





    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di reclusione - Opera)



    William Shakespeare.
    TUTTO IL TEATRO. VOLUME 5.

    (ENRICO QUARTO,  PARTE PRIMA - ENRICO QUARTO,  PARTE SECONDA -  ENRICO
    QUINTO - ENRICO OTTAVO - RE GIOVANNI)





    INDICE.

    ENRICO QUARTO, parte prima:   pagina 3.
    ENRICO QUARTO, parte seconda: pagina 137.
    ENRICO QUINTO:                pagina 281.
    ENRICO OTTAVO:                pagina 421.
    RE GIOVANNI:                  pagina 555.















    RE ENRICO QUARTO - PARTE PRIMA.


    PERSONAGGI.

    RE ENRICO QUARTO.
    ENRICO, principe di Galles; GIOVANNI DI LANCASTER: figli del Re.
    RALPH NEVILLE, conte di Westmoreland.
    SIR GUALTIERO BLUNT.
    TOMMASO PERCY, conte di Worcester.
    ENRICO PERCY, Conte di Northumberland.
    ENRICO PERCY, che viene detto HOTSPUR, suo figlio.
    EDMONDO MORTIMER, conte di March.
    SCROOP, arcivescovo di York.
    ARCHIBALDO, conte di Douglas.
    OWEN GLENDOWER.
    SIR RICCARDO VERNON.
    SIR GIOVANNI FALSTAFF.
    SIR MICHELE,  amico dell'arcivescovo di York.
    POINS.
    GADSHILL.
    PETO.
    BARDOLFO.
    LADY PERCY, moglie di Hotspur e sorella di Mortimer.
    MONNA  FAPRESTO,  ostessa  della  taverna  della  Testa di Cinghiale a
    Eastcheap.
    Signori, Ufficiali,  lo Sceriffo,  un Oste,  un Ciambellano,  Garzoni,
    Vetturali, Viaggiatori e Servi.

    La scena  in Inghilterra e in Galles.














    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Londra. Una stanza del Palazzo.

    (Entrano   ENRICO   QUARTO,   GIOVANNI  DI  LANCASTER,   il  CONTE  DI
    WESTMORELAND, SIR ROBERTO BLUNT e altri).
    ENRICO: Scossi come siamo, pallidi d'inquietudine, troviamo un momento
    di tregua affinch la pace spaventata riprenda  respiro  e  parli  con
    rotti  accenti  delle  nuove  zuffe che dobbiamo cominciare su spiagge
    lontane.  L'assetata bocca di questa terra  non  tinger  pi  le  sue
    labbra  col  sangue  dei propri figli;  la guerra non ne scaver pi i
    campi per farne trincee,  n calpester i suoi  fiori  con  i  ferrati
    zoccoli  degli  ostili  corsieri.  Quegli occhi avversi che,  simili a
    meteore di un cielo tempestoso,  d'un nascimento tutti e nutriti della
    stessa  sostanza,  s'incontrarono  pur  ora  nell'urto  fraterno e nel
    furioso corpo a corpo delle stragi civili,  ora marceranno tutti uniti
    in  belle  schiere,  per  lo stesso cammino,  n pi amici,  parenti e
    congiunti si troveranno di fronte.  La  lama  della  guerra,  come  un
    pugnale  mal  chiuso  nella  guaina,  non  ferir  pi il suo padrone.
    Perci, amici, fino al sepolcro di Cristo - di cui siamo ora i soldati
    e sotto la cui croce benedetta siamo arrolati e impegnati a combattere
    - noi condurremo immantinente un esercito d'Inglesi,  le  cui  braccia
    furono plasmate nel seno delle madri per cacciare i pagani dalle terre
    sante  sulle  cui  distese si posarono quei piedi divini che,  or sono
    quattordici secoli, furono confitti, per la nostra salute,  sull'amara
    croce.  Ma  questo nostro proposito data gi da dodici mesi;   dunque
    inutile dire che noi vogliamo andare: non  per questo  che  ci  siamo
    ora qui radunati. Sentiamo dunque da voi, gentile cugino Westmoreland,
    che  cosa  decise  ieri sera il nostro consiglio per affrettare questa
    impresa che tanto ci sta a cuore.
    WESTMORELAND: Mio sovrano,  l'urgenza di questa spedizione si discusse
    con ardore e proprio ieri notte si affidarono i vari comandi,  quando,
    a scompigliare tutto,  giunse un messo  dal  Galles  carico  di  gravi
    notizie, la peggiore delle quali era che il nobile Mortimer conducendo
    gli  uomini  dello  Ererefordshire  a  battaglia  contro l'impetuoso e
    selvaggio Glendower,  era caduto nelle rozze  mani  di  quel  gallese;
    mille  dei  suoi  furono  massacrati  e  i loro corpi cos brutalmente
    oltraggiati dalle donne gallesi e tanto vergognosamente mutilati,  che
    non se ne pu riferire o parlare senza molta vergogna.
    ENRICO:  Sembra  dunque  che  la notizia di questo combattimento abbia
    troncata la discussione dell'impresa di Terra Santa.
    WESTMORELAND: Questa insieme ad altre notizie,  mio grazioso  signore;
    poich  notizie ancor pi sfavorevoli e sgradite vennero dal nord,  ed
    eccone il tenore: il giorno della Santa Croce,  il prode  Hotspur,  il
    giovane Enrico Percy,  e il valoroso Archibaldo, quello scozzese di s
    provato coraggio,  s'incontrarono a Holmedon ove passarono  un'ora  di
    tristezza  e  di  sangue,  come  dal  rombo  delle  loro artiglierie e
    dall'apparente probabilit si propal la notizia;  poich colui che ce
    la port era salito a cavallo proprio nel fervore e nel rigoglio della
    mischia e incerta ancora pendeva la vittoria.
    ENRICO: Ecco qui un amico caro, fedele e zelante, sir Gualtiero Blunt,
    che,  appena  sceso  da  cavallo,  tinto  d'ogni  variet di suolo tra
    Holmedon e  questa  nostra  dimora,  ci  porta  notizie  favorevoli  e
    gradite.  Il conte di Douglas  sconfitto; diecimila audaci scozzesi e
    ventidue cavalieri accatastati nel loro sangue ha visti sir  Gualtiero
    sui  piani di Holmedon;  Hotspur ha fatto prigioniero Mordake conte di
    Fife,  figlio maggiore del vinto Douglas,  e  i  conti  di  Athol,  di
    Murray,  di Angus e Menteith.  Non  questa un'onorevole spoglia,  una
    ricca preda, eh, cugino?
    WESTMORELAND: E' davvero  vittoria  di  cui  un  principe  pu  andare
    orgoglioso.
    ENRICO: Ecco,  dicendo questo tu mi rendi triste,  e mi fai commettere
    peccato d'invidia verso lord Northumberland,  padre di un  giovane  s
    ricco di virt, tema delle lodi di ogni uomo d'onore, la pi diritta e
    rigogliosa  pianta  d'un  bosco,  il favorito e l'orgoglio della dolce
    Fortuna, mentre io, che contemplo la sua gloria,  vedo la dissolutezza
    e  il  disonore  macchiare  la fronte del mio giovane Enrico.  Oh,  si
    potesse provare che  qualche  fata  nottivaga  ha  cambiato  i  nostri
    bambini  nelle culle ove essi giacevano,  e chiamato il mio Percy e il
    suo Plantageneto! Io avrei allora il suo Enrico ed egli il mio. Ma non
    pensiamo pi a lui. Che dite, cugino,  dell'orgoglio di questo giovane
    Percy? I prigionieri da lui fatti in questo scontro li tiene per conto
    suo e mi manda a dire che io non avr che Mordake, conte di Fife.
    WESTMORELAND:  Questi  sono  gl'insegnamenti  di  suo  zio,  c' sotto
    Worcester,  a voi avverso in tutti i modi,  il quale gli fa rizzare le
    penne e alzare la cresta della giovinezza contro Vostra Maest.
    ENRICO: L'ho mandato a chiamare perch mi risponda di questo.  Intanto
    per queste ragioni bisogna che trascuriamo  per  ora  i  nostri  santi
    disegni su Gerusalemme. Cugino, mercoled prossimo terremo consiglio a
    Windsor;  informatene  i pari,  ma voi tornate in fretta presso di noi
    perch c' assai pi da dire e da fare ch'io non possa spiegare adesso
    con lo sdegno che mi agita.
    WESTMORELAND: Cos far, mio sovrano.
    (Escono).





    SCENA SECONDA - Londra. Un appartamento del Principe.

    (Entrano il PRINCIPE ENRICO e FALSTAFF).
    FALSTAFF: Di' su,  Rigo,  ragazzo mio,  di' su;  a che punto siamo del
    giorno?
    PRINCIPE:  Tu hai lo spirito cos balordo pel gran bere vecchio vin di
    Spagna e sbottonarti dopo cena e dormire sulle panche  al  pomeriggio,
    che  hai  dimenticato di domandare ci che veramente vuoi sapere.  Che
    diavolo hai tu a che fare con l'ora del giorno?  A  meno  che  le  ore
    fossero coppe di vin di Spagna,  i minuti capponi e gli orologi lingue
    di ruffiane, i quadranti insegne di bordelli e lo stesso almo sole una
    bella e calda ragazza in taffett color fiamma,  io non  vedo  ragione
    perch tu debba sprecar fiato a domandare l'ora del giorno.
    FALSTAFF: Bene davvero,  Rigo;  ora s che mi ravvisi, poich, noi che
    prendiamo le borse,  andiamo secondo la luna e le sette stelle  e  non
    secondo Febo,  quel s bello ed errante cavaliere.  E ti prego,  mio
    caro birichino,  quando tu sarai re...  cos Dio salvi  tua  Grazia...
    Maest, dovrei dire, perch di grazia non ne avrai nessuna...
    PRINCIPE: Che! nessuna?
    FALSTAFF:  No,  in fede mia;  neanche quella che serve da prologo a un
    uovo col burro.
    PRINCIPE: E allora? avanti, al sodo, al sodo!
    FALSTAFF: Per la Vergine, dunque, caro birichino,  quando tu sarai re,
    non  permettere  che  noi,  i  cavalieri della notte,  si sia chiamati
    rubacuori del giorno.  Fa' che siamo le guardie forestali di Diana,  i
    gentiluomini  dell'ombra,  i favoriti della luna,  e che la gente dica
    che noi siamo uomini di buon governo, essendo governati, come il mare,
    dalla nostra nobile e casta signora,  la luna,  sotto  la  cui  faccia
    noi... rubiamo.
    PRINCIPE: Tu dici bene e il ragionamento torna bene; poich la fortuna
    di  noialtri,  che  siamo  gli  uomini della luna,  ha il suo flusso e
    riflusso come il mare, essendo governata, come il mare, dalla luna. Ed
    eccone la prova: una borsa d'oro strappata via  risolutissimamente  la
    notte  di  luned  e  dissolutissimamente  spesa  il  marted mattina:
    pretesa al bercio di: Metti gi! e spesa al grido di: Porta  qua!;
    ora  in magra bassa come il piede della scala,  ora in piena alta come
    la cima della forca.
    FALSTAFF: Perdio!  Tu dici il vero,  ragazzo.  E non  la mia  ostessa
    della taverna una dolcissima fanciulla?
    PRINCIPE:  Come il miele d'Ibla,  mio vecchio pataffione.  E non  una
    casacca di pelle di bufalo un dolcissimo vestito,  un vestito dicon...
    fino?.
    FALSTAFF: Come sarebbe a dire, mattacchione? Ricominci co' tuoi frizzi
    e i tuoi equivoci?  Che diamine c'entro io con una casacca di pelle di
    bufalo?
    PRINCIPE: E che canchero c'entro io con l'ostessa?
    FALSTAFF: Be',  tu l'hai chiamata a fare i  conti  assai  pi  di  una
    volta.
    PRINCIPE: Ho mai chiamato te a sborsare la tua parte?
    FALSTAFF: No, rendo onore al merito; l tu hai sborsato sempre tutto.
    PRINCIPE: L e altrove, fin dove  arrivato il mio conio; e dove non 
    arrivato, ho usato del mio credito.
    FALSTAFF:  S,  e  tanto  l'hai  usato che se non apparisse che tu sei
    l'erede apparente... Ma dimmi,  dolce birichino,  si rizzeranno ancora
    forche in Inghilterra quando tu sarai re? E l'ardire sar sempre, come
    ora, frustrato dal morso arrugginito di quella vecchia befana di mamma
    Legge? Quando sarai re non appiccare un ladro.
    PRINCIPE: No, l'appiccherai tu.
    FALSTAFF: Io? Magnifica! Perdio, sar un bel giudice.
    PRINCIPE:  Giudichi  gi  a  rovescio:  voglio  dire che toccher a te
    d'appiccare i ladri; diverrai cos un eccellente boia.
    FALSTAFF: Bene,  Righetto,  bene,  e fino  a  un  certo  segno  questo
    mestiere  mi  garberebbe,  quanto  quello di stare a fare anticamera a
    corte, te lo assicuro.
    PRINCIPE: Per ottener che effetti?
    FALSTAFF: Gi,  per ottenere effetti di vestiario,  dei quali il  boia
    non ha difetto in guardaroba.  Sanguediddio, mi sento malinconico come
    un vecchio gatto o un orso strapazzato.
    PRINCIPE: O un vecchio leone, o il liuto d'un amante.
    FALSTAFF: S, o il basso d'una cornamusa della contea di Lincoln.
    PRINCIPE: Che diresti se ti chiamassi melanconico come una lepre o  il
    pantano di Moor-ditch?
    FALSTAFF: Tu tiri fuori i pi disgustosi paragoni e sei davvero il pi
    metaforico,  il  pi  briccone e...  il pi dolce dei principini.  Ma,
    Righetto, ti prego; non mi infastidire pi con queste vanit.  Volesse
    Iddio che tu ed io sapessimo dove comprare una provvista di buon nome.
    Un  vecchio  lord  del Consiglio mi ha redarguito l'altro giorno nella
    strada per cagione vostra,  messere,  ma non gli ho dato retta: eppure
    parlava  molto  saggiamente,  ma  non  gli ho porto attenzione: eppure
    parlava saggiamente, e per di pi in piazza.
    PRINCIPE: Hai fatto bene: perch la saggezza fa sentire  la  sua  voce
    per le piazze, e niuno vi porge attenzione.
    FALSTAFF: Oh,  tu fai un uso sacrilego dei testi,  e saresti capace di
    corrompere un santo.  Tu mi hai fatto molto male,  Rigo,  che  Dio  ti
    perdoni per questo.  Prima di conoscerti, Rigo, io non sapevo nulla di
    nulla ed ora sono,  se devo dir la verit,  poco  meglio  di  uno  dei
    malvagi.  Bisogna che io abbandoni questa vita,  e l'abbandoner;  per
    Iddio, se non lo faccio, sono un furfante. Non voglio dannarmi neanche
    per tutti i figli di re della Cristianit.
    PRINCIPE: Dove prenderemo una borsa domani, Gianni?
    FALSTAFF: Pel sangue di Dio,  dove tu vuoi,  ragazzo mio.  Io sar dei
    vostri. Se non lo fossi, chiamatemi furfante e schernitemi.
    PRINCIPE:  Vedo  in  te  un gran miglioramento di vita: dal pregare al
    predare.

    (Entra POINS a qualche distanza).

    FALSTAFF: Vedi, Rigo,   la mia vocazione,  e un uomo non fa peccato a
    lavorare secondo la sua vocazione.  Poins!  Ora sapremo se Gadshill ha
    teso qualche rete. Oh, se gli uomini si dovessero salvare soltanto per
    loro merito,  qual buco nell'inferno sarebbe  abbastanza  ardente  per
    lui?  Egli   il pi arcipotente briccone che mai gridasse alto l a
    un galantuomo.
    PRINCIPE: Buon giorno, Edoardo.
    POINS: Buon giorno,  Rigo.  Che dice  messer  Rimorso?  Che  dice  sir
    Giovanni  Contrito...  di  zucchero  con  vino  di Spagna?  Cosa avete
    combinato tu e il diavolo riguardo alla tua  anima  che  gli  vendesti
    l'ultimo Venerd Santo per una coppa di Madera e una coscia di cappone
    freddo?
    PRINCIPE: Sir Giovanni mantiene la sua parola, il diavolo avr ci che
    fu pattuito. Poich eoli non ha mai fatto finora mentire un proverbio,
    dar al diavolo ci che gli spetta.
    POINS: Allora tu sarai dannato per aver tenuto parola al diavolo.
    PRINCIPE:  Altrimenti sarebbe stato dannato per aver messo in mezzo il
    diavolo.
    POINS: Ma,  ragazzi miei,  ragazzi miei,  domattina  alle  quattro,  a
    Gadshill.  Ci saranno dei pellegrini che vanno a Canterbury con ricche
    offerte,  e dei mercanti che  cavalcano  verso  Londra  con  le  borse
    rotonde;  io  ho  maschere  per  tutti;  voi  avete i cavalli per voi.
    Gadshill dorme stanotte a Rochester e io  ho  ordinato  una  cena  per
    domani  sera  a  Eastcheap:  potremo  fare  il  colpo  sicuri  come se
    dormissimo nei nostri letti.  Se volete andare io riempir  le  vostre
    borse di corone; se non volete, restate a casa e fatevi impiccare.
    FALSTAFF: Ascoltate,  Doardo,  se resto a casa e non vo,  vi mander a
    far impiccare per esserci andati.
    POINS: Davvero, pappagorgia?
    FALSTAFF: Rigo, sarai dei nostri?
    PRINCIPE: Chi? Io rubare! Io un ladro! Io no, in fede mia.
    FALSTAFF: Non c' onest, n virilit, n buona solidariet in te,  n
    sei  reale  di  sangue  se  non  osi  andar per le spicciole per dieci
    scellini.
    PRINCIPE: Bene dunque,  per una  volta  in  vita  mia  commetter  una
    follia.
    FALSTAFF: Ecco, ben detto.
    PRINCIPE: Ma no, avvenga che pu, rester a casa
    FALSTAFF: Per Iddio, io sar dunque un traditore quando tu sarai re.
    PRINCIPE: Non me ne importa.
    POINS: Sir Giovanni,  ti prego,  lasciami solo col principe;  gli dir
    tali ragioni per quest'avventura, ch'egli verr.
    FALSTAFF: Che Dio dunque dia a te lo spirito di persuasione  e  a  lui
    gli orecchi dell'avvantaggiamento, affinch ci che tu dici commuova e
    ci  ch'egli  ode  possa  esser  creduto,  onde  il principe legittimo
    diventi,  per divertimento,  un  falso  ladro,  poich  queste  povere
    scappatelle,  tutte  quelle  che  i nostri tempi ci lascian fare,  han
    bisogno di protezione. Addio: mi troverete a Eastcheap.
    PRINCIPE: Addio, seconda primavera! Addio estate di San Martino!
    (Falstaff esce).
    POINS: Ora, mio buon principe, dolce come il miele,  cavalcate con noi
    domani:  ho  da  fare  uno  scherzo  e da solo non mi riesce di farlo.
    Falstaff, Bardolfo, Peto e Gadshill deruberanno quegli uomini ai quali
    noi abbiamo gi teso la trappola;  voi ed  io  non  ci  troveremo  sul
    luogo, ma quando essi avranno il bottino, se voi ed io non lo ruberemo
    loro, tagliatemi questa testa dalle spalle.
    PRINCIPE: Ma come faremo a separarci da loro sul partire?
    POINS:.  Ecco,  noi partiremo prima o dopo di loro e daremo ad essi un
    appuntamento al quale dipende  da  noi  di  mancare;  allora  essi  si
    avventureranno  soli  all'impresa  e  appena  l'avranno  compiuta  noi
    piomberemo loro addosso.
    PRINCIPE: Gi,  ma  probabile che essi conoscano  che  siam  noi  dai
    nostri cavalli, dagli abiti e dagli altri fornimenti.
    POINS: Ma che!  I nostri cavalli non li vedranno; li legher nel bosco
    e dopo che li avremo lasciati cambieremo le maschere; e signorino,  ho
    certe cappe di bucherame fatte apposta per mascherare i nostri abiti a
    loro ben conosciuti.
    PRINCIPE: Gi, ma dubito non siano troppo forti per noi.
    POINS: Ecco,  due di loro li conosco per i pi genuini codardi che mai
    voltassero il dorso, e quanto al terzo, s'egli si batte pi che non ne
    veda ragione, rinunzio per sempre al mestiere delle armi.  Il bello di
    questo  scherzo  saranno  le  incommensurabili bugie che questo stesso
    grasso briccone ci racconter quando c'incontreremo a  cena:  come  si
    sia  battuto contro trenta almeno,  quali parate,  quali colpi,  quali
    rischi abbia dovuto sostenere, e nella confutazione delle sue menzogne
    star il divertimento.
    PRINCIPE: Benissimo, verr con te: provvedi tutte le cose necessarie e
    vienmi a trovare domani sera a Eastcheap; io cener l. Addio.
    POINS: Addio, mio signore.
    (Esce).
    PRINCIPE: Vi conosco  tutti,  e  pel  momento  voglio  assecondare  lo
    sfrenato  umore  del  vostro  ozio.  In  questo  imiter il sole,  che
    permette alle nubi basse e malefiche di  velare  la  sua  bellezza  al
    mondo  affinch,  quando  gli  piacer di esser di nuovo lui medesimo,
    essendosi fatto desiderare,  possa venir ammirato  ancor  pi,  quando
    romper  attraverso  le impure e brutte masse di vapori,  che parevano
    soffocarlo.  Se tutto  l'anno  fosse  di  giorni  festivi,  divertirsi
    sarebbe  noioso  quanto  lavorare,  ma  quando  essi  vengono di rado,
    capitano desiderati,  ch  nulla  piace  pi  delle  cose  rare.  Cos
    quand'io  mi  lever  di dosso questa vita di scapestrato e pagher il
    debito che mai avevo promesso di pagare,  e manterr pi di quello che
    non promisi,  di altrettanto sorpasser l'aspettazione della gente, e,
    come un brillante metallo sopra un terreno bruno,  la mia conversione,
    scintillando  sui  miei  falli  trascorsi,  sembrer  pi meritevole e
    attirer pi sguardi del merito,  che non ha alcuno specchietto che lo
    faccia  risaltare.  Io  trasgredir,  per  farmi  della  trasgressione
    un'arte, e quando la gente meno vi pensa, riparer il tempo perduto.




    SCENA TERZA - Londra. Una stanza del Palazzo.

    (Entrano  ENRICO  QUARTO,  NORTHUMBERLAND,  WORCESTER,  HOTSPUR,   SIR
    GUALTIERO BLUNT ed altri).
    ENRICO:  Il  mio  sangue    stato troppo freddo e calmo,  incapace di
    fremere a questi affronti:  e  voi  ve  ne  siete  accorti,  e  quindi
    calpestate  la  mia  pazienza:  ma  siate certi che d'ora innanzi sar
    piuttosto il regale me stesso,  possente e formidabile,  che non quale
    mi  vorrebbe il mio temperamento,  che  stato tranquillo come l'olio,
    molle come tenere piume,  e per  questo  ha  perduto  quel  titolo  al
    rispetto,  che  un'anima  altera  non  porta  mai che ad un'altr'anima
    altera.
    WORCESTER: La nostra casa,  mio sovrano,  non merita  che  le  si  usi
    contro la verga della potenza;  di quella stessa potenza che le nostre
    mani hanno aiutato a rendere cos imponente.
    NORTHUMBERLAND: Signore...
    ENRICO: Worcester, vattene, ch'io vedo nel tuo occhio la minaccia e la
    disobbedienza.  Oh messere,  il vostro contegno    troppo  audace  ed
    imperioso  e  la  maest  di  re non pot mai finora tollerare l'irato
    baluardo della fronte di un  suddito.  Voi  avete  ampio  permesso  di
    lasciarci;  se ci occorrer la vostra opera e il vostro consiglio,  vi
    faremo  chiamare.  (Worcester  esce.  A  Northumberland)  Stavate  per
    parlare?
    NORTHUMBERLAND:  Si,  mio buon signore.  Quei prigionieri domandati in
    nome di Vostra  Altezza  e  che  furon  presi  da  Arrigo  Percy,  qui
    presente,  a Holmedon,  non vennero, com'egli assicura, negati in modo
    s reciso  come    stato  riferito  a  Vostra  Maest.  L'invidia,  o
    l'errore, son dunque colpevoli di questo fallo e non mio figlio.
    HOTSPUR: Mio sovrano,  io non negai affatto i prigionieri,  ma ricordo
    che,  finita la battaglia,  mentre arso dal  furore  e  dalla  estrema
    fatica, ansante e sfinito me ne stavo appoggiato sulla spada, venne l
    un certo pari,  tutto lindo,  leggiadramente vestito,  fresco come uno
    sposo,  col mento raso di recente che pareva un campo di stoppie  dopo
    la mietitura;  era profumato come un mercante di mode, e teneva tra il
    pollice e l'indice una scatoletta di aromi,  che di quando  in  quando
    avvicinava al naso e poi la ritirava; del che il naso, adirato, quando
    ve  l'avvicinava  ancora,  soffiava;  e  non  faceva  che  sorridere e
    ciarlare,  e mentre i soldati passavano da presso  portando  i  morti,
    egli  li  chiamava manigoldi ignoranti,  maleducati,  a portare a quel
    modo un cadavere sconcio e brutto,  tra il vento e la sua nobilt.  In
    termini  fioriti  e  da signora m'interpell e tra l'altro mi chiese i
    miei prigionieri in nome di Vostra Maest. Io allora,  tutto dolorante
    per le ferite che s'eran freddate,  seccato da questo pappagallo,  per
    la pena e l'impazienza gli risposi distrattamente,  non ricordo che...
    che  li  avrebbe  e non li avrebbe;  ch mi veniva la smania a vederlo
    scintillante di eleganze e s soavemente profumato,  ciarlare come una
    dama  d'onore,  di  cannoni  e  di  tamburi  e di ferite - che Dio gli
    perdoni!  - e dirmi che il rimedio  pi  sovrano  del  mondo  per  una
    conclusione interna era lo spermaceti,  e ch'era gran peccato, proprio
    cos, che si scavasse lo scellerato salnitro dalle viscere della terra
    innocente per distruggere cos vilmente tanti bei giovani gagliardi; e
    che se non fosse stato per quei vili cannoni,  lui stesso  si  sarebbe
    fatto soldato. A queste sue ciarle futili e sconnesse, io risposi, mio
    signore,  vagamente  come gi vi dissi;  e vi supplico affinch il suo
    rapporto non sia accettato come  accusa  e  s'interponga  tra  la  mia
    devozione e la Vostra Maest.
    BLUNT:  Tenuto  conto delle circostanze,  mio buon signore,  qualunque
    cosa Arrigo Percy abbia detto allora a un simile individuo e in simile
    luogo e momento,  con tutto il resto che  vi    stato  riferito,  pu
    ragionevolmente  esser lasciato cadere,  e mai pi sorgere a suo danno
    ed essergli ritorto contro come  accusa,  quello  che  egli  ha  detto
    allora, purch lo disdica ora.
    ENRICO:  S,  ma intanto egli rifiuta i prigionieri a meno che noi,  a
    nostre spese,  non riscattiamo subito suo cognato,  quello sciocco  di
    Mortimer,  che,  sull'anima mia, ha deliberatamente tradito la vita di
    coloro che condusse a battaglia contro quel gran mago, quel dannato di
    Glendower, la cui figlia,  a quanto si dice,  ha di recente sposato il
    conte di March. Dovremo dunque vuotare i nostri scrigni per ricondurre
    a  casa un traditore?  Dovremo pagare il tradimento?  E venire a patti
    con dei codardi, che si son perduti e condannati da s? No,  che muoia
    di  fame  sulle  sterili  montagne;  ch  mai  terr  in conto d'amico
    quell'uomo,  la cui lingua  mi  chieder  di  spendere  un  soldo  per
    ricondurre a casa il ribelle Mortimer.
    HOTSPUR:  Il  ribelle  Mortimer!  Egli  mai  non pass al nemico,  mio
    sovrano,  che per le vicende della guerra.  A provare tale verit  non
    occorre   che  una  voce  per  tutte  quelle  ferite,   quelle  ferite
    spalancate,  ch'egli ricevette da valoroso quando sulla sponda cannosa
    della  dolce Severn,  pass quasi un'ora in singolar tenzone a corpo a
    corpo a gareggiar d'audacia col gran  Glendower.  Tre  volte  ripreser
    lena,  e  tre  volte  di  mutuo  accordo bevvero le acque della Severn
    veloce che,  spaventata dai loro sguardi sanguinosi,  corse  piena  di
    timore  tra le tremanti canne a nascondere il capo ricciuto nella cava
    sponda,  tinta del sangue  di  quei  valorosi  combattenti.  L'astuzia
    sfrontata e corrotta non color mai le sue macchinazioni di s mortali
    ferite,  n  il  nobile  Mortimer  avrebbe potuto riceverne tante e s
    volentieri: non sia dunque calunniato con l'accusa di ribelle.
    ENRICO: Tu menti su di lui,  Percy,  menti su di lui!  Egli non ha mai
    tenuto  testa  a  Glendower.  Ti  assicuro che avrebbe piuttosto osato
    affrontare il diavolo da solo, che aver per avversario Owen Glendower.
    Non hai vergogna?  Ma,  messere,  che d'ora innanzi non vi  senta  pi
    parlare  di  Mortimer.  Mandatemi i vostri prigionieri con la maggiore
    speditezza,  o avrete da me un messaggio che v'increscer.  Monsignore
    di  Northumberland,  vi  autorizziamo  a  partire  con  vostro figlio.
    Mandateci i vostri prigionieri o ne sentirete delle belle.
    (Escono Enrico Quarto, Blunt e il Seguito).
    HOTSPUR: E se il diavolo venisse ruggendo a  chiedermeli,  io  non  li
    manderei.   Voglio   raggiungerlo  sul  momento  e  dirglielo:  voglio
    sollevarmi il cuore foss'anche a rischio della testa.
    NORTHUMBERLAND:  Che!  Ebbro  di  collera?  Fermatevi,   aspettate  un
    momento: ecco, viene vostro zio.

    (Rientra WORCESTER).

    HOTSPUR:  Parlare di Mortimer!  Perdio!  ne parler e che la mia anima
    non trovi misericordia, s'io non faccio causa comune con lui. S,  per
    lui  vuoter tutte queste vene e verser il mio sangue prezioso goccia
    a goccia nella polvere, ma sollever il calpestato Mortimer tanto alto
    nell'aria quanto questo re sconoscente,  questo ingrato  e  cancheroso
    Bolingbroke.
    NORTHUMBERLAND (a Worcester): Fratello,  il re ha fatto diventar pazzo
    vostro nipote.
    WORCESTER: Chi ha provocato quest'eccitazione dopo che io ero partito?
    HOTSPUR: Egli vuole, nientemeno, tutti i miei prigionieri,  e quand'io
    ho insistito di nuovo pel riscatto del fratello di mia moglie,  la sua
    guancia si  fatta pallida e mi  ha  guardato  con  occhio  micidiale,
    tremando al solo nome di Mortimer.
    WORCESTER:  Non  posso  biasimarlo: non fu questi proclamato dal morto
    Riccardo il pi prossimo parente?
    NORTHUMBERLAND: Cos fu,  udii io stesso la proclamazione: e fu allora
    che  l'infelice  re  -  Dio  ci  perdoni la parte che avemmo nelle sue
    sventure - part  per  la  spedizione  d'Irlanda  da  dove,  impedito,
    ritorn per esser deposto e poco dopo assassinato.
    WORCESTER: E per la sua morte noi viviamo, nell'ampia bocca del mondo,
    calunniati e vilipesi.
    HOTSPUR: Ma, piano, vi prego: proclam allora re Riccardo mio fratello
    Edmondo Mortimer erede alla corona?
    NORTHUMBERLAND: Cos fece; io stesso lo udii.
    HOTSPUR:  Non  posso  allora  biasimare  il  re  suo cugino,  per aver
    desiderato ch'egli morisse  di  fame  sulle  sterili  montagne.  Ma  
    possibile  che  voi,  che  metteste  la  corona sul capo di quest'uomo
    ingrato,  e  che  per  causa  sua  portate  l'odiosa  macchia  di  una
    complicit  assassina,    mai  possibile  che sopportiate un mondo di
    maledizioni per far da suoi agenti, da vili mandatari, da capestro, da
    scala o anche da boia? Oh,  perdonatemi,  se io scendo s in basso per
    mostrarvi  in  quale rango e condizione vi trovate sotto questo astuto
    re.  Patirete voi che si dica,  oh vergogna!  ai nostri giovani  e  si
    racconti  nelle  cronache  future,  che  uomini della vostra nobilt e
    potenza s'impegnarono entrambi per una causa ingiusta - come  voi  due
    avete  fatto,  che  Dio  vi perdoni - abbattendo Riccardo,  bella rosa
    graziosa,   per  piantare  questo  spino,   questa  rosa   canina   di
    Bolingbroke?  E  si  dir  a  vostra  maggior  vergogna  che voi siete
    scherniti, messi in disparte, scrollati via da colui pel quale patiste
    queste vergogne?  No,  v' ancor tempo  perch  possiate  redimere  il
    vostro  onore  offuscato  e  ritornare nella buona opinione del mondo.
    Vendicatevi del beffardo e sdegnoso disprezzo di  questo  re  superbo,
    che  studia  notte e d per ricambiare i debiti che ha con voi fin col
    sanguinoso pagamento della vostra morte. Io dico, dunque...
    WORCESTER: Pace,  cugino,  non dite altro.  Vi aprir ora  un  segreto
    libro,   e  alle  vostre  menti  scontente,  pronte  alle  pi  audaci
    concezioni, legger cose profonde e pericolose, piene di rischio, e di
    spirito  s  avventuroso  quanto  ne  occorre  a  traversare  un  alto
    mugghiante torrente sull'incerto sostegno dell'asta di una lancia.
    HOTSPUR:  Se  ci si cade dentro,  buona notte!  O affondare o nuotare.
    Venga pure il pericolo da  oriente  a  occidente;  l'onore  gli  andr
    incontro da nord a sud e verranno alle prese.  Oh,  il sangue bolle di
    pi a dar la caccia a un leone che a levare una lepre.
    NORTHUMBERLAND: La visione di una grande impresa  lo  spinge  oltre  i
    limiti della moderazione.
    HOTSPUR:  Pel  cielo!  Mi  sembrerebbe  un  salto  da  nulla quello di
    strappare il fulgido onore alla luna dal viso pallido,  o di  tuffarsi
    nel  profondo  del  mare,  l  dove  lo scandaglio non pot mai toccar
    terra,  e tirar su per le chiome l'onore annegato,  se quegli  che  lo
    salvasse  di l potesse portar,  senza rivali tutta la sua gloria.  Ma
    finiamola con queste meschine compartecipazioni!
    WORCESTER: Egli immagina un mondo di fantasmi ma non la forma  di  ci
    che dovrebbe perseguire. Buon cugino, datemi ascolto per un momento.
    HOTSPUR: Vi domando perdono.
    WORCESTER:   Quegli   stessi   nobili   scozzesi   che   sono   vostri
    prigionieri...
    HOTSPUR: Li terr tutti.  Per Iddio!  Egli non avr uno solo di quegli
    scozzesi. No, dovesse uno scozzese salvargli l'anima, egli non l'avr.
    Li terr, lo giuro per questa mano.
    WORCESTER:  Voi  divagate e non volete dare ascolto alle mie proposte:
    quei prigionieri li riterrete.
    HOTSPUR: Gi,  li riterr,  questo  chiaro.  Egli ha  detto  che  non
    voleva riscattare Mortimer;  ha proibito alla mia lingua di parlare di
    Mortimer,  ma io lo coglier quando dorme e gli grider  all'orecchio:
    Mortimer!.  Anzi,  far  insegnare  a uno storno a non dir altro che
    Mortimer e glielo  dar  affinch  la  sua  collera  sia  sempre  in
    movimento.
    WORCESTER: Ascoltate, cugino, una parola.
    HOTSPUR:  Io  rinunzio  qui  solamente a ogni altra occupazione se non
    quella di irritare e tormentare questo Bolingbroke;  e quanto a quello
    spadaccino  del principe di Galles,  se non pensassi che suo padre non
    lo ama e che sarebbe contento  gli  accadesse  qualche  disgrazia,  lo
    farei avvelenare con un bicchiere di birra.
    WORCESTER: Addio nipote;  vi riparler quando sarete meglio disposto a
    starmi a sentire.
    NORTHUMBERLAND: Ma che sciocco impaziente sei,  invelenito come se una
    vespa ti avesse punto,  da prorompere in questo umore donnesco legando
    il tuo orecchio a non altra lingua che la tua?
    HOTSPUR: Ecco,  vedete,  io son  frustato  e  flagellato  con  verghe,
    sferzato con ortiche, punto da formiconi, quando sento parlare di quel
    vile  politicastro  di  Bolingbroke.  Al tempo di Riccardo...  come si
    chiama quel luogo?  che gli venga il cnchero...    nella  contea  di
    Gloucester;  dove dimorava quel pazzo del duca suo zio, suo zio York;
    dove  io  per  la prima volta resi omaggio a questo re dei sorrisi,  a
    questo Bolingbroke, perdio! quando voi e lui tornaste da Ravenspurgh.
    NORTHUMBERLAND: Al castello di Berkeley.
    HOTSPUR: Appunto.  Ah!  quante inzuccherate cortesie  non  mi  prodig
    allora   quel  cane  strisciante!   Vedete:  quando  la  sua  fortuna
    pargoletta sarebbe divenuta  adulta,  e  gentile  Arrigo  Percy,  e
    cortese cugino;  che il diavolo si porti simili impostori!... Dio mi
    perdoni; buono zio, dite quel che avete a dire, ch'io ho finito.
    WORCESTER: No, se non avete finito, seguitate pure: noi staremo qui ad
    aspettare i vostri comodi.
    HOTSPUR: Ho finito in verit.
    WORCESTER: Allora torniamo ancora  una  volta  ai  vostri  prigionieri
    scozzesi.  Liberateli  subito  senza  riscatto  e  fate  del figlio di
    Douglas il vostro unico agente  per  radunare  truppe  in  Scozia,  le
    quali,  per  varie  ragioni  che vi far sapere per iscritto,  saranno
    facilmente accordate,  siatene sicuro.  (A  Northumberland)  Voi,  mio
    signore,   mentre  vostro  figlio    cos  occupato  in  Scozia,   vi
    insinuerete segretamente nel cuore di quel nobile prelato,  il  nostro
    bene amato arcivescovo.
    HOTSPUR: Di York, non  vero?
    WORCESTER:  Appunto.  Egli    crucciato  ancora  per  la morte di suo
    fratello lord Scroop a Bristol.  Non dico questo come supposizione  di
    ci che penso potrebbe essere, ma di cosa che so  gi stata ruminata,
    tramata  e sistemata,  e che attende soltanto di poter vedere il volto
    dell'occasione che la favorisce.
    HOTSPUR: L'ho subodorato, e per l'anima mia, tutto andr bene.
    NORTHUMBERLAND: Tu lasci sempre andare i cani prima che la  selvaggina
    sia levata.
    HOTSPUR: Perbacco! Non pu che essere un eccellente progetto; e poi le
    forze di Scozia e di York... si uniranno a Mortimer, eh?
    WORCESTER: Cos avverr.
    HOTSPUR: In fede mia,  stato ottimamente combinato.
    WORCESTER:  N  lieve    il  motivo  che  ci spinge in tutta fretta a
    salvare i nostri capi capeggiando un  esercito;  ch,  per  quanto  ci
    comportassimo  con  prudenza,  il re si considerer sempre come nostro
    debitore e penser che noi ci crediamo  mal  pagati  finch  egli  non
    trovi  il  momento  di  saldare il conto con usura.  E vedete com'egli
    comincia gi a straniarci dalle sue buone grazie.
    HOTSPUR: Proprio cos, proprio cos; ci vendicheremo di lui.
    WORCESTER: Cugino,  addio: non andate pi oltre in  questo  affare  di
    quello ch'io v'indicher per lettera.  Quando il tempo sar maturo, il
    che avverr presto, andr segretamente da Glendower e da lord Mortimer
    e l far in modo che voi e Douglas.  e insieme le  nostre  forze,  ci
    incontreremo  felicemente  portando  nelle  nostre braccia vigorose le
    nostre fortune che oggi invece teniamo con tanta incertezza.
    NORTHUMBERLAND: Addio, buon fratello: confido che riusciremo.
    HOTSPUR: Zio, addio. Oh,  sian brevi le ore finch giunga l'istante in
    cui il tumulto dei campi di battaglia, il fragore dei colpi e i gemiti
    faccian eco plaudendo al nostro spasso!
    (Escono).


















    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Rochester. Il cortile di un albergo.

    (Entra un Vetturale con una lanterna in mano).
    PRIMO  VETTURALE: Ol,  eh!  Se non sono le quattro del mattino,  vuo'
    essere impiccato!  Il carro di Boote  sopra  al  camino  nuovo  e  il
    nostro cavallo non  ancora caricato. Ol, stalliere!
    STALLIERE (di dentro): Vengo, vengo.
    PRIMO VETTURALE: Ti prego,  Maso,  batti la sella di Codimozzo,  metti
    dei fiocchi di lana nella punta;  la povera bestia    scorticata  sul
    garrese oltre ogni misura.
    (Entra un altro Vetturale).
    SECONDO  VETTURALE: Qui i piselli e le fave sono fradici come un cane;
    questo  il mezzo pi  spiccio  per  far  venire  i  vermi  ai  poveri
    cavalli.  Questa  casa   tutta sottosopra dacch  morto lo stalliere
    Berto.
    PRIMO VETTURALE: Povero diavolo!  Non ebbe pi un  momento  d'allegria
    dacch il prezzo dell'avena aument; fu la sua morte,
    SECONDO VETTURALE: Credo che, quanto a pulci, questa sia la pi lurida
    casa su tutta la strada di Londra. Sono punzecchiato come una tinca.
    PRIMO  VETTURALE: Come una tinca?  Per la messa!  Non c' mai stato re
    nella cristianit che sia stato morso meglio di me,  dacch ha cantato
    il gallo.
    SECONDO  VETTURALE: Ecco qua,  non ci danno mai un pitale e allora noi
    pisciamo nel camino, e l'orina genera pulci come un ghiozzo.
    PRIMO VETTURALE: Ol,  stalliere!  Vieni qua!  E che tu  possa  essere
    impiccato! Vieni qua!
    SECONDO  VETTURALE: Ho un prosciutto e due radiche di zenzero che devo
    consegnare a Charing Cross.
    PRIMO VETTURALE: Corpo di Dio!  I tacchini nel mio paniere son proprio
    morti  di fame.  Ol,  stalliere!  Che ti colga la peste!  Non hai mai
    occhi in testa?  Non ci senti?  Se romperti la zucca non   una  buona
    azione come bere un bicchiere,  sono proprio un briccone. Vieni, possa
    tu morire impiccato! Non c' coscienza in te?
    (Entra GADSHILL).
    GADSHILL: Buon giorno, vetturali. Che ore sono?
    PRIMO VETTURALE: Credo sian le due.
    GADSHILL: Ti prego,  prestami  la  tua  lanterna  per  vedere  il  mio
    castrato nella stalla.
    PRIMO VETTURALE: No, piano, vi prego: so in verit una gherminella che
    ne val due di queste.
    GADSHILL: Ti prego, prestami la tua.
    SECONDO VETTURALE: S,  proprio, e quando? me lo sai dire? prestami la
    tua lanterna,  fa lui...  per  la  Madonna!  Prima  ti  voglio  vedere
    impiccato.
    GADSHILL: O sor vetturale! A che ora pensi d'arrivare a Londra?
    SECONDO  VETTURALE:  Abbastanza in tempo per andare a letto al lume di
    candela, te lo garantisco. Vieni,  vicino Mugs,  chiameremo i signori:
    essi voglion viaggiare in compagnia perch hanno gran bagaglio.
    (Escono i Vetturali).
    GADSHILL: Ol, eh! cameriere!
    CAMERIERE (di dentro): Pronto! disse il borsaiolo.
    GADSHILL:  Che torna a dire: pronto,  disse il cameriere: poich tanto
    poco tu differisci dal borsaiolo, quanto chi dirige da chi lavora. Sei
    tu che tendi la rete.
    (Entra il Cameriere).
    CAMERIERE: Buon giorno,  padron Gadshill.  Va bene quello che vi dissi
    ieri  sera:  c' un piccolo proprietario della campagna di Kent che ha
    portato seco trecento marchi d'oro.  Sentii che lo diceva a uno  della
    brigata ieri sera a cena, a una specie di ufficiale del tesoro; che ha
    pure  grande  abbondanza  di bagagli,  Dio sa cosa.  Sono gi alzati e
    chiedono uova e burro; se ne andranno tra poco
    GADSHILL: Compare, se non s'incontrano coi valletti di San Nicola,  ti
    dar questa testa.
    CAMERIERE: No, non la voglio; ti prego, tienla pel boia, perch so che
    adori  San  Nicola con tanta devozione quanta pu averne un uomo senza
    fede.
    GADSHILL: Che mi parli tu di boia?  Se io sono  appiccato,  faremo  un
    grasso paio sulle forche,  perch se sono appiccato io, il vecchio sir
    Giovanni lo sar come me e tu sai ch'egli non  davvero rifinito.  Va'
    l! Ci son degli altri troiani che tu non sogneresti neppure, i quali,
    per spasso,  son contenti di fare onore alla nostra professione,  e se
    si volesse veder troppo a fondo nelle  nostre  faccende,  metterebbero
    tutto  a posto per amor del loro buon nome.  Io non sono associato con
    miserabili girovaghi,  con  grassatori  da  quattro  soldi  armati  di
    pertica,  n  con  quei  pazzi e paonazzi mustacchiati tracannatori di
    cervogia, ma con la nobilt e con la serenit, con borgomastri e pezzi
    grossi,  gente che sa l'affar suo e che  pi pronta a colpire  che  a
    parlare,  e a parlare pi presto che a bere, e a bere pi presto che a
    pregare:  eppure,  sanguediddio,  io  mentisco,  poich  essi  pregano
    continuamente il loro santo, la borsa del pubblico, o piuttosto non la
    pregano,  ma la depredano; ch vi cavalcan sopra per lungo e per largo
    e sene fanno borzacchini.
    CAMERIERE: Che!  Fanno  borzacchini  con  la  borsa  del  pubblico?  E
    resister essa all'acqua per una brutta strada?
    GADSHILL:  Eccome!  La giustizia l'ha ingrassata.  Noi rubiamo come se
    fossimo dentro una botte di ferro,  perfettamente sicuri;  abbiamo  la
    ricetta dei semi di felci... camminiamo invisibili.
    CAMERIERE:  In  fede mia,  credo che dobbiate piuttosto ringraziare la
    notte che il seme delle felci, se camminate invisibili.
    GADSHILL: Dammi la mano: tu avrai parte del nostro  acquisto,  quant'
    vero che sono un uomo onesto.
    CAMERIERE: Dammela piuttosto in quanto sei un farabutto ladro.
    GADSHILL: Va' l! "homo"  un nome comune a tutti gli uomini. Di' allo
    stalliere di portar fuori dalla stalla il mio castrato.  Addio,  sozzo
    ribaldo.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La strada presso Gadshill.

    (Entrano il PRINCIPE ENRICO e POINS).
    POINS: Venite, nascondiamoci, nascondiamoci: ho portato via il cavallo
    di Falstaff ed egli si logora come il velluto gommato.
    PRINCIPE: Tienti nascosto.
    (Entra FALSTAFF).
    FALSTAFF: Poins! Poins! ti possano impiccare! Poins!
    PRINCIPE (avanzando): Silenzio,  birbante dagli arnioni lardosi!  Cosa
    vai sbraitando?
    FALSTAFF: Dov'e Poins, Rigo?
    PRINCIPE: E' andato su in cima al colle: andr a cercarlo.
    (Fa finta di cercare Poins).
    FALSTAFF: Io son maledetto perch rubo in compagnia di quel ladro.  Il
    briccone ha portato via il mio cavallo e lo ha legato non so dove.  Se
    devo camminare ancora quattro piedi precisi,  misurati con la squadra,
    non avr pi fiato. Ecco, non dubito di morire d'una bella morte, dopo
    tutto,  se sfuggo alla  forca  per  aver  ucciso  quel  furfante.  Son
    vent'anni  che  tutte  le  ore  giuro di abbandonare la sua compagnia,
    eppure eccomi qui ammaliato dalla compagnia di questo furfante  Se  il
    briccone  non  mi  ha  dato qualche pozione per farsi amare da me vuo'
    essere impiccato.  Non pu essere diversamente: io ho  bevuto  qualche
    pozione. Poins! Rigo!
    Che  la peste vi colga tutti e due!  Bardolfo!  Peto!  Voglio morir di
    fame se faccio un passo di pi per rubare.  Se diventare un galantuomo
    e  piantare  questi  furfanti  non    un'azione  buona quanto bere un
    bicchier di vino,  io mi riconosco per il pi gran mariolo  che  abbia
    mai  masticato con un dente.  Otto metri di terreno malpari fan per me
    come settanta miglia a piedi,  e quei birbanti dal cuore di pietra  lo
    sanno bene.  Accidenti a tutto! Quando i ladri non sanno essere fedeli
    l'uno all'altro! (Fischiano) Che vi prenda la peste a tutti! Datemi il
    mio cavallo, furfanti, e che v'impicchino!
    PRINCIPE (venendo avanti): Silenzio,  pancione!  Sdraiati  gi,  metti
    l'orecchio a terra, e ascolta se senti il passo di viaggiatori.
    FALSTAFF:  Avete delle leve per rialzarmi quando sar gi?  Pel sangue
    d'Iddio, non porter pi la mia carne cos lontana a piedi,  per tutto
    il  denaro  che  nelle casse di tuo padre.  Che canchero vi piglia di
    uccellarmi cos?
    PRINCIPE: Tu menti; tu non sei uccellato; sei scavalcato.
    FALSTAFF: Ti prego, buon principe Righetto, aiutami a ritrovare il mio
    cavallo, buon figlio di re!
    PRINCIPE: Ma va' via, briccone! Sono forse il tuo stalliere?
    FALSTAFF: Va',  appiccati con le tue giarrettiere di erede presuntivo!
    Se son preso, vi far la spia. Se non far fare delle ballate su tutti
    voi,  cantate su arie da trivio, vuo' che un bicchier di vin di Spagna
    mi sia di veleno.  Quando uno scherzo  cos spinto,  e a piedi per di
    pi, io lo detesto.
    (Entra GADSHILL, con BARDOLFO e PETO).
    GADSHILL: Fermo l!
    FALSTAFF: Cos faccio mio malgrado.
    POINS:. Oh! ecco il nostro palo; conosco la sua voce.
    BARDOLFO: Che notizie?
    GADSHILL:  Imbacuccatevi,  imbacuccatevi,  mettetevi  le maschere: c'e
    denaro del re che scende dalla collina; va alle casse del re.
    FALSTAFF: Menti, furfante, va alla taverna del re.
    GADSHILL: Ce n' abbastanza per tutti.
    FALSTAFF: Gi, di forche.
    PRINCIPE: Messeri, voi quattro li affronterete nello stretto sentiero,
    Edoardo Poins ed io andremo pi in gi;  se sfuggono al vostro attacco
    s'imbatteranno in noi.
    PETO: Quanti sono?
    GADSHILL: Circa otto o dieci.
    FALSTAFF: Perdio! Non ruberanno essi a noi?
    PRINCIPE: Che! Sareste un codardo, ser Giovanni Pancia?
    FALSTAFF: In verit,  non sono Giovanni di Gand, vostro nonno, ma per
    non sono un codardo, Rigo.
    PRINCIPE: Bene, lo vedremo alla prova.
    POINS: Compare Gianni,  il tuo cavallo  dietro la  siepe;  quando  ne
    avrai bisogno lo troverai l. Addio e tieni fermo.
    FALSTAFF: Oh, poterlo picchiare, dovessi essere appiccato.
    PRINCIPE (a parte a Poins): Ned, dove sono i nostri travestimenti?
    POINS:. Qui vicino: seguitemi.
    (Escono il Principe e Poins).
    FALSTAFF: Ora, padroni miei, buona fortuna dico io, e ognuno badi alle
    sue faccende.

    (Entrano i Viaggiatori).
    PRIMO  VIAGGIATORE:  Vieni,  compare;  il  ragazzo  condurr  i nostri
    cavalli gi dalla collina e noi  ce  n'andremo  un  po'  a  piedi  per
    sgranchirci le gambe.
    PRIMO LADRO: Fermi!
    I VIAGGIATORI: Ges ci benedica!
    FALSTAFF:  Colpite!   Accoppateli,   tagliategli  il  collo  a  questi
    birbanti!   Ah!   vermi  figli  di  bagasce!   Bricconi  ingrassati  a
    prosciutto!   Costoro  ci  odiano,   noialtri  giovani;   accoppateli!
    Tosateli!
    I VIAGGIATORI: Oh!  Siamo rovinati per sempre,  noi e tutto quello che
    possediamo.
    FALSTAFF: Appiccatevi!  Bricconi panciuti!  Siete rovinati? No, grassi
    marrani,  magari aveste qui tutti i vostri tesori!  Avanti,  coticoni!
    Avanti!  E  che,  furfanti!  I  giovani devono pur campare.  Voi siete
    grandi giurati, non  vero? Vi faremo giurar noi, in fede mia.
    (Esce Falstaff eccetera, spingendo avanti i Viaggiatori).

    (Rientrano il PRINCIPE ENRICO e POINS travestiti).

    PRINCIPE: I ladri hanno legato i galantuomini.  Se tu ed io  potessimo
    ora  derubare  i  ladri  e  andarcene  allegramente a Londra,  sarebbe
    argomento di conversazione per una settimana, di risate per un mese, e
    ce ne ricorderemmo sempre come di un bello scherzo.
    POINS: State nascosto: li sento venire.
    (Rientrano i Ladri).
    FALSTAFF: Venite, padroni miei,  dividiamo,  e poi a cavallo prima che
    venga giorno. Se il principe e Poins non sono due codardi matricolati,
    non  c'  giustizia  al mondo: non c' pi valore in quel Poins che in
    un'anatra selvatica.
    PRINCIPE: Fuori il denaro!
    POINS: Bricconi!
    (Mentre stanno dividendo,  il Principe e Poins saltano  loro  addosso.
    Scappano tutti,  e Falstaff, dopo aver scambiato un colpo o due, fugge
    anche lui abbandonando il bottino).
    PRINCIPE: Preso  con  molta  facilit.  Ora  saltiamo  allegramente  a
    cavallo;  i  ladri  sono  dispersi e cos presi da paura che non osano
    incontrarsi l'un l'altro;  ognuno prende il compagno per un ufficiale.
    Andiamo,  buon  Edoardo.  Falstaff  suda  a  morte e ingrassa la terra
    sterile mentre cammina. Se non mi facesse ridere lo compiangerei.
    POINS: Come ruggiva il furfante!
    (Escono).



    SCENA TERZA - Il Castello di Warkworth.

    (Entra HOTSPUR, leggendo una lettera).
    HOTSPUR: Ma, per parte mia, mio signore, potrei esser ben contento di
    trovarmi l, considerata l'affezione che porto alla vostra casa. Egli
    sarebbe contento...  e perch dunque non lo  ?  Per  l'affezione  che
    porta  alla  nostra  casa:  in questo mostra ch'egli ama di pi il suo
    granaio che la nostra casa.  Leggiamo  ancora:  L'impresa  che  avete
    cominciata    pericolosa...;  ecco,  questo    certo:   pericoloso
    prendere un'infreddatura,  dormire,  bere;  ma  ti  dir,  signor  mio
    sciocco, da quel cespo d'ortica, il pericolo, noi cogliamo quel fiore,
    la  sicurezza.  L'impresa  che  avete incominciata  pericolosa;  gli
    amici di cui parlate sono incerti; il momento stesso  male scelto,  e
    tutta  la  vostra  trama  troppo leggera per controbilanciare s forte
    opposizione. Cos la pensate voi?  Cos la pensate?  Io vi ripeto che
    siete  uno  scempio e vile marrano,  e che mentite.  Che scervellato 
    costui! Per Iddio! La nostra trama  buona,  quant'altra che sia stata
    mai ordita, i nostri amici fedeli e costanti: buona trama, buoni amici
    e  pieni  di  fiducia;  eccellente trama,  ottimi amici.  Che furfante
    dall'anima di ghiaccio  costui!  Ecco,  monsignore di York approva la
    trama e il piano generale dell'azione.  Pel sangue d'Iddio,  se avessi
    qui quel briccone gli spaccherei il cervello col ventaglio  della  sua
    dama!  Non  ci siamo mio padre mio zio,  io stesso?  Monsignor Edmondo
    Mortimer,  monsignore di York e Owen Glendower?  Non ci sono inoltre i
    Douglas?  Non ho io le loro lettere che promettono di venirmi incontro
    in armi il nove del mese venturo?  E alcuni di loro non  sono  gi  in
    marcia?  Che  canaglia  di  un  pagano    dunque  costui?  Che  pezzo
    d'infedele!  Ah!  vedrete adesso che nella sincerit della sua paura e
    freddezza  di  cuore  correr  dal  re  e  gli  sveler tutti i nostri
    movimenti.  Oh!  vorrei potermi dividere in due e darmi degli schiaffi
    per  aver  invitato  un  simile  vaso di latte scremato a s onorevole
    impresa!  Lo possano impiccare!  Dica  pur  tutto  al  re;  noi  siamo
    preparati. Io partir appunto questa notte.
    (Entra LADY PERCY).
    Caterina, debbo lasciarvi tra due ore.
    LADY  PERCY:  O  mio buon signore,  perch ve ne state cos solo?  Per
    quale offesa sono io da quindici giorni  bandita  dal  letto  del  mio
    Enrico?   Dimmi,  dolce  signore,  cos'  che  ti  toglie  l'appetito,
    l'allegria e il tuo sonno dorato?  Perch chini gli occhi in  terra  e
    trasalisci s di sovente quando sei seduto solo?  Perch le tue guance
    han perduto la freschezza del  colorito  e  perch  abbandoni  i  miei
    tesori  e  i  miei  diritti  di  sposa  alla  cupa  meditazione e alla
    maledetta melanconia?  Nei tuoi sogni leggeri io ho vegliato presso di
    te  e  ti ho udito mormorare racconti di ferree guerre,  dir parole di
    incitamento al tuo saltante corsiero, gridare coraggio! al campo!. E
    tu hai parlato di sortite,  di ritirate,  di  trincee,  di  tende,  di
    palizzate,  di difese,  di parapetti,  di basilischi,  di cannoni,  di
    colubrine, di prigionieri riscattati,  di soldati uccisi e di tutte le
    vicende  di  un'impetuosa  battaglia.  Lo spirito dentro di te  stato
    cos in guerra,  e ti ha talmente agitato nel  sonno,  che  stille  di
    sudore  sono  apparse  sulla tua fronte,  come bolle su di un torrente
    commosso di fresco;  e sul tuo volto sono  apparsi  strani  movimenti,
    quali  si  vedono  in  uomini  che  trattengono il respiro per qualche
    grande improvvisa ingiunzione.  Oh,  che presagi son  questi?  Qualche
    grave  affare  deve  avere  il  mio  signore  per  le mani ed io debbo
    saperlo, o egli non mi ama.
    HOTSPUR: Ol, eh!
    (Entra un Servo).
    Gilliams  andato col pacchetto?
    SERVO: S, monsignore, un'ora fa.
    HOTSPUR: Butler  andato a prendere quei cavalli dallo sceriffo?
    SERVO: Ne ha portato uno, mio signore, un momento fa.
    HOTSPUR: Quale cavallo? Un roano mozzorecchio, non  vero?
    SERVO: S, mio signore.
    HOTSPUR: Quel roano sar il mio trono.  Ecco,  lo monter subito:  Oh,
    Esprance! Ordinate a Butler di portarlo fuori nel parco.
    (Esce il Servo).
    LADY PERCY: Ma, ascoltatemi, mio signore.
    HOTSPUR: Cosa dici, madonna?
    LADY PERCY: Che cosa vi porta lontano da me?
    HOTSPUR: Ma! Il mio cavallo, amor mio, il mio cavallo.
    LADY PERCY: Via,  finitela,  folle babbuino!  Una donnola non ha tanta
    irrequietezza quanta ne agita voi. Ma, in fede mia,  io voglio sapere,
    voglio sapere il vostro affare,  Arrigo, lo voglio conoscere. Temo che
    mio fratello Mortimer si agiti per il suo titolo e vi abbia mandato  a
    chiamare per aiutarlo nella sua impresa. Ma se voi andate...
    HOTSPUR: ...fin l a piedi, mi stancher, amor mio.
    LADY PERCY: Andiamo,  andiamo,  parrocchetto, rispondetemi subito alla
    domanda che ho fatta. In fede mia, ti torcer il dito mignolo, Arrigo,
    se tu non mi dici il vero.
    HOTSPUR: Via, via, baloccona! amore?  io non ti amo,  io non ti voglio
    bene,  Caterina:  questo  non    un  mondo da giocar coi fantoccini e
    tornear con le labbra.  Bisogna avere i nasi sanguinanti e  gli  scudi
    fessi e farli circolare.  Dio mio, il mio cavallo! Che dici, Caterina?
    Che vuoi da me?
    LADY PERCY: Voi non mi amate?  Non mi amate davvero?  Va bene,  non mi
    amate dunque;  se non mi amate, io non amer pi me stessa. Voi non mi
    amate? Su, ditemi se parlate per ischerzo o no?
    HOTSPUR: Vieni, vuoi vedermi salire a cavallo? E, quando sar montato,
    giurer  che  ti  amo  infinitamente.  Ma  ascoltatemi,  Caterina,   
    necessario  che d'ora innanzi non mi domandiate pi dove vado,  n per
    qual motivo. Vado dove devo andare, e, per concludere stasera vi debbo
    lasciare,  gentile Caterina.  So che siete saggia,  ma  pure  non  pi
    saggia  della  moglie di Arrigo Percy;  siete costante,  ma pure siete
    donna;  per segretezza nessuna signora  pi chiusa di voi: poich  io
    credo  bene  che  tu  non dirai quello che tu ignori,  e fino a questo
    punto io mi fider di te, gentile Caterina.
    LADY PERCY: Come! Fino a questo punto?
    HOTSPUR: Non un pollice pi in l. Ma ascoltatemi, Caterina: dove vado
    io, verrete anche voi; io partir oggi, voi domani.  Siete contenta di
    questo, Caterina?
    LADY PERCY: Devo esserlo per forza.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Eastcheap. La taverna della Testa di Cinghiale.

    (Entrano il PRINCIPE ENRICO e POINS).
    PRINCIPE: Edoardo, ti prego, esci fuori da quella stanza appiccicosa e
    aiutami a ridere un poco.
    POINS: Dove sei stato, Rigo?
    PRINCIPE:  Con  tre  o  quattro indtti,  fra tre o quattro ventine di
    botti.  Ho toccato la corda pi bassa dell'umilt.  Sor tale,  io  son
    fratello giurato di un terzetto di tavernai e posso chiamarli coi loro
    nomi di battesimo, come Maso, Riccardo e Cecco. Essi giurano gi sulla
    loro  salute  eterna che,  sebbene io sia soltanto principe di Galles,
    pure sono il re della cortesia;  e mi dicono chiaramente che non  sono
    uno  zanni  superbo  come Falstaff,  ma un corinzio,  un giovanotto di
    temperamento ardente,  un buon ragazzo - perdio!  mi chiamano cos - e
    quando  sar  re  d'Inghilterra  comander  tutti  i  buoni ragazzi di
    Eastcheap. Bere molto essi lo chiamano tingere in scarlatto,  e se voi
    nel  bagnarvi la gola prendete fiato,  essi gridano Hem! e vi dicono
    di tirar gi d'un colpo.  Per concludere,  ho fatto tanti progressi in
    un  quarto  d'ora  che  posso  bere  per  tutta  la vita con qualunque
    calderaio, parlando il suo proprio gergo. Ti dir, Edoardo, che tu hai
    perduto molto onore per non essere stato con me in questa azione.  Ma,
    dolce Edoardo,  per raddolcire il qual nome di Edoardo io ti do questi
    due  soldi  di  zucchero  che  mi  mise  or  ora  tra   le   mani   un
    sottotavernaio,  uno  che  non parl mai altro inglese in vita sua che
    otto  scellini  e  sei  denari   e   siete   il   benvenuto,   con
    quest'aggiunta squillante, subito, subito, signore! Segnate una pinta
    di moscato per la Mezzaluna e cos via.  Ma, Edoardo, per far passare
    il tempo finch Falstaff non venga,  ti prego,  appostati  in  qualche
    stanza  qui  accanto,  mentr'io  domander al mio garzoncello per qual
    motivo mi ha dato lo zucchero,  e  tu  non  smetter  mai  di  chiamare
    Cecco!  affinch  egli  non possa farmi altro racconto che subito.
    Fatti da parte e io ti mostrer come si fa.
    POINS: Cecco!
    (Esce Poins).
    PRINCIPE: A meraviglia.
    POINS: Cecco!

    (Entra CECCO).

    CECCO: Subito, subito, messere.  Guarda se occorre niente nella stanza
    della Melagrana, Dolfo.
    PRINCIPE: Vieni qui, Cecco.
    CECCO: Mio signore?
    PRINCIPE: Quanto tempo hai da servire, Cecco?
    CECCO: In fede mia, cinque anni e altrettanto da...
    POINS (di dentro): Cecco!
    CECCO: Subito, subito, messere.
    PRINCIPE:  Cinque  anni!  Per  la  Madonna!  Una  lunga  ferma per far
    risonare le stoviglie di peltro. Ma, Cecco, oserai esser cos valoroso
    da fare il codardo col tuo impegno e mostrargli un bel paio di  tacchi
    e fuggir via da lui?
    CECCO:  O  Dio,  messere,  io  giurerei su tutti i libri d'Inghilterra
    ch'io avrei cuore...
    POINS (di dentro): Cecco!
    CECCO: Subito, subito, signore.
    PRINCIPE: Quanti anni hai, Cecco?
    CECCO: Lasciate che veda... verso il prossimo San Michele avr...
    POINS (di dentro): Cecco!
    CECCO: Subito, messere. Vi prego, mio signore, aspettate un momento.
    PRINCIPE: S, ma ascoltate, Cecco: per lo zucchero che tu mi hai dato,
    erano due soldi, non  vero?
    CECCO: O Dio, vorrei che fossero stati quattro!
    PRINCIPE: Ti dar per esso mille sterline;  domandamele quando vuoi  e
    tu le avrai.
    POINS (di dentro): Cecco!
    CECCO: Subito, subito.
    PRINCIPE: Subito Cecco?  No,  Cecco: ma domani,  Cecco; oppure, Cecco,
    gioved, oppure, in verit, Cecco quando tu vuoi. Ma, Cecco...
    CECCO: Mio signore?
    PRINCIPE: Vuoi tu derubare questa  giubba  di  cuoio  coi  bottoni  di
    cristallo,  questa  testa rapata,  quest'anello d'agata,  queste calze
    cenerognole con giarrettiera di sala,  questa lingua  melata  e  borsa
    spagnola...
    CECCO: O Dio, messere, cosa volete dire?
    PRINCIPE:  Ebbene  dunque,  il  vostro  moscato scuro  la vostra sola
    bevanda;  poich,  vedete,  Cecco,  il vostro farsetto di tela  bianca
    diventa sudicio. In Barbaria, messere, non pu costar tanto.
    CECCO: Cosa, messere?
    POINS (di dentro): Cecco!
    PRINCIPE: Vattene, briccone! Non senti che ti chiamano?
    (Tutti  e  due  lo  chiamano:  Cecco resta imbarazzato e non sa da che
    parte andare).

    (Entra l'Oste).

    OSTE: Che! Te ne stai l fermo mentre tutti ti chiamano?  Attendi agli
    ospiti l dentro.  (Esce Cecco).  Mio signore, il vecchio sir Giovanni
    con un'altra mezza dozzina  alla porta: li devo fare entrare?
    PRINCIPE: Lasciali l un momento e poi apri la porta.
    (Esce l'Oste)
    Poins!
    (Rientra Poins).
    POINS: Subito, subito, messere.
    PRINCIPE: Compare Falstaff e gli altri ladri sono alla porta:  staremo
    allegri?
    POINS: Allegri come grilli, ragazzo mio. Ma dite su: che sugo ci avete
    cavato  da  questo  scherzo  fatto  al  garzone?  Sentiamo,  a che v'
    servito?
    PRINCIPE: Ora ho addosso tutti i ghiribizzi che sono stati  ghiribizzi
    dagli  antichi  giorni  del  buon  padre Adamo fino alla giovinezza di
    questa presente mezzanotte. Che ore sono, Cecco?
    CECCO (di dentro): Subito, subito, messere.
    PRINCIPE: Ma che questo ragazzo debba aver sempre meno  parole  di  un
    pappagallo,  eppur  esser figlio di donna!  Tutta la sua industria sta
    nell'andar su e gi per le scale,  tutta la sua eloquenza nel dire  la
    cifra  di un conto.  Io non la penso ancora come Percy,  l'Hotspur del
    nord;  quegli che  mi  uccide  sei  o  sette  dozzine  di  scozzesi  a
    colazione,  si  lava  le  mani e dice alla moglie: Accidenti a questa
    vita tranquilla!  ho bisogno di lavorare.  O mio dolce Arrigo - dice
    lei  - quanti ne hai uccisi quest'oggi?.  Di da bere al mio cavallo
    roano,  dice lui;  e risponde: Circa quattordici,  e  un'ora  dopo:
    Un'inezia,  un'inezia.  Ti  prego,  fa' entrare Falstaff: io far la
    parte di Percy e quel dannato maiale far dama  Mortimer  sua  moglie.
    Trinca! dice l'ubriaco. Fa' entrare Buzzo, fa' entrare Sego.

    (Entrano  FALSTAFF,  GADSHILL,  BARDOLFO  e  PETO seguiti da CECCO con
    vino).

    POINS:. Benvenuto, Gianni, dove sei stato?
    FALSTAFF: Peste a tutti i codardi,  dico io,  e di quella buona  pure!
    Per la Madonna e amen!  Dammi un bicchiere di vin di Spagna,  garzone.
    Piuttosto  che  condurre  a  lungo  questa  vita,  voglio  far  calze,
    rammendarle e anche farci il piede.  Peste a tutti i codardi! Dammi un
    bicchiere di vin di Spagna,  briccone.  Non c' dunque pi coraggio  a
    questo mondo?
    (Beve).
    PRINCIPE:  Hai  veduto  mai  Febo  baciare un panino di burro?  Quella
    creatura di cuor tenero,  che si liquefaceva alla dolce  dichiarazione
    del sole? Se tu l'hai veduto, guarda allora quella mantca.
    FALSTAFF:  Briccone  che  sei,  c' anche della calce in questo vin di
    Spagna: in un briccone non si pu trovare che della furfanteria:  pure
    un  codardo    peggiore  di  un bicchiere di vin di Spagna con dentro
    della calce.  Un briccone codardo.  Va' per  la  tua  strada,  vecchio
    Gianni,  muori quando vuoi,  se la forza virile,  la vera forza virile
    non  cosa dimenticata  sulla  faccia  della  terra,  io  sono  allora
    un'aringa senza latte. Non vi sono tre galantuomini in Inghilterra che
    non  siano  ancora  stati  impiccati  e  un  di  loro    grasso e sta
    invecchiando. Dio ci aiuti intanto! Un brutto mondo,  dico io.  Vorrei
    essere un tessitore; potrei cantar salmi o qualunque altra cosa. Peste
    a tutti i codardi, non mi stanco di ripetere.
    PRINCIPE: Ebbene, dunque, sacco di lana? Cosa vai brontolando?
    FALSTAFF: Un figlio di re! Se non ti batto fuori dal tuo regno con una
    spada  di  legno  e  caccio  tutti i tuoi sudditi innanzi a te come un
    gregge di oche selvatiche,  non vuo' pi portare peli sul  viso.  Voi,
    principe di Galles!
    PRINCIPE: Ma insomma, pallone figlio di una bagascia, che  successo?
    FALSTAFF: Non siete voi un codardo? Rispondete a questo; e anche Poins
    l.
    POINS:  Pel  sangue  di  Dio!  Pancione,  se mi chiamate codardo,  pel
    Signore, ti pugnaler.
    FALSTAFF: Io chiamarti codardo!  Ti  voglio  veder  dannato  prima  di
    chiamarti  codardo;  ma darei mille sterline se potessi correre veloce
    come te.  Avete le spalle abbastanza diritte e  non  v'importa  se  vi
    vedono  il  dorso.  E chiamate questo spalleggiare i vostri amici?  Il
    canchero a codesto spalleggiare!  Datemi gente che mi sappia  star  di
    fronte.  Dammi un bicchiere di vin di Spagna: sono un briccone se oggi
    ho bevuto.
    PRINCIPE:  O  furfante!   Le  sue  labbra  non  sono  ancora  asciutte
    dell'ultimo sorso.
    FALSTAFF:  Non  importa  nulla.  (Beve) Peste a tutti i codardi,  dico
    ancora.
    PRINCIPE: Che c'?
    FALSTAFF: Che c'?  C' che quattro  di  noi  qui  hanno  preso  mille
    sterline questa mattina.
    PRINCIPE: Dove sono, Gianni? Dove sono?
    FALSTAFF:  Dove sono?  Portate via ci sono state!  Cento addosso a noi
    poveri quattro.
    PRINCIPE: Che! Cento, amico mio?
    FALSTAFF: Sono un birbante se non  ho  incrociato  la  spada  con  una
    dozzina di loro per due ore di seguito. L'ho scampata per miracolo. Ho
    avuto  otto puntate attraverso il mio giustacuore,  quattro attraverso
    le brache, il mio brocchiere  stato passato da parte a parte,  la mia
    spada intaccata come una sega: "ecce signum"! Non combattei mai meglio
    dacch son uomo: tutto  stato inutile.  Peste a tutti i codardi!  Che
    parlino: se dicono pi o meno della verit,  sono dei furfanti e figli
    delle tenebre.
    PRINCIPE: Parlate, messeri; com' andata?
    GADSHILL: Noi quattro piombammo addosso a circa una dozzina...
    FALSTAFF: Sedici almeno, signor mio.
    GADSHILL: E li legammo.
    PETO: No no, non furono legati.
    FALSTAFF:  Briccone!  Furon tutti quanti legati,  tutti,  o io sono un
    giudeo, un ebreo giudeo.
    GADSHILL: Mentre stavamo dividendo,  un sette o otto uomini freschi ci
    piombarono addosso.
    FALSTAFF: E slegarono gli altri, e poi ne vennero ancora.
    PRINCIPE: E tre! Avete combattuto contro tutti?
    FALSTAFF: Tutti?  Non so cosa vogliate dir con tutti,  ma se io non ho
    combattuto con cinquanta di loro,  sono un mazzo di radici.  Se non ce
    n'erano  cinquantadue  o  cinquantatr sul povero vecchio Gianni,  non
    sono allora una creatura a due gambe.
    PRINCIPE: Pregate Iddio di non averne ucciso qualcuno.
    FALSTAFF: Che! Oramai le preghiere non giovan pi! Ne ho cucinati due;
    son sicuro di averne serviti due,  due bricconi in abito di bucherame.
    Io  ti dico il vero,  Rigo;  se ti dico una bugia;  sputami in faccia,
    chiamami rozza.  Tu conosci la mia vecchia  messa  in  guardia....  io
    stavo  cos  e  tenevo  la  punta  a  questo modo: quattro bricconi in
    bucherame mi piombarono addosso.
    PRINCIPE: Come! Quattro? Tu hai detto or ora soltanto due.
    FALSTAFF: Quattro, Rigo; ti ho detto quattro.
    POINS: S s, ha detto quattro.
    FALSTAFF: Questi quattro venivano  di  fronte  e  puntarono  con  gran
    vigore contro di me.  Io non mi scomposi per questo,  ma presi le loro
    sette punte sul mio scudo, cos.
    PRINCIPE: Sette? Ma se or ora non ce n'eran che quattro?
    FALSTAFF: In bucherame!
    POINS: S, quattro in abiti di bucherame.
    FALSTAFF: Sette per quest'elsa! o io sono uno scellerato.
    PRINCIPE (a Poins): Ti prego, lascialo dire; tra poco ce ne saranno di
    pi.
    FALSTAFF: Mi stai a sentire, Rigo?
    PRINCIPE: S, e sono anche tutto orecchi Gianni.
    FALSTAFF: Fai bene poich questo val  la  pena  di  essere  ascoltato.
    Questi nove in bucherame, dei quali ti parlavo...
    PRINCIPE: Bene, gi due di pi.
    FALSTAFF: Essendosi spezzate le loro punte...
    POINS: Gi caddero le loro brache.
    FALSTAFF: Cominciarono a cedermi terreno, ma io li incalzai da presso,
    li  attaccai a corpo a corpo,  e rapido come il pensiero,  sette degli
    undici ne servii.
    PRINCIPE: O mostruoso!  Undici uomini in bucherame scaturiti fuori  da
    due!
    FALSTAFF: Ma,  come volle il diavolo,  tre malnati bricconi vestiti di
    verde di Kendal mi vennero dietro e si buttarono su  di  me...  perch
    era cos buio, Rigo, che tu non avresti potuto veder la tua mano.
    PRINCIPE:  Queste  menzogne  son simili al padre che le genera: grosse
    come montagne, evidenti, palpabili. Ma come,  trippone dal cervello di
    creta, sciocco zuccone, figlio di puttana, svergognato, barile di sego
    bisunto...
    FALSTAFF: Che! Sei pazzo? Sei pazzo? La verit non  verit?
    PRINCIPE:  Ma  come  hai  potuto  conoscere questi vestiti di verde di
    Kendal se era cos buio che tu non potevi veder la tua mano?  Andiamo,
    dicci la tua ragione: cosa rispondi a questo?
    POINS: Andiamo, fuori la vostra ragione, Gianni! la vostra ragione!
    FALSTAFF: Che!  per forza? Sanguediddio; fossi alla corda o su tutti i
    cavalletti del mondo non ve la direi per  forza.  Darvi  un  grano  di
    ragione  per forza!  Se codesti grani fossero abbondanti come le more,
    non darei a nessun uomo una ragione per forza, io.
    PRINCIPE: Non voglio pi a lungo esser colpevole  di  questo  peccato.
    Questo  florido  codardo,  questo  pigialetto,  questo ammazzacavalli,
    questa enorme montagna di carne...
    FALSTAFF:  Va'  l,  tisichello,  pelle  d'anguilla,   lingua  di  bue
    disseccata,  nerbo  di  toro,  stoccafisso - oh,  datemi fiato per dir
    tutto quello che ti somiglia!  - auna da  sartore,  fodero  di  spada,
    turcasso, tu, vile stocco incantato...
    PRINCIPE:  Benone!  Piglia  fiato  e  poi ricomincia.  Quando ti sarai
    stancato di questi volgari  paragoni,  lascia  che  ti  dica  soltanto
    queste due parole.
    POINS: Sta' attento, Gianni.
    PRINCIPE:  Noi  due  vedemmo  voi  quattro  piombare su altri quattro,
    legarli e impadronirvi del loro denaro.  Sta' ora a sentire,  come  un
    racconto assai semplice ti tapper la bocca.  Allora noi due piombammo
    su voialtri quattro e  in  un  battibaleno  vi  spaventammo  facendovi
    abbandonare il bottino che teniamo con noi, sissignore, e che possiamo
    mostrarvi qui in questa casa.  E voi, Falstaff, portaste via la vostra
    trippa  assai  alla  svelta,  con  s  agil  destrezza,  e  mugliavate
    chiedendo misericordia, e continuavate a correre e a mugliare come non
    ho  mai  sentito  fare  a  un  torello.  Manigoldo  che non sei altro,
    intaccare la tua spada come  hai  fatto  e  poi  contare  che  fu  nel
    combattimento!  Che  gherminella,  che  invenzione,  quale  scappatoia
    potrai ora tirar fuori per sottrarti a  questa  evidente  e  manifesta
    vergogna?
    POINS: Via! sentiamo, Gianni, che gherminella inventerai?
    FALSTAFF: Per Iddio!  Io vi riconobbi come colui che vi ha fatti. Ecco
    qua,  ascoltatemi,  padroni  miei.   Toccava  a  me  uccidere  l'erede
    apparente?  Dovevo  io  volgermi contro il principe legittimo?  Tu sai
    bene ch'io sono valoroso come Ercole, ma badate all'istinto;  il leone
    non toccher mai il vero principe. L'istinto  una gran cosa; ecco, io
    sono  stato codardo per istinto.  Non ne avr che migliore opinione di
    te e di me finch vivr;  di me,  come leone coraggioso,  di te,  come
    vero principe. Ma, per Iddio! ragazzi, io son lieto che voi abbiate il
    denaro.  Ostessa,  chiudete  le  porte: vegliate stanotte,  pregherete
    domani. Galanti cavalieri, giovani, ragazzi, cuori d'oro,  a voi tutti
    i   titoli  della  cordiale  amicizia!   Che!   non  staremo  allegri?
    Improvviseremo una commedia?
    PRINCIPE: Accetto, e l'argomento sar... la tua fuga.
    FALSTAFF: Oh! Non parlar pi di questo, Rigo, se mi vuoi bene!

    (Entra l'Ostessa).

    OSTESSA: O Ges, monsignore il principe...
    PRINCIPE: Che c', madonna ostessa? Che mi dici?
    OSTESSA: Per la Vergine!  signor mio,  c' alla porta un  nobile  uomo
    della  corte  che vorrebbe parlar con voi.  Dice che viene da parte di
    vostro padre.
    PRINCIPE: Dagli quello che gli manca per diventare  un  reale  uomo  e
    rimandalo da mia madre.
    FALSTAFF: Che sorta d'uomo ?
    OSTESSA: Un vecchio.
    FALSTAFF: Cosa fa la gravit fuor dal letto a mezzanotte?  Gli dar la
    sua risposta?
    PRINCIPE: Fallo, ti prego, Gianni.
    FALSTAFF: In fede mia, gli far far fagotto alla svelta.
    (Esce).
    PRINCIPE: Ora a voi,  messeri: per la Madonna!  vi siete battuti bene!
    voi Peto,  e voi pure Bardolfo! Anche voialtri siete leoni che fuggite
    via per istinto; non volete toccare il vero principe, eh no, vergogna!
    BARDOLFO: In fede mia!  Io son fuggito  quando  ho  visto  fuggir  gli
    altri.
    PRINCIPE: In fede mia!  Ditemi, sul serio, com' successo che la spada
    di Falstaff  cos intaccata?
    PETO: Ecco,  l'ha intaccata lui con il suo  pugnale  e  ha  detto  che
    avrebbe,   a   forza   di   giuramenti,   cacciato   la  verit  fuori
    dall'Inghilterra se non vi avesse fatto credere che ci  era  avvenuto
    combattendo, e ha persuaso noi pure a fare altrettanto.
    BARDOLFO:  S,  e  a  fregarci  i nasi col ranuncolo delle passere per
    farli sanguinare,  a imbrattarci gli abiti e giurare ch'era sangue  di
    galantuomini.  Io  ho  fatto  quel  che  non  facevo da sette anni: ho
    arrossito ascoltando i suoi mostruosi inganni.
    PRINCIPE: O briccone!  Tu  rubasti  un  bicchiere  di  vin  di  Spagna
    diciotto  anni fa e fosti colto in flagrante e,  d'allora in poi,  hai
    sempre avuto dei rossori estemporanei.  Tu avevi fuoco e spada al  tuo
    fianco eppure sei fuggito: quale istinto ti spinse a farlo?
    BARDOLFO  (mostrando  il  viso):  Signor  mio,  vedete queste meteore?
    Osservate questi fuochi?
    PRINCIPE: Li vedo.
    BARDOLFO: Cosa pensate che ci significhi?
    PRINCIPE: Fegato caldo e borsa fredda.
    BARDOLFO: Collera, mio signore, se giustamente compresa.
    PRINCIPE: No, se preso giustamente, capestro.
    (Rientra FALSTAFF).
    Ecco che viene il magro Gianni, ecco che viene osso scarnito.  Ebbene,
    mia dolce creatura imbottita di vento?  Quanto tempo , Gianni, dacch
    ti sei veduto il ginocchio?
    FALSTAFF: Il mio ginocchio?  Quando avevo press'a poco  i  tuoi  anni,
    Rigo,  avevo la vita pi sottile d'un artiglio d'aquila;  sarei potuto
    passare attraverso l'anello di un anziano.  Al diavolo i sospiri  e  i
    dispiaceri!  Fan  gonfiare  un  uomo  come una vescica.  Ci son brutte
    notizie in giro: c' stato qui sir Giovanni Bracy da parte  di  vostro
    padre;  in  mattinata  dovete andare alla corte.  Quel pazzo del nord,
    Percy, e quello del Galles che baston Amaimon e fece cornuto Lucifero
    e fece giurare al diavolo sulla croce di un'alabarda gallese  d'essere
    suo fedele vassallo... cnchero! come si chiama?
    POINS: Oh! Glendower.
    FALSTAFF: Owen,  Owen, proprio lui, e suo genero Mortimer e il vecchio
    Northumberland e quel vivacissimo scozzese  tra  tutti  gli  scozzesi,
    Douglas, che corre a cavallo su una collina a perpendicolo...
    PRINCIPE:  Quello  che cavalca a gran carriera e con la pistola uccide
    un passero che vola.
    FALSTAFF: Avete colpito giusto.
    PRINCIPE: Ma lui non colp mai il passero.
    FALSTAFF: Ma quella granbestia ha  del  coraggio;  non  sa  darsela  a
    gambe.
    PRINCIPE: E allora,  granbestia che sei, perch lo lodi per esser cos
    destro a correre?
    FALSTAFF: A cavallo,  allocco che sei!  Ma a piedi non si sposta  d'un
    passo.
    PRINCIPE: S, Gianni, per istinto.
    FALSTAFF:  Siam  d'accordo,  per istinto.  Dunque c' anche lui,  e un
    certo Mordake, e mille altri berretti azzurri.  Worcester  partito di
    nascosto  questa  notte;  la  barba  di tuo padre  diventata bianca a
    queste notizie: e ora si pu acquistar terreni  a  buon  mercato  come
    dello sgombro andato a male.
    PRINCIPE: Allora  probabile,  se viene un giugno caldo e queste zuffe
    civili continuano,  che noi compreremo musi di tinca come si  comprano
    le bullette; tanto al cento.
    FALSTAFF:  Per  la messa!  Ragazzo,  tu dici il vero;   probabile che
    avremo un buon traffico in quel genere. Ma dimmi, Rigo, non hai tu una
    terribile paura?  Nella tua condizione di erede  apparente  poteva  il
    mondo  sceglierti  tre  nemici  come  quel demonio di Douglas,  quello
    spiritato di Percy, e quel diavolo di Glendower? Non hai una terribile
    paura? Non ti si ghiaccia il sangue solo a pensarci?
    PRINCIPE: Neppure per ombra;  in fede mia,  mi manca un  po'  del  tuo
    istinto.
    FALSTAFF:  Be',  tu  sarai tremendamente sgridato domani quando vai da
    tuo padre; se mi vuoi bene, preparati a rispondergli.
    PRINCIPE: Tu fa' la parte di mio padre,  e interrogami sui particolari
    della mia vita.
    FALSTAFF:  Devo  farlo?  Acconsento!  Questa  sedia sar il mio trono,
    questo pugnale il mio scettro, e questo cuscino la mia corona.
    PRINCIPE: Il tuo trono  preso per un trespolo,  il tuo scettro  d'oro
    per  un  pugnale  di  latta,  e la tua preziosa e ricca corona per una
    misera corona di calvizie!
    FALSTAFF:  Ebbene,   se  il  fuoco  della  grazia  non  si    in   te
    completamente spento,  tu ora ti sentirai commosso. Dammi un bicchiere
    di vin di Spagna,  ch i miei occhi diventino  rossi,  onde  si  possa
    credere  che  io  ho pianto perch devo parlare appassionatamente e lo
    far nel tono del re Cambise.
    PRINCIPE: Ecco qui la mia riverenza.
    FALSTAFF: Ed ecco qui il mio discorso. Fate ala, nobili signori.
    OSTESSA: O Ges! Questo  davvero un divertimento!
    FALSTAFF: Dolce regina, omai pi non piangete;
    vano  questo di pianti stillicidio.
    OSTESSA: Oh, il padre! Come sta contegnoso!
    FALSTAFF: Per Dio, signori, la regina afflitta
    via conducete, ch le cateratte
    degli occhi suoi l'onde del pianto occlude.
    OSTESSA: O Ges!  Egli recita proprio come uno di quegli scalzacani di
    commedianti ch'io ho veduto.
    FALSTAFF: Pace!  mio buon quartino: pace!  buon cicchetto.  Rigo,  non
    solo mi meraviglia dove tu passi il tuo tempo,  ma anche  con  chi  ti
    accompagni;  poich sebbene la camomilla pi  calpestata e pi cresce
    rigogliosa, pure la giovent,  pi  sciupata,  pi presto si consuma.
    Che tu sia mio figlio, io ho in parte la parola di tua madre, in parte
    la mia opinione, ma soprattutto me ne assicura un certo vezzo perverso
    del  tuo occhio e un certo lascivo penzolare del labbro inferiore.  Se
    dunque tu  mi  sei  figlio,  ecco  qui  il  punto  difficile:  perch,
    essendomi figlio,  sei tu cos segnato a dito? L'almo figlio del cielo
    diverr un discolo e si ciber di more? Cosa neanche da domandarsi. Il
    figlio del re d'Inghilterra diverr un ladro e ruber le borse? E' una
    domanda che uno pu fare. Vi  una cosa, Arrigo,  di cui tu hai spesso
    sentito parlare e che  conosciuta a molti della nostra terra col nome
    di pece. Questa pece, come ci riferiscono antichi scrittori, insudicia
    assai;  cos fa la compagnia che tu frequenti, poich, Arrigo, ora non
    ti parlo tra i fumi del vino, ma tra le lacrime; non con gioia, ma con
    noia; non con le parole soltanto ma anche con le querele... Eppure c'
    un uomo virtuoso,  ch'io ho spesso osservato in tua compagnia,  ma non
    ne conosco il nome.
    PRINCIPE: Che sorta d'uomo , piaccia a Vostra Maest?
    FALSTAFF:   Un   bell'uomo  aitante,   in  fede  mia,   e  corpulento,
    dall'aspetto  gioviale,   dall'occhio  simpatico   e   di   portamento
    nobilissimo;  penso  che la sua et sia di circa cinquant'anni o,  per
    Nostra Donna, tenda alla sessantina, e, ora che mi sovvengo, si chiama
    Falstaff.  Se quell'uomo fosse dato alla dissolutezza,  m'ingannerebbe
    di molto,  ch,  Arrigo,  nei suoi sguardi io vedo la virt. Se dunque
    l'albero si pu conoscere  dal  frutto  come  il  frutto  dall'albero,
    allora  io  dico perentoriamente che c' virt in quel Falstaff.  Sta'
    con lui,  bandisci gli altri.  E dimmi ora,  vassalletto che  non  sei
    altro, dimmi, dove sei stato questo mese?
    PRINCIPE: Parli tu come un re?  Via! mettiti al mio posto e io far la
    parte di mio padre.
    FALSTAFF: Mi deponi?  Se tu lo saprai fare soltanto con la meta  della
    seriet  e  maest mia,  tanto nelle parole che nel contenuto,  voglio
    essere appeso per le calcagna  come  un  coniglietto  di  latte  o  un
    leprotto nella bottega d'un pollaiolo.
    PRINCIPE: Ebbene, eccomi qui seduto.
    FALSTAFF: Ed io son qui in piedi. Giudicate, padroni miei.
    PRINCIPE: Dunque, Arrigo, da dove venite?
    FALSTAFF: Mio nobile signore, da Eastcheap.
    PRINCIPE: Le lagnanze che odo sul conto tuo sono gravi.
    FALSTAFF:  Pel  sangue  di  Dio,  mio  signore!  sono  false.  Ora  vi
    sollazzer io nella parte di principino. in fede mia!
    PRINCIPE: Tu bestemmi,  perverso ragazzo?  D'ora innanzi non alzar pi
    gli  occhi  su  di me.  Tu sei violentemente trasportato lontano dalla
    grazia divina: c' un diavolo che ti sta ai panni sotto  le  sembianze
    di un vecchio uomo grasso: una botte d'uomo  il tuo compagno.  Perch
    ti associ con quella cassa di umori,  quel moggio di bestialit,  quel
    gonfio fagotto d'idropisia quell'enorme otre di vin di Spagna,  quella
    valigia zeppa di budella, quel bove arrostito di     Manningtree,  dal
    ventre  infarcito,  con quel venerando vizio,  quella grigia iniquit,
    quel     padre ruffiano, quell'annosa vanit?  A che cosa  egli buono
    se non a gustare il vin di Spagna e a berlo?  In che cosa  accurato e
    pulito,  se non a trinciare un cappone e a mangiarlo?  In che  cosa  
    abile,  se  non  nell'astuzia?  In  che  cosa   astuto,  se non nelle
    bricconate?  In che cosa  briccone,  se non in tutte le cose?  In che
    cosa  valent'uomo, se non in niente?
    FALSTAFF: Vorrei che Vostra Grazia mi facesse comprender meglio. A chi
    accenna Vostra Grazia?
    PRINCIPE:  A  quel  briccone  abominevole  traviatore  della giovent,
    Falstaff, quel vecchio     Satana dalla barba bianca.
    FALSTAFF: Mio signore, io conosco quell'uomo.
    PRINCIPE: So che lo conosci.
    FALSTAFF: Ma dire che io conosca in lui pi di male che in me  stesso,
    sarebbe  dir di pi     di quello che  a mia conoscenza.  Ch'egli sia
    vecchio - tanto pi  peccato!  - ne fan fede i suoi capelli  bianchi;
    ma  ch'egli  sia  -  con  tutto  il rispetto per vostra reverenza - un
    puttaniere,  io assolutamente lo nego.  Se  il  vin  di  Spagna  e  lo
    zucchero sono una colpa,  che Dio aiuti i malvagi!  Se esser vecchio e
    arzillo    peccato,   allora  pi  d'un  vecchio  compagnone  di  mia
    conoscenza  sar  dannato;  se per esser grassi s'ha da essere odiati,
    allora le vacche magre del Faraone dovranno essere amate. No, mio buon
    signore, bandisci Peto, bandisci Bardolfo,  bandisci Poins,  ma quanto
    al  dolce  Gianni  Falstaff,  al  gentile  Gianni Falstaff,  al fedele
    Gianni Falstaff, al prode Gianni Falstaff, e tanto pi prode in quanto
     il vecchio Gianni Falstaff,  non lo bandire dalla compagnia del  tuo
    Arrigo,  non  lo  bandire  dalla compagnia del tuo Arrigo.  Bandire il
    paffuto Gianni, sarebbe bandire il mondo intero.
    PRINCIPE: Lo bandisco, lo voglio!
    (Si ode picchiare. Escono l'Ostessa, Cecco e Bardolfo).

    (Rientra BARDOLFO correndo).

    BARDOLFO: Oh,  signor mio!  signor mio!  Lo  sceriffo,  con  un'enorme
    ronda,   alla porta.      FALSTAFF: Vattene, mariolo che sei! finiamo
    la farsa. Io ho molto da dire in favore di quel Falstaff.

    (Rientra l'Ostessa).

    OSTESSA: O Ges! Signor mio! signor mio!...
    PRINCIPE: Ol!  Ol!  Il diavolo cavalca su di un archetto di violino.
    Che c'?
    OSTESSA:  Lo  sceriffo  con  tutta la ronda  alla porta: son venuti a
    perquisire la casa. Li devo fare entrare?
    FALSTAFF: Mi stai a sentire, Rigo?  Non chiamar mai patacca una moneta
    d'oro genuino: oro  la tua costituzione essenziale, senza parerlo.
    PRINCIPE: E tu un codardo naturale senza istinto.
    FALSTAFF:  Io  nego  la premessa maggiore: se volete negare l'ingresso
    allo sceriffo,  bene,  se no fatelo entrare.  Se  io  non  far  sulla
    carretta  bella  figura  come chiunque altro,  al diavolo tutta la mia
    educazione!  Spero che non ci  vorr  pi  tempo  a  strozzar  me  col
    capestro che un altro!
    PRINCIPE: Va',  nasconditi dietro l'arazzo: gli altri vadano di sopra.
    Ora, padroni miei, faccia franca e buona coscienza.
    FALSTAFF: Le ho avute tutt'e due;  ma la loro data  spirata e  perci
    mi nasconder.
    (Escono tutti meno il Principe e Peto).
    PRINCIPE: Fate entrare lo sceriffo.
    (Entra lo Sceriffo con un Vetturale).
    Ebbene, maestro sceriffo, cosa volete da me?
    SCERIFFO:  Innanzi tutto,  vi domando perdono,  mio signore.  Grida di
    popolo han seguto certe persone fin dentro questa casa.
    PRINCIPE: Che sorta d'uomini?
    SCERIFFO: Uno di loro  ben conosciuto, mio grazioso signore, un omone
    grasso.
    VETTURALE: Grasso come il burro.
    PRINCIPE: Quest'uomo,  ve lo assicuro non  qui perch l'ho or ora  io
    stesso  incaricato  d'una  commissione  e,  t'impegno  la  mia parola,
    sceriffo, che domani, all'ora di pranzo, lo mander, perch risponda a
    te o a  qualunque  altro  di  qualunque  cosa  sar  accusato.  E  ora
    permettetemi che vi preghi di lasciar la casa.
    SCERIFFO:  Cos  far,  mio  signore.  Vi sono due galantuomini che in
    questa aggressione han perduto trecento marchi.
    PRINCIPE: Pu  darsi:  s'egli  ha  derubato  questi  uomini,  ne  sar
    responsabile; e con ci arrivederci.
    SCERIFFO: Buona notte, mio nobile signore.
    PRINCIPE: Penso che sia quasi buon giorno, non  cos?
    SCERIFFO: Invero, signor mio, credo che siano le due.
    (Escono lo Sceriffo e il Vetturale).
    PRINCIPE:  Questo  mariolo  bisunto  conosciuto come la cattedrale di
    San Paolo. Va', fallo uscir fuori.
    PETO:  Falstaff!  E'  profondamente  addormentato  dietro  l'arazzo  e
    stronfia come un cavallo.
    PRINCIPE:  Ascolta  con  che  fatica  trae il respiro.  Frugagli nelle
    tasche, (Peto fruga) Che hai trovato?
    PETO: Nient'altro che carte, mio signore.
    PRINCIPE: Vediamo che cosa sono; leggile.
    PETO (legge): "Item" un cappone 2 scellini 2 denari;  "item"  salsa  4
    denari;  "item" vin di Spagna 2 galloni,  5 scellini 8 denari;  "item"
    acciughe e vin di Spagna dopo cena, 2 scellini 6 denari;  "item" pane,
    l soldo.
    PRINCIPE:  O  enormit!  Soltanto  un  soldo  di pane per tutta quella
    quantit di vin di Spagna! Conserva gli altri fogli,  ch li leggeremo
    a  nostro  agio,  e lascialo dormir l fino a giorno.  Nella mattinata
    andr alla corte. Dobbiam andare tutti alla guerra e tu avrai un posto
    onorevole. Procurer a quel grasso mariolo un comando nella fanteria e
    so che una marcia di duecento metri sar la sua morte.  Il denaro sar
    restituito con gl'interessi.  Vieni da me a buon'ora domattina;  e con
    ci buon giorno Peto.
    PETO: Buon giorno, mio buon signore.
    (Escono).















    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Bangor. La casa dell'Arcidiacono.

    (Entrano HOTSPUR, WORCESTER, MORTIMER e GLENDOWER).
    MORTIMER: Queste promesse son belle, i partigiani sicuri,  e il nostro
    inizio pieno di buone speranze.
    HOTSPUR: Lord Mortimer e voi,  cugino Glendower, volete sedervi? E voi
    pure, zio Worcester. Cnchero! Ho dimenticato la carta.
    GLENDOWER: No, eccola qui. Sedete, cugino Percy,  sedete,  buon cugino
    Hotspur;  ogni volta che Lancaster parla di voi con questo nome la sua
    guancia  divien  pallida  e,  mandando  un  sospiro,  vi  vorrebbe  in
    paradiso.
    HOTSPUR:  E  voi  all'inferno tutte le volte che sente parlare di Owen
    Glendower.
    GLENDOWER: Non posso biasimarlo: alla mia nativit la fronte del cielo
    era piena di fantasmi di fuoco  e  di  fiaccole  ardenti,  e  quand'io
    nacqui la fabbrica e le vaste fondamenta della terra tremarono come un
    codardo.
    HOTSPUR:  Questo  sarebbe avvenuto lo stesso se in quel momento avesse
    partorito la gatta di vostra madre e voi non foste mai nato.
    GLENDOWER: Dico che la terra trem quand'io nacqui.
    HOTSPUR: Ed io dico che la terra non era del mio  sentimento,  se  voi
    supponete che tremasse perch vi temeva.
    GLENDOWER: I cieli eran tutti in fiamme e la terra trem.
    HOTSPUR: Oh, allora la terra trem vedendo i cieli in fiamme e non per
    il  timore della vostra nascita.  La natura inferma scoppia sovente in
    strane eruzioni: spesso la terra gestante  trafitta e  tormentata  da
    una  specie di colica,  causata da un vento impetuoso imprigionato nel
    suo ventre,  che sforzandosi di uscir fuori scuote  la  vecchia  avola
    terra  e  fa  crollare  i  campanili  e le torri muscose.  Alla vostra
    nascita la nostra nonna terra,  avendo questo malanno,  trem  per  il
    dolore.
    GLENDOWER:   Cugino,   non   da   molti   uomini  io  sopporto  simili
    contraddizioni. Permettetemi di dirvi, ancora una volta,  che alla mia
    nascita  la fronte del cielo era piena di fantasmi di fuoco;  le capre
    scesero correndo dalle montagne,  gli armenti spaurivano i  campi  coi
    loro   strani   clamori.   Questi   segni   mi  distinsero  come  uomo
    straordinario e tutti gli eventi della mia  vita  mostrano  ch'io  non
    sono  nella  lista degli uomini volgari.  Dove vive colui - circondato
    dal mare che sferza le spiagge dell'Inghilterra,  della Scozia  e  del
    Galles  -  che  possa  chiamarmi discepolo o che mi sia stato maestro?
    Portami fuori uno,  tra i figli di donna,  che  possa  seguirmi  negli
    ardui  sentieri  dell'arte o gareggiar con me nei profondi esperimenti
    della magia.
    HOTSPUR: Credo non ci sia nessun uomo che parli meglio il gallese.  Me
    ne vo a pranzo.
    MORTIMER: Pace, cugino Percy, lo farete infuriare.
    GLENDOWER: Io posso evocare gli spiriti dal vasto abisso.
    HOTSPUR: Lo posso fare anch'io,  e ogni uomo lo pu fare.  Ma verranno
    poi quando li chiamate?
    GLENDOWER: Ma io posso insegnarti, cugino, a comandare al diavolo.
    HOTSPUR: E io posso  insegnarti,  cugino,  a  svergognare  il  diavolo
    dicendo la verit: dite la verit e svergognate il diavolo.  Se tu hai
    il potere di evocarlo,  portalo qui e io ti giuro che avrei potere  di
    farlo  fuggire  svergognato,  Oh,  finch  vivete,  dite la verit,  e
    svergognate il diavolo!
    MORTIMER: Andiamo! Andiamo! Non pi di queste inutili chiacchiere.
    GLENDOWER: Tre volte Enrico Bolingbroke ha voluto tener testa alla mia
    potenza,  e tre volte dalle sponde del Wye e della Severn dal letto di
    sabbia,  lo  rimandai  a casa desolato e con la schiena sferzata dalle
    intemperie.
    HOTSPUR: A casa senza suole e per  di  pi  col  tempo  cattivo!  Come
    sfugg alle febbri, in nome del diavolo?
    GLENDOWER:  Venite,  ecco  qui  la  carta.  S'han da dividere i nostri
    diritti secondo la nostra triplice convenzione?
    MORTIMER: S,  l'arcidiacono ha diviso  tutto  in  tre  circoscrizioni
    molto eguali.  L'Inghilterra dal Trent alla Severn,  fin qui, al sud e
    all'est,   assegnata come mia parte.  Tutta la parte occidentale,  il
    Galles,  al di l della sponda della Severn,  e tutte le fertili terre
    entro quei confini, a Owen Glendower; e a voi, caro cugino, quello che
    resta a nord,  al di l del Trent.  I nostri contratti tripartiti sono
    stati stesi,  e appena sigillati reciprocamente - un affare che si pu
    compiere questa notte - cugino Percy, voi ed io,  col mio buon signore
    di  Worcester,  partiremo  domani,  per incontrarci con vostro padre e
    l'armata scozzese a Shrewsbury,  come rimanemmo d'accordo.  Mio  padre
    Glendower  non    ancor  pronto,  n avremo bisogno del suo aiuto per
    queste due settimane.  Intanto potrete radunare i  vostri  valvassori,
    gli amici, e i gentiluomini dei dintorni.
    GLENDOWER:  Mi  baster  un tempo ancor pi breve per raggiungervi,  o
    pari; e io condurr le vostre signore,  dalle quali dovete ora fuggire
    senza  prender  congedo,  o  si  verser  un  mondo  di lacrime per la
    separazione di voi dalle vostre spose.
    HOTSPUR: Mi sembra che la mia parte,  dal nord di Burton  a  qui,  non
    eguagli  in  quantit  una  delle  vostre: vedete come questo fiume mi
    viene a serpeggiare qui e taglia fuori dal  meglio  di  tutta  la  mia
    terra  un'immensa  mezzaluna,  un  enorme  canone.  Far  arginare la
    corrente in questo punto,  e qui l'onda linda  e  argentea  del  Trent
    scorrer  in  un  nuovo  letto,  pari e liscia: non serpegger pi con
    curve s profonde per rubarmi una cos ricca bassura.
    GLENDOWER: Non serpegger? Lo far, deve farlo: vedete che lo fa gi.
    MORTIMER: Osservate per com'esso continua il suo corso, e mi si piega
    con eguale acquisto sull'altra parte, tagliando via tanto della sponda
    opposta, quanta dall'altra parte ne porta via a voi.
    WORCESTER: S,  ma con un po' di spesa,  si pu tagliarlo qui,  e  dal
    lato  nord guadagnare questa punta di terra;  allora scorrer dritto e
    eguale.
    HOTSPUR: Voglio cos; si far con poca spesa.
    GLENDOWER: Non voglio che si cambi nulla.
    HOTSPUR: Non volete?
    GLENDOWER: No, e voi non lo farete.
    HOTSPUR: Chi mi dir di no?
    GLENDOWER: Ve lo dir io.
    HOTSPUR: Ch'io non v'intenda allora: ditemelo in gallese.
    GLENDOWER: So parlare inglese,  signore,  bene quanto voi,  perch fui
    educato  alla corte inglese,  dove,  ancor giovane,  composi con molta
    grazia per l'arpa pi di una canzone  inglese  dando  alla  lingua  un
    proficuo ornamento: virt che in voi non si vide mai.
    HOTSPUR: No,  per la Vergine!  E me ne rallegro di cuore! Vorrei esser
    piuttosto un gatto e gridar miao,  che uno di quei tali trafficanti di
    ballate  in  versi.  Vorrei  piuttosto  sentir  tornir  un  candeliere
    d'ottone o cigolare un'arida ruota  sul  suo  asse,  che  ci  non  mi
    farebbe  affatto allegare i denti quanto questa leziosa poesia:  come
    l'andatura forzata d'un ronzino che si trascina a fatica.
    GLENDOWER: Andiamo, si far deviare il corso del Trent.
    HOTSPUR: Non me ne importa!  Darei via tre volte altrettanta  terra  a
    qualunque  amico  che  lo  meritasse,  ma  se  s'ha  a mercanteggiare,
    ascoltatemi bene,  io caviller per la nona parte  di  un  capello.  I
    contratti son stati stesi? s'ha da andar via?
    GLENDOWER: La luna brilla serena;  potete partir di notte.  Affretter
    lo scrivano e al tempo stesso avvertir le vostre mogli  della  vostra
    partenza da qui.  Temo che mia figlia impazzisca, tanto ama follemente
    il suo Mortimer.
    (Esce).
    MORTIMER: Ih! cugino Percy, come contrariate mio padre!
    HOTSPUR: Non ne posso fare a meno: talora mi  fa  venir  la  stizza  a
    raccontarmi  della  talpa  e  della formica,  del fantastico Merlino e
    delle sue profezie, e di un drago, e di un pesce senza pinne,  e di un
    grifone  dalle  ali  tarpate,  e  di  un  corvo  in muda,  di un leone
    accovacciato e di un gatto rampante,  e una tal quantit di tantafere,
    da farmi perdere la fede. Sentite questa: l'altra sera mi tenne almeno
    per nove ore a contare i vari nomi dei diavoli che eran suoi valletti.
    Io  gridavo,  uhm  e  bene,  seguitate  pure  ma non ascoltavo una
    parola.  Oh,   uggioso come un cavallo che zoppica,  o una moglie che
    grida  e  tempesta,  peggio  di una casa piena di fumo.  Vorrei vivere
    piuttosto di formaggio e d'aglio in un mulino a  vento,  lontano,  che
    nutrirmi  di  ghiottonerie e sentir le sue chiacchiere nella pi bella
    villa della cristianit.
    MORTIMER: In fede mia  un degno gentiluomo, oltremodo colto,  versato
    in  strani  misteri,   valoroso  come  un  leone  e  meravigliosamente
    affabile, generoso come le miniere dell'India. Debbo dirvelo,  cugino?
    Egli ha un gran rispetto per il vostro carattere e giunge a frenare la
    propria  naturale  inclinazione  allorch  contrariate  il  suo umore;
    proprio cos: vi garantisco che nessun uomo al  mondo  avrebbe  potuto
    provocarlo come avete fatto voi,  senza aver sentito sapor di pericolo
    e di rabbuffo; ma non provatevi spesso, ve ne scongiuro,
    WORCESTER: In fede mia,  mio  signore,  la  vostra  ostinatezza    da
    biasimarsi.  Da  quando  siete  venuto  qui avete fatto abbastanza per
    fargli perder la pazienza. Dovete assolutamente imparare,  signor mio,
    a correggervi di questo vizio che,  sebbene talvolta mostri grandezza,
    coraggio,  fuoco - e questa  la maggior grazia che  vi  conferisce  -
    pure sovente mostra un'aspra collera,  difetto di educazione, mancanza
    di freno, orgoglio, superbia, presunzione, disdegno;  e la pi piccola
    di tali imperfezioni,  se s'attacca a un gentiluomo,  gli fa perdere i
    cuori degli uomini e lascia una  macchia  sulle  altre  belle  qualit
    togliendo lode ad esse.
    HOTSPUR: Benissimo,  eccomi a scuola!  Che le buone maniere vi portino
    fortuna! Ecco le nostre mogli che vengono; congediamoci da loro.

    (Rientra GLENDOWER con LADY MORTIMER e LADY PERCY).

    MORTIMER: Questa  la mortal contrariet  che  mi  fa  infuriare;  mia
    moglie non sa parlare inglese, n io gallese.
    GLENDOWER:  Mia  figlia piange,  essa non vuol dividersi da voi,  vuol
    esser anche lei soldato e andare alla guerra.
    MORTIMER: Buon padre, ditele che lei e mia zia Percy ci seguiranno ben
    presto sotto la vostra guida.
    (Glendower le parla in gallese, ella risponde nella stessa lingua).
    GLENDOWER: Ella si dispera per questo:  una sgualdrinella stizzosa  e
    ostinata che non intende persuasione.
    (Ella parla a Mortimer in gallese).
    MORTIMER:  Capisco  i tuoi sguardi: io conosco a perfezione quel dolce
    gallese che tu versi da questi gonfi cieli e,  se  non  fosse  per  la
    vergogna,  ti  risponderei con lo stesso linguaggio (Ella parla ancora
    in gallese) Capisco i tuoi baci e tu i miei;   una conversazione  che
    si  sente:  ma  non  star mai in ozio,  amor mio,  finch non abbia
    appreso la tua favella.  La tua lingua rende il gallese  dolce  quanto
    canzoni scritte in alto stile, cantate da una vaga regina in un'estiva
    pergola,  mentre  s'accompagna  alle pi melodiose modulazioni del suo
    liuto.
    GLENDOWER: Se ora v'intenerite, essa diverr folle.
    (Essa parla ancora in gallese).
    MORTIMER: Io sono l'ignoranza stessa di questa lingua.
    GLENDOWER: Ella vi prega di sdraiarvi su questi  molli  giunchi  e  di
    posare il vostro gentile capo sul suo grembo, mentr'ella vi canter la
    canzone che pi vi piace e sulle vostre palpebre incoroner sovrano il
    dio  del sonno incantando il vostro sangue con delizioso sopore,  e vi
    sar tal differenza tra la veglia e il sonno quale tra il giorno e  la
    notte  nell'ora  prima  che  i corsieri del carro celeste comincino il
    loro viaggio dorato nell'oriente.
    MORTIMER: Mi sieder e l'udr cantare con tutto  il  cuore.  Frattanto
    credo che il nostro contratto sar steso.
    GLENDOWER:  Fate  cos.  I  musici che devon sonare per voi si librano
    nell'aria a mille leghe di qui, ma verranno qui immantinente. Sedetevi
    e ascoltate.
    HOTSPUR: Vieni.  Caterina,  tu sai adagiarti con ogni  grazia!  Vieni,
    presto, presto, ch'io possa posare la mia testa sul tuo grembo.
    LADY PERCY: Andate dunque, cervel d'oca!
    (Musica).
    HOTSPUR: Ora mi accorgo che il diavolo comprende il gallese, e non c'
    da stupirsi se  cos pieno di ghiribizzi! Per Nostra Donna,  un buon
    musico!
    LADY PERCY: Allora dovreste essere un musico perfetto poich anche voi
    siete  tutto governato dai ghiribizzi!  State tranquillo,  mariolo che
    siete, e udite la dama che canta in gallese.
    HOTSPUR: Preferirei udire Dama, la mia cagna, abbaiare in irlandese.
    LADY PERCY: Vuoi che ti rompa la testa?
    HOTSPUR: No.
    LADY PERCY: Allora sta' zitto!
    HOTSPUR: Neanche; quello  un difetto delle donne.
    LADY PERCY: Allora che Dio ti aiuti!
    HOTSPUR: A entrar nel letto della signora gallese.
    LADY PERCY: Ma che dici?
    HOTSPUR: Silenzio, ella canta.
    (Lady Mortimer canta una canzone gallese).
    HOTSPUR: Andiamo,  Caterina,  adesso voglio che mi cantiate  anche  la
    vostra canzone.
    LADY PERCY: Io no, in verit.
    HOTSPUR: Non voi,  in verit!  Cuor mio! Voi giurate come la moglie di
    un confettiere.  Non voi in verit e com' vero che  son  viva,  e
    che  Dio  mi  corregga e vero come la luce del giorno e tu dai dei
    pegni di s legger zendado pei tuoi giuramenti, che par proprio tu non
    sia mai andata di l da Finsbury.  Giurami,  Caterina,  da quella dama
    che sei, un buon giuramento che riempia la bocca, e lascia in verit
    e  altre simili protestazioni di panpepato,  agli abiti dalle risvolte
    di velluto e ai borghesi ripicchiati. Andiamo, canta.
    LADY PERCY: Non voglio cantare.
    HOTSPUR: Eppur  il miglior mezzo per divenir sarto o ammaestratore di
    pettirossi. Se i contratti sono stesi, tra due ore sar partito, e voi
    venite quando volete.
    (Esce).
    GLENDOWER: Andiamo,  andiamo,  lord Mortimer !  Siete  tanto  lento  a
    muovervi  quanto  il focoso lord Percy arde di andare.  A quest'ora il
    contratto  fatto; non avremo che a suggellarlo e poi salteremo subito
    a cavallo.
    MORTIMER: Di tutto cuore.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. Il Palazzo.

    (Entrano ENRICO QUARTO, il PRINCIPE ENRICO, ed altri).
    ENRICO: Signori, lasciateci soli. Il principe di Galles ed io dobbiamo
    conferire privatamente,  ma state vicini,  ch tra poco avremo bisogno
    di  voi.  (Escono  i  Pari)  Io  non so se Iddio,  per qualche cattivo
    servigio da me fatto, ha voluto, con segreta condanna, far nascere dal
    mio sangue un castigo e un flagello per me, ma tu mi fai credere,  col
    tuo  genere  di  vita,  d'essere  stato  designato  soltanto per esser
    l'ardente vendetta,  e  la  verga  celeste  che  deve  punire  le  mie
    trasgressioni.   Dimmi,   come  potrebbero  altrimenti  desideri  cos
    scomposti e bassi,  gesta cos  povere,  meschine,  vili,  miserabili,
    piaceri cos sterili, una societ cos grossolana come quella a cui tu
    ti sei unito e innestato,  accompagnarsi alla nobilt del tuo sangue e
    stare all'altezza del tuo cuore di principe?
    PRINCIPE: Piacesse A Vostra Maest ch'io potessi scagionarmi da  tutte
    quante le colpe cos incontrastabilmente come son sicuro di lavarmi da
    molte  di  quelle  che mi vengono apposte.  Pur lasciate che vi chieda
    tale indulgenza,  per la confutazione di molte fole inventate da  quei
    sorridenti  accattagrazie  e  vili  trafficanti  di notizie,  ai quali
    spesso l'orecchio della grandezza  deve  per  forza  porgere  ascolto,
    ch'io  possa trovar perdono,  col mio vero pentimento,  di alcuni veri
    errori in  cui  la  mia  giovinezza  si    smarrita  colpevolmente  e
    sregolatamente.
    ENRICO: Dio ti perdoni!  Pur lascia,  Arrigo,  ch'io mi stupisca delle
    tue inclinazioni,  che batton ala in modo cos disforme  dal  volo  di
    tutti  i  tuoi avi.  Per la tua brutalit hai perduto il tuo seggio al
    consiglio che  stato preso da tuo fratello minore;  ai cuori di tutta
    la  corte  e dei principi del mio sangue sei quasi un estraneo;  tutta
    l'attesa e la speranza della tua giovinezza  distrutta,  e ogni  uomo
    nell'intimo  della sua anima profeticamente predice la tua caduta.  Se
    io fossi stato cos prodigo della mia  presenza  rendendomi  ordinario
    agli  occhi  degli  uomini,  abbandonandomi  stantio  e a vil prezzo a
    volgari compagnie, l'opinione pubblica,  che mi aiut a conquistare la
    corona,  si  sarebbe  sempre  mantenuta  leale  al suo possessore e mi
    avrebbe lasciato all'oscuro esilio,  poveruomo di nessun conto e senza
    prosperit alcuna. Mostrandomi di rado, non potevo uscire senza che la
    mia  comparsa  destasse  meraviglia  come  apparizione di cometa;  gli
    uomini dicevano ai loro figli: E' lui; altri dicevano: Dov'?  qual
      Bolingbroke?,  e io allora involavo al cielo tutta la sua grazia e
    mi vestivo di tale umilt da strappare l'obbedienza  dai  cuori  degli
    uomini,  echeggianti  applausi  e  saluti  dalle lor bocche,  anche in
    presenza del re coronato.  Cos mantenni alla mia persona freschezza e
    novit,  e  la  mia  presenza  non  era  mai  veduta  che,  come manto
    pontificale, non destasse meraviglia; e cos la mia comparsa,  rara ma
    sontuosa, era una vera festa e, per esser rara, assumeva solennit. Il
    frivolo  re  andava  saltellando  di qua e di l con scapati buffoni e
    capi ameni avventati che, come fascinotti, brillavano per un istante e
    tosto s'estinguevano; scardass la sua dignit,  associ la sua regale
    persona con saltimbanchi,  lasci che il suo gran nome fosse profanato
    dai loro scherni e,  a danno della sua reputazione,  si fece eco delle
    risa  provocate  da  monelli  burloni,  tollerando  le  puntate d'ogni
    imberbe vanesio metaforico; si familiarizz coi trivii, s'infeud alla
    popolarit al punto che gli occhi di tutti,  saziandosi  di  lui  ogni
    giorno,  furon  presto satolli di quel miele,  e cominciarono a provar
    disgusto per quella dolcezza della quale poco pi di un poco  di gran
    lunga troppo.  Avvenne cos,  che  quando  aveva  occasione  di  farsi
    vedere,  come  il cuculo in giugno,  era udito ma non apprezzato,  era
    guardato ma con occhi s stanchi e indifferenti  per  l'abitudine,  da
    non  presentare  quegli  sguardi  meravigliati che si fissano sul sole
    della regalit  quando  risplende  raramente  a  occhi  ammiranti.  Lo
    guardavano  invece  con  occhio  assopito e abbassando le palpebre gli
    dormivano  in  faccia,   prendendo  quell'aspetto   che   gli   uomini
    rannuvolati assumono coi loro nemici, sentendosi sazi, satolli e pieni
    della  sua presenza.  E tu,  Arrigo,  segui la stessa via,  poich hai
    perduto  il  tuo  privilegio  di  principe  avvilendoti  con   volgare
    compagnia. Non v' occhio che non sia stanco della tua presenza troppo
    consueta,  se non il mio, che ha sempre desiderato di vederti di pi e
    che ora fa ci che  non  vorrei  facesse:  si  rende  cieco  di  folle
    tenerezza.
    PRINCIPE: D'ora innanzi,  mio tre volte grazioso signore,  sar pi me
    stesso.
    ENRICO: Per tutto il mondo,  quale tu  sei  oggi,  tale  era  Riccardo
    quand'io tornando di Francia posi piede a Ravenspurgh,  e quale io ero
    allora,  tale  oggi Percy.  Ora io affermo pel mio scettro,  e  anche
    sull'anima  mia,  ch'egli  ha  pi degno titolo al governo che non te,
    ombra di successore! Egli senza nessun diritto, o parvenza di diritto,
    riempie di soldatesche le campagne del regno, affronta le armate zanne
    del leone e,  pur non essendo pi di te in debito  cogli  anni,  guida
    vecchi   pari   e   venerandi  vescovi  a  sanguinose  battaglie  e  a
    strapazzanti zuffe.  Quali imperituri onori non ha ottenuto contro  il
    famoso Douglas,  cui le celebri gesta,  le ardite incursioni e il gran
    nome nelle armi valsero il posto pi eminente tra tutti i soldati e il
    supremo titolo militare per tutti i regni che  riconoscono  Ges!  Tre
    volte  Hotspur,  questo Marte in fasce,  questo bambino guerriero,  ha
    sconfitto il gran  Douglas  nelle  sue  imprese.  Una  volta  lo  fece
    prigioniero e lo rimise in libert, facendosene un amico per ingrossar
    la  voce dell'audace sfida e scuoter la pace e la sicurezza del nostro
    trono.  E che pensi  di  questo?  Percy,  Northumberland,  Sua  Grazia
    l'arcivescovo  di  York,  Douglas  e  Mortimer fan capitoli d'alleanza
    contro di noi e sono in armi.  Ma perch mai do a te  simili  notizie?
    Perch, Arrigo, parlo a te dei miei nemici, a te che sei il pi vicino
    e  pi  caro del miei nemici?  Non mi meraviglierei che tu per servile
    paura, bassa inclinazione,  e sotto l'impulso del malumore combattessi
    contro  di me al soldo di Percy seguendolo alle calcagna come un cane,
    umiliandoti ad ogni suo cipiglio e mostrando cos fin a qual punto  tu
    sia degenerato.
    PRINCIPE: Non lo pensare neppure,  questo non avverr! E Dio perdoni a
    coloro che stornarono s lungi da  me  la  buona  opinione  di  Vostra
    Maest!  Io  mi  redimer  di  tutto  questo  sul capo di Percy,  e al
    tramontare di un giorno glorioso oser dirvi che  son  vostro  figlio,
    presentandomi  a  voi  con le vesti insanguinate e il volto coperto di
    una maschera di sangue che, una volta lavato,  porter via con s ogni
    mia  vergogna  passata.  E  ci avverr il giorno,  in qualunque tempo
    spunti,  che quel figlio dell'onore  e  della  gloria,  quel  valoroso
    Hotspur,  quel  cavaliere  da  tutti lodato,  e il vostro Enrico a cui
    nessuno pensa,  s'incontreranno.  Quanto agli onori che posano sul suo
    cimiero,  volesse  il  cielo che fossero moltitudini e che le vergogne
    fossero raddoppiate sul mio capo! Tempo verr quando io forzer questo
    figlio del nord a cambiare  tutte  le  gloriose  sue  imprese  con  le
    ignominie della mia vita.  Percy,  mio buon signore,  non  che un mio
    agente,  che fa incetta per me di gesta gloriose;  ed io  gliene  far
    rendere cos stretto conto,  che dovr cedermi ogni sua gloria, fin il
    pi piccolo onore che si siano acquistato i suoi anni, o gli strapper
    il conto dal cuore.  Questo io qui prometto,  nel nome di  Dio,  e  se
    potr  compierlo  col  suo aiuto,  supplico Vostra Maest di sanare le
    inveterate ferite della mia dissolutezza: se no  la  fine  della  vita
    distrugga   ogni   legame.   Io  vuo'  morire  centomila  morti  prima
    d'infrangere la pi piccola parte di questo voto.
    ENRICO: E per esso muoiano centomila  ribelli!  In  questa  guerra  tu
    avrai comando e la sovrana fiducia.
    (Entra BLUNT).
    Che c', buon Blunt? I tuoi sguardi son pieni di fretta.
    BLUNT: E lo  pure l'affare di cui vengo a parlarvi.  Lord Mortimer di
    Scozia ha mandato a dire che Douglas  e  i  ribelli  inglesi  si  sono
    incontrati a Shrewsbury l'undici di questo mese. Se tutte le parti han
    tenuto  le  loro  promesse,  saranno un'oste assai potente e temibile,
    qual mai insidi uno Stato.
    ENRICO: Il conte di Westmoreland  partito quest'oggi e  con  lui  mio
    figlio,  monsignor Giovanni di Lancaster, poich questa informazione 
    di cinque giorni or sono. Mercoled prossimo partirete voi, Arrigo,  e
    gioved marceremo noi in persona. Il luogo di convegno  Bridgenorth e
    voi,  Arrigo,  marcerete  attraverso  la  contea  di Gloucester.  Cos
    calcolando tutto quello che ci rimane da fare, fra circa dodici giorni
    le nostre forze tutte si aduneranno a Bridgenorth. Abbiamo per le mani
    un  gran  da  fare.   Partiamo:   mentre   gli   uomini   s'indugiano,
    l'opportunit s'impingua.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Eastcheap. La taverna della Testa di Cinghiale.

    (Entrano FALSTAFF e BARDOLFO).
    FALSTAFF: Bardolfo,  non son io miseramente deperito dopo quest'ultima
    azione? Non sono scemato? Non m'assottiglio?  Ecco,  la pelle mi casca
    da dosso come la cioppa d'una vecchia matrona; sono avvizzito come una
    vecchia  mela  renetta.  Ebbene,  mi pentir e alla svelta,  mentre ho
    ancora un po' di floridezza: tra poco sar cos rifinito che non  avr
    pi  la  forza  di  pentirmi.  Se  non  ho  dimenticato di che  fatto
    l'interno di una chiesa, sono un grano di pepe, un cavallo di birraio.
    L'interno di una chiesa! La compagnia, la scellerata compagnia  stata
    la mia rovina!
    BARDOLFO: Sir Giovanni,  siete cos agitato che non potrete  vivere  a
    lungo.
    FALSTAFF: Ma,  proprio cos! Andiamo, cantami una canzone da bordello;
    fammi stare allegro.  Io ero inclinato alla virt come dev'esserlo  un
    gentiluomo,  ero abbastanza virtuoso; bestemmiavo poco, non giocavo ai
    dadi pi di sette volte per settimana,  non andavo al bordello pi  di
    una volta ogni quarto...  d'ora,  restituivo il denaro che prendevo in
    prestito... tre o quattro volte ci m'accadde; vivevo bene e con buona
    misura, e ora vivo senza alcun ordine, oltre ogni misura.
    BARDOLFO: Sfido! Siete cos grasso, sir Giovanni, che per forza dovete
    essere oltre ogni misura, oltre ogni ragionevole misura, sir Giovanni.
    FALSTAFF: Correggi il tuo viso e io corregger la mia vita.  Tu sei la
    nostra  nave  ammiraglia,  tu porti la lanterna a poppa vale a dire il
    tuo naso - tu sei il Cavaliere della Lampada Ardente.
    BARDOLFO: In verit, sir Giovanni, la mia faccia non vi fa alcun male.
    FALSTAFF: No,  giurerei che ne faccio anzi tanto buon uso quanto molti
    uomini  di un teschietto di morto o di un "memento mori".  Io non vedo
    mai il tuo viso senza pensare al fuoco dell'inferno o al ricco epulone
    che viveva ravvolto nella porpora,  poich eccolo l nelle sue  vesti,
    che  arde,  arde.  Se  tu  fossi  in qualche modo dato alla virt,  io
    giurerei per il tuo volto,  e il mio giuramento sarebbe:  Per  questo
    fuoco  che    l'Angelo di Dio.  Ma tu sei un gran depravato e se non
    fosse,  in verit,  per la luce del tuo volto saresti  il  sole  della
    piena oscurit.  Quando tu corresti su,  a Gadshill,  nella notte, per
    acchiappare il mio cavallo,  s'io non pensai  che  tu  eri  un  "ignis
    fatuus"  o  una  palla  di  fuoco  greco,  il denaro non  pi buono a
    comprar nulla. Oh, tu sei una perpetua fiaccolata,  un perenne fal di
    gioia!  Tu  mi hai fatto risparmiare mille marchi in lampioni e torce,
    andando in giro con te di notte di taverna in taverna;  ma il  vin  di
    Spagna  che  tu  mi  hai  bevuto  mi avrebbe fatto comprare dei lumi a
    uguale buon mercato dal pi caro candelaio d'Europa.  Ho mantenuto  di
    fuoco quella salamandra che tu sei,  per trentadue anni,  che Iddio me
    ne ricompensi!
    BARDOLFO: Pel sangue d'Iddio!  Vorrei bene che  la  mia  faccia  fosse
    nella vostra pancia!
    FALSTAFF:  Dio  ce  ne  liberi!  Sarei  sicuro di avere il bruciore di
    stomaco.
    (Entra l'Ostessa).
    E cos, dama Partelotta,  la gallina,  avete trovato chi mi ha vuotato
    le tasche?
    OSTESSA: Ma sir Giovanni! Che pensate mai, sir Giovanni? Pensate forse
    che io tenga dei ladri in casa mia?  Ho cercato,  ho domandato,  e mio
    marito pure,  uomo per uomo,  ragazzo per ragazzo,  servo  per  servo.
    Prima  d'ora  in  casa  mia  non s' mai perduta la decima parte di un
    capello.
    FALSTAFF: Voi mentite, ostessa; Bardolfo fu tosato e perse molti peli,
    e io giuro che mi furono vuotate le saccocce. Andate, siete una donna,
    andate.
    OSTESSA: Chi, io?  No,  io ti sfido: per la luce d'Iddio,  io non sono
    stata mai chiamata cos in casa mia prima d'ora.
    FALSTAFF: Va' l! Vi conosco abbastanza bene.
    OSTESSA: No,  sir Giovanni;  voi non mi conoscete, sir Giovanni. Io vi
    conosco,  sir Giovanni: mi dovete del  denaro,  sir  Giovanni,  e  ora
    attaccate briga per non darmelo. Vi comprai una dozzina di camicie per
    il vostro dorso.
    FALSTAFF: Tela di Daoulas, telaccia di Daoulas; le ho regalate a mogli
    di fornai che n'hanno fatto degli stacci.
    OSTESSA: Ora,  com' vero che sono una donna onesta, era tela d'Olanda
    da otto scellini al braccio. Inoltre, sir Giovanni,  dovete del denaro
    qui  per  il  vostro  vitto,  i  vostri  cicchetti  e denaro prestato,
    ventiquattro sterline.
    FALSTAFF: Egli ne ha avuto la sua parte; paghi lui.
    OSTESSA: Lui? Ohim! Egli  povero: non ha nulla.
    FALSTAFF: Come!  Povero?  Mirate il suo viso: cosa chiamate voi ricco?
    Battan  moneta  del  suo  naso  e  delle sue guance: io non pagher un
    centesimo. Che! Mi prendete per un giovincello?  Non sar io libero di
    fare il mio comodo nella mia locanda, senza aver le tasche svaligiate?
    Ho perduto un anello-sigillo di mio nonno che valeva quaranta marchi.
    OSTESSA: O Ges!  Ho sentito il principe che gli diceva, non so quante
    volte, che quell'anello era di rame.
    FALSTAFF: Come!  Il principe  un mariolo,  un sicofante,  pel  sangue
    d'Iddio!  Se  fosse qui e parlasse a quel modo,  lo bastonerei come un
    cane.
    (Entrano il  PRINCIPE  ENRICO  e  PETO  marciando:  FALSTAFF  va  loro
    incontro sonando il piffero col suo bastone).
    Che  c' di nuovo,  ragazzo?  Il vento soffia davvero da quella parte?
    Dobbiam tutti marciare?
    BARDOLFO: S, due per due, alla moda di Newgate.
    OSTESSA: Signor mio, vi prego, ascoltatemi.
    PRINCIPE: Che ci dici, Monna Fapresto? Come sta tuo marito? Gli voglio
    bene,  un uomo onesto.
    OSTESSA: Mio buon signore, ascoltatemi.
    FALSTAFF: Ti prego, lasciala andare e stammi a sentire.
    PRINCIPE: Che dici, Gianni?
    FALSTAFF: L'altra notte mi addormentai qui dietro quest'arazzo,  e  mi
    svaligiarono   le   tasche:  questa  casa    diventata  un  bordello;
    svaligiano le tasche.
    PRINCIPE: Che hai perduto, Gianni?
    FALSTAFF: Mi crederai tu,  Rigo?  Tre o quattro cambiali  da  quaranta
    sterline l'una e un anello-sigillo di mio nonno.
    PRINCIPE: Una bagattella; roba da un otto denari.
    OSTESSA:  E' quel che gli ho detto io,  mio signore;  e gli dicevo che
    l'avevo inteso dire da Vostra Grazia e, signor mio,  egli parla di voi
    molto  villanamente,  da quell'uomo sboccato che ,  e ha detto che vi
    avrebbe bastonato.
    PRINCIPE: Che! Cos diceva?
    OSTESSA: Se non  vero, non c' pi in me n fede, n verit, n sesso
    femminile.
    FALSTAFF: Non c' pi fede in te che  in  una  prugna  cotta,  n  pi
    verit in te che in una volpe stanata,  e,  quanto alla femminezza, la
    pulzella Marianna,  paragonata a te,  potrebbe essere  la  moglie  del
    deputato rionale. Va', cosa che sei, va'!
    OSTESSA: Dite su, che cosa, che cosa?
    FALSTAFF: Che cosa? Ma, una cosa di cui ringraziare Dio.
    OSTESSA: Io non sono una cosa di cui ringraziare Dio;  imparalo!  Sono
    la moglie di un galantuomo  e,  con  tutto  il  rispetto  per  il  tuo
    cavalierato, tu sei un furfante a chiamarmi cos.
    FALSTAFF:  Con  tutto  il  rispetto per il sesso di donna,  tu sei una
    bestia a dire diversamente
    OSTESSA: Di' su, che bestia sono, furfante?
    FALSTAFF: Che bestia? Ma, una lontra.
    PRINCIPE: Una lontra, sir Giovanni! Perch una lontra?
    FALSTAFF: Ecco,  essa non  n carne n pesce;  un uomo  non  sa  come
    prenderla.
    OSTESSA:  Tu  sei  ingiusto  a  dir cos: tu o ogni altro uomo sa come
    prendermi, furfante che sei!
    PRINCIPE: Dici il vero, ostessa, ed egli ti calunnia grossolanamente.
    OSTESSA: E lo stesso fa di voi,  signor mio.  L'altro giorno disse che
    gli dovevate mille sterline.
    PRINCIPE: Galantuomo, ti devo mille sterline?
    FALSTAFF:  Mille  sterline,  Rigo?  Un  milione!  Il tuo amore vale un
    milione; tu mi devi il tuo amore.
    OSTESSA: Anzi,  mio signore,  vi ha chiamato mariolo e ha detto che vi
    avrebbe bastonato.
    FALSTAFF: Ho detto questo, Bardolfo?
    BARDOLFO: Davvero, signor Giovanni, avete detto proprio cos.
    FALSTAFF: S... se egli diceva che il mio anello era di rame.
    PRINCIPE: Dico che  di rame: oserai mantenere la tua parola adesso?
    FALSTAFF: Rigo, tu sai che se tu non fossi che un uomo io l'oserei, ma
    siccome  tu  sei  principe,  io  ti  temo  come  temo il ruggito di un
    leoncino.
    PRINCIPE: E perch non come il leone?
    FALSTAFF: Il re solo deve esser temuto come il leone.  Pensi tu che io
    ti tema come temo tuo padre? Ma che! Se cos fosse, prego Iddio che la
    mia cintura scoppi!
    PRINCIPE:  Oh,  se  scoppiasse,  come ti cadrebbero le budella fino ai
    ginocchi !  Ma,  sor tale,  non c' posto  per  la  fede,  la  verit,
    l'onest in questo tuo petto;  tutto pieno di budella e di diaframma.
    Accusare una donna onesta di averti svaligiato le tasche! Ma figlio di
    mala femmina,  spudorato, granbestia bavosa; se nelle tue tasche c'era
    altro che conti d'osteria,  appunti di bordelli e un misero  soldo  di
    zucchero candito per darti un po' di fiato;  se la tua tasca era ricca
    di altro che di questi vituperi,  sono uno scellerato.  E tuttavia voi
    sostenete  il  contrario  e  non volete mettervi in tasca il torto che
    avete. Non ti vergogni?
    FALSTAFF: Mi stai a sentire,  Rigo?  Tu  sai  che  Adamo  nello  stato
    d'innocenza  cadde,  e cosa dovrebbe fare il povero Gianni Falstaff in
    questi tempi d'immoralit?  Tu vedi che io ho pi carne  d'ogni  altro
    uomo  e perci pi fragilit.  Confessate dunque di aver svaligiato le
    mie tasche?
    PRINCIPE: Pare che sia cos, dalla tua storia.
    FALSTAFF: Ostessa,  ti perdono;  va',  prepara la colazione,  ama  tuo
    marito,  bada ai tuoi servi, tratta bene i tuoi ospiti; tu mi troverai
    trattabile a ogni onesta ragione: vedi che son pacificato.  Ma dunque?
    Via, ti prego, vattene. (Esce l'Ostessa) Ora, Rigo, alle notizie della
    corte.  Quanto  al  furto,  giovanotto...  com'  stata  accomodata la
    faccenda?
    PRINCIPE: O mio dolce manzo,  io devo esser sempre il tuo buon angelo;
    il denaro  restituito.
    FALSTAFF:  Oh!  Non  mi  piacciono  queste  restituzioni,   un doppio
    lavoro.
    PRINCIPE: Io e mio padre siam tornati buoni amici e  posso  fare  quel
    che voglio.
    FALSTAFF: Per prima cosa rubami il tesoro regio e fallo subito,  senza
    neanche lavarti le mani.
    BARDOLFO: Fatelo, signor mio.
    PRINCIPE: Ti ho procurato, Gianni, un comando nella fanteria.
    FALSTAFF: Avrei preferito che fosse di cavalleria.  Dove  trover  uno
    che sappia rubar bene?  Oh! Cosa non darei per trovare un bel ladro di
    ventidue anni o gi di l! Son tremendamente a nudo di tutto.  Ad ogni
    modo sia ringraziato Iddio per questi ribelli: non molestano altro che
    la gente per bene, io li approvo e li lodo.
    PRINCIPE: Bardolfo!
    BARDOLFO: Signor mio!
    PRINCIPE:  Va'  a  portare  questa  lettera  a  monsignor  Giovanni di
    Lancaster,   a  mio  fratello  Giovanni,   questa  a   monsignore   di
    Westmoreland.  (Esce Bardolfo) Andiamo,  Peto,  a cavallo! A cavallo !
    Ch tu ed io dobbiamo cavalcare trenta miglia prima di  pranzo.  (Esce
    Peto)  Vienmi  ad  incontrare  alle due del pomeriggio al Temple Hall,
    Gianni;  l saprai del tuo comando e riceverai denaro e gli ordini per
    la fornitura dei tuoi.  Il paese  in fiamme, Percy  in alto e loro o
    noi dobbiamo umiliarci.
    (Esce).
    FALSTAFF: Preziose parole! Mondo magnifico! Ostessa, la mia colazione;
    andiamo! O che bella cosa se questa taverna fosse il mio tamburo!
    (Esce).


















    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Il campo dei ribelli presso Shrewsbury.

    (Entrano HOTSPUR, WORCESTER e DOUGLAS).
    HOTSPUR: Ben detto,  mio nobile scozzese!  Se dir la verit in  questo
    bel secolo non fosse creduto adulazione, Douglas avrebbe tali doti che
    nessun  altro  soldato  de'  nostri giorni sarebbe tanto celebrato per
    tutto il mondo. Per Iddio!  Io non so adulare,  e sdegno le lingue dei
    piaggiatori, ma nessun uomo ha posto pi onorevole di voi nell'affetto
    del mio cuore.  Andiamo,  prendetemi sulla parola,  provatemi,  signor
    mio.
    DOUGLAS: Tu sei il re dell'onore: non vive sulla terra uomo, che,  per
    quanto potente, io non osi affrontare.
    HOTSPUR: Fatelo e tutto andr bene...
    (Entra un Messo con lettere).
    Che lettere hai tu cost? Non posso che ringraziarvi.
    MESSO: Queste lettere vengono da vostro padre...
    HOTSPUR: Lettere da lui! Perch non viene egli stesso?
    MESSO: Non pu venire, signor mio;  gravemente malato.
    HOTSPUR: Per le piaghe di Cristo! Come ha egli tempo d'esser malato in
    un  tal  frangente?  Chi  conduce  le  sue  forze?  Sotto qual comando
    marciano?
    MESSO: Le  sue  lettere,  mio  signore,  non  io,  dichiarano  le  sue
    intenzioni.
    WORCESTER: Dimmi, ti prego, sta egli in letto?
    MESSO:  V'era,  signor  mio,  quattro  giorni  prima ch'io partissi e,
    quando lo lasciai, i suoi medici temevano molto per la sua vita.
    WORCESTER: Avrei voluto che i tempi fossero stati sani  prima  che  la
    malattia  venisse a visitarlo.  Mai la sua salute fu di maggior valore
    d'adesso.
    HOTSPUR: Malato adesso! Cader gi adesso!  Questa malattia avvelena lo
    stesso sangue vitale della nostra impresa, e si propaga anche qui, fin
    nel nostro campo. Egli mi scrive qui che una malattia interna... che i
    suoi  amici  non  si  poterono  radunare  s  presto  per  mezzo di un
    deputato,  ch'egli non ha ritenuto conveniente d'affidare un  incarico
    cos  pericoloso  e  delicato  ad  altr'anima  che  vi  portasse  meno
    interesse della sua.  Nondimeno ci d l'audace consiglio  di  marciare
    con  le  nostre  piccole forze per vedere come la fortuna sia disposta
    verso di noi poich, com'ei scrive, non c' da indietreggiare, ora che
    il re  certamente informato di tutti i nostri progetti. Che ne dite?
    WORCESTER: La malattia di vostro padre  una vera mutilazione per noi.
    HOTSPUR: Pericolosa ferita, proprio un membro tagliato via. Eppure, in
    fede mia, non  cos; la sua perdita ora sembra maggiore di quello che
    non sar in realt.  Sarebbe forse prudente porre su di un sol tiro di
    dadi  l'intero  tesoro di tutte le nostre forze?  Porre una posta cos
    ricca al sottil rischio di un'ora incerta? Non sarebbe bene? in questo
    modo scopriremmo il fondo e  l'anima  delle  nostre  speranze,  l'orlo
    stesso, il limite estremo di tutte le nostre fortune.
    DOUGLAS:  Cos  ci accadrebbe infatti;  ora invece ci resta ancora una
    dolce aspettativa d'eredit,  e possiamo arditamente  spendere,  forti
    della speranza di quello che ci deve ancora venire.  In questo vive un
    conforto di riscossa.
    HOTSPUR: Un rifugio,  un asilo  dove  fuggire,  se  il  diavolo  e  la
    sventura guardano minacciosi la nostra vergine impresa.
    WORCESTER: Eppure, vorrei che vostro padre fosse stato qui! La qualit
    e  il  pelo  della nostra impresa mal sopportano divisione: alcuni che
    non conoscono la ragione della sua assenza penseranno che la prudenza,
    la lealt al re,  la pura  e  semplice  disapprovazione  della  nostra
    condotta,  abbian  tenuto  il conte lontano di qui;  e pensate come un
    simile timore possa volger il corso di  una  esitante  fazione  e  far
    nascere dubbi sulla bont della nostra causa, ch ben sapete come noi,
    che azzardiamo,  dobbiamo tenerci lontani da un giudizio troppo severo
    e chiudere ogni pertugio,  ogni feritoia,  per  dove  possa  scrutarci
    l'occhio  della  ragione.  Quest'assenza di vostro padre tira da parte
    una tenda che scopre all'ignaro un certo timore,  che prima non  aveva
    neppur sognato.
    HOTSPUR: Voi andate troppo oltre. Io piuttosto argomenterei cos della
    sua assenza: essa d lustro,  opinione pi alta,  maggior audacia alla
    nostra grande impresa,  che se il conte fosse  qui;  poich  la  gente
    dovr pensare che se noi,  senza il suo aiuto,  possiamo riunire forze
    tali da investire un regno,  con l'appoggio suo  potremmo  rovesciarlo
    addirittura.  Finora tutto va bene,  tutte le nostre membra sono ancor
    sane.
    DOUGLAS: Quanto il cuore pu desiderarlo la paura  non    parola  che
    s'oda pronunziare in Scozia.
    (Entra SIR RICCARDO VERNON).
    HOTSPUR: Mio cugino Vernon! Benvenuto, per l'anima mia!
    VERNON:  Pregate  Iddio  che  le  mie  notizie  meritino il benvenuto,
    signore.  Westmoreland,  forte di settemila uomini,  marcia  a  questa
    volta: con lui  il principe Giovanni.
    HOTSPUR: Niente di male. Che altro c'?
    VERNON:  Ho appreso inoltre che il re in persona s' mosso,  o intende
    di venir qui rapidamente con forte e potente esercito.
    HOTSPUR: Anche lui sar ben accolto. Dov' suo figlio, quel pazzerello
    del principe di Galles dal pi leggero, e i suoi camerati che spinsero
    da parte il mondo, ordinandogli di girare a sua posta?
    VERNON: Tutti equipaggiati, tutti in armi,  tutti piumati come struzzi
    che fendono il vento con l'ali, rifocillati come aquile che escono dal
    bagno,  scintillanti come immagini in vesti dorate, pieni di vita come
    il mese di maggio, e sfolgoranti come il sole di luglio,  procaci come
    capretti,  impetuosi come torelli.  Ho visto il giovane Enrico, con la
    visiera abbassata, i cosciali alle gambe,  tutt'armato splendidamente,
    sollevarsi da terra come l'alato Mercurio e balzare in sella con tanta
    destrezza,  quale  angelo caduto dalle nubi per montare e maneggiar un
    ardente Pegaso,  e incantare il mondo con la sua  nobile  maestria  di
    cavaliere.
    HOTSPUR: Basta,  non dir altro. Queste lodi accendon la febbre pi che
    il sole di marzo. Vengano pure;  essi giungono come vittime adorne pel
    sacrificio,  che  offriremo ancor calde e sanguinanti all'occhiardente
    vergine della fumante guerra.  Marte,  coperto  della  sua  maglia  di
    ferro,  sieder sul suo altare,  immerso nel sangue fino agli orecchi.
    Sono tutto in fiamme,  sentendo che questa ricca preda  cos vicina e
    non  nostra  ancora.  Via,  lasciatemi provare il mio cavallo che deve
    portarmi  come  fulmine  contro  il  petto  del  principe  di  Galles.
    S'incontrer un Enrico con un Enrico,  destriero con focoso destriero,
    per non pi separarsi, finch l'un dei due non cadr cadavere. Oh,  se
    Glendower fosse venuto!
    VERNON: Ci sono altre notizie. Appresi a Worcester, mentre cavalcavo a
    questa  volta,  ch'egli  non  potr radunare le sue forze prima di due
    settimane.
    DOUGLAS: E' la peggior notizia ch'io abbia sinora udito.
    VERNON: S, in fede mia, essa ha un suono che gela.
    HOTSPUR: A quanto potr ammontare l'intero esercito del re?
    VERNON: A trentamila.
    HOTSPUR: Siano pure quarantamila!  Senza  mio  padre  e  Glendower  le
    nostre  forze  potranno  bastare  per  la  grande  giornata.  Andiamo,
    passiamole rapidamente in rassegna;  il giorno del giudizio   vicino:
    se dobbiamo tutti morire, moriamo allegramente.
    DOUGLAS:  Non parlar di morire: io non temo la morte,  o la mano della
    morte, per questa mezza annata.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una strada pubblica presso Coventry.

    (Entrano FALSTAFF e BARDOLFO).
    FALSTAFF: Bardolfo, vattene intanto a Coventry: riempimi una bottiglia
    di vin di Spagna; i nostri soldati traverseranno la citt;  noi saremo
    a Sutton Co'fil' stasera.
    BARDOLFO: Volete darmi un po' di denaro, capitano?
    FALSTAFF: Mettilo fuori tu, mettilo fuori tu.
    BARDOLFO: Questa bottiglia fa un angelo.
    FALSTAFF:  E  se fa un angelo prendilo per le tue fatiche,  e se ne fa
    venti, prendili tutti quanti,  io rispondo della bont del conio.  Di'
    al mio luogotenente Peto d'incontrarmi in fondo alla citt.
    BARDOLFO: Cos far, capitano. Arrivederci.
    (Esce).
    FALSTAFF:  Se  non  mi  vergogno  dei  miei  sudditi voglio essere una
    triglia marinata. Ho abusato della leva del re in un modo dannato.  Ho
    preso, in cambio di centocinquanta soldati, trecento e tante sterline.
    Non  fo  leva  che  tra  facoltosi  possidenti,  figli  di agricoltori
    benestanti: vo in cerca di giovani fidanzati,  quelli i cui bandi eran
    stati fatti due volte;  una provvista di comodoni che avrebbe pi caro
    sentir la voce del diavolo che un tamburo;  gente che teme lo sparo di
    un  archibugio  peggio  di un uccello colpito o di un'anatra selvatica
    ferita.  Non ho arruolato che mangiatori di  crostini  imburrati,  con
    nella  pancia  dei  cuori  non pi grossi di una testa di spillo,  che
    hanno comprato la dispensa dal servizio. Ora tutto il mio esercito non
    si  compone  che  d'alfieri,  caporali,  luogotenenti,  sottufficiali:
    miserabili, laceri come Lazzaro che si vede sulle tele dipinte, quando
    i cani del ricco Epulone gli leccavano le piaghe; tutta gente che, per
    dire  il vero,  non furon mai soldati: servitori disonesti licenziati,
    figli  cadetti  di  fratelli  cadetti,   garzoni  d'osteria  scappati,
    stallieri  disoccupati,  cancheri  d'un mondo tranquillo e d'una lunga
    pace,   dieci  volte  pi  vergognosamente  stracciati  d'una  vetusta
    bandiera.  Per  riempire  i  posti di quelli che hanno comprato i loro
    congedi ho messo insieme una tale accozzaglia,  che  pensereste  ch'io
    abbia centocinquanta laceri figli prodighi appena tornati dal badare i
    porci  e  dal  nutrirsi  di  avanzi  e  di  ghiande.  Un burlone,  che
    m'incontr per la strada,  mi disse che  avevo  alleggerito  tutte  le
    forche  e  arruolato  cadaveri.  Nessun  occhio  ha  mai  visto simili
    spauracchi. Non marcer attraverso Coventry con loro, questo  chiaro.
    C' di pi;  i marioli marciano con le gambe larghe come se avessero i
    ferri  ai  piedi,  ch  in  verit  ne  ho  cavata la maggior parte di
    prigione. Non c' che una camicia e mezzo in tutta la mia compagnia, e
    la mezza camicia  fatta di due tovaglioli  uniti  insieme  e  gettati
    sulle spalle, come una cotta d'araldo senza maniche, e la camicia, per
    dir la verit fu rubata al mio oste a Sant'Albano, o al locandiere dal
    naso rosso di Daventry.  Ma questo non importa,  troveranno abbastanza
    biancheria su tutte le siepi.
    (Entrano il PRINCIPE ENRICO e WESTMORELAND).
    PRINCIPE: Ebbene, pallone d'un Gianni? Come va, materasso?
    FALSTAFF: Che!  Rigo!  Come va,  pazzerello?  Che diavolo fai tu nella
    contea  di  Warwick?  Mio  buon  signore  di Westmoreland,  vi domando
    perdono, pensavo che Vostro Onore fosse gi a Shrewsbury.
    WESTMORELAND: In verit, sir Giovanni,  da un bel pezzo che io dovrei
    esserci,  e voi pure;  ma le mie forze  vi  son  gi.  Il  re,  ve  lo
    assicuro, conta su tutti noi: dobbiamo partire tutti stasera.
    FALSTAFF: Che! Non dubitate di me, io son vigile come un gatto a rubar
    crema.
    PRINCIPE:  Credo  davvero a rubar crema,  ch il tuo furto ti ha fatto
    gi diventar burro. Ma dimmi, Gianni, di chi sono quegli individui che
    ci seguono?
    FALSTAFF: Miei, Rigo, miei.
    PRINCIPE: Non ho mai visto pi miserabili straccioni.
    FALSTAFF: Che!  Che!  Buoni abbastanza per farsi  infilare;  carne  da
    cannone, carne da cannone; riempiranno una fossa al pari dei migliori.
    Va' l, amico, uomini mortali, uomini mortali.
    WESTMORELAND:  S,  sir Giovanni ma mi sembra che siano poveri e magri
    oltre misura, troppo sbrindelloni.
    FALSTAFF: In fede mia!  Quanto alla loro povert non so dove l'abbiano
    presa; quanto alla magrezza io non l'ho loro insegnata di certo.
    PRINCIPE: No,  lo giurerei,  a meno che non chiamate magrezza aver tre
    dita di lardo sulle costole.  Ma sbrigatevi,  galantuomo!  Percy  gi
    sul campo.
    (Esce).
    FALSTAFF: Che! Il re  gi accampato?
    WESTMORELAND: S, sir Giovanni, temo che indugiamo troppo.
    FALSTAFF:  Benissimo,  la  fine  di una battaglia e il principio di un
    banchetto son proprio quel che ci vuole per un pigro combattente e  un
    convitato affamato.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Il campo dei ribelli presso Shrewsbury.

    (Entrano HOTSPUR, WORCESTER, DOUGLAS e VERNON).
    HOTSPUR: Ci batteremo con lui stanotte.
    WORCESTER: Ci non pu essere.
    DOUGLAS: Allora gli date vantaggio.
    VERNON: Neppur per ombra.
    HOTSPUR: Perch dite questo? Non attende egli rinforzi?
    VERNON: E noi pure.
    HOTSPUR: I suoi son certi, i nostri son dubbi.
    WORCESTER:  Buon  cugino,   lasciatevi  consigliare:  non  vi  muovete
    stanotte.
    VERNON: Non vi muovete, mio signore.
    DOUGLAS: Voi non mi consigliate  bene.  Dite  cos  per  paura  e  per
    freddezza di cuore.
    VERNON: Non mi calunniate,  Douglas; sulla mia vita! - e oso sostenere
    ci che dico con la mia  vita  -  se  un  beninteso  onore  mi  spinge
    innanzi,  io mi consiglio s poco con la debole paura, quanto voi, mio
    signore,  o ogni altro scozzese che oggi vive.  Vedremo  domani,  alla
    battaglia, chi di noi ha paura.
    DOUGLAS: S, o stanotte.
    VERNON: Acconsento.
    HOTSPUR: Stanotte, io dico.
    VERNON: Andiamo, andiamo, ci non pu essere. Assai mi meraviglio, che
    uomini  esperti  al  comando  come  siete  voi,  non  prevediate quali
    ostacoli trattengono la nostra spedizione: parte della  cavalleria  di
    mio  cugino  Vernon  non    ancora giunta;  i cavalieri di vostro zio
    Worcester non sono arrivati che oggi,  e il  loro  ardore  e  il  loro
    slancio  sono  addormentati,  il loro coraggio domato e smussato dalla
    dura fatica: non v' un solo cavaliere che non sia la met della  met
    di s.
    HOTSPUR:  Nelle  stesse  condizioni,  in  generale  la cavalleria del
    nemico,  spossata dal viaggio e infiacchita,  mentre la maggior  parte
    dei nostri sono completamente riposati.
    WORCESTER: Le truppe del re sono assai pi numerose delle nostre;  per
    amor di Dio, cugino, attendete finch tutti siano giunti.

    (Una tromba annuncia un parlamentare. Entra SIR GUALTIERO BLUNT).
    BLUNT: Vengo con graziose offerte da parte del  re,  se  mi  concedete
    rispettoso ascolto.
    HOTSPUR: Benvenuto, sir Gualtiero Blunt, e volesse Iddio che foste de'
    nostri!  Alcuni  tra  noi  vi  amano molto e invidiano i vostri grandi
    meriti e la bella fama,  poich non siete della nostra  parte,  ma  ci
    state contro come nemico.
    BLUNT: E Dio mi guardi di non esserlo sempre, fintantoch, fuor d'ogni
    limite  e  dovere  di  lealt,  voi  state contro la sacra maest.  Ma
    veniamo al mio messaggio.  Il re mi ha mandato per conoscere la natura
    delle vostre lagnanze, e per qual motivo voi sollevate, dal seno della
    pace  civile,  questa  temeraria  ostilit,  insegnando  al  suo regno
    sottomesso un'audacia crudele. Se il re ha, in qualche modo, obliato i
    vostri servigi che confessa esser molteplici,  egli v'invita a dire le
    vostre lagnanze, e, in gran fretta, i vostri desideri saranno appagati
    con  usura  e  avrete  perdono assoluto per voi e per tutti coloro,  a
    istigazione vostra, cos traviati.
    HOTSPUR: Gentile  il re, e noi ben sappiamo che il re conosce in qual
    momento giova promettere e in quale mantenere.  Mio padre,  mio zio ed
    io gli demmo la corona che porta. Quando, con la sola forza di s e no
    ventisei  seguaci,  disprezzato  nell'opinione  del  mondo,  misero  e
    umiliato,   povero  proscritto  di  cui  nessuno  si   curava,   torn
    nascostamente in patria, mio padre lo accolse da amico sulla spiaggia,
    e udendolo giurare e far voto dinanzi a Dio, con lacrime d'innocenza e
    proteste  di  fedelt,  ch'egli  non  tornava  che  per essere duca di
    Lancaster,  reclamare le sue terre e  chiedere  il  suo  perdono,  mio
    padre,  mosso dalla bont del suo cuore e dalla piet, gli giur aiuto
    e glielo diede anche.  Allorch i pari e i baroni del regno videro che
    Northumberland propendeva per lui,  grandi e piccoli vennero a lui col
    cappello in mano e, piegando il ginocchio,  gli mossero incontro nelle
    borgate,  nelle citt,  nei villaggi, lo attesero sui ponti gli fecero
    ala,  gli offersero doni,  gli giurarono fedelt,  gli diedero i  loro
    eredi  come paggi,  seguirono i suoi passi in auree moltitudini.  Poco
    dopo costui - come avviene quando la grandezza conosce se stessa -  mi
    sale un po' pi in alto che non avesse promesso a mio padre,  allorch
    povero gli scorreva il sangue, sulla desolata spiaggia di Ravenspurgh;
    e ora eccolo in verit che s'incarica di  riformare  certi  editti  ed
    alcuni severi decreti che troppo opprimono il popolo; grida contro gli
    abusi, sembra che pianga sulle sventure della sua patria, e con questo
    sembiante,  con questa maschera di giustizia,  si conquista i cuori di
    tutti quelli ai quali aveva gettato l'amo.  And anche pi oltre: fece
    tagliar la testa a tutti i favoriti,  che il re assente aveva lasciati
    qui come suoi deputati,  mentr'egli attendeva in persona  alla  guerra
    d'Irlanda.
    BLUNT: Tacete, non son venuto a udir questo.
    HOTSPUR:  Veniamo dunque al punto.  Poco tempo dopo egli depose il re;
    subito dopo gli tolse la vita;  senza por tempo in mezzo  oppresse  lo
    Stato di tasse;  a peggiorare le cose, lasci che il suo parente March
    - che se ciascuno fosse al suo proprio posto sarebbe suo re  legittimo
    - fosse trattenuto come ostaggio nel Galles,  per restarvi prigioniero
    senza riscatto; umili me nelle mie fortunate vittorie, cerc di farmi
    cadere nell'insidia per mezzo dello spionaggio;  cacci con  improperi
    mio  zio  dal consiglio;  rabbiosamente conged mio padre dalla corte;
    infranse giuramento su  giuramento,  commise  abusi  su  abusi  e,  in
    conclusione,  ci  spinse  a  cercar  salvezza  in  questo  esercito e,
    altres,  a esaminar un po' pi da  vicino  il  suo  titolo,  che  noi
    troviamo di linea troppo indiretta perch possa a lungo continuare.
    BLUNT: Devo portare questa risposta al re?
    HOTSPUR:  Non  questa,  sir  Gualtiero:  ci  ritireremo un momento per
    consultarci. Andate dal re; che ci dia qualche pegno di sicuro ritorno
    e,  al mattino presto,  mio zio gli porter le nostre proposte.  E con
    questo, addio.
    BLUNT: Mi auguro che accetterete il suo perdono e la sua amicizia.
    HOTSPUR: Pu darsi che li accetteremo.
    BLUNT: Prego Dio che sia cos!
    (Escono).

    SCENA QUARTA - York. Il Palazzo dell'Arcivescovo.

    (Entrano l'ARCIVESCOVO DI YORK e SIR MICHELE).
    ARCIVESCOVO:  Affrettatevi,  buon sir Michele,  portate questa lettera
    suggellata, con fretta alata, al lord maresciallo; questa a mio cugino
    Scroop, e tutte le altre alle persone cui sono indirizzate. Se sapeste
    di quale importanza sono, vi sbrighereste davvero!
    MICHELE: Mio buon signore, indovino il loro contenuto.
    ARCIVESCOVO:  E'  probabile  che  lo  indoviniate.  Domani,  buon  sir
    Michele,   il giorno in cui le sorti di diecimila uomini devono esser
    messe alla prova,  poich,  messere,  da quanto mi si  fa  veracemente
    intendere,  il  re s'incontra a Shrewsbury con lord Arrigo,  con forze
    potenti che ha raccolto rapidamente,  e io  temo,  sir  Michele,  che,
    parte a causa della malattia di Northumberland,  le cui forze erano le
    pi considerevoli,  e parte a causa  dell'assenza  di  Owen  Glendower
    ch'era  pure un vigoroso nerbo su cui contavano,  e che ora,  dissuaso
    dalle predizioni,  non  venuto,  le forze di Percy sian troppo deboli
    per dare immediata battaglia al re.
    MICHELE: Ma,  mio buon signore,  non dovete temere, c' Douglas e lord
    Mortimer.
    ARCIVESCOVO: No, Mortimer non c'.
    MICHELE: Ma c' Mordake, Vernon, lord Arrigo Percy, e c' monsignor di
    Worcester,   e  una  schiera  di   valorosi   guerrieri,   di   nobili
    gentiluomini.
    ARCIVESCOVO:  Cos  ,  ma  il  re ha radunato il fior delle truppe di
    tutto il paese: il principe di Galles, lord Giovanni di Lancaster,  il
    nobile Westmoreland, il battagliero Blunt, e molti altri soci e uomini
    onorevoli di gran fama ed autorit nelle armi.
    MICHELE: Non dubitate, signor mio, troveranno degni avversari.
    ARCIVESCOVO: Lo spero anch'io,  pure giova temere, e onde prevenire il
    peggio, affrettatevi,  sir Michele,  ch se lord Percy non ha fortuna,
    prima  che  il  re  congedi  le sue truppe si propone di farci visita,
    avendo avuto notizia della nostra cospirazione,  e non  che  prudenza
    di  rafforzarci  contro  di lui;  affrettatevi dunque.  Debbo andare a
    scrivere ancora ad altri amici, ed ora addio, sir Michele.
    (Escono).








    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Il campo del Re presso Shrewsbury.

    (Entrano ENRICO QUARTO, il PRINCIPE ENRICO, GIOVANNI DI LANCASTER, SIR
    GUALTIERO BLUNT e SIR GIOVANNI FALSTAFF).
    ENRICO: Come sanguigno il sole comincia a spuntare su  quella  boscosa
    collina! Il giorno sembra impallidire al suo aspetto alterato.
    PRINCIPE:  Il vento meridionale annunzia come araldo i suoi propositi,
    e sibilando cavernoso tra le foglie predice una giornata di tempesta e
    d'uragano.
    ENRICO: Sia allora d'un  sentire  con  chi  perde,  poich  nulla  pu
    sembrare brutto a coloro che vincono.
    (Suona una tromba. Entrano WORCESTER e VERNON).
    Ebbene, monsignore di Worcester! Non va bene che voi ed io ci si debba
    incontrare  nei  termini  in  cui c'incontriamo.  Voi avete tradito la
    nostra fiducia e ci avete costretti a spogliarci delle  nostre  comode
    vesti  di  pace  per comprimere le nostre vecchie membra coll'inurbano
    acciaio;  questo non va bene,  signor mio,  questo non  va  bene.  Che
    rispondete? Volete sciogliere questo rozzo nodo di una guerra aborrita
    da  tutti,  e muovervi ancora nell'orbita di quell'obbedienza,  in cui
    brillavate di splendore s puro e naturale,  rinunziando a essere  una
    meteora  di  vapori,  un prodigio di terrore e un presagio di sventure
    scatenate per i tempi che han da nascere?
    WORCESTER: Ascoltatemi,  mio sovrano.  Quanto a me,  potrei esser  ben
    contento  di  passare  il  margine  estremo  della  mia  vita  in  ore
    tranquille,  ch,  vi assicuro,  io non ho cercato  questo  giorno  di
    discordia.
    ENRICO: Voi non lo avete cercato! Com' dunque venuto?
    FALSTAFF:  La  ribellione  si  trovava  sul suo cammino,  egli egli la
    trov.
    PRINCIPE: Silenzio, gracchio, silenzio!
    WORCESTER: Piacque a Vostra Maest distogliere da me  e  da  tutta  la
    nostra  casa  gli sguardi del vostro favore;  eppure debbo ricordarvi,
    mio signore, che noi fummo i primi e i pi cari dei vostri amici.  Per
    voi  io  ruppi  il  bastone  del  mio comando al tempo di Riccardo,  e
    viaggiai giorno e notte per  venirvi  incontro  e  baciarvi  la  mano,
    allorch  non  eravate  ancora per posizione e per stima n potente n
    fortunato come me. Fui io stesso,  e furono mio fratello e suo figlio,
    che vi riconducemmo in patria sfidando arditamente tutti i pericoli di
    quell'ora.  Voi  ci giuraste,  e il giuramento lo faceste a Doncaster,
    che non avevate alcuna intenzione avversa allo  Stato  e  che  avreste
    reclamato  soltanto i diritti allora maturati: il dominio di Gand,  il
    ducato di Lancaster.  Noi giurammo di aiutarvi in questo.  Ma in breve
    la  fortuna  vi  piovve  a  profusione sul capo e foste inondato da un
    diluvio di grandezza, in parte a causa del nostro aiuto,  in parte per
    l'assenza del re,  e altres per le colpe di un frivolo regno,  per le
    sofferenze che pareva voi aveste sopportate,  e per i  venti  contrari
    che  trattennero  s  a  lungo  il  re  nelle  sue  sfortunate  guerre
    d'Irlanda,  che tutti in Inghilterra lo credettero  morto.  Da  questo
    cumulo  di  eventi  favorevoli coglieste occasione per farvi vivamente
    pregare  di  afferrare  nelle  vostre  mani  il  governo  del   paese.
    Dimenticaste allora il giuramento fatto a noi a Doncaster,  e, nutrito
    da noi,  ci trattaste come quel crudele pulcino,  il  giovane  cuculo,
    tratta  il  passero:  v'impossessaste  del  nostro nido,  e col nostro
    nutrimento cresceste a tal mole,  che  neanche  il  nostro  amore  os
    avvicinarsi  al  vostro  sguardo  per  tema di essere divorato;  e per
    salvarci,  fummo costretti a fuggire con agile ala lontano dal  vostro
    sguardo  e  riunire  le  nostre  presenti forze;  per cui vi stiamo di
    fronte per quelle stesse ragioni che  voi  medesimo  vi  siete  levate
    contro  colla  vostra  ingrata  condotta,  i  minacciosi  sguardi e la
    violazione di tutti gl'impegni e giuramenti che ci faceste  nei  primi
    tempi della vostra impresa.
    ENRICO: Queste cose le avete infatti enumerate e proclamate alle croci
    dei  mercati,  le  avete  lette  nelle chiese alfin di ornare il manto
    della ribellione di qualche bel colore che riesca gradito  agli  occhi
    di  quei volubili voltacasacca e poveri scontenti,  che stanno a bocca
    aperta  e  si  fregano  le  mani  ascoltando  le  notizie  di  qualche
    tumultuosa  innovazione.  Non  mai la ribellione manc di simili tinte
    d'acquerello per dipingere la sua causa,  n  di  canaglia  furibonda,
    affamata per un po' di turbolenta ruina e disordine.
    PRINCIPE: Pi d'un'anima,  nei nostri due eserciti,  pagher caramente
    questo incontro, se mai essi verranno alle mani.  Dite a vostro nipote
    che il principe di Galles si unisce al mondo intiero in lode di Enrico
    Percy.  Per tutte le mie pi care speranze,  non mettendo in suo conto
    la presente impresa,  io non credo  viva  gentiluomo  pi  prode,  pi
    attivamente  valoroso  o pi valorosamente giovanile,  pi baldo e pi
    audace di lui, che adorni questo nostro tempo con le sue nobili gesta.
    Quanto a me,  e lo dico a mia vergogna,  ho negletto  i  doveri  della
    cavalleria e,  a quel che mi si dice,  tale  l'opinione ch'egli ha di
    me.  Pure dichiaro innanzi alla maest di mio padre che  sarei  lieto,
    nonostante il vantaggio del suo gran nome e della sua fama, di tentare
    la fortuna con lui in singolar tenzone onde risparmiar sangue alle due
    parti.
    ENRICO:  E noi,  principe di Galles,  ti permetteremmo dl correre tale
    ventura,  ad onta degli infiniti motivi che ci  si  opporrebbero.  No,
    buon Worcester,  no,  noi amiamo molto il nostro popolo;  amiamo anche
    quelli che sono stati persuasi a seguire il partito di vostro  nipote,
    e,  se accetteranno l'offerta del nostro perdono tanto lui che loro, e
    voi stesso e tutti quanti,  sarete ancora miei amici,  com'io di  voi.
    Andate a riferir questo a vostro nipote e portatemi risposta delle sue
    intenzioni.  Ma  s'egli non vuol cedere,  il rimprovero e la terribile
    punizione sono ai nostri comandi e compiranno il loro ufficio.  Ed ora
    andate; non vogliamo ora essere disturbati da altra risposta: facciamo
    una bella offerta; accettatela saggiamente.
    (Escono Worcester e Vernon).
    PRINCIPE: Non sar accettata,  sull'anima mia! Douglas e Hotspur uniti
    affronterebbero fiduciosi tutto il mondo in armi.
    ENRICO: Per questo ogni condottiero vada  al  suo  posto,  ch  appena
    avremo la loro risposta li attaccheremo; e Dio ci aiuti come la nostra
    causa  giusta!
    (Escono tutti eccetto il Principe e Falstaff).
    FALSTAFF:  Rigo,  se  durante la battaglia mi vedi a terra e mi ripari
    col tuo corpo, bene,  un servizio d'amico.
    PRINCIPE: Non v' che un colosso che potrebbe renderti tale  servizio.
    Di' le tue preghiere, e addio.
    FALSTAFF:  Vorrei che fosse ora di andare a letto,  Rigo,  e che tutto
    andasse bene.
    PRINCIPE: Tu sei debitore a Dio di un trapasso.
    (Esce).
    FALSTAFF: Debitore non sono ancora,  e mi  rincrescerebbe  di  pagarlo
    prima del suo giorno.  Che bisogno ho io di correre incontro a chi non
    mi cerca? Ebbene, non importa, l'onore mi tira innanzi.  Ma,  e se poi
    l'onore mi toglie di mezzo mentre io muovo all'attacco?  E allora? Pu
    l'onore rimettermi al posto una gamba? No. O un braccio? No.  Togliere
    il  dolore  di  una  ferita?  No.  L'onore  non  s'intende  dunque  di
    chirurgia? No. Che cosa  l'onore? Una parola.  Che cosa c' in questa
    parola  onore?  Che  cos' quest'onore?  Aria.  Bell'acquisto!  Chi lo
    possiede? Quegli che mor mercoled. Lo sente? No.  E' dunque una cosa
    inafferrabile?  S,  per i morti.  Ma non potr vivere con i vivi? No.
    Perch? La calunnia non lo soffrir.  E allora io non ne voglio punto:
    l'onore  non   che un mero stemma da mortorio,  e cos finisce il mio
    catechismo.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Il campo dei ribelli.

    (Entrano WORCESTER e VERNON).
    WORCESTER: Oh, no, sir Riccardo, mio nipote non deve sapere le offerte
    generose e liberali del re.
    VERNON: Sarebbe meglio che le conoscesse.
    WORCESTER: In questo caso siamo rovinati.  Non   possibile,  non  pu
    essere che il re tenga la sua promessa di amarci; ci sospetter sempre
    e  trover  occasione  di  punire  quest'offesa  col pretesto di altre
    colpe. Per tutta la nostra vita,  il sospetto fisser su di noi i suoi
    mille  occhi,  ch  del  tradimento non ci si pu fidare pi che della
    volpe, la quale, per quanto addomesticata,  carezzata e tenuta chiusa,
    conserver  sempre qualche tratto della selvatichezza della sua razza.
    Per triste o allegro che sia  il  nostro  aspetto,  i  nostri  sguardi
    saranno  male  interpretati e saremo nutriti come i buoi nella stalla,
    tanto pi accarezzati quanto  pi  vicini  a  morte.  Si  potr  forse
    dimenticare  la  trasgressione  di  mio  nipote,  ha  la  scusa  della
    giovinezza e del  sangue  ardente,  il  privilegio  del  nome  che  ha
    adottato:  Hotspur  lo  scervellato,  che  si  lascia  governare da un
    impulso.  Tutte le sue colpe gravano sul capo mio e di suo padre,  noi
    l'adescammo,  e  da  noi  si lasci corrompere.  Noi,  causa di tutto,
    pagheremo per tutti. Perci,  buon cugino,  non sappia Arrigo in alcun
    caso l'offerta del re.
    VERNON:  Riferite  ci  che volete;  io non far che confermare.  Ecco
    vostro nipote.
    (Entrano HOTSPUR e DOUGLAS).
    HOTSPUR:  Mio  zio    tornato.   Mettete  in  libert  monsignore  di
    Westmoreland. Che nuove, zio?
    WORCESTER: Il re vi dar battaglia tra poco.
    DOUGLAS: Fategli portare la sfida da monsignore di Westmoreland.
    HOTSPUR: Lord Douglas, andate voi stesso a dirglielo.
    DOUGLAS: Ci andr, perdio, e molto volentieri.
    (Esce).
    WORCESTER: Non v' alcun segno di clemenza nel re.
    HOTSPUR: Gliela chiedeste forse? Dio ne guardi!
    WORCESTER: Gli parlai dolcemente delle nostre lagnanze, dei giuramenti
    da  lui  rotti,  ed  egli  cerc  di  rimediarvi  negando con un nuovo
    spergiuro di aver mai mancato a un giuramento: e  ci  chiama  ribelli,
    traditori,  e  vuol  punirci  di questo nome odioso colle sdegnose sue
    armi.
    (Rientra DOUGLAS).
    DOUGLAS: All'armi! Gentiluomini, all'armi! ho lanciato un'audace sfida
    al viso di re Enrico,  e la port Westmoreland,  ch'era qui  ostaggio.
    Ci non pu mancare di farlo muovere rapidamente all'attacco.
    WORCESTER:  Il  principe di Galles si fece avanti in presenza del re e
    sfid voi, nipote, a singolare combattimento.
    HOTSPUR: Oh,  volesse il cielo che la contesa riposasse  sulle  nostre
    due teste,  e che nessuno,  eccetto io e Arrigo Monmouth, fosse oggi a
    corto di respiro! Dite, dite,  in che modo mi ha sfidato?  Lo ha fatto
    con disprezzo?
    VERNON:  No,  sull'anima  mia!  Non  ho udito mai in vita mia lanciare
    sfida con maggior modestia,  a  meno  che  non  fosse  un  fratello  a
    provocare un fratello ai nobili esercizi e alle prove delle armi. Egli
    vi rese tutti gli omaggi che ad uomo possono rendersi;  orn le vostre
    lodi di eloquenza  principesca,  parlo  dei  vostri  meriti  come  una
    cronaca, innalzandovi anche al di sopra della sua lode, e disprezzando
    questa  come  troppo  debole per apprezzarvi e,  cosa degna davvero di
    principe, fece di s una menzione piena di rossore, rimproverandosi la
    vagabonda giovinezza con tanta grazia,  come se in quell'istante  egli
    si fosse reso padrone dell'arte dell'insegnare e dell'imparare.  E qui
    si ferm,  ma lasciate ch'io dichiari al mondo che  s'egli  sopravvive
    all'avverso  fato  di  questa  giornata,  l'Inghilterra  non  avr mai
    posseduto  speranza  s  bella,  tanto  male  apprezzata  per  le  sue
    stravaganze.
    HOTSPUR: Io credo,  cugino, che tu sia invaghito delle sue follie. Non
    ho sentito mai ricordare in un principe pi sfrenata licenza;  ma  sia
    quello  che  vuole,  prima  di  sera  lo stringer s forte tra le mie
    braccia di soldato,  ch'egli si rannicchier  sotto  la  mia  carezza!
    All'armi,   all'armi!   Presto,   e  voi  compagni,   soldati,  amici,
    considerate quello che avete da fare da  voi  stessi  meglio  che  non
    possa accendervi il sangue con persuasiva parola io che non ho il dono
    dell'eloquenza.

    (Entra un Messo).

    MESSO: Mio signore ecco lettere per voi.
    HOTSPUR: Non posso leggerle adesso.  O signori,  il tempo della vita 
    breve; ma trascorrere miseramente questo breve tratto di tempo sarebbe
    ancora troppo lungo quand'anche la vita,  galoppando sullo stilo d'una
    meridiana,  finisse il suo viaggio in un'ora.  Se viviamo, viviamo per
    calpestare dei re; se moriamo,  bella  la morte,  quando dei principi
    muoiono  con  noi.  Quanto  alle  nostre  coscienze,  sante son l'armi
    impugnate per una giusta causa.

    (Entra un altro Messo).

    MESSO: Mio signore, preparatevi, il re avanza rapidamente.
    HOTSPUR: Lo ringrazio se mi taglia le parole, ch'io non fo professione
    di parlatore.  Vi dico soltanto  questo:  ogni  uomo  faccia  del  suo
    meglio. E ora traggo una spada per tingerne la lama del miglior sangue
    che  incontrer  nelle  vicende  di  questo  periglioso  giorno.  Ora,
    "Esprance"! Percy! E avanti! Sonate tutti potenti strumenti di guerra
    e a quella musica  abbracciamoci  tutti,  poich  scommetto  il  cielo
    contro  la  terra,  che  alcuni  tra noi non si renderanno mai pi una
    seconda volta simile cortesia.
    (Suonano le trombe. Si abbracciano ed escono).


    SCENA TERZA - Una pianura presso Shrewsbury.

    (Scorrerie e scaramucce.  Segnale d'allarme per la  battaglia.  Quindi
    entrano e s'incontrano DOUGLAS e SIR GUALTIERO BLUNT).
    BLUNT: Qual  il tuo nome, tu che nella battaglia mi attraversi sempre
    il cammino? Quale onore cerchi sul mio capo?
    DOUGLAS:  Sappi allora che il mio nome  Douglas,  e che ti seguo cos
    nella battaglia perch alcuni mi dicono che tu sei un re.
    BLUNT: Ti dicono il vero.
    DOUGLAS: Il signore di Stafford ha pagata cara oggi la sua somiglianza
    con te, poich questa spada ha messo fine ai suoi giorni invece che ai
    tuoi,  re Enrico;  lo stesso  far  di  te,  se  non  ti  arrendi  mio
    prigioniero.
    BLUNT: Non nacqui di quelli che si arrendono, o superbo scozzese, e tu
    troverai un re che vendicher la morte di lord Stafford.
    (Combattono e Blunt  ucciso).

    (Entra HOTSPUR).

    HOTSPUR: O Douglas! Se tu avessi combattuto cos a Holmedon, non avrei
    mai trionfato di alcuno scozzese.
    DOUGLAS: Tutto  finito, la vittoria  completa: qui giace il re senza
    vita.
    HOTSPUR: Dove?
    DOUGLAS: Qui.
    HOTSPUR: Questo,  Douglas?  No; conosco benissimo questo volto; era un
    prode cavaliere di nome Blunt, equipaggiato in tutto come il re.
    DOUGLAS: Un pazzo accompagni la tua anima dovunque essa  vada!  Troppo
    caro  hai  pagato un titolo d'accatto.  Perch mi hai detto che eri il
    re?
    HOTSPUR: Ve ne son parecchi che combattono nella cotta d'arme del re.
    DOUGLAS: E allora,  per la mia spada!  io uccider tutte le sue cotte,
    trucider  tutto  il  suo  guardaroba,  pezzo  per  pezzo,  finch non
    m'incontrer col re.
    HOTSPUR: Su, andiamo!  I nostri soldati sono in procinto di vincere la
    giornata.
    (Escono).

    (Allarme. Entra FALSTAFF, solo).

    FALSTAFF:  Quantunque  a  Londra potessi sfuggire al pagamento del mio
    scotto, temo di rimaner scottato dalle fucilate qui,  qui non si fanno
    tacche che sulla zucca. Piano! Chi siete? Sir Gualtiero Blunt! L'avete
    avuto l'onore,  non  mica vanit questa!  Io son caldo come il piombo
    liquefatto e altrettanto pesante.  Dio tenga il piombo lontano da  me!
    Non mi occorre altro peso che quello delle mie viscere.  Ho condotto i
    miei straccioni dove son stati cucinati!  Di trecentocinquanta non  ne
    rimangono  tre  in  vita,   e  cos  conci,   che  dovranno  domandare
    l'elemosina, per il resto della loro vita, alle porte della citt.  Ma
    chi vien qui?

    (Entra il PRINCIPE ENRICO).

    PRINCIPE: Che!  Te ne stai qui oziando?  Prestami la tua spada.  Molti
    nobili,  la cui morte non  vendicata,  giacciono irrigiditi e  freddi
    sotto  le zampe dei cavalli dell'insolente nemico: ti prego,  dammi la
    tua spada.
    FALSTAFF: O Rigo,  ti prego,  lasciami prender fiato un momento.  Quel
    turco  di  papa Gregorio non comp mai tali gesta con le armi quali ne
    ho compiute io quest'oggi. Ho spacciato Percy, l'ho messo al sicuro.
    PRINCIPE: C' davvero ai sicuro!  E' vivo e fresco per  ucciderti.  Ti
    prego, dammi la tua spada.
    FALSTAFF: No,  per Iddio!  Rigo,  se Percy  vivo, tu non avrai la mia
    spada, ma prendi la mia pistola, se vuoi.
    PRINCIPE: Dammela. Che! E' nella fonda?
    FALSTAFF: S,  Rigo,   calda,   calda;  ce n' dentro da riempire di
    fumi una citt.
    (Il Principe tira fuori dalla fonda una bottiglia di vin di Spagna).
    PRINCIPE: Come! E' questo il momento di scherzare e folleggiare?
    (Gliela getta ed esce).
    FALSTAFF: Bene,  se Percy  vivo  un uomo perso.  Se egli viene sulla
    mia strada,  bene;  ma se non ci viene,  e io capito nella sua di  mia
    volont,  che  faccia pur di me una bistecca.  A me non piace un onore
    che fa far delle smorfie come quello di sir Gualtiero. Datemi la vita,
    e se la posso conservare,  bene,  se no l'onore viene senza  ch'io  lo
    cerchi, e tutto  finito.
    (Esce).


    SCENA QUARTA - Un altra parte del campo.

    (Allarme.  Scorrerie.  Entrano  ENRICO  QUARTO,  il  PRINCIPE  ENRICO,
    GIOVANNI DI LANCASTER e il CONTE DI WESTMORELAND).
    ENRICO: Ti prego,  Enrico,  ritirati;  tu perdi  troppo  sangue;  lord
    Giovanni di Lancaster, andate con lui.
    LANCASTER: Io no, mio signore, finch non perda anch'io sangue.
    PRINCIPE:  Supplico  Vostra  Maest  di venire avanti sul fronte della
    battaglia,  per timore che la vostra assenza  non  sgomenti  i  vostri
    amici.
    ENRICO:  Cos far.  Monsignore di Westmoreland,  conducetelo alla sua
    tenda.
    WESTMORELAND: Venite, signor mio, vi condurr alla vostra tenda.
    PRINCIPE: Condurmi, mio signore?  Non mi occorre il vostro aiuto.  Non
    voglia  Iddio  che una leggera scalfittura faccia ritirare il principe
    di Galles da un campo di battaglia  come  questo,  ove  tanta  nobilt
    giace bagnata nel sangue e calpestata, e le armi dei ribelli trionfano
    nelle stragi!
    LANCASTER:   Ci   siamo   riposati   anche  troppo.   Venite,   cugino
    Westmoreland;  il nostro dovere ci chiama da questa parte: venite  per
    amor di Dio.
    (Escono Giovanni di Lancaster e Westmoreland).
    PRINCIPE: Per Iddio!  Tu mi hai ingannato,  Lancaster!  Non ti credevo
    signore di tanto ardire;  prima ti amavo come mio fratello,  Giovanni;
    ma ora ti tengo caro come l'anima mia.
    ENRICO:  L'ho  visto  tener  lord  Percy a rispetto con resistenza pi
    vigorosa ch'io non m'aspettassi in s giovane guerriero.
    PRINCIPE: Oh, questo ragazzo ha del coraggio da vendere a tutti noi!
    (Esce. Allarme. Entra  DOUGLAS).

    DOUGLAS: Un altro re!  Crescono  come  le  teste  dell'Idra.  Io  sono
    Douglas,  fatale a tutti quelli che portano indosso i tuoi colori. Chi
    sei tu, che contraffai la persona di un re?
    ENRICO: Il re stesso,  o Douglas,  e molto  addolorato  che  tu  abbia
    incontrato tante sue ombre, e non il vero re. Ho due figli che cercano
    Percy  e  te per il campo: ma ora che mi sono fortunatamente imbattuto
    in te, ti metter alla prova. Difenditi.
    DOUGLAS: Temo tu sia un'altra contraffazione,  eppure,  in verit,  ti
    comporti da re.  Ma chiunque tu sia,  son certo che sarai mio: ed ecco
    come ti conquisto.

    (Combattono e mentre Enrico Quarto  in pericolo rientra  il  PRINCIPE
    ENRICO).

    PRINCIPE: Alza il capo, vile scozzese, o  probabile tu non lo sollevi
    mai pi!  Gli spiriti del valoroso Shirley, di Stafford, di Blunt sono
    nelle mie armi:  il principe di Galles che ti minaccia ed ei mai  non
    promette  se  non  intende  pagare.  (Combattono: Douglas fugge) State
    lieto mio signore: come  sta  Vostra  Grazia?  Sir  Nicola  Gawsey  ha
    mandato per soccorsi, e cos pure Clifton; andr subito da Clifton.
    ENRICO: Aspetta,  riprendi fiato un momento. Tu hai riacquistata tutta
    la perduta stima e mi hai dimostrato che tu fai  qualche  conto  della
    mia vita col bell'aiuto che mi hai portato.
    PRINCIPE: O Dio!  Troppo mi hanno oltraggiato coloro che han detto che
    io anelavo la vostra morte.  Se cos fosse,  avrei potuto lasciar  che
    continuasse  a trionfar su di voi l'insolente mano di Douglas,  che vi
    avrebbe spacciato pi rapidamente di tutte  le  velenose  pozioni  del
    mondo, risparmiando a vostro figlio la fatica del tradimento.
    ENRICO: Corri da Clifton: io andr da sir Nicola Gawsey.
    (Esce).

    (Entra HOTSPUR).

    HOTSPUR: S'io non m'inganno, tu sei Arrigo Monmouth.
    PRINCIPE: Tu parli come se io volessi negare il mio nome.
    HOTSPUR: Il mio nome  Arrigo Percy.
    PRINCIPE:  Vedo dunque un valoroso ribelle di questo nome.  Io sono il
    principe di Galles. Non pensare, Percy, di dividere pi a lungo alcuna
    gloria con me: due stelle non possono muoversi nella  medesima  sfera,
    n  l'Inghilterra pu sopportare il doppio regno di Arrigo Percy e del
    principe di Galles.
    HOTSPUR: N ci avverr, Arrigo;  ch l'ora  venuta che deve por fine
    a  uno di noi due.  Volesse Iddio che la tua fama nelle armi fosse ora
    grande come la mia!
    PRINCIPE: L'accrescer avanti di lasciarti,  e mieter gli  onori  che
    fioriscono sul tuo cimiero, per farne una ghirlanda al mio capo.
    HOTSPUR: Non posso tollerare pi a lungo le tue scempiaggini.
    (Combattono).

    (Entra FALSTAFF).

    FALSTAFF: Ben detto, Rigo! Dagli, Rigo! Ma non troverete qui un giuoco
    da ragazzi, ve lo assicuro.

    (Rientra  DOUGLAS;  combatte  con  FALSTAFF  che si lascia cadere come
    morto. DOUGLAS esce. HOTSPUR  ferito e cade).

    HOTSPUR: O Arrigo,  tu  mi  hai  derubato  della  mia  giovinezza!  Io
    sopporto meglio la perdita di questa fragile esistenza, che non quella
    degli orgogliosi titoli che hai conquistati su di me;  i miei pensieri
    ne son feriti pi che la mia carne per la tua spada,  ma il pensiero 
    lo  schiavo  della vita e la vita  lo zimbello del tempo,  e il tempo
    che abbraccia nella sua rassegna tutto il mondo,  deve anch'esso  aver
    fine.  Oh, potrei far profezie, ma la terrea e fredda mano della morte
    posa sulla mia lingua: no, Percy, tu sei polvere, cibo per...
    (Muore).
    PRINCIPE: Per i vermi, valoroso Percy. Addio, gran cuore!  Mal tessuta
    ambizione,  come  ti  sei  ritirata!  Quando  questo corpo racchiudeva
    un'anima,  un regno era troppo angusto confine per lui;  ora due passi
    della pi vile terra gli sono spazio sufficiente!  Questa terra che ti
    sostiene morto non sostiene vivo un gentiluomo intrepido come  te.  Se
    tu  fossi  ancora  sensibile  alle  lodi  non  mostrerei  per te tanta
    affettuosa premura. Che i miei colori coprano il tuo viso deturpato e,
    pur  da  parte  tua,   io  mi  ringrazier  per  averti  reso   questo
    bell'omaggio d'affetto.  Addio, porta con te in cielo le tue lodi ! La
    tua ignominia dorma con te nella tomba e non  sia  ricordata  nel  tuo
    epitaffio!  (Scorge Falstaff a terra) Che!  Vecchia conoscenza! Non ha
    potuto tutta questa carne conservare un poco di vita?  Povero  Gianni,
    addio!  Avrei  perduto pi volentieri un uomo migliore di te.  Oh,  mi
    peserebbe molto la tua mancanza se io fossi ora  vago  di  follie!  La
    morte  non  ha  colpito  oggi  una pi grassa preda,  sebbene ne abbia
    colpite molte pi predilette di te in questa sanguinosa  mischia.  Fra
    poco  torner a farti sventrare,  intanto giaci nel tuo sangue accanto
    al nobile Percy.
    (Esce).
    FALSTAFF (alzandosi): Sventrare!  Se tu mi sventri oggi,  ti  dar  il
    permesso di salarmi e, domani, anche di mangiarmi. Pel sangue d'Iddio!
    Era  tempo di contraffare il morto o quel bollente truculento scozzese
    mi avrebbe pagato lo scotto e sistemato per  sempre.  Contraffare?  Io
    mento;  io  non  ho contraffatto nulla;  morire  contraffare,  perch
    quegli che non ha la vita di un uomo  la contraffazione di  un  uomo;
    ma  far  finta  di  esser morto,  quando con questo mezzo uno riesce a
    vivere,  non  gi essere  una  contraffazione  ma  proprio  la  reale
    perfetta  immagine  della  vita.  La  miglior  parte  del  valore  la
    prudenza,  e con questa miglior parte  io  ho  salvato  la  mia  vita.
    Perdio!  Ho paura di questa polveriera di Percy, quantunque sia morto.
    E se anche lui simulasse la morte e si alzasse? In fede mia,  temo che
    di  noi  due  egli  si  dimostrerebbe il contraffattore pi gagliardo.
    Perci lo metter al sicuro, e poi giurer di averlo ucciso.  E perch
    non potrebbe egli alzarsi come ho fatto io?  Nulla pu denunciarmi, se
    non gli occhi, e nessuno mi vede: perci, compare,  (pugnalandolo) con
    una nuova ferita nella coscia, vieni con me.
    (Prende Hotspur sulle spalle).

    (Rientrano il PRINCIPE ENRICO e GIOVANNI DI LANCASTER).

    PRINCIPE: Vieni,  fratello Giovanni, tu hai valorosamente insanguinato
    la tua vergine spada.
    LANCASTER: Ma piano!  Chi abbiamo noi qui?  Non  mi  avete  detto  che
    questo grassone era morto?
    PRINCIPE:  Cos  vi  ho  detto;  l'ho  veduto  morto,  senza respiro e
    sanguinante sul terreno. Sei tu vivo?  O  uno scherzo che la fantasia
    fa ai nostri occhi?  Ti prego, parla; non ci fideremo dei nostri occhi
    senza la testimonianza delle nostre  orecchie.  Tu  non  sei  ci  che
    sembri.
    FALSTAFF: No,  questo  certo; non sono un uomo doppio, ma se non sono
    Gianni Falstaff sono allora uno zanni.  Ecco qui Percy;  (gettando per
    terra  il corpo) se vostro padre vuol farmi onore,  bene;  se no,  che
    uccida lui stesso un altro Percy.  Io mi aspetto di essere fatto conte
    o duca, ve lo assicuro.
    PRINCIPE: Ma se io stesso ho ucciso Percy e ho visto te morto!
    FALSTAFF: Tu l'hai ucciso? Signore! Signore! Come questo mondo  vlto
    alla menzogna!  Riconosco con voi ch'io ero per terra e senza fiato, e
    lui pure; ma ci siamo alzati tutti e due allo stesso istante e abbiamo
    combattuto una lunga ora all'orologio di Shrewsbury.  Se  mi  si  vuol
    credere,  bene,  se no,  quelli che dovrebbero ricompensare il valore,
    portino questo peccato sulla loro testa.  Giuro sulla mia  vita  ch'io
    gli  ho  fatto  questa ferita nella coscia;  se costui fosse vivo e lo
    negasse,  per le piaghe di Cristo!  gli farei mangiare un pezzo  della
    mia spada.
    LANCASTER: Questo  il pi strano racconto che io abbia mai sentito!
    PRINCIPE: E lui il pi strano individuo,  fratello Giovanni.  Andiamo,
    porta nobilmente sulle spalle il tuo fardello e per parte mia,  se una
    menzogna ti pu giovare, la dorer delle pi belle parole ch'io sappia
    trovare.  (Si  sente suonare la ritirata) La tromba suona la ritirata;
    la vittoria  nostra. Vieni,  fratello,  andiamo al punto pi alto del
    campo per vedere quali dei nostri amici son vivi e quali morti.
    (Escono i Principi Enrico e Lancaster).
    FALSTAFF: Seguir, come dicono, per mercede. Chi mi ricompensa, Dio lo
    ricompensi!  Se  io  divento grande,  diminuir,  perch mi purgher e
    lascer il vin di Spagna,  e vivr sobriamente come si conviene  a  un
    nobile.
    (Esce, portando via il cadavere).


    SCENA QUINTA - Un'altra parte del campo.

    (Suono di trombe.  Entrano ENRICO QUARTO, il PRINCIPE ENRICO, GIOVANNI
    DI LANCASTER, il CONTE DI WESTMORELAND e altri, con WORCESTER e VERNON
    prigionieri).
    ENRICO: Cos la  ribellione  trov  sempre  il  suo  castigo.  Perfido
    Worcester,  non  avevamo noi mandato a tutti grazia,  perdono e parole
    affettuose?  E tu non riferisti le nostre offerte in  modo  contrario?
    Non  tradisti  la  fiducia del tuo parente?  Tre cavalieri oggi uccisi
    nelle nostre file, un nobile conte e molti altri ancora sarebbero vivi
    a quest'ora,  se tu,  da cristiano,  avessi lealmente  portato  tra  i
    nostri eserciti un leale messaggio.
    WORCESTER:  Sono  stato  costretto  a  far quello che ho fatto per mia
    sicurezza;  ed ora mi sottometto con pazienza a quel  destino  che  mi
    cade sul capo, e a cui non posso sfuggire.
    ENRICO:  Conducete  a  morte  Worcester e anche Vernon;  per gli altri
    colpevoli aspetteremo. (Escono Worcester e Vernon scortati) Come va la
    battaglia?
    PRINCIPE: Il nobile scozzese, lord Douglas, quando ha visto sfuggirgli
    la fortuna della giornata,  morto il nobile  Percy,  e  tutti  i  suoi
    uomini  presi  dal  panico,    fuggito  col  resto e,  cadendo da una
    collina,  si  fracassato talmente,  che gl'inseguitori  l'han  preso.
    Douglas    nella  mia  tenda  e  supplico  Vostra  Grazia ch'io possa
    disporre di lui.
    ENRICO: Di tutto cuore.
    PRINCIPE: Allora,  fratello Giovanni  da  Lancaster,  toccher  a  voi
    questo  onorevole  atto  di generosit: andate da Douglas e lasciatelo
    libero di fare quello che pi gli piace, senza riscatto alcuno. Il suo
    valore,  che i nostri cimieri oggi hanno provato,  ci ha  insegnato  a
    pregiare  simili  atti  di  gran  coraggio  anche nel cuore dei nostri
    avversari.
    LANCASTER: Son riconoscente a Vostra Grazia di questa grande  cortesia
    che andr a conferire immediatamente.
    ENRICO:  Ecco  allora  quel  che  rimane  da fare: dividiamo il nostro
    esercito: voi,  mio figlio Giovanni,  e voi,  cugino  Westmoreland  vi
    dirigerete  su  York  con  la  pi solerte rapidit per scontrarvi con
    Northumberland e il prelato Scroop,  che,  a quanto si dice,  sono  in
    gran  faccende per armarsi.  Io e voi,  figlio Enrico,  marceremo alla
    volta del Galles per combattere Glendower e  il  conte  di  March.  La
    ribellione  avr  perduto  ogni suo impero in questa terra quando avr
    avuto un'altra sconfitta come questa e,  poich questa guerra    cos
    ben cominciata, non ci fermiamo finch non sia riconquistato tutto ci
    che  nostro.
    (Escono).







    RE ENRICO QUARTO - PARTE SECONDA.


    PERSONAGGI.

    LA FAMA, che recita il prologo.
    RE ENRICO QUARTO.
    ENRICO,  PRINCIPE DI GALLES,  poi Enrico Quinto;  PRINCIPE GIOVANNI DI
    LANCASTER, PRINCIPE HUMPHREY DI GLOUCESTER: suoi figli.
    TOMMASO, DUCA DI CLARENCE.
    IL CONTE DI WARWICK.
    IL CONTE DI WESTMORELAND.
    IL CONTE Dl SURREY.
    GOWER.
    HARCOURT.
    BLUNT.
    IL LORD GIUDICE SUPREMO.
    UN SERVO del Giudice Supremo.
    IL CONTE DI NORTHUMBERLAND.
    SCROOP, arcivescovo di York.
    LORD MOWBRAY.
    LORD BARDOLPH.
    LORD HASTINGS.
    SIR GIOVANNI COLEVILE.
    SIR GIOVANNI UMFREVILE.
    TRAVERS e MORTON, seguaci di Northumberland.
    SIR GIOVANNI FALSTAFF.
    Il suo Paggio.
    BARDOLFO.
    PISTOLA.
    POINS.
    PETO.
    SOMMARIO, SILENZIO: giudici di campagna.
    DAVY, servo di Sommario.
    MUFFITO, OMBRA, VERRUCA, FIACCO e TORELLO: reclute.
    ARTIGLIO e LACCIOLO, birri.
    LADY NORTHUMBERLAND.
    LADY PERCY.
    MONNA FAPRESTO, ostessa di una taverna in Eastcheap.
    DORA SQUARCIALENZUOLA.
    Signori e Famigli;  un Portiere,  Garzoni di  taverna,  alcuni  Birri,
    staffieri, eccetera; un Ballerino, che recita l'Epilogo.

    La scena  in Inghilterra.
    PROLOGO - Warkworth. Davanti al Castello di Northumberland.

    (Entra LA FAMA, tutta dipinta a lingue).
    FAMA: Aprite gli orecchi, poich chi di voi chiuder la via dell'udito
    quando  parla  la sonante Fama?  dall'oriente al declinante occidente,
    facendo del vento il mio cavallo di posta,  io rivelo di continuo  gli
    eventi  che  si  svolgono  su  questa palla di terra: sulle mie lingue
    cavalcano incessantemente le calunnie che  io  dico  in  ogni  lingua,
    riempiendo  gli  orecchi degli uomini di false notizie.  Parlo di pace
    mentre una ostilit nascosta ferisce il mondo sotto la maschera di una
    sicurezza sorridente.
    E chi se non la Fama,  ella sola,  fa radunare in allarme  schiere  di
    soldati  e preparar difese,  quando l'annata gravida di altre calamit
    si crede stia per procreare dal torvo  tiranno  della  guerra,  mentre
    nulla di tutto questo si prepara? La Fama  come un flauto ove suonano
    sospetti,  gelosie, congetture, e di uso cos facile e semplice che la
    moltitudine,  quello stupido mostro dalle innumerevoli  teste,  sempre
    discorde e ondeggiante, pu facilmente suonarlo.
    Ma  che  bisogno  v'  di  notomizzare  la mia persona davanti ai miei
    famigliari? Perch la Fama si trova qui? Io precorro la vittoria di re
    Enrico che in una sanguinosa battaglia presso Shrewsbury ha battuto il
    giovane Hotspur e le  sue  truppe,  smorzando  la  fiamma  dell'audace
    ribellione  nel  sangue  stesso dei ribelli.  Ma perch dico subito la
    verit?  Mio compito  di spargere la notizia che  Arrigo  Monmouth  
    caduto  sotto  il  furore  della spada del nobile Hotspur e che il re,
    sotto l'impeto di Douglas,  ha chinato fino al sepolcro la sua  fronte
    consacrata.
    Io  ho  sparso  queste  notizie  nei  borghi  tra  il  campo  reale di
    Shrewsbury e questa fortezza di rude pietra logorata dal  tempo,  dove
    il  padre  di  Hotspur,  il  vecchio  Northumberland,  finge di essere
    malato.  I corrieri arrivano affannati e non uno di loro  porta  altre
    novelle  se  non  quelle che ha appreso da me: dalle lingue della Fama
    essi portano le dolci consolazioni della menzogna,  peggiori dei  veri
    mali.
    (Esce).


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Davanti al Castello di Northumberland.

    (Entra LORD BARDOLPH).
    BARDOLPH: Chi guarda la porta qui? ol!
    (Il Portiere apre la porta).
    Dov' il conte?
    PORTIERE: Chi devo annunziare?
    BARDOLPH: Di' al conte che lord Bardolph lo attende qui.
    PORTIERE:  Sua Signoria passeggia in giardino;  piaccia a Vostro Onore
    di battere alla porta e il conte stesso vi risponder.

    (Entra NORTHUMBERLAND).

    BARDOLPH: Ecco il conte.
    (Il Portiere esce).
    NORTHUMBERLAND: Quali notizie, lord Bardolph? ogni minuto dovrebbe ora
    esser padre di qualche atto di violenza.  I tempi sono burrascosi;  la
    discordia come un cavallo sazio di ricco cibo ha follemente rotto ogni
    freno e travolge tutto dinanzi a s.
    BARDOLPH: Nobile conte, vi porto notizie sicure da Shrewsbury.
    NORTHUMBERLAND: Voglia Iddio che sian buone!
    BARDOLPH: Buone quanto il cuore pu desiderare: il re  quasi ferito a
    morte, e per la buona fortuna di monsignore vostro figlio, il principe
    Arrigo  ucciso di colpo;  entrambi i Blunt uccisi per mano di Douglas;
    il giovane principe Giovanni,  Westmoreland e Stafford son fuggiti dal
    campo, e quel cignale saginato al servizio di Arrigo di Monmouth, quel
    vascello di sir Giovanni,  prigioniero di vostro figlio. Una giornata
    cos  ben  combattuta  e condotta,  cos completamente vinta non aveva
    finora fatto onore ai secoli dopo i trionfi di Cesare!
    NORTHUMBERLAND: Dove avete avute queste notizie?  Avete visto il campo
    di battaglia? Venite da Shrewsbury?
    BARDOLPH:  Ho  parlato  con  uno,  mio signore,  che veniva di l,  un
    gentiluomo compito e di bella fama che mi diede onestamente le notizie
    per vere.
    NORTHUMBERLAND: Ecco che viene il mio servo Travers che mandai marted
    scorso a raccogliere notizie.
    BARDOLPH: Mio signore, io l'ho oltrepassato lungo la strada ed egli sa
    soltanto quello che pu avere appreso da me.
    (Entra TRAVERS).
    NORTHUMBERLAND: Ebbene, Travers, quali buone notizie ci portate?
    TRAVERS: Mio signore,  sir Giovanni Umfrevile mi fece tornare indietro
    con  liete notizie e,  meglio montato di me,  mi oltrepass.  Dopo lui
    venne a spron battuto un gentiluomo quasi esausto per la corsa che  si
    ferm accanto a me per far prendere fiato al suo cavallo tutto coperto
    di sangue.  Egli domand la via per Chester e io gli chiesi notizie di
    Shrewsbury.  Mi disse che la ribellione aveva la fortuna  contraria  e
    che lo sprone del giovane Arrigo Percy era ormai freddo. Cos dicendo,
    allent  le  redini  del  suo robusto cavallo e chinandosi sulla sella
    cacci gli sproni fino alla rotella nei  fianchi  ansanti  del  povero
    animale  e  senza  attendere  altre domande part d'un tal galoppo che
    sembrava divorare la strada.
    NORTHUMBERLAND: Ah!  ripeti ancora!  ti disse che lo sprone di  Arrigo
    Percy  era  freddo?  Sproneardente  divenuto  Spronefreddo?  e  che la
    ribellione era stata sfortunata?
    BARDOLPH: Mio signore,  ascoltate: se il mio giovane  signore,  vostro
    figlio,  non  ha  riportato  la vittoria,  sull'onor mio,  dar la mia
    baronia per un cordone di seta, statene certo.
    NORTHUMBERLAND: Allora perch quel gentiluomo che cavalc al fianco di
    Travers gli diede notizie di rovesci?
    BARDOLPH: Chi? costui!  era qualche povero diavolo che aveva rubato il
    cavallo  che  montava  e  vi  assicuro  parlava a casaccio,  Guardate,
    arrivano altre notizie.
    (Entra MORTON).
    NORTHUMBERLAND: Ecco, la fronte di quest'uomo,  simile al frontispizio
    di  un  libro,  annunzia  un tragico volume.  Cos  la spiaggia sulla
    quale i flutti  imperiosi  hanno  lasciato  testimonianza  della  loro
    usurpazione. Di', Morton, vieni tu da Shrewsbury?
    MORTON: Son fuggito da Shrewsbury,  mio nobile signore, ove l'aborrita
    morte ha preso la sua pi orrenda maschera per  spaventare  il  nostro
    partito.
    NORTHUMBERLAND:  Come stanno mio figlio e mio fratello?  tu tremi e il
    pallore della tua guancia  pi pronto della tua lingua a dire il  tuo
    messaggio.  Fu un uomo come te,  cos vacillante, cos abbattuto, cos
    smarrito,  con lo sguardo spento,  stravolto dal dolore,  che tir  la
    tenda  di  Priamo  nel  cuor della notte per dirgli che met della sua
    Troia era bruciata; ma Priamo indovin l'incendio prima ch'egli avesse
    ritrovato la sua lingua ed io indovino la morte del  mio  Percy  prima
    che tu me lo dica.  Ecco come avresti voluto dire: Vostro figlio fece
    questo,  e questo vostro fratello;  cos si batt il nobile  Douglas,
    colpendo il mio avido orecchio col racconto delle loro audaci imprese;
    ma infine,  come per dare al mio orecchio il colpo di grazia, tu mandi
    un  sospiro  per  dissipare  tutte  queste  lodi  e  finisci  dicendo:
    fratello, figlio e tutti sono morti.
    MORTON: Douglas  vivo e vostro fratello pure,  ma quanto a monsignore
    vostro figlio...
    NORTHUMBERLAND: Ecco,   morto!  vedete come il sospetto ha la  parola
    pronta!  Chi  teme solamente la cosa che non vorrebbe sapere riconosce
    per istinto negli occhi degli altri che quello che temeva   avvenuto.
    Tuttavia parla, Morton, di' al conte che la sua divinazione ha mentito
    e  io  prender  questo  come un cortese oltraggio e ti far ricco per
    avermi fatto un simile torto.
    MORTON: Voi siete troppo grande per essere smentito da me,  il  vostro
    spirito troppo sicuro, i vostri timori anche troppo certi.
    NORTHUMBERLAND:  Eppure,  nonostante  tutto,  non  mi dire che Percy 
    morto. Leggo una strana confessione nel tuo occhio,  tu scuoti il capo
    e  consideri  come  un pericolo o una colpa dire la verit.  Se egli 
    stato ucciso,  dillo pure: la lingua che annuncia la sua morte non  d
    offesa; pecca colui che smentisce una morte certa, non quegli che dice
    che  i  morti non son vivi.  Pure chi primo reca cattive notizie ha un
    ingrato compito e la sua lingua suona poi sempre come una cupa campana
    che ci ricorda con i suoi funebri rintocchi un amico scomparso.
    BARDOLPH: Non posso pensare, mio signore, che vostro figlio sia morto.
    MORTON: Sono afflitto di dovervi  costringere  a  credere  quello  che
    volesse  il  cielo  io non avessi veduto;  ma gli occhi miei lo videro
    tutto insanguinato rispondere con deboli colpi, stanco e affannato,  a
    Arrigo  Monmouth  la  cui  agile  collera abbatt l'indomito Percy sul
    terreno da dove non si rialz pi vivo. In breve la morte di Percy, il
    cui ardore dava una fiamma anche  al  pi  ottuso  paesano  delle  sue
    schiere, conosciuta nel campo, tolse ogni fuoco e ogni ardore alle pi
    temprate  delle sue truppe poich era la sua tempra a far saldo il suo
    partito e una volta lui scomparso tutti tornarono a essere quello  che
    erano  prima,  piombo  grigio  e pesante.  E come una cosa pesante una
    volta spinta vola  con  pi  grande  agilit,  cos  i  nostri  uomini
    appesantiti  dalla perdita di Hotspur prestarono colla loro paura tale
    rapidit a questo peso che le frecce non volano pi rapide,  verso  la
    loro  mira,  dei  nostri  soldati  i  quali,  mirando  solo  alla loro
    salvezza, fuggirono dal campo. Fu allora che il nobile Worcester venne
    fatto prigioniero e quel furioso Scozzese, il sanguinario Douglas,  la
    cui  spada  instancabile  aveva  ucciso  tre  volte  quelli che avevan
    assunto le sembianze del re, perdette coraggio, e dando una scusa alla
    vergogna di quelli che avevan voltato le spalle al nemico,  nella fuga
    inciamp  per  la  paura  e fu preso.  In breve,  il re ha vinto ed ha
    spedito in fretta delle truppe contro di voi,  mio signore,  sotto  il
    comando  del  giovane  Lancaster  e  di  Westmoreland.  Queste sono le
    notizie complete.
    NORTHUMBERLAND: Avr abbastanza tempo per piangere queste sventure: il
    veleno contiene il suo rimedio e queste notizie,  che se  fossi  stato
    bene mi avrebbero fatto ammalare,  essendo ammalato, mi hanno in certo
    qual modo guarito.  Come il disgraziato  le  cui  giunture  indebolite
    dalla febbre soccombono sotto il peso della vita come cardini divelti,
    nell'impazienza  del suo male sfugge come fiamma dalle braccia del suo
    custode,  cos le mie membra fiaccate ed esasperate ad  un  tempo  dal
    dolore  hanno  tre volte la loro forza.  Lungi da qui dunque le comode
    grucce!  Uno squamoso guanto dalle giunture d'acciaio ricopra  la  mia
    mano  e  via  questo  berretto  da  malato!  tu  sei una difesa troppo
    delicata per il capo che i principi inebriati dalla vittoria mirano  a
    colpire.  Ora  cingete  la mia fronte di ferro e venga l'ora pi aspra
    che i tempi e l'avversit portano con  duro  cipiglio  contro  l'irato
    Northumberland!  Che il cielo baci la terra!  che la mano della Natura
    non trattenga pi gli oceani  tempestosi!  che  muoia  ogni  legge  di
    natura!  che  il  mondo  non  sia  pi  un  teatro ove la discordia si
    trascina fiacca da un atto all'altro, ma che lo spirito del primo nato
    Caino regni in tutti i petti,  affinch tutti i cuori  siano  tesi  ad
    azioni  sanguinose  e  l'orrenda  scena  possa  aver  fine  e la notte
    seppellisca tutti i morti!
    TRAVERS: Questa collera eccessiva vi fa torto, mio signore.
    BARDOLPH: Caro conte,  che il vostro  onore  non  si  distacchi  dalla
    vostra saggezza.
    MORTON:  La  vita  di  tutti i vostri affezionati alleati poggia sulla
    vostra salute,  che dovr per forza declinare se vi  abbandonate  alle
    tempeste  della passione.  Voi calcolaste le eventualit della guerra,
    mio nobile signore,  e faceste il conto  delle  probabilit  prima  di
    dire: Ribelliamoci!. Sapevate che nella mischia vostro figlio poteva
    cadere, e che egli camminava tra pericoli, su di un orlo dal quale era
    pi  facile  cader  di sotto che traversare;  sapevate bene che la sua
    carne era soggetta a ferite e cicatrici e che il suo  spirito  ardente
    lo avrebbe condotto dove pi ardeva il pericolo. Tuttavia voi diceste:
    Avanti!  e  nessuno di questi rischi,  per quanto fortemente temuti,
    pot distogliervi da questa azione cos risolutamente decisa. Che cosa
     dunque accaduto o che cosa ha prodotto quest'audace impresa  se  non
    quello che era probabile accadesse?
    BARDOLPH:  Noi  tutti  che siamo colpiti da questa perdita sapevamo di
    avventurarci per mari cos perigliosi  da  avere  una  probabilit  su
    dieci di salvare la vita.  Tuttavia ci avventurammo perch il guadagno
    che avevamo in vista spegneva in noi le considerazioni  del  probabile
    pericolo  che  temevamo;  bench travolti e a terra,  tentiamo ancora.
    Venite,  scenderemo tutti in campo,  rischiando le nostre persone e  i
    nostri averi.
    MORTON: E' pi che tempo,  mio nobile signore.  So di certo, e vi dico
    la verit,  che il buon arcivescovo di York si  mosso con truppe  ben
    equipaggiate  ed    uomo  che  tiene i suoi seguaci in doppio legame.
    Monsignore vostro figlio non aveva con s per combattere che i  corpi,
    le  ombre,  le  apparenze  di  uomini.  La  parola stessa ribellione
    divideva  l'azione  del  loro  corpo  da  quella  dell'anima  ed  essi
    combatterono con riluttanza, costretti, come si beve un'amara pozione.
    Le  armi  soltanto sembravano essere dalla nostra parte,  ma quanto ai
    loro spiriti e alle loro anime la parola ribellione li aveva  gelati
    come  pesci  in uno stagno.  Ma ora il vescovo cambia la ribellione in
    una religione. Creduto sincero e pio nei suoi pensieri, egli  seguto
    con il corpo e con la mente  e  d  cos  pi  vasto  scopo  alla  sua
    insurrezione  mostrando  il  sangue del bel re Riccardo raccolto dalle
    pietre del castello di Pomfret.  Egli fa discendere dal cielo  la  sua
    contesa e la sua causa,  dice loro che viene alla riscossa di un paese
    insanguinato,  boccheggiante sotto il  gran  Bolingbroke  e  grandi  e
    piccoli accorrono al suo seguito.
    NORTHUMBERLAND:  Sapevo  gi  tutto  questo ma,  per dire il vero,  il
    dolore di quest'ora lo aveva tolto dalla mia mente.  Venite con  me  e
    ognuno  dia  il  suo  consiglio  sui  migliori mezzi di sicurezza e di
    vendetta. Mandate corrieri e messaggi; facciamoci degli amici in tutta
    fretta: mai ne avemmo s pochi e tanto bisogno di averne.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. Una strada.

    (Entra FALSTAFF col suo Paggio che gli porta la spada e lo scudo).
    FALSTAFF: Dunque,  mastro gigante,  cosa dice  il  dottore  della  mia
    orina?
    PAGGIO: Ha detto,  messere, che l'orina di per se stessa era una buona
    e sana orina, ma la persona che la possedeva poteva avere pi malattie
    ch'egli non pensasse.
    FALSTAFF: La gente di ogni condizione prende diletto a farsi beffe  di
    me.  Il  cervello di quell'amalgama di creta e di follia che  l'uomo,
    non  capace d'inventare alcuna cosa che conduca al riso che  non  sia
    inventata  da  me  o  inventata alle mie spalle;  io non sono soltanto
    spiritoso in me stesso,  ma la fonte dello spirito negli altri uomini.
    Io  cammino  davanti a te come una troia che ha soffocato tutti i suoi
    piccoli meno uno.  Se il principe non ti ha messo al mio servizio  per
    altra ragione se non quella di darmi un risalto grottesco,  io non ho,
    perbacco,  pi alcun senno.  Tu,  piccola mandragora,  figlio  di  una
    bagascia,  sei  pi  adatto  a  esser  portato  al  mio berretto che a
    seguirmi alle calcagna.  Non fui  mai  accompagnato  da  una  figurina
    incisa  nell'agata  prima di adesso,  per non vi incastoner in oro o
    argento, ma in un misero arnese e vi rimander,  come un gioiello,  al
    vostro padrone; a quel giovincello, il principe vostro padrone, il cui
    mento non ha ancora pelo.  Sar pi facile che mi cresca una barba nel
    palmo della mano che a lui ne cresca una  sulla  guancia,  eppure  non
    esiter  a  dire  che  il  suo  volto   un volto regale.  Iddio potr
    completarlo quando vorr,  ora non ha neanche un pelo fuor di posto  e
    un  barbiere  non  ci  guadagner  dieci soldi.  Tuttavia vuol fare il
    galletto come se fosse stato uomo fatto fin da quando  suo  padre  era
    scapolo. Egli pu conservare la sua grazia ma ha quasi perduto la mia,
    glielo  posso  assicurare.  Che  cosa  ha  detto maestro Dombledon del
    setino per il mio mantello corto e le mie brache?
    AGGIO: Ha detto,  messere,  che voi dovreste procurargli  una  miglior
    garanzia  che  quella  di  Bardolfo;  non ha voluto prendere n la sua
    obbligazione n la vostra: non lo persuadeva la garanzia.
    FALSTAFF: Che sia dannato come  l'epulone!  prega  Iddio  che  la  sua
    lingua sia anche pi riarsa!  un Achitofel figlio di una bagascia!  un
    briccone dalla lingua melliflua;  prendere in  giro  un  gentiluomo  e
    venire a chiedere delle garanzie!  Questi figli di puttane dalla zucca
    ben lisciata non portano ora che tacchi alti e mazzi  di  chiavi  alla
    cintura e se uno s' accomodato con loro per un onesto imprestito,  vi
    chiedono   delle   garanzie!    Vorrei   piuttosto   che    mettessero
    dell'ammazzatopi  nella  mia  bocca  anzich  chiudermela  con  questa
    parola,  garanzia!  Mi aspettavo che mi  mandasse  ventidue  metri  di
    setino, vero che sono cavaliere, ed egli mi domanda una sicurt! Bene!
    pu  dormire  in  sicurt  poich  ha  il  corno  dell'abbondanza e la
    leggerezza di sua moglie vi brilla attraverso e tuttavia non  ci  vede
    chiaro sebbene abbia il becco della sua lucerna per illuminarlo. Dov'
    Bardolfo?
    PAGGIO:  E'  andato  a  Smithfield  a  comprare  un cavallo per Vostra
    Signoria.
    FALSTAFF: Ho comprato lui a San Paolo e mi vuol comprare un cavallo  a
    Smithfield:  se  potessi  acquistarmi  una  moglie  al  bordello sarei
    servito, montato e sposato.
    PAGGIO: Signore,  ecco che viene quel gentiluomo che fece imprigionare
    il principe per avergli dato uno schiaffo a causa di Bardolfo.
    FALSTAFF: Stammi vicino, non voglio vederlo.

    (Entra il LORD GIUDICE SUPREMO e un Servo).

    GIUDICE SUPREMO: Chi  quello laggi?
    SERVO: Falstaff, piaccia a Vostra Signoria.
    GIUDICE SUPREMO: Quello che fu implicato in quella rapina?
    SERVO: Proprio lui, mio signore, ma in seguito ha reso buoni servigi a
    Shrewsbury  e,  a  quanto ho sentito dire,  va ora da lord Giovanni di
    Lancaster con un certo incarico.
    GIUDICE SUPREMO: Che, a York? Chiamatelo.
    SERVO: Sir Giovanni Falstaff.
    FALSTAFF: Ragazzo, digli che son sordo.
    PAGGIO: Dovete parlar pi forte, il mio padrone  sordo.
    GIUDICE SUPREMO: Son certo che  lo  ,  a  ogni  cosa  buona;  andate,
    tiratelo per il gomito, debbo parlargli.
    SERVO: Sir Giovanni!
    FALSTAFF: Come! un pezzo di giovanotto che chiede l'elemosina? Non c'
    la  guerra?  Non  ci  sono occupazioni?  Non ha bisogno il re dei suoi
    sudditi?  E i ribelli non hanno bisogno di soldati?  Sebbene  sia  una
    vergogna esser dell'altro partito,   vergogna ancora pi grande andar
    mendicando che non esser del partito peggiore, portasse questo un nome
    peggiore di ribellione.
    SERVO: Vi sbagliate sul mio conto, messere.
    FALSTAFF: Vi ho detto forse,  messere,  che eravate  un  uomo  onesto?
    Lasciando da parte la mia condizione di cavaliere e di soldato,  avrei
    mentito per la gola se avessi detto questo .
    SERVO: Vi prego, messere,  mettete allora da parte il vostro titolo di
    cavaliere e di soldato e permettetemi di dirvi che mentite per la gola
    se dite che non sono un uomo onesto.
    FALSTAFF:  Darti  il permesso di dirmi questo?  Metter da parte quello
    che  parte di me  stesso?  Se  tu  ottieni  questo  permesso  da  me,
    impiccami pure; se ti prendi questa libert, sarebbe meglio ti facessi
    impiccare. Vattene, segugio senza fiuto, via di qua!
    SERVO: Messere, il mio signore vorrebbe parlarvi .
    GIUDICE SUPREMO: Sir Giovanni Falstaff, una parola.
    FALSTAFF:  Mio  buon  signore!  che  Iddio dia il buon giorno a Vostra
    Signoria.  Son contento di  vedere  in  giro  Vostra  Signoria;  avevo
    sentito dire che Vostra Signoria era malata; spero che Vostra Signoria
    sia uscita dietro consiglio medico. Vostra Signoria, sebbene non abbia
    del  tutto  passata  la  giovinezza,  ha  alquanti  anni sulla groppa,
    qualche sapore dell'amarezza  del  tempo,  ed  io  umilmente  supplico
    Vostra Signoria di aver una reverente cura della sua salute.
    GIUDICE SUPREMO: Sir Giovanni, vi mandai a chiamare prima della vostra
    spedizione a Shrewsbury.
    FALSTAFF: Non dispiaccia a Vostra Signoria, ma ho sentito dire che Sua
    Maest  ritornata con qualche inquietudine dal Galles.
    GIUDICE  SUPREMO:  Non  parlo  di  Sua Maest;  voi non voleste venire
    quando vi mandai a chiamare.
    FALSTAFF: E ho anche sentito dire che Sua Altezza ha avuto un  attacco
    di quella fottuta apoplessia.
    GIUDICE  SUPREMO:  Bene,  che  Iddio  lo rimetta in salute!  Vi prego,
    lasciate che vi parli di voi.
    FALSTAFF: Questa apoplessia ,  a quel che  apprendo,  una  specie  di
    letargia,  non  dispiaccia a Vostra Signoria,  una specie di sonno nel
    sangue, un fottuto fischietto negli orecchi.
    GIUDICE SUPREMO: Perch mi state a dir questo? Sia quello che vuole.
    FALSTAFF: Ha origine da grandi dispiaceri,  dal troppo  studio  e  dal
    turbamento del cervello. Ho letto la causa dei suoi effetti in Galeno:
     una specie di sordit.
    GIUDICE  SUPREMO:  Credo  che vi sia venuta questa malattia poich non
    sentite quello che vi dico.
    FALSTAFF: Benissimo, mio signore,  benissimo;   piuttosto,  se non vi
    dispiace,  la  malattia  di  non  ascoltare,  la  malattia di non fare
    attenzione che mi affligge.
    GIUDICE SUPREMO: Punirvi coi  ceppi  curerebbe  la  disattenzione  dei
    vostri orecchi e non mi dispiacerebbe diventare il vostro medico.
    FALSTAFF:  Sono  povero come Giobbe,  mio signore,  ma non altrettanto
    paziente.  Vostra Signoria pu  bene  per  la  mia  povert  darmi  la
    medicina della prigione, ma fino a qual segno io sarei vostro paziente
    per  seguire  le  vostre  ricette   una questione sulla quale i saggi
    possono avere un tantino di scrupolo, o in verit uno scrupolo intero.
    GIUDICE SUPREMO: Vi mandai a chiamare per rispondere  a  delle  accuse
    che comportavano il rischio della vostra vita.
    FALSTAFF:  Non venni per consiglio del mio dotto legale,  uomo versato
    nelle leggi del servizio militare di questo paese.
    GIUDICE SUPREMO: Bene,  la verit ,  sir Giovanni,  che voi vivete in
    grande infamia.
    FALSTAFF: Chi si mette la mia cintura non pu vivere in una minore.
    GIUDICE  SUPREMO:  I  vostri  mezzi sono molto esigui e la vostra vita
    molto sregolata.
    FALSTAFF: Vorrei che fosse altrimenti: i miei mezzi pi  grandi  e  la
    mia vita pi snella.
    GIUDICE SUPREMO: Avete traviato il giovane principe.
    FALSTAFF:  E' il giovane principe che ha traviato me: io sono il cieco
    dalla gran pancia e lui il mio cane.
    GIUDICE SUPREMO: Bene, non voglio inasprire una ferita da poco sanata.
    La vostra giornata di servizio a  Shrewsbury  ha  alquanto  dorato  la
    vostra impresa notturna a Gadshill: potete ringraziare l'irrequietezza
    di   questi   tempi   se   siete  sfuggito  tranquillamente  alle  sue
    conseguenze.
    FALSTAFF: Mio signore?
    GIUDICE SUPREMO: Ma poich tutto   accomodato  lasciatelo  cos:  non
    svegliate il lupo che dorme.
    FALSTAFF:  Svegliare  un lupo  rischioso quanto sentir l'odore di una
    volpe.
    GIUDICE SUPREMO: Siete,  perbacco,  come una candela  la  cui  miglior
    parte  stata bruciata.
    FALSTAFF:  Un  doppiere da festa,  mio signore,  tutto sego: se avessi
    detto di cera, la mia allegra cera avrebbe confermato questa verit.
    GIUDICE SUPREMO: Non v' capello bianco sul vostro volto  che  non  vi
    debba inculcare il sussiego.
    FALSTAFF: Il sego, il sego, il sego!
    GIUDICE SUPREMO: Voi seguite il giovane principe dappertutto,  come il
    suo cattivo angelo.
    FALSTAFF: Non  cos,  mio signore.  Un angelo cattivo   leggero,  ma
    credo  che chi mi guarda mi prender senza pesarmi: eppure in un certo
    senso, ne convengo, non posso aver corso n suonare schietto. La virt
     di cos poco conto in questi tempi di fruttivendoli,  che gli uomini
    di  valore  devono  far  ballare  gli  orsi.  L'ingegno  diventato un
    garzone d'osteria, e sciupa il suo agile spirito a fare i conti; tutte
    le altre doti che appartengono all'uomo,  per la malvagit  dei  tempi
    che  le trasformano,  non valgono una mora.  Voi che siete vecchio non
    considerate le disposizioni di noi giovani,  misurate  il  calore  del
    nostro  fegato  dall'amarezza  della  vostra  bile  e  noi  che  siamo
    all'avanguardia della nostra giovinezza siamo,  debbo pur confessarlo,
    alquanto scapestrati.
    GIUDICE SUPREMO: Osate scrivere il vostro nome, voi, contrassegnato da
    tutti  i caratteri della vecchiaia,  nel registro della giovent?  Non
    avete l'occhio umido e la mano arida?  la guancia gialla  e  la  barba
    bianca?  la gamba che s'assottiglia e la pancia che cresce sempre?  la
    vostra voce non  fessa e il respiro  corto?  il  mento  non    ormai
    doppio  e  semplice  il  vostro  cervello?  Ogni  vostro  membro non 
    appassito dagli anni?  e volete chiamarvi giovane!  Andiamo,  andiamo,
    sir Giovanni!
    FALSTAFF: Mio signore, nacqui verso le tre del pomeriggio con la testa
    bianca  e  il  ventre  alquanto  rotondo.  Quanto alla mia voce,  l'ho
    perduta a salutar festosamente il prossimo e a  cantar  antifone.  Non
    voglio  dar  maggiori prove della mia giovinezza.  Il fatto  che sono
    vecchio soltanto per il senno e l'intelligenza,  e chi vuol  fare  una
    gara con me a far capriole per mille marchi, che mi presti il denaro e
    son pronto! Quanto allo schiaffo che vi diede il principe, ve lo diede
    da  rude  principe e voi ve lo prendeste da quel signore assennato che
    siete. Io l'ho rimproverato per questo e il giovane leoncino si pente,
    per la Vergine,  non con la cenere e la veste di  sacco  ma  con  seta
    nuova e vin secco.
    GIUDICE  SUPREMO:  Bene,  che  Iddio  mandi  un  miglior  compagno  al
    principe!
    FALSTAFF: Che Iddio mandi al compagno un miglior principe!  non  posso
    levarmelo di torno.
    GIUDICE  SUPREMO: Bene,  il re vi ha separato dal principe Arrigo.  Ho
    sentito  dire  che  andate  con  lord  Giovanni  di  Lancaster  contro
    l'arcivescovo e il conte di Northumberland.
    FALSTAFF: Gi,  e io ringrazio il vostro squisito acume per questo. Ma
    state a sentire voi che baciate Madonna Pace qui a casa: pregate che i
    nostri eserciti non vengano a contatto in una giornata  calda  perch,
    per  Iddio,  non  prendo con me che due camicie e non ho intenzione di
    sudare eccessivamente.  Se  una giornata calda e io  brandisco  altra
    cosa  che  una  bottiglia,  non  voglio pi sputar bianco per il resto
    della mia vita.  Non capita mai un'azione pericolosa  che  non  la  si
    cacci addosso a me!  Bene,  non posso durar in eterno. Ma fu sempre il
    vezzo della nostra nazione inglese di render troppo comune quello  che
    possiede  di  buono.  Se  intendete  proprio  dire che io son vecchio,
    dovreste allora darmi riposo.  Volesse Iddio,  che  il  mio  nome  non
    sonasse  cos terribile al nemico!  Vorrei piuttosto essere logorato a
    morte dalla ruggine che esser ridotto a niente dal moto perpetuo.
    GIUDICE SUPREMO: Bene, siate onesto, siate onesto,  e che Dio benedica
    la vostra impresa.
    FALSTAFF:  Vuole  Vostra  Signoria prestarmi mille sterline per il mio
    equipaggiamento?
    GIUDICE SUPREMO: Non un soldo,  non un soldo.  Siete troppo impaziente
    per  sopportar  croci  e teste.  State bene,  ricordatemi a mio cugino
    Westmoreland.
    (Escono il Lord Giudice Supremo e il Servo).
    FALSTAFF: Se lo faccio,  dammi pure un nocchino con un maglio;  l'uomo
    non  pu separare la vecchiaia dall'avarizia pi di quel che non possa
    le giovani membra dalla lussuria,  ma la gotta tormenta l'uno e il mal
    francese pizzica l'altro e cos non posso maledire n l'una n l'altra
    delle due et. Ragazzo!
    PAGGIO: Signore?
    FALSTAFF: Quanto denaro c' nella mia borsa?
    PAGGIO: Sette grossi e due denari.
    FALSTAFF:  Non  posso  trovar  rimedio contro questa consunzione della
    borsa;  a prender denaro in prestito  la  si  fa  tirare  avanti  alla
    meglio,  ma  la  malattia   incurabile.  Va',  porta questa lettera a
    monsignore di Lancaster,  questa  al  principe,  questa  al  conte  di
    Westmoreland e questa alla vecchia madama Orsola che ogni settimana ho
    promesso  di sposare fin da quando scorsi il primo pelo bianco sul mio
    mento. Fa' presto, sai dove trovarmi. (Esce il Paggio) Il mal francese
    colga questa gotta! o una gotta a questo mal francese!  poich o l'uno
    o l'altra mi giuoca un tiro al dito pollice del piede.  Non importa se
    zoppico,  ho il servizio di guerra per dar colore alla cosa e  la  mia
    pensione  sembrer  cos  tanto  pi ragionevole.  Un bello spirito sa
    trarre partito da tutto, e io volger i miei malanni a mio vantaggio.
    (Esce).


    SCENA TERZA - York. Una stanza nel palazzo dell'Arcivescovo.

    (Entrano l'ARCIVESCOVO DI YORK,  LORD HASTINGS,  LORD MOWBRAY  e  LORD
    BARDOLPH).
    ARCIVESCOVO:  Cos  avete inteso la nostra causa e conosciuti i nostri
    mezzi;  ora,  nobilissimi amici,  vi prego di esprimere francamente la
    vostra  opinione sulle nostre speranze.  Voi prima,  lord maresciallo,
    che ne pensate?
    MOWBRAY: Convengo pienamente sulla legittimit  della  nostra  rivolta
    armata, ma vorrei volentieri essere persuaso in che modo, con i nostri
    mezzi,  potremmo marciare tenendo testa con fronte ardita e salda alle
    forze e alla potenza del re.
    HASTINGS:   L'esercito   che   abbiamo   ora   radunato   ammonta    a
    venticinquemila  uomini  scelti,  e  quanto ai nostri rinforzi abbiamo
    grandi speranze sul potente Northumberland il cui petto arde del fuoco
    che vi hanno acceso tanti oltraggi.
    BARDOLPH:  Allora  la  questione    questa,   lord  Hastings,   se  i
    venticinquemila  uomini  che  abbiamo  oggi possono tenere testa senza
    Northumberland.
    HASTINGS: Con lui lo possiamo.
    BARDOLPH: Questo  proprio il punto: se senza di lui  ci  consideriamo
    troppo  deboli,  la mia opinione  che non dovremmo andar troppo oltre
    prima di aver il suo aiuto a portata di mano.  In  un'impresa  che  si
    presenta con aspetto cos sanguinoso,  le congetture, le possibilit o
    le speranze di incerti aiuti non dovrebbero esser ammesse!
    ARCIVESCOVO: Ci  verissimo,  lord Bardolph,  poich questo  proprio
    stato il caso del giovane Hotspur a Shrewsbury.
    BARDOLPH: Cos avvenne, mio signore. Egli si nutr di speranze e visse
    d'aria con le promesse di aiuto,  si lusing con la prospettiva di una
    forza assai pi piccola del pi piccolo dei suoi pensieri e con quella
    grande immaginazione propria dei pazzi port le sue schiere alla morte
    saltando a occhi chiusi nell'abisso.
    HASTINGS: Ma,  permettete,  finora non fu mai errore tener conto delle
    probabilit e dei motivi a bene sperare.
    BARDOLPH:  Lo    in  una  guerra  come  questa quando l'azione  cos
    imminente.  Una lotta iniziata vive di  speranze  come  nella  precoce
    primavera vediamo spuntar le gemme, e la speranza che diventino frutti
    non  d  tanta  certezza  quanto  il  timore  che le brine le facciano
    avvizzire. Quando vogliamo costruire,  esaminiamo prima il luogo,  poi
    disegnamo  la  pianta  e  quando vediamo la figura della casa,  allora
    calcoliamo il costo della costruzione.  Se troviamo che questo  supera
    le  nostre  possibilit  che  facciamo  allora?  Riprendiamo il nostro
    progetto con meno vani o anche ci asteniamo dal costruire.  Tanto  pi
    in  questa  grande  opera che consiste quasi nell'abbattere un regno e
    metterne su un altro,  dovremmo esaminare il luogo della costruzione e
    il  progetto,   assicurarci  di  solide  fondamenta,  interrogare  gli
    esperti,  conoscere i nostri mezzi per sapere se l'azione  che  stiamo
    per  intraprendere potr sostenere l'azione opposta.  Senza questo noi
    mettiamo insieme truppe in cifre  sulla  catta  usando  i  nomi  degli
    uomini invece degli uomini stessi,  come chi fa il disegno di una casa
    e non ha la possibilit di costruirla, che,  giunto a met,  abbandona
    il  lavoro lasciando la sua casa mezza costruita con grande dispendio,
    nudo oggetto al pianto delle nubi,  in bala della tirannide del crudo
    inverno.
    HASTINGS:  Ammettiamo  pure  che le nostre speranze,  che tuttavia dan
    promessa di lieta nascita,  vengano in luce morte e che non  si  possa
    contare su di un uomo di pi di quelli che abbiamo, io penso che siamo
    una forza sufficiente per misurarci con quella del re.
    BARDOLPH: Come! il re non ha che venticinquemila uomini?
    HASTINGS: Non di pi contro di noi, anzi neanche tanti, lord Bardolph,
    poich le sue forze,  per far fronte ai torbidi di oggi sono divise in
    tre: un esercito contro i Francesi,  uno contro Glendower e  il  terzo
    necessariamente deve venire contro di noi; cos questo re vacillante 
    diviso in tre e i suoi scrigni suonano a vuota miseria.
    ARCIVESCOVO:  Penso  che  non avremo a temere che egli riunisca i suoi
    vari eserciti e venga contro di noi con tutte le sue forze.
    HASTINGS: Se facesse  questo  lascerebbe  le  sue  spalle  indifese  e
    Francesi e Gallesi abbaierebbero alle sue calcagna. Non temete questo.
    BARDOLPH: Chi  probabile che conduca qui le sue forze?
    HASTINGS:  Il duca di Lancaster e Westmoreland: contro i Gallesi andr
    lui e Arrigo Monmouth,  ma non so per certo chi terr il posto del  re
    contro i Francesi.
    ARCIVESCOVO:   Moviamoci,   dichiariamo   il   motivo   della   nostra
    sollevazione armata. La nazione  stanca della scelta che ha fatto,  e
    il  bramoso amore che aveva per lui  volto in saziet: chi costruisce
    sul cuore del volgo ha un'abitazione vacillante e malsicura.  O  folle
    moltitudine!  con  quali  fragorosi  applausi  non  scotesti  il cielo
    benedicendo Bolingbroke avanti che fosse quello che tu volevi!  e  ora
    che  sei  soddisfatta  nei tuoi desideri,  o bestiale divoratrice,  ti
    senti cos sazia di lui che ti provochi a rigettarlo. Fu proprio cos,
    o cagna volgare,  che tu liberasti del re Riccardo il tuo vorace petto
    e  ora  vorresti  ringoiarti  il  morto  che  hai  vomitato e urli per
    ritrovarlo.  Qual fiducia si pu avere in  questi  tempi?  Quelli  che
    quando  Riccardo  viveva,  volevano la sua morte,  sono ora innamorati
    della sua tomba e tu,  o moltitudine,  che gettavi polvere  sulla  sua
    testa benedetta quando travers la superba Londra sospirando dietro le
    calcagna  dell'ammirato Bolingbroke,  gridi adesso: O terra,  rendi a
    noi quel re e prenditi questo!.  O pensieri di uomini  maledetti!  il
    passato e l'avvenire sembran migliori, le cose presenti le peggiori.
    MOWBRAY: Andremo a raccogliere le nostre forze e partiremo?
    HASTINGS: Siamo i sudditi del tempo e il tempo ci ordina di partire.
    (Escono).







    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Londra. Una strada.

    (Entra l'Ostessa, ARTIGLIO e il suo Ragazzo, LACCIOLO li segue).
    OSTESSA: Mastro Artiglio, avete iniziato il procedimento?
    ARTIGLIO: E' gi fatto.
    OSTESSA:  Dov' il vostro giovanotto?  E' un ragazzo robusto?  glie la
    far?
    ARTIGLIO: Ol, dov' Lacciolo?
    OSTESSA: O Dio! buon mastro Lacciolo.
    LACCIOLO: Son qui, son qui
    ARTIGLIO: Lacciolo, bisogna arrestare sir Giovanni Falstaff.
    OSTESSA: Gi, buon mastro Lacciolo, ho iniziato il procedimento contro
    di lui e tutto il resto che occorre.
    LACCIOLO: Pu darsi che ci costi la vita a qualcuno  di  noi,  poich
    egli tirer stoccate.
    OSTESSA:  Ahim che brutta giornata!  guardatevi da lui,  mi ha tirato
    delle stoccate proprio qui in casa e in modo  bestiale.  Egli  non  si
    cura  davvero del male che pu fare una volta che ha l'arma sguainata:
    d colpi come un qualsiasi diavolo e non risparmier n uomo n  donna
    n bambino.
    ARTIGLIO: Se posso afferrarlo, non mi curo dei suoi colpi.
    OSTESSA: No, neanch'io, sar al vostro fianco.
    LACCIOLO: Se posso acciuffarlo un istante,  se vien soltanto a portata
    delle mie grinfie...
    OSTESSA:.  Sono rovinata per la sua partenza,  ve lo garantisco;  egli
    tiene  sul  mio  libro  dei  conti un posto infinitesimo.  Buon mastro
    Artiglio,  tenetelo stretto,  buon mastro Lacciolo,  non  lo  lasciate
    sfuggire.  Viene  incontinente  al Canto dei Friggitori,  con rispetto
    parlando,  a comprare una sella,   invitato a pranzo  alla  festa  di
    Leopardo in Lumbert Street,  in casa di mastro Smooth il setaiolo.  Vi
    prego,  giacch la mia azione   gi  iniziata  e  il  caso  mio  cos
    apertamente  conosciuto  dal  mondo,  che  egli sia costretto a render
    ragione.  Cento marchi  una grossa somma perch una povera vedova  la
    sopporti, e ho sopportato e sopportato e sono stata menata per il naso
    e menata per il naso di giorno in giorno, che  una vergogna pensarci.
    Non  v' onest in un tal modo di procedere,  a meno che una donna non
    sia cambiata in un somaro,  in una bestia che sopporti i torti di ogni
    briccone.  Eccolo l che viene e con lui quel briccone di Bardolfo dal
    naso color di malvasia.
    (Entrano SIR GIOVANNI FALSTAFF, il Paggio e BARDOLFO).
    Fate il vostro dovere, fate il vostro dovere, mastro Artiglio e mastro
    Lacciolo; fate il vostro dovere per me.
    FALSTAFF: Che c'? a chi  morta la giumenta? Cos' successo?
    ARTIGLIO: Sir Giovanni, vi arresto su richiesta di Monna Fapresto.
    FALSTAFF: Via,  vassalli!  tira fuori la spada,  Bardolfo,  taglia  la
    testa a quel brigante, butta quella megera nel rigagnolo!
    OSTESSA:  Buttarmi  nel  rigagnolo!  Ti ci butter io te!  Questo vuoi
    fare?  questo?  briccone d'un  bastardo!  Assassinio,  assassinio!  tu
    briccone  cimicida!.  Vuoi  uccidere gli ufficiali di Dio e del re?  o
    brigante cimiciale!  sei un cimiciale,  uno scannatore di uomini e  di
    donne.
    FALSTAFF: Tienli a distanza, Bardolfo.
    ARTIGLIO. Soccorso, soccorso!
    OSTESSA: Buona gente, portate un soccorso o due. Vuoi o non vuoi? va',
    briccone! va', pezzo da galera!
    FALSTAFF: Vattene,  marcolfa! scanfarda! squarquoia! Ti stuzzicher la
    catastrofe!

    (Entra il LORD GIUDICE SUPREMO e il suo Seguito).

    GIUDICE SUPREMO: Cos' accaduto? Rispettate l'ordine qui, ol!
    OSTESSA: Mio buon signore, siate buono con me!  vi supplico,  prendete
    le mie difese!
    GIUDICE  SUPREMO:  Ebbene,  sir  Giovanni!  cosa  state litigando qui?
    conviene questo alla vostra posizione,  alle vostre circostanze e alla
    vostra  missione?  Dovreste  gi essere in cammino per York.  Lascialo
    andare, giovanotto, perch ti attacchi a lui?
    OSTESSA: O mio venerato signore,  piaccia a Vostra  Grazia,  sono  una
    povera vedova di Eastcheap ed egli  arrestato su mia richiesta.
    GIUDICE SUPREMO: Per quale valsente?
    OSTESSA: Altro che val niente!  mio signore,  tutto, tutto quello che
    io posseggo.  Mi ha divorato la casa e la roba,  ha messo tutta la mia
    sostanza  in  quella  sua  grossa pancia;  ma voglio tirarne fuori una
    parte o ti cavalcher la notte come un incubo.
    FALSTAFF: E' pi facile che ti cavalchi io,  se ho il  terreno  adatto
    per saltare su.
    GIUDICE SUPREMO: Come!  siam venuti a questo,  sir Giovanni? Vergogna!
    Un uomo di cuore come pu sopportare questa tempesta d'improperi?  Non
    vi  vergognate  di  costringere  una povera vedova a ricorrere a mezzi
    cos violenti per riavere il suo?
    FALSTAFF: Qual  la somma totale che ti debbo?
    OSTESSA: Per la Vergine,  se tu fossi un uomo onesto  mi  dovresti  te
    stesso  e  anche il denaro.  Mi giurasti su di una coppa mezzo dorata,
    seduto nella mia Stanza del Delfino, al tavolo rotondo presso un fuoco
    di carbone d'oltremare il  mercoled  della  settimana  di  Pentecoste
    quando  il  principe ti ruppe la testa per aver paragonato suo padre a
    un cantore di Windsor,  tu mi giurasti  allora  mentre  ti  lavavo  la
    ferita,  di sposarmi e farmi madama tua moglie. Puoi tu negarlo? E non
    venne in quel momento la comare Involtino, la moglie del macellaio,  e
    mi  chiam comare Fapresto?  Era venuta a chiedere in prestito qualche
    goccia di aceto e disse che aveva un buon piatto di  gamberetti  e  tu
    dicesti  che  desideravi di mangiarne un pochi e io ti risposi che non
    erano adatti per una ferita fresca. E non mi pregasti,  quando essa se
    ne  fu  andata abbasso,  di non esser cos familiare con simile povera
    gente perch tra non molto mi avrebbero dovuto chiamare signora? E non
    mi baciasti dicendomi di andare a prenderti trenta scellini? Ti invito
    ora a far giuramento sul libro sacro; nega se puoi.
    FALSTAFF: Mio signore, questa  una povera anima folle e va dicendo su
    e gi per la citt che suo figlio pi grande somiglia a voi. Fu gi in
    buone condizioni e la verit  che la  povert  l'ha  resa  folle.  Ma
    quanto  a  questi  stupidi  ufficiali  vi prego di permettere ch'io ne
    ottenga riparazione.
    GIUDICE SUPREMO: Sir Giovanni, sono a conoscenza del modo che avete di
    storcere la verit s da farla apparire una  menzogna.  N  la  vostra
    faccia  tosta  n  la  folla  di  parole che sgorga da voi con pi che
    impudente impertinenza mi faranno deviare da un  imparziale  giudizio:
    voi avete,  cos sembra a me, abusato dello spirito cedevole di questa
    donna e avete  approfittato  tanto  della  sua  borsa  che  della  sua
    persona.
    OSTESSA: Cos , in verit, mio signore.
    GIUDICE SUPREMO: Ti prego,  silenzio. Pagatele il debito che le dovete
    e riparate alla villania che le avete fatto;  potete fate una cosa con
    denaro sonante e l'altra colla moneta del pentimento.
    FALSTAFF:  Mio  signore,  non posso sopportare questo rimproccio senza
    risposta.  Voi chiamate impudente impertinenza quello che   onorevole
    ardimento:  se  un  uomo  fa una riverenza e non dice nulla,  allora 
    virtuoso.  No,  mio signore,  sia detto con tutto il rispetto  che  vi
    devo,  io  non intendo essere vostro cortigiano;  vi dico che desidero
    essere  liberato  da  questi  ufficiali,  avendo  fretta  di  eseguire
    l'incarico del re.
    GIUDICE  SUPREMO: Parlate come se aveste carta libera di far del male;
    ma riparate il male fatto alla  vostra  reputazione  e  soddisfate  la
    povera donna.
    FALSTAFF: Vieni qui, ostessa.
    (La prende a parte).

    (Entra GOWER).

    GIUDICE SUPREMO: Ebbene, mastro Gower, che notizie?
    GOWER:  Il  re,  mio  signore,  e  Arrigo  principe di Galles sono qui
    presso: questo foglio vi dir il resto.
    (D una lettera).
    FALSTAFF: Com' vero che sono un gentiluomo.
    OSTESSA: Gi, cos dicevate anche prima.
    FALSTAFF: Com' vero che sono un gentiluomo, andiamo,  non ne parliamo
    pi.
    OSTESSA:  Per  questo celeste terreno che calpesto,  sar costretta ad
    impegnare la mia argenteria e  le  tappezzerie  delle  mie  stanze  da
    pranzo.
    FALSTAFF:  Bicchieri  di vetro,  bicchieri di vetro  tutto quello che
    occorre per bere: e quanto alle pareti,  qualche graziosa  pittura  di
    genere o la storia del Prodigo,  o una caccia tedesca a tempera,  vale
    mille volte di pi di questi cortinaggi da letto e queste  tappezzerie
    mangiate dalle tarme.  Facciamo dieci sterline se tu puoi. Andiamo! Se
    non  fosse  per  i  tuoi  ghiribizzi,   non  v'  miglior  ragazza  in
    Inghilterra.  Va',  lavati il viso e ritira la tua citazione. Via! non
    devi essere di questo umore con me; non mi conosci? Andiamo,  andiamo,
    so bene che ti hanno messa su per far questo.
    OSTESSA: Vi prego,  sir Giovanni,  facciamo soltanto venti nobili;  in
    verit non me la sento d'impegnare  la  mia  argenteria,  che  Dio  mi
    salvi.
    FALSTAFF: Non ne parliamo pi, rimedier in qualche altro modo: sarete
    sempre una sciocca.
    OSTESSA: Ebbene 1'avrete,  dovessi impegnare la mia sottana. Spero che
    verrete a cena. Mi pagherete tutto insieme?
    FALSTAFF: Com' vero che voglio vivere! Bardolfo! Va' con lei, va' con
    lei; sta' alle sue costole, alle sue costole.
    OSTESSA: Volete che Dora Squarcialenzuola venga a cena con voi?
    FALSTAFF: Non pi parole, venga pure con noi.
    (Escono l'Ostessa, Bardolfo, gli Ufficiali e il Paggio).
    GIUDICE SUPREMO: Ho avuto altre volte migliori notizie.
    FALSTAFF: Che notizie ci sono, mio buon signore?
    GIUDICE SUPREMO: Dove si  fermato il re la notte scorsa?
    GOWER: A Basingstoke, mio signore.
    FALSTAFF: Spero,  mio signore,  che tutto vada bene.  Che  notizie  ci
    sono?
    GIUDICE SUPREMO: Tutte le sue forze sono di ritorno?
    GOWER:  No,  millecinquecento fanti;  cinquecento cavalieri sono stati
    mandati   a   monsignor   di   Lancaster   contro   Northumberland   e
    l'arcivescovo.
    FALSTAFF: Il re torna dal Galles, mio nobile signore?
    GIUDICE SUPREMO: Avrete delle lettere da me immediatamente. Venite con
    me, buon mastro Gower.
    FALSTAFF: Mio signore?
    GIUDICE SUPREMO: Cosa c'?
    FALSTAFF: Mastro Gower, vorrei pregarvi di venire a pranzo con me.
    GOWER:  Debbo  accompagnare  il  mio buon signore;  vi ringrazio,  sir
    Giovanni.
    GIUDICE SUPREMO: Sir Giovanni,  state indugiando qui troppo  a  lungo;
    dovete raccogliere soldati nelle contee man mano che avanzate.
    FALSTAFF: Volete cenar con me, mastro Gower?
    GIUDICE  SUPREMO:  Chi  quello sciocco di maestro che vi ha insegnato
    queste maniere, sir Giovanni?
    FALSTAFF: Mastro Gower,  se non mi si addicono,  chi me le insegn  fu
    uno  sciocco.  Questa   la vera eleganza della scherma,  mio signore,
    colpo per colpo e siamo pari.
    GIUDICE SUPREMO: Che il Signore t'illumini, sei un gran matto!
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. Un'altra strada.

    (Entrano il PRINCIPE ENRICO e POINS).
    PRINCIPE: Dio mi sia testimonio, sono estremamente stanco.
    POINS:.  Siamo a questo?  Credevo che la stanchezza non avrebbe  osato
    attaccare uno di cos alta nascita.
    PRINCIPE:  S'  davvero  attaccata  a  me,  sia  pure che riconoscerlo
    scolori il volto della mia grandezza. Non  un po' volgare aver voglia
    di birra leggera?
    POINS: Certo,  un principe non dovrebbe studiar la parte in modo  cos
    sciatto da ricordarsi una composizione cos mediocre.
    PRINCIPE:  In  questo  caso   molto probabile che il mio appetito non
    abbia avuto nascita principesca perch, in fede mia, mi ricordo ora di
    quella povera creatura  che    la  birra  leggera.  Ma  queste  umili
    preferenze  mi  fanno  perdere davvero il piacere della mia grandezza.
    Qual disonore per me di ricordare il tuo nome! o di riconoscere domani
    il tuo volto!  o di tener nota di quante paia di calze di seta tu hai;
    cio  queste qui e quelle che erano color pesca!  o l'inventario delle
    tue camicie, cio una di superfluo e un'altra per tutto uso! ma questo
    lo sa meglio di me il custode del giuoco di tennis,  perch  la  marea
    della  tua  biancheria   assai bassa,  quando tu non tieni in mano la
    racchetta, come non hai fatto da molto tempo,  perch la tela d'Olanda
    della tua camicia  andata a far delle brache per i tuoi Paesi Bassi e
    Dio  sa  se  quelli  che  gridano sotto le rovine dalla tua biancheria
    erediteranno il suo regno,  ma le levatrici dicono che la colpa non  
    dei  bambini  e  perci  il  mondo  cresce e le famiglie si rinforzano
    enormemente.
    POINS: Che brutta cosa che dopo  aver  faticato  cos  duramente,  voi
    dobbiate  parlare  in  modo  cos  insensato!   Ditemi,  quanti  buoni
    principini si comporterebbero cos  col  loro  padre  malato  come  il
    vostro ora?
    PRINCIPE: Debbo dirti una cosa, Poins?
    POINS:. Sicuro, e che sia una cosa eccellentemente buona.
    PRINCIPE: Sar buona per gente di spirito non pi alto del tuo.
    POINS:  Andiamo,  sono pronto a sostenere l'urto di questa cosa che mi
    volete dire.
    PRINCIPE: Per la Vergine,  non  conveniente che io sia triste ora che
    mio  padre    ammalato,  bench  potrei dirti - come a persona che mi
    piace di chiamare amica in mancanza di una migliore - che avrei motivo
    di esser triste e triste davvero.
    POINS: Non direi per un motivo simile.
    PRINCIPE: Per questa mano!  tu mi credi tanto  avanti  nel  libro  del
    diavolo  per  durezza  e  ostinazione,  quanto te e Falstaff!  La fine
    giudicher l'uomo.  Ti dir che  il  cuore  sanguina  nell'intimo  mio
    perch  mio  padre   cos ammalato,  ma vivendo in una compagnia vile
    come la tua debbo in  conseguenza  metter  da  parte  ogni  mostra  di
    dolore.
    POINS: E la ragione?
    PRINCIPE: Cosa penseresti di me se piangessi?
    POINS:. Penserei che tu sei un molto principesco ipocrita.
    PRINCIPE: Sarebbe il pensiero di ognuno e tu hai sortito la ventura di
    pensare  come  pensan tutti;  mai pensiero d'uomo al mondo tien la via
    maestra meglio del tuo;  tutti mi crederebbero davvero un ipocrita.  E
    cosa induce il vostro degno pensiero a pensar cos?
    POINS:  Diamine,  siete  stato  cos  dissoluto  e  tanto  attaccato a
    Falstaff!
    PRINCIPE: E a te.
    POINS: Per questa luce! si parla bene di me, posso sentirlo con i miei
    propri orecchi.  Il peggio che si possa dire  di  me    che  sono  un
    cadetto e di bella presenza,  e confesso che non posso farci niente se
    le cose stanno cos. Per la messa, ecco che viene Bardolfo...
    (Entrano BARDOLFO e il Paggio).
    PRINCIPE: ...e il ragazzo che diedi a Falstaff; glielo diedi cristiano
    e guarda se quel grosso briccone non lo ha trasformato in una scimmia.
    BARDOLPH: Dio salvi Vostra Grazia.
    PRINCIPE: E la vostra, nobilissimo Bardolfo.
    BARDOLFO (al Paggio): Venite qui, virtuoso somaro,  timido stupidello;
    dovete  proprio  arrossire?  Perch  diventate  rosso?  Che  verginale
    guerriero siete diventato adesso!  E'  cos  difficile  sverginare  un
    boccale di birra?
    PAGGIO: Egli mi ha chiamato or ora,  mio signore,  attraverso la grata
    rossa della taverna e io non potevo distinguere alcuna parte  del  suo
    volto dalla grata della finestra;  alfine ho scorto i suoi occhi, e mi
     parso ch'egli avesse fatto due fori nella sottana nuova dell'ostessa
    e vi guardasse attraverso.
    PRINCIPE: Non ha fatto progressi il ragazzo?
    BARDOLPH: Vattene, coniglio ritto uscito da una puttana, vattene.
    PAGGIO: Vattene tu, briccone d'un sogno d'Altea, fuori di qui!
    PRINCIPE: Spiegaci, ragazzo, qual sogno!
    PAGGIO: Diamine, mio signore, Altea sogn di aver partorito un tizzone
    ardente, e per questo io lo chiamo il suo sogno.
    PRINCIPE: Buona interpretazione  che  vale  una  corona.  Eccola  qui,
    ragazzo.
    (Gli d il denaro).
    POINS:.  Oh,  se questo bel fiore potesse essere preservato dai vermi!
    Eccoti sei denari per preservarti.
    BARDOLPH: Se fra tutti voi non lo farete finire sulla forca,  la forca
    avr patito un torto.
    PRINCIPE: E come sta il tuo padrone, Bardolfo?
    BARDOLFO:  Bene,  mio  buon  signore.  Ebbe  notizia che Vostra Grazia
    veniva in citt, ed ecco una lettera per voi.
    POINS:  Consegnata  con  tutto  il  dovuto  rispetto.   E   come   sta
    quell'estate di San Martino del tuo padrone?
    BARDOLFO: In buona salute di corpo, signore.
    POINS: Diamine! la parte immortale ha bisogno di un medico, ma ci non
    lo commuove; sebbene malato non muore.
    PRINCIPE: Permetto a questo bubbone di essere familiare con me come il
    mio cane, e lui tiene bene il suo posto poich vedete come scrive.
    POINS  (legge): Giovanni Falstaff,  cavaliere: ognuno lo deve sapere
    ogni volta che gli capita l'occasione di nominarsi,  come  quelli  che
    son  parenti del re e non si pungono mai un dito che non dicano: cola
    un po' di sangue reale. Come mai? dice qualcuno che fa finta di non
    capire.  Allora la risposta si leva pronta come il berretto di uno che
    vi chiede denaro: Sono il cugino povero del re, messere.
    PRINCIPE:  Gi,  voglion esser nostri parenti dovesser risalire fino a
    Giafet. Ma sentiamo la lettera.
    POINS (legge): Sir Giovanni Falstaff, cavaliere, al figlio del re pi
    vicino a suo padre, Arrigo principe di Galles, salute. Ma questo  un
    certificato.
    PRINCIPE: Silenzio!  (Legge): Voglio imitare gli  onorati  Romani  in
    brevit.
    POINS: Certo egli intende dire brevit di respiro, mancanza di fiato.
    PRINCIPE  (legge):  Mi  raccomando a te,  ti raccomando al cielo e ti
    lascio.  Non esser troppo familiare  con  Poins  poich  egli  fa  tal
    cattivo  uso dei tuoi favori che giura che tu devi sposare sua sorella
    Nora.  Pentiti nei tuoi momenti d'ozio come puoi,  e  con  ci  addio.
    Vostro  per  s  e  per  no  (che  equivale  a dire: secondo che tu lo
    tratterai) Gianni Falstaff con i miei familiari;  Giovanni con i  miei
    fratelli e le mie sorelle e sir Giovanni con tutta l'Europa.
    POINS:.  Mio  signore,  immerger  questa  lettera nel vin di Spagna e
    gliela far mangiare.
    PRINCIPE: Ci equivale a fargli mangiare venti delle sue parole. Ma mi
    trattate cos, Ned? devo sposare vostra sorella?
    POINS:.  Che Dio non mandi peggior fortuna alla ragazza!  ma io non ho
    mai detto questo.
    PRINCIPE:  Ebbene,  cos  folleggiamo col tempo mentre gli spiriti dei
    savi siedon sulle nubi e ridon di noi.  Il  vostro  padrone    qui  a
    Londra?
    BARDOLPH: S, mio signore.
    PRINCIPE: Dove cena?  il vecchio cinghiale si pasce ancora nel vecchio
    stabbiolo?
    BARDOLFO: Nel vecchio sito, mio signore, a Eastcheap.
    PRINCIPE: In che compagnia?
    BARDOLFO: Gente allegra, milord, della vecchia chiesa.
    PRINCIPE: Delle donne cenano con lui?
    BARDOLFO: Nessuna,  mio signore,  eccetto la vecchia monna Fapresto  e
    madama Dora Squarcialenzuola.
    PRINCIPE: E chi pu essere questa pagana?
    PAGGIO: Una vera gentildonna, messere, e una parente del mio padrone.
    PRINCIPE:  Parente  come sono le giumente della parrocchia al toro del
    villaggio. Se li sorprendessimo, Ned, quando sono a cena?
    POINS: Sono la vostra ombra, mio signore, vi seguir.
    PRINCIPE: Ol, ragazzo! Bardolfo, non una parola al vostro padrone che
    sono tornato in citt. Questo  per il vostro silenzio.
    BARDOLPH: Non ho lingua, signore.
    PAGGIO: Quanto alla mia, signore, la terr a posto.
    PRINCIPE: State bene,  andate.  (Escono Bardolfo e il  Paggio)  Questa
    Dora Squarcialenzuola dev'essere assai navigata.
    POINS:  Ve  lo  garantisco,  battuta  come la strada tra Sant'Albano e
    Londra.
    PRINCIPE: Come potremmo vedere Falstaff rivelarsi a noi  stanotte  nei
    suoi veri colori e non farci vedere?
    POINS:  Mettiamoci  giacchette  e  grembiuli  di  cuoio e serviamolo a
    tavola come due garzoni.
    PRINCIPE: Da un dio a un toro  una grave caduta! fu il caso di Giove.
    Da un principe a un valletto  una  bassa  trasformazione!  Far  cos
    poich  in  ogni cosa l'esecuzione del progetto dev'essere in rapporto
    con la follia della sua concezione. Seguimi, Ned.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Warkworth. Davanti al Castello.

    (Entrano NORTHUMBERLAND, LADY NORTHUMBERLAND e LADY PERCY).
    NORTHUMBERLAND: Ti prego,  mia affettuosa moglie e figlia mia gentile,
    lasciate libera via alle mie rudi faccende;  non assumete il volto dei
    tempi e non siate come loro tempestosi per Percy.
    LADY NORTHUMBERLAND: Ci ho rinunziato e  non  dir  altro:  fate  come
    volete, il vostro senno sia la vostra guida.
    NORTHUMBERLAND: Ahim!  diletta consorte,  il mio onore  in giuoco, e
    se non vado, nulla potr redimerlo.
    LADY PERCY: Eppure, per amor di Dio, non andate a queste guerre! Fu un
    tempo, padre mio,  quando voi rompeste la vostra parola,  e vi era pi
    caro  tenerla che non ora,  quando il vostro Percy,  il diletto Arrigo
    del mio cuore, gett molti sguardi verso il settentrione per vedere se
    suo padre accorreva con le sue schiere,  ma attese invano.  Chi allora
    vi persuase a restare a casa? Vi furono due onori perduti; il vostro e
    quello  di  vostro figlio.  Quanto al vostro,  possa la gloria celeste
    illuminarlo! quanto al suo,  gli era stretto addosso come il sole alla
    grigia  volta  del  cielo,   e  alla  sua  luce  tutta  la  cavalleria
    d'Inghilterra si moveva a valorose azioni. Egli era invero lo specchio
    dinanzi al quale la giovane nobilt si formava;  non aveva  gambe  chi
    non  imitava  la  sua andatura,  e quell'ingarbugliar le parole che la
    natura gli aveva dato come difetto divenne  il  modo  di  parlare  dei
    valorosi  poich quelli che potevano parlare a voce bassa e lentamente
    cambiavano la  loro  perfezione  in  difetto  per  somigliare  a  lui.
    Cosicch nella parola, nell'andatura, nel modo di vivere per i piaceri
    preferiti,  le abitudini militari,  i capricci del carattere, egli era
    il modello e lo specchio,  la copia e il libro che plasmava gli altri.
    E fu lui, questa meraviglia e miracolo degli uomini a nessuno secondo,
    che  voi  lasciaste senza aiuto a mirare l'orrendo dio della guerra in
    posizione svantaggiosa;  lo lasciaste a dar battaglia  ove  non  v'era
    altra difesa che il suono del nome di Hotspur. O non fate mai alla sua
    ombra l'ingiuria di mantenere un impegno d'onore in modo pi preciso e
    scrupoloso  verso gli altri che con lui: lasciateli a loro stessi.  Il
    maresciallo e l'arcivescovo sono forti;  se  il  dolce  Arrigo  avesse
    avuto la met delle loro forze, oggi stretta al collo di Hotspur avrei
    parlato della tomba di Monmouth.
    NORTHUMBERLAND:  Che  Dio  vi benedica,  mia bella figlia!  Con questi
    nuovi lamenti per antichi errori voi mi  togliete  ogni  coraggio.  Ma
    debbo partire e andare incontro al pericolo o esso verr a trovarmi in
    altro luogo ove mi trover meno preparato.
    LADY NORTHUMBERLAND: Oh,  fuggite in Scozia finch i nobili e i comuni
    armati abbiano potuto dare qualche prova della loro potenza.
    LADY PERCY: Se guadagnano terreno e vantaggio sul re, allora unitevi a
    loro come un'armatura d'acciaio per accrescere ancora la  loro  forza,
    ma  per l'amore che vi portiamo lasciate che prima tentino loro.  Cos
    fece vostro figlio e lo si lasci fare cosi, ed io rimasi vedova e non
    avr mai vita abbastanza per bagnare delle mie lacrime questo  ricordo
    affinch  possa  crescere  e  germogliare  sin  sull'alto del cielo in
    memoria del mio nobile sposo.
    NORTHUMBERLAND: Andiamo,  andiamo,  venite con  me.  Avviene  nel  mio
    spirito  come  per la marea che sale alla sua pi grande altezza e poi
    si arresta e  non  scorre  n  da  una  parte  n  dall'altra:  andrei
    volentieri   a   raggiungere   l'arcivescovo,   ma  mille  ragioni  mi
    trattengono.  Mi decider per la Scozia e rimarr l finch il tempo e
    il successo non reclameranno la mia presenza.
    (Escono).


    SCENA  QUARTA  -  Londra.  Una  stanza  nella  taverna  della Testa di
    Cinghiale a Eastcheap.

    (Entrano due Garzoni).
    PRIMO GARZONE: Che diavolo hai portato l? delle mele San Giovanni? tu
    sai bene che sir Giovanni non pu soffrire le mele San Giovanni.
    PRIMO GARZONE: Per la messa!  tu dici il vero.  Il principe una  volta
    pose un piatto di mele San Giovanni davanti a lui e gli disse che cos
    erano sei sir Giovanni, e togliendosi il cappello aggiunse: Adesso mi
    congeder   da  questi  sei  secchi,   rotondi,   vecchi,   avvizziti,
    cavalieri. Questo lo punse al vivo, ma lo ha dimenticato.
    PRIMO GARZONE: Bene,  allora metti la tovaglia e portale via e vedi se
    puoi  trovare  la  banda  d'Acquacheta;  madama  Dora Squarcialenzuola
    vorrebbe volentieri un po' di musica,  sbrigati.  La stanza dove hanno
    cenato  troppo calda; verranno subito.
    PRIMO  GARZONE:  Amico,  verr  subito il principe e mastro Poins e si
    metteranno due delle nostre giacchette e grembiuli e sir Giovanni  non
    ne deve saper nulla, ce ne ha avvertito Bardolfo.
    PRIMO  GARZONE:  Per  la  messa!  sar  uno  scherzo coi fiocchi e una
    eccellente trovata.
    SECONDO GARZONE: Vedr se posso scovare Acquacheta.
    (Esce).

    (Entrano l'Ostessa e DORA SQUARCIALENZUOLA).

    OSTESSA: Davvero,  cuor mio,  mi pare che ora voi siate in  eccellente
    avena:  il  vostro  bolso  batte  tanto irregolare quanto il cuore pu
    desiderarlo e il vostro colorito, ve lo assicuro,  davvero rosso come
    qualsiasi rosa,  proprio!  ma vi assicuro che avete bevuto troppo vino
    delle  Canarie,  un vino che vi arriva in fondo e vi profuma il sangue
    prima che possiate dire: Che cosa  questo?. Come va ora?
    DORA: Meglio di prima, hem!
    OSTESSA: Ben detto, un buon cuore vale dell'oro.  Guarda che viene sir
    Giovanni.
    (Entra FALSTAFF cantando).
    FALSTAFF: Quando Arturo apparve a corte... vuota il pitale. (Esce il
    Primo Garzone) Ed era un degno re. Eh! come va, madama Dora?
    OSTESSA: Ha avuto un capogatto, proprio cos.
    FALSTAFF: Cos fan tutte quelle come lei; se hanno un capogatto, gatta
    ci cova.
    DORA: Lurido briccone,  questo tutto il conforto che mi date?
    FALSTAFF: Voi li fate grassi, i vostri bricconi, madama Dora.
    DORA:  Io  li faccio!  li fanno la ghiottoneria e le malattie,  non li
    faccio io.
    FALSTAFF: Se il cuoco aiuta a far le ghiottonerie voi aiutate a far le
    malattie,  Dora;  le prendiamo da voi,  Dora,  da  voi  le  prendiamo,
    riconoscilo, mia povera virt, riconoscilo
    DORA:  Gi,  per  la  Vergine!  e voi prendete le nostre catenelle e i
    nostri gioielli.
    FALSTAFF:  I  fermagli,  le  perle,   i  gingilli.   Perch  servire
    valorosamente,  sapete,  vuol dire tornarsene zoppicando,  uscir dalla
    breccia con la picca ben  dritta,  e  andar  poi  coraggiosamente  dal
    chirurgo, e sapere azzardarsi bravamente sulle colubrine cariche.
    DORA: Impiccati! lurida anguilla, impiccati!
    OSTESSA:  Andiamo,    il  vecchio vezzo: voi due non v'incontrate mai
    senza venire a male parole.  Siete tutti  e  due  collirici  come  due
    crostini  risecchi,  non  potete  sopportare le confermit reciproche.
    Alla buon'ora! bisogna bene che uno sopporti, e dovete esser voi,  voi
    che siete il vaso pi fragile, come suol dirsi, il vaso pi vuoto.
    DORA:  Pu  un  fragile  vaso  vuoto sopportare una cos immensa botte
    piena? V' in lui un intero carico di un mercante di vini di Bordeaux;
    voi non avete mai visto un bastimento con la stiva pi piena. Andiamo,
    voglio esser tua amica, Gianni, te ne vai alle guerre,  e se io mai ti
    rivedr o no, nessuno se ne cura.
    (Rientra il Garzone).
    GARZONE: Messere, l'alfiere Pistola  qui abbasso e vorrebbe parlarvi.
    DORA:  Che  s'impicchi,  quella canaglia di spaccone!  Non lo lasciate
    venir qui,  il pi sboccato briccone d'Inghilterra.
    OSTESSA: Se viene per attaccar briga, non lo lasciate venir qui no, in
    fede mia!  io devo vivere tra i miei  vicini  e  non  voglio  attaccar
    brighe;  ho buon nome e reputazione tra i migliori; chiudete la porta,
    niente attaccabrighe qui -  non  ho  vissuto  sinora  per  aver  delle
    baruffe adesso - chiudete la porta, vi prego.
    FALSTAFF: Mi stai a sentire, ostessa?
    OSTESSA:  Vi prego,  state tranquillo,  sir Giovanni,  qui non vengono
    attaccabrighe.
    FALSTAFF: Mi stai a sentire?  il mio alfiere.
    OSTESSA: Lallerall,  sir Giovanni,  non mi fate discorsi;  il  vostro
    alfiere  attaccabrighe  non passa dalla mia porta.  L'altro giorno ero
    stata chiamata da mastro Catarro, lo scabbino,  ed egli mi disse,  non
    pi  tardi  di  mercoled scorso: Vicina Fapresto - dice lui;  mastro
    Mutolo,  il nostro parroco,  era allora presente - vicina  Fapresto  -
    dice  lui  -  ricevete coloro che sono morigelati  perch - dice lui -
    avete una cattiva reputazione.  Io so  bene  perch  parlava  cos  e
    potrei dirlo:  perch - dice lui - voi siete una donna onesta e della
    quale si pensa bene;  perci state attenta quali ospiti ricevete,  non
    ricevete - dice lui - compari attaccabrighe.  Non ce ne viene qui: vi
    parrebbe  di  toccare il cielo con un dito a sentire quello che disse.
    No, non voglio attaccabrighe.
    FALSTAFF: Non  un attaccabrighe, ostessa,   un mansueto mariolo,  in
    verit,  che  potete accarezzare dolcemente come un levriere cucciolo;
    non litigherebbe con una gallina di Barbaria  se  questa  rizzasse  le
    penne e facesse mostra di resistere. Fallo salire, garzone.
    (Esce il Garzone).
    OSTESSA:  Mariolo,  lo  chiamate?  Non  sbatter la porta in faccia ad
    alcun uomo onesto o mariolo che sia,  ma non mi piacciono i litigi,  e
    in  verit io mi sento male quando sento dire litigio.  Sentite come
    tremo, padroni miei, guardate, ve lo assicuro,
    DORA: E' proprio cos, ostessa.
    OSTESSA: Non  vero che tremo?  tremo proprio come se fossi una foglia
    di pioppo... non posso soffrire gli attaccabrighe.
    (Entrano PISTOLA, BARDOLFO, e il Paggio).
    PISTOLA: Dio vi salvi, sir Giovanni!
    FALSTAFF: Benvenuto,  alfiere Pistola.  Qui, Pistola, io ti carico con
    una coppa di vino di Spagna: tu scarica sulla mia ostessa.
    PISTOLA: Scaricher su di lei, sir Giovanni, con due palle.
    FALSTAFF: E' a prova  di  pistola,  messere;  sar  difficile  che  le
    rechiate offesa.
    OSTESSA:  Andiamo,  non berr prove n palle;  non berr pi di quello
    che mi far bene per far piacere ad alcun uomo.
    PISTOLA: Allora a voi, madonna Dorotea, caricher voi.
    DORA: Caricare me! Vi disprezzo, miserabile!  Come!  un povero diavolo
    senza camicia, una vile canaglia, truffatore! Via, briccone ammuffito,
    andatevene; io son vivanda per il vostro padrone.
    PISTOLA: Vi conosco, madonna Dorotea.
    DORA: Via di qua,  briccone d'un lestofante!  sozzo ladro!  Per questo
    vino,  ficcher il mio coltello nelle vostre  mascelle  ammuffite,  se
    fate  con  me  l'impertinente tagliaborse!  Via di qua,  canaglia d'un
    ubriacone,  giocoliere di spadone da strapazzo!  Da quando tante arie,
    vi prego, messere? Per la luce di Dio! con due spalline? Corbezzoli!
    PISTOLA:  Ch'io  possa morire,  se non uccider la vostra gorgiera per
    quello che avete detto.
    FALSTAFF: Basta Pistola!  non voglio  che  spariate  qui;  scaricateci
    della vostra compagnia, Pistola.
    OSTESSA: No, buon capitano Pistola, non qui, mio caro capitano.
    DORA: Capitano!  detestabile e dannato truffatore,  non ti vergogni di
    farti chiamare capitano?  Se i capitani  la  pensassero  come  me,  ti
    metterebbero alla porta a bastonate per aver preso il loro grado prima
    di averlo guadagnato. Voi capitano? miserabile! e perch mai? per aver
    lacerato  la  gorgiera  di  una  povera  puttana  in un bordello?  Lui
    capitano! impiccatelo, il birbone! Vive di prugne cotte ammuffite e di
    torte secche. Capitano,  questi briganti renderanno la parola capitano
    odiosa come la parola possedere che era un'eccellente e buona parola
    prima  che  fosse  usata  in  un  brutto  senso;  perci bisogna che i
    capitani facciano attenzione.
    BARDOLFO: Ti prego, scendi gi, mio buon alfiere.
    FALSTAFF: Stammi a sentire, madama Dora.
    PISTOLA: Non io!  ti dir,  caporale Bardolfo,  potrei farla a  pezzi;
    voglio vendicarmi di lei.
    PAGGIO: Ti prego, scendi.
    PISTOLA:  Voglio  prima vederla dannata,  nel lago dannato di Plutone,
    per questa  mano!  nell'abisso  infernale  con  Erebo  e  i  pi  vili
    tormenti.  Tien fermo l'amo e la lenza,  dico io.  Gi, gi, cani! gi
    felloni! Non c' qui Irene?
    OSTESSA: Buon capitano  Pistola,  state  tranquillo!    molto  tardi,
    proprio. Vi supplizio, aggravate la vostra collera.
    PISTOLA: Queste son baie! cavalli da tiro
    E flaccide impinguate brenne d'Asia
    Che posson far sol trenta milia al d,
    Ed i Greci Troiani? Sian dannate
    Compararsi coi Cesari e i Cannibali
    Col re Cerbero e il ciel ruggisca pure.
    Dovremo far baruffa per sciocchezze simili?
    OSTESSA: In fede mia, capitano, queste son parole molto amare.
    BARDOLFO: Vattene, buon alfiere: finiremo con una rissa.
    PISTOLA:  Che  gli  uomini  muoiano  come  cani;  date via corone come
    spille! Non c' qui Irene?
    OSTESSA: Sulla mia parola,  capitano,  non c' niente di  simile  qui.
    Alla buon'ora!  pensate forse che la nasconderei?  Per amor del cielo,
    state tranquillo.
    PISTOLA: Allora mangiate e ingrassate, mia bella Callipoli. Su, dateci
    del vino di Spagna. Se fortuna mi tormenta, la speranza mi contenta.
    Abbiamo paura delle bordate?  no!  che il demonio faccia fuoco,  dammi
    del  vin  di  Spagna e,  beneamata,  tu sta' qui.  (Posa la sua spada)
    Facciamo punto fermo qui e il resto non conta nulla?
    FALSTAFF: Pistola, vorrei star tranquillo.
    PISTOLA: Dolce cavaliere,  ti bacio il pugno!  Eh,  abbiamo  visto  le
    sette stelle.
    DORA: Per amor di Dio,  buttalo gi dalle scale;  non posso sopportare
    una simile tronfia canaglia.
    PISTOLA: Buttarmi gi dalle scale!  non sappiamo chi sono le  giumente
    di Galloway?
    FALSTAFF: Buttalo gi,  Bardolfo,  come uno scellino al rimbalzino; se
    non sa far altro che dir sciocchezze non ha niente da fare qui.
    BARDOLFO: Venite, scendete abbasso.
    PISTOLA: Come?  avremo un salasso?  verseremo sangue?  (Afferrando  la
    spada)
    Allora, o morte, cullami al tuo sonno,
    I mesti d m'abbrevia! e gravi, orrende,
    Boccheggianti ferite ors dipanino
    Le Tre Sorelle! Vieni, Atropo, m'odi!
    OSTESSA: Finiremo con una bella zulfa!
    FALSTAFF: Dammi la mia spada, ragazzo.
    DORA: Ti prego, Gianni, ti prego, non tirar fuori la spada.
    FALSTAFF: Vattene abbasso.
    (Traendo la spada).
    OSTESSA: Ecco un bel tumulto!  Rinunzio a tener su osteria, se mi devo
    trovare a questi territori e spaventi.  Ora si  ammazzeranno,  ne  son
    certa.  Ohim!  ohim! rinfoderate le spade nude! rinfoderate le spade
    nude!
    (Escono Bardolfo e Pistola).
    DORA: Ti prego, Gianni,  sta' quieto,  il briccone se n' andato.  Ah!
    fegatinaccio d'un figlio di puttana che non sei altro!
    OSTESSA:  Non  siete  ferito  all'inguine?  mi  parve  che vibrasse un
    maledetto colpo alla vostra pancia.
    (Rientra BARDOLFO).
    FALSTAFF: L'hai cacciato fuori della porta?
    BARDOLFO: S,  messere,  il  briccone    ubriaco.  Lo  avete  ferito,
    messere, alla spalla.
    FALSTAFF: Una canaglia, sfidarmi!
    DORA:  Ah!  bricconcello,  mia  povera scimmietta,  come sudi!  vieni,
    lascia che ti asciughi il viso, vieni ciccione d'un figlio di puttana.
    Ah! briccone, ti amo davvero: sei valoroso come Ettore di Troia,  vali
    cinque  Agamennoni  e  sei  dieci  volte  pi  grande  dei  Nove Eroi;
    bricconcello!
    FALSTAFF: Miserabile,  birbante!  far saltare lo  scellerato  in  una
    coperta.
    DORA: Fa' pure,  se ne hai cuore;  se lo fai io ti sballotter tra due
    lenzuola.
    (Entrano dei Sonatori).
    PAGGIO: I sonatori son venuti, messere.
    FALSTAFF: Che suonino!  sonate,  messeri!  Siediti sul mio  ginocchio,
    Dora.  Miserabile birbone d'un millantatore!  il mariolo  fuggito via
    davanti a me come l'argento vivo.
    DORA: Proprio cos; e tu gli andasti dietro svelto come la fabbrica di
    San Pietro.  Mio grazioso maialetto della  fiera  di  San  Bartolomeo,
    quando  smetterai  tu  di  combatter  di  giorno e tirar di scherma di
    notte, e comincerai a rattoppare le tue vecchie cuoia per il cielo?
    (Entrano di dietro il PRINCIPE ENRICO e POINS,  travestiti da  garzoni
    d'osteria).
    FALSTAFF: Zitta,  mia buona Dora! non parlare come una testa di morto,
    non mi far ricordare la mia fine.
    DORA: Mariolo, che tipo  il principe?
    FALSTAFF: Un buon  ragazzo  senza  cervello,  sarebbe  stato  un  buon
    dispensiere, avrebbe tagliato bene il pane.
    DORA: Dicono che Poins ha molto spirito.
    FALSTAFF:  Lui,  molto  spirito?  impiccamelo  quel  babbuino!  il suo
    spirito  denso come la mostarda di Tewksbury; non v' pi fantasia in
    lui che in un mazzapicchio.
    DORA: E perch allora il principe gli vuol tanto bene?
    FALSTAFF: Perch le loro gambe sono della stessa  grossezza  e  giuoca
    bene agli anelli e mangia anguille col finocchio e ingoia mozziconi di
    candela accesi all'acquavite,  e fa all'altalena coi ragazzi e salta a
    pi pari al di sopra degli sgabelli e bestemmia  con  buona  grazia  e
    porta  stivali  ben  lisci  come  quello  che serve d'insegna e non fa
    nascere baruffe raccontando storielle indiscrete.  E'  per  queste  ed
    altre  strambe  qualit  ch'egli  possiede  e che mostrano un cervello
    debole e un corpo robusto, che il principe lo tiene in favore,  perch
    lo  stesso  principe    simile  a  lui;  il peso d'un capello farebbe
    pendere l'equilibrio dei lor pesi sulla bilancia.
    PRINCIPE: Questo  bricco  non  meriterebbe  che  gli  tagliassimo  gli
    orecchi?
    POINS:. Bastoniamolo davanti alla sua scanfarda.
    PRINCIPE:  Guarda  come  questo  vecchio  avvizzito  si fa grattare la
    capoccia come un pappagallo.
    POINS: Non    strano  che  il  desiderio  sopravviva  di  tanti  anni
    all'azione?
    FALSTAFF: Baciami, Dora.
    PRINCIPE:  Saturno e Venere sono in congiunzione quest'anno!  che dice
    l'almanacco di questo fatto?
    POINS: E guarda l'infocato  trigno,  il  suo  uomo,  che  se  ne  sta
    sussurrando  dolcemente  all'antica agenda,  al libro dei conti,  alla
    consigliera del suo padrone!
    FALSTAFF: E' per lusingarmi che tu mi dai dei baci?
    DORA: Sulla mia fede, ti bacio di cuor sincero.
    FALSTAFF: Son vecchio, son vecchio.
    DORA: Amo pi te che non uno di quei miseri giovincelli.
    FALSTAFF: Di che  stoffa  vuoi  una  sottana?  Gioved  riscoter  del
    denaro.  Domani avrai un cappello.  Andiamo, un'allegra canzone; si fa
    tardi, ce ne andremo a letto. Tu mi dimenticherai quando sar partito.
    DORA: Mi metter davvero a piangere se tu dici cos:  sta'  certo  che
    non  mi  vestir  pi  dei  miei begli abiti finch tu non ritornerai.
    Bene, ascoltiamo la fine.
    FALSTAFF: Del vino di Spagna, Cecco!
    PRINCIPE: e POINS: Subito, subito, signore.
    (Avanzando).
    FALSTAFF: Ah!  un figlio bastardo del re!  e non  sei  tu  Poins,  suo
    fratello?
    PRINCIPE:  Ecco,  mappamondo di continenti pieni di peccati,  che vita
    conduci!
    FALSTAFF: Migliore della tua: io sono un gentiluomo, tu un tirapiedi.
    PRINCIPE: Verissimo, messere,  e vengo per tirarvi fuori di qui per le
    orecchie.
    OSTESSA: O che il Signore conservi Vostra Grazia! in verit, benvenuto
    a  Londra.  Che il cielo benedica quel tuo dolce viso!  O Ges,  siete
    venuto dal paese di Galles?
    FALSTAFF: O tu folle  e  lussuriosa  miscela  di  maest!  per  questa
    frivola  carne  e questo sangue corrotto (appoggiando la mano su Dora)
    tu sei benvenuto.
    DORA: Come sarebbe a dire, stupido grassone! vi disprezzo.
    POINS: Mio signore,  vi distoglier  dalla  vostra  vendetta  volgendo
    tutto in scherzo, se non battete il ferro finch  caldo.
    PRINCIPE: O tu,  miniera di sego,  come vilmente hai or ora parlato di
    me davanti a questa onesta, virtuosa e compita donna?
    OSTESSA:. La benedizione di Dio sul vostro buon cuore!  ella  proprio
    cos, in fede mia.
    FALSTAFF: Mi hai ascoltato?
    PRINCIPE: Gi, e voi mi avevate riconosciuto come quando scappaste via
    a Gadshill: sapevate che ero alle vostre spalle e parlaste a quel modo
    a bella posta per mettere alla prova la mia pazienza.
    FALSTAFF:  No,  no,  no,  non   cos;  non pensavo tu fossi a portata
    d'orecchio.
    PRINCIPE: Vi costringer allora a  confessare  il  vostro  premeditato
    insulto, e poi so io come servirvi.
    FALSTAFF: Nessun insulto, Rigo, sul mio onore, nessun insulto.
    PRINCIPE: No!  disprezzarmi e chiamarmi dispensiere e tagliapane e non
    so che altro!
    FALSTAFF: Nessun insulto, Rigo.
    POINS: Nessun insulto?
    FALSTAFF: Nessun insulto al mondo,  Ned: mio onesto Ned,  nessuno.  Io
    l'ho   denigrato   agli   occhi   dei   malvagi  affinch  questi  non
    s'innamorassero di lui: cos facendo ho fatto la parte di un premuroso
    amico e di un fedele suddito e tuo padre mi  deve  render  grazie  per
    questo.  Nessun insulto,  Rigo...  nessuno, Ned, nessuno; in fede mia,
    ragazzi, nessuno.
    PRINCIPE: Vedi ora se per genuina paura e vilt tu  non  fai  torto  a
    questa  virtuosa  gentildonna  pur di far la pace con noi?  Appartiene
    essa ai malvagi? E la tua ostessa qui o il ragazzo, son tra i malvagi?
    O l'onesto Bardolfo, il cui zelo gli arde nel naso,  tra i malvagi?
    POINS: Rispondi, olmo morto, rispondi.
    FALSTAFF: Il demonio ha gi segnato Bardolfo in modo  irrevocabile,  e
    il  suo  volto    la cucina privata di Lucifero dove non fa altro che
    arrostire i bevitori di birra. Quanto al ragazzo,  v' un angelo buono
    al suo fianco, ma il diavolo soverchia pure lui.
    PRINCIPE: E quanto alle donne?
    FALSTAFF: Una di loro  gi all'inferno e brucia, povera anima. Quanto
    all'altra, le devo denaro, e se sar dannata per questo, io non lo so.
    OSTESSA: No, ve lo garantisco.
    FALSTAFF: No,  penso anch'io che non lo sarai,  per questo te la cavi.
    Per la Vergine! c' un'altra accusa contro di te: quella di permettere
    che si mangi carne nella tua casa contrariamente  alla  legge;  e  per
    questo penso che tu urlerai.
    OSTESSA:  Tutti  i  locandieri lo fanno: cos' una coscia di montone o
    due nell'intera quaresima?
    PRINCIPE: Voi, madama...
    DORA: Che dice Vostra Grazia?
    FALSTAFF: Sua Grazia dice cose contro cui la sua carne si ribella.
    (Si ode bussare).
    OSTESSA: Chi bussa cos forte all'uscio? guarda all'uscio, Cecco.
    (Entra PETO).
    PRINCIPE: Ebbene Peto, che notizie?
    PETO: Il re vostro padre   a  Westminster;  vi  sono  venti  corrieri
    stanchi  ed  esausti  che vengono dal settentrione e,  mentre io stavo
    venendo,  ho incontrato e raggiunto una dozzina di  capitani,  a  capo
    nudo,  sudati,  che  bussavano alle taverne e tutti domandavano di sir
    Giovanni Falstaff.
    PRINCIPE: Per il cielo, Poins, mi sento molto in colpa di profanare in
    ozio un tempo prezioso, allorch la tempesta della ribellione, come il
    vento del mezzogiorno carico di neri vapori,  comincia a sciogliersi e
    a  cadere sulle nostre teste disarmate.  Dammi la spada e il mantello.
    Falstaff, buona notte.
    (Escono il Principe Enrico, Poins, Peto e Bardolfo).
    FALSTAFF: Ora viene il pi dolce boccone della notte,  e noi  dobbiamo
    andarcene da qui senza coglierlo. (Si ode bussare) Bussano ancora!
    (Rientra BARDOLFO).
    Ebbene, cos' successo?
    BARDOLPH:  Dovete  andare  a  corte  subito,  messere:  una dozzina di
    capitani stanno alla porta ad attendervi.
    FALSTAFF (al Paggio): Paga i sonatori, ragazzo. Addio, ostessa,  addio
    Dora.  Voi vedete,  mie buone ragazze, come si ricercano gli uomini di
    merito: i buoni a nulla  posson  dormire,  quando  l'uomo  d'azione  
    chiamato. Arrivederci, buone ragazze: se non mi fanno partire in tutta
    fretta, vi rivedr prima.
    DORA:  Non  posso  parlare;  se  il mio cuore non sta per scoppiare...
    andiamo, Giannino mio, prendi cura di te.
    FALSTAFF: Addio, addio.
    (Escono Falstaff e Bardolfo).
    OSTESSA: Suvvia,  buona fortuna!  quando torna la stagione dei piselli
    saranno ventinove anni che ti conosco, ma un uomo pi onesto, di cuore
    pi sincero... suvvia, buona fortuna!
    BARDOLFO (dal di dentro): Madama Squarcialenzuola !
    OSTESSA: Che c'?
    BARDOLFO (dal di dentro): Dite a madama Squarcialenzuola che venga dal
    mio padrone.
    OSTESSA: Oh!  correte,  Dora, correte; correte, buona Dora (Dora viene
    tutta in lacrime] S, volete venire, Dora?
    (Escono).














    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Una stanza nel Palazzo.

    (Entra ENRICO QUARTO, in veste da camera, con un Paggio).
    ENRICO: Va',  chiama i conti di Surrey e  di  Warwick,  ma  prima  che
    vengan  qui,  di' loro di leggere queste lettere e di meditarvi sopra.
    Fa' presto.  (Esce il Paggio) Quante  migliaia  dei  miei  pi  poveri
    sudditi dormono a quest'ora!  O sonno, o dolce sonno, soave riparatore
    della Natura,  in che modo ti ho io spaventato che  tu  non  vuoi  pi
    pesare sulle mie palpebre e immergere i miei sensi nell'oblio? Perch,
    o  sonno,  riposi  piuttosto  nelle  fumose  capanne,  disteso su duri
    pagliericci,  assopito dal ronzio degl'insetti notturni piuttosto  che
    nelle  profumate  stanze  dei  grandi,  sotto  i sontuosi baldacchini,
    cullato dai suoni della pi soave melodia? O stupida divinit!  perch
    giaci  tu con gli abietti,  in luridi giacigli,  e lasci che il talamo
    regale divenga una cassa d'orologio o una soneria d'allarme?  Tu  puoi
    sull'alto  e  vertiginoso albero della nave chiuder gli occhi al mozzo
    cullando il suo cervello al moto del rude e impetuoso flutto,  tra gli
    incessanti  venti  che  battono  sulla  cima degli implacabili flutti,
    arricciando le lor teste  mostruose  e  sospendendoli  alle  nubi  che
    passano  con  s  assordante tumulto che al fragore la morte stessa si
    desta? Puoi tu, o sonno ingiusto, dare il tuo riposo al mozzo molle di
    pioggia in un'ora s rude,  e  nella  pi  calma  e  tranquilla  notte
    negarlo  a  un  re  che possiede ogni agio e ogni mezzo per ottenerlo?
    allora, o umili felici, riposate! riposa a disagio una testa che cinge
    una corona.

    (Entrano WARWICK e SURREY).

    WARWICK: Molte volte buon giorno a Vostra Maest!
    ENRICO: E gi l'ora del giorno, signori?
    WARWICK: E l'una passata.
    ENRICO: Allora buon giorno a tutti voi,  miei signori.  Avete letto le
    lettere che vi ho mandato?
    WARWICK: Le abbiamo lette, mio sovrano.
    ENRICO: Allora avete visto come il corpo del nostro regno sia infetto,
    quali  veementi  malattie  crescono  vicino  al suo cuore e con quanto
    pericolo.
    WARWICK: E' soltanto un corpo ancora in disordine che  pu  ricuperare
    la sua prima vigoria con buoni consigli e qualche medicina.  Monsignor
    di Northumberland presto si raffredder.
    ENRICO: O Dio, se uno potesse leggere un libro del destino e vedere le
    rivoluzioni del tempo spianare le montagne  e  il  continente,  stanco
    della sua solida consistenza,  sciogliersi nel mare; e vedere talvolta
    la cintura di  sabbia  dell'oceano  troppo  ampia  per  i  fianchi  di
    Nettuno, o come le circostanze si ridon di noi e i mutamenti riempiono
    di  liquori  diversi la coppa delle vicissitudini!  Oh,  se si potesse
    vedere tutto questo,  il pi felice dei giovani scorgendo l'intero suo
    viaggio   e  i  pericoli  passati  e  gli  ostacoli  ancor  da  venire
    chiuderebbe il libro e si lascerebbe cascar le braccia in attesa della
    morte.  Non sono ancora trascorsi dieci  anni  da  quando  Riccardo  e
    Northumberland,  grandi amici, facevano festa insieme, e due anni dopo
    erano in guerra.  Soltanto otto anni fa questo Percy  era  l'uomo  pi
    vicino alla mia anima e, come un fratello, lavorava per me e poneva il
    suo  affetto  e  la  sua vita ai miei piedi e,  per amor mio,  sfidava
    Riccardo a faccia a faccia.  Ma chi di voi era presente?  (A  Warwick)
    Voi,  cugino Nevil,  per quanto ricordo; quando Riccardo con gli occhi
    gonfi di lagrime, rimproverato e oltraggiato da Northumberland,  disse
    queste parole che si sono ora dimostrate profetiche?  Northumberland,
    scala con la quale mio cugino Bolingbroke sale al mio trono
    eppure Dio lo sa, io non avevo allora simile intenzione, se non che la
    necessit  tanto  pieg  lo  Stato  che  io  e  la  sovranit  dovemmo
    abbracciarci.  Tempo verr - cos seguit egli - tempo verr,  che il
    turpe peccato, venendo a capo, scoppier nella corruzione,  e seguit
    a  parlare in tal modo prevedendo la situazione di quest'ora e la fine
    della nostra amicizia.
    WARWICK: V' una storia nella vita di tutti gli uomini che rappresenta
    la natura dei tempi defunti;  osservando questa  storia  un  uomo  pu
    profetizzare  quasi a colpo sicuro le principali cose probabili ancora
    non nate a vita e che stanno chiuse come tesori nel loro seme e  nelle
    lor timide gemme.  Simili cose son la prole e la progenie del tempo, e
    per codesta necessaria  norma  re  Riccardo  poteva  fare  una  sicura
    previsione che il gran Northumberland,  allora falso a lui, sarebbe da
    quel seme cresciuto a pi grande falsit e non avrebbe  trovato  altro
    terreno su cui prender radice, se non a vostro danno.
    ENRICO:  Son dunque queste cose necessarie?  Affrontiamole allora come
    necessit,  e questa parola ci chiama ora a gran voce.  Si dice che il
    vescovo e Northumberland sono forti di cinquantamila uomini.
    WARWICK: Non pu essere, mio signore: la fama raddoppia come la voce e
    l'eco  il  numero  di  quelli che temiamo.  Piaccia a Vostra Grazia di
    coricarsi;  per la mia vita,  mio signore,  le forze che avete mandato
    avanti  riporteranno  la  vittoria  molto  facilmente Per darvi ancora
    maggior fiducia,  io ho ricevuto sicura notizia che Glendower  morto.
    Vostra  Maest   malato da quindici giorni e queste veglie prolungate
    devono per forza peggiorare la vostra malattia.
    ENRICO: Seguir il vostro consiglio e  una  volta  che  queste  guerre
    intestine  saranno terminate,  partiremo,  cari signori,  per la Terra
    Santa.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una corte davanti alla casa del  giudice  Sommario  in
    Gloucestershire.
    (SOMMARIO e SILENZIO s'incontrano entrando.  MUFFITO,  OMBRA, VERRUCA,
    FIACCO, TORELLO e Servi li seguono).
    SOMMARIO: Venite avanti, venite avanti, venite avanti, messere; datemi
    la mano, messere, datemi la mano,  messere;  siete mattiniero,  per la
    croce! E come sta il mio buon cugino Silenzio?
    SILENZIO: Buon giorno, buon cugino Sommario.
    SOMMARIO:  E  come sta mia cugina,  la vostra compagna di letto?  e la
    vostra bellissima figlia e mia, la mia figlioccia Elena?
    SILENZIO: Ahim, un merlo nero, cugino Sommario.
    SOMMARIO: Senza dubbio credo che mio cugino Guglielmo  sar  diventato
    un bravo studente. E' sempre a Oxford, non  vero?
    SILENZIO: E' cos, messere, a mie spese.
    SOMMARIO:  Dovr  andare  presto  alla  scuola  di legge.  Un tempo io
    appartenni a quella di San Clemente dove credo che  parleranno  ancora
    di quel matto di Sommario.
    SILENZIO: Vi chiamavano allora l'arzillo Sommario, cugino.
    SOMMARIO: Per la messa,  mi chiamavano con qualsiasi nome!  e io avrei
    fatto qualunque cosa e di buzzo buono pure.  C'ero io,  e  il  piccolo
    Giovanni  Doit  di  Staffordshire e il nero Giorgio Barnes e Francesco
    Pickbone e Memmo Squele,  uomo del Cotswold;  non ci  sono  stati  pi
    quattro  guappi  come  questi in tutte le scuole di legge;  e vi posso
    dire che sapevano dove stava la "bona  roba",  e  la  migliore  era  a
    nostra disposizione. E poi c'era Gianni Falstaff, ora sir Giovanni, un
    ragazzo e paggio di Tommaso Mowbray, duca di Norfolk.
    SILENZIO:  Quel  sir  Giovanni,  cugino,  che verr tra poco qui per i
    soldati?
    SOMMARIO: Lo stesso sir Giovanni,  proprio lo stesso.  Lo vidi rompere
    la  testa  di  Skogan  alla  porta  del  collegio quand'era un monello
    neanche alto cos,  e lo stesso giorno mi battei con un certo  Sansone
    Stoccafisso,  un fruttivendolo,  dietro Gray's Inn.  Ges,  Ges,  che
    giorni pazzi che  ho  passato!  e  vedere  quante  delle  mie  vecchie
    conoscenze sono morte!
    SILENZIO: Seguiremo tutti, cugino.
    SOMMARIO: Certo,   certo;  sicurissimo,  sicurissimo;  la morte, come
    dice il salmista,  certa per tutti;  tutti morranno.  Quanto costa un
    buon paio di torelli alla fiera di Shamford?
    SILENZIO: In fede, cugino, non c'ero.
    SOMMARIO:  La  morte   certa.  Il vecchio Double della vostra citt 
    ancora vivo?
    SILENZIO: Morto, signore.
    SOMMARIO: Ges,  Ges,   morto!  Sapeva tirar bene con  l'arco  ed  
    morto!  buon arciere, un bell'arciere; Giovanni di Gand lo amava molto
    e scommetteva grosse somme sulla  sua  testa.  Morto!  era  capace  di
    colpire  il  segno  a  duecentoquaranta  passi  e  poteva  mandarvi un
    quadrello a duecentottanta e anche a duecentonovanta passi,  ch'era un
    piacere a vederlo. A che prezzo una ventina di buone pecore, adesso?
    SILENZIO:  Secondo  come sono;  una ventina di buone pecore pu valere
    dieci sterline.
    SOMMARIO: E il vecchio Double  morto?
    SILENZIO: Ecco che vengono due uomini di  sir  Giovanni  Falstaff,  mi
    pare.
    (Entra BARDOLFO e un altro con lui).
    BARDOLFO:  Buon  giorno,  onesti signori;  vi prego,  chi  il giudice
    Sommario?
    SOMMARIO: Sono Roberto Sommario, messere, un povero scudiero di questa
    contea e uno dei giudici di pace del re. Cosa desiderate da me?
    BARDOLFO: Il mio capitano,  signore,  vi  manda  a  salutare;  il  mio
    capitano, sir Giovanni Falstaff, gagliardo gentiluomo, per il cielo, e
    valente condottiero.
    SOMMARIO:  I  suoi  saluti  son  benvenuti,  messere;  lo ricordo buon
    spadaccino.  Come sta il buon cavaliere?  posso domandare come sta  la
    signora sua moglie?
    BARDOLFO:  Scusate,  messere,  ma  un soldato sta pi comodevole senza
    moglie.
    SOMMARIO: Ben detto davvero,  messere,  proprio  ben  detto.  Sta  pi
    comodevole!  bene  davvero!  le  buone  frasi  sono  e  furono  sempre
    sicuramente molto raccomandabili. Pi comodevole!  deriva da comodo:
    benissimo, una buona frase.
    BARDOLFO:  Scusate,  messere,  ho  sentito  questa parola.  Frase,  la
    chiamate?  per questa luce del giorno,  io non conosco  la  frase,  ma
    sosterr  con la mia spada che la parola  una parola da soldato,  una
    parola di comando veramente eccellente, per il cielo! Comodevole, vale
    a dire quando un uomo ,  come si dice,  comodevole,  o  quando    in
    quello  stato  per  cui pu passare per comodevole,  il che  una cosa
    eccellente.
    SOMMARIO: E'  giustissimo;  guardate,  ecco  che  viene  il  buon  sir
    Giovanni.
    (Entra FALSTAFF).
    Datemi la vostra buona mano, datemi la buona mano di Vostra Grazia; in
    fede mia, state bene e portate benissimo i vostri anni: benvenuto buon
    sir Giovanni.
    FALSTAFF: Son contento di vedervi in buona salute, buon mastro Roberto
    Sommario; mastro Cartasicura, mi pare?
    SOMMARIO: No, sir Giovanni,  mio cugino Silenzio che  in commissione
    con me.
    FALSTAFF: Buon mastro silenzio, vi si addice molto bene essere un uomo
    di pace.
    SILENZIO: Vostra Signoria  il benvenuto.
    FALSTAFF: Perbacco,   tempo molto caldo.  Mi avete provveduto qui una
    mezza dozzina di uomini abili?
    SOMMARIO: Diamine, sicuro, messere. Volete sedervi?
    FALSTAFF: Fatemeli vedere, vi prego.
    SOMMARIO: Dov' il ruolo?  dov' il ruolo?  dov' il  ruolo?  vediamo,
    vediamo,  vediamo; gi, gi, gi, s, diamine, messere. Dolfo Muffito!
    che si presentino quando li chiamo: che facciano  cos,  che  facciano
    cos. Vediamo, dov' Muffito?
    MUFFITO: Qui, se non vi dispiace.
    SOMMARIO: Che ne pensate,  sir Giovanni?  robusto di membra,  giovane,
    forte e di buona famiglia.
    FALSTAFF: Ti chiami Muffito?
    MUFFITO: Gi, se non vi dispiace.
    FALSTAFF: Allora  tempo di far uso di te.
    SOMMARIO: Ah, ah,  ah!  eccellente,  in verit!  le cose muffite hanno
    bisogno di essere usate; singolarmente buono! in verit, sir Giovanni,
    ben detto, benissimo detto.
    FALSTAFF (a Sommario): Segnatelo.
    MUFFITO: Ero gi stato abbastanza segnato prima d'ora,  avreste potuto
    lasciarmi in pace;  la mia vecchia madre non sapr come fare senza uno
    che le badi ai campi,  e alle altre faccende. Non c'era bisogno che mi
    segnaste, vi sono altri pi adatti di me per partire.
    FALSTAFF: Andiamo, calmatevi, Muffito; voi partirete, Muffito,  tempo
    che siate consumato.
    MUFFITO: Consumato!
    SOMMARIO: Silenzio, mio uomo, silenzio,  fatevi da parte,  sapete dove
    siete? all'altro, sir Giovanni, vediamo: Simon Ombra!
    FALSTAFF: Perbacco, datemelo per sederci sotto:  probabile che sia un
    soldato freddo.
    SOMMARIO: Dov' Ombra?
    OMBRA: Qui, signore.
    FALSTAFF: Ombra, di chi sei figlio?
    OMBRA: Figlio di mia madre, signore.
    FALSTAFF:  Figlio di tua madre!   probabile,  e l'ombra di tuo padre:
    cos il figlio della femmina  l'ombra  del  maschio;    spesso  cos
    davvero, con pochissimo della sostanza del padre.
    SOMMARIO: Vi piace, sir Giovanni?
    FALSTAFF: Ombra servir per l'estate...  segnatelo; poich abbiamo gi
    un bel numero di ombre per riempire il registro dei quadri.
    SOMMARIO: Tommaso Verruca!
    FALSTAFF: Dov'?
    VERRUCA: Qui, signore.
    FALSTAFF: Ti chiami Verruca?
    VERRUCA: S, signore.
    FALSTAFF: Sei una verruca molto sfilacciata.
    SOMMARIO: Devo appuntarlo, sir Giovanni?
    FALSTAFF: Sarebbe superfluo: poich il suo vestiario  tenuto  assieme
    dal  suo  dorso  e  tutto  il  centone  si  regge cogli spilli: non lo
    appuntate pi.
    SOMMARIO: Ah, ah, ah! sapete dirle, messere; sapete dirle, mi rallegro
    con voi. Francesco Fiacco!
    FIACCO: Qui, signore.
    FALSTAFF: Che mestiere fai, Fiacco?
    FIACCO: Sarto da donna, signore.
    SOMMARIO: Debbo appuntarlo, signore?
    FALSTAFF: Fate pure,  ma se egli fosse stato un sarto da uomo  avrebbe
    lui  messo dei punti a voi.  Farai tanti fori in un battaglione nemico
    quanti ne hai fatti nella sottana di una donna?
    FIACCO: Far tutto quello che posso, signore, non potrete aver di pi.
    FALSTAFF: Ben detto,  bravo sarto  da  donna!  ben  detto,  coraggioso
    Fiacco!  Tu  sarai  valoroso  come  l'irata colomba o il pi magnanimo
    topo. Appuntate bene il sarto da donna,  mastro Sommario;  appuntatelo
    forte, mastro Sommario.
    FIACCO: Avrei voluto che Verruca fosse stato preso, signore.
    FALSTAFF:  E  io  vorrei  che tu fossi un sarto da uomo,  cos avresti
    potuto rabberciarlo e renderlo adatto a partire.  Non posso far di lui
    un semplice soldato,  visto che  il condottiero di tante migliaia;  e
    ora basta, veemente Fiacco.
    FIACCO: Baster, signore.
    FALSTAFF: Te ne sono obbligato, onorato Fiacco. Chi viene ora?
    SOMMARIO: Pietro Torello del prato!
    FALSTAFF: S, perbacco, vediamo Torello.
    TORELLO: Qui, signore.
    FALSTAFF: Per Dio, un uomo aitante! Andiamo,  appuntate Torello finch
    muggisca.
    TORELLO: O Dio, mio buon monsignor capitano
    FALSTAFF: Che, tu muggisci prima di sentir la punta?
    TORELLO: O Dio, signore, sono un uomo malato.
    FALSTAFF: Che malattia hai?
    TORELLO: Un raffreddore ruffiano,  signore,  una tosse,  signore,  che
    presi a sonar le campane per l'avvento del re,  il  giorno  della  sua
    incoronazione, signore.
    FALSTAFF: Andiamo, tu andrai alla guerra in veste da camera: ti faremo
    passare  il  raffreddore  e  prender le misure perch i tuoi consorti
    suonino per te. Son tutti qui?
    SOMMARIO: Se ne sono chiamati due di pi del vostro numero, non dovete
    averne che quattro da qui, signore.  E ora vi prego di venire a pranzo
    con me.
    FALSTAFF:  Andiamo,  verr  a  bere  con  voi,  ma non posso restare a
    pranzo. Son contento di vedervi, in fede mia, mastro Sommario.
    SOMMARIO: O sir Giovanni,  vi ricordate quando passammo tutta la notte
    nel mulino a vento nel campo di San Giorgio?
    FALSTAFF: Non ne parliamo pi,  buon mastro Sommario,  non ne parliamo
    pi.
    SOMMARIO: Ah,  fu una notte allegra.  E Gianna Faticalanotte   sempre
    viva?
    FALSTAFF: Vive ancora, mastro Sommario,
    SOMMARIO: Non mi pot mai soffrire.
    FALSTAFF:  Mai  mai;  diceva  sempre  che non poteva sopportare mastro
    Sommario.
    SOMMARIO: Per la messa, sapevo farla accorare dalla rabbia. Allora era
    una "bona roba". Si mantiene bene?
    FALSTAFF: Vecchia, vecchia, mastro Sommario.
    SOMMARIO: Gi,  dev'essere vecchia;  non pu fare  a  meno  di  essere
    vecchia;  certo  che    vecchia;  aveva avuto Berto Faticalanotte dal
    vecchio  Faticalanotte  prima  che  io  venissi  al  collegio  di  San
    Clemente.
    SILENZIO: Son cinquantacinque anni fa.
    SOMMARIO:  Ah,  cugino Silenzio,  se tu avessi visto quello che questo
    cavaliere ed io abbiamo visto! Eh, sir Giovanni, ho detto bene?
    FALSTAFF: Abbiamo sentito le campane di mezzanotte, mastro Sommario.
    SOMMARIO: Le abbiamo sentite, le abbiamo sentite,  le abbiamo sentite,
    in  fede  mia,  sir  Giovanni,  le  abbiamo  sentite: la nostra parola
    d'ordine era  hem!  ragazzi!.  Venite,  andiamo  a  pranzo,  venite,
    andiamo a pranzo. Ges, che giorni che abbiamo veduti! Venite, venite.
    (Escono Falstaff, Sommario e Silenzio).
    TORELLO: Buon signore,  capolare Bardolfo,  siatemi amico, ed ecco qui
    per voi l'equivalente in corone francesi di  quattro  pezzi  di  dieci
    scellini  d'Enrico.   In  verit,  signore,  vorrei  piuttosto  essere
    impiccato che partire,  signore;  ma,  quanto a me non  m'importa;  ma
    piuttosto  perch  non  ne  ho  voglia,  e quanto a me ho desiderio di
    restare  con  i  miei  consorti,  altrimenti  per  parte  mia  non  mi
    importerebbe gran che di partire.
    BARDOLFO: Andiamo, fatevi da parte.
    MUFFITO:  Buon signore caporale capitano,  per amore della mia vecchia
    mamma, siatemi amico;  non ha nessuno per badare a lei quando io me ne
    sar  andato,  ed    vecchia  e  non  pu far nulla da s.  Ne avrete
    quaranta, signore.
    BARDOLFO: Andiamo, fatevi da parte.
    FIACCO: In fede mia,  non m'importa;  un uomo non pu morire  che  una
    volta sola;  dobbiamo a Dio la morte. Non avr mai un'anima vile; se 
    mio destino, sia;  se non lo ,  sia cos.  Nessun uomo  troppo buono
    per servire il suo principe,  e vada come vuole,  chi muore quest'anno
    non dovr morire l'anno venturo.
    BARDOLFO: Ben detto, sei un brav'uomo.
    FIACCO: In fede mia, non avr mai un'anima vile.
    (Rientrano FALSTAFF e i Giudici).
    FALSTAFF: Vediamo, signore, quali uomini prender?
    SOMMARIO: I quattro che vi piacciono di pi.
    BARDOLFO: Signore, una parola.  Ho tre sterline per liberare Muffito e
    Torello.
    FALSTAFF: Va', sta bene.
    SOMMARIO: Vediamo, sir Giovanni, quali sono i quattro che prendete?
    FALSTAFF: Scegliete pure per me.
    SOMMARIO: Per la Vergine! allora Muffito, Torello, Fiacco, e Ombra.
    FALSTAFF:  Muffito  e  Torello:  quanto a voi,  Muffito restate a casa
    finch siate inabile al servizio,  e quanto a voi,  Torello,  crescete
    finch sarete un toro, non ne voglio di voi.
    SOMMARIO:  Sir  Giovanni,  sir Giovanni,  non fate torto a voi stesso:
    sono tra i pi abili e io vorrei che foste servito dai migliori.
    FALSTAFF: Volete insegnare a me,  mastro Sommario,  come scegliere  un
    uomo?  Che mi importa delle membra,  dei muscoli,  della statura,  del
    peso e di tutta la corporatura di un uomo?  Datemi lo spirito,  mastro
    Sommario. Ecco qui Verruca; vedete com' tutto sfilacciato, ma egli vi
    caricher  e scaricher il suo archibugio con la rapidit del martello
    di un peltraio,  andr avanti e  indietro  pi  svelto  di  colui  che
    solleva  le secchie del birraio.  E quest'Ombra,  secco come un uscio,
    datemi quest'uomo; egli non presenta bersaglio al nemico, l'avversario
    potrebbe altrettanto facilmente mirare al filo di un  coltello.  E  in
    una ritirata, con qual rapidit questo Fiacco, sarto da donna, fuggir
    via!  Oh,  datemi  uomini  secchi  e non seccate i grandi.  Mettete un
    moschetto in mano a Verruca, Bardolfo.
    BARDOLFO: Vieni, Verruca, marcia avanti e indietro, cos cos, cos.
    FALSTAFF: Andiamo,  manovra adesso il tuo moschetto: cos,  benissimo!
    avanti, benissimo, magnificamente! Oh, datemi sempre per fuciliere uno
    di questi piccoli uomini magri, secchi, avvizziti e pelati. Ben detto,
    in fede mia,  Verruca: tu sei un bel bubbone;  tieni,  eccoti sessanta
    centesimi.
    SOMMARIO: Non  ancora padrone della sua arma, non la manovra bene. Mi
    ricordo che sul prato di Mile End,  quando  ero  al  collegio  di  San
    Clemente - facevo la parte del buffone Dagonetto alla rappresentazione
    di re Art - c'era un piccolo individuo tutto fuoco che manovrava cos
    la  sua  arma:  era  qui  e l e dappertutto: ra-ta-ta,  diceva;  pum,
    diceva,  e volava via e tornava indietro.  Non vedr mai  pi  un  suo
    pari.
    FALSTAFF:  Questa  gente far benissimo,  mastro Sommario.  Che Dio vi
    mantenga, mastro Silenzio: non vi far dei lunghi discorsi. State bene
    entrambi,  signori: vi ringrazio,  devo fare  una  dozzina  di  miglia
    stanotte. Bardolfo, da' dei vestiti ai soldati.
    SOMMARIO: Sir Giovanni, che il Signore vi benedica e faccia prosperare
    i vostri affari!  Che Iddio ci mandi la pace! Quando tornate, venite a
    casa mia e rinnoviamo la nostra vecchia amicizia;  forse verr a corte
    con voi.
    FALSTAFF: Perdio! vorrei che veniste davvero, mastro Sommario.
    SOMMARIO: Andiamo, ormai l'ho detto, state bene.
    FALSTAFF:  State bene,  cortesi signori.  (Escono Sommario e Silenzio)
    Bardolfo,  porta via questi uomini.  (Esce Bardolfo con le Reclute) Al
    mio  ritorno  concer  ben  io questi giudici: vedo chiaro cosa c' in
    fondo al giudice Sommario. O signore, signore, come noi vecchi andiamo
    soggetti a questo vizio  della  menzogna!  questo  morto  di  fame  di
    giudice  non ha fatto che raccontarmi della sua scapestrata giovinezza
    e delle gesta compiute a Turnbull Street, e su ogni tre parole una era
    una menzogna pagata con pi esattezza al suo ascoltatore che i tributi
    al Gran Turco.  Me lo ricordo al collegio di San Clemente come una  di
    quelle  figure  che  si  taglian dopo cena in una crosta di formaggio;
    quand'era nudo era proprio come un ravanello  forcuto  con  sopra  una
    testa fantasticamente scolpita con un coltello: era talmente magro che
    le  sue  dimensioni  erano  invisibili  a  chi  non  avesse  una vista
    eccellente;  era il vero spirito della carestia,  pure era  lussurioso
    come una scimmia e le puttane lo chiamavano mandragora.  Era sempre in
    ritardo sulla moda e cantava  alle  sue  bagasce  pi  volte  frustate
    quelle  canzoni  che  aveva  sentito  fischiettare  dai  carrettieri e
    giurava che erano i suoi madrigali o le sue  serenate.  E  ora  questa
    spatola di arlecchino  diventato uno scudiero e parla con familiarit
    di  Giovanni  di  Gand  come  se fosse suo fratello giurato,  e potrei
    giurare che non lo ha visto che una sola volta al  torneo  quando  gli
    ruppe  la  testa  perch  si  era andato a cacciare tra gli uomini del
    giudice di campo.  Io vidi questo e dissi a Giovanni di Gand che  egli
    bastonava  il suo nome poich quello sarebbe entrato in un guanto;  lo
    avreste  potuto  ficcare  con  tutti  gli  abiti  dentro   una   pelle
    d'anguilla;  l'astuccio  di  un  clarinetto  sarebbe  stato per lui un
    castello,  una corte,  e ora possiede terre e buoi.  Bene se  ritorno,
    rinnover  la  sua  conoscenza  e andr male per me se non ci cavo due
    volte il valore della pietra flosofale.  Se il giovane ghiozzo  esca
    per il vecchio luccio, non vedo ragione secondo legge di natura perch
    io non lo acchiappi. Venga l'occasione e la cosa  fatta.
    (Esce).




















    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Yorkshire. La Foresta di Gaultree.

    (Entrano l'ARCIVESCOVO DI YORK, MOWBRAY, HASTINGS ed altri).
    ARCIVESCOVO: Come si chiama questa foresta?
    HASTINGS: E' la foresta di Gaultree, piaccia a Vostra Grazia.
    ARCIVESCOVO:  Fermiamoci  qui,  miei signori,  e mandiamo avanti degli
    esploratori per conoscere il numero dei nostri nemici.
    HASTINGS: Li abbiamo gi mandati.
    ARCIVESCOVO: Ben  fatto.  Amici  e  fratelli  miei  in  questa  grande
    impresa,  devo  informarvi  che  ho ricevuto lettere di fresca data da
    Northumberland ed eccone qui il senso,  il tenore  e  la  sostanza  in
    tutta la loro freddezza. Egli vorrebbe essere qui in persona con forze
    che  rispondessero degnamente alla sua posizione;  queste forze non le
    pot reclutare e per questo si  ritirato in Scozia per attendere  che
    le  sue fortune siano pi mature;  e conclude augurando di tutto cuore
    che la vostra impresa possa vincere  gli  azzardi  del  destino  e  il
    formidabile urto con l'avversario.
    MOWBRAY: Cos le speranze che avevamo in lui cadono a terra e vanno in
    frantumi.
    (Entra un Messo).
    HASTINGS: Ebbene, che notizie?
    MESSO: A occidente di questa foresta,  appena a un miglio di distanza,
    il nemico avanza in buon ordine e dallo spazio che occupa giudico  che
    il suo numero sia presso a poco di trentamila.
    MOWBRAY:  E' proprio la cifra che avevamo supposto.  Marciamo avanti e
    diamo loro battaglia.

    (Entra WESTMORELAND).

    ARCIVESCOVO: Chi  questo condottiero cos bene  equipaggiato  che  ci
    viene incontro?
    MOWBRAY: Credo sia monsignore di Westmoreland.
    WESTMORELAND:  Salute  e  complimenti  dal nostro generale il principe
    monsignor Giovanni e duca di Lancaster.
    ARCIVESCOVO:   Diteci,   monsignore   di   Westmoreland,    in   tutta
    tranquillit, a che dobbiamo la vostra visita?
    WESTMORELAND:  In  questo  caso,  signore,    a  Vostra Grazia che io
    rivolger particolarmente la sostanza  del  mio  discorso.  Se  questa
    ribellione  apparisse  per  quella  che ,  con orde basse e abbiette,
    guidate da gente giovane e selvaggia,  vestita di stracci e  sostenuta
    da  una  ragazzaglia  di  mendicanti,  io  dico  che se questa dannata
    ribellione si fosse mostrata nella sua vera forma nativa quale  le  si
    conviene  veramente,  voi  reverendo padre e questi nobili signori non
    sareste stati qui a ornare con  la  vostra  nobile  dignit  la  turpe
    figura  di  una  bassa  e  sanguinosa  insurrezione.  Voi,  monsignore
    arcivescovo, il cui seggio vescovile  fondato sull'ordinata pace,  la
    vostra  barba    stata toccata dalla mano d'argento della pace,  e la
    vostra cultura e le belle lettere si sono formate sotto l'egida  della
    pace,  le  vostre bianche vesti sono il simbolo dell'innocenza,  della
    colomba e del beato spirito di pace;  perch cambiate la parola  della
    pace,  cos  piena di grazia,  nell'aspra e rumorosa voce della guerra
    mutando i vostri libri di cuoio in gambali,  il vostro  inchiostro  in
    sangue,  le  vostre  penne in lance e la vostra parola di sacerdote in
    sonante tromba e squilla di guerra?
    ARCIVESCOVO: Perch agisco in questo modo?  tale  la  domanda,  e  vi
    risponder brevemente.  Noi siamo tutti malati, e a causa delle nostre
    ore di stravizi e di follie ci siamo tirati addosso una febbre ardente
    che richiede si tolga sangue.  Di questa malattia il nostro ultimo  re
    Riccardo  fu  colpito  e  ne  mor.   Ma,  mio  nobile  monsignore  di
    Westmoreland,  io non pretendo di far ora il medico,  n  qual  nemico
    della pace mi unisco alla folla dei soldati,  ma per il momento mostro
    il volto terribile della guerra per curare le menti insane, malate per
    l'eccesso di benestare,  e purgare le  oppilazioni  che  cominciano  a
    ostruire  le  stesse nostre arterie vitali.  Parler in modo ancor pi
    chiaro: ho pesato equamente su giusta bilancia i mali che possono fare
    le nostre armi e i torti di cui noi soffriamo,  e  ho  trovato  che  i
    torti fatti a noi sono pi pesanti delle nostre offese. Noi vediamo da
    qual  parte fluisce la corrente del tempo e siamo costretti a lasciare
    la nostra quiete dall'impetuoso torrente  delle  circostanze.  Abbiamo
    l'elenco  delle  nostre  lagnanze che a tempo opportuno mostreremo nei
    suoi particolari e che molto tempo fa volevamo presentare  al  re,  ma
    non si riusc a ottenere udienza,  malgrado tutte le nostre preghiere.
    Quando ci son fatti dei torti e vorremmo esporre le  nostre  lagnanze,
    ci  vien negato l'accesso alla sua persona proprio per opera di coloro
    che pi ci hanno fatto torto.  I pericoli dei giorni appena trascorsi,
    il cui ricordo  scritto sulla terra con sangue ancora visibile,  e le
    prove che vi si offrono ad ogni minuto ed oggi stesso,  ci hanno fatto
    prendere queste armi disdicevoli non per rompere in alcun modo la pace
    ma per stabilire qui la vera pace, di nome e di fatto.
    WESTMORELAND:  Quando  mai  si rifiut la vostra domanda?  In che cosa
    siete stati offesi dal re?  Qual  pari    stato  istigato  a  recarvi
    oltraggio,  che  voi  dobbiate  sigillare con divino suggello il libro
    sanguinoso e senza legge di una ribellione macchinata  freddamente,  e
    consacrare la crudele spada della ribellione?
    ARCIVESCOVO:  Quanto  a  me,  sono  i  torti fatti ai miei fratelli in
    generale,  i concittadini,  nonch in particolare la crudelt verso il
    mio fratellastro, che formano oggetto della mia contesa.
    WESTMORELAND: Non v' motivo di simili rivendicazioni o,  se ci fosse,
    non spetterebbe a voi.
    MOWBRAY: Perch non a lui, in parte almeno, e a noi tutti che sentiamo
    le offese dei giorni passati e soffriamo sotto la mano rude e ingiusta
    che la tirannia di questi tempi tiene sul nostro onore?
    WESTMORELAND: O mio buon lord Mowbray,  comprendete le  necessit  dei
    tempi, e vedrete allora che  il tempo e non il re che vi reca offesa.
    Tuttavia,  per  quanto vi riguarda,  mi sembra che n il re n i tempi
    presenti vi abbiano dato un pollice di terreno  su  cui  costruire  le
    vostre  lagnanze.  Non  foste voi reintegrato in tutte le signorie del
    duca di Norfolk, il vostro nobile padre di buona memoria?
    MOWBRAY: Che cosa aveva perduto  mio  padre  nell'onore  perch  fosse
    necessario  ridargli  in  me  vita  e  respiro?  Il re che lo amava fu
    costretto  per  esigenze  di  Stato  a  bandirlo;   ma  quando  Arrigo
    Bolingbroke  e  mio padre eran gi a cavallo e ritti in sella,  i loro
    corsieri nitrenti come per invitar lo sprone,  le lance in  resta,  la
    visiera  abbassata,  i  loro occhi di fuoco scintillanti attraverso le
    fenditure d'acciaio, e la sonora tromba squillante l'attacco, e quando
    nulla avrebbe impedito a mio padre di toccare il petto di Bolingbroke,
    il re gett a terra il bastone al quale stava appesa la  sua  vita,  e
    gettandolo mise a terra se stesso e la vita di coloro che per processo
    o per la spada perirono sotto Bolingbroke.
    WESTMORELAND: Voi parlate,  lord Mowbray, di quello che non sapete. Il
    conte di Hereford era allora considerato  il  pi  valoroso  cavaliere
    d'Inghilterra.  Chi  sa  a  chi avrebbe sorriso allora la fortuna?  Se
    vostro padre fosse stato allora vittorioso non avrebbe portato la  sua
    vittoria  oltre Coventry,  poich tutto il paese con una sola voce gli
    gridava addosso odio,  e tutte le sue preghiere  e  il  suo  amore  si
    posavano  su  Hereford  che  tutti amavano ardentemente e benedivano e
    onoravano pi del re.  Ma questa  una  semplice  digressione  che  mi
    allontana  dal  mio  scopo.  Io  vengo  da  parte  del principe nostro
    generale per conoscere le vostre lagnanze e per dirvi da parte di  Sua
    Grazia  che vi dar udienza;  se allora apparir che le vostre domande
    sono giuste esse saranno accordate e  si  allontaner  ogni  cosa  che
    possa far pensare a voi come a nemici.
    MOWBRAY:  Ma    lui  che ci ha costretti a strappargli questa offerta
    fatta ora per politica e non per amore.
    WESTMORELAND: Mowbray,  siete molto presuntuoso a prender la  cosa  in
    questo modo.  Questa offerta viene da clemenza,  non da paura, poich,
    guardate,  il nostro esercito  in vista  e,  sul  mio  onore,  troppo
    fiducioso in se stesso per lasciarsi cogliere da un pensiero di paura.
    Le  nostre schiere son pi ricche di grandi nomi che non le vostre,  i
    nostri uomini pi esperti nell'uso  delle  armi,  le  nostre  armature
    altrettanto  forti,  la  nostra causa  la migliore,  cosicch ragione
    vuole che i nostri cuori siano altrettanto saldi;  non dite dunque che
    la nostra offerta  forzata.
    MOWBRAY: Bene, se dipende da me, non accetteremo trattative.
    WESTMORELAND:  Ci  dimostra soltanto l'ignominia della vostra offesa:
    una causa marcita non regge alla discussione.
    HASTINGS: Il  principe  Giovanni  ha  pieni  poteri,  ampi  quanto  la
    sovranit  di  suo padre per ascoltare e decidere delle condizioni che
    stipuleremo?
    WESTMORELAND: Ci  implicito nel nome del generale;  mi stupisco  che
    facciate una domanda cos frivola.
    ARCIVESCOVO:  Prendete  allora,  monsignore  di  Westmoreland,  questa
    scheda che contiene l'esposizione generale delle nostre lagnanze;  che
    a  ognuna  di  queste sia rimediato,  che tutti i federati alla nostra
    causa, tanto qui presenti che altrove,  legati a questa azione,  siano
    salvaguardati in modo sicuro e leale, che l'esecuzione immediata delle
    nostre richieste ci sia garantita in quanto concerne le nostre persone
    e i nostri scopi,  e noi torneremo entro le nostre obbedienti sponde a
    unir saldamente le nostre forze al braccio della pace.
    WESTMORELAND: Mostrer questo al generale. Non vi dispiaccia, signori,
    d'incontrarvi con noi in vista di entrambi i  nostri  eserciti,  e  si
    concluda una pace col favore di Dio, o sul terreno stesso della nostra
    disputa sguainiamo le spade che devono deciderla.
    ARCIVESCOVO: Signore, cos faremo.
    (Esce Westmoreland).
    MOWBRAY:  Qualche  cosa  nell'anima  mi  dice che nessuna delle nostre
    condizioni di pace sar durevole.
    HASTINGS: Non temete questo;  se  possiamo  fare  la  nostra  pace  in
    termini ampi e assoluti come quelli reclamati nelle nostre condizioni,
    la pace poser salda come montagna rocciosa.
    MOWBRAY: S, ma l'opinione che si avr di noi sar tale che per il pi
    lieve  e infondato motivo,  per ogni vana futile e fantastica ragione,
    il re si ricorder di questa nostra impresa e se anche fossimo martiri
    per la fede verso il re,  saremmo vagliati con un vento cos  violento
    che  anche  il  nostro  grano  sembrerebbe  leggero come pula e non si
    separerebbe il buono dal cattivo.
    ARCIVESCOVO: No,  no,  mio signore.  Ricordate che il re   stanco  di
    queste  frivole  e  arzigogolate  lagnanze,  poich  ha  scoperto  che
    sbarazzarsi di una persona sospetta con la morte  farne rivivere  due
    pi  pericolose  tra  quelle  che  vengon  dopo;   perci  egli  vorr
    cancellare del tutto le sue tavolette e non tenere ricordo  che  possa
    far rivivere la storia dei suoi rovesci. Egli sa benissimo che non pu
    sradicare  le  male erbe da questa terra quando i suoi sospetti gliene
    presentano l'occasione;  i suoi nemici sono cos  intricati  coi  suoi
    amici  che quando dar uno strappo per svellere un nemico egli smover
    e far vacillare un amico.  Cosicch questa terra,  simile a una sposa
    che lo ha esasperato sino a minacciarla di colpi,  al momento che egli
    sta per colpire gli mette innanzi il suo bambino fermando  il  castigo
    gi deciso nel braccio che si alzava per infliggerlo.
    HASTINGS:  Inoltre il re ha consumato tutte le sue verghe sugli ultimi
    ribelli e ora gli mancano gli stessi strumenti del castigo,  e la  sua
    potenza, come leone senza artigli, pu minacciare ma non far presa.
    ARCIVESCOVO: E' verissimo e perci state sicuro, mio buon maresciallo,
    che  se  ora facciamo bene la nostra riconciliazione,  la nostra pace,
    simile a un membro rotto e poi riattaccato,  diverr pi forte per  la
    frattura.
    MOWBRAY: Sia cos. Ecco che  tornato monsignore di Westmoreland.
    (Rientra WESTMORELAND).
    WESTMORELAND:   Il  principe    qui  vicino;   Vostra  Signoria  vuol
    compiacersi di andare incontro a Sua  Grazia  a  eguale  distanza  dai
    nostri due eserciti?
    MOWBRAY: In nome di Dio, che Vostra Grazia York avanzi allora.
    ARCIVESCOVO: Precedetemi e salutate Sua Grazia. Mio signore, veniamo.
    (Escono).



    SCENA SECONDA - Un'altra parte della foresta

    (Entrano  da  una  parte  MOWBRAY,  l'ARCIVESCOVO,  HASTINGS  e altri;
    dall'altra parte il  PRINCIPE  GIOVANNI  DI  LANCASTER,  WESTMORELAND,
    Ufficiali e Seguito).
    LANCASTER:  Sono  felice d'incontrarvi qui,  mio cugino Mowbray;  buon
    giorno a voi,  gentil monsignore arcivescovo,  e  anche  a  voi,  lord
    Hastings  e  a  voi  tutti.  Monsignore di York,  voi facevate miglior
    figura quando il vostro gregge radunato  dalla  campana  si  stringeva
    intorno  a  voi  per  ascoltare con rispetto la vostra spiegazione del
    testo sacro,  che  non  qui  a  mirarvi  vestito  di  ferro,  in  atto
    d'incoraggiare  col  vostro tamburo una banda di ribelli e di cambiare
    il verbo di Dio in un nerbo di guerra e la vita in  morte.  Se  l'uomo
    che   vicino al cuore di un monarca e prospera al sole del suo favore
    volesse  abusare  della  protezione  del  re,   quanti  mali,   ahim,
    potrebbero  scaturire all'ombra di tanta grandezza!  Cos  accaduto a
    voi, monsignore arcivescovo. Chi non ha sentito dire quanto  profonda
    la vostra conoscenza dei libri di Dio?  voi eravate per noi  l'oratore
    del suo parlamento, vi pensavamo la voce stessa di Dio, l'interprete e
    il  mediatore  tra  la  grazia  e  le cose sante del cielo e le nostre
    misere azioni. Chi non creder che voi abusate del carattere sacro del
    vostro ufficio impiegando il favore e la grazia  del  cielo  come  uno
    sleale favorito usa il nome del suo principe per atti disonesti? Avete
    sollevato,  sotto il falso sigillo di Dio,  i sudditi di mio padre suo
    rappresentante e contro la pace del cielo e la sua li  avete  radunati
    in folte schiere.
    ARCIVESCOVO:  Mio buon signore di Lancaster,  io non son qui contro la
    pace di vostro padre,  ma come gi dissi a monsignore di Westmoreland,
    sono  questi  tempi  pieni  di  ogni disordine che ci hanno costretti,
    secondo il nostro buon senso,  a radunarci e stringerci in questo modo
    mostruoso  onde  affermare  la  nostra sicurezza.  Ho mandato a Vostra
    Grazia un'esposizione particolareggiata delle nostre lagnanze che  era
    stata  respinta con disprezzo dalla corte,  dal che nacque questa Idra
    della guerra i cui occhi pericolosi possono ben  essere  assopiti  per
    incanto,  acconsentendo ai nostri giusti e legittimi desideri;  allora
    la leale obbedienza,  guarita di questa folla,  si poser sommessa  ai
    piedi della maest del re.
    MOWBRAY:  Altrimenti  siamo  pronti  a  tentare la nostra fortuna fino
    all'ultimo uomo.
    HASTINGS: E se siamo battuti qui,  abbiamo alleati per  continuare  la
    nostra impresa;  se anche questi andassero incontro a disastri, i loro
    amici continueranno l'impresa, e cosi nascer un seguito di rovine,  e
    di  erede  in  erede si continuer questa disputa finch l'Inghilterra
    avr generazioni di uomini.
    LANCASTER: Siete troppo superficiale,  Hastings,  troppo  superficiale
    invero, per scandagliare il fondo dei tempi avvenire.
    WESTMORELAND:  Piaccia  a  Vostra Grazia di risponder loro chiaramente
    fino a qual punto accettate e loro richieste.
    LANCASTER: Le accetto tutte e le accordo di  buon  volere;  giuro  qui
    sull'onore  del  mio  sangue che le intenzioni di mio padre sono state
    mal  comprese;   che  alcune  persone  intorno  a  lui  hanno   troppo
    leggermente  abusato  della  sua autorit e delle sue intenzioni.  Mio
    signore,  questi torti saranno rimediati in tutta  fretta;  sulla  mia
    fede  cos  sar  fatto.  Se  questo  vi soddisfa,  rimandate i vostri
    soldati alle loro varie contee come faremo anche noi, e qui, tra i due
    eserciti,  beviamo in amicizia e abbracciamoci affinch tutti  i  loro
    occhi  possan  vedere  e riferire alle loro case su questi pegni della
    restaurazione dell'affetto e dell'amicizia tra noi.
    ARCIVESCOVO: Prendo la vostra parola di principe per  queste  promesse
    di riparazioni.
    LANCASTER:  Vi do la mia parola e la manterr;  e ora bevo alla salute
    di Vostra Grazia.
    (Beve).
    HASTINGS (a un Ufficiale): Andate,  capitano,  a riferire all'esercito
    queste  notizie  di  pace;  date loro la paga,  e che partano;  so che
    questo far loro molto piacere, affrettati capitano.
    (Esce l'Ufficiale).
    ARCIVESCOVO: Alla vostra salute, mio nobile signore di Westmoreland.
    (Beve).
    WESTMORELAND: E a quella di Vostra Grazia.  (Beve) Se  sapeste  quante
    pene  mi  son dato per generare la pace di oggi,  voi berreste di gran
    cuore;  ma il mio affetto per voi  si  riveler  in  modo  pi  chiaro
    nell'avvenire.
    ARCIVESCOVO: Non dubito di voi.
    WESTMORELAND:  Ne  sono  contento.  Salute  a monsignore e mio cortese
    cugino Mowbray. (Beve).
    MOWBRAY: Mi augurate la salute in un buon  momento,  poich  mi  sento
    d'un tratto alquanto male.
    ARCIVESCOVO:  Gli  uomini son sempre allegri quando la cattiva fortuna
    sta per colpirli, ma la tristezza prelude a lieti eventi.
    WESTMORELAND:  Siate  dunque  allegro,  cugino,   poich  l'improvvisa
    tristezza ci permette di dire: qualche lieta cosa si prepara domani.
    ARCIVESCOVO: Credetemi, sono gaio oltre ogni dire.
    MOWBRAY: Tanto peggio, se il vostro precetto dice il vero.
    (Grida all'interno).
    LANCASTER: La parola di pace  stata detta: ascoltate come acclamano!
    MOWBRAY: Ci sarebbe stato bello dopo la vittoria.
    ARCIVESCOVO: Una pace  simile a una conquista,  poich in questo caso
    entrambe le parti sono onorevolmente sottomesse e nessuna delle due ha
    perduto.
    LANCASTER: Andate,  mio signore,  che anche  il  nostro  esercito  sia
    congedato.  (Esce  Westmoreland)  E,  mio  buon  signore,  abbiate  la
    compiacenza di far marciare le vostre forze  davanti  a  noi  affinch
    possiamo vedere gli uomini che avremmo dovuto affrontare.
    ARCIVESCOVO: Andate,  buon lord Hastings,  e prima che siano congedati
    fateli sfilare qui davanti.
    (Esce Hastings).
    LANCASTER: Confido,  signori,  che stanotte dormiremo sotto lo  stesso
    tetto.
    (Rientra WESTMORELAND).
    Ebbene, cugino, perch il nostro esercito sta ancora fermo?
    WESTMORELAND:  I condottieri che ebbero ordine da voi di stare ai loro
    posti non vogliono muoversi se non sentono voi stesso.
    LANCASTER: Sanno il loro dovere.
    (Rientra HASTINGS).
    HASTINGS: Mio signore, il nostro esercito  gi disperso. Come giovani
    torelli liberi dal giogo prendon la lor via a oriente, occidente, nord
    e sud, e come scolaresca che rompe le file,  ciascuno s'affretta verso
    la sua casa o il luogo dei suoi divertimenti.
    WESTMORELAND:  Buone notizie,  lord Hastings,  per le quali ti arresto
    per alto tradimento, traditore; e voi,  monsignore arcivescovo,  e voi
    lord Mowbray, vi dichiaro entrambi colpevoli di alto tradimento.
    MOWBRAY: E' questo modo di procedere giusto e onorevole?
    WESTMORELAND: E il vostro assembramento lo  forse?
    ARCIVESCOVO: Volete rompere cos la fede data?
    LANCASTER: Non ho preso alcun impegno con te.  Ho promesso di riparare
    a quei torti di cui vi lamentavate,  e sul mio  onore,  terr  la  mia
    promessa  con  scrupolo  pi  che cristiano;  ma quanto a voi ribelli,
    preparatevi  ad  assaporare  la  dovuta  ricompensa  per   la   vostra
    ribellione  e  i vostri atti.  Chiamaste alle armi i vostri uomini con
    molta leggerezza,  stupidamente li avete condotti qui e follemente  li
    avete congedati. Battete i nostri tamburi, inseguite i dispersi; Dio e
    non  noi  ha  combattuto  con successo questa giornata.  Alcuni di voi
    accompagnino questi traditori al ceppo della morte, il vero letto dove
    il tradimento manda il suo ultimo respiro.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un'altra parte della foresta.

    (Allarmi: scorrerie. Entrano FALSTAFF e COLEVILE incontrandosi).
    FALSTAFF: Come vi chiamate, signore?  qual  la vostra condizione e di
    che paese siete, vi prego?
    COLEVILE:  Son  cavaliere,  signore,  e  il  mio nome  Colevile della
    valle.
    FALSTAFF: Bene,  dunque,  Colevile  il vostro nome,  cavaliere  e  il
    vostro  grado  e  il  vostro  posto  la valle: Colevile sar ancora il
    vostro nome, traditore il vostro grado e la prigione il vostro posto -
    una valle abbastanza profonda -  cos  sarete  ancora  Colevile  della
    valle.
    COLEVILE: Non siete voi sir Giovanni Falstaff?
    FALSTAFF: Buono quanto lui, signore, chiunque io mi sia. Vi arrendete,
    signore,  o dovr sudare per avervi?  Se io sudo,  le gocce saranno le
    lagrime delle tue amanti ed esse  piangeranno  la  tua  morte;  perci
    desta in te paura e tremito e rimettiti alla mia clemenza.
    COLEVILE:  Penso  che  voi  siate  sir  Giovanni Falstaff e con questo
    pensiero mi arrendo.
    FALSTAFF: Ho un'intera scuola di lingue in questa mia pancia e non  ve
    n' una che pronunci altra parola che il mio nome.  Se avessi soltanto
    una pancia alquanto moderata,  sarei semplicemente l'uomo  pi  attivo
    d'Europa: il mio ventre,  il mio ventre, il mio ventre mi rovina. Ecco
    che viene l nostro generale.

    (Entrano il PRINCIPE GIOVANNI DI  LANCASTER,  WESTMORELAND,  BLUNT  ed
    altri).
    LANCASTER: L'ardore  passato, non inseguite pi oltre e richiamate le
    truppe,   buon   cugino  Westmoreland.   (Esce  Westmoreland)  Ebbene,
    Falstaff, dove siete stato tutto questo tempo? Voi venite quando tutto
     finito; questi vostri scherzi da poltrone una volta o l'altra, ve lo
    assicuro, spezzeranno il dorso di qualche forca.
    FALSTAFF: Sarei desolato,  mio signore,  se fosse cos: non avevo  mai
    saputo  sinora  che  rimproveri  e  rabbuffi fossero la ricompensa del
    valore. Mi prendete forse per una rondine, una freccia o una palla? ho
    io nelle mie povere e vecchie gambe la speditezza del  pensiero?  Sono
    corso qui con la maggior rapidit possibile; ho sfiancato nove ventine
    e pi di cavalli di posta,  e qui,  sudicio del viaggio come sono, col
    mio puro e immacolato valore ho  preso  sir  Giovanni  Colevile  della
    valle,  un  furiosissimo  cavaliere e valoroso nemico.  Ma che importa
    questo?  egli mi vide e si arrese,  cosicch io ho ragione di dire con
    quel tal romano dal naso a becco: Venni, vidi e vinsi.
    LANCASTER: Fu pi per sua cortesia che per vostro merito.
    FALSTAFF: Non lo so;  eccolo qui,  e qui ve lo cedo supplicando Vostra
    Grazia perch questo fatto  venga  segnalato  insieme  agli  altri  di
    questo giorno,  o,  per Iddio, lo far narrare in una speciale ballata
    con  sopra  la  mia  figura  con  Colevile  che  mi  bacia  il  piede.
    Costringetemi  a  far  questo  e  se tutti voi non farete la figura di
    monete di quattro soldi dorate  in  confronto  a  me,  mentre  io  nel
    limpido  cielo  della fama vi offuscher come la luna piena offusca le
    scintille del firmamento che sembrano capocchie di  spilli  accanto  a
    lei,  non  credete  pi  alla  parola  dei  nobili.  Rendetemi  dunque
    giustizia e lasciate che il merito salga in alto.
    LANCASTER: Il tuo  troppo pesante per salire.
    FALSTAFF: Lasciatelo brillare, allora.
    LANCASTER: E' troppo denso per brillare.
    FALSTAFF: Lasciategli fare qualche cosa,  mio buon signore,  che possa
    giovarmi, e chiamatelo come volete.
    LANCASTER: E' il tuo nome Colevile?
    COLEVILE: Cos , mio signore.
    LANCASTER: Sei un famoso ribelle, Colevile.
    FALSTAFF: E un famoso suddito leale lo ha preso prigioniero.
    COLEVILE: Sono, signore, come i miei capi che mi condussero qui; se si
    fossero  lasciati  guidare da me,  vi avrebbero fatto pagare assai pi
    cara la vostra vittoria.
    FALSTAFF: Non so a che prezzo  si  siano  venduti,  ma  tu,  da  bravo
    ragazzo, ti sei dato via gratis e per questo ti ringrazio.
    (Rientra WESTMORELAND).
    LANCASTER: Ebbene, avete sospeso l'inseguimento?
    WESTMORELAND: Ci siamo ritirati e il massacro  cessato.
    LANCASTER:  Mandate  Colevile  con  i  suoi complici a York per essere
    subito giustiziato.  Blunt,  conducetelo via di qua e badate di fargli
    buona guardia. (Esce Colevile, scortato) Ed ora affrettiamoci a corte,
    signori.  Ho  saputo  che  il  re mio padre  assai malato;  le nostre
    notizie dovranno precederci presso Sua Maest, e voi,  cugino,  gliele
    porterete  per  confortarlo  mentre  noi  vi  seguiremo pi rapidi che
    potremo.
    FALSTAFF: Signore,  vi prego di darmi il permesso di  passare  per  la
    contea di Gloucester, e quando sarete a corte siatemi amico, vi prego,
    nel vostro buon rapporto sul mio conto.
    LANCASTER: State bene,  Falstaff,  per quanto dipende da me parler di
    voi meglio che non meritiate.
    (Esce).
    FALSTAFF: Vorrei che aveste soltanto dello spirito; sarebbe meglio del
    vostro ducato.  In fede mia,  questo ragazzotto dal sangue tiepido non
    mi ama;  nessun uomo lo pu far ridere,  ma ci non  meraviglia,  non
    beve vino.  Non v' nessuna  di  queste  nappefredde  di  ragazzi  che
    concluda gran cosa, perch le bevande insipide gelano il loro sangue e
    facendo  molti  pasti  di  pesce  essi cadono in una specie di clorosi
    maschile  e  quando  sposano  mettono  al  mondo  delle  figlie.  Sono
    generalmente  sciocchi e codardi e cos saremmo anche alcuni di noi se
    non fosse per il riscaldamento.  Un buon vin di Spagna secco ha in  s
    una  doppia  azione:  vi  sale al cervello e vi asciuga tutti i vapori
    sciocchi,  pesanti e acri che lo ravvolgono  e  ve  lo  rende  aperto,
    pronto, inventivo, pieno di lievi, ardenti e deliziose concezioni che,
    consegnate alla voce e alla lingua che d loro vita, divengono spirito
    eccellente. La seconda propriet del nostro eccellente vin di Spagna 
    che vi riscalda il sangue,  che prima, freddo e stagnante, lasciava il
    fegato bianco e pallido, segno di pusillanimit e codardia;  ma il vin
    di  Spagna  lo  riscalda e lo fa scorrere dall'interno alle estremit,
    illumina il volto che, come un faro, ordina a tutto il resto di questo
    piccolo regno,  cio l'uomo,  di armarsi,  e allora tutta la borghesia
    degli spiriti vitali e di altri piccoli spiriti interiori si schierano
    attorno  al  loro capitano,  il cuore,  che possente e gonfio di tutta
    questa schiera fa qualsiasi atto di coraggio;  e tutto  questo  valore
    viene dal vin di Spagna. Perci l'abilit nelle armi non  nulla senza
    il  vin  di  Spagna  che  la  mette  in  opera: il sapere non  che un
    semplice mucchio d'oro tenuto da un diavolo,  finch il vin di  Spagna
    non  lo  inaugura  e  gli  d vita e impiego.  Ecco perch il principe
    Arrigo  valoroso: il sangue freddo ch'egli eredit da suo padre  egli
    lo ha,  come un terreno magro,  sterile e nudo, concimato, coltivato e
    arato con l'eccellente lavoro del bere una buona provvista di  fertile
    vin di Spagna; ed egli  diventato assai ardente e valoroso. Se avessi
    mille  figli,  il primo principio umano che insegnerei loro sarebbe di
    abiurare le bevande insipide e dedicarsi al vin di Spagna
    (Entra BARDOLFO).
    Ebbene, Bardolfo?
    BARDOLFO: L'esercito  tutto congedato e partito.
    FALSTAFF: Che se ne vadano pure.  Io me ne  andr  per  la  contea  di
    Gloucester a far visita a mastro Roberto Sommario,  scudiero. Lo tengo
    gi molle molle tra il  mio  indice  e  il  pollice  e  tra  breve  lo
    sigiller. Andiamocene.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Westminster. La sala di Gerusalemme.

    (Entrano ENRICO QUARTO, CLARENCE, GLOUCESTER, WARWICK ed altri).
    ENRICO: Ora,  signori, se Dio fa terminare con successo questa contesa
    che sanguina alle nostre porte,  noi condurremo la nostra giovent  su
    pi  nobili  campi  di battaglia e non trarremo spada che per un santo
    fine.  La nostra flotta  pronta,  le nostre forze radunate,  i nostri
    luogotenenti  investiti  dell'autorit  in  nostra assenza.  Ogni cosa
    risponde ai nostri desideri, manca solo l'energia alle nostre persone;
    riposiamoci dunque finch questi ribelli ora in armi vengano cotto  il
    giogo del nostro governo.
    WARWICK:  Non  dubitiamo  che  Vostra Maest avr presto questa doppia
    gioia.
    ENRICO: Humphrey di Gloucester,  figlio mio,  dov' il principe vostro
    fratello?
    GLOUCESTER: Credo che sia andato a caccia, mio signore, a Windsor.
    ENRICO: In compagnia di chi?
    GLOUCESTER: Non so, signore.
    ENRICO: Suo fratello Tommaso di Clarence non  con lui?
    GLOUCESTER: No, mio buon signore,  qui presente
    CLARENCE: Che cosa desidera il mio signore e padre?
    ENRICO: Null'altro che bene per te, Tommaso di Clarence. Com' che non
    sei col principe tuo fratello?  egli ti ama e tu lo trascuri, Tommaso.
    Tu tieni un posto pi grande nel suo affetto di tutti i tuoi fratelli;
    tienlo caro,  ragazzo mio,  e quando io sar morto tu potrai  compiere
    nobile  ufficio di mediazione tra la sua eccelsa posizione e gli altri
    suoi fratelli;  perci non lo trascurare,  non smussare il suo affetto
    per  te  e  non perdere il grande vantaggio del suo favore mostrandoti
    freddo o indifferente ai suoi desideri.  Egli  gentile quando  lo  si
    tratta  con  riguardo,  ha  una lagrima per la piet e una mano aperta
    come il giorno per la dolce carit; tuttavia quando  irritato diviene
    di sasso,  capriccioso come l'inverno e improvviso come  i  refoli  di
    vento  che si congelano all'alba del giorno.  Bisogna dunque osservare
    bene il  suo  carattere,  rimproverarlo  per  i  suoi  falli,  ma  con
    riguardo,  quando scorgete che il suo umore  in vena di allegria;  ma
    quando  di umor nero,  lasciategli  briglia  sciolta  finch  la  sua
    collera,  come  balena portata a terra,  si sia consumata dimenandosi.
    Ricordati questo, Tommaso,  e tu diverrai una difesa per i tuoi amici,
    un  cerchio d'oro nel quale stringere i tuoi fratelli,  di modo che il
    vaso ove il loro sangue   unito,  anche  se  misto  al  veleno  delle
    maligne  insinuazioni  che  il  tempo  vi  verser certamente,  non si
    incriner anche se il veleno avesse  la  forza  dell'aconito  o  della
    polvere da sparo.
    CLARENCE: Mi occuper di lui con ogni cura e affetto.
    ENRICO: Perch non sei a Windsor con lui, Tommaso?
    CLARENCE: Egli non  l oggi, pranza a Londra.
    ENRICO: E in compagnia di chi? puoi informarmi di questo?
    CLARENCE: Con Poins ed altri suoi compagni abituali.
    ENRICO: Il suolo pi fertile  soggetto alle male erbe ed egli, nobile
    immagine  della  mia  giovinezza,  ne  tutto cosparso;  perci la mia
    ansia si estende al di l dell'ora  della  mia  morte.  Il  mio  cuore
    sanguina  quando  la  mia  immaginazione  si  rappresenta  i giorni di
    smarrimento e i corrotti tempi che voi vedrete quando io dormir con i
    miei antenati. Allorch la sua ostinata licenza non avr pi freno,  e
    collera  e  violenza  saranno  i suoi consiglieri,  quando ricchezza e
    abitudini di prodigalit si uniranno,  oh!  con quali ali voleranno le
    sue passioni verso il minaccioso pericolo e la nemica rovina!
    WARWICK:  Mio  grazioso  signore,  voi  andate  troppo  oltre nei suoi
    riguardi.  Il principe non fa che studiare i suoi  compagni  come  una
    lingua  straniera:  per  impossessarci  di una lingua  necessario che
    anche le parole pi immodeste siano vedute e imparate.  Fatto  questo,
    Vostra  Altezza  lo  sa,  esse  non  servono  pi,  sono  conosciute e
    detestate.  Cos,  a tempo opportuno,  il principe respinger  i  suoi
    compagni  come  si  respingono  le  parole grossolane,  mentre il loro
    ricordo servir a Sua Grazia come modello e misura  per  giudicare  la
    vita  degli  altri  uomini;  cos  il  male  passato  si  cambier  in
    vantaggio.
    ENRICO: Avvien di rado che l'ape lasci il  suo  favo  in  una  carogna
    morta. Chi siete? Westmoreland?
    (Entra WESTMORELAND).
    WESTMORELAND:  Salute al mio sovrano e che nuova felicit s'aggiunga a
    quella che devo comunicargli! Il principe Giovanni vostro figlio bacia
    la mano di Vostra Grazia; Mowbray, il vescovo Scroop, Hastings e tutti
    gli altri devono subire il rigore della  vostra  legge.  Non  v'  ora
    spada sguainata di ribelle e la pace germoglia ovunque con i suoi rami
    di  olivo.  Il  modo  come  si  svolta quest'azione Vostra Altezza lo
    potr leggere qui a suo agio con ogni episodio nei suoi particolari.
    (Porge un plico).
    ENRICO:  O  Westmoreland,  tu  sei  un  uccello  estivo  che  a  tergo
    dell'inverno canti il crescer della luce.
    (Entra HARCOURT).
    Guardate, ecco altre notizie.
    HARCOURT: Che il cielo guardi Vostra Maest dai nemici,  e quando essi
    si rizzano contro di voi,  possano essi cadere come quelli di cui  son
    venuto  a  parlarvi!  Il  conte  di Northumberland e lord Bardolph con
    numerose forze d'Inglesi  e  Scozzesi  sono  stati  sbaragliati  dallo
    sceriffo della contea di York. Questo plico, piaccia a Vostra Altezza,
    contiene  con  ampi  particolari  il  modo  e  l'ordine  esatto  della
    battaglia.
    (Consegna il plico).
    ENRICO: E per qual motivo queste buone notizie mi fanno star male? Non
    verr mai la Fortuna con entrambe le mani piene senza scrivere  sempre
    le sue belle parole con le pi detestabili lettere? Essa o d appetito
    e nessun nutrimento com' dei poveri pieni di salute;  o altrimenti vi
    dona un festino e vi toglie ogni appetito;  cos avviene per i  ricchi
    che  hanno  ogni abbondanza e non la godono.  Io dovrei esser pieno di
    gioia per queste felici notizie, e ora la vista mi manca e il cervello
     preso da vertigine. Oh, venitemi vicino, sto molto male adesso.
    GLOUCESTER: Coraggio, Maest!
    CLARENCE: Padre mio e re!
    WESTMORELAND: Mio sovrano, fatevi animo, aprite gli occhi!
    WARWICK: Abbiate pazienza,  principi: voi sapete  che  questi  accessi
    sono molto frequenti in Sua Altezza; scostatevi da lui, dategli aria e
    star subito bene.
    CLARENCE: No,  no, non pu resistere a lungo a questi spasimi; le cure
    incessanti e il lavoro della sua mente hanno  reso  cos  sottile  il
    muro  destinato  a  racchiudere  la  sua  vita  che  questa  vi guarda
    attraverso e ne eromper fuori.
    GLOUCESTER: Il popolo mi spaventa, poich ha visto nascere figli senza
    padre e mostruosi parti di natura;  le stagioni han  mutato  carattere
    come  se  l'anno  avesse  trovato  dei  mesi  addormentati e li avesse
    saltati.
    CLARENCE:  Il  fiume    straripato  tre  volte  senz'alcun   riflusso
    nell'intervallo,  e  i vecchi,  queste vaneggianti cronache del tempo,
    dicon che cos avvenne poco tempo prima che nostro bisnonno Edoardo si
    ammalasse e morisse.
    WARWICK: Parlate pi piano, principe, il re riprende i sensi.
    GLOUCESTER: Quest'apoplessia sar di certo la sua fine.
    ENRICO: Vi prego, sollevatemi e portatemi via da qui, in qualche altra
    stanza; piano, vi prego.
    (Escono).
    SCENA QUINTA - Un'altra stanza.

    (ENRICO QUARTO giace su di un letto; CLARENCE, GLOUCESTER,  WARWICK ed
    altri del Seguito presso di lui).
    ENRICO: Non si faccia rumore,  miei cortesi amici,  a meno che qualche
    mano discreta e soccorrevole non mormori della musica al  mio  spirito
    stanco.
    WARWICK: Fate venire dei sonatori nell'altra stanza.
    ENRICO: Mettete la corona qui, su questo mio guanciale.
    CLARENCE: Ha l'occhio infossato e il suo volto si altera.
    WARWICK: Meno rumore, meno rumore!
    (Entra il PRINCIPE ENRICO).
    PRINCIPE: Chi ha visto il duca di Clarence?
    CLARENCE: Son qui, fratello, pieno di tristezza.
    PRINCIPE: Che c' dunque! piove qui dentro e per nulla fuori! come sta
    il re?
    GLOUCESTER: Malissimo.
    PRINCIPE: Ha saputo ancora le buone notizie? ditegliele.
    GLOUCESTER: Fu nell'apprenderle che egli si aggravato.
    PRINCIPE:  Se  si    ammalato  di  gioia,  guarir  senza  bisogno di
    medicina.
    WARWICK: Non tanto strepito,  signori;  mio  dolce  principe,  parlate
    piano, il re vostro padre si dispone al sonno.
    CLARENCE: Ritiriamoci nell'altra stanza.
    WARWICK: Piace a Vostra Grazia di venir con noi?
    PRINCIPE: No, star qui seduto a vegliare il re. (Escono tutti meno il
    Principe Enrico) Perch la corona sta qui sul suo guanciale,  essa che
     una compagna cos irrequieta?  o lucida inquietudine!  ansia dorata!
    che  tieni  spalancate  le  porte  del sonno in tante notti di veglia!
    Dormi ora con essa,  pur non cos profondamente n con  tanta  intensa
    dolcezza come chi, la fronte cinta da rustico cappuccio, russa durante
    l'intera  notte.  O maest!  quando tu stringi chi t'indossa,  tu pesi
    come  una  ricca  armatura  indossata  nel  calore  del  giorno   che,
    proteggendo,  brucia!  Presso  le  porte del suo respiro v' una lieve
    piuma che non si muove: se egli respirasse,  quella  leggera  e  aerea
    piuma  dovrebbe per forza muoversi.  Mio grazioso signore!  padre mio!
    questo sonno  profondo davvero;   quel sonno che ha diviso tanti  re
    inglesi da questo cerchio d'oro. Ci che ti debbo sono le lagrime e il
    dolore profondo del mio sangue che natura, amore e tenerezza di figlio
    ti  pagheranno  largamente;  quello  che  tu  mi  devi  questa corona
    imperiale che viene a me come erede immediato della  tua  posizione  e
    del tuo sangue.  Ecco,  l'ho messa! (Mettendola sul capo) che il cielo
    la protegga!  e se anche tutta la forza  del  mondo  fosse  unita  nel
    braccio di un gigante,  non mi strapper questa insegna ereditaria che
    dopo di te io lascer ai miei come  stata lasciata a me.
    (Esce).
    ENRICO: Warwick! Gloucester! Clarence!
    (Rientrano WARWICK e gli altri).
    CLARENCE: Il re chiama?
    WARWICK: Cosa desidera Vostra Maest? come sta Vostra Grazia?
    ENRICO: Perch mi lasciate qui solo, signori?
    CLARENCE: Mio sovrano,  noi lasciammo qui il principe mio fratello che
    s'incaric di restare a vegliarvi.
    ENRICO: Il principe di Galles? dov'? che io lo veda: egli non  qui.
    WARWICK: Questa porta  aperta:  uscito di qui.
    GLOUCESTER: Non ha traversato la stanza dove eravamo noi.
    ENRICO: Dov' la corona? chi la tolse dal mio guanciale?
    WARWICK: Quando ci ritirammo, mio sovrano, la lasciammo qui.
    ENRICO:  Il  principe  l'ha tolta di qua: andate a cercarlo.  Ha tanta
    fretta da supporre che il mio  sonno  sia  la  mia  morte?  Cercatelo,
    monsignore  di  Warwick,   conducetelo  qui  e  rimproveratelo.  (Esce
    Warwick) Questa sua azione si combina con  la  malattia  e  l'aiuta  a
    finirmi.  Vedete, figli, che cosa siete! Con quanta rapidit la natura
    cade nella ribellione quando l'oro diviene la sua mira!   per  questo
    che i padri sciocchi e troppo solleciti hanno i loro sonni rotti dalle
    inquietudini,  il loro cervello dalle ansie, le ossa dalla fatica, per
    questo essi hanno raccolto e ammucchiato i guasti  cumuli  di  un  oro
    conquistato  in  strano  modo;  per  questo  si  sono dati pensiero di
    educare i loro figli nelle arti e negli esercizi  guerreschi!  quando,
    come  l'ape  che  coglie da ogni fiore le dolci essenze,  noi portiamo
    all'alveare le nostre cosce cariche  di  cera,  le  nostre  bocche  di
    miele, allora come le api siamo uccisi per le nostre fatiche. Questo 
    l'amaro sapore che danno al padre morente le fatiche econome della sua
    vita.
    (Rientra WARWICK).
    Dov'  dunque  colui  che non vuole aspettar che la malattia sua amica
    abbia deciso di me?
    WARWICK: Mio signore,  ho trovato il principe nella stanza vicina  che
    bagnava  le  sue  guance  soavi di tenere lagrime,  e in tale stato di
    profondo dolore che  al  vederlo  la  tirannide,  che  non  si    mai
    dissetata  che  di sangue,  avrebbe lavato il suo pugnale con le dolci
    stille dei suoi occhi. Eccolo che viene.
    ENRICO: Ma perch ha portato via la corona?
    (Rientra il PRINCIPE ENRICO).
    Ecco che viene.  Vieni qui da me,  Arrigo.  Uscite da questa camera  e
    lasciateci qui soli.
    (Escono Clarence, Gloucester e gli altri).
    PRINCIPE: Non pensavo mai di udirvi ancora parlare.
    ENRICO: Il tuo desiderio,  Arrigo,   stato padre di quel pensiero: io
    rimango troppo a lungo presso di te,  io ti stanco.  Tu aneli tanto di
    avere vuoto il mio trono che vuoi vestirti delle mie insegne prima che
    l'ora  sia matura?  o folle giovine!  tu vai cercando quella grandezza
    che ti schiaccer. Aspetta soltanto un poco; la nube della mia dignit
     trattenuta dal cadere a terra da un vento cos  debole,  che  presto
    precipiter;  il mio giorno  gi al crepuscolo.  Tu hai rubato quello
    che dopo qualche ora sarebbe stato tuo senza colpa;  alla mia morte tu
    hai  confermato  quanto  io  mi  aspettavo:  la  tua  vita  mi ha reso
    manifesto che tu non mi amavi e ora  vuoi  che  io  muoia  con  questa
    certezza. Tu nascondi nei tuoi pensieri mille pugnali che hai affilato
    sul  tuo cuore di pietra per colpire l'ultima mezz'ora della mia vita.
    Come, non puoi concedermi una mezz'ora? Va' dunque a scavare tu la mia
    fossa e ordina alle allegre campane di sonare ai tuoi orecchi  che  tu
    sei  incoronato,  non  che  io  son  morto.  Che  tutte le lagrime che
    dovrebbero irrorare la mia bara siano gocce di balsamo per santificare
    il tuo  capo;  gettami  soltanto  insieme  alla  polvere  dimenticata,
    abbandona  ai  vermi  chi  ti diede la vita.  Deponi i miei ufficiali,
    spezza i miei decreti,   venuto il tempo  di  deridere  ogni  decoro:
    Enrico  Quinto   coronato!  in alto,  o Vanit!  a terra ogni dignit
    regale! tutti voi, saggi consiglieri,  via di qua!  alla corte inglese
    radunatevi  adesso  da  ogni regione,  scimmie dell'ozio!  Ora,  paesi
    vicini,  liberatevi della vostra schiuma!  avete qualche briccone  che
    bestemmia,  beve,  balla,  gozzoviglia  di  notte,  ruba,  uccide e sa
    commettere i vecchi peccati nel modo pi nuovo? State allegri,  costui
    non vi dar pi molestia: due volte l'Inghilterra coprir d'oro il suo
    triplice disdoro,  l'Inghilterra gli dar una posizione,  l'onore,  il
    potere poich il  quinto  Enrico  alla  frenata  licenza  toglier  la
    museruola  che la tiene a posto,  e il cane selvaggio affonder le sue
    zanne nella carne di ogni innocente.  O povero mio regno malato per  i
    colpi  della  guerra  civile!  tu che tutte le mie arti di governo non
    poterono strappare ai tuoi disordini,  cosa farai quando il  disordine
    soltanto ti governer?  Tu sarai di nuovo un deserto popolato di lupi,
    i tuoi antichi abitanti!
    PRINCIPE (inginocchiandosi): Oh,  perdonatemi,  mio  sovrano!  se  non
    fossero state le mie lacrime, umido ostacolo alla mia parola, io avrei
    prevenuto  questo  acerbo  e  grave  rimprovero prima che il dolore vi
    avesse fatto parlare e io vi avessi ascoltato  fino  a  questo  punto.
    Ecco  l la vostra corona e Quegli che porta la corona immortale ve la
    conservi a lungo!  Se io l'amo in altro  modo  che  come  simbolo  del
    vostro  onore  e  della  vostra fama,  ch'io non mi alzi pi da questa
    posizione, da questo atteggiamento esteriore di sommissione che il mio
    rispetto  leale  e  profondo  mi  comanda  di  prendere.  Dio  mi  sia
    testimonio  come  il cuore mi si agghiacciasse quando entrai qui e non
    trovai alito di vita in Vostra Maest! Se io mento,  lasciatemi allora
    morire  nella  mia presente dissipazione e non vivere mai per mostrare
    al mondo incredulo il nobile cambiamento  che  io  mi  sono  proposto!
    Avvicinandomi  a  voi e pensandovi morto e quasi morto io stesso,  mio
    sovrano,  al pensarvi tale,  io ho parlato alla corona come  se  fosse
    dotata  di  sentimento  e  cos  l'ho  rimproverata:  Le ansie che si
    accompagnano a te si sono nutrite del corpo di mio  padre,  perci  tu
    che  sei  il  miglior oro ne sei anche il peggiore.  Altro oro di meno
    carati e pi prezioso e in bevanda medicinale conserva la vita,  ma tu
    che  sei  l'oro  pi  bello,  pi onorato e famoso hai divorato chi ti
    portava. Con queste accuse,  o mio regale sovrano,  io l'ho posta sul
    mio  capo per impegnare con lei,  come con un nemico che avesse ucciso
    mio padre sotto i miei occhi,  la lotta di legittimo erede Ma  se  mai
    essa  ha  avvelenato di gioia il mio sangue o gonfiato i miei pensieri
    di un impeto d'orgoglio, se alcun mio spirito vanitoso o ribelle mi ha
    mai spinto ad accogliere la  sua  potenza  col  pur  minimo  segno  di
    piacere,  che Dio la tenga per sempre lontana dal mio capo e faccia di
    me il pi povero vassallo che s'inginocchia davanti a lei con rispetto
    e terrore!
    ENRICO: O figlio mio,  Dio ti mise in mente d toglierla da qui  perch
    tu  potessi  pi  facilmente guadagnarti l'amore di tuo padre parlando
    con tanta saggezza per scusarti.  Vieni qui,  Arrigo,  siedi presso il
    mio letto e ascolta,  credo, l'ultimo consiglio ch'io potr mai darti.
    Dio sa,  figlio mio,  per quali sentieri traversi e  con  quali  mezzi
    indiretti  e contorti io venni incontro a questa corona;  io stesso so
    bene di quanta irrequietezza essa cinse il mio capo: scender a te con
    pi serenit,  pi rispettata e meglio accolta poich tutta la lordura
    del suo acquisto scende nella terra con me. In me sembrava soltanto un
    onore strappato con mano prepotente, e v'erano molti a rinfacciarmi il
    loro  aiuto  per  guadagnarla;  onde  nacquero  di  giorno  in  giorno
    conflitti e spargimenti di sangue, ferendo cos una pace fittizia.  Tu
    vedi  con  quanto pericolo io ho dovuto affrontare tutte queste audaci
    minacce;  tutto il mio regno non  stato che  la  rappresentazione  di
    questa  vicenda.  Oggi la mia morte cambia le cose;  quello che per me
    era cosa acquistata,  viene a te in modo pi felice,  ch tu porti  la
    corona per diritto di successione.  Per sebbene tu ti regga pi saldo
    che io non lo fossi,  non lo sei abbastanza,  perch  i  rancori  sono
    ancora  freschi  e  tutti  i miei amici,  che tu devi fare tuoi amici,
    hanno appena perduto i loro pungiglioni e i loro denti. Io fui elevato
    dapprima con il loro pericoloso aiuto,  e la loro potenza  poteva  ben
    farmi  temere che sarei stato di nuovo deposto;  per evitare questo ne
    tolsi alcuni di mezzo e ora mi proponevo di condurne un gran numero in
    Terra Santa per timore che il riposo e  la  tranquillit  potesse  far
    loro indagare troppo da vicino nelle cose del mio governo. Per questo,
    Arrigo  mio,  sia  tua  regola  di  occupare gli spiriti irrequieti in
    dispute straniere;  l'attivit portata cos fuori dei confini pu  far
    dimenticare il ricordo dei giorni passati.  Pi vorrei dire, ma i miei
    polmoni  sono  cos  esausti  che  la  forza  della  voce   mi   viene
    completamente  a  mancare.  Che Iddio mi perdoni il modo come venni in
    possesso della mia corona e conceda che essa possa vivere in vera pace
    con te!
    PRINCIPE: Mio grazioso sovrano,  voi l'avete  conquistata,  portata  e
    mantenuta  e  ora  l'avete data a me;  il mio diritto alla successione
    dev'esser dunque chiaro e  legittimo:  io  sapr  tenerla  di  diritto
    contro il mondo intiero con vigore pi che ordinario.
    (Entrano GIOVANNI DI LANCASTER, WARWICK, Signori e altri).
    ENRICO:  Guardate,  guardate,  ecco  che  viene  il  mio  Giovanni  di
    Lancaster.
    LANCASTER: Salute, pace e felicit al mio regale padre!
    ENRICO: Tu mi porti la felicit e la  pace,  figlio  Giovanni,  ma  la
    salute,  ahim,    volata  via  con le sue giovani ali da questo nudo
    tronco disseccato: ora che ti ho veduto, il mio compito terreno giunge
    alla fine. Dov' monsignore di Warwick?
    PRINCIPE: Monsignore di Warwick!
    ENRICO: L'appartamento dove svenni la prima  volta  porta  un  qualche
    nome particolare?
    WARWICK: Si chiama Gerusalemme, sire.
    ENRICO: Lodi sian rese a Dio!   l che deve finire la mia vita. Mi fu
    predetto molti anni fa che io non sarei morto che a  Gerusalemme,  che
    io  vanamente  supposi  fosse  la Terra Santa.  Ma portatemi in quella
    stanza;  voglio coricarmi l e in  quella  Gerusalemme,  Arrigo  dovr
    morire.
    (Escono).















    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Gloucestershire. La casa di Sommario.

    (Entrano SOMMARIO, FALSTAFF, BARDOLFO e il Paggio).
    SOMMARIO: Perdindirindina,  messere,  non ve ne andrete stasera.  Ol,
    Davy, dico!
    FALSTAFF: Dovete scusarmi, mastro Roberto Sommario.
    SOMMARIO: Non voglio  scusarvi,  non  sarete  scusato,  le  scuse  non
    saranno ammesse, non v' scusa che tenga, non sarete scusato. Ma Davy!

    (Entra DAVY).

    DAVY: Ecco, messere.
    SOMMARIO: Davy,  Davy,  Davy, vediamo, Davy vediamo: gi, perbacco; il
    cuoco Guglielmo? ditegli di venire qui.  Sir Giovanni,  voi non sarete
    scusato.
    DAVY:  Perbacco,  messere,  cos  ;  quei  precetti  non  si  possono
    eseguire, e poi, messere, semineremo di frumento la proda del campo?
    SOMMARIO: Di frumento rosso, Davy, Ma veniamo al cuoco Guglielmo;  non
    vi sono piccioni giovani?
    DAVY:  S,  signore.  C'  ora  il  conto  del fabbro per dei ferri di
    cavallo e ferri d'aratro.
    SOMMARIO: Che sia  verificato  e  pagato.  Sir  Giovanni,  non  sarete
    scusato.
    DAVY:  Ora,  messere,  bisogna mettere un nuovo anello alla secchia e,
    messere,  intendete trattenervi parte del salario di Guglielmo per  il
    sacco che perdette l'altro giorno alla fiera di Hinckley?
    SOMMARIO: Ne risponder.  Dei piccioni, Davy; un paio di galline dalle
    gambe corte,  una coscia di montone e altre piccole leccornie.  Ditelo
    al cuoco Guglielmo.
    DAVY: Quell'uomo di guerra passer qui tutta la notte, messere?
    SOMMARIO: S,  Davy.  Voglio trattarlo bene. Un amico a corte  meglio
    di un soldo nella borsa. Tratta bene i suoi uomini,  Davy,  perch son
    bricconi matricolati e ci morderanno la schiena.
    DAVY:  Non  pi  di  quanto  son morsi loro signore,  perch hanno una
    biancheria meravigliosamente sudicia.
    SOMMARIO: Ben detto, Davy. Sbriga le tue faccende, Davy.
    DAVY: Vi supplico,  messere,  di sostenere Guglielmo Visor  di  Woncot
    contro Clemente Perkes del colle.
    SOMMARIO: Vi sono molte lagnanze,  Davy, contro quel Visor: quel Visor
     un briccone matricolato, per quanto ne so io.
    DAVY: Son d'accordo con Vostra Signoria che  un briccone, signore; ma
    pure, Dio non voglia, messere,  che un briccone non abbia protezione a
    richiesta del suo amico. Un galantuomo, messere,  in grado di parlare
    in  proprio  favore  mentre un briccone non lo pu.  Ho servito Vostra
    Signoria fedelmente per otto anni,  e se non posso una volta o due per
    trimestre sostenere un briccone contro un galantuomo, io ho pochissimo
    credito  presso  Vostra  Signoria.  Il  briccone    mio onesto amico,
    messere, perci io supplico Vostra signoria di far s che sia aiutato.
    SOMMARIO: Va' l,  ti  dico  che  non  gli  sar  fatto  alcun  torto.
    Sbrigati,  Davy. (Esce Davy) Dove siete, sir Giovanni? venite, venite,
    venite; toglietevi gli stivali. Datemi la mano, mastro Bardolfo.
    BARDOLFO: Son contento di vedere Vostra signoria.
    SOMMARIO: Ti ringrazio di tutto cuore,  gentile signor  Bardolfo:  (al
    Paggio) e benvenuto, mio ragazzone. Venite, sir Giovanni.
    FALSTAFF:  Vi seguir,  buon mastro Roberto Sommario.  (Esce Sommario)
    Bardolfo, bada ai nostri cavalli.  (Escono Bardolfo e il Paggio) Se io
    fossi segato a fette,  farei quattro dozzine di tali bastoni d'eremiti
    barbuti qual  mastro Sommario.  E' una cosa  meravigliosa  vedere  la
    perfetta  somiglianza  che  esiste tra lo spirito della sua gente e il
    suo: essi osservando lui si comportano come  stupidi  giudici;  lui  a
    forza  di  conversare  con  loro  si   cambiato in un servo che si d
    l'aria di un giudice; i loro spiriti si sono cos bene sposati a forza
    di star sempre in compagnia che s'imbrancano insieme di comune accordo
    come tante oche selvatiche.  Se avessi una richiesta da fare a  mastro
    Sommario,  accarezzerei i suoi uomini con la pretesa di esser un amico
    del loro padrone;  se ai suoi  uomini,  io  adulerei  mastro  Sommario
    dicendogli  che  nessuno  potrebbe meglio comandare ai suoi servi.  E'
    certo che gli uomini prendono uno dall'altro un saggio contegno o  una
    condotta  ignorante cos come prendono le malattie,  perci gli uomini
    devono fare attenzione alla compagnia che frequentano.  Io  caver  da
    questo  Sommario  materia  sufficiente  per  far ridere di continuo il
    principe Enrico per la durata di sei nuove mode,  ci che  equivale  a
    quattro  sessioni  o a due processi,  ed egli rider senza ferie.  Oh,
    com' meraviglioso l'effetto che una bugia accompagnata da una leggera
    bestemmia e uno scherzo a viso serio far su di un compare che non  ha
    mai  avuto  dolori alla schiena!  Oh,  lo vedrete ridere finch la sua
    faccia sar come un mantello bagnato e mal piegato.
    SOMMARIO (dal di dentro): Sir Giovanni!
    FALSTAFF: Vengo, mastro Sommario, vengo, mastro Sommario.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Westminster. Una stanza nel Palazzo.

    (Entrano, separatamente, WARWICK e il LORD GIUDICE SUPREMO).
    WARWICK: Ebbene, lord Giudice Supremo, dove andate?
    GIUDICE SUPREMO: Come sta il re?
    WARWICK: Estremamente bene: tutti i suoi mali sono ora finiti.
    GIUDICE SUPREMO: Spero che non sia morto.
    WARWICK: Ha  seguito  il  sentiero  della  natura  e,  per  quanto  ci
    concerne, non vive pi.
    GIUDICE  SUPREMO:  Vorrei  che Sua Maest mi avesse chiamato con s: i
    servigi che io gli resi  fedelmente  durante  la  sua  vita  mi  hanno
    lasciato esposto ad ogni offesa.
    WARWICK: In verit penso che il giovine re non vi ami.
    GIUDICE  SUPREMO:  So  che  non  mi ama e mi armo per far buon viso ai
    nuovi tempi che non possono  minacciarmi  in  modo  pi  terribile  di
    quello ch'io mi sono dipinto nella fantasia.
    (Entrano GIOVANNI DI LANCASTER,  GLOUCESTER, CLARENCE, WESTMORELAND ed
    altri).
    WARWICK: Ecco venire i figli addolorati del morto Arrigo. O perch mai
    il vivo Arrigo  non  ha  il  carattere  del  peggiore  di  questi  tre
    principi!  quanti  nobili  che  dovranno ora fuggir le vele davanti ad
    anime vili non conserverebbero invece le loro posizioni!
    GIUDICE SUPREMO: O mio Dio, temo che tutto sar ora sconvolto.
    LANCASTER: Buon giorno, cugino Warwick, buon giorno.
    GLOUCESTER e CLARENCE: Buon giorno, cugino.
    LANCASTER: C'incontriamo come uomini che hanno dimenticato la parola.
    WARWICK: La ricordiamo,  ma il nostro argomento  troppo doloroso  per
    ammettere lunghe conversazioni.
    LANCASTER: La pace sia con lui che ci ha tanto addolorati!
    GIUDICE  SUPREMO:  La  pace  sia  anche con noi per tema che il nostro
    dolore non aumenti!
    GLOUCESTER: O mio buon signore,  voi avete perduto davvero un amico e,
    oserei giurare,  che il dolore che appare sul vostro volto non  preso
    in prestito ma  sicuramente vostro.
    LANCASTER: Bench nessuno sia sicuro del favore che potr trovare, voi
    siete nella pi desolata aspettativa;  ne sono tanto pi dispiacente e
    vorrei che fosse altrimenti.
    CLARENCE:  Andiamo,  ora  dovrete  parlare con rispetto a sir Giovanni
    Falstaff,  e questo per il vostro  carattere    come  nuotare  contro
    corrente.
    GIUDICE SUPREMO: Amabili principi,  quello che feci lo feci per onore,
    guidato dalla imparziale norma della  mia  coscienza,  e  voi  non  mi
    vedrete  mai  mendicare  un  perdono sbrindellato e screditato.  Se la
    verit e una limpida coscienza non sono riconosciute,  io andr dal re
    mio signore che  morto e gli dir chi mi ha mandato dietro a lui.
    WARWICK: Ecco, viene il principe.

    (Entra RE ENRICO QUINTO con seguito).

    GIUDICE SUPREMO: Buon giorno e Dio protegga Vostra Maest!
    RE:  Questo  nuovo e splendido manto,  la maest,  non mi riveste cos
    comodamente come voi pensate. Fratelli,  voi mescolate alquanto timore
    alla vostra tristezza: questa  la corte d'Inghilterra e non quella di
    Turchia,  non    un  Amurat che succede a un Amurat ma un Arrigo a un
    altro Arrigo. Tuttavia siate tristi,  buoni fratelli,  poich per dire
    la  verit la tristezza ben vi si addice e il dolore appare in voi con
    un aspetto cos regale che io voglio adottare devotamente  la  moda  e
    portarla  nel  mio  cuore.  Siate dunque tristi,  ma portate la vostra
    tristezza soltanto come un fardello che  ugualmente imposto  a  tutti
    noi.  Quanto a me,  per il cielo,  vi assicuro che sar vostro padre e
    vostro fratello insieme;  lasciatemi portare il vostro  affetto  e  io
    porter  le  vostre  cure.  Piangete  pure  l'Arrigo  che  morto e io
    pianger con voi;  ma vive un Arrigo che cambier il numero di  quelle
    lagrime in ore di felicit.
    LANCASTER: Non speriamo altro dalla Maest Vostra.
    RE:  Mi guardate tutti in modo strano: (al Lord Giudice Supremo) e voi
    pi di tutti: siete sicuro, credo, che io non vi amo.
    GIUDICE SUPREMO: Son sicuro che  se  mi  si  pesa  secondo  giustizia,
    Vostra Maest non ha alcun giusto motivo di odiarmi.
    RE: No!  come potrebbe un principe di cos grandi speranze dimenticare
    le grosse indegnit che gli faceste?  Come!  sgridare,  rimproverare e
    mandare   brutalmente   in   prigione   l'erede   presunto   al  trono
    d'Inghilterra!  vi par facile questo?  e pu essere lavato nel Lete  e
    dimenticato?
    GIUDICE  SUPREMO:  Io rappresentavo allora la persona di vostro padre,
    l'immagine del suo potere era allora in me,  e mentre amministravo  la
    sua giustizia,  prendendo cura del pubblico benessere,  Vostra Altezza
    si compiacque dimenticare la mia posizione,  la maest  e  la  potenza
    della legge e della giustizia, l'immagine del re che io rappresentavo,
    e  mi  colpiste  proprio  nel  mio  seggio di giudice,  e perci quale
    offensore  di  vostro  padre  usai  audacemente  della  mia   autorit
    facendovi  arrestare.  Se questo atto fu colpevole,  allora tenete per
    fortuna,  ora che portate la corona,  di avere un figlio che metta  in
    non cale i vostri decreti,  che rovesci la giustizia del vostro temuto
    seggio  sviando  il  corso  della  legge  e  smussando  la  spada  che
    custodisce  la  pace  e la sicurezza della vostra persona,  e,  peggio
    ancora, disprezzi la vostra regale immagine facendosi beffa dei vostri
    atti nella persona di colui che vi rappresenta.  Interrogate i  vostri
    reali  pensieri,  fate  vostro  questo  caso,  siate  ora  il  padre e
    immaginate di avere  un  figlio;  ascoltate  la  vostra  dignit  cos
    profanata, guardate le vostre temute leggi cos malamente disprezzate,
    vedetevi sdegnato da un figlio, e poi immaginate me che rappresento la
    vostra parte e,  investito della vostra autorit, reprimo paternamente
    vostro figlio.  Quando avrete freddamente esaminato questo caso,  date
    il  vostro  giudizio  su  di me e poich siete re,  dite in nome della
    vostra autorit cosa io ho fatto che disdica alla mia posizione,  alla
    mia persona e alla sovranit del mio signore.
    RE:  Avete ragione,  giudice,  voi pesate bene la cosa;  perci tenete
    ancora la bilancia e la spada;  vi auguro che i vostri  onori  possano
    crescere  finch  possiate  vedere  un  figlio mio che vi offenda e vi
    obbedisca come feci io.  E possa io vivere per ripetere le  parole  di
    mio  padre:  Me  felice  che  ho  un uomo cos coraggioso che osa far
    giustizia sul mio proprio figlio, e non meno felice di avere un figlio
    che pu consegnare la sua grandezza nelle mani della giustizia!.  Voi
    mi  metteste  in  prigione  e  io  metto in vostra mano la spada senza
    macchia che siete abituato a portare,  ricordandovi di usarne  con  lo
    stesso  spirito  imparziale,  energico e giusto che mostraste verso di
    me. Ecco la mia mano,  voi sarete come un padre per la mia giovinezza:
    la  mia voce parler secondo ci che voi suggerite al mio orecchio,  e
    sapr sottomettere con umilt la mia volont alla vostra guida  saggia
    e sperimentata.  E ora,  tutti voi, principi, credetemi, vi scongiuro:
    mio padre  sceso dissoluto  nella  tomba,  poich  nel  suo  sepolcro
    giacciono  le  mia scapestrataggini e io sopravvivo con il suo spirito
    grave per deridere le aspettative del mondo e  frustrare  le  profezie
    distruggendo  la  guasta  opinione  che  mi  ha  giudicato  secondo le
    apparenze.  L'onda del mio sangue ha finora orgogliosamente seguito un
    vano corso; ora si rivolge e rifluisce verso il mare dove si mescoler
    con  il  possente  oceano scorrendo per l'avvenire con solenne maest.
    Ora convocheremo la nostra alta corte del parlamento e  sceglieremo  i
    membri  del  nobile  Consiglio  in modo che il grande corpo del nostro
    Stato potr stare alla pari con le nazioni meglio governate e la  pace
    o  la  guerra,  o  tutte  e  due  ad  un  tempo,  saranno per noi cose
    conosciute e familiari.  (Al Lord Giudice Supremo)  In  questo,  padre
    mio,  voi  avrete  la  pi  gran  parte.  Dopo la nostra incoronazione
    convocheremo, come ho gi ricordato,  tutto il nostro Consiglio,  e se
    Dio  vorr  esaudire le mie buone intenzioni,  nessun principe n pari
    avr giusto motivo di dire: Iddio abbrevi la felice vita di Arrigo  di
    un sol giorno.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Gloucestershire. Il verziere di Sommario.

    (Entrano FALSTAFF, SOMMARIO, SILENZIO, BARDOLFO, il Paggio e DAVY).
    SOMMARIO:  Via,  dovete vedere il mio verziere dove sotto un pergolato
    ci  vogliam  mangiare  una  mela  renetta  dell'anno  scorso   proprio
    innestata da me, e insieme un piatto di semi d'anice e altre coserelle
    - venite, cugino Silenzio - e poi a letto.
    FALSTAFF: Perdio, avete qui una bella e ricca dimora.
    SOMMARIO: Povera,  povera, povera, tutti miserabili, miserabili tutti,
    sir Giovanni,  per aria buona.  Metti la  tovaglia,  Davy,  metti  la
    tovaglia, Davy; benissimo, Davy.
    FALSTAFF:  Questo Davy vi rende buoni servizi,   il vostro valletto e
    il vostro fattore.
    SOMMARIO: Un buon valletto, un buon valletto,  un buonissimo valletto,
    sir Giovanni... per la messa! ho bevuto troppo vin di Spagna a cena...
    un buon valletto. Ora accomodatevi, ora accomodatevi, venite, cugino.
    SILENZIO: Ah! briccone, disse lui noi... (Canta)
    Non farem che mangiare e far cagnara,
    e lodar Dio per l'annata rara,
    che la carne rinvilia e la donna rincara,
    e i bei giovanotti folleggiano a gara,
    cos allegramente
    e sempre cos allegramente!
    FALSTAFF: Ecco un cuore allegro!  Buon mastro Silenzio, vi far ora un
    brindisi per questa canzone.
    SOMMARIO: Date del vino a mastro Bardolfo, Davy.
    DAVY: Mio caro signore,  sedete,  verr subito da voi;  mio  carissimo
    signore,  sedete. Mastro paggio, buon mastro paggio, sedete. (Bardolfo
    e il Paggio siedono a un'altra tavola) Prosit!  quello che vi mancher
    di carne vi daremo in bevanda, dovete scusarci, il cuore  tutto.
    (Esce).
    SOMMARIO: State allegro,  signor Bardolfo, e voi cost, soldatino mio,
    state allegro.
    SILENZIO (canta):
    Allegri, allegri, mia moglie ha ogni cosa;
    ch la donna  bisbetica, piccola o grossa,
    allegra  la sala ove ogni barba  mossa,
    e ben venga il carnevale,
    allegri, allegri state!
    FALSTAFF: Non credevo che mastro Silenzio  fosse  un  uomo  di  questa
    tempra.
    SILENZIO:  Chi,  io?  sono  stato  allegro una volta o due anche prima
    d'ora.
    (Rientra DAVY).
    DAVY: C' un piatto di mele ruggine per voi
    (Mettendole davanti a Bardolfo).
    SOMMARIO: Davy!
    DAVY: Vostra Signoria? Son subito da voi. (A Bardolfo) Un bicchiere di
    vino, messere? SILENZIO (canta):
    Un bicchier di vino frizzante e chiaro
    io lo bevo all'amor mio caro,
    cuor contento cent'anni camper!
    FALSTAFF: Ben detto, mastro Silenzio.
    SILENZIO: Vogliamo stare allegri, ora vien la dolcezza della sera.
    FALSTAFF: Salute e lunga vita a voi, mastro Silenzio.
    SILENZIO (canta):
    Riempite il nappo e passatelo in tondo,
    io lo brindo a voi, fosse un miglio profondo.
    SOMMARIO: Onesto Bardolfo, siete benvenuto: se ti occorre qualche cosa
    e non  la  chiedi  la  colpa    tutta  tua.  Benvenuto,  mio  piccolo
    ladruncolo (al Paggio), benvenuto davvero. Berr alla salute di mastro
    Bardolfo e di tutti i caballeros di Londra.
    DAVY: Spero una volta di vedere Londra prima di morire.
    BARDOLFO: Se potessi vedervi l, Davy!...
    SOMMARIO: Per la messa!  tracannerete una foglietta insieme, eh! non 
    cos, mastro Bardolfo?
    BARDOLFO: S, signore, e in un gran boccale.
    SOMMARIO: Per Iddio! ti ringrazio, il briccone si attaccher a te,  te
    lo assicuro; non ti deluder,  di buona razza.
    BARDOLFO: E io mi attaccher a lui messere.
    SOMMARIO:  Ecco!  cos  parl un re.  Non vi fate mancar nulla,  state
    allegri.
    (Si sente bussare) Guardate chi  l alla porta! ol chi bussa?
    (Esce Davy).
    FALSTAFF  (a  Silenzio  che  tracanna  un  boccale):  Ecco,  mi  avete
    restituito il brindisi.
    SILENZIO (canta):
    Brindami il tuo bicchiere,
    e fammi cavaliere,
    Samingo...
    Non  cos?
    FALSTAFF: E' cos.
    SILENZIO: E' cos? Ma allora dite che un vecchio pu far qualche cosa.
    (Rientra DAVY).
    DAVY:  Piaccia  a  Vostra Signoria,  c' un certo Pistola che  venuto
    dalla corte con notizie.
    FALSTAFF: Dalla corte! che entri pure.
    (Entra PISTOLA).
    Ebbene, Pistola?
    PISTOLA: Sir Giovanni, che Dio vi benedica!
    FALSTAFF: Che vento ti ha portato qui, Pistola?
    PISTOLA: Non quel cattivo vento che non porta bene  a  nessuno.  Dolce
    cavaliere, tu sei ora uno dei pi grandi uomini del reame.
    SILENZIO:  Per  Nostra Donna!  credo che egli lo sia veramente,  se si
    eccettua quel buon uomo di Puff di Barson.
    PISTOLA: Puff!  ripigliati il tuo Puff tra i  denti,  codardo  e  vile
    rinnegato!  sir Giovanni,  io sono il tuo Pistola e tuo amico,  e sono
    venuto qui da te a cavallo a rompicollo e ti porto notizie e fortunose
    gioie ed aurei tempi e felici e preziose novelle.
    FALSTAFF: Ti prego ora di darmele nella lingua di un  uomo  di  questo
    mondo.
    PISTOLA: Alla malora il mondo e i vili mondani! io parlo dell'Africa e
    di auree letizie.
    FALSTAFF:  O  vile  cavaliere  assiro  quali notizie porti?  che il re
    Cofetua sappia ci che c' di vero.
    SILENZIO (canta):
    E Robin Hood, Scarlatto e Gianni.
    PISTOLA: Dei cagnacci da concimaia si misureranno con gli  Eliconi?  e
    le  buone notizie saranno disprezzate?  Allora,  Pistola,  poni il tuo
    capo nel grembo delle Furie.
    SOMMARIO: Onesto signore, non so di che razza siete.
    PISTOLA: Allora hai ben donde dolerti.
    SOMMARIO: Vi chiedo perdono,  messere;  se,  messere,  voi venite  con
    notizie  dalla  corte,  io ritengo che non vi siano che due modi: o le
    dite o le  nascondete.  Io  ho,  messere,  una  posizione  di  qualche
    autorit sotto il re.
    PISTOLA: Sotto qual re, saccardo? parla o muori.
    SOMMARIO: Sotto re Enrico.
    PISTOLA: Enrico Quarto o Quinto?
    SOMMARIO: Enrico Quarto.
    PISTOLA:  Un  corno  per  il  tuo  posto!  sir Giovanni,  il tuo dolce
    agnellino  ora re: Enrico Quinto  l'uomo. Dico la verit: se Pistola
    mente, fammi cos; fammi le fiche come un vantatore spagnolo.
    FALSTAFF: Come! il vecchio re  morto?
    PISTOLA: Come un chiodo nella porta: le cose che dico sono giuste.
    FALSTAFF: Avanti,  Bardolfo!  sella il  mio  cavallo.  Mastro  Roberto
    Sommario,  scegli  il  posto  che  tu  vuoi  in questo regno ed  tuo.
    Pistoia, ti affogher di onori.
    BARDOLFO: O giorno felice!  non vorrei il titolo di cavaliere  per  la
    mia fortuna.
    PISTOLA: E che! non ho portato buone notizie?
    FALSTAFF:  Portate  mastro Silenzio a letto.  Mastro Sommario,  milord
    Sommario,  sii quello che vuoi,  io sono il castaldo della fortuna.  O
    caro Pistola!  Andiamo, Bardolfo. (Esce Bardolfo) Vieni Pistola, dammi
    altre notizie e pensa anche a qualche cosa che ti possa  giovare.  Gli
    stivali,  gli stivali,  mastro Sommario;  so che il giovane re sospira
    per me. Prendiamo i cavalli di chi si sia; le leggi d'Inghilterra sono
    ai miei ordini.  Beati coloro che sono stati miei amici e guai al lord
    Giudice Supremo!
    PISTOLA: Che i vili avvoltoi gli aggranfino anche i polmoni! Dov' la
    vita  che  menavo  prima? dicono essi: ebbene,  eccola qui.  Salute a
    questi piacevoli giorni!
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Londra. Una strada.

    (Entrano  dei  Birri  che  trascinano  l'Ostessa   FAPRESTO   e   DORA
    SQUARCIALENZUOLA).
    OSTESSA:  No,  briccone matricolato;  volesse Iddio che io morissi per
    poterti fare impiccare: mi hai slogato una spalla.
    PRIMO BIRRO: I caporali me l'hanno consegnata ed  essa  sar  frustata
    pel d delle feste,  glielo garantisco. E'0 stato ucciso un uomo o due
    di recente in casa sua.
    DORA: Aguzzino, aguzzino, mentite! Vieni via,  te lo dir io che cosa,
    dannato  briccone  dal  viso di trippa.  Se il bambino che porto nasce
    male sarebbe meglio tu avessi battuto tua madre,  birbante dal viso di
    cartapecora.
    OSTESSA:  O  signore,  se sir Giovanni fosse venuto!  avrebbe fatto di
    questa una giornata di sangue per qualcuno.  Ma  prego  Iddio  che  il
    frutto delle sue viscere nasca prima del tempo!
    PRIMO  BIRRO:  In  questo  caso  voi  avrete  di  nuovo una dozzina di
    cuscini;  ora ne avete soltanto undici.  Andiamo,  vi ordino di venire
    tutte  e  due con me poich l'uomo che voi e Pistola avete bastonato 
    morto.
    DORA: Ve lo  dir  io,  omiciattolo  stampato  in  rilievo  su  di  un
    incensiere; vi far frustare sonoramente per questo, briccone in veste
    turchina.  Sozzo boia morto di fame! Se non sarai frustato non porter
    pi sottane!
    PRIMO BIRRO: Venite, venite, cavaliera errante, venite.
    OSTESSA: O Dio,  che il diritto debba cos sopraffare la forza!  Bene,
    dalla sofferenza viene il benessere.
    DORA: Venite, birbone, venite, portatemi da un giudice.
    OSTESSA: S, venite, segugio affamato!
    DORA: Compare morte secca! compare stinco di morto!
    OSTESSA: Scheretro che sei!
    DORA: Vieni, tisichello, vieni, briccone.
    PRIMO BIRRO: Bene, bene.
    (Escono).



    SCENA QUINTA - Una piazza vicino all'Abbazia di Westminster

    (Entrano tre Valletti che stendono delle stuoie).
    PRIMO VALLETTO: Altre stuoie, altre stuoie!
    SECONDO VALLETTO: Le trombe hanno sonato due volte
    TERZO VALLETTO: Saranno le due, prima che tornino dalla incoronazione.
    PRIMO VALLETTO: Su presto, presto!
    (Escono i Valletti).

    (Entrano FALSTAFF, SOMMARIO, PISTOLA BARDOLFO e il Paggio).

    FALSTAFF: State qui accanto a me,  mastro Roberto Sommario; voglio che
    il re vi prenda in favore. Gli far cenno con l'occhio quando passa, e
    notate soltanto la faccia che mi far.
    PISTOLA: Dio benedica i tuoi polmoni, buon cavaliere.
    FALSTAFF: Vieni qua,  Pistola: sta' dietro a me.  (A Sommario) Oh,  se
    avessi  avuto  tempo di farmi fare delle livree nuove,  avrei speso le
    mille sterline che ho preso in prestito da voi. Ma non importa, questo
    povero equipaggio star meglio; mostra lo zelo che avevo di vederlo.
    SOMMARIO: Proprio cos.
    FALSTAFF: Mostra la seriet del mio affetto...
    SOMMARIO: Proprio cos.
    FALSTAFF: La mia devozione...
    SOMMARIO: Proprio cos, proprio cos, proprio cos.
    FALSTAFF: Apparir che ho cavalcato giorno e notte  senza  riflettere,
    senza ricordar nulla, senza neanche aver agio di cambiarmi...
    SOMMARIO: E' pi che sicuro.
    FALSTAFF: Per trovarmi qui tutto sudicio del viaggio, tutto sudato per
    il  desiderio  di vederlo,  senza pensare ad altro,  dimenticando ogni
    altro affare,  come se non vi fosse altra cosa al mondo  da  fare  che
    veder lui.
    PISTOLA: E' "semper idem", ch "obsque hoc nihil est":  tutto in ogni
    parte.
    SOMMARIO: Proprio cos davvero.
    PISTOLA:  Mio  cavaliere,  infiammer  il  tuo nobile fegato e ti far
    montar sulle furie; la tua Dora,  l'Elena dei tuoi nobili pensieri,  
    in  vile  prigionia,  in un contagioso carcere,  trascinata l da mano
    mercenaria e sozza.  Sveglia la  vendetta  dalla  negra  spelonca  col
    serpente  della crudele Aletto,  poich Dora  rinchiusa.  Pistola non
    dice che la verit.
    FALSTAFF: La liberer.
    (Grida e suono di trombe, di dentro).
    PISTOLA: Ecco che rugge il mare ed echeggia il clangor delle trombe.

    (Entra RE ENRICO QUINTO e il suo Seguito).

    FALSTAFF: Dio protegga Tua Grazia, re Righetto, mio regale Righetto.
    PISTOLA: Che i cieli ti proteggano e ti  preservino,  regale  rampollo
    della fama!
    FALSTAFF: Dio ti protegga, mio dolce fanciullo!
    RE: Lord Giudice Supremo, parlate a quell'uomo vanitoso.
    GIUDICE SUPREMO: Avete il cervello a posto? sapete a chi parlate?
    FALSTAFF: Mio re! mio Giove! parlo a te, cuor mio!
    RE:  Non  ti  conosco,  vecchio;  di'  le  tue preghiere!  come mal si
    addicono i capelli bianchi a uno sciocco e buffone! Ho a lungo sognato
    di un simile  uomo,  cos  gonfio  di  grasso,  cos  vecchio  e  cos
    sboccato,  ma ora che sono desto, disprezzo il mio sogno. D'ora in poi
    tratta meno bene il tuo corpo e meglio la  tua  virt,  rinuncia  alla
    ghiottoneria,  sappi  che  la  fossa  si spalanca per te tre volte pi
    grande che per gli altri uomini.  Non mi rispondere con uno scherzo da
    scemo:  non presumere che io sia quello che ero,  perch sa Iddio e se
    ne accorger il mondo, che mi sono tolto di dosso quello che ero prima
    e cos far di quelli che mi tenevano compagnia.  Quando  tu  sentirai
    dire  che  sono  ancora  quello che ero,  vieni da me e sarai di nuovo
    quello che fosti: il precettore e l'alimentatore dei  miei  disordini.
    Fino  allora  io ti bandisco,  sotto pena di morte,  a dieci miglia di
    distanza dalla nostra persona,  cos come ho fatto per gli altri  miei
    traviatori.  Vi accorderemo i mezzi per vivere affinch la mancanza di
    mezzi non vi spinga al mal fare,  e  quando  sentiremo  che  vi  siete
    emendati,  noi  vi  daremo  promozione secondo la vostra capacit e il
    vostro merito.  Sia vostro compito,  mio signore,  di fare eseguire il
    tenore delle nostre parole. Andiamo.
    (Esce il Re e il suo Seguito).
    FALSTAFF: Mastro Sommario, vi debbo mille sterline.
    SOMMARIO: S,  perbacco, sir Giovanni, e vi prego di farmele portare a
    casa con me.
    FALSTAFF: Sar assai difficile, mastro Sommario. Non vi affliggete per
    questo,  mi mander a chiamare perch vada da lui in privato.  Vedete,
    egli  deve  apparire  cos davanti al mondo;  non temete per la vostra
    promozione; io sar sempre l'uomo che vi far grande.
    SOMMARIO: Non so concepire come,  a meno che non mi  diate  il  vostro
    farsetto  e  mi  imbottiate  di paglia.  Vi prego,  buon sir Giovanni,
    fatemi avere cinquecento delle mie mille sterline.
    FALSTAFF: Signore,  terr la mia parola.  Ci che avete udito non  era
    che un colore.
    SOMMARIO:  Un  colore,  sir  Giovanni,  nel  quale ho paura che sarete
    intinto ed estinto.
    FALSTAFF: Non abbiate paura  dei  colori;  venite  con  me  a  pranzo.
    Andiamo,  luogotenente  Pistola,  venite,  Bardolfo,  mi  manderanno a
    chiamare presto stasera.

    (Rientra GIOVANNI DI LANCASTER,  il Lord GIUDICE  SUPREMO,  Ufficiali,
    eccetera).

    GIUDICE SUPREMO: Andate, conducete sir Giovanni Falstaff alla prigione
    della Flotta e con lui tutta la sua compagnia.
    FALSTAFF: Mio signore! mio signore!...
    GIUDICE  SUPREMO:  Non  posso  parlarvi adesso: vi ascolter tra poco.
    Conduceteli via.
    PISTOLA: Se fortuna mi tormenta, la speranza mi contenta.
    (Escono Falstaff, Sommario, Pistola, Bardolfo, il Paggio e Ufficiali).
    LANCASTER: Mi  piaciuto molto questo onesto procedimento del re: egli
    intende che i suoi compagni abituali  siano  molto  ben  provvisti  di
    denaro, ma son tutti banditi finch non abbian dato alla loro condotta
    pi saggezza e moderazione.
    GIUDICE SUPREMO: Cos .
    LANCASTER: Il re ha convocato il suo parlamento, mio signore.
    GIUDICE SUPREMO: Lo ha convocato.
    LANCASTER:  Scommetterei che prima che finisca l'anno noi porteremo le
    spade delle nostre guerre civili e il  nostro  fuoco  nativo  fino  in
    Francia.  Udii un uccello che cantava cos e la sua musica,  mi parve,
    piacque al re. Andiamo, volete venire?
    (Escono).


    EPILOGO - Detto da un Ballerino.

    Prima il mio timore,  poi il mio inchino e infine il mio discorso.  Il
    mio  timore    di  dispiacervi il mio inchino  mio dovere,  e il mio
    discorso  per chiedere il vostro perdono. Se vi aspettate ora un buon
    discorso,  voi mi rovinate,  perch quello che ho da  dire    di  mia
    propria fattura, e quello che in verit vi dir sar tutto, ne dubito,
    a  mio  danno.  Ma  veniamo  al fatto e affrontiamo il rischio.  Sia a
    vostra conoscenza,  e lo e benissimo,  che io fui qui di recente  alla
    fine  di un dramma spiacevole per pregarvi di aver pazienza per questo
    e promettervene uno migliore.  Avevo davvero intenzione di pagarvi con
    questo, ma se, come una cattiva speculazione, fa fiasco, io fallisco e
    voi,  miei  gentili  creditori,  perdete.  Vi avevo promesso che sarei
    venuto qui e qui affido la mia persona alla vostra clemenza:  fate  un
    qualche ribasso e vi pagher parte del debito e,  come tanti debitori,
    vi far promesse all'infinito.
    Se la mia lingua non pu decidervi a perdonarmi,  volete comandarmi di
    far  uso  delle  mie  gambe?  eppure  sarebbe  pagarvi con leggerezza,
    sottrarmi al debito danzando.  Ma una buona coscienza vuol  dare  ogni
    soddisfazione possibile,  e cos vuo' far io.  Tutte le signore qui mi
    hanno perdonato;  se i signori non mi perdoneranno,  allora i  signori
    non vanno d'accordo con le signore,  il che non fu mai veduto prima in
    una simile assemblea.
    Un'altra parola,  vi scongiuro.  Se non siete ancora  troppo  sazi  di
    carne  grassa,  il  nostro  umile  autore continuer la storia con sir
    Giovanni e vi divertir con la bella Caterina di Francia;  e in questa
    storia  Falstaff  morr  per una sudata,  a meno che non sia gi stato
    ucciso dalla vostra cattiva opinione,  perch Oldcastle  mor martire,
    ma questo non  lo stesso uomo.
    La mia lingua  stanca;  quando anche le mie gambe lo saranno, vi dar
    la buona notte e cos m'inginocchio davanti a voi, ma, veramente,  per
    pregare per la regina.







    ENRICO QUINTO.


    PERSONAGGI.

    RE ENRICO QUINTO.
    IL DUCA DI GLOUCESTER, IL DUCA DI BEDFORD: fratelli del Re.
    IL DUCA DI EXETER, zio del Re.
    IL DUCA DI YORK, cugino del Re.
    IL CONTE DI SALISBURY.
    IL CONTE DI WESTMORELAND.
    IL CONTE DI WARWICK.
    L'ARCIVESCOVO DI CANTERBURY.
    IL VESCOVO DI ELY.
    IL CONTE DI CAMBRIDGE.
    LORD SCROOP.
    SIR TOMMASO GREY.
    SIR TOMMASO ERPINGHAM.
    GOWER, FLUELLEN, MACMORRIS, JAMY: ufficiali nell'esercito dl Re.
    BATES, COURT, WILLIAMS: soldati nello stesso.
    PISTOLA, NYM, BARDOLFO.
    Un Ragazzo.
    Un Araldo.

    CARLO SESTO, re di Francia.
    LUIGI, il Delfino.
    DUCHI DI BORGOGNA, ORLEANS e BORBONE.
    IL CONNESTABILE di Francia.
    DUCHI DI BERRI e di BRETAGNA, personaggi muti.
    RAMBURES e GRANDPRE', nobili francesi.
    IL GOVERNATORE di Harfleur.
    MONTJOY, araldo francese.
    Ambasciatori al re d'Inghilterra.
    ISABELLA, regina di Francia.
    CATERINA, figlia di Carlo e di Isabella.
    ALICE, sua damigella d'onore.
    Ostessa di una taverna in Eastcheap, gi Monna Fapresto e ora sposa di
    Pistola.
    Nobili,  Dame,  Ufficiali,  Soldati,  Cittadini,  Messi  e Persone del
    seguito.
    Coro.

    Scena: In Inghilterra, poi in Francia.

    PROLOGO.

    (Entra il Coro).
    CORO: Oh,  aver qui una Musa  di  fuoco  che  sapesse  salire  al  pi
    luminoso cielo dell'invenzione; un regno che servisse da palcoscenico,
    principi  che  facessero  da attori e monarchi da spettatori di questa
    scena  grandiosa!  Allora,  il  valoroso  Enrico,  da  quel  che  era,
    assumerebbe  davvero il portamento di Marte e,  condotti al guinzaglio
    come segugi,  la fame,  il ferro e il fuoco  gli  striscerebbero  alle
    calcagna chiedendo impiego. Ma, miei signori, perdonate le menti basse
    e piatte che hanno ardito portare su questo indegno palco un argomento
    cos  grande:  potrebbe  mai  infatti  questa platea contenere i vasti
    campi di Francia o potremmo stipare  entro  questo  cerchio  di  legno
    anche  i  soli  elmi  che  impaurirono  l'aria stessa a Azincourt?  Ma
    scusateci:  come  uno  sgorbio  di  cifre  serve  in  breve  spazio  a
    rappresentare  un  milione,  cos  lasciate che noi,  semplici zeri in
    questo  gran  conto,   mettiamo  in  moto  le   forze   della   vostra
    immaginazione.  Supponete  che  entro  la cinta di queste pareti siano
    chiuse due potenti monarchie e che un pericoloso stretto ne separi  le
    fronti  che  sporgono  alte  sul mare.  Colmate col vostro pensiero le
    nostre lacune;  di un uomo che  vedete  fatene  mille  e  createvi  un
    imponente  esercito;  se  parliamo  di cavalli,  immaginate di vederli
    realmente stampare gli zoccoli sul terreno  molle  che  ne  riceve  le
    impronte;  poich  il vostro pensiero che ora deve vestire riccamente
    i nostri re e portarli qua e l, saltando intieri periodi di tempo,  e
    condensando  i  fatti  di molti anni in un volger di clessidra;  e per
    quest'ultima funzione ammettete come Coro in questa storia me  che,  a
    mo'  di  prologo,  sollecito  con  umilt  la  vostra  pazienza perch
    ascoltiate con animo benevolo  e  giudichiate  con  indulgenza  questo
    nostro spettacolo.
    (Esce).


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Londra. Un'anticamera nel Palazzo Reale.

    (Entrano l'ARCIVESCOVO DI CANTERBURY e il VESCOVO DI ELY).
    CANTERBURY:  Ve  lo  dir,  monsignore:  viene  ora  ripresentato quel
    progetto di legge che nell'undecimo anno di regno del defunto  sovrano
    poco  manc  non  fosse  approvato  ai  nostri danni;  ci che sarebbe
    accaduto senz'altro se  l'irrequietezza  e  le  lotte  del  tempo  non
    l'avessero messo a tacere.
    ELY: Ma, monsignore, come fare ad opporci ora?
    CANTERBURY:  Bisogna  pensarci bene.  Se passa perdiamo pi della met
    dei nostri averi, perch ci sarebbero tolte tutte le terre che persone
    pie hanno lasciato in eredit alla Chiesa.  Si vuole infatti  che  col
    decoro conveniente a un re, noi equipaggiamo ben quindici conti, mille
    e cinquecento cavalieri,  seimiladuecento scudieri,  che si mantengano
    con larghezza cento  fra  lazzaretti  per  gli  appestati  e  case  di
    ricovero  pei vecchi e pei poveri inabili al lavoro,  e inoltre che si
    versino nelle casse reali mille sterline l'anno.  Questo   il  tenore
    del progetto.
    ELY: Che po' po' di bevuta.
    CANTERBURY: Si berrebbero anche il bicchiere!
    ELY: Ma che rimedio c'?
    CANTERBURY: Il re  pieno di benevolenza e di considerazione per noi.
    ELY: E' un amoroso figlio di santa madre Chiesa.
    CANTERBURY:  La  sua  condotta  in giovent non prometteva tanto.  Ma,
    appena suo padre spir, anche quella sfrenatezza,  attutendosi in lui,
    sembr  pure morire;  s,  in quel momento stesso la riflessione venne
    come un angelo a cacciare da lui la fragilit umana,  trasformando  il
    suo corpo in un paradiso atto a contenere spiriti celestiali.  Mai non
    vi fu alcuno cos pronto a imparare,  n mai ci fu tanta  pienezza  di
    conversione  che  lavasse i peccati con impeto cos irresistibile;  n
    l'idra della caparbiet perdette il suo predominio cos all'improvviso
    come in questo re.
    ELY: Questo cambiamento  una benedizione per noi.
    CANTERBURY: Se lo sentite parlare di teologia vorreste con ammirazione
    convinta che fosse fatto vescovo; se discute di politica,  direste che
    non  si   occupato d'altro in vita sua.  Ascoltate i suoi discorsi di
    guerra e la descrizione di una terribile  battaglia  vi  sembrer  una
    musica;  fatelo ragionare di qualche cosa che richieda sottigliezza di
    discernimento,  ed egli scioglier il nodo gordiano con tanta facilit
    come  se  si  trattasse della sua giarrettiera;  insomma quando parla,
    l'aria stessa,  quella vagabonda matricolata,  si  ferma,  e  un  muto
    stupore  sta  in  agguato negli orecchi degli uomini per capire i suoi
    soavi melati discorsi. Bisogna ammettere che la vita pratica gli abbia
    dato tutto questo sapere teorico,  e c' ancora  da  stupire  pensando
    come Sua Maest se ne sia impadronito,  considerando che sembrava cos
    dedito alla vita frivola, che i suoi compagni erano ignoranti, rozzi e
    superficiali, il suo tempo speso in bagordi, banchetti e divertimenti,
    e che non si osserv mai in lui amore  per  lo  studio,  per  la  vita
    ritirata,  per l'isolamento dai pubblici ritrovi e dalla compagnia del
    volgo.
    ELY: La fragola cresce sotto l'ortica e le bacche salutari  prosperano
    e maturano meglio in compagnia di frutti di qualit inferiore: cos il
    principe  cel  il  suo spirito di osservazione sotto le apparenze del
    libertinaggio;  e questo spirito senza dubbio  deve  aver  fatto  come
    l'erba  estiva  che  cresce di notte non vista,  ma proprio allora pi
    soggetta alla forza di sviluppo che le  insita.
    CANTERBURY: Dev'essere cos, perch non  pi il tempo dei miracoli, e
    perci, dove vediamo la perfezione,  dobbiamo supporre l'esistenza dei
    mezzi che hanno condotto a questo risultato.
    ELY:  Ma  ora,  buon  monsignore,  tornando al modo di mitigare questo
    progetto presentato alla Camera dei Comuni,  Sua Maest  favorevole o
    no?
    CANTERBURY: Non sembra piegare n di qua n di l: ma,  se mai,  pende
    un po' pi dalla parte nostra che da quella dei proponenti;  poich in
    nome  del  clero e per le guerre di Francia di cui ho discusso con lui
    lungamente,  gli ho offerto una somma assai maggiore di quella che  la
    Chiesa non abbia mai dato prima ad alcuno dei suoi predecessori.
    ELY:   E   che  accoglienza  ha  fatto  Sua  Maest  a  quest'offerta,
    monsignore?
    CANTERBURY: Ottima, soltanto non v' stato tempo di parlare,  come Sua
    Maest,  mi accorsi,  avrebbe desiderato, delle molte e chiare ragioni
    per cui egli, come discendente di Edoardo suo bisnonno,  ha diritto ad
    aver  certi ducati,  e in termini pi generali la corona e il trono di
    Francia.
    ELY: Che cosa interruppe i vostri discorsi?
    CANTERBURY: In quel momento l'ambasciatore di Francia chiese di essere
    ricevuto,  e credo che sia giunta  l'ora  dell'udienza:  non  sono  le
    quattro?
    ELY: S.
    CANTERBURY:  Allora entriamo a sentire il messaggio,  ma son sicuro di
    indovinarlo a puntino,  prima ancora che l'ambasciatore  abbia  aperto
    bocca.
    ELY: Vi accompagner perch sono ansioso di ascoltare.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Lo stesso luogo. Sala del trono.

    (Entrano RE ENRICO, GLOUCESTER, BEDFORD, EXETER, WARWICK, WESTMORELAND
    e Persone del seguito).
    ENRICO: Dov' Sua Eccellenza l'arcivescovo di Canterbury?
    EXETER: Non  qui presente.
    ENRICO: Mandatelo a cercare, buono zio.
    WESTMORELAND: Debbo far entrare l'ambasciatore, sire?
    ENRICO:  Non  ancora,  cugino.  Prima  di  dargli udienza vorrei farmi
    un'idea di certe questioni importanti riguardanti me e la Francia, che
    occupano molto i miei pensieri,

    (Entrano l'ARCIVESCOVO DI CANTERBURY e il VESCOVO DI ELY).

    CANTERBURY: Dio e i suoi angeli proteggano il vostro sacro trono e  ve
    lo lascino occupare a lungo con dignit.
    ENRICO:  Vi ringraziamo assai.  Mio dotto monsignore,  vi preghiamo di
    spiegarci con scrupolosa giustizia se la legge salica  che  esiste  in
    Francia escluda o no il nostro buon diritto.  Ma ricordatevi, mio caro
    e fedele monsignore: non dovete foggiare  a  modo  vostro,  torcere  e
    piegare il senso di quello che avete studiato e sofisticamente gravare
    la  vostra  dotta coscienza sostenendo diritti spurii o che non vadano
    in modo naturale pienamente d'accordo con la verit;  poich Dio  solo
    sa  quanti  che  godono  ora  perfetta  salute  verseranno il sangue a
    sostegno delle decisioni a cui ci spinger Vostra Reverenza.  Guardate
    bene,  perci,  a  che  impegnate la mia persona e come risvegliate la
    spada della guerra che ora dorme tranquilla. Vi ordiniamo,  in nome di
    Dio,  di  essere  molto  cauto;  poich questi due regni non hanno mai
    conteso senza grande spargimento di sangue,  e ogni  goccia  innocente
    sarebbe un grido di dolore, una penosa accusa contro colui che a torto
    avesse  affilato  le  spade  a far strage di vite umane,  anche troppo
    brevi per natura. Tenendo presente questo ammonimento solenne parlate,
    monsignore,  e noi vi ascolteremo con grande attenzione e crederemo in
    cuor  nostro  che  quello che vi disponete a dire sia purificato dalla
    vostra coscienza quanto l'anima per opera del battesimo    purificata
    dal peccato originale.
    CANTERBURY:  Allora ascoltate,  sire,  e voi,  pari,  che siete devoti
    nella vita e nei vostri servigi a questo trono  imperiale.  Non  vi  
    ostacolo  alle  pretese  di  Vostra  Altezza  sulla  Francia se non il
    principio che si attribuisce a Faramondo: "In terram Salicam  mulieres
    ne  succedant":  Le  donne  non  hanno  diritto di ereditare in terra
    Salica.  I Francesi con ingiusta interpretazione dicono che la  terra
    Salica    il regno di Francia e che Faramondo  il creatore di questa
    legge e dell'esclusione del  ramo  femminile.  Eppure  i  loro  stessi
    autori affermano esplicitamente che la terra Salica  in Germania, tra
    i fiumi Sala ed Elba, che l Carlo Magno, avendo sottomessi i Sassoni,
    lasci alcuni coloni Franchi e questi, sdegnando le donne tedesche per
    la  loro  immoralit,  fecero  questa  legge:  cio  che nessuna donna
    ereditasse in terra Salica.  Ora,  come ho detto,  questa terra   tra
    l'Elba  e il Sala,  ed  chiamata oggi Meisen;  allora  chiaro che la
    legge Salica non fu inventata per il regno di  Francia.  Del  resto  i
    Franchi  si impadronirono della terra Salica solo quattrocentonovantun
    anni dopo la morte di re Faramondo che senza fondamento si suppone  il
    creatore della legge; questi mor nel 426 di nostra redenzione, mentre
    Carlo  Magno  sottomise  i Sassoni e colloc i coloni Franchi al di l
    del fiume Sala nell'anno 805.  Inoltre,  dicono i loro  scrittori,  re
    Pipino,  che depose Childerico,  avanz pretese alla corona di Francia
    come erede universale in quanto discendeva da Bitilde che  era  figlia
    di re Clotario. Ugo Capeto pure, che usurp la corona di Carlo duca di
    Lorena,  solo erede maschio del vero ramo di Carlo Magno,  per dare al
    suo titolo qualche  apparenza  di  verit,  sebbene  in  realt  fosse
    fallace  e  vano,  si  present  come  erede  di  Lingarde,  figlia di
    Carlomanno,  che era figlio di Lodovico imperatore,  e  questi  a  sua
    volta  figlio  di  Carlo  Magno.   Anche  Luigi  Decimo,   solo  erede
    dell'usurpatore Capeto,  non pot  regnare  con  coscienza  tranquilla
    sinch  non si fu assicurato che la bella regina Isabella,  sua nonna,
    discendeva in linea retta da Ermengarda,  figlia del  predetto  Carlo,
    duca  di  Lorena,  col  quale  matrimonio i discendenti di Carlo Magno
    riebbero la corona di Francia.  Cos  chiaro come il sole estivo  che
    il titolo di Pipino,  le pretese di Ugo Capeto,  i fatti che placarono
    gli scrupoli di Luigi trovarono la loro base nel buon diritto  di  una
    donna: e cos fanno anche oggi i re di Francia,  sebbene sostengano la
    legge Salica per escludere le pretese che voi avanzate in forza  della
    vostra  discendenza  da  una  donna  e preferiscano nascondersi dietro
    pretesti trasparenti anzich sconfessare senz'altro i titoli infondati
    per  cui  hanno  usurpato  i  vostri  diritti  e  quelli  dei   vostri
    progenitori.
    ENRICO: Posso dunque con pieno diritto e tranquilla coscienza avanzare
    questa pretesa?
    CANTERBURY: Se vi  peccato ricada sulla mia testa,  venerato sovrano,
    poich  scritto nel libro dei Numeri: Quando l'uomo muore, l'eredit
    discende alla figlia.  Nobile  sire,  difendete  il  vostro  diritto,
    spiegate   la   bandiera  di  guerra,   guardate  ai  vostri  possenti
    predecessori. Andate, venerato signore, alla tomba del bisavolo da cui
    derivate il vostro diritto: invocate il suo spirito bellicoso e quello
    del vostro grande prozio,  Edoardo il Principe Nero,  che in terra  di
    Francia  comp tragiche gesta,  sconfiggendo l'intero esercito nemico,
    mentre il suo valorosissimo padre  stava  sulla  collina  e  sorrideva
    vedendo  il suo leoncello far strage della nobilt francese.  O nobili
    Inglesi,  che impegnarono tutto il baldanzoso esercito avversario  con
    met delle loro forze,  mentre l'altra met stava ridendo in disparte,
    inattiva spettatrice!
    ELY: Ricordate quei morti valorosi e rinnovatene le gesta col  braccio
    possente;  siete  il  loro  erede  e sedete sul loro trono.  Il sangue
    coraggioso che li rese rinomati,  scorre nelle vostre vene;  e il  mio
    prode sovrano  nel pi bel fiore della giovinezza, maturo per gesta e
    grandi imprese
    EXETER:  Tutti  i  vostri confratelli,  re e monarchi della terra,  si
    aspettano che vi ridestiate come  gi  fecero  i  leoni  della  vostra
    stessa razza.
    WESTMORELAND:  Essi  pensano  che  Vostra Maest abbia buone ragioni e
    mezzi e forza,  e li avete realmente;  mai re d'Inghilterra ebbe a sua
    disposizione nobili pi ricchi e sudditi pi leali,  i cui cuori hanno
    lasciato i corpi qui in patria,  e stanno gi sotto la tenda nei campi
    di battaglia di Francia.
    CANTERBURY: Oh! mio caro sovrano, lasciate che i loro corpi li seguano
    a  rivendicare i vostri diritti col sangue,  col ferro e col fuoco.  E
    noi,  degli ordini spirituali,  per  aiutarvi,  procureremo  a  Vostra
    Maest  tal somma di denaro quale il clero non diede mai ad alcuno dei
    vostri antenati.
    ENRICO:  Dobbiamo  non  solo  armarci  per  invadere  la  Francia,  ma
    raccogliere  truppe  contro  gli Scozzesi che marceranno contro di noi
    ogni volta che troveranno un'occasione propizia.
    CANTERBURY: Mio nobile sovrano,  le popolazioni di confine saranno pel
    nostro territorio difesa sufficiente contro codesti predoni.
    ENRICO:  Non  intendo  parlare dei predoni che fan gualdane,  ma di un
    attacco in forze della Scozia che per noi  sempre  stata  una  vicina
    infida,  poich la storia dice che ogni volta che il mio bisavolo and
    in Francia col suo esercito gli  Scozzesi,  come  il  mare  attraverso
    all'apertura  di  un argine,  mossero contro il suo regno indifeso con
    tutta la pienezza dei loro mezzi,  tormentando con furiosi attacchi la
    terra  spoglia di difensori,  cingendo strettamente di assedio citt e
    castelli,  tantoch l'Inghilterra inerme ne era scossa  e  tremava  al
    pensiero di quel pessimo vicino
    CANTERBURY:  Ma ne ha avuto allora pi paura che danno giacch sentite
    che esempio ha lasciato di s:  quando  tutta  la  cavalleria  era  in
    Francia  ed  il  nostro  paese  vedovato dei suoi nobili,  non solo si
    difese bene ma prese e imprigion come un vagabondo il re  di  Scozia;
    poi  lo  mand in Francia a ornare con altri re prigionieri il trionfo
    di Edoardo e ad arricchir la sua cronaca di lode  come  la  fanghiglia
    del   fondo   del   mare   si  arricchisce  di  rottami  e  di  tesori
    incalcolabili.
    WESTMORELAND: Ma vi  un detto  assai  antico  e  vero:  Chi  Francia
    intende conquistare,  con Scozia deve incominciare, perch una volta,
    quando l'aquila d'Inghilterra era fuori in cerca di preda, al suo nido
    indifeso venne furtivamente la faina scozzese per  succhiare  le  uova
    principesche  e  per  fare  la  parte del sorcio in assenza del gatto,
    rovinando e guastando pi di quello che poteva mangiare.
    EXETER: Ne seguirebbe che il gatto non deve allontanarsi da  casa.  Ma
    questo  un rimedio estremo, perch abbiamo serrature per custodire la
    roba nostra e trappole ingegnose per catturare i ladruncoli. Mentre la
    mano  affilata combatte all'estero,  la testa giudiziosa si difende in
    casa;  poich un paese ben governato  come una musica  che  ha  parti
    alte,   basse  e  bassissime,   le  quali,   debitamente  armonizzate,
    s'accordano in una cadenza piena e perfettamente intonata.
    CANTERBURY: E appunto per questo il cielo assegna all'umanit  diverse
    funzioni,  e ne mantiene l'attivit in perpetuo movimento, dandole per
    fine e risultato la subordinazione;  e proprio in questo modo  operano
    le  api  che  per  legge  di  natura  possono essere maestre di azione
    ordinata a un regno.  E infatti hanno re e funzionari di varia specie;
    alcuni come sommi magistrati esercitano il governo in casa; altri come
    mercanti  s'avventurano  nel commercio fuori della patria;  altri come
    soldati armati di pungiglioni fanno preda dei vellutati fiori estivi e
    il bottino con lieta marcia portano a casa alla tenda dell'imperatore.
    Questi,  maestoso ma sempre in  faccende,  sorveglia  i  muratori  che
    cantando  costruiscono  l'aureo palazzo,  i cittadini disciplinati che
    impastano il miele,  i  poveri  facchini  che  per  le  strette  porte
    introducono  a  fatica i loro carichi pesanti e i seri giudici che con
    mormorio tetro  consegnano  ai  pallidi  carnefici  i  fuchi  pigri  e
    sonnacchiosi.  E da questo deduco che molte attivit dirigendosi a uno
    stesso fine,  cooperano pur movendo da opposte direzioni.  Come  molte
    frecce,  scagliate  da  diverse  parti  del campo,  colpiscono un solo
    bersaglio;  come molte strade vanno a finire in una sola  citt;  come
    molti  corsi d'acqua dolce si ritrovano in un unico mare salato;  come
    molte linee convergono verso il centro  della  meridiana,  cos  molte
    azioni, una volta iniziate, possono tendere a un solo scopo, ed essere
    ben condotte e con successo.  Perci in Francia, mio sire! Dividete le
    forze della vostra bella Inghilterra in quattro parti;  una  portatela
    in  Francia e con quella la farete tremare.  Se col resto non sappiamo
    allontanare i cani dalle nostre porte,  ci si azzanni pure e il nostro
    paese perda la sua reputazione di ardimento e di accortezza.
    ENRICO: Fate entrare i messi del Delfino.  (Escono alcuni del Seguito)
    Ora siamo ben decisi,  e con l'aiuto di Dio e di voi tutti che siete i
    muscoli della nostra forza,  ridurremo in soggezione la Francia che ci
    appartiene o la faremo tutta a pezzi.  Col ci  assideremo  governando
    con  maestoso  imperio  la  Francia  e i suoi ducati grandi quasi come
    regni o deporremo queste ossa in un'urna ingloriosa, senza monumento o
    altro che le ricordi. La storia lever la voce a parlare altamente dei
    nostri atti,  o altrimenti la nostra tomba,  come uno schiavo turco  a
    cui    stata  tagliata  la  lingua,  rester  senza parola e non sar
    onorata neanche di un labile epitaffio di cera.
    (Entrano gli Ambasciatori di Francia).
    Ora siamo pronti ad ascoltare quanto desidera il nostro caro cugino il
    Delfino;  poich abbiamo sentito che il messaggio viene da lui  e  non
    dal re.
    PRIMO  AMBASCIATORE:  Piaccia  a  Vostra  Maest  di  autorizzarci  ad
    assolvere  francamente  il  nostro  compito:  o   dobbiamo   piuttosto
    comunicarvi  alla lontana e in forma modesta il pensiero del Delfino e
    il messaggio che ci  stato affidato?
    ENRICO: Non siamo un tiranno, ma un re cristiano,  alla cui volont le
    passioni  sono  tanto  sottomesse quanto i miserabili incatenati nelle
    nostre  prigioni.   Quindi  in  modo  franco  e  schietto  diteci  gli
    intendimenti del Delfino.
    PRIMO  AMBASCIATORE:  Cos  stanno le cose,  allora,  in poche parole.
    Recentemente Vostra Maest mand in Francia a reclamare  certi  ducati
    in  forza  dei  diritti  acquisiti  dal  vostro grande predecessore re
    Edoardo Terzo.  E in risposta a ci,  il principe nostro signore  dice
    che  conservate  ancor  troppo  il sapore della vostra giovinezza e vi
    consiglia di far  senno:  non  c'  nulla  in  Francia  che  si  possa
    conquistare  ballando  la vivace gagliarda;  n potete ivi guadagnarvi
    ducati con gli stravizi. Perci, come pi conforme alla vostra indole,
    vi manda il tesoro rinchiuso in questo barile;  e in cambio vi  chiede
    che  non  si  parli  pi  dei  ducati  che pretendete.  Questo dice il
    Delfino.
    ENRICO: Che tesoro, zio?
    EXETER: Palle da tennis, sire.
    ENRICO: Siamo lieti che il  Delfino  ci  usi  tanta  piacevolezza.  Vi
    ringraziamo  assai  per  il  suo  dono  e per il disturbo che vi siete
    preso: quando avremo trovato le racchette  che  occorrono  per  queste
    palle,  se  Dio  vuole,  giocheremo  in  Francia  una partita che far
    pigliare il grillo alla corona di suo padre. Ditegli che ha sfidato un
    tale avversario che  tutti  i  campi  di  giuoco  in  Francia  saranno
    disturbati  dai  suoi  tiri.  E  comprendiamo  perch ci rimprovera il
    libertinaggio di un tempo,  non valutando  bene  che  uso  ne  abbiamo
    fatto.  Non  abbiamo  mai  tenuto  in  troppo gran conto questo povero
    trono; e perci, vivendone lontani, ci abbandonammo a barbara licenza,
    poich sempre accade che gli uomini si danno  bel  tempo  quando  sono
    fuori  di casa.  Ma dite al Delfino che osserver tutte le forme della
    maest,  mi comporter regalmente e spiegher tutte le vele della  mia
    grandezza,  quando mi lever sul trono di Francia.  Per questa ragione
    ho messo da parte tutta la mia maest  e  ho  faticato  come  un  uomo
    qualunque  nei  giorni  feriali,  ma  sorger col con tal pienezza di
    splendore da abbagliare gli occhi della Francia e da accecare anzi  il
    Delfino,  se  ci  guarder.  E  dite a quel principe cos amante delle
    piacevolezze che questo suo scherno ha cambiato le palle da tennis  in
    palle  da  cannone,  e  grave colpevolezza pesa sulla sua anima per la
    rovinosa vendetta che voler con esse: questa burla abbatter castelli
    e coster a molte migliaia di donne la morte dei loro cari  mariti,  a
    molte madri la morte dei figli,  e fra coloro che non sono ancora nati
    vi sar chi avr ragione di maledire  questa  beffa  del  Delfino.  Ma
    tutto ci  nelle mani di Dio, a cui mi appello e nel cui nome, ditelo
    pure  al  Delfino,  mi  accingo  a venire per fare quella vendetta che
    potr e ad alzare  la  mia  onesta  mano  in  una  causa  sacra.  Cos
    andatevene  in  pace e dite al Delfino che la sua burla avr sapore di
    cosa poco spiritosa quando quelli che ne piangeranno saranno assai pi
    di quelli che ne rideranno. Scortateli debitamente. Addio.
    (Escono gli Ambasciatori).
    EXETER: E' stato un ameno messaggio davvero.
    ENRICO: Speriamo di fare arrossire quello che lo ha  mandato.  Perci,
    miei   signori,   non   omettete   nessuna   occasione  per  preparare
    sollecitamente la nostra spedizione,  poich ora noi  non  abbiamo  un
    pensiero  che  non riguardi la Francia,  salvo quelli che si volgono a
    Dio e quindi hanno la precedenza su ogni altro.  Perci raccogliamo al
    pi  presto  le  truppe  e pensiamo a tutto quello che con ragionevole
    rapidit pu aggiungere penne alle nostre ali;  perch,  come    vero
    Dio,  andremo a rimproverare il Delfino alle porte della casa paterna.
    Perci ognuno s'ingegni a far s che questa bella  azione  sia  presto
    avviata.
    (Escono. Squillo di trombe).





    ATTO SECONDO.

    (Entra il Coro).
    CORO:  Ora  tutta la giovent inglese  infiammata e le seriche vanit
    sono riposte nell'armadio;  ora gli armaioli fanno affari e nel  petto
    di  ciascun  uomo regna solo il pensiero dell'onore.  Tutti vendono il
    pascolo per comprare il cavallo,  seguendo con le ali  ai  piedi  come
    Mercuri inglesi colui che  specchio di tutti i re cristiani.  Aleggia
    nell'aria la speranza che nasconde la spada dalla punta all'elsa sotto
    corone imperiali e nobiliari,  promesse a Enrico e ai suoi seguaci.  I
    Francesi,   avendo  ricevuto  notizia  sicura  di  questi  formidabili
    preparativi,  tremano di paura e con le  arti  che  questa  suggerisce
    cercano di frustrare i propositi degli Inglesi. O Inghilterra, piccola
    forma  materiale  di  intima  grandezza come un corpo minuscolo con un
    cuore  possente,   che  cosa  non  potresti  fare  sotto  il   pungolo
    dell'onore,  se  tutti  i tuoi figli sentissero il vincolo del sangue,
    come natura vuole!  Ma vedi,  il re di  Francia  ha  scoperto  il  tuo
    difetto, un certo numero di cuori vuoti che riempie di perfide corone.
    Tre uomini corrotti,  Riccardo conte di Cambridge,  lord Enrico Scroop
    di Masham e sir Tommaso Grey cavaliere  del  Northumberland,  per  oro
    francese odiosa colpa invero - si sono uniti in congiura con il pavido
    re di Francia, e, se l'inferno e il tradimento mantengono la promessa,
    colui  che  onora  il  titolo  reale  dovr  morire  per  mano  loro a
    Southampton prima  di  imbarcarsi  per  il  continente.  Pazientate  e
    rimedieremo alla difficolt della distanza e condenseremo l'azione. La
    somma  pagata, i traditori hanno fatto il loro piano, il re  partito
    da Londra e la scena, o signori,  ora portata a Southampton. Ivi  il
    teatro  ora  e  ivi dovete sedere;  di l vi porteremo sani e salvi in
    Francia, e vi riporteremo indietro, facendo un incantesimo affinch lo
    stretto vi lasci passare senza inconvenienti,  perch,  se ci  riesce,
    non  vogliamo  arrecar  nausea neanche a un solo spettatore col nostro
    dramma.  Ma non sposteremo la scena a Southampton finch non entri  il
    re.
    (Esce).


    SCENA PRIMA - Londra. Una strada.

    (Entrano il CAPORALE NYM e il TENENTE BARDOLFO).
    BARDOLFO: Ben trovato, caporale Nym.
    NYM: Buon giorno, tenente Bardolfo.
    BARDOLFO: Come! tu e l'alfiere Pistola siete ancora amici?
    NYM: Per parte mia non me ne importa; parlo poco e al momento buono si
    vedr  chi  rider;  ma  sia  come  vuol  essere.  Non oso battermi ma
    chiuder gli occhi e sguainer la spada. E' ordinaria, ma che importa?
    pu servire ad abbrustolire il formaggio e tollera  il  freddo  quanto
    quella di qualsiasi altro uomo; e basta cos.
    BARDOLFO: Vi offro la colazione per rappattumarvi, e poi ce ne andremo
    in Francia da buoni fratelli; facciamo cos, ottimo caporale Nym.
    NYM: In fede mia,  camper quanto posso,  questo  certo; e quando non
    potr pi campare, far come potr: questa  la mia decisione e questo
    il nocciolo della questione.
    BARDOLFO: Caporale,  Pistola ha proprio sposato Nora  Fapresto,  ed  
    proprio vero che essa ti ha fatto torto, perch era fidanzata con te.
    NYM: Non saprei, le cose vanno come possono; gli uomini quando vanno a
    letto non si levano la gola e c' chi dice che i coltelli tagliano. Le
    cose  vanno  come  possono;  sebbene la pazienza sia una rozza stanca,
    deve pur trottare, e si deve pur venire a qualche conclusione. Ma! non
    saprei.

    (Entrano PISTOLA e l'Ostessa).

    BARDOLFO: Ecco  qui  l'alfiere  Pistola  e  sua  moglie.  Tu  intanto,
    caporale, sta' zitto. Come va, oste Pistola?
    PISTOLA: Vile cane bastardo,  mi chiami oste? per questa mano ti giuro
    che ho questo termine in gran dispetto e la mia  Nora  non  terr  pi
    dozzinanti.
    OSTESSA: No,  in verit, o almeno per lungo tempo, perch non possiamo
    dare vitto e alloggio a una dozzina o una quindicina  di  signore  che
    vivono  onestamente  di cucito senza che si dica subito che teniamo un
    bordello (Nym  e  Pistola  sguainano  le  spade)  Oh!  Vergine  Santa,
    guardate  se  non  hanno  tirato  fuori  le spade!  ci toccher vedere
    adulterio volontario e omicidio!
    BARDOLFO: Buon tenente, buon caporale, niente violenze!
    NYM: Bah!
    PISTOLA: Bah a te,  cane islandese,  botolo  islandese  dagli  orecchi
    aguzzi!
    OSTESSA:  Buon  caporale Nym,  mostra il tuo valore e rimetti la spada
    nel fodero.
    NYM: Vuoi venir via di qua? vorrei averti di fronte da solo.
    PISTOLA: Solo,  egregio cane?  vipera vile!  il solo  ti  ricaccio
    nella faccia stupenda e tra i denti e in gola,  e nei tuoi detestabili
    polmoni, sicuro,  e nello stomaco,  perdio,  e quel che  peggio nella
    bocca  fetente  e  te lo rigiro nelle budella perch,  so uccidere: il
    cane di Pistola  alzato e il lampo del colpo  pronto a seguire.
    NYM: Non sono il diavolo Barbason;  i vostri scongiuri non  servono  a
    niente.  Ho voglia di pestarvi a modino; se fate il cattivo con me, vi
    rabbonir con la mia spada per quanto posso,  per parlare  pulito.  Se
    venite  fuori  di qua,  vi pizzicher le budella per quel che so fare,
    per dirlo chiaro e tondo, e questo  quanto.
    PISTOLA: Smargiasso vile, maledetto furioso.  La tomba spalanca le sue
    fauci e la morte, invaghita di te, ti s'avvicina. Perci, sguaina.
    BARDOLFO: Sentite, sentite quel che dico; come  vero che son soldato,
    il primo che tira gli caccio in corpo la spada sino all'elsa.
    (Sguaina).
    PISTOLA: Un giuramento di potenza grande.  La mia furia si calma.  Qua
    la mano; porgimi la zampa anteriore, o valentissimo.
    NYM: Ti taglier la gola una volta o l'altra,  per  parlar  pulito,  e
    questo  quanto.
    PISTOLA:  "Coupe  la gorge!" questa  l'espressione.  Ti sfido ancora.
    Cane di Creta,  credi di  poterti  prendere  la  mia  sposa?  No,  va'
    all'ospedale e dalla tinozza del mal francese togliti quella budellona
    impestata   della   razza   di  Cressida,   colei  che  chiamano  Dora
    Squarcialenzuola, e sposala.  Io ho e avr per sola donna la "quondam"
    Fapresto; e "pauca"! basta cos; vattene.
    (Entra il Ragazzo).
    RAGAZZO:  Oste  Pistola,  voi  e  vostra  moglie dovete venire dal mio
    padrone: si sente molto male e vorrebbe andare a letto. Buon Bardolfo,
    mettigli la tua faccia tra le lenzuola e fagli da scaldaletto. Davvero
    si sente molto male.
    BARDOLFO: Via, furfante!
    OSTESSA: In verit,  far un bel bocconcino pei corvi,  uno di  questi
    giorni. Il re ha ferito Falstaff al cuore. Buon marito, vieni subito a
    casa.
    (Escono l'Ostessa e il Ragazzo).
    BARDOLFO: Suvvia, volete far pace? Dobbiamo andare in Francia insieme.
    Perch  diavolo  dovremmo  tenere  coltelli  per  tagliarci  la gola a
    vicenda?
    PISTOLA: Gonfino i fiumi, e infurino per farne i dimon felli!
    NYM: Vuoi darmi gli otto scellini che ho vinto per quella scommessa?
    PISTOLA: Paghi il volgo servile!
    NYM: E io voglio averli, questo  quanto.
    PISTOLA: Il valore aggiuster il conto; suvvia, tira.
    (Sguainano).
    BARDOLFO: Per questa spada!  il primo che tira lo ammazzo: vedrete che
    lo ammazzo davvero !
    PISTOLA: La spada  un giuramento, e i giuramenti debbono fare il loro
    corso.
    BARDOLFO: Caporale Nym,  se volete far pace,  bene, se no siate nemici
    anche con me. Vi prego, rimettete la spada nel fodero.
    NYM: Mi date gli otto scellini che ho vinto alla scommessa?
    PISTOLA: Sei scellini e mezzo, a contanti;  e un bicchierino parimenti
    ti vuo' dare, e amicizia concorder e fratellanza: vivr per Nym e Nym
    vivr  per  me,  e questo  esatto,  perch sar vivandiere al seguito
    delle truppe e mi locupleter. Qua la mano!
    NYM: E mi darai i sei scellini e mezzo?
    PISTOLA: L'uno sull'altro esattamente
    NYM: Bene, questo  quanto.
    (Si stringono la mano).

    (Rientra l'Ostessa).

    OSTESSA: Se siete figli di donna,  venite subito da sir Giovanni.  Ah!
    poverino,  trema tanto per la terzana quotidiana che lo brucia,  che 
    una piet a vederlo. Cari amici, venite da lui.
    NYM: Il re ha sfogato i suoi cattivi umori sul cavaliere;  n  pi  n
    meno.
    PISTOLA: Nym, hai detto giusto. Il suo cuore  fratto e corroborato.
    NYM: Il re  un buon re: ma sia come si vuole ha i suoi umori e i suoi
    estri.
    PISTOLA: Andiamo a condolerci col cavaliere e quanto a noi,  agnellini
    miei, continuiamo a vivere.
    (Escono).

    SCENA SECONDA - Southampton. La sala del Consiglio.

    (Entrano EXETER, BEDFORD e WESTMORELAND).
    BEDFORD: Come  vero Dio,  il re  assai ardito a  fidarsi  di  questi
    traditori.
    EXETER: Saranno arrestati tra poco.
    WESTMORELAND: Con che serenit e calmo contegno si comportano! come se
    la  fedelt  sedesse loro in cuore,  coronata d'ossequio e di costante
    lealt.
    BEDFORD:  Il  re  conosce  pienamente  le   loro   intenzioni   avendo
    intercettate notizie in un modo che nemmeno se lo sognano.
    EXETER: S, ma come si pu pensare che l'uomo che  stato suo compagno
    di  letto  e  che  egli ha riempito di favori sin quasi a saziet,  si
    induca per oro straniero a consegnare il suo sovrano al  tradimento  e
    alla morte?

    (Suono di trombe. Entrano RE ENRICO, SCROOP, CAMBRIDGE, GREY e Persone
    del seguito).

    ENRICO:  Ora  il  vento  favorevole e ci imbarcheremo.  Monsignore di
    Cambridge, e mio buon signore di Masham, e voi, caro cavaliere, ditemi
    quello che pensate. Non ritenete che l'esercito che conduciamo con noi
    riuscir ad aprirsi il passo attraverso alle forze francesi  compiendo
    l'impresa per cui lo abbiamo raccolto?
    SCROOP: Nessun dubbio, signore, se ciascun uomo far del suo meglio.
    ENRICO: Non ne dubito;  giacch siamo ben convinti che non portiamo di
    qua con noi un sol cuore che non consenta col nostro e siamo certi che
    quelli che restano desiderano tutti che la fortuna e  la  vittoria  ci
    accompagnino.
    CAMBRIDGE:  Non  ci  fu  mai  monarca  pi  venerato e amato di Vostra
    Maest,  e non c' suddito che soffra e sia inquieto alla dolce  ombra
    del vostro governo.
    GREY: E' vero;  quelli che erano nemici di vostro padre hanno temprato
    la loro amarezza col miele e vi servono con cuori compenetrati di zelo
    e di senso del dovere.
    ENRICO:  Questo  ci  riempie  l'animo  di   gratitudine   e   vogliamo
    dimenticare  l'uso delle mani piuttosto che non ricompensare il merito
    secondo la sua importanza e dignit.
    SCROOP: Cos i vostri  servi  lavoreranno  con  accresciuto  vigore  e
    rinfrancati   dalla   speranza   ne   trarranno   stimolo   a  operare
    incessantemente.
    ENRICO: La pensiamo anche  noi  cos.  Zio  Exeter,  fate  mettere  in
    libert  l'uomo  arrestato  ieri  per  aver  inveito  contro la nostra
    persona: crediamo che sia stato istigato dall'ubriachezza,  e  siccome
    siam certi che vi ha riflettuto bene, gli facciamo grazia.
    SCROOP: Questa  clemenza;  ma  anche mancanza di cautela: lasciatelo
    punire, sire,  perch l'esempio non produca altri casi del genere,  se
    si tollera un atto come questo.
    ENRICO: Non ostacolate la nostra clemenza.
    CAMBRIDGE: Vostra Maest pu mostrarsi misericordioso, anche facendolo
    punire
    GREY:  Sire,  gli  usate gi gran misericordia se,  dopo averlo punito
    severamente, gli fate grazia della vita.
    ENRICO: Ahim!  il grande amore e la cura che avete per me son  severe
    requisitorie contro quel povero diavolo.  Se non si chiudono gli occhi
    alle  piccole  colpe  causate  dall'ubriachezza,   come   li   dovremo
    spalancare quando ci compariranno davanti delitti capitali, masticati,
    inghiottiti   e  ben  digeriti!   Dunque  faremo  mettere  in  libert
    quell'uomo, sebbene Cambridge, Scroop, Grey, ansiosi e preoccupati per
    l'incolumit della nostra persona,  desiderino che sia punito.  E  ora
    venendo  agli  affari  di Francia,  chi sono i commissari recentemente
    nominati?
    CAMBRIDGE: Uno sono io, sire;  Vostra Maest ordin ieri che chiedessi
    l'ufficio.
    SCROOP: Cos faceste con me, mio sovrano.
    GREY: E con me, sire.
    ENRICO:  E  allora  Riccardo,  conte di Cambridge,  ecco qui il vostro
    mandato; ed ecco qui il vostro, lord Scroop di Masham, e voi,  Grey di
    Northumberland,  signor cavaliere, eccovi il vostro. Leggete e saprete
    quanto ben conosco quello che valete.  Lord Westmoreland e zio Exeter,
    ci  imbarcheremo  questa  notte.  Come!  signori,  che  cosa vedete in
    codesti fogli che vi fa cambiar colore?  guardate come si sono  mutati
    in  volto;  perch le loro guance sono bianche come la carta?  Ebbene,
    che cosa vi avete letto che vi ha talmente impauriti e che vi ha tolto
    il sangue dal viso?
    CAMBRIDGE: Confesso la mia colpa, e mi sottometto alla merc di Vostra
    Maest.
    GREY e SCROOP: E ad essa noi pure ci raccomandiamo.
    ENRICO: La clemenza che  poco  fa  era  ancor  viva  in  noi    stata
    soffocata e uccisa dal vostro consiglio. Se avete un po' di pudore non
    osate  parlare  di  clemenza;  poich  le ragioni che avete portate si
    rivolgono contro voi stessi come cani  contro  i  loro  padroni  e  vi
    azzannano.  Vedete, principi e nobili pari, questi mostri inglesi! Voi
    tutti sapete come il nostro affetto    stato  pronto  a  concedere  a
    monsignor  di  Cambridge  cost  tutti  gli  onori  spettanti alla sua
    dignit;  e quest'uomo  per  poche  leggere  corone  si    indotto  a
    cospirare  alla  leggera  e  ad  accedere con giuramento agli intrighi
    orditi dal re di Francia per ucciderci qui in Hampton;  e lo stesso ha
    giurato  questo  cavaliere  legato  a  noi  non  meno di Cambridge per
    benefici ricevuti.  Ma oh!  cosa dir di  te,  lord  Scroop,  creatura
    crudele,  selvaggia,  ingrata  e  inumana?  Tu che tenevi la chiave di
    tutti i miei consigli,  che conoscevi le parti pi riposte  della  mia
    anima,  che  avresti  quasi  potuto coniarmi in monete d'oro se avessi
    voluto sfruttarmi nel tuo interesse! E' possibile che denaro straniero
    potesse sottrarre da te la minima particella di male per ferirmi anche
    soltanto un dito?  E' cos  strano  che,  sebbene  la  verit  spicchi
    evidente  come  il  nero  sul bianco,  l'occhio mio quasi non riesce a
    discernerla.  Tradimento e omicidio sono  sempre  andati  di  conserva
    sotto  lo stesso giogo come due demoni che hanno giurato di aiutarsi a
    vicenda,  operando per motivi grossolanamente  naturali  cosicch  non
    provocano esclamazioni di stupore;  ma tu,  andando oltre ogni misura,
    hai  fatto  s  che  lo  stupore   accompagnasse   il   tradimento   e
    l'assassinio,  e quell'astuto demonio,  qualunque sia stato, che ti ha
    manipolato in modo cos assurdo,  deve essersi acquistato nell'inferno
    reputazione  di  eccellente.  Tutti  gli  altri  spiriti  maligni  che
    suggeriscono tradimento mettono insieme  l'opera  di  dannazione  alla
    bell'e  meglio,  prendendo  a prestito da una simulata onest visioni,
    colori e forme speciose;  ma quello che ti  ispir  disse:  Ora  puoi
    andare e non ti insegn nessun motivo per tradire, se non che avresti
    gradito  ornarti del nome del traditore.  Se quello stesso demonio che
    ti ha cos menato pel naso percorresse  con  passo  leonino  l'intiero
    mondo,  potrebbe  ritornare  all'ampio  Tartaro  e  dire  alle legioni
    infernali: Non potr mai conquistar  un'anima  cos  facilmente  come
    quella  di  questo  Inglese.  Oh!  Come  hai infettato di sospetti la
    dolcezza della fiducia!  Vi sono uomini che sembrano ligi  al  dovere?
    ebbene,  anche tu lo sembravi; che sono dotti e seri? ebbene, anche tu
    lo eri; di nobile famiglia, religiosi, sobri, liberi da eccessi sia di
    gioia, sia di collera, fermi, non dominati dagli impulsi,  di contegno
    decoroso,  uomini  che  operano  sempre  a  ragion veduta e pesano con
    accurato discernimento le testimonianze dell'occhio  e  dell'orecchio?
    anche  tu  sembravi  tale,  fornito  di  qualit passate al vaglio pi
    scrupoloso.   E  cos  la  tua  caduta  ha  prodotto  una  specie   di
    contaminazione  che  fa  sospettare  anche degli uomini meglio dotati.
    Pianger per te, perch questo tuo fallo  come una seconda caduta del
    genere  umano.  Le  loro  colpe  sono  manifeste:  arrestateli  perch
    rispondano di esse alla legge. E Dio li perdoni pei loro tradimenti.
    EXETER:  Ti  arresto per alto tradimento col nome di Riccardo conte di
    Cambridge; ti arresto per alto tradimento col nome di Enrico Scroop di
    Masham;  ti arresto per alto  tradimento  col  nome  di  Tommaso  Grey
    cavaliere del Northumberland.
    SCROOP:  Dio  ha  giustamente rivelato i nostri propositi,  e mi dolgo
    della mia colpa pi che della mia morte;  e supplico Vostra Maest  di
    perdonare, sebbene il corpo debba pagare il fio.
    CAMBRIDGE:  Non  sono  stato  sedotto dall'oro di Francia,  sebbene lo
    abbia preso per raggiungere  pi  facilmente  i  miei  scopi;  ma  sia
    ringraziato  Dio che non l'ha permesso;  ne godr col cuore al momento
    dell'espiazione supplicando Dio e voi di perdonarmi.
    GREY: Un suddito fedele non godette mai tanto  della  scoperta  di  un
    pericolosissimo tradimento quanto gioisco ora di essere stato impedito
    in cos maledetta impresa.  Perdonate la mia colpa, ma non risparmiate
    il mio corpo, sire.
    ENRICO: Dio  vi  assolva  nella  sua  clemenza.  Ascoltate  la  vostra
    condanna. Voi avete cospirato contro la nostra reale persona; vi siete
    uniti  a  un nemico dichiarato e dai suoi forzieri avete ricevuto oro,
    arra della nostra morte;  e con questo non solo avreste condannato  il
    vostro  re  all'uccisione,  ma i suoi principi e pari alla servit,  i
    suoi soldati all'oppressione e  al  disprezzo,  l'intiero  regno  alla
    desolazione.  Per  riguardo alla nostra persona non vogliamo vendetta;
    ma quanto al regno di cui avete cercato la rovina,  ci corre l'obbligo
    di  curarne  la  salvezza e perci vi sottoponiamo al rigore delle sue
    leggi.  Andatevene di qua a morte,  poveri sciagurati!  Dio nella  sua
    clemenza  ve  ne  renda  meno  amaro  il  sapore,  e vi ispiri sincero
    pentimento  delle  vostre  gravi  colpe.   Conduceteli  via.   (Escono
    Cambridge,  Scroop  e Grey con le Guardie) Ora,  signori,  in Francia!
    L'impresa sar gloriosa per voi non meno che per  noi.  Non  dubitiamo
    dell'esito  fortunato  della  guerra,  perch  Dio  ha  per sua grazia
    rivelato  questo  pericoloso  tradimento  occulto  che  ne  minacciava
    l'inizio. Ora non temiamo che ogni difficolt non sia tolta dal nostro
    cammino.  E  allora  avanti,  cari  concittadini!  Affidiamo la nostra
    potenza alle  mani  di  Dio  e  mettiamola  senz'altro  in  movimento.
    Imbarchiamoci  lietamente  e spieghiamo le bandiere: non vi pu essere
    vero re d'Inghilterra se non  anche re di Francia.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Londra. Davanti a una taverna.

    (Entrano l'Ostessa, PISTOLA, NYM, BARDOLFO e il Ragazzo).
    OSTESSA: Ti prego,  marito mio dolcissimo,  lascia che  ti  accompagni
    sino a Staines.
    PISTOLA: No, perch il mio cuore virile dolora. Bardolfo, sii allegro;
    Nym,  fuori  con  le tue vanterie;  ragazzo,  sfodera il tuo coraggio,
    perch Falstaff  morto, e dobbiamo far lutto.
    BARDOLFO:  Vorrei  essere  con  lui,  dovunque  sia,   in  paradiso  o
    all'inferno.
    OSTESSA: No,  certo,  non  all'inferno.  Se mai uomo and nel seno di
    Art  proprio lui. Ha fatto la pi bella fine che si sia mai vista, e
    si  spento come un bambino appena battezzato.  E' morto fra le dodici
    e  l'una,  al  voltare  della marea;  quando l'ho visto spiegazzare le
    lenzuola e come giocherellare con fiori  e  sorridere  guardandosi  la
    punta  delle  dita,  ho  capito  che non c'era che una strada per lui;
    perch aveva il naso affilato come una penna  e  balbettava  di  campi
    verdi. Che mai, sir Giovanni dico io - che c', il mio uomo? state di
    buon animo.  E lui a gridare: Dio!  Dio!  Dio! tre o quattro volte;
    allora per confortarlo,  gli ho detto che non pensasse  a  Dio  e  che
    credevo  che  non  fosse  ancora  il momento di confondersi con queste
    idee.  E allora mi ha detto che gli mettessi altre coperte sui  piedi:
    ho messo la mano sotto le lenzuola e glieli ho toccati, ed eran freddi
    come il marmo;  allora ho spinto la mano su su sino alle ginocchia, ed
    erano fredde come marmo,  e poi pi su e pi su,  e tutto  era  freddo
    come marmo.
    NYM: Dicono che abbia imprecato al vin di Spagna.
    OSTESSA: Si, davvero.
    BARDOLFO: E alle donne.
    OSTESSA: Questo poi no!
    Rag.  S,  s;  I'ha  proprio  fatto,  e  ha  detto  che erano diavoli
    incarnati.
    OSTESSA: L'incarnato  un colore che non ha mai potuto tollerare.
    RAGAZZO: Una volta disse che il diavolo  se  lo  sarebbe  portato  per
    causa delle donne.
    OSTESSA:  In  qualche  modo,  s,  ha  accennato  alle  donne;  ma era
    reumatico e parlava della meretrice di Babilonia.
    RAGAZZO: Non ricordate che vedeva una pulce ferma sul naso di Bardolfo
    e diceva che era un'anima nera che bruciava nel fuoco dell'inferno?
    BARDOLFO: Ma!  l'alimento che manteneva quel fuoco  finito;  e queste
    son tutte le ricchezze che mi son guadagnate al suo servizio.
    NYM: Andiamo, o troveremo che il re  gi partito da Southampton.
    PISTOLA: Andiamo, amor mio: le tue labbra! Attenta alle mie masserizie
    ed ai miei beni mobili.  Il buon senso ti governi e la parola d'ordine
    sia: Qui si vende a contanti.  Non  fidarti  di  nessuno,  poich  i
    giuramenti sono pagliuzze e la fede degli uomini  di pasta frolla,  e
    tieni duro  il solo cane che valga qualche cosa, tesoro mio: perci
    caveto sia il tuo consigliere. Va', tergiti gli occhi.  E,  compagni
    d'arme,  in  Francia  come  sanguisughe  a  succhiare,  succhiare sino
    all'ultima goccia di sangue.
    RAGAZZO: Mi dicono che non faccia bene.
    PISTOLA: Toccate la sua morbida bocca e marciamo.
    BARDOLFO: Addio, ostessa.
    (La bacia).
    NYM: Non so baciare, e questo  quanto; ma addio.
    PISTOLA: E qui si parr la  tua  saggia  economia,  e  segretezza,  ti
    comando.
    OSTESSA: Sta' bene; addio.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Francia. Il Palazzo Reale.

    (Squillo di trombe.  Entrano il RE DI FRANCIA con Seguito, il DELFINO,
    i DUCHI DI BERRI e BRETAGNA, il CONNESTABILE e altri).
    RE: Dunque gli Inglesi si avvicinano con tutto il loro esercito,  ed 
    necessario  approntare  la  nostra  resistenza  con  cura maggiore del
    solito. Perci i duchi di Berri, di Bretagna, di Brabante e di Orlans
    avanzeranno con le loro truppe, e voi,  principe Delfino,  prontamente
    rifornirete  di  uomini  prodi e di adeguati mezzi di difesa le nostre
    piazzeforti,  perch il re d'Inghilterra  si  avvicina  impetuosamente
    come l'acqua al vortice che la succhia.  Conviene dunque che prendiamo
    tutti quei provvedimenti che il  timore  pu  insegnarci  coi  recenti
    esempi che han lasciato sui nostri campi i fatali Inglesi da noi posti
    in non cale.
    DELFINO:  Veneratissimo padre,   giustissimo che ci armiamo contro il
    nemico,  perch anche se non vi fossero in atto n guerra n  dissenso
    alcuno,  la pace stessa non dovrebbe addormentare un regno a tal punto
    che non si provvedessero difese, non si raccogliessero truppe e non si
    attendesse ai preparativi, proprio come si fa in attesa di una guerra.
    Perci  bene che ci mettiamo in giro a ispezionare i punti pi deboli
    della Francia;  ma facciamolo senza mostrar pi paura che se sapessimo
    l'Inghilterra  occupata in una moresca di Pentecoste,  perch ha un re
    cos dappoco,  e lo scettro  portato cos pazzamente  da  un  giovane
    vano  leggero,  superficiale  e  capriccioso  che  non  c' ragione di
    temerne.
    CONNESTABILE: Zitto,  principe Delfino!  errate  assai  nel  giudicare
    questo   re.   Vostra   Altezza   chieda   agli  ambasciatori  mandati
    recentemente con che maest li  ha  ascoltati,  da  che  ragguardevoli
    consiglieri    circondato.  quanto  moderato nelle obiezioni e di pi
    quanto  terribile  per  la  fermezza;   e  riconoscerete  che  le  sue
    frivolezze,  ormai esaurite, erano come l'apparenza esterna del romano
    Bruto che nascondeva il suo discernimento  sotto  le  sembianze  della
    follia;  cos  i giardinieri nascondono sotto il concime quelle radici
    che sorgeranno per prime in pianta delicata.
    DELFINO: Non  cos,  mio signor gran  connestabile;  ma  sebbene  non
    pensi come voi, poco importa. Nella difesa  meglio supporre il nemico
    pi  potente  di  quello  che  sembra,  poich cos si provvede come 
    necessario; mentre se ci si prepara con debolezza e parsimonia,  si fa
    come  l'avaro  che  per risparmiare un po' di stoffa sciupa un intiero
    vestito.
    RE: Riteniamo pure che Enrico  forte; e, principi,  armatevi bene per
    affrontarlo.  La sua famiglia si  nutrita della nostra carne, ed egli
     di quella razza sanguinaria che ci ha perseguitati in  casa  nostra.
    Lo attesta la nostra memorabile infamia, quando nella fatale battaglia
    di Crecy tutti i nostri principi furono fatti prigionieri da quel nero
    vanto del Galles,  Edoardo il Principe Nero; e intanto quel gigante di
    suo padre, dall'alto di una collina gigantesca,  incoronato dall'aureo
    sole,  guardava  l'eroica  prole  e  sorrideva a vederlo,  mentre egli
    deturpava  l'opera  della  natura  e  sfigurava  le  immagini   create
    vent'anni  prima da Dio e da padri francesi.  Questo  un ramo di quel
    ceppo vittorioso,  e dobbiamo temerne la nativa potenza e  il  destino
    che lo protegge.

    (Entra un Messo).

    MESSO:  Ambasciatori  che  vengono da parte di Enrico re d'Inghilterra
    chiedono di essere ammessi alla presenza di Vostra Maest.
    RE: Daremo loro subito udienza:  introduceteli.  (Escono  il  Messo  e
    alcuni   Signori)  Vedete  che  la  caccia    condotta  con  accanita
    prontezza.
    DELFINO: Fate fronte e fermate gli inseguitori;  poich i cani paurosi
    abbaiano forte solo quando quelli che essi sembrano minacciare fuggono
    davanti  a  loro.  Mio buon sovrano,  tagliate corto con gli Inglesi e
    fate loro capire di che monarchia siete a capo. L'amor proprio,  sire,
    non  cos brutto peccato come la negligenza.

    (Rientrano i Signori con EXETER e il Seguito).

    RE: Da parte del nostro fratello d'Inghilterra?
    EXETER: Da parte sua, e cos egli saluta Vostra Maest. In nome di Dio
    Onnipotente  vuole  che  vi  togliate  di dosso e mettiate da parte le
    glorie usurpate,  che per dono del cielo,  per legge di natura  e  per
    diritto  delle  genti,  appartengono  a  lui e ai suoi eredi;  cio la
    corona di Francia e gli ampi onori che l'accompagnano per consuetudine
    e per prescrizione secolare.  Perch sappiate che non    una  pretesa
    falsa  o  illegale  cercata  nelle  tarlature  di un remoto passato n
    rinvenuta  frugando  nell'antica  polvere  dell'oblio,   vi  manda  da
    esaminare questo albero genealogico che dimostra chiaramente e ricorda
    in  modo  esatto  la  sua  discendenza.  E vi ingiunge che,  quando lo
    troverete disceso in linea retta  dal  pi  celebre  dei  suoi  famosi
    antenati,  Edoardo  Terzo,  gli cediate la corona e il regno sottratti
    fraudolentemente a lui, genuino e legittimo pretendente.
    RE: Altrimenti che cosa si verificher?
    EXETER: Sanguinosa coercizione;  poich se nascondete la corona  anche
    nei  vostri  cuori,  ivi frugher per prenderla.  Perci egli viene in
    fiera tempesta, tuono e terremoto come Giove,  per costringere,  se le
    richieste  non  gioveranno.  Quindi  vi  ingiunge,  per le viscere del
    Signore,  di consegnare la corona e di avere piet delle povere  anime
    per  cui  questa  guerra  vorace  gi  spalanca le ampie fauci facendo
    ricadere sul vostro capo il sangue dei morti, le lacrime delle vedove,
    le grida degli orfani,  i gemiti segreti delle vergini,  per i mariti,
    pei  padri,  pei  fidanzati  che  saranno inghiottiti in questa lotta.
    Queste sono le sue domande, le sue minacce, e il mio messaggio;  salvo
    che non sia qui presente il Delfino,  al quale porto un saluto inviato
    espressamente per lui.
    RE: Quanto a noi,  prendiamo tempo a considerare tutto ci: domani  vi
    daremo   le   nostre   precise  intenzioni  da  comunicare  al  nostro
    confratello d'Inghilterra.
    DELFINO: E se desiderate il Delfino,  eccolo qui: che avete da  dirgli
    da parte del re d'Inghilterra?
    EXETER:  Spregio e sfida.  La considerazione che fa di voi si riassume
    cos: disistima, disprezzo,  qualunque cosa che non sia disdicevole al
    potente  che  vi  manda  questo messaggio.  Cos dice il mio re,  e se
    vostro padre,  accogliendo tutte le nostre richieste,  non  addolcisce
    l'amara  beffa  fatta a Sua Maest,  questi vi chiamer a renderne tal
    conto che le vuote caverne e le sotterranee viscere della  Francia  vi
    rimprovereranno il vostro trascorso e riecheggeranno il vostro scherno
    con la voce dei suoi cannoni.
    DELFINO: Ditegli che,  se mio padre gli dar una risposta arrendevole,
    ci  avverr  contro  la  mia  volont,   perch  non   desidero   che
    accapigliarmi  col  re  d'Inghilterra:  e a questo scopo per far degno
    riscontro alla sua giovanile frivolezza gli mandai in regalo palle  da
    tennis di Parigi.
    EXETER:  E per questo far tremare il vostro Louvre di Parigi anche se
    fosse il primo campo di tennis della  possente  Europa.  E  state  pur
    certo  che  troverete  una  grande  differenza,  come  con  meraviglia
    l'abbiamo trovata noi suoi sudditi, fra le qualit che ci promettevano
    gli anni della immaturit e quelle che possiede ora.  Adesso egli pesa
    il  tempo  sino  allo  scrupolo  e ve ne accorgerete a vostro danno se
    rimane in Francia.
    RE: Domani saprete pienamente come la pensiamo.
    EXETER: Lasciateci in libert il pi  presto  possibile,  affinch  il
    nostro re non venga qui in persona a chiedere perch tardiamo,  poich
    ha gi messo piede su questa terra.
    RE: Sarete presto rimandati con  buone  condizioni.  Una  notte    un
    periodo  di  respiro  assai  breve  per  rispondere  a  cose  di tanta
    importanza.
    (Squillo di tromba. Escono).




















    ATTO TERZO.

    (Entra il Coro).
    CORO: Cos sulle ali dell'immaginazione la nostra scena si sposta  con
    la  rapidit  del pensiero.  Supponete di aver visto il re bene armato
    imbarcarsi al molo di Southampton, e la sua splendida flotta far vento
    al giovane Febo con seriche bandiere.  Fate lavorare la fantasia e con
    l'aiuto  suo  vedete i mozzi che si arrampicano sui cordami di canapa,
    udite lo stridulo fischietto che mette ordine  fra  i  suoni  confusi;
    osservate  le  conteste  vele  spinte  dal vento che spira invisibile,
    condurre pei solchi del mare le immense navi che tagliano con le prore
    i cavalloni. Immaginatevi di essere sulla riva e di guardare una citt
    che danza sui flutti incostanti,  perch  tale  appare  questa  flotta
    maestosa che segue la sua rotta verso Harfleur.  Seguitela, seguitela!
    Afferratevi con la  mente  alla  poppa  di  queste  navi,  e  lasciate
    l'Inghilterra  silenziosa  come  il  cuor  della  notte,  custodita da
    vegliardi,  vecchie e bambini: tutta  gente  che  ha  oltrepassato  la
    pienezza del vigore o non vi  ancor giunta;  chi vi  mai infatti che
    abbia un sol pelo sul mento e non segua in Francia  questa  eletta  di
    cavalieri?  Lavorate  di fantasia e con essa vedete un assedio: notate
    sugli affusti i cannoni che  spalancano  le  bocche  micidiali  contro
    Harfleur  circondata;  ma  poi  supponete  che l'ambasciatore francese
    ritorni e dica a Enrico che il re gli offre sua figlia Caterina e  con
    lei  in dote alcuni piccoli ducati di nessuna importanza.  L'offerta 
    respinta,  i pronti artiglieri  toccano  con  la  miccia  i  diabolici
    cannoni (allarme,  sparo di cannoni) e tutto crolla davanti a loro.  E
    ora siate tanto cortesi da completare ancora il nostro spettacolo  con
    l'opera della vostra mente.
    (Esce).


    SCENA PRIMA - Francia. Davanti a Harfleur.

    (Allarme.  Entrano RE ENRICO, EXETER BEDFORD, GLOUCESTER e Soldati con
    scale a piuoli).
    ENRICO: Ancora una volta sulla breccia, cari amici,  ancora una volta!
    oppure   chiudete   l'apertura   del  muro  coi  cadaveri  dei  nostri
    commilitoni.  In pace nulla si adatta  a  un  uomo  come  il  contegno
    dimesso  e  l'umilt.  Ma  quando avete nell'orecchio lo squillo della
    guerra,  allora imitate l'azione della tigre:  irrigidite  i  muscoli,
    chiamate a raccolta tutto il vostro coraggio,  nascondete la bonariet
    sotto le sembianze di un truce  furore;  date  all'occhio  un  aspetto
    terribile,  fate  che scruti attraverso alle feritoie del capo come un
    cannone di bronzo,  e la fronte lo domini cos paurosamente  come  una
    roccia  frastagliata sporge e sopravanza alla base logora divorata dal
    selvaggio oceano devastatore.  Ora serrate i  denti,  aprite  bene  le
    narici,  trattenete  il  respiro  e  tendete  il coraggio sin dove pu
    giungere. Avanti, avanti, nobilissimi Inglesi, il cui sangue deriva da
    padri provati nella guerra,  padri  che  come  altrettanti  Alessandri
    combatterono  in questi luoghi dalla mattina alla sera e ringuainarono
    le spade solo per mancanza di  avversari.  Non  disonorate  le  vostre
    madri  e  dimostrate  che coloro che chiamate padri vi hanno veramente
    generati.  Siate esempio a uomini di sangue pi grossolano e insegnate
    loro come si fa la guerra.  E voi,  buoni fanti,  le cui membra furono
    procreate in Inghilterra,  qui mostrate come foste  nutriti.  Possiamo
    giurare  che  senza  dubbio  alcuno  siete  degni  della  razza  a cui
    appartenete,  poich non c' nessuno di voi tanto basso e vile che non
    abbia un generoso lampo negli occhi.  Vedo che state come levrieri che
    tirano il guinzaglio,  pronti a lanciarsi.  La partita  incominciata.
    Seguite  l'impulso  del  vostro  coraggio.  Questo   l'ordine,  e ora
    gridate: Dio per re Enrico! Inghilterra e San Giorgio!.
    (Allarme. Sparo di cannoni. Escono).




    SCENA SECONDA - Lo stesso luogo.

    (Entrano NYM, BARDOLFO, PISTOLA e il Ragazzo).
    BARDOLFO: Su, su, su! alla breccia, alla breccia!
    NYM: Per favore, caporale, fermati.  I colpi sono troppo caldi,  e per
    parte  mia  non  ho  un  assortimento di vite;  codesto scherzo scotta
    troppo, questa  l'antifona.
    PISTOLA: L'antifona  appropriatissima,  poich gli scherzi di  questo
    genere abbondano.
    Copi a dritta e a manca, cadon di Dio i vassalli,
    e spada e scudo nel sanguinoso ludo
    acquistan fama immortale.
    RAGAZZO: Vorrei essere in un'osteria a Londra! darei tutta la mia fama
    per un boccale di birra e la pelle salva.
    PISTOLA: E io:
    Se ai desideri dessi il sopravvento
    non mancherei all'intento,
    ma volerei l dov'io bramo.
    RAGAZZO: S celermente,
    ma non s onestamente,
    come uccel canta sul ramo.
    (Entra FLUELLEN).
    FLUELLEN: Su, alla preccia, pirpanti! fia, gaglioffi!
    (Cacciandoseli avanti).
    PISTOLA:  Sii  misericordioso,  grande  duca,  verso esseri di mortale
    argilla; smorza la tua furia,  smorza la tua animosa furia,  smorza la
    tua  furia,  grande  duca;  bello  mio,  smorza  la  tua furia;  usaci
    indulgenza, cocco bello.
    NYM: Ecco del buon umore! Vostra Signoria conquista i cattivi umori.
    (Escono Nym, Pistola, Bardolfo, seguiti da Fluellen).
    RAGAZZO: Giovane come sono, ho osservato questi tre smargiassi.  Servo
    come garzone tutti e tre: ma se loro tre servissero me,  non farebbero
    un uomo intiero;  davvero tre pagliacci  simili  sommati  insieme  non
    fanno un uomo. Bardolfo  rosso in faccia, ma ha un fegato bianco come
    un  cencio;  quindi la vince con la faccia tosta,  ma non con le armi.
    Pistola ha una lingua che uccide,  ma una spada cheta  cheta,  e  cos
    massacra le parole,  ma conserva intatte le armi.  Nym ha sentito dire
    che gli uomini taciturni  sono  i  migliori,  e  perci  non  dice  le
    orazioni  per  paura di essere creduto vigliacco;  ma le sue rare male
    parole s'accompagnano con altrettanto rari buoni fatti,  perch non ha
    mai  rotto  altre  teste  che la sua,  e ci avvenne contro un palo un
    giorno che  era  ubriaco.  Rubano  tutto  e  lo  chiamano  acquistare.
    Bardolfo  ha  rubato  una  custodia da liuto,  l'ha portata per dodici
    leghe e l'ha venduta per tre soldi e mezzo.  Nym e Bardolfo sono amici
    per  la  pelle  nel  portar via la roba degli altri,  e a Calais hanno
    rubato un ramaiolo;  ho capito da questo che erano disposti  a  mandar
    gi  qualunque  cosa.  Vorrebbero  che  acquistassi familiarit con le
    tasche del prossimo quanta ne  hanno  i  guanti  o  i  fazzoletti:  ma
    sarebbe  contro  la mia dignit di uomo prender dalla tasca altrui per
    metter nella mia; poich non si intascano che le offese. Debbo proprio
    lasciarli e cercarmi qualche servizio migliore. La loro furfanteria mi
    d allo stomaco,  che non  abbastanza forte per sopportarla: e  debbo
    perci rigettarla.
    (Esce).

    (Rientra FLUELLEN seguito da GOWER).

    GOWER: Capitano Fluellen,  dovete venire subito alle mine;  il duca di
    Gloucester vuol parlare con voi.
    FLUELLEN: Alle mine!  dite al duca che non  il caso che si fada  alle
    mine  perch le mine non sono state fatte secondo i principi dell'arte
    della guerra;  gli  scafi  non  sono  pene  profondi;  perch  fedete,
    l'affersario, e potete dirlo al duca, ha scafato circa quattro praccia
    sotto  con le contromine.  Per Pacco,  credo che far saltare tutto in
    aria se non si prendono migliori disposizioni.
    GOWER:  Il  duca  di  Gloucester,   a  cui    affidata  la  direzione
    dell'assedio,  si  lascia  consigliare da un Irlandese,  un uomo senza
    dubbio di gran valore.
    FLUELLEN: E' il capitano Macmorris, non  fero?
    GOWER: Credo che sia lui.
    FLUELLEN: Per Pacco;   la pi grande pestia che ci  sia  al  mondo  e
    glielo direi in faccia;  nell'arte della guerra,  fedete,  dico l'arte
    romana della guerra, non  pi prafo di un potolo.

    (Entrano MACMORRIS e JAMY in distanza).

    GOWER: Eccolo qui, e con lui  il capitano Jamy delle truppe scozzesi.
    FLUELLEN: Il capitano Jamy  un signore falorosissimo, questo  certo,
    e di grande esperienza e  cultura  circa  le  antiche  pattaglie;  per
    quello che so delle sue disposizioni,  per Pacco, egli sostiene i suoi
    argomenti meglio di qualsiasi altro ufficiale al mondo, fondandosi sui
    principi praticati dai Romani nelle antiche pattaglie.
    JAMY: Buon ciorno, capitano Fluellen.
    FLUELLEN: Puona sera a Vostra Signoria, puon capitano Jamy.
    GOWER:  Ebbene,  capitano  Macmorris,  avete  lasciate  le  mine?  gli
    zappatori hanno smesso il lavoro?
    MACMORRIS:  Per Grishto!  cosce mal fatte: sci rinuncia al lavoro e la
    tromba sciuona la ritirata.  Giuro per queshta mano e per  l'anima  di
    mio padre che sciono cosce mal fatte;  sci  rinunciato, e io, Grishto
    mi scialvi,  avrei fatto scialtare in aria la  citt  in  un'ora.  Oh!
    cosce mal fatte, cosce mal fatte, gashpita, cosce mal fatte!
    FLUELLEN:  Capitano  Macmorris,  fi prego ora;  forreste concedermi di
    disputare con foi un poco sulle arti delle pattaglie,  delle pattaglie
    romane, tanto per discutere, fedete, e per scampiare amichefolmente le
    idee,  fuoi per soddisfare il mio pensiero, fuoi per la soddisfazione,
    fedete,  della mia mente,  quanto ai princpi dell'arte della  guerra:
    ecco il pusillis.
    JAMY: Benissimo,  cari capitani,  ciuraddio,  e io far altrettanto se
    posso, con vostra buona licenza,  se trovo l'occasione ciusta: proprio
    davvero.
    MACMORRIS:  Grishto mi aiuti,  non  tempo di chiacchiere.  Oggi tutto
    shcotta: il tempo,  la battaglia,  il re e i duchi:  non    tempo  di
    chiacchiere.  La citt  ascediata e la tromba ci chiama alla breccia;
    noi shtiamo qui a parlare e intanto non sci fa nulla, per Grishto. Dio
    mi ascista,   una vergogna shtar qui con le mani  alla  cintola,  con
    tutte  le  gole che ci sciono da tagliare e tutto il lavoro che c' da
    fare: e intanto non sci fa niente, per Grishto!
    JAMY: Per Dio! prima che kvesti occhi miei si abbandonino in braccio a
    Morfeo,  o far kvalche cosa di  buono  o  ciacer  sul  terreno,  s,
    procomber;  ma  vender  la  pelle pi cara che potr,  ciuraddio,  e
    kvesto  kvanto;  ma,  per la Vergine,  mi sarebbe  piaciuto  sentirvi
    parlare di kvalche bell'arcomento militare tra voi due.
    FLUELLEN: Capitano Macmorris,  state attento e se spaglio correggetemi
    liperamente; credo che non fi siano molti della fostra nazione...
    MACMORRIS: Della mia nazione?  E  cosc'  la  mia  nazione?  Furfante,
    bashtardo,  briccone e mashcalzone.  Cosc' la mia nazione?  chi parla
    della mia nazione?
    FLUELLEN: Fedete un po'  qui,  se  prendete  la  cosa  in  modo  tutto
    contrario a quello che intendefo io, capitano Macmorris, forse penser
    che  non  mi usate tutta quella cortesia che dofreste se afeste senno,
    fedete, perch non sono al di sotto di foi per scienza nell'arte delle
    pattaglie, per nascita e per tutto il resto.
    MACMORRIS: No, non credo che sciate un pari mio; e,  Grishto mi aiuti,
    vi taglier la teshta.
    GOWER: Signori miei, c' un malinteso fra voi due.
    JAMY: E' un brutto ekvivoco.
    (Si suona a parlamento).
    GOWER: La citt invita a parlamentare.
    FLUELLEN:  Capitano Macmorris,  quando si richieder una occasione pi
    migliore, fedete, prender la lipert di farfi federe che conosco pene
    l'arte delle pattaglie; e pasta cos.
    (Escono).
    SCENA TERZA - Lo stesso luogo. Davanti alle porte.

    (Il Governatore e alcuni Cittadini sulle mura.  Truppe inglesi  sotto.
    Entra RE ENRICO col Seguito).
    ENRICO:  Cosa  decide  il  governatore della citt?  questa  l'ultima
    volta che consentiamo a parlamentare: perci  affidatevi  alla  nostra
    clemenza,  altrimenti,  come  uomini  che  ambiscono  la  loro  stessa
    distruzione,  ci sfidate a fare quanto di peggio pu accadere:  poich
    come  vero che sono un soldato - il nome che nei miei pensieri meglio
    mi  conviene  -  se  comincio  ancora una volta il bombardamento,  non
    lascer questa citt  di  Harfleur  semiconquistata,  sinch  non  sia
    sepolta  nelle  sue  stesse  ceneri.  Chiuderemo  tutte le porte della
    misericordia e il soldato,  fatto rude e spietato  dopo  aver  sentito
    l'odore  del  sangue,  vagher  libero di uccidere,  con una coscienza
    ampia come l'inferno,  mietendo come  fossero  erba  le  vostre  belle
    fanciulle  e i bambini fiorenti.  Che importer a me allora se l'empia
    guerra,  col volto affumicato e rivestita di fiamme come  il  principe
    dei demoni,  compir tutte le fiere gesta attinenti alla distruzione e
    alla devastazione?  Che importer a me,  dal momento che voi stessi ne
    sarete la causa, se vergini pure cadranno in mano della stupro ardente
    e violento? Come si pu imbrigliare la malvagit sfrenata quando corre
    a  precipizio  gi  per  la  china?  Tanto  vale  comandare ai soldati
    infuriati che fanno bottino quanto ordinare al leviatano di  venire  a
    riva.  Perci,  uomini  di Harfleur,  abbiate compassione della vostra
    citt e del vostro popolo,  mentre ho ancora in  pugno  i  soldati,  e
    mentre  la  fresca  e moderata aura della grazia tiene lontane le nubi
    sozze e infette del massacro imperioso,  del sacco e delle atrocit di
    ogni  specie.  Altrimenti,  aspettatevi tra pochi istanti di vedere il
    soldato accecato dal sangue contaminare con sozza mano le chiome delle
    vostre figlie strepitanti,  i vostri padri afferrati  per  le  bianche
    barbe  e  le loro teste venerande sfracellate contro i muri,  i vostri
    piccoli  infilati  nudi  sulle  picche,   mentre  le  madri  impazzite
    feriranno  il cielo con le loro urla confuse,  come quando le donne di
    Giudea imprecavano contro gli sgherri sanguinari di Erode.  Che  dite?
    cederete e renderete vano tutto ci, o, colpevoli di volervi difendere
    a ogni costo, vi farete distruggere?
    GOVERNATORE:  Le  nostre speranze oggi sono svanite.  Il Delfino a cui
    avevamo chiesto aiuto ci risponde che non  ha  forze  pronte  per  far
    levare cos grande assedio. Perci, gran re, affidiamo la nostra citt
    e le nostre vite alla tua umana misericordia.  Varca le porte; disponi
    di noi e delle cose nostre,  perch non siamo  pi  in  condizione  di
    difenderci.
    ENRICO:  Aprite  le porte!  Suvvia,  zio Exeter,  entrate in Harfleur;
    rimanetevi e munitela fortemente contro i Francesi: usate clemenza con
    tutti.  Quanto a noi,  caro zio,  poich l'inverno si  avvicina  e  le
    malattie  si diffondono fra i nostri soldati,  ci ritireremo a Calais.
    Questa notte saremo vostri ospiti in Harfleur,  e domani saremo pronti
    a marciare.
    (Squillo di trombe. Il Re entra in citt col Seguito).


    SCENA QUARTA - Rouen. Stanza nel Palazzo.

    (Entrano CATERINA e ALICE).
    CATERINA:  Alice,  tu  as  t  en  Angleterre,  et  tu parles bien le
    langage.
    ALICE: Un peu, madame.
    CATERINA: Je te prie,  m'enseignez;  il faut que j'apprenne   parler.
    Comment appelez-vous la main en anglois?
    ALICE: La main? elle set appele "de hand".
    CATERINA: "De hand". Et les doigts?
    ALICE:  Les  doigts?   ma  foi,   j'oublie  les  doigts,  mais  je  me
    souviendrai. Les doigts? je pense qu'ils sont appels "de fingres".
    CATERINA: La main, "de hand"; les doigts,  "de fingres".  Je pense que
    je  suis  le  bon  colier;  j'ai  gagn deux mots d'anglois vitement.
    Comment appelez-vous les ongles?
    ALICE: Les ongles, nous les appelons "de nails".
    CATERINA: "De nails". Ecoutez;  dites-moi si je parle bien: "de hand",
    "de fingres", et "de nails".
    ALICE: C'est, bien dit, madame; il est fort bon anglois.
    CATERINA: Dites-moi l'anglois pour le bras.
    ALICE: "De arm", madame.
    CATERINA: Et le coude?
    ALICE: "De elbow".
    CATERINA: "De elbow".  Je m'en fais la rptition de tous les mots que
    vous m'avez appris ds  prsent.
    ALICE: Il est trop difficile, madame, comme je pense.
    CATERINA: Excusez-moi,  Alice;  coutez: "de hand",  "de fingres",  de
    "nails", de "arm", de "bilbow".
    ALICE: "De elbow", madame.
    CATERINA: O Seigneur Dieu, je men oublie! "de elbow". Comment appelez-
    vous le col?
    ALICE: "De neck", madame.
    CATERINA: "De nick". Et le menton?
    ALICE: "De chin".
    CATERINA: "De sin". Le col, "de nick"; le menton, "de sin".
    ALICE:  Oui.  Sauf votre honneur,  en vrit,  vous prononcez les mots
    aussi droit que les natifs d'Angleterre.
    CATERINA: Je ne doute point d'apprendre,  par la grace de Dieu,  et en
    peu de temps.
    ALICE: N'avez-vous pas dj oubli ce que vous ai enseign?
    CATERINA:  Non,  je  reciterai    vous  promptement:  "de  hand",  de
    "fingres", "de mails"...
    ALICE: "De nails", madame.
    CATERINA: "De nails", "de arm", "de ilbow".
    ALICE: Sauf votre honneur, "de elbow".
    CATERINA: Ainsi dis-je;  "de elbow",  "de nick" et "de  sin".  Comment
    appelez-vous le pied et la robe?
    ALICE: "De foot", madame, et "de coun".
    CATERINA: "De foot" et "de coun"? O Seigneur Dieu! ce sont mots de son
    mauvais,  corruptible,  gros,  et  impudique,  et  non  pour les dames
    d'honneur d'user.  Je  ne  voudrois  prononcer  ces  mots  devant  les
    seigneurs  de  France,  pour  tout le monde.  Il faut "de foot" et "de
    coun",  neanmoins.  Je reciterai une autre fois ma leon ensemble: "de
    hand",  "de fingres", "de nails", "de arm", "de elbow", "de nick", "de
    sin", "de foot", "de coun".
    ALICE: Excellent, madame!
    CATERINA: C'est assez pour une fois. Allons-nous  diner.
    (Escono).

    SCENA QUINTA - Lo stesso luogo.

    (Entrano il RE  DI  FRANCIA,  il  DELFINO,  il  DUCA  DI  BORBONE,  il
    CONNESTABILE DI FRANCIA e altri).
    RE: E' certo che ha passato la Somme.
    CONNESTABILE:  Se  non si combatte contro di lui,  sire,  non  pi il
    caso di vivere in Francia:  abbandoniamo  tutto  e  cediamo  i  nostri
    vigneti a un popolo barbaro.
    DELFINO:  "O Dieu vivant"!  alcuni pochi ramoscelli del nostro tronco,
    il superfluo della  virilit  dei  nostri  padri,  i  nostri  virgulti
    innestati  su  un  ceppo  selvatico e barbaro debbono proprio crescere
    cos improvvisamente sino al cielo e guardare dall'alto in  basso  chi
    li ha innestati?
    BORBONE:  Normanni,  ma  bastardi,  bastardi!  "Mort de ma vie!" se si
    avanzano e non li combattiamo,  vender il mio ducato  e  comprer  un
    podere pantanoso e sudicio in quella frastagliata isola di Albione.
    CONNESTABILE: "Die des batailles!" dove trovano tanto spirito?  non 
    il loro clima nebbioso,  crudo e grigio,  e  il  sole  non  li  guarda
    pallido, quasi per dispetto, uccidendo i loro frutti col suo cipiglio?
    Il loro brodo d'orzo, acqua bollita, un beverone che va bene per rozze
    fiaccate,  potr  riscaldare il loro sangue che  cos freddo a un tal
    punto di valoroso calore,  e il nostro,  che ci scorre cos vivo nelle
    vene ed  rinvigorito dal vino,  sembrer invece tanto gelido? Oh! per
    l'onore della nostra terra non pendiamo  come  ghiacciuoli  penzolanti
    dai  tetti  delle  nostre case,  mentre un popolo cos frigido trasuda
    giovinezza e valore nei nostri campi, ricchi s, ma poveri,  diciamolo
    pure, riguardo ai signori che vi hanno avuto i natali.
    DELFINO:  In  fede  mia e sul mio onore,  le nostre dame ci deridono e
    dicono chiaramente che il nostro vigore  esaurito e che  concederanno
    i  loro  corpi  alla  esuberante  virilit  dei  giovani inglesi,  per
    approvvigionare la Francia di guerrieri bastardi.
    BORBONE: Ci invitano nelle loro scuole di ballo inglesi a insegnare le
    alte piroette della volta e  la  briosa  corrente,  dicendo  che  ogni
    nostro merito sta nei calcagni e che siamo abilissimi a scappare.
    RE:  Dov'  Montjoy l'araldo?  mandatelo al pi presto a portare al re
    d'Inghilterra una secca sfida. Suvvia, principi;  affilando lo spirito
    dell'onore  ancora  pi che le vostre spade,  scendete in campo: Carlo
    Delabreth, gran connestabile di Francia, voi duchi di Orlans, Borbone
    e  Berri,  Alenon,  Brabante,  Bar  e  Borgogna,   Jaques  Chatillon,
    Rambures,  Vaudemont,  Beaumont,  Grandpr, Roussi e Fauconberg, Foix,
    Lestrale, Bouciqualt e Charolois, granduchi, grandi principi,  baroni,
    nobili  e  cavalieri,  in omaggio al vostro gran rango rimovete da voi
    grandi onte,  arrestate Enrico d'Inghilterra  che  marcia  alteramente
    attraverso  al nostro paese con bandiere tinte nel sangue di Harfleur.
    Precipitatevi sul suo esercito come la neve sciolta  fa  sulle  valli,
    quando  l'Alpe  sputa  e  spurga la sua bava sulla sottoposta bassura.
    Calategli addosso, avete forza abbastanza,  e portatelo prigioniero su
    un cocchio a Rouen.
    CONNESTABILE:  Questo  s'addice ai forti.  Mi duole che i suoi soldati
    siano cos pochi, ammalati e affamati per effetto delle marce,  poich
    sono certo che quando vedr il nostro esercito,  il suo cuore cadr in
    preda al pi abbietto terrore e a mo' di vittoria ci offrir il prezzo
    del suo riscatto.
    RE:  Perci,  monsignore  connestabile,   affrettate  la  partenza  di
    Montjoy:  dica  al  re d'Inghilterra che lo abbiamo mandato per sapere
    che riscatto  disposto a dare. Principe Delfino,  voi starete con noi
    in Rouen.
    DELFINO: No, no; ne supplico Vostra Maest.
    RE:  Chetatevi,  perch  rimarrete con noi.  E ora partite,  monsignor
    connestabile e principi tutti,  e portateci presto  la  notizia  della
    disfatta del re d'Inghilterra.
    (Escono).




    SCENA SESTA - Il campo inglese in Piccardia.

    (Entrano GOWER e FLUELLEN incontrandosi).
    GOWER: Che novit, capitano Fluellen? venite dal ponte?
    FLUELLEN: Fi assicuro che si stanno facendo al ponte cose pellissime.
    GOWER: Il duca di Exeter  incolume?
    FLUELLEN: Il duca di Exeter  magnanimo come Agamennone;  un uomo che
    amo e onoro con l'anima, col cuore; pronto a fare per lui tutto il mio
    dofere,  tutto  quanto  sta  in me,  a dare la fita stessa: egli non 
    stato ferito per nulla affatto, Dio sia lodato e penedetto! e tiene il
    ponte con grande prafura e secondo tutte  le  regole  dell'arte  della
    guerra.  E  c'  al ponte anche un tenente alfiere,  e in coscienza mi
    pare che sia pari a Marco Antonio per falore:  non    uomo  di  alcun
    conto, ma gli ho fisto fare pelle prodezze.
    GOWER: Come si chiama?
    FLUELLEN: Alfiere Pistola.
    GOWER: Non lo conosco.
    (Entra PISTOLA).
    FLUELLEN: Eccolo qui in persona.
    PISTOLA: Capitano,  ti prego di essermi cortese.  Il duca di Exeter ti
    ama assai.
    FLUELLEN: S,  grazie a Dio;  questo amore  l'ho  meritato,  in  parte
    almeno.
    PISTOLA:  Bardolfo,  un  soldato  fermo  e dal cuore saldo e di attivo
    coraggio,  per crudo fato e per effetto  della  volubile  ruota  della
    Fortuna folle, la cieca dea che sta su la rotante pietra erratica...
    FLUELLEN:  Permettete,  alfiere  Pistola: la fortuna si dipinge cieca,
    s,  con penda dafanti agli occhi,  per significare che  orpa;  ed  
    dipinta  anche  con la ruota per indicare - e questa  la morale della
    fafola - che gira ed  incostante, ed  tutta mutapilit e fariazione,
    e il suo piede, fedete,  su una pietra sferica che rotola, e rotola e
    rotola: in ferit,  il poeta ne  fa  una  pellissima  descrizione:  la
    rappresentazione della fortuna  un'allegoria eccellente.
    PISTOLA:  La  fortuna    nemica  di Bardolfo e gli fa fiero cipiglio,
    poich ha rubato una pisside e deve esser impiccato.  Maledetta morte!
    chiappi  i  cani  il  capestro,  l'uomo  sia libero e la corda non gli
    strozzi il gorgozzule. Ma Exeter gli ha infitto la mortal condanna per
    pisside di poco conto.  Vai dunque e parla per lui;  il duca ascolter
    la  tua  voce.  Non lasciar che il taglio di una vil corda da un soldo
    con  vile  infamia  recida  di  Bardolfo  il  vital  filo.  Intercedi,
    capitano, per la sua vita e te ne rimeriter.
    FLUELLEN: Alfiere Pistola, comprendo solo in parte quello che dite.
    PISTOLA: Ebbene, allegrati per questo.
    FLUELLEN:  Ma,  alfiere,  non  cosa da rallegrarsi,  poich,  fedete,
    anche se fosse mio fratello,  infiterei il duca a fare quello che  pi
    gli  piace  e  a  mandarlo  a morte,  perch la disciplina defe essere
    rispettata.
    PISTOLA: Muori e sii dannato: un fico per la tua amicizia!
    FLUELLEN: Penissimo.
    PISTOLA: E fico di Spagna!
    (Esce).
    FLUELLEN: Ottimamente.
    GOWER: Bene, questo  un briccone che si d arie di onest'uomo. Ora lo
    ricordo: un ruffiano, un borsaiolo.
    FLUELLEN: Fi assicuro che al ponte dicefa le pi pelle parole  che  si
    possano federe un giorno d'estate.  Ma fa penone: alla prima occasione
    si fedr che quello che mi ha detto fa proprio pene daffero.
    GOWER: Sicuro:  un imbroglione,  un imbecille,  un  furfante  che  di
    quando  in quando va alla guerra,  per darsi delle arie quando torna a
    Londra sotto le mentite spoglie di combattente. Gente di questa specie
    ricorda perfettamente i nomi dei grandi generali,  e impara a  memoria
    dove  sono  stati compiuti i vari fatti d'arme,  a che ridotta,  a che
    breccia o convoglio,  chi fu ucciso,  chi ne  usc  con  onore  e  chi
    disonorato,  e che condizioni pose il nemico; e questo mandano a mente
    con perfetta fraseologia guerresca e lo guarniscono con  bestemmie  di
    nuovo  conio;  quando  ci  si pensa,  fa meraviglia vedere che effetto
    facciano tra boccali spumanti e cervelli imbevuti di birra  una  barba
    tagliata come quella di un certo generale e un'uniforme da campagna in
    pessime  condizioni.  Ma  dovete imparare a conoscere questa gente che
    disonora il nostro tempo,  se non  volete  commettere  qualche  grosso
    equivoco.
    FLUELLEN: Fi dico una cosa,  capitano Gower; fedo che non  quello che
    gradirebbe di apparire agli altri;  se mi si presenta  l'occasione  di
    coglierlo  in  fallo,  gli  dir  quello  che penso di lui.  (Suono di
    tamburi) Sentite, ecco il re; debbo dargli notizie di quello che si fa
    al ponte.

    (Tamburi e bandiere. Entrano RE ENRICO, GLOUCESTER e Soldati).

    FLUELLEN: Dio penedica Fostra Maest!
    ENRICO: Ebbene, Fluellen! vieni dal ponte?
    FLUELLEN: S,  se piace a Fostra Maest.  Il  duca  di  Exeter  lo  ha
    falorosamente  difeso:  i  Francesi  sono  stati respinti,  dopo farie
    azioni assai prillanti.  L'affersario stafa per impossessarsene,  ma 
    stato  costretto  a  ritirarsi,  e  il  duca di Exeter  padrone della
    posizione. Posso assicurare Fostra Maest che il duca  un faloroso.
    ENRICO: Quanti uomini avete perso, Fluellen?
    FLUELLEN: La perdizione dell'affersario  stata molto grande, come era
    ragionefole;  per parte mia credo che il duca non abbia perso  che  un
    uomo,  e  si  tratta  di un tale che defe essere impiccato,  perch ha
    rubato in una chiesa, un certo Pardolfo,  se Fostra Maest lo conosce:
    la sua faccia  tutta pupponi, schianze e pitorzoli e fuochi folatici.
    Sempra  che  le lappra gli soffino sul naso e questo  come un carpone
    acceso,  ora paonazzo e ora rosso;  ma a quest'ora il  suo  naso  deve
    essere stato giustiziato e il fuoco spento.
    ENRICO:  E  cos  vorrei  che  fossero soppressi tutti i rei di questa
    sorta: diamo anzi ordine espresso che nelle nostre marce attraverso il
    paese non si tolga nulla ai villaggi con la forza,  che quello che  si
    prende   sia   debitamente  pagato,   che  nessuno  dei  Francesi  sia
    rimproverato o offeso con alterigia di linguaggio;  perch  quando  la
    mitezza e la crudelt si giuocano fra loro un regno,  il giocatore pi
    umano  il primo a vincere.
    (Segnale di tromba. Entra MONTJOY).
    MONTJOY: Mi riconoscete certo dal mio abito.
    ENRICO: Certamente ti riconosco; e che mi vieni a riferire?
    MONTJOY: Il pensiero del mio signore.
    ENRICO: Dimmelo.
    MONTJOY: Cos parla il mio re: Di' a Enrico d'Inghilterra che, sebbene
    sembrassimo morti,  non eravamo che addormentati: saper  attendere  il
    vantaggio serve meglio in guerra che la precipitazione.  Informalo che
    avremmo potuto infliggergli un  grave  scacco  a  Harfleur;  sennonch
    abbiamo  pensato  che  non  fosse  bene tagliare il bubbone finch non
    fosse maturo.  Ora  giunto per noi il momento di recitare  la  nostra
    parte  e  lo faremo con voce imperiale: il re d'Inghilterra si pentir
    della sua follia,  riconoscer la sua debolezza e ammirer  la  nostra
    pazienza.  Perci digli di considerare il suo riscatto che deve essere
    in proporzione delle spese che abbiamo subite, dei sudditi che ci sono
    stati uccisi,  delle umiliazioni che abbiamo dovuto trangugiare;  e se
    dovesse rispondere in esatta misura,  la sua miseria piegherebbe sotto
    il carico. A compensare le nostre spese il suo tesoro  troppo povero;
    tutto l'esercito inglese  troppo piccolo per scontare il  sangue  che
    abbiamo  sparso;  e  per la nostra umiliazione,  se egli in persona si
    inginocchiasse ai nostri piedi, sarebbe meschina e misera riparazione.
    A questo aggiungi la mia sfida; e, per concludere,  di' che ha tradito
    i suoi seguaci, la cui condanna  ormai pronunciata. Sin qui il re mio
    signore, questo il mio messaggio.
    ENRICO: So qual  il tuo ufficio; ma come ti chiami?
    MONTJOY: Montjoy.
    ENRICO:  Sai  disimpegnare bene il tuo ufficio.  Ritorna pure e di' al
    tuo re, che ora non cerco di scontrarmi con lui,  ma che vorrei andare
    a Calais senza impedimenti;  poich, a essere sincero, sebbene non sia
    saggio fare simili confessioni a un nemico astuto e  che  sa  cogliere
    cos  bene  il  vantaggio,  la  mia  gente    molto  indebolita dalle
    malattie,  il mio esercito assottigliato e questi pochi soldati che mi
    restano non sono meglio di altrettanti Francesi, mentre, se fossero in
    perfetta salute,  te lo dico francamente,  araldo, su un paio di gambe
    inglesi mi parrebbe di veder marciare tre Francesi.  Eppure,  Dio mio,
    perdonami,  se  mi  lascio  sfuggire  questa millanteria,  ma  questa
    vostra aria di Francia che mi ha infettato con questo vizio,  e  debbo
    dichiararmi pentito.  Va' perci,  e riferisci al tuo re che sono qui,
    il mio riscatto  questo mio fragile corpo che non val nulla,  il  mio
    esercito un pugno di uomini estenuati e malaticci.  Tuttavia, nel nome
    di Dio,  avvertilo che ci faremo avanti anche se il re  di  Francia  o
    altro simile potentato ci venisse tra i piedi.  Prenditi questo per le
    tue fatiche, Montjoy. Va' e di' al tuo signore di pensarci bene. Se ci
    lasciate passare, passeremo; se ce lo impedite,  coloreremo col vostro
    sangue questa terra giallastra: e cos, Montjoy, addio. Il succo della
    nostra risposta  questo: cos come siamo preferiremmo di non venire a
    battaglia  ma  non  diciamo che la rifiuteremo.  Questo riporta al tuo
    signore.
    MONTJOY: Questo riferir. Ringrazio Vostra Maest.
    (Esce).
    GLOUCESTER: Spero che non ci attaccheranno ora.
    ENRICO: Siamo nelle mani di Dio, fratello, non in quelle dei Francesi.
    Andiamo al ponte; si avvicina la notte,  ci accamperemo oltre il fiume
    e domani daremo l'ordine della partenza.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Il campo francese vicino a Azincourt.

    (Entrano il CONNESTABILE DI FRANCIA,  RAMBURES,  ORLEANS, il DELFINO e
    altri).
    CONNESTABILE: Zitti! La mia  la miglior armatura del mondo; oh, fosse
    giorno!
    ORLEANS: Avete un'eccellente armatura,  ma date al mio cavallo la lode
    che gli spetta.
    CONNESTABILE: E' il miglior cavallo d'Europa.
    ORLEANS: Non far mai giorno?
    DELFINO:  Monsignore  d'Orlans  e  voi  monsignore  gran connestabile
    parlate di cavalli e di armature?
    ORLEANS: Sia per l'uno  sia  per  l'altro  siete  il  principe  meglio
    equipaggiato del mondo.
    DELFINO:  Che  notte lunga  questa!  Non cambierei il mio cavallo con
    alcuno che cammina a quattro zampe. "a", ah!  rimbalza da terra quasi
    che  avesse  le  viscere di crini come una palla da tennis: "le cheval
    volant", il Pegaso, "avec les narines de feu"!  Quando lo cavalco,  mi
    innalzo  che  mi  sembra  d'essere un falco: trotta in aria e la terra
    canta quando la tocca;  l'infimo corno del suo zoccolo  pi armonioso
    della zampogna di Mercurio.
    ORLEANS: E' del colore della noce moscata.
    DELFINO:  E  ha il calore dello zenzero.  E' l'animale che sembrerebbe
    fatto apposta per Perseo:   tutt'aria  e  fuoco;  e  terra  e  acqua,
    torpidi  elementi,  compaiono  soltanto  nella sua immobilit paziente
    quando il cavaliere sta montando in sella: esso solo merita il nome di
    cavallo, gli altri potete chiamarli bestie.
    CONNESTABILE:  Davvero,   signore,      un   cavallo   eccellente   e
    impareggiabile.
    DELFINO: E' il principe dei palafreni; il nitrito sembra il comando di
    un monarca e l'aspetto provoca l'omaggio.
    ORLEANS: Basta cugino.
    DELFINO:  No,  non  ha  sale  in  zucca  quell'uomo  che  dal  levarsi
    dell'allodola  fino  al  coricarsi  dell'agnello  non  sa  variare  le
    meritate  lodi del mio palafreno.  E un tema fluido come il mare: date
    la parola alle sabbie ed  ogni  granellino  trover  nel  mio  cavallo
    argomento sufficiente.  Merita che un sovrano vi ragioni su,  e che un
    re dei re  lo  cavalchi  e  che  in  ogni  parte  del  mondo,  nota  e
    sconosciuta,  tutti  interrompano  le loro particolari occupazioni per
    ammirarlo.  Una volta scrissi in sua lode un  sonetto  che  cominciava
    cos: O meraviglia di natura....
    ORLEANS:  Ho  sentito  un  sonetto  per  un'amante che cominciava allo
    stesso modo.
    DELFINO: Sar stato  un'imitazione  di  quello  che  scrissi  pel  mio
    corsiero, poich il mio cavallo  la mia amante.
    ORLEANS: E allora si pu dire che la vostra amante vi porta bene.
    DELFINO:  Me,  s;  e  questa    la migliore lode e riconoscimento di
    perfezione di una buona amante esclusiva.
    CONNESTABILE: No;  perch mi pare che ieri la vostra amante  vi  abbia
    perversamente scavalcato.
    DELFINO: E cos forse ha fatto la vostra.
    CONNESTABILE: La mia non portava briglia.
    DELFINO:  Oh!  vuol  dire  allora  che  era vecchia e docile e che voi
    cavalcate vestito come un fante  irlandese  con  calzoni  attillati  e
    senza brache larghe alla moda francese.
    CONNESTABILE: V'intendete bene d'equitazione.
    DELFINO: Lasciatevi consigliare da me,  allora; chi cavalca cos e non
    sta attento,  va a finire in qualche brutto pantano.  Preferisco avere
    il cavallo per amante.
    CONNESTABILE: Tanto varrebbe che la mia amante fosse una giumenta.
    DELFINO:  Connestabile,  ti  assicuro  che ogni pelo della mia bella 
    naturale.
    CONNESTABILE: Potrei menare simile vanto,  se per  amante  avessi  una
    scrofa.
    DELFINO: "Le chien est retourn  son propre vomissement,  et la truie
    lave au bourbier"; tu fai uso di qualsiasi cosa.
    CONNESTABILE: Per non uso il cavallo  come  amante,  o  un  proverbio
    simile al vostro cos poco a proposito.
    RAMBURES:  Connestabile,  sono  stelle  o  soli  quelli  che  ho visto
    sull'armatura nella vostra tenda questa notte?
    CONNESTABILE: Stelle, signor mio.
    DELFINO: Alcune di esse cadranno domani, credo.
    CONNESTABILE: E tuttavia il mio cielo non se ne accorger neanche.
    DELFINO: Pu darsi,  perch molte sono superflue,  e sarebbe pi onore
    se ce ne fosse un minor numero.
    CONNESTABILE:  S,  come  le  lodi  del vostro cavallo che trotterebbe
    meglio se alcuni dei vostri elogi sperticati scendessero di sella.
    DELFINO: Vorrei caricarlo di tutte le lodi che merita! Non si far mai
    giorno?  domani trotter un miglio e la mia strada sar lastricata  di
    facce inglesi.
    CONNESTABILE:  Non lo direi per timore che mi si facesse rimangiare la
    mia  sfacciataggine.  In  ogni  modo  vorrei  che  fosse  mattina  per
    accapigliarmi con gli Inglesi.
    RAMBURES:  Chi  vuol  correre il rischio di scommettere che far venti
    prigionieri?
    CONNESTABILE: Prima dovreste esporvi al rischio di prenderli.
    DELFINO: E mezzanotte; vado ad armarmi.
    (Esce).
    ORLEANS: Al Delfino par mill'anni che spunti il giorno.
    RAMBURES: Al Delfino par mill'anni di mangiarsi gli Inglesi.
    CONNESTABILE: Credo che potr mangiarsi benissimo quelli che uccider.
    ORLEANS: Per la bianca mano della mia dama,  un valoroso principe.
    CONNESTABILE: Anzich per la mano giurate pel piede,  che  cos  potr
    calpestare il giuramento.
    ORLEANS: Non c' che dire:  il pi attivo gentiluomo di Francia.
    CONNESTABILE:  Se l'attivit sta nel fare,  egli  sempre sul punto di
    fare qualche cosa.
    ORLEANS: Non ha mai fatto niente di male, ch'io sappia.
    CONNESTABILE: E non ne  far  neanche  domani:  si  conserver  ancora
    questa reputazione.
    ORLEANS: So che  un valoroso.
    CONNESTABILE:  Me  lo ha detto anche un altro che lo conosce meglio di
    voi.
    ORLEANS: Chi ?
    CONNESTABILE: Lui stesso: e mi ha detto  che  non  gli  importava  che
    altri lo sapesse.
    ORLEANS: Non occorre neanche dirlo: non  virt occulta in lui.
    CONNESTABILE: Eppure in fede mia lo , messere: nessuno l'ha mai vista
    salvo il suo lacch:  un valore incappucciato come un falco, e quando
    lo scoprono fa un grande starnazzar d'ali.
    ORLEANS: Il malanimo non parla mai bene.
    CONNESTABILE:  Risponder  con quest'altro proverbio: Tutti gli amici
    sono adulatoli.
    ORLEANS: E io con questo: Anche al diavolo si deve  dare  quello  che
    gli spetta.
    CONNESTABILE:  Giusto!  il  vostro  amico  il diavolo del proverbio e
    questo gli risponde a puntino: Al diavolo il malanno.
    ORLEANS: In fatto di proverbi avete  la  meglio  solo  in  quanto  lo
    sciocco lancia troppo presto la sua freccia.
    CONNESTABILE: Non mi avete colpito.
    ORLEANS:  No,  e  non    neanche  la  prima  volta  che  siete  stato
    oltrepassato.

    (Entra un Messo).

    MESSO: Gran connestabile,  gli Inglesi sono a  millecinquecento  passi
    dalle vostre tende.
    CONNESTABILE: Chi ha misurato questa distanza?
    MESSO: Monsignor Grandpr.
    CONNESTABILE: Un valente ed esperto gentiluomo.  Oh, fosse gi giorno!
    Ahim!  il povero Enrico d'Inghilterra non desidera tanto come noi che
    spunti l'alba.
    ORLEANS:   Che  miserabile  sventato    codesto  re  d'Inghilterra  a
    brancolare con quei  testoni  dei  suoi  seguaci  in  luoghi  che  non
    conosce!
    CONNESTABILE: Se gli Inglesi capissero qualche cosa, scapperebbero.
    ORLEANS: E mancano proprio di questo;  se fossero armati di intelletto
    non avrebbero elmi cos pesanti.
    RAMBURES: L'Inghilterra genera valorose creature; i loro mastini hanno
    un coraggio impareggiabile.
    ORLEANS: Cagnacci stupidissimi!  che a  occhi  chiusi  si  precipitano
    nelle  fauci  di  un orso russo a farsi schiacciare le teste come mele
    fradice;  sarebbe come dire  che  una  pulce    valorosa  perch  osa
    sdigiunarsi sul labbro di un leone.
    CONNESTABILE: Proprio,  proprio: e gli uomini di quel paese somigliano
    ai mastini nell'attaccare con  violenza  e  forza  brutale,  lasciando
    tutta l'intelligenza alle mogli; imbandite loro generosamente carne di
    bue,  ferro  e  acciaio  e li vedrete mangiare da lupi e combattere da
    diavoli.
    ORLEANS: S,  ma ora questi Inglesi sono  maledettamente  a  corto  di
    carne di bue.
    CONNESTABILE:  E  allora  domani  vedremo  che  hanno  solo  voglia di
    mangiare e punta di combattere.  Ora    tempo  di  armarci,  dobbiamo
    andare?
    ORLEANS:  Adesso sono le due;  ma lasciatemi un po' vedere: s,  prima
    delle dieci ciascuno di noi si sar presi i suoi cento Inglesi.
    (Escono).














    ATTO QUARTO.

    (Entra il Coro).
    CORO: Ora supponete che un indistinto mormorio  e  le  cieche  tenebre
    riempiano  la  grande cavit dell'universo.  Da un campo all'altro nel
    grembo dell'ingrata oscurit notturna il  mormorio  dei  due  eserciti
    turba cos poco la quiete che ciascuna sentinella immobile quasi sente
    i bassi bisbigli delle altre che vigilano. Un fuoco risponde all'altro
    e attraverso alle deboli fiamme ciascun esercito scorge la massa scura
    dell'avversario.  I destrieri sembrano minacciarsi penetrando il sordo
    orecchio della notte con alti nitriti baldanzosi,  e dalle  tende  gli
    armorari,  dando  il  tocco  finale  alle armature dei cavalieri,  con
    operosi martelli ribadiscono le  giunture  annunciando  con  terribile
    suono  che  si  stanno facendo gli ultimi preparativi.  I galli per la
    campagna cominciano a cantare,  e  gli  orologi  suonano  le  tre  nel
    mattino sonnacchioso. Superbi del loro numero, per nulla impensieriti,
    i  Francesi  fiduciosi  e anche troppo animosi si giuocano ai dadi gli
    Inglesi disprezzati e rimproverano la notte lenta e storpia  che  pare
    allontanarsi tediosamente zoppicando come una brutta e turpe strega. I
    poveri Inglesi condannati, come vittime destinate al sacrificio stanno
    pazientemente  vegliando  intorno  ai fuochi e pensano in cuor loro ai
    pericoli che li attendono il mattino,  e il triste  atteggiamento,  le
    guance smunte e gli abiti logorati dalla guerra li fanno apparire come
    altrettanti  orrendi spettri alla luna che li guarda.  Ma oh!  chi ora
    vedr il regale comandante di questo esercito in  disfacimento  andare
    da  tenda  a tenda e da un posto di guardia all'altro,  gridi: Lode e
    gloria sul suo capo!,  poich egli visita tutti  i  suoi  soldati,  a
    ciascuno  d  il buon giorno sorridendo affabilmente e li chiama tutti
    fratelli,  amici e  compatrioti;  dal  suo  viso  si  direbbe  che  un
    terribile  esercito  circonda  le  sue  schiere;  egli  non ha perduto
    alcunch del suo colorito per la notte insonne e faticosa,  ma  appare
    fresco  e  vince  col  lieto  aspetto  e l'amabile maest del viso gli
    effetti  della  fatica;  sicch  quei  miserabili,   prima  pallidi  e
    languenti,  si  fanno  coraggio  al  solo  guardarlo.  Una  liberalit
    universale come quella del  sole,  il  suo  occhio  dona  a  ciascuno,
    sciogliendo  il gelo della paura,  cosicch tutto l'esercito,  dai pi
    alti personaggi ai pi umili  soldati,  vede,  per  quanto  la  nostra
    debole capacit pu rappresentarlo,  qualcosa di Enrico nella notte. E
    ora la nostra scena deve spostarsi rapidamente al campo  di  battaglia
    dove, ahim, con quattro o cinque spadacce intaccate mal maneggiate in
    ridicolo duello,  faremo torto al gran nome di Azincourt. Eppure state
    a vedere, immaginando la realt da quello che non ne  che una pallida
    imitazione.
    (Esce).
    SCENA PRIMA - Il campo inglese ad Azincourt.

    (Entrano RE ENRICO, BEDFORD e GLOUCESTER).
    ENRICO: E' vero,  Gloucester,  che siamo in gran pericolo;  ma appunto
    per questo,  tanto pi grande dovrebbe essere il nostro coraggio. Buon
    giorno,  fratello Bedford.  Dio Onnipotente!  Anche nelle cose cattive
    c'  qualche  elemento  buono,  solo  che  si  sappia  discernerlo con
    l'osservazione;  il nostro  cattivo  vicino  ci  ha  fatti  levare  di
    buon'ora,  e ci giova alla salute e all'economia; inoltre esso  come
    una coscienza esterna a noi che ci predica sante cose,  e ci esorta  a
    prepararci alla morte come si deve. Cos dalle erbacce possiamo trarre
    il miele e ricavare un insegnamento morale persino dal diavolo.
    (Entra ERPINGHAM).
    Buon giorno,  venerando sir Tommaso Erpingham. Un buon cuscino morbido
    sarebbe preferibile per la tua  testa  canuta  che  una  ruvida  zolla
    francese.
    ERPINGHAM: No,  sire,  preferisco questo letto, perch cos posso dire
    ora dormo come un re.
    ENRICO: E' una bella cosa quando si tollerano i mali solo per  effetto
    dell'esempio altrui: lo spirito  sollevato e, se la mente si ravviva,
    senza  dubbio  gli  organi  del  corpo  prima  spenti e morti sembrano
    erompere dal sepolcro dove dormivano e si muovono con nuova vivacit e
    leggerezza gettando la vecchia scaglia. Prestami il tuo mantello,  sir
    Tommaso.  Fratelli, salutatemi i principi che sono nel campo, augurate
    loro per me il buon giorno e  invitateli  a  venire  presto  alla  mia
    tenda.
    GLOUCESTER: Lo faremo, sire.
    ERPINGHAM: Debbo accompagnare Vostra Maest?
    ENRICO:  No,  mio  buon  cavaliere;  va' coi miei fratelli dai signori
    d'Inghilterra; io debbo intrattenermi alquanto con la mia coscienza, e
    preferisco esser solo.
    ERPINGHAM: Dio ti benedica dal cielo, nobile Enrico!
    (Escono tutti eccetto il Re).
    ENRICO: Dio ti rimeriti, vecchio amico, perch parli cos serenamente.

    (Entra PISTOLA).

    PISTOLA: Chi va l?
    ENRICO: Amici!
    PISTOLA: Parla: sei ufficiale, o vile soldato, comune o plebeo?
    ENRICO: Sono gentiluomo in una compagnia.
    PISTOLA: Trascini tu la possente picca?
    ENRICO: Proprio cos, e voi, chi siete?
    PISTOLA: Un gentiluomo che non  da meno dell'imperatore.
    ENRICO: Allora siete pi che il re.
    PISTOLA: Il re  bel giovinotto,  un cuor d'oro,  un ragazzo di  bella
    vita  e  un  favorito  dalla  fama,  di  ottima  famiglia  e dal pugno
    gagliardo.  Gli bacio la scarpa fangosa e con tutte le fibre del cuore
    amo quell'adorabile zerbinotto. Come ti chiami?
    ENRICO: Harry Le Roi.
    PISTOLA:  Le  Roi!  un  nome della Cornovaglia.  Sei tu della gena di
    Cornovaglia?
    ENRICO: No, sono un gallese.
    PISTOLA: Conosci Fluellen?
    ENRICO: S.
    PISTOLA: Digli che nel giorno di San Davide gli pester il porro sulla
    testa.
    ENRICO: E voi non portate lo stocco sul berretto in quel giorno perch
    non ve lo pesti a sua volta sulla testa.
    PISTOLA: Sei tu suo amico?
    ENRICO: E parente anche.
    PISTOLA: Un fico a te.
    ENRICO: Grazie; Dio vi accompagni.
    PISTOLA: Mi nomino Pistola!
    (Esce).
    ENRICO: Un nome adatto alla tua truculenza!
    (Entrano FLUELLEN e GOWER).
    GOWER: Capitano Fluellen!
    FLUELLEN: S, ma in nome di Ges Cristo, appassate la foce. Si ha gran
    merafiglia in tutto l'uniferso quando non si osserfano i feri  antichi
    precetti  e  leggi  della guerra.  Se fi deste la priga di studiare le
    guerre di Pompeo Magno trofereste che non si  facevano  chiacchiere  e
    non  si  parlafa  a fnfera nel campo di Pompeo.  Fe lo garantisco io;
    fedreste che per cerimonie di guerra,  e cure,  e forme  e  seriet  e
    modestia, tutto era pen diferso.
    GOWER: Ebbene, il nemico fa chiasso; si  sentito tutta la notte.
    FLUELLEN:  Se  il  nemico   una pestia,  un impecille,  un puffonesco
    ciarliero,  credete che anche noi - guardate bene  -  dovremmo  essere
    pestie, impecilli, puffoneschi ciarlieri? che ne dite in coscienza?
    GOWER: Parler a voce pi bassa.
    FLUELLEN: S, fi scongiuro e supplico di farlo.
    (Escono Gower e Fluellen).
    ENRICO: Sebbene appaia di foggia antiquata,  ci sono molta diligenza e
    valore in questo Gallese.
    (Entrano tre soldati,  GIOVANNI  BATES,  ALESSANDRO  COURT  e  MICHELE
    WILLIAMS).
    COURT:  Compagno  Bates,  quella  laggi non  la luce del mattino che
    spunta?
    BATES: Credo di s,  ma non  abbiamo  nessuna  ragione  di  desiderare
    l'avvicinarsi del giorno.
    WILLIAMS: Col ne vediamo il principio,  ma credo che non riusciremo a
    vederne la fine. Chi va l?
    ENRICO: Amici!
    WILLIAMS: Chi  il vostro capitano?
    ENRICO: Sir Tommaso Erpingham.
    WILLIAMS: Un ottimo vecchio capitano,  e un gentiluomo assai  cortese:
    di grazia, cosa pensa della nostra situazione?
    ENRICO: Che  come quella di uomini che hanno fatto naufragio su di un
    banco  di  sabbia  e si aspettano di essere portati via dalla prossima
    marea.
    BATES: Non ha detto al re come la pensa?
    ENRICO: No, e non  bene che lo faccia. Perch,  sebbene non stia a me
    dirlo,  credo  che il re non sia che un uomo come tutti gli altri.  La
    violetta ha lo stesso odore per lui e per me,  e il  cielo  lo  stesso
    aspetto:  i  suoi  sensi  sono  come quelli di ogni altro uomo e se si
    mette da parte la pompa reale, visto nella sua nudit, non  n pi ne
    meno che un mortale qualunque;  e sebbene le sue  aspirazioni  tendano
    pi in alto,  quando calano lo fanno con la stessa ala nostra.  Perci
    quando ha ragione di temere,  i suoi timori hanno lo stesso  carattere
    dei nostri; ma  ragionevole che nessuno lo intimorisca, perch se poi
    mostrasse paura disanimerebbe il suo esercito.
    BATES:  Pu  mostrare  esteriormente  tutto il coraggio che vuole;  ma
    credo che,  freddo come fa questa notte,  si augurerebbe di essere nel
    Tamigi  sino  al collo e vorrei che lo fosse ed io con lui,  a tutti i
    patti, purch fossimo fuori di qui.
    ENRICO: A dir la verit, credo in coscienza che il re non si auguri di
    essere se non dove  attualmente.
    BATES: E allora vorrei che vi restasse solo;  perch in ogni  caso  si
    pagherebbe  il  suo riscatto e si salverebbero le vite di tanti poveri
    uomini.
    ENRICO: Probabilmente non gli  volete  tanto  male  da  augurargli  di
    essere  solo  qui,  per  quanto  lo diciate per vedere che pensano gli
    altri.  Quanto a me,  mi sembra che non morirei in  nessun  posto  pi
    felice  che  in  compagnia del re,  poich la causa per cui combatte 
    giusta e onorevole.
    WILLIAMS: Questo  pi di quel che sappiamo.
    BATES: S,  e anche pi di quel che dovremmo  cercare  di  sapere:  ne
    sappiamo  abbastanza  se sappiamo che siamo sudditi del re;  se la sua
    causa  ingiusta,  l'obbedienza che dobbiamo  al  re  ci  toglie  ogni
    responsabilit pei suoi atti.
    WILLIAMS:  Questo    pi  di quel che sappiamo.  Il re stesso avr un
    grosso conto da rendere a Dio, quando tutte le gambe e braccia e teste
    tagliate in battaglia si ricomporranno il giorno del Giudizio e  tutti
    grideranno:  Morimmo  nel  tale e tal luogo,  chi bestemmiando,  chi
    invocando un chirurgo,  chi piangendo per la moglie lasciata povera su
    questa  terra,  chi  lagnandosi  per debiti non pagati e chi pei figli
    rimasti  derelitti.  Credo  che  pochi  di  quelli  che  finiscono  in
    battaglia  muoiano  serenamente:  perch come possono disporre l'anima
    loro a spirito di carit quando il loro pensiero    solo  di  sparger
    sangue?  Ora,  se  questi  uomini non fanno una pia morte,  ci peser
    fortemente sulla coscienza del re che ve li avr condotti, mentre essi
    non possono disobbedire,  ch sarebbe contro la pi elementare idea di
    sudditanza.
    ENRICO:  Cos  se  un  figlio per ordine del padre viaggia in mare per
    ragioni di commercio e finisce male,  stando a quello che dite voi,  i
    suoi peccati dovrebbero essere addebitati al padre che lo mand;  cos
    se un servo,  inviato dal padrone a portare una  somma  di  denaro,  
    assalito  dai  ladroni  e  muore  in  stato  di  peccato senza essersi
    riconciliato con Dio,  potete dire che gli  affari  del  padrone  sono
    stati la causa della dannazione del servo;  ma non  cos. Il re non 
    tenuto a rispondere della fine speciale dei suoi soldati,  n il padre
    pel  figlio,  n il padrone pel servo: poich non avevano per scopo la
    loro morte ma solo di sfruttarne i servizi.  E inoltre non c' re  che
    avendo  una  causa giustissima e dovendo deciderla con le armi,  possa
    tentare di farla trionfare solo con soldati  mondi  di  ogni  peccato.
    Alcuni hanno forse sulla coscienza un omicidio volontario e commesso a
    sangue  freddo,  altri  la  seduzione  di  vergini ingannate con falsi
    giuramenti di fedelt,  qualcun altro si   fatto  uno  schermo  della
    guerra  dopo  aver  ferito  il  dolce  seno della pace con saccheggi e
    ruberie. Ora, se questi uomini hanno eluso la legge e sono sfuggiti al
    castigo nel loro paese,  sebbene  possano  sottrarsi  all'insegnamento
    degli uomini,  non hanno ali per volare lontani da Dio: la guerra  il
    suo strumento di punizione e di vendetta;  cos uomini che hanno prima
    offeso  le  leggi  del  re  si  trovano ora ad essere puniti in questa
    guerra fatta dal re: quando pi temevano la morte riuscirono a salvare
    la vita,  e ora che sperano di essere sicuri,  periscono.  Allora,  se
    incontreranno la morte senza esservi preparati, il re non avr nessuna
    colpa  della loro dannazione,  come prima non ne aveva dei peccati pei
    quali ora stanno per essere puniti.  Ogni suddito deve  obbedienza  al
    re,  ma  l'anima  di  ciascun suddito  affare tutto suo.  Perci ogni
    soldato in guerra dovrebbe comportarsi come uno che  a letto ammalato
    gravemente,  e lavare ogni macchiolina della coscienza.  Se  muore  in
    questo  stato  d'animo,  la morte gli sar vantaggiosa;  se non muore,
    avr speso bene il tempo impiegato in questa preparazione:  e  in  tal
    caso  non   peccato supporre che Dio,  facendogli cos generoso dono,
    gli conceda di  sopravvivere  perch  riconosca  la  sua  grandezza  e
    insegni agli altri come ci si prepara a morire.
    WILLIAMS:  E' certo che se uno muore in peccato,  questo deve ricadere
    sul suo capo, e il re non ne risponde.
    BATES: Per conto mio non desidero che  risponda  per  me;  e  tuttavia
    combatter arditamente per lui.
    ENRICO:  Coi  miei  orecchi  ho sentito il re dire che non vuole esser
    riscattato.
    WILLIAMS: S, l'ha detto per farci combattere allegramente;  ma quando
    ci avranno tagliato la gola,  egli pu essere riscattato, e noi non ci
    guadagneremo niente.
    ENRICO: Se vivo tanto da vedere una cosa simile,  non  mi  fider  pi
    della sua parola.
    WILLIAMS: Gli darete voi la paga allora!  E' una pericolosa scarica di
    cerbottana,  quella che pu tirare il risentimento di  poveri  diavoli
    contro  un  monarca!  Tanto  varrebbe  cercar  di  cambiare il sole in
    ghiaccio facendogli aria con una penna di pavone.  Non vi fiderete pi
    della sua parola! via,  proprio una sciocchezza.
    ENRICO:  Il vostro rimprovero  un po' troppo forte: andrei in collera
    con voi, se il momento non fosse inopportuno.
    WILLIAMS: Riprenderemo la contesa se campiamo.
    ENRICO: Ben volentieri.
    WILLIAMS: Come far a riconoscerti?
    ENRICO: Dammi un tuo pegno e lo porter  sul  berretto,  se  avrai  il
    coraggio di riconoscerlo per tuo, ti sfider.
    WILLIAMS: Ecco qua il mio guanto; dammene uno dei tuoi.
    ENRICO: Eccolo.
    WILLIAMS:  Io  pure  porter questo sul berretto;  se mai verrai da me
    quando domani sar passato e mi  dirai:  Questo    il  mio  guanto,
    perdio! ti dar un ceffone.
    ENRICO: Se non muoio prima, lo reclamer come mio.
    WILLIAMS: Credo che preferiresti di essere impiccato.
    ENRICO: Bene; lo far anche se ti trovo in compagnia del re.
    WILLIAMS: Mantieni la parola, e addio.
    BATES: Fate pace,  imbecilli d'Inglesi, fate pace; se sapeste contare,
    vedreste che abbiamo da affrontare in abbondanza duelli coi Francesi.
    ENRICO: Davvero; i Francesi possono scommettere venti testoni francesi
    contro uno che ci  batteranno,  perch  i  testoni  li  portano  sulle
    spalle; ma non  reato per un Inglese tosare testoni francesi e domani
    il  re  stesso  si  far  tosatore.  (Escono i Soldati) Addosso al re!
    Addossiamo al re le vite,  le anime,  i debiti,  le mogli  ansiose,  i
    bambini e persino i peccati. Il re deve caricarsi di ogni cosa. O dura
    condizione! nata a un parto con la grandezza del sovrano soggetto alle
    critiche di ogni imbecille che non sente altro che i propri dolori.  A
    quanta tranquillit d'animo non debbono  rinunciare  i  monarchi,  che
    invece i privati cittadini godono! e che cosa mai hanno i re che anche
    i  privati  cittadini  non abbiano,  se si esclude il fasto,  il fasto
    regale?  E che cosa sei tu,  o  fasto  e  vano  idolo?  che  razza  di
    divinit,  se  soffri  pene assai pi di coloro che ti adorano?  quali
    sono le tue rendite?  quali le tue entrate?  O fasto,  mostrami quello
    che vali! Qual  l'essenza dell'adorazione, di cui sei circondato? Sei
    forse qualche cosa di pi del rango,  del grado, della forma esteriore
    che incutono soggezione e timore agli altri uomini?  ove tu,  che  sei
    temuto,  sei  men  felice  di  chi  teme.  Che  bevi  tu spesso se non
    adulazione avvelenata invece  che  un  amabile  omaggio?  Oh!  superba
    grandezza,  provati:  cadi  ammalata  e  di' al fasto che ti guarisca:
    credi che l'adulazione spegner il fuoco della febbre  soffiandovi  su
    titoli,  e  che  la  malattia  se ne andr con i profondi inchini e le
    genuflessioni?  Pensi forse,  quando ti appropri l'omaggio del povero,
    di poterti appropriare anche la sua salute?  No,  orgoglioso sogno che
    ti trastulli con la quiete del re in modo cos sottile; sono un re che
    ha scoperto le tue malizie. E so benissimo che l'unguento, lo scettro,
    il globo, la spada, la mazza, la corona imperiale,  il manto intessuto
    di  oro  e  di  perle,  i  titoli pomposi e prolissi che annunciano il
    sovrano,  il trono su cui siede l'ondata di  fasto  che  batte  contro
    l'alta  riva  di  questo mondo,  nessuna di queste cose,  fastosissima
    pompa,  poste in un letto maestoso dormono cos profondamente come  il
    miserabile  servo  che  con  ventre pieno e mente vuota va a riposare,
    sazio di sudato pane;  che non  vede  mai  la  paurosa  notte,  figlia
    dell'inferno,  ma, come un galoppino, dall'alba al tramonto suda sotto
    l'occhio di Febo e tutta la notte dorme nell'Eliso;  e il giorno  dopo
    all'aurora  si alza,  aiuta Iperione a salire a cavallo,  e segue cos
    l'anno che scorre senza posa, lavorando utilmente sino al giorno della
    sua morte; se non fosse per le cerimonie,  questo miserabile che passa
    i  giorni  nel lavoro e le notti nel sonno,  avrebbe la precedenza sul
    re.  Il servo,  vivendo entro l'orbita della quiete pubblica,  la gode
    pienamente;  ma quel grosso cervello  ben lontano dal pensare a quale
    ansiosa veglia il monarca deve sottoporsi per assicurare quella quiete
    che d al contadino a tutte le ore i maggiori vantaggi.
    (Entra ERPINGHAM).
    ERPINGHAM: Sire, i nobili ansiosi per la vostra assenza vi cercano per
    tutto il campo.
    ENRICO: Buon cavaliere, raccoglili tutti alla mia tenda: ti precedo.
    ERPINGHAM: Sar fatto, sire.
    (Esce).
    ENRICO: O Dio degli eserciti!  da' la tempra dell'acciaio al cuore dei
    miei soldati;  distruggi in essi ogni timore; togli loro la facolt di
    contare,  se la superiorit degli avversari li spaventa.  Non oggi,  o
    Signore,  non  rivolgere  oggi  il tuo pensiero alla colpa grazie alla
    quale mio padre ottenne la corona. Ho dato nuova sepoltura ai resti di
    Riccardo e ho versato su essi pi lacrime di contrizione che non siano
    le gocce di sangue che la violenza gli fece spargere  Mantengo  a  mie
    spese cinquecento poveri che due volte il giorno alzano le mani scarne
    al  cielo  per  impetrare  perdono  per quel sangue,  e ho fondato due
    monasteri dove gravi  e  pii  sacerdoti  attendono  a  salmodiare  per
    l'anima di lui,  e far ancora di pi,  sebbene tutto quello che posso
    fare a nulla valga,  giacch,  dopo  aver  fatto  tutto  ci,  il  mio
    pentimento risorge implorando perdono.

    (Entra GLOUCESTER).

    GLOUCESTER: Mio signore!
    ENRICO: La voce di mio fratello Gloucester!  S, so perch sei venuto:
    verr con te.  L'opera della giornata,  i miei amici,  tutto  insomma,
    attende il mio cenno.
    (Escono).





    SCENA SECONDA - Il campo francese.

    (Entrano il DELFINO, ORLEANS, RAMBURES e altri).
    ORLEANS: Il sole indora le nostre armature; andiamo, signori
    DELFINO: "Montez  cheval"! Il mio cavallo! servi! lacch! ah!
    ORLEANS: O prode!
    DELFINO: Via! "les eaux et la terre"!
    ORLEANS: "Rien puis? l'air et le feu"!
    DELFINO: "Ciel"! cugino Orlans.
    (Entra il CONNESTABILE).
    Che c', monsignor connestabile?
    CONNESTABILE: Ascoltate come i nostri destrieri nitriscono anelando al
    combattimento!
    DELFINO:  In  sella,  e  pungete loro i fianchi affinch il loro caldo
    sangue sprizzi negli occhi agli Inglesi e li spenga con questa  mostra
    di sovrabbondante coraggio, ah!
    RAMBURES: Come!  volete che lascino ricadere dagli occhi il sangue dei
    nostri cavalli?  e allora come riusciremo a  vedere  le  loro  lacrime
    genuine?

    (Entra un Messo).

    MESSO: Gli Inglesi sono schierati in battaglia, pari francesi.
    CONNESTABILE: A cavallo, valorosi principi! subito in sella! Basta che
    vi presentiate a quella meschina banda affamata, e il bello spettacolo
    che  offrirete  li  svoter  dell'anima  non  lasciando ad essi che il
    guscio della loro umanit.  Non c' abbastanza  lavoro  per  tutte  le
    nostre  mani:  e  le  loro  vene  languenti  non hanno tanto sangue da
    macchiare tutte le spade che i prodi Francesi sguaineranno oggi e  che
    dovranno ringuainare per mancanza di selvaggina.  Soffiamo su di loro:
    il fiato stesso del nostro  valore  baster  a  rovesciarli.  Non  c'
    dubbio alcuno,  signori,  che il superfluo dei nostri valletti e servi
    che  brulicano  senza  molto  profitto  intorno  alle  nostre  schiere
    basterebbero a purgare il campo da questi meschini nemici anche se noi
    prendessimo  posizione  alle  radici  di  questo  monte  per osservare
    oziosamente lo spettacolo. Ma l'onore non ce lo permette.  Che si deve
    dire?  un po' di lavoro,  e poi tutto sar finito.  Le trombe diano il
    segnale di montare in sella e marciare: al nostro avvicinarci in  atto
    di   sfida   gli  Inglesi  si  getteranno  a  terra  spaventati  e  si
    arrenderanno.
    (Entra GRANDPRE').
    GRANDPRE': Perch indugiate cos a lungo,  signori di Francia?  quelle
    carogne  di  isolani,  che  non hanno pi speranza di salvare le ossa,
    fanno ben brutta figura nel  campo  a  quest'ora  mattutina:  le  loro
    cenciose  bandiere  sventolano meschinamente e la nostra aria passando
    le fa ondeggiare quasi per scherno: il grande Marte sembra aver  fatto
    fallimento   nel   loro   esercito  immiserito  e  sbircia  spaventato
    attraverso ai fori della  visiera  arrugginita.  I  cavalieri  seggono
    immobili  come quei candelieri che hanno forma di uomini a cavallo con
    la candela brandita; e i loro poveri ronzini stanno a testa bassa, con
    la pelle e i fianchi cascanti,  col  muco  che  gocciola  dagli  occhi
    spenti,  e  nelle bocche pallide e inerti il morso  sudicio di erba a
    met masticata,  fermo e immoto;  e quei bricconi di  corvi,  come  se
    fossero  gli  esecutori  testamentari,  si librano sulle loro teste in
    attesa del loro momento.  Chi volesse descriverlo non pu  provvedersi
    di  un  corredo  sufficiente  di  parole  atte a rappresentare al vivo
    questo esercito, svuotato di vita com'.
    CONNESTABILE: Hanno recitato le preghiere e attendono la morte.
    DELFINO: Dobbiamo mandar loro cibo e nuove vesti, dar la biada ai loro
    cavalli famelici, e dopo attaccarli?
    CONNESTABILE: Aspetto solo la mia guardia. Ma no,  al campo!  Prendete
    la bandiera a un trombettiere per non perder tempo.  Suvvia: il sole 
    alto, e qui sciupiamo il tempo.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Il campo inglese.

    (Entrano GLOUCESTER,  BEDFORD,  EXETER,  ERPINGHAM con  tutte  le  sue
    Truppe; SALISBURY e WESTMORELAND).
    GLOUCESTER: Dov' il re?
    BEDFORD: Il re stesso  andato a osservare lo schieramento nemico.
    WESTMORELAND: Hanno circa sessantamila combattenti.
    EXETER: Sono cinque contro uno: inoltre sono truppe fresche.
    SALISBURY:  Il  braccio  di  Dio  combatta  con noi!   un'inferiorit
    spaventevole. Dio sia con voi, principi; vado al mio posto. Se abbiamo
    a rivederci solo in cielo,  nobile lord Bedford e caro lord Gloucester
    e mio buon lord Exeter,  caro parente,  e voi,  guerrieri tutti, addio
    gioiosamente.
    BEDFORD: Addio, buon Salisbury, e la buona fortuna ti accompagni.
    EXETER: Addio buon signore.  Combatti da prode quest'oggi:  eppure  ti
    faccio torto a ricordartelo poich tu sei il valore in persona,  fermo
    e fedele.
    (Esce Salisbury).
    BEDFORD: E' pieno tanto di valore quanto di  cortesia,  e  in  ambedue
    queste doti  un principe.

    (Entra RE ENRICO).
    WESTMORELAND: Oh!  se avessimo qui anche solamente diecimila di quegli
    Inglesi che in patria se ne stanno sfaccendati oggi!
    ENRICO: Chi esprime questo desiderio? mio cugino Westmoreland? No, mio
    bel cugino;  se  destino che si muoia,  siamo in numero sufficiente a
    costituire  per  la  patria una grave perdita;  e se siamo destinati a
    sopravvivere,  meno siamo e tanto pi grande sar la nostra  parte  di
    gloria.  In nome di Dio,  ti prego,  non augurarti che abbiamo un solo
    uomo di pi. Per Giove! non sono avido di denaro, n mi curo di vedere
    chi mangia a mie spese e non mi addoloro se altri porta i miei  abiti.
    Tali  cose  esteriori  non  sono nei miei desideri: ma se  un peccato
    essere avido di onore,  allora sono l'anima pi peccatrice  di  questo
    mondo. No, cuoricino mio, non augurarti neanche un solo soldato che ci
    venga  dall'Inghilterra.  Alla  pace  di Dio!  Non vorrei perdere quel
    tanto d'onore che un sol uomo di  pi  potrebbe  condividere  con  me,
    neanche  se  ne andasse di mezzo la salvezza dell'anima mia.  Oh!  non
    desiderarne neanche uno; e piuttosto, Westmoreland,  fa' proclamare in
    tutto  l'esercito  che  chi  non  si sente l'animo di combattere se ne
    vada: gli daremo il passaporto e gli metteremo in borsa denari per  il
    viaggio.  Non  vorremmo  morire  con  alcuno  che  temesse  di esserci
    compagno  nella  morte.   Oggi    la  festa  dei  Santi  Crispino   e
    Crispiniano: chi sopravviver e torner a casa,  si lever in punta di
    piedi e si far pi grande al nome di San Crispiniano.  Chi non morir
    oggi e vivr sino alla vecchiaia,  ogni anno,  la vigilia, conviter i
    vicini e dir: Domani  San Crispiniano: poi tirer su la  manica  e
    mostrer  le cicatrici e dir: Queste ferite le ebbi il giorno di San
    Crispino.  I vecchi dimenticano: egli  dimenticher  tutto  come  gli
    altri,  ma  ricorder  le sue gesta di quel giorno...  e fors'anche un
    pochino di pi. E allora i nostri nomi,  che saranno termini familiari
    in bocca sua, re Enrico, Bedford e Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury
    e  Gloucester,  saranno  ricordati  di  nuovo  in  mezzo  ai bicchieri
    traboccanti: questa storia il buon uomo insegner a suo figlio. E sino
    alla fine del mondo il giorno di San Crispino e  San  Crispiniano  non
    passer  senza che vengano menzionati i nostri nomi.  Felici noi,  noi
    pochi, schiera di fratelli; poich chi oggi sparger il suo sangue con
    me sar mio fratello,  e per quanto bassa sia la sua condizione questo
    giorno  la  nobiliter:  molti  gentiluomini  che dormono ora nei loro
    letti in Inghilterra malediranno se stessi per non  essere  stati  qui
    oggi,  e non parr loro neanche di essere uomini quando parleranno con
    chi avr combattuto con noi il giorno di San Crispino.
    (Rientra SALISBURY).
    SALISBURY: Mio sire,  recatevi  al  vostro  posto  sollecitamente.  Le
    truppe  francesi  sono  in  perfetto  ordine  e  muoveranno  tra  poco
    all'assalto contro di noi.
    ENRICO: Tutto  pronto, se lo sono anche i nostri cuori.
    WESTMORELAND: Perisca colui che si sente ora vacillare il cuore.
    ENRICO: Ora non desideri altri aiuti dall'Inghilterra, cugino?
    WESTMORELAND: Per Dio! mio sire,  vorrei che voi ed io soli senz'altro
    aiuto potessimo combattere questa regale battaglia!
    ENRICO:  Ora hai sottratto al tuo augurio cinquemila uomini.  E questo
    mi piace pi che l'augurio dell'aggiunta di  uno  solo.  Sapete  quali
    sono i vostri posti: Dio vi assista tutti!
    (Segnale di tromba. Entra MONTJOY).
    MONTJOY: Ancora una volta,  re Enrico, vengo a sapere se vuoi trattare
    per il riscatto prima della  tua  certa  sconfitta,  poich  sei  cos
    vicino  all'abisso che vi sarai inevitabilmente inghiottito.  Inoltre,
    per misericordia,  il  connestabile  ti  invita  ad  esortare  i  tuoi
    compagni  al  pentimento;  sicch  le  loro  anime  possano  ritirarsi
    pacifiche e pure da questi campi dove,  miseri!  i loro  poveri  corpi
    debbon giacere e corrompersi.
    ENRICO: Chi ti ha mandato ora?
    MONTJOY: Il connestabile di Francia.
    ENRICO: Riportagli ancora,  ti prego, la risposta che ti ho dato altra
    volta.  Prima mi uccidano e poi venderanno  le  mie  ossa.  Buon  Dio!
    Perch  si  canzonano cos dei poveri diavoli?  L'uomo che vendette la
    pelle del leone ancora vivo,  fu ucciso mentre  gli  dava  la  caccia.
    Molti  di  noi  andranno  senza dubbio a morire in patria e sulle loro
    tombe, ne sono sicuro, sar ricordato eternamente in bronzo quello che
    avranno fatto quest'oggi; e quelli che,  morendo da prodi,  lasceranno
    le  loro  ossa  in  Francia,   sebbene  sepolti  nei  vostri  letamai,
    diventeranno famosi, perch il sole li bacer e lever in alto sino al
    cielo il loro onore,  lasciando che la parte terrena infetti la vostra
    aria  col  lezzo  pestilenziale.  Nota dunque il sovrabbondante valore
    degli Inglesi che, morti, come un proiettile di striscio, creeranno un
    secondo periodo di  guai,  uccidendo  nel  disfacimento  della  morte.
    Permettimi  di  parlare  con  orgoglio:  di' al connestabile che siamo
    guerrieri dei giorni feriali: i colori vistosi e l'oro sono  insozzati
    dalle  marce  penose  sotto la pioggia;  il nostro esercito non ha pi
    neanche un pezzo di piuma- buon segno, spero, che non fuggiremo - e il
    tempo ci ha ridotti trasandati. Ma, per la messa,  i nostri cuori sono
    a  punto,  e  i  miei  poveri  soldati mi dicono che prima di notte si
    rivestiranno di abiti pi freschi o torranno  di  sopra  al  capo  dei
    Francesi i loro gai vestiti nuovi e cambieranno loro destinazione.  Se
    lo faranno,  e non ne dubito se piace a  Dio,  il  mio  riscatto  sar
    presto  pagato.  Araldo,  risparmiati  la  fatica: non ritornare pi a
    chiedere il riscatto.  Non avranno che queste  mie  membra  e  di'  al
    conestabile che, se le lascio loro come sono, ne ricaverebbe ben poco.
    MONTJOY: Sar fatto re Enrico.  E cos addio: non udrai pi la voce di
    nessun araldo.
    (Esce).
    ENRICO: Credo che verrai ancora una volta per un riscatto.

    (Entra YORK).

    YORK: Sire,  chiedo umilmente in ginocchio  che  mi  sia  concesso  di
    guidare l'avanguardia.
    ENRICO: E cos sia,  prode York.  Ora,  soldati,  marciamo. E tu, Dio,
    disponi in questo giorno secondo la tua volont.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Il campo di battaglia.

    (Allarme.  Scorrerie.  Entrano  PISTOLA,  un  Soldato  francese  e  il
    Ragazzo.
    PISTOLA: Arrenditi, cane!
    SOLDATO: Je pense que vous tes gentilhomme de bonne qualit.
    PISTOLA:  "Qualtitie  calmie  custure  me"!  sei  gentiluomo?  come ti
    chiami? Esponi.
    SOLDATO: O Seigneur Dieu!
    PISTOLA: Monsignor Diu;   un nome da gentiluomo: pondera bene le  mie
    parole, Signor Diu, e stai attento. Signor Diu, tu perirai sulla punta
    di questo schidione, salvo che, signore, mi paghi un egregio riscatto.
    SOLDATO: O prenez misricorde! ayez piti de moi!
    PISTOLA: Un mo non basta;  quaranta ne voglio,  o attraverso la bocca
    ti caver la coratella in un guazzetto di sangue cremisi.
    SOLDATO: Est-il impossible d'chapper la force de ton bras?
    PISTOLA: Ombra! cane, maledetto e lussurioso caprone di montagna,  non
    mi offri l'ombra d'un quattrino?
    SOLDATO: O pardonnez-moi!
    PISTOLA:  Dici  davvero?  vuol dire una tonnellata di mo?  Vieni qua,
    ragazzo: chiedi in francese a questa canaglia come si chiama.
    RAGAZZO: Ecoutez: comment tes-vous appel?
    SOLDATO: Monsieur le Fer.
    RAGAZZO: Dice che il suo nome  Signor Fer.
    PISTOLA: Signor Fer!  di' che lo ferrer e  lo  furer  e  lo  ferir.
    Esponiglielo in francese.
    RAGAZZO: Non so come si dicano queste cose in francese.
    PISTOLA: Non importa: digli che si prepari l'anima perch gli taglier
    la gola.
    SOLDATO: Que dit-il, monsieur?
    RAGAZZO: Il me commande de vous dire que vous faites vous prt; car ce
    soldat ici est dispos tout  cette heure de couper votre gorge.
    PISTOLA: Oh!,  cuppele gorge,  permafo, villanzone, a meno che tu non
    mi dia corone,  buone corone;  o altrimenti ti tribbier  con  la  mia
    spada.
    SOLDATO: Oh!  je vous supplie pour l'amour de Dieu,  me pardonner!  Je
    suis gentilhomme de bonne maison: gardez ma vie,  et je vous  donnerai
    deux cents cus.
    PISTOLA: Che cosa sta dicendo?
    RAGAZZO:  Vi prega di risparmiargli la vita;   un gentiluomo di buona
    famiglia e per il suo riscatto vi dar duecento corone.
    PISTOLA: Digli che la mia furia si calma e che accetto le corone.
    SOLDATO: Petit monsieur, que dit-il?
    RAGAZZO: Encore,  qu'il est contre son  jurement  de  pardonner  aucun
    prisonnier;  nanmoins,  pour les cus que vous l'avez promis,  il est
    content de vous donner la libert, le franchissement.
    SOLDATO: Sur mes genoux,  je vous donne  mille  remerciements;  et  je
    m'estime heureux que je suis tomb entre les mains d'un chevalier,  je
    pense,   le  plus  brave,   vaillant,   et  trs  distingu   seigneur
    d'Angleterre.
    PISTOLA: Dichiarami quello che dice, ragazzo.
    RAGAZZO:  Vi  ringrazia  mille volte in ginocchio e si stima felice di
    essere caduto nelle mani di uno che  ,  come  crede,  il  pi  prode,
    valoroso e degno signore d'Inghilterra.
    PISTOLA:  Giacch  mi    dato succhiargli sangue,  gli user alquanta
    clemenza. Seguitemi!
    RAGAZZO: Suives-vous le grand capitaine.  (Escono Pistola e il Soldato
    francese)  Non  ho  mai sentito una voce cos forte uscire da un cuore
    cos vuoto: ma  vero il detto: Il vaso vuoto  quello che rende  pi
    suono. Bardolfo e Nym avevano dieci volte pi valore di costui che fa
    tanto  baccano come il diavolo nelle vecchie rappresentazioni,  che si
    lascerebbe tagliare le unghie da chiunque con un  coltello  di  legno.
    Eppure  gli  altri due sono stati impiccati,  e cos sarebbe di lui se
    osasse rubare qualche cosa rischiando la pelle.  E ora me ne vado  dai
    lacch che difendono i bagagli del campo;  se i Francesi lo sapessero,
    potrebbero far buona preda, poich a guardia non ci sono che ragazzi.
    (Esce).


    SCENA QUINTA - Un'altra parte del campo.

    (Entrano il CONNESTABILE, ORLEANS, BORBONE, il DELFINO e RAMBURES).
    CONNESTABILE: O diable!
    ORLEANS: O Seigneur! le jour est perdu! tout est perdu!
    DELFINO: "Mort de ma  vie"!  tutto    confusione,  tutto!  Infamia  e
    vergogna  eterna  posan beffarde sui nostri elmi piumati.  "O mchante
    fortune"! Non fuggite.
    (Breve allarme).
    CONNESTABILE: Tutte le nostre truppe sono in rotta.
    DELFINO: O disonore incancellabile!  uccidiamoci da noi  stessi.  Sono
    questi i miserabili che ci siamo giuocati ai dadi?
    ORLEANS: E' questo il re a cui abbiamo chiesto il riscatto?
    BORBONE: Infamia,  eterna infamia, null'altro che infamia! Moriamo con
    onore: ritorniamo ancora una volta, e colui che non seguir il Borbone
    ora, se ne vada via di qua,  e da vile mezzano,  col berretto in mano,
    faccia  la  guardia  alla  porta  mentre la sua figlia pi bella verr
    contaminata da un soldataccio non pi nobile del mio cane.
    CONNESTABILE: Il disordine che ci ha rovinati ci aiuti ora! Andiamo in
    folla a sacrificare la nostra vita.
    ORLEANS: Ma di noi ce n' di vivi quanti bastano per  schiacciare  col
    loro numero gli Inglesi,  se si potesse mettere un po' d'ordine fra le
    nostre file.
    BORBONE: L'ordine!  il diavolo se lo porti!  Andr  nella  calca:  sia
    breve la vita, o altrimenti sar troppo lunga la vergogna.
    (Escono).



    SCENA SESTA - Un'altra parte del campo.

    (Allarme. Entrano RE ENRICO e Soldati, EXETER e altri).
    ENRICO:  E'  andata  assai  bene,  prodi compatrioti,  ma non  ancora
    finita: i Francesi tengono ancora il campo.
    EXETER: Il duca di York saluta Vostra Maest.
    ENRICO: E' vivo, mio buono zio?  nello spazio di un'ora tre volte l'ho
    visto cadere e tre volte rialzarsi a combattere insanguinato dall'elmo
    agli speroni.
    EXETER:  E in questo stato quel soldato valoroso giace impinguando del
    suo sangue il terreno,  e al suo fianco,  compagno per onorate ferite,
    sta anche il nobile conte di Suffolk.  Questi  morto per primo. York,
    tutto coperto di ferite,  gli si  avvicina  dove  giace  inzuppato  di
    sangue,  gli prende il mento,  gli bacia le ferite sanguinanti e grida
    forte: Aspettami, caro cugino Suffolk, la mia anima ti sar compagna;
    attendi,  anima cara,  e  poi  voliamo  insieme  al  cielo  come,  ben
    combattendo  su  questo  campo  glorioso,  insieme abbiamo compiuto il
    nostro dovere di cavalieri.  A queste parole mi avvicinai e cercai di
    confortarlo.  Mi  sorrise,  mi  strinse debolmente la mano e mi disse:
    Caro signore,  dite al mio sovrano come l'ho servito Poi  si  volt,
    mise  il  braccio  ferito  intorno  al collo di Suffolk e gli baci le
    labbra;  e cos sposato alla morte suggell col  sangue  un  patto  di
    nobile  affetto.  La  dolcezza  di questa scena mi costrinse a versare
    lacrime contro la mia volont: confesso che non fui  uomo  abbastanza;
    quanto  v'  di  materno  in  me  si  raccolse  negli  occhi  e piansi
    dirottamente.
    ENRICO: Non ti biasimo; perch, udendo questo,  mi si velano gli occhi
    e  poco  manca  che  pianga io pure.  (Allarme) Ma,  udite!  che nuovo
    allarme  questo? I Francesi si sono riordinati: ogni soldato uccida i
    suoi prigionieri. Fate circolare quest'ordine.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Un'altra parte del campo.

    (Entrano FLUELLEN e GOWER).
    FLUELLEN: Uccidere i ragazzi a guardia del pagaglio!    espressamente
    fietato dalla legge delle armi:  la pi gran furfanteria che si possa
    fare; non fi pare, in coscienza?
    GOWER:  E'  certo  che  non  un  solo  ragazzo    rimasto vivo;  quei
    vigliacchi bricconi che  sono  fuggiti  dalla  battaglia  hanno  fatto
    questo macello;  inoltre hanno bruciato e portato via tutto quello che
    era nella tenda del  re,  e  il  re  ha  fatto  benissimo  a  ordinare
    l'uccisione dei prigionieri. E' un re prode.
    FLUELLEN:  S,   nato a Monmouth,  capitano Gower.  Come si chiama la
    citt dofe nacque Alessandro il Grosso?
    GOWER: Volete dire Alessandro il Grande.
    FLUELLEN: Grande o grosso non  lo stesso?  Il grosso,  il grande,  il
    possente,  l'immenso  o il magnanimo sono in fondo la stessa cosa,  la
    stessa musica con qualche fariazione.
    GOWER: Credo che Alessandro il Grande sia nato in Macedonia: suo padre
    era chiamato Filippo di Macedonia, se non sbaglio.
    FLUELLEN: Credo anch'io che sia nato in Macedonia.  Ora se guardate le
    carte del mondo,  fi assicuro,  capitano,  che paragonando Macedonia e
    Monmouth troferete che sono in identica posizione.  C'  un  fiume  in
    Macedonia  e  ce  n' uno a Monmouth;  a Monmouth si chiama Wye ma nel
    cerfello non ritrofo pi il nome dell'altro; in ogni caso non importa,
    si assomigliano come le dita della mano e c' salmone in  tutt'e  due.
    Se osserfate la fita di Alessandro e quella di Enrico troferete che la
    seconda ha qualche somiglianza con la prima,  perch c' un simpolismo
    in tutto Alessandro - lo sa Dio,  ma lo sapete anche  foi  arrappiato,
    infuriato,  irato,  incollerito,  infiperito, indignato e anche un po'
    eppro, pieno di fino e di furia, uccise il suo migliore amico, Clito.
    GOWER: Il nostro re non  come lui  in  codesto:  non  ha  mai  ucciso
    nessuno dei suoi amici.
    FLUELLEN: Non sta pene,  notate ora,  lefarmi la parola di pocca prima
    che la storia sia  fatta  e  finita.  Parlo  per  figura  retorica  di
    comparazione:  come  Alessandro,  tra  i fumi del fino,  uccise il suo
    amico Clito, cos Enrico di Monmouth, per in pieno possesso della sua
    intelligenza e discernimento,  ha messo alla porta il cafaliere grasso
    dal gran pancione,  quello cos ricco di scherzi, peffe, furfanterie e
    canzonature: non ricordo pi come si chiami.
    GOWER: Sir Giovanni Falstaff.
    FLUELLEN: Proprio lui.  Fi assicuro che a Monmouth nasce di gran prafa
    gente.
    GOWER: Ecco qui Sua Maest.

    (Allarme. Entrano RE ENRICO coi Soldati, WARWICK, GLOUCESTER e altri).

    ENRICO:  Dacch  sono  venuto  in  Francia    la  prima  volta che mi
    incollerisco sul serio.  Prendi un  trombettiere,  araldo;  va'  dalla
    cavalleria che  su quella collina.  Se vogliono combattere, scendano;
    se no,  sgombrino il campo: ci offendono la vista.  Se non faranno  n
    l'una  n  l'altra cosa andremo noi da loro,  e li faremo schizzar via
    come pietre scagliate da un'antica fionda assira.  Inoltre  sgozzeremo
    tutti  i  prigionieri che abbiamo nelle mani,  e nessuno di quelli che
    prenderemo in seguito godr della nostra  clemenza.  Va'  a  dir  loro
    tutto questo.
    (Entra MONTJOY).

    EXETER: Maest, ecco l'araldo francese.
    GLOUCESTER: I suoi occhi sono pi umili del solito.
    ENRICO:  Ebbene,  che  significa  questo,  araldo?  non sai che ho gi
    promesso queste mie ossa come riscatto?  e vieni ancora  a  parlar  di
    riscatto?
    MONTJOY: No,  gran re. Vengo a chiederti in carit che ci sia concesso
    di percorrere questo campo insanguinato,  di  registrare  i  nomi  dei
    morti  e  poi  di seppellirli,  separando i nobili dai plebei,  perch
    molti dei nostri principi,  ahim,  giacciono immersi e  annegati  nel
    sangue  dei  mercenari,  e i plebei bagnano le rozze membra nel sangue
    dei principi: i cavalli feriti diguazzano nel sangue sino ai pasturali
    e con furia selvaggia scalciano  coi  piedi  ferrati  contro  i  morti
    padroni,  uccidendoli una seconda volta.  Oh,  permettici, gran re, di
    esaminare il campo liberamente e di rimuovere i loro cadaveri.
    ENRICO: Ti dico la verit,  araldo,  non so ancora se  la  vittoria  
    nostra  o  vostra,  perch  vedo  ancora  molti dei vostri soldati che
    s'affacciano e galoppano nel campo.
    MONTJOY: La vittoria  vostra.
    ENRICO: Dio ne sia lodato, non la nostra forza.  Che castello  quello
    che si vede qui vicino?
    MONTJOY: Si chiama Azincourt.
    ENRICO:  Allora  chiamiamo questa la battaglia di Azincourt combattuta
    nel giorno dei Santi Crispino e Crispiniano.
    FLUELLEN: Il fostro pisnonno di fausta  memoria,  se  piace  a  Fostra
    Maest,  e il fostro prozio,  Edoardo il Principe Nero,  come ho letto
    nelle cronache, compatterono una pellissima pattaglia qui in Francia.
    ENRICO: S, certo, Fluellen.
    FLUELLEN: Quello che Fostra  Maest  dice    giustissimo:  se  Fostra
    Maest si ricorda, i Gallesi compatterono falorosamente in un giardino
    in  cui  crescefano  dei  porri,  e  ne  misero  nei  loro perretti di
    Monmouth, e come Fostra Maest sa, a tutt'oggi il porro  un onorevole
    distintifo militare per quella gente,  e non credo che neanche  Fostra
    Maest sdegni di portarlo il giorno di San Dafide.
    ENRICO: Lo porto a ricordo di gesta onorate;  perch,  sapete, anch'io
    sono gallese, mio buon compatriota.
    FLUELLEN: Tutte le acque del Wye non potreppero  lafar  dal  corpo  di
    Fostra Maest il sangue gallese,  fe lo assicuro: Dio lo penedica e lo
    protegga finch piacer alla sua grazia, e difenda Fostra Maest pure!
    ENRICO: Grazie, mio buon concittadino.
    FLUELLEN: Per Ges, sono concittadino di Fostra Maest e non m'importa
    che altri lo sappia;  lo confesser anzi a tutto il mondo:  non    il
    caso  che  mi fergogni di Fostra Maest,  sia lode a Dio,  fintantoch
    Fostra Maest continua a essere un galantuomo.
    ENRICO: Dio mi conservi cos.  I nostri araldi vadano  con  lui  e  mi
    riferiscano  esattamente  il  numero  dei  morti  da  ambo  le  parti.
    Chiamatemi quel tale che  laggi. (Accenna a Williams).

    (Gli Araldi escono con Montjoy).

    EXETER: Soldato, dovete presentarvi al re.
    ENRICO: Soldato, perch porti quel guanto sul berretto?
    WILLIAMS: Se piace a Vostra Maest,   il pegno di  un  tale  con  cui
    dovrei combattere se  vivo.
    ENRICO: Un inglese?
    WILLIAMS:  S;  un  furfante  che ha fatto lo smargiasso con me questa
    notte, e,  se  vivo e chiede la restituzione del guanto,  ho promesso
    di  schiaffeggiarlo:  se  vedo  sul  suo berretto il mio guanto che in
    parola di soldato si  impegnato di portare se vive,  glielo lever  a
    suon di botte.
    ENRICO:  Che pensate,  capitano Fluellen?   giusto che questo soldato
    mantenga il giuramento?
    FLUELLEN: Difersamente,  non dispiaccia a Fostra  Maest,  sareppe  un
    figliacco e un mariuolo, in coscienza.
    ENRICO: Pu darsi che il suo nemico sia un gentiluomo di alto rango, e
    che  perci  gli  sia  impossibile  di  rispondere  a un uomo di bassa
    condizione.
    FLUELLEN: Anche se fosse nopile  come  il  diafolo,  come  Lucifero  e
    Pelzep  stesso,    necessario,  fedete,  che mantenga l'impegno e il
    giuramento. Se si fa spergiuro, la sua riputazione difentereppe quella
    del furfante pi matricolato e del pi  sfrontato  gaglioffo  che  mai
    calcasse  con  la  sua nera scarpa il suolo di Dio e la sua terra,  in
    coscienza, ecco!
    ENRICO: Allora, giovanotto,  mantieni la promessa quando incontri quel
    tale.
    WILLIAMS: Lo far come  vero che vivo, sire.
    ENRICO: Sotto chi servi?
    WILLIAMS: Sotto il capitano Gower, mio sire.
    FLUELLEN:  Gower  un puon capitano che  molto istrutto e alletterato
    nell'arte militare.
    ENRICO: Fallo venire qui da me, soldato.
    WILLIAMS: S, Maest.
    (Esce).
    ENRICO: Senti,  Fluellen;  porta questo segno per me sul tuo berretto.
    Quando  Alenon  ed  io  eravamo insieme a terra,  gli strappai questo
    guanto dall'elmo,  se qualcuno lo reclama vuol dire  che    amico  di
    Alenon e nemico mio; se t'imbatti in lui, arrestalo, se mi vuoi bene.
    FLUELLEN:  Fostra  Maest  mi  fa tanto onore quanto pu desiderare il
    cuore di un suddito: sarei curioso di federe un uomo su due gambe  che
    se la prenda con questo guanto, ci  tutto; sarei proprio contento di
    federlo e Dio voglia nella sua grazia che lo veda.
    ENRICO: Conosci Gower?
    FLUELLEN: E' un mio caro amico, se fi piace.
    ENRICO: Va' a cercarlo e conducilo alla mia tenda.
    FLUELLEN: L'andr a cercare.
    (Esce).
    ENRICO: Monsignore di Warwick e fratello Gloucester,  seguite Fluellen
    dappresso.  Il guanto che gli ho  dato  come  insegna  gli  pu  forse
    procurare un ceffone.  E' quello del soldato e,  secondo l'accordo, lo
    dovrei portare io  stesso.  Seguitelo,  buon  cugino  Warwick:  se  il
    soldato  lo schiaffeggia,  e arguisco dal suo contegno risoluto che lo
    far, ne pu nascere qualche improvviso guaio;  perch so che Fluellen
     coraggioso e,  se incollerito,   pronto a esplodere come polvere da
    sparo e a restituire prontamente l'offesa: seguitelo e vedete che  non
    succeda nulla di male fra di loro, e voi, zio Exeter, venite con me.
    (Escono).



    SCENA OTTAVA - Davanti alla tenda di Re Enrico.

    (Entrano GOWER e WILLIAMS).
    WILLIAMS: Sono sicuro che  per farvi cavaliere, capitano.
    (Entra FLUELLEN).
    FLUELLEN:  Sia  fatta la folont di Dio;  capitano,  fi prego,  fenite
    supito dal re: fi attende forse qualcosa a cui siete pen  lontano  dal
    pensare.
    WILLIAMS: Signore, conoscete questo guanto?
    FLUELLEN: Se conosco questo guanto! so che questo guanto  un guanto.
    WILLIAMS: Io s che lo conosco e cos lo reclamo.
    (Lo percuote).
    FLUELLEN: Pel sangue di Dio! il pi gran traditore che ci sia in tutto
    il mondo unifersale, o in Francia o in Inghilterra.
    GOWER: Come mai! e che furfanteria  questa?
    WILLIAMS: Credete che io voglia essere spergiuro?
    FLUELLEN:  Fatefi  da  parte,  capitano Gower: pagher il tradimento a
    suon di colpi, fe lo assicuro io.
    WILLIAMS: Non sono un traditore.
    FLUELLEN: Menti per la gola.  Fi ordino di arrestarlo in nome  di  Sua
    Maest:  un amico del duca di Alenon.

    (Entrano WARWICK e GLOUCESTER).

    WARWICK: Che c'? che c'? cosa succede?
    FLUELLEN:  Monsignore di Warwick,  sia lode a Dio!  s' sfelato il pi
    contagioso tradimento che sia mai fenuto in luce,  tal  luce,  fedete,
    quale potreste desiderare in un giorno d'estate. Ecco qui Sua Maest.

    (Entrano RE ENRICO ed EXETER).

    ENRICO: Ebbene! cosa state facendo?
    FLUELLEN:  Mio sire!  ecco qui un furfante e un traditore che,  guardi
    Fostra Maest,  ha colpito  il  guanto  che  Fostra  Maest  ha  tolto
    all'elmetto di Alenon.
    WILLIAMS: Mio signore,  quel guanto era mio; questo  il suo compagno;
    e la persona a cui  l'ho  dato  in  cambio  promise  di  portarlo  sul
    berretto,  e  alla mia volta giurai di batterlo se l'avesse fatto.  Ho
    incontrato quest'uomo col  guanto  sul  berretto  e  ho  mantenuto  la
    parola.
    FLUELLEN: Fostra Maest ha sentito,  con rispetto parlando,  che razza
    di furfante pidocchioso, di pezzente garantito  quest'uomo. Spero che
    Fostra Maest mi sar buon testimonio e certificher che questo    il
    guanto  di  Alenon  che  Fostra  Maest  mi  ha dato.  Che ne dite in
    coscienza?
    ENRICO: Dammi il guanto, soldato,  ecco l'altro: sono io quel tale che
    hai promesso di battere, e m'hai detto anche di gran male parole.
    FLUELLEN: Piaccia a Fostra Maest di fargli tagliare la testa,  se c'
    legge marziale in questo mondo.
    ENRICO: Che soddisfazione mi puoi dare?
    WILLIAMS: Tutte le offese partono dal cuore: dal mio non ne    venuta
    nessuna contro Vostra Maest.
    ENRICO: Ma se hai offeso me!
    WILLIAMS: Vostra Maest non mi apparve in figura di re;  sembravate un
    uomo qualunque;  prova ne sia che veniste  nella  notte  con  abito  e
    contegno  dimesso.  Di  quello  che  soffr  Vostra  Altezza in quelle
    sembianze,  ve ne supplico,  date colpa a voi e non a  me,  poich  se
    foste stato proprio la persona per cui vi avevo preso,  non vi sarebbe
    stata offesa. Perci prego Vostra Maest di perdonarmi.
    ENRICO: Qui,  zio Exeter;  riempite questo guanto di corone e datelo a
    costui;  tienlo,  giovanotto, e portalo come onorevole distinzione sul
    berretto finch non ne reclamer la restituzione.  Dategli le corone e
    voi, capitano, fate pace con lui.
    FLUELLEN: Per la luce del giorno!  Questo indifiduo ha fegato in corpo
    quanto pasta.  Tenete,  eccofi qui uno scellino  e  fi  raccomando  di
    serfire  Dio,  di  tenerfi  lontano da paruffe,  pisticci,  questioni,
    disaccordi, e f'assicuro sar tanto meglio per foi.
    WILLIAMS: Non voglio il vostro denaro.
    FLUELLEN: Fe lo do di cuore; fi serfir a far riparare le scarpe. Fia,
    perch fi dofreste fergognare?  le fostre  scarpe  non  son  pi  cos
    puone; e lo scellino  puono, fe lo garantisco: e se non  puono fe lo
    cambio.

    (Entra un Araldo inglese).

    ENRICO: Dunque, araldo, avete contato morti?
    ARALDO: Ecco l'elenco dei Francesi uccisi.
    (S'inginocchia e consegna alcune carte).
    ENRICO: Zio, che prigionieri di elevata condizione sono stati presi?
    EXETER: Carlo duca di Orlans, nipote del re; Giovanni duca di Borbone
    e monsignor Bouciqualt; di altri signori, baroni, cavalieri e scudieri
    ben mille e cinquecento, oltre a gente di non molto conto.
    ENRICO:  Questo  elenco mi dice che diecimila Francesi giacciono morti
    sul campo: fra questi vi sono  centoventisei  principi  e  nobili  che
    hanno  diritto  a  insegna;  si  aggiungono  ottomila  e  quattrocento
    cavalieri,  scudieri e valorosi gentiluomini,  dei  quali  cinquecento
    erano  stati  fatti  cavalieri  proprio  ieri;   cosicch  fra  questi
    diecimila che hanno perduto non vi sono che milleseicento gregari: gli
    altri sono principi,  baroni,  cavalieri,  scudieri e gentiluomini  di
    buona famiglia. Fra i nomi dei loro nobili che sono stati uccisi trovo
    Carlo Delabreth,  gran connestabile di Francia;  Jacques di Chatillon,
    ammiraglio di Francia,  il comandante dei  balestrieri,  monsignor  di
    Rambures,  il  gran  Maestro  di  Francia,  il  valoroso ser Guiscardo
    Dauphin,  Giovanni,  duca  di  Alenon;  Antonio,  duca  di  Brabante,
    fratello del duca di Borgogna,  e Edoardo, duca di Bar; fra i valorosi
    conti,  Grandpr e  Roussi,  Fauconberg  e  Foix,  Beaumont  e  Marle,
    Vaudemont  e  Lestrale.  Ecco qui una regale compagnia della morte!  E
    dov' il ruolo degli Inglesi  morti?  (L'Araldo  gli  mostra  un'altra
    carta) Edoardo duca di York,  il conte di Suffolk, sir Riccardo Ketly,
    Davy Gam scudiere:  nessun  altro  di  qualche  nome;  e  dei  gregari
    soltanto venticinque.  Oh Dio! il tuo braccio ci ha assistiti e al tuo
    braccio soltanto e non a noi ascriviamo la vittoria.  Quando mai senza
    l'uso  di  stratagemmi  e  con effetto del semplice urto e dell'azione
    ordinaria della battaglia vi fu nei campi avversari tanta disparit di
    perdite? Prendine tutto l'onore, o Dio, poich  tuo esclusivamente.
    EXETER: E' veramente meraviglioso!
    ENRICO: Suvvia,  andiamo in processione al villaggio e si proclami  in
    tutto l'esercito che sar punito con la morte chi coi suoi vanti tenti
    di sottrarre a Dio la lode che spetta a Lui solo.
    FLUELLEN: Ma non  lecito, Maest, dire quanti sono stati uccisi?
    ENRICO: S, capitano, ma sempre riconoscendo che Dio ha combattuto per
    noi.
    FLUELLEN: S, in coscienza ci ha aiutati assai.
    ENRICO:  Compiamo  i  sacri  riti:  si cantino il "Non nobis" e il "Te
    Deun"; si dia sepoltura ai morti e poi a Calais e in Inghilterra, dove
    non giunsero mai dalla Francia uomini pi felici.
    (Escono).















    ATTO QUINTO.

    (Entra il Coro).
    CORO: Consentite ora che mi faccia suggeritore a quelli che non  hanno
    letto la storia.  A quelli che l'hanno letta domando umilmente che non
    esigano conto preciso del tempo, dei numeri,  della debita successione
    degli  eventi  i quali non possono essere rappresentati qui nella loro
    immensa ed esatta realt.  Ora portiamo  il  re  verso  Calais,  e  l
    supponetelo giunto.  Dopo averlo visto col,  trasportatelo attraverso
    il mare sulle ali del pensiero.  Vedete;  la spiaggia  inglese  sembra
    chiudere  il mare entro una cerchia di uomini,  donne e ragazzi le cui
    grida e gli applausi superano il basso profondo  del  mare,  e  questo
    pare  precedere il re come un battistrada: cos lasciate che sbarchi e
    proceda in gran pompa verso Londra.  Il pensiero muove con passo  cos
    rapido  che  gi  potete  immaginarlo  in  Blackheath,   dove  i  pari
    vorrebbero che il suo elmo  ammaccato  e  la  spada  contorta  fossero
    portati  davanti a lui attraverso alla citt;  senonch egli lo vieta,
    non sapendo che cosa siano vanagloria e orgoglio,  e lasciando  a  Dio
    ogni trofeo, segno e manifestazione di onore. Ma ora nella viva fucina
    e opificio del pensiero vedete come Londra riversa nelle strade i suoi
    cittadini.  Il sindaco e i suoi confratelli di pi alto grado,  come i
    senatori dell'antica Roma, coi plebei che si accalcano dietro ad essi,
    vanno incontro al loro Cesare vincitore e lo introducono nella  citt;
    cos  con  pari amore,  seppure con minor pompa,  se il generale della
    nostra  graziosa  imperatrice  ritornasse  dall'Irlanda  portando   la
    ribellione  infilata  sulla  punta  della spada - come potrebbe essere
    benissimo  a  suo  tempo  -  quanti  lascerebbero  le  loro  pacifiche
    occupazioni nella citt per dargli il benvenuto! In maggior numero e a
    maggior  ragione  lo  fecero con Enrico.  E ora immaginatelo a Londra,
    dove la lamentevole condizione dei Francesi gli permette di  rimanere,
    mentre l'imperatore viene a intercedere per la Francia e a metter pace
    fra loro. Intanto tralasciate tutti gli altri eventi, qualunque ne sia
    la natura, sino al ritorno di Enrico in Francia: l dobbiamo portarlo.
    Io  stesso  ho  rappresentato  tutto  questo  intervallo  di tempo col
    ricordarvi che  passato.  Rassegnatevi  dunque  ad  accettare  questo
    breve  sommario  e  riportate  l'occhio,  seguendo ancora il pensiero,
    ancora e subito in Francia.
    (Esce).


    SCENA PRIMA - Francia. Il campo inglese.

    (Entrano FLUELLEN e GOWER).
    GOWER: Sta bene;  ma perch portate il ramoscello di porro oggi che il
    giorno di San Davide  passato?
    FLUELLEN: Ci sono occasioni,  motifi, scopi e perch in tutte le cose;
    fe lo dir perch siete mio  amico,  capitano  Gower.  Quel  furfante,
    insolente, pezzente, pidocchioso e smargiasso di Pistola che foi ed io
    tutti sappiamo,  fedete,  che  uomo di nessun merito,   fenuto da me
    ieri portando pane e sale infitandomi a mangiare il mio porro. La cosa
     accaduta in luogo dove non era il caso che litigassi con lui; ma ora
    mi prendo la lipert di portare il ramoscello sul perretto sinch  non
    lo incontri ancora, e allora gli dir che cosa desidero.
    (Entra PISTOLA).
    GOWER: Ma guardate,  eccolo qui che si avanza gonfio e tronfio come un
    tacchino.
    FLUELLEN: Il gonfio, il tronfio e il tacchino non contano niente.  Dio
    fi penedica, alfiere Pistola! scappioso e pidocchioso furfante, Dio fi
    penedica.
    PISTOLA: Ah!  sei tu,  pazzo;  brami,  vil Troiano,  che ti accorci la
    fatal tela della Parca?  Via di qua: l'odore  di  porro  mi  muove  lo
    stomaco.
    FLUELLEN:  Fi  prego  con  tutto  il  cuore,  priccone  pidocchioso  e
    scappioso,  a mia richiesta,  per mio desiderio e preghiera,  mangiate
    questo  porro;  e  proprio  perch,  fedete,  non  fi  piace,  non  lo
    desiderate,  non lo appetite e fi guasta la digestione,  fi  infito  a
    mangiarlo.
    PISTOLA: No, per Cadwallader e tutte le sue capre.
    FLUELLEN:  Eccofi  una  capra intanto.  (Lo percuote) Rognoso,  folete
    afere la compiacenza di mangiarlo?
    PISTOLA: Vil Troiano, tu morrai.
    FLUELLEN: Dite la ferit, scappioso; ma sar quando Dio forr. Intanto
    fi infito a fifere e a  mangiare;  suffia,  ecco  qui  la  salsa.  (Lo
    percuote)  Ieri  mi  afete chiamato scudiero di alta montagna,  e oggi
    foglio fare di foi uno scudiero di passo grado.  Fi  prego,  restate
    serfito; se sapete farfi peffe di un porro, saprete anche mangiarlo.
    GOWER: Basta, capitano lo avete intronato.
    FLUELLEN:  O  mangia  un  po' del porro o gli batter la zucca quattro
    giorni di seguito.  Mangiate,  mangiate: fi far  pene  alla  capoccia
    insanguinata e alla ferita, finch  fresca.
    PISTOLA: Debbo proprio mangiarlo?
    FLUELLEN: Si, fuor di duppio e di questione e senza equivoci.
    PISTOLA:   Giuro   su  questo  porro  che  mi  vendicher  quanto  mai
    orribilmente: mangio, ma s, mangio, ma giuro...
    FLUELLEN: Mangiate per far piacere a me;  folete altra  salsa  per  il
    porro? ma ormai non ne resta tanto da giurarci su.
    PISTOLA: Quieta codesto randello, non vedi che mangio?
    FLUELLEN E puon pro fi faccia, rognoso mariuolo, proprio di cuore. No,
    no  non  gettatene  fia.  La  pelle fi far pene alla ferita.  E se fi
    capita di federe porri in affenire fatefene pure  peffe!  e  questo  
    tutto
    PISTOLA: Va bene.
    FLUELLEN: S, il porro fa pene; eccofi un quattrino per farfi riparare
    la zucca.
    PISTOLA: Un quattrino a me!
    FLUELLEN: S,  daffero, proprio daffero: lo dofete prendere; se no, ho
    un altro porro in tasca e mangerete anche quello.
    PISTOLA: Prendo il quattrino come arra di vendetta.
    FLUELLEN: Se fi  deppo  qualche  cosa  ditemelo  che  fi  pagher  con
    pastoni;  difenterete  mercante  di  legna  e da me non prenderete che
    randelli. Dio fi accompagni e conserfi, e fi sani la zucca.
    (Esce).
    PISTOLA: Tutto l'inferno fremer per questo.
    GOWER: Andate,  andate un po': siete un briccone  vile  che  si  finge
    coraggioso.  Vi  fate beffe di un'antica tradizione nata per onorevole
    ragione, di un emblema usato a ricordo di un passato atto di valore, e
    non avete il coraggio di confermare  coi  fatti  alcuna  delle  vostre
    parole!  Vi  ho visto canzonare e beffare questo signore gi due o tre
    volte.  Credevate forse,  perch non sa parlare inglese come i  nativi
    del luogo,  che non sapesse maneggiare un randello inglese? Ora sapete
    che non  cos. E per l'avvenire fate in modo che il castigo che vi ha
    inflitto questo gallese vi faccia vivere da buon inglese. Addio.
    PISTOLA: La fortuna mi volta ora le spalle? Nuova mi giunge che la mia
    Lena  defunta all'ospedale per mal francese;  e  cos  il  mio  punto
    d'appoggio   scomparso.  Vecchio divento,  e dalle mie stanche membra
    l'onore  cacciato a  colpi  di  bastone.  Bene,  mezzano  mi  far  e
    incliner a diventare tagliaborse lesto di mano.  Andr in Inghilterra
    furtivamente e l di furto vivr.  Sulle ferite che  mi  ha  fatto  il
    randello  metter  cerotti  e  dir che le ho ricevute nelle guerre di
    Gallia.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Francia. Il Palazzo Reale.

    (Entrano da una porta RE ENRICO, EXETER, BEDFORD, GLOUCESTER, WARWICK,
    WESTMORELAND e altri Signori; da un'altra il RE DI FRANCIA,  la REGINA
    ISABELLA,  la PRINCIPESSA CATERINA e altre Dame, il DUCA DI BORGOGNA e
    il Seguito).
    ENRICO: La pace a questa assemblea,  poich  per  la  pace  siamo  qui
    adunati.  Al  nostro  fratello  re  di  Francia e alla nostra sorella,
    salute e buon giorno;  augurio di gioia alla nostra  bel'a  e  augusta
    cugina Caterina; e voi, duca di Borgogna, salutiamo, poich siete ramo
    e  membro  di  quella  casa  reale  che  ha  predisposto questo grande
    convegno; e principi e pari di Francia, salute a tutti!
    RE: Assai lieti  siamo  di  vedere  il  vostro  viso,  eccellentissimo
    fratello  d'Inghilterra;  benvenuto,  e  cos a voi,  principi inglesi
    tutti.
    ISABELLA: Felici siano,  fratello d'Inghilterra,  la  fine  di  questo
    fausto  giorno  e  l'esito di questo amichevole convegno,  come felici
    siamo noi di vedere i vostri occhi,  quegli occhi che  sin  qui  hanno
    diretto contro i Francesi, che si trovavano a loro portata, le pupille
    micidiali  del  basilisco:  speriamo  che  il veleno di questi sguardi
    abbia perduto la sua forza e che questo  giorno  muti  in  amore  ogni
    dolore e contesa.
    ENRICO: E qui siamo venuti appunto per dire amen a questo augurio.
    ISABELLA: E voi anche saluto, principi inglesi tutti.
    BORGOGNA:  Il  mio omaggio e l'espressione del mio affetto a entrambi,
    grandi re  di  Francia  e  d'Inghilterra!  Le  vostre  Maest  possono
    attestare  quanto  io  abbia  lavorato con tutta la mia intelligenza e
    quante fatiche abbia durato e quanti sforzi fatti per condurvi qui,  a
    questa  corte e a questo regale colloquio.  Poich i miei buoni uffici
    son  riusciti  a  farvi  incontrare  faccia  a  faccia  regale  ed   a
    quattr'occhi,  permettetemi  che  chieda alla presenza vostra sovrana,
    che ostacolo o impedimento vi    per  cui  la  pace  nuda,  povera  e
    maltrattata,   cara  nutrice  delle  arti,   dell'abbondanza  e  della
    fecondit, non debba mostrare il viso amabile in questa nostra fertile
    Francia, il pi bel giardino del mondo.  Ahim!  essa  stata troppo a
    lungo  scacciata  da questa terra,  le cui ricchezze giacciono confuse
    corrompendosi per effetto della sua stessa fertilit. Le sue viti, che
    infondevano letizia al cuore, non potate, periscono; dalle siepi,  gi
    accuratamente   tenute,   germogliano  virgulti  disordinati  come  le
    capigliature dei prigionieri selvaggiamente scarmigliate.  Sui maggesi
    mettono radici il loglio,  la cicuta,  e la prolifica fumaria,  mentre
    arrugginisce il vomere che dovrebbe distruggere tale selvatichezza. Il
    prato   coltivato   che   innanzi   produceva   primavera   screziata,
    salvastrella e verde trifoglio, non toccato dalla falce e non purgato,
    concepisce  in  stato di assoluto abbandono e produce in rigoglio solo
    odiosi lapazi, cardi pungenti, cicute e lappole,  senza pi bellezza o
    utilit.  E come i nostri vigneti,  maggesi,  prati e siepi pervertiti
    nella loro natura inselvatichiscono, proprio cos le nostre case,  noi
    stessi e i figli abbiamo perduto, o non abbiamo tempo di acquistare le
    scienze che dovrebbero ornare il nostro paese; ma come soldati che non
    meditano  altro  che  sangue,   diventiamo  selvaggi,   abituandoci  a
    bestemmiare,  a fare  il  viso  truce,  a  vestire  sciattamente  e  a
    praticare  ogni costume che non sembra voluto dalla natura.  A ridurre
    tutte queste cose nella loro grazia primiera siete qui convocati: e il
    mio discorso mira a scoprire l'ostacolo che impedisce alla dolce  pace
    di  togliere  questi  gravi  inconvenienti  e benedirci coi doni di un
    tempo.
    ENRICO: Duca di Borgogna, se volete realmente la pace, la cui mancanza
    fa  nascere  le  gravi  imperfezioni  che  avete   ricordate,   dovete
    comprarla, accogliendo tutte le nostre giuste richieste, il cui tenore
    generale  e  le  cui clausole particolari avete,  brevemente elencati,
    nelle vostre mani.
    BORGOGNA: Il re le ha sentite, ma non ha ancora risposto.
    ENRICO: Allora la pace, che avete sostenuto con tanta energia, dipende
    dalla sua risposta.
    RE: Ho  appena  scorsi  gli  articoli;  piaccia  a  Vostra  Maest  di
    designare qualcuno del suo Consiglio che segga con noi a esaminarli di
    nuovo con maggiore attenzione, e subito daremo la risposta decisiva su
    quello che ci sentiamo di accettare.
    ENRICO:  E cos faremo,  fratello.  Andate col re,  zio Exeter,  e voi
    fratelli miei Clarence e Gloucester, e anche voi Warwick e Huntingdon.
    Vi diamo la pi ampia autorizzazione,  secondo quello che nella vostra
    saggezza   vi   sembrer  pi  confacente  alla  nostra  dignit,   di
    ratificare,  aggiungere,  mutare ci  che    contenuto  nelle  nostre
    domande e altro ancora, e noi consentiremo a quello che avrete deciso.
    Volete,  bella sorella,  andare coi principi o rimanere invece qui con
    noi?
    ISABELLA: Amato fratello, andr con loro: forse una voce femminile pu
    giovare qualche poco,  quando su certi articoli si insista con  troppa
    minuzia.
    ENRICO:  Per  lasciate  qui  con  noi  nostra cugina Caterina: essa 
    l'oggetto della  nostra  principale  richiesta,  ed    inclusa  negli
    articoli che stanno in testa al trattato.
    ISABELLA: Glielo permettiamo ben volentieri.
    (Escono tutti eccetto Re Enrico, Caterina e Alice).
    ENRICO: Bella,  bellissima Caterina, vorreste compiacervi di insegnare
    a un soldato  parole  di  tal  natura  che  riescano  a  farsi  strada
    nell'orecchio  di  una  dama  e al suo cuore gentile perorino la causa
    dell'amore?
    CATERINA: Vostra Maest mi canzona; non so parlare inglese.
    ENRICO: O bella Caterina,  se volete  amarmi  direttamente  con  cuore
    francese  sar  ben  lieto  di  sentirvelo confessare anche col vostro
    inglese storpiato. Che vi sembra di me, Caterina?
    CATERINA:  "Pardonnez-moi":  non  capisco  che  voglia  dire  che  vi
    sembra.
    ENRICO:  Vuol  dire  che  un  angelo  sembra voi e che voi sembrate un
    angelo.
    CATERINA: Que dit-il? que je suis semblable  les anges?
    ALICE: Oui, vraiment, sauf votre grace, ainsi dit-il.
    ENRICO: L'ho detto, cara Caterina, e non c' da arrossire a dirlo.
    CATERINA:  O  bon  Dieu!  les  langues  des  hommes  sont  pleines  de
    tromperies.
    ENRICO: Che dice? che le lingue degli uomini sono piene d'inganni?
    ALICE:  "Oui",  che  lingue  di uomini esser piene d'inganni;  cos la
    principessa.
    ENRICO: Allora la  principessa    una  vera  inglese.  In  fede  mia,
    Caterina,  il  mio  modo  di  corteggiare    fatto apposta per la tua
    intelligenza.  Sono lieto che tu non sappia parlare meglio  l'inglese,
    poich  se lo sapessi troveresti in me tanta semplicit da credere che
    sono un contadino che ha venduto il podere per  comperare  la  corona.
    Non  so  di  svenevolezze  in  amore: so dirti solo chiaro e tondo ti
    amo,  e se  poi  dicendomi  davvero?  e  altro  voi  voleste  farmi
    continuare,  trovereste  che ho esaurito la mia conversazione amorosa.
    Rispondetemi,  ve ne prego,  e datemi la mano in segno che l'affare  
    concluso; che ne dite, signora?
    CATERINA: "Sauf votre honneur", io capir bene.
    ENRICO: Vergine Santa! se mi chiedeste di ballare o far versi per amor
    vostro, sareste la mia rovina; per la poesia non posseggo n parole n
    ritmo  e  per la danza la mia forza non  nel ritmo,  sebbene abbia un
    discreto  ritmo  di  forza.   Se  potessi  conquistare  una  dama  col
    saltamontone o volteggiando in sella in completa armatura,  modestia a
    parte,  salterei presto su una moglie.  O se potessi guadagnare le sue
    grazie  a  suon di busse o facendo caracollare il mio cavallo,  saprei
    menar botte da orbi o star fermo in sella come uno scimmione senza mai
    perdere le staffe. Ma, in nome di Dio,  Caterina,  non so far lo scemo
    n  buttar  fuori  discorsi  con  voce strozzata dall'emozione,  n ho
    abilit nel mettere  insieme  proteste  d'amore,  ma  solo  giuramenti
    piuttosto forti che uso soltanto quando vi sono provocato, ma ai quali
    non vengo meno a nessun costo. Se ti senti di amare una persona di tal
    fatta,  Caterina, a cui poco importa se il sole lo abbronza, che nello
    specchio non cerca un'immagine da vagheggiare,  il tuo occhio  sia  il
    tuo  cuciniere.  Ti  parlo  schietto da soldato,  e se puoi amarmi per
    questo,  prendimi,  altrimenti,  direi cosa vera  se  ti  dicessi  che
    morir,  ma  non  di mal d'amore,  per Dio: eppure  anche vero che ti
    voglio bene. Finch sei a tempo, Caterina, prenditi un individuo d'una
    costanza semplice e genuina,  che non ti far torto perch non  ha  il
    dono di saper corteggiare a destra e sinistra.  I giovanotti che hanno
    dovizia di parole conquistano le belle dame coi versi,  ma  poi  sanno
    trovare ottime ragioni per piantarle in asso.  Che mai!  chi sa parlar
    bene  un chiacchierone, e una poesia non  che una ballata. Una gamba
    ben  tornita    destinata  ad  afflosciarsi,  una  schiena  dritta  a
    curvarsi,  una barba nera a incanutire, una testa ricciuta a diventare
    calva, un bel viso ad avvizzire e un occhio vivace a spegnersi.  Ma un
    cuore  in  ordine    come  il  sole e la luna,  o meglio come il sole
    soltanto che sempre splende,  non  mutevole e va costantemente per la
    stessa strada.  Se un tipo simile ti piace, prendi me; e se prendi me,
    prendi un soldato,  e se prendi un soldato,  prendi un re.  E che dici
    allora di questo mio amore? parla, bella mia, e di' di s ti prego.
    CATERINA: E possibile io amare il nemico della Francia?
    ENRICO:  No,  non    possibile  che  tu  ami il nemico della Francia,
    Caterina,  ma amando me,  amerete l'amico della  Francia,  perch  amo
    tanto la Francia che non rinuncer neanche a un suo solo villaggio. La
    voglio  tutta,  e  quando la Francia sar mia e io vostro,  la Francia
    sar vostra e voi mia.
    CATERINA: Non capisco che voler dire.
    ENRICO: No,  Caterina?  allora te lo dir in francese e questo  idioma
    sar  come  una  sposa  novella  che  abbraccia il marito,  cio mi si
    attaccher tanto alla lingua che non le riuscir di cacciarlo via. "Je
    quand sur le possession de France et quand vous avez le possession  de
    moi - aspetta, ho perso il filo, San Dionigi mi aiuti - donc votre est
    France et vous tes mienne.  Caterina,  mi  pi facile conquistare il
    regno di Francia che parlarne la lingua.  Non riuscir mai a  muoverti
    in francese, o soltanto ti muover alle risa.
    CATERINA:  "Sauf  votre  honneur,  le  franois que vous parlez il est
    meilleur que l'anglois lequel je parle.
    ENRICO: No,  Caterina,  proprio no:  press'a poco  lo  stesso  quando
    parliamo  tu  la  mia  e  io la tua lingua dicendo,  s,  la verit ma
    storpiando le parole. Ma Caterina, questo inglese lo capisci?  mi vuoi
    bene?
    CATERINA: Non saprei dire.
    ENRICO: Lo sa qualcuna delle tue conoscenti,  glielo chieder. Suvvia,
    sono sicuro che mi vuoi bene; e la sera, quando ti ritirerai nella tua
    camera,  domanderai tante cose di me a questa gentildonna,  e  so  che
    biasimerai  in  me proprio quelle qualit che ami di tutto cuore.  Ma,
    Caterina, fatti beffe di me bonariamente, perch, amabile principessa,
    ti amo assai.  Se mai sarai mia,  come una voce  intima  mi  dice  che
    sarai,  ti prender d'assalto e perci sarai una buona procreatrice di
    soldati; non  possibile che fra te e me, con l'aiuto di San Dionigi e
    di San Giorgio,  mettiamo insieme un ragazzo mezzo  francese  e  mezzo
    inglese  che  andr  a  Costantinopoli a prendere il Gran Turco per la
    barba? s? che ne dici, mio bel fiordaliso?
    CATERINA: Non lo so.
    ENRICO: No,  lo saprai in seguito;  ma per ora basta che tu  prometta:
    prometti che farai di tutto per la parte francese di questo ragazzo, e
    per  la  met inglese impegno la mia parola di re e di giovane valido.
    Che rispondi tu,  "la plus belle Catharine du monde,  mon trs cher et
    divin desse"?
    CATERINA:  Vostra  Maest  saper  "fausse"  francese  quanto basta per
    ingannare "la plus sage damoiselle" che  in Francia.
    ENRICO: Ora, abbasso il mio cattivo francese!  Per il mio onore,  e in
    buon inglese, ti amo, Caterina; e per il mio onore non oso giurare che
    mi ami;  eppure il mio sangue comincia a lusingarmi e a dirmi di s, a
    dispetto della mia brutta faccia che  non  sa  commuoverti.  Maledetta
    l'ambizione di mio padre!  quando mi ha messo al mondo non pensava che
    alle guerre civili: per questa ragione sono  nato  con  questa  scorza
    dura,  con  questa  faccia  di  ferro,  che,  quando  fo la corte alle
    signore,  le spaventa.  Ma,  in  fede  mia,  Caterina,  con  gli  anni
    migliorer:  la  mia  consolazione    che  la vecchiaia che guasta la
    bellezza non potr imbruttire il mio viso pi di cos.  Se mi  prendi,
    mi prendi nella mia condizione peggiore,  e possedendomi,  mi troverai
    sempre meglio: e perci ditemi,  bellissima  Caterina,  mi  accettate?
    Mettete  da  parte  i  vostri  rossori  di  fanciulla;   confessate  i
    sentimenti del vostro cuore con volto  da  imperatrice;  prendimi  per
    mano e di': Enrico d'Inghilterra,  sono tua e appena avrai allietato
    il mio orecchio con queste parole,  ti dir  forte:  L'Inghilterra  
    tua,  I'Irlanda  tua, la Francia  tua ed Enrico Plantageneto  tuo,
    e costui, sebbene io lo dica in sua presenza, se non  degno di essere
    compagno del miglior re, troverai almeno che  il miglior re dei buoni
    compagnoni. Or via,  rispondi in musica partita,  perch la tua voce 
    musica  e  il tuo inglese  inglese solo in parte;  perci,  regina su
    tutte le donne,  mettimi a parte della tua mente col tuo inglese,  che
    lo  solo in parte: mi accetti?
    CATERINA: Ci sar come piacer al "roi mon pre".
    ENRICO: Gli piacer assai: gli dovr piacere, Caterina.
    CATERINA: Allora piacer anche a me.
    ENRICO: E con questo vi bacio la mano e vi chiamo mia regina.
    CATERINA: Laissez, mon seigneur, laissez: ma foi, je ne veux point que
    vous  abaissiez  votre  grandeur  en  baisant  la  main d'une de votre
    seigneurie indigne serviteur, excusez moi,  je vous supplie,  mon trs
    puissant seigneur.
    ENRICO: Allora vi bacer le labbra, Caterina.
    CATERINA:  Les  dames et les damoiselles pour tre baises devant leur
    noces, il n'est pas la coutume de France.
    ENRICO: Signora interprete, che dice la Principessa?
    ALICE: Che non    uso  delle  signore  di  Francia...  come  si  dice
    "baiser"?
    ENRICO: Baciare.
    ALICE: Vostra Maest capire meglio di me.
    ENRICO:  Non    uso  che  le  fanciulle  in  Francia bacino prima del
    matrimonio, non  vero?
    ALICE: Oui, vraiment.
    ENRICO: Caterina,  l'etichetta obbedisce ai grandi re.  Cara Caterina,
    voi  ed  io  non possiamo lasciarci confinare entro i limiti ristretti
    delle usanze di un paese;  siamo noi i  creatori  delle  usanze  e  la
    libert  che  accompagna  il nostro rango tappa la bocca ai critici: e
    cos far io con la vostra, poich difendete la schizzinosa usanza del
    vostro paese e mi negate un bacio: perci  abbiate  pazienza  e  siate
    arrendevole.   (La   bacia)   Sulle  vostre  labbra,   Caterina,   c'
    stregoneria: c' pi eloquenza nel loro melato tocco che nella  lingua
    di tutto il Consiglio di Francia,  e riuscirebbero a persuadere Enrico
    d'Inghilterra pi che una supplica collettiva  di  sovrani.  Ecco  qui
    vostro padre.

    (Rientrano  il  RE  e la REGINA DI FRANCIA,  il DUCA DI BORGOGNA e gli
    altri Signori).

    BORGOGNA: Dio salvi Vostra  Maest!  reale  cugino,  state  insegnando
    l'inglese alla nostra principessa?
    ENRICO:  Vorrei  che imparasse,  mio bel cugino,  quanto profondamente
    l'amo, in buon inglese.
    BORGOGNA: Non  una scolara intelligente?
    ENRICO: La nostra lingua  ruvida,  cugino,  e per conto mio non  sono
    molto morbido di carattere;  cos non avendo in me n lo spirito n il
    linguaggio dell'adulazione non riesco a svegliare in  lei  lo  spirito
    dell'amore cosicch possa apparirle nelle sue vere sembianze.
    BORGOGNA:  Perdonate la franchezza del mio scherzo,  se cerco di darvi
    adeguata  risposta.   Se  volete  fare  degli  scongiuri  occorre  che
    tracciate  il  cerchio,  e  se volete evocare in lei l'amore nelle sue
    vere sembianze,  esso deve  apparire  nudo  e  cieco.  Vi  sentite  di
    biasimarla,  se,  essendo ancora una fanciulla pronta ad arrossire per
    pudor verginale,  non vuole vedere cos a occhi nudi un ragazzo nudo e
    cieco?  Sarebbe,  mio signore, una condizione un po' dura da imporre a
    una fanciulla.
    ENRICO: Eppure chiudono gli occhi e cedono quando il  cieco  amore  le
    prende a forza.
    BORGOGNA:  Ma  allora  sono scusate,  perch se chiudono gli occhi non
    vedono quello che stanno facendo.
    ENRICO: Quindi,  mio buon signore,  insegnate  a  vostra  cugina  come
    consentire a chiudere gli occhi.
    BORGOGNA: Le strizzer l'occhio per farle segno di acconsentire, se le
    insegnate  a  capire  il  segnale,  perch  le  ragazze,  tenute calde
    nell'estate, sono come le mosche alla fine di agosto,  che hanno occhi
    e  non  vedono;  e  perci  si  lasciano toccare,  mentre prima non si
    lasciavano neanche guardare.
    ENRICO: La morale della favola mi dice di lasciar passare il  tempo  e
    il  caldo;  e  cos potr prendere la mosca,  vostra cugina,  che sar
    cieca anch'essa.
    BORGOGNA: Come  l'amore prima che si cominci ad amare.
    ENRICO: Cos  davvero; e alcuni di voi possono ringraziare l'amore se
    sono cieco,  e non vedo molte belle citt di Francia,  perch  c'  di
    mezzo una bella fanciulla francese.
    RE: S mio signore,  le vedete come in una pittura a sorpresa le citt
    cambiate in fanciulla - poich tutte sono  cinte  da  mura  inviolate,
    attraverso alle quali la guerra non  mai penetrata.
    ENRICO: Caterina sar mia moglie?
    RE: S, se volete.
    ENRICO:  Lo  voglio:  purch  le  citt inviolate di cui avete parlato
    l'accompagnino. Cos la fanciulla che si frapponeva fra me e l'oggetto
    dei miei desideri mi spianer la via a raggiungerlo.
    RE: Abbiamo  consentito  a  tutte  le  condizioni  che  ci  sembrarono
    ragionevoli.
    ENRICO: E' cos, signori d'Inghilterra?
    WESTMORELAND: Il re ha accolto ogni richiesta.  Prima sua figlia e poi
    tutto il resto,  secondo  le  formule  ferme  e  chiare  delle  nostre
    domande.
    EXETER: Per non vuole accettare una cosa,  cio che il re di Francia,
    dovendo fare concessioni,  nomini Vostra Maest in questa forma e  con
    questa  denominazione: "Notre trs cher fils Henri,  Roi d'Angleterre,
    Hritier de France",  e  in  latino:  "Praeclarissimus  filius  noster
    Henricus, Rex Angliae, et Haeres Franciae".
    RE:  Ma  non  ho  rifiutato  in forma tale,  fratello,  che io non sia
    disposto, a vostra richiesta, a concederlo.
    ENRICO: Allora vi prego in segno di affetto e di alleanza  di  mettere
    questa clausola con le altre: e concedetemi la mano di vostra figlia.
    RE:  Prendetela,  bel  figlio,  e  con lei datemi discendenti perch i
    regni rivali di Francia  e  di  Inghilterra,  le  cui  spiagge  stesse
    sembrano pallide d'invidia, l'una per la grandezza dell'altra, cessino
    dal  loro odio,  e questa felice unione crei nei loro cuori inteneriti
    rapporti di buon vicinato e cristiana concordia: la guerra, cos,  non
    caccer pi, tra Inghilterra e Francia, la spada che gronda sangue.
    TUTTI: Amen.
    ENRICO:  Benvenuta  Caterina,  e  tutti  mi siano testimoni che qui la
    bacio come mia regina sovrana.
    (Squillo di trombe).
    ISABELLA: Dio, autore felice di tutte le nozze, unisca in uno i vostri
    cuori,  in uno i vostri reami!  Come il marito e la  moglie  diventano
    nell'amore  un solo essere,  cos tra i vostri Stati si compia stretta
    unione, cosicch il malanimo e la crudele gelosia,  che turbano spesso
    la  felicit  coniugale,  non  si  caccino  di mezzo a rompere i patti
    conclusi fra questi regni,  a spezzar il vincolo che  fa  di  essi  un
    corpo  solo.  Possano  sempre  i  popoli  dei  due paesi accogliersi a
    vicenda,  i Francesi come fossero Inglesi,  e gli Inglesi come fossero
    Francesi. Dio accolga la nostra preghiera!
    TUTTI: Amen.
    ENRICO: Prepariamoci al matrimonio;  in quel giorno, duca di Borgogna,
    con tutti gli altri pari ci presterete giuramento a garanzia di questa
    alleanza.  Allora giurer fedelt a Caterina e voi a me: e  possano  i
    nostri giuramenti essere mantenuti e darci felicit.
    (Fanfara. Escono).


    EPILOGO.

    (Entra il Coro).
    CORO: Sin qui con penna rozza e inadeguata, piegando sotto il peso del
    suo  compito,  il nostro autore ha continuato la sua storia confinando
    entro breve spazio grandi personaggi e ha bistrattato,  toccando  solo
    qua e l qualche punto,  il corso completo della loro gloria.  Piccolo
    il tempo;  ma in quello splendette fulgido quest'astro  d'Inghilterra.
    La  fortuna  gli fucin la spada con cui conquist il pi bel giardino
    del mondo,  lasciandone il figlio  imperiale  signore.  Enrico  Sesto,
    coronato in fasce,  gli succedette come re di Francia e d'Inghilterra;
    e sotto di lui tanti comandarono nello Stato,  che perdettero e fecero
    sanguinare l'Inghilterra; come  stato spesso rappresentato nel nostro
    teatro, e ricordando ci, fate buon viso anche a questo dramma.
    (Esce).















    ENRICO OTTAVO.

    PERSONAGGI.

    RE ENRICO OTTAVO.
    IL CARDINALE WOLSEY.
    IL CARDINALE CAMPEGGI.
    CHAPUYS, ambasciatore dell'imperatore Carlo Quinto.
    CRANMER, arcivescovo di Canterbury.
    IL DUCA DI NORFOLK.
    IL DUCA DI BUCKINGHAM.
    IL DUCA DI SUFFOLK.
    IL CONTE DI SURREY.
    IL LORD CIAMBELLANO.
    IL LORD CANCELLIERE.
    GARDINER, vescovo di Winchester.
    IL VESCOVO DI LINCOLN.
    LORD ABERGAVENNY.
    LORD SANDS.
    SIR ENRICO GUILDFORD.
    SIR TOMMASO LOVELL.
    SIR ANTONIO DENNY.
    SIR NICOLA VAUX.
    Segretari di Wolsey.
    CROMWELL, dipendente di Wolsey.
    GRIFFITH, gentiluomo d'onore della regina Caterina.
    Tre Gentiluomini.
    IL DOTTOR BUTTS, medico del Re.
    L'Araldo della Giarrettiera.
    Il Sovrintendente del duca di Buckingham.
    BRANDON.
    Un Sergente d'armi.
    Un Usciere della sala del Consiglio.
    Un Guardaportone e il suo Uomo.
    Un Paggio di Gardiner.
    Un Banditore.
    LA REGINA CATERINA, moglie del Re, poi divorziata.
    ANNA BOLENA, sua damigella d'onore, poi Regina.
    Una vecchia dama, amica di Anna Bolena.
    PAZIENZA, cameriera della regina Caterina.
    Signori  e  Signore;  Cameriere  della regina;  Segretari,  Ufficiali,
    Guardie, Persone del seguito. Spiriti.

    Scena: Londra; Westminster; Kimbolton.
    PROLOGO.

    Non vengo questa volta per farvi ridere: ora vi presentiamo  fatti  di
    grave e serio aspetto,  tristi,  alti commoventi, pieni di maest e di
    dolore, e nobili scene che vi faranno piangere. Coloro che hanno sensi
    di  piet  potranno  qui,  se  vogliono,   spargere  qualche  lacrima:
    l'argomento davvero lo merita.  Quelli che spendono il loro denaro con
    la speranza di sentir cose credibili,  troveranno in questo dramma  la
    verit.  A  quei  tali  che  vengono  a  vedere soltanto qualche scena
    spettacolosa e, se c', trovano che il dramma  passabile,  garantisco
    che,  se  vogliono  star  zitti,  in  due brevi ore vedranno quanto li
    ripagher largamente dello scellino speso per l'entrata.  E resteranno
    delusi solo quelli che sono venuti per ascoltare piacevolezze oscene e
    rumore  di scudi o per vedere un buffone col lungo abito multicolore e
    le mostre gialle; poich, uditori egregi, sappiate che, se con la vera
    storia  che  abbiamo  scelto  combinassimo   pagliacciate   e   risse,
    perderemmo  tutti i nostri amici intelligenti,  oltre a sacrificare la
    reputazione di gente di cervello,  che intende presentare soltanto uno
    spettacolo conforme alla verit.  Per questo, e perch si sa che siete
    i pi scelti spettatori della citt e i meglio  disposti,  siate,  per
    amor  del  cielo,   seri  come  vorremmo  che  foste:  fate  conto  di
    contemplare in carne ed ossa le persone  della  nostra  nobile  storia
    come  se  fossero  vive;  immaginate  di vederle nella loro grandezza,
    seguite dalla calca e dallo zelo di mille amici;  poi di  vedere  come
    tutt'a un tratto questa potenza si cambi in desolazione;  e allora, se
    riuscirete ad essere allegri,  dir che un uomo pu anche piangere  il
    giorno delle nozze.


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Londra. Un 'anticamera del Palazzo.

    (Entrano  da  una  porta  il  DUCA DI NORFOLK e da un altra il DUCA DI
    BUCKINGHAM e LORD ABERGAVENNY).
    BUCKINGHAM: Buon giorno e ben trovati. Come ve la siete passata dacch
    ci vedemmo l'ultima volta in Francia?
    NORFOLK: Bene, grazie;  e sempre ardente ammiratore di quanto ho visto
    col.
    BUCKINGHAM:  Una  terzana inopportuna m'inchiod a letto,  quando quei
    due soli di gloria,  quei  due  luminari  dell'umanit  s'incontrarono
    nella valle di Ardres.
    NORFOLK:  Fu  tra  Guynes e Ardres: ero presente e li vidi salutarsi a
    cavallo;  quando smontarono,  si abbracciarono stretti stretti come se
    fossero  diventati  un corpo solo,  e se ci fosse realmente accaduto,
    dove sono i quattro sovrani che avrebbero pesato quanto quest'uno cos
    composto?
    BUCKINGHAM: E durante tutto  quel  tempo  ero  prigioniero  nella  mia
    stanza!
    NORFOLK:  Allora  avete  perduto  lo spettacolo di quello che  gloria
    terrena: si potrebbe dire che la pompa era  sino  ad  ora  nubile,  ma
    adesso  sposata a chi le  superiore.  Ogni giorno sorpassava di gran
    lunga  il  precedente,  sinch  l'ultimo  compendi  in  s  tutte  le
    meraviglie  di  quelli  che erano venuti prima.  Un giorno i Francesi,
    tutti scintillanti e coperti d'oro  come  di  pagani,  mettevano  gli
    Inglesi  nell'ombra;  il  d  dopo la Gran Bretagna splendeva come una
    nuova India e ogni uomo che  era  col  pareva  una  miniera.  I  loro
    paggetti  sembravano cherubini tutti dorati: e si sarebbe detto che le
    dame,  non avvezze a lavorare,  quasi sudassero sotto  il  peso  degli
    splendidi ornamenti, sicch la fatica stessa serviva loro di rossetto.
    Ora uno spettacolo era dichiarato insuperabile,  ma quel che si vedeva
    la sera seguente lo faceva ritenere insipido e  meschino.  I  due  re,
    uguali  di splendore,  erano al sommo o al basso della scala a seconda
    che si trovavano o no presenti: quello che era  sotto  gli  occhi  era
    lodato, e, quando erano presenti entrambi, gli astanti dicevano di non
    vederne  che uno,  perch nessuno spettatore osava muovere la lingua a
    pronunciare un giudizio.  Quando quei soli radiosi -  poich  cos  li
    chiamavano  -  per mezzo dei loro araldi chiamavano alle armi i nobili
    spiriti dei cavalieri,  questi compivano imprese  che  andavano  oltre
    ogni  immaginazione,  e cos le antiche storie favolose apparivano ora
    anche troppo possibili e le gesta  di  Buovo  acquistavano  credito  e
    fede.
    BUCKINGHAM: Via! forse esagerate!
    NORFOLK:  Da  gentiluomo e da uomo amante della verit vi assicuro che
    anche sulla bocca di un buon parlatore la realt perderebbe gran parte
    di quella animazione che si esprimeva nell'azione effettiva. Tutto era
    regale e tutto disposto senza fare una grinza, e l'ordine metteva ogni
    cosa nella sua luce: chi era stato incaricato  dell'ordinamento  comp
    il suo ufficio a meraviglia.
    BUCKINGHAM:  Chi  fece da guida?  voglio dire,  chi mise insieme,  per
    quanto  ne  sapete  voi,  le  membra  e  il  corpo  di  questo  grande
    spettacolo?
    NORFOLK:  Uno  da  cui  non  ci  si  aspettava  certamente che potesse
    organizzare con tanta abilit un tal complesso di cerimonie.
    BUCKINGHAM: Ma chi , di grazia, signor mio?
    NORFOLK: Tutto fu predisposto dal saggio discernimento di Sua Eminenza
    Reverendissima il cardinale di York.
    BUCKINGHAM: Il diavolo se lo porti!  non v' cosa in cui non ficchi il
    suo   naso   d'ambizioso.   Che  c'entrava  il  cardinale  con  questa
    ostentazione di vanit?  Mi chiedo se questo pezzo di grasso non possa
    con  la sua massa intercettare i raggi del sole benefico e privarne la
    terra.
    NORFOLK: Certamente, messere, v' in lui la stoffa che lo predispone a
    codesti negozi;  poich,  non essendo egli sostenuto dai ricordi delle
    gesta  di  antenati,  le  cui  onorevoli  imprese segnano la strada ai
    successori,  n chiamato a cos alto ufficio per grandi  servigi  resi
    alla Corona,  n imparentato con eminenti collaboratori, ma, traendo a
    mo' di ragno la tela da se medesimo,  ci mostra che la forza dei  suoi
    meriti  gli  ha  fatto  strada:  un  dono  che  il  cielo gli ha dato,
    concedendogli una posizione che viene subito dopo quella del re.
    ABERGAVENNY: Non so dire che cosa gli abbia  dato  il  cielo;  qualche
    occhio  pi  saggio  penetri in questo mistero,  ma per conto mio vedo
    l'orgoglio traspirargli da tutti i pori.  Donde gli viene  questo?  se
    non  dall'inferno,  vuol dire che il diavolo  diventato avaro,  o che
    gli aveva dato tutto prima,  cosicch  ora  il  cardinale  comincia  a
    creare in s un inferno nuovo.
    BUCKINGHAM:  Come  diavolo  s'  incaricato,  per questa spedizione di
    Francia,  di designare chi doveva seguirlo senza che il re lo sapesse?
    Fa  la  lista  dei  gentiluomini,  persone per la pi parte alle quali
    intende procurare pi spesa che onore;  e  una  sua  lettera,  scritta
    senza  il  concorso  dell'onorevole  Consiglio,  costituisce un ordine
    perentorio per coloro che sono negli elenchi.
    ABERGAVENNY: So di parenti miei, tre almeno, che con questa spedizione
    hanno cos sminuito il patrimonio che non saranno mai pi ricchi  come
    prima.
    BUCKINGHAM: Molti hanno portato indosso il valore di castelli e si son
    rotta  la  schiena  con  questo  gran viaggio.  A che ha servito tutta
    questa vanit se non a dare occasione a una conferenza seguita da  ben
    magri risultati?
    NORFOLK:  Penso con dolore che la pace tra noi e i Francesi non franca
    la spesa che abbiamo incontrata per concluderla.
    BUCKINGHAM: Dopo lo spaventoso temporale che segu la conclusione  del
    trattato,  tutti gli uomini sembravano ispirati, e, senza sapere l'uno
    dell'altro,  ruppero  nella  stessa  profezia:  che  questa  tempesta,
    guastando  le  sembianze  esterne  della  pace,  ne  faceva  presagire
    l'imminente rottura.
    NORFOLK: E la profezia si  avverata,  poich la Francia  venuta meno
    ai patti e ha confiscato le nostre merci giacenti a Bordeaux.
    ABERGAVENNY:  E'  per  questo  che  l'ambasciatore   stato ridotto al
    silenzio?
    NORFOLK: S, davvero.
    ABERGAVENNY: Una pace proprio degna di tal  nome  e  comprata  a  caro
    prezzo!
    BUCKINGHAM:  Ebbene,    il  cardinale  reverendissimo che ha condotto
    tutta questa faccenda.
    NORFOLK: Sia detto con vostra buona licenza,  tutti  hanno  notato  la
    ruggine che c' fra voi e il cardinale.  Vi consiglio - e questo viene
    da un cuore che vi augura  ogni  onore  e  doviziosa  sicurezza  -  di
    considerare il malanimo del cardinale insieme con la sua potenza; e di
    tener  presente  inoltre  che  quello che il suo alto odio desidera di
    effettuare trova uno strumento adeguato nel suo potere.  Ne  conoscete
    il  carattere;  sapete che  vendicativo per natura;  per conto mio so
    che ha una spada bene affilata,  lunga e che va lontano;  e  dove  non
    arriva  la  scaglia.  Fate  tesoro  del  mio  consiglio;  lo troverete
    salutare: ma ecco qui lo scoglio che vi ho consigliato di schivare.

    (Entrano il CARDINALE WOLSEY, preceduto da un Servo che porta la borsa
    col sigillo,  alcune Guardie e due Segretari con carte.  Il CARDINALE,
    passando, fissa BUCKINGHAM e BUCKINGHAM lui, entrambi sdegnosamente).

    WOLSEY:  Il  sovrintendente del duca di Buckingham;  ah!  dov' il suo
    interrogatorio?
    PRIMO SEGRETARIO: Qui, se vi piace.
    WOLSEY: E' egli qui in persona?
    PRIMO SEGRETARIO: S, se piace a Vostra Eminenza.
    WOLSEY: Bene,  allora ne sapremo dell'altro,  e Buckingham perder  un
    po' della sua albagia.
    (Esce Wolsey col Seguito).
    BUCKINGHAM:  Questo cagnaccio da macellaio ha il veleno in bocca e non
    so come mettergli la museruola;  meglio perci non  svegliarlo  finch
    dorme.  La  saccenteria  di  un  pezzente  conta  pi del sangue di un
    nobile!
    NORFOLK: Come!  siete  tanto  irritato?  chiedete  a  Dio  un  po'  di
    moderazione;  e  questo    l'unico  farmaco  che  la  vostra malattia
    richiede.
    BUCKINGHAM: Gli ho letto in faccia che sa cose che mi pregiudicano,  e
    il  suo  occhio  mi  ha  guardato  con  dispregio come qualche cosa di
    abbietto. In questo istante mi sta giocando qualche brutto tiro. Se ne
     andato dal re; ma lo seguir e lo terr in soggezione.
    NORFOLK:  Fermatevi,  mio  signore;   la  vostra  ragione  esamini  in
    contrasto con la collera quello che vi accingete a fare. Per salire un
    ripido  pendio occorre andare adagio sulle prime: la collera  come un
    cavallo generoso che, a lasciargli le briglie sul collo, si spossa per
    la  sua  stessa  foga.   Non  c'  uomo  in  Inghilterra  che   sappia
    consigliarmi meglio di voi: fate ora per voi stesso quello che fareste
    per l'amico.
    BUCKINGHAM:  Me  ne  vado  dal  re,  e con le mie parole di gentiluomo
    schiaccer l'arroganza di questo plebeo di Ipswich, o dir a gran voce
    che non esiste pi differenza di persone.
    NORFOLK: Usate prudenza;  non scaldate pel vostro nemico la fornace  a
    tal punto da scottare voi stesso;  andando troppo velocemente possiamo
    oltrepassare quello che volevamo raggiungere,  e fallire la  mta  col
    correre  oltre  misura.  Non  sapete  che  il fuoco che fa gonfiare il
    liquido finch  trabocca,  mentre  sembra  aumentarne  il  volume,  lo
    sciupa?  Usate  prudenza:  vi ripeto che non c' nessuno che possa con
    pi forza governarvi che voi stesso, se col succo della ragione volete
    spegnere o almeno temperare il fuoco della passione.
    BUCKINGHAM: Signore,  vi ringrazio  e  proceder  seguendo  il  vostro
    consiglio;  ma da notizie e prove limpide come fonti di luglio, quando
    si  distingue  sul  fondo  ogni  grano  di  ghiaia,   so  che   questo
    orgogliosissimo  uomo,  di  cui  non  parlo  per  bile  ma  per motivi
    disinteressati e sinceri,  corrotto e traditore.
    NORFOLK: Non dite traditore.
    BUCKINGHAM: Al re lo dir e dar alla  mia  affermazione  la  solidit
    della roccia.  Questo santo volpone o lupo,  o tutt'e due- e davvero 
    tanto vorace quanto astuto e incline al male quanto fornito  di  mezzi
    per  compierlo,  poich  la  sua  mente  e  l'autorit del suo ufficio
    s'infettano a vicenda - soltanto per fare sfoggio di fasto in  Francia
    come  in  patria,  ha  spinto  il  re  nostro signore a questo costoso
    trattato e a questo colloquio che ha ingoiato tanta parte  del  nostro
    tesoro e che, come un bicchiere, si  rotto nel risciacquarlo.
    NORFOLK: In fede mia  proprio vero.
    BUCKINGHAM:  Lasciatemi  dire,  per favore,  signor mio.  Questo furbo
    cardinale prese le disposizioni che gli piacquero per la conferenza  e
    quando disse cos sia furono approvate con tanto vantaggio quanto ve
    n'  a  dar  le  grucce a un morto: ma l'ha fatto il cardinale-conte e
    tutto sta bene: l'ha tatto il degno Wolsey che non pu sbagliare!  Ora
    vien  questo  che  a mio parere  come un figlio di quel vecchio babbo
    tradimento: l'imperatore Carlo, col pretesto di visitare la regina sua
    zia - perch non era che un pretesto e lo scopo vero era di abboccarsi
    segretamente con Wolsey - venne in questo paese.  Egli temeva  che  la
    conferenza  dei  due  re  e  la loro amicizia gli recasse pregiudizio,
    poich da quella  facevano  capolino  pericoli  a  minacciarlo.  Entr
    segretamente  in trattative col cardinale e come credo - e non temo di
    sbagliarmi perch son sicuro che l'imperatore pag prima  che  l'altro
    promettesse,  e cos ottenne quel che voleva prima ancora di chiederlo
    - quando la strada fu  fatta  e  lastricata  d'oro,  l'imperatore  gli
    chiese  che  facesse  cambiare  politica  al re e rompere quella pace.
    Sappia il sovrano, e presto lo sapr da me,  che il cardinale compra e
    vende cos l'onore della Corona a suo piacimento e per suo profitto.
    NORFOLK:  Mi  duole  sentir  questo  di lui,  e vorrei che fosse stato
    frainteso.
    BUCKINGHAM: No;  non c' sillaba che  non  sia  vera:  lo  rappresento
    esattamente quale apparir alla prova.

    (Entra  BRANDON  preceduto  da  un  Sergente  d'armi  e  da  due o tre
    Guardie).

    BRANDON: Fate il vostro dovere, sergente; suvvia, eseguitelo.
    SERGENTE: Mio signore duca di Buckingham e conte di Hereford, Stafford
    e Northampton,  vi arresto per alto  tradimento  in  nome  del  nostro
    augusto re.
    BUCKINGHAM: Ecco,  mio signore!  la rete s' chiusa sopra di me! Cadr
    vittima dei suoi inganni e delle sue macchinazioni.
    BRANDON: Sono dolente di assistere in persona al vostro arresto;  ma 
    volere di Sua Maest che siate condotto alla Torre.
    BUCKINGHAM: Non mi giover affatto sostenere la mia innocenza,  perch
    ho addosso tale tinta che annerir anche la parte  pi  candida  della
    mia vita. La volont del cielo sia fatta in questa e in tutte le altre
    cose. Obbedisco. Lord Abergavenny, addio.
    BRANDON:  No;  deve farvi compagnia.  (Ad Abergavenny) Il re vuole che
    anche voi siate rinchiuso nella Torre in attesa delle sue decisioni.
    ABERGAVENNY: Come ha detto il duca,  sia fatta la volont del cielo  e
    si obbedisca agli ordini del re.
    BRANDON: Ed ecco qui un mandato del re per arrestare lord Montacute, e
    Giovanni de la Car,  confessore del duca, e un certo Gilberto Peck suo
    cancelliere...
    BUCKINGHAM: Bene, bene, questi sono membri del complotto: speriamo che
    non ve ne siano altri.
    BRANDON: Un certosino.
    BUCKINGHAM: Oh! Nicola Hopkins.
    BRANDON: Proprio lui.
    BUCKINGHAM: Il  mio  sovrintendente  mi  ha  tradito;  il  grandissimo
    cardinale  gli  ha  mostrato  di  che  colore  l'oro: le mie ore sono
    contate. Non sono che l'ombra del povero Buckingham, e la mia figura 
    in questo istante oscurata dalla nuvola che ottenebra il  chiaro  sole
    della mia prosperit. Mio signore, addio.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. La sala del Consiglio.

    (Squillo  di tromba.  Entrano RE ENRICO che si appoggia al braccio del
    CARDINALE,  i Nobili,  e SIR TOMMASO LOVELL: il Cardinale si siede  in
    luogo pi basso del Re, alla sua destra).
    RE:  La  mia  vita  stessa e il meglio di essa ti ringraziano di tanta
    cura.  Ero  la  mira  di  una  congiura  perfettamente  organizzata  e
    ringrazio  te  che  l'hai  soffocata.   Venga  al  mio  cospetto  quel
    gentiluomo al servizio  di  Buckingham.  Voglio  sentirlo  in  persona
    confermare  le  sue  dichiarazioni;  punto  per  punto  ci  ripeter i
    tradimenti del suo padrone.

    (Grida dall'interno: Largo alla regina!.  Entra la  REGINA  CATERINA
    introdotta  dal DUCA Di NORFOLK e dal DUCA DI SUFFOLK e s'inginocchia.
    Il Re si alza dal trono,  la fa levare in piedi,  la bacia e poi la fa
    sedere al suo fianco.
    CATERINA: No, debbo restare in ginocchio: io sono una supplice.
    RE:  Alzatevi  e sedetevi accanto a noi: non ditemi una met di quello
    che volete perch avete la met del nostro potere: l'altra met  vi  
    concessa prima ancora che sia chiesta; dite quello che desiderate ed 
    vostro.
    CATERINA: Ringrazio Vostra Maest.  L'essenza della mia supplica  che
    voi abbiate cura di voi stesso e che in quella cura teniate in  debito
    conto la dignit del vostro alto ufficio.
    RE: Signora mia, procedete.
    CATERINA:  Vengo  informata da molte persone e gente veritiera che c'
    grande malcontento tra i sudditi: si sono mandati ordini fra loro  che
    hanno  ferito al cuore ogni senso di fedelt alla Corona: e sebbene in
    questo sfoghino amaramente il loro risentimento  contro  di  voi,  mio
    buon signor cardinale, come istigatore di questi balzelli, anche il re
    nostro signore - il cui onore il cielo difenda da ogni macchia - ha la
    sua  parte  di  male  parole,  tali  da  far scoppiare i fianchi della
    lealt, e dar quasi luogo a ribellione clamorosa.
    NORFOLK: Niente quasi:  ribellione senz'altro;  poich  in  seguito
    all'imposizione  del  tributo  tutti  i lanaioli,  non pi in grado di
    mantenere i loro dipendenti, hanno licenziato i filatori, i cardatori,
    i follatori, i tessitori, che, incapaci di fare altro mestiere, spinti
    dalla fame e dall'indigenza e mettendosi da disperati allo  sbaraglio,
    si  sono  sollevati tumultuosamente,  sicch nelle loro file milita il
    pericolo.
    RE:  Balzelli!  dove?  quali?  Signor  cardinale,  voi  che  ne  siete
    biasimato come noi, sapete qualche cosa di questi balzelli?
    WOLSEY: Se vi piace, sire, non so che una parte di quello che riguarda
    l'amministrazione dello Stato e non ho altra distinzione che di essere
    nella prima riga di un drappello che marcia tutto con me.
    CATERINA:  No,  mio  signore;  sia  pure che non ne sappiate pi degli
    altri: ma siete voi che ideate cose che poi tutti vengono a conoscere,
    dannose a coloro che non vorrebbero conoscerle e che debbono farne  la
    conoscenza  per  forza.  Questi tributi di cui il mio sovrano vorrebbe
    sapere qualcosa sono odiosissimi a udirli e chi ne sopporta il peso ci
    rimette la schiena.  Dicono che li abbiate progettati voi;  altrimenti
    bisogna riconoscere che soffrite di un biasimo troppo immeritato.
    RE: E ancora coi tributi!  di che natura sono?  di che specie,  vorrei
    sapere, sono questi balzelli?
    CATERINA: Sono troppo temeraria nel tentare la vostra pazienza,  ma mi
    fa  ardita la vostra promessa di perdono.  Il dolore dei sudditi nasce
    dalle ordinanze,  che impongono l'immediata esazione di un sesto delle
    sostanze  di  ciascuno:  a  pretesto  di  ci si adducono le guerre in
    Francia.  Di qui  parole  temerarie  e  bocche  che  sputano  su  ogni
    osservanza e cuori in cui la fedelt si raggela;  dove erano preghiere
    trovate maledizioni, e si  giunti al punto che la collera in tutti ha
    il sopravvento sulla docile obbedienza.  Vorrei che Vostra  Maest  si
    occupasse di questo senza indugio,  perch  cosa di grande importanza
    e urgenza.
    RE: Sulla mia parola,  cosa che mi dispiace assai.
    WOLSEY: Quanto a me,  la mia parte in ci non  andata  oltre  il  mio
    voto  individuale  e  anche questo ho dato in seguito all'approvazione
    dei nostri dotti giudici.  Se parlano di me  gli  ignoranti,  che  non
    conoscono  n  la  mia persona n le mie qualit,  e tuttavia vogliono
    scrivere la cronaca dei miei atti,  permettetemi di  dirvi  che    il
    destino  della  mia  posizione,  il bosco aspro attraverso il quale la
    virt deve passare. Non possiamo limitarci nelle azioni necessarie per
    paura dei critici malevoli che sempre,  come pesci  affamati,  seguono
    una nave attrezzata di fresco,  ma non ne ricavano altro beneficio che
    desiderare invano.  Spesso quello che facciamo di meglio   attribuito
    ad altri o biasimato da interpreti mal disposti o poco intelligenti; e
    altrettanto   spesso   quello  che  facciamo  di  peggio,   poich  fa
    impressione sulle loro menti grossolane,   applaudito come il  nostro
    atto  migliore.  Se  ci dobbiamo fermare per timore che le nostre idee
    siano schernite o criticate aspramente,  tant'  che  mettiamo  radici
    dove siamo o che posiamo qui come semplici statue di statisti.
    RE: Le cose fatte bene e con cura non sanno di timore, mentre atti che
    non hanno riscontro nel passato fanno dubitare del loro esito.  C' un
    precedente per queste ordinanze?  credo di no.  Non dobbiamo  togliere
    violentemente ai sudditi la protezione della legge e legarli al nostro
    capriccio.  Un  sesto  del  capitale  di  ciascuno?  un tributo da far
    tremare! Ebbene, se togliamo a un albero ramoscelli, corteccia e parte
    del legno,  anche se gli lasciamo la radice,  una  volta  che    cos
    mutilato  l'aria  si  berr  la linfa.  In ogni contea dove si  fatta
    opposizione, mandate con nostre lettere amnistia a chi ha impugnato la
    validit dell'ordinanza: vi prego, pensateci voi; l'affido alle vostre
    cure.
    WOLSEY (a parte al Segretario): Una parola.  Fate scrivere  lettere  a
    ogni contea,  informando del perdono e della grazia del re.  Il popolo
    oppresso pensa assai male di me: si  faccia  correr  voce  che  questa
    revoca  ed amnistia si debbono alla nostra intercessione;  e presto vi
    dar altre istruzioni su questa faccenda.
    (Esce il Segretario. Entra il Sovrintendente).
    CATERINA: Mi duole  che  il  duca  di  Buckingham  vi  sia  caduto  in
    disgrazia.
    RE:   Duole   a  molti.   E'  un  gentiluomo  assai  colto  e  oratore
    elegantissimo:  nessuno  ha  pi  di  lui  doti  naturali,  e  la  sua
    educazione  stata tale che pu essere maestro di color che sanno,  n
    avere mai a chiedere l'altrui aiuto. Eppure, vedete,  quando tali doni
    non  sono  ben collocati e lo spirito si corrompe,  diventano forme di
    vizio,  dieci  volte  pi  brutti  di  quanto  erano  belli  dapprima.
    Quest'uomo   cos   completo  e  oggetto  di  tanta  meraviglia,   che
    ascoltavamo con attenzione cos rapita che un'ora dei suoi discorsi ci
    sembrava un minuto, ha cambiato,  mia signora,  in mostruosi costumi i
    doni  del  cielo  che una volta erano suoi e il suo spirito si  fatto
    nero come se l'inferno l'avesse insozzato.  Sedete al  mio  fianco,  e
    udrete dal sovrintendente - questo signore godeva tutta la sua fiducia
    cose  da rattristare ogni persona d'onore.  Ordinategli di ripetere la
    denuncia di codeste macchinazioni, per le quali il nostro risentimento
    non sar mai troppo, n sar troppo poca la nostra curiosit.
    WOLSEY: Venite  avanti  e  coraggiosamente  riferite  quello  che,  da
    suddito diligente, avete raccolto dalla bocca del duca di Buckingham.
    RE: Parlate liberamente.
    SOVRINTENDENTE:  Prima di tutto era solito dire,  e ogni giorno le sue
    parole erano infette di questi pensieri,  che,  se il re  fosse  morto
    senza discendenti, si sarebbe comportato in modo da impadronirsi dello
    scettro;  precise  parole  di  tal natura ho sentito dire da lui a suo
    genero,  lord Abergavenny,  in presenza del quale ha anche giurato  di
    vendicarsi del cardinale.
    WOLSEY:  E qui Vostra Maest si compiaccia di notare questa pericolosa
    idea: deluso nelle sue brame, volge il suo intenso malvolere contro la
    vostra reale persona e lo estende, oltrepassando voi, ai vostri amici.
    CATERINA: Mio dotto signor cardinale, parlate con spirito di carit.
    RE: Continua: che fondamento dava al suo  titolo  alla  corona  quando
    fossi venuto meno io? l'hai mai sentito dir nulla a questo proposito?
    SOVRINTENDENTE: Ve lo condusse una vana profezia di Nicola Hopkins.
    RE: Chi era questo Hopkins?
    SOVRINTENDENTE:  Sire,  un  frate  certosino e suo confessore,  che lo
    nutriva ad ogni momento con discorsi di sovranit.
    RE: E come lo sai?
    SOVRINTENDENTE: Non molto tempo prima che  Vostra  Maest  andasse  in
    Francia il duca, trovandosi alla Rosa, nella parrocchia di San Lorenzo
    in Poultney,  mi chiese che cosa dicessero i Londinesi di quel viaggio
    e io risposi che si temeva che i  Francesi  avrebbero  dato  prova  di
    slealt  a danno del re.  E subito il duca disse che si temeva proprio
    di quello e che si sarebbero forse avverate le parole proferite da  un
    santo  monaco  che  spesso  -  disse  lui  - mi ha chiesto licenza di
    intrattenere quando gli facesse comodo il mio cappellano  Giovanni  de
    la Car su cose di una certa importanza.  E, dopoch ebbe fatto giurare
    al cappellano sotto il suggello  della  confessione  che  non  avrebbe
    ripetuto  ad  anima  viva,  ma  a  me  soltanto le sue parole,  con la
    solennit di chi confida gran cose,  dopo una pausa soggiunse: Di' al
    duca  che  n  il  re  n i suoi eredi avranno fortuna: digli anche di
    acquistarsi l'amore del popolo: il duca governer l'Inghilterra.
    CATERINA: Se ben vi conosco eravate il castaldo del duca e perdeste il
    posto in seguito ai reclami dei  contadini:  guardatevi  dall'accusare
    per  rancore  un  nobile a rovina della vostra anima che  cosa ancora
    pi nobile. Ripeto, guardatevene; s, ve ne prego con tutto il cuore.
    RE: Lasciatelo continuare. Va' avanti.
    SOVRINTENDENTE: Sull'anima mia, non dir che la verit.  Dissi al duca
    che  il  monaco  poteva essere illuso dal demonio e che era pericoloso
    ruminarvi  su,  e  che  il  diavolo  poteva  preparare  qualche  piano
    tenebroso  e farglielo prima accogliere nell'animo e poi eseguire;  ma
    mi rispose: Zitto,  non mi si pu fare nulla  di  male,  aggiungendo
    inoltre  che,  se  il  re fosse morto nell'ultima malattia.  sarebbero
    saltate le teste di sir Tommaso Lovell e del cardinale.
    RE: Ah! perverso a tal punto? Ah, ah! In quest'uomo c' lo spirito del
    male: hai nient'altro da dire?
    SOVRINTENDENTE: S, ne ho, sire.
    RE: Avanti.
    SOVRINTENDENTE: Essendo a  Greenwich,  dopo  che  Vostra  Maest  ebbe
    rimproverato il duca a proposito di sir Guglielmo Bulmer...
    RE:  Mi  ricordo  quell'occasione.  Il duca voleva ritenerlo come suo,
    sebbene fosse mio servo giurato. Ma continua: che venne da questo?
    SOVRINTENDENTE: Se per questo - disse  -  fossi  stato  chiuso  nella
    Torre come mi aspettavo, avrei fatto quello che mio padre intendeva di
    fare  all'usurpatore  Riccardo,  quando a Salisbury,  chiese di essere
    ammesso al suo cospetto;  cio,  se gli fosse  stato  concesso  mentre
    fingeva di fare atto di ossequio,  gli avrebbe piantato un coltello in
    corpo.
    RE: Che traditore gigantesco!
    WOLSEY: Ora, madama, pu il re muoversi liberamente, se un uomo simile
    non  in prigione?
    CATERINA: Dio ci aiuti!
    RE: C' dell'altro che vorrebbe uscirti di bocca: che vuoi dire?
    SOVRINTENDENTE: Dopo le parole mio padre e coltello si alz e  con
    una mano sullo stocco e l'altra sul petto, levando gli occhi al cielo,
    profer un terribile giuramento, il cui tenore era che, se fosse stato
    trattato  male,  avrebbe  superato suo padre di quanto l'effettuazione
    supera l'irresolutezza dei propositi.
    RE: E questo era il suo scopo: piantarmi in corpo un coltello!  Egli 
    gi arrestato;  fatelo subito venire al giudizio;  se la legge gli pu
    usare piet, l'avr; se no, non la chieda a noi; per Dio,   traditore
    al sommo.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Londra. Un'anticamera del Palazzo.

    (Entrano il LORD CIAMBELLANO e LORD SANDS).
    CIAMBELLANO:   E'   possibile   che   gli  incantesimi  della  Francia
    trasformino gli uomini in creature cos strane?
    SANDS:  C'  sempre  chi  segue  i  nuovi  costumi,  per  ridicoli  ed
    effeminati che siano.
    CIAMBELLANO:  A  quel  che vedo,  tutto il buono che gli Inglesi hanno
    ricavato da questo ultimo viaggio non  che qualche smorfia del  viso;
    ma sono accorti,  perch,  quando le praticano,  giurereste senz'altro
    che i loro stessi nasi siano stati consiglieri di Pipino e di Lotario,
    tanto sono dignitosi.
    SANDS: Hanno tutti gambe nuove e storpie:  chi  non  li  avesse  visti
    camminare  prima  direbbe  che il mal dei garretti regna fra loro come
    fra i cavalli.
    CIAMBELLANO: Canchero,  mio signore!  Anche gli abiti che portano sono
    di  taglio cos pagano che questi signori debbono avere logorato tutto
    quel che avevano di cristiano.
    (Entra SIR TOMMASO LOVELL).
    Che notizie ci portate, sir Tommaso Lovell?
    LOVELL: In fede mia, signore, non ho che la notizia del proclama che 
    stato affisso alla porta della corte.
    CIAMBELLANO: E che dice?
    LOVELL:  Parla  della  riforma  dei  costumi  dei  nostri  bellimbusti
    viaggiatori  che  riempiono  la  corte  delle  loro  liti,   dei  loro
    pettegolezzi e dei loro sarti.
    CIAMBELLANO: Ne sono lieto,  e vorrei invitare i nostri "monsieurs"  a
    riflettere che un cortigiano inglese pu essere saggio senza avere mai
    visto il Louvre.
    LOVELL:  E  cos sar,  perch le prescrizioni del proclama dicono che
    debbono lasciare gli avanzi di quelle  piume  e  grullerie  che  hanno
    preso  in Francia,  i punti di stupida etichetta che vanno insieme con
    quelle,  e i duelli e  fuochi  artificiali;  che  debbono  cessare  di
    offendere con la loro bella sapienza forestiera chi ne sa pi di loro,
    e  rinunciare  di  netto  alla fede che hanno nel tennis,  nelle calze
    lunghe,  nelle brache corte coi rigonfi,  e negli altri segni dei loro
    viaggi  all'estero,  e  pensarla  come  tutti  i  galantuomini: se non
    faranno questo,  dovranno ritornare  dai  loro  vecchi  amici,  e  l,
    suppongo,  potranno con privilegio consumare quanto loro resta di vita
    viziosa, ed essere oggetto di riso.
    SANDS: E' tempo di curare simili malattie  che  sono  ormai  diventate
    contagiose.
    CIAMBELLANO: Che perdita faranno le nostre signore con la scomparsa di
    questi vanerelli!
    LOVELL:  E  saranno  dolori davvero!  questi furbi figli di sgualdrina
    hanno una ricetta spiccia per metter supine le signore;  non c' nulla
    che uguagli un canto francese accompagnato dal violino.
    SANDS: Il diavolo se li violini!  Sono lieto che se ne vadano,  perch
    certamente non c'  modo  di  convertirli:  un  onesto  gentiluomo  di
    campagna  come  sono  io,  per  un  bel pezzo tenuto lontano da questo
    giuoco, potr intonare il suo canto fermo,  farsi ascoltare per un'ora
    e magari sentirsi dire che  un discreto musicista.
    CIAMBELLANO:  Bravo lord Sands,  vedo che il dente della giovinezza vi
    serve ancora.
    SANDS: S, signore, e mi servir finch ne avr un pezzettino.
    CIAMBELLANO: Sir Tommaso, dove andavate?
    LOVELL: Dal cardinale: Vostra Signoria  fra gli invitati.
    CIAMBELLANO: Oh!   vero: per questa sera ha imbandito a molti signori
    e signore una cena,  una cosa in grande;  vi saranno tutte le bellezze
    del regno, ve lo garantisco io.
    LOVELL: Questo prete ha un animo generoso,  una mano tanto prodiga  di
    doni quanto la terra che ci nutre: le sue rugiade cadono dovunque.
    CIAMBELLANO:  Non  vi    dubbio  che  di un animo nobile;  chi parla
    diversamente  una mala lingua.
    SANDS: Gli  lecito farlo e ha i mezzi per farlo; in lui la parsimonia
    sembrerebbe un peccato peggiore  dell'eresia:  gli  uomini  della  sua
    condizione   dovrebbero  essere  molto  generosi;   son  qui  per  dar
    l'esempio.
    CIAMBELLANO: E' proprio vero;  eppure ben pochi ora  danno  esempi  di
    tanta magnificenza. Ma la mia barca aspetta: Vostra Signoria venga con
    me.  Andiamo,  buon sir Tommaso, o arriveremo in ritardo; e non vorrei
    farlo,  perch questa sera sir Enrico Guilford  ed  io  siamo  maestri
    delle cerimonie.
    SANDS: Servo vostro.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Londra. Un'aula a Palazzo York.

    (Suono  di  oboi.  Una  piccola  tavola  sotto  un  baldacchino per il
    Cardinale e una tavola pi lunga per gli ospiti.  Entrano da una porta
    ANNA BOLENA e diverse altre Dame e Gentiluomini invitati;  da un'altra
    porta entra SIR ENRICO GUILDFORD).
    GUILDFORD: Signore,  un generale benvenuto da parte di Sua Eminenza vi
    saluta tutte;  egli dedica questa serata all'allegria e a voi: nessuno
    di cos nobile brigata,  egli spera,  avr  portato  qui  un  pensiero
    cruccioso: vi vuole allegre quanto la buona compagnia,  il buon vino e
    la buona accoglienza rendono di solito la brava gente.
    (Entrano il LORD CIAMBELLANO, LORD SANDS e SIR TOMMASO LOVELL).
    Signor mio, arrivate in ritardo;  invece a me il solo pensiero di cos
    bella compagnia aveva messo le ali ai piedi.
    CIAMBELLANO: Siete giovane, sir Enrico Guildford.
    SANDS:  Sir  Tommaso  Lovell,  se il cardinale avesse la met dei miei
    pensieri profani,  qualcuna delle signore,  prima  ancora  di  sedere,
    resterebbe servita di uno spuntino che le farebbe molto piacere: sulla
    mia parola,  una magnifica accolta di bellezze.
    LOVELL:  Oh,  se  Vostra Signoria facesse da confessore a una o due di
    queste dame!
    SANDS:  E  vorrei  proprio  esserlo:  avrebbero  da  fare  una  comoda
    penitenza.
    LOVELL: Quanto comoda?
    SANDS: Tanto comoda quanto la potesse fornire un letto di piume.
    CIAMBELLANO:  Gentili signore,  volete accomodarvi?  Sir Enrico,  fate
    sedere gli ospiti da codesta parte,  io mi  occuper  di  questa:  Sua
    Eminenza sta per entrare. No, non dovete essere cos gelide; due donne
    l'una a fianco dell'altra fanno freddo: monsignor Sands,  siete l'uomo
    da tenerle sveglie; vi prego, sedetevi fra queste due signore.
    SANDS: Ma certo,  e ne ringrazio Vostra  Signoria.  Permesso,  gentili
    signore?  se  mi  capita  di  dirle un po' grosse,  perdonatemi;  l'ho
    ereditato da mio padre.
    ANNA: Era un caposcarico, signore?
    SANDS: S,  s,  terribilmente e sempre  innamorato;  ma  non  mordeva
    nessuna: come faccio ora io, dava venti baci in un fiato.
    (La bacia).
    CIAMBELLANO:  Benissimo,  signor  mio.  E ora siete bellamente seduti.
    Signori,  sarete voi a far penitenza se le  belle  dame  se  ne  vanno
    facendo la faccia scura.
    SANDS: Alla mia piccola parrocchia penso io.
    (Suono di oboi. Il CARDINALE WOLSEY entra e occupa il tronetto).
    WOLSEY:  Benvenuti,  cari ospiti: quella nobile dama o quel gentiluomo
    che non sono lieti a  piacer  loro  non  sono  miei  amici:  questo  a
    conferma del mio benvenuto, e a voi tutti salute.
    (Beve).
    SANDS: Vostra Eminenza  nobile d'animo: fatemi dare una coppa che sia
    capace  di  contenere  i  miei  ringraziamenti  e  mi risparmierete un
    mucchio di parole.
    WOLSEY: Vi sono grato,  monsignor Sands: fate stare allegre le  vostre
    vicine. Ma voi, signore mie, non siete di buon umore: signori di chi 
    la colpa?
    SANDS:  Il  vino  deve salir loro alle guance,  mio signore;  e allora
    chiacchiereranno tanto da ridurci al silenzio.
    ANNA: Fate allegramente il vostro giuoco, monsignor Sands.
    SANDS: S,  quando vinco.  A voi,  signora: e  bevete,  perch    tal
    cosa...
    ANNA: ...che non potete mostrarmi.
    SANDS:  L'avevo  detto  a  Vostra  Eminenza che avrebbero incominciato
    presto a parlare.     (Suono di tamburi e trombe; sparo di cannoni).
    WOLSEY: Che  mai questo?
    CIAMBELLANO: Vada un po' a vedere qualcuno di voi.
    (Esce un Servo).
    WOLSEY: Che suono di guerra  questo e a che scopo?  No,  signore mie,
    non  temete;  secondo  tutte  le  leggi  della  guerra  siete  coperte
    dall'immunit.
    (Rientra il Servo).
    CIAMBELLANO: Dunque? che c'?
    SERVO: Una nobile schiera di forestieri,  poich tali sembrano:  hanno
    lasciato  la  loro  bissona  e sono approdati,  e qui si dirigono come
    grandi ambasciatori che vengono in nome di principi stranieri.
    WOLSEY: Lord ciambellano,  voi che sapete il francese,  andate  a  dar
    loro  il  benvenuto;  e,  di  grazia,  riceveteli  con molta dignit e
    conduceteli alla  nostra  presenza,  dove  questo  cielo  di  bellezze
    risplender  in  pieno  su di loro.  Qualcuno lo accompagni.  (Esce il
    Ciambellano,  col Seguito.  Tutti si alzano e si levano le mense)  Non
    avete  ora  che  gli  avanzi  di un festino,  ma vi rimedieremo: buona
    digestione a tutti e un cordiale benvenuto ancora una volta. Benvenuti
    tutti!
    (Suono di oboi.  Entrano il RE e altri vestiti da pastori,  introdotti
    dal  CIAMBELLANO.  Si presentano subito al Cardinale e lo salutano con
    grazia).
    Bella compagnia! che desiderano?
    CIAMBELLANO: Non sapendo parlare inglese vogliono che si dica a Vostra
    Eminenza che,  essendosi sparsa voce della nobile  ed  eletta  brigata
    raccolta  qui questa sera,  per la grande considerazione che hanno per
    la bellezza non potevano far di meno che lasciare  il  loro  gregge  e
    chiedervi  licenza di vedere sotto la vostra guida queste signore e di
    godere per un'ora in loro compagnia.
    WOLSEY: Ciambellano,  dite loro che onorano la mia povera casa  e  che
    per  ci  li  ringrazio  mille  volte e li prego di sollazzarsi a loro
    piacimento.

    (Ciascuno si sceglie una dama e il Re sceglie Anna Bolena).

    RE: La pi bella mano che io abbia mai toccato!  O  bellezza,  non  ti
    avevo mai conosciuto prima d'ora!
    (Musica. Danza).
    WOLSEY: Signore!
    CIAMBELLANO: Eminenza?
    WOLSEY:  Vi  prego di dir loro da parte mia che si deve trovare fra di
    essi uno che per il suo rango merita pi di me questo posto;  solo che
    lo conoscessi, gli cederei il mio luogo con affetto ed ossequio.
    CIAMBELLANO: Lo far, signore.
    (Bisbiglia agli individui mascherati).
    WOLSEY: Che dicono?
    CIAMBELLANO: Tutti confessano che c' proprio davvero e vorrebbero che
    voi lo scopriste e allora accetter la vostra offerta.
    WOLSEY:  Lasciatemi  un po' vedere.  Con vostra licenza,  signori,  su
    questa persona cade la mia scelta regale.
    RE (togliendosi la maschera): Lo avete scoperto,  cardinale: voi avete
    qui una bellissima compagnia e fate bene, mio signore; se non foste un
    ecclesiastico,  vi  assicuro  cardinale,  che  farei  di  voi  cattivi
    pensieri.
    WOLSEY: Sono lieto di vedere che Vostra Maest    cos  amante  delle
    piacevolezze.
    RE:  Lord  ciambellano,  vi  prego,  venite  qui:  chi   quella bella
    signora?
    CIAMBELLANO: Se piace a Vostra Maest,   la  figlia  di  sir  Tommaso
    Bullen, visconte di Rochford, e dama d'onore della regina.
    RE: In nome del cielo,   un buon bocconcino. Cara mia, sarei scortese
    se vi offrissi il braccio senza darvi un bacio. Un brindisi,  signori!
    Fate girare il bicchiere.
    WOLSEY:  Sir  Tommaso  Lovell,     pronto  il  banchetto  nella  sala
    riservata?
    LOVELL: S, mio signore.
    WOLSEY: Temo che Vostra Maest si sia scaldato alquanto nella danza.
    RE: Anche troppo, temo.
    WOLSEY: Maest, nella sala attigua fa pi fresco.
    RE: Date tutti il braccio alle signore.  Mia bella  compagna,  non  vi
    lascer per ora.  Stiamo allegri, mio buon signor cardinale: ho ancora
    una dozzina di brindisi da fare alla salute di cos belle  dame  e  un
    nuovo giro di danza. E poi andremo a dormire e sogneremo chi fu la pi
    bella questa sera. Cominci la musica.
    (Escono al suono delle trombe).



















    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Westminster. Una strada

    (Due Signori entrano e s'incontrano).
    PRIMO SIGNORE: Dove andate con tanta fretta?
    SECONDO  SIGNORE:  Dio  vi  salvi!  all'Alta  Corte di Giustizia,  per
    sentire quel che avverr del grande duca di Buckingham.
    PRIMO SIGNORE: Vi risparmier questa  fatica,  signore:  tutto    gi
    finito,  eccetto  che  la  cerimonia di ricondurre il prigioniero alla
    Torre.
    SECONDO SIGNORE: C'eravate?
    PRIMO SIGNORE: C'ero proprio.
    SECONDO SIGNORE: Ditemi quello che  accaduto, per favore.
    PRIMO SIGNORE: E' presto indovinato.
    SECONDO SIGNORE: L'hanno trovato colpevole?
    PRIMO SIGNORE: S, certo, e l'hanno condannato.
    SECONDO SIGNORE: Me ne duole.
    PRIMO SIGNORE: E molti altri ancora.
    SECONDO SIGNORE: Ma, per favore, come si  svolto il dibattimento?
    PRIMO SIGNORE: Ve lo dir in breve: il grande duca venne alla  sbarra,
    e  alle  accuse  continu  a  dichiararsi innocente,  portando molti e
    validi argomenti per sottrarsi al rigore della legge.  Al contrario il
    procuratore  di  Sua Maest lo incalz con gli interrogatori,  prove e
    confessioni dei diversi testimoni.  Il duca chiese di essere  messo  a
    confronto   con   loro  e  come  testi  a  carico  comparvero  il  suo
    sovrintendente, il cancelliere sir Gilberto Peck e Giovanni de la Car,
    suo confessore,  con quel diavolo di monaco Hopkins che  ha  combinato
    tutto questo guaio.
    SECONDO SIGNORE: Quello che lo nutriva di profezie?
    PRIMO   SIGNORE:   Proprio   lui.   Tutti   costoro  l'hanno  accusato
    insistentemente,  ed egli avrebbe voluto respingere queste  accuse  ma
    non  vi  riusc;  e  cos i suoi pari in forza di queste testimonianze
    l'hanno riconosciuto colpevole di alto tradimento.  Molte cose disse e
    dottamente,  per salvarsi la vita, ma non ci si bad o produssero solo
    una sterile compassione.
    SECONDO SIGNORE: E dopo tutto questo come si comport?
    PRIMO SIGNORE: Quando fu ricondotto alla sbarra per ascoltare  il  suo
    rintocco funebre,  voglio dire la sentenza,  era agitato da tal dolore
    che sudava profusamente,  e  parl  incollerito,  male  e  con  troppa
    impetuosit;  ma  si  ricompose  ancora  e  nel seguito diede prova di
    nobilissima pazienza.
    SECONDO SIGNORE: Non credo che abbia paura della morte.
    PRIMO SIGNORE: Certamente no, non  mai stato una donnicciola;  ma pu
    darsi che si dolga della causa.
    SECONDO SIGNORE: Sicuramente sotto tutto questo c' il cardinale.
    PRIMO SIGNORE: E' probabile,  per quel che si pu congetturare.  Prima
    di tutto ci fu l'arresto di Kildare, allora vicario del re in Irlanda,
    e, rimosso costui dall'ufficio, fu mandato col il conte di Surrey,  e
    in tutta fretta anche, perch non aiutasse il suocero.
    SECONDO  SIGNORE:  Questo    stato  un  astuto ed esoso espediente di
    governo.
    PRIMO SIGNORE: Non c' dubbio che se ne  vendicher  al  suo  ritorno.
    Tutti  hanno notato che se il re favorisce qualcuno,  il cardinale gli
    trova subito impiego ben lontano dalla corte.
    SECONDO SIGNORE: Tutto il popolo  lo  odia  mortalmente  e,  a  parlar
    sincero, vorrebbero che fosse dieci braccia sotto terra; e altrettanto
    amano  il  duca  e  vanno  pazzi  per  lui:  lo  chiamano  il generoso
    Buckingham, lo specchio di ogni cortesia...
    PRIMO SIGNORE: Fermatevi, signore,  e guardate quel nobile rovinato di
    cui avete fatto parola.
    (Entra  BUCKINGHAM  che viene dal giudizio.  Uscieri lo precedono;  il
    filo della scure  rivolto verso di lui,  e  ai  suoi  lati  camminano
    Alabardieri. Lo accompagnano SIR TOMMASO LOVELL, SIR NICOLA VAUX, LORD
    SANDS, Gente del popolo, eccetera).
    SECONDO SIGNORE: Avviciniamoci e osserviamolo.
    BUCKINGHAM:  Buona  gente  tutta,  voi  che  siete  venuti sin qui per
    compassionarmi,  ascoltate quello che vi dir  e  poi  ritornate  alle
    vostre case e dimenticatemi. Oggi sono stato condannato come traditore
    e  con questa taccia debbo morire: eppure ove io non sia stato fedele,
    se ho una coscienza,  mi condanni a eterna perdizione nel  momento  in
    cui la scure mi cadr sul collo;  di ci m' testimonio il cielo!  Non
    serbo per la mia morte alcun rancore alla legge che, date le premesse,
    non ha fatto che rendere giustizia, ma vorrei che coloro che cercarono
    di procurarmela fossero stati pi cristiani: eppure, siano quel che si
    vogliono essere,  perdono loro di cuore: non si glorino per  del  mal
    fare n si costruiscano le loro private sulle tombe dei grandi, poich
    allora il mio sangue innocente griderebbe contro di essi. Non spero di
    vivere  pi  a  lungo  in  questo  mondo  n  domanderei  che mi fosse
    concesso,  sebbene la clemenza del re sia pi grande dei miei peccati.
    Voi  pochi,  nobili amici e compagni,  che mi amaste e ardite piangere
    per Buckingham,  a cui  amarezza e  morte  lasciarvi,  accompagnatemi
    come  angeli  custodi  sino  al mio ultimo istante,  e quando la scure
    cadr su me,  separando l'anima mia dal corpo,  fate  una  sola  dolce
    offerta  delle  vostre  preghiere  e  sollevate la mia anima al cielo.
    Andiamo avanti, in nome di Dio.
    LOVELL:  Supplico  Vostra  Signoria,   per   carit,   di   perdonarmi
    generosamente se mai avete nascosto alcun rancore in cuor vostro verso
    di me.
    BUCKINGHAM:  Sir Tommaso Lovell,  tanto sinceramente vi perdono quanto
    vorrei essere perdonato: perdono a tutti,  non vi possono essere  cos
    innumerevoli  offensori che io non mi senta in grado di rappacificarmi
    con loro: nessun nero odio contrassegner la mia tomba.  Ricordatemi a
    Sua Maest e, se parler di Buckingham, vi prego di dirgli che l'avete
    visto  avviato al cielo: i miei voti e le mie preghiere sono per il re
    e, finch l'anima non mi abbandoni, invocher su di lui le benedizioni
    divine: viva egli pi anni di quel che io non abbia tempo di  contare,
    possa  la sua autorit essere sempre amorosa e sempre amata,  e quando
    la vecchiaia lo condurr alla morte, egli e la bont giacciano insieme
    nella stessa tomba!
    LOVELL: Debbo condurre Vostra Signoria  alla  riva  del  fiume  e  poi
    passare   la   consegna  a  sir  Nicola  Vaux  che  ha  l'incarico  di
    accompagnarvi al termine del vostro viaggio.
    VAUX: Ol,  preparatevi,  il duca sta venendo: approntate la  barca  e
    fornitela  di  tutto  quello  che  si  addice  alla  nobilt della sua
    persona.
    BUCKINGHAM: No,  sir Nicola,  lasciate stare: ogni  solennit  in  mio
    onore sarebbe ora una beffa.  Quando venni qui ero gran connestabile e
    duca di Buckingham, ora sono soltanto il povero Edoardo Bohun;  eppure
    son  pi  ricco  dei miei vili accusatori che mai non hanno saputo che
    cosa fosse verit: io invece la suggello con tal sangue  che  li  far
    gemere un giorno. Il mio nobile padre, Enrico di Buckingham, che fu il
    primo  a  levarsi  in  armi  contro  l'usurpatore Riccardo,  essendosi
    rifugiato presso il servo Banister  in  un  momento  di  pericolo,  fu
    tradito da quel miserabile e cadde senza essere sottoposto a giudizio;
    la  pace  di  Dio  sia  con  lui.  Enrico  Settimo,  il  re  seguente,
    rimpiangendo sinceramente la  morte  di  mio  padre,  da  quel  regale
    principe  che  era,  mi  rimise  in possesso dei miei onori e nobilit
    ancora una volta il mio nome,  togliendolo dalla  rovina  in  cui  era
    caduto.  Ora suo figlio,  Enrico Ottavo,  mi ha tolto con un sol colpo
    per sempre la vita,  l'onore il nome e tutto  quello  che  mi  rendeva
    felice. Sono stato giudicato e, debbo riconoscerlo, con grande decoro;
    e  questo mi rende un po' pi fortunato del mio disgraziato padre;  ma
    abbiamo avuto in fondo la stessa sorte,  caduti entrambi per opera dei
    nostri  servi,  di  quegli  uomini  che amavamo di pi;  oh,  servizio
    snaturato e sleale!  Il cielo sa quello che fa;  eppure,  voi  che  mi
    ascoltate, accogliete come cosa certa quello che vi dice un moribondo.
    Quando largheggiate d'affetto e di consigli, guardatevi d'andare oltre
    il  limite;  poich  coloro  che  vi fate amici e a cui date il cuore,
    appena appena notano il minimo inciampo nella vostra fortuna,  corrono
    via  da  voi  come  l'acqua  e  non  li  ritroverete pi se non quando
    intendono di  affogarvi.  Buona  gente,  pregate  per  me!  ora  debbo
    lasciarvi:    giunto  l'ultimo  momento  della mia lunga ed affannata
    vita. Addio: e se vorrete narrare qualche cosa di triste, racconterete
    come caddi. Ho finito, Dio mi perdoni.
    (Esce il Duca con quelli che lo accompagnano).
    PRIMO SIGNORE: Oh,  che cosa pietosa!  Messere credo che ci  richiami
    troppe maledizioni sul capo di coloro che ne sono stati gli autori.
    SECONDO SIGNORE: Se il duca  innocente,   cosa ben dolorosa;  eppure
    posso farvi cenno di un male che, se accadr, sar anche pi grande di
    questo.
    PRIMO SIGNORE: Gli angeli del cielo ce ne guardino!  che sarebbe  mai?
    Non dubitate certo della mia segretezza, messere?
    SECONDO  SIGNORE:  Questa  notizia  riservata    cos  importante che
    richiede veramente una discrezione a tutta prova per tenerla celata.
    PRIMO SIGNORE: Mettetemene a parte; non sono un chiacchierone.
    SECONDO SIGNORE: Mi fido di voi,  e lo  saprete,  messere.  Non  avete
    sentito recentemente sussurrare di una separazione del re da Caterina?
    PRIMO SIGNORE: S, ma la voce fu di breve durata: perch, quando il re
    ne sent parlare,  con gran collera comand al nostro sindaco di farla
    subito cessate e di ridurre al silenzio chi osava diffonderla.
    SECONDO SIGNORE: Ma  quella  che  pareva  calunnia,  messere,  ora  si
    riscontra  verit,  poich  pi viva che mai,  e si ritiene per certo
    che il re ci si prover.  O il cardinale o qualcun altro che  gli  sta
    presso,  in odio alla buona regina,  gli hanno instillato uno scrupolo
    che la condurr alla rovina,  e a confermarlo    giunto  da  poco  il
    cardinale Campeggi per questa faccenda, come tutti credono.
    PRIMO  SIGNORE: E' opera del cardinale Wolsey:  una sua macchinazione
    solo per vendicarsi dell'imperatore che non ha  voluto  concedergli  a
    sua richiesta l'arcivescovado di Toledo.
    SECONDO  SIGNORE: Credo che abbiate clto nel segno;  ma non  crudele
    che proprio lei abbia a sentire il bruciore di questa umiliazione?  Ma
    il cardinale  caparbio e la regina cadr.
    PRIMO SIGNORE: E' cosa assai triste.  Ma non sta bene parlarne cos in
    pubblico; faremo altre considerazioni in luogo pi appartato.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. Un'anticamera del Palazzo.

    (Entra il LORD CIAMBELLANO leggendo una lettera).
    CIAMBELLANO: Mio Signore, quanto ai cavalli che Vostra Signoria aveva
    ordinati,  stata mia cura diligente di vedere che fossero ben scelti,
    convenientemente addestrati e bardati a dovere.  Erano giovani e belli
    e  della  miglior  razza  che si trovi nel settentrione.  Quando erano
    pronti a partire per Londra un uomo del cardinale per suo ordine e con
    un atto di autorit me li ha tolti, dicendomi che il suo padrone aveva
    la precedenza su qualsiasi suddito se non anche sul re, e questo ci ha
    chiuso la bocca. E temo che lo far: ebbene, se li abbia, e credo che
    si prender tutto il resto.
    (Sopraggiungono i DUCHI DI NORFOLK e DI SUFFOLK).
    NORFOLK: Ben trovato, monsignor ciambellano.
    CIAMBELLANO: Buon giorno alle Vostre Signorie.
    SUFFOLK: Che sta facendo il re?
    CIAMBELLANO: L'ho lasciato solo, immerso in gravi pensieri ed ansie.
    NORFOLK: E qual  la causa?
    CIAMBELLANO: Sembra che  certi  scrupoli  per  il  matrimonio  con  la
    cognata stiano assediando da presso la sua coscienza.
    SUFFOLK: No,   la sua coscienza che sta assediando da presso un'altra
    signora.
    NORFOLK: Proprio cos:  opera del cardinale,  del cardinale-re;  quel
    cieco prete,  da vero figlio favorito della fortuna,  gira e rigira le
    cose come vuole. Ma il re lo conoscer un giorno per quello che .
    SUFFOLK: Dio lo voglia!  altrimenti non giunger mai  a  conoscere  se
    stesso.
    NORFOLK:  Quanto  santamente  attende alle sue occupazioni!  e con che
    zelo!  poich,  avendo rovinato l'accordo tra noi e  l'imperatore,  il
    grande nipote della regina, scende nel profondo dell'animo del re e vi
    semina idee di pericolo, dubbi, rimorsi, paure e disperazioni, e tutto
    questo  per  via  del  matrimonio.  Per  guarirne  il  re consiglia il
    divorzio,  la perdita di colei che,  tenuta da lui per venti anni come
    un gioiello sospeso al suo collo, non ha mai perduto il suo splendore,
    di  quella  donna  che l'ama con quella perfezione d'amore con cui gli
    angeli amano gli uomini buoni e che,  anche quando il pi grave  colpo
    della  fortuna  cadr su di lei,  continuer a benedire il re: e non 
    questa una pia azione del cardinale?
    CIAMBELLANO: Dio mi guardi  da  tali  consiglieri!  E'  verissimo  che
    questa  voce  circola  dappertutto;  ogni lingua ne parla e ogni cuore
    generoso ne piange: tutti quelli che osano  scrutare  questa  faccenda
    vedono  il  motivo ultimo,  la sorella del re di Francia.  Il cielo un
    giorno aprir gli occhi al re,  cos a  lungo  ciechi  per  quest'uomo
    temerario e perverso.
    SUFFOLK: E ci liberer da questa schiavit.
    NORFOLK:  Dobbiamo  pregare  e  con  tutto  il  cuore  per  la  nostra
    liberazione;  altrimenti quest'uomo prepotente  ci  ridurr  tutti  da
    principi a paggi.  Tutti gli onori umani gli giacciono davanti come un
    ammasso informe perch egli lo foggi a quella guisa che vuole.
    SUFFOLK: Quanto a me, miei signori, n lo amo n lo temo;  questo  il
    mio  pensiero: giacch non  lui che mi ha fatto,  mi regger se piace
    al re.  Le sue maledizioni e le sue benedizioni non mi toccano: le une
    e le altre sono un fiato di vento a cui non credo.  Lo conoscevo gi e
    lo conosco anche ora.  Cos lo abbandono a colui che lo ha  reso  cos
    orgoglioso, il papa.
    NORFOLK: Entriamo, e con qualche altra faccenda cerchiamo di distrarre
    il re dai gravi pensieri che lo angustiano troppo: mio signore, volete
    farci compagnia?
    CIAMBELLANO: Dispensatemene; il re mi ha mandato altrove e inoltre non
    credo che sia il momento di disturbarlo: state bene, signori.
    NORFOLK: Grazie, buon ciambellano.
    (Esce  il Lord Ciambellano;  il Re tira la cortina: sta seduto e legge
    pensoso).
    SUFFOLK: Quanto triste appare! certamente  assai afflitto.
    RE: Chi  l, ehi?
    NORFOLK: Dio non voglia che sia in collera.
    RE: Chi  l,  dico?  come osate turbare le mie meditazioni?  chi sono
    io, eh?
    NORFOLK:  Un  re  benevolo che perdona tutte le offese commesse non di
    proposito.  Se veniamo meno al nostro dovere in questo modo  per  una
    ragione  di  Stato,  circa  la  quale  desideriamo conoscere la vostra
    volont .
    RE: Siete temerari;  andatevene: vi dir quando   ora  di  parlar  di
    affari;  forse questo il momento di trattare di faccende terrene, eh?
    (Entrano WOLSEY e CAMPEGGI col mandato papale).
    Chi  l?  il mio buon cardinale?  oh,  mio Wolsey, tu che sei balsamo
    alla mia coscienza ferita,  tu che sei l'uomo atto a sanare un re!  (A
    Campeggi) Benvenuto nel nostro regno,  dottissimo e reverendo signore:
    noi e le cose nostre siamo a vostra disposizione;  (a Wolsey) mio buon
    signore, vedete voi che queste non siano vane parole.
    WOLSEY:  Sire,  ci  non  pu  essere.  Vorrei  che  Vostra  Maest ci
    concedesse un'ora di udienza privata.
    RE (a Norfolk e Suffolk): Siamo occupati, andate.
    NORFOLK (a parte a Suffolk): Questo prete non ha proprio orgoglio!
    SUFFOLK (a parte a Norfolk): No,  non c'  neanche  da  parlarne:  non
    vorrei  esserne  affetto come lui nemmeno se mi si desse il suo posto:
    ma questo non pu continuare.
    NORFOLK (a parte a Suffolk): Se  cos, gli mener un buon colpo.
    SUFFOLK (a parte a Norfolk): E io un altro.
    (Escono Norfolk e Suffolk).
    WOLSEY: Vostra Maest ha creato un precedente di saggezza  che  supera
    quella  di  ogni  altro  principe  nell'affidare  francamente  i  suoi
    scrupoli alla decisione della Chiesa: ora chi pu  essere  in  collera
    con  voi?  che odio pu giungere sino al vostro trono?  Gli Spagnuoli,
    legati a lei da sangue e da simpatia,  debbono  confessare,  se  hanno
    spirito  di  onest  che  il  giudizio  giusto e nobilmente condotto.
    Tutto il clero nei regni cristiani,  voglio dire la parte  pi  dotta,
    pu  parlare  liberamente.  Roma,  nutrice  di sapienza giuridica,  in
    seguito al vostro augusto invito,  ci ha mandato una lingua che  parli
    per  tutte:  questo  valentuomo,  questo  dotto  e  giusto  prete,  il
    cardinale Campeggi, che ancora una volta presento a Vostra Maest.
    RE: E ancora una volta gli do il benvenuto e lo abbraccio, e ringrazio
    il Sacro Collegio per il suo affetto  e  per  avermi  mandato  proprio
    l'uomo che desideravo.
    CAMPEGGI:  Vostra  Maest  tanto nobile che merita l'affetto di tutti
    gli stranieri.  Nelle mani di Vostra Altezza presento il  mandato,  in
    virt  del quale e per ordine della Curia Romana voi,  eccellentissimo
    cardinale di York, sarete compagno a me suo servo nell'esprimere sulla
    questione un giudizio imparziale.
    RE: Tutti e due imparziali.  La  regina  sar  tosto  informata  della
    ragione per cui siete venuto. Dov' Gardiner?
    WOLSEY:  So  che  Vostra  Maest  l'ha  sempre  amata tanto che non le
    negher quello che una donna di meno alto grado potrebbe chiedere  per
    legge: l'aiuto di dotti che difendano la sua causa.
    RE: S,  li avr e dei migliori,  e la mia approvazione sar per colui
    che assolver meglio questo ufficio:  il  cielo  non  voglia  che  sia
    altrimenti.  Cardinale,  vi prego,  chiamatemi Gardiner,  il mio nuovo
    segretario: vedo che  un individuo capace.
    (Esce Wolsey).
    (Rientra WOLSEY con GARDINER).

    WOLSEY (a parte a Gardiner): Datemi la mano: vi auguro ogni bene;  ora
    siete al servizio del re.
    GARDINER  (a  parte  a  Wolsey): Ma anche sempre al servizio di Vostra
    Eminenza che mi ha elevato a questo posto.
    RE: Venite qui, Gardiner.
    (Cammina con lui bisbigliando).
    CAMPEGGI:  Monsignore  di  York,   un  certo  dottor  Pace      stato
    predecessore di quest'uomo nell'ufficio di segretario?
    WOLSEY: S, lo  stato.
    CAMPEGGI: Non era ritenuto persona dotta?
    WOLSEY: S, sicuramente.
    CAMPEGGI:  Vi  assicuro  allora  che si sparla persino di voi,  signor
    cardinale.
    WOLSEY: Come! di me?
    CAMPEGGI: Non si fanno scrupolo di dire che voi eravate geloso di lui,
    e che temendo che salisse per la sua virt,  lo  avete  tenuto  sempre
    fuori  del  paese:  questo  lo avrebbe addolorato tanto che ne sarebbe
    impazzito e morto.
    WOLSEY: Dio l'abbia in pace!  Questa   considerazione  da  cristiani:
    quanto  agli autori di mormorazioni vi  un luogo dove saranno puniti.
    Egli era uno sciocco,  perch voleva essere virtuoso  ad  ogni  costo:
    questo  brav'uomo,  se  gli do un ordine,  fa quello che gli dico: non
    voglio  nessuno  vicino  se  non  a  questi  patti.  Imparate  questo,
    fratello:  non  viviamo  per cadere nelle mani di persone pi basse di
    noi.
    RE: Riferite ci alla regina con ogni riguardo.  (Esce  (Gardiner)  Il
    luogo  pi  adatto che mi viene in mente per ricevere tanta accolta di
    dottrina    Blackfriars:  l  sarete  convocati  per  questa   grande
    incombenza.  Mio  Wolsey,  fate  mettere  in  ordine  il posto.  O mio
    signore, non  un gran dispiacere per un uomo di cuore abbandonare una
    cos cara compagna? ma,  la coscienza,  la coscienza!  oh,   un punto
    molto sensibile! e mi  forza lasciarla.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Londra. Anticamera negli appartamenti della Regina.

    (Entrano ANNA BOLENA e una vecchia Dama).
    ANNA:  Non per questo,  proprio.  Questo  il punto pi doloroso: dopo
    che Sua Maest  vissuto tanto con lei, ed ella cos buona signora che
    nessuna lingua ha potuto calunniarla - per l'anima  mia,  non  ha  mai
    saputo  che  cosa significasse far male - dopo essere stata tanti anni
    sul trono crescendo in maest e pompa,  dolci  al  primo  acquisto  ma
    amarissime a perdersi, dopo tutto questo cacciarla via,  tal calamit
    che un mostro ne sarebbe impietosito.
    DAMA: I cuori pi duri s'inteneriscono e piangono per lei.
    ANNA: In nome di Dio,  sarebbe meglio che non avesse saputo che cosa 
    il fasto: sebbene sia una cosa terrena,  se la  fortuna  bisbetica  lo
    toglie  a  chi  lo  gode,    una  sofferenza tanto dolorosa quanto la
    separazione dell'anima dal corpo.
    DAMA: Ahim, povera signora!  ridiventata straniera in questa terra.
    ANNA: E tanto  pi  merita  compassione.  Davvero:    proprio  meglio
    nascere  in  umile stato e viver contenti in mezzo a gente modesta che
    ammantarsi in un doloroso  luccichio  e  portare  un'aurea  corona  di
    cordoglio.
    DAMA: Il sapersi contentare  quanto di meglio si possa avere.
    ANNA: Per la mia fede e la mia verginit, non vorrei essere regina.
    DAMA:  Io  s  che  lo  vorrei  e  sarei  disposta  a rischiare la mia
    verginit per questo;  e lo vorreste anche voi a dispetto  di  codesto
    vostro pizzico di ipocrisia; voi che avete tante attrattive femminili,
    di  donna  avete  anche  il cuore che ha sempre desiderato alto stato,
    ricchezza e sovranit: queste sono di gran belle cose, e sia detto con
    tutto  il  dovuto  rispetto  per  la  vostra  beghineria,   la  vostra
    coscienza,  capace  ed elastica come pelle di capretto,  accoglierebbe
    questi doni, se vi piacesse di tirarla al punto giusto.
    ANNA: No, davvero.
    DAMA: S, davvero e davvero; ma non vorreste proprio essere regina?
    ANNA: No, per tutto l'oro del mondo.
    DAMA: E' strano: vecchia come sono,  per un soldo storto  mi  lascerei
    indurre  a  divenire  regina: ma,  per favore,  che cosa direste se vi
    facessero duchessa?  avreste forza sufficiente per portare il peso  di
    tale titolo?
    ANNA: No, certo.
    DAMA:  Allora  siete  proprio  di debole costituzione: ma scendiamo un
    gradino.  Non vorrei essere un giovane conte e venirvi tra i piedi per
    provocare  in  voi  pi  d'un  semplice  rossore: se la vostra schiena
    rifiuta anche questo incarico,  sarebbe troppo debole per  portare  il
    peso di un bambino.
    ANNA:  Che discorsi mi fate!  Vi assicuro ancora che non vorrei essere
    regina per tutto il mondo.
    DAMA: S,  ma certo per questa piccola  Inghilterra  affrontereste  il
    rischio  di  accettare  l'emblema  regale:  io  stessa lo farei per la
    contea di Carnarvon,  anche se alla Corona non appartenesse altro.  Ma
    chi viene qua?
    (Entra il LORD CIAMBELLANO).
    CIAMBELLANO: Buon giorno,  signore.  Quanto varrebbe la pena di pagare
    per conoscere il segreto dei vostri discorsi?
    ANNA: Mio buon signore,  non vale proprio la pena che  lo  domandiate:
    stavamo commiserando i dolori della nostra signora.
    CIAMBELLANO:  Nobile  atto,  degno  della  vostra  bont:  c'  ancora
    speranza che tutto finisca bene.
    ANNA: E cos sia, ne prego Dio.
    CIAMBELLANO: Avete  un  animo  gentile  e  le  benedizioni  del  cielo
    accompagnano  creature come voi.  A confermare che quel che ho detto 
    verit e che in alto luogo si sono osservate le  vostre  molte  virt,
    Sua  Maest  vuole  che vi riferisca quanto bene pensa di voi e che si
    propone di onorarvi nientemeno che col titolo di marchesa di Pembroke,
    unendo  a  questo  titolo  la  somma  annua  di  mille  sterline  come
    appannaggio, per tutta sua grazia.
    ANNA: Non so che specie di obbedienza io gli possa offrire;  offrirgli
    pi di tutto quello che ho  ancor nulla,  n le  mie  preghiere  sono
    debitamente  santificate  n i miei voti valgono pi che inani vanit;
    eppure preghiere  e  voti  sono  tutto  quello  che  posso  dargli  in
    ricambio.   Prego   Vostra  Signoria  di  riportare  a  Sua  Maest  i
    ringraziamenti e l'espressione dell'umile sottomissione di  un'ancella
    vergognosa, che prega per la sua salute e maest.
    CIAMBELLANO:  Signora,  non  mancher  di confermare il re nella buona
    opinione che ha di voi.  (A parte) L'ho  osservata  bene;  bellezza  e
    dignit  sono  cos  commiste  in  lei  che hanno fatto presa sul re e
    chiss che da questa dama non possa venire una  gemma  che  illuminer
    tutta  l'isola.  (Forte)  Me ne andr dal re e gli dir che ho parlato
    con voi.
    ANNA: Addio, onorato signore.
    (Esce il Lord Ciambellano).
    DAMA: Ebbene,  cos va il mondo,  vedete!  Ho mendicato in  corte  per
    sedici  anni  e  sono  ancora una mendicante,  n ho saputo mai tra il
    troppo presto e il troppo tardi trovare cos bene il giusto  mezzo  da
    cavarne un buon gruzzolo di sterline; e voi, oh fato! voi che siete un
    pesciolino  appena  appena  venuto qui maledetta questa fortuna che vi
    capita vostro malgrado!  - vi trovate piena  la  bocca  senza  neanche
    darvi il fastidio di aprirla.
    ANNA: E' una cosa ben strana per me.
    DAMA: Che sapore ha?   amara?  scommetto quaranta soldi che non lo .
    C'era una volta una signora, che non voleva essere regina, no,  non lo
    voleva  per  tutto il limo dell'Egitto;   una vecchia storia: l'avete
    sentita?
    ANNA: Suvvia, siete in vena di piacevolezze.
    DAMA: Quando parlo di voi mi sentirei di andare pi su  dell'allodola.
    Marchesa di Pembroke!  e mille sterline l'anno per pura grazia e senza
    alcun corrispettivo!  Davvero questo ne promette  altre  migliaia:  lo
    strascico  della  grandezza    pi  lungo che il davanti della gonna.
    Ormai so che la vostra schiena pu  portare  il  titolo  di  duchessa:
    dite, non vi sentite pi forte di quello che eravate prima?
    ANNA: Buona signora,  divertitevi con le vostre particolari fantasie e
    lasciatemi in pace.  Potessi morire,  se questo  mi  fa  arrossire  di
    piacere:  mi  fa  piuttosto  venir  meno al pensiero di quello che pu
    seguire.  La regina  sconsolata e noi,  lontane da lei da  tanto,  la
    dimentichiamo: vi prego, non ditele quello che avete sentito qui.
    DAMA: Per chi mi prendete?
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Londra. Un'aula in Blackfriars.

    (Squillo di trombe,  fanfara e suono di cornette. Entrano due Sacristi
    con piccole  verghe  d'argento;  quindi  due  Segretari  in  abito  da
    dottori,  l'ARCIVESCOVO  DI CANTERBURY da solo,  i VESCOVI Dl LINCOLN,
    ELY, ROCHESTER e SAINT ASAPH; a una certa distanza viene un Gentiluomo
    che porta la borsa col Gran Sigillo e un  cappello  cardinalizio,  due
    Preti  che  portano  croci  d'argento;  un  Gentiluomo  Usciere a capo
    scoperto accompagnato da un Sergente d'armi con  la  mazza  d'argento;
    due Gentiluomini con due alte colonnine d'argento;  dopo di loro l'uno
    a fianco dell'altro i due CARDINALI e due Nobili con  la  spada  e  la
    mazza.  Il  RE  si siede sotto un baldacchino e i due CARDINALI un po'
    pi in basso come giudici.  La REGINA si mette a qualche distanza  dal
    RE.  I Vescovi prendono posto un po' in disparte dal tribunale come se
    fossero in Concistoro; ancora pi lontano i Segretari.  I Pari seggono
    subito  dopo  i  Vescovi.  Il resto del Seguito sta in bell'ordine sul
    palcoscenico).
    WOLSEY: Si ordini il silenzio mentre si legge il mandato  che  abbiamo
    ricevuto da Roma.
    RE:  Che bisogno c'?   gi stato letto pubblicamente e da ogni parte
    se ne riconosce l'autorit, sar tempo risparmiato.
    WOLSEY: E cos sia: procedete.
    SEGRETARIO: Dite: Enrico re d'Inghilterra, presentati al tribunale.
    BANDITORE: Enrico, re d'Inghilterra, presentati al tribunale.
    RE: Presente!
    SEGRETARIO:  Dite:  Caterina,  regina  d'Inghilterra,  presentati  al
    tribunale.
    BANDITORE: Caterina, regina d'Inghilterra, presentati al tribunale.
    (La Regina non risponde,  si alza dalla sedia, attraversa la Corte, va
    dove si trova il Re, s'inginocchia ai suoi piedi e parla).
    CATERINA: Sire,  desidero che rendiate giustizia al mio buon diritto e
    che mi commiseriate;  poich sono una poverissima donna, una straniera
    nata fuori dei vostri domini,  e non ho  qui  giudici  imparziali,  n
    sicurezza di benevolenza e di procedimento spassionato.  Ahim,  sire,
    in che cosa vi ho offeso? che causa di risentimento vi ho dato col mio
    contegno,  perch abbiate a respingermi cos da voi e a  togliermi  la
    vostra  grazia?  Il  cielo  mi   testimonio che sono sempre stata una
    moglie sottomessa e fedele,  sempre pronta a far  la  vostra  volont,
    sempre paurosa di provocare la vostra disapprovazione,  sempre attenta
    al vostro viso,  lieta o triste a seconda che lo  vedevo  diversamente
    atteggiato.  Quando mai ho contraddetto un vostro desiderio o non l'ho
    fatto mio?  quale dei vostri amici non  ho  cercato  di  amare,  anche
    quando  sapevo  che era mio nemico?  quale dei miei amici che si fosse
    attirata la vostra collera ho continuato a trattar con  benevolenza  e
    anzi non ho senz'altro licenziato? Sire, ricordate che in questo stato
    di  obbedienza sono stata vostra moglie per pi di venti anni e che ho
    avuto la benedizione di concepire da voi molti figli: se durante tutto
    questo tempo potete dire e provare alcunch contro il mio onore  e  il
    mio rispetto del vincolo coniugale,  il mio amore,  il senso di dovere
    verso la vostra sacra persona,  in nome di Dio  cacciatemi  e  il  pi
    turpe  disprezzo  mi colpisca e mi consegni ai rigori della giustizia.
    Permettetemi di dire che il  re  vostro  padre  aveva  reputazione  di
    principe   prudentissimo,    d'ingegno   e   giudizio   eccellente   e
    insuperabile;  Ferdinando,  mio padre,  re di Spagna,  era considerato
    come  uno  dei sovrani pi saggi che da molti anni avessero regnato in
    quel paese;  e non si pu negare che avevano raccolto da tutti i regni
    un'assemblea  di  saggi  a  discutere  delle  nostre  nozze.   Costoro
    giudicarono legale il nostro matrimonio;  perci vi prego umilmente di
    darmi tempo sinch non abbia consultato i miei amici di Spagna, di cui
    solleciter  l'avviso:  se  no,  in  nome di Dio,  sia fatta la vostra
    volont.
    WOLSEY: Madama,  avete qui,  e scelti da voi stessa,  questi reverendi
    padri,  uomini di singolare integrit e sapere,  gli eletti del paese,
    che sono raccolti per perorare la  vostra  causa:    inopportuno  che
    cerchiate  di  tirare  in lungo il giudizio,  sia per la vostra stessa
    tranquillit sia per l'urgenza di rettificare quanto di irregolare v'
    nella posizione del re.
    CAMPEGGI: Sua Eminenza  ha  parlato  bene  e  con  giustizia;  perci,
    madama,   bene che questa reale udienza proceda e che vengano esposti
    e ascoltati senza indugio gli argomenti delle due parti.
    CATERINA: Signor cardinale, parlo a voi.
    WOLSEY: Che desiderate, madama?
    CATERINA: Starei per piangere, ma pensando che sono regina, o che ho a
    lungo sognato di esserlo,  e che certamente sono la figlia di  un  re,
    muter le mie lacrime in scintille infuocate.
    WOLSEY: Siate paziente ancora per un poco.
    CATERINA: Lo sar quando voi sarete umile,  o piuttosto prima,  perch
    Dio altrimenti mi punirebbe. Convinta da ragioni assai forti credo che
    siate mio nemico e perci vi ricuso come giudice; poich siete voi che
    avete attizzato tra il mio signore e me questa fiamma,  la rugiada del
    cielo possa estinguerla!  Perci ripeto che elevo formale protesta con
    tutta l'anima e vi ricuso come giudice, poich, lo dichiaro ancora una
    volta,  vi considero mio mortale nemico,  e per  nulla  zelante  della
    verit.
    WOLSEY:  E  io  dichiaro che questo  un linguaggio nuovo sulle vostre
    labbra;  di voi che avete sempre professato spirito di carit  e  dato
    prove  con  gli atti di avere animo soave e saggezza assai superiore a
    quella del vostro sesso. Madama,  mi fate torto: non ho nessun rancore
    n  desiderio  di essere ingiusto con voi n con alcun altro: a quello
    che ho fatto  e  che  far  in  seguito  sono  stato  autorizzato  dal
    Concistoro,  s,  dall'intiero Collegio dei cardinali.  Mi accusate di
    avere soffiato sul fuoco e io lo  nego:  il  re    presente:  se  gli
    constasse  che  queste  parole  sono in contrasto con quanto ho fatto,
    come potrebbe,  e giustamente,  ferire la mia falsit come  voi  avete
    ferito la mia veracit!  Se poi sa che sono innocente, sa anche che mi
    avete fatto torto.  Perci sta in lui di darmi riparazione,  e  questa
    consiste  nel  rimuovere da voi tali pensieri,  e prima che Sua Maest
    interloquisca vi supplico di negar fede nella vostra  mente  a  quello
    che avete detto e di non ripeterlo pi.
    CATERINA: Mio signore, mio signore, io sono soltanto una donna, troppo
    debole  per  resistere  alla vostra astuzia.  Usate contegno dimesso e
    umili parole,  e con questa umilt di  portamento  e  di  discorso  in
    apparenza  contrassegnate  il vostro ufficio e il vostro stato,  ma in
    realt avete il cuore zeppo di arroganza,  bile  e  orgoglio.  Aiutato
    dalla fortuna e dal favore di Sua Maest avete percorso con facilit i
    primi   gradini  e  ora  siete  salito  dove  i  potenti  sono  vostri
    stipendiati e le vostre parole, come domestici obbedienti,  vi servono
    nell'ufficio che vi piace di assegnar loro.  Debbo dirvi che siete pi
    geloso del vostro onore che della vostra alta professione  spirituale;
    e  ancora  vi  ricuso  come  mio giudice e qui in presenza di tutti mi
    appello al papa,  chiedendo di portare l'intiera causa davanti  a  Sua
    Santit, perch sia giudicata da lui.
    (S'inchina al Re e fa l'atto di andarsene).
    CAMPEGGI: La regina  ostinata, recalcitrante alla giustizia, pronta a
    lagnarsene  e  sdegnosa  di  esserne  giudicata;  e  non va bene.  Sta
    andandosene!
    RE: Richiamatela.
    BANDITORE: Caterina, regina d'Inghilterra, presentati al tribunale.
    GENTILUOMO USCIERE: Madama, vi richiamano.
    CATERINA: Non sta a voi dirlo!  vi prego,  continuate  per  la  vostra
    strada:  quando  richiameranno  voi,  tornerete indietro: ora Iddio mi
    aiuti!  Mi tormentano s che la mia pazienza non regge pi.  Vi prego,
    andiamo: non indugier n comparir mai pi per questa causa in alcuno
    dei loro tribunali.
    (Escono la Regina e il Seguito).
    RE:  Vattene  pure,  Caterina:  se  alcuno  dir  di  avere una moglie
    migliore non otterr pi fede alcuna dopo aver detto cosa cos  falsa.
    Se  le  tue  rare  qualit,  la soave dolcezza,  la santa mitezza,  la
    condotta di saggia moglie che pur comandando sembrava obbedire,  e  le
    altre tue doti nobili e virtuose potessero rivelarti appieno,  saresti
    la regina di tutte le regine della terra.  E' di nobile origine e si 
    sempre  comportata  verso  di  me  in  armonia  con la nobilt del suo
    sangue.
    WOLSEY: Mio amato sire,  poich dove sono stato derubato  e  messo  in
    catene,  l  debbo  essere  sciolto,  sebbene  non subito e pienamente
    risarcito,  umilissimamente chiedo che Vostra Maest si compiaccia  di
    dichiarare  in modo che tutti costoro possano sentire se ho mai per il
    primo avviato questo argomento con voi o fatto nascere scrupoli che vi
    spingessero a mettere in questione il matrimonio,  o se ho mai parlato
    di lei senza ringraziare il cielo per averci dato cos regale signora,
    o se ho mai proferito la minima parola che potesse pregiudicare la sua
    attuale dignit o recare offesa alla sua nobile persona.
    RE:  Signor cardinale,  vi dichiaro del tutto innocente;  s,  sul mio
    onore vi libero da questa taccia.  Sapete benissimo  che  avete  molti
    nemici  che  non  sanno perch lo siano ma,  come btoli di villaggio,
    abbaiano quando sentono altri abbaiare: da alcuni di questi la  regina
      stata aizzata contro di voi.  La vostra innocenza  proclamata;  ma
    desiderate una maggiore giustificazione?  Eccola: avete sempre  voluto
    che questa faccenda dormisse,  che mai si toccasse e, se vi sono stati
    approcci,  avete cercato di ostacolarli: sul mio onore rappresento  il
    cardinale  com',  e  sin qui lo giustifico.  Ma ora,  se mi concedete
    tempo e attenzione,  mi far ardito a dirvi che cosa  mi  ha  mosso  a
    questo  atto.  Notate  bene e state attenti,  e vi dir come tutto ci
    accadde.  La mia coscienza cominci  a  sentire  disagio,  scrupolo  e
    rimorso  per  certi  discorsi  fatti  dal  vescovo  di Bajona,  allora
    ambasciatore di Francia e mandato qui per trattare del matrimonio  fra
    il  duca  di  Orlans e mia figlia Maria.  Nel corso delle trattative,
    prima che si giungesse a una decisione definitiva,  egli,  voglio dire
    il  vescovo,  chiese  una dilazione per interpellare il re suo signore
    sulla legittimit di nostra figlia in relazione al mio matrimonio  con
    la vedova di mio fratello. Il motivo di questa dilazione mi scosse nel
    fondo  della coscienza,  entr in me con violenza,  mi fece tremare il
    cuore e apr tale strada che insieme a questo dubbio si affollarono  e
    penetrarono a forza nel mio spirito molte considerazioni che mi resero
    perplesso.  Prima  di  tutto mi pareva che il cielo non mi arridesse e
    che per sua volont il grembo di mia moglie,  se concepiva un maschio,
    non  gli  rendesse  altro  servizio  che  quello che la tomba rende al
    cadavere,  perch i figli morivano prima di nascere o  poco  dopo  che
    avevano cominciato a respirare quest'aria terrena.  Di qui mi venne il
    pensiero che era un castigo del cielo e che il mio regno,  pur essendo
    degno del miglior erede del mondo,  non ne sarebbe stato allietato per
    opera mia;  quindi,  com'era naturale,  passai a meditare sul pericolo
    che questi Stati correvano per tale mancanza di prole;  e ci mi diede
    molte amare trafitture al cuore.  Agitato  cos  sul  mare  tempestoso
    della  coscienza  mi  volsi a cercare quel rimedio pel quale siamo qui
    raccolti,  cio volli quietare l'animo mio,  allora tormentato e  oggi
    non  ancora  completamente  sanato,  con  l'aiuto di tutti i reverendi
    padri  e  dottori  egregi  del  paese.   Prima   cominciai   a   farne
    riservatamente  parola con voi,  monsignore di Lincoln,  e ricorderete
    come sudavo nel mio turbamento quando mi rivolsi a voi.
    LINCOLN: Certamente, sire.
    RE: Ho parlato a lungo: compiacetevi ora voi stesso di  dire  come  mi
    rassicuraste.
    LINCOLN:  Piaccia a vostra altezza,  la vostra richiesta,  riguardando
    cosa di tanta importanza e di cos terribili conseguenze,  mi turb al
    punto  che,  dubitando  del pi audace consiglio che avevo in animo di
    darvi,  incitai Vostra Maest a seguire quella via che qui  ora  state
    effettivamente seguendo.
    RE: Poi ne parlai con voi,  monsignore di Canterbury,  e ne ottenni il
    permesso di convocare quelli che sono qui ora adunati: ogni persona di
    riverenza in questa corte io l'ho sollecitata,  ma in  particolare  mi
    sono  regolato  secondo  il  consenso  formale  che  mi avete dato per
    iscritto: perci continuate,  perch nessuna antipatia  per  la  buona
    regina,  ma  il  pungolo  acuto  delle ragioni che ho addotte,  spinge
    innanzi questo procedimento.  Se riuscite  a  provare  che  il  nostro
    matrimonio    legale,  sulla  mia  vita e per la mia dignit di re vi
    assicuro che saremo lieti di  passare quanto ci resta di vita  mortale
    con   Caterina,   sin  qui  la  pi  eccellente  creatura  e  ritenuta
    impareggiabile in tutto il mondo.
    CAMPEGGI: Se piace a Vostra Maest,  necessario che, in assenza della
    regina,  rinviamo il giudizio  ad  altro  giorno:  frattanto  si  deve
    insistere presso di lei perch ritiri l'appello che intende fare a Sua
    Santit.
    RE  (a  parte):  Mi accorgo che questi cardinali si gingillano con me:
    aborro questa inerzia dilatoria e queste furberie di Curia. O Cranmer,
    mio dotto e amato servo,  ritorna,  ti prego;  con te ritorner il mio
    conforto. Sospendete l'udienza: andiamo.
    (Escono nell'ordine in cui erano entrati).
    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Londra. Le stanze della regina.

    (La REGINA e le sue Ancelle intente al lavoro).
    CATERINA:  Prendi  il  liuto,  ragazza:  la mia anima  rattristata da
    dolorosi pensieri; canta e disperdili, se puoi: smetti di lavorare


    CANZONE.

    Orfeo col liuto le foreste,
    e dei monti le fredde creste
    al suo canto chinar fe';

    germogliavan piante e fiori,
    come ovunque, con piogge e soli,
    primavera movesse il pi.

    Ogni cosa che l'udia suonare,
    anche l'onde in mezzo al mare,
    flettea il capo nel languor.

    Tal dei dolci suoni  il potere,
    che ogni affanno e dispiacere
    s'addormenta, o udendo muor.

    (Entra un Gentiluomo).

    CATERINA: Che c'?
    GENTILUOMO: Se piace a Vostra Maest, i due grandi cardinali attendono
    nella sala delle udienze.
    CATERINA: Vogliono conferire con me?
    GENTILUOMO: Cos mi hanno detto di comunicarvi, madama.
    CATERINA: Pregate le loro signorie di venir qua.  (Esce il gentiluomo)
    Che  possono volere da me,  povera e debole donna caduta in disgrazia?
    La loro  visita  non  mi  fa  piacere;  tuttavia,  pensandoci  meglio,
    dovrebbero  essere uomini buoni e le loro azioni altrettanto rette: ma
    l'abito non fa il monaco.

    (Entrano WOLSEY e CAMPEGGI).

    WOLSEY: Sia pace a Vostra Maest.
    CATERINA: Le Vostre Signorie mi  trovano  qui  in  forma  di  mediocre
    massaia: vorrei essere perfetta nel caso che avvenisse il peggio.  Che
    desiderate da me, reverendi signori?
    WOLSEY: Nobile signora,  se vi compiacerete di ritirarvi in una stanza
    appartata, vi diremo la ragione della nostra venuta.
    CATERINA:  Ditela  qui:  non  vi    nulla  di  quel che ho fatto,  in
    coscienza, di cui debba parlarsi in un angolo segreto: potessero tutte
    le donne dire altrettanto con un animo altrettanto  sincero.  Poco  mi
    importa,  di  tanto sono privilegiata fra le donne,  che le mie azioni
    siano giudicate da ogni lingua, considerate da ogni occhio,  attaccate
    dalla malignit e dai bassi pettegolezzi, cos inalterabilmente pura 
    stata  la  mia  vita.  Se  volete  qualche  cosa da me,  se desiderate
    investigare la mia condotta di moglie,  parlate apertamente: la verit
    richiede franchezza.
    WOLSEY: "Tanta est erga te mentis integritas, regina serenissima"...
    CATERINA: Niente latino, signor cardinale: dal giorno della mia venuta
    non sono stata cos negligente scolara da ignorare la lingua di coloro
    in  mezzo  ai quali vivo.  Una lingua straniera rende la mia causa pi
    strana,  pi sospetta;  vi prego,  parlate inglese: qui vi sono alcune
    donne che,  se dite la verit, ve ne saranno grate per amor della loro
    povera padrona.  Credetemi,  le    stato  fatto  gran  torto,  signor
    cardinale:  del  peccato  che  ho  commesso  pi volontariamente posso
    essere assolta in inglese.
    WOLSEY: Nobile signora,  sono dolente che la mia integrit e i servigi
    resi a Sua Maest e a voi abbiano generato cos profondo sospetto dove
    tutto era concepito in buona fede.  Non veniamo a macchiare con accuse
    quell'onore che ogni lingua loda n per mettervi a tradimento  in  una
    situazione  dolorosa  - vi siete gi anche troppo,  buona signora - ma
    per sapere come la pensate in questo grande dissenso fra voi e il  re,
    per  dirvi la nostra opinione da uomini sinceri e onesti e per portare
    qualche conforto alla vostra causa.
    CAMPEGGI: Onoratissima madama,  il  cardinale  di  York,  per  nobilt
    d'animo,  zelo  e  rispetto  sempre  dimostrato  a  Vostra Maest,  da
    quell'uomo buono che , vuole dimenticare il biasimo che con manifesta
    esagerazione avete poco fa inflitto a lui e alla sua  veracit,  e  vi
    offre i suoi buoni uffici e consigli in segno di pace.
    CATERINA  (a  parte):  S,  per tradirmi.  Miei signori,  vi ringrazio
    entrambi per il vostro buon volere;  parlate da galantuomini  e  prego
    Dio  che  tali  vi  mostriate  alla  prova.  Ma  in verit non so come
    rispondere l per l con la mia meschina intelligenza  a  uomini  cos
    gravi  e  sapienti su di un punto di tale importanza,  che mi tocca da
    vicino nell'onore e, lo temo,  ancor pi da vicino nella vita.  Sedevo
    or ora lavorando con le mie ancelle,  non aspettandomi affatto, Dio lo
    sa, una simile visita e per una simile faccenda. Per riguardo a quella
    che fui - poich sento  gli  ultimi  aneliti  della  mia  grandezza  -
    lasciatemi  prender  tempo,   Eminenze,  e  cercare  persone  con  cui
    consultarmi: ahim, sono donna, senza amici e senza speranza!
    WOLSEY: Madama,  fate torto all'affetto del re con questi  timori:  le
    vostre speranze e i vostri amici sono infiniti.
    CATERINA:  Di  ben  poco  vantaggio  per  me in Inghilterra.  Credete,
    signori,  che un qualsiasi Inglese oserebbe consigliarmi o,  anche  se
    fosse  sconsiderato  al  punto  da  essere  onesto,  ardirebbe essermi
    pubblicamente amico in opposizione al re senza essere messo  a  morte?
    No davvero; gli amici, coloro che saprebbero pesare le mie afflizioni,
    coloro  a cui potrei accordare fiducia,  non sono qui: come ogni altro
    mio conforto sono lontani, nel mio proprio paese, signori.
    CAMPEGGI: Vorrei che Vostra Maest lasciasse da parte le  tribolazioni
    e seguisse il mio consiglio.
    CATERINA: E quale, signore?
    CAMPEGGI: Affidatevi alla protezione del re che vi  molto affezionato
    e animato da grande benevolenza: sar molto meglio per il vostro onore
    e per la vostra causa;  se il giudizio della legge vi fosse contrario,
    ve ne andreste da questo paese disonorata.
    WOLSEY: Vi suggerisce giusto.
    CATERINA: Voi, tutti e due, mi suggerite quello che desiderate: la mia
    rovina E' questo un consiglio da buoni  cristiani?  Andatevene!  Vi  
    ancora  un cielo che sovrasta a tutti;  l siede un giudice che nessun
    re pu corrompere.
    CAMPEGGI: Il vostro furore s'inganna su di noi.
    CATERINA: Tanto pi dovreste vergognarvene.  Vi credevo santi  uomini,
    sull'anima  mia  vere  e  proprie  virt cardinali;  ma temo che siate
    peccati cardinali e cuori falsi:  emendateli,  altrimenti  vergogna  a
    voi!  E' questo il conforto, il rimedio sovrano che portate a una dama
    miserabile, a una donna sperduta tra voi,  derisa,  schernita?  Non vi
    auguro  la  met  dei  miei  dolori;  ho  troppa carit.  Ma un giorno
    ricorderete questo ammonimento: state in guardia,  per amor del cielo,
    state  in guardia,  perch una volta o l'altra il peso dei miei dolori
    non ricada sopra di voi.
    WOLSEY: Voi farneticate,  madama: voi riducete la  nostra  offerta  di
    bene a una espressione di malanimo.
    CATERINA:  Siete  voi che riducete me alla distruzione: guai a voi e a
    tutti i falsi professanti come voi!  Se avete senso di giustizia e  di
    piet, se di sacerdoti avete qualche cosa di pi che l'abito, come mai
    mi  consigliate di mettere la mia causa vacillante nelle mani di colui
    che mi odia,  ahim,  che mi ha gi bandita dal suo letto e per  lungo
    tempo dal suo amore? Sono vecchia, miei signori, e il solo vincolo che
    ho  con  lui  il vincolo dell'obbedienza.  Che cosa pu accadermi che
    superi questa  miseria?  pensate  pure  a  scovare,  se  vi  riuscite,
    maledizione peggiore di questa.
    CAMPEGGI: Le vostre paure sono anche peggiori.
    CATERINA: Lasciatemi parlare per me stessa,  perch la virt non trova
    amici: ho vissuto tanto a lungo ed  questa tutta  la  ricompensa  che
    ricevo per essere stata una moglie fedele,  una donna, oso dirlo senza
    vanagloria,  mai segnata di sospetti?  per questo sono andata incontro
    al  re  con tutti i miei affetti,  l'ho collocato nel mio amore subito
    dopo  Dio,   l'ho  obbedito  e  ho  spinto  la  mia   devozione   fino
    all'idolatria,  al  punto da dimenticar quasi di recitare le preghiere
    per contentarlo? Questo non  bello,  signori.  Portatemi come esempio
    una donna sempre fedele al marito, una che non abbia mai sognato altra
    gioia che di fargli piacere e vi dir che io ho in aggiunta al massimo
    che essa pu fare un'altra onorevole qualit: una grande pazienza.
    WOLSEY: Madama, la vostra mente divaga lontana dal bene a cui miriamo.
    CATERINA:   Signore,   non  oso  commettere  la  colpa  di  rinunciare
    volontariamente al titolo  che  il  vostro  sovrano  mi  ha  conferito
    sposandomi: tranne la morte nulla mi toglier le mie dignit.
    WOLSEY: Vi prego, ascoltatemi.
    CATERINA: Piacesse al cielo che non avessi mai calpestato questo suolo
    inglese  o  sentite  le  adulazioni  che vi allignano!  Avete facce di
    angeli, ma Dio conosce i vostri cuori. Che sar ora di me,  miserabile
    donna? sono la creatura pi infelice del mondo. Ahim, povere ragazze,
    dove  sono ora le vostre fortune?  Naufraga in un regno dove non trovo
    clemenza,  amici,  speranze,  dove nessun parente piange per me e dove
    forse non mi si conceder una tomba, chiner la testa e perir come il
    giglio che fioriva una volta nel campo e ne era signore.
    WOLSEY:  Se  Vostra Maest potesse convincersi che le nostre mire sono
    oneste,   si  sentirebbe  pi  riconfortata:  buona  signora,   perch
    dovremmo,  per qual motivo,  farvi torto?  non lo consentono la nostra
    posizione e il nostro carattere: ufficio nostro  di  sanare,  non  di
    seminare tali dolori.  Per amor del cielo,  pensate a quello che fate;
    pensate che potete danneggiarvi,  straniarvi  del  tutto  dal  re  con
    questo   comportamento.   I  cuori  dei  principi  sono  assai  teneri
    all'obbedienza, la baciano,  ma contro gli spiriti riottosi gonfiano e
    diventano terribili come bufere. So che avete un animo soave, nobile e
    calmo come la bonaccia: vi prego,  credeteci quello che professiamo di
    essere: pacificatori, vostri amici e servi.
    CAMPEGGI: Lo scoprirete da voi stessa, signora. Fate torto alle vostre
    virt con queste paure di  donnicciola:  un  nobile  spirito  quale  
    quello  che  vi  stato dato,  sempre rigetta lontano da s tali dubbi
    come se fossero moneta falsa.  Il re vi ama: guardatevi  dal  perderne
    l'affetto;  quanto a noi, se volete fidarvi di noi in questa faccenda,
    siamo pronti a usare tutto il nostro zelo per servirvi.
    CATERINA: Fate quello che volete,  miei signori e vi prego di scusarmi
    se  mi  sono  comportata  scortesemente;  sapete  benissimo  che manco
    dell'ingegno che occorrerebbe  per  rispondere  degnamente  a  persone
    quali  siete  voi.  Presentate  i  miei ossequi a Sua Maest:  ancora
    padrone del mio affetto e lo sar delle mie  preghiere  finch  vivr.
    Suvvia,  reverendi  padri,  consigliatemi:  vi supplica ora colei che,
    quando pose piede su questa terra, era lontana dal pensare che avrebbe
    dovuto comperare le sue dignit a cos caro prezzo.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. Il Palazzo.

    (Entrano il DUCA DI NORFOLK, il DUCA DI SUFFOLK,  il CONTE DI SURREY e
    il LORD CIAMBELLANO).
    NORFOLK:  Se  ora  vi  unite  nelle vostre lagnanze e le sostenete con
    fermezza,  il cardinale non si regger  sotto  il  loro  peso:  se  vi
    lasciate  sfuggire  quest'occasione  sono  certo  che soffrirete altri
    spregi oltre a quelli che soffrite gi.
    SURREY:  Sono  lieto  di  approfittare  della  minima  occasione   per
    vendicare su di lui il male fatto a mio suocero, il duca.
    SUFFOLK:  Quale  dei  pari  non ha sofferto del suo dispregio o per lo
    meno non  stato stranamente trascurato?  quando mai il  cardinale  ha
    considerato la nobilt in altri che in se stesso?
    CIAMBELLANO:  Voi  parlate  di  quello  che  vi  farebbe  piacere:  so
    benissimo quali sono i suoi torti verso di voi e verso di  me,  ma  ho
    molti  dubbi sul male che possiamo fargli,  sebbene l'occasione sembri
    favorirci. Se non potete impedirgli l'accesso al re, non tentate nulla
    contro di lui, perch nella sua lingua vi  qualche cosa che affascina
    il sovrano.
    NORFOLK: Non temete,  codesto incantesimo  rotto: il re  ha  scoperto
    contro  di  lui cose da guastare per sempre il miele delle sue parole.
    No, egli  ingolfato nel suo sfavore, da non potersi pi risollevare.
    SURREY: Messere, sarei ben lieto di udire una volta l'ora notizie come
    questa.
    NORFOLK: Credetelo,   vero: si  scoperta tutta la  contraddittoriet
    del  suo procedere nella faccenda del divorzio,  e vi fa la figura che
    vorrei facesse il peggiore dei miei nemici.
    SURREY: Come sono venuti alla luce i suoi intrighi?
    SUFFOLK: In modo assai strano.
    SURREY: Come, come?
    SUFFOLK: Le lettere mandate da Wolsey al papa sono andate  smarrite  e
    sono  finite sotto gli occhi del re: in queste il cardinale supplicava
    Sua Santit di arrestare il procedimento di divorzio,  poich,  se  si
    fosse  svolto,  vedo  -  scriveva  - che il mio re  rimasto irretito
    dall'amore per una dama della regina, Anna Bolena.
    SURREY: E il re lo sa?
    SUFFOLK: Certamente.
    SURREY: E far effetto?
    CIAMBELLANO: Da queste manovre il re vedr come il  cardinale  procede
    tortuosamente  e  nascostamente.  Ma  a  questo  riguardo tutte le sue
    furberie  falliscono  ed  egli  porta  la  medicina  dopo   la   morte
    dell'ammalato, perch il re ha gi sposato la bella signora.
    SURREY: Fosse vero!
    SUFFOLK: Il vostro desiderio vi porti fortuna signor mio, perch  gi
    appagato.
    SURREY: Tutta la mia gioia segua questa unione.
    SUFFOLK: E io dico amen.
    NORFOLK: Tutti lo diranno.
    SUFFOLK:  Sono  gi  state  prese le disposizioni per l'incoronazione:
    per si tratta di notizia fresca fresca e non  il caso di  ridirla  a
    tutti.  Ma, miei signori,  una splendida creatura e perfetta di animo
    e di corpo: sono convinto che da lei deriver  qualche  benedizione  a
    questo paese che ne acquister eterna fama.
    SURREY:  Ma  il  re mander gi questa lettera del cardinale?  Dio non
    voglia!
    NORFOLK: Amen !
    SUFFOLK: No, no; ci sono altre vespe che gli ronzano intorno al naso e
    che gli faranno sentire ancora pi presto  la  puntura.  Il  cardinale
    Campeggi    partito  di  soppiatto  per  Roma  senza prendere formale
    congedo: ha lasciato in sospeso la causa del re ed   corso  via  come
    agente di Wolsey per secondare il suo piano.  Vi assicuro che a questa
    notizia il re ha gridato ah!.
    CIAMBELLANO: Dio lo infuri e lo faccia gridare ah! ancor pi forte.
    NORFOLK: Ma quando ritorna Cranmer?
    SUFFOLK: E' ritornato sotto forma di opinioni raccolte da tutte le pi
    famose universit del mondo cristiano che  hanno  persuaso  il  re  al
    divorzio:  tra  poco  saranno  resi di pubblica ragione il suo secondo
    matrimonio e l'incoronazione di Anna.  Caterina non sar pi  chiamata
    regina, ma principessa vedova del principe Arturo.
    NORFOLK:  Questo  Cranmer  del quale parlate  una brava persona e s'
    occupato molto della faccenda del re.
    SUFFOLK: S, e per questo lo vedremo nominare arcivescovo.
    NORFOLK: L'ho sentito dire anch'io.
    SUFFOLK: E' proprio cos; ma ecco il cardinale.

    (Entrano WOLSEY e CROMWELL).

    NORFOLK: Osservate, osservate: che faccia scura!
    WOLSEY: Avete consegnato il plico al re, Cromwell?
    CROMWELL: In sue proprie mani nella camera da letto.
    WOLSEY: Ne ha guardato il contenuto?
    CROMWELL: Lo ha subito  dissigillato  e  il  primo  documento  che  ha
    trovato  l'ha  letto  molto  seriamente,  si  capiva  dal viso che era
    soprappensiero.  Ha ordinato che  vi  presentiate  qui  a  lui  questa
    mattina.
    WOLSEY: Sta per uscire dalla camera?
    CROMWELL: Ormai credo di s.
    WOLSEY: Lasciatemi solo alquanto. (Esce Cromwell) (A parte) Dev'essere
    la  duchessa  d'Alenon,  sorella del re di Francia: deve sposare lei!
    Anna Bolena! no;  non voglio Anne Bolene per lui: in un matrimonio c'
    qualcosa  di  pi che un bel viso.  Bolena!  no niente Bolena.  Vorrei
    avere presto notizie da Roma. La marchesa di Pembroke!
    NORFOLK: E' malcontento.
    SUFFOLK: Pu darsi che abbia sentito dire che il re sta  affilando  la
    sua collera contro di lui.
    SURREY: E l'affili bene, o Dio, per la tua giustizia!
    WOLSEY  (a  parte):  La  dama  dell'ex-regina e figlia di un cavaliere
    diventar padrona della sua padrona! la regina della regina!  la fiamma
    della candela  fumosa: tocca a me scatizzarla,  e allora si spegner.
    Che importa se so che  virtuosa e meritevole?  So  anche  che    una
    luterana biliosa e non giova alla nostra causa che essa posi nel cuore
    del re, cos difficile a governarsi; e poi  sorto un eretico, anzi un
    eresiarca,  Cranmer,  uno  che si  insinuato nelle grazie del re ed 
    divenuto il suo oracolo.
    NORFOLK: E' irritato per qualche cosa.
    SURREY:. Vorrei che fosse cosa che gli rodesse le fibre pi vitali del
    cuore!

    (Entrano il RE, che legge un foglio, e LOVELL).

    SUFFOLK: Il re, il re!
    RE: Che massa di ricchezze ha accumulato per suo conto!  e  che  pazze
    spese  sembra  fare  a  ogni  ora!  in nome dell'economia,  come mai 
    riuscito a mettere insieme tutto questo? Ditemi,  miei signori,  avete
    veduto il cardinale?
    NORFOLK:  Sire,  siamo  stati  qui  ad  osservarlo.  Qualche  insolita
    agitazione  nel suo cervello: si morde le  labbra  e  trasalisce,  si
    ferma improvvisamente,  china gli occhi, si porta un dito alla tempia;
    di scatto incomincia a camminare a gran passi, poi si ferma ancora, si
    batte il petto e subito alza gli occhi alla luna: insomma gli  abbiamo
    visto prendere i pi strani atteggiamenti.
    RE:  Pu  essere  benissimo:  vi   certo un tumulto confuso nella sua
    mente.  Questa mattina mi ha mandato dei documenti da leggere come gli
    avevo  chiesto,  e  sapete  cos'ho  scoperto,  certamente non messo l
    apposta?   un  inventario  che  elenca  le  diverse  parti  della  sua
    argenteria,  il  suo  tesoro,  ricche stoffe e ornamenti domestici che
    trovo in quantit cos smisurata da eccedere la propriet  normale  di
    un suddito.
    NORFOLK:  E' volere del cielo: qualche spirito soprannaturale ha messo
    questa carta nel plico per deliziarne i vostri occhi.
    RE: Se pensassi che le sue contemplazioni vanno oltre la  terra  e  si
    appuntano  a un oggetto spirituale,  lo lascerei alle sue meditazioni:
    ma temo che i suoi pensieri appartengano alla sfera  che    sotto  la
    luna e non siano degni della sua seria considerazione.

    (Il Re si siede e bisbiglia a Lovell che si avvicina al Cardinale).

    WOLSEY: Il cielo mi perdoni! Dio benedica sempre Vostra Maest.
    RE:  Mio  buon signore,  siete pieno di sostanza celestiale e in mente
    conservate l'inventario delle vostre migliori  doti  che  ora  stavate
    certo   scorrendo.   Voi  non  avete  agio  di  togliere  alle  vostre
    occupazioni spirituali un attimo  per  rivedere  i  conti  in  materia
    terrena:  certo,  in questo non vi stimo buon amministratore,  ma sono
    lieto di sapere che condividete un simile difetto con me.
    WOLSEY: Sire, agli uffici sacri destino una parte del tempo,  un'altra
    a  trattare  quegli  affari di Stato che sono di mia competenza,  e la
    natura chiede momenti di ristoro a cui io,  suo fragile figlio  fra  i
    miei fratelli mortali, debbo rivolgere l'attenzione.
    RE: Dite bene.
    WOLSEY:  E  Vostra  Maest  possa  sempre,  e ve ne offrir il destro,
    congiungere nella sua mente il mio ben fare col mio ben dire.
    RE: Dite bene ancora,  ed  gi un fatto buono il dire bene: eppure le
    parole  non  sono  fatti.  Mio  padre vi amava e lo diceva e col fatto
    confermava le sue parole a vostro  riguardo.  Dacch  sono  salito  al
    trono  vi ho tenuto vicino al mio cuore,  vi ho impiegato in uffici di
    gran rendimento e,  di pi,  ho limitato la mia parte per concedere  a
    voi i frutti della mia generosit.
    WOLSEY (a parte): Che vuol dir questo?
    SURREY (a parte): Dio conduca questa faccenda a buon fine.
    RE:  Non ho fatto di voi il primo uomo nello Stato?  Vi prego di dirmi
    se quello che ho detto  vero: e se vi sentite di confessarlo, dite se
    vi sembra di essere a noi obbligato. Che dite?
    WOLSEY: Sire,  confesso che le  vostre  regali  grazie  fatte  piovere
    giornalmente  su di me erano pi di quel che occorresse a soddisfare i
    miei desideri pi studiati,  che andavano al di  l  di  quanto  umani
    sforzi  potessero  attingere,  e  che  i  miei  sforzi  furono  sempre
    inferiori ai desideri,  ma pari alla mia capacit:  i  miei  propositi
    erano  miei  soltanto  in  quanto tendevano al bene della vostra sacra
    persona e all'interesse dello Stato.  Per i grandi  favori  che  avete
    accumulati su di me,  povero immeritevole, non posso che render grazie
    di suddito fedele,  rivolgendo le mie preghiere al  cielo  per  voi  e
    dedicandovi  la  mia  lealt che  destinata a crescere continuamente,
    finch la morte, che  l'inverno della vita, l'uccida.
    RE: Bella risposta;  questo  il  ritratto  di  un  suddito  leale  ed
    obbediente: l'onore di esserlo  compenso sufficiente in se stesso, e,
    pel suo contrario,  la punizione sta nel disonore. Presumo che la mano
    e il cuore,  il cervello e ogni atto della vostra attivit  dovrebbero
    volgersi a me,  vostro amico, pi che ad alcun altro, non tanto per il
    vincolo generico del  dovere  quanto  per  un  senso  d'affetto  tutto
    particolare,  giacch la mia mano ha fatto piovere largizioni,  il mio
    cuore amore, la mia potenza onore sopra di voi pi che su alcun altro.
    WOLSEY: Professo che ho lavorato per il bene di Vostra Maest pi  che
    per  il  mio  proprio  e  che,  anche se l'intiero mondo rompesse ogni
    vincolo di dovere verso di voi e l'estirpasse dal cuore,  anche  se  i
    pericoli abbondassero tanto fitti quanto il pensiero pu immaginarli e
    apparissero nelle forme pi orribili, la mia fedelt, come uno scoglio
    contro   il   torrente  minaccioso,   romperebbe  al  suo  avvicinarsi
    l'impetuosa corrente e io resterei intieramente vostro senza lasciarmi
    scuotere, come sono sempre stato e sar per l'avvenire.
    RE: Nobili parole. Notate, signori, che cuore fedele, poich anche voi
    avete visto come me lo ha  aperto.  (Dandogli  alcune  carte)  Leggete
    questo,  e questo, e poi andate a far colazione con quanto appetito vi
    resta.
    (Esce guardando il Cardinale con fiero cipiglio.  I Nobili lo  seguono
    sorridendo e bisbigliando).
    WOLSEY: Che significa ci? che collera improvvisa  questa? come me la
    sono  attirata?  S'  allontanato da me accigliandosi,  come se i suoi
    occhi fulminassero rovina: cos il leone irritato guarda il cacciatore
    audace che lo ha ferito e poi lo annienta.  Debbo leggere questa carta
    e  temo  di trovarvi la ragione della sua collera.  E' cos: essa  la
    mia rovina:  il conto dell'immensa ricchezza che  ho  accumulata  per
    mio  personale profitto,  per comperare il papato e per compensare gli
    amici  di  Roma.   O  negligenza  su  cui  solo  uno  sciocco   poteva
    incespicare!  che  demone perverso mi ha fatto mettere un segreto cos
    geloso nel plico che ho mandato al re? non v' dunque rimedio?  nessun
    espediente per levarglielo di mente? So che deve averlo agitato assai;
    ma  so  anche  di  un modo che,  se far presa,  mi salver a dispetto
    dell'avversa fortuna. Ma che  ci? Al Santo Padre.  Come  vero che
    vivo,    la  lettera  che  ho scritto a Sua Santit,  informandolo di
    tutto.  Allora,  addio!  ho toccato il sommo di ogni grandezza  e  dal
    pieno meridiano della gloria precipito ora al tramonto: cadr come una
    luminosa meteora della sera e nessuno pi mi vedr.
    (Rientrano  i  DUCHI DI NORFOLK e DI SUFFOLK,  il CONTE DI SURREY e il
    LORD CIAMBELLANO).

    NORFOLK: Ascoltate la volont del re: egli vi comanda  di  consegnarci
    immediatamente  il Gran Sigillo e di rimanere confinato a Asher House,
    dimora del vescovo di Winchester, in attesa delle sue decisioni.
    WOLSEY: Fermatevi: dov' l'ordine  scritto,  signori?  un  comando  di
    tanta importanza non pu essere dato verbalmente.
    SUFFOLK:  Chi  oser  opporsi a parole che,  uscite testualmente dalla
    bocca del re, ne esprimono la volont?
    WOLSEY: Zelanti signori,  debbo e oso oppormi finch del pensiero  del
    sovrano  non  abbia prove pi sicure che non siano il vostro desiderio
    di farmi male e le vostre parole atte a compierlo.  Ora mi accorgo  di
    che vile metallo siete fatti: l'invidia!  Con che gusto seguite la mia
    caduta,  come se vi nutrisse!  e con che docile compiacenza operate in
    ogni  cosa  che  contribuisce  alla  mia  rovina!  seguite pure le vie
    dell'invidia,  voi perversi;  la carit cristiana ve lo consente e col
    tempo avrete senza dubbio la ricompensa che meritate. Quel sigillo che
    chiedete con tanta violenza, il re, mio e vostro signore, me l'ha dato
    con  le  sue  proprie  mani  e  mi  disse di goderlo per tutta la vita
    coll'ufficio e gli onori che lo accompagnano; e, per confermare la sua
    bont, l'ha fatto mio con lettere patenti: ora chi lo prender?
    SURREY: Il re che lo ha dato.
    WOLSEY: Deve riprenderlo lui stesso, allora.
    SURREY: Sei un traditore orgoglioso, prete.
    WOLSEY: Menti: entro quarantott'ore Surrey si  accorger  che  avrebbe
    fatto meglio a bruciarsi la lingua anzich dir questo.
    SURREY: La tua ambizione,  o vizio scarlatto,  ha tolto a questo paese
    in lacrime il nobile  Buckingham,  mio  suocero:  le  teste  dei  tuoi
    confratelli  cardinali  e  la  tua e tutte le tue parti migliori messe
    insieme non valevano quanto un suo capello. Maledetti i tuoi intrighi!
    mi mandasti vicario del sovrano in Irlanda togliendomi la  possibilit
    di  soccorrerlo,  allontanandomi  dal re e da tutto quello che avrebbe
    potuto ottenergli clemenza per una  colpa  che  tu  stesso  gli  avevi
    attribuita;  la tua grande bont,  per santa commiserazione, gli diede
    l'assoluzione con la mannaia.
    WOLSEY: Ci e ogni altra cosa che questo signore ciarliero mi addebita
     falsissima.  Il duca si ebbe con tutte le forme di legge quello  che
    meritava.  Il consesso dei pari che lo condann e la turpe causa della
    sua fine attestano che sono innocente di ogni  rancore  personale  per
    quanto  riguarda  la  sua  morte.  Se fossi uomo di molte parole,  mio
    signore,  vi direi che non avete onest e onore;  ve lo dichiarerei io
    che,  in  fatto  di lealt e fedelt al re,  mio sempre reale signore,
    supero di gran lunga chi  meglio di Surrey  e  tutti  coloro  che  ne
    approvano le pazzie.
    SURREY: Per l'anima mia, la tua sottana ti protegge, prete, altrimenti
    ti sentiresti la mia spada in corpo.  Signori,  potete tollerare tanta
    arroganza?  e da un individuo come questo?  se viviamo tanto umilmente
    da lasciarci tiranneggiare da un abito scarlatto,  addio nobilt.  Sua
    Eminenza si faccia avanti e ci attiri col berretto rosso  come  si  fa
    con le allodole.
    WOLSEY: Ogni bont  veleno pel tuo stomaco.
    SURREY:  Sicuro,  ma  alla  bont  con cui per via di estorsioni avete
    raccolto tutta la ricchezza del paese in mano vostra, cardinale;  alla
    bont con cui avete scritto al papa contro il re,  come si  visto dai
    plichi intercettati: a  questa  vostra  bont,  poich  mi  provocate,
    penser  io a dare la massima notoriet.  Lord Norfolk,  giacch siete
    veramente nobile e avete considerazione pel bene generale, per l'onore
    della nostra nobilt disprezzata e  dei  nostri  discendenti  che  non
    saranno neanche gentiluomini se costui vive, diteci l'elenco delle sue
    colpe,  i capi d'accusa raccolti dalla sua vita. Vi far trasalire pi
    che il campanello del Santissimo Sacramento, quando quella bella bruna
    stava tra le vostre braccia e vi baciava signor cardinale.
    WOLSEY: Quanto disprezzerei quest'uomo,  se la carit cristiana non me
    lo vietasse!
    NORFOLK:  I  capi  d'accusa  sono in mano del re e rivelano atti assai
    turpi.
    WOLSEY: Tanto pi bella e immacolata apparir la mia innocenza, quando
    il re riconoscer la mia fedelt.
    SURREY: Questo non vi salver: grazie alla mia memoria ricordo  alcuni
    dei capi e li ripeter.  Ora,  cardinale,  se saprete arrossire e dire
    sono colpevole, dimostrerete ancora una certa onest.
    WOLSEY: Parlate pure,  signori;  sfido le vostre accuse  peggiori:  se
    arrossisco  perch mi tocca vedere un nobile senza creanza.
    SURREY:  Meglio senza creanza che senza testa.  E ora a voi.  In primo
    luogo,  senza il consenso del re e a sua insaputa,  vi siete adoperato
    per  essere  fatto  legato,  e  in  tale  ufficio  avete  mutilata  la
    giurisdizione dei vescovi.
    NORFOLK: Secondo: in tutte le lettere a Roma e  a  principi  stranieri
    scrivevate "Ego et Rex meus" trattando il re come un vostro servo.
    SUFFOLK: In terzo luogo,  all'insaputa del re e del Consiglio,  quando
    andaste in ambasciata presso l'imperatore,  ardiste portare in Fiandra
    il Gran Sigillo.
    SURREY:  Parimenti,  senza  autorizzazione  del sovrano e del governo,
    deste ampio mandato a Gregorio de Cassado di concludere una  lega  fra
    Sua Maest e il duca di Ferrara.
    SUFFOLK: Per semplice ambizione avete fatto imprimere sulle monete del
    re il cappello cardinalizio.
    SURREY:  Poi  avete  mandato  una  sostanza  incalcolabile  -  e  come
    l'abbiate  accumulata  lascio  giudicare  alla  vostra  coscienza  per
    arricchire   Roma   e   spianarvi  la  via  agli  onori  con  assoluto
    impoverimento del regno. Molti altri capi di accusa vi sono, ma poich
    riguardano voi personalmente e sono odiosi non  voglio  insudiciarmene
    la bocca.
    CIAMBELLANO: Signore,   virt non incalzare troppo un caduto.  Le sue
    colpe lo espongono al rigore della legge;  lasciate ad essa  l'ufficio
    di  punirlo  e  non  esercitatelo  voi.  Mi  piange il cuore a vederlo
    ridotto cos in basso dall'antica grandezza.
    SURREY: Gli perdono.
    SUFFOLK: Cardinale,  poich gli atti che avete  compiuti  recentemente
    nel  regno  nella  vostra qualit di legato sono infrazioni alla legge
    che vieta il ricorso ai tribunali stranieri, il re ha ordinato che sia
    emesso contro di voi un mandato per il sequestro di  tutta  la  vostra
    propriet,  terre,  case  e  beni mobili e qualunque altra cosa che vi
    appartiene,  e infine che siate bandito.  Questo    l'ordine  che  ho
    ricevuto.
    NORFOLK:  E  cos  vi lasceremo alle vostre meditazioni circa una vita
    migliore.  Quanto alla vostra riottosa risposta circa la consegna  del
    Gran  Sigillo  il re la sapr,  e senza dubbio ve ne sar grato.  Cos
    addio, assai poco buono mio signor cardinale.
    (Escono tutti eccetto Wolsey).
    WOLSEY: E addio al poco bene che mi volete.  Addio,  un lungo addio  a
    tutta  la  mia  grandezza!  Questo    il  destino dell'uomo: oggi gli
    spuntano le tenere foglie della  speranza,  domani  mette  i  fiori  e
    porta, spessi sopra di s, splendori variopinti; il terzo giorno viene
    il gelo,  un gelo mortale e quando,  da quel facilone che , pensa che
    la sua grandezza stia maturando,  quel gelo lo morde  alla  radice  ed
    egli  cade  come  faccio  io  in questo momento.  Come monelli allegri
    nuotano sostenendosi con le vesciche,  cos per  molti  anni  mi  sono
    avventurato su questo mare di gloria,  ma in acque troppo profonde: il
    mio gonfio orgoglio si  finalmente afflosciato sotto il mio  peso,  e
    ora  mi lascia,  stanco e invecchiato nel servizio,  alla merc di una
    corrente impetuosa che deve chiudersi sopra di  me  per  sempre:  vana
    pompa e gloria di questo mondo,  vi odio: sento il mio cuore aprirsi a
    nuova vita.  Quanto miserabile  quel pover'uomo che pende  tutto  dal
    favore del principe!  fra il sorriso e il benevolo aspetto del sovrano
    che vogliamo cattivarci e la rovina che  in suo potere di infliggere,
    ci sono pi dolori e paure che non diano le guerre o non  soffrano  le
    donne  nel  parto: e quando cadiamo,  precipitiamo come Lucifero senza
    pi alcuna speranza di risollevarci.
    (Entra CROMWELL e rimane attonito).
    Che hai, Cromwell?
    CROMWELL: Non riesco a parlare, signore.
    WOLSEY: Come! Stupito alle mie disgrazie?  E il tuo spirito non riesce
    a comprendere come un grande uomo debba cadere? no, se tu piangi, sono
    caduto proprio davvero.
    CROMWELL: Come si sente Vostra Eminenza?
    WOLSEY:  Bene;  n mai veramente cos felice,  mio buon Cromwell;  ora
    conosco me stesso,  e sento dentro di me una pace che avanza tutte  le
    dignit terrene,  una coscienza calma e tranquilla. Il re mi ha sanato
    e umilmente lo ringrazio;  da queste spalle,  colonne in  rovina,  per
    tutta  sua  clemenza ha tolto il peso del troppo onore,  un carico che
    farebbe affondare una flotta.  Oh!  Cromwell,    un  fardello  troppo
    pesante per un uomo che volge le sue speranze al cielo!
    CROMWELL:  Sono  lieto  che  Vostra  Eminenza  abbia fatto buon uso di
    questa sventura.
    WOLSEY: Spero di s.  Sicuramente ora per una certa  fortezza  d'animo
    che  sento  sono  in  grado di sopportare pi guai e molto maggiori di
    quelli che i miei nemici pusillanimi possono infliggermi.  Che si dice
    in giro?
    CROMWELL:  La  notizia  pi  grave  e  dolorosa   che siete caduto in
    disgrazia del re.
    WOLSEY: Dio lo benedica!
    CROMWELL: Un'altra  che  sir  Tommaso  Moro    stato  nominato  Lord
    Cancelliere al vostro posto.
    WOLSEY: Questa  un po' inaspettata. Ma  un dotto; possa continuare a
    godere  a  lungo il favore di Sua Maest e a rendere giustizia a onore
    della verit e della sua coscienza.  Quando avr finito il corso della
    sua  vita  e  dormir  benedetto,  le  sue  ossa riposino in una tomba
    bagnata dalle lacrime degli orfanelli che  avr  protetti!  E  ce  n'
    ancora?
    CROMWELL:   Cranmer     tornato  ben  accolto  ed    stato  nominato
    arcivescovo di Canterbury.
    WOLSEY: Questa  proprio una notizia davvero!
    CROMWELL: L'ultima  che  madama  Anna,  che  il  re  ha  segretamente
    sposata  da  qualche  tempo,  quest'oggi  ha  fatto la sua comparsa in
    pubblico come regina andando alla chiesa,  ed ora non si parla d'altro
    che della sua incoronazione.
    WOLSEY:  Ecco  il  peso  che mi ha tirato gi.  Cromwell,  il re mi ha
    ingannato;  per causa di quella donna ho perduto tutte le mie  glorie;
    nessun  sole proclamer pi gli onori che mi si rendevano o illuminer
    le nobili brigate che aspettavano da me un sorriso.  Va',  allontanati
    da me,  Cromwell; sono un pover'uomo caduto e indegno di essere il tuo
    signore e padrone: va' in cerca del re,  quel sole a cui auguro di non
    mai tramontare. Gli ho detto chi sei e quanto fedele: egli far la tua
    fortuna.  Conosco la sua nobile natura e per poco che si ricordi di me
    non  lascer  perire  i  tuoi  degni  servigi.   Buon  Cromwell,   non
    trascurarlo; industriati ora e provvedi alla tua propria salvezza.
    CROMWELL: O mio signore, debbo proprio lasciarvi, debbo abbandonare un
    padrone cos buono, cos nobile e cos sincero? Chi non ha il cuore di
    ferro  sia  testimonio  del  cordoglio  con cui Cromwell lascia il suo
    signore. Il re avr i miei servigi, ma le mie preghiere saranno sempre
    per voi.
    WOLSEY: Cromwell,  non avrei mai pensato di  versare  una  lacrima  in
    tutte queste mie miserie,  ma con la tua onesta fedelt mi costringi a
    comportarmi come una femminuccia.  Asciughiamoci gli occhi: ascoltami,
    Cromwell,  e  quando  sar  dimenticato,  come  lo sar certamente,  e
    dormir in un freddo marmo  insensibile  ove  non  s'udr  pi  di  me
    menzione  alcuna,  di' quel che ti ho insegnato.  Di' che Wolsey,  che
    aveva camminato una volta per le vie della gloria e scandagliato tutte
    le profondit e le secche dell'onore,  nel momento  del  naufragio  ti
    indic  una strada per cui salire,  strada certa e sicura,  sebbene il
    tuo padrone l'avesse smarrita.  Osserva la mia caduta e quel che mi ha
    condotto a rovina. Cromwell, te ne ammonisco, liberati dall'ambizione:
    per  causa  di  quel peccato gli angeli caddero: come pu l'uomo che 
    l'immagine del Creatore sperare di trarne profitto? Ama te stesso come
    ultima cosa: accarezza quei cuori che ti odiano: l'onest profitta pi
    che la corruzione.  Nella tua destra porta sempre la  dolce  pace  per
    ridurre  al  silenzio  le  lingue invidiose.  Sii giusto e non temere.
    Tutti i fini a cui miri siano quelli del tuo paese,  di  Dio  e  della
    verit:  allora,  se  cadrai,  Cromwell,  cadrai da martire benedetto!
    Servi il re, e ora,  ti prego,  conducimi nelle mie stanze: farai col
    un  inventario di tutto quello che ho sino all'ultimo soldo:  del re:
    l'abito che vesto e la mia fedelt assoluta al cielo sono tutto quanto
    posso chiamare mio proprio. Oh, Cromwell! Cromwell!  se avessi servito
    Dio  con  la  met  dello  zelo con cui ho servito il sovrano,  non mi
    avrebbe nella vecchiaia abbandonato inerme nelle mani dei nemici.
    CROMWELL: Mio buon signore, siate paziente.
    WOLSEY: Lo sono.  Addio,  speranze della corte: tutte le mie  speranze
    sono rivolte al cielo.










    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Una strada. Westminster.

    (Entrano due Signori e s'incontrano).
    PRIMO SIGNORE: Ben trovato ancora.
    SECONDO SIGNORE: E voi pure.
    PRIMO  SIGNORE: Siete venuto a prender posto qui e a veder madama Anna
    ritornare dalla incoronazione?
    SECONDO SIGNORE: Non ho altro da fare.  L'ultima volta che ci trovammo
    qui fu quando il duca di Buckingham ritornava dal processo.
    PRIMO  SIGNORE: Verissimo;  ma quell'occasione ci presentava una vista
    dolorosa, questa invece uno spettacolo di gioia generale.
    SECONDO SIGNORE: Bene,  bene: a celebrare  questo  giorno  con  feste,
    cortei  e  altre  splendide  dimostrazioni  di onore i cittadini hanno
    spiegato una larghezza veramente principesca;  ma,  per dar lode a chi
    tocca, bisogna dire che sono sempre pronti a farlo.
    PRIMO  SIGNORE:  Non  c'  mai  stato  nulla  di  pi  grande  n,  ve
    l'assicuro, di pi gradito.
    SECONDO SIGNORE: Posso prendermi la  libert  di  chiedervi  che  cosa
    contiene la carta che avete in mano?
    PRIMO SIGNORE: S;   la lista di quelli che, secondo la consuetudine,
    vorrebbero prestar servizio il giorno dell'incoronazione.  Il duca  di
    Suffolk  il primo e domanda l'ufficio di gran siniscalco;  poi c' il
    duca di Norfolk che aspira  ad  essere  conte  maresciallo;  il  resto
    potete leggervelo da voi.
    SECONDO   SIGNORE:   Grazie,   messere:   se   non  conoscessi  queste
    consuetudini, ricorrerei alla vostra carta. Ma ditemi,  vi prego,  che
    cosa   accaduto di Caterina,  la principessa vedova?  come procede la
    sua causa?
    PRIMO SIGNORE: Anche di questo posso dirvi qualche cosa. L'arcivescovo
    di Canterbury con altri dotti e reverendi  padri  del  suo  ordine  ha
    tenuto  recentemente  udienza  a Dunstable a sei miglia di distanza da
    Ampthill dove si trovava la  principessa,  che,  citata  da  loro  pi
    volte,  non  comparsa.  E,  a dirla in breve, per la sua contumacia e
    per i recenti scrupoli del re, si  pronunciato l'annullamento del suo
    ultimo matrimonio e il divorzio col consenso generale  di  tutti  quei
    saggi  uomini,  dopo  di che la signora  stata trasferita a Kimbolton
    dove ora giace inferma.
    SECONDO SIGNORE: Ahim, buona signora!  (Si ode uno squillo di trombe)
    Suonano le trombe: avvicinatevi, la regina sta per arrivare.
    (Suono di oboi).



    CORTEO DELL'INCORONAZIONE.

    (1. Vivace squillo di trombe.
    2. Due Giudici.
    3.  Il  LORD  CANCELLIERE  preceduto  dalla  borsa col Sigillo e dalla
    mazza.
    4. Coristi che cantano e Musici.
    5. Il SINDACO DI LONDRA che porta la mazza.  L'Araldo con la sua cotta
    d'arme e con una corona di rame dorato sul capo.
    6.  Il  MARCHESE  DI DORSET con scettro d'oro e corona nobiliare d'oro
    sulla testa. Con lui  il CONTE DI SURREY che porta la verga d'argento
    con la colomba e ha in testa la corona di conte. Collari dell'ordine.
    7.  ll DUCA DI SUFFOLK con la corona e il manto di cerimonia;  ha  una
    lunga verga bianca come insegna di Gran Siniscalco.  Con lui  il DUCA
    DI NORFOLK con la verga di  Maresciallo  e  corona  in  capo.  Collari
    dell'ordine.
    8.  Baldacchino  portato  da  quattro rappresentanti dei Cinque Porti;
    sotto di esso la REGINA con gli abiti di cerimonia,  incoronata e  coi
    capelli riccamente adorni di perle.  Ai suoi lati il VESCOVO DI LONDRA
    e quello di WINCHESTER.
    9. La vecchia DUCHESSA DI NORFOLK, che ha una corona d'oro lavorata di
    fiori e regge lo strascico della Regina.
    10. Alcune Dame e Contesse con corone semplici d'oro senza fiori.

    Il  corteo  passa  sul  palcoscenico  in  bell'ordine  e   con   grave
    solennit).

    SECONDO SIGNORE: Un corteo veramente regale,  ve l'assicuro. Quelli li
    conosco: ma chi  colui che porta lo scettro?
    PRIMO SIGNORE: Il marchese di Dorset, e quello con la verga  il conte
    di Surrey.
    SECONDO SIGNORE: E quel signore dall'aspetto ardito e valoroso sarebbe
    mai il duca di Suffolk?
    PRIMO SIGNORE: Proprio lui, il gran siniscalco.
    SECONDO SIGNORE: E quello  monsignore di Norfolk?
    PRIMO SIGNORE: S.
    SECONDO SIGNORE (guardando la Regina): Il cielo ti  benedica!  hai  il
    viso  pi  dolce che abbia mai visto.  Signor mio,  come  vero che ho
    un'anima,  costei  un angelo: quando il re  la  stringe,  ha  fra  le
    braccia  tutte  le  Indie,  anzi  qualche  cosa di pi grande e di pi
    ricco; non mi sento di biasimare i suoi scrupoli di coscienza.
    PRIMO SIGNORE: Quelli che portano sopra di lei il baldacchino di onore
    sono quattro baroni dei Cinque Porti.
    SECONDO SIGNORE: Fortunati loro,  come del resto tutti quelli  che  le
    sono  vicini.  M'immagino  che colei che regge lo strascico sia quella
    vecchia dama, la duchessa di Norfolk.
    PRIMO SIGNORE: S, e le altre sono tutte contesse.
    SECONDO SIGNORE: Lo dicono  le  loro  corone  nobiliari:  son  proprio
    stelle davvero, ma talvolta stelle cadenti.
    PRIMO SIGNORE: Basta!
    (Esce il corteo e si sente un grande squillo di trombe. Entra un Terzo
    Signore).
    Dio vi salvi, messere. Dove siete stato a farvi arrostire cos?
    TERZO  SIGNORE:  Nell'abbazia,  tra  la  folla dove non si sarebbe pi
    potuto ficcar dentro un dito: sono  ancora  soffocato  dall'esuberanza
    del loro giubilo.
    SECONDO SIGNORE: E allora avete veduto la cerimonia?
    TERZO SIGNORE: Sicuro.
    PRIMO SIGNORE: E come  stata?
    TERZO SIGNORE: Meritava proprio di essere vista.
    SECONDO SIGNORE: Mio buon signore, ditecene qualche cosa.
    TERZO  SIGNORE: Per quanto posso.  La splendida fiumana di nobili e di
    dame, avendo condotto la regina al posto designato nel coro, si ritir
    a una certa distanza,  mentre Sua Maest si sedette su un ricco  trono
    per  riposarsi un poco,  circa mezz'ora,  presentando liberamente agli
    spettatori le grazie della sua persona. Credetemi,  signori;   la pi
    bella  donna  che  sia  mai giaciuta presso un uomo: e quando la gente
    pot vederla bene,  nacque tal rumore come fanno  le  sartie  in  mare
    durante  una  violenta  tempesta,  altrettanto  forte  e  composto  di
    altrettanti toni diversi: cappelli,  mantelli -  farsetti,  sicuro!  -
    volavano  per  aria:  e  se  le  facce  fossero  state movibili,  oggi
    avrebbero perduto anche quelle.  Non ho mai veduto tanta  gioia  prima
    d'ora.  Donne con gran pancia e lontane tre giorni dal parto, come gli
    arieti nelle guerre dei tempi passati, urtavano la folla e la facevano
    vacillare.  Nessuno poteva dire ecco mia moglie,  tanto  stranamente
    erano impastati in un blocco solo.
    SECONDO SIGNORE: E poi che c' stato?
    TERZO  SIGNORE:  Alla  fine Sua Maest s'alz e con passi modesti and
    all'altare,  dove si inginocchi e in pio atteggiamento alz  i  begli
    occhi al cielo,  pregando devotamente;  poi si lev ancora e s'inchin
    al popolo e allora dall'arcivescovo di Canterbury fu nobilmente ornata
    degli attributi della regalit, cio dell'olio santo,  della corona di
    Edoardo il Confessore, della verga con la colomba e di tutti gli altri
    emblemi.  Fatto  questo,  il coro accompagnato dai migliori musici del
    regno cant il "Te Deum".  E la regina s'allontan  e  con  lo  stesso
    elaborato cerimoniale ritorn a Palazzo York, dove si fa il banchetto.
    PRIMO  SIGNORE:  Non  dovete  chiamarlo  pi  Palazzo  York;     cosa
    sorpassata,  poich,  dopo la caduta del cardinale,  quel  titolo  non
    esiste pi: il palazzo ora  del re e si chiama Whitehall.
    TERZO SIGNORE: Lo so;  ma il cambiamento  cos recente che il vecchio
    nome mi viene spontaneo alle labbra.
    SECONDO SIGNORE: Chi erano i  due  reverendi  vescovi  ai  lati  della
    regina?
    TERZO SIGNORE: Stokesly e Gardiner;  l'uno vescovo di Winchester,  gi
    segretario del re, l'altro vescovo di Londra.
    SECONDO SIGNORE: Si dice che il vescovo di Winchester  non  ami  molto
    l'arcivescovo, il virtuoso Cranmer.
    TERZO  SIGNORE: Tutti lo sanno: tuttavia non c' ancora guerra aperta;
    quando verr, Cranmer ha una persona fedele che non lo abbandoner.
    SECONDO SIGNORE: Chi pu mai essere, di grazia?
    TERZO SIGNORE: Tommaso Cromwell,  un  uomo  molto  stimato  dal  re  e
    veramente  un  degno  amico.  Il  re  l'ha  nominato consegnatario dei
    gioielli della Corona e, sin da ora, membro del Consiglio Privato.
    SECONDO SIGNORE: E merita dell'altro.
    TERZO SIGNORE: S, senza ombra di dubbio. Suvvia, signori,  venite con
    me:  vado  a corte e sarete miei ospiti: ho anch'io un po' d'influenza
    col; cammin facendo vi dir altre cose.
    PRIMO E SECONDO SIGNORE: Servo vostro, messere.
    (Escono).

    SCENA SECONDA - Kimbolton.

    (Entra  CATERINA,  inferma,  condotta  da  GRIFFITH,   suo  gentiluomo
    d'onore, e da PAZIENZA, sua ancella).
    GRIFFITH: Come si sente Vostra Maest?
    CATERINA:  O  Griffith,   ammalata  a  morte!   le  gambe,  come  rami
    sovraccarichi,  si piegano a terra e desiderano di liberarsi dal  loro
    peso.  Datemi una sedia: cos;  ora mi sembra di stare meglio.  Non mi
    hai detto, Griffith, mentre mi conducevi qui, che  morto il cardinale
    Wolsey, quel famoso figlio della grandezza?
    GRIFFITH: S,  madama;  ma credo che Vostra Maest,  per il dolore che
    soffriva, non mi abbia prestato orecchio.
    CATERINA:  Ti  prego,  buon  Griffith,  dimmi come  morto: se  morto
    bene,  fortuna che mi abbia preceduta per darmi il buon esempio.
    GRIFFITH: A quel che si  dice,  ha  fatto  una  buona  morte,  madama.
    Dopoch  il risoluto conte di Northumberland lo ebbe arrestato a York,
    mentre era portato a rispondere alle gravi accuse mosse contro di lui,
    si  improvvisamente ammalato e si  aggravato tanto da  non  reggersi
    pi sulla mula.
    CATERINA: Ahim, pover'uomo!
    GRIFFITH:  Finalmente  a piccole tappe  giunto a Leicester e ha preso
    alloggio  nell'abbazia.   Al  reverendo  abate,   andato  a  riceverlo
    onorevolmente  con tutti i monaci,  disse queste parole: Padre abate,
    un vecchio, sfinito dalle tempeste del governo,  venuto a lasciare le
    stanche ossa fra voi;  dategli un po' di terra per  carit!.  Poi  si
    coric  e  il male continu violento sinch tre giorni dopo,  verso le
    otto di sera,  che egli stesso aveva predetto sarebbe  stata  l'ultima
    ora della sua vita, pieno di pentimento, continue meditazioni, lacrime
    e  espressioni  di  dolore,  rese le sue dignit alla terra,  la parte
    migliore di s al cielo e si addorment nella pace del Signore.
    CATERINA: E cos riposi: le sue colpe  gli  siano  leggere.  Tuttavia,
    Griffith,  lasciami  dir  questo  di  lui:  e  cercher di parlare con
    carit.  Era uomo di insaziabili brame  orgogliose,  e  desideroso  di
    essere  sempre  alla  pari coi principi: uno che con le sue arti aveva
    fatto schiavo tutto il regno;  cosa lecita a  lui  la  simonia;  unica
    legge  il  suo arbitrio;  al cospetto del re diceva il falso e con lui
    era sempre ambiguo nelle sue parole e nei  suoi  sensi,  pietoso  solo
    quando  meditava  rovina;  le  sue  promesse  grandi  come  lo era lui
    medesimo, ma il mantenerle, come  ora egli stesso, nullo;  nella vita
    privata fu immorale e di cattivo esempio al clero.
    GRIFFITH:  Madama,  le  colpe  degli uomini vivono nel bronzo,  mentre
    scriviamo le loro buone azioni nell'acqua.  Consente Vostra Maest che
    dica quel che di bene si pu ricordare di lui?
    CATERINA: S, buon Griffith, altrimenti sarei troppo cattiva.
    GRIFFITH:   Questo   cardinale,   sebbene   di   umile  origine,   era
    indubbiamente fatto,  fin dalla culla,  per giungere  ad  alti  onori.
    Persona  di  gran  cultura  e di maturo giudizio,  grandemente saggio,
    eloquente e persuasivo: altero e brusco con chi  non  l'amava,  ma,  a
    quelli  che  gli  stavano  intorno,  piacevole come l'estate.  Sebbene
    insaziabile nell'acquistare,  e questo era peccato,  nel donare  aveva
    generosit  quanto  mai principesca: deporranno sempre a suo favore le
    istituzioni gemelle che cre in Ipswich e Oxford.  Una di  esse  cadde
    con  lui  non  desiderando  di  sopravvivere  alla  grandezza  del suo
    creatore;  l'altra,  sebbene non finita,  tuttavia cos  famosa,  cos
    eccellente nelle arti e cos sicuramente diretta a pi grandi mte che
    la cristianit proclamer sempre la virt del suo fondatore. La caduta
    gli  confer  felicit,  perch  allora,  e  solo  allora,  ebbe piena
    coscienza di se stesso,  e scopr quanta beatitudine vi   nell'essere
    piccoli:  e  per aggiungere alla sua vecchiaia pi reverenza di quella
    che gli uomini potessero dargli, dir che mor col timor di Dio.
    CATERINA: Per salvare l'onore della mia memoria dal disfacimento  dopo
    la  morte,  vorrei  avere  un  cronista onesto al pari di Griffith che
    lodasse e proclamasse ci che feci da viva.  Tu con la tua modestia  e
    sincerit religiosa mi hai fatto onorare in morte l'uomo che avevo pi
    odiato in vita: la pace sia con lui.  Pazienza, stammi vicina e ponimi
    pi in basso: non ti disturber per molto ancora. Buon Griffith, fammi
    suonare quella  musica  triste  che  ho  battezzato  il  mio  rintocco
    funebre,  mentre sto meditando su quell'armonia celeste verso la quale
    mi vado dirigendo.
    (Musica triste e solenne).
    GRIFFITH:  Dorme,   buona  ragazza;   sediamo  in  silenzio  per   non
    svegliarla: piano, gentile Pazienza.


    VISIONE.

    (Entrano  camminando  solennemente  l'uno  dopo l'altro sei Personaggi
    vestiti di bianco con ghirlande di alloro in  testa,  maschere  dorate
    sul  viso  e  rami  di  alloro o di palma in mano.  Fanno un inchino a
    Caterina,  poi danzano.  Alla fine di certe  figure  i  primi  due  le
    tengono  sospesa  sul capo una ghirlanda,  mentre gli altri quattro le
    fanno inchini pieni di reverenza;  poi i due che tenevano la ghirlanda
    la  consegnano ai due che vengono dopo e che nelle loro figure seguono
    lo stesso procedimento tenendole la ghirlanda sospesa sulla testa;  e,
    fatto  ci,  consegnano  il  serto  agli  ultimi  due che fanno come i
    precedenti: allora,  come ispirata,  Caterina nel sonno  d  segni  di
    godere  e alza le mani al cielo.  Finalmente,  danzando,  i Personaggi
    scompaiono portando la ghirlanda con loro. La musica continua).
    CATERINA: Spiriti della pace,  dove siete?  Ve ne siete andati tutti e
    mi lasciate qui nel dolore?
    GRIFFITH: Madama, siamo qui.
    CATERINA:  Non  chiamo  voi: non avete visto entrar nessuno dopoch mi
    sono addormentata?
    GRIFFITH: No, madama.
    CATERINA: No?  non avete  visto  proprio  ora  una  schiera  di  beati
    invitarmi  a un banchetto,  mandando dal loro viso mille e mille raggi
    su di me come fa il  sole?  Mi  hanno  promesso  la  felicit  eterna,
    Griffith, e mi hanno recato ghirlande che mi sento indegna di portare;
    ma le porter certamente.
    GRIFFITH:  Sono  lietissimo,  madama,  che  tali  sogni felici abbiano
    occupata la vostra fantasia.
    CATERINA: Fate cessare la musica;  suona troppo dura e triste  al  mio
    orecchio.
    (La musica cessa).
    PAZIENZA:  Non  notate  come  Sua  Maest  ha improvvisamente cambiato
    aspetto?  come smunto  il suo viso!  quanto  pallida    diventata  e
    fredda come la terra! osservatele gli occhi.
    GRIFFITH: Sta morendo, ragazza mia; prega, prega.
    PAZIENZA: Il cielo la conforti.

    (Entra un Messaggero).

    MESSAGGERO: Se Vostra Signoria permette...
    CATERINA: Siete un impertinente: non mi si deve maggior rispetto?
    GRIFFITH:  Sapendo  che  ella  non vuole rinunciare all'usata dignit,
    meritate   biasimo   per   essere   stato   cos   sgarbato:   suvvia,
    inginocchiatevi.
    MESSAGGERO:  Chiedo  umilmente scusa a Vostra Maest;  la fretta mi ha
    fatto essere scortese. C' qui un signore mandato dal re,  che domanda
    di essere ricevuto.
    CATERINA:  Fallo  entrare,  Griffith:  ma  che  io non veda pi questo
    individuo.
    (Escono Griffith e il Messaggero. Rientra GRIFFITH con CHAPUYS).
    Se  la   vista   non   m'inganna,   dovreste   essere   l'ambasciatore
    dell'imperatore, mio augusto nipote; voi vi chiamate Chapuys.
    CHAPUYS: S, madama, per servirvi.
    CATERINA:  Mio  signore,  le  mie  condizioni  e  i  miei  titoli sono
    stranamente cambiati da quando mi conosceste la prima  volta;  ma,  vi
    prego, che cosa desiderate da me?
    CHAPUYS: Nobile signora, prima di tutto di presentarvi il mio omaggio,
    poi  di  dirvi  che  vengo da parte del re,  che  assai dolente della
    vostra infermit e per mezzo mio vi manda i suoi augusti saluti e  con
    tutto il cuore vi supplica di stare di buon animo.
    CATERINA: O mio buon signore,  un conforto che giunge troppo tardi; 
    come  la  grazia  dopo  un'esecuzione capitale.  Questa dolce medicina
    somministrata al momento opportuno mi avrebbe guarita;  ma ora non  vi
    sono pi conforti per me se non nella preghiera. Come sta Sua Altezza?
    CHAPUYS: Madama,  in buona salute.
    CATERINA:  E  sempre lo sia;  e sempre fiorisca,  anche quando io avr
    dimora tra i vermi e il  mio  povero  nome  sar  bandito  dal  regno.
    Pazienza, avete spedito quella lettera che vi avevo fatto scrivere?
    PAZIENZA: No, madama.
    (D la lettera a Caterina).
    CATERINA: Signore, umilmente vi prego di consegnarla a Sua Maest.
    CHAPUYS: Ben volentieri, madama.
    CATERINA:  In questa lettera ho raccomandato alla sua bont l'immagine
    del nostro casto amore,  la sua giovane figlia: le rugiade  del  cielo
    cadano  abbondanti  su di lei benedicendola.  L'ho supplicato di darle
    una virtuosa educazione: ella    giovane  e  di  carattere  nobile  e
    modesto,  e  spero che far una buona riuscita;  l'ho pregato anche di
    amarla un po' per ricordo di sua madre che am lui il cielo sa  quanto
    caramente.  Un'altra  mia  povera  richiesta   che la sua benevolenza
    abbia compassione delle mie disgraziate donne,  che mi  hanno  seguita
    per  tanto tempo e con fedelt nella buona e nell'avversa fortuna: non
    ce n' nessuna,  ve lo assicuro - e questo non  il momento di mentire
    -  che  per virt e per reale bellezza d'animo,  per onest e condotta
    decorosa non meriti un ottimo marito,  e se    nobile  tanto  meglio:
    certamente  saranno  felici quegli uomini che le sposeranno.  L'ultima
    preghiera  per i miei uomini; essi sono dei pi poveri, ma la povert
    non  mai riuscita ad  allontanarli  da  me:  desidero  che  si  paghi
    debitamente  il salario che loro spetta e qualche cosa di pi,  perch
    si ricordino di me: se il cielo si  fosse  compiaciuto  di  darmi  pi
    lunga  vita  e  i mezzi per farlo non ci separeremmo a questo modo.  E
    questo  tutto il contenuto della lettera: e,  mio buon  signore,  per
    amor  di quello che vi  pi caro al mondo e per la pace cristiana che
    voi desiderate alle anime dei defunti,  vi  prego  di  aiutare  questa
    misera  gente  e  di  indurre  il re a rendere giustizia al mio ultimo
    desiderio.
    CHAPUYS: Per il cielo lo far, o possa io perder l'aspetto d'uomo!
    CATERINA: Vi ringrazio,  onesto signore.  Ricordatemi umilmente a  Sua
    Maest;  ditegli  che  la  causa dei suoi lunghi affanni sta lasciando
    questo mondo e ditegli anche che morendo lo benedir, poich cos far
    certamente. I miei occhi si velano. Addio, signore.  Griffith,  addio.
    No,  Pazienza,  non lasciatemi ancora: voglio andare a letto; chiamate
    altre donne.  Quando sar  morta,  buona  ragazza,  fate  che  io  sia
    trattata col debito onore: cospargetemi di candidi fiori, perch tutti
    sappiano   che   sono   stata   una  casta  moglie  sino  alla  morte;
    imbalsamatemi  e  poi  esponete  il  mio  cadavere;  sebbene  deposta,
    seppellitemi da regina e da figlia di re. Non reggo pi!
    (Escono conducendo via Caterina).


















    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Londra. Una galleria nel Palazzo.

    (Entra GARDINER, Vescovo di Winchester, preceduto da un Paggio con una
    torcia, e incontra SIR TOMMASO LOVELL).
    GARDINER: E' l'una, ragazzo, non  vero?
    PAGGIO: E' sonata proprio adesso.
    GARDINER:  Queste  ore  dovrebbero essere dedicate alle esigenze della
    natura, non ai divertimenti;  il tempo destinato a ristorare le forze
    col riposo rigeneratore ed  male sciuparlo. Buona notte, sir Tommaso,
    dove andate cos tardi?
    LOVELL: Siete stato dal re, mio signore?
    GARDINER: S,  e l'ho lasciato che giocava  a  primiera  col  duca  di
    Suffolk.
    LOVELL:  Anch'io debbo andare da lui prima che vada a letto,  e perci
    vi saluto.
    GARDINER: Un momento, sir Tommaso Lovell. Che c'?  Sembra che abbiate
    fretta, e, se non sono troppo indiscreto, fate qualche cenno al vostro
    amico  della  faccenda  che  vi occupa a cos tarda ora.  Come si dice
    degli spiriti che vanno attorno a  mezzanotte,  le  faccende  notturne
    sono  di  pi strana natura che quelle che vogliono essere sbrigate di
    giorno.
    LOVELL: Mio signore,  sento affetto per voi e oso affidare  al  vostro
    orecchio un segreto pi importante di questa faccenda. La regina ha le
    doglie: dicono che stia assai male e si teme che muoia di parto.
    GARDINER:  Prego  col cuore che il frutto che porta in s viva e abbia
    buona fortuna; ma, quanto alla pianta, la vorrei vedere sradicata sino
    da ora.
    LOVELL: Quasi mi sentirei di dire amen,  e tuttavia  la  coscienza  mi
    dice  che    una  buona e soave creatura,  che meriterebbe i migliori
    auguri.
    GARDINER: Ma messere,  messere!  ascoltatemi,  sir Tommaso;  siete  un
    gentiluomo che la pensa come me, saggio, religioso; lasciate che ve lo
    dica,  non andr mai bene, no che non andr, sir Tommaso Lovell, ve lo
    assicuro io,  finch Cranmer e Cromwell,  i suoi due strumenti,  e lei
    stessa non dormano nella fossa.
    LOVELL: Ora,  messere,  mi parlate dei due personaggi pi eminenti del
    regno.  Quanto a Cromwell,  oltre a essere nominato consegnatario  dei
    gioielli  della  Corona,    stato  fatto  conservatore  dei  rotuli e
    segretario del re e inoltre  avviato a maggiori promozioni di cui col
    tempo sar carico.  L'arcivescovo  braccio  destro  e  portavoce  del
    sovrano; e chi oserebbe pronunciare una sola sillaba contro di lui?
    GARDINER: S,  s,  sir Tommaso; ci sono di quelli che lo osano, ed io
    stesso mi sono arrischiato a dir chiaramente quel che penso di lui;  e
    davvero  quest'oggi,  messere,  ve  lo  garantisco  io,  credo di aver
    persuaso i membri del Consiglio che  - perch so che  e  loro  sanno
    che  lo    -  un grande eretico,  una pestilenza che infetta tutto il
    paese: e mossi da questo ne hanno fatto cenno col re, il quale per sua
    benevolenza e con cura di buon  sovrano,  prevedendo  l'avverarsi  dei
    gravi  mali  che  gli  abbiamo esposti con le nostre ragioni,  ha dato
    ascolto  a  tali  lagnanze,   in  quanto  ha  ordinato  che  domattina
    l'arcivescovo si presenti al Consiglio. E' un'erbaccia, sir Tommaso, e
    dobbiamo  estirparla.  Ma  vi  distraggo  troppo  a lungo dalle vostre
    faccende. Buona notte, sir Tommaso.
    LOVELL: E buona notte a voi, mio signore; servo vostro.
    (Escono Gardiner e il Paggio).

    (Entrano il RE e SUFFOLK).

    RE: Carlo, non voglio pi giocare questa notte;  non riesco a fissarvi
    su la mente; siete troppo bravo per me.
    SUFFOLK: Sire, ma non ho mai vinto giocando con voi prima.
    RE: S, poco, Carlo; n vinceresti affatto se avessi tutta la mente al
    giuoco. Ora, Lovell, che notizie mi rechi da parte della regina?
    LOVELL:  Non potei riferirle personalmente quanto mi avevate ordinato,
    ma glielo feci sapere per mezzo della sua dama. Vi ringrazia umilmente
    e invita Vostra Maest a pregare per lei.
    RE: Che dici? pregare per lei? come! grida gi pel dolore?
    LOVELL: Me l'ha detto la sua  dama  e  mi  ha  aggiunto  che  nel  suo
    patimento ogni trafittura  una sofferenza mortale.
    RE: Ahim, buona signora!
    SUFFOLK: Dio la sgravi felicemente del suo peso con facile travaglio e
    allieti di un erede la Maest Vostra.
    RE:  E'  mezzanotte,  Carlo;  ti  prego,  vattene  a letto e nelle tue
    preghiere ricorda le condizioni della povera regina.  Lasciatemi solo,
    poich i miei pensieri non gradiscono compagnia.
    SUFFOLK:  Auguro  a  Vostra  Maest una notte tranquilla: ricorder la
    buona regina nelle mie preghiere.
    RE: Buona notte, Carlo.
    (Esce Suffolk. Entra SIR ANTONIO DENNY).
    Che c', signore?
    DENNY: Sire,  vi ho condotto  monsignor  arcivescovo,  come  mi  avete
    ordinato.
    RE: Ah! l'arcivescovo di Canterbury?
    DENNY: S, mio buon signore.
    RE: E' vero; dov', Denny?
    DENNY: Aspetta che vi sia comodo di riceverlo.
    RE: Introducilo.
    (Esce Denny).
    LOVELL  (a  parte):  Certo    per la faccenda di cui mi ha parlato il
    vescovo: sono venuto in buon momento.

    (Rientra DENNY con CRANMER).

    RE: Sgombrate la galleria.  (Lovell sembra volersi trattenere) Ah!  vi
    ho detto di andare: che mai!
    (Escono Lovell e Denny).
    CRANMER  (a  parte):  Ho  paura: perch  cos corrucciato?  E' il suo
    aspetto di quando incute terrore: le cose non vanno bene.
    RE: Suvvia,  monsignore;  certamente desiderate di sapere perch vi ho
    mandato a chiamare.
    CRANMER  (inginocchiandosi):  E'  mio  dovere di obbedire ai voleri di
    Vostra Maest.
    RE: Vi prego, alzatevi,  mio buono e virtuoso arcivescovo.  Camminiamo
    insieme  su  e  gi:  ho  notizie  da comunicarvi;  suvvia,  datemi il
    braccio.  Ah!  mio buon monsignore,  mi duole di quello  che  sto  per
    dirvi:  ne  sono  proprio  dispiacentissimo.  Recentemente,  e molto a
    contraggenio,  ho udito  assai  gravi  lagnanze  contro  di  voi  che,
    debitamente prese in considerazione, hanno indotto me e il Consiglio a
    farvi  comparire  domattina  al nostro cospetto.  E poich non potrete
    pienamente scolparvi sino al procedimento che si far per le accuse  a
    cui avete a rispondere,  dovrete pazientare e rassegnarvi a fare della
    Torre  la  vostra  dimora.  E'  necessario  che  cos  si  proceda,  o
    altrimenti  nessun  testimonio  oserebbe comparire contro di voi,  che
    siete nostro collega nel Consiglio.
    CRANMER (inginocchiandosi): Ringrazio umilmente Vostra Maest  e  sono
    assai  lieto  di  cogliere  questa buona occasione per essere vagliato
    accuratamente,  sicch il grano si separi in me dalla pula: poich  so
    benissimo  che  nessuno pi di me,  pover'uomo,   bersaglio di lingue
    calunniatrici.
    RE: Alzati,  buon Cranmer.  La tua sincerit e integrit  hanno  messo
    profonde  radici  in  me  che sono tuo amico: dammi la mano,  alzati e
    riprendiamo a camminare insieme Ora, per tutto quel che vi  di santo,
    che razza di  uomo  siete?  M'aspettavo  che  mi  avreste  chiesto  di
    mettervi  a  confronto  coi  vostri  accusatori  e di ascoltarvi senza
    mettervi in prigione.
    CRANMER: Venerato  sovrano,  la  mia  sincerit  ed  onest  sono  gli
    argomenti su cui mi reggo; se essi non resistono, io, coi miei nemici,
    esulter  per  la  mia  stessa  rovina  alla  quale non dar peso,  se
    risulter privo di quelle virt.  Ma non temo per nulla quello che  si
    pu dire contro di me.
    RE: Non sapete qual  la vostra posizione nel mondo, nel gran mondo? I
    vostri nemici sono molti e di gran conto,  e altrettali debbono essere
    i loro intrighi.  Non sempre la giustizia  e  la  verit  della  causa
    ottengono  riconoscimento  dal  verdetto.  Con  quanta  facilit menti
    corrotte possono indurre furfanti altrettanto corrotti a deporre sotto
    giuramento contro di voi!  e non sarebbe  la  prima  volta.  I  vostri
    avversari sono potenti, e quanto potenti altrettanto malevoli. Credete
    di  poter  avere  miglior  fortuna,  voglio dire in fatto di testimoni
    falsi,  che il Maestro di cui siete ministro quando viveva  su  questa
    malvagia terra? Via, via; scambiate un precipizio per un salto innocuo
    e sembrate voler provocare la vostra propria distruzione.
    CRANMER:  Dio e Vostra Maest proteggano la mia innocenza,  altrimenti
    cadr nella trappola che mi  stata preparata.
    RE: State di buon animo, non prevarranno,  se non do loro mano libera.
    Confortatevi,  e non mancate di comparire domattina davanti a loro; se
    in seguito alle loro accuse volessero imprigionarvi,  non  mancate  di
    opporre  le  migliori  ragioni  con  tutta  la forza che il momento vi
    suggerir: se le preghiere  non  gioveranno,  consegnate  loro  questo
    anello  e  appellatevi  a me in loro presenza.  Guarda un po': il buon
    uomo piange!  un galantuomo, sul mio onore. Vergine benedetta!  giuro
    che  sincero e l'uomo migliore del mio regno.  Andatevene e fate come
    vi ho detto. (Esce Cranmer) Le lacrime gli impediscono di parlare.

    (Entra la vecchia Dama e LOVELL la segue).

    GENTILUOMO (dall'interno): Indietro: che fate?
    DAMA: Niente indietro: le notizie che  porto  faran  creanza  del  mio
    ardimento.  Ora  gli  angeli  volino  sopra  il  tuo  augusto  capo  e
    proteggano la tua persona con le ali benedette.
    RE: Dal tuo aspetto indovino che notizie mi  porti.  La  regina  si  
    sgravata? di' s e che  un maschio.
    DAMA:  S,  s,  mio sovrano,   un bel maschio: Dio del cielo,  ora e
    sempre  beneditela!  E'  una  bambina,   ma  vi  promette  maschi  per
    l'avvenire. Sire, la regina desidera che andiate a vederla e a fare la
    conoscenza  di  questa  nuova  venuta: vi somiglia come una ciliegia a
    un'altra ciliegia.
    RE: Lovell!
    LOVELL: Sire.
    RE: Datele cento marchi, vado dalla regina.
    (Esce).
    DAMA: Cento marchi!  sulla mia parola mi dar  di  pi:  questa    la
    mancia per uno staffiere.  Ne avr degli altri o glieli caver a furia
    di brontolare. Per cos poco gli ho detto che la bambina gli somiglia?
    O me ne dar degli altri o dir che non    vero:  battiamo  il  ferro
    finch  caldo.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. Davanti alla Sala del Consiglio.

    (Galoppini,  Paggi eccetera in attesa.  Entra CRANMER,  Arcivescovo di
    Canterbury).
    CRANMER: Spero di non essere in ritardo;  eppure il gentiluomo mandato
    dal  Consiglio  mi disse di affrettarmi.  Tutto chiuso?  che significa
    ci? Ol! chi  di servizio? certo mi conoscete.
    (Entra un Usciere).
    USCIERE: S, monsignore; ma non posso far nulla per voi.
    CRANMER: Perch?
    (Entra il DOTTOR BUTTS).
    USCIERE: Vostra Signoria deve attendere finch non vi chiamino.
    CRANMER: Davvero!
    BUTTS (a parte): Questa  malvagit.  Sono lieto di essere passato  di
    qui in buon momento: il re lo sapr ben presto.
    (Esce).
    CRANMER  (a  parte): E' Butts,  il medico del re: mentre passava,  che
    occhiata seria mi ha dato! Prego il cielo che non sia l'annuncio della
    mia rovina.  Certamente  questa    una  macchinazione  deliberata  di
    qualcuno che mi odia,  per umiliare la mia dignit; ma Dio tocchi loro
    il cuore;  per parte mia non ho mai provocato  di  proposito  il  loro
    malanimo. Eppure, se non fosse per questo scopo, si guarderebbero bene
    dal  tenere cos un collega alla porta fra paggi,  staffieri e lacch.
    Ma bisogna fare quello che vogliono: attender con pazienza.

    (Entrano il RE e BUTTS a una finestra in alto).

    BUTTS: Mostrer a Vostra Maest lo spettacolo pi strano...
    RE: Che mai, Butts?
    BUTTS: Lo spettacolo pi strano che Vostra Altezza abbia mai visto  da
    un pezzo.
    RE: Dove?
    BUTTS:  L,  sire:    l'alto  grado  a  cui    giunto  monsignore di
    Canterbury, che sta in pompa magna fra galoppini, paggi e lacch.
    RE:  E'  proprio  lui  davvero.   E'  questo  l'onore  che  si   fanno
    reciprocamente?  E'  bene  che  sopra  di loro ci sia ancora qualcuno.
    Credevo che si fossero scompartita fra  loro  tanta  onest  o  almeno
    tanta  creanza  da non permettere a un uomo della sua posizione e cosi
    gradito a me di fare anticamera,  attendendo  il  beneplacito  di  Lor
    Signorie alla porta come un corriere con plichi. Per la Vergine Maria,
    Butts,    furfanteria bella e buona: ma lasciamoli stare e tiriamo la
    cortina; ne sentiremo di pi tra poco.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Londra. La Sala del Consiglio.

    (Entra il LORD CANCELLIERE che si mette a sedere a capo del  tavolo  a
    sinistra;   prima  di  lui  resta  vuoto  il  seggio  che  spetterebbe
    all'Arcivescovo di Canterbury; il DUCA DI SUFFOLK, il DUCA DI NORFOLK,
    il CONTE DI SURREY,  il LORD CIAMBELLANO  e  GARDINER  prendono  posto
    ordinatamente  ai  due  lati.  CROMWELL siede all'altra estremit come
    segretario. Usciere alla porta).
    CANCELLIERE: Dite di che cosa si  tratta,  signor  segretario:  perch
    siamo qui riuniti?
    CROMWELL:   Col   beneplacito   delle  Signorie  Vostre,   l'argomento
    principale riguarda monsignore di Canterbury.
    GARDINER: Ne  stato informato?
    CROMWELL: S.
    NORFOLK: C' qualcuno che attende?
    USCIERE: Di fuori, signori?
    GARDINER: S.
    USCIERE:  Monsignore  arcivescovo,     l  da  mezz'ora,   a   vostra
    disposizione.
    CANCELLIERE: Fatelo entrare.
    USCIERE: Vostra Signoria pu entrare ora.
    (CRANMER entra e si avvicina al tavolo).
    CANCELLIERE:  Mio  buon arcivescovo sono dolentissimo di sedere qui in
    questo momento e di vedere quella sedia vuota: ma siamo tutti uomini e
    per nostra natura fragili e soggetti alle debolezze della carne; pochi
    sono angeli: e per questa debolezza e mancanza di  saggezza  voi,  che
    dovreste ammaestrarci meglio di ogni altro,  vi siete comportato male,
    e non poco, verso il re e le sue leggi,  riempiendo l'intero reame col
    vostro  insegnamento e per mezzo dei vostri cappellani - poich questo
    ci  stato riferito - di nuove opinioni fuori del comune e pericolose,
    che sono in realt eresie e che potrebbero risultare assai perniciose,
    qualora non venissero corrette.
    GARDINER: E questa  correzione  deve  essere  immediata,  miei  nobili
    signori;  coloro  che  domano cavalli selvaggi non li conducono a mano
    per addestrarli,  ma ne frenano la bocca con saldi morsi e li spronano
    finch  non  si  piegano  docilmente  al maneggio.  Se per bonariet o
    puerile riguardo  verso  la  dignit  di  un  uomo  tolleriamo  questa
    malattia  contagiosa,   addio  medicina,  e  che  ne  seguir  allora?
    turbamenti, tumulti e una generale corruzione dell'intiero Stato, come
    pu attestare l'esempio offertoci a caro prezzo,  e vivo ancora  nella
    nostra  memoria  come  oggetto  di piet,  dai nostri vicini dell'Alta
    Germania.
    CRANMER: Miei buoni signori, sin qui, in tutto il corso della mia vita
    e del mio ufficio,  mi sono industriato con non poco studio a  far  s
    che  i  miei  insegnamenti  e  l'energico esercizio della mia autorit
    seguissero una sola via sicura,  e sempre a fin di bene;  n vi  uomo
    al  mondo,  lo  dico  con cuore sincero,  signori miei,  che pi di me
    detesti e pi combatta nell'intimo  della  sua  coscienza  e  nel  suo
    ufficio gli insidiatori della pace. Prego il cielo che il re non trovi
    mai un cuore meno fedele del mio.  Gli uomini che si nutrono d'invidia
    e di tortuosa malignit osano mordere i migliori. Supplico le Signorie
    Vostre di concedere in questo  procedimento  che  i  miei  accusatori,
    quali che siano, vengano messi a confronto con me in vostra presenza e
    sostengano francamente le loro accuse.
    SUFFOLK:  No,  mio  signore,  ci non pu essere;  siete un membro del
    Consiglio e per ragione della vostra carica nessuno oser accusarvi.
    GARDINER: Monsignore,  dobbiamo tagliar corto con voi,  perch abbiamo
    affari  di maggiore importanza.  E' volere di Sua Maest,  e noi siamo
    dello stesso parere,  che al fine di esaminare meglio il  vostro  caso
    siate  rinchiuso  nella  Torre;  quivi,  quando  sarete  ridotto  alla
    condizione di privato cittadino,  vedrete che molti si faranno  arditi
    d'accusarvi, tanti invero che temo non riuscirete a tener loro testa,
    CRANMER: Ah! Buon monsignore di Winchester, vi ringrazio; siete sempre
    mio  buon  amico:  se riuscirete a fare a modo vostro sarete giudice e
    giurato,  tanta  la vostra clemenza.  Comprendo il fine a cui mirate:
    la  mia  rovina.  L'amore  e  l'umilt  si addicono a un ecclesiastico
    meglio che l'ambizione,  monsignore;  riconquistate con la moderazione
    le  anime  traviate  e non allontanatene sdegnosamente nessuna da voi.
    Per quanto possiate mettere a dura prova la mia pazienza,  riuscir  a
    scagionarmi;  per  questo  non  ho  nessun dubbio,  come voi non avete
    nessuno scrupolo di fare il male ogni giorno.  Potrei dire di pi,  ma
    me lo vieta la reverenza per il vostro ufficio.
    GARDINER: Monsignore,  monsignore, siete un settario; questa  la dura
    e semplice verit: codesti artificiosi argomenti  rivelano  a  chi  vi
    comprende la debolezza delle vostre parole.
    CROMWELL: Monsignore di Winchester,  con vostra licenza,  siete un po'
    troppo aspro;  uomini  cos  nobili,  per  quanto  traviati,  meritano
    rispetto per il loro passato:  crudelt schiacciare cos un caduto.
    GARDINER: Signor segretario, chiedo scusa a Vostro Onore, dei presenti
    siete proprio quello che meno dovrebbe parlare in questo modo.
    CROMWELL: Perch, monsignore?
    GARDINER:  Non so forse che siete un partigiano di questa nuova setta?
    non c' da fidarsi di voi.
    CROMWELL: Non c' da fidarsi?
    GARDINER: Non c' da fidarsi, ripeto.
    CROMWELL: Ci fosse da fidarsi altrettanto della vostra onest!  allora
    gli uomini si volgerebbero a voi con le preghiere e non coi timori.
    GARDINER: Non dimenticher queste parole sfacciate.
    CROMWELL:  Fatelo  pure,  ma  non  dimenticate  neanche la vostra vita
    sfacciata.
    CANCELLIERE: Questo  troppo: smettetela, signori; vergogna!
    GARDINER: Non ho altro da dire.
    CROMWELL: Nemmeno io.
    CANCELLIERE: E ora a  voi,  monsignore.  All'unanimit,  credo,  siamo
    d'avviso  che siate condotto come prigioniero alla Torre per rimanervi
    sino a che siano note le  ulteriori  decisioni  del  re:  siamo  tutti
    d'accordo, signori?
    TUTTI: S.
    CRANMER:  Non  c' altra via di clemenza?  e debbo proprio andare alla
    Torre, signori?
    GARDINER: Che altro vi aspettereste? siete proprio irritante. Qualcuno
    della guardia si prepari.

    (Entrano alcune Guardie).

    CRANMER: Per me? debbo andare col come un traditore?
    GARDINER: Prendetelo in consegna e conducetelo alla Torre.
    CRANMER: Fermatevi,  ho ancora qualche cosa  da  dire.  Guardate  qui,
    signori: in virt di questo anello sottraggo la mia causa alle granfie
    di  uomini  crudeli  e  l'affido  a un nobilissimo giudice,  il re mio
    signore.
    CIAMBELLANO: Questo  l'anello del re!
    SURREY: Non  una contraffazione?
    SUFFOLK: E' l'anello vero,  per Dio: non ve l'avevo detto,  che quando
    avessimo messo in moto questa pietra pericolosa, sarebbe caduta su noi
    stessi?
    NORFOLK: Credete,  signori, che il re lascer torturare anche soltanto
    il dito mignolo di quest'uomo?
    CIAMBELLANO: E' anche troppo chiaro: e quanto pi varr per il  re  la
    sua  intiera  vita!  Vorrei  proprio  essere del tutto fuori di questa
    faccenda!
    CROMWELL: Avevo capito benissimo che nel raccogliere storie e  denunce
    contro  quest'uomo  la  cui  onest  invisa solo al demonio e ai suoi
    discepoli,  soffiavate su di un fuoco che vi avrebbe bruciato:  e  ora
    state in guardia!

    (Entra il RE guardandoli con collera, e siede).

    GARDINER:  Venerato  sovrano,  quanti giornalieri rendimenti di grazia
    dobbiamo al cielo,  che ci ha dato un tal principe,  non solo buono  e
    saggio,  ma  religiosissimo: uno che con ogni rispetto fa della Chiesa
    il fine principale della sua dignit  e,  per  rafforzare  tale  santo
    dovere, in segno della sua grande considerazione, viene a giudicare in
    persona la causa tra la Chiesa e questo grande colpevole!
    RE:   Vescovo   di  Winchester,   siete  sempre  stato  molto  valente
    nell'improvvisare lodi;  ma sappiate che non vengo ora per udire  tali
    adulazioni,  che  al  mio  cospetto sono troppo trasparenti e nude per
    nascondere le vostre colpe.  Poich non potete giungere sino a me,  mi
    fate  il  cagnolino  e  credete di guadagnare le mie grazie movendo la
    lingua;  ma prendimi pure per chi vuoi,  son certo che hai una  natura
    crudele e sanguinaria.  (A Cranmer) Buon uomo,  siediti,  e ora il pi
    orgoglioso tra voi,  il pi audace osi muovere un dito contro  di  te:
    per  tutto quel che c' di santo,  sarebbe assai meglio per lui morire
    che pensare soltanto che non sei fatto per questo ufficio.
    SURREY: Piaccia a Vostra Maest...
    RE: Nossignore,  non mi piace.  Credevo di avere uomini di  una  certa
    intelligenza e saggezza nel mio Consiglio; ma non ne trovo nessuno. Vi
    sembra discernimento,  signori miei,  far attendere quest'uomo, questo
    buon uomo - pochi di voi meritano tal titolo - questo onesto uomo come
    un servo pidocchioso alla porta del Consiglio? uno tanto grande quanto
    siete voi? come! che vergogna  questa! forse che il mio mandato vi ha
    ingiunto  di  dimenticare  sino  a  questo  punto  chi  siete?  Vi  ho
    autorizzato  a  esaminarlo  da consigliere,  non da staffiere: vi sono
    alcuni di voi, lo vedo,  che pi per rancore che per zelo di giustizia
    vorrebbero  spingere  questo  procedimento  sino  all'ultimo,   se  ne
    avessero il mezzo, ma il mezzo non l'avranno sinch campo.
    CANCELLIERE: Venerato sovrano,  Vostra Grazia mi conceda di parlare  a
    giustificazione di tutti. Circa il suo arresto, se c' buonafede negli
    uomini,  e  vi    certamente  in  me,  la  decisione non fu presa per
    malanimo: il nostro proposito era che egli potesse essere  debitamente
    giudicato e giustificato agli occhi del mondo.
    RE: Bene,  bene,  miei signori;  rispettatelo,  accoglietelo tra voi e
    trattatelo bene, poich lo merita. Dir soltanto questo di lui: che se
    un principe  debitore di un suddito,  io  lo  sono  di  lui  pel  suo
    affetto e fedele servizio. Non fate pi chiacchiere, ma abbracciatelo:
    siate amici,  miei signori,  e vergognatevi! Monsignore di Canterbury,
    ho un favore da chiedervi e non mi dovete dir di  no;  c'  una  bella
    fanciulla  che  non  stata ancor battezzata: fatele da padrino e date
    le risposte per lei.
    CRANMER: Il pi grande monarca potrebbe gloriarsi di tale onore:  come
    posso meritarlo io, povero e umile suddito di Vostra Maest?
    RE:  Capisco,  capisco,  monsignore;  vorreste risparmiare il dono dei
    cucchiai.  Avrete due nobili compagne con voi: la vecchia duchessa  di
    Norfolk  e  la  marchesa  di  Dorset:  vi  accomodano?  Monsignore  di
    Winchester,  ancora  una  volta  vi  ordino  di  abbracciare  e  amare
    quest'uomo.
    GARDINER: Lo faccio con cuore sincero e affetto fraterno.
    CRANMER: Il cielo sa quanto mi tengo cara questa vostra assicurazione.
    RE:  Buon  uomo  queste lacrime di gioia mostrano la sincerit del tuo
    cuore: vedo che si avvera la voce pubblica che dice di  te:  Fate  un
    cattivo servizio a monsignor di Canterbury,  ed egli sar vostro amico
    per sempre. Suvvia, qui stiamo perdendo il tempo;  desidero vivamente
    di  far  cristiana  questa  piccolina.  Signori,  poich  vi ho uniti,
    rimanete uniti: io ci guadagner forza e voi onore.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Londra. Il cortile del Palazzo.

    (Rumore e tumulto fra le scene.  Entrano il  Guardaportone  e  un  suo
    Uomo).
    GUARDAPORTONE:  Smettete di far questo baccano,  furfanti: prendete la
    corte per Paris Garden?  I villanzoni,  smettetela  di  urlare.  (Voce
    dall'interno:   Buon   guardaportone,   appartengo  alla  dispensa).
    Appartieni alla forca e va' a farti impiccare, briccone!  E' questo il
    posto  da  far  tanto  baccano?  Andatemi  a  prendere  una dozzina di
    randelli,  e robusti,  questi non sono che verghette al confronto.  Vi
    gratter la testa.  Che bisogno c' che veniate a vedere un battesimo?
    v'aspettate dolci e birra qui, zoticoni?
    UOMO: Per favore,  messere,  abbiate  pazienza:  a  meno  che  non  li
    spazziamo via dalla porta a cannonate,  tanto impossibile disperderli
    quanto  farli  stare  a letto la mattina di calendimaggio,  il che non
    sar mai:  pi facile smuovere la croce di San Paolo che costoro.
    GUARDAPORTONE: Come hanno fatto a entrare quei pezzi da forca?
    UOMO: Ahim!  non lo so.  Come entra l'acqua del mare  durante  l'alta
    marea?  Di  quante  legnate  un  sodo  bastone lungo quattro piedi pu
    distribuire e vedete quanto poco ne  rimasto- non ne  ho  risparmiata
    una sola.
    GUARDAPORTONE: Non avete fatto niente, caro mio.
    UOMO:  Non  son  poi  Sansone  n sir Guy n Colbrand,  da falciarmeli
    d'innanzi: ma se ne ho  risparmiato  uno  solo  che  avesse  testa  da
    colpire,  giovane o vecchio, uomo o donna, cornuto o cornificante, che
    io non veda pi carne di bue,  e non lo vorrei  per  tutto  l'oro  del
    mondo!
    (Di dentro: Udite, signor guardaportone!.
    GUARDAPORTONE:  Son  subito da voi,  cucciolo mio.  Voi intanto tenete
    bene la porta chiusa, giovanotto.
    UOMO: E che cosa vorreste che facessi?
    GUARDAPORTONE: Che cosa dovreste fare se non mandarli  a  ruzzoloni  a
    dozzine? E' questo Moorfields, da farci la rivista? o  venuto a corte
    un  qualche  strano Indiano col suo grosso strumento,  che le donne ci
    assediano tanto?  Dio mi benedica,  che frittura di  fornicazione  c'
    alla porta! in coscienza questo battesimo ne far nascere altri mille!
    qui c' babbo, padrino e tutti insieme.
    UOMO:  E  i  cucchiai saranno anche pi grossi,  signore.  C' un tale
    vicino alla porta che pare  un  braciere,  perch,  in  coscienza,  ha
    condensato  nel  naso venti giorni della canicola,  e tutti quelli che
    gli stanno vicini sono nel caldo equatoriale e non  hanno  bisogno  di
    fare  altra  penitenza  per i loro peccati: ebbene,  ho colpito questa
    specie di meteora tre volte sulla testa e tre volte  ha  scaricato  il
    naso  contro di me e sta l come un mortaio pronto a spararci addosso.
    Vicino a lui c'era una scema, moglie di un merciaio,  che mi canzonava
    per  aver  provocato  tanta combustione al punto che le cadde di testa
    quel colabrodo di cappelluccio. Una volta sbagliai la meteora e colpii
    invece quella donna che  grid  aiuto,  e  allora  vidi  correre  da
    lontano  in  suo  soccorso  quaranta  armati di nodosi bastoni,  belle
    speranze dello Strand dove la donna abita.  Mi  attaccarono  e  io  mi
    mantenni  sulle  mie  posizioni;  alla fine vennero ai ferri corti,  e
    ancora  tenni  loro  testa;   quando  improvvisamente   dei   ragazzi,
    frombolieri in ordine sparso,  che li seguivano, mi scaricarono contro
    tal pioggia di ciottoli che volentieri avrei rinfoderato il mio  onore
    e  li  avrei  lasciati  padroni  del  campo: fra loro c'era proprio il
    diavolo certamente.
    GUARDAPORTONE: Questi sono i giovanotti che tuonano in teatro e  fanno
    a  pugni  per torsoli di mele,  e nessun pubblico li pu sopportare se
    non la teppaglia di Tower Hill e i loro cari confratelli di Limehouse.
    Ne ho gi fatto mettere qualcuno in  gattabuia  e  l  balleranno  tre
    giorni,  oltre  al banchetto di frustate che serviranno loro due servi
    del bargello.

    (Entra il LORD CIAMBELLANO).

    CIAMBELLANO: Misericordia, che folla c' qui! e cresce ancora; vengono
    da  tutte  le  parti  come  se  ci  fosse  la  fiera.   Dove  sono   i
    guardaportone,  quei  pigri  furfanti?  L'avete  fatta bella a lasciar
    entrare tutta questa canaglia: e costoro sono i vostri cari amici  dei
    sobborghi?  senza  dubbio  ci  sar molto spazio per le signore quando
    ritorneranno dal battesimo!
    GUARDAPORTONE: Con tutto il rispetto  per  Vostra  Signoria,  noi  non
    siamo  che  uomini,  e  quel  che  si pu fare senza essere ridotti in
    pezzi, l'abbiamo fatto: un esercito non riuscirebbe a tenerli in riga.
    CIAMBELLANO: Com' vero Dio,  se il re se la prende con  me,  vi  far
    mettere  tutti  in ceppi senza tanti complimenti: e vi far grandinare
    addosso buone multe per la vostra negligenza!  Siete oziosi bricconi e
    state qui a succhiar fiaschi invece di fare il vostro servizio. Udite!
    suonano  le  trombe;  stanno  gi ritornando dal battesimo: rompete la
    folla e fate strada alla compagnia perch passi  senza  fatica,  o  vi
    trover una prigione che vi dar lavoro per due mesi.
    GUARDAPORTONE: Largo alla principessa.
    UOMO: Omaccione, scostati, o ti far dolere la testa.
    GUARDAPORTONE: Tu,  vestito di cambellotto, levati dalla cancellata, o
    ti butto dall'altra parte.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Londra. Il Palazzo.

    (Entrano i Trombettieri sonando; poi due Anziani, il SINDACO, l'ARALDO
    DELLA GIARRETTIERA,  CRANMER,  il  DUCA  DI  NORFOLK  col  bastone  di
    Maresciallo,  il DUCA DI SUFFOLK, due Nobili che portano grandi bacili
    per  i  doni  del  battesimo;   poi  quattro  Nobili  che  reggono  un
    baldacchino sotto il quale viene la madrina,  DUCHESSA DI NORFOLK, con
    la neonata ravvolta in un ricco manto; lo strascico  sostenuto da una
    Dama. Seguono quindi la MARCHESA DI DORSET, altra madrina, e Dame.  Il
    corteo sfila una volta sul palcoscenico e poi parla l'Araldo).
    ARALDO: O cielo, nella tua infinita bont manda vita prospera, lunga e
    sempre  felice  alla  grande  e  possente  principessa  d'Inghilterra,
    Elisabetta!

    (Squillo di trombe. Entra il RE con Guardie).

    CRANMER (inginocchiandosi): Le madrine,  mie nobili  compagne,  ed  io
    stesso  cos  preghiamo  per  la  Vostra  Reale  Maest e per la buona
    regina.  Ogni conforto e gioia che il cielo abbia mai  accumulato  per
    rendere  i  genitori felici,  cada ad ogni ora su voi nella persona di
    questa graziosa fanciulla.
    RE: Grazie, monsignore arcivescovo. Qual  il suo nome?
    CRANMER: Elisabetta.
    RE: Alzatevi,  monsignore.  (Il Re bacia la Bambina) Con questo  bacio
    prendi  la mia benedizione.  Ti protegga Dio,  alle cui mani affido la
    tua vita.
    CRANMER: Amen.
    RE: Mie nobili madrine,  siete state  troppo  prodighe:  vi  ringrazio
    cordialmente  e  lo far anche questa bambina,  quando avr imparato a
    parlare.
    CRANMER: Concedetemi di  continuare,  sire,  poich  il  cielo  me  lo
    ordina,  e  nessuno dica che queste parole sono adulatrici,  perch si
    riscontreranno vere.  Questa regale fanciulla  -  il  cielo  le  muova
    sempre  intorno  -  sebbene ancora in culla promette alla nostra terra
    mille benedizioni che il tempo maturer: ella sar esempio a  tutti  i
    principi  suoi contemporanei e a tutti i loro successori: ma pochi che
    ora vivono vedranno tanta perfezione.  La regina di Saba  non  fu  pi
    cupida  di  saggezza  e  di  virt  che  non sar quest'anima pura: le
    principesche virt che foggiano un possente sovrano come il nostro, si
    raddoppieranno in lei con tutte le altre qualit  che  accompagnano  i
    buoni.   La  verit  la  nutrir,   pensieri  santi  e  celestiali  la
    consiglieranno sempre, sar amata e temuta: i sudditi la benediranno e
    i nemici tremeranno come un campo di grano  battuto  e  chineranno  la
    testa  sotto  il  peso  del dolore.  Il bene crescer con lei: nel suo
    regno ogni uomo manger  tranquillo  all'ombra  della  vite  che  egli
    stesso avr piantata,  e intoner gli allegri canti della pace ai suoi
    vicini.  Dio sar conosciuto secondo verit,  e tutti  coloro  che  le
    staranno  intorno impareranno da lei le perfette vie dell'onore;  e da
    quelle e non dal sangue deriveranno la loro grandezza. Questa pace non
    morir  con  lei,   poich  como  quando  si  spegne  l'uccello  delle
    meraviglie,  la  vergine  fenice,  dalle  cui ceneri ne nasce un'altra
    ugualmente degna di ammirazione,  essa lascer la sua fortuna a un  re
    che,  quando  il cielo la toglier da questa nube di tenebre,  sorger
    come una stella dalle sacre ceneri della sua maest,  grande per  fama
    come  fu  lei  e altrettanto saldo sul trono.  La pace,  l'abbondanza,
    l'amore, la verit, il terrore,  gi servi di questa eletta fanciulla,
    apparterranno a lui,  e a lui si appoggeranno come la vite all'albero.
    Dovunque splender il sole luminoso saranno celebrati il suo  onore  e
    la  grandezza del suo nome,  creatori di nuove nazioni: egli fiorir e
    come il cedro della montagna stender i suoi rami su tutte le  pianure
    sottostanti. I figli dei nostri figli vedranno questo e ne benediranno
    il cielo.
    RE: Tu ci proclami meraviglie.
    CRANMER:  Per  la  felicit  dell'Inghilterra  ella  vivr  sino  alla
    vecchiaia. Molti giorni la vedranno operare,  e nessun giorno senza un
    atto che lo celebri. Volesse Iddio che non vedessi altro! ma ella deve
    morire,  poich  i  santi  la  vorranno  in loro compagnia;  ma morir
    vergine, giglio immacolatissimo, e tutto il mondo la pianger.
    RE: Arcivescovo, hai fatto di me un uomo.  Posso dire di non avere mai
    posseduto  nulla  prima  che  nascesse questa bambina.  Questo oracolo
    confortante mi ha cos allietato  che  quando  sar  in  cielo,  vorr
    vedere  che  cosa  far  questa  piccina  e  lodarne  il Creatore.  Vi
    ringrazio tutti.  A voi,  signor sindaco,  e ai vostri  colleghi  sono
    molto obbligato; sono assai onorato per la vostra presenza e proverete
    la  mia gratitudine.  Precedetemi,  signori;  dovete andar tutti dalla
    regina che vuole ringraziarvi e che altrimenti  ne  soffrirebbe  nella
    salute.  Oggi tutti dimentichino che hanno affari a casa loro,  poich
    resteranno qui: per questa piccolina tutti faranno festa.
    (Escono).


    EPILOGO.

    E'  assai  probabile  che  questo  dramma  non  piaccia  a  tutti  gli
    spettatori.  Alcuni vengono per riposare e per dormire durante un atto
    o due;  ma temiamo di avere spaventati costoro col suono delle  nostre
    trombe,  cosicch  diranno  che  lo  spettacolo non val niente.  Altri
    vengono per sentir parlar male dell'amministrazione civica e per  dire
    quant' spiritoso! ma non s' fatto neanche questo.  Quindi temo che
    tutto il bene che ci aspettavamo di  sentire  pel  dramma  si  ridurr
    questa  volta  all'interpretazione  indulgente che ne daranno le donne
    buone,  perch ne abbiamo loro  mostrata  una  di  tal  carattere.  Se
    sorrideranno  e  diranno che lo spettacolo  tollerabile,  so che poco
    dopo anche gli uomini migliori saranno dalla nostra parte:  poich  la
    va  proprio  male,  se  stan  fermi  quando le mogli comandano loro di
    applaudire.





















    RE GIOVANNI.


    PERSONAGGI.

    RE GIOVANNI.
    PRINCIPE ENRICO, figlio del Re.
    ARTURO duca di Bretagna, nipote del Re.
    IL CONTE DI PEMBROKE.
    IL CONTE DI ESSEX.
    IL CONTE DI SALISBURY.
    LORD BIGOT.
    UBERTO DE BURGH.
    ROBERTO FAULCONBRIDGE, figlio di Sir Roberto Faulconbridge.
    FILIPPO, il Bastardo, suo fratellastro.
    GIACOMO GURNEY, servo di Lady Faulconbridge.
    PIETRO DI POMFRET, profeta.
    FILIPPO, Re di Francia.
    LUIGI, il Delfino.
    LYMOGES, duca d'Austria.
    IL CARDINALE PANDOLFO, legato del Papa.
    MELUN, nobile Francese.
    CHATILLON, ambasciatore di Francia a Re Giovanni.
    LA REGINA ELEONORA, madre di Re Giovanni.
    COSTANZA, madre di Arturo.
    BIANCA DI SPAGNA, nipote di Re Giovanni.
    LADY FAULCONBRIDGE.
    Nobili, Cittadini di Angers, uno Sceriffo, Araldi, Ufficiali, Soldati,
    Messi, altre Persone del seguito.

    Scena: parte in Inghilterra e parte in Francia.













    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - ll Palazzo di Re Giovanni.

    (Entrano RE GIOVANNI, la REGINA ELEONORA, PEMBROKE, ESSEX, SALISBURY e
    altri con CHATILLON).
    GIOVANNI: Ora di', Chtillon; che cosa vuole il re di Francia da noi?
    CHATILLON: Il re di Francia invia saluti e per bocca  mia  cos  parla
    alla maest, alla maest d'accatto del re d'Inghilterra.
    ELEONORA: Strano principio maest d'accatto!.
    GIOVANNI: Silenzio, buona madre; ascoltate l'ambasciata.
    CHATILLON: Filippo di Francia,  a tutela del buon diritto e in nome di
    Arturo Plantageneto, figlio del tuo defunto fratello Goffredo, reclama
    legittimamente questa bella isola e le sue dipendenze,  l'Irlanda,  il
    Poitou, l'Angi, la Turenna e il Maine, invitandoti a deporre la spada
    che   difende  l'usurpato  possesso  di  questi  diversi  titoli  e  a
    consegnarla in mano di Arturo, tuo nipote e legittimo sovrano.
    GIOVANNI: Che seguir, se respingeremo queste pretese?
    CHATILLON: L'irresistibile  coercizione  di  una  fiera  e  sanguinosa
    guerra per far valere con la forza diritti con la forza negati.
    GIOVANNI:  Guerra  per  guerra,  sangue  per  sangue,  coercizione per
    coercizione: rispondi questo al re di Francia.
    CHATILLON: Allora ricevete dalle mie labbra la sfida  del  mio  re;  e
    questo  il limite estremo del mandato che ho ricevuto.
    GIOVANNI: Riportagli la mia risposta e vattene in pace; sii come lampo
    agli  occhi  del  tuo sovrano,  poich,  prima che tu possa avvertirlo
    della mia venuta,  si udir il tuono dei miei  cannoni.  Va':  sii  la
    tromba  della  nostra  collera  e  il  sinistro  presagio della vostra
    rovina. Fatelo scortare onorevolmente: pensaci tu, Pembroke,  e addio,
    Chtillon.
    (Escono Pembroke e Chtillon).
    ELEONORA:  Che  dunque,  figlio  mio!  non  ti  ho  sempre  detto  che
    l'ambiziosa Costanza non si sarebbe chetata  finch  non  avesse  dato
    fuoco  alla  Francia e a tutto il mondo a sostegno del diritto e della
    causa di suo figlio?  Questo avrebbe potuto essere impedito  e  sanato
    con discussioni amichevoli, mentre ora i governi dei due regni debbono
    decidere la questione con risultati terribilmente sanguinosi.
    GIOVANNI: A nostro favore parlano il saldo possesso e il buon diritto.
    ELEONORA:  Pi  il  saldo  possesso che il buon diritto,  o altrimenti
    andrebbe  male  per  voi  e  per  me:  questo  almeno   vi   bisbiglia
    all'orecchio  la mia coscienza;  ma nessuno lo deve sentire eccetto il
    cielo, voi e me stessa.

    (Entra uno Sceriffo).

    ESSEX: Mio  sire,  ecco  la  pi  strana  controversia  fra  gente  di
    provincia  che  mai  sia  stata  sottoposta  al vostro giudizio: debbo
    introdurre gli uomini?
    GIOVANNI: Entrino.  Le abbazie e i priorati  pagheranno  le  spese  di
    questa spedizione.
    (Entrano ROBERTO FAULCONBRIDGE e FILIPPO, suo fratello bastardo).
    Chi siete ?
    BASTARDO:  Sono  un vostro fedele suddito,  gentiluomo della contea di
    Northampton  e,   come  suppongo,   figlio  primogenito   di   Roberto
    Faulconbridge,  cio  di  un  soldato  che la mano di Riccardo Cuor di
    Leone, dispensatrice di onori, cre cavaliere sul campo.
    GIOVANNI: E tu, chi sei ?
    ROBERTO: Figlio ed erede dello stesso Faulconbridge.
    GIOVANNI: Quello  il primogenito e tu l'erede?  vuol dire allora  che
    non siete figli della stessa madre.
    BASTARDO:  Certissimamente figli della stessa madre,  possente re - lo
    sanno tutti - e come credo,  anche dello stesso padre: ma  per  sicura
    conoscenza  della verit,  sentite quello che ne dicono il cielo e mia
    madre;  quanto a me,  ne dubito,  come possono ben fare tutti i  figli
    degli uomini
    ELEONORA: Oib,  villano! tu oltraggi tua madre e ferisci il suo onore
    con questa incredulit.
    BASTARDO: Io,  signora?  no,  non  ho  nessuna  ragione  di  farlo;  
    argomento di mio fratello,  non mio;  e, se pu provarlo, mi toglie di
    colpo almeno cinquecento belle sterline l'anno: Dio  protegga  l'onore
    di mia madre e la mia terra!
    GIOVANNI: Un buon diavolo senza peli sulla lingua.  Perch, essendo il
    secondogenito, pretende il tuo retaggio?
    BASTARDO: Non lo so,  se non  per  avere  la  terra.  Insomma  mi  ha
    accusato  di  bastardia;  e che io sia stato legittimamente generato o
    no, ripeto che lascio che ne risponda mia madre;  ma,  per assicurarvi
    che  sono stato concepito a dovere - sia pace alle ceneri di colui che
    si  preso questo disturbo - basta che confrontiate i nostri  volti  e
    giudicherete da voi stesso.  Se il vecchio sir Roberto ci ha procreati
    tutt'e due,  se  stato nostro padre e questo figlio gli  somiglia,  o
    vecchio  sir  Roberto,  padre,  in ginocchio ringrazio il cielo di non
    assomigliare a te!
    GIOVANNI: Come! che matto ci ha mandato qui il cielo?
    ELEONORA: Ha qualche cosa  della  faccia  del  Cuor  di  Leone  e  gli
    somiglia  nell'accento.  Non  ravvisate l'impronta di mio figlio nella
    poderosa struttura di quest'uomo?
    GIOVANNI: I miei occhi l'hanno esaminato da tutti i lati:  proprio il
    ritratto di Riccardo.  Ma ditemi,  giovanotto,  che cosa vi  induce  a
    reclamare la terra di vostro fratello?
    BASTARDO: Perch,  visto di profilo,   tutto mio padre;  e con quella
    mezza faccia si vorrebbe portar via tutta la mia terra: con un profilo
    di soldino beccarsi cinquecento sterline l'anno!
    ROBERTO: Amato sire, quando mio padre viveva, vostro fratello si serv
    molto di lui...
    BASTARDO: Bene,  caro mio;  con quello non  potete  prendervi  la  mia
    terra: dovete invece raccontarci come si serv di mia madre.
    ROBERTO: ...e una volta lo mand ambasciatore in Germania per trattare
    con  l'Imperatore  di  affari  assai importanti in quei giorni.  Il re
    approfitt di questa assenza e nel frattempo dimor  in  casa  di  mio
    padre;  e come riuscisse a farvi il piacer suo mi vergogno di dire, ma
    la verit  la verit: grandi tratti di terra e di  mare  stavano  fra
    mia  madre e mio padre,  come ho sentito dire da quest'ultimo,  quando
    questo bel pezzo di giovinotto fu concepito.  Sul letto  di  morte  il
    babbo  mi  lasci  per testamento le sue terre e giur sulla sua morte
    che questo figlio di mia madre non era suo, e che,  se lo fosse stato,
    sarebbe  venuto  al  mondo  ben quattordici settimane prima del tempo.
    Quindi,  mio buon sovrano,  datemi quel che  mio,  le  terre  di  mio
    padre, secondo il suo testamento.
    GIOVANNI: Giovanotto, vostro fratello  legittimo; la moglie di vostro
    padre  l'ha  dato alla luce dopo le nozze e sua  la colpa se ha fatto
    un torto al marito;  questo  un rischio che corrono tutti gli  uomini
    che  prendono  moglie.  Ditemi  un po': e se mio fratello,  che,  come
    asserite,  si prese il disturbo di generare  questo  figlio,  l'avesse
    reclamato da vostro padre come suo? In verit, amico mio, vostro padre
    avrebbe potuto difendere contro chiunque il possesso di questo vitello
    nato  dalla sua mucca;  dunque,  anche se fosse stato di mio fratello,
    questi non avrebbe potuto reclamarlo, n vostro padre, pur non essendo
    suo, rinnegarlo; e ci risolve la questione: il figlio di mia madre ha
    generato l'erede di vostro padre,  e  l'erede  di  vostro  padre  deve
    averne le terre.
    ROBERTO:  E  allora  il  testamento  di  mio  padre  non avr forza di
    spossessare quel figlio che non  suo?
    BASTARDO: Tanto poca forza di spossessarmi quanto poca volont  fu  la
    sua di generarmi, io credo.
    ELEONORA:  Preferiresti  essere  un  Faulconbridge,  somigliare  a tuo
    fratello e goderti la terra,  o essere il figlio supposto del Cuor  di
    Leone, signore di questo tuo nobile aspetto e di null'altro?
    BASTARDO:  Madama,  se  mio  fratello avesse la mia forma e io la sua,
    cio quella di sir Roberto,  se le mie gambe fossero due frustini come
    le  sue,  le  braccia  pelli  di anguilla imbottite,  e la faccia cos
    sottile che non osassi infilare una rosa  dietro  l'orecchio  per  non
    farmi  dir  dalla  gente  guarda,  ecco  qui  un tre quattrini con la
    rosetta! e,  se oltre ad avere la sua figura,  ereditassi anche tutta
    la propriet,  oh!  possa io non pi muovermi da questo luogo,  se non
    sono pronto a dare ogni palmo pur di conservare questa mia faccia: no,
    non vorrei essere sir Bertuccio per tutto l'oro del mondo.
    ELEONORA: Mi piaci assai: vuoi abbandonare la tua fortuna,  lasciargli
    la  terra  e  seguirmi?  Sono diventata un soldato e sto per andare in
    Francia.
    BASTARDO: Fratello, prenditi la terra: io prender la mia fortuna.  La
    tua faccia ti ha procacciato cinquecento sterline l'anno,  eppure,  se
    la vendessi per cinque soldi,  sarebbe anche troppo cara.  Madama,  vi
    seguir sino alla morte.
    ELEONORA: No, vorrei che mi precedessi in quella.
    BASTARDO:  L'educazione  che ho ricevuta in provincia m'insegna a dare
    il passo ai superiori.
    GIOVANNI: Come ti chiami?
    BASTARDO: Filippo, sire,  cos comincia il mio nome;  Filippo,  figlio
    primogenito della moglie di sir Roberto il vecchio.
    GIOVANNI:  D'ora  innanzi  porterai  il  nome  di  colui  di  cui  hai
    l'aspetto: inginocchiati,  Filippo,  ma alzati pi grande,  alzati sir
    Riccardo Plantageneto.
    BASTARDO:  Fratello  per parte di madre,  qua la mano: mio padre mi ha
    dato l'onore,  il tuo ti ha dato la terra.  Benedetta sia l'ora  della
    notte  o  del  giorno,  in cui,  quando fui generato,  sir Roberto era
    assente!
    ELEONORA:  Proprio  l'anima  di  un  Plantageneto!   Sono  tua  nonna,
    Riccardo: chiamami con questo nome.
    BASTARDO: Madonna,  lo siete per caso e non per la via giusta,  ma che
    importa?
    Un po' di sbieco, un po' fuor della destra,
    per il portello, ovver per la finestra:
    chi non ci muove il d, la notte ardisca,
    e avere  aver, comunque si carpisca,
    presso o lontan, buon colpo s' azzeccato,
    ed io son io, comunque fui creato.
    GIOVANNI: Vattene Faulconbridge;  hai ottenuto quello che  desideravi;
    un  cavaliere  senza  terra  ha  fatto  di  te un possidente terriero.
    Suvvia, madonna,  e suvvia,  Riccardo,  affrettiamoci alla volta della
    Francia, perch la necessit  urgente.
    BASTARDO:  Addio  fratello:  buona  fortuna  a  te che fosti concepito
    secondo  tutti  i  precetti  dell'onest.   (Escono  tutti  tranne  il
    Bastardo)  Sono  cresciuto  un palmo in onori,  ma son calato di molti
    palmi in terreni.  Bene;  ora posso far di qualsiasi marcolfa una gran
    dama.  Buona sera,  sir Riccardo! - Dio ti aiuti, buon uomo! e se il
    suo nome  Giorgio,  lo chiamer Pietro,  perch un titolato creato di
    fresco  non deve ricordare i nomi della gente: sarebbe segno di troppo
    riguardo e di eccessiva socievolezza in uno da poco salito in dignit.
    Ora,  supponiamo che un viaggiatore col suo stuzzicadenti  segga  alla
    stessa  tavola  di  Mia  Signoria  e  che,  quando il mio cavalleresco
    stomaco  ben pieno, io cominci a succhiarmi i denti e a interrogare a
    mo' di catechismo quel bellimbusto  che  ha  girato  il  mondo:  Caro
    signore  -  comincio  io,  appoggiando  il  gomito  alla  tavola  - vi
    pregherei e questa  la domanda; e Servo vostro,  ai vostri ordini e
    comandi  e  servizio,   signore  ,  viene  la  risposta  come  in  un
    abbecedario.  No,  signore - dico io che interrogo  -  son  io  servo
    vostro,  padron  mio  onoratissimo: e cos,  senza che il rispondente
    capisca quello che  l'interrogante  vuol  sapere,  di  complimento  in
    complimento, e parlando delle Alpi, degli Appennini, dei Pirenei e del
    fiume  Po,  si  va  verso la fine della cena.  Ma questa  proprio ben
    nobile compagnia e adatta a uno spirito ambizioso come il mio,  poich
     figlio bastardo del suo tempo chi non ha un pizzico di cerimonia;  e
    io con cerimonie o senza, sono proprio bastardo,  e non solo per abito
    ed impresa, forma esterna e vestiario, ma per un intimo impulso che mi
    vieta  di  versare  quel veleno dolce dolce nell'orecchio della gente;
    eppure desidero  d'impararlo,  non  per  praticare  l'inganno  ma  per
    difendermene,  perch ne sar cosparso il terreno della mia ascesa. Ma
    chi  costei che viene cos in fretta in abito  da  cavalcare?  chi  
    costei  che si avanza come un corriere in gonnella?  non ha marito che
    si prenda il disturbo di soffiare nel corno per annunciarne l'arrivo?
    (Entrano LADY FAULCONBRIDGE e GIACOMO GURNEY).
    Ohim!  mia madre. Che c', buona signora?  che mai vi porta in corte
    con tanta precipitazione?
    LADY FAULCONBRIDGE: Dov' tuo fratello, quell'abbietta creatura? dov'
    quel briccone che d la caccia al mio onore or qui or l nel paese?
    BASTARDO: Mio fratello Roberto?  il figlio del vecchio sir Roberto? il
    gigante Colbrand,  quell'omaccione?   il figlio di  sir  Roberto  che
    cercate cos?
    LADY FAULCONBRIDGE: Il figlio di sir Roberto! s, ragazzo irriverente,
    il  figlio  di sir Roberto;  perch schernisci sir Roberto?  egli  il
    figlio di sir Roberto, e tu pure lo sei.
    BASTARDO: Giacomo Gurney, vuoi lasciarci soli un momento?
    GURNEY: Ma certo, mio buon Pippo.
    BASTARDO: Pippo!  lascia questo  nome  ai  passeri.  Giacomo,  si  sta
    preparando  un  bello scherzo e te ne dir presto qualche cosa.  (Esce
    Gurney) Signora,  non sono figlio del vecchio sir Roberto: sir Roberto
    avrebbe  potuto  mangiarsi  quanto  di  lui c' in me un venerd santo
    senza venir meno al precetto del magro.  Sir Roberto sarebbe stato  un
    valentuomo,  lo  confesso,  se  avesse  potuto  generarmi,  ma  per la
    Madonna,  diciamo la verit: ne  sarebbe  stato  capace?  no,  non  ci
    sarebbe  mai  riuscito:  conosciamo troppo bene le sue opere.  Dunque,
    cara mamma: a chi debbo queste mie membra? non  sir Roberto che vi ha
    aiutato a fabbricare una gamba come questa.
    LADY FAULCONBRIDGE: Hai cospirato con tuo fratello anche tu  che,  nel
    tuo stesso interesse, dovresti difendere il mio onore? Che significano
    questi motteggi, sfacciato briccone?
    BASTARDO:  Cavaliere,  cavaliere!  buona mamma,  come diceva Basilisco
    nella tragedia. E come no?  Sono stato armato cavaliere!  sento ancora
    il tocco sulla spalla.  Ma,  mamma, non sono figlio di sir Roberto: ho
    rinnegato lui e ricusato la mia terra; legittimazione, nome e tutto il
    resto se ne  andato. Dunque, buona mamma,  ditemi chi  mio padre: un
    uomo come si deve, vorrei sperare: chi era, mamma?
    LADY FAULCONBRIDGE: Hai rinnegato te stesso come Faulconbridge?
    BASTARDO: Tanto cordialmente quanto rinnegherei il diavolo.
    LADY  FAULCONBRIDGE: Re Riccardo Cuor di Leone fu tuo padre: da lunghe
    e ardenti suppliche fui sedotta a fargli posto  nel  letto  coniugale:
    Dio  mi perdoni questo fallo!  tu sei il frutto della mia grave colpa,
    alla  quale  non  potei  fare  difesa,   tanto  pressante  fu  la  sua
    insistenza.
    BASTARDO: Ebbene,  per Dio,  se dovessi nascere una seconda volta, non
    vorrei padre migliore, madama.  Certi peccati sono coperti da immunit
    su questa terra, e cos fu del vostro, che fu colpa, ma non follia. Il
    leone  impavido  non seppe resistere alla forza selvaggia e insuperata
    di Riccardo e dalla mano di lui  si  lasci  strappare  il  suo  cuore
    regale;  cos voi foste costretta a dargli il vostro,  come tributo di
    suddita a prepotente amore. Chi di mera forza toglie il cuore ai leoni
    pu facilmente conquistare quello di una donna. S,  mamma,  con tutto
    l'animo mio ti ringrazio per il padre che mi hai dato! Se qualcuno osa
    dire che non facesti bene a generarmi cos,  ne mander lo spirito all
    inferno.  Suvvia,  madonna,  ti presenter ai miei  parenti,  e  certo
    diranno  che quando Riccardo mi gener sarebbe stato peccato se tu gli
    avessi opposto un rifiuto: chi dice il contrario  mente;  io  sostengo
    che fallo non ci fu.
    (Escono).











    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Francia. Davanti a Angers.

    (Da una parte entrano LYMOGES,  Duca d'Austria,  e Soldati con tamburi
    eccetera;  dall'altra il RE FILIPPO di  Francia  e  il  suo  Esercito,
    LUIGI, ARTURO, COSTANZA e Persone del seguito).
    FILIPPO: Valoroso duca d'Austria, ben trovato sotto le mura di Angers.
    Arturo,  quel tuo grande precursore, Riccardo, che strapp il cuore al
    leone e combatt la guerra santa in Palestina, mor prematuramente per
    opera di questo prode duca. Per fare ammenda a te suo discendente e in
    seguito alle mie vive istanze, egli  venuto qui, ragazzo,  a spiegare
    le  bandiere  in  tuo  favore  e  a  rintuzzare  l'usurpazione del tuo
    snaturato zio,  Giovanni d'Inghilterra: abbraccialo,  amalo e dagli il
    benvenuto.
    ARTURO:  Dio  vi  perdoner  la morte del Cuor di Leone in quanto date
    vita ai  suoi  discendenti,  accogliendo  il  loro  diritto  sotto  la
    protezione  delle  vostre  bellicose  ali: vi do il benvenuto con mano
    impotente ma con cuore pieno di puro  amore.  Benvenuto  davanti  alle
    porte di Angers, o duca.
    FILIPPO: Nobile fanciullo! Chi non vorrebbe renderti giustizia?
    LYMOGES:  Sulla  tua  guancia  depongo  questo  bacio  affettuoso come
    suggello di un patto  d'amore.  Non  far  ritorno  in  patria  finch
    Angers,  e quella parte della Francia di cui hai diritto,  insieme con
    quella pallida e bianca riva che col piede ricaccia indietro  le  onde
    ruggenti  dell'oceano  e  protegge  da  altre  nazioni i suoi isolani,
    finch l'Inghilterra,  circondata dal liquido baluardo del  mare,  per
    sempre   fiduciosamente   sicura   da  ogni  mira  straniera,   finch
    quell'estremo angolo dell'occidente non ti salutino loro  re.  Sino  a
    quel  momento,  bel  giovinetto,  non  penser  alla  mia  patria,  ma
    impugner le armi.
    COSTANZA: Abbiatevi i ringraziamenti di  sua  madre,  di  una  vedova,
    finch  il  vostro  forte  braccio  non  riesca  a  dargli la forza di
    ricompensare pi degnamente tanto amore!
    LYMOGES: La pace del cielo  per coloro che levano  le  spade  in  una
    guerra di giustizia e di amore.
    FILIPPO:  Ebbene,  all'opera  dunque: i nostri cannoni saranno puntati
    contro la fronte di questa citt ostinata. Chiamate i nostri ufficiali
    provetti per scegliere le  piazzuole  pi  vantaggiose:  perderemo  la
    nostra  regale  vita  davanti  alla citt o giungeremo alla piazza del
    mercato  guazzando  nel  sangue  dei  Francesi;   ma  in   ogni   modo
    l'assoggetteremo a questo fanciullo.
    COSTANZA:  Attendete  una  risposta  alla  vostra  ambasciata  per non
    macchiare  sconsideratamente  le  spade  di  sangue:  pu  darsi   che
    monsignore Chtillon porti dall'Inghilterra il riconoscimento pacifico
    di  quei  diritti  che  qui  ci accingiamo a sostenere con le armi,  e
    allora ci pentiremmo di ciascuna goccia di  sangue  che  una  bollente
    precipitazione ci avesse fatto versare a torto.

    (Entra CHATILLON).

    FILIPPO: O meraviglia,  signora!  nel momento stesso in cui esprimi il
    tuo desiderio,  ecco giunge Chtillon,  il nostro  messaggero.  Nobile
    signore,  ripetici brevemente quello che ha detto il re d'Inghilterra;
    aspettiamo senza scomporci parla, Chtillon.
    CHATILLON: Allora, levate le vostre forze da questo assedio meschino e
    incoraggiatele a un compito assai pi importante. Il re d'Inghilterra,
    intollerante delle vostre giuste richieste,  ha preso le armi: i venti
    avversi a me,  che ho dovuto attenderne il beneplacito, gli hanno dato
    modo di sbarcare tutto il suo esercito nel momento stesso  in  cui  io
    approdavo;  ed  egli  marcia  verso  questa  citt  rapidamente con un
    esercito forte e sicuro di s.  Con lui  venuta la regina madre,  una
    nuova Ate, che lo incita al sangue e alla lotta; e con lei sono madama
    Bianca di Spagna,  sua nipote, e un bastardo del defunto re. Tutti gli
    elementi turbolenti del regno,  volontari  impetuosi,  sconsiderati  e
    arditi,  con  visi femminei e foga di furibondi draghi,  hanno venduto
    quello che possedevano in patria e  portando  indosso  tutto  il  loro
    patrimonio vengono qui a tentare le loro fortune: in breve una schiera
    di  spiriti  pi  valorosi e impavidi di quelli traghettati dalle navi
    inglesi non ha mai veleggiato sul mare ondoso, per fare offesa e danno
    nel mondo cristiano.  (Suono di tamburi) Il  suono  villano  dei  loro
    tamburi,   interrompendomi,   mi   impedisce   di   aggiungere   altri
    particolari: sono ormai vicini  per  parlamentare  o  per  combattere;
    preparatevi quindi.
    FILIPPO: Che speditezza inaspettata!
    LYMOGES:  Quanto  pi    inaspettata  tanto  pi dobbiamo spronare il
    nostro tentativo di difesa,  poich il coraggio  cresce  col  bisogno;
    siano dunque i benvenuti: noi saremo pronti.

    (Entrano  RE  GIOVANNI,  ELEONORA,  BIANCA,  il  BASTARDO,  Signori  e
    Truppe).

    GIOVANNI: Sia pace al re  di  Francia,  se  ci  lascia  entrare  senza
    molestia in possesso di quel che  nostro secondo giustizia e in forza
    del  nostro  diritto  ereditario;  altrimenti sanguini la Francia e la
    pace fugga dalla terra, mentre io,  strumento di un Dio irato,  punir
    l'orgogliosa  arroganza  di  quelli  che  risospingono  la sua pace al
    cielo.
    FILIPPO: E pace sia al re d'Inghilterra,  se il suo esercito lascia la
    Francia  e  ritorna,  per vivervi pacificamente,  col donde  venuto.
    Amiamo l'Inghilterra e,  per amor  suo,  sudiamo  qui  sotto  il  peso
    dell'armatura.  Tua dovrebbe essere questa nostra fatica, ma sei tanto
    lontano dall'amare quel  paese  che  hai  minato  l'autorit  del  suo
    legittimo   sovrano,   interrotta  la  continuit  della  discendenza,
    oltraggiata la maest di  un  re  giovinetto  e  fatta  violenza  alla
    verginale  virt  della  corona.  Guarda  qui  il viso di tuo fratello
    Goffredo; questi occhi,  questa fronte sono modellati sui suoi: qui in
    epitome    l'immagine  di  ci  che,  pienamente sviluppato,  mor in
    Goffredo,  e la  mano  del  tempo  ingrandir  questo  compendio  alle
    proporzioni di quel volume.  Quel Goffredo era tuo fratello maggiore e
    questo  suo figlio; l'Inghilterra era di Goffredo e questo giovinetto
    ne ha ereditati i diritti in nome di Dio.  Come dunque ti fai chiamare
    re,  quando il sangue pulsa nelle tempie che dovrebbero cingersi della
    corona che tu usurpi?
    GIOVANNI: Re di Francia,  chi ti ha conferito il  grande  incarico  di
    invitarmi a rispondere alle tue imputazioni?
    FILIPPO:  Quel  giudice  superno  che suscita nei petti dei potenti il
    probo desiderio d'indagare le offese che si fanno alla giustizia. Egli
    ha affidato alla mia tutela questo giovinetto: autorizzato da Lui,  ti
    contesto  i  torti  che  hai  commessi  e col Suo aiuto mi propongo di
    punirli.
    GIOVANNI: Ahim! usurpi un'autorit che non ti appartiene.
    FILIPPO: Meschina scusa!  per abbattere la usurpazione.
    ELEONORA: E chi chiami usurpatore, o re di Francia?
    COSTANZA: Lasciate che risponda io:  tuo figlio.
    ELEONORA: Via,  insolente!  il tuo bastardo deve essere re,  perch tu
    possa essere regina e dominare il mondo!
    COSTANZA:  Il  mio letto fu sempre tanto fedele a tuo figlio quanto il
    tuo a tuo marito, e questo ragazzo assomiglia pi a suo padre Goffredo
    nei lineamenti che tu e Giovanni nel carattere;  eppure  siete  simili
    come  la  pioggia  all'acqua  o il demonio alla sua mamma.  Mio figlio
    bastardo! Per l'anima mia, non credo che suo padre sia stato concepito
    cos onestamente: o almeno non pu esserlo stato, se sei veramente sua
    madre.
    ELEONORA: Che brava mamma questa, ragazzo, che infama tuo padre!
    COSTANZA: Che brava nonna questa, ragazzo, che vorrebbe infamare te!
    LYMOGES: Silenzio!
    BASTARDO: Ascoltate il banditore.
    LYMOGES: E chi diavolo sei tu?
    BASTARDO: Uno che far il diavolo a quattro con voi e  con  la  vostra
    pelle  se  riesce  a  cogliervi soli: siete la lepre del proverbio che
    valorosamente insultava il leone morto.  Vi batter ben  bene  codesto
    manto  di  pelliccia  se  vi prendo come voglio io;  state in guardia,
    messere, perch lo far - oh, se lo far!
    BIANCA: La pelle del leone stava bene addosso a colui che gliela aveva
    tolta!
    BASTARDO: E ora in groppa a costui fa cos bella figura come il grande
    Alcide in groppa a un asino: ma,  asino,  o vi toglier questo peso di
    dosso  o  vi  far  cader  su  qualche  cosa che vi far crocchiare le
    spalle.
    LYMOGES: Chi  questo crocchione che ha tanto fiato da gettar via e ci
    assorda gli orecchi?  Re Filippo,  decidete subito quello che dobbiamo
    fare.
    FILIPPO: Donne e pazzi, smettete questo vostro dialogo. Re Giovanni, a
    dirla in breve,  in nome di Arturo ti chiedo l'Inghilterra, l'Irlanda,
    l'Angi, la Turenna e il Maine: vuoi cederli e deporre le armi?
    GIOVANNI: La vita piuttosto: cos ti sfido,  re di Francia.  Arturo di
    Bretagna,  mettiti nelle mie mani; e per l'amore sincero che ho per te
    ti dar pi di quello che la codarda mano  del  re  di  Francia  sapr
    conquistare: sottomettiti, ragazzo.
    ELEONORA: Vieni da tua nonna, bambino.
    COSTANZA: Va' da nonna,  s,  bambino; d a nonna un regalo e nonna ti
    dar una susina, una ciliegia e un fico: che brava nonna!
    ARTURO: Chetati, buona mamma!  vorrei giacere gi nella mia tomba: non
    merito tutto il chiasso che si fa per me.
    ELEONORA:  La  madre  lo  fa vergognar tanto che,  povero ragazzo,  ne
    piange.
    COSTANZA:. Sia vero o no, vergogna intanto a voi!  I torti della nonna
    e  non gi le infamie della madre fanno sgorgare dai suoi poveri occhi
    quelle perle che commuovono il cielo e che questo accetter  come  suo
    compenso:  s,  queste  limpide stille indurranno il cielo a rendergli
    giustizia e a far vendetta su di voi.
    ELEONORA: Tu, mostruosa calunniatrice del cielo e della terra!
    COSTANZA: E tu del cielo e della  terra  mostruosa  insultatrice!  non
    chiamarmi  calunniatrice;  tu  e  i tuoi usurpate i domini e i diritti
    regali  di  questo  ragazzo  oppresso,  figlio  del  tuo  primogenito,
    disgraziato solo in quanto ha te per nonna: i tuoi peccati sono puniti
    in questo povero ragazzo: su di lui ricade il comandamento della legge
    poich non lo separano che due generazioni dal tuo grembo peccaminoso.
    GIOVANNI: Smettila, forsennata.
    COSTANZA:  Non  ho  da  dire  che  questo,  che  egli  non   soltanto
    tormentato per la colpa di questa donna,  poich Dio ha fatto di lei e
    del  frutto del suo peccato il flagello del suo remoto discendente: il
    suo peccato  la causa e  lo  strumento  della  persecuzione  di  lui;
    l'obbrobrio di lei  malanno per lui,  e il prodotto del suo obbrobrio
     il boia che flagella tal peccato nella persona di  Arturo,  e  tutto
    per causa sua: la colga la peste!
    ELEONORA: Temeraria rimbrottatrice,  posso mostrarti le ultime volont
    di Riccardo che annullano il titolo di tuo figlio.
    COSTANZA: S, chi ne dubita? volont! malvagia volont,  la volont di
    una donna, di una nonna invelenita!
    FILIPPO:  Zitta,  madonna!  tacete o siate pi temperata: non sta bene
    incoraggiare in questa nobile  compagnia  una  simile  ripetizione  di
    offese sguaiate.  Qualche trombettiere chiami alle mura i cittadini di
    Angers: sentiamoli dichiarare se  ammettono  il  titolo  di  Arturo  o
    quello di Giovanni.

    (Suono di trombe. Entrano sulle mura alcuni Cittadini).

    PRIMO CITTADINO: Chi  che ci ha chiamati alle mura?
    FILIPPO: E' il re di Francia in nome del re d'Inghilterra.
    GIOVANNI:  Il  re  d'Inghilterra  per se medesimo.  Uomini di Angers e
    amati sudditi...
    FILIPPO: Amati cittadini di Angers e  sudditi  di  Arturo,  il  nostro
    trombettiere vi ha chiamati a questo amichevole colloquio...
    GIOVANNI:  ...  a  nostro  vantaggio e perci ascoltate noi per primi.
    Queste bandiere di Francia che sono alzate in vista della citt,  sono
    qui  giunte a vostro danno: i cannoni hanno le viscere piene d'ira,  e
    sono gi puntati per vomitare la loro ferrea  collera  contro  codeste
    mura: tutti i preparativi dei Francesi per un assedio sanguinoso e per
    atti spietati si offrono agli occhi della vostra citt, alle porte che
    si sono chiuse;  e se non fosse per la nostra venuta,  la violenza dei
    loro cannoni avrebbe rimosso dai loro fissi letti  di  calcina  quelle
    dormienti  pietre  che  vi  formano  intorno  cintura,  e fatto grande
    strage,  per  dar  modo  a  questo  esercito  assetato  di  sangue  di
    distruggere la vostra pace.  Ma,  alla vista di noi,  vostro legittimo
    re,  che a proteggere dagli sgraffi le minacciate guance della  vostra
    citt, con dura e rapida marcia davanti a queste porte abbiam condotto
    forze che li controbilanciano, i Francesi stupiti hanno acconsentito a
    parlamentare;  e ora,  invece di proiettili ravvolti nelle fiamme, che
    avrebbero dovuto far tremare di febbre i  vostri  baluardi,  scagliano
    contro  di voi soltanto blande parole inviluppate nel fumo per crearvi
    negli orecchi uno sleale errore; date loro la fiducia che loro spetta,
    buoni cittadini, e lasciate entrar noi,  vostro re,  le cui affaticate
    energie,  esauste  dalla  rapida  marcia,  chiedono  albergo dentro le
    vostre mura.
    FILIPPO: Quando avr parlato io,  risponderete a tutt'e due.  Condotto
    dalla  mia  destra,  che  con  l'approvazione  del cielo  impegnata a
    difendere il  diritto  di  colui  che  la  tiene,  vedete  il  giovane
    Plantageneto, figlio del fratello maggiore di quest'uomo e re suo e di
    tutto quello che egli gode: per questa giustizia calpestata noi ora in
    assetto  di  guerra  calpestiamo quest'erba davanti alla vostra citt,
    essendovi nemici solo in quanto il  sacro  dovere  dell'ospitalit  ci
    obbliga a difendere questo fanciullo oppresso,  Compiacetevi dunque di
    fare quello  che  dovete  verso  colui  che  ha  diritto  alla  vostra
    obbedienza,  cio  verso  questo  giovane principe: e allora le nostre
    armi,  come un orso reso innocuo  dalla  museruola,  non  avranno  pi
    possibilit  di  offendere  tranne che in apparenza;  i nostri cannoni
    sfogheranno  invano  la  loro  capacit  di   far   male   contro   le
    invulnerabili  nubi  del  cielo,  e  ritirandoci  felicemente  e senza
    molestia, con spade intatte ed elmi non ammaccati,  riporteremo a casa
    quel  sangue animoso che eravamo venuti a versare contro codesta citt
    e lasceremo in pace i vostri figli, le vostre mogli e voi stessi.  Ma,
    se  stoltamente  trascurate  questa  offerta,  non sar la cinta delle
    vecchie mura che vi protegger dai nostri messaggeri di guerra,  anche
    se  gl'Inglesi  e  la loro scienza militare fossero rinchiusi entro la
    loro aspra cerchia. Diteci dunque: vuole la citt riconoscerci signore
    a vantaggio di colui per cui la chiedo,  o debbo dare  il  segnale  di
    scatenare  la nostra furia e di farci strada nel sangue per ricuperare
    quello che ci spetta?
    PRIMO CITTADINO: In  breve,  siamo  sudditi  del  re  d'Inghilterra  e
    teniamo la citt per lui e in suo nome.
    GIOVANNI: Riconoscete allora il re e lasciatemi entrare.
    PRIMO CITTADINO:.  Non possiamo farlo; a colui che si dimostrer re ci
    dimostreremo fedeli: fino a quel momento manterremo  le  nostre  porte
    sprangate contro tutti.
    GIOVANNI: Ma la corona d'Inghilterra non dimostra chi  re?  Se quella
    non  basta,   vi  porto  come  testimoni  trentamila  cuori  di  razza
    inglese...
    BASTARDO: Bastardi compresi.
    GIOVANNI: ... a confermare il nostro titolo a prezzo della vita.
    FILIPPO: Altrettanti uomini come questi e altrettanto ben nati...
    BASTARDO: E qualcuno bastardo pure.
    FILIPPO: ...stanno qui a contraddire la sua pretesa.
    PRIMO  CITTADINO:  Sino  a  che non risolviate chi ha maggior diritto,
    noi, nell'interesse del pi degno,  non lo riconosceremo n all'uno n
    all'altro.
    GIOVANNI:  Allora  Dio  ci  perdoni se tante anime,  prima che cada la
    rugiada della sera,  voleranno all'eterna dimora  per  dimostrare  col
    terribile giudizio delle armi chi sia re del nostro regno.
    FILIPPO: Amen, amen! in sella, cavalieri! all'armi!
    BASTARDO:  Ci  insegni  un  po'  di scherma San Giorgio che baston il
    drago  e  da  quel  giorno    stato  sempre  a  cavallo  alla   porta
    dell'osteria.  (A  Lymoges)  Messere,  se  io fossi a casa vostra,  al
    vostro covile e con la vostra leonessa,  metterei una testa di bue  su
    codesta pelle di leone e farei di voi un mostro.
    LYMOGES: Zitto! basta.
    BASTARDO: Tremate tutti perch si sente ruggire il leone.
    GIOVANNI:  Su,  per  la  pianura dove schiereremo nell'ordine migliore
    tutti i nostri reggimenti.
    BASTARDO: Affrettiamoci dunque per avere il vantaggio del campo.
    FILIPPO: E cos sar;  e ordinate al resto  delle  truppe  di  prender
    posizione sull'altra collina. Dio e il nostro diritto!

    (Scorrerie;  poi  entra  l'Araldo  di  Francia  con  Trombettieri e si
    avvicina alle porte).

    ARALDO: Cittadini di Angers,  spalancate  le  porte  e  accogliete  il
    giovane  Arturo,  duca  di  Bretagna,  che  per mano del re di Francia
    costringe oggi a lacrimare molte madri inglesi i cui  figli  giacciono
    sparsi  sul  suolo  insanguinato,  e  molti  mariti di vedove a giacer
    bocconi,  stringendo in un gelido  abbraccio  la  terra  arrossata  di
    sangue.  La  vittoria  ottenuta  con  scarse  perdite  tripudia  sulle
    bandiere sventolanti e trionfalmente spiegate dei  Francesi,  che  son
    qui  presso  per  entrare  da  conquistatori  e  proclamare  Arturo di
    Bretagna re d'Inghilterra e vostro.

    (Entra l'Araldo inglese con un Trombettiere).

    ARALDO: Cittadini di Angers,  sonate le campane in segno  di  letizia:
    Giovanni,  re vostro e d'Inghilterra, si appressa, vincitore di questa
    battaglia  accanita  e  micidiale.   I  suoi  soldati  che  si   erano
    allontanati  di qui con armature splendenti come l'argento,  ritornano
    dorati di sangue francese dalla testa  ai  piedi;  non  c'  piuma  su
    cimiero  inglese  che sia stata rimossa da lancia francese;  le nostre
    bandiere  ritornano  nelle  stesse  mani  che  le   avevano   spiegate
    all'inizio  della  marcia;  e  come un'allegra schiera di cacciatori i
    nostri baldi Inglesi vengono con mani imporporate,  tinte dalla strage
    dei nemici: aprite le porte e accogliete i vincitori.
    PRIMO  CITTADINO:  Araldi,  dall'alto  delle  torri  abbiamo visto dal
    principio alla fine entrambi i vostri eserciti attaccare  e  ritirarsi
    in  modo  tale  che fra due contendenti cos uguali i nostri occhi pi
    esperti non sanno giudicare chi sia vincitore.  I colpi hanno risposto
    ai colpi e le ferite alle ferite;  la forza ha tenuto testa alla forza
    e la violenza alla violenza: le due parti sono pari e noi parimenti le
    lodiamo. Una deve mostrare la sua superiorit: sinch sono cos uguali
    di  peso,   non  teniamo  la  citt  a  disposizione  n  dell'una  n
    dell'altra, ma di entrambe allo stesso modo.

    (Rientrano da parti diverse i due Re con le Truppe).

    GIOVANNI: Re di Francia,  hai altro sangue da gettar via? Di', deve la
    corrente del nostro diritto continuare a fluire?  altrimenti,  se  non
    consenti  alle  sue  acque  argentee  di  procedere pacificamente sino
    all'oceano, essa, molestata dall'impedimento che le opponi, lascer il
    suo letto naturale e col corso turbato traboccher dalle rive con  cui
    cerchi di trattenerla.
    FILIPPO: Re d'Inghilterra,  tu non hai risparmiato pi di noi Francesi
    una sola goccia di sangue in  questa  prova  accanita,  anzi,  ne  hai
    perduto  di  pi.  Per  la  mia mano,  che regge la terra cui sovrasta
    questo tratto di cielo,  giuro che non deporremo le  armi  giustamente
    impugnate,  se prima non avremo deposto te contro cui le abbiamo prese
    o non avremo aggiunto al numero dei  morti  un  sovrano  che  adorner
    l'elenco delle perdite di questa guerra col suo nome regale accoppiato
    alla strage.
    BASTARDO: Ah,  maest di re! come giganteggia la tua gloria, quando il
    gran sangue dei  monarchi  si  accende  d'ira.  Ora  la  morte  fodera
    d'acciaio le sue fauci micidiali,  ha per denti e artigli le spade dei
    soldati e banchetta rodendo la carne degli uomini in questo  contrasto
    insoluto  di  monarchi.  Perch  questi  volti  di  principi sono cos
    attoniti? Gridate morte!, o re; indietro al campo insanguinato,  voi
    ugualmente  potenti,  spiriti  bollenti  e focosi!  La disfatta di una
    parte dia la pace all'altra;  sino a quel  momento,  colpi,  sangue  e
    morte!
    GIOVANNI: Quale parte voglion dunque ammettere i cittadini?
    FILIPPO: Parlate, cittadini, per l'Inghilterra; chi  il vostro re?
    PRIMO CITTADINO: Il re d'Inghilterra, quando sapremo chi .
    FILIPPO: Riconoscetelo in noi che ne sosteniamo il diritto.
    GIOVANNI:  Riconoscetelo  in  noi,  che  siamo  il gran vicario di noi
    stessi,  e qui portiamo il possesso della nostra persona,  signore del
    nostro titolo, e di voi, Angers.
    PRIMO  CITTADINO:  Una  forza  superiore  a  noi lo nega,  e finch la
    questione sia in sospeso teniamo chiuso il nostro primo dubbio  dentro
    le  porte  fortemente sbarrate.  Per ora riconosciamo solo la signoria
    dei nostri timori, finch non siano risolti,  espulsi e deposti da chi
    sar riconosciuto certamente per re.
    BASTARDO: Per Dio! questi straccioni di cittadini vi prendono in giro,
    o re, e, stando tranquilli e pacifici sulle loro mura merlate, come se
    fossero  a  teatro  guardano  a  bocca aperta e si segnano a dito l'un
    l'altro  le  scene  e  gli  atti  di  morte  che  vi  affaccendate   a
    rappresentare.  Le  vostre reali maest si lascino guidare da me: fate
    come i ribelli in Gerusalemme,  siate amici  per  un  poco  e  insieme
    recate  alla citt tutto il male che potete: da oriente e da occidente
    Francesi e Inglesi puntino i loro  martellanti  cannoni  carichi  sino
    alla bocca,  finch col loro tuono spaventoso non abbiano diroccato le
    costole  di  pietra  di  questa   citt   altezzosa:   io   picchierei
    incessantemente   su   quei  gaglioffi  sino  a  che  la  loro  inerme
    devastazione li lasci ignudi come l'aria.  Ci fatto,  dividete ancora
    le  vostre  truppe  e  separate  le  bandiere  gi  frammiste insieme,
    rivolgete fronte a fronte e spada sanguinosa contro spada  sanguinosa;
    allora  la  fortuna  in  un  momento sceglier fra le due parti la sua
    favorita, e a questa dar per sua grazia gli onori della giornata e il
    bacio di una gloriosa vittoria.  Che dite  di  cos  pazzo  consiglio,
    potenti sovrani? non sa forse di fine arte politica?
    GIOVANNI:  Per  questo  cielo che ci sovrasta,  mi piace assai.  Re di
    Francia,  dobbiamo congiungere le forze,  radere al suolo la citt,  e
    poi decidere con le armi chi deve essere re?
    BASTARDO:  Se  hai  stoffa  di sovrano,  essendo stato offeso come noi
    dalla caparbia citt,  rivolgi contro le sue  mura  insolenti  le  tue
    bocche  da  fuoco,  come noi faremo con le nostre,  e quando le avremo
    abbattute,  sfidiamoci e picchiamoci gli uni gli altri alla rinfusa in
    nome del cielo o dell'inferno.
    FILIPPO: E cos si faccia. Dite, dove attaccherete?
    GIOVANNI:  Noi spareremo dall'occidente mandando distruzione nel cuore
    della citt.
    LYMOGES: Io dal settentrione.
    FILIPPO: E dal mezzogiorno i nostri cannoni faranno piovere scrosci di
    proiettili sulla citt.
    BASTARDO: Savia arte militare! Da settentrione a mezzogiorno,  il duca
    d'Austria e il re di Francia si spareranno in faccia reciprocamente, e
    io ve li istigher. Suvvia, andiamo.
    PRIMO CITTADINO: Ascoltatemi, grandi re: vogliate fermarvi un istante,
    e  vi  indicher  una  via di pace e di bella alleanza per cui potrete
    conquistare questa citt senza colpo ferire  e  lascerete  morire  nei
    loro letti tanti uomini che sono qui venuti a perire in battaglia: non
    ostinatevi, ma ascoltatemi, possenti re.
    GIOVANNI: Parla pure: siamo pronti a udire.
    PRIMO  CITTADINO: Codesta figlia del re di Spagna,  madonna Bianca,  
    nipote del re d'Inghilterra.  Pensate all'et di Luigi il Delfino e di
    quell'amabile  fanciulla:  se  un  vigoroso  amore andasse in cerca di
    bellezza, dove la troverebbe pi perfetta che in Bianca?  se un tenero
    amore andasse in cerca della virt, dove la troverebbe pi pura che in
    Bianca?  se un amore ambizioso cercasse la sua uguale per nascita,  in
    quali vene scorre sangue pi nobile che in quelle di  madonna  Bianca?
    E,  come  lei,  cos    il  Delfino:  perfetto per bellezza,  virt e
    nascita; e,  se manca di perfezione,   solo in quanto non  unito con
    lei;  ed  ella  a sua volta non  completa,  se pur non lo ,  solo in
    quanto non  una cosa sola con lui. Egli  la met di un uomo felice e
    soltanto una donna come lei pu completarlo, e Bianca  una perfezione
    parziale che trova  in  lui  la  sua  pienezza.  Quando  due  correnti
    argentee di tal natura si congiungono onorano le rive che le limitano:
    se  unite  i  due  giovani  in  matrimonio,  o re,  a questi due fiumi
    unificati farete da sponde regolandone il corso. Questa unione operer
    pi efficacemente sulle nostre porte ben  serrate  che  il  fuoco  dei
    cannoni;  indotti  dalla  miccia  di  questo  connubio  pi presto che
    dall'uso della  polvere,  spalancheremo  le  porte  e  vi  concederemo
    accesso:  ma senza tali nozze,  il mare infuriato non  cos sordo,  i
    leoni cos coraggiosi, le montagne e le rupi cos ferme, no,  la morte
    stessa cos decisa nella sua furia micidiale,  come siamo risoluti noi
    a difendere questa citt.
    BASTARDO: Ecco qui una frenata a secco che scuote fuor dei suoi  cenci
    la carcassa putrefatta dalla vecchia Morte! Ecco qui una boccaccia che
    sputa  fuori  morte  e  montagne,  rupi  e  mari,  e  parla  con tanta
    disinvoltura di leoni ruggenti come ragazzine di tredici anni  parlano
    di  cuccioli.  Che cannoniere ha generato questo cuore baldanzoso?  il
    suo discorso  fuoco di cannoni e  fumo  e  rimbombo;  le  sue  parole
    sembrano  legnate  e  le  nostre orecchie ne sono bastonate;  ogni sua
    parola colpisce meglio di un cazzotto francese: in nome  di  Dio,  non
    sono mai stato cos pestato dalle parole, da quando per la prima volta
    ho chiamato pap il babbo di mio fratello.
    ELEONORA: Figlio,  acconsenti all'unione,  combina il matrimonio e da'
    alla nipote una dote grande abbastanza: con questo nodo rafforzerai il
    tuo diritto alla corona che  ancora malsicuro,  cosicch quel ragazzo
    inesperto  non  trover  un sole che gli maturi il fiore,  promessa di
    ragguardevole frutto.  Leggo in viso al re di Francia che  disposto a
    cedere: vedi come bisbigliano;  insisti finch l'animo loro  aperto a
    questo disegno ambizioso,  perch il  desiderio,  ora  rammollito  dal
    soffio  delle  dolci  suppliche,  della  piet  e  dei  rimorsi non si
    raffreddi e non si ricongeli nella forma di prima.
    PRIMO CITTADINO: Perch non rispondono i  due  sovrani  all'amichevole
    proposta della nostra citt minacciata?
    FILIPPO:  Parlate  voi,  re d'Inghilterra,  che siete stato il primo a
    rivolgere il discorso ai cittadini: che ne dite?
    GIOVANNI: Se il Delfino tuo principesco figlio pu leggere  nel  libro
    di questa bellezza le parole io amo,  la sua dote sar pari a quella
    di una regina,  poich,  eccetto la citt che assediamo,  l'Angi,  la
    bella Turenna,  il Maine, il Poitou e tutto quello che da questa parte
    del mare  soggetto alla nostra corona e  autorit,  adorner  il  suo
    letto nuziale e far lei non meno ricca di titoli, onori e distinzioni
    di  quanto  per  bellezza educazione e sangue  pari a qualsiasi altra
    principessa al mondo.
    FILIPPO: Che ne dici tu, giovinotto? guarda in viso la dama.
    LUIGI: S,  mio signore;  e nel suo occhio trovo una meraviglia  o  un
    meraviglioso miracolo,  l'immagine di me stesso, che, essendo soltanto
    l'ombra della vostra prole,  diventa un sole e fa della  vostra  prole
    un'ombra:  vi  assicuro  che non ho mai amato me stesso come in questo
    momento,  in cui mi trovo fissamente ritratto nel  quadro  lusinghiero
    del suo occhio.
    (Sussurra a Bianca).
    BASTARDO: Tratto nel quadro del suo occhio blando,
    nell'aggrottar del ciglio suo impiccato,
    squartato nel suo cuor! Si sta mirando
    qual traditor d'amore, ed  un peccato
    che appeso, tratto e squartato in s eletto
    luogo si trovi un villanzone abietto.
    BIANCA:  La  volont di mio zio a questo riguardo  anche mia: se vede
    in voi qualche cosa che gli piace,  posso facilmente trasferirla nella
    mia  volont;  o  se  volete,  per  parlare  pi  propriamente,  posso
    facilmente indurmi ad amarla. Mio signore, non voglio lusingarvi oltre
    dicendovi che tutto quello che vedo  in  voi  merita  amore:  vi  dir
    soltanto che,  anche se menti rozze vi giudicassero,  non vedrei nulla
    che giustificasse la mia antipatia.
    GIOVANNI: Che dicono questi giovani? che dite, nipote mia?
    BIANCA: Che essa rispettosamente deve sempre consentire a fare  quanto
    voi saggiamente vi compiacete di proporle.
    GIOVANNI: Parlate allora, Delfino; vi sentite di amare questa dama?
    LUIGI:  Chiedetemi  piuttosto  se posso astenermi dall'amarla;  poich
    l'amo con tutta sincerit.
    GIOVANNI: Allora ti do con lei queste cinque province:  il  Vexin,  la
    Turenna,  il Maine,  il Poitou e l'Angi, e in aggiunta ben trentamila
    marchi in moneta inglese.  Filippo di Francia,  se ne sei soddisfatto,
    ordina a tuo figlio e alla tua futura nuora di darsi la mano.
    FILIPPO: Ne siamo lietissimi. Giovani principi, unite le vostre mani.
    LYMOGES:  E  le labbra anche,  perch mi ricordo benissimo che io feci
    quando mi fidanzai.
    FILIPPO: Ora,  cittadini di Angers,  aprite  le  porte,  e  accogliete
    quegli amici che voi stessi avete uniti, poich alla cappella di Santa
    Maria  si  celebrer subito il rito nuziale.  E madonna Costanza non 
    della compagnia?  So che non lo ,  perch  la  sua  presenza  avrebbe
    turbato  molto  la  conclusione  di  questo  matrimonio: dov' con suo
    figlio? chi lo sa me lo dica.
    LUIGI: E' nella tenda di Vostra Maest, triste e disperata.
    FILIPPO: E in fede mia,  questa alleanza che abbiamo stretta non  sar
    rimedio  efficace  alla  sua tristezza.  Fratello d'Inghilterra,  come
    possiamo dar qualche  soddisfazione  alla  vedova?  Eravamo  venuti  a
    difendere i suoi diritti e,  Dio lo sa,  abbiamo deviato in tutt'altra
    direzione a nostro vantaggio.
    GIOVANNI: Rimedieremo tutto, poich creeremo il giovane Arturo duca di
    Bretagna e conte di Richmond,  e lo faremo signore di questa  bella  e
    ricca  citt.  Chiamate madama Costanza;  qualche pronto messaggero le
    dica di venire dove si celebrer la cerimonia:  confido  che,  se  non
    riusciremo   ad   accontentarla   completamente,    le   daremo   tale
    soddisfazione da tacitare  le  sue  lagnanze.  Andiamo  con  tutta  la
    dignit  che  la fretta ci consente a compiere questo rito impreveduto
    per il quale non sono stati fatti preparativi adeguati.
    (Escono tutti tranne il Bastardo).
    BASTARDO: Pazzo mondo! pazzi re! pazzo accordo! Giovanni, per togliere
    ad Arturo tutto il  titolo,  ne  ha  sacrificato  volontariamente  una
    parte.  Il  re  di  Francia aveva indossata l'armatura per scrupolo di
    coscienza e si era lasciato tirare in campo da zelo di carit come  un
    soldato  di Dio!  ma poi si  lasciato sussurrare all'orecchio da quel
    guastapropositi, da quell'astuto diavolo, da quel mezzano che rompe la
    testa alla fede e ogni giorno spezza i voti,  che la vince  su  tutti,
    sui re e sui mendicanti,  sui vecchi,  sui giovani e sulle ragazze, le
    quali,  poverine,  non avendo null'altro da perdere se non  la  parola
    vergine  si  lasciano ingannare da lui e perdono anche quella;  quel
    signore dalla  faccia  contegnosa  e  adulatrice:  l'Interesse,  forza
    direttrice del mondo.  E il nostro mondo cos bene equilibrato,  fatto
    per correre pari sul terreno liscio,  da questo vantaggio,  da  questa
    brutta  china,  da questo Interesse,  dominatore di ogni movimento,  
    fatto deviare dal senso dell'imparzialit dalla giusta  direzione,  da
    ogni retto proposito,  corso e intenzione. E il medesimo Interesse che
    tutto travia,  questo ruffiano,  questo  mezzano,  questo  emblema  di
    instabilit, colpendo l'occhio del volubile re di Francia, lo ha fatto
    venir meno alla promessa di aiuto e lo ha rimosso da una guerra decisa
    in  servizio dell'onore alla conclusione di una pace bassa e vile.  Ma
    perch me la prendo cos con l'Interesse? solo perch non mi ha ancora
    fatto la corte: non che io abbia  il  potere  di  stringere  il  pugno
    scontrosamente,  quando belle monete d'oro mi toccassero la palma,  ma
    perch la mia mano non  ancor  soggetta  alle  tentazioni  fa  come  i
    mendicanti e se la prende coi ricchi. Bene; finch sar pezzente, dir
    schernendo  che  unico  peccato  essere ricchi,  e quando sar ricco,
    dir che la povert sola  vizio. Giacch anche i re vengono meno alla
    fede per l'interesse,  sii pure il  mio  padrone,  o  guadagno,  e  ti
    venerer.
    (Esce).



    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - La tenda del Re di Francia.

    (Entrano COSTANZA, ARTURO, e SALISBURY).
    COSTANZA:  Dunque si sposano!  giurano pace!  sangue falso si unisce a
    sangue falso e ridiventano amici!  deve proprio Luigi ottenere Bianca,
    e Bianca queste province? Non  cos; sbagli a dir questo o hai capito
    male: rifletti bene,  ripeti il tuo racconto; non pu essere; dici che
     ma non : confido di non potermi fidare di te,  poich le tue parole
    non  sono che il vano fiato di un uomo comune: credimelo,  non credo a
    quel che dici;  ho un giuramento di re  che  asserisce  il  contrario.
    Sarai  punito  per avermi impaurito cos,  perch mi sento male e vado
    soggetta a timori;  sono oppressa dai torti e perci preda dei timori;
    vedova,  senza marito,  e perci incline ai timori, donna e quindi per
    natura nata a soffrir timori;  e anche se tu ora confessassi di  avere
    soltanto scherzato, non troverei tregua all'agitazione del mio spirito
    che  sar scosso e tremer tutto il giorno.  Che vuol dire codesto tuo
    scuotere il capo?  perch guardi mio  figlio  con  aria  cos  triste?
    perch  ti  porti la mano al petto?  perch il tuo occhio  bagnato di
    doloroso pianto, come fiume che trabocca oltre le rive?  Sono questi i
    tristi segni che confermano le tue parole? Allora parla ancora, ma non
    ripetermi tutta la storia; dimmi questo solo, se  vera o no.
    SALISBURY:  Tanto  vera  quanto  falsi sono nella nostra opinione quei
    sovrani che vi danno occasione di trovare vere le mie parole.
    COSTANZA: Oh! se mi insegni a credere a questo dolore, insegna anche a
    questo dolore il modo di uccidermi: fa' che  la  credenza  e  la  vita
    s'incontrino  come due uomini furiosi e disperati che al primo urtarsi
    cadono e muoiono. Luigi sposa Bianca! o ragazzo,  in che posizione sei
    tu  allora?  Se  il  re  di  Francia  ha  stretto  amicizia con quello
    d'Inghilterra,  che  accadr  di  me?  Vattene,  compare;   non  posso
    tollerare la tua vista: queste notizie ti hanno trasformato in un uomo
    orrendo.
    SALISBURY:  Che altro danno ho fatto,  buona signora,  se non parlarvi
    del danno che altri vi hanno recato?
    COSTANZA: Questo danno  cos odioso in se stesso da far parere nocivi
    tutti quelli che ne parlano.
    ARTURO: Vi supplico, madonna, rassegnatevi.
    COSTANZA: Se tu, che mi esorti a rassegnarmi,  avessi un aspetto fiero
    e  brutto e fossi una calunnia vivente del grembo di tua madre,  pieno
    di chiazze disgustose  e  macchie  intollerabili  alla  vista,  zoppo,
    scemo,  storto,  nero, mostruoso, sparso di turpi ni e di altri segni
    molesti a vedersi,  non mi curerei di  te  e  allora  mi  rassegnerei,
    perch  non ti amerei,  n tu saresti degno della tua grande nascita e
    non meriteresti una corona.  Ma tu sei bello e alla tua nascita,  caro
    ragazzo,  la  fortuna e la natura cospirano a farti grande: e dei doni
    della natura puoi ancora vantarti come  i  gigli  o  le  rose,  appena
    sbocciate.  Ma la fortuna,  oh!   corrotta, mutata e straniata da te;
    essa va fornicando a ogni ora con tuo zio Giovanni e con la mano piena
    d'oro ha attirato il re di Francia a calpestare ogni  onesto  riguardo
    per la sovranit e ha fatto di Sua Maest un mezzano loro complice. Il
    re  di  Francia  fa  da  mezzano  alla  Fortuna e al re Giovanni: alla
    Fortuna sgualdrina e a Giovanni usurpatore!  Dimmi tu,  compare: non 
    il  re  di  Francia spergiuro?  avvelenalo con le parole,  o vattene e
    lascia in pace questi dolori che io sola debbo sopportare.
    SALISBURY: Perdonatemi,  madama;  non posso ritornare presso i sovrani
    senza di voi.
    COSTANZA: Tu puoi farlo e lo farai, perch non verr con te: insegner
    l'orgoglio ai miei dolori,  perch il dolore  orgoglioso e fa piegare
    chi lo sente.  Intorno a me e alla maest del mio dolore si riuniscano
    i re. Poich  tanto grande che nessun sostegno pu reggerlo se non la
    immensa  e  immobile terra,  qui sederemo io e il dolore;  ecco il mio
    seggio, e di' ai re di venir qui a inchinarsi.
    (Si siede in terra).

    (Entrano  RE  GIOVANNI,  RE  FILIPPO,  LUIGI,  BIANCA,  ELEONORA,   il
    BASTARDO, il DUCA D'AUSTRIA e Persone del seguito).
    FILIPPO:  E'  vero,  bella figlia;  e questo giorno felice sar sempre
    osservato come festivo  in  Francia:  per  dargli  solennit  il  sole
    splendente  si  ferma nel suo corso e fa l'alchimista e con il fulgore
    del suo occhio luminoso muta in oro  scintillante  le  meschine  zolle
    della  terra:  il corso annuale del sole che ricondurr questo giorno,
    lo vedr celebrare sempre come giorno festivo.
    COSTANZA: Giorno nefasto, non giorno festivo!  (Alzandosi) Che cosa ha
    meritato,  che cosa ha fatto per essere inscritto in lettere d'oro fra
    le grandi feste del calendario?  piuttosto toglietelo dalla  settimana
    come giorno di infamia di oppressione e di spergiuro.  Altrimenti,  se
    deve pur rimanervi,  preghino le donne incinte  di  non  sgravarsi  in
    questo  giorno,  perch  le  loro speranze non siano contrariate dalla
    nascita di un mostro; i marinai non temano il naufragio eccetto che in
    questo giorno;  e nessun contratto resti inadempiuto se  non    stato
    stipulato  in  questo  giorno: tutte le cose iniziate in questo giorno
    giungano a mala fine; s, la fede stessa diventi ipocrita falsit!
    FILIPPO: In nome del cielo, madama, non avrete ragione di maledire gli
    eventi felici di oggi: non ho forse impegnato per voi la mia parola di
    re?
    COSTANZA: Mi avete ingannata con una contraffazione  somigliante  alla
    maest,  che  saggiata  con  la pietra del paragone,  si  rivelala di
    nessun valore.  Voi  siete  spergiuro,  spergiuro;  siete  venuto  col
    braccio  armato a versare il sangue dei miei nemici,  ma ora aprite le
    braccia e lo rinforzate col vostro: il  vigore  aggressivo  e  l'aspro
    cipiglio della guerra si spengono in amicizia e in falsa pace e questa
    lega   nata dalla nostra oppressione.  Armatevi.  armatevi,  o cieli,
    contro questi re spergiuri! una vedova vi invoca;  siate a me in luogo
    di marito,  o cieli!  le ore di questo giorno profanato non passino in
    pace, ma prima del tramonto pongano la discordia armata fra questi due
    sovrani spergiuri! Ascoltatemi, oh, ascoltatemi!
    LYMOGES: Statevi in pace, madama Costanza!
    COSTANZA: Guerra, guerra, non pace! La vostra pace per me  guerra.  O
    Lymoges,  o duca d'Austria! tu rechi infamia alla spoglia insanguinata
    del leone: tu marrano, miserabile codardo, piccolo nei valore e grande
    nella furfanteria!  tu,  sempre forte dalla parte del pi  forte!  tu,
    campione della Fortuna, che non combatti se non quando Sua Capricciosa
    Signoria  ti  sta presso per indicarti la via della salvezza.  Tu pure
    sei spergiuro e aduli la grandezza. Che asino sei,  un asino rampante,
    che  facevi  lo smargiasso e battevi i piedi in terra e giuravi in mio
    favore!  tu,  malato dal sangue gelido,  non avevi parlato con voce di
    tuono in mio sostegno? non eri mio soldato giurato? non mi avevi detto
    di fidare nella tua stella nella tua fortuna e nella tua forza?  e ora
    invece passi al nemico!  Una pelle di leone indosso  a  te!  vergogna,
    levatela e poni sulle tue membra di rinnegato una pelle di vitello.
    LYMOGES: Oh, se queste parole me le avesse dette un uomo!
    BASTARDO: E poni sulle tue membra di rinnegato una pelle di vitello.
    LYMOGES: Non oserai ripeterlo, briccone, se ti  cara la vita.
    BASTARDO: E poni sulle tue membra di rinnegato una pelle di vitello.
    GIOVANNI:  Questo  non mi piace,  dimentichi il rispetto che devi a te
    stesso.

    (Entra PANDOLFO).

    FILIPPO: Ecco qui il venerando legato del pontefice.
    PANDOLFO: Salve,  consacrati vicari  del  cielo!  A  te,  Giovanni,  
    rivolta  la  mia sacrosanta ambasciata.  Io Pandolfo,  cardinale della
    bella Milano e legato di papa Innocenzo,  ti domando  solennemente  in
    suo  nome perch recalcitri cos ostinatamente ai voleri della Chiesa,
    nostra santa madre,  e perch escludi con la  forza  Stefano  Langton,
    nominato arcivescovo di Canterbury, da quella venerata diocesi. Questo
    ti chiedo in nome del predetto nostro santo padre, papa Innocenzo.
    GIOVANNI:  Qual  nome  sulla  terra  pu  obbligare  un  re  libero  e
    consacrato a rispondere quando lo si interroghi?  tu,  per impormi  di
    replicare, non puoi inventare un nome tanto futile, indegno e ridicolo
    quanto  quello  di  papa.  Digli  questo  e  aggiungi  in  nome del re
    d'Inghilterra che nessun prete italiano esiger decima o pedaggio  nei
    nostri domini;  e che,  come sono capo supremo per volere di Dio, cos
    sotto la Sua alta guida eserciteremo da soli la suprema  autorit  sul
    nostro  regno senza l'aiuto di altra mano di uomo: riferisci questo al
    papa,  lasciando da parte ogni reverenza per lui e per l'autorit  che
    egli usurpa.
    FILIPPO: Fratello d'Inghilterra, in questo bestemmiate.
    GIOVANNI:  Voi  e  tutti  i  re della cristianit vi lasciate condurre
    grossolanamente da questo prete invadente,  temendo le maledizioni che
    si scongiurano facilmente col denaro; e in vile oro, scoria e polvere,
    comprate  indulgenze  corrotte da un uomo che con quella vendita priva
    se  stesso  di  ogni  indulgenza.  Sebbene  voi  e  gli  altri,   cos
    grossolanamente   ingannati,   mantenete   col  vostro  denaro  questa
    stregoneria da giocolieri,  io solo,  io solo,  mi oppongo al  papa  e
    considero i suoi partigiani come mici nemici.
    PANDOLFO: Allora, in forza del potere legittimo di cui sono investito,
    ti  dichiaro  maledetto  e  scomunicato:  benedetto  sar colui che si
    riterr sciolto dal vincolo di sudditanza verso  un  eretico,  e  sar
    proclamata   benemerita,   santificata  e  venerata  quella  mano  che
    sopprimer la tua vita odiosa con qualsiasi mezzo clandestino.
    COSTANZA: Oh!  mi sia data licenza  di  maledire  insieme  alla  Curia
    Romana!  Buon padre cardinale,  dite amen alle mie violente bestemmie;
    poich non c' lingua d'uomo che,  senza aver ricevuto i  miei  torti,
    abbia autorit di maledirlo a dovere.
    PANDOLFO:  Madama,  c'  la  legge  che  debitamente  autorizza la mia
    maledizione.
    COSTANZA: E c' anche per me: quando la legge non pu fare il bene,  
    giusto che non impedisca di fare il male.  La legge non pu dare a mio
    figlio il suo regno,  perch chi detiene il regno,  detiene  anche  la
    legge;  quindi,  poich la legge stessa  dalla parte del torto,  come
    pu la legge impedire alla mia lingua di maledire?
    PANDOLFO: Filippo di Francia,  pena la maledizione,  lascia la mano di
    quell'eretico convinto,  e volgi contro di lui le tue armi,  se non fa
    atto di sottomissione a Roma.
    ELEONORA: Impallidisci, re di Francia? non lasciare la sua mano.
    COSTANZA: Attento,  Satana;  se il re di Francia si pente e lascia  la
    mano, l'inferno ci rimette un'anima.
    LYMOGES: Re Filippo, ascolta il cardinale.
    BASTARDO: E poni sulle sue membra di rinnegato una pelle di vitello.
    LYMOGES: Bene, furfante; debbo intascare queste offese, perch...
    BASTARDO: ...le tue brache sono fatte apposta per portarle.
    GIOVANNI: Che dici al cardinale, Filippo?
    COSTANZA: Che dovrebbe dire se non quello che dice il cardinale?
    LUIGI:  Pensateci  bene,  padre;  poich  si  tratta  di  provocare la
    maledizione di Roma, cosa grave,  o di perdere,  cosa assai pi lieve,
    l'amicizia del re d'Inghilterra: rinunciate al meno.
    BIANCA: Ossia alla maledizione di Roma.
    COSTANZA: O Luigi,  sta saldo!  il demonio ti tenta sotto le sembianze
    di questa discinta sposa novella.
    BIANCA: Madama Costanza non parla per coscienza, ma per interesse.
    COSTANZA: Se ammettete la mia distretta,  che vive solo se la lealt 
    morta,  quella distretta non pu non costringere a questa conclusione,
    che la  lealt  rivivrebbe  con  la  morte  della  distretta.  Dunque,
    sopprimete la mia distretta, e la lealt risorge, mantenete in vita la
    distretta, e la lealt  soppressa.
    GIOVANNI: Il re  scosso e non sa che rispondere.
    COSTANZA: Allontanati da lui e rispondi bene.
    AUSTRIA: Fallo, re Filippo! non stare sospeso nel dubbio.
    BASTARDO:  Non  sospenderti  in  dosso che una pelle di vitello,  caro
    villanzone.
    FILIPPO: Sono perplesso e non so che dire.
    PANDOLFO: Che puoi dire che non  ti  renda  anche  pi  perplesso,  se
    rimani scomunicato e maledetto?
    FILIPPO: Buon padre reverendo, immaginatevi al mio posto e ditemi come
    vi  comportereste.  La  mano  di questo re e la mia si sono strette da
    poco,  e i nostri intimi cuori sono stati congiunti in lega,  uniti  e
    vincolati  con  tutta  la forza solenne di sacri giuramenti.  L'ultimo
    nostro fiato che desse  suon  di  parole    stato  un  giuramento  di
    fedelt,  di pace, di amicizia, di sincero amore fra i due regni e fra
    le nostre reali persone.  Prima di questa tregua,  poco  fa  invero  e
    quanto  appena bast per tergerci le mani e stringerle in questo reale
    patto di pace,  Dio sa,  erano tinte  e  macchiate  dal  pennello  del
    massacro  e  la  vendetta  vi  dipingeva  la  tremenda  ostilit di re
    infuriati.  E dovrebbero le nostre mani,  purgate or ora dal sangue  e
    unite  in  amicizia,  cos  forti  nell'amore e nell'odio,  sciogliere
    questa stretta e annullare questo cortese saluto?  Dovremmo giocar  di
    bussolotti  con  la  fede?  Scherzare col cielo?  mutarci in fanciulli
    volubili,   ritirare  violentemente  palma  da  palma,   rinnegare  il
    giuramento  e  sul talamo di una pace ridente far marciare un esercito
    sanguinario,  e crear lo scompiglio sulla fronte serena  della  verace
    sincerit  ?  Oh!  santo  signore e padre reverendo,  non fate che sia
    cos! Per vostra grazia, escogitate, stabilite, imponete qualche forma
    di ordine e allora saremo ben felici di obbedire ai vostri voleri e di
    continuare nello stato di amicizia.
    PANDOLFO: Non c' forma  n  ordine  se  non  in  quello  che  rinnega
    l'amicizia  con  l'Inghilterra.  Perci  all'armi!  sii campione della
    Chiesa, o lascia che essa, nostra madre,  pronunci la sua maledizione,
    la  maledizione di una madre contro il figlio ribelle.  Re di Francia,
    tu puoi tenere per la lingua un serpente,  un leone  irritato  per  la
    zampa  micidiale,  una  tigre  digiuna  pei denti,  pi facilmente che
    tenere in pace la mano che ora stringi.
    FILIPPO: Posso sciogliere la mia mano, ma non la mia fede.
    PANDOLFO: Cos fai della fede la nemica della fede,  e,  come  in  una
    guerra civile,  contrapponi giuramento a giuramento, e la tua lingua a
    se stessa.  Adempi anzitutto verso il  cielo  il  giuramento  che  hai
    prestato  prima  di  ogni altro al cielo,  di essere il campione della
    Chiesa.  Quello che hai giurato in seguito,  lo hai giurato contro  te
    medesimo  e non pu essere osservato da te,  poich il male che tu hai
    giurato di fare non  male se  eseguito rettamente,  e se tu  non  lo
    eseguisci,  perch  l'esecuzione  sarebbe  un  male,  allora eseguisci
    rettamente proprio col non  eseguire.  La  migliore  effettuazione  di
    propositi  non  bene  diretti  sta  nel cambiarne ancora la direzione;
    sebbene sia un traviamento,  con ci si ritorna sulla retta via,  e la
    falsit  cura la falsit,  come il fuoco raffredda il fuoco nelle vene
    di uno appena scottato. E' la religione che fa osservare i giuramenti:
    tu hai giurato contro quello che avevi giurato, e chiami un giuramento
    a garantire contro un giuramento;  e quando giuri una fede che non sei
    sicuro  di  poter  osservare,  giuri  solo  a  patto  di  non renderti
    altrimenti spergiuro; se no, che beffa sarebbe il giurare! Ma tu giuri
    solo di voler essere spergiuro,  e tanto  pi  quanto  pi  fedelmente
    osserverai il giuramento. Quindi il tuo ultimo giuramento contrapposto
    al  primo    in  te  ribellione  contro te medesimo,  e non puoi fare
    migliore conquista che armare la parte di te pi fedele e  pi  nobile
    contro  questi  pazzi  e  disonesti  suggerimenti:  e con questa parte
    migliore si schierano le nostre preghiere, se vuoi accoglierle.  Sappi
    altrimenti che le nostre maledizioni cadranno su di te con tanta forza
    che  non  riuscirai a scuoterle di dosso,  e disperato morrai sotto il
    loro tetro peso.
    LYMOGES: Ribellione, ribellione dichiarata!
    BASTARDO: Non sar mai che una pelle di vitello ti chiuda la bocca?
    LUIGI: Padre, all'armi!
    BIANCA: Nel giorno delle tue nozze e contro il sangue con cui  ti  sei
    imparentato?  dobbiamo  banchettare con uomini uccisi,  e avere trombe
    stridenti  e  sgraziati  tamburi  rumorosi,  clamori  infernali,  come
    accompagnamento musicale del festino? Marito, ascoltami! ahim, quanto
    nuova    tale  parola sulle mie labbra!  per questo nome,  che la mia
    lingua non ha mai pronunciato prima d'ora, ti supplico in ginocchio di
    non prendere le armi contro mio zio.
    COSTANZA: Oh!  china sulle ginocchia indurite dal lungo star  piegata,
    ti  prego,  virtuoso Delfino,  di non alterare la condanna preordinata
    dal cielo!
    BIANCA: Ora metter alla prova il tuo amore: che cosa  pu  avere  pi
    forza presso di te che il nome di moglie?
    COSTANZA:  La  cosa  che  sorregge  colui che a sua volta sostiene te:
    l'onore. Oh! Luigi, il tuo onore, il tuo onore!
    LUIGI: Non capisco come Vostra Maest sia cos  freddo,  quando  tanto
    importanti considerazioni vi dovrebbero spingere.
    PANDOLFO: Pronuncer la condanna sul suo capo.
    FILIPPO: Non ce n' bisogno. Re d'Inghilterra, mi sciolgo da te.
    COSTANZA: O bel ritorno della maest che era in bando!
    ELEONORA: O turpe defezione dell'incostanza francese!
    GIOVANNI: Re di Francia, entro un'ora ti dorrai di quest'ora.
    BASTARDO: Se ci deve essere regolato dal Tempo, quel calvo beccamorto
    che mette a punto gli orologi, il re di Francia se ne pentir davvero.
    BIANCA:  Il  sole  tinto di sanguigno: bel giorno,  addio!  Qual  la
    parte con cui debbo andare?  sono per tutt'e due;  sembra che  ciascun
    esercito abbia una mano e nella loro furia,  entrambi afferrandomi, mi
    lacerano e mi smembrano. Marito, non posso pregare che tu vinca;  zio,
    mi    forza pregare che tu perda;  padre,  non posso augurarmi che la
    fortuna ti protegga; nonna,  non posso desiderare che i tuoi auguri si
    avverino: chiunque vinca,  da quella parte perdo, perdita sicura prima
    ancora che cominci la partita.
    LUIGI: Madonna, la tua fortuna coincide con la mia.
    BIANCA: L dove la mia fortuna vive, si spegne la mia vita.
    GIOVANNI: Cugino raccogli le nostre truppe.  (Esce il Bastardo) Re  di
    Francia,  sono acceso di collera ardente,  di una tale furia che nulla
    pu calmarla eccetto il sangue, il pi pregiato sangue della Francia.
    FILIPPO: La tua collera ti arder e sarai cenere prima che  il  nostro
    sangue spenga quel fuoco: sta in guardia, tu corri grave pericolo.
    GIOVANNI: Non pi di colui che minaccia. Armiamoci.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Francia. Pianura presso Angers.

    (Allarmi.  Inseguimenti.  Entra  il  BASTARDO  con  la  testa del DUCA
    D'AUSTRIA).
    BASTARDO: Ora,  per la vita  mia,  sta  facendo  caldo  a  meraviglia;
    qualche  spirito  dell'aria  aleggia  nel cielo e fa piovere guai.  La
    testa del duca stia qui, mentre Filippo prende fiato.
    (Entrano RE GIOVANNI, ARTURO e UBERTO).
    GIOVANNI: Uberto, tieni questo ragazzo. Filippo,  muoviti: mia madre 
    assalita nella nostra tenda e temo che sia fatta prigioniera.
    BASTARDO: Mio sire, l'ho liberata; Sua Altezza  salva, non temete; ma
    avanti,  sire,  perch  con  poco  altro  lavoro giungeremo al termine
    felice delle nostre fatiche.
    (Escono).
    SCENA TERZA - Lo stesso luogo.

    (Allarmi,  scorrerie,  ritirata.  Entrano il  RE  GIOVANNI,  ELEONORA,
    ARTURO, il BASTARDO, UBERTO e Signori).
    GIOVANNI  (a  Eleonora): E cos sar;  Vostra Altezza rimarr addietro
    con buona guardia.  (A Arturo) Cugino,  non essere  cos  triste:  tua
    nonna ti vuol bene, tuo zio ti sar caro come ti fu tuo padre.
    ARTURO: Oh! questo far morire mia madre di dolore!
    GIOVANNI  (al  Bastardo):  Cugino,  affrettati  a  precederci;  va' in
    Inghilterra!  prima che noi giungiamo vedi di vuotare i  sacchi  degli
    abati  avari e di mettere in libert gli angeli di zecca imprigionati:
    gli affamati debbono ora nutrirsi dei lombi ingrassati della pace: usa
    il mio mandato in tutta la sua forza.
    BASTARDO: Tutti gli esorcismi con campanello,  libro e candela non  mi
    faranno  retrocedere  se l'oro e l'argento mi faran cenno di avanzare.
    Lascio Vostra Maest.  Nonna,  se mai mi  ricorder  di  pensare  alla
    religione, pregher per la vostra salvezza; e cos vi bacio la mano.
    ELEONORA: Addio, caro nipote.
    GIOVANNI: Cugino, addio!
    (Esce il Bastardo).
    ELEONORA: Vieni qui, piccolo parente, ascolta una parola.
    GIOVANNI:  Vien qua,  Uberto.  Caro Uberto,  molto ti dobbiamo!  entro
    questo involucro di carne v' un'anima che ti considera suo creditore,
    e vuole ripagare il tuo affetto a usura: e,  mio caro  amico,  il  tuo
    volontario  giuramento  vive  gelosamente  custodito  in questo petto.
    Dammi la mano.  Avrei da dirti una cosa  ma  te  la  dir  in  miglior
    momento.  In  nome  del cielo,  Uberto,  quasi mi vergogno di dire che
    buona opinione ho di te.
    UBERTO: Sono molto obbligato a Vostra Maest.
    GIOVANNI: Buon amico, non hai ancora ragione di dirlo, ma l'avrai,  e,
    per  quanto  il tempo scorra lentamente,  verr il momento che ti far
    del bene. Avrei una cosa da dirti,  ma lasciamo andare: v' il sole in
    cielo  e  il  giorno  nel suo splendore,  accompagnato dal piaceri del
    mondo,   troppo gioioso e pieno di spassi per darmi  ascolto:  se  la
    campana  di  mezzanotte  con lingua di ferro e bocca di bronzo sonasse
    all'orecchio intorpidito della tenebra notturna,  se questo luogo dove
    siamo fosse un cimitero e ti fossero stati fatti mille torti,  o se il
    triste spirito della malinconia avesse ridotto e reso  spesso  il  tuo
    sangue, che altrimenti corre frizzando su e gi per le vene, e insedia
    quello  sciocco  che  il riso negli occhi degli uomini e ne gonfia le
    guance in vana allegria,  passione che cozza coi miei propositi,  o se
    tu  potessi  vedermi  senza occhi,  udirmi senza orecchi e rispondermi
    senza la lingua,  usando la mente soltanto,  senza  occhi,  orecchi  e
    nocivo suon di parole; ebbene, allora a dispetto del giorno che vigila
    con gli occhi spalancati,  ti riverserei i miei pensieri nel petto. Ma
    ah!  non lo far!  eppure ti amo assai,  e in verit credo che tu pure
    ami me.
    UBERTO:  S;  e  tanto  che,  pel  cielo,  farei quello che mi voleste
    ordinar di fare, anche se l'atto fosse accompagnato dalla morte.
    GIOVANNI: Oh,  che non lo so che  lo  faresti?  Buon  Uberto,  Uberto,
    Uberto,  d un'occhiata a quel ragazzo col;  ti dir una cosa,  amico
    mio:  come un serpente che mi attraversa la  strada,  e  dovunque  io
    volga il passo, mi sta davanti: mi comprendi? tu sei il suo custode.
    UBERTO: E lo custodir in modo tale che non potr pi offendere Vostra
    Maest.
    GIOVANNI: Morte.
    UBERTO: Signore?
    GIOVANNI: Una tomba!
    UBERTO: Non vivr.
    GIOVANNI: Basta cos.  Ora potrei stare allegro. Uberto, ti amo; bene,
    non voglio dire quello  che  intendo  di  fare  per  te:  ricordatelo.
    Madama, addio: mander quelle truppe a Vostra Altezza.
    ELEONORA: Le mie benedizioni ti accompagnino!
    GIOVANNI: E ora,  cugino, dovete andare in Inghilterra: Uberto sar il
    tuo uomo e ti servir con tutta fedelt. Suvvia, a Calais!
    (Escono).
    SCENA QUARTA - Lo stesso luogo. La tenda del Re di Francia.

    (Entrano il RE FILIPPO, LUIGI, PANDOLFO e Persone del seguito).
    FILIPPO: Cos da  una  furibonda  tempesta  marina  un'intiera  armata
    sconfitta   dispersa,  per modo che ciascuna nave  lontana dalle sue
    compagne.
    PANDOLFO: Coraggio e state di buon animo! Tutto andr bene.
    FILIPPO: Che mai pu andar bene quando tutto  gi andato  cos  male?
    Non siamo battuti?  e Angers non  perduta? e Arturo non  stato fatto
    prigioniero e diversi cari amici non sono stati uccisi?  e  non    il
    sanguinario  re  Giovanni  andato  in  Inghilterra  frustrando tutti i
    tentativi dei Francesi per tagliargli la strada?
    LUIGI: Ha fortificato tutto il terreno conquistato: una rapidit  cos
    grande  retta da tanto discernimento,  un ordine cos ben ponderato in
    una contesa tanto violenta,  non hanno precedenti: chi  ha  mai  udito
    parlare o letto di un'azione simile?
    FILIPPO:  Potrei  mandar  gi  queste  lodi  del re d'Inghilterra,  se
    potessi trovare qualche esempio per la nostra infamia.
    (Entra COSTANZA).
    Guardate chi viene! la tomba di un'anima che nella vile prigione della
    triste vita trattiene lo  spirito  immortale  contro  sua  voglia.  Ti
    prego, madonna, vieni con me.
    COSTANZA: Ecco! Ora vedete gli effetti della vostra pace.
    FILIPPO: Pazienza, buona signora; confortatevi, nobile Costanza.
    COSTANZA: No; respingo ogni consiglio, ogni riparazione, tranne quella
    che  pone termine a ogni consiglio,  a ogni riparazione: la morte,  la
    morte.  Oh!  amabile e dolce morte,  odoroso fetore e sana  putredine!
    alzati dal letto della notte eterna, tu odiata e temuta da chi vive in
    prosperit:  voglio  baciare le tue ossa detestate,  porre i bulbi dei
    miei occhi nelle tue vuote occhiaie, inanellare le dita coi vermi tuoi
    familiari,   chiudere  questo  pertugio  del   respiro   con   polvere
    nauseabonda  ed  essere  una carogna mostruosa come te stessa: suvvia,
    ghignami: creder che tu  mi  sorrida  e  ti  bacer  come  fossi  tua
    consorte. Amata dagli afflitti, vieni a me!
    FILIPPO: O bella dolorosa, chetati!
    COSTANZA: No, non lo far, finch avr fiato per gemere. Oh! se la mia
    lingua fosse nella bocca del tuono! Allora con la mia collera scoterei
    il mondo, e sveglierei dal sonno la crudele morte scheletrita, che non
      capace  di  udire la debole voce di una donna e che ha in dispregio
    una dozzinale invocazione.
    PANDOLFO: Madama, quel che voi proferite  pazzia, non dolore.
    COSTANZA: Non sei un sant'uomo se mi  dai  questa  mentita.  Non  sono
    pazza:  questi  capelli che mi strappo sono miei: mi chiamo Costanza e
    sono stata la moglie di Goffredo; il giovane Arturo  mio figlio, ed 
    perduto;  non sono pazza: volesse  Dio  che  lo  fossi!  Forse  allora
    dimenticherei  me  stessa e se potessi farlo che dolore dimenticherei!
    Predicami qualche  filosofia  che  mi  faccia  uscir  di  senno  e  ti
    santificheranno,  cardinale; poich non essendo pazza, ma sensibile al
    dolore,  quel ch' in me di  ragionevole  vien  meco  ragionando  come
    potrei  liberarmi  dell'afflizione  e  mi  insegna  come  uccidermi  o
    impiccarmi.  Se fossi demente,  dimenticherei mio figlio o  scambierei
    per lui una bambola di cencio: non sono pazza; bene, troppo bene sento
    i diversi guai di ciascuna mia disgrazia.
    FILIPPO:  Avvolgiti  al capo le trecce.  Che amore osservo nella massa
    bionda di quei capelli!  Se vi cade per caso una  stilla  di  argento,
    mille  e  mille  amichevoli  fili  si  agglomerano  a  quella stilla a
    condividere  il  dolore  come  esseri  che  si  amano   fedelmente   e
    inseparabilmente congiunti nell'avversit.
    COSTANZA: Andiamo in Inghilterra, se volete.
    FILIPPO: Avvolgetevi al capo le trecce.
    COSTANZA:  S,   lo  far;   ma,   perch  dovrei  farlo?  Li  sciolsi
    violentemente dai loro legami e gridai forte: Potessero  queste  mani
    liberare  mio  figlio come hanno dato la libert ai capelli!.  Ma ora
    invidio la loro libert e li restituisco ancora ai  legami  perch  il
    mio  povero figlio  prigioniero.  E,  padre cardinale,  vi ho sentito
    dire che rivedremo e riconosceremo i nostri amici in cielo: se  questo
     vero,  rivedr ancora il mio ragazzo; poich dalla nascita di Caino,
    il primo maschio,  sino a colui che  nato ieri,  non vide mai la luce
    creatura cos piena di grazia.  Ma ora il verme del dolore divorer il
    mio bocciolo di rosa e gli caccer dalla guancia la  nativa  bellezza:
    sar  sparuto  come  uno  spettro,  pallido e consunto come una febbre
    terzana.  Cos morir e,  quando risorger e lo incontrer nella corte
    del  cielo  non  lo  riconoscer:  perci mai,  mai pi rivedr il mio
    grazioso Arturo!
    PANDOLFO: Avete una troppo riprovevole considerazione  per  il  vostro
    dolore.
    COSTANZA: Mi parla uno che non ha mai avuto un figlio.
    FILIPPO: Amate il vostro dolore come amate vostro figlio.
    COSTANZA: Il dolore colma il vuoto lasciato dal mio figlio lontano, si
    corica  nel  suo  letto,  passeggia  su  e  gi  con me,  ne assume il
    leggiadro aspetto, ne ripete le parole, mi ricorda tutti i suoi pregi,
    ne riempie i vuoti abiti con la sua forma: dunque ho ragione di  amare
    il dolore.  Addio, se aveste fatto una perdita simile alla mia, saprei
    confortarvi meglio di quanto  non  facciate  voi.  Non  voglio  tenere
    questa ordinata acconciatura sul capo, quando ho tanto disordine nella
    mente.  O Dio!  Il mio ragazzo,  il mio Arturo, il mio bel figlio, mia
    vita, mia gioia, mio nutrimento, mio tutto sulla terra! conforto di me
    vedova e rimedio del mio dolore!
    (Esce).
    FILIPPO: Temo che commetta qualche eccesso: la seguir.
    (Esce).
    LUIGI: Non c' nulla al mondo che mi dia piacere: la  vita    tediosa
    come  una storia che viene ripetuta e annoia l'udito ottuso di un uomo
    in dormiveglia;  un amaro obbrobrio ha distrutto il dolce sapore delle
    cose del mondo, cosicch tutto sa di amaro e di obbrobrioso.
    PANDOLFO:  Prima della guarigione da una grave malattia,  nell'istante
    in cui si sta recuperando la salute, l'accesso  pi forte; i mali che
    se ne vanno,  nell'atto di andarsene si dimostrano mali nel  pi  alto
    grado: che cosa avete perduto perdendo questa battaglia?
    LUIGI: Tutti i giorni di gloria, di gioia e di felicit.
    PANDOLFO:  Li  avreste  certamente  perduti se aveste vinto.  No,  no;
    quando la fortuna vuole beneficare sommamente gli uomini li guarda con
    occhio minaccioso.  E' curioso pensare quanto re Giovanni  ha  perduto
    con  quello che considera invece netto guadagno: non siete dolente che
    Arturo sia suo prigioniero?
    LUIGI: Tanto cordialmente quanto egli  lieto di averlo nelle mani.
    PANDOLFO: La vostra mente   giovanile  come  il  vostro  sangue.  Ora
    ascoltate le parole che proferisco con spirito antiveggente, poich il
    fiato  stesso  col quale parler soffier ciascun granello di polvere,
    pagliuzza e pi lieve ostacolo dalla via che  condurr  il  tuo  piede
    dritto  dritto  al trono d'Inghilterra;  e perci prestami attenzione.
    Giovanni si  impadronito di Arturo e,  finch la vita scorre  gioiosa
    nelle  vene  del  fanciullo,  non    possibile  che  il  re nella sua
    irregolare situazione goda un'ora,  un minuto - che dico?-  un  attimo
    solo  di quiete e di riposo.  Quando uno scettro  stato strappato con
    mano  violenta,   dev'esser  mantenuto  impetuosamente  come    stato
    conquistato;  e  chi  sta  su  terreno scivoloso non si fa scrupolo di
    attaccarsi a qualunque pi meschino appiglio che lo  sostenga:  perch
    Giovanni possa reggersi in piedi  necessario che Arturo cada;  e cos
    sia, perch non pu essere altrimenti.
    LUIGI: Ma che cosa guadagner con la caduta del giovane Arturo?
    PANDOLFO: In nome di Bianca vostra moglie cercherete di far  valere  i
    diritti che Arturo rivendicava.
    LUIGI: Perdendo loro, la vita e tutto, come Arturo.
    PANDOLFO:  Quanto  tenero  siete  e nuovo in questo vecchio mondo!  E'
    Giovanni stesso che trama per voi e le circostanze cospirano a  vostro
    favore; poich chi imbeve la sua salvezza nel sangue degli onesti, non
    trover  che  salvezza  sanguinosa e malsicura.  Questo atto cos male
    concepito raffredder i cuori e spegner lo zelo dei sudditi, cosicch
    accoglieranno  ben  volentieri  qualunque  pi  piccola  occasione  di
    contrastare  la sua autorit: non si dar nessuna ordinaria esalazione
    del cielo, nessun fatto naturale,  nessun giorno di cattivo tempo,  n
    vento  comune,  n avvenimento dei pi soliti a cui non negheranno una
    causa naturale  e  che  non  chiameranno  meteore,  segni  prodigiosi,
    scherzi di natura,  presagi in cui il cielo parla chiaramente gridando
    vendetta contro Giovanni.
    LUIGI: Pu darsi che non toccher  la  vita  del  giovane  Arturo,  ma
    penser di essere abbastanza sicuro tenendolo in prigione.
    PANDOLFO:  Quando udr che vi state avvicinando,  se il giovane Arturo
    non  gi spacciato,  baster questa notizia a farlo morire e allora i
    cuori  di  tutta la sua gente gli si rivolteranno contro,  saluteranno
    ogni innovazione con gioia e dalle  punte  delle  dita  sanguinose  di
    Giovanni trarranno forte incentivo di collera e di ribellione.  Mi par
    di vedere tutto questo tumulto in atto;  e che conseguenze migliori di
    quelle   che   ho  menzionato  non  produrr  per  voi!   Il  Bastardo
    Faulconbridge  ora in Inghilterra dove sta saccheggiando la Chiesa  e
    calpestando  ogni  spirito  di  carit:  se  una  dozzina  soltanto di
    Francesi fossero col in armi,  servirebbero di richiamo per  attirare
    dalla  loro  parte  diecimila  Inglesi  e  farebbero  come una piccola
    quantit di neve che, rotolando,  diventa ben presto montagna.  Nobile
    Delfino,  venite  con me dal sovrano: c' da stupire pensando che cosa
    si pu ricavare dal malcontento ora che i  loro  animi  son  colmi  di
    risentimento fino all'orlo. Disponiamoci ad andare in Inghilterra: vai
    a incitare il re.
    LUIGI: Da forti ragioni nascono forti azioni;  andiamo: se voi dite di
    s, non sar il re a dir di no.
    (Escono).



















    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Una stanza in un Castello.

    (Entrano UBERTO e i Carnefici).
    UBERTO: Arroventatemi questi ferri,  e badate bene di attendere dietro
    la  tappezzeria:  quando  batto  col  piede in terra,  correte fuori e
    legate saldamente alla sedia il ragazzo che troverete  con  me.  State
    attenti; via di qua e vigilate.
    CARNEFICE:  Voglio  credere  che  il  nostro atto sia giustificato dal
    mandato che avete ricevuto.
    UBERTO: Scrupoli fuor di posto!  non temete: fate quello che vi  dico.
    (Escono i Carnefici) Vieni, ragazzo; ho una parola da dirti.

    (Entra ARTURO).

    ARTURO: Buon giorno, Uberto.
    UBERTO: Buon giorno, piccolo principe.
    ARTURO:  Piccolo,  che  pi non potrebb'essere,  considerando che gran
    principe sarei in virt del mio grande titolo. Siete triste.
    UBERTO: Davvero: sono stato pi allegro in altri momenti.
    ARTURO: Dio abbia piet di me!  Nessuno  eccetto  me  dovrebbe  essere
    triste:   eppure  ricordo  che,   quand'ero  in  Francia,   i  giovani
    gentiluomini usavano essere melanconici come la  notte,  ma  solo  per
    affettazione.  Come  vero che ho ricevuto il battesimo, pur che fossi
    fuor di prigione, anche a badar pecore, sarei allegro quant' lungo il
    giorno e lo sarei anche qui, se non dubitassi che mio zio sta tramando
    nuovi danni contro di me.  Egli ha paura di me ed io di lui:    colpa
    mia se son figlio di Goffredo? no, davvero; e piacesse a Dio che fossi
    vostro figlio purch mi amaste, Uberto.
    UBERTO  (a  parte):  Se  continuo  a  parlargli,   col  suo  innocente
    chiacchierio dester la mia piet che  morta,  perci agir subito  e
    la far finita.
    ARTURO: Vi sentite male,  Uberto?  sembrate pallido oggi,  e in verit
    vorrei che vi sentiste un po' male per poter vegliare l'intiera  notte
    al vostro capezzale: son certo che vi amo pi di quanto amiate me.
    UBERTO  (a  parte):  Le  sue  parole  prendon  possesso del mio cuore.
    (Mostrandogli un foglio) Leggete qua,  piccolo Arturo.  (A parte) Via,
    sciocco umore,  che vuoi tener lontana questa spietata tortura!  Debbo
    sbrigarmi perch la risolutezza  non  mi  si  sciolga  in  lacrime  di
    tenerezza effeminata. Non sapete leggere? non  scritto chiaramente?
    ARTURO:  Troppo  bene,  Uberto,  per  un  effetto cos orrendo: dovete
    proprio con ferri roventi bruciarmi gli occhi?
    UBERTO: S, ragazzino.
    ARTURO: E lo farete davvero?
    UBERTO: S, lo far.
    ARTURO: Avrete il cuore di farlo?  Quando vi doleva il capo,  vi legai
    il fazzoletto intorno alla fronte,  il migliore che avevo,  quello che
    una principessa aveva lavorato per me, senza chiedervelo mai indietro;
    e con la mano vi sorreggevo il capo a mezzanotte e,  come i minuti che
    vigilano lo scorrere dell'ora,  davo sollievo al monotono scorrere del
    tempo dicendo: Avete  bisogno  di  qualche  cosa?  e  Dove  sentite
    dolore?  o  Che  amoroso  servizio posso rendervi?.  Molti figli di
    pover'uomini sarebbero stati zitti e  non  vi  avrebbero  rivolta  una
    parola  affettuosa;  ma  voi  avevate un principe per infermiere.  No;
    potete  credere  che  il  mio  affetto  fosse  astuzia  interessata  e
    chiamarlo furberia: fatelo pure se volete; se il cielo consente che mi
    trattiate male, vuol dir proprio che non c' rimedio. Ma mi spegnerete
    gli  occhi,   quegli  occhi  che  non  vi  hanno  mai  rivolto  n  vi
    rivolgeranno mai un solo sguardo corrucciato?
    UBERTO: Ho giurato di farlo e debbo distruggerli col ferro rovente.
    ARTURO: Ah! nessuno lo farebbe se non in questa et di ferro! il ferro
    stesso,  sebbene rovente,  avvicinandosi ai miei occhi ne berrebbe  le
    lacrime  e spegnerebbe la sua rabbia ardente in queste stille che sono
    il segno della mia innocenza;  anzi,  dopo ci,  si consumerebbe nella
    ruggine   per   punirsi   di  aver  contenuto  il  fuoco  destinato  a
    distruggermi gli occhi.  Siete pi duro e ostinato del ferro  battuto?
    se  un  angelo  fosse venuto da me e mi avesse detto che Uberto doveva
    cavarmi gli occhi, non gli avrei creduto;  no,  a nessuna lingua avrei
    creduto, eccetto che a quella di Uberto stesso.
    UBERTO: Entrate. (Batte il piede in terra).
    (Rientrano i Carnefici con una corda, ferri, eccetera).
    Fate quello che vi ho ordinato.
    ARTURO: Oh,  salvatemi,  Uberto, salvatemi! I miei occhi si estinguono
    solo a vedere l'aspetto fiero di questi uomini sanguinari.
    UBERTO: Datemi il ferro, dico e legatelo qui.
    ARTURO: Ahim!  che bisogno c' che siate cos ruvidi e sgarbati?  non
    mi  divincoler,  star  fermo  come  una pietra.  Per amor del cielo,
    Uberto,  non fatemi legare!  anzi,  ascoltatemi,  Uberto!  mandate via
    questi uomini e star tranquillo come un agnellino, non mi mover, non
    trasalir,  non  dir  parola n guarder quel ferro con collera: solo
    mandate via gli uomini e vi perdoner,  qualunque sia il tormento  che
    mi infliggerete.
    UBERTO: Uscite, aspettate l dentro; lasciatemi solo con lui.
    PRIMO CARNEFICE: Preferisco non impicciarmi di una faccenda simile.
    (Escono i Carnefici).
    ARTURO: Ahim,  con le mie querele ho allontanato un amico! ha il viso
    duro, ma il cuore tenero: fatelo ritornare,  perch la sua compassione
    richiami in vita la vostra.
    UBERTO: Suvvia, ragazzo, preparatevi.
    ARTURO: Non c' rimedio?
    UBERTO: Nessuno: dovete perdere gli occhi.
    ARTURO:.  O  cielo!  se  vi  fosse  nei  vostri soltanto un atomo,  un
    moscerino, un granellino di polvere, un ciglio caduto,  qualunque cosa
    che  potesse  infastidire  quel senso delicato,  allora,  sentendo che
    molestissima impressione vi producono anche le piccole cose, la vostra
    malvagia intenzione dovrebbe apparirvi orribile.
    UBERTO: Mantenete cos la promessa? Suvvia, state zitto!
    ARTURO: Uberto,  anche se due lingue parlassero,  non  basterebbero  a
    perorare  per  un  paio  d'occhi;  non  imponetemi  silenzio.  Uberto,
    tagliatemi la lingua,  ma lasciatemi gli occhi,  anche se non  dovessi
    servirmene  che  per  guardar  voi.  Ecco:  lo  strumento  stesso si 
    raffreddato e non vorrebbe nuocermi.
    UBERTO: Ma posso riscaldarlo ancora, ragazzo.
    ARTURO: No,  in verit: il fuoco che  una cosa creata  per  la  gioia
    dell'uomo,    morto  per il dolore di dover compiere atti di crudelt
    immeritati: se non mi credete, vedete da voi stesso; non c' malvagit
    in questi carboni accesi; l'alito del cielo ne ha estinto lo spirito e
    ha cosparso il loro capo con le ceneri del pentimento.
    UBERTO: Ma col fiato posso ravvivarli ancora, ragazzo mio.
    ARTURO: Se lo farete,  li costringerete solo ad arrossire di  vergogna
    per il vostro modo di procedere,  Uberto;  anzi,  forse, vi manderanno
    qualche scintilla negli occhi come un cane che,  aizzato a  combattere
    contro un altro, s'avventer contro il padrone che lo istiga. Tutte le
    cose  che  dovreste  usare  per farmi male si rifiutano di compiere il
    loro ufficio consueto: voi soltanto mancate  di  quella  clemenza  che
    mostrano il fuoco fiero e il ferro, creature famigerate per i loro usi
    inclementi.
    UBERTO:  Ebbene,  continua  a  vedere  e a vivere: non ti toccher gli
    occhi per tutti i tesori di tuo zio;  eppure l'avevo giurato e mi  ero
    proposto di bruciarteli proprio con questo ferro, ragazzo.
    ARTURO:  Oh!  adesso  sembrate ancora il solito Uberto!  durante tutto
    questo tempo eravate come uno travestito.
    UBERTO: Zitto, basta, addio!  vostro zio deve credere che siete morto;
    riempir queste crudeli spie di storie false;  e,  grazioso fanciullo,
    dormi senza timore e sicuro che Uberto non ti far del male per  tutto
    l'oro del mondo.
    ARTURO: O cielo! ti ringrazio, Uberto.
    UBERTO: Silenzio,  basta; rientra con me senza far chiasso: mi espongo
    a gravi pericoli per amor tuo.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Il Palazzo di Re Giovanni.

    (Entrano RE GIOVANNI, PEMBROKE, SALISBURY e altri Signori).
    GIOVANNI: Qui seggo una volta ancora;  una  volta  ancora  coronato  e
    riguardato, lo spero, con lieti occhi.
    PEMBROKE: Questo una volta ancora se non fosse piaciuto diversamente
    a Vostra Maest, sarebbe del tutto superfluo: foste coronato una prima
    volta,  quella regalit non vi fu mai tolta a forza,  e la fedelt dei
    sudditi non si macchi mai di rivolta; n il paese fu turbato da nuovo
    desiderio di mutamenti o miglioramenti.
    SALISBURY: Per  questo  appunto    un  ridicolo  eccesso  di  sciupo
    spiegare un doppio fasto,  ornare un titolo gi vistoso,  dorare l'oro
    fino, dipingere il giglio, aggiungere profumo alla violetta,  lisciare
    il ghiaccio,  accrescere di una nuova sfumatura l'arcobaleno o cercare
    di rinforzare il bell'occhio del cielo con lume di candela.
    PEMBROKE: Se non fosse che si deve obbedire alla vostra Reale  Maest,
    questo  atto  sarebbe  come raccontare di nuovo una vecchia storia che
    pi la si ripete e pi  diventa  noiosa,  specialmente  quando  vi  si
    insiste inopportunamente.
    SALISBURY:  Da  questo fatto l'antico e ben noto aspetto della vecchia
    consuetudine  molto sfigurato e,  come un cambiamento  di  vento  che
    opera  su  di  una  vela,  esso  fa  cambiare  completamente  rotta ai
    pensieri,  sorprende  e  spaventa  coloro  che  riflettono,  scuote  i
    benpensanti  e rende sospetto il titolo del monarca sovrapponendovi un
    manto di cos nuova foggia.
    PEMBROKE: Quando gli operai mirano a far pi che  bene,  guastano  per
    troppa  ambizione  quello che avevano fatto egregiamente,  e spesso si
    peggiora la colpa con la scusa,  come una toppa messa  su  un  piccolo
    strappo per nasconderlo pare pi brutta dello strappo stesso prima del
    rattoppo.
    SALISBURY:   In   questo  senso  vi  consigliammo  prima  della  nuova
    incoronazione,  ma Vostra Maest credette di non tenerne conto  e  noi
    siamo  ben  contenti in quanto quello che desideriamo deve conformarsi
    in tutto e per tutto ai vostri voleri.
    GIOVANNI:  Vi  ho  informato  di  alcune  ragioni  di  questa  duplice
    incoronazione   e   le  ritengo  forti;   altre  assai  pi  forti  vi
    comunicher, quando saranno diminuite le mie ansie. Per ora chiedetemi
    che cosa di mal fatto desiderate  che  si  riformi  e  vedrete  quanto
    volenterosamente  sono  disposto  ad  ascoltare e soddisfare le vostre
    richieste.
    PEMBROKE: Allora  io,  come  portavoce  di  costoro  ad  esprimere  le
    aspirazioni  di  tutti  i  loro  cuori,  chiedo  con  tutto l'animo la
    liberazione di Arturo, per me e per loro, ma soprattutto per la vostra
    salvezza alla quale tutti rivolgiamo le nostre migliori cure.  La  sua
    detenzione   induce  i  mormoratori  malcontenti  a  formulare  questo
    pericoloso argomento.  Se quello che detenete pacificamente,  detenete
    rettamente, perch il timore, che si dice segua ordinariamente le orme
    del torto,  dovrebbe indurvi a segregare il vostro giovane parente,  a
    soffocarne i  giorni  in  barbara  ignoranza,  e  a  negare  alla  sua
    giovinezza  i  preziosi  vantaggi di una buona educazione?  Affinch i
    nemici del reggimento attuale non tengano in serbo quest'argomento per
    una buona occasione,  vi chiediamo di poter dire  che  voi  stesso  ci
    avete ordinato di chiedere la sua libert,  e noi lo domandiamo per il
    nostro bene solo in quanto pensiamo che il  vostro  interesse,  che  
    tutt'uno col nostro, vuole che egli sia rimesso in libert.

    (Entra UBERTO).

    GIOVANNI:  Sia  come  volete:  affido questo giovine alle vostre cure.
    Uberto, che notizie mi porti?
    (Conducendolo in disparte).
    PEMBROKE:  Questi    l'uomo  che  avrebbe  dovuto   compiere   l'atto
    sanguinario;   egli  mostr  il  mandato  ricevuto  a  un  mio  amico.
    L'immagine di una malvagia colpa odiosa vive nel suo occhio;  quel suo
    aspetto di riservatezza rivela uno stato d'animo gravemente turbato; e
    io  sospetto  con paura che abbia eseguito l'incarico che temevamo gli
    fosse stato affidato.
    SALISBURY: Il colore del re va e viene  fra  il  suo  atto  e  la  sua
    coscienza  a  guisa  di  un  araldo  fra due temibili schiere.  La sua
    collera  cos matura che deve erompere.
    PEMBROKE: E quando eromper,  temo che ne uscir l'immonda sanie della
    morte di questo soave fanciullo.
    GIOVANNI:  Non  possiamo  frenare  la mano possente della morte.  Miei
    buoni signori,  sebbene in me sia sempre viva la volont di concedere,
    la  possibilit di acconsentire alle vostre richieste  spenta: costui
    mi dice che Arturo  morto questa notte.
    SALISBURY: Temevamo proprio che il suo male fosse incurabile.
    PEMBROKE: Davvero!  avevamo sentito dire che era vicino a morte  prima
    che il ragazzo stesso si fosse accorto di essere ammalato: qualcuno ne
    dovr rispondere o qui o altrove.
    GIOVANNI:  Perch  mi  fate  un viso cos serio?  credete forse che io
    regga le cesoie della Parca? o che comandi alle pulsazioni della vita?
    SALISBURY: Evidentemente  un turpe  giuoco,  ed    vergogna  che  un
    potente l'abbia condotto con tanta grossolanit.  Possa farvi buon pro
    nella stessa misura! e ora addio!
    PEMBROKE: Fermati un momento,  lord Salisbury;  andr con te a cercare
    il retaggio del povero fanciullo, il piccolo regno di una tomba in cui
      stato  cacciato  a  forza.  Quell'essere  che  aveva  il diritto di
    possedere quest'isola in tutta la sua ampiezza ora ne occupa tre piedi
    soltanto: brutto mondo questo!  ma non si pu lasciarla passare  cos:
    questo  fatto verr alla luce con danno di tutti noi,  prima che passi
    molto tempo.
    (Escono i Signori).
    GIOVANNI: Ardono per l'indignazione: mi pento poich non si costruisce
    stabilmente sul sangue e non si crea  una  vita  certa  con  la  morte
    altrui.
    (Entra un Messo).
    Hai l'occhio impaurito: dov' quel sangue che stava su codeste guance?
    un cielo cos brutto non si schiarisce senza una bufera: sfoga pure la
    tua tempesta. Come vanno le cose in Francia?
    MESSO:  Vanno  dalla  Francia  all'Inghilterra.  Mai tanto esercito fu
    raccolto  in  quel  paese  per  una  spedizione  in  terra  straniera.
    L'esempio della nostra celerit li ha istruiti;  poich,  mentre vi si
    dovrebbe dire che si stanno preparando,  giunge notizia che  sono  gi
    arrivati.
    GIOVANNI:  Dove  si  sono  ubriacati,  dove  hanno  dormito  i  nostri
    informatori?  dove  andata a finire tutta la diligenza di mia  madre,
    se  un  tale  esercito    stato raccolto in Francia senza che ella ne
    abbia udito nulla?
    MESSO: Sire,  il suo orecchio non ode pi;  il primo di aprile mor la
    vostra nobile madre: e,  a quanto sento,  signore, madama Costanza tre
    giorni prima era morta pazza,  ma  una voce che ho sentito per  caso,
    non so poi se vera o falsa.
    GIOVANNI:  Fermati,  terribile ora della mia prova,  o allati con me,
    sinch non abbia soddisfatto i miei pari malcontenti. E che! mia madre
    morta!  Quanto vacilla allora la mia potenza in Francia!  Chi guida le
    truppe che dai per sicuro siano sbarcate qui?
    MESSO: Il Delfino.
    GIOVANNI: Mi hai sconvolto la mente con queste brutte notizie.
    (Entrano il BASTARDO e PIETRO DI POMFRET).
    Ora,  che  dice la gente dei vostri atti?  non cercate di riempirmi la
    testa di altre cattive notizie, perch ne  gi zeppa.
    BASTARDO: Ma se temete di sentire il peggio,  vi caschi sul capo prima
    che l'abbiate sentito.
    GIOVANNI: Compatitemi,  cugino,  perch,  sommerso sotto questa piena,
    ero come sbigottito;  ma adesso respiro sulla cresta dell'onda e posso
    ascoltare qualunque lingua, dica pure quel che vuole.
    BASTARDO:  Come  mi  sia andata fra i preti lo diranno le somme che ha
    raccolto.  Ma mentre attraversavo il paese per venir qui,  ho  trovato
    strane fantasie fra la gente.  Sono in preda alle chiacchiere, vittime
    di vani sogni,  non sapendo quel che temono,  ma pieni di  timori:  ed
    ecco qui un profeta che ho portato con me dalle strade di Pomfret dove
    aveva  alle  calcagna  gran  codazzo di persone alle quali cantava con
    versi aspri e rozzi che Vostra Maest avrebbe rinunciato  alla  corona
    prima del giorno dell'Ascensione a mezzod.
    GIOVANNI: Tu, vano sognatore, perch hai fatto questo?
    PIETRO: Prevedendo che questa verit si compia.
    GIOVANNI:  Uberto,  conducilo via;  mettilo in prigione e a mezzod di
    quel giorno in cui dice  che  rinuncer  alla  corona  sia  impiccato.
    Mettilo nelle carceri e ritorna perch ho bisogno di te.  (Esce Uberto
    con Pietro) Caro cugino, hai udito le notizie che circolano? sai chi 
    arrivato?
    BASTARDO: I Francesi, mio sire.  I signori non parlan d'altro: inoltre
    ho  incontrato  lord  Bigot  e lord Salisbury con gli occhi rossi come
    fuoco appena acceso, e altri ancora che andavano a cercare la tomba di
    Arturo, che, a quel che dicono,  stato ucciso questa notte per vostra
    istigazione.
    GIOVANNI: Buon parente,  va' a cacciarti in  mezzo  a  loro;  so  come
    riconquistare il loro affetto; conducili qui.
    BASTARDO: Li cercher.
    GIOVANNI: S,  ma affrettati; va' di buon passo. Dio voglia che i miei
    sudditi non mi siano ostili  quando  nemici  stranieri  con  terribile
    spiegamento di un forte esercito invasore spaventano le mie citt; sii
    Mercurio,  metti  le  ali  ai  piedi  e  ritorna  da me rapido come il
    pensiero.
    BASTARDO: La necessit dell'ora mi insegner ad esser celere.
    (Esce).
    GIOVANNI: Parole di vivace  gentiluomo.  Seguilo;  poich  forse  avr
    bisogno di qualche messo che vada e venga fra me e i pari;  e tu sarai
    quello.
    MESSO: Ben volentieri, sire.
    (Esce).
    GIOVANNI: Mia madre morta!
    (Rientra UBERTO).
    UBERTO: Sire,  dicono che questa notte si  siano  viste  cinque  lune:
    quattro  fisse  e  la  quinta  rotava  intorno a loro con meraviglioso
    movimento.
    GIOVANNI: Cinque lune!
    UBERTO: I vecchi e le vecchie nelle strade ne traggono  pronostico  di
    pericoli.  La notizia della morte del giovane Arturo corre su tutte le
    bocche e quando parlano di lui scuotono il capo e si bisbigliano  l'un
    l'altro    all'orecchio:   quello   che   parla   afferra   il   polso
    all'ascoltatore e questi fa atti di persona impaurita,  aggrottando la
    fronte,  accennando col capo,  e volgendo gli occhi al cielo. Ho visto
    un fabbro che, mentre il ferro gli si raffreddava sull'incudine, stava
    col martello proprio cos,  intento a inghiottire a  bocca  aperta  le
    notizie che gli dava un sarto con forbici e metro in mano;  e il sarto
    in ciabatte, che si era messe in fretta sbagliando i piedi, parlava di
    molte migliaia di Francesi animosi schierati in  battaglia  nel  Kent:
    quand'ecco  un  altro artigiano allampanato e sporco interrompe la sua
    storia e comincia a parlare della morte di Arturo.
    GIOVANNI: Perch cerchi di comunicarmi queste  paure?  perch  insisti
    tanto sulla morte di Arturo?  E' stata la tua mano ad ucciderlo; avevo
    ben forti ragioni di volerlo morto,  ma tu non ne  avevi  nessuna  per
    sopprimerlo.
    UBERTO: Non ne avevo, sire? ma non mi ci avete spinto voi?
    GIOVANNI:  E'  la  maledizione  dei  re  essere serviti da schiavi che
    scambiano i loro umori momentanei per il mandato di spegnere una  vita
    nel sangue,  che credono di vedere un ordine in un battito dell'occhio
    del padrone,  di comprendere quel che un re pensa  in  un  momento  di
    collera, quando si acciglia forse pi per capriccio passeggero che per
    ponderata considerazione.
    UBERTO:  Ecco  qui  il  vostro  ordine scritto e il vostro sigillo per
    quello che ho fatto.
    GIOVANNI: Quando si chiuderanno gli ultimi conti fra  terra  e  cielo,
    questo  scritto  e  questo  sigillo testimonieranno contro di noi e ci
    faranno dannare! Ah!  Quanto spesso la vista dei mezzi di fare il male
    basta a suscitare l'idea di compierlo! Se tu non fossi stato presso di
    me,  un  individuo  prescelto e segnato dalla natura per commettere un
    atto infame,  questo assassinio non mi sarebbe venuto  in  mente:  ma,
    osservando  il tuo aspetto aborrito,  trovando in te l'uomo adatto per
    una  sanguinosa  bricconeria,  l'uomo  che  ci  voleva  per  un'azione
    pericolosa, ti ho fatto un vago cenno della morte di Arturo, e tu, per
    ingraziarti un re, non ti sei fatto scrupolo di uccidere un principe.
    UBERTO: Sire...
    GIOVANNI:  Se  tu avessi scosso la testa o ti fossi fermato un istante
    quando ti parlai copertamente dei miei propositi,  e  mi  avessi  dato
    un'occhiata dubbiosa come per dirmi di parlar pi esplicitamente,  una
    profonda vergogna  mi  avrebbe  fatto  ammutolire,  mi  avrebbe  fatto
    smettere e quei tuoi timori avrebbero fatto temere anche me.  Ma tu mi
    comprendesti a segni e a  segni  conferisti  col  peccato.  S;  senza
    arrestarti,  lasciasti  approvare  dal  tuo cuore e compiere dalla tua
    mano violenta l'atto che le nostre lingue ritenevano troppo iniquo per
    menzionarlo.  Via di qua,  e che io non ti veda pi!  I miei nobili mi
    lasciano  e si sfida la maest della Corona sulle sue stesse porte con
    truppe forestiere: anzi in questo mio corpo,  questo regno dove vivono
    sangue ed anima entro i limiti della stessa carne,  regnano ostilit e
    lotta intestina fra la mia coscienza e la morte di mio nipote.
    UBERTO: Armatevi contro gli altri nemici,  poich io far pace tra voi
    e la vostra anima. Il giovane Arturo  vivo: questa mia mano  vergine
    e innocente,  pura di rosse macchie di sangue.  Entro il mio petto non
    si fece strada il terribile impulso di un  pensiero  assassino;  avete
    calunniato  la  natura  nella  mia  persona,  che,  per  quanto  rozza
    esteriormente, copre un animo buono quanto basta per non massacrare un
    innocente fanciullo.
    GIOVANNI: Arturo vive?  va' subito dai pari getta  questa  notizia  in
    pasto   alla   loro   rabbia  furiosa  e  vedi  di  ricondurli  docili
    all'obbedienza!  Dimentica le osservazioni che la mia collera ha fatto
    sulle tue fattezze; poich la mia ira era cieca e l'immaginazione, con
    occhi  che  vedevano soltanto sangue,  ti presentava pi ripugnante di
    quel che  sei.  Non  rispondere;  conduci  nella  mia  stanza  i  pari
    incolleriti quanto pi presto potrai. Ma sono troppo lento a pregarti:
    sii pi rapido di me nel correre da loro.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Davanti al Castello.

    (Entra ARTURO sulle mura).
    ARTURO: Il muro  alto, eppure salter gi: buona terra, sii pietosa e
    non  farmi  male!  Pochi  o  nessuno  mi  conoscono  e,  se  anche  li
    incontrassi,    questo   travestimento   di   mozzo   mi    renderebbe
    irriconoscibile.  Ho paura,  ma tenter. Se tocco terra senza rompermi
    le membra trover mille espedienti per allontanarmi: tanto vale cercar
    di fuggire e morire che morire rimanendo qui.  (Salta  gi  dal  muro)
    Ahim!  l'animo  di  mio zio  in queste pietre: il cielo si prenda la
    mia anima e l'Inghilterra le mie ossa.
    (Muore).

    (Entrano PEMBROKE, SALISBURY e BIGOT).

    SALISBURY: Signori,  lo incontrer a Saint Edmundsbury:    la  nostra
    salvezza  e  dobbiamo accogliere a braccia aperte questa bella offerta
    che ci viene fatta nell'ora del pericolo.
    PEMBROKE: Chi ha portato questa lettera da parte del cardinale?
    SALISBURY:  Il  conte  Melun,   nobile  pari  di   Francia,   la   cui
    comunicazione riservata circa il benevolo atteggiamento del Delfino mi
    dice assai pi di questa lettera ufficiale.
    BIGOT: Domani mattina potremo incontrarlo.
    SALISBURY: O piuttosto partiremo, poich occorreranno due buoni giorni
    di viaggio, signori, prima che ci troviamo con lui.
    (Entra il BASTARDO).
    BASTARDO:  Ben trovati un'altra volta oggi,  irati signori!  il re per
    bocca mia chiede che andiate da lui.
    SALISBURY: Il sovrano ci ha allontanati da s: non vogliamo rinforzare
    il suo striminzito mantello insanguinato foderandolo  con  la  purezza
    della  nostra  nobilt  n seguire il suo piede che lascia impronte di
    sangue dovunque cammina. Ritornate a dirgli che il peggio ci  noto.
    BASTARDO: Qualunque cosa pensiate,  ritengo  che  sarebbe  meglio  che
    adoperaste buone parole.
    SALISBURY:  Ragioniamo  come  ce lo suggeriscono i nostri dolori e non
    come vorrebbero le buone maniere.
    BASTARDO: Ma non c' ragione  pei  vostri  dolori,  e  perci  sarebbe
    ragionevole che vi comportaste educatamente.
    PEMBROKE: Signore, signore, la collera ha i suoi diritti.
    BASTARDO: S, di far male a chi la sente.
    SALISBURY: Questo  il carcere. Ma che c' qui?
    (Vedendo Arturo).
    PEMBROKE:  O  morte,  fatta superba di pura e principesca bellezza  La
    terra non ha nascondigli in cui celare questo atto.
    SALISBURY: L'assassinio,  come se odiasse quello che esso medesimo  ha
    fatto, lo proclama apertamente per stimolare la vendetta
    BIGOT:  O quando condann questa bellezza a esser chiusa in una tomba,
    la trov poi troppo principescamente preziosa per una fossa.
    SALISBURY: Sir Riccardo,  che ne pensate?  Avete mai visto o  letto  o
    sentito  una  tal cosa?  o sapreste pensarla?  o,  sebbene la vediate,
    credete proprio di vederla?  potrebbe il pensiero senza questo oggetto
    immaginare una cosa simile?  E' il fastigio, il sommo e il cimiero, il
    cimiero del cimiero dell'arme  dell'assassinio:    la  pi  selvaggia
    barbarie,  l'infamia  pi  sanguinosa,  l'atto  pi vile che mai bieca
    collera o fiera rabbia abbiano presentato alle  lacrime  della  tenera
    compassione .
    PEMBROKE:  Tutti i passati omicidi sono scusati!  da questo che,  cos
    unico e cos insuperabile, conferir una specie di santit,  di purit
    a  tutti i peccati non ancor creati nei tempi e far s che a petto di
    tale orrendo spettacolo sembri uno scherzo ogni mortale spargimento di
    sangue.
    BASTARDO: Maledetto e sanguinoso lavoro,  azione disonorevole di  mano
    malvagia, seppure  opera di un uomo.
    SALISBURY: Seppure  opera di un uomo!  Avevamo gi avuto qualche vaga
    informazione di quello che sarebbe accaduto:  opera infame di Uberto,
    ma  tramata  e  voluta  dal  re:  a  lui  nego  la   mia   obbedienza,
    inginocchiandomi  davanti alla rovina di questa tenera vita,  e spiro,
    davanti a questa perfezione, l'incenso di un voto,  un sacro voto: non
    guster  pi i piaceri del mondo,  non mi lascer prendere dalla gioia
    n mi abbandoner alla quiete e all'ozio,  finch non  renda  gloriosa
    questa mano concedendole l'onore di fare vendetta.
    PEMBROKE:  e  BIGOT:  Le  nostre  anime confermano solennemente le tue
    parole.
    (Entra UBERTO).
    UBERTO: Signori,  sono accaldato per la corsa che ho fatto a cercarvi.
    Arturo vive e il re vi desidera.
    SALISBURY: Oh!  sfacciato e non arrossisce di fronte alla morte. Via,
    odioso furfante, vattene!
    UBERTO: Non sono un furfante.
    SALISBURY: Debbo rubarti alla forca?
    (Sguaina la spada).
    BASTARDO: La vostra spada  bella,  luccicante,  signore;  rimettetela
    nel fodero.
    SALISBURY: Non prima di averla infoderata nella pelle d'un assassino.
    UBERTO: Indietro,  lord Salisbury,  indietro dico!  in nome del cielo,
    credo  che  la  mia  spada  sia  tanto affilata quanto la vostra.  Non
    perdete la padronanza di voi stesso e non  esponetevi  al  rischio  di
    quanto potrei fare per legittima difesa; non vorrei, considerando solo
    la  vostra furia,  dimenticare i meriti,  la grandezza e la nobilt di
    Vossignoria.
    BIGOT: Via, letamaio! Osi sfidare un nobile?
    UBERTO: No,  se si trattasse solo della mia vita:  ma  sono  pronto  a
    difendere la mia innocenza anche contro un imperatore.
    SALISBURY: Sei un assassino.
    UBERTO: Non fate s che io lo diventi;  sino ad ora non lo sono stato:
    chiunque dice il falso non parla con  verit,  e  chi  non  parla  con
    verit, mente.
    PEMBROKE: Fatelo a pezzi.
    BASTARDO: Calma, dico!
    SALISBURY: Levati di costi o ti ferir, Faulconbridge.
    BASTARDO: Faresti meglio a ferire il diavolo,  Salisbury. Se mi fai il
    viso dell'arme, o muovi un piede, o ti lasci trasportare dalla collera
    impetuosa ad offendermi,  ti  stendo  morto.  Ringuaina  e  presto,  o
    tribbier te e il tuo schidione e allora crederai che si sia scatenato
    qui un diavolo dell'inferno.
    BIGOT: Che vuoi fare,  valoroso Faulconbridge? secondare un furfante e
    un assassino?
    UBERTO: Lord Bigot, non lo sono.
    BIGOT: Chi ha ucciso questo principe?
    UBERTO: Un'ora fa lo lasciai in buona salute: lo onoravo,  lo amavo  e
    pianger la perdita della sua preziosa esistenza per quanto di vita mi
    resta.
    SALISBURY:  Non  fidatevi di queste lacrime astute;  la furfanteria ha
    simili umori a sua disposizione,  ed  egli,  che  ne  ha  fatto  lunga
    esperienza,  le fa scorrer come fiumi di piet e d'innocenza.  Via con
    me tutti quelli di voi che aborriscono i fetori  del  macello,  poich
    questo odore di peccato mi soffoca.
    BIGOT: Andiamo a Bury dal Delfino.
    PEMBROKE: E dite al re che pu cercarci col.
    (Escono i Signori).
    BASTARDO:  E'  proprio  un  bel mondo!  Sapevate nulla di questa bella
    faccenda? fuori dalle gran braccia della piet di Dio, se hai commesso
    questo assassinio, sei dannato, Uberto.
    UBERTO: Ma ascoltatemi, signore.
    BASTARDO: Ah! ti dir una cosa: sei una dannata anima nera come... no,
    niente  nero come te; sei dannato pi in basso del principe Lucifero:
    in inferno non c' diavolo cos brutto come sarai  tu  se  hai  ucciso
    questo fanciullo.
    UBERTO: Sull'anima mia...
    BASTARDO:  Se  hai  soltanto  acconsentito a questo atto crudelissimo,
    dispera della tua salvezza;  se hai bisogno di una corda,  il filo pi
    sottile   che  mai  ragno  abbia  filato  dal  suo  ventre  baster  a
    strangolarti; una canna sar trave forte abbastanza per impiccarti,  e
    se  ti  vuoi  annegare,  metti  solo  un po' d'acqua in un cucchiaio e
    diventer come l'oceano,  sufficiente ad affogare un tal briccone.  Ho
    assai gravi sospetti su di te.
    UBERTO:  Se in atto,  consenso o peccato di pensiero sono colpevole di
    avere estinto il soave fiato che era racchiuso in questa  bella  forma
    terrena, non abbia l'inferno pene bastevoli per torturarmi. Ripeto che
    lo lasciai in buona salute.
    BASTARDO: Prendilo tra le tue braccia.  Mi sembra di essere trasognato
    e mi smarrisco fra i triboli e i  pericoli  di  questo  mondo.  Quanto
    facilmente  reggi  sulle tue braccia tutta la maest dell'Inghilterra!
    Da codesto pezzetto di regalit  morta,  la  vita,  il  diritto  e  la
    fedelt  del  nostro  regno se ne sono volate al cielo e l'Inghilterra
    ora resta a tirare,  ad affannarsi,  a fare a pezzi coi  denti  l'alta
    autorit sovrana che non ha pi padrone. Ed ora, per la maest ridotta
    a un osso spolpato,  la guerra accanita drizza la sua irosa criniera e
    mostra i denti alla dolce pace: ora  nemici  di  fuori  e  ribelli  di
    dentro  sono  in  linea  insieme,  e una gran confusione aleggia sulla
    rovina della pompa regale usurpata,  come fa il corvo  su  una  bestia
    moribonda.  Felice  colui che un saio e un cingolo terranno lontano da
    questa tempesta. Porta via quel fanciullo e seguimi rapidamente. Andr
    dal re: mille faccende richiedono disbrigo immediato e il cielo stesso
    guarda severamente questa terra.
    (Escono).




    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Il Palazzo di Re Giovanni.

    (Entrano RE GIOVANNI, PANDOLFO e Persone del seguito).
    GIOVANNI: Cos ho ceduto in vostra mano il cerchio,  simbolo della mia
    maest.
    (Dandogli la corona).
    PANDOLFO:  Riprendilo  ancora  da  questa  mia mano,  esercitando come
    vassallo del pontefice la tua sovrana grandezza e autorit.
    GIOVANNI: Ora mantenete la sacra parola: andate incontro ai Francesi e
    usate tutta l'autorit che vi viene da Sua Santit  per  arrestare  la
    loro  marcia  prima  che  si desti del tutto la mia collera.  I nostri
    nobili malcontenti si rivoltano e il popolo si  rifiuta  di  obbedire,
    giurando  fedelt e sincero attaccamento a una razza forestiera,  a un
    re straniero.  Questa inondazione di umori mal disposti non pu essere
    arginata  che  da  voi:  quindi  non  fermatevi,  poich  la  presente
    congiuntura   cos  inferma,  che  occorre  tosto  somministrarle  un
    rimedio, o ne seguir un malanno irreparabile.
    PANDOLFO:  Furono le mie parole che addensarono questa tempesta per la
    riottosit con cui avevate trattato il  pontefice;  ma  giacch  siete
    sottomesso e convertito, la mia lingua far tacere di nuovo il turbine
    di  guerra e ridar il bel tempo alla vostra terra agitata.  Ricordate
    bene che oggi,  giorno dell'Ascensione,  avendo voi giurato fedelt al
    papa, andr a far deporre le armi ai Francesi.
    (Esce).
    GIOVANNI:  E' questo il giorno dell'Ascensione?  Non ha forse detto il
    profeta che prima di mezzogiorno nel d dell'Ascensione  avrei  ceduto
    la  corona?  E proprio cos ho fatto;  ma supponevo che vi sarei stato
    costretto e invece, grazie al cielo,  stato un atto volontario.
    (Entra il BASTARDO).
    BASTARDO: Tutto il Kent ha ceduto;  non c' nulla col che resista  se
    non  il Castello di Dover: Londra,  da ospite gentile,  ha ricevuto il
    Delfino e le sue forze: i vostri nobili non  vogliono  ascoltarvi,  ma
    sono   andati   a  offrire  i  loro  servigi  al  nemico  e  un  pazzo
    sbigottimento fa correre qua e la disorientati i pochi e  dubbi  amici
    che vi restano.
    GIOVANNI:  I  signori  non  hanno  voluto ritornare a me dopo di avere
    udito che il giovane Arturo era vivo?
    BASTARDO: L'hanno trovato morto e abbandonato sulla pubblica via  come
    uno  scrigno vuoto,  da cui una mano sacrilega avesse rubato e portato
    via il gioiello della vita.
    GIOVANNI: Quel furfante di Uberto mi aveva assicurato che era vivo!
    BASTARDO: Ed era vero, sull'anima mia, per quel che ne sapeva lui.  Ma
    perch  vi  accasciate?   perch  siete  cos  triste?   siate  grande
    nell'azione come lo siete stato nel pensiero. Che il mondo non veda il
    timore e la sfiduciata tristezza regolare il movimento  di  un  occhio
    regale: agite come fanno gli altri,  siate fuoco col fuoco, minacciate
    chi minaccia e  intimidite  le  smargiassate  di  chi  vuole  incutere
    terrore:  cos  gli  occhi  inferiori  che copiano il loro contegno da
    quello dei grandi,  diventeranno animosi per il vostro  esempio  e  si
    imbeveranno dello spirito indomito della risolutezza. Via, e splendete
    come  il  dio  della  guerra  quando  vuole  esser  di  ornamento alla
    battaglia: mostrate audacia e sicurezza di vincere. E che?  verranno a
    cercare e a spaventare il leone nel suo covile e a farlo tremare col?
    non  sia  mai  detto:  tenete  la  campagna  e andate incontro ai guai
    lontano dalle vostre porte  affrontando  l'avversario  prima  che  sia
    troppo vicino.
    GIOVANNI:  Il  legato  del papa ha conferito con me e ho fatto con lui
    una pace felice: egli mi ha  promesso  di  far  licenziare  le  truppe
    condotte dal Delfino.
    BASTARDO: Lega ingloriosa!  dobbiamo forse, finch calchiamo col piede
    la nostra terra, offrire eque condizioni, proporre transazioni, cercar
    d'ingraziarci, parlamentare e fare una vile tregua con l'invasore? uno
    sbarbatello effeminato, coccolato e avvolto nella seta,  dovr proprio
    sfidare  i  nostri  campi  e inuzzolire al sangue il suo spirito in un
    paese di veterani, e non trovar chi lo fermi, mentre schernisce l'aria
    con un vano sventolio di bandiere? All'armi, sire,  all'armi: forse il
    cardinale  non  riuscir  a  concludere la pace,  o se lo far si dica
    almeno che il nemico aveva compreso che intendevamo difenderci.
    GIOVANNI: Disponi tu come credi meglio.
    BASTARDO: Via dunque con coraggio!  eppure so che il  nostro  esercito
    pu tener testa a un nemico ben pi forte.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Il campo del Delfino a Saint Edmundsbury.

    (Entrano in armi LUIGI, SALISBURY, MELUN, PEMBROKE, BIGOT e Soldati).
    LUIGI:  Monsignor  di  Melun,  se  ne faccia copia e si custodisca per
    nostra memoria: restituite l'originale a questi  signori.  Avendo  per
    iscritto le condizioni del patto,  quando si rilegga il documento, noi
    e loro potremo sempre ricordare a  che  ci  siamo  obbligati  col  pi
    solenne giuramento, e mantenere la nostra fede ferma e inviolata.
    SALISBURY:  Da  parte  nostra  non sar mai rotta ma,  nobile Delfino,
    sebbene giuriamo volontaria fedelt  e  libera  adesione  alla  vostra
    causa,  non  sono  lieto che questa antica piaga cerchi rimedio in una
    riprovevole rivolta e che si debba tentar di risanare l'ulcera di  una
    vecchia  ferita  aprendone  molte  altre.  Mi  addolora  nel  profondo
    dell'animo di dover sguainare la spada che porto al fianco per rendere
    vedove tante donne,  proprio l dove il  bisogno  della  difesa  e  di
    un'onorevole riscossa invoca l'aiuto di Salisbury;  ma il tempo  cosi
    guasto che a reintegrare il nostro diritto dobbiamo usare lo strumento
    di una ingiustizia spietata e di una disordinata colpevolezza.  Non  
    un peccato, amici miei dolenti, che noi, figli e prole di quest'isola,
    siamo  nati  a  vedere  un'ora  di  tanta tristezza?  un'ora in cui ci
    lasciamo guidare da uno straniero,  marciamo  sul  dolce  suolo  della
    patria  e ingrossiamo le file del nemico per dar lustro a gentiluomini
    di una terra lontana e per seguire bandiere che ci  sono  sconosciute?
    Ahim!  debbo  trarmi in disparte a piangere per il disonore di questo
    male inevitabile.  E questo  proprio  qui?  Nazione  mia,  potessi  tu
    allontanarti  da  questo  luogo!  oh!  se le braccia di Nettuno che ti
    cingono,  ti togliessero ogni coscienza di te stessa e ti unissero  ad
    una terra pagana in cui questi due eserciti cristiani,  senza versarlo
    cos poco cristianamente,  potessero unire in una vena  d'alleanza  il
    sangue ora inasprito dal rancore.
    LUIGI:  In  questo  mostri altezza d'animo: grandi emozioni agitandosi
    nel tuo petto vi creano un terremoto di nobilt.  Che bella lotta  hai
    combattuto  tra  la  necessit  e  i  tuoi  onesti scrupoli!  Lasciami
    asciugare il pianto onorato che in stille argentee ti  scende  per  le
    guance:  il  mio  cuore si  altre volte intenerito alle lacrime delle
    donne che pure sono un'inondazione ordinaria; ma questo profuso pianto
    virile,  questa pioggia provocata da una tempesta  dell'anima,    una
    sorpresa pei miei occhi e mi stupisce pi che se avessi visto la volta
    del cielo corsa da luminose meteore. Alza la fronte, famoso Salisbury,
    e  col  tuo  gran  cuore  dissipa il turbine della passione: lascia le
    lacrime agli occhi novellini che non hanno mai visto furie del  nostro
    mondo gigantesco e hanno incontrato la fortuna solo ai festini dove ci
    si fa buon sangue,  si sta allegri e si chiacchiera.  Suvvia,  suvvia;
    potrai spingere la mano nello scrigno  della  ricchezza  non  meno  di
    Luigi  stesso:  cos,  signori,  farete  voi tutti che unite al mio il
    nerbo della vostra forza. E qui mi sembra che abbia parlato un angelo.
    (Entra PANDOLFO).
    Vedete,  ecco il sacro legato che viene a portarci l'approvazione  del
    cielo  e  con  le  sue  sante  parole  a  porre sulle nostre azioni il
    suggello del giusto.
    PANDOLFO: Anzitutto salve,  nobile principe di Francia;  poi sappi che
    re  Giovanni  si    riconciliato con Roma.  E' ritornato a noi il suo
    spirito  che  si  era  tanto  ostinatamente  opposto  alla  Chiesa   e
    all'autorit  metropolitana  della  Santa  Sede;  perci tu ripiega le
    bandiere minacciose e doma il selvaggio spirito della guerra  furiosa,
    affinch,  come  un  leone  allevato  dalla  mano  dell'uomo,  giaccia
    mansueto ai piedi della pace e sia terribile soltanto all'aspetto.
    LUIGI: Vostra Eminenza mi perdoni, ma io non arretrer: sono di troppo
    alti natali per avere un padrone, per essere secondo nel comando o far
    la parte di servo o di strumento a qualsiasi Stato sovrano del  mondo.
    Col  vostro  fiato  avete  riacceso  il  tizzo spento della guerra fra
    questo regno tormentato e me stesso, e al fuoco avete dato esca: ora 
    troppo ingrossato perch lo si possa spegnere  con  lo  stesso  debole
    soffio  che  lo  aveva acceso.  Voi mi insegnaste a riconoscere il mio
    diritto,  le mie giuste pretese sull'Inghilterra;  s,  mi ficcaste in
    cuore  l'idea di questa impresa,  e ora venite a dirmi che Giovanni ha
    fatto pace con Roma?  E che m'importa codesta pace?  Per  l'onore  del
    vincolo  coniugale rivendico il paese per mio,  come erede del giovane
    Arturo,  e ora che me lo son conquistato  per  met,  debbo  ritirarmi
    perch Giovanni ha fatto pace con Roma? Sono forse lo schiavo di Roma?
    Che spesa ha sostenuto Roma,  che uomini ha provveduto,  che munizioni
    ha mandate per spalleggiare la mia impresa?  non sono  io  che  ne  ho
    sostenuto  il  carico?  Chi altri se non io e coloro che sono pronti a
    riconoscere il mio buon  diritto  sudano  nella  nostra  spedizione  e
    mantengono questa guerra? non ho forse udito gli isolani gridare Vive
    le  Roi! mentre attraversavo sui fiumi le loro citt?  non ho in mano
    le carte migliori per vincere questa facile partita che ha  per  posta
    una corona?  e dovr ora cedere quello che ho gi guadagnato?  no, no,
    per l'anima mia; non si dir mai.
    PANDOLFO: Voi guardate l'impresa solo superficialmente.
    LUIGI: Superficialmente o a fondo non importa;  non  ritorner  finch
    dalla  mia  impresa  io  non  abbia  ricavato  tutta  la gloria che fu
    promessa  alla  mia  vasta  speranza  prima  che  raccogliessi  questo
    brillante  esercito  e  mi scegliessi nel mondo questi animosi soldati
    per soggiogare la vittoria e acquistar rinomanza  nelle  fauci  stesse
    del  pericolo e della morte.  (Suona una tromba) Che gagliardo squillo
    ci chiama cos?
    (Entra il BASTARDO col Seguito).
    BASTARDO: Secondo le consuetudini di cortesia  riconosciute  da  tutti
    chiedo di essere ascoltato.  Monsignore di Milano, sono mandato dal re
    per sapere che risultato avete ottenuto a  suo  favore  e,  a  seconda
    della  risposta,  so quel che posso dire in conformit col mandato che
    ho ricevuto.
    PANDOLFO: Il Delfino  troppo  ostinatamente  contrario  e  non  vuole
    accedere alle mie suppliche rifiutando seccamente di deporre le armi.
    BASTARDO:  Per  tutto  il  sangue  che mai furia abbia schizzato dalle
    narici, il giovinotto ha ragione.  Ora sentite che cosa dice il nostro
    re d'Inghilterra,  poich la maest di lui parla per bocca mia. Egli 
    preparato ed  giusto che lo sia, e sorride della marcia scimmiottesca
    e sgraziata  di  questo  corteo  mascherato  in  armi  e  sconsiderato
    festino,  di tanta insolenza impubere e di truppe fanciullesche,  ed 
    ben pronto a spazzar via dall'ambito del suo territorio questa  guerra
    di nani e un simile esercito di pigmei.  Quella mano che alle porte di
    casa vostra ebbe la forza di bastonarvi e farvi scappare in  fretta  e
    furia,  che  vi fece calare come secchi in pozzi appartati,  e vi fece
    accucciare nello strame delle vostre  stalle,  o  giacere  come  pegni
    sotto  chiave  in  casse  e  stipi o abbracciati a porci o in cerca di
    salvezza in sotterranei e segrete,  e tremare e riscuotervi persino al
    chicchirich del vostro gallo nazionale avendolo scambiato per la voce
    di un soldato inglese;  perder proprio qui la sua forza, dico, quella
    mano vittoriosa che vi ha picchiati  nelle  vostre  stesse  case?  No,
    sappiate  che  il valoroso sovrano  in armi e come un'aquila si libra
    altissima sopra il nido  per  calare,  e  infastidire  quelli  che  si
    avvicinano  ai  suoi  piccoli.   E  voi,  degeneri,  ingrati  ribelli,
    sanguinari Neroni  che  aprite  il  grembo  della  vostra  cara  madre
    Inghilterra, arrossite di vergogna poich le vostre proprie mogli e le
    pallide  figlie  come  amazzoni  a  passo  leggero  seguono i tamburi,
    lasciano i ditali per manopole da cavalieri,  gli aghi per le lance  e
    la dolcezza dei cuori per una fiera brama di sangue.
    LUIGI: Smettila con le bravate, vattene in pace e ammettiamo anche che
    sai  parlare  pi  grosso di noi;  addio: riteniamo troppo prezioso il
    nostro tempo per gettarlo con un ciarlone come te.
    PANDOLFO: Concedimi di parlare.
    BASTARDO: No, voglio parlare io.
    LUIGI: Non baderemo n all'uno n all'altro. Battete i tamburi,  parli
    la  guerra  a  difesa del nostro diritto e delle ragioni per cui siamo
    qui.
    BASTARDO: Davvero?  i vostri  tamburi,  battuti,  grideranno  e  cos,
    quando  sarete  battuti,  farete  voi.  Sveglia  l'eco col clamore del
    tamburo, e qui presso la pelle di un altro tamburo  tesa a rimandarti
    un suono forte come il tuo. Fanne sonare un altro, e un altro da parte
    nostra rintroner l'orecchio del cielo quasi a farsi giuoco del  basso
    profondo  del  tuono.  Poich  qui  vicino,  non  fidandosi  di questo
    zoppicante legato che egli ha usato piuttosto  per  ischerzo  che  per
    bisogno,    il  bellicoso  Giovanni  e  sulla sua fronte sta la morte
    scheletrita il cui ufficio oggi  di  mangiarsi  intiere  migliaia  di
    Francesi.
    LUIGI:  Battete  i  tamburi  per  andare  incontro a questo pericoloso
    avversario.
    BASTARDO: E tale lo troverai, Delfino, non dubitarne.
    (Escono).




    SCENA TERZA - Il campo di battaglia.

    (Allarmi. Entrano RE GIOVANNI e UBERTO).
    GIOVANNI: Come va la battaglia per noi? dimmelo, Uberto.
    UBERTO: Male, temo. Come sta Vostra Maest?
    GIOVANNI: Questa febbre che  mi  ha  disturbato  cos  a  lungo,  pesa
    gravemente su di me; il cuore mi duole.
    (Entra un Messo).
    MESSO:  Sire,  il  vostro prode parente,  Faulconbridge,  prega Vostra
    Maest di lasciare il campo  e  di  mandargli  a  dire  da  che  parte
    andrete.
    GIOVANNI: Digli che andr a Swinstead, a quell'abbazia.
    MESSO: Confortatevi, perch i grandi rinforzi che il Delfino aspettava
    hanno  naufragato tre notti fa sui banchi sabbiosi di Goodwin.  Questa
    notizia  stata portata a Riccardo proprio ora: i Francesi  combattono
    fiaccamente e si ritirano.
    GIOVANNI: Ahim!  questa febbre tiranna mi brucia e non mi consente di
    godere di queste buone notizie.  Andiamo a Swinstead: subito alla  mia
    lettiga; la debolezza mi possiede e vengo meno.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Un'altra parte del campo.

    (Entrano SALISBURY, PEMBROKE e BIGOT).
    SALISBURY: Non credevo che il re avesse tanti amici.
    PEMBROKE:  All'attacco  ancora:  animate  i Francesi: se sono battuti,
    siamo battuti anche noi.
    SALISBURY: Quel demonio malcreato di Faulconbridge a dispetto di tutto
    riesce da solo a mantener viva la lotta.
    PEMBROKE: Si dice che re Giovanni abbia lasciato il  campo  gravemente
    ammalato.
    (Entra MELUN ferito).
    MELUN: Conducetemi dai ribelli inglesi.
    SALISBURY: Quando vincevamo ci si dava altro nome.
    PEMBROKE: E' il conte Melun.
    SALISBURY: Ferito a morte.
    MELUN:  Fuggite,  nobili inglesi;  siete traditi;  sfilate la proterva
    cruna della ribellione e accogliete  ancora  la  fedelt  che  avevate
    dimessa.  Cercate il re Giovanni e cadete ai suoi piedi;  poich, se i
    Francesi vinceranno  quest'aspra  battaglia,  il  Delfino  intende  di
    compensare  le  vostre fatiche tagliandovi la testa: cos ha giurato e
    io e molti altri con lui sull'altare a Saint Edmundsbury,  proprio  su
    quell'altare  sul  quale  vi  avevamo  solennemente  promesso  sincera
    amicizia e perenne amore.
    SALISBURY: Pu essere possibile? pu essere vero?
    MELUN: Non vedo forse  avvicinarsi  l'orrenda  morte  e  non  conservo
    ancora  ben  poco  di  una vita che si effonde col mio sangue come una
    figura di cera perde la sua forma davanti al fuoco?  che cosa al mondo
    potrebbe  indurmi  ad  ingannare  quando  non potrei pi trar profitto
    dall'inganno?  perch dovrei agire con falsit,  quando  vero che qui
    debbo morire e altrove non posso vivere se non in grazia della verit?
    Vi dico ancora, se Luigi riesce vittorioso, egli sar spergiuro se mai
    i vostri occhi vedono un altro giorno spuntare dalla parte di oriente:
    ma  questa  notte  stessa  che  con la tenebra infetta dei suoi vapori
    comincia ad offuscare l'infiammato cimiero del vecchio sole che debole
    e stanco del suo corso si avvia  al  tramonto,  questa  cattiva  notte
    morirete  insidiosamente,  pagando  con  la  vita  il  fio  del vostro
    tradimento accuratamente soppesato,  se Luigi vince la giornata con la
    vostra  assistenza.  Ricordatemi a un certo Uberto che serve il vostro
    re: l'amore che ho per lui e  la  considerazione  che  mio  nonno  era
    inglese  spingono  la  mia  coscienza  a  confessare tutto questo.  In
    compenso di ci, vi prego, portatemi via di qua,  lontano dal rumore e
    dal  tumulto  del  campo  dove,  per quanto mi resta da vivere,  possa
    meditare in pace e morire in contemplazione e devoti desideri.
    SALISBURY: Ti prestiamo fede,  e la maledizione del cielo colpisca  la
    mia  anima  se  non  sono  lieto  di  questa  bella circostanza che ci
    permette di ritornare sui nostri passi e di fare  ammenda  per  questa
    maledetta  diserzione.  Come  un  fiume  che  si  abbassa e si ritira,
    rientreremo  umilmente  entro  quei  limiti  che  avevamo  sorpassati,
    lasceremo  il  corso  impetuoso  e  irregolare  e andremo docili verso
    quello che  il nostro oceano, il gran re Giovanni.  Il mio braccio ti
    aiuter  a  portarti  via  di  qui,  poich  nei tuoi occhi discerno i
    crudeli spasimi della morte.  Via amici  miei!  Una  nuova  fuga;  una
    felice novit che tende a ristabilire l'antico diritto.
    (Escono conducendo via Melun).


    SCENA QUINTA - Il campo francese.

    (Entra LUIGI col Seguito).
    LUIGI:  Sembrava che il sole nel cielo fosse restio a tramontare e che
    si  fermasse  a  far  arrossire   l'occidente   mentre   gli   Inglesi
    indietreggiavano    fiaccamente    ritirandosi.    Ne   siamo   usciti
    valorosamente, quando, dopo tanto sanguinoso lavoro, abbiamo dato loro
    la buona notte con un'inutile salva,  e abbiamo ripiegate le  bandiere
    sventolanti  senza essere molestati,  ultimi occupanti e quasi padroni
    del campo.
    (Entra un Messo).
    MESSO: Dov' il mio principe, il Delfino?
    LUIGI: Qui: che notizie ci porti?
    MESSO: Il conte Melun  ucciso;  i signori inglesi convinti da lui  vi
    hanno  abbandonato nuovamente e i vostri rinforzi che avete desiderati
    cos a lungo sono scomparsi, sprofondando nelle sabbie di Goodwin.
    LUIGI: Brutte, maledette notizie! e maledetto sia il tuo cuore! Non mi
    aspettavo di essere questa sera cos triste come mi  hanno  reso  tali
    notizie.  Chi  ha detto che re Giovanni era fuggito un'ora o due prima
    che la notte che rende incerti i passi dell'uomo  avesse  separate  le
    nostre truppe stanche?
    MESSO: Chiunque l'abbia detto,  la verit, mio signore.
    LUIGI:  Bene,  fate  buona  guardia  e  state attenti questa notte: mi
    alzer prima dell'alba per tentare la bella avventura di domani.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Spazio aperto nelle vicinanze dell'Abbazia di Swinstead.

    (Entrano da parti diverse il BASTARDO e UBERTO).
    UBERTO: Chi va la? parla, rispondi subito, o sparo.
    BASTARDO: Un amico, e tu chi sei?
    UBERTO: Di parte inglese.
    BASTARDO: Dove vai?
    UBERTO: Che t'importa? perch non posso chiederti dei tuoi affari come
    tu dei miei?
    BASTARDO: Uberto, mi sembra.
    UBERTO: E' cos: giacch mi riconosci  all'accento  mi  arrischier  a
    credere che tu sia mio amico. Chi sei?
    BASTARDO: Chi vuoi: e,  se ti pare,  puoi farmi la cortesia di pensare
    che vengo da un ramo dei Plantageneti.
    UBERTO: Cattiva memoria la mia!  tu e il buio  della  notte  mi  avete
    fatto cadere vergognosamente in errore;  valoroso soldato,  perdonami,
    se  un  accento  proferito  dalla  tua  lingua  non    stato   subito
    riconosciuto dal mio orecchio.
    BASTARDO: Suvvia, lasciando le cerimonie, che notizie ci sono in giro?
    UBERTO:  Ebbene,  vagavo  qui sotto la cupa faccia della notte proprio
    per cercarvi.
    BASTARDO: Poche parole, allora; che notizie mi date?
    UBERTO: Oh!  mio buon signore,  notizie che si combinano bene  con  la
    notte, nere, tremende, desolate e orribili.
    BASTARDO: Mostrami il peggio di queste cattive nuove: non sono donna e
    non mi verr uno svenimento.
    UBERTO:  Il  re,  temo,    stato  avvelenato da un frate: quando l'ho
    lasciato aveva perduto quasi del tutto  l'uso  della  parola,  e  sono
    uscito tosto a informarvi di questo male,  perch poteste provvedere a
    questa improvvisa contingenza meglio che venendo a conoscerla tardi.
    BASTARDO: Come l'ha preso? chi gli assaggiava le vivande?
    UBERTO: Un monaco,  vi ho detto;  un  furfante  risoluto  a  cui  sono
    scoppiati  improvvisamente  gli  intestini;  il  re parla ancora e pu
    darsi che si riabbia.
    BASTARDO: Chi hai lasciato ad assistere Sua Maest?
    UBERTO: Come!  non lo sapete?  i signori sono tutti ritornati e  hanno
    condotto  il  principe Enrico in loro compagnia: a sua richiesta il re
    ha loro perdonato e ora sono tutti intorno a lui.
    BASTARDO: Frena la tua indignazione,  cielo possente,  e non mettere a
    troppo dura prova le nostre forze! Uberto, met delle mie truppe nella
    notte, passando per questi terreni sabbiosi, sono state sorprese dalla
    marea e gli acquitrini di Lincoln le hanno inghiottite; io stesso, pur
    avendo un buon cavallo,  sono scampato a fatica: precedimi e conducimi
    dal re; temo che muoia prima del mio arrivo.
    (Escono).




    SCENA SETTIMA - Il frutteto dell'Abbazia di Swinstead.

    (Entrano il PRINCIPE ENRICO, SALISBURY e BIGOT).
    ENRICO: E' troppo tardi: tutto il suo sangue  infetto e  il  cervello
    gi  cosi  chiaro,  che  alcuni  suppongono fragile dimora dell'anima,
    vaneggiando fa capire che la sua morte  prossima.

    (Entra PEMBROKE).

    PEMBROKE: Sua Maest parla ancora  e  crede  che  se  lo  si  portasse
    all'aria  aperta sarebbe alleviato il bruciore del fiero veleno che lo
    tormenta.
    ENRICO: Portatelo qui nel frutteto. Delira ancora?
    (Esce Bigot).
    PEMBROKE: E'  pi  calmo  di  quando  lo  lasciaste;  proprio  ora  ha
    innalzato un cantico.
    ENRICO: O vanit della malattia!  il gran dolore, se continua, ottunde
    la sensibilit. La morte, avendo divorato le parti esterne,  le lascia
    senza  essere  vista  e  assedia ora la mente,  la punge e ferisce con
    mille strane fantasie,  che,  affollandosi per entrare in quell'ultima
    fortezza,  si annullano a vicenda.  E' strano che un morente canti. Io
    sono come il piccolo di questo cigno languente che scioglie un cantico
    doloroso  alla  sua  propria  morte  e  con  flebile  canna   d'organo
    accompagna la sua stessa anima e il corpo al riposo eterno.
    SALISBURY:  State di buon animo,  principe,  poich siete nato per dar
    forma a quello Stato che egli lascia cos informe, grezzo e caotico.

    (Entrano Persone del seguito e  BIGOT  portando  RE  GIOVANNI  su  una
    sedia).

    GIOVANNI: S,  per la Vergine; l'anima ora ha spazio da respirare: non
    voleva passare n per porta n per finestra.  C' tal canicola  dentro
    di  me  che  tutti  i  visceri  s'inceneriscono: sono come uno scritto
    scarabocchiato su una pergamena e a questo fuoco mi raggrinzo tutto.
    ENRICO: Come si sente Vostra Maest?
    GIOVANNI: Avvelenato - mal cibo davvero - morto, abbandonato, reietto:
    e nessuno di voi vuol dire all'inverno che venga a cacciarmi  le  dita
    di  ghiaccio  nello stomaco,  n ai fiumi del regno di passarmi per il
    petto riarso, n al vento di tramontana di baciare le mie labbra aride
    e confortarmi col freddo. Non vi chiedo molto: un ben misero conforto,
    e voi siete cos avari e cos ingrati che mi negate anche quello.
    ENRICO: Oh,  vi fosse qualche virt nelle mie lagrime che vi desse  un
    po' di sollievo!
    GIOVANNI: Sono salate e calde. Dentro di me c' un inferno e il veleno
     un demone che vi sta imprigionato e mi tormenta il sangue condannato
    senza remissione.

    (Entra il BASTARDO).

    BASTARDO:  Ardo  tutto  per  la  rapida corsa e la viva ansia di veder
    Vostra Maest!
    GIOVANNI: Cugino,  sei venuto a chiudermi gli occhi: il  mio  cuore  
    come  una  nave in cui l'attrezzatura  rotta e arsa,  e i cordami che
    dovevano consentirle il movimento sono ridotti a un filo,  a un  esile
    capello:  il  mio  cuore  non ha che una fibra che lo sostiene e regge
    sinch tu non abbia parlato: dopo di che,  quello che vedrai non  sar
    che terra e forma vuota di maest distrutta.
    BASTARDO: Il Delfino sta preparandosi a venir qui dove sa il cielo che
    risposta  gli daremo;  poich in una notte la parte maggiore delle mie
    forze,  mentre,  clto il momento buono le stavo  trasferendo,  furono
    sommerse  negli  acquitrini dall'inattesa marea prima ancora che me ne
    accorgessi.
    (Il Re muore).
    SALISBURY: Voi spirate queste notizie  di  morte  in  orecchio  che  
    altrettanto morto.  Mio signore! mio sire! poco fa un re ed ora misera
    spoglia!
    ENRICO: E anch'io cos dovr vivere e cos morire.  Che sicurezza vi 
    nelle cose del mondo, che speranza, che sostegno, se colui che poco fa
    era un re ora  terra?
    BASTARDO:  Proprio  cos  dovevi  perire?  resto  a  compiere  per  te
    l'ufficio di vindice,  e poi la mia anima ti servir in cielo come  ti
    ha sempre servito sulla terra. Voi, signori miei, stelle che vi girate
    ora  nella  giusta sfera,  dove sono le vostre truppe?  Dimostrate che
    siete ritornati alla fede e venite subito con  me  a  cacciare  questa
    distruzione  e  perpetua  vergogna  fuori  dalle  mal difese porte del
    nostro paese avvilito.  Andiamo in cerca del nemico,  se non  vogliamo
    esserne  cercati  subito:  il  Delfino  infuria  proprio  alle  nostre
    calcagna.
    SALISBURY: Sembra allora che ne sappiate meno  di  noi:  il  cardinale
    Pandolfo,  venuto  mezza  ora  fa  da  parte  del Delfino,   dentro a
    riposare e porta tali offerte di  pace  che  possiamo  accettarle  con
    dignit  e  con  onore allo scopo che si ponga subito termine a questa
    guerra.
    BASTARDO: Tanto pi volentieri lo far  se  ci  vedr  bene  armati  a
    difesa.
    SALISBURY: No,  in un certo senso  cosa fatta; poich ha mandato alla
    riva del mare molte delle salmerie e ha rimesso la decisione della sua
    causa alla discrezione del  cardinale,  col  quale  voi,  io  e  altri
     signori  ci  metteremo  in  via oggi dopo pranzo per concludere questa
    faccenda felicemente.
    BASTARDO: E cos sia: e voi,  mio nobile  principe,  e  altri  la  cui
    presenza non  necessaria, seguirete il feretro di vostro padre.
    ENRICO: A Worcester deve essere sepolto, perch cos ha disposto.
    BASTARDO:  Col  sar  portato:  e  felicemente  possa la vostra amata
    persona assumere sopra di s l'ereditaria sovranit gloriosa in questo
    paese!  E a voi con ogni sottomissione in ginocchio  consacro  i  miei
    fedeli servigi e la mia devota sudditanza.
    SALISBURY:  E  noi  facciamo uguale offerta della nostra devozione che
    durer eterna e senza macchia.
    ENRICO: Ho un cuore lieto che vorrebbe ringraziarvi e non sa farlo  se
    non con le lacrime.
    BASTARDO:  Non  paghiamo  all'occasione  pi cordoglio dei necessario,
    dacch ha avuto l'anticipo delle nostre pene.  Una cosa  l'Inghilterra
    non mai fece n far: prostrarsi ai superbi piedi di un conquistatore,
    se  non  abbia dato mano per prima a ferire se stessa.  Ora che questi
    principi sono tornati all'ovile,  vengano pure tre parti del mondo  in
    armi  e  le  faremo  tremare.  Nulla  riuscir  a  farci  piangere  se
    l'Inghilterra rester fedele a se stessa.
    (Escono).
