e poi me ne sono venuto via.
    COMINIO: Anche se tu dici il vero,  non mi sembra che tu  parli  bene.
    Quanto tempo  trascorso da allora?
    MESSAGGERO: Pi di un'ora, mio signore.
    COMINIO: Non c' neppure un miglio di distanza e da poco abbiamo udito
    i  loro tamburi: come hai potuto perdere un'ora per fare un miglio,  e
    portar cos tardi questa notizia?
    MESSAGGERO: Spie dei Volsci mi hanno inseguito,  s che io sono  stato
    costretto  a  fare  un lungo giro di tre o quattro miglia: altrimenti,
    signore, da pi di mezz'ora avrei recato il mio messaggio
    COMINIO: Chi si avanza laggi che sembra come se fosse  scorticato?  O
    di, egli ha il portamento di Marzio e altra volta l'ho visto cos.
    MARZIO (dall'interno): Arrivo troppo tardi?
    COMINIO:  Il  pastore  non  distingue meglio il tuono dal tamburo,  di
    quello che io non distingua la voce di Marzio dalla voce di ogni altro
    comune mortale.

    (Entra CAIO MARZIO).

    MARZIO: Arrivo troppo tardi?
    COMINIO: S, se tu vieni qui coperto non del sangue altrui, ma del tuo
    proprio.
    MARZIO: Oh,  fate che io vi stringa nelle mie braccia  col  vigore  di
    quando  corteggiavo  mia  moglie: e col cuore festante come nel giorno
    delle nozze, quando le torce mi scortarono al talamo nuziale.
    COMINIO: O fior dei guerrieri, come sta Tito Larzio?
    MARZIO: Come un uomo affaccendato a far decreti condannando  alcuni  a
    morte,  altri all'esilio: accettando il riscatto di uno,  avendo piet
    di un altro,  minacciando un terzo: tenendo Corioli in nome  di  Roma,
    come  si  tiene  al  laccio  un levriero festante,  che si pu lasciar
    libero a volont.
    COMINIO: Dov' quel manigoldo  che  mi  ha  detto  che  eravate  stati
    respinti nelle trincee? dov'? fatelo venire qui.
    MARZIO:  Lasciatelo  stare;  vi  disse il vero: ma in quanto ai nostri
    signori, quelli dei ranghi comuni (la peste li colga: tribuni a loro?)
    il topo non fugg mai davanti al gatto, com'essi se la diedero a gambe
    dinanzi a dei miserabili pi vili di loro.
    COMINIO: Ma come siete riusciti a vincere?
    MARZIO: E' proprio il momento di raccontarlo?  non lo credo.  Dov' il
    nemico?  siete  voi padroni del campo?  se non lo siete perch cessate
    dal combattere finch non lo divenite?
    COMINIO: Marzio,  abbiamo  combattuto  svantaggiosamente  e  ci  siamo
    ritirati per raggiungere il nostro scopo.
    MARZIO:  Come   disposto il loro esercito?  sapete da qual lato hanno
    posto i loro uomini migliori?
    COMINIO: A quanto posso indovinare, le loro prime file,  Marzio,  sono
    formate dagli Anziati sui quali fidano di pi; li comanda Aufidio, che
     il cuore delle loro speranze.
    MARZIO:  Vi  prego  per  tutte  le  battaglie  che  abbiamo combattuto
    insieme, e per il sangue che insieme abbiamo versato, per i voti fatti
    di rimaner sempre amici,  che mi poniate subito a fronte di Aufidio  e
    dei  suoi  Anziati,  e  che  non vogliate frapporre alcun indugio,  ma
    riempiendo  l'aria  delle  nostre  spade   brandite   e   dei   nostri
    giavellotti, si venga subito alla prova.
    COMINIO:  Sebbene io dovessi piuttosto desiderare che foste condotto a
    un bagno ristoratore e che dei balsami fossero applicati  alle  vostre
    ferite,  pure  non  oso  rifiutare  la  vostra richiesta: prendetevi a
    scelta quelli che pi possono aiutarvi nell'impresa.
    MARZIO: Sono quelli che si mostrano meglio disposti.  Se vi    alcuno
    qui  (e  sarebbe delitto il dubitarne) che ami questo colore sanguigno
    di cui mi vedete coperto;  se qualcuno vi  che teme meno per  la  sua
    persona  che  per  il suo buon nome;  che ritenga una morte eroica pi
    nobile di una vita cattiva,  e la sua patria pi cara  di  se  stesso;
    quegli solo o altri che la pensino ugualmente, agiti la mano cos, per
    manifestare  la sua volont e seguir Marzio.  (Tutti gridano e roteano
    le loro spade,  lo  sollevano  sulle  braccia  e  gettano  in  aria  i
    berretti)  O,  me  solo!  volete  far  di  me  una  spada?  se  queste
    dimostrazioni non sono semplicemente esteriori,  chi di voi  non  vale
    quattro  Volsci?  non vi  alcuno di voi che non sia capace di opporre
    al grande Aufidio uno scudo duro come il suo.  Sebbene io sia grato  a
    tutti, debbo scegliere solo un certo numero: gli altri faranno il loro
    dovere in qualche altro combattimento,  secondo il bisogno.  Piaccia a
    voi,  Cominio,  di marciare: e quattro  sceglieranno  subito,  al  mio
    comando, quelli che sono pi disposti a seguirmi.
    COMINIO: Marciate,  o miei compagni: giustificate questa dimostrazione
    di coraggio e condividerete ogni cosa con noi.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Alle porte di Corioli.

    (TITO LARZIO,  dopo aver posto  un  presidio  a  Corioli,  avviandosi,
    preceduto da tamburi e trombe,  verso COMINIO e CAIO MARZIO, entra con
    un Luogotenente, una compagnia di Soldati e una Guida).
    LARZIO: Dunque,  che le porte siano ben custodite: state  agli  ordini
    come  io  ve li ho prescritti.  Se mando per soccorso,  spedite quelle
    centurie in nostro aiuto: il resto servir per una  breve  resistenza.
    Se perdiamo in campo, non potremo conservare la citt.
    LUOGOTENENTE: Non dubitate della nostra vigilanza, signore.
    LARZIO:  Andate,  e chiudete bene le porte dietro di voi.  Tu,  nostra
    guida, vieni: conducimi al campo romano.
    (Escono).


    SCENA OTTAVA - Un campo  di  battaglia  tra  l'accampamento  romano  e
    quello dei Volsci.

    (Segnale  di  battaglia.  Entrano  da lati opposti CAIO MARZIO e TULLO
    AUFIDIO).
    MARZIO: Non combatter con altri che con te, perch ti odio pi di uno
    spergiuro.
    AUFIDIO: Ci odiamo in modo uguale.  L'Africa non possiede un  serpente
    che io aborra pi della tua fama che io invidio. In guardia.
    MARZIO: Che il primo che retrocede, muoia schiavo dell'altro e gli di
    lo condannino dopo!
    AUFIDIO: Se io fuggo, Marzio, urlami dietro come a una lepre.
    MARZIO: In queste tre ore, Tullo, da solo ho combattuto dentro le mura
    della tua Corioli e ho fatto quello che mi  piaciuto fare.  Questo di
    cui mi vedi coperto,  non   sangue  mio:  per  vendicarti,  tendi  al
    massimo tutta la tua forza.
    AUFIDIO:  Fossi  tu quell'Ettore che fu il nerbo della tua razza tanto
    vantata, non mi sfuggiresti qui. (Combattono e alcuni Volsci accorrono
    in  aiuto  di  Aufidio)  Zelanti  ma  non  valorosi  amici,  mi  avete
    disonorato col vostro maledetto aiuto.
    (Escono combattendo, ricacciati da Marzio).


    SCENA NONA - Il campo romano.

    (Allarme.  Si suona la ritirata.  Fanfara.  Entrano da un lato COMINIO
    con i Romani; dall'altro CAIO MARZIO con un braccio al collo).
    COMINIO: Se io dovessi raccontarti l'opera tua di questa giornata, non
    presteresti fede alle tue gesta;  ma io le narrer l dove i  senatori
    uniranno  le  lacrime  ai sorrisi,  dove i grandi patrizi ascolteranno
    scrollando le spalle e infine ammireranno; dove le signore mostreranno
    spavento e tremando di piacere vorranno  ascoltare  ancora,  dove  gli
    ottusi  tribuni che,  con gli ammuffiti plebei,  odiano la tua gloria,
    diranno contro voglia: siano grazie agli di,  che la nostra Roma  ha
    un  tale soldato.  Eppure tu sei venuto solo per un boccone di questo
    festino, avendo ampiamente banchettato prima.

    (Entra TITO LARZIO con i suoi Soldati, reduce dall'inseguimento).

    LARZIO: O generale!  Ecco il destriero: noi la  bardatura:  se  avessi
    visto...
    MARZIO: Vi prego, basta; mia madre, che ha il privilegio di vantare il
    suo sangue quando mi elogia,  mi addolora.  Io ho fatto come voi avete
    fatto: cio,  quanto ho  potuto;  mosso,  come  lo  siete  stati  voi,
    dall'amore per la patria.  Chi ha soltanto recato in atto la sua buona
    volont, ha compiuto quel che ho compiuto io.
    COMINIO: Voi  non  sarete  la  tomba  dei  vostri  meriti.  Roma  deve
    conoscere il valore dei suoi figli: sarebbe un nascondere peggiore del
    furto,  non inferiore a una calunnia, il tener celate le vostre gesta,
    il passar sotto silenzio quello che,  proclamato sulle pi alte  vette
    dell'elogio,  apparirebbe  sempre  modestamente  lodato:  quindi io vi
    scongiuro,  in segno di ci che voi siete,  non in compenso di ci che
    avete fatto, ascoltatemi qui in presenza dell'esercito.
    MARZIO: Ho delle ferite, ed esse bruciano nel sentirsi ricordate.
    COMINIO:  Se  non  fossero ricordate,  esse ben potrebbero ulcerare di
    fronte all'ingratitudine,  e aver per sola tenda la morte.  Di tutti i
    cavalli  (e ne abbiamo preso dei buoni e in buon numero),  di tutte le
    ricchezze ammassate nel campo e nella  citt,  noi  vi  accordiamo  la
    decima parte,  da prendersi prima della ripartizione comune,  a vostra
    scelta.
    MARZIO: Vi ringrazio,  generale;  ma non posso far s che il mio cuore
    consenta  a prendere un dono come salario della mia spada.  Rifiuto il
    dono e mi contento  della  mia  parte  comune  con  quelli  che  hanno
    partecipato  all'azione.  (Una lunga fanfara.  Tutti gridano: Marzio!
    Marzio! e gettano per aria i berretti e le lance: Cominio e Larzio si
    scoprono) Possano  questi  stessi  strumenti  che  voi  profanate  non
    risuonare  mai  pi!  Quando  le  trombe  e i tamburi si dimostreranno
    adulatori sul campo di battaglia,  che  le  corti  e  le  citt  siano
    popolate  di perfida piaggeria.  Quando l'acciaio diviene morbido come
    la  seta  del  parassita,  possa  questa  servire  di  armatura  nelle
    battaglie.  Basta, vi dico, basta! Per il fatto che non mi sono lavato
    il naso che sanguinava,  o che ho abbattuto qualche debole nemico,  il
    che  molti  qui hanno fatto senza esser lodati,  voi mi circondate con
    acclamazioni iperboliche,  come se io amassi che i miei scarsi  meriti
    fossero nutriti di lodi condite di menzogne.
    COMINIO:  Troppo  modesto  voi  siete:  pi  crudele  verso  la vostra
    rinomanza che grato a noi che ve la  diamo  sinceramente.  Con  vostra
    licenza,  se  voi  siete  irritato contro voi stesso,  vi metteremo le
    manette come a uno che vuole  il  proprio  danno:  e  poi  ragioneremo
    tranquillamente con voi. Dunque sia noto a tutti, come lo  a noi, che
    Caio  Marzio ha meritato il serto di questa guerra: e in testimonianza
    di questo,  io gli dono il mio nobile destriero,  conosciuto da  tutto
    l'accampamento,  con tutti i finimenti;  e da oggi innanzi per ci che
    ha fatto davanti a Corioli lo si chiami,  con il saluto  e  l'applauso
    dell'esercito:  Caio Marzio Coriolano.  Possa tu portare sempre questo
    soprannome, nobilmente!
    (Applausi. Suoni di trombe e tamburi).
    TUTTI: Caio Marzio Coriolano!
    CORIOLANO: Voglio andare a lavarmi: e quando il mio viso sar  pulito,
    vedrete  se  arrossisco  o  no.  Comunque,  io  vi ringrazio.  Intendo
    cavalcare il vostro destriero,  e in ogni occasione,  aggiunger  nuovo
    lustro,  per quanto in me, al soprannome che mi avete dato. COMINIO: E
    ora alle nostre tende, dove prima di riposarci,  scriveremo a Roma del
    vostro trionfo. Voi, Tito Larzio, dovete tornare a Corioli e mandare a
    Roma  i migliori cittadini con i quali si possa trattare per il nostro
    e il loro vantaggio.
    LARZIO: Lo far, mio signore.
    CORIOLANO: Gli di cominciano a farsi beffe di me.  Io che ho ricusato
    or ora doni principeschi,  mi vedo costretto a mendicare un favore dal
    mio comandante.
    COMINIO: Prendetelo,  vostro: di che si tratta?
    CORIOLANO: Un tempo io abitai qui in Corioli  in  casa  di  un  povero
    uomo;  egli mi tratt cortesemente: si  rivolto a me per aiuto;  l'ho
    visto prigioniero; ma in quel momento Aufidio mi venne dinanzi e l'ira
    sopraffece la mia piet.  Vi prego di  concedere  la  libert  al  mio
    povero albergatore.
    COMINIO:  Oh,  ben  chiesto!  fosse  anche  l'assassino di mio figlio,
    sarebbe libero come l'aria. Liberalo, Tito.
    LARZIO: Marzio, il suo nome?
    CORIOLANO: Per Giove, l'ho dimenticato. Sono stanco, la memoria non mi
    regge. Non avete del vino qui?
    COMINIO: Andiamo nella nostra tenda: il sangue  sul  vostro  volto  si
    raggruma:  tempo che sia curato. Venite!
    (Escono).
    SCENA DECIMA - L'accampamento dei Volsci.

    (Fanfare e cornette.  Entra TULLO AUFIDIO,  sanguinante, con due o tre
    Soldati).
    AUFIDIO: La citt  presa!
    PRIMO SOLDATO: Ti sar restituita a buone condizioni.
    AUFIDIO: Condizioni!  volesse il cielo che  io  fossi  Romano,  perch
    essendo  Volsco  non posso essere quello che sono.  Condizioni!  quali
    buone condizioni pu contenere un trattato per il partito che    alla
    merc dell'altro?  cinque volte,  o Marzio, io ho combattuto con te: e
    altrettante volte mi hai vinto, e mi vinceresti,  credo,  se dovessimo
    incontrarci cos spesso come mangiamo. Per il cielo! se mai l'incontro
    faccia a faccia egli sar mio,  o io sar suo.  Il mio odio non ha pi
    quegli scrupoli di onore che aveva prima: perch mentre prima  pensavo
    di schiacciarlo in un combattimento uguale,  spada leale contro spada,
    ora  lo  colpir  in  qualunque  modo  l'ira  e   l'astuzia   potranno
    raggiungerlo.
    PRIMO SOLDATO: Egli  il diavolo.
    AUFIDIO: Pi audace, non cos scaltro. Il mio valore  avvelenato solo
    perch  offuscato dal suo;  e per lui devier dal suo corso naturale;
    n sonno,  n santuario,  n l'esser nudo  o  malato,  n  tempio,  n
    Campidoglio,  n preghiera di sacerdoti,  n tempo di sacrifici, tutti
    impedimenti  al  furore,   innalzeranno  il  loro  putrido  costume  e
    privilegio contro il mio odio per Marzio; e dovunque lo trover, fosse
    anche  a  casa  mia,  sotto  la protezione di mio fratello,  anche l,
    contro le leggi dell'ospitalit,  mi laver la  mano  feroce  nel  suo
    sangue.  Andate alla citt: informatevi del modo in cui  governata, e
    chi sono quelli che dovranno essere ostaggi a Roma.
    PRIMO SOLDATO: Non venite anche voi?
    AUFIDIO: Sono atteso al bosco dei cipressi. Vi prego, portatemi laggi
    ( a sud dei mulini della citt) notizie di come va il mondo,  s  che
    io possa sul passo suo regolare il mio cammino.
    PRIMO SOLDATO: Lo far, signore.
    (Escono).










    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Una piazza pubblica in Roma.

    (Entra AGRIPPA con i due Tribuni della plebe VELUTO e BRUTO).
    AGRIPPA: L'ugure mi dice che avremo notizie questa sera.
    BRUTO: Buone o cattive?
    AGRIPPA: Non secondo le preghiere del popolo, perch non ama Marzio.
    VELUTO: La natura insegna agli animali a conoscere i loro amici.
    AGRIPPA: Di grazia, il lupo chi ama?
    VELUTO: L'agnello.
    AGRIPPA:  S,  per  divorarlo,  come  gli  affamati  plebei vorrebbero
    divorare il nobile Marzio.
    BRUTO: Davvero, egli  un agnello che bela come un orso.
    AGRIPPA: E' un orso invero,  che vive come un agnello.  Voi due  siete
    uomini maturi: ditemi una sola cosa che io vi chieder.
    I TRIBUNI: Dite, signore.
    AGRIPPA:  Di  quale  difetto  Marzio    povero di cui voi non abbiate
    abbondanza?
    BRUTO: Egli non  povero di alcun difetto,  ma anzi ben  provvisto  di
    tutti.
    VELUTO: Specialmente di superbia.
    BRUTO: E supera tutti nel vantarsi.
    AGRIPPA:  Questo s che  strano;  sapete voi come siete giudicati qui
    in citt? intendo da noi del miglior ceto: lo sapete?
    I TRIBUNI: Ebbene, come siamo giudicati?
    AGRIPPA: Poich voi ora parlate di superbia, non vi arrabbierete mica?
    I TRIBUNI: Via, via signore, dite.
    AGRIPPA: E poi non  cosa di grande  importanza,  perch  una  piccola
    ladruncola  di  occasione  basta  per  derubarvi di molta della vostra
    pazienza.   Abbandonate  pur  le  redini  al  vostro  temperamento   e
    arrabbiatevi a vostro piacere, almeno se avete piacere ad arrabbiarvi.
    Voi rimproverate a Marzio di esser superbo?
    BRUTO: Non lo facciamo noi soli, signore.
    AGRIPPA:  So che potete fare assai poco da soli,  perch sono molti ad
    aiutarvi: altrimenti le vostre azioni  diverrebbero  meravigliosamente
    meschine:  i  vostri talenti sono troppo infantili perch possiate far
    molto da soli. Voi parlate di superbia: oh se poteste volgere i vostri
    occhi verso la nuca e fare  un'ispezione  intima  delle  vostre  degne
    persone: oh, se poteste!
    BRUTO: E che dunque, signore?
    AGRIPPA: Eh, allora scoprireste una coppia di magistrati senza merito,
    orgogliosi,  violenti,  testardi, in altre parole, sciocchi, quali non
    ve ne ha altri in Roma.
    BRUTO: Menenio, anche voi siete ben conosciuto.
    AGRIPPA: Io sono conosciuto per un patrizio bisbetico, per uno che ama
    una coppa di vino caldo senza una goccia del Tevere  che  lo  mitighi;
    per  uno  che  viene considerato incauto nel favorire di primo acchito
    chi si lamenta;  impetuoso e facile a prender fuoco per motivi  troppo
    futili,  per  uno  che   pi familiare col posteriore della notte che
    colla fronte del mattino.  Quello che penso,  lo dico: e tutta la  mia
    malizia,  la consumo in ciarle.  Incontrandomi con due uomini di Stato
    come voi (non vi posso  chiamare  Licurghi),  se  la  bevanda  che  mi
    offrite urta il mio palato,  faccio una smorfia. Non posso dire che le
    Signorie Vostre abbiano presentato bene la cosa,  quando trovo che  la
    maggior  parte  dei  vostri  discorsi  sono  sommari:  e sebbene debba
    rassegnarmi a sopportare quelli che dicono che voi siete uomini  gravi
    e  degni  di reverenza,  pure mentono per la gola quelli che affermano
    che voi avete delle facce oneste.  Se voi vedete  tutto  questo  nella
    mappa del mio microcosmo,  ne segue forse che io sia ben conosciuto da
    voi?  e qual male il vostro acume da orbi pu scoprire in  questo  mio
    carattere, dato pure che io sia ben conosciuto da voi?
    BRUTO: Via, via, signore, noi vi conosciamo bene.
    AGRIPPA: Voi non conoscete n me,  n voi stessi, n niente. Voi siete
    ambiziosi soltanto del levar di cappello e  del  piegar  dei  ginocchi
    della povera gente; voi sciupate una mattinata sana nell'ascoltare una
    questione  tra  una venditrice di aranci e un venditor di zipoli e poi
    rimettete la controversia di tre soldi a un secondo giorno di udienza.
    Quando state ascoltando il dibattimento tra due parti,  se per caso vi
    prende la colica, fate delle facce da mascheroni: dichiarate guerra ad
    ogni  pazienza,  e vociando per avere un vaso da notte,  sospendete la
    discussione ancora accesa,  e pi imbrogliata di prima per  la  vostra
    audizione: e tutta la pace che portate nella controversia consiste nel
    chiamar i due contendenti, ribaldi; siete una bella coppia davvero!
    BRUTO:  Via,   via;   voi  siete  ben  stimato  per  un  pi  perfetto
    motteggiatore a tavola, che necessario magistrato in Campidoglio.
    AGRIPPA: I nostri stessi sacerdoti debbono divenire dei  dileggiatori,
    se  incontrano  dei tipi ridicoli come voi.  Quando voi parlate meno a
    sproposito,  le parole vostre  non  valgono  l'agitarsi  delle  vostre
    barbe:  e  le  vostre  barbe non meritano una sepoltura cos onorevole
    come quella di riempire il cuscino di  un  rammendatore,  o  di  esser
    sepolte  in  un  basto  d'asino.  Eppure  andate  dicendo che Marzio 
    orgoglioso!  Marzio,  che,  a  stimarlo  poco,  vale  tutti  i  vostri
    predecessori  da  Deucalione in poi,  anche se per avventura alcuni di
    loro,  tra i migliori,  siano stati boia per  professione  ereditaria.
    Buona  sera  alle signorie Vostre!  il prolungare la mia conversazione
    con voi mi infetterebbe il cervello, essendo voi i guardiani di quelle
    bestie di plebei. Io sar cos ardito da prender congedo da voi.
    (Bruto e Veluto si appartano. Entrano VOLUMNIA, VIRGILIA e VALERIA).
    Che c' di nuovo,  mie graziose quanto nobili signore - e se  la  luna
    fosse  terrena non sarebbe pi nobile - e verso qual mta seguite cos
    in fretta il vostro sguardo?
    VOLUMNIA: Oh,  onorando Menenio,  il mio figliuolo Marzio si avvicina:
    per l'amor di Giunone, lasciateci andare.
    AGRIPPA: Ah! Marzio ritorna a casa?
    VOLUMNIA: S, degno Menenio, e con le pi onorevoli lodi.
    AGRIPPA: Prenditi il mio berretto,  Giove: io ti ringrazio. Oh! Marzio
    ritorna a casa!
    VIRGILIA: e VOLUMNIA: S,  proprio vero.
    VOLUMNIA: Guardate,  ecco una lettera di lui: lo Stato ne ha un'altra:
    sua moglie un'altra: e credo che ve ne sia una a casa anche per voi.
    AGRIPPA:  Far  ballar  la tresca perfino alla mia casa,  stasera: una
    lettera per me?
    VIRGILIA: S, certamente: vi  una lettera per voi: l'ho vista io.
    AGRIPPA: Una lettera per me?  Questo mi d un patrimonio di sette anni
    di salute: nel qual tempo,  far le boccacce ai medici. La pi sovrana
    ricetta  di  Galeno  non    che  empireutica,  e  a  petto  a  questo
    preservativo,  non  ha  pi  valore  di un beverone da cavallo.  Non 
    ferito? era solito tornare a casa ferito.
    VIRGILIA: Oh, no, no, no.
    VOLUMNIA: Oh s,  ferito: ne ringrazio gli di.
    AGRIPPA: Ed io pure,  se non    troppo  grave:  porta  in  tasca  una
    vittoria? le ferite gli si addicono.
    VOLUMNIA: La porta sulla fronte,  o Menenio: egli ritorna per la terza
    volta con la corona di quercia.
    AGRIPPA: Ha egli dato una buona lezione a Aufidio?
    VOLUMNIA: Tito Larzio scrive: Hanno combattuto insieme, ma Aufidio se
    l' svignata.
    AGRIPPA: Ed era tempo,  glielo  garantisco  io;  se  fosse  rimasto  a
    combattere  non  avrei  voluto  essere  cos  aufidiato  per tutti gli
    scrigni di Corioli e l'oro in essi contenuto. E' il Senato al corrente
    della cosa?
    VOLUMNIA: Mie care, andiamo. S, s, il Senato ha ricevuto lettere del
    generale,  in cui egli attribuisce a mio figlio  tutta  la  gloria  di
    questa  guerra;  in essa egli ha superato del doppio le sue precedenti
    gesta.
    VALERIA: In verit, si dicono di lui cose meravigliose.
    AGRIPPA: Meravigliose!  certo, ve lo garantisco, e non senza che egli
    ne abbia realmente acquistato il grido.
    VIRGILIA: Gli di facciano che siano vere!
    VOLUMNIA: Vere? neanche a dirlo.
    AGRIPPA: Vere?  Sono pronto a giurare che sono vere.  In che  parte  
    ferito?  (Ai  Tribuni) Dio salvi le Vostre Signorie!  Marzio ritorna a
    casa: egli ha maggior ragione di esser superbo. Dove  ferito?
    VOLUMNIA: Nella spalla e al braccio sinistro.  Egli avr  delle  belle
    cicatrici  da  mostrare al popolo,  quando si presenter per l'ufficio
    che gli spetta. Sette ferite ebbe nel respingere Tarquinio.
    AGRIPPA: Una nel collo e due nella coscia: io so di nove ferite.
    VOLUMNIA: Prima di quest'ultima spedizione aveva venticinque ferite.
    AGRIPPA: Ed ora sono ventisette: ogni ferita fu la tomba d'un  nemico.
    (Grida e suono di fanfara) Udite: le trombe!
    VOLUMNIA:  Sono  gli  annunciatori  di  Marzio:  dinanzi a s porta il
    frastuono del trionfo; dietro a s lascia lacrime: la morte, tenebroso
    spirito,  si annida nel suo braccio nerboruto: esso  si  stende  e  si
    abbassa, e allora gli uomini muoiono.

    (Un  segnale  e uno squillo di tromba.  Entrano COMINIO e TITO LARZIO;
    tra loro  CORIOLANO con una corona di quercia; poi Capitani,  Soldati
    e un Araldo).

    ARALDO:  Sappi,  o  Roma,  che  Marzio  ha combattuto entro le mura di
    Corioli, solo;  dove insieme con la fama,  egli ha conquistato un nome
    da  aggiungersi  a  Caio  Marzio: a questi due segue ora,  in segno di
    onore, Coriolano. Salve in Roma, o illustre Coriolano!
    (Fanfara).
    TUTTI: Salve in Roma, o illustre Coriolano!
    CORIOLANO: Basta di questo, offende il mio animo; vi prego, non pi.
    COMINIO: Guarda, signore: tua madre.
    CORIOLANO: Oh,  voi avete,  lo so,  pregato tutti gli di per  la  mia
    vittoria.
    (Si inginocchia).
    VOLUMNIA: No,  mio valoroso guerriero: alzati,  mio dolce Marzio,  mio
    nobile Caio.  Ed ora,  per l'onore conquistato con gloriose gesta,  di
    recente chiamato...  come?  Coriolano debbo io chiamarti?  Ma, oh, tua
    moglie...
    CORIOLANO: O mia graziosa taciturna,  salve: avresti  tu  riso  se  io
    fossi  ritornato  a  casa  sulla  bara,  tu che ora piangi nel vedermi
    tornare in trionfo? Ah, mia cara, tali occhi hanno in Corioli vedove e
    madri orbate dei figli!
    AGRIPPA: E ora che gli di ti incoronino!
    CORIOLANO: Ecco che dunque vi rivedo!  (A  Valeria)  Oh,  mia  gentile
    signora, perdonatemi.
    VOLUMNIA: Non so dove voltarmi;  siate benvenuto a casa: benvenuto,  o
    generale, benvenuti tutti.
    AGRIPPA: Centomila benvenuti!  potrei piangere  e  potrei  ridere:  mi
    sento  ilare  e triste: benvenuto: una maledizione consumi alle radici
    il cuore di chi non  lieto nel vederti!  Voi siete tre  di  cui  Roma
    dovrebbe  andar superba: eppure,  in fede mia,  abbiamo qui,  tra noi,
    alcuni meli selvatici che non vogliono esser innestati a vostro gusto.
    Con tutto ci siate benvenuti,  o guerrieri.  Noi chiamiamo  l'ortica,
    ortica, e i difetti degli sciocchi, sciocchezza.
    COMINIO: Sempre a proposito.
    CORIOLANO: Sempre, sempre, Menenio.
    ARALDO: Fate largo, ol, e procedete.
    CORIOLANO  (a  Volumnia  e  a Virgilia): La vostra mano,  e la vostra;
    prima che nella nostra casa io riposi il mio capo, debbo recarmi a far
    visita ai buoni patrizi dai quali ho ricevuto non solo  felicitazioni,
    ma anche nuovi onori.
    VOLUMNIA:  Io ho vissuto abbastanza per vedere attuati i miei desideri
    e le costruzioni della mia fantasia: non manca che una sola  cosa,  la
    quale non dubito punto che Roma ti conceder.
    CORIOLANO: O madre mia, sappi che io preferirei esser loro servitore a
    modo mio, anzich comandarli a modo loro.
    COMINIO: Andiamo al Campidoglio.
    (Fanfara: escono in corteo come prima).

    (BRUTO e VELUTO si avanzano).

    BRUTO:  Tutte  le  lingue  parlano  di lui,  e i difettosi di vista si
    metton gli occhiali per vederlo: la  garrula  nutrice  lascia  che  il
    bambino  pianga  fino ad aver convulsioni,  mentre essa chiacchiera di
    lui: la sguattera di cucina  si  appunta  il  suo  pi  ricco  scialle
    intorno al collo bisunto,  e sale sui muri per adocchiarlo;  i banchi,
    gli sporti dei venditori, le finestre,  sono tutte cariche di persone;
    le altane sono gremite, e sui comignoli sta a cavalcioni gente diversa
    di  aspetto  ma tutta concorde nell'ansia di vederlo;  i flamini,  che
    raramente si vedono,  si pigiano tra  la  folla  e  si  affannano  per
    conquistare  un  umile  posto;  le  nostre matrone velate concedono il
    bianco  e  il  rosa,  che  lottano  sulle  loro  guance  delicatamente
    colorate,  in licenziosa preda ai baci ardenti del sole.  Il tumulto 
    cos grande come se quel dio che lo guida si fosse abilmente insinuato
    nelle sue membra mortali e gli donasse un incesso pieno di grazia.
    VELUTO: Sar eletto console di colpo, ne son sicuro.
    BRUTO: Allora il nostro ufficio, durante il suo governo,  pu andare a
    dormire.
    VELUTO:  Egli  non  sa  portare  con  moderazione  gli  onori  da dove
    dovrebbero cominciare a dove dovrebbero finire,  ma perder quelli che
    avr guadagnato.
    BRUTO: Vi  un conforto in questo.
    VELUTO: Non temere che i plebei,  dei quali noi siamo i difensori, non
    dimentichino,  per il pi piccolo motivo,  a cagione del  loro  antico
    odio,  questi  nuovi  onori  da  lui ottenuti;  e che questo motivo lo
    offrir egli stesso a loro,  per me cosa tanto poco dubbia quanto non
     dubbio che egli sar orgoglioso di farlo.
    BRUTO: L'ho udito giurare che se dovesse presentarsi per il consolato,
    non  apparirebbe  mai  nel  foro,  n  indosserebbe  la  veste  logora
    dell'umilt: n mostrerebbe,  secondo il costume,  le ferite al popolo
    per mendicare il loro fetido fiato.
    VELUTO: Proprio cos.
    BRUTO: Fu il  suo  giuramento:  oh,  egli  al  consolato  rinuncerebbe
    anzich  ottenerlo altrimenti che per la richiesta dell'aristocrazia e
    per il desiderio dei nobili.
    VELUTO: Non desidero di meglio  che  egli  si  tenga  fermo  a  questo
    proposito e lo metta in atto.
    BRUTO: E' molto probabile che lo faccia.
    VELUTO:  Sar  allora  per lui,  come noi ardentemente auguriamo,  una
    sicura rovina.
    BRUTO: Dovr succedere cos o a lui  o  all'autorit  nostra.  Infine,
    dobbiamo  far capire al popolo in quale odio egli lo ha sempre tenuto:
    e che se avesse potuto,  egli  ne  avrebbe  fatto  dei  muli;  avrebbe
    imposto  silenzio  ai  loro  difensori,  e  soppresse le loro libert:
    poich li considera,  in quanto alle loro azioni e alle loro  capacit
    umane,  di  non  maggiore intelletto o attitudine per il mondo,  che i
    cammelli in guerra,  che  hanno  il  loro  foraggio  solo  per  portar
    fardelli, e solenni bastonate quando piegano sotto la soma.
    VELUTO: Questo,  come tu dici,  suggerito al momento opportuno, quando
    la sua  altezzosa  insolenza  urter  il  popolo  (e  l'occasione  non
    mancher  se  egli  vi  spinto,  il che  tanto facile quanto aizzare
    cani contro pecore) sar  il  fuoco  che  accender  le  loro  stoppie
    secche, la cui vampa lo offuscher per sempre.

    (Entra un Messaggero).

    BRUTO: Cosa c' di nuovo?
    MESSAGGERO:  Siete  chiamati  in Campidoglio: si crede che Marzio sar
    fatto console.  Ho visto i muti fendere la  folla  per  vederlo,  e  i
    ciechi  per  udirlo  parlare.  Le matrone gettavano i loro guanti,  le
    donne e le fanciulle le sciarpe e i fazzoletti su lui, mentre passava:
    i nobili si inchinavano  come  dinanzi  alla  statua  di  Giove:  e  i
    popolani facevano pioggia e tuoni con i loro berretti e le loro grida.
    Non ho mai visto nulla di simile!
    BRUTO: Andiamo al Campidoglio, e portiamo con noi orecchi ed occhi per
    la circostanza, ma cuori per l'evento...
    VELUTO: Sono con voi.
    (Escono).
    SCENA SECONDA - Il Campidoglio.

    (Entrano due Ufficiali per stendere i cuscini).
    PRIMO  UFFICIALE: Su,  presto,  sono qui tra poco.  Quanti aspirano al
    consolato?
    SECONDO UFFICIALE: Tre,  a quanto dicono: ma si ritiene da  tutti  che
    Coriolano l'otterr lui.
    PRIMO  UFFICIALE:  Quello  s  che  un valoroso!  ma  maledettamente
    orgoglioso e non ama il popolo.
    SECONDO UFFICIALE: In fede mia,  vi sono stati molti grandi uomini che
    hanno  adulato  il popolo che non li ha amati mai: e vi sono molti che
    il popolo ha amato senza sapere il perch; cos che se il popolo ama e
    non ne sa la  ragione,  odia  senza  miglior  fondamento.  Quindi  per
    Coriolano,  il  non  preoccuparsi se il popolo lo ama o se lo odia,  
    prova della buona conoscenza che egli ha della sua indole;  e  con  la
    sua nobile noncuranza egli lo lascia chiaramente intendere.
    PRIMO  UFFICIALE:  Se  egli  non si curasse di ottenere o no l'affetto
    della moltitudine,  gli riuscirebbe indifferente il fare ad  essa  del
    male  o  del  bene;  ma  invece egli cerca l'odio dei popolani con pi
    grande cura di quanto essi possano renderglielo: e non tralascia  cosa
    alcuna che lo riveli come loro nemico.  Ora il far vista di desiderare
    l'odio e il malanimo della plebe  altrettanto mal  fatto  quanto  ci
    che egli aborre: cio l'adularla per conquistarne l'affetto.
    SECONDO UFFICIALE: Egli ha ben meritato della patria;  e la sua ascesa
    non  avvenuta per facili gradi come quella di coloro che,  mostratisi
    pieghevoli  e  adulatoli  verso il popolo,  gli han fatto di cappello,
    senza far altro per acquistarne la stima e il  rispetto;  ma  egli  ha
    cos ben fondato i suoi onori ai loro occhi,  e le sue azioni nei loro
    cuori,  che  per  le  loro  lingue  il  restar  silenziose  e  il  non
    riconoscere   questi   meriti  sarebbe  una  specie  di  offesa  piena
    d'ingratitudine, e lo svisarli sarebbe una malizia che,  dandosi da se
    stessa  la smentita,  raccoglierebbe soltanto i rimproveri e lo sdegno
    d'ognuno che l'udisse.
    PRIMO UFFICIALE: Non ne parliamo pi:  un degno uomo. Facciamo posto,
    essi vengono.

    (Suona un segnale. Entrano, preceduti dai Littori, il Console COMINIO,
    AGRIPPA, CORIOLANO,  Senatori,  VELUTO e BRUTO.  I Senatori occupano i
    loro  seggi: i Tribuni prendono posto separatamente.  CORIOLANO rimane
    in piedi).

    AGRIPPA: Avendo stabilito la sorte dei Volsci e di mandare a  chiamare
    Tito Larzio, resta come principale oggetto di questa seconda adunanza,
    di  ricompensare  i  nobili  servigi  resi  da  colui  che ha cos ben
    combattuto per la sua patria.  Vi piaccia dunque,  o molto onorandi  e
    gravi  senatori,  di  pregare il console attuale e gi nostro generale
    nelle recenti e fortunate imprese,  di raccontarci un po' delle nobili
    gesta  compiute  da Caio Marzio Coriolano per ringraziare il quale noi
    ci siamo qui riuniti,  e per compensarlo  con  onori  degni  dei  suoi
    meriti.
    PRIMO SENATORE: Parlate, prode Cominio: non tralasciate nulla per tema
    di esser troppo lungo, e fateci sentire piuttosto che allo Stato fanno
    difetto  i  mezzi  per la ricompensa anzich a noi la volont di darla
    quanto pi grande  possibile.  (Ai Tribuni) Signori  del  popolo,  vi
    chiediamo  di prestarci la pi benevola attenzione e,  in seguito,  il
    vostro affettuoso ufficio presso la comunit perch conceda quello che
    qui si decide.
    VELUTO: Siamo convocati per una proposta che  ci  aggrada:  e  abbiamo
    cuori  disposti ad onorare e ad innalzare quegli che  l'oggetto della
    nostra riunione.
    BRUTO: Il che noi  saremo  tanto  pi  felici  di  fare,  se  egli  si
    rammenter  di  stimare  pi benevolmente il popolo di quanto lo abbia
    apprezzato finora.
    AGRIPPA: Questo non c'entra,  questo non c'entra: avrei preferito  che
    foste rimasto zitto. Siete disposti ad udire Cominio?
    BRUTO: Dispostissimi: pure il mio avvertimento era pi pertinente alla
    causa, che il rimprovero che voi gli avete mosso,
    AGRIPPA:  Egli ama il vostro popolo,  ma non obbligatelo ad esser loro
    compagno di letto.  Nobile Cominio,  parlate.  (Coriolano fa l'atto di
    andarsene] No, restate al vostro posto.
    PRIMO  SENATORE:  Sedete,  Coriolano:  non  vergognatevi  mai  di udir
    narrare ci che avete nobilmente compiuto.
    CORIOLANO: Domando scusa alle Vostre signorie; vorrei piuttosto che le
    mie ferite fossero ancora da  sanare,  che  udire  come  io  le  abbia
    ricevute.
    BRUTO:  Spero,  signore,  che  le  mie  parole non vi abbiano spinto a
    lasciare il vostro seggio.
    CORIOLANO: No, signore; per spesso, quando dei colpi mi hanno indotto
    a rimanere,  sono fuggito davanti alle parole;  ma voi  non  mi  avete
    piaggiato,  quindi  non  mi avete fatto del male.  In quanto al vostro
    popolo, lo amo per quel che pesa.
    AGRIPPA: Ora vi prego di sedere.
    CORIOLANO: Preferirei farmi grattar la testa  al  sole  mentre    gi
    suonato  l'allarme,  che  sedere  qui  ozioso a udir le mie imprese da
    nulla magnificate come meraviglie.
    (Esce).
    AGRIPPA: Signori del popolo,  come pu egli adulare la moltiplicantesi
    genia dei plebei in cui vi  uno buono su mille, quando voi vedete che
    egli preferisce arrischiare tutte le sue membra per la gloria, anzich
    prestare  uno  dei  suoi  orecchi  per  sentirla  celebrare?  Parlate,
    Cominio.
    COMINIO: Mi mancher la voce.  Le gesta di  Coriolano  non  dovrebbero
    esser  narrate debolmente.  Si ritiene che il coraggio sia la pi alta
    virt, quella che pi nobilita chi la possiede;  se cos ,  l'uomo di
    cui parlo non ha alcuno che gli stia a pari nel mondo.  A sedici anni,
    quando  Tarquinio  mosse  coll'esercito  contro  Roma,  egli  combatt
    superando tutti gli altri;  il nostro dittatore del tempo,  che io qui
    segnalo con ogni elogio,  lo vide combattere allora,  e col suo  mento
    amazonio  cacciar  davanti  a  s le irsute bocche;  si piant a gambe
    aperte su un Romano prostrato e sotto gli occhi del console uccise tre
    nemici.  Affront lo stesso Tarquinio e lo colp s da farlo cadere in
    ginocchio;  nelle  imprese  di  quel giorno in cui egli avrebbe potuto
    recitar la parte di donna sulla scena,  si rivel il miglior  uomo  in
    campo,  e per ricompensa ebbe la fronte incoronata di quercia. Entrato
    cos dall'adolescenza nell'et virile, egli crebbe come il mare;  e da
    allora,  nell'urto di diciassette battaglie, ha privato tutte le spade
    della palma  della  vittoria.  In  quanto  a  quest'ultima  battaglia,
    dinanzi  e  dentro  Corioli,  permettetemi  di  dire  che io non posso
    elogiarlo degnamente.  Egli ferm i fuggenti e col  suo  raro  esempio
    fece s che i codardi cambiassero il terrore in giuoco.  Come le alghe
    sotto una nave a vele spiegate,  cos  gli  uomini  gli  ubbidivano  e
    cadevano  sotto  la sua prora.  La sua spada,  punzone di morte,  dove
    toccava,  lasciava l'impronta.  Dalla testa ai piedi era un essere  di
    sangue, ed ogni suo movimento era accompagnato da grida di morenti, da
    solo  egli  varc  le  fatali  porte  della  citt  che  segn  con un
    inevitabile destino;  senza aiuto ne usc fuori,  e con un  improvviso
    rinforzo colp Corioli come un pianeta; ora tutto  suo: ed ecco ad un
    tratto  il  tumulto della battaglia cominci a colpire il suo orecchio
    sempre vigile;  ed allora subito il suo coraggio  raddoppiato  ravviv
    quello  che  era  stanco  nella  sua  carne,  ed  egli si diresse alla
    battaglia;  e l egli corse fumante di sangue sui corpi  degli  uomini
    come  se  perpetua  dovesse esser la strage;  e fino al momento in cui
    proclamammo nostra la citt e nostro il campo,  non si ferm  mai  per
    dar sollievo al suo petto ansimante.
    AGRIPPA: Oh, prode!
    PRIMO  SENATORE:  Egli   tagliato alla misura degli onori che noi gli
    destiniamo.
    COMINIO: Egli respinse col piede le spoglie e  consider  gli  oggetti
    preziosi quasi fossero il vile fango del mondo. Desidera ancor meno di
    quello  che  la povert stessa darebbe;  compensa le proprie gesta col
    compierle, ed  contento di spendere cos il suo tempo, per finirlo.
    AGRIPPA: E' un uomo veramente nobile: che sia chiamato.
    PRIMO SENATORE: Chiamate Coriolano.
    GUARDIA: E' qui.

    (Rientra CORIOLANO).

    AGRIPPA: Il Senato, o Coriolano,  lieto di nominarti console.
    CORIOLANO: Io gli debbo sempre la vita e i miei servigi.
    AGRIPPA: Rimane ora che tu parli al popolo.
    CORIOLANO: Vi scongiuro,  lasciatemi passar sopra quest'uso: perch io
    non  posso  indossare  l'abito di circostanza,  denudarmi il petto,  e
    pregarli che a motivo delle mie  ferite  mi  diano  i  loro  voti:  vi
    piaccia che mi sia permesso tralasciare questo costume.
    VELUTO: Signore, il popolo deve usare dei suoi suffragi, n  disposto
    a rinunciare ad un sol punto della cerimonia.
    AGRIPPA:   Non  date  loro  appiglio:  adattatevi,   vi  prego,   alla
    costumanza,  e conquistatevi quest'onore,  come hanno fatto  i  vostri
    predecessori, rispettando tutte le forme.
    CORIOLANO:  e'  una parte che io arrossisco di fare,  e un diritto che
    potrebbe benissimo esser tolto al popolo.
    BRUTO (a Veluto): Udite questo?
    CORIOLANO: Ostentare avanti a loro:   Ho  fatto  questo,  e  questo:
    mostrare  delle  cicatrici  che  pi  non  dolgono e che dovrei invece
    nascondere,  come se le avessi ricevute solo per il salario  del  loro
    fiato.
    AGRIPPA: Non insistete su questo:  per mezzo vostro,  o tribuni,  che
    raccomandiamo il nostro progetto al popolo; e al nostro nobile console
    auguriamo ogni gioia ed onore.
    I SENATORI: Gioia ed onore a Coriolano.
    (Fanfara: escono tutti tranne Bruto e Veluto).
    BRUTO: Vedete come intende trattare il popolo.
    VELUTO: Che possan capire il suo intento!  egli andr  a  chiedere  il
    loro suffragio, come se disprezzasse che spetti a loro il dare ci che
    egli domanda.
    BRUTO:  Andiamo  ad informarli di quello che si  fatto qui: so che ci
    attendono nel Foro.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Il Foro.

    (Entrano parecchi Cittadini).
    PRIMO CITTADINO: Insomma,  se egli ci chiede  il  voto,  non  dobbiamo
    negarglielo.
    SECONDO CITTADINO: Possiamo, signor mio, se vogliamo.
    TERZO CITTADINO: Abbiamo in noi il potere di farlo, ma  un potere che
    non  abbiamo  potere  di  esercitare;  perch se egli ci mostra le sue
    ferite e ci narra le sue gesta,  noi dobbiamo metter le nostre  lingue
    in quelle ferite e parlare per esse;  cos,  se egli ci narrer le sue
    nobili imprese,  noi dobbiamo dire a lui che le accettiamo nobilmente.
    L'ingratitudine    mostruosa,  e  per  la  moltitudine essere ingrata
    sarebbe come fare un mostro della  moltitudine:  e  poich  noi  siamo
    membri della moltitudine renderemmo noi stessi dei membri mostruosi.
    PRIMO  CITTADINO:  E  per fare che non si sia considerati pi di cos,
    basta una piccola spinta;  perch una volta,  quando ci sollevammo per
    l'affare  del  grano,  egli,  Coriolano,  non  esit  a  chiamarci la
    moltitudine, mostro dalle mille teste.
    TERZO CITTADINO: Siamo stati chiamati cos da molti: non gi perch le
    nostre teste siano alcune brune,  altre nere,  altre  castagne,  altre
    calve,  ma  perch  i  nostri  intendimenti  sono di diversi colori: e
    davvero io credo che se tutti i nostri intendimenti  dovessero  uscire
    fuori  da  un  solo  cranio,  volerebbero  a oriente,  a occidente,  a
    settentrione,  a mezzod;  e il loro accordo  su  una  sola  direzione
    sarebbe  quello  di volare simultaneamente in tutte le direzioni della
    bussola.
    SECONDO CITTADINO: Credete che sia cos?  e in quale direzione credete
    che volerebbe il mio intendimento?
    TERZO CITTADINO: Oh,  il vostro intendimento non uscirebbe cos presto
    come quello di un altro,  perch  solidamente incastrato in una testa
    di legno: ma se riuscisse a liberarsi, volerebbe certo verso mezzod.
    SECONDO CITTADINO: E perch in quella direzione?
    TERZO  CITTADINO:  Per  perdersi  in un nebbione,  dove,  dopo essersi
    sciolto per tre parti nelle putride rugiade,  la quarta tornerebbe per
    scrupolo di coscienza per aiutarvi a trovare moglie.
    SECONDO CITTADINO: Voi scherzate sempre: fate pure, fate pure.
    TERZO  CITTADINO: Siete tutti decisi a dare il vostro voto?  Ma questo
    non importa: basta la maggioranza; per me,  vi dico che non vi  stato
    mai  uomo  pi  meritevole,  se soltanto volesse mostrarsi pi incline
    verso il popolo.
    (Entrano CORIOLANO nella toga dell'umilt, e AGRIPPA).
    Ecco che egli viene,  e  nella  toga  dell'umilt:  osservate  il  suo
    contegno.  Non  dobbiamo rimanere tutti insieme,  ma avvicinarci a lui
    dove si  fermato, a uno, a due o a tre per volta: egli deve rivolgere
    la sua domanda a ciascuno: e cos ognuno di noi avr l'onore personale
    di dargli il proprio voto,  con la propria voce: perci seguitemi e io
    vi mostrer come dovete avvicinarvi a lui.
    TUTTI: Bene, bene!
    (Escono).
    AGRIPPA: Signore,  avete torto. Non sapete che gli uomini pi degni lo
    hanno fatto?
    CORIOLANO:  Che  debbo  io  dire?  Vi  prego,  signore...  maledetto
    quest'uso!  Io  non  posso  indurre  la  mia  lingua  a  questo passo!
    Guardate. signore,  le mie ferite;  le ho ricevute nel servire la mia
    patria,  quando  alcuni  dei vostri urlavano e fuggivano al rumore dei
    nostri tamburi.
    AGRIPPA: Povero me!  O di!  non  dovete  parlare  di  questo:  dovete
    pregarli di pensare a voi.
    CORIOLANO:  Pensare  a  me?  Che  il  diavolo li porti!  Vorrei che si
    dimenticassero di me come delle virt che i sacerdoti perdono il tempo
    a insegnar loro!
    AGRIPPA: Voi guasterete tutto: vi lascio;  parlate loro vi  scongiuro,
    in modo ragionevole.
    CORIOLANO: Dite loro di lavarsi la faccia e di pulirsi bene i denti.
    (Esce Agrippa. Rientrano due Cittadini).
    Cos,  eccone un paio!  Voi sapete, signore, il motivo per il quale mi
    presento qui?
    PRIMO CITTADINO: Lo sappiamo,  signore;  diteci,  che cosa  vi  ci  ha
    condotto?
    CORIOLANO: Il mio proprio merito.
    SECONDO CITTADINO: Il vostro proprio merito?
    CORIOLANO: Certo, non il mio desiderio.
    PRIMO CITTADINO: Come, non il vostro desiderio?
    CORIOLANO: No,  signore: non fu mai mio desiderio importunare i poveri
    col chieder loro l'elemosina.
    PRIMO CITTADINO: Dovete ben capire  che  se  vi  diamo  qualche  cosa,
    speriamo di guadagnare qualcosa per mezzo vostro.
    CORIOLANO: Benissimo: allora qual  il vostro prezzo del consolato?
    PRIMO CITTADINO: Il prezzo  di chiederlo cortesemente.
    CORIOLANO: Cortesemente?  signore,  vi prego, concedetemelo, ho ferite
    da mostrarvi,  che sono a vostra disposizione in  privato.  Il  vostro
    buon voto, signore: cosa ne dite?
    SECONDO CITTADINO: Voi lo avrete, nobile signore.
    CORIOLANO:  Patto  conchiuso,   signore:  ecco  gi  due  onesti  voti
    mendicati. Ho la vostra elemosina: addio.
    PRIMO CITTADINO: Ma questo  un modo piuttosto strano...
    SECONDO CITTADINO: Se dovessi concederlo di nuovo... ma non importa.

    (Escono i due Cittadini. Rientrano altri due Cittadini).

    CORIOLANO: Vi prego,  se si accorda col tono delle vostre voci che  io
    sia console, io ho indosso il vestito richiesto dal costume.
    TERZO  CITTADINO:  Avete meritato nobilmente della vostra patria e non
    avete meritato nobilmente.
    CORIOLANO: La soluzione del vostro enigma?
    TERZO CITTADINO: Siete stato un flagello per  i  suoi  nemici,  e  una
    frusta per i suoi amici: non avete in verit amato il popolo basso.
    CORIOLANO:  Dovreste  considerarmi  tanto pi virtuoso,  in quanto non
    sono stato basso nel mio affetto. Io voglio,  signore,  adulare il mio
    diletto  fratello,  il popolo,  per conquistarmi una pi alta stima da
    parte sua;  un'azione, questa,  che esso reputa graziosa: e dacch la
    saggezza  della sua scelta  di avere il mio cappello,  anzich il mio
    cuore,  io voglio esercitarmi nel saluto insinuante  e  mi  caver  il
    cappello  davanti  a  loro  simulando  nel  miglior  modo: cio a dire
    contraffar le lusinghe di alcuni uomini popolari  e  sar  largo  nel
    dispensarle a quelli che le desiderano.  Perci,  vi scongiuro, fatemi
    console.
    QUARTO CITTADINO: Speriamo di trovarvi nostro amico: e perci vi diamo
    il nostro voto, di buon grado.
    TERZO CITTADINO: Voi avete ricevuto molte ferite per il vostro paese.
    CORIOLANO: Non suggeller la vostra conoscenza col  mostrarvele:  far
    gran caso dei vostri voti e cos non vi annoier pi oltre.
    TERZO  e QUARTO CITTADINO: Gli di vi diano felicit,  signore,  ve lo
    auguriamo di cuore.
    (Escono).
    CORIOLANO: Dolcissimi voti!   meglio morire,  meglio crepar di  fame,
    che mendicare il salario che ci siamo meritato. Perch dovrei rimanere
    qui,  in  questa veste lanosa,  per mendicare gli inutili attestati di
    Tizio e di Caio,  man mano che si presentano?  La costumanza vuole che
    io  faccia  cos:  ma  se  si  facesse  in tutte le cose quello che la
    costumanza vuole,  la polvere si poserebbe sul  passato  senza  essere
    spazzata via,  e montagne di errori si accumulerebbero troppo alte per
    permettere alla verit di spuntar fuori.  Piuttosto che fare  cos  il
    buffone,  vadano  quest'alta carica e quest'onore a chi sia disposto a
    comportarsi in tal modo. Ma ho gi fatto met del cammino: e poich ho
    sofferto una parte del male, sopporter l'altra.
    (Entrano altri tre Cittadini).
    Ecco che vengono altri voti.  I vostri voti:  per  i  vostri  voti  ho
    combattuto, ho vegliato per i vostri voti; per i vostri voti porto due
    dozzine e pi di ferite,  e ho visto e sentito diciotto battaglie; per
    i vostri voti ho compiuto molte cose, alcune minori, altre maggiori; i
    vostri voti: davvero, vorrei esser console.
    QUINTO CITTADINO: Egli ha operato nobilmente e non pu  partire  senza
    il voto di ogni uomo onesto.
    SESTO CITTADINO: Dunque, che egli sia console: gli di gli diano gioia
    e lo rendano buon amico del popolo.
    QUINTO e SESTO CITTADINO: Amen, amen; Dio ti salvi, magnanimo console.
    (Escono).
    CORIOLANO: Degni voti.

    (Rientra AGRIPPA con BRUTO e VELUTO).

    AGRIPPA:  Siete  rimasto  tutto  il tempo prescritto,  ed i tribuni vi
    investono del potere con i voti  del  popolo:  non  resta  altro  che,
    rivestito delle insegne ufficiali, vi presentiate tra poco al Senato.
    CORIOLANO: E' finito?
    VELUTO:  Avete soddisfatto la costumanza della richiesta: il popolo vi
    accetta ed  convocato tra breve per la vostra conferma.
    CORIOLANO: Dove? al Senato?
    VELUTO: S, l, Coriolano.
    CORIOLANO: Posso ora cambiarmi questa veste?
    VELUTO: Lo potete, signore.
    CORIOLANO: Lo far subito: e tornato quale ero prima,  mi  recher  al
    Senato.
    AGRIPPA: Vi terr compagnia. Venite anche voi?
    BRUTO: Attendiamo qui il popolo.
    VELUTO:  Addio!  (Escono  Coriolano  e  Agrippa)  Il  consolato  suo,
    adesso, e per quanto posso giudicare dal suo aspetto,  il suo cuore ne
     lieto.
    BRUTO: Con orgoglioso cuore portava l'umile veste: volete congedare il
    popolo?

    (Rientrano i Cittadini).

    VELUTO: Ebbene, miei padroni? Avete scelto quest'uomo?
    PRIMO CITTADINO: Egli ha i nostri voti, signore.
    BRUTO: Preghiamo gli di che possa meritare il vostro affetto.
    SECONDO  CITTADINO:  Amen,  signore.  Secondo  la mia povera e modesta
    impressione, egli si  fatto beffe di noi quando ci ha chiesto i voti.
    TERZO CITTADINO: Certo, ci ha apertamente presi in giro.
    PRIMO CITTADINO: No,   il suo modo di parlare: non si    burlato  di
    noi.
    SECONDO  CITTADINO: Non v' nessuno tra noi,  voi eccettuato,  che non
    dica che ci ha trattato sprezzantemente: avrebbe  dovuto  mostrarci  i
    segni del suo merito, le ferite ricevute per la patria.
    VELUTO: Ma l'avr fatto certamente, non ne dubito.
    CITTADINI: No, no, nessuno le ha viste.
    TERZO  CITTADINO:  Disse  che  aveva  ferite  che  poteva mostrarci in
    privato: e agitando il cappello cos  con  atto  di  sprezzo,  vorrei
    esser  console  - diceva: - l'antico costume non me lo permette se non
    con i vostri voti: quindi datemi i vostri  voti.  Quando  noi  glieli
    abbiamo  concessi,  ecco  ci che ha detto: vi ringrazio per i vostri
    voti; vi ringrazio;  i vostri carissimi voti;  ora che mi avete dato i
    vostri voti, non so pi che farmene di voi. Non era una canzonatura?
    VELUTO:  Ma  come  siete  stati  cos  stolti da non accorgervene?  o,
    essendovene accorti,  siete stati di una indulgenza cos infantile  da
    concedergli i voti?
    BRUTO:  Non  avreste  potuto  dirgli,  come vi avevamo insegnato,  che
    quando non aveva alcun potere ed era l'umile servitore dello Stato  fu
    vostro  nemico?  parl  sempre  contro  la  vostra  libert e contro i
    privilegi che voi godete nel corpo dello Stato? e che, giungendo ora a
    una posizione autorevole,  al governo  della  repubblica,  se  dovesse
    continuare ad essere,  malignamente, fiero nemico dei plebei, i vostri
    voti potrebbero convertirsi in maledizioni contro voi stessi?  Avreste
    dovuto  dire  che,  come le sue gloriose gesta gli danno diritto a non
    minor ufficio di quello per cui si presentava,  cos la  sua  graziosa
    natura avrebbe dovuto interessarsi a voi, in compenso dei vostri voti,
    e  trasformare  la  malevolenza  in  affetto,  mostrandosi un benevolo
    signore.
    VELUTO: Se aveste parlato cos,  come eravate stati consigliati prima,
    avreste sperimentato il suo animo, e messa alla prova la sua indole, e
    gli  avreste  strappato  o  una graziosa promessa,  alla quale avreste
    potuto vincolarlo  appena  l'occasione  si  fosse  presentata,  oppure
    avreste  irritato  la sua arrogante natura che non sopporta facilmente
    un impegno che lo leghi a checchessia;  e cos,  facendolo andar sulle
    furie,  avreste potuto trar motivo dalla sua collera, per lasciarlo da
    parte e non eleggerlo.
    BRUTO: Avete notato con  quale  aperto  disprezzo  vi  ha  sollecitato
    quando  aveva  bisogno della vostra amicizia: e non credete che il suo
    disprezzo  sar  rovinoso  per  voi,   allorch  avr  il  potere   di
    schiacciarvi?  E che,  eravate solo dei corpi? non avevate un cuore in
    voi?  avevate la lingua solo  per  gridare  contro  il  governo  della
    ragione?
    VELUTO:  Non avete prima d'ora opposto un rifiuto a chi vi pregava?  e
    ora prodigate i vostri voti, cos ricercati,  a chi non li ha chiesti,
    ma si  fatto beffe di voi?
    TERZO CITTADINO: Non  stato confermato: possiamo ancora rifiutarlo.
    SECONDO  CITTADINO:  E  lo  rifiuteremo:  io avr cinquecento voci per
    cantar quest'aria.
    PRIMO CITTADINO: Io due volte cinquecento e i loro amici per rinforzo.
    BRUTO: Partite subito di qui,  e dite a questi vostri amici che  hanno
    scelto  un console che toglier loro ogni libert;  e li ridurr a non
    aver pi voce di un cane che  picchiato spesso perch abbaia,  eppure
     tenuto per abbaiare.
    VELUTO:  Che  si riuniscano,  e,  dopo pi maturo giudizio,  revochino
    questa stolida elezione;  fate valere il suo orgoglio e il suo  antico
    odio  per  voi;  inoltre  non  dimenticate  con quale disdegno egli ha
    indossato l'umile veste,  e come nel sollecitarvi si  fatto beffe  di
    voi;  ma il vostro affetto, al pensiero dei suoi grandi servigi, vi ha
    tolto ogni apprezzamento del suo contegno che egli aveva  regolato  in
    maniera  insultante  e sconveniente,  secondo l'odio inveterato che ha
    per voi.
    BRUTO: Date la colpa a noi,  vostri tribuni,  che ci siamo affaticati,
    s  che  nessun ostacolo si frapponesse affinch voi faceste cadere la
    vostra scelta su lui.
    VELUTO: Dite che  lo  avete  eletto  pi  dietro  nostro  ordine,  che
    obbedendo   al   vostro  vero  sentimento:  e  che  il  vostro  animo,
    preoccupato pi di quello che doveva fare,  anzich di quello che  gli
    convenisse fare,  v'indusse a malincuore ad eleggerlo console. Gettate
    tutta la colpa su noi.
    BRUTO: S,  non ci risparmiate: dite che noi vi abbiamo tenuto  lunghi
    discorsi,  ricordandovi come egli fosse giovanissimo quando cominci a
    servire la patria, e come abbia continuato a servirla per lungo tempo;
    e da quale nobile stirpe egli discenda: l'illustre casata  dei  Marzi,
    da cui venne quell'Anco Marzio,  figlio della figlia di Numa che, dopo
    il grande Ostilio, regn tra noi;  e della stessa casa furono Publio e
    Quinto che condussero qui, con acquedotti, la nostra acqua migliore; e
    Censorino, cos nobilmente soprannominato perch due volte fu censore,
    era il suo illustre avolo.
    VELUTO:  Dite che noi abbiamo raccomandato alla vostra benevolenza uno
    disceso da cos nobile schiatta e che aveva ben  operato  con  la  sua
    persona  s da meritare d'esser posto in un alto ufficio: ma voi avete
    trovato,  comparando la sua condotta di oggi con quella  passata,  che
    egli    vostro deciso nemico,  e perci revocate il vostro affrettato
    assenso.
    BRUTO: Dite che non l'avreste mai fatto (insistete  sempre  su  questo
    tasto)  se  non per le nostre istigazioni: e subito,  appena vi sarete
    raccolti in numero, venite al Campidoglio.
    I CITTADINI: Lo faremo: quasi tutti si pentono della loro scelta.
    (Escono).
    BRUTO: Adesso,  vadano pur avanti: era meglio correre  il  rischio  di
    questa  rivolta,  anzich  attendere e correre un rischio senza dubbio
    pi grave. Se,  come  sua natura egli si infuria per il loro rifiuto,
    osserviamo e cerchiamo di trar profitto dalla sua collera.
    VELUTO:  Al Campidoglio.  Andiamo: noi vi saremo prima della marea del
    popolo: e questa rivolta che noi abbiamo istigata,  sembrer,  come  
    vero in parte, tutta opera loro.
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Roma. Una strada.

    (Trombe.  Entrano CORIOLANO,  AGRIPPA, COMINIO, TITO LARZIO, Senatori,
    Patrizi).
    CORIOLANO: Tullo Aufidio dunque aveva messo insieme un nuovo esercito?
    LARZIO: S,  mio signore: e  questo  ha  reso  pi  rapido  il  nostro
    accomodamento.
    CORIOLANO: Cos dunque i Volsci si trovano come prima;  pronti, appena
    l'occasione li spinger, a far di nuovo incursioni contro di noi.
    COMINIO: Essi sono esausti, o mio console, tanto che difficilmente nei
    nostri giorni vedremo ancora la loro bandiera fluttuare al vento.
    CORIOLANO: Hai veduto Aufidio?
    LARZIO: E' venuto da me con un salvacondotto: e ha maledetto i  Volsci
    perch  avevano  cos  vilmente ceduto la citt: egli si  ritirato ad
    Anzio.
    CORIOLANO: Ha parlato di me?
    LARZIO: S, mio signore.
    CORIOLANO: Come? che ha detto?
    LARZIO: Come spesso vi aveva incontrato spada  contro  spada:  che  di
    tutte  le  cose sulla faccia della terra egli odiava voi pi di tutti:
    che egli impegnerebbe tutti i suoi beni senza  speranza  di  riscatto,
    pur di poter esser chiamato vostro vincitore.
    CORIOLANO: Vive ad Anzio?
    LARZIO: Ad Anzio.
    CORIOLANO:  Vorrei  avere  un  motivo  per  cercarlo  l  e affrontare
    completamente il suo odio. Benvenuto a casa.
    (Entrano VELUTO e BRUTO).
    Ecco, questi sono i tribuni del popolo,  la lingua della bocca comune.
    Io  proprio  li  disprezzo  perch  si  ammantano  di autorit in modo
    intollerabile per ogni nobile cuore.
    VELUTO: Non procedete oltre.
    CORIOLANO: Ah, che  questo?
    BRUTO: Sarebbe pericoloso andare avanti: non andate oltre.
    CORIOLANO: Quale la ragione di questo cambiamento?
    AGRIPPA: Il motivo?
    COMINIO: Non  egli passato per i voti dei nobili e della plebe?
    BRUTO: No. Cominio.
    CORIOLANO: Ho avuto forse voti di bimbi?
    PRIMO SENATORE: Tribuni, fate largo: egli deve andare al Foro.
    BRUTO: Il popolo  irritato contro di lui.
    VELUTO: Fermatevi, o tutto degenerer in tumulto.
    CORIOLANO: Questi dunque sono il vostro gregge?  debbono aver il  voto
    questi  che  ora  possono  concederlo  e subito dopo rinnegare la loro
    lingua? Qual  il vostro ufficio? Voi che siete la loro bocca,  perch
    non tenete a freno i loro denti? Non li avete forse aizzati voi?
    AGRIPPA: Calma, calma.
    CORIOLANO:  E'  una  cosa  preparata,    un  complotto per piegare la
    volont dei nobili. Sopportatelo,  e vivrete con persone che non sanno
    governare e che non consentono ad essere governate.
    BRUTO:  Non  lo  chiamate un complotto...  la plebe grida che vi siete
    fatto beffe di essa e che recentemente, quando il grano fu dato gratis
    al  popolo,   voi  avete  protestato;   avete  calunniato  quelli  che
    supplicavano   per  il  popolo:  li  avete  chiamati  temporeggiatori,
    adulatori, nemici della nobilt.
    CORIOLANO: E che, questo si sapeva da prima.
    BRUTO: Non tutti lo sapevano.
    CORIOLANO: Li avete voi informati dopo d'allora?
    BRUTO: Come! io informarli!
    CORIOLANO: Voi siete capace di fare una tale azione.
    BRUTO: In ogni caso, capace sempre di migliorare le vostre.
    CORIOLANO: A che dunque sarei  io  console?  Per  le  nuvole,  che  io
    divenga  cos  cattivo  cittadino come voi e nominatemi vostro collega
    nel tribunato!
    VELUTO: Voi mostrate ancora troppo di ci che ha sollevato il  popolo.
    Se  volete  arrivare l dove siete diretto,  dovete con pi mite animo
    chiedere la strada della quale siete fuori:  o  non  sarete  mai  cos
    nobile come un console, n vi appaierete con Bruto come tribuno.
    AGRIPPA: Siamo calmi.
    COMINIO:  Il popolo  ingannato,  messo su: queste tergiversazioni non
    si addicono  a  Roma:  n  Coriolano  ha  meritato  questo  vergognoso
    impedimento perfidamente posto sull'aperto cammino dei suoi meriti.
    CORIOLANO:  Parlatemi  del grano!  Queste furono le mie parole e io le
    ripeter ancora.
    AGRIPPA: Non ora, non ora.
    PRIMO SENATORE: Non in questo momento d'ira, signore.
    CORIOLANO: Come  vero che io vivo, ora le voglio ripetere.  Quanto ai
    miei  pi  nobili  amici,  domando loro scusa: ma quanto alla mutevole
    puzzolente moltitudine,  mirino me,  poich io non adulo,  e in me  si
    specchino: io lo dico ancora una volta, che nel blandirla noi nutriamo
    contro  il  Senato  il  seme della ribellione,  dell'insolenza,  della
    sedizione,  per il quale noi stessi abbiamo arato  il  terreno  e  che
    abbiamo  seminato  e diffuso permettendo ad essa di mischiarsi con noi
    gente d'onore, che non manchiamo di valore, no, n di potenza,  tranne
    quella che abbiamo concessa ai mendicanti.
    AGRIPPA: Bene, ora basta.
    PRIMO SENATORE: Non pi parole, vi scongiuriamo.
    CORIOLANO: Come,  non pi? Come per la mia patria io ho versato il mio
    sangue senza temere le forze esterne,  cos i miei polmoni  foggeranno
    parole  fino  che  hanno  fiato  contro  questa lebbra che noi abbiamo
    orrore ci possa infettare e che pure abbiamo fatto del  nostro  meglio
    per prendere.
    BRUTO:  Voi parlate del popolo quasi foste un dio che punisce e non un
    uomo debole come lui.
    VELUTO: Sarebbe bene che noi ne informassimo il popolo.
    AGRIPPA: Che, che? di uno scatto d'ira?
    CORIOLANO: Ira?  se io fossi calmo come il sonno  di  mezzanotte,  per
    Giove, quello sarebbe sempre il mio modo di sentire.
    VELUTO:  E'  un  modo  di  sentire che deve rimanere un veleno dove si
    trova, senza spargersi pi lontano.
    CORIOLANO: Deve rimanere!  sentite questo Tritone dei  ghiozzi?  Avete
    notato il suo assoluto deve?
    COMINIO: E' contro la legge.
    CORIOLANO: Deve!  O buoni ma poco savi patrizi, perch voi, gravi ma
    imprudenti senatori,  perch avete voi cos concesso a  quest'Idra  di
    scegliersi  un  magistrato che col suo perentorio deve,  non essendo
    altro che il corno e la voce del mostro,  ha il coraggio di  dire  che
    egli  devier  in  un  fossato  il vostro fiume,  e si impadronir del
    vostro letto?  Se essi hanno il  potere,  allora  preparate  loro  dei
    cuscini  accanto  a voi;  se non lo hanno,  risvegliatevi dalla vostra
    colpevole clemenza.  Se voi siete istruiti,  non mettetevi al rango di
    volgari  imbecilli:  se  non  lo siete,  allora la vostra ignoranza si
    umili davanti a loro. Voi siete dei plebei,  se essi sono senatori: ed
    essi non sono da meno, se, una volta mescolati i vostri voti, il gusto
    predominante    quello  che  sa  di  loro.   Essi  scelgono  il  loro
    magistrato;  e uno come lui che oppone il suo deve,  il  suo  deve
    popolare,  contro  un'assemblea  pi  impotente  di  quante mai abbian
    imperato in Grecia.  Per Giove in  persona!  questo  rende  i  consoli
    spregevoli: e la mia anima soffre nel vedere, quando sono contrapposte
    due  autorit  di  cui  nessuna    superiore,   come  rapidamente  la
    confusione penetri nella breccia che vi  tra le due e distrugga l'una
    per mezzo dell'altra.
    COMINIO: Su, andiamo al Foro.
    CORIOLANO: Chiunque ha dato quel consiglio di  distribuire  gratis  il
    grano ammassato nei depositi, come si soleva fare talora in Grecia...
    AGRIPPA: Bene, bene, non parliamo pi di questo.
    CORIOLANO:  Sebbene  l il popolo avesse un potere pi ampio,  io dico
    che essi hanno nutrito la rivolta e alimentato la rovina dello Stato.
    BRUTO: Come, il popolo dovrebbe dare i suoi voti a uno che parla cos?
    CORIOLANO: Io dar le mie ragioni, che valgono pi dei loro voti. Essi
    sanno bene che il  grano  noi  non  dovevamo  darlo  come  ricompensa,
    essendo   ben   accertato   che   non  avevano  mai  fatto  nulla  per
    guadagnarselo. Arruolati a forza,  proprio quando il cuore dello Stato
    era minacciato, non volevano infilare le porte della citt: questo bel
    servizio  non meritava certo il grano gratis.  Una volta in guerra,  i
    loro ammutinamenti e le loro rivolte,  nelle quali mostravano tutta la
    loro  valentia,  non  parlarono  in  loro favore.  Le accuse che hanno
    spesso rivolte contro il Senato senza causa alcuna, non potevano certo
    esser il motivo di una  nostra  cos  liberale  donazione.  Ebbene,  e
    allora? Come questo loro molteplice ventre digerir la munificenza del
    Senato?  Che le loro azioni esprimano quello che sar probabilmente il
    loro linguaggio: Noi l'abbiamo domandato: noi  siamo  i  votanti  pi
    numerosi  e  per  semplice  paura  essi  ci  hanno accordato la nostra
    richiesta.  Cos noi avviliamo la maest naturale dei nostri seggi  e
    facciamo  s  che la canaglia chiami paura le nostre cure: la canaglia
    che col tempo spezzer le serrature del Senato e far entrare i  corvi
    a beccare le aquile.
    AGRIPPA: Ors, basta!
    BRUTO: Basta, ed  anche troppo.
    CORIOLANO:  No,  prendete ancora questo: e che tutto ci su cui si pu
    giurare  di  divino  e  di  umano,   suggelli  quello  col  quale   io
    conchiuder.  Questa  duplice autorit,  dove una parte disdegna e con
    ragione, e l'altra insulta senza ragione, dove la nobilt,  il titolo,
    la  saggezza  non  possono  decidere  tranne  che col s o il no della
    generale ignoranza,  deve necessariamente trascurare i  bisogni  reali
    dello Stato e dar luogo,  nel frattempo, a una instabile leggerezza: e
    cos essendo impedito ogni proposito,  ne segue che nulla    fatto  a
    proposito.  Perci io vi scongiuro, voi che volete esser meno timorosi
    che savi,  che amate  troppo  l'essenza  dello  Stato  per  esitare  a
    riformarla:  voi  che  preferite  una  vita  nobile  a  una  lunga,  e
    desiderate,  con una pericolosa medicina,  mettere  a  repentaglio  un
    corpo che senza di essa sarebbe sicuro di morire: voi, strappate di un
    sol  colpo la lingua alla moltitudine e non permettete che essa lecchi
    il dolce che  il suo veleno.  La vostra degradazione mutila ogni vero
    giudizio  e  priva lo Stato di quella unit di governo che gli sarebbe
    acconcia: perch non ha il potere di fare il bene che vorrebbe fare  a
    causa del male che lo tiene schiavo.
    BRUTO: Ha detto abbastanza.
    VELUTO: Ha parlato da traditore, e dovr rispondere come un traditore.
    CORIOLANO: Tu, miserabile: che la tua rabbia ti annienti. Che dovrebbe
    fare  il  popolo  con questi tribuni senza cervello?  Appoggiandosi ad
    essi,  la sua obbedienza viene meno verso il tribunale  superiore.  In
    una  ribellione,  quando  non  quel  che    giusto,  ma  quel  che  
    necessario, era legge,  essi furono eletti: in un'ora migliore si dica
    che quello che  giusto deve essere giusto e si getti nella polvere il
    loro potere.
    BRUTO: Aperto tradimento!
    VELUTO: Costui un console? No.
    BRUTO: Edili, Edili!
    (Entra un Edile).
    Che egli sia arrestato...
    VELUTO:  Andate,  chiamate  il popolo,  (l'Edile esce) nel cui nome io
    stesso ti arresto come un innovatore traditore, un nemico del pubblico
    bene.  Obbedisci,  io te  l'ordino,  e  seguimi  l  dove  risponderai
    all'accusa.
    CORIOLANO: Indietro, vecchio becco!
    SENATORI e PATRIZI: Noi saremo mallevadori per lui.
    COMINIO (a Veluto): Gi le mani, vecchio.
    CORIOLANO:  Indietro,  putridume,  o  io ti scuoter le ossa fuori dei
    tuoi vestiti.
    VELUTO: Aiuto, cittadini.
    (Entra una turba di Cittadini, con gli Edili).
    AGRIPPA: Abbiate pi rispetto da tutte e due le parti.
    VELUTO: Ecco l'uomo che vorrebbe togliervi tutto il vostro potere.
    BRUTO: Afferratelo, Edili.
    I CITTADINI (parlando tutti in una volta): Abbasso! abbasso!
    I SENATORI e I PATRIZI: Armi, armi, armi!  (Tutti si agitano intorno a
    Coriolano gridando) Tribuni!  Patrizi! Cittadini! ehi! Sicinio! Bruto!
    Coriolano! Cittadini! Pace, pace, pace! Aspettate, fermatevi, zitti!
    AGRIPPA: Cosa sta per succedere?  io non ho pi fiato:  la  rovina  si
    appressa.   Non  posso  parlare.  Voi,  tribuni,  parlate  al  popolo.
    Coriolano, calma: parla, o buon Sicinio.
    VELUTO: Ascoltatemi, popolo; silenzio.
    I CITTADINI: Sentiamo il nostro tribuno: zitti! parla, parla, parla!
    VELUTO: Siete sul punto di perdere le vostre libert!  Marzio vorrebbe
    togliervele tutte; Marzio che voi or ora avete nominato console.
    AGRIPPA: Ohib, ohib! questa  la maniera di suscitare, non di domare
    l'incendio.
    PRIMO SENATORE: Di distruggere la citt e di buttare tutto a terra.
    VELUTO: Cosa  la citt se non il popolo?
    I CITTADINI: E' vero, il popolo  la citt.
    BRUTO:  Per  consenso  unanime  noi  siamo stati creati magistrati del
    popolo.
    I CITTADINI: E tali rimanete.
    AGRIPPA: E' probabile che rimaniate.
    COMINIO: Questo  il modo di abbattere lo Stato: di  portare  i  tetti
    sulle  fondamenta  e seppellire ci che ancora si trova in buon ordine
    sotto un cumulo e un ammasso di rovine.
    VELUTO: Questo merita la morte.
    BRUTO: O teniamo  fermo  alla  nostra  autorit  o  la  perdiamo;  noi
    dichiariamo  qui,  in  nome  del  popolo in virt del cui potere fummo
    eletti, che Marzio  meritevole di morte immediata.
    VELUTO: Perci, impadronitevi di lui; portatelo sulla rupe Tarpea e di
    l precipitatelo abbasso.
    BRUTO: Edili, afferratelo.
    I CITTADINI: Cedi Marzio, cedi.
    AGRIPPA: Una soia parola; vi scongiuro, o tribuni,  ascoltate una sola
    parola.
    EDILE: Silenzio, silenzio!
    AGRIPPA: Siate quali voi sembrate,  sinceri amici della vostra patria,
    e  procedete  con  moderazione  in  quello   che   voi   volete   cos
    violentemente rimediare.
    BRUTO: Signore, queste fredde maniere che rassomigliano a dei soccorsi
    prudenti,  sono molto perniciose quando il male  violento: mettete le
    mani su di lui e portatelo alla rupe.
    CORIOLANO: No,  io voglio morir qui (sguaina la spada).  Vi  qualcuno
    tra voi che mi ha visto combattere: su, venite a provare quello che mi
    avete visto fare.
    AGRIPPA: Gi la spada. Tribuni, ritiratevi un momento.
    BRUTO: Mettetegli le mani addosso.
    AGRIPPA: Aiutate Marzio,  aiutate,  voi nobili;  aiutatelo,  giovani e
    vecchi!
    I CITTADINI: Abbasso, abbasso!
    (Nella zuffa Tribuni, Edili e Popolani sono ricacciati).
    AGRIPPA: Andate, ritornate a casa,  ritiratevi,  presto,  o tutto sar
    perduto.
    SECONDO SENATORE: Ritiratevi.
    COMINIO: Teniamo duro: abbiamo tanti amici quanti nemici.
    AGRIPPA: Dobbiamo arrivare a questo?
    PRIMO  SENATORE:  Gli  di  ce  ne liberino!  Ti prego,  nobile amico,
    ritorna alla tua casa; lascia a noi di rimediare a questo male.
    AGRIPPA: Perch  una piaga per noi che voi non  potete  medicare:  vi
    scongiuro, ritiratevi.
    COMINIO: S, signore, venite via con noi.
    CORIOLANO: Vorrei che fossero barbari (come sono,  sebbene generati in
    Roma),  e non dei Romani,  come non sono,  sebbene figliati  sotto  il
    portico del Campidoglio.
    AGRIPPA:  Andate:  non  mettete in parole la vostra giusta collera: ci
    rifaremo un'altra volta.
    CORIOLANO: Su schietto terreno io potrei vincerne quaranta.
    AGRIPPA: Io stesso potrei occuparmi di un paio e dei migliori:  s,  i
    due tribuni.
    COMINIO:  Ma  ora  vi   una disuguaglianza che passa ogni calcolo;  e
    l'ardire  chiamato follia quando si oppone a un edificio che  crolla.
    Volete andarvene prima che ritorni la marmaglia,  la cui rabbia,  come
    le acque ostacolate nel loro corso, abbatte e travolge quello che essa
    di solito sopporta?
    AGRIPPA: Vi prego, andate: voglio vedere se il mio vecchio spirito pu
    servir a qualcosa presso quelli che non ne posseggono che poco: questo
    affare deve essere rappezzato con pezze di qualsiasi colore.
    COMINIO: Ors, venite via.
    (Escono Coriolano, Cominio e altri).
    PRIMO PATRIZIO: Quest'uomo ha rovinato la sua fortuna.
    AGRIPPA: La sua natura  troppo nobile  per  questo  mondo;  egli  non
    adulerebbe  Nettuno  per  il suo tridente,  n Giove per il suo potere
    sulla folgore.  Il suo cuore  la sua bocca: quello che il  suo  animo
    pensa,  la  sua  lingua  deve  esprimerlo;  e quando  inquieto,  egli
    dimentica di aver mai udito il nome della morte.  (Rumori all'interno)
    Ecco un bell'affare!
    SECONDO PATRIZIO: Vorrei che fossero a letto!
    AGRIPPA: Vorrei che fossero nel Tevere.  E che maledizione! non poteva
    egli dir loro delle belle parole?

    (Entrano BRUTO e VELUTO con la folla).

    VELUTO: Dov' la vipera che vorrebbe spopolare la citt, ed esser egli
    solo tutti gli uomini?
    AGRIPPA: Degni tribuni...
    VELUTO: Sar gettato gi dalla Rupe Tarpea  senza  piet;  egli  si  
    opposto  alla legge e quindi la legge gli rifiuter con disprezzo ogni
    altro giudizio fuorch il rigore del pubblico potere di cui  egli  non
    tiene alcun conto.
    PRIMO  CITTADINO:  Egli  apprender che i nobili tribuni sono la bocca
    del popolo e noi le loro mani.
    I CITTADINI: Lo apprender; senza alcun dubbio.
    AGRIPPA: Signore, signore...
    VELUTO: Silenzio!
    AGRIPPA:  Non  gridate  a  morte  l  dove  dovreste  procedere  con
    un'autorit moderata.
    VELUTO:  Signore,  come    che avete aiutato nel favorire la fuga del
    colpevole?
    AGRIPPA: Ascoltatemi: come io conosco i meriti del console cos  posso
    elencare i suoi difetti...
    VELUTO: Console! quale console?
    AGRIPPA: Il console Coriolano.
    BRUTO: Lui, console!
    I CITTADINI: No, no, no, no, no!
    AGRIPPA: Se col permesso dei tribuni e vostro, miei buoni popolani, io
    posso essere ascoltato, bramerei dirvi una parola o due: il che non vi
    procurer altro male che la perdita di un po' di tempo.
    VELUTO: Parlate brevemente,  allora,  perch noi siamo decisi di farla
    finita con questo perfido traditore: il cacciarlo di qui,  non sarebbe
    che  un  pericolo  per noi,  e mantenerlo qui,  la nostra morte certa:
    quindi  stabilito che egli muoia stasera.
    AGRIPPA: Ora i benigni di impediscano che la nostra illustre Roma, la
    cui gratitudine verso i suoi figli  meritevoli    iscritta  nel  gran
    libro di Giove, come una madre snaturata, divori oggi i figli suoi.
    VELUTO: E' un malanno che deve essere tagliato via.
    AGRIPPA: Oh,  un membro che non ha che una malattia; il tagliarlo via
    sarebbe mortale; il guarirlo facile. Che ha egli fatto contro Roma che
    lo renda meritevole di morte? L'aver ucciso i nostri nemici? Il sangue
    che  egli ha perduto (che,  sono pronto a garantirlo,  supera di varie
    once quello che ha nelle vene) egli l'ha versato a goccia a goccia per
    la patria: e quello che gli resta,  se lo  perdesse  per  colpa  della
    patria, sarebbe per noi tutti, tanto per quelli che lo facessero, come
    per quelli che lo permettessero, un'onta eterna.
    VELUTO: Questa  una perversione della verit.
    BRUTO:  Proprio  il rovescio.  Quando egli am la sua patria,  essa lo
    onor.
    AGRIPPA: Ma allora  il  piede,  una  volta  in  cancrena,  non    pi
    rispettato per i servizi che rendeva prima...
    BRUTO:  Non  ascolteremo  pi  oltre: inseguitelo fino alla sua casa e
    strappatelo via di l: affinch la sua  infezione,  che    di  natura
    contagiosa, non si diffonda pi lontano.
    AGRIPPA:  Una  parola ancora,  una parola.  Questa rabbia dai piedi di
    tigre  quando  avr  conosciuto  il  danno   di   una   precipitazione
    irriflessiva  legher troppo tardi dei pesi di piombo ai suoi talloni.
    Procedete legalmente per evitare che le fazioni (perch egli    molto
    amato) irrompano e mettano a sacco la grande Roma per opera di Romani.
    BRUTO: Se fosse cos...
    VELUTO:  Ma  che  dite?  Non  abbiamo  noi  avuto  un saggio della sua
    obbedienza? i nostri Edili colpiti, noi stessi respinti... Andiamo.
    AGRIPPA: Pensate a questo: egli venne educato alla guerra appena fu in
    grado di maneggiare una spada,  ed  male istruito  in  un  linguaggio
    raffinato: egli getta senza distinzione la farina e la crusca insieme.
    Lasciatemi  andare  da  lui,  e mi impegno di portarlo qui,  dove egli
    risponder all'accusa in forma legale, tranquillamente,  a suo rischio
    e pericolo.
    PRIMO  SENATORE:  Nobili tribuni,   la via umana: l'altra via sarebbe
    troppo sanguinosa; e all'inizio  ignoto il fine.
    VELUTO: Nobile Menenio,  siate voi dunque come l'ufficiale del popolo:
    amici miei, posate le armi.
    BRUTO: Non andate a casa.
    VELUTO: Riunitevi nel Foro: noi vi attenderemo l,  dove se voi non ci
    condurrete Marzio, procederemo secondo la nostra prima via.
    AGRIPPA: Io ve lo condurr.  (Ai Senatori) Permettetemi di  domandarvi
    la  vostra  compagnia.  Egli  deve  venire,  altrimenti  ne seguiranno
    peggiori mali.
    PRIMO SENATORE: Vi prego, andiamo da lui.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una stanza nella casa di Coriolano.

    (Entrano CORIOLANO e Patrizi).
    CORIOLANO: Che essi facciano crollare tutto  sopra  il  mio  capo;  mi
    presentino la morte sulla ruota o legato ai piedi di selvaggi cavalli;
    o accumulino dieci colline sulla Rupe Tarpea,  s che il baratro possa
    distendersi in basso oltre il raggio della vista: pure io sar  sempre
    lo stesso verso di loro.
    PRIMO PATRIZIO: E voi agite tanto pi nobilmente.
    CORIOLANO: Mi sorprende che mia madre non mi approvi pi, essa che era
    avvezza a chiamarli vassalli di lana, esseri creati per venir comprati
    e  venduti  a  vile  prezzo,  per  mostrare  dei  capi  scoperti nelle
    assemblee, per sbadigliare e star tranquilli e rimanere in ammirazione
    quando un uomo del mio rango si alzava per parlare della pace o  della
    guerra.
    (Entra VOLUMNIA).
    E' di voi che parlo.  Perch desiderate che io sia pi mite?  Vorreste
    voi che io fossi falso con la mia natura? Dite piuttosto che io agisco
    come l'uomo che sono.
    VOLUMNIA: O signore, signore, signore!  io vorrei che voi vi foste ben
    investito del vostro potere prima che l'aveste consumato.
    CORIOLANO: Non ne parliamo pi.
    VOLUMNIA:   Avreste   potuto   essere  abbastanza  l'uomo  che  siete,
    sforzandovi meno di esserlo.  Minori sarebbero stati gli ostacoli alla
    volont vostra, se voi non aveste mostrato loro come eravate disposto,
    prima che essi avessero perduto il potere di contrariarvi!
    CORIOLANO: Che siano impiccati!
    VOLUMNIA: S, e che siano anche arsi vivi.

    (Entrano AGRIPPA e Senatori).

    AGRIPPA: Via, via, siete stato troppo rude, un po' troppo rude: dovete
    ritornare e rimediarvi.
    PRIMO  SENATORE: Non vi  altro rimedio: se no,  non facendo cos,  la
    nostra buona citt divide in due e perisce.
    VOLUMNIA: Vi prego,  lasciatevi consigliare: io ho un cuore cos  poco
    pieghevole  come  il  vostro,  ma  ho  un cervello che guida a miglior
    vantaggio l'uso della mia ira.
    AGRIPPA: Ben detto,  nobile  signora!  prima  che  egli  dovesse  cos
    abbassarsi  dinanzi  a  questo  gregge,  se  non  fosse  che  la crisi
    terribile del momento lo richiede come medicina per l'intero Stato, io
    indosserei la mia armatura che a malapena posso portare.
    CORIOLANO: Che devo fare?
    AGRIPPA: Tornare dai tribuni.
    CORIOLANO: Bene, e poi? e poi?
    AGRIPPA: Pentirvi di quello che avete detto.
    CORIOLANO: Con loro! non potrei farlo con gli di;  debbo dunque farlo
    con loro?
    VOLUMNIA:  Siete troppo reciso: sebbene in questo voi non possiate mai
    esser troppo nobile, tranne quando parla la necessit.  Io vi ho udito
    dire  che  l'onore  e  l'astuzia,  come  amici inseparabili,  crescono
    insieme nella guerra: accordatemi  questo  e  ditemi  che  cosa  perde
    ciascuno  di  essi a fianco dell'altro nella pace,  perch in essa non
    vadano d'accordo.
    CORIOLANO: Via, via!
    AGRIPPA: Una buona domanda.
    VOLUMNIA: Se,  nelle vostre guerre,  il sembrare quello che non  siete
    (il  che  voi  adottate  come vostra politica per raggiungere i vostri
    migliori fini), come  che diventa poco onorevole o peggio, che questa
    politica astuta tenga compagnia all'onore nella pace come lo fa  nella
    guerra, dal momento che in tutte e due essa  ugualmente necessaria?
    CORIOLANO: Perch insistete su questo?
    VOLUMNIA:  Perch  ora spetta a voi parlare al popolo,  non secondo la
    vostra ragione o secondo i sentimenti che il cuore vi  ispira  ma  con
    parole  che  sono  poste  dall'uso nella vostra lingua,  sebbene siano
    bastarde e sillabe senza alcun valore rispetto alla verit del  vostro
    animo.  Ora  questo non vi disonora affatto pi che il conquistare con
    soavi parole una citt che altrimenti metterebbe alla prova la  vostra
    fortuna e vi farebbe rischiare molto sangue.  Io dissimulerei per quel
    che riguarda la mia natura, se la mia sorte e i miei amici, essendo in
    giuoco,  richiedessero che io lo facessi come dovere di onore: io sono
    in giuoco in questo momento,  e vostra moglie e vostro figlio,  questi
    senatori e tutti i  nobili  mentre  voi  preferite  mostrar  a  questi
    zoticoni  del  popolo come potete aggrottar le ciglia,  anzich largir
    loro una carezza per guadagnarvi il loro affetto e  salvaguardare  ci
    che la mancanza del loro affetto potrebbe rovinare.
    AGRIPPA: Nobile signora!  Su, venite con noi: dite delle belle parole;
    voi potete cos non solo rimediare ai pericoli del presente,  ma anche
    alla perdita di quello che  passato.
    VOLUMNIA: Io ti prego, figlio mio, vai a loro con il berretto in mano:
    e  avendolo teso cos in basso (lusingali in questo) sfiorando col tuo
    ginocchio le pietre (perch in queste circostanze l'azione  eloquenza
    e gli occhi dell'ignorante sono pi dotti degli orecchi)  e  scuotendo
    la  testa,  pi  volte,  cos,  per  correggere  il tuo cuore superbo,
    umiliala ora come la mora pi matura che non regge ad esser toccata: e
    di' loro che tu sei il loro soldato e,  essendo  stato  educato  nelle
    guerre,  non  hai  quella  maniera  dolce  che,  tu  lo riconosci,  ti
    converrebbe usare, come ad essi conviene esigerla, quando solleciti il
    loro buon affetto: ma che,  onestamente,  d'ora innanzi tu ti foggerai
    secondo  il  loro  gusto per quanto dipenda dal tuo potere e dalla tua
    persona.
    AGRIPPA: Una volta fatto questo, come essa dice,  i loro cuori saranno
    tuoi,  perch essi,  quando ne sono sollecitati, hanno un perdono cos
    facile come le parole a proposito di nulla.
    VOLUMNIA: Ti prego,  vai e sappiti dominare;  per quanto io sappia che
    tu  preferiresti  inseguire  il  tuo  nemico  in  un baratro di fuoco,
    anzich adularlo in un salotto. Ecco Cominio.

    (Entra COMINIO).

    COMINIO: Sono  stato  nel  Foro,  e,  signore,  conviene  che  voi  vi
    circondiate  d'una  forte fazione,  o che vi difendiate con la calma o
    con la fuga: tutto  in subbuglio.
    AGRIPPA: Basteranno belle parole.
    COMINIO: Credo che ci servir, se egli sapr piegare la sua fierezza.
    VOLUMNIA: Egli deve farlo e lo far: ti prego,  di'  che  lo  farai  e
    accingiti a farlo.
    CORIOLANO: Debbo io andare a mostrar loro il mio capo scoperto?  Debbo
    io,  con la mia lingua codarda,  dare al mio nobile cuore una smentita
    che  esso  dovr  sopportare?  E  sia,  io  lo  far: pure,  se non si
    trattasse che di perdere questo solo corpo,  questa forma  di  Marzio,
    lascerei  che essi lo riducessero in polvere e lo gettassero al vento.
    Andiamo al Foro.  Voi mi avete imposto ora una parte,  che io mai  non
    potr rappresentare al naturale.
    COMINIO: Su, su vi suggeriremo.
    VOLUMNIA:  Ti  prego ora,  dolce figlio,  come tu hai detto che i miei
    elogi ti hanno fatto prima soldato,  cos,  per meritarti i miei elogi
    in questo, rappresenta una parte che tu non hai fatta prima.
    CORIOLANO: Bene,  debbo farlo: via, o mia indole, e s'impossessi di me
    lo spirito di una prostituta.  Che la mia sonora gola  guerresca,  che
    faceva  coro  al  mio tamburo,  si trasformi in una sottile canna come
    quella di un eunuco o nella voce di una fanciulla che culla i bambini!
    Il sorriso del birbante si accampi sul mio volto,  e le lacrime di uno
    scolaretto  riempiano  le  coppe  delle  mie  ciglia.  La lingua di un
    mendicante si agiti tra le mie  labbra  e  le  mie  ginocchia  coperte
    d'armatura,  che non si piegavano se non nella staffa, si curvino come
    quelle d'un povero che ha ricevuto l'elemosina. No,  non voglio farlo,
    per tema di cessar di onorare la mia propria sincerit, e di insegnare
    alla mia mente,  con l'azione del mio corpo,  una bassezza che diventi
    natura.
    VOLUMNIA: A tuo piacere, dunque: il pregar te  per me un disonore pi
    grande che per te il pregar loro.  Rovini pur tutto: fa' che tua madre
    senta   il  tuo  orgoglio  piuttosto  che  temere  la  tua  pericolosa
    ostinazione,  perch io mi rido della morte con lo stesso  gran  cuore
    come te.  Fa' quello che vuoi: il tuo valore fu mio,  lo succhiasti da
    me; il tuo orgoglio, lo devi solo a te stesso.
    CORIOLANO: Via, sii contenta; madre,  io vado al Foro,  non mi sgridar
    pi oltre. Io vuo' imbecherare il loro affetto, ruber loro il cuore e
    ritorner a casa amato da tutti gli artigiani di Roma. Guardami, io mi
    avvio: ricordami a mia moglie.  Io ritorner console,  o non ti fidare
    mai pi di ci che la mia lingua pu fare in fatto di adulazione.
    VOLUMNIA: Fa' secondo la tua volont.
    (Esce).
    COMINIO: Andiamo: i tribuni vi attendono: preparatevi a risponder  con
    dolcezza;  perch essi, a quanto sento, sono pronti a lanciarvi accuse
    pi gravi li quelle che pesano ora su voi.
    CORIOLANO: La parola d'ordine : dolcezza. Vi prego, andiamo: che essi
    mi accusino con invenzioni, io risponder secondo il mio onore.
    AGRIPPA: S, ma con dolcezza.
    CORIOLANO: Va bene, sia dunque con dolcezza. Con dolcezza!
    (Escono).


    SCENA TERZA - Roma. Il Foro.

    (Entrano VELUTO e BRUTO).
    BRUTO: Insistete nell'accusa su questo punto,  che  egli  aspira  alla
    tirannia:  se  qui  ci  sfugge,  stringetelo dappresso per il suo odio
    contro il popolo,  e per il fatto  che  il  bottino  conquistato  agli
    Anziati non  stato mai distribuito.
    (Entra un Edile).
    Dunque, verr egli?
    EDILE: Sta venendo.
    BRUTO: Chi l'accompagna?
    EDILE:  Il  vecchio  Menenio,  e  quei  Senatori  che  sempre lo hanno
    favorito.
    VELUTO: Avete voi una lista di tutti i voti che  ci  siamo  procurati,
    per capi?
    EDILE: L'ho: ed  pronta.
    VELUTO: Li avete raccolti per trib?
    EDILE: S.
    VELUTO:  Convocate  qui  subito  il  popolo: e quando mi udranno dire:
    Sar cos per il diritto e il potere del popolo,  o che si tratti di
    morte,  o di multa,  o di esilio, allora, se io dico multa, che essi
    gridino multa; se morte,  gridino morte,  insistendo sull'antico
    privilegio e sul potere che deriva loro dalla verit dell'accusa.
    EDILE: Io li istruir.
    BRUTO:  E  quando  una  volta  avranno  cominciato a gridare,  che non
    smettano,  ma con un confuso clamore esigano l'immediata esecuzione di
    ci che noi avremo sentenziato.
    EDILE: Benissimo.
    VELUTO:  Fate  che  siano in gran numero e pronti per quest'imbeccata,
    quando avremo occasione di offrirla.
    BRUTO: Occupatevi di questo.  (L'Edile esce) Fatelo arrabbiare subito:
    egli      avvezzo   a   vincer  sempre  e  a  dar  pieno  sfogo  alla
    contraddizione: una volta  irritato,  egli  non  pu  esser  di  nuovo
    frenato alla moderazione,  e allora egli dice ci che  nel suo cuore:
    e vi  l qualche cosa che cospira con noi per rompergli il collo.
    VELUTO: Bene, eccolo che viene.

    (Entrano CORIOLANO, AGRIPPA, COMINIO, Senatori e Patrizi).

    AGRIPPA: Siate calmo, mi raccomando.
    CORIOLANO: S,  come un mozzo di stalla che per  una  meschina  moneta
    sopporter  un  cumulo  d'improperi.  Gli  di  venerati veglino sulla
    salvezza di Roma e facciano s  che  i  seggi  della  giustizia  siano
    occupati  da uomini degni: seminino tra noi la concordia,  riempiano i
    nostri vasti templi con spettacoli di pace, e non le nostre strade con
    la guerra.
    PRIMO SENATORE: Amen, amen.
    AGRIPPA: Un nobile augurio!

    (Rientra l'Edile con Cittadini).

    VELUTO: Avvicinatevi, o voi del popolo.
    EDILE: Ascoltate i vostri tribuni: attenzione, silenzio, dico.
    CORIOLANO: Prima ascoltatemi.
    I TRIBUNI: Bene, parlate. Silenzio, oh!
    CORIOLANO: Sar io accusato ancora oltre al momento presente  o  tutto
    deve decidersi qui?
    VELUTO: Io vi chiedo se voi vi sottomettete ai suffragi del popolo, se
    riconoscete  i loro magistrati e se consentite a subire la pena legale
    per quelle colpe che saranno provate contro di voi.
    CORIOLANO: Io consento.
    AGRIPPA: Udite,  cittadini,  egli dice  che  consente;  considerate  i
    servizi militari che egli ha reso: pensate alle ferite che reca il suo
    corpo e che appaiono come tombe nel santo cimitero.
    CORIOLANO: Sgraffiature di spine: cicatrici che farebbero ridere.
    AGRIPPA:  Pensate inoltre che quando egli non parla come un cittadino,
    voi ritrovate in lui il soldato. Non scambiate i suoi rudi accenti per
    accenti malevoli: ma, come dicevo, considerateli quali si convengono a
    un soldato, anzich ispirati da odio per voi.
    COMINIO: Bene, bene, non pi.
    CORIOLANO: Per quale motivo,  essendo io stato nominato console a voti
    unanimi,  sono  stato  disonorato  al  punto  che  nella stessa ora mi
    togliete di nuovo il consolato?
    VELUTO: Rispondete a noi.
    CORIOLANO: Parlate dunque:  vero,  mio dovere il rispondere.
    VELUTO: Noi vi accusiamo di aver cospirato per togliere a  Roma  tutte
    le magistrature costituite,  e per salire tortuosamente fino al potere
    tirannico: per la qual cosa siete un traditore del popolo.
    CORIOLANO: Come! traditore?
    AGRIPPA: Ma no, calmo: la vostra promessa.
    CORIOLANO: Che le fiamme del pi profondo inferno avvolgano il popolo:
    chiamarmi loro traditore! Tu,  insolente tribuno: se nei tuoi occhi si
    annidassero non una, ma ventimila morti, e altrettanti milioni serrati
    nelle tue mani, e nella tua lingua bugiarda entrambi questi numeri, io
    direi a te ugualmente, con voce sincera come quando prego gli di: tu
    menti!.
    VELUTO: Sentite questo, o voi del popolo?
    I CITTADINI: Alla Rupe, alla Rupe!
    VELUTO:  Silenzio!  non abbiamo bisogno di aggiungere nuovi elementi a
    sua accusa: quello che gli avete visto fare e  quello  che  gli  avete
    sentito dire,  battere i vostri ufficiali,  maledire voi, opporsi alla
    legge colla violenza,  e qui sfidare quelli il cui grande potere  deve
    giudicarlo,  tutto questo  un tal crimine e un crimine cos capitale,
    che merita l'ultimo supplizio.
    BRUTO: Ma dacch egli ha servito Roma bene...
    CORIOLANO: Cosa ciarlate voi di servizio?
    BRUTO: Io parlo di ci che conosco.
    CORIOLANO: Voi?
    AGRIPPA: E' questa la promessa che avete fatta a vostra madre?
    COMINIO: Sappiate, vi prego...
    CORIOLANO: Non  voglio  saper  altro:  che  essi  mi  condannino  alla
    precipite morte tarpea,  all'errabondo esilio,  allo scorticamento,  a
    esser rinchiuso per languire con un solo chicco di grano al giorno, io
    non comprer la loro piet al prezzo di una sola parola adulatoria: n
    frener il mio animo per tutto quello  che  possono  darmi,  anche  se
    dovessi ottenerlo col dire semplicemente buon giorno.
    VELUTO:  Per il fatto che egli ha (per quanto sta in lui) testimoniato
    pi volte il suo odio contro il popolo cercando i mezzi di strappargli
    il suo potere, come ora, infine, per aver alzato una mano ostile,  non
    solo in presenza della temuta giustizia,  ma sugli stessi ministri che
    la distribuiscono;  in nome del popolo e in virt del  potere  di  noi
    tribuni,  noi,  a  partir da questo istante,  lo esiliamo dalla nostra
    citt; che egli non rientri mai pi dalle porte di Roma, sotto pena di
    essere precipitato dall'alto della Rupe Tarpea: nel  nome  del  popolo
    dico che cos deve essere.
    I CITTADINI: Deve essere cos,  deve essere cos! che egli se ne vada;
     bandito, e cos deve essere.
    COMINIO: Ascoltatemi, signori, e miei amici del popolo...
    VELUTO: E' condannato: non c' pi nulla da ascoltare.
    COMINIO: Lasciatemi parlare: sono stato console e posso  mostrare  sul
    mio corpo i segni ricevuti,  per amor di Roma, dai suoi nemici. Io amo
    il bene della mia patria con un  rispetto  pi  tenero,  pi  sacro  e
    profondo  che  la  mia  propria  vita la riputazione di mia moglie,  i
    frutti del suo ventre,  i tesori dei miei lombi: dunque se io  volessi
    dire che...
    VELUTO: Sappiamo dove volete arrivare: dire che cosa?
    BRUTO:  Non vi  altro da dire,  se non che egli  bandito come nemico
    del popolo e della sua patria: e cos deve essere.
    I CITTADINI: Cos deve essere; cos deve essere!
    CORIOLANO: Voi, ignobile muta di botoli, il cui respiro io odio quanto
    i miasmi dei putridi stagni;  il cui affetto  io  apprezzo  quanto  le
    carcasse di uomini insepolti che corrompono l'aria;  io vi bandisco; e
    restate qui nella vostra perplessit! Che ogni pi lieve rumore faccia
    tremare i vostri cuori!  che i vostri nemici,  coll'agitar delle  loro
    piume,  soffino  nei  vostri animi la disperazione.  Abbiate sempre il
    potere di bandire i vostri difensori: finch,  in  ultimo,  la  vostra
    ignoranza (che non capisce finch non esperimenta),  senza risparmiare
    neppur voi (voi,  che  siete  sempre  i  nemici  di  voi  stessi),  vi
    consegni,  come  i  prigionieri pi abietti,  a qualche nazione che vi
    avr conquistati senza colpo ferire.  Disprezzando,  per causa vostra,
    la citt, io le volgo le spalle: vi  un mondo altrove.
    (Escono Coriolano, Cominio, Agrippa, Senatori e Patrizi).
    EDILE: Il nemico del popolo  partito,  partito!
    I CITTADINI: Il nostro nemico  bandito: se n' andato, ol, ol.
    (La gente-grida e getta in alto i berretti).
    VELUTO: Andate,  accompagnatelo fuori della porta,  e seguitelo,  come
    egli vi ha seguito con ogni  specie  di  disprezzo.  Infliggetegli  un
    meritato tormento. E che una scorta ci accompagni attraverso la citt.
    I  CITTADINI:  Su,  su,  accompagnamolo fuori della porta della citt,
    via. Che gli di proteggano i nostri nobili tribuni.
    (Escono).
















    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Dinanzi a una porta di Roma.

    (Entrano CORIOLANO,  VOLUMNIA,  VIRGILIA,  AGRIPPA,  COMINIO e giovani
    Patrizi).
    CORIOLANO:  Su,  cessate di piangere;  un breve addio: la bestia dalle
    molte teste mi caccia via a colpi di  corna.  Ors,  madre,  dov'  il
    vostro  antico  coraggio?  eravate  solita  dirmi  che  i mali estremi
    mettono a prova il nostro animo;  che i casi ordinari anche gli uomini
    ordinari  possono sostenerli;  e che quando il mare  calmo,  tutte le
    navi egualmente mostrano la loro  bravura  nel  galleggiare:  i  colpi
    della  fortuna  pi ci colpiscono al cuore,  pi richiedono una nobile
    scienza, per esser sopportati serenamente quando ci hanno ferito;  voi
    eravate  solita di riempirmi la mente di precetti che dovevano rendere
    invincibili i cuori che li avessero appresi.
    VIRGILIA: O cielo, o cielo!
    CORIOLANO: Ors, ti prego, donna...
    VOLUMNIA: Che la rossa pestilenza colpisca tutte le  arti  in  Roma  e
    periscano tutti i mestieri.
    CORIOLANO:  Che,  che,  che!  Io  sar  amato quando si sentir la mia
    mancanza.  Suvvia,  madre,  riprendete il coraggio di  quando  eravate
    solita  dire che se foste stata la moglie di Ercole,  avreste compiuto
    sei delle sue fatiche e risparmiato tanto sudore al  vostro  consorte.
    Cominio,  non vi lasciate abbattere: addio.  Addio,  moglie mia, madre
    mia. Me la caver bene ancora. E tu, vecchio e fedele Agrippa,  le tue
    lacrime sono pi amare di quelle d'un uomo pi giovane,  e cocenti per
    i tuoi occhi. O mio generale d'altri tempi, io t'ho visto impassibile,
    e tu hai spesso contemplato spettacoli che induriscono il cuore: di' a
    queste meste donne che  sciocco il lamentarsi  di  mali  inevitabili,
    come    sciocco il riderne.  O madre mia,  voi sapete bene che i miei
    rischi sono stati la vostra consolazione,  e  credetelo,  e  non  alla
    leggera (sebbene io vada a stare solo, simile a un drago solitario che
    rende  temuta  la  sua  paludosa tana,  e fa s che se ne parli pi di
    quello che non  la  si  veda),  vostro  figlio,  o  far  qualcosa  di
    straordinario, o sar preso coll'esca astuta e coll'inganno.
    VOLUMNIA: Mio unico figlio,  dove vuoi tu andare? Prendi con te per un
    po' di tempo il buon Cominio.  Segui un piano  determinato,  piuttosto
    che  esporti allo sbaraglio al primo caso che ti sorga dinanzi sul tuo
    cammino.
    CORIOLANO: Oh di!
    COMINIO: Io ti accompagner per un mese,  e decider con  te  in  qual
    luogo ti convenga fermarti,  s che tu possa aver notizie di noi e noi
    di te: cos se il  tempo  creer  un'occasione  per  ottenere  il  tuo
    richiamo,  non  dovremo  mandare in giro per tutto il vasto mondo alla
    ricerca di un sol  uomo:  non  perderemo  l'occasione  favorevole  che
    sempre si raffredda nell'assenza di chi ne ha bisogno.
    CORIOLANO:  Addio!  tu  hai  degli anni sulle tue spalle: e sei troppo
    pieno degli strapazzi della guerra per andar alla ventura con uno  che
     ancora gagliardo: accompagnami solo fuori della porta. Su, mia dolce
    moglie, mia diletta madre, e miei amici di nobil tempra; quando io sia
    fuori,  ditemi  addio e sorridetemi.  Vi prego,  andiamo.  Finch sar
    sulla terra avrete ancora notizie di me: e di me non udrete nulla  che
    non sia conforme a quello che io sono stato finora.
    AGRIPPA:  Questo    il  pi degno linguaggio che orecchio umano possa
    intendere.  Suvvia,  non piangiamo.  Se io potessi scuotere via  anche
    solo  un  sette anni da queste vecchie braccia e gambe,  per tutti gli
    di, io verrei con te a passo a passo.
    CORIOLANO: Dammi la mano. Andiamo.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una strada vicino alla porta.

    (Entrano VELUTO, BRUTO e un Edile).
    VELUTO: Dite a tutti di tornarsene  a  casa:  egli    partito  e  non
    andremo  pi  oltre.  I  nobili sono irritati,  ed essi,  come abbiamo
    visto, hanno parteggiato per lui.
    BRUTO: Ora  che  abbiamo  mostrato  il  nostro  potere,  cerchiamo  di
    apparire pi umili a cose fatte, che quando si stavano facendo.
    VELUTO:  Fateli  rientrare a casa: dite che il loro terribile nemico 
    partito e che essi si sono affermati nella loro antica potenza.
    BRUTO: Mandateli a casa. (Esce l'Edile) Ecco sua madre.
    VELUTO: Evitiamo d'incontrarci con lei.
    BRUTO: Perch?
    VELUTO: Dicono che sia pazza.
    BRUTO: Ci hanno notati: continuiamo per la nostra strada.

    (Entrano VOLUMNIA, VIRGILIA e AGRIPPA).

    VOLUMNIA: Fortunato incontro!  Che la peste tenuta in serbo dagli di,
    compensi il vostro affetto!
    AGRIPPA: Piano, piano; non gridate cos forte.
    VOLUMNIA: Se le lacrime me lo permettessero,  udreste... ma s, udrete
    qualche cosa. (A Bruto) Volete andarvene?
    VIRGILIA (a Veluto): Anche voi vi fermerete. Vorrei avere il potere di
    dire lo stesso a mio marito.
    VELUTO: Avete la natura degli uomini?
    VOLUMNIA:  S,   sciocco:    questa  forse  una  vergogna?   Guardate
    quest'imbecille:  non fu forse un uomo mio padre?  E avesti tu (stolto
    come sei!) l'astuzia volpina di bandire un uomo che dette pi colpi in
    difesa di Roma, di quello che tu abbia detto parole?
    VELUTO: O santo cielo!
    VOLUMNIA: S,  pi magnanimi colpi che tu savie parole: e per il  bene
    di Roma.  Io ti dir una cosa...  ma vattene: eppure, no, tu resterai:
    vorrei che mio figlio fosse in Arabia con la sua buona spada in  mano,
    e tutta la tua trib dinanzi a lui.
    VELUTO: E che allora?
    VIRGILIA: Che cosa? sterminerebbe tutta la tua posterit.
    VOLUMNIA: Tutti anche i bastardi. Valoroso uomo: e pensare alle ferite
    che egli porta per Roma!
    AGRIPPA: Su, su, calmatevi.
    VELUTO: Vorrei che egli avesse continuato per la sua patria come aveva
    cominciato, e non sciolto da s il bel nodo che aveva stretto.
    BRUTO: Davvero, vorrei che lo avesse fatto.
    VOLUMNIA:  Vorrei che lo avesse fatto!  ma se foste voi a infiammare
    la plebe, voi gatti che potete giudicare adeguatamente del suo merito,
    come io posso giudicare di quei misteri che il cielo non  vuole  siano
    rivelati alla terra!
    BRUTO: Vi prego, lasciateci andate.
    VOLUMNIA: Ora,  signori,  andatevene pure, ve ne prego. Avete compiuto
    una nobile azione!  Ma prima di andarvene,  udite  questo:  quanto  il
    Campidoglio  sorpassa le pi umili case di Roma altrettanto mio figlio
    (il marito di questa signora qui, di questa, la vedete?) che voi avete
    bandito, vi sorpassa tutti.
    BRUTO: Bene, bene, vi lasceremo.
    VELUTO: Perch fermarsi per essere bistrattati da una che   fuori  di
    senno?
    VOLUMNIA: Portate con voi le mie preghiere.  (Escono i Tribuni) Vorrei
    che gli  di  non  avessero  altro  da  fare  che  confermare  le  mie
    maledizioni.  Se io li potessi incontrare una volta al giorno,  questo
    libererebbe il mio Cuore da ci che lo opprime col suo peso.
    AGRIPPA: Voi avete detto loro quello che si meritavano  e,  aff  mia,
    non senza motivo. Volete cenare con me?
    VOLUMNIA:  L'ira  il mio cibo: io mi nutro di me stessa e cos morir
    di fame a forza di nutrirmi. Suvvia,  andiamo: lasciate questo imbelle
    pianto  e lamentatevi come faccio,  io simile a Giunone nell'ira.  Su,
    su, su.
    AGRIPPA: Via, via!
    (Escono).



    SCENA TERZA - Una strada tra Roma e Anzio.

    (Entrano un Romano e un Volsco che si incontrano).
    ROMANO: Vi conosco bene, signore,  e voi mi conoscete: il vostro nome,
    se non sbaglio,  Adriano.
    VOLSCO: Proprio quello, signore: in verit io non mi rammento di voi.
    ROMANO: Sono un Romano;  e i miei servizi sono, come siete voi, contro
    il popolo romano. Non mi riconoscete ancora?
    VOLSCO: Nicanore? Ma no...
    ROMANO: Proprio lui, signore.
    VOLSCO: Avevate pi barba quando vi vidi l'ultima volta: ma le  vostre
    sembianze trovano buona testimonianza nel vostro parlare. Che nuove ci
    sono  a  Roma?  Io  ho  l'incarico,  da  parte dello Stato volsco,  di
    cercarvi l; mi avete risparmiato una buona giornata di cammino.
    ROMANO: Vi sono stati in Roma degli strani  sconvolgimenti:  la  plebe
    contro i senatori, i patrizi e la nobilt.
    VOLSCO:  Vi  sono  stati:  allora tutto  finito?  Lo Stato nostro non
    giudica cos: essi hanno fatto grandi preparativi guerreschi e sperano
    di piombar su di loro nel calore della loro discordia.
    ROMANO: La fiammata principale si  spenta,  ma un nonnulla basterebbe
    a  farla  divampare  di  nuovo: perch i nobili hanno preso talmente a
    cuore l'esilio del degno Coriolano che essi sono in punto di  togliere
    ogni  potere al popolo e di strappargli i suoi tribuni per sempre.  E'
    un fuoco che cova,  ve lo assicuro,  e sta  l  l  per  scoppiare  in
    fiamme.
    VOLSCO: Coriolano bandito!
    ROMANO: Bandito, signore.
    VOLSCO: Sarete ben accolto per questa notizia, Nicanore.
    ROMANO: Il giorno favorevole  giunto per loro. Ho sentito dire che il
    momento migliore per sedurre la moglie di un uomo,   quando essa  in
    urto con suo marito.  Il vostro nobile  Tullo  Aufidio  avr  modo  di
    brillare in questa guerra, perch il suo grande avversario, Coriolano,
    non  pi in favore nella sua patria.
    VOLSCO:  Egli  non  potrebbe  fare  altrimenti.  Sono proprio lieto di
    avervi incontrato cos per  caso:  avete  posto  termine  all'incarico
    affidatomi e io allegramente vi terr compagnia fino a casa.
    ROMANO:  Da  adesso  fino all'ora di cena vi dir molte strane cose di
    Roma,  tutte favorevoli ai suoi nemici.  Avete un esercito pronto,  mi
    dite?
    VOLSCO:  Un  esercito  superbo:  i  centurioni  e  le  loro compagnie,
    acquartierati separatamente,  sono gi in servizio e pronti a marciare
    in un'ora di tempo.
    ROMANO:  Sono  lieto  di  sentire  che sono pronti,  e sar io l'uomo,
    credo, che li metter subito in azione. Cos,  signore,  voi siete con
    tutto il cuore ben trovato ed io sono felice della vostra compagnia.
    VOLSCO: Voi mi togliete la parte che spetta a me, signore: sono io che
    ho pi speciale motivo di esser felice della compagnia vostra.
    ROMANO: Bene, andiamo insieme.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Anzio. Dinanzi alla casa di Tullo Aufidio.

    (Entra CORIOLANO, in abito dimesso, travestito e imbacuccato).
    CORIOLANO: Una bella citt  questa Anzio: citt, sono io che ho fatto
    le  tue vedove;  pi di un erede di questi begli edifici io ho sentito
    gemere e cadere dinanzi alla mia spada: perci non mi  conoscere,  per
    tema che le tue donne,  con gli spiedi, e i tuoi ragazzi, con i sassi,
    non mi uccidano in un meschino combattimento.

    (Entra un Cittadino).

    CORIOLANO: Salute signore.
    CITTADINO: Salute.
    CORIOLANO: Indicatemi, per piacere,  dove abita il grande Aufidio.  E'
    egli in Anzio?
    CITTADINO: S,  e d un banchetto questa sera in casa sua ai dignitari
    dello Stato.
    CORIOLANO: Qual  la sua casa, vi prego?
    CITTADINO: Questa qui, davanti a voi.
    CORIOLANO: Grazie, signore. Addio.  (Esce il Cittadino) O mondo,  come
    sono infide le tue vicende!  Amici intimi, giurati, che sembrano avere
    un sol cuore in due petti,  le cui ore,  il cui letto e i pasti e  gli
    esercizi  sono  sempre  in comune,  che come gemelli nell'affetto sono
    inseparabili,  nello spazio di un'ora,  per la questione di un  soldo,
    romperanno in mortale inimicizia,  e ugualmente i pi fieri nemici,  a
    cui le passioni e gli intrighi hanno tolto il sonno  per  sorprendersi
    l'un l'altro,  per un caso qualunque, per un incidente che non vale un
    guscio d'uovo,  diventeranno cari  amici  e  si  uniranno  nelle  loro
    imprese.  Cos accade a me: io odio il mio loco natio,  e tutto il mio
    affetto  per la citt del nemico.  Entrer: se mi  uccide,  far  una
    giusta vendetta: se mi d mano libera, io render un servigio alla sua
    patria.
    (Esce).


    SCENA  QUINTA  -  Una  sala  in casa di Tullo Aufidio.  Si ode suon di
    musica. Entra un Servo).
    PRIMO SERVO: Vino,  vino,  vino: che servizio c'  qui!  Credo  che  i
    nostri compagni si siano addormentati.
    (Esce).

    (Entra un altro Servo).

    SECONDO SERVO: Dov' Coto? Il mio padrone lo chiama. Coto!
    (Esce).

    (Entra CORIOLANO).

    CORIOLANO:  Una  bella casa: il banchetto manda un grato odore!  Ma io
    non ho l'aria di un convitato.

    (Rientra il Primo Servo).

    PRIMO SERVO: Cosa volete,  amico?  da dove venite?  Questo non  posto
    per voi. Di grazia, quella  la porta.
    (Esce).
    CORIOLANO: Non no meritato un trattamento migliore, essendo Coriolano.

    (Rientra il Secondo Servo).
    SECONDO SERVO: Di dove venite, signore? Dove ha gli occhi il portinaio
    che lascia entrare tal razza di gente? Ors, andatevene.
    CORIOLANO: Via!
    SECONDO SERVO: Via! Andatevene voi, via!
    CORIOLANO: Ora diventi importuno.
    SECONDO SERVO: Siete cos insolente?  Trover qualcuno che vi dir due
    parole.

    (Entra un Terzo Servo. Il Secondo gli va incontro).

    TERZO SERVO: Chi  costui?
    SECONDO SERVO: Il pi strano pesce che mi sia accaduto di vedere.  Non
    riesco a mandarlo via.  Ti prego,  chiama il nostro padrone perch gli
    parli.
    (Si ritira).
    TERZO SERVO: Che state a far qui,  signor mio?  Vi prego di uscire  da
    questa casa.
    CORIOLANO:  Lasciatemi soltanto restar qui in piedi: non far del male
    al vostro focolare.
    TERZO SERVO: Chi siete?
    CORIOLANO: Un gentiluomo.
    TERZO SERVO: Un ben povero gentiluomo!
    CORIOLANO: S,  vero.
    TERZO SERVO: Vi prego, mio povero gentiluomo,  scegliete qualche altra
    dimora: qui non  posto per voi: ors, andatevene via.
    CORIOLANO:  Pensate  alle vostre faccende: andate e rimpinzatevi degli
    avanzi freddi della tavola.
    (Lo respinge).
    TERZO SERVO: Che! non volete andarvene?  Ti prego,  di' al mio padrone
    quale strano ospite egli ha qui...
    SECONDO SERVO: Lo far subito.
    (Esce).
    TERZO SERVO: Dove abiti?
    CORIOLANO: Sotto la cappa.
    TERZO SERVO: Sotto la cappa?
    CORIOLANO: S.
    TERZO SERVO: E dove  questo luogo?
    CORIOLANO: Nella citt dei nibbi e dei corvi.
    TERZO  SERVO:  Nella citt dei nibbi e dei corvi?  Che asino  costui!
    Allora tu abiti anche coi cornacchioni?
    CORIOLANO: No, non servo il tuo padrone.
    TERZO SERVO: Come, signore! Avete a che fare col mio padrone?
    CORIOLANO: Eh!  un mestiere pi onesto che avere a che fare colla tua
    padrona! tu ciarli, tu ciarli: via di qua a servire col tuo tagliere.
    (Lo spinge fuori percuotendolo).

    (Entrano TULLO AUFIDIO e il Secondo Servo).

    AUFIDIO: Dov' quest'uomo?
    SECONDO SERVO: Eccolo,  signore: lo avrei bastonato come un  cane,  se
    non fosse stato per non disturbare i signori che sono dentro.
    (Si ritira).
    AUFIDIO:  Donde  vieni?  Che vuoi?  Come ti chiami?  perch non parli?
    parla, uomo, il tuo nome?
    CORIOLANO:  Se,  Tullo,   (scoprendosi)  ancora  non  mi  conosci,   e
    vedendomi,  non mi prendi per l'uomo che sono,  la necessit mi impone
    di nominarmi da me.
    AUFIDIO: Il tuo nome?
    (I Servi si ritirano).
    CORIOLANO: Un nome poco armonioso per le orecchie  dei  Volsci  e  che
    suoner aspramente alle tue.
    AUFIDIO: Dimmi,  come ti chiami? tu hai l'aspetto torvo e il tuo volto
    porta l'impronta del comando: e sebbene le tue sartie sian lacere,  ti
    riveli un nobile vascello; qual  il tuo nome?
    CORIOLANO:  Preparati  ad  aggrottare  le  ciglia.  Ma  non mi conosci
    ancora?
    AUFIDIO: Non ti conosco: il tuo nome?
    CORIOLANO:  Il  mio  nome    Caio  Marzio,  che  ha  cagionato  a  te
    particolarmente,  e  a  tutti  i Volsci,  molto danno e molti mali: di
    questi  testimone il mio soprannome,  Coriolano.  I faticosi servizi,
    gli  estremi  perirli,  e le gocce di sangue versate per la mia patria
    ingrata,  sono stati ricompensati solo con questo soprannome: un  buon
    ricordo, e una buona testimonianza dell'odio e del risentimento che tu
    dovresti  avere  per  me.  Solo  questo  nome  rimane.  La  crudelt e
    l'invidia del popolo lasciate libere dai codardi patrizi che mi  hanno
    tutti  abbandonato,  han divorato il resto e han fatto s che io fossi
    cacciato da Roma tra gli urli della marmaglia. Ora questa distretta mi
    ha condotto al tuo focolare, non per la speranza,  intendimi bene,  di
    salvarmi  la vita,  perch se io avessi temuto la morte,  di tutti gli
    uomini al mondo avrei  evitato  te:  ma  per  puro  astio,  per  esser
    completamente vendicato di questi miei banditori,  sto qui ora dinanzi
    a te.  Perci,  se tu hai un cuore corrucciato,  se vuoi vendicare  le
    ingiurie  tue personali e far scomparire quelle vergognose mutilazioni
    che appaiono sul corpo della tua patria,  affrettati;  fai che la  mia
    miseria serva a tuo vantaggio; usala cos che i miei servigi, ispirati
    alla  vendetta,  diventino  per  te dei benefizi: perch io combatter
    contro la mia patria incancrenita  con  tutto  il  furore  dei  demoni
    infernali. Ma se invece accada che tu non osi far questo, e che tu sia
    stanco  di  tentar  nuove  fortune,  allora in una parola io pure sono
    stanco di vivere pi a lungo e offro la gola a te  e  al  tuo  vecchio
    rancore:  e  il  non  tagliarla  ti farebbe apparire solo uno sciocco,
    dacch io ti ho sempre perseguitato col mio odio, ho spillato botti di
    sangue dal seno della tua patria e non  posso  vivere  se  non  a  tua
    vergogna, a meno che non viva per renderti servigio.
    AUFIDIO:  O  Marzio,  Marzio!  Ogni parola che tu hai pronunziato,  ha
    strappato dal mio cuore una  radice  dell'antico  odio.  Se  Giove  da
    quelle nuvole laggi parlasse cose divine e dicesse: E' vero, io non
    le crederei pi di quello che credo te, o magnanimo Marzio. Oh, lascia
    che  io avvinghi con le mie braccia questo tuo corpo,  contro il quale
    la mia nocchieruta lancia cento volte si  spezzata  e  ha  ferito  la
    luna  con  le  sue  schegge!  Ecco,  io abbraccio l'incudine della mia
    spada,  e gareggio con te nell'affetto cos  caldamente  e  nobilmente
    come  mai  prima nella mia forza ambiziosa ho combattuto contro il tuo
    valore. Sappi,  invero,  che io amai la fanciulla che tolsi in moglie:
    n mai innamorato esal un pi sincero sospiro; ma per il fatto che ti
    veggo  qui,  o nobile creatura,  il mio cuore rapito mi balza in petto
    pi che quando io vidi la mia amata,  divenuta mia moglie,  varcare la
    mia  soglia.  Ebbene,  o  tu  Marte,  ti  annunzio  che noi abbiamo un
    esercito sulle mosse e che io mi ero  proposto  ancora  una  volta  di
    strappar via lo scudo dal tuo lacerto o di perdere il mio braccio.  Tu
    mi hai sconfitto ben dodici volte e dopo  io  ho  sognato  ogni  notte
    scontri  tra  me  e  te:  nei  miei  sonni  noi siamo rotolati insieme
    sfibbiandoci gli elmi e afferrandoci alla gola; e io mi sono svegliato
    mezzo morto, per nulla.  O degno Marzio,  se non avessimo altro motivo
    di ruggine contro Roma che l'esserne tu bandito,  noi faremmo una leva
    generale di tutti,  dai dodici ai sessant'anni,  e portando la  guerra
    nelle  viscere  dell'ingrata  Roma,  noi  strariperemmo come impetuoso
    torrente. Oh, vieni,  entra e stringi la mano ai nostri senatori amici
    che  sono  ora  qui  a prender congedo da me,  che sono in procinto di
    marciare contro il vostro territorio,  sebbene non  contro  la  stessa
    Roma.
    CORIOLANO: Voi esaudite i miei voti, o di!
    AUFIDIO: Perci,  incomparabile signore, se tu vuoi avere la direzione
    della tua vendetta prendi met del mio comando militare  e  prepara  i
    tuoi  piani come meglio ti suggerisce l'esperienza,  poich tu conosci
    bene la forza e la  debolezza  della  tua  patria:  sia  che  convenga
    picchiar  contro  le  porte  di Roma,  o assalire crudelmente i Romani
    nelle regioni pi remote del territorio,  per  spaventarli,  prima  di
    distruggerli.  Ma  entriamo;  lascia che io ti presenti prima a quelli
    che  dovranno  dire:  S  ai  tuoi  desideri.  Sii  mille  volte  il
    benvenuto:  possa  tu  essere  pi  amico  per  me di quello che fosti
    nemico;  e s,  Marzio,  che lo fosti  assai.  La  tua  mano.  Sii  il
    benvenuto.
    (Escono Coriolano e Aufidio).

    (I due Servi si fanno innanzi).

    PRIMO SERVO: Questo  uno strano mutamento!
    SECONDO  SERVO: In fe' mia,  poco  mancato che non gli assestassi una
    bastonata,  eppure la mia mente mi diceva che i suoi abiti davano  una
    falsa idea di lui.
    PRIMO SERVO: Che braccio che ha!  Mi ha fatto fare una piroetta con il
    dito medio e il pollice, come si fa con una trottola!
    SECONDO SERVO: Certo,  io capivo dal suo aspetto che c'era qualcosa in
    lui;  aveva,  amico,  una  tale  faccia,  mi  pareva...  non  so  come
    descriverla.
    PRIMO SERVO: L'aveva; sembrava quasi fosse...  Che io sia impiccato se
    non  ho  pensato subito che in lui c'era qualcosa di pi di quello che
    pensavo.
    SECONDO SERVO:  Anch'io:  lo  giuro,  ed  egli    senz'altro  il  pi
    straordinario uomo del mondo.
    PRIMO SERVO: Lo credo anch'io: non solo, ma  miglior soldato di colui
    a cui pensate.
    SECONDO SERVO: Chi? il mio padrone?
    PRIMO SERVO: Eh, il nome non importa.
    SECONDO SERVO: Ne vale sei come lui.
    PRIMO  SERVO:  No,  neppure  questo:  ma dei due lo ritengo il miglior
    soldato.
    SECONDO SERVO: In verit,  vedete,  non si sa dire  come  la  cosa  va
    detta: per la difesa di una citt, il nostro generale  ottimo.
    PRIMO SERVO: E anche per l'assalto.

    (Rientra il Terzo Servo).

    TERZO  SERVO:  Eh,  marrani,  io  posso  dare  delle notizie: notizie,
    canaglie.
    PRIMO e SECONDO SERVO: Che, che, che? Mettici a parte.
    TERZO SERVO: Non vorrei essere Romano se avessi a scegliere tra  tutte
    le nazioni. Sarebbe come desiderare d'esser un uomo condannato.
    PRIMO e SECONDO SERVO: Perch, perch?
    TERZO SERVO: Perch? c' qui colui che era solito strigliare il nostro
    generale: Caio Marzio.
    PRIMO SERVO: Perch dite strigliare il nostro generale?
    TERZO SERVO: Non dico proprio strigliare il nostro generale; ma egli 
    stato sempre uno che gli dava ben da fare.
    SECONDO  SERVO: Via,  noi siamo camerati ed amici: egli  sempre stato
    un osso troppo duro per lui,  l'ho inteso dire al nostro  generale  in
    persona.
    PRIMO SERVO: E' stato troppo forte per lui schiettamente,  a dir tutta
    la verit: dinanzi a Corioli lo stecc e lardell come una braciola.
    SECONDO SERVO: E se avesse avuto gusti cannibaleschi,  avrebbe  potuto
    anche arrostirlo e mangiarselo.
    PRIMO SERVO: Ma, hai altre notizie?
    TERZO SERVO: Be',  egli  accolto qui come se fosse figlio ed erede di
    Marte;   stato messo a capotavola;  nessuno dei senatori gli  rivolge
    una  domanda  senza  scoprirsi  il capo.  Il nostro stesso generale lo
    tratta come un'amante: crede di santificarsi toccandogli  la  mano,  e
    volge gli occhi al cielo quando costui parla. Ma il pi bello  che il
    nostro  generale   tagliato in due e non  che una met di quello che
    era ieri: perch l'altro ha  l'altra  met,  per  le  preghiere  e  la
    concessione di tutta la tavola.  Egli andr,  cos afferma, a tirar le
    orecchie ai custodi delle porte di Roma,  falcer ogni cosa davanti  a
    s e lascer tutto raso al suolo sul suo passaggio.
    SECONDO  SERVO:  E'  capace  di  farlo  pi  di  quanti altri io possa
    immaginare.
    TERZO SERVO: Farlo? Certo che 1o far: perch vedete,  amico,  egli ha
    tanti amici quanti nemici: i quali amici,  signore, per cos dire, non
    osano,  vedete,  signore,  mostrarsi (come noi  diciamo)  suoi  amici,
    mentre egli  in diredito.
    PRIMO SERVO: Diredito? Cosa vuol dir questo?
    TERZO SERVO: Ma quando vedranno,  signore, che egli ha di nuovo levato
    in alto la cresta ed  in pieno  vigore,  essi  usciranno  dalle  loro
    buche come i conigli dopo la pioggia e gli faranno festa.
    PRIMO: SERVO: Ma quando avr principio tutto ci?
    TERZO SERVO: Domani,  oggi, subito. Sentirete suonare i tamburi questo
    dopopranzo: ,  per cos dire,  una parte del loro banchetto,  e dovr
    effettuarsi prima che si asciughino la bocca.
    SECONDO  SERVO:  Ma  allora  avremo  di  nuovo un mondo in agitazione.
    Questa pace non val nulla,  tranne che ad  arrugginire  il  ferro,  ad
    accrescere il numero dei sarti, e a far nascere dei cantastorie.
    PRIMO  SERVO: Datemi la guerra,  vi dico:  superiore alla pace quanto
    il giorno  superiore alla notte:  allegra, animata, sonora, piena di
    effervescenza.  La pace invece  una vera apoplessia,    il  letargo:
    insipida,  sorda,  sonnolenta,  insensibile: una creatrice di bastardi
    pi di quanto la guerra sia distruttrice d'uomini.
    SECONDO SERVO: Proprio cos.  Come la guerra  pu  dirsi,  in  qualche
    modo,  stupratrice,  cos  non  si  pu  negare che la pace  in egual
    misura generatrice di cornuti.
    PRIMO SERVO: S, e fa che gli uomini si odino.
    TERZO  SERVO:  Naturale,   perch  allora  hanno  meno  bisogno  l'uno
    dell'altro.  La  guerra  fa  per  me.  Spero  di  vedere i Romani cos
    rinviliti come i Volsci. Si alzano da tavola, si alzano da tavola!
    TUTTI: Entriamo, entriamo, entriamo!
    (Escono).


    SCENA SESTA - Roma. Una piazza.

    (Entrano VELUTO e BRUTO).
    VELUTO: Non sentiamo pi parlare di lui,  n dobbiamo temerlo: i  suoi
    sforzi per ottenere una riparazione sono impotenti nella pace presente
    e  nella  tranquillit  del  nostro  popolo,  che  prima  era in fiera
    agitazione.  Qui noi facciamo arrossire i suoi amici per il fatto  che
    tutto  va  cos  bene:  gli amici che avrebbero preferito vedere delle
    bande sediziose infestare le strade,  anche se  essi  avessero  dovuto
    soffrirne,  piuttosto  che  udire i nostri artigiani cantar nelle loro
    botteghe e vederli lietamente attendere alle loro occupazioni.
    BRUTO: Noi abbiamo piantato i  piedi  nel  momento  opportuno:  non  
    questi Menenio?
    VELUTO:  E'  lui,    lui: oh,  egli  divenuto cos cortese in questi
    ultimi tempi.
    (Entra AGRIPPA).
    Salve, signore!
    AGRIPPA: Salute a voi due!
    VELUTO: Del vostro Coriolano non si sente molto la mancanza tranne che
    dai suoi amici: la repubblica continua  a  reggersi  e  si  reggerebbe
    anche se egli fosse pi irritato contro di essa.
    AGRIPPA: Tutto va bene;  e tutto avrebbe potuto andar meglio,  se egli
    avesse saputo temporeggiare.
    VELUTO: Dove si trova? l'avete saputo?
    AGRIPPA: No,  non ho saputo nulla: sua madre e sua  moglie  non  hanno
    notizie di lui.

    (Entrano tre o quattro Cittadini).

    I CITTADINI: Gli di vi proteggano entrambi.
    VELUTO: Buona sera, miei vicini.
    BRUTO: Buona sera, buona sera a tutti.
    PRIMO CITTADINO: Noi stessi, le nostre mogli, i nostri figli, dobbiamo
    pregare in ginocchio per voi due.
    VELUTO: Vivete e prosperate.
    BRUTO: Addio, buoni vicini: cos Coriolano vi avesse amato come noi.
    I CITTADINI: Di nuovo, che gli di vi proteggano.
    I TRIBUNI: Addio, addio.
    (Escono i Cittadini).
    VELUTO:  Questi  sono  tempi  pi  felici e pi belli di quando questi
    stessi uomini correvano per le strade mettendo tutto a  soqquadro  con
    le grida.
    BRUTO:  Caio  Marzio  era  un  degno capitano in guerra: ma insolente,
    gonfio d'orgoglio,  ambizioso oltre  ogni  limite,  ed  amante  di  se
    stesso.
    VELUTO: E aspirava a un potere unico, senza alcun collega.
    AGRIPPA: Non lo credo.
    VELUTO:  A  quest'ora  ce  ne  saremmo  gi accorti con lamento di noi
    tutti, se egli fosse riuscito console.
    BRUTO: Gli di l'hanno felicemente impedito,  e ora Roma  sta  sana  e
    tranquilla senza di lui.

    (Entra un Edile).

    EDILE:  Degni  tribuni: vi  uno schiavo,  che abbiam fatto mettere in
    prigione,  il quale narra che i Volsci con due eserciti separati  sono
    entrati  nel  territorio  romano  e col pi profondo accanimento della
    guerra distruggono tutto quello che si para loro innanzi.
    AGRIPPA: E' Aufidio,  che avendo appreso l'esilio  del  nostro  Marzio
    mette  fuori  di nuovo le corna che erano nascoste nel guscio,  quando
    Marzio combatteva per Roma, e non osarono mai mostrarsi fuori.
    VELUTO: Via, che ci venite a parlare di Marzio!
    BRUTO: Andate a fare frustare questo  seminatore  d'allarme.  Non  pu
    essere che i Volsci osino romperla con noi.
    AGRIPPA:  Non  pu essere?  La nostra storia ci ricorda che pu essere
    benissimo: e tre esempi simili si sono presentati nel corso della  mia
    vita.  Ma  domandate  a  quest'uomo,  prima  di punirlo,  dove egli ha
    appreso la notizia,  per evitare il pericolo che voi possiate frustare
    un  vostro utile informatore e bastonare il messaggero che vi invita a
    stare in guardia contro ci che deve esser temuto.
    VELUTO: Raccontatelo ad altri: io so che questo non pu essere.
    BRUTO: Non  possibile.

    (Entra un Messaggero).

    MESSAGGERO: I nobili in grande  agitazione  si  radunano  nel  Senato:
    stanno giungendo notizie che fanno sconvolgere i loro visi.
    VELUTO:  E'  quello  schiavo.  Fatelo  frustare dinanzi agli occhi del
    popolo;  la sua gonfiatura, niente altro che il suo racconto.
    MESSAGGERO: V'ha di pi,  degno signore: il racconto dello  schiavo  
    confermato,  e  qualcosa  d'altro  e  di  pi  terribile  ancora viene
    narrato.
    VELUTO: Che cosa di pi terribile?
    MESSAGGERO: Si dice apertamente da molti (non so quanto sia probabile)
    che Marzio,  insieme con Aufidio,  guida un esercito  contro  Roma:  e
    giura  di  trarre una vendetta cos vasta da includere tutti,  dal pi
    giovane al pi vecchio.
    VELUTO: Questo s che  probabile!
    BRUTO: Una storia architettata perch i pi paurosi possano desiderare
    il ritorno casa del buon Marzio.
    VELUTO: Ecco il bandolo della matassa!
    AGRIPPA: La cosa  molto improbabile: egli e Aufidio non possono andar
    d'accordo pi di quello che vadano d'accordo delle cose  assolutamente
    opposte.

    (Entra un altro Messaggero).

    MESSAGGERO:  Vi  si manda a chiamare al Senato: un terribile esercito,
    guidato  da  Caio  Marzio,  unito  con  Aufidio,  infuria  sul  nostro
    territorio: ha gi forzato il passaggio, arso e distrutto tutto quello
    che ha trovato su suo cammino.

    (Entra COMINIO).

    COMINIO: Oh, avete fatto un bel lavoro!
    AGRIPPA: Che notizie? che notizie?
    COMINIO: Avete aiutato a far violentare le vostre figlie, a far s che
    il  piombo  dei  vostri  tetti coli fuso sulle vostre teste,  e che le
    vostre moglie siano violate sotto il vostro naso...
    AGRIPPA: Le notizie? quali sono le notizie?
    COMINIO: I vostri templi arsi e calcinati e le vostre franchigie sulle
    quali insistevate tanto cacciate in un breve pertugio.
    AGRIPPA: Vi scongiuro, che notizie ci date? Avete fatto un bel lavoro,
    purtroppo.  Vi prego,  che notizie?  Se Marzio si fosse  unito  con  i
    Volsci...
    COMINIO:  Se!  Egli  il loro dio;  li guida come un essere creato non
    dalla natura,  ma da qualche altro dio che formi meglio gli uomini: ed
    essi lo seguono contro di noi pigmei,  con non minor brio di quanto ne
    abbiano i ragazzi nel dare la  caccia  alle  farfalle  d'estate,  e  i
    macellari nello scacciare le mosche.
    AGRIPPA:  Avete  fatto  un  bel  lavoro,  voi  e  i  vostri uomini col
    grembiule;  voi che eravate cos fieri  dei  voti  degli  artigiani  e
    dell'alito dei mangiatori di aglio!
    COMINIO: Far crollare Roma sulle vostre teste.
    AGRIPPA: Come Ercole fece crollare i frutti maturi: avete fatto un bel
    lavoro!
    BRUTO: Ma  proprio vero, signore?
    COMINIO: S,  e diverrete pallidi prima che sia diversamente. Tutte le
    contrade gli aprono le porte sorridendo e quelle  che  resistono  sono
    beffeggiate  per  il  loro  coraggio  inutile,  e periscono come degli
    imbecilli fedeli. Chi pu biasimarlo? I vostri e i suoi nemici trovano
    che c' qualcosa in lui.
    AGRIPPA: Siamo tutti rovinati se quel nobile uomo non ha piet di noi.
    COMINIO: E chi la chieder? I tribunali non possono,  per vergogna: la
    plebe  merita  da  lui  quella piet che il lupo merita dai pastori: e
    quanto ai suoi migliori amici,  se essi dicessero: Sii  clemente  con
    Roma, essi lo supplicherebbero come dovrebbero supplicarlo quelli che
    hanno  meritato  il  suo  odio,  e  in  questo apparirebbero come suoi
    nemici.
    AGRIPPA: E' vero;  se egli avvicinasse alla mia  casa  la  torcia  che
    dovesse  consumarla,  io  non  avrei  l'ardire  di dirgli: Cessa,  ti
    prego.  Avete compiuto un bel lavoro voi e  i  vostri  operai;  avete
    operato magnificamente!
    COMINIO:  Avete  portato una tale rovina su Roma quale non fu mai cos
    incapace di rimedio.
    I TRIBUNI: Non dite che l'abbiamo fatto noi.
    AGRIPPA: Come: siamo stati noi forse? Noi lo amavamo: ma come bestie e
    codardi aristocratici, abbiamo ceduto dinanzi alle vostre bande che lo
    hanno cacciato via dalla citt tra le urla.
    COMINIO: E temo che urleranno di nuovo quando far  il  suo  ingresso!
    Tullo  Aufidio,  il  secondo  nome  tra gli uomini,  obbedisce ai suoi
    ordini come se fosse un suo ufficiale. La disperazione,  ecco tutta la
    politica, la forza e la difesa che Roma pu opporre a loro.

    (Entra un gruppo di Cittadini).

    AGRIPPA: Ecco i branchi. E Aufidio  con lui? Siete voi che avete reso
    infetta  quest'aria,  quando  gettaste i vostri unti e fetidi berretti
    schiamazzando per l'esilio di Coriolano.  Ora ecco che egli  viene:  e
    non  vi   capello sulle teste dei suoi soldati che non si trasformer
    in sferza per voi: tante capocce  quanti  berretti  voi  gettaste  per
    aria,  far egli rotolare per terra, e vi ripagher per i vostri voti.
    Ma non importa;  se egli ci potesse bruciare tutti s da ridurci a  un
    sol carbone, noi ce lo siamo meritato.
    I CITTADINI: Aff, noi apprendiamo brutte notizie.
    PRIMO  CITTADINO: Per parte mia,  quando io dissi: Banditelo,  dissi
    anche che era un peccato.
    SECONDO CITTADINO: Ed io pure.
    TERZO CITTADINO: E io pure: e per dire la verit cos fecero molti tra
    noi. Quello che facemmo, lo facemmo per il meglio: e bench volentieri
    consentissimo al suo esilio, pure fu contro il nostro volere.
    COMINIO: Siete dei bei tipi, voi ed i vostri voti!
    AGRIPPA: Avete fatto un bel lavoro,  voi e la  vostra  muta.  Dobbiamo
    andare al Campidoglio?
    COMINIO: Eh s, che altro ci resta da fare?
    (Escono Cominio e Agrippa).
    VELUTO:  Andate,  padroni,  andate a casa e non vi lasciate abbattere:
    questa  una fazione che sarebbe lieta se si avverasse quello  che  fa
    finta di tanto temere. Andate a casa e non mostrate alcuno sgomento.
    PRIMO CITTADINO: Che gli di ci siano benigni!  Su,  amici,  andiamo a
    casa. Io ho sempre detto che facevamo male quando lo bandivamo.
    SECONDO CITTADINO: Cos abbiamo detto tutti. Ma, su andiamo a casa.
    (Escono i Cittadini).
    BRUTO: Non mi piace questa notizia!
    VELUTO: Neppure a me.
    BRUTO: Andiamo al Campidoglio. Darei met dei miei beni,  perch fosse
    una menzogna.
    VELUTO: Andiamo, dunque.
    (Escono).



    SCENA SETTIMA - Un accampamento a breve distanza da Roma.

    (Entra TULLO AUFIDIO con un Luogotenente).
    AUFIDIO: Corrono essi sempre al Romano?
    LUOGOTENENTE:  Non  so che magia siavi in lui,  ma i vostri soldati lo
    usano come preghiera prima della mensa,  come l'argomento  della  loro
    conversazione  a  tavola,  e  come il loro ringraziamento quando hanno
    finito;  e voi siete messo nell'ombra in questa spedizione persino dai
    vostri.
    AUFIDIO:  Non  posso  impedirlo  ora,  se  non  ricorrendo a mezzi che
    azzopperebbero la nostra impresa.  Egli si comporta anche con  me  pi
    altieramente  di quanto avrei immaginato quando prima lo accolsi: pure
    in questo la sua indole non si smentisce e io debbo scusare quello che
    non pu essere corretto.
    LUOGOTENENTE: Pure avrei desiderato,  signore (intendo per quel che vi
    riguarda), che voi non aveste diviso con lui il comando, ma che aveste
    condotto da solo l'impresa, o che l'aveste lasciata a lui interamente.
    AUFIDIO:  Ben  t'intendo:  e sii pur sicuro che egli non sa cosa posso
    far valere contro di lui quando verr  a  render  conto  dell'impresa.
    Sebbene  sembri,  e  cos  egli  ritenga  e  non  sia  meno  manifesto
    all'occhio volgare,  che egli conduca onorevolmente la spedizione e si
    mostri  buon servitore dello Stato volsco,  e combatta come un drago e
    conduca a termine la battaglia col solo sguainar la spada,  pure  egli
    ha  lasciata incompiuta una cosa che romper il collo a lui o porr il
    mio in pericolo, quando verremo a rendere i nostri conti.
    LUOGOTENENTE: Signore, ditemi di grazia,  credete che egli conquister
    Roma?
    AUFIDIO:  Tutti  i luoghi si arrendono a lui prima che egli li assedi;
    la nobilt di Roma  con lui: i senatori  e  i  patrizi  lo  amano:  i
    tribuni  non  hanno  la  stoffa  del soldato e la loro plebe sar cos
    pronta a richiamarlo come fu precipitosa nel bandirlo.  Credo che egli
    sar  per  Roma  quello che  il falco pescatore pel pesce: lo afferra
    per sovranit di natura.  Dapprima egli fu  un  nobile  servitore  del
    popolo, ma non seppe portarne gli onori senza perder l'equilibrio, sia
    che  fosse  orgoglio,  che  col  successo  di  ogni giorno finisce col
    guastare l'uomo fortunato; sia che fosse difetto di giudizio nell'aver
    mancato di far buon uso delle circostanze delle quali prima era  stato
    padrone;  sia che fosse la natura che gli imponesse di essere una sola
    cosa e di non cambiare passando dall'elmo alla  sedia  curule,  ma  di
    comandare  in  pace  colla  stessa burbanza e nello stesso modo con il
    quale aveva condotto la guerra;  uno di questi difetti (poich egli ha
    un  pizzico di tutti,  senza averli completamente,  perch di tanto io
    stesso oso giustificarlo) lo fece temuto,  e poi odiato e poi bandito.
    Non  ha  merito  che  egli non soffochi proclamandolo.  Cos le nostre
    virt  dipendono  dall'interpretazione  del  momento:  e  il   potere,
    infatuato di se stesso, non ha una tomba pi certa che la sedia su cui
    sale per vantare ci che ha fatto.  Un fuoco caccia un altro fuoco: un
    chiodo caccia l'altro: i  diritti  distruggono  i  diritti,  la  forza
    uccide la forza.  Suvvia,  andiamo: quando,  o Caio, Roma sar tua, tu
    sarai fra tutti il pi povero e in breve cadrai nelle mie mani.
    (Escono).















    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Roma. Una pubblica piazza.

    (Entrano AGRIPPA, COMINIO, VELUTO, BRUTO e altri).
    AGRIPPA: No,  non voglio andare: voi avete sentito quello che ha detto
    a  chi  fu  un  tempo  suo  generale  e  che  lo  amava  di un affetto
    particolare.  Egli mi chiamava padre: ma che vuol dire  ci?  Andateci
    voi  che  l'avete  bandito:  a  un  miglio di distanza dalla sua tenda
    prostratevi, e apritevi un cammino in ginocchio alla sua misericordia.
    In fede mia,  se egli sdegn di ascoltare Cominio,  io me ne  resto  a
    casa.
    COMINIO: Egli non volle mostrare di conoscermi.
    AGRIPPA: Lo sentite?
    COMINIO:  Eppure  un  tempo  mi chiamava per nome: io insistetti sulla
    nostra vecchia amicizia e sulle gocce di sangue  che  abbiamo  versato
    insieme.  Al  nome  di  Coriolano  non volle rispondermi: rifiut ogni
    nome,  era una specie di nulla,  senza titolo,  finch  non  si  fosse
    foggiato un nome nel fuoco di Roma incendiata.
    AGRIPPA: Gi,  proprio cos;  e voi avete fatto un bel lavoro! Un paio
    di tribuni che si sono affaticati per Roma perch il carbone fosse pi
    a buon mercato. Un degno ricordo!
    COMINIO: Io gli rammentai come fosse regale il  perdono,  quando  meno
    era  atteso: egli rispose che era una domanda sfrontata da parte dello
    Stato, a uno che esso aveva punito.
    AGRIPPA: Giustissimo: poteva dir di meno?
    COMINIO:  Io  cercai  di  risvegliare  il  suo   affetto   per   amici
    particolari:  la  sua  risposta  fu  che egli non poteva perder il suo
    tempo a sceglierli in un mucchio di paglia putrida ed  infetta:  disse
    che era follia,  per riguardo a uno o due poveri chicchi di grano, di.
    non bruciarla e di continuare a sopportarne il lezzo.
    AGRIPPA: Per uno o due poveri chicchi di grano? io sono uno di questi;
    sua madre, sua moglie, suo figlio e questo bravo uomo qui, noi siamo i
    grani e voi siete la putrida paglia: e il vostro puzzo  oltrepassa  la
    luna. E noi dobbiamo esser arsi per causa vostra.
    VELUTO. Via, siate paziente, vi prego: se rifiutate il vostro aiuto in
    questa estrema distretta,  pure non ci rimproverate la nostra miseria.
    Ma certo,  se voi voleste essere  l'avvocato  difensore  della  nostra
    patria,  la  vostra  abile  lingua,  pi  dell'esercito  che  possiamo
    radunare in fretta, potrebbe arrestare il nostro concittadino.
    AGRIPPA: No, non mi ci voglio immischiare.
    VELUTO: Vi scongiuro andate da lui.
    AGRIPPA: E che dovrei fare?
    BRUTO: Tentare soltanto presso Marzio quello che  la  vostra  amicizia
    pu fare per Roma.
    AGRIPPA:  Bene:  e  supponete  che  Marzio  mi rimandi indietro come 
    tornato Cominio senza avermi dato ascolto: allora? non ritornerei come
    un  amico  malcontento,  oppresso  dal  dolore  per  la  sua  durezza?
    Supponete che avvenga questo?
    VELUTO:  Pure  anche allora la vostra buona volont avrebbe diritto ai
    ringraziamenti di Roma, nella misura della vostra buona intenzione.
    AGRIPPA: Voglio tentarlo: credo che mi dar  ascolto:  eppure  il  suo
    mordersi  le labbra e mormorare contro il buon Cominio,  ecco una cosa
    che mi scoraggia.  Forse non l'hanno saputo prendere,  forse non aveva
    cenato: e quando le nostre vene non sono riempite,  il sangue  freddo
    e allora facciamo il broncio al mattino e siamo poco disposti a dare e
    a perdonare; ma quando abbiamo rimpinzato questi canali e condotti del
    sangue con vino e cibo,  abbiamo delle anime pi  flessibili  che  nei
    nostri  digiuni  sacerdotali:  io  dunque  l'osserver,  attendendo il
    momento in cui abbia ben mangiato,  s da esser  favorevole  alla  mia
    richiesta, e allora lo abborder.
    BRUTO:  Voi  conoscete la buona strada che conduce alla sua clemenza e
    non potete smarrire il cammino.
    AGRIPPA: In fede mia,  lo metter alla prova,  accada quel che accada:
    sapr tra non molto che successo ho avuto.
    (Esce).
    COMINIO: Egli non l'ascolter nemmeno.
    VELUTO: No?
    COMINIO: Vi dico, egli siede sull'oro, l'occhio acceso come se volesse
    ardere  Roma:  e l'oltraggio ricevuto  il carceriere della sua piet.
    Io mi inginocchiai dinanzi a lui: a mala pena mi disse: Alzati e  mi
    conged  cos  con  la  sua  mano  senza  parola.  Quello che egli era
    disposto a fare me lo comunic dopo per iscritto,  come quello che non
    era  disposto a fare: legato come  da un giuramento di attenersi alle
    sue condizioni.  Cos che  vana ogni speranza,  a  meno  che  la  sua
    nobile madre e sua moglie che,  come sento dire,  intendono farlo,  lo
    supplichino di aver piet della sua Patria. Perci, andiamocene, e con
    le nostre giuste istanze cerchiamo di affrettare la loro partenza.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Ingresso dell'accampamento dei Volsci dinanzi a Roma.

    (Due Sentinelle di guardia. Entra AGRIPPA).
    PRIMA SENTINELLA: Donde venite?
    SECONDA SENTINELLA: Fermatevi e tornate indietro.
    AGRIPPA: Voi fate la guardia da soldati: va  bene.  Io  sono  per  un
    ufficiale dello Stato e vengo per parlare con Coriolano.
    PRIMA SENTINELLA: Da dove venite?
    AGRIPPA: Da Roma.
    PRIMA  SENTINELLA:  Non potete passare: dovete tornarvene indietro: il
    nostro generale non vuol pi ascoltare nulla che venga di l.
    SECONDA SENTINELLA: Vedrete la vostra Roma in preda alle fiamme  prima
    di parlare con Coriolano.
    AGRIPPA: Cari amici miei,  se avete sentito il vostro generale parlare
    di Roma e dei suoi amici romani,  c' da scommettere che il mio nome 
    giunto alle vostre orecchie:  Menenio.
    PRIMA SENTINELLA: Sia pure;  indietro: la virt del vostro nome non ha
    corso qui.
    AGRIPPA: Io ti dico,  camerata,  che il tuo generale  mio  amico:  io
    sono  stato  il  libro  delle sue grandi gesta,  dove gli uomini hanno
    letto la sua fama senza rivali e forse un po' ingrandita; perch io ho
    sempre reso giustizia ai miei amici, di cui egli  il primo, con tutta
    la grandezza che la verit comporta,  senza  cader  nel  falso:  anzi,
    talvolta,  simile a una boccia lanciata su un terreno ingannatore,  io
    ho  passato  il  segno,  e  nell'elogiarlo  ho  quasi  autenticato  la
    menzogna. Quindi, amico, io debbo avere il permesso di passare.
    PRIMA  SENTINELLA:  Aff mia,  signore,  anche se aveste detto per lui
    tante menzogne nel suo interesse,  quante parole voi avete pronunziate
    per voi, non passereste qui; no, neppure se fosse altrettanto virtuoso
    il mentire, come il vivere castamente. Perci, indietro.
    AGRIPPA: Ti prego,  amico, ricordati che il mio nome  Menenio, sempre
    zelante partigiano del vostro generale.
    SECONDA SENTINELLA: Per quanto siate stato il suo mentitore,  come voi
    affermate di esserlo stato,  io sono uno che,  dicendo il vero ai suoi
    ordini, deve dirvi che non passerete. Perci tornate indietro.
    AGRIPPA: Ha egli cenato,  puoi dirmelo?  perch non vorrei parlar  con
    lui fino a che non ha pranzato.
    PRIMA SENTINELLA: Voi siete un Romano, non  vero?
    AGRIPPA: Lo sono, come il tuo generale.
    PRIMA  SENTINELLA:  Allora dovreste odiare Roma come l'odia lui.  Dopo
    aver cacciato fuori delle vostre porte  quegli  che  ne  era  il  vero
    difensore,  e  aver  consegnato,  sotto  la  violenza  della ignoranza
    popolare, il vostro scudo al vostro nemico,  potete voi credere di far
    fronte alla sua vendetta con i facili lamenti di vecchie donne, con le
    palme  virginali delle vostre figlie,  o con l'impotente intercessione
    di un cos decrepito  rimbambito  come  voi  sembrate  essere?  Potete
    sperare  di  spegnere  il  preordinato incendio in cui la vostra citt
    dovr presto avvampare,  con un fiato cos  debole  come  questo?  No,
    v'ingannate:  quindi  tornate  a  Roma,  e  preparatevi  per la vostra
    esecuzione: siete condannati,  il nostro generale vi  ha  esclusi  con
    giuramento da ogni dilazione e da ogni perdono.
    AGRIPPA:  Gaglioffo!  se  il tuo capitano sapesse che io sono qui,  mi
    tratterebbe con onore.
    SECONDA SENTINELLA: Andiamo! il mio capitano non vi conosce neppure.
    AGRIPPA: Voglio dire il tuo generale.
    PRIMA SENTINELLA: Il mio generale se ne infischia  di  voi.  Indietro,
    dico,  andatevene, se no io spiller quel mezzo litro che vi resta del
    vostro sangue: indietro: questo   il  massimo  che  potete  ottenere,
    indietro.
    AGRIPPA: No, ma, amico, amico...

    (Entrano CORIOLANO e TULLO AUFIDIO).

    CORIOLANO: Che c'?
    AGRIPPA: Ora a noi,  camerata!  io dir una parola per te: saprete ora
    se io sono tenuto in onore: vedrete che un vil fante di  guardia  come
    te non pu tenermi lontano dal mio figlio Coriolano: indovina solo dal
    modo  in cui mi riceve,  se tu non sei in pericolo d'esser impiccato o
    di morire di qualche altra morte pi lunga a vedere e  pi  crudele  a
    soffrire:  guarda ora subito e svieni per quello che ti attende...  (A
    Coriolano) Gli di  gloriosi  siedano  riuniti  a  tutte  le  ore  per
    vegliare  sulla tua prosperit personale e ti amino non meno di quanto
    ti ama il tuo vecchio padre Menenio. O mio figlio, mio figlio, tu stai
    preparando  un  incendio  per  noi:  guarda,   qui    dell'acqua  per
    spegnerlo.  Io fui a stento indotto a venire da te: ma, convintomi che
    nessun altro tranne me poteva commuoverti,  con dei  sospiri  io  sono
    stato  spinto fuori dalle nostre porte,  e ti scongiuro di perdonare a
    Roma e ai tuoi supplici concittadini.  Che i buoni di calmino il  tuo
    corruccio  e  ne  facciano  cadere  i  resti  su questo gaglioffo qui:
    costui, che come una testa di legno, mi ha negato l'accesso a te.
    CORIOLANO: Via !
    AGRIPPA: Come, via?
    CORIOLANO: Moglie, madre, figlio io pi non conosco.  I miei interessi
    sono  subordinati  a quelli di altri: bench io possieda personalmente
    il diritto di vendicarmi,  il diritto di perdonare giace nei cuori dei
    Volsci.  Che  noi siamo stati amici,  l'ingrato oblio ne avvelener il
    ricordo,  piuttosto che la piet riveli quanto lo siamo stati.  Quindi
    vattene.  Le  mie  orecchie  sono  pi  resistenti  contro  le  vostre
    sollecitazioni,  che non le vostre porte contro la  mia  forza.  Pure,
    perch  io  ti  ho  amato,  prendi questa: io l'ho scritta per te e te
    l'avrei mandata (gli d una lettera). Menenio,  non voglio udirti dire
    una sola altra parola.  In Roma,  o Aufidio, quest'uomo era il mio pi
    caro amico; eppure, tu vedi.
    AUFIDIO: Voi conservate una costante fermezza.
    (Escono Coriolano e Aufidio).
    PRIMA SENTINELLA: Or dunque, signore, il vostro nome  Menenio?
    SECONDA SENTINELLA: E' un incantesimo, vedete,  di grande potere.  Voi
    conoscete la via del ritorno a casa.
    PRIMA  SENTINELLA:  Avete visto come siamo stati rimproverati per aver
    tenuto indietro Vostra Grandezza?
    SECONDA SENTINELLA: Quale motivo credete che io abbia di svenire?
    AGRIPPA: Io non mi curo pi n del mondo,  n del vostro generale;  in
    quanto  ad  esseri  come  voi,  a malapena posso credere che esistano,
    tanto siete di poca importanza.  Chi ha la volont di  morire  di  sua
    mano,  non teme di morire per mano di un altro. Che il vostro generale
    faccia pi male che pu. In quanto a voi, restate,  e a lungo,  quello
    che siete: e che la vostra miseria cresca col crescere degli anni.  Io
    dico a voi quello che fu detto a me: via.
    (Esce).
    PRIMA SENTINELLA: Un brav'uomo, ve lo assicuro.
    SECONDA SENTINELLA: Un degno uomo,  il nostro generale:  una roccia,
    una quercia, che il vento non pu scuotere.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La tenda di Coriolano.

    (Entrano CORIOLANO, TULLO AUFIDIO ed altri).
    CORIOLANO: Domani noi accamperemo il nostro esercito dinanzi alle mura
    di Roma. Voi,  mio associato in questa spedizione,  dovete riferire ai
    senatori volsci con quale dirittura io abbia condotta l'impresa.
    AUFIDIO:  Avete  avuto  riguardo  solo  ai  loro fini: avete turato le
    vostre orecchie  alle  preghiere  generali  di  Roma:  non  avete  mai
    concesso  un  colloquio privato o a bassa voce,  no,  neppure a quegli
    amici che si credevano sicuri di voi.
    CORIOLANO: Quest'ultimo povero vecchio che  ho  rinviato  a  Roma  col
    cuore  spezzato,  mi  amava pi di un padre: anzi,  mi adorava come un
    dio. La loro ultima risorsa era di mandarlo da me: e per il suo antico
    affetto,  io,  sebbene mi mostrassi severo con  lui,  gli  ho  offerto
    ancora  una  volta  le prime condizioni che essi rifiutarono e che non
    possono ora accettare,  e solo per rendergli onore,  a lui che credeva
    di  poter far di pi.  Ben piccola concessione davvero.  D'ora innanzi
    mai non prester orecchio a nuove ambasciate o a domande, sia da parte
    dello Stato, sia da parte di amici personali.  (Si ode dall'interno un
    suon di voci) Ah, che grida sono queste? Sar io tentato ad infrangere
    i miei voti, nel momento stesso in cui li ho fatti? Non lo far mai.
    (Entrano  vestite  a  lutto  VIRGILIA e VOLUMNIA,  tenendo per mano il
    piccolo MARZIO, VALERIA e Seguito).
    Mia moglie viene avanti a tutti: poi quella nel  cui  grembo  onorando
    questo corpo fu foggiato, e tiene per mano il nipotino del suo sangue.
    Ma via, o affetto: legami di natura e, diritti del sangue, spezzatevi:
    che  sia una virt l'essere ostinati.  Che vale questa reverenza?  che
    valgono quegli occhi di colomba che potrebbero rendere  spergiuri  gli
    di?  Io  m'intenerisco  e  non  sono  di un'argilla pi resistente di
    quella degli altri.  Mia madre s'inchina come se l'Olimpo curvasse  il
    capo  supplice  dinanzi  a  un  monticello fatto dalle talpe: e il mio
    piccolo ragazzo ha un aspetto di.  preghiera che la natura possente mi
    grida:  Non  rifiutare.  Che  i  Volsci  arino Roma e strazino tutta
    I'Italia!  Io non sar mai  tal  gonzo  da  ubbidire  all'istinto:  ma
    rimarr  inflessibile come un uomo che fosse autore di se stesso e non
    conoscesse altri parenti.
    VIRGILIA: Mio signore e marito!
    CORIOLANO: Questi occhi non sono gli stessi che io avevo a Roma.
    VIRGILIA: Il dolore che ci fa apparire cos  cambiate,  ti  fa  creder
    questo.
    CORIOLANO:  Come uno stolido attore ho dimenticato ora la mia parte: e
    sono confuso fino al punto di meritarmi  completa  disapprovazione.  O
    tu,  la migliore parte di me,  perdonami la mia tirannia, ma non dirmi
    per questo: Perdona ai Romani.  Oh,  un  bacio  lungo  come  il  mio
    esilio,  dolce  come  la  mia vendetta!  s,  per la gelosa regina del
    cielo, quel tuo bacio d'addio io l'ho portato lontano da te,  cara,  e
    il mio labbro fedele,  da allora in poi ha mantenuto la sua verginit.
    O di!  io chiacchiero e lascio insalutata la pi nobile madre che  vi
    sia   sulla   terra:   sprofondati,    o   ginocchio,   nella   terra:
    (s'inginocchia)  e   lascia,   della   tua   profonda   sottomissione,
    un'impronta pi forte di quella dei figli ordinari.
    VOLUMNIA:  Oh,  rialzati  e  sii  benedetto!  mentre  io m'inginocchio
    dinanzi a te pur non avendo un cuscino  pi  morbido  della  selce:  e
    contro le convenienze faccio atto di rispetto come se esso fosse stato
    mal compreso in tutto questo tempo tra madre e figlio.
    (S'inginocchia).
    CORIOLANO: Che  questo?  in ginocchio davanti a me?  davanti a vostro
    figlio che voi  correggeste?  E  allora  che  i  sassolini  dell'arida
    spiaggia  colpiscano  le  stelle:  che  i  venti  scatenati scaglino i
    maestosi cedri contro il sole infocato, distruggendo l'impossibile per
    far s che quello che non pu essere appaia come cosa da nulla.
    VOLUMNIA: Tu sei il mio guerriero.  Io ho aiutato a formarti.  Conosci
    tu questa dama?
    CORIOLANO: La nobile sorella di Publicola, la luna di Roma: casta come
    il  ghiacciolo  che    formato  dal  gelo della pi pura neve e pende
    dinanzi al tempio di Diana: cara Valeria!
    VOLUMNIA: Questi   una  povera  epitome  della  vostra  persona,  che
    interpretato dalla maturit del tempo, potr rassomigliare del tutto a
    voi.
    CORIOLANO:  Il  dio  dei  guerrieri,  col  consenso  del  sommo Giove,
    infiammi di nobilt  i  tuoi  pensieri,  s  che  tu  possa  mostrarti
    invulnerabile  all'onta  e  torreggiare  nelle battaglie,  simile a un
    grande faro,  resistendo ad ogni burrasca e  salvando  quelli  che  ti
    guardano!
    VOLUMNIA: In ginocchio, ragazzo.
    CORIOLANO: Tu sei il mio bravo figliuolo!
    VOLUMNIA:  Lui appunto e vostra moglie e questa dama e io stessa siamo
    supplici dinanzi a voi.
    CORIOLANO: Vi scongiuro, silenzio: o, se volete chiedere,  ricordatevi
    di  questo,  prima:  le  cose  che  io ho giurato di non accordare non
    devono esser considerate da voi come  rifiuti.  Non  mi  domandate  di
    licenziare  i  miei soldati,  o di capitolare ancora una volta con gli
    artigiani di Roma: non mi dite in che cosa io  sembro  snaturato,  non
    cercate  di  calmare i miei furori e la mia vendetta con le vostre pi
    fredde ragioni.
    VOLUMNIA: Oh basta,  basta!  Avete detto che non ci concederete nulla:
    perch  noi non abbiamo altro da chiedervi che quello che gi ci avete
    negato.  Pure chiederemo,  affinch,  se non ci  accordate  la  nostra
    richiesta,   la  colpa  possa  cadere  sulla  vostra  durezza:  perci
    ascoltateci.
    CORIOLANO: Aufidio, e voi, Volsci, ascoltate: perch noi non porgeremo
    ascolto in privato a nulla che vien da Roma. Le vostre richieste?
    VOLUMNIA: Anche se  noi  rimanessimo  silenziose,  senza  parlare,  il
    nostro  abbigliamento e le nostre condizioni corporali tradirebbero la
    vita che abbiamo condotta dopo il  tuo  esilio.  Rifletti  quanto  pi
    infelici  di tutte le altre donne viventi siamo noi qui venute: dacch
    la tua vista,  che dovrebbe riempirci gli occhi di lacrime di gioia  e
    farci palpitare il cuore di allegrezza,  costringe quelli a piangere e
    fa tremare questo di paura e di dolore: obbligando la madre,  la sposa
    e  il  figlio  a vedere il figlio,  lo sposo,  il padre che dilania le
    viscere della propria patria. E per noi poverette, la tua inimicizia 
    pi terribile: tu ci interdici di pregare gli di,  il che   conforto
    di cui tutti godono, tranne noi; perch come possiamo noi, ahim, come
    possiamo  noi  pregare per la nostra patria,  come  nostro dovere,  e
    pregare per la tua vittoria.  come  anche  nostro  dovere?  Ahim:  o
    dobbiamo  perdere  la  patria,  la nostra cara nutrice;  oppure la tua
    persona,  che    il  nostro  conforto  nella  patria.   Una  sventura
    inevitabile  ci  attende,  anche se dipendesse dal nostro desiderio la
    vittoria di una delle due parti; perch,  o tu dovrai esser trascinato
    attraverso  le  nostre strade ammanettato come uno straniero rinnegato
    oppure dovrai calpestare trionfante  le  rovine  della  tua  patria  e
    ricever  la  palma  per  aver  valorosamente  versato il sangue di tua
    moglie e dei tuoi figli.  In quanto a me,  figlio,  io non intendo  di
    obbedire  al  cenno  della  fortuna  fino  a  che  questa guerra abbia
    termine;  se non riesco a persuaderti a mostrare verso i  due  partiti
    una  nobile  clemenza,  anzich  cercare  la  rovina di uno solo,  non
    marcerai all'assalto della tua patria, non marcerai,  credimi,  se non
    calpestando il grembo di tua madre che ti ha messo al mondo.
    VIRGILIA: E anche il mio,  che ti gener questo ragazzo per conservare
    vivo il tuo nome nel tempo.
    MARZIO: Egli non mi calpester: io fuggir via fino  a  che  sar  pi
    grande, e poi combatter.
    CORIOLANO:  Per  non  essere  di  una tenerezza femminea,  occorre non
    vedere n il volto d'un fanciullo,  n quello  di  una  donna.  Io  ho
    ascoltato troppo a lungo.
    (Si alza).
    VOLUMNIA:  No,  non  ci  lasciare  cos:  se  fosse vero che la nostra
    richiesta tendesse a salvare i Romani per distruggere in  tal  modo  i
    Volsci  che  tu servi,  potresti condannarci come nocivi al tuo onore:
    no,  la nostra supplica  che tu li riconcili,  s che mentre i Volsci
    potranno  dire:  Noi  abbiamo  mostrato  questa  clemenza,  i Romani
    possano dire anch'essi: Noi abbiamo ricevuto questa clemenza;  e che
    ciascuno   dell'una  e  dell'altra  parte  ti  saluti  gridando:  Sii
    benedetto per aver fatto questa pace. Tu sai,  o mio illustre figlio,
    che  la  sorte  della guerra  incerta;  ma questo  certo,  che se tu
    conquisti Roma,  il beneficio che ne ricaverai sar un  tal  nome  che
    verr ripetuto accompagnato da maledizioni,  e la cui storia sar cos
    scritta: Quest'uomo aveva della nobilt,  ma colla sua ultima impresa
    egli l'ha distrutta;  ha rovinato la sua patria,  e il suo nome rimane
    aborrito nelle et seguenti. Parlami,  figlio: tu hai sempre aspirato
    ai  begli  slanci  dell'onore,  ad  imitare  la clemenza degli di;  a
    fendere col tuono l'ampio spazio dell'aria e tuttavia  a  caricare  la
    tua collera di un fulmine che non spaccasse che la quercia. Perch non
    parli?  Credi tu che sia onorevole per un uomo magnanimo, di ricordare
    sempre i torti patiti?  Figlia,  parlate voi: egli non si  cura  delle
    vostre lacrime.  Parla tu,  bimbo: forse la tua innocenza infantile lo
    commuover pi dei nostri ragionamenti.  Non vi  uomo  al  mondo  che
    deve di pi a sua madre, eppure egli mi lascia parlare qui come un reo
    alla gogna.  Tu non hai mai mostrato nella tua vita alcun riguardo per
    la tua cara madre, mentre essa, povera chioccia, non desiderosa di una
    seconda covata,  ti ha guidato con il suo chiocciare alle guerre e poi
    ti  ha  ricondotto  sano  e  salvo,  carico  di onori.  Di' che la mia
    richiesta  ingiusta e respingimi con disprezzo: ma se non  ingiusta,
    tu non sei un uomo onesto, e gli di ti puniranno perch tu mi rifiuti
    la sottomissione che spetta alla madre.  Egli  si  volge  da  un'altra
    parte:  in ginocchio,  signore: svergognamolo con le nostre ginocchia:
    nel suo soprannome Coriolano c' pi orgoglio che non forza  di  piet
    nelle nostre preghiere.  In ginocchio,  e basta:  l'ultima volta: noi
    ora rientreremo in Roma e moriremo tra i nostri vicini. No,  guardaci:
    questo  ragazzo  che  non  sa  dire quello che vorrebbe,  ma che,  per
    tenerci compagnia,  si inginocchia con noi e tende le mani,  perora la
    nostra  causa  con maggior forza di quanta tu ne abbia per rifiutarla.
    Suvvia, andiamo; quest'uomo ebbe una Volsca per madre: sua moglie  in
    Corioli, e suo figlio per caso gli rassomiglia.  Pure congedateci.  Io
    sar  muta  fino a che la citt non sar incendiata,  e allora io dir
    qualche parola.
    CORIOLANO: O madre,  madre!  (Tenendola per mano silenziosamente)  Che
    hai tu fatto?  Guarda: il cielo si apre,  gli di ci guardano e ridono
    di questa scena contro natura.  O mia madre,  madre mia:  oh,  tu  hai
    riportato  una  lieta  vittoria  per Roma,  ma in quanto a tuo figlio,
    credilo,  s,  credilo,  tu hai prevalso su  di  lui  con  suo  grande
    pericolo,  se  non  pure  in maniera mortale.  Ma ben venga.  Aufidio,
    poich io non posso pi fare una vera guerra,  io preparer  una  pace
    conveniente.  Ora,  o  buon  Aufidio,  se tu fossi stato al mio posto,
    avresti tu ascoltato meno una  madre?  e  le  avresti  concesso  meno,
    Aufidio?
    AUFIDIO: Io ne sono rimasto commosso.
    CORIOLANO: Oserei giurarlo che lo sei stato: e, signore, non  piccola
    cosa  fare  inumidire  i  miei occhi per la piet.  Ma,  buon signore,
    ditemi quale pace voi volete fare; per parte mia,  io non vado a Roma,
    ritorno con voi: e vi prego,  secondatemi in questa faccenda. O madre,
    o moglie mia!
    AUFIDIO (a parte): Son lieto che tu abbia posto  in  contrasto  in  te
    stesso  la  piet  e l'onore: da questo io sapr ricostruirmi l'antica
    fortuna.
    (Le signore fanno cenni a Coriolano).
    CORIOLANO (a Volumnia,  Virgilia,  eccetera): S,  tra breve:  ma  noi
    berremo insieme,  e voi riporterete una testimonianza migliore che non
    le parole: un trattato che noi,  ad eguali  condizioni,  vogliamo  sia
    ratificato.  Su,  entrate  con  noi,  signore;  voi meritate che vi si
    costruisca un tempio: tutte le spade d'Italia,  tutte le armi dei suoi
    alleati, non avrebbero potuto ottenere questa pace.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Roma. Una piazza.

    (Entrano AGRIPPA e VELUTO).
    AGRIPPA: Vedete quell'angolo del Campidoglio, quella pietra angolare?
    VELUTO: S, e con ci?
    AGRIPPA:  Se  fosse possibile a voi smuoverla col vostro dito mignolo,
    vi sarebbe speranza che le signore di Roma,  e sopra tutto sua  madre,
    riuscissero  a prevalere su lui.  Ma io affermo che non vi  speranza:
    le nostre gole sono gi condannate e attendono il supplizio.
    VELUTO: E' mai possibile che s breve tempo possa alterare l'animo  di
    un uomo?
    AGRIPPA:  Vi    un divario tra il verme e una farfalla: e tuttavia la
    vostra farfalla era un verme.  Questo Marzio si  trasformato da  uomo
    in drago: ha ali; non  pi un essere strisciante.
    VELUTO: Egli amava tanto sua madre.
    AGRIPPA:  E  cos  me: e non si ricorda ora di sua madre pi di quello
    che un cavallo di otto anni si ricordi della sua.  Ha un'asprezza  sul
    volto che farebbe inacidire l'uva matura. Quando cammina si muove come
    una  macchina  di  guerra:  e la terra si rattrappisce dinanzi ai suoi
    passi. Col suo occhio riesce a penetrare una corazza: la sua voce  un
    rintocco funebre, e il suo brontolio,  un rullio di tamburi.  Siede in
    pompa,  con la maest di Alessandro.  Ci che egli comanda di fare,  
    fatto appena detto.  Non gli manca null'altro per esser  un  dio,  che
    l'eternit e un cielo in cui troneggiare.
    VELUTO:   S,   gli  manca  la  clemenza,   se  voi  lo  rappresentate
    esattamente.
    AGRIPPA: Io lo dipingo al naturale.  Vedrete  quale  misericordia  sua
    madre  ci  recher  da lui: non vi  piet in lui pi di quello che vi
    sia latte in un tigre maschio: ne  far  la  prova  la  nostra  povera
    citt: e tutto questo proviene da voi.
    VELUTO: Gli di ci siano propizi!
    AGRIPPA: No,  in un caso come questo,  gli di non ci saranno propizi.
    Quando lo bandimmo non li rispettammo: ed ora  che  egli  ritorna  per
    romperci l'osso del collo, essi non si curano di noi.

    (Entra un Messaggero).

    MESSAGGERO:  Signore,  se  volete salva la vita,  fuggite nella vostra
    casa: i plebei si sono impossessati del vostro collega e lo trascinano
    di qua e di l,  giurando in coro che se le dame romane non torneranno
    recando novelle confortanti, essi lo faranno morire a spizzico.

    (Entra un altro Messaggero).

    VELUTO: Quali nuove?
    SECONDO  MESSAGGERO:  Buone notizie,  buone notizie;  le signore hanno
    ottenuto vittoria.  I Volsci hanno levato l'accampamento  e  Marzio  
    partito.  Roma  non ha mai salutato un giorno pi lieto,  no,  neppure
    quando furono espulsi i Tarquini.
    VELUTO: Amico, sei sicuro che questo  vero?  proprio certo?
    SECONDO MESSAGGERO: Certo quanto che il sole  di fuoco: dove vi siete
    nascosto che ne dubitate?  Giammai la corrente gonfia di un  fiume  si
    precipit attraverso un arco di ponte con tanto impeto, come il popolo
    rassicurato attraverso le porte della citt.  Ecco, ascoltate! (Trombe
    e oboi e rullo di tamburi,  tutto  insieme)  Le  trombe,  le  tube,  i
    salteri,  i pifferi,  i tamburi e i cimbali e le urla dei Romani fanno
    danzare il sole. Ascoltate.
    (Grida dall'interno).
    AGRIPPA: Questa  una buona  notizia:  andr  incontro  alle  signore.
    Questa Volumnia vale una citt intera di consoli, senatori, patrizi; e
    di  tribuni  come voi,  un mare e un continente intero.  Voi avete ben
    pregato oggi: stamattina non avrei dato un soldo per  diecimila  delle
    vostre gole. Ascoltate come si rallegrano.
    (Grida e musica).
    VELUTO:  Prima,  ti benedicano gli di per le tue buone notizie;  poi,
    accetta la mia gratitudine.
    SECONDO MESSAGGERO: Signore, noi tutti abbiamo motivo di render grandi
    grazie.
    VELUTO: Sono vicine alla citt?
    SECONDO MESSAGGERO: Quasi sul punto di entrare.
    VELUTO: Andremo loro incontro e aumenteremo il tripudio.
    (Escono).
    SCENA QUINTA - Una strada vicino alla Porta.  Entrano due Senatori con
    VOLUMNIA,  VIRGILIA,  VALERIA,  eccetera,  che  traversano  la  scena,
    seguiti da Patrizi e altri).
    PRIMO SENATORE: Guardate la nostra protettrice,  la salvezza di  Roma!
    Radunate  tutte le vostre trib,  lodate gli di e accendete fuochi di
    gioia,  spargete fiori dinanzi al  loro  cammino:  soffocate,  con  le
    vostre  grida,  gli  urli che bandirono Marzio,  e richiamatelo con il
    benvenuto a sua madre; gridate: benvenute, signore, benvenute,
    TUTTI: Benvenute, signore, benvenute!
    (Fanfara con trombe e tamburi).


    SCENA SESTA - Corioli. Una piazza.

    (Entra TULLO AUFIDIO con il Seguito).
    AUFIDIO: Andate e dite  ai  signori  della  citt  che  io  sono  qui:
    consegnate loro questo foglio: e dopo che lo hanno letto, dite loro di
    riunirsi  nel  Foro,  dove  io  davanti  a  loro  e davanti al popolo,
    garantir la verit di quello che ho scritto. Quegli che io accuso,  a
    quest'ora    gi  alle  porte  della citt,  e intende presentarsi al
    popolo, sperando di scolparsi con le sue parole: affrettatevi.
    (Esce il Seguito.  Entrano tre o quattro Cospiratori  del  partito  di
    Tullo Aufidio).
    Benvenuti !
    PRIMO COSPIRATORE: Come va il nostro generale?
    AUFIDIO:  Come un uomo avvelenato dalle sue proprie elemosine e ucciso
    dalla sua carit.
    SECONDO COSPIRATORE: Eccellentissimo signore,  se voi persistete nella
    stessa  intenzione in cui ci voleste associati,  noi vi libereremo del
    vostro grande pericolo.
    AUFIDIO:  Signore,   non  posso  dirlo:  dobbiamo  agire  secondo   la
    disposizione del popolo.
    TERZO COSPIRATORE: Il popolo rimarr incerto mentre vi  discordia tra
    voi  due: ma la caduta di uno di voi render erede di tutto quegli che
    sopravvive.
    AUFIDIO: Lo so: e il mio pretesto per colpirlo  plausibile:  io  l'ho
    innalzato  e  ho  impegnato il mio onore per la sua fedelt;  ed egli,
    essendo cos levato in alto,  ha innaffiato la sua nuova pianta con le
    rugiade  dell'adulazione,  seducendo  in  tal modo i miei amici: e,  a
    questo scopo,  egli ha piegato la sua natura,  mai conosciuta prima se
    non come ruvida, indomabile e libera.
    TERZO COSPIRATORE: Signore, la sua ostinazione, quando si present per
    il consolato che egli perdette per non sapersi piegare...
    AUFIDIO:  Ne  avrei  parlato:  bandito  per questo,  egli venne al mio
    focolare, offerse la sua gola al mio pugnale;  io lo accolsi,  lo feci
    mio  collega,  cedetti a tutti i suoi desideri;  anzi,  gli permisi di
    scegliere tra le mie file i miei soldati migliori e pi valorosi,  per
    eseguire  i  suoi  progetti;  colla  mia  stessa persona servii i suoi
    disegni,  lo aiutai a mietere la fama che egli fin per far tutta sua;
    e  quasi  mi sentii orgoglioso di farmi torto: finch,  in ultimo,  io
    sembravo un suo dipendente, non il suo collega,  ed egli mi pagava col
    suo sguardo protettore come se io fossi stato un mercenario.
    PRIMO   COSPIRATORE:  Cos  fece,   mio  signore;   l'esercito  se  ne
    meravigliava,  e in ultimo quando egli aveva conquistato Roma e noi si
    attendeva un buon bottino non meno che la gloria...
    AUFIDIO:  Questo    il  punto sul quale far convergere i miei sforzi
    contro di lui.  Per qualche goccia di lacrime di donna che sono a buon
    mercato  come  le  bugie,  egli ha venduto il sangue e la fatica della
    nostra grande impresa.  Perci egli deve morire,  e io mi rialzer per
    la sua caduta. Ma, ascoltate!
    (Suono di tamburi e di trombe con grandi grida di popolo).
    PRIMO  COSPIRATORE: Voi siete rientrato nella vostra citt natale come
    un corriere e non avete ricevuto  alcun  benvenuto:  ma  egli  ritorna
    fendendo l'aria con il fracasso che fa.
    SECONDO  COSPIRATORE:  E  questi poveri sciocchi,  i cui figli egli ha
    trucidati, rovinano le loro ignobili gole per gridare alla sua gloria.
    TERZO  COSPIRATORE:  Quindi,  profittando  dell'occasione  favorevole,
    prima che egli si esprima e commuova il popolo con quello che vorrebbe
    dire,  fategli assaggiare la vostra spada, che noi seconderemo. Quando
    egli giacer a  terra,  la  sua  storia,  raccontata  a  modo  vostro,
    seppellir le sue ragioni col suo corpo.
    AUFIDIO: Non aggiungete parole: ecco i signori.

    (Entrano i Signori della citt).

    I SIGNORI: Siete davvero il bentornato in patria.
    AUFIDIO:  Non l'ho meritato: ma,  nobili signori,  avete voi letto con
    attenzione quello che io vi ho scritto?
    I SIGNORI: S, lo abbiamo letto.
    PRIMO SIGNORE: E siamo dolenti  di  apprenderlo.  Le  colpe  che  egli
    commise  prima  di  quest'ultima,  credo  che avrebbero potuto trovare
    facile espiazione;  ma finire l dove  avrebbe  dovuto  cominciare,  e
    sacrificare  tutto il vantaggio delle nostre milizie,  indennizzandoci
    con le spese da noi stessi sostenute  per  la  guerra,  stipulando  un
    trattato  dove  si poteva avere una capitolazione,  questo non ammette
    alcuna scusa.
    AUFIDIO: Egli si avvicina: lo ascolterete.

    (Entra CORIOLANO con tamburi e bandiere: molti popolani sono con lui).

    CORIOLANO: Salute, signori!  io sono ritornato come vostro soldato non
    pi  infetto  dell'amore  per la mia patria di quello che fossi quando
    partii di qui,  ma sempre  obbediente  alla  vostra  grande  autorit.
    Dovete  sapere  che  ho  condotto  l'impresa  felicemente  e  per  una
    sanguinosa via ho guidato le vostre armate fino alle porte di Roma. Il
    bottino che abbiamo riportato a casa  controbilancia  per  pi  di  un
    terzo  le  spese della spedizione.  Abbiamo concluso una pace non meno
    gloriosa per gli Anziati,  che vergognosa per  i  Romani,  e  noi  qui
    consegnamo,  firmato  dai  consoli  e  dai  patrizi  e col sigillo del
    Senato, il patto che abbiamo convenuto.
    AUFIDIO: Non leggetelo, nobili signori, ma dite a questo traditore che
    egli ha abusato al pi alto grado dei poteri che gli avete conferito.
    CORIOLANO: Traditore! Come dunque?
    AUFIDIO: S, traditore, o Marzio.
    CORIOLANO: Marzio!
    AUFIDIO: S, Marzio, Caio Marzio.  Credi tu che io ti onerer con quel
    tuo furto, il tuo nome usurpato in Corioli, di Coriolano? Voi, signori
    e  capi dello Stato,  perfidamente ha egli tradito la vostra impresa e
    ha ceduto a una madre e a una moglie,  per poche gocce di sale,  Roma,
    la vostra citt,  dico la vostra citt; rompendo il suo giuramento e
    la sua risoluzione,  come un cordone di seta marcita,  non  accettando
    mai consigli di guerra; ma alla vista delle lacrime della sua nutrice,
    piagnucol  e  lasci  sfuggire  gemendo  la  vostra vittoria;  s che
    perfino i paggi  arrossirono  per  lui,  e  gli  uomini  di  cuore  si
    guardarono l'un l'altro meravigliando.
    CORIOLANO: Odi tu dunque, o Marte?
    AUFIDIO: Non nominare quel dio, fanciullo piagnucoloso.
    CORIOLANO: Ah!
    AUFIDIO: Niente di pi.
    CORIOLANO: Smisurato mentitore, tu hai reso il mio cuore troppo grande
    per  il petto che lo contiene.  Fanciullo!  O schiavo!  Perdonatemi,
    signori;   la prima volta  che  mai  io  mi  son  visto  costretto  a
    sgridare.  Il vostro giudizio,  gravi signori, deve dare la smentita a
    questo cane bastardo, e il suo proprio ricordo (lui che porta impresse
    su di s le mie staffilate e dovr portare nella tomba i  miei  colpi)
    si unir al vostro giudizio per gettargli in faccia la smentita.
    PRIMO SIGNORE: Silenzio, voi due, ascoltatemi.
    CORIOLANO:  Tagliatemi  a  pezzi,   o  Volsci;  uomini  e  giovanetti,
    macchiate le vostre spade nel mio sangue. Fanciullo!  Cane bugiardo!
    se  avete scritto con verit i vostri annali,  ivi sar ricordato che,
    simile a un'aquila in un colombaio,  io  ho  spaventato  i  Volsci  in
    Corioli e l'ho fatto da solo. Fanciullo!
    AUFIDIO: Come, nobili signori, lascerete che vi sia richiamata a mente
    la  sua  cieca  fortuna,  che  fu la vostra vergogna,  da questo empio
    spaccone, davanti ai vostri occhi e alle vostre orecchie?
    I COSPIRATORI: Muoia per questo!
    POPOLO: Fatelo a pezzi!  subito!  egli uccise mio figlio,  mia figlia,
    egli uccise mio cugino Marco, uccise mio padre.
    SECONDO SIGNORE: Zitti,  niente violenza: pace.  Quest'uomo  nobile e
    la sua fama avvolge tutta la sfera della terra.  La sua  ultima  colpa
    contro di noi sar giudicata secondo la legge. Fermati, Aufidio, e non
    turbare la pace pubblica.
    CORIOLANO: Oh,  se io avessi di fronte sei Aufidii o pi, tutta la sua
    razza, e potessi usare la mia spada liberamente...
    AUFIDIO: Insolente scellerato!
    I  COSPIRATORI:  Uccidilo,  uccidilo,  uccidilo.  uccidilo,  uccidilo,
    uccidilo.
    (Aufidio  e  i  Cospiratori  sfoderano  la spada e uccidono Coriolano:
    Aufidio sta col piede sul di lui cadavere).
    I SIGNORI: Fermi, fermi, fermi, fermi!
    AUFIDIO: Miei nobili signori, ascoltatemi.
    PRIMO SIGNORE: O Tullo!
    SECONDO SIGNORE: Tu hai compiuto un'azione che far versar lacrime  al
    valore.
    TERZO  SIGNORE:  Non  lo  calpestare.  Miei  signori,  siate  calmi  e
    ringuainate le spade.
    AUFIDIO: Miei signori,  quando avrete appreso (poich nel tumulto  che
    egli  ha suscitato,  voi non lo potevate sapere) il grave pericolo che
    vi riservava la vita di quest'uomo,  voi vi rallegrerete che egli  sia
    cos stato ucciso. Piaccia alle signorie Vostre di chiamarmi al Senato
    e io dimostrer di essere il vostro leale servitore, oppure sopporter
    il vostro pi severo giudizio
    PRIMO  SIGNORE:  Portate  via di qui il suo corpo,  e lamentate la sua
    morte.  Che sia considerato come il pi nobile corpo  che  mai  araldo
    abbia seguito alla fossa funebre.
    SECONDO  SIGNORE:  La  sua propria impetuosit libera Tullo Aufidio da
    una gran parte di  colpa.  Cerchiamo  di  accomodare  tutto  nel  modo
    migliore.
    AUFIDIO:  La  mia  collera    spenta,  e io sono affranto dal dolore.
    Sollevatelo: aiutate,  tre dei migliori soldati,  io sar  il  quarto.
    Battete il tamburo,  s che risuoni lugubremente: rovesciate le vostre
    picche d'acciaio.  Sebbene egli abbia,  in questa citt,  private  del
    marito  e  dei  figli  molte  donne che ancora adesso piangono la loro
    perdita, pur egli avr un nobile ricordo. Aiutatemi.
    (Escono portando il corpo di Coriolano. Suona una marcia funebre).

    CIMBELINO.


    PERSONAGGI.

    CIMBELINO, re di Britannia.
    CLOTEN, figlio di primo letto della Regina.
    POSTUMO LEONATO, gentiluomo, marito di Imogene.
    BELARIO, signore esiliato, in incognito sotto il nome di Morgan.
    GUIDERIO,  ARVIRAGO: figli di Cimbelino in incognito sotto i  nomi  di
    POLIDORO e CADWAL, supposti  figli di MORGAN.
    FILARIO, amico di Postumo; JACHIMO, amico di Filario: italiani.
    CAIO LUCIO, generale delle forze romane.
    PISANIO, servo di Postumo.
    CORNELIO, medico.
    Un Capitano romano.
    Due Capitani britanni.
    Un Francese, amico di Filario.
    Due Baroni della corte di Cimbelino.
    Due Signori della corte di Cimbelino.
    Due Carcerieri.
    LA REGINA, moglie di Cimbelino.
    IMOGENE, figlia di Cimbelino e della sua prima moglie.
    ELENA, dama di compagnia di Imogene.
    Signori, Dame, Senatori romani, Tribuni, un Indovino, un Olandese, uno
    Spagnuolo,  Musici,  Ufficiali,  Capitani,  Soldati,  Messi, altri del
    Seguito. Apparizioni.

    Scena: Britannia, Roma.















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Britannia. Il giardino del Palazzo di Cimbelino.

    (Entrano due Gentiluomini).
    PRIMO GENTILUOMO: Non incontrerete nessuno che non sia accigliato.  Le
    nostre  passioni  non  sono  pi  ubbidienti  ai  cieli  che  i nostri
    cortigiani all'aspetto del re.
    SECONDO GENTILUOMO: Ma per qual ragione?
    PRIMO GENTILUOMO: Sua figlia, e l'erede del suo regno, quella che egli
    destinava all'unico figlio di sua moglie - una vedova che  ha  sposato
    da  poco  - si  data a un povero ma degno gentiluomo.  Lo ha sposato:
    suo marito   bandito,  lei  imprigionata,  tutto  nelle  apparenze  
    tristezza; ma il re, lo credo ferito nel profondo del cuore.
    SECONDO GENTILUOMO: Soltanto il re?
    PRIMO GENTILUOMO: Anche quello che l'ha perduta; e cos la regina, che
    molto desiderava questa unione.  Ma non v' alcuno dei cortigiani, pur
    se essi atteggiano il loro volto secondo l'aspetto del re, che non sia
    lieto in cuor suo di quello che gli fa far viso da funerale.
    SECONDO GENTILUOMO: E perch?
    PRIMO GENTILUOMO: Colui che ha perduto  la  principessa    un  essere
    troppo  cattivo  per parlarne male;  e quello che la possiede - voglio
    dire che l'ha sposata, ahim pover'uomo,  e perci  stato bandito - 
    tale  creatura  che a cercare in tutte le regioni della terra uno come
    lui,  mancherebbe sempre qualche cosa a chi gli si volesse paragonare.
    Non  credo che un cos bell'aspetto e tanti doni interiori adornino un
    altro uomo.
    SECONDO GENTILUOMO: Lo vantate assai.
    PRIMO GENTILUOMO: Lo lodo,  messere,  entro i limiti del  suo  merito;
    piuttosto che accrescere diminuisco l'elogio che gli  dovuto.
    SECONDO GENTILUOMO: Come si chiama? Di che famiglia ?
    PRIMO GENTILUOMO: Non posso scavare fino alla sua radice. Suo padre si
    chiamava  Sicilio,  e un il suo valore a Cassibelano contro i Romani;
    ma ebbe i suoi titoli da Tenanzio,  che serv con  gloria  e  ammirato
    successo.  Cos si guadagn il soprannome di Leonato;  ed ebbe,  prima
    del gentiluomo del quale parliamo, altri due figli che morirono con la
    spada in pugno nelle guerre di quel tempo.  Di questo  il  padre,  gi
    vecchio e desideroso di discendenza,  ebbe tal dolore che ne mor,  la
    sua gentile sposa,  incinta del gentiluomo del  quale  parliamo,  mor
    quando  egli nacque.  Il re prende il piccino sotto la sua protezione,
    lo chiama Postumo Leonato, lo fa educare e lo tiene come paggio. Lo fa
    educare in ogni scienza adatta alla sua et: egli la fece sua come noi
    facciamo dell'aria, non appena gli era data; e fin dalla sua primavera
    dette raccolto. Visse a corte, rara cosa,  molto lodato e molto amato,
    modello  ai  pi  giovani,  era per i pi maturi uno specchio al quale
    azzimarsi; e, per i pi gravi, un ragazzo che guidava i vecchioni.  In
    quanto  alla  sua  sposa  per  la quale oggi  bandito,  il suo stesso
    merito dice quanto stimasse lui e la sua virt: lo ha scelto, e questo
    dice chiaramente che uomo egli sia.
    SECONDO GENTILUOMO: Io lo onoro proprio per quello che mi dite. Ma, vi
    prego, il re ha soltanto questa figlia?
    PRIMO GENTILUOMO: Soltanto questa figlia. Ebbe due figli - se questo 
    degno della vostra attenzione,  ascoltatemi - e il maggiore aveva  tre
    anni  e l'altro era ancora in fasce quando furono rapiti alla nutrice.
    Fino ad ora nessun indizio che riveli dove possano essere.
    SECONDO GENTILUOMO: Quanto tempo  passato?
    PRIMO GENTILUOMO: Circa vent'anni.
    SECONDO GENTILUOMO: Che i figli d'un re siano rapiti  cos!  cos  mal
    custoditi!   e  le  ricerche  cos  lente  che  non  si  siano  potuti
    rintracciare!
    PRIMO GENTILUOMO: Per quanto strano,  o per  ridicola  che  sembri  la
    negligenza,  la verit, signore.
    SECONDO GENTILUOMO: Vi credo.
    PRIMO GENTILUOMO: Dobbiamo andare.  Ecco che vengono il gentiluomo, la
    regina e la principessa.
    (Escono).

    (Entrano la REGINA, LEONATO e IMOGENE).

    REGINA: No, figlia mia, siatene certa,  non troverete in me l'ostilit
    che secondo la calunnia si suol rimproverare alle matrigne.  Siete mia
    prigioniera,  ma la custode vi dar le chiavi che chiudono  la  vostra
    prigione.  In quanto a voi,  Postumo,  appena potr calmare la collera
    del re,  sar proprio io il vostro avvocato.  Ma in verit,  il  fuoco
    dell'ira   ancora in lui,  e sarebbe bene vi inchinaste alla sentenza
    con la sopportazione che la vostra saggezza vi consiglier.
    LEONATO: Se piace a Vostra Altezza, partir oggi di qui.
    REGINA: Voi sapete il pericolo.  Io far  un  giro  per  ii  giardino,
    compiangendo  le  angosce  di  un  amore vietato,  sebbene il re abbia
    ordinato che non vi parliate.
    (Esce).
    IMOGENE: O falsa gentilezza!  Come sa bene  questa  tiranna  carezzare
    mentre ferisce!  Diletto sposo,  temo un poco la collera di mio padre;
    ma,  senza venir meno al mio santo dovere,  non quello che la sua  ira
    pu farmi. Voi dovete partire, e io dovr a ogni istante sopportare lo
    sguardo fiero di occhi irati, senz'altro conforto alla mia vita se non
    nel pensiero che c' al mondo questo gioiello che potr rivedere.
    LEONATO: Mia regina,  mia amante!  Oh mia signora, non piangere pi, o
    sar sospettato di maggior tenerezza  che  non  convenga  a  un  uomo.
    Rester il pi fedele sposo che mai abbia giurato fede. Star in Roma,
    presso  un  certo Filario che fu amico di mio padre,  e che io conosco
    soltanto per lettera. Scrivimi l,  mia regina,  e berr con gli occhi
    le parole che manderai, anche se l'inchiostro fosse fatto di fiele.

    (Rientra la REGINA).

    REGINA:  Siate  brevi,  vi  prego.  Se  il  re venisse,  non so quanto
    potrebbe adirarsi con me.  (A parte) Voglio persuaderlo a  passare  di
    qui.  Non  gli  faccio  un male che egli non me ne compensi come di un
    benefizio, per restarmi amico; egli paga care le mie offese.
    (Esce).
    LEONATO: Dovesse il nostro congedo durare quanto la vita che ci resta,
    l'amarezza della separazione non farebbe che crescere. Addio!
    IMOGENE: No, rimanete un poco.  Se montaste a cavallo soltanto per una
    breve  passeggiata,   questo  addio  sarebbe  troppo  meschino.  Ecco,
    guardate,  amore,  questo diamante era di mia madre: prendetelo,  cuor
    mio,  ma serbatelo finch non sposerete un'altra,  quando Imogene sar
    morta.
    LEONATO: Come un'altra?  O di clementi,  datemi solo  questa  che  mi
    appartiene,  e  inaridite i miei abbracci ad un'altra coi legami della
    morte! (Mettendosi l'anello) Rimani, rimani qui finch i miei sensi ti
    possano tenere. E, mia bella, mia dolce,  come con vostra gran perdita
    ho  scambiato  la  mia povera persona con la vostra,  cos anche nelle
    inezie io ci guadagno.  Portate questo per amor mio,  sono le  manette
    d'amore che metto alla pi bella prigioniera.
    (Le infila un braccialetto).
    IMOGENE: Oh di! Quando ci rivedremo?
    LEONATO: Ahim, il re!

    (Entra CIMBELINO con Baroni).

    CIMBELINO: Vattene,  vilissima creatura!  via dal mio sguardo! Se dopo
    quest'ordine ingombrerai ancora la corte con la tua indegna  presenza,
    morrai. Via! Sei veleno al mio sangue.
    LEONATO:  Gli  di  vi proteggano e benedicano i buoni che rimangono a
    corte! Vado.
    (Esce).
    IMOGENE: Non pu esservi nella morte spasimo pi acuto di questo.
    CIMBELINO:  Oh  creatura  sleale,   che  dovresti  darmi   una   nuova
    giovinezza, e accumuli gli anni su di me!
    IMOGENE:  Vi  supplico,  signore,  non  vi  fate  del  male con questa
    agitazione.  Io sono insensibile alla vostra ira;  un  sentimento  pi
    raro vince ogni angoscia e ogni timore.
    CIMBELINO: Oltre la salute? l'obbedienza?
    IMOGENE: Oltre la speranza, e in disperazione; e cos, oltre la salute
    dell'anima.
    CIMBELINO: Avresti potuto sposare l'unico figlio della mia regina!
    IMOGENE: Oh beata,  che non potei! Ho scelto un'aquila e sono sfuggita
    a un nibbio.
    CIMBELINO: Hai scelto un mendicante;  avresti fatto del mio  trono  un
    seggio di ignominia.
    IMOGENE: No, anzi ne ho accresciuto lo splendore.
    CIMBELINO: Oh vile creatura!
    IMOGENE:  Signore,   colpa vostra se ho amato Postumo: lo avete fatto
    crescere compagno dei miei giuochi;  ed    uomo  degno  di  qualunque
    donna: mi sorpassa in valore di quasi tutta la somma che gli costo.
    CIMBELINO: Come? sei pazza!
    IMOGENE: Quasi signore,  il cielo mi guarisca!  Ah, perch non sono la
    figlia di un bifolco,  e il mio Leonato il figlio del  pastore  nostro
    vicino!
    CIMBELINO: Insensata!
    (Rientra la REGINA).
    Erano  di  nuovo  insieme;  non  avete  agito secondo i nostri ordini.
    Uscite con lei, e sia rinchiusa.
    REGINA: Imploro la vostra  pazienza.  Taci,  cara  figlia,  taci!  Mio
    sovrano,  lasciateci  sole;  e  cercatevi  conforto nel vostro miglior
    consiglio.
    CIMBELINO: No,  languisca d'una goccia di sangue al giorno;  e  quando
    sar vecchia, muoia di questa sua follia!
    (Escono Cimbelino e i Baroni).
    REGINA: Via! dovete cedere.
    (Entra PISANIO).
    Ecco il vostro servo. Ebbene, messere, quali notizie?
    PISANIO:  Mia  Signora,  vostro figlio ha sguainato la spada contro il
    mio padrone.
    REGINA: Ah! Non  avvenuto nessun male, spero?
    PISANIO: Sarebbe avvenuto,  se il mio padrone non avesse  giocato  pi
    che  combattuto,  e  non  gli  fosse mancato l'aiuto dell'ira.  Furono
    separati da gentiluomini che erano presenti.
    REGINA: Ne sono molto lieta.
    IMOGENE: Vostro figlio  amico di mio padre,  e prende le  sue  parti.
    Sguainar  la  spada  contro un esiliato!  Oh ardito cavaliere!  Vorrei
    fossero in Africa,  l'uno contro l'altro,  e io accanto a loro con  un
    ago,  per  poter  pungere  quello  che  indietreggiasse.  Perch avete
    lasciato il vostro padrone?
    PISANIO: Per suo ordine. Non ha voluto permettere che lo accompagnassi
    fino al porto;  e mi ha lasciato questo  scritto  con  gli  ordini  di
    quello che dovr fare quando vi piacer servirvi di me.
    REGINA: Costui vi  stato sempre servo fedele e giurerei sul mio onore
    che tale rimarr.
    PISANIO: Ringrazio umilmente Vostra Altezza.
    REGINA: Vi prego, passeggiamo un poco.
    IMOGENE:  Fra  circa  mezz'ora  vi  prego  di venire a parlare con me.
    Dovete almeno vedere il mio signore  imbarcarsi.  Lasciatemi  fino  ad
    allora.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Britannia. Una piazza pubblica.

    (Entra CLOTEN con due Baroni).
    PRIMO  BARONE:  Messere,  vi  consiglierei  di  mutar  la camicia.  La
    violenza dell'azione vi ha fatto fumare come un olocausto;  dove  aria
    esce, aria entra; e non ce n' qui intorno di cos salubre come quella
    che voi esalate.
    CLOTEN:  Se  la  mia camicia fosse insanguinata,  allora la cambierei.
    L'ho ferito?
    SECONDO BARONE (a parte): No, in fede mia; neppure la sua pazienza.
    PRIMO BARONE: Ferito! Il suo corpo  una carcassa fatta d'aria, se non
     ferito;  una strada maestra per l'acciaro, se non  ferito.
    SECONDO BARONE (a parte): Il  suo  acciaro  era  pieno  di  debiti;  
    scappato dall'altra parte della citt.
    CLOTEN: Quel gaglioffo non voleva farmi fronte.
    SECONDO  BARONE (a parte): No,  ma fuggiva sempre in avanti,  verso la
    vostra faccia.
    PRIMO BARONE: Farvi fronte!  Avete abbastanza  terre  del  vostro;  ma
    quello aumentava i vostri averi col cedervi terreno.
    SECONDO BARONE (a parte): Tanti pollici quanti avete oceani. Buffoni!
    CLOTEN: Vorrei che non si fossero messi di mezzo.
    SECONDO  BARONE  (a  parte):  Anch'io,  finch non aveste misurato che
    pezzo d'imbecille eravate lungo disteso in terra.
    CLOTEN: E che debba amare quell'uomo e rifiutare me!
    SECONDO BARONE (a parte): Se  fare  una  buona  scelta    peccato,  
    dannata.
    PRIMO  BARONE:  Messere,  ve l'ho sempre detto,  la sua bellezza non 
    pari al suo cervello. Ha un bell'aspetto,  ma ho veduto pochi riflessi
    della sua intelligenza.
    SECONDO  BARONE  (a parte): Non splende sopra gli sciocchi,  per paura
    che il riflesso la ferisca.
    CLOTEN: Venite,  torner in camera mia.  Almeno ci fosse stata qualche
    ferita!
    SECONDO BARONE (a parte): Non  il mio desiderio; a meno che non fosse
    caduto un somaro, che non sarebbe gran male.
    CLOTEN: Venite con noi?
    PRIMO BARONE: Accompagner Vostra Signoria.
    CLOTEN: Allora andiamo insieme.
    SECONDO BARONE: S, mio signore.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una stanza nel Palazzo di Cimbelino.

    (Entrano IMOGENE e PISANIO).
    IMOGENE:  Vorrei tu ti spingessi fino alle rive del porto e domandassi
    a ogni vela;  se scrive  e  non  ricevo    come  andasse  perduto  un
    rescritto di grazia. Quali sono le ultime parole che ti ha dette?
    PISANIO: Diceva: Mia regina, mia regina!.
    IMOGENE: E poi sventolava il fazzoletto?
    PISANIO: E lo baciava, signora.
    IMOGENE:  Insensibile  lino,  in  questo pi felice di me!  E questo 
    tutto?
    PISANIO: No, signora. Fin che ha potuto fare che lo distinguessi dagli
    altri con l'occhio o con l'orecchio, rest sul ponte,  e agitava senza
    posa  un  guanto,  il  cappello o il fazzoletto,  secondo che i moti e
    gl'impulsi del suo cuore sapevano meglio esprimere, quanto lenta era a
    far vela la sua anima, quanto veloce la sua nave.
    IMOGENE: Non dovevi lasciarlo con gli occhi finch non  fosse  apparso
    piccolo come un corvo, o anche pi piccolo.
    PISANIO: Cos ho fatto, signora.
    IMOGENE:  Avrei  spezzato i nervi dei miei occhi,  li avrei schiantati
    solo  per  guardarlo  finch,  diminuito  dalla  distanza,  non  fosse
    divenuto sottile come un ago;  anzi,  lo avrei seguito fino a che,  da
    minuscolo come un moscerino,  non fosse scomparso in  aria:  e  allora
    avrei distolto gli occhi per piangere. Ma, buon Pisanio, quando avremo
    sue notizie?
    PISANIO: Siate certa, signora, appena gli sia possibile.
    IMOGENE:  Non  ho  potuto  salutarlo,  e  avevo  tante cose gentili da
    dirgli. Prima che gli potessi dire come penser a lui in certe ore,  e
    con questi e questi pensieri;  prima che potessi fargli giurare che le
    donne d'Italia non gli faranno tradire il mio amore n  la  sua  fede?
    prima  che  gli  raccomandassi di unire le sue alle mie preghiere alle
    sei del mattino,  a mezzogiorno e a mezzanotte,  perch allora sono in
    cielo  per  lui;  o prima che gli potessi dare il bacio dell'addio fra
    due parole magiche:  venuto mio padre,  e come il tirannico vento del
    nord ha fatto cadere questi germogli sul crescere.
    (Entra una Dama).
    DAMA: La regina, signora, desidera la compagnia di Vostra Altezza.
    IMOGENE: Eseguite gli ordini che vi ho dati. Vado dalla regina
    PISANIO: S, signora.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Roma. In casa di Filario.

    (Entrano FILARIO, JACHIMO, un Francese, un Olandese e uno Spagnuolo).
    JACHIMO:  Credetemi,   messere,  l'ho  veduto  in  Britannia:  la  sua
    rinomanza era allora sul crescere e in attesa di provare  quel  merito
    che  col  tempo gli ha dato fama;  ma allora io avrei potuto guardarlo
    senza l'aiuto dello stupore,  anche se l'elenco delle  sue  virt  gli
    fosse  stato  in  uno specchietto a lato,  e io avessi potuto leggervi
    ogni articolo.
    FILARIO: Voi parlate di lui quando era meno ricco che non sia  ora  di
    dentro e fuori.
    FRANCESE:  L'ho  veduto  in  Francia.  C'eran  da  noi  moltissimi che
    potevano guardare il sole con occhi fermi quanto lui.
    JACHIMO: Questo aver sposato la figlia del re,  per  cui  deve  essere
    stimato  piuttosto  dal valore di lei che dal proprio,  lo fa vantare,
    non ne dubito, assai pi che non meriti.
    FRANCESE: E poi il suo esilio.
    JACHIMO: S,  e il calore  di  quelli  che  piangono  questa  dolorosa
    separazione   militando   sotto   le  bandiere  di  lei,   esalta  lui
    meravigliosamente; non fosse altro per fortificare il giudizio di lei,
    che altrimenti una piccola batteria basterebbe a  demolire,  per  aver
    preso un mendicante senza la minima qualit. Ma come mai viene a stare
    con voi? Come si  insinuato nella vostra conoscenza?
    FILARIO:  Suo  padre  e io fummo soldati insieme,  e gli fui pi volte
    debitore della vita stessa.  Ecco che viene il Britanno:  accoglietelo
    fra  voi  come si conviene,  con gentiluomini del vostro senno,  a uno
    straniero della sua qualit.
    (Entra LEONATO).
    Vi prego tutti, fate miglior conoscenza con questo gentiluomo,  che vi
    raccomando come mio nobile amico.  Quanto sia degno, preferisco appaia
    in seguito, piuttosto che dirvi di lui in sua presenza.
    FRANCESE: Messere, noi due ci siamo conosciuti a Orlans.
    LEONATO: Da allora vi son rimasto debitore per cortesie che  vi  dovr
    sempre pagare, eppure pagare ancora.
    FRANCESE: Messere,  voi date troppo valore al mio povero servigio: fui
    lieto di riconciliarvi col mio concittadino;  sarebbe stato peccato se
    vi  foste  incontrati  con  le  intenzioni  cos  ostili  che  avevate
    entrambi, per cosa di natura tanto insignificante e da poco.
    LEONATO: Perdonatemi, messere. Io ero allora un giovane viaggiatore, e
    evitavo di approvare quello che udivo piuttosto di  lasciarmi  guidare
    in  ogni azione dall'altrui esperienza;  ma,  secondo il mio senno pi
    maturo - se non v' offesa nel dire che  maturo - le mie ragioni  non
    erano cos da poco.
    FRANCESE:  In  fede  mia s,  lo erano troppo per chiamarne arbitre le
    spade; e da parte di due dei quali, con tutta probabilit, uno avrebbe
    spacciato l'altro, o sarebbero caduti entrambi.
    JACHIMO:  Possiamo  chiedere,  senza  indiscrezione,  quale  fosse  la
    contesa?
    FRANCESE:  Ma  certo,  credo;  era  una pubblica discussione,  che pu
    indubbiamente essere raccontata.  Era molto simile  alla  disputa  che
    avemmo  ieri  sera,  nella quale ognuno di noi lodava le belle del suo
    paese.  Allora questo gentiluomo affermava - e metteva il suo sangue a
    garanzia  - che la sua dama era pi bella,  pi virtuosa,  pi saggia,
    pi casta,  pi costante e meno facile  da  conquistare  di  qualunque
    delle pi rare dame di Francia.
    JACHIMO: O quella dama non  pi in vita o adesso l'opinione di questo
    gentiluomo  cambiata.
    LEONATO: Ella conserva sempre la sua virt, e io il mio pensiero.
    JACHIMO:  Non  dovreste  metterla  tanto  al  di  sopra  delle  nostre
    d'Italia.
    LEONATO: Se  fossi  tanto  provocato  come  lo  fui  in  Francia,  non
    ritratterei  nulla;  per  quanto mi professi suo adoratore,  e non suo
    amante.
    JACHIMO: Tanto bella e tanto buona -  facendo  un  paragone  come  fra
    eguali  -    troppo  bello  e  troppo  buono  per  qualsiasi donna di
    Britannia. Se vince le altre che ho vedute,  come quel vostro diamante
    vince  in  splendore molti di quelli che ho mirati,  non potrei fare a
    meno di credere che non ne sorpassi parecchie; ma io non ho mai veduto
    il pi prezioso diamante che ci sia, n voi la donna
    LEONATO: L'ho lodata secondo la stima che ne faccio;  e cos faccio di
    questa pietra.
    JACHIMO: Quanto la stimate?
    LEONATO: Pi d'ogni tesoro al mondo.
    JACHIMO: O la vostra dama senza pari  morta o  vinta in valore da un
    gingillo.
    LEONATO: Vi sbagliate: l'uno pu essere venduto o donato;  se vi fosse
    ricchezza bastante per l'acquisto, o merito per il dono; l'altra non 
    cosa da vendere, ed  soltanto un dono degli di.
    JACHIMO: Che gli di vi hanno dato?
    LEONATO: Che, con la loro grazia, sapr conservare.
    JACHIMO: Potete dirla vostra di  nome;  ma,  voi  lo  sapete,  uccelli
    forestieri  si  posano sugli stagni vicini.  Anche il vostro anello vi
    pu essere rubato: sicch,  dei vostri due tesori inestimabili,  uno 
    fragile,  l'altro    accidentale.  Un ladro astuto,  o un altrettanto
    perfetto  cavaliere,   potrebbero  tentare  di  appropriarsi  l'uno  e
    l'altro.
    LEONATO:  La  vostra  Italia  non  ha  un  cavaliere tanto perfetto da
    vincere l'onore della mia donna,  se la chiamate fragile pensando  che
    lo conservi o lo perda.  Io non dubito affatto che siate ben provvisti
    di ladri; eppure non temo per il mio anello.
    FILARIO: Basta cos, signori
    LEONATO: Di tutto cuore,  messere.  Questo  degno  signore,  e  io  lo
    ringrazio,   non  mi  tratta  come  uno  straniero;  siamo  subito  in
    confidenza.
    JACHIMO: Con una conversazione che durasse cinque volte questa, saprei
    vincere la vostra bella amante e farla cedere fino a  concedersi  solo
    che potessi conoscerla e avere l'occasione amica.
    LEONATO: No, no.
    JACHIMO:  Oserei  impegnare  met  della  mia fortuna contro il vostro
    anello,  che a mio avviso vale un po' meno.  Ma  faccio  la  scommessa
    piuttosto  contro  la vostra fiducia che contro la sua reputazione;  e
    anche, perch non vi sia ragione di offesa, dico che tenterei la prova
    contro ogni donna di questo mondo.
    LEONATO: Sbagliate assai nella vostra troppo ardita convinzione; e non
    dubito che non dobbiate sopportare quello che meritate per  la  vostra
    prova.
    JACHIMO: Vale a dire?
    LEONATO:  Una ripulsa;  bench la vostra prova,  come voi la chiamate,
    meriti qualche cosa di pi: una punizione.
    FILARIO:  Signori,  basta  con  questi  discorsi;  son  venuti  troppo
    all'improvviso.  Lasciateli  morire come sono nati e,  vi prego,  fate
    migliore conoscenza.
    JACHIMO: Vorrei aver impegnato la fortuna  mia  e  del  mio  vicino  a
    conferma di quello che ho detto.
    LEONATO: E qual  la donna che vorreste attaccare?
    JACHIMO:  La  vostra,  la  cui  costanza  voi  credete  tanto  sicura.
    Scommetto  diecimila  ducati  contro  il  vostro  anello  che,  se  mi
    raccomandate  alla  corte  dove    la  vostra  signora  senza maggior
    vantaggio  che  l'opportunit  di  due  colloqui,   le   porter   via
    quell'onore che immaginate sia tanto ben custodito.
    LEONATO:  Scommetter  dell'oro  contro  il vostro oro;  il mio anello
    tengo caro quanto il dito: sono una cosa sola.
    JACHIMO: Siete un amante,  e perci prudente.  Se compraste  carne  di
    donna   a   un  milione  la  dramma,   non  potreste  preservarla  dal
    corrompersi; ma vedo che avete della religione, poich temete.
    LEONATO: Questo non  che un vezzo della vostra lingua;  ma spero  che
    abbiate pi seria natura.
    JACHIMO:  Son padrone dei miei discorsi e sono pronto a tentare quanto
    ho detto lo giuro.
    LEONATO: Davvero?  Metter in pegno il mio  diamante  fino  al  vostro
    ritorno. Che sia steso un patto fra di noi. La mia signora sorpassa in
    bont  la  grossolanit  dei  vostri  indegni pensieri.  Vi sfido alla
    prova. Ecco il mio anello.
    FILARIO: Non voglio si faccia questa scommessa.
    JACHIMO: Per gli di,  cosa fatta.  Se non vi porto prova bastante di
    aver  goduto  la  pi  cara  parte del corpo della vostra bella i miei
    diecimila  ducati  sono  vostri,  e  anche  il  diamante.  Se  ritorno
    lasciandole  quell'onore  nel  quale  credete,  ella  che   il vostro
    gioiello, questo vostro gioiello e il mio oro, sono vostri.  Purch mi
    diate una raccomandazione che mi permetta di vederla liberamente.
    LEONATO: Accetto queste condizioni.  Fissiamo gli articoli fra di noi.
    Soltanto,  dovreste rispondermi di questo: se fate il vostro tentativo
    con  lei e poi mi fate sapere che avete vinto,  io non sono pi vostro
    nemico,  poich ella non  degna della nostra disputa;  se rimarr non
    sedotta,  e  voi  non  mi  dimostrerete  il  contrario,  della  vostra
    oltraggiosa opinione e dell'attacco alla sua virt mi risponderete con
    la spada.
    JACHIMO: Qua la mano. E' detta. Faremo redigere queste cose da un uomo
    di legge,  e partir subito per la Britannia,  per paura che il  patto
    prenda freddo e ne muoia.  Vado a prendere l'oro e a far registrare le
    nostre due scommesse.
    LEONATO: E' convenuto.
    (Escono Leonato e Jachimo).
    FRANCESE: Terranno la scommessa, credete?
    FILARIO: Il signor Jachimo non  si  tirer  indietro.  Seguiamoli,  vi
    prego.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Britannia. Una stanza nel Palazzo di Cimbelino.

    (Entrano la REGINA, Dame e CORNELIO).
    REGINA:  Mentre  la  rugiada    ancora sulla terra,  raccogliete quei
    fiori; fate presto. Chi ne ha la nota?
    PRIMA DAMA: Io, signora.
    REGINA: Andate.
    (Escono le Dame)
    Ora, maestro dottore, portaste quelle droghe?
    CORNELIO: Piaccia a Vostra Altezza, s,  eccole,  signora.  (Le d una
    scatoletta) Ma imploro Vostra Grazia, sia detto senza offesa... la mia
    coscienza  mi  impone  di  domandarvi  perch mi avete ordinato queste
    velenosissime miscele, che sono causa di morte per languore,  e bench
    lente sono mortali.
    REGINA: Mi stupisce, dottore, che tu mi faccia una simile domanda. Non
    sono  da  lungo  tempo  tua  discepola?  Non  m'hai insegnato a fare i
    profumi? a distillare? a conservare? s, cos che anche il nostro gran
    re spesso mi sollecita per i miei preparati? Poich ho tanto imparato,
    non  giusto - a meno che tu non mi creda diabolica - che accresca  la
    mia scienza con altri esperimenti? Voglio provare la potenza di queste
    tue  miscele  su  creature  che non giudicheremmo valer la spesa della
    forca, ma su nessuna che sia umana,  per provare la loro forza e usare
    gli  antidoti  al  loro  effetto,  e  cos conoscerne le varie virt e
    l'efficacia.
    CORNELIO: Queste pratiche non faranno che indurire il cuore di  Vostra
    Altezza,  e  inoltre  l'osservare  tali  effetti  vi  riuscir insieme
    pericoloso e infettivo.
    REGINA: Oh, sta' tranquillo.
    (Entra PISANIO).
    (A parte) Ecco che viene un furfante adulatore.  Far  su  di  lui  la
    prima prova. Sta per il suo padrone ed  nemico di mio figlio. Ebbene,
    Pisanio!  Dottore,  i  vostri servigi sono terminati per questa volta;
    potete andare.
    CORNELIO (a parte): Io vi sospetto,  signora;  ma voi non farete alcun
    male.
    REGINA (a Pisanio): Ascolta, una parola.
    CORNELIO  (a parte): Costei non mi piace.  Crede di avere degli strani
    lenti veleni,  ma conosco il suo animo,  e  non  confiderei  alla  sua
    perfidia  miscele  di  cos infernale natura.  Quelle che ha,  daranno
    gravezza e stupore ai sensi per un poco;  e forse,  da  principio,  le
    prover  su  gatti  e  cani,  per  salir  poi pi in alto;  ma non c'
    pericolo nell'apparenza di morte che esse  danno,  se  non  quello  di
    rinchiudere  gli  spirti per un poco e farli poi rivivere pi freschi.
    Sar ingannata dall'effetto pi falso; e io sar pi onesto per averla
    cos ingannata.
    REGINA: Non ho pi bisogno dei tuoi servigi  dottore,  finch  non  ti
    faccia chiamare.
    CORNELIO: Prendo umilmente congedo.
    (Esce).
    REGINA: Dici che piange ancora?  Non credi che col tempo si calmer, e
    lascer entrare la ragione dove ora regna la follia? All'opera. Quando
    mi verrai a dire che ama mio figlio,  in quell'istante ti dir che sei
    grande quanto il tuo padrone,  anzi pi grande,  perch le sue fortune
    sono tutte mute e la sua fama boccheggia; non pu tornare, n rimanere
    dov'.  Mutar dimora  per lui cambiare una miseria  con  un'altra,  e
    ogni  giorno  che  viene,  viene  a distruggere in lui il lavoro di un
    giorno.  Che cosa speri appoggiandoti a uno che vacilla,  che non  pu
    essere  rialzato e non ha neppure amici che lo possano sostenere?  (La
    Regina lascia cadere la scatoletta.  Pisanio la raccoglie) Tu non  sai
    cosa sia quello che raccogli.  Prendila per le tue fatiche,  una cosa
    che ho fatta io stessa e che ha  salvato  cinque  volte  il  re  dalla
    morte.  Non conosco cordiale migliore.  No,  prendilo,  ti prego,  un
    pegno dei favori che voglio farti.  Di' alla tua padrona quale sia  la
    sua  situazione,  fallo come se venisse da te.  Pensa al vantaggio del
    cambio,  e pensa che conservi la tua padrona e  per  di  pi  hai  mio
    figlio  che  si  occuper di te.  Persuader il re a farti avanzare in
    ogni maniera secondo il tuo desiderio,  e io stessa,  io  soprattutto,
    che  ti  ho  messo  sulla  via di acquistar benemerenza,  mi impegno a
    ricompensarti riccamente. Chiama le mie donne,  pensa alle mie parole.
    (Esce Pisanio) Uno scaltro e fedele furfante,  impossibile a smuovere;
    agente del suo padrone,  e quello che le ricorda di conservar la  fede
    al  marito.  Gli  ho  data una cosa che,  se la prende,  la priver di
    messaggeri per il suo amore.  E che  poi  lei  stessa,  se  non  vorr
    piegare la sua volont, potr essere sicura di assaggiare.
    (Rientra PISANIO con le Dame).
    S,  s, ben fatto, ben fatto. Portate nella mia stanza le violette, e
    le auricole e le primule. Addio, Pisanio; pensa alle mie parole.
    (Escono la Regina e le Dame).
    PISANIO: Ci penser, ma quando mi trovassi infedele al mio padrone, mi
    strozzerei con le mie stesse mani. E' tutto quello che far per voi.
    (Esce).


    SCENA SESTA - Britannia. Un'altra stanza nel Palazzo.

    (Entra IMOGENE, sola).
    IMOGENE: Un padre crudele e una matrigna perfida!  Uno sciocco che  fa
    la  corte  a  una dama sposata,  che ha il marito in esilio!  Oh,  che
    marito!  La corona suprema del mio dolore!  E queste afflizioni che si
    rinnovano!  Fossi stata rapita dai ladri come i miei due fratelli,  oh
    me felice!  Ma il desiderio,  quanto pi  alto,  tanto pi   misero.
    Felice chi,  per quanto povero, pu appagare i suoi onesti desideri, e
    cos dar sapore alla sua felicit. Chi sar mai costui? Ahim!

    (Entrano PISANIO e JACHIMO).

    PISANIO: Signora,  un nobile gentiluomo di Roma viene con lettere  del
    mio padrone.
    JACHIMO: Cambiate colore,  signora? Il degno Leonato sta bene e saluta
    teneramente Vostra Altezza.
    (Le d una lettera).
    IMOGENE: Grazie, buon signore. Vi do di gran cuore il benvenuto.
    JACHIMO (a parte): Tutto quello che si vede di lei  splendido!  Se  
    fornita di un animo altrettanto raro,  unica,  la fenice d'Arabia, e
    io ho perduta la scommessa.  Ardire,  siimi amico!  Audacia, armami da
    capo a piedi! o,  come il Parto,  combatter fuggendo;  o,  piuttosto,
    fuggir addirittura
    IMOGENE  (legge):  E'  uno dei pi nobili gentiluomini,  e con le sue
    cortesie mi ha molto obbligato.  Fatene il debito caso secondoch  voi
    stimate  il vostro fedele Leonato.  Vi leggo questo soltanto,  ma nel
    pi profondo del cuore sono  commossa  dal  resto,  che  lo  colma  di
    riconoscenza. Siete il benvenuto, degno signore, pi che non vi dicano
    le mie parole; e ve lo prover in tutto quello che potr fare.
    JACHIMO: Grazie,  bellissima signora. Che, son forse pazzi gli uomini?
    Hanno avuto da natura gli occhi per vedere la volta celeste e i ricchi
    tesori della terra e del mare;  per distinguere i globi  di  fuoco  di
    lass dalle pietre uguali sulle innumeri spiagge;  e non possiamo, con
    organi tanto perfetti, scegliere fra il bello e il brutto?
    IMOGENE: Che cosa cagiona la vostra meraviglia?
    JACHIMO: Non possono essere gli  occhi,  perch  scimmie  e  bertucce,
    poste   fra   due   simili  femmine,   squittirebbero  verso  l'una  e
    sprezzerebbero l'altra con smorfie; n pu essere il giudizio,  perch
    anche  degli  idioti,  in  questa  alternativa di bellezza,  sarebbero
    saviamente espliciti; n il desiderio: la laidezza,  messa al paragone
    di s perfetta belt,  farebbe vomitare l'appetito a vuoto,  invece di
    tentarlo a soddisfarsi.
    IMOGENE: Che cosa dite mai?
    JACHIMO:  Il  desiderio  satollo,   quella  brama   saziata   ma   non
    soddisfatta,  quella botte che si vuota a misura che si riempie, prima
    divora l'agnello, e poi ricerca la sozzura.
    IMOGENE: Messer mio caro, perch questi trasporti? Non state bene?
    JACHIMO: Grazie, signora, sto bene. (A Pisanio) Vi prego, messere,  di
    dire  al  mio  servo  di restare dove l'ho lasciato.  E' straniero,  e
    stordito.
    PISANIO: Volevo andare a dargli il benvenuto, messere.
    (Esce).
    IMOGENE: Come sta il mio signore? La sua salute, ditemi, vi prego.
    JACHIMO: Buona, signora.
    IMOGENE: E' di buon umore? Spero di s.
    JACHIMO: Fin troppo allegro;  nessuno straniero v' da noi pi lieto e
    pi gioviale: lo chiamano il Britanno gaudente.
    IMOGENE: Quando era qui,  era incline alla tristezza,  e spesso non ne
    sapeva il perch.
    JACHIMO: Non l'ho mai veduto triste. C' l un Francese, suo compagno,
    un "monsieur" di gran lignaggio,  che,  pare,  ama molto  una  giovane
    gallica,  nella sua patria. Sforna gran sospiri a tutto andare, mentre
    l'allegro Britanno - il vostro signore,  dico - ride a pieni polmoni e
    grida:  Oh  come non tenersi le costole a vedere un uomo,  che sa per
    tradizione, racconto, o per propria esperienza quello che  una donna,
    s, quello che essa deve essere, voglia o non voglia, vederlo languire
    nelle sue ore libere per la schiavit a cui  impegnato?.
    IMOGENE: Cos parla il mio signore?
    JACHIMO:  Certo,  signora,  e  ridendo  fino  alle  lacrime.   E'  uno
    spettacolo esser l a sentirlo beffare il Francese. Ma lo sa il cielo,
    certi uomini meritan parecchio biasimo.
    IMOGENE: Non lui, spero.
    JACHIMO:  Non  lui;  eppure  la  munificenza  del  cielo  verso di lui
    potrebbe  essere  usata  con  maggior  gratitudine:  in   lui   quella
    munificenza   abbondante;  in voi,  che considero sua,  sorpassa ogni
    dono.  Mentre sono costretto  ad  ammirare,  sono  anche  costretto  a
    compiangere.
    IMOGENE: E chi compiangete, messere?
    JACHIMO: Due creature, e con tutto il cuore.
    IMOGENE:  E  io  sono una di queste,  messere?  Guardatemi: che dolore
    vedete in me che meriti la vostra piet?
    JACHIMO: Infelice! Dovr fuggire il sole radioso,  e consolarmi con un
    lucignolo in una prigione?
    IMOGENE: Ve ne prego,  messere,  rispondete con maggior chiarezza alle
    mie domande. Perch mi compiangete?
    JACHIMO: Perch, stavo per dirvi, altre godono il vostro...  Ma spetta
    agli di farne vendetta, non a me di parlarne.
    IMOGENE: Pare che sappiate qualche cosa di me,  o che concerne me.  Vi
    prego,  poich il dubbio che le cose vadan male fa soffrire spesso pi
    della sicurezza; perch o la certezza  senza rimedio, o dall'averla a
    tempo  pu  nascere il rimedio;  rivelatemi quello che al tempo stesso
    insinuate e trattenete.
    JACHIMO: Se avessi questa guancia per bagnarvi le mie  labbra;  questa
    mano il cui tocco, il cui solo tocco dovrebbe obbligare l'animo di chi
    lo  sente  a  un  giuramento  di  fedelt;  questo  oggetto  che  tien
    prigioniero il fiero moto dei miei occhi e lo concentra in s solo,  e
    dovessi  -  e  meriterei  allora  di esser dannato - biascicare labbra
    pubbliche come i gradini che salgono al Campidoglio, stringere, con le
    mie, mani incallite,  come dal lavoro,  da strette menzognere di tutte
    le  ore,  occhieggiare  infine occhi vili e smorti come la luce fumosa
    alimentata  dal  fetido  sego:  sarebbe  giusto  che  tutti   i   mali
    dell'inferno insieme mi punissero di simile tradimento.
    IMOGENE: Il mio signore, temo, ha dimenticato la Britannia.
    JACHIMO:  E  se stesso.  Non  spontaneamente che mi induco a dirvi la
    miseria di questo mutamento, ma sono le vostre grazie che evocano alla
    mia lingua questa rivelazione dal fondo pi muto della mia coscienza.
    IMOGENE: Non ditemi pi nulla.
    JACHIMO: Cara anima,  la vostra causa colpisce il mio  cuore  con  una
    piet  che  mi fa male!  Una donna tanto bella,  che unita a un impero
    raddoppierebbe la potenza  del  maggiore  dei  re,  esser  divisa  con
    sgualdrine comprate proprio con l'assegno largito dai vostri forzieri!
    con  avventuriere  infette  che  per  dell'oro  arrischiano  tutte  le
    infermit che la corruzione pu dare alla natura!  esseri immondi  che
    ben potrebbero avvelenare lo stesso veleno!  Vendicatevi;  o colei che
    vi ha portata non fu  regina,  e  voi  mentite  alla  vostra  illustre
    origine.
    IMOGENE:  Vendicarmi!  E  come  potrei  vendicarmi?  Se questo  vero-
    poich il mio cuore non deve lasciarsi ingannare alla svelta dalle mie
    orecchie: - se quel che dite  vero, come potrei vendicarmi?
    JACHIMO: Dovrebbe costringere me a vivere fra gelide lenzuola come  le
    sacerdotesse di Diana, mentre lui inforca volubili baldracche a vostro
    dispetto e a spese della vostra borsa?  Vendicatevi. Io mi consacro al
    vostro dolce piacere,  ch son pi degno di quel disertore del  vostro
    letto, e sar fedele al vostro amore, sempre segreto e sicuro.
    IMOGENE: A me, Pisanio!
    JACHIMO: Lasciate che offra alle vostre labbra la mia devozione.
    IMOGENE:  Via  di  qui!  Condanno le mie orecchie per averti ascoltato
    cos a lungo. Se tu fossi onesto, la virt ti avrebbe fatto parlare, e
    non il fine strano e vile che ti proponi.  Tu oltraggi  un  gentiluomo
    lontano  dal  ritratto che ne fai quanto tu dall'onore,  e vieni qui a
    tentare una donna che disprezza egualmente  te  e  il  demonio.  A  me
    Pisanio!  Il re mio padre sar messo a conoscenza del tuo assalto.  Se
    trova giusto che uno straniero insolente venga a trafficare  alla  sua
    corte  come  in un bordello di Roma e ci mostri il suo animo bestiale,
    allora ha una corte della quale si cura ben poco e una figlia  per  la
    quale non ha nessun rispetto. A me, Pisanio!
    JACHIMO: Oh felice Leonato!  Posso dirlo: la stima che la sua sposa ha
    di te merita la tua fiducia.  Come la tua rara virt merita la  sicura
    stima dl lei.  Vivete a lungo felici!  voi,  moglie del pi degno uomo
    che mai sia stato il vanto di un paese,  e voi sua sposa,  solo adatta
    al  pi  degno.  Perdonatemi.  Ho parlato cos per sapere se la vostra
    fedelt avesse radici profonde;  ora,  vi dipinger di nuovo il vostro
    sposo,  e  quale    veramente:  il  pi  leale,  e  un  cos virtuoso
    incantatore che attrae la gente a  frequentarlo;  met  del  cuore  di
    tutti gli uomini  suo.
    IMOGENE: Fate ammenda.
    JACHIMO:  Sta  fra  gli uomini come un dio disceso e gli d risalto un
    onore che lo fa parer pi che mortale. Non serbatemi rancore,  potente
    principessa,  se  ho  osato mettervi alla prova con un falso racconto,
    che ha servito a confermare la  vostra  grande  saggezza,  che  sapete
    incapace di errore,  nella scelta di uno sposo cos raro.  L'amore che
    gli porto mi costrinse a vagliarvi,  ma gli di vi hanno fatta diversa
    da ogni altra, senza mondiglia. Vi prego, perdonatemi.
    IMOGENE: Va bene, messere; disponete del mio potere alla corte.
    JACHIMO:  Vi ringrazio umilmente.  Quasi dimenticavo di pregare Vostra
    Grazia di un piccolo favore,  eppure importante,  poich  concerne  il
    vostro  sposo;  io  e  altri  nobili  amici  siamo associati in questo
    affare.
    IMOGENE: Dite, di che cosa si tratta?
    JACHIMO: Una dozzina di noi romani e il  vostro  sposo  -  la  miglior
    penna della nostra ala - abbiamo messa insieme una somma per comperare
    un dono all'imperatore;  e io,  incaricato dagli altri, l'ho scelto in
    Francia: vasellame di raro  disegno  e  gioielli  di  forme  ricche  e
    squisite e di gran valore.  Poich sono straniero, sono un po' ansioso
    di saperli in sicuro deposito.  Vorreste  prenderli  sotto  la  vostra
    protezione?
    IMOGENE:  Volentieri.  E  prendo  impegno  sul  mio  onore  della loro
    sicurezza.  Poich il mio sposo vi ha interesse,  li terr  nella  mia
    stanza.
    JACHIMO: Sono in un baule, custodito dai miei uomini. Mi permetter di
    mandarvelo, solo per stanotte. Devo essere a bordo domani.
    IMOGENE: Oh no, no.
    JACHIMO:  S,  ve  ne  supplico,  o  dovr  mancare  alla  mia parola,
    ritardando il ritorno.  Ho passato  il  mare  dalla  Gallia  solo  col
    proposito e per la promessa di vedere Vostra Grazia.
    IMOGENE: Vi son grata per la vostra bont, ma non partite domani!
    JACHIMO:  Devo  andare,  signora,  e  perci,  se  volete salutare per
    iscritto il vostro sposo,  vi supplico di farlo questa notte.  Ho  gi
    passato  il  tempo  prefisso,  ed   cosa importante per l'offerta del
    nostro dono.
    IMOGENE: Scriver.  Mandatemi il baule,  sar ben custodito e vi  sar
    reso fedelmente. Siete il benvenuto.
    (Escono).







    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Britannia. Davanti al Palazzo di Cimbelino.

    (Entrano CLOTEN e due Baroni).
    CLOTEN:  C'  stato  mai  un uomo cos sfortunato!  quando per un caso
    toccavo il pallino,  m'hanno sbocciato via!  Ci avevo scommesso  cento
    sterline  e  viene uno scemo d'un figlio di puttana a rimproverarmi di
    bestemmiare, come se avessi preso le mie bestemmie a prestito da lui e
    non le potessi spendere come mi pare.
    PRIMO BARONE: E che cosa ci ha guadagnato?  Gli avete rotto  la  zucca
    con la vostra palla.
    SECONDO  BARONE  (a  parte):  Se  non  avesse  avuto  pi senno di chi
    gliel'ha rotta, sarebbe venuto fuori tutto.
    CLOTEN: Quando un gentiluomo ha voglia di bestemmiare,  non  tocca  ai
    presenti spuntargli le bestemmie, eh?
    SECONDO BARONE: No, mio signore. (A parte) N mozzar loro le orecchie.
    CLOTEN:  Cane  d'un  figlio di puttana!  Io dargli soddisfazione?  Oh,
    fosse stato uno del mio sito!
    SECONDO BARONE (a parte): Per puzzar di scemo.
    CLOTEN: Non c' niente al mondo che mi  dia  pi  fastidio.  Canchero!
    Vorrei non esser nobile come sono;  non osano combattere con me perch
    la regina  mia madre.  Qualsiasi gaglioffo pu far delle spanciate di
    risse,  e  io  devo  andar  su  e  gi  come  un  gallo  che non trova
    competitori.
    SECONDO BARONE (a parte): Sei gallo e cappone insieme,  e di gallo non
    hai che la voce e la cresta.
    CLOTEN: Che cosa dici?
    SECONDO  BARONE:  Non  degno di Vostra Signoria misurarsi con tutti i
    cialtroni a cui reca offesa.
    CLOTEN: No,  lo so,  ma    giusto  che  io  possa  offendere  i  miei
    inferiori.
    SECONDO BARONE: S, non  giusto che per Vostra Signoria.
    CLOTEN: E' quel che dico.
    PRIMO  BARONE:  Avete  sentito  di  uno straniero che  giunto a corte
    stanotte?
    CLOTEN: Uno straniero! e io non ne so niente!
    SECONDO BARONE (a parte): Anche lui  un tipo strano e non lo sa.
    PRIMO BARONE: E' venuto un Italiano,  e  si  crede  sia  un  amico  di
    Leonato.
    CLOTEN: Leonato! Un furfante bandito, e questo ha da esserne un altro,
    chiunque sia. Chi vi ha detto di questo straniero?
    PRIMO BARONE: Uno dei paggi di Vostra Signoria.
    CLOTEN:  E'  degno  di  me  andarlo  a  vedere?  Non  sarebbe un fallo
    l'andarci?
    SECONDO BARONE: Voi non potete fallare, signore.
    CLOTEN: Credo anch'io che non sia facile.
    SECONDO BARONE (a parte): Siete uno scemo garantito;  perci i  vostri
    dirizzoni, essendo scemi, non possono fare un fallo.
    CLOTEN: Andiamo, andr a vedere questo Italiano. Quello che ho perduto
    oggi alle bocce, lo voglio vincere a lui stasera. Andiamo via.
    SECONDO BARONE: Sono agli ordini di Vostra Signoria.  (Escono Cloten e
    il Primo Barone) Che una diavolessa astuta come sua madre abbia potuto
    mettere al mondo questo somaro! Una donna che d punti a tutti col suo
    cervello, e questo suo figlio che non si ricorda che venti meno due fa
    diciotto. Ahim, povera principessa, divina Imogene,  quanto sopporti,
    fra un padre governato dalla tua matrigna, una madre che inventa nuovi
    complotti a tutte le ore, un pretendente pi odioso dello stesso turpe
    esilio  del  tuo  sposo,  pi odioso dell'orribile atto di divorzio ai
    quale ti vorrebbe costringere!  Il cielo tenga salde le mura  del  tuo
    caro  onore  e  mantenga  incrollabile il tempio della tua bell'anima,
    perch tu possa vivere per godere dello sposo  esiliato  e  di  questo
    gran paese.
    (Esce).



    SCENA SECONDA - La stanza di Imogene.

    (Un  baule in un angolo.  IMOGENE a letto,  che legge.  Una Dama le fa
    compagnia).
    IMOGENE: Chi  l? Sei tu, Elena?
    DAMA: Con vostra grazia, signora
    IMOGENE: Che ora ?
    DAMA: Quasi mezzanotte, signora.
    IMOGENE: Ho letto per tre ore,  dunque ho gli occhi stanchi.  Piega la
    pagina  dove sono rimasta,  e va' a letto.  Non portar via la candela,
    lasciala accesa. E se ti puoi svegliare verso le quattro, chiamami, ti
    prego.  Son proprio presa dal sonno.  (Esce la Dama) O di,  mi affido
    alla  vostra  protezione!  Guardatemi dalle streghe e dalle tentazioni
    della notte, ve ne supplico!

    (Dorme. Jachimo esce dal baule).

    JACHIMO: I grilli cantano, e i sensi dell'uomo affaticato si ristorano
    col riposo.  Cos il nostro Tarquinio calpest  i  giunchi  con  piede
    leggero,  prima di destare la casta bellezza che viol.  Citerea, come
    adorni il tuo letto!  Fresco giglio,  pi bianco delle  lenzuola!  Oh,
    potessi toccarti!  Un bacio,  un solo bacio! Rubini senza uguali, come
    devon baciare soavemente!  E' il  suo  respiro  che  profuma  cos  la
    stanza;  la  fiamma  della  candela  si  piega verso di lei e vorrebbe
    spiare sotto le sue palpebre per vedere le racchiuse luci, ora coperte
    da quelle cortine bianche e azzurre,  venate del medesimo turchino del
    cielo.  Ma il mio disegno  osservare la stanza, e scriver ogni cosa:
    queste e queste pitture,  ecco la finestra,  questi gli ornamenti  del
    letto,  gli arazzi,  le figure come?  cos e cos; e il soggetto delle
    storie.  Ah,   ma  qualche  particolare  fisico  del  suo  corpo  sar
    testimonio migliore di diecimila pi meschini arredi per arricchire il
    mio inventario. Oh sonno, tu scimmia della morte, sii greve su di lei!
    E  sia  ella insensibile come una tua sepolcrale,  cos distesa in una
    cappella! Vieni, vieni...  (Le toglie il braccialetto) Lento quanto il
    nodo gordiano fu tenace.  E' mio,  e per la disperazione di suo marito
    sar testimonianza esteriore tanto forte quanto la consapevolezza lo 
    per l'interno. Sul suo seno sinistro, un neo con cinque macchie,  come
    le  gocce  color  cremisi nel fondo di un'auricola: ecco una prova pi
    forte di quelle che mai legge pot dare. Questo segreto lo costringer
    a credere che ho forzata la serratura e preso il tesoro del suo onore.
    Basta. E a che scopo?  Perch dovrei scrivere questo,  che  ribadito,
    avvitato nella mia memoria!  Ha letto fino a tardi la storia di Tereo;
    qui la pagina  segnata, dove Filomena cedette. Ho quel che basta.  Di
    nuovo  nel  baule,  e  chiudiamo  la  molla.  Presto,  presto,  draghi
    notturni,  venga l'aurora a nudare l'occhio del corvo!  Vivo in paura;
    sebbene questo sia un angelo del cielo,  qui  l'inferno.  (L'orologio
    suona) Uno, due,. tre. E tempo,  tempo!
    (Va nel baule. La scena si chiude).


    SCENA TERZA - L'anticamera contigua all'appartamento di Imogene.

    (Entrano CLOTEN e Baroni).
    PRIMO BARONE: Vostra Signoria  l'uomo pi paziente del  mondo  quando
    perde, il pi freddo che giocando abbia mai voltato un asso.
    CLOTEN: Chiunque diverrebbe freddo, perdendo.
    PRIMO  BARONE:  Ma non tutti pazienti,  secondo il nobile carattere di
    Vostra Signoria. E siete ardentissimo e impetuoso quando vincete.
    CLOTEN: Vincere fa diventar  coraggioso  chiunque.  Se  potessi  avere
    questa sciocca di Imogene,  avrei oro abbastanza. E' quasi giorno, non
     vero?
    I BARONI: Giorno, mio signore.
    CLOTEN: Vorrei che questa musica venisse: mi han consigliato di  darle
    musica tutte le mattine. Dicono che penetri.
    (Entrano dei Musici).
    Venite;  accordate; se potete penetrarla coi vostri pizzicati, bene; e
    proveremo anche con la lingua.  Se niente servir,  la lasceremo stare
    ma  non  mi  dar  mai  per vinto.  Primo una cosa di molto eccellente
    ingegnosit, e poi una meravigliosa aria soave con parole mirabilmente
    ricche. E poi, lasciamola riflettere.

    CANZONE.

    Odi? Canta l'allodola
    alla porta del cielo,
    e Febo gi si leva:
    bevera i suoi cavalli alle sorgive
    che in fondo ai fiori nascono.
    Gi gli occhi d'oro incerti
    comincian le calendole ad aprire.
    Con ogni cosa bella
    lvati, dolce mia
    signora, lvati!

    CLOTEN: E adesso andatevene. Se questa penetrer, apprezzer meglio la
    vostra musica.  Altrimenti,  vuol dire che c' un  difetto  nelle  sue
    orecchie,  che  n crine di cavallo,  n minugia di vitello,  n,  per
    giunta, la voce dell'eunuco sgranellato, potranno mai guarire.
    (Escono i Musici).
    SECONDO BARONE: Ecco che viene il re.
    CLOTEN: Sono contento di aver fatto  cos  tardi,  perch  per  questa
    ragione  sono  in  piedi  cos  di  buon'ora.  Non potr che approvare
    paternamente questo mio servizio.
    (Entrano CIMBELINO e la REGINA).
    Buon giorno alla Maest Vostra e alla mia graziosa madre.
    CIMBELINO: Aspettate alla porta della nostra austera figliuola?  E non
    viene fuori?
    CLOTEN:  L'ho  assalita  con  la  musica,  ma  non  si  degna di farvi
    attenzione.
    CIMBELINO: L'esilio del suo favorito    troppo  recente:  non  lo  ha
    ancora  dimenticato.  Ci  vuole qualche tempo ancora per cancellare il
    segno del suo ricordo, e allora sar vostra.
    REGINA: Dovete molto al re,  che non perde occasione di  farvi  valere
    presso  sua  figlia.  Mettetevi  a  farle  una  corte in piena regola,
    sappiate cogliere l'occasione favorevole;  i suoi dinieghi  accrescano
    le  vostre premure;  cercate di parere ispirato dal cuore negli omaggi
    che le fate,  obbediente in tutto,  meno quando i suoi ordini  saranno
    per congedarvi, e a questi siate insensibile.
    CLOTEN: Insensato! No.

    (Entra un Messaggero).

    MESSAGGERO: Permettete,  sire. Ambasciatori da Roma, e fra essi  Caio
    Lucio.
    CIMBELINO: Un degno uomo, sebbene ora venga con minacciose intenzioni,
    ma non per sua colpa.  Dobbiamo riceverlo con tutti gli onori dovuti a
    colui che lo manda;  e, quanto a lui, per le bont che ebbe in passato
    verso di noi,  accoglierlo con riguardo.  Caro figlio,  quando  avrete
    dato  il  buon  giorno  alla  vostra signora,  venite a raggiungere la
    regina e me.  Avremo bisogno di servirci di  voi  con  questo  Romano.
    Andiamo, mia regina.
    (Escono tutti meno Cloten).
    CLOTEN:  Se   levata,  le voglio parlare;  altrimenti,  stia ancora a
    letto e sogni. Ol,  permettete.  (Bussa) So che le sue donne sono con
    lei,  e se ungessi le mani di una di esse?  E' l'oro che apre le porte
    sovente,  s,  e corrompe anche le guardacaccia  di  Diana,  cos  che
    portano  i  cervi  all'agguato  del  bracconiere;  ed    l'oro che fa
    uccidere l'onest'uomo e salva il ladro,  anzi a volte fa impiccare  il
    ladro  e  anche  l'onest'uomo:  che mai non pu fare e disfare?  D'una
    delle sue donne voglio fare il mio avvocato, perch ancora non capisco
    bene il caso. (Bussa) Con vostra licenza.

    (Entra una Dama).

    DAMA: Chi  che bussa?
    CLOTEN: Un gentiluomo.
    DAMA: Niente di pi?
    CLOTEN: S, e figlio di gentildonna.
    DAMA: Questo  pi di quanto non possano  giustamente  vantare  alcuni
    che  pagano  il  sarto  caro  quanto  voi.  Che  cosa  desidera Vostra
    Signoria?
    CLOTEN: La persona della vostra signora. E' pronta?
    DAMA: S, per stare in camera sua.
    CLOTEN: Ecco dell'oro per voi; vendetemi la vostra buona reputazione.
    DAMA: Come!  il mio buon nome?  o che io debba riferir di voi quel che
    reputo buono? La principessa!
    (Esce la Dama).

    (Entra IMOGENE).

    CLOTEN: Buon giorno, bellissima. Sorella, la vostra dolce mano.
    IMOGENE:  Buon  giorno,  signore.  Voi  vi  date  troppa  pena per non
    acquistare che guai.  I ringraziamenti che vi do,    dirvi  che  sono
    povera di ringraziamenti, e che non ne ho da donare.
    CLOTEN: Eppure vi giuro che vi amo.
    IMOGENE: Se lo diceste soltanto,  mi farebbe lo stesso effetto;  ma se
    poi giurate,  il vostro premio  sempre sentirvi dire che  non  me  ne
    importa.
    CLOTEN: Questa non  una risposta.
    IMOGENE: Se non doveste dire che tacendo acconsento,  non parlerei. Vi
    prego,  risparmiatemi: sull'onor mio,  mostrer altrettanta  scortesia
    alle  vostre  migliori  gentilezze.  Un  uomo  del  vostro  gran senno
    dovrebbe imparare, dopo tante lezioni, a ritirarsi.
    CLOTEN: Lasciarvi alla  vostra  follia  sarebbe  un  peccato  che  non
    commetter.
    IMOGENE: Gli scemi non sono pazzi.
    CLOTEN: Mi chiamate scemo?
    IMOGENE: S, perch sono pazza. State quieto e io non sar pi pazza e
    guariremo  entrambi.  Mi spiace assai,  signore,  che mi obblighiate a
    dimenticare il contegno di una donna parlandovi  cos.  Sappiate,  una
    volta per tutte,  questo che io, che conosco il mio cuore, vi dichiaro
    adesso con tutta la mia sincerit: non mi curo di  voi.  E  la  carit
    stessa  mi manca a tal punto,  e me ne accuso,  che vi odio;  e vorrei
    piuttosto l'aveste sentito, senza che mi costringeste a vantarmene.
    CLOTEN: Peccate contro l'obbedienza che dovete a vostro padre.  Poich
    il  contratto  che  pretendete  aver  fatto  con quel vile sciagurato,
    allevato per elemosina e nutrito d'avanzi, delle briciole della corte,
    non  un contratto,  assolutamente.  E bench possa essere permesso  a
    gente  volgare  - e chi pi volgare di lui?  di unire le loro vite che
    non producono se non marmocchi e miseria con un legame  fatto  a  loro
    immagine,  questa libert vi  preclusa dalle esigenze d'una corona. E
    non dovete macchiarne il prezioso splendore con uno schiavo  vile,  un
    miserabile nato a portare livrea, un lacch, un dispensiere, e neppure
    di prim'ordine.
    IMOGENE: Sacrilego! Fossi tu figlio di Giove senza aver altre doti che
    quelle che hai,  sarebbe per te onore sufficiente,  e perfino da farti
    invidiare,  se,  tenuto conto del valore dei vostri meriti,  tu  fossi
    nominato  tirapiedi  del  boia del suo regno.  E saresti odiato per s
    altolocata posizione.
    CLOTEN: Che le nebbie del sud lo marciscano!
    IMOGENE: Non gli pu accadere maggior sventura che di essere  nominato
    da te.  La sua veste pi misera,  se appena ha toccato il suo corpo, 
    assai pi cara a me di tutti i capelli del tuo capo,  anche  se  tutti
    diventassero uomini come te. A me, Pisanio!

    (Entra PISANIO).

    CLOTEN: La sua veste. Che il diavolo...
    IMOGENE: Vai subito da Dorotea, la mia fantesca...
    CLOTEN: La sua veste!
    IMOGENE: Questo scemo mi fa impazzire, mi spaventa e mi esaspera. Va',
    di'  alla  mia          donna di ricercare un gioiello che per caso ha
    lasciato il mio braccio. Era del tuo padrone.  Che io sia maledetta se
    vorrei  perderlo  per le rendite del pi gran re d'Europa.  Mi pare di
    averlo visto stamane,  e sono certa che era ieri sera al mio  braccio,
    l'ho baciato. Spero non sia andato a raccontare a mio marito che bacio
    altri che lui.
    PISANIO: Non sar perduto.
    IMOGENE: Lo spero. Va' a cercarlo.
    (Esce Pisanio).
    CLOTEN: Voi mi avete ingiuriato. La sua veste pi misera!
    IMOGENE: Cos ho detto, signore. Se volete farmi un processo, chiamate
    dei testimoni.
    CLOTEN: Ne informer vostro padre.
    IMOGENE:  E  anche vostra madre.  E' la mia protettrice e non penser,
    spero, che maggior male di me. Cos vi lascio, signore, al massimo del
    vostro scontento.
    (Esce).
    CLOTEN: Mi vendicher. La sua veste pi misera! Bene.
    (Esce).
    SCENA QUARTA - Roma. In casa di Filario.

    (Entrano LEONATO e FILARIO).
    LEONATO: Non temete,  signore.  Vorrei essere  tanto sicuro di vincere
    il re, come sono certo che non le sar tolto il suo onore.
    FILARIO: E che mezzi potrete tentare col re?
    LEONATO: Nessuno;  se non attendere che il tempo muti, tremare ora che
     inverno e          desiderare che vengano giorni  pi  caldi.  Conto
    soltanto  su  queste  timide speranze per ripagare le vostre bont: se
    quelle mi abbandonano, dovr morire vostro debitore d'assai.
    FILARIO: La vostra bont e la vostra compagnia mi ripagano ad usura di
    quanto posso fare.  Ormai il vostro re deve  aver  avuto  notizie  del
    grande Augusto.  Caio Lucio adempir compiutamente la sua missione;  e
    credo che  il  re  conceder  il  tributo  e  mander  gli  arretrati,
    piuttosto  che  guardare  in faccia i nostri Romani,  il cui ricordo 
    ancor vivo nel loro dolore.
    LEONATO: Io credo, bench non sia uomo di Stato e non sia probabile lo
    diventi,  che questo finir in una guerra;  e sentirete  dire  che  le
    legioni  che  sono  ora in Gallia sono sbarcate nella nostra intrepida
    Britannia,  prima di aver notizia che un solo denaro del  tributo  sia
    stato pagato. I nostri concittadini sono uomini pi allenati di quando
    Giulio Cesare sorrideva della loro inesperienza,  pur trovando il loro
    coraggio degno del suo accigliarsi.  La loro disciplina,  ora unita al
    coraggio,  mostrer  a chi li metta alla prova che son gente capace di
    progredire nel mondo.
    FILARIO: Ecco Jachimo!

    (Entra JACHIMO).

    LEONATO: I cervi pi veloci vi han trasportato in poste sulla terra, e
    i venti di tutti gli angoli dell'orizzonte  hanno  baciato  le  vostre
    vele per far spedito il vostro vascello.
    FILARIO: Benvenuto, messere.
    LEONATO:  Spero  sia  la brevit della risposta che vi fu data a farvi
    ritornare cos velocemente.
    JACHIMO: La vostra signora  una delle pi belle che io abbia vedute.
    LEONATO: E anche la migliore, o la sua bellezza potrebbe mettersi alla
    finestra per adescare i cuori ingannatori e ingannarli a sua volta.
    JACHIMO: Ecco lettere per voi.
    LEONATO: Con buone nuove, spero.
    JACHIMO: E' assai probabile
    FILARIO: Caio Lucio era alla corte britanna quando c'eravate?
    JACHIMO: V'era aspettato, ma non giunto.
    LEONATO: Finora tutto va bene. Questa pietra brilla come un tempo? O 
    forse troppo opaca perch ve ne adorniate?
    JACHIMO: Se l'avessi perduta,  avrei perduto il  suo  valore  in  oro.
    Farei  un  viaggio  due volte pi lontano per godere un'altra notte dl
    tanto dolce brevit quanto quella che  fu  mia  in  Britannia;  perch
    l'anello  vinto.
    LEONATO: La pietra  troppo dura per cedere cos.
    JACHIMO: Affatto, poich la vostra sposa  tanto facile.
    LEONATO:  Signore,  non  voltate  la vostra perdita in scherzo.  Spero
    sappiate che non dobbiamo restare amici.
    JACHIMO: Mio buon messere,  lo dobbiamo,  se state al  patto.  Se  non
    riportassi  a  casa  la  conoscenza della vostra signora,  lo concedo,
    potremmo spingere la discussione pi oltre.  Ma io qui vi dichiaro  di
    aver  vinto il suo onore insieme al vostro anello,  e senza aver fatto
    torto n a voi n a lei, avendo agito secondo il volere d'entrambi.
    LEONATO: Se potete provare di averla goduta nel suo letto, la mia mano
    e il mio anello sono vostri.  Altrimenti,  l'infame opinione che avete
    avuta della sua pura virt vince la mia spada e perde la vostra,  o le
    lascia entrambe senza padrone, per chi le trover.
    JACHIMO: Messere,  i particolari,  essendo  cos  vicini  alla  verit
    com'io  sapr  darveli,  debbono  indurvi  a credere;  e sono pronto a
    confermarne  la  forza  col  giuramento.  Ma  non  dubito  che  me  ne
    dispenserete, quando troverete di non averne bisogno.
    LEONATO: Continuate.
    JACHIMO:  Prima,  la sua stanza da letto;  dove,  lo confesso,  non ho
    dormito;  ma dichiaro che v'ebbi cosa che valeva ben la pena  di  star
    sveglio.  Era  parata  di  tappezzerie  di  seta  e argento: la storia
    dell'altera Cleopatra quando incontr il suo Romano; e il Cidno gonfio
    oltre le rive per la ressa delle navi o per orgoglio: un  lavoro  cos
    stupendamente  eseguito  e  tanto  ricco  che  l'opera e la materia si
    contendevano il primato.  Ero meravigliato potesse esser fatto in modo
    tanto raro e perfetto, perch la vita stessa v'era...
    LEONATO: Questo  vero,  e avreste potuto sentirlo raccontare qui,  da
    me o da qualcun altro.
    JACHIMO:  Altri  particolari   giustificheranno   la   mia   effettiva
    conoscenza.
    LEONATO: Cos debbono, o danneggiare il vostro onore.
    JACHIMO:  Il  camino    a  mezzogiorno  della  stanza,   e  la  cappa
    rappresenta la casta Diana al bagno.  Non ho  mai  veduto  figure  pi
    parlanti.  Lo scultore era come un'altra natura, ma senza parole, e ha
    sorpassata la natura meno che nel moto e nel respiro.
    LEONATO: Anche questa  una cosa che  avreste  potuto  raccogliere  da
    qualche descrizione, poich molto se ne parla.
    JACHIMO:  Il  soffitto  della stanza  adorno di cherubini d'oro;  gli
    alari, che dimenticavo,  erano due Cupidi d'argento bendati,  ritti su
    d'un piede e appoggiati con grazia alle loro torce.
    LEONATO:  E questo  il suo onore!  Ammettiamo che abbiate visto tutto
    questo,  e sia data lode alla vostra memoria;  ma  la  descrizione  di
    quello  che  vi    nella  sua  camera  non basta per farvi vincere la
    scommessa che avete fatta.
    JACHIMO:  Allora,   se  lo  potete,   (gli  mostra  il   braccialetto)
    impallidite.  Sol che mi si dia licenza di dar aria a questo gioiello:
    guardate! E ora lo ripongo.  Lo devo sposare con quel vostro diamante;
    li serber tutti e due.
    LEONATO: Giove!  Lasciatemelo osservare ancora.  E' proprio quello che
    le ho lasciato?
    JACHIMO: Quello, messere, e ne ringrazio lei. Se lo tolse dal braccio:
    la vedo ancora.  Il gesto leggiadro vinse il valore del  suo  dono,  e
    insieme lo fece pi prezioso;  me lo diede e disse che un tempo l'ebbe
    caro.
    LEONATO: Forse lo stacc per mandarlo a me.
    JACHIMO: Cos vi scrive, non  vero?
    LEONATO: Oh,  no,  no,  no!  E' vero.  Prendete anche questo.  (Gli da
    l'anello) E' un basilisco per i miei occhi e m'uccide se lo guardo. Si
    dica dunque che non  virt dove  bellezza,  verit dove  apparenza,
    e amore dove  un altro uomo.  I giuramenti delle donne non le leghino
    a  coloro  cui sono fatti pi di quanto esse non siano legate all'onor
    loro, che non  niente. Oh falsa oltre misura!
    FILARIO: Siate paziente, signore, e riprendete il vostro anello: non 
    ancor vinto.  E' possibile che l'abbia smarrito;  o chi sa che una sua
    donna, essendo stata corrotta, non glielo abbia rubato?
    LEONATO:  Verissimo;  e cos spero egli l'abbia ottenuto.  Ridatemi il
    mio anello.  Datemi qualche particolare del suo corpo pi  convincente
    di questo; perch questo fu rubato.
    JACHIMO: Per Giove, io l'ho avuto dal suo braccio.
    LEONATO:  Sentite,  giura;  lo giura per Giove.  E' vero,  s,  tenete
    l'anello,   vero,  sono certo  che  non  l'avrebbe  perduto.  Le  sue
    serventi  sono  tutte  giurate  e oneste: indotte a rubarlo!  e da uno
    straniero! No, egli l'ha goduta; ecco qui il segno del suo disonore; a
    questo prezzo ha pagato il  nome  di  puttana.  Prendi,  ecco  la  tua
    ricompensa, e che tutti i diavoli dell'inferno si dividano fra voi!
    FILARIO: Messere, state calmo. Questa non  prova forte abbastanza per
    essere creduta da uno ben persuaso di...
    LEONATO: Non ne parlate pi. Egli l'ha uccellata.
    JACHIMO:  Se cercate altre prove,  sotto il suo seno,  che merita bene
    d'essere stretto, c' un segno, giustamente orgoglioso di un sito cos
    delicato. Per la mia vita, l'ho baciato, e mi diede immediato appetito
    di cibarmi di nuovo,  bench fossi sazio.  Ricordate quella macchia su
    di lei?
    LEONATO: S,  e conferma un'altra macchia, tale da riempire l'inferno,
    fosse pure essa sola.
    JACHIMO: Volete sentire di pi?
    LEONATO: Risparmiatemi la vostra aritmetica; non contate le volte: una
     come un milione!
    JACHIMO: Giuro...
    LEONATO: Non giurate. Se giurate di non averlo fatto, mentite. E io ti
    uccider se neghi d'avermi fatto becco.
    JACHIMO: Non negher nulla.
    LEONATO: Oh potessi averla qui per farla a brani! Andr, e lo far,  a
    corte, davanti a suo padre. Far qualche cosa...
    (Esce).
    FILARIO:  La  pazienza non lo governa pi.  Avete vinto.  Seguiamolo e
    sviamo l'ira che ha ora contro se stesso.
    JACHIMO: Di tutto cuore.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Un'altra stanza in casa di Filario.

    (Entra LEONATO).
    LEONATO: Non c' dunque modo per gli uomini di nascere  senza  che  le
    donne  facciano  met  dell'opera?   Siamo  tutti  bastardi;   e  quel
    venerabilissimo uomo che chiamavo mio padre era non so dove quando fui
    stampato.  Un falsario coi suoi strumenti mi ha  contraffatto:  eppure
    mia madre sembrava la Diana dei suoi tempi,  come mia moglie sembra il
    paragone di questi.  O vendetta,  vendetta!  Essa mi impediva  i  miei
    piaceri  legittimi  e mi pregava spesso di astinenza;  e lo faceva con
    tanto roseo pudore - la sua dolce vista avrebbe ben potuto  riscaldare
    il  vecchio Saturno che io la credevo casta come la neve non tocca dal
    sole. Oh,  tutti i diavoli!  Questo livido Jachimo,  in un'ora,  non 
    vero?  o  meno al primo incontro?  forse non parl nemmeno,  e come un
    cinghiale impinzato di ghiande,  un cinghiale di Germania,  ha gridato
    Oh!,  e l'ha avuta sotto. Non trov altro ostacolo se non quello che
    lui s'aspettava e ch'ella doveva guardare  da  ogni  assalto.  Potessi
    scoprire  in  me quel che mi viene di donna!  Perch nell'uomo non v'
    impulso che tenda al vizio che, lo affermo, non venga dalla donna. Sua
    la menzogna che,  notatelo,  vien dalla donna,  sua  la  lusinga,  suo
    l'inganno;  la  lussuria  e  i pensieri immondi son suoi,  suoi sua la
    vendetta.  Le  ambizioni,  la  cupidigia,   le  mutevoli  vanit,   il
    disprezzo,  le voglie bizzarre,  le calunnie, l'incostanza, e tutte le
    colpe che hanno nome, anzi, che l'inferno conosce, s, son sue tutte o
    in parte. No,  giusto, tutte,  poich esse persino nel vizio non sono
    costanti, che sempre mutano un vizio, vecchio appena di un minuto, per
    un  altro  meno vecchio di neppure la met.  Voglio scrivere contro di
    esse, detestarle, maledirle.  Ma vi  maggiore sottigliezza in un vero
    odio:  nel  pregare  che possano aver quel che desiderano.  Gli stessi
    demoni non le saprebbero meglio tormentare.
    (Esce).

















    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Britannia. Una sala nel Palazzo di Cimbelino.

    (Fanno solenne ingresso da una porta CIMBELINO,  la REGINA,  CLOTEN  e
    Baroni; da un'altra CAIO LUCIO e il suo Seguito).
    CIMBELINO: Ora dite, che vuol da noi Cesare Augusto?
    LUCIO: Quando Giulio Cesare - il cui ricordo, vivo tuttora negli occhi
    degli  uomini,  per  le  orecchie  e  per le lingue sar eterno tema e
    racconto - fu qui in Britannia e la conquist,  tuo  zio  Cassibelano,
    famoso  per  le  lodi  di  Cesare  e  non meno per le sue gesta che le
    meritavano,  promise a Roma per s e per i suoi successori un  tributo
    annuo di tremila sterline, che negli ultimi tempi non hai offerto.
    REGINA: E, per uccidere ogni meraviglia, non lo sar mai,
    CLOTEN:  Ci  saranno  molti  Cesari,  prima  di  un  altro Giulio.  La
    Britannia  un mondo per s sola,  e non  vogliamo  pagar  niente  per
    portare il nostro naso.
    REGINA:  La  possibilit  che  avevano  allora  di prendere a noi,  la
    abbiamo ora noi di riprendere.  Ricordate,  sire  mio  sovrano,  i  re
    vostri  antenati,  e  insieme  la  formidabilit naturale della vostra
    isola,  che sta come un parco  di  Nettuno  irto  e  difeso  da  rocce
    inaccessibili e acque ruggenti; con sabbie che non sosterranno le navi
    dei  vostri  nemici  ma  le  risucchieranno fino alla cima dell'albero
    maestro. Cesare fece qui una specie di conquista, ma non  qui che s'
    vantato: Venni, vidi,  e vinsi.  Con vergogna,  la prima che mai gli
    toccasse, fu respinto lontano dalle nostre coste, due volte sconfitto;
    e i suoi vascelli poveri ignari gingilli!  - sui nostri terribili mari
    si muovevano come gusci d'uovo sulle  onde  e  altrettanto  facilmente
    s'infransero contro i nostri scogli. Per il che, in segno di gioia, il
    famoso  Cassibelano che fu una volta sul punto - oh meretrice Fortuna!
    - di battere la spada di Cesare,  fece che la citt di Lud  splendesse
    di fuochi d'allegrezza, e che i Britanni si gonfiassero di coraggio.
    CLOTEN:  Suvvia,  non ci son pi tributi da pagare.  Il nostro regno 
    pi forte che non fosse a quel tempo;  e,  come ho detto,  non ci sono
    pi  Cesari  come  quello:  altri  possono  avere il naso ricurvo,  ma
    nessuno il braccio cos dritto.
    CIMBELINO: Figlio, lasciate finire vostra madre.
    CLOTEN: Abbiamo ancora molti tra noi che possono abbrancar forte  come
    Cassibelano;  non dico di essere uno di loro,  ma ho anch'io una mano.
    Perch un tributo?  Perch dovremmo pagare un tributo?  Se Cesare  pu
    nasconderci il sole con una coperta,  o mettersi in tasca la luna, gli
    pagheremo tributo per la luce; altrimenti,  signore,  non pi tributo,
    ve ne prego.
    CIMBELINO:  Dovete  sapere che fino a quando gli oltraggiosi Romani ci
    estorsero questo tributo, eravamo liberi.  L'ambizione di Cesare,  che
    si  gonfi  tanto  da  allargar quasi i banchi del mondo,  contro ogni
    ragione ci impose questo giogo;  e scuoterlo  il dovere di un  popolo
    bellicoso, quale noi stimiamo di essere.
    CLOTEN e BARONI: E cos siamo.
    CIMBELINO:  Dite  dunque  a Cesare che nostro avo fu quel Mulmuzio che
    dett le nostre leggi,  il cui  uso  la  spada  di  Cesare  ha  troppo
    mutilato.  Ristabilirle  e  metterle  in vigore con le forze in nostro
    potere sar la nostra bella impresa,  anche se Roma  sar  per  questo
    irata.  Mulmuzio  fece  le  nostre  leggi;  fu  colui che per primo in
    Britannia cinse la sua fronte con una corona d'oro e si chiam re.
    LUCIO: Mi duole, Cimbelino, di dover dichiarare Cesare Augusto Cesare,
    il quale ha pi re suoi servi che tu non  abbia  ufficiali  nella  tua
    casa  -  tuo  nemico.  Sappi  dunque  questo  da me: in nome di Cesare
    proclamo  guerra  e  rovina  contro  te.   Preparati   a   una   furia
    irresistibile. Dopo questa sfida, ti ringrazio per me.
    CIMBELINO: Sii il benvenuto, Caio. Il tuo Cesare mi ha fatto cavaliere
    e  ho  trascorso  molta  della  mia  giovent  sotto di lui;  e da lui
    ricevetti onore,  che volendomi egli oggi riprendere con la forza,  io
    debbo  difendere a oltranza.  Ho sicure informazioni che i Pannoni e i
    Dalmati sono ora in armi per la loro libert: e il non leggere  questo
    precedente mostrerebbe i Britanni freddi: tali non li trover Cesare.
    LUCIO: Parlino gli eventi.
    CLOTEN:  Sua  Maest  vi d il benvenuto.  Passate in festa con noi un
    giorno, o due, o pi. Se ci verrete a trovar poi con altro intento, ci
    troverete nella nostra cintura d'acqua salata.  Se  ce  ne  caccerete,
    sar  vostra;  se  cadrete  nell'avventura,  i nostri corvi mangeranno
    meglio a vostre spese; e questa  la conclusione.
    LUCIO: Sia pure, signore.
    CIMBELINO: Io so il volere del vostro padrone, egli il mio.  Quanto al
    resto: Benvenuto!
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Un altra stanza nel Palazzo.

    (Entra PISANIO con una lettera).
    PISANIO: Come!  d'adulterio?  E perch non mi scrivete chi  il mostro
    che l'accusa? Leonato! O padrone!  Quale strana infezione  caduta nel
    tuo orecchio!  Quale perfido Italiano, dalla lingua avvelenata come la
    mano,  ha prevalso sulla tua troppo facile  credulit?  Infedele!  No:
    essa   punita per la sua fedelt,  e sopporta pi da dea che da donna
    gli assalti che vincerebbero pi d'una virt. Oh padrone! il tuo animo
     ora al di sotto del suo quanto lo  era  la  tua  fortuna.  Come!  Io
    dovrei ucciderla? Per l'amore e la fedelt e i giuramenti che ho messo
    ai tuoi ordini?  Io,  lei? il suo sangue? Se questo  ben servire, non
    voglio esser contato fra i  servitori.  Che  cosa  sembro,  da  essere
    creduto cos privo di umanit quanto questo delitto vorrebbe?  (Legge)
    Fallo.  La lettera che le ho mandata te ne dar l'occasione  per  suo
    stesso comando. Oh foglio dannato! Nero come l'inchiostro che  su di
    te!  Insensibile  quisquilia,  puoi  esser  complice  di questo atto e
    restare cos vergine d'aspetto?  Eccola,  viene.  Io non so  nulla  di
    quanto mi  comandato.

    (Entra IMOGENE).

    IMOGENE: Ebbene, Pisanio?
    PISANIO: Padrona, ecco una lettera del mio signore.
    IMOGENE: Chi? Il tuo signore? Il mio signore Leonato! Sapiente davvero
    sarebbe l'astronomo che conoscesse le stelle come io la sua scrittura:
    l'avvenire gli sarebbe aperto. Buoni di, fate che il contenuto sappia
    d'amore,  della  salute  del mio sposo,  della sua contentezza (ma non
    perch  siamo  separati,  anzi,   che  questo  lo  addolori:  vi  sono
    sofferenze  salutari e questa  una di esse poich corrobora l'amore):
    della sua contentezza in tutto fuor che in questo!  Col tuo  permesso,
    buona cera;  e voi, api, siate benedette, che fate questi suggelli del
    segreto! Gli amanti e gli uomini legati da pericolose obbligazioni non
    fanno gli stessi voti: voi mandate in prigione i  debitori,  ma  siete
    fermaglio  alle  tavolette  del  giovane Cupido.  Delle buone notizie,
    numi!  (Legge) La giustizia e l'ira di  vostro  padre,  dovesse  egli
    sorprendermi  nei suoi domini,  non potranno essermi tanto crudeli che
    voi,  o carissima fra le creature,  non possiate rianimarmi col vostro
    sguardo.  Sappiate  che sono in Cambria.  a Milford-Haven.  Seguite in
    questa circostanza quello che l'amore vi  suggerir.  Vi  augura  ogni
    felicit colui che rimane fedele ai suoi giuramenti,  e il vostro, che
    vi ama sempre di pi,  Postumo Leonato.  Oh,  avere un cavallo alato!
    Odi,  Pisanio?  E' a Milford-Haven;  leggi e dimmi quanto  lontano di
    qui.  Se chi  ha  faccende  da  poco  pu  andarvi  faticando  in  una
    settimana,  perch non potr io volarvi in un giorno?  Allora,  fedele
    Pisanio,  che spasimi quanto  me  di  vedere  il  tuo  padrone...  che
    spasimi... ma non voglio eccedere... non quanto me, eppure spasimi, ma
    pi debolmente;  oh,  non come me, perch il mio desiderio  di l del
    di l,  dimmi e parla presto - un consigliere d'amore deve riempire  i
    fori  dell'udito  fino a soffocarne il senso - quanto  lontano questo
    Milford benedetto.  Intanto dimmi come il Galles  possa  essere  tanto
    felice da possedere un tal porto;  ma prima di tutto,  come fuggire di
    qui?  E il vuoto che faremo nel tempo,  dal nostro andar via di qui al
    ritorno, come scusarlo? Ma prima, come partire di qui? Perch la scusa
    dovrebbe  nascere  prima che ne sia generato il bisogno?  Parleremo di
    questo pi tardi.  Dimmi,  ti prego,  quante ventine di miglia potremo
    fare a cavallo da un'ora all'altra?
    PISANIO: Una ventina fra un sole e l'altro,  signora,  abbastanza per
    voi, e fin troppo.
    IMOGENE: Come,  amico,  uno che  cavalcasse  verso  il  supplizio  non
    potrebbe  andar  tanto  lento.  Ho  sentito  parlare  di scommesse sul
    cavalcare,  dove i cavalli erano pi veloci della sabbia che scorre al
    servizio  dell'orologio.  Ma  queste  sono inezie.  Va',  di' alla mia
    ancella di fingersi malata,  e di dire che va a casa da suo  padre.  E
    procurami  subito  un  abito  da viaggio,  non pi ricco di quello che
    converrebbe alla massaia di un proprietario di terre.
    PISANIO: Signora, fareste meglio a riflettere.
    IMOGENE: Vedo davanti a me, uomo;  qui,  l,  e dietro a me tutto  in
    una  nebbia  che  non  posso  penetrare.  Via,  ti prego,  fa' come ti
    comando.  Non v' altro da dire: non v' altra strada possibile se non
    quella di Milford.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Galles. Un paese montuoso. Una caverna.

    (Entrano BELARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO).
    BELARIO: Una bella giornata,  non da starsene in casa,  se ha il tetto
    basso come la nostra.  Curvatevi,  ragazzi: questa porta vi insegna ad
    adorare  il  cielo  e  vi fa inchinare al santo ufficio mattutino.  Le
    porte dei monarchi hanno un arco tanto  alto  che  i  giganti  possono
    uscirne orgogliosamente senza togliersi gli empi turbanti,  senza dare
    il buon giorno al sole.  Salve,  bel cielo!  Noi  abbiamo  casa  nella
    roccia,  ma  non  ti  trattiamo  cos  duramente come fanno uomini pi
    alteri.
    GUIDERIO: Salve, cielo!
    ARVIRAGO: Salve cielo!
    BELARIO: Ora ai vostri diporti montanari.  Salite  su  quella  collina
    laggi!  le vostre gambe son giovani, io camminer per questi ripiani.
    Quando dall'alto mi vedrete piccolo come un corvo,  considerate che  
    il luogo che rimpicciolisce,  oppure mette in valore. E potrete allora
    riflettere ai racconti che vi ho fatti,  delle  corti,  dei  principi,
    delle astuzie della guerra,  dove un servigio non  un servigio perch
     stato reso,  ma perch fu ammesso tale.  Cos considerando  possiamo
    trarre  profitto  da tutte le cose che vediamo;  e spesso,  per nostro
    conforto,  troveremo che lo scarabeo chiuso nella sua scaglia  meglio
    protetto dell'aquila dalle grandi ali.  Oh,  c' pi nobilt in questa
    vita che nel fare inchini per avere ripulse, pi ricchezza che nel non
    far nulla dopo essersi venduto,  pi fierezza che  nel  far  frusciare
    sete  non  pagate:  taluni  sono  riveriti da colui che li fa eleganti
    eppure non salda il loro debito nel suo registro; non  vita che valga
    la nostra.
    GUIDERIO: Voi parlate per vostra esperienza; noi, poveri implumi,  non
    abbiamo  mal volato fuor di vista del nido,  n sappiamo quale aria vi
    sia lontano da  casa.  Forse  questa  vita    migliore,  se  la  vita
    tranquilla  la migliore;  pi dolce per voi,  che ne avete conosciuta
    una pi dura,  e ben conveniente alla vostra rigida et.  Ma per noi 
    una  cella d'ignoranza,  un viaggio fatto da letto,  la prigione di un
    debitore che non osa passarne la soglia.
    ARVIRAGO: Di che mai potremo parlare,  quando saremo vecchi come  voi?
    quando  sentiremo la pioggia e il vento battere il fosco dicembre,  di
    che cosa ragioneremo per trascorrere le gelide ore,  chiusi in  questa
    nostra  diaccia caverna?  Noi non abbiamo veduto nulla,  siamo come le
    bestie: astuti come la volpe alla preda,  bellicosi come il  lupo  per
    quello che mangiamo, il nostro valore  nel dar la caccia a quello che
    fugge;  della  nostra  gabbia  facciamo  una cantoria,  come l'uccello
    prigioniero, e cantiamo liberamente la nostra schiavit.
    BELARIO: Come parlate! Se almeno conosceste le usure della citt, e le
    sentiste per averne fatto esperienza; gli artifici della corte,  dalla
    quale    tanto  difficile andarsene quanto restare,  dove salire alla
    cima  certa caduta,  o cos sdrucciolevole  che  la  paura    penosa
    quanto la caduta;  il mestiere della guerra  una fatica che pare vada
    soltanto in cerca del pericolo in nome della fama e degli  onori,  che
    muore  nella  ricerca,  e  ha  un  epitaffio calunnioso altrettanto di
    frequente che una menzione di onorevole  atto;  anzi,  molte  volte  
    punita  per aver fatto il bene e,  quel che  peggio,  dove inchinarsi
    alla rampogna.  Oh ragazzi,  il mondo pu leggere questa storia in me.
    Il mio corpo  segnato dalle spade romane,  e un tempo la mia fama era
    fra le pi illustri.  Cimbelino mi amava;  e se si parlava di soldati,
    il  mio  nome  non  era lontano.  Ero allora come un albero i cui rami
    piegavano sotto i frutti;  ma in una notte una tempesta  o  un  furto,
    chiamatelo  come  volete,  fece cedere il mio maturo peso e perfino le
    foglie e mi lasci nudo alle intemperie.
    GUIDERIO: Favore incerto!
    BELARIO: Io non avevo colpa,  come spesso vi ho detto,  se non che due
    furfanti,  i  cui  falsi  giuramenti prevalsero sul mio onore integro,
    giurarono a Cimbelino che ero in lega coi Romani;  cos segu  il  mio
    esilio;  e  per  questi  venti  anni questa roccia e queste terre sono
    stati il mio mondo,  dove son vissuto in onesta libert e ho pagato al
    cielo  pi  debiti pii che in tutta la parte precedente del mio tempo.
    Ma su, ai monti! Questo non  linguaggio da cacciatori. Chi colpir la
    prima selvaggina sar  il  signore  della  festa;  gli  altri  due  lo
    serviranno; e non avremo paura del veleno che sta a servizio in luoghi
    di pi grande apparenza.  Vi ritrover nelle valli. (Escono Guiderio e
    Arvirago) Come  difficile soffocare le scintille della natura! questi
    ragazzi non sospettano nemmeno di essere i figli del re,  n Cimbelino
    sogna  che  essi  siano  vivi.  Credono  di  esser miei,  e per quanto
    cresciuti cos,  umilmente nella caverna ove devon  curvarsi,  i  loro
    pensieri  toccano  il  tetto dei palazzi e la natura li ispira,  nelle
    cose semplici e volgari,  ad agire come  principi,  al  di  sopra  del
    costume  degli  altri.  Ecco  Polidoro,  l'erede  di Cimbelino e della
    Britannia, che il re suo padre chiam Guiderio: o Giove!  quando siedo
    sul  mio  sgabello a tre piedi e racconto le imprese guerresche che ho
    compiute, la sua anima vola nella mia storia.  Se io dico: Cos cadde
    il  mio  nemico e cos gli posi il piede sul collo,  subito il sangue
    principesco affluisce alle sue guance, egli suda, tende i suoi giovani
    muscoli e si mette in una posa che rif le mie parole. Il fratello pi
    giovane,  Cadwal,  una volta Arvirago,  con uguale atteggiamento vibra
    vita nel mio discorso, e, ancor pi, mostra il suo pensiero. Senti, la
    selvaggina   levata!  O Cimbelino,  il cielo e la mia coscienza sanno
    che mi esiliasti ingiustamente;  perci rapii questi bambini di tre  e
    due anni,  pensando di privarti di successione,  come tu mi spogliasti
    delle  mie  terre.  Eurifile,  tu  fosti  la  loro  nutrice;  essi  ti
    credettero la loro madre,  e ogni giorno onorano la tua tomba. Credono
    me,  Belario,  che son chiamato Morgan,  il loro  padre  naturale.  La
    selvaggina  levata.
    (Esce).


    SCENA QUARTA - Campagna presso Milford-Haven.

    (Entrano PISANIO e IMOGENE).
    IMOGENE: Mi hai detto,  quando scendemmo da cavallo,  che il luogo era
    vicino. L'impazienza che ebbe mia madre di vedermi la prima volta, non
    fu tanta quanta la mia adesso.  Pisanio,  amico,  dove  Postumo?  Che
    cosa pensi,  che ti fa guardare cos fisso?  Perch rompe quel sospiro
    dal tuo profondo?  Se si dipingesse uno come te,  sarebbe interpretato
    come  l'immagine  d'un  tormento inesprimibile.  Prendi un'espressione
    meno paurosa prima che la pazzia vinca la mia ferma ragione.  Che cosa
    c'?  Perch mi porgi quella carta con uno sguardo senza piet? Se son
    notizie d'estate,  annunciale con un sorriso;  se sono d'inverno,  non
    devi  che  conservare la tua espressione.  La scrittura di mio marito!
    L'Italia dai maledetti veleni l'avr vinto d'ingegno,  ed egli  in un
    grave  momento.  Parla,  uomo,  la tua lingua pu scemare un colpo che
    alla lettura potrebbe anche essermi mortale.
    PISANIO: Vi prego,  leggete;  e mi troverete,  disgraziato  che  sono,
    l'essere pi maltrattato dalla Fortuna.
    IMOGENE (legge): La tua padrona,  Pisanio, ha fatto la sgualdrina nel
    mio letto;  ne ho testimonianze che sanguinano in me.  Non  parlo  per
    deboli congetture,  ma per prova forte come il mio dolore,  certa come
    la vendetta che aspetto. Questa parte, Pisanio,  devi fare per me,  se
    la tua fedelt non  stata contaminata dalla sua colpa.  Le tue stesse
    mani le tolgano la vita: te ne dar l'occasione a Milford-Haven,  dove
    la  condurr  la mia lettera.  Se col temi di colpire e non mi dai la
    certezza che la cosa  fatta,  sei il  mezzano  del  suo  disonore,  e
    sleale a me quanto lei.
    PISANIO:  Che  bisogno  ho di snudare la spada?  Quel foglio le ha gi
    tagliato la gola. No,  la calunnia,  che ha il taglio pi affilato di
    quello  della spada,  e la lingua pi velenosa di tutti i serpenti del
    Nilo;  il cui fiato prende i venti per corsieri e propaga la  menzogna
    in tutti gli angoli del mondo.  Re,  regine, uomini di Stato, vergini,
    matrone,  perfino  i  segreti  della  tomba  penetra  questa  viperina
    calunnia. Ebbene, signora?
    IMOGENE:  Infedele al suo letto!  Che cos' essere infedele?  Giacervi
    vegliando e pensando a  lui?  Piangere  d'ora  in  ora?  Se  il  sonno
    s'impone alla natura, romperlo con un sogno che mi spaventa per lui, e
    svegliarmi  al  mio  proprio  grido?  Questo    tradire il suo letto?
    Questo?
    PISANIO: Ahim, buona signora!
    IMOGENE: Io infedele!  Mi sia testimone  la  tua  coscienza,  Jachimo;
    quando  lo  accusasti d'incontinenza mi apparisti un furfante,  ora il
    tuo aspetto mi appare abbastanza onesto. Qualche svergognata italiana,
    che ebbe per madre la sua tintura, lo ha sedotto;  e io poveretta sono
    stanta,  una  veste  fuori  moda;  e,  perch  sono  troppo ricca per
    appendermi al muro, debbo essere sdrucita; a pezzi!  Oh,  i giuramenti
    degli uomini sono i traditori delle donne!  Le migliori apparenze, per
    questo tuo tradimento,  o sposo,  sembreranno perfide  ipocrisie:  non
    naturali dove crescono, ma portate come un'esca per le donne.
    PISANIO: Buona signora, ascoltatemi.
    IMOGENE:  Uomini  fedeli  e  onesti,  quando parlano come il traditore
    Enea,  furono ai suoi tempi creduti traditori;  e il pianto di  Sinone
    calunni  molte  lacrime  sante e tolse piet a molte vere afflizioni.
    Cos tu, Postumo, coprirai col tuo fermento tutti gli uomini onesti; i
    leali e i prodi saranno creduti  falsi  e  spergiuri  per  questa  tua
    grande colpa.  Ors,  amico,  sii onesto, fa' quello che ti comanda il
    tuo  padrone.  Quando  lo  vedrai,  sii  almeno  testimone  della  mia
    obbedienza.  Guarda,  io  stessa  snudo  la spada: prendila e colpisci
    l'asilo innocente del mio amore, il mio cuore. Non temere,   vuoto di
    tutto  fuorch  di  dolore;  il  tuo  padrone non v',  lui che ne era
    veramente il tesoro.  Fa' quello  che  ti  comanda,  colpisci.  Potrai
    essere valoroso in una causa migliore, ma ora sembri un codardo.
    PISANIO: Via da me, arma villana! Tu non dannerai la mia mano.
    IMOGENE: Ma io devo morire; e, se non  per tua mano, non sei servo al
    tuo  padrone.  Contro l'uccisione di s v' un divieto talmente divino
    che fa vile la mia debole mano. Ecco, qui  il mio cuore (qualche cosa
    v' sopra; aspetta,  aspetta,  non voglio difesa),  obbediente come il
    fodero.  Che cosa c'? Gli scritti del leale Leonato, divenuti eresie?
    Via,  via,  corruttori della mia fede: non farete pi da pettorina  al
    mio cuore.  Cos possono i poveri sciocchi credere a falsi maestri; ma
    se quelli che son traditi soffrono in modo crudele il  tradimento,  al
    traditore spetta dolore pi grande.  E tu,  Postumo, che hai sollevata
    contro  il  re  mio  padre  la  mia  disobbedienza,  e  mi  hai  fatto
    disprezzare  gli  omaggi  di  principi miei eguali,  ti accorgerai pi
    tardi che non era un atto comune,  ma un raro impulso: e mi addoloro a
    pensare  come,  quando  il  tuo appetito sar smussato da quella della
    quale oggi ti sazii,  ti ripugner la memoria di  me.  Ti  prego,  fa'
    presto:  l'agnello  implora  il  beccaio;  dov' il tuo coltello?  Sei
    troppo lento al comando del tuo padrone, quando anch'io lo desidero.
    PISANIO: Oh graziosa  signora,  da  quando  ho  ricevuto  l'ordine  di
    eseguire questo delitto, non ho chiuso occhio.
    IMOGENE: Eseguisci, e poi va' a letto.
    PISANIO: Piuttosto mi render cieco a forza di vegliare.
    IMOGENE:  Allora,  perch  hai accettato?  Perch mi hai ingannata per
    tante miglia con un pretesto?  perch questo luogo?  il mio atto e  il
    tuo?  la  fatica dei nostri cavalli?  il tempo che ti  opportuno?  la
    corte,  dove non penso di tornare,  turbata dalla mia assenza?  Perch
    sei andato tanto lontano,  per allentar l'arco quando sei alle poste e
    la cerbiatta designata  davanti a te?
    PISANIO: Solo per guadagnar tempo e liberarmi d'una s trista impresa;
    per questo ho immaginato un espediente.  Buona  signora,  uditemi  con
    pazienza.
    IMOGENE: Dimmi fino a stancare la tua lingua, prosegui. Mi son sentita
    chiamare sgualdrina e il mio orecchio,  cos colpito a tradimento, non
    pu ricevere ferita pi grande, n sonda per scrutarla. Ma prosegui.
    PISANIO: Ebbene, signora, ho pensato che non sareste tornata indietro.
    IMOGENE:  Secondo  ogni  apparenza,   poich  mi  conducevi  qui   per
    uccidermi.
    PISANIO:  No,  neppur  questo.  Ma  se  sono  stato tanto savio quanto
    onesto, allora il mio disegno riuscir a buon fine. Non pu essere che
    il mio padrone non  sia  stato  ingannato;  qualche  furfante,  s,  e
    singolare  nell'arte  sua,  vi ha fatto a tutti e due questa maledetta
    offesa.
    IMOGENE: Qualche cortigiana romana.
    PISANIO: No, sulla mia vita.  Far soltanto sapere che siete morta,  e
    gli mander un segno sanguinoso, perch mi  comandato di far cos. La
    vostra assenza dalla corte ne sar conferma.
    IMOGENE:  Ma,  buon  amico,  che far io intanto?  Dove abiter?  Come
    vivr?  E che conforto avr nella mia vita,  quando sar morta al  mio
    sposo?
    PISANIO: Se volete tornare a corte...
    IMOGENE:  Non  pi  corte,  non  pi  padre,  non pi contese con quel
    brutale,  per nulla nobile,  ma semplice nulla di Cloten.  Quel Cloten
    del quale temevo le assiduit come un assedio.
    PISANIO:  Se non volete tornare a corte,  allora non dovete restare in
    Britannia.
    IMOGENE: Dove allora?  Il sole brilla soltanto per  la  Britannia?  Il
    giorno,  la  notte son soltanto in Britannia?  Nel volume dei mondo la
    nostra Britannia sembra come una parte, ma fuori di esso; in un grande
    stagno, un nido di cigno. Pensa, ti prego,  che ci sono esseri viventi
    fuori della Britannia.
    PISANIO:   Sono   molto   lieto   che   pensiate  a  un  altro  luogo.
    L'ambasciatore Lucio, il Romano, verr domani a Milford-Haven. Ora, se
    poteste farvi un  animo  oscuro  come  la  vostra  sorte,  e  soltanto
    dissimulare  quello  che,  mostrandosi  qual  ,  non  pu  essere che
    pericolo per voi,  camminereste per  una  via  piacevole  e  piena  di
    promesse.  S,  fors'anche  vicina  alla residenza di Postumo,  almeno
    vicina tanto che,  se pure le sue azioni non vi saranno  visibili,  la
    fama  dir  ora  per  ora  esattamente  al  vostro  orecchio  ogni suo
    movimento.
    IMOGENE: Oh, aver questo mezzo!  Anche se con pericolo del mio pudore,
    purch non sia mortale, mi avventurerei!
    PISANIO: Ebbene,  questo  il punto;  dovete dimenticare di essere una
    donna,  mutare il comando in obbedienza,  la paura e  la  timidezza  -
    queste  ancelle  di  tutte  le  donne,  o,  pi  veramente,  la stessa
    leggiadra essenza della donna - in un coraggio birichino,  pronto alla
    beffa,  lesto a rispondere,  impertinente e litigioso come la donnola.
    Anzi, dovete dimenticare il raro tesoro delle vostre guance ed esporlo
    - o crudelt!  ma ahim,  non c' rimedio!  -  all'avido  contatto  di
    Titano che d a tutti i suoi baci;  e dimenticare i vostri minuziosi e
    graziosi ornamenti, coi quali facevate gelosa la grande Giunone.
    IMOGENE: Ors, sii breve: vedo il tuo scopo e son gi quasi un uomo.
    PISANIO: Prima, prendetene l'aspetto. Prevedendo questo ho gi pronti,
    nella mia sacca.  giustacuore,  cappello,  brache,  e tutto quello che
    occorre con essi.  Voi dovreste, col loro aiuto, e imitando meglio che
    potrete un giovane della vostra  et,  presentarvi  al  nobile  Lucio,
    chiedergli servizio,  dirgli le vostre abilita e questo capir,  se in
    quella sua testa ha orecchio per la musica. Senza dubbio vi accoglier
    con gioia,  perch  uomo d'onore e rivestito di molte  virt.  Per  i
    vostri  mezzi  fuori  di  casa,  avete  me,  ricco;  e non mancher di
    rifornirvi n al principio, n in seguito.
    IMOGENE: Tu sei l'unico conforto col quale gli di mi sostentino. Va',
    te ne prego. Ci sono altre cose da considerare,  ma faremo di volta in
    volta  quello  che il tempo vorr.  A questa impresa io milito come un
    soldato, e la sosterr con un coraggio da principe. Va', ti prego.
    PISANIO: Bene, signora. Dobbiamo darci un frettoloso addio, perch, se
    mancassi,  mi si potrebbe sospettare di  avervi  fatto  fuggire  dalla
    morte.  Mia  nobile  signora,  ecco  una scatola: l'ebbi dalla regina;
    quello che contiene  prezioso.  Se soffrite il mare,  se avete  delle
    nausee in terra,  una goccia di questo mander via ogni male.  Cercate
    un po' d'ombra e assumete la vostra virilit. Possano gli di guidarvi
    al meglio!
    IMOGENE: Amen, ti ringrazio!
    (Escono da parti diverse).


    SCENA QUINTA - Una stanza nel Palazzo di Cimbelino.

    (Entrano CIMBELINO, la REGINA, CLOTEN, LUCIO e Baroni).
    CIMBELINO: Vi lascio qui e vi dico addio.
    LUCIO: Grazie,  regale signore.  Il mio imperatore  ha  scritto:  devo
    partire  di qui,  e molto mi dispiace di dovervi rapportare nemico del
    mio padrone.
    CIMBELINO: I nostri sudditi, signore,  non tollerano il suo giuoco;  e
    in quanto a noi,  mostrare meno sovranit di loro, apparirebbe indegno
    d'un re.
    LUCIO: Con ci, sire,  vi domando una scorta per terra fino a Milford-
    Haven. Signora, auguro ogni gioia a Vostra Grazia, e a voi!
    CIMBELINO:  Miei  signori,  a  voi    assegnato  questo ufficio.  Non
    dimenticate nulla degli onori che gli sono dovuti. Cos, addio, nobile
    Lucio.
    LUCIO: La vostra mano, mio signore.
    CLOTEN: Ricevetela in amicizia;  ma da ora in poi la porto come vostra
    nemica.
    LUCIO:  Signore,  l'evento  deve  ancora  fare  il nome del vincitore.
    Addio.
    CIMBELINO: Non lasciate il degno Lucio, miei buoni signori, finch non
    abbia passato la Severn. Sii felice!
    (Escono Lucio e i Baroni).
    REGINA: Se ne va accigliato;  ma  un onore per noi avergliene data la
    causa.
    CLOTEN:  Tutto   per il meglio;  cos sono esauditi i voti dei vostri
    valorosi Britanni.
    CIMBELINO: Lucio ha gi scritto all'imperatore quello che accade  qui.
    Perci bisogna che i nostri carri e i nostri cavalieri siano pronti in
    tempo.  Le  forze  che ha gi in Gallia saranno presto adunate e di l
    muover guerra contro la Britannia.
    REGINA: E' un'impresa che non consente di dormire, ma bisogna condurla
    rapidamente e con forza.
    CIMBELINO: La nostra previsione che sarebbe stato cos,  ci  ha  fatto
    predisporre.  Ma, mia dolce regina, dov' nostra figlia? Non  apparsa
    davanti al Romano,  e non ha fatto oggi il  suo  dovere  con  noi.  Ci
    sembra  fatta  di malvolere pi che di obbedienza,  lo abbiamo notato.
    Chiamatela davanti a noi,  ch siamo fin troppo  deboli  nella  nostra
    tolleranza.
    (Esce un Gentiluomo).
    REGINA:  Regale  signore,  da quando Postumo  in esilio la sua vita 
    stata molto ritirata. La cura, mio signore,  il tempo che deve farla.
    Supplico Vostra Maest di trattenersi da parole dure con  lei:    una
    dama  cos sensibile ai rimproveri che le parole son colpi,  e i colpi
    sono morte per lei.

    (Rientra il Gentiluomo).

    CIMBELINO: Dov', messere? Come pu giustificare la sua noncuranza?
    GENTILUOMO: Permettete,  sire,  le sue stanze  sono  tutte  chiuse,  e
    nessuno d risposta per quanto rumore si faccia.
    REGINA:  Mio  signore,  l'ultima volta che sono stata a visitarla,  mi
    preg di scusarla se stava rinchiusa;  costretta a  questo  dalla  sua
    infermit,  doveva  trascurare  quell'omaggio che giornalmente era suo
    obbligo di farvi.  Questo desider che vi dicessi,  ma i doveri  della
    nostra gran corte mi hanno fatta biasimevole per la mia memoria.
    CIMBELINO:  Le sue porte chiuse?  Non s' vista di recente?  Voglia il
    cielo che quello che temo non sia vero!
    (Esce).
    REGINA: Figlio mio, vi prego, seguite il re.
    CLOTEN: Quel suo uomo, Pisanio, il suo vecchio servitore,  non lo vedo
    da due giorni.
    REGINA:  Andate,  seguitelo.  (Esce  Cloten) Pisanio,  tu che sei cos
    devoto a Postumo!  Egli ha un mio  veleno  e  magari  la  sua  assenza
    venisse  dall'averlo inghiottito,  poich lo crede preziosissima cosa.
    Ma lei,  dove  andata?  Forse  stata presa dalla disperazione;  o il
    suo fervente amore le ha fatto metter l'ali ed  volata al suo adorato
    Postumo. E' andata alla morte o al disonore; e i miei fini possono far
    buon  uso  dell'una  come dell'altro.  Se  caduta,  dispongo io della
    corona britanna.
    (Rientra CLOTEN).
    Ebbene, figlio mio?
    CLOTEN: Certamente  fuggita.  Andate a calmare il re.  E fuori di s,
    nessuno osa andargli vicino.
    REGINA (a parte): Tanto meglio. Possa questa notte privarlo del giorno
    che viene.
    (Esce).
    CLOTEN:  Io  l'amo  e l'odio,  perch  bella e regale e possiede ogni
    cortesia pi squisita in maggior grado di qualsiasi dama,  di tutte le
    dame,  di  tutte  le  donne.  Di ognuna ella ha il meglio e,  di tutte
    formata, val pi di tutte: per questo l'amo. Ma sdegnandomi e gettando
    i suoi favori al vile Postumo scredita il suo giudizio e soffoca  ogni
    sua  rara  dote:  e  per  questo  concluder  con l'odiarla anzi,  col
    vendicarmi di lei. Perch, quando gli sciocchi...
    (Entra PISANIO).
    Chi ? Come, state complottando, galantuomo? Venite qui, vile mezzano!
    Gaglioffo, dov' la tua signora? In una parola,  o altrimenti ti mando
    dritto ai demoni.
    PISANIO: Oh, mio buon signore!
    CLOTEN: Dov' la tua signora? o, per Giove... non ripeter la domanda.
    Inscrutabile  briccone,  avr questo segreto del tuo cuore o ti aprir
    il cuore per trovarlo.  E' con Postumo?  quel cumulo di  bassezze  dal
    quale non si pu cavare un'oncia di valore?
    PISANIO: Ahim, mio signore, come pu ella essere con lui? Quando si 
    notata la sua assenza? Egli  a Roma.
    CLOTEN: Dov' lei,  messere?  Vieni pi vicino, non esitare pi, dimmi
    tutto. Che cos' accaduto di lei?
    PISANIO: Oh mio degnissimo signore...
    CLOTEN: Degnissimo gaglioffo!  Rivelami dov' la tua  padrona  subito,
    con  la  prima  parola...  Basta  col  degno signore;  parla o il tuo
    silenzio  sull'istante la tua condanna e la tua morte.
    PISANIO: Allora,  signore,  questo foglio  la storia di quello che so
    riguardo alla sua fuga.
    (Gli d una lettera).
    CLOTEN: Fa' vedere. La cercher fin sul trono di Augusto.
    PISANIO (a parte): O questo, o perire. E' lontana abbastanza. E quello
    che apprender da questa gli potr far fare un viaggio, non metter lei
    in pericolo.
    CLOTEN: Uhm!
    PISANIO  (a  parte): Scriver al mio signore che  morta.  Oh Imogene,
    possa tu sicura viaggiare e sicura ritornare.
    CLOTEN: Ehi, tu, questa lettera dice la verit?
    PISANIO: Signore, cos credo.
    CLOTEN: E' la scrittura di Postumo, la conosco. Tu canaglia, se invece
    di essere un gaglioffo volessi servirmi fedelmente,  incaricandoti con
    seria  applicazione  di fare ogni cosa in cui avr occasione d'usarti,
    vale a dire compiere immediatamente  e  fedelmente  tutte  le  cattive
    azioni  che  ti  comander,  ti  considererei  uomo  onesto,  e non ti
    mancherebbe n la mia fortuna per tuo conforto,  n il  mio  voto  per
    farti strada.
    PISANIO: Bene, mio buon signore.
    CLOTEN: Mi vuoi servire?  Poich sei rimasto attaccato pazientemente e
    costantemente alla magra fortuna di quello straccione di Postumo,  non
    potrai,  secondo la natura della gratitudine,  essere che un diligente
    seguace per me. Vuoi servirmi?
    PISANIO: S, signore.
    CLOTEN: Dammi la mano. Ecco la mia borsa.  Hai in tuo possesso qualche
    vestito del tuo antico padrone?
    PISANIO:  Ho  in casa,  mio signore,  lo stesso abito che indossava il
    giorno che si conged dalla mia signora e padrona.
    CLOTEN: Il primo servizio che  mi  fai:  porta  qui  quell'abito.  Sia
    questo il tuo primo servizio. Va'.
    PISANIO: Obbedisco, mio signore.
    (Esce).
    CLOTEN: Ci incontreremo a Milford-Haven! Ho dimenticato di domandargli
    una  cosa;  me ne ricorder fra poco.  E' l,  infame Postumo,  che ti
    uccider.  Vorrei che quegli abiti fossero arrivati.  Ella  disse  una
    volta  -  l'amarezza  ancora mi rigurgita dal cuore - che aveva pi in
    considerazione lo stesso vestito di Postumo che la mia persona  nobile
    per nascita,  con tutto l'ornamento delle mie qualit. Con quell'abito
    indosso la voglio violare.  Prima uccider lui,  sotto i  suoi  occhi;
    allora  vedr  il  mio valore,  che sar un tormento al suo disprezzo.
    Quando lui sar a terra,  finito il mio  discorso  d'insulto  sul  suo
    cadavere e quando la mia lussuria sar sazia - questo,  come ho detto,
    far, per tormentarla,  con le vesti che ella tanto lodava - a corte a
    pugni, a casa a calci, la riporter. Mi ha disprezzato allegramente, e
    io sar allegro nella mia vendetta.
    (Rientra PISANIO, con i vestiti).
    Sono questi i vestiti?
    PISANIO: S, mio nobile signore.
    CLOTEN: Quanto  che  partita per Milford-Haven?
    PISANIO: Pu appena esserci arrivata.
    CLOTEN:  Porta  questo  costume nella mia stanza;  questa  la seconda
    cosa che ti ho  comandata.  La  terza  ,  che  tu  devi  essere  muto
    volontario  sul  mio  disegno.  Sol  che  tu  sia  zelante,  un giusto
    avanzamento ti verr incontro. La mia vendetta  ora a Milford. Vorrei
    aver l'ali per seguirla! Vieni, sii fedele.
    (Esce).
    PISANIO: Tu mi comandi la mia  perdita,  perch  essere  fedele  a  te
    vorrebbe dire esser traditore, e tale non sar mai, verso il pi leale
    degli  uomini.  Vai a Milford,  ma non ci troverai quella che insegui.
    Piovete, piovete su di lei,  benedizioni celesti!  La fretta di questo
    insensato  sia  ostacolata  dalla  lentezza;  la  fatica  sia  la  sua
    ricompensa!
    (Esce).


    SCENA SESTA - Galles. Davanti alla caverna di Belario.

    (Entra IMOGENE, vestita da ragazzo).
    IMOGENE: Vedo che la vita di un uomo  penosa. Mi sono stancata, e per
    due notti di seguito ho fatto della terra il mio letto.  Sarei malata,
    se  la mia risoluzione non mi fosse cura.  Milford,  quando Pisanio ti
    mostrava dalla cima del monte, eri a portata della mia vista. O Giove!
    mi pare che gli asili fuggano i disgraziati; quelli,  voglio dire,  in
    cui  dovrebbero  trovare  conforto.  Due mendicanti mi dissero che non
    potevo smarrire il cammino.  Mentiranno i poveri  che  hanno  le  loro
    afflizioni e sanno che sono una punizione o una prova?  S, non c' da
    meravigliarsi,  quando anche i ricchi di rado dicono il vero:  mentire
    nell'abbondanza  pi colpevole che mentire per bisogno; e la menzogna
     peggiore nei re che nei mendichi.  Mio dolce signore,  tu sei uno di
    quei perfidi.  Ora che penso a te,  la fame  passata;  eppure or  ora
    stavo per svenire dal bisogno di cibo.  Ma che cosa  questo?  Ecco un
    sentiero che vi conduce:  un selvaggio abituro.  Sar meglio  io  non
    chiami; non oso chiamare, eppure la fame, prima di abbattere del tutto
    la natura, la fa valente. L'abbondanza e la pace generano i codardi la
    miseria  sempre madre dell'ardimento.  Oh,  chi  l?  Se  un essere
    civile, parli; se  selvaggio, prenda o presti. Oh!  Nessuna risposta?
    Allora  entrer.  E' meglio che snudi la spada,  e se il mio nemico ha
    tanto timore di una spada quanto me, oser appena guardarla. Oh cielo,
    dammi un nemico cos!
    (Scompare nella caverna).

    (Entrano BELARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO).

    BELARIO: Voi,  Polidoro,  vi siete mostrato il  miglior  cacciatore  e
    siete il signore della festa.  Cadwal e io saremo il cuoco e il servo:
     il nostro patto. Il sudore dell'operosit seccherebbe e morrebbe, se
    non fosse il fine a cui s'affaccenda. Venite,  il nostro appetito far
    saporoso  quello  che   casalingo: la stanchezza pu russare sopra la
    selce,  mentre la pigrizia inquieta trova duro il guanciale di  piume.
    Ora, la pace sia qui, povera casa che ti custodisci da sola.
    GUIDERIO: Sono stanco morto.
    ARVIRAGO: Son debole di fatica, ma forte d'appetito.
    GUIDERIO:  C'  della  carne  fredda  nella caverna;  ce ne pasceremo,
    mentre quello che abbiamo ucciso si cuoce.
    BELARIO:  Fermi,  non  entrate.   (Guardando  nella  caverna)  Se  non
    mangiasse le nostre provviste, crederei fosse un'apparizione.
    GUIDERIO: Che cosa c', signore?
    BELARIO: Per Giove,  un angelo!  o una meraviglia terrestre! Guardate:
    la divinit non ha pi anni d'un ragazzo.

    (Rientra IMOGENE).

    IMOGENE: Buoni padroni,  non fatemi male: prima  di  entrare  qui,  ho
    chiamato,  e  pensavo  mendicare  o  comprare quello che ho preso.  In
    verit, non ho rubato nulla,  n l'avrei fatto anche se avessi trovato
    l'oro sparso per terra. Ecco denaro per il mio cibo: lo avrei lasciato
    sulla tavola non appena finito il mio pasto; e sarei partito, pregando
    per chi mi aveva provvisto.
    GUIDERIO: Denaro, giovane?
    ARVIRAGO: Piuttosto tutto l'oro e l'argento si trasformino in fango! E
    non valgono di pi se non per quelli che adorano idoli immondi.
    IMOGENE:  Vedo  che  siete  in collera.  Sappiate se mi ucciderete per
    questa colpa, che sarei morto se non l'avessi commessa.
    BELARIO: Dove andate?
    IMOGENE: A Milford-Haven.
    BELARIO: Qual  il vostro nome?
    IMOGENE: Fedele,  signore.  Ho un parente che  parte  per  l'Italia  e
    s'imbarca a Milford.  Mentre andavo da lui,  quasi sfinito dalla fame,
    ho commesso questa colpa.
    BELARIO: Vi prego,  bel giovane,  non prendeteci per  villani,  e  non
    misurate  le  nostre  buone  anime  da  questo  selvaggio luogo in cui
    viviamo. Ben trovato!  E' quasi notte.  Avrete pasto migliore prima di
    partire, e vi ringrazieremo di essere rimasto e di mangiarlo. Ragazzi,
    dategli il benvenuto.
    GUIDERIO: Giovane,  se foste una donna, vi farei una corte assidua per
    essere il vostro onesto sposo; quello che vi prometto,  sarei pronto a
    pagare.
    ARVIRAGO:  Mi consoler che  un uomo: lo amer come un fratello: e il
    benvenuto che gli darei dopo una lunga assenza lo do a voi.  Benvenuto
    tra noi: state allegro che capitate in mezzo ad amici.
    IMOGENE: Fra amici, se fratelli! (A parte) Fosse cos, fossero i figli
    di  mio  padre!  Il mio valore sarebbe allora meno grande,  e cos pi
    uguale di peso al tuo, Postumo!
    BELARIO: Si strugge per qualche dolore.
    GUIDERIO: Come vorrei sollevarlo!
    ARVIRAGO: Anch'io: qualunque sia,  a qualsiasi prezzo e con  qualsiasi
    pericolo! O di!
    BELARIO: Ascoltate, ragazzi.
    (Parla a bassa voce).
    IMOGENE: Uomini grandi, che avessero una corte non pi vasta di questa
    caverna, che si servissero da s, e avessero la virt suggellata dalla
    loro  coscienza  -  non curando il tributo delle mutevoli moltitudini,
    dono da nulla - non  potrebbero  valer  di  pi  di  questi  fratelli.
    Perdonatemi,  di! Vorrei mutar sesso per essere loro compagno, poich
    Leonato  infedele.
    BELARIO: Cos deve essere.  Ragazzi,  prepariamo la nostra selvaggina.
    Bel giovane, entrate. A digiuno, greve  discorrere. Dopo aver cenato,
    ti domanderemo con discrezione la tua storia, fin dove vorrai dircela.
    GUIDERIO: Andate avanti vi prego.
    ARVIRAGO:  La  notte  al  gufo  e  il  mattino  all'allodola sono meno
    benvenute.
    IMOGENE: Grazie, signore.
    ARVIRAGO: Vi prego, andate avanti.
    (Escono).




    SCENA SETTIMA - Roma. Una pubblica piazza.

    (Entrano due Senatori e Tribuni).
    PRIMO SENATORE: Ecco il tenore  del  rescritto  imperiale:  Poich  i
    plebei  sono ora in azione contro i Pannoni e i Dalmati,  e le legioni
    ora in Gallia sono d'assai  troppo  deboli  per  sostenere  la  guerra
    contro  gli  insorti  Britanni,  incitiamo i patrizi a questa impresa.
    Crea Lucio proconsole: e a voi  tribuni  per  questa  leva  immediata,
    delega i suoi poteri assoluti. Viva Cesare!
    PRIMO TRIBUNO: E' Lucio il generale delle forze?
    SECONDO SENATORE: S.
    PRIMO TRIBUNO: E sta ora in Gallia?
    PRIMO  SENATORE:  Con quelle legioni delle quali ho parlato,  e che le
    vostre leve debbono rinforzare.  I  termini  del  vostro  incarico  vi
    fissano il numero degli uomini e il tempo della loro partenza.
    I TRIBUNI: Faremo il nostro dovere.
    (Escono).





    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Galles. Presso la caverna di Belario.

    (Entra CLOTEN).
    CLOTEN:  Sono vicino al luogo dove dovrebbero incontrarsi,  se Pisanio
    mi ha dato  indicazioni  esatte.  Come  i  suoi  vestiti  mi  vanno  a
    pennello! Perch la sua padrona, che fu fatta dallo stesso che cre il
    sarto non mi dovrebbe andare a pennello anche lei?  Tanto pi che, con
    rispetto parlando, si dice che la donna  come il pennello, si muove a
    seconda del vento.  Cost devo mettermi  all'opera.  Oso  dirlo  a  me
    stesso  -  perch  non    vanagloria  per  un  uomo discorrere con lo
    specchio nella sua stanza - voglio dire,  le linee del mio corpo  sono
    ben disegnate quanto quelle del suo; non meno giovane, sono pi forte;
    non  al  di  sotto di lui in fortuna,  pi favorito dalle circostanze,
    maggiore di lui per nascita,  capace quanto lui nelle imprese di  ogni
    genere  e  pi  notevole  nei  combattimenti  singoli:  eppure  quella
    insensata l'ama a mio dispetto.  Che cosa  la vita mortale!  Postumo,
    la  tua  testa,  che  si  alza  adesso  sulle tue spalle,  cadr entro
    quest'ora;  la tua signora violata,  i tuoi abiti stracciati  a  pezzi
    davanti alla tua faccia: e,  fatto tutto questo, a calci a casa da suo
    padre;  che forse potr essere un po' adirato per il  mio  trattamento
    cos brusco;  ma mia madre,  che ha ogni potere sul suo cattivo umore,
    volger ogni cosa a mia lode.  Il mio cavallo    ben  legato;  fuori,
    spada,  e a un'opera crudele! Fortuna mettili nelle mie mani! Questo 
    proprio ii luogo descrittomi del loro appuntamento e quel compare  non
    osa certo ingannarmi


    SCENA SECONDA - Davanti alla caverna di Belario.

    (Entrano dalla caverna BELARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO e IMOGENE).
    BELARIO  (a  Imogene):  Non  state  bene:  rimanete qui nella caverna:
    torneremo a voi dopo la caccia.
    ARVIRAGO (a Imogene): Fratello, resta qui. Non siamo fratelli?
    IMOGENE: Cos uomo e uomo dovrebbero esserlo; ma argilla differisce da
    argilla in dignit,  sebbene la loro polvere  sia  uguale.  Sto  molto
    male.
    GUIDERIO: Andate voi a caccia; io rester con lui.
    IMOGENE: Non sono cos malato; eppure non sto bene; ma non sono uno di
    quei  bellimbusti  cittadineschi  che  si credono morti prima d'essere
    malati. Cos, vi prego, lasciatemi;  attendete alle vostre occupazioni
    giornaliere: interrompere le abitudini,   interrompere ogni cosa. Sto
    male,  ma il vostro stare vicini a me non pu guarirmi;  la  compagnia
    non  conforto a chi non  socievole. Non ho un gran male, se ne posso
    ragionare.  Vi prego, lasciatemi qui senza timore. Non posso sottrarre
    niente,  se non me stesso;  e  lasciatemi  morire,  il  furto    cos
    piccolo.
    GUIDERIO: Ti voglio bene,  l'ho detto;  qualunque sia la quantit,  il
    peso  quello del bene che voglio a mio padre.
    BELARIO: Che cosa? come! come!
    ARVIRAGO: Se  peccato dir cos,  signore,  mi aggiogo alla colpa  del
    mio  buon  fratello.  Non  so  perch  io ami questo giovane;  e vi ho
    sentito dire che la ragione dell'amore  senza ragione:  con  la  bara
    alla porta, se mi domandassero chi deve morire, direi, mio padre, non
    questo giovane.
    BELARIO (a parte) O nobile carattere!  O dignit di natura!  Grandezza
    di razza! I codardi son padri dei codardi e i vili generano i vili: la
    natura ha farina e crusca,  cose spregevoli e cose  graziose.  Io  non
    sono il loro padre, ma chi pu essere questo che compie il miracolo di
    farsi amare pi di me? (Forte) E' la nona ora del mattino.
    ARVIRAGO: Addio, fratello.
    IMOGENE: Vi auguro buona caccia.
    ARVIRAGO: A voi, salute. Signore, ai vostri ordini.
    IMOGENE (a parte): Queste son buone creature.  Oh di,  quali menzogne
    ho udite! I nostri cortigiani dicono che tutto  selvaggio, fuor che a
    corte.  Oh esperienza,  tu smentisci la fama!  I mari sovrani generano
    mostri;  i poveri tributari,  i fiumi, danno invece alla nostra tavola
    pesci squisiti.  Sto ancora male;  mi  sento  affranta.  Pisanio,  ora
    prover la tua medicina.
    GUIDERIO: Non ho potuto muoverlo a parlare. Ha detto di essere nobile,
    ma disgraziato; ingiustamente colpito eppure giusto.
    ARVIRAGO:  Cos ha risposto a me;  eppure,  ha detto,  pi tardi potr
    saperne di pi.
    BELARIO: A caccia, a caccia! Vi lasciamo per ora; entrate e riposate.
    ARVIRAGO: Non staremo fuori a lungo.
    BELARIO: Cercate di non essere malato,  perch dovete essere la nostra
    massaia.
    IMOGENE: Ammalato o sano, vi son legato.
    BELARIO:  E lo sarete sempre.  (Imogene scompare nella caverna) Questo
    giovane, per quanto disgraziato, mostra di aver avuto buoni antenati.
    ARVIRAGO: Come canta angelicamente!
    GUIDERIO: E la sua squisita cucina!  Ha tagliato le nostre  radici  in
    forma  di  lettere  e  condito  i  nostri  brodi come se Giunone fosse
    malata, e lui il suo infermiere.
    ARVIRAGO: Nobilmente sposa un sorriso  con  un  sospiro,  come  se  il
    sospiro fosse quel che era dal dispiacere di non essere un sorriso;  e
    il sorriso irridesse il sospiro, di volere volar via da un tempio cos
    divino per mescolarsi ai venti che i marinai insultano.
    GUIDERIO: Ho notato che la pena e la pazienza,  tutt'e due abbarbicate
    in lui, intrecciano le loro radici.
    ARVIRAGO: Cresci,  pazienza!  E che la pena, fetido sambuco, districhi
    la sua radice languente dalla tua florida vita!
    BELARIO: Il mattino  alto. Andiamo! Chi  l?

    (Entra CLOTEN).

    CLOTEN: Non  posso  trovare  quei  fuggitivi;  quel  gaglioffo  mi  ha
    ingannato. Sono sfinito.
    BELARIO: Quei fuggitivi!  Non parla di noi? Mi pare di riconoscerlo;
     Cloten, il figlio della regina.  Temo un'imboscata.  Non l'ho veduto
    per  tutti  questi  anni,  eppure  so  che    lui.  Siamo  tenuti per
    fuorilegge. Andiamo!
    GUIDERIO: E' solo: voi e mio fratello cercate se ha dei  compagni  qui
    vicini. Vi prego, andate; lasciatemi solo con lui.
    (Escono Belario e Arvirago).
    CLOTEN:  Piano!  Chi  siete  che  mi  fuggite  cos?  Dei gaglioffi di
    montanari? Ne ho sentito parlare. Che marrano sei tu?
    GUIDERIO: Non ho mai fatto cosa pi da marrano  che  rispondere  a  un
    marrano senza picchiare.
    CLOTEN:  Sei  un  brigante,  un senza legge,  un furfante.  Arrenditi,
    ladro.
    GUIDERIO: A chi? A te? Chi sei tu?  Non ho un braccio grande quanto il
    tuo?  Un cuore altrettanto grande? Le tue parole, lo concedo, sono pi
    grandi, perch io non porto il mio pugnale in bocca.  Dimmi,  chi sei,
    che io debba arrendermi a te?
    CLOTEN: Tu vile gaglioffo, non mi conosci dagli abiti?
    GUIDERIO: No,  furfante,  n il tuo sarto,  che  tuo nonno,  ha fatto
    quegli abiti, che a quanto pare fanno te.
    CLOTEN: Emerito ribaldo, non li ha fatti il mio sarto.
    GUIDERIO: Vattene dunque,  e ringrazia l'uomo che te li ha  dati.  Sei
    proprio uno sciocco, e non c' gusto a picchiarti.
    CLOTEN: Ladro insolente, odi soltanto il mio nome e trema.
    GUIDERIO: Qual  il tuo nome?
    CLOTEN: Cloten, o furfante.
    GUIDERIO:  Cloten,  o  due  volte furfante,  sar il tuo nome,  ma non
    riesco a tremare. Fosse Rospo, o Vipera, o Ragno, mi commuoverebbe pi
    facilmente.
    CLOTEN: Perch tu abbia pi paura,  anzi per tua  suprema  confusione,
    sappi che sono il figlio della regina.
    GUIDERIO: Mi dispiace; il tuo aspetto non  degno della tua nascita.
    CLOTEN: Non hai paura?
    GUIDERIO: Quelli che rispetto, temo: i saggi; degli sciocchi rido, non
    li temo.
    CLOTEN:  Muori dunque ammazzato.  Quando ti avr ucciso di mia propria
    mano, inseguir quelli che son fuggiti di qui adesso,  e attaccher le
    vostre  teste  alle  porte  della  citt  dl  Lud.   Arrenditi,  rozzo
    montanaro.
    (Escono combattendo).

    (Rientrano BELARIO e ARVIRAGO).

    BELARIO: Nessuno qui intorno?
    ARVIRAGO: Nessuno al mondo. Vi siete certamente sbagliato su di lui.
    BELARIO: Non posso dire;  tanto che non l'ho veduto,  ma il tempo non
    ha in nulla mutato i tratti che il suo volto aveva allora;  gli sbalzi
    nella sua voce,  e quegli scoppi di parole,  erano come i suoi.  Ho la
    certezza che era proprio Cloten.
    ARVIRAGO:  Qui  li  abbiamo lasciati.  Auguro a mio fratello di averla
    avuta buona con lui; dite che  tanto feroce.
    BELARIO: Non essendo ancora maturo, voglio dire come uomo,  ignorava i
    ruggenti  terrori:  in  un'et  in cui il difetto di giudizio  spesso
    causa di paura. Ma ecco tuo fratello.

    (Rientra GUIDERIO; con la testa di Cloten).
    GUIDERIO: Questo Cloten era uno sciocco,  una borsa vuota,  non  v'era
    denaro in essa. Ercole stesso non avrebbe potuto fargli schizzar fuori
    il cervello,  perch non ne aveva. Eppure, se non avessi fatto questo,
    lo sciocco avrebbe portato la mia testa come io porto la sua.
    BELARIO: Che cosa hai fatto?
    GUIDERIO: So benissimo quello che ho fatto: ho tagliato la testa a  un
    certo Cloten,  figlio della regina,  a quel che diceva. Mi ha chiamato
    traditore, montanaro; e ha giurato che con la sua sola mano ci avrebbe
    vinti e avrebbe tolte le  nostre  teste  da  dove,  grazie  agli  di,
    fioriscono, per attaccarle alle porte della citt di Lud.
    BELARIO: Siamo tutti perduti.
    GUIDERIO:  Perch,  degno  padre?  che  cosa abbiamo da perdere se non
    quello che giurava di toglierci,  la vita?  La legge non ci  protegge:
    perch  allora  dovremmo esser tanto delicati da lasciare che un pezzo
    di carne arrogante ci  minacci,  faccia  lui  solo  da  giudice  e  da
    carnefice, perch noi temiamo la legge? Chi avete visto intorno?
    BELARIO: Non abbiamo visto un'anima viva,  ma la semplice ragione dice
    che deve avere qualcuno con s.  Per quanto il suo umore non fosse  se
    non  mutamento,  s,  e questo da una cosa cattiva a una peggiore,  n
    frenesia,  ne assoluta pazzia potrebbero esser giunte  all'eccesso  di
    condurlo qui da solo.  Bench forse si dica a corte che gente la quale
    come noi sta qui in una caverna e  caccia  qui,    fuorilegge,  e  un
    giorno potrebbe rafforzarsi;  e sentendo questo -  nella sua natura -
    forse egli s' irato,  e ha giurato di venire a prenderci: pure non  
    probabile che sia venuto solo: n egli  tanto ardito, n gli altri lo
    avrebbero  permesso.  Perci temiamo con giusta ragione se temiamo che
    questo corpo abbia una coda, pi pericolosa della testa.
    ARVIRAGO: Avvenga quello che vorranno gli di; comunque,  mio fratello
    ha fatto bene.
    BELARIO: Non avevo voglia di cacciare,  oggi.  La malattia del giovane
    Fedele mi ha fatto parere ben lunga la via.
    GUIDERIO: Con la sua stessa spada,  che agitava contro alla mia  gola,
    gli  ho tagliato la testa.  La getter nel torrente dietro alla nostra
    roccia;  e vada al mare,  e dica ai pesci che  Cloten,  figlio  della
    regina. Questo  quello che m'importa.
    (Esce).
    BELARIO: Temo sar vendicato. Oh Polidoro; tu non avessi fatto questo!
    Per quanto il valore bene ti si addica.
    ARVIRAGO: Vorrei averlo fatto io,  e che la vendetta colpisse me solo.
    Polidoro,  io ti amo fraternamente,  eppure t'invidio molto per avermi
    rubata  questa  impresa.  Vorrei che tutte le vendette che forza umana
    pu affrontare venissero fin qui a cercarci e a chiederci conto.
    BELARIO: Orbene,  cosa fatta.  Oggi non cacceremo pi,  n cercheremo
    pericolo  dove non c' profitto.  Ti prego,  alla nostra grotta;  tu e
    Fedele  sarete  i  cuochi.   Io  aspetter  finch  torni  l'impetuoso
    Polidoro, e lo porter a pranzo fra poco.
    ARVIRAGO: Povero Fedele malato! Andr volentieri da lui. Per rendergli
    i  suoi  colori  dissanguerei  una  parrocchia  di  simili Cloten e mi
    loderei della mia carit.
    (Esce).
    BELARIO: Oh tu dea,  tu divina Natura,  come ti riveli in  questi  due
    regali  fanciulli!  Sono  dolci  come gli zefiri che soffiano sotto la
    violetta senza agitarne il capo profumato; eppure,  non appena il loro
    sangue  regale  si scalda,  sono violenti come il vento pi impetuoso,
    che prende per la cima il pino dei monti e  lo  fa  piegare  verso  la
    valle.  E'  meraviglioso che un invisibile istinto li formi a regalit
    non appresa, a onore non insegnato, a urbanit in altri non veduta,  a
    valore  che cresce in essi selvaggio,  ma d messe come se fosse stato
    seminato.  Eppure mi turba quello che la presenza di  Cloten  qui  pu
    presagire a noi, o quello che la sua morte ci apporter.

    (Rientra GUIDERIO).

    GUIDERIO: Dov' mio fratello? Ho mandato la zucca di Cloten gi per la
    corrente,  ambasciatrice a sua madre; finch non torni, il suo corpo 
    in ostaggio.
    (Musica solenne).
    BELARIO: Il mio sapiente istrumento! Ascolta, Polidoro: suona!  Ma che
    ragione ha Cadwal di farlo suonare? Ascolta!
    GUIDERIO: E' in casa?
    BELARIO: E' andato via di qui or ora.
    GUIDERIO:  Che  cosa vuol dire?  Dalla morte della mia carissima madre
    non ha pi risuonato.  Tutte le cose solenni dovrebbero  rispondere  a
    eventi  solenni.  Quale  sar  la  ragione?  Le gioie senza motivo e i
    lamenti per cose da  poco,  sono  allegrie  da  scimmie  e  dolori  da
    fanciulli. Cadwal  impazzito?
    BELARIO: Guarda,  viene e porta nelle sue braccia la ragione terribile
    di quello per cui lo rimproveriamo.

    (Rientra ARVIRAGO portando IMOGENE, come morta nelle sue braccia).

    ARVIRAGO: Morto  l'uccellino che ci  era  tanto  caro.  Avrei  voluto
    balzare  da  sedici anni a sessanta e cambiare la mia agile et con le
    grucce, piuttosto di aver veduto questo.
    GUIDERIO: Oh dolcissimo,  bellissimo giglio!  Mio  fratello  ti  porta
    assai meno bene di come eri quando fiorivi sul tuo stelo.
    BELARIO: Oh malinconia!  chi mai pot sondare il tuo fondo, toccare il
    fango,  mostrare la riva dove la  tua  inerte  navicella  potesse  pi
    facilmente trovar rifugio?  Oh creatura benedetta!  Giove sa qual uomo
    saresti potuto  divenire;  ma  io  so  che  sei  morto,  incomparabile
    fanciullo, di malinconia. Come l'avete trovato?
    ARVIRAGO:  Irrigidito,  come vedete;  cos sorridente,  come se avesse
    sentito ridendo una mosca sfiorare il suo sonno,  e non il dardo della
    morte; colla guancia destra posata su un cuscino.
    GUIDERIO: Dove?
    ARVIRAGO:  In  terra,  con  le  braccia  cos  incrociate:  ho creduto
    dormisse,  e mi son tolto dai piedi le scarpe ferrate,  la cui rudezza
    aveva un'eco troppo sonora ai miei passi.
    GUIDERIO: Infatti,  soltanto addormentato. Se  morto, far della sua
    fossa  un  letto;  le  fate  visiteranno  la sua tomba;  e i vermi non
    verranno a te.
    ARVIRAGO: Con i fiori pi belli,  fin che duri l'estate e io viva qui,
    Fedele,  profumer la tua triste tomba. Non ti mancher il fiore che 
    simile al tuo volto,  la pallida primula;  n la  campanula  azzurrina
    come  le  tue  vene;  no,  n  i  petali della rosa canina,  che senza
    calunniarla, non era pi profumata del tuo alito. O il pettirosso, col
    suo becco misericorde - oh becco,  che farai vergognosi  quegli  eredi
    arricchiti  che lasciano il loro padre sepolto senza un monumento - ti
    porterebbe tutto questo; s, e anche, quando non ci saranno pi fiori,
    una pelliccia di musco per proteggere d'inverno la tua salma.
    GUIDERIO: Basta,  ti prego,  e non scherzare con parole  femminili  su
    cose tanto gravi.  Andiamo a seppellirlo, e non tardiamo con il nostro
    sgomento quello che  ora il nostro debito. Alla tomba!
    ARVIRAGO: Dite, dove lo seppelliremo?
    GUIDERIO: Presso la buona Eurifile, nostra madre.
    ARVIRAGO: Cos sia. E, Polidoro,  bench ora le nostre voci abbiano il
    tono virile,  accompagnamolo cantando alla fossa,  come gi per nostra
    madre;  usiamo le stesse note e le stesse parole,  solo che Eurifile
    dovr essere Fedele.
    GUIDERIO: Cadwal, non posso cantare; pianger e dir con te le parole;
    perch  le  note  di  dolore  stonate sono peggiori che templi e preti
    menzogneri.
    ARVIRAGO: Allora le diremo.
    BELARIO: I grandi dolori, vedo,  curano i minori,  perch Cloten  del
    tutto dimenticato. Era figlio di regina, ragazzi, e per quanto venisse
    come nostro nemico,  ricordate che ne fu ripagato.  Per quanto umili e
    potenti,  corrompendosi  insieme,   facciano  una  sola  polvere,   la
    reverenza, quell'angelo del mondo, fa distinzione di posto fra piccoli
    e grandi. Il nostro nemico era principe, e bench gli abbiate tolta la
    vita come a nostro nemico, seppellitelo tuttavia come un principe.
    GUIDERIO: Vi prego,  portatelo qui. Il corpo di Tersite vale quello di
    Ajace, quando entrambi sono senza vita.
    ARVIRAGO:  Mentre  andrete  a  prenderlo,   diremo  il  nostro  canto.
    Incomincia, fratello.
    (Esce Belario).
    GUIDERIO: No,  Cadwal,  dobbiamo rivolgere la sua testa verso oriente;
    mio padre ha una ragione per questo.
    ARVIRAGO: E' vero.
    GUIDERIO: Vieni dunque, e rimuoviamolo.
    ARVIRAGO: Cos. Incomincia.

    CANZONE.

    GUIDERIO: Non temer vampa di sole
    n se furia d'inverno fiede,
    il suo compito pi non duole,
    tu sei a casa ed hai mercede.
    Spazzacamini o giovani d'oro,
    deve ciascuno divenir cenere.
    ARVIRAGO: Non temer l'ira del grande,
    n di dspota superbia,
    non curar vesti o vivande;
    per te canna  come quercia.
    Scettro, scienza, medicina, tutto
    dee seguir questo, divenir cenere.
    GUIDERIO: Non del lampo avrai paura,
    ARVIRAGO: folgor non ti d spavento;
    GUIDERIO: n calunnia, aspra censura;
    ARVIRAGO: finita  gioia e lamento.
    A DUE: Tutti gli amanti, i giovani tutti
    devon seguirti, divenir cenere.
    GUIDERIO: N stregone ti prenda,
    ARVIRAGO: n magia ti sorprenda,
    GUIDERIO: n insepolto ti offenda;
    ARVIRAGO: nessun male ti attenda.
    A DUE: Abbi un quieto riposo,
    e un sepolcro famoso.

    (Rientra BELARIO col corpo di Cloten).

    GUIDERIO: Abbiamo finito le esequie. Venite mettiamolo gi.
    BELARIO: Ecco pochi fiori; ma, sulla mezzanotte, degli altri.  Le erbe
    coperte  dalla fredda rugiada notturna sono le pi adatte a coprire le
    tombe.  Sopra la terra foste come fiori,  e ora siete appassiti;  cos
    anche  saranno  queste  erbette  che spargiamo su di voi.  Ora venite,
    ritiriamoci e inginocchiamoci. La terra che li ha dati li riprende;  i
    loro piaceri sono passati, e cos le loro pene.
    (Escono Belario, Guiderio e Arvirago).
    IMOGENE (risvegliandosi): S, signore, a Milford-Haven; qual  la via?
    Grazie.  Vicino  a  quel  cespuglio  laggi?  Per  favore,  qual   la
    distanza? Misericordia! possono essere ancora sei miglia? Ho camminato
    tutta la notte; in fede mia,  voglio stendermi in terra e dormire.  Ma
    piano,  che non ci sia compagno di letto. O di, e dee! (Vede il corpo
    di Cloten) Questi fiori sono come  i  piaceri  del  mondo;  quest'uomo
    sanguinoso  il suo dolore.  Spero di sognare,  perch a questo modo mi
    pareva di essere massaia dl una caverna,  e cuoca di oneste  creature,
    ma non  cosi.  Ero soltanto una saetta fatta di nulla, lanciata verso
    il nulla,  che il cervello fa coi suoi vapori;  i nostri stessi  occhi
    sono a volte come i nostri giudizi: ciechi. In verit, tremo ancora di
    paura,  ma  se  v'  ancora  in cielo una stilla di piet piccola come
    l'occhio d'uno scricciolo,  o temuti iddii,  datemene  una  parte!  Il
    sogno  ancora qui; anche quando mi sveglio,  fuori di me come dentro
    di me;  non immaginato,  sentito.  Un uomo senza il capo! I vestiti di
    Postumo! Riconosco la forma della sua gamba, questa  la sua mano;  il
    suo piede da Mercurio, la sua coscia da Marte, i muscoli da Ercole, ma
    la sua faccia da Giove...  Si assassina in cielo? Come? Non c' pi...
    Pisanio,  tutte le maledizioni che Ecuba in delirio lanci  ai  Greci,
    unite alle mie, siano scagliate su di te! Tu hai cospirato con Cloten,
    quel  dmone  perverso;  hai  qui  scannato  il mio sposo.  Scrivere e
    leggere sia d'ora in poi tradimento!  Il maledetto Pisanio con le  sue
    lettere false...  dannato Pisanio...  al pi bel vascello del mondo ha
    troncato l'albero maestro! O Postumo, ahim! dov' il tuo capo? dov'?
    Ahi, dov'?  Pisanio poteva ben colpirti al cuore e lasciarti il capo.
    Come  pu  essere questo,  Pisanio?  Sono stati lui e Cloten;  la loro
    scelleraggine e cupidigia han causato questa calamit. Oh,  chiaro, 
    chiaro!  La droga che mi diede,  che diceva preziosa e un cordiale per
    me,  non  l'ho  trovata  micidiale  ai miei sensi?  Questa  una piena
    conferma:  opera di Pisanio e di Cloten.  Oh,  da'  colore  alle  mie
    pallide  guance  col  tuo sangue,  che possiamo apparire pi orrendi a
    quelli che per caso ci troveranno. Oh mio signore, mio signore!
    (Si getta sul corpo).

    (Entrano LUCIO, un Capitano e altri Ufficiali e un Indovino).

    CAPITANO: Inoltre,  le legioni di stanza in Gallia,  secondo il vostro
    ordine,  hanno  passato il mare e vi aspettano qui a Milford-Haven con
    le vostre navi: sono pronte all'azione.
    LUCIO: Ma che notizie da Roma?
    CAPITANO: Il Senato ha fatto le leve dei cittadini e dei  gentiluomini
    d'Italia,  spiriti  ardenti  che  promettono nobile servizio.  Vengono
    sotto il comando del valoroso Jachimo, fratello dei principe di Siena.
    LUCIO: Quando li aspettate?
    CAPITANO: Col primo vento favorevole.
    LUCIO: Questo ardore ci d buone speranze.  Ordinate la rivista  delle
    forze presenti;  dite ai capitani di provvedere.  Ebbene, signore, che
    cosa avete sognato di recente sull'esito di questa guerra?
    INDOVINO: La scorsa  notte  gli  di  stessi  mi  hanno  mostrato  una
    visione.  Avevo digiunato e pregato perch mi illuminassero.  Cosi: ho
    visto  l'uccello  di  Giove,   l'aquila  romana,   volare   dall'umido
    mezzogiorno  a questa parte dell'occidente e qui svanire nei raggi del
    sole: il che presagisce,  a meno che i miei peccati non  ingannino  la
    mia divinazione, il successo all'oste romana.
    LUCIO:  Sogna spesso cosi,  e mai il falso.  Fermi,  oh!  che tronco 
    questo, senza il suo capo?  La rovina mostra che un tempo era un degno
    edificio.  Come!  un paggio!  o morto, o che dorme su di lui? Ma morto
    piuttosto, perch la natura aborrisce dividere il letto con i defunti,
    o dormire sui morti. Vediamo il volto del ragazzo.
    CAPITANO: E' vivo, mio signore.
    LUCIO: Allora ci dir di questo corpo.  Giovane,  informaci delle  tue
    avventure,  poich  sembra  che  implorino di essere domandate.  Chi 
    questo di cui ti fai sanguinoso guanciale?  O chi fu colui che  alter
    questa  bella  immagine  da  come la nobile natura l'aveva fatta?  Che
    interesse hai in questa triste rovina?  Come accadde?  Chi ?  Chi sei
    tu?
    IMOGENE:  Io  non sono niente;  o se no,  esser niente sarebbe meglio.
    Questi fu il mio padrone,  un molto valoroso e buon Britanno  che  qui
    giace ucciso da montanari.  Ahim, non ci sono altri padroni come lui.
    Posso errare da oriente a  occidente,  supplicare  servizio,  trovarne
    molti  e  tutti buoni,  servire fedelmente,  mai non trover un simile
    padrone.
    LUCIO: Ahim,  buon giovane!  Tu non commuovi meno con i tuoi  lamenti
    che il tuo padrone sanguinante. Dimmi il suo nome, buon amico.
    IMOGENE: Riccardo du Champ. (A parte) Se mento, e nel farlo non faccio
    male,  bench  gli  di  mi  odano,  spero mi perdoneranno.  Come dite
    signore?
    LUCIO: Il tuo nome?
    IMOGENE: Fedele, signore.
    LUCIO: Tu provi veramente di esserlo.  Il tuo nome ben si addice  alla
    tua fedelt,  la tua fedelt al tuo nome. Vuoi tentar la tua sorte con
    me? Non dico che avrai un cos buon padrone; ma, sii certo,  non sarai
    meno  amato.  Lettere  dell'imperatore romano mandate con un console a
    me,  non ti otterrebbero un avanzamento pi rapido di quello che avrai
    per tuo merito. Vieni meco.
    IMOGENE:  Vi  seguir,  signore.  Ma prima,  piaccia agli di,  voglio
    nascondere il mio padrone dalle mosche tanto  profondo  quanto  queste
    povere vanghe possono scavare. E quando avr ricoperto la sua tomba di
    foglie  selvatiche e d'erbe,  e detto su di essa cento preghiere,  pi
    che potr,  per due volte,  con pianti e  sospiri,  lasciando  il  suo
    servizio, seguir voi, se vorrete prendermi.
    LUCIO: S, buon giovane, e ti sar piuttosto padre che padrone. Amici,
    il  ragazzo  ci  ha  insegnato  virili doveri.  Cerchiamo la zolla pi
    gentile fiorita di margherite e facciamogli una fossa  con  le  nostre
    picche  e  le  nostre  partigiane.  Su,  sollevatelo.  Ragazzo,  ci  
    raccomandato da te,  e avr la sepoltura che posson  dare  i  soldati.
    Coraggio,  asciugati  gli  occhi.  Vi son cadute che sono il mezzo per
    farci rialzare pi felici.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una stanza nel Palazzo di Cimbelino.

    (Entrano CIMBELINO, Baroni, PISANIO, e Gentiluomini del seguito).
    CIMBELINO: Ritornate, e ditemi come ella sta. (Esce un Gentiluomo) Una
    febbre causata dall'assenza di suo figlio, un delirio che mette la sua
    vita  in  pericolo.   Cielo,   come  in  un  sol  punto  mi   colpisci
    profondamente!  Imogene,  la mia pi grande consolazione,  partita; la
    mia regina su un letto senza speranza e in un  momento  che  terribili
    guerre mi minacciano;  suo figlio,  cos necessario in questo momento,
    partito.  Sono colpito oltre ogni speranza di conforto.  Quanto a  te,
    compare,  che  certo  devi  sapere  della  sua  partenza  e  fai  cos
    l'ignorante, ti strapperemo le parole con una crudele tortura.
    PISANIO: Sire,  la mia vita  vostra,  e umilmente la metto in  vostro
    potere.  Ma in quanto alla mia padrona, io non so dove sia, perch sia
    partita,  n quando si proponga di ritornare.  Supplico Vostra Altezza
    di tenermi per suo servitore leale.
    PRIMO BARONE: Mio buon sovrano,  il giorno in cui ella disparve,  egli
    era qui.  Oso farmi garante che dice il vero e che adempir fedelmente
    tutti  i  suoi  doveri  di  suddito.  In  quanto  a Cloten,  non manca
    diligenza nel ricercarlo, e sar senza dubbio ritrovato.
    CIMBELINO: Il momento  difficile. (A Pisanio) Vi lasceremo libero per
    ora; ma i nostri sospetti su di voi rimangono.
    PRIMO BARONE: Con licenza di Vostra Maest,  le legioni romane,  tutte
    raccolte  dalla  Gallia,  sono  sbarcate  sulle  vostre coste,  con un
    rinforzo di gentiluomini romani, inviati dal Senato.
    CIMBELINO: Ora ci vorrebbero i consigli di mio figlio e della  regina!
    Sono sopraffatto dagli eventi.
    PRIMO  BARONE:  Mio  buon  sovrano,  le forze che avete pronte possono
    affrontare non meno di queste che voi udite.  Altre ne vengano:  siete
    pronto anche a queste.  Non manca che mettere in moto quelle forze che
    sono impazienti di marciare.
    CIMBELINO: Vi ringrazio.  Ritiriamoci,  e facciamo fronte al tempo che
    ci viene incontro. Noi non temiamo che quello che viene dall'Italia ci
    molesti, ma ci affliggono le disgrazie di qui. Andiamo!
    (Escono tutti fuorch Pisanio.
    PISANIO:  Non  ho  avuto  lettera dal mio padrone dopo che gli scrissi
    come Imogene fosse stata uccisa:  strano.  N ho avuto notizie  dalla
    mia signora,  che promise di darmene spesso; e neppure so quello che 
    accaduto a Cloten; sicch resto perplesso in ogni cosa. Il cielo dovr
    ancora agire. Quando sono menzognero, sono onesto; non essendo fedele,
    son fedele. La guerra presente mostrer che amo il mio paese,  e anche
    il re dovr accorgersene, o vi cadr. Gli altri dubbi, sar il tempo a
    chiarirli: la fortuna conduce in porto pi di una nave senza pilota.
    (Esce).


    SCENA QUARTA - Galles. Davanti alla caverna di Belario.

    (Entrano BELARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO).
    GUIDERIO: Il rumore  tutto intorno a noi.
    BELARIO: Allontaniamocene.
    ARVIRAGO:  E qual piacere troviamo nella vita,  signore,  da sottrarla
    all'azione e all'avventura?
    GUIDERIO: S, che speranza abbiamo nel nasconderci? In questo modo,  i
    Romani  dovranno  ucciderci  come  Britanni:  o tenerci come barbari e
    innaturali ribelli finch si potranno servire di noi, e poi ucciderci.
    BELARIO: Figli,  andremo pi in alto sulle montagne per essere sicuri.
    E'  impossibile unirci al partito del re.  La recente morte di Cloten,
    poich  non  siamo  conosciuti,   n  arruolati   nelle   bande,   pu
    costringerci  a  render  conto  di dove abbiamo vissuto;  e strapparci
    quello che abbiamo  fatto,  e  la  risposta  sarebbe  per  noi  morte,
    prolungata dalla tortura.
    GUIDERIO:  Questo,  signore,    un  dubbio per niente degno di voi in
    questo tempo; e non ci soddisfa.
    ARVIRAGO: Non  probabile che quando sentiranno nitrire i cavalli  dei
    Romani,  vedranno il fuoco dei loro accampamenti,  avranno gli occhi e
    le orecchie  insieme  occupati  da  cose  tanto  importanti,  vogliano
    perdere il loro tempo a far caso di noi, a sapere di dove siamo.
    BELARIO: Oh,  io sono conosciuto da molti dell'esercito; e molti anni,
    per  quanto  allora  Cloten  fosse  giovane,   avete  visto,   non  lo
    cancellarono  dal mio ricordo.  E inoltre,  il re non ha meritato n i
    miei servigi n il vostro amore;  voi che nel mio esilio vi trovate  a
    mancare  di  educazione,  condannati  a  questa vita dura,  anzi senza
    speranza di avere le grazie promesse a  voi  dalla  culla  per  essere
    sempre  soltanto  quelli  che  s'abbronzano  nella  calda estate e gli
    schiavi tremanti dell'inverno.
    GUIDERIO: Meglio cessare di vivere che vivere cos. Vi prego, signore,
    andiamo all'esercito: io e mio  fratello  non  siamo  conosciuti;  voi
    siete  cos  fuori del loro pensiero e tanto mutato dagli anni che non
    potete essere sospettato.
    ARVIRAGO: Per questo sole che splende, io vi andr.  Qual vergogna per
    me non aver mai visto un uomo morire! Altro sangue non ho visto se non
    quello delle lepri paurose,  delle capre in calore e della selvaggina!
    Non ho mai cavalcato un cavallo,  se non quello che solo  conobbe  per
    cavaliere  me,  che  mai  portai  sperone o ferro ai miei talloni!  Mi
    vergogno di guardare il santo sole,  di godere i suoi raggi benedetti,
    restando cos a lungo un povero sconosciuto.
    GUIDERIO: Per il cielo,  andr. Se mi benedirete, signore, e mi darete
    il permesso,  avr miglior cura di me;  ma se non volete,  il  rischio
    della mia disobbedienza ricada su di me, per mano dei Romani!
    ARVIRAGO: Cos dico anch'io. Amen.
    BELARIO:  Io  non  ho ragione,  poich voi fate tanto poco conto della
    vostra vita, di aver maggior cura della mia in rovina. Son dei vostri,
    ragazzi!  Se la sorte vorr che moriate nelle guerre del vostro paese,
    quello    anche  il mio letto,  ragazzi,  e in esso giacer.  Avanti,
    avanti. (A parte).  Il tempo par lungo;  il loro sangue  umiliato fin
    che non sgorghi, e mostri che sono nati principi.
    (Escono).



















    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Britannia. Il campo romano.

    (Entra LEONATO con un fazzoletto insanguinato).
    LEONATO: S,  lino insanguinato,  ti conserver poich fui io a volere
    che tu prendessi questo colore. Voi mariti,  se ognuno di voi seguisse
    questa  via,  quanti  dovrebbero uccidere spose assai migliori di loro
    per aver deviato un poco appena!  Oh  Pisanio!  Ogni  buon  servo  non
    eseguisce  tutti gli ordini;  non ha obbligo se non per quelli giusti.
    Oh di,  se aveste preso vendetta delle mie colpe,  non sarei  vissuto
    per  istigare  a  questa;  cos  avreste  salvato la nobile Imogene al
    pentimento, e percosso me miserabile, pi degno della vostra vendetta.
    Ma ahim,  voi strappate alcuni di qui per  piccole  colpe,  per  amor
    loro,  perch  non  cadano  pi;  ad  alcuni  permettete di aggiungere
    delitti a delitti sempre peggiori, e fate che ne abbiano terrore,  per
    loro  profitto.  Ma Imogene  cosa vostra: sia fatta la vostra miglior
    volont,  e fatemi la grazia di rendermi ubbidiente!  Son portato qui,
    fra  i nobili d'Italia e a combattere contro il regno della mia donna.
    E' abbastanza, Britannia, che io abbia uccisa la tua signora, pace! Io
    non ti dar ferita.  Dunque,  buoni di,  udite con  pazienza  la  mia
    risoluzione:  mi  spoglier di queste vesti italiane,  e mi vestir da
    contadino britanno;  cos combatter contro la parte con la quale sono
    venuto;  cos morir per te,  Imogene,  che fai della mia vita, a ogni
    respiro,  una morte.  E cos,  ignoto,  non rimpianto  n  odiato,  mi
    consacrer a sfidare il pericolo. Voglio che gli uomini riconoscano in
    me pi valore che i miei vestiti non ne dimostrino. Di, mettete in me
    la  forza  dei  Leonati!  A  svergognare  i  modi  del  mondo,  voglio
    incominciare l'usanza: meno di fuori, e pi di dentro.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Campo di battaglia tra l'accampamento  britanno  e  il
    romano.

    (Entrano,  da un lato,  LUCIO,  JACHIMO,  IMOGENE e l'Esercito romano;
    dall'altro,  l'Esercito britanno.  POSTUMO LEONATO segue,  vestito  da
    povero soldato.  Avanzano e escono.  Poi entrano combattendo JACHIMO e
    LEONATO, che insegue e disarma JACHIMO, e poi lo abbandona).
    JACHIMO: Il peso del delitto nel mio petto mi  toglie  il  valore.  Ho
    calunniato una signora,  la principessa di questo paese,  e l'aria che
    vi spira per vendetta mi fiacca; o avrebbe potuto questo villano, vero
    schiavo della natura, superarmi nel mio stesso mestiere? La cavalleria
    e gli onori,  portati  come  io  li  porto,  non  son  che  titoli  di
    derisione.  Se  quella tua nobilt,  o Britannia,  avanza tanto questo
    villano come egli sorpassa i nostri signori,  il  divario    che  noi
    siamo appena uomini, e voi siete di.
    (Esce).

    (La  battaglia continua;  i Britanni fuggono;  CIMBELINO  preso.  Poi
    entrano, a liberarlo BELARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO).

    BELARIO: Fermi,  fermi!  Abbiamo il vantaggio del terreno;  la gola  
    guardata.  Niente  ci  pu  sconfiggere,  se non la vilt della nostra
    paura.
    GUIDERIO e ARVIRAGO: Fermi, fermi, e combattete!

    (Rientra LEONATO e aiuta i Britanni; liberano CIMBELINO e escono.  Poi
    rientrano LUCIO, JACHIMO e IMOGENE).

    LUCIO:  Lascia  l'esercito,  ragazzo,  e  salvati;  perch  gli  amici
    uccidono gli amici,  e il disordine  tale come  se  la  guerra  fosse
    bendata.
    JACHIMO: Sono le loro truppe fresche.
    LUCIO:  Ecco  una  giornata stranamente mutata;  o rinnoviamo in tempo
    l'attacco, o fuggiamo.
    (Escono).
    SCENA TERZA - Un'altra parte del campo di battaglia.

    (Entrano LEONATO e un Barone britanno).
    BARONE: Vieni dal luogo dove hanno fatto resistenza?
    LEONATO: S, ma voi, a quanto pare, venite dai fuggiaschi .
    BARONE: S.
    LEONATO: Non siete da biasimare, signore, perch tutto era perso se il
    cielo non avesse combattuto: il  re  stesso  privato  delle  sue  ali,
    l'esercito  rotto,  non si vedeva che il dorso dei Britanni,  tutti in
    fuga per una stretta gola. Il nemico, pieno di coraggio, con la lingua
    fuori dal gran massacrare, aveva pi lavoro che braccia per compierlo;
    colpiva  questi  mortalmente,  altri  feriva  appena,  altri  cadevano
    soltanto  per  paura:  cos  che  lo stretto passaggio era sbarrato da
    morti colpiti alle spalle,  e da codardi che vivevano per  morire  con
    pi lunga vergogna.
    BARONE: Dov'era questa gola?
    LEONATO:  Vicina  al campo di battaglia,  infossata e chiusa da spalti
    erbosi, tale da dar vantaggio a un vecchio soldato, un onest'uomo,  ve
    lo  garantisco,  che ha meritato di essere mantenuto tanti anni quanti
    hanno reso bianca la sua barba,  poich ha fatto  questo  per  il  suo
    paese.  Attraverso  la gola,  egli,  con due adolescenti - ragazzi pi
    adatti a correre al giuoco delle barriere che  a  compiere  un  simile
    massacro;  coi  volti  adatti  alle maschere,  o meglio pi freschi di
    quelli che per protezione o pudore si coprono cos - tennero  duro  al
    passo,  e  gridavano  a quelli che fuggivano: I nostri cervi britanni
    muoiono fuggendo, non i nostri uomini! Alle tenebre voleranno le anime
    di quelli che indietreggiano.  Fermi: o noi saremo  Romani,  e  daremo
    morte  da  bestie  a voi che da bestie cercate di sfuggirla e potreste
    salvarvi solo  voltandovi  e  guardando  fieramente;  fermi,  fermi!.
    Questi tre, tremila per ardire, e altrettanti per l'azione, perch tre
    che  combattono sono falange,  se tutti gli altri non fanno nulla ,con
    questa parola: Fermi, fermi!,  favoriti dal luogo,  e pi ancora dal
    prestigio del loro coraggio che avrebbe potuto mutare una conocchia in
    una  lancia  e indorar volti pallidi,  risvegliarono in parte il senso
    d'onore, in parte il coraggio;  cos che alcuni che soltanto l'esempio
    aveva  mutato  in vili - oh,  peccato,  in guerra,  da dannarsi in chi
    primo comincia!  - ricominciarono a essere quelli che erano stati e  a
    mostrare i denti come leoni davanti alle picche dei cacciatori. Allora
    cominci negli assalitori un arresto, una ritirata, e presto 1a rotta,
    una  fitta  confusione;  e  subito fuggono come polli per la via sulla
    quale calavano come aquile,  rifanno da schiavi i  passi  che  avevano
    fatto da vincitori.  E ora i nostri vili - come i rimasugli nelle dure
    traversate - diventano il sostentamento in tempo di  carestia.  Poich
    trovano  aperta  la  porta  dietro  i cuori indifesi,  oh cielo,  come
    feriscono!  Alcuni i gi morti,  altri i morenti,  alcuni i loro amici
    trascinati  dalla  prima ondata: dieci cacciati da uno sono ora quelli
    che ne  scannano  venti;  quelli  che  erano  pronti  a  morire  senza
    resistere son diventati il terrore mortale del campo di battaglia.
    BARONE:  E' stato uno strano caso: una stretta gola,  un vecchio e due
    ragazzi!
    LEONATO: No,  non vi stupite.  Voi siete fatto per meravigliarvi delle
    cose che udite pi che per compierne alcuna.  Volete far delle rime su
    questo e comporre una pasquinata? Eccone una:
    Due giovani, un vecchione rimbambito, un sentiero,
    al Britanno vittoria, al Roman morte diero.
    BARONE: Oh, non vi adirate, messere.
    LEONATO: Ma no: perch? Di colui che il nemico
    affrontare non osa io sar amico;
    presto, se fa quello che  nato a fare,
    anche la mia amicizia ha da evitare
    Mi fate far delle rime.
    BARONE: Addio, siete adirato.
    (Esce).
    LEONATO: Scappa ancora? Questo  un barone?  O misera nobilt!  Essere
    sul  campo  e  domandare quali novelle? a me!  Quanti oggi avrebbero
    dato l'onore per salvare la loro carcassa!  Han voltato il tallone per
    questo, eppure son morti lo stesso! Io, reso magato dai miei mali, non
    potevo  trovare  la  morte  dove  la sentivo gemere,  n sentirla dove
    colpiva.  E' strano che essendo un brutto  mostro  si  nasconda  nelle
    fresche coppe,  nei letti morbidi,  nelle dolci parole; o che vi trovi
    pi ministri che tra noi,  che snudiamo i suoi coltelli nella  guerra.
    Bene,  la  trover.  Poich  ora  favorisce  i Britanni,  non sar pi
    Britanno e torner di nuovo alla parte con la quale sono  venuto.  Non
    combatter pi, e mi abbandoner al pi vile marrano che mi tocchi una
    volta la spalla.  Grande  la strage qui fatta dai Romani; grande sar
    la vendetta che devono prendersi i Britanni. Per me, il mio riscatto 
    la morte.  Da una parte o dall'altra vengo a esalare il  mio  respiro,
    poich non lo voglio pi conservare qui n riportarlo indietro,  ma la
    voglio finire in qualche modo, per Imogene.

    (Entrano due Capitani britanni e Soldati).

    PRIMO CAPITANO: Sia lode al gran Giove! Lucio  preso.  Si dice che il
    vecchio e i suoi figli fossero angeli.
    SECONDO CAPITANO: Ce n'era un quarto,  vestito da contadino,  che and
    con essi incontro al nemico.
    PRIMO CAPITANO: Cos si dice;  ma nessuno  di  essi  si  pu  trovare.
    Fermo! Chi  l?
    LEONATO:  Un Romano,  che non sarebbe qui esausto se altri lo avessero
    secondato.
    SECONDO CAPITANO: Prendetelo;  un cane!  Non una gamba romana torner
    a  raccontare  quali  corvi  li  hanno beccati qui.  Si vanta dei suoi
    servigi come se fosse un personaggio importante. Portatelo dal re.

    (Entrano CIMBELINO, BELARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO, PISANIO e Prigionieri
    romani. I Capitani presentano LEONATO a CIMBELINO che lo consegna a un
    Carceriere; poi escono tutti.


    SCENA QUARTA - Una prigione britanna.

    (Entrano LEONATO e due Carcerieri).
    PRIMO CARCERIERE: Adesso che siete nelle  pastoie  non  vi  ruberanno.
    Brucate, se trovate pastura.
    SECONDO CARCERIERE: S, ovvero appetito.
    (Escono i Carcerieri).
    LEONATO: Sii benvenuta,  schiavit,  poich credo, sei la via verso la
    libert! Eppure sto meglio di un malato di gotta, poich egli vorrebbe
    piuttosto lamentarsi cos in perpetuo  che  essere  liberato  da  quel
    medico infallibile, la morte, che  la chiave per aprire questi ceppi.
    Coscienza  mia,  tu  sei  nei  ferri  pi che le mie caviglie e i miei
    polsi.  Voi,  buoni iddii,  datemi l'ordigno del pentimento per aprire
    questi serrami; e allora, libero per sempre! Basta che io sia pentito?
    Cos  i  fanciulli  placano il loro padre temporale;  gli di sono pi
    ricchi di misericordia. Se debbo pentirmi,  non posso farlo meglio che
    nelle  manette,  pi  desiderate  che  imposte;  se  debbo espiare per
    ottenere la mia libert non esigete da me minor sacrificio  che  tutto
    me  stesso.  So che siete pi clementi che non i vili uomini,  che dai
    loro debitori falliti prendono un terzo,  un sesto,  un decimo,  e  li
    lasciano  di  nuovo  prosperare  con quello che rimetton loro.  Io non
    desidero questo: per la cara vita di  Imogene,  prendete  la  mia;  e,
    bench non valga tanto,   pure una vita;  voi la coniaste. Fra uomo e
    uomo non vengon  pesate  tutte  le  monete;  anche  se  sono  leggere,
    prendono il prezzo dall'effigie: cos voi dovreste far con la mia, che
    porta  la  vostra.  E  cos,  potenze  celesti,  se  accettate  questo
    pagamento,  prendete questa  vita,  e  annullate  questi  miei  freddi
    vincoli.     O     Imogene!     voglio     parlarti    in    silenzio.
    (S'addormenta).

    (Musica solenne. Entra, come in un'apparizione, SICILIO LEONATO, padre
    di Postumo,  vecchio vestito da guerriero,  conducendo  per  mano  una
    vecchia matrona, sua moglie e madre di Postumo, con musica. Dopo altra
    musica,  seguono  i due giovani LEONATI,  fratelli di Postumo,  con le
    ferite per le quali morirono in  guerra.  Circondano  Postumo,  mentre
    giace addormentato).
    SICILIO: Non sfogar pi, signore del tuono,
    sulle mosche mortali il tuo sdegno.
    Rissa con Marte, grida con Giuno
    che i tuoi adultri
    all'ire sue fa segno.
    Altro che bene ha fatto il misero mio figlio,
    di cui non vidi la figura?
    Morii mentr'egli ancora entro il grembo attendeva
    la legge di natura;
    suo padre allora - ch padre ti dicono
    degli orfani le genti -
    esser dovevi, e fargli schermo a quanti
    ci affliggono tormenti.
    MADRE: Lucina non mi di il suo aiuto,
    ma mi prese ne' miei dolori;
    da me reciso, Postumo venne in lacrime
    tra i suoi persecutori,
    oggetto di piet!
    SICILIO: Madre natura a immagine degli avi
    nobil stampo gli diede,
    che il mondo lo lod siccome degno
    del gran Sicilio erede.
    PRIMO FRATELLO: Quando maturo fu all'et virile,
    chi dirsi a lui maggiore
    poteva in tutta la Britannia?
    Qual frutto era migliore
    agli occhi d'Imogene, la pi atta
    a pregiarne il valore?
    MADRE: Perch le nozze gli furon dileggio,
    ch n'ebbe esilio, e de' Leonati
    venne espulso dal seggio,
    e strappato alla sua diletta,
    la dolce Imogene?
    SICILIO: Perch soffriste che Jachimo,
    vile d'Italia insetto,
    il suo pi nobil cuore e il cervello
    macchiasse di van sospetto,
    e ch'egli fosse la beffa e lo scherno
    di quell'essere abietto?
    SECONDO FRATELLO: Perci da pi calme sedi venimmo
    noi fratelli, e i genitori,
    che pugnando pel nostro paese
    siam caduti da prodi,
    la fedelt, e i diritti di Tenanzio
    serbando con puri cuori.
    PRIMO FRATELLO: Con eguale ardimento anche Postumo
    per Cimbelino ha pugnato.
    Perch allor, re dei numi, Giove,
    hai s a lungo tardato
    il premio dovuto al suo merito,
    ma l'hai in dolor mutato?
    SICILIO: Apri la cristallina finestra;
    guarda; perch pur vuoi
    affligger de' tuoi possenti oltraggi
    una stirpe d'eroi?
    MADRE: Poich, Giove, nostro figlio  buono,
    liberalo dai tormenti suoi.
    SICILIO: Guarda dal marmoreo palazzo; soccorri;
    o noi, povere ombre, urleremo
    contro il tuo nume, al sinedrio
    degli altri di supremo.
    SECONDO FRATELLO: Soccorri, Giove, o il tuo giudizio
    Farem d'effetto scemo.
    (GIOVE scende con tuoni e lampi, su un'aquila. Lancia una folgore. Gli
    Spiriti cadono in ginocchio).

    GIOVE: Non pi, misere larve delle basse regioni,
    turbate il nostro orecchio. Silenzio! Come osate
    accusare il Tonante, che con folgori e tuoni
    dal cielo sottomette le terre ribellate?
    Povere ombre d'Eliso, via di qui; abbiate pace
    sopra le vostre aiuole che sono sempre in fiore;
    non v'angustin pi i casi a cui l'uomo soggiace;
    ch non son vostra cura, ma del vostro Signore.
    Chi pi amo, castigo, per fare che il mio dono
    pi atteso, pi sia grato. Ors, statevi quieti.
    Vostro figlio umiliato sollevo al nostro trono:
    finiscon le sue prove, tornano i giorni lieti.
    Regn sulla sua culla la stella del Tonante;
    nel suo tempio fu sposo. Levatevi e svanite.
    Di madonna Imogene sar sposo ed amante,
    pi felice per tante sofferenze patite.
    Mettetegli sul cuore questo scritto che segna
    tutte le sue fortune. E voi, non pi frastuono
    per dir l'impazienza vostra, o la mia si sdegna.
    Aquila, sali ormai al cristallin mio trono.
    (Sale).
    SICILIO: Venne col tuono; il fiato suo celeste
    di solfo aveva odor; l'aquila santa
    cal, quasi a ghermirci; pi de' nostri
    beati campi  dolce la sua ascesa;
    l'ali eterne l'uccel regale mondasi
    e aguzza il rostro, come quando  lieto
    il suo dio.
    TUTTI: Giove, grazie ti sian rese.
    SICILIO: Si chiude il suol marmoreo. Al suo raggiante
    tetto Egli torna. Il suo favor cercando
    obbediamo all'augusto suo comando.
    (Gli Spiriti svaniscono).
    LEONATO (svegliandosi): O sonno,  sei stato un avo e hai generato a me
    un padre e hai creato una madre e due fratelli; ma, o derisione,  sono
    fuggiti !  Se ne sono andati di qui appena nati,  e cos sono sveglio.
    Gli infelici che sono sottomessi al favore dei  grandi,  sognano  come
    me, si risvegliano, e non trovano nulla. Ma ahim, mi smarrisco. Molti
    nemmeno  sognano  di  trovarli,  n lo meritano,  eppure sono colmi di
    favori;  cos io,  che ho avuto questa sorte dorata,  e non so perch.
    Quali fate abitano questo luogo?  Un libro?  Oh raro libro! Non essere
    come nel nostro bizzarro mondo una veste  pi  nobile  di  quello  che
    ricopri; il tuo aspetto, per essere ben diverso dai nostri cortigiani,
    mantenga quello che promette.  (Legge) Quando un leoncello,  ignoto a
    se stesso,  trover senza cercarlo  un  dolce  soffio  d'aria  che  lo
    abbraccer;  e quando i rami di un cedro maestoso, tagliati e morti da
    molti anni,  rivivranno per  unirsi  al  vecchio  tronco  e  di  nuovo
    germoglieranno;  allora finiranno le miserie di Postumo,  la Britannia
    sar felice e fiorir in pace e abbondanza.  E' ancora  un  sogno,  o
    sono  cose  come  quelle  che  i pazzi proferiscono e non ragionano: o
    l'una cosa e l'altra,  oppure niente.  O un discorso dissennato,  o un
    discorso  che il nostro senno non pu sciogliere.  Qualunque cosa sia,
    I'opera della mia vita gli assomiglia, e lo conserver,  non fosse che
    per la somiglianza.

    (Rientra il Primo Carceriere).

    PRIMO CARCERIERE: Suvvia, signore, siete pronto a morire?
    LEONATO: Piuttosto troppo cotto; pronto da lungo tempo.
    PRIMO CARCERIERE: Si tratta della forca,  signore; se siete pronto per
    quella, siete cotto a punto.
    LEONATO: Cos, se riuscir un buon pasto per gli spettatori, il piatto
    varr il suo scotto.
    PRIMO CARCERIERE: Un conto caro per voi, messere. Ma il conforto  che
    non dovrete far pi pagamenti,  temere pi conti di taverna,  che sono
    spesso  la  tristezza  del  partire,  cos  come procurarono allegria:
    entrate debole per bisogno di cibo,  ve ne andate barcollando per aver
    bevuto  troppo;  dolente  per  aver  troppo pagato,  e dolente di aver
    troppo ricevuto.  La borsa e il cervello son vuoti  tutti  e  due;  il
    cervello   pi peso per essere stato troppo leggero,  la borsa troppo
    leggera per essere stata vuotata  del  suo  peso.  Oh,  sarete  libero
    adesso da questa contraddizione.  Oh,  la carit di un soldo di corda!
    Vi libera di mille debiti in un batter d'occhio,  non avete altro dare
    e  avere  che  con  lei,  vi sbarazzerete del passato,  del presente e
    dell'avvenire: il vostro collo, signore,  penna, registro, e gettoni;
    e segue la quietanza.
    LEONATO: Son pi contento io di morire, che tu di vivere.
    PRIMO CARCERIERE: Davvero,  messere,  chi dorme non sente  il  mal  di
    denti. Ma un uomo che dovesse dormire il vostro sonno, col boia che lo
    aiuta  a  mettersi a letto,  credo vorrebbe mutar posto coll'aiutante;
    perch vedete, signore, non sapete che strada state per prendere.
    LEONATO: S che lo so, compare.
    PRIMO CARCERIERE: Allora per voi la morte ha gli occhi  in  capo;  non
    l'ho mai veduta dipinta cos. Dovete esser guidato da uno che pretende
    di saperlo, o pretendete di sapere quello che son sicuro non sapete, o
    azzardate  una  verifica a vostro pericolo.  E come finir il viaggio,
    credo non tornerete mai a raccontarlo a nessuno.
    LEONATO: Ti dico,  compare,  a nessuno mancan gli occhi per  dirigersi
    nella via che sto per fare,  meno a quelli che li chiudono e non se ne
    vogliono servire.
    PRIMO CARCERIERE: Che enorme scherzo  questo,  che un uomo  abbia  il
    miglior  uso  degli occhi per vedere la via della cecit!  Sono sicuro
    che la forca  la via del chiuder gli occhi.

    (Entra un Messaggero).

    MESSAGGERO: Togliete via le sue manette; portate il vostro prigioniero
    dal re.
    LEONATO: Tu porti buone nuove; son chiamato per essere liberato.
    PRIMO CARCERIERE: Allora sar impiccato io.
    LEONATO: Allora sarai pi libero che da carceriere; per i morti non ci
    sono catenacci.
    (Escono Leonato e il Messaggero).
    PRIMO CARCERIERE: A meno di trovare un  uomo  Che  voglia  sposare  la
    forca  e generare giovani gibetti,  non ho mai visto uno cos bramoso.
    Eppure,  in fede mia,  per quanto costui sia romano,  ci sono dei  pi
    veri  furfanti  che  desiderano vivere e ce ne sono che muoiono contro
    voglia: sarei anch'io cos, se fossi uno di loro.  Vorrei che tutti la
    pensassimo  in un modo,  e in modo giusto;  oh,  sarebbe la rovina dei
    carcerieri e delle forche! Parlo contro il mio interesse presente;  ma
    quel che desidero mi darebbe un posto migliore.
    (Esce).


    SCENA QUINTA - La tenda di Cimbelino.

    (Entrano CIMBELINO,  BELARIO,  GUIDERIO,  ARVIRAGO,  PISANIO,  Baroni,
    Ufficiali e il Seguito.
    CIMBELINO: State al mio fianco,  voi che gli di hanno fatto salvatori
    del mio trono.  Quale tristezza per il mio cuore che il povero soldato
    che combatt cos nobilmente e i  cui  stracci  fecero  vergognare  le
    armature  dorate,  il  cui  petto  ignudo  marciava innanzi agli scudi
    impenetrabili, non si possa trovare. Sar felice chi lo ritrover,  se
    la nostra grazia lo pu far tale.
    BELARIO:  Non ho visto mai cos nobile furia in creatura tanto misera;
    imprese tanto valorose in uno che non  prometteva  se  non  povert  e
    avvilimento.
    CIMBELINO: Ci sono notizie di lui?
    PISANIO: E' stato cercato in mezzo ai morti e ai vivi: nessuna traccia
    di lui.
    CIMBELINO:  Con  mio  dolore  sono  l'erede  della sua ricompensa,  (a
    Belario, Guiderio e Arvirago) che aggiunger a quella di voi,  fegato,
    cuore e cervello della Britannia: per i quali, lo riconosco, essa vive
    ancora. Ora  tempo di domandare di dove siete. Dite.
    BELARIO: Sire,  siamo nati in Cambria,  e gentiluomini; vantare di pi
    non sarebbe n giusto n modesto, a meno che io non aggiunga che siamo
    onesti.
    CIMBELINO:  Piegate  le  ginocchia.  Rialzatevi,   miei  cavalieri  di
    battaglia.  Vi  creo  compagni  della nostra persona e vi dar dignit
    conformi al vostro stato.
    (Entrano CORNELIO e Dame)
    C' dell'ansia su questi volti.  Perch salutate cos tristi la nostra
    vittoria? Sembrate romani, e non della corte di Britannia.
    CORNELIO: Salve,  gran re! Ad amareggiare la vostra gioia, debbo dirvi
    che la regina  morta.
    CIMBELINO: A chi peggio converrebbe questo messaggio che a un  medico?
    Ma  rifletto  che se la vita pu essere prolungata dalla medicina,  la
    morte coglier anche il medico. Come  finita?
    CORNELIO: Con orrore  morta furiosa come fu in vita. Crudele verso il
    mondo,   finita crudelissima verso di s.  Vi riferir quello che  ha
    confessato, col vostro beneplacito; queste sue donne mi smentiranno se
    sbaglio. Esse, con le guance bagnate, erano presenti quando fin.
    CIMBELINO: Parla, ti prego.
    CORNELIO:  Prima  confess  di non avervi mai amato.  Soltanto portava
    amore alla vostra grandezza,  non a voi;  spos  la  vostra  regalit,
    moglie del vostro seggio, aborriva la vostra persona.
    CIMBELINO: Ella sola seppe questo;  e, se non lo avesse detto morendo,
    mi rifiuterei di credere alle sue labbra che lo rivelarono. Continua.
    CORNELIO: Vostra figlia,  che fingeva  di  amare  cos  profondamente,
    confess  che  era  uno  scorpione  ai suoi occhi.  Se la sua fuga non
    glielo avesse impedito, le avrebbe tolto la vita col veleno.
    CIMBELINO: Oh raffinatissimo demonio! Chi pu leggere una donna?  Vi 
    altro?
    CORNELIO: Dell'altro,  sire,  e peggiore. Confess di avere per voi un
    minerale mortifero che, preso, doveva minuto per minuto nutrirsi della
    vostra vita e lentamente  consumarvi  a  poco  a  poco.  Frattanto  si
    proponeva  con veglie,  pianti,  cure e baci,  di dominarvi con le sue
    finte,  e col tempo,  quando foste ben disposto dal  suo  inganno,  di
    insinuare suo figlio per l'adozione della corona.  Ma, fallita nel suo
    disegno per la strana assenza di lui,  fu presa  da  una  disperazione
    senza vergogna,  scoperse, a dispetto del cielo e degli uomini, i suoi
    propositi;  sent che i mali covati non avessero effetto,  e cos mor
    disperando.
    CIMBELINO: Voi, donne, avete udito tutto questo?
    PRIMA DAMA: S, cos piaccia a Vostra Altezza.
    CIMBELINO: Non furono in colpa i miei occhi,  perch era bella; le mie
    orecchie,  che udirono le sue adulazioni;  n il  mio  cuore,  che  la
    credeva  simile  al suo aspetto.  Sarebbe stato colpevole diffidare di
    lei; eppure, oh figlia mia!  tu puoi ben dire che la follia era in me,
    e attestarla con le tue sofferenze. Il cielo ripari ogni cosa!
    (Entrano  LUCIO,  JACHIMO,  l'Indovino  e altri Prigionieri romani con
    Guardie; dietro ad essi, LEONATO e IMOGENE.
    Tu non vieni, ora,  Caio,  per tributo;  i Britanni l'hanno soppresso,
    sebbene  con  la  perdita  di  molti animosi.  I loro parenti mi hanno
    chiesto che le buone anime siano placate col sacrificio di  voi,  loro
    prigionieri,  e  noi  l'abbiamo  concesso.  Cos,  pensate alla vostra
    sorte.
    LUCIO: Considerate,  sire,  le fortune della guerra.  La  giornata  fu
    vostra per caso;  se avessimo vinto noi, non avremmo, a sangue freddo,
    minacciato con la spada  i  nostri  prigionieri.  Ma  poich  gli  di
    vogliono  che  sia  cosi,  che null'altro fuor delle nostre vite possa
    essere considerato riscatto, sia. Basta a un Romano saper soffrire con
    cuore romano.  Augusto vive,  e provveder: ecco tutto,  per quanto mi
    tocca.  Questa  cosa  sola  implorer:  il mio paggio  nato britanno,
    lasciate che sia riscattato.  Mai padrone ha  avuto  un  paggio  tanto
    gentile,  devoto,  diligente, attento ai suoi bisogni, fedele, svelto,
    premuroso. Il suo merito si unisca alla mia richiesta, che oso sperare
    Vostra Altezza non sappia rifiutare.  Egli non ha fatto male a  nessun
    Britanno,  bench  abbia  servito un Romano.  Salvatelo,  sire,  e non
    risparmiare altro sangue.
    CIMBELINO: L'ho sicuramente veduto:  il  suo  volto  mi    familiare.
    Ragazzo,  il tuo aspetto ha vinto il mio favore,  e mi appartieni. Non
    so perch, n che cosa, mi fa dire: Vivi,  ragazzo.  Non ringraziare
    il tuo padrone;  vivi e chiedi a Cimbelino la grazia che vorrai; se si
    conviene alla mia munificenza e al tuo stato, l'accorder.  S,  anche
    se tu domandassi un prigioniero, il pi nobile preso.
    IMOGENE: Ringrazio umilmente Vostra Altezza.
    LUCIO: Non ti ho detto di domandare la mia vita,  buon ragazzo, eppure
    so che lo farai.
    IMOGENE: No, no, ahim, altre cure mi occupano.  Vedo una cosa amara a
    me come la morte.  La vostra vita,  buon padrone,  deve sbrigarsela da
    s.
    LUCIO: Il ragazzo  mi  disprezza,  mi  abbandona,  mi  sdegna.  Presto
    muoiono  le gioie di coloro che le fondano sulla fedelt di giovinette
    o di giovani. Perch sta cos perplesso?
    CIMBELINO: Che cosa vuoi,  ragazzo?  Ti amo sempre  di  pi;  rifletti
    sempre di pi a ci che  meglio domandare. Conosci quello che guardi?
    Parla, vuoi che egli viva? E' tuo parente? Tuo amico?
    IMOGENE: E' un Romano; non pi parente a me che io a Vostra Altezza; e
    io, essendo nato vostro vassallo, vi sono un po' pi prossimo.
    CIMBELINO: Perch lo guardi cos?
    IMOGENE: Ve lo dir, sire, in segreto, se vi piacer darmi ascolto.
    CIMBELINO:  S,  con  tutto  il  cuore,  e  ti  dar  la  mia migliore
    attenzione. Qual  il tuo nome?
    IMOGENE: Fedele, sire.
    CIMBELINO: Sei il mio buon giovane paggio: sar il tuo padrone.  Vieni
    con me, parla liberamente.
    (Cimbelino e Imogene parlano a parte).
    BELARIO: Quel ragazzo non  resuscitato?
    ARVIRAGO:  Un  granello di sabbia non somiglia di pi a un altro: quel
    dolce roseo ragazzo che mor, e fu Fedele! Che ne pensate?
    GUIDERIO: Lo stesso morto che rivive.
    BELARIO: Zitti, zitti!  Vediamo.  Egli non ci guarda,  aspettiamo.  Vi
    sono  creature  che  si  somigliano.  Se fosse lui,  sono certo che ci
    avrebbe parlato.
    GUIDERIO: Ma lo vedemmo morto.
    BELARIO: Tacete, vediamo il seguito.
    PISANIO (a parte): E' la mia padrona.  Poich ella    viva,  lasciamo
    correre il tempo al meglio e al peggio.
    (CIMBELINO e IMOGENE s'avanzano).

    CIMBELINO:  Vieni,  mettiti  al  nostro fianco e fa' la tua domanda ad
    alta voce.  (A Jachimo) Venite avanti,  messere;  rispondete a  questo
    ragazzo, e fatelo con franchezza; o, per la nostra grandezza, e per la
    sua  grazia  che   il nostro onore,  amara tortura vaglier la verit
    della menzogna. Avanti, parlagli.
    IMOGENE: La grazia che domando  che questo signore voglia dire da chi
    ebbe questo anello.
    LEONATO (a parte): Che importa a lui?
    CIMBELINO: Dite, quel diamante che avete al dito, come divenne vostro?
    JACHIMO: Mi tortureresti perch io  non  dicessi  quello  che,  detto,
    sarebbe tortura per te.
    CIMBELINO: Come, per me?
    JACHIMO:  Sono  contento  d'essere  costretto  a svelare quello che mi
    tormenta nascondere.  Ebbi questo anello con una  ribalderia:  era  un
    gioiello di Leonato che tu bandisti e che era,  di questo tu soffrirai
    pi di me,  il gentiluomo pi nobile che mai sia vissuto fra  cielo  e
    terra. Vuoi udir di pi, mio signore?
    CIMBELINO: Tutto ci che si riferisce a questo.
    JACHIMO: Quel paragone di virt, tua figlia, per la quale il mio cuore
    gocciola  sangue  e  che il mio animo colpevole trema nel ricordare...
    Scusami. Mi sento mancare.
    CIMBELINO:  Mia  figlia!  Che  cosa  dici  di  lei?   Riprendi  forza.
    Preferirei tu vivessi quanto vorr la natura, piuttosto che tu morissi
    prima che io senta di pi. Sforzati, uomo parla.
    JACHIMO: Un tempo...  infausto fu l'orologio che suon l'ora!...  fu a
    Roma... maledetta la casa dove!... Fu a una festa... Oh! fossero state
    avvelenate le vivande, o almeno quelle che mi portai alla bocca!... Il
    buon Postumo...  che dovrei dire?  era troppo buono  per  essere  dove
    erano uomini perversi; ed era il migliore di tutti, fra i pi rari dei
    buoni...  seduto  tristemente  ci  ascoltava  lodare  le nostre amanti
    italiane per una bellezza che  rendeva  sterile  l'eccelso  vanto  del
    miglior parlatore.  Le loro fattezze digradavano il tempio di Venere o
    la eretta Minerva, atteggiamenti che sorpassano l'effimera natura.  La
    loro  indole  era un emporio di tutte le qualit per cui l'uomo ama la
    donna.  Inoltre,  quell'esca matrimoniale,  la belt che colpisce  gli
    occhi...
    CIMBELINO: Sono sul fuoco; vieni al fatto.
    JACHIMO:  Ci  arriver  anche  troppo presto;  a meno che tu non abbia
    fretta  di  soffrire.  Questo  Postumo,   proprio  da  nobile  signore
    innamorato,  e che aveva un'amante regale, prese la palla al balzo; e,
    senza disprezzare quelle che lodavamo,  in questo era  calmo  come  la
    virt,  incominci  a  farci il ritratto della sua signora;  il quale,
    fatto dalla sua lingua,  e con l'animo che  v'aggiunse,  o  le  nostre
    millanterie  vantavano  sguattere  di cucina,  o la sua descrizione ci
    dimostrava sciocchi che non sanno parlare.
    CIMBELINO: Ors, ors, al fatto.
    JACHIMO: La castit di vostra figlia... eccomi al fatto. Ne parl come
    se Diana avesse sogni ardenti ed essa sola fosse fredda.  A questo io,
    miserabile,  misi  in  dubbio  la sua lode,  e scommisi con lui monete
    d'oro contro questo,  che egli portava allora al suo dito onorato,  di
    riuscire a raggiungere,  con la mia corte, il suo posto nel suo letto,
    vincendo questo anello coll'adulterio di lei ed il mio. Egli,  da vero
    cavaliere,  non meno sicuro ch'ella gli era fedele di quanto veramente
    la trovai,  mette per posta questo anello,  e l'avrebbe fatto anche se
    fosse stato un carbonchio delle ruote di Febo,  e avrebbe potuto farlo
    con altrettanta sicurezza se avesse avuto il valore di tutto il carro.
    Volai in Britannia per questo disegno: bene, sire, potete ricordare di
    avermi visto a corte, dove appresi dalla vostra casta figlia la grande
    differenza fra l'amore e la lussuria.  Cos si spense la mia  speranza
    ma  non il desiderio: e il mio cervello italiano cominci a operare in
    modo assai vile sopra il vostro britanno pi tardo,  ottimo per il mio
    vantaggio.  E, in breve, la mia insidia riusc cos bene, che ritornai
    con prove simulate bastanti a render  folle  il  nobile  Leonato,  col
    ferire  la  sua fiducia nella fama di lei,  con questi e questi segni;
    particolari che erano conferme,  sugli arazzi della sua stanza,  sulle
    pitture,  e su questo braccialetto - oh,  con che astuzia l'ebbi!  - e
    perfino su alcuni particolari segreti della sua persona,  cos ch'egli
    non  pot  non credere infranto del tutto il vincolo della castit,  e
    che io avessi vinta la posta. Allora... mi pare di vederlo adesso...
    LEONATO (facendosi avanti): S  e  lo  vedi,  demonio  d'un  italiano!
    Ahim,   troppo  credulo  sciocco,  emerito  assassino,  ladro;  a  me
    qualunque cosa spetti a tutti gli infami del passato,  del presente  e
    dell'avvenire!  Oh,  datemi  una  corda,  o un coltello,  o un veleno;
    datemi un integro giudice! Tu, re,  fa' cercare ingegnosi torturatori:
    sono  io che miglioro tutte le cose aborrite della terra,  perch sono
    peggiore di loro. Io sono Postumo,  che uccise tua figlia;  da vile io
    mento,  che la feci uccidere da uno meno infame di me, da un sacrilego
    ladro. Ella era il tempio della Virt; s, e la virt stessa. Sputate,
    lanciatemi pietre,  buttate del fango su di me,  incitate i cani della
    strada a latrarmi contro. Ogni ribaldo si chiami Postumo Leonato, e la
    scelleratezza sia meno di quel che non era! O Imogene! Mia regina, mia
    vita, mia sposa! O Imogene, Imogene, Imogene!
    IMOGENE: Calmatevi, mio signore; ascoltate, ascoltate...
    LEONATO: Dovr farsi giuoco di questo? Paggio insolente, ecco il posto
    che ti spetta.
    (La colpisce. Ella cade).
    PISANIO:  Oh,  signori,  soccorrete la mia e la vostra padrona!  O mio
    signore,  Postumo!  Non avete ucciso Imogene fino  a  questo  momento.
    Aiuto, aiuto! Mia venerata signora!
    CIMBELINO: Il mondo gira intorno a me?
    LEONATO: Donde mi vengono queste vertigini?
    PISANIO: Svegliatevi mia signora!
    CIMBELINO:  Se   cosi,  gli di vogliono colpirmi mortalmente con una
    gioia mortale.
    PISANIO: Come sta la mia padrona?
    IMOGENE: Vattene dalla mia vista: tu mi hai dato  il  veleno.  Via  di
    qui, uomo pericoloso. Non respirare dove sono dei principi.
    CIMBELINO: La voce di Imogene!
    PISANIO:  Signora,  gli  di  scaglino su di me saette di zolfo se non
    credevo quella scatola  che  vi  detti  cosa  preziosa.  L'ebbi  dalla
    regina.
    CIMBELINO: Ancora del nuovo?
    IMOGENE: Mi ha avvelenata.
    CORNELIO: Oh di!  Dimenticai una cosa che la regina confess,  che ti
    prover onesto: Se Pisanio ha - disse - dato alla sua padrona  quella
    miscela  che  gli  diedi  come  un  cordiale,   stata servita come io
    servirei un topo.
    CIMBELINO: Che vuol dir questo, Cornelio?
    CORNELIO: La  regina,  sire,  molto  spesso  m'importunava  perch  le
    componessi  dei  veleni,  sempre  col  pretesto  di  soddisfare il suo
    sapere,  uccidendo soltanto creature vili,  come gatti  e  cani  senza
    valore.  Io,  temendo che i suoi propositi non fossero pi pericolosi,
    composi per lei una certa sostanza che, presa, sospendesse l'immediato
    potere di vita;  ma in breve tutte le facolt della  natura  avrebbero
    ripreso le loro funzioni abituali. Ne avete presa?
    IMOGENE: Lo credo, poich rimasi morta.
    BELARIO: Ragazzi miei, qui fu il nostro errore.
    GUIDERIO: Questo  certamente Fedele.
    IMOGENE: Perch avete respinta la donna che avete sposata?  Immaginate
    che stiamo lottando, e ora di nuovo buttatemi gi.
    (Lo abbraccia).
    LEONATO: Sospenditi qui, anima mia,  come un frutto,  fin che l'albero
    muoia!
    CIMBELINO: Ebbene,  carne mia,  mia figlia! Mi fai passare per sciocco
    in questa scena? Perch non mi parli?
    IMOGENE: La vostra benedizione, sire.
    (Si inginocchia).
    BELARIO (a Guiderio e Arvirago): Avete amato quel giovane, e non vi so
    biasimare. C'era ben motivo.
    CIMBELINO: Le mie lagrime cadendo siano acqua santa su di te! Imogene,
    tua madre  morta.
    IMOGENE: Me ne rattristo, mio signore.
    CIMBELINO: Oh, era perversa;  e si deve a lei se ci incontriamo qui in
    modo cos strano. Ma suo figlio  partito, e non sappiamo per dove, n
    come.
    PISANIO:  Mio  signore,  ora  che  la  paura  lontana da me,  dir la
    verit. Il principe Cloten, all'assentarsi della mia padrona, venne da
    me con la spada snudata, con la schiuma alla bocca,  e giurando che se
    non  gli  rivelavo  quale  via  avesse  presa,  era  per  me  la morte
    immediata.  Avevo allora per caso una falsa lettera del mio padrone in
    tasca,  e  questa  lo  diresse  a  cercare  lei  sulle montagne presso
    Milford, per dove part forsennato,  con gli abiti del mio padrone che
    mi  aveva  costretto a dargli,  con infame disegno e con giuramento di
    violare l'onore della mia signora. Quello che accadde di lui dopo, non
    so.
    GUIDERIO: Lasciate che finisca la storia; laggi, io l'ho ucciso.
    CIMBELINO: Ah,  che gli di ci salvino!  Non vorrei che i  tuoi  buoni
    servigi  mi  strappassero  dalle  labbra una dura sentenza.  Ti prego,
    coraggioso giovane, rispondimi che non  vero.
    GUIDERIO: Quello che ho detto, ho fatto.
    CIMBELINO: Era un principe.
    GUIDERIO: Un principe assai incivile: gli oltraggi  che  mi  fece  non
    erano  certo  da principe,  poich mi provoc con un linguaggio che mi
    indurrebbe ad affrontare il mare,  se potesse ruggire cos  contro  di
    me.  Gli  tagliai  la testa,  e sono molto lieto che lui non sia qui a
    dire altrettanto della mia.
    CIMBELINO: Sono dolente per te: ti sei condannato con la tua lingua, e
    devi subire la nostra legge. Sei un uomo morto.
    IMOGENE: Quell'uomo senza testa, lo credetti il mio sposo.
    CIMBELINO: Legate il colpevole, e toglietelo dalla nostra presenza.
    BELARIO: Fermati, sire. Quest'uomo val pi dell'uomo che uccise,   di
    stirpe  buona quanto la tua,  e ha reso a te pi servigi di quanti mai
    procurarono  cicatrici  a  una  schiera  di  Cloten.   (Alle  Guardie)
    Lasciategli le braccia, non sono nate per le ritorte.
    CIMBELINO: Come, vecchio soldato, vuoi cancellare i meriti per i quali
    ancora non fosti pagato,  e provare la nostra collera? Come, di stirpe
    buona quanto la nostra?
    ARVIRAGO: In questo  andato troppo oltre.
    CIMBELINO: E tu morrai per questo.
    BELARIO: Morremo tutti e tre.  Ma prover che due di noi  sono  nobili
    come gli ho detto.  Figli miei, debbo rivelare una cosa pericolosa per
    me, ma forse buona per voi.
    ARVIRAGO: Il vostro pericolo  il nostro.
    GUIDERIO: E il nostro bene il suo.
    BELARIO: Eccoti,  dunque,  col tuo permesso: tu  avevi,  gran  re,  un
    suddito che era chiamato Belario.
    CIMBELINO: Che vuoi dire di lui? E' un traditore bandito.
    BELARIO:  E'  lui che ha assunto quest'annoso aspetto;  un bandito,  
    vero, ma non so perch un traditore.
    CIMBELINO: Portatelo via di qui;  il  mondo  intero  non  lo  potrebbe
    salvare.
    BELARIO:  Non  tanto  calore;  prima  pagami  per aver allevato i tuoi
    figli, e che tutto sia confiscato, non appena lo avr ricevuto.
    CIMBELINO: L'allevamento dei miei figli?
    BELARIO: Son troppo brusco e ardito.  Eccomi in  ginocchio.  Prima  di
    alzarmi,  voglio  ottener  l'avanzamento  dei  miei  figli;  poi,  non
    risparmiate il vecchio padre.  Potente  signore,  questi  due  giovani
    gentiluomini  che  mi  chiamano padre e credono d'essere i miei figli,
    non sono affatto miei, sono discesi dai vostri lombi,  mio signore,  e
    sangue da voi generato.
    CIMBELINO: Come discesi da me?
    BELARIO: Come voi da vostro padre.  Io,  il vecchio Morgan,  sono quel
    Belario che un tempo voi bandiste.  Il vostro volere fu tutta  la  mia
    colpa,  la  mia punizione stessa e tutto il mio tradimento: quello che
    soffersi  tutto il male che ho fatto. Questi nobili principi - poich
    tali e cos sono - per questi vent'anni ho educati;  le arti che sanno
    sono  quelle  che  potei insegnar loro: la mia educazione,  sire,  era
    quale Vostra Altezza conosce.  La loro nutrice,  Eurifile,  che sposai
    per il ratto,  rap questi fanciulli dopo che fui bandito: io la mossi
    a farlo,  io che avevo avuto prima la punizione per  quello  che  feci
    allora.  La mia lealt punita mi eccit al tradimento; la loro perdita
    cos cara,  pi era sentita da voi,  pi rispondeva  al  mio  fine  di
    rapirli.  Ma,  grazioso signore,  i vostri figli sono ancora qui, e io
    devo perdere due dei pi dolci compagni del mondo.  La benedizione del
    cielo  che  ci  copre piova come rugiada sulle loro teste!  poich son
    degni di intarsiare di stelle il cielo.
    CIMBELINO: Tu piangi e parli. Il servigio che voi tre avete reso  pi
    incredibile di quanto racconti.  Io perdetti i  miei  figli:  se  sono
    questi, non so come desiderare una coppia di figli pi degni.
    BELARIO: Aspettate ancora.  Questo gentiluomo, che io chiamo Polidoro,
    o degnissimo principe,   il vostro vero Guiderio.  Questo gentiluomo,
    il  mio  Cadwal,  Arvirago,  il  vostro pi giovane figlio e principe.
    Egli,  sire,  era avvolto in un molto adorno mantello  lavorato  dalle
    mani  della  regina  sua  madre;  e questo,  per maggior prova,  posso
    facilmente mostrare.
    CIMBELINO: Guiderio aveva sul collo una voglia,  una stella sanguigna.
    Era un segno curioso.
    BELARIO:  E'  lui,  che ha sempre su di s quel segno naturale;  fu il
    fine della saggia natura nel donarglielo che fosse ora suo testimone.
    CIMBELINO: Oh,  sono io allora come una madre alla quale  nascono  tre
    figli?  Mai  madre  fu  tanto  felice  del suo parto.  Prego che siate
    benedetti,  sicch dopo cos strano allontanamento dalle vostre sfere,
    ora vi possiate regnare! O Imogene, con questo tu perdi un regno.
    IMOGENE:  No,  mio  signore,  con  questo guadagno due mondi.  O dolci
    fratelli, cos ci siamo ritrovati? Oh,  non negate d'ora in poi che io
    sono  quella  che  dice  pi  vere  parole: voi mi chiamavate fratello
    quando ero soltanto vostra sorella;  io,  voi fratelli,  e lo  eravate
    davvero.
    CIMBELINO: Vi siete gi incontrati?
    ARVIRAGO: S, mio buon signore.
    GUIDERIO:  Al  primo  incontro ci amammo,  e continuammo finch non lo
    credemmo morto.
    CORNELIO: Per aver inghiottito la droga della regina.
    CIMBELINO: Oh raro istinto!  Quando sapr  dunque  ogni  cosa?  Questo
    rapido  riassunto  si  ramifica  in  circostanze  tali  da ripagare un
    attento esame.  Dove?  come viveste?  Quando siete entrata al servizio
    del  nostro  prigioniero  romano?   Come  foste  separata  dai  vostri
    fratelli?  Come li incontraste la prima volta?  Perch fuggiste  dalla
    corte?  e  dove?  Questo,  e  i  motivi  che  indussero  voi  tre alla
    battaglia, con non so quante altre cose, dovrei chiedervi, e tutti gli
    altri casi accessori, da fortuna a fortuna; ma n il tempo n il luogo
    sono adatti ai nostri  lunghi  interrogatori.  Guardate,  Postumo  s'
    ancorato a Imogene;  e lei,  come un lampo inoffensivo,  lancia i suoi
    occhi su di lui, sui suoi fratelli, su di me, suo signore,  e colpisce
    ogni  oggetto  con  una  gioia il cui contraccambio  separatamente in
    tutti.  Lasciamo questo  luogo  e  profumiamo  il  tempio  coi  nostri
    sacrifici.  (A  Belario)  Tu  sei mio fratello,  e come tale sempre ti
    terremo.
    IMOGENE: E voi anche siete mio padre,  e mi soccorreste perch vedessi
    questa graziosa stagione.
    CIMBELINO: Tutti siamo colmi di gioia,  salvo questi in catene.  Siano
    felici anch'essi e gustino la nostra gioia.
    IMOGENE: Mio buon padrone, voglio servirvi ancora.
    LUCIO: Siate felice!
    CIMBELINO:  Il  soldato  perduto,  che  combatt  cos  valorosamente,
    starebbe  bene  in  questo  luogo,   e  sarebbe  degno  oggetto  della
    riconoscenza di un re.
    LEONATO: Sono io,  sire,  il soldato che s'accompagn a questi tre  in
    povero  aspetto;  era  una veste adatta al disegno che seguivo allora.
    Che ero io, ditelo, Jachimo. Vi tenevo gi, e avrei potuto finirvi.
    JACHIMO: (inginocchiandosi): Sono gi ancora,  ma adesso la mia  greve
    coscienza  piega  le  mie  ginocchia,  come  allora  la  vostra forza.
    Prendete questa vita, vi scongiuro, che vi debbo tante volte, ma prima
    il vostro anello. Ed ecco il braccialetto della pi fedele principessa
    che mai abbia giurato fede.
    LEONATO: Non inginocchiatevi a me.  Il potere che ho su di  voi    di
    risparmiarvi;  la mia vendetta verso di voi,  di perdonarvi. Vivete, e
    agite meglio con gli altri.
    CIMBELINO: Nobile sentenza! Impareremo la liberalit da nostro genero.
    Perdono  la parola per tutti.
    ARVIRAGO: Voi ci avete  aiutati,  signore,  come  se  voleste  davvero
    essere nostro fratello. Siamo felici che lo siate.
    LEONATO:  Sono  il vostro servo,  principi.  Mio buon signore di Roma,
    chiamate qui il vostro indovino.  Mentre  dormivo,  mi  parve  che  il
    grande Giove m'apparisse sull'aquila,  con altre spettrali apparizioni
    dei miei parenti.  Quando mi svegliai,  trovai questo foglio  sul  mio
    petto,  e  il  suo  contenuto    cos lontano da ogni senso nella sua
    difficolt,  che non lo so interpretare.  Che ci mostri la sua abilit
    nello spiegarlo.
    LUCIO: Filrmono!
    INDOVINO: Eccomi, mio buon signore.
    LUCIO: Leggi, e spiega il significato.
    INDOVINO  (legge): Quando un leoncello,  ignoto a se stesso,  trover
    senza cercarlo un dolce soffio d'aria che lo abbraccer;  e  quando  i
    rami d'un cedro maestoso,  tagliati e morti da molti anni,  rivivranno
    per unirsi  al  vecchio  tronco  e  di  nuovo  germoglieranno,  allora
    finiranno le miserie di Postumo, la Britannia sar felice e fiorir in
    pace  e  abbondanza.  Tu,  Leonato,  sei  il leoncello,  la propria e
    conveniente costruzione del tuo nome,  essere  "Leo  natus"  significa
    questo.  (A  Cimbelino)  Il  dolce  soffio  d'aria,  la tua virtuosa
    figlia, noi lo chiamiamo "mollis aer";  e da "mollis aer" noi facciamo
    "mulier":  la  quale  "mulier",  io  interpreto,   questa fedelissima
    sposa.  Anche adesso,  rispondendo alla  lettera  dell'oracolo,  ella,
    ignota a voi non cercata, vi abbracci con questa dolcissima aria.
    CIMBELINO: Questo ha del verosimile.
    INDOVINO: Il cedro maestoso,  regale Cimbelino,  impersonate; e i rami
    tagliati additano i tuoi figli: che rapiti da Belario,  per molti anni
    creduti  morti,  ora  rivivono  riuniti  al  cedro  maestoso,  la  cui
    discendenza promette alla Britannia pace e abbondanza.
    CIMBELINO: Bene.  Incominceremo la mia pace.  E,  Caio Lucio,  sebbene
    vincitori,  ci sottomettiamo a Cesare e all'Impero romano, promettendo
    di pagare il consueto tributo,  da cui ci  aveva  dissuasi  la  nostra
    perfida  regina,  sulla quale i cieli,  a giustizia di lei e dei suoi,
    hanno fatto cadere la loro greve mano.
    INDOVINO: Le dita delle potenze di lass intonino l'armonia di  questa
    pace.  La  visione  che  svelai  a  Lucio  prima  dell'urto  di questa
    battaglia non ancora fredda,  in questo istante  in  pieno  avverata,
    perch  l'aquila  romana,  levandosi  alta  sull'ali  dal  mezzogiorno
    all'occidente,  s'impiccoliva e cos dileguava  nei  raggi  del  sole.
    Questo era presagio che la nostra aquila augusta,  l'imperiale Cesare,
    di nuovo avrebbe stretto alleanza col radioso Cimbelino,  che  splende
    qui in occidente.
    CIMBELINO:  Lodiamo  gli di;  e i nostri fumi salgano in spirali alle
    loro narici dai nostri altari  benedetti.  Annunciamo  questa  pace  a
    tutti  i nostri sudditi.  Poniamoci in via.  Sventolino insieme amiche
    un'insegna romana e una britanna. Marciamo cos attraverso la citt di
    Lud: e nel tempio del grande Giove ratificheremo la  nostra  pace,  la
    suggelleremo con feste.  Andiamo!  Mai vi fu guerra che finisse, prima
    ancora che le mani sanguinose fossero levate, con una simile pace.
    (Escono).
