



    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di reclusione - Opera)



    William Shakespeare.
    TUTTO IL TEATRO - Volume 4.


    (ENRICO SESTO,  parte prima - ENRICO SESTO,  parte  seconda  -  ENRICO
    SESTO, parte terza - RICCARDO TERZO - RICCARDO SECONDO).






    INDICE.

    ENRICO SESTO, parte prima:    pagina 3.
    ENRICO SESTO, parte seconda:  pagina 124.
    ENRICO SESTO, parte terza:    pagina 263.
    RICCARDO TERZO:               pagina 398.
    RICCARDO SECONDO:             pagina 563.















    ENRICO SESTO - PARTE PRIMA.


    PERSONAGGI.

    RE ENRICO SESTO.
    IL DUCA DI GLOUCESTER, zio del Re e Protettore.
    IL DUCA DI BEDFORD, zio del Re e Reggente di Francia.
    TOMMASO BEAUFORT, duca di Exeter, prozio del Re.
    ENRICO BEAUFORT, prozio del Re, vescovo di Winchester e poi Cardinale.
    GIOVANNI BEAUFORT, conte e poi duca di Somerset.
    RICCARDO PLANTAGENETO, figlio di Riccardo, defunto conte di Cambridge,
    poi duca di York.
    IL CONTE DI WARWICK.
    IL CONTE DI SALISBURY.
    IL CONTE DI SUFFOLK.
    LORD TALBOT, poi duca di Shrewsbury.
    GIOVANNI TALBOT, suo figlio.
    EDMONDO MORTIMER, conte di March.
    SIR GIOVANNI FASTOLFE.
    SIR GUGLIELMO LUCY.
    SIR GUGLIELMO GLANSDALE.
    SIR TOMMASO GARGRAVE.
    Il Sindaco dl Londra.
    WOODVILE, luogotenente della Torre.
    VERNON, della Rosa Bianca o fazione di York.
    BASSET, della Rosa Rossa o fazione di Lancaster.
    Un Legale.
    Carcerieri di Mortimer.
    CARLO, Delfino e poi Re di Francia.
    RENATO, duca di Angi e Re titolare di Napoli.
    IL DUCA DI BORGOGNA.
    IL DUCA DI ALENON.
    Il Bastardo di Orlans.
    Il Governatore di Parigi.
    Il Capo-cannoniere di Orlans e suo figlio.
    Il Generale delle forze francesi in Bordeaux.
    Un Sergente francese.
    Un Guardaportone.
    Un Vecchio Pastore, padre di Giovanna la Pulzella.
    MARGHERITA, figlia di Renato, poi sposa di re Enrico.
    CONTESSA DI ALVERNIA.
    GIOVANNA LA PULZELLA, comunemente chiamata Giovanna d'Arco.
    Nobili,  Guardie  della Torre,  Araldi,  Ufficiali,  Soldati,  Messi e
    Persone del seguito.
    Demoni che appaiono a Giovanna la Pulzella.

    Scena: parte in Inghilterra e parte in Francia.


















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Abbazia di Westminster.

    (Marcia funebre: Entra il feretro del Re Enrico  Quinto,  seguito  dal
    DUCA  DI  BEDFORD,  Reggente  di  Francia;  dal  DUCA  DI  GLOUCESTER,
    Protettore; dal DUCA DI EXETER;  dal CONTE DI WARWICK;  dal VESCOVO DI
    WINCHESTER; da Araldi, eccetera).
    BEDFORD: Sia parato il cielo di gramaglie e ceda il giorno alla notte!
    Voi,  comete,  che  presagite mutazioni nei tempi e negli Stati,  fate
    corruscare le vostre chiome luminose e con esse sferzate  le  malvagie
    stelle  ribelli  che hanno consentito alla morte di Enrico!  Re Enrico
    Quinto,  troppo illustre  per  avere  lunga  vita!  Mai  l'Inghilterra
    perdette un monarca di pi grande valore.
    GLOUCESTER:  Prima di lui l'Inghilterra non ebbe mai un vero e proprio
    sovrano. Egli era virtuoso e degno di comandare: la sua spada brandita
    accecava gli uomini con i suoi raggi;  le braccia  si  stendevano  pi
    ampie che le ali di un drago;  gli occhi scintillanti,  pieni di fuoco
    corrucciato,  abbagliavano  e  respingevano  i  nemici  pi  del  sole
    meridiano che fieramente colpiva i loro visi.  Che pi dovrei dire?  i
    suoi atti sorpassano ogni parola: egli non alz mai la  mano  che  non
    vincesse.
    EXETER:  Noi  facciam  lutto  in  nero:  perch  non facciam lutto col
    sangue?  Enrico   morto  e  non  rivivr  pi.  Seguiamo  un  feretro
    insensibile,   e,  come  prigionieri  legati  a  un  carro  trionfale,
    celebriamo col nostro solenne accompagnamento l'indegna vittoria della
    morte. Come! malediremo i pianeti della sventura che macchinarono cos
    la rovina della nostra gloria,  o non penseremo piuttosto che i  furbi
    Francesi,  maghi  e  stregoni,  per paura di lui,  gli procurarono con
    sortilegi la morte?
    WINCHESTER: Era un sovrano benedetto dal Re dei  Re.  Ai  Francesi  il
    terribile  giorno del giudizio non sar cos pauroso come era la vista
    di lui. Combatt le battaglie del Dio degli eserciti, e furono proprio
    le preghiere della Chiesa che gli diedero tanta fortuna in guerra.
    GLOUCESTER: La Chiesa? ma che fa mai? se i preti non avessero pregato,
    il filo della sua vita non sarebbe stato cos presto reciso:  voi  non
    volete  altri  che un principe effeminato da poter intimidire come uno
    scolaretto.
    WINCHESTER: Gloucester, qualunque cosa vogliamo,  tu sei il Protettore
    e  pretendi  di  comandare  al  principe  e  al  regno.  Tua  moglie 
    orgogliosa e ti incute soggezione pi di quanto non possano fare Dio e
    i suoi sacerdoti.
    GLOUCESTER: Non parlare di religione,  perch ami la carne,  e durante
    l'intiero  anno  non vai in chiesa che per invocare la rovina dei tuoi
    nemici.
    BEDFORD: Cessate queste  diatribe  e  calmatevi!  Andiamo  all'altare:
    araldi,  seguiteci. Invece di oro offriremo le nostre armi, poich non
    servono pi a nulla,  ora che Enrico  morto.  O  generazioni  future,
    attendetevi  anni  di  dolore:  i  bambini suggeranno agli umidi occhi
    materni, quest'isola diverr nutrice di amaro pianto, e non resteranno
    che donne per piangere i morti.  Enrico Quinto,  invoco la tua  ombra:
    rendi  prospero questo regno,  difendilo dalle lotte civili;  combatti
    gli avversi pianeti nel cielo!  La tua anima sar nel  firmamento  una
    stella assai pi luminosa che Giulio Cesare o lo splendido...

    (Entra un Messo).

    MESSO:  Miei  onorati signori,  salute a voi tutti!  Tristi notizie vi
    porto dalla Francia, di perdite, di stragi e di sconfitte: la Guienna,
    la Sciampagna, Reims, Orlans,  Parigi,  Guysors,  Poitiers sono tutte
    perdute.
    BEDFORD:  Che dici,  uomo,  in presenza del cadavere di Enrico?  Parla
    basso,  o la perdita di queste grandi citt gli far forzare il piombo
    della bara e risorgere da morte.
    GLOUCESTER: Parigi perduta? Rouen abbandonata? Se Enrico resuscitasse,
    queste notizie lo farebbero morire ancora.
    EXETER: Come si sono perdute? grazie a che tradimento?
    MESSO:  Nessun  tradimento,  ma mancanza di uomini e di denaro.  Fra i
    soldati si mormora che qui alimentate varie fazioni e che,  mentre  un
    corpo  di  truppe  dovrebbe  essere approntato e mandato a combattere,
    state a discutere sui generali. C' chi vorrebbe guerra lunga con poca
    spesa; un altro vorrebbe volare, ma gli mancano le ali; un terzo crede
    che,  senza alcuna spesa,  si possa ottenere la pace con belle  parole
    ingannatrici.    Svegliatevi,   svegliatevi,   nobili   d'Inghilterra!
    L'ignavia non  offuschi  i  vostri  nuovi  onori:  met  dello  stemma
    d'Inghilterra   distrutto e dal vostro blasone son gi recisi i gigli
    d'oro.
    EXETER: Se a queste esequie  mancasse  il  pianto,  basterebbero  tali
    notizie a farne sgorgare i fiotti.
    BEDFORD:  Esse  riguardano me soprattutto: il Reggente di Francia sono
    io.  Datemi la mia cotta di maglia: combatter  per  la  Francia.  Via
    queste disonorevoli vesti di lutto! Ferite dar ai Francesi perch non
    con gli occhi ma col sangue piangano le loro intermesse sciagure.

    (Entra un altro Messo).

    MESSO:  Signori,  leggete queste lettere piene di tristi disavventure.
    La Francia si  ribellata intieramente agli  Inglesi,  eccetto  alcune
    piccole  citt  di  nessuna  importanza;  il  Delfino  Carlo    stato
    incoronato re in Reims;  il bastardo  d'Orlans  si    unito  a  lui;
    Renato,  duca  d'Angi,   passato dalla sua parte e il duca d'Alenon
    vola al suo fianco.
    EXETER: Il Delfino coronato re!  tutti corrono sotto le sue  bandiere!
    Oh! dove ripareremo a nasconderci da questa onta?
    GLOUCESTER: Non correremo che alla gola dei nostri nemici. Bedford, se
    tu sei tepido combatter io fino in fondo.
    BEDFORD:  Gloucester,  perch  dubiti  della mia risolutezza?  Nel mio
    pensiero ho raccolto un esercito da cui gi tutta la Francia  invasa.

    (Entra un altro Messo).

    MESSO: Nobili signori,  per dare alimento alle lacrime con cui bagnate
    il   feretro   di  re  Enrico,   debbo  darvi  notizie  di  un  feroce
    combattimento fra il prode lord Talbot ed i Francesi.
    WINCHESTER: In cui lord Talbot ha certamente vinto, non  vero?
    MESSO: Oh!  no: in cui lord Talbot  stato sconfitto: e ve ne dir ora
    i particolari.  Il dieci di agosto questo temuto signore,  ritirandosi
    dall'assedio di Orleans con meno di seimila uomini,  fu  circondato  e
    assalito  da ventitremila Francesi.  Non ebbe agio di schierare i suoi
    uomini, e,  non avendo picche da collocare davanti agli arcieri,  fece
    conficcare  in terra a casaccio pioli appuntiti tolti alle siepi,  per
    impedire ai cavalieri di irrompere.  La battaglia dur pi di tre ore,
    durante le quali il valoroso Talbot con lancia e spada fece prodigi da
    non credersi. Centinaia ne mand all'inferno, e nessuno osava tenergli
    testa: qui, l e ovunque faceva strage infuriato: i Francesi gridavano
    che il diavolo stesso era in armi e tutto l'esercito stava a guardarlo
    stupito.  I suoi soldati,  osservandone il coraggio impavido, Talbot!
    Talbot! gridavano a  gran  voce,  e  si  gettavano  nel  folto  della
    mischia.  A  questo  punto  la  vittoria sarebbe stata completa se sir
    Giovanni Fastolfe non avesse  agito  da  codardo.  Egli,  collocato  a
    rincalzo  dell'avanguardia,  per  darle  man  forte e seguirla,  fugg
    vigliaccamente senza dare un sol colpo.  Di qui vennero il disastro  e
    la carneficina generale. I nemici li circondarono da tutte le parti; e
    allora un abbietto Vallone, per ingraziarsi il Delfino, con una lancia
    trafisse  Talbot nella schiena,  colui che tutta la Francia con le sue
    forze riunite non avrebbe osato guardare una volta in faccia.
    BEDFORD: Talbot  ucciso?  allora mi uccider,  per essere vissuto qui
    oziosamente   nella  pompa  e  negli  agi,   mentre  un  tal  valoroso
    condottiero,  per mancanza di aiuti era consegnato a tradimento  nelle
    mani dei suoi vili nemici.
    MESSO: No, no; egli vive, ma  stato fatto prigioniero, e con lui lord
    Scales e lord Hungerford: la maggior parte degli altri sono stati essi
    pure fatti prigionieri o massacrati.
    BEDFORD:  Nessuno  se  non io pagher il suo riscatto.  Precipiter il
    Delfino a capofitto dal trono;  la sua corona sar il riscatto del mio
    amico  e quattro dei loro nobili scambier per uno dei nostri.  Addio,
    miei signori,  vado ad assolvere il mio compito;  ben presto  far  in
    Francia  fuochi  di  gioia  per celebrare con essi la festa del nostro
    grande San Giorgio: condurr con me diecimila soldati,  le  cui  gesta
    sanguinose faranno tremare tutta l'Europa.
    MESSO:  Ed    veramente  necessario,   poich  Orlans    assediata,
    l'esercito inglese indebolito e scoraggiato,  il  conte  di  Salisbury
    implora  aiuto,  e a stento trattiene i suoi soldati dall'ammutinarsi,
    giacch in cos  piccolo  numero  debbono  fronteggiare  tanto  grande
    moltitudine.
    EXETER: Ricordate,  o signori, il giuramento che avete fatto ad Enrico
    di  annientare  del  tutto  il  Delfino  o  di  ridurlo  completamente
    all'obbedienza.
    BEDFORD:  Lo ricordo;  e appunto per questo mi congedo e vado a fare i
    miei preparativi.
    (Esce).
    GLOUCESTER: Mi affretter  ad  andare  alla  Torre  per  esaminare  le
    artiglierie  e  gli altri materiali da guerra e poi far proclamare re
    il giovane Enrico.
    (Esce).
    EXETER: E io andr a Eltham  dove    il  giovane  re,  essendo  stato
    nominato  suo precettore;  e l prender le disposizioni pi opportune
    per la sua sicurezza.
    (Esce).
    WINCHESTER: Ciascuno ha il suo posto, una funzione a cui attendere: io
    solo sono lasciato in disparte e per  me  non  rimane  nulla.  Ma  non
    rester  a  lungo un Michelaccio senz'arte n parte: far venire il re
    da Eltham e mi metter al timone dello Stato.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Francia. Davanti a Orlans.

    (Squilli di tromba. Entrano CARLO con le sue truppe, ALENON, RENATO e
    altri).
    CARLO: I veri movimenti di Marte sia nel cielo  sia  sulla  terra  son
    rimasti ignoti sinora. Poco fa proteggeva gli Inglesi; ora ci arride e
    la  vittoria    nostra.  Quali  citt  importanti  non sono in nostro
    possesso?  Mentre noi stiamo qui sotto  Orlans  a  nostro  agio,  gli
    Inglesi affamati e pallidi come spettri ci assediano debolmente un'ora
    al mese.
    ALENON:  Hanno bisogno delle loro farinate e dei loro grassi buoi: se
    non sono trattati come i muli e non hanno il sacco di biada legato  al
    muso, fanno una figura pietosa come topi affogati.
    RENATO:  Leviamo  l'assedio:  che  stiamo  a  far qui con le mani alla
    cintola? Talbot, di cui solevamo aver tanta paura,   prigioniero: non
    resta che quel cervel balzano di Salisbury,  ed egli pu ben sfogar la
    sua bile in vana agitazione;  per far guerra gli mancano gli uomini  e
    il denaro.
    CARLO:  Sonate  l'allarme;  li attaccheremo.  Avanti,  per l'onore dei
    miseri Francesi.  Sin d'ora perdono chi mi uccider,  se indietregger
    di un passo o fuggir.
    (Escono).

    (Allarme.  I  Francesi sono respinti dagli Inglesi con grandi perdite.
    Rientrano CARLO, ALENON e RENATO).

    CARLO: Chi mai vide cosa simile?  che  razza  d'uomini  ho  io?  cani!
    codardi!  vigliacchi!  non  sarei  mai  fuggito  se  non  mi  avessero
    abbandonato in mezzo ai nemici.
    RENATO: Salisbury uccide alla disperata e  combatte  come  uno  stanco
    della  vita:  gli  altri  nobili  si  precipitano su di noi come leoni
    affamati si gettano sulla preda.
    ALENON: Froissart,  nostro  concittadino,  scrive  che  al  tempo  di
    Edoardo  Terzo tutti gli Inglesi erano altrettanti Olivieri e Orlandi.
    Questo  pi vero che mai  oggi,  poich  l'Inghilterra  non  manda  a
    combattere  altri  che  Sansoni  e Golia.  Uno contro dieci!  canaglie
    scheletrite!  chi avrebbe mai creduto che avessero  tanto  coraggio  e
    audacia!
    CARLO: Lasciamo questa citt, perch sono dei gaglioffi scervellati, e
    la  fame  li  far  esser  ancor  pi  accaniti:  li conosco da tempo;
    sgretoleranno  queste  mura  coi  denti  piuttosto   che   abbandonare
    l'assedio.
    RENATO:  Credo  che  per  qualche strano congegno o meccanismo le loro
    braccia  siano  caricate  come  orologi  che  debbono  battere  l'ora;
    altrimenti non potrebbero durarla come fanno: se si fa a modo mio,  li
    lasceremo in pace.
    ALENON: E cos sia.
    (Entra il BASTARDO DI ORLEANS).
    BASTARDO: Dov' il Delfino? Ho notizie per lui.
    CARLO: Bastardo d'Orlans, tre volte benvenuto.
    BASTARDO: Mi sembra che siate tristi all'aspetto e di pallida cera. Vi
    turba forse il recente rovescio? Non sbigottitevi perch il soccorso 
    qui vicino: ho condotto con me  una  vergine  santa  che  secondo  una
    visione  mandatale  dal  cielo  destinata a far levare questo assedio
    molesto e a cacciare gli Inglesi dai confini della Francia: essa ha un
    profondo spirito di profezia superiore a  quello  delle  nove  sibille
    dell'antica  Roma  e  sa  discernere  quello che fu e quello che sar.
    Dite, debbo farla entrare? Credete alle mie parole poich sono certe e
    infallibili.
    CARLO: Va',  chiamala.  (Esce il Bastardo) Ma prima,  per mettere alla
    prova  la  sua  perizia,  Renato,  mettiti  come Delfino al mio posto:
    interrogala con fare altero; sii severo in volto: e cos misureremo la
    sua capacit. (Si ritira).

    (Rientra il BASTARDO D ORLEANS con la PULZELLA).

    RENATO: Bella  fanciulla,  sei  tu  che  vuoi  compiere  queste  gesta
    meravigliose?
    PULZELLA: Renato,  e sei tu che credi di ingannarmi? Dov' il Delfino?
    Levati di l dietro;  ti conosco bene,  quantunque non  ti  abbia  mai
    visto prima.  Non stupirti: non c' nulla che mi sia nascosto.  Voglio
    parlare  a  quattr'occhi  con  te;  allontanatevi,   voi  signori,   e
    lasciateci soli alquanto.
    RENATO: Fa coraggiosamente la sua parte di primo acchitto.
    PULZELLA:  Delfino,  io  sono per nascita la figlia di un pastore e la
    mia mente non  stata addestrata in arte alcuna.  Il  cielo  e  Nostra
    Signora  piena  di  grazia  si sono compiaciuti di illuminare col loro
    splendore il mio  umile  stato:  ed  ecco,  mentre  badavo  ai  teneri
    agnellini  ed esponevo le guance al calore cocente del sole,  la Madre
    di Dio si  degnata di apparirmi e in una visione piena di  maest  mi
    ha  ordinato  di  lasciare  la  mia bassa occupazione e di liberare il
    paese  dalla  calamit.   Mi  ha  promesso  aiuto  e  certo   successo
    rivelandosi  in  tutta  la  sua  gloria,  e  mentre  prima  ero nera e
    abbronzata,  coi lucenti raggi che ha infuso in me  mi  ha  donato  la
    bellezza  che ora vedete.  Chiedimi ci che vuoi e ti risponder senza
    prendere  tempo:  metti  alla  prova,  se  osi,  il  mio  coraggio  in
    combattimento,  e vedrai se non sono superiore al mio sesso. Deciditi:
    avrai fortuna se mi accoglierai come compagna d'armi.
    CARLO: Mi hai stupito coi tuoi alti detti.  Far solo questa prova del
    tuo valore: contenderai con me in singolar tenzone;  se vinci, riterr
    che le tue parole sono vere;  altrimenti rinnego ogni mia  fiducia  in
    te.
    PULZELLA: Sono pronta: qui  la mia spada affilata,  ornata su ciascun
    lato di cinque fiordalisi;  la scelsi in un cumulo di vecchie  armi  a
    Tours nel camposanto di Santa Caterina.
    CARLO: Suvvia, dunque, in nome di Dio; non temo nessuna donna.
    PULZELLA: E io finch vivo non fuggir mai da un uomo.
    (A questo punto combattono e Giovanna la Pulzella vince).
    CARLO:  Fermati,  fermati!  sei un'amazzone e combatti con la spada di
    Debora.
    PULZELLA: La Madre di Cristo mi aiuta, altrimenti sarei impotente.
    CARLO: Chiunque aiuti te,  sei  tu  ora  che  devi  aiutare  me.  Ardo
    impazientemente del desiderio di te;  hai insieme avuto il mio cuore e
    la mia forza.  Sublime Pulzella,  se cos sei chiamata,  concedimi  di
    essere  tuo  servo e non tuo sovrano:  il Delfino di Francia che cos
    ti supplica.
    PULZELLA: Non debbo abbandonarmi ad alcun rito d'amore,  poich la mia
    missione    consacrata dal cielo: quando avr cacciato di qua tutti i
    tuoi nemici, solo allora penser a una ricompensa.
    CARLO: Frattanto guarda benevola il tuo servo.
    RENATO: Mi sembra che il mio signore non smetta pi di parlare.
    ALENON: Senza dubbio sta confessando questa donna sino alla  camicia,
    altrimenti non la farebbe cos lunga.
    RENATO: Poich esagera, dobbiamo interromperlo?
    ALENON:  Pu  darsi  che  egli  intenda  pi di quello che noi poveri
    diavoli  non  sappiamo:  queste  donne  con  la  lingua  sono  accorte
    tentatrici.
    RENATO:  Mio  signore,   dove  siete?   Che  cosa  decidete,  dobbiamo
    abbandonare Orlans o no?
    PULZELLA:  Come?  no,   dico:  codardi  sfiduciati!   combattete  sino
    all'ultimo respiro: sar la vostra difesa.
    CARLO: Confermo quanto essa dice: combatteremo sino all'estremo.
    PULZELLA:  Sono  predestinata  ad  essere  il  flagello degli Inglesi.
    Questa notte certamente far levare l'assedio:  aspettatevi  un'estate
    di  San Martino e giorni alcionii,  dacch mi sono impegnata in queste
    guerre.  La gloria   come  un  cerchio  nell'acqua  che  continua  ad
    allargarsi  finch,  per il suo stesso ingrandirsi,  finisce in nulla.
    Con la morte di  Enrico  finisce  il  cerchio  degli  Inglesi  e  sono
    disperse  le glorie che esso racchiudeva: ora io sono come quella nave
    superbamente insolente che portava al tempo stesso  Cesare  e  la  sua
    fortuna.
    CARLO: Se Maometto fu ispirato da una colomba, tu lo sei da un'aquila.
    Elena,  la madre del grande Costantino, e le figlie di San Filippo non
    furono come te.  Lucente stella di Venere  caduta  sulla  terra,  come
    posso adorarti con adeguata devozione?
    ALENON: Tronchiamo gli indugi e andiamo a far levare questo assedio.
    RENATO:  Donna,  fa' quanto puoi per salvare il nostro onore: caccia i
    nemici da Orlans e diverrai immortale.
    CARLO: Tentiamo senz'altro: suvvia,  all'opera:  non  creder  pi  ad
    alcun profeta, se trover costei menzognera.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Londra. Davanti alla Torre.

    (Entra il DUCA DI GLOUCESTER coi suoi Attendenti in assise azzurre).
    GLOUCESTER: Sono venuto oggi ad ispezionare la Torre; da quando Enrico
     morto,  temo sempre che vi siano mene segrete.  Dove sono le guardie
    che dovrebbero far servizio qui?  Aprite le porte;    Gloucester  che
    chiama.
    PRIMA GUARDIA: Chi  che batte cos imperiosamente?
    PRIMO ATTENDENTE: E' il nobile duca di Gloucester.
    SECONDA GUARDIA: Chiunque sia, non possiamo lasciarlo entrare.
    PRIMO ATTENDENTE: Furfanti, rispondete cos al lord Protettore?
    PRIMA  GUARDIA:  Dio  lo  protegga!  Questa   la nostra risposta: non
    facciamo che obbedire agli ordini ricevuti.
    GLOUCESTER: Chi ve li ha dati?  e chi altri pu darvene?  Io solo sono
    il  Protettore  del  regno.  Forzate le porte,  ne rispondo io,  debbo
    lasciarmi schernire cos da sozzi fanti?

    (Gli Uomini di Gloucester si avventano contro le porte della  Torre  e
    il Luogotenente WOODVILE parla dall'interno).

    WOODVILE: Che baccano  questo? Chi sono questi traditori?
    GLOUCESTER: Luogotenente,   la vostra voce codesta?  aprite le porte!
    E' Gloucester che vorrebbe entrare.
    WOODVILE: Pazientate,  nobile duca: non posso aprire;  il cardinale di
    Winchester  me lo proibisce: ho ricevuto da lui ordini espressi di non
    lasciare entrare n te n alcuno dei tuoi.
    GLOUCESTER:  Pauroso  Woodvile,  e  lo  anteponi  a  me?   l'arrogante
    Winchester,   quell'altero  prelato  che  Enrico,  il  nostro  defunto
    sovrano, non ha mai potuto tollerare? Tu non sei amico n del re n di
    Dio: apri le porte o ti caccer tosto di costi.
    PRIMO ATTENDENTE: Aprite  le  porte  al  lord  Protettore,  o  noi  le
    sfonderemo se non venite presto.

    (Mentre il Protettore  alle porte della Torre, entrano WINCHESTER e i
    suoi Uomini in assise lionate).

    WINCHESTER: Or via, ambizioso Humphrey, che significa ci?
    GLOUCESTER:  Testa rasata,  sei tu che avevi ordinato di non lasciarmi
    entrare?
    WINCHESTER: Proprio io,  usurpatore e proditore,  non  Protettore  del
    regno.
    GLOUCESTER: Indietro,  cospiratore notorio che tramasti di assassinare
    il nostro defunto signore,  tu che  dai  alle  prostitute  licenza  di
    peccare:  ti  far  saltar  sul  tuo  ampio cappello cardinalizio,  se
    continuerai ad esser cos insolente.
    WINCHESTER: No, indietro tu piuttosto; non mover un passo: sia questo
    Damasco, tu il maledetto Caino, e uccidi tuo fratello Abele, se vuoi.
    GLOUCESTER: Non ti uccider,  ma ti caccer via:  ti  porter  via  da
    questo luogo nelle tue vesti scarlatte come un bambino nella sua veste
    di battesimo.
    WINCHESTER: Fallo, se osi; ti gitto in faccia la sfida.
    GLOUCESTER: Come!  provocato e sfidato in faccia? Sguainate, uomini, a
    dispetto dei privilegi di questo luogo:  abiti  azzurri  contro  abiti
    lionati!  Prete,  attento alla barba;  per la barba ti acciuffer e ti
    batter sodo;  ti pester coi piedi codesto cappello  di  cardinale  a
    dispetto  del  papa  e  di tutti i dignitari della Chiesa;  qui per le
    guance ti trasciner su e gi.
    WINCHESTER: Gloucester, risponderai di questo al pontefice.
    GLOUCESTER: Oca di Winchester! un capestro, un capestro!  cacciateli a
    legnate di qua;  perch li lasciate stare?  ti caccer di qua, lupo in
    veste di pecora. Fuori, abiti lionati! fuori, ipocrita in scarlatto!

    (A questo punto gli Uomini  di  Gloucester  cacciano  gli  Uomini  del
    Cardinale  e in mezzo al tumulto entrano il Sindaco di Londra e i suoi
    Ufficiali).

    SINDACO: Vergogna,  signori !  Voi,  sommi  magistrati,  turbare  cos
    oltraggiosamente l'ordine pubblico!
    GLOUCESTER: Zitto,  sindaco! Tu non sai che torti mi sono stati fatti:
    Beaufort, che non rispetta n Dio n re,  si  appropriato l'uso della
    Torre.
    WINCHESTER:  Ecco  Gloucester,  nemico  dei cittadini,  uno che sempre
    pensa alla guerra e mai alla pace,  gravando le borse  di  voi  uomini
    liberi  con grosse imposte,  uno che cerca di sovvertire la religione,
    perch  Protettore del regno e vorrebbe procurarsi armi  nella  Torre
    per incoronarsi re e sopprimere il principe.
    GLOUCESTER: Non risponder con le parole ma coi colpi.

    (A questo punto si azzuffano ancora).

    SINDACO:  In  questa  rissa  tumultuosa  non  mi  resta  che ricorrere
    all'intimazione. Suvvia, ufficiale, alza la voce pi che puoi.
    UFFICIALE: Uomini d'ogni sorta,  oggi qui raccolti in armi contro  la
    pace  di  Dio  e  del  re,  vi ingiungiamo e comandiamo in nome di Sua
    Maest di ritornare alle vostre case e di non portare,  maneggiare,  o
    usare alcuna arma, spada o stocco da qui innanzi, pena la morte.
    GLOUCESTER:  Cardinale,  non  voglio  recare  offesa  alla  legge:  ci
    incontreremo ancora e apriremo i nostri cuori per disteso.
    WINCHESTER: Gloucester,  ci ritroveremo ancora e  a  tue  spese,  sta'
    sicuro: ti vuoter di sangue il cuore per quello che hai fatto oggi.
    SINDACO:  Chiamer  aiuto se non ve ne andate.  Questo cardinale  pi
    superbo di Lucifero.
    GLOUCESTER: Addio, sindaco: non hai fatto che il tuo dovere.
    WINCHESTER: Odiato Gloucester,  guardati la testa,  perch intendo  di
    averla nelle mani tra breve.
    (Escono per vie diverse Gloucester e Winchester coi loro Attendenti).
    SINDACO:  Fate  sgombrare  e poi ce ne andremo.  Buon Dio!  che questi
    nobili debbano proprio avere in petto tanta collera! per conto mio non
    combatto una volta sola in quarant'anni.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Francia. Davanti a Orlans.

    (Entrano sulle mura il Capo-cannoniere e suo Figlio).
    CAPO-CANNONIERE: Ragazzo,  tu sai che Orlans  assediata  e  che  gli
    Inglesi hanno occupato i sobborghi.
    FIGLIO:  Babbo,  lo  so,  e  spesso ho tirato contro di loro,  sebbene
    disgraziatamente non abbia colto nel segno.
    CAPO-CANNONIERE: Ma ora non fallirai pi. Lasciati guidare da me: sono
    capo-cannoniere di questa citt e voglio farmi onore in qualche  modo.
    Le  spie  del  principe  mi hanno informato che gli Inglesi trincerati
    fitti nei sobborghi attraverso a una cancellata segreta  sono  passati
    in  quella  torre laggi per osservare dall'alto la citt e trovare di
    l come possano con pi  vantaggio  molestarci  col  tiro  e  con  gli
    assalti.  Per  toglier  di  mezzo questo inconveniente,  ho puntato un
    pezzo contro la torre e da tre giorni sto spiando  se  posso  vederli.
    Ora,  ragazzo  mio,  fa' tu buona guardia perch non posso trattenermi
    oltre.  Se ne vedi  alcuno,  corri  a  riferirmelo:  mi  troverai  dal
    governatore.
    (Esce).
    FIGLIO: Babbo,  state pur sicuro, non pensateci: se li vedr non verr
    certo a disturbarvi.
    (Esce).

    (Entrano sulle torrette LORD SALISBURY,  LORD  TALBOT,  SIR  GUGLIELMO
    GLANSDALE, SIR TOMMASO GARGRAVE e altri).

    SALISBURY:  Talbot,  vita e gioia!  eccoti ritornato!  raccontaci,  ti
    prego, sulla cima di questa torre come sei stato trattato in prigionia
    e con che mezzo ti sei liberato.
    TALBOT: Il duca di Bedford aveva un prigioniero,  il valoroso  signore
    Ponton  de Santrailles;  sono stato scambiato con lui e liberato.  Gi
    prima avrebbero voluto barattarmi per dispregio con un uomo d'arme  di
    assai  pi  bassa  condizione;  ma  sdegnosamente rifiutai e chiesi la
    morte piuttosto che essere valutato cos poco.  Alla fine  sono  stato
    riscattato  alle  condizioni  che  volevo.  Ma  mi ferisce il cuore il
    tradimento di Fastolfe,  di cui farei giustizia con le  mie  mani,  se
    l'avessi in mio potere.
    SALISBURY: Ma non mi dici ancora come sei stato trattato.
    TALBOT: Con beffe,  scherni e contumelie. Mi esposero nella piazza del
    mercato,  per offrire pubblico spettacolo alla  moltitudine:  Ecco  -
    dicevano  -  il  terrore  dei Francesi,  lo spauracchio che atterrisce
    tanto i nostri bambini.  Allora mi liberai a forza dalle guardie  che
    mi  conducevano,  e  con  le  unghie  cavai  le pietre dalla terra per
    scagliarle contro gli spettatori della mia vergogna. Il mio fiero viso
    li faceva fuggire e  nessuno  osava  avvicinarsi,  temendo  di  essere
    ucciso senz'altro.  Non mi credevano abbastanza al sicuro entro pareti
    di ferro.  Tanto grande terrore del mio nome s'era sparso fra loro che
    credevano  che  potessi  svellere  sbarre d'acciaio e coi calci fare a
    pezzi stipiti di diamante: quindi  mi  fu  assegnata  una  guardia  di
    tiratori  scelti che mi facevano intorno la ronda di minuto in minuto;
    e solo che mi movessi dal letto erano pronti a tirarmi al cuore.

    (Entra il Figlio del Capo-cannoniere con la miccia).

    SALISBURY: Mi piange il cuore a sentire che tormenti avete sopportati;
    ma ci vendicheremo quanto basta.  Adesso in Orlans    ora  di  cena:
    attraverso  questa  grata  conto i Francesi uno per uno e vedo come si
    fortificano: guardiamo;  lo spettacolo  ti  far  molto  piacere.  Sir
    Tommaso  Gargrave  e  Sir Guglielmo Glansdale,  ditemi qual  a vostro
    giudizio il luogo migliore su cui dirigere il nostro prossimo tiro.
    GARGRAVE: Direi,  alla porta  settentrionale,  poich  l  stanno  dei
    signori.
    GLANSDALE: E io qui al baluardo del ponte.
    TALBOT:  A  quel  che  vedo,  questa  citt  deve  venire  affamata  o
    indebolita con leggere scaramucce.
    (A questo momento si spara. Salisbury e Gargrave cadono).
    SALISBURY: O Signore! abbi piet di noi, miseri peccatori.
    GARGRAVE: O Dio, abbi piet di me sventurato!
    TALBOT: Che caso   questo  che  ci  ha  improvvisamente  contrariati?
    Parla,  Salisbury,  se pure puoi parlare: dove sei ferito tu, specchio
    di tutti i guerrieri?  Il colpo  ti  ha  asportato  un  occhio  e  una
    guancia!  Maledetta torre, e maledetta la mano fatale che ha provocato
    questa sciagura dolorosa!  Salisbury,  vincitore in tredici battaglie,
    educ alla guerra Enrico Quinto; finch una tromba sonava o un tamburo
    rullava la sua spada non cessava di colpire in campo.  Vivi tu ancora,
    Salisbury? Sebbene la parola ti venga meno,  con l'occhio che ti resta
    puoi  implorare  grazie  dal  cielo: anche il sole con un unico occhio
    guarda il mondo. O cielo, non usar grazia ad alcuno,  se Salisbury non
    pu ottenere misericordia da te!  Portate via il suo corpo,  aiuter a
    seppellirlo. Sir Tommaso Gargrave, sei ancora in vita? Parla a Talbot;
    guardalo. Salisbury,  solleva il tuo spirito con questo conforto,  non
    morrai  finch...  Mi  fa  cenno  con  la mano e mi sorride come se mi
    volesse dire: Quando sar morto e andato ricordati di vendicarmi  sui
    Francesi.  Plantageneto,  lo  far;  e  come  Nerone  soner la cetra
    vedendo le citt bruciare: miserabile sar la Francia per  sola  opera
    mia. (Allarme. Tuona e lampeggia) Che agitazione  questa? che tumulto
     nel cielo? donde vengono questo allarme e questo strepito?
    (Entra un Messo).
    MESSO: Mio signore,  mio signore! I Francesi hanno raccolto truppe: il
    Delfino,  insieme con  una  certa  Giovanna  la  Pulzella,  una  santa
    profetessa  apparsa  da  poco,    giunto con un grande esercito a far
    levare l'assedio.
    (A questo punto Salisbury si rialza alquanto e geme).
    TALBOT: Udite,  udite come geme  Salisbury  morente!  lo  tormenta  il
    pensiero  di  non  poter essere vendicato.  Francesi,  sar per voi un
    Salisbury novello. Pulzella o puttana, Delfino o pescecane, schiaccer
    i vostri cuori con le zampe del mio cavallo  e  far  un  pantano  dei
    vostri  cervelli  commisti.  Portatemi  Salisbury  alla  sua tenda poi
    vedremo che cosa osano fare questi vili Francesi.


    SCENA QUINTA - Lo stesso luogo.

    (Ancora un allarme e TALBOT insegue il DELFINO cacciandoselo  innanzi;
    poi  entra  la  PULZELLA  che  incalza alcuni Inglesi ed esce dietro a
    loro; quindi rientra TALBOT).
    TALBOT: Dove sono il mio vigore,  il mio valore e  la  mia  forza?  Le
    truppe inglesi si ritirano inseguite da una donna coperta d'armatura e
    non riesco a trattenerle.
    (Rientra la PULZELLA).
    Eccola qui che ritorna. Incrocer la spada con te, diavolo o versiera;
    ti esorcizzer: verser il tuo sangue, strega, e senz'altro mander la
    tua anima a colui che servi.
    PULZELLA: Suvvia; son io che debbo recarti disonore.
    (Combattono).
    TALBOT: O cielo,  permetterai che l'inferno prevalga cos? Tendendo il
    coraggio,  mi spezzer il petto e mi far schiantare le braccia  dalle
    spalle, ma punir quest'arrogante sgualdrina.
    (Combattono ancora).
    PULZELLA: Talbot,  addio,  la tua ora non  ancor venuta: debbo andare
    senza indugio a vettovagliare Orlans. (Breve allarme, poi entra nella
    citt coi Soldati) Raggiungimi se puoi; ho a scorno la tua forza. Va',
    va' a confortare i tuoi uomini che muoiono di fame e aiuta Salisbury a
    far testamento: questa giornata  nostra e molte altre lo saranno.
    (Esce).
    TALBOT: I miei pensieri turbinano come la ruota di un vasaio;  non  so
    dove  sono  o  che faccio: una strega con la paura e non con la forza,
    come Annibale,  respinge le nostre truppe e vince a suo piacere:  cos
    le  api  col fumo,  e le colombe col puzzo immondo sono cacciate dagli
    alveari e dai colombai.  Per la nostra  fierezza  ci  chiamavano  cani
    d'Inglesi  e  ora  come cuccioli fuggiamo uggiolando.  (Breve allarme)
    Udite,  commilitoni: riprendete il combattimento o strappate  i  leoni
    dallo  stemma  dell'Inghilterra.   Rinunciate  alla  vostra  patria  e
    sostituite le pecore ai leoni: le pecore  non  fuggono  cos  vilmente
    davanti  al  lupo  o  i  cavalli e i buoi davanti al leopardo come voi
    davanti a questi marrani che avete tante volte sopraffatti. (Allarme e
    altra scaramuccia) Ma  destino che non sia: ritiratevi nelle trincee:
    tutti avete consentito alla morte  di  Salisbury,  perch  nessuno  ha
    voluto  vibrare  un  colpo  per  vendicarlo.  La Pulzella  entrata in
    Orlans a dispetto nostro e di tutto quello che avremmo  potuto  fare.
    Oh!  potessi  morire  con Salisbury: dovr nascondere il capo per tale
    vergogna!
    (Esce Talbot. Allarme, ritirata e squillo di trombe).


    SCENA SESTA - Lo stesso luogo.

    (Entrano sulle mura la PULZELLA, CARLO, RENATO, ALENON e Soldati).
    PULZELLA: Piantate sulle mura i nostri vessilli sventolanti: Orlans 
    liberata dagli Inglesi.  Cos Giovanna la  Pulzella  ha  mantenuto  la
    parola.
    CARLO:  Divina  creatura,   figlia  di  Astrea,  come  potr  onorarti
    degnamente per questa vittoria?  Le tue promesse sono come il giardino
    di  Adone,  che un giorno fioriva e il seguente dava frutti.  Francia,
    esulta  per  la  tua  gloriosa  profetessa!  La  citt  di  Orlans  
    recuperata: sorte pi felice non arrise mai al nostro Stato.
    RENATO:  Perch  non  squillano  forte  le  campane in tutta la citt?
    Delfino,  comanda ai cittadini di fare  fuochi  di  gioia  e  feste  e
    banchetti  nelle  pubbliche strade per celebrare la letizia che Dio ci
    ha dato.
    ALENON: Tutta la Francia sar piena di allegria e  di  gioia,  quando
    sapr quanto virilmente ci siamo comportati
    CARLO:  E'  Giovanna  e  non  noi che ha riportato la vittoria,  e per
    questo divider la corona con lei; e tutti i preti e i frati del regno
    in processione canteranno senza fine la sua  lode.  Innalzer  in  suo
    onore  una  piramide  pi  maestosa che quella di Rodope o di Menfi: a
    mantenerne viva la memoria quando sar morta,  le sue  ceneri  saranno
    portate  nelle grandi solennit innanzi ai re e alle regine di Francia
    in  un'urna  pi  preziosa   del   cofanetto   di   Dario   riccamente
    ingioiellato. Non invocheremo pi San Dionigi, ma Giovanna la Pulzella
    sar  patrona  della Francia.  Entriamo e banchettiamo regalmente dopo
    questo aureo giorno di vittoria.
    (Squillo di trombe. Escono).











    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Davanti a Orlans.

    (Entrano un Sergente francese e due Sentinelle alle porte).
    SERGENTE: Occupate i vostri posti e vigilate.  Se sentite alcun rumore
    o  vedete soldati vicini alle mura fatemelo sapere al corpo di guardia
    con qualche segno ben visibile.
    PRIMA SENTINELLA: Sar fatto,  sergente.  (Esce il  Sergente)  Cos  i
    poveri  soldati,  quando  gli  altri dormono tranquillamente in letto,
    debbono vegliare nell'oscurit, nella pioggia e al freddo.

    (Entrano LORD TALBOT,  i DUCHI DI BEDFORD e DI BORGOGNA e Soldati  con
    scale a piuoli; i tamburi battono in cadenza funebre).

    TALBOT: Lord Reggente e voi temuto duca di Borgogna al cui avvicinarsi
    le  regioni  dell'Artois,  della  Picardia  e i distretti valloni sono
    passati dalla nostra parte;  in questa notte di gioia  i  Francesi  si
    sentono  sicuri  avendo  banchettato  e gozzovigliato tutto il giorno:
    cogliamo dunque quest'occasione come la pi adatta a ripagare la  loro
    frode ordita con magia e bieca stregoneria.
    BEDFORD: Codardo re di Francia! che torto fa alla sua fama, disperando
    tanto  della  propria  forza da allearsi alle streghe e da sollecitare
    l'aiuto dell'inferno!
    BORGOGNA: I traditori non hanno mai altra compagnia.  Ma cos'  questa
    Pulzella che dicono cos pura?
    TALBOT: Una vergine, si dice.
    BEDFORD: Una vergine! e cos bellicosa!
    BORGOGNA:  Pregate Dio che non diventi mascolina prima che passi molto
    tempo,  se continua a portar armi sotto il vessillo francese  come  ha
    cominciato a fare.
    TALBOT:  Continuino  pure  le  loro  trame e il loro commercio con gli
    spiriti; Dio  la nostra roccaforte e nel suo nome vittorioso diamo la
    scalata a questi baluardi di macigno
    BEDFORD: Sali, prode Talbot; noi ti seguiremo.
    TALBOT: Non tutti insieme,  per: meglio  assai,  a  mio  avviso,  che
    tentiamo d'entrare per diverse vie, cosicch se uno di noi fallisce un
    altro possa salire vincendo la loro resistenza.
    BEDFORD: D'accordo: io andr a quell'angolo laggi.
    BORGOGNA: E io a questo
    TALBOT: E qui Talbot salir o trover la sua tomba. Ora Salisbury, per
    te  e  per  il diritto di re Enrico,  si vedr questa notte quanto sia
    legato dal dovere ad entrambi.
    SENTINELLA: All'armi, all'armi! il nemico attacca!

    (Grida San Giorgio!,  Talbot!.  I Francesi saltano sopra  le  mura
    scamiciati.  Entrano da parti diverse il BASTARDO DI ORLEANS, ALENON,
    RENATO, semivestiti).

    ALENON: Come, signori! che mai! tutti cosi seminudi?
    BASTARDO:  Seminudi!   s,   e  ben  lieti  di  essere  scampati  cos
    felicemente.
    RENATO:  Era  tempo davvero di svegliarci e di lasciare il letto,  con
    l'allarme che era giunto alle porte delle nostre stanze.
    ALENON: Dacch ho cominciato  a  portare  armi  non  ho  mai  sentito
    parlare di impresa di guerra pi rischiosa e pi disperata di questa.
    BASTARDO: Credo che questo Talbot sia un diavolo dell'inferno.
    RENATO: Se non l'inferno certamente il cielo lo protegge.
    ALENON: Ecco qua Carlo: chiss come se l' cavata.
    BASTARDO: Zitto! la Santa Giovanna  stata la sua difesa.
    (Entrano CARLO e la PULZELLA).
    CARLO: E' questa la tua magia,  donna ingannatrice?  per lusingarci ci
    hai fatto dapprima  ottenere  un  piccolo  vantaggio,  per  farci  ora
    soffrire una perdita dieci volte maggiore?
    PULZELLA:  Perch  Carlo si irrita con la sua amica?  pretendete forse
    che il mio potere sia in ogni momento il medesimo?  nel sonno e  nella
    veglia debbo essere sempre vittoriosa, o altrimenti date a me tutto il
    biasimo  e tutta la colpa?  Soldati negligenti!  se aveste fatto buona
    guardia, non sarebbe capitato questo improvviso guaio.
    CARLO: Duca di Alenon,  la colpa  vostra,  poich essendo comandante
    della  guardia questa notte,  non avete atteso meglio a un servizio di
    tanta importanza.
    ALENON: Se tutti i posti di guardia fossero stati tanto  disciplinati
    quanto  quello di cui avevo il comando non saremmo stati sorpresi cos
    vergognosamente.
    BASTARDO: Il mio era ben guardato.
    CARLO: E cos il mio, signore.
    ALENON: E quanto  a  me,  nel  quartiere  di  Giovanna  e  nella  mia
    circoscrizione  sono  andato innanzi e indietro la maggior parte della
    notte a sorvegliare il cambio delle sentinelle: e allora,  come mai  o
    da che parte hanno potuto aprirsi la strada?
    PULZELLA:  Non  chiedete di pi,  miei signori,  come e per che via la
    cosa sia accaduta:  certo    che  hanno  trovato  qualche  punto  mal
    custodito  e l hanno fatto breccia.  E ora non ci resta altro rimedio
    che questo: raccogliere i nostri soldati  sparpagliati  e  dispersi  e
    fare nuovi piani di offesa.
    (Allarme.  Entra un Soldato inglese, gridando Talbot! Talbot!. Tutti
    fuggono abbandonando i loro vestiti.
    SOLDATO: Mi prender  la  libert  di  portar  via  quello  che  hanno
    lasciato.  Il grido di Talbot mi ha tenuto luogo di spada, perch mi
    sono caricato di molte spoglie, non usando altra arma che il suo nome.


    SCENA SECONDA - Orlans. Dentro alla citt.

    (Entrano TALBOT, BEDFORD, BORGOGNA, un Capitano ed altri).
    BEDFORD: Il giorno comincia a spuntare ed  fuggita la notte,  il  cui
    nero manto aveva velato la terra.  Sonate la ritirata e cessate questo
    accanito inseguimento.
    (Si suona la ritirata).
    TALBOT: Portate innanzi il corpo del vecchio  Salisbury  e  deponetelo
    nella  piazza  del mercato,  centro di quella maledetta citt.  Ora ho
    sciolto il voto fatto alla sua anima; per ogni goccia di sangue sparsa
    da lui almeno cinque Francesi sono morti questa notte. E perch le et
    future possano vedere con quale rovina l'abbia  vendicato,  dentro  al
    loro  tempio  principale eriger una tomba in cui verr sepolto il suo
    cadavere: e su di essa,  perch tutti possano leggere,  sar  scolpito
    come  Orlans  fu messa a sacco come egli fu ucciso a tradimento e che
    terrore era stato per la Francia. Ma, signori, non so perch, in tutto
    questo nostro sanguinoso massacro,  non abbiamo incontrato il Delfino,
    la sua nuova paladina, la virtuosa Giovanna d'Arco, n alcuno dei suoi
    falsi compagni.
    BEDFORD:   Si  crede,   lord  Talbot,   che  quando  il  combattimento
    incominci,  scossi improvvisamente dai loro torpidi  letti  saltarono
    gi dalle mura tra le schiere di armati cercando rifugio nel campo.
    BORGOGNA:  Io  stesso,  per  quel  che ho potuto discernere nel fumo e
    nelle nebbie tenebrose della notte,  sono certo di avere spaventato il
    Delfino e la sua baldracca,  quando,  tenendosi pel braccio,  venivano
    correndo rapidamente come un paio di  tortorelle  innamorate  che  non
    possono  stare divise n giorno n notte.  Quando avremo riordinato le
    cose qui, li seguiremo con tutte le forze che abbiamo.
    (Entra un Messo).
    MESSO: Salute,  signori!  Chi,  in questa nobile schiera,  chiamate il
    prode  Talbot  per  le  sue gesta tanto celebrate in tutto il regno di
    Francia?
    TALBOT: Son io: chi vorrebbe parlargli?
    MESSO: La virtuosa  contessa  d'Alvernia,  ammirandoti  per  fama  con
    femminile  modestia,  ti  prega  per mezzo mio di volerla visitare nel
    povero castello ove dimora,  per avere il vanto d'aver visto l'uomo la
    cui gloria riempie il mondo d'alta rinomanza.
    BORGOGNA: Davvero? ma allora le nostre guerre diventano un pacifico ed
    allegro giuoco,  se le dame desiderano che ci si scontri con loro. Voi
    non potete, mio signore, respingere la sua gentile richiesta.
    TALBOT: Non fidatevi di me,  altrimenti;  poich  quando  gran  numero
    d'uomini  non  han  saputo  spuntarla  con  tutta  la forza della loro
    eloquenza,  vi  riuscita una donna sola  con  la  sua  gentilezza.  E
    perci  dille  che  la  ringrazio  assai  e  che  con ogni ossequio mi
    presenter a lei. Nessuno di voi, signori miei, vuol farmi compagnia?
    BEDFORD: No,  davvero;   pi di quel che non richieda la creanza:  ho
    sentito  dire che gli ospiti che si invitano da s sono spesso graditi
    soprattutto quando partono.
    TALBOT: Bene,  dunque;  poich non c' scampo,  metter da  solo  alla
    prova  la cortesia di questa donna.  Venite qui,  capitano.  Intendete
    quello che voglio dire?
    (Gli bisbiglia).
    CAPITANO: S, signore, e agir secondo i vostri ordini.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Alvernia. Il cortile del Castello.

    (Entrano la CONTESSA e il Guardaportone).
    CONTESSA: Portiere,  ricordate l'ordine  che  vi  ho  dato,  e  quando
    l'avrete eseguito, portatemi le chiavi.
    GUARDAPORTONE: S, signora.
    (Esce).
    CONTESSA:  Il  piano  ordito: se tutto si svolge a dovere,  diventer
    famosa per questa gesta come Tomiri per la morte di Ciro.  Grande  la
    fama  di  questo  temuto  cavaliere e le sue imprese non sono di minor
    conto: i miei occhi e orecchi vorrebbero essere testimoni diretti, per
    giudicare le straordinarie voci che corrono su di lui.

    (Entrano un Messo e TALBOT).

    MESSO: Lord Talbot  venuto secondo il vostro desiderio, signora, e in
    obbedienza al vostro invito.
    CONTESSA: Ed  il benvenuto. Come!  costui ?
    MESSO: Lo , signora.
    CONTESSA: E' questo il flagello della Francia?  questo il Talbot tanto
    temuto che le mamme col suo nome fanno chetare i bambini?  Vedo che la
    fama  favolosa e falsa: credevo  di  vedere  un  Ercole,  un  secondo
    Ettore  per  l'aspetto  fiero  e  per la maestosa armonia di gagliarde
    membra.  Ahim!  questi   un  fanciullo,  un  nano  meschino:  non  
    possibile  che questo debole granchiolino rugoso possa infondere tanto
    terrore nei nemici.
    TALBOT: Signora,  ho avuto l'ardire di disturbarvi;  ma giacch non  
    comodo a Vostra Signoria, sceglier un altro momento per visitarvi.
    CONTESSA: Che vuol fare ora? domandategli dove va.
    MESSO:  Fermatevi  lord  Talbot:  la  mia Signora domanda di sapere la
    causa della vostra partenza improvvisa.
    TALBOT: Per la Vergine! poich si sbaglia,  me ne vado per assicurarla
    che quello che  qui  proprio Talbot.

    (Rientra il Guardaportone con le chiavi).

    CONTESSA: Se lo sei, allora sei prigioniero.
    TALBOT: Prigioniero! di chi?
    CONTESSA: Mio,  sanguinario signore; appunto per questo ti ho attirato
    qui. Da lungo tempo la tua ombra  mia schiava, poich il tuo ritratto
     appeso nella galleria di questo castello: ma ora il tuo  corpo  avr
    la  stessa  sorte e metter in catene codeste gambe e braccia,  tu che
    tirannicamente e per tanti anni hai devastato questo paese,  ucciso  i
    nostri cittadini e fatto prigionieri i nostri figli e mariti.
    TALBOT: Ah! ah! ah!
    CONTESSA: Ridi, miserabile? la tua allegria si muter in gemito.
    TALBOT:  Rido  perch  siete tanto stolta da credere che qui c' altra
    cosa che l'ombra di Talbot su cui esercitare la vostra severit.
    CONTESSA: Come! non sei tu Talbot?
    TALBOT: S, lo sono.
    CONTESSA: Allora ho in mia mano anche il tuo corpo.
    TALBOT: No; no; non sono che l'ombra di me stesso: v'ingannate: il mio
    corpo non  qui: quello che vedete non  che la minima parte  del  mio
    essere umano.  Vi dico, signora, che se tutta la mia corporatura fosse
    qui,  essa  s'innalzerebbe  s  maestosamente  che  questo  tetto  non
    basterebbe a contenerla.
    CONTESSA:  Ecco  uno che all'occasione sa parlare per enigmi: sostiene
    che    qui,   eppure  non    qui;   come   pu   risolversi   questa
    contraddizione?
    TALBOT: Ve lo mostrer subito.  (Suona il corno. I tamburi rullano, si
    sente una salva d'artiglieria. Entrano Soldati) Che ne dite,  signora?
    siete persuasa ora che Talbot non  che l'ombra di se stesso?  Costoro
    sono il suo corpo,  muscoli e braccia e forza,  con cui egli impone il
    giogo ai vostri colli ribelli, rade al suolo le vostre citt, rovina i
    vostri borghi e in un istante li lascia desolati.
    CONTESSA:  Vittorioso  Talbot,   perdona  il  trattamento  che  ti  ho
    inflitto: riconosco che non sei da meno della tua fama e che  sei  pi
    grande  di  quello  che  si  pu  arguire  dalla  tua  forma.  La  mia
    presunzione non provochi in te collera,  poich sono  dolente  di  non
    averti ospitato con reverenza per quel che sei.
    TALBOT:  Non confondetevi,  bella signora,  e non errate nel giudicare
    l'animo di Talbot come avete errato nel giudicare  la  natura  esterna
    del suo corpo. Quello che avete fatto non mi offende; non chiedo altra
    riparazione  se  non che permettiate a me e ai miei soldati di gustare
    il vostro vino e le vostre delicate vivande: ai soldati l'appetito non
    manca mai.
    CONTESSA: Con tutto il cuore; e mi sentir onorata di ospitare in casa
    mia un guerriero cos grande.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Londra. Il giardino del Tempio.

    (Entrano  i  Conti  di   SOMERSET,   SUFFOLK   e   WARWICK,   RICCARDO
    PLANTAGENETO, VERNON e un Legale).
    PLANTAGENETO:  Signori e gentiluomini,  che significa questo silenzio?
    non osa nessuno rispondere in un caso di cos evidente verit?
    SUFFOLK: Nella sala del Tempio si faceva troppo rumore;  in giardino 
    pi comodo.
    PLANTAGENETO:  Allora  dite  subito  se  quello  che ho sostenuto  la
    verit e se il litigioso Somerset  in errore.
    SUFFOLK: In fede mia, non mi sono mai occupato molto della legge n ho
    mai potuto piegare ad essa la mia volont;  e perci alla mia  volont
    piego la legge.
    SOMERSET: Giudicate allora voi, lord Warwick, chi di noi ha ragione.
    WARWICK: A giudicare tra due falconi quale voli pi alto; fra due cani
    quale  abbia  il  latrato  pi profondo;  fra due lame quella che  di
    miglior tempra;  fra due cavalli quello che ha miglior  andatura;  fra
    due ragazze quella che ha l'occhio pi ridente,  ho forse un certo mio
    discernimento,  se pure non acuto;  ma in questi  sottili  cavilli  di
    legulei, in fede mia, non sono pi saggio di una mulacchia.
    PLANTAGENETO: Zitto,  zitto! questa  una reticenza fatta di cortesia:
    la verit  cos evidentemente dalla mia parte che l'occhio pi  miope
    pu scorgerla.
    SOMERSET:  E  dalla parte mia essa  cos bene acconcia,  cosi chiara,
    cos  luminosa  e  cos  potente  che  anche  l'occhio  pi  cieco  ne
    percepirebbe un barlume.
    PLANTAGENETO: Giacch non avete l'uso della lingua o siete cos restii
    a  parlare,  manifestate  il  vostro  pensiero  con  muti segni: chi 
    gentiluomo e si gloria dei  suoi  onorati  natali,  se  crede  che  io
    detenga la verit, colga con me da questa pianta una rosa bianca.
    SOMERSET: E colui che non  n codardo n adulatore,  ma osa sostenere
    la causa della verit, colga con me da questo pruno una rosa rossa.
    WARWICK: Non amo giuochi di colori e senza alcun  colore  di  bassa  e
    insinuante adulazione colgo questa rosa bianca con Plantageneto.
    SUFFOLK:  E  io colgo questa rosa rossa col giovane Somerset e con ci
    dichiaro che egli ha ragione.
    VERNON: Fermatevi, signori e gentiluomini,  e non cogliete altri fiori
    finch  non  abbiate convenuto che quegli per cui  colto dalla pianta
    il minor numero di rose deve riconoscere il buon diritto dell'altro.
    SOMERSET: Giusto,  buon Vernon!  se ne avr meno,  mi dar  per  vinto
    senza parlare.
    PLANTAGENETO: E io pure.
    VERNON:  Allora  per  la chiara verit del caso,  colgo questo pallido
    fiore virgineo dichiarandomi per la parte della rosa bianca.
    SOMERSET: Non pungetevi il dito mentre la cogliete, perch sanguinando
    non abbiate a colorar di rosso la rosa bianca e non abbiate a trovarvi
    dalla mia parte contro la vostra volont.
    VERNON: Se,  mio signore,  sanguiner per la mia  convinzione,  questa
    saner la ferita e mi manterr dalla parte dove attualmente mi trovo.
    SOMERSET: Bene, bene, avanti: chi altri ora?
    LEGALE:  Se  i  libri  e  lo studio non mi dicono il falso,  le vostre
    argomentazioni sono errate;  e in segno di ci io pure colgo una  rosa
    bianca.
    PLANTAGENETO: E ora, Somerset, dov' la vostra argomentazione?
    SOMERSET:  Qui nel mio fodero,  e il meditarla tinger di rosso sangue
    la vostra rosa bianca.
    PLANTAGENETO: Frattanto le  vostre  guance  imitano  le  nostre  rose,
    perch  sembrano  pallide  per  paura,  come se testimoniassero per la
    verit che  dalla nostra parte.
    SOMERSET: No,  Plantageneto,  non  per timore ma per collera  che  le
    guance  arrossiscono s da somigliare alle nostre rose;  eppure la tua
    lingua non vuole confessare l'errore.
    PLANTAGENETO: E la tua rosa non ha un verme, Somerset?
    SOMERSET: E la tua rosa non ha una spina, Plantageneto?
    PLANTAGENETO: S, acuta e penetrante a sostenere la verit,  mentre il
    tuo verme, rodendo, si divora la falsit.
    SOMERSET:  Bene;  trover degli amici che porteranno le mie rose tinte
    di sangue e sosterranno che quello che ho detto    vero  l  dove  il
    falso Plantageneto non oser mostrare il capo.
    PLANTAGENETO:  Via!  per questo fiore virgineo che tengo in mano ho in
    dispregio te e la tua fazione, ragazzo bizzoso.
    SUFFOLK: Non rivolgere i tuoi scherni da questa parte, Plantageneto.
    PLANTAGENETO: Orgoglioso Pole,  s,  lo far e avr in dispregio lui e
    te.
    SUFFOLK: Ti ricaccer in gola la mia parte di offese.
    SOMERSET: Via, via! buon Guglielmo de la Pole, facciamo troppo onore a
    questo villano conversando con lui.
    WARWICK:  Via,  per  Dio,  gli  fai  torto,  Somerset:  suo  nonno era
    Lionello,   duca  di  Clarence,   terzogenito  di  Edoardo  Terzo   re
    d'Inghilterra:  o  che  nascono  villani  senza  blasone  da cos alta
    radice?
    PLANTAGENETO: Approfitta del divieto di usare le armi in questo luogo,
    o altrimenti il suo cuore di vigliacco non glielo lascerebbe dire.
    SOMERSET Nel nome di Colui che mi ha creato,  sono pronto a  sostenere
    le  mie  parole  in  qualsiasi  luogo  della  Cristianit.  Tuo padre,
    Riccardo conte di Cambridge,  non fu forse giustiziato per  tradimento
    ai  tempi del defunto re?  e per il suo tradimento non sei messo fuori
    della legge, corrotto nel sangue e privato dell'antica nobilt? la sua
    colpa vive ancora come macchia nel tuo sangue  e  finch  tu  non  sia
    riabilitato sei un villano.
    PLANTAGENETO: Mio padre fu arrestato, ma non convinto; fu condannato a
    morte per tradimento,  ma non fu traditore; e lo prover contro uomini
    che sono da pi  di  Somerset,  se  verranno  tempi  maturi  pei  miei
    disegni.  Quanto a voi e al vostro partigiano Pole mi segner i vostri
    nomi nel libro della memoria per punirvi di questo pensiero: state  in
    guardia e dite pure che vi ho avvertiti a tempo.
    SOMERSET:  Ci  troverai sempre pronti e ci riconoscerai come nemici da
    questi colori,  poich i miei amici porteranno sempre questi  fiori  a
    tuo dispetto.
    PLANTAGENETO:  E io,  per l'anima mia,  come contrassegno del mio odio
    assetato di sangue porter con la mia fazione questa rosa  pallida  di
    collera, finch non avvizzisca con me accompagnandomi alla tomba o non
    fiorisca seguendomi sino all'alta dignit che mi attende.
    SUFFOLK:  Continua  pure e possa tu morire soffocato dall'ambizione: e
    arrivederci la prossima volta.
    (Esce).
    SOMERSET: Vengo con te, Pole; addio, ambizioso Riccardo.
    (Esce).
    PLANTAGENETO: Come mi si insulta! e bisogna che lo tolleri!
    WARWICK: Questa macchia che  si  rimprovera  alla  vostra  casa,  sar
    cancellata  nel  prossimo parlamento che sar convocato per concludere
    una tregua fra Winchester e Gloucester!  e se allora non sarai  creato
    duca  di  York,  non voglio pi essere chiamato Warwick.  Frattanto in
    segno del mio amore per te porter questa rosa per il  tuo  partito  e
    contro  l'orgoglioso  Somerset  e  Guglielmo  Pole.  E  qui faccio una
    profezia: questa contesa fra rosa bianca e rosa rossa,  divenuta  oggi
    fazione  nel  giardino  del Tempio,  mander mille anime nelle tenebre
    della morte.
    PLANTAGENETO: Buon Vernon, vi sono grato d'aver colto un fiore per me.
    VERNON: E per voi lo porter sempre.
    LEGALE: E io pure.
    PLANTAGENETO: Grazie, buon signore; suvvia,  andiamo tutti e quattro a
    pranzo. Credo che questa contesa si abbeverer presto di sangue.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - La Torre di Londra.

    (Entra MORTIMER, portato su una sedia da due Carcerieri).
    MORTIMER:  Amorosi  custodi della mia vecchiaia cadente,  lasciate che
    Mortimer moribondo si riposi qui.  Come a un uomo appena  tolto  dalla
    tortura,  cos mi dolorano le membra per la lunga prigionia;  e queste
    grige ciocche,  messaggere della morte,  incanutite di nestorea et in
    un'et  di  dolore,  fanno  presagire  prossima  la  fine  di  Edmondo
    Mortimer.  Gli occhi,  come lampade in cui l'olio  consumato,  mi  si
    velano avvicinandosi all'estrema dipartita;  le deboli spalle oppresse
    dal carico della sofferenza e le braccia sfinite sono  come  una  vite
    secca  che  lascia  cadere  a  terra i rami senza linfa: oppure i miei
    piedi,  sostegni intorpiditi e impotenti,  incapaci di reggere  questo
    peso di argilla, sembrano aver messe le ali per desiderio della tomba,
    come  se  sapessero  che non ho altro conforto.  Ma dimmi,  guardiano,
    verr mio nipote?
    PRIMO CARCERIERE: Mio signore,  Riccardo Plantageneto  verr:  abbiamo
    mandato  alla  sua  abitazione  nel  Tempio  e ci  stato risposto che
    verr.
    MORTIMER:  Basta;  la  mia  anima  allora  sar  soddisfatta.   Povero
    gentiluomo!  i  torti  che  gli  sono stati fatti non sono da meno dei
    miei.  Ho sofferto questa odiosa prigionia da quando  Enrico  Monmouth
    cominci  a  regnare,  ed  ero  gi  famoso  in  armi  prima  che egli
    acquistasse gloria; e sino da allora Riccardo  stato messo nell'ombra
    e privato dei suoi onori ereditari: ma ora la  giusta  morte,  arbitra
    benevola  delle  disperazioni e delle miserie degli uomini,  con dolce
    liberazione mi congeda di qua.  Vorrei che  anche  le  sue  afflizioni
    finissero e che egli potesse ricuperare ci che ha perduto.
    (Entra RICCARDO PLANTAGENETO).
    PRIMO CARCERIERE: Mio signore, il vostro amato nipote  giunto ora.
    MORTIMER: Riccardo Plantageneto, il mio parente,  venuto?
    PLANTAGENETO:  S,  nobile  zio,  vostro  nipote,  fresco  di  recente
    oltraggio, viene a visitare voi pure ignobilmente trattato.
    MORTIMER: Guidate le mie braccia, perch possa recingergli il collo ed
    esalare sul suo petto il mio ultimo respiro Oh!  ditemi quando le  mie
    labbra toccheranno le sue guance,  perch possa dargli amorosamente un
    languido bacio;  e ora,  bel ramo del grande tronco di York,  spiegami
    perch mi hai detto che poco fa sei stato insultato.
    PLANTAGENETO:  Prima  di  tutto appoggia la tua vecchia persona al mio
    braccio e quando sarai a tuo agio ti far il racconto dei  miei  mali.
    Oggi  nel  corso  di  una discussione fra Somerset e me vi  stato uno
    scambio di parole vivaci e  fra  l'altro,  non  misurando  quello  che
    diceva,  mi  rinfacci  la  morte di mio padre: questo oltraggio mi ha
    parato la lingua,  altrimenti lo avrei ripagato della  stessa  moneta;
    perci,  buono  zio,  per amore di mio padre,  per l'onore di un leale
    Plantageneto e per riguardo alla nostra parentela,  ditemi  perch  fu
    decapitato mio padre, il conte di Cambridge.
    MORTIMER: Caro nipote,  la causa stessa che ha imprigionato me e mi ha
    confinato a languire entro a una orrenda segreta durante tutta la  mia
    fiorente giovinezza  stata il maledetto istrumento della sua morte.
    PLANTAGENETO:  Di'  pi per disteso,  qual  stata questa causa perch
    non la conosco e non so indovinarla.
    MORTIMER: Lo far se lo consente la lena che sta venendo meno e se  la
    morte  non  si  avvicina  prima  che la mia storia sia finita.  Enrico
    Quarto, nonno del re,  depose suo nipote Riccardo,  figlio di Edoardo,
    primogenito  e  legittimo  erede  di re Edoardo Terzo.  Durante il suo
    regno,  i Percy del settentrione,  ritenendo  che  fosse  un  ingiusto
    usurpatore,  cercarono  di  portarmi sul trono.  La ragione che spinse
    quei bellicosi signori fu che,  tolto di mezzo il giovane re  Riccardo
    senza lasciare discendenti diretti,  io ero prossimo a lui per nascita
    e parentado;  perch per parte di madre discendo da Lionello,  duca di
    Clarence,  terzo  figlio di re Edoardo Terzo,  mentre egli derivava la
    sua discendenza da Giovanni di Gand,  che non era  che  il  quarto  di
    quell'eroico ramo. Ma stammi attento: mentre cercavo di assicurare sul
    trono  il legittimo erede con questo ambizioso tentativo,  io perdetti
    la libert ed essi la vita.  Molto tempo dopo,  quando regnava  Enrico
    Quinto,  successore  di  suo  padre Bolingbroke,  tuo padre,  conte di
    Cambridge, disceso dal famoso Edmondo Langley, duca di York, dopo aver
    sposato mia sorella che  fu  poi  tua  madre,  raccolse  un  esercito,
    commiserando  la  mia  sorte  angosciosa  e pensando di liberarmi e di
    darmi la corona;  ma come gli  altri,  quel  nobile  conte  fall  nel
    tentativo  e fu decapitato.  Cos furono tolti di mezzo i Mortimer che
    avevano diritto alla corona.
    PLANTAGENETO: E di essi tu, mio signore, sei l'ultimo.
    MORTIMER: E' vero;  e tu vedi che non ho  discendenti  e  che  le  mie
    fioche  parole  sono  presagio di morte vicina.  Tu sei mio erede;  il
    resto vorrei che arguissi da te stesso: ma guarda di essere cauto  nei
    tuoi disegni.
    PLANTAGENETO:  I tuoi gravi suggerimenti hanno gran peso presso di me:
    ma mi sembra che l'esecuzione di mio padre non sia stata altro che  un
    atto di sanguinosa tirannia.
    MORTIMER: Nipote, sii silenzioso e accorto: la casa di Lancaster  ben
    salda e,  come una montagna, non si lascia smuovere. Ma ora tuo zio se
    ne va da questo mondo, come fanno i principi con le loro corti, quando
    sono sazi di rimanere a lungo nello stesso posto.
    PLANTAGENETO: Oh,  zio,  vorrei dare parte della  mia  giovinezza  per
    ritardare la vostra fine.
    MORTIMER:  Tu  mi  fai torto,  come quell'uccisore che d molte ferite
    quando una sola basterebbe. Non far lutto,  salvo che tu pianga per il
    mio  bene;  limitati  a  dar l'ordine delle mie esequie,  e addio;  si
    avverino tutte le tue speranze e sia felice la tua vita in pace  e  in
    guerra!
    (Muore).
    PLANTAGENETO:  Pace,  e  non  guerra  accompagni  la tua anima nel suo
    transito!  Hai compiuto il tuo pellegrinaggio in carcere e  passato  i
    giorni come un eremita.  Bene; mi chiuder i suoi consigli nel petto e
    vi lascer riposare il mio pensiero. Carcerieri, portatelo via di qua;
    e quanto a me curer che il suo seppellimento  sia  pi  onorevole  di
    quanto  non fu la sua vita.  (Escono i Carcerieri portando il corpo di
    Mortimer) Qui si spegne la fumosa torcia  di  Mortimer,  soffocata  da
    ambiziosi che erano da meno di lui; non dubito di ottenere riparazione
    onorevole  per  quei  torti,  per  quelle amare offese che Somerset ha
    fatto alla mia casa;  e per ci mi affretto al parlamento  per  essere
    reintegrato nel rango dovuto al mio sangue o per far s che per me dal
    male nasca il bene.
    (Esce).

    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Londra. Il Palazzo del Parlamento.

    (Squillo di trombe.  Entrano RE ENRICO,  EXETER,  GLOUCESTER, WARWICK,
    SOMERSET e SUFFOLK; il Vescovo di WINCHESTER,  RICCARDO PLANTAGENETO e
    altri.  GLOUCESTER  sta  per presentare un atto di accusa;  WINCHESTER
    glielo strappa di mano e lo lacera).
    WINCHESTER: Vieni tu con  scritti  bene  architettati  e  composizioni
    accuratamente  studiate,  Humphrey di Gloucester?  Se puoi accusarmi o
    presentare qualche denuncia contro di me,  fallo  senza  preparazione,
    all'improvviso,  come  io con discorsi improvvisati ed estemporanei mi
    propongo di rispondere a quanto mi opporrai.
    GLOUCESTER: Prete presuntuoso!  se questo luogo non  mi  imponesse  la
    calma, t'accorgeresti a tue spese di avermi offeso nell'onore. Sebbene
    io  abbia  esposto  per  iscritto la natura dei tuoi bassi oltraggiosi
    misfatti,  non credere per ci che li abbia inventati o che non sappia
    ripetere  parola  per  parola  il  contenuto  della  mia denuncia: no,
    prelato,  tale  la tua audace malvagit,  tali  le  tue  prodezze  di
    oscenit,  cattiveria  e  litigiosit  che  i fanciulli stessi parlano
    della tua sfrontatezza.  Sei un  pernicioso  usuraio,  tracotante  per
    natura,  nemico  della pace,  lascivo e lussurioso pi di quel che non
    convenga a un uomo del tuo sacro carattere e del tuo grado;  e  quanto
    al  tuo tradimento,  che c' di pi manifesto?  poich m'insidiasti la
    vita al Ponte di  Londra  e  alla  Torre.  Inoltre  temo  che,  se  si
    potessero  scrutare  a  fondo  i  tuoi  pensieri,  neanche il re,  tuo
    sovrano,  risulterebbe immune dalla gelosa malvagit  del  tuo  tumido
    cuore.
    WINCHESTER: Gloucester,  ti sfido.  Signori, compiacetevi di ascoltare
    la mia replica. Se sono cos avido, ambizioso e perverso come pretende
    che io sia,  come mai sono cos povero?  e  com'  che  non  cerco  di
    avanzare  o di salire,  ma seguo la mia usata occupazione?  E quanto a
    seminare zizzania,  chi pi di me preferisce la pace,  se  non  mi  si
    provoca?  No,  miei  buoni  signori,  non  questo che offende,  non 
    questo che ha fatto incollerire il duca:  perch  lui  solo  vorrebbe
    comandare,  lui  solo  dovrebbe  stare presso il re;  e ci gli genera
    tempesta nel cuore e gli fa vomitare ruggendo  queste  accuse.  Ma  si
    accorger che sono da tanto...
    GLOUCESTER: ...da tanto? tu, bastardo di mio nonno?
    WINCHESTER: S,  orgoglioso signore; poich, che siete voi, di grazia,
    se non uno che la fa da padrone sul trono altrui?
    GLOUCESTER: Non sono il Protettore, prete insolente?
    WINCHESTER: E io non sono un prelato della Chiesa?
    GLOUCESTER: S,  come un bandito si chiude in un castello  e  l'usa  a
    coprire i suoi furti.
    WINCHESTER: Irriverente Gloucester!
    GLOUCESTER: E tu sei reverendo pel tuo carattere sacerdotale,  non per
    la tua vita.
    WINCHESTER: Roma porr rimedio a questo.
    WARWICK: E vattene l come romeo, allora!
    SOMERSET: Mio signore, dovreste calmarvi.
    WARWICK: Ah, s! guardate pure che il vescovo non sia sopraffatto.
    SOMERSET: Mi sembra che Vostra Signoria dovrebbe aver maggior rispetto
    per la religione e sapere qual  il suo dovere a questo riguardo.
    WARWICK: E a me sembra che il vescovo dovrebbe essere pi  umile;  non
    sta bene che un prelato perori la propria causa con tanto accanimento.
    SOMERSET:  Sta bene,  invece,  quando il suo sacro carattere  toccato
    cos da vicino.
    WARWICK: Sacro o non sacro, che importa, e non  Sua Grazia Protettore
    del re?
    PLANTAGENETO (a parte): Plantageneto, a quel che vedo,  deve frenar la
    sua lingua,  perch non si dica: Parla quando ti tocca; quando mai il
    tuo temerario verdetto dovrebbe metter becco nelle  conversazioni  dei
    nobili?. Altrimenti direi la mia a Winchester.
    ENRICO:  Zii  miei,  Gloucester  e Winchester,  tutori particolari del
    nostro Stato, vorrei indurvi, se le mie preghiere fossero da tanto,  a
    unire i cuori in amore e in amicizia. Oh! che scandalo  per la nostra
    corona che due pari come voi siano discordi. Credetemi, signori, anche
    la  mia  tenera  et  sa  dirvi  che le discordie civili sono serpenti
    velenosi che rodono le viscere dello Stato.
    (Grido interno: Abbasso gli abiti lionati!)
    Che tumulto  questo?
    WARWICK: Un tumulto provocato a  bella  posta,  ne  son  certo,  dagli
    uomini del vescovo.
    (Si grida ancora: Sassi, sassi!. Entra il Sindaco).
    SINDACO: Oh! miei buoni signori e virtuoso Enrico, abbiate piet della
    citt  di  Londra  e  di  noi.  Gli  uomini  del vescovo e del duca di
    Gloucester, ai quali  stato recentemente vietato di portare armi,  si
    sono riempite le tasche di ciottoli e,  dividendosi in fazioni rivali,
    si colpiscono al capo con tal pioggia di colpi,  che  molti  ne  hanno
    avuto  scoperchiato il pazzo cervello.  In ogni nostra via le finestre
    sono fracassate e per paura abbiamo dovuto chiudere le botteghe.

    (Entrano Servi azzuffandosi e feriti al capo).

    ENRICO: Vi ordiniamo,  se siete sudditi fedeli,  di  frenare  le  mani
    omicide e di non turbare l'ordine.  Vi prego,  zio Gloucester,  sedate
    questa zuffa.
    PRIMO SERVO: Se non si possono usare le pietre, adopreremo i denti.
    SECONDO SERVO: Avanti, se ne avete il coraggio;  noi siamo altrettanto
    risoluti.
    (Si azzuffano ancora).
    GLOUCESTER:  Voi  della  mia casa,  cessate questo insensato tumulto e
    smettete questa rissa indecorosa.
    PRIMO SERVO: Mio signore,  sappiamo che Vostra Grazia  uomo giusto  e
    retto  e  per nascita inferiore solo a Sua Maest;  e prima di lasciar
    disonorare da uno scribacchino un tal principe,  un  cos  buon  padre
    dello Stato,  noi, le mogli e i bambini combatteremo tutti e ci faremo
    uccidere dai nemici.
    TERZO  SERVO:  S,  e  coi  ritagli  stessi  delle  nostre  unghie  si
    fortificher il campo, quando saremo morti.
    (Ricominciano ancora).
    GLOUCESTER: Fermi, fermi, dico! e, se mi amate come dite, persuadetevi
    a smetterla.
    ENRICO:  Oh!  quanto  questa  discordia  affligge  il mio cuore!  Lord
    Winchester, vedete come sospiro e piango,  e non vi inducete a cedere?
    Chi  sar  misericordioso  se  non  lo  siete  voi?  o chi cercher di
    preferire la pace se santi ecclesiastici piglian gusto alle zuffe?
    WARWICK: Cedete,  lord Protettore;  cedete,  Winchester,  se  con  gli
    ostinati rifiuti non volete distruggere il sovrano e il regno.  Vedete
    che guai e morti la vostra inimicizia ha provocati:  pacificatevi,  se
    non avete proprio sete di sangue.
    WINCHESTER: Riconosca che ha torto o non ceder mai.
    GLOUCESTER: Piet per il re vuole che mi pieghi;  altrimenti,  caverei
    il cuore a quel prete prima di dargliela vinta.
    WARWICK: Vedete,  lord Winchester,  il duca ha bandito la furia  e  il
    corruccio,  come lo dice la sua fronte spianata: perch fate ancora un
    viso cos severo e cupo?
    GLOUCESTER: Qui, Winchester, ecco qui la mano.
    ENRICO: Vergogna, zio Beaufort! vi ho sentito predicare che il rancore
     un grave  e  serio  peccato,  e  non  volete  praticare  quello  che
    predicate, e anzi quel peccato commettere in sommo grado?
    WARWICK:  Buon  re,  avete  rivolto  al  vescovo  un  assai  amorevole
    rimprovero. Vergogna,  monsignore di Winchester,  cedete.  Come!  deve
    essere proprio un fanciullo ad insegnarvi il vostro dovere?
    WINCHESTER: Ebbene,  duca di Gloucester, cedo: ti ricambio l'affetto e
    la stretta di mano.
    GLOUCESTER (a parte): S; ma, temo, non col cuore.  Guardate,  amici e
    cari  concittadini:  questo  gesto sia come una bandiera di tregua fra
    noi due e i nostri seguaci. E sono sincero, cos mi aiuti Iddio!
    WINCHESTER (a parte): E io non intendo  affatto  di  osservare  questo
    armistizio; cos mi aiuti Iddio!
    ENRICO: Amato zio,  buon duca di Gloucester, quanta gioia mi da questo
    accordo! Via, messeri: non dateci altre molestie,  ma fate pace,  come
    hanno fatto i vostri padroni.
    PRIMO SERVO: Benissimo: me ne vado dal medico.
    SECONDO SERVO: Anch'io.
    TERZO SERVO: E io andr a vedere che medicina mi possa dare l'osteria.
    (Escono il Sindaco, i Servi, eccetera).
    WARWICK: Compiacetevi,  grazioso sovrano,  di prender questa pergamena
    che presentiamo a Vostra Maest,  perch sia resa giustizia a Riccardo
    Plantageneto.
    GLOUCESTER: Ottima istanza,  lord Warwick;  poich,  buon sovrano,  se
    osservate tutti i particolari del caso,  voi  avete  gran  ragione  di
    rendere  giustizia a Riccardo specialmente per i motivi che dissi alla
    Maest Vostra ad Eltham.
    ENRICO: E quei motivi, zio, mi sembrano molto forti: perci, miei cari
    signori,  ci degnamo che Riccardo sia reintegrato nei diritti che  gli
    spettano per sangue.
    WARWICK: Sia reintegrato,  e cos saranno riparati i torti fatti a suo
    padre.
    WINCHESTER: Quello che gli altri vogliono, lo vuol pure Winchester.
    ENRICO: Se Riccardo sar fedele,  gli dar  non  quello  soltanto,  ma
    l'intero  retaggio  che  spetta alla casa di York,  da cui discende in
    linea retta.
    PLANTAGENETO: Il tuo umile servo ti giura obbedienza e devoto servizio
    sino alla morte.
    ENRICO: Chinati dunque e metti il ginocchio contro il mio piede,  e in
    compenso di questo omaggio che mi rendi ti cingo con la valorosa spada
    di York: alzati,  Riccardo, fedele Plantageneto, alzati duca di York e
    principe.
    PLANTAGENETO: E cos,  tanta sia la  fortuna  di  Riccardo  quanta  la
    rovina  dei tuoi nemici,  e quanto crescer la mia fedelt altrettanta
    possa essere la rovina di coloro che hanno un pensiero  sleale  contro
    la Maest Vostra.
    TUTTI: Evviva, nobile principe e possente duca di York!
    SOMERSET: (a parte): Possa tu perire, vile principe e ignobile duca di
    York.
    GLOUCESTER: Il miglior partito  ora che Vostra Maest passi il mare e
    sia  coronato  in  Francia.  La  presenza  del re genera affetto fra i
    sudditi e fra i suoi leali amici, come disanima i nemici.
    ENRICO: Basta che Gloucester lo dica e il re andr poich un consiglio
    da amico uccide molti nemici.
    GLOUCESTER: Le vostre navi sono pronte.

    (Fanfara; squillo di trombe. Escono tutti tranne Exeter).

    EXETER: S,  marciamo pure in Inghilterra o in Francia,  senza  capire
    quello che probabilmente seguir.  Questa discordia nata da poco fra i
    pari cova sotto le ceneri fallaci di un amore simulato,  e  da  ultimo
    eromper  in  fiamma:  come  le membra infette imputridiscono a poco a
    poco finch ossa e  carne  e  muscoli  cadono  in  disfacimento,  tali
    saranno i frutti di questa vile discordia nata dalla rivalit.  Ed ora
    temo quella fatale profezia che al  tempo  di  Enrico  Quinto  correva
    persino  sulle  bocche  dei  lattanti:  che Enrico di Monmouth avrebbe
    conquistato tutto e Enrico di Windsor tutto avrebbe perduto,  e questo
      cos  evidente  che  Exeter  vorrebbe morire prima che venisse quel
    tempo disgraziato.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Francia. Davanti a Rouen.

    (Entra GIOVANNA LA PULZELLA travestita e quattro  Soldati  con  sacchi
    sulle spalle).
    PULZELLA:  Queste  sono  le  porte  della  citt,  le  porte  di Rouen
    attraverso alle  quali  la  nostra  accortezza  deve  trovar  modo  di
    passare.  State  in  guardia e attenti alle parole che usate;  parlate
    come gente di bassa sorta che va al mercato a far denaro col grano. Se
    riusciremo ad entrare,  come spero,  e troviamo che la pigra guardia 
    debole,  con  un  segno  ne informer i nostri amici,  perch Carlo il
    Delfino possa assaltarla.
    PRIMO SOLDATO: I nostri sacchi ci daranno il modo di mettere  a  sacco
    la citt e noi saremo signori e padroni di Rouen; perci bussiamo.
    (Bussa).
    GUARDIA (di dentro): Qui est l?
    PULZELLA:  Paysans,  pauvres gens de France: povera gente che viene al
    mercato a vendere il grano.
    GUARDIA (apre la  porta):  Entrate,  venite  dentro;  la  campana  del
    mercato  gi sonata.
    PULZELLA: Ora, Rouen, far crollare al suolo i tuoi bastioni.
    (Escono).

    (Entrano CARLO, il BASTARDO DI ORLEANS, ALENON e Soldati).

    CARLO:  San Dionigi benedica questo fortunato stratagemma!  ancora una
    volta dormiremo tranquilli in Rouen.
    BASTARDO: Di qui sono passati la Pulzella e i suoi compagni; ora che 
    dentro come far ad indicarci qual  il punto migliore  e  pi  sicuro
    per entrare?
    ALENON:  Esponendo  una  torcia da quella torre laggi;  e,  vistala,
    comprenderemo che quello  il punto di accesso pi debole  per  cui  
    passata.
    (Entra in alto GIOVANNA LA PULZELLA con una torcia accesa).
    PULZELLA: Guardate! questa  la felice torcia nuziale che unisce Rouen
    ai suoi compatrioti, ma fiamma esiziale per i seguaci di Talbot.
    (Esce).
    BASTARDO: Vedi,  nobile Carlo,  il faro della nostra amica,  la torcia
    ardente sta in quella torre laggi.
    CARLO: Risplenda ora come una cometa di  vendetta,  come  un  presagio
    della rovina di tutti i nostri nemici.
    ALENON:  Non  perdiamo  tempo,  gli  indugi finiscono male;  entriamo
    subito e gridiamo Il Delfino e poi ammazziamo la guardia.
    (Allarme. Escono).

    (Allarme. Entra TALBOT in una scorreria).

    TALBOT: Francia,  ti pentirai di  questo  tradimento  e  piangerai  se
    Talbot  sopravvive  alla  tua  perfidia.  La Pulzella,  quella strega,
    quella maledetta maga,  ci ha inflitto questo diabolico  scacco  prima
    che   ce   ne  accorgessimo,   cosicch  a  stento  ci  siamo  salvati
    dall'arrogante forza dei Francesi.
    (Esce).
    (Allarme. Scorrerie.  BEDFORD  portato su una sedia infermo.  Entrano
    TALBOT e il DUCA DI BORGOGNA fuori della citt; dentro, sulle mura, la
    PULZELLA, CARLO, il BASTARDO, ALENON e RENATO).

    PULZELLA: Buon giorno,  valorosi!  volete grano per il pane? credo che
    il duca di Borgogna digiuner piuttosto che comperarlo ancora a questo
    prezzo. Era pieno di loglio; vi piace il sapore?
    BORGOGNA: Schernisci pure, vile demonio, svergognata cortigiana! spero
    di ricacciartelo in gola  tra  poco  sino  a  soffocarti  e  di  farti
    maledire il momento in cui quei grano fu mietuto.
    CARLO: Pu darsi che prima di allora Vostra Grazia muoia di fame.
    BEDFORD:   Ci   vogliono  fatti  e  non  parole  per  vendicar  questo
    tradimento.
    PULZELLA: Cosa vorreste fare,  buon vecchione?  Spezzare una lancia  e
    correre la quintana contro la morte, seduto su una sedia?
    TALBOT:  Sozzo  demone di Francia,  strega dispettosa,  circondata dai
    tuoi ganzi lussuriosi! ti par bello schernire la sua prode vecchiaia e
    rimproverare di codardia  un  uomo  mezzo  morto?  Ragazza,  incrocer
    l'arma con te o altrimenti muoia Talbot per questa vergogna.
    PULZELLA: Siete cos caldo,  signore?  ma,  Pulzella,  stai zitta;  se
    Talbot tuona,  ben presto piover.  (Gli Inglesi  bisbigliano  insieme
    consultandosi) Dio benedica il parlamento! chi sar l'oratore?
    TALBOT: Osate uscire a incontrarci in campo?
    PULZELLA: Forse Vostra Signoria ci prende per sciocchi,  invitandoci a
    provare se quel che  nostro lo  o non lo .
    TALBOT: Non parlo a quell'Ecate beffarda,  ma a  te  Alenon,  e  agli
    altri; volete da soldati uscire a decidere la contesa con le armi?
    ALENON: Signor no.
    TALBOT:  Signor al diavolo!  vili mulattieri di Francia!  si tengono
    sulle mura e non osano prendere le armi da gentiluomini.
    PULZELLA: Via,  capitani;  scendiamo dalle mura,  poich l'aspetto  di
    Talbot  non presagisce nulla di buono.  Dio sia con voi,  mio signore:
    siamo venuti solo per dirvi che siamo qui.
    (Escono dalle mura).
    TALBOT: E tra poco vi saremo anche noi  o  altrimenti  Talbot  diventi
    famoso per obbrobrio!  Borgogna, per l'onore della tua casa, stimolato
    dai torti ricevuti in Francia,  giura di riprendere la citt o morire;
    e  io,  come  vero che Enrico vive,  che suo padre fu vittorioso qui,
    che in questa citt da poco tradita   sepolto  il  cuore  del  grande
    Riccardo Cuor di leone, giuro di prendere la citt o morire.
    BORGOGNA: I miei voti si associano ai tuoi.
    TALBOT:  Ma  prima  di  andare,  rendiamo  omaggio  a  questo principe
    morente,  al  valoroso  duca  di  Bedford.  Suvvia,  mio  signore,  vi
    condurremo  in  qualche  luogo  migliore,  pi  adatto alla malattia e
    all'et decrepita.
    BEDFORD: Non fatemi questa offesa, lord Talbot; star qui davanti alle
    mura di Rouen e condivider la vostra fortuna,  buona  o  cattiva  che
    sia.
    BORGOGNA: Coraggioso Bedford, lasciatevi persuadere.
    BEDFORD: Ma non ad andarmene di qua,  poich ricordo di aver letto che
    il forte Pendragon,  infermo,  si fece portare in lettiga sul campo  e
    sconfisse  i suoi nemici.  Forse incoraggerei i soldati,  perch li ho
    sempre trovati simili a me.
    TALBOT: Animo impavido nel petto di un morente!  E cos sia: il  cielo
    protegga  il  vecchio Bedford!  E ora non pi parole,  prode Borgogna:
    raccogliamo subito le nostre forze e attacchiamo il  nostro  insolente
    nemico.
    (Escono tutti eccetto Bedford e i Servi).

    (Allarme. Scorrerie. Entrano SIR GIOVANNI FASTOLFE e un Capitano).

    CAPITANO: Dove andate, Sir Giovanni Fastolfe, con tanta fretta?
    FASTOLFE:  Dove  vado?  a  salvarmi  scappando:    facile  che  siamo
    sconfitti ancora.
    CAPITANO: Come! volete scappare e piantare in asso lord Talbot?
    FASTOLFE: S, tutti i Talbot di questo mondo, pur di salvare la vita.
    (Esce).
    CAPITANO: Vile cavaliere, ti colga il malanno!
    (Esce).

    (Ritirata. Scorrerie. LA PULZELLA, ALENON e CARLO fuggono).

    BEDFORD: Ora,  anima mia pacificata,  parti  quando  piace  al  cielo,
    perch ho visto la disfatta dei nostri nemici. Che sicurezza e forza 
    quella dello stolto? coloro che poco fa ci sfidavano coi loro scherni,
    ora sono ben lieti di scampare con la fuga.
    (Bedford muore ed  portato via sulla sedia da due Uomini).

    (Allarme. Rientrano TALBOT, BORGOGNA e gli altri).

    TALBOT:  Perduta e riconquistata nello stesso giorno!  E' doppio onore
    questo, Borgogna. Ma gloria al cielo per questa vittoria.
    BORGOGNA: Prode e marziale Talbot,  Borgogna si chiude in cuore il tuo
    nome  e  l  erige  nel  ricordo  dei tuoi nobili atti un monumento al
    valore.
    TALBOT: Grazie,  nobile duca.  Ma dov' la Pulzella ora?  credo che il
    suo  vecchio demone sonnecchi: e dove sono le bravate del Bastardo e i
    dileggi di Carlo? come! avviliti? Rouen china il capo dolente che cos
    ardita brigata sia fuggita.  Ora metteremo un po'  d'ordine  in  citt
    lasciandovi  ufficiali  esperti,  e poi ce ne andremo a Parigi dal re,
    poich l  il giovane Enrico coi suoi nobili.
    BORGOGNA: Quello che lord Talbot decide piace anche a Borgogna.
    TALBOT: Prima di partire,  tuttavia,  non dimentichiamo il nobile duca
    di Bedford,  morto test,  e facciamogli fare le esequie in Rouen. Mai
    soldato pi valoroso mise lancia in resta,  n mai  cuore  pi  nobile
    primeggi  in corte;  ma i re e i pi grandi potentati debbono morire,
    perch questa  la fine di ogni miseria umana.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Francia. La pianura presso Rouen.

    (Entrano CARLO,  il  BASTARDO  DI  ORLEANS,  ALENON,  la  PULZELLA  e
    Soldati).
    PULZELLA:  Non  sbigottitevi,   principi,  per  questo  incidente,  n
    doletevi che Rouen sia stata ripresa: il rammarico non risana ma rode,
    quando si tratta  di  mali  a  cui  non  v'  rimedio.  Talbot  esulti
    pazzamente  per  un  poco  e  strascichi  la coda come un pavone;  gli
    caveremo le penne e la coda intiera,  se il Delfino  e  gli  altri  si
    lasceranno guidare da me.
    CARLO:  Siamo  stati  guidati da te sin qui e non abbiamo mai dubitato
    del tuo magico potere: non perderemo la fiducia  per  un  solo  scacco
    improvviso.
    BASTARDO:  Cerca  nella  tua  mente  qualche  riposto  espediente e ti
    renderemo famosa in tutto il mondo.
    ALENON: Erigeremo la tua statua in qualche luogo sacro  e  ti  faremo
    venerare come una santa benedetta: adoprati dunque, dolce vergine, per
    il nostro bene.
    PULZELLA: E allora si faccia questo,  ecco il disegno di Giovanna: con
    buone ragioni  condite  di  melate  parole,  adescheremo  il  duca  di
    Borgogna a lasciare Talbot e seguire noi.
    CARLO: Eh, diamine, bellina mia, se riuscissimo a farlo la Francia non
    sarebbe  pi  il  posto  per i guerrieri di Enrico;  n quella nazione
    menerebbe pi tanto vanto su di noi e sarebbe  cacciata  dalle  nostre
    province.
    ALENON:  Gli Inglesi sarebbero per sempre espulsi dalla Francia e non
    vi possederebbero pi neanche un titolo di contea.
    PULZELLA: Vedranno le vostre Signorie che  far  per  condurre  questa
    faccenda  al  fine desiderato.  (Si odono tamburi lontani) Udite!  dal
    suono dei tamburi si comprende  che  le  loro  truppe  marciano  verso
    Parigi.
    (A  questo punto si sente una marcia inglese.  TALBOT e i suoi Soldati
    entrano e attraversano il palcoscenico in distanza).
    Ecco l Talbot a bandiere spiegate seguito da tutte le truppe inglesi.
    (Marcia francese. Entrano il DUCA DI BORGOGNA e Soldati).
    Ora alla retroguardia viene il duca coi suoi: la fortuna ci  favorisce
    facendolo  indugiare  dietro  gli  altri.   Invitatelo  a  parlamento:
    discuteremo con lui.
    (I trombettieri suonano a parlamento).
    CARLO: Si chiede di parlamentare col duca di Borgogna.
    BORGOGNA: Chi vuole parlamentare col duca di Borgogna?
    PULZELLA: Il principe Carlo di Francia, tuo compatriota.
    BORGOGNA: Che dici tu, Carlo? presto: sto partendo di qua.
    CARLO: Parla, Pulzella, e incantalo con le tue parole.
    PULZELLA: Valoroso Borgogna,  sicura speranza della Francia,  fermati;
    lascia che la tua umile ancella ti parli.
    BORGOGNA: Parla pure, ma non dilungarti troppo.
    PULZELLA:  Guarda il tuo paese,  guarda la fertile Francia e vedrai le
    citt e i borghi  sfigurati  dalla  rovina  devastatrice  del  crudele
    nemico.  Come  la  madre guarda il suo pargolo infermo quando la morte
    gli chiude i teneri occhi languenti,  tu guarda,  guarda il  male  che
    strugge la Francia,  mira le ferite, le ferite snaturate che tu stesso
    le hai  inflitte  nel  seno  doloroso.  Oh!  volgi  altrove  la  spada
    affilata;  colpisci  coloro  che  feriscono  e  non  ferire coloro che
    aiutano: una goccia di sangue tratta dal seno  della  patria  dovrebbe
    addolorarti  di  pi che torrenti di sangue straniero.  Ritorna e lava
    con un fiume di lacrime le turpi macerie del tuo paese.
    BORGOGNA: O questa donna mi ha stregato con le parole o    la  natura
    che improvvisamente mi fa cedere.
    PULZELLA:  Inoltre la Francia e tutti i Francesi ti diffamano mettendo
    in dubbio la legittimit della tua nascita.  A chi ti sei unito se non
    a  una nazione prepotente che mostra di riporre fiducia in te soltanto
    per interesse?  Quando Talbot  avr  messo  definitivamente  piede  in
    Francia  e  fatto  di  te  uno  strumento  di  male,  chi altri se non
    l'inglese Enrico sar padrone?  e tu sarai cacciato come  un  bandito.
    Richiamiamo alla memoria, e notiamo questo come prova: non era il duca
    di  Orleans tuo avversario,  e non era egli prigioniero degli Inglesi?
    ma quando sentirono che ti era nemico, lo liberarono senza che pagasse
    riscatto, a dispetto di Borgogna e di tutti i suoi amici. Vedi dunque:
    tu combatti contro i compatrioti e ti unisci a coloro  che  saranno  i
    tuoi carnefici.  Suvvia,  ritorna, ritorna, principe traviato: Carlo e
    gli altri ti apriranno le braccia.
    BORGOGNA: Sono vinto;  queste alte parole mi hanno battuto in  breccia
    come  tonanti  cannoni  e  per  poco  non  mi hanno fatto arrendere in
    ginocchio. Perdonami,  patria!  e voi cari concittadini,  voi signori,
    accettate questo cordiale, affettuoso abbraccio: la mia spada e le mie
    truppe sono vostre. Addio Talbot; non avr pi in te alcuna fiducia.
    PULZELLA (a parte): Proprio da Francese: voltafaccia su voltafaccia.
    CARLO: Benvenuto, valoroso duca; la tua amicizia ci d nuove forze.
    BASTARDO: E infonde nuovo coraggio nei nostri petti.
    ALENON:  La  Pulzella  in  questo  ha fatto assai bene la sua parte e
    merita una corona d'oro. CARLO: Ora procediamo,  miei signori;  uniamo
    le nostre forze, e vediamo come danneggiare il nemico.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Parigi. Il Palazzo.

    (Entrano  RE  ENRICO,  GLOUCESTER,  il  VESCOVO  DI WINCHESTER,  YORK,
    SUFFOLK,  SOMERSET,   WARWICK,   EXETER,   VERNON,   BASSET  e  altri.
    Sopraggiunge TALBOT coi suoi Soldati).
    TALBOT:  Mio  grazioso principe e onorati pari,  ricevendo notizia del
    vostro arrivo in questo regno ho posto tregua alle guerre per  rendere
    omaggio  al  sovrano:  e  in  segno  di questo il mio braccio,  che ha
    ricondotto all'obbedienza cinquanta fortezze,  dodici  citt  e  sette
    forti  borghi  murati,  oltre  a cinquecento prigionieri d'alto grado,
    lascia cadere la spada ai piedi di Vostra Altezza e con  umile  lealt
    di  cuore  attribuisce la gloria delle sue conquiste prima a Dio e poi
    alla Maest Vostra.
    (S'inginocchia).
    ENRICO: E' questo, zio Gloucester, quel lord Talbot che ha soggiornato
    in Francia cos a lungo?
    GLOUCESTER: S, mio sovrano, se piace a Vostra Maest.
    ENRICO: Benvenuto, valoroso capitano e vittorioso signore!  Mi ricordo
    che  quando  ero  piccolo - e non son ancor vecchio - mio padre diceva
    che mai campione pi gagliardo aveva impugnato una spada.  Ma  gi  da
    tempo eravamo convinti della vostra fedelt, dei vostri devoti servigi
    e  delle  fatiche  guerresche;  eppure  non  avete  gustato  la nostra
    ricompensa e neppure siete stato ripagato  di  ringraziamenti,  poich
    sino  ad  ora  non vi abbiamo mai visto in viso: perci alzatevi;  per
    questi  vostri  grandi  meriti  vi  creiamo  conte  di  Shrewsbury,  e
    prenderete il posto che vi spetta nella cerimonia dell'incoronazione.

    (Fanfara. Squillo di trombe. Escono tutti eccetto Vernon e Basset).

    VERNON: Ora,  signore, che eravate cos ardente in mare oltraggiando i
    colori che porto in omaggio al nobile duca di York,  osate  confermare
    le parole che diceste allora?
    BASSET:  S,  signore,  allo  stesso  modo  che voi deste libero sfogo
    all'odioso latrato della vostra lingua impertinente contro il duca  di
    Somerset, mio signore.
    VERNON: Messere, il tuo signore l'onoro per quel che .
    BASSET: Come! e che ? non da meno di York.
    VERNON:  Senti  che  insolenza!  Certamente no,  e in prova prendetevi
    questo.
    (Lo percuote).
    BASSET:  Furfante,   tu  sai  che  per  la  legge  marziale     messo
    immediatamente  a  morte  chi  sguaina una spada,  o altrimenti questo
    schiaffo spillerebbe il tuo miglior sangue.  Ma andr da Sua Maest  e
    gli  chieder  licenza  di  vendicarmi  di  questa  offesa e allora ci
    rivedremo ancora a tuo danno.
    VERNON: Ebbene, canaglia;  io sar dal re presto quanto voi,  e poi ci
    ritroveremo pi presto di quello che vorreste.
    (Escono).








    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Parigi. Sala del trono.

    (Entrano RE ENRICO,  GLOUCESTER,  WINCHESTER, YORK, SUFFOLK, SOMERSET,
    WARWICK, EXETER, TALBOT, il GOVERNATORE DI PARIGI e altri).
    GLOUCESTER: Monsignor vescovo, ponetegli la corona sul capo.
    WINCHESTER: Dio salvi il re Enrico, sesto di questo nome.
    GLOUCESTER: E ora,  governatore di Parigi,  fate  giuramento  che  non
    eleggerete  nessun  altro re,  che considererete amici solo coloro che
    sono suoi amici e vostri nemici soltanto quelli  che  ordiranno  trame
    ostili alla sua autorit: e questo voi farete, cos vi aiuti il giusto
    Iddio!

    (Entra SIR GIOVANNI FASTOLFE).

    FASTOLFE: Mio grazioso sovrano, cavalcavo da Calais per affrettarmi ad
    assistere all'incoronazione, quando mi fu consegnata per Vostra Maest
    una lettera del duca di Borgogna.
    TALBOT:  Infamia  a  te  e  al duca di Borgogna!  Avevo giurato,  vile
    cavaliere,  di strappare la  Giarrettiera  da  codesta  tua  gamba  di
    codardo  la  prima volta che ti avessi incontrato;  (gliela strappa) e
    ora l'ho fatto,  perch sei stato investito indegnamente di quell'alto
    onore.  Perdonatemi,  regale  Enrico  e voi tutti.  Questo vile,  alla
    battaglia di Patay,  quando non avevo che seimila uomini e i  Francesi
    erano  dieci  contro  uno,  prima  ancora  che ci scontrassimo o fosse
    scambiato un sol colpo, se ne fugg via da bravo cavaliere;  in questo
    combattimento  perdemmo mille e duecento soldati;  io stesso e diversi
    altri gentiluomini  fummo  sorpresi  e  fatti  prigionieri.  Giudicate
    allora,  miei signori, se ho fatto male o se simili codardi sono degni
    di portare questa insegna cavalleresca.
    GLOUCESTER: A dire la verit,  questo atto sarebbe stato  infamante  e
    indecoroso  per  un  plebeo  qualunque;  a  pi  forte  ragione per un
    cavaliere, capitano e condottiero.
    TALBOT: Quando quest'ordine fu creato, miei signori, i cavalieri della
    Giarrettiera erano nobili di nascita,  valenti e  virtuosi,  pieni  di
    altero  coraggio  e  venuti  in onore per fatti di guerra tali che non
    temevano la morte, non indietreggiavano di fronte alle difficolt,  ma
    sempre eran risoluti nell'estremo del pericolo. Chi non ha tal corredo
    di   virt  usurpa  il  sacro  nome  di  cavaliere  e  profana  questo
    onoratissimo ordine;  e se fossi degno di giudicare vorrei  che  fosse
    degradato  come uno zotico contadino che presumesse di vantare nobilt
    di sangue.
    ENRICO: Disonore dei tuoi compatrioti,  hai sentito la  tua  condanna.
    Vattene  perci,  tu  che fosti cavaliere: da qui innanzi sei bandito,
    pena la morte. (Esce Fastolfe) E ora, mio lord Protettore,  leggete la
    lettera che ci ha mandato nostro zio, il duca di Borgogna.
    GLOUCESTER:  Che vuol dire Sua Grazia con questo cambiamento di stile?
    non c' che Al re senza tante cerimonie e preamboli!  Ha dimenticato
    che egli  il suo sovrano? o questa villana forma di indirizzo  segno
    di  mutamento  nel  suo buon volere?  Ma che dice?  (Legge) Per gravi
    ragioni,  mosso a compassione dalla rovina del mio paese e dai pietosi
    lamenti  di  quelli  che la vostra oppressione divora,  ho abbandonato
    codesta iniqua fazione e mi  sono  unito  a  Carlo,  legittimo  re  di
    Francia.  Tradimento mostruoso! E' mai possibile che nella parentela,
    nell'amicizia, nei giuramenti si trovi tale falsit d'inganni?
    ENRICO: Che dite? il mio zio di Borgogna si ribella?
    GLOUCESTER: S, mio signore, ed  diventato vostro nemico.
    ENRICO: E questo  il peggio che la lettera contiene?
    GLOUCESTER: E' il peggio, anzi  tutto qui.
    ENRICO: Ebbene,  allora ci penser lord Talbot e gli dar  il  castigo
    che  si  merita  per questa offesa.  Che dite,  mio signore,  ne siete
    contento?
    TALBOT:  Contento,  mio  sovrano?   Certamente:  se  non  fossi  stato
    prevenuto avrei io stesso sollecitato questo incarico.
    ENRICO:  Allora  raccogliete le truppe e marciate senz'altro contro di
    lui: e capisca come mal sopportiamo il  suo  tradimento  e  che  grave
    offesa sia farsi beffe dei suoi amici.
    TALBOT:  Vado,  mio  signore,  augurandomi in cuor mio che arriviate a
    veder la confusione dei vostri nemici.
    (Esce).

    (Entrano VERNON e BASSET).

    VERNON: Dammi licenza di combattere, mio buon sovrano.
    BASSET: E a me pure, mio signore!
    YORK: Questo  un mio servo: ascoltalo, nobile principe!
    SOMERSET: Questo  mio: accontentalo, buon Enrico!
    ENRICO: Pazientate,  signori,  e lasciateli  parlare.  Dite,  signori,
    cos' che vi fa gridare cos? e perch chiedete licenza di combattere?
    e con chi?
    VERNON: Con lui, mio signore, perch mi ha fatto torto.
    BASSET: E io con lui, perch mi ha fatto torto.
    ENRICO:  Qual    il  torto di cui entrambi vi lagnate?  ditemelo e vi
    risponder.
    BASSET: Passando il mare dall'Inghilterra in Francia questo  individuo
    con  mordaci  parole d'odio m'ha rinfacciato la rosa che porto;  mi ha
    detto che il colore sanguigno delle foglie  simboleggiava  il  rossore
    delle  guance del mio signore nel momento in cui,  disputando col duca
    di York intorno a una questione  legale,  aveva  impugnato  la  verit
    conosciuta,  ed  ha  aggiunto altre parole basse e oltraggiose che non
    sto a ripetere.  Ora,  a ribattere queste villanie e  a  difendere  la
    dignit del mio signore domando che mi si dia il beneficio della legge
    della cavalleria.
    VERNON:  E  questa    pure  la mia richiesta,  nobile sovrano: poich
    sebbene cerchi con ben congegnata invenzione di colorire abilmente  le
    sue audaci mire,  sappiate,  mio signore,  che sono stato provocato da
    lui; ed  stato lui a riprendere per primo il nostro emblema,  dicendo
    che questo pallido fiore significava la vilt d'animo del mio padrone.
    YORK: Non la finirete, Somerset, con questi rancori?
    SOMERSET:  Il  vostro  risentimento  personale  rispunta  sempre,  mio
    signore di York, per quanta arte usiate a nasconderlo.
    ENRICO: Buon Dio!  sono ben pazzi questi stolti,  se da una causa cos
    leggera  e  frivola  fanno nascere tali faziose gelosie!  Buoni cugini
    York e Somerset, chetatevi, vi prego, e fate pace.
    YORK: Si decida prima questa contesa con le armi e poi  Vostra  Maest
    ordiner che si faccia pace.
    SOMERSET:  La contesa non riguarda che noi la si decida dunque fra noi
    soli.
    YORK: Ecco il mio pegno; accettalo, Somerset.
    VERNON: No: la cosa rimanga dove era incominciata.
    BASSET: Dite di s, venerato signore.
    GLOUCESTER: Dire di s!  maledette le  vostre  contese!  e  possiate
    morire con le vostre chiacchiere audaci!  Vassalli presuntuosi! Non vi
    vergognate di turbare e infastidire il re e noi con questi eccessi  dl
    clamore  indecoroso?  E voi,  signori,  non dovreste tollerare le loro
    malvagie accuse,  e tanto meno prender pretesto dalle loro parole  per
    provocare  lotte  fra  di  voi: lasciatevi convincere a batter miglior
    strada.
    EXETER:  Ci  addolora  molto  Sua   Maest:   miei   buoni   signori,
    rappacificatevi.
    ENRICO: Venite qui, voi che vorreste duellare: per quanto vi  cara la
    mia  grazia,  vi ordino di dimenticare da qui innanzi questa contesa e
    la causa che l'ha provocata. E voi,  signori,  ricordatevi dove siamo:
    in Francia,  in un paese volubile ed incostante; se i Francesi leggono
    la discordia sui nostri volti e s'accorgono che vi sono contrasti  fra
    noi,   come   saranno   spinti  dal  malcontento  a  impuntarsi  nella
    disubbidienza e a ribellarsi!  Inoltre che infamia  per  l'Inghilterra
    quando  principi stranieri sapranno che per un nonnulla,  per una cosa
    di nessuna importanza, i pari di Enrico e il fiore della nobilt hanno
    distrutto se stessi e perduto il regno di Francia!  Oh!  pensate  alle
    conquiste  di  mio  padre  e  ai  miei  teneri  anni: non perdiamo per
    un'inezia quello che fu comprato a prezzo di sangue. Lasciatemi essere
    arbitro in questa lotta ancora indecisa.  Se  porto  questa  rosa  (si
    mette  indosso una rosa rossa) non vedo perch si debba sospettare che
    parteggio pi per Somerset che per York: entrambi sono miei parenti  e
    li  amo  entrambi.  Con altrettanta ragione potrebbero rinfacciarmi di
    portare la corona, solo perch il re di Scozia  testa coronata. Ma il
    vostro senno pu persuadervi  meglio  di  quello  che  io  non  sappia
    istruirvi  o  insegnarvi  e perci,  poich siamo venuti in pace,  qui
    continuiamo a vivere in pace e amore.  Cugino di  York,  vi  nominiamo
    nostro Reggente in queste parti di Francia, e voi, mio buon signore di
    Somerset,  unite  la  vostra  cavalleria  coi  suoi fanti e da sudditi
    fedeli e degni dei vostri padri andate lietamente insieme a sfogare la
    collera irosa sui nemici.  Noi stessi,  il lord Protettore e gli altri
    dopo  un  po'  di respiro ritorneremo a Calais e di l in Inghilterra,
    dove spero che fra non molto mi consegnerete  prigionieri  in  seguito
    alle  vostre  vittorie Carlo,  Alenon,  e il resto di quella banda di
    traditori.
    (Squilli di tromba.  Escono tutti  eccetto  York,  Warwick,  Exeter  e
    Vernon).
    WARWICK: Mio signore di York, il re ha fatto proprio davvero con molta
    grazia la sua parte di oratore.
    YORK: S, certo; eppure non mi piace che porti l'emblema di Somerset.
    WARWICK:  Non    stata che una fantasia;  non biasimatelo;  credo che
    egli, caro principe, l'abbia fatto senza cattive intenzioni.
    YORK: Se sapessi che le avesse avute... ma non parliamone pi; ci sono
    ora altri affari da trattare.
    (Escono tutti tranne Exeter).
    EXETER: Ben facesti, Riccardo,  a non alzar la voce poich,  se le tue
    passioni  si  fossero  scatenate,  temo che vi si sarebbero scorti pi
    velenoso astio e pi  furibonda  rissosit  di  quanto  non  si  possa
    immaginare  o supporre.  Ma in ogni modo qualunque ingenuo che vedesse
    questa stridente discordia della nobilt,  questo  spalleggiarsi  l'un
    l'altro  in  corte,  queste  faziose  rivalit  dei loro favoriti,  vi
    ravviserebbe un presagio di tristi eventi.  E' grave quando lo scettro
      in  mano  di  un  fanciullo;  ma  peggio  quando  l'invidia produce
    l'animosit: allora viene la rovina, allora comincia la confusione.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Davanti a Bordeaux.

    (Entra TALBOT con un Trombettiere e un tamburino).
    TALBOT: Trombettiere,  tu va' alle  porte  di  Bordeaux  e  chiama  il
    generale alle mura.
    (Il Trombettiere suona. In alto entrano il Generale ed altri).
    Capitani,  l'inglese Giovanni Talbot, soldato di Enrico d'Inghilterra,
    vi chiama;  e questo  il suo volere: aprite  le  porte  della  citt,
    umiliatevi  a noi,  riconoscete per vostro il mio sovrano,  rendetegli
    omaggio da sudditi obbedienti e mi ritirer con l'esercito assetato di
    sangue;  ma se fate cattivo viso a quest'offerta di pace,  tentate  la
    furia dei miei tre ministri: la fame sparuta,  l'acciaio che squarta e
    il fuoco che sale dovunque: essi raderanno a terra in  un  istante  le
    torri  maestose  che  sfidano  il  cielo,  se  respingerete  la nostra
    amorevole offerta.
    GENERALE: Malauguroso e terribile  uccellaccio  di  morte,  terrore  e
    sanguinoso  flagello  del nostro paese!  La fine della tua tirannia si
    avvicina.  Non potrai entrare in questa citt che  per  la  via  della
    morte,  poich,  te l'assicuro,  siamo ben muniti e forti quanto basta
    per sortire a combattere: se cerchi di allontanarti, il Delfino armato
    poderosamente  pronto a impigliarti nelle reti della guerra: dall'una
    e dall'altra  parte  vi  sono  truppe  schierate  per  toglierti  ogni
    possibilit di fuga;  e non puoi volgerti a cercare salvezza da alcuna
    parte senza che la morte ti stia a fronte con imminente  rovina  e  la
    pallida distruzione non ti guardi in faccia.  Diecimila Francesi hanno
    fatto giuramento sull'ostia sacra di non prendere di  mira  altr'anima
    cristiana  che l'inglese Talbot con le loro terribili artiglierie.  Tu
    ti ergi cost, vivo,  nel tuo valore e spirito invitto ed invincibile:
    questa  l'ultima lode che io tuo nemico tributo a te,  perch,  prima
    che Ia clessidra la quale ora comincia a scorrele  abbia  misurato  il
    corso  della  sua  sabbiosa  ora,  questi  occhi che ti vedono ora coi
    colori della salute ti vedranno  avvizzito,  insanguinato,  pallido  e
    morto.  (Tamburi  lontani) Ascolta,  ascolta!  il tamburo del Delfino,
    quasi squilla ammonitrice,  intona una musica grave alla tua anima che
    gi  comincia  a  temere,  e  i  miei  tamburi  accompagneranno il tuo
    trapasso.
    (Escono il Generale e i suoi Compagni).
    TALBOT: Egli non conta favole;  sento i  nemici.  Alcuni  cavalleggeri
    escano  a  spiare  le loro ali.  O disciplina trascurata e negligente!
    Come siamo chiusi e stretti in una cerchia,  piccolo branco di  pavidi
    daini  inglesi,  sbigottiti da una muta latrante di cani francesi!  Se
    dobbiamo  essere  daini  inglesi,  siamolo  non  come  quegli  animali
    intristiti che cadono al primo morso,  ma nella pienezza delle forze e
    come cervi irritati,  infuriati e disperati che con corna di ferro  si
    rivoltano  contro  i mastini e li fanno,  codardi,  latrar di lontano:
    ciascuno venda cara la vita come far della mia ed  troveranno  allora
    che non siam servi cervi,  amici miei.  Dio e San Giorgio, Talbot e il
    buon diritto dell'Inghilterra proteggano le nostre bandiere in  questa
    perigliosa battaglia.
    (Escono).
    SCENA TERZA - Pianura in Guascogna.

    (Entra YORK coi Soldati. Sopraggiunge un Messo).
    YORK:  Non  sono  ancora  ritornate  le  celeri  spie che seguivano il
    possente esercito del Delfino?
    MESSO: Sono ritornate, mio signore, e informano che egli era in marcia
    verso Bordeaux con le  sue  forze  per  combattere  Talbot;  e  mentre
    marciava i nostri informatori hanno scoperto due corpi pi numerosi di
    quelli  del Delfino che si sono uniti con lui,  dirigendosi pure verso
    Bordeaux.
    YORK: La peste colga quel furfante di  Somerset  che  cos  ritarda  i
    promessi   rinforzi   di  cavalleria  arruolati  per  questo  assedio!
    L'illustre Talbot aspetta il mio aiuto ed io burlato da quel  birbante
    traditore  non  posso soccorrere il nobile cavaliere.  Dio lo aiuti in
    questo frangente! se ha la peggio addio guerre di Francia!

    (Entra SIR GUGLIELMO LUCY).

    LUCY: Tu principe e condottiero del nostro esercito inglese  mai  cos
    necessario in terra di Francia,  affrettati a salvare il nobile Talbot
    che ora  cinto di ferro e  accerchiato  dalla  fiera  distruzione.  A
    Bordeaux,  bellicoso duca!  a Bordeaux, York, altrimenti addio Talbot,
    addio Francia e addio onore dell'Inghilterra!
    YORK: Mio Dio! Se Somerset,  che per orgoglio trattiene le mie schiere
    di  cavalleria,  fosse  al  posto  di  Talbot!  salveremmo un valoroso
    gentiluomo rimettendoci un codardo e un traditore.  Un'ira pazza e una
    furiosa  collera  mi  fanno  piangere,  quando penso che noi moriamo a
    questo modo mentre i traditori negligenti dormono.
    LUCY: Oh ! mandategli qualche soccorso in tal frangente.
    YORK: Io vengo meno ai  miei  impegni  di  soldato;  egli  muore,  noi
    perdiamo; noi piangiamo e la Francia ride; noi siamo sconfitti ed essi
    ogni  giorno  vincono:  e  tutto  per  causa  di questo vile traditore
    Somerset.
    LUCY: Allora Dio abbia piet dell'anima del prode  Talbot  e  del  suo
    giovane  figlio  Giovanni  che  due  ora  fa  ho  incontrato mentre si
    dirigeva a raggiungere il bellicoso padre.  Da tanti anni  Talbot  non
    vede  suo  figlio,  ed  ora  si  rivedono  quando la loro vita sta per
    finire.
    YORK: Ahim!  con che gioia il nobile Talbot  dar  a  suo  figlio  il
    benvenuto  alla  tomba!  Via!  quasi  non respiro per la rabbia quando
    penso che parenti a lungo divisi abbiano ad incontrarsi nell'ora della
    morte. Lucy,  addio: la mia fortuna non mi consente che di maledire la
    causa per la quale non mi  permesso di aiutare quest'uomo.  Il Maine,
    Blois,  Poitiers e Tours sono perduti e tutto per colpa di Somerset  e
    dei suoi indugi.
    (Esce coi suoi Soldati).
    LUCY:  Cos mentre l'avvoltoio della discordia rode il cuore di grandi
    capitani,  una torpida negligenza ci fa perdere  a  tradimento  quanto
    conquist  colui  che  ancor caldo nella fossa,  quell'uomo che vivr
    eternamente nella nostra memoria, Enrico Quinto: mentre sono intenti a
    contrariarsi a vicenda, vite, onori, terre e tutto precipita a rovina.
    (Esce).


    SCENA QUARTA - Altra pianura in Guascogna.

    (Entrano SOMERSET col suo Esercito e uno dei Capitani di Talbot).
    SOMERSET: E' troppo tardi;  non posso mandarli ora: questa  spedizione
    fu progettata con troppa precipitazione da York e da Talbot: truppe in
    sortita  dalla  citt  potrebbero  attaccare  tutte  le  nostre forze:
    Talbot, temerario,  ha macchiato lo splendore della sua amica fama con
    questa avventura sconsiderata,  disperata e pazza: York lo ha spinto a
    combattere e a morire con infamia, perch, morto Talbot,  il gran York
    potesse aver la palma della gloria.
    CAPITANO:  Ecco  qui Sir Guglielmo Lucy che  venuto con me a chiedere
    aiuto per le nostre truppe soverchiate da forze superiori.
    (Entra SIR GUGLIELMO LUCY).
    SOMERSET: Che c', Sir Guglielmo? di dove venite?
    LUCY: Di dove,  signore?  Mi manda lord Talbot,  il quale,  tradito  e
    circondato  da  audaci  avversari,  invoca  il  nobile York e Somerset
    perch allontanino la morte dalle  sue  truppe  indebolite:  e  mentre
    quell'onorato  capitano  suda  sangue  dal  corpo esausto,  resistendo
    ancora solo in grazia della posizione e attende  aiuto,  voi,  in  cui
    riponeva  false  speranze,  voi  che  dovreste essere i gelosi custodi
    dell'onore  dell'Inghilterra,   vi  tenete  in  disparte  per  indegna
    rivalit.  Non consentite che le vostre discordie personali lo privino
    dei rinforzi che dovrebbero soccorrerlo, mentre egli,  nobile e famoso
    gentiluomo,  sta  per perdere la vita contro forze assai superiori: il
    Bastardo d'Orleans, Carlo, Borgogna, Alenon e Renato lo accerchiano e
    Talbot perisce perch voi lo abbandonate.
    SOMERSET: York lo ho istigato e York avrebbe dovuto mandargli aiuto.
    LUCY: E York accusa con altrettanta forza Vostra  Grazia,  giurando  e
    spergiurando  che  voi  trattenete  le  truppe  arruolate  per  questa
    spedizione.
    SOMERSET: York  mente;  bastava  che  avesse  mandato  a  chiedere  la
    cavalleria e l'avrebbe avuta; ma io non ho doveri verso di lui e ancor
    meno  affetto  e  mi vergognerei di umiliarmi mandandogli aiuti di mio
    impulso.
    LUCY: La frode dell'Inghilterra e non la forza della Francia ha  fatto
    cadere  in questo tranello il magnanimo Talbot.  Non ritorner vivo in
    Inghilterra ma morir tradito dalla vostra rivalit.
    SOMERSET: Suvvia, andate, mander subito la cavalleria,  e giunger in
    suo aiuto entro sei ore.
    LUCY:  Troppo  tardi  viene  questo  soccorso: a quest'ora deve essere
    stato preso o ucciso,  perch non poteva  fuggire  anche  volendo,  n
    potendolo, Talbot l'avrebbe certo voluto.
    SOMERSET: Se il valoroso Talbot  morto, non c' pi nulla da fare!
    LUCY:  La  sua  fama sopravvive nel mondo,  la vergogna della sua fine
    sopravvive in voi.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Il campo inglese vicino Bordeaux.

    (Entrano TALBOT e suo figlio Giovanni).
    TALBOT: O Giovanni,  ti avevo chiamato per insegnarti  le  arti  della
    guerra, affinch il nome di Talbot rivivesse in te quando la vecchiaia
    inaridita  e  la  debolezza delle membra impotenti avessero inchiodato
    alla  sedia  tuo  padre  cadente.  Ma,  maligne  stelle,  presaghe  di
    sventura!  Sei venuto a una festa di morte,  a un pericolo terribile e
    da cui non v' scampo: perci, caro ragazzo, monta sul mio cavallo pi
    rapido e ti dir dove salvarti con la  fuga:  suvvia,  non  indugiare,
    vattene.
    GIOVANNI:  Non  mi  chiamo  Talbot?  non  sono vostro figlio?  e debbo
    fuggire? Oh!  se amate mia madre non disonoratene il nome,  facendo di
    me  un bastardo e uno sciagurato: tutti diranno che non era del sangue
    di Talbot colui che fugg quando  il  nobile  Talbot  restava  al  suo
    posto.
    TALBOT: Fuggi per vendicare la mia morte se sar ucciso.
    GIOVANNI: Chi fugge cos vilmente non  uomo da ritornare.
    TALBOT: Se restiamo entrambi, entrambi morremo.
    GIOVANNI: E allora lasciate che resti io,  e voi,  padre,  fuggite: la
    morte vostra sarebbe gran perdita:  grande  dovrebb'essere  dunque  la
    vostra  cautela;   invece  nessuno  sa  quello  che  valgo  e  nessuno
    s'accorgerebbe della mia scomparsa.  I  Francesi  possono  menar  poco
    vanto  della  mia  morte,  ma  si glorieranno della vostra,  e con voi
    svaniranno tutte le nostre speranze. La fuga non pu macchiare l'onore
    che vi siete conquistato;  ma io che non  ho  compiuto  ancora  alcuna
    impresa perderei la mia reputazione.  Ognuno giurer che siete fuggito
    a ragion veduta, ma se io piegassi, tutti direbbero che l'ho fatto per
    paura.  Non c' speranza che io possa mai tener  fermo,  se  al  primo
    pericolo  mi  arretro  e  fuggo.  Qui  in  ginocchio  chiedo di morire
    piuttosto che conservare la vita con infamia.
    TALBOT: Tutte le speranze di tua madre andranno a finire in  una  sola
    fossa?
    GIOVANNI: S, meglio questo che disonorarne le viscere.
    TALBOT: Se ti  cara la mia benedizione, ti ingiungo di andare.
    GIOVANNI: S, per combattere, ma non per fuggire davanti al nemico.
    TALBOT: Parte di tuo padre pu salvarsi in te.
    GIOVANNI: Nessuna parte di lui che in me non sia vergogna.
    TALBOT: Non ti sei ancora acquistata fama e quindi non puoi perderla
    GIOVANNI: S, il vostro nome famoso: debbo disonorarlo con la fuga?
    TALBOT: Son io che te l'ordino: questo ti purgher da tal macchia.
    GIOVANNI:  Se  sarete  ucciso  non  potrete testimoniare a mio favore.
    Fuggiamo entrambi se la morte  cos certa.
    TALBOT: Lasciando i miei compagni qui a combattere e  morire?  sino  a
    questa  tarda  vecchiaia  non  mi  sono  mai  macchiato  di una simile
    vergogna.
    GIOVANNI: E dovrei nella mia giovinezza commettere tale  infamia?  Non
    posso  dividermi  dal vostro fianco pi di quello che voi non possiate
    dividervi in due persone.  Restate,  andate,  fate quello che  volete;
    far lo stesso, poich non voglio vivere se mio padre morir.
    TALBOT:  Allora qui mi congedo da te,  mio bel figlio,  nato per veder
    eclissare la tua vita oggi stesso.  Suvvia,  viviamo e moriamo l'uno a
    fianco  dell'altro,  e le nostre anime volino insieme dalla Francia al
    cielo.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Il campo di battaglia.

    (Allarme.  Scorrerie.  Il Figlio di Talbot  accerchiato e  TALBOT  lo
    salva).
    TALBOT:  San Giorgio e vittoria!  Combattete soldati,  combattete!  il
    Reggente non ha mantenuta la parola con Talbot  e  ci  ha  abbandonati
    alla  furia  delle  armi  francesi.  Dov' Giovanni?  fermati e prendi
    fiato; ti diedi la vita e ora ti ho salvato dalla morte.
    GIOVANNI: O padre mio due volte, due volte ti sono figlio! la vita che
    dapprima mi desti era  perduta,  finch  con  la  spada  vittoriosa  a
    dispetto del destino hai dato nuovo inizio ai miei giorni conclusi.
    TALBOT:  Quando con la spada hai fatto sprizzare scintille dal cimiero
    del  Delfino,   l'altera  speranza  di  una  tua  ardita  vittoria  ha
    riscaldato  il  mio  cuore paterno.  E allora la mia vecchiaia inerte,
    ravvivata di giovanile furore e rabbia bellicosa ha abbattuto Alenon,
    Orlans,  Borgogna e  ti  ha  salvato  dal  fior  fiore  delle  truppe
    francesi.  L'iroso Bastardo d'Orlans che aveva versato il tuo sangue,
    figlio mio,  e si era avuta la primizia dei tuoi fatti  d'arme,  si  
    scontrato con me e tosto io ho fatto spicciar del suo sangue bastardo,
    dicendogli  a  sua  vergogna:  Cos  verso il tuo sangue contaminato,
    malcreato e vile,  il tuo sangue meschino e povero per il  sangue  mio
    puro  che  traesti  dalle  vene di Talbot,  mio valoroso figlio.  E a
    questo punto,  mentre mi proponevo di uccidere il Bastardo,  accorsero
    molti in suo aiuto. Di', amore di tuo padre, non sei stanco, Giovanni?
    come ti senti?  vuoi, ragazzo, lasciare la battaglia e fuggire ora che
    sei consacrato figlio della cavalleria?  Fuggi per  vendicarmi  quando
    sar  morto: l'aiuto di uno solo poco conta.  E' gran pazzia,  capisco
    benissimo,  arrischiare tutte le nostre vite in una piccola navicella.
    Se  non  mi  uccide oggi la furia dei Francesi,  mi uccider domani la
    grande et: anche se rimango  non  guadagneranno  nulla:  non  faranno
    altro che accorciarmi la vita di un giorno. In te, invece, muoiono tua
    madre,  il nome della nostra casa, la vendetta della mia morte, la tua
    giovinezza e la fama dell'Inghilterra. Se resti, poniamo a repentaglio
    tutto questo e ben altro ancora; tutto questo si salver se fuggirai.
    GIOVANNI: La spada di Orlans non mi  ha  fatto  soffrire;  ma  queste
    vostre parole mi fanno sanguinare il cuore.  Cada morto il cavallo che
    dovrebbe portarmi prima che il giovane  Talbot  abbandoni  il  vecchio
    Talbot, approfittando di cos turpe occasione per salvare una vita che
    non  val  nulla  e spegnere una fama cos luminosa!  e possa io essere
    paragonato ai contadini di Francia e divenire  oggetto  di  scherno  e
    bersaglio  alla  fortuna!  Certamente per tutta la gloria che vi siete
    acquistata, se fuggo non sono figlio di Talbot: dunque non parlate pi
    di fuga,  ch non serve a nulla;  se sono figlio di Talbot,  morr  ai
    piedi di Talbot.
    TALBOT:  E allora tu,  novello Icaro,  segui il tuo disperato genitore
    cretese.  La tua vita mi  cara;  ma,  se vuoi combattere,  combatti a
    fianco di tuo padre, e degni di encomio cadiamo insieme gloriosamente.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Un'altra parte del campo.

    (Allarme. Scorrerie. Entra il vecchio TALBOT sorretto da un Servo).
    TALBOT:  Dov'  l'altra mia vita?  questa mia  finita;  oh!  dov' il
    giovane  Talbot,   il  mio  valoroso  Giovanni?   Morte   trionfatrice
    imbrattata  dalla prigionia,  il valore del giovane Talbot fa s ch'io
    sorrida di te.  Allorch mi vide indietreggiare e cadere in ginocchio,
    brand  sopra  di  me  la  spada  insanguinata  e  come leone affamato
    incominci a compiere gesta impetuose di furore e di  forza  indomita;
    ma quando il mio difensore si trov solo,  assistendomi nella caduta e
    non pi assalito da alcuno,  una cieca furia e un rabbioso coraggio lo
    fecero balzar dal mio fianco nel folto della mischia e in quel mare di
    sangue il mio ragazzo abbever il suo magnanimo spirito, l  morto il
    mio Icaro, il mio fiore, in tutta la sua gloria.
    SERVO: O mio caro signore, ecco che  portato vostro figlio!
    (Entrano Soldati col corpo di GIOVANNI TALBOT).
    TALBOT: Morte beffarda, che ti burli di noi, tra poco due Talbot uniti
    da eterni vincoli spiegando le ali nell'aere leggero, sfuggiranno alla
    mortalit.  Oh  tu,  le  cui  ferite quasi fan bella la morte arcigna,
    parla a tuo padre prima di rendere l'ultimo respiro;  sfida la morte e
    parla,  anche  se tenta di vietartelo;  immagina che sia un Francese e
    tuo nemico. Povero ragazzo! sorride come se volesse dire: Se la morte
    fosse stata francese,  oggi sarebbe morta.  Suvvia,  ponetelo fra  le
    braccia  di  suo  padre:  il mio spirito non pu pi sopportare questi
    mali. Soldati, addio! Ho quello che desideravo, ora che le mie vecchie
    braccia sono la tomba di Giovanni Talbot.
    (Muore).

    (Entrano  CARLO,  ALENON,  BORGOGNA,  il  BASTARDO,   la  PULZELLA  e
    Soldati).
    CARLO:  Se  York  e  Somerset avessero condotto dei rinforzi,  avremmo
    avuto una giornata sanguinosa.
    BASTARDO: Come quel lupacchiotto del figlio di Talbot,  pazzo furioso,
    tuffava il suo spadino novizio nel sangue dei Francesi!
    PULZELLA:  Ad  un certo momento mi sono imbattuta in lui e cos gli ho
    detto: Tu,  nel virgineo fiore della giovinezza,  lasciati vincere da
    una  vergine;  ma con orgoglioso disprezzo e altera maest cos mi ha
    risposto: Il giovane Talbot non    nato  per  essere  preda  di  una
    sgualdrina.  Cos,  scagliandosi  nelle  viscere dei Francesi,  mi ha
    lasciato orgogliosamente,  come se fossi stata indegna  di  combattere
    con lui.
    BORGOGNA: Senza dubbio sarebbe riuscito un ottimo cavaliere;  vedetelo
    sepolto tra le braccia del sanguinario fomentatore delle sue sventure.
    BASTARDO: Si facciano a pezzi;  si rompan le ossa di  costoro  che  in
    vita furono gloria d'Inghilterra e oggetto di stupore per la Francia.
    CARLO: Oh no!  desistete;  non oltraggiamo, ora che sono morti, coloro
    davanti ai quali siamo fuggiti quand'erano vivi.

    (Entra  SIR  GUGLIELMO  LUCY  col  Seguito,  preceduto  da  un  Araldo
    francese).

    LUCY: Araldo, conducimi alla tenda del Delfino perch possa sapere chi
    ha ottenuto la vittoria m questo giorno
    CARLO: Che ambasciata di sottomissione mi porti?
    LUCY:  Sottomissione,  Delfino?  E'  una parola francese;  noi soldati
    inglesi non sappiamo  che  significhi.  Sono  venuto  per  sapere  che
    prigionieri hai presi e per vedere i corpi degli uccisi.
    CARLO: Tu chiedi dei prigionieri?  l'inferno  la nostra prigione!  ma
    dimmi chi cerchi.
    LUCY: Dov' quel grande Alcide della guerra,  il valoroso lord Talbot,
    conte di Shrewsbury, creato per le sue segnalate vittorie grande conte
    di   Washford,   Waterford  e  Valence,   lord  Talbot  di  Goodrig  e
    Urchinfield,  lord Strange di Blackmere,  lord Verdun di  Alton,  lord
    Cromwell  di  Wingfield,  lord  Furnival  di  Shemeld,  il  tre  volte
    vittorioso lord di Falconbridge,  cavaliere del nobile ordine  di  San
    Giorgio,  di San Michele e del Toson d'Oro, Gran Maresciallo di Enrico
    Sesto in tutte le sue guerre nel regno di Francia?
    PULZELLA: Che sciocco stile pomposo!  il Sultano che  ha  cinquantadue
    regni  non  sciorina  tale prolissit di nomi.  Colui che tu adorni di
    tutti questi titoli giace ai nostri piedi cadavere fetente  e  coperto
    di cacchioni.
    LUCY:  Ucciso  Talbot?  il solo flagello dei Francesi,  terrore e nera
    nemesi  del  vostro  regno?  Oh,   potessero  i  miei  occhi  divenire
    proiettili  per scagliarveli rabbiosamente in faccia!  Oh,  se potessi
    richiamare in vita quei morti!  basterebbe ci a spaventare  l'intiero
    regno  di  Francia.  Se  il  suo  solo  ritratto  restasse qui tra voi
    sgomenterebbe  anche  il  pi  ardito  dei  Francesi.  Consegnatemi  i
    cadaveri perch possa portarli via e seppellirli onorevolmente come la
    loro dignit richiede.
    PULZELLA:  Credo  che  questo  insolente  sia  lo  spettro del vecchio
    Talbot, tanto imperioso e altero  il tono delle sue parole.  Per amor
    di  Dio,  se  li porti via;  a tenerli qui c' da appestare l'aria col
    lezzo.
    CARLO: Andate pure e portate via i cadaveri.
    LUCY: Li porter via di qui;  ma dalle loro ceneri nascer una  fenice
    che atterrir tutta la Francia.
    CARLO: Purch ce ne liberiamo,  fa' di lui quello che vuoi.  E ora che
    siamo in vena di conquista,  a Parigi!  tutto cadr nelle nostre  mani
    ora che il sanguinario Talbot  morto.
    (Escono).









    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Londra. Il Palazzo.

    (Fanfara. Entrano RE ENRICO, GLOUCESTER e EXETER).
    ENRICO:  Avete lette le lettere del papa,  dell'imperatore e del conte
    di Armagnac?
    GLOUCESTER: S,  mio sovrano;  e il succo    questo:  essi  umilmente
    chiedono  a  Vostra  Maest  che  si  conchiuda  la  pace  fra i regni
    d'Inghilterra e di Francia.
    ENRICO: Che pensa Vostra Signoria di questa proposta?
    GLOUCESTER: Buona,  mio buon signore;   il solo mezzo  per  arrestare
    tanta  effusione  di  sangue  cristiano  e  per  stabilire  la  quiete
    dovunque.
    ENRICO: S,  zio;  perch mi  sempre sembrata cosa empia e  snaturata
    che  tanta  ferocia  e  sanguinosa  rivalit  regnassero fra genti che
    professano una stessa fede.
    GLOUCESTER: Inoltre,  sire,  per creare pi presto e per stringere pi
    saldamente questo vincolo di amicizia,  il conte di Armagnac, prossimo
    parente di Carlo e uomo di grande autorit in Francia,  offre  la  sua
    unica  figlia  in matrimonio a Vostra Maest con una grande e sontuosa
    dote.
    ENRICO: In matrimonio,  zio!  sono ancora troppo giovane e pi  mi  si
    addicono  lo  studio  e  i  libri  che  lo  spassarmi  con una amante.
    Tuttavia,  chiamate gli ambasciatori e rispondete a ciascuno  di  loro
    come  vi  piacer:  sar  lieto  di qualsiasi decisione che tenda alla
    gloria di Dio e al bene del mio paese.

    (Entrano  WINCHESTER  in  abito  di  Cardinale,   un  Legato   e   due
    Ambasciatori).

    EXETER:  Come!  Lord  Winchester  gi  innalzato alla porpora?  allora
    comincio a credere che si verificher la profezia fatta altra volta da
    Enrico Quinto: Se sar creato cardinale,  far il suo berretto uguale
    alla corona.
    ENRICO:  Signori ambasciatori,  le vostre diverse richieste sono state
    considerate e discusse.  Le proposte sono buone e ragionevoli e perci
    siamo  decisi  a  redigere le condizioni di una pace amichevole e lord
    Winchester le recher presto in Francia.
    GLOUCESTER: E quanto all'offerta del vostro sovrano,  ne ho  informato
    Sua Maest cos minutamente che apprezzando le virt, la bellezza e la
    larga   dote   della   principessa,   desidera   che   divenga  regina
    d'Inghilterra.
    ENRICO: A conferma e prova di questo accordo portatele  questa  gemma,
    pegno del mio affetto. E cos, lord Protettore, fateli scortare sani e
    salvi a Dover,  e l,  quando siano imbarcati, affidateli alla fortuna
    del mare.
    (Escono tutti tranne Winchester e il Legato).
    WINCHESTER: Fermatevi,  mio signor Legato: debbo  anzitutto  darvi  la
    somma  di  denaro  che  ho promesso a Sua Santit perch rivestisse di
    questi paludamenti.
    LEGATO: A comodo vostro, mio signore.
    WINCHESTER (a parte): Adesso Winchester non si sottometter  n  star
    al  di  sotto  del  pi  superbo  dei  pari.  Humphrey  di Gloucester,
    t'accorgerai che n per nascita n per autorit il vescovo si  lascer
    superare  da  te:  o  ti  far  inchinare  e  piegare  il  ginocchio o
    sconvolger tutto il paese colla ribellione.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Francia. Pianura dell'Angi.

    (Entrano CARLO, BORGOGNA, ALENON, il BASTARDO, RENATO,  la PULZELLA e
    Soldati).
    CARLO:  Queste  notizie,  miei  signori,  possono  rallegrare i nostri
    spiriti abbattuti: si dice che i risoluti parigini stiano ribellandosi
    e ripassando dalla parte dei marziali Francesi.
    ALENON: Allora  marciate  verso  Parigi,  Carlo  di  Francia,  e  non
    trattenete in vano ozio le vostre forze.
    PULZELLA:  La  pace  sia  tra  loro se ritornano a noi;  altrimenti la
    rovina distrugga loro case.
    (Entra un Informatore).
    INFORMATORE: Fortuna al nostro grande  generale  e  felicit  ai  suoi
    compagni!
    CARLO: Che notizie ci mandano i nostri informatori ? parla, ti prego.
    INFORMATORI: L'esercito inglese che era diviso in due parti,  si  ora
    ricongiunto e intende di darvi tosto battaglia.
    CARLO: Questo avvertimento ci coglie alquanto di sorpresa, signori, ma
    prendere subito le misure necessarie.
    BORGOGNA: Spero che l'ombra di Talbot non sia con loro: ora che se  ne
     andato, signore, non avete a temere.
    PULZELLA:  Di  tutte  le  vili  passioni la paura  la pi spregevole.
    Ordina la vittoria,  Carlo,  e sar tua;  s'angusti Enrico e tutto  il
    mondo soffra.
    CARLO: Avanti allora, miei signori, e la fortuna arrida alla Francia!
    (Escono).


    SCENA TERZA - Davanti ad Angers.

    (Allarmi e scorrerie. Entra la PULZELLA).
    PULZELLA:  Il  Reggente  vince  e  i Francesi fuggono.  Aiutatemi voi,
    incantamenti e amuleti, e voi spiriti eletti che mi ammonite e mi date
    presagi del futuro,  (tuono) voi  pronti  soccorritori  e  vicari  del
    monarca   sovrano   del   settentrione,   apparite   e   aiutatemi  in
    quest'impresa!
    (Entrano alcuni Demoni).
    Questa  pronta  e  sollecita  comparsa    prova  della  vostra  usata
    diligenza verso di me. Ora, miei genii, evocati dalle tremende regioni
    sotterranee,  aiutatemi  questa volta ancora,  perch la Francia possa
    ottenere la  vittoria.  (Camminano  intorno  senza  parlare)  Oh!  non
    tenetemi  cos  sospesa  in  silenzio.  Gi  usata  a nutrirvi col mio
    sangue,  mi recider qualche membro e ve lo dar come arra di  maggior
    mercede,  se  accondiscendete ad aiutarmi ora.  (Chinano la testa) Non
    c' speranza che mi diate soccorso?  Vi  pagher  col  mio  corpo,  se
    accogliete la mia supplica.  (Scuotono la testa) N il mio corpo n il
    sacrificio del mio sangue possono indurvi a  darmi  l'appoggio  usato?
    Prendetevi  allora  la  mia  anima;  corpo,  anima  e  tutto prima che
    l'Inghilterra infligga uno scacco alla Francia.  (I Demoni scompaiono)
    Ahim!  mi abbandonano. E' venuta l'ora in cui la Francia deve chinare
    il  superbo  piumato  cimiero  e  abbandonare  il   capo   in   grembo
    all'Inghilterra.  I  miei  antichi  incantesimi  sono troppo fiacchi e
    l'inferno  troppo forte perch io possa  lottare  con  esso:  ora,  o
    Francia, la tua gloria cade nella polvere.
    (Esce).

    (Scorrerie.  Rientra  la PULZELLA combattendo a corpo a corpo con YORK
    ed  fatta prigioniera. I Francesi fuggono).

    YORK: Donzella di Francia,  ora  vi  tengo:  ora  scatenate  i  vostri
    spiriti con gli incanti e guardate se possono ridarvi la libert.  Una
    bella preda da ingraziarsene il diavolo!  Vedete  come  questa  brutta
    strega aggrotta la fronte quasi che come Circe volesse cambiare la mia
    figura.
    PULZELLA: Non ti si potrebbe cambiare in figura peggiore.
    YORK: Oh! il Delfino Carlo  un bell'uomo e soltanto la sua figura pu
    piacere al tuo occhio schizzinoso.
    PULZELLA:  La  peste  colga  Carlo  e  te,  e possiate entrambi essere
    ammazzati da mani sanguinarie mentre dormite nei vostri letti!
    YORK: Zitta, feroce strega maledicente!
    PULZELLA: Lascia, di grazia, che io mi sfoghi a maledire.
    YORK: Maledirai, dannata, quando andrai al rogo.
    (Escono).
    (Allarmi. Entra SUFFOLK conducendo LADY MARGHERITA).

    SUFFOLK: Chiunque tu sia, sei mia prigioniera. (La contempla) Oh! vaga
    bellezza, non temere n fuggire perch ti toccher con mani reverenti.
    Ti bacio la mano in segno  di  eterna  pace  e  la  lascio  dolcemente
    ricadere  al  tuo tenero fianco.  Chi sei tu?  Dimmelo perch io possa
    renderti gli onori che ti sono dovuti.
    MARGHERITA: Sappi, chiunque tu sia, che io sono Margherita e figlia di
    un re, del re di Napoli.
    SUFFOLK: Io sono conte e Suffolk  il mio nome.  Non avermi a  sdegno,
    miracolo  della natura;  era destino che tu fossi fatta prigioniera da
    me: cos il cigno salva i  suoi  piccoli  appena  coperti  di  peluria
    imprigionandoli  sotto l'ala.  Tuttavia,  se tal condizione servile ti
    offende,  va' e sii libera ancora,  quale amica di Suffolk.  (Ella  si
    avvia)  Oh!  rimani.  Non  ho  la forza di lasciarla partire,  la mano
    vorrebbe liberarla,  ma il  cuore  lo  vieta.  Come  il  sole  scherza
    sull'acqua  cristallina  facendo  scintillare  da essa un riflesso dei
    suoi raggi,  cos appare ai miei occhi  questa  bellezza  abbagliante.
    Vorrei  parlarle  d'amore,  ma non oso: lascer che la penna esprima i
    miei sentimenti. Vergogna,  De la Pole!  Non farti da meno di quel che
    sei;  ti  manca  la parola,  e non  ella qui?  ti lascerai intimidire
    dalla vista di una donna?  s,  la regale maest della bellezza  tale
    da confondere la parola e da ottundere i sensi.
    MARGHERITA:  Dimmi,  conte  di  Suffolk,  se  tale  il tuo nome,  che
    riscatto debbo pagare per essere libera,  poich vedo  di  essere  tua
    prigioniera?
    SUFFOLK  (a  parte):  Come  puoi  dire  che  ella  respinger  le  tue
    suppliche, se non hai ancora messo alla prova i suoi sentimenti?
    MARGHERITA: Perch non parli? che riscatto debbo pagare?
    SUFFOLK (a parte): E' bella ed  fatta per essere amata;   donna ed 
    fatta per essere conquistata.
    MARGHERITA: Vuoi accettare il riscatto s o no?
    SUFFOLK  (a  parte):  Sciocco,  ricorda che hai moglie;  come potrebbe
    Margherita diventare tua amante?
    MARGHERITA (a parte): Meglio lasciarlo perch non mi vuole ascoltare.
    SUFFOLK (a parte): Ecco quel che  guasta  tutto  e  raffredda  il  mio
    ardore.
    MARGHERITA: Parla senza sapere quello che si dice; certamente  pazzo.
    SUFFOLK  (a  parte):  Eppure  si potrebbe ottenere lo scioglimento del
    matrimonio.
    MARGHERITA: Eppure vorrei che mi rispondeste.
    SUFFOLK (a parte): Conquister questa madonna Margherita;  ma per chi?
    per il re? egli  insensibile come un pezzo di legno.
    MARGHERITA: Parla di legno: dev'essere un falegname.
    SUFFOLK  (a  parte):  Ma  cos  pu contentarsi il mio desiderio e pu
    ristabilirsi  la  pace  tra  questi  due  regni.  Ma  v'  ancora  una
    difficolt poich sebbene suo padre sia re di Napoli,  duca dell'Angi
    e del Maine,  povero! e la nostra nobilta disprezzer questa unione.
    MARGHERITA: Sentite, capitano? vi disturbo forse?
    SUFFOLK (a parte): E cos si far,  per  quanto  possano  sdegnarsene:
    Enrico  giovane e presto ceder. Madama, ho un segreto da rivelarvi.
    MARGHERITA  (a  parte):  E che importa se sono prigioniera?  sembra un
    cavaliere e non mi mancher in alcun modo di rispetto.
    SUFFOLK: Signora, vogliate ascoltare quello che vi dir.
    MARGHERITA (a parte): Forse sar liberata dai  Francesi;  e  non  avr
    bisogno della sua cavalleria.
    SUFFOLK: Bella signora, prestatemi la vostra attenzione in una causa.
    MARGHERITA:  Evvia!  non    la  prima  volta  che  una  donna  fatta
    prigioniera.
    SUFFOLK: Signora, perch parlate cos?
    MARGHERITA: Vi chiedo scusa,  stato un equivoco.
    SUFFOLK: Dite, gentile principessa, non riterreste la vostra prigionia
    una circostanza felice, se doveste uscirne regina?
    MARGHERITA: Essere regina in  prigionia    condizione  pi  vile  che
    l'ultimo  grado  della schiavit,  perch i principi dovrebbero essere
    liberi.
    SUFFOLK: E lo sarete,  se il reale monarca della felice Inghilterra  
    libero.
    MARGHERITA: Come! che m'interessa la sua libert?
    SUFFOLK:  M'impegno  a farti sposa d'Enrico,  a darti in mano un aureo
    scettro, a porre sul tuo capo una preziosa corona, se tu acconsenti ad
    essere la mia...
    MARGHERITA: Che mai ?
    SUFFOLK: L'oggetto del suo amore.
    MARGHERITA: Sono indegna di diventare la sposa di Enrico.
    SUFFOLK: No,  nobile signora,  sono io indegno di corteggiare per  lui
    una dama s leggiadra ed io stesso non aver parte alcuna nella scelta.
    Che ne dite, signora, acconsentite?
    MARGHERITA: S, se mio padre acconsente.
    SUFFOLK: Allora facciamo uscire i nostri capitani e le nostre bandiere
    e   sotto   le  mura  del  castello  di  vostro  padre  chiederemo  di
    parlamentare con lui.
    (Squilla a parlamento. Entra sulle mura RENATO).
    Vedi, Renato? vedi tua figlia prigioniera?
    RENATO: Di chi?
    SUFFOLK: Mia.
    RENATO: Suffolk,  non c' rimedio;  sono soldato: non so  piangere  n
    prendermela con la volubilit della fortuna.
    SUFFOLK: S, c' rimedio quanto basta, signor mio: consenti a onor tuo
    che  tua  figlia vada sposa al mio re;  io l'ho corteggiata e persuasa
    non senza fatica,  e ora questa lene  prigionia  ha  procurato  a  tua
    figlia una principesca libert.
    RENATO: E' proprio cos come dici, Suffolk?
    SUFFOLK:  La bella Margherita sa che Suffolk non lusinga n inganna n
    finge.
    RENATO:  Assicurato  dalla  tua  parola  di  principe,   discendo  per
    rispondere alla tua giusta richiesta.
    (Esce dalle mura).
    SUFFOLK: E qui attender la tua venuta.
    (Squillano trombe. Entra RENATO).
    RENATO: Benvenuto, valoroso conte, nei miei territori: comandate nella
    terra d'Angi come a Vostro Onore piace.
    SUFFOLK: Grazie, Renato, a cui la sorte ha dato una soave figlia degna
    di  divenire  la sposa di un re.  Che risposta d vostra signoria alla
    mia richiesta?
    RENATO: Giacch ti degni di indurre persona di cos  scarsi  meriti  a
    divenire  principesca sposa di tal signore e sovrana,  mia figlia sar
    di Enrico,  se questi vuole,  a condizione che io possa godere il mio,
    cio  i  distretti  del Maine e dell'Angi,  in libert e al sicuro da
    ogni guerra.
    SUFFOLK: Eccola riscattata;  te la consegno e m'impegno a far  s  che
    Vostra Signoria possa godere in pace quelle due contee.
    RENATO:  E  io in pegno di fede,  nel nome reale di Enrico,  do la sua
    mano a te, vicario di quel nobile sovrano.
    SUFFOLK: Renato di Francia,  ti rendo grazie regali,  poich tale atto
    si compie nell'interesse di un re. (A parte) Eppure sarei ben contento
    di  essere  il  procuratore  di  me stesso nella presente circostanza.
    Andr dunque in Inghilterra con queste notizie  e  far  celebrare  le
    nozze con la dovuta solennit.  Cos addio,  Renato; custodisci questa
    gemma in un aureo palazzo come si conviene.
    RENATO: Ti abbraccio, come abbraccerei quel principe cristiano,  il re
    Enrico, se fosse qui.
    MARGHERITA: Addio,  signore: Suffolk si avr sempre i buoni auguri, le
    lodi e le preghiere dl Margherita.
    (Andandosene).
    SUFFOLK: Addio,  dolce signora;  ma ascoltate,  Margherita: non  avete
    nessun principesco messaggio per il mio re?
    MARGHERITA:  Portategli  quel  saluto  che si addice a una fanciulla e
    vergine e sua ancella.
    SUFFOLK: Parole dolcemente espresse  e  con  femminile  modestia.  Ma,
    madama, debbo disturbarvi ancora: nessun pegno d'amore per Sua Maest?
    MARGHERITA:  S,  mio  buon  signore;  mando  al  re  un  cuore puro e
    immacolato, non ancora toccato dall'amore.
    SUFFOLK: E questo ancora.
    (La bacia).
    MARGHERITA: Questo  per te: non  sar  cos  presuntuosa  da  mandare
    pegni tanto futili a un re.
    (Escono Renato e Margherita).
    SUFFOLK: Oh, fossi tu per me! Ma, Suffolk, fermati; non puoi vagare in
    questo labirinto,  dove si nascondono Minotauri e orribili tradimenti.
    Riscalda Enrico con le meravigliose lodi che si possono fare  di  lei:
    ricordati  delle  sue  straordinarie virt e delle grazie naturali che
    superano ogni arte,  e sul mare raffigurati spesso  la  sua  immagine,
    cosicch  quando  ti inginocchierai ai piedi di Enrico,  potrai trarlo
    fuor di s per la meraviglia.
    (Esce).


    SCENA QUARTA - Campo del Duca di York nell'Angi.

    (Entrano YORK, WARWICK e altri).
    YORK: Portate fuori quella strega condannata a essere arsa viva.
    (Entrano la PULZELLA accompagnata dalle Guardie e un PASTORE).
    PASTORE: Ah, Giovanna, basta questo ad uccidere il cuore di tuo padre!
    ho cercato in ogni terra vicina e lontana,  e ora  che  finalmente  ti
    trovo  mi  tocca  assistere  alla  tua  morte crudele e immatura!  Ah,
    Giovanna, cara figlia Giovanna, morir con te!
    PULZELLA: Vecchio avaro,  vile e  ignobile!  miserabile!  discendo  da
    sangue ben pi nobile: tu non sei mio padre e neanche mio parente.
    PASTORE:  Ohib!  miei  signori,  di  grazia,  non    cos,  tutta la
    parrocchia sa che  sono  suo  padre:  sua  madre  vive  ancora  e  pu
    attestare che ella  stata il primo frutto del mio celibato.
    WARWICK: Disgraziata! vuoi rinnegare la tua famiglia?
    YORK:  Da questo si vede qual  stata la sua vita malvagia e bassa,  e
    la sua morte ne  degna conclusione.
    PASTORE: Vergognati, Giovanna, di essere cos ostinata. Dio sa che sei
    una costola della mia carne e  che  per  causa  tua  ho  sparso  molte
    lacrime: non rinnegarmi, buona Giovanna.
    PULZELLA:  Via  di qua,  contadino!  Avete comprato quest'uomo a bella
    posta per gettare una macchia sulla mia nobile nascita.
    PASTORE: E' vero che ho dato un  nobile  al  prete  la  mattina  che
    sposai  tua  madre.  Inginocchiati  e  lasciati  benedire,  mia  buona
    ragazza.  Non ti vuoi piegare?  Sia maledetto il giorno che  nascesti!
    Vorrei  che il latte che tua madre ti diede quando suggevi il suo seno
    fosse stato per te arsenico!  oppure che,  quando facevi pascolare gli
    agnelli nei prati,  qualche lupo affamato ti avesse divorata! Rinneghi
    tuo padre,  maledetta sgualdrina?  Bruciatela,  bruciatela!  la  forca
    sarebbe troppo poco per lei.
    (Esce).
    YORK:  Conducetela  via:   vissuta anche troppo per riempire il mondo
    coi suoi vizi.
    PULZELLA: Lasciate prima che vi dica chi avete condannato: non nata da
    un umile pastore,  ma da progenie di  re:  virtuosa  e  santa,  scelta
    dall'alto  a  compiere  segnalati miracoli sulla terra per ispirazione
    della grazia del cielo.  Non ho mai avuto alcun commercio con  spiriti
    maligni:  ma voi che siete insozzati dalla vostra lussuria,  macchiati
    del sangue degli innocenti,  corrotti e deturpati da mille  vizi,  non
    avendo la grazia che gli altri hanno, giudicate senz'altro impossibile
    compiere prodigi senza l'aiuto di demoni.  No, illusi! Giovanna d'Arco
     stata sempre sin dalla pi  tenera  infanzia  una  vergine  casta  e
    immacolata  persino  nei  pensieri,  e il suo sangue di vergine che vi
    accingete a versare con tanta severit grider vendetta alle porte del
    cielo.
    YORK: S, s: sia condotta a morte!
    WARWICK:  E  voi,  sentite,  messeri:  giacch    una  vergine,   non
    risparmiatele fascine;  ce ne sia quanto basta,  e mettete al palo dei
    barili di pece, perch si abbrevi la sua tortura.
    PULZELLA: Non c' nulla che possa commuovere i cuori vostri  induriti?
    Allora,  Giovanna,  rivela  la  tua debolezza,  che per forza di legge
    diventa tuo privilegio.  Sono incinta,  voi  omicidi  sanguinari:  non
    uccidete  dunque  il  frutto  che  dentro le mie viscere,  sebbene mi
    trasciniate a morte violenta.
    YORK: Dio non voglia! la santa vergine incinta!
    WARWICK: Questo  il tuo pi gran miracolo!  e  tutta  la  mia  severa
    rigidit  giunta a questo punto?
    YORK:  Ella  e  il Delfino hanno fatto il giochetto: mi immaginavo gi
    che scampo avrebbe cercato.
    WARWICK: Suvvia;  non vogliamo bastardi,  specialmente se  Carlo  deve
    esserne  il  padre.  PULZELLA:  Vi  ingannate: il bambino non  suo: 
    Alenon che ha goduto il mio amore.
    YORK: Alenon! quel famigerato Machiavelli!  il bambino morr anche se
    avesse mille vite.
    PULZELLA: Oh!  scusatemi,  vi ho ingannato: non fu n Carlo n il duca
    di cui vi ho fatto il nome,  ma Renato re di Napoli che mi  indusse  a
    peccare.
    WARWICK: Un uomo ammogliato! ci  intollerabile!
    YORK:  Come!  che brava ragazza!  non credo che neanche lei lo sappia,
    tanti sono quelli che pu accusare.
    WARWICK: E' segno che  stata generosa e prodiga di s.
    YORK: Eppure vuol essere davvero  pura  vergine!  Sgualdrina,  le  tue
    parole  condannano  il  tuo  marmocchio  e  te  stessa:  basta  con le
    suppliche, che non servono a nulla.
    PULZELLA: Allora conducetemi via  di  qua,  e  a  voi  lascio  la  mia
    maledizione. Possa il sole glorioso non risplendere mai sul paese dove
    dimorate,  ma  le  tenebre  e la tetra ombra della morte vi circondino
    finch la colpa e la disperazione vi spingano a rompervi il collo e  a
    impiccarvi da voi stessi.
    (Esce con le Guardie).
    YORK:  E  tu  possa romperti in pezzi e consumarti in cenere,  turpe e
    maledetta ministra dell'inferno!

    (Entra il Cardinale BEAUFORT, Vescovo di Winchester, col Seguito).

    CARDINALE: Lord Reggente,  saluto Vostra Eccellenza e vi porgo lettere
    che recano ordini del re.  Poich dovete sapere, miei signori, che gli
    Stati della Cristianit,  addolorati da queste lotte che passano  ogni
    limite,  sollecitano  insistentemente  una pace generale fra la nostra
    nazione e gli ambiziosi Francesi;  ed ecco il Delfino col suo  seguito
    s'avvicina per conferire con voi.
    YORK:  E tutto il nostro travaglio deve finire cos?  dopo il massacro
    di tanti pari,  di tanti capitani e  gentiluomini  e  soldati  che  in
    questa  contesa  sono  stati  uccisi  e hanno dato la vita per il bene
    della patria,  dovremo alla fine  concludere  una  pace  imbelle?  Non
    abbiamo  perduto  per  tradimento,  falsit e insidie la maggior parte
    delle citt che i nostri grandi predecessori  avevano  conquistato?  O
    Warwick,  o Warwick!  prevedo con dolore la perdita totale di tutto il
    regno di Francia.
    CARDINALE: Calmatevi, York; se concludiamo la pace,  sar a condizioni
    cos rigide e dure che i Francesi avranno a guadagnare ben poco.

    (Entrano CARLO, ALENON, il BASTARDO, RENATO e altri).

    CARLO:  Signori d'Inghilterra,  giacch  convenuto che si proclami la
    tregua di pace in Francia,  siamo qui venuti per sapere da  voi  quali
    sono le condizioni del trattato.
    YORK:  Parlate,   Winchester,  poich  alla  vista  di  questi  nostri
    perniciosi nemici la collera che ribolle in me mi strozza in  gola  la
    voce invelenita.
    CARDINALE: Carlo e voi tutti,  cos si  deciso: in considerazione del
    fatto che per  mera  compassione  e  clemenza  re  Enrico  consente  a
    sollevare  il  vostro  paese  dalla  rovina della guerra e a lasciarvi
    respirare in fruttuosa pace,  diventerete vassalli della  sua  corona.
    Tu,  Carlo,  diventerai  vicer sotto di lui e godrai ancora il titolo
    regio,   purch  giuri  di  pagargli  tributo  e  di  fare   atto   di
    sottomissione
    ALENON:  E  allora  deve  divenire  l'ombra di se stesso,  ornarsi le
    tempie con una  corona  e  tuttavia,  per  quanto  riguarda  l'essenza
    dell'autorit,  conservare  solo  i  diritti  di un privato cittadino?
    Questa offerta  assurda e irragionevole.
    CARLO: Tutti sanno che  posseggo  pi  della  met  dei  territori  di
    Francia  e  vi  sono ossequiato come legittimo re: e io,  per amore di
    quanto non  stato ancora conquistato,  dovrei sacrificare tanto della
    mia prerogativa da essere chiamato solamente vicer dell'intero reame?
    No,  monsignor  ambasciatore;  mi  contenter di quanto posseggo e non
    comprometter per troppa avidit la possibilit di  conquistare  tutta
    la Francia.
    YORK: Oltraggioso Carlo!  hai ottenuto di trattare sollecitando chi sa
    con che segreti mezzi l'intercessione altrui e ora che ci si  avvia  a
    un accordo, ti fai in disparte con queste considerazioni! O accetti il
    titolo  a  cui  non  hai  diritto  e  che ti viene concesso per grazia
    esclusiva del re e non per merito tuo,  o ti tormenteremo  con  guerre
    continue.
    RENATO (a Carlo): Mio signore, non  bene che vi ostiniate a cavillare
    mentre  si  negozia  questo trattato: se trascuriamo questa occasione,
    dieci contr'uno non la ritroveremo pi.
    ALENON (a Carlo): A dire la verit  vostro interesse risparmiare  ai
    sudditi  i  massacri  e  le  spietate  carneficine  che si vedono ogni
    giorno,  finch  le  ostilit  continuano;   accettate  dunque  questa
    convenzione di tregua e la romperete quando vi far comodo.
    CARDINALE: Che dici, Carlo? accetti le nostre condizioni?
    CARLO:  Le  accetto  con  la sola riserva che non avanziate pretese su
    alcuna delle nostre citt presidiate.
    YORK: Allora sulla tua parola di  cavaliere,  per  te  e  per  i  tuoi
    nobili,  giura fedelt al nostro re e prometti che non disobbedirai n
    ti ribellerai alla corona d'Inghilterra.  E ora  congedate  l'esercito
    quando  volete,  appendete  le vostre insegne,  fate tacere i tamburi,
    perch qui ci impegnamo solennemente alla pace.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Londra. Il Palazzo Reale.

    (Entrano SUFFOLK in colloquio con RE ENRICO, GLOUCESTER e EXETER).
    ENRICO: Nobile conte,  la vostra meravigliosa descrizione della  bella
    Margherita mi riempie di stupore: le sue virt,  adorne del dono della
    bellezza, mi suscitano in cuore una profonda passione, e come la forza
    delle raffiche tempestose spinge una grande nave contro corrente, cos
    dal vento della sua fama sono spinto a naufragare o  a  giungere  dove
    possa godere il suo amore.
    SUFFOLK: Zitto,  mio buon signore!  queste mie parole superficiali non
    sono che un preambolo di ci che in lei  merita  lode.  Le  perfezioni
    sovrane di quella amabile dama,  se sapessi descriverle adeguatamente,
    formerebbero un volume di linee cos incantevoli che l'intelletto  pi
    ottuso  ne resterebbe rapito.  E quel che pi conta,  sebbene sia cos
    divina e piena di  ogni  pi  raffinata  attrattiva,  con  altrettanta
    umilt  di cuore si dichiara pronta ai vostri comandi,  comandi voglio
    dire,  di amare e onorare virtuosamente e castamente Enrico  come  suo
    signore.
    ENRICO:  E  altro non domander mai Enrico.  Perci,  lord Protettore,
    consentite che Margherita diventi regina d'Inghilterra.
    GLOUCESTER: Consentirei cos a favorire  il  peccato.  Vostra  Maest,
    come sapete, ha chiesto la mano di un'altra dama onorata; come verremo
    meno  a  questo impegno senza attirare sul vostro onore la vergogna di
    un rimprovero?
    SUFFOLK:  Allo  stesso   modo   che   un   sovrano   pu   dispensarsi
    dall'osservare giuramenti che sono contrari alla legge,  o allo stesso
    modo che uno, il quale ha deciso di dar prova della sua valentia in un
    torneo,  abbandona la lizza perch l'avversario   troppo  debole:  la
    figlia  di  un  povero  conte  un meschino partito e perci le si pu
    mancar di parola senza ignominia.
    GLOUCESTER: Ebbene, di grazia, in che cosa  Margherita da pi di lei?
    suo padre non val pi di un conte, sebbene si orni di titoli eccelsi.
    SUFFOLK: S,  mio  signore,  suo  padre    re:  re  di  Napoli  e  di
    Gerusalemme, e di tanto grande autorit in Francia che, imparentandoci
    con lui, rafforzeremo la pace e manterremo fedeli i Francesi.
    GLOUCESTER: E altrettanto pu fare il conte di Armagnac, che  stretto
    parente di Carlo.
    EXETER:  Inoltre  la  sua  ricchezza  ci garantisce una dote generosa,
    mentre Renato  pi disposto a ricevere che a dare.
    SUFFOLK: Una dote, miei signori!  Non fate al vostro re il disonore di
    ritenerlo  tanto  abbietto e vile e povero da scegliersi una sposa per
    denaro e non per puro amore.  Enrico pu arricchire una regina anzich
    cercarsi  una  regina  che  lo  arricchisca:  cos i contadini dappoco
    contrattano le mogli come la gente di mercato  fa  coi  buoi,  con  le
    pecore e coi cavalli.  Il matrimonio  un atto di tanta importanza che
    non lo si pu concludere per mezzo di mediatori:  non  colei  che  noi
    desideriamo,  ma colei che Sua Maest ama deve essere compagna del suo
    letto nuziale; e perci, signori,  il fatto che egli l'ama pi di ogni
    altra,    la ragione pi convincente per cui ella a parer nostro deve
    essere preferita.  Poich che    un  matrimonio  forzato  se  non  un
    inferno,  una  lunga discordia e una continua lotta?  mentre invece il
    suo contrario porta felicit ed  un esempio di pace  celestiale.  Chi
    dovremmo cercar di unire con Enrico che  un re, se non Margherita che
      figlia  di  re?  La  sua bellezza impareggiabile unita alla nobilt
    della nascita la dichiarano degna  soltanto  di  un  sovrano.  Il  suo
    preclaro  coraggio  ed  il suo indomito spirito,  pi di quanto non si
    riscontri comunemente nelle donne, ci danno garanzia che il re avr un
    degno erede, poich Enrico, figlio di un conquistatore,  probabilmente
    generer  altri  conquistatori,  se  l'amore lo stringe a una donna di
    cos alta risolutezza qual  la bella Margherita. Cedete dunque,  miei
    signori;  e  riconoscete  con  me  che Margherita deve essere regina e
    nessun'altra che lei.
    ENRICO: Non so se sia per la forza delle  vostre  parole,  mio  nobile
    signore  di  Suffolk,  o  perch  la mia tenera giovinezza non  stata
    ancora toccata da alcuna passione di ardente amore,  ma di questo  son
    certo:  che  sento  un  tal acuto contrasto nel mio cuore,  cos fieri
    richiami di speranza e di timore che le forze mi vengono meno  per  il
    turbinio dei pensieri.  Imbarcatevi, perci, e correte in Francia, mio
    signore;  accettate qualsiasi condizione  e  persuadete  Margherita  a
    passare  il  mare  e  a  venire  in Inghilterra per esservi incoronata
    regina e consacrata quale fedele sposa di re Enrico.  Per le spese  ed
    assegni esigerete una decima tra il popolo.  Andatevene,  dico: poich
    sino a che non ritornerete sar turbato da mille ansie.  E voi,  buono
    zio,  lasciate ogni malcontento: se mi giudicate da quello che eravate
    ma non da quel che siete,  mi scuserete se sono cos  precipitoso  nel
    fare eseguire il mio volere.  Ma conducetemi lontano da ogni compagnia
    dove possa meditare e ruminare le mie pene.
    (Esce).
    GLOUCESTER: S, pene saranno, temo, dal principio alla fine.
    (Escono Gloucester ed Exeter).
    SUFFOLK: Cos Suffolk ha trionfato,  e cos se ne va come una volta se
    ne  and in Grecia il giovane Paride,  con speranza di avere lo stesso
    successo in amore,  ma pi fortuna di quella che toccasse al  Troiano.
    Margherita sar ora regina e governer il re;  ma io governer lei, il
    re e il regno.
    (Esce).










    ENRICO SESTO - PARTE SECONDA.


    PERSONAGGI.

    RE ENRICO SESTO.
    HUMPHREY, duca di Gloucester, suo zio.
    IL CARDINALE BEAUFORT, vescovo di Winchester, prozio del Re.
    RICCARDO PLANTAGENETO, duca di York.
    RICCARDO, EDOARDO: suoi figli.
    IL DUCA DI SOMERSET.
    IL DUCA DI SUFFOLK.
    IL DUCA DI BUCKINGHAM.
    LORD CLIFFORD.
    IL GIVANE CLIFFORD, suo figlio.
    IL CONTE DI SALISBURY.
    IL CONTE DI WARWICK.
    LORD SCALES, governatore della Torre.
    LORD SAY.
    SIR HUMPHREY STAFFORD.
    SIR GUGLIELMO STAFFORD, suo fratello.
    SIR GIOVANNI STANLEY.
    VAUX.
    MATTEO GOFFE.
    GUALTIERO WHITEMORE.
    Un Comandante. Un Capitano. Un Secondo.
    Due Gentiluomini prigionieri con Suffolk.
    GIOVANNI HUME e GIOVANNI SOUTHWELL, preti.
    BOLINGBROKE, un indovino.
    TOMMASO HORNER, armaiuolo.
    PIETRO, suo operaio.
    Il Segretario di Chatham.
    Il Sindaco di Sant'Albano.
    SIMPCOX, un impostore.
    GIANNI CADE, ribelle.
    GIORGIO  BEVIS,  GIOVANNI  HOLLAND,   DICK  il  macellaio,   SMITH  il
    tessitore, MICHELE eccetera, seguaci di Cade.
    ALESSANDRO IDEN, gentiluomo del Kent.
    Due Assassini.
    MARGHERITA, consorte di re Enrico.
    ELEONORA, duchessa di Gloucester.
    GHITA JOURDAIN, strega.
    La Moglie di Simpcox.
    Signori,  Dame e Persone del seguito;  un Araldo; Postulanti; Anziani;
    un  Bidello,  uno  Sceriffo  e  Ufficiali;   Cittadini,   Apprendisti,
    Falconieri, Guardie, Soldati, Messi, eccetera.
    Uno spirito.

    Scena: in diversi luoghi dell'Inghilterra.

















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Londra. Il Palazzo.

    (Squillo  di  trombe,  poi  suono di oboe.  Entrano da una parte il RE
    ENRICO,  il DUCA DI GLOUCESTER,  SALISBURY,  WARWICK  e  il  CARDINALE
    BEAUFORT;  dall'altra la REGINA MARGHERITA condotta da SUFFOLK,  YORK,
    SOMERSET e BUCKINGHAM).
    SUFFOLK: Avendo ricevuto incarico alla mia partenza per la Francia  di
    sposare  come  procuratore  di  Vostra Maest imperiale la principessa
    Margherita,  ho eseguito il  mio  compito  e  contratto  gli  sponsali
    nell'antica  e famosa citt di Tours alla presenza dei re di Francia e
    di Sicilia,  dei duchi di Orlans,  Calabria,  Bretagna e Alenon,  di
    sette  conti,  dodici  baroni  e  venti  reverendi  vescovi:  e ora al
    cospetto  dell'Inghilterra  e  dei  suoi  nobili  pari,   piegando  il
    ginocchio, rassegno umilmente i miei diritti sulla regina nelle vostre
    graziose  mani che sono la sostanza di quella maest che io adombravo.
    Questa principessa  il dono pi prezioso che mai sovrano ricevesse.
    ENRICO: Alzati, Suffolk. Benvenuta, regina Margherita: non posso darti
    segno pi affettuoso d'amore che questo affettuoso bacio.  O Dio,  che
    mi dai la vita,  concedimi anche un cuore pieno di gratitudine, poich
    in questo bel viso hai donato infinite benedizioni  terrene  alla  mia
    anima, se l'armonia dell'amore terr uniti i nostri cuori.
    MARGHERITA:  Gran re d'Inghilterra e mio grazioso signore,  i colloqui
    che di giorno e  di  notte,  nella  veglia  e  nei  sogni,  in  nobile
    compagnia  o nel corso delle preghiere,  ho avuto in immaginazione con
    voi, o dilettissimo sovrano,  mi incoraggiano a salutare il mio re con
    le  semplici  parole  che l'intelligenza mi consente e la grande gioia
    del cuore mi suggerisce.
    ENRICO: Il suo aspetto mi aveva rapito,  ma  la  grazia  delle  parole
    rivestite  della maest della saggezza,  mi fa passare dallo stupore a
    lacrime di gioia;  tale   la  pienezza  della  mia  intima  felicit.
    Signori, con voce lieta ed unanime salutate la mia sposa.
    TUTTI   (inginocchiandosi):   Viva   la   regina   Margherita,   gioia
    dell'Inghilterra!
    (Suono di trombe).
    MARGHERITA: Ringrazio voi tutti.
    SUFFOLK: Lord Protettore,  se cos piace a Vostra Grazia,  questi sono
    gli  articoli  della  pace  conclusa  per mutuo consenso fra il nostro
    sovrano e Carlo re di Francia per la durata di diciotto mesi.
    GLOUCESTER (legge): In primis, si conviene tra il re di Francia Carlo
    e Guglielmo de la Pole marchese di Suffolk,  ambasciatore di re Enrico
    d'Inghilterra, che il detto Enrico sposer madama Margherita figlia di
    Renato, re di Napoli, di Sicilia e di Gerusalemme e la coroner regina
    d'Inghilterra  prima  del  trenta  maggio  prossimo.  Parimenti che il
    ducato di Angi e la contea del Maine saranno sgomberati e  consegnati
    al re suo padre....
    (Lascia cadere il foglio).
    ENRICO: Zio, che cos' questo?
    GLOUCESTER: Perdonatemi, mio grazioso signore: un improvviso malore mi
    ha  colpito al cuore e mi ha velato gli occhi: non posso continuare la
    lettura.
    ENRICO: Zio Winchester, vi prego, continuate voi.
    CARDINALE (legge): Parimenti si  conviene  inoltre  tra  loro  che  i
    ducati  d'Angi  e  del  Maine  siano sgombrati e consegnati al re suo
    padre e che ella sia mandata in Inghilterra a costo  e  spese  del  re
    Enrico e senza dote alcuna.
    ENRICO:    Approviamo    queste   condizioni.    Monsignor   marchese,
    inginocchiatevi.  Io ti creo primo duca di  Suffolk  e  ti  cingo  con
    questa spada. Cugino di York, esoneriamo Vostra Grazia dall'ufficio di
    Reggente  in terra di Francia per la durata di diciotto mesi.  Grazie,
    zio Winchester, Gloucester, York,  Buckingham,  Somerset,  Salisbury e
    Warwick;  vi  ringrazio  tutti per il grande favore che mi avete fatto
    ricevendo in questo modo la principessa mia sposa. Suvvia,  entriamo e
    diamo  le  disposizioni  necessarie  perch  la  sua  incoronazione si
    celebri nel pi breve tempo possibile.
    (Escono il Re, la Regina e Suffolk).
    GLOUCESTER: Nobili pari d'Inghilterra, colonne dello Stato, con voi il
    duca Humphrey deve sfogare il suo cordoglio,  che    anche  vostro  e
    comune a tutto il paese. Come! non ha mio fratello Enrico spesa la sua
    giovinezza, dato prove di valore, prodigato denaro e sangue del popolo
    inglese  nelle guerre?  non ha spesso dormito all'addiaccio nel freddo
    invernale e nel calore cocente dell'estate per conquistare la Francia,
    suo  legittimo  retaggio?   Non  ha  mio  fratello   Bedford   rivolto
    l'intelligenza  a  mantenere  con  accorta  politica quello che Enrico
    aveva conquistato?  non avete voi  stessi,  Somerset,  Buckingham,  il
    valoroso  York,  Salisbury e il vittorioso Warwick,  ricevuto profonde
    ferite in Francia e in Normandia?  Mio zio Beaufort e  io  stesso  con
    tutto  il dotto Consiglio del regno non abbiamo meditato a lungo,  non
    ci siamo intrattenuti nella sala delle adunanze a dibattere a tutte le
    ore del giorno e della  notte  e  in  tutti  i  modi  come  tenere  in
    soggezione  il  re  di Francia e i Francesi?  E Sua Maest non  stata
    coronata nell'infanzia a Parigi a dispetto dei nemici?  ed  ora  tutte
    queste fatiche e questi onori debbono andare distrutti, e distrutte le
    conquiste di Enrico, la vigilanza politica dl Bedford, le vostre gesta
    di  guerra  e  le  deliberazioni del Consiglio?  O pari d'Inghilterra!
    vergognosa  questa lega e fatale questo matrimonio  che  oscurano  la
    vostra fama,  cancellano i vostri nomi dal libro della memoria, radono
    i segni della vostra rinomanza,  sopprimono i ricordi delle  conquiste
    francesi, disfacendo tutto come se mai fosse stato.
    CARDINALE: Nipote,  che significa questo discorso appassionato, questa
    perorazione cos particolareggiata? La Francia  nostra e continueremo
    a tenercela.
    GLOUCESTER: S,  zio,  la terremo se potremo:  ma  ora    impossibile
    farlo.  Suffolk,  il  nuovo  duca  che comanda a bacchetta,  ha dato i
    ducati dell'Angi e del Maine al povero re Renato il cui grosso titolo
    mal s'accorda con la borsa striminzita.
    SALISBURY: Ora per la morte di Colui che  diede  la  vita  per  tutti,
    queste  contee  erano  le  chiavi  della  Normandia;  ma perch piange
    Warwick, il mio prode figlio?
    WARWICK: Per il dolore che non si possono pi riconquistare; perch se
    vi fosse speranza di riconquistarle,  i miei occhi  non  spargerebbero
    lacrime e la mia spada invece farebbe versare caldo sangue.  L'Angi e
    il Maine!  Io li ho conquistati;  queste province le hanno conquistate
    le  mie  braccia  e  le  citt  che  ho  prese  a  prezzo di ferite si
    restituiscono con pacifiche parole? Mort Dieu!
    YORK: Quanto al duca di Suffolk che ha  offuscato  l'onore  di  questa
    isola  bellicosa,  possa morire soffocato!  il re di Francia m'avrebbe
    dovuto strappare il cuore prima che avessi acconsentito  a  un  simile
    trattato.  Ho  sempre  letto che i re d'Inghilterra ricevettero con le
    loro mogli grandi somme di denaro e doti! e il nostro Enrico regala il
    suo per unirsi a una donna che non gli reca nessun profitto.
    GLOUCESTER: Bello scherzo e mai  sentito  prima  che  Suffolk  dovesse
    chiedere  un  intero quindicesimo per il costo e le spese incontrate a
    condurla qui!  Essa avrebbe dovuto rimanere in Francia  a  morirvi  di
    fame prima che...
    CARDINALE:  Lord  Gloucester,  ora vi scaldate troppo: tale  stato il
    piacere di monsignore il re.
    GLOUCESTER: Lord Winchester,  conosco il vostro pensiero: non  sono  i
    miei  discorsi  che  vi  dispiacciono,  ma    la  mia presenza che vi
    disturba.  Il rancore ha da venir fuori: superbo prelato,  ti leggo la
    furia  in  faccia.  Se rimanessi qui,  ricominceremmo i nostri antichi
    battibecchi.  Signori,  addio;  quando sar  morto  direte  che  avevo
    presagito la perdita della Francia a breve scadenza.
    (Esce).
    CARDINALE: E cos il nostro Protettore se ne va infuriato.  Voi sapete
    che  mio nemico, anzi,  di pi,  nemico di voi tutti,  e,  temo,  non
    grande amico del re.  Considerate, signori, che egli  il pi prossimo
    parente ed erede presuntivo della corona inglese: se  Enrico  col  suo
    matrimonio  avesse  acquistato  un  impero  e tutti i pi ricchi reami
    dell'occidente,  c' ragione di  credere  che  il  Protettore  non  ne
    sarebbe soddisfatto.  Badate bene, signori, non lasciatevi affascinare
    il cuore dalle sue blande parole;  siate prudenti e state in  guardia.
    Che  importa se  il beniamino del popolo che lo chiama Humphrey,  il
    buon duca di Gloucester e lo applaude  e  grida  a  gran  voce  Ges
    conservi  la  Vostra  Reale  Eccellenza  e Dio protegga il buon duca
    Humphrey?  Temo,  signori,  che sotto  questa  lusinghiera  apparenza
    scopriamo un ben pericoloso Protettore.
    BUCKINGHAM:  E  perch  dovrebbe proteggere il nostro sovrano,  quando
    questi  in et di governarsi da s?  Cugino Somerset,  unitevi a me e
    tutti insieme, col duca di Suffolk, sbalzeremo presto il duca Humphrey
    dal suo seggio.
    CARDINALE:  Questa  importante  faccenda  non  consente indugi,  andr
    subito dal duca di Suffolk.
    (Esce).
    SOMERSET: Cugino Buckingham,  sebbene  l'orgoglio  di  Humphrey  e  la
    grandezza  del  suo  ufficio  ci  siano  causa di dolore,  sorvegliamo
    l'altero cardinale: la sua insolenza  pi intollerabile che quella di
    tutti i principi del paese messi insieme: se Gloucester viene rimosso,
    diventer Protettore lui.
    BUCKINGHAM: O tu o io,  Somerset,  saremo il Protettore a dispetto del
    duca Humphrey o del cardinale.
    (Escono Buckingham e Somerset).
    SALISBURY:  L'orgoglio  era gi andato innanzi e l'ambizione lo segue.
    Mentre costoro lavorano a loro vantaggio,  sta bene che noi  lavoriamo
    nell'interesse del regno.  Ho sempre visto Humphrey, il nobile duca di
    Gloucester, comportarsi da gentiluomo;  mentre invece ho veduto spesso
    l'orgoglioso  cardinale  contenersi  pi  da  soldato  che  da uomo di
    Chiesa,  ostinato ed altezzoso come  se  fosse  padrone  di  tutto,  e
    bestemmiare  come un furfante qualunque e condursi ben diversamente da
    quello che si addice al reggitore d'uno Stato.  Warwick,  figlio mio e
    conforto della mia vecchiaia,  coi tuoi atti,  con la semplicit e con
    l'ospitalit ti sei acquistato tanto favore popolare che solo il  duca
    Humphrey ti supera in questo: e quanto a te,  fratello York,  l'azione
    con cui hai ristabilito l'ordine in Irlanda e le tue gesta recenti nel
    cuore della Francia, quando eri Reggente pel nostro sovrano,  ti hanno
    reso temuto e onorato presso il popolo.  Uniamo dunque le nostre forze
    per il pubblico bene, cercando,  per quanto  possibile di imbrigliare
    e  reprimere  la  superbia di Suffolk e del cardinale e l'ambizione di
    Somerset e di Buckingham e, al tempo stesso,  di favorire gli atti del
    duca Humphrey in quanto tendono all'utile del paese.
    WARWICK:  Cos  Dio aiuti Warwick,  come  vero che ama questa terra e
    desidera il bene della patria!
    YORK (a parte): E cos dice York,  che pi di ogni altro ha ragione di
    dirlo.
    SALISBURY: Dunque affrettiamoci e attenti alla mano.
    WARWICK:  Alla mano!  Oh!  padre,  il Maine  perduto,  quel Maine che
    Warwick conquist con la forza delle armi  e  che  avrebbe  conservato
    finch gli fosse durata la vita: mano favorevole,  volete dire,  ma io
    voglio dire il Maine che  ritoglier  alla  Francia  o  altrimenti  mi
    lascer uccidere.
    (Escono Warwick e Salisbury).
    YORK:  L'Angi e il Maine sono ceduti alla Francia,  Parigi  perduta,
    e, andati questi, la Normandia sta in bilico.  Suffolk ha negoziato il
    trattato,  i  pari  l'hanno  approvato ed Enrico  stato ben felice di
    barattare due ducati con  la  bella  figlia  di  un  duca.  E  non  so
    biasimarli: cos'importa ad essi?  quello che regalano  mio, non loro.
    I pirati possono vendere a buon mercato la preda e col ricavato  farsi
    degli amici e regalare alle cortigiane,  e spassarsela da gran signori
    sinch tutto sia svanito, mentre il meschino proprietario di quei beni
    piange,  si torce le misere mani,  scuote il capo e,  mentre gli altri
    dividono  il  bottino  e si portano via tutto,  trema in disparte e si
    lascia morir di fame non osando neanche toccare il suo: cos York deve
    stare con le mani alla cintola e mordersi le  labbra,  mentre  le  sue
    terre sono contrattate e vendute. E' come se i regni d'Inghilterra, di
    Francia  e d'Irlanda fossero per la mia carne e per le mie ossa quello
    che per il cuore del principe di Calidone  era  il  tizzo  fatale  che
    Altea  bruci.  L'Angi e il Maine ceduto ai Francesi!  brutte notizie
    per me,  poich contavo sulla Francia come  conto  sul  fertile  suolo
    dell'Inghilterra.  Verr  giorno  che York reclamer il suo,  e perci
    prender le parti dei Nevil,  far mostra di amare  l'orgoglioso  duca
    Humphrey, e quando vedr giunto il momento, reclamer la corona poich
    quella  l'aurea mta a cui miro. Il superbo Lancaster non usurper il
    mio diritto,  n continuer a tenere lo scettro nel pugno fanciullesco
    n a portare la corona sul capo,  poich con questa mal  s'accorda  la
    sua bigotteria. Dunque, York, non muoverti se non quando sia venuta la
    tua  ora:  osserva  e  veglia  quando  gli  altri dormono,  per ficcar
    l'occhio nei segreti dello Stato,  finch Enrico,  sazio  delle  gioie
    amorose,  non  sar  in discordia con la sua sposa e regina comprata a
    ben caro prezzo,  e Humphrey non si sar  messo  in  lotta  coi  pari;
    allora  lever in alto la candida rosa dal cui dolce odore l'aria sar
    profumata,  nella mia bandiera porter lo stemma di York a  contendere
    con la casa di Lancaster,  e costringer a cedermi la corona colui che
    col suo governo di pedante ha umiliato l'Inghilterra.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - La casa del Duca di Gloucester.

    (Entrano GLOUCESTER e sua Moglie).
    DUCHESSA: Perch piega il capo il mio signore come  grano  maturo  che
    china la spiga sotto il rigoglioso carico di Cerere?  perch il grande
    duca Humphrey aggrotta la fronte come se si accigliasse ai favori  del
    mondo?  Perch  sono  i  tuoi occhi fissi sulla cupa terra,  guardando
    quello che sembra velare la tua vista?  che vedi col?  La  corona  di
    Enrico  adorna  di  tutti gli onori del mondo?  Se  cosi,  continua a
    guardare e tieni prono il viso sino a quando essa non  ti  cinger  il
    capo.  Stendi il braccio e afferra quel cerchio glorioso d'oro. Che! 
    troppo corto?  l'allungher col mio;  e sollevando insieme  la  corona
    alzeremo  entrambi le teste al cielo n mai abbasseremo i nostri occhi
    a degnare di un solo sguardo il terreno.
    GLOUCESTER: O Nora, cara Nora, se ami il tuo signore bandisci il verme
    roditore degli ambiziosi pensieri: se macchiner qualunque cosa contro
    il re mio nipote,  il virtuoso Enrico,  possa un tale pensiero segnare
    il  mio ultimo respiro in questo mondo mortale.  Quello che mi turba 
    un cattivo sogno che ho fatto questa notte.
    DUCHESSA: Che ha sognato il mio signore?  dimmelo e ti ricambier  col
    dolce racconto del sogno che ho fatto verso mattina.
    GLOUCESTER: Mi sembrava che questo bastone, insegna del mio ufficio in
    corte,  fosse stato spezzato in due,  da chi non ricordo, ma credo dal
    cardinale;  e sui pezzi del bastone rotto erano collocate le teste  di
    Edmondo,  duca di Somerset,  e di Guglielmo de la Pole,  primo duca di
    Suffolk. Questo  il mio sogno. Dio sa che cosa voglia presagire.
    DUCHESSA: Che,  che!  questo voleva dire soltanto che chi  romper  un
    solo ramo del bosco di Gloucester perder la testa per la sua audacia.
    Ma ora ascoltami,  Humphrey, mio amato duca: mi sembrava di sedere sul
    trono nella  cattedrale  di  Westminster,  su  quel  trono  dove  sono
    incoronati i re e le regine, e l mi si inginocchiavano davanti Enrico
    e Margherita e mi ponevano sul capo la corona.
    GLOUCESTER:  Via,   Eleonora,   allora  debbo  proprio  rimproverarti:
    presuntuosa e perversa Eleonora!  Non occupi fra le donne  il  secondo
    posto nel regno e non sei la moglie del Protettore e amata da lui? Non
    hai  a  portata  di  mano  tutti  i  piaceri  mondani oltre quanto pu
    giungere il tuo pensiero?  e  vuoi  ancora  macchinar  tradimenti  per
    precipitare tuo manto e te stessa dalla sommit dell'onore nell'abisso
    dell'infamia? Via da me e che io non abbia pi a sentire cose simili.
    DUCHESSA:  Che  mai,  mio signore!  siete in collera cos con Eleonora
    perch vi ha raccontato quel che  soltanto un sogno?  un'altra  volta
    terr per me i miei sogni e non sar rimproverata.
    GLOUCESTER: Via,  non esser in collera;  vedi che mi sono rabbonito di
    nuovo.
    (Entra un Messo).
    MESSO: Lord Protettore,   volere di Sua Maest che  vi  prepariate  a
    cavalcare  sino a Sant'Albano dove i sovrani intendono di cacciare col
    falcone.
    GLOUCESTER: Vengo subito. Nora, vuoi venire anche tu?
    DUCHESSA: S, mio signore,  vi seguir tosto.  (Escono Gloucester e il
    Messo)  Debbo  proprio  seguire e non precedere sinch Gloucester  di
    animo cos umile e vile.  Se fossi uomo  e  duca  e  il  pi  prossimo
    parente,  toglierei  di mezzo questi noiosi inciampi e mi spianerei la
    strada sui loro corpi decapitati.  Ma  pur  essendo  donna,  non  sar
    fiacca nel far la mia parte nel dramma della fortuna.  Ol,  voi!  Ser
    Giovanni! non aver paura, siamo soli: qui non ci siamo che tu e io.

    (Entra HUME).

    HUME: Ges protegga la Vostra Reale Maest!
    DUCHESSA: Che dici mai? Maest! io non sono che Vostra Grazia!
    HUME: Ma per grazia di Dio e col consiglio di Hume il titolo di Vostra
    Grazia s'ingrandir assai.
    DUCHESSA: Che dici,  il mio uomo?  Hai  parlato  con  Ghita  Jourdain,
    l'astuta strega,  e con Ruggero Bolingbroke, il mago, e s'impegnano ad
    aiutarmi?
    HUME: Hanno promesso di mostrare a Vostra Altezza uno spirito  evocato
    dalle  profondit infernali,  che risponder alle domande che gli far
    Vostra Grazia.
    DUCHESSA: Basta cos: alle domande penser poi.  Quando ritorneremo da
    Sant'Albano faremo tutte queste cose a puntino.  Qui,  Hume,  prenditi
    questa ricompensa;  goditela coi compagni che  ti  aiutano  in  questa
    importante faccenda.
    (Esce).
    HUME:  E  Hume deve godersela col denaro della duchessa?  certo che lo
    far. Ma suvvia,  ser Giovanni Hume,  suggella le tue labbra e zitto
    sia la parola d'ordine.  Questo affare richiede silenzio e segretezza.
    Madama Eleonora d denaro perch venga la strega: l'oro  non  potrebbe
    fallire,  anche  se  si  dovesse  far  venire  il diavolo.  Ma poi c'
    dell'oro che viene anche da altra parte:  meglio  non  confessare  che
    viene dal ricco cardinale e dal grande e nuovo duca di Suffolk; eppure
      proprio  cos,  poich a dirla chiaramente,  conoscendo l'ambizione
    della duchessa,  essi mi pagano perch le scavi  il  terreno  sotto  i
    piedi e le faccia ronzare questi incantesimi nel cervello. Si dice che
    a  furfante  astuto  non  occorre  mediatore,  tuttavia  io  sono il
    mediatore di Suffolk e del cardinale.  Stai attento,  Hume:  quasi  li
    chiamavi entrambi una coppia di astuti furfanti.  Be',  proprio cos,
    e cos temo che la furfanteria di Hume finir con l'essere  la  rovina
    della duchessa e che questa, cadendo in disgrazia, trasciner Humphrey
    con s. Ma, comunque vada a finire, avr oro da tutti .
    (Esce).

    SCENA TERZA - Il Palazzo.

    (Entrano   tre   o   quattro   Postulanti   fra  cui  PIETRO,   l'uomo
    dell'armaiuolo).
    PRIMO POSTULANTE: Messeri,  stiamo vicini: il lord Protettore  passer
    di qui tra poco e potremo presentargli le nostre suppliche tutti.
    SECONDO  POSTULANTE:  Dio  lo protegga perch  un brav'uomo;  Ges lo
    benedica!

    (Entrano SUFFOLK e la REGINA MARGHERITA).

    PIETRO: Eccolo qui che viene,  credo,  e la regina  con  lui.  Voglio
    essere il primo, sicuramente.
    SECONDO POSTULANTE: Indietro, imbecille! questo non  il Protettore, 
    il duca di Suffolk.
    SUFFOLK: Che hai, il mio uomo? vuoi qualche cosa da me?
    PRIMO POSTULANTE: Vi prego, mio signore, scusatemi: vi avevo preso per
    il lord Protettore.
    MARGHERITA  (legge):  Al lord Protettore!,  le vostre suppliche sono
    per Sua Signoria? Lasciatemele vedere: cosa dice la tua?
    PRIMO POSTULANTE: La mia, se piace a Vostra Maest,   contro Giovanni
    Goodman,  l'uomo del cardinale,  che mi ha preso la casa, le terre, la
    moglie, e se le tiene.
    SUFFOLK: Anche la moglie! questo  un grosso torto davvero.  E la tua,
    di che tratta? Ma che c' qui? (Legge). Contro il duca di Suffolk che
    ha  cintato  a  suo  favore i terreni pubblici di Melford.  Come mai,
    furfante?
    SECONDO POSTULANTE: Ahim!  signore;  la mia non  che una petizione a
    nome di tutta la citt.
    PIETRO:  Contro  il mio padrone,  Tommaso Horner,  che ha detto che il
    duca di York  legittimo erede della corona.
    MARGHERITA: Che dici?  che il duca di York afferma che  il  legittimo
    erede della corona?
    PIETRO: Che il mio padrone lo era? no davvero: il mio padrone ha detto
    che egli, il duca, lo era e che il re era un usurpatore.
    SUFFOLK:  Chi    l?  (Entrano  alcuni  Servi)  Conducete  via questo
    individuo e mandate subito un birro a  chiamare  il  suo  padrone.  Ne
    riparleremo alla presenza del re.
    (Escono i Servi con Pietro).
    MARGHERITA: E quanto a voi che amate cercar protezione sotto le ali di
    Sua Grazia il Protettore,  rifate le vostre suppliche e presentatele a
    lui. (Lacera la petizione) Via, canaglia! Suffolk, lasciateli andare.
    TUTTI: Suvvia, andiamocene.
    (Escono i Postulanti).
    MARGHERITA: Monsignore di Suffolk,  sono questi i  modi  e  i  costumi
    della   corte   d'Inghilterra?      questo  il  governo  delle  Isole
    Britanniche,   questa la regalit del re d'Albione?  Che!  Re  Enrico
    deve  essere  ancora come uno scolaretto sotto l'autorit dell'arcigno
    duca di Gloucester? e io che ho titolo e stile di regina, debbo essere
    trattata come la suddita di un duca?  Te lo dico  francamente,  De  la
    Pole,  quando  nella  citt  di  Tours prendesti parte alla giostra in
    onore delle mie nozze e rubasti i cuori delle dame di Francia, credevo
    che re Enrico ti assomigliasse per coraggio,  cortesia e prestanza: ma
    tutta  la  sua  mente  volta alla santit,  a contare le avemarie sul
    rosario; i suoi campioni sono i profeti e gli apostoli;  le sue armi i
    santi  motti  della  Sacra  Scrittura,  il suo studio  la sua lizza e
    tutto quel che ama sono le statue di  bronzo  dei  santi  canonizzati.
    Vorrei che il collegio dei cardinali lo eleggesse papa, se lo portasse
    a  Roma  e  gli mettesse in testa la tiara: questa  la dignit che ci
    vorrebbe per la sua santocchieria
    SUFFOLK: Madama, abbiate pazienza;  come fui strumento della venuta di
    Vostra  Altezza  in  Inghilterra,  cos  mi adoprer qui per la vostra
    piena felicit.
    MARGHERITA: Oltre all'altero Protettore ci  sono  Beaufort,  il  prete
    autoritario,  Somerset,  Buckingnam e l'imbronciato York;  e colui che
    fra costoro  da meno  sempre in Inghilterra pi potente del re.
    SUFFOLK: E quello che  da pi non pu fare  in  Inghilterra  pi  dei
    Nevil: Salisbury e Warwick non sono dei pari come tutti gli altri.
    MARGHERITA: Nessuno di questi signori mi irrita tanto come quella dama
    orgogliosa,  la moglie del Protettore: gira tronfia per il palazzo con
    gran seguito di gentildonne e pare pi un'imperatrice  che  la  moglie
    del duca Humphrey. Chi  nuovo a corte la scambia per la regina: porta
    indosso  il reddito di un ducato e in cuor suo sprezza la mia povert.
    Non camper tanto da vendicarmi di lei?  Da quella spregevole e plebea
    donnaccia che , l'altro giorno s' vantata fra le sue favorite che lo
    strascico  della  peggiore  delle sue gonne da strapazzo valeva pi di
    tutte le terre di mio padre,  finch Suffolk non gli diede due  ducati
    in cambio di sua figlia.
    SUFFOLK:  Madama,  io stesso ho invischiato un cespuglio a suo danno e
    posto a zimbello un covo di tali uccelli che  la  duchessa  vi  caler
    sopra per udirne i canti e non risalir pi a disturbarvi. Sicch, lei
     servita;  e,  madama,  ascoltatemi, perch mi prender la libert di
    consigliarvi. Sebbene il cardinale non ci vada molto a genio, dobbiamo
    unirci a lui e agli altri signori sino a che non ci  sia  riuscito  di
    far cadere in disgrazia il duca Humphrey.  Quanto al duca di York,  la
    petizione che abbiamo udita test, non  certo a suo vantaggio: cos a
    uno a uno,  li estirperemo tutti e voi da sola prenderete  felicemente
    il timone dello Stato.
    (Suona una fanfara.  Entrano il RE ENRICO,  il DUCA DI GLOUCESTER,  il
    CARDINALE BEAUFORT, BUCKINGHAM, YORK, SOMERSET,  SALISBURY,  WARWICK e
    la DUCHESSA DI GLOUCESTER).

    ENRICO: Per parte mia,  nobili signori, non m'importa: Somerset o York
    per me  tutt'uno.
    YORK: Se York si    comportato  male  in  Francia  gli  si  tolga  la
    reggenza.
    SOMERSET:  Se  Somerset    indegno  dell'ufficio,  sia  pure  York il
    Reggente: ceder di fronte a lui.
    WARWICK: Non  neanche il caso di discutere se Vostra Grazia sia degno
    o no: certo York  il pi degno.
    CARDINALE: Ambizioso Warwick, lascia parlare chi  da pi di te.
    WARWICK: Il cardinale non  da pi di me in campo.
    BUCKINGHAM: Tutti i presenti sono da pi di te, Warwick.
    WARWICK: Warwick pu vivere tanto da superarvi tutti.
    SALISBURY: Zitto, figlio mio!  e tu,  Buckingham,  di' perch dovrebbe
    essere preferito Somerset per questo ufficio.
    MARGHERITA: Davvero? perch il re lo vuole.
    GLOUCESTER:  Madama,  il  re  abbastanza vecchio per giudicare da s:
    queste non sono faccende di donne.
    MARGHERITA: Se  cos,  che bisogno c' che Vostra  Grazia  faccia  da
    Protettore a Sua Maest?
    GLOUCESTER:  Madama,  sono  Protettore  del  regno ma,  quando vorr,,
    rassegner il mio ufficio.
    SUFFOLK: E allora rassegnalo e  finiscila  con  questa  insolenza.  Da
    quando sei re - poich chi  re se non tu solo? - lo Stato  andato in
    rovina ogni giorno di pi,  il Delfino  stato vittorioso oltremare, e
    i nobili e i pari del regno sono stati schiavi del tuo potere sovrano.
    CARDINALE: Tu hai tormentato la borghesia,  e le casse del clero  sono
    magre e vuote per le tue estorsioni.
    SOMERSET:  I  tuoi  edifici  sontuosi  e i vestiti di tua moglie hanno
    assorbito una gran parte del pubblico tesoro.
    BUCKINGHAM: Nell'eseguire con crudele rigore le sentenze contro i  rei
    hai  ecceduto  la  legge e cos hai ridotto te stesso alla merc della
    legge.
    MARGHERITA: Si sospetta fondatamente che in Francia tu  abbia  venduto
    citt  e uffici;  se ci fosse provato ci rimetteresti il capo.  (Esce
    Gloucester e la Regina lascia cadere il ventaglio) Dammi il ventaglio:
    che,  serva,  non sai farlo?  (Schiaffeggia la Duchessa) Oh!  scusate,
    signora, eravate voi?
    DUCHESSA: Io?  s,  io, superba Francese: se potessi mettere le unghie
    sulla vostra bellezza vi lascerei in faccia il segno  dei  miei  dieci
    comandamenti
    ENRICO: Calmatevi, buona zia, non l'ha fatto di proposito.
    DUCHESSA: Non l'ha fatto di proposito?  buon re, pensaci finch sei in
    tempo se non vuoi che ti fasci e ti culli come un bambino;  ma sebbene
    qui il capoccia non porti calzoni, sappi che si accorger di non avere
    schiaffeggiato madama Eleonora impunemente.
    (Esce).
    BUCKINGHAM: Monsignor cardinale, seguir Eleonora e cercher di sapere
    quel  che  fa  Humphrey:  ora  punta sul vivo,  la sua ira non ha pi
    bisogno di sprone, e correr difilato in perdizione.
    (Esce).

    (Rientra GLOUCESTER).

    GLOUCESTER: Signori,  ora che ho sfogato la collera  facendo  un  giro
    intorno al cortile, sono ritornato per parlare delle cose dello Stato.
    Quanto alle vostre maligne accuse menzognere, provatele, e sono pronto
    a  sottomettermi  al  rigore  della legge: ma Dio mi usi misericordia,
    come  vero che amo il re e la patria!  Ma venendo alla questione  che
    abbiamo tra mano,  dico,  sire, che York  proprio l'uomo che ci vuole
    per la reggenza di Francia.
    SUFFOLK: Prima di nominarlo lasciate che vi dica  qualche  ragione,  e
    grave  per  di  pi,  per  cui  mi  par che York sia fra tutti il meno
    adatto.
    YORK: Te lo dir, Suffolk,  perch sono il meno adatto: prima di tutto
    perch non so lusingare il tuo orgoglio;  in secondo luogo, perch, se
    sar nominato, lord Somerset non mi dar n indennit,  n danaro,  n
    equipaggiamento   per   tenermi   qui  sinch  il  Delfino  non  abbia
    riconquistato tutta la Francia. Anche l'ultima volta dovetti aspettare
    i suoi comodi sinch Parigi non fu assediata, affamata e presa.
    WARWICK: Ne sono buon testimonio, n mai atto pi turpe fu commesso da
    un traditore in questo paese.
    SUFFOLK: Zitto, insolente Warwick!
    WARWICK: E tu, immagine dell'orgoglio, perch dovrei star zitto?

    (Entrano HORNER, l'armaiuolo, e il suo uomo PIETRO, accompagnati dalle
    Guardie).

    SUFFOLK: Perch fra i presenti c' un  uomo  accusato  di  tradimento:
    pregate Dio che il duca di York riesca a giustificarsi.
    YORK: C' alcuno che accusa York di tradimento?
    ENRICO: Che vuoi dire, Suffolk? dimmi chi sono costoro.
    SUFFOLK: Di grazia,  Maest, questi  l'uomo che accusa il suo padrone
    di alto tradimento e precisamente di aver detto che Riccardo  duca  di
    York    legittimo  erede  della  corona  e  che  Vostra  Maest   un
    usurpatore.
    ENRICO: Di': hai proprio detto questo?
    HORNER: Piaccia a Vostra Maest,  io non ho mai detto n  pensato  una
    cosa   simile.   Dio  mi    testimonio:  questo  birbante  mi  accusa
    falsamente.
    PIETRO (alzando le mani): Per queste dieci ossa, miei signori, me l'ha
    detto una sera in soffitta,  mentre stavamo lustrando  l'armatura  del
    duca di York.
    YORK:  Sozzo  furfante,  vil  meccanico!  pagherai con la testa questo
    discorso di traditore.  Supplico la Maest Vostra di fargli sentire il
    rigore della legge.
    HORNER:  Ahim,  signore!  fatemi impiccare se ho detto queste parole.
    L'accusatore   il  mio  apprendista,  e  l'altro  giorno,  quando  lo
    picchiai  per  un malestro,  giur in ginocchio che me l'avrebbe fatta
    pagare: c' chi pu testimoniarlo;  perci supplico Vostra  Maest  di
    non rovinare un brav'uomo per le accuse di un furfante.
    ENRICO: Zio, come si deve giudicare in questo caso secondo la legge?
    GLOUCESTER:  Secondo  me  la sentenza dovrebbe essere questa: Somerset
    sia nominato Reggente in Francia, poich quello che abbiamo sentito or
    ora fa nascere sospetti intorno a York; e quanto a costoro si fissi un
    giorno  perch  combattano  in  luogo  opportuno,   dal  momento   che
    l'armaiuolo  pu  portar  testimoni  circa  il malanimo del suo servo.
    Questa  la legge, e questa sarebbe la sentenza del duca Humphrey.
    SOMERSET: Ringrazio umilmente Vostra Maest.
    HORNER: Accetto volentieri il combattimento.
    PIETRO: Ahim,  mio signore,  non posso combattere;  per amor  di  Dio
    abbiate piet di me! Sono una povera vittima dell'astio di quell'uomo.
    O Dio,  abbiate piet di me!  non sapr assestare neanche un colpo.  O
    Dio! Ahim!
    GLOUCESTER: Gaglioffo, o combattere o essere impiccato.
    ENRICO: Conduceteli in prigione;  il combattimento avr luogo l'ultimo
    giorno  del mese prossimo: andiamo,  Somerset,  a dare le disposizioni
    per la tua partenza.
    (Squillo di trombe. Escono).


    SCENA QUARTA - Il giardino di Gloucester.

    (Entrano GHITA JOURDAIN, HUME, SOUTHWELL e BOLINGBROKE).
    HUME:  Venite,   signori  miei;   la  duchessa,   vi   dico,   aspetta
    l'adempimento delle vostre promesse.
    BOLINGBROKE:  Mastro  Hume,  abbiamo  preparato  quanto  occorre.  Sua
    Signoria la duchessa vuol vedere e udire i nostri esorcismi?
    HUME: S; che mai? non dubitate del suo coraggio.
    BOLINGBROKE: Ho sentito dire che  una donna intrepida;  ma  converr,
    mastro Hume, che voi le stiate vicino, lass, mentre noi lavoriamo qui
    sotto; e cos, vi prego, andatevene in nome di Dio e lasciateci. (Esce
    HUME)  Mamma  Jourdain,  sdraiatevi bocconi a terra,  e voi,  Giovanni
    Southwell, leggete; e tutti all'opera.

    (Entra la DUCHESSA in alto e HUME la segue).

    DUCHESSA: Benissimo,  miei signori,  e benvenuti.  Cominciate;  e  pi
    presto sar, tanto meglio.
    BOLINGBROKE: Pazienza,  buona signora;  gli stregoni sanno cogliere il
    momento opportuno: la  notte  profonda,  la  notte  oscura,  la  notte
    silenziosa.  L'ora della notte in cui Troia fu incendiata;  il momento
    in cui le civette stridono,  i cani alla catena ululano,  gli  spiriti
    camminano  e  i  fantasmi  erompono  dalle  tombe: questo  il momento
    migliore per il lavoro che abbiamo tra  mano.  Madama,  sedete  e  non
    temete:  gli  spiriti  che evocheremo,  li chiuderemo entro un circolo
    magico.

    (A questo punto fanno gli scongiuri del caso e tracciano  il  cerchio;
    Bolingbroke o Southwell legge Conjuro te eccetera. Tuona e lampeggia
    terribilmente, poi sorge lo spirito).
    SPIRITO: Adsum
    GHITA  JOURDAIN:  Asmath!  Per  l'eterno  Dio  al  cui nome e alla cui
    potenza tu tremi, rispondi a quello che ti chieder,  poich non te ne
    andrai di qua sinch tu non abbia parlato.
    SPIRITO: Domanda quello che vuoi: oh! avessi parlato e fosse finita!
    BOLINGBROKE (leggendo da una carta): Prima di tutto, circa il re: che
    sar di lui?
    SPIRITO: E' ancor vivo il duca che Enrico deporr; ma gli sopravviver
    e morr di morte violenta.
    (Mentre lo Spirito parla Southwell scrive la risposta).
    BOLINGBROKE: Che destino attende il duca di Suffolk?.
    SPIRITO: Egli morir e perir per acqua.
    BOLINGBROKE: Che accadr del duca di Somerset?.
    SPIRITO:  Eviti  i  castelli:  sar pi sicuro su pianure sabbiose che
    dove stanno castelli montani. Finisci, perch non reggo pi.
    BOLINGBROKE: Discendi all'oscurit e al lago di fuoco: falso  demonio,
    via!
    (Tuoni e lampi. Esce lo Spirito).

    (Entrano rapidamente YORK e BUCKINGHAM con le Guardie).
    YORK:  Prendete questi traditori e le loro cianfrusaglie.  Strega,  vi
    abbiamo spiata da vicino. Come! anche voi, madama, siete qui?  Il re e
    lo  Stato vi sono obbligati per tanto disturbo che vi siete preso.  Il
    Protettore senza dubbio vi ricompenser per tutti questi meriti.
    DUCHESSA: Non tanto cattivi quanto i tuoi verso il  re  d'Inghilterra,
    duca villano, che minacci senza motivo.
    BUCKINGHAM: Verissimo, signora, proprio nessuno. Come chiamate questo?
    Conduceteli via; metteteli in prigione e isolati. Voi, madama, verrete
    con noi. Stafford, conducila con te.
    (Escono dall'alto la Duchessa e Hume scortati)
    E produrremo in giudizio tutti questi gingilli. Via tutti!
    (Escono le Guardie con Southwell, Bolingbroke, eccetera).
    YORK: Lord Buckingham, davvero l'avete spiata bene: un bel piano e ben
    scelto per costruirvi su!  Ora,  per favore,  signor mio,  vediamo che
    cosa ha scritto il diavolo.  Che c' qui?  E' ancor vivo il duca  che
    Enrico deporr;  ma gli sopravviver e morr di morte violenta.  Gi,
    ma questo  come "Aio  te,  Aeacida,  Romanos  vincere  posse".  Bene,
    andiamo  avanti:  Dimmi che destino attende il duca di Suffolk.  Egli
    morir e perir per acqua.  Che accadr al duca di Somerset?  Eviti  i
    castelli: sar pi sicuro su pianure sabbiose che dove stanno castelli
    montani.   Via,   via,  signori,  questi  oracoli  sono  difficili  a
    comprendersi e di non facile compimento.  Il re  ora in  viaggio  per
    Sant'Albano  e  con  lui    il  marito di quest'amabile signora: e l
    andranno queste notizie quanto pi presto un cavallo pu portarle: una
    triste colazione per il Protettore.
    BUCKINGHAM: Monsignore di York, Vostra Grazia deve permettermi di fare
    da corriere e di ricevere la meritata ricompensa.
    YORK: Come desiderate, mio buon signore. Chi  cost? (Entra un Servo)
    Invitate i signori di Salisbury e di Warwick a cenare  con  me  domani
    sera. Andate.
    (Escono).















    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Sant'Albano.

    (Entrano il RE ENRICO,  la REGINA MARGHERITA, GLOUCESTER, il CARDINALE
    e SUFFOLK con Falconieri che emettono il loro grido).
    MARGHERITA: Credetemi,  signori;  nella caccia presso il fiume non  mi
    sono  divertita tanto da molti e molti anni: eppure,  se non erro,  il
    vento era assai forte e v'era ogni probabilit che la  vecchia  Gianna
    non si levasse a volo.
    ENRICO:  Ma  che buona posta ha preso il vostro falco e come ha volato
    sopra tutti gli altri! Vedete come Dio opera in tutte le sue creature!
    s, uomini e uccelli amano assai di salire in alto.
    SUFFOLK: Non c' da stupire, piaccia a Vostra Maest, che i falchi del
    Protettore vadano tanto in su:  sanno  che  il  loro  padrone  ama  le
    altezze e manda i pensieri dove un falcone non saprebbe giungere.
    GLOUCESTER:  Mio  signore,  bassa,  ignobile mente  quella che non sa
    levarsi pi in alto di un uccello.
    CARDINALE: Lo sapevo gi: egli vorrebbe sovrastare alle nubi.
    GLOUCESTER: S, monsignor cardinale? che vorreste dire? non piacerebbe
    a Vostra Grazia di saper volare al cielo?
    ENRICO: Il tesoro dell'eterna gioia.
    CARDINALE: Il tuo cielo  sulla terra;  i tuoi occhi e i tuoi pensieri
    si  appuntano  a  una  corona,   tesoro  del  tuo  cuore;   pernicioso
    Protettore,  pericoloso lord,  che ti stemperi in adulazione al  re  e
    allo Stato!
    GLOUCESTER:  Come!   Cardinale,   Vostra  Preteria    diventata  cos
    violenta?  "Tantaene animis caelestibus irae"?  uomini di Chiesa  cos
    collerici?  buono  zio,  nascondete  tanto malanimo: un sant'uomo come
    voi!
    SUFFOLK: Niente malanimo, o almeno quanto sta bene in una contesa cos
    giusta e contro un pari cos cattivo.
    GLOUCESTER: Cos cattivo, e come chi, signor mio?
    SUFFOLK: Come voi, se piace a Vossignoria, Protettore illustrissimo.
    GLOUCESTER: Come, Suffolk! l'Inghilterra conosce la tua insolenza.
    MARGHERITA: E la tua ambizione, Gloucester.
    ENRICO: Zitta,  ti  prego,  buona  regina:  non  aizzare  questi  pari
    infuriati; poich benedetti sono i pacificatori sulla terra.
    CARDINALE:  Dio  mi  benedica per la pace che far con la spada contro
    questo superbo Protettore.
    GLOUCESTER (a parte al Cardinale): In fede mia, zio santo,  fosse vero
    che si venisse a questo!
    CARDINALE (a parte a Gloucester): Per la Vergine, quando l'oserai!
    GLOUCESTER  (a parte al Cardinale): Non chiamarti intorno una banda di
    partigiani per questa faccenda;  rispondi di questa offesa con la  tua
    sola persona.
    CARDINALE  (a  parte  a  Gloucester): S,  dove non oserai mostrare la
    testa;  ma,  se  osi,  trovati  questa  sera  al  lato  orientale  dei
    boschetto.
    ENRICO: Che state dicendo, miei signori?
    CARDINALE: Credetemi,  cugino Gloucester, se il vostro uomo non avesse
    fatto levare la selvaggina cos improvvisamente,  avremmo avuto caccia
    migliore. (A parte a Gloucester) Vieni con la spada a due mani.
    GLOUCESTER: E' vero, zio.
    CARDINALE (a parte a Gloucester): Avete capito bene? il lato orientale
    del boschetto.
    GLOUCESTER (a parte al Cardinale): Cardinale, vi sar.
    ENRICO: Ebbene, che c', zio Gloucester?
    GLOUCESTER:  Parlavamo  di  falchi,  nient'altro,  sire.  (A  parte al
    Cardinale) Ora, per la madre di Dio,  prete,  vi rader il cocuzzolo o
    non so pi tirar di spada.
    CARDINALE (a parte a Gloucester): "Medice te ipsum..." Protettore,  in
    guardia! proteggi te stesso.
    ENRICO: Il vento cresce e cos la vostra  irritazione,  miei  signori.
    Quanto  fastidiosa   questa musica al mio cuore!  Quando queste corde
    non sono intonate,  che  speranza  c'  di  armonia?  Vi  prego,  miei
    signori, lasciatemi comporre questa contesa.
    (Entra uno gridando Miracolo).

    GLOUCESTER: Che vuol dire questo chiasso? amico, che miracolo  questo
    che annunci?
    UNO: Miracolo! miracolo!
    SUFFOLK: Vieni a dire al re di che miracolo si tratta.
    UNO: Mezz'ora fa al santuario di Sant'Albano un cieco ha acquistata la
    vista, un uomo che non ha mai veduto prima in vita sua.
    ENRICO:  Sia  lodato  Iddio  che  a  coloro  che  credono concede luce
    nell'oscurit, e conforto nella disperazione!

    (Entrano il SINDACO di Sant'Albano e i suoi Colleghi;  SIMPCOX portato
    da  due  persone  su  di  una  sedia  e sua Moglie seguita da una gran
    moltitudine).

    CARDINALE: Ecco qua i cittadini in processione che vengono a  condurre
    l'uomo da Vostra Maest.
    ENRICO:  Grande  il sollievo che ha ricevuto in questa valle terrena,
    sebbene la vista moltiplichi in lui l'occasione di peccare.
    GLOUCESTER: Largo, signori miei,  conducetelo vicino al re: Sua Maest
    vuole parlargli.
    ENRICO:  Buon uomo,  raccontaci i particolari affinch possiamo render
    gloria per te al Signore. Dunque,  tu sei stato a lungo cieco e ora ci
    vedi ?
    SIMPCOX: Cieco nato, cos piaccia a Vostra Maest.
    MOGLIE: S, davvero, lo era proprio.
    SUFFOLK: Chi  questa donna?
    MOGLIE: Sua moglie, se piace a Vostra signoria.
    GLOUCESTER:  Se  fossi  stata  sua  madre,  l'avresti  potuto dire con
    maggiore sicurezza.
    ENRICO: Dove sei nato?
    SIMPCOX: A Berwick nel settentrione, cos piaccia a Vostra Maest.
    ENRICO: Povero diavolo!  grande  stata la bont di Dio  con  te:  non
    lasciar   passare  n  giorno  n  notte  senza  santificarli  con  la
    preghiera, e ricorda sempre quello che il Signore ha fatto per te.
    MARGHERITA: Dimmi,  buon uomo;  sei venuto qui a questo santuario  per
    caso o per devozione?
    SIMPCOX:  Per  pura  devozione,  Dio  lo sa perch sono stato chiamato
    cento volte e pi nel  sonno  dal  buon  Sant'Albano  che  mi  diceva:
    Simpcox, vieni, fa' un'offerta al mio santuario e ti aiuter.
    MOGLIE: Vero, verissimo; e molte volte ho udito io stessa una voce che
    gridava cos.
    CARLO: Come! sei anche storpio?
    SIMPCOX: Si, Dio Onnipotente mi aiuti!
    SUFFOLK: E come mai lo sei diventato?
    SIMPCOX: Cadendo da un albero.
    MOGLIE: Da un susino, signore.
    GLOUCESTER: E da quanto tempo sei cieco?
    SIMPCOX: Oh! dalla nascita, signore.
    GLOUCESTER: Come? e salivi sugli alberi?
    SIMPCOX: Fu una volta sola in vita mia, quand'ero giovane.
    MOGLIE: Purtroppo; e l'arrampicarsi gli  costato caro.
    GLOUCESTER: Santa Messa! per arrischiarti cos vuol dire che le susine
    ti piacevano assai.
    SIMPCOX:  Ahim,  signor  mio,    stata  mia  moglie che voleva delle
    amoscine, e mi ha fatto arrampicare a rischio della vita.
    GLOUCESTER: Furbacchione, poco ti giover!  Lasciami vedere gli occhi:
    chiudili; ora aprili. A mio parere, non mi sembra che tu ci veda ancor
    bene.
    SIMPCOX:  S?  signore,  chiaro  come  il  giorno  grazie  a  Dio  e a
    Sant'Albano.
    GLOUCESTER: Proprio davvero? Di che colore  questo mantello?
    SIMPCOX: Rosso, signore; rosso come il sangue.
    GLOUCESTER: Bene,  giusto. E di che colore  la mia tunica?
    SIMPCOX: Nera, nerissima come il giaietto.
    GLOUCESTER: Come! allora sai di che colore  il giaietto.
    SUFFOLK: Eppure, credo, non ha mai visto il giaietto in vita sua.
    GLOUCESTER: Ma molti mantelli e tuniche prima d'oggi.
    MOGLIE: Mai prima d'oggi in vita sua.
    GLOUCESTER: E dimmi, qual  il mio nome?
    SIMPCOX: Ahim, signore, non lo so.
    GLOUCESTER: E qual  il nome di lui?
    SIMPCOX: Non lo so
    GLOUCESTER: N il suo?
    SIMPCOX: No, davvero, signore.
    GLOUCESTER: E qual  il tuo nome?
    SIMPCOX: Saunder Simpcox per servirvi, signore.
    GLOUCESTER: E allora, Saunder,  siediti qui,  il pi bugiardo furfante
    della  Cristianit.  Se  tu fossi stato cieco nato,  conoscere tutti i
    nostri nomi non ti sarebbe stato pi difficile che conoscere  il  nome
    dei diversi colori che portiamo. Pu darsi che gli occhi distinguano i
    colori,  ma  nominarli tutti cos presto ed esattamente  impossibile.
    Miei signori, Sant'Albano ha fatto proprio un vero miracolo; ma non vi
    sembrerebbe grande la valentia  di  colui  che  restituisse  a  questo
    storpio l'uso delle gambe?
    SIMPCOX: O, signore, se lo sapeste fare!
    GLOUCESTER: Miei signori di Sant'Albano,  non avete bidelli in citt e
    quelle cose che chiamano fruste?
    SINDACO: Si, se piace a Vostra Grazia.
    GLOUCESTER: Allora chiamatene uno subito.
    SINDACO: Va' subito a chiamare qui il bidello.
    (Esce un Servo).
    GLOUCESTER: E ora portatemi qui uno sgabello e  tu,  briccone,  se  ti
    vuoi  risparmiare delle buone frustate,  salta questo sgabello e corri
    via.
    (Entra un Bidello).
    SIMPCOX: Ahim,  signore;  non mi reggo sulle gambe  da  solo:  volete
    proprio torturarmi invano!
    GLOUCESTER: Bene, amico mio; vogliamo solo che tu ricuperi l'uso delle
    gambe. Bidello, frustalo finch non salta quello sgabello.
    BIDELLO: Sissignore. Avanti, tu, levati il farsetto subito.
    SIMPCOX:  Ahim!  signor  mio,  che debbo fare?  non riesco a stare in
    piedi.

    (Il Bidello lo colpisce una volta; egli salta lo sgabello e scappa;  e
    la Gente lo segue e grida Miracolo!).

    ENRICO: Oh,  Signore! come puoi tu veder questo e tollerarlo con tanta
    pazienza?
    MARGHERITA: Ho riso proprio di gusto a vedere il  furfante  darsela  a
    gambe.
    GLOUCESTER:  Seguite  il  mariuolo  e  conducete  in  prigione  questa
    baldracca.
    MOGLIE: Ahim! Signore, l'abbiamo fatto proprio per bisogno.
    GLOUCESTER: Siano frustati in ogni  mercato,  finch  non  arrivino  a
    Berwick, donde sono venuti .
    (Escono il Sindaco, il Bidello, la Moglie, eccetera).
    CARDINALE: Il duca Humphrey oggi ha fatto un miracolo.
    SUFFOLK:  Verissimo;  ha  fatto  balzare  in  piedi  e  scappar via lo
    storpio.
    GLOUCESTER: Ma voi avete fatto pi miracoli di me: in un  sol  giorno,
    mio signore, avete fatto scappar via intere citt.

    (Entra BUCKINGHAM).

    ENRICO: Che notizie ci porta nostro cugino Buckingham?
    BUCKINGHAM:  Tali  notizie  che  mi  trema il cuore a comunicarle.  Un
    branco di malvagi e corrotti,  con l'appoggio di madama  Eleonora,  la
    moglie  del  Protettore,  e in concerto con lei,  ideatrice e anima di
    questo complotto, hanno tramato contro la vostra autorit in commercio
    con streghe e maghi.  Li abbiamo colti  sul  fatto,  mentre  evocavano
    spiriti  maligni  dall'inferno  e li interrogavano intorno alla vita e
    alla morte di re Enrico e di altri membri del Consiglio privato,  come
    Vostra Maest sar poi pi minutamente informata.
    CARDINALE: E cos, lord Protettore, vedremo vostra moglie comparire in
    giudizio a Londra. Questa notizia, credo, ha tolto il filo alla vostra
    spada;      molto   probabile,   mio  signore,   che  non  manterrete
    l'appuntamento.
    GLOUCESTER: Prete ambizioso,  smetti di affliggere il  mio  cuore:  il
    dolore mi toglie le forze,  e,  vinto come sono, mi arrendo a te, come
    mi arrenderei al pi vile staffiere.
    ENRICO: Oh Dio!  che mai fanno i cattivi,  accumulando confusione  sul
    loro capo.
    MARGHERITA:  Gloucester,  guarda come  insozzato il tuo nido: e cerca
    almeno tu di apparire innocente.
    GLOUCESTER: Signora, quanto a me, chiamo in testimonio il cielo che ho
    sempre amato il re e lo Stato: quanto a mia moglie,  non so come  sia.
    Quello  che ho sentito mi riempie di dolore: ma,  nobile com',  se ha
    dimenticato l'onore e la virt e si  mischiata a gente che,  come  la
    pece,  insozza  la  nobilt,  la  bandisco  dal  mio letto e dalla mia
    compagnia,   e  abbandono  alla  legge  e  all'infamia  colei  che  ha
    disonorato il chiaro nome di Gloucester.
    ENRICO:. Ebbene, per questa notte riposeremo qui: domani ritorneremo a
    Londra per esaminare a fondo questi fatti, per costringere i turpi rei
    alla  resa  dei  conti,  e  pesare la causa sull'esatta bilancia della
    giustizia il cui ago  indica  sicuramente  chi    dalla  parte  della
    ragione.
    (Squillo di trombe. Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. Il giardino del Duca di York.

    (Entrano YORK, SALISBURY E WARWICK).
    YORK:  Miei  buoni signori di Salisbury e di Warwick,  ora che abbiamo
    frugalmente  cenato,   permettetemi  in  questo  viale  appartato   di
    chiedervi  che  cosa pensate del mio indiscutibile diritto alla corona
    d'Inghilterra.
    SALISBURY: Mio signore, bramo di sentire da voi tutto per minuto.
    WARWICK: Caro York,  incomincia;  e,  se le tue pretese sono  fondate,
    potrai disporre dei Nevil come ti piace.
    YORK: Allora cos stanno le cose.  Edoardo Terzo,  miei signori,  ebbe
    sette figli; il primo,  Edoardo il Principe Nero e principe di Galles;
    il  secondo,  Guglielmo  di  Hatfield;  il  terzo,  Lionello  duca  di
    Clarence;  dopo di lui vi fu Giovanni di Gand,  duca di Lancaster;  il
    quinto  fu  Edmondo  Langley,  duca  di  York;  il sesto fu Tommaso di
    Woodstock,  duca di Gloucester;  Guglielmo di Windsor fu il settimo  e
    ultimo.  Edoardo  il  Principe Nero premor al padre e lasci un unico
    figlio,  Riccardo,  che dopo la morte di Edoardo Terzo occup il trono
    finch Enrico Bolingbroke,  duca di Lancaster, primogenito ed erede di
    Giovanni di Gand,  incoronato col nome di Enrico  Quarto,  s'impadron
    del  regno,  depose  il  legittimo sovrano,  mand la povera regina in
    Francia donde era venuta e lui a Pomfret,  dove,  come  tutti  sapete,
    l'innocente Riccardo fu assassinato a tradimento.
    WARWICK:  Padre,  il  duca ha detto la verit: proprio cos la casa di
    Lancaster si  impossessata del trono.
    YORK: E ora lo tiene con la forza e non per diritto;  poich,  essendo
    morto  Riccardo,  erede  del primo figlio,  avrebbero dovuto regnare i
    discendenti del secondo.
    SALISBURY: Ma Guglielmo di Hatfield mor senza lasciare eredi.
    YORK: Il terzo figlio,  duca di Clarence,  discendendo  dal  quale  io
    reclamo  la  corona,  ebbe  una  figlia,  Filippa,  che  spos Edmondo
    Mortimer,  conte di March,  e da lui ebbe  Ruggero,  da  cui  nacquero
    Edmondo, Anna ed Eleonora.
    SALISBURY: E questo Edmondo,  durante il regno di Bolingbroke, come ho
    detto,  avanz pretese alla corona,  e sarebbe divenuto  re,  se  Owen
    Glendower  non  l'avesse  tenuto  in  prigionia  sino  alla morte.  Ma
    sentiamo il resto.
    YORK: Anna, sua sorella primogenita, madre mia, ed erede della corona,
    spos Riccardo conte di Cambridge  nato  da  Edmondo  Langley,  quinto
    figlio  di  Edoardo  Terzo: e io reclamo il regno come figlio di Anna:
    ella era erede di Ruggero conte di March,  che era figlio  di  Edmondo
    Mortimer,  sposo di Filippa, sola figlia di Lionello duca di Clarence:
    cos,  se i discendenti di chi nacque prima sono preferiti a quelli di
    chi nacque dopo, io sono re.
    WARWICK:  Quale  semplicissimo  procedimento  pi semplice di questo?
    Enrico dice di aver diritto alla corona in quanto discende da Giovanni
    di Gand,  quarto figlio,  e York in quanto discende dal terzo;  quella
    discendenza  non    ancora venuta meno,  ma fiorisce in te e nei tuoi
    figli, bei ramoscelli di tal tronco. Padre Salisbury,  inginocchiamoci
    e  in  questo  luogo appartato salutiamo per primi il nostro legittimo
    sovrano, onorando il suo diritto alla corona.
    A DUE: Viva il nostro sovrano, Riccardo re d'Inghilterra!
    YORK: Vi ringraziamo,  signori!  Ma non sar vostro re finch non sar
    coronato e la mia spada non si sar bagnata nel sangue del cuore della
    casa  di  Lancaster;  e  ci  non  si  pu  fare  d'un tratto,  ma con
    ponderazione e nel segreto del silenzio. Fate come faccio io in questi
    giorni pericolosi: chiudete  un  occhio  sull'insolenza  del  duca  di
    Suffolk,  sull'orgoglio  di Beaufort,  sull'ambizione di Somerset,  su
    Buckingham e sul resto della banda,  finch non  abbiano  irretito  il
    pastore  di  questo bel gregge,  quel principe virtuoso,  il buon duca
    Humphrey:  questo quel che cercano  e  cercandolo  vi  troveranno  la
    morte, se York sa leggere nel futuro.
    SALISBURY: Mio signore separiamoci; ora sappiamo bene come la pensate.
    WARWICK:  Il  mio  cuore  mi assicura che il conte di Warwick porr un
    giorno sul trono il duca di York.
    YORK: Nevil, di questo sono certo: che Riccardo vivr tanto a lungo da
    fare del conte di Warwick l'uomo  pi  grande  d'Inghilterra  dopo  il
    sovrano.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un tribunale.

    (Suonano trombe.  Entrano RE ENRICO, la REGINA MARGHERITA, GLOUCESTER,
    YORK,  SUFFOLK SALISBURY;  e scortati dalle Guardie,  la  DUCHESSA  DI
    GLOUCESTER, GHITA JOURDAIN, SOUTHWELL, HUME e BOLINGBROKE).
    ENRICO: Avanzate,  madama Eleonora Cobham,  moglie di Gloucester. Agli
    occhi di Dio e nostri la vostra colpa  grande: ascoltate la  sentenza
    della  legge  per  peccati a cui libri divini comminano la morte.  Voi
    quattro sarete ricondotti di qui  in  prigione  e  dalla  prigione  al
    patibolo:  la  strega  sar  ridotta  in ceneri a Smithfield e voi tre
    sarete strozzati sulla forca. Voi, madama,  poich siete di pi nobile
    nascita,  dopo tre giorni di pubblica penitenza,  sarete confinata qui
    nel vostro paese a vivere privata di  ogni  onore  in  bando  perpetuo
    presso Sir Giovanni Stanley nell'isola di Man.
    DUCHESSA: Grato mi  il bando e grata mi sarebbe la morte.
    GLOUCESTER:  Eleonora,  la  legge  ti  ha  giudicata  e  io  non posso
    giustificare colei che la legge condanna.  (Escono la Duchessa  e  gli
    altri  prigionieri accompagnati dalle Guardie) I miei occhi sono pieni
    di lacrime e il cuore di cordoglio. Ah, Humphrey! questo disonore alla
    tua et ti far chinare il capo sino a terra per il  dolore.  Supplico
    Vostra  Maest  di  darmi  il  permesso di andare;  l'affanno richiede
    conforto e la mia vecchiaia quiete.
    ENRICO:  Fermati,  Humphrey,  duca  di  Gloucester:  prima  di  andare
    consegna  il bastone;  Enrico sar Protettore di se stesso: e Dio sar
    speranza,  sostegno,  guida e lucerna al mio cammino.  E va' in  pace,
    Humphrey, non meno amato di quand'eri Protettore del tuo re.
    MARGHERITA:  Non  vedo  perch  un  re uscito di minorit debba essere
    protetto come un  fanciullo.  Dio  e  re  Enrico  governino  il  reame
    d'Inghilterra!  restituite,  messere,  il vostro bastone e il regno al
    sovrano.
    GLOUCESTER:  Il  mio  bastone?  eccolo  qua,   nobile  Enrico;   tanto
    volentieri  lo  riconsegno  quanto  volentieri  tuo padre Enrico me lo
    diede;  e altrettanto volentieri  lo  depongo  ai  tuoi  piedi  quanto
    volentieri  altri  lo  prenderebbero per soddisfare la loro ambizione.
    Addio,  buon re!  Quando sar morto possa una pace onorata  circondare
    sempre il tuo trono.
    (Esce).
    MARGHERITA:  Ebbene;  solo  ora  Enrico    re e Margherita regina;  e
    Humphrey duca di Gloucester non  quasi pi se stesso, avendo sofferto
    cos crudele mutilazione.  Due colpi in  una  volta  sola:  la  moglie
    bandita e un membro amputato: voglio dire questo bastone,  insegna del
    suo onore, strappatogli di mano: e stia l dove  meglio che si trovi,
    in mano di Enrico.
    SUFFOLK: Cos questo superbo pino langue e lascia  cadere  a  terra  i
    suoi rami: cos l'orgoglio dl Eleonora muore all'inizio.
    YORK: Lasciatelo andare,  signori.  Se piace a Vostra Maest, questo 
    il giorno fissato per il combattimento; se Vostra Altezza vuole vedere
    il duello. Lo sfidante e lo sfidato,  l'armaiuolo e il suo uomo,  sono
    pronti a entrare in lizza.
    MARGHERITA: S, s, mio buon signore; ho lasciato la corte apposta per
    vedere la soluzione di questa contesa.
    ENRICO:  In  nome di Dio,  vedete che la lizza e ogni altra cosa siano
    come si deve: qui la finiscano e Dio protegga il buon diritto.
    YORK: Non ho mai visto un individuo pi a mal partito o pi pauroso di
    combattere di quello che sia lo sfidante, il servo di quest'armaiuolo.
    (Da una porta entra l'ARMAIUOLO con gli Amici che bevono con lui  alla
    sua  salute  tanto  da ubriacarlo.  Un tamburo lo precede.  Egli ha un
    bastone a cui  legato un sacchetto pieno di sabbia. Da un'altra porta
    entra PIETRO,  pure preceduto da un tamburo e fornito di  bastone  con
    sacchetto.  Lo  accompagnano  alcuni  Apprendisti  che bevono alla sua
    salute.

    PRIMO AMICO: Ecco qua,  amico Horner,  bevo alla vostra salute  questo
    bicchiere di vin di Spagna: non temete, vi andr benone.
    SECONDO AMICO: E qui, amico, un bicchiere di vin chiaro.
    TERZO AMICO: E qui c' un boccale di birra forte, amico. Bevete, e non
    abbiate paura del vostro garzone.
    HORNER: Fate girare il bicchiere e berr alla salute di voi tutti;  di
    Pietro non m'importa un fico.
    PRIMO APPRENDISTA: Bevo alla tua salute, Pietro, non aver paura.
    SECONDO APPRENDISTA: In gamba,  Pietro,  e non aver paura del padrone:
    dagliene per l'onore degli apprendisti.
    PIETRO: Grazie a tutti.  Bevete e pregate per me,  per favore,  perch
    credo di aver bevuto il mio ultimo sorso in questo  mondo.  Certo,  se
    muoio,  ti lascio il mio grembiule: e tu,  Memmo, avrai il martello: e
    tu, Maso, prenditi tutti i miei quattrini. Dio mi benedica!  non sapr
    tener testa al mio padrone che  cos buon schermitore.
    SALISBURY:  Suvvia,  finitela di bere e venite ai colpi.  Tu,  come ti
    chiami?
    PIETRO: Pietro, in fede mia.
    SALISBURY: Pietro! e poi?
    PIETRO: Pietro Picchia.
    SALISBURY: Picchia? e allora picchia per bene il tuo padrone.
    HORNER: Signori,  sono venuto qui,  per cos dire,  provocato dal  mio
    garzone  per  provare  che    furfante  e  che  io sono galantuomo: e
    riguardo al duca di York possa io morire se ho mai voluto male a  lui,
    al re o alla regina;  e perci, Pietro, fatti sotto a prendere qualche
    buona legnata.
    YORK: Presto:  la  lingua  si  incomincia  a  ingarbugliare  a  questo
    gaglioffo. Trombettieri, date il segnale ai duellanti.
    (Segnale. Combattono, e Pietro abbatte l'avversario).
    HORNER: Basta, Pietro! basta! Confesso, confesso il mio tradimento.
    (Muore).
    YORK: Portategli via l'arma. Caro il mio uomo, ringrazia Dio e il vino
    che ha fatto incespicare il tuo padrone.
    PIETRO:  O Dio!  ho proprio vinto i miei nemici davanti a tutti questi
    signori? O Pietro, il tuo diritto ha trionfato!
    ENRICO: Portate lontano dalla nostra  vista  quel  traditore;  la  sua
    morte prova che era colpevole e Dio nella sua giustizia ci ha rivelato
    la  sincerit  e l'innocenza di questo povero diavolo che egli avrebbe
    voluto assassinare a torto. E tu, giovanotto,  seguici e riceverai una
    ricompensa.
    (Squillo di trombe. Escono).


    SCENA QUARTA - Una strada.

    (Entrano GLOUCESTER e i suoi Servi in abito da lungo).
    GLOUCESTER:  Cos anche il giorno pi sereno ha talvolta la sua nube e
    dopo l'estate vien sempre  lo  sterile  inverno  col  freddo  iroso  e
    mordente;  cos  si  alternano  gioie  e  dolori,  fuggevoli  come  le
    stagioni. Che ora , messeri?
    SERVI: Le dieci, signore.
    GLOUCESTER: E' l'ora che mi fu indicata perch assistessi al passaggio
    della duchessa punita: ella non potr sopportare i selci della strada,
    a doverli calcare coi suoi teneri piedi!  Cara  Nora!  la  tua  nobile
    mente  non  potr tollerare il popolaccio che malignamente ti scruter
    in viso, e rider di questa umiliazione, mentre prima seguiva le ruote
    del tuo cocchio maestoso quando passavi in  trionfo  per  le  vie!  Ma
    zitto! Credo che stia venendo; preparer i miei occhi pieni di lacrime
    a vedere le sue miserie.

    (Entra  la  DUCHESSA  DI  GLOUCESTER avvolta in un lenzuolo bianco,  i
    piedi nudi e una candela accesa in mano;  sono con  lei  SIR  GIOVANNI
    STANLEY, lo SCERIFFO ed Ufficiali).
    SERVI:  Se  Vostra  Grazia  vuole,  la  libereremo  dalle  mani  dello
    Sceriffo.
    GLOUCESTER: No, non movetevi se vi  cara la vita, lasciatela passare.
    DUCHESSA:  Siete  venuto,  mio  signore,  a  vedere  la  mia  pubblica
    vergogna?  Ora  tu  pure fai penitenza!  Vedi come la gente mi guarda;
    vedi come la volubile moltitudine ti addita e tutti fissano gli  occhi
    su  di  te e accennano col capo!  Ah,  Gloucester!  nasconditi ai loro
    sguardi odiosi, e rinchiuso nella tua stanza compiangi la mia vergogna
    e impreca contro i tuoi nemici, tuoi e miei.
    GLOUCESTER: Sii paziente, Nora; cerca di dimenticare questo dolore.
    DUCHESSA: Ah,  Gloucester!  Insegnami a dimenticare me stessa,  poich
    quando  penso  che  sono  tua  moglie e tu un principe e Protettore di
    questo regno,  sento solo che non dovrei esser  condotta  cos,  tutta
    avvolta nella vergogna con cartelli di infamia sul dorso, e seguita da
    una  plebaglia che gode a vedere le mie lacrime e a udire i gemiti che
    mi vengono dal profondo del cuore.  Quando  i  selci  senza  piet  mi
    tagliano i teneri piedi e io trasalisco,  la plebaglia maligna ride, e
    mi dice di guardare dove cammino. Ah, Humphrey!  come posso sopportare
    questo giogo vergognoso? credi tu che giunger mai a guardare il mondo
    o  a  considerare  felici  coloro che godono il sole?  no,  le tenebre
    saranno la mia luce e la notte il mio giorno: e pensare al  fasto  che
    godetti  sar  un  inferno.  Talora  dir:  Sono  la  moglie del duca
    Humphrey, ed egli un principe e reggitore del paese: eppure cos resse
    e fu tal principe,  che dovette starsene fra gli spettatori mentre io,
    sua  desolata duchessa,  ero oggetto di meraviglia e segnata a dito da
    ogni ozioso furfante  che  mi  seguisse.  Ah!  sii  pur  mite  e  non
    arrossire  alla mia infamia,  n muoverti mai finch la mannaia non ti
    penda sul collo,  come sar certo fra breve,  poich Suffolk,  che pu
    volgere  a piacer suo colei che odia te e noi tutti,  e York e l'empio
    Beaufort, quel falso prete,  hanno invescato i cespugli per insidiarti
    le  ali,  e,  per  quanto  tu  cerchi  di  svolazzare,  riusciranno ad
    acchiapparti; ma continua pure a non temere e a non far nulla contro i
    tuoi nemici, finch non avrai il piede nel lacciolo.
    GLOUCESTER: Ah! Nora, taci: tu sei del tutto fuori di strada: prima di
    essere accusato debbo essere in colpa,  e se i  nemici  fossero  venti
    volte  pi  numerosi e ciascuno di essi avesse una potenza venti volte
    superiore,  non potrebbero farmi nulla di male  sinch  continuer  ad
    essere leale,  sincero e innocente. Vorresti forse che ti strappassi a
    questa vergogna? Ebbene, la tua infamia non sarebbe cancellata e io mi
    troverei in grave pericolo per aver offeso la legge.  Nella calma puoi
    trovare il migliore conforto,  Lenuccia; ti prego, piega il cuore alla
    pazienza: tra poco si esaurir questa morbosa curiosit della gente.

    (Entra un Araldo).

    ARALDO: Invito Vostra Grazia al Parlamento di Sua Maest che si  terr
    a Bury il primo del prossimo mese.
    GLOUCESTER: N si  mai chiesto prima il mio parere!  queste sono mene
    occulte. Ebbene vi sar. (Esce l'Araldo) Lena mia,  ti saluto,  e voi,
    sceriffo,  fate in modo che la sua penitenza non vada oltre gli ordini
    del re.
    SCERIFFO: Se piace a Vostra Grazia, sin qui giungono gli ordini che ho
    ricevuti,  da questo momento Sir  Giovanni  Stanley    incaricato  di
    condurla all'isola di Man.
    GLOUCESTER:   Sir   Giovanni,   dovete  tenerla  l  sotto  la  vostra
    giurisdizione?
    STANLEY: Cos mi  stato ingiunto, se piace a Vostra Grazia.
    GLOUCESTER: Non trattatela peggio proprio perch vi prego di trattarla
    bene.  Pu darsi il caso che tornino tempi migliori,  e potrei  vivere
    tanto  da  farvi  del  bene  se  ne  farete a lei;  e cos addio,  sir
    Giovanni.
    DUCHESSA: Come? mio signore, ve ne andate senza dirmi addio?
    GLOUCESTER: Le mie lacrime ti dicono che non posso parlare.
    (Escono Gloucester e i Servi).
    DUCHESSA: Dunque te ne sei andato?  Ogni mia consolazione se ne va con
    te!  Nessuna  me  ne  resta:  la mia gioia  la morte,  al cui nome ho
    spesso tremato perch avrei voluto che questo  mondo  durasse  eterno.
    Stanley,  ti prego,  conducimi via di qua;  non m'importa dove, poich
    non chiedo alcun favore; conducimi solo dove ti  stato ordinato.
    STANLEY: All'isola  di  Man,  dunque,  madama,  dove  sarete  trattata
    secondo il vostro rango.
    DUCHESSA:  Malissimo;  perch  il mio rango  rango d'infamia: e dovr
    allora essere trattata infamemente?
    STANLEY:  Sarete  trattata  come  richiede  la  vostra  condizione  di
    duchessa e di moglie di Humphrey.
    DUCHESSA: Addio,  sceriffo,  possa tu essere pi felice di me, sebbene
    tu mi abbia guidata su questo umiliante cammino.
    SCERIFFO: E' il mio ufficio, madama, perdonate.
    DUCHESSA: S, s,  addio;  hai fatto il tuo dovere.  Suvvia,  Stanley,
    dobbiamo andare?
    STANLEY:  Madama,  la  vostra  penitenza   finita: gettate via questo
    lenzuolo e andate a vestirvi per il viaggio.
    DUCHESSA: Col lenzuolo non se ne andr  l'obbrobrio;  no,  mi  rester
    appiccicato  alle  vesti pi ricche e apparir comunque mi vesta.  Su,
    precedimi; mi par mill'anni di vedere la mia prigione.
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - L'Abbazia di Bury Saint Edmunds.

    (Fanfara.  Entrano in Parlamento  RE  ENRICO,  la  REGINA  MARGHERITA,
    BEAUFORT, SUFFOLK, YORK, BUCKINGHAM, SALISBURY e WARWICK).
    ENRICO:  Non so perch lord Gloucester non sia ancor venuto: non  suo
    costume arrivare per ultimo,  qualunque  sia  la  ragione  che  lo  fa
    ritardare ora.
    MARGHERITA: Non avete occhi per vedere? o non volete proprio osservare
    quanto  stranamente ha mutato contegno?  che alterigia di portamento 
    la sua, e come da poco tempo in qua  diventato insolente e orgoglioso
    e brusco di moti,  e cos cambiato da quel che  era?  Ricordiamo  bene
    quando era mite e affabile,  e bastava un nostro sguardo un po' freddo
    per farlo cadere subito in  ginocchio,  cosicch  tutta  la  corte  lo
    ammirava  per  il  contegno  sottomesso:  ma  se lo incontriamo ora la
    mattina, quando tutti danno il buon giorno, aggrotta la fronte,  fa la
    faccia  scura,  e  passa  oltre  senza  piegare  il  ginocchio e senza
    degnarci dell'atto di ossequio a cui abbiamo ben diritto.  Nessuno  fa
    caso ai botoli quando ringhiano,  ma,  quando il leone rugge,  anche i
    grandi uomini tremano e  Humphrey  non    uomo  di  scarso  conto  in
    Inghilterra. Prima di tutto notate che  il vostro pi stretto parente
    e sarebbe il primo a salire se voi cadeste. Considerando il suo livore
    e  il vantaggio che avrebbe dalla vostra morte,  non  accortezza,  mi
    sembra, che egli stia tanto presso alla vostra reale persona o che sia
    ammesso al Consiglio di Vostra Maest. Con l'adulazione ha conquistato
    il  cuore  dei  borghesi  e,  se  gli  piacer  di  provocare  qualche
    agitazione,  c' da temere che tutti lo seguiranno.  Ora  primavera e
    la gramigna non ha ancora messo radici profonde;  se la lasciate fare,
    invader tutto il giardino e,  per mancanza di cura,  soffocher tutte
    le erbe buone.  L'affetto reverente che ho per il mio  signore  mi  ha
    fatto  rilevare  queste  pericolose  disposizioni nel duca;  se  cosa
    sciocca, dite che  paura di donna: se pi folti ragioni riusciranno a
    cacciarla,  lo riconoscer francamente e dir che ho  fatto  torto  al
    duca.  Miei  signori di Suffolk,  Buckingham e York,  confutate le mie
    asserzioni se potete;  altrimenti ammettete il buon  fondamento  delle
    mie parole.
    SUFFOLK:  Vostra  Maest  ha  letto bene nell'animo di questo duca: se
    fossi stato invitato a dir per primo il mio pensiero,  avrei  espresso
    le stesse idee di Vostra Grazia. La duchessa, lo giuro sulla mia vita,
    istigata  da  lui ha iniziato le sue pratiche diaboliche,  o egli,  se
    anche non era al corrente di questi atti  criminosi,  ha  spinto  quel
    cervello  bacato  della  pazza duchessa a macchinare con mille arti la
    caduta del nostro sovrano, vantando la propria alta nobilt come colui
    che aveva diritto al trono immediatamente dopo il  re.  L'acqua  corre
    liscia  dove  il letto  profondo ed egli nasconde il tradimento sotto
    le apparenze della innocuit.  La volpe non latra quando  vuol  rubare
    l'agnello:  no,  no,  mio  sovrano.  Gloucester   un uomo non sondato
    abbastanza e pieno di profondi inganni.
    CARDINALE: Non ha inventato strane morti  per  piccoli  reati,  contro
    ogni forma di legge?
    YORK: E, mentre era Protettore, non ha imposto gravi tributi nel regno
    per  il  soldo  delle  truppe  in Francia che poi in realt non ha mai
    mandato?  In conseguenza di ci vi sono state nelle  citt  ribellioni
    giornaliere.
    BUCKINGHAM: Eh, queste sono piccole colpe rispetto a quelle che non si
    conoscono  e  che  il tempo riveler nel duca Humphrey,  che sembra un
    uomo cos liscio.
    ENRICO: Ve lo dico senz'altro,  miei signori: la cura con cui recidete
    le  spine  che  molesterebbero  il nostro piede  degna di lode,  ma a
    dirvi quello che sento in coscienza,  il nostro parente  Gloucester  
    tanto  innocente  di  mene  traditrici  contro la nostra reale persona
    quanto lo sono l'agnello di latte  o  l'innocua  colomba.  Il  duca  
    virtuoso,  mite  e  di  troppo buoni costumi per sognare il male o per
    adoperarsi per la mia rovina.
    MARGHERITA: Ah!  non c' nulla di pi  pericoloso  che  questa  stolta
    fiducia. Vi sembra una colomba? sono penne prese a prestito, poich il
    suo carattere  quello del corvo odioso.  Vi pare un agnello? la pelle
    non gli appartiene,  perch le sue disposizioni sono quelle  del  lupo
    vorace.   Qual    il  macchinatore  d'inganni  che  non  sa  assumere
    un'apparenza d'accatto?  Attento,  mio signore!  la sicurezza  di  noi
    tutti dipende dalla morte di questo fraudolento.

    (Entra SOMERSET).

    SOMERSET: Salute al mio grazioso sovrano.
    ENRICO: Benvenuto, lord Somerset. Che notizie di Francia?
    SOMERSET:  Che siete stato privato di ogni autorit in quei territori:
    tutto  perduto.
    ENRICO: Brutte notizie,  lord Somerset,  ma sia fatta la  volont  del
    cielo!
    YORK  (a parte): Brutte notizie per me perch speravo tanto fermamente
    di  ottenere  la  Francia  quanto  spero  di   ottenere   la   fertile
    Inghilterra.  Cos  i miei fiori periscono in boccio e i bruchi rodono
    le foglie.  Ma riparer a questo prima che passi molto tempo o dar il
    mio titolo in cambio di una tomba gloriosa.

    (Entra GLOUCESTER).

    GLOUCESTER: Ogni felicit al re mio signore! Perdonatemi, mio sovrano,
    se ho tardato tanto.
    SUFFOLK: Anzi, Gloucester, sappi che sei venuto anche troppo presto, a
    meno che tu non sia pi leale di quello che sembri. Ti dichiaro qui in
    arresto per alto tradimento.
    GLOUCESTER:  Ebbene,  Suffolk,  non  mi  vedrai per questo arrossire o
    cambiare in viso: un cuore senza macchia non si spaventa per poco.  La
    sorgente  pi  pura  non    cos libera dal fango quanto sono puro di
    tradimento verso il mio  sovrano.  Chi  pu  accusarmi?  di  che  sono
    colpevole?
    YORK: Si crede,  mio signore,  che vi siate lasciato corrompere dal re
    di Francia e che quando eravate  Protettore  vi  siate  trattenuto  il
    soldo  delle  truppe  e  che  per  questo  Sua Maest abbia perduto la
    Francia.
    GLOUCESTER: Cos si crede?  e chi lo crede?  Io non ho mai derubato  i
    soldati  della  loro  paga n ho mai avuto un soldo dal re di Francia.
    Cos mi aiuti Iddio,  ho persino vegliato la  notte,  anzi  una  notte
    dietro  l'altra  nel cercare il bene dell'Inghilterra.  Se ho tolto un
    quattrino al re o se ho risparmiato un grosso  per  mio  uso,  mi  sia
    contestato il giorno del giudizio.  Al contrario,  non volendo tassare
    la borghesia bisognosa,  ho speso molto del mio per pagare le truppe e
    non ne ho mai chiesto la restituzione.
    CARDINALE: Dite questo, mio signore, perch vi giova.
    GLOUCESTER: Quello che dico  la pura e semplice verit, ne chiamo Dio
    a testimonio.
    YORK:  Quando  eravate  Protettore  avete  inventato strane e inaudite
    torture per rei e il governo inglese si  acquistato per  questo  fama
    di tirannico.
    GLOUCESTER: Invece tutti sanno che quand'ero Protettore la compassione
    era il mio solo difetto, poich mi commovevo alle lacrime dei rei e mi
    bastavano le loro umili parole per mandarli assolti da ogni colpa. Non
    ho  mai  dato ai colpevoli il castigo che meritavano a meno che non si
    trattasse di omicidi sanguinari o di turpi ladroni che  spogliavano  i
    poveri  viandanti:  ma l'assassinio,  sanguinoso reato,  ho punito con
    tormenti pi gravi che la fellonia o qualsiasi altra colpa.
    SUFFOLK: Mio signore,  queste colpe sono relativamente lievi e  se  ne
    risponde facilmente;  ma siete accusato di reati assai pi gravi,  dei
    quali non potete altrettanto facilmente giustificarvi.  Vi arresto  in
    nome  di  Sua  Maest e vi affido al lord cardinale perch vi tenga in
    prigionia sino al giorno del giudizio.
    ENRICO: Monsignore di Gloucester,   mia viva speranza che riusciate a
    giustificarvi  pienamente  di  ogni sospetto: la coscienza mi dice che
    siete innocente.
    GLOUCESTER: Ah,  grazioso sovrano!  Questi sono tempi  pericolosi:  la
    virt    soffocata  dalla turpe ambizione e la carit cacciata di qui
    dal rancore;  l'istigazione al male domina e l'equit  esulata  dalle
    terre di Vostra Altezza.  So che costoro hanno tramato di togliermi la
    vita;  se la mia morte potesse  rendere  felice  quest'isola  e  porre
    termine alla loro tirannia,  la soffrirei assai di buon animo;  ma non
    sarebbe che il  prologo  della  tragedia,  poich  migliaia  di  altre
    vittime  che non sospettano pericolo,  non basteranno a metter fine al
    loro sanguinoso dramma.  Gli occhi rossi e  scintillanti  di  Beaufort
    tradiscono  la  malvagit  del  suo cuore,  e la fronte rannuvolata di
    Suffolk il suo odio tempestoso;  il  furbo  Buckingham  sfoga  con  la
    lingua il carico di invidia che gli grava sull'anima; l'ostinato York,
    che  cerca  di  afferrare  la  luna  e  il  cui braccio presuntuoso ho
    trattenuto pi volte, ha preso di mira la mia vita con false accuse; e
    voi, mia sovrana, in lega con gli altri, senza alcun motivo,  mi avete
    accumulato  il disonore sul capo,  e avete fatto del vostro meglio per
    inimicarmi l'amatissimo sovrano. S, vi siete concertati tutti,  ed io
    stesso  sapevo  dei  vostri  segreti convegni,  e tutto per toglier di
    mezzo la mia vita innocente. Non mancheranno falsi testimoni contro di
    me n invenzioni di tradimenti di ogni specie per  ingrandire  la  mia
    colpevolezza e si avverer l'antico proverbio che per battere un cane,
    un bastone  subito trovato.
    CARDINALE: Mio signore, i suoi rimbrotti sono intollerabili; se al reo
    si  concede  tanta  libert  di  parola,  e  se  coloro che cercano di
    difendere la vostra reale persona dall'arma occulta del  tradimento  e
    dalla  furia  del  traditore  sono  cos  rimproverati,  rimbeccati  e
    svillaneggiati,  si raffredderanno  nel  loro  zelo  verso  la  Maest
    Vostra.
    SUFFOLK:  Non  ha egli rinfacciato alla nostra sovrana in sua presenza
    con  parole  ignominiose,   sebbene  destramente  espresse,   di  aver
    subornato qualcuno a dire il falso per scalzare la sua autorit?
    MARGHERITA: A chi perde do licenza di accusare a piacer suo.
    GLOUCESTER:  Parole  assai  pi  vere  che sentite: perdo,   vero,  e
    maledetti siano quelli che  vincono,  perch  mi  hanno  ingannato  in
    questo giuoco! e chi perde cos ha ben diritto di parlare.
    BUCKINGHAM:  Torce  a  piacer  suo il senso delle nostre parole e vuol
    tenerci  qui  tutto  il  giorno.   Lord  cardinale,   egli     vostro
    prigioniero.
    CARDINALE:   Messeri,    conducete   via   il   duca   e   custoditelo
    diligentemente.
    GLOUCESTER: Ah! Cos re Enrico gitta via il bastone prima che le gambe
    abbiano  la  forza  di  sostenergli  il  corpo;   cos  il  pastore  
    allontanato  a forza dal tuo fianco e i lupi ringhiano contendendo chi
    ti addenter per primo.  Ah!  fossero  pur  infondate  le  mie  paure;
    poich, buon re Enrico, temo la tua rovina.
    (Esce accompagnato dalle Guardie).
    ENRICO:  Miei  signori,  fate o disfate come sembra meglio alla vostra
    saggezza, e come se noi stessi fossimo qui.
    MARGHERITA: Come? Vostra Maest vuole ora lasciare il Parlamento?
    ENRICO: S,  Margherita.  Mi sento il cuore oppresso dal dolore,  e la
    sua piena incomincia a traboccarmi negli occhi,  e il mio corpo  come
    avvolto  nella  sofferenza;  poich,  che  vi    di  pi  penoso  del
    malcontento?  Ah! zio Humphrey, nel tuo viso vedo la mappa dell'onore,
    della fedelt e della  lealt:  non  vi    mai  stato  momento,  buon
    Humphrey,  in cui ti abbia trovato falso o abbia dovuto dubitare della
    tua fede.  Che maligna stella invidia ora la tua fortuna al punto  che
    questi  grandi  signori  e Margherita nostra regina cerchino la rovina
    della tua vita innocente?  Tu non hai mai fatto torto n a loro n  ad
    alcun  altro.  Come il beccaio trascina il vitello e lega l'infelice e
    lo batte se recalcitra mentre lo conduce al macello, cos senza alcuna
    piet lo hanno condotto via;  e come la madre corre muggendo qua e l,
    cercando  dove sia andato il suo piccolo innocente e pu solo lamentar
    la perdita del suo caro,  cos compiango il caso del  buon  Gloucester
    con  tristi  lacrime vane e lo seguo con occhi velati dal pianto senza
    potergli dare alcun aiuto, tanto potenti sono i suoi nemici. Lamenter
    la sua fortuna e tra un gemito e l'altro dir chi    traditore?  non
    certamente Gloucester.

    (Escono  tutti,  eccetto  la  Regina,  il  Cardinale,  Suffolk e York.
    Somerset sta in disparte).

    MARGHERITA: Magnanimi signori,  la fredda neve  si  liquefa  ai  caldi
    raggi  del  sole:  Enrico,  mio signore,   troppo freddo nelle grandi
    occasioni,  troppo pieno di  futile  piet,  e  l'apparente  bont  di
    Gloucester  lo  inganna  come  il  coccodrillo lacrimoso sorprende con
    quella finzione di dolore i creduli viandanti;  o come il serpente che
    con  pelle  lucida e screziata sta attorcigliato su una riva fiorita e
    punge un fanciullo che lo crede buono perch e tanto bello. Credetemi,
    signori,  se nessuno fosse pi saggio di me - eppure in questo caso mi
    credo  di  buon  senso  -  Gloucester  dovrebb'essere spacciato al pi
    presto via da questo mondo se vogliamo liberarci dal timore  che  egli
    ci incute.
    CARDINALE: E' assai opportuno che egli muoia; ma abbiamo bisogno di un
    buon pretesto per la sua morte;  giusto che sia condannato secondo le
    forme di legge.
    SUFFOLK:  No,  questa  a  mio avviso non sarebbe buona politica: il re
    s'adoprer  di  salvargli  la  vita;  probabilmente  la  borghesia  si
    sollever  per  salvargli  la  vita;  e  d'altra parte non abbiamo che
    futili argomenti, poco pi che sospetti, per dichiararlo meritevole di
    morte.
    YORK: E cos, ragionando a questo modo, non vorreste che morisse.
    SUFFOLK: Ah! York, non c' nessuno che pi di me lo voglia morto.
    YORK: E' York che pi di tutti ha ragione di volerlo  morto.  Ma  voi,
    lord  cardinale,   e  voi,  lord  Suffolk,  dite  quello  che  pensate
    nell'intimo del cuore, non  tutt'uno mettere Humphrey a proteggere il
    re o un'aquila con lo  stomaco  vuoto  a  difesa  del  pollame  contro
    l'astore affamato?
    MARGHERITA: Cos i poveri polli sarebbero sicuri della morte.
    SUFFOLK: Madama,   vero; e non sarebbe pazzia fare la volpe guardiana
    dell'ovile,  e sebbene sia giudicata  astuta  e  sanguinaria,  passare
    sopra  alla  sua  inclinazione  alla  colpa  solo perch non ha ancora
    effettuati i suoi propositi? No,  muoia per il solo fatto che  volpe.
    La  natura la dichiara nemica del gregge prima ancora che le sue fauci
    si tingano di  sangue,  allo  stesso  modo  che  la  ragione  dichiara
    Humphrey  nemico del mio re.  E non state a guardare tanto pel sottile
    come l'ucciderete: sia con trappole o con lacciuoli,  sia per astuzia,
    nel  sonno  o nella veglia,  poco importa come,  purch muoia;  poich
    onesto  quell'inganno che confonde colui che ha tramato  inganni  per
    primo.
    MARGHERITA: Nobilissimo Suffolk, queste sono parole risolute.
    SUFFOLK: Per niente risolute,  se non si traducono in pratica;  perch
    spesso si parla e raramente si vuole agire. Ma,  trattandosi di azione
    meritoria, il mio cuore e la mia lingua sono d'accordo, e, per salvare
    il  re dal suo nemico,  dite una sola parola e gli dar io gli estremi
    conforti religiosi.
    CARDINALE: Ma, Suffolk, vorrei che morisse prima che possiate prendere
    gli ordirli sacri: se acconsentite  e  ritenete  giusto  questo  atto,
    ditelo  e  gli  trover  il  boia,  tanto mi sta cuore la salvezza del
    sovrano.
    SUFFOLK: Qua la mano: val la pena di farlo.
    MARGHERITA: E cos la penso anch'io.
    YORK: E io pure: e ora che noi tre abbiamo parlato,  poco  importa  se
    altri impugna la nostra condanna.

    (Entra un Corriere).

    CORRIERE:  Grandi  signori,  vengo  dall'Irlanda a marce forzate,  per
    informarvi che i ribelli sono in armi e passano gli Inglesi a  fil  di
    spada.  Mandate soccorsi,  signori, e arrestate questa furia in tempo,
    prima che la ferita sia incurabile, poich sinch  fresca, v' grande
    speranza che si sani.
    CARDINALE: E' una breccia che deve essere subito chiusa! che consiglio
    date in questo frangente?
    YORK: Che Somerset sia mandato l come  Reggente.  E'  giusto  che  si
    impieghi un reggitore cos fortunato: basta pensare al successo che ha
    avuto in Francia!
    SOMERSET:  Se  York  con  tutta  la  sua  sottile politica fosse stato
    Reggente in vece mia non sarebbe rimasto in Francia cos a lungo.
    YORK: No certo,  n l'avrei perduta tutta come  hai  fatto  tu.  Avrei
    preferito  morire  subito  piuttosto che,  restando l finch tutto fu
    perduto, riportare a casa un tal carico di disonore. Mostrami il segno
    d'una sola  cicatrice  sulla  pelle:  chi  la  conserva  cos  intatta
    raramente vince.
    MARGHERITA:  Ma  via;  questa   una scintilla che diventer un grande
    incendio se si portano a nutrirla esca e vento. Chetatevi,  buon York;
    e voi,  caro Somerset,  state zitto: se tu, York, fossi stato Reggente
    col, la tua fortuna sarebbe stata forse peggio della sua.
    YORK: Come! peggio di nulla? allora, vergogna a tutti.
    SOMERSET: E a te fra gli altri che auguri vergogna.
    CARDINALE: Monsignore di York, mettete alla prova la vostra fortuna. I
    barbari Irlandesi sono in armi e stemperano la creta col sangue  degli
    Inglesi:  volete  condurre  in  Irlanda  un  corpo di truppe scelte da
    ciascuna contea e tentar la vostra fortuna contro costoro?
    YORK: Lo far, mio signore, se piace a Sua Maest.
    SUFFOLK: Come! la nostra autorit implica il suo consenso e quello che
    decidiamo noi egli conferma: allora, nobile York,  assumiti senz'altro
    questo compito
    YORK:  Sta  bene:  provvedetemi di soldati,  signori,  mentre metto in
    ordine i miei affari.
    SUFFOLK: Penser io a sbrigare questa incombenza,  monsignore di York.
    Ma ritorniamo al falso duca Humphrey.
    CARDINALE: Non parliamone pi, perch lo tratter in modo tale che non
    ci  dar  altra  molestia.  E  cos  separiamoci,  la giornata  quasi
    finita. Lord Suffolk, voi e io dobbiamo parlare di quell'avvenimento.
    YORK: Monsignore di Suffolk,  aspetto i miei soldati a  Bristol  entro
    due settimane e l li far imbarcare per l'Irlanda.
    SUFFOLK: Sar fatto a puntino monsignore di York.
    (Escono tutti tranne York).
    YORK: Ora o mai, York, devi irrigidire i tuoi pavidi pensieri e mutare
    i vacillanti propositi in risolutezza: sii quello che speri di essere,
    o abbandona alla morte quello che sei, ch non val la pena di goderlo.
    La paura pallida stia col plebeo e non trovi asilo in un cuore regale.
    Pi  fitti  che  acquazzoni primaverili i pensieri sopravvengono l'uno
    all'altro,  e non ve n' uno  che  non  si  riferisca  al  potere.  Il
    cervello,  pi affaccendato d'un ragno laborioso, intesse moleste reti
    per impigliarvi i miei nemici. Bene, signori,  bene;  astuti davvero a
    spedirmi  lontano  con un esercito!  Temo che vi stiate riscaldando in
    seno il serpe affamato,  che,  ristorato,  vi punger  al  cuore.  Gli
    uomini  erano  proprio  quello che mi mancava e voi me li date.  Ve ne
    sono grato: eppure siate certi che  come se metteste armi affilate in
    mano ad un pazzo.  Mentre mi former in Irlanda un possente  esercito,
    susciter  in  Inghilterra una tenebrosa tempesta che mander migliaia
    di anime in paradiso o le precipiter all'inferno;  e questo  tremendo
    turbine  non  cesser  di infuriare finch l'aureo serto sul mio capo,
    come i raggi luminosi dello splendido sole,  non  calmi  la  furia  di
    questo pazzo uragano.  Come strumento dei miei propositi ho indotto un
    risoluto uomo del Kent, Giovanni Cade di Ashford, ad agitare il popolo
    col nome di Giovanni Mortimer, e bene vi riuscir. In Irlanda ho visto
    questo Cade tener testa con  fermezza  a  una  schiera  di  armati,  e
    combattere cos a lungo che le sue coscie erano coperte di frecce come
    un  istrice irto di aculei,  e alla fine,  appena salvato,  l'ho visto
    balzare in piedi e sgambettare come un danzatore di moresca, scuotendo
    quei dardi insanguinati come il ballerino fa coi  sonagli.  E  spesso,
    travestito  s  da  parere un furbo e irsuto Irlandese,  si  messo in
    comunicazione coi  nemici,  e,  senza  essere  scoperto,    ritornato
    nuovamente  da me a informarmi delle loro furfanterie.  Questo demonio
    sar qui mio luogotenente,  poich rassomiglia il defunto Mortimer  al
    viso,  all'andatura, all'accento: per mezzo suo scandaglier gli umori
    del popolo e vedr che cosa pensa della  casa  di  York  e  delle  sue
    pretese.  E  se  fosse  preso,  straziato  e torturato,  so che nessun
    tormento che gli si possa  infliggere  gli  far  mai  dire  che  l'ho
    persuaso io a prendere le armi. Se ha fortuna, come  molto probabile,
    ebbene, ecco che io torno dall'Irlanda con le truppe e mieto dove quel
    furfante ha seminato;  poich, morto Humphrey, come certamente sar, e
    deposto Enrico, il primo a farsi avanti sar io.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Bury Saint Edmunds. Una sala di parata.

    (Entrano a passo rapido alcuni Assassini).
    PRIMO ASSASSINO: Correte da monsignor di Suffolk e ditegli che abbiamo
    spacciato il duca secondo i suoi ordini.
    SECONDO ASSASSINO: Oh! fosse ancor da fare! Che abbiamo mai fatto? hai
    mai sentito un uomo cos pieno di contrizione?
    PRIMO ASSASSINO: Ecco che viene monsignore.
    (Entra Suffolk).
    SUFFOLK: Avete sbrigato questa faccenda?
    PRIMO ASSASSINO: S, mio buon signore,  morto.
    SUFFOLK: Ottimamente. Andate a casa mia e riceverete la ricompensa per
    questo atto rischioso.  Il re  e  i  pari  stanno  per  venire.  Avete
    acconciato  bene  il  letto?  Sta  tutto in ordine come vi ho detto di
    fare?
    PRIMO ASSASSINO: S, mio buon signore.
    SUFFOLK: Via! andatevene.
    (Escono gli Assassini).

    (Suono  di  trombe.  Entrano  RE  ENRICO,  la  REGINA  MARGHERITA,  il
    CARDINALE, BEAUFORT e SOMERSET con persone del Seguito).

    ENRICO:  Andate  subito  a  convocare nostro zio alla nostra presenza;
    ditegli che intendiamo di giudicar Sua Grazia oggi e di  vedere  se  
    colpevole come si  affermato.
    SUFFOLK: Vado subito a chiamarlo, sire.
    ENRICO:  Signori,  prendete  i  vostri posti;  e vi prego tutti di non
    esser severi contro il nostro zio di  Gloucester,  se  non  in  quanto
    veritiere testimonianze di persone probe dimostrino che egli ha ordito
    colpevoli macchinazioni.
    MARGHERITA: Dio non voglia che il malanimo la vinca a tal punto da far
    condannare  un  patrizio  innocente.  Preghiamo  il  cielo  che  possa
    liberarsi da ogni sospetto!
    ENRICO: Grazie, Margherita, queste tue parole mi danno molto sollievo.
    (Rientra SUFFOLK).
    Come! perch sei cos pallido? e perch tremi?  dov' nostro zio?  che
    c', Suffolk?
    SUFFOLK: Morto nel suo letto, sire: Gloucester  morto.
    MARGHERITA: Dio non voglia!
    CARDINALE:  Segreto  giudizio  di  Dio: ho sognato questa notte che il
    duca era muto e non poteva proferir parola.
    (Il Re sviene).
    MARGHERITA: Che ha il mio signore? Aiuto, signori! Il re  morto!
    SOMERSET: Sollevatelo, strizzategli il naso.
    MARGHERITA: Correte, andate, aiuto, aiuto! Oh! Enrico, apri gli occhi!
    SUFFOLK: Ritorna in s madama, calmatevi.
    ENRICO: O Dio del cielo!
    MARGHERITA: Come sta il mio grazioso signore?
    SUFFOLK: Confortatevi, mio sovrano; grazioso Enrico, confortatevi!
    ENRICO: Come?  Monsignor di Suffolk mi conforta?  Poco fa   venuto  a
    gracchiare la nota del corvo,  il cui tetro suono mi ha tolto le forze
    vitali ed ora crede che il cinguettio di uno  scricciolo,  invitandomi
    con  cuor  falso a confortarmi,  scacci l'impressione del primo suono?
    Non nascondere il veleno sotto queste melate parole,  non mi metter le
    mani addosso, desisti, dico: il loro tocco mi spaventa come la puntura
    di un serpe.  Tu, funesto messaggero, nasconditi alla mia vista! nelle
    tue pupille sta la violenza sanguinaria e in truce maest spaventa  il
    mondo. Non guardarmi, poich i moi occhi mi feriscono: o piuttosto non
    andartene;   vieni  e  come  un  basilisco  uccidi  coi  tuoi  sguardi
    l'innocente che ti contempla,  poich nell'ombra della  morte  trover
    gioia,  e  nella  vita  solo  una  doppia morte,  ora che Gloucester 
    spirato.
    MARGHERITA: Perch rimproverate cos monsignore di Suffolk? Sebbene il
    duca gli fosse nemico,  pure egli da  buon  cristiano  ne  lamenta  la
    morte:  e quanto a me,  sebbene mi fosse ostile,  se lacrime profuse o
    gemiti che spezzano  il  cuore  o  sospiri  che  consumano  il  sangue
    potessero  richiamarlo  in  vita,  vorrei  essere accecata dal pianto,
    alterata dai gemiti,  e pallida come la primula  pei  sospiri  che  mi
    bevessero il sangue, se tutto questo servisse a far rivivere il nobile
    duca.  Chiss  quel che il mondo pu pensare di me?  poich  risaputo
    che non eravamo buoni amici e si pu ritenere che  il  duca  lo  abbia
    fatto  uccidere io: e cos la mia reputazione sar ferita dalla lingua
    velenosa della calunnia,  e le corti dei principi  si  riempiranno  di
    voci della mia infamia.  Questo  tutto quello che guadagno con la sua
    morte: ahim infelice! essere regina e coronata di infamia.
    ENRICO: Ahim, Gloucester sciagurato!
    MARGHERITA: Dovresti dolerti per me pi sciagurata di lui. Come! torci
    il viso da un'altra parte e lo nascondi?  Non sono  una  lebbrosa  che
    metta  ribrezzo: guardami.  Che!  sei diventato sordo come una vipera?
    Sii allora anche velenoso e uccidi la tua desolata regina. E' ogni tuo
    conforto chiuso nella  tomba  di  Gloucester?  Vuol  dire  allora  che
    madonna  Margherita non  mai stata la tua gioia: fa' a lui una statua
    e venerala,  e fa' della mia immagine un'insegna d'osteria.  E' dunque
    per  questo  che  ho  fatto  quasi  naufragio,  e  per questo il vento
    contrario mi ha dalle spiagge d'Inghilterra respinta per ben due volte
    alla mia terra natale?  Che voleva dir questo se non che il vento  con
    sicura  profezia  sembrava  esortarmi  a  non  cercare  questo nido di
    scorpioni n a metter piede su questa spiaggia  ostile?  E  allora  io
    maledicevo  quegli amorevoli venti e chi li aveva scatenati dalla loro
    ferrea caverna,  e li esortavo a spirare verso la  benedetta  spiaggia
    inglese o,  altrimenti, a spingere la nostra poppa contro un terribile
    scoglio!  Ma Eolo non volle uccidermi per lasciare a te questo compito
    odioso: il bel mare caracollante ricus di affogarmi sapendo che tu mi
    avresti  affogata  sulla spiaggia con lacrime amare come la salsedine,
    provocate dalla tua  durezza:  gli  scogli  che  tutto  infrangono  si
    nascosero  nel  fondo sabbioso e non vollero urtarmi con le irte punte
    affinch il tuo cuore di selce, pi duro di loro, uccidesse Margherita
    nel tuo stesso palazzo.  Rimasi sulla tolda della nave nella  tempesta
    ad  osservare  per  quanto potei le tue rupi biancastre,  mentre dalla
    tempesta venivamo respinti lontano  dalla  riva,  e  quando  il  cielo
    oscurandosi  cel  ai miei occhi ansiosi la vista della tua terra,  mi
    levai dal collo un costoso gioiello: era in forma di cuore  circondato
    di diamanti;  e lo gettai verso la terra, e il mare lo accolse, e cos
    mi augurai che il tuo corpo potesse fare del mio cuore: e  proprio  in
    quel momento non vedendo pi la bella Inghilterra, dissi ai miei occhi
    di  seguire  il mio cuore e li chiamai ciechi e appannati occhiali per
    aver perduto di vista la desiderata costa di Albione.  Quante volte ho
    invitato  Suffolk strumento della tua vergognosa incostanza,  a sedere
    presso di me e a incantarmi con la sua lingua, come faceva Ascanio con
    Didone pazza d'amore quando le raccontava le  gesta  di  suo  padre  a
    cominciare dall'incendio di Troia!  Non sono stregata come lei?  o non
    sei  tu  falso  come  lui?  Ahim!  non  posso  pi  parlare.   Muori,
    Margherita, poich Enrico si duole che tu sia vissuta cos a lungo.

    (Rumore dall'interno. Entrano WARWICK SALISBURY, e molti Borghesi).

    WARWICK: Corre voce,  possente sovrano,  che il buon duca Humphrey sia
    stato fatto assassinare  a  tradimento  da  Suffolk  e  dal  cardinale
    Beaufort.  I  borghesi  sono  come  un furioso sciame di api che hanno
    perduto la regina,  si sparpagliano qua e  l,  e  non  badano  a  chi
    pungono  pur  di  vendicarlo.  Io  stesso  ho calmato il loro fermento
    sedizioso, almeno finch non si sappia il modo della sua morte.
    ENRICO: Che egli sia morto,  buon Warwick,   purtroppo vero;  ma come
    sia morto lo sa Dio e non Enrico.  Entrate nella sua stanza,  guardate
    il corpo esanime e poi avrete di che spiegare la sua morte improvvisa.
    WARWICK: Lo far,  mio sire.  Salisbury,  resta  col  popolo  irritato
    finch non ritorno.
    (Escono Warwick e Salisbury).
    ENRICO:  Tu,  sommo giudice di tutte le cose,  arresta i miei pensieri
    che tentano di persuadermi che mani violente  abbiano  attentato  alla
    vita  di  Humphrey.  Se il mio sospetto  infondato perdonami,  o Dio,
    poich tu solo puoi giudicare.  Vorrei ben riscaldare con innumerevoli
    baci  le  sue  pallide  labbra e versare sul suo viso infinite lacrime
    amare e dire alla sua muta ed  esanime  spoglia  quanto  io  lo  abbia
    amato, e toccare con la mia mano la sua che non risponde: ma vane sono
    tutte queste meschine onoranze, e vedere la sua morta immagine terrena
    non farebbe che accrescere la mia afflizione.

    (Rientrano  WARWICK  e gli altri portando il cadavere di GLOUCESTER su
    un letto).

    WARWICK: Venite qui, grazioso sire, e guardate questo cadavere.
    ENRICO: S, per vedere quanto sia profonda la mia tomba; poich con la
    sua anima se ne  andato ogni mio  conforto  terreno  e  veder  lui  
    vedere la mia vita sotto le sembianze della morte.
    WARWICK: Come  vero che la mia anima vuol vivere eternamente con quel
    temuto  re che assunse forma mortale per liberarci dalla maledizione e
    dalla collera di Dio padre,  credo fermamente che questo duca illustre
    sia stato ucciso da mani violente.
    SUFFOLK: Tremenda asserzione espressa con solenni parole! ma che prove
    pu portare lord Warwick per questa sua asseverazione?
    WARWICK:  Vedete  come  il sangue gli stagna sul viso.  Ho visto molte
    persone morte naturalmente, cineree,  smunte,  pallide perch tutto il
    sangue  discende  al cuore affannato,  che ve lo trae per averne aiuto
    nella lotta che combatte contro la morte,  e questo sangue si  raggela
    col e non torna pi ad abbellire la guancia col rossore. Ma vedete la
    sua  faccia  nera e piena di sangue,  gl occhi sporgono pi di quando
    era vivo, orrendamente sbarrati come quelli di un uomo strangolato,  i
    capelli  irti,  le  narici  dilatate dallo sforzo,  le mani stese come
    quelle di chi si sia divincolato negli  ultimi  aneliti  e  sia  stato
    sopraffatto dalla violenza.  Guardate: i suoi capelli sono appiccicati
    al lenzuolo;  la barba,  sempre  accuratamente  tenuta,    confusa  e
    scompigliata  come  grano  d'estate allettato dalla tempesta;  il meno
    importante di questi indizi prova sicuramente che  stato  assassinato
    su questo letto.
    SUFFOLK: Come, Warwick! chi avrebbe dovuto uccidere il duca? io stesso
    e Beaufort l'avevamo in consegna;  e vorrei sperare,  signor mio,  che
    noi non siamo assassini.
    WARWICK: Ma eravate  entrambi  nemici  giurati  del  duca  Humphrey  e
    proprio  voi  l'avevate  in  consegna:   naturale che non gli faceste
    festa come a un amico, e infatti  evidente che ha trovato un nemico.
    MARGHERITA: Questo  come dire che ritenete  questi  nobili  colpevoli
    della morte prematura del duca.
    WARWICK:  Se  si  trova una mucca morta e sanguinante di fresco,  e si
    vede l presso un beccaio con la scure, chi non penser che l'uccisore
     lui?  chi trova la  pernice  nel  nido  del  nibbio,  immagina  come
    l'uccello  sia  morto,  sebbene  il  nibbio voli in alto col becco non
    insanguinato. Altrettanto sospetta si presenta questa tragedia.
    MARGHERITA: Siete voi il beccaio, Suffolk? e dov' il vostro coltello?
    e Beaufort un nibbio? ma dove sono i suoi artigli?
    SUFFOLK: Non porto coltello per uccidere i dormienti;  ma ecco qui una
    spada  vendicatrice  arrugginita  nell'ozio  che  ripulir  nel  cuore
    maligno  di  colui  che  mi  calunnia   con   la   taccia   sanguinosa
    dell'omicidio.  Di', se l'osi, superbo signore di Warwick, che io sono
    colpevole della morte del duca.
    (Escono il Cardinale e altri).
    WARWICK: Che cosa non ardisce Warwick,  se il  falso  Suffolk  ardisce
    sfidarlo?
    MARGHERITA:  Non  ardir  calmare il suo spirito ribelle n cesser di
    essere un detrattore arrogante, anche se Suffolk lo sfidasse ventimila
    volte.
    WARWICK: Madama, state zitta, sia detto con tutto il rispetto,  poich
    ogni  parola  che  dite  a  suo  favore   un'offesa alla vostra reale
    dignit.
    SUFFOLK: Stolto signore e ignobile nella tua condotta!  Se mai si  pu
    credere che una dama abbia fatto tal torto al marito,  non vi  dubbio
    che tua madre deve aver accolto nel suo letto di peccato qualche rozzo
    villanzone ignorante,  e che sul nobile tronco   stato  innestato  un
    ramo di pianta selvatica, e tu ne sei il frutto; tu, che non puoi aver
    mai appartenuto alla nobile razza dei Nevil.
    WARWICK:  Se  non fosse che la tua stessa colpa d'omicida ti difende e
    che non voglio rubare il mestiere al boia  liberandoti  da  un'infamia
    senza nome, e se non fosse ancora che la presenza del sovrano m'impone
    moderazione,  falso  e  vile  assassino,  ti  farei chieder perdono in
    ginocchio delle tue parole, e ti obbligherei a riconoscere che parlavi
    di tua madre e  che  questa  ti  ha  fatto  bastardo:  e  dopo  averti
    costretto a questo pavido atto di sottomissione,  ti pagherei a dovere
    e manderei l'anima all'inferno,  pernicioso succhiatore di  sangue  di
    dormienti!
    SUFFOLK:  E  tu  sarai  sveglio  quando ti caver sangue,  se avrai il
    coraggio di seguirmi fuori di qui
    WARWICK: Via anche subito,  o ti trasciner  a  forza  fuori  di  qui:
    sebbene  tu  ne  sia  indegno,  incrocer  la  spada con la tua e dar
    qualche conforto allo spirito del duca Humphrey.
    (Escono Suffolk e Warwick).
    ENRICO: Non vi  corazza pi forte  di  un  cuore  incontaminato!  tre
    volte  armato   chi difende il giusto;  e inerme,  sebbene coperto di
    ferro,  colui la cui coscienza  corrotta dall'ingiustizia.
    (Rumore interno).
    MARGHERITA: Che rumore  questo?
    (Rientrano SUFFOLK e WARWICK con le spade sguainate).
    ENRICO: Che mai,  signori!  qui in nostra presenza con armi che vi  ha
    messe in mano la collera!  che ardire  questo?  come!  e che  questo
    clamore tumultuoso?
    SUFFOLK: Il traditore Warwick e gli uomini di Bury mi hanno assaltato,
    possente sovrano.
    (Rientra SALISBURY).
    SALISBURY (al Popolo che entra): Messeri,  state in disparte:  giusto
    che il re sappia che cosa pensate.  Venerato sovrano,  il popolo vi fa
    sapere per bocca mia che,  se Suffolk non    immediatamente  messo  a
    morte  o  bandito dalla bella Inghilterra,  sar strappato a forza dal
    vostro palazzo e torturato con lenta e  atroce  morte.  Dicono  che  
    stato  lui  a  uccidere  il duca Humphrey e che quindi temono che far
    altrettanto con Vostra Altezza,  e che un impulso di amore  e  lealt,
    libero da ogni intento di caparbia opposizione,  come di contrastare i
    vostri voleri,  fa loro chiedere cos insistentemente che sia messo al
    bando. A tutela della vostra reale persona dicono che se Vostra Maest
    volesse  dormire  e  desse  ordine  di non essere disturbato,  pena il
    vostro risentimento o la morte, nonostante tale ordine perentorio,  se
    si  vedesse  un  serpente  con  lingua forcuta strisciare di soppiatto
    verso di voi, sarebbe pur necessario svegliarvi; poich altrimenti, se
    vi si lasciasse in questo pernicioso sonno, il serpe velenoso potrebbe
    renderlo eterno; e perci gridano che,  lo vogliate o no,  cercheranno
    di difendervi da serpenti cos feroci com' il falso Suffolk,  che col
    morso velenoso ha turpemente privato della vita il  vostro  amato  zio
    che valeva venti volte pi di lui.
    POPOLO (dall'interno): Una risposta dal re, monsignor di Salisbury!
    SUFFOLK: E' proprio da plebei rozzi e zotici mandare tal ambasciata al
    loro  sovrano;  ma voi,  mio signore,  avete gradito l'incarico che vi
    permetteva di mettere in mostra  la  vostra  forbita  eloquenza:  per
    tutto  l'onore  che  Salisbury  si    acquistato    l'esser divenuto
    ambasciatore di calderai.
    POPOLO (dall'interno). Una risposta dal re, o entreremo a forza!
    ENRICO: Va',  Salisbury,  e di' loro da parte mia che li ringrazio per
    le loro amorevoli premure,  e che anche se non vi fossi cos spinto da
    loro,  gi mi proponevo  di  fare  quello  che  ora  chiedono,  poich
    continui  presentimenti  m'avvertono che Suffolk cercher di minare la
    mia autorit;  e perci giuro per la  maest  di  Colui  di  cui  sono
    indegno  rappresentante  in  terra  che egli non infetter col respiro
    quest'aria per altri tre giorni, pena la morte.
    (Esce Salisbury).
    MARGHERITA: O Enrico, lasciami perorare per il nobile Suffolk.
    ENRICO: Regina poco nobile, se chiami nobile Suffolk! basta, dico;  se
    lo  difenderai  non  farai  che accrescere in me la collera.  Anche se
    l'avessi soltanto detto,  manterrei la parola;  ma quando ho  giurato,
    essa diventa irrevocabile.  Se dopo tre giorni sarai trovato su alcuna
    terra del regno,  il mondo intero non ti riscatter la  vita.  Suvvia,
    Warwick,  suvvia,  buon  Warwick,  vieni  con  me;  ho  gravi  cose da
    comunicarti.

    (Escono tutti tranne la Regina e Suffolk).

    MARGHERITA: Il malanno e il dolore  vi  accompagnino!  Struggicuore  e
    amara  ambizione siano i vostri compagni di giuoco.  Che bel paio!  il
    diavolo faccia da terzo e vendetta a tre doppi segua i vostri passi!
    SUFFOLK: Lascia,  nobile regina,  queste  maledizioni,  e  permetti  a
    Suffolk di accomiatarsi dolorosamente da te.
    MARGHERITA: Vergogna!  vile donnicciuola e miserabile infrollito!  non
    hai fiato da maledire i tuoi nemici?
    SUFFOLK: La peste li colga! Ma perch li maledirei?  Se le maledizioni
    uccidessero come i gemiti della mandragora, inventerei termini amari e
    aspri e duri e orribili a udire,  che proferirei energicamente a denti
    stretti  con  segni  di  odio  mortale  quali  possono  essere  quelli
    dell'invidia  sparuta  nella  sua  aborrita  grotta.   Le  mie  parole
    sarebbero cos piene di  passione  che  la  lingua  incespicherebbe  a
    pronunciarle; mi scintillerebbero gli occhi come selce percossa; mi si
    rizzerebbero  i  capelli in capo come a un pazzo,  s,  ogni parte del
    corpo sembrerebbe maledirli e bestemmiarli  e  sin  da  ora  il  cuore
    oppresso  si  spezzerebbe,  se  non  lo  facessi.  Veleno  sia la loro
    bevanda! Fiele, peggio che fiele,  il pi prelibato sapore che possano
    gustare;  l'ombra  pi  dolce,  un  folto  di  cipressi,  e basilischi
    mortiferi lo spettacolo pi attraente!  il tocco pi morbido dia  loro
    tanto  bruciore quanto la puntura della lucertola,  la loro musica sia
    spaventosa come  il  sibilo  del  serpente  e  civette  di  malaugurio
    completino  il  concerto!  Tutti  i  pi  sozzi  terrori  dell'inferno
    tenebroso...
    MARGHERITA: Basta,  amato Suffolk: tu ti tormenti;  e queste terribili
    maledizioni  come  il  sole  contro  il  vetro e come un fucile troppo
    carico possono rimbalzare e rivolgere le loro forze contro te stesso.
    SUFFOLK: M'hai fatto maledire ed ora mi dici di smetterla?  Per questo
    suolo  da  cui  sono  bandito,   potrei  maledire  una  intiera  notte
    d'inverno, stando nudo sulla cima di un monte, dove il freddo mordente
    non lasciasse crescere erba,  e  mi  parrebbe  un  minuto  passato  in
    giuoco.
    MARGHERITA: Oh!  lasciati persuadere da me,  cessa. Dammi la mano, ch
    possa bagnarla con tristi lacrime;  n  la  pioggia  del  cielo  possa
    cancellare  le  tracce  della mia mestizia.  Oh!  potesse questo bacio
    imprimersi sulla tua  mano  perch  tu  potessi,  dal  loro  suggello,
    pensare  a  queste  labbra  attraverso  a  cui  s'esalan  per te mille
    sospiri; ma vattene,  perch io possa conoscere il mio dolore;   solo
    immaginario  finch  mi  stai  vicino:   come pensare alla privazione
    quando si  nell'abbondanza. Riuscir a farti richiamare dal bando, o,
    stanne pur sicuro,  cercher di far bandire me pure;  e  bandita  sono
    gi,  se non altro da te.  Vattene,  non parlarmi, vattene subito. Oh,
    non andare ancora:  cos  due  amici  condannati  si  abbracciano,  si
    baciano,  e si congedano mille volte, assai pi restii a lasciarsi che
    a morire. Eppure, addio; e addio alla vita quando te ne sarai andato.
    SUFFOLK: Cos il povero Suffolk  dieci volte bandito,  una volta  dal
    re e nove da te medesima. Non  questa terra che mi importi, quando tu
    non ci sia; il deserto sarebbe anche troppo popolato se Suffolk avesse
    la tua celestiale compagnia,  perch dove sei tu,  col  il mondo con
    tutti i  piaceri  che  pu  dare;  e  dove  non  sei  tu,  non    che
    desolazione.  Non posso pi parlare, vivi e godi: io stesso avr gioia
    soltanto dal sapere che tu vivi.

    (Entra VAUX).

    MARGHERITA: Dove si dirige Vaux con  tanta  fretta?  Che  notizie,  di
    grazia?
    VAUX:  A  informare Sua Maest che il cardinale Beaufort  in punto di
    morte;  perch lo ha colpito improvvisamente un grave malore  che  gli
    toglie  il  respiro,  gli  fa sbarrare gli occhi e lo fa boccheggiare,
    bestemmiando Dio e maledicendo gli uomini sulla terra.  Talvolta parla
    come  se  lo  spettro  del duca Humphrey gli fosse a fianco del letto,
    talvolta chiama il re e sussurra al suo guanciale, come bisbigliasse a
    lui i segreti dell'anima oppressa;  e mi  si  manda  a  informare  Sua
    Maest che anche ora lo invoca a gran voce.
    MARGHERITA:  Andate pure a portare questa triste notizia al re.  (Esce
    Vaux) Ahim, che mondo  mai questo! che notizie son queste! ma perch
    mi dolgo di una perdita di cos poco conto,  dimenticando il bando  di
    Suffolk,  tesoro dell'anima mia?  perch, Suffolk, non piango solo per
    te,  gareggiando in lacrime con le nubi del mezzogiorno?  le loro  per
    accrescere  la  fertilit  della  terra,  le  mie per aumentare il mio
    dolore? Ed ora, vattene: il re,  lo sai,  sta per venire;  se ti trova
    presso di me, sei morto.
    SUFFOLK:  Se  mi allontano da te,  non posso vivere,  e morire sotto i
    tuoi occhi sarebbe come dormire piacevolmente con  la  testa  nel  tuo
    grembo;  qui  potrei mandare l'ultimo respiro quietamente e dolcemente
    come un bambino in culla che muoia con  la  mammella  materna  fra  le
    labbra.  Invece,  lontano dalla tua vista,  impazzirei e ti invocherei
    perch mi chiudessi gli occhi e la bocca coi baci:  cos  ricacceresti
    indietro l'anima fuggente o io la spirerei cos entro al tuo corpo che
    vi vivrebbe in dolce Eliso.  Morire presso di te sarebbe un giuoco,  e
    lontano da te una tortura peggiore della morte  stessa.  Oh!  lasciami
    rimanere, accada quel che vuole accadere.
    MARGHERITA:  Via!  sebbene  la  separazione sia un doloroso corrosivo,
    dobbiamo applicarlo a una ferita che sarebbe  altrimenti  mortale.  In
    Francia, caro Suffolk; mandami tue notizie, poich, dovunque tu sia su
    questa terra, scoprir un'Iride che sapr trovarti.
    SUFFOLK: Vado.
    MARGHERITA: E portati il mio cuore con te.
    SUFFOLK:  Un  gioiello  chiuso  nel pi doloroso scrigno che abbia mai
    contenuto cosa di valore. Ci separiamo come una barca che si spacca in
    due: da questa parte io cado verso la morte.
    MARGHERITA: E io da quest'altra.
    (Escono da parti diverse).


    SCENA TERZA - Una camera da letto.

    (Entrano RE ENRICO,  SALISBURY,  WARWICK e si avvicinano al letto  del
    Cardinale).
    ENRICO: Come sta monsignore? parla, Beaufort al tuo sovrano.
    CARDINALE:  Se  tu  sei  la  morte ti dar il tesoro dell'Inghilterra,
    quanto basti per comprare un'altr'isola simile a questa,  purch tu mi
    lasci vivere e non mi faccia pi sentir dolore.
    ENRICO:  Ah!  che  segno  di cattiva vita,  quando 1'avvicinarsi della
    morte appare terribile!
    WARWICK: Beaufort,  il tuo sovrano che ti parla.
    CARDINALE: Portatemi ai giudizio quando volete. Non  morto a letto? e
    dove avrebbe dovuto morire? e so io far vivere la gente,  voglia o non
    voglia?  Oh!  non torturatemi pi! confesser! Tornate in vita? allora
    mostratemi dov': darei mille sterline  per  poterlo  vedere.  Non  ha
    occhi,  la  polvere  li  ha  accecati.  Pettinategli in gi i capelli:
    guardate,  guardate!  gli si rizzano sul capo come rami invischiati  a
    prendere  le ali della mia anima.  Datemi da bere e dite allo speziale
    di portarmi il veleno potente che ho comprato da lui.
    ENRICO: Tu che muovi eternamente i cieli  guarda  con  occhio  pietoso
    questo  sciagurato;  allontana  l'intrigante  demonio instancabile che
    strettamente assedia l'anima di questo sciagurato,  e  libera  il  suo
    petto da questa nera disperazione.
    WARWICK: Vedete come le trafitture della morte lo fanno ghignare!
    SALISBURY: Non turbatelo, lasciatelo morire in pace.
    ENRICO: E pace all'anima sua, se cos piace a Dio. Cardinale, se pensi
    alla  beatitudine  celeste,  alza la mano,  da' segno che speri.  Egli
    muore e non d segno. Oh! Dio, perdonagli.
    WARWICK: Da cos brutta morte si  pu  arguire  quanto  mostruosa  sia
    stata la sua vita.
    ENRICO:  Astenetevi  dal  giudicare,  perch  siamo  tutti  peccatori.
    Chiudetegli gli  occhi;  abbassate  le  cortine,  e  andiamo  tutti  a
    meditare.
    (Escono).



    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - La costa del Kent.

    (Allarme.   Si  combatte  sul  mare.  Sparo  di  cannoni.  Entrano  un
    COMANDANTE, un CAPITANO e un SECONDO, GUALTIERO WHITMORE e altri;  con
    loro SUFFOLK e altri Prigionieri).
    COMANDANTE:  Il  gaio  giorno  propalatore  e  pietoso a poco a poco 
    calato in seno al mare: ora i lupi ululanti svegliano  le  brenne  che
    tirano  il  melanconico  e  tragico  carro  della  notte;  con  le ali
    sonnolente,  pigre e cadenti esse sfiorano le tombe dei morti e  dalle
    fauci  nebbiose  spirano nell'aria una turpe oscurit infetta.  Traete
    dunque fuori  i  prigionieri,  perch  mentre  la  nostra  pinaccia  
    ancorata  presso  i  Downs,  stabiliscano  che  riscatto sono pronti a
    pagare,  o tingano  del  loro  sangue  questa  spiaggia  macchiandola.
    Capitano,  ti  dono  questo  prigioniero,  e tu che sei il suo secondo
    prenditi quest'altro come sua preda;  e  il  terzo    la  tua  parte,
    Gualtiero Whitmore.
    PRIMO GENTILUOMO: Qual  il mio riscatto, capitano? dimmelo.
    CAPITANO: Mille corone o ci rimetti la testa
    SECONDO: E altrettanto darete voi o perderete la vostra.
    CAPITANO: Come!  vi par molto pagare duemila corone voi che avete nome
    e stile di gentiluomini?  Tagliate le gole a entrambi questi furfanti!
    A morte: la vita di quelli che abbiamo perduti in combattimento non si
    compensa con una somma cos meschina!
    PRIMO GENTILUOMO: Le dar, messere, e perci risparmiatemi la vita.
    SECONDO GENTILUOMO: E cos far io, e scriver subito a casa.
    WHITMORE:  Nell'andare  all'arrembaggio  ho  perduto  un  occhio e per
    questo morirai, a Suffolk) e cos sarebbe di costoro se potessi fare a
    modo mio.
    COMANDANTE: Non essere cos precipitoso: prendi il riscatto e lascialo
    vivere.
    SUFFOLK: Guarda il mio San  Giorgio:  sono  un  gentiluomo;  fissa  il
    prezzo che credi e sarai pagato.
    WHITMORE: Sono anch'io un gentiluomo, il mio nome  Walter Whitmore. E
    come! perch trasalisci? ti spaventa la morte?
    SUFFOLK:  Mi spaventa il tuo nome,  il cui suono  morte.  Un indovino
    trasse l'oroscopo dalla mia nascita e mi disse  che  sarei  morto  per
    l'acqua,  per  "water";  ma questo non t'ispiri idee di sangue: il tuo
    nome  Gualtiero, "Walter", se  pronunciato come si deve.
    WHITMORE: Gualtiero o Walter,  qualunque sia  poco  importa.  Il  vile
    disonore  non  deturper  mai  il  mio  nome che non lavassi subito la
    macchia col sangue: perci se mercantegger mai la vendetta,  spezzate
    pure  la  mia spada,  sfigurate e rompete il mio stemma,  proclamatemi
    codardo dappertutto.
    SUFFOLK: Fermati,  Whitmore,  poich il tuo prigioniero  un principe,
    il duca di Suffolk, Guglielmo de la Pole.
    WHITMORE: Il duca di Suffolk avvolto in cenci!
    SUFFOLK: S; ma questi cenci non sono il duca: talvolta Giove assumeva
    sembianze non sue: perch non potrei farlo io?
    COMANDANTE: Ma Giove non fu mai ucciso e tu lo sarai.
    SUFFOLK: Villanaccio oscuro,  il sangue di re Enrico, l'onorato sangue
    dei Lancaster non deve essere versato da un vile staffiere. Non mi hai
    tu baciata la mano e tenuta la staffa? e non hai a testa nuda trottato
    a fianco della mia  mula  ingualdrappata,  ritenendoti  felice  se  ti
    facevo  un  cenno  con  la testa?  Quante volte non sei stato pronto a
    riempirmi la coppa, non ti sei nutrito degli avanzi del mio tagliere e
    non ti sei inginocchiato presso la tavola quando  banchettavo  con  la
    regina Margherita?  Ricordatene e siine mortificato,  s, e tempera il
    tuo orgoglio imbozzacchito. Di', quante volte hai atteso in anticamera
    rispettosamente finch uscissi?  Questa mia mano che con un tratto  di
    penna  ti  ha  conferito  favori ora fermer per incanto la tua lingua
    sfrenata.
    WHITMORE:  Parla,   comandante,   debbo  pugnalare   questo   desolato
    giovinotto?
    COMANDANTE:  Lascia prima che le mie parole lo pugnalino come ha fatto
    con me.
    SUFFOLK: Vile marrano, le tue parole son ottuse e cos sei tu.
    COMANDANTE:  Portatelo  via  di  qua  e  sul  bordo  del   palischermo
    tagliategli la testa.
    SUFFOLK: Non l'oserai se non vuoi perdere la tua.
    COMANDANTE: S, Pole.
    SUFFOLK: Pole!
    COMANDANTE: S, Pole, ser Pol... tiglia, canile, pozzanghera, sentina,
    sudiciume e sporcizia che intorbida l'acqua limpida dove l'Inghilterra
    beve.  Ora  ti  tapper  codesta bocca sempre spalancata a divorare il
    tesoro del regno: le tue labbra che han baciato la regina, leccheranno
    la terra;  e tu che sorridesti  alla  morte  del  buon  duca  Humphrey
    ghignerai  invano  contro  i  venti insensibili che ti fischieranno in
    viso per dispregio: e possa tu sposarti alle  furie  dell'inferno  per
    aver  osato  di fidanzare un possente signore alla figlia di un re che
    non val nulla,  poich non ha n sudditi n ricchezze n  corona.  Con
    arti  diaboliche  sei  divenuto  grande  e  ti  sei  saziato dei pezzi
    insanguinati del cuore della tua madre patria,  come fece  l'ambizioso
    Silla.  Tu  vendesti alla Francia l'Angi e il Maine e per causa tua i
    falsi Normanni rivoltosi sdegnano di riconoscere la nostra signoria, e
    la Picardia ha ucciso i  suoi  governatori,  sorprese  le  fortezze  e
    rimandati  a casa i nostri soldati feriti e in cenci.  In odio a te si
    levano in armi  il  principesco  Warwick  e  tutti  i  Nevil,  le  cui
    terribili  spade non furono mai sguainate invano;  ora la casa di York
    privata della corona dall'uccisione vergognosa di un re incolpevole  e
    dalla superba tirannide usurpatrice, arde del fuoco della vendetta. Le
    sue  bandiere  piene di speranza levano in alto il sole che,  celato a
    mezzo, tenta di risplendere col motto "Invitis nubibus". Il popolo del
    Kent si  levato in armi,  e per concludere,  vituperio e miseria sono
    entrati  nel palazzo del nostro sovrano,  e tutto per causa tua.  Via!
    portatelo via di qua.
    SUFFOLK: Fossi un dio per fulminare questi miserabili schiavi, servili
    e abbietti!  Gli uomini  dappoco  s'inorgogliscono  di  nulla:  questo
    furfante,  perch    comandante  di  una barchetta,  alza la voce pi
    minacciosamente di Bargulo,  il forte pirata  illirico.  I  fuchi  non
    succhiano  il  sangue  delle aquile,  ma saccheggiano gli alveari.  E'
    impossibile che io muoia per mano di un basso vassallo come sei tu. Le
    tue parole suscitano in me collera,  non dolore: io porto un messaggio
    da  parte  della  regina  in Francia: ti ordino di traghettarmi sano e
    salvo attraverso lo stretto.
    COMANDANTE: Walter!
    WHITMORE: Via, Suffolk, debbo traghettarti alla morte.
    SUFFOLK: "Gelidus timor occupat artus":  te che io temo.
    WHITMORE: Avrai ragione di temere prima  che  ti  lasci.  Come!  avete
    paura ora? Consentite a piegarvi?
    PRIMO GENTILUOMO: Mio grazioso signore,  supplicatelo, parlategli come
    si deve.
    SUFFOLK: La lingua imperiosa di Suffolk  severa,  ruvida,  e,  usa  a
    comandare,   non  ha  appreso  a  supplicar  favori.   Dio  mi  guardi
    dall'onorare gente come codesta con umili preghiere: no,  il mio  capo
    si  china sul ceppo piuttosto che queste ginocchia si pieghino davanti
    ad alcuno che non sia il re del cielo o il mio sovrano; e la mia testa
    danzi  sulla  picca  insanguinata  piuttosto  che  stare  scoperta  in
    presenza  di  un volgare staffiere.  La vera nobilt non sa che sia la
    paura: io posso sopportare assai pi di quello che non osiate far voi.
    COMANDANTE: Trascinatelo via e che non parli pi.
    SUFFOLK: Suvvia, soldati, usatemi tutta la crudelt che potete, perch
    questa mia morte non sia mai dimenticata.  Molti  grandi  uomini  sono
    morti per mano di ignobili straccioni.  Il soave Tullio fu assassinato
    da uno spadaccino romano,  uno sgherro;  la  mano  bastarda  di  Bruto
    pugnal  Giulio  Cesare  e  selvaggi  isolani  uccisero  Pompeo Magno:
    Suffolk muore per mano di pirati.
    (Escono Whitmore e altri con Suffolk).
    COMANDANTE: Quanto a costoro per cui abbiamo  stabilito  il  riscatto,
    consentiamo  che uno di loro se ne vada: parta pure e voi altri venite
    con me.
    (Escono tutti tranne un Gentiluomo.  Rientra WHITMORE col cadavere  di
    SUFFOLK).
    WHITMORE:  Qui stiano la sua testa e il corpo esanime finch la regina
    sua amante non dia loro sepoltura.
    (Esce).
    PRIMO GENTILUOMO: O barbaro e sanguinoso spettacolo!  Porter  il  suo
    corpo  al  re:  se  non  lo  vendicher,  lo  faranno i suoi amici;  e
    certamente lo far la regina che lo ebbe caro in vita.
    (Esce col cadavere).


    SCENA SECONDA - Blackheath.

    (Entrano GIORGIO BEVIS e GIOVANNI HOLLAND).
    GIORGIO: Via, trovati una spada, anche di legno: essi sono in ballo da
    due giorni.
    GIOVANNI: E avranno bisogno di dormire.
    GIORGIO: Te l'assicuro: Gianni Cade,  il  lanaiolo,  vuol  dare  nuova
    veste allo Stato, o rivoltarla e farvi nuovo pelo.
    GIOVANNI:  E ne ha bisogno perch  tutta sdrucita.  Proprio vero: non
    c' mai stato bene in Inghilterra da quando i signori  son  venuti  di
    moda.
    GIORGIO:  O  tempi miserabili!  La virt degli operai non  per niente
    considerata.
    GIOVANNI: S,  i  nobili  non  soffrirebbero  di  andare  in  giro  in
    grembiale di cuoio.
    GIORGIO:  E  c'  di  pi;  nel  Consiglio  del  re  non c' voglia di
    lavorare.
    GIOVANNI: Verissimo; eppure si dice lavora al tuo mestiere: e questo
     come dire i  magistrati  siano  lavoratori;  dunque  noi  dovremmo
    essere i magistrati.
    GIORGIO:  Giusto cos,  perch non c' nessun miglior segno di un buon
    cervello che una mano incallita.
    GIOVANNI: Eccoli!  eccoli!  c' il figlio di Best,  il  conciatore  di
    Wingham...
    GIORGIO:  Gli  daremo  le  pelli dei nemici da farne pelle di cane per
    guanti.
    GIOVANNI: E Dick il macellaio...
    GIORGIO: E allora vedremo abbattere il peccato come un bue e  tagliare
    la gola all'iniquit come a un vitello.
    GIOVANNI: E Smith il tessitore...
    GIORGIO: Ergo, la loro vita  attaccata a un filo.
    GIOVANNI: Suvvia, uniamoci a loro.

    (Suono  di  tamburi.   Entrano  CADE,  DICK  il  macellaio,  SMITH  il
    tessitore, un Segantino, seguiti da una grandissima folla).

    CADE: Noi,  Giovanni Cade,  cos chiamato dal nome del nostro supposto
    padre...
    DICK  (a  parte):  O  piuttosto  dall'aver  rubato un cado o barile di
    aringhe.
    CADE: Poich i nostri nemici cadranno  davanti  a  noi,  animati  come
    siamo  dallo  spirito  di buttar gi re e principi...  Di' loro di far
    silenzio.
    DICK: Silenzio!
    CADE: Mio padre era un Mortimer...
    DICK (a parte): Un galantuomo e buon muratore.
    CADE:. Mia madre una Plantageneta...
    DICK: La conoscevo benissimo; faceva la levatrice.
    CADE: Mia moglie discende dai Lacy.
    DICK (a parte): Gi: era figlia di un  merciaio  ambulante  e  vendeva
    molti lacci da scarpe.
    SMITH  (a  parte): Ma da qualche tempo in qua,  non potendo pi girare
    con la gerla coperta di pelliccia, fa la lavandaia a casa sua.
    CADE: Perci appartengo a un'onorevole casa.
    DICK: Proprio: in araldica il campo  una cosa onorevole,  ed  egli  
    nato  in  un campo sotto una siepe,  perch suo padre non ha avuto mai
    altra casa che la prigione.
    CADE: Io sono coraggioso.
    SMITH (a parte): Bisogna bene, perch la miseria  sempre coraggiosa.
    CADE: So sopportare di tutto.
    DICK (a parte): Non c' dubbio,  perch l'ho visto frustare in mercato
    per tre giorni di seguito.
    CADE: Non temo n spada n fuoco.
    SMITH (a parte): Non ha da aver paura della spada, perch ha una cotta
    a tutta prova.
    DICK  (a  parte): Ma per dovrebbe aver paura del fuoco perch  stato
    bollato col ferro rovente su una mano per aver rubato una pecora.
    CADE: Siate coraggiosi allora,  perch il vostro capitano  coraggioso
    e  giura  di fare una riforma generale.  In Inghilterra le pagnotte da
    sette soldi e mezzo saranno vendute per  un  soldo;  la  capacit  del
    boccale  sar  triplicata,  e  stabilir  che  sia  delitto bere birra
    leggera.  Tutto il regno sar di tutti e  il  mio  palafreno  andr  
    pascolare in Cheapside. E quando sar re, e lo sar...
    TUTTI: Dio salvi Vostra Maest!
    CADE: Grazie a tutti, brava gente: dunque, quando sar re, non ci sar
    pi  denaro,  tutti  mangeranno  e berranno a mie spese,  e vi vestir
    tutti con la stessa livrea perch andiate d'accordo da buoni  fratelli
    e mi riveriate come vostro signore.
    DICK: E la prima cosa che faremo sar di ammazzare tutti gli avvocati.
    CADE: S;  questo lo voglio proprio fare. Non  una maledetta cosa che
    dalla pelle di un agnello innocente  si  faccia  cartapecora?  che  la
    cartapecora con quattro sgorbi sopra sia la rovina di un uomo? C' chi
    dice  che  l'ape  punge;  ma io dico che  la cera dell'ape che punge,
    perch avendo messo una volta il sigillo a un documento non  sono  mai
    pi stato padrone di me stesso. Oh, chi arriva ora?
    (Entrano alcuni conducendo il Segretario di Chatham).
    Smith.  Il segretario di Chatham, uno che sa leggere e scrivere e fare
    di conto.
    CADE: Oh, cosa mostruosa!
    SMITH: L'abbiamo preso che faceva modelli di calligrafia pei ragazzi.
    CADE: Che furfante!
    SMITH: In tasca ha un libro con lettere rosse.
    CADE: Oil! dev'essere uno stregone.
    DICK:  sicuro;  sa  stendere  obbligazioni  e  scrivere  in  carattere
    cancelleresco.
    CADE: Me ne dispiace; dev'essere un brav'uomo, sul mio onore, e a meno
    che non lo trovi colpevole,  non morir.  Vieni qui,  uomo mio.  Debbo
    interrogarti. Come ti chiami?
    SEGRETARIO: Emanuele.
    DICK: Lo scrivono di solito al principio delle lettere: vedrai che  ti
    va male.
    CADE:  Lasciatemi dire.  Hai l'abitudine di scrivere il tuo nome o fai
    il segno di croce come qualsiasi altro galantuomo?
    SEGRETARIO: Signore,  ringrazio Dio di essere stato allevato cos bene
    da saper scrivere il mio nome.
    TUTTI: Ha confessato: portatelo via!  un furfante e un traditore.
    CADE: Via, via! dico: impiccatelo con la penna e il calamaio legati al
    collo.
    (Esce uno col Segretario).

    (Entra MICHELE).

    MICHELE: Dov' il nostro generale?
    CADE: O tu particolare, eccolo qui.
    MICHELE:  Scappate,  scappate,  scappate!  Sir Humphrey Stafford e suo
    fratello sono qui vicino con le truppe del re.
    CADE: Fermati,  furfante,  fermati o ti ammazzo.  Egli deve scontrarsi
    con un suo pari: egli non  che cavaliere, non  vero?
    MICHELE: Gi?
    CADE:  E  allora  per  essere  suo  pari,  mi  far  subito cavaliere.
    (S'inginocchia) Alzati, sir Giovanni Mortimer. E ora addosso!

    (Entrano SIR HUMPHREY STAFFORD e suo Fratello con tamburi e Soldati).

    STAFFORD: Ribelli villani, pattume e schiuma del Kent,  destinati alla
    forca,  deponete  le  armi,  ritornate  alle vostre case;  abbandonate
    questo stalliere: se lo farete, il re user misericordia.
    FRATELLO:  Ma  sar  adirato,  collerico,  e  pronto  al  sangue,   se
    persistete: perci, arrendersi o morire.
    CADE: Quanto a questi schiavi vestiti di seta non me ne importa nulla:
    buona gente,  parlo a voi,  perch su voi spero di regnare in seguito,
    essendo legittimo erede della corona.
    STAFFORD: Furfante,  tuo padre era muratore e tu un  cimatore,  non  
    vero?
    CADE: E Adamo era giardiniere.
    FRATELLO: E che c'entra?
    CADE:  C'entra  per  questo:  Edmondo Mortimer conte di March spos la
    figlia del duca di Clarence, non  vero?
    STAFFORD: Sicuro.
    CADE: E da lei ebbe due gemelli.
    FRATELLO: Questo  falso.
    CADE: Qui sta la questione;  ma io vi dico che  vero.  Il pi vecchio
    messo  a  balia fu rapito da una mendicante e,  non sapendo da chi era
    nato e a che famiglia apparteneva,  quando fu grande divenne muratore;
    e io sono suo figlio; negatelo se potete.
    DICK: E' verissimo, e perci sar re.
    SMITH: Signore,  ha fatto un camino in casa di mio padre,  e i mattoni
    sono ancor vivi l ad attestarlo, dunque non negatelo.
    STAFFORD: E crederete alle parole di questo vile meccanico che non  sa
    neanche lui quel che si dice?
    TUTTI: S, diamine, perci andatevene.
    FRATELLO: Gianni Cade,  il duca di York che te l'ha insegnato.
    CADE  (a parte): Mente,  perch sono io che l'ho inventato.  Andate un
    po',  compare;  dite al re da parte mia che per riguardo a  suo  padre
    Enrico Quinto,  al tempo del quale i ragazzi giocavano corone francesi
    a testa e croce, permetto che regni ma gli far da Protettore.
    DICK: E inoltre vogliamo la testa di lord Say  perch  ha  venduto  il
    ducato del Maine.
    CADE: Ottima ragione;  perch l'Inghilterra cos  stata storpiata,  e
    andrebbe col bastone se la mia potenza non  la  tenesse  su.  Re  miei
    compagni,  vi  dico che lord Say ha castrato lo Stato e ne ha fatto un
    eunuco; e di pi sa parlare francese e perci  un traditore.
    STAFFORD: O ignoranza grossolana e miserabile!
    CADE: Rispondete, se potete: i Francesi sono nostri nemici;  e allora,
    venite  via,  vi  domando solo questo: chi parla con lingua del nemico
    pu essere un buon consigliere, o no?
    TUTTI: No, no, e per questo vogliamo la sua testa.
    FRATELLO: Bene;  visto che  le  buone  parole  non  servono  a  nulla,
    attacchiamoli con le truppe del re.
    STAFFORD: Via,  araldo, e per ogni citt proclama traditori quelli che
    sono in armi con Cade; di' che coloro che cercheranno di fuggire prima
    della fine della battaglia saranno impiccati come esempio  alle  porte
    delle  loro case,  sotto gli occhi delle mogli e dei figli.  E voi che
    siete amici del re, seguitemi.
    (Escono i due Stafford e Soldati).
    CADE: E voi che amate il popolo, seguite me.  Ora siate uomini;   per
    la libert. Non lasceremo vivo un solo nobile, un solo gentiluomo: non
    risparmiate se non chi va in scarponi: questi soli sono galantuomini e
    prenderebbero le nostre parti se osassero.
    DICK: Sono tutti in ordine e marciano contro di noi.
    CADE:  Il  nostro  ordine  il massimo disordine.  Suvvia: avanti,  in
    marcia!
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un'altra parte di Blackheath.

    (Allarme.  Combattimento.  Entrambi gli STAFFORD sono uccisi.  Entrano
    CADE e gli altri).
    CADE: Dov' Dick, il macellaio di Ashford ?
    DICK: Eccomi, messere.
    CADE: Sono caduti davanti a te come pecore e buoi, e ti sei comportato
    come se fossi nella tua beccheria: e questa sar la tua ricompensa: la
    quaresima  sar  lunga  il  doppio e tu avrai licenza di macellare per
    novantanove persone.
    DICK: Non desidero di pi.
    CADE: A dire la verit non meriti di meno. Porter questo trofeo della
    mia vittoria, e i cadaveri di costoro saranno trascinati alla coda del
    mio cavallo sinch non arriviamo a Londra,  dove la spada del  sindaco
    sar portata in processione davanti a noi.
    DICK: Se vogliamo che ci vada bene,  apriamo le prigioni e lasciamo in
    libert i prigionieri.
    CADE: Ve lo garantisco, statene sicuri. Suvvia, marciamo verso Londra.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un'altra parte di Blackheath.

    (Entrano RE ENRICO con  una  supplica,  la  REGINA  con  la  testa  di
    Suffolk, il DUCA DI BUCKINGHAM e LORD SAY).
    MARGHERITA:  Ho sentito dire spesso che il dolore indebolisce la mente
    e la rende  paurosa  e  degenere;  pensiamo  perci  alla  vendetta  e
    cessiamo di piangere.  Ma chi, se continua a guardare questo capo, pu
    cessare dal piangere? La tua testa pu riposare qui sul mio petto;  ma
    dov' il corpo che dovrei abbracciare?
    BUCKINGHAM: Che risposta d Vostra Maest alla supplica dei ribelli?
    ENRICO:  Mander  qualche  santo  vescovo  per cercare di persuaderli;
    perch Dio non voglia che tante anime semplici periscano di  spada,  e
    piuttosto  che  la  guerra li uccida,  io stesso parlamenter col loro
    capo, Gianni Cade. Ma aspettate, voglio rileggerla.
    MARGHERITA: Ah!  barbari;  questo bel viso che  ha  dominato  come  un
    pianeta  sopra di me,  non pot commuovere quelli che erano indegni di
    guardarlo?
    ENRICO: Lord Say, Gianni Cade ha giurato di aver la tua testa.
    SAY: S, ma spero che Vostra Maest avr prima la sua.
    ENRICO: Che mai, signora! continui ancora a far lamenti e lutto per la
    morte di Suffolk? Temo che, se io fosse morto, non avresti fatto tanti
    pianti per me, amor mio.
    MARGHERITA:  Amor  mio,   no;   per  te  non  farei  pianti:   morirei
    addirittura.

    (Entra un Messo).
    ENRICO: Che notizie porti? perch vieni con tanta fretta?
    MESSO:  I  ribelli sono in Southwark,  fuggite,  sire.  Gianni Cade si
    proclama lord Mortimer,  disceso dalla  casa  del  duca  di  Clarence,
    apertamente  dichiara  Vostra  Maest  usurpatore  e  giura  di  farsi
    incoronare re in  Westminster.  Il  suo  esercito    una  moltitudine
    cenciosa  di  servi  e  contadini rozzi e spietati.  La.  morte di sir
    Humphrey Stafford e di suo fratello li ha incoraggiati e  rianimati  a
    procedere.   Chiamano  falsi  parassiti  i  dotti,   gli  avvocati,  i
    cortigiani, i gentiluomini e vogliono metterli a morte.
    ENRICO: Disgraziati! non sanno quello che fanno.
    BUCKINGHAM: Amato  signore,  ritiratevi  a  Killingworth,  sinch  non
    abbiamo raccolto un esercito per domarli.
    MARGHERITA:  Se  il duca di Suffolk fosse vivo questi ribelli del Kent
    sarebbero ben presto quietati.
    ENRICO: Lord Say, i traditori ti odiano, vieni con me a Killingworth.
    SAY: Ci potrebbe mettere in pericolo la persona di Vostra Maest.  La
    vista  mia  odiosa ai loro occhi;  e perci rester in questa citt e
    vivr, per quanto  possibile, solo e nascosto.

    (Entra un altro Messo).

    MESSO: Gianni Cade si  impadronito del Ponte di Londra;  i  cittadini
    fuggono e abbandonano le loro case;  la plebaglia assetata di preda si
    unisce al traditore;  e tutti insieme giurano di saccheggiare la citt
    e la vostra corte reale.
    BUCKINGHAM: Allora non indugiate, sire; via di qua! montate a cavallo.
    ENRICO:  Vieni,   Margherita:  Dio,  che    la  nostra  speranza,  ci
    soccorrer.
    MARGHERITA: Ogni mia speranza se n' andata ora che Suffolk  morto.
    ENRICO (a Lord Say): Addio, signore, non fidarti dei ribelli del Kent.
    BUCKINGHAM: Non fidatevi di nessuno, se non volete essere tradito.
    SAY: Confido soltanto nella mia innocenza,  e  perci  sono  ardito  e
    risoluto.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Londra. La Torre.

    (Entra LORD SCALES e cammina sulle mura della Torre. Sotto entrano due
    o tre Cittadini).
    SCALES: Che c'? Gianni Cade  ucciso?
    PRIMO CITTADINO: No, signore, n  probabile che lo sar, perch hanno
    preso  il  ponte,  uccidendo tutti quelli che resistevano.  Il sindaco
    chiede che Vostro Onore gli mandi soccorso dalla Torre,  per difendere
    la citt dai ribelli.
    SCALES: Disponete pure di quel tanto di aiuto che vi posso dare; ma ho
    anch'io  i  miei  guai:  i ribelli hanno cercato di impadronirsi della
    Torre.  Andate a Smithfield e raccogliete gente;  l vi mander Matteo
    Goffe.  Combattete per il re, per il paese, per la vostra vita stessa;
    e cos addio perch debbo andarmene via di qua.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Londra. Cannon Street.

    (Entra GIANNI CADE con gli altri e batte col bastone sulla  Pietra  di
    Londra).
    CADE:  Ora    Mortimer signore di questa citt.  E qui,  seduto sulla
    Pietra di Londra,  ordino e prescrivo che a spese della  municipalit,
    la  fontanella non getti che chiaretto durante il primo anno di regno;
    e d'ora innanzi, se qualcuno non mi chiama lord Mortimer,  sar reo di
    alto tradimento.
    (Entra un Soldato correndo).
    SOLDATO: Gianni Cade! Gianni Cade!
    CADE: Ammazzatelo, voi laggi.
    (Lo uccidono).
    SMITH: Se questo individuo ha un filo di criterio, non vi chiamer pi
    Gianni Cade: in ogni caso ha avuto la lezione che gli spettava.
    DICK: Mio signore, si sta raccogliendo un esercito in Smithfield.
    CADE: Suvvia, andiamo a combattere contro di loro. Ma prima date fuoco
    al Ponte di Londra, e se potete bruciate anche la Torre. Via, andiamo.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Londra. Smithfield.

    (Allarmi. MATTEO GOFFE e tutti gli altri sono uccisi. Poi entra GIANNI
    CADE con la sua compagnia).
    CADE: Va bene,  messeri. Alcuni vadano a demolire la Savoy; altri alle
    scuole di diritto, e radete tutto al suolo.
    DICK: Ho una supplica da fare a Vostra Signoria.
    CADE: Accordato,  anche se si trattasse di una signoria,  in grazia di
    quella parola Signoria.
    DICK:  Vogliamo  soltanto  che  le leggi dell'Inghilterra escano tutte
    dalla vostra bocca.
    GIOVANNI (a parte): Allora sar una legge dolorosa, perch ha avuto in
    bocca un colpo di lancia e non  ancora guarito.
    SMITH (a parte):  Anzi,  Giovanni,  sar  legge  fetente,  perch  pel
    formaggio abbrustolito che mangia gli puzza il fiato.
    CADE: Vi avevo gi pensato e cos sar!  Via!  bruciate tutti gli atti
    del regno: la mia bocca sar il parlamento d'Inghilterra.
    GIOVANNI (a parte): Allora probabilmente avremo leggi che  mordono,  a
    meno che non gli leviamo i denti.
    CADE: E d'ora innanzi tutto sar in comune.

    (Entra un Messo).

    MESSO: Mio signore,  preda grossa, preda grossa! Ecco qui lord Say che
    ha venduto le citt alla Francia, quello che ci ha fatto pagare ventun
    quindicesimi e uno scellino per  sterlina  quando  fu  messa  l'ultima
    imposta.

    (Entra GIORGIO BEVIS con LORD SAY).

    CADE:  Bene;  per questo sar decapitato dieci volte.  Ah!  tu lord di
    saia,  di sargia,  anzi di bucherame!  Ora tu sei venuto a tiro  della
    nostra  reale giurisdizione.  Cos'hai da dire alla mia Maest per aver
    consegnato la Normandia  a  "Monsieur  baise-mon-cul"  il  Delfino  di
    Francia? Ti comunico con la presente, cio con la presenza presente di
    lord  Mortimer,  che  io  sono la scopa che deve ripulire la corte dal
    sudiciume pari tuo.  Hai corrotto a tradimento la giovent  del  regno
    fondando  una scuola di grammatica,  e mentre prima i nostri padri non
    avevano altro libro che le tacche e le  taglie  hai  introdotto  l'uso
    della  stampa  e  contrariamente  alla  maest  e  dignit  del re hai
    costruito una cartiera.  Si prover in faccia tua che intorno a te hai
    degli   uomini  che  spesso  discorrono  di  nomi  e  verbi  e  simili
    abbominevoli parole che nessun orecchio cristiano pu  tollerare.  Hai
    nominato giudici di pace perch chiamino davanti a s dei pover'uomini
    per cose a cui questi non sono in grado di rispondere.  Inoltre li hai
    fatti mettere in prigione e perch non sapevano leggere li  hai  fatti
    impiccare;  mentre  proprio  per  questa  sola ragione sarebbero stati
    quanto mai degni di vivere.  Quando cavalchi  fai  uso  di  una  ricca
    gualdrappa, non  vero?
    SAY: Ebbene?
    CADE:  Tu  non  dovresti  permettere  al  tuo  cavallo  di  portare un
    mantello,  quando gente pi onesta di te non ha che panni di  gamba  e
    farsetto.
    DICK:  E lavora in maniche di camicia come me,  per esempio,  che sono
    macellaio.
    SAY: Uomini del Kent...
    DICK: Che hai da dire del Kent?
    SAY: Soltanto questo: che  "bona terra, mala gens".
    CADE: Portatelo via! parla latino.
    SAY: Lasciatemi parlare e poi portatemi dove  volete.  Cesare  scrisse
    nei  suoi Commentari che il Kent  il posto pi civile di tutta questa
    isola: bello  il paese perch pieno di ricchezze e perch la gente  
    generosa,  valorosa,  alacre  e ricca;  e questo mi fa sperare che non
    siate privi di piet.  Non ho venduto il Maine n ceduto la Normandia;
    eppure,  per ricuperarli,  darei la vita. Ho sempre reso giustizia con
    indulgenza;  mi sono  lasciato  commuovere  dalle  preghiere  e  dalle
    lacrime;  non mai dai donativi.  Quando mai ho preteso qualche cosa da
    voi,  se non a vantaggio del re,  del re mio e di voi stessi?  Ho dato
    larghi doni ai dotti perch il mio sapere mi aveva procurato il favore
    del  sovrano e perch vedevo che l'ignoranza  la maledizione di Dio e
    il sapere  l'ala con cui voliamo al cielo.  Se non siete posseduti da
    spiriti   maligni   vi  asterrete  dall'uccidermi:  questa  lingua  ha
    parlamentato nel vostro interesse con monarchi stranieri...
    CADE: Vien via, quando mai hai menato un colpo in campo?
    SAY: I grandi uomini hanno le braccia lunghe;  spesso  ho  colpito,  e
    colpito a morte gente che non vedevo.
    GIOVANNI: Mostruoso vigliacco! come? prendere la gente alle spalle!
    SAY: Il mio viso  pallido perch ho vegliato per il vostro bene.
    CADE: Dategli un ceffone e riacquister il colorito.
    SAY: Una lunga vita sedentaria,  spesa a decidere le cause dei poveri,
    mi ha riempito di disturbi e di malanni.
    CADE: Ti daremo come porzione un pezzo di corda e l'assistenza di  una
    scure.
    DICK: Perch tremi?
    SAY: E' la parlasia, e non la paura.
    CADE:  Vedete: scuote la testa come se volesse dire me la pagherete:
    vedremo se la testa star pi ferma in cima a una picca. Portatelo via
    e tagliategli la testa.
    SAY: Ditemi qual  la mia colpa pi grave.  Ho desiderato ricchezze  e
    onori?  Dite: sono i miei scrigni pieni d'oro estorto con violenza?  i
    miei abiti sontuosi a vedersi?  chi ho offeso perch cerchiate cos la
    mia morte?  Queste mani son pure di sangue innocente, questo petto non
    ha mai contenuto pensieri ingannatori. Oh! lasciatemi vivere.
    CADE (a parte): Sento dentro di me una certa piet alle sue parole, ma
    la reprimer. Morir, non fosse altro perch parla cos bene in difesa
    della sua pelle.  Portatelo via!  ha un diavolo sotto la  lingua;  non
    parla in nome di Dio. Su, portatelo via, dico, e tagliategli subito la
    testa,  e  poi  forzate  la  casa  di suo genero,  sir Giacomo Cromer,
    tagliate la testa anche a lui, e portatele qua entrambe su due picche.
    TUTTI: Sar fatto.
    SAY: Ah, concittadini! se quando pregate, Dio fosse duro come voi, che
    sorte avrebbero le vostre anime dopo  la  morte?  Muovetevi  dunque  a
    piet e risparmiatemi la vita.
    CADE: Portatelo via! e fate come vi dico. (Escono alcuni con Lord Say)
    Il pi superbo pari del regno non porter testa sulle spalle se non mi
    paga tributo; e non si sposer ragazza che non mi dia il tributo della
    sua verginit,  prima che l'abbiano gli altri. Gli uomini saranno miei
    vassalli diretti;  inoltre ordiniamo e comandiamo che  le  loro  Mogli
    siano tanto libere quanto il cuore sa desiderare o lingua sa dire.
    DICK:  Mio  signore,  quando  potremo  andare in Cheapside a mettere i
    negozi all'asta?
    CADE: Subito.
    TUTTI: Oh, bello!
    (Rientrano con le teste).
    CADE: E questo non  ancora pi bello?  Lasciate che si bacino  perch
    da  vivi si son voluti molto bene;  e ora separateli ancora perch non
    si concertino di cedere altre citt alla Francia.  Soldati,  differite
    sino  a  notte  il  saccheggio  della citt,  perch vogliamo fare una
    solenne cavalcata attraverso alle strade  preceduti  da  queste  teste
    anzich  da  mazzieri;  e  ad  ogni crocicchio le faremo baciare l'una
    l'altra. Via!
    (Escono).


    SCENA OTTAVA - Southwark.

    (Allarme e ritirata. Entrano Cade e tutta la sua ciurmaglia).
    CADE: Su per Fish Street e gi da Saint Magnus'  Corner!  Abbattete  e
    uccidete!  Annegateli nel Tamigi! (Si suona a parlamento) Che rumore 
    questo che sento? Chi  cos ardito da suonare a ritirata o parlamento
    quando ho comandato di uccidere?
    (Entrano BUCKINGHAM e CLIFFORD con Seguito).
    BUCKINGHAM: S,  ecco qui quelli che osano disturbarti.  Sappi,  Cade,
    che  noi  veniamo  come ambasciatori da parte del re al popolo che hai
    traviato; e qui offriamo amnistia a tutti quelli che ti abbandoneranno
    e andranno a casa tranquillamente.
    CLIFFORD: Che dite, concittadini?  volete cedere e arrendervi a quella
    merc  che  vi  viene  offerta  o  vi lascerete condurre a Morte da un
    ribelle?  Chi ama il re e ne accetta  il  perdono  getti  in  aria  il
    berretto  e dica Dio salvi Sua Maest!.  Chi odia lui e non onora la
    memoria di suo padre Enrico Quinto che fece tremare tutta la  Francia,
    continui a brandire minacciosamente l'arma e passi oltre.
    TUTTI: Viva il re! viva il re!
    CADE: Come?  Buckingham e Clifford,  siete cos audaci?  voi, villani,
    gli credete?  Volete proprio essere impiccati con l'amnistia legata al
    collo?  La  mia  spada  si    aperta  il passo attraverso le porte di
    Londra,  solo perch aveste a lasciarmi in asso  al  Cervo  Bianco  in
    Southwark?  Credevo  che  non  avreste  deposte queste armi finch non
    aveste recuperato la vostra antica libert;  ma siete vili e codardi e
    gradite  di vivere schiavi dei nobili.  Possano gravarvi la schiena di
    pesi sino a spezzarla,  vi portino via le case di  sopra  la  testa  e
    sotto  i vostri occhi vi sforzino le mogli e le figlie: quanto a me mi
    industrier io e la Maledizione di Dio vi prenda tutti!
    TUTTI: Seguiremo Cade, seguiremo Cade!
    CLIFFORD: E' forse Cade il figlio di Enrico  Quinto  che  voi  gridate
    cos forte di voler andare con lui?  Credete che vi condurr nel cuore
    della Francia e far dei pi bassi di voi altrettanti conti  e  duchi?
    Ahim!  egli  non  ha n casa n luogo dove rifugiarsi,  e non sa come
    vivere se non di saccheggio,  salvo che non derubi i  vostri  amici  e
    noi.  Non sarebbe vergogna che,  mentre siete cos discordi, i paurosi
    Francesi,  che  avete  vinto  or  non    molto,  facessero  un  balzo
    attraverso il mare e vi battessero? Mi sembra gi, per causa di queste
    lotte  civili,  vederli  fare  da  padroni  per  le  strade di Londra,
    gridando vigliacco a tutti  quelli  che  incontreranno.  Meglio  che
    mille  Cade  malnati  vadano  a  rovina  piuttosto  che  voi abbiate a
    piegarvi alla merc dei Francesi. In Francia,  in Francia a ricuperare
    quello  che  avete perduto;  risparmiate l'Inghilterra che  la vostra
    patria. Enrico ha mezzi, voi siete uomini forti; se Dio  dalla nostra
    parte, non dubitate della vittoria.
    TUTTI: Clifford! Clifford! seguiremo il re e Clifford.
    CADE: Ci fu mai piuma che si movesse al vento come questa moltitudine?
    Il nome di Enrico Quinto li trascina verso mille guai e io  resto  qui
    abbandonato.  Vedo che parlottano per sorprendermi.  Spada mia, aprimi
    un varco,  perch non c' da  star  qui.  A  dispetto  dei  diavoli  e
    dell'inferno,  mi far strada in mezzo a voi!  e il cielo e l'onore mi
    sono testimoni:  non    mancanza  di  coraggio  in  me,  ma  solo  il
    tradimento vile e vergognoso dei miei seguaci che mi obbliga a darmela
    a gambe.
    (Esce).
    BUCKINGHAM:  Come!    fuggito?  qualcuno lo segua;  e chi ne porta la
    testa  al  re  avr  mille  corone  di  ricompensa.   (Alcuni  escono)
    Seguitemi, soldati: troveremo il modo di rappacificarvi col sovrano.
    (Escono).


    SCENA NONA - Il Castello di Killingworth.

    (Suono  di  trombe.  Entrano  sulla  terrazza  RE  ENRICO,  la  REGINA
    MARGHERITA e SOMERSET).
    ENRICO: Ci fu mai monarca che occupasse un trono in terra e fosse meno
    felice di me?  Appena uscito di culla fui fatto  re  all'et  di  nove
    mesi;  e non vi fu mai suddito che desiderasse di esser sovrano quanto
    io desidero di essere suddito.

    (Entrano BUCKINGHAM e CLIFFORD).

    BUCKINGHAM: Salute e felici notizie a Vostra Maest!
    ENRICO: Ebbene, Buckingham, il traditore Cade  stato sorpreso? o si 
    soltanto ritirato per raccogliere forze?
    (Entra sotto una gran moltitudine con corde al collo).
    CLIFFORD: E' fuggito,  sire,  e tutte le sue  forze  si  arrendono,  e
    umilmente  e con la corda al collo aspettano da Vostra Maest sentenza
    di vita o di morte.
    ENRICO: Allora, cielo, apri le tue eterne porte per accogliervi il mio
    rendimento di grazie e di lode.  Soldati,  oggi col  pentimento  avete
    riscattato  le vostre vite e avete dimostrato quanto amate il principe
    e la patria: persistete in queste lodevoli disposizioni e siate  certi
    che Enrico,  per quanto possa essere sfortunato, non vi negher mai la
    sua benevolenza, e cos con grazia ed amnistia per tutti vi rimando ai
    vostri paesi.
    TUTTI: Viva il re! Viva il re!

    (Entra un Messo).
    MESSO: Piaccia a vostra Maest di sapere che il duca di York   appena
    ritornato  dall'Irlanda e che con un forte esercito di animosi fanti e
    gialdonieri irlandesi marcia a questa volta con  superbo  schieramento
    di  forze;  e  cammin facendo continua a proclamare che  in armi solo
    per allontanare dal tuo  fianco  il  duca  Somerset  che  egli  chiama
    traditore.
    ENRICO: Tale  la mia situazione, angustiato fra Cade e York, come una
    nave  che  essendo  sfuggita a una tempesta  improvvisamente sorpresa
    dalla calma e assalita da un pirata.  Cade  appena respinto,  i  suoi
    uomini  dispersi,  e  York    gi in armi a spalleggiarlo.  Ti prego,
    Buckingham,  va' incontro a lui a chiedergli per che motivo  viene  in
    armi.  Digli che mander il duca Edmondo alla Torre;  e,  Somerset, ti
    faremo rinchiudere col  finch  egli  non  abbia  licenziato  il  suo
    esercito.
    SOMERSET:  Sire,  volentieri  andr in prigionia o a morte per fare il
    bene del mio paese.
    ENRICO: In ogni caso,  moderate le parole poich egli   fiero  e  non
    tollera che gli si parli duramente.
    BUCKINGHAM:  Lo  far,  mio signore,  e non dubito di fare in modo che
    tutto riesca a vostro vantaggio.
    ENRICO: Moglie,  entriamo e impariamo a governar  meglio,  poich  pu
    darsi  che  l'Inghilterra  giunga  ancora a maledire il mio miserabile
    regno.
    (Escono).


    SCENA DECIMA - Kent. Il giardino di Iden.

    (Entra CADE).
    CADE: Maledetta l'ambizione! e maledetto me stesso che ho una spada, e
    pur tuttavia sto per morir di fame!  Da cinque giorni sono nascosto in
    questi boschi e non oso metter fuori la testa perch in tutto il paese
    ci  sono  guardie  per  prendermi;  ma  ora  ho tanta fame che,  se mi
    promettessero anche mille anni di vita,  non potrei  restar  pi  qui.
    Perci  mi  sono  arrampicato  su un muro di mattoni e sono entrato in
    questo giardino per vedere se posso mangiare erba o  trovare  insalata
    che  non  sarebbe  fuori  di  posto  per rinfrescare lo stomaco in una
    giornata calda come questa.  E credo che questa parola insalata  sia
    di buon augurio: poich molte volte, se non fossi stato in celata la
    mia  zucca  sarebbe  stata  spaccata da una partigiana,  e molte altre
    volte, quando avevo sete durante le marce gagliarde,  mi ha servito di
    boccale  per  bervi  dentro ed ora codesta che si chiama insalata Mi
    deve servire di cibo.
    (Entra IDEN).

    IDEN: Dio!  chi vorrebbe vivere angustiato  in  corte  quando  potesse
    godere di viali tranquilli come questi?  Questo piccolo patrimonio che
    mio padre mi ha lasciato mi soddisfa e per me vale una monarchia.  Non
    cerco  di  ingrandirmi  con  la  rovina  del  prossimo o di accumulare
    ricchezza provocando in altri chiss che invidia:  quello  che  ho  mi
    mantiene  decorosamente  e  mi  permette  di  mandar  via i mendicanti
    contenti dalla mia porta.
    CADE: Ecco qui il  padrone  della  terra  che  vuole  arrestarmi  come
    vagabondo perch sono entrato nella sua propriet senza permesso.  Ah!
    furfante, vuoi tradirmi e avere dal re mille corone portandogli la mia
    testa. Ma io ti far mangiare ferro come uno struzzo e ingoiare questa
    spada come uno spillone prima che ci separiamo.
    IDEN: Villanzone,  chiunque tu sia,  non  ti  conosco:  perch  dovrei
    tradirti?  Non  basta  che  tu  sia penetrato nel mio giardino come un
    ladro  per  derubarmi,  arrampicandoti  sul  muro  a  dispetto  di  me
    proprietario: vuoi anche sfidarmi con le tue impertinenze?
    CADE: Sfidarti?  s, per il miglior sangue che sia mai stato spillato,
    e farti affronto anche.  Guardami bene: non  mangio  carne  da  cinque
    giorni; eppure se ti fai avanti coi tuoi cinque uomini e non vi lascio
    tutti morti stecchiti, prego Dio di non mangiar pi erba in vita mia.
    IDEN:  Non  si dir mai,  finch esiste l'Inghilterra,  che Alessandro
    Iden,  scudiere del Kent,  abbia combattuto contro un povero  affamato
    approfittando della sua inferiorit. Fissami bene e vedi se riesci coi
    tuoi  occhi  a farmi abbassare lo sguardo: confronta membro a membro e
    vedrai quanto tu sia da meno: la tua mano  come un dito  rispetto  al
    mio pugno,  la tua gamba un bastoncello rispetto a questa mia poderosa
    colonna,  il mio piede ha pi forza a  combattere  che  tutto  il  tuo
    corpo;  e  se  alzo  il  braccio  fa'  conto  che la tua fossa sia gi
    scavata. Invece delle parole, giacch l'una val l'altra,  la mia spada
    ti dir quello che la lingua tace.
    CADE: Pel mio valore! il pi gran capitano che ho mai sentito parlare!
    Spada mia,  se perdi il filo e non fai costole di bove di questo pezzo
    di contadino prima  di  riprender  sonno  nel  fodero,  prego  Dio  in
    ginocchio che ti cambi in bullette.  (A questo punto combattono e Cade
     atterrato) Oh,  sono ucciso!  la fame soltanto mi ha ucciso:  se  mi
    deste  i  dieci  pasti che ho perduto e se diecimila diavoli venissero
    contro di me, li sfiderei tutti. Disseccati, giardino; e d'ora innanzi
    sii un cimitero per quelli che vivono in questa  casa  perch  l'anima
    invitta di Cade parte da questa terra.
    IDEN: E' proprio Cade che ho ucciso,  quel mostruoso traditore? Spada,
    ti terr sacra per tale atto e ti far mettere sulla mia tomba  quando
    sar morto: non terger mai questo sangue dalla punta e tu lo porterai
    sempre  come  un'impresa  araldica  per  proclamare l'onore che il tuo
    signore si guadagnato.
    CADE: Iden, addio! e insuperbisci pure della tua vittoria. Di' al Kent
    da parte mia che ha perduto il suo uomo migliore ed  esorta  tutti  ad
    essere  vili;  perch  io che non ho mai avuto paura di nessuno,  sono
    vinto dalla fame e non dal valore.
    (Muore)
    IDEN: Chiamo a testimonio il cielo che tu mi fai torto. Muori, dannato
    miserabile,  maledizione di colei che ti gener!  e come caccio questa
    spada  nel  tuo  corpo,  cos  vorrei  poter  cacciare  la  tua  anima
    nell'inferno.  Di qua ti trasciner pei talloni a un immondezzaio  che
    sar  la tua tomba e l ti taglier la testa inonorata e la porter in
    trionfo al re lasciando il tronco in pasto ai corvi.
    (Esce).








    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Campi fra Dartford e Blackheath.

    (Entra YORK col suo Esercito irlandese, tamburi e bandiere).
    YORK: Dall'Irlanda viene York in armi per rivendicare il suo diritto e
    togliere la corona dal capo del debole Enrico: sonate forte,  campane;
    bruciate,  fuochi  di  gioia,  chiari  e  luminosi,  per accogliere il
    legittimo re della grande  Inghilterra.  Ah!  santa  maest,  chi  non
    vorrebbe  comprarti  a  caro prezzo?  Obbediscano coloro che non sanno
    comandare,  questa mano fu fatta per non toccare altro che oro: ma non
    pu  dare  debita  esecuzione alle mie parole se non l'equilibrano una
    spada o uno scettro; e, come  vero che la mia anima esiste,  avr uno
    scettro su cui agiter i fiordalisi di Francia.
    (Entra BUCKINGHAM).
    Chi si avanza?  Buckingham, per molestarmi? Il re certamente lo manda:
    debbo dissimulare.
    BUCKINGHAM: Se le tue intenzioni sono buone,  York,  ti do un cordiale
    saluto.
    YORK: Humphrey di Buckingham,  accetto il tuo saluto.  Sei mandato,  o
    vieni di tua volont?
    BUCKINGHAM: Sono inviato  da  Enrico,  nostro  venerato  sovrano,  per
    sapere  la  ragione  di  queste  armi  in tempo di pace;  o perch tu,
    essendo suddito come lo sono io, contro il giuramento che prestasti di
    leale sudditanza,  hai raccolto un cos grande esercito senza  il  suo
    consenso e osi portarlo cos vicino alla corte.
    YORK (a parte): Quasi non mi riesce di parlare,  tanto grande  la mia
    collera: oh, potrei svellere le rocce e battagliare coi macigni, tanto
    sono sdegnato a queste abbiette parole,  e come Aiace Telamonio potrei
    sfogare la mia furia sulle pecore e sui buoi. Sono di origine pi alta
    del re,  pi regale all'aspetto e nei pensieri, ma debbo adattarmi per
    un poco, finch Enrico non sia pi debole e io pi forte.  Buckingham,
    ti  prego,  perdonami  se  non  ti  ho ancora risposto ma la mente era
    turbata da una profonda tristezza.  Il motivo per cui ho  portato  qui
    questo  esercito    che  desidero  di allontanare dal re l'orgoglioso
    Somerset, pronto a ribellarsi a Sua Maest e allo Stato.
    BUCKINGHAM: Tu presumi troppo;  ma se le  tue  armi  non  hanno  altro
    scopo, il re ha gi acceduto alla tua richiesta: il duca di Somerset 
    nella Torre.
    YORK: E' proprio prigioniero, sul tuo onore?
    BUCKINGHAM: S, lo , sul mio onore.
    YORK:  Allora,  Buckingham,  congedo  le mie forze.  Grazie,  soldati,
    scioglietevi:  domani  trovatevi  nel  campo  di  San   Giorgio   dove
    riceverete  il  soldo e ogni cosa che desiderate.  Il mio sovrano,  il
    virtuoso Enrico,  disponga del mio primogenito;  anzi dei  miei  figli
    tutti, come pegno della mia fedelt e del mio affetto; come  vero che
    vivo, li mander ben volentieri: terre, beni, cavalli, armi, ogni cosa
    che ho, usi come vuole, purch Somerset muoia.
    BUCKINGHAM: York,  lodo questa amorosa sottomissione: andremo entrambi
    alla tenda di Sua Maest..

    (Entra RE ENRICO col Seguito).

    ENRICO: Buckingham,  dunque York non intende farci nulla di  male,  se
    viene cos con te sottobraccio.
    YORK:  York  si  presenta  a  Vostra  Maest con tutta sottomissione e
    umilt.
    ENRICO: E qual  allora lo scopo di tutte queste truppe?
    YORK: Per cacciare di qua  il  traditore  Somerset  e  per  combattere
    contro  il  mostruoso  ribelle  Cade,  che,  per,  come ho sentito in
    seguito,  gi stato sconfitto.
    (Entra IDEN con la testa di CADE).
    IDEN: Se uno cos rozzo e di cos bassa condizione pu  presentarsi  a
    un  re,  offro  a Vostra Maest la testa di un traditore,  la testa di
    Cade che ho ucciso in combattimento.
    ENRICO: La testa di Cade! Gran Dio,  quanto sei giusto!  Oh,  lasciate
    che io veda,  ora che  morto,  la testa di colui che in vita mi diede
    tanto affanno. Dimmi, amico, sei tu che l'hai ucciso?
    IDEN: S, se piace a Vostra Maest.
    ENRICO: Come ti chiami e qual  il tuo rango?
    IDEN: Il mio nome  Alessandro Iden,  povero scudiero del Kent che ama
    il suo re.
    BUCKINGHAM:  Se  piace  a  Vostra  Maest,  non  sarebbe fuor di luogo
    crearlo cavaliere per questo servizio.
    ENRICO: Iden,  inginocchiati.  (Egli s'inginocchia) Alzati  cavaliere.
    Per  tua ricompensa ti diamo mille marchi e vogliamo che d'ora innanzi
    tu presti servizio presso la nostra persona.
    IDEN: Possa Iden vivere  tanto  da  meritare  cos  grande  beneficio,
    mantenendosi sempre fedele al suo sovrano.
    ENRICO: Guarda,  Buckingham: Somerset sta venendo con la regina. Va' a
    dirle di nasconderlo prontamente agli occhi del duca.

    (Entrano la REGINA e SOMERSET).

    MARGHERITA: Anche se ci fossero qui mille York egli non nasconder  la
    testa, ma star qui arditamente e gli terr fronte viso a viso.
    YORK:  Come mai!  Somerset in libert?  Allora,  York,  schiudi i tuoi
    pensieri a lungo celati e lascia che la tua lingua vada  di  pari  col
    tuo cuore.  Dovr tollerare la vista di Somerset? Falso re! perch sei
    venuto meno alla fede data sapendo che non tollero le  offese?  Ti  ho
    chiamato  re?  No,  tu  non  sei  re!  n atto a governare e a reggere
    moltitudini,  tu che non osi n sai importi a un traditore.  Alla  tua
    testa  non si addice una corona;  la tua mano  fatta per stringere un
    bordone di  pellegrino  e  non  per  onorare  lo  scettro  temuto  del
    principe.  Codesta  corona  d'oro  deve  cingere  la  mia fronte,  che
    spianandosi o accigliandosi pu, come la lancia di Achille, uccidere o
    sanare.  Ecco qua una mano adatta a tenere  alto  uno  scettro  e  con
    quello sancire leggi sovrane.  Cedimi il tuo posto: pel cielo!  tu non
    governerai pi colui che Dio ha creato tuo signore.
    SOMERSET: Traditore mostruoso! ti arresto,  York,  per alto tradimento
    contro il re e la corona. Obbedisci, audace traditore, e inginocchiati
    a chieder grazia.
    YORK:  Vuoi  che  m'inginocchi?  Prima  lascia che chieda a costoro se
    permettono che m'inginocchi davanti a un uomo.  Tu chiama qui  i  miei
    figli  perch  mi facciano sicurt.  (Esce una Persona del seguito) So
    che impegneranno le spade per la mia libert,  piuttosto che lasciarmi
    imprigionare.
    MARGHERITA:  Chiamate  qui  Clifford,   ditegli  di  venire  subito  a
    dichiarare se i bastardi di York debbano far malleveria  per  il  loro
    padre traditore.
    (Esce Buckingham).
    YORK:  O  napoletana  dal sangue guasto,  rifiuto di Napoli e flagello
    sanguinoso dell'Inghilterra; i figli di York, che ti son superiori per
    nascita,  si offriranno a garanzia del loro  padre,  e  maledizione  a
    coloro che li respingeranno!
    (Entrano EDOARDO e RICCARDO).
    Eccoli qua: son certo che lo faranno.
    (Entra CLIFFORD con suo Figlio).
    MARGHERITA: Ed ecco qui Clifford per fare opposizione.
    CLIFFORD: Salute e felicit al re mio sovrano!
    (Si inginocchia).
    YORK:  Grazie,  Clifford:  che  notizie  ci  porti  ?  non  cercare di
    spaventarci  coi  tuoi  sguardi  irati:  il  tuo  sovrano   sono   io,
    inginocchiati ancora; se hai errato ti perdoniamo.
    CLIFFORD:  Questo   il mio re,  York;  non sbaglio,  ma tu erri molto
    credendo che io  erri.  Via,  all'ospedale  dei  pazzi!  Quest'uomo  e
    ammattito.
    ENRICO: S, Clifford. Un umore pazzesco e ambizioso lo mette contro il
    suo sovrano.
    CLIFFORD:  E'  un  traditore,  conducetelo  alla  Torre e gli si mozzi
    quella testa faziosa.
    MARGHERITA: Egli  gi stato  dichiarato  in  arresto,  ma  non  vuole
    obbedire: dice che i suoi figli impegneranno la loro parola per lui.
    YORK: Lo farete voi, figli miei?
    EDOARDO: S, padre, se la nostra parola serve a qualche cosa.
    RICCARDO: E se non serviranno le parole serviranno le armi.
    CLIFFORD: Come! che razza di traditori  questa!
    YORK:  Guardati allo specchio e chiama con tal titolo la tua immagine;
    io sono il tuo re e tu sei falso in cuore e traditore. Chiamate qui al
    palo i miei due coraggiosi orsi che, soltanto scotendo le loro catene.
    sbigottiranno  questi  cagnacci  fieri  all'aspetto,   ma   pronti   a
    nascondersi: dite a Salisbury e a Warwick di venire da me.

    (Entrano i CONTI Dl SALISBURY e WARWICK).

    CLIFFORD:  Sono  questi i tuoi orsi?  li tormenteremo a morte e con le
    loro catene legheremo il guardiano, se oserai portarli nell'arena.
    RICCARDO: Spesso ho visto un cane bastardo,  accanito  e  presuntuoso,
    rivoltarsi  e mordere perch lo trattenevano,  ma,  ferito dalla zampa
    crudele dell'orso,  mettersi la coda fra le gambe e urlare: lo  stesso
    farete voi se sfidate lord Warwick.
    CLIFFORD:  Via di qua,  ammasso di collera,  turpe e deforme massello,
    tanto storto nei modi quanto lo sei nell'aspetto.
    YORK: Tra poco ti faremo ardere ben bene.
    CLIFFORD: Sta' attento a non ardere  te  stesso  con  la  tua  propria
    vampa.
    ENRICO:  Come!  Warwick,  il  tuo ginocchio ha disimparato a piegarsi?
    Vecchio  Salisbury,  vergogna  alla  tua  canizie  che  ha  pazzamente
    traviato quel mentecatto di tuo figlio. Come! con un piede nella fossa
    fai  la  parte  del  prepotente  e con le lenti vai in cerca di guai ?
    Dov' la fede,  dov' la lealt?  Se sono bandite dalle teste  canute,
    dove  mai  troveranno rifugio in terra?  vuoi tu,  in cerca di guerra,
    scavarti la tomba e infamare col sangue codesta vecchiaia onorata? Che
    ti serve l'essere vecchio se manchi di esperienza,  o perch non l'usi
    a dovere se la possiedi?  Vergogna!  piega dinanzi a me quel ginocchio
    che si inclina verso la fossa per la tarda et.
    SALISBURY: Mio signore,  ho attentamente esaminato il titolo di questo
    famoso  duca  e  in  coscienza  ritengo che Sua Signoria sia legittimo
    erede del trono d'Inghilterra.
    ENRICO: Non mi hai giurato fedelt?
    SALISBURY: S.
    ENRICO: E eredi di poter essere in regola col cielo venendo meno a tal
    giuramento?
    SALISBURY: E' peccato grande giurare di commettere un peccato, ma  un
    peccato anche maggiore rispettare un giuramento peccaminoso.  Chi sar
    vincolato  da  un  giuramento  solenne a commettere omicidio,  rubare,
    stuprare una vergine pura,  togliere il suo all'orfano  o  privare  la
    vedova dei suoi diritti, non avendo per questi torti altra ragione che
    il vincolo dell'impegno formale assunto da lui?
    MARGHERITA:  Un  sottile  traditore  non  ha bisogno di sofismi che lo
    aiutino.
    ENRICO: Chiamate Buckingham e ditegli di armarsi.
    YORK: Chiama pur Buckingham e tutti gli amici che hai;  sono deciso  a
    incontrare la morte o a difendere la mia dignit.
    CLIFFORD: Ti assicuro della prima se i sogni si avverano.
    WARWICK:  Faresti  meglio  a  coricarti  e  a sognare ancora,  cos ti
    terresti lontano dal turbine della battaglia.
    CLIFFORD: Sono risoluto a sopportare una qualsiasi tempesta pi  forte
    di quella che puoi provocare oggi;  e te ne lascer il segno sull'elmo
    se ti riconoscer dall'emblema della tua casa.
    WARWICK: Ora,  per l'emblema della  mia  casa,  l'antico  cimiero  dei
    Nevil, l'orso rampante incatenato al bastone nodoso, oggi porter alto
    il mio elmo per farti paura, come sulla cima di una montagna si mostra
    il cedro che sa conservare le foglie a dispetto di qualsiasi bufera.
    CLIFFORD:  E  dal  tuo  elmo  ti  strapper l'orso e lo calpester con
    disprezzo, sebbene il guardiano lo protegga.
    CLIFFORD JUNIOR: Prendiamo  dunque  le  armi,  padre  vittorioso,  per
    schiacciare i ribelli e i loro complici.
    RICCARDO: Ohib!  carit!  non parlate con tanto rancore perch questa
    sera cenerete con Ges Cristo.
    CLIFFORD JUNIOR: O turpe segnato da Dio,  questo  pi  di  quanto  tu
    possa dire.
    RICCARDO: Se non in cielo, certamente cenerete all'inferno.
    (Escono da parti diverse).


    SCENA SECONDA - Sant'Albano.

    (Allarme per il combattimento. Entra WARWICK).
    WARWICK:  Clifford  di  Cumberland,   Warwick che ti chiama: e se non
    fuggi davanti all'orso, ora che la tromba suona furiosamente l'allarme
    e le grida  dei  morenti  riempiono  la  vacua  aria,  vieni  fuori  a
    combattere con me! Orgoglioso signore, Clifford di Cumberland, Warwick
     rauco per averti tanto chiamato a battaglia.
    (Entra YORK).
    Dunque, nobile signore, siamo gi in movimento?
    YORK:  Clifford che ha la morte in mano,  mi ha ucciso il cavallo;  ma
    l'ho ripagato di ugual moneta e ho fatto carogna per nibbi e corvi del
    bell'animale che amava tanto.
    (Entra CLIFFORD).
    WARWICK: L'ora  sonata per l'uno o per l'altro di noi.
    YORK: Fermati,  Warwick,  cercati  qualche  altra  selvaggina,  perch
    questo  un cervo che io stesso voglio inseguire a morte.
    WARWICK: Allora buona fortuna,  York: tu combatti per una corona. Come
     vero che spero di farmi onore oggi, Clifford, mi duole nell'anima di
    lasciarti senza combattere.
    (Esce).
    CLIFFORD: Che vedi in me, York? perch ti fermi?
    YORK: Se tu non  fossi  mio  nemico  giurato,  proverei  la  pi  alta
    ammirazione per il tuo valoroso contegno.
    CLIFFORD:  N mancherebbe di lode e stima da parte mia la tua prodezza
    se non fosse dimostrata per difendere un ignobile tradimento.
    YORK: La mia prodezza mi aiuti ora contro  la  tua  spada,  mentre  la
    esercito per la causa della giustizia e del diritto.
    CLIFFORD: Pongo in giuoco l'anima e il corpo.
    YORK: Terribile scommessa! In guardia!
    CLIFFORD: "La fin couronne les oeuvres".
    (Combattono; Clifford cade e muore).
    YORK:  Cos  la  guerra  ti ha dato pace poich sei finalmente quieto.
    Pace sia con l'anima sua, o cielo, se questa  la tua volont.
    (Esce).

    (Entra il giovane CLIFFORD).
    CLIFFORD JUNIOR: Vergogna e confusione!  tutto  in  rotta:  la  paura
    semina  il  disordine  e  il disordine ferisce dove dovrebbe essere di
    aiuto.  Guerra figlia dell'inferno che il cielo nella sua  collera  fa
    propria  ministra,  suscita nei petti gelidi di nostra parte le fiamme
    della vendetta!  Nessuno fugga: chi serve fedelmente  la  guerra,  non
    sente  pi  l'amor  di  se stesso;  chi ama se medesimo non pu essere
    valoroso nella sua intima natura,  ma solo per  puro  caso.  (Vede  il
    cadavere  del padre) Il vile mondo perisca e le fiamme preordinate del
    Giudizio avvolgano insieme terra e cielo;  ora  la  tromba  universale
    squilli  e  faccia cessare ogni altro particolare e minor suono!  Caro
    padre,  eri tu destinato a logorare la tua giovinezza nella pace  e  a
    rivestire l'argentea livrea della saggia vecchiaia, per poi, nella tua
    et  venerabile  e  sedentaria,  morir  nella facinorosa battaglia?  A
    questa vista il mio cuore diventa di sasso,  e cos sar finch vivr.
    York  non  risparmia  i  nostri  vecchi,  e  io non risparmier i loro
    bambini: le lacrime delle vergini saranno per me quello che la rugiada
     per il fuoco, e la bellezza che spesso converte i tiranni, sar alla
    mia collera ardente come olio e stoppa.  Da qui innanzi niente  piet:
    se  incontrer un fanciullo della casa di York,  lo far in pezzi come
    Medea selvaggia fece del  giovane  Assirto,  e  cercher  di  diventar
    famoso per la mia crudelt.  Suvvia, tu, nuova rovina dell'antica casa
    dei Clifford,  come Enea col vecchio Anchise,  cos ti levo sulle  mie
    virili  spalle;  ma Enea portava un carico vivente,  mentre nulla pesa
    cos come il mio dolore.
    (Esce portando via il padre).

    (Entrano per combattere RICCARDO e SOMERSET. SOMERSET  ucciso).

    RICCARDO: E qui stattene! poich sotto una meschina insegna d'osteria,
    il  Castello  di  Sant'Albano,   Somerset  morendo  ha   reso   famoso
    l'indovino.  Spada, mantieni la tua tempra; cuore, sii ancora irato: i
    preti pregano per i nemici, ma i principi li uccidono.
    (Esce).

    (Combattimento. Scorrerie.  Entrano RE ENRICO,  la REGINA MARGHERITA e
    altri).

    MARGHERITA: Via, mio signore! Siete troppo lento: vergogna, via!
    ENRICO:  Possiamo  correre  pi  presto  dei cieli?  Buona Margherita,
    rimani.
    MARGHERITA: Di che cosa siete  fatto?  Non  volete  n  combattere  n
    fuggire;  ora    saggia difesa virile dare campo al nemico e salvarsi
    come si pu,  cio soltanto con la fuga.  (Allarme lontano)  Se  siete
    preso,  toccheremo  il  fondo delle nostre fortune,  ma se riusciamo a
    fuggire, come pu darsi nonostante la vostra neghittosit,  giungeremo
    a  Londra  dove avete partigiani e dove questa breccia fatta ora nelle
    nostre fortune pu essere chiusa prontamente.

    (Rientra il giovane CLIFFORD).

    CLIFFORD JUNIOR: Se non fosse che il mio cuore medita soltanto  future
    vendette,  bestemmierei  anzich  dirvi di fuggire;  ma fuggire dovete
    assolutamente: lo spirito della  sconfitta  regna  senza  rimedio  nel
    cuore dei nostri partigiani: andate se volete salvarvi!  E speriamo di
    vivere sino al giorno della loro sconfitta  e  del  loro  rovescio  di
    fortuna. Via, via! mio signore.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Campo vicino a Sant'Albano.

    (Allarme.  Ritirata.  Entrano  YORK,  RICCARDO,  WARWICK e Soldati con
    tamburi e bandiere).
    YORK: Chi mi sa dire qualche cosa di Salisbury,  quel canuto leone che
    nella  furia  dimentica  le  vecchie  ferite e tutti gli acciacchi del
    tempo, e come un valoroso nel fiore della giovinezza riesce a riaversi
    tutto, quando il bisogno lo richiede? Questo non  di per s un giorno
    felice e la nostra vittoria  nulla, se abbiamo perduto Salisbury.
    RICCARDO: Mio nobile padre,  tre volte oggi l'ho aiutato  a  salire  a
    cavallo e tre volte l'ho difeso col mio corpo; tre volte l'ho condotto
    lontano dalla battaglia persuadendolo a non combatter pi: ma tuttavia
    l'ho sempre ritrovato dov'era il pericolo.  La volont nel suo vecchio
    e debole corpo era come un ricco arazzo in una casa modesta. Ma eccolo
    l che viene in tutta la sua nobilt.

    (Entra SALISBURY).

    SALISBURY: Ecco,  per questa mia spada hai  combattuto  bene  oggi,  e
    tutti abbiamo fatto altrettanto.  Vi ringrazio,  Riccardo: Dio solo sa
    quanto mi resta ancora da vivere;  ma certo Egli ha voluto che oggi mi
    salvaste tre volte da morte imminente. Per, signori miei, non abbiamo
    ancora  ottenuto  quello  che  volevamo: non basta che i nostri nemici
    siano fuggiti questa volta, pronti come sono a riaversi.
    YORK: So benissimo che la nostra salvezza sta nel dar loro la  caccia,
    poich,  come  sono  stato  informato,  il  re   fuggito a Londra per
    convocare subito il Parlamento: incalziamolo prima che  siano  mandate
    le convocazioni. Che dice lord Warwick? dobbiamo inseguirli?
    WARWICK: Inseguirli?  certamente! anzi precederli, se  possibile. Ora
    in fede mia,  signori,  questa    stata  una  gloriosa  giornata:  la
    battaglia  di  Sant'Albano  vinta  dal  famoso York rester celebre in
    tutti i tempi avvenire. Rullino i tamburi e suonino le trombe! e tutti
    a Londra: e il cielo ci mandi molti altri giorni come questo!
    (Escono).

















    ENRICO SESTO - PARTE TERZA.


    PERSONAGGI.

    RE ENRICO SESTO.
    EDOARDO, principe di Galles, suo figlio.
    LUIGI UNDICESIMO, re di Francia.
    IL DUCA DI SOMERSET, IL DUCA DI EXETER,  IL CONTE DI OXFORD,  IL CONTE
    DI NORTHUMBERLAND, IL CONTE DI WESTMORELAND, LORD CLIFFORD: partigiani
    di re Enrico.
    RICCARDO PLANTAGENETO, duca di York.
    EDOARDO,  conte  di  March,  poi re Edoardo Sesto;  EDMONDO,  conte di
    Rutland;  GIORGIO,  poi  duca  di  Clarence;  RICCARDO,  poi  duca  di
    Gloucester: suoi figli.
    IL DUCA DI NORFOLK,  IL MARCHESE DI MONTAGUE,  IL CONTE DI WARWICK, IL
    CONTE DI PEMBROKE,  LORD HASTINGS,  LORD STAFFORD: partigiani del duca
    di York.
    SIR GIOVANNI MORTIMER, SIR UGO MORTIMER: zii del duca di York.
    ENRICO, conte di Richmond, giovinetto.
    LORD RIVERS, fratello di Lady Grey.
    SIR GUGLIELMO STANLEY.
    SIR GIOVANNI MONTGOMERY.
    SIR GIOVANNI SOMERVILLE.
    Il Precettore di Rutland.
    Il Sindaco di York.
    Il Luogotenente della Torre.
    Un Nobile.
    Due Guardacaccia.
    Un Cacciatore.
    Un figlio che ha ucciso il padre.
    Un padre che ha ucciso il figlio.
    LA REGINA MARGHERITA.
    LADY GREY, poi sposa di Edoardo SESTO.
    BONA, sorella della regina di Francia.
    Soldati, Persone del seguito, Messi, Guardiani, eccetera.

    Scena:  durante parte del terzo atto in Francia;  durante il resto del
    dramma in Inghilterra.





    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Londra. Il Parlamento.

    (Allarme.  Entrano  il  DUCA  DI  YORK,  EDOARDO,  RICCARDO,  NORFOLK,
    MONTAGUE, WARWICK, e Soldati).
    WARWICK: Non riesco a comprendere come sia sfuggito il re.
    YORK: Mentre inseguivamo i cavalieri del settentrione,  astutamente si
    allontan di soppiatto, abbandonando i suoi uomini: e allora il grande
    lord Northumberland che da valoroso guerriero non pot mai  sopportare
    il suono della ritirata,  rincor l'esercito avvilito; ed egli stesso,
    lord Stafford e lord Clifford avanzando insieme  vennero  alla  carica
    contro  la  fronte del nostro principale corpo di truppe e,  essendovi
    penetrati, furono uccisi dalle spade dei semplici soldati.
    EDOARDO: Il padre di lord Stafford,  duca di Buckingham,    ucciso  o
    ferito  gravemente,  poich gli ho tagliato l'elmo con un fendente;  e
    che questo sia vero, padre, ecco qui il suo sangue a dimostrarlo.
    MONTAGUE: Ed ecco qui, fratello, il sangue del conte di Wiltshire, col
    quale mi sono scontrato quando le schiere presero contatto.
    RICCARDO: Parla tu per me, e di' loro che cosa ho fatto.
    (Gettando a terra la testa del duca di Somerset).
    YORK: Di tutti i miei figli Riccardo  quello che ha meglio  meritato.
    Ma dunque, Vostra Grazia monsignore di Somerset, siete proprio morto?
    NORFOLK: Tal sia delle speranze di tutto il ramo di Giovanni di Gand!
    RICCARDO: E cos spero di squassare la testa di re Enrico.
    WARWICK: E io pure. Vittorioso principe di York, giuro per il cielo di
    non chiuder occhio, finch non ti veda seduto su quel trono che ora la
    casa di Lancaster usurpa. Questo  il palazzo del pavido re e questo 
    il trono: renditene padrone,  York, poich  tuo, e non degli eredi di
    re Enrico.
    YORK: Assistimi allora,  amato Warwick,  e lo far,  poich qui  siamo
    entrati a forza.
    NORFOLK: Tutti vi aiuteremo; chi fuggir morr.
    YORK:  Grazie,  Norfolk.  Trattenetevi  con me,  miei signori,  e voi,
    soldati, restate presso di me a dormire stanotte.
    (Salgono).
    WARWICK: Quando verr il re non usategli violenza, a meno che egli non
    cerchi di cacciarvi con la forza.
    YORK: La regina ha convocato qui oggi il Parlamento,  ma  ben lontana
    dal  pensare  che  faremo  parte del suo consiglio: e qui a parole o a
    colpi facciamo valere il nostro diritto.
    RICCARDO: Senza deporre le armi rimaniamo in questo palazzo.
    WARWICK:  Questo   sar   chiamato   il   Parlamento   sanguinoso   se
    Plantageneto,  duca di York, non sar fatto re, e non verr deposto il
    pauroso Enrico la cui vilt ci ha fatti passare in proverbio presso  i
    nemici.
    YORK:  Allora non lasciatemi,  miei signori;  siate risoluti,  intendo
    entrare nel pieno possesso dei miei diritti.
    WARWICK: N il re n coloro  che  pi  lo  amano  n  il  pi  superbo
    partigiano  dei  Lancaster  oser  muovere  ala,  se  Warwick scuote i
    sonagli. Pianter sul trono Plantageneto, e cerchi di scalzarlo chi ne
    ha il coraggio. Deciditi, Riccardo: reclama la corona d'Inghilterra.
    (York sale sul trono).

    (Squillo di  trombe.  Entrano  RE  ENRICO,  CLIFFORD,  NORTHUMBERLAND,
    WESTMORELAND, EXETER, e gli altri).

    ENRICO: Miei signori,  guardate dove siede l'ostinato ribelle: proprio
    sul trono!  Forse sostenuto dalla forza di Warwick,  quel falso  pari,
    aspira alla corona e a regnare come sovrano.  Conte di Northumberland,
    egli ha ucciso tuo padre e il tuo,  lord Clifford,  ed entrambi  avete
    giurato di vendicarvi sopra di lui,  i suoi figli, i suoi favoriti e i
    suoi amici.
    NORTHUMBERLAND: Se non lo far, il cielo si vendichi sopra di me.
    CLIFFORD: Questa speranza fa s che Clifford non porti altro segno  di
    lutto che la spada.
    WESTMORELAND:  Come!  tollereremo  questo?  strappiamolo di l: il mio
    cuore arde di collera e non posso pi trattenermi.
    ENRICO: Calmati, conte di Westmoreland.
    CLIFFORD: La calma  pei poltroni, come  lui: egli non oserebhe seder
    l,  se vostro padre fosse vivo: mio amato signore,  qui in Parlamento
    attacchiamo la famiglia di York.
    NORTHUMBERLAND: Hai detto giusto, cugino, cos sia.
    ENRICO:  Ah!  non  sapete  che  la citt li favorisce e che essi hanno
    soldati pronti ai loro cenni?
    EXETER: Ma quando il duca sar ucciso, fuggiamo subito.
    ENRICO: Sia lungi dal cuore di Enrico il proposito di  trasformare  il
    palazzo   del  Parlamento  in  un  macello.   Cugino  Exeter,   fronte
    accigliata, parole e minacce sono le armi che Enrico intende di usare.
    Tu, sedizioso duca di York, discendi dal trono e inginocchiati ai miei
    piedi a chiedere grazia e merc; sono il tuo sovrano
    YORK: Io sono il tuo sovrano.
    EXETER: Vergogna! scendi di cost: egli ti ha creato duca di York
    YORK: Era mio retaggio, come lo era la contea.
    EXETER: Tuo padre trad la corona.
    WARWICK: Sei tu, Exeter, che tradisci la corona, seguendo Enrico che 
    un usurpatore
    CLIFFORD: E chi dovrebbe seguire se non il suo re legittimo?
    WARWICK: E' vero, Clifford, e questi  Riccardo, duca di York
    ENRICO: E debbo io starmene qui in  piedi  mentre  tu  siedi  sul  mio
    trono?
    YORK: Cos deve essere e sar: rassegnati.
    WARWICK: Contentati di essere duca di Lancaster, e lascia che egli sia
    re.
    WESTMORELAND:  Egli   re e duca di Lancaster,  e lord Westmoreland lo
    sosterr fino al l'estremo.
    WARWICK: E Warwick lo contester. Voi dimenticate che siamo coloro che
    vi cacciarono dal campo, uccisero i vostri padri e a bandiere spiegate
    marciarono attraverso alla citt sino alle porte del palazzo.
    NORTHUMBERLAND: S, Warwick,  lo ricordo con cordoglio,  e per l'anima
    di mio padre, tu e la tua casa ve ne pentirete..
    WESTMORELAND: Plantageneto, fra te e questi tuoi figli, i tuoi parenti
    e amici,  spegner pi vite che le gocce di sangue che mio padre aveva
    nelle vene.
    CLIFFORD: Non insistere oltre perch invece di parole io non ti  mandi
    un  tal messo che vendicher la morte del mio genitore prima che io mi
    muova.
    WARWICK: Povero Clifford, sprezzo le tue vane minacce.
    YORK:  Consentite  che  mostriamo  il  nostro  titolo   alla   corona?
    altrimenti le nostre armi lo sosterranno in campo.
    ENRICO: Che titolo hai tu alla corona,  traditore? Tuo padre era, come
    sei tu, duca di York; tuo nonno, Ruggero Mortimer, conte di March.  Io
    sono  figlio  di  Enrico  Quinto che obblig il Delfino e i Francesi a
    piegarsi e occup le loro citt e province.
    WARWICK: Non parlare di Francia giacch l'hai perduta tutta.
    ENRICO: Il Protettore la perdette,  non io: quando io  fui  incoronato
    non avevo che nove mesi.
    RICCARDO: Ora sei vecchio quanto basta, e tuttavia continui a perdere.
    Padre, strappa la corona dal capo dell'usurpatore.
    EDOARDO: Caro padre, fa' ci e ponitela sulla testa.
    MONTAGUE: Fratello mio, se ami e onori le armi, decidiamo la questione
    con la spada e smettiamola di cavillare a questo modo.
    RICCARDO: Sonate le trombe e i tamburi, e il re fuggir.
    YORK: Zitti, figli.
    ENRICO: Zitto tu e lascia che re Enrico parli.
    WARWICK: Plantageneto deve parlare per primo: ascoltatelo,  signori! e
    state in silenzio e attenti, perch chi lo interrompe  un uomo morto.
    ENRICO: Credi tu che lascer il trono  reale,  su  cui  sedettero  mio
    nonno e mio padre? no: prima la guerra spopoler questo mio regno; s,
    e  la  loro  bandiera  gi  spiegata  in  Francia e ora con mio grande
    cordoglio in  Inghilterra  sar  il  mio  sudario.  Perch  vacillate,
    signori? il mio titolo  valido e migliore assai del suo.
    WARWICK: Provalo, Enrico, e sarai re.
    ENRICO: Enrico Quarto ottenne la corona per conquista.
    YORK: Fu per ribellione contro il suo sovrano.
    ENRICO (a parte): Non so che dire: il mio titolo  debole.  Dimmi: non
    pu un re adottare un erede?
    YORK: E che perci?
    ENRICO: Se lo pu,  allora sono legittimo  re,  poich  Riccardo  alla
    presenza  di  molti pari cedette la corona ad Enrico Quarto di cui mio
    padre era erede, come io lo sono di lui.
    YORK: Egli si lev contro il suo sovrano e  l'obblig  a  cedergli  la
    corona con la violenza.
    WARWICK:  E  anche  se  l'avesse  fatto liberamente,  credete che cos
    avrebbe pregiudicato la trasmissione della corona?
    EXETER: No, perch poteva cedere la corona,  solo riservando i diritti
    regali dell'erede prossimo.
    ENRICO: Sei tu contro di noi, duca di Exeter?
    EXETER: Suo  il buon diritto e perci perdonatemi.
    YORK: Perch bisbigliate, miei signori, e non rispondete?
    EXETER: La coscienza mi dice che egli  re legittimo.
    ENRICO (a parte): Tutti si ribelleranno contro di me e si volgeranno a
    lui.
    NORTHUMBERLAND: Plantageneto,  a dispetto di tutte le tue pretese, non
    credere che Enrico sar deposto.
    WARWICK: Lo sar anche a dispetto di tutti.
    NORTHUMBERLAND:  T'inganni:  non  sono  le  tue   truppe   meridionali
    dell'Essex,  del  Norfolk,  del  Suffolk  e  del Kent quelle che,  pur
    dandoti tanta presunzione e superbia, porteranno in alto il duca a mio
    dispetto.
    CLIFFORD: Re Enrico,  sia giusto o no il  tuo  titolo,  lord  Clifford
    giura  di  combattere in tua difesa: si apra la terra e m'inghiottisca
    vivo se piego il ginocchio a chi mi uccise il padre!
    ENRICO: O Clifford, come le tue parole confortano il mio cuore!
    YORK: Enrico di Lancaster, abbandona la corona.  Che cosa borbottate o
    complottate, signori?
    WARWICK:  Rendete giustizia al duca di York,  o altrimenti riempir il
    Parlamento di armati e sopra il trono sul quale siede scriver il  suo
    titolo col sangue dell'usurpatore.
    (Batte in terra col piede e i Soldati compaiono).
    ENRICO: Monsignore di Warwick,  lasciami dire soltanto una parola: per
    quel tanto di vita che mi resta lascia che io regni come sovrano.
    YORK: Assicurami solennemente della corona per me e per i miei  eredi,
    e regnerai in pace e quiete per tutto il resto della tua vita.
    ENRICO: E cos sia: Riccardo Plantageneto, godrai il regno dopo la mia
    morte.
    CLIFFORD: Che torto  questo che fate al principe vostro figlio!
    WARWICK: Che bene  questo per l'Inghilterra e per lui medesimo!
    WESTMORELAND: Abbietto, pauroso Enrico, che sempre disperi!
    CLIFFORD: Che danno hai fatto a te stesso e a noi!
    WESTMORELAND: Non mi regge l'animo di udire questi articoli.
    NORTHUMBERLAND: Neanche a me.
    CLIFFORD: Suvvia, cugino, andiamo a dare queste notizie alla regina.
    WESTMORELAND: Addio,  re ignavo e degenere,  nel cui freddo sangue non
    vive pi alcuna traccia di onore.
    NORTHUMBERLAND: Possa tu divenire preda della casa di York e morire in
    catene per questa vile azione.
    CLIFFORD: Possa tu essere sopraffatto in una terribile guerra o morire
    in pace abbandonato e disprezzato!
    (Escono Northumberland, Clifford e Westmoreland).
    WARWICK: Voltati da questa parte, Enrico, e non guardarli neanche.
    EXETER: Cercano vendetta e non cederanno.
    ENRICO: Ah, Exeter!
    WARWICK: Perch sospirate, sire?
    ENRICO: Non per me stesso,  lord Warwick,  ma per mio  figlio  che  da
    padre  snaturato priver del suo retaggio.  Ma sia pur cos;  (a York)
    lascio la corona a te e ai tuoi eredi per sempre a condizione che  qui
    giuri  di  cessare dalla guerra civile e di onorarmi finch vivr come
    tuo re e sovrano e purch prometta che per  tradimento  o  per  aperti
    atti  di  ostilit  non  cercherai  di depormi e assumere tu stesso la
    corona.
    YORK: Mi impegno a giurarlo e a mantenere il giuramento.
    WARWICK: Viva re Enrico! Plantageneto, abbraccialo.
    ENRICO: E lungamente possiate vivere tu e questi arditi figli!
    YORK: Ora York e Lancaster sono riconciliati.
    EXETER: E maledetto sia colui che seminer zizzania fra di loro.
    (Fanfara. Discendono).
    YORK: Addio, amato sovrano: vado al mio castello.
    WARWICK: E io andr a occupare Londra coi miei soldati.
    NORFOLK: E io a Norfolk coi miei seguaci.
    MONTAGUE: E io al mare donde sono venuto.

    (Escono  York  coi  figli,  Warwick,  Norfolk,  Montague,   Soldati  e
    Seguito).

    ENRICO: E io a corte con dolore e cordoglio.

    (Entrano la REGINA MARGHERITA e il PRINCIPE DI GALLES).

    EXETER:  Ecco qua la regina con occhi che tradiscono la collera: me ne
    andr via furtivamente.
    ENRICO: E cos far io, Exeter.
    MARGHERITA: No, non andartene da me; altrimenti ti seguir.
    ENRICO: Calmati, amata regina, e rimarr qui.
    MARGHERITA: Chi pu essere calmo in tali  frangenti?  Ah,  sciagurato!
    Fossi io morta fanciulla,  non ti avessi mai visto e non ti avessi mai
    dato un figlio, giacch sei un padre cos snaturato. Ha forse meritato
    di perdere in tal modo i suoi diritti naturali? Se tu avessi avuto per
    lui la met dell'amore che sento io o  avessi  provato  i  dolori  che
    soffrii nel darlo alla luce o lo avessi nutrito come ho fatto io,  col
    tuo sangue, avresti versato il sangue pi puro del tuo cuore piuttosto
    che fare erede quel selvaggio duca e diseredare il tuo unico figlio.
    PRINCIPE: Padre, voi non potete diseredarmi.  Se siete re,  perch non
    dovrei succedervi?
    ENRICO:  Perdonami,  Margherita;  perdonami  caro figlio;  il conte di
    Warwick e il duca mi hanno forzato.
    MARGHERITA: Forzato!  sei re  e  ti  lasci  forzare?  Mi  vergogno  di
    sentirti parlare cos. Ah timoroso miserabile! hai rovinato te stesso,
    tuo figlio e me, e ti sei lasciato prendere la mano dalla casa di York
    a  tal  punto  che  regnerai solo col suo beneplacito.  Trasmettere la
    corona a lui e ai suoi eredi  come  scavarti  la  tomba  ed  entrarvi
    assai prima del tempo.  Warwick  Cancelliere e Signore di Calais;  il
    fiero Falconbridge ha il  comando  dello  Stretto,  il  duca    fatto
    Protettore del regno;  e tuttavia credi che sarai salvo?  la salvezza
    dell'agnello tremante circondato dai lupi.  Se io che sono una  debole
    donna fossi stata l, i soldati avrebbero dovuto sollevarmi sulle loro
    picche  prima che avessi sanzionato un tale atto;  ma tu preferisci la
    vita all'onore; e, considerando ci,  qui ti dichiaro che ripudier la
    tua  tavola  e  il  tuo letto,  finch non sia revocato quest'atto del
    Parlamento che disereda mio figlio.  I signori  del  settentrione  che
    hanno  tradito  la tua bandiera,  seguiranno la mia solo che la vedano
    spiegare;  e la spiegher a tuo disonore e a totale rovina della  casa
    di York.  Cos ti lascio.  Andiamo,  figlio,  vieni con me;  il nostro
    esercito  pronto, e lo seguiremo.
    ENRICO: Fermati, cara Margherita, e ascoltami.
    MARGHERITA: Hai parlato anche troppo di gi: vattene.
    ENRICO: Caro figlio Edoardo, vuoi tu almeno rimanere con me?
    MARGHERITA: S, per essere assassinato dai suoi nemici.
    PRINCIPE: Quando ritorner vittorioso dal campo,  vedr Vostra Maest:
    sino a quel momento seguir mia madre.
    MARGHERITA: Vieni, figlio, via; non c' tempo da perdere.

    (Escono la Regina e il Principe).

    ENRICO:  Povera  regina!  l'amore  per  me e per suo figlio l'ha fatta
    uscire in parole di collera.  Possa essa  vendicarsi  di  quell'odiato
    duca che con altero spirito,  sospinto dall'ambizione,  mi toglier la
    corona,  e come aquila affamata si accanir  contro  la  mia  carne  e
    quella  di  mio  figlio!  La  perdita di quei tre signori mi tormenta.
    Scriver loro e li supplicher con  belle  parole.  Via,  cugino,  voi
    farete da messaggero
    EXETER: E spero di riconciliarvi tutti.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Il Castello di Sandal.

    (Entrano EDOARDO, RICCARDO e MONTAGUE).
    RICCARDO: Fratello, sebbene io sia il pi giovane, lasciatemi parlare.
    EDOARDO: No, so far meglio io la parte dell'oratore.
    MONTAGUE: Ma io ho ragioni forti e di gran peso.
    (Entra il DUCA DI YORK).
    YORK: Come,  fratello mio e figli miei!  in contesa? qual  la ragione
    della vostra lite e chi  stato il primo a cominciarla?
    EDOARDO: Non una lite, ma un lieve dissenso.
    YORK: Intorno a che cosa?
    RICCARDO: Intorno a quello che riguarda Vostra Grazia e noi: la corona
    d'Inghilterra, padre, che  vostra.
    YORK: Mia, ragazzo? no, finch re Enrico non sia morto.
    RICCARDO: Il vostro diritto non dipende n dalla vita n  dalla  morte
    di lui.
    EDOARDO: Ora voi siete l'erede,  perci godetela adesso;  se date alla
    casa di Lancaster agio di respirare,  alla fine vi oltrepasser  nella
    corsa.
    YORK: Ho giurato che regner in pace.
    EDOARDO:  Ma  per  un  regno  si pu rompere qualsiasi giuramento: per
    conto mio verrei meno a mille giuramenti pur di regnare un anno.
    RICCARDO: No, Dio non voglia che Vostra Grazia diventi spergiuro.
    YORK: Lo sar, se rivendicher la corona con guerra aperta.
    RICCARDO: E io prover il contrario se mi lasciate parlare.
    YORK: Non puoi farlo, figlio;  impossibile.
    RICCARDO: Non  valido affatto un  giuramento  che  non  sia  prestato
    davanti  a  un  magistrato  fornito di legittima autorit su colui che
    giura: Enrico non lo era,  perch aveva  usurpato  il  trono;  quindi,
    considerando che avete giurato in mani sue,  il vostro giuramento, mio
    signore,  vano e irrito. Perci all'armi! E, padre,  pensate che cosa
    bella    portare una corona nel cui piccolo cerchio  l'Eliso e tutto
    quello che i  poeti  favoleggiano  di  felicit  e  di  gioia.  Perch
    esitiamo cos? non avr requie finch la rosa bianca che porto non sia
    tinta nel sangue appena appena tiepido del cuore di Enrico.
    YORK: Riccardo,  hai detto abbastanza: sar re o morir.  Fratello, tu
    andrai subito a Londra  e  aizzerai  Warwick  a  questa  impresa.  Tu,
    Riccardo,  andrai  dal duca di Norfolk e gli parlerai segretamente dei
    nostri propositi.  Voi,  Edoardo andrete da lord Cobham col quale  gli
    uomini  del  Kent  non faranno difficolt a sollevarsi: ripongo grande
    fiducia in loro perch sono soldati accorti, nobili,  generosi e pieni
    di ardire.  Mentre sarete cos occupati, che mi rester da fare se non
    cercare un pretesto per levarmi in armi senza che il re o alcuno della
    casa di Lancaster sappiano delle mie intenzioni?
    (Entra un Messo).
    Ma adagio: che notizie? perch vieni con tanta fretta?
    MESSO: La regina con tutti  i  conti  e  i  signori  del  settentrione
    intende  di assediarvi qui nel vostro castello.  Ella  qui vicina con
    ventimila uomini e perci attendete a fortificare la vostra posizione,
    mio signore.
    YORK: S,  con la mia spada.  E che!  credi che abbiamo paura di loro?
    Edoardo e Riccardo, voi starete con me; mio fratello Montague andr in
    tutta  fretta  a  Londra:  il  nobile Warwick,  Cobham e gli altri che
    abbiamo lasciati protettori del re,  si rinforzino  con  una  politica
    energica e non si fidino del semplice Enrico e dei suoi giuramenti.
    MONTAGUE: Vado,  fratello;  li persuader,  non dubitare: e mi congedo
    umilmente da voi.
    (Esce).

    (Entrano SIR GIOVANNI e SIR UGO MORTIMER).

    YORK: Zii miei,  siete venuti a Sandal  in  buon  momento,  perch  la
    regina intende di assediarci col suo esercito.
    SIR GIOVANNI: Non ce n' bisogno; l'incontreremo in campo aperto.
    YORK: Come? con cinquemila uomini?
    RICCARDO: S,  con cinquecento,  padre, se occorre. Il loro generale 
    una donna; di che dovremmo temere?
    (Marcia in lontananza).
    EDOARDO: Sento i loro tamburi: mettiamo in  ordine  i  nostri  uomini,
    usciamo e offriamo loro battaglia senz'altro.
    YORK:  Cinque  contro venti!  sebbene la sproporzione sia grande,  non
    dubito affatto, zio, della nostra vittoria.  In Francia ho vinto molte
    battaglie,  quando  i nemici erano dieci contro uno di noi: perch non
    dovrei avere ora lo stesso successo?
    (Allarmi. Escono).



    SCENA TERZA  -  Campo  di  battaglia  tra  il  Castello  di  Sandal  e
    Wakefield.

    (Allarme. Entrano RUTLAND e il suo Precettore).
    RUTLAND:  Ah!  dove  debbo  fuggire  per  salvarmi  dalle  loro  mani?
    Precettore, guardate, ecco che viene il sanguinario Clifford.
    (Entra CLIFFORD con Soldati).
    CLIFFORD: Cappellano,  vattene!  il tuo sacro carattere  ti  salva  la
    vita. Quanto al marmocchio di quel maledetto duca, il cui padre uccise
    mio padre, morir.
    PRECETTORE: Ed io, mio signore, morir con lui.
    CLIFFORD: Soldati, conducetelo via!
    PRECETTORE: Ah,  Clifford,  non assassinare questo fanciullo innocente
    se non vuoi essere odiato da Dio e dagli uomini!
    (Esce, trascinato via dai Soldati).
    CLIFFORD: Come!  E' gi morto?   la paura che  gli  fa  chiudere  gli
    occhi? Glieli riaprir.
    RUTLAND:  Cos  il leone dopo essere stato a lungo rinchiuso guarda il
    miserabile che trema sotto le zampe che stanno per farlo  a  brani,  e
    cos  s'avvicina  guardando superbamente la preda e viene verso di lui
    per lacerargli le membra. Ah! buon Clifford, uccidimi con la tua spada
    e non con questo tuo crudele occhio minaccioso! Dolce Clifford, lascia
    che io ti parli prima di morire: sono un oggetto troppo umile  per  la
    tua collera; fa' le tue vendette su uomini e lascia che io viva.
    CLIFFORD:  Parli  invano,  povero  ragazzo;  il sangue di mio padre ha
    chiuso l'accesso per cui dovrebbero entrare le tue parole.
    RUTLAND: E allora lascia che il sangue di mio padre  lo  apra  ancora:
    egli  un uomo Clifford, tieni testa a lui.
    CLIFFORD: Se avessi qui i tuoi fratelli, le loro vite in aggiunta alla
    tua non sarebbero sufficiente vendetta per me, no, se aprissi le tombe
    dei  tuoi antenati e ne appendessi in catene le bare imputridite,  ci
    non calmerebbe la mia ira n darebbe sollievo al mio cuore.  La  vista
    di  qualsiasi  persona  della  casa  di  York   come una furia che mi
    tormenta l'anima,  e finch io non  riesca  a  sradicare  questo  ramo
    maledetto,  senza  lasciarne  vivo  uno  solo,  io  vivo nell'inferno.
    Perci...
    (Alzando la mano).
    RUTLAND: Oh,  lasciami  pregare  prima  di  morire!  Ti  prego,  dolce
    Clifford, abbi piet di me!
    CLIFFORD: La piet che pu dare la punta della mia spada.
    RUTLAND: Non ti ho fatto alcun male; perch vuoi uccidermi?
    CLIFFORD: Tuo padre me ne ha fatto.
    RUTLAND:  Ma questo fu prima che nascessi.  Tu hai un figlio: per amor
    suo abbi piet di me, perch per vendetta,  se Dio  giusto,  egli non
    venga  ucciso  miseramente  come me.  Ah,  chiudimi in prigione per il
    resto della vita; e quando ti offender,  mi farai morire,  ma non ora
    perch non hai motivo.
    CLIFFORD: Non ho motivo! Tuo padre uccise mio padre; perci muori.
    (Lo colpisce).
    RUTLAND: "Di faciant laudis summa sit ista tuae!"
    (Muore).
    CLIFFORD: Plantageneto, vengo, Plantageneto! e il sangue di questo tuo
    figlio che  sulla mia spada, arrugginir su quest'arma, finch il tuo
    sangue coagulato con esso non m'induca a tergerli entrambi.
    (Esce).


    SCENA QUARTA - Un'altra parte del campo.

    (Allarmi. Entra il DUCA DI YORK).
    YORK: L'esercito della regina  padrone del campo: entrambi i miei zii
    sono  rimasti  uccisi,  mentre  tentavano di salvarmi,  e tutti i miei
    seguaci voltano le  spalle  all'ardito  nemico  e  fuggono  come  navi
    davanti  al  vento  o  agnelli inseguiti da lupi affamati.  Dio sa che
    sorte hanno avuta i miei figli: ma questo so in modo  sicuro,  che  si
    sono comportati come uomini destinati ad acquistarsi fama in vita o in
    morte.  Tre  volte Riccardo s' aperta la via sino a me e tre volte ha
    gridato Coraggio,  padre!  combatti sino alla vittoria e altrettante
    volte  Edoardo    venuto al mio fianco con la spada arrossata,  tinta
    sino all'elsa del sangue di coloro che si erano scontrati con  lui:  e
    quando  i  guerrieri pi temerari si ritiravano,  Riccardo grid Alla
    carica! non cedete un palmo di terreno! e ancora grid Una corona, o
    altrimenti una tomba gloriosa! uno scettro o un sepolcro in terra!. A
    questo grido caricammo ancora,  ma ahim!  indietreggiammo nuovamente:
    cos  ho  veduto  un  cigno  nuotare con vana fatica controcorrente ed
    esaurire l'energia contro  onde  pi  forti  di  lui.  (Breve  allarme
    all'interno) Ah,  udite! i micidiali inseguitori mi danno la caccia ed
    io sono debole e non posso sfuggire alla loro rabbia;  d'altronde,  se
    io fossi forte non eviterei la loro rabbia; le ore della mia vita sono
    contate! Qui debbo fermarmi e qui devon finire i miei giorni.
    (Entrano la REGINA MARGHERITA,  CLIFFORD,  NORTHUMBERLAND,  il giovane
    PRINCIPE e Soldati).
    Venite,  Clifford sanguinoso e  rude  Northumberland,  oso  sfidar  la
    vostra  rabbia  spietata  ad  infuriare  ancor  di pi: sono il vostro
    bersaglio e attendo i colpi.
    NORTHUMBERLAND: Arrenditi alla nostra clemenza superbo Plantageneto.
    CLIFFORD:  S,   a  quella  clemenza  che  il  suo  braccio   spietato
    discendendo  dall'alto  offr  a  mio padre.  Ora Fetonte  caduto dal
    carro e ha fatto sera proprio al punto del mezzogiorno.
    YORK: Dalle mie ceneri come da quelle  della  fenice  pu  nascere  un
    altro  uccello  che si vendicher di voi tutti;  e con questa speranza
    volgo gli occhi al cielo  spregiando  tutti  i  tormenti  che  potrete
    infliggermi.  Perch  non  venite avanti?  Come!  siete tanti ed avete
    paura?
    CLIFFORD: Cos parlano i codardi quando non sanno pi dove  fuggire  e
    cos  le colombe danno di becco negli artigli acuti del falco;  cos i
    ladri, disperando ormai della vita, svillaneggiano i birri.
    YORK: Oh,  Clifford,  pensa ancora,  e ricorda nel tuo pensiero la mia
    vita  passata;  e,  se  lo puoi a dispetto del rossore,  guarda questa
    faccia e morditi la lingua che calunnia di vilt  un  uomo  che  prima
    d'ora ti ha fatto venir meno e fuggire con un aggrottar di ciglio.
    CLIFFORD:  Non  ti  ribatter parola per parola ma ti affibbier colpo
    per colpo, quattro contro uno.
    MARGHERITA: Fermati,  valoroso  Clifford,  poich  per  mille  ragioni
    vorrei prolungare alquanto la vita del traditore.  La collera lo rende
    sordo: parlagli tu, Northumberland.
    NORTHUMBERLAND: Fermati,  Clifford!  non fargli  l'onore  di  pungerti
    neanche un dito,  fosse pure per ferirlo al cuore.  Che atto di valore
    sarebbe, quando un cane bastardo mostra i denti,  ficcargli la mano in
    bocca  se si pu respingerlo con un calcio?  E' buon diritto di guerra
    approfittare di tutti i vantaggi;  combattere in dieci contro uno  non
    diminuisce il valore.
    (Mettono le mani addosso a York che si divincola).
    CLIFFORD: S, s, cos si agita la beccaccia nella tagliola.
    NORTHUMBERLAND: Cos si divincola il coniglio nella rete.
    YORK: Cos trionfano i ladri per il bottino conquistato,  e cos anche
    uomini gagliardi cedono alla forza di ladroni troppo numerosi.
    NORTHUMBERLAND: E che vuole Vostra Maest che gli si faccia?
    MARGHERITA: Valorosi guerrieri,  Clifford e Northumberland,  ponete su
    questa  tana  di talpa colui che con le braccia stese voleva toccar le
    montagne,  sebbene poi non ne rompesse che l'ombra con la mano.  Come!
    eravate  voi che volevate essere re d'Inghilterra?  Eravate voi quello
    che s'affannava tanto  in  Parlamento  e  ci  predicava  la  sua  alta
    origine?  Dove  sono  i  vostri quattro figli che dovrebbero darvi man
    forte ora?  il lascivo Edoardo e il gagliardo Giorgio?  e  dov'  quel
    valoroso prodigio di gobbo,  Ricciardetto,  il vostro ragazzo, che con
    la voce bofonchiante soleva incitare il babbo nelle sedizioni? o,  con
    gli  altri,  dov'  Rutland,  il vostro beniamino?  Guarda,  York,  ho
    intinto questa pezzuola nel sangue che il  valoroso  Clifford  con  la
    punta  della spada ha fatto uscire dal petto del ragazzo;  e se i tuoi
    occhi possono versare lacrime  per  la  sua  morte,  te  la  dar  per
    tergertene  le  guance.   Ahim,   povero  York!  se  non  ti  odiassi
    mortalmente lamenterei il tuo stato miserabile.  Di grazia,  sfoga  il
    tuo dolore,  York,  e cos mi divertirai. Come! il tuo cuore in fiamme
    ti ha arse le viscere al punto che non versi neanche una  lacrima  per
    la morte di Rutland?  perch sei cos paziente,  il mio uomo? dovresti
    uscire di senno,  e proprio per farti uscire di  senno  ti  schernisco
    cos. Pesta i piedi, delira, smania perch io possa cantare e danzare.
    Ah! vedo: vuoi essere pagato per dare spettacolo: York non pu parlare
    se non porta una corona.  Una corona per York! e, signori, inchinatevi
    profondamente: tenetegli le mani mentre gliela pongo  sul  capo.  (Gli
    mette sulla testa una corona di carta) S,  diamine,  ora pare proprio
    un re! S, questi  colui che occup il trono di Enrico e da Enrico fu
    proclamato  erede.  Ma  come  accade  che  il  grande  Plantageneto  
    incoronato  cos presto e ha rotto il suo solenne giuramento?  Ora che
    mi ricordo,  voi non dovreste esser re finch Enrico non abbia dato la
    mano  alla morte: e vuoi circondarti il capo con l'aureola di Enrico e
    rubare alle sue tempie il diadema ora,  mentre  ancor vivo,  e contro
    il  tuo sacrosanto giuramento?  Oh!   una colpa troppo imperdonabile.
    Via la corona,  e con la corona la testa: e finch siamo vivi cogliamo
    il momento per ucciderlo.
    CLIFFORD: Questo tocca a me per amor di mio padre.
    MARGHERITA: No, fermatevi; sentiamo che orazioni vuol recitare.
    YORK:  Lupa di Francia,  ma peggio dei lupi di Francia,  la cui lingua
    avvelena pi del dente delle vipere!  quanto male  si  addice  al  tuo
    sesso  trionfare come un'amazzone svergognata dei dolori di quelli che
    la fortuna ha fatto schiavi.  Se non fosse che il tuo viso,  spudorato
    per la consuetudine di atti malvagi,   impassibile come una maschera,
    cercherei di farti arrossire,  orgogliosa regina.  Se non fossi  senza
    pudore  basterebbe  a svergognarti dire donde vieni e da chi discendi.
    Tuo padre porta il titolo di re di Napoli,  delle  Due  Sicilie  e  di
    Gerusalemme,  eppure    pi  povero di un contadino inglese.  E' quel
    povero sovrano che ti ha insegnato a insultare? non  necessario n ti
    giova, superba regina,  seppure non debba verificarsi il proverbio che
    il mendicante,  salito a cavallo, lo fa crepare. E' la bellezza quella
    che spesso rende le donne orgogliose;  ma Dio sa che  ben  poca    la
    parte che te n' toccata;   la virt che le fa ammirare,  ma  il suo
    contrario che rende te  oggetto  di  meraviglia:    la  modestia  del
    contegno  che  le  fa  sembrare  divine,  e  la mancanza di essa ti fa
    abbominevole.  Sei tanto opposta a tutto quel che vi  di bene  quanto
    lo sono gli antipodi a noi o il mezzogiorno al settentrione.  Cuore di
    tigre involto in una pelle di donna!  Come hai potuto vuotar di sangue
    il  figlio  e dire al padre di asciugarsene gli occhi eppur continuare
    ad apparire in sembianza  di  donna?  Le  donne  sono  tenere,  dolci,
    pietose e pieghevoli;  tu rigida,  indurita, impietrita, aspra e senza
    piet.  Vuoi che io infuri?  ebbene,  ora sarai contenta:  volevi  che
    piangessi?  ebbene,  ora  sarai  contenta,  perch  il  vento  furioso
    accumula i rovesci di pioggia e,  quando la sua  furia  cade,  l'acqua
    incomincia.  Queste  lacrime  sono  il  rito  funebre  per il mio caro
    Rutland e ogni goccia grida vendetta  per  la  sua  morte  contro  te,
    feroce Clifford, e te, falsa Francese.
    NORTHUMBERLAND:  Mi  colga  il  malanno,  se  le  sue  passioni non mi
    commuovono al punto che quasi non riesco a frenare le lacrime.
    YORK: Neanche i cannibali famelici avrebbero toccato  o  macchiato  di
    sangue  il  suo  viso;  ma voi siete pi inumani,  pi inesorabili oh,
    dieci volte di pi delle tigri d'Ircania.  Vedi,  spietata regina,  le
    lacrime  di  un  padre  infelice.  Hai  imbevuto questo pannicello del
    sangue del mio caro figlio e io ne lavo  il  sangue  con  le  lacrime.
    Conserva  la  pezzuola  e  vantatene,  e se racconterai questa crudele
    storia  veracemente,   per  l'anima  mia  gli  ascoltatori  verseranno
    lacrime;  s,  persino  i  miei  nemici  verseranno  lacrime copiose e
    diranno: Ahim! fu un fatto veramente pietoso. Ecco qua,  prendetevi
    questa  corona e con la corona la mia maledizione: nell'ora del dolore
    possa tu avere quel conforto che ora ricevo dalle  tue  mani  crudeli!
    Spietato Clifford, levami da questa vita; la mia anima al cielo il mio
    sangue sulle vostre teste.
    NORTHUMBERLAND:  Se  avesse  fatto  strage  di tutto il mio parentado,
    dovrei pur piangere con lui,  vedendo come l'intimo dolore gli tortura
    l'anima.
    MARGHERITA: Come!  in lacrime,  lord Northumberland?  Se solo pensi ai
    torti  che  ha  fatto  a  noi  tutti,   le  tue  cocenti  lacrime   si
    asciugheranno ben presto.
    CLIFFORD:  Questo  per  il mio giuramento e questo per la morte di mio
    padre.
    (Lo colpisce).
    MARGHERITA: E questo per far giustizia al nostro buon re.
    (Lo colpisce).
    YORK:  Aprimi  la  porta  della  tua  misericordia,   pietoso   Iddio!
    Attraverso a queste ferite la mia anima vola in cerca di Te.
    (Muore).
    MARGHERITA:  Mozzategli la testa e ponetela sulla porta della citt di
    York: cos York guarder York dall'alto.
    (Squillo di trombe. Escono).







    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA  -  Una  pianura  vicino  alla  Croce  di  Mortimer  nello
    Herefordshire.

    (Marcia. Entrano EDOARDO e RICCARDO con Truppe).
    EDOARDO:  Non  so  come  nostro  padre  sia fuggito o se sia veramente
    scampato all'inseguimento di Clifford e di  Northumberland.  Se  fosse
    stato preso, l'avremmo saputo, se fosse stato ucciso l'avremmo saputo;
    ma per anche se fosse scampato, avremmo pur dovuto ricevere la felice
    notizia della sua salvezza. Che ha mio fratello? perch  cos triste?
    RICCARDO:  Non  posso  essere lieto finch non sappia in modo sicuro a
    che sia giunto il nostro valoroso padre.  L'ho visto correre qua e  l
    durante  il  combattimento  e  ho osservato come fra tutti prendeva di
    mira Clifford in modo particolare.  Nel fitto della  mischia  sembrava
    comportarsi  come  un  leone  in  una  mandria  di buoi o come un orso
    circondato dai cani, quando, morsi alcuni e fattili guaire,  gli altri
    si  tirano  in disparte e abbaiano.  Cos faceva nostro padre coi suoi
    nemici;  cos i suoi nemici fuggivano davanti al mio  marziale  padre:
    davvero   un gran privilegio essere suoi figli.  Vedete come l'aurora
    apre  le  porte  d'oro  e  s'accomiata  dal  sole   splendente;   come
    rassomiglia  al fiore della giovinezza,  adorno come un garzone che va
    baldanzoso dalla sua bella.
    EDOARDO: Ho gli occhi abbagliati o vedo veramente tre soli?
    RICCARDO: Tre splendidi soli e  ciascuno  perfetto;  non  separati  da
    nuvole tormentate dal vento,  ma distinti in un cielo chiaro e sereno.
    Guardate,  guardate!  Essi si  uniscono,  si  abbracciano  e  sembrano
    baciarsi  come  se  giurassero  un'alleanza  indissolubile;  ora  sono
    soltanto una luce,  una lampada,  un  sole.  In  questo  il  cielo  ci
    prefigura qualche evento.
    EDOARDO:  E' cosa meravigliosa ed inaudita.  Credo,  fratello,  che ci
    spinga al campo dove dobbiamo operare  in  modo  che  noi,  figli  del
    valoroso Plantageneto,  splendendo ciascuno pei propri meriti,  uniamo
    tuttavia le nostre luci e illuminiamo la terra come questo sole fa col
    mondo. Qualunque cosa esso presagisca,  porter da qui innanzi sul mio
    scudo tre soli luminosi.
    RICCARDO: No,  portate piuttosto tre sole, sole figlie, voglio dire:
    sia detto con vostra buona  licenza,  voi  preferite  la  fattrice  al
    maschio.
    (Entra un Messo).
    Ma chi sei tu, il cui triste aspetto annuncia qualche terribile storia
    che ti pesa sulle labbra?
    MESSO:  Ah,  uno  che  fu  addolorato spettatore,  quando fu ucciso il
    nobile duca di York, augusto padre vostro e mio amato signore!
    EDOARDO: Non dire altro poich ho gi udito troppo.
    RICCARDO: Di' come mor, perch io invece voglio sentire tutto.
    MESSO: Egli era circondato da  molti  nemici  e  resisteva  loro  come
    Ettore,  speranza  di  Troia,  resisteva ai Greci che avrebbero voluto
    entrare nella citt;  ma Ercole stesso deve cedere a forze superiori e
    molti  colpi,  sebbene  di  piccola  scure,  intaccano  e abbattono la
    quercia pi dura.  Vostro padre fu vinto da molti  nemici,  ma  ucciso
    soltanto dal braccio irato del crudele Clifford e della regina. Questa
    per  dispregio  prima incoron il grazioso duca,  gli rise in faccia e
    quando piangeva pel dolore gli diede,  perch si asciugasse le guance,
    una  pezzuola  intinta  nel  sangue  innocente del piccolo Rutland gi
    ucciso dal crudele Clifford.  Dopo molti scherni  e  turpi  beffe  gli
    tagliarono la testa e la posero sulla porta della citt di York e col
     ancora, il pi triste spettacolo che abbia mai visto.
    EDOARDO:  Amato duca di York,  nostro sostegno,  ora che sei morto non
    abbiamo pi nulla che ci regga.  O Clifford,  selvaggio Clifford,  hai
    ucciso colui che per la sua cavalleria era il fiore d'Europa;  e l'hai
    vinto a tradimento poich corpo a corpo egli avrebbe vinto te.  Ora la
    dimora  della mia anima  diventata una prigione: oh!  fuggisse di qua
    per modo che  il  mio  corpo  potesse  essere  chiuso  nella  fossa  a
    riposare! Da qui innanzi non gioir pi, mai, mai pi!
    RICCARDO:  Non  posso  piangere poich tutti gli umori del corpo quasi
    non bastano a spegnere la fornace ardente del mio cuore;  n la lingua
    pu alleggerire il cuore del suo grave peso; il fiato stesso col quale
    dovrei  parlare  alimenta i carboni che mi ardono in petto e mi brucia
    con fiamme che le  lacrime  spegnerebbero.  Piangere    diminuire  la
    profondit  del dolore: piangano dunque i fanciulli;  per me,  colpi e
    vendetta!  Riccardo,  io porto il tuo nome;  vendicher la tua morte o
    morir famoso per averlo tentato.
    EDOARDO:  Quel prode duca ha lasciato il nome a te;  ma il ducato e il
    suo seggio discendono a me.
    RICCARDO: No,  se tu sei figlio di  quell'aquila  sovrana,  da'  prova
    della  tua discendenza fissando gli occhi nel sole: invece di seggio e
    ducato,  di' trono e regno;  o questi sono tuoi o tu non  nascesti  da
    lui.

    (Marcia. Entrano WARWICK, il MARCHESE DI MONTAGUE e il loro Esercito).

    WARWICK: Miei signori, come va, che notizie?
    RICCARDO:  Monsignore  di Warwick,  se dovessimo raccontarvi le nostre
    tristi notizie e ad ogni parola fccarci il pugnale nelle  carni  sino
    alla  fine  della  storia,  le  parole  ci  darebbero pi dolore delle
    ferite. Il duca di York  ucciso!
    EDOARDO: Warwick!  Warwick!  quel Plantageneto che ti teneva caro come
    la salvezza dell'anima sua,  stato ucciso dal feroce Clifford.
    WARWICK: Ho gi annegato questa notizia nelle lacrime dieci giorni fa,
    e  ora  per  accrescere  il  vostro  dolore,  vengo a dirvi che cosa 
    accaduto dopo quel momento.  Dopo la sanguinosa battaglia di Wakefield
    in cui il vostro valoroso padre ha esalato l'ultimo respiro,  da messi
    rapidissimi mi furono portate notizie della vostra sconfitta  e  della
    sua  morte.  Io allora in Londra,  come Protettore del re,  raccolsi i
    miei soldati con gran numero di amici,  e  bene  equipaggiato  marciai
    verso  Sant'Albano per fermare la regina,  conducendo con me il re nel
    mio interesse,  poich ero stato avvertito dagli  informatori  che  la
    sovrana  veniva  con  l'idea di revocare la legge da poco approvata in
    Parlamento circa il giuramento di re Enrico e la vostra successione. A
    dirla in breve ci incontrammo a  Sant'Albano;  le  nostre  schiere  si
    urtarono  e  da ambo le parti si combatt accanitamente: ma,  o per la
    freddezza del re che considerando con benevolenza la  sposa  guerriera
    toglieva  ai  miei soldati tutto il loro ardore,  o per la notizia del
    successo riportato da lei, o per la straordinaria paura della crudelt
    di Clifford che tuona sangue e morte ai prigionieri,  non saprei dire,
    fatto  sta  che  mentre  le armi dei nemici erano mobili come fulmini,
    quelle dei nostri soldati,  come civette dal volo indolente o come  il
    correggiato  d'un pigro battitore di grano,  cadevano dolcemente sugli
    avversari  come  se  colpissero  degli  amici.  Cercai  di  rincorarli
    mostrando  la  giustizia della nostra causa e promettendo buona paga e
    grandi compensi;  ma tutto invano: non avevano coraggio per combattere
    e noi in loro nessuna speranza di vincere la battaglia. Cos fuggimmo:
    il re dalla regina; Giorgio vostro fratello, Norfolk e io stesso siamo
    venuti  in tutta fretta a unirci con voi,  poich sapevamo che eravate
    in questa marca a raccogliere altre forze per un nuovo combattimento.
    EDOARDO: Warwick,  dov' il duca di  Norfolk?  e  quando    ritornato
    Giorgio dalla Borgogna in Inghilterra?
    WARWICK:  Il  duca    a circa sei miglia di qui coi suoi soldati,  e,
    quanto a vostro fratello,   stato recentemente mandato  dalla  vostra
    buona  zia  la duchessa di Borgogna con rinforzi di soldati per questa
    guerra inevitabile.
    RICCARDO: Caso raro che il prode  Warwick  sia  fuggito:  spesso  l'ho
    sentito  lodare per i suoi inseguimenti,  ma sino ad ora non avevo mai
    sentito parlare dell'infamia di una sua ritirata.
    WARWICK: Non  la mia infamia,  Riccardo,  che ora tu odi: poich devi
    sapere  che  questa forte mano pu strappare la corona dalla testa del
    debole Enrico e togliergli dal pugno il  venerato  scettro,  anche  se
    fosse  tanto  famoso e ardito in guerra quanto  stimato per dolcezza,
    spirito di pace e piet religiosa.
    RICCARDO: Lo so benissimo, lord Warwick; non biasimarmi:  l'amore per
    la tua gloria che mi ha fatto parlare.  Ma in questo difficile momento
    che  cosa  si  deve  fare?  Dobbiamo  gettar  via le cotte d'acciaio e
    avviluppare i corpi in neri abiti da lutto contando  le  avemarie  sul
    rosario?  o  lasciare  con le armi della vendetta i segni della nostra
    devozione sugli elmetti dei nemici? Se siete per quest'ultimo partito,
    dite di s e tosto all'opera, miei signori.
    WARWICK: Ebbene,  appunto per questo Warwick  venuto a  cercarti  col
    fratello   Montague:   ascoltatemi,   signori  miei.   L'orgogliosa  e
    insultante regina con Clifford e l'altero Northumberland e molti altri
    superbi uccelli della stessa penna hanno lavorato il  re,  molle  come
    cera pronta a liquefarsi. Egli aveva giurato di consentire alla vostra
    successione  e  il giuramento  registrato in forma solenne negli atti
    del Parlamento;  e ora tutta quella banda se ne  andata a Londra  per
    frustrare  questo  giuramento  e  quant'altro pu nuocere alla casa di
    Lancaster.  Credo che la loro forza giunga a trentamila uomini: ora se
    con  l'aiuto  di  Norfolk e mio,  e con tutti gli amici che tu,  prode
    conte di  March,  ti  puoi  procurare  tra  gli  affezionati  Gallesi,
    riusciremo  a  mettere  insieme anche soltanto venticinquemila uomini,
    allora,  via!  marceremo ancora su Londra,  ancora monteremo i  nostri
    destrieri  coperti di schiuma e grideremo ancora Caricate i nemici!,
    ma non fuggiremo pi neanche una volta.
    RICCARDO: S,  ora sento proprio parlare il grande Warwick: non giunga
    mai  a  vedere un giorno di sole colui che grider Ritiratevi quando
    Warwick invece ordina di resistere.
    EDOARDO: Warwick, mi appoggio sulla tua spalla;  se mi verrai meno - e
    Dio  non voglia che ci avvenga - Edoardo dovr cedere: il cielo tenga
    lontano questo pericolo.
    WARWICK: Non pi conte di March,  ma duca di York;  e sopra di ci non
    vi    che  il trono regale d'Inghilterra;  poich re d'Inghilterra tu
    sarai proclamato in ogni borgo attraverso il quale passeremo e chi per
    la gioia non getter in alto il berretto,  per tale colpa  perder  la
    testa. Re Edoardo, prode Riccardo, Montague, non indugiamo sognando la
    fama, ma facciamo sonare le trombe e accingiamoci a eseguire il nostro
    compito.
    RICCARDO: Allora,  Clifford,  se il tuo cuore fosse anche duro e guisa
    d'acciaio come con gli atti hai dimostrato di averlo di sasso, vengo a
    trapassarlo o a darti il mio.
    EDOARDO: Allora rullate, tamburi! Iddio e San Giorgio ci proteggano!
    (Entra un Messo).
    WARWICK: Che c'? che notizie ci porti?
    MESSO: Il duca di Norfolk v'informa per mezzo mio  che  la  regina  si
    avvicina  con  un potente esercito ed egli desidera di consultarsi con
    voi.
    WARWICK: Benissimo! prodi guerrieri, marciamo.
    (Escono).

    SCENA SECONDA - Davanti a York.

    (Squillo di trombe.  Entrano  RE  ENRICO,  la  REGINA  MARGHERITA,  il
    PRINCIPE DI GALLES, CLIFFORD e NORTHUMBERLAND con tamburi e trombe).
    MARGHERITA: Benvenuto, mio signore, a questa bella citt di York. L 
    la  testa del grande nemico che cerc di cingersi della vostra corona:
    questa vista non vi rallegra il cuore, mio signore?
    ENRICO: S,  come la vista degli scogli rallegra coloro che temono  di
    far  naufragio: questo spettacolo mi disgusta nel profondo dell'anima.
    Rattieni la tua vendetta,  mio Dio!  non  colpa mia,  n di proposito
    sono venuto meno al giuramento.
    CLIFFORD: Mio grazioso sovrano,  questa mitezza troppo grande,  questa
    dannosa piet debbono essere messe da parte.  Che  animali  guarda  il
    leone  con occhi amichevoli?  non la bestia che vorrebbe usurpargli il
    covile. A chi lecca la mano l'orsa della foresta?  non a coloro che le
    rubano i piccoli sotto gli occhi.  Chi sfugge alla puntura mortale del
    serpente nascosto?  non colui che gli mette il  piede  sulla  schiena.
    Anche  il  pi  piccolo verme,  calpestato,  si rivolta,  e le colombe
    difendono col becco la  nidiata.  L'ambizioso  York  mirava  alla  tua
    corona e s'accigliava mentre tu sorridevi: non essendo che duca voleva
    fare  del figlio un re e,  da buon padre,  migliorare la fortuna della
    sua prole: tu,  essendo re e avendo avuto dal  cielo  un  bel  figlio,
    acconsentisti a diseredarlo, dimostrandoti padre indifferente. I bruti
    nutrono  i loro piccoli,  e,  sebbene il viso dell'uomo li impaurisca,
    chi non li ha visti,  quando si tratta di proteggere le loro creature,
    usare persino quelle ali che altre volte avevano adoperato per fuggire
    spaventati?  chi  non  li  ha  veduti  far  battaglia  con  chi si era
    arrampicato sino al  nido,  offrendo  la  vita  a  difesa  dei  figli?
    Vergogna,  mio signore!  prendeteli a esempio. Non sarebbe peccato che
    questo bel ragazzo perdesse i diritti che gli  vengono  dalla  nascita
    per  colpa  del  padre  e  in  un lontano avvenire avesse a dire a suo
    figlio: Quello che il mio bisavolo e il mio avolo conquistarono,  mio
    padre trascurato regal stoltamente? Ah! che vergogna sarebbe questa!
    Guarda  questo  ragazzo:  il  suo  volto  virile che promette fortuna,
    tempri il tuo cuore liquefatto e ti induca a conservare ci che   tuo
    e a trasmetterlo a lui.
    ENRICO: Clifford ha fatto assai bene la parte di oratore,  presentando
    argomenti di gran forza. Ma dimmi, Clifford,  non hai mai sentito dire
    che ci che  male acquistato non pu finir bene? e fu mai cosa felice
    per  un  figlio  che  il  padre,   per  accumulargli  denaro,  andasse
    all'inferno?  Lascer in eredit a mio figlio atti virtuosi,  e  fosse
    piaciuto  al cielo che mio padre non mi avesse lasciato altro;  poich
    tutto il resto lo si gode a tal prezzo  che  vi    infinitamente  pi
    ansia  nel difendere il possesso che piacere nel goderlo.  Ah,  cugino
    York, se i tuoi migliori amici sapessero quanto profondamente mi duole
    che la tua testa sia cost!
    MARGHERITA: Rinfrancatevi,  mio signore: i nemici sono vicini e questa
    tepidezza  indebolisce  anche i vostri seguaci.  Avete promesso di far
    cavaliere il vostro  prode  figlio:  sguainate  la  spada  e  armatelo
    subito. Edoardo, inginocchiati.
    ENRICO:  Edoardo  Plantageneto,  alzati  cavaliere  e  ricorda  sempre
    questo: sguaina la spada solo a difesa del diritto.
    PRINCIPE: Mio nobile padre,  col vostro  permesso  la  sguainer  come
    erede della corona, e in tale causa l'user fino alla morte.
    CLIFFORD: Ebbene; queste sono parole di principe coraggioso.
    (Entra un Messo).
    MESSO:  Reali  comandanti,  state  pronti,  poich  con un esercito di
    trentamila uomini viene Warwick a sostegno del duca di York; nel corso
    della marcia lo proclama re nelle citt per cui passa, e molti corrono
    sotto le  sue  bandiere.  Riordinate  le  vostre  truppe  perch  sono
    vicinissimi.
    CLIFFORD:  Vorrei  che  Vostra Maest lasciasse il campo: la regina ha
    maggior fortuna quando siete assente.
    MARGHERITA: S, mio buon signore, lasciateci alla nostra fortuna.
    ENRICO: Ma come! questa  anche la mia fortuna; quindi rimarr.
    NORTHUMBERLAND: Purch sia con la ferma volont di combattere.
    PRINCIPE: Mio reale padre,  fate  animo  a  questi  nobili  signori  e
    rincorate quelli che combattono in vostra difesa.  Sguainate la spada,
    buon padre, e gridate San Giorgio!.

    (Marcia.  Entrano  EDOARDO,  GIORGIO,  RICCARDO,   WARWICK,   NORFOLK,
    MONTAGUE e Soldati).

    EDOARDO: Ora, Enrico spergiuro, vuoi tu inginocchiarti, chieder grazia
    e  porre  la  corona  sul mio capo,  o preferirei tentare la terribile
    fortuna della battaglia?
    MARGHERITA:  Rimprovera  i  tuoi  favoriti,   ragazzo   orgoglioso   e
    insolente!  mal  ti si addice usare questo sfacciato linguaggio al tuo
    sovrano e legittimo re.
    EDOARDO: Io sono il suo re e tocca a  lui  piegare  il  ginocchio.  Ha
    consentito a proclamarmi erede; ma dopo ha rotto il giuramento poich,
    a quel che apprendo,  voi, regina, che siete effettivamente re sebbene
    egli porti la corona,  lo avete indotto a cancellare con un nuovo atto
    del Parlamento il mio nome e sostituirvi quello di suo figlio.
    CLIFFORD:  E  con  ragione:  chi dovrebbe succedere al padre se non il
    figlio?
    RICCARDO: Siete qui, macellaio? Oh! non mi riesce di parlare.
    CLIFFORD: S,  gobbo;  sono qui per rispondere a te o al  pi  superbo
    della tua razza.
    RICCARDO: Siete stato voi a uccidere il giovane Rutland, non  vero?
    CLIFFORD: S, e il vecchio York, ma non sono ancora soddisfatto.
    RICCARDO: Per amor di Dio, signori, date il segnale di attaccare.
    WARWICK: Che dici tu, Enrico, sei disposto a rinunciare alla corona?
    MARGHERITA: Come! linguacciuto Warwick, osate parlare? quando ci siamo
    incontrati  l'ultima  volta  a  Sant'Albano  le gambe vi hanno servito
    meglio delle mani.
    WARWICK: Allora tocc a me di fuggire, e ora tocca a te.
    CLIFFORD: Avevate detto altrettanto allora, eppure siete fuggito.
    WARWICK: Non  stato il vostro valore, Clifford, che mi ha allontanato
    di l.
    NORTHUMBERLAND: No, n fu la vostra valentia che vi fece rimanere.
    RICCARDO: Northumberland,  ho  molto  rispetto  per  te.  Cessiamo  di
    parlamentare   perch   col   cuore   gonfio  a  stento  mi  trattengo
    dall'uccidere quel Clifford, crudele massacratore di bambini.
    CLIFFORD: Ho ucciso tuo padre: chiami forse quello un bambino?
    RICCARDO: S,  da codardo vigliacco  e  traditore  come  uccidesti  il
    nostro tenero fratello Rutland; ma prima del tramonto del sole ti far
    maledire quest'atto.
    ENRICO: Silenzio, signori, e lasciatemi parlare.
    MARGHERITA: Sfidali, allora, o altrimenti tieni chiuse le labbra.
    ENRICO: Ti prego,  non imporre limiti alle mie parole: sono re e posso
    parlare a mio talento.
    CLIFFORD: Sire, la ferita che ci ha condotti a questo incontro non pu
    sanarsi a parole; perci state zitto.
    RICCARDO: Allora, boia,  sguaina la spada.  Per Colui che ci ha creati
    tutti, sono sicuro che Clifford non ha coraggio che sulla lingua.
    EDOARDO: Di',  Enrico,  riconoscerai o no il mio diritto?  migliaia di
    uomini hanno rotto il digiuno stamani che non saranno vivi all'ora del
    pranzo, salvo che tu non ceda la corona.
    WARWICK: Se rifiuti,  il loro sangue ricada sul tuo capo;  poich York
    si arma per la causa della giustizia.
    PRINCIPE: Se quello che dice Warwick  giusto,  tutto pu esser giusto
    e il torto non esiste pi.
    RICCARDO: Chiunque sia tuo padre,  codesta  certo tua  madre,  perch
    hai la stessa lingua.
    MARGHERITA: Tu invece non sei n come tuo padre n come tua madre; sei
    un turpe mostro segnato da Dio con un marchio perch tutti ti fuggano,
    come i rospi avvelenati o il terribile morso dei ramarri.
    RICCARDO:  Ferro di Napoli nascosto da doratura inglese,  tuo padre ha
    tanto diritto al titolo di re quanto un rigagnolo al nome di  mare;  e
    non ti vergogni,  conoscendo la tua bassa estrazione,  di lasciare che
    la tua lingua riveli anche la bassezza originaria del tuo cuore?
    EDOARDO: Darei mille corone per un pugnello di paglia che ricordasse a
    questa svergognata ciana quello che .  Elena di Grecia era assai  pi
    bella di te, sebbene tuo marito sia forse un altro Menelao, eppure mai
    il fratello di Agamennone fu tanto offeso da quella falsa donna quanto
    questo  sovrano  fu  danneggiato da te.  Suo padre aveva trionfato nel
    cuore della Francia, domato il re e costretto il Delfino a piegarsi; e
    se tuo marito si fosse  scelto  una  sposa  secondo  la  sua  dignit,
    avrebbe  potuto  conservare  sino  ad  oggi  quella gloria;  ma quando
    assunse al suo letto una mendicante e, con le sue nozze,  onor il tuo
    povero  padre,  da  quel  momento  tanto  splendor  di sole cominci a
    preparargli la tempesta che ha spazzato via di  Francia  le  fortunate
    conquiste di Enrico Quinto e in patria ha accumulato rivolta contro la
    sua  corona:  poich da che cosa  stata prodotta questa confusione se
    non dal tuo orgoglio?  se tu  fossi  stata  umile,  il  nostro  titolo
    sarebbe rimasto in quiescenza e noi,  per riguardo al buon re, avremmo
    messo a tacere le nostre pretese fino a un'altra generazione.
    GIORGIO: Ma quando vedemmo che il nostro sole faceva primavera per  te
    e che la tua estate non ci dava frutti, calammo la scure su te, radice
    dell'usurpazione; e sebbene il taglio abbia talora colpito noi stessi,
    sappi  che,  giacch  abbiamo  incominciato a colpire,  non smetteremo
    sinch non ti avremo abbattuta o non avremo innaffata la tua crescita
    col nostro sangue ardente.
    EDOARDO: E con questo proposito ti  sfido  rifiutando  ogni  ulteriore
    conferenza,  giacch  neghi  al  buon re di parlare.  Sonate,  trombe!
    Sventolino le nostre bandiere che si  coloreranno  nel  sangue!  o  la
    vittoria o una tomba.
    MARGHERITA: Fermati, Edoardo.
    EDOARDO:  No,  donna  rissosa,  non ci fermeremo ancora: queste parole
    spegneranno oggi migliaia di vite.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un campo di battaglia fra Towton e Saxton nel Yorkshire.

    (Allarmi. Scorrerie. Entra WARWICK).
    WARWICK: Esaurito dalla fatica come un corridore in gara, mi adagio un
    po' a prender fiato,  poich i molti colpi dati e ricevuti hanno tolto
    nerbo  ai  miei  forti  muscoli  e a dispetto di tutto debbo riposarmi
    alquanto.

    (Entra EDOARDO correndo).

    EDOARDO: Sorridimi, cielo amico,  o colpiscimi,  nemica morte!  poich
    questo mondo  corrucciato e il sole di Edoardo si ottenebra.
    WARWICK:  Che  mai,  mio  signore?  che  sorte  la nostra?  che buone
    speranze abbiamo?

    (Entra GIORGIO).

    GIORGIO: La nostra sorte  la sconfitta, la nostra speranza una triste
    disperazione: le nostre file sono  rotte  e  la  rovina  ci  segue  da
    presso. Che ci consigliate di fare? dove dobbiamo fuggire?
    EDOARDO:  La  fuga    inutile  perch ci seguono con le ali ai piedi,
    mentre noi siamo deboli e non possiamo sfuggire all'inseguimento.

    (Entra RICCARDO).

    RICCARDO: Ah!  Warwick,  perch ti sei ritirato!  la terra assetata ha
    bevuto  il  sangue di tuo fratello versato dalla punta d'acciaio della
    lancia di Clifford: negli spasimi della morte gridava,  e sembrava  un
    tetro lamento che venisse di lontano,  Warwick,  vendicami! Fratello,
    vendica la mia morte!.  Cos quel  nobile  gentiluomo  mor  sotto  i
    ventri  dei  cavalli  nemici  che bagnavano i pasturali nel suo sangue
    fumante.
    WARWICK: E allora s'ubriachi la terra del nostro  sangue;  sono  tanto
    deciso a non fuggire che uccider il cavallo.  Perch ce ne stiamo qui
    come donnicciuole impaurite piangendo  le  nostre  perdite  mentre  il
    nemico  infuria,  e  stiamo  a  guardare  come  se si trattasse di una
    tragedia recitata per spasso da simulanti  attori?  Qui  in  ginocchio
    giuro  a  Dio  nell'alto  dei  cieli  che non avr posa n mi fermer,
    finch la morte non mi abbia chiuso gli occhi  o  la  fortuna  non  mi
    abbia concesso giusta misura di vendetta.
    EDOARDO: O Warwick, piego anch'io il ginocchio con te e in questo voto
    incateno  la  mia anima alla tua,  e prima che il mio ginocchio s'alzi
    dalla fredda faccia della terra protendo la mano, gli occhi,  il cuore
    a Te che estolli e abbassi i re,  supplicandoti, se me lo concedi, che
    questo corpo sia preda dei nemici ma che le bronzee porte del cielo si
    aprano per accogliere dolcemente  l'anima  peccatrice!  Ora,  signori,
    diciamoci addio finch c'incontriamo di nuovo,  sia in cielo sia sulla
    terra
    RICCARDO: Fratello,  dammi la mano e,  nobile Warwick,  lascia che  ti
    stringa  fra  le  stanche braccia: io che mai non ho pianto mi sciolgo
    per il dolore che l'inverno  abbia  a  troncare  cos  bruscamente  la
    nostra primavera.
    WARWICK: Via, via! ancora una volta, cari signori, addio.
    GIORGIO:  E  ora  ritorniamo tutti alle nostre truppe;  permettiamo di
    andarsene a coloro che non si sentono di  rimanere,  chiamiamo  nostre
    colonne quelli che non ci abbandoneranno e promettiamo,  se la fortuna
    sar nostra,  di dar loro ricompense quali i vincitori ottenevano  nei
    giuochi olimpici. Ci pu ispirare coraggio nei loro petti tremebondi,
    poich v' ancora speranza di vita e di vittoria.  Ma non indugiamo di
    pi; andiamocene tosto di qua.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Un'altra parte del campo.

    (Scorrerie. Entrano RICCARDO e CLIFFORD).
    RICCARDO: Ora,  Clifford,  ti ho scelto in mezzo a tutti.  Supponi che
    questo  braccio  sia  per  il  duca di York e quest'altro per Rutland,
    entrambi decisi alla vendetta anche se tu fossi circondato da un  muro
    di bronzo.
    CLIFFORD: Riccardo,  ora sono solo con te: questa  la mano che uccise
    tuo padre York e questa  la mano che colp tuo  fratello  Rutland,  e
    qui    il  cuore che esulta della loro morte e incoraggia le mani che
    uccisero tuo padre e tuo fratello a fare altrettanto con te;  e  cos,
    in guardia!
    (Combattono).

    (Entra WARWICK. CLIFFORD f ugge).
    RICCARDO: No, Warwick, cercati altra selvaggina, perch voglio dare la
    caccia a questo lupo sino ad ucciderlo.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Un'altra parte del campo.

    (Allarmi. Entra RE ENRICO solo).
    ENRICO:  Questa  battaglia  come la guerra del mattino quando le nubi
    morenti contendono con la luce che cresce,  e il  pastore  soffiandosi
    sulle  dita  non sa se sia giorno o notte.  Ora la vittoria inclina da
    questa parte,  come un mare possente forzato dalla marea a  combattere
    col vento;  ora inclina dall'altra parte,  come quello stesso mare che
    la furia del vento forzi a ritirarsi;  talora  la  vince  il  vento  e
    talora la marea; ora l'uno  pi forte ora l'altra fortissima: lottano
    entrambi per la vittoria corpo a corpo, e nessuno  vincitore o vinto:
    cos ugualmente bilanciata  questa terribile battaglia. Mi seder qui
    su  questa  tana  di  talpa;  conceda Dio la vittoria a chi vuole!  La
    regina Margherita e Clifford mi hanno  allontanato  dal  combattimento
    coi loro rimbrotti, entrambi giurando che la fortuna li seconda quando
    io sono lontano.  Oh,  volesse Dio farmi morire!  poich,  che vi  in
    questo mondo se non dolori e guai? O Dio!  che vita felice se fossi un
    semplice  campagnuolo!  starei  seduto  come  ora  su un monticello di
    terra,  facendo curiose meridiane punto per  punto,  per  vedere  come
    corrono  i  minuti,  quanti  minuti  compongono  l'ora,  e  quante ore
    costituiscono il giorno,  quanti giorni compiono l'anno e quanti  anni
    pu  vivere  un uomo mortale;  e saputo questo,  distribuire il tempo:
    tante ore per la cura del gregge,  tante per il riposo,  tante per  la
    meditazione,  tante per lo svago;  per tanti giorni le mie pecore sono
    state gravide,  tante settimane passeranno prima che  quelle  semplici
    creature  figlino,  e  tanti  anni  prima  che  tosi gli agnelli: cos
    minuti, ore, giorni,  mesi e anni,  spesi nei propositi per cui furono
    creati,  porterebbero  alla quiete della tomba l'uomo incanutito.  Ah!
    che vita sarebbe questa, quanto dolce, quanto amabile!  Il biancospino
    non  d ai pastori che guardano le pecore che nulla sanno un'ombra pi
    dolce di quella che il baldacchino riccamente ricamato d  ai  re  che
    temono  il tradimento dei loro sudditi?  oh,  s a mille doppi!  e per
    concludere,  le rustiche  giuncate  del  pastore,  la  fredda  bevanda
    leggera  dalla borraccia di cuoio,  l'usato sonno alla fresca ombra di
    un albero,  tutte queste cose che  egli  gode  piacevolmente  e  senza
    pensieri  superano assai il lusso del principe,  le vivande servite in
    piatti d'oro scintillanti,  il letto finemente lavorato in  cui  giace
    quando a lui ministrano l'ansia, la diffidenza e il tradimento

    (Allarme. Un Figlio che ha ucciso il padre entra col cadavere).

    FIGLIO:  E' un tristo vento quello che non giova ad alcuno.  Pu darsi
    che quest'uomo che ho ucciso in combattimento corpo a  corpo  possegga
    un gruzzolo di corone;  e io che forse gliele prender fra poco, dovr
    prima di sera cederle probabilmente con la mia vita a un  altro,  come
    quest'ultimo le cede ora a me.  Ma chi  costui? O Dio,  la faccia di
    mio padre che ho ucciso senza saperlo!  O tempi tristi,  se  succedono
    cose simili!  Fui arruolato a forza in Londra dal partito del re e mio
    padre che era servo del conte di Warwick   stato  arruolato  dal  suo
    padrone  per il partito di York,  e io che da lui ho ricevuto la vita,
    l'ho con le mie stesse mani privato  della  sua.  Perdonami  Dio:  non
    sapevo  quello  che  mi facessi!  Perdonami,  padre,  perch non ti ho
    riconosciuto! Le mie lacrime laveranno queste tracce sanguinose, e non
    pi parole, finch non siano scorse a loro voglia.
    ENRICO: O pietoso spettacolo!  o  tempi  sanguinosi!  Mentre  i  leoni
    guerreggiano  e  combattono  pei  loro  covili,  gli innocenti agnelli
    soffrono per le loro inimicizie.  Piangi disgraziato uomo,  mi unir a
    te  nel  pianto  stilla  per stilla e i nostri occhi e cuori,  come in
    guerra civile,  siano accecati dalle lacrime e si  spezzino  sotto  il
    peso del dolore.

    (Un Padre che ha ucciso il figlio entra col cadavere tra le braccia).

    PADRE:  Tu che mi hai resistito cos ostinatamente,  dammi il tuo oro,
    se ne hai, perch l'ho acquistato a prezzo di cento colpi. Ma vediamo:
     questa la faccia del nostro nemico? Ah, no, no,  no,   il mio unico
    figlio! Ah, ragazzo, se ti resta un filo di vita alza gli occhi e vedi
    che pioggia di lacrime, nata dalla tempesta turbinosa della mia anima,
    cade sulle tue ferite che mi mettono la morte negli occhi e nel cuore.
    O  Dio,  abbi  piet  di questo tempo miserabile!  Che atti crudeli di
    carneficina  snaturati,  violenti  e  inutili  genera  quotidianamente
    questa  lotta mortale!  O figlio,  tuo padre ti ha dato la vita troppo
    tardi e te l'ha tolta troppo presto!
    ENRICO: Dolore che s'aggiunge  al  dolore!  cordoglio  fuori  di  ogni
    comune  misura!  oh,  se  la  mia  morte potesse arrestare questi atti
    spietati! Oh, misericordia,  benigno cielo misericordia!  sul suo viso
    sono la rosa rossa e la rosa bianca, i fatali colori delle nostre case
    in  lotta:  l'una  rassomiglia al suo sangue purpureo e l'altra  come
    raffigurasse le sue pallide guance: l'una rosa appassisca  e  fiorisca
    l'altra! Se continuerete a contendere, migliaia di vite periranno.
    FIGLIO: Come mia madre s'infurier contro di me per la morte di questo
    padre, n mai si cheter!
    PADRE:  Come  pianger  mia moglie per l'uccisione del figlio,  n mai
    sar sazia!
    ENRICO: Come per questi terribili casi il paese giudicher male il re,
    n mai si calmer!
    FIGLIO: Vi fu mai figlio che cos piangesse la morte di un padre?
    PADRE: Vi fu mai padre che si lamentasse tanto sul figlio?
    ENRICO: Ci fu mai re cos addolorato per le pene dei sudditi? Grande 
    il vostro dolore ma il mio  dieci volte pi grande.
    FIGLIO: Ti porter via di qua,  in un luogo dove io possa  sfogare  il
    mio pianto.
    (Esce col cadavere).
    PADRE:  Queste mie braccia ti faranno da sudario;  il mio cuore,  caro
    figlio,  sar il tuo sepolcro e dal mio cuore la tua immagine  non  si
    allontaner  mai:  i miei sospiri saranno i tuoi rintocchi funebri,  e
    tuo padre far tanto lutto per te, unico figlio, quanto ne fece Priamo
    per tutta la sua prode figliolanza.  Ti porter via di  qua;  combatta
    chi  vuole,  perch  ho  assassinato  colui  che  non avrei mai dovuto
    uccidere.
    (Esce col cadavere).
    ENRICO: Tristi uomini cos trasportati dal dolore, qui sta un re ancor
    pi addolorato di voi.

    (Allarmi.  Scorrerie.  Entrano la REGINA  MARGHERITA,  il  PRINCIPE  e
    EXETER).

    PRINCIPE: Fuggite,  padre,  fuggite!  poich tutti i vostri amici sono
    scappati, e Warwick impazza come un toro furioso. Via! perch la morte
    ci insegue da vicino.
    MARGHERITA: Montate a cavallo, mio signore, andate verso Berwick, e di
    carriera.  Edoardo e Riccardo come un paio di levrieri che scorgono la
    timida  lepre  in  fuga,   sono  alle  nostre  spalle  con  gli  occhi
    scintillanti di collera e con le spade insanguinate nelle mani  irose,
    e perci, via di qua subito.
    EXETER:  Via!  poich  la  vendetta  li accompagna.  Via,  non state a
    discutere, affrettatevi a partire o almeno seguitemi: io vi precedo.
    ENRICO: Via,  prendimi con te,  buon Exeter: non che io abbia paura di
    rimanere, ma desidero di andare dove la regina vuole. Avanti, via!
    (Escono).


    SCENA SESTA - Un'altra parte del campo.

    (Forte allarme. Entra CLIFFORD ferito).
    CLIFFORD: Qui si spegne la mia lampada;  s, qui muore, mentre, finch
    dur, diede luce a re Enrico.  Oh!  Lancaster,  temo per la tua rovina
    pi  che  per  la  separazione dell'anima mia dal corpo.  L'amore e la
    paura che suscitavo ti tennero attaccati molti amici, e ora che muoio,
    tutta questa  forte  compagnia  si  scioglie  a  danno  tuo  e  a  pro
    dell'arrogante  York:  il popolaccio brulica come le mosche estive,  e
    dove sciamano i moscerini se non verso il sole?  e chi splende ora  se
    non i nemici di Enrico ?  O Febo, se non avessi mai concesso a Fetonte
    di reggere i tuoi focosi destrieri,  il tuo  carro  fiammeggiante  non
    avrebbe mai scottato la terra;  e tu,  Enrico, se avessi governato con
    autorit come fanno i re e come fecero tuo padre e tuo  nonno,  e  non
    avessi  ceduto  terreno  alla  casa di York,  costoro non si sarebbero
    levati come le mosche d'estate;  io e migliaia di  altri  non  avremmo
    lasciato vedove in lutto per la nostra morte in questo infelice regno,
    e anche oggi occuperesti il trono in pace.  Poich, che cosa favorisce
    tanto le erbacce quanto l'aria dolce?  e che cosa rende tanto audaci i
    ladroni  quanto  la  troppa  indulgenza?  Ma  i  lagni non giovano,  e
    insanabili sono le mie ferite,  non v'  dove  fuggire  n  forza  per
    continuare  la  fuga:  il  nemico  spietato e non user merc,  e del
    resto io non l'ho meritata da  loro.  L'aria    penetrata  nelle  mie
    ferite  mortali e il troppo sangue sparso mi toglie le forze.  Venite,
    York,  Riccardo,  Warwick e gli altri: ho ferito il petto  dei  vostri
    padri; aprite il mio.
    (Sviene).
    (Allarme e ritirata.  Entrano EDOARDO,  GIORGIO,  RICCARDO,  MONTAGUE,
    WARWICK e Soldati).

    EDOARDO: Ora respiriamo, signori: la buona fortuna ci dice di posare e
    di spianare in aspetto di pace il cipiglio  della  guerra.  Una  parte
    delle  truppe  insegue la sanguinaria regina che guidava a suo piacere
    l'arrendevole Enrico sebbene fosse re,  come la vela gonfiata  da  una
    violenta  raffica  spinge  una nave a tagliar le onde.  Ma credete voi
    signori, che Clifford sia fuggito con essi?
    WARWICK: No,   impossibile che scampasse poich,  sebbene lo dica  in
    sua  presenza,  vostro  fratello Riccardo l'ha segnato per la tomba e,
    dovunque sia,  certamente morto.
    (Clifford geme e muore).
    EDOARDO: Che anima  quella che ha preso  un  cos  doloroso  commiato
    dalla vita?
    RICCARDO:  Un  gemito  mortale  come  quando  la  vita  e  la morte si
    sciolgono l'una dall'altra.
    EDOARDO: Guardate chi ,  e ora che la battaglia    finita,  amico  o
    nemico, trattiamolo umanamente.
    RICCARDO: Revoca la tua misericordiosa sentenza poich  Clifford, che
    non  contento  di tagliare in Rutland il ramo quando stava mettendo le
    foglie,  volse il coltello omicida alla radice dalla quale  il  tenero
    ramoscello  era soavemente germogliato,  voglio dire il nostro augusto
    padre, il duca di York.
    WARWICK: Levate dalla porta di York la testa,  quella di vostro padre,
    che  Clifford  vi  aveva  collocata,  e  mettete  questa in suo luogo:
    occorre rendere misura per misura.
    EDOARDO: Portate innanzi quel fatale uccellaccio di malaugurio  che  a
    noi e ai nostri non cant mai altro che morte;  ora la morte arrester
    il suo tetro suono minaccioso,  e tacer la  lingua  sempre  pronta  a
    predir sciagure.
    WARWICK: Credo che abbia perduti i sensi.  Parla,  Clifford; riconosci
    chi ti parla?  Le nebbie tenebrose della morte gli offuscano  i  raggi
    della vita ed egli non ci vede n ode ci che gli diciamo.
    RICCARDO: Piacesse al cielo che invece potesse farlo. Ma forse lo pu.
    E'  forse  sua  astuzia fingersi morto,  perch vorrebbe sfuggire agli
    scherni che us con nostro padre al momento della morte.
    GIORGIO: Se credi che sia cos, tormentalo con parole pungenti.
    RICCARDO: Clifford, chiedi merc e non otterrai grazia.
    EDOARDO: Clifford, pentiti con vana penitenza.
    WARWICK: Clifford, inventa scuse per le tue colpe.
    GIORGIO: Mentre noi inventiamo orribili torture per le tue colpe.
    RICCARDO: Amasti York, e io sono figlio di York.
    EDOARDO: Avesti piet di Rutland: io avr piet di te.
    GIORGIO: Dov' Margherita, la tua comandante. per difenderti ora?
    WARWICK: Ti beffano, Clifford: bestemmia come eri solito.
    RICCARDO: Come! neanche una bestemmia?  La va male quando Clifford non
    ha  in serbo neanche un'imprecazione per i suoi amici.  Capisco da ci
    che  proprio morto;  e per l'anima mia,  se sacrificando questa  mano
    destra  potessi  ricomprargli  due  ore  di vita per beffarlo con ogni
    sorta di dispregi,  me la taglierei d'un colpo e  col  sangue  che  ne
    sgorgasse soffocherei quella canaglia, la cui sete inestinguibile York
    e il giovane Rutland non bastarono a soddisfare
    WARWICK: S, ma  morto: mozzate la testa al traditore e ponetela dove
    sta quella di vostro padre.  E ora a Londra con marcia trionfale, dove
    sarete coronato re d'Inghilterra. Di l Warwick partir per la Francia
    a chiedere Madama Bona  come  vostra  sposa.  Cos  unirai  saldamente
    queste due terre e avendo la Francia come amica,  non temerai i nemici
    dispersi,  che sperano  di  rivoltarsi  ancora;  poich,  sebbene  non
    abbiano  la  forza  di  offendere  pungendoti,  aspettati  di sentirli
    ronzare intorno a molestia degli orecchi.  Prima  di  tutto  assister
    all'incoronazione,  e poi andr in Bretagna a concludere queste nozze,
    se piace a Vostra Maest.
    EDOARDO: Sia come vuoi,  caro Warwick,  poich erigo il mio trono  sul
    tuo  dorso,  n  mai  intraprender  cosa  per  cui mi manchino il tuo
    consiglio e consenso. Riccardo, creer te duca di Gloucester e Giorgio
    di Clarence;  Warwick avr autorit di fare e disfare a piacer suo  al
    pari di noi stessi.
    RICCARDO:  Date  a me il titolo di duca di Clarence e a Giorgio quello
    di duca di Gloucester, perch il ducato di Gloucester  di malaugurio.
    WARWICK: Via via!  questa  un'osservazione sciocca: Riccardo sia duca
    di Gloucester; e ora a Londra, per prendere possesso di questi onori.
    (Escono).















    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Una foresta nel settentrione dell'Inghilterra.

    (Entrano due Guardacaccia con balestre)
    PRIMO GUARDACACCIA: Ci nasconderemo sotto questa folta macchia, poich
    i  cervi  passeranno presto attraverso a questo praticello,  e cos al
    coperto ci metteremo alle poste e sceglieremo il pi bello di loro.
    SECONDO GUARDACACCIA: E io star sopra la collina; cos potremo tirare
    entrambi.
    PRIMO  GUARDACACCIA:  Non  va  bene:  il  rumore  della  tua  balestra
    spaventerebbe  il branco e cos il mio colpo andrebbe perduto.  Stiamo
    qui tutti e due e prendiamo di mira  il  migliore;  per  ingannare  il
    tempo ti dir che cosa mi accadde un giorno proprio in questo medesimo
    punto dove intendiamo appostarci.
    SECONDO GUARDACACCIA: Ecco un uomo: aspettiamo finch sar passato.

    (Entra RE ENRICO, travestito, con un libro di preghiere).
    ENRICO:  Mi  sono  allontanato  furtivamente  dalla Scozia solo per il
    desiderio di salutare questa mia terra con occhi desiosi. No,  Enrico;
    questa terra non  pi tua,  il tuo posto  occupato,  lo scettro ti 
    stato strappato di mano,  e cancellato il balsamo col quale ero  stato
    consacrato: nessun ginocchio piegato ti proclamer Cesare ora,  nessun
    umile supplice ti chieder giustizia insistentemente;  no,  neanche un
    uomo  verr  a chiederti di riparare i suoi torti;  poich come potrei
    aiutare costoro, quando non son capace di aiutare me stesso?
    PRIMO GUARDACACCIA: S,  ecco un cervo la cui pelle vale la paga di un
    guardacaccia: questo  il re deposto; impadroniamoci di lui.
    ENRICO:  Amara  avversit,  lascia  che ti abbracci: poich gli uomini
    saggi dicono che questo  il partito pi assennato.
    SECONDO GUARDACACCIA: Perch aspettiamo? mettiamogli le mani addosso.
    PRIMO GUARDACACCIA: Fermati un momento, sentiamo ancora un po'.
    ENRICO: La regina e mio figlio sono andati in Francia a cercare  aiuto
    e, come mi si dice, il grande Warwick, che comanda a suo talento, si 
    pure  recato col per chiedere la sorella del re di Francia come sposa
    per Edoardo.  Povera regina e povero figlio!  se queste  notizie  sono
    vere, la vostra  fatica sprecata, perch Warwick  un sottile oratore
    e  Luigi    un  principe  che  si lascia presto conquistare da parole
    commoventi.  Ma,  se  per questo,  anche Margherita pu trarlo  dalla
    sua,  poich  donna degna di gran compassione: i suoi sospiri faranno
    breccia nel petto del re;  le sue lacrime riusciranno a  penetrare  un
    cuore  di  sasso;  la  tigre  stessa  si  far mansueta mentre ella si
    lamenta.  Nerone medesimo sarebbe preso da piet udendo i suoi lagni e
    vedendole le lacrime amare.  S,  ma d'altra parte,  essa  andata per
    chiedere mentre Warwick  andato per  offrire:  ella,  ponendosi  alla
    sinistra di Luigi,  gli chiede aiuto per Enrico,  Warwick dalla destra
    gli chiede una moglie  per  Edoardo.  Margherita  dice  piangendo  che
    Enrico   deposto,  egli invece,  sorridendo,  che Edoardo  investito
    dall'autorit regia:  sicch  la  povera  disgraziata  non  potr  pi
    parlare  per  il  dolore mentre Warwick illustrer il buon diritto del
    suo signore, attenuer il suo torto, addurr argomenti di gran forza e
    in conclusione aliener il re da lei,  ottenendone la promessa di  sua
    sorella  e  chiss  quali  altre  cose per rafforzare e consolidare la
    nuova dignit di Edoardo; o Margherita, cos sar e tu,  povera anima,
    come sei andata da lui desolata cos resterai abbandonata!
    SECONDO GUARDACACCIA: Di': chi sei tu che parli di re e di regine?
    ENRICO:  Pi  di quello che sembro e meno di quello per cui sono nato:
    sono almeno un uomo, e meno di questo non posso essere; se agli uomini
     lecito parlar di monarchi perch non deve essere  permesso  anche  a
    me?
    SECONDO GUARDACACCIA: S, ma tu parli come se fossi re.
    ENRICO: Ebbene, lo sono nel mio pensiero e questo basta.
    SECONDO GUARDACACCIA: Ma se sei re, dov' la tua corona?
    ENRICO:  La  corona  l'ho  nel cuore,  non sul capo;  non  coperta di
    diamanti e pietre preziose indiane,  n  visibile: la mia  corona  si
    chiama rassegnazione, una corona che i re di rado posseggono.
    SECONDO   GUARDACACCIA:   Bene,   se   siete   un   re  incoronato  di
    rassegnazione,  la vostra corona di  rassegnazione  e  voi  stesso  vi
    dovete rassegnare a venir con noi; poich, come crediamo, voi siete il
    re che Edoardo ha deposto e noi,  suoi sudditi che gli abbiamo giurato
    fedelt, vi arrestiamo come suo nemico.
    ENRICO: Ma non vi  mai  capitato  di  giurare  e  di  venir  meno  al
    giuramento?
    SECONDO GUARDACACCIA: No,  almeno con un giuramento di tal genere,  n
    lo faremo ora.
    ENRICO: Dove abitavate quando ero re d'Inghilterra?
    SECONDO GUARDACACCIA: Qui in questo paese dove siamo ora.
    ENRICO: Fui consacrato re all'et di nove mesi;  mio padre e mio nonno
    erano  re e voi mi avete giurato fedelt di sudditi: non  dunque vero
    che siete venuti meno al giuramento?
    PRIMO GUARDACACCIA: No,  perch eravamo vostri sudditi soltanto mentre
    eravate nostro sovrano.
    ENRICO: Sono dunque morto? non respiro come ogni altro essere vivente?
    Ah,  sciocchi che siete!  non sapete quello che giurate.  Vedete: come
    soffio questa piuma lontano dal mio volto e l'aria la respinge  ancora
    verso  di  me,  ed  essa  obbedisce al mio fiato quando soffio io e al
    fiato di un altro quando soffia quello, governata sempre dall'aria che
    spira pi forte, tale  la leggerezza di voi uomini del popolo. Ma non
    rompete i vostri giuramenti: con la  mia  umile  supplica  non  voglio
    farvi  commettere tale peccato.  Andate dove volete e il re ricever i
    vostri comandi: siate pure voi i re: comandate e io ubbidir.
    PRIMO GUARDACACCIA: Siamo sudditi fedeli di re Edoardo.
    ENRICO: E lo sareste ancora di Enrico se fosse sul trono su cui  siede
    Edoardo.
    PRIMO  GUARDACACCIA: In nome di Dio e del re vi ordiniamo di venir con
    noi dalle guardie.
    ENRICO: In nome di Dio conducetemi;  sia obbedito al nome  del  vostro
    re; quello che Dio vuole, lo compia il vostro re; e a quello che il re
    vuole umilmente mi arrendo.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Londra. Il Palazzo.

    (Entrano RE EDOARDO, GLOUCESTER, CLARENCE e LADY GREY).

    EDOARDO: Fratello Gloucester,  il marito di questa dama,  Sir Riccardo
    Grey,   stato ucciso nella battaglia di Sant'Albano e  le  sue  terre
    confiscate dal vincitore: quello che chiede  di ritornare in possesso
    dei   suoi   beni   e,   se  vogliamo  essere  giusti,   non  possiamo
    rifiutarglielo,   perch  il  degno  gentiluomo  ha  perduto  la  vita
    combattendo per la casa di York.
    GLOUCESTER: Vostra Maest far bene ad accogliere la supplica: sarebbe
    disonore ricusare.
    EDOARDO: Lo sarebbe davvero; ma voglio attendere alquanto.
    GLOUCESTER (a parte a Clarence): Gi!  vedo che la dama deve concedere
    qualche cosa prima che il re acconsenta ad  accogliere  la  sua  umile
    richiesta.
    CLARENCE  (a  parte  a Gloucester): Conosce la selvaggina e non gliene
    sfugge il sentore.
    GLOUCESTER (a parte a Clarence): Zitto!
    EDOARDO: Vedova,  prenderemo in considerazione la supplica:  ritornate
    in altro momento a sentire quello che ne pensiamo.
    LADY GREY: Amato sire, non posso attendere: piaccia a Vostra Maest di
    decidere subito, e quello che piacer a voi, piacer a me.
    GLOUCESTER  (a parte a Clarence): S,  vedova?  allora vi assicuro che
    riavrete le vostre terre,  se quello che piacer a lui piacer anche a
    voi. Tenete pi duro o vi prenderete un bel colpo.
    CLARENCE  (a  parte  a  Gloucester): Non temo per lei,  se per non le
    capita di cadere
    GLOUCESTER (a parte a Clarence): Dio non voglia,  o altrimenti egli ne
    approfitter.
    EDOARDO: Quanti figli hai, vedova? dimmelo.
    CLARENCE  (a  parte  a  Gloucester):  Credo  che  voglia  chiederle di
    regalargli un bambino.
    GLOUCESTER (a parte a Clarence): No, che io possa essere frustato,  se
    non sar lui a darne due a lei.
    LADY GREY: Tre, amato sire.
    GLOUCESTER  (a parte a Clarence): Ne avrete quattro,  se farete a modo
    suo.
    EDOARDO: Sarebbe un peccato se perdessero le terre del loro padre.
    LADY GREY: Siate dunque misericordioso, venerato sire, e accogliete la
    mia supplica.
    EDOARDO: Signori,  datemi licenza;  voglio mettere alla prova il senno
    di questa vedova.
    GLOUCESTER  (a parte a Clarence): S,  la licenza  accordata,  perch
    voi userete della vostra licenza,  finch la giovinezza non si licenzi
    e vi dia licenza di usare le grucce.
    (Gloucester e Clarence si ritirano in disparte).
    EDOARDO: Ora ditemi, signora, amate i vostri
    LADY GREY: S, caramente, come amo me stessa.
    EDOARDO: E non sareste disposta a fare molto pur di far loro del bene?
    LADY  GREY:  Per  far loro del bene sarei disposta a tollerare qualche
    male.
    EDOARDO: Allora procurate di ottenere le terre di  vostro  marito  per
    far loro del bene.
    LADY GREY: Appunto per questo mi sono presentata a Vostra Maest.
    EDOARDO: Vi dir io come queste terre si possono riavere.
    LADY GREY: Cos mi legherete di gratitudine a voi, sire.
    EDOARDO: Che servizio sei disposta a rendermi se te le rid?
    LADY GREY: Quello che comandate, purch stia in me di farlo.
    EDOARDO: Ma tu farai obiezione al favore che intendo domandare.
    LADY  GREY: No,  mio buon sovrano,  tranne che non sia cosa che io non
    possa fare.
    EDOARDO: Ma tu puoi fare quello che voglio chiederti.
    LADY GREY: Ebbene, allora far quello che Vostra Maest domanda.
    GLOUCESTER (a parte a Clarence): Egli l'incalza forte, e molta pioggia
    logora il marmo.
    CLARENCE (a parte a Gloucester): E' rosso come fuoco: allora  la  cera
    di lei deve liquefarsi.
    LADY  GREY:  Perch  si  ferma  il  mio signore?  Non debbo sentire il
    compito che mi assegnate?
    EDOARDO: Compito facile: si tratta solo di amare un re.
    LADY GREY: E' presto fatto perch sono suddita.
    EDOARDO: Ebbene, allora ti concedo senz'altro le terre di tuo marito.
    LADY GREY: E io prendo licenza con l'anima piena di gratitudine.
    GLOUCESTER (a parte a Clarence): Il contratto   fatto:  la  donna  lo
    suggella con una riverenza.
    EDOARDO: Ma fermati:  dei frutti dell'amore che intendo parlare.
    LADY GREY: E io pure, mio amato sovrano.
    EDOARDO: S,  ma temo che tu prenda la cosa in altro senso.  Che amore
    pensi che io cerchi tanto di ottenere?
    LADY GREY: Il mio amore sino alla morte,  i miei umili ringraziamenti,
    le  mie  preghiere:  quell'amore  che  la  virt  domanda  e  la virt
    volentieri concede.
    EDOARDO: No, in verit, non intendevo questo amore.
    LADY GREY: Ebbene, allora il vostro pensiero non  quello che credevo.
    EDOARDO: Ma ora in parte almeno puoi capire la mia idea.
    LADY GREY: La mia idea sar di non  concedere  affatto  quello  a  cui
    capisco che Vostra Maest mira, se ho indovinato giusto.
    EDOARDO: A parlarti chiaro, miro a giacere con te.
    LADY GREY: E a parlarvi chiaro, preferirei giacere in prigione.
    EDOARDO: E allora non avrai le terre di tuo marito.
    LADY  GREY:  Ebbene,  la  mia  onest sar la mia dote,  perch non le
    comprerei a prezzo di questa.
    EDOARDO: Ma in ci fai gran torto ai tuoi figli.
    LADY GREY: E in quello Vostra Maest fa gran torto a loro e a me.  Ma,
    possente  signore,  il  vostro  umore  allegro  male si accorda con la
    seriet della mia richiesta; perci vi piaccia di lasciarmi andare con
    un s o con un no.
    EDOARDO: S, se accondiscendi alla mia domanda, se no, no.
    LADY GREY: Allora,  no,  mio signore.  Della mia supplica non c'  pi
    nulla da fare.
    GLOUCESTER  (a  parte a Clarence): Non piace alla vedova;  aggrotta la
    fronte.
    CLARENCE (a parte a Gloucester): Il re  il  pi  goffo  corteggiatore
    della Cristianit.
    EDOARDO  (a  parte): Il suo aspetto la mostra piena di pudore,  le sue
    parole rivelano un senno incomparabile;  tutte le sue perfezioni  sono
    degne  della regalit: in un modo o nell'altro  fatta per appartenere
    a un re;  sar la mia amante o altrimenti  la  mia  regina.  E  se  re
    Edoardo ti prendesse per sua regina?
    LADY GREY: E' meglio a dirsi che a farsi,  mio amato sovrano: sono una
    suddita con cui si pu scherzare, ma del tutto indegna di un trono.
    EDOARDO: Leggiadra vedova!  per la mia maest  ti  giuro  che  le  mie
    parole corrispondono esattamente a quello che ho nell'animo;  e questo
     di godere il tuo amore.
    LADY GREY: E questo    pi  di  quello  a  cui  io  sia  disposta  ad
    arrendermi.  So che sono troppo bassa per essere la vostra regina,  ma
    troppo alta per essere la vostra concubina.
    EDOARDO: State cavillando,  donna,  volevo proprio dire che intendo di
    farvi mia sposa.
    LADY  GREY:  Vostra  Maest  s'affligger che i miei figli vi chiamino
    padre.
    EDOARDO: Non pi che quando le mie figlie ti chiameranno madre. Tu sei
    vedova e hai dei figli; e,  per la Vergine,  io,  che non sono che uno
    scapolo,  ne ho degli altri: come!  assai bello essere padre di molti
    figli. Non dire altro, perch sarai la mia regina.
    GLOUCESTER (a parte a Clarence): Il padre spirituale ha ora condotto a
    termine la confessione.
    CLARENCE (a parte  a  Gloucester):  Quando  ha  preso  il  camice  del
    confessore,  stato per amor della camicia.
    EDOARDO: Fratelli, voi state pensando che cosa abbiamo detto.
    GLOUCESTER: Alla vedova non deve piacere, perch sembra molto seria.
    EDOARDO: Vi parrebbe strano forse che le dessi marito?
    CLARENCE: Chi, mio signore?
    EDOARDO: Me stesso, Clarence.
    GLOUCESTER: La meraviglia durerebbe dieci giorni almeno.
    CLARENCE:  E  sarebbe  un  giorno  di  pi di quello che non durino di
    solito le meraviglie.
    GLOUCESTER: E per questo la meraviglia sarebbe grandissima.
    EDOARDO: Scherzate pure,  fratelli: posso dirvi intanto che ho accolto
    le sue suppliche per le terre del marito.
    (Entra un Nobile).

    NOBILE:  Mio sire,  Enrico,  il vostro avversario,   stato preso e lo
    hanno condotto prigioniero alla porta del palazzo.
    EDOARDO: Sia portato alla Torre; fratelli, andiamo dall'uomo che lo ha
    arrestato e chiedamogli come la cosa   avvenuta.  Donna,  venite  con
    noi. Voi, signori, la tratterete onorevolmente.
    (Escono tutti eccetto Gloucester).
    GLOUCESTER:  S,  Edoardo vuol trattare le donne onorevolmente.  Fosse
    egli consunto,  midollo,  ossa e tutto,  e  che  dai  suoi  lombi  non
    nascesse  alcuno  a  defraudarmi  degli  aurei  giorni  a cui tendo lo
    sguardo!  Eppure fra il desiderio della mia anima e  me,  quando  pure
    l'autorit  del  lussurioso  Edoardo  fosse  morta e sepolta,  vi sono
    Clarence, Enrico,  il suo giovane figlio Edoardo e la loro discendenza
    diretta  che  sar  Dio  sa quanta,  e tutti pronti a prendere il loro
    luogo nella successione prima che mi assicuri il mio: un pensiero  che
    mi  ghiaccia  nei  miei  propositi.  Ebbene,  mi  limito  a sognare la
    sovranit,  come uno che stando su un promontorio  vede  una  spiaggia
    lontana  su  cui  vorrebbe  mettere  il  piede e desidera che il piede
    cammini come l'occhio,  e impreca al mare che lo separa da quel luogo,
    proponendosi   di  prosciugarlo  col  cucchiaio  per  attuare  il  suo
    desiderio.  Allo stesso modo voglio la corona che  lontana da  me,  e
    cos  impreco  alle circostanze avverse e mi propongo di abbattere gli
    ostacoli lusingandomi di poter fare l'impossibile.  L'occhio   troppo
    pronto  e  il  cuore  presume eccessivamente,  se la mia mano e la mia
    forza non li uguagliano. Ebbene, supponiamo che non vi sia possibilit
    di regno per Riccardo: quale altro  piacere  pu  fornirmi  il  mondo?
    trover  forse  il mio paradiso in grembo a una donna,  coprir il mio
    corpo di gai ornamenti e affasciner il bel sesso con le parole e  con
    gli  sguardi?  o miserabile pensiero e pi difficile a mettere in atto
    che ottenere venti corone d'oro!  Gi!  L'amore mi  abbandon  fin  da
    quando  ero  in  seno a mia madre e perch non m'impacciassi delle sue
    tenere leggi corruppe con qualche dono la fragile natura e la  indusse
    ad  atrofizzarmi  il  braccio come un ramo secco,  a crearmi un'odiosa
    prominenza sul dorso dove la deformit siede a scherno del mio corpo a
    dar forma disuguale alle mie gambe, a sproporzionarmi in ogni parte, a
    far di me un ammasso caotico,  un orsacchiotto mal leccato che non  ha
    alcuna  delle  sembianze  materne.  Come  potrei essere fra quelli che
    piacciono alle  donne?  Mostruoso  errore  nutrire  un  tal  pensiero!
    Dunque,  giacch  questa  terra  non  mi offre alcuna gioia se non nel
    comandare, nel tenere a freno e nell'usar prepotenze a coloro che sono
    fatti meglio di me,  sar mio paradiso sognare il trono e per tutta la
    mia  vita  considerare  il mondo come un inferno,  finch il mio capo,
    portato dal tronco deforme,  non  sia  circondato  da  una  splendente
    corona.  E  tuttavia  non  so  come  ottenerla,  poich  molte vite si
    frappongono tra me e il mio scopo: come colui che,  smarritosi  in  un
    bosco spinoso, ora spezza le spine ora ne  lacerato, cerca una via di
    uscita  e  se  ne  svia,  non  sa  come  giungere  all'aperto  e lotta
    disperatamente per riuscirvi, cos mi tormento per afferrar lo scettro
    d'Inghilterra e o mi liberer da questa sofferenza o mi aprir la  via
    con  una  scure  insanguinata.  Sicuro!  so  sorridere e,  sorridendo,
    uccidere e gridare ben fatto per quello che mi affligge il cuore,  e
    bagnare  le  guance  di  lacrime  false e atteggiare il viso a seconda
    delle  occasioni.  Annegher  pi  marinai  che  la  sirena,  come  il
    basilisco  uccider  chi  mi  guarda;  sapr  parlare  come  Nestore o
    ingannare pi astutamente di Ulisse,  e  come  Sinone  potr  prendere
    un'altra  Troia.  So  aggiungere  colori al camaleonte e cambiar forma
    come Proteo,  se ci mi giova,  e dar  lezioni  a  quell'assassino  di
    Machiavelli.  Se  sono capace di far questo,  non sapr anche ottenere
    una corona? Via! la coglier, anche se fosse assai pi lontana di quel
    che non sia.
    (Esce).




    SCENA TERZA - Francia. Il Palazzo Reale.

    (Squillo di trombe. Entrano LUIGI RE DI FRANCIA, BONA sua sorella,  il
    BORBONE,  suo ammiraglio;  il PRINCIPE EDOARDO, la REGINA MARGHERITA e
    il CONTE DI OXFORD. LUIGI si siede e si alza ancora).
    LUIGI: Bella regina d'Inghilterra, nobile Margherita,  siedi accanto a
    noi;  non  si conf alla tua dignit e alla tua nascita che tu stia in
    piedi mentre Luigi  seduto.
    MARGHERITA: No, possente re di Francia,  ora Margherita deve ammainare
    le  vele  e imparare a servire per un certo tempo dove i re comandano.
    Ero,  debbo confessarlo,  regina della  grande  Albione  in  un  aureo
    passato;  ma  ora  la sventura ha conculcato il mio titolo e mi ha con
    disonore trascinata a terra, dove devo assidermi in modo conforme alle
    mie fortune e rassegnarmi a tale umiliazione.
    LUIGI:  Mia  bella  regina,   dimmi,   donde  nasce  questa   profonda
    disperazione?
    MARGHERITA:  Da  una  causa  che  mi riempie gli occhi di lacrime e mi
    ferma la lingua, mentre il cuore  soffocato dagli affanni.
    LUIGI: Di qualunque cosa si tratti,  sii tu stessa ancora e  siedi  al
    nostro fianco.  (La fa sedere presso di lui).  Non porgere il collo al
    giogo della fortuna e lascia trionfare il tuo animo impavido  su  ogni
    disavventura.  Dimmi il tuo pensiero,  regina Margherita, e racconta i
    tuoi dolori: li allevieremo se il re di Francia pu farlo.
    MARGHERITA:  Queste  benevole  parole  ravvivano  in  me  i   pensieri
    languenti  e  inducono  i  muti  dolori  a scioglier la lingua.  Sappi
    dunque, nobile Luigi, che Enrico, solo signore dei miei affetti, da re
    che era  divenuto un proscritto  e  forzato  a  vivere  nella  Scozia
    abbandonato da tutti,  mentre l'arrogante e ambizioso Edoardo, duca di
    York,  usurpa il titolo regio e il  trono  del  monarca  d'Inghilterra
    legittimamente  consacrato.  Questa    la ragione per cui io,  povera
    Margherita, con questo mio figlio, principe Edoardo,  erede di Enrico,
    sono venuta a implorare il tuo giusto e legittimo aiuto. Se ci manchi,
    ogni  nostra speranza  finita;  la Scozia vorrebbe soccorrerci ma non
    pu; il nostro popolo e i nobili sono traviati,  il tesoro confiscato,
    i  soldati  messi  in  fuga e,  come vedi,  siamo noi stessi nella pi
    dolorosa delle situazioni.
    LUIGI: Illustre regina,  calma con la pazienza la tempesta  dell'animo
    mentre noi escogitiamo il modo di dissiparla del tutto.
    MARGHERITA:  Quanto  pi indugiamo,  tanto pi forte diventa il nostro
    nemico.
    LUIGI: Pi indugio e pi ti aiuter.
    MARGHERITA: Ma l'impazienza  l'ancella del vero dolore: ed  ecco  qui
    colui che crea il mio.

    (Entra WARWICK).

    LUIGI:  Chi  colui che si avvicina con piglio cos ardito alla nostra
    persona?
    MARGHERITA: Il nostro  conte  di  Warwick,  il  pi  grande  amico  di
    Edoardo.
    LUIGI: Benvenuto, valoroso Warwick! che cosa ti conduce in Francia?
    (Egli discende dal trono, ella si alza).
    MARGHERITA: S, ora comincia una seconda tempesta, poich  costui che
    muove a piacer suo vento e marea.
    WARWICK:  Vengo anzitutto a salutare la tua regale persona con spirito
    di  amicizia  e  sincero  amore  da  parte  del  nobile   Edoardo   re
    d'Inghilterra, mio signore e sovrano e tuo amico dichiarato; poi vengo
    a  stabilire  con  te  solenni  rapporti  di  buon vicinato e infine a
    confermare tali rapporti con vincolo nuziale,  se acconsenti a dare in
    matrimonio  al  re d'Inghilterra la virtuosa madama Bona tua leggiadra
    sorella.
    MARGHERITA (a parte): Se ci si compie, Enrico perde ogni speranza.
    WARWICK (a Bona): E, graziosa madama, a nome del nostro re, col vostro
    permesso e approvazione,  ho l'ordine di baciarvi la mano e  rivelarvi
    con parole la passione che  nel cuore del mio sovrano,  dove la fama,
    facendosi strada di recente attraverso il  suo  attento  orecchio,  ha
    collocato l'immagine della tua bellezza e virt.
    MARGHERITA:  Re  Luigi  e  madama  Bona,  sentitemi  parlare  prima di
    rispondere a Warwick. La sua domanda non viene da un amore bene inteso
    ed onesto di Edoardo,  ma da  un  inganno  generato  dalla  necessit;
    poich  come  possono i tiranni governar sicuramente in casa loro,  se
    non si procurano grandi alleanze  all'estero?  Per  dimostrare  che  
    tiranno  basta  il semplice fatto che Enrico vive ancora;  ma anche se
    fosse morto ecco qui il principe Edoardo, figlio di re Enrico.  Guarda
    perci, Luigi, di non attirare su di te pericolo e disonore con questa
    alleanza  e  con  questo  matrimonio;  poich,  sebbene gli usurpatori
    possano esercitare per un certo tratto il loro  dominio,  il  cielo  
    giusto e il tempo punisce i torti da loro commessi.
    WARWICK: Che offese son queste, Margherita?
    PRINCIPE: E perch non regina?
    WARWICK:  Perch  tuo padre Enrico ha usurpato il trono,  e tu non sei
    principe pi di quanto ella sia regina.
    OXFORD: Allora  Warwick  sopprime  il  grande  Giovanni  di  Gand  che
    sottomise  la  maggior  parte  della Spagna;  e dopo Giovanni di Gand,
    Enrico Quarto, la cui saggezza fu di specchio ai pi savi; e dopo quel
    prudente principe,  Enrico Quinto,  che da prode  conquist  tutta  la
    Francia: da costoro il nostro Enrico discende in linea retta.
    WARWICK: Oxford, come accade che in questo discorso che sembra correre
    cos  liscio,  non  avete  detto  come mai Enrico Sesto perdette tutto
    quello che Enrico Quinto  aveva  conquistato?  Forse  questi  pari  di
    Francia  ne  sorriderebbero.  Ma,  per  quanto  riguarda il resto,  ci
    esponete un albero genealogico di sessantadue  anni,  ben  poco  tempo
    perch un regno cada in prescrizione.
    OXFORD:  Come,  Warwick!  puoi parlare contro il tuo sovrano a cui hai
    obbedito per trentasei anni,  senza rivelare il tuo tradimento con  un
    solo rossore?
    WARWICK:  E Oxford che ha sempre sostenuto le ragioni della giustizia,
    pu ora difendere la falsit  con  un  albero  genealogico?  Vergogna!
    lascia Enrico e da' a Edoardo il titolo di re.
    OXFORD: Chiamare mio re colui che, con ingiusta condanna, fece mettere
    a  morte  mio fratello maggiore,  lord Aubrey Vere e peggio ancora mio
    padre nel declino della maturit,  quando la natura gi  lo  conduceva
    alla soglia della morte?  No, Warwick, no, finch la mia vita sosterr
    questo braccio, questo braccio sosterr la casa di Lancaster.
    WARWICK: Ed il mio la casa di York.
    LUIGI: Regina Margherita,  principe  Edoardo  e  Oxford,  favorite,  a
    nostra   richiesta,   allontanarvi   alquanto   mentre   m'intrattengo
    ulteriormente con Warwick.
    (Si ritirano in disparte).
    MARGHERITA: Voglia il cielo che le parole di Warwick non lo incantino.
    LUIGI: Ora,  Warwick,  dimmi proprio in coscienza:  Edoardo il vostro
    vero  re?  poich  sono riluttante a legarmi con uno che non sia stato
    eletto secondo la legge.
    WARWICK: A ci impegno il mio credito e il mio onore.
    LUIGI: E il popolo lo vede di buon occhio?
    WARWICK: Tanto pi in quanto Enrico non  stato fortunato.
    LUIGI: E ancora,  rimossa ogni simulazione,  dimmi con tutta sincerit
    la misura del suo amore per nostra sorella Bona.
    WARWICK:  L'ama come si addice a un monarca come lui: io medesimo l'ho
    udito dire e giurare spesso  che  questo  suo  amore  era  una  pianta
    perenne  con  le radici nel terreno della virt,  le foglie e i frutti
    mantenuti in vita dal sole della bellezza, esente da rancore,  ma tale
    da dar luogo allo sdegno se Bona non ricambiasse la sua passione.
    LUIGI: Ora, sorella, di' qual  la tua ferma decisione.
    BONA:  Il  vostro consenso o il vostro rifiuto saranno anche miei.  (A
    Warwick) Eppure confesso che molte volte  prima  di  oggi,  quando  ho
    sentito parlare dei meriti del vostro re, il mio orecchio inclinava il
    mio discernimento alla simpatia.
    LUIGI:  E  allora,  Warwick,  cos  decido:  mia sorella sar sposa di
    Edoardo e subito si rediger il  contratto  della  controdote  che  il
    vostro  re  le  dar  in misura pari alla dote.  Avvicinatevi,  regina
    Margherita,  affinch voi pure testimoniate che  Bona  andr  sposa  a
    Edoardo.
    PRINCIPE: A Edoardo, ma non al re d'Inghilterra.
    MARGHERITA: Warwick ingannatore!  E' stato tuo accorgimento di rendere
    vana la mia supplica con questo  matrimonio:  prima  che  tu  venissi,
    Luigi era amico di Enrico.
    LUIGI:  E  ancora  lo  di lui e di Margherita: ma se il vostro titolo
    alla corona  debole come il successo di Edoardo dimostra  giusto che
    io sia sciolto dall'impegno di darvi aiuto che  avevo  contratto  poco
    fa;  tuttavia  godrete da parte mia tutta la benevolenza che la vostra
    condizione richiede e che la mia posizione pu darvi.
    WARWICK: Enrico ora vive nella Scozia a suo agio dove,  nulla  avendo,
    nulla pu perdere,  e quanto a voi stessa, gi nostra regina, avete un
    padre capace di mantenervi,  e meglio sarebbe importunare lui  anzich
    il re di Francia.
    MARGHERITA: Zitto,  impudente e svergognato Warwick, zitto, tu che fai
    e disfi i re;  non mi mover di qua sinch con  le  parole  e  con  le
    lacrime  piene  di  verit  non faccia capire al re Luigi le tue frodi
    astute e il falso amore del tuo signore,  poich  siete  tutti  e  due
    della stessa razza.

    (Un Corriere suona il corno all'interno).

    LUIGI: Warwick, questa  qualche lettera per noi o per te.
    (Entra un Corriere).
    CORRIERE: Mio signor ambasciatore,  queste lettere sono per voi e sono
    mandate da vostro fratello il marchese Montague: queste altre sono per
    Vostra Maest da parte del nostro re, e queste, madama,  sono per voi,
    da parte di chi, non so.
    (Leggono le lettere).
    OXFORD:  Mi piace assai di vedere che la nostra bella regina e signora
    sorride per le notizie, e Warwick si rannuvola per le sue.
    PRINCIPE: S: osservate come Luigi batte i piedi  in  terra,  come  se
    fosse irritato: spero che tutto vada per il meglio.
    LUIGI: Warwick, che notizie hai ricevuto? e voi, bella regina?
    MARGHERITA: Le mie, tali da riempirmi il cuore di gioia insperata.
    WARWICK: Le mie piene di dolore e scontento.
    LUIGI:  Come!  il tuo re ha sposato lady Grey;  e ora per secondare il
    tuo  inganno  e  il  suo  mi  manda  una  lettera  per  persuadermi  e
    pazientare?  E  questa  l'alleanza  che  cerca  colla  Francia?  E osa
    schernirci in questo modo?
    MARGHERITA: L'avevo gi detto a Vostra Maest: questo dimostra l'amore
    di Edoardo e l'onest di Warwick.
    WARWICK: Re Luigi,  dichiaro solennemente pel cielo che mi vede e  per
    la  speranza  che ho della beatitudine celeste,  che sono innocente di
    questa mala azione di Edoardo.  Egli non  pi il  mio  re  poich  mi
    disonora cos; e capirebbe di aver disonorato quanto mai se stesso, se
    avesse   consapevolezza   della  sua  infamia.   Come  mai  ho  potuto
    dimenticare che mio padre incontr morte  prematura  per  opera  della
    casa di York? Come sono passato sopra all'offesa fatta a mia nipote? 
    mai  possibile  che  io  l'abbia aiutato a cingere la corona reale e a
    privare Enrico dei diritti che gli spettavano per nascita? E tutto per
    ricevere alla fine infamia in compenso?  Infamia a lui!  poich quello
    che  merito  onore e,  per recuperare l'onore che ho perduto per lui,
    da questo momento lo abbandono e ritorno a Enrico.  Mia nobile regina,
    dimentichiamo i passati rancori e d'ora innanzi sar tuo servo fedele.
    Vendicher  il  torto  fatto  a  madama  Bona  e  ridar  ad Enrico la
    primitiva maest.
    MARGHERITA: Warwick,  queste parole hanno  cambiato  il  mio  odio  in
    affetto; perdono e dimentico del tutto le tue antiche colpe e godo che
    tu sia divenuto amico di re Enrico.
    WARWICK:  Lo sono divenuto tanto e cos sinceramente che,  se re Luigi
    acconsente  a  fornirci  alcune  poche  truppe  scelte,   m'impegno  a
    sbarcarle  sulla nostra costa e a rimuovere con le armi il tiranno dal
    trono.  Non  la sua novella sposa che  lo  soccorrer;  e,  quanto  a
    Clarence,  come  mi dicono queste lettere,   facile che si stacchi da
    lui,  poich Edoardo  stato spinto alle  nozze  dall'appetito  e  non
    dall'onore n dal desiderio di rafforzare e garantire il nostro paese.
    BONA: Caro fratello, quale modo migliore di vendicare Bona che aiutare
    quest'infelice regina?
    MARGHERITA: Famoso principe,  come vivr il povero Enrico se tu non lo
    salvi dall'orrenda disperazione!
    BONA: La mia causa e quella della regina d'Inghilterra sono una sola.
    WARWICK: E la mia, leggiadra madama Bona, s'unisce alla vostra.
    LUIGI: E la mia con la sua,  con la tua e con  quella  di  Margherita:
    sono finalmente e fermamente deciso a darvi aiuto.
    MARGHERITA: Ringrazio umilmente per tutti.
    LUIGI: Allora, messo del re d'Inghilterra, ritorna al pi presto e di'
    al falso Edoardo,  tuo supposto re,  che Luigi di Francia sta mandando
    un corteo mascherato a far festa con lui e con la novella  sposa.  Hai
    sentito  quello che si  detto qui ora,  va' e spaventa il tuo sovrano
    con quanto hai saputo.
    BONA: Digli che spero che diventi presto  vedovo  e  che  porter  una
    ghirlanda di salice per amor suo.
    MARGHERITA:  Digli  che  ho  messo  da parte gli abiti da lutto e sono
    pronta a indossare l'armatura,
    WARWICK: E da parte mia digli che mi ha fatto torto,  e che perci  lo
    priver  della  corona  prima  che molto tempo sia passato.  Eccoti la
    ricompensa: vattene.
    (Esce il Corriere).
    LUIGI: Warwick,  tu e Oxford passerete il mare con cinquemila uomini e
    darete  battaglia  al  falso  Edoardo e,  al momento propizio,  questa
    nobile regina e il principe seguiranno con nuovi  rinforzi.  Ma  prima
    che tu vada,  chiariscimi un dubbio: che pegno mi dai della tua sicura
    fede?
    WARWICK: Questo vi assicura della mia sicura fede: se la nostra regina
    e questo giovane principe acconsentono,  unir a lui coi santi vincoli
    del matrimonio la mia figlia primogenita che  tutta la mia gioia.
    MARGHERITA: S,  acconsento e vi ringrazio per questa offerta.  Figlio
    mio, la fanciulla  bella e virtuosa,  perci non esitare: da' la mano
    a  Warwick e con la mano l'irrevocabile promessa che solo la figlia di
    Warwick sar tua.
    PRINCIPE: S,  l'accetto,  perch ne  ben degna;  ed ecco qui la mano
    per impegnare la mia fede.
    (D la mano a Warwick).
    LUIGI:  Perch indugiamo?  siano subito arruolati questi soldati e tu,
    monsignor di Borbone,  nostro ammiraglio supremo,  li trasporterai con
    la  flotta  reale.  Mi  par mill'anni che Edoardo sia rovesciato dalla
    guerra per avere chiesto a scherno la mano di una dama francese.
    (Escono tutti tranne Warwick).
    WARWICK: Venni da parte di Edoardo come ambasciatore,  ma ritorno come
    suo  nemico  mortale  e  giurato:  mi  aveva  incaricato  di nozze,  e
    risponder con una terribile guerra.  Non aveva nessun altro  da  fare
    suo  zimbello?  e allora nessun altro che me volger il suo scherzo in
    dolore.  Sono stato io il principale  strumento  per  innalzarlo  alla
    corona  e  sar  il  principale  strumento per tirarlo gi: non perch
    commiseri la triste sorte di Enrico, ma perch voglio vendicarmi della
    beffa di Edoardo.
    (Esce).














    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Londra. Il Palazzo.

    (Entrano GLOUCESTER, CLARENCE, SOMERSET e MONTAGUE).
    GLOUCESTER: Ora dimmi,  fratello Clarence,  che cosa pensi  di  questo
    recente  matrimonio  con  lady Grey?  Non ha nostro fratello fatto una
    degna scelta?
    CLARENCE: Ahim, c' molto di qui alla Francia;  come poteva aspettare
    finch Warwick ritornasse?
    SOMERSET:  Miei signori,  finitela di parlar cos;  ecco qua il re che
    viene.
    GLOUCESTER: E la sua sposa, scelta cos opportunamente.
    CLARENCE: Voglio dirgli chiaramente il mio pensiero.

    (Squillo di trombe.  Entra RE EDOARDO con Persone  del  seguito;  LADY
    GREY in qualit di Regina; PEMBROKE, STAFFORD, HASTINGS e altri).

    EDOARDO:  Che dici della mia scelta,  fratello Clarence che te ne stai
    cos meditabondo come fossi quasi malcontento?
    CLARENCE: Quello che ne dicono Luigi di Francia o il conte di  Warwick
    che  sono  cos  deboli  per coraggio e giudizio da non offendersi per
    questo nostro affronto.
    EDOARDO: E anche se si offendessero senza ragione,  non sono altro che
    Luigi e Warwick; io sono Edoardo re vostro e di Warwick, e debbo poter
    fare a modo mio.
    GLOUCESTER:  E  farete  a  modo  vostro,  perch siete nostro sovrano:
    eppure i matrimoni affrettati raramente fanno buona riuscita.
    EDOARDO: Davvero, fratello Riccardo, siete offeso voi pure?
    GLOUCESTER: Io no;  Dio non voglia che io desideri di  veder  separati
    coloro  che Egli ha uniti;  s,  e sarebbe peccato disgiungere coniugi
    che sembrano proprio fatti l'uno per l'altro.
    EDOARDO: Lasciando da parte i vostri scherni e la  vostra  avversione,
    ditemi  perch  lady  Grey  non  avrebbe  dovuto divenire mia moglie e
    regina  d'Inghilterra.  E  anche  voi,  Somerset  e  Montague,  ditemi
    liberamente quello che pensate.
    CLARENCE: Questa allora  la mia opinione: che re Luigi diventa vostro
    nemico  perch  vi siete burlato di lui a proposito del matrimonio con
    madama Bona.
    GLOUCESTER: E  Warwick.,  seguendo  i  vostri  ordini,  si  trova  ora
    disonorato da quest'altro matrimonio.
    EDOARDO:  E  se tanto Luigi quanto Warwick potessero essere pacificati
    da un qualche accorgimento che sapessi escogitare?
    MONTAGUE:  Eppure  l'unirvi  alla  Francia  con  tali  nozze   avrebbe
    rafforzato  la  nostra  monarchia  contro  tempeste  esterne  pi  che
    qualsiasi altro matrimonio combinato in patria.
    HASTINGS: Come!  non sa Montague che  l'Inghilterra    sicura  in  se
    stessa, se  fedele a se medesima?
    MONTAGUE: Ma tanto pi sicura, quanto pi  sostenuta dalla Francia.
    HASTINGS:  E'  meglio  servirsi che fidarsi della Francia.  Lasciamoci
    sostenere da Dio e dai mari che ci ha dati per difesa inespugnabile  e
    difendiamoci  soltanto  col  loro aiuto: in essi e in noi medesimi sta
    tutta la nostra salvezza.
    CLARENCE: Per questo solo discorso lord  Hastings  merita  di  sposare
    l'erede di lord Hungerford.
    EDOARDO:  S,  ma  che  avete  da  dire?  E'  stato  per mia volont e
    concessione, e per una volta tanto la mia volont sia legge.
    GLOUCESTER: Eppure mi sembra che Vostra Maest non abbia fatto bene  a
    dare  la figlia ed erede di lord Scales al fratello della vostra amata
    sposa: sarebbe stata pi adatta per me o per Clarence; ma nella vostra
    sposa seppellite ogni senso fraterno.
    CLARENCE: Altrimenti non avreste unita l'erede di  lord  Bonville  col
    figlio   di  vostra  moglie,   lasciando  che  i  vostri  fratelli  si
    aggiustassero altrove.
    EDOARDO: Ahim,  povero Clarence!   perch non  hai  moglie  che  sei
    malcontento? Te la trover io.
    CLARENCE:  Nello  scegliervene una per voi avete offerto la misura del
    vostro discernimento;  e poich si   dimostrato  molto  superficiale,
    datemi  licenza  di  essere il mezzano dl me stesso;  e a questo scopo
    intendo di lasciarvi presto.
    EDOARDO: Va' o resta: Edoardo sar sempre re e non si  lascer  legare
    dalla volont di suo fratello.
    ELISABETTA:  Miei  signori,   se  volete  rendermi  giustizia,  dovete
    riconoscere che prima che piacesse  a  Sua  Maest  di  elevarmi  alla
    corona reale,  non ero di ignobile origine; e gente pi bassa di me ha
    avuto la stessa fortuna. Ma come questo titolo onora me e i miei, cos
    la vostra antipatia,  mentre vorrei riuscirvi gradita,  offusca la mia
    gioia col pensiero del pericolo e del dolore.
    EDOARDO: Mia cara,  desisti dal lusingare il loro malumore: che dolore
    o pericolo pu capitarti finch Edoardo  tuo costante  amico  e  loro
    sovrano  cui essi debbono obbedire?  e obbediranno me e ameranno te se
    non cercano deliberatamente il mio odio;  se lo faranno,  penser io a
    difenderti ed essi sentiranno la vendetta della mia collera.
    GLOUCESTER  (a  parte):  Sento e non parlo,  ma tanto pi intensamente
    medito.
    (Entra un Corriere).
    EDOARDO: Ora, messo, che lettere o che notizie ci porti dalla Francia?
    CORRIERE: Mio sire,  niente lettere;  solo poche parole  ma  tali  che
    senza il vostro speciale perdono non oso riferirle.
    EDOARDO: Certo, ti perdoniamo; perci in breve ripetimi le loro parole
    con  tutta  la precisione di cui sei capace.  Che risposta d re Luigi
    alle nostre lettere?
    CORRIERE: Queste furono le sue precise parole  al  momento  della  mia
    partenza:  Di'  al  falso Edoardo,  tuo supposto re,  che Luigi re di
    Francia sta mandando un corteo mascherato a far festa con lui e con la
    novella sposa.
    EDOARDO: Luigi  cos coraggioso?  forse crede che io sia  Enrico.  Ma
    che ha detto madama Bona per il mio matrimonio?
    CORRIERE:  Queste  furono le sue parole proferite con pacato disdegno:
    Digli che con la speranza  che  diventi  presto  vedovo  porter  una
    corona di salice per amor suo.
    EDOARDO:  Non  la  biasimo: non poteva dir di meno,  poich le  stato
    fatto torto,  ma che ha detto la regina di Enrico?  perch ho  sentito
    dire che era col.
    CORRIERE:  Digli  -  mi ha detto - che smetto i miei abiti da lutto e
    sono pronta ad indossare l'armatura.
    EDOARDO: Forse vuol far la parte dell'amazzone.  Ma che cosa ha  detto
    Warwick sentendo queste offese?
    CORRIERE:  Pi infuriato di tutti gli altri contro Vostra Maest mi ha
    congedato con queste parole: Digli da parte mia che mi ha fatto torto
    e che perci gli toglier  la  corona  prima  che  sia  passato  molto
    tempo.
    EDOARDO:  Ah,  il  traditore!  ha osato lasciarsi sfuggire parole cos
    orgogliose? Bene, essendo stato messo sull'avviso,  mi armer: avranno
    guerra e pagheranno cara la loro presunzione.  Ma dimmi,  Warwick ora
    in buoni rapporti con Margherita?
    CORRIERE: S, grazioso sovrano;  essi sono uniti di tanta amicizia che
    il giovane principe Edoardo sposa la figlia di Warwick.
    CLARENCE: Forse la primogenita;  Clarence avr la pi giovane.  E ora,
    fratello re,  addio e cerca di star saldo sul trono poich me ne andro
    di qua a sposare l'altra figlia di Warwick, per riuscire non inferiore
    a  te  in  matrimonio  sebbene  io  non porti la corona.  Chi ama me e
    Warwick mi segua.
    (Clarence esce e Somerset lo segue).
    GLOUCESTER (a parte): E io no: i miei pensieri  mirano  pi  in  alto:
    rimango non per amore di Edoardo ma per amore della corona.
    EDOARDO:  Clarence  e  Somerset  se  ne sono andati da Warwick;  debbo
    armarmi contro il peggio che pu accadere e la rapidit    necessaria
    in questo caso disperato. Pembroke e Stafford, andate per conto mio ad
    arruolare uomini e a fare preparativi per la guerra; i nemici sono gi
    sbarcati  o  lo  saranno  tra  poco:  io  stesso  vi seguir subito in
    persona. (Escono Pembroke e Stafford) Ma prima ch'io vada,  chiaritemi
    un dubbio,  Hastings e Montague. Voi due pi che tutti gli altri siete
    vicini a Warwick per sangue e affinit: ditemi se amate Warwick pi di
    me.  Se  cos andate entrambi da lui;  vi  preferisco  nemici  aperti
    anzich  falsi  amici:  ma  se intendete di mantenervi fedeli datemene
    garanzia con un giuramento di  amicizia,  perch'io  non  abbia  mai  a
    sospettare di voi.
    MONTAGUE: Iddio aiuti Montague secondo che egli vi sar fedele!
    HASTINGS: E Hastings secondo che egli favorir la causa di Edoardo.
    EDOARDO: E voi, fratello Riccardo, starete dalla nostra parte?
    GLOUCESTER: S, a dispetto di tutto quello che vi pu contrastare.
    EDOARDO:  Davvero?  Allora sono sicuro della vittoria.  Andiamocene di
    qua e non perdiamo tempo sinch non abbiamo incontrato Warwick col suo
    esercito straniero.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una pianura nel Warwickshire.

    (Entrano WARWICK e OXFORD con Soldati francesi).
    WARWICK: Ve l'assicuro, mio signore: tutto va bene;  il popolo accorre
    a noi in folla.
    (Entrano CLARENCE e SOMERSET).
    Ecco qui Somerset e Clarence che giungono.  Dite subito, miei signori,
    siamo tutti amici?
    CLARENCE: Non temete, signore.
    WARWICK: Allora, gentile Clarence,  benvenuto per Warwick e benvenuto,
    Somerset:  ritengo  vilt  nutrire  sfiducia quando un nobile cuore mi
    porge la mano aperta in segno di affetto,  altrimenti  potrei  pensare
    che  Clarence,  fratello di Edoardo,  non sia che un finto sostenitore
    della nostra impresa: ma benvenuto,  caro Clarence;  mia  figlia  sar
    tua.  E  ora  che  ci  resta se non sorprendere e fare prigioniero tuo
    fratello col favore della notte mentre  negligentemente accampato,  i
    suoi  soldati  dispersi  in  citt  e  poche guardie soltanto vigilano
    intorno a lui?  I nostri informatori credono assai  facile  l'impresa:
    come Ulisse e il gagliardo Diomede con astuzia e forza si avvicinarono
    furtivamente  alle  tende  di  Reso  e  ne rapirono i fatali destrieri
    traci, cos noi coprendoci col nero manto della notte possiamo,  prima
    di  essere  scorti,   abbattere  la  guardia  di  Edoardo  e  far  lui
    prigioniero;   non  dico  di  ucciderlo  perch  intendo  soltanto  di
    sorprenderlo.  Quelli  che  vogliono  seguirmi  in  questo  tentativo,
    acclamino col vostro condottiero al nome  di  Enrico.  (Tutti  gridano
    Enrico!) Procediamo ora silenziosamente. Per Warwick e i suoi amici,
    Dio e San Giorgio!
    (Escono).

    SCENA TERZA - Il campo di Edoardo vicino a Warwick.

    (Escono tre Guardie a vigilare la tenda del Re).
    PRIMA  GUARDIA:  Venite,  messeri,  ognuno al suo posto: il re sta gi
    certo dormendo.
    SECONDA GUARDIA: Come! non va a letto?
    PRIMA GUARDIA: No,  ha fatto un giuramento solenne di non  giacere  in
    letto e riposarsi, sinch Warwick o lui stesso non sia perito.
    SECONDA  GUARDIA: Probabilmente allora sar domani,  se Warwick  cos
    vicino come si dice.
    TERZA GUARDIA: Ma ditemi,  per favore,  chi  il nobile che riposa col
    re nella tenda?
    PRIMA GUARDIA: E' lord Hastings, l'intimo amico del re.
    TERZA GUARDIA: On,  davvero? ma perch il re ha dato ordine che i suoi
    principali seguaci alloggino nelle citt all'intorno,  mentre egli  si
    tiene all'addiaccio?
    SECONDA  GUARDIA:  Tanto  maggiore    l'onore  quanto pi grande  il
    pericolo.
    TERZA GUARDIA: S,  ma a me date dignit e quiete e le preferisco a un
    onore pieno di pericoli. Se Warwick sapesse in che situazione si trova
    il re, non c' da dubitare che verrebbe a svegliarlo.
    PRIMA  GUARDIA:  A  meno che le nostre alabarde non gli impedissero il
    passo.
    SECONDA GUARDIA: S,  e per quale altra ragione  facciamo  la  guardia
    alla  tenda  reale  se  non  per  difendere  la sua persona dai nemici
    notturni?

    (Entrano WARWICK, CLARENCE, OXFORD, SOMERSET e Soldati).

    WARWICK: Questa   la  sua  tenda  e  vedete  dove  sono  le  guardie.
    Coraggio,  messeri,  ora o mai  il momento di farci onore! Seguitemi,
    ed Edoardo cadr nelle nostre mani.
    PRIMA GUARDIA: Chi va l?
    SECONDA GUARDIA: Ferma, o sei morto.

    (Warwick e gli  altri  gridano  Warwick,  Warwick!  e  attaccano  la
    Guardia.  I Soldati fuggono gridando All'armi,  all'armi,  Warwick e
    gli altri seguono.
    Con suono di tamburi e di trombe rientrano  WARWICK,  SOMERSET  e  gli
    altri che portano RE EDOARDO, che indossa una vestaglia, seduto su una
    sedia.  Il  Duca  di  GLOUCESTER  e  HASTINGS  fuggono  attraverso  il
    palcoscenico).

    SOMERSET: Chi sono quelli che fuggono cos?
    WARWICK: Riccardo e Hastings: lasciateli andare, il duca  qui.
    EDOARDO: Il duca! quando ci lasciammo, Warwick, mi chiamavi re.
    WARWICK: S,  ma la cosa non  pi la stessa:  quando  mi  disonoraste
    nella mia ambasciata,  a mia volta vi considerai deposto e vengo ora a
    crearvi duca di York. Ahim!  come potreste governare un regno voi che
    non  sapete  usare  gli ambasciatori,  contentarvi di una sola moglie,
    trattare fraternamente i fratelli,  n fare il bene del vostro popolo,
    n difendervi dai nemici?
    EDOARDO:  Fratello  Clarence,  anche  tu qui?  Allora vedo proprio che
    Edoardo  finito. Tuttavia, Warwick,  a dispetto di ogni disavventura,
    di  te  e dei tuoi complici,  Edoardo si comporter sempre da re;  per
    quanto l'avversit della fortuna possa rovesciare la mia autorit,  il
    mio animo  al di l del giro della sua ruota.
    WARWICK:  E allora Edoardo sia sovrano soltanto nella sua mente.  (Gli
    toglie la corona) Ma Enrico ora porter la corona d'Inghilterra e sar
    re di fatto,  e tu non sarai che un'ombra.  Monsignore di Somerset,  a
    mia  richiesta  curate  che  il duca Edoardo sia tosto condotto da mio
    fratello l'arcivescovo di York.  Dopo aver combattuto con  Pembroke  e
    coi  suoi compagni vi seguir e vi dir che risposta gli mandano Luigi
    e madama Bona. E arrivederci fra non molto, buon duca di York.
    EDOARDO: A quel che il fato impone l'uomo deve inchinarsi:  non  giova
    resistere alla forza del vento e della marea.
    (Viene condotto via a forza).
    OXFORD: Che cosa ci resta da fare ora,  miei signori,  se non marciare
    coi soldati alla volta di Londra?
    WARWICK: S, questa  la prima cosa che dobbiamo fare: liberare Enrico
    dalla prigionia e assiderlo sul trono reale.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Londra. Il Palazzo.

    (Entrano la REGINA ELISABETTA e RIVERS).
    RIVERS: Madama, che vi fa cambiare improvvisamente idea?
    ELISABETTA: Come,  fratello Rivers,  non sapete ancora la sventura che
    ha da poco colpito re Edoardo?
    RIVERS: Che mai! ha perduto una battaglia campale contro Warwick?
    ELISABETTA: No; ha perduto la sua reale persona.
    RIVERS: Allora il sovrano  ucciso?
    ELISABETTA: S,  quasi ucciso, poich tradito dall'infedelt delle sue
    guardie  o  improvvisamente  sorpreso  dal  nemico,     stato   fatto
    prigioniero:  e  come  ho  saputo   stato affidato all'arcivescovo di
    York, fratello dell'implacabile Warwick, e perci nostro nemico.
    RIVERS: Queste notizie,  lo confesso  ,sono  assai  dolorose;  eppure,
    graziosa signora, sopportatele quanto meglio potete: Warwick che ora 
    vittorioso un giorno potr essere vinto.
    ELISABETTA:  Sino  a  quel  momento  debbo  sostenermi  in vita con la
    speranza,  e divezzarmi dalla disperazione per  amore  del  figlio  di
    Edoardo che porto in grembo: questo  ci che in me frena la collera e
    mi  fa sopportare con spirito sottomesso l'avversa fortuna: per questo
    inghiotto tante lagrime e  trattengo  i  sospiri  che  mi  suggono  il
    sangue;  per  non guastare o annegare con essi il frutto dell'amore di
    Edoardo e vero erede della corona inglese.
    RIVERS: Ma, madama, dov' andato Warwick?
    ELISABETTA: Mi si informa che sta venendo  verso  Londra  per  mettere
    ancora una volta la corona sul capo di Enrico.  Indovina il resto; gli
    amici di re Edoardo saranno rovinati: ma,  per sfuggire alla  violenza
    del  tiranno  -  poich  non c' da fidarsi di chi ha gi mancato alla
    parola - mi recher senz'altro in un luogo  d'asilo,  ove  metter  in
    salvo  almeno  i  diritti  dell'erede di Edoardo: l sar sicura dalla
    violenza e dalla  frode.  Suvvia,  fuggiamo  finch    possibile:  se
    Warwick ci prende la nostra morte  certa.
    (Escono).



    SCENA QUINTA - Un parco vicino al Castello di Middleham nel Yorkshire.

    (Entrano GLOUCESTER, HASTINGS, SIR GUGLIELMO STANLEY e altri).
    GLOUCESTER: Ora,  lord Hastings e sir Guglielmo Stanley, non stupitevi
    se vi ho condotto nel pi folto boschetto del parco. La cosa sta cos.
    Sapete che il re mio  fratello    qui  prigioniero  dell'arcivescovo,
    presso  il  quale  gode  buon trattamento e grande libert,  e spesso,
    accompagnato da poche guardie viene  a  caccia  da  queste  parti  per
    divertirsi.  L'ho segretamente avvertito che, se a quest'ora viene qui
    col pretesto di cacciare secondo il solito,  trover amici con cavalli
    e uomini per liberarlo dalla prigionia.

    (Entra RE EDOARDO con un Cacciatore).

    CACCIATORE: Di qui, signore, perch la selvaggina  da questa parte.
    EDOARDO: No, da quest'altra: guarda dove stanno i cacciatori. Fratello
    Gloucester,  Hastings e voialtri siete qui in segreto per rubare daini
    all'arcivescovo?
    GLOUCESTER: Fratello,  il momento e la circostanza richiedono  che  si
    faccia presto. Un cavallo  pronto per voi all'angolo del parco.
    EDOARDO: Ma dove andremo in seguito?
    HASTINGS: A Lynn, mio signore; e di l ci imbarcheremo per le Fiandre.
    GLOUCESTER: Ben pensato, credetemi: cos volevo dire anch'io.
    EDOARDO: Stanley, ricompenser la tua sollecitudine.
    GLOUCESTER: Ma perch ci fermiamo qui? non  tempo da chiacchiere.
    EDOARDO: Cacciatore, che dici? vuoi venire con noi ?
    CACCIATORE: Meglio far questo che rimanere ed essere impiccato.
    GLOUCESTER: Allora seguici e basta con le parole.
    EDOARDO:  Addio  arcivescovo:  difenditi dal risentimento di Warwick e
    prega Dio che io possa tornare in possesso della corona.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Londra. La Torre.

    (Squillo di trombe. Entrano RE ENRICO, CLARENCE, WARWICK, SOMERSET, il
    giovane RICHMOND, OXFORD, MONTAGUE e il Luogotenente della Torre).
    ENRICO: Messer luogotenente,  giacch Dio e gli amici  hanno  sbalzato
    Edoardo dal trono reale e hanno volto la mia prigionia in libert,  la
    paura in speranza,  il dolore in gioia,  cosa ti debbo  ora  che  sono
    libero?
    LUOGOTENENTE:  I sudditi non possono pretendere nulla dal sovrano;  ma
    se un'umile preghiera vale  qualche  cosa,  allora  chiedo  perdono  a
    Vostra Maest.
    ENRICO:  Per che ragione,  luogotenente?  perch mi hai trattato bene?
    Sta' sicuro che compenser la tua cortesia perch ha fatto  della  mia
    prigionia un piacere,  quel piacere che gli uccelli in gabbia provano,
    quando,  dopo molti pensieri malinconici finalmente intonando le  note
    d'una familiare armonia,  dimenticano la perdita della libert. Ma Dio
    in primo luogo e poi tu,  Warwick,  mi avete fatto nuovamente libero e
    perci  ringrazio  soprattutto  Dio  e  te:  Egli  fu l'autore e tu lo
    strumento.  Quindi per vincere la malignit della fortuna  vivendo  in
    umile  condizione in cui il destino non possa farmi male,  e perch il
    popolo di questa benedetta terra non abbia a soffrire per causa  delle
    stelle  che  mi  avversano,  sebbene il mio capo continui a portare la
    corona, a te, Warwick,  affido il governo perch la fortuna ti assista
    in tutti i tuoi atti.
    WARWICK:  Vostra  Maest  ha  sempre  avuto  fama di virtuoso e ora si
    acquister altrettanta reputazione di saggezza, poich cerca di spiare
    e parare i colpi della fortuna contraria:  ben  pochi  uomini  infatti
    sanno secondare l'influenza delle stelle che li guidano. Eppure in una
    sola  cosa  mi  permetto di biasimare Vostra Maest,  che ha scelto me
    quando Clarence  sul posto.
    CLARENCE: No,  Warwick,  tu sei degno del comando: a te i cieli al tuo
    nascere diedero un ramoscello di ulivo e una corona di alloro,  come a
    chi  destinato ad essere fortunato in pace e in guerra;  a te  quindi
    dono il mio libero consenso.
    WARWICK: E io scelgo Clarence soltanto per Protettore.
    ENRICO: Warwick e Clarence, datemi le mani che io le unisca e con esse
    i  cuori,  perch nessun dissenso ostacoli il vostro buon governo.  Vi
    faccio entrambi Protettori dello Stato: io invece mi ritirer  a  vita
    privata  e  passer  il resto dei miei giorni in devozione a penitenza
    dei peccati e a lode del Creatore.
    WARWICK: Che cosa risponde Clarence alla volont del suo sovrano?
    CLARENCE: Che acconsente se Warwick  pure  acconsente,  perch  faccio
    affidamento sulla tua fortuna.
    WARWICK: Allora,  sebbene riluttante,  debbo piegarmi. Ci uniremo come
    una doppia ombra del corpo di Enrico e prenderemo il suo posto: voglio
    dire nel portare il peso del governo mentre egli  ne  gode  l'onore  e
    vive in tranquillit.  E ora,  Clarence,   pi che mai necessario che
    senz'altro Edoardo sia dichiarato traditore e che le terre  e  i  beni
    suoi siano confiscati.
    CLARENCE:  E  che altro ancora?  S,  che si stabilisca l'ordine della
    successione.
    WARWICK: Ah! in questo Clarence avr la sua parte.
    ENRICO: Ma vi supplico,  poich non comando pi,  che una delle  prime
    cose  che  farete  sia  di  richiamare  al  pi  presto  dalla Francia
    Margherita,  vostra regina,  e mio figlio Edoardo;  perch,  se non li
    vedo  qui,  la  mia  gioia  per  la  libert ricuperata  eclissata da
    dubbioso timore.
    CLARENCE: Sar fatto al pi presto, sire.
    ENRICO: Chi  quel giovinetto di cui sembrate  prendervi  tanta  cura,
    lord Somerset?
    SOMERSET: Sire,  il giovane Enrico, conte di Richmond.
    ENRICO: Avvicinati,  speranza dell'Inghilterra.  (Gli pone la mano sul
    capo) Se   la  verit  che  misteriosi  poteri  suggeriscono  al  mio
    profetico  pensiero,  questo  bel  ragazzo  sar la fortuna del nostro
    paese: ha un volto pieno di placida maest, un capo fatto dalla natura
    per portare la corona,  una mano destinata a reggere lo scettro  e  la
    persona atta ad onorare un giorno il trono regale.  Fatene gran conto,
    miei signori,  poich costui vi aiuter pi  di  quanto  io  vi  abbia
    danneggiato.

    (Entra un Messo).

    WARWICK: Che notizie ci porti, amico?
    MESSO:  Che  Edoardo   fuggito dalle mani di vostro fratello e,  come
    questi ha sentito dire, si  recato in Borgogna.
    WARWICK: Sgradevoli notizie! ma come  fuggito?
    MESSO: Fu rapito da Riccardo,  duca di Gloucester,  e da Lord Hastings
    che  lo attendevano nascosti al margine della foresta e lo strapparono
    alle mani dei cacciatori dell'arcivescovo, poich la caccia era il suo
    esercizio giornaliero.
    WARWICK: Mio fratello  stato troppo negligente nel disimpegno del suo
    incarico. Ma andiamo via di qua, sire, per trovare rimedio a qualsiasi
    male che ci possa accadere.
    (Escono tutti eccetto Somerset, Richmond e Oxford).
    SOMERSET: Mio signore,  questa fuga di Edoardo non mi  piace  affatto,
    perch,  senza dubbio, il duca di Borgogna gli dar aiuto e ben presto
    avremo nuove guerre.  Come la profezia fatta or ora da  Enrico  mi  ha
    rallegrato  il  cuore,  inducendomi  a  concepire  grandi speranze del
    giovane Richmond,  cos il mio cuore nutre apprensione per quello  che
    pu  capitargli  in queste lotte con suo e nostro danno: perci,  lord
    Oxford,  ad impedire il peggio,  lo manderemo subito  via  di  qua  in
    Bretagna, finch non siano passate queste tempeste di odi civili.
    OXFORD:  S,  poich  se  Edoardo ritorna in possesso della corona,  
    facile che Richmond e tutti gli altri siano rovinati.
    SOMERSET: E cos sar;  egli quindi deve andare in  Bretagna.  Suvvia,
    occupiamocene subito.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Davanti a York.

    (Squillo  di  trombe.  Entrano  RE  EDOARDO,  GLOUCESTER,  HASTINGS  e
    Soldati).
    EDOARDO: Ora,  fratello Riccardo,  lord Hastings e voi tutti,  sino  a
    questo  punto  la  fortuna  ha  fatto ammenda e mi dice che ancora una
    volta scambier il mio misero stato con la  corona  reale  di  Enrico.
    Abbiamo  passato  e poi ripassato i mari felicemente e abbiamo portato
    dalla Borgogna il desiderato aiuto.  Che cosa ci resta allora  se  non
    entrare nel nostro ducato,  essendo giunti dall'approdo di Ravenspurgh
    davanti alle porte di York?
    GLOUCESTER: Le porte sono chiuse. Fratello questo non mi piace;  se si
    inciampa  sulla  soglia    sicuro  presagio  che  dentro alla casa si
    nasconde il pericolo.
    EDOARDO: Eh,  via!  i pronostici non debbono spaventarci ora: dobbiamo
    entrare  con  qualunque  mezzo,  buono  o  cattivo,  perch  gli amici
    accorreranno qui da noi.
    HASTINGS: Sire, busser ancora una volta per chiamar gente.
    (Entrano sulle mura il SINDACO DI YORK e gli Anziani).
    SINDACO: Miei signori,  eravamo stati preavvisati del vostro arrivo  e
    abbiamo  chiuso le porte per nostra propria salvezza,  perch dobbiamo
    fedelt ad Enrico.
    EDOARDO: Ma, signor sindaco,  se Enrico  vostro re,  Edoardo  almeno
    duca di York.
    SINDACO: Vedo, mio buon signore; per tale io vi conosco.
    EDOARDO:  Ebbene,  non  pretendo altro che il mio ducato,  essendo ben
    contento di quello soltanto.
    GLOUCESTER (a parte): Ma basta che la volpe ficchi dentro  il  naso  e
    riuscir ben presto a farsi seguire da tutto il corpo.
    HASTINGS:  Perch,  signor  sindaco,  dubitate cos?  Aprite le porte,
    siamo amici di re Enrico.
    SINDACO: Proprio? Allora vi saranno aperte le porte.
    (Discende con gli Anziani).
    GLOUCESTER: Un valoroso, saggio capitano  facile a convincersi!
    HASTINGS: Quel buon vecchio vuole che tutto vada a  piacer  nostro,  a
    patto  di  non avervi parte;  ma una volta che saremo dentro la citt,
    non ho alcun dubbio che ridurremo alla ragione lui e i suoi compagni.

    (Entrano sotto il Sindaco e due Anziani).

    EDOARDO: Cos va bene, signor sindaco: queste porte non debbono essere
    chiuse che di notte e in tempo di  guerra.  Che!  Non  abbiate  paura,
    datemi  le  chiavi,  (prende  le  chiavi)  perch Edoardo difender la
    citt, te e tutti quegli amici che si compiaceranno di seguirlo.
    (Marcia. Entrano MONTGOMERY e Soldati).
    GLOUCESTER: Fratello, questo  sir Giovanni Montgomery,  nostro fidato
    amico se non m'inganno.
    EDOARDO: Benvenuto, sir Giovanni! perch venite in armi?
    MONTAGUE: Per aiutare re Edoardo in tempo di bufera, come ogni suddito
    fedele dovrebbe fare.
    EDOARDO:  Grazie,  buon  Montgomery;  ma  ora  vogliamo dimenticare il
    nostro diritto alla corona e reclamare soltanto il ducato,  finch non
    piaccia a Dio di mandarci il resto.
    MONTAGUE: Allora, addio; me ne vado di qua perch ero venuto a servire
    un re e non un duca. Tamburino, batti, e marciamo via.
    (Il Tamburino comincia a battere una marcia).
    EDOARDO: No,  fermatevi per un poco,  sir Giovanni,  e discuteremo del
    mezzo pi sicuro per recuperare la corona.
    MONTGOMERY: Come! parlate di discutere! in poche parole, se qui non vi
    proclamate nostro re, vi abbandono alla fortuna,  e me ne vado a tener
    indietro  coloro che verranno a soccorrervi.  Per che ragione dobbiamo
    combattere se non avanzate nessun diritto?
    GLOUCESTER: Ebbene, fratello, perch guardate tanto pel sottile?
    EDOARDO: Quando saremo divenuti  pi  forti,  dichiareremo  le  nostre
    pretese.   Sino  a  quel  momento    saggezza  nascondere  le  nostre
    intenzioni.
    HASTINGS: Bando agli scrupoli e agli accorgimenti !  ora comandano  le
    armi.
    GLOUCESTER:  E  una  mente  impavida  sale  pi  presto  alla  corona.
    Fratello,  vi proclameremo re senza indugio;  e la voce che ne correr
    richiamer intorno a voi molti amici.
    EDOARDO: Allora,  sia come volete,  poich  il mio diritto, ed Enrico
    usurpa la corona.
    MONTGOMERY: Ora il mio sovrano parla veramente da re,  e ora  sar  il
    campione di Edoardo.
    HASTINGS: Suona, trombettiere! faremo qui la proclamazione di Edoardo,
    e tu, commilitone, leggila.
    (Gli d una carta. Squillo di tromba).
    SOLDATO  (legge): Edoardo Quarto per grazia di Dio re d'Inghilterra e
    Francia e signore d'Irlanda eccetera.
    MONTGOMERY: E chiunque nega il diritto di re  Edoardo,  lo  sfido  con
    questo a singolar tenzone.
    (Getta a terra il guanto).
    TUTTI: Evviva Edoardo Quarto!
    EDOARDO:  Grazie,  valoroso  Montgomery,  e grazie a voi tutti;  se la
    fortuna mi aiuta ricompenser la vostra amorevolezza. Per questa notte
    ci fermeremo qui a York e,  quando il sole del mattino alzer  il  suo
    carro  sul confine dell'orizzonte,  avanzeremo contro Warwick e i suoi
    compagni,  poich ben so che Enrico non   un  soldato.  Ah!  riottoso
    Clarence,  mal ti sta di adulare Enrico e di abbandonare tuo fratello!
    Eppure,  come meglio potremo,  verremo incontro  a  te  e  a  Warwick.
    Avanti,  valorosi  soldati:  non  dubitate della vittoria e,  ottenuta
    quella, non dubitate di una generosa ricompensa.
    (Escono).


    SCENA OTTAVA - Londra. Il Palazzo.

    (Squillo di trombe. Entrano RE ENRICO,  WARWICK,  MONTAGUE,  CLARENCE,
    EXETER e OXFORD).
    WARWICK:  Che  consiglio  mi  date,  signori?  Edoardo  dal Belgio con
    Tedeschi impetuosi e tardi Olandesi ha passato incolume lo  stretto  e
    con le truppe marcia rapidamente verso Londra,  mentre molti scimuniti
    accorrono sotto le sue bandiere.
    ENRICO: Raccogliamo uomini e respingiamolo.
    CLARENCE: Un piccolo fuoco  presto soffocato,  ma per  poco  che  sia
    lasciato a s, non lo estinguono i fiumi.
    WARWICK:  Nel Warwickshire ho amici fidati,  non turbolenti in pace ma
    arditi in guerra. Li raccoglier, e tu, Clarence, genero mio, indurrai
    nel Suffolk,  nel Norfolk e nel Kent i cavalieri e  i  gentiluomini  a
    unirsi  a  te.   Tu,   fratello  Montague,  nel  Buckinghamshire,  nel
    Northampton e Leicestershire troverai uomini propensi a dar ascolto ai
    tuoi  comandi;  e  tu,   valoroso  Oxford,   straordinariamente  amato
    nell'Oxfordshire,   raccoglierai  i  tuoi  seguaci.   Il  mio  sovrano
    circondato  dai  devoti  cittadini,  come  la  nostra  isola    cinta
    dall'oceano  o  come  la pudica Diana  attorniata dalle ninfe,  star
    quieto in Londra,  finch non verremo da lui.  Miei signori,  prendete
    congedo senza perder tempo a rispondere. Addio sire.
    ENRICO: Addio, mio Ettore e verace speranza di Troia.
    CLARENCE: In segno di fedelt bacio la mano alla Maest Vostra.
    ENRICO: S, ben disposto Clarence; sii fortunato!
    MONTAGUE: Coraggio, sire, vi saluto.
    OXFORD: E cos suggello la mia fedelt, e vi dico addio.
    ENRICO:  Caro  Oxford,  amato  Montague e tutti voi,  una volta ancora
    addio. Abbiate fortuna!
    WARWICK: Addio, diletti signori, arrivederci a Coventry.
    (Escono tutti eccetto Re Enrico ed Exeter).
    ENRICO: Mi fermer alquanto  al  Palazzo.  Cugino  Exeter,  che  pensa
    Vostra  Signoria?  Mi  sembra che le forze che Edoardo ha in campo non
    dovrebbero essere in grado di tener testa alle mie.
    EXETER: Ma il pericolo  che egli riesca a subornare gli altri.
    ENRICO: Non temo di questo;  i miei meriti mi han dato  fama:  non  ho
    chiuso  gli  orecchi  alle domande di nessuno n frustrate le speranze
    dei postulanti con  lunghi  indugi;  la  mia  commiserazione    stata
    balsamo  alle  loro  ferite,  la dolcezza ne ha alleviato i pi grandi
    dolori,  e la compassione ne ha asciugato i fiotti di lacrime.  Non ho
    desiderato  la  ricchezza dei cittadini e non li ho gravati con grandi
    imposte,  n sono stato  pronto  alla  vendetta,  anche  quando  hanno
    peccato assai verso di me.  E allora,  perch dovrebbero amare Edoardo
    pi di me? No, Exeter, questa bont genera bont, e quando il leone fa
    festa all'agnello, questo non cessa di seguirlo.
    (Grida interne di Lancaster Lancaster!.
    EXETER: Udite, udite, sire! che grida son quelle?

    (Entrano RE EDOARDO, GLOUCESTER e Soldati).

    EDOARDO: Arrestate  il  pudibondo  Enrico!  Portatelo  via  di  qua  e
    proclamateci ancora una volta re d'Inghilterra. Tu eri la sorgente che
    alimentava  tutti  i  ruscelli: ora il tuo getto s'inaridisce e il mio
    mare li assorbe ingrossando quanto pi essi diminuiscono.  Conducetelo
    alla  Torre!  non lasciatelo parlare!  (Escono alcuni con Re Enrico) E
    ora,  signori,  andiamo verso Coventry ove rimane l'arrogante Warwick.
    Il  sole  caldo;  ma,  se indugiamo,  il freddo mordente dell'inverno
    distrugger le nostre speranze di buon raccolto.
    GLOUCESTER: Via,  presto,  prima che le sue  forze  si  raccolgano,  e
    cerchiamo   di  sorprendere  all'impensata  questo  grande  traditore:
    valorosi soldati, marciamo subito verso Coventry.
    (Escono).


















    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Coventry.

    (Entrano WARWICK,  il Sindaco di Coventry,  due Messi  e  altri  sulle
    mura).
    WARWICK:  Dov'  il  corriere  che  venuto da parte del prode Oxford?
    Quanto lontano di qui  il tuo signore, galantuomo?
    PRIMO MESSO: Deve essere a Dunsmore, in marcia a questa volta.
    WARWICK: Quanto lontano  nostro fratello Montague?  dov' il corriere
    mandato da Montague?
    SECONDO MESSO: Dovrebbe essere a Daintry con una grossa schiera.

    (Entra SIR GIOVANNI SOMERVILLE).

    WARWICK:  Di',  Somerville,  che  dice il mio amato genero?  e,  a tuo
    giudizio, quant' vicino ora Clarence?
    SOMERVILLE: L'ho lasciato a Southam con le sue  forze  e  prevedo  che
    sar qui fra due ore.
    (Si ode un tamburo).
    WARWICK: Eccolo qui vicino: sento i suoi tamburi.
    SOMERVILLE:  Non  i  suoi,  mio signore: Southam  da questa parte;  i
    tamburi che Vostra Signoria sente marciano da Warwick.
    WARWICK: Chi potrebbe essere? forse amici non aspettati.
    SOMERVILLE: Sono prossimi e presto lo saprete.

    (Marcia. Squillo di trombe. Entrano RE EDOARDO, GLOUCESTER e Soldati).

    EDOARDO: Trombettiere, va' alle mura e suona a parlamento.
    GLOUCESTER: Vedete come l'arcigno Warwick sta a guardia sul muro!
    WARWICK: Oh,  disdetta imprevista!   venuto  Edoardo,  il  libertino?
    hanno dormito i nostri informatori o sono stati comprati, cosicch non
    abbiamo avuto nessuna notizia del suo arrivo?
    EDOARDO:  Ora,  Warwick,  vuoi  aprire le porte della citt,  usare un
    linguaggio  conveniente  piegare  umilmente  le  ginocchia,   chiamare
    Edoardo  col  titolo  di re e chiedergli misericordia?  a questi patti
    egli ti perdoner tutte le offese.
    WARWICK:  No;  vuoi  tu  piuttosto  ritirare  di  qui  le  tue  forze,
    confessare chi ti ha portato su e poi tirato gi, chiamare Warwick col
    titolo  di patrono e pentirti?  A questi patti resterai ancora duca di
    York.
    GLOUCESTER: Credevo che dicesse almeno resterai re,  o ha detto  una
    facezia senza averne l'intenzione?
    WARWICK: Non  un ducato un ricco dono, messere?
    GLOUCESTER:  Anche troppo,  quando lo d un povero conte.  Ti prester
    omaggio per cos bel dono.
    WARWICK: Sono stato io a dare il regno a tuo fratello.
    EDOARDO: Allora  mio, per dono di Warwick, se non fosse per altro.
    WARWICK: Non sei Atlante da portare cos  gran  peso,  e,  omiciattolo
    mio,  Warwick si riprende il suo dono: Enrico  il mio re e Warwick il
    suo suddito.
    EDOARDO: Ma il re di  Warwick    prigioniero  di  Edoardo,  e,  prode
    Warwick,  rispondi  soltanto  a  questo: che cosa  il corpo quando la
    testa  tagliata?
    GLOUCESTER: Ahim, che imprevidente quel Warwick! mentre voleva rubare
    il dieci,  gli hanno destramente sottratto il re dal mazzo  di  carte.
    Avete  lasciato  il  povero  Enrico  nel palazzo del vescovo,  e dieci
    contro uno, vi ritroverete con lui nella Torre.
    EDOARDO: Proprio cos: ma Warwick  sempre Warwick.
    GLOUCESTER:  Suvvia,   Warwick,   cogli  l'occasione:   inginocchiati,
    inginocchiati; se non ora, quando? batti il ferro finch  caldo.
    WARWICK:  Preferirei  mozzarmi  questa  mano  di colpo e gettartela in
    faccia piuttosto che calare cos la mia vela e renderti omaggio.
    EDOARDO: Barcamenati come puoi e siano  pure  vento  e  marea  in  tuo
    favore:  questa  mano,  ravvolta  nei neri capelli del tuo capo appena
    tagliato e ancor caldo, scriver nella polvere, col tuo sangue, queste
    parole: Warwick, mutevole col vento, ora non pu pi mutare.
    (Entra OXFORD con tamburi e bandiere).

    WARWICK: O belle bandiere! ecco Oxford che giunge.
    OXFORD: Oxford, Oxford, per Lancaster!
    (Egli e le Truppe entrano nella citt).
    GLOUCESTER: Le porte sono aperte: entriamo anche noi.
    EDOARDO: No,  no: altri  nemici  potrebbero  assaltarci  alle  spalle.
    Manteniamo  il nostro schieramento,  perch,  senza dubbio,  usciranno
    ancora e ci sfideranno a battaglia: altrimenti,  non essendo la  citt
    ben difesa, snideremo ben presto i traditori.
    WARWICK: Benvenuto, Oxford, perch abbiamo bisogno del tuo aiuto.
    (Entra MONTAGUE con bandiere e tamburi).
    MONTAGUE: Montague, Montague, per Lancaster!
    (Egli e le Truppe entrano nella citt).
    GLOUCESTER:  Tu e tuo fratello pagherete questo tradimento col miglior
    sangue che avete in corpo.
    EDOARDO: Quanto pi forte il nemico,  tanto pi grande  la  vittoria:
    il cuore mi dice che vinceremo felicemente.
    (Entra SOMERSET con tamburi e bandiere).
    SOMERSET: Somerset, Somerset, per Lancaster!
    (Egli e le Truppe entrano nella citt).
    GLOUCESTER: Due del tuo nome,  entrambi duchi di Somerset,  perdettero
    la vita per opera della casa di York;  e tu sarai il terzo  se  questa
    spada non mi fallisce.
    (Entra CLARENCE con tamburi e bandiere).
    WARWICK:  Ecco Giorgio di Clarence che si avanza rapidamente con forze
    sufficienti a sfidare suo fratello a battaglia: in lui un retto  amore
    del  giusto  prevale  sul  naturale affetto fraterno!  Vieni Clarence,
    vieni, e tu verrai se Warwick ti chiama.
    CLARENCE: Suocero Warwick,  sai tu che significa questo?  (Togliendosi
    dal cappello la rosa rossa) Guarda,  scaglio contro di te questo segno
    della mia infamia: non voglio,  per  rimettere  Lancaster  sul  trono,
    rovinare  la casa di mio padre,  che diede il sangue per cementarne le
    pietre.  Come!  credi  tu,  Warwick,   che  Clarence  sia  cos  duro,
    insensibile  e  snaturato  da  rivolgere i mortali strumenti di guerra
    contro suo fratello e contro il suo legittimo re? Forse mi rinfaccerai
    il mio sacrosanto giuramento,  ma l'osservarlo sarebbe pi  empio  che
    l'atto di Jefte quando sacrific la figlia.  Sono tanto dolente per il
    mio trascorso che,  per ben meritare di mio fratello,  qui mi dichiaro
    tuo  mortale  nemico deciso,  dovunque t'incontri - e ti incontrer se
    esci di cost - a non darti tregua per avermi turpemente  traviato.  E
    cos,  orgoglioso  Warwick,  ti sfido,  e volgo a mio fratello il viso
    cosparso di rossore.  Perdonami,  Edoardo,  far degna ammenda,  e  tu
    Riccardo, non fare il cipiglio alle mie colpe, perch d'ora in poi non
    sar pi incostante.
    EDOARDO:  Benvenuto,  e  dieci  volte  pi amato che se non avessi mai
    meritato il nostro odio.
    GLOUCESTER: Benvenuto, buon Clarence; questo  atto di fratello.
    WARWICK: O arcitraditore, ingiusto e spergiuro!
    EDOARDO: E ora,  Warwick,  vuoi lasciare  la  citt  e  combattere?  o
    dobbiamo fartene saltare le pietre intorno alla testa?
    WARWICK:  Sicuro!   non  credete  che  mi  sia  imprigionato  qui  per
    difendermi!  me ne vado verso Barnet e ti sfido a battaglia,  Edoardo,
    se osi.
    EDOARDO: S,  Warwick,  Edoardo l'osa e fa strada.  Signori, al campo:
    San Giorgio e vittoria!
    (Escono. Marcia. Warwick e le sue truppe li seguono).


    SCENA SECONDA - Un campo di battaglia presso Barnet.

    (Allarmi e scorrerie. Entra RE EDOARDO conducendo WARWICK ferito).
    EDOARDO: Giaci qui; morto te, muore ogni nostra paura,  poich Warwick
    era un orco che ci spaventava tutti. E ora, Montague, in guardia: vado
    in  cerca  di  te,  perch  le  tue ossa tengano compagnia a quelle di
    Warwick.
    WARWICK: Ah!  chi  qui?  amico o nemico,  dimmi se  vincitore York o
    Warwick.  Ma perch lo chiedo? Il corpo maciullato, il sangue versato,
    la mancanza di forza,  l'affievolirsi del  cuore  mostrano  che  debbo
    restituire il corpo alla terra e,  con la mia morte,  dare vittoria al
    nemico. Cos cede al filo dell'ascia il cedro,  sebbene le sue braccia
    offrissero  rifugio  all'aquila  reale,  sebbene  sotto  la  sua ombra
    dormisse il  feroce  leone  e  i  suoi  rami  pi  alti  sovrastassero
    all'ampio  albero  di  Giove,  difendendo  gli  umili  cespugli  dalla
    violenza  del  vento  invernale.  Questi  occhi,   ora  offuscati  dal
    tenebroso  velo  della  morte,  erano  penetranti  quanto  il  sol  di
    mezzogiorno a scrutare i segreti tradimenti del mondo: i solchi  sulla
    mia fronte,  ora pieni di sangue, erano spesso assomigliati a sepolcri
    di re; poich qual re viveva a cui io non potessi scavare la tomba?  E
    chi  osava  sorridere quando Warwick corrugava la fronte?  ed ecco ora
    tutta la mia gloria  brutta di polvere e sangue;  i  miei  palchi,  i
    miei  viali,  i  miei manieri mi abbandonano,  e di tutte le mie terre
    nulla mi resta se non quanto  lungo il mio corpo. Ebbene! che sono il
    fasto,  il comando,  il regno,  se non terra e polvere?  e comunque si
    viva, si deve pur morire.

    (Entrano OXFORD e SOMERSET).

    SOMERSET:  Ah,  Warwick,  Warwick!  Se fossi come siamo noi,  potremmo
    rifarci delle nostre perdite.  La regina ha condotto dalla Francia  un
    grande esercito,  e ne abbiamo avuto notizia proprio ora. Ah, fossi tu
    in grado di fuggire!
    WARWICK: Ebbene,  non fuggirei.  Ah!  Montague,  se  sei  cost,  caro
    fratello,  prendimi la mano e con le labbra trattieni ancora dentro di
    me l'anima mia. Tu non mi ami,  altrimenti,  fratello,  con le lacrime
    laveresti  il  sangue  raggrumato  che  m'incolla  le  labbra e non mi
    permette di parlare. Vieni presto, Montague, o mi troverai morto.
    SOMERSET: Ah,  Warwick!  Montague ha esalato l'ultimo respiro  e  sino
    all'ultimo fiato ha chiamato Warwick e ha gridato: Ricordatemi al mio
    prode fratello,  e pi avrebbe voluto dire, ma quel che diceva sonava
    come  uno  sparo  in  un  sotterraneo  in  cui  nulla  si   percepisce
    distintamente;   per  alla  fine  l'udii  mormorare  con  un  gemito:
    Warwick, addio!.
    WARWICK:  Riposi  in  pace  l'anima  sua!  Voi,  signori,   fuggite  e
    conservatevi. Warwick vi dice addio, e a rincontrarci in cielo.
    (Muore).
    OXFORD: Via via! ad incontrare il grande esercito della regina.
    (Escono portando via il cadavere).


    SCENA TERZA - Un'atra parte del campo.

    (Squillo di trombe.  Entra RE EDOARDO in trionfo; CLARENCE, GLOUCESTER
    e altri).
    EDOARDO: Sin qui la nostra fortuna ascende e noi ci orniamo dei  serti
    della vittoria. Ma a mezzo del giorno luminoso discerno una nube nera,
    sospetta  e  minacciosa,  che  si scontrer col nostro splendido sole,
    prima che giunga in occidente al suo letto ristoratore;  voglio  dire,
    miei  signori,  che  le  truppe  raccolte dalla regina in Francia sono
    sbarcate sulla nostra costa, e come mi si informa,  marciano in questa
    direzione per darci battaglia.
    CLARENCE:  Un  lieve  venticello  presto  disperder  quella nube e la
    respinger col donde  venuta: i tuoi stessi raggi faranno  dileguare
    quei vapori, perch non ogni nube porta tempesta.
    GLOUCESTER:  Si  calcola  che  le  truppe  della  regina  ammontino  a
    trentamila uomini;  inoltre Somerset e Oxford si  sono  uniti  a  lei:
    siate  certi che se le si d tempo di respirare la sua parte diventer
    tanto forte quanto la nostra.
    EDOARDO: I  nostri  devoti  amici  ci  avvertono  che  marciano  verso
    Tewksbury.  Noi,  avendo  avuto  il  sopravvento  sul campo di Barnet,
    andiamo immediatamente col, perch il buon volere accorcia la strada,
    e durante la marcia  le  nostre  forze  aumenteranno  in  ogni  contea
    attraversata. Rullino i tamburi, gridate Coraggio! e avanti.
    (Squillo di trombe. Escono).


    SCENA QUARTA - Pianura presso Tewksbury.

    (Marcia.  Entrano la REGINA MARGHERITA, il PRINCIPE EDOARDO, SOMERSET,
    OXFORD e Soldati).
    MARGHERITA: Signori,  i saggi non stanno inoperosi a lamentare le loro
    perdite,  ma con serenit cercano rimedio ai loro mali. Che importa se
    l'albero  stato gettato in mare dal vento,  rotta la gomena,  perduta
    l'ncora e met dei marinai inghiottiti dalle onde?  Il pilota  ancor
    vivo: ma    giusto  che  abbandoni  il  timone  e,  come  un  ragazzo
    impaurito,  aggiunga con le lacrime acqua al mare e forza a quello che
    ne ha gi troppa,  mentre al suono dei suoi  gemiti  s'infrange  sugli
    scogli  la  nave  che  un'azione  coraggiosa potrebbe salvare?  Ah che
    vergogna!  che colpa sarebbe questa!  Dite pure  che  Warwick  era  la
    nostra ncora,  che importa?  Montague l'albero, che importa? i nostri
    amici massacrati i cordami:  che  perci?  Oxford  che    qui  non  
    un'altr'ncora?  e Somerset un altro bell'albero?  e i nostri amici di
    Francia il nostro velame e l'attrezzatura?  E  perch,  sebbene  siamo
    inesperti,  non  si  concede una volta tanto al giovane Edoardo e a me
    l'ufficio d'un esperto pilota?  Non siamo disposti a sedere piangendo,
    lontani dal timone: sebbene il vento violento ce ne dissuada seguiremo
    la  rotta  schivando  i  bassifondi  e gli scogli che ci minacciano di
    naufragio.  Con le onde tanto vale rimproverarle quanto dir loro belle
    parole.  E  che  cosa    Edoardo  se non un mare spietato,  Clarence,
    un'ingannevole sabbia mobile e Riccardo un  aspro  scoglio  micidiale?
    Tutti costoro sono nemici della nostra povera navicella. Dite pure che
    sapete nuotare: ahim, serve solo per poco! mettete piede sulla sabbia
    e  v'inghiottir  prontamente,  scendete  sullo  scoglio e la marea vi
    porter via o morrete di fame;  o nell'uno o nell'altro di questi  tre
    modi  incontrerete  la  morte.  Questo  vi  dico,  signori,  per farvi
    comprendere che,  se qualcuno di voi volesse abbandonarci,  non c' da
    attendere  clemenza  da  quei tre fratelli pi che dalle onde crudeli,
    dalle sabbie e dagli scogli. Allora coraggio!  Se v' qualcosa che non
    si pu evitare,  debolezza puerile lagnarsene o temerla.
    PRINCIPE: Una donna cos valorosa ispirerebbe magnanimit nel petto di
    un  vile  che l'udisse pronunziare queste parole e gli farebbe,  anche
    inerme,  tener testa a un armato.  Non parlo  in  questo  modo  perch
    dubiti  di  alcuno  dei  presenti,  poich se soltanto sospettassi che
    qualcuno teme, gli darei licenza di partire subito,  perch al momento
    del  bisogno  non  infettasse  gli altri e non li rendesse simili a se
    stesso. Se ve n' alcuno qui,  il che Dio non voglia,  parta prima che
    abbiamo bisogno del suo aiuto.
    OXFORD: Cos alto coraggio in donne e fanciulli! e saranno i guerrieri
    pusillanimi?  no, sarebbe eterna infamia. O valoroso giovane principe!
    il tuo famoso avo rinasce in te: possa tu vivere a  lungo,  rinnovando
    la sua immagine e ripetendo le sue glorie!
    SOMERSET: E chi non vuole combattere per una tale speranza vada a casa
    e a letto e se si alza, sia oggetto di scherno e di meraviglia come la
    civetta quando compare di giorno.
    MARGHERITA: Grazie, nobile Somerset; caro Oxford, grazie.
    PRINCIPE: E prendetevi anche i miei ringraziamenti,  di uno che non ha
    null'altro da darvi.

    (Entra un Messo).

    MESSO: Preparatevi,  signori,  poich Edoardo    vicino  e  pronto  a
    combattere; perci siate risoluti.
    OXFORD:  Non  mi  aspettavo  di meno,  la sua tattica gli consiglia di
    incalzarci cos per coglierci alla sprovvista.
    SOMERSET: Ma egli si inganna: siamo gi pronti.
    MARGHERITA: Godo in cuor mio di vedervi cos animosi.
    OXFORD: Qui schiereremo il nostro esercito e di qui non ci moveremo.

    (Squillo di trombe e marcia. Entrano RE EDOARDO, CLARENCE,  GLOUCESTER
    e Soldati).

    EDOARDO:  Valorosi seguaci,  laggi  il bosco spinoso che con l'aiuto
    del cielo e della vostra forza deve essere sradicato prima  di  notte.
    Non  ho  bisogno di aggiungere altra esca al fuoco,  poich so che voi
    gi siete infiammati dal desiderio di arderli vivi. Date il segnale di
    combattimento e avanti, signori.
    MARGHERITA: Signori, cavalieri e gentiluomini,  quello che vorrei dire
    le  mie lacrime lo contraddicono;  ad ogni parola che proferisco debbo
    inghiottire l'acqua degli occhi miei.  Perci non vi dico che  questo:
    Enrico,  vostro  sovrano,    prigioniero del nemico,  la sua autorit
    usurpata, il suo regno un luogo di macello, i sudditi uccisi, le leggi
    cancellate,  e il tesoro dissipato;  col  il lupo che ha fatto tutta
    questa rovina. Voi combattete per la causa della giustizia: allora nel
    nome di Dio siate prodi, signori, e date il segnale del combattimento.
    (Allarme. Ritirata. Scorrerie. Escono).





    SCENA QUINTA - Un'altra parte del campo.

    (Squillo di trombe. Entrano RE EDOARDO, CLARENCE, GLOUCESTER, Soldati,
    con la REGINA MARGHERITA, OXFORD e SOMERSET prigionieri).
    EDOARDO:  E  qui  finiscono queste lotte tumultuose.  Conducete subito
    Oxford al Castello di Hames; quanto a Somerset, sia mozza la sua testa
    colpevole. Andate,  portateli via di qua;  non voglio neanche sentirli
    parlare.
    OXFORD: Per parte mia non vi disturber coi discorsi.
    SOMERSET: Neanch'io, ma m'inchiner rassegnato alla mia fortuna.
    (Escono Oxford e Somerset con le Guardie).
    MARGHERITA: Cos ci separiamo tristemente in questo mondo agitato, per
    ritrovarci con gioia nella beata Gerusalemme.
    EDOARDO: E' stato fatto il proclama che a chi trova Edoardo daremo una
    grande ricompensa e al principe lasceremo salva la vita?
    GLOUCESTER: S, ma ecco l il giovane Edoardo che viene.

    (Entrano alcuni Soldati col PRINCIPE EDOARDO).

    EDOARDO:  Conducete qui quel valoroso: sentiamolo parlare!  Come!  una
    spina  cos  giovane  e  gi  comincia   a   pungere?   Edoardo,   che
    soddisfazione mi puoi dare per aver impugnate le armi,  aizzati i miei
    sudditi e procurati a me tanti affanni?
    PRINCIPE: Parla come si conviene a un suddito,  orgoglioso e ambizioso
    York.  Fa' conto che mio padre parli per bocca mia. Abbandona il trono
    e sta' in ginocchio,  mentre io sto in piedi e  ti  faccio  le  stesse
    domande alle quali vorresti che rispondessi io, traditore.
    MARGHERITA: Ah, fosse stato tuo padre altrettanto risoluto!
    GLOUCESTER:  E  allora  avreste continuato a portar le sottane,  senza
    rubare i calzoni a Lancaster.
    PRINCIPE: Tenete le favole di Esopo per  le  notti  invernali,  non  
    questo il luogo per ringhiose facezie.
    GLOUCESTER: Per Dio, ragazzaccio, ti flageller per queste parole.
    MARGHERITA: S, sei nato per essere il flagello degli uomini.
    GLOUCESTER:  Per  amor  del  cielo,  conducete  via questa prigioniera
    bisbetica.
    PRINCIPE: No, conducete via piuttosto questo bisbetico gobbo.
    EDOARDO: Zitto, ragazzaccio impertinente, o ti paralizzer la lingua.
    CLARENCE: Ragazzaccio villano, sei troppo sfacciato!
    PRINCIPE: So qual  il mio dovere,  mentre  voi  ignorate  il  vostro.
    Lascivo Edoardo,  e tu Giorgio spergiuro,  e tu, deforme Ricciardetto,
    traditori che non siete altro,  io sono al di sopra di voi  tutti;  tu
    usurpi i diritti di mio padre e i miei.
    EDOARDO: Prendi questo, tu che somigli a questa linguacciuta.
    (Lo ferisce).
    GLOUCESTER:  Di  i  tratti?  Prendi  questo  per  finire  pi  presto
    l'agonia.
    (Lo colpisce).
    CLARENCE: E prendi questo perch mi hai rinfacciato lo spergiuro.
    (Lo colpisce).
    MARGHERITA: Oh, uccidete anche me!
    GLOUCESTER: Diamine, pronto!
    (Fa l'atto di colpirla).
    EDOARDO: Fermo, Riccardo, fermo! abbiamo gi fatto anche troppo.
    GLOUCESTER: Perch deve vivere e riempire il mondo di chiacchiere?
    EDOARDO: Che mai! sviene? fatela tornare in s.
    GLOUCESTER: Clarence,  scusatemi presso  il  re  mio  fratello;  debbo
    andare  a  Londra per una faccenda seria: prima che arriviate l anche
    voi ne sentirete delle belle.
    CLARENCE: Che mai, che mai?
    GLOUCESTER: La Torre! La Torre!
    (Esce).
    MARGHERITA: Edoardo, caro Edoardo, parla a tua madre, figlio! non puoi
    parlare? traditori, assassini! Quelli che uccisero Cesare non sparsero
    sangue, non commisero colpa,  non meritarono biasimo se a quel delitto
    si pone a fronte questo.  Egli era un uomo e questi,  in confronto, un
    bambino;  e sui bambini gli uomini non sfogano la loro furia.  V'  un
    nome peggiore di quello di assassino perch io possa usarlo?  No,  no;
    il mio cuore scoppia se parlo;  ma proprio per questo parler,  perch
    il  mio  cuore  giunga  a  scoppiare.  Beccai  e  furfanti!  cannibali
    sanguinari!  che soave pianta avete tagliato immaturamente!  Non avete
    figli,  macellai,  altrimenti  il  pensiero di essi vi avrebbe mossi a
    piet: ma se mai vi accadr di avere un figlio, aspettatevi di vederlo
    uccidere nella giovinezza come voi, carnefici,  avete spacciato questo
    dolce principe!
    EDOARDO: Via! conducetela via a forza.
    MARGHERITA:  No,  non  portatemi  via,  ammazzatemi qui: in questo mio
    corpo caccia la spada, ti perdoner la mia morte.  Come mai!  non vuoi
    farlo? Clarence, fallo tu.
    CLARENCE: Per Dio! non voglio farti tanto favore.
    MARGHERITA:  Fallo,  buon Clarence;  s,  caro Clarence,  fammi questa
    grazia.
    CLARENCE: Non mi hai sentito giurare che non lo far?
    MARGHERITA: S, ma tu sei avvezzo a venir meno ai giuramenti; se prima
    fu peccato,  ora sarebbe carit.  Non vuoi proprio farlo?  dov'  quel
    beccaio del diavolo,  Riccardo il deforme? Riccardo, dove sei? non sei
    qui proprio davvero, perch l'assassinio  un atto di carit per te; a
    chi chiede sangue non dici mai di no.
    EDOARDO: Via, dico! ve l'ordino, conducetela via di qua.
    MARGHERITA: Cos sia di voi e dei vostri quello che  stato di  questo
    principe!
    (Esce).
    EDOARDO: Dov' andato Riccardo?
    CLARENCE: A Londra in tutta fretta,  e, come credo, a fare una cena di
    sangue nella Torre.
    EDOARDO:  E'  precipitoso  se  gli  viene  in  mente  un'idea.  E  ora
    allontaniamoci di qua; congedate i soldati semplici dopo averli pagati
    e  ringraziati,  e  andiamo a Londra a vedere come sta la nostra amata
    regina: spero che frattanto abbia dato alla luce un figlio.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Londra. La Torre.

    (Entrano sulle mura RE ENRICO, GLOUCESTER e il Luogotenente).
    GLOUCESTER: Buon giorno, signore. Come! cos intento allo studio?
    ENRICO: S,  mio buon signore: ma dovrei piuttosto dire  semplicemente
    mio signore;   un peccato adulare, e chiamar te buono  adulazione:
    dire buon Gloucester  lo stesso che dire  buon  demonio,  e  l'uno  e
    l'altro  assurdit; perci niente mio buon signore.
    GLOUCESTER: Messere, lasciateci soli: dobbiamo parlare a quattr'occhi.
    (Esce il Luogotenente).
    ENRICO: Cos fugge il pastore negligente senza curarsi del lupo;  cos
    la pecora innocente prima d il vello e poi la gola  al  coltello  del
    beccaio. Che scena di morte deve ora recitare Roscio?
    GLOUCESTER: Il sospetto perseguita sempre chi sa di esser in fallo; il
    ladro in ciascun cespuglio crede di vedere un birro.
    ENRICO:  L'uccello  che   stato invischiato in un cespuglio dubita di
    ogni altro cespuglio che vede e si sente tremare le ali,  e  io  padre
    infelice  di  un  povero  uccelletto  ho  ancora sott'occhio il fatale
    ordigno in cui il mio disgraziato piccolo  stato invischiato, preso e
    ucciso.
    GLOUCESTER: Che gonzo scimunito fu quel tale a Creta  che  insegn  al
    figlio  il  comportamento  di  un  uccello!  E  a  dispetto  delle ali
    l'imbecille annego.
    ENRICO: Io sono Dedalo,  il mio povero  ragazzo  Icaro;  Minosse,  tuo
    padre  che non ci lasci partire;  il sole che riscald le ali del mio
    caro figlio, tuo fratello Edoardo, e tu stesso il mare,  il cui abisso
    odioso  ne  inghiott  la  vita.  Ah!  uccidimi  con l'arma non con le
    parole.  Soffrir meno il mio petto a sentire la punta del tuo stocco,
    che  non  gli  orecchi udendo quella tragica storia.  Ma perch vieni?
    vuoi la mia vita?
    GLOUCESTER: Credi forse che io sia un boia?
    ENRICO:  Un  persecutore  sei  certamente:  se   l'assassinare   degli
    innocenti  opera da carnefice, ebbene allora sei un boia.
    GLOUCESTER: Ho ucciso tuo figlio per la sua presunzione.
    ENRICO:  Se  fossi  stato  ucciso tu la prima volta che commettesti un
    atto di presunzione, non saresti vissuto tanto da uccidere mio figlio.
    E ora faccio questa profezia:  moltissimi  che  non  temono  di  dover
    soffrire la minima parte della mia paura,  vecchi sospiranti, vedove e
    orfani in lacrime,  uomini per i figli,  mogli pei mariti e orfani pei
    genitori, malediranno per la morte immatura dei loro cari il giorno in
    cui tu nascesti.  La civetta fece sentire il suo stridio di malaugurio
    alla tua nascita; il gufo mand il suo rauco grido pronosticando tempi
    sventurati;  i cani ulularono  e  una  orrenda  tempesta  abbatt  gli
    alberi;  il  corvo  gracchi  di  sul  comignolo  e le gazze ciarliere
    cantarono in tetra disarmonia. Tua madre sent pi dolore d'una madre,
    eppure diede alla luce meno della  speranza  d'una  madre,  poich  tu
    nascesti uno sgorbio imperfetto e deforme,  ben diverso dal frutto che
    si aspettava da cos bell'albero.  Quando nascesti avevi gi  i  denti
    per  significare  che venivi per azzannare tutti: e se  vero il resto
    che ho sentito dire, venisti...
    GLOUCESTER: Non voglio sentire di pi:  muori  profeta,  a  mezzo  del
    discorso:  (lo colpisce) si vede che tra l'altro ero destinato anche a
    questo.
    ENRICO: S, e a molte altre uccisioni dopo questa.  Dio perdoni i miei
    peccati e perdoni te.
    (Muore).
    GLOUCESTER: Come!  il sangue ambizioso dei Lancaster cola al suolo? Mi
    aspettavo di vederlo salire.  Vedete come la mia spada piange  per  la
    morte del povero re. Oh, possano coloro che desiderano la caduta della
    nostra  casa versare di tali lacrime purpuree!  Se ti resta ancora una
    scintilla di vita,  gi gi,  nell'inferno;  e di' che sono stato io a
    mandarti,  (lo  colpisce  ancora)  io  che non ho n piet n amore n
    paura.  In realt  vero quello che Enrico ha detto di me,  poich  ho
    spesso  sentito dire da mia madre che venni al mondo coi piedi avanti.
    E non ho avuto ragione allora di affrettarmi a  cercar  la  rovina  di
    coloro  che  usurpavano  i nostri diritti?  La levatrice si stup e le
    donne gridarono: Ges ci benedica: nato coi denti  ed  era  vero;  e
    questo  indicava  chiaramente  che  avrei ringhiato e morso e fatto il
    cane.  Allora,  giacch il  cielo  ha  foggiato  cos  il  mio  corpo,
    l'inferno  mi  storpi la mente in proporzione.  Non ho fratelli,  non
    somiglio a nessun fratello;  e questa parola  amore  che  i  barbogi
    chiamano divina,  stia con gli uomini che si somigliano l'un l'altro e
    non con me: io sono soltanto me stesso. Attento, Clarence;  tu mi pari
    la  luce,  ma io ti preparer un giorno nero perch sussurrer in giro
    tali profezie che Edoardo  sar  in  timore  della  vita,  e  io,  per
    liberarlo dal timore,  sar la tua morte.  Re Enrico e il principe suo
    figlio sono morti: Clarence,  ora tocca a te e poi agli altri,  poich
    continuer a ritenermi infimo finch non sia salito pi alto di tutti.
    Getter il cadavere in un'altra stanza;  tu,  Enrico,  trionfa pure il
    giorno del giudizio.
    (Esce col cadavere).


    SCENA SETTIMA - Londra. Il Palazzo.

    (Squillo  di  trombe.  Entrano  RE  EDOARDO,   la  REGINA  ELISABETTA,
    CLARENCE,  GLOUCESTER,  HASTINGS, una Nutrice col Principino e Persone
    del seguito).
    EDOARDO: Ancora una  volta  sediamo  sul  trono  reale  d'Inghilterra,
    ricomprato a prezzo del sangue dei nemici: che prodi avversari abbiamo
    falciato  nel colmo del loro orgoglio come grano autunnale!  Tre duchi
    di Somerset,  triplicemente famosi come arditi campioni di  indiscusso
    valore;  due Clifford,  padre e figlio; due Northumberland, gli uomini
    pi prodi che abbiano mai spronato corsieri al suono  della  tromba  e
    con  essi  i  due orsi poderosi,  Warwick e Montague,  che con le loro
    catene avvinsero il leone regale  e  col  ruggito  fecero  tremare  la
    foresta! Cos abbiamo cacciato il sospetto dal nostro trono e ci siamo
    fatti  della  sicurezza  il  nostro  sgabello.  Avvicinati,  Betta,  e
    lasciami baciare mio figlio.  Giovane Edoardo,  i tuoi zii e io stesso
    abbiamo  vegliato  in  armi nella notte invernale,  abbiamo marciato a
    piedi nel caldo cocente dell'estate,  perch tu possa un giorno godere
    la corona in pace; tu raccoglierai il frutto delle nostre fatiche.
    GLOUCESTER  (a  parte): Roviner il suo raccolto se tu posassi il capo
    nella tomba,  poich non godo ancora alcuna considerazione  al  mondo.
    Questa spalla  stata formata cos spessa per levare pesi, e ne lever
    di  grossi o mi romperanno la schiena.  Tu,  testa,  trova la via e tu
    mano, eseguirai.
    EDOARDO: Clarence e Gloucester,  amate la mia cara regina e baciate il
    principe vostro nipote.
    CLARENCE: L'omaggio che debbo a Vostra Maest suggello sulle labbra di
    questo caro fanciullo.
    ELISABETTA: Grazie, nobile Clarence; degno fratello, grazie.
    GLOUCESTER: L'amoroso bacio che do al frutto sia testimonio dell'amore
    che ho per l'albero da cui  venuto.  (A parte) A dir la verit,  cos
    Giuda baci il Maestro e grid  salve  mentre  invece  intendeva  di
    fargli ogni sorta di male.
    EDOARDO:  Ora  sono assiso sul trono come brama il mio cuore,  godendo
    della pace del mio paese e dell'amore dei miei fratelli.
    CLARENCE: Che cosa  vuole  Vostra  Maest  si  faccia  di  Margherita?
    Renato, suo padre, ha impegnato presso il re di Francia il regno delle
    due Sicilie e di Gerusalemme e qui ha mandato il denaro del riscatto.
    EDOARDO:  Se  ne  vada:  conducetela  Francia.  E ora non ci resta che
    passare allegramente il tempo in  maestose  feste  trionfali  e  lieti
    spettacoli teatrali, gli spassi pi graditi in corte. Sonate, trombe e
    tamburi!  Addio amari affanni!  poich qui,  spero, comincia la nostra
    durevole gioia.














    RICCARDO TERZO.

    PERSONAGGI.

    EDOARDO QUARTO.
    EDOARDO,  principe di Galles,  poi Edoardo Quinto;  RICCARDO,  duca di
    York: figli del re.
    GIORGIO,  duca di Clarence; RICCARDO, duca di Gloucester, poi Riccardo
    Terzo: fratelli del re.
    Un figlioletto di Clarence.
    ENRICO, conte di Richmond, poi re Enrico Settimo.
    IL CARDINALE BOURCHIER, arcivescovo di Canterbury.
    TOMMASO ROTHERHAM, arcivescovo di York.
    GIOVANNI MORTON, vescovo di Ely.
    IL DUCA DI BUCKINGHAM.
    IL DUCA DI NORFOLK.
    IL CONTE DI SURREY, suo figlio.
    IL CONTE RIVERS, fratello di Elisabetta.
    IL MARCHESE DI DORSET, LORD GREY: figli di Elisabetta.
    IL CONTE DI OXFORD.
    LORD HASTINGS.
    LORD STANLEY, chiamato anche conte di Derby.
    LORD LOVEL.
    SIR TOMMASO VAUGHAN.
    SIR RICCARDO RATCLIFF.
    SIR GUGLIELMO CATESBY.
    SIR GIACOMO TYRREL.
    SIR GIACOMO BLOUNT.
    SIR GUALTIERO HERBERT.
    SIR ROBERTO BRAKENBURY, luogotenente della Torre.
    SIR GUGLIELMO BRANDON.
    CRISTOFORO URSWICK, prete.
    Un altro prete.
    TRESSEL e BERKELEY, gentiluomini al seguito lady Anna.
    Il Lord Sindaco di Londra.
    Lo Sceriffo del Wiltshire.
    LA REGINA ELISABETTA, moglie di Edoardo Quarto.
    LA REGINA MARGHERITA, vedova di Enrico Sesto.
    LA DUCHESSA DI YORK, madre di re Edoardo Quarto.
    LADY ANNA,  vedova di Edoardo principe di  Galles,  figlio  di  Enrico
    Sesto, poi sposata a Riccardo.
    Una figlioletta di Clarence.
    Spettri  delle  vittime di Riccardo;  Signori ed altri Cortigiani;  un
    Messaggero di  Stato;  uno  Scrivano;    Cittadini,    Sicari,  Messi,
    Soldati, eccetera.

    La scena  in Inghilterra.



















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Londra. Una strada.

    (Entra RICCARDO, DUCA DI GLOUCESTER, solo).
    GLOUCESTER:  Ora  l'inverno del nostro travaglio  mutato in splendida
    estate grazie a questo sole di York;  e tutte le nubi che  aduggiavano
    la  nostra  casa  son  sepolte  nel profondo seno dell'oceano.  Ora le
    nostre tempie son  cinte  di  ghirlande  vittoriose;  le  nostre  armi
    ammaccate  sono appese in trofei;  i nostri torvi allarmi cangiansi in
    gaie adunate, le nostre terribili marce in dilettose danze.  La Guerra
    dal fiero cipiglio ha rasserenato la corrugata fronte,  ed ora, invece
    di montar catafratti destrieri  per  incuter  sgomento  nell'anima  di
    pavidi  avversari,  essa  sgambetta  agilmente in una camera femminile
    all'invito lascivo d'un liuto.  Ma io,  che non son tagliato  per  gli
    ameni spassi,  n per corteggiare un amoroso specchio,  io che, uscito
    da un rude stampo,  manco della maest  dell'amore  per  pavoneggiarmi
    dinanzi a una molleggiante ninfa; io, che sono privato di questa bella
    simmetria,  frustrato  di  sembianza  dalla  Natura che s mi dispaia,
    deforme,  incompiuto,  anzi tempo inviato in  questo  spirante  mondo,
    appena  plasmato  a  mezzo,   e  pur  questo  in  modo  cos  monco  e
    contraffatto che i cani latrano di me quand'io zoppico accanto a loro;
    ebbene,  io,  in questo imbelle e sufolante tempo di pace,  non  trovo
    altro  diletto  per passare il tempo se non di guatare l'ombra mia nel
    sole e intesser variazioni sulla mia deformit. E cos,  dacch io non
    posso   far   l'innamorato   per   intrattenere   questi   bei  giorni
    soaveloquenti, son risoluto a dimostrarmi uno scellerato,  ed a colpir
    col  mio  odio  i  frivoli piaceri di questi giorni.  Trame ho ordito,
    perigliosi inizi,  con  profezie,  calunnie  e  sogni  d'ubriaco,  per
    aizzare l'un contro l'altro in odio mortale mio fratello Clarence e il
    re: e se il re Edoardo  tanto leale e schietto quanto io son sottile,
    falso  e  traditore,  quest'oggi Clarence dovrebb'essere rinserrato in
    una stretta muda, secondo una profezia, che dice che G sar l'uccisore
    degli eredi d'Edoardo. Pensieri, inabissatevi gi nell'anima mia! Ecco
    che viene Clarence.
    (Entra CLARENCE, tra le Guardie, e BRAKENBURY).
    Buon d,  fratello: che significa questa guardia armata che accompagna
    Vostra Grazia?
    CLARENCE: Sua Maest,  sollecito della salvezza della mia persona,  ha
    disposto questa compagnia per condurmi alla Torre.
    GLOUCESTER: Per qual motivo?
    CLARENCE: Perch il mio nome  Giorgio.
    GLOUCESTER: Ahim,  mio signore,  questa non  colpa vostra,  dovrebbe
    imprigionare  per  codesto  i vostri padrini.  Oh,  verisimilmente Sua
    Maest ha intenzione che voi siate ribattezzato nella Torre. Ma di che
    si tratta, Clarence? m' lecito saperlo?
    CLARENCE: Si,  Riccardo,  quand'io lo sappia;  perch giuro che finora
    non  lo  so:  ma,  a quel che posso apprendere,  egli porge orecchio a
    profezie e sogni, e dall'abbecedario strappa la lettera G,  e dichiara
    che  uno  stregone  gli  ha  detto che da un G la sua discendenza sar
    diseredata: e siccome il mio nome di Giorgio  comincia  con  un  G  ne
    segue  nel suo pensiero che io son costui.  Queste e simili bazzecole,
    com'io apprendo, han mosso Sua Altezza a farmi imprigionare.
    GLOUCESTER: Gi, codesto accade quando gli uomini si lascian governare
    dalle donne: non  il re che vi manda alla  Torre;  madonna  Grey  sua
    moglie,  o Clarence,  essa che lo dispone a codesta estremit. Non fu
    costei, e quel venerabil galantuomo, Antonio Woodville,  suo fratello,
    che  fecero  mandare  lord  Hastings  alla  Torre,  dalla quale egli 
    liberato quest'oggi? Noi non siam sicuri, Clarence, non siam sicuri.
    CLARENCE: Pel cielo,  credo che nessuno sia sicuro fuori  dei  parenti
    della  regina,  e  dei messi notturni che arrancano tra il re e madama
    Shore. Non avete udito che umile supplice  stato lord Hastings presso
    di lei per la sua liberazione?
    GLOUCESTER: Umilmente dolendosi con Sua Divinit ha  ottenuto  la  sua
    libert il lord ciambellano. Vuo' dirvi il mio parere; io penso che se
    vogliamo  conservare il favore del re,  la via che ci resta  di esser
    servi di costei e di portare la sua livrea. La gelosa vedova decrepita
    e costei, dacch nostro fratello le ha create gentildonne, son potenti
    comari in questa monarchia.
    BRAKENBURY: Supplico le Vostre  Grazie  entrambe  di  perdonarmi;  Sua
    Maest  mi  ha strettamente ordinato che nessun uomo,  di qualsivoglia
    grado, debba avere privato abboccamento con suo fratello.
    GLOUCESTER: Ah,  cos!  Se piace a Vostra Reverenza,  Brakenbury,  voi
    potete  essere  a  parte  di  qualunque  cosa diciamo.  Noi non teniam
    discorsi di tradimento,  messere;  noi diciamo che il re    saggio  e
    virtuoso, e la sua nobile regina  ben stagionata, bella e non gelosa;
    diciamo  che  la  moglie di Shore ha un piede leggiadro,  un labbro di
    cerasa,  un occhio vispo e una lingua oltrapiacente;  e che i  parenti
    della regina son diventati patrizi; che ne dite, signore? potete negar
    tutto questo?
    BRAKENBURY: Con questo, mio signore, io non ho nulla a che fare.
    GLOUCESTER:  Nulla a che fare con madama Shore?  Io ti dico,  compare,
    che colui che avesse alcunch a fare  con  lei,  tranne  uno,  farebbe
    meglio a farlo segretamente da solo.
    BRAKENBURY: Qual  quest'uno, mio signore?
    GLOUCESTER: Suo marito, furfante: vorresti tu tradirmi?
    BRAKENBURY:  Supplico  Vostra  Grazia  di  perdonarmi,  e  insieme  di
    tralasciare la vostra conferenza col nobile duca.
    CLARENCE: Sappiamo la tua incombenza, Brakenbury e obbediremo.
    GLOUCESTER: Siamo  i  vassalli  della  regina,  e  dobbiamo  obbedire.
    Fratello, addio: vado dal re, e in qualunque cosa vogliate impiegarmi,
    foss'anche  a chiamar sorella la vedova che  sposa di re Edoardo,  lo
    far per ottenere la vostra  liberazione.  Frattanto  questo  profondo
    affronto alla fraternit mi tocca pi profondamente di quanto possiate
    immaginare.
    CLARENCE: So che non lascia contento nessuno di noi due.
    GLOUCESTER: Ebbene, la vostra prigionia non sar lunga; io vi liberer
    o mi far male, dico, per voi: frattanto abbiate pazienza.
    CLARENCE: Per forza debbo: addio.
    (Escono Clarence, Brakenbury, e le Guardie).
    GLOUCESTER:  Va',  calca  il  sentiero  pel quale non pi tornerai,  o
    semplice,  ingenuo Clarence!  Io ti amo tanto che fra breve mander la
    tua  anima  in cielo,  se il cielo vuol accettare il dono dalle nostre
    mani. Ma chi vien qua? il novellamente scarcerato Hastings?
    (Entra LORD HASTINGS).
    HASTINGS: Buon giorno mio grazioso signore!
    GLOUCESTER:  Altrettanto  ai  mio  buon  lord  ciambellano!  Oltremodo
    benvenuto  siete  a  quest'aria  aperta: come ha sopportato il carcere
    Vostra Signoria?
    HASTINGS: Con pazienza,  o nobil signore,  come debbono i prigionieri,
    ma  spero  vivere,  mio  signore,  per render grazie a coloro che sono
    stati causa del mio incarceramento.
    GLOUCESTER: Senza dubbio,  senza dubbio;  e cos spera anche Clarence;
    poich  coloro  che  sono  stati  vostri  nemici  sono i suoi,  ed han
    prevalso contro di lui come contro di voi.
    HASTINGS: Pi dispiace che l'aquila  debba  esser  chiusa  nella  muda
    quando i nibbi e i bozzaghi predano in libert.
    GLOUCESTER: Che notizie di fuori?
    HASTINGS:  Non cos cattive notizie di fuori quanto queste di casa: il
    re  infermo, debole, e malinconico,  e i suoi medici temono oltremodo
    per lui.
    GLOUCESTER: Ecco, per San Paolo, questa  davvero una cattiva notizia!
    Oh, egli ha seguito a lungo un pernicioso regime, e troppo ha logorato
    la  sua  regal  persona:   molto angoscioso il pensarci.  Come,   in
    letto?
    HASTINGS: Sicuro.
    GLOUCESTER: Andate voi innanzi, io vi seguir.  (Esce Hastings).  Egli
    non pu vivere,  spero, e non deve morire finch Giorgio non sia stato
    spedito di tutta carriera in cielo. Andr da lui per stimolare vieppi
    il suo odio contro Clarence,  con  menzogne  ben  armate  di  possenti
    argomenti; e se non fallisco nel mio profondo intento, Clarence non ha
    un altro giorno da vivere;  il che fatto,  che Iddio riceva re Edoardo
    nella sua misericordia, e lasci a me il mondo per brigarvi! Ch allora
    sposer la figlia pi giovane di Warwick.  Che fa  se  ho  ucciso  suo
    marito e suo padre? La via pi spedita di fare ammenda con la donzella
     diventare suo marito e suo padre: il che far,  non tanto per amore,
    quanto per un alto  segreto  riposto  intento  che  debbo  raggiungere
    sposandola. Ma io pur metto il carro dinanzi ai buoi: Clarence respira
    ancora,  Edoardo ancora vive e regna; quando se ne siano iti, allora 
    il momento di contare i miei guadagni.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - La stessa. Un'altra strada.

    (E' portato in  scena  il  corpo  di  Re  Enrico  Sesto,  scortato  da
    Gentiluomini armati di alabarde; LADY ANNA lo segue in gramaglie).
    ANNA:  Ponete gi,  ponete gi il vostro onorevole carico - se l'onore
    pu esser composto in una bara - mentre io secondo il rito  piango  la
    precoce caduta del virtuoso Lancaster.  Povera immagine d'un santo re,
    fredda come una  chiave!  Pallide  ceneri  della  casa  di  Lancaster!
    Esangui reliquie di quel sangue reale! Mi sia lecito d'invocare la tua
    ombra,  perch essa oda le lamentazioni della misera Anna,  moglie del
    tuo Edoardo,  del tuo figlio assassinato,  trafitto dalla stessa  mano
    che ha aperto queste finestre!  Ecco, su queste finestre che lasciaron
    fuggire la tua vita io verso l'inutile balsamo dei miei poveri  occhi.
    O  maledetta sia la mano che fece questi fori!  Maledetto il cuore che
    ebbe cuore a tanto!  Maledetto il sangue che ha fatto colar  di  cost
    questo sangue!  Pi dura sorte incolga quell'odiato miserabile, che ci
    fa miserabili con la morte tua,  che io non sappia augurare a  vipere,
    ragni,  rospi,  o  ad ogni velenosa creatura strisciante!  Se mai egli
    abbia prole, che sia abortiva, prodigiosa e prematuramente venuta alla
    luce, il cui orrendo e innaturale aspetto spaventi con la sua vista la
    sperante madre,  ed erediti la sua  nocevolezza!  Se  mai  egli  abbia
    sposa, sia essa resa pi afflitta dalla morte di lui che io non lo sia
    da  quella  del  mio  giovine  signore  e  dalla tua!  Avviatevi ora a
    Chertsey col vostro santo carico,  che avete recato da San  Paolo  per
    esser  col  sepolto;  e  ogniqualvolta sarete stanchi di questo peso,
    riposatevi mentre io piango sul corpo di re Enrico.

    (Entra GLOUCESTER).

    GLOUCESTER: Fermatevi, voi che portate il feretro, e ponetelo gi!
    ANNA: Qual nero mago evoca questo demonio per impedire devoti atti  di
    carit?
    GLOUCESTER: Furfanti,  ponete gi il cadavere,  o, per San Paolo, far
    un cadavere di colui che disobbedisce !
    GENTILUOMO:  Mio  signore,  fatevi  indietro  e  lasciate  passare  il
    feretro.
    GLOUCESTER:  Cane  screanzato,  fermati quand'io comando!  Alza la tua
    alabarda pi su del mio petto, o,  per San Paolo,  ti stender ai miei
    piedi, e sentirai i miei calci, pezzente, per la tua audacia!
    ANNA: Che,  voi tremate?  avete tutti paura? Ahim, io non vi biasimo,
    poich siete  mortali  ed  occhi  mortali  non  possono  sostenere  il
    demonio.  Via,  spaventoso ministro dell'inferno!  Tu non avevi potere
    che sul suo corpo  mortale,  la  sua  anima  non  puoi  avere;  dunque
    vattene.
    GLOUCESTER: Dolce santa, per carit, non essere cos dispettosa.
    ANNA: Sozzo demonio,  in nome di Dio,  via di qui e non ci disturbare!
    ch tu hai fatto di questa felice terra il tuo inferno,  l'hai  empita
    d'imprecazioni  e di profondi gemiti.  Se ti diletti di contemplare le
    tue infami gesta,  mira questo modello dei tuoi massacri.  O  signori,
    guardate guardate! le ferite del morto Enrico aprono le loro congelate
    bocche e sanguinano di nuovo.  Arrossisci, arrossisci, cumulo di sozza
    deformit!  poich  la tua presenza che fa spicciare questo sangue da
    fredde e vuote vene dove sangue non resta.  Il tuo misfatto, inumano e
    contro natura,  provoca questo diluvio contro natura.  O Dio,  che hai
    creato questo sangue,  vendica la sua morte!  O terra, che bevi questo
    sangue,  vendica la sua morte!  O il cielo con la folgore stenda morto
    l'assassino,  o  tu,  terra,  spalancati,  e  ingoialo  vivo,  come tu
    inghiotti il sangue di questo buon re,  che ha scannato il suo braccio
    diretto dall'inferno!
    GLOUCESTER:  Signora,  voi non conoscete i precetti della carit,  che
    rende bene per male, benedizioni per maledizioni.
    ANNA: Scellerato,  tu non conosci alcuna legge,  n di  Dio  n  degli
    uomini:  non  v'  belva  tanto  feroce che non abbia qualche senso di
    piet.
    GLOUCESTER: Ma io non ne ho alcuno, sicch non sono una belva.
    ANNA: Oh, mirabile, quando i demoni dicono la verit!
    GLOUCESTER: Pi mirabile ancora,  quando gli angeli son cos  adirati.
    Degna,  o  divina perfezione di donna,  di dammi licenza che di questi
    supposti misfatti io mi scagioni punto per punto.
    ANNA: Degna,  o difforme infezione  d'uomo,  per  questi  riconosciuti
    misfatti,  di  darmi  licenza  di  maledire  punto  per  punto  la tua
    maledetta persona.
    GLOUCESTER: O bella pi che lingua non ti possa  dire,  che  io  abbia
    qualche riposato agio per iscusarmi.
    ANNA:  O  sozzo  pi che cuore non ti possa pensare,  tu non hai altra
    scusa accettabile se non d'impiccarti.
    GLOUCESTER: Con tal atto disperato io verrei ad accusarmi.
    ANNA: E, col disperare, tu rimarresti scusato,  facendo degna vendetta
    su te stesso, che hai fatto indegna strage di altri.
    GLOUCESTER: E se io non li avessi uccisi?
    ANNA:  Ebbene,  allora  essi  non  sono morti: ma morti essi sono,  e,
    infernal manigoldo, per opera tua.
    GLOUCESTER: Io non ho ucciso vostro marito.
    ANNA: Ebbene, allora egli  vivo.
    GLOUCESTER: No,  morto, assassinato per mano di Edoardo.
    ANNA: Tu menti per la tua sozza gola: la regina Margherita  ha  veduto
    la  tua  micidial  scimitarra  fumante del suo sangue;  e tu allora la
    rivolgevi contro il petto di lei,  ma i tuoi fratelli te ne stornarono
    la punta.
    GLOUCESTER:  Fui  provocato  dalla  sua lingua calunniosa,  che faceva
    cader la loro colpa sulle mie spalle incolpevoli.
    ANNA: Tu fosti provocato dalla  tua  anima  sanguinaria,  che  non  ha
    sognato mai altro che carneficine; non hai tu ucciso questo re?
    GLOUCESTER: Lo concedo.
    ANNA:  Lo  concedi,  istrice?  Allora Dio mi conceda pure che tu possa
    esser dannato per questo misfatto!  Oh,  egli  era  affabile,  mite  e
    virtuoso!
    GLOUCESTER: Tanto meglio pel re del cielo, che l'ha seco.
    ANNA: Egli  in cielo dove tu mai non andrai.
    GLOUCESTER:  Che  lui  mi  ringrazi d'averlo aiutato a mandarlo lass;
    poich egli era pi adatto a quel luogo che alla terra.
    ANNA: E tu non sei adatto ad altro luogo che l'inferno.
    GLOUCESTER: S, un altro ve n', se voi volete udirmi nominarlo.
    ANNA: Qualche segreta.
    GLOUCESTER: La vostra camera da letto
    ANNA: Mal riposo tocchi alla camera dove tu giaci!
    GLOUCESTER: Cos accadr, signora, finche io non giaccia con voi.
    ANNA: Lo spero bene.
    GLOUCESTER: Lo so bene.  Ma,  gentil  madonna  Anna,  per  abbandonare
    quest'arguta tenzone dei nostri ingegni,  e discendere a un metodo pi
    piano, non  il causatore delle immature morti di questi Plantageneti,
    Enrico ed Edoardo, tanto biasimevole quanto l'esecutore?
    ANNA: Tu fosti la causa e il dannatissimo effetto.
    GLOUCESTER: La vostra belt  stata  la  causa  di  tale  effetto;  la
    vostra  belt  che  mi  travagliava nel sonno perch intraprendessi di
    uccidere il mondo intero per poter vivere un'ora sola sul vostro dolce
    seno.
    ANNA: Se  io  credessi  ci,  ti  dico,  omicida,  che  queste  unghie
    strapperebbero tale belt dalle mie guance.
    GLOUCESTER:  Questi  occhi non potrebbero sostenere lo scempio di tale
    belt;  voi non la sciupereste,  se io vi fossi accanto: come tutto il
    mondo  allietato dal sole, cos son io da essa; essa  il mio giorno,
    la mia vita.
    ANNA: Nera notte offuschi il tuo giorno, e morte la tua vita!
    GLOUCESTER:  Non  maledir  te stessa,  bella creatura;  tu sei l'uno e
    l'altra.
    ANNA: Lo fossi, per vendicarmi di te!
    GLOUCESTER: E' una contesa quanto mai  contro  natura,  vendicarsi  di
    colui che ti ama.
    ANNA: E' una contesa giusta e conforme a ragione,  vendicarsi di colui
    che ha ucciso mio marito.
    GLOUCESTER: Colui che ti ha privato,  signora,  del tuo  marito,  l'ha
    fatto per procurarti un miglior marito.
    ANNA: Il miglior di lui non esiste sulla tetra.
    GLOUCESTER: Vive chi ti ama meglio di quel ch'egli non sapesse.
    ANNA: Nominalo.
    GLOUCESTER: Plantageneto.
    ANNA: Appunto, questo era lui.
    GLOUCESTER: Lo stesso nome, ma uno di miglior natura.
    ANNA: Dov'?
    GLOUCESTER: Qui. (Ella gli sputa addosso) Perch mi sputi addosso?
    ANNA: Vorrei che fosse un veleno mortale per te!
    GLOUCESTER: Mai non venne veleno da cos dolce luogo.
    ANNA: Mai non copr veleno pi pi sozzo rospo. Via d'innanzi alla mia
    vista! tu ferisci i miei occhi.
    GLOUCESTER: I tuoi occhi, dolce signora, hanno ferito i miei.
    ANNA: Fossero basilischi per stenderti morto!
    GLOUCESTER: Lo fossero,  almeno io morrei subito; che essi mi uccidono
    ora con una morte vivente. Quegli occhi tuoi han tratto dai miei amare
    lacrime,  han fatto vergognoso  il  loro  sguardo  con  una  piena  di
    infantili  gocciole...  questi  occhi,  che  non  hanno mai sparso una
    lacrima di compassione,  no,  neppure quando mio padre York ed Edoardo
    piansero  a  udire  il  pietoso  lamento  di  Rutland allorch il nero
    Clifford gli vibr la spada contro;  n quando il guerriero tuo  padre
    come  un fanciullo raccont la triste storia della morte del padre mio
    e venti volte s'interrompeva per singhiozzare e piangere,  che tutti i
    circostanti ne avevano molli le guance come alberi aspersi di pioggia:
    in  quel  triste  momento  i  miei  maschi occhi sprezzarono una umile
    lacrima;  ma ci che le sventure non poterono esprimer  da  essi  l'ha
    espresso  la  tua  belt,  e li ha accecati di lacrime.  Io non ho mai
    sollecitato  amico  n  nemico;  la  mia  lingua  non  ha  mai  saputo
    apprendere  una  dolce parola di lusinga: ma ora che la tua belt mi 
    messa innanzi come guiderdone, il mio superbo cuore sollecita, e muove
    la mia lingua a parlare.  (Essa lo guarda con disprezzo) Non insegnare
    al tuo labbro tanto disprezzo,  perch fu fatto per baciare,  signora,
    non per sdegnare cos.  Se il tuo cuore vendicativo non pu perdonare,
    ecco, io ti presto quest'affilata spada, che se tu vorrai immergere in
    questo petto fedele,  e farne uscire l'anima che t'adora, io lo denudo
    pel tuo colpo mortale, e umilmente a ginocchi ti chiedo la morte.  (Si
    scopre  il  petto:  essa  fa l'atto di colpirlo con la spada) No,  non
    indugiare: perch ho ucciso re Enrico;  ma   stata  la  tua  belt  a
    provocarmi.  Via,  spicciati,  sono  stato  io  a pugnalare il giovane
    Edoardo,  ma fu il tuo celeste volto a istigarmi.  [(Qui  essa  lascia
    cadere la spada) Risolleva la spada, o risolleva me.
    ANNA:  Rialzati,  simulatore:  bench  io  desideri la tua morte,  non
    voglio essere il tuo carnefice.
    GLOUCESTER: Allora ordinami di uccidermi, e io lo far.
    ANNA: L'ho gi detto.
    GLOUCESTER: Fu nella tua collera.  Dillo di nuovo;  e  alla  sola  tua
    parola questa mano che per amor tuo ha ucciso il tuo amore,  uccider,
    per amor tuo,  un ben pi fido amore: tu sarai complice della morte di
    entrambi.
    ANNA: Potessi conoscere il tuo cuore!
    GLOUCESTER: E' effigiato nella mia lingua.
    ANNA: L'uno e l'altra, io temo, son falsi.
    GLOUCESTER: Allora non v' mai stato uomo verace.
    ANNA: Via, via, riponi quella spada.
    GLOUCESTER: Di' allora che la mia pace  fatta.
    ANNA: Questo saprai pi tardi.
    GLOUCESTER: Ma potr vivere sperando?
    ANNA: Tutti gli uomini, spero, vivono cos.
    GLOUCESTER: Degna di portare questo anello.
    ANNA: Prendere non  dare.
    GLOUCESTER:  Guarda  come  il  mio anello recinge il tuo dito: proprio
    cos il tuo seno racchiude il mio povero cuore; portali entrambi,  ch
    entrambi sono tuoi. E se il tuo povero devoto servo pu solo implorare
    un favore dalla tua benignit, tu assicuri la sua felicit per sempre.
    ANNA: Quale favore?
    GLOUCESTER:  Che  vi piaccia di lasciar questi tristi apparati a colui
    che ha massima cagione di piangere a questo  funerale  e  di  riparare
    immediatamente  a  Casa  Crosby;  dove,  dopo  che  avr  solennemente
    seppellito questo nobile re nel monastero di Chertsey,  e  bagnato  la
    sua  tomba  colle mie lacrime di pentimento,  verr a rendervi tutti i
    doveri do circostanza. Per diverse non dichiarate ragioni io v'imploro
    di concedermi questa grazia.
    ANNA: Con tutto il cuore, e molto mi rallegra di vedervi divenuto cos
    penitente. Tressel e Berkeley, venite con me.
    GLOUCESTER: Ditemi addio.
    ANNA: E' pi di quel che meritate: ma dal momento che  m'insegnate  ad
    adularvi, immaginatevi che io v'abbia detto addio di gi.
    (Escono lady Anna, Tressel e Berkeley).
    GLOUCESTER: Messeri, risollevate il feretro.
    GENTILUOMO: Per Chertsey, nobile signore?
    GLOUCESTER: No, dai Carmelitani; col attendete che io venga.
    (Escono  tutti  eccetto  Gloucester)  Fu mai donna corteggiata in tale
    stato d'animo?  Fu mai donna in tale  stato  d'animo  conquistata?  Io
    l'avr,  ma non la terr a lungo.  Come! io che ho ucciso suo marito e
    il padre di lui,  prenderla mentre l'odio le colmava il cuore,  con le
    maledizioni  in  bocca  e le lacrime negli occhi accanto al sanguinoso
    testimonio del suo risentimento,  avendo Iddio,  la  sua  coscienza  e
    quegli  ostacoli  contro  di  me,  ed io,  a sostenere la mia istanza,
    nessun altro amico che il diavolo a  viso  aperto  e  i  miei  sguardi
    simulatori:  e  ci  nonostante  conquistarla:  tutto  il mondo contro
    nulla! Ah! Ha essa gi dimenticato quel valoroso principe, Edoardo suo
    signore,  che io,  tre mesi or sono,  pugnalai  nella  mia  collera  a
    Tewksbury?  Pi dolce e amabile gentiluomo,  concepito dalla natura in
    vena  di  prodigalit,  giovane,  valente,  saggio,   e  senza  dubbio
    veramente regale, il mondo quant' grande non pu produrre di nuovo: e
    nondimeno ella consente ad abbassare i suoi occhi su di me, che mietei
    la  dorata  primavera  di questo dolce principe,  e ho reso lei vedova
    d'un doloroso  letto;  su  di  me  che  tutto  intero  valgo  la  met
    d'Edoardo; su di me, che zoppico e son contraffatto cos? Scommetterei
    il mio ducato contro un miserabil quattrino,  che io mi sono ingannato
    sin qui circa la mia persona! Sulla mia vita, essa trova in me, bench
    io non ci riesca,  un uomo meravigliosamente  piacente.  Vuo'  far  la
    spesaccia  di  uno specchio,  e impiegare una ventina o due di sarti a
    studiar fogge che donino al mio corpo: dacch io mi sono insinuato nel
    favor di me stesso,  mi ci conserver con un po' di spesa.  Ma innanzi
    tutto  rivolter  quel  compare  nella sua tomba,  e poi mi volter in
    lacrime dalla mia amata.  Risplendi,  bel sole,  finch io non mi  sia
    comperato  uno  specchio,  sicch  io  possa veder la mia ombra mentre
    cammino.
    (Esce).


    SCENA TERZA - Il Palazzo.

    (Entrano la REGINA ELISABETTA, LORD RIVERS e LORD GREY).
    RIVERS: Abbiate pazienza,  signora: non v'ha  dubbio  che  Sua  Maest
    ricuperer tra breve la sua salute consueta.
    GREY: Il vostro mal sopportarlo lo fa peggiorare: per cui,  in nome di
    Dio,  state di buon animo,  e sollevate Sua Grazia con parole  vive  e
    gaie.
    ELISABETTA: S'egli morisse, che accadrebbe a me?
    RIVERS: Nessun altro male se non la perdita d'un tal signore.
    ELISABETTA: La perdita d'un tal signore comprende tutti i mali.
    GREY:  Il cielo vi ha favorito con un ottimo figlio che sar il vostro
    conforto quando lui  scomparso.
    ELISABETTA: Ah!  egli  giovane,  e la sua minorit  posta  sotto  la
    tutela di Riccardo Gloucester,  un uomo che non ama n me n alcuno di
    voi.
    RIVERS: E' concluso che egli sia Protettore?
    ELISABETTA: E' deciso,  ma non ancora concluso;  ma cos dovr essere,
    se il re viene a mancare.
    (Entrano BUCKINGHAM e DERBY).
    GREY: Vengono i signori di Buckingham e Derby.
    BUCKINGHAM: Buon giorno a Vostra Real Grazia!
    DERBY: Dio faccia Vostra Maest felice come siete stata!
    ELISABETTA:  La  contessa  di Richmond,  mio buon signore di Derby,  a
    stento direbbe amen alla vostra buona preghiera. Eppure, Derby, bench
    ella sia vostra moglie e non mi ami, siate sicuro,  buon signore,  che
    io non detesto voi per la sua superba arroganza.
    DERBY:  Vi  supplico,  o non prestate fede alle invidiose calunnie dei
    suoi falsi accusatori,  o,  se ella  accusata in seguito a  una  voce
    veritiera,  siate  indulgente  con  la  sua  debolezza che,  io penso,
    proviene da irritabile infermit, non da una fondata malevolenza.
    RIVERS: Avete veduto oggi il re, mio signore di Derby?
    DERBY: Or ora il duca di Buckingham ed io veniamo da una visita a  Sua
    Maest.
    ELISABETTA: Che probabilit pel suo miglioramento, signori?
    BUCKINGHAM: Signora, buona speranza; Sua Grazia parla di buon umore.
    ELISABETTA: Iddio gli conceda salute! Avete conferito con lui?
    BUCKINGHAM: S, signora: egli desidera di fare una riconciliazione tra
    il  duca  di  Gloucester  e  i  vostri fratelli,  e tra essi e il lord
    ciambellano, e ha mandato a chiamarli alla sua regal presenza.
    ELISABETTA: Possa tutto riuscir bene!... Ma questo non sar mai.  Temo
    che la nostra felicit sia al suo culmine.
    (Entrano GLOUCESTER, HASTINGS e DORSET).
    GLOUCESTER: Essi mi fan torto,  ed io non lo soffrir.  Chi son coloro
    che si lamentano presso il re che io, proprio davvero,  sono arcigno e
    non li amo?  Per San Paolo,  non aman che debolmente Sua Grazia quelli
    che gli riempion le orecchie di tali voci litigiose! Siccome io non so
    adulare e assumere un aspetto ameno,  sorridere in faccia alla  gente,
    lusingare,   ingannare,   e  imbecherare,  piegarmi  con  salamelecchi
    francesi e scimmiesche riverenze,  debbo essere  ritenuto  un  astioso
    nemico Un uomo sincero non pu dunque vivere e non pensar male,  senza
    che  la  sua  candida  franchezza  debba  esser  cos  calunniata   da
    striscianti, insinuanti furbacchioni?
    GREY: A chi tra tutti questi astanti si rivolge Vostra Grazia?
    GLOUCESTER:  A  te,  che non hai n onest n grazia: quando ho offeso
    te? quando ti ho fatto torto? o a te? o a te? o ad alcuno della vostra
    fazione?  Peste a voi tutti!  La sua regal persona che Iddio  conservi
    meglio che voi non desideriate!  - non pu goder neppure un momento di
    respiro che voi non dobbiate disturbarlo colle vostre basse querimonie
    ELISABETTA: Fratello Gloucester, in ci prendete abbaglio.  Il re,  di
    suo  proprio  regal  moto,  e  non  provocato  da  alcun  postulante -
    congetturando verosimilmente il vostro interno odio  che  si  dimostra
    nel  vostro esterno agire contro i miei figli,  i miei fratelli,  e me
    stessa -  stato spinto a chiamarvi  onde  apprendere  il  motivo  del
    vostro malanimo, e cos rimuoverlo.
    GLOUCESTER:  Non saprei dire;  il mondo  divenuto cos malvagio,  che
    gli scriccioli predano dove le aquile non osano  appollaiarsi.  Dacch
    ogni  zanni    diventato  un  gentiluomo,  v'  pi  d'un  gentiluomo
    convertito in uno zanni.
    ELISABETTA: Via, via,  sappiamo a che accennate,  fratello Gloucester;
    voi invidiate l'innalzamento mio e dei miei amici.  Dio voglia che non
    dobbiamo mai aver bisogno di voi!
    GLOUCESTER: Intanto Dio vuole che noi abbiamo bisogno di  voi!  Nostro
    fratello  imprigionato per opera vostra, io caduto in disgrazia, e la
    nobilt  tenuta  in  dispregio,  mentre  si  fanno  ogni giorno grandi
    promozioni per nobilitar coloro che, due giorni fa, valevan s e no un
    nobile.
    ELISABETTA: Per Colui che m'innalz a questo  ansioso  fastigio  dalla
    soddisfatta  sorte  che  io godevo,  io non ho mai incitato Sua Maest
    contro il duca di Clarence,  ma sono  stata  una  zelante  avvocata  a
    perorar  per  lui!  Mio  signore,  voi  mi  fate  un'onta  oltraggiosa
    trascinandomi perfidamente in questi vili sospetti.
    GLOUCESTER: Voi non potete negare  di  essere  stata  la  cagione  del
    recente imprigionamento di lord Hastings.
    RIVERS: Essa lo pu, mio signore, perch...
    GLOUCESTER: Essa lo pu, lord Rivers! gi, chi non lo sa? Essa pu far
    di pi,  messere, che negar questo: essa pu aiutarvi a farvi ottenere
    molte belle promozioni, e poi negare che la sua mano vi ci aiutasse, e
    attribuire quegli onori al vostro eminente merito.  Che non pu  essa?
    essa pu, Maria Santa! essa pu...
    RIVERS: Che, Maria Santa, pu ella?
    GLOUCESTER: Che, Maria Santa, pu ella? maritarsi con un re, un celibe
    che  sia  anche  un  bel giovinotto: di certo la vostra avola trov un
    peggior partito.
    ELISABETTA: Mio signore di Gloucester,  troppo a lungo ho sopportato i
    vostri  bruschi  rimproveri  e  le  vostre amare derisioni: pel cielo!
    informer Sua Maest dei grossolani sarcasmi che  ho  sovente  patito!
    Vorrei  esser  piuttosto una serva di campagna che una grande regina a
    questa condizione,  di esser cos  tormentata,  vilipesa,  tartassata:
    poca gioia io traggo dall'esser regina d'Inghilterra.
    (Entra la REGINA MARGHERITA, dal fondo).
    MARGHERITA:  E  quel poco venga ancora scemato,  ne supplico Iddio!  I
    tuoi onori, il tuo rango, il tuo trono son dovuti a me.
    GLOUCESTER: Che, mi minacciate di dirlo al re? Diteglielo, non abbiate
    ritegno: guardate,  quel che ho detto,  lo sosterr alla presenza  del
    re:  oso arrischiare d'esser mandato alla Torre.  E' tempo di parlare;
    le pene che mi son dato sono affatto dimenticate.
    MARGHERITA: Via, demonio! Io le ricordo fin troppo bene: tu hai ucciso
    mio marito Enrico nella Torre,  ed Edoardo,  il mio povero  figlio,  a
    Tewksbury.
    GLOUCESTER: Prima che voi foste regina, sicuro, o vostro marito re, io
    ero il caval da soma nelle sue gravi faccende,  l'estirpatore dei suoi
    superbi avversari, il liberal rimuneratore dei suoi amici: per rendere
    regale il suo sangue, io ho versato il mio.
    MARGHERITA: Gi, e un sangue assai migliore del suo o del tuo.
    GLOUCESTER: E  in  tutto  quel  tempo  voi  e  il  vostro  sposo  Grey
    parteggiavate  per la casa di Lancaster,  e voi pure,  Rivers.  Non fu
    vostro marito ucciso nelle file di Margherita a Sant'Albano?  Lasciate
    che  io  vi  rammemori,  se voi dimenticate quel che siete stati prima
    d'ora e quel che siete, pure quello che io sono stato e quel che sono.
    MARGHERITA: Un infame assassino, e seguiti ad esserlo.
    GLOUCESTER: Il povero Clarence abbandon suo padre, Warwick, s,  e si
    rese spergiuro, che Ges glielo perdoni!...
    MARGHERITA: Che Iddio ne faccia vendetta!
    GLOUCESTER:  ...per  combattere  col  partito che voleva la corona per
    Edoardo, e per ricompensa, povero signore,  messo in muda. Piacesse a
    Dio che il mio  cuore  fosse  pietra,  come  quel  d'Edoardo,  o  quel
    d'Edoardo   tenero   e   pietoso   come   il   mio:   io   son  troppo
    fanciullescamente sciocco per questo mondo.
    MARGHERITA: Corri all'inferno dalla vergogna,  e lascia questo  mondo,
    demoniaccio! l  il tuo regno.
    RIVERS:  Mio  signore di Gloucester,  in quegli agitati giorni che qui
    portate innanzi per dimostrarci nemici,  noi seguivamo l'allora nostro
    signore,  il nostro re sovrano,  e cos seguiremo voi, se voi foste il
    nostro re.
    GLOUCESTER: Se io lo fossi! Preferirci d'essere un cenciaiolo: lontano
    sia dal mio cuore codesto pensiero!
    ELISABETTA: Tanto poca gioia,  mio signore,  quanta voi supponete  che
    godreste se foste re di questo paese, tanto poca gioia potete nel caso
    mio supporre che io goda a esserne la regina.
    MARGHERITA: Poca gioia davvero ne ha la regina;  perch questa son io,
    e son del tutto senza gioia.  Non  so  pi  contenermi.  (Avanzandosi)
    Uditemi,  voi rissosi pirati, che vi bisticciate nel dividervi ci che
    avete predato a me!  Chi di voi non trema  che  mi  guarda?  Se,  come
    sudditi,  non  vi  curvate dinanzi a me vostra regina,  almeno perch,
    come ribelli,  non tremate dinanzi a  colei  che  avete  deposta?  Ah,
    nobile furfante, non volgerti da un'altra parte!
    GLOUCESTER:  Sozza strega avvizzita,  che vieni a fare dinanzi ai miei
    occhi?
    MARGHERITA: Nient'altro che la narrazione di ci che tu hai distrutto,
    questo io far prima di lasciarti andare.
    GLOUCESTER: Non sei tu stata bandita sotto pena di morte?
    MARGHERITA: S, ma trovo pi tormento nel bando di quanto la morte non
    possa darmi se dimoro qui.  Tu mi devi uno sposo e un figlio;  e tu un
    regno;  voi tutti obbedienza: questo dolore che soffro spetta a voi di
    diritto, e tutti i piaceri che usurpate sono miei.
    GLOUCESTER: La maledizione che il mio nobile padre scagli  contro  di
    te,  quando  tu incoronasti di carta la sua fronte marziale,  e con le
    tue derisioni facesti  sgorgar  fiumi  dai  suoi  occhi,  e  poi,  per
    asciugarli, desti al duca un cencio intriso nel sangue incolpevole del
    vago  Rutland:  le  sue  maledizioni,  proclamate  allora contro di te
    dall'amarezza della sua anima,  son tutte cadute su di te;  e Iddio  
    stato, non gi noi, a castigare il tuo atto sanguinario
    ELISABETTA: S, giusto  Iddio a vendicar gl'innocenti.
    HASTINGS: Oh, fu la pi turpe azione uccidere quel fanciullo, e la pi
    spietata di cui si udisse mai.
    RIVERS: I tiranni stessi piansero allorch fu narrata loro.
    DORSET: Non vi fu alcuno che non ne presagisse vendetta.
    BUCKINGHAM: Northumberland, che era presente, pianse a vederlo.
    MARGHERITA:  Come!  stavate  tutti  a  ringhiare prima che io venissi,
    pronti ad azzannarvi l'un l'altro per la gola, ed ora volgete tutto il
    vostro odio contro di me?  La tremenda maledizione  di  York  prevalse
    tanto  in  cielo,  che  la  morte  d'Enrico,  la  morte del mio amabil
    Edoardo,  la perdita del  loro  regno,  il  mio  doloroso  bando,  non
    sarebbero  che  il  fio  per  quel  bizzoso  marmocchio?   Possono  le
    maledizioni forar le nubi ed entrare in cielo? Oh, allora sgombrate la
    via,  uggiose nubi,  alle mie celeri maledizioni!  Sebbene non per  la
    guerra,  ma per crapula muoia il vostro re, come il nostro  morto per
    assassinio, per far lui re! Edoardo tuo figlio,  che ora  principe di
    Galles,  per  Edoardo  mio figlio,  che era principe di Galles,  muoia
    nella sua giovent di uguale intempestiva violenza!  Tu stessa che sei
    regina,  per  me  che  fui una regina,  possa tu sopravvivere alla tua
    gloria,  come me infelice!  A lungo possa tu vivere  per  piangere  la
    perdita  dei  tuoi  figli.  e  vedere  un'altra,  come io ora vedo te,
    rivestita delle tue insegne, come tu sei insediata nelle mie!  A lungo
    prima  della  tua  morte muoiano i tuoi giorni felici;  e,  dopo molte
    prolungate ore di pena,  muori non pi  madre,  n  sposa,  n  regina
    d'Inghilterra.  Rivers e Dorset,  voi eravate astanti,  e cos eri tu,
    lord Hastings, quando mio figlio fu trafitto con sanguinosi pugnali...
    Io prego Iddio che nessuno di voi possa vivere la sua et naturale, ma
    l'abbia tronca da qualche imprevisto accidente!
    GLOUCESTER: Finiscila col tuo incantesimo, odiosa strega avvizzita!
    MARGHERITA: E lascerei fuori te? resta, cane,  ch tu devi udirmi!  Se
    il  cielo ha in serbo qualche atroce flagello che ecceda quelli che io
    posso desiderarti, oh!  lo ritenga finch le tue colpe sian mature,  e
    poi scagli la sua indignazione sopra di te, perturbatore della pace di
    questo  povero mondo!  Che il verme della coscienza ti roda per sempre
    l'anima! Possa tu sospettar come traditori i tuoi amici finch vivi, e
    prender tenebrosi traditori pei tuoi amici pi cari!  Che il sonno mai
    non  chiuda  quel  tuo occhio letale,  se non sia mentre qualche sogno
    tormentoso  t'atterrisce  con  un  inferno  di  orrendi   demoni!   tu
    grufolante  verro  contraffatto  segnato  dal  diavolo;  tu che al tuo
    nascere ricevesti il marchio di  schiavo  della  natura  e  di  figlio
    dell'inferno! Tu calunnia del ventre di tua madre gravida! tu aborrito
    rampollo  dei  lombi  di  tuo  padre!   tu  straccio  dell'onore!   tu
    detestabile...
    GLOUCESTER: Margherita!
    RICCARDO: Riccardo!
    GLOUCESTER: Che?
    MARGHERITA: Io non ti chiamo.
    GLOUCESTER: Allora ti chiedo venia; credevo che mi avessi chiamato con
    tutti quei crudeli nomi.
    MARGHERITA: Sicuro, ma non mi aspettavo risposta. Oh! fammi condurre a
    fine la mia maledizione!
    GLOUCESTER: L'ho fatto io; finisce con Margherita.
    ELISABETTA: Cos voi avete dato fiato alla vostra  maledizione  contro
    voi stessa.
    MARGHERITA:  Povera  regina  dipinta,  vano orpello della mia fortuna!
    perch spargi zucchero su questo tumido ragno,  la cui tela mortale ti
    si stringe intorno? Stolta, stolta! tu arroti un coltello per uccidere
    te  stessa.  Giorno  verr  che  desidererai chiamarmi in soccorso per
    maledire quello scrignuto e velenoso rospo.
    HASTINGS:  Falsa  profetessa,   poni  termine   alla   tua   frenetica
    maledizione, o a tuo danno stancherai la nostra pazienza.
    MARGHERITA: Obbrobrio su di voi! Voi tutti avete stancata la mia.
    RIVERS: Sareste servita a modo, se v'insegnassero il vostro dovere.
    MARGHERITA:  Per  servirmi  a modo,  voi tutti dovreste farmi i vostri
    doveri,  insegnare a me ad essere la vostra regina,  e a voi ad essere
    miei  sudditi:  oh,  servitemi  a modo,  e insegnate a voi stessi quei
    doveri!
    DORSET: Non argomentate con lei;  pazza.
    MARGHERITA: Zitto,  messer marchese,  voi siete impudente:  il  vostro
    conio di nobilt,  nuovo di zecca,  ha appena corso.  Oh, se il vostro
    giovane patriziato potesse  comprendere  che  cosa  sia  perderlo,  ed
    essere  infelice!  Coloro  che  stanno  in  alto  sono scossi da molte
    raffiche, e se cadono, vanno in frantumi.
    GLOUCESTER: Un  buon  consiglio,  perdio!  apprendetelo,  apprendetelo
    marchese.
    DORSET: Riguarda voi, mio signore, tanto quanto me.
    GLOUCESTER: Gi,  e molto di pi;  ma io son nato cos in alto, che il
    nostro nido  edificato sulla sommit del  cedro,  e  scherza  con  il
    vento e sprezza il sole.
    MARGHERITA:  E cambia il sole in ombra,  ahim,  ahim!  Testimonio il
    figlio  mio,   ora   nell'ombra   della   morte,   i   cui   brillanti
    oltrasplendenti raggi la tua nuvolosa collera avvilupp in una tenebra
    eterna.  Il  vostro nido  edificato sul sito del nostro nido.  O Dio,
    che vedi ci, non soffrirlo! Come fu conquistato col sangue,  cos sia
    perduto!
    BUCKINGHAM: Silenzio, silenzio, per la vergogna, se non per carit.
    MARGHERITA:  Non  ingiungere n carit n vergogna a me!  Senza carit
    voi avete agito verso di me, e vergognosamente voi avete fatto scempio
    delle mie speranze.  La mia carit  l'oltraggio,  la vita    la  mia
    vergogna,  e  in quella vergogna possa sempre vivere la rabbia del mio
    dolore!
    BUCKINGHAM: Finitela, finitela!
    MARGHERITA: O principesco Buckingham,  vuo' baciarti la mano in  segno
    d'alleanza  e di amicizia con te: lieta fortuna a te e alla tua nobile
    casa!  Le tue vesti non sono macchiate del sangue nostro,  n  tu  sei
    compreso nella mia maledizione.
    BUCKINGHAM:  E neppure alcuno dei presenti;  poich le maledizioni non
    passano mai oltre le labbra di coloro che le proferiscono.
    MARGHERITA: Nulla mi convincer che esse non salgano al cielo,  e col
    risveglino dal suo soave sonno la pace di Dio.  O Buckingham, guardati
    da quel cane! Bada, quando fa le feste,  morde;  e quando morde il suo
    dente  velenoso  attossica  da morirne.  Non aver nulla a che fare con
    lui, non fidartene! Il peccato, la morte,  l'inferno hanno impresso su
    di lui il loro marchio, e tutti i loro ministri gli fan corte.
    GLOUCESTER: Che dice costei, signore di Buckingham?
    BUCKINGHAM: Nulla di cui io faccia caso, mio grazioso signore.
    MARGHERITA:  Come?   disprezzi  me  pel  mio  amorevole  consiglio,  e
    blandisci il demonio contro il quale ti metto  in  guardia?  Oh,  solo
    ricordati di questo un'altra volta, quando egli spezzer d'angoscia il
    tuo  cuore  pi  profondo,  e  dirai  che  la  povera  Margherita  era
    profetessa. Viva ognun di voi soggetto al suo odio, ed egli al vostro,
    e tutti voi a quello di Dio!
    (Esce).
    HASTINGS: Mi si rizzano i capelli a udire le sue maledizioni.
    RIVERS: Anche a me; mi domando perch costei  in libert.
    GLOUCESTER: Non posso biasimarla;  per la santa madre di Dio,  le sono
    stati fatti tremendi torti, ed io mi pento per quella parte che gliene
     stata fatta da me.
    ELISABETTA: Io non gliene feci mai, che sappia io.
    GLOUCESTER:  Eppure  voi  godete  tutti  i vantaggi del torto che le 
    stato fatto.  Io fui troppo ardente nel far del bene a qualcuno che  
    troppo  freddo  nel  pensarci  ora.  Aff,  quanto  a Clarence,   ben
    ripagato;  per le sue pene  messo a  impinguare  nel  brago...  Iddio
    perdoni coloro che ne son la cagione!
    RIVERS: Virtuosa e cristiana conclusione pregare per quelli che ci han
    recato offesa.
    GLOUCESTER:  Cos  faccio  sempre...  (a  parte)  ch  cos  vuole  la
    prudenza; poich se avessi maledetto ora, avrei maledetto me stesso.
    (Entra CATESBY).
    CATESBY: Signora,  Sua Maest vi desidera ed anche  Vostra  Grazia,  e
    voi, miei nobili signori.
    ELISABETTA: Catesby, veniamo. Signori, volete accompagnarci?
    RIVERS: Seguiamo Vostra Grazia.
    (Escono tutti eccetto Gloucester).
    GLOUCESTER: Io faccio il male,  e sono il primo a sbraitare: i segreti
    misfatti che io ordisco,  ne gitto il grave peso sulle spalle  altrui.
    Clarence,  che di fatto io ho messo all'ombra,  lo compiango dinanzi a
    molti gonzi, quali sono Derby, Hastings, Buckingham, e dico loro che 
    la regina con la sua consorteria a eccitare il re contro il  duca  mio
    fratello.  Ora  essi lo credono e insieme mi stimolano a vendicarmi di
    Rivers, di Vaughan, di Grey: ma allora io sospiro,  e con un passo del
    Vangelo  dico  loro che Dio ci comanda di fare il bene per il male,  e
    cos rivesto la mia ignuda perfidia con triste sentenziole rubacchiate
    ai sacri testi,  e ho l'aria d'un santo,  quando di pi non potrei far
    la parte del diavolo.
    (Entrano due Sicari).
    Ma  zitti!  ecco  che vengono i miei carnefici.  Ebbene!  miei audaci,
    energici,  risoluti compari!  Andate voi  adesso  a  sistemare  questa
    faccenda?
    PRIMO   SICARIO:   Precisamente,   signor  mio,   e  siamo  per  avere
    l'autorizzazione per poter essere ammessi dove  lui.
    GLOUCESTER: Ben pensato!  L'ho qui su  di  me.  (D  l'autorizzazione)
    Quando  avrete  fatto  riparate  a  Casa Crosby.  Ma,  messeri,  siate
    solleciti nell'esecuzione, e insieme inesorabili: non ascoltate le sue
    preghiere; poich Clarence  bel parlatore, e forse potrebbe muovere i
    vostri cuori a piet se l'ascoltate.
    PRIMO SICARIO: Via, via, signor mio, non ci fermeremo a chiacchierare.
    I parlatori non sono buoni operatori,  state certo che noi andiamo per
    adoperare le mani, e non la lingua.
    GLOUCESTER: I vostri occhi versano pietre da macina,  quando gli occhi
    degli stolti spargono  lacrime;  mi  piacete,  giovanotti:  all'opera,
    subito! andate, andate, sbrigatevi!
    PRIMO SICARIO: Sarete servito, mio nobile signore.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Londra. La Torre.

    (Entrano CLARENCE e BRAKENBURY).
    BRAKENBURY: Perch Vostra Grazia ha l'aria cos abbattuta quest'oggi?
    CLARENCE:  Oh,   ho  passato  una  nottataccia  cos  piena  di  sogni
    spaventosi, di orribili visioni che,  quanto  vero che sono un fedele
    cristiano,  non  vorrei trascorrere un'altra simile notte,  foss'anche
    per comprare un mondo di giorni felici,  s pieno  di  cupo  orrore  
    stato quel tempo!
    BRAKENBURY:  Qual   stato il vostro sogno,  mio signore?  Vi prego di
    dirmelo.
    CLARENCE: Mi pareva d'essere evaso dalla Torre,  e d'essermi imbarcato
    per  passare in Borgogna,  e in mia compagnia mio fratello Gloucester,
    che mi aveva attirato dalla mia cabina a camminar  sulla  coperta:  di
    cost noi guardavamo verso l'Inghilterra,  e andavamo rievocando mille
    penosi momenti che ci eran capitati addosso durante le guerre di  York
    e  di  Lancaster.  Mentre  camminavamo  sul tentennante tavolato della
    coperta,  mi  pareva  che  Gloucester  incespicasse  e,   nel  cadere,
    spingesse me,  che cercavo di rattenerlo,  al di l del parapetto, nei
    vorticosi cavalloni dell'oceano. Signore,  Signore!  che pena sembrava
    essere annegato ! Che tremendo croscio d'acque nelle mie orecchie! Che
    orribili visioni di morte nei miei occhi! Mi pareva di vedere migliaia
    di  spaventosi  relitti,  migliaia  d'uomini  che  i pesci divoravano,
    lingotti d'oro grandi ncore,  mucchi di perle,  pietre  inestimabili,
    gioielli  senza prezzo,  tutti sparpagliati al fondo del mare.  Alcuni
    giacevano nei crani dei morti; e nelle cavit una volta occupate dagli
    occhi  si  erano  insinuate,  quasi  a  scherno  degli  occhi,   gemme
    specchianti,   che  corteggiavano  il  melmoso  fondo  dell'abisso,  e
    irridevano alle morte ossa sparpagliate intorno.
    BRAKENBURY: Avevate in punto di  morte  tale  agio  da  contemplare  i
    segreti dell'abisso?
    CLARENCE:  Cos  mi pareva: e sovente mi sforzai di render lo spirito;
    ma sempre il maligno flutto occludeva la mia anima,  e non la lasciava
    uscire verso la vuota,  vasta,  vagante aria,  ma la soffocava nel mio
    corpo anelante, che quasi scoppiava per eruttarla.
    BRAKENBURY: E non vi svegliaste in questa straziante agonia?
    CLARENCE: No, no, il mio sogno si prolungava oltre la vita: oh, allora
    cominciava la tempesta per l'anima  mia,  che,  parevami,  passava  il
    melanconico  fiume  con  quel  torvo nocchiero di cui parlano i poeti,
    verso il regno della perpetua notte.  Il primo a salutar cos  la  mia
    anima straniera era il mio grande suocero,  il famoso Warwick,  che ad
    alta voce diceva: Qual castigo per lo spergiuro pu dar  questa  nera
    monarchia  al  perfido  Clarence?.  E  cos  svaniva:  allora errando
    s'appressava un'ombra simile  ad  un  angelo,  con  splendenti  chiome
    intrise di sangue; e costui strideva ad alta voce: Clarence  giunto,
    l'infido,  incostante,  spergiuro  Clarence,  che mi pugnal nel campo
    presso Tewksbury: afferratelo Furie,  trascinatelo al  tormento!.  Al
    che  mi  sembrava  che  una  legione di sozzi demoni m'attorniasse,  e
    ululasse nei miei orecchi s orrende grida, che dall'intenso rumore io
    mi sono svegliato  tremando,  e  per  un  bel  pezzo  non  riuscivo  a
    convincermi di non essere in inferno, s terribile impressione m'aveva
    fatto il mio sogno.
    BRAKENBURY: Nessuna meraviglia, signor mio, che vi abbia atterrito: io
    provo spavento, mi sembra, a udirvelo narrare.
    CLARENCE: Oh Brakenbury! tutte quelle cose che gi depongono contro la
    mia anima io le ho compiute per Edoardo; e vedi come me ne ricompensa!
    O Dio,  se le mie fervide preghiere non possono placarti,  ma vuoi far
    vendetta delle mie colpe,  pur manda ad effetto la tua collera  su  me
    solo;  oh, risparmia la mia moglie innocente e i miei poveri figli!...
    Custode, ti prego, stammi vicino per un po';  il mio animo  affranto,
    e vorrei dormire.
    BRAKENBURY: Cos far,  signor mio: Iddio conceda buon riposo a Vostra
    Grazia!  (Clarence dorme) il dolore sconquassa i tempi e  le  ore  del
    riposo,  fa  della notte mattino e del meriggio notte.  I principi non
    hanno che i loro titoli per loro  glorie,  un  onore  esterno  per  un
    interno  tormento,   e,  in  cambio  di  chimere  inattingibili,  essi
    attingono sovente un mondo d'incessanti affanni:  sicch  tra  i  loro
    titoli  e  un  nome  plebeo  non  v'  altra  differenza  che  la fama
    esteriore.

    (Entrano i due Sicari).

    PRIMO SICARIO: Ehi, chi c' qui?
    BRAKENBURY: Che vuoi, compare, e come sei venuto qui?
    PRIMO SICARIO Voglio parlare con Clarence,  e  son  venuto  colle  mie
    gambe.
    BRAKENBURY: Che! cos sbrigativo?
    SECONDO SICARIO: E' meglio,  messere,  che esser tediosi. Mostragli il
    nostro ordine, e non dir altro.
    (Brakenbury lo legge).
    BRAKENBURY: Mi si comanda qui  di  consegnare  nelle  vostre  mani  il
    nobile duca di Clarence. Non voglio discutere quel che ci significhi,
    perch  voglio  essere  senza  colpa  nel significato.  L il duca sta
    dormendo ed ecco le  chiavi.  Vado  dal  re,  a  dirgli  che  cos  ho
    rassegnato a voi il mio ufficio.
    PRIMO SICARIO: Fatelo, messere,  una saggia mossa: state bene.
    (Brakenbury esce).
    SECONDO SICARIO: Come, lo pugnaleremo mentre dorme?
    PRIMO SICARIO: No; dir che abbiamo agito da codardi quando si desta.
    SECONDO SICARIO: Via, non si dester pi fino al giorno del giudizio.
    PRIMO  SICARIO:  Ebbene,  allora  dir che lo abbiamo pugnalato mentre
    dormiva.
    SECONDO SICARIO: Il richiamo  a  quella  parola  giudizio  ha  fatto
    nascere in me una specie di scrupolo di coscienza.
    PRIMO SICARIO: Che? Hai paura?
    SECONDO  SICARIO:  Non  di  ucciderlo,  avendo  un'autorizzazione;  ma
    d'esser dannato per averlo ucciso,  dal che nessuna autorizzazione pu
    difendermi.
    PRIMO SICARIO: Credevo che tu fossi risoluto.
    SECONDO SICARIO: Lo sono, di lasciarlo vivere.
    PRIMO SICARIO: Torno dal duca di Gloucester e glielo dico.
    SECONDO SICARIO: No,  ti prego,  aspetta un poco: spero che questo mio
    umor compassionevole cambi; soleva dominarmi soltanto il tempo che uno
    ci mette a contare fino a venti.
    PRIMO SICARIO: Come ti senti adesso?
    SECONDO SICARIO: Certi rimasugli di  coscienza  mi  rimuginano  ancora
    dentro.
    PRIMO   SICARIO:  Ricorda  la  nostra  ricompensa  quando  l'azione  
    compiuta.
    SECONDO  SICARIO:  Perdio,   egli  muore!   m'ero  dimenticato   della
    ricompensa.
    PRIMO SICARIO: Dov' ora la tua coscienza?
    SECONDO SICARIO: Oh, nella borsa del duca di Gloucester.
    PRIMO  SICARIO:  Quando  egli  apre  la  sua borsa per darci la nostra
    ricompensa, la tua coscienza prende il volo.
    SECONDO SICARIO: Non importa,  se ne vada: pochi o nessuno le  daranno
    asilo.
    PRIMO SICARIO: E se tornasse di nuovo da te?
    SECONDO  SICARIO:  Non  vuo'  impicciarmene: rende un uomo codardo: un
    uomo non pu rubare, che essa lo accusa;  un uomo non pu bestemmiare,
    che  essa  lo raffrena;  un uomo non pu giacersi colla moglie del suo
    vicino,  che essa lo denuncia.  E' uno spirito verecondo,  incline  al
    rossore,  che  si  ribella  nel  petto  d'un  uomo;  assiepa  un  uomo
    d'ostacoli: mi fece una volta restituire una  borsa  d'oro  che  avevo
    trovato per caso;  riduce alla mendicit chiunque la serba,  cacciata
    dai paesi e dalle citt come una cosa pericolosa;  ed  ogni  uomo  che
    vuol  viver  bene  cerca  di fidarsi di se stesso e di vivere senza di
    lei.
    PRIMO SICARIO: Perdio,  eccola al mio gomito,  che mi persuade  a  non
    uccidere il duca!
    SECONDO  SICARIO: Da' di piglio a quel diavolo della tua mente,  e non
    credergli: esso vorrebbe insinuarsi presso di te  soltanto  per  farti
    sospirare.
    PRIMO SICARIO: Io son di tempra robusta: esso non ce la pu con me.
    SECONDO  SICARIO:  Detto  da  uomo  di  fegato  che  rispetta  la  sua
    riputazione. Via, ci mettiamo all'opera?
    PRIMO SICARIO: Dagli un colpo sulla zucca col pomo della tua spada,  e
    poi gittalo nella botte di malvasia nella camera accanto.
    SECONDO SICARIO: Ottima idea! far di lui un pan molle.
    PRIMO SICARIO: Piano, si desta!
    SECONDO SICARIO: Colpisci!
    PRIMO SICARIO: No, ragioniamo con lui.
    CLARENCE (svegliandosi): Dove sei, custode? dammi una coppa di vino.
    PRIMO SICARIO: Avrete vino a saziet, mio signore, tra poco.
    CLARENCE: In nome di Dio, chi sei tu?
    PRIMO SICARIO: Un uomo come voi.
    CLARENCE: Ma non, come me, reale.
    PRIMO SICARIO: N voi siete, come noi, leale.
    CLARENCE: La tua voce  un tuono, ma i tuoi sguardi sono umili.
    PRIMO SICARIO: La mia voce  ora quella del re,  i miei sguardi sono i
    miei propri.
    CLARENCE: In che modo oscuro e mortale tu parli!  I  vostri  occhi  mi
    minacciano: perch siete cos pallidi?  Chi vi ha mandati qui?  Perch
    siete venuti?
    PRIMO SICARIO: Per, per, per...
    CLARENCE: Per assassinarmi ?
    PRIMO SICARIO: Appunto, appunto.
    CLARENCE: Voi avete appena il cuore  di  dirmelo,  perci  non  potete
    avere il cuore di farlo. In che, amici miei, vi ho io offesi?
    PRIMO SICARIO: Non siamo noi che avete offesi ma il re.
    CLARENCE: Mi riconcilier con lui.
    SECONDO SICARIO: Giammai, signor mio; sicch preparatevi a morire.
    CLARENCE:  Siete  voi  estratti di tra la moltitudine degli uomini per
    ammazzare l'innocente?  Qual  il mio delitto?  Dov' la prova che  mi
    accusa?   Quale   inchiesta  legale  ha  consegnato  il  suo  verdetto
    all'accigliato giudice? o chi ha pronunziato l'amara sentenza di morte
    contro il povero Clarence?  Prima che io  sia  convinto  con  regolare
    giudizio,  minacciarmi di morte  quanto mai illegale. Per la speranza
    che voi avete d'esser redenti dal prezioso sangue  dl  Cristo  versato
    pei  nostri  gravi  peccati io v'ingiungo di uscire e di non metter la
    mano su di me! L'azione che voi intraprendete  dannabile.
    PRIMO SICARIO: Quello che  stiamo  per  fare  lo  facciamo  dietro  un
    comando.
    SECONDO SICARIO: E colui che ha comandato  il nostro re.
    CLARENCE: Traviati vassalli!  il gran Re dei re nella tavola della sua
    legge ha comandato: tu non ucciderai. Calpesterete voi dunque il suo
    editto per eseguire quello d'un uomo?  Badate;  poich  Egli  tien  la
    vendetta  nella  sua  mano,  per  scagliarla sulla testa di coloro che
    infrangono la sua legge.
    SECONDO SICARIO: E codesta vendetta Egli scaglia su  te  come  perfido
    spergiuro  e  anche omicida.  Tu avevi ricevuto l'Ostia consacrata per
    combattere nella fazione della casa di Lancaster.
    PRIMO SICARIO: E,  come traditore al nome di  Dio,  tu  rompesti  quel
    voto,  e  con la tua proditoria lama squarciasti le viscere del figlio
    del tuo sovrano.
    SECONDO SICARIO: Che tu avevi giurato di amare e di difendere.
    PRIMO SICARIO: Come puoi tu richiamarci alla terribile  legge  di  Dio
    quando tu stesso l'hai infranta in modo cos cospicuo?
    CLARENCE: Ahim, per cagione di chi commisi lo quella mala azione? Per
    Edoardo,  per  mio  fratello,  per cagion di lui: egli non vi manda ad
    uccidermi per questo,  poich egli  ingolfato in quel delitto al pari
    di me.  Se Iddio vuole vendetta per quell'azione, oh, sappiatelo pure!
    Egli la  fa  pubblicamente.  Non  togliete  la  lite  al  suo  braccio
    possente;  Egli non abbisogna di procedimenti indiretti o illegali per
    toglier di mezzo coloro che l'hanno offeso.
    PRIMO SICARIO: Chi dunque  ti  fece  suo  sanguinoso  ministro  quando
    l'aitante,  prode Plantageneto, quel principesco novizio, fu colpito a
    morte da te?
    CLARENCE: L'amore per mio fratello, il diavolo, e la mia rabbia.
    PRIMO SICARIO: L'amore per tuo fratello,  il nostro dovere,  e le  tue
    colpe ci spingon qui ora ad ammazzarti.
    CLARENCE: Se amate mio fratello, non odiate me: io son suo fratello, e
    l'amo di cuore.  Se siete ingaggiati per mercede, tornate indietro, ed
    io vi mander da mio fratello Gloucester,  che vi ricompenser di  pi
    per  la  mia  vita  che  non  farebbe Edoardo per la notizia della mia
    morte.
    SECONDO SICARIO: V'ingannate, vostro fratello Gloucester vi odia.
    CLARENCE: Oh,  no!  egli mi ama e mi tien caro: andate da lui da parte
    mia.
    PRIMO SICARIO: S, cos faremo.
    CLARENCE:   Ditegli  che  quando  il  nostro  principesco  padre  York
    benedisse i suoi tre figli col suo braccio vittorioso e ci  raccomand
    dal  fondo  dell'anima di amarci,  era lontano dall'immaginarsi questa
    scissione d'affetto: dite a Gloucester di pensare a  questo,  ed  egli
    pianger.
    PRIMO SICARIO: Gi, pietre da macina, come insegn a noi a piangere.
    CLARENCE: Oh, non calunniatelo, poich egli  buono.
    PRIMO  SICARIO:  Proprio,  come  la  neve  durante  il raccolto.  Via,
    v'ingannate:  lui che ci ha mandati qui a distruggervi.
    CLARENCE: Non pu essere,  poich egli ha pianto la mia sorte,  mi  ha
    stretto fra le sue braccia, ed ha giurato singhiozzando che si sarebbe
    dato da fare per la mia liberazione.
    PRIMO  SICARIO:  Ebbene,  cos  fa quando vi libera dalla schiavit di
    questa terra per mandarvi alle gioie del cielo.
    SECONDO SICARIO: Fate la pace  con  Dio,  poich  dovete  morire,  mio
    signore.
    CLARENCE: Avete voi questo pio sentimento nell'anima,  di consigliarmi
    di far la mia pace con Dio,  e nondimeno  siete  cos  ciechi  con  le
    vostre anime da mettervi in guerra con Dio uccidendomi?  Oh,  messeri,
    considerate,  coloro che vi han stimolati a compiere quest'azione,  vi
    odieranno per l'azione.
    SECONDO SICARIO: Che dobbiam fare?
    CLARENCE: Inteneritevi e salvate le vostre anime.
    PRIMO SICARIO: Intenerirci! no,  da vili e da femmine.
    CLARENCE: Non intenerirsi  bestiale,  barbaro, diabolico. Chi di voi,
    se fosse figlio d'un principe, e segregato dalla libert,  come son io
    adesso, e venissero a lui due assassini come voi, non implorerebbe per
    la vita?  Amico mio,  scorgo qualche piet nei tuoi sguardi; oh, se il
    tuo occhio non  un adulatore, mettiti al mio fianco e implora per me,
    come tu imploreresti,  se ti trovassi nel mio frangente!  Un  principe
    che mendica, quale mendico non ne ha piet?
    SECONDO SICARIO: Guardate dietro di voi, signor mio!
    PRIMO SICARIO: Prendi questa,  e questa! (Lo pugnala) Se tutto ci non
    basta, vi annegher nella botte di malvasia l dentro.
    (Esce con il cadavere).
    SECONDO SICARIO: Azione sanguinosa, e disperatamente sbrigata!  Quanto
    volentieri,  come  Pilato,  mi  laverei  le mani di questo atrocissimo
    assassinio...
    (Rientra il Primo Sicario).
    PRIMO SICARIO: Ebbene! che significa che non mi aiuti?  Pel cielo,  il
    duca sapr quanto sei stato neghittoso.
    SECONDO SICARIO: Vorrei sapesse che gli ho salvato il fratello! Prendi
    tu  il salario,  e riferiscigli quello ch'io dico;  poich io mi pento
    che il duca sia stato ucciso.
    PRIMO SICARIO: Io no davvero: vattene, codardo che sei ! Be',  andr a
    nascondere  il cadavere in qualche cantone,  finch il duca dia ordine
    per la sua sepoltura: e quando  avr  avuta  la  mia  mercede,  me  la
    svigner, perch questo verr in luce, e allora io non debbo esserci.
    (Esce).















    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Londra. Il Palazzo.

    (Squillo di trombe.  Entrano RE EDOARDO infermo, la REGINA ELISABETTA,
    DORSET RIVERS, HASTINGS, BUCKINGHAM, GREY, ed altri).
    EDOARDO: E cos!  ecco che ho impiegato la giornata in una bell'opera.
    Voi,  pari,  continuate questa lega cos unita: io attendo ogni giorno
    un'ambasciata dal mio Redentore per redimermi di qui;  ed ora  l'anima
    mia  partir in pace verso il cielo poich ho messa la pace tra i miei
    amici sulla terra. Rivers e Hastings,  datevi la mano;  non fingete di
    non odiarvi, giurate di amarvi.
    RIVERS:  Pel cielo,  la mia anima  purgata da astioso odio,  e con la
    mia mano io suggello l'amor sincero del mio cuore.
    HASTINGS:  Cos  possa  io  prosperare,  come  sinceramente  giuro  il
    medesimo.
    EDOARDO: Badate di non scherzare dinanzi al vostro re, che Colui che 
    il  supremo  Re  dei  re  non  confonda la vostra celata falsit e non
    condanni ciascun di voi due ad esser la fine dell'altro.
    HASTINGS: Cos mi arrida il successo, com'io giuro perfetto amore!
    RIVERS: E cos a me, com'io amo di cuore Hastings!
    EDOARDO: Signora,  voi stessa non siete esente da  questo,  e  neanche
    voi,  figliol mio Dorset;  e neanche voi,  Buckingham: voi siete stati
    faziosi l'uno contro l'altro. Sposa, amate lord Hastings, lasciate che
    egli vi baci la mano; e quel che fate, fatelo senza infingimenti.
    ELISABETTA: Ecco qua,  Hastings;  io non vuo' pi ricordare il  nostro
    odio di prima, cos possiamo io e i miei prosperare!
    EDOARDO:  Dorset,   abbracciatelo;   Hastings,   amate  monsignore  il
    marchese.
    DORSET: Questa mutua promessa d'amore, io qui m'impegno per parte mia,
    sar inviolabile.
    HASTINGS: E cos pure io giuro.
    (Si abbracciano).
    EDOARDO:  Ora,   principesco  Buckingham,   suggella  tu  questa  lega
    abbracciando  i  parenti  di mia moglie,  e fammi felice con la vostra
    unione.
    BUCKINGHAM (alla Regina): Se mai Buckingham rivolge il suo odio contro
    Vostra Grazia,  se egli non ama voi e i  vostri  con  tutto  deferente
    amore,  Iddio mi punisca con l'odio di coloro dai quali io attendo pi
    amore!  Allorch ho pi bisogno dell'assistenza d'un amico,  e son pi
    sicuro  che  egli    un  amico,  sia egli con me subdolo,  insincero,
    traditore,  e pieno d'inganno!  Questo io chiedo a Dio,  quand'io  sia
    freddo nell'amar voi e i vostri.
    (Si abbracciano).
    EDOARDO:  Un  grato cordiale,  o principesco Buckingham,   questo tuo
    voto  pel  mio  cuore  infermo.  Ci  manca  ora  qui  nostro  fratello
    Gloucester per fare il felice coronamento di questa pace.
    BUCKINGHAM: Ed ecco che in buon punto viene il nobile duca.
    (Entra GLOUCESTER).
    GLOUCESTER: Buon giorno al re mio sovrano e alla mia regina;  e a voi,
    principeschi pari, felice d!
    EDOARDO: Felice davvero, pel modo in cui l'abbiamo speso.  Gloucester,
    abbiamo fatto opere di carit, mutando l'inimicizia in pace, l'odio in
    leale amore, tra questi pari gonfi d'ira, sdegnati a torto.
    GLOUCESTER:   Una   benedetta   fatica,   mio   sovrano  signore.   In
    quest'accolta principesca se v' alcuno che per una falsa informazione
    o un'errata supposizione mi ritenga un nemico;  se a  mia  insaputa  o
    nella  mia  collera  io ho commesso cosa la quale sia mal tollerata da
    alcuno in questa adunata,  io desidero di riconciliarmi  in  amichevol
    pace  con lui: per me essere in discordia  come la morte;   cosa che
    detesto; desidero l'amore di tutti i buoni.  In primo luogo,  signora,
    imploro  da  voi  una sincera pace che io proclamer con una deferente
    servit; e da voi, mio nobile cugino Buckingham, se mai alcun astio si
    frapponesse tra noi; e da voi, lord Rivers, e, lord Grey, da voi,  che
    mi avete fatto il viso arcigno tutti senza che io lo meritassi; da voi
    tutti,  insomma,  duchi,  conti, pari, gentiluomini: non conosco alcun
    inglese vivo col quale l'anima mia sia in discordia un briciolo pi di
    quel che non lo sia col bambino che  nato stasera: io ringrazio Iddio
    della mia mansuetudine.
    ELISABETTA: Questo giorno sar osservato d'ora in  poi  come  festivo:
    volesse  Iddio che tutte le contese fossero ben composte.  Mio sovrano
    signore,  io supplico Vostra Altezza  di  prendere  nella  sua  grazia
    nostro fratello Clarence.
    GLOUCESTER: Come,  signora,  ho io offerto l'amor mio per questo,  per
    esser cos  schernito  in  questa  regal  presenza?  Chi  non  sa  che
    l'amabile  duca    morto?  (Tutti  trasaliscono)  Voi gli fate offesa
    deridendo il suo cadavere.
    EDOARDO: Chi non sa che  morto! Chi sa che lo sia?
    ELISABETTA: Onniveggente cielo, che mondo  questo!
    BUCKINGHAM: Sono io cos pallido, lord Dorset come gli altri?
    DORSET: S,  mio buon signore;  e non v' alcuno in questa adunata,  a
    cui il rosso non abbia abbandonato le guance.
    EDOARDO: E' morto Clarence? L'ordine fu revocato.
    GLOUCESTER:  Ma  lui,  poveretto,   morto pel vostro primo ordine,  e
    codesto lo rec un alato Mercurio;  qualche lento sciancato  port  il
    contrordine,  e troppo tardi giunse per vederlo seppellire. Dio voglia
    che qualcuno,  meno nobile e men leale,  pi  prossimo  in  sanguinari
    pensieri  e  meno  in  sangue,  non  meriti  peggio  dello  sventurato
    Clarence, eppure vada franco da sospetto!
    (Entra DERBY).
    DERBY: Un favore, mio sovrano, pei servigi che ho reso!
    EDOARDO: Te ne prego, taci: l'anima mia  piena di dolore.
    DERBY: Non m'alzer, a meno che Vostra Altezza non mi ascolti.
    EDOARDO: Allora di' subito che cos' che domandi.
    DERBY: La grazia,  sovrano,  della vita d'un mio servo,  che ha ucciso
    quest'oggi  un  gentiluomo  turbolento che ultimamente era del seguito
    del duca di Norfolk.
    EDOARDO: Ho io una lingua per condannare a morte mio fratello, e dovr
    questa lingua perdonar la vita ad uno schiavo?  Mio fratello non aveva
    ucciso  nessuno:  la  sua  colpa  era il pensiero;  e nondimeno il suo
    castigo  stato una morte crudele.  Chi m'ha supplicato in suo favore?
    Chi,  nella  mia  collera,  s'  inginocchiato  ai  miei piedi e mi ha
    ammonito di esser cauto? Chi ha parlato di fratellanza? Chi ha parlato
    di amore? Chi mi ha rammentato come il poveretto abbandon il possente
    Warwick e combatt per me?  Chi mi ha rammentato come,  sul  campo  di
    Tewksbury,  quando Oxford m'ebbe atterrato,  egli mi soccorse e disse:
    Caro fratello,  vivi e sii re?  Chi mi ha rammentato come,  allorch
    entrambi  eravamo  stesi  sul  campo,  mezzi  morti dal gelo,  egli mi
    ravvolse nelle sue proprie vesti, e si abbandon,  esile e ignudo alla
    fredda assiderante notte? Tutto questo  stato colpevolmente strappato
    dalla  mia  memoria  dalla brutale collera,  e nessuno di voi ha avuto
    tanta grazia da ricordarmelo. Ma quando i vostri barrocciai o i vostri
    servitori han  commesso,  ubriachi,  un  assassinio,  e  sfigurato  la
    preziosa  immagine  del  nostro  amato  Redentore,  eccovi  subito  in
    ginocchio a supplicare perdono,  perdono;  ed io,  pure ingiustamente,
    debbo  accordarvelo:  ma per mio fratello,  nessuno ha voluto parlare,
    neanch'io,  indurato,  ho  parlato  a  me  stesso  in  favor  di  lui,
    poveretto!  I  pi  superbi  di  voi tutti son rimasti obbligati a lui
    durante la sua vita;  eppure nessuno di voi ha una sola volta  chiesto
    la  grazia  della  sua vita.  O Dio,  io temo che la tua giustizia non
    colpisca me, e voi, e i miei,  e i vostri per questo!  Vieni Hastings,
    aiutami ad andar nel mio studio. Ah, povero Clarence!
    (Escono alcuni con il Re e la Regina).
    GLOUCESTER: Ecco il frutto dell'avventatezza. Non avete osservato come
    i  colpevoli  parenti della regina sono impalliditi udendo della morte
    di Clarence?  Oh,  essi non cessavano  d'incitarvi  il  re:  Iddio  la
    vendicher. Suvvia, signori, volete venire a confortare Edoardo con la
    nostra compagnia?
    BUCKINGHAM: Seguiamo Vostra Grazia.
    (Escono).



    SCENA SECONDA - Il Palazzo.

    (Entra la DUCHESSA DI YORK, con i due bambini di Clarence).
    IL BAMBINO: Buona nonna, dicci,  morto nostro padre?
    DUCHESSA: No, fanciullo.
    LA  BAMBINA:  Perch  piangete cos spesso,  e vi battete il petto,  e
    gridate: Oh Clarence, misero figlio mio?.
    IL BAMBINO: Perch ci guardate,  e scuotete  il  capo  e  ci  chiamate
    orfani, sciagurati derelitti, se il nostro nobile padre  vivo?
    DUCHESSA:  Miei  graziosi  nipoti,  voi  mi fraintendete entrambi.  Io
    piango la malattia del re,  che aborrisco di perdere,  non la morte di
    vostro padre: sarebbe pena perduta lamentare chi  perduto.
    IL BAMBINO: Dunque voi concludete,  nonna, che egli  morto. Il re mio
    zio dev'essere biasimato: ne far vendetta Iddio,  che io  importuner
    con fervide preghiere, tutte con quell'intento.
    LA BAMBINA: E cos far io.
    DUCHESSA: Silenzio,  bambini,  silenzio!  il re vi vuol bene. Ignari e
    semplici innocenti,  voi non potete indovinare chi ha causato la morte
    di vostro padre.
    IL BAMBINO: Lo possiamo,  nonna,  perch il mio buon zio Gloucester mi
    ha detto che il re,  istigatovi dalla regina,  aveva  escogitato  capi
    d'accusa  per  imprigionarlo,  e  quando  mio  zio  m'ha detto questo,
    piangeva e mi commiserava,  e teneramente mi ha  baciato  la  guancia,
    m'ha  detto  di  contar  su di lui,  come su mio padre,  e che egli mi
    avrebbe amato caramente come un figliolo.
    DUCHESSA: Ah,  che la frode abbia da  rubare  forma  cos  amabile,  e
    celare  profondo  vizio  sotto  una  maschera  virtuosa!  Costui  mio
    figlio, sicuro, e l  la mia vergogna; eppure dalle mie mammelle egli
    non ha succhiato codesta perfidia.
    IL BAMBINO: Credete che mio zio fingesse, nonna?
    DUCHESSA: S, fanciullo.
    IL BAMBINO: Non posso crederlo. Ascoltate! che strepito  questo?

    (Entrano la REGINA ELISABETTA, scarmigliata; RIVERS e DORSET dietro di
    lei).

    ELISABETTA: Ah!  chi m'impedir di gemere e di  piangere,  d'imprecare
    alla  mia  sorte  e  di  tormentar  me stessa?  Vuo' unirmi colla nera
    disperazione contro la mia anima, e diventar nemica di me stessa.
    DUCHESSA: A che mira questa scena di selvaggia insofferenza?
    ELISABETTA: A completare un atto di violenza tragica. Edoardo,  il mio
    signore,  tuo  figlio,  il  nostro  re,    morto.  Perch seguitano a
    crescere i rami quando la radice  andata?  Perch non  s'avvizziscono
    le foglie che mancano del loro umore?  Se volete vivere,  lamentatevi,
    se morire, siate brevi, affinch le nostre veloci pennute anime possan
    raggiungere quella del re, o, come obbedienti sudditi, seguirlo al suo
    nuovo regno d'immutabile notte.
    DUCHESSA: Ah!  tanto interesse io ho  nel  tuo  dolore,  quanti  avevo
    titoli sul tuo nobile sposo. Io ho pianto la morte d'un degno sposo, e
    ho  vissuto contemplando le sue immagini: ma ora due specchi della sua
    principesca  sembianza  sono  infranti  dalla  maligna  morte,  e  per
    conforto  io  non ho che un falso cristallo,  che mi angustia quand'io
    vedo in esso la mia vergogna. Tu sei vedova, ma sei madre,  e ti resta
    il conforto dei tuoi figli; ma la morte ha strappato dalle mie braccia
    il  mio  sposo e mi ha tolto dalle deboli mani due grucce,  Clarence e
    Edoardo.  Oh!  quanta ragione ho - il tuo cordoglio non essendo che la
    met  del  mio  -  di  soverchiare  i tuoi lamenti e di coprire i tuoi
    gemiti!
    IL BAMBINO: Ah,  zia!  voi non avete pianto per  la  morte  di  nostro
    padre; come possiamo noi aiutarvi con le nostre lacrime di parenti?
    LA  BAMBINA:  La nostra orfana angoscia rimase illacrimata;  il vostro
    dolore di vedova sia ugualmente non compianto!
    ELISABETTA: Non datemi  alcun  aiuto  di  lamentazione;  io  non  sono
    sterile  a  partorir gemiti: tutte le sorgenti riportino i loro rivoli
    ai miei occhi,  sicch io,  sotto l'influsso dell'acquosa luna,  possa
    effondere copiose lacrime da sommergere il mondo Oh,  il mio sposo, il
    mio diletto signore Edoardo!
    I DUE  BAMBINI:  Oh,  il  nostro  padre,  il  nostro  diletto  signore
    Clarence!
    DUCHESSA: Ahim per entrambi, entrambi miei, Edoardo e Clarence!
    ELISABETTA: Che sostegno avevo io se non Edoardo? Ed egli non  pi.
    I DUE BAMBINI: Che sostegno avevamo noi se non Clarence? Ed egli non 
    pi.
    DUCHESSA: Che sostegni avevo io se non loro due? Ed essi non sono pi.
    ELISABETTA: Mai vedova non ebbe una perdita cos grave!
    I DUE BAMBINI: Mai orfani non ebbero una perdita cos grave!
    DUCHESSA: Madre non ebbe mai una perdita cos grave! Ahim, io sono la
    madre di questi lutti: le loro afflizioni sono cos parziali, la mia 
    generale.  Costei  piange un Edoardo,  e cos faccio io;  io piango un
    Clarence,  e cos non fa lei,  questi bambini piangono un Clarence,  e
    cos faccio io;  io piango un Edoardo,  e cos non fanno essi.  Ahim!
    voi tre versate tutte le vostre lacrime su di me,  tre volte afflitta.
    Io sono la nutrice del vostro dolore, e lo satoller di lamentazioni.
    DORSET:  Confortatevi,  cara  madre:  a  Dio  molto  dispiace  che voi
    accogliate con ingratitudine la sua  opera.  Nei  comuni  rapporti  di
    questo mondo, si chiama essere ingrati ripagare con svogliata lentezza
    un debito che fu cortesemente concesso da una mano generosa; tanto pi
    si  merita  quel nome quando si  cos restii al cielo perch richiede
    quel regal prestito che ci fece.
    RIVERS: Signora,  pensate,  da madre sollecita,  al  giovane  principe
    vostro figlio: mandatelo subito a chiamare;  fatelo incoronare; in lui
    vive il vostro conforto.  Affogate il disperato dolore nella tomba del
    morto Edoardo, e piantate le vostre gioie nel trono dell'Edoardo vivo.

    (Entrano GLOUCESTER, BUCKINGHAM, DERBY, HASTINGS e RATCLIFF).

    GLOUCESTER:  Sorella,   confortatevi;  noi  tutti  abbiam  ragione  di
    lamentare l'offuscarsi della nostra luminosa stella;  ma  nessuno  pu
    rimediare i nostri danni lamentandoli.  Signora,  mia madre, vi chiedo
    venia,  io non avevo veduto  Vostra  Grazia:  umilmente  in  ginocchio
    imploro la vostra benedizione.
    DUCHESSA: Iddio ti benedica e ponga mansuetudine nel tuo petto, amore,
    carit, obbedienza, e leale devozione!
    GLOUCESTER: Amen: (a parte) e mi faccia morire buon vecchio!  Questo 
    il coronamento della benedizione d'una madre;  mi meraviglia  che  Sua
    Grazia l'abbia omesso.
    BUCKINGHAM:  Voi,  rannuvolati  principi e afflitti pari,  che portate
    questo grave peso comune d'affanno,  ora consolatevi l'un l'altro  con
    reciproco amore: bench noi abbiam consumato il raccolto di questo re,
    abbiam  da  mietere  il raccolto di suo figlio.  L'esploso rancore dei
    vostri tumefatti odi,  or  ora  fasciato,  saldato  e  unito  assieme,
    dev'esser delicatamente cos preservato, blandito e mantenuto. Sarebbe
    bene,  mi  sembra,  che  con  una piccola scorta,  il giovane principe
    venisse subito condotto da Ludlow qui a Londra,  per essere incoronato
    nostro re.
    RIVERS: Perch con una piccola scorta, monsignore di Buckingham?
    BUCKINGHAM: Diamine, signor mio, perch, in una moltitudine, la ferita
    dell'astio,  risanata appena,  non si riapra, il che sarebbe tanto pi
    pericoloso, in quanto lo Stato  nuovo e non ancor governato.  L dove
    ogni  cavallo  ha la briglia sul collo,  e pu dirigere il suo corso a
    suo talento,  dovrebbe prevenirsi,  a mio parere,  il timore del danno
    non meno del danno manifesto.
    GLOUCESTER:  Spero  che il re abbia fatto la pace tra noi tutti;  e il
    patto  saldo e sincero per me.
    RIVERS: E cos per me; e cos, io credo, per tutti: nondimeno, siccome
     ancora fresco, non dovrebbe esser messo a nessun presumibile rischio
    di rottura,  che  forse  potrebbe  venir  provocata  da  una  numerosa
    compagnia: perci io ritengo,  col nobile Buckingham,  che  opportuno
    che pochi vadano a prendere il principe.
    HASTINGS: Cos ritengo anch'io.
    GLOUCESTER: Allora sia cos;  e andiamo a decidere chi dovranno  esser
    coloro  che  immediatamente dovran correre a Ludlow.  Signora,  e voi,
    madre mia, volete andare a dar il vostro parere in questa faccenda?
    ELISABETTA: Con tutto il cuore.
    DUCHESSA: Con tutto il cuore.
    (Escono tutti eccetto Buckingham e Gloucester).
    BUCKINGHAM: Mio signore, chiunque sia a recarsi dal principe, per amor
    di Dio, noi due non rimaniamo addietro, che, per la strada, io trover
    modo,  qual preambolo alla storia di cui abbiamo parlato  ultimamente,
    di separare dal principe i superbi parenti della regina.
    GLOUCESTER:  O  altro  me  stesso,  concistoro dei miei consigli,  mio
    oracolo,  mio profeta!...  Mio caro cugino,  io mi affider  alla  tua
    guida  come  un  fanciullo.  A Ludlow,  dunque,  ch noi non resteremo
    addietro.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Londra. Una strada.

    (Entrano due Cittadini e s'incontrano).
    PRIMO CITTADINO: Buongiorno, vicino: dove ve ne andate cos in fretta?
    SECONDO CITTADINO: Ve lo giuro che appena lo so io stesso: avete udito
    la notizia che corre?
    PRIMO CITTADINO: S, che il re  morto.
    SECONDO CITTADINO: Cattiva notizia,  per la Madonna;  di rado viene il
    meglio: ho una gran paura che ne barcolli il mondo.

    (Entra un altro Cittadino).

    TERZO CITTADINO: Vicini, Iddio v'assista!
    PRIMO CITTADINO: Vi dia un buon mattino, messere.
    TERZO  CITTADINO:  E'  confermata  la  notizia della morte del buon re
    Edoardo?
    SECONDO CITTADINO: S,  messere,  non  che troppo vera,  che  Dio  ci
    aiuti intanto!
    TERZO  CITTADINO:  Allora,  signori,  aspettatevi  di  vedere un mondo
    sottosopra.
    PRIMO CITTADINO: No, no, per grazia di Dio, suo figlio regner.
    TERZO CITTADINO: Guai al paese che  governato da un fanciullo!
    SECONDO CITTADINO: In lui abbiamo la speranza d'un governo, che, nella
    sua minorit, un consiglio sotto di lui, e,  nella pienezza e maturit
    dei  suoi  anni,  lui stesso,  senza dubbio ben regger e allora e fin
    allora.
    PRIMO CITTADINO: In tal condizione si trovava lo Stato,  quando Enrico
    Sesto fu incoronato a Parigi che non aveva pi di nove mesi.
    TERZO CITTADINO: Lo Stato si trovava in tal condizione?  No, no, buoni
    amici,  lo sa  Iddio!  Ch  allora  questo  paese  era  magnificamente
    provvisto di grave consiglio politico; allora il re aveva zii virtuosi
    per proteggere Sua Grazia.
    PRIMO  CITTADINO: Ebbene,  cos ha questo pure,  sia da parte di padre
    che di madre.
    TERZO CITTADINO: Meglio sarebbe che tutti venisssero dalla  parte  del
    padre,  o che dalla parte del padre non ve ne fosse alcuno,  poich la
    loro emulazione a chi sar pi vicino al re,  ci  toccher  tutti  fin
    troppo da vicino, se Iddio non vi mette riparo. Oh! pien di pericolo 
    il  duca  di  Gloucester,  e  i  figli  e i fratelli della regina sono
    altezzosi e superbi,  e dovessero costoro esser governati,  invece  di
    governare, quest'infermo paese potrebbe trovar sollievo come prima.
    PRIMO CITTADINO: Via, via, noi temiamo il peggio; tutto andr bene.
    TERZO CITTADINO: Quando si vedono nuvole,  gli uomini saggi si mettono
    il mantello;  quando cadono  le  grandi  foglie,  allora  l'inverno  
    vicino; quando tramonta il sole, chi non aspetta la notte? Le tempeste
    fuor  di stagione fan che gli uomini si attendano una carestia.  Tutto
    pu andar bene; ma, se Iddio cos dispone,   pi di quanto meritiamo,
    od io aspetti.
    SECONDO  CITTADINO:  In  verit,  i  cuori  degli  uomini son pieni di
    spavento: quasi non potete ragionare con alcuno che non  abbia  l'aria
    abbattuta e piena di paura.
    TERZO  CITTADINO: E' sempre cos prima delle giornate di rivolgimenti:
    per un divino istinto gli animi degli uomini  sospettano  il  pericolo
    che li incalza, come, per prova, vediamo l'acqua gonfiarsi in anticipo
    d'una violenta tempesta. Ma lasciamo tutto questo a Dio. Dove andate?
    SECONDO CITTADINO: Aff, siamo stati chiamati dinanzi ai giudici.
    TERZO CITTADINO: E cos io pure vi terr compagnia.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Londra. Il Palazzo.

    (Entrano  l'ARCIVESCOVO  DI YORK,  il giovane DUCA DI YORK,  la REGINA
    ELISABETTA e la DUCHESSA DI YORK).
    ARCIVESCOVO: La notte scorsa,  sento,  essi riposarono a  Northampton;
    saranno  questa sera a Stony-Stratford: domani,  o posdomani,  saranno
    qui.
    DUCHESSA: Anelo con tutto il cuore di vedere il  principe:  spero  che
    sia molto cresciuto dall'ultima volta che l'ho visto.
    ELISABETTA:  Ma  io  ho inteso dire di no;  dicono che mio figlio York
    l'ha quasi sorpassato nella sua crescita.
    YORK: S, madre; ma io non vorrei che fosse cos.
    DUCHESSA: Come, nipotino mio!  bene crescere.
    YORK: Nonna, una sera,  mentre eravamo a cena,  mio zio Rivers osserv
    che  io crescevo pi di mio fratello: Gi - disse lo zio Gloucester -
    l'erba piccina ha grazia, la gran malerba di crescer non si sazia,  e
    da allora, mi sembra che non vorrei crescer cos rapidamente, perch i
    fiori profumati son lenti, e le erbacce s'affrettano.
    DUCHESSA:  In  fede,  in fede,  il proverbio non tenne in colui che te
    l'ha opposto. Da giovane egli era l'essere pi stentato,  cos lento a
    crescere,  e  cos  tardivo,  che,  se fosse vera la sua regola,  egli
    dovrebb'essere grazioso.
    ARCIVESCOVO: E tale egli  senza dubbio, mia graziosa signora.
    DUCHESSA: Spero che lo sia;  ma pure lasciate che le madri  abbiano  i
    loro dubbi.
    YORK: Ecco,  in verit,  se ci avessi pensato, avrei potuto dare a Sua
    Grazia mio zio una canzonatura tale da colpir la sua crescita  pi  da
    vicino che egli non colpisse la mia.
    DUCHESSA: Come, mio piccolo York? Ti prego, fammela sentire.
    YORK: Gi,  dicono che mio zio crebbe cos rapidamente, che all'et di
    due ore poteva rosicare una crosta;  ci vollero due anni interi  prima
    che io avessi un dente. Nonna, questo sarebbe stato un frizzo mordace.
    DUCHESSA: Ti prego, vago York, chi t'ha detto questo?
    YORK: La sua nutrice, nonna.
    DUCHESSA: La sua nutrice! Ma se era morta prima che tu nascessi!
    YORK: Se non era lei, non so dire chi me l'ha detto.
    ELISABETTA: Che ragazzo terribile! andate, siete troppo furbo.
    ARCIVESCOVO: Buona signora, non vi adirate col bambino.
    ELISABETTA: Gli orciuoli hanno orecchie.

    (Entra un Messo).

    ARCIVESCOVO: Arriva un messaggero. Che notizie?
    MESSO: Notizie tali, monsignore, che mi duole di riferirle.
    ELISABETTA: Come sta il principe?
    MESSO: Bene, signora, e in buona salute.
    DUCHESSA: Quali sono le tue notizie?
    MESSO:  Lord  Rivers e lord Grey son mandati a Pomfret,  e insieme con
    loro sir Tommaso Vaughan, prigionieri.
    DUCHESSA: Chi li ha fatti arrestare?
    MESSO: I potenti duchi, Gloucester e Buckingham.
    ARCIVESCOVO: Per qual delitto?
    MESSO: La somma di tutto quel che io so l'ho rivelata: perch,  o  per
    qual  motivo quei nobili siano stati arrestati,  m' del tutto ignoto,
    mio grazioso signore.
    ELISABETTA: Ahim! vedo la rovina della mia casa! La tigre ha ghermito
    ora la mite damma;  l'insolente tirannia comincia a farla  da  padrona
    col  trono  innocente e non temuto: benvenuti,  distruzione,  eccidio,
    massacro! Io vedo, come su una carta, la fine di tutto.
    DUCHESSA: Maledetti e turbolenti giorni di lotte,  quanti di  voi  han
    visto i miei occhi! Mio marito perdette la vita per ottener la corona;
    e spesso i figli miei furon sbalzati in alto e in basso,  sicch io mi
    rallegravo e mi dolevo ora dei loro guadagni,  ora delle loro perdite;
    e  una volta insediati,  quando i domestici litigi sono stati spazzati
    via nettamente, essi stessi, i conquistatori, si fan guerra,  fratello
    contro fratello, sangue contro sangue, ognuno contro di s. O passione
    perversa  e  frenetica,  cessa  il tuo dannato furore,  o che io possa
    morire, per non vedere pi la morte.
    ELISABETTA: Vieni, vieni,  ragazzo mio;  andiamo al sacrato.  Signora,
    addio.
    DUCHESSA: Aspettate, verr con voi.
    ELISABETTA: Voi non ne avete ragione.
    ARCIVESCOVO:  Mia  graziosa  signora,  andate;  e  recate l il vostro
    tesoro e i vostri beni. Per parte mia,  io rassegno a Vostra Grazia il
    suggello  che custodisco: e tal sia di me secondo che avr cura di voi
    e di tutti i vostri! Venite, vi accompagner al sacrato.
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Londra. Una strada.

    (Squillano  le  trombe.  Entrano  il  giovane  PRINCIPE,  i  DUCHI  DI
    GLOUCESTER  e  di  BUCKINGHAM,  il  CARDINALE BOURCHIER,  CATESBY,  ed
    altri).
    BUCKINGHAM: Benvenuto, dolce principe, a Londra, vostra stanza!
    GLOUCESTER: Benvenuto,  caro nipote,  sovrano dei  miei  pensieri.  La
    faticosa via vi ha reso melanconico.
    PRINCIPE: No, zio; ma le nostre croci lungo la via l'han resa tediosa,
    penosa, e opprimente: qui desidero pi zii per augurarmi il benvenuto.
    GLOUCESTER: Dolce principe,  l'immacolata virt dei vostri anni non ha
    ancora penetrato le frodi del mondo: n voi  potete  distinguere  d'un
    uomo pi della sua apparenza esteriore; la quale, lo sa Iddio, di rado
    o  giammai  coincide  col  cuore.  Quegli zii che voi desiderate erano
    pericolosi: Vostra Grazia attendeva alle loro parole inzuccherate,  ma
    non  guardava  il  veleno dei loro cuori: Dio vi guardi da essi,  e da
    tali falsi amici!
    PRINCIPE: Dio mi guardi dai falsi amici! ma essi non lo erano.
    GLOUCESTER: Mio signore, il sindaco di Londra viene a salutarvi.

    (Entra il LORD SINDACO col suo Seguito).
    SINDACO: Dio conceda a Vostra Grazia salute e giorni felici!
    PRINCIPE: Vi ringrazio,  mio buon lord,  e  ringrazio  voi  tutti.  Io
    credevo che mia madre e mio fratello York mi sarebbero venuti incontro
    da un pezzo: ohib,  che infingardo  Hastings,  che non viene a dirci
    se essi verranno o no!

    (Entra LORD HASTINGS).

    BUCKINGHAM: Ecco che in buon punto viene il sudato lord.
    PRINCIPE: Benvenuto, signor mio! Ebbene verr nostra madre?
    HASTINGS: Per qual ragione Dio lo sa, non io, la regina vostra madre e
    vostro fratello York hanno preso asilo:  il  tenero  principe  sarebbe
    venuto  volentieri  con  me a incontrare Vostra Grazia,  ma ne  stato
    trattenuto per forza da sua madre.
    BUCKINGHAM: Oib!  che obliquo e bizzoso modo d'agire    questo  suo!
    Lord  cardinale,  vuole Vostra Grazia persuader la regina a mandare il
    duca di York subito dal suo  real  fratello?  Se  essa  rifiuta,  lord
    Hastings,  andate  con  lui,  e  strappatelo  a forza dalle sue gelose
    braccia.
    CARDINALE: Monsignore di Buckingham,  se la mia debole  eloquenza  pu
    ottenere da sua madre il duca di York,  aspettatelo qui tra breve;  ma
    se essa  irremovibile a miti preghiere;  il Dio del cielo  vieti  che
    noi infrangiamo il santo privilegio del benedetto asilo! Non per tutto
    questo regno io vorrei esser colpevole di s grave peccato.
    BUCKINGHAM:  Voi  siete  troppo  insensatamente ostinato,  monsignore,
    troppo cerimonioso e ligio alla tradizione.  Sol che pesiate  la  cosa
    alla stregua della grossolanit di questi tempi, voi non infrangete il
    diritto  di  asilo impadronendovi del principe.  Il quale diritto vien
    sempre accordato a coloro le cui azioni hanno meritato quel luogo, e a
    coloro che hanno abbastanza giudizio da reclamarlo:  il  principe  non
    l'ha n reclamato n meritato, e perci, a mio parere, non pu averlo;
    sicch,  togliendo di l lui che  come non fosse l,  voi non violate
    l n privilegio n carta.  Spesso ho sentito parlare di uomini aventi
    diritto d'asilo, ma non mai sinora di fanciulli che lo avessero.
    CARDINALE:  Mio  signore,  per  una  volta  voi  prevarrete  sulla mia
    opinione. Andiamo, lord Hastings, volete venire con me?
    HASTINGS: Vengo, monsignore.
    PRINCIPE: Miei buoni signori, spiegate tutta la sollecita rapidit che
    potete.  (Escono il Cardinale e Hastings) Ditemi,  zio Gloucester,  se
    viene   nostro   fratello,   dove   abiteremo  noi  fino  alla  nostra
    incoronazione?
    GLOUCESTER: Dove meglio pare a Vostra Altezza reale. Se posso darvi un
    consiglio,  per un giorno o due Vostra Altezza dovrebbe riposarsi alla
    Torre;  poi  dove a voi piace e dove si giudicher pi conveniente per
    la vostra salute e ricreazione.
    PRINCIPE: La Torre  il luogo che  mi  piace  meno  d'ogni  altro.  Fu
    Giulio Cesare a costruir quel luogo, mio signore?
    BUCKINGHAM: Egli, mio grazioso signore, ne cominci la fabbrica; dipoi
    le successive et l'han riedificato.
    PRINCIPE:  E'  ci attestato da un documento oppure  stato tramandato
    successivamente di secolo in secolo che egli l'edificasse?
    BUCKINGHAM: E' attestato, mio grazioso signore.
    PRINCIPE: Ma ditemi,  signor mio,  se non fosse registrata,  mi sembra
    che la verit dovrebbe vivere di secolo in secolo, come fosse riferita
    a tutta la posterit, fino al giorno finale per tutti.
    GLOUCESTER  (a parte): Cos saggi e cos giovani,  dicono,  mai non si
    vive a lungo.
    PRINCIPE: Che dite, zio?
    GLOUCESTER: Dico che anche senza l'aiuto dei caratteri, la fama vive a
    lungo.  (A parte) Cos,  come la  tradizionale  allegoria  del  vizio,
    Iniquit, io moralizzo due significati in una stessa parola.
    PRINCIPE:  Quel Giulio Cesare era un uomo famoso;  l'arricchimento che
    il suo valore confer al suo spirito,  il suo spirito lo dett per far
    vivere  il suo valore: la Morte non fa conquista di tal conquistatore,
    poich ora egli vive nella fama,  sebbene non pi nella  vita.  Volete
    sapere una cosa, cugino Buckingham?...
    BUCKINGHAM: Cosa, mio grazioso signore?
    PRINCIPE: Se vivo fino ad essere un uomo fatto, riguadagner il nostro
    antico diritto sulla Francia,  o morir da soldato,  come sar vissuto
    da re.
    GLOUCESTER (a  parte):  Brevi  estati  han  facilmente  una  primavera
    precoce.

    (Entrano il giovane YORK, HASTINGS e il CARDINALE).

    BUCKINGHAM: Ecco che in buon punto qui giunge il duca di York.
    PRINCIPE: Riccardo di York! come sta il nostro amato fratello?
    YORK: Bene, mio temuto signore - che oramai cos debbo chiamarvi.
    PRINCIPE: S fratello,  con nostro,  come con vostro rammarico: troppo
    di recente  morto colui che avrebbe potuto conservare quel titolo che
    per la morte sua ha molto perduto della sua maest.
    GLOUCESTER: Come sta nostro nipote, il nobile signore di York?
    YORK: Vi ringrazio, gentile zio. Oh,  mio signore,  voi diceste che le
    piante  nocive  crescono  rapidamente:  il  principe  mio  fratello  
    cresciuto assai pi di me.
    GLOUCESTER: E' vero monsignore.
    YORK: E dunque egli  nocivo?
    GLOUCESTER: Oh, mio vago nipote, io non debbo dir questo.
    YORK: Allora egli vi  pi obbligato di me.
    GLOUCESTER: Egli pu comandarmi come mio sovrano;  ma voi avete potere
    su di me come su di un parente.
    YORK: Vi prego, zio, datemi questo pugnale.
    GLOUCESTER: Il mio pugnale, nipotino? con tutto il cuore.
    PRINCIPE: Accattate, fratello?
    YORK: Dal mio gentile zio,  che so che mi doner; poich non si tratta
    che di un balocco, che non rincresce donarlo.
    GLOUCESTER: Vuo' dare a mio nipote un dono pi grande di questo.
    YORK: Un dono pi grande? Oh, anche la spada?
    GLOUCESTER: Certo, gentil nipote, se fosse abbastanza leggiera.
    YORK: Oh,  allora vedo,  voi non volete privarvi che di doni leggieri;
    per cose di maggior peso voi direte di no a un accattatore.
    GLOUCESTER: E' troppo grave da portare per Vostra Grazia.
    YORK: Per me  una cosa di poco peso, foss'anche pi grave.
    GLOUCESTER: Che, vorreste la mia arma, piccolo principe?
    YORK:  La vorrei,  per potervi fare un ringraziamento come il nome che
    mi date.
    GLOUCESTER: Come?
    YORK: Piccolo.
    PRINCIPE: Monsignore di York non smette mai di far giochi  di  parole:
    zio, Vostra Grazia sa come sopportarlo.
    YORK:  Volete  dire  come  portarmi,  non  come sopportarmi: zio,  mio
    fratello canzona voi e me;  perch io sono piccino come  una  scimmia,
    crede che voi dovreste far d'orso per portarmi.
    BUCKINGHAM:  Con  che  spirito affilato egli ragiona!  Per mitigare lo
    scherno che egli fa allo zio,  elegantemente e appropriatamente  beffa
    se stesso: cos giovane e cos astuto! che meraviglia!
    GLOUCESTER:  Mio  signore,  volete riprendere il cammino?  Io e il mio
    buon cugino Buckingham andremo da  vostra  madre  per  supplicarla  di
    venirvi incontro alla Torre e di darvi il benvenuto.
    YORK: Che, volete andare alla Torre signor mio?
    PRINCIPE: Milord Protettore dice che bisogna.
    YORK: Non dormir tranquillo nella Torre.
    GLOUCESTER: Perch, di che dovreste temere?
    YORK: Ma del corrucciato fantasma di mio zio Clarence! Mia nonna mi ha
    detto che egli  stato ucciso l.
    PRINCIPE: Io non ho paura degli zii morti.
    GLOUCESTER: N di quelli vivi, spero.
    PRINCIPE: Se sono in vita,  spero di non dover temere. Ma andiamo, mio
    signore, col cuore oppresso, pensando a loro, io mi reco alla Torre.
    (Squillo di trombe.  Escono tutti  eccetto  Gloucester,  Buckingham  e
    Catesby).
    BUCKINGHAM:  Credete voi,  signor mio,  che questo pettegolino di York
    non sia stato istigato dalla sua scaltra madre a beffarvi e schernirvi
    cos obbrobriosamente?
    GLOUCESTER: Senza dubbio,  senza dubbio: oh,   un ragazzo  terribile,
    ardito,  pronto,  ingegnoso, baldanzoso, capace:  tutto sua madre, da
    capo a piedi.
    BUCKINGHAM: Bene, lasciamoli stare. Vieni qui ,Catesby. Tu hai giurato
    tanto solennemente di mandare ad effetto  quel  che  meditiamo  quanto
    segretamente  di  celare  quel che ti confidiamo: tu conosci le nostre
    ragioni che ti abbiamo esposte per via;  che ne pensi?  non  una cosa
    facile,  di  conquidere  Guglielmo  lord  Hastings  al  nostro disegno
    d'insediare questo nobile duca nel trono reale di questa famosa isola?
    CATESBY: Egli ama tanto il principe per via di suo padre,  che non  lo
    si potr indurre a nulla contro di lui.
    BUCKINGHAM: Che pensi allora di Stanley? Vorr lui?
    CATESBY: Egli far in tutto e per tutto quello che fa Hastings.
    BUCKINGHAM:  Ebbene,  allora,  nient'altro  che questo;  va',  gentile
    Catesby e, come alla lontana, scandaglia lord Hastings,  come egli sia
    disposto  nei  riguardi del nostro disegno e convocalo per domani alla
    Torre per deliberare intorno all'incoronazione. Se tu lo trovi incline
    a noi,  incoraggialo e digli tutte le nostre ragioni: se egli  inerte
    come piombo,  freddo come ghiaccio, riluttante, siilo anche tu, e cos
    tronca il colloquio, e informaci delle sue disposizioni: perch domani
    noi  terremo  consigli  separati,  in  cui  tu  stesso  avrai  un'alta
    funzione.
    GLOUCESTER:  Raccomandatemi a lord Guglielmo;  ditegli,  Catesby,  che
    l'antico gruppo dei suoi pericolosi avversari sar salassato domani al
    castello di Pomfret,  e dite al signor mio che per la gioia di  questa
    buona notizia dia a madonna Shore un dolce bacio di pi.
    BUCKINGHAM:    Buon    Catesby,    va',    spedisci   questo   negozio
    irreprensibilmente.
    CATESBY: Miei buoni signori, con tutta la diligenza che potr.
    GLOUCESTER: Avremo vostre notizie, Catesby, prima di andare a dormire?
    CATESBY: S, mio signore.
    GLOUCESTER: A Casa Crosby, l ci troverete ambedue.
    (Esce Catesby).
    BUCKINGHAM: Ora,  signor mio,  che faremo se ci  accorgiamo  che  lord
    Hastings non si piega ai nostri complotti?
    GLOUCESTER:  Gli  mozzeremo  il  capo:  qualcosa disporremo: e guarda,
    quando sar re,  di reclamar la contea di  Hereford  e  tutti  i  beni
    mobili che possedeva il re mio fratello.
    BUCKINGHAM: Reclamer da Vostra Grazia codesta promessa.
    GLOUCESTER: E aspettati di vederla adempita con ogni cortesia.  Vieni,
    ceniamo di buon'ora,  sicch dipoi possiam  digerire  acconciamente  i
    nostri complotti.
    SCENA SECONDA - Dinanzi alla casa di Lord Hastings.

    (Entra un Messo).
    MESSO: Signor mio, signor mio!
    HASTINGS (di dentro): Chi bussa?
    MESSO: Uno dalla parte di lord Stanley.
    (Entra LORD HASTINGS).
    HASTINGS: Che ora ?
    MESSO: Stan per sonare le quattro.
    HASTINGS: Non pu dormire il tuo padrone in queste uggiose notti?
    MESSO:  Sembra che sia cos da quello che ho da dirvi.  Prima di tutto
    egli si raccomanda a Vostra Nobilt.
    HASTINGS: E poi?
    MESSO: Poi fa sapere a  Vostra  Signoria  che  questa  notte  egli  ha
    sognato che il cinghiale gli strappava via l'elmo. Inoltre dice che si
    tengono  due  consigli  e  che  in  uno potrebbe venir decisa cosa che
    potrebbe far che voi e lui vi doleste nell'altro.  Perci mi manda per
    sapere il gradimento di Vostra Signoria se voi volete subito montare a
    cavallo  con lui e correre a spron battuto con lui verso il nord,  per
    evitare il pericolo che la sua anima prevede.
    HASTINGS: Va', compare, torna dal tuo signore: di' a lui di non temere
    i separati consigli; Suo Onore ed io siamo nell'uno, e nell'altro  il
    mio buon amico Catesby, dove nulla pu seguire che ci tocchi di cui io
    non  debba  avere  intelligenza.   Digli  che  i   suoi   timori   son
    superficiali,  mancan di ragione; e quanto ai suoi sogni, stupisco che
    egli sia  tanto  semplice  da  prestar  fede  alla  canzonatura  degli
    irrequieti sonni.  Fuggire il cinghiale prima che il cinghiale insegua
    sarebbe uno stimolare il cinghiale a venirci dietro e a perseguitarci,
    laddove egli non intendeva di dar la caccia.  Va',  di' al tuo padrone
    di alzarsi e di venir da me,  e insieme andremo alla Torre,  dove, lui
    vedr, il cinghiale ci tratter ammodo.
    MESSO: Andr, mio signore, e gli riferir ci che dite.
    (Esce).

    (Entra CATESBY).

    CATESBY: Cento volte felice giorno al mio nobile signore!
    HASTINGS: Felice giorno, Catesby;  siete in faccende di buon'ora;  che
    nuove, che nuove in questo nostro traballante stato?
    CATESBY: E' davvero un mondo che tentenna, signor mio, ed io credo che
    non si regger ritto finch Riccardo non cinga il serto del reame.
    HASTINGS: Cosa? Cingere il serto? Vuoi tu dire la corona?
    CATESBY: Gi, mio buon signore.
    HASTINGS:  Vuo'  che  questa mia corona venga prima staccata dalle mie
    spalle,  che io veda la corona cos malamente messa fuor di posto!  Ma
    puoi tu supporre che egli vi aspiri?
    CATESBY: S,  sulla vita mia,  e spera di trovarvi all'avanguardia del
    suo partito per l'acquisto di essa;  e a tale effetto  egli  vi  manda
    questa  buona  notizia,  che  questo giorno stesso i vostri nemici,  i
    parenti della regina, debbono morire a Pomfret.
    HASTINGS: Davvero non metto il lutto per questa notizia,  perch  essi
    son sempre stati miei avversari; ma che io dia il mio voto a Riccardo,
    per escludere gli eredi del mio signore in legittima discendenza,  Dio
    sa che io non lo far, dovessi morirne.
    CATESBY:  Iddio  conservi   Vostra   Signoria   in   queste   graziose
    disposizioni!
    HASTINGS:  Ma  io star ancora a ridere tra dodici mesi d'aver vissuto
    tanto da vedere la catastrofe di coloro che mi procurarono l'odio  del
    mio signore.  Ebbene,  Catesby, prima che due settimane mi faccian pi
    vecchio, avr spedito alcuni che ancora non ci pensano.
    CATESBY: E' una sciagurata cosa morire,  mio grazioso signore,  quando
    non si  preparati e non ci si aspetta.
    HASTINGS: Oh,  mostruosa,  mostruosa!  ed  quel che tocca a Rivers, a
    Vaughan,  a Grey;  e cos accadr ad alcuni  altri  che  si  ritengono
    sicuri  quanto  te  e  me,  che,  come  sai,  siam cari al principesco
    Riccardo e a Buckingham.
    CATESBY: Entrambi i principi vi  tengono  in  alto  conto:  (a  parte)
    poich essi contan gi la sua testa tra quelle sul Ponte.
    HASTINGS: Lo so; e l'ho ben meritato.
    (Entra LORD STANLEY).
    Avanti  avanti,  dov' il vostro spiedo,  giovanotto?  Avete paura del
    cinghiale, e andate cos sprovveduto?
    STANLEY: Mio signore,  buon giorno;  buon giorno,  Catesby:  seguitate
    pure a scherzare;  ma,  per la santa Croce,  a me non piacciono questi
    consigli separati, a me.
    HASTINGS: Mio signore,  io ho cara la mia vita come voi la  vostra,  e
    mai da che sono al mondo,  ve lo garantisco,  m' stata tanto preziosa
    come adesso: credete voi che,  se io non sapessi la  nostra  posizione
    sicura sarei cos esultante come sono?
    STANLEY:  I  signori che sono a Pomfret,  quando cavalcarono da Londra
    erano allegri,  e supponevano sicura la loro posizione e  invero  essi
    non avevano ragione di diffidare; eppure vedete quanto presto il cielo
    s'  coperto.  Questa  subitanea  pugnalata  di  astio mi d a temere:
    voglia Iddio,  dico,  che questo mio paventare  risulti  non  fondato!
    Ebbene, vogliamo avviarci alla Torre? il giorno  finito.
    HASTINGS: Via,  via,  andiamo; sapete cosa, signor mio? Oggi i lord di
    cui parlate son decapitati.
    STANLEY: Essi,  per la loro lealt,  potrebbero meglio portare il loro
    capo  che non il loro cappello alcuni di quelli che li hanno accusati.
    Ma venite, signor mio, andiamocene.
    (Entra un Messo di Stato).
    HASTINGS: Andate innanzi; io parler con questo brav'uomo.
    (Escono Lord Stanley e Catesby) Ebbene,  compare,  come  ti  vanno  le
    cose?
    MESSO: Meglio, dacch Vostra Signoria si degna di chiederlo.
    HASTINGS: Io ti dico, giovanotto, che a me le cose vanno meglio ora di
    quando  tu m'incontrasti l'ultima volta dove ora c'incontriamo: allora
    io andavo prigioniero alla Torre per  istigazione  dei  parenti  della
    regina;  ma  ora  io ti dico - e tientelo per te - che quest'oggi quei
    nemici son messi a morte, ed io sono in una miglior posizione che mai.
    MESSO: Dio la mantenga, per la soddisfazione di Vostro Onore!
    HASTINGS: Grazie, compare: tieni, bevi alla mia salute.
    (Gli getta la sua borsa. Esce).
    MESSO: Ringrazio Vostro Onore.
    (Entra un Prete).
    PRETE: Ben trovato, mio signore; son lieto di vedere Vostro Onore.
    HASTINGS: Ti ringrazio,  buon ser Giovanni,  con tutto il  cuore.  Son
    vostro  debitore  per  la  vostra  ultima  omelia;  venite la domenica
    prossima e vi far contento.
    (Gli sussurra all'orecchio).
    PRETE: Sar agli ordini di Vostra Signoria.
    (Entra BUCKINGHAM).
    BUCKINGHAM: Come, in conversazione con un prete,  lord ciambellano?  I
    vostri amici a Pomfret,  loro han bisogno del prete!  Vostro Onore non
    ha urgenza dell'opera d'un confessore.
    HASTINGS: In fede mia;  e,  quand'ho incontrato questo santo uomo,  mi
    son venute in mente le persone di cui parlate.  Come,  vi avviate alla
    Torre?
    BUCKINGHAM: S,  mio signore;  ma non posso  fermarmici  a  lungo;  n
    ritorner prima di Vostra Signoria.
    HASTINGS: Gi,  probabile, perch io ci resto per desinare.
    BUCKINGHAM  (a  parte):  E  anche  per cena,  bench tu non lo sappia.
    Andiamo, venite?
    HASTINGS: Accompagner Vostra Signoria.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Il Castello di Pomfret.

    (Entrano SIR RICCARDO RATCLIFF,  con Alabardieri,  che menano a  morte
    RIVERS, GREY e VAUGHAN).
    RATCLIFF: Via, menate innanzi i prigionieri.
    RIVERS:  Sir  Riccardo  Ratcliff,  lascia  che io ti dica questo: oggi
    vedrai morire un suddito per la  verit,  per  il  dovere,  e  per  la
    lealt.
    GREY:  Dio salvi il principe da tutta la vostra masnada!  Una banda di
    maledetti succhiatori di sangue, ecco quel che voi siete.
    VAUGHAN: Ce n' di voi che avr da rammaricarsi amaramente  di  questo
    in seguito.
    RATCLIFF: Spicciatevi; il limite della vostra vita  oltrepassato.
    RIVERS:  O  Pomfret,  Pomfret!  O sanguinoso luogo fatale e nefasto ai
    nobili pari!  Entro la  colpevole  cerchia  delle  tue  mura  Riccardo
    Secondo fu qui tagliato a pezzi; e, maggior onta del tuo orrendo sito,
    noi ti diamo da bere il nostro sangue innocente.
    GREY:  Ora  la  maledizione di Margherita  caduta sulle nostre teste,
    quando essa imprec contro Hastings, contro di voi e di me,  per esser
    rimasti impassibili quando Riccardo pugnal suo figlio.
    RIVERS: Allora ella maled Hastings,  allora maled Buckingham, allora
    maled Riccardo.  Oh ricordati,  Dio,  di esaudire  la  sua  preghiera
    contro di essi,  come ora quella contro di noi! E quanto a mia sorella
    e ai principi suoi figli,  contentati,  diletto  Signore,  del  nostro
    sangue sincero che, come tu sai, dev'essere versato ingiustamente.
    RATCLIFF: Affrettatevi; l'ora della vostra morte  scoccata.
    RIVERS: Vieni,  Grey, vieni, Vaughan, abbracciamoci qui. Addio, finch
    c'incontriamo di nuovo in cielo.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - La Torre di Londra.

    (Entrano BUCKINGHAM,  DERBY,  HASTINGS,  il VESCOVO DI ELY,  RATCLIFF,
    LOVEL, con altri, e prendono posto a una tavola).
    HASTINGS:  Ora,  nobili  pari,  la  ragione  per cui ci riuniamo  per
    decidere dell'incoronazione.  In nome  di  Dio,  parlate!  quand'  il
    giorno regale?
    BUCKINGHAM: E' tutto pronto per il regale evento?
    DERBY: Tutto, non manca che la designazione.
    ELY: Allora domani io giudico che sia un giorno fausto.
    BUCKINGHAM: Chi sa il pensiero del lord Protettore in proposito? Chi 
    pi intrinseco del nobile duca?
    ELY:  Vostra  Grazia,  crediamo,  dovrebbe  conoscere  il suo pensiero
    meglio di tutti.
    BUCKINGHAM: Chi? io,  mio signore?  Ci conosciamo in volto;  quanto ai
    nostri  cuori,  egli  non sa pi del mio che io dei vostri,  n io del
    suo, mio signore, pi che voi del mio. Lord Hastings,  voi e lui siete
    prossimi in affetto.
    HASTINGS: Son riconoscente a Sua Grazia, so che egli mi vuol bene; ma,
    circa i suoi propositi per l'incoronazione,  io non l'ho scandagliato,
    n egli in alcun modo mi ha manifestato il  suo  grazioso  piacere  su
    quel punto.  Ma voi, miei nobili signori, potete fissare il giorno, ed
    in nome del duca io dar il mio voto, che,  presumo,  egli prender in
    buona parte.
    (Entra GLOUCESTER).
    ELY: In buon punto ecco qui il duca stesso.
    GLOUCESTER:  Miei  nobili  signori  e  cugini tutti,  buon giorno.  Ho
    dormito a lungo;  ma confido che la mia assenza non  abbia  trascurato
    alcun  gran  progetto  che  avrebbe  potuto  concludersi  con  la  mia
    presenza.
    BUCKINGHAM: Se  voi  non  foste  venuto  alla  vostra  imbeccata,  mio
    signore, Guglielmo lord Hastings avrebbe pronunciato la vostra parte -
    voglio dire il vostro voto - per l'incoronazione del re.
    GLOUCESTER:  Nessuno  meglio  di lord Hastings avrebbe potuto ardirlo;
    Sua Signoria mi conosce bene, e mi vuol bene.
    HASTINGS: Sono riconoscente a Vostra Grazia.
    GLOUCESTER: Monsignor di Ely,  l'ultima volta che  io  sono  stato  in
    Holborn,  ho  veduto  delle  belle  fragole l nel vostro giardino: vi
    prego di mandarne a prendere un po'.
    ELY: Diamine, lo far, signor mio, di tutto cuore.
    (Esce).
    GLOUCESTER: Cugino Buckingham,  una parola.  (Lo prende  in  disparte)
    Catesby  ha scandagliato Hastings sulla nostra faccenda,  e trova quel
    bisbetico signore cos scalmanato,  che vuol perdere il capo prima  di
    consentire  che  il  figlio  del suo signore,  com'egli devotamente lo
    chiama, perda il suo diritto al trono d'Inghilterra.
    BUCKINGHAM: Ritiratevi un momento; verr con voi.
    (Esce Gloucester, Buckingham lo segue).
    DERBY: Non abbiamo ancora fissato questo giorno trionfale.  Domani,  a
    mio giudizio,   troppo immediato;  perch io stesso non sono cos ben
    pronto come altrimenti sarei, se si rimandasse il giorno.
    (Rientra il VESCOVO DI ELY).
    ELY: Dov' monsignore il duca di Gloucester?  Ho  mandato  per  quelle
    fragole.
    HASTINGS: Sua Grazia sembra allegra e affabile stamattina; c' qualche
    idea  che  gli  va  a  genio,  quand'egli d il buon giorno in codesto
    umore.  Io non credo che ci sia un uomo in tutta  la  cristianit  che
    possa  meno  di lui nascondere l'odio o l'amore;  perch dal suo volto
    conoscerete subito il suo cuore.
    DERBY: E cosa del suo cuore scorgete nel suo volto,  da  qualche  vivo
    segno che ha mostrato quest'oggi?
    HASTINGS: Diamine,  che egli non  crucciato con alcuno qui;  ch,  se
    egli lo fosse, lo avrebbe mostrato dai suoi sguardi.
    DERBY: Prego Iddio che egli non lo sia, dico!
    (Rientrano GLOUCESTER e BUCKINGHAM).
    GLOUCESTER: Prego tutti voi,  ditemi,  che cosa  meritano  coloro  che
    complottano  la mia morte con diaboliche trame di dannata stregoneria,
    ed hanno fatto violenza al mio corpo coi loro sortilegi infernali?
    HASTINGS: Il tenero amore che io porto a Vostra Grazia, signor mio, mi
    fa vogliosissimo in questa principesca assemblea a condannar per primo
    i colpevoli, chiunque essi siano; io dico,  mio signore,  che essi han
    meritato la morte.
    GLOUCESTER:  Siano dunque i vostri occhi testimoni del male che mi han
    fatto! Vedete come sono stregato! guardate, il mio braccio  avvizzito
    come un arboscello malato: ed  la moglie di Edoardo, quella mostruosa
    strega associatasi con quella scanfarda e sgualdrina della Shore,  che
    mi han cos segnato coi loro malefizi.
    HASTINGS: Se esse han commesso quest'azione mio nobile signore...
    GLOUCESTER: Se! tu protettore di quella dannata sgualdrina, mi vieni a
    parlare di se?  Tu sei un traditore. Gli si mozzi il capo! ora io lo
    giuro per San Paolo,  io non desiner finch io  non  lo  veda  mozzo!
    Lovel e Ratcliff,  guardate che ci sia fatto: gli altri che mi amano,
    si alzino e mi seguano.
    (Escono tutti eccetto Hastings, Ratcliff e Lovel).
    HASTINGS: Ahim, ahim, per l'Inghilterra!  nulla affatto per me;  ch
    io, troppo sciocco, avrei potuto impedir questo. Stanley aveva sognato
    che  il  cinghiale  gli  strappava via l'elmo,  ed io me ne burlai,  e
    sdegnai di fuggire;  tre volte quest'oggi il mio cavallo in gualdrappa
    ha incespicato e s' inalberato guardando la Torre, come se ripugnasse
    a  portarmi  al  macello.  Oh,  ora  si che abbisogno del prete che mi
    parl, ora mi pento di aver detto al messaggero,  con tanta esultanza,
    come  i miei nemici fossero oggi sanguinosamente scannati,  a Pomfret,
    ed io  stesso  sicuro  nella  grazia  e  nel  favore.  Oh  Margherita,
    Margherita!  ora  la tua pesante maledizione  caduta sullo sciagurato
    capo del povero Hastings.
    RATCLIFF: Via, via,  spicciatevi;  il duca vorrebbe desinare: fate una
    confessione breve; egli anela di vedere la vostra testa.
    HASTINGS:  O  effimera  grazia dei mortali di cui noi siam pi ghiotti
    che della grazia di Dio!  Chi fonda la sua speranza nell'aria dei tuoi
    benigni sguardi vive come un marinaio ubriaco in cima a un albero, che
    a  ogni  tentennio    sul  punto  di precipitare nelle fatali viscere
    dell'abisso.
    LOVEL: Via, via, spicciatevi; non serve a niente rammaricarsi.
    HASTINGS: Oh,  sanguinario Riccardo!  disgraziata Inghilterra!  io  ti
    predico i pi spaventosi giorni che sciagurato secolo abbia mai veduto
    Andiamo  guidatemi al ceppo;  portategli la mia testa: sorridano di me
    coloro che tra breve saranno morti.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Le mura della Torre.

    (Entrano GLOUCESTER e BUCKINGHAM in armature  rugginose,  con  aspetto
    mirabilmente sinistro).
    GLOUCESTER: Via, cugino, sai tu tremare e cangiar di colore, soffocare
    il respiro nel mezzo d'una parola,  e poi cominciar daccapo, e daccapo
    fermarti, come se tu fossi uscito di senno e pazzo di terrore?
    BUCKINGHAM: Bah! io so contraffare il grave attore tragico,  parlare e
    guardare dietro di me,  e spiare da ogni parte, tramare e trasalire al
    muoversi d'un  fuscello,  simulando  profonda  apprensione:  una  cera
    spettrale   al mio servizio al pari di sorrisi sforzati,  e sia l'una
    che gli altri son pronti al  loro  ufficio,  a  favorire  a  qualunque
    momento i miei stratagemmi. Ma come,  partito Catesby?
    GLOUCESTER: S, e vedi, egli mena seco il sindaco.
    (Entrano il LORD SINDACO e CATESBY).
    BUCKINGHAM: Lord Sindaco...
    GLOUCESTER: Attenti al ponte levatoio cost!
    BUCKINGHAM: Ascoltate! un tamburo.
    GLOUCESTER: Catesby, guardate al di l delle mura.
    BUCKINGHAM: Lord Sindaco, la ragione per la quale abbiamo mandato...
    GLOUCESTER: Guardati alle spalle, difenditi, ci sono nemici.
    BUCKINGHAM: Dio e la nostra innocenza ci difendano e ci proteggano!
    GLOUCESTER: Sta' quieto, sono amici, Ratcliff e Lovel.
    (Entrano LOVEL e RATCLIFF, con la testa di HASTINGS).
    LOVEL:  Ecco  la  testa  di quell'ignobile traditore,  il pericoloso e
    insospettato Hastings.
    GLOUCESTER: S caramente amavo quest'uomo, che non posso non piangere.
    Io l'avevo preso per la creatura pi semplice e inoffensiva che tra  i
    cristiani respirasse sulla terra;  ne avevo fatto il mio libro dove la
    mia anima registrava la storia di tutti i suoi pensieri segreti.  Cos
    liscio  liscio  costui intonacava il vizio suo con una mostra di virt
    che,  se si omette la sua colpa aperta e palese - voglio dire  la  sua
    tresca  con  la  moglie di Shore - egli viveva esente da ogni ombra di
    sospetti.
    BUCKINGHAM: Be',  egli era il  traditore  pi  coperto  e  celato  che
    vivesse mai.  Avreste potuto immaginare,  o financo credere (non fosse
    che,  per la divina protezione,  noi siam vivi per  raccontarlo),  che
    quel  sottile  traditore  aveva  oggi complottato di assassinare nella
    sala del consiglio me e il mio buon signore di Gloucester?
    SINDACO: Aveva egli fatto questo?
    GLOUCESTER: Che,  credete che  noi  siam  turchi  o  infedeli?  o  che
    avremmo,  contro le forme della legge, proceduto cos precipitosamente
    alla morte del furfante,  se l'estremo  pericolo  del  caso,  la  pace
    d'Inghilterra  e  la  sicurezza  delle  nostre persone non ci avessero
    forzati a questa esecuzione?
    SINDACO: Ebbene,  vi tocchi ogni prosperit!  egli ha meritato la  sua
    morte;  e  le  Vostre  Grazie  hanno  entrambe proceduto bene dando ai
    felloni traditori questo monito contro simili attentati.
    BUCKINGHAM: Io non mi aspettavo  nulla  di  bene  da  parte  sua,  dal
    momento che egli se la intese con madonna Shore.  Tuttavia non avevamo
    deciso che morisse finch Vostra Signoria fosse venuto a veder la  sua
    fine;  il  che  ora   stato impedito dall'affettuosa sollecitudine di
    questi amici nostri,  un po'  contro  la  nostra  intenzione:  poich,
    signor  mio,  avrei  voluto  che  voi  udiste il traditore parlare,  e
    pavidamente confessare il modo e l'intento dei suoi tradimenti, sicch
    voi aveste potuto portarli  a  conoscenza  dei  cittadini,  che  forse
    potrebbero  fraintendere  il nostro agire nei suoi riguardi e lamentar
    la sua morte.
    SINDACO: Ma,  mio buon signore,  le parole di Vostra  Grazia  varranno
    come  se  io  lo  avessi  veduto  e  udito  parlare;  e  non dubitate,
    nobilissimi principi,  che io informer i nostri obbedienti  cittadini
    del vostro giusto modo di procedere in questa faccenda.
    GLOUCESTER: E a questo scopo noi desideravamo qui Vostra Signoria, per
    evitare le censure della gente maldica.
    BUCKINGHAM:  Ma  poich  siete venuto troppo tardi pel nostro intento,
    testimoniate nondimeno quel che avete sentito che noi  intendevamo:  e
    cos, mio buon lord sindaco, noi ci salutiamo.
    (Esce il lord Sindaco).
    GLOUCESTER: Andategli dietro,  andategli dietro, cugino Buckingham! Il
    sindaco  se  ne  va  in  fretta  e   furia   alla   Guildhall:   col,
    avvantaggiandovi  del momento pi opportuno,  adducete l'illegittimit
    dei figli di Edoardo: dite loro  come  Edoardo  mettesse  a  morte  un
    cittadino soltanto per aver detto di voler fare suo figlio erede della
    corona intendendo,  di fatto, la sua casa, che era cos chiamata dalla
    sua insegna.  Inoltre mostrate la sua odiosa lussuria  e  il  bestiale
    appetito  nella  variet  di  libidine,  che  si  stendeva  alle  loro
    fantesche, alle figlie,  alle mogli,  dovunque il suo occhio furioso o
    il suo cuore selvaggio, senza freno, scegliessero di far preda. Poi al
    bisogno  toccate  cos pi d'appresso della mia persona: dite loro che
    quando mia madre divenne  gravida  di  quell'insaziabile  Edoardo,  il
    nobile York,  mio principesco padre,  era allora in guerra in Francia,
    e,  con un esatto computo del  tempo,  trov  che  la  prole  non  era
    generata da lui,  il che ben appariva dai suoi lineamenti che in nulla
    rassomigliavano al nobile duca mio padre.  Per  toccate  di  ci  con
    parsimonia, e come di lontano, perch signor mio, sapete che mia madre
     ancora viva.
    BUCKINGHAM:  Non  dubitate,  mio signore,  far le parti dell'oratore,
    come se l'aurea mercede per la quale io arringo dovesse esser per  me;
    e cos, mio signore, addio.
    GLOUCESTER: Se le cose vi vanno pel verso,  conduceteli al castello di
    Baynard dove mi troverete in buona compagnia di reverendi padri  e  di
    dotti vescovi.
    BUCKINGHAM: Vado, e verso le tre o le quattro attendere le notizie che
    offrir la Guildhall.
    (Esce).
    GLOUCESTER: Va', Lovel in tutta fretta dal dottor Shaw, (a Catesby) tu
    da  frate  Penker;  dite  a  entrambi di trovarsi con me prima che sia
    passata quest'ora  al  castello  di  Baynard.  (Escono  tutti  eccetto
    Gloucester)  Ora  andr a dare una segreta disposizione di allontanare
    da ogni sguardo i marmocchi di Clarence,  e a dar ordine  che  nessuna
    persona abbia in alcun tempo accesso ai principi.


    SCENA SESTA - Londra. Una strada.

    (Entra uno Scrivano tenendo un foglio).
    SCRIVANO:  Ecco  l'atto  d'accusa  del  buon  lord  Hastings,   che  
    bellamente steso in caratteri calligrafici,  affinch  possa  leggersi
    oggi  a  San Paolo.  E notate come  ben congegnata la sequela: undici
    ore io ho speso a  copiarlo,  poich  iersera  m'  stato  inviato  da
    Catesby;  altrettanto ci volle a far la minuta; eppure non sono ancora
    cinque ore  che  Hastings  viveva  non  sospettato,  non  interrogato,
    libero,  a piede franco.  Che bel mondo,  frattanto! Chi  cos ottuso
    che non possa vedere questo patente trucco?  Eppure chi  cos  ardito
    da dire che lo vede? Malvagio  il mondo, e tutto andr alla rovescia,
    quando s tristo agire dev'esser veduto solo nel pensiero.
    (Esce).


    SCENA SETTIMA - Il Castello di Baynard.

    (Entrano GLOUCESTER e BUCKINGHAM da porte diverse).
    GLOUCESTER: Ebbene, ebbene, che cosa dicono i cittadini?
    BUCKINGHAM: Ebbene,  per la santa madre di nostro Signore, i cittadini
    stan zitti, non dicono una parola!
    GLOUCESTER: Avete toccato dell'illegittimit dei figli di Edoardo?
    BUCKINGHAM: S, e insieme del suo fidanzamento con madonna Lucy, e del
    suo fidanzamento per procura in Francia;  l'insaziabile ingordigia del
    suo appetito carnale,  e il suo forzamento delle donne della citt; la
    sua tirannia a proposito di quisquilie;  la sua propria illegittimit,
    essendo  stato  concepito  quando vostro padre era in Francia e le sue
    sembianze,  per nulla simili a quelle del duca:  al  tempo  stesso  ho
    addotto  i vostri lineamenti,  esatta immagine di vostro padre sia per
    la vostra forma che per la nobilt dell'animo,  ho  esposto  tutte  le
    vostre vittorie in Scozia,  la vostra disciplina in guerra,  la vostra
    saggezza in pace, la vostra generosit,  la virt,  la bella modestia;
    invero nulla di quanto conveniva al vostro proposito io ho tralasciato
    o  sorvolato  nel mio discorso,  e quando la mia orazione volgeva alla
    fine,  io ho invitato quelli che amavano il  bene  del  loro  paese  a
    gridare: Dio salvi Riccardo, re d'Inghilterra!.
    GLOUCESTER: E l'hanno fatto?
    BUCKINGHAM:  No,  Iddio mi aiuti!  essi non han detto parola,  ma come
    mute statue o respiranti pietre,  si son guardati attoniti,  e si  son
    coperti  d'un  pallore  di  morte.  E  come  io  ho veduto ci,  li ho
    rimproverati,  e ho chiesto al sindaco che significasse tale  ostinato
    silenzio.  La  sua  risposta  stata,  che il popolo non era avvezzo a
    sentirsi rivolger la parola altro che dal referendario.  Allora costui
      stato  sollecitato  a ripetere il mio discorso: Cos dice il duca,
    cos il duca ha esposto; ma nulla ha detto di propria responsabilit.
    Finito che ebbe,  alcuni dei miei seguaci,  in  fondo  alla  sala  han
    gittato in aria i loro berretti, e una decina di voci ha gridato: Dio
    salvi re Riccardo!. E cos io ho approfittato di quei pochi. Grazie,
    gentili cittadini e amici! - ho detto; - questi applausi, questi gridi
    di  gioia  generali  mostrano la vostra saggezza e il vostro amore per
    Riccardo, e a questo punto ho tagliato corto, e mi sono allontanato.
    GLOUCESTER: Che mute teste di legno sono stati! non volevano parlare?
    BUCKINGHAM: No, in fede mia, mio signore.
    GLOUCESTER: Non verr dunque il sindaco coi suoi confratelli ?
    BUCKINGHAM: Il sindaco  qui vicino; date a vedere qualche timore; non
    lasciate che vi si rivolga la parola se non dietro veementi istanze: e
    guardate di tener fra le mani un libro di preghiere,  e di presentarvi
    tra  due  ecclesiastici,  mio  buon  signore;  ch su tal tema io far
    devota variazione; e non lasciatevi agevolmente guadagnare alle nostre
    richieste; recitate la parte della pulzella,  rispondete sempre di no,
    e prendete.
    GLOUCESTER:  Vado;  e se tu intercedi per loro cos bene come io sapr
    dirti di no per parte mia, senza dubbio condurremo la cosa a un felice
    fine.
    BUCKINGHAM: Andate, andate sull'altana! il lord sindaco bussa.
    (Esce Gloucester. Entrano il LORD SINDACO e Cittadini).
    Benvenuto, monsignore! Io sto qui a fare anticamera; credo che il duca
    non vuole che gli si parli.
    (Entra CATESBY).
    Ebbene, Catesby che dice il vostro signore alla mia richiesta?
    CATESBY: Egli supplica Vostra Grazia, mio nobile signore, di visitarlo
    domani o il giorno seguente: egli  dentro  con  due  molto  reverendi
    padri,  santamente  assorto in meditazione,  e non vorrebbe che alcuna
    istanza mondana lo movesse a uscire dal suo pio esercizio.
    BUCKINGHAM: Ritorna, buon Catesby dal grazioso duca; digli che io,  il
    sindaco,  e  gli anziani siam venuti per ottenere un colloquio con Sua
    Grazia su gravi disegni,  su cose di  gran  momento,  che  interessano
    niente meno che il nostro bene generale.
    CATESBY: Tanto gli significher immediatamente.
    (Esce).
    BUCKINGHAM: Ah,  ah, signor mio questo principe non  un Edoardo: egli
    non sta adagiato su un libidinoso letto d'amore,  ma in ginocchio,  in
    meditazione; non se la spassa con un paio di cortigiane, ma medita con
    due   profondi  teologi;   non  dorme  per  impinguare  il  suo  corpo
    neghittoso,  ma prega per arricchire la sua anima vigilante: fortunata
    sarebbe  l'Inghilterra,  se questo virtuoso principe volesse prenderne
    la sovranit sulla sua grazia! Ma certo, io temo,  non lo convinceremo
    a tanto.
    SINDACO: Oh, vieti Iddio che Sua Grazia debba dirci di no!
    BUCKINGHAM: Temo che lo far. Ecco che ritorna Catesby.
    (Rientra CATESBY).
    Ebbene, Catesby, che dice Sua Grazia?
    CATESBY: Egli si domanda a qual fine voi abbiate raccolto tali schiere
    di cittadini per venir da lui, mentre Sua Grazia non ne stato avvisato
    prima:  egli teme,  mio signore,  che voi abbiate tutt'altro che buone
    intenzioni verso di lui.
    BUCKINGHAM: Mi duole che il mio nobile  cugino  debba  sospettarmi  di
    aver  tutt'altro  che  buone  intenzioni verso di lui: pel cielo,  noi
    veniamo da lui con perfetto amore! Sicch torna di nuovo da Sua Grazia
    e riferiscigli.  (Esce Catesby) Quando santi e devoti uomini religiosi
    sono  al  loro  rosario,  ce ne vuole per distoglierli,  s dolce  la
    zelante contemplazione.
    (Entra GLOUCESTER in alto, tra due Vescovi. Ritorna CATESBY).
    SINDACO: Vedete dove Sua Grazia sta tra due prelati!
    BUCKINGHAM: Due sostegni di  virt  per  un  principe  cristiano,  per
    puntellarlo  contro  la  caduta  della  vanit: e vedete,  un libro di
    preghiere tra le sue mani!...  veri ornamenti  a  cui  si  conosce  un
    sant'uomo.  Famoso  Plantageneto,  graziosissimo  principe,  porgi  un
    orecchio benigno alle nostre  richieste,  e  perdonaci  l'interruzione
    delle tue devozioni e del tuo zelo veramente cristiano.
    GLOUCESTER:  Mio  signore,  non v' bisogno di tale scusa: io supplico
    Vostra Grazia di perdonarmi,  se zelante nel servizio del mio Dio,  ho
    rimandato  la  visita dei miei amici.  Ma lasciando questo,  qual  il
    piacere di Vostra Grazia?
    BUCKINGHAM: Tal cosa che spero piaccia  a  Dio  lass,  e  a  tutti  i
    galantuomini di quest'isola senza governo.
    GLOUCESTER:  Sospetto d'aver commesso qualche offesa che sembri odiosa
    agli occhi della citt,  e che  voi  veniate  a  rimproverare  la  mia
    ignoranza.
    BUCKINGHAM:  E'  cos,  signor  mio;  e  piacesse  a  Vostra Grazia di
    riparare al vostro errore in seguito alle nostre istanze.
    GLOUCESTER: A che, altrimenti, vivrei in un paese cristiano?
    BUCKINGHAM: Sappiate dunque che  error vostro di rinunziare al seggio
    supremo,  al trono  maestoso  e  allo  scettrato  ufficio  dei  vostri
    antenati,  alla  vostra  condizione  di fortuna e al vostro diritto di
    nascita alla gloria ereditaria della vostra real casa,  in favore  del
    corrotto  rampollo d'un guasto ceppo;  mentre,  durante la mitezza dei
    vostri sonnacchiosi pensieri,  che qui noi risvegliamo  pel  bene  del
    nostro paese,  questa nobile isola sente la mancanza delle sue proprie
    membra;  il suo volto sfregiato da cicatrici d'infanzia,  il suo regal
    ceppo  innestato d'ignobili piante e quasi spinto nel divorante abisso
    della tenebrosa dimenticanza e del profondo oblio.  Per porvi rimedio,
    noi cordialmente sollecitando la vostra graziosa persona di prender su
    di  voi  la  cura  e  il  real governo di questo vostro paese,  non in
    qualit di protettore, di intendente, di sostituto, o di umile fattore
    per l'altrui vantaggio,  ma come cosa che per diritto di  successione,
    di sangue in sangue,   vostra fin dalla nascita, il vostro impero, la
    vostra propriet.  Per questo,  di concerto con i cittadini,  i vostri
    devotissimi e affezionatissimi amici, e a loro veemente istigazione io
    vengo a disporre Vostra Grazia in favore di questa giusta causa.
    GLOUCESTER:  Io  non  so  dire  se meglio convenga al mio grado o alla
    vostra condizione di allontanarmi in silenzio o di dirvi amare  parole
    di rimprovero.  Se non rispondo potreste forse pensare che l'ambizione
    dalla lingua legata,  non replicando,  consenta a  portare  il  dorato
    giogo  della sovranit,  che follemente voi vorreste imporre su di me;
    se io vi rimprovero per questa vostra istanza cos infusa  del  vostro
    fedele amore per me,  allora,  d'altra parte, farei uno sgarbo ai miei
    amici. Perci, per parlare ed evitare il primo rischio,  e,  parlando,
    non incorrere nell'altro,  cos definitivamente vi rispondo. Il vostro
    amore merita i miei ringraziamenti,  ma il mio merito di nessun  conto
    rifugge  dalla  vostra  alta richiesta.  Innanzi tutto,  fossero anche
    rimossi tutti gli ostacoli, fosse anche liscia la mia via alla corona,
    che mi spettasse come maturo cespite e diritto di nascita, pure tale 
    la mia povert di spirito,  s forti e numerosi sono i  miei  difetti,
    che io vorrei piuttosto nascondermi alla mia grandezza, come barca che
    non  tollera  un mare grosso,  che nella mia grandezza bramare d'esser
    nascosto, e rimaner soffocato nel vapore della mia gloria. Ma, Dio sia
    ringraziato, non c' bisogno di me, e se ci fosse bisogno,  molte cose
    mi  bisognerebbero  per aiutarvi: l'albero regale ci ha lasciato regal
    frutto, che, maturato dalle furtive ore del tempo,  ben sar degno del
    seggio della maest, e, senza dubbio, ci far felici col suo regno. Su
    lui  io  depongo  quel che vorreste deporre su di me,  il diritto e la
    fortuna delle sue felici stelle, che Iddio vieti che io debba estorcer
    da lui!
    BUCKINGHAM: Mio signore,  ci dimostra coscienza in Vostra Grazia,  ma
    le   considerazioni   esposte  sono  sottili  e  insignificanti,   ben
    considerando tutte le circostanze.  Voi dite che Edoardo   figlio  di
    vostro  fratello;  cos  diciamo  noi pure,  ma che Edoardo non l'ebbe
    dalla moglie;  poich dapprima egli si  fidanz  con  madonna  Lucy  -
    vostra  madre  vive  per  testimoniare  della sua promessa - e poi per
    procura fu fidanzato a Bona,  sorella  del  re  di  Francia.  Entrambe
    costoro messe da parte,  una povera postulante,  un'affannosa madre di
    numerosi figli,  una vedova sfiorita e afflitta,  nel pieno pomeriggio
    dei  suoi  bei giorni,  fece preda e conquista del suo occhio lascivo,
    sedusse l'altitudine e il vertice del suo grado a un vile scadimento e
    ad un'abbominevole bigamia: da lei,  nel suo letto  illegittimo,  egli
    gener  quest'Edoardo  che la nostra cortesia chiama il principe.  Con
    pi amarezza io potrei dissertare,  se non  che,  per  riguardo  verso
    certa  persona viva,  io metto un parsimonioso limite alla mia lingua.
    Dunque, mio buon signore,  prendete per la vostra regal persona questo
    privilegio di dignit che v' offerto; se non per render felici noi ed
    il  paese,  almeno  per  ricondurre  il  vostro nobile lignaggio dalla
    corruzione dei tempi d'abuso a un corso legittimo e schietto.
    SINDACO:  Fatelo,   mio  buon  signore!   i  vostri  cittadini  ve  ne
    supplicano.
    BUCKINGHAM: Non rifiutate, potente signore, questa profferta d'amore
    CATESBY: Oh, fateli allegri, concedete la loro legittima istanza.
    GLOUCESTER: Ahim, perch volete voi caricarmi di tal cura? Io non son
    fatto  per lo splendore e la maest.  Vi supplico,  non ve l'abbiate a
    male; io non posso n voglio cedere a voi.
    BUCKINGHAM: Se rifiutate,  come ripugnando per amore  e  per  zelo,  a
    deporre  il  fanciullo  che    il figlio di vostro fratello - che ben
    sappiamo la vostra tenerezza di cuore, e la gentile, buona, effeminata
    piet che  abbiamo  osservata  in  voi  verso  i  vostri  parenti,  ed
    egualmente,  invero,  verso  tutti i ceti - pur sappiate che,  sia che
    accettate o no la nostra istanza,  il figlio di  vostro  fratello  non
    regner  mai  come  nostro  sovrano;  ma noi porremo qualcun altro sul
    trono, a obbrobrio e rovina della vostra casa e con questa risoluzione
    qui vi lasciamo. Venite cittadini: perdio! non vuo' pi supplicare.
    GLOUCESTER: Oh, non bestemmiate, monsignore di Buckingham.
    (Esce Buckingham coi cittadini).
    CATESBY: Richiamatelo,  dolce principe,  accettate la loro istanza: se
    voi dite loro di no, tutto il paese ne soffrir.
    GLOUCESTER:  Volete  forzarmi a un mondo di affanni?  Richiamateli: io
    non son fatto di pietra,  ma  sono  accessibile  alle  vostre  cortesi
    suppliche, sebbene contro la mia coscienza e la mia stima.
    (Rientrano BUCKINGHAM e gli altri).
    Cugino  Buckingham,  e  voi,  uomini  saggi  e  gravi,  dacch  volete
    affibbiarmi la fortuna sulle spalle perch io ne porti il carico,  che
    io lo voglia o no,  mi tocca d'aver la pazienza di sopportare il peso:
    ma se il nero scandalo o il rimprovero  dal  turpe  volto  vengono  al
    seguito  della  vostra  imposizione,  il  semplice  fatto della vostra
    violenza mi assolver da ogni impura ombra e macchia che ne  provenga;
    che Iddio sa, e voi potete vederlo in parte, quanto io sia lontano dal
    desiderare questo.
    SINDACO: Dio benedica Vostra Grazia! noi lo vediamo e lo diremo.
    GLOUCESTER: Dicendo ci, non direte che la verit.
    BUCKINGHAM:  Allora  io  vi  saluto  con  questo  regal  titolo:  viva
    lungamente re Riccardo, degno re dell'Inghilterra!
    TUTTI: Amen.
    BUCKINGHAM: Vi piacerebbe d'essere incoronato domani?
    GLOUCESTER: Quando vi piaccia, dal momento che volete che sia cos.
    BUCKINGHAM:  Domani,   dunque,   scorteremo  Vostra  Grazia;   e  cos
    lietissimamente prendiamo congedo da voi.
    GLOUCESTER (ai Vescovi): Venite, rimettiamoci alla nostra santa opera.
    Addio, cugino, addio, buoni amici.
    (Escono).

















    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA -Dinanzi alla Torre.

    (Entrano  da una parte la REGINA ELISABETTA,  la DUCHESSA DI YORK e il
    MARCHESE DI DORSET;  dall'altra,  ANNA,  DUCHESSA DI  GLOUCESTER,  che
    conduce per mano MARGHERITA PLANTAGENETO, giovane figlia di Clarence).
    DUCHESSA: Chi ci viene incontro?  La mia nipote Plantageneto, condotta
    per mano dalla sua buona zia di Gloucester?  Ecco,  per la  vita  mia,
    ella  incamminata verso la Torre,  mossa da puro affetto per salutare
    i principini. Figlia, ben trovata!
    ANNA: Iddio conceda a entrambe le Vostre  Grazie  un  lieto  e  felice
    giorno!
    ELISABETTA: Altrettanto a voi, buona sorella! Dove andate?
    ANNA: Non pi in l della Torre, e, a quel che indovino, per lo stesso
    devoto  sentimento  che  voi  stesse,  per  salutare  col  i  gentili
    principi.
    ELISABETTA: Grazie, dolce sorella, entreremo tutte insieme.
    (Entra BRAKENBURY).
    E in buon punto,  ecco qui il luogotenente.  Messer  luogotenente,  vi
    prego,  con vostra licenza, come sta il principe, e il mio figlioletto
    York?
    BRAKENBURY: Benissimo,  signora;  con vostra pazienza,  io  non  posso
    permettervi di visitarli; il re ha severamente ordinato il contrario.
    ELISABETTA: Il re? Chi  costui?
    BRAKENBURY: Intendo il lord Protettore.
    ELISABETTA: Il Signore lo protegga da quel titolo reale! Ha egli posto
    limiti tra il loro amore e me? Io son la loro madre; chi mi precluder
    di vederli?
    DUCHESSA: Io son la madre del padre loro; voglio vederli.
    ANNA:  Io  sono  la loro zia per matrimonio,  la loro madre per amore;
    conducimi dunque alla loro vista,  io porter il  tuo  biasimo,  e  ti
    dispenso dal tuo ufficio a mio rischio.
    BRAKENBURY:  No,  signora,  no,  non  posso abbandonarlo cos;  io son
    legato da giuramento; sicch perdonatemi.
    (Esce).

    (Entra LORD STANLEY).

    STANLEY: Signore, che io solo v'incontri tra un'ora, e saluter Vostra
    Grazia di York quale madre  e  reverenda  osservatrice  di  due  belle
    regine.  (Ad  Anna)  Venite,  signora,  voi  dovete  subito  recarvi a
    Westminster, per esser col incoronata regale sposa di Riccardo.
    ELISABETTA: Ah, tagliate i miei lacci, che il mio cuore oppresso abbia
    un po' d'agio  di  battere,  o  altrimenti  io  vengo  meno  a  questa
    micidiale notizia!
    ANNA: Crudeli annunzi! Oh, spiacente notizia!
    DORSET: State di buon animo; madre, come si sente Vostra Grazia?
    ELISABETTA: O Dorset, non parlarmi, vattene! La morte e la distruzione
    t'inseguono  alle  calcagna;  il  nome  di  tua madre  malaugoroso ai
    figli.  Se tu vuoi sfuggire alla morte,  passa il mare e va' a  vivere
    con  Richmond,  lungi  dalle  granfie dell'inferno: va',  abbandona in
    fretta,  abbandona in fretta  questo  scannatoio,  che  tu  non  debba
    accrescere  il  numero  dei  morti,  e  far  morire  me  schiava della
    maledizione di Margherita,  n madre,  n moglie,  n reputata  regina
    d'Inghilterra!
    STANLEY:  Pieno  di  saggia  sollecitudine   questo vostro consiglio,
    signora.  Non lasciate tempo in mezzo: avrete da me lettere d'appoggio
    per  mio  figlio che vi venga in contro: non fatevi sorprendere con un
    imprudente indugio.
    DUCHESSA: Oh,  vento di sciagura sparpagliatore  di  malanni!  oh  mio
    maledetto  grembo,  letto  di  morte!  T  u  hai  generato al mondo un
    basilisco, il cui occhio, se non lo si evita,  micidiale.
    STANLEY: Venite,  signora,  venite;  io sono  stato  mandato  in  gran
    fretta.
    ANNA:  Ed  io  verr  di  gran  malavoglia.  Oh,  volesse Iddio che il
    recingente giro d'aureo metallo che deve circondarmi la  fronte  fosse
    un rovente acciaio che mi bruciasse fino al cervello!  Che unta io sia
    con un veleno mortale,  e muoia prima che la gente  possa  dire:  Dio
    salvi la regina!.
    ELISABETTA: Va',  va',  povera anima, io non invidio la tua gloria, io
    non ti desidero alcun male per  alimentare  la  disposizione  del  mio
    spirito.
    ANNA: No! Perch? Quando colui che ora  mio marito venne a me, mentre
    io seguivo il feretro d'Enrico,  quando le sue mani erano state appena
    lavate del sangue effuso da quell'angelo che fu il mio primo marito, e
    da quel santo adorato che io seguivo piangendo, oh!  quando,  io dico,
    guardai in volto Riccardo,  questo fu il mio voto: Sii tu maledetto -
    esclamai - per aver fatto di me, cos giovane, una vedova cos antica!
    E quando tu ti sposi, la sventura non si stacchi dal tuo letto,  e sia
    tua moglie,  se v' donna cos pazza da diventarlo,  pi misera per la
    vita tua che tu non abbia  reso  me  con  la  morte  del  mio  diletto
    signore!.  Ed ecco, prima che io potessi ripetere questa maledizione,
    in un tempo cos breve,  il mio cuore di femmina si lasci grossamente
    cattivare  dalle  sue  parole  melliflue,  e  divenne  l'oggetto della
    maledizione della mia propria anima;  e questo ha  da  allora  in  poi
    impedito  ai miei occhi di riposare;  ch mai fin adesso non ho goduto
    nel suo letto per un'ora l'aurea rugiada del  sonno,  ma  sempre  sono
    stata risvegliata dai suoi sogni spaventosi.  Inoltre egli mi odia per
    via di mio padre Warwick,  e senza dubbio tra breve si  sbarazzer  di
    me.
    ELISABETTA: Addio, povero cuore! mi fan pena le tue doglianze.
    ANNA: Non pi di quello che io m'affligga nell'animo per le vostre.
    DORSET: Addio, o dolorosa accoglitrice della gloria!
    ANNA: Addio, povera anima che da essa ti congedi!
    DUCHESSA (a Dorset): Tu va' da Richmond,  e la buona fortuna ti guidi!
    (Ad Anna) Tu va' da Riccardo e i  buoni  angeli  ti  assistano!  (Alla
    Regina Elisabetta) Tu va' al sacrato, e buoni pensieri ti occupino! Io
    vado  verso  la  mia  tomba,   dove  pace  e  riposo  giacciono  meco!
    Un'ottantina d'anni di dolori  io  ho  veduto  e  ogni  ora  di  gioia
    distrutta da una settimana d'angoscia.
    ELISABETTA:  Fermatevi!  con  me  volgete un altro sguardo alla Torre.
    Abbiate piet,  antiche  pietre,  di  quei  teneri  fanciulli  che  la
    malvagit  ha  rinchiuso  nelle vostre mura!  Aspra culla per s vaghi
    piccini, ruvida e rozza nutrice, vecchia e tetra compagna di gioco per
    teneri principi, tratta bene i miei bimbi! Cos un imbelle dolore dice
    addio alle vostre pietre.
    (Escono).



    SCENA SECONDA - Londra. Il Palazzo.

    (Squillo  di  trombe.   Entrano  RICCARDO,   in   pompa,   incoronato;
    BUCKINGHAM, CATESBY, un Paggio, ed altri).
    RICCARDO: Fatevi tutti da parte! Cugino Buckingham!
    BUCKINGHAM: Mio grazioso sovrano!
    RICCARDO:  Dammi la mano.  (Qui sale sul trono) Cos in alto,  pel tuo
    consiglio e per la tua assistenza,   assiso re Riccardo: ma porteremo
    noi  questi  splendori  per  un giorno?  o dureranno essi e ci faranno
    lieti?
    BUCKINGHAM: Sempre vivano essi, e possano perennemente durare!
    RICCARDO: Ah,  Buckingham,  ora io faccio da pietra di  paragone,  per
    provare se tu sei davvero oro schietto. Il giovane Edoardo vive: pensa
    ora a quello che vorrei dire.
    BUCKINGHAM: Proseguite, mio nobile signore.
    RICCARDO: Ebbene, Buckingham, dico che vorrei essere re.
    BUCKINGHAM: E tale siete, mio tre volte illustre signore.
    RICCARDO: Ah, sono re?  cosi; ma Edoardo vive.
    BUCKINGHAM: E' vero, nobile principe.
    RICCARDO:  O amara conseguenza,  che Edoardo debba vivere ancora!  E'
    vero,  nobile principe!.  Cugino,  tu non solevi essere cos  ottuso:
    debbo essere esplicito?  Io desidero morti quei bastardi, e vorrei che
    ci fosse eseguito subito. Che dici adesso? Parla subito, sii breve.
    BUCKINGHAM: Vostra Grazia pu fare quel che le piace.
    RICCARDO: Va',  va'!  sei tutto di ghiaccio,  la  tua  amicizia  gela:
    dimmi, ho il tuo consenso che essi debbano morire?
    BUCKINGHAM: Datemi un po' di respiro,  una pausa,  signore caro, prima
    che io mi pronunci su questo positivamente: e a ci mi  risolver  tra
    breve.
    (Esce).
    CATESBY (a parte a un astante): Il re  crucciato; guarda, si morde il
    labbro.
    RICCARDO:  Io  vuo' praticare sciocchi dal cervello di ferro e ragazzi
    scimuniti;  non son fatti per me coloro  che  mi  scrutano  con  occhi
    riflessivi; l'ambizioso Buckingham diventa circospetto. Ragazzo!
    PAGGIO: Mio signore!
    RICCARDO:  Non conosci alcuno che l'oro corruttore possa tentare a una
    segreta opera di morte?
    PAGGIO: Conosco un gentiluomo malcontento i cui umili mezzi non van di
    pari passo con il suo spirito altero: l'oro ce la potrebbe come  venti
    oratori, e senza dubbio, lo tenter a qualunque cosa.
    RICCARDO: Qual  il suo nome?
    PAGGIO: Il suo nome, mio signore,  Tyrrel.
    RICCARDO: Conosco un poco costui: va',  chiamalo qui. (Il Paggio esce)
    Il rimuginante e scaltro Buckingham non sar pi intrinseco  dei  miei
    consigli:  ci ha retto con me per tanto tempo senza stancarsi,  ed ora
    si ferma a ripigliar fiato? Ebbene, sia pure!
    (Entra STANLEY).
    Ebbene, lord Stanley, che notizie?
    STANLEY: Sappiate,  mio amato signore,  che il marchese di  Dorset,  a
    quel  che  sento,   fuggito presso Richmond,  nelle parti dove questi
    dimora.
    (Si fa da parte).
    RICCARDO: Vien qui, Catesby!  spargi la voce che Anna,  mia moglie,  
    gravemente  malata: io provveder che stia rinchiusa.  Trovami qualche
    povero gentiluomo di poco conto,  che  io  subito  far  sposare  alla
    figlia  di Clarence;  quanto al figlio,   uno scemo,  ed io non ne ho
    paura. Su,  che  quest'aria trasognata?  Ti dico di nuovo,  spargi la
    voce che Anna,  la mia regina,   malata e probabilmente morir.  Alla
    bisogna!  ch mi preme  assai  di  troncare  tutte  le  speranze  che,
    crescendo,  potrebbero  danneggiarmi.  (Esce  Catesby)  Bisogna che io
    sposi la figlia di mio fratello,  o altrimenti il mio  regno  posa  su
    fragile vetro.  Assassinarle i fratelli e poi sposarla! Incerta via di
    successo!  Ma sono a tal segno immerso nel sangue,  che un delitto  si
    trae  dietro  un  altro  delitto:  la piagnucolosa piet non dimori in
    questi occhi.
    (Rientra il Paggio con TYRREL).
    Il tuo nome  Tyrrel?
    TYRREL: Giacomo Tyrrel, vostro obbedientissimo suddito.
    RICCARDO: Sei davvero tale?
    TYRREL: Mettetemi alla prova, mio grazioso signore.
    RICCARDO: Oseresti risolverti ad uccidere un mio amico?
    TYRREL: Se vi piacesse, ma preferirei di uccidere due nemici.
    RICCARDO: Ebbene, ho il fatto tuo;  due implacabili avversari,  nemici
    del  mio riposo e disturbatori del mio dolce sonno,  son coloro su cui
    vorrei che tu operassi: Tyrrel, io intendo quei bastardi nella Torre.
    TYRREL: Fatemi avere libero modo di andar fino ad essi,  e  presto  vi
    sbarazzer del timore di essi.
    RICCARDO: Tu canti una dolce musica.  Ascolta!  vien qui,  Tyrrel! Va'
    con questo contrassegno;  alzati,  e  porgimi  l'orecchio.  (Sussurra)
    Questo  quanto;  dimmi che  fatto, ed io ti amer e ti promover per
    questo.
    TYRREL: Eseguir immediatamente.
    (Esce).

    (Rientra BUCKINGHAM).

    BUCKINGHAM: Mio signore,  ho  considerato  nella  mia  mente  l'ultima
    richiesta su cui mi avete sondato.
    RICCARDO: Ebbene, lasciate stare. Dorset  fuggito presso Richmond.
    BUCKINGHAM: Ho udito la notizia, mio signore.
    RICCARDO: Stanley,  egli  il figlio di vostra moglie; ebbene, stateci
    attento.
    BUCKINGHAM: Mio signore,  io reclamo il  dono  che  mi    dovuto  per
    promessa,  pel  quale sono impegnati il vostro onore e la vostra fede:
    la contea di Hereford e i beni mobili che voi avete promesso di  farmi
    possedere.
    RICCARDO:  Stanley,  state  attento  a  vostra  moglie!  se essa invia
    lettere a Richmond, ne risponderete voi.
    BUCKINGHAM: Che dice Vostra Altezza alla mia giusta richiesta?
    RICCARDO: Mi ricordo che Enrico Sesto  profet  che  Richmond  sarebbe
    stato  re,  quando  Richmond  era un ragazzino bizzoso: un re!  forse,
    forse...
    BUCKINGHAM: Mio signore!
    RICCARDO: Come mai il profeta non pot  dirmi  allora,  stando  io  l
    presso, che l'avrei ucciso?
    BUCKINGHAM: Signor mio, la vostra promessa della contea...
    RICCARDO:  Richmond!  L'ultima volta che fui ad Exeter,  il sindaco mi
    mostr per cortesia il castello e lo chiam Rougemont; al qual nome io
    trasalii,  perch un indovino d'Irlanda mi disse una volta che io  non
    sarei vissuto a lungo dopo aver visto Richmond.
    BUCKINGHAM: Signor mio!
    RICCARDO: Bene, ma che ora ?
    BUCKINGHAM:  Io  mi  ardisco di rammentare a Vostra Grazia quel che mi
    avete promesso.
    RICCARDO: S, che ora ?
    BUCKINGHAM: Stan per battere le dieci.
    RICCARDO: Ebbene, lasciale battere.
    BUCKINGHAM: Lasciarle battere, perch?
    RICCARDO: Perch,  come l'automa d'un orologio,  tu batti il tempo tra
    la tua domanda e la mia meditazione. Oggi non sono in vena di donare.
    BUCKINGHAM: Volete di grazia togliermi di dubbio circa la mia istanza?
    RICCARDO: Tu mi secchi; non sono in vena.
    (Escono tutti eccetto Buckingham).
    BUCKINGHAM: Ah,   cos? ripaga i miei alti servigi con tal disprezzo?
    E' per questo  che  l'ho  fatto  re?  Oh,  ripensiamo  a  Hastings,  e
    andiamocene a Brecknock, finch la mia testa paurosa sta sulle spalle!
    (Esce).




    SCENA TERZA - La stessa.

    (Entra TYRREL).
    TYRREL:  L'azione  tirannica  e  sanguinosa  compiuta,  la pi esimia
    gesta di pietoso massacro di cui fosse  mai  colpevole  questo  paese.
    Dighton  e  Forrest,  che  io  ho  subornato  a  compier quest'atto di
    spietato  macello,   bench  manigoldi  incalliti,   cani  sanguinari,
    stemprati   di  tenerezza  e  di  molle  compassione  piangevano  come
    fanciulli durante il triste racconto della loro morte.  Oh!  - diceva
    Dighton - cos,  eran coricati quei soavi bimbi. Cos, cos - diceva
    Forrest - cingendosi  l'un  l'altro  tra  le  loro  innocenti  braccia
    d'alabastro:  le loro labbra erano quattro rose rosse su uno stelo,  e
    nella loro estiva bellezza si baciavano.  Un libro  di  preghiere  era
    deposto  sul  loro cuscino,  e per un momento - diceva Forrest - mi ha
    fatto quasi mutar di animo; ma, oh! il demonio!. Qui il manigoldo s'
    interrotto,  mentre Dighton proseguiva cos: Noi abbiamo soffocato la
    pi  compiutamente  dolce opera della natura che fosse mai formata fin
    dalla prima creazione.  Quindi,  se ne sono andati entrambi pieni  di
    compunzione e rimorso: essi non potevan parlare; e cos li ho lasciati
    entrambi,  per portare questa notizia al sanguinario re. Ed eccolo che
    viene.
    (Entra RE RICCARDO).
    Ogni salute, mio sovrano signore!
    RICCARDO: Gentile Tyrrel, son io felice per le tue notizie?
    TYRREL: Se l'aver fatta la cosa di cui m'avete incaricato  vi  procura
    felicit, siate allora felice, perch  stata fatta.
    RICCARDO: Ma li hai visti morti?
    TYRREL: S, mio signore.
    RICCARDO: E sepolti, gentile Tyrrel?
    TYRREL:  Il cappellano della Torre li ha sepolti,  ma dove,  a dire il
    vero, io non lo so.
    RICCARDO: Vieni da me, Tyrrel, subito dopo cena, quando mi racconterai
    come  seguita la loro morte. Nel frattempo,  non hai che da pensare a
    come   io   possa   beneficarti,   e  conseguirai  il  tuo  desiderio.
    Arrivederci.
    TYRREL: Umilmente prendo congedo.
    (Esce Tyrrel).
    RICCARDO: Il figlio di Clarence l'ho fatto rigorosamente  rinchiudere,
    sua figlia l'ho maritata a persona di basso rango,  i figli di Edoardo
    dormono nel seno di Abramo;  ed Anna mia moglie ha detto buona notte a
    questo  mondo.  Ora  siccome  io so che Richmond il Brettone mira alla
    giovane Elisabetta, figlia di mio fratello e, in virt di questo nodo,
    altezzosamente gitta i suoi  occhi  sulla  corona,  io  vado  da  lei,
    arzillo e prospero corteggiatore.
    (Entra CATESBY).
    CATESBY: Signor mio!
    RICCARDO: Buone o cattive notizie, che vieni cos bruscamente?
    CATESBY:  Cattive  notizie,  mio  signore:  Morton    fuggito  presso
    Richmond; e Buckingham, sostenuto dai prodi Gallesi,  sceso in campo,
    e la sua possa cresce continuamente.
    RICCARDO: Ely con Richmond mi molesta pi da vicino  di  Buckingham  e
    delle  sue forze racimolate in fretta.  Via,  ho appreso che il pavido
    commentare  l'inerte servitore del lento indugio; l'indugio mena seco
    la miseria impotente dal passo di lumaca: sicch sia mia ala la focosa
    speditezza, Mercurio di Giove, e araldo per un re!  Andate raccogliete
    uomini!  Il mio consiglio  il mio scudo; dobbiamo esser brevi, quando
    i traditori affrontano il campo.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Dinanzi al Palazzo.

    (Entra la REGINA MARGHERITA).
    MARGHERITA: Ah, ora la prosperit comincia a maturare e a cadere nelle
    corrotte fauci della morte.  Qui in quest'angolo mi sono  nascosta  di
    soppiatto,  per  osservare  come  declinano  i  miei  nemici.  Io  son
    testimone d'un orrendo prologo,  e me ne andr in Francia sperando che
    il  seguito si dimostri altrettanto amaro,  cupo e tragico.  Ritirati,
    misera Margherita! chi vien qui?

    (Entrano la REGINA ELISABETTA e la DUCHESSA DI YORK).

    ELISABETTA: Ah,  i miei poveri principi!  ah i miei teneri piccini!  i
    miei fiori non sbocciati,  i miei nascenti profumi! Se le vostre soavi
    anime volano ancora nell'aria,  e non sono state fissate con  perpetuo
    decreto, libratevi intorno a me colle vostre ali aeree, e ascoltate la
    lamentazione di vostra madre!
    MARGHERITA: Libratevi intorno a lei!  dite che giustizia per giustizia
    ha offuscato in annosa notte il vostro infantile mattino.
    DUCHESSA: Tante sventure han rotto la mia  voce,  che  la  mia  lingua
    estenuata  dai  lamenti    silenziosa  e muta.  Edoardo Plantageneto,
    perch sei morto?
    MARGHERITA: Plantageneto compensa Plantageneto, Edoardo paga un debito
    di morte per Edoardo.
    ELISABETTA: Cos abbandoni, o Dio,  s teneri agnelli e li getti nelle
    viscere del lupo? Come dormivi, mentre una tale azione era commessa?
    MARGHERITA: E quando mor il santo Enrico, e il mio dolce figlio.
    DUCHESSA:  Vita  morta,  cieca vista,  povero spettro mortale vivente,
    scena d'affanno, onta del mondo,  spettanza della tomba usurpata dalla
    vita,  breve  compendio  e  cronaca  di  penosi giorni,  riposa la tua
    mancanza di posa sul leale suolo d'Inghilterra,  slealmente  ubriacato
    d'innocente sangue!
    (Sedendosi per terra).
    ELISABETTA:  Ah,  volessi tu cos presto offrire una tomba,  come puoi
    dare un melanconico seggio! Allora nasconderei qui le mie ossa, non le
    riposerei. Ah, chi ha cagione di piangere, se non noi?
    (Si siede accanto a lei).
    MARGHERITA: Se l'antico dolore  il pi  venerando,  date  al  mio  il
    privilegio   d'anzianit  e  lasciate  che  le  mie  pene  abbiano  il
    sopravvento di disperazione.  Se il  dolore  pu  tollerar  compagnia,
    (siede  gi  con  esse)  passate di nuovo in rassegna i vostri affanni
    considerando i miei.  Io avevo un  Edoardo,  finch  un  Riccardo  non
    l'uccise;  io  avevo  un Enrico,  finch un Riccardo non l'uccise;  tu
    avevi un Edoardo,  finch  un  Riccardo  non  l'uccise;  tu  avevi  un
    Riccardo, finch un Riccardo non l'uccise.
    DUCHESSA: Io avevo un Riccardo pure,  e tu l'hai ucciso; io avevo pure
    un Rutland, e tu hai aiutato ad ucciderlo.
    MARGHERITA: Tu avevi un Clarence pure,  e Riccardo  l'ha  ucciso.  Dal
    canile  del tuo ventre  uscito il veltro infernale che a tutti noi d
    la caccia a morte: quel cane che ebbe i denti prima  degli  occhi  per
    azzannare  agnelli  e  abbeverarsi  del  loro mite sangue,  quel sozzo
    sfregiatore dell'opera di Dio,  quel supremo arcitiranno  della  terra
    che  regna  sugli occhi arrossati di anime piangenti,   il tuo grembo
    che l'ha scatenato per darci la caccia fino alle nostre tombe. O retto
    e giusto Iddio, dispensatore verace, quanto io ti ringrazio che questo
    cagnaccio carnivoro divori il frutto del ventre  di  sua  madre  e  la
    associ agli altri sul banco del dolore.
    DUCHESSA: O moglie di Arrigo,  non esultare delle mie pene! Dio mi sia
    testimonio! io ho pianto per le tue.
    MARGHERITA: Abbi pazienza;  io sono affamata di vendetta,  ed  ora  mi
    satollo  a  contemplarla.  Il  tuo Edoardo  morto,  che uccise il mio
    Edoardo;  l'altro tuo Edoardo  morto,  a saldo del  mio  Edoardo;  il
    giovine York non  che di soprammercato,  poich entrambi quei due non
    pareggiavano l'alta perfezione della mia perdita.  Il tuo  Clarence  
    morto,  lui  che  pugnal  il  mio  Edoardo;  e gli spettatori di quel
    furioso  dramma,   l'adultero   Hastings,   Rivers,   Vaughan,   Grey,
    precocemente  soffocati  nelle loro cupe tombe.  Riccardo vive ancora,
    nero sicofante dell'inferno,  riservato soltanto come suo agente,  per
    comprar  anime  e  inviarle  laggi:  ma  ecco,  ecco che segue la sua
    miseranda e non commiserata fine:  la  terra  si  spalanca,  I'inferno
    arde,   i  demoni  ruggiscono,   i  santi  pregano,  perch  egli  sia
    rapidamente tolto di qui.  Annulla la cedola della  sua  vita,  te  ne
    prego,  diletto  Signore,  sicch  io possa vivere per dire: Il cane 
    morto!
    ELISABETTA: Oh!  tu mi avevi predetto che sarebbe venuto giorno in cui
    io  avrei  desiderato  chiamarti  in soccorso per maledire quel tumido
    ragno, quel sozzo rospo scrignuto!
    MARGHERITA: Allora io ti  chiamai  vano  orpello  della  mia  fortuna;
    allora  io  ti  chiamai  povera ombra,  regina dipinta,  l'immagine di
    quello che io ero; l'allettante compendio d'un lugubre spettacolo; una
    sollevata in alto per esser precipitata gi;  una madre  a  cui  erano
    stati dati due bei bimbi solo per dileggio;  un sogno di quel che eri;
    una vistosa bandiera destinata a servir di  mira  ad  ogni  pericoloso
    colpo;  un simulacro di dignit,  un soffio, una bolla; una regina per
    burla, fatta solo per riempir la scena. Dov' or tuo marito? dove sono
    i tuoi fratelli? dove sono i tuoi due figli? di che ti allieti? Chi ti
    supplica e s'inginocchia e dice  Dio  salvi  la  regina?  Dove  sono
    gl'inchinevoli  pari  che  ti  adulavano?  Dove  sono  le torme che ti
    facevan ressa intorno e ti seguivano?  Ripensa a tutto questo  e  vedi
    quel che ora tu sei: per una moglie felice,  una vedova afflittissima;
    per una lieta madre una  che  deplora  quel  nome,  per  una  che  era
    supplicata,  una che supplica umilmente;  per una regina, una meschina
    incoronata d'affanno;  per colei che mi disprezzava,  una che ora  da
    me disprezzata;  per colei che era temuta da tutti, una che  timorosa
    di uno solo;  per colei che comandava tutti,  una  che  da  nessuno  
    obbedita: cos si  rivolto il corso della giustizia, e ha lasciato te
    nient'altro  che  preda  del tempo,  non avendo pi che il pensiero di
    quel che sei stata per torturarti maggiormente,  essendo quel che sei.
    Tu  hai  usurpato  il  mio  posto  e  non  usurpi  tu forse una giusta
    proporzione del mio dolore?  Ora il tuo collo superbo sopporta la met
    del mio grave giogo; al quale io qui sottraggo il mio capo stanco e ne
    lascio a te tutto il peso.  Addio,  sposa di York,  e regina di triste
    iattura! Queste pene inglesi mi faranno sorridere in Francia.
    ELISABETTA: O tu esperta di maledizioni, fermati un poco,  e insegnami
    a maledire i miei nemici.
    MARGHERITA:  Astienti  dal  dormir  la  notte,  e  digiuna  il giorno,
    confronta la felicit morta col dolore vivo,  immaginati i tuoi  bimbi
    pi soavi di quel che non fossero,  e colui che li ha uccisi pi turpe
    di quel che non sia.  Migliorare quel che hai  perso  fa  peggiore  il
    malvagio  autore  della  tua  perdita: rifletti a questo e imparerai a
    maledire.
    ELISABETTA: Le mie parole sono stemprate; oh, ravvivale con le tue!
    MARGHERITA: Le tue pene le renderanno affilate e  penetranti  come  le
    mie.
    (Esce).
    DUCHESSA: Perch la sventura dev'essere cos piena di parole?
    ELISABETTA:   Ventose   patrocinatrici   delle  pene,   loro  clienti,
    ereditiere aeree di gioie intestate,  povere anfanate  oratrici  delle
    sciagure!  Lasciate  che si sfoghino: sebbene quel che esse dicono non
    serva a nulla, pure alleviano il cuore.
    DUCHESSA: Se  cos,  allora non restare con la lingua  legata:  vieni
    con  me,  e  col  fiato  di  amare parole soffochiamo il mio maledetto
    figlio,  che ha soffocato i tuoi due dolci figli.  Squilla la  tromba:
    sii prodiga d'imprecazioni.

    (Entra RE RICCARDO, in marcia, con tamburi e trombe).

    RICCARDO: Chi mette impedimento nella mia spedizione?
    DUCHESSA:  Oh,  colei  che,  strangolandoti  nel suo maledetto grembo,
    avrebbe  potuto  impedirti  tutti  gli  eccidi   che   hai   commessi,
    sciagurato!
    ELISABETTA: Nascondi tu con una corona d'oro quella fronte dove, se il
    giusto  fosse  giusto,   dovrebbero  esser  bollati  l'assassinio  del
    principe che possedeva quella  corona  e  l'orribile  morte  dei  miei
    poveri figli e dei miei poveri fratelli? Dimmi, manigoldo, dove sono i
    miei bambini?
    DUCHESSA:  Rospo,  rospo,  dov'  tuo fratello Clarence?  E il piccolo
    Edoardo Plantageneto, suo figlio?
    ELISABETTA: Dov' il gentile Rivers, e Vaughan, e Grey?
    DUCHESSA: Dov' il buon Hastings?
    RICCARDO: Una fanfara,  trombe!  battete l'allarme,  tamburi!  che  il
    cielo  non  oda  queste  pettegole  inveire contro l'unto del Signore!
    Battete, dico! (Fanfare. Rullo di tamburi) O state chete e parlatemi a
    modo,  o col clamoroso strepito di guerra soffocher  cos  le  vostre
    vociferazioni.
    DUCHESSA: Sei tu mio figlio?
    RICCARDO: S, grazie a Dio, a mio padre e a voi stessa.
    DUCHESSA: Allora pazientemente porgi orecchio alla mia impazienza.
    RICCARDO: Signora,  io ho un tratto del vostro carattere,  che non pu
    tollerare l'accento del rimprovero.
    DUCHESSA: Oh, lasciami parlare!
    RICCARDO: Fate pure; ma io non ascolter.
    DUCHESSA: Sar mite e misurata nelle mie parole.
    RICCARDO: E breve, buona madre; ch ho fretta.
    DUCHESSA: Sei cos frettoloso? Io ho atteso per te,  lo sa Iddio,  nel
    tormento e nell'angoscia.
    RICCARDO: E non sono venuto alla fine a confortarvi?
    DUCHESSA:  No,  per  la santa Croce!  tu sai bene che sei venuto sulla
    terra per far della terra il mio inferno.  Un peso affannoso    stato
    per me la tua nascita;  bizzosa e caparbia  stata la tua infanzia;  i
    tuoi giorni di scuola spaventosi, sfrenati,  selvaggi e furibondi;  il
    fior dell'et ardito,  temerario, avventuroso; l'et matura altezzosa,
    sottile, astuta e sanguinaria,  pi blanda,  ma pi pericolosa ancora,
    affabile  nell'odio:  quale  ora  di  respiro  puoi tu nominare che mi
    facesse gradire la tua compagnia?
    RICCARDO: In fede,  nessuna se non l'ora della fame che chiam  Vostra
    Grazia  una  volta a far colazione lontano dalla mia compagnia.  Se io
    sono cos sgradevole ai vostri occhi,  lasciate  che  io  prosegua  la
    marcia e non vi irriti, signora. Battete il tamburo!
    DUCHESSA: Ti prego, ascolta quel che dico.
    RICCARDO: Voi dite cose troppo amare.
    DUCHESSA:  Ascolta  una  parola;  perch  io non ti parler mai pi di
    nuovo.
    RICCARDO: Sia.
    DUCHESSA: O tu morrai,  pel giusto decreto di Dio,  prima che tu torni
    vincitore  da  questa  guerra;  o  io  perir  di  dolore  e d'estrema
    vecchiaia,  e non rivedr mai pi la tua faccia.  Perci prendi con te
    la  mia pi terribile maledizione,  la quale il giorno della battaglia
    ti stanchi di pi  della  completa  armatura  che  tu  porti!  Le  mie
    preghiere combattono pel partito avversario; e l le piccole anime dei
    figli di Edoardo sussurrano agli spiriti dei tuoi nemici. e promettono
    loro successo e vittoria.  Sanguinario tu sei,  sanguinosa sar la tua
    fine; l'onta  ancella della tua vita e accompagner la tua morte.
    ELISABETTA: Bench maggior causa, pur molto meno vigore di maledizione
    dimora in me; io dico amen a lei.
    RICCARDO: Fermatevi, signora; debbo dirvi una parola.
    ELISABETTA: Io non ho pi figli  di  sangue  reale  per  le  tue  mani
    assassine:  quanto  alle  mie figlie,  Riccardo,  esse saranno monache
    preganti,  non regine piangenti;  sicch non mirare a colpir  la  loro
    vita.
    RICCARDO: Voi avete una figlia chiamata Elisabetta,  virtuosa e bella,
    regale e graziosa?
    ELISABETTA: E deve essa morire per questo? Oh, lascia che viva,  ed io
    corromper  i suoi costumi,  macchier la sua bellezza,  calunnier me
    stessa come infedele al letto di Edoardo,  gitter su di lei  il  velo
    dell'infamia:  purch  ella possa vivere illesa da sanguinoso eccidio,
    io confesser che non era la figlia di Edoardo.
    RICCARDO: Non fate torto alla sua  nascita;  ella  e  una  principessa
    reale.
    ELISABETTA: Per salvar la sua vita., dir che non lo .
    RICCARDO: La sua vita  salvaguardata solo dalla sua nascita.
    ELISABETTA: E solo per codesta salvaguardia son morti i suoi fratelli.
    RICCARDO: Oh, alla loro nascita le buone stelle erano opposte.
    ELISABETTA: No, alla loro vita perfidi amici erano contrari.
    RICCARDO: Inevitabile  il decreto del destino.
    ELISABETTA:  Gi,  quando  la  negazione  d'ogni  grazia tien luogo di
    destino: i miei bimbi erano destinati a una morte  pi  bella,  se  la
    grazia avesse dato a te la benedizione d'una pi bella vita.
    RICCARDO: Voi parlate come se io avessi ucciso i miei nipoti.
    ELISABETTA: Nipoti davvero, e frodati dal loro zio della felicit, del
    regno,  dei  parenti,  della libert,  della vita!  Qualunque mano sia
    stata a trafiggere  i  loro  teneri  cuori,    stata  la  tua  testa,
    indirettamente,  a dirigerla: certo il coltello omicida era stemperato
    e ottuso  prima  di  venir  affilato  sul  tuo  cuore  di  pietra  per
    tripudiare   nelle   viscere  dei  miei  agnelli.   Se  il  silenzioso
    trattamento del dolore non ammansisse  un  dolore  selvaggio,  la  mia
    lingua  non  farebbe  alle  tue  orecchie  il  nome  dei  miei bambini
    fintantoch le mie unghie non fossero ancorate nei tuoi occhi;  ed  io
    in tal disperata baia di morte,  come una povera barca privata di vele
    e di sartie, non mi fossi spezzata contro il tuo seno di roccia.
    RICCARDO: Signora,  cos possa io avere successo nella mia  impresa  e
    nella  pericolosa vicenda delle sanguinose guerre,  come  vero che io
    intendo di far pi bene a voi e ai vostri di quanto a voi e ai  vostri
    non facessi male.
    ELISABETTA:  Qual  bene    ricoperto  dalla  faccia  del  cielo  che,
    scoperto, potrebbe far bene a me?
    RICCARDO: L'innalzamento dei vostri figli, gentile signora.
    ELISABETTA: A qualche patibolo, per perdervi il capo?
    RICCARDO: Alla dignit e al fastigio della fortuna,  all'alto  emblema
    imperiale della gloria di questa terra.
    ELISABETTA: Blandisci il mio dolore riferendomi codesto!  Dimmi, quale
    magnificenza, quale dignit,  quale onore puoi tu devolvere a qualcuno
    dei figli miei?
    RICCARDO: Tutto quello che ho;  s,  di me stesso e di tutto io voglio
    dotare uno dei tuoi figli,  sicch nel Lete della tua anima  irosa  tu
    possa  annegare  il  triste ricordo di quei torti che tu supponi io ti
    abbia fatti.
    ELISABETTA: Sii breve,  affinch la dichiarazione della tua bont  non
    duri pi a lungo della tua bont stessa.
    RICCARDO: Allora sappi che con tutta l'anima io amo tua figlia.
    ELISABETTA: La madre di mia figlia lo crede con tutta l'anima.
    RICCARDO: Che cosa credete?
    ELISABETTA:  Che  tu ami mia figlia con tutta l'anima,  come con tutto
    l'amore dell'anima tu hai amato i suoi fratelli;  e con tutto  l'amore
    del mio cuore io te ne ringrazio.
    RICCARDO: Non aver tanta fretta a fraintendere il mio pensiero: voglio
    dire che con tutta l'anima io amo tua figlia e intendo di farla regina
    d'Inghilterra.
    ELISABETTA: Bene, e chi vuoi dire che sia suo re?
    RICCARDO:  N  pi  n  meno  che  colui  che la fa regina;  chi altri
    potrebbe essere?
    ELISABETTA: Cosa? Tu?
    RICCARDO: Proprio cos; che ve ne pare?
    ELISABETTA: Come puoi farle la corte?
    RICCARDO: Questo vorrei imparare da voi, che conoscete meglio di tutti
    il suo umore.
    ELISABETTA: E lo vuoi imparare da me?
    RICCARDO: Signora, con tutto il cuore.
    ELISABETTA: Mandale per l'uomo che ha ucciso i suoi fratelli  un  paio
    di cuori sanguinanti;  incidi su di essi: Edoardo e York;  allora ella
    pianger forse: poi offrile - come una volta Margherita fece  con  tuo
    padre,  inzuppandolo nel sangue di Rutland - un fazzoletto che,  tu le
    dirai,  ha asciugato  la  purpurea  linfa  dal  corpo  del  suo  dolce
    fratello,  e invitala a strofinarselo sugli occhi piangenti. Se questo
    incentivo non la muove ad amare,  mandale una lettera delle tue nobili
    azioni;  dille che tu hai spacciato suo zio Clarence,  suo zio Rivers;
    sicuro,  e che per via di lei ti sei rapidamente sbarazzato della  sua
    buona zia.
    RICCARDO:  Vi  burlate  di  me,  signora;  questo  non    il modo per
    conquistare vostra figlia.
    ELISABETTA: Non v' altro modo;  a meno  che  tu  non  possa  assumere
    qualche  altra  forma  e  non  essere  il  Riccardo che ha fatto tutto
    questo.
    RICCARDO: E se io avessi fatto tutto questo per amore di lei?
    ELISABETTA: Allora davvero essa non pu far altro che odiarti per aver
    comprato il suo amore con s sanguinoso scialo.
    RICCARDO: Sentite,  a quel che  stato fatto non si  pu  mettere  ora
    rimedio.  Gli  uomini commettono talvolta sconsigliatamente degli atti
    di cui han modo di pentirsi nelle ore successive.  Se io ho  tolto  il
    regno ai vostri figli,  per farne ammenda lo dar a vostra figlia;  se
    io ho ucciso il frutto del vostro  grembo,  per  rianimare  la  vostra
    propagazione generer da vostra figlia la mia prole del vostro sangue:
    il  nome di nonna  di poco inferiore in amore all'appassionato titolo
    di madre!  essi son come figli soltanto un grado al  di  sotto,  della
    vostra stessa tempra,  del vostro sangue stesso; di una medesima pena,
    salvo una notte di doglie sofferta da colei per  la  quale  voi  avete
    patito  ugual  dolore.  I figli vostri furono il tormento della vostra
    giovent;  ma i miei saranno il conforto della  vostra  vecchiaia.  La
    perdita  che avete subto non  che d'un figlio re;  e per tal perdita
    la  vostra  figlia    fatta  regina.   Io  non  posso  darvi   quanti
    risarcimenti vorrei,  per cui accettate quei segni d'affetto che posso
    offrirvi. Vostro figlio Dorset che con anima pavida trascina scontenti
    passi su suolo straniero,  sar celermente richiamato  in  patria,  da
    questo  bel  parentado,  ad  alte promozioni e gran dignit: il re che
    chiama sposa la vostra bella figlia,  familiarmente chiamer  fratello
    il tuo Dorset; di nuovo sarete la madre d'un re, e tutte le rovine dei
    tempi  angosciosi  saranno  riparate con doppia dovizia di gioia.  Ah!
    molti bei giorni abbiamo da vedere: le liquide stille  di  pianto  che
    avete  versate  vi torneranno trasformate in perle orientali,  facendo
    fruttare al loro prestito l'interesse di  dieci  doppi  di  guadagnata
    felicit.  Va',  dunque, madre mia, va' da tua figlia; fate arditi con
    la vostra esperienza i suoi timidi anni,  preparate le sue orecchie  a
    udire la dichiarazione d'un innamorato; ponete nel suo tenero cuore la
    vibrante  fiamma  dell'aurea  sovranit;  rivelate alla principessa le
    dolci ore silenziose delle gioie matrimoniali; e quando questo braccio
    mio avr castigato quel ribelluzzo,  il fatuo Buckingham,  io  torner
    cinto  di  trionfal  ghirlanda,  e  mener  tua  figlia al talamo d'un
    conquistatore;  e a lei rassegner le mie conquiste,  ed essa sar  la
    sola vincitrice, il Cesare di Cesare.
    ELISABETTA:  Che  sar  meglio che io le dica?  che il fratello di suo
    padre vorrebbe essere il suo signore?  o dir suo zio?  o colui che ha
    ucciso i suoi fratelli e i suoi zii?  Sotto qual titolo parler in tuo
    favore che Iddio,  la legge,  il mio onore,  e il  suo  amore  possano
    rendere accetto ai suoi teneri anni?
    RICCARDO:  Adduci  la pace della bella Inghilterra in seguito a questo
    parentado.
    ELISABETTA: Che essa comprer con una guerra perenne.
    RICCARDO: Dille che il re, che pu comandare, supplica...
    ELISABETTA: Cosa da lei che il Re dei re vieta.
    RICCARDO: Dille che sar una regina alta e possente .
    ELISABETTA: Per lamentare codesto titolo, come ha fatto sua madre.
    RICCARDO: Dille che io l'amer sempre.
    ELISABETTA: Ma quanto durer codesto sempre?
    RICCARDO: Soavemente fino alla fine della sua vita bella.
    ELISABETTA: Ma quanto durer bella la sua soave vita?
    RICCARDO: Fino a che il cielo e la natura la prolunghino.
    ELISABETTA: Fino a che l'inferno e Riccardo la permettano.
    RICCARDO: Dille che io, suo sovrano, sono suo umile suddito.
    ELISABETTA: Ma lei, vostra suddita, aborrisce tale sovranit.
    RICCARDO: Sii eloquente in mio favore presso di lei.
    ELISABETTA: Un'onesta dichiarazione   pi  efficace  quando    fatta
    semplicemente.
    RICCARDO: Allora falle semplicemente la mia dichiarazione d'amore.
    ELISABETTA: Semplice e non onesto stona troppo.
    RICCARDO: I vostri argomenti son troppo superficiali e troppo vivaci.
    ELISABETTA:  Oh,  no,  i  miei argomenti sono troppo profondi e morti;
    troppo profondi e morti, poveri bimbi, nelle loro tombe.
    RICCARDO: Non toccate questa corda, signora; ci  passato.
    ELISABETTA: La toccher finch si spezzino le corde del cuore.
    RICCARDO: Ora, per il mio San Giorgio, per la mia Giarrettiera,  e per
    la mia corona...
    ELISABETTA: L'uno profanato, l'altra disonorata e la terza usurpata.
    RICCARDO: Io giuro...
    ELISABETTA: Per niente;  perch questo non  un giuramento: il tuo San
    Giorgio,  profanato,  ha perduto  la  sua  onorifica  maest;  la  tua
    Giarrettiera, lordata, ha lasciato in pegno la sua cavalleresca virt;
    la tua corona, usurpata, ha infangato il suo splendore regale. Se vuoi
    giurare  qualcosa che possa essere creduto,  giura per qualcosa che tu
    non hai insultato.
    RICCARDO: Ebbene, per il mondo...
    ELISABETTA: E' pieno dei tuoi misfatti.
    RICCARDO: Per la morte di mio padre...
    ELISABETTA: La tua vita l'ha disonorata.
    RICCARDO: Allora, per me stesso...
    ELISABETTA: Hai fatto mal governo di te stesso.
    RICCARDO: Ebbene, allora, per Dio...
    ELISABETTA: Il torto che hai fatto a Dio  il pi grande. Se tu avessi
    temuto di rompere un giuramento nel nome di Lui, l'unione fatta dal re
    mio sposo tu non l'avresti rotta,  n i miei fratelli sarebbero morti:
    se  tu  avessi  temuto  di  rompere  un  giuramento  nel  nome di Lui,
    l'imperial metallo che circonda il tuo capo avrebbe adornato le tenere
    tempie del figlio mio,  e li vedremmo respirare qui i due principi che
    ora, troppo teneri compagni di letto per la polvere, la tua rotta fede
    ha dato in preda ai vermi. Per che cosa puoi giurare adesso?
    RICCARDO: Per l'avvenire.
    ELISABETTA: Al quale hai fatto torto nel passato;  perch io stessa ho
    da versar molte lacrime per lavare il tempo che  verr  per  il  tempo
    passato  a  cui  hai  fatto  torto.  Vivono  i  figli,  dei  quali hai
    assassinato i padri,  giovent senza guida,  per piangerne nella  loro
    vecchiaia;  vivono i genitori dei quali hai scannato i figli,  antiche
    piante isterilite, per piangerne nella loro vecchiaia. Non giurare per
    l'avvenire; ch tu ne hai abusato prima di usarne, col mal uso che hai
    fatto del passato.
    RICCARDO: Com'io intendo di prosperare nel sentimento,  cos possa  io
    aver  successo nella mia pericolosa faccenda di armi ostili!  Possa io
    confonder me stesso! Il cielo e la fortuna mi precludano le ore felici
    ! Giorno, non largirmi la tua luce, e tu notte,  il tuo riposo!  Siate
    opposti  alla mia impresa,  o voi tutti pianeti della buona sorte,  se
    con amore sviscerato,  immacolata devozione e santi pensieri io non ho
    cara  la  tua  bella  principesca  figlia!  Da  essa  dipendono la mia
    felicit e la tua: senza di lei,  ne conseguono per me e per  te,  per
    lei  stessa,   pel  paese,   e  per  molte  anime  cristiane,   morte,
    desolazione,  rovina e decadimento;  ci non pu  essere  evitato  che
    cos;  ci non sar evitato che cos.  Per cui, cara madre, cos debbo
    chiamarvi, siate presso di lei l'avvocata del mio amore: adducete quel
    che io sar,  non quello che io sono stato;  non  i  miei  meriti,  ma
    quello che meriter: invocate la necessit e la condizione dei tempi e
    non vi mostrate bizzosa ove si tratta di alti disegni.
    ELISABETTA: Mi lascer cos tentare dal demonio?
    RICCARDO: S, se il demonio vi tenta a una opera buona.
    ELISABETTA: Dimenticher io stessa d'esser me stessa?
    RICCARDO: S, se il ricordo di voi stessa vi fa torto.
    ELISABETTA: Eppure tu hai ucciso i miei figli.
    RICCARDO: Ma io li seppellisco nel grembo di vostra figlia,  dove,  in
    quel nido d'aromati, rinasceranno di se stessi per vostro riconforto.
    ELISABETTA: Debbo dunque andare a guadagnare mia  figlia  alla  vostra
    volont?
    RICCARDO: E ad essere per tale atto una madre felice.
    ELISABETTA:  Io  vado,  scrivetemi  tra breve,  e saprete da me il suo
    animo.
    RICCARDO: Recatele il bacio del mio sincero amore, e cos addio. (Esce
    la  Regina  Elisabetta)  Arrendevole  sciocca,  donna  superficiale  e
    mutevole!
    (Entra RATCLIFF; CATESBY lo segue).
    Ebbene che notizie?
    RATCLIFF:  Potentissimo  sovrano,  sulla  costa occidentale naviga una
    poderosa flotta; verso le nostre rive si affollano molti amici dubbi e
    malfidi,  inermi e indecisi a respinger gli aggressori: si  crede  che
    Richmond  sia  il  loro  ammiraglio;  e  l essi sono in panna,  e non
    attendono che l'aiuto di Buckingham che li accolga a riva.
    RICCARDO: Qualche celere amico corra dal duca di Norfolk: Ratcliff, tu
    stesso, o Catesby; dov' egli?
    CATESBY: Qui, mio buon signore.
    RICCARDO: Catesby, vola dal duca!
    CATESBY: S, mio signore, con tutta la fretta appropriata.
    RICCARDO: Ratcliff, vien qui,  corri a Salisbury;  quando sarai giunto
    l... (A Catesby) Stolto cialtrone! Perch rimani cost, e non vai dal
    duca?
    CATESBY:  Prima,  potente signore,  ditemi qual  il piacere di Vostra
    Altezza, che cosa debbo io comunicare a lui da parte di Vostra Grazia.
    RICCARDO:  Ah,     vero,   buon   Catesby:   digli   di   raccogliere
    immediatamente  il  maggior  nerbo  di  forze che potr,  e di venirmi
    subito incontro a Salisbury.
    CATESBY: Vado.
    (Esce).
    RATCLIFF: Di grazia, che debbo fare a Salisbury?
    RICCARDO: Come, che cosa vorresti fare l prima che ci vada io?
    RATCLIFF: Vostra Altezza mi diceva che io dovessi corrervi prima.
    RICCARDO: Ho cambiato idea.
    (Entra LORD STANLEY).
    Stanley, che notizie avete?
    STANLEY: Nessuna cos buona, mio sovrano, da dilettarvi di udirla;  ma
    nessuna cos cattiva da non poter essere riferita.
    RICCARDO: Diamine!  un indovinello,  n buone n cattive!  Che bisogno
    hai d'andar tanto per le lunghe quando potresti fare il  tuo  racconto
    per la via pi breve? Di nuovo che notizie?
    STANLEY: Richmond  sul mare.
    RICCARDO:  Ci sprofondi,  e il mare sia su di lui!  Che sta facendo l
    quel pusillanime rinnegato?
    STANLEY: Non so, potente sovrano, ma posso immaginarmi.
    RICCARDO: Ebbene, che t'immagini?
    STANLEY: Incitato da Dorset, da Buckingham e da Morton,  fa vela verso
    l'Inghilterra, per reclamare qui la corona.
    RICCARDO: E' vuoto il trono?  Non  brandita la spada? E' morto il re?
    E' vacante l'impero?  Che erede di York c' vivo all'infuori di me?  E
    chi   re d'Inghilterra se non l'erede del grande York?  Dimmi dunque,
    che fa egli sul mare?
    STANLEY: Se non  per quello, mio sovrano, io non so immaginarmi.
    RICCARDO: Se non  perch viene per essere  vostro  sovrano,  voi  non
    sapete  immaginarvi perch venga il Gallese.  Tu ti ribellerai e te ne
    fuggirai da lui, io temo.
    STANLEY: No, mio buon signore; perci non diffidate di me.
    RICCARDO: Dove son dunque le tue forze per respingerlo?  Dove  sono  i
    tuoi  valvassori  e  i tuoi dipendenti?  Non sono essi ora sulla costa
    occidentale a proteggere lo sbarco dei ribelli?
    STANLEY: No, mio buon signore, i miei amici sono nel nord.
    RICCARDO: Freddi amici per me!  Che stanno a  fare  nel  nord,  quando
    dovrebbero servire il loro sovrano nell'occidente?
    STANLEY:  Essi non han ricevuto alcun comando,  potente re;  piaccia a
    Vostra Maest di darmene il permesso, io raccoglier i miei amici e mi
    congiunger a Vostra Grazia, dove e quando piacer alla Maest Vostra.
    RICCARDO: Gi, gi, tu vorresti andartene per unirti a Richmond; ma io
    non vo' fidarmi di te.
    STANLEY:  Potentissimo  sovrano,  voi  non  avete  alcuna  ragione  di
    dubitare  della  mia  amicizia:  io  non  sono  stato,  e non sar mai
    traditore.
    RICCARDO: Allora andate e  raccogliete  gente;  ma  lasciate  addietro
    vostro  figlio  Giorgio Stanley: badate che il vostro cuore sia saldo,
    altrimenti la sicurt della sua testa  molto fiacca.
    STANLEY: Agite con lui al modo in cui io mi mostrer leale a voi!
    (Esce).

    (Entra un Messo).

    MESSO: Mio grazioso sovrano, ora nella contea di Devon, a quel che ben
    mi avvertono amici, sir Edoardo Courtney,  e quel borioso prelato,  il
    vescovo  di Exeter,  suo fratello maggiore,  con parecchi confederati,
    sono in armi.

    (Entra un altro Messo).

    SECONDO MESSO: Nel Kent, mio sovrano, i Guildford sono in armi; e ogni
    ora che passa aumentano i  fautori  che  si  uniscono  ai  ribelli,  e
    crescono le loro forze.

    (Entra un altro Messo).

    TERZO MESSO: Mio signore, l'esercito del gran Buckingham...
    RICCARDO: Alla malora, uccellacci! Nient'altro che canti di morte? (Lo
    percuote) Tieni, piglia questa, finch tu non rechi migliori nuove.
    TERZO  MESSO:  La  nuova  che  ho  da  dire  a Vostra Maest  che per
    improvvise piene ed acquazzoni l'esercito di Buckingham   disperso  e
    sparpagliato; e lui stesso si  allontanato solo ed errabondo, nessuno
    sa dove.
    RICCARDO: Ti supplico di perdonarmi: ecco la mia borsa per curare quel
    tuo  colpo.  Ha  qualche  accorto  amico proclamato una ricompensa per
    colui che consegna il traditore?
    TERZO MESSO: Tal proclama  stato fatto, signor mio.

    (Entra un altro Messo).

    QUARTO MESSO: Sir Tommaso Lovel e monsignor il marchese di Dorset,  si
    dice,  mio sovrano, che sono in armi nella contea di York. Per questo
    buon conforto io reco a Vostra Altezza: la flotta brettone   dispersa
    dalla tempesta: Richmond nella contea di Dorset ha mandato una barca a
    terra per chiedere a quelli della riva se erano suoi sostenitori, s o
    no;  ed  essi  gli han risposto che venivano da parte di Buckingham in
    suo aiuto: ma lui,  diffidando di loro,  ha issato  le  vele  e  si  
    diretto di nuovo verso la Bretagna.
    RICCARDO: Marciamo,  marciamo,  dal momento che siamo in armi!  Se non
    per combattere con nemici stranieri,  per sgominare questi ribelli che
    abbiamo qui a casa.
    (Rientra CATESBY).
    CATESBY:  Mio  sovrano,  il  duca  di Buckingham  preso;  questa  la
    miglior notizia;  che il conte dl Richmond  sbarcato  a  Milford  con
    possenti forze  notizia pi fredda; ma pure dev'essere data.
    RICCARDO:  In  marcia!  A  Salisbury!  Mentre  stiam  qui  ragionando,
    potrebbe  vincersi  e  perdersi  una  grande  battaglia:  che   alcuni
    provvedano  a  condurre Buckingham a Salisbury;  gli altri marcino con
    me.
    (Squillo di trombe. Escono).


    SCENA QUINTA - La casa di Lord Stanley.

    (Entrano STANLEY e SIR CRISTOFORO URSWICK).
    STANLEY: Sir Cristoforo,  di' per parte mia a Richmond questo: che nel
    brago del micidialissimo cinghiale mio figlio Giorgio Stanley  chiuso
    a impinguare: se io mi ribello, gi cade la testa del giovane Giorgio;
    il  timore  di  ci impedisce il mio aiuto immediato.  Cos,  vattene;
    raccomandami  al  tuo  signore.   Digli  inoltre  che  la  regina   ha
    acconsentito di cuore che egli sposi Elisabetta sua figlia.  Ma dimmi,
    dov' adesso il principesco Richmond?
    CRISTOFORO: A Pembroke, o a Ha'rford-west, nel Galles.
    STANLEY: Quali persone eminenti si sono unite a lui?
    CRISTOFORO:  Sir  Gualtiero  Herbert,  famoso  soldato;  sir  Gilberto
    Talbot, sir Guglielmo Stanley; Oxford, il temuto Pembroke, sir Giacomo
    Blunt,  e Rigo di Tommaso con una gagliarda schiera,  e molti altri di
    gran nome e merito; e verso Londra essi volgono il loro sforzo, se non
    sono combattuti per via.
    STANLEY: Bene,  corri dal tuo signore;  io bacio la sua mano:  la  mia
    lettera lo trarr di dubbio circa le mie intenzioni. Addio.
    (Escono).













    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Salisbury. Uno spiazzato.

    (Entrano  lo  SCERIFFO,  e  BUCKINGHAM,  tra Alabardieri,  condotto al
    supplizio).
    BUCKINGHAM: Re Riccardo non vuol permettermi di parlargli?
    SCERIFFO: No, mio buon signore; sicch siate paziente.
    BUCKINGHAM: Hastings, e voi,  figli d'Edoardo,  e Grey,  e Rivers e tu
    santo re Enrico, e il tuo bel figlio Edoardo, Vaughan, e voi tutti che
    siete  periti  per  turpe,  corrotta e clandestina ingiustizia,  se le
    vostre anime crucciose e scontente contemplano di tra  le  nubi  l'ora
    presente,  per vendicarvi dileggiate la mia rovina! Questo  il giorno
    dei morti, compare, non  cos?
    SCERIFFO: E' cos.
    BUCKINGHAM: Ebbene,  il giorno dei morti  il giorno del giudizio  pel
    mio  corpo.  Questo    il giorno che,  al tempo di re Edoardo,  io mi
    augurai potesse cadere su di me, quand'io fossi convinto di tradimento
    verso i suoi figli e i parenti di sua moglie: questo   il  giorno  in
    cui  mi  augurai  di  cadere pel tradimento di colui in cui avessi pi
    confidato. Questo, questo giorno dei morti,   per l'anima mia paurosa
    la   data  a  cui    stata  differita  la  pena  dei  miei  misfatti.
    Quell'Eccelso che tutto vede, di cui mi presi gioco, ha fatto ricadere
    sulla mia testa la mia finta preghiera,  e mi ha accordato  sul  serio
    quello che io chiedevo per burla. Cos Egli forza le spade dei malvagi
    a  rivolger  la  punta  contro  il  petto  dei  loro padroni.  Cos la
    maledizione di Margherita mi cade pesantemente sul  collo:  Quando  -
    ella  disse  egli  -  spezzer d'angoscia il tuo cuore,  ricordati che
    Margherita era profetessa. Via, ufficiali,  menatemi al ceppo infame;
    il torto non raccoglie che il torto,  e la colpa la retribuzione della
    colpa.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Il campo presso Tamworth.

    (Entrano RICHMOND, OXFORD,  BLUNT,  HERBERT,  ed altri,  con tamburi e
    bandiere).
    RICHMOND:  Compagni d'armi e miei amici affezionatissimi,  schiacciati
    sotto il giogo della tirannide,  fin qui  noi  siamo  penetrati  senza
    ostacolo  nelle  viscere  del paese;  e qui riceviamo dal nostro padre
    Stanley righe di dolce conforto e di incoraggiamento.  Lo sciagurato e
    sanguinario  cinghiale usurpatore,  che ha devastato i vostri campi di
    grano e le vostre fertili vigne, ingurgita il vostro caldo sangue come
    imbratto,  e fa il suo trogolo dei vostri  petti  sventrati  -  questo
    sozzo maiale  ora proprio nel centro di quest'isola,  presso la citt
    di Leicester,  a quel che apprendiamo: da Tamworth fin l non c'  che
    un sol giorno di marcia.  In nome di Dio,  animo e avanti,  coraggiosi
    amici,  per raccoglier  la  messe  d'una  perpetua  pace  a  mezzo  di
    quest'unica sanguinosa prova d'aspra guerra.
    OXFORD:  La  coscienza  di  ciascun  uomo    come  mille  uomini  per
    combattere contro questo scellerato omicida.
    HERBERT: Io non dubito che i  suoi  amici  non  passino  dalla  nostra
    parte.
    BLUNT: Egli non ha altri amici che coloro che sono amici per paura,  e
    questi fuggiranno da lui nel suo maggior bisogno.
    RICHMOND: Tutto a nostro vantaggio. Sicch, in nome di Dio,  si marci!
    La speranza virtuosa  celere, e vola con ali di rondine; i re li muta
    in numi, e le creature pi umili in re.


    SCENA TERZA - Il Campo di Bosworth.

    (Entrano RE RICCARDO,  in armi,  con NORFOLK,  il CONTE DI SURREY,  ed
    altri).
    RICCARDO: Qui piantiamo la nostra tenda,  proprio  qui  nel  campo  di
    Bosworth. Monsignore di Surrey, perch avete l'aria cos mesta?
    SURREY: Il mio cuore  dieci volte pi allegro del mio aspetto.
    RICCARDO: Monsignore di Norfolk!
    NORFOLK: Eccomi, mio grazioso sovrano.
    RICCARDO: Norfolk, si dovr fare alle botte, eh! non  vero?
    NORFOLK: Si dovr darne e riceverne, mio diletto signore.
    RICCARDO: Su con la mia tenda!  Riposer qui stanotte. Ma domani dove?
    Be', fa lo stesso. Chi ha osservato il numero dei traditori?
    NORFOLK: Sei o settemila  la loro massima forza.
    RICCARDO: Come! la nostra battaglia  tre volte tanto, inoltre il nome
    di re  una torre di  fortezza,  che  manca  a  quelli  della  fazione
    avversa.  Su con la mia tenda!  Venite,  nobili signori, esaminiamo il
    vantaggio del terreno.  Si chiamino degli uomini di  provata  abilit:
    osserviamo  una  rigorosa  disciplina,  non  frapponiamo indugi;  ch,
    signori, domani  una giornata affaccendata.
    (Escono).

    (Entrano, dall'altro lato del campo, RICHMOND,  SIR GUGLIELMO BRANDON,
    OXFORD, ed altri. Alcuni dei soldati piantano la tenda di Richmond).

    RICHMOND:  Lo  stanco  sole  ha  fatto  un  tramonto dorato,  e con la
    splendida traccia del suo carro di fuoco d segno  di  bella  giornata
    domani.  Sir Guglielmo Brandon, voi porterete il mio stendardo. Datemi
    inchiostro e carta nella mia tenda: disegner la forma  e  il  modello
    della  nostra  battaglia,  fisser  a ciascun capo la sua consegna,  e
    distribuir  in  giuste  proporzioni  il  nostro   piccolo   esercito.
    Monsignore di Oxford, voi, sir Guglielmo Brandon, e voi, sir Gualtiero
    Herbert,  restate con me. Il conte di Pembroke sta col suo reggimento;
    buon capitano Blunt, recategli la mia buona notte, e invitate il conte
    a venirmi a trovare nella mia tenda  alla  seconda  ora  del  mattino;
    un'altra cosa ancora,  buon capitano, fate per me: dov' acquartierato
    lord Stanley, lo sapete?
    BLUNT: A meno che io non mi sia proprio  ingannato  sui  suoi  colori,
    cosa  che  io  son  certo di non aver fatta,  il suo reggimento sta un
    mezzo miglio almeno a mezzogiorno del potente esercito del re.
    RICHMOND: Se  possibile farlo  senza  perigli,  caro  Blunt,  trovate
    mezzo di parlargli e dategli da parte mia questa importantissima nota.
    BLUNT:  Per la mia vita,  mio signore,  intraprender la cosa;  e cos
    Iddio vi conceda un quieto riposo stanotte!
    RICHMOND:  Buona  notte,   buon  capitano  Blunt.   Venite,   signori,
    consultiamoci sulla faccenda di domani: dentro la mia tenda! la guazza
     cruda e gelida.
    (Si ritirano dentro la tenda).

    (Entra nella sua tenda RE RICCARDO con NORFOLK,  RATCLIFF, CATESBY, ed
    altri).

    RICCARDO: Che ora ?
    CATESBY: E' l'ora di cena, mio signore; sono le nove.
    RICCARDO: Non cener questa sera. Datemi inchiostro e carta. Ebbene, 
    la mia celata pi arrendevole di prima?  E tutta  la  mia  armatura  
    stata messa nella mia tenda?
    CATESBY: S, mio sovrano; ed ogni cosa  pronta.
    RICCARDO:  Buon Norfolk,  affrettati alla tua consegna;  fa' diligente
    vigilanza, scegli sentinelle fidate.
    NORFOLK: Vado, mio signore.
    RICCARDO: Alzati coll'allodola domattina, gentile Norfolk
    NORFOLK: State sicuro, mio signore.
    (Esce).
    RICCARDO: Catesby!
    CATESBY: Mio signore!
    RICCARDO: Manda un messaggero  di  Stato  al  reggimento  di  Stanley:
    Ordinagli di condurre le sue forze prima della levata del sole, se non
    vuole  che  suo  figlio  Giorgio cada nella cieca spelonca dell'eterna
    notte. (Esce Catesby) Riempimi una ciotola di vino.  Dammi una candela
    da veglia.  Sella il bianco Surrey per la battaglia di domani.  Guarda
    che le mie aste sian salde e non troppo pesanti. Ratcliff!
    RATCLIFF: Signor mio?
    RICCARDO: Hai visto il melanconico lord Northumberland?
    RATCLIFF: Tommaso conte di Surrey,  e lui,  all'ora che si chiudono  i
    polli,  hanno  fatto  il  giro  dell'esercito,  schiera  per  schiera,
    animando i soldati.
    RICCARDO: Bene,  son soddisfatto.  Dammi una ciotola di vino.  Io  non
    sento quell'alacrit di spirito n quell'allegrezza d'animo che solevo
    avere. Posala. Sono pronti inchiostro e carta?
    RATCLIFF: S, mio signore.
    RICCARDO:  Ordina  alla  mia  guardia  di  star  vigile.   Lasciatemi.
    Ratcliff,  verso la met della notte vieni alla mia tenda per  aiutare
    ad armarmi. Lasciatemi, dico.
    (Escono Ratcliff e gli altri Famigli).

    (STANLEY  entra nella tenda di RICHMOND;  stanno attorno Pari ed altre
    persone).

    STANLEY: La fortuna e la vittoria si posino sul tuo elmo!
    RICHMOND: Ogni conforto che la cupa notte pu offrire sia per  la  tua
    persona, nobile suocero! Dimmi, come sta la nostra affettuosa madre?
    STANLEY:  Io,  per  procura,  ti  benedico da parte di tua madre,  che
    continuamente  prega  pel  bene  di  Richmond  Ma  di  ci  basti.  Le
    silenziose ora trascorrono,  e la tenebra fioccosa si rompe a oriente.
    Per esser breve, poich il tempo l'esige,  prepara la tua battaglia di
    primo  mattino,  e  affida la tua fortuna all'arbitrato dei sanguinosi
    colpi e della guerra dal cipiglio mortale. Io,  per quanto potr - ch
    non   posso  quel  che  vorrei  approfitter  d'ogni  circostanza  per
    guadagnar tempo e aiutarti in questo dubbioso scontro di armi: ma  non
    posso essere troppo zelante a prender la tua parte, per timore che, se
    mi vedono,  tuo cognato,  il tenero Giorgio, sia giustiziato sotto gli
    occhi di suo padre.  Addio: l'angustia del tempo e l'ansia del momento
    troncano  le  cerimoniose  proteste d'affetto e quell'ampio scambio di
    dolci conversari su cui  dovrebbero  indugiarsi  amici  cos  a  lungo
    separati.  Dio ci dia agio per questi riti d'amore!  Di nuovo,  addio:
    sii prode, e abbi successo!
    RICHMOND: Buoni signori, conducetelo al suo reggimento: io mi sforzer
    di fare un  sonnellino  a  dispetto  dell'importuno  rumore,  onde  un
    plumbeo sonno non mi opprima domani, allorch dovrei innalzarmi con le
    ali della vittoria. Di nuovo buona notte, cortesi pari e gentiluomini.
    (Escono tutti eccetto Richmond) O Tu, di cui mi considero il capitano,
    guarda  alle  mie  truppe con occhio benigno: metti nelle loro mani le
    mazze ferrate  della  tua  collera,  che  nella  loro  pesante  caduta
    schiaccino  gli  elmi  usurpatori  dei  nostri avversari: fa' di noi i
    ministri del tuo  castigo,  sicch  noi  possiamo  lodarti  nella  tua
    vittoria!  A  te  io  raccomando  la  mia  anima  vigilante,  prima di
    abbassare gli scuri  dei  miei  occhi:  addormentato  o  sveglio,  oh,
    difendimi sempre!
    (S'addormenta).

    (Entra lo Spettro del PRINCIPE EDOARDO, figlio di Enrico Sesto).

    SPETTRO  (a  Re  Riccardo):  Che  io opprima del mio peso la tua anima
    domani!  Pensa come m'hai  pugnalato  nel  fiore  della  giovinezza  a
    Tewksbury: perci dispera e muori!  (A Richmond) Sta' lieto, Richmond,
    poich le anime offese dei principi massacrati  combattono  dalla  tua
    parte; il figlio di re Enrico ti conforta, Richmond.

    (Entra lo Spettro di ENRICO SESTO).

    SPETTRO  (a  Re  Riccardo):    Quando  io  ero  mortale,  il mio corpo
    consacrato lo trafiggesti tutto di fori letali; pensa alla Torre,  e a
    me;  dispera,  e  muori  Enrico Sesto t'ingiunge: dispera e muori!  (A
    Richmond) Virtuoso e santo, sii tu vincitore! Arrigo, che predisse che
    tu saresti re, ti conforta nel tuo sonno: vivi e fiorisci!

    (Entra lo Spettro di CLARENCE).
    SPETTRO (a Re Riccardo): Che io opprima del  mio  peso  la  tua  anima
    domani!  Io che fui inzuppato a morte in un vino stucchevole,  io,  il
    povero Clarence,  consegnato alla morte dal tuo tradimento...  Domani,
    nella battaglia,  pensa a me, e lascia cadere la tua spada senza filo;
    dispera, e muori! (A Richmond) Tu, prole della casa di Lancaster,  gli
    offesi eredi di York pregano per te;  i buoni angeli veglino sulla tua
    battaglia! vivi e prospera!

    (Entrano gli Spettri di RIVERS, GREY e VAUGHAN).

    SPETTRO DI RIVERS (a Re Riccardo): Che io opprima del mio peso l'anima
    tua domani... Rivers, che mor a Pomfret! Dispera e muori !
    SPETTRO DI GREY (a Re Riccardo): Pensa a Grey,  e  che  la  tua  anima
    disperi!
    SPETTRO VAUGHAN (a Re Riccardo): Pensa a Vaughan,  e nel terrore della
    tua colpa, fa' cader la tua lancia; dispera e muori!
    TUTTI (a Richmond): Destati,  e pensa che i torti che Riccardo  ci  ha
    fatti  sono  nel  suo  cuore  e  lo  vinceranno!  Destati,  e vinci la
    giornata!

    (Entra lo Spettro di HASTINGS).
    SPETTRO (a Re Riccardo): Sanguinario e colpevole,  destati  col  senso
    della tua colpa,  e finisci i tuoi giorni in una sanguinosa battaglia!
    Pensa a lord Hastings;  dispera e muori!  (A Richmond) Anima  calma  e
    serena,  destati  destati!  Armati,  combatti,  e vinci pel bene della
    bella Inghilterra!

    (Entrano gli Spettri dei due giovani PRINCIPI).
    SPETTRI (a Re Riccardo): Sogna dei tuoi nipoti soffocati nella  Torre!
    Come piombo nel tuo petto,  Riccardo, abbiamo da essere, e trascinarti
    gi  alla  rovina,  all'onta  e  alla  morte!   Le  anime  dei  nipoti
    ingiungono: dispera e muori!  (A Richmond) Dormi,  Richmond,  dormi in
    pace, e destati in letizia;  buoni angeli ti proteggano dalla molestia
    del  cinghiale!  Vivi,  e genera una felice stirpe di re!  Gl'infelici
    figli di Edoardo ti dicono: prospera!

    (Entra lo Spettro di LADY ANNA).

    SPETTRO (a Re Riccardo): Riccardo, tua moglie,  quella sciagurata Anna
    tua  moglie,  che  non.  ha mai dormito un'ora tranquilla con te,  ora
    riempie di perturbazioni il tuo sonno;  domani nella battaglia pensa a
    me,  e  lascia  cadere  la  tua spada senza filo: dispera e muori!  (A
    Richmond) Tu,  anima tranquilla,  dormi un sonno tranquillo: sogna  di
    successo e di felice vittoria!  La moglie del tuo avversario prega per
    te.

    (Entra lo Spettro di BUCKINGHAM).

    SPETTRO (a Re Riccardo):  Io  sono  stato  il  primo  ad  aiutarti  ad
    acquistare la corona;  sono stato l'ultimo a sentire la tua tirannide;
    Oh! nella battaglia pensa a Buckingham,  e muori nel terrore della tua
    nequizia!  Seguita, seguita a sognare di azioni sanguinose e di morte:
    venendo meno, dispera e, disperando, esala lo spirito! (A Richmond) Io
    morii nella speranza prima di poterti prestare aiuto,  ma fatti animo,
    e  non  ti sbigottire!  Dio e i buoni angeli combattano dalla parte di
    Richmond, e Riccardo cada all'apice di tutto il suo orgoglio!

    (Gli Spettri svaniscono. Re Riccardo si sveglia di soprassalto dal suo
    sogno).

    RICCARDO: Datemi un altro cavallo! fasciate le mie ferite! Abbi piet,
    Ges!... Piano, non  stato che un sogno. O coscienza codarda, come mi
    affliggi!  I lumi ardono di fiamma sulla mia carne tremante.  Che cosa
    temo?  me stesso?  Nessun altro  qui;  Riccardo ama Riccardo, io sono
    ben io. C' qui un assassino? No. S, son io.  Allora fuggiamo.  Come,
    da  me stesso?  Buona ragione: perch?  Perch io non faccia vendetta.
    Che? Di me sopra me stesso? Ma io amo me stesso.  Perch?  Per qualche
    bene che io abbia fatto a me stesso?  Oh,  no!  ahim, io piuttosto mi
    odio per odiose azioni commesse da me. Io sono uno scellerato;  eppure
    io mento,  non lo sono.  Sciocco, parla bene di te stesso, sciocco non
    adularti.  La mia coscienza ha mille lingue  diverse  ed  ogni  lingua
    racconta  una  storia  diversa,   ed  ogni  storia  mi  condanna  come
    scellerato. Lo spergiuro,  al grado pi alto,  il delitto,  il crudele
    delitto, al grado pi atroce; tutti i peccati, praticati tutti in ogni
    grado,   si  accalcano  alla  sbarra,   e  gridan  tutti:  Colpevole!
    colpevole!. Mi abbandoner alla disperazione. Non c' creatura che mi
    ami;  e,  se io muoio,  non  un'anima  avr  piet  di  me;  e  perch
    dovrebbero,  dal  momento  che  io stesso non trovo in me piet per me
    stesso?  M' parso che le anime di tutti coloro che io ho ucciso siano
    venute  alla  mia  tenda,  e  ciascuna abbia minacciato la vendetta di
    domani sul capo di Riccardo.
    (Entra RATCLIFF).
    RATCLIFF: Mio signore!
    RICCARDO: Chi  cost, perdio?
    RATCLIFF: Son io,  mio signore.  Il mattiniero gallo del villaggio  ha
    gi due volte fatto il saluto allo spuntar del giorno,  i vostri amici
    sono alzati, e si affibbiano l'armatura.
    RICCARDO: Oh, Ratcliff,  io ho sognato un sogno spaventoso.  Che pensi
    tu? saranno tutti fedeli i nostri amici?
    RATCLIFF: Senza dubbio, mio signore.
    RICCARDO: Oh, Ratcliff, io temo, io temo!
    RATCLIFF: Via, mio buon signore, non abbiate paura di ombre.
    RICCARDO:  Per  l'apostolo  Paolo,  le  ombre  stanotte  han messo pi
    terrore  nell'anima  di  Riccardo  che  non  farebbe  la  sostanza  di
    diecimila  soldati armati a tutte le prove e guidati da quello sciocco
    di Richmond! Il giorno non  ancora vicino. Su, vieni con me;  vo' far
    lo  spione  sotto  le  nostre tende per origliare se alcuno intende di
    abbandonarmi.

    (I Pari entrano da RICHMOND, e si siedono nella sua tenda).

    PARI: Buon giorno, Richmond!
    RICHMOND: Chiedo perdono, a voi, pari,  e a voi,  vigili gentiluomini,
    se avete qui sorpreso un pigro infingardo.
    PARI: Come avete dormito, mio signore?
    RICHMOND:  Il  pi  dolce sonno,  e i sogni di miglior augurio che mai
    entrassero in una testa assopita, io ho avuto dopo la vostra partenza,
    miei signori.  Mi  parso che le anime di coloro di  cui  Riccardo  ha
    ucciso  i  corpi  siano  venute  nella  mia  tenda  e  abbiano gridato
    vittoria; vi assicuro che il mio cuore  esultante per la memoria d'un
    sogno cos bello. Quant' inoltrato il mattino, signori?
    PARI: Stan per suonare le quattro.
    RICHMOND: Allora  tempo d'armarsi e di dar ordini.

    (La sua allocuzione ai Soldati).

    Pi di quanto io non  abbia  gi  detto,  o  amati  compatriotti,  m'
    vietato  di  dilungarmi  dall'angustia  del  tempo e dall'urgenza;  ma
    ricordate questo.  Dio e la nostra buona causa combattono dalla nostra
    parte;  le preghiere dei santi del Paradiso e delle anime offese, come
    eccelsi spaldi,  si levano dinanzi ai nostri volti.  Tranne  Riccardo,
    coloro  contro  i  quali  combattiamo  vorrebbero  che  vincessimo noi
    piuttosto che colui che essi seguono;  perch chi  colui che seguono?
    In  verit,  signori,  un tiranno sanguinario,  un omicida;  uno che 
    salito nel sangue e si  stabilito nel  sangue;  uno  che  ha  trovato
    mezzi per acquistare quello che ha,  ed ha massacrato coloro che erano
    stati i mezzi per aiutarlo: una pietra vile e ignobile,  resa preziosa
    dal castone del trono d'Inghilterra, dov' impropriamente montata, uno
    che  sempre stato il nemico di Dio.  Sicch, se voi combattete contro
    il nemico di Dio,  Iddio nella sua giustizia vi protegger  come  suoi
    soldati;  se sudate per rovesciare un tiranno,  voi dormirete in pace,
    una volta ucciso il tiranno;  se combattete contro i nemici del vostro
    paese,  la  grascia  del vostro paese retribuir le vostre pene,  e se
    combattete a salvaguardia delle vostre spose,  le vostre  spose  faran
    lieta  accoglienza  ai  vincitori al ritorno;  se voi salvate i vostri
    figli dalla spada,  i figli dei vostri figli ve ne rimeriteranno nella
    vostra  vecchiaia.  Dunque,  in nome di Dio e di tutti questi diritti,
    alzate i vostri stendardi,  sguainate  le  vostre  spade  volenterose!
    Quanto  a  me,  il riscatto del mio audace tentativo sar questo corpo
    freddo sulla fredda faccia della terra;  ma se  ho  successo,  il  pi
    umile  di  voi  avr  parte  nei  frutti del mio tentativo.  Suonate i
    tamburi e le trombe arditamente e allegramente,  Dio  e  San  Giorgio!
    Richmond e vittoria!
    (Escono).

    (Rientrano RE RICCARDO, RATCLIFF, Persone del seguito, e Truppe).

    RICCARDO: Che ha detto Northumberland a proposito di Richmond?
    RATCLIFF: Che non fu mai allenato alle armi.
    RICCARDO: Ha detto la verit. E che cosa ha detto allora Surrey?
    RATCLIFF: Ha sorriso e ha detto: Tanto meglio per noi.
    RICCARDO:  Aveva  ragione,  difatti   cos.  (L'orologio batte l'ora)
    Conta le ore. Dammi un calendario. Chi ha visto oggi il sole?
    RATCLIFF: Io no, mio signore.
    RICCARDO: Allora sdegna  di  risplendere;  perch,  stando  al  libro,
    avrebbe  dovuto  adornare l'oriente un'ora fa.  Sar una giornata nera
    per qualcuno. Ratcliff!
    RATCLIFF: Mio signore?
    RICCARDO: Il sole non vuol farsi vedere oggi; il cielo s'acciglia e si
    rabbuia sul nostro esercito.  Vorrei che  non  ci  fossero  per  terra
    queste  rugiadose  lagrime.  Non risplender quest'oggi?  Ebbene,  che
    importa a me pi che a Richmond?  ch lo stesso cielo  che  s'acciglia
    verso di me guarda bieco anche lui.
    (Entra NORFOLK).
    NORFOLK: All'armi,  all'armi, mio signore! il nemico si pavoneggia sul
    campo.
    RICCARDO: Su, spicciatevi,  spicciatevi!  Mettete la gualdrappa al mio
    cavallo.  Chiamate  lord  Stanley,  ditegli di condurre innanzi le sue
    forze.  Io avanzer coi  miei  soldati  nella  pianura,  e  cos  sar
    ordinata  la  battaglia;  la  mia  avanguardia  si  spiegher tutta in
    lunghezza, consistendo in pari numero di cavalli e di fanti;  i nostri
    arcieri saran posti nel mezzo: Giovanni duca di Norfolk, Tommaso conte
    di Surrey avranno il comando di questi fanti e di questi cavalli. Cos
    disposti  costoro,  noi verrem dietro col nerbo dell'esercito,  la cui
    forza avr per ali  da  ciascun  lato  la  nostra  cavalleria  scelta.
    Questo, e San Giorgio anche in soccorso! che ne pensi, Norfolk?
    NORFOLK:  Buona  disposizione,  o marziale sovrano.  Questo ho trovato
    stamattina sulla mia tenda.
    (Mostra al Re un foglio).
    RICCARDO (legge): Zanni di Norfolk,  non esser s ardito,  ch padron
    Ricciardetto    venduto  e  tradito.  Una cosa inventata dal nemico!
    Andate, signori, ciascuno alla sua consegna.  I nostri sogni pettegoli
    non  ci  sbigottiscano  gli  animi!  La coscienza non  che una parola
    usata  dai  codardi,   inventata  dapprima  per  tenere  i  forti   in
    soggezione. Le nostre forti braccia sian la nostra coscienza, la spada
    la nostra legge!  In marcia! Ingaggiamo battaglia da prodi! Gittiamoci
    nella mischia! Se non pel cielo, teniamoci per mano per l'inferno!

    (La sua allocuzione all'Esercito).

    Che dovr aggiungere agli argomenti gi  addotti?  Ricordate  con  chi
    avete  ad  azzuffarvi,  una  masnada  di  vagabondi,  di furfanti e di
    fuorusciti,  feccia di Bretagna e abbietti villani saccomanni  che  il
    loro  paese  satollo  rigetta  per  disperate  avventure e distruzione
    certa. Voi dormivate tranquilli,  ed essi vi recano inquietudine;  voi
    possedete  terre e siete allietati da belle mogli,  ed essi vorrebbero
    ridurre le une e sedurre le altre. E chi li guida se non un cialtrone,
    a lungo mantenuto in Bretagna a spese di nostra madre? Uno smidollato,
    uno che mai in vita sue non sent tanto  freddo  quanto  se  ne  sente
    sopra  le scarpe nella neve!  Cacciamo a frustate questi grassatori di
    l dal mare,  spazziam via di qui  questi  presuntuosi  straccioni  di
    Francia,  questi pitocchi affamati,  stanchi della loro vita,  che, se
    non avessero pensato a questa folle impresa,  per mancanza  di  mezzi,
    poveri  topi,  si sarebbero impiccati!  Se abbiamo da esser vinti,  ci
    vincano degli uomini,  e non questi Bretoni  bastardi,  che  i  nostri
    padri  han  battuti,  legnati e tartassati nelle loro terre,  e li han
    lasciati nelle memorie eredi d'ignominia.  Dovranno costoro godere  le
    nostre terre?  giacere con le nostre spose?  violare le nostre figlie?
    (Tamburo in distanza) Ascoltate!  Odo  il  loro  tamburo.  Combattete,
    gentiluomini d'Inghilterra! combattete, audaci militi! Tirate arcieri,
    tirate  le  vostre  frecce fino alla punta!  Spronate gagliardamente i
    vostri superbi cavalli,  e cavalcate nel sangue!  Fate  sbigottire  il
    cielo con le schegge delle vostre lance!
    (Entra un Messo).
    Che dice lord Stanley? Condurr le sue forze?
    MESSO: Mio signore, egli rifiuta di venire.
    RICCARDO: Gi la testa di suo figlio Giorgio!
    NORFOLK:  Mio  signore,  il  nemico  ha  passato  la  palude,  dopo la
    battaglia fate morire Giorgio Stanley.
    RICCARDO: Mille cuori si gonfiano  nel  mio  petto.  Fate  avanzare  i
    nostri  stendardi,  si  attacchino  i nostri nemici,  la nostra antica
    parola di coraggio, Bel San Giorgio,  ci ispiri il furore dei draghi
    fiammeggianti! Addosso! La vittoria si posa sui nostri elmi.


    SCENA QUARTA - Un'altra parte del campo.

    (Allarme.  Scorrerie.  Entra  NORFOLK  con Truppe combattendo;  gli va
    incontro CATESBY).
    CATESBY: Soccorso, monsignore di Norfolk, soccorso, soccorso! Il re fa
    pi prodigi d'un uomo,  sfidando un avversario a ogni cimento: il  suo
    cavallo   ucciso,  ed egli combatte a piedi,  cercando Richmond nella
    gola della morte. Soccorso, bel signore, o la giornata  perduta!

    (Allarmi. Entra RE RICCARDO).

    RICCARDO: Un cavallo! un cavallo! il mio regno per un cavallo!
    CATESBY: Ritiratevi, signor mio; vi aiuter a trovare un cavallo.
    RICCARDO: Manigoldo, ho puntato la mia vita su un tiro di dadi, e vuo'
    sopportare l'azzardo del giuoco.  Credo che ci siano sei Richmond  sul
    campo; cinque ne ho uccisi oggi invece di lui. Un cavallo! un cavallo!
    il mio regno per un cavallo!
    SCENA QUINTA - Un'altra parte del campo.

    (Allarme.  Entrano RE RICCARDO e RICHMOND;  combattono.  Re Riccardo 
    ucciso.  Ritirata e squillo di trombe.  Rientra RICHMOND,  con STANLEY
    che reca la corona, e diversi altri Pari).
    RICHMOND:  Dio  e  le vostre armi siano lodati,  vittoriosi amici.  La
    giornata  nostra, quei cane sanguinario  morto.
    STANLEY: Coraggioso Richmond,  ti sei ben disimpegnato.  Ecco:  questa
    insegna  regale  troppo a lungo usurpata io l'ho strappata dalle morte
    tempie di questo sciagurato sanguinario per adornarne la  tua  fronte;
    portala, godine, e falle onore.
    RICHMOND: Gran Dio del cielo, di' amen a tutto questo! Ma ditemi,  in
    vita il giovane Giorgio Stanley?
    STANLEY: S,  mio signore, e al sicuro nella citt di Leicester; dove,
    se vi piace, ci possiamo ora ritirare.
    RICHMOND: Quali persone eminenti sono state  uccise  da  una  parte  e
    dall'altra?
    STANLEY: Giovanni duca di Norfolk, Gualtiero lord Ferrers, sir Roberto
    Brakenbury e sir Guglielmo Brandon.
    RICHMOND:  Seppellite  i  loro  corpi  come  viene  alla loro nascita,
    proclamate un'amnistia pei soldati fuggiaschi,  che torneranno  a  noi
    facendo sottomissione;  poi,  come ne abbiam fatto sacramento, uniremo
    la rosa  bianca  con  la  rossa.  Arridi,  o  cielo,  a  questa  bella
    congiunzione,  che  s  a lungo torvo hai guardato la loro inimicizia!
    Qual  il traditore che mi ode e non dice amen?  L'Inghilterra  stata
    lungo tempo folle, e ha sfregiato se stessa; il fratello ha ciecamente
    versato il sangue del fratello;  il padre ha avventatamente massacrato
    il proprio figlio; il figlio,  costretto,   stato il carnefice di suo
    padre:  tutti  costoro dividevano York e Lancaster,  divisi nella loro
    orrenda divisione. Oh,  ora Richmond ed Elisabetta,  i veri successori
    di  ciascuna casa reale,  si uniscono insieme per un felice decreto di
    Dio!  E  che  i  loro  eredi,  o  Dio,  se  tale    la  tua  volont,
    arricchiscano  l'avvenire  con  la  pace  dal  volto  sereno,  con  la
    sorridente abbondanza,  e con bei giorni di  prosperit!  Rintuzza  la
    lama dei traditori,  o Iddio grazioso, che volessero ricondurre questi
    giorni sanguinosi e far piangere la misera Inghilterra tra  rivoli  di
    sangue!  Non  vivano  per gustare la floridezza di questo paese coloro
    che col tradimento vorrebbero colpire la pace di questa  bella  terra!
    Ora  le nostre piaghe civili son chiuse,  la pace torna a vivere;  che
    possa viver qui a lungo, o Signore, di' amen!
    (Esce).



    RICCARDO SECONDO.


    PERSONAGGI.

    RE RICCARDO SECONDO.
    GIOVANNI DI GAND, duca di Lancaster; EDMONDO DI LANGLEY, duca di York:
    zii del Re.
    ENRICO,  soprannominato  BOLINGBROKE,  duca  di  Hereford,  figlio  di
    Giovanni di Gand, poi Enrico Quarto.
    DUCA DI AUMERLE, figlio del duca di York.
    TOMMASO MOWBRAY, duca di Norfolk.
    IL DUCA DI SURREY.
    IL CONTE DI SALISBURY.
    BUSHY, BAGOT, GREEN: cortigiani di re Riccardo.
    IL CONTE Dl NORTHUMBERLAND.
    ENRICO PERCY, soprannominato HOTSPUR, suo figlio.
    LORD WILLOUGHBY.
    Lord Ross.
    Lord Fitzwater.
    IL VESCOVO DI CARLISLE.
    L'ABATE DI WESTMINSTER.
    IL LORD MARESCIALLO.
    Sir STEFANO SCROOP.
    Sir PIERCE DI EXTON.
    Il Capitano di una banda di Gallesi.
    LA REGINA, consorte di re Riccardo.
    LA DUCHESSA DI YORK.
    LA DUCHESSA DI GLOUCESTER.
    Una Dama di compagnia della Regina.
    Signori,  Araldi,  Ufficiali, Soldati, due Giardinieri, un Carceriere,
    un Messo, uno Stalliere ed altre persone del Seguito.

    La scena  in Inghilterra e nel Galles.










    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Il Castello di Windsor.

    (Entrano RE RICCARDO, GIOVANNI DI GAND, con altri Nobili e persone del
    Seguito).
    RICCARDO: Vecchio Giovanni di Gand,  Lancaster venerando per gli anni,
    hai  tu  secondo  il  giuramento  e  l'impegno condotto qui tuo audace
    figlio Enrico Hereford,  a provare  la  sua  violenta  accusa  recente
    contro il duca di Norfolk, Tommaso Mowbray, che non avemmo ancora agio
    di ascoltare?
    GAND: Cos ho fatto, mio signore.
    RICCARDO: Dimmi inoltre: l'hai tu sconsigliato,  se accusa il duca per
    un antico rancore;  oppure onestamente,  da buon suddito,  per qualche
    atto di tradimento che fondatamente sospetti in lui?
    GAND:  Per  quanto ho potuto scoprire con le mie domande in proposito,
    lo accusa non per rancore inveterato,  ma per atti che  manifestamente
    mettono in pericolo Vostra Maest.
    RICCARDO:  Allora  fateli venire al mio cospetto;  faccia a faccia,  e
    opponendo cipiglio a cipiglio,  sentiremo  l'accusatore  e  l'accusato
    parlare  senza  ambagi:  alteramente  risentiti  sono entrambi e pieni
    d'ira,  e,  nella loro rabbia,  sordi come il mare e impetuosi come il
    fuoco.
    (Entrano BOLINGBROKE e MOWBRAY).
    BOLINGBROKE:  Molti  anni felici al mio augusto sovrano,  al mio amato
    signore!
    MOWBRAY: Ciascun giorno superi il precedente in  felicit,  finch  il
    cielo, invidiando alla terra tanta fortuna, non aggiunga l'immortalit
    agli attributi della vostra corona.
    RICCARDO:  Grazie a entrambi;  eppure uno di voi non ci offre che vana
    adulazione,  come appare dalla causa stessa per cui venite,  cio  per
    accusarvi  a vicenda di alto tradimento.  Cugino Hereford,  che hai da
    dire contro il duca di Norfolk, Tommaso Mowbray?
    BOLINGBROKE: Anzitutto chiamo il cielo  a  testimonio  di  quello  che
    dir: nella mia devozione di suddito amoroso, sollecito della preziosa
    salvezza  del  principe  e libero da ogni odio malsano,  compaio quale
    accusatore a quest'augusta presenza.  Ora,  Tommaso Mowbray,  a te  mi
    rivolgo:  stai  attento  al  mio  discorso,  poich  di  quel che dico
    risponder col corpo su questa terra o l'anima immortale ne risponder
    al cielo. Tu sei un traditore e un miscredente;  di troppo alta stirpe
    per essere cos malvagio,  di troppo grande malvagit per essere degno
    di vivere, giacch quanto pi limpido e cristallino  il cielo,  tanto
    pi  brutte  sembrano  le nubi che vi passano.  Ancora una volta,  per
    aggravare l'infamia, ti caccio in gola il turpe nome di traditore;  e,
    se piace al mio sovrano,  prima di muovermi di qua voglio che la spada
    sguainata confermi le parole proferite dalla mia lingua.
    MOWBRAY: La freddezza dei miei detti non mi faccia incolpare di scarso
    zelo: non  il cimento d'una guerra di femmine, l'acre stridore di due
    lingue affilate,  che possa decidere questa contesa tra noi  due.  Per
    essa si raffredder il sangue a chi lo ha ora troppo caldo. Eppure non
    posso  vantarmi di essere cos mite e paziente da lasciarmi ridurre al
    silenzio e da rimanere a bocca chiusa.  Anzitutto,  il debito rispetto
    per  Vostra  Maest  mi  raffrena  dal  dare  troppo libero corso alle
    parole,  che altrimenti volerebbero finch non gli avessero ricacciato
    in  gola,  raddoppiandola,  l'accusa di tradimento.  Non tenendo conto
    della regalit del suo sangue gentile e del fatto che    parente  del
    sovrano,  lo  sfido  e sputo su di lui,  lo chiamo vile calunniatore e
    furfante;  e,  per  provarlo,  gli  concederei  ogni  vantaggio  e  mi
    impegnerei di andare a cercarlo, anche se dovessi correre a piedi sino
    ai  crinali  gelati delle Alpi,  o a qualsiasi altra terra inabitabile
    dove mai Inglese abbia osato metter  piede.  Intanto  basti  questo  a
    difendere  la mia lealt: per la speranza che ho dell'eterna salvezza,
    egli mente in modo spudorato.
    BOLINGBROKE: Pallido e tremante codardo,  qui getto a terra il guanto,
    rinunciando  ai  privilegi  che  mi conferisce la parentela col re,  e
    mettendo da parte la regalit  del  mio  sangue  gentile,  a  cui  hai
    opposto  eccezione  per  timore,  non  per  reverenza.  Se  la paurosa
    coscienza della colpa ti lascia tanta forza da raccogliere il  simbolo
    del mio onore,  chinati a prenderlo.  Per questo guanto e per tutte le
    altre regole della cavalleria manterr contro di te  con  le  armi  in
    pugno quello che ho detto,  o qualunque altra peggior macchinazione tu
    possa architettare.
    MOWBRAY: Lo raccolgo e,  per quella spada  che  toccandomi  lievemente
    sulla spalla mi ha fatto cavaliere, sono pronto a risponderti in tutti
    gli  onorevoli  modi  che  le  consuetudini  dei cimenti cavallereschi
    consentono. E, montato a cavallo, possa non discenderne vivo,  se sono
    un traditore o combatto per una causa ingiusta.
    RICCARDO:  Che  accusa  fa nostro cugino a Mowbray?  Deve essere assai
    grave per farmi accogliere anche un solo cattivo  pensiero  contro  di
    lui.
    BOLINGBROKE:  Badate:  prover  con  la mia vita che quello che dico 
    vero.  Mowbray ha ricevuto ottomila nobili per  pagare  i  soldati  di
    Vostra  Altezza  e  li  ha  trattenuti per indegni usi,  da quel falso
    traditore e pernicioso furfante che .  Inoltre affermo,  e lo prover
    in  combattimento  qui o altrove,  sino all'estremo limite che mai sia
    stato visto da occhio d'Inglese,  che tutti i tradimenti macchinati da
    diciotto  anni  in questa terra,  traggono dal falso Mowbray origine e
    principio; e ancora asserisco e m'impegno a provarlo sulla sua persona
    malvagia,  che tram la morte del  duca  di  Gloucester,  ne  aizz  i
    creduli avversari e poi,  da vile traditore, in torrenti di sangue gli
    fece esalare l'anima innocente. E questo sangue,  come quello di Abele
    intento  al  sacrificio,  persino dalle mute caverne della terra grida
    chiedendomi giustizia ed energico castigo; e per la gloriosa stirpe da
    cui discendo, questo braccio lo far o questa vita sar estinta.
    RICCARDO: A che alto punto  giunge  la  sua  risolutezza!  Tommaso  di
    Norfolk, che rispondi tu a questo?
    MOWBRAY:  Il  mio  sovrano  volga  altrove  il  viso e comandi ai suoi
    orecchi per  un  poco  di  non  sentire,  finch  a  questo  incarnato
    obbrobrio  del  suo  sangue io non abbia detto quanto Dio e gli uomini
    buoni hanno in odio un mentitore cos turpe.
    RICCARDO: I nostri occhi e i nostri orecchi  sono  imparziali:  se  mi
    fosse fratello, anzi erede del mio regno e non soltanto, com', cugino
    da parte di padre, giuro per questo scettro che tale stretta parentela
    con la mia sacra persona non gli conferirebbe nessun privilegio, e non
    indurrebbe  l'irremovibile  fermezza  della  mia rettitudine a usargli
    particolare indulgenza. Egli  nostro suddito,  Mowbray,  come sei tu:
    parla liberamente e senza timore.
    MOWBRAY:  Allora,  Bolingbroke,  ti diro che nell'imo fondo del cuore,
    attraverso il perfido varco della  gola,  tu  menti.  Tre  quarti  del
    denaro ricevuto per Calais debitamente pagai ai soldati di Sua Maest;
    il  resto  trattenni  col  suo  consenso per somme che il re ancora mi
    doveva  in  seguito  alle  forti  spese  da  me   incontrate   andando
    recentemente  in  Francia  a  prendere  la sua regina: e ora ringoiati
    questa menzogna.  Quanto alla morte di  Gloucester,  non  fui  io  che
    l'uccisi;  ma  -  e  lo  dico  a  mio disdoro - trascurai in quel caso
    l'impegno sacro che avevo assunto con giuramento.  Mio nobile  signore
    di Lancaster,  padre onorato del mio nemico, una volta vi tesi insidie
    per uccidervi,  colpa questa che grava sulla  mia  anima  dolente;  ma
    prima di ricevere l'eucaristia l'ultima volta lo confessai,  ne chiesi
    perdono esplicitamente a Vostra Grazia, e spero che me lo abbiate dato
    col cuore.  Ecco le mie colpe;  quanto al resto delle accuse che mi si
    fanno,  esse vengono dal rancore di un furfante,  di un rinnegato e di
    un traditore degenere, e le respinger arditamente con la mia persona.
    Come ha fatto lui,  getto il  guanto  ai  piedi  di  questo  traditore
    presuntuoso  per  dimostrarmi  leale  gentiluomo  a prezzo del miglior
    sangue che egli ha nel cuore.  Per sollecitare questa mia difesa prego
    caldamente Vostra Maest di fissare un giorno per il combattimento.
    RICCARDO:  Signori,  che  siete  cos  accesi  di collera,  lasciatevi
    guidare da me. Purghiamo questa bile senza ricorrere a salassi: questa
     la mia ricetta,  sebbene io non  sia  medico.  Il  profondo  rancore
    incide  troppo  addentro.  Dimenticate,  perdonate,  riconciliatevi  e
    fatela finita: i nostri cerusici dicono che questo non  mese da cavar
    sangue. Buono zio, finiamola dove si  incominciato.  Noi calmeremo il
    duca di Norfolk e voi vostro figlio.
    GAND:  La  funzione  di  pacificatore  si addice alla mia et: getta a
    terra, figlio mio, il guanto del duca di Norfolk.
    RICCARDO: E tu, Norfolk, getta a terra il suo.
    GAND: Dunque,  Enrico,  dunque?  l'obbedienza vuole che io non abbia a
    ripetere il mio ordine.
    RICCARDO: Norfolk, getta, te l'ordino; non c' altra via.
    MOWBRAY:  Temuto  sovrano,  getto  me  stesso  ai tuoi piedi.  Tu puoi
    disporre della mia vita, ma non del mio onore: quella ti debbo; ma non
    posso abbandonarti, perch sia sozzamente infangato,  il buon nome che
    a dispetto della morte deve vivere sulla mia tomba. Sono qui vilipeso,
    accusato  e  trattato  indegnamente,  ferito  nell'anima  dalla lancia
    avvelenata della calunnia per cui non c' balsamo che sani se  non  il
    sangue del cuore di colui che ha schizzato questo veleno.
    RICCARDO: Bisogna resistere alla furia;  datemi il suo guanto: i leoni
    domano i leopardi.
    MOWBRAY: S; ma non ne cambiano le macchie. Toglietemi di dosso questa
    vergogna,  e vi abbandono il guanto.  Diletto sovrano,  il tesoro  pi
    puro  che  ci  d  la  vita    una reputazione senza macchia: perduta
    quella,  gli uomini non sono che argilla dorata o  creta  dipinta.  Un
    cuore  ardito  in  un  petto  leale    come  un  gioiello gelosamente
    custodito in uno scrigno serrato a dieci giri.  Il mio cuore  la  mia
    vita:  essi  formano  una  cosa  sola.  Toglietemi l'onore e la vita 
    finita. Perci,  mio buon re,  lasciatemi far prova del mio onore;  in
    quello vivo e in quello morir.
    RICCARDO: Cugino, getta il guanto; comincia tu.
    BOLINGBROKE:  Dio  difenda la mia anima da questo nero peccato.  Debbo
    lasciarmi umiliare sotto gli occhi del padre mio o con vile  paura  di
    pitocco  disonorare  la  mia  nobilt  in presenza di questo impaurito
    codardo?  Prima che la mia stessa lingua mi ferisca nell'onore con  s
    ingiusta debolezza,  e consenta a cos ignobile accordo,  i miei denti
    lacereranno il basso strumento di una  ritrattazione  suggerita  dalla
    paura,  e a suo disonore lo sputer sanguinante dove la vergogna ha la
    sua dimora: sulla faccia di Mowbray.
    (Esce Gand).
    RICCARDO: Non siamo nati per pregare, ma per comandare;  e giacch non
    possiamo  supplicare  per  rappacificarvi,  vi  ordino  di  trovarvi a
    Coventry il giorno di San Lamberto,  o ne risponderete con la vita: l
    le  lance  e  le  spade  risolveranno la contesa ingrossata dal vostro
    inveterato odio.  Giacch non posso  mettervi  d'accordo,  vedremo  la
    giustizia  decidere coi mezzi della cavalleria chi merita la vittoria.
    Lord Maresciallo, comandate ai nostri ufficiali d'arme di prepararsi a
    dirigere questa competizione intestina.
    (Escono).
    SCENA SECONDA - Il Palazzo del Duca di Lancaster.

    (Entrano GIOVANNI DI GAND e la DUCHESSA DI GLOUCESTER).
    GAND: Ahim!  la mia consanguineit con Gloucester mi spingerebbe  pi
    che  i  vostri  lamenti  ad agire contro coloro che gli hanno tolto la
    vita.  Ma giacch il castigo  in facolt  proprio  dell'autore  della
    colpa  che  non  si  riesce  a punire,  affidiamo la nostra causa alla
    volont del cielo, che quando vedr matura l'ora,  far piovere la sua
    vendetta sanguinosa sul capo dei rei.
    DUCHESSA:  La fratellanza in te non trova sprone pi forte?  e l'amore
    nel tuo vecchio sangue non suscita ardore pi vivo?  I sette figli  di
    Edoardo  -  e  tu  sei  uno di essi - erano come sette ampolle del suo
    sangue sacro o come sette bei virgulti nati da una sola radice: alcune
    di quelle ampolle furono  prosciugate  per  operazione  della  natura,
    alcuni di quei virgulti sono stati recisi dalla Parca;  ma Tommaso, il
    mio caro signore,  la mia vita,  il mio Gloucester,  ampolla piena del
    santo sangue di Edoardo, ramo fiorito della sua regale radice,  stata
    infranta ...  e tutto il prezioso liquore effuso;   stato tagliato, e
    le foglie della sua estate tutte appassite dalla mano  dell'invidia  e
    dalla scure insanguinata dell'omicidio.  Ah!  Gand,  il suo sangue era
    anche tuo!  quel letto,  quel grembo,  quella  tempra,  quello  stesso
    stampo  che  crearono  te  diedero  vita  a  lui;  e sebbene tu viva e
    respiri, sei ucciso in lui: tu,  in grande misura,  sei complice della
    morte  di  tuo  padre  in  quanto  lasci  morire  il  fratello che era
    l'immagine vivente di tuo padre. Non chiamare questo pazienza, Gand; 
    disperazione. Lasciando uccidere tuo fratello impunemente,  indichi la
    via  indifesa  che  conduce  alle  sorgenti  della  tua vita e insegni
    all'omicidio  spietato  come  possa  spegnere  te  pure.   Quello  che
    chiamiamo  pazienza negli umili  pallida e fredda codardia nei nobili
    petti. Che altro debbo dirti? Il modo migliore di salvaguardare la tua
    propria vita  di vendicare la morte del mio Gloucester.
    GAND: Questa contesa  appartiene  a  Dio,  poich  la  morte    stata
    promossa  dal Suo rappresentante in terra,  dal vicario consacrato dal
    crisma alla Sua stessa presenza.  E se fu delitto,  lo  vendicher  il
    cielo;  ma,  quanto  a  me,  non  potr mai alzare il braccio violento
    contro il Suo ministro.
    DUCHESSA: A chi dunque, ahim, debbo rivolgere i miei lamenti?
    GAND: A Dio, che  campione e scudo della vedova.
    DUCHESSA: E allora cosi far.  Addio,  vecchio Gand.  Tu te ne  vai  a
    Coventry  a  veder  combattere  il  nostro cugino Hereford e il feroce
    Mowbray.  Oh!  possano i torti fatti a mio marito posare  sulla  punta
    della  lancia  di  Hereford,  sicch  essa  penetri  nel petto di quel
    beccaio di Mowbray.  Oppure,  se la sciagura non l'imbrocchi al  primo
    scontro,  possano  i peccati che Mowbray ha in cuore pesargli tanto in
    petto da rompere la  schiena  al  suo  destriero  bianco  di  schiuma,
    precipitare  il  cavaliere  a  capofitto nella lizza e darlo,  fellone
    prigioniero, nelle mani di Hereford. Addio, vecchio Gand, la moglie di
    chi ti fu fratello, deve morire in compagnia del suo dolore.
    GAND: Addio, cognata; debbo avviarmi alla volta di Coventry.  Possa la
    buona fortuna assistere te qui, e me nel mio viaggio.
    DUCHESSA:  Una parola ancora: il dolore dove cade rimbalza per effetto
    del suo peso,  e non perch sia cavo e vuoto.  Mi congedo da te  senza
    avere  neanche  incominciato,  perch il dolore sembra finire,  ma non
    cessa mai. Ricordami a tuo fratello, Edmondo di York.  Ecco,  questo 
    tutto: no, non andartene ancora; sebbene questo sia tutto, non partire
    cos presto: mi verr in mente dell'altro.  Digli - ah! che mai? - s,
    digli di venire da me a Plashy il pi presto  possibile.  Ahim,  cosa
    vedr di bello col il vecchio e buon York,  se non stanze vuote, muri
    nudi, dispense spopolate e cortili deserti?  che benvenuto udr se non
    i miei gemiti? Perci ricordami a lui, ma digli di non venire a vedere
    il dolore che regna dappertutto. Me ne andr di qua a morire desolata,
    desolata: i miei occhi lacrimosi prendon da te l'ultimo commiato.
    (Escono).



    SCENA TERZA - La lizza a Coventry.

    (Entrano il LORD MARESCIALLO e il DUCA DI AUMERLE).
    MARESCIALLO: Lord Aumerle, Enrico Hereford  armato?
    AUMERLE: S, di tutto punto, e arde dal desiderio di entrare in lizza.
    MARESCIALLO:  Il  duca di Norfolk,  pieno di vita e di ardimento,  non
    attende che lo squillo dello sfidante.
    AUMERLE: Ebbene,  allora entrambi i campioni sono pronti  e  aspettano
    soltanto la venuta di Sua Maest.

    (Suonano le trombe. Entrano il RE coi suoi Nobili, GAND, BUSHY, BAGOT,
    GREEN  e altri.  Quando sono tutti seduti,  entra in armi MOWBRAY,  lo
    sfidato, con un Araldo).

    RICCARDO: Maresciallo,  domandate a quel  campione  perch  viene  qui
    armato;  chiedetegli il suo nome, e secondo le regole, fategli giurare
    che viene a combattere per una causa giusta.
    MARESCIALLO: In nome di Dio e del re,  di' chi sei tu,  e perch vieni
    cos vestito in armi di cavaliere,  contro quale avversario,  e di che
    hai a lagnarti: parla veracemente,  come vogliono il tuo giuramento  e
    la  tua  qualit  di  cavaliere.  Cosi  ti difendano il cielo e il tuo
    valore.
    MOWBRAY: Il mio nome  Tommaso Mowbray,  duca di Norfolk,  e qui vengo
    avendo  fatto giuramento - che Dio preservi un cavaliere dal violare -
    di provare  la  mia  devozione  e  fedelt  a  Dio,  al  re,  ai  suoi
    successori,  contro il duca di Hereford che mi sfida, e di dimostrare,
    difendendo me stesso con l'aiuto di Dio e del mio braccio,  che egli 
    traditore verso Dio,  verso il re e verso me stesso; e come intendo di
    combattere lealmente cos mi difenda il cielo.

    (Le trombe suonano. Entra BOLINGBROKE, lo sfidante, con un Araldo).

    RICCARDO: Maresciallo, domandate a quel cavaliere chi  e perch viene
    qui coperto di piastra e maglia; e,  secondo la nostra legge,  fategli
    giurare che la causa per cui si accinge a combattere  giusta.
    MARESCIALLO:  Qual  il tuo nome?  e perch vieni tu qui alla presenza
    di re Riccardo nella sua lizza reale? contro chi ti presenti, e di che
    hai a lagnarti? parla da leale cavaliere; cos ti difenda il cielo.
    BOLINGBROKE: Sono Arrigo di Hereford,  Lancaster e  Derby,  e  qui  mi
    presento  in armi pronto a provare in lizza e con l'aiuto di Dio e con
    la forza del mio braccio, che Tommaso Mowbray,  duca di Norfolk,   un
    traditore turpe e pernicioso verso Dio nei cieli,  verso re Riccardo e
    verso di me: e come intendo di combattere lealmente cos mi difenda il
    cielo.
    MARESCIALLO: Pena la morte,  nessuno sia cos ardito  o  temerario  da
    toccare  la lizza,  eccetto il maresciallo e gli ufficiali designati a
    regolare questo nobile scontro.
    BOLINGBROKE: Lord Maresciallo,  lasciatemi  baciare  la  mano  al  mio
    sovrano e piegare il ginocchio davanti a Sua Maest, poich Mowbray ed
    io  siamo  come  due  uomini che hanno fatto voto di andare in lungo e
    faticoso  pellegrinaggio;  permettetemi  dunque  di  prendere  formale
    congedo dagli amici e di salutarli amorosamente.
    MARESCIALLO:  Lo sfidante fa doveroso omaggio a Vostra Maest e chiede
    licenza di baciarvi la mano e di accomiatarsi.
    RICCARDO: Discenderemo di qui e lo stringeremo fra le nostre  braccia.
    Cugino di Hereford,  alla giustizia della tua causa corrisponda la tua
    fortuna in questo nobile combattimento. Addio, sangue mio stesso; e se
    oggi lo spargerai potremo ben  piangerti,  ma  non  vendicare  la  tua
    morte.
    BOLINGBROKE:  Nessun  occhio  nobile profani le lacrime versandole per
    me, se sar trafitto dalla lancia di Mowbray: combatter contro di lui
    con la sicurezza di un falco quando piomba su un  altro  uccello.  Mio
    amato signore,  mi accomiato da voi;  e da voi, mio nobile cugino lord
    Aumerle, non ammalato,  sebbene io sia a faccia a faccia con la morte,
    ma vigoroso,  giovane e lieto di vivere.  Come in un banchetto inglese
    tengo  per  ultimo  ci  che    pi  prelibato   per   finire   assai
    piacevolmente.  O  tu,  autore della mia vita su questa terra,  il cui
    spirito giovanile,  rinato in me,  mi innalza con vigore raddoppiato a
    toccare  una vittoria che sembra superiore alle mie forze,  rinsaldami
    l'armatura con le preghiere,  con le benedizioni tempra  la  punta  di
    questa  lancia  perch trapassi la cotta di Mowbray debole come cera e
    dia nuovo lustro al nome di Giovanni di Gand con l'animoso contegno di
    suo figlio.
    GAND: Dio ti protegga nella tua buona causa;  sii pronto come il lampo
    nell'azione;  i colpi,  come tuono che stordisce, cadano quadruplicati
    sull'elmo  del  tuo  pernicioso  nemico;   ridesta  il  tuo  giovanile
    coraggio, comportati valorosamente e resta incolume.
    BOLINGBROKE: La mia innocenza e San Giorgio mi proteggano.
    MOWBRAY: Comunque Dio e la sorte dispongano del mio destino, qui vivr
    o morr, fedele al trono di re Riccardo, un gentiluomo leale, giusto e
    retto. Mai prigioniero con cuore pi lieto gett via le sue catene del
    servaggio  e  salut  l'aurea  libert  come  l'anima mia esultante si
    accinge a celebrare questa festa  d'armi  con  l'avversario.  Possente
    sovrano e voi compagni di nobilt,  ricevete dalla mia bocca l'augurio
    di molti anni felici;  vado al combattimento sereno  e  giocondo  come
    andassi a un allegro gioco: la fedelt d tranquillit all'animo.
    RICCARDO:  Addio,  signore,  senza  timore  di errare discerno nel tuo
    occhio virt congiunta a valore. Disponi lo scontro, maresciallo, e si
    cominci.
    MARESCIALLO: Enrico di Hereford,  Lancaster e  Derby,  ricevi  la  tua
    lancia e Dio difenda il tuo buon diritto.
    BOLINGBROKE: Forte come torre nella speranza, grido e cos sia.
    MARESCIALLO  (a  un  Ufficiale): Porta questa lancia a Tommaso Duca di
    Norfolk.
    PRIMO ARALDO: Enrico di Hereford, Lancaster e Derby  qui per Dio, per
    il suo sovrano e per se stesso,  pena la  taccia  di  uomo  perfido  e
    rinnegato,  a  provare  che  il  duca di Norfolk,  Tommaso Mowbray,  
    traditore verso Dio,  il suo re e lui stesso,  e lo sfida a ingaggiare
    il combattimento.
    SECONDO ARALDO: Qui  Tommaso Mowbray, duca di Norfolk, per difendersi
    e,  pena la taccia di uomo perfido e rinnegato, per provare che Enrico
    di Hereford,  Lancaster e Derby  sleale verso Dio,  il suo sovrano  e
    lui stesso,  e coraggiosamente e con sincero desiderio non attende che
    il segnale di combattere.
    MARESCIALLO: Sonate,  trombettieri,  e voi combattenti  avanzate.  (Si
    suona  l'inizio  dello  scontro)  Fermi!  il  re ha gettato a terra il
    bastone.
    RICCARDO: Depongano gli elmi e le lance e  ritornino  ai  loro  seggi:
    ritiratevi  con  noi  e  le  trombe suonino finch non comunicheremo a
    questi duchi le nostre decisioni.  (Un lungo squillo)  Avvicinatevi  e
    ascoltate la deliberazione che abbiamo preso col nostro consiglio.  Il
    suolo del regno  non  deve  macchiarsi  del  prezioso  sangue  che  ha
    nutrito;  i nostri occhi odiano il terribile aspetto di ferite inferte
    dalla spada di concittadini. Ora noi riteniamo che il superbo orgoglio
    della sconfinata ambizione,  unito all'invidia della rivalit,  vi  ha
    spinti  a risvegliare la nostra pace,  che nella culla di questo paese
    placidamente dormiva col soave respiro d'un infante,  e  poich  tutto
    questo,  destando  l'ingrato  e  tumultuoso  rullare  dei tamburi,  il
    terribile e aspro clangore delle trombe e l'urto stridente delle  armi
    irose,  potrebbe  cacciare la bella pace dal nostro regno tranquillo e
    farci guazzare nel sangue dei fratelli: per questo, dico,  vi mandiamo
    in bando dai nostri territori.  Voi,  cugino Hereford,  pena la morte,
    finch  l'estate  non  abbia  dieci  volte  arricchito  i  campi,  non
    risaluterete  i  nostri  bei domini,  ma percorrerete le straniere vie
    dell'esilio.
    BOLINGBROKE: Sia fatta la vostra volont,  e sia mio conforto  pensare
    che quel sole che vi riscalda qui,  risplender anche su di me,  e che
    gli aurei raggi che esso  vi  manda  cadranno  anche  sopra  di  me  e
    illumineranno il mio esilio.
    RICCARDO: Norfolk,  una pi grave condanna ti attende,  e la pronuncio
    alquanto a malincuore.  Le silenziose ore lente non segneranno la fine
    del  tuo  duro  esilio:  le  parole  disperate per non pi ritornare
    proferisco contro di te pena la morte.
    MOWBRAY: Grave sentenza, mio sovrano signore,  che non aspettavo dalle
    labbra di Vostra Altezza: assai migliore ricompensa,  non la ferita di
    questo esilio senza un tetto che mi copra,  ho io meritato dalle  mani
    di  Vostra  Altezza.  Ora  dovr  abbandonare  l'idioma  che  parlo da
    quarant'anni,  il mio inglese  nativo,  la  lingua  diventer  per  me
    un'arpa o una viola senza corde,  o come un pregevole strumento sempre
    rinchiuso nella sua custodia o,  se aperto,  dato in mano a chi non sa
    trarne  armonie  col tocco: mi avete imprigionata la lingua in bocca e
    l'avete munita della doppia saracinesca dei denti e  delle  labbra,  e
    l'ignoranza stupida, insensibile, sterile sar la mia carceriera. Sono
    troppo  vecchio  per  fare  moine  alla  balia  e  troppo  maturo  per
    ridiventare scolaro.  Che altro,  dunque,   la vostra sentenza se non
    morte muta che impedisce alla lingua di proferire gli accenti nativi?
    RICCARDO: Non ti giova fare cos alti lamenti; dopo la nostra sentenza
    i tuoi lagni sono tardivi
    MOWBRAY: Allora non mi resta che abbandonare la luce del .mio paese, e
    andare ad abitare nelle meste ombre della notte senza fine.
    RICCARDO:  Vieni  qui  ancora;  porta  via  con  te questo giuramento.
    Mettete le vostre mani di proscritti sulla mia regale spada e  giurate
    per  i doveri che avete verso Dio - la nostra parte in quei doveri noi
    la annulliamo col bandirvi - di osservare quanto vi faccio giurare: se
    vi aiutino la verit e  Dio,  non  stringerete  rapporti  di  amicizia
    durante il bando,  n cercherete di vedervi, n mai vi scriverete o vi
    manderete saluti, o dissiperete la cupa tempesta dell'odio nato qui in
    patria;  e non vi incontrerete  mai  di  proposito  per  macchinare  o
    tramare alcun male contro di noi, la nostra autorit, i nostri sudditi
    e la nostra terra.
    BOLINGBROKE: Lo giuro.
    MOWBRAY: E io pure, di osservare tutto questo.
    BOLINGBROKE: Norfolk,  sempre parlandoti da nemico: se il re lo avesse
    permesso, una delle nostre anime vagherebbe gi nell'aria,  bandita da
    questo fragile involucro del corpo,  come il corpo  bandito da questa
    terra.  Confessa i tuoi tradimenti prime di lasciare il regno,  poich
    devi  andare  lontano,  non caricarti del fardello molesto di un'anima
    colpevole.
    MOWBRAY: No,  Bolingbroke;  se mai fu traditore,  possa  il  mio  nome
    essere cancellato dal libro della vita,  ed io venir bandito dal cielo
    come lo sono da questo paese!  Ma quello che tu sei lo sa Dio,  lo sai
    tu e lo so io,  e anche troppo presto,  temo,  il re avr a soffrirne.
    Addio,  mio sovrano.  E non posso pi smarrire la strada: eccetto  che
    per ritornare in Inghilterra, ogni via  la stessa per me.
    (Esce).
    RICCARDO:  Zio,  vedo  il  tuo cuore addolorato rispecchiarsi nei tuoi
    occhi,  la tristezza che ti si legge in viso ha gi tolto quattro anni
    al  suo  esilio.  (A  Bolingbroke)  Quando  saranno passati sei gelidi
    inverni, ritornerai bene accolto in patria dal bando.
    BOLINGBROKE: Che lungo tempo sta racchiuso in una piccola parola!  con
    una   parola   dileguano  quattro  lenti  inverni  e  quattro  gioiose
    primavere: tanto possente  il fiato dei re!
    GAND: Grazie al mio signore, che per un riguardo verso di me, abbrevia
    di quattro anni l'esilio di mio figlio: ma ne trarr ben poco profitto
    perch, prima che i sei anni che ancora gli restano abbiano ricondotto
    la vicenda dei mesi e delle stagioni, la mia lampada asciutta,  la mia
    luce consunta dal tempo si estingueranno per l'et nella notte che non
    ha  fine:  l'ultimo  avanzo della candela brucer e si spegner,  e la
    cieca morte non mi lascer vedere mio figlio.
    RICCARDO: Come, zio! tu vivrai ancora per molti .anni.
    GAND: Ma non un minuto,  o re,  che tu mi possa dare:  puoi  col  cupo
    dolore accorciarmi i giorni e togliermi le notti,  ma non regalarmi un
    solo mattino;  puoi aiutare il tempo a  solcarmi  la  fronte,  ma  non
    cancellare  una ruga che vi abbia tracciato nel suo processo: il tempo
    prende per buona moneta una tua parola per darmi  la  morte;  ma,  una
    volta moro, tutto il tuo regno non potrebbe ridarmi la vita.
    RICCARDO:  Tuo  figlio  stato bandito a ragion veduta e tu stesso hai
    avuto parte nella decisione.  Perch sembri ora avere a  ridire  sulla
    mia giustizia?
    GAND:  Certi  cibi  dolci  al gusto sono amari alla digestione.  Avete
    voluto sapere come la pensassi da giudice, ma preferirei che mi aveste
    fatto ragionare da padre. Se fosse stato un estraneo e non mio figlio,
    sarei stato pi indulgente nell'attenuare  la  sua  colpa.  Ho  voluto
    evitare  l'accusa  di  parzialit,  ma  nel pronunciare la sentenza ho
    distrutto la mia stessa vita Ahim!  mi aspettavo che qualcuno di  voi
    dicesse  che ero troppo severo nel disfarmi cos del mio: invece avete
    lasciato che la mia lingua riluttante mi facesse questo  torto  contro
    la mia volont.
    RICCARDO: Cugino addio; e tu pure, zio, digli addio: l'abbiamo bandito
    per sei anni e deve andare.
    (Squillo di trombe. Esce Riccardo col Seguito).
    AUMERLE:  Addio  cugino;  di  dove  sarete  fateci sapere per iscritto
    quello che non possiamo conoscere di presenza.
    MARESCIALLO: Mio signore, non mi congedo ancora,  perch cavalcher al
    vostro fianco finche la terraferma me lo permetter.
    GAND:  Perch  sei  tanto  avaro di parole da non ricambiare il saluto
    degli amici?
    BOLINGBROKE: Non ne ho abbastanza per accomiatarmi da voi,  quando  la
    lingua  dovrebbe  esser  prodiga  per esprimere tutto l'affanno che mi
    trabocca dal cuore.
    GAND: Il tuo affanno non  che assenza temporanea.
    BOLINGBROKE: Ma durante quel tempo sar assente la  gioia  e  presente
    l'affanno.
    GAND: Che sono sei inverni? fan presto a passare.
    BOLINGBROKE: S, per chi gode; ma l'affanno d'un'ora ne fa dieci.
    GAND: Fai conto di intraprendere un viaggio per tuo divertimento.
    BOLINGBROKE:   Il  cuore  che  vi  sente  un  pellegrinaggio  forzato,
    sospirer quando lo sentir nominare cos a sproposito.
    GAND:  Considera  il  tetro  giro  dei  tuoi  passi  stanchi  come  lo
    specchietto in cui dovrai incastonare il prezioso gioiello del ritorno
    in patria.
    BOLINGBROKE:  Al contrario,  ogni passo tedioso mi far sentire quanto
    mondo mi separa dai gioielli che amo.  Dovr fare un  lungo  noviziato
    d'itinerari  stranieri  e,  alla  fine,  divenuto  libero,  non  potr
    vantarmi d'altro che d'essere stato a giornata dall'affanno?
    GAND: Tutti i luoghi che  l'occhio  del  cielo  visita  sono  porti  e
    approdi  felici  per  il  saggio.  La necessit ti insegni a ragionare
    cos: non c' virt che uguagli la necessit.  Non pensare che  il  re
    abbia bandito te, ma che tu abbia bandito lui. Il dolore si fa sentire
    pi  pesantemente  quando s'accorge che non  sopportato con fermezza.
    Fa' conto che io stesso ti abbia inviato a procacciarti  onore  e  non
    pensare  che  il re che ti ha esiliato;  o supponi che una pestilenza
    mortale aleggi in quest'aria e che tu stia per fuggire in un clima pi
    sano.  Guarda: immagina che quanto l'anima tua ha di pi caro  sia  l
    dove  stai  per  dirigerti,  e  non  nel luogo dal quale ti allontani.
    Supponi che gli uccelli che  cantano  siano  musici,  che  l'erba  che
    calpesti  sia  lo  strato di giunchi che cospargono la sala del trono,
    che i fiori siano belle signore,  e i tuoi passi  una  danza  grave  o
    vivace:  poich il dolore ringhioso ha meno forza a mordere l'uomo che
    lo sprezza o non ne fa caso.
    BOLINGBROKE: Chi riesce a tenere il fuoco in mano,  volgendo la  mente
    per distrarsi al Caucaso gelato?  o calmare l'acuto stimolo della fame
    col solo pensiero di un banchetto?  o rotolarsi  nudo  nella  neve  di
    dicembre  pensando a un caldo estivo,  frutto della sua fantasia?  Oh!
    no: l'idea del bene rende pi intensa la  sensazione  del  peggio:  il
    dente  crudele del dolore non fa mai tanto male come quando rode e non
    apre, a mo' di lancetta, una ferita.
    GAND: Vieni, vieni, figlio mio; ti far strada: se avessi la tua et e
    fossi nelle tue condizioni, sarei ben lieto di andarmene.
    BOLINGBROKE: Allora,  suolo d'Inghilterra  e  dolce  contrada,  addio;
    addio,  nutrice e madre che mi sostieni ancora! dovunque andr errando
    sar mio vanto, sebbene bandito, di dichiararmi inglese.
    (Escono).

    SCENA QUARTA - La Corte.

    (Entrano per una porta RE RICCARDO, BAGOT, GREEN; per un altra il DUCA
    DI AUMERLE).
    RICCARDO: L'abbiamo notato anche noi. Cugino Aumerle, sino a che punto
    avete accompagnato l'altero Hereford?
    AUMERLE: Ho accompagnato l'altero Hereford,  se volete chiamarlo cos,
    sino alla pi vicina strada maestra e l l'ho lasciato.
    RICCARDO: E dite: quante lacrime versaste quando vi siete separati?
    AUMERLE:  Nessuna,  davvero,  per  parte  mia;  sennonch  il grecale,
    soffiandoci pungente in faccia, risvegli il nostro umore lacrimale, e
    cos, per puro caso, ci fece onorare di una stilla di pianto la fredda
    separazione.
    RICCARDO: Che ha detto vostro cugino quando l'avete lasciato?
    AUMERLE: Addio,  e siccome il  mio  cuore  sdegnava  che  la  lingua
    profanasse  questa parola,  mi insegn a simulare tanta oppressione di
    dolore che le parole sembravano sepolte nella tomba del cordoglio. Per
    la madonna,  se la parola addio avesse potuto prolungare  le  ore  e
    aggiungere anni al suo breve esilio,  egli avrebbe ricevuto un intiero
    volume di addii,  ma poich non era possibile,  da me non ne ha  avuto
    nessuno.
    RICCARDO:  E' cugino di nostro cugino;  ma non so,  quando il tempo lo
    richiamer dal bando,  se quel cugino verr  proprio  per  rivedere  i
    parenti.  Noi,  e Bushy e Bagot qui, e Green, abbiamo notato che corte
    faceva al popolino,  come sembrava insinuarsi nei  cuori  della  gente
    bassa  con cortesia condita di umilt e di familiarit,  come sprecava
    il suo riguardo usandolo con servi e cattivandosi i  poveri  artigiani
    con  l'arte dei sorrisi e con la paziente tolleranza della sua avversa
    fortuna,  come volesse portarsi via nel bando il loro affetto.  Qui si
    leva  il berretto a un'ostricaia;  l un paio di scaricatori di barili
    gli augurano buona fortuna e ne sono ripagati con  l'omaggio  del  suo
    pieghevole  ginocchio  e  con grazie,  concittadini e diletti amici,
    come se avesse sull'Inghilterra un diritto di futura propriet ed egli
    fosse l'oggetto prossimo delle speranze dei miei sudditi.
    GREEN: Intanto se ne  andato e con lui questi pensieri.  E  ora,  mio
    signore, bisogna provvedere immediatamente ai ribelli che resistono in
    Irlanda, prima che il tempo dia ad essi altri mezzi con loro vantaggio
    e a danno di Vostra Maest.
    RICCARDO:  Andremo  in persona a questa guerra.  Poich tenendo troppo
    gran corte e usando troppo generosa liberalit,  il nostro tesoro  s'
    alquanto  assottigliato,  siamo costretti ad appaltare le imposte.  Le
    entrate che ce ne verranno ci consentiranno  di  sopperire  ai  nostri
    bisogni  per  gli  affari  urgenti,   e  se  non  bastano,   i  nostri
    luogotenenti avranno cartelle di esazione in bianco  e,  dopo  essersi
    accertati dei ricchi, li tasseranno di grosse somme e mi manderanno il
    denaro per provvedere a quanto occorre. Noi andremo subito in Irlanda.
    (Entra Bushy).
    Bushy, che notizie ci porti?
    BUSHY: Il vecchio Giovanni di Gand, improvvisamente caduto ammalato, 
    in  gravi  condizioni;  e  mi  ha  mandato in gran fretta a supplicare
    Vostra Maest di visitarlo.
    RICCARDO: Dove si trova?
    BUSHY: Al Palazzo di Ely.
    RICCARDO: E ora Dio ispiri il suo  medico  a  spingerlo  presto  nella
    fossa.  Quello  di  cui  sono  foderati i suoi forzieri servir a fare
    abiti da vestire  i  soldati  in  queste  guerre  d'Irlanda.  Signori,
    venite,  andiamo a visitarlo.  Preghiamo Dio che, per quanto rapidi si
    vada, ci faccia arrivare troppo tardi.
    TUTTI: Amen!
    (Escono).






    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Il Palazzo di Ely.

    (Entra GIOVANNI DI GAND, ammalato, col DUCA DI YORK eccetera).
    GAND: Verr il re,  perch io possa impiegare il mio ultimo respiro in
    salutari consigli alla sua giovinezza irrequieta?
    YORK:  Non  tormentatevi,  e  risparmiate  il  fiato:  vani giungono i
    consigli ai suoi orecchi.
    GAND:  Oh!   ma  si  dice  che  le  parole  dei   moribondi   invitino
    all'attenzione  come  una profonda armonia: chi ha ancora poche parole
    da dire non le getta in vano,  e chi parla dolorando dice  la  verit.
    Chi  sar  di l a poco ridotto al silenzio per sempre  pi ascoltato
    di coloro a cui la giovinezza e gli agi hanno  insegnato  a  blandire.
    Pi si osserva la morte di un uomo che la sua vita passata: il sole al
    tramonto  e  i  dolci  accordi al finire di una musica,  come l'ultimo
    sapore di una  vivanda  prelibata,  gradevolissimo  proprio  perch  
    l'ultimo,  restano  impressi  nella memoria pi di tutto quello che li
    precedette. Sebbene Riccardo non abbia voluto ascoltare i consigli che
    gli dava la mia vita, pu darsi che il triste racconto della mia morte
    gli dissuggelli gli orecchi.
    YORK: No;  essi sono chiusi da altri suoni lusinghieri: dalle lodi che
    anche  i  saggi  amano,  dai  canti  lascivi  la  cui  musica velenosa
    l'orecchio dei giovani ascolta sempre e volentieri,  dalla descrizione
    delle  mode  che  ci  vengono  dalla  superba  Italia  e che la nostra
    nazione,  sebbene in ritardo e maldestra,  scimmiotta  zoppicando  con
    servile  imitazione.  Che frivolezze inventa la gente - e purch siano
    nuove poco importa se sono basse - che non gli siano  subito  soffiate
    negli  orecchi  ?  Troppo  tardi  allora  il  consiglio cerca di farsi
    sentire l dove la volont si ribella a quello che la ragione dimostra
    essere giusto. Non cercare di guidare chi vuole scegliere da s la sua
    strada: non sprecare il poco fiato che ti resta.
    GAND: Mi sembra di sentir nascere in me uno spirito profetico e, cos,
    morendo faccio questo presagio.  Questa sua gran fiammata  di  piaceri
    tumultuosi non pu durare a lungo,  perch il fuoco troppo vivo presto
    consuma se stesso; le pioggerelle continuano molto tempo, ma le bufere
    improvvise sono brevi;  chi sprona eccessivamente,  presto si stanca e
    chi  mangia  con  voracit,  il  cibo  lo soffoca;  la leggera vanit,
    cormorano insaziabile, consumando gli alimenti,  si riduce al punto di
    dover  divorare se stessa.  Questo splendido trono di re,  quest'isola
    scettrata,  questa terra di maest,  questa dimora  di  Marte,  questo
    nuovo  Eden  e Paradiso Terrestre,  questa fortezza che la natura si 
    creata contro le pestilenze e la violenza della guerra,  questa felice
    razza di uomini, questo microcosmo, questa pietra preziosa incastonata
    nel  mare  d'argento  che  la  difende  contro l'invidia di paesi meno
    felici, come un muro e un fossato difendono una casa; questo benedetto
    luogo, questa terra, questo regno, questa Inghilterra,  questa nutrice
    e  grembo  fecondo  di re veramente regali,  temuti per la loro razza,
    famosi per la loro nascita,  rinomati per le gesta,  pei servigi  resi
    alla  fede  e per la pura cavalleria sino nella pervicace Giudea dov'
    il sepolcro del Redentore, del Figlio della Vergine benedetta;  questa
    terra  di  nobili cuori,  questa dilettissima terra diletta per la sua
    reputazione in tutto il mondo - e  muoio  dal  dolore  dicendo  queste
    parole  -    ora  appaltata  come  una  casa  o  un  meschino podere.
    L'Inghilterra, cinta dal trionfante mare, l'Inghilterra, le cui sponde
    rocciose respingono l'assedio invidioso dell'acqueo Nettuno,    cinta
    ora  di infamia,  di scribacchiature,  di mandati in pergamena guasta.
    Quell'Inghilterra che  voleva  conquistare  gli  altri  ha  fatto  una
    vergognosa  conquista  di  se stessa.  Ah!  se questo scandalo potesse
    scomparire con la mia morte,  quanto felice sarei di uscire da  questa
    vita!

    (Entrano RE RICCARDO,  la REGINA,  AUMERLE, BUSHY, GREEN, BAGOT, ROSS,
    WILLOUGHBY).

    YORK: E' giunto il re: trattatelo con moderazione poich i puledri  di
    sangue, stuzzicati, recalcitrano di pi.
    REGINA: Come sta il nostro nobile zio Lancaster?
    RICCARDO: Che ti senti? Come va il vecchio Gand?
    GAND: Oh!  come questo nome risponde bene alla mia condizione! Vecchio
    Guanto davvero,  e risecchito per l'et;  l'affanno nel mio  cuore  ha
    fatto  un  doloroso digiuno,  e chi non si risecchisce astenendosi dal
    cibo?  Ho vegliato a lungo per l'Inghilterra che dormiva,  e la veglia
    genera magrezza e la magrezza  risecchita. Sono rigorosamente digiuno
    del piacere di cui certi padri si nutrono, voglio dire della vista dei
    mei  figli,  e  tu,  privandomene,  mi  hai disseccato come un vecchio
    guanto. Sono un guanto da gittarsi nella fossa,  e la tomba mi va come
    un guanto, la tomba il cui grembo vuoto non accoglie che ossa.
    RICCARDO:  Chi crederebbe che uno che sta male potesse fare s frivoli
    giochi di parole sul suo nome?
    GAND: No,   il dolore che si diverte a beffare se stesso;  giacch tu
    cerchi  di uccidere in me il nome della mia famiglia,  mi faccio beffe
    del mio nome, o gran re, per adularti.
    RICCARDO: Debbono proprio i morenti adulare quelli che vivono?
    GAND: No, no: sono i viventi che adulano i moribondi.
    RICCARDO: Eppure tu che stai per morire dici che mi aduli.
    GAND: Oh, no! sei tu che muori, sebbene dei due il pi malato sia io.
    RICCARDO: Ma io sono in buona salute,  vivo e vedo la gravit del  tuo
    male.
    GAND: Oh,  Colui che mi ha creato sa come vedo te; troppo ammalato per
    veder bene,  in te non vedo che male.  Il tuo letto di morte  il  tuo
    reame,  nel  quale  giaci  infermo nella reputazione,  e,  da ammalato
    negligente,  affidi la cura del tuo corpo consacrato a quei medici che
    ti  hanno  prima ferito.  Mille adulatori stanno dentro la tua corona:
    essa non cinge pi del tuo capo  eppure,  chiuso  entro  cos  stretto
    confine,  il guasto coincide con quello di tutto il reame.  Oh! se tuo
    nonno con occhio profetico avesse preveduto la  distruzione  dei  suoi
    figli  per  opera del figlio di suo figlio,  avrebbe allontanato da te
    tanta ignominia escludendoti  dalla  successione  al  trono,  che  ora
    occupi  solo  per  arrivare  un  giorno  a deporre te stesso.  Ebbene,
    cugino,  se tu fossi signore dell'intiero mondo,  sarebbe una vergogna
    appaltare il reame, ma non avendo altro al mondo che questo tuo reame,
     peggio che infamia recargli tanto oltraggio. Tu sei ora proprietario
    dell'Inghilterra,  e  non re;  cosi chi  al di sopra della legge si 
    assoggettato alla legge comune; e tu...
    RICCARDO: ...E tu sei un pazzo e un  cervello  risecco;  approfittando
    della  malattia che ti protegge,  osi coi tuoi gelidi ammonimenti fare
    impallidire le nostre guance,  cacciando  furiosamente  il  mio  reale
    sangue dalla sua sede naturale. Ora, per la maest della corona, se tu
    non  fossi  fratello  del gran figlio di Edoardo codesta lingua che ti
    scivola in testa con tanta impertinenza, ti farebbe scivolare la testa
    dalle spalle irriverenti.
    GAND: Non risparmiarmi, o figlio di mio fratello Edoardo,  solo perch
    sono figlio di suo padre Edoardo;  come il pellicano, hai gi spillato
    quel sangue e ne hai gozzovigliato sino ad ubriacartene.  Mio fratello
    Gloucester,  anima semplice e buona e possa godere felice fra le anime
    beate, serva d'esempio: egli  buon testimonio che non ti fai scrupolo
    di versare il sangue di Edoardo: unisci la tua forza  a  quella  della
    mia  malattia  e  il  tuo  malanimo  agisca come la vecchiaia deforme,
    recidendo un fiore gi  da  lungo  tempo  avvizzito.  Vivi  nella  tua
    vergogna,  ma  la tua vergogna ti sopravviva!  e da qui innanzi queste
    mie parole ti tormentino. Conducetemi a letto e poi nella tomba: amino
    vivere coloro che sono amati e onorati.

    (Esce portato dai suoi Servi).

    RICCARDO: E muoiano quelli che sono vecchi e imbronciati; tu sei l'uno
    e l'altro, e l'uno e l'altro stanno bene nella tomba.
    YORK: Supplico Vostra Maest di addebitare le  sue  parole  all'et  e
    alla malattia che non lo lasciano ragionare.  Egli vi ama, per la vita
    mia, e vi tien caro come Arrigo duca di Hereford se fosse qui.
    RICCARDO: Giusto!  dite proprio la verit: quale l'affetto di Hereford
    tale  il suo,  e quale il loro per me,  tale il mio per loro,  e cosi
    sia.

    (Entra NORTHUMBERLAND).

    NORTHUMBERLAND: Sire,  il vecchio Gand vuole essere ricordato a Vostra
    Maest.
    RICCARDO: E che dice?
    NORTHUMBERLAND:  Nulla;  quello  che  aveva da dire l'ha detto: la sua
    lingua  ora come uno strumento senza corde: il vecchio  Lancaster  ha
    speso le sue parole, la sua vita e tutto.
    YORK:  E  sia  York  quello  che  lo  seguir nel far cos bancarotta.
    Sebbene la morte ci privi di tutto,  almeno pone termine ai guai della
    nostra vita mortale.
    RICCARDO: Il frutto pi maturo   il primo a cadere, e cos  di lui;
    la sua vita  finita;  ma il nostro pellegrinaggio  tutto da fare;  e
    basti di ci.  E ora pensiamo alle nostre guerre  d'Irlanda.  Dobbiamo
    sradicare  questi  fanti  rozzi e irsuti che vivono come veleno dove a
    nessun altro essere velenoso  consentito di vivere;  e poich  questa
    grande   impresa   esige  mezzi  confischiamo  a  nostro  sussidio  il
    vasellame,  il denaro,  i redditi della terra  e  i  beni  mobili  che
    appartenevano a nostro zio Gand.
    YORK:  Quanto  dovr  pazientare?  quanti torti dovr soffrire per non
    venir meno al mio sollecito dovere?  N la  morte  di  Gloucester,  n
    l'esilio  di Hereford,  n le umiliazioni inflitte a Gand,  n i torti
    fatti a privati cittadini d'Inghilterra,  n  il  divieto  opposto  al
    matrimonio del povero Bolingbroke, n la perdita della benevolenza del
    re  mi hanno fatto inacerbire il paziente volto o appena aggrottare la
    fronte per risentimento contro il sovrano. Io sono l'ultimo figlio del
    grande Edoardo,  e tuo  padre,  il  principe  di  Galles,  ne  era  il
    primogenito:  non  vi  fu  mai leone pi fiero in guerra o agnello pi
    mite in pace di quel giovane principe.  Tu hai la stessa  sua  faccia,
    poich  proprio  cos  era  il  suo  aspetto quando aveva raggiunto il
    numero delle tue ore,  ma quando si incolleriva  lo  faceva  contro  i
    Francesi,  non  contro  i  suoi  parenti:  la  sua mano generosa prima
    conquistava quello che poi spendeva, e non spendeva quello che la mano
    vittoriosa del padre aveva conquistato.  Le sue mani  erano  pure  del
    sangue  dei  parenti e rosse del sangue dei nemici della sua famiglia.
    Oh!  Riccardo,  York  troppo trasportato dal dolore,  altrimenti  non
    farebbe simili paragoni.
    RICCARDO: Ma, zio, che avete?
    YORK: O mio signore,  perdonatemi,  di grazia, ma, se non volete, sar
    contento ugualmente.  Cercate di metter mano sui privilegi  e  diritti
    del bandito Hereford?  Se Gand  morto, non  Hereford ancor vivo? Non
    era Gand giusto e non  Arrigo fedele?  Non meritava il primo di avere
    un  erede  e  non  il suo erede un figlio meritevole?  Se distruggi i
    diritti di Hereford,  distruggi le carte e le consuetudini  consacrate
    dal tempo;  fai s che il domani non segua all'oggi,  e che tu non sia
    pi te stesso;  perch,  come mai puoi essere re,  se non per ordinata
    continuazione e successione? E ora davanti a Dio - e Dio voglia che mi
    sbagli  - se vi impadronite ingiustamente dei diritti di Hereford,  se
    annullate le lettere patenti  in  forza  delle  quali  ha  diritto  di
    chiedere  per  mezzo  dei  suoi procuratori generali la rivendicazione
    delle terre paterne,  e ricusate l'omaggio che vi offre,  vi  attirate
    sul  capo  mille  pericoli,  perdete mille cuori ben disposti verso di
    voi,  e inducete la mia sollecita pazienza a pensieri che il senso  di
    onore e di fedelt ora non mi permettono di concepire.
    RICCARDO:  Pensate come volete,  noi confischiamo il suo vasellame,  i
    suoi beni, e denaro e terre.
    YORK:  Non  voglio  fare  da  testimonio;  addio,  sire;  nessuno  pu
    prevedere  che  cosa  seguir;  ma   chiaro che le cattive azioni non
    possono andare a finir bene.
    (Esce).
    RICCARDO: Bushy, va' subito dal conte di Wiltshire,  e digli di venire
    da  noi al Palazzo di Ely per questa faccenda: domattina partiremo per
    l'Irlanda; ed  tempo,  credo.  In nostra assenza nostro zio York sar
    governatore  dell'Inghilterra,  perch    uomo  giusto e ci ha sempre
    amati; andiamo, regina,  domani ci separeremo;  ma sta' allegra perch
    la nostra assenza sar breve.

    (Squillo di trombe.  Escono il Re,  la Regina, Aumerle, Bushy, Green e
    Bagot).

    NORTHUMBERLAND: Ebbene, signori, il duca di Lancaster  morto.
    ROSS: E vivo, anche, poich ora suo figlio  duca.
    WILLOUGHBY: Solo pel titolo, non per la propriet.
    NORTHUMBERLAND: Lo sarebbe abbondantemente per l'uno e per l'altra  se
    la giustizia fosse rispettata.
    ROSS:  Il  mio  cuore    gonfio,  ma  scoppier  in silenzio prima di
    sgravarsi a parole.
    NORTHUMBERLAND: No;  di' quello che pensi: possa perder per sempre  la
    parola chi riferir le tue parole per farti del male.
    WILLOUGHBY: Quello che vorresti dire si riferisce al duca di Hereford?
    se    cos,  parla arditamente: il mio orecchio  pronto ad ascoltare
    chi gli vuol bene.
    ROSS: Non si tratta di bene che io possa  fargli,  salvo  che  non  si
    chiami  bene  aver  compassione  di  lui,  privato  e  spoglio del suo
    patrimonio.
    NORTHUMBERLAND: Ora, davanti a Dio,   vergogna che siano fatti simili
    torti a lui, che  principe di sangue reale, e a molti altri nobili in
    questo  paese  disgraziato.  Il  re non  padrone di se stesso,  ma si
    lascia guidar dagli adulatori e,  se per puro odio questi accusano  di
    una  colpa qualsiasi alcuno di noi,  il sovrano la punisce severamente
    in noi, nelle nostre vite, nei figli e negli eredi.
    ROSS: Ha smunto il popolo con gravi imposte e ne ha perduto l'affetto;
    e ha perduto l'affetto dei  nobili  imponendo  ammende  per  questioni
    morte e sepolte da un pezzo.
    WILLOUGHBY.  E ogni giorno s'inventano nuove forme di estorsioni, come
    mandati in bianco,  prestiti forzosi e non so che altro.  In  nome  di
    Dio, dove va a finire questo denaro?
    NORTHUMBERLAND:  Non  l'hanno  ingoiato  le  guerre,  perch non ne ha
    fatte; che anzi con vigliacche transazioni ha ceduto quello che i suoi
    nobili antenati avevano conquistato con la spada.  Ha speso pi lui in
    pace che loro in guerra.
    ROSS: Il conte di Wiltshire ha l'appalto delle imposte.
    WILLOUGHBY: Il re  in dissesto come un fallito qualunque.
    NORTHUMBERLAND: Vergogna e rovina gli pendono sul capo.
    ROSS:  A  dispetto  di  queste  gravose  imposizioni  non trova denaro
    sufficiente per le guerre d'Irlanda, se non derubando il duca bandito.
    NORTHUMBERLAND: E suo nobile parente. Re degenere!  Ma,  signori,  noi
    sentiamo il tuono di questa terribile tempesta e non cerchiamo rifugio
    contro la bufera; vediamo il vento soffiare con troppa violenza contro
    le nostre vele,  e non le ammainiamo, ma ci rassegniamo a morire senza
    far nulla.
    ROSS: Adesso comprendiamo bene a che sorta di naufragio si sta andando
    incontro;  ma ora il pericolo  inevitabile,  perch  non  ne  abbiamo
    rimosse in tempo le cause.
    NORTHUMBERLAND: Non  cos; anche attraverso alle vuote occhiaie della
    notte  vedo  la  vita far capolino,  ma non oso dire quanto vicino sia
    l'annuncio della nostra salvezza.
    WILLOUGHBY: No; apri i tuoi pensieri come ti abbiamo aperti i nostri.
    ROSS: Non aver timore d parlare, Northumberland. Noi tre non siamo che
    parte di te stesso;  parlandoci  come se pensassi fra te;  perci non
    temere.
    NORTHUMBERLAND: Allora cos stanno le cose.  Da Port Blanc, baia della
    Bretagna,  ho ricevuto notizie  che  Arrigo  duca  di  Hereford,  lord
    Reginaldo di Cobham, (il figlio di Riccardo, conte di Arundel), che di
    recente  fugg  dalla  casa  del  duca  di  Exeter,  suo  fratello gi
    arcivescovo  di  Canterbury,  sir  Tommaso  Erpingham,   sir  Giovanni
    Ramston,  sir  Giovanni  Norbery,  sir  Roberto  Waterton  e Francesco
    Quoint,  tutti costoro con otto belle navi  e  tremila  uomini  d'arme
    forniti  dal duca di Bretagna,  si dirigono qui quanto pi rapidamente
    possono  e   sperano   di   approdare   presto   alla   nostra   costa
    settentrionale;  anzi sarebbero gi arrivati,  se non attendessero che
    il re partisse prima per l'Irlanda. E,  allora,  se vogliamo scuoterci
    di  dosso  il giogo di questa schiavit e sanare l'ala rotta di questo
    povero paese, se desideriamo di riscattare da un esoso pegno la corona
    avvilita,  nettare la polvere che nasconde l'oro del nostro scettro  e
    ridare  alla  maest  la  figura  che  le  spetta,  correte  con  me a
    Ravenspurgh; ma se non vi regge l'animo e temete di farlo, restate qui
    e non dite nulla: andr io solo.
    ROSS: A cavallo, a cavallo! suggerite dubbi a chi ha paura.
    WILLOUGHBY: Se il mio cavallo resiste, sar il primo ad arrivare.


    SCENA SECONDA - Castello di Windsor.

    (Entrano la REGINA, BUSHY e BAGOT).
    BUSHY: Madama, Vostra Maest  troppo melanconica: quando vi separaste
    dal re prometteste di lasciare da parte la mestizia che intristisce  e
    di essere di umore lieto.
    REGINA:  Ho  promesso  per contentare il re ma,  per contentare la mia
    inclinazione, non so mantenere la promessa;  eppure non vedo per quale
    ragione io debba accogliere un ospite come l'affanno,  se non  perch
    ho dovuto dire addio  a  un  ospite  cos  dolce  come  il  mio  dolce
    Riccardo:  e  tuttavia  ho  l'impressione che qualche dolore non ancor
    nato,  ma ormai perfetto nel grembo della fortuna,  stia venendo verso
    di  me,  e  il mio animo nel suo intimo trema di un nonnulla;  esso si
    duole di qualche cosa che non  soltanto la  separazione  dal  re  mio
    signore.
    BUSHY:   Ciascuna   afflizione  sostanziale  ha  venti  ombre  che  le
    somigliano ma che non esistono effettivamente.  L'occhio  del  dolore,
    offuscato dalle lacrime che lo accecano, divide una sola cosa in molte
    immagini;  come quelle pitture,  che,  viste direttamente, non offrono
    all'occhio che confusione  e,  guardate  obliquamente,  consentono  di
    distinguere  le  forme.  Cos  Vostra  Maest,  guardando di sbieco la
    partenza del vostro signore,  vi trova da piangere non lui,  ma  varie
    forme  di  dolore;  e queste,  osservate per quel che sono,  risultano
    soltanto ombre  di  quello  che  non  .  Perci,  amatissima  regina,
    lamentate solo la partenza del vostro sire, pi di quello non si vede,
    o se lo si vede,  con l'occhio falso dell'affanno che piange per cose
    immaginarie come se fossero vere.
    REGINA:  Pu  darsi;  eppure il cuore mi dice che non  cos.  In ogni
    modo non riesco ad essere che triste,  cos profondamente triste  che,
    sebbene non mi fissi su alcun particolare pensiero, mi sembra di venir
    meno per questo nulla che mi opprime.
    BUSHY: Non  che un'idea, mia graziosa signora.
    REGINA:  Non lo  affatto;  un'idea viene sempre da qualche dispiacere
    che l'ha  generata:  la  mia  non    cos.  Perch  nulla  ha  creato
    quell'alcunch ond'io mi affliggo, o alcuno ha in s quel nulla che mi
    affligge,  ed  io posseggo presuntivamente.  Ma quel che sia non si sa
    ancora, n posso darle un nome: afflizione immotivata!

    (Entra GREEN).

    GREEN: Dio salvi Vostra Maest, e ben trovati,  signori.  Spero che il
    re non si sia ancora imbarcato per l'Irlanda.
    REGINA: Perch lo speri? Meglio sarebbe sperare il contrarlo, poich i
    suoi piani esigono prontezza e la prontezza vuole speranza.  Perch ti
    auguri quindi che non sia partito?
    GREEN: Perch egli che  la grande  nostra  speranza,  avrebbe  potuto
    riportare  qui il suo esercito e infrangere le speranze del nemico che
    con ingenti forze ha messo piede su questa terra;  l'esule Bolingbroke
    si   richiamato da s dal bando e con armi minacciosamente brandite 
    giunto a Ravenspurgh.
    REGINA: Dio non voglia!
    GREEN: Ah!  madama,   purtroppo vero:  e  quel  che    peggio,  lord
    Northumberland,  il suo giovane figlio Arrigo Percy,  Ross, Beaumond e
    Willoughby con tutti i loro amici potenti  sono  corsi  sotto  le  sue
    bandiere.
    BUSHY:  Perch  non  avete  proclamato  traditori Northumberland e gli
    altri ribelli?
    GREEN: L'abbiamo fatto,  e allora il conte di Worcester ha spezzato il
    suo  bastone,  ha rinunciato all'ufficio di siniscalco e tutti i servi
    di casa reale sono fuggiti con lui da Bolingbroke.
    REGINA: Cos, Green, tu fai da levatrice al mio dolore e Bolingbroke 
    la spaventosa progenie del mio affanno.  Ora la mia anima ha  dato  in
    luce  il  mostro e io,  ancora ansante per il recente parto,  ho unito
    doglia a doglia, affanno ad affanno.
    BUSHY: Non disperate, madama.
    REGINA: Chi me lo vieter?  voglio disperare ed  essere  nemica  della
    speranza  ingannatrice:  essa    un'adulatrice,  una  parassita,  una
    stornatrice della morte che dolcemente scioglierebbe  i  legami  della
    vita, mentre la falsa speranza li fa durare sino all'estremo.

    (Entra YORK).

    GREEN: Ecco qui il duca di York.
    REGINA:  Con  la  gorgiera,  segno di guerra,  intorno al suo collo di
    vecchio: oh,  il suo viso  pieno di ansiosa cura!  Zio,  per amor del
    cielo, ditemi delle parole di conforto.
    YORK:  Se lo facessi,  mentirei a me stesso.  Il conforto  in cielo e
    noi siamo sulla terra,  dove non sono che contrariet ansie e  dolori.
    Vostro  marito    andato a vincere fuori,  mentre altri sono venuti a
    farlo perdere qui.  A tenere in piedi il paese sono rimasto io che per
    la vecchiaia non riesco a tenere in piedi me stesso. Ecco venuta l'ora
    della  nausea  provocata  dal suo stravizio: adesso metter alla prova
    gli amici che lo adulavano.
    (Entra un SERVO).
    SERVO: Mio signore,  vostro figlio  era  gi  partito  prima  del  mio
    arrivo.
    YORK: Davvero?  ebbene,  e cos sia!  vada tutto come vuole andare!  I
    nobili sono fuggiti,  il popolo  freddo,  e temo che si ribeller  in
    favore  di  Hereford.  Giovanotto,  va'  a  Plashy da mia cognata,  la
    duchessa di Gloucester e dille  di  mandarmi  subito  mille  sterline.
    Tieni; prendi questo anello.
    SERVO: Mio signore,  ho dimenticato di dirvi che, venendo qui, mi sono
    fermato da lei; ma vi affligger se vi riferir il resto.
    YORK: Che  mai, birbone?
    SERVO: La duchessa era morta un'ora prima che arrivassi.
    YORK: Dio abbia piet di noi!  Che tempesta  di  guai  si  abbatte  su
    questa povera terra tutta in una volta! Non so che fare: oh! se il re,
    sempre  salva  la mia fedelt,  mi avesse fatto uccidere insieme a mio
    fratello!  Come?  non si mandano corrieri in Irlanda?  in che modo  si
    trover il denaro per queste guerre?  Suvvia, sorella - cugina, dovrei
    dire - vi prego, perdonatemi. E tu vattene; vai a casa,  cerca qualche
    carro  e  porta via tutte le armi che trovi.  (Esce il Servo) Signori,
    volete andare a passare in rivista i soldati? Se vi assicurassi che so
    in che modo o con che mezzo mettere un po' d'ordine in queste faccende
    cos disordinate che mi sono state cacciate tra mano, dite che sono un
    gran bugiardo. Tutt'e due sono miei parenti: uno  il sovrano e il mio
    giuramento e il mio dovere esigono che io lo difenda;  l'altro  a  sua
    volta  un parente al quale il re ha fatto torto,  e la coscienza e il
    vincolo di sangue vogliono che gli  renda  giustizia.  Bene,  qualcosa
    bisogna pur fare.  Venite,  cugina,  provveder a voi in qualche modo.
    Signori,  andate a ispezionare i  soldati  e  raggiungetemi  subito  a
    Berkeley.  E  dovrei  anche andare a Plashy;  ma le circostanze non lo
    permettono: tutto  sottosopra e ogni cosa  a soqquadro.
    (Escono York e la Regina).
    BUSHY: Il vento  favorevole per le notizie che vanno in  Irlanda,  ma
    di  l non ne ritorna nessuna.  E' impossibile che riusciamo a mettere
    insieme forze sufficienti a fronteggiare il nemico.
    GREEN: Inoltre,  essendo cos legati d'affetto  al  re,  ci  attiriamo
    l'odio di chi per il re non ha nessun affetto.
    BAGOT: E questo  il popolo,  che  incostante perch ha l'amore nella
    borsa, e chi la vuota riempie il suo cuore di odio mortale.
    BUSHY: E in ci il re  condannato da tutti.
    BAGOT: Se tocca al popolo giudicare, siamo spacciati anche noi, perch
    siamo sempre stati per il re.
    GREEN: Ma!  cercher rifugio nel castello di Bristol,  dove   gi  il
    conte di Wiltshire.
    BUSHY:  E  l  andr  con  voi;  il popolo pieno d'odio non far tanti
    complimenti e ci far a brani con la furia di cani arrabbiati.  Venite
    anche voi?
    BAGOT: No;  me ne vado in Irlanda da Sua Maest. Addio: se il cuore mi
    dice la verit, ci separiamo qui per non incontrarci mai pi.
    BUSHY: Questo dipende dal fatto che il duca riesca o no  a  ricacciare
    Bolingbroke.
    GREEN:  Ahim,  povero  duca!  gli hanno dato da contare i granelli di
    sabbia e da vuotare l'oceano a sorsate: per uno che combatter al  suo
    fianco, mille scapperanno. Addio ancora una volta e per sempre.
    BUSHY: Chiss! potremmo ritrovarci di nuovo.
    BAGOT: Temo che non sar mai.
    (Escono).



    SCENA TERZA - Luogo selvaggio nella Contea di Gloucester.

    (Entrano BOLINGBROKE e NORTHUMBERLAND con Truppe).
    BOLINGBROKE: Quanto c' di qui a Berkeley, mio signore?
    NORTHUMBERLAND:  Credetemi,  nobile  signore,  non  conosco affatto la
    contea di Gloucester.  Queste colline alte e selvagge,  queste  strade
    aspre  e  irregolari  sembrano  render  le  miglia  pi  lunghe  e pi
    faticose;  eppure la vostra amabile conversazione    stata  come  uno
    zucchero che ha addolcito e reso piacevole la dura via.  E chiss come
    Ross  e  Willoughby  avranno  trovato  estenuante   il   percorso   da
    Ravenspurgh a Cotswold senza la vostra compagnia che,  ve lo assicuro,
    ha molto alleviato il lungo tedio  del  mio  viaggio;  ma  il  loro  
    rallegrato  dalla  speranza  di  avere  presto il beneficio che io gi
    posseggo; e il godimento allo stato di speranza , come piacere,  poco
    meno  del  godimento  in  atto:  e  con questo pensiero quegli stanchi
    signori faranno parer breve il loro cammino,  come ho fatto io con  la
    vista di ci che ho gi, la vostra nobile compagnia.
    BOLINGBROKE:  La  mia  compagnia  vale  assai meno che le vostre buone
    parole. Ma chi  costui che si avvicina?
    (Entra ENRICO PERCY).
    NORTHUMBERLAND: E' mio figlio, il giovane Arrigo Percy, e lo manda mio
    fratello Worcester, non so da dove. Arrigo, come sta tuo zio?
    PERCY: Credevo di aver sue notizie da voi.
    NORTHUMBERLAND: Come! non  con la regina?
    PERCY: No,  mio buon signore;  ha lasciato la corte,  spezzato il  suo
    bastone e sciolta la Casa Reale.
    NORTHUMBERLAND:  Perch l'ha fatto?  l'ultima volta che ci siamo visti
    non sembrava che fosse di questa idea.
    PERCY: Perch Vostra signoria  stato proclamato traditore.  Se  ne  
    andato a Ravenspurgh,  mio signore, per offrire i suoi servigi al duca
    di Hereford,  e mi ha mandato a Berkeley per accertare che forze abbia
    raccolte  il  duca  di  York,  con  l'ordine  dopo di ci di recarmi a
    Ravenspurgh.
    NORTHUMBERLAND: Hai dimenticato il duca di Hereford, ragazzo mio?
    PERCY: No,  mio buon signore;  non posso dimenticare quello che non ho
    mai conosciuto: e per quello che ne so, non gli ho mai messo gli occhi
    addosso in vita mia.
    NORTHUMBERLAND: Impara allora a conoscerlo: questo  il duca.
    PERCY:  Mio  nobile  signore,  vi  offro i miei servigi per quello che
    valgono,  inesperti,  grezzi e immaturi;  ma l'et li  maturer  e  li
    rassoder sino a renderli utili e degni di lode.
    BOLINGBROKE:  Ti  ringrazio,  gentile Percy,  e sta' sicuro che la mia
    maggiore felicit  di avere un cuore che non dimentica gli amici; man
    mano che la mia  fortuna  maturer  per  effetto  del  tuo  amore,  ti
    ripagher della tua fedelt. Il mio cuore ti fa tale promessa e questa
    stretta di mano la suggella.
    NORTHUMBERLAND:  Quanto  c' di qui  Berkeley?  e che fa col il buon
    vecchio York coi suoi uomini d'arme?
    PERCY: Ecco l il castello  presso  quel  folto  d'alberi,  difeso  da
    trecento uomini,  come mi hanno detto; e vi sono il duca di York, lord
    Berkeley e lord Seymour,  ma  nessun  altro  di  gran  nome  o  nobile
    reputazione.
    (Entrano ROSS e WILLOUGHBY).
    NORTHUMBERLAND:  Ecco  qui lord Ross e lord Willoughby con gli speroni
    coperti di sangue e accesi in volto per la rapida corsa.
    BOLINGBROKE: Benvenuti,  signori.  Vedo che il vostro amore  in cerca
    di un traditore bandito;  tutto il mio tesoro consiste per ora solo di
    ringraziamenti non tangibili,  ma cresciuto,  ricompenser  il  vostro
    affetto e le vostre fatiche.
    ROSS: Basta la vostra presenza ad arricchirci, nobilissimo signore.
    WILLOUGHBY: E supera assai la fatica che abbiamo durata.
    BOLINGBROKE: E ancora ringraziamenti, che sono il tesoro dei poveri; e
    questo deve tener luogo di liberalit finch la mia fortuna sia uscita
    di minore et. Ma chi viene qua?
    (Entra BERKELEY).
    NORTHUMBERLAND: E' lord Berkeley, mi sembra.
    BERKELEY:. Lord Hereford, vi porto un'ambasciata
    BOLINGBROKE:  E  io,  signore,  non rispondo che al nome di Lancaster:
    questo  il titolo che sono venuto a cercare in Inghilterra,  e questo
    titolo  debbo  sentire  dalle  vostre  labbra  prima  di  replicare  a
    qualunque cosa siate per dire.
    BERKELEY: Non equivocare,  signore;  non  mia intenzione di  detrarre
    una  pur  minima parte dal titolo che vi compete.  Qualunque esso sia,
    vengo da voi mandato dal nobile Reggente di questo paese,  il duca  di
    York,  per  chiedervi  che cosa vi spinge ad approfittare dell'assenza
    del re e ad atterrire questa pacifica terra con armi nazionali.
    (Entra il DUCA DI YORK col Seguito).
    BOLINGBROKE: Non occorre che mandi la risposta per mezzo vostro:  ecco
    qui Sua Grazia in persona. Mio nobile zio!
    (Si inginocchia).
    YORK:  Mostrami  l'umilt  del  tuo cuore e non l'omaggio poco sincero
    della tua genuflessione.
    BOLINGBROKE: Mio grazioso zio!
    YORK: Zitto, zitto! non parlare di zio e di grazia. Non sono zio di un
    traditore e quella parola grazia  profanata quando la  proferiscono
    labbra  malgraziose.  Perch  questi  piedi cacciati e banditi osarono
    calpestare anche per un istante la polvere  della  terra  inglese?  Ma
    altre  domande  ti  debbo fare.  Perch hanno osato marciare per tante
    miglia in questo pacifico paese,  spaventando i provvidi villaggi  con
    la  guerra e ostentando queste armi disonorate?  vieni perch la sacra
    persona del re  lontana? Ebbene, sciocco ragazzo, il re  qui: il suo
    potere sta nel mio petto leale.  Se io fossi quell'ardente giovane che
    ero  quando  con  tuo  padre,  il valoroso Gand,  salvai dalle mani di
    migliaia di Francesi il Principe Nero,  quel  giovane  Marte  fra  gli
    uomini,  con  che prontezza questo mio braccio,  ora prigioniero della
    parlesia, punirebbe debitamente te e la tua colpa!
    BOLINGBROKE: Mio grazioso zio,  ditemi qual  la mia colpa,  e in  che
    cosa precisamente consiste.
    YORK:  Consiste  nella  cosa peggiore che vi possa essere,  grossolana
    ribellione e odioso tradimento:  tu  sei  bandito,  e  prima  che  sia
    spirato il termine, ritorni, sfidando con le armi il tuo sovrano.
    BOLINGBROKE: Fui bandito come Hereford,  ma ritorno come Lancaster; e,
    nobile zio,  prego Vostra Grazia di  considerare  con  imparzialit  i
    torti che mi sono stati fatti.  Voi siete mio padre,  perch in voi mi
    sembra di vedere il  vecchio  Gand  redivivo:  e  allora,  padre  mio,
    permetterete  che  io  resti condannato a questo vagabondaggio?  che i
    miei diritti e le mie sovrane prerogative mi siano tolti per  forza  e
    dati  a  dissipatori  e  a  gente che viene dal nulla?  Che diritti mi
    conferisce la mia nascita?  se il mio reale cugino  re d'Inghilterra.
    si deve concedere che io sono duca di Lancaster.  Voi avete un figlio,
    Aumerle,  il mio nobile cugino: se voi foste morto prima ed egli fosse
    stato calpestato cos,  in suo zio Gand avrebbe trovato un padre,  uno
    che avrebbe dato caccia spietata a chi gli aveva fatto  torto.  Mi  si
    vieta  di  rivendicare  i  miei diritti nelle forme legali;  eppure le
    lettere patenti me ne danno facolt.  I beni di mio padre  sono  stati
    confiscati  e  venduti;  e  questi e tutto il resto sperperati.  E che
    vorreste che facessi?  Sono un suddito e invoco  la  protezione  della
    legge:  mi  si negano i patrocinatori e allora vengo io a reclamare in
    persona il  rispetto  dei  diritti  ereditari  che  mi  competono  per
    legittima discendenza.
    NORTHUMBERLAND: Il nobile duca  stato troppo maltrattato.
    ROSS: Tocca a Vostra Grazia rendergli giustizia.
    WILLOUGHBY:  Uomini  di nessun conto sono stati arricchiti con la roba
    sua.
    YORK: Signori d'Inghilterra,  lasciatemi dir questo:  avevo  coscienza
    dei  torti  fatti a mio nipote e cercai per quanto potei che gli fosse
    resa giustizia;  ma non sta bene che venga a questo modo,  in atto  di
    sfida armata, ad aprirsi con violenza la strada e a farsi giustizia da
    s,  commettendo  una  grave  colpa:  e  voi  che lo aiutate in questa
    impresa, favorite la ribellione e siete tutti ribelli.
    NORTHUMBERLAND: Il nobile duca ha giurato che viene  solo  per  essere
    reintegrato nei suoi diritti;  e poich questo fine  giusto,  abbiamo
    tutti preso impegno di aiutarlo;  e non possa godere gioia alcuna  chi
    vien meno a questo giuramento.
    YORK:  Bene,  bene,  capisco come andranno a finire questi preparativi
    guerreschi: non posso porvi riparo,  lo confesso,  perch le mie forze
    sono poche e in cattiva condizione: ma,  se potessi,  per Colui che mi
    ha creato,  vi arresterei tutti e vi ridurrei alla  sovrana  merc  di
    Riccardo. Ma giacch non posso farlo, sappiate che rimango neutrale. E
    cos,  addio;  salvo che non vogliate entrare nel castello e riposarvi
    la notte.
    BOLINGBROKE: E' un'offerta che  accettiamo,  zio;  ma  desideriamo  di
    indur Vostra Grazia a venire con noi al castello di Bristol, occupato,
    come  si dice,  da Bushy,  Bagot e dai loro complici,  parassiti dello
    stato che ho giurato di estirpare e distruggere.
    YORK: Pu darsi che io venga con voi;  ma no,  ci penser,  perch non
    vorrei  venir meno alle leggi del mio paese.  Se non siete n amici n
    nemici,  siate i benvenuti;  ormai ci che    senza  rimedio  non  mi
    interessa pi.
    (Escono).




    SCENA QUARTA - Un campo nel Galles.

    (Entrano SALISBURY e un Capitano gallese).
    CAPITANO: Lord Salisbury, abbiamo atteso dieci giorni, tenendo insieme
    a stento i nostri uomini,  e ancora non si sa nulla del re.  Quindi ci
    scioglieremo: addio.
    SALISBURY: Resta ancora un giorno, fedele Gallese;  il re ripone in te
    la massima fiducia.
    CAPITANO: Si dice che il re sia morto: non ci fermeremo.  Le piante di
    lauro nel nostro paese sono tutte appassite e le meteore spaventano le
    stelle fisse del cielo;  la pallida luna guarda sanguigna la  terra  e
    profeti  emaciati vanno sussurrando terribili mutamenti: i ricchi sono
    mesti e i violenti saltano e ballano: gli uni per  timore  di  perdere
    quello che posseggono,  gli altri per la speranza di acquistare quello
    che non hanno con le prepotenze e con la  guerra.  Questi  segni  sono
    presagi della morte o della caduta di re.  Addio: i nostri compatrioti
    sono tutti fuggiti, certi ormai che il loro re Riccardo  morto.
    (Esce).
    SALISBURY: Ah! Riccardo, nella mia mente attristata vedo la tua gloria
    come una stella cadente precipitare dal cielo su questa vile terra. Il
    tuo sole tramonta lacrimoso nell'umile occidente,  indizio  sicuro  di
    prossime  tempeste,  dolori  e  scompigli.  Gli amici sono fuggiti per
    servire il nemico, e la fortuna ti contrasta ogni successo.
    (Esce).




















    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Bristol. Davanti al Castello.

    (Entrano BOLINGBROKE, YORK, NORTHUMBERLAND, ROSS,  PERCY,  WILLOUGHBY,
    con BUSHY e GREEN, prigionieri).
    BOLINGBROKE:  Conduceteli qui.  Bushy e Green,  non voglio tormentarvi
    l'anima,  che presto dovr separarsi dal corpo,  rinfacciandovi troppo
    aspramente  come  siete  malvissuti: non sarebbe carit;  eppure,  per
    lavarmi le mani del vostro sangue,  qui in presenza di  questi  uomini
    dir alcune delle ragioni per cui vi mando a morte.  Avete traviato un
    principe,  un buon re,  un gentiluomo felice per sangue e per aspetto;
    l'avete reso infelice e sfigurato del tutto. In un certo senso con gli
    stravizi  avete  creato  un  divorzio tra la regina e lui,  turbato il
    possesso d'un talamo regale e macchiata la bellezza  del  volto  d'una
    leggiadra  regina  con  lacrime  provocate dai vostri turpi torti.  Io
    stesso,  principe per sorte della mia nascita,  consanguineo del re  e
    amato da lui, finch non mi metteste in mala luce, ho chinato la testa
    sotto  le  vostre  offese  e  ho  esalato  i  miei  sospiri inglesi in
    straniere  nubi,  mangiando  l'amaro  pane  dell'esilio,   mentre  voi
    attendevate a divorare i miei domini, ad aprire i parchi, abbattere le
    foreste, togliere dalle finestre gli stemmi della mia casa, cancellare
    le  imprese  araldiche,  non lasciando segno che mostrasse al mondo il
    mio carattere di gentiluomo salvo il mio  sangue  e  l'opinione  degli
    uomini.  Per  queste  e  molte,  anzi moltissime altre ragioni,  siete
    condannati a morte. Fateli condurre al patibolo.
    BUSHY: Il colpo che mi dar la morte mi  pi gradito  di  quello  che
    non sia Bolingbroke all'Inghilterra. Signori, addio.
    GREEN:  Il  mio  conforto   che il cielo accoglier le nostre anime e
    punir l'ingiustizia con le pene dell'inferno.
    BOLINGBROKE: Lord Northumberland, vedete che siano spacciati.  (Escono
    Northumberland e altri coi Prigionieri) Zio,  voi dite che la regina 
    in casa vostra. Per amor di Dio sia ben trattata;  ditele che le mando
    il  mio  omaggio:  interessatevi  in  modo  particolare che le vengano
    portati i miei saluti.
    YORK: Le ho mandato un mio gentiluomo con lettere che si dilungano sul
    vostro affetto per lei.
    BOLINGBROKE: Grazie,  buono zio.  via,  signori,  andiamo a combattere
    contro Glendower e i suoi complici: prima il lavoro e poi lo spasso.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La costa del Galles. Si vede un Castello.

    (Suono di tamburi e trombe.  Bandiere. Entrano RE RICCARDO, il VESCOVO
    DI CARLISLE, AUMERLE e Soldati).
    RICCARDO: Questo che si vede  il castello di Barkloughly?
    AUMERLE: Si,  mio signore.  Che impressione vi fa l'aria di terra dopo
    essere stato sballottato sino a poco fa sul mare tempestoso?
    RICCARDO:  Assai  piacevole,  n  pu essere altrimenti: piango per la
    gioia di ritrovarmi ancora in questo regno. Cara terra, con la mano ti
    saluto,  sebbene i ribelli ti feriscano con gli zoccoli  dei  cavalli:
    come  una  madre  che    stata  a  lungo  lontana dal figlio,  quando
    finalmente lo ritrova, quasi si trastulla col pianto e col riso,  cos
    piangendo e ridendo ti saluto,  o terra, e ti rendo omaggio con le mie
    reali mani.  Mio dolce paese,  non nutrire il nemico del tuo re e  non
    saziarne  gli avidi sensi coi tuoi doni migliori;  i lenti rospi,  e i
    ragni che ti  succhiano  il  veleno,  si  pongano  sulla  loro  via  e
    disturbino i perfidi piedi che ti calpestano con passi usurpatori. Da'
    pungenti  ortiche  ai  miei avversari e quando dal tuo seno colgono un
    fiore, mettigli a guardia, ti prego, una vipera nascosta che col tocco
    della lingua forcuta possa  dar  morte  ai  nemici  del  sovrano.  Non
    ridete,  signori,  di  questo  appello  a cose inanimate: questa terra
    diverr sensibile,  e queste pietre si  cangeranno  in  uomini  armati
    prima  che  il  suo legittimo re vacilli sotto i colpi di questa turpe
    ribellione.
    CARLISLE: Non temete,  sire;  quel potere divino che vi  ha  fatto  re
    sapr  conservarvi  re  a  dispetto di tutto.  I mezzi che il cielo ci
    offre debbono essere  accolti  a  braccia  aperte  e  non  trascurati,
    altrimenti,  se  Dio  vuole e noi non usiamo buona volont,   come se
    rifiutassimo deliberatamente l'offerta che il cielo ci fa di  soccorso
    e di rimedio ai mali.
    AUMERLE:  La  sua  idea,  mio  signore,   che siamo troppo indolenti,
    mentre Bolingbroke,  approfittando  del  nostro  senso  di  sicurezza,
    diventa sempre pi forte e grande raccogliendo denaro e truppe.
    RICCARDO: Oh,  cugino,  troppo pronto allo sconforto,  non sai tu che,
    quando i raggi penetranti del sole scompaiono ai nostri occhi e  vanno
    a  illuminare l'altro emisfero,  ladri e predoni arditamente qui vanno
    in giro non visti  a  commettere  eccessi  sanguinosi  e  omicidi;  ma
    allorch, rispuntando da sotto al nostro orizzonte, infuoca le superbe
    cime dei pini e dardeggia con la sua luce l dove la colpa si rintana,
    allora gli omicidi, i tradimenti e ogni detestabile peccato, strappato
    loro  di  dosso il manto della notte,  stanno nudi e spogli e tremanti
    alla vista di se stessi?  Cos questo ladro e  traditore  Bolingbroke,
    mentre  vagavamo  agli  antipodi,  ha  tripudiato  sfrenatamente nella
    notte,  ma se ci vedr sorgere all'oriente,  cio sul nostro trono,  i
    suoi  tradimenti  gli  appariranno  in  volto  rossi di vergogna e non
    potran sopportare la  vista  del  giorno,  ma  paurosi  di  se  stessi
    tremeranno  pel  suo  delitto.  Neanche  tutta l'acqua dell'aspro mare
    procelloso pu togliere il balsamo al re consacrato,  n il fiato  dei
    mortali  pu  deporre  il  vicario  eletto  da  Dio: per ogni uomo che
    Bolingbroke ha arruolato perch levi la  perniciosa  spada  contro  la
    nostra  aurea  corona,  Dio ha al suo soldo celestiale per Riccardo un
    angelo splendente; e allora se gli angeli combattono, i deboli mortali
    sono costretti a cadere, perch il cielo protegge sempre il giusto.
    (Entra SALISBURY).
    Benvenuto mio signore; quant' lontano il vostro esercito?
    SALISBURY: N pi vicino n pi  lontano  di  questo  debole  braccio.
    Sire,  lo  sconforto  mi guida la lingua e non le lascia proferire che
    parole di disperazione. Un giorno di ritardo, temo,  ha steso una nube
    su  tutti  i tuoi giorni felici sulla terra.  Oh!  richiama in vita la
    giornata di ieri,  ordina al tempo di retrocedere,  e avrai dodicimila
    combattenti.   Oggi,   oggi      troppo   tardi   e   questo   giorno
    disgraziatamente distrugge gioia,  amici,  fortuna,  autorit,  perch
    tutti i Gallesi, sentendo dire che eri morto, sono passati dalla parte
    di Bolingbroke, si sono dispersi o sono fuggiti.
    AUMERLE: Coraggio mio sovrano! perch Vostra Grazia impallidisce cos?
    RICCARDO: Il sangue di ventimila uomini esultava or ora sul mio volto,
    e adesso son fuggiti; e finch non ve ne affluisca altrettanto, non ho
    forse  ragione  di essere pallido e smorto?  Tutti quelli che vogliono
    salvarsi fuggono dal mio fianco,  perch il tempo ha messo una macchia
    sul mio orgoglio.
    AUMERLE: Confortatevi, sire; non dimenticate chi siete.
    RICCARDO:   Davvero,   avevo  dimenticato  me  stesso:  non  sono  re?
    svegliati, codarda maest,  tu dormi.  Il nome del re non vale da solo
    quanto ventimila altri nomi?  Armati,  armati,  nome mio!  Un meschino
    suddito cerca di colpire la tua grande gloria.  Non guardate in terra,
    favoriti  del  sovrano:  non  siamo noi in alto?  e alti siano anche i
    nostri pensieri.  So che mio zio York ha quante forze  fanno  al  caso
    nostro. Ma chi viene a questa volta?
    (Entra SCROOP).
    SCROOP:  Salute  e  felicit  al  mio sire,  pi di quanta non possano
    recargli le mie parole che han suono d'ansia.
    RICCARDO: Ho l'orecchio aperto e il cuore preparato: il peggio che  tu
    possa  annunciarmi   la perdita di cose terrene.  Vieni forse a dirmi
    che la corona  perduta? ebbene, non era che una fonte di cure,  e che
    perdita    liberarsi dalle cure?  Bolingbroke cerca di uguagliarci in
    grandezza?  in ogni modo non sar pi grande di noi: se  servir  Dio,
    noi  pure  lo  serviremo  e  saremo  suoi  uguali.  I  miei sudditi si
    ribellano?  non sappiamo che farci: vengono meno alla fede dovuta  non
    solo  a  noi,  ma  anche  a  Dio.  Annuncia pure dolore,  distruzione,
    decadimento e rovina;  il peggio  la morte,  e  alla  morte  non  c'
    rimedio.
    SCROOP: Sono lieto che Vostra Maest sia cos ben preparato a ricevere
    notizie  dolorose.  Come  un  giorno  tempestoso  fa  inaspettatamente
    straripare i fiumi argentei, quasich il mondo si sciogliesse tutto in
    lacrime, cos,  oltre ogni limite,  gonfia la furia di Bolingbroke che
    copre la vostra terra impaurita con ferro duro e lucente,  e cuori pi
    duri del ferro.  I vegliardi hanno armato con  l'elmo  il  capo  calvo
    contro  la  tua  maest,  i  ragazzi che parlano ancora con accenti di
    donna,  cercano di fare la voce grossa e contro la tua corona  coprono
    con rigida incomoda armatura le femminee membra; persino gli oranti da
    te  prezzolati tendono contro la tua autorit gli archi fatti di tasso
    doppiamente mortifero. S, contro il tuo trono le donne hanno lanciato
    la conocchia per impugnare alabarde arrugginite;  giovani e vecchi  si
    ribellano e tutto va peggio di quanto io non sappia dirti.
    RICCARDO:  Bene,  anche  troppo  bene  hai raccontato questa storia di
    malanni. Dov' il conte di Wiltshire? dov' Bagot? che cosa  accaduto
    di Bushy?  Green dov'?  sono loro che hanno  permesso  al  pericoloso
    nemico di percorrere indisturbato i nostri territori.  Se vinco, me la
    pagheranno con la testa.  Sono certo che  si  sono  rappacificati  con
    Bolingbroke.
    SCROOP: Proprio davvero, sire, hanno fatto pace con lui.
    RICCARDO:   O  furfanti,   vipere,   maledetti  senza  possibilit  di
    redenzione!  cani pronti a far festa a chiunque!  serpenti  riscaldati
    col  sangue  del  mio  cuore  e  che al cuore mi pungete!  tre Giuda e
    ciascuno tre volte peggio di Giuda!  Hanno voluto  far  pace,  eh?  il
    terribile inferno faccia guerra per questa colpa alle loro anime nere.
    SCROOP: Il dolce amore,  lo vedo, cambiando natura, diventa l'odio pi
    amaro e mortale; ritirate le maledizioni che avete scagliate contro le
    loro anime: hanno fatto pace, offrendo la testa,  non la mano.  Coloro
    che  voi  maledite  hanno  sentito  il pi grave colpo che morte possa
    infliggere, e giacciono bassi, sepolti nella fossa.
    AUMERLE: Bushy, Green e il conte di Wiltshire sono morti?
    SCROOP: S, sono stati decapitati a Bristol.
    AUMERLE: Dov' mio padre, il duca, con tutte le sue truppe?
    RICCARDO: Non importa dove; nessuno mi parli di conforti;  parliamo di
    tombe, vermi ed epitaffi; facciamo della polvere la nostra carta e con
    la  pioggia  degli  occhi  nostri  scriviamo il nostro dolore sul seno
    della terra.  Parliamo di testamenti e designiamo  gli  esecutori,  ma
    neanche di questo, perch che cosa possiamo lasciare alla terra se non
    la  nostra  persona di re deposto?  I nostri domini,  la nostra vita e
    tutto  di Bolingbroke,  e nulla possiamo dir nostro se non la morte e
    quel  piccolo  calco  di  terra  sterile  che servir di sformato e di
    copertura alle nostre ossa. Per amor di Dio,  sediamo sulla nuda terra
    e raccontiamo tristi storie della morte dei re: come alcuni sono stati
    deposti,  altri uccisi in guerra, alcuni perseguitati dagli spettri di
    coloro a cui avevano tolto il trono,  alcuni uccisi nel sonno,  alcuni
    avvelenati dalle mogli e tutti assassinati. Entro al cavo della corona
    che cinge le tempie mortali di un re la Morte tien corte e l siede la
    beffarda  schernendo  col  suo  ghigno  la  maest  e la pompa di lui,
    concedendogli un breve respiro,  una breve scena in cui egli recita la
    parte del monarca, si fa temere e uccide con gli sguardi, dandogli una
    vana opinione di s come se questa carne che avvolge il nostro spirito
    vitale  fosse  un  muro  inespugnabile  di bronzo;  e dopo averne cos
    assecondato gli umori,  la Morte viene da ultimo e  con  uno  spillino
    trapassa  il  muro del castello,  e addio re!  Copritevi il capo e non
    fatevi beffe,  usandogli  solenne  reverenza,  di  quel  che    fatto
    soltanto  di  carne  ed  ossa:  gettate  al  vento  il  rispetto,   le
    tradizioni,  le formalit e le cerimonie,  perch non mi avete  ancora
    compreso:  vivo di pane come voi,  sento gli stessi bisogni,  provo il
    medesimo dolore,  mi occorrono amici come  a  voi;  soggetto  a  tutte
    queste necessit, come potete dire che sono un re?
    CARLISLE:  Mio  signore,  i  saggi  non  stanno  con le mani in mano a
    piangere i loro dolori ma senz'altro cercano di distruggere  le  cause
    di guai futuri.  La paura del nemico, poich la paura toglie le forze,
    indebolendovi accresce la potenza dell'avversario,  e cos  le  vostre
    follie combattono contro voi medesimo.  Se avete paura, siete morto; e
    niente di peggio vi pu capitare se combattete;  morire combattendo  
    trionfare  della  morte,  mentre  muore  schiavo della morte chi muore
    temendo.
    AUMERLE: Mio padre ha soldati;  chiedete di lui e cercate di creare un
    corpo da un membro.
    RICCARDO: I tuoi rimproveri sono giusti.  Superbo Bolingbroke, verr a
    lotta con te per decidere la nostra sorte: questo accesso di  paura  
    dissipato.  Compito  facile    conquistare  quello  che    nostro di
    diritto.  Di',  Scroop,  dov' nostro zio con le sue  truppe?  Parlami
    dolcemente, sebbene il tuo viso sia rabbuiato.
    SCROOP: Gli uomini, scrutando il cielo la mattina, capiscono come sar
    il  giorno;  cos dalla tristezza e dall'abbattimento dei mio sguardo,
    potete comprendere che la mia lingua ha una storia ancor pi  dolorosa
    da  raccontare:  ma farei come chi prolunga la tortura del reo,  se vi
    comunicassi un po' per volta il peggio  di  quello  che  debbo  dirvi:
    vostro zio York si  unito a Bolingbroke,  tutti i vostri castelli del
    settentrione sono perduti, e tutti i gentiluomini del mezzogiorno sono
    passati in armi dalla sua parte.
    RICCARDO: Basta cos.  (Ad Aumerle) Maledetto sia tu,  cugino,  che mi
    hai distolto dalla dolce via che conduce alla disperazione. Che hai da
    dirmi  ora?  che  conforto mi puoi dare?  Per il cielo,  d'ora innanzi
    odier eternamente colui che mi parla di conforto. Andiamo al castello
    di Flint;  io re vi languir,  schiavo obbediente di un regale dolore.
    Congedo  le  mie  truppe,  vadano  ad  arare la terra che pu dar loro
    qualche speranza di raccolto: io non posso darne nessuna.  Non cercate
    di farmi mutare pensiero, ch sarebbe vano consiglio.
    AUMERLE: Sire, una parola.
    RICCARDO:  Mi  fa  doppio torto chi mi ferisce con le adulazioni della
    sua lingua.  Congedate i mici seguaci: se ne  vadano  dalla  notte  di
    Riccardo al giorno luminoso di Bolingbroke.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Galles. Davanti al Castello di Flint.

    (Entrano  con  tamburi e bandiere BOLINGBROKE,  YORK,  NORTHUMBERLAND,
    persone del Seguito e Soldati).
    BOLINGBROKE: Cos queste notizie ci  dicono  che  i  Gallesi  si  sono
    dispersi e che Salisbury  andato a ricevere il re sbarcato da poco su
    queste coste con alcuni amici personali.
    NORTHUMBERLAND:  Buone  notizie,  mio signore: Riccardo ha nascosto il
    capo non lontano di qui.
    YORK: Sarebbe pi decoroso per lord Northumberland dire re Riccardo:
    brutto giorno quando un re consacrato deve nascondere il capo.
    NORTHUMBERLAND:  Vostra  Grazia  sbaglia;  ho  omesso  il  titolo  per
    brevit.
    YORK:  Tempo  fu  gi che se aveste tagliato cos corto con lui,  egli
    avrebbe tagliato corto con voi e,  per aver alzato cos la  testa,  vi
    avrebbe tagliato corto di tutta la testa.
    BOLINGBROKE: Zio, non fraintendete pi del necessario.
    YORK: E voi,  buon cugino, non prendete pi del necessario, perch non
    ci accada di fraintendere e dimenticare che il cielo ci sta  sopra  la
    testa.
    BOLINGBROKE:  Lo so,  zio,  e non mi oppongo alla sua volont.  Ma chi
    viene?
    (Entra PERCY).
    Benvenuto, Arrigo; il castello non si arrende?
    PERCY: Il castello  regalmente presidiato, mio signore, contro il tuo
    accesso.
    BOLINGBROKE: Regalmente! come! non racchiude mica un re?
    PERCY: S,  mio buon signore,  C' proprio un re;  re  Riccardo    in
    quella cinta di calcina e di pietra, e con lui sono lord Aumerle, lord
    Salisbury,  sir Stefano Scroop,  oltre a un venerato ecclesiastico; ma
    chi sia non so.
    NORTHUMBERLAND: Probabilmente  il vescovo di Carlisle.
    BOLINGBROKE: Nobili signori,  andate alle dure coste  di  quell'antico
    castello,  fate suonar l'oricalco a parlamento entro i suoi smozzicati
    orecchi,  e cos  annunciate  che  Enrico  Bolingbroke  piega  ambo  i
    ginocchi e bacia la mano a re Riccardo, e alla sua reale persona manda
    l'omaggio  della sua sudditanza e sincera lealt.  Qui vengo a deporre
    le armi ai suoi piedi,  se la revoca del mio bando e  la  restituzione
    delle  terre siano assolutamente concessi;  se no,  user il vantaggio
    della mia forza e bagner questa polvere estiva col sangue che piover
    dalle ferite di inglesi massacrati.  Ma il mio atteggiamento  umile  e
    ossequioso   devotamente  mostra  quanto  sia  lontano  dall'animo  di
    Bolingbroke il pensiero di imbevere  di  tal  tempesta  sanguinosa  il
    verde  e  fresco  grembo  della  bella terra di re Riccardo.  Andate a
    dirgli questo,  mentre marciamo  qui  sul  tappeto  erboso  di  questa
    pianura.  Marciamo,  ma senza il rullo minaccioso dei tamburi,  perch
    dai vacillanti merli di questo castello si possa osservare il perfetto
    ordinamento delle  nostre  truppe.  Se  re  Riccardo  ed  io  dobbiamo
    incontrarci  alla  guisa  terribile del fuoco e dell'acqua,  quando il
    loro urto tonante squarcia le nuvolose gote  del  cielo,  sia  lui  il
    fuoco e io l'acqua arrendevole, suo il furore, mentr'io far cadere la
    pioggia  sulla terra: sulla terra e non su lui.  Marciamo e osserviamo
    il contegno di re Riccardo.
    (Di fuori si chiama a parlamentare, di dentro si risponde; poi squillo
    di trombe.  Entrano sulle mura RE RICCARDO,  il VESCOVO  DI  CARLISLE,
    AUMERLE, SCROOP e SALISBURY).
    Guardate,  guardate  re Riccardo;  sembra il sole che esce dalle porte
    infuocate  dell'oriente,  rosso  di  malumore,  perch  vede  le  nubi
    invidiose  che  si  ostinano  a velarne lo splendore e a deturparne il
    luminoso cammino verso l'occaso.
    YORK: Eppure ha un aspetto veramente regale;  guardate il suo  occhio,
    vivo  come quello dell'aquila,  che illumina la sua maest di sovrano.
    Ahim!  Oh,  dolore!  se la sventura avesse  a  macchiare  cos  belle
    sembianze.
    RICCARDO: Siamo stupiti;  (a Northumberland) e a lungo abbiamo atteso,
    credendo di essere tuo legittimo sovrano, che piegassi il ginocchio in
    reverente omaggio.  Se lo siamo,  come dimenticano le tue giunture  di
    rendere  il  loro rispettoso ossequio alla nostra presenza?  Se non lo
    siamo,  mostraci la mano di Dio che  ci  ha  tolto  l'ufficio  di  suo
    vicario,  perch  ben  sappiamo che nessuna mano di carne e d'ossa pu
    impugnare il nostro scettro senza profanarlo,  rapirlo o usurparlo.  E
    sebbene crediate che tutti, come avete fatto voi, abbian fatto strazio
    delle  loro  anime  straniandole da noi,  e che siamo del tutto nudi e
    privi di amici,  sappiate che il mio  signore,  Dio  onnipotente,  sta
    apprestando  in cielo a mio favore un esercito di pestilenze,  ed esse
    colpiranno i vostri discendenti che non sono ancor nati  e  concepiti,
    perch  alzate  la mano di vassalli contro il mio capo e minacciate lo
    splendore della mia gloriosa corona.  Dite a  Bolingbroke,  poich  mi
    sembra  che  sia laggi,  che ogni suo passo sulla mia terra  un nero
    tradimento;  egli  venuto ad  aprire  il  purpureo  testamento  della
    sanguinosa guerra: ma,  prima che la corona a cui aspira viva in pace,
    diecimila corone insanguinate,  diecimila  teste  di  figli  di  mamma
    sfigureranno  il  volto  fiorente dell'Inghilterra,  ne cambieranno il
    pallore verginale di pace in accesa indignazione e  bagneranno  l'erba
    dei suoi pascoli di leale sangue inglese.
    NORTHUMBERLAND:  Il  Re  del cielo non voglia che il re nostro signore
    sia aggredito da una guerra civile  e  incivile.  Il  tuo  nobilissimo
    cugino  Enrico Bolingbroke,  ti bacia umilmente le mani e per la tomba
    onorata che copre le ossa del vostro avo,  pel sangue reale che scorre
    nelle vene di entrambi e sgorga da una stessa purissima fonte,  per il
    braccio sepolto del bellicoso Giovanni  di  Gand,  per  la  dignit  e
    l'onore  suoi  propri che sono i beni pi alti per cui si pu giurare,
    ti assicura che la sua venuta qui non ha altro scopo che di  reclamare
    i diritti ereditari di principe del sangue e per chiedere in ginocchio
    che  gli  sia  subito  tolto il bando;  e,  tostoch ci gli sia stato
    accordato da parte tua  come  re,  consegner  alla  ruggine  le  armi
    lucenti,  alle  stalle i cavalli bardati e il cuore al fedele servizio
    di Vostra Maest. Egli giura da principe che questo  giusto e io,  da
    gentiluomo, gli presto fede.
    RICCARDO:  Northumberland,  digli  che il re cos gli risponde: il suo
    nobile cugino  qui il benvenuto  e  tutte  le  sue  giuste  richieste
    saranno senz'altro soddisfatte. Con le tue pi amabili parole porgi il
    mio affettuoso saluto alla sua deferente attenzione.  (Ad Aumerle) Noi
    ci abbassiamo - non  vero,  cugino?- con questa meschina figura e con
    queste parole cos belle?  Dobbiamo richiamare Northumberland, mandare
    un messaggio di sfida al traditore, e cos morire?
    AUMERLE: No, mio buon signore; combattiamo con le belle parole, finch
    il tempo non ci porti amici, e gli amici l'aiuto delle spade.
    RICCARDO: Oh,  Dio,  Dio!  non posso pensare che questa lingua che  ha
    pronunciato  contro  quel  superbo  la  temuta condanna del bando,  la
    revochi con parole lusinghiere.  Potessi essere grande quanto  il  mio
    dolore  o meno grande del mio titolo!  o almeno dimenticare quello che
    sono stato o non ricordare quello che  debbo  essere  ora!  Ti  gonfi,
    orgoglioso cuor mio? batti pure sin che vuoi, giacch i nemici possono
    battere sin che vogliono te e me.
    AUMERLE:  Ecco  Northumberland  che  ritorna  dopo  aver  parlato  con
    Bolingbroke.
    RICCARDO: Che deve fare il re  ora?  sottomettersi?  il  re  lo  far,
    lasciarsi deporre? il re si rassegner; perdere il nome di re? in nome
    di  Dio se ne vada anche quello.  Dar i miei gioielli per un rosario,
    il mio fastoso palazzo per un romitaggio,  le gaie vesti per la tonaca
    di chi vive di carit, le tazze cesellate per una ciotola di legno, lo
    scettro  per  un bordone di pellegrino,  i miei sudditi per un paio di
    santi scolpiti e il mio gran regno per  una  piccola  tomba,  per  una
    tomba  piccolissima  e  oscura;  anzi  mi far seppellire nella strada
    regia dove passano tutti e  dove  a  ogni  ora  i  piedi  dei  sudditi
    potranno calpestare il capo del sovrano;  poich,  quanto al cuore, lo
    calpestano ora che son vivo,  e quando sar morto,  perch  dovrebbero
    far  cos  anche  con la testa?  Aumerle,  tu piangi,  pietoso cugino!
    Faremo il brutto tempo con le nostre lacrime  disprezzate;  esse  e  i
    nostri sospiri faranno allettare il grano estivo e nascere la carestia
    in questo paese di ribelli.  Oppure ci divertiremo coi nostri dolori e
    piangeremo a gara in graziosa  foggia,  lasciando  cadere  le  lagrime
    sempre  nello  stesso  luogo finch non ci abbiano scavato in terra un
    paio di fosse,  e,  ivi sotterrati,  si scriver: Qui  giacciono  due
    parenti che si scavarono la fossa col pianto! E tutto questo male non
    farebbe bella figura? Ma comprendo io stesso che parlo a vanvera e che
    ridete di me. Potentissimo principe, monsignore di Northumberland, che
    dice  re  Bolingbroke?  dar  Sua  Maest licenza a Riccardo di vivere
    sinch  non  muoia?  se  voi,  Northumberland,  gli  fate  un  inchino
    Bolingbroke dir di s.
    NORTHUMBERLAND:  Mio  signore,   vi  attende  nella  bassa  corte  per
    parlarvi; compiacetevi di scendere.
    RICCARDO: Scendo, scendo, come Fetonte splendente, quando non riusciva
    pi a reggere i cavalli recalcitranti. Nella bassa corte?  Bassa corte
    davvero,  dove il re si abbassa a rispondere all'invito di traditori e
    a far loro riverenza. Nella bassa corte? abbasso? Abbasso la corte!  e
    abbasso il re!  poich le civette stridono dove le allodole dovrebbero
    salire nell'aria cantando.
    (Esce dall'alto).
    BOLINGBROKE: Che dice Sua Maest?
    NORTHUMBERLAND: Il cordoglio e il dolore gli fan dire stoltezze,  come
    se fosse impazzito: eppure eccolo qui che viene.
    (Entrano in basso RE RICCARDO con Seguito).
    BOLINGBROKE:  State tutti in disparte e trattate Sua Maest col dovuto
    rispetto. (Si inginocchia) Mio nobile sire...
    RICCARDO: Bel cugino,  voi avvilite il principesco  ginocchio  e  fate
    inorgoglire  la vile terra curvandovi sino a toccarla.  Vorrei sentire
    nel cuore il vostro affetto,  piuttosto che  vedere  con  occhio  poco
    compiaciuto codesti atti cerimoniosi.  Su, cugino, su; il vostro cuore
     in alto, lo so; sin qui almeno, sebbene il ginocchio sia in basso.
    BOLINGBROKE: Mio amato sovrano, vengo a chiedere soltanto quello che 
    mio.
    RICCARDO: E' vostro quello che  vostro, e io sono vostro e ogni altra
    cosa ancora.
    BOLINGBROKE: Mio venerato signore,  sarete mio in quanto il mio fedele
    servizio meriter il vostro amore.
    RICCARDO:  Voi  meritate  certo: chi sa il modo pi forte e pi sicuro
    per  ottenere,  merita  di  possedere.  Zio,  datemi  la  mano,   anzi
    asciugatevi  gli  occhi: le lacrime sono una dimostrazione di affetto,
    ma non curano nessun male.  Cugino,  sono troppo  giovane  per  essere
    vostro  padre,  sebbene  voi  siate  vecchio abbastanza per essere mio
    erede.  Quello che volete ve lo dar e volentieri,  poich bisogna far
    quello che la forza ci impone.  A Londra si deve andare, cugino, non 
    vero?
    BOLINGBROKE: S, mio buon signore.
    RICCARDO: E allora non debbo dir di no.
    (Squillo di trombe. Escono).


    SCENA QUARTA - Langley. Il Giardino del Duca di York.

    (Entrano la REGINA e due Dame).
    REGINA: Che giuoco dobbiamo inventare qui in giardino per cacciar  via
    il pensiero ansioso che mi opprime?
    DAMA: Madama, possiamo giocare alle bocce.
    REGINA:  Mi  far  pensare  che  il mondo  pieno di inciampi e che la
    fortuna, come le bocce, va di traverso.
    DAMA: Possiamo danzare.
    REGINA: Le mie gambe non potrebbero,  per divertimento,  osservare  la
    debita  misura,  quando senza misura  il dolore nel mio povero cuore.
    Perci niente danze, ragazza: qualche altro giuoco.
    DAMA: Madama, raccontiamo storie.
    REGINA: Di dolore o di piacere?
    DAMA: Dell'uno e dell'altro.
    REGINA: N dell'uno n dell'altro, ragazza; poich se di piacere,  che
    mi  manca  del  tutto,  mi farebbe sentire ancor pi il dolore;  se di
    dolore, poich non sento altro, si aggiungerebbe altro dolore alla mia
    mancanza di gioia: non giova che stia a ricontare il dolore che  sento
    n che mi lagni della gioia che mi manca.
    DAMA: Madama, allora canter.
    REGINA:  Buon  per  te,  che  hai ragione di farlo;  ma mi faresti pi
    piacere se piangessi.
    DAMA: Saprei piangere, signora, se vi facesse bene.
    REGINA: Se il piangere mi facesse  bene,  canterei,  e  non  chiederei
    lacrime in prestito a te.
    (Entrano un Giardiniere e due Servi).
    Ma  taci,  ecco  qua i giardinieri.  Nascondiamoci all'ombra di questi
    alberi.  Scommetto tutta la mia miseria per una cartina di spilli  che
    parleranno  di  politica,  perch  tutti  lo fanno quando si preparano
    grandi mutamenti: il dolore precorre al dolore.
    (La Regina e le Dame si ritirano).
    GIARDINIERE: Andate a legare quelle albicocche ciondolanti  che,  come
    figli  indocili,  fanno  curvare  il  padre  sotto  il peso della loro
    prodigalit: tu puntella i rami che si piegano,  e tu vai  a  tagliare
    come  un  boia  la  testa  dei  rami  che crescono troppo presto e che
    sembrano  troppo  alti  in  questa  nostra  repubblica:  noi  vogliamo
    l'uguaglianza.  Mentre  fate  questo  andr  a  sradicare  le  erbacce
    pestilenziali che senza frutto assorbono i fertili succhi del suolo  e
    li tolgono ai fiori salubri.
    SERVO:  Perch  dovremmo entro questo piccolo recinto osservare leggi,
    forme,  e debite proporzioni,  e farne come il modellino di uno  stato
    bene  ordinato,   quando  il  nostro  giardino  circondato  dal  mare,
    l'intiero paese,  pieno di erbacce, i suoi fiori pi belli soffocati,
    i suoi alberi da frutta non potati,  le siepi in rovina,  le aiole  in
    disordine, e le erbe salutari coperte di bruchi?
    GIARDINIERE:   Zitto!   colui   che   ha  tollerato  questo  disordine
    primaverile  giunto ora alla caduta  delle  foglie:  le  erbacce  che
    erano  protette  dalle  sue  ampie  foglie e che sembravano tenerlo su
    mentre invece se lo divoravano,  sono state estirpate e  distrutte  da
    Bolingbroke, voglio dire il conte di Wiltshire, Bushy e Green.
    SERVO: Come? sono morti?
    GIARDINIERE:  S,  sono  morti;  e Bolingbroke ha fatto prigioniero il
    prodigo re.  Oh!  che peccato che non abbia curata e coltivata la  sua
    terra come noi questo giardino.  Noi al momento opportuno incidiamo la
    corteccia che  come la pelle degli alberi fruttiferi,  perch essendo
    troppo ricchi di linfa e di sangue, non siano guasti dalla pletora; se
    avesse  fatto  altrettanto  coi  grandi  e  con gli ambiziosi,  questi
    avrebbero potuto vivere sino a dar frutti di zelo ed egli a  gustarli.
    Noi  potiamo  i  rami  superflui per dar vita agli altri: se lo avesse
    fatto anche lui,  continuerebbe  a  portar  la  corona  che  il  tempo
    sciupato in frivolezze gli ha fatto perdere.
    SERVO: Come? credete allora che il re sar deposto?
    GIARDINIERE: Umiliato  gi, e si teme che sar deposto: un caro amico
    del  duca  di  York  ieri sera ha ricevuto lettere che portano cattive
    notizie.
    REGINA: Se non parlo mi par  di  morire.  (Facendosi  avanti)  Tu  che
    sembri il vecchio Adamo messo a coltivare questo giardino, come osa la
    tua lingua aspra e rozza parlare di queste notizie penose?  Quale Eva,
    quale serpente ti hanno suggerito di  far  cadere  una  seconda  volta
    questa umanit maledetta? perch dici che re Riccardo  deposto? e osi
    tu, che sei poco meglio della terra, predire la sua caduta? Di': dove,
    quando e come hai saputo queste brutte notizie? parla, sciagurato.
    GIARDINIERE:  Perdonatemi,  madama.  Non mi fa nessun piacere riferire
    queste notizie;  eppure quello che dico  vero.  Re Riccardo    nella
    stretta  possente  di  Bolingbroke:  la  loro fortuna  stata messa in
    bilancia;  nel piatto del vostro signore non ci sono che lui  e  pochi
    esseri  frivoli  che ne diminuiscono il peso;  ma in quello del grande
    Bolingbroke oltre a lui stesso vi sono tutti i  pari  d'Inghilterra  e
    con  questa  giunta  la  bilancia trabocca dalla sua parte.  Correte a
    Londra e vedete se non  cos; non dico se non quello che sanno tutti.
    REGINA: O sventura dal piede cosi leggero e veloce,  il tuo  messaggio
    era  per  me,  e  io sono l'ultima a conoscerlo!  Oh!  tu mi servi per
    l'ultima,  perch io conservi pi a lungo il dolore in cuore.  Suvvia,
    signore,  andiamo  ad  incontrare  a  Londra  il  re di Londra nel suo
    dolore.  Come?  sono forse nata per adornare con la mia  tristezza  il
    trionfo del grande Bolingbroke? Giardiniere, poich mi hai dato queste
    notizie cos dolorose, possano le piante che innesti non crescere mai.
    (Escono la Regina e le Dame).
    GIARDINIERE:  Povera  regina!  Vorrei che la mia arte sentisse il peso
    della tua maledizione, se questo potesse migliorare il tuo stato.  Qui
    dove ha lasciato cadere una lacrima metter un cespo di ruta,  l'amara
    pianta della contrizione. La ruta,  simbolo di piet,  si vedr presto
    qui a ricordo della regina piangente.
    (Escono).

    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Westminster Hall.

    (Entrano,  come per una seduta del Parlamento,  BOLINGBROKE,  AUMERLE,
    NORTHUMBERLAND,  PERCY,  FITZWATER,  SURREY,  il VESCOVO DI  CARLISLE,
    L'ABATE DI WESTMINSTER, un Lord, un Araldo, Ufficiali e BAGOT).
    BOLINGBROKE: Chiamate Bagot.  Ora,  Bagot,  di' liberamente quello che
    pensi; che sai della morte del nobile Gloucester? chi vi ha indotto il
    re,  e chi  stato il sanguinario autore  materiale  della  sua  morte
    prematura?
    BAGOT: Allora mettetemi a confronto con lord Aumerle.
    BOLINGBROKE: Cugino, fatti avanti e guarda in faccia quest'uomo.
    BAGOT: Lord Aumerle, so che la vostra lingua audace sdegna di ritrarre
    quello  che  ha  detto  una  volta.  Nel cuore della notte,  quando si
    tramava la morte di Gloucester,  vi sentii dire: Non  il mio braccio
    lungo  tanto  da  giungere  dalla quieta corte inglese sino a Calais e
    alla testa di mio zio?.  E  sempre  quella  volta,  fra  molti  altri
    discorsi che si fecero, vi sentii dichiarare che avreste avuto caro di
    rifiutare  l'offerta  di  centomila  corone  pur  di  non assistere al
    ritorno di Bolingbroke  in  Inghilterra,  e  aggiungeste  inoltre  che
    sarebbe  stata  una  gran  fortuna per il paese se vostro cugino fosse
    morto.
    AUMERLE: Principi e nobili signori,  che  debbo  rispondere  a  questo
    dappoco?  Debbo  disonorare  la  mia  buona stella e punirlo da pari a
    pari?  s,  se non voglio lasciar macchiare il mio onore dalle  accuse
    calunniose  che  vengono  dalle  sue  labbra.  Questo  il guanto,  il
    mandato della morte che ti  destina  all'inferno:  dico  che  menti  e
    sosterr che hai detto il falso,  versando il tuo sangue,  sebbene sia
    troppo vile  perch  se  ne  macchi  la  tempra  della  mia  spada  di
    cavaliere.
    BOLINGBROKE: Fermati, Bagot; non raccoglierlo.
    AUMERLE:  Tranne  uno,  vorrei che colui che mi ha cos mosso a sdegno
    fosse il pi grande dei presenti.
    FITZWATER: Se il tuo valore fa tanto caso dell'uguaglianza  di  rango,
    eccoti  il mio guanto,  Aumerle,  contro il tuo.  Per quel sole che mi
    permette di vederti dove sei, ti ho sentito dire e menar vanto di aver
    provocato la morte del nobile Gloucester.  Anche  se  lo  neghi  venti
    volte,  menti,  e  con la punta della mia spada volger questa falsit
    contro il tuo cuore dove fu fabbricata.
    AUMERLE: Codardo, non verr mai quel giorno, se dipende da te.
    FITZWATER: Per l'anima mia, vorrei che fosse ora.
    AUMERLE: Fitzwater, sarai dannato per questa menzogna.
    PERCY: Aumerle,  tu menti;  accusandoti egli agisce da uomo di onore e
    tu, negando, sei ingiusto; e che tu lo sia, lo prover sino all'ultimo
    respiro: ecco qua il mio guanto; prendilo se osi.
    AUMERLE: E se non lo faccio, mi si incancreniscano le mani e non siano
    pi  in grado di brandire la spada vendicatrice sull'elmo scintillante
    del mio nemico.
    LORD: La terra riceva anche il mio guanto,  Aumerle  spergiuro,  e  ti
    getto  in  faccia  tante  smentite quante se ne possono gridare al tuo
    orecchio traditore in un intiero giorno: questo   il  pegno  del  mio
    onore, consideralo come una sfida a combattere se hai coraggio.
    AUMERLE:  Chi  altri  mi  lancia una sfida?  Per il cielo,  le accetto
    tutte: nel mio solo  petto  ho  coraggio  per  mille  e  mi  sento  di
    rispondere a ventimila come voi.
    SURREY:  Lord  Fitzwater,  ricordo  benissimo  quando  voi  e  Aumerle
    parlaste.
    FITZWATER: Giusto! eravate presente e potete testimoniare che  vero.
    SURREY: Tanto falso, per il cielo, quanto il cielo stesso  vero.
    FITZWATER: Surrey, tu menti.
    SURREY: Ragazzaccio senza onore,  codesta tua bugia  dar  tanto  peso
    alla mia spada che mi vendicher appieno,  finch tu bugiardo e le tue
    bugie finiate nella terra bgia,  quieti come il teschio di tuo padre.
    E a prova di ci ecco il pegno del mio onore, se osi raccoglierlo come
    sfida al combattimento.
    FITZWATER: Sciocco!  tu sproni un cavallo anche troppo focoso.  Con la
    stessa tranquillit con cui  mangio,  bevo,  respiro  e  vivo,  oserei
    incontrare  Surrey  anche in un deserto e sputargli in faccia e dirgli
    che mente,  mente,  mente: ecco qua il pegno della  mia  fede  che  ti
    condurr  al castigo che ti meriti.  Come  vero che spero felicit da
    questo nuovo ordine di cose,  Aumerle  colpevole di  ci  di  cui  lo
    accuso.  Inoltre  sentii  dire  dal  bandito  duca  di Norfolk che tu,
    Aumerle,  mandasti due dei tuoi uomini a Calais per uccidere il nobile
    duca.
    AUMERLE:  Qualche buon cristiano mi dia un pegno perch possa dire che
    Norfolk mente: ecco,  getto a terra questo per mettere alla  prova  il
    suo onore, se sar richiamato dal bando.
    BOLINGBROKE:  Queste  contese  restino  allo  stato  di sfida,  finch
    Norfolk sia richiamato;  e lo sar e,  sebbene sia  mio  nemico,  sar
    reintegrato  nel  possesso  delle  sue  terre e signorie;  quando sar
    ritornato,  ordineremo che abbia luogo  la  prova  delle  armi  contro
    Aumerle.
    CARLISLE:  Quel  giorno onorato non si vedr mai pi.  Norfolk nel suo
    esilio molte volte combatt per Ges  Cristo  in  gloriose  battaglie,
    spiegando l'insegna della Croce contro i Mori,  i Turchi e i Saraceni;
    ed esausto per le fatiche della guerra si ritir in  Italia,  e  l  a
    Venezia  rese il suo corpo alla terra di quel bel paese e l'anima pura
    al suo duce,  Cristo,  sotto le cui bandiere aveva combattuto  cos  a
    lungo.
    BOLINGBROKE: Come, vescovo! Norfolk  morto?
    CARLISLE: Come  vero che io vivo, mio signore.
    BOLINGBROKE:  Una  dolce pace riconduca la sua nobile anima in seno al
    buon vecchio Abramo. Voi, sfidanti,  le vostre contese resteranno allo
    stato  di  sfida  finch  non  vi  abbiamo  assegnato  il  giorno  del
    combattimento.
    (Entra YORK col Seguito).
    YORK: Grande duca di Lancaster,  vengo a te da  parte  dello  spennato
    Riccardo.  Con  animo volenteroso egli ti adotta come suo erede e cede
    lo scettro alla tua mano regale;  ora che puoi considerarti  come  suo
    successore,  sali sul trono: viva lungamente Enrico,  quarto di questo
    nome.
    BOLINGBROKE: In nome di Dio, ascender al trono reale.
    CARLISLE: Dio non voglia! Qui sono da meno di tutti, ma a me pi che a
    tutti gli altri si conviene dire la verit. Volesse Dio che fra quanti
    dignitari son qui ve ne fosse uno degno di  giudicare  onestamente  il
    nobile Riccardo!  E allora la genuina nobilt d'animo gli insegnerebbe
    a guardarsi da cos turpe offesa.  Quale suddito pu condannare il suo
    re e chi,  fra coloro che sono qui, non  suddito di Riccardo? I ladri
    stessi,  per quanto evidentemente colpevoli,  non sono  condannati  in
    loro assenza,  e colui che  l'immagine della maest divina,  capitano
    di Dio,  luogotenente e vicario scelto da Lui,  consacrato,  coronato,
    assiso in trono da molti anni,  sar giudicato da una bocca soggetta e
    inferiore, senz'essere presente?  Oh!  Dio,  non lasciare che in terra
    cristiana  anime  pure  commettano  tale  iniquit,  cos  nera,  cos
    immonda!  Parlo da suddito a suddito,  mosso da Dio a intervenire cos
    arditamente pel suo re. Monsignore di Hereford, che voi chiamate re, 
    un  vergognoso  traditore  del  sovrano  del  superbo  Hereford: se lo
    incoronate,  ecco la mia profezia: il terreno si ingrasser del sangue
    degli  Inglesi,  e le et future gemeranno per questa turpe azione: la
    pace andr a posarsi fra i Turchi e gli infedeli,  e in questa  dimora
    dell'ordine le guerre tumultuose armeranno i parenti contro i parenti,
    i  fratelli  contro  i fratelli: disordini orrori,  paura e ribellione
    impereranno qui,  e questo paese sar chiamato campo del Golgota e dei
    teschi  umani.  Se  contrapponete  a  un ramo un altro ramo della casa
    reale,  ne uscir la pi dolorosa divisione che abbia  colpito  questa
    terra  maledetta.  Impeditelo,  opponetevi,  non  lasciate che accada,
    perch i figli e i figli dei  figli  non  abbiano  a  gridare  Ahim
    contro di voi.
    NORTHUMBERLAND:  Avete  perorato  bene,  messere,  e  in  compenso  vi
    dichiariamo in arresto per alto tradimento. Monsignore di Westminster,
    prendetelo in consegna sino al giorno del  giudizio.  Signori,  volete
    accogliere la richiesta dei Comuni?
    BOLINGBROKE: Conducete qui Riccardo perch abdichi pubblicamente; cos
    procederemo senza suscitare sospetti.
    YORK: Lo scorter io.
    (Esce).
    BOLINGBROKE:  Signori  che siete qui in stato di arresto,  procuratevi
    cauzione per il giorno del  giudizio;  ben  poco  dobbiamo  al  vostro
    affetto, e del resto ben poco aiuto ci aspettavamo da voi.
    (Rientra  YORK  con  RICCARDO  e  con Ufficiali che portano le insegne
    reali).
    RICCARDO: Ahim! perch mi si fa comparire davanti a un re,  prima che
    abbia scosso da me l'animo regale con cui ho governato?  Non ho ancora
    imparato ad usare parole insinuanti,  adulazioni,  inchini: date tempo
    al dolore che mi insegni questa sottomissione.  Eppure mi ricordo bene
    i visi di questi uomini: non erano tutti per me? non gridavano salve
    un tempo?  Cos faceva Giuda con Cristo,  ma Egli fra dodici trov  la
    fedelt in tutti tranne che in uno;  io in nessuno tra dodicimila. Dio
    salvi il re!  E nessuno dice amen?  Debbo fare insieme da prete  e  da
    chierico?  Ebbene amen,  allora.  Dio salvi il re!  sebbene non sia io
    quello,  e tuttavia amen,  se il cielo crede che io sia  re.  Per  che
    faccenda mi si  chiamato qui?
    YORK:  Per  fare  volontariamente  quell'atto  che  ti ha suggerito la
    stanchezza del potere: la cessione  dell'autorit  e  della  corona  a
    Enrico Bolingbroke.
    RICCARDO: Datemi la corona. Ecco qui, cugino, prendete la corona; qui,
    cugino;  da questa parte la mia mano, da codesta la vostra. Ora questa
    corona d'oro  come un pozzo profondo con due secchi che si  riempiono
    a vicenda: quello vuoto danza nell'aria, e l'altro  gi, invisibile e
    pieno di acqua: io sono il secchio nel profondo,  pieno di lacrime,  e
    mi bevo i miei dolori mentre voi salite verso l'alto.
    BOLINGBROKE: Credevo che voi foste disposto a rinunciare.
    RICCARDO: Alla corona, s,  ma i miei dolori sono ancora miei;  potete
    togliermi onori e autorit; ma non i miei dolori, e di questi sono re.
    BOLINGBROKE: Con la corona mi date anche una parte delle vostre cure.
    RICCARDO:  Le cure di voi nuovo re non distruggono le cure del monarca
    deposto: la mia cura  la perdita delle cure che avevo  come  sovrano;
    la  vostra    acquisto  di  nuove  cure con l'acquisto delle cure che
    accompagnano la corona.  Le cure che cedo,  sebbene cedute,  conservo;
    esse seguono la corona; eppure restano presso di me.
    BOLINGBROKE: Siete disposto a cederla?
    RICCARDO: Si,  no;  no,  s; giacch non ho da essere pi nulla, non 
    possibile dire di no e te la cedo. E ora osservate come distrugger me
    stesso parte per parte.  Cedo questo grave peso che mi sta  sul  capo,
    questo  scettro  ingombrante  che tengo in mano,  e mi tolgo dal cuore
    l'orgoglio della maest sovrana.  Con le mie proprie lacrime  cancello
    la sacra unzione,  con le mie proprie mani consegno la corona,  con la
    mia propria lingua rinnego la mia maest, con le mie proprie parole vi
    dispenso da ogni forma cerimoniosa di rispetto, rinuncio a ogni fasto,
    ai manieri,  affitti e redditi di qualsiasi natura non riconosco pi i
    miei atti,  decreti e leggi.  Dio perdoni a coloro che vengono meno ai
    giuramenti fatti a me e mantenga inviolati quelli fatti a te: e faccia
    s che io che non ho pi nulla non mi dolga di nulla, e che tu che hai
    tutto raggiunto ti allegri di tutto. Possa tu vivere a lungo sul trono
    di Riccardo e possa presto Riccardo giacere in terra in una fossa. Dio
    salvi re Enrico,  dice Riccardo che non  pi re,  e gli conceda molti
    anni felici. Che altro resta?
    NORTHUMBERLAND:  Niente  altro  se  non  che leggiate queste accuse di
    gravi delitti commessi da voi e dai vostri favoriti contro la  dignit
    e  l'interesse  del  paese,  cosicch  sentendo la vostra confessione,
    tutti riconosceranno che siete stato deposto a buon diritto.
    RICCARDO: E' proprio  necessario?  debbo  disfare  filo  per  filo  il
    tessuto  delle  mie  follie?  Buon Northumberland,  se il male che hai
    commesso fosse scritto,  non  ti  vergogneresti  di  darne  tu  stesso
    lettura in un'accolta dl persone cos ragguardevoli?  Se lo facessi vi
    troveresti un punto odioso,  l dove si parla della deposizione di  un
    re, di un solenne giuramento infranto, e lo troveresti segnato di nero
    e maledetto nel libro del cielo.  Anzi, tutti voi che state a guardare
    mentre la mia miseria mi tormenta,  sebbene come Pilato  ve  ne  siate
    lavate le mani con una mostra tutta esteriore di piet, mi avete, come
    Pilato,  consegnato a questa croce dolorosa, e non c' acqua che possa
    lavare la vostra colpa.
    NORTHUMBERLAND: Mio signore, affrettatevi, leggete questi articoli.
    RICCARDO: I miei occhi sono pieni di lacrime e non riescono a  vedere:
    eppure  le  salse  lacrime  non  li  accecano  tanto  che  non possano
    distinguere qui un'accozzaglia di traditori. Anzi,  se volgo gli occhi
    su me stesso, mi riconosco traditore tra gli altri, perch ho dato qui
    in  nome  della  mia  anima il consenso a spogliare della sua pompa il
    corpo di un re,  ad avvilire la gloria,  ad asservire la  sovranit  e
    ridurre  un superbo monarca allo stato di suddito,  e la sua maest al
    livello della condizione di un contadino.
    NORTHUMBERLAND: Mio signore...
    RICCARDO: Niente tuo signore, tu superbo che mi insulti, n signore di
    alcun altro uomo: non ho qualifica, non ho titolo, no, persino il nome
    che mi fu dato al fonte  battesimale  e  usurpato.  Ahim!  dopo  aver
    vissuto tanti inverni, non saper neanche qual  il mio nome! Oh! fossi
    un re da burla, fatto di neve, e potessi sciogliermi a goccia a goccia
    al  sole  di  Bolingbroke!  Buon re,  gran re,  eppure non grandemente
    buono,  se la mia parola vale ancora qualche cosa in Inghilterra,  fa'
    portare  qui  subito  uno specchio che mi mostri qual faccia  la mia,
    ora che ha fatto fallimenti di tutta la sua maest.
    BOLINGBROKE: Qualcuno di voi vada a prendere uno specchio.
    (Esce uno del Seguito).
    NORTHUMBERLAND: Leggi questo foglio in attesa che venga lo specchio.
    RICCARDO: Demonio, mi tormenti prima che io venga all'inferno.
    BOLINGBROKE: Non insistete, monsignore di Northumberland.
    NORTHUMBERLAND: I Comuni non saranno persuasi.
    RICCARDO: Lo saranno; legger quello che basta quando vedr proprio il
    libro in cui sono scritti tutti i miei peccati, e cio me stesso.
    (Rientra il Gentiluomo con uno specchio).
    Datemi quello specchio e  in  esso  legger.  Le  rughe  non  si  sono
    approfondite?  il  dolore  mi  ha dato tanti colpi in viso e non vi ha
    lasciato ferite pi profonde? O specchio adulatore, tu mi inganni come
    i favoriti al tempo della prosperit:  questo il viso  di  colui  che
    ogni giorno aveva sotto il suo tetto diecimila uomini?  questo il viso
    che come il sole abbagliava gli occhi dei riguardanti?  questo il viso
    che  divis  tante  pazzie  finch non fu svisato da Bolingbroke?  Una
    fragile gloria splende su questo viso, e il viso non  meno fragile di
    tale gloria.  (Scaglia a terra lo specchio) Eccolo l,  fatto in mille
    pezzi.  Nota, silenzioso re, la morale di questo giuoco: quanto presto
    il mio dolore ha distrutto il mio viso!
    BOLINGBROKE: E' l'ombra del vostro dolore che ha distrutto l'ombra del
    vostro viso.
    RICCARDO: Dillo ancora.  L'ombra del mio dolore!  ah!  vediamo: s,  
    vero,   il  mio  dolore    tutto  intimo.  Quelle  forme  esterne  di
    lamentazioni non sono che le ombre  di  un  cordoglio  invisibile  che
    gonfia  nel silenzio dell'animo torturato.  Qui sta la realt: grazie,
    re,  che nella tua generosit non solo sei causa dei miei lamenti.  ma
    m'insegni anche come lamentarne la causa. Ancora una grazia ti chiedo,
    e poi me ne andr e non vi annoier pi: me la concederete?
    BOLINGBROKE: Di' di che si tratta, caro cugino.
    RICCARDO: Caro cugino?  allora sono pi grande di un re.  Quando ero
    re,  gli adulatori non erano che miei sudditi: ora che sono suddito ho
    un  sovrano  per  adulatore.  Giunto a tal punto di grandezza,  non ho
    bisogno di supplicare.
    BOLINGBROKE: E tuttavia chiedete.
    RICCARDO: E l'avr?
    BOLINGBROKE: L'avrete..
    RICCARDO: E allora lasciate che me ne vada.
    BOLINGBROKE: Dove?
    RICCARDO: Dove volete, purch non sia pi alla Vostra presenza.
    BOLINGBROKE: Su, alcuni di voi lo conducano lesti alla Torre.
    RICCARDO: Oh, bene!  lesti?  lestofanti siete voi tutti che per salire
    vi fate cos presto scalino di un re caduto.
    (Escono Re Riccardo, alcuni Signori e le Guardie).
    BOLINGBROKE:   Mercoled   prossimo   avr  luogo  la  nostra  solenne
    incoronazione: signori preparatevi.
    (Escono tutti eccetto il Vescovo di Carlisle, l'Abate di Westminster e
    Aumerle).
    ABATE: E' stato un doloroso spettacolo.
    CARLISLE: Il dolore deve ancora venire: i fanciulli  non  ancora  nati
    sentiranno questo giorno come una spina nelle carni.
    AUMERLE:  Voi  santi  sacerdoti,  non  c'  in opera nessuna trama per
    liberare il regno da questa sanguinosa macchia?
    ABATE: Mio signore, prima che vi dica francamente il mio pensiero, non
    solo giurerete sull'ostia sacra di  non  rivelare  a  nessuno  le  mie
    intenzioni,  ma  vi  impegnerete anche ad eseguire quanto vi proporr.
    Vedo il vostro viso pieno di malcontento,  il cuore di  dolore  e  gli
    occhi  di  lacrime.  Venite  a cera da me e vi esporr un piano che ci
    dar giorni felici.
    (Escono).





    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Una strada che conduce alla Torre.

    (Entrano la REGINA e alcune Dame).
    REGINA: Il re verr da questa parte;  per questa  strada  si  va  alla
    Torre  di malaugurio che Giulio Cesare eresse e nel cui seno di pietra
    il  mio  signore    condannato  a  vivere  prigioniero  del   superbo
    Bolingbroke;  e qui posiamo,  se in questa terra ribelle v' luogo ove
    la moglie del vero re possa posare.
    (Entra RICCARDO con le Guardie).
    Ma piano; guardate, o piuttosto non guardate come la mia povera rosa 
    avvizzita: ma no!  alzate gli occhi su di  lui  perch  per  piet  si
    sciolgano   in  rugiada,   e  lacrime  di  fedele  amore  gli  ridiano
    freschezza.  E tu,  rovina di quello  che  un  tempo  si  ergeva  come
    l'antica Troia,  tu,  vaga traccia dell'onore,  tomba di re Riccardo e
    non pi re Riccardo;  tu,  splendida  locanda,  perch  dovresti  dare
    ricetto  a  tanto brutto dolore quando il trionfo  divenuto ospite di
    una taverna?
    RICCARDO: Leggiadra donna,  no,  non allearti al dolore per affrettare
    la  mia  fine:  impara,  anima  buona,  a considerare la nostra antica
    maest come un sogno felice, e, risvegliatici, la verit di quello che
    siano non ci mostra che questo: sono fratello giurato,  o  mia  dolce,
    del fiero destino, e lui ed io resteremo uniti sino alla morte. Va' in
    Francia a chiuderti in convento: la nostra santa vita deve conquistare
    una  corona celestiale che le nostre frivolezze avevano gettato via in
    questo mondo.
    REGINA: Come!  il mio Riccardo  trasformato e indebolito nell'anima e
    nel corpo? Bolingbroke ha deposto anche il tuo intelletto?  penetrato
    sino  al tuo cuore?  il leone morente caccia fuori la zampa e,  se non
    pu fare altro,  ferisce la  terra  per  la  rabbia  di  essere  stato
    sopraffatto,  e  tu come uno scolaretto,  prendi umilmente il castigo,
    baci la verga che ti  percuote  e  cerchi  di  ingraziarti  il  furore
    abbassandoti vilmente, tu che sei leone e re degli animali?
    RICCARDO:  Re  degli  animali  davvero;  se i miei sudditi non fossero
    belve feroci, sarei ancora un felice re degli uomini. Tu che gi fosti
    regina preparati ad andare in Francia.  Supponi che  io  sia  morto  e
    immagina  di  prendere  per  l'ultima  volta commiato dal letto su cui
    giaccio cadavere.  Nelle tediose notti invernali siedi presso il fuoco
    coi  vecchierelli e fatti raccontare le storie di tempi dolorosi assai
    lontani e,  prima di dar la buona notte,  in compenso racconta loro la
    mia  storia pietosa e mandali a letto in lacrime: i tizzi stessi,  che
    sono inanimati, sentiranno la tristezza delle tue parole commoventi e,
    per compassione,  gemeranno sino a spegnere il fuoco,  e  qualcuno  si
    coprir  di  cenere,  altri  si faranno di un nero carbone in segno di
    lutto per la deposizione di un legittimo re.

    (Entrano NORTHUMBERLAND e altri).

    NORTHUMBERLAND: Mio signore,  Bolingbroke ha cambiato pensiero: dovete
    andare  a  Pomfret,  non  alla  Torre.  E,  madama,  sono  state  date
    disposizioni  anche  per  voi:  dovete  andarvene  immediatamente   in
    Francia.
    RICCARDO:  Northumberland,  scala  di  cui  l'ambizioso Bolingbroke si
    serve per salire al trono, il tempo non invecchier di molte ore prima
    che questa orrenda colpa, venendo a capo,  rompa in aperta corruzione.
    Tu che lo aiuti a prendere tutto un regno,  anche se lo dividesse e te
    ne regalasse meta,  penseresti  di  essere  stato  male  ricompensato.
    Bolingbroke rifletter che tu, conoscendo l'arte di portare in alto re
    illegittimi,   saprai  anche,  per  poco  incitamento  che  ne  abbia,
    precipitarlo a capo fitto dal trono usurpato.  L'amore dei malvagi  si
    converte  in  timore  e  il timore in odio,  e l'odio converte l'uno o
    l'altro o entrambi in pericolo e morte ben meritati.
    NORTHUMBERLAND: La mia colpa ricada sul mio capo e basta. Salutatevi e
    separatevi senza indugio.
    RICCARDO: Doppio divorzio!  Malvagi,  voi violate una duplice  unione:
    fra la mia corona e me e poi fra me e mia moglie. Lasciate che sciolga
    con un bacio la fede giurata fra lei e me;  ma no, perch con un bacio
    fu stretta. Separaci, Northumberland. Io verso il settentrione dove il
    freddo e le malattie  rendono  molesto  il  clima,  e  mia  moglie  in
    Francia;  di l venne in gran pompa, adorna come il dolce maggio, e l
     rimandata triste come l'Ognissanti o il pi breve giorno dell'anno.
    REGINA: E dobbiamo proprio dividerci, proprio separarci?
    RICCARDO: S, amor mio: mano da mano, cuore da cuore.
    REGINA: Banditeci entrambi e mandate il re con me.
    NORTHUMBERLAND: Sarebbe trattamento amorevole, ma scarso accorgimento.
    REGINA: E allora dove va lui mandate anche me.
    RICCARDO: Cos due piangendo insieme fanno un solo dolore.  Piangeremo
    tu per me in Francia, io per te qui. Meglio lontani che vicini, se non
    possiamo  stare insieme.  Va',  misura il tuo cammino coi sospiri,  io
    misurer il mio coi gemiti.
    REGINA: Cos pi lunga la via e pi lungo il gemito.
    RICCARDO: Il mio cammino  breve: due gemiti per un passo e  l'affanno
    lo  prolungher.  Suvvia,  finiamola  di  far la corte al dolore;  ch
    quando saremo sposati con esso sembrer che non finisca pi.  Cos  ti
    do il mio cuore e mi prendo il tuo.
    REGINA: Ridonami il mio ancora, non sta bene che io mi prenda e uccida
    il tuo.  Cos ora che mi sono ripreso il mio,  vattene perch io possa
    ucciderlo con un gemito.
    RICCARDO: Vezzeggiamo troppo  il  dolore  con  questi  stolti  indugi.
    Ancora una volta addio: per il resto parli il dolore.


    SCENA SECONDA - Il Palazzo del Duca di York.

    (Entrano YORK e la DUCHESSA).
    DUCHESSA: Mio signore, mi avevate promesso di raccontarmi il resto dal
    punto  in  cui  le lacrime vi avevano fatto interrompere la storia del
    ritorno a Londra dei nostri due cugini.
    YORK: A che punto mi ero fermato?
    DUCHESSA: Al triste momento  in  cui  dall'alto  delle  finestre  mani
    villane di gente traviata gettavano sulla testa di re Riccardo polvere
    e immondizie.
    YORK: Allora,  come vi stavo dicendo,  il duca, il grande Bolingbroke,
    montato sopra un cavallo  focoso  che  sembrava  consapevole  del  suo
    ambizioso  cavaliere,  procedeva  lentamente  ma  con  grande dignit,
    mentre tutti gridavano: Dio ti salvi, Bolingbroke. Avresti detto che
    le finestre stesse parlassero,  tanti sguardi avidi di  giovani  e  di
    vecchi per le aperte impannate si appuntavano sul suo viso, e sembrava
    che i muri parati a festa gli dicessero: Ges ti protegga! Benvenuto,
    Bolingbroke!  mentre egli chinando ora da una parte ora dall'altra il
    capo scoperto,  pi basso del collo del superbo destriero diceva loro:
    Grazie concittadini, e cos facendo continuava la sua strada.
    DUCHESSA: Ahim, povero Riccardo! e dove cavalcava lui frattanto?
    YORK: Come in un teatro,  quando un attore favorito esce di scena,  il
    pubblico d un'occhiata indifferente all'attore che gli succede  e  si
    annoia  alle  sue  chiacchiere,  proprio  cos  o  anche  con  maggior
    disprezzo la gente guardava corrucciata Riccardo.  Nessuno gli gridava
    Dio  lo salvi,  nessuna lingua gli dava un gioioso benvenuto,  ma si
    gettava polvere sul suo sacro capo;  ed egli se la scuoteva  di  dosso
    con  cos  dolce  espressione  di  dolore,  col viso combattuto fra il
    pianto  e  il  sorriso,   segni  del  suo  patimento   e   della   sua
    rassegnazione,  che,  se  Dio per qualche suo irremovibile disegno non
    avesse cos indurito  i  cuori  degli  uomini,  avrebbero  dovuto  per
    necessit intenerirsi e la barbarie stessa avrebbe avuto piet di lui.
    Ma  v'  il  dito  di  Dio  in questi eventi,  e alla Sua alta volont
    dobbiamo piegare il capo senza lagnarci. Ora abbiamo giurato fedelt a
    Bolingbroke e io ne riconosco per sempre la maest e la dignit.
    DUCHESSA: Ecco qui mio figlio Aumerle.
    YORK: Era Aumerle,  ma ha perduto il titolo per la  sua  amicizia  con
    Riccardo e ora, madama, dovete chiamarlo Rutland. Mi sono reso garante
    al Parlamento della sua devozione e costante fedelt al nuovo re.
    (Entra AUMERLE).
    DUCHESSA: Benvenuto, figlio; quali sono le viole che cospargono ora il
    verde grembo della nuova primavera?
    AUMERLE: Non lo so,  madama,  n m'importa molto di saperlo,  e Dio sa
    che non ci terrei gran che ad essere una di quelle.
    YORK: Ma! cerca di comportarti bene in questa nuova stagione,  per non
    essere  reciso  prima  di fiorire.  Che notizie da Oxford?  si faranno
    queste feste e giostre?
    AUMERLE: S, mio signore, per quanto ne so.
    YORK: Voi pure vi sarete, credo.
    AUMERLE: Ne ho l'intenzione, se Dio non dispone diversamente.
    YORK: Che   quel  sigillo  che  pende  fuori  del  tuo  seno?  perch
    impallidisci? fammi vedere codesto scritto.
    AUMERLE: Mio signore, non  nulla.
    YORK:  A  allora poco importa se qualcuno lo vede: voglio assicurarmi,
    lasciami vedere.
    AUMERLE: Supplico Vostra Grazia di perdonarmi:  cosa di  poco  conto,
    ma per buone ragioni non vorrei che la si vedesse.
    YORK: E io, pure per buone ragioni, voglio vederla. Temo, temo...
    DUCHESSA:  Di  che  dovreste  temere?    qualche  obbligazione che ha
    contratta per vesti sontuose da indossare nel giorno del torneo..
    YORK: Obbligazione verso se stesso! o perch conserva lui il documento
    che lo impegna?  Moglie,  sei una sciocca.  E  tu,  ragazzo,  lasciami
    vedere codesto scritto.
    AUMERLE: Perdonatemi, vi supplico: non posso mostrarlo.
    YORK:  Ti  dico che voglio assicurarmi: fammi vedere!  (Glielo strappa
    dal  seno  e  lo  legge)  Tradimento!   turpe  tradimento!   furfante,
    traditore, briccone!
    DUCHESSA: Di che si tratta, mio signore?
    YORK: Oh! cost!
    (Entra un Servo).
    Sellate il mio cavallo. Merc di Dio, che tradimento  questo?
    DUCHESSA: Ma che c', mio signore?
    YORK:  Datemi  gli  stivali,  dico;  sellate il mio cavallo.  (Esce il
    Servo) Ora,  sul  mio  onore,  sulla  mia  vita,  sulla  mia  fedelt,
    denuncer il birbante.
    DUCHESSA: Ma che  accaduto?
    YORK: Zitta, sciocca!
    DUCHESSA: Niente zitta! Dimmi di che si tratta, Aumerle.
    AUMERLE: Buona mamma, state tranquilla;  cosa di cui debbo rispondere
    con la vita; niente altro.
    DUCHESSA: Rispondere con la vita!
    YORK: Portatemi gli stivali: andr dal re.
    (Rientra il Servo con gli stivali).
    DUCHESSA: Battilo,  Aumerle. Povero ragazzo sei sbigottito. (Al Servo)
    Via di qua, furfante! non comparirmi pi davanti.
    YORK: Datemi i miei stivali, dico.
    DUCHESSA: Come! York, che vuoi fare?  non vuoi coprire i trascorsi del
    tuo proprio figlio?  ne abbiamo o possiamo averne altri?  il tempo non
    mi ha tolto la fecondit?  vuoi strappare questo bel figlio  alla  mia
    vecchiaia, e togliermi il nome di madre felice? non ti somiglia? non 
    tuo?
    YORK: Pazza e stolta!  vuoi nascondere una cos tenebrosa congiura? ve
    n'  una  dozzina  che   hanno   giurato   solennemente,   prendendone
    scambievolmente impegno per iscritto, di uccidere il re a Oxford.
    DUCHESSA:  Non  vi  prender  parte,  lo terremo qui e allora come gli
    potr nuocere?
    YORK: Via,  sciocca!  fosse venti  volte  mio  figlio,  lo  denuncerei
    ugualmente.
    DUCHESSA:  Se  tu  avessi  sofferto per lui quello che ho sofferto io,
    saresti pi misericordioso.  Ma ora capisco quello che pensi: sospetti
    che  io  sia  stata infedele al tuo letto e che egli sia un bastardo e
    non tuo figlio. Caro York, caro marito,  non nutrire codesti pensieri:
    ti somiglia quant'altri mai, e non somiglia n a me n ad alcuno della
    mia famiglia, eppure l'amo lo stesso.
    YORK: Lasciami andare, ostinata.
    (Esce).
    DUCHESSA: Seguilo, Aumerle! prendi il suo cavallo; precedilo presso il
    re  e  chiedigli grazia prima che tuo padre ti accusi.  Io non rester
    molto addietro: sebbene io  sia  vecchia,  sono  certa  che  York  non
    giunger  prima  di  me;  e  non  mi  alzer  da  terra  se non quando
    Bolingbroke ti abbia perdonato. E ora via, vattene.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Il Castello di Windsor.

    (Entrano BOLINGBROKE, PERCY e altri Signori).
    BOLINGBROKE: Nessuno sa dirmi  nulla  di  quella  buona  lana  di  mio
    figlio? sono tre mesi che non lo vedo: se un qualche guaio mi minaccia
      proprio  lui.  Vorrei  che si riuscisse a trovarlo;  signori,  fate
    ricerche a Londra fra le taverne, perch come mi dicono,  le frequenta
    ogni   giorno  con  compagni  corrotti  e  sfrenati,   di  quelli  che
    s'appostano nei vicoli, battono le guardie e derubano i viandanti;  ed
    egli,  ragazzaccio vizioso e senza polso, si fa un onore di proteggere
    questa dissoluta combriccola.
    PERCY: Mio signore,  ho visto il principe  due  giorni  fa  e  gli  ho
    parlato della giostra di Oxford.
    BOLINGBROKE: E che ha detto quel valoroso giovinotto?
    PERCY:  Egli  ha  risposto che sarebbe andato al bordello e,  tolto un
    guanto a una delle peggiori prostitute,  con quel pegno amoroso  della
    sua bella avrebbe disarcionato lo sfidante pi gagliardo.
    BOLINGBROKE:  Dissoluto  e  disperato;  e  tuttavia  ho  un barlume di
    speranza che col passare degli anni  potrebbe  avverarsi.  Ma  chi  si
    avvicina?

    (Entra AUMERLE).

    AUMERLE: Dov' il re?
    BOLINGBROKE:  Che  vuol dire nostro cugino con gli occhi sbarrati come
    un pazzo?
    AUMERLE: Dio  salvi  Vostra  Maest!  vi  supplico  di  concedermi  un
    colloquio da solo a solo.
    BOLINGBROKE:  Ritiratevi  e  lasciateci soli qui.  (Escono Percy e gli
    altri signori) Che avete, cugino?
    AUMERLE: Possano i ginocchi radicarmisi in terra,  e la lingua  mi  si
    appiccichi al palato,  se,  prima che mi alzi o parli,  non ottengo la
    grazia.
    BOLINGBROKE: Si tratta di una colpa pensata  o  commessa?  se    solo
    pensata, per quanto odiosa possa essere, ti faccio grazia per avere il
    tuo affetto.
    AUMERLE: Allora permettetemi di girare la chiave, perch nessuno entri
    finch non avr finita la mia storia.
    BOLINGBROKE: Fa' come vuoi.
    YORK  (da  dentro):  Mio  signore,  in  guardia;  bada  a te: alla tua
    presenza c' un traditore.
    BOLINGBROKE: Furfante, ti render innocuo!
    (Sguaina la spada).
    AUMERLE: Ferma la mano vendicatrice: non hai ragione di temere.
    YORK (da dentro): Apri la porta,  re  temerario  o  troppo  fiducioso;
    debbo  usare questi termini cos poco rispettosi per la tua maest nel
    mio amore per te?  Apri la porta o la forzer!  (Bolingbroke  apre  la
    porta e la chiude di nuovo. Entra YORK).
    BOLINGBROKE: Che c',  zio?  parlate;  riprendete fiato: diteci quanto
    vicino  il pericolo, perch possiamo armarci a incontrarlo.
    YORK: Leggete questo scritto e capirete il tradimento che non ho  agio
    di esporvi per disteso.
    AUMERLE:  Ricorda mentre leggi la tua promessa: mi pento;  passa sopra
    al mio nome cost, il cuore non  complice della mano che ha scritto.
    YORK: Lo era,  furfante,  prima che la mano scrivesse.  L'ho tolto dal
    petto  del  traditore,  o  re;  il  timore,  non l'amore genera il suo
    pentimento;  non aver piet di lui,  perch la piet  non  diventi  un
    serpe che ti punga al cuore.
    BOLINGBROKE: Oh! odiosa, temibile e temeraria congiura! Padre leale di
    un  figlio traditore!  tu fonte pura,  immacolata,  argentea di questo
    ruscello che  scorso  tra  fangosi  meandri  intorbidandosi.  Il  tuo
    eccesso  di  bene  si  converte in male;  ma la tua gran bont scuser
    questa nera macchia nel tuo figlio traviato.
    YORK: E cos la mia virt far  da  mezzana  al  suo  vizio,  ed  egli
    dissiper  il  mio  onore  insieme  con  la sua infamia,  come i figli
    prodighi fanno con l'oro dei padri parsimoniosi.  Il mio onore vive se
    il  suo  disonore  muore,  o una vita di vergogna mi attende se il suo
    disonore  non  viene  spento;   lasciandolo   in   vita   mi   uccidi;
    consentendogli  di  respirare  dai  vita al traditore e morte all'uomo
    leale.
    DUCHESSA (di dentro): Oh!  mio sovrano!  per  amor  di  Dio,  lasciami
    entrare.
    BOLINGBROKE: Chi grida cos ansiosamente con voce supplichevole?
    DUCHESSA: Una donna e tua zia,  gran re: sono io.  Parlami, abbi piet
    di me, aprimi la porta: ti supplica come una mendicante chi non ha mai
    supplicato prima d'ora.
    BOLINGBROKE: Allora la scena  cambia:  lasciamo  la  tragedia  per  la
    ballata La mendicante e il re.  Mio pericoloso cugino,  fate entrare
    vostra madre: capisco che viene a intercedere  per  il  vostro  brutto
    peccato.
    YORK:  Se  perdoni,  chiunque sia chi ti prega,  da questo tuo perdono
    potranno nascere altre colpe.  Se tagli questo arto infetto,  il resto
    pu rimanere sano; se non lo tocchi, tutto il resto perir.
    (Entra la DUCHESSA).
    DUCHESSA: O re!  non credere a questo uomo dal cuore duro! Chi non ama
    il suo sangue non pu amare nessun altro.
    YORK: Tu forsennata, che fa;  qui?  il tuo vecchio seno vuole allevare
    ancora un traditore?
    DUCHESSA: Buono York, calmati. Ascoltami, mio buon sovrano.
    (S'inginocchia).
    BOLINGBROKE: Alzati, buona zia.
    DUCHESSA: Non ancora,  ti supplico; camminer per sempre sui ginocchi,
    n vedr mai giorni felici,  finch tu non mi dia gioia  perdonando  a
    Rutland, mio figlio colpevole.
    AUMERLE:  Anch'io  piego  il  ginocchio unendomi alle preghiere di mia
    madre.
    (S'inginocchia).
    YORK: E contro di loro io piego le mie leali  ginocchia.  Puoi  finire
    male se fai grazia!
    (S'inginocchia).
    DUCHESSA:  Supplica  sul  serio?  Guardalo in viso: dai suoi occhi non
    cadono lacrime,  dunque prega per celia;  le parole escono a lui dalla
    bocca  a noi dal cuore.  Egli implora debolmente e vorrebbe che gli si
    dicesse di no: noi invece preghiamo con l'anima,  col cuore con  tutto
    il  nostro  essere.  Ha  le  ginocchia stanche ce vorrebbe alzarsi: le
    nostre resteranno dove sono sino  a  radicarsi  nel  terreno.  Le  sue
    preghiere  sono  piene di falsa ipocrisia,  le nostre di verace zelo e
    profonda integrit: le nostre la vincono sulle sue: fate  che  trovino
    la misericordia che le suppliche sincere meritano.
    BOLINGBROKE: Buona zia, alzatevi !
    DUCHESSA:  Non dire alzatevi,  di' prima perdono e poi alzatevi.
    Se fossi la tua nutrice e  dovessi  insegnarti  a  parlare,  la  prima
    parola  sarebbe  perdono.  Non ho mai tanto spasimato per una parola
    come ora.  Di' perdono,  o re;  la piet te la insegni;  la parola 
    breve,  ma non tanto breve quanto dolce; non v' parola che suoni bene
    sulle labbra dei re come la parola perdono.
    YORK: Ditelo in francese, sire; dite "pardonne-moi".
    DUCHESSA: Vuoi insegnare al  perdono  a  distruggere  se  stesso?  Ah!
    marito  cattivo,  signore dal cuor duro,  che metti la parola in lotta
    colla parola! Di' perdono col significato corrente che ha nel nostro
    paese:  non  comprendiamo  questo  francese  equivoco.  I  tuoi  occhi
    cominciano a parlare: la tua lingua li imiti,  oppure metti l'orecchio
    nel tuo cuore pietoso perch, sentendo come i nostri lagni e le nostre
    preghiere vi penetrano,  la piet  ti  muova  a  proferire  la  parola
    perdono.
    BOLINGBROKE: Buona zia, alzatevi.
    DUCHESSA: Non chiedo di alzarmi, chiedo solo il perdono.
    BOLINGBROKE: Perdono a lui, come spero che Dio perdoni a me.
    DUCHESSA: O felice successo di un ginocchio piegato! Eppure vengo meno
    dalla paura;  dilla ancora: ripetere la parola perdono non vuol dire
    perdonare due volte, ma rafforza l'atto.
    BOLINGBROKE: Con tutto il cuore gli perdono.
    DUCHESSA: Sei un dio in terra.
    BOLINGBROKE: Ma per quanto riguarda il mio fedele cognato,  l'abate  e
    il  resto  della  consorteria,  la  distruzione star loro presto alle
    calcagna.  Buono zio,  disponete che delle truppe vadano  a  Oxford  o
    dovunque sono questi traditori. Giuro che, se mi riesce di sapere dove
    sono, li piglier e non resteranno vivi in questo mondo. Addio, zio, e
    anche voi,  cugino,  addio: vostra madre ha saputo pregar bene,  e voi
    mostratevi fedele.
    DUCHESSA: Vieni, diletto figlio mio, e Dio faccia di te un uomo nuovo.
    (Escono).




    SCENA QUARTA - Lo stesso luogo.

    (Entra EXTON e un Servo).
    EXTON: Non hai osservato il re e quello che ha detto? Non ho un amico
    che mi liberi da questa paura vivente?. Non ha detto cos?
    SERVO: Queste sono state le sue precise parole.
    EXTON: Non ho un amico? ha detto;  e l'ha ripetuto,  come se volesse
    insistervi; non  vero?
    SERVO: Proprio cosi.
    EXTON:  E  mentre  parlava,  mi  guardava ansiosamente come se volesse
    dire: Vorrei che  tu  fossi  uomo  da  liberarmi  l'animo  da  questo
    terrore.  E voleva parlare del re che  a Pomfret. Via, andiamo: sono
    amico del re, e lo liberer dal suo nemico.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Il Castello di Pomfret.

    (Entra RE RICCARDO).
    RICCARDO: Ho pensato come si possa assomigliare al mondo  la  prigione
    in cui vivo;  ma non mi riesce farlo, perch il mondo  popolato e qui
    non ci sono che io;  eppure voglio venirne a  capo.  L'anima  sar  la
    femmina  e  il cervello il maschio;  e questi due genereranno pensieri
    che si moltiplicheranno e popoleranno questo piccolo  mondo  di  umori
    quali  si  riscontrano  fra  la  gente del mondo reale,  perch nessun
    pensiero  contento di s.  I  pensieri  di  pi  alto  ordine,  quali
    potrebbero essere i pensieri di cose religiose, si mescolano a dubbi e
    mettono il verbo divino in contraddizione col verbo divino,  come, per
    esempio,  Lasciate venire i piccoli e  E'  tanto  difficile  venire
    quanto  che un cammello passi per la cruna di un ago.  I pensieri che
    tendono all'ambizione fantasticano meraviglie impossibili:  per  dirne
    una,  come queste deboli unghie possano aprirsi il varco attraverso la
    cinta di selce di questo duro mondo, le aspre mura della mia prigione;
    e, poich non vi riescono, muoiono nella loro superbia. I pensieri che
    tendono alla contentezza si lusingano con l'idea che non sono i  primi
    n  saranno  gli ultimi a essere schiavi della fortuna,  come sciocchi
    mendicanti che, messi alla gogna,  si rifugiano nel pensiero che molti
    vi  sono  stati  e altri vi staranno come loro: in questa idea trovano
    una specie di sollievo,  quasi che scaricassero  il  peso  delle  loro
    disgrazie  sulle  spalle  di  altri  che  hanno  gi  patito le stesse
    sofferenze.  Cos con la mia sola persona recito  le  parti  di  molti
    personaggi,  ma nessuno contento della sua sorte.  Talvolta sono re ma
    poi i tradimenti mi fanno desiderare di  essere  un  mendicante  e  lo
    divento; poi la miseria opprimente mi convince che stavo meglio quando
    ero  sovrano,  e  torno  ad  essere  re;  e poi di l a poco penso che
    Bolingbroke mi depone e che non son pi nulla; ma, chiunque mi sia, n
    io n alcun altro che sia uomo saremo mai contenti di nulla, finch al
    nulla non saremo ridotti  con  nostro  grande  sollievo.  Mi  pare  di
    sentire una musica.  Ah! andate a tempo! quanto  spiacevole la musica
    quando non si va a tempo e non si osserva l'armonia: e  cos    nella
    musica della vita umana.  In questa musica che sento ora ho l'orecchio
    abbastanza fino da percepire se una corda  all'ordine e se non  tiene
    il  tempo  giusto,  ma  per l'armonia del mio Stato al tempo mio,  non
    avevo orecchio per capire quando non si andava a tempo. Ho sciupato il
    tempo e ora il tempo sciupa me, perch ha fatto di me il suo orologio:
    i pensieri sono i minuti e coi sospiri  accompagnano  il  battere  del
    pendolo,  e  appaiono negli occhi che sono il quadrante;  il dito,  la
    freccia,  sempre rivolto ad essi per tergerne le lacrime; i suoni che
    dicono l'ora sono gli alti gemiti che battono sul cuore,  la  campana:
    cos sospiri, lacrime e gemiti indicano i minuti e le ore; ma il tempo
    corre  portando  letizia  a Bolingbroke,  mentre io sto qui pensando a
    sciocchezze, automa del suo orologio. Questa musica mi fa impazzire; 
    meglio che cessi,  perch sebbene abbia  fatto  rinsavire  dei  pazzi,
    sembra  che  in  me  faccia uscire di cervello il savio.  Ebbene,  sia
    benedetto chi me la da,  perch  un  segno  di  amore;  e  amore  per
    Riccardo  un ben raro gioiello in questo mondo di odio universale.
    (Entra uno Staffiere).
    STAFFIERE: Salve, principe reale!
    RICCARDO: Grazie,  mio nobile pari;  quello di noi che vale meno, vale
    dieci grossi di troppo.  Chi sei tu e come ti trovi qui dove non viene
    alcuno  se  non  quell'uomo  dalla trista figura che porta il cibo per
    tenere in vita la mia disgrazia?
    STAFFIERE: Re, quando eri re, io ero un povero servo delle tue stalle,
    e,  andando a York,  a gran fatica ho ottenuto il permesso di venir  a
    vedere in viso il mio antico reale signore.  Oh!  che spasimo al cuore
    ho provato, quando nelle vie di Londra il giorno dell'incoronazione ho
    visto Bolingbroke cavalcare il barbero roano che tante  volte  tu  hai
    montato e che strigliavo con tanta cura!
    RICCARDO: Ha cavalcato il barbero?  e dimmi,  caro amico,  come andava
    sotto di lui?
    STAFFIERE: Superbo, come se sprezzasse il terreno.
    RICCARDO: Superbo di portare  sul  dorso  Bolingbroke!  mangiava  pane
    dalla mia mano e la mia mano,  accarezzandolo,  gli faceva inarcare il
    collo!  Perch non ha inciampato?  Perch non    caduto,  giacch  la
    superbia  deve pur cadere,  e non ha rotto il collo a quell'orgoglioso
    che ne aveva usurpato il dorso? Perdonami,  cavallo mio!  perch me la
    prendo  con  te,  se sei nato per lasciarti intimidire dall'uomo e per
    portarlo?  Io non sono nato cavallo,  eppure porto  la  soma  come  un
    asino, spronato, punto e fiaccato da Bolingbroke che mi stuzzica.
    (Entra il Carceriere con un piatto).
    CARCERIERE: Via di qua, compare; qui non si pu stare di pi.
    RICCARDO: Se tu mi ami  tempo che te ne vada.
    STAFFIERE: Il mio cuore dir quello che la lingua non osa dire.
    (Esce).
    CARCERIERE: Mio signore, volete mangiare?
    RICCARDO: Prima assaggia tu, come hai fatto sempre.
    CARCERIERE:  Non oso: sir Pierce di Exton,  venuto or ora da parte del
    re, lo ha proibito.
    RICCARDO: Il diavolo si porti te ed Enrico di Lancaster!  La  pazienza
    dura ormai da troppo tempo, e sono stanco.
    (Batte il Carceriere).
    CARCERIERE: Aiuto, aiuto, aiuto!

    (Entrano EXTON e Servi armati).

    RICCARDO:  Come!  che significato di morte ha questo violento assalto?
    Canaglia,  la tua stessa mano mi offre lo strumento della  tua  morte;
    (strappando la scure a un Servo e uccidendolo) e tu vattene a riempire
    un  altro  posto  all'inferno.  (Ne  uccide  un altro,  e poi Exton lo
    abbatte) Nel fuoco inestinguibile brucer la mano che cos abbatte  la
    mia persona.  Exton, la tua mano feroce col sangue del re ha macchiato
    tutto il reame. Ascendi, ascendi, anima mia!  la tua dimora  in alto,
    mentre la grossolanit della carne qui sprofonda e muore.
    (Muore).
    EXTON:  Pieno  di  valore come di sangue reale: entrambi io ho effuso.
    Almeno fosse buono il mio atto! poich il demonio che mi diceva che lo
    era,  ora mi dice che  registrato  nell'inferno.  Porter  questo  re
    morto  al  re  vivo;  e  gli altri portateli via e seppelliteli qui in
    Pomfret.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Il Castello di Windsor.
    (Squillo di trombe.  Entrano BOLINGBROKE,  YORK,  con altri Signori  e
    Persone del seguito).
    BOLINGBROKE:  Buono  zio  York,  le  ultime notizie sono che i ribelli
    hanno distrutto col fuoco la nostra citt di Cicester nella contea  di
    Gloucester; ma non sappiamo se siano stati presi o uccisi.
    (Entra NORTHUMBERLAND).
    Benvenuto, signore; che notizie ci sono?
    NORTHUMBERLAND: Prima di tutto,  auguro ogni felicit a Vostra Maest.
    Le notizie che porto  di aver mandato a Londra le  teste  di  Oxford,
    Salisbury, Blunt e Kent: come siano stati presi  detto minutamente in
    questo foglio.
    BOLINGBROKE:  Ti ringrazio,  nobile Percy,  per queste tue fatiche: ti
    ricompenser come meriti.
    (Entra FITZWATER).
    FITZWATER: Mio signore,  da Oxford ho mandato a  Londra  le  teste  di
    Brocas  e  di  sir  Bennet  Seely,   due  della  banda  di  pericolosi
    cospiratori che cercavano di toglierti la vita.
    BOLINGBROKE: Fitzwater,  grande  il tuo merito,  e la tua  opera  non
    sar dimenticata.
    (Entrano PERCY e il VESCOVO DI CARLISLE).
    PERCY: Il capo della congiura, l'abate di Westminster, si  spento pel
    rimorso  e per la tristezza.  Ma qui  Carlisle ancor vivo che aspetta
    la reale condanna e la pena del suo orgoglio.
    BOLINGBROKE: Carlisle,  questa  la tua sentenza:  scegliti  un  luogo
    segreto e santo pi di quello che hai e l vivi in letizia.  Purch tu
    stia in pace non avrai noie,  poich,  sebbene tu sia sempre stato mio
    nemico, ho visto in te esimie scintille di onore.
    (Entra EXTON con Persone che portano un feretro).
    EXTON: Gran re, entro questo feretro ti presento quel che fu l'oggetto
    del  tuo timore;  in esso giace esanime il pi potente dei tuoi grandi
    nemici, Riccardo di Bordeaux che ti ho portato qui.
    BOLINGBROKE: Exton,  non ti ringrazio,  perch con mano micidiale  hai
    commesso  un'azione  che  ricadr in obbrobrio sul mio capo e su tutto
    questo nobile paese.
    EXTON: L'ho fatto perch me l'avete detto con  la  vostra  bocca,  mio
    signore.
    BOLINGBROKE:  Chi ha bisogno del veleno non lo ama,  ed io non amo te.
    Sebbene lo volessi morto,  odio l'uccisore e ora che non vive pi  amo
    lui.  Abbiti  il rimorso come ricompensa della tua fatica,  non la mia
    lode o il mio favore sovrano;  va' errando come  Caino  per  le  ombre
    della notte e non mostrare il capo alla luce del giorno.  Signori,  ve
    lo assicuro,  ho l'animo pieno di dolore perch la mia grandezza,  per
    crescere, ha dovuto bagnarsi nel sangue. Fate lutto con me e indossate
    subito le tristi gramaglie. Andr in Terrasanta a lavare questo sangue
    dalle mani colpevoli.  Seguitemi in mestizia,  e onorate il mio duolo,
    piangendo con me quest'uomo morto prima del tempo.
    (Escono).

