




    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di reclusione - Opera)



    William Shakespeare.
    TUTTO IL TEATRO. Volume 3.

    (I DUE GENTILUOMINI DI  VERONA  -  PENE  D'AMOR  PERDUTE  -  LA  NOTTE
    DELL'EPIFANIA - MISURA PER MISURA - LA TEMPESTA - PERICLE, PRINCIPE DI
    TIRO - IL RACCONTO D'INVERNO).





    INDICE.

    I due gentiluomini di Verona: pagina 3.
    Pene d'amor perdute: pagina 101.
    La notte dell'Epifania: pagina 230.
    Misura per misura: pagina 351.
    La tempesta: pagina 471.
    Pericle, principe di Tiro: pagina 571.
    Il racconto d'inverno: pagina 676.













    I DUE GENTILUOMINI DI VERONA.


    PERSONAGGI.

    IL DUCA DI MILANO, padre di Silvia.
    VALENTINO, PROTEO: gentiluomini veronesi.
    ANTONIO, padre di Proteo.
    TURIO, rivale sciocco di Valentino.
    EGLAMUR, assistente di Silvia nella fuga.
    SCHIZZO, servo buffone di Valentino.
    CIRIOLA, servo buffone di Proteo.
    PANTINO, famiglio di Antonio.
    L'Oste presso cui alloggia Giulia in Milano.
    Banditi con Valentino.
    GIULIA, amata da Proteo.
    SILVIA, amata da Valentino.
    LUCIETTA, ancella di Giulia.
    Servi, Musicanti.

    La scena  a Verona, a Milano, e sui confini di Mantova.

    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Verona. Una piazza.

    (Entrano VALENTINO e PROTEO).
    VALENTINO:  Non sperar mai di convincermi,  caro Proteo.  Giovent che
    rimane al paese avr sempre cervello paesano. Vorrei io piuttosto, non
    fosse che l'amore incatena la giovinezza ai dolci  sguardi  della  tua
    onorata  diletta,  persuaderti  ad  accompagnarmi: veder le meraviglie
    d'un mondo lontano,  invece che restarcene qui a poltrir nel tedio e a
    consumare gli anni migliori in una inerzia senza costrutto.  Ma dacch
    sei innamorato,  segui le tue inclinazioni;  e cerca di  trovar  tanta
    felicit  nell'amore  quanta  ne  auguro a me stesso,  dovessi anch'io
    innamorarmi.
    PROTEO: Dunque vuoi partire? Valentino caro, addio.  E se peregrinando
    vedrai  un  qualche  raro  oggetto degno di ammirazione,  pensa al tuo
    Proteo,  desiderami partecipe dei tuoi piaceri,  come  ti  avverr  di
    gustarne;  e nel momento d'un pericolo che t'incalzasse, affida la tua
    pena alle mie sante preci, Valentino: io ti sar intercessore.
    VALENTINO: E per la mia buona fortuna pregherai in un libro d'amore?
    PROTEO: Pregher per te in un libro che amo.
    VALENTINO: Cio a dire in qualche  storia  poco  profonda  d'un  amore
    profondo: "come il giovane Leandro travers l'Ellesponto...".
    PROTEO:  Storia  profonda,  anzi,  d'un  amor  profondissimo:  Leandro
    diguazzava nell'amore fin sopra i calzari.
    VALENTINO: Quanto a questo,  anche tu vi diguazzi fin sopra i calzari:
    eppure non hai ancora passato a nuoto nessuna baia.
    PROTEO: Fin sopra i calzari? Ors, non darmi la baia.
    VALENTINO: Vi rinuncio, perch non ti calza bene.
    PROTEO: Cosa?
    VALENTINO:  L'amore: dove non si guadagna che il disprezzo coi gemiti,
    un'occhiata appena con sospiri che fendono il cuore,  il piacere  d'un
    istante con le noie,  le fatiche e l'insonnia di venti notti;  dove se
    vinci per avventura, di rado  avventurata vittoria; se perdi,  non ne
    ricavi  che pene crudeli;  e comunque e sempre l'unico risultato  una
    follia acquistata con la saggezza,  o una saggezza  conquistata  dalla
    follia!
    PROTEO: Dunque io non sarei che un pazzo, a seguir la tua logica.
    VALENTINO: Temo che lo diventerai, a seguir la tua logica.
    PROTEO: E' dell'amore che vai sofisticando: io non sono l'amore.
    VALENTINO:  Ma poich ti signoreggia  il tuo padrone: e chi si lascia
    cos soggiogar da uno stolto, come si potrebbe darlo per savio?
    PROTEO: Tuttavia gli scrittori dicono che se nel pi  fresco  bocciolo
    si  nasconde  il  verme  edace,  altrettanto  nell'anime pi elette si
    nasconde edace l'amore.
    VALENTINO: Ma dicono anche che il bocciolo meglio avviato   roso  dal
    verme prima di schiudersi, e che del pari un tenero spirito giovanile,
    roso dalla follia d'amore,  intristisce in gemma, si sfoglia nel pieno
    della primavera,  eludendo insieme ogni pi bella speranza futura.  Ma
    perch perdo il tempo a consigliarti,  tu che sei votato alla passione
    che non connette?  Ancora una volta addio.  Mio padre  mi  attende  al
    porto, per vedermi imbarcare.
    PROTEO: E io ti accompagno fin l, Valentino.
    VALENTINO: No,  caro Proteo,  salutiamoci ora. E scrivimi a Milano dei
    tuoi  successi  amorosi;  e  tutto  quello  che  accadr  qui  durante
    l'assenza del tuo amico. Anch'io verr spesso a trovarti per lettera.
    PROTEO: Possa Milano darti ogni felicit.
    VALENTINO: E a te la patria. Or dunque, addio.
    (Esce).
    PROTEO:  Egli  ricerca  la gloria,  io l'amore;  egli abbandona i suoi
    amici per onorarli di pi,  io per l'amore abbandono  me  stesso,  gli
    amici e ogni cosa.  Tu, Giulia, hai operato in me questo mutamento: da
    farmi tralasciar gli studi e perdere  il  tempo,  ribellare  ai  buoni
    consigli,  non  dar  peso pi a nulla,  in mille vani sogni logorarmi,
    struggermi il cuore tra penosi allarmi.
    (Entra SCHIZZO).
    SCHIZZO: Dio vi guardi, messer Proteo: avete visto il mio padrone?
    PROTEO: Se n' andato or ora, a salpar per Milano.
    SCHIZZO: Venti contro uno che  gi in pieno beccheggio: e  becco  io,
    che l'ho perduto.
    PROTEO:  Difatti  il  becco   facile a perdersi quando s'allontani il
    pastore.
    SCHIZZO: Volete dire che il mio padrone  il pastore e io il becco?
    PROTEO: Per l'appunto.
    SCHIZZO: In ogni caso, allora, le mie corna son sue.
    PROTEO: Risposta sciocca, da vero montone.
    SCHIZZO: Che mi conferma montone?
    PROTEO: Sicuro: e il tuo padrone, pastore.
    SCHIZZO: Posso sbaragliarvi con un ragionamento.
    PROTEO: Sar difficile che non mi riesca a ribatterlo con un altro.
    SCHIZZO: Il pastore cerca il montone, e non il montone il pastore; ora
    io cerco il mio padrone,  e il mio padrone non cerca  me:  dunque  non
    sono un montone.
    PROTEO:  Il montone per sfamarsi va dietro al pastore,  il pastore per
    sfamarsi non va dietro al montone;  tu per mercede vai dietro  al  tuo
    padrone, non il tuo padrone dietro a te per mercede: dunque sei becco.
    SCHIZZO: Un altro argomento come questo e mi metto a far "bece"!
    PROTEO: Rispondi piuttosto: hai consegnato la mia lettera a Giulia?
    SCHIZZO:  S,  signore: io pecora infinocchiata diedi la lettera a lei
    pecora infiocchettata; e lei pecora infiocchettata non diede nulla per
    il servizio a me pecora infinocchiata.
    PROTEO: Troppe pecore per un pascolo cos ristretto!
    SCHIZZO: Se il pascolo  tanto ingombro,  lascando la pecorella  nello
    stabbio fareste meglio a mille doppi.
    PROTEO: Sei tu, invece, che le meriteresti doppie.
    SCHIZZO:  Grazie,  signore:  m'accontento di men d'una doppia per aver
    portato la vostra lettera.
    PROTEO: Ti sbagli. Per doppie intendevo sode.
    SCHIZZO: Da doppie a sode? Rassodatele quanto volete,  sar sempre pi
    soda  la  fatica  che ho fatto io per recapitar la lettera alla vostra
    amante.
    PROTEO: Ma che cosa ha detto?
    SCHIZZO (scotendo la testa): Ah!
    PROTEO: S?
    SCHIZZO: No.
    PROTEO: Ah? s? no? Asino!
    SCHIZZO: C' equivoco, signore: io ho detto "ah", voi mi avete chiesto
    se ha detto "s", e io vi ho risposto "no".
    PROTEO: E tutto questo, sommato, fa asino.
    SCHIZZO: Giacch vi siete preso la pena  di  sommarlo,  tenetevelo  in
    compenso.
    PROTEO: No, no: spetta a te per aver rimesso la lettera.
    SCHIZZO: Be', veggo che con voi ci ho rimesso davvero.
    PROTEO: Rimesso in che modo, messere?
    SCHIZZO:  A  portare  le vostre lettere,  signor mio,  e sentirmi dare
    dell'asino per tutto ringraziamento.
    PROTEO: Poffare, hai la lingua sciolta.
    SCHIZZO: Cosi vi si sciogliessero i cordoni della borsa.
    PROTEO: Ors, apriti in poche parole: che cosa ha detto?
    SCHIZZO: Aprite la scarsella voi: parola e danaro  andranno  subito  a
    destinazione.
    PROTEO: Bene, messere, ecco per la tua fatica. (Gli d qualche moneta)
    Che cosa ha detto?
    SCHIZZO: Ho idea, signore, che difficilmente la conquisterete.
    PROTEO: Come? Te ne ha dato qualche indizio?
    SCHIZZO:  A  dir  vero  non mi ha dato nulla: neanche un ducato per lo
    scomodo della lettera.  Ma se  stata tanto dura con me che le portavo
    l'animo vostro,  temo non si mostrer meno dura con voi per averglielo
    palesato.  In pegno d'amore non offritele altro che  selci,  perch  
    dura come l'acciaio.
    PROTEO: Cos, non ha detto nulla?
    SCHIZZO:  Nemmeno:  "To'  per  il disturbo".  Per attestarmi la vostra
    generosit, vi ringrazio,  mi avete dato un testone;  in contraccambio
    di  che  vi  consiglio,  per  l'avvenire,  di  portar da voi le vostre
    lettere. E con ci, signore, vado a raccomandarvi al mio padrone.
    PROTEO: Va',  va'  a  preservar  dai  naufragi  la  vostra  nave.  Non
    s'inabisser  mai  fino  a  che ci sarai tu,  destinato a pi asciutta
    morte  in  terraferma.   (Esce  Schizzo)  Dovr  cercarmi  un  miglior
    messaggero.  C'  caso  che  Giulia abbia a non gradir le mie lettere,
    ricevendole da cos indegno corriere.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Verona. Giardino in casa di Giulia.

    (Entrano GIULIA e LUCIETTA).
    GIULIA: Ma dimmi,  Lucietta,  ora che siamo  sole:  mi  consiglieresti
    dunque d'innamorarmi?
    LUCIETTA: Certo, signora; purch badiate d'incappar bene.
    GIULIA:  E  fra tutta la vaga schiera dei gentiluomini che ogni giorno
    vengono a conversare con me, quale secondo te  il pi degno?
    LUCIETTA: Vogliate ripetermene i nomi,  e io vi dir la  mia  opinione
    secondo il mio semplice e modesto buon senso.
    GIULIA: Cosa ti sembra di Eglamur, il bel cavaliere?
    LUCIETTA: Grazioso gentiluomo, e dal parlar fiorito; ma che nei vostri
    panni non vorrei per marito.
    GIULIETTA: E del ricco Mercazio pensar che mi conviene?
    LUCIETTA: Benissimo dei soldi, ma di lui poco bene.
    GIULIETTA: E di Proteo gentile, sentiamo, che ti pare?
    LUCIETTA: Oh Dio, quante follie possono in noi regnare!
    GIULIA: Perch all'udirne il nome un tal grido, Lucia?
    LUCIETTA:  Signora,  perdonate:    proprio una follia che misera qual
    sono  dia  sfrontati  pareri  su   tanti   irreprensibili,   leggiadri
    cavalieri.
    GIULIA: Perch di Proteo solo non giudichi il valore?
    LUCIETTA: Dir allora: fra tutti io lo stimo il migliore.
    GIULIA: La ragione?
    LUCIETTA: Soltanto una ragione da donna: credo cos perch credo cos.
    GIULIA: E a lui dovrei concedere il mio affetto?
    LUCIETTA: S, pensando di averlo ben collocato.
    GIULIA: A lui meno che a tutti voce del cuore mi chiama.
    LUCIETTA: Pur credo che fra tutti sia quei che pi vi ama.
    GIULIA: Il suo scarso parlare dimostra scarso amore.
    LUCIETTA: Nel fuoco pi compresso cova pi intenso ardore.
    GIULIA: Non ama chi d'amore al proprio ben non parla.
    LUCIETTA: Oh! ama assai di meno chi con tutti ne ciarla.
    GIULIA: Vorrei conoscere il suo sentimento.
    LUCIETTA: Leggete questo foglio, signora. (Le d una lettera).
    GIULIA: "A Giulia". Ma da chi?
    LUCIETTA: Questo si vedr dal contenuto.
    GIULIA: Di', di', chi te l'ha dato?
    LUCIETTA:  Il servo di messer Valentino: da parte,  credo,  di Proteo.
    Voleva darlo a voi stessa;  ma come mi son trovata ad incontrarlo,  me
    l'ha consegnato: vogliate perdonarmi se ho fallato.
    GIULIA:  Santo  pudore,  sei una mezzana coi fiocchi!  Come ardisci tu
    ricevere sfrontate missive,  intrigare e cospirare ai danni della  mia
    giovent?   Bel   mestiere  davvero:  e  tu  tagliata  a  modello  per
    esercitarlo! Ors, riprendi codesto foglio; e bada a restituirlo o non
    comparirmi mai pi dinanzi.
    LUCIETTA: Altro che sdegno merita chi amor vuole aiutare.
    GIULIA: Va' via.
    LUCIETTA: Certo: cos potrete meditare.
    (Esce).
    GIULIA: Una scorsa a quel biglietto,  tuttavia,  vorrei avercela data.
    Ormai  sarebbe  vergogna  richiamarla  indietro:  e spingerla io ad un
    errore di cui l'ho  redarguita.  Ma  che  sciocca!  Sa  pure  che  son
    fanciulla:  e  non  trova  modo di costringermi a guardare la lettera!
    Perch se il ritegno fa dire a noi ragazze certi "no", si vorrebbe poi
    che chi li ascolta li traducesse  in  "s".  Quanti  capricci,  giusto
    cielo, fa mai quest'Amore! Bizzoso come un bambino: graffia la nutrice
    e un momento dopo, tutto umile, bacia la mano che l'ha punito. Con che
    mal garbo ho scacciato Lucietta, mentre pi desideravo di trattenerla!
    E  con  quanta  ira ho finto d'aggrottare la fronte,  mentre un'intima
    gioia mi forzava il cuore al sorriso! Ebbene,  mi punir richiamandola
    e le chieder scusa della mia follia. Ol, Lucietta!

    (Rientra LUCIETTA).

    LUCIETTA: Vossignoria desidera?
    GIULIA: E' vicina l'ora di cena?
    LUCIETTA:  Magari;  cos  sfoghereste  la  rabbia  sui  piatti  e  non
    sull'ancella.
    GIULIA: Cosa raccatti cos delicatamente?
    LUCIETTA: Nulla.
    GIULIA: Allora perch ti sei chinata?
    LUCIETTA: Prendevo una carta che  caduta.
    GIULIA: E una carta la chiami nulla?
    LUCIETTA: Nulla che mi spetti.
    GIULIA: Per coloro cui spetta lasciala dunque in terra.
    LUCIETTA: La verit intera dir a quelli cui spetta,  a meno  che  non
    abbia un falso inter... prete.
    GIULIA: Qualche tuo spasimante che ti scrive in versi?
    LUCIETTA:  Cos  li  potr  cantare  su  un'aria.   Datemi  una  nota,
    Vossignoria sa comporre.
    GIULIA: Il meno possibile quando  si  tratta  di  tali  bazzecole.  Il
    meglio sarebbe intonarli sull'aria di "Amor leggero".
    LUCIETTA: Son troppo gravi per un'aria cos leggera.
    GIULIA: Gravi? Che ci viene il bordone?
    LUCIETTA: S; e un bordone ben soave, se lo cantaste voi.
    GIULIA: Perch non te?
    LUCIETTA: Non posso andar cos alto.
    GIULIA:   Vediamo   questi   versi.   (Prende   la   lettera)  Ebbene,
    sgualdrinella?
    LUCIETTA: Mantenetevi sullo stesso tono,  e la canterete a meraviglia;
    bench quel vostro tono in fondo, non mi vada a genio.
    GIULIA: Ah, non ti va a genio?
    LUCIETTA: No, signora:  troppo acuto.
    GIULIA: E tu troppo impertinente, sgualdrinella.
    LUCIETTA:  Bah!  ecco  che  ora  la  prendete  in un tono troppo cupo.
    Distruggete  ogni  armonia,  con  variazioni  troppo  aspre:  per  far
    perfetta la vostra canzone ci vuole una voce mezzana.
    GIULIA: Ma la mezzana il tuo basso sregolato la sbarrerebbe.
    LUCIETTA: Anzi, io volevo buttar gi le barriere per Proteo.
    GIULIA:  Questa  quisquilia non mi turber oltre: che arruffo per una
    protesta d'amore! (Straccia la lettera) Ora su,  vattene.  E lascia l
    per  terra  quei  pezzi  di  carta: ch soltanto a toccarli mi faresti
    andare in collera.
    LUCIETTA: Fa  mostra  di  adirarsi;  ma  troppo  contenta  sarebbe  di
    ritornare ad adirarsi per una seconda lettera.
    (Esce).
    GIULIA:  Ah fossi davvero adirata almen con questa!  Odiose mani,  che
    laceraste s tenere parole!  Vespe ingrate,  a nutrirvi  di  un  miele
    tanto dolce e trafiggere coi vostri dardi le api che lo produssero! Ad
    uno  ad uno bacer per penitenza i brani di questo foglio.  Ecco,  qui
    trovo: "Giulia cortese..." No: scortese Giulia!  e per  punirti  della
    tua ingratitudine getto il tuo nome sui duri sassi,  calpesto sdegnata
    il tuo disprezzo.  E qui leggo: "Proteo ferito d'amore".  Povero  nome
    ferito!  il mio seno ti sar giaciglio,  fin che la ferita non sia del
    tutto sanata: e intanto la esploro con un bacio  supremo.  Ma  in  pi
    d'un  punto  ricorreva il nome di Proteo...  Rattieni il soffio,  buon
    vento, non sottrarmi una sola parola prima ch'io abbia ritrovato tutte
    le lettere della lettera,  eccetto il nome mio: quello che un  turbine
    lo  trascini  sopra  un  qualche  irto  spaventoso dirupo,  e di l lo
    precipiti nel mare infuriato!  Oh,  qui in una sola riga il  suo  nome
    ricorre  due  volte:  "il  misero,   negletto  Proteo,  l'appassionato
    Proteo... alla diletta Giulia". Questo io straccer via. Eppur no: con
    troppa dolcezza lo ha unito al suo nome desolato... Ecco li ripiegher
    l'uno contro l'altro.  Baciatevi dunque,  abbracciatevi,  mettetevi il
    broncio, fate quel che vi piace.
    (Rientra LUCIETTA).
    LUCIETTA: Signora, la cena  pronta e vostro padre vi aspetta.
    GIULIA: Sta bene, andiamo.
    LUCIETTA:  E  questi  pezzi  di  carta  resteranno in terra a farla da
    indiscreti?
    GIULIA: Se ne hai tanto rispetto, riprendili pure.
    LUCIETTA: Gli  che sono stata ripresa io,  per averceli gettati .  In
    ogni modo non voglio che rimangan qui col rischio d'infreddarsi.
    GIULIA: Ti stanno a cuore assai, a quanto vedo.
    LUCIETTA:  Dite  pure  quanto vedete: ma qualche cosa la vedo anch'io,
    bench mi stimiate di poca vista.
    GIULIA: Andiamo, andiamo. Vuoi venire, dunque?
    (Escono).


    SCENA TERZA - Verona. Una stanza nella casa di Antonio.

    (Entrano ANTONIO e PANTINO).
    ANTONIO: Dimmi,  e a qual proposito mio fratello  ti  ha  intrattenuto
    cos gravemente nel chiostro?
    PANTINO: A proposito di Proteo, suo nipote e vostro figlio.
    ANTONIO: Che ne diceva?
    PANTINO: Stupiva che Vossignoria gli permettesse di spender qui la sua
    giovinezza;  mentre  tanti  padri  anche di minor condizione mandano i
    loro figli a cercare avanzamento nelle  straniere  contrade:  gli  uni
    alla guerra,  per tentarvi la fortuna; altri a scoprire isole lontane,
    altri ad addottrinarsi negli atenei.  E diceva che il vostro Proteo in
    ciascuna  di  codeste  attivit  potrebbe  dar buona prova o magari in
    tutte assieme;  scongiurandomi a  persuadervi  di  non  lasciarlo  pi
    lungamente  oziare  a  casa,  perch  il  non aver viaggiato ora che 
    giovane, gli porterebbe danno nell'et matura.
    ANTONIO: Quanto a questo non hai bisogno di sollecitarmi;    un  mese
    che me ne vo martellando la mente. Mi rendo ben conto di come perde il
    suo  tempo,  e  che  non pu diventar qualcuno senza essere stato alla
    prova e alla scuola del mondo.  L'esperienza s'acquista con la pratica
    e  si  perfeziona  col  corso  rapido  del tempo.  Ma dove sarebbe pi
    conveniente mandarlo, a tuo giudizio?
    PANTINO: Il suo giovane amico Valentino,  mi pare che  vossignoria  lo
    sappia,  partito per la corte dell'Imperatore.
    ANTONIO: Lo so.
    PANTINO:  Credo  che vossignoria farebbe bene a mandarlo laggi.  Avr
    modo  d'addestrarsi  in  giostre  e  tornei,   di  ascoltar   eleganti
    conversazioni   e   intrattenersi  con  dei  patrizi;   potr  insomma
    praticarvi ogni esercizio confacente all'et ed alla nascita.
    ANTONIO: Savio consiglio.  E per dimostrarti a qual punto la tua  idea
    mi  piaccia  voglio  subito  tradurla in opera.  Senza indugio lo far
    partire per la Corte imperiale.
    PANTINO:  Se  a  voi  convenisse,   domani  don  Alfonso   con   altri
    gentiluomini  di  buona  fama  andranno ad inchinare l'Imperatore e ad
    offrirgli i loro servigi.
    ANTONIO: Ottima compagnia: Proteo si accompagner con essi.  Ma eccolo
    in buon punto per dargli questa notizia.

    (Entra PROTEO).

    PROTEO: Dolce amore!  dolci parole! dolce vita! Ecco la sua scrittura,
    ambasciatrice del suo cuore;  ed ecco il  suo  giuramento  di  amarmi,
    pegno  dell'onor suo.  Oh volessero le nostre famiglie approvar questo
    amore e suggellare col loro assenso  la  nostra  felicit!  Oh  divina
    Giulia!
    ANTONIO: Cosa c'? Che lettera stai leggendo?
    PROTEO:  Poche  parole  affettuose,  se  non  dispiace  a vossignoria,
    rinviatemi da Valentino pel tramite di un amico che lo ha lasciato  da
    poco.
    ANTONIO: Da' qua; voglio veder le nuove.
    PROTEO:  Non  ci  sono  nuove signore,  scrive soltanto che  felice e
    benvoluto,  che dall'imperatore riceve molte carezze e che mi vorrebbe
    con s, compagno della sua fortuna.
    ANTONIO: E questo voto tu come lo accogli?
    PROTEO: Anteponendo la volont del padre al desiderio dell'amico.
    ANTONIO:  La  mia  volont  concorda  alquanto col suo desiderio.  Non
    stupirti di questa mia subitanea risoluzione: cos intendo che sia,  e
    basta.  Trascorrerai qualche tempo con Valentino alla Corte;  e quello
    che la famiglia gli passa per il mantenimento, anche tu puoi contarci.
    Domani ti troverai pronto a partire; niente parole,  un ordine.
    PROTEO: Ma,  signore: non potr provvedermi cos d'un  tratto.  Ve  ne
    prego, soprassedete un giorno o due.
    ANTONIO:  Quanto  ti  occorresse  ti  sar  mandato.  Non  pi indugi,
    partirai domani.  Vieni,  Pantino: fa' tu il necessario per affrettare
    il viaggio.
    (Escono Antonio e Pantino).
    PROTEO:  E  cos volendo evitare il fuoco ho finito con l'annegarmi in
    mare.  Non ho osato mostrare a mio padre la lettera di  Giulia,  nella
    tema che avesse ad opporsi al mio amore;  e la mia scusa stessa gli ha
    offerto  l'argomento  pi  adatto  per  ostacolarlo!  Ah  come  questa
    primavera  dell'amore somiglia d'aprile un giorno incerto,  che ora la
    profonda luce del sole svela in tutto il  suo  fulgore,  e  poco  dopo
    abbuia la nube vagabonda!
    (Rientra PANTINO).
    PANTINO:  Vostro padre vi cerca,  mio signore;  ha fretta di parlarvi;
    perci vi prego, andate.
    PROTEO: Ahim, che  ci? Con devozione gli obbedisce il cuore,  eppur
    risponde mille volte: no.
    (Escono).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Milano. Una sala nel Palazzo del Duca.

    (Entrano VALENTINO e SCHIZZO).
    SCHIZZO (porgendo un guanto): Signore, il vostro guanto.
    VALENTINO: Non pu essere: il mio paio di guanti l'ho messo.
    SCHIZZO: Se  mezzo, allora questo potrebbe mancare a completarlo.
    VALENTINO: Lascia vedere.  S,  dammelo,   mio.  Dolcissimo ornamento
    d'un divino portento! Ah, Silvia, Silvia!
    SCHIZZO (chiamando): Madonna Silvia, madonna Silvia!
    VALENTINO: Che fai, gaglioffo?
    SCHIZZO: Non poteva sentirvi.
    VALENTINO: Ma chi ti ha detto di chiamarla?
    SCHIZZO: Vossignoria, se non mi sbaglio.
    VALENTINO: Tu sei sempre precipitoso.
    SCHIZZO: E poco fa ero una lumaca...
    VALENTINO: Basta cos. Ors dimmi: conosci madonna Silvia?
    SCHIZZO: Quella di cui  innamorato vossignoria?
    VALENTINO: E come sai che sono innamorato?
    SCHIZZO: Diamine,  da questi segni: prima di tutto avete imparato come
    messer  Proteo  a  incrociare  le braccia come un ipocondriaco;  poi a
    gorgheggiare le canzoni  d'amore  come  un  pettirosso;  a  passeggiar
    solitario  come  un appestato;  a sospirare come uno scolaretto che ha
    perduto l'abbecedario;  a piangere come una  ragazzina  che  ha  visto
    sotterrare la nonna;  a digiunare come uno che sta a dieta, a vegliare
    come chi ha paura dei ladri,  e a parlar con voce piagnucolosa come un
    accattone il d d'Ognissanti.  Prima,  quando ridevate,  vi si sentiva
    far chicchirich come un galletto;  quando camminavate era un'andatura
    da leone;  digiunare non se ne parlava che dopo cena; le tristezze non
    vi venivano che a scarsella vuota: e ora vi ha cos mutato la  padrona
    che, se vi guardo, non riconosco il mio padrone.
    VALENTINO: E tutti codesti segni si veggono in me?
    SCHIZZO: No, si veggono tutti fuori di voi.
    VALENTINO: Fuori di me? Non pu essere.
    SCHIZZO: Fuori,  fuori,  vi dico: e chi potrebbe, fuori di voi, essere
    tanto fanciullone?  Siete cos fuori di voi,  che la vostra follia  si
    vede  per trasparenza dentro di voi come l'orina in una fiala.  Sicch
    non c' sguardo che ad osservarvi non diventi medico e non indovini la
    vostra malattia.
    VALENTINO: Ma dimmi, conosci madonna Silvia?
    SCHIZZO: Quella che a tavola vi divorate con gli occhi?
    VALENTINO: Ah, te ne sei accorto? Proprio lei.
    SCHIZZO: Ebbene, no, non la conosco.
    VALENTINO: Come: conosci che  lei dal mio modo di  guardarla,  eppure
    non la conosci?
    SCHIZZO: Non  malgraziosa, signore?
    VALENTINO: Anzi: prima ancora che bella  graziosa.
    SCHIZZO: Questo lo so benissimo.
    VALENTINO: Cosa?
    SCHIZZO: Che non  tanto bella quanto graziosa... per voi.
    VALENTINO:  Volevo  dire  che  se  la sua bellezza  perfetta,  la sua
    grazia  infinita.
    SCHIZZO: Gi: ma la prima  dipinta e la seconda non ha prezzo.
    VALENTINO: Che dipinta? e perch non ha prezzo?
    SCHIZZO: Gnaffe: per rendersi  bella  si  dipinge  tanto  che  nessuno
    apprezza la sua belt.
    VALENTINO: Cosa pensi di me, allora, che l'apprezzo altamente?
    SCHIZZO: Ma voi non l'avete vista da che  sfigurata.
    VALENTINO: Sfigurata? e da quando?
    SCHIZZO: Dal giorno che voi l'amate.
    VALENTINO: Io l'ho amata dal primo momento, sempre mi  parsa bella.
    SCHIZZO: Se l'amate non potete vederla.
    VALENTINO: E perch?
    SCHIZZO: Perch l'amore  cieco.  Ah, se voi aveste i miei occhi, o se
    gli  occhi  vostri  avessero   la   chiarezza   d'un   tempo,   quando
    motteggiavate Proteo perch andava in giro senza giarrettiere!
    VALENTINO: E allora cosa vedrei?
    SCHIZZO:  La  vostra  presente  pazzia e la bruttezza di lei che passa
    ogni altra.  Perch Proteo  era  innamorato  e  non  aveva  occhi  per
    allacciarsele,  le calze;  ma voi che siete innamorato come lui non ci
    vedete neanche tanto da mettervi le vostre.
    VALENTINO: Quand' cos,  ragazzo mio,  sei innamorato tu  pure:  ieri
    mattina non ci hai veduto abbastanza per pulirmi le scarpe.
    SCHIZZO:  E'  vero: ero innamorato delle lenzuola.  E grazie di avermi
    picchiato per il mio amore:  mi  fo  pi  ardito  a  berteggiarvi  del
    vostro.
    VALENTINO: In conclusione nutro per lei un grande affetto.
    SCHIZZO: Ebbene, divezzatelo, cos cesserete d'esserne affetto.
    VALENTINO:  Iersera  mi ha comandato di buttar gi poche righe per una
    persona che ama.
    SCHIZZO: Le avete scritte?
    VALENTINO: S.
    SCHIZZO: E rigavano dritte?
    VALENTINO: Il meglio che ho potuto. Ma zitto: eccola che viene.

    (Entra SILVIA).

    SCHIZZO (a parte): Oh il  grazioso  spettacolo  di  burattini!  Oh  la
    magnifica marionetta! Ora egli parler per lei.
    VALENTINO: Mia signora e padrona, mille volte buon giorno.
    SCHIZZO  (a  parte):  Le desse soltanto una buona notte: quanto meglio
    d'un milione di salamelecchi!
    SILVIA: Mio signore e servente, a voi duemila.
    SCHIZZO (a parte): E' lui che dovrebbe pagare i frutti,  e  invece  li
    sborsa lei!
    VALENTINO:  Ho  preparato  quella  lettera,  secondo l'ordine,  per il
    vostro amico innominato; ma vi confesso di averlo proprio fatto contro
    voglia, spinto solo dall'obbedienza dovuta a vossignoria.
    (Le d una lettera).
    SILVIA: Vi ringrazio,  mio dolce  servitore.  E'  scritta  proprio  da
    notaro.
    VALENTINO:  Oh  lo so,  signora,  che non  riuscita bene!  Gli  che,
    ignorando il destinatario,  scrivevo a caso,  dubitando sempre di  non
    dir giusto...
    SILVIA: E vi  parsa troppa fatica?
    VALENTINO:  Dio  me  ne guardi.  Se volete ne scriver altre mille per
    compiacervi, ma...
    SILVIA: Ben detto.  Indovino il  resto;  ma  non  lo  dir...  Ma  non
    importa...  Ma  riprendetevi la lettera.  Ma vi ringrazio...  Ma d'ora
    innanzi non intendo pi importunarvi.
    SCHIZZO (a parte): Ma lo farete... Ma ecco un altro "ma!".
    VALENTINO: Che intende vossignoria? Non vi piace la lettera?
    SILVIA: S, s:  assai graziosamente svolta.  Ma come l'avete scritta
    malvolentieri, cos riprendetela. Riprendetela, dico.
    (Gli rende la lettera).
    VALENTINO: Signora, era per voi...
    SILVIA:  S,  s,  l'avete scritta a mia richiesta ma non la voglio: 
    per voi. Ci avrei voluto pi sentimento.
    VALENTINO: Se lo desiderate ne far un'altra.
    SILVIA: E quando sar scritta,  leggetela per amor mio: se vi andr  a
    genio, bene; altrimenti, bene.
    VALENTINO: Se mi andr a genio, signora, allora cosa?
    SILVIA:  Allora  serbatela  in  premio delle vostre fatiche.  E adesso
    arrivederci, servitor mio.
    (Esce).
    SCHIZZO: Oh invisibile astuzia;  cos agli occhi s'invola naso  in  un
    volto,  o  in  cima  a  torre banderuola.  Lui la idolatra: ed ella al
    timido amatore da scolaro ora insegna a farsi precettore.  Stratagemma
    mirifico: di scriversi gli impone da se stesso le lettere... che manda
    al mio padrone!
    VALENTINO: Ors, cosa stai ragionando fra te?
    SCHIZZO: No; stavo poetando. La ragione l'avete voi.
    VALENTINO: Per farne che?
    SCHIZZO: Per essere ambasciatore di madonna Silvia.
    VALENTINO: Presso di chi?
    SCHIZZO: Di voi stesso. Vi corteggia in cifra.
    VALENTINO: Che cifra?
    SCHIZZO: Per lettera, dovevo dire.
    VALENTINO: Ma se non mi ha scritto!
    SCHIZZO:  E  che  bisogno  ne  aveva,  se  vi ha fatto scrivere da voi
    medesimo? Non avete capito lo scherzo?
    VALENTINO: No, credi a me.
    SCHIZZO: Eh,  vi credo davvero!  Ma non vi siete accorto dell'arra che
    vi ha dato?
    VALENTINO: Nulla, mi ha dato: soltanto un rabbuffo.
    SCHIZZO: E non una lettera?
    VALENTINO: Ma quella l'avevo scritta io per un suo amico.
    SCHIZZO: E ora  pervenuta all'indirizzo giusto: ecco fatto.
    VALENTINO: Magari stesse cos.
    SCHIZZO: Ve l'accerto. Pi volte le scriveste: ma ella, o non disposta
    o  mancandole  il tempo,  mai vi diede risposta;  oppure ad evitare un
    indiscreto messo, incaric l'amante di scrivere a se stesso.  E questa
     verit sacrosanta,  perch l'ho trovata in un libro stampato. Ehi, a
    cosa state pensando? E' ora di cena.
    VALENTINO: Ho cenato.
    .SCHIZZO: Bene, signore.  Ma sentite me: se Amore si pasce d'aria come
    il  camaleonte,  io sono uno che si nutre di vivande e una bistecca la
    mangerei volentieri.  Deh,  non fate come la vostra  bella:  movetevi!
    movetevi a piet!
    (Escono).




    SCENA SECONDA - Verona. Una stanza nella casa di Giulia.

    (Entrano PROTEO e GIULIA).
    PROTEO: Abbi pazienza, mia dolce Giulia.
    GIULIA: Per forza l'avr, se non c' rimedio.
    PROTEO: Riverr appena possibile.
    GIULIA: Riverrai presto se non diverrai diverso. Eccoti intanto questo
    ricordo per amor di Giulia.
    (Gli d un anello).
    PROTEO: Facciamo un cambio: e a te questo.
    (Le d un anello).
    GIULIA: Ora suggelliamo il patto con un santo bacio.
    PROTEO:  Stringi  la  mia  mano  in  segno  di  eterna fede;  e se mai
    trascorra,  Giulia,  un'ora sola del giorno che io non sospiri per te,
    mi  porti l'ora seguente una qualche gran sventura per punirmi del mio
    oblo d'amore! Ma mio padre mi attende: no, non dirmi pi nulla...  E'
    ormai l'alta marea: oh non dico quella delle tue lagrime,  ch codesta
    troppo a lungo mi farebbe indugiare! Addio, Giulia. (Esce Giulia) E mi
    ha lasciato senza una parola? Eppur s... Questo  vero amore, che non
    parla: la sua sincerit meglio rifulge nelle azioni che nei discorsi.

    (Entra PANTINO).

    PANTINO: Ser Proteo, siete atteso.
    PROTEO: Eccomi;  son con te.  Questi congedi rendono muti gli  amanti,
    ohim!
    (Escono).


    SCENA TERZA - Verona. Una strada.

    (Entra CIRIOLA con un cane a guinzaglio).
    CIRIOLA:  Mi  ci  vorr  un'altr'ora  buona  prima  d'aver  finito  di
    piangere...  Tutta la razza delle Ciriole ha questo difetto: io ne  ho
    ereditata la mia proporzione,  come il figliuol prodigo.  Ora vado con
    messer Proteo alla Corte imperiale.  Il mio cane Granchio deve  essere
    il  cane pi duro di cuore che ci sia: mia madre lagrimava,  mio padre
    si lamentava,  mia sorella frignava,  la serva strillava,  il gatto si
    torceva  le mani,  tutta la casa era sui 'cartoni' ardenti,  e intanto
    questo cagnaccio insensibile non ha versato una lagrima.  E' un sasso,
    un vero ciottolo: non ha pi cuore d'un cane. Avrebbe pianto un ebreo,
    ai  nostri  addii:  perfino  la mia nonna che  cieca s' acciecata di
    lagrime a vedermi partire.  Ecco,  ora vi mostro com' andata.  Questa
    scarpa    mio  padre;  no,  mio padre  la scarpa sinistra;  no,  no,
    facciamo che la sinistra sia mia madre;  no,  neanche cos va  bene...
    Cio s,   giusto cos: ha l'anima pi rovinata. Dunque questa scarpa
    col buco sar mia madre, e quest'altra mio padre. Proprio questa,  Dio
    ti  maledica!  Ora,  signore,  questo  bastone   mia sorella: perch,
    vedete,   bianca come un giglio e sottile come un  giunco;  e  questa
    berretta  Annetta,  la serva di casa.  Io sono il cane. No, il cane 
    lui e io sono il cane... Uffa! Il cane sono io e io sono io: ecco,  ci
    siamo.  Dunque ora vado da mio padre: "Padre,  la vostra benedizione".
    Ora la scarpa non pu dir nulla  dal  gran  piangere.  Ora  bacio  mio
    padre: e lui gi a lagrimare come una vite tagliata. E ora vado da mia
    madre.  Oh avesse la parola, come una mentecatta! Bene, la bacio. Ecco
    qui, apre la bocca,  tale e quale come mia madre.  E ora eccomi da mia
    sorella: sentite un po' come geme.  E ora, durante tutta questa scena,
    il cane non ha mosso ciglio,  non ha detto verbo.  Guardate invece io,
    guardate come innaffio la polvere con le mie lagrime.

    (Entra PANTINO).

    PANTINO:  Svelto,  Ciriola,  svelto:  a  bordo.  Il  tuo padrone  gi
    imbarcato, e dovrai raggiungerlo a remi.  Che succede?  Perch piangi?
    Presto, somaro! Se tardi dell'altro la marea abbandoner la baia.
    CIRIOLA: Non m'importa se l'abbaia mi abbandona; perch  l'abbaia pi
    crudele che desse mai la baia.
    PANTINO: Qual  la baia pi crudele?
    CIRIOLA: Questo che abbaia qui: Granchio, il mio cane.
    PANTINO: Ors, sciocco, voglio dire che perderai il flusso; e se perdi
    il flusso perdi le barche; e se perdi le barche perdi il padrone; e se
    perdi  il  padrone  perdi  il servizio;  e se perdi il servizio...  Ma
    perch mi tappi la bocca?
    CIRIOLA: Per paura che tu perda la lingua.
    PANTINO: E dove la dovrei perdere?
    CIRIOLA: Nelle tue brache!
    PANTINO: Nelle tue brache!
    CIRIOLA: Perder dunque io la marea e l'imbarco,  e il  padrone  e  il
    servizio  e  l'abbaia?  Ma  non  sai tu che se il fiume fosse asciutto
    potrei riempirlo con le mie lagrime?  Che se il vento  cadesse  potrei
    spinger la nave coi miei sospiri?
    PANTINO: Su, gaglioffo, vieni via: mi hanno mandato a chiamarti.
    CIRIOLA: Chiamami come ti pare!
    PANTINO: Insomma, vieni s o no?
    CIRIOLA: Eccomi: vengo.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Milano. Una sala nel Palazzo del Duca.

    (Entrano SILVIA, VALENTINO, TURIO e SCHIZZO).
    SILVIA: Servo mio!
    VALENTINO: Padrona mia!
    (Conversano in disparte).
    SCHIZZO: Signore, messer Turio vi guarda bieco.
    VALENTINO: S, figliuolo:  per amore.
    SCHIZZO: Ma non verso di voi.
    VALENTINO: Allora verso la mia padrona.
    SCHIZZO: Una bastonatura gli starebbe a garbo.
    (Esce).
    SILVIA: Servo mio, siete melanconico.
    VALENTINO: Infatti, signora, lo sembro.
    TURIO: Sembrate quel che non siete?
    VALENTINO: Per l'appunto.
    TURIO: Cos fanno gli ipocriti.
    VALENTINO: Cos fate voi.
    TURIO: Cosa sembro io senza esserlo?
    VALENTINO: Sembrate savio.
    TURIO: Che prova v' del contrario?
    VALENTINO: La vostra pazzia.
    TURIO: E dove la vedete?
    VALENTINO: Ve la vedo sotto al giustacuore.
    TURIO: Il mio giustacuore  un farsetto.
    VALENTINO: Bene: le farse son cose da istrioni.
    TURIO: Cosa?
    SILVIA: Siete in collera, messer Turio? Avete cambiato colore.
    VALENTINO: Lasciatelo fare, signora:  una specie di camaleonte.
    TURIO:  Un  camaleonte che ha pi voglia di nutrirsi del vostro sangue
    che di vivere nella vostra aria.
    VALENTINO: Avete detto, messere...
    TURIO: S, messere, e ho anche finito, per questa volta.
    VALENTINO:  Oh,   lo  so  bene,   messere:  voi  finite  sempre  prima
    d'incominciare.
    SILVIA: Un'arguta salva di parole, signori: e sparata colpo su colpo.
    VALENTINO: Certo, e ne ringraziamo il puntatore.
    SILVIA: Chi mai, buon servo?
    VALENTINO:  Voi stessa,  dolce signora: che avete fatto fuoco.  Messer
    Turio toglie  a  prestito  tutto  il  suo  spirito  dagli  sguardi  di
    vossignoria, e spende graziosamente in vostra compagnia quello che gli
    avete prestato.
    TURIO:  Signore,  se  spendete  con  me  parola  su  parola,  far far
    bancarotta al vostro spirito.
    VALENTINO: Lo so che avete una cassaforte di parole, e nient'altro, se
    non mi sbaglio,  per pagare la servit: dalle loro scadenti livree  si
    giudicherebbe che vivano sulle vostre scadenti parole.
    SILVIA: Non pi, signori, non pi: viene mio padre.

    (Entra il DUCA).

    DUCA: Ebbene, figlia mia: eccoti strettamente assediata. Vostro padre,
    messer Valentino, si trova in buona salute. Cosa direste d'una lettera
    di amici vostri, con ottime nuove?
    VALENTINO:  Sarei  grato,  signore,  al  felice  messaggero  che me la
    recasse.
    DUCA: Conoscete don Antonio, vostro concittadino?
    VALENTINO: S, mio buon signore: lo conosco per valoroso gentiluomo, e
    ben meritevole della deferenza che lo circonda.
    DUCA: E non ha forse un figlio?
    VALENTINO: Un figlio, mio buon signore, degno a sua volta dell'onore e
    della stima di un tale padre.
    DUCA: Voi lo conoscete bene?
    VALENTINO: Come me stesso: siamo cresciuti insieme.  Ma di  quanto  io
    sono stato sempre un pigro girellone,  trascurando i dolci benefizi di
    quelle ore in cui avrei  potuto  sollevar  la  mia  giovinezza  a  una
    eccelsa  perfezione,  d'altrettanto  messer  Proteo- ch tale  il suo
    nome - seppe trarre buon profitto dal suo tempo. E' giovane d'anni, ma
    vecchio d'esperienza;  acerbo in volto,  ma nel giudizio maturo;  e in
    una  parola  -  perch  qualunque  lode  io possa fargli resterebbe al
    disotto del suo merito - nel fisico come nel morale  dotato di  tutte
    le grazie che ornano un compiuto gentiluomo.
    DUCA: Canchero, messere, se egli giustifica ci che dite, merita tanto
    l'amore di un'imperatrice quanto la fiducia di un imperatore.  Orbene,
    messere: codesto gentiluomo  giunto alla  mia  Corte  con  autorevoli
    commendatizie,  e  pensa di trattenervisi qualche tempo.  Credo che la
    notizia non vi giunga sgradita.
    VALENTINO: Se avessi avuto qualcosa da desiderare era questa.
    DUCA: Accoglietelo dunque come merita: parlo per  te,  Silvia;  e  per
    voi, messer Turio: ch quanto a Valentino non occorre incitarlo. Ve lo
    mander qui, fra un momento.
    (Esce).
    VALENTINO: E' quel gentiluomo di cui gi ho parlato a vossignoria: che
    sarebbe  venuto  con  me  se  la  fanciulla  che  ama  non  ne  avesse
    imprigionato gli sguardi nei suoi occhi di cristallo.
    SILVIA: Forse li avr poi liberati, su qualche altro pegno di fedelt.
    VALENTINO: No, sono certo che ancora li tiene schiavi.
    SILVIA: In  tal  caso  dovrebb'essere  cieco:  e  dunque  come  poteva
    ritrovar la strada per venirvi a cercare?
    VALENTINO: Ma, signora, Amore ha cent'occhi.
    TURIO: Molti dicono che non ne ha neppur uno.
    VALENTINO:  In  presenza  di  amanti come voi,  Turio.  Se l'oggetto 
    volgare, Amore chiude gli occhi.
    SILVIA: Basta, basta. Ecco il gentiluomo.

    (Entra PROTEO).

    VALENTINO: Benvenuto, caro Proteo!  Vi supplico,  signora,  di volerne
    distinguer l'arrivo con qualche particolare favore.
    SILVIA:  Il suo stesso merito gli sar garante di essere il benvenuto,
    se  questi il cavaliere di cui avete tanto spesso desiderato notizie.
    VALENTINO: E' lui: consentitegli,  mia dolce padrona,  di servirvi con
    me.
    SILVIA: Troppo umile padrona per un tal servo.
    PROTEO: Anzi, dolce signora, troppo meschino il servo per meritare uno
    sguardo da s eletta padrona.
    VALENTINO:  Ors,  tralasciate queste gare di modestia: dolce signora,
    accoglietelo vostro servo.
    PROTEO: Di nient'altro sar orgoglioso che del mio zelo.
    SILVIA: Allo zelo non manc mai ricompensa. Siate dunque il servo bene
    accetto di una indegna padrona.
    PROTEO: Rischierei la vita contro chiunque altro osasse dirlo.
    SILVIA: Che siete ben accetto?
    PROTEO: No: che siete indegna.

    (Entra un Servo).

    SERVO:. Signora, il Duca vostro padre vorrebbe parlarvi.
    SILVIA: Sono ai suoi ordini.  (Esce il Servo)  Venite,  messer  Turio,
    venite  con  me.  Benvenuto ancora una volta,  mio nuovo servitore: vi
    lascio a discorrere di faccende domestiche;  e  quando  avrete  finito
    gradir vostre novelle.
    PROTEO: Verremo entrambi a riverire vossignoria.
    (Escono Silvia e Turio).
    VALENTINO: Ora dimmi: come stanno tutti coloro che hai lasciato?
    PROTEO: I tuoi amici bene: e mi diedero da portarti mille saluti.
    VALENTINO: E i tuoi?
    PROTEO: In buona salute.
    VALENTINO: E la tua bella? Come va il tuo amore?
    PROTEO: Le mie storie d'amore solevano annoiarti;  so che non ti vanno
    a genio questi discorsi.
    VALENTINO: Gi, Proteo: ma c' stato un gran mutamento nella mia vita;
    ho fatto penitenza dei miei vecchi  dispregi!  Gli  spiriti  imperiosi
    d'Amore   mi   hanno   punito   con  amari  digiuni,   con  gemiti  di
    mortificazione,  con lagrime la notte e dolorosi sospiri il giorno;  a
    vendicarsi  della  mia  noncuranza  Amore  mi ha scacciato il sonno da
    questi occhi asserviti,  ponendo essi a guardia dei patimenti del  mio
    cuore!  Oh mio Proteo gentile,  Amore  potente sovrano, e mi ha tanto
    umiliato che,  te lo confesso,  non c' sventura pi grande  dei  suoi
    castighi,  n  felicit sulla terra paragonabile a quella di servirlo.
    Ora non pi discorsi che non siano d'Amore: ora  questa  nuda  parola,
    Amore, mi  cibo e riposo.
    PROTEO:  Basta:  ti  leggo  la  tua  sorte negli occhi.  Ed era quello
    l'idolo dei tuoi pensieri?
    VALENTINO: Proprio lei: non  una creatura celeste?
    PROTEO: No, ma un paragone di bellezza terrena.
    VALENTINO: Chiamala divina.
    PROTEO: Non voglio adularla.
    VALENTINO: Ah, adula me allora! Amore si delizia di lodi.
    PROTEO: Quando il malato ero io mi somministravi le pillole pi amare:
    oggi debbo far altrettanto con te.
    VALENTINO: Di' allora di lei quel che   vero:  se  divina  non  vuoi,
    riconosci  almeno  che   angelica,  sovrana fra tutte le creature del
    mondo.
    PROTEO: Eccetto la donna mia.
    VALENTINO: Eccetto nessuna,  caro: eccetto che tu non voglia  eccepire
    contro la mia diletta.
    PROTEO: Non ho ragione di preferire quella che amo?
    VALENTINO:  Ed  io  voglio aiutarti a preferirla.  Un'aureola le verr
    dall'alto onore di sorregger lo strascico alla mia  signora,  affinch
    la vile terra non abbia a rubar casualmente un bacio alle sue vesti, e
    salita  in  superbia  per  s  grande ventura non sdegni di produrre i
    fiori profumati dell'estate, prolungando all'infinito il rude inverno.
    PROTEO: Ma Valentino, che iperboli sono queste?
    VALENTINO: Scusami,  Proteo: non potr mai dire abbastanza  per  lodar
    lei, nel cui valore s'annullano tutti gli altri valori. Ella  sola.
    PROTEO: E tu lasciala sola.
    VALENTINO: Per niente al mondo! Non sai, Proteo, che  mia? Possedendo
    un  tale gioiello,  io son ricco come venti mari le cui sabbie fossero
    perle,  nttare l'onde e oro zecchino gli scogli!  Perdonami se non mi
    sono occupato di te: tu vedi la violenza della mia passione.  Quel mio
    sciocco rivale,  che soltanto per l'enorme ricchezza  gradito  a  suo
    padre,   uscito con lei e bisogna che li segua: tu lo sai bene, Amore
     pieno di gelosia.
    PROTEO: Ed ella ti ama?
    VALENTINO: Ci siamo dati promessa.  Anzi,  di pi: ogni cosa    ormai
    decisa  fra  noi circa l'ora delle nozze e della fuga,  con i relativi
    espedienti: dal modo di raggiungere la sua finestra merc una scala di
    corda,  a tutti gli altri mezzi gi concertati per assicurare  la  mia
    felicit.  Seguimi nella mia camera,  caro Proteo: in questa impresa i
    tuoi consigli mi saranno di gran giovamento.
    PROTEO: Va' pure avanti,  verr poi a trovarti.  Debbo  tornarmene  al
    porto  per  fare  sbarcare  certe  mie  robe che mi necessitano,  e ti
    raggiunger fra poco.
    VALENTINO: Farai presto?
    PROTEO: S. (Esce Valentino) Come caldo scaccia caldo e chiodo scaccia
    chiodo,  cos svanisce dinanzi ad un nuovo oggetto il ricordo del  mio
    antico amore.  E' il mio cuore incostante o l'elogio di Valentino?  E'
    la perfezione eccelsa di lei  o  il  mio  basso  tradimento,  a  farmi
    sragionare  cos?  Ella  bellissima,  ma lo  anche quella Giulia che
    amo...  che amavo: perch il mio amore s' strutto come un'immagine di
    cera  davanti  a  un  gran  fuoco,  e  nulla serba pi delle primitive
    sembianze. Si raffredda la mia vecchia sollecitudine per Valentino,  e
    sento che non mi  pi caro come un tempo: oh,  troppo,  troppo amo la
    sua donna,  per potere amar lui!  Che adorazione sar  dunque  la  mia
    quando la conoscer meglio,  se gi senza quasi conoscerla l'amo?  Non
    ho fin qui veduto che la sua apparenza ed  bastata ad abbacinarmi gli
    occhi dell'intelletto.  Ma quando vedr lo splendore delle sue doti  
    giusto  ch'io  rimanga  cieco.  Voglio  frenar  se  posso  questo amor
    vaneggiante; se no, mi giovi ogni arte a conquistar l'amante.
    (Esce).


    SCENA QUINTA - Milano. Una strada.

    (Entrano SCHIZZO e CIRIOLA da parti diverse).
    SCHIZZO: Per la mia onest, Ciriola, sii il benvenuto a Milano.
    CIRIOLA: Non spergiurare, dolce amico, perch non sono il benvenuto. A
    mio giudizio un uomo non  mai perduto fino a che non lo impiccano, ne
    benvenuto in un luogo fino a  che  non  ha  pagato  lo  scotto,  e  il
    benvenuto non gliel'ha dato l'ostessa.
    SCHIZZO: Su via,  mattacchione! Ti accompagner io a un'osteria, dove,
    con cinque soldi di scotto, di benvenuti ne avrai cinquemila. Ma dimmi
    marrano: come ha potuto il tuo padrone separarsi da madonna Giulia?
    CIRIOLA: Diamine, dopo essersi abbracciati sul serio, si sono separati
    per ischerzo.
    SCHIZZO: Ma lei lo sposer?
    CIRIOLA: No.
    SCHIZZO: Come? La sposer lui?
    CIRIOLA: Neanche.
    SCHIZZO: Allora c' stata rottura?
    CIRIOLA: No; sono intieri come pesci.
    SCHIZZO: Ma insomma come stanno fra loro?
    CIRIOLA: Ti dir; quando sta bene lui sta bene anche lei.
    SCHIZZO: Che ciuco sei! Non ti seguo.
    CIRIOLA: Che citrullo sei,  che non mi segui?  Ma se capisce anche  il
    mio bastone!
    SCHIZZO: Quello che tu dici?
    CIRIOLA:  E  anche  quello che faccio.  Guarda: faccio un passo,  e il
    bastone mi segue.
    SCHIZZO: Per forza; l'hai afferrato!
    CIRIOLA: Be', afferrare e capire  tutt'uno.
    SCHIZZO: Ma dimmi: questo matrimonio si far?
    CIRIOLA: Domandalo al mio cane: se dice di s, si far; se invece dice
    di no, si far; se poi scodinzola senza dir nulla, allora si far.
    SCHIZZO: Dunque la conclusione  che si far.
    CIRIOLA: Un segreto come questo non me lo caverei di bocca  altro  che
    per parabola.
    SCHIZZO:  Mi  contento  di  saperlo  anche  cos.  Ma  che te ne pare,
    Ciriola, del mio padrone che si  innamorato come un citrullo?
    CIRIOLA: Io l'ho sempre conosciuto per tale.
    SCHIZZO: Sarebbe a dire?
    CIRIOLA: Per un famoso citrullo: come tu l'hai dipinto benissimo.
    SCHIZZO: Ma figlio di puttana d'un asino che non  sei  altro:  non  ci
    siamo capiti.
    CIRIOLA: Ehi, scemo, non dicevo mica di te: dicevo del tuo padrone.
    SCHIZZO:  E  io  ti  dicevo  che  il mio padrone s' fatto un bollente
    amatore.
    CIRIOLA: E io ti dico che se anche nel suo amore ci si scotta,  non me
    ne importa nulla.  Se vuoi venire con me dall'oste, bene; se no sei un
    ebreo, un giudeo, e non meriti il nome di cristiano.
    SCHIZZO: Perch?
    CIRIOLA: Perch non hai neppur tanta carit da avere in comune con  un
    cristiano l'ostie. Vuoi venire?
    SCHIZZO: Ai tuoi comandi.
    (Escono).


    SCENA SESTA - Milano. Una stanza nel Palazzo del Duca.

    (Entra PROTEO).
    PROTEO:  Se  abbandono  la mia Giulia sono spergiuro;  se amo la bella
    Silvia sono spergiuro;  se tradisco l'amico sono gravemente spergiuro;
    e  tuttavia   la stessa potenza che mi strapp il primo giuramento ad
    impormi oggi questo triplice spergiuro. Amore mi fece giurare, e Amore
    mi fa spergiurare.  Oh tu grazioso seduttore,  se hai commesso peccato
    suggerisci  ora  a  questo  tuo  suddito  in  tentazione  il  modo  di
    scolparti.  Prima adoravo una tremula stella,  ma adesso mi prostro ad
    un sole celestiale.  Da promesse fatte a cuor leggero pu liberarti la
    riflessione;  e sarebbe un inetto chi  non  avesse  tanta  volont  da
    convincer se stesso a lasciare il cattivo per il buono. Ah vergognati,
    vergognati,  lingua insolente! Chiamar cattiva colei che con ventimila
    giuramenti esalati dall'anima eleggesti tua sovrana! Non posso smetter
    di amare,  ed intanto lo faccio: smetto di amare  quella  che  dovrei.
    Perdo  Giulia,  e  perdo Valentino;  ma se li conservassi mi perderei,
    mentre ritrovo,  se li perdo,  me stesso in  cambio  di  Valentino,  e
    Silvia  in cambio di Giulia.  Ora io mi sono pi caro di quanto non mi
    sia caro un amico,  perch l'amore di s   sempre  il  pi  forte;  e
    Silvia  -  l'attesti il ciclo che la cre cos fulgida!  - mi fa parer
    Giulia nera come un'Etiope.  Voglio dimenticare che Giulia   viva,  e
    ricordarmi  solo  che    morto  il  mio amore per lei;  voglio stimar
    Valentino un nemico, e vedere in Silvia un amico pi dolce.  Non posso
    d'ora  in  avanti esser fedele a me stesso,  se non tradir Valentino.
    Egli si propone di raggiunger stanotte  con  una  scala  di  corda  la
    finestra  della  celeste  Silvia:  e attende aiuto da me,  suo rivale!
    Immediatamente porter a conoscenza  del  padre  di  lei  questo  loro
    sotterfugio  e tentativo di fuga: nel suo furore egli caccer in bando
    Valentino, perch vuole che sua figlia sposi Turio. Partito Valentino,
    sapr ben io con qualche pronta astuzia intralciare i  goffi  approcci
    di quel Turio balordo.  Amore,  e tu prestami le ali per raggiunger lo
    scopo a cui il mio cuore anela, come mi desti i fili per tesser questa
    tela.
    (Esce).


    SCENA SETTIMA - Verona. Una stanza nella casa di Giulia.

    (Entrano GIULIA e LUCIETTA).
    GIULIA: Consigliami tu,  cara Lucia,  e dammi aiuto.  In nome del  pi
    soave  amore  ti  supplico - tu che sei la tavoletta dove tutti i miei
    pensieri  sono  visibilmente  incisi  -  di  suggerirmi  qualche  buon
    espediente  perch io possa,  senza danno del mio onore,  affrontar un
    viaggio che mi conduca dal mio Proteo adorato.
    LUCIETTA: Ohim! la via  lunga e faticosa.
    GIULIA: Non si stanca il devoto pellegrino di misurar regni interi coi
    suoi deboli passi: tanto meno si stancher quella a cui per volare  ha
    dato  Amore  le  ali,  e  che  muove  verso un essere cos divinamente
    perfetto come Proteo.
    LUCIETTA: Meglio pazientare finch Proteo non torni.
    GIULIA: Oh non sai tu che l'anima mia si nutre della sua  vista?  Abbi
    piet  di  questa inedia in cui mi consumo,  anelando da tanto tempo a
    quel cibo!  Se tu conoscessi gli intimi moti della passione,  sapresti
    che  tanto  varrebbe  alimentare  il  fuoco  con la neve quanto cercar
    d'estinguere il fuoco d'amore con le parole.
    LUCIETTA: N io cerco di spegnere il caldo  fuoco  del  vostro  amore,
    bens  di  moderarne  l'estrema  violenza  perch  non divampi oltre i
    limiti della ragione.
    GIULIA: Pi ti adoperi a  contenerlo  e  pi  arde.  La  corrente  che
    fluisce  con  lene  mormorio tu sai che,  ostacolata,  subito inquieta
    ruggisce;  ma se nulla si oppone al suo corso ecco effonde una  musica
    soave  frusciando  sulle  lucide  pietre,  e sfiora con un dolce bacio
    tutte  le  vermene  che  incontra   nel   suo   pellegrinaggio:   cos
    capricciosamente  indugiando  nel  sinuoso cammino si avvia all'oceano
    selvaggio.  Dunque lasciami andare,  non impedire il mio  corso.  Sar
    paziente  come  un  mite  ruscello,  mi  far  una  consolazione della
    stanchezza d'ogni passo,  fino a che l'ultimo non  mi  abbia  condotta
    accanto  al  mio  amore.  E  l  finalmente  riposer: come agli Elisi
    riposa, dopo tante tempeste, un'anima eletta.
    LUCIETTA: Ma in quali vesti andrete?
    GIULIA: Non femminili;  eviter cos i volgari assalti dei  libertini.
    Provvedimi tu, cara Lucietta, di abiti adatti ad un nobile paggio.
    LUCIETTA: E cos vossignoria dovr tagliarsi i capelli.
    GIULIA:  Ma  no,  figliuola: li costringer in lacci di seta con mille
    bizzarri nodi d'amore. Un'acconciatura fantasiosa pu addirsi anche ad
    un giovane che dimostri pi anni di me.
    LUCIETTA: E di che foggia, signora, preferite i calzoni?
    GIULIA: E' come se tu chiedessi: "Ditemi signor mio,  di che larghezza
    volete il guardinfante?". Fa' tu come credi meglio, Lucia.
    LUCIETTA: In ogni modo dovrete portarli con la brachetta.
    GIULIA: Per carit non starebbe bene!
    LUCIETTA: Ma calzoni a sbofo non valgono una testa di spillo, senza la
    brachetta per appuntaspilli.
    GIULIA:  Ors,  Lucietta,  se  mi vuoi bene procurami tu quello che ti
    parra pi conveniente e aggraziato.  Dimmi piuttosto,  mia cara:  come
    credi  che  mi giudicher il mondo,  per essermi avventurata in un tal
    viaggio? Io temo che per molti sar uno scandalo.
    LUCIETTA: Se temete di questo restate a casa.
    GIULIA: Oh no, mai!
    LUCIETTA: Allora non vi preoccupate delle linguacce e partite.  Quando
    Proteo sia lieto del vostro arrivo,  poco importa che qualcuno censuri
    la vostra partenza. Soltanto, ho paura che non ne sar troppo contento
    neppur lui.
    GIULIA:  Questo,   Lucietta,     l'ultimo  dei  miei  timori.   Mille
    giuramenti, un oceano di pianti, prove infinite d'amore, mi assicurano
    una gioiosa accoglienza dal mio Proteo.
    LUCIETTA: Tutte cose di cui hanno dovizia i seduttori.
    GIULIA: Anime vili che ne usano a vilissimi fini!  Astri ben pi leali
    presiedettero alla nascita di Proteo: ogni  sua  parola    un  amore,
    immacolati  i  suoi  pensieri;  fedeli  ambasciatrici del suo cuore le
    lagrime,  e cos lontano il cuore dalla frode quanto  il  cielo  dalla
    terra.
    LUCIETTA: E pregate il cielo ch'ei si confermi tale al vostro arrivo.
    GIULIA: Se mi vuoi bene non devi fargli questo torto, di dubitar della
    sua   sincerit;   non  potrai  meritare  il  mio  affetto  altro  che
    portandogli affetto.  Ed ora seguimi nella mia stanza,  a prender nota
    di   tutto   quello   che  bisogna  mi  procacci  per  questo  viaggio
    sospiratissimo.  Tu disporrai liberamente di ogni  mia  cosa:  danaro,
    terre,  riputazione;  n  altro  ti  chiedo  in  cambio che aiutarmi a
    partire di qui.  No,  non parlar pi: e  via  subito  all'opera!  Ogni
    indugio accresce la mia impazienza.
    (Escono).



    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Milano. Anticamera nel Palazzo del Duca.

    (Entrano il DUCA, TURIO e PROTEO).
    DUCA:  Messer  Turio,  vi  prego  di allontanarvi per qualche momento.
    Dobbiamo parlare da solo a solo.  (Esce Turio) E ora  ditemi,  Proteo:
    cosa volete da me?
    PROTEO:  Mio  benigno  signore,  quello  che  ho da rivelarvi le leggi
    dell'amicizia m'imporrebbero di nascondervelo. Ma se ripenso a tutti i
    graziosi favori di cui mi avete colmato senza mio  merito,  allora  il
    dovere  mi  sprona  a  confidarvi  un segreto che nessuna ricchezza al
    mondo riuscirebbe a strapparmi.  Sappiate,  valoroso principe,  che il
    mio amico Valentino intende di rapire stanotte vostra figlia.  Egli mi
    ha messo a parte del complotto. So che per conto vostro siete risoluto
    di maritarla con quel Turio,  che la vostra graziosa figliuola aborre;
    e  s'ella vi fosse rapita cos,  certo ne verrebbe gran tristezza alla
    vostra vecchiaia.  Per compiere  dunque  il  dover  mio  ho  preferito
    ostacolare  l'amico  nel  compimento  del  suo progetto piuttosto che,
    tacendo,  aggravare la vostra  fronte  d'un  fardello  di  crucci  che
    altrimenti vi spingerebbe anzi tempo alla tomba.
    DUCA: Ti sono grato,  Proteo, di tanta onesta sollecitudine: in cambio
    della quale disponi di me finch vivr.  Mi ero gi  avveduto  sovente
    dei loro amori,  mentre credevano che dormissi;  e pi d'una volta fui
    sul  punto  di  escludere  Valentino   dalla   presenza   di   Silvia,
    allontanandolo  dalla  corte.   Sennonch,  nel  timore  di  lasciarmi
    trascinar da un geloso sospetto a far torto a un innocente (che sempre
    fin qui ho rifuggito  giudizi  avventati),  continuai  a  dimostrargli
    benevolenza  onde  accertarmi  sicuramente  di  quello  che  ora tu mi
    confermi.  Giudica a che grado erano giunti i miei timori: ben sapendo
    quanto  facile  sia  la  tenera  giovinezza a restar sedotta rinchiudo
    Silvia tutte le notti in un'alta torre,  di cui tengo sempre io stesso
    la chiave. E di l non  possibile che la rapisca.
    PROTEO: Sappiate allora, nobile signore, che hanno escogitato un mezzo
    col  quale  egli  potr  raggiungere  la finestra della sua stanza,  e
    quindi farla fuggire mediante una scala di corda.  Poco fa il  giovane
    innamorato  era  andato appunto a procurarsi codesta scala: e come tra
    breve sar qui di  nuovo,  voi  se  volete,  potrete  sorprenderlo  al
    passaggio.  Ma  vi scongiuro,  mio buon signore,  prudenza: perch non
    possa indovinare che sono stato io ad avvertirvi.  Devozione verso  di
    voi, non odio verso l'amico mi ha indotto a rivelarvi il suo disegno.
    DUCA:  Sull'onor  mio,  non sapr mai che tu me ne abbia accennato una
    sola parola.
    PROTEO: Addio, signore: ecco Valentino. (Esce).

    (Entra VALENTINO).

    DUCA: Dove andate, messer Valentino, cos di fretta?
    VALENTINO:  Se  non  dispiace  a  Vostra  Grazia,   un  messo  mi  sta
    aspettando,  che  deve  portar  mie  lettere  ad alcuni amici.  Vado a
    consegnargliele.
    DUCA: Sono dunque cos importanti?
    VALENTINO: Non vi  si  parla  che  della  mia  buona  salute  e  delle
    soddisfazioni che provo alla vostra Corte.
    DUCA:  Oh,  allora  non  c'  fretta.  Resta  un po' qua con me: ho da
    parlarti di una faccenda che mi preme,  e per la quale chiedo tutta la
    tua discrezione.  Tu non ignori che conto di far sposare mia figlia al
    mio amico messer Turio.
    VALENTINO: Lo so, signore.  E certamente sarebbe un matrimonio ricco e
    onorato,   senza  dire  che  il  gentiluomo    pieno  di  virt,   di
    munificenza,  di merito: ha tutte le qualit per  aspirare  alla  mano
    della  vostra  leggiadra  figliuola.  Non pu Vostra Grazia indurla ad
    accettarlo?
    DUCA: No, sai,  ella  capricciosa e bisbetica,  caparbia,  riottosa e
    superba,  disobbediente e testarda;  non sente doveri, non ha riguardi
    n timore per suo padre.  Ma ormai,  a dirtela tutta,  ho  aperto  gli
    occhi; quel suo carattere orgoglioso l'ha straniata dal mio affetto, e
    se  un  tempo  speravo  per  i  miei  tardi anni il conforto delle sue
    amorevoli cure filiali,  oggi son risoluto di ammogliarmi e dar lei  a
    chiunque la pigli. Si tenga per tutta dote la sua bellezza, dacch non
    fa conto n di me n dei miei averi.
    VALENTINO:  E  in  tutto  questo  come  vorrebbe  Vostra  Grazia ch'io
    entrassi?
    DUCA: Abita qui in Milano una gentildonna per la quale io sospiro,  ma
    riservata  e contegnosa com' non si lascia punto commuovere dalla mia
    eloquenza di vecchio.  Vorrei che tu,  Valentino,  mi fossi precettore
    (da  tanto ho dimenticato come si corteggiano le signore;  e la moda 
    cos mutata!); che tu m'insegnassi la via per far posare sopra di me i
    suoi sguardi celesti.
    VALENTINO:  Convincetela  con  qualche  regalo,   se  non  apprezza  i
    discorsi.  Pi  assai  delle  parole  una signora sente di una fulgida
    gemma il linguaggio silente.
    DUCA: Ma ella ha sdegnato un dono che le inviai.
    VALENTINO: La donna finge spesso di sdegnare proprio  quello  che  pi
    desidera.  Insistete  a  mandarne,  ricordando che Amore dal primitivo
    sprezzo trae pi intenso calore.  Se fa la corrucciata  non    d'odio
    l'effetto,  ma  del volervi rendere pi ancora a lei soggetto;  quando
    poi vi maltratta congedarvi non vuole: quelle sciocchine smaniano,  se
    rimangono sole. Fate mostra di nulla, checch dica, e restate: di rado
    un  "Via di qui!" vuol dir "Non ritornate".  Vantate le sue grazie: e,
    fosse nera in viso,  giurate che ha un sembiante degno  del  paradiso.
    Insomma   un buono a nulla chi la bocca ha provvista di lingua ed una
    donna con essa non conquista.
    DUCA: Ma quella di cui ti parlo  gi promessa dai suoi parenti  a  un
    giovane  di merito: e cos severamente segregata che nessuno di giorno
    pu far conto d'avvicinarla.
    VALENTINO: Proverei allora a vederla di notte.
    DUCA: Gi: ma tutte le porte son chiuse a chiave,  e le chiavi  tenute
    al  sicuro:  impossibile  profittar  delle tenebre per giungere fino a
    lei.
    VALENTINO: E cosa vieta che vi si arrivi dalla finestra?
    DUCA: La sua camera  cos in alto e le mura cos ripide  che  non  si
    potrebbe tentare la scalata senza evidente rischio della vita.
    VALENTINO: Allora una buona scala di corda da lanciar su,  con un paio
    di rampini per agganciarla,  basterebbe  a  penetrar  nella  torre  di
    un'altra  Ero,  se  un  nuovo  Leandro  volesse tentare arditamente la
    sorte.
    DUCA: Orbene,  quant' vero che  sei  un  gentiluomo,  insegnami  come
    procacciarmi una simile scala.
    VALENTINO: Ditemi, signore, quando vorreste servirvene.
    DUCA: Questa notte stessa.  Amore  come un fanciullino: quel che ha a
    portata di mano brama ottenerlo immediatamente.
    VALENTINO: Alle sette vi procurer la scala.
    DUCA: Ma ascolta: voglio andarci solo: come potr trasportarla meglio?
    VALENTINO: Sar cos leggera,  signore,  che  vi  baster  nasconderla
    sotto un mantello un po' lungo.
    DUCA: Uno come il tuo farebbe al caso?
    VALENTINO: Certo, mio buon signore.
    DUCA: Fammelo un po' vedere: me ne procurer uno uguale.
    VALENTINO: Ma, Vostra Grazia, qualunque mantello far al caso.
    DUCA:  E  come  ho  da  metterlo?  Lascia  che mi provi un po' il tuo.
    (Solleva il mantello di Valentino.  Una lettera e la scala  cadono  in
    terra) Oh! che lettera  questa? Che vedo? "A Silvia!". Ed ecco qui lo
    strumento  adatto  alla  mia  impresa!  Per  una volta tanto sar cos
    indiscreto da spezzare i sigilli. (Legge).

    "Disciolgo nella notte i pensier miei
    Incontro a Silvia, schiavi messaggeri.
    Oh potessi ancor io volare a lei
    Con pari levit di que' pensieri!
    Riposan essi nel tuo sen pudico,
    Mentr'io, lor re, la sorte a' miei soggetti
    Invidio, e quella grazia maledico
    Che di tal grazia li fe' benedetti.
    Odio me stesso, che li feci andare
    Dove in cambio di loro vorrei stare...
    Che vuol dir ci?
    Ma ti verr stanotte a liberare".

    Proprio  cos,  infatti:  ecco  anche  la  scala  che  doveva  servire
    all'impresa. Oh Fetonte - perch ben sei il figlio di Merope aspiri tu
    dunque  a  condurre il carro celeste e a bruciar l'universo con la tua
    folle temerit? Vuoi tu impadronirti degli astri, sol perch rifulgono
    sopra di te?  Va',  vile intruso,  schiavo temerario!  Va'  a  largire
    l'adulazione  dei  tuoi  sorrisi  ai  pari tuoi!  E ricordati che devi
    soltanto alla mia pazienza,  non  ai  tuoi  meriti,  se  mi  limito  a
    scacciarti.  Restami  grato  di  questo benefizio pi che di tutti gli
    altri che troppo generosamente ti ho prodigato fin qui.  Ma  se  pensi
    d'indugiar  nei  miei  stati  pi  di quanto occorra per una immediata
    partenza da questa Corte, ah, per il cielo!  la mia collera vincer di
    molto  l'affetto ch'io possa aver mai provato per mia figlia o per te.
    Vattene: non voglio nemmeno ascoltar le tue inutili scuse;  fuggi,  se
    ti  cara la vita!
    (Esce).
    VALENTINO:  E perch non la morte,  piuttosto che una vivente tortura?
    Morire  come esser messi al bando di se medesimi.  Silvia  un  altro
    me:  bandirmi  da lei  esiliar me da me stesso: mortale esilio!  Qual
    luce  luce,  se non per veder Silvia?  Qual gioia  gioia,  se Silvia
    non  mi    vicina?  o  se non altro poter pensare che mi  vicina,  e
    godere almeno il riflesso della perfezione? Se una notte Silvia non mi
     vicina,  non ha armonia il canto del rosignolo;  se  un  giorno  non
    contemplo  Silvia,  quel  giorno  non esiste per me.  Ella  l'essenza
    stessa di me ed io non  sono,  se  quel  suo  dolce  influsso  non  mi
    riscalda,  non  m'illumina,  non  mi  carezza,  non  mi alimenta.  Col
    sottrarmi alla condanna mortale non eviterei di morire: se mi  attardo
    qui non vado incontro che alla morte, ma se fuggo di qui fuggo lontano
    dalla vita.

    (Entrano PROTEO e CIRIOLA).
    PROTEO: Corri, ragazzo, svelto, e trovamelo!
    CIRIOLA: Ehil! ehil!
    PROTEO: Chi hai visto?
    CIRIOLA:  Quello  che stiamo cercando: non fa un passo che non sia una
    passione.
    PROTEO: Sei proprio Valentino?
    VALENTINO: No.
    PROTEO: Chi allora? il suo spirito?
    VALENTINO: Neppure.
    PROTEO: E chi dunque?
    VALENTINO: Nessuno.
    CIRIOLA: Come pu parlare nessuno? Padrone, lo bastono?
    PROTEO: Chi?
    CIRIOLA: Nessuno.
    PROTEO: Te lo proibisco, mariolo.
    CIRIOLA: Ma, signore, una volta che bastono nessuno: vi prego...
    PROTEO: Smettila, ho detto, gaglioffo. Valentino mio, una parola.
    VALENTINO: I miei  orecchi  son  chiusi  e  non  possono  udire  buone
    novelle, tante furono le cattive che gi li hanno percossi.
    PROTEO:  Seppellir  dunque  in un muto silenzio anche le mie,  perch
    sono aspre, crudeli e dolorose.
    VALENTINO: E' morta Silvia?
    PROTEO: Mai pi, Valentino.
    VALENTINO: Mai pi Valentino,  infatti,  per l'adorabil Silvia!  Mi ha
    tradito?
    PROTEO: Mai pi, Valentino.
    VALENTINO: Mai pi Valentino, se Silvia mi avesse tradito! Che notizie
    dunque mi rechi?
    CIRIOLA: C' un editto, signore, che vi 'blandisce'.
    PROTEO:  Che  ti  bandisce  (questa ahim  la notizia) da Milano,  da
    Silvia e dall'amico tuo.
    VALENTINO: Oh,  di codesto  dolore  mi  sono  gi  tanto  nutrito  che
    l'eccesso mi dar allo stomaco. Sa Silvia del mio esilio?
    PROTEO:  S,  s:  e  contro  a tale condanna,  che se non  revocata,
    conserva tutta la  sua  efficacia,  ha  offerto  un  oceano  di  perle
    disciolte,  o  lagrime  come altri voglia chiamarle;  le ha versate ai
    piedi del padre spietato,  umilmente  prostrandosi  dinanzi  a  lui  e
    torcendosi le mani,  quelle mani il cui candore s'addiceva cos al suo
    tormento,  che pareva averle sbiancate l'angoscia.  Ma n  i  ginocchi
    reclini  n le pure mani imploranti,  n i tristi sospiri,  i profondi
    gemiti,  i flutti  argentei  delle  lacrime  son  valsi  a  commuovere
    l'inflessibile  padre.  "Se  Valentino  sia preso,  morr".  Anzi,  la
    supplichevole  intercessione  di  lei  per   ottenerti   grazia   l'ha
    esacerbato  al  punto,  da  rinchiuderla in un'angusta prigione con la
    minaccia crudele di non trarvela pi.
    VALENTINO: Oh,  basta...  A meno che la parola che stai per  dire  non
    abbia potere di darmi la morte. Ti prego, se  cos, di mormorarla nel
    mio orecchio come finale deprofundis al mio dolore infinito.
    PROTEO: Cessa di gemere su quello che non ha riparo, e cerca un riparo
    a quello di cui gemi. Il tempo nutrisce e alleva ogni felice esito. Se
    rimani,  non  rivedrai  per  questo  il  tuo amore;  e ogni indugio ti
    scorcia la vita.  La  speranza    il  bastone  degli  innamorati:  ti
    sostenga  nel lasciare la corte,  e maneggialo contro la disperazione.
    Te lontano,  potranno esser qui le tue lettere.  Indirizzale a  me,  e
    sapr  io  fare  in  modo  che  raggiungano  il candido seno della tua
    Silvia.  Ors,   non    il  momento  delle  rimostranze.   Vieni:  ti
    accompagner  fin  oltre alle porte della citt,  e prima di separarci
    parleremo ancora a lungo di tutto quanto interessa il tuo  amore.  Per
    amor  di  lei,  se  non di te stesso,  pensa al pericolo che corri;  e
    seguimi!
    VALENTINO: Ti prego,  Ciriola,  se vedi il mio  servo,  digli  che  mi
    raggiunga senza indugio alla Porta di mezzanotte.
    PROTEO: Svelto, marrano, corri a ricercarlo! Andiamo, Valentino.
    VALENTINO: Oh dolce Silvia! oh triste Valentino!
    (Escono Valentino e Proteo).
    CIRIOLA: Io non sono che uno scervellato, vedete: eppure ho abbastanza
    comprendonio  per  intendere  che  il  mio  padrone    una  specie di
    furfante: per non lo perder per questo,  se  vero che Dio li  fa  e
    poi li accoppia.  Nessuno al mondo sa che sono innamorato: eppure sono
    innamorato:  ma  neppure  un  attacco  di  cavalli  ce  la  farebbe  a
    strapparmi questo segreto e il nome della donna che amo.  Perch  una
    donna,  s: ma chi sia questa donna non lo dir neppure a  me  stesso.
    Eppure  la ragazza di un lattaio: eppure non  una ragazza, perch ha
    dato  da fare alle comari;  eppure una ragazza ,  perch  la ragazza
    del suo padrone,  che gli passa un mensile.  Ha pi qualit  lei  d'un
    cane spagnolo, che per una semplice cristiana non  dir poco. (Sfodera
    una carta) Ecco il catalogo delle sue virt. "'In primis': sa andare a
    prendere  e  sa  portare".  Neppure un cavallo potrebbe far di meglio.
    Anzi, un cavallo non sa andare a prendere: sa soltanto portare. Dunque
    vale pi di una giumenta.  "'Item': sa  mungere".  Una  gran  qualit,
    sapete, per una ragazza che ha le mani pulite!

    (Entra Schizzo).
    SCHIZZO: Ebbene,  messer Ciriola, che notizie del tuo padrone? Come se
    la barcamena?
    CIRIOLA: La barca mena? Gi,  in mare?
    SCHIZZO: Il tuo solito vizio di fraintendere. Che notizie, dunque,  in
    codesta carta?
    CIRIOLA: Le pi nere che tu abbia mai udito.
    SCHIZZO: Perch poi nere?
    CIRIOLA: Gi, nere come l'inchiostro.
    SCHIZZO: Fammi leggere.
    CIRIOLA: Va' l, testa di rapa: tu non sai leggere.
    SCHIZZO: Bugiardo, so e come.
    CIRIOLA:  Ti  voglio mettere alla prova.  Sentiamo: chi ti ha messo al
    mondo?
    SCHIZZO: Per Iddio: il figlio del mio nonno.
    CIRIOLA: Oh pigraccio analfabeta! E' stato il figlio della tua nonna e
    questo dimostra che non sai leggere.
    SCHIZZO: Su via, tonto, fammi provare sulla tua carta.
    CIRIOLA: Eccola, e che San Nicola ti aiuti!
    SCHIZZO: "'In primis': sa mungere".
    CIRIOLA: Sa mungere, sicuro.
    SCHIZZO: "'Item': sa spillare la birra".
    CIRIOLA: E di qui il detto: chi spilla bene Dio lo mantiene.
    SCHIZZO: "'Item': sa rammendare".
    CIRIOLA: Ha buona memoria e si rammenta di tutto.
    SCHIZZO: "'Item': sa far la calza".
    CIRIOLA: E che bisogno ha un uomo di farsi tirar su le  calze  da  una
    ragazza che gliele sa fare?
    SCHIZZO: "'Item': sa lavare e sbattere".
    CIRIOLA: Dote egregia,  perch cos non occorre darle lavate di capo e
    battiture.
    SCHIZZO: "'Item': sa filare".
    CIRIOLA: Allora le cose fileranno bene,  se essa  pu  guadagnarsi  la
    vita filando.
    SCHIZZO: "'Item': ha molti pregi senza nome".
    CIRIOLA: Che  quanto dire pregi bastardi, perch non conoscono i loro
    padri e quindi non hanno nome.
    SCHIZZO: "Ora vengono i suoi difetti".
    CIRIOLA: Alle calcagna delle sue virt.
    SCHIZZO: "'Item': non c' da baciarla a digiuno, causa il suo alito".
    CIRIOLA: Be', a questo si rimedia con una colazione. Avanti.
    SCHIZZO: "'Item':  una buona bocca".
    CIRIOLA: Un compenso al fiato cattivo.
    SCHIZZO: "'Item': parla dormendo".
    CIRIOLA: Mal di poco, purch non dorma parlando.
    SCHIZZO: "'Item': parla adagio".
    CIRIOLA:  Oh,  ignorantaccio  chi l'ha segnato tra i difetti!  Parlare
    adagio per una donna  virt. Scancella,  fammi il piacere,  e mettilo
    in testa alle sue doti.
    SCHIZZO: "'Item':  callida".
    CIRIOLA:  Calda?  Scancella  anche questo:  l'eredit di Eva e non si
    pu levargliela.
    SCHIZZO: "'Item': non ha denti".
    CIRIOLA: Non m'importa neppur di questo, perch la crosta piace a me.
    SCHIZZO: "'Item':  ringhiosa".
    CIRIOLA: Be', meno male allora che non ha denti per mordere.
    SCHIZZO: "'Item': gusta sovente il mommo".
    CIRIOLA: Se il mommo  buono, lo gusti pure.  E se non lo gustasse lei
    lo gusterei io: le cose buone vanno gustate.
    SCHIZZO: "'Item':  prodiga".
    CIRIOLA:  Della  sua  lingua   impossibile,  se c' scritto che parla
    adagio. Della sua borsa nemmeno, perch la terr chiusa io. Di qualche
    cos'altro pu darsi, ma non saprei come impedirglielo. Be', avanti.
    SCHIZZO: "Ha pi capelli che testa,  pi difetti che  capelli,  e  pi
    soldi che difetti".
    CIRIOLA:  Alto  l: me la sposo!  Prima di questo articolo,  due o tre
    volte avevo deciso di farla mia,  e altre  due  o  tre  volte  di  non
    pensarci neppure. Leggilo daccapo.
    SCHIZZO: "'Item': ha pi capelli che testa...".
    CIRIOLA:  Pi  capelli  che  testa!  Pu  darsi  e te lo dimostro.  Il
    coperchio della saliera sta sopra al sale, e perci  pi del sale,  i
    capelli che stanno sopra alla testa son pi della testa, perch il pi
    vince il meno. Poi che viene?
    SCHIZZO: "... pi difetti che capelli...".
    CIRIOLA: Questo  un vero guaio! Cos non fosse!
    SCHIZZO: "... e pi soldi che difetti".
    CIRIOLA: Ecco una parola che rende deliziosi i difetti.  S, s, me la
    prendo.   E  se  questo  matrimonio  si  combina,   giacch  tutto   
    possibile...
    SCHIZZO: Allora?
    CIRIOLA: Allora ti dir... che il tuo padrone ti aspetta alla Porta di
    mezzanotte.
    SCHIZZO: Me?
    CIRIOLA:  Te,  s.  E chi ti credi di essere?  Ne ha aspettati dei pi
    degni.
    SCHIZZO: E debbo andare a raggiungerlo?
    CIRIOLA:  Correre  devi:  ti  sei  trattenuto  tanto  che  andare  non
    basterebbe pi.
    SCHIZZO:  E  perch  non  me  l'hai detto prima?  Il canchero alle tue
    lettere d'amore!
    (Esce).
    CIRIOLA: E ora, per aver letto la mia lettera sar bastonato a dovere.
    Villanzone indiscreto: che impari a ficcare  il  naso  nelle  faccende
    degli  altri!  Voglio  seguirlo.  Me  la  godr  un  mondo  a vedergli
    somministrare una buona lezione.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Milano. Una sala nel Palazzo del Duca.

    (Entrano il DUCA e TURIO).
    DUCA: Non avete pi a temere ch'ella non vi ami, messer Turio, ora che
    Valentino  bandito dalla sua presenza.
    TURIO: Ma da quando egli  in esilio mi disprezza ancor  pi,  rifugge
    dalla  mia compagnia e mi tratta con tanto sdegno che ormai dispero di
    conquistarla.
    DUCA: Deboli come  figure  tagliate  nel  ghiaccio  sono  le  immagini
    d'Amore,  che  con un po' di fiamma si liquefanno perdendo ogni forma.
    Non ci vorr molto  a  disciogliere  il  gelo  dei  suoi  pensieri,  e
    l'indegno Valentino sar dimenticato.
    (Entra PROTEO).
    Oh,  messer Proteo: ebbene? E' partito il vostro concittadino, secondo
    il bando?
    PROTEO: Partito, mio buon signore.
    DUCA: Mia figlia si cruccia di questo distacco.
    PROTEO: Con un poco di tempo il suo dolore si dissiper.
    DUCA: Ne sono convinto;  ma Turio non la pensa cos.  Il buon concetto
    in cui ti tengo,  Proteo,  e che pi volte hai dimostrato di meritare,
    mi sprona a confidarmi con te.
    PROTEO: Possa io non vivere,  Vostra Grazia,  pi a lungo di quanto io
    non resti lealmente devoto a Vostra Grazia.
    DUCA:  Tu  sai  che    nei miei voti pi ardenti un'unione fra messer
    Turio e mia figlia.
    PROTEO: Lo so, mio signore.
    DUCA: E non ignori, credo, ch'ella si oppone ai miei voleri.
    PROTEO: Vi si opponeva quando Valentino era qui.
    DUCA: S: ma persevera ancora nella sua perversit.  Che possiamo  noi
    fare  perch  dimentichi  l'amore  di  Valentino  ed ami invece messer
    Turio?
    PROTEO: La via migliore  di calunniare Valentino, accusandolo d'esser
    falso,  vile,  e di bassa estrazione: tre cose che le donne  hanno  in
    odio.
    DUCA: E' giusto: ma penser che lo diciamo per odio.
    PROTEO:  Si,  se  a dirlo fosse un nemico di Valentino.  Bisognerebbe,
    invece,  che lo dicesse con molti rigiri qualcuno ch'ella conosca  per
    amico di lui.
    DUCA:  In  tal  caso non potreste essere che voi ad assumervi la parte
    del calunniatore.
    PROTEO: E questo mi ripugna,  signore.  E' un mestiere troppo abbietto
    per un gentiluomo: tanto pi poi contro l'amico migliore.
    DUCA: Ma dal momento che nessuna buona parola potrebbe giovargli, come
    gli nocerebbe la diffamazione?  E' dunque un atto neutrale, questo che
    vi chiedo da amico.
    PROTEO: Avete vinto,  mio signore.  E  se    vero  che  quello  della
    calunnia  sia il metodo giusto,  allora fate pur conto ch'ella cesser
    in breve di amarlo. Tuttavia, anche pensando ch'io riesca a strapparle
    dall'anima l'amore per Valentino,  non per  questo  si  innamorer  di
    messer Turio.
    TURIO:  Infatti,  nello  sdipanar  dal  suo  cuore  codesta  passione,
    bisogner,  perch non s'imbrogli e non giovi pi a nessuno,  che  voi
    cerchiate   di  aggomitolarla  a  me:  baster  lodarmi  tanto  quanto
    denigrerete Valentino.
    DUCA: E noi ci fidiamo,  Proteo,  di  riporre  questa  faccenda  nelle
    vostre  mani.  Fu  Valentino  stesso a dirci che siete gi uno schiavo
    fedele d'amore; n certo vi muterete ora d'un tratto. Con tale sicurt
    vi concederemo di accedere a  Silvia  liberamente  e  d'intrattenerla:
    triste,  abbattuta,  malinconica  come  si  trova,  sar  ora lieta di
    vedervi per amore del vostro amico;  e di  ci  voi  profitterete  per
    indurla  con  persuasivi  discorsi ad odiare il giovane Valentino,  ad
    amar questo gentiluomo.
    PROTEO: Far il meglio che posso. Ma anche voi, messer Turio, dovreste
    ingegnarvi di pi: che so, provarvi ad inviarle,  per invescare i suoi
    sentimenti nelle vostre panie,  mesti sonetti le cui rime ben studiate
    fossero cariche di opportune lusinghe.
    DUCA: S, grande  la forza della celestiale poesia.
    PROTEO: Ditele che sull'altare  della  sua  bellezza  voi  immolate  i
    vostri pianti,  i vostri sospiri,  il vostro cuore;  scrivetele fino a
    che l'inchiostro sia secco,  e tornate poi a  inumidirlo  di  lagrime;
    stillate qualche verso pieno di commozione, che attesti la schiettezza
    dei  vostri  aneliti:  ch  con  nervi  di poeti fu teso quel liuto di
    Orfeo,  le cui vibrazioni sublimi sapevano intenerire l'acciaio  e  le
    pietre,  ammansare  le  tigri,  far s che i mostruosi leviatani dagli
    inesplorati abissi affiorassero a danzar sulle spiagge.  E dopo queste
    dolenti  elegie,  accompagnato  da  una melodiosa orchestra di musici,
    recatevi a notte sotto la finestra della vostra  bella  intonando  sui
    loro  strumenti  un  malinconico  canto;  bene  il  profondo  silenzio
    notturno si adatter alla soave mestizia di codeste esalanti  armonie.
    Cos e non altrimenti potrete ottenere che Silvia sia vostra.
    DUCA: Questa tua lezione mostra che sei stato innamorato.
    TURIO:  E  subito stanotte porr il tuo consiglio in pratica.  Andiamo
    dunque senz'altro in citt, mio caro Proteo,  mio buon puntatore,  per
    riunire  un gruppo di abili musici.  Ho con me un sonetto che  quello
    che ci vuole per dar l'avvio ai tuoi buoni suggerimenti.
    DUCA: Dunque all'opera, signori!
    PROTEO: Terremo compagnia a Vostra Grazia fin dopocena, poi disporremo
    il nostro piano.
    DUCA: No, no, provvederete senza indugio; vi terr per iscusati.
    (Escono).


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Una foresta fra Milano e Verona.

    (Entrano alcuni Banditi).
    PRIMO BANDITO: Attenti, ragazzi: scorgo un passeggero.
    SECONDO BANDITO: Fossero anche dieci c' da andargli addosso,  non  da
    tirarsi indietro.
    (Entrano VALENTINO e SCHIZZO).
    TERZO BANDITO: Alto l,  messere: buttateci tutto quello che avete,  o
    vi butteremo in terra noi per svaligiarvi.
    SCHIZZO: Siamo perduti, signore...  Sono i famosi banditi,  il terrore
    dei viaggiatori!
    VALENTINO: Amici miei.
    PRIMO BANDITO: Niente, niente, messere: siamo vostri nemici.
    SECONDO BANDITO: Zitto, ascoltiamolo.
    TERZO  BANDITO:  Per  la mia barba!  sicuro che bisogna ascoltarlo: ha
    l'aria d'un uomo come si deve.
    VALENTINO: Sappiate allora che ho ben poco  da  perdere,  tanto  mi  
    nemica   la  sorte.   Le  mie  ricchezze  sono  questi  poveri  abiti:
    spogliatemene e vi sarete presi tutto il mio.
    SECONDO BANDITO: Dove eravate diretto?
    VALENTINO: A Verona.
    PRIMO BANDITO: Donde venite?
    VALENTINO: Da Milano.
    TERZO BANDITO: Vi avete soggiornato a lungo?
    VALENTINO: Forse sedici mesi: ma  ci  sarei  rimasto  di  pi  se  non
    m'avesse colpito la maligna fortuna.
    SECONDO BANDITO: Esiliato?
    VALENTINO: S.
    SECONDO BANDITO: Per quale delitto?
    VALENTINO: Per una causa che non posso ridir senza pena.  Ho ucciso un
    uomo: e non finisco di pentirmi della sua morte, bench lo abbia vinto
    in cavalleresco duello, ad armi pari e senza mezzi sleali.
    PRIMO BANDITO: Allora non avete da pentirvi,  se   andata  a  codesto
    modo. Ma vi bandirono per una colpa cos lieve?
    VALENTINO: S; e non mi pare condanna eccessiva.
    SECONDO BANDITO: Sapete qualche lingua?
    VALENTINO:  Viaggiando in giovent mi sono procurato questo vantaggio,
    senza del quale spesso mi sarei trovato male.
    TERZO BANDITO: Per la pelata del fratacchione di  Robin  Hood!  Costui
    sarebbe il re che ci vuole alla nostra banda salvatica!
    PRIMO BANDITO: E lo sar. - Signore, una parola.
    SCHIZZO: Mettetevi con loro;  un'onestissima ladreria.
    VALENTINO: Zitto, gaglioffo!
    SECONDO BANDITO: Diteci un po': avete nessuna risorsa?
    VALENTINO: Nulla, fuorch la mia fortuna.
    TERZO BANDITO: Sappiate allora che diversi fra noi, nati gentiluomini,
    si trovarono per pazzie di giovent esclusi dal consorzio degli uomini
    rispettabili.  Io  stesso  fui  bandito da Verona dono aver tentato di
    rapire una ricca ereditiera, parente stretta del duca.
    SECONDO BANDITO: E io da  Mantova  perch  in  un  accesso  di  furore
    pugnalai al cuore un gentiluomo.
    PRIMO  BANDITO: E io per qualche erroruccio del genere.  Ma veniamo al
    fatto.  Se vi confessiamo le nostre colpe  nella speranza che possano
    scusare  questa nostra vita di fuorilegge;  inoltre,  considerando che
    siete di bell'aspetto,  e a quanto dite,  pratico di varie  lingue,  e
    l'uomo perfetto di cui abbisogniamo nella nostra professione...
    SECONDO  BANDITO: Ma soprattutto perch siete un esiliato stiamo qui a
    trattare con voi.  Dunque: vi piacerebbe essere il nostro generale?  e
    facendo di necessit virt, vivere con noi in queste solitudini?
    TERZO BANDITO: Che te ne pare?  Vuoi dividere la nostra sorte? Se dici
    di s sarai  il  comandante;  e  noi  ci  faremo  guidare  da  te,  ti
    rispetteremo e ameremo come nostro capitano e nostro re.
    PRIMO BANDITO: Ma se non gradisci il favore sei morto.
    SECONDO  BANDITO:  Non sopravviverai per gloriarti dell'offerta che ti
    abbiamo fatto.
    VALENTINO: L'offerta  accettata.  Vivr insieme con voi:  purch  non
    sia quistione di maltrattare le donnette e i poveri viandanti.
    TERZO  BANDITO:  No: rifuggiamo anche noi da cos vili imprese.  Ors,
    vieni,  ti condurremo alla nostra banda.  Vedrai il tesoro che abbiamo
    accumulato:  a tua disposizione come lo siamo noi tutti.
    (Escono).


    SCENA  SECONDA  -  Milano.  Il Palazzo del Duca;  sotto le finestre di
    Silvia).

    (Entra PROTEO).
    PROTEO: Prima ho tradito Valentino,  ed  ora  debbo  ingannare  Turio.
    Fingendo di parlare in vantaggio di lui ho modo di manifestarle il mio
    amore;  ma  Silvia    troppo  bella,  troppo fedele,  troppo pura per
    lasciarsi sedurre dalle mie indegne profferte.  Quando le protesto  la
    schiettezza della mia passione, mi rinfaccia la falsit verso l'amico;
    quando  offro  voti  alla sua bellezza,  mi rammenta che fui spergiuro
    rompendo fede a Giulia che amavo: eppure con tutti questi rimproveri -
    e ne basterebbero di meno aspri a  scoraggiare  un  innamorato  -  pi
    Silvia  disprezza  il  mio amore,  pi questo,  come un cane spagnolo,
    s'attacca a lei e le scodinzola intorno.  Ma ecco qua  Turio.  Andremo
    sotto le sue finestre a lusingarle l'orecchio con qualche serenata.

    (Entra TURIO coi Musici).

    TURIO: E che, messer Proteo: vi siete insinuato qui furtivamente prima
    di noi?
    PROTEO:  Proprio  cos,  Turio  gentile:  voi  ben  sapete  che  Amore
    s'insinua furtivamente l dove non ha libero accesso.
    TURIO: Lo so; ma spero, signore, che voi non amiate da queste parti.
    PROTEO: Al contrario. Non sarei venuto se non amassi.
    TURIO: Chi? Silvia?
    PROTEO: Gi, Silvia: come amico vostro.
    TURIO: E io come amico ve ne ringrazio.  Ma ors,  signori,  accordate
    gli strumenti, e forza a sonare!

    (Entra l'OSTE seguito da GIULIA in abito di paggio).

    OSTE:  Be',  e  ora  che  vi succede,  mio giovine cliente?  Mi parete
    diventato 'malincronico'.
    GIULIA: Ahim, bravo oste, essere allegro non posso.
    OSTE: Ci penso io a farvi stare allegro.  Gusterete della buona musica
    e vedrete quel gentiluomo che cercate.
    GIULIA: Ma lo sentir anche parlare?
    OSTE: Sicuro che lo sentirete.
    GIULIA: Quella per me sar musica.
    (Incomincia la musica).
    OSTE: Ascoltate, ascoltate!
    GIULIA: E' fra costoro?
    OSTE: S; ma ora zitto e ascoltiamo.

    CANZONE.

    Chi  mai Silvia, che i pastori
    Vanno a gara in esaltarla?
    Bella e saggia, di splendori
    Certo il ciel volle adornarla
    Perch regni sopra i cuori.
    Gentilezza in lei si onora
    Di congiungersi a belt.
    Da' suoi occhi Amore implora
    Un rimedio a cecit,
    E guarito vi dimora.
    Lodi a Silvia il canto espande,
    Alla sua grazia divina;
    Per la terra  dono grande
    Aver tale una regina.
    Su, rechiamole ghirlande!

    OSTE: E che?  Siete pi triste di prima: come mai,  giovinotto?  Vi ha
    deluso la musica?
    GIULIA: V'ingannate;  il musicante che mi ha deluso.
    OSTE: E perch, mio bel giovine?
    GIULIA: D in falso, babbino.
    OSTE: Come, non sono intonate le corde?
    GIULIA: S, ma stonano con quelle del mio cuore.
    OSTE: Avete l'orecchio fino.
    GIULIA: Cos fossi sordo! Mi fa venire il cuore grosso.
    OSTE: Veggo che la musica non vi diletta.
    GIULIA: No, quando  cos ingrata.
    OSTE: Sentite ora che bel cambiamento di melodia.
    GIULIA: E' proprio il cambiamento che mi fa patire.
    OSTE: Vorreste che sonassero sempre la stessa aria?
    GIULIA: Vorrei che un solo non sonasse che una cosa sola.  Ma  ditemi,
    oste,  questo  messer  Proteo  di cui abbiamo discorso,  visita spesso
    quella gentildonna?
    OSTE: Vi ripeter quel che me  ne  ha  detto  il  suo  servo  Ciriola:
    l'adora a dismisura.
    GIULIA: Dov' Ciriola?
    OSTE:  E'  andato  a  ricercare  il  suo cane: domani,  per ordine del
    padrone, deve offrirlo in dono alla signora.
    GIULIA: Zitto, facciamoci da una parte. La brigata si scioglie.
    PROTEO: Non temete, messer Turio: sapr cos bene perorare per voi che
    dovrete riconoscermi maestro d'astuzie.
    TURIO: E dove ci rivedremo?
    PROTEO: Al pozzo di San Gregorio.
    TURIO: Addio. (Escono Turio ed i Musici).

    (Appare SILVIA alla finestra).

    PROTEO: La buona sera a voi, madonna.
    SILVIA: Grazie a tutti, signori, per la musica. Chi parlava?
    PROTEO: Uno, signora, che se voleste riconoscerlo sinceramente devoto,
    imparereste presto a riconoscerlo dalla voce.
    SILVIA: Messer Proteo, mi figuro.
    PROTEO: Messer Proteo, graziosa signora, e vostro servo.
    SILVIA: Cosa volete?
    PROTEO: Fare il desiderio vostro.
    SILVIA: Vi accontenter. Il desiderio mio  che ve ne andiate subito a
    letto. Oh, traditore,  oh,  spergiuro,  uomo falso e sleale.  Mi credi
    cos vana,  sciocca da lasciarmi sedurre dalle tue adulazioni,  tu che
    tante hai tratto in inganno con mentite promesse?  Va',  torna a colei
    che  amavi e implora il suo perdono!  Quanto a me,  lo giuro su questa
    pallida regina della notte,  sono cos lontana dal cedere ai tuoi voti
    che  te  per  le  tue  infami proposte disprezzo,  e tra un momento me
    stessa sgrider per il tempo che perdo a parlarti.
    PROTEO: Non nego, mio dolce amore,  di aver amato un'altra donna: ma 
    morta.
    GIULIA (a parte): Se lo affermassi io sarebbe una falsit,  certa come
    sono che non  sepolta.
    SILVIA: E sia pure.  Ma Valentino,  l'amico tuo,    vivo  ancora;  tu
    medesimo  sei testimonio che gli son fidanzata.  Non arrossisci dunque
    di tradirlo con queste tue indegne lusinghe?
    PROTEO: Ho anche sentito dire che Valentino  morto.
    SILVIA: Fa' conto allora che anch'io lo sia: puoi star sicuro  che  il
    mio amore  sepolto nella sua tomba.
    PROTEO: Lasciate, dolce signora, ch'io lo dissotterri.
    SILVIA:  Va' al sepolcro di quella tua signora e invoca l'amor suo;  o
    se non vi riesci, sotterravi il tuo!
    GIULIA (a parte): Ecco un consiglio che non star neanche a sentirlo.
    PROTEO: Donna dal cuore spietato,  concedete se  non  altro  alla  mia
    passione  un'immagine,  quel  ritratto  che  sta  appeso  nella vostra
    stanza;  ad esso rivolger tutte le  mie  parole  e  i  sospiri  e  le
    lagrime.  Se ad altri  votata la vostra divina persona ed io non sono
    che un'ombra,  che mi sia dato almeno di consacrare  all'ombra  vostra
    questo amore tenace.
    GIULIA  (a  parte): Se tu avessi la persona tradiresti anche lei,  per
    ridurla un'ombra come me.
    SILVIA: Mi ripugna essere il vostro idolo, messere. Ma dal momento che
    ben si addice alla vostra falsit di adorare  le  ombre  e  prostrarvi
    dinanzi a mendaci parvenze, mandatemi pure qualcuno domattina, e ve lo
    far avere. Buon riposo.
    PROTEO:  S,  buon  riposo  come al condannato che aspetti l'alba e il
    carnefice.
    (Escono Proteo e Silvia).
    GIULIA: Oste, vogliamo andare?
    OSTE: Per la Madonna! mi ero addormentato.
    GIULIA: Di grazia, e dove abita messer Proteo?
    OSTE: Alla mia locanda, diamine. Oh, guarda,  quasi giorno.
    GIULIA: No: ma  stata questa la notte pi lunga,  la pi  dura  della
    mia vita.
    (Escono).

    SCENA TERZA - La stessa.

    (Entra EGLAMUR).
    EGLAMUR:  E' questa l'ora che madonna Silvia mi ha pregato di venir da
    lei per mettermi a parte dei suoi propositi.  Vuol  ch'io  l'aiuti  in
    qualche faccenda importante. Ehi, signora, signora!
    (Silvia riappare alla finestra).
    SILVIA: Chi chiama?
    EGLAMUR: Un servitore ed amico, che attende i comandi di vossignoria.
    SILVIA: Mille volte buon giorno, messer Eglamur.
    EGLAMUR:  E a voi altrettanti,  madonna.  Son venuto di prima mattina,
    secondo gli ordini di vossignoria, per sapere in che posso servirvi.
    SILVIA: Oh Eglamur,  tu sei valente,  saggio,  compto gentiluomo,  di
    nobilissimi sensi: non lo dico per adularti, credimi! Tu non ignori n
    la viva inclinazione ch'io provo per l'esiliato Valentino,  n che mio
    padre vorrebbe forzarmi a sposare quello sciocco  Turio,  che  detesto
    con  tutta l'anima.  Anche tu sei innamorato: e ti ho sentito dire che
    nessun maggior dolore ti percosse l'anima di quando mor la  donna  da
    te fedelmente amata,  e tu giurasti eterna castit sulla sua tomba. Or
    vorrei,  Eglamur,  raggiungere Valentino a Mantova,  dove  so  che  ha
    riparato:  e  come  le  strade  sono  pericolose  desidero aver la tua
    preziosa compagnia, affidarmi alla tua illibatezza e al tuo onore. Non
    oppormi, Eglamur, lo sdegno di mio padre;  pensa soltanto a questo mio
    dolore  - il dolore di una donna!  - e come sia giusto ch'io fugga per
    sottrarmi a indegne nozze,  quali il cielo e la sorte usano  maledire.
    E'  dal profondo di un cuore pien di doglia come il mare di sabbie che
    ti supplico di accompagnarmi.  Se poi rifiuti,  tieni almeno  nascosto
    quanto ti ho confidato; e m'industrier ad andar sola.
    EGLAMUR:  Compatisco  di  cuore le vostre pene,  signora;  e poich so
    quanto onesta ne sia la causa, acconsento a partire con voi. Che possa
    venirmene male cos poco m'importa,  come ardentemente desidero che  a
    voi cada ogni bene. Quando volete che andiamo?
    SILVIA: Stasera.
    EGLAMUR: Dove vi trover?
    SILVIA: Alla cella di frate Patrizio, dove penso di confessarmi.
    EGLAMUR: Non mancher sicuramente. Buon giorno, graziosa signora.
    SILVIA: Buon giorno, mio gentile Eglamur.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - La stessa.

    (Entra CIRIOLA col cane).
    CIRIOLA: Son pasticci grossi,  credete a me,  quando l'amico dell'uomo
    si comporta con l'uomo  da  figlio  d'un  cane!  Uno  che  l'ho  preso
    cucciolo,  che  stavano  per  affogarlo  e l'ho salvato,  mentre tre o
    quattro dei suoi orbi fratelli e sorelle erano bell'e andati a  fondo!
    Me  lo  sono  allevato  con  una  pazienza da dire: "Cos vorrei veder
    allevato un cane!". Ed ecco che il padrone mi manda a offrirlo in dono
    alla signora Silvia,  e non sono ancora entrato nella sala  da  pranzo
    che lui mi salta accanto al vassoio della signora e ruba la sua coscia
    di  cappone!  Uh,  che  scandalo,  quando  un  figlio d'un cane non sa
    comportarsi in societ!  Ne vorrei avere uno che fosse cos bravo che,
    per cos dire, non si facesse dare il cane. Se non avessi avuto io pi
    cervello  di  lui  addossandomi  la  sua  colpa,   credo  proprio  che
    l'avrebbero impiccato: quanto  vero che son vivo! Giudicatene voi. In
    compagnia di altri tre o quattro  cani  gentiluomini  va  a  cacciarsi
    sotto la tavola del duca: neanche il tempo,  con licenza parlando,  di
    fare una pisciata,  che tutta la sala lo sent  all'odore.  "Fuori  il
    cane!" dice uno.  "Che cagnaccio  questo?" dice un'altro. "Cacciatelo
    a frustate!" dice un terzo.  "Impiccatelo!"  dice  il  duca.  Io,  che
    conoscevo  l'odore,  capisco  subito  che  era  stato  Granchio;  e mi
    avvicino a quello che tien la frusta per i cani. "Amico - gli faccio -
    vuoi frustar quel cane?". "S,  perbacco",  risponde lui.  "Gli fai un
    gran  torto  - dico - perch sono stato io".  E su due piedi mi caccia
    fuori a frustate.  Quanti padroni farebbero  altrettanto  per  i  loro
    servitori?  E  bastasse!  Giuro  che una volta mi son lasciato mettere
    alla  gogna  per  via  di  qualche  focaccia  che  aveva  rubato  lui:
    altrimenti  l'avrebbero  giustiziato.  Un'altra  volta mi feci mettere
    alla berlina causa certe oche che aveva azzannato, tutto per evitargli
    di passare un guaio.  Eh,  ora te ne sei scordato,  vero?  Ma io me ne
    rammento,  sai, dello scherzo che mi hai combinato quando mi congedavo
    dalla signora Silvia! O non ti avevo ordinato di starmi a vedere, e di
    fare quello che facevo io?  E quando mi hai visto,  a  me,  alzare  la
    gamba  e  far acqua sulle sottane d'una gentildonna?  Mi hai visto mai
    fare una cosa simile?

    (Entra PROTEO seguito da GIULIA in abito di paggio).

    PROTEO: Ti chiami Sebastiano? Mi vai a genio e voglio adoprarti subito
    in qualche faccenda.
    GIULIA: Ai vostri comandi: far il meglio che posso.
    PROTEO: Ci conto. (A Ciriola) Be',  villanzone,  dove hai bighellonato
    questi due giorni, figlio d'una scanfarda?
    CIRIOLA:  Per Iddio,  messere: ho portato il cane alla signora Silvia,
    come m'avete ordinato.
    PROTEO: E che ha detto di quel gioiellino?
    CIRIOLA: Per Iddio! che era un figlio d'un cane; e che,  per un regalo
    simile, meritavate per tutto ringraziamento lo spasso dei cani.
    PROTEO: Ma se l' tenuto?
    CIRIOLA: Neanche per sogno. Eccolo qui, l'ho riportato indietro.
    PROTEO: Come! E' questo che le hai offerto da parte mia?
    CIRIOLA:  S,  signore:  quell'altro  scoiattolino me l'avevano rubato
    certe forche di ragazzi sulla piazza  del  mercato,  e  allora  le  ho
    offerto  il  mio che  dieci volte pi grosso del vostro e perci  un
    regalo dieci volte pi bello!
    PROTEO: Via! fuori dai piedi!  E ritrova il mio cane o non venirmi mai
    pi  dinanzi!  Via,  ho detto!  Resti l perch io soffochi di rabbia?
    (Esce Ciriola)  Un  malandrino  che  ogni  momento  mi  fa  sfigurare.
    Sebastiano,  se  ti  ho  preso  al  mio  servizio  in parte perch ho
    bisogno d'un giovane come te,  che sappia condurre con discrezione gli
    affari  miei  mentre  non posso fidarmi di quello sciocco villano;  ma
    soprattutto per il tuo aspetto e per i tuoi modi, che se non m'inganno
    rivelano buona educazione, buon successo e sincerit:  per questo che
    ti prendo con me.  Ed ora va';  eccoti  questo  anello  da  portare  a
    madonna Silvia. Molto mi amava, quella che me lo don.
    GIULIA: Si direbbe per che voi non l'amaste, se potete disfarvi di un
    tal pegno. O  morta?
    PROTEO: No, credo che viva.
    GIULIA: Ohim!
    PROTEO: Cos' questo ohim?
    GIULIA: Non posso non compiangerla.
    PROTEO: E perch dovresti compiangerla?
    GIULIA: Perch capisco che doveva amarvi quanto voi amate Silvia. Ella
    sogna l'uomo che ha dimenticato l'amore di lei;  voi adorate colei che
    non si cura dell'amor vostro.  Non  doloroso che Amore si  diverta  a
    giocare cos ? Pensavo a tutto questo e mi  venuto detto: ohim!
    PROTEO: Bene, bene; le darai l'anello e insieme questa lettera. Quella
    lass  la sua stanza. Dille che le ricordo la promessa del suo divino
    ritratto.  Eseguita  poi  l'ambasciata torna a casa,  dove mi troverai
    mesto e solitario nella mia camera.
    (Esce).
    GIULIA: Quante altre donne vorrebbero assumersi una  tale  incombenza?
    Oh  povero  Proteo!  tu  hai  messo la volpe a guardia del gregge.  Ma
    perch lo compiango,  sciocca che sono,  mentre egli mi disprezza  con
    tutta l'anima? E' perch ama lei che mi disprezza; ed  perch amo lui
    che  lo  compiango.  Ecco  l'anello che quando mi lasci gli diedi per
    vincolarlo  a  non  dimenticare  il  mio  amore;  e  ora,   sciagurata
    messaggera,  mi  bisogner  supplicare  per  un oggetto che non vorrei
    ottenere,  dovr offrire una  cosa  che  bramerei  fosse  respinta,  e
    magnificare  la  sua fedelt che vorrei veder disprezzata.  Io sono la
    fedele amante del mio padrone, ma servir fedelmente il mio padrone non
    posso, se non voglio tradire me stessa. Comunque la cortegger in nome
    suo,  ma con tutta freddezza: perch sa il cielo come non desidero che
    raggiunga l'intento.
    (Entra SILVIA con Seguito).
    Buon giorno,  graziosa signora.  Datemi modo, vi prego, di parlare con
    madonna Silvia.
    SILVIA: E che vorresti da lei, se fossi io quella?
    GIULIA:  Supplico  in  tal  caso  la  vostra  pazienza   di   ascoltar
    l'ambasciata che debbo farvi.
    SILVIA: Da parte di chi?
    GIULIA: Del mio padrone, messer Proteo, madonna.
    SILVIA: Ah, vi manda per un ritratto?
    GIULIA: S, signora.
    SILVIA:  Orsola,  va'  a  pigliare  quel mio ritratto.  [E' portato il
    ritratto) Ed ora portalo al tuo padrone, ma digli da parte mia che una
    certa Giulia,  troppo presto dimenticata  dal  suo  cuore  incostante,
    starebbe assai meglio nella sua stanza che non questa ombra.
    GIULIA: Vogliate,  signora, leggere questa lettera... Oh, perdonatemi,
    ve ne ho data un'altra per sbaglio: eccovi la vostra.
    SILVIA: Lasciami vedere anche quella, te ne prego.
    GIULIA: Non posso, buona signora, scusatemi.
    SILVIA: Come credi.  Ma non dar neanche un'occhiata allo scritto  del
    tuo  padrone:  pieno,  gi lo so,  d'invocazioni e giuramenti di nuovo
    conio, che romper cos facilmente come io lacero questo foglio.
    GIULIA: Egli offre anche quest'anello a vossignoria.
    SILVIA: Vergogna tanto maggiore da parte sua,  in quanto l'ho  sentito
    pi volte raccontare che la sua Giulia glielo aveva dato quando part.
    Bench  quel dito traditore lo abbia gi profanato,  il mio non far a
    Giulia un tale oltraggio.
    GIULIA: Ed essa vi ringrazia.
    SILVIA: Che dici?
    GIULIA: Che vi ringrazio,  madonna,  per la piet che  le  dimostrate.
    Povera signora, quanto torto le fa il mio padrone!
    SILVIA: La conosci?
    GIULIA:  Quasi  come  me  stesso:  e vi assicuro che le mille volte ho
    pianto all'idea delle sue pene.
    SILVIA: Penser forse che Proteo l'abbia dimenticata.
    GIULIA: Lo credo anch'io; ed  per questo che si dispera.
    SILVIA: Non  molto bella?
    GIULIA: E' stata assai pi bella di ora,  madonna.  Quando credeva che
    il  mio  padrone  l'amasse,  a mio giudizio era bella come voi.  Ma da
    quando trascura di guardarsi allo specchio e disdegna la maschera  che
    la riparava dai raggi del sole,  l'aria ha avvizzito le rose delle sue
    guance e offeso i gigli del volto,  s che ormai s' fatta bruna  come
    me.
    SILVIA: E come  grande?
    GIULIA:  A  un  dipresso  ha  la  mia  statura.  A Pentecoste,  quando
    rappresentiamo i nostri lieti spettacoli,  quei giovani mi diedero una
    parte  di  donna: e indossai le vesti di madonna Giulia che secondo il
    giudizio di tutti parevan fatte a mio taglio.  Ecco come so che  siamo
    della  stessa  altezza.  Quel giorno la feci piangere a buono,  perch
    avevo una parte malinconica; ero Arianna, signora,  che si dispera per
    il  tradimento e l'indegna fuga di Teseo;  e l'ho recitata con lacrime
    cos sincere che la mia povera signora, commossa,  si diede a piangere
    amaramente.  Vorrei  morire  se  in fondo all'anima non sentivo il suo
    stesso dolore.
    SILVIA: Ti sar certo  riconoscente,  paggio  gentile.  Ohim,  povera
    donna  infelice  e  abbandonata!  Piango  anch'io  se ripenso alle tue
    parole. Prendi, ragazzo, eccoti la mia borsa; te la do per amore della
    tua dolce padrona, e perch tu l'amavi. Addio.
    GIULIA: Ed ella ve ne ringrazier, se mai verrete a conoscerla.  (Esce
    Silvia col Seguito) Una dolce gentildonna,  bella e virtuosa!  Ora che
    ho visto quanto rispetto ella porta all'amore di Giulia,  non  dispero
    che  l'intraprendenza  del  mio  padrone finisca delusa.  Ohim,  come
    l'amore pu farsi gioco di  se  stesso!  Ecco  qui  il  suo  ritratto:
    guardiamolo.  Mi  pare che se avessi la medesima acconciatura,  questo
    mio volto sarebbe bello quanto il suo,  senza dire che il pittore l'ha
    un  poco  adulata,  a  meno  che  non  sia  io ad adularmi.  Lei ha la
    capigliatura dai riflessi di rame,  io bionda come l'oro: se    tutta
    qui  la  differenza  che  me  l'ha  rapito,  sapr  ben procurarmi una
    parrucca di quella tinta! I suoi occhi son glauchi come il vetro,  e i
    miei  pure lo sono;  mentre ha bassa la fronte,  ed io spaziosa.  Cosa
    dunque amerebbe egli in lei ch'io non possa rendere amabile in me,  se
    questo  folle  Amore  non  fosse  un cieco iddio?  Vieni,  ombra di te
    medesima;  vieni via e porta teco  quest'altra  ombra  che    la  tua
    rivale.  Oh parvenza insensibile! tu sarai amata e baciata, venerata e
    adorata:  ma  se  nella  sua  adorazione  ci  fosse  un   barlume   di
    ragionevolezza,  questa mia viva persona che egli dovrebbe idolatrare
    al  posto  tuo!  Sar gentile con te grazie alla tua padrona che mi ha
    trattata con bont;  sa Giove altrimenti se  non  ti  avrei  graffiato
    questi occhi senza vista per strapparti dal cuore del mio padrone!
    (Esce).


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Milano. Un'Abbazia.

    (Entra EGLAMUR).
    EGLAMUR: Il sole comincia a indorare il cielo a ponente.  Ormai Silvia
    dovrebb'essere per raggiungermi alla cella di frate  Patrizio:  e  non
    mancher sicuramente.  Perch gli innamorati non si sbagliano d'ora; o
    caso mai  per arrivare in anticipo,  tanta  la smania che li  punge.
    Eccola infatti che viene.
    (Entra SILVIA).
    Felice sera, madonna.
    SILVIA: Amen, amen! Non vi fermate, buon Eglamur, e usciamo subito per
    la postierla presso il muro dell'abbazia.  Ho paura d'esser seguita da
    qualche spione.
    EGLAMUR: Non temete. In due o tre leghe raggiungiamo le foreste;  sar
    agevole l dentro far smarrire le nostre peste.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Milano. Una stanza nel Palazzo del Duca.

    (Entrano TURIO, PROTEO e GIULIA).
    TURIO: Ebbene, messer Proteo, che dice Silvia alle mie istanze?
    PROTEO:  Mi    parsa meglio disposta del solito,  signor mio;  bench
    trovi qualcosa da ridire sulla vostra persona.
    TURIO: E che? avrei le gambe troppo grosse?
    PROTEO: Anzi, troppo sottili.
    TURIO: Metter gli stivali per rimpolparle.
    GIULIA (a parte): Ma l'amore non se ne lascer spronare a ci che  non
    gli aggrada.
    TURIO: E del mio volto che dice?
    PROTEO: Che  pallido.
    TURIO: Qui mentisce, la capricciosa: ho la pelle bruna.
    PROTEO: Ma le perle son pallide, e un vecchio proverbio dice: "A donna
    bella uomo bruno  perla".
    GIULIA (a parte): E' vero: perle simili offendono la vista alle donne.
    Preferirei chiudere gli occhi che guardarle.
    TURIO: Apprezza la mia conversazione?
    PROTEO: Poco, quando parlate di guerra.
    TURIO: Ma molto quando parlo d'amore e di pace?
    GIULIA (a parte): E anche di pi quando la lasciate in pace.
    TURIO: Che dice del mio coraggio?
    PROTEO: Non lo mette in dubbio, messere.
    GIULIA (a parte): Eh gi: lo conosce per codardo.
    TURIO: Che dice dei miei natali?
    PROTEO: Che siete di buona discendenza.
    GIULIA (a parte): Sicuro:  disceso da nobile a balordo.
    TURIO: Fa conto dei miei possedimenti ?
    PROTEO: Oh, certo: e li compatisce.
    TURIO: Perch?
    GIULIA (a parte): Perch sono toccati un tal somaro.
    PROTEO: Perch li alloccate.
    GIULIA: Ecco il duca.
    (Entra il DUCA).
    DUCA: Ol, messeri: chi di voi ha veduto ultimamente Eglamur?
    TURIO: Io no.
    PROTEO: Neppur io.
    DUCA: E mia figlia?
    PROTEO: Nemmeno.
    DUCA:  Dunque    fuggita per raggiungere quell'indegno Valentino,  ed
    Eglamur l'accompagna.  Non c' dubbio possibile: sono stati incontrati
    nella foresta da frate Lorenzo,  che vi faceva penitenza. Eglamur l'ha
    riconosciuto bene, e lei gli  parsa: bench, mascherata com'era,  non
    possa  affermarlo  con  sicurezza.  Senza  contare  che  Silvia  aveva
    manifestato l'intenzione di confessarsi stasera da frate  Patrizio,  e
    non  c'  andata;  circostanza che conferma la sua fuga.  Vi scongiuro
    quindi di non restar qui a discorrere,  ma di mettervi senza indugio a
    cavallo.  Mi  raggiungerete  ai  piedi  della  montagna  sulla  via di
    Mantova, dove i fuggitivi sono diretti. Svelti, miei buoni signori;  e
    seguitemi.
    (Esce).
    TURIO:  Questo  si  chiama  essere  una ragazza capricciosa: fuggir la
    fortuna che la insegue!  Li voglio rincorrere,  pi per vendicarmi  di
    Eglamur che per amore di quella Silvia bizzarra.
    (Esce).
    PROTEO: E anch'io li inseguir: ma pi per amor di Silvia che per odio
    verso Eglamur che l'accompagna.
    (Esce).
    GIULIA:  E  io gli terr dietro: ma pi per ostacolar questo amore che
    per odio verso Silvia, fuggita per amore.
    (Esce).


    SCENA TERZA - Una foresta sui confini di Mantova.

    (Entrano Banditi con SILVIA).
    PRIMO BANDITO: Via,  via,  un po' di pazienza: dobbiamo  condurvi  dal
    nostro capo.
    SILVIA:  Mille sventure ben pi gravi m'insegnarono a sopportar questa
    pazientemente.
    SECONDO BANDITO: Ors, portatela via.
    PRIMO BANDITO: Dov' il gentiluomo che l'accompagnava?
    TERZO BANDITO: E' veloce di gamba e ci  scappato di mano;  ma Mos  e
    Valerio gli stanno alle costole.  Tu va' con lei al limite occidentale
    della foresta, dov' il capitano;  noi continueremo a dar la caccia al
    fuggitivo. Il bosco  circondato: non pu sfuggirci.
    (Escono tutti meno il Primo Bandito e Silvia).
    PRIMO  BANDITO:  Andiamo,  vi  condurr  alla  spelonca del capo.  Non
    abbiate paura:  uomo d'onore,  n permetter che siate  trattata  men
    che bene).
    SILVIA: Ah per te, Valentino, sopporto queste pene.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Un'altra parte della foresta.

    (Entra VALENTINO).
    VALENTINO:  Come  l'uso  crea  nell'uomo  l'abitudine!  Questo ombroso
    deserto,  questi  boschi  solinghi  li  preferisco  ormai  alle  citt
    popolate  e fiorenti.  Qui posso sedermi solo e non visto intonando il
    doloroso racconto delle  mie  sventure  sulle  note  malinconiche  del
    rosignolo.  Oh tu che hai casa dentro al mio petto,  non restar cos a
    lungo lontana dalla tua dimora, se non vuoi che,  fatta cadente,  essa
    rovini senza lasciar vestigia di s!  Restaurami,  Silvia,  con la tua
    presenza! Conforta, ninfa gentile, il tuo amante desolato!  (Rumore di
    dentro)  Ma che strepiti,  che confusione son questi di oggi?  Saranno
    sicuramente quei miei compagni: gente che non conosce legge  fuor  del
    proprio  piacere,  aggrediscono forse qualche sciagurato viandante.  E
    bench mi siano devoti,  ho sempre un gran da fare per trattenerli  da
    selvaggi  eccessi.   Nasconditi,  Valentino:  chi    che  viene?  (Si
    nasconde).

    (Entrano PROTEO, SILVIA e GIULIA).

    PROTEO: Anche se voi,  signora,  non volete  degnarvi  di  riconoscere
    quanto  il  vostro  servo fa per voi,  pure il servigio che vi ho reso
    rischiando la vita per liberarvi da quel malandrino che certo  avrebbe
    fatto  oltraggio al vostro onore,  merita almeno in cambio un benevolo
    sguardo.  Non potrei io chiedervi n  voi  concedermi  ricompensa  pi
    lieve.
    VALENTINO  (a  parte):  Quello  che veggo e che sento  come un sogno.
    Dammi pazienza, Amore, a contenermi un poco.
    SILVIA: Oh sventurata, oh infelice che sono!
    PROTEO:  Infelice,   signora,   eravate  prima  che  io  venissi;   ma
    raggiungendovi vi ho resa felice.
    SILVIA: Infelicissima mi rendi con la tua vicinanza!
    GIULIA (a parte): E me pure, quando vi si avvicina.
    SILVIA: M'avesse adunghiata un leone famelico,  avrei preferito servir
    di pasto alla  belva  piuttosto  che  vedermi  salvare  dal  traditore
    Proteo. Oh mi sia testimone il cielo che se amo Valentino come l'anima
    mia,  altrettanto  e  non  pi  -  ch non sarebbe possibile - odio lo
    spergiuro e vile Proteo! Va' dunque e abbandona le tue insistenze!
    PROTEO: E quale rischio bench mortale non  affronterei  per  un  solo
    vostro sguardo cortese?  Ma  dunque la maledizione dell'amore, che la
    donna non ami -  legge confermata per esperienza eterna -  colui  dal
    quale  amata?
    SILVIA:  N  Proteo  ama colei che pure lo idolatra.  Leggi in cuore a
    Giulia, tuo primo,  tuo vero amore: per la quale spartisti la tua fede
    in  mille  giuramenti  che poi hai mutato in altrettanti spergiuri per
    volgerti a me!  Ora non ti resta pi fede di sorta.  A meno che tu non
    ne  avessi  due,  e  sarebbe  peggio che non averne: perch non averne
    affatto  preferibile alla duplicit  della  fede  in  cui  una    di
    troppo. Oh traditore del tuo amico leale!
    PROTEO: Ma in amore chi rispetta l'amicizia?
    SILVIA: Tutti tranne Proteo.
    PROTEO:   Ebbene,   se   la   persuasiva  dolcezza  delle  mie  parole
    appassionate non ha saputo piegarvi a pi  indulgente  attitudine,  vi
    cortegger da soldato,  usando a conquistarvi, contro la natura stessa
    d'amore, le armi della violenza.
    SILVIA: Oh cielo!
    PROTEO: E sapr forzarti alle mie brame.
    VALENTINO (avanzandosi): Indegno bruto! Cessa di abbrancarla: amico di
    falsa lega!
    PROTEO: Valentino!
    VALENTINO: Un amico come tanti: senza fede n affetto!  Ecco cosa sono
    gli  amici  oggigiorno,  oh  scellerato  che  hai tradito tutta la mia
    fiducia!  Mi bisognava vederlo con questi occhi per crederci.  N oggi
    oserei  pi dire che ho un solo amico sulla terra: tu mi proveresti il
    contrario.  E di chi fidarsi ormai,  se la mano destra  spergiura  al
    petto? Che pena, Proteo, di non poter pi credere in te, e di sentirmi
    straniero  al  mondo  per  colpa  tua!  La  ferita pi intima  la pi
    profonda.  Sciagurato momento in cui ti si rivela che l'amico migliore
    tra i nemici si cela!
    PROTEO:  Colpa  e  vergogna  mi fanno egualmente smarrito.  Perdonami,
    Valentino.  Se un rincrescimento sincero pu essere riscatto  bastante
    all'offesa,  io te lo offro: il dolore che provo  grande come il male
    commesso.
    VALENTINO: Cos son pago: e ti riaccolgo nel novero degli onesti.  Chi
    non  si  contenta del pentimento non merita di stare n sulla terra n
    in cielo: indulgono al rimorso entrambi questi  regni,  e  dell'Eterno
    stesso  si placano gli sdegni.  Per dimostrarti quanto sia schietto il
    mio perdono, il posto che ho nel cuore di Silvia a te lo dono.
    GIULIA: Oh me infelice!
    (Sviene).
    PROTEO: Soccorriamo il mio paggio.
    VALENTINO: Be', ragazzo: che scherzi son questi? Cosa ti capita?  Apri
    gli occhi, su, parla.
    GIULIA: Buon signore, il mio padrone mi aveva incaricato di consegnare
    un anello a madonna Silvia: e io, per negligenza, non l'ho fatto.
    PROTEO: Dov' quest'anello ragazzo?
    GIULIA: Eccolo qui.
    (Gli porge un anello).
    PROTEO:  Come?  Lasciami  vedere.  Oh,  ma    quello che avevo dato a
    Giulia!
    GIULIA: Scusate,  signore: ho sbagliato.  Ecco l'anello  che  volevate
    offrire a Silvia.
    (Mostra un altro anello).
    PROTEO:  Ma  come  ti  trovi  a posseder quell'anello?  L'avevo dato a
    Giulia partendo.
    GIULIA: E Giulia stessa lo ha dato a me e Giulia stessa  l'ha  portato
    qui.
    PROTEO: Come, Giulia?
    GIULIA: Riconosci colei a cui dedicasti tutti i tuoi giuramenti, e che
    li  ha  coltivati  nel  profondo  del  cuore!  Quante  volte  coi tuoi
    spergiuri le hai spaccato il cuore alla radice! Oh Proteo,  che almeno
    i  miei  panni  ti  facciano  arrossire!  Vergognati  perch ho dovuto
    indossare  quest'abito  immodesto:  se   pur   tale   pu   dirsi   un
    travestimento  ispirato  dall'amore.  Assai  meglio si scusa donna che
    muti aspetto, di quanto non si scusi l'uomo che muta affetto.
    PROTEO: L'uomo che  muta  affetto:    vero...  Oh  cielo!  non  fosse
    volubile l'uomo toccherebbe la perfezione. E' quest'unico errore che a
    tutti i suoi peccati e colpe d la spinta.  Ma prima assai di vincere,
    la mia incostanza  vinta.  Silvia  non  so  nel  volto  quali  grazie
    riveli, che in Giulia non ritrovino i miei occhi fedeli.
    VALENTINO:  Su via,  datemi entrambi la mano,  e che unendole io possa
    vedervi ormai felici. Amatevi:  peccato star pi a lungo nemici.
    PROTEO: Attesti il cielo che  questo il mio solo desiderio.
    GIULIA: E anche il mio.

    (Entrano Banditi col DUCA e TURIO).

    BANDITI: Buona preda! Buona preda!
    VALENTINO: Fermi!  Fermi,  ho detto!  E' monsignore  il  duca.  Riceva
    vossignoria  la  pi  devota  accoglienza  da  parte  di  un  uomo  in
    disgrazia, da Valentino il bandito.
    DUCA: Voi, messer Valentino!
    TURIO: Veggo l anche Silvia; e Silvia  mia.
    VALENTINO: Indietro,  Turio;  o sei morto:  non  azzardarti  entro  il
    raggio della mia collera!  E non dire che Silvia  tua;  se osi ancora
    ripeterlo,  Verona non ti rivedr.  Eccola,   qua: provati soltanto a
    toccarla con un dito, a sfiorare l'amor mio anche solo con l'alito!
    TURIO:  Non m'importa di lei,  messer Valentino,  assolutamente: pazzo
    chi mette repentaglio la vita per una donna  che  non  l'ama!  Io  non
    avanzo nessuna pretesa:  tua.
    DUCA:  Sempre pi vile,  e spregevole ti dimostri,  dopo aver smaniato
    per lei come hai fatto, abbandonandola con tanta facilit. Per l'onore
    degli avi miei,  ammiro,  Valentino,  il tuo ardimento,  e ti  giudico
    degno dell'amore di un'imperatrice. Sappi dunque che da questo istante
    dimentico  ogni  trascorso rancore,  cancello ogni astio e ti richiamo
    alla mia Corte.  Chiedimi tu gli onori dovuti  al  tuo  impareggiabile
    merito ed io fin da ora te li accordo con queste parole: Valentino, tu
    sei  un gentiluomo di buona schiatta;  prenditi Silvia,  ch l'hai ben
    meritata.
    VALENTINO: Ringrazio vossignoria: in questo dono  la mia felicit. Ma
    ora per amore di vostra figlia  vi  supplico  di  concedermi  un'altra
    grazia.
    DUCA: Per amor tuo la concedo, qualunque essa sia.
    VALENTINO: Questi banditi coi quali mi sono unito  tutta gente dotata
    di  degne qualit.  Perdonate le loro colpe e revocate la sentenza che
    li esilia. Sono pentiti,  nobile signore: d'animo buono e cortese,  li
    troverete adatti a essere altamente impiegati.
    DUCA:  Sia  come  vuoi:  li  unisco  a  te  nel perdono.  Assegnerai a
    ciascuno,  tu che li conosci,  una mansione idonea.  Ma ora  partiamo:
    tutte  le  nostre  contese hanno da concludersi con feste solenni,  in
    trionfale letizia.
    VALENTINO: E lungo la strada mi prender  l'ardire  di  far  sorridere
    vossignoria con le mie chiacchiere.  Che ve ne pare, nobil signore, di
    questo paggetto?
    DUCA: Un ragazzo molto grazioso. Perch arrossisce?
    VALENTINO: E' pi grazioso che ragazzo, ve accerto, signore.
    DUCA: Che volete dire?
    VALENTINO: Se lo gradite,  vi narrer cammin  facendo  eventi  che  vi
    faranno  stupire.  Vieni,  Proteo:  non  farai  altra penitenza che di
    sentir rivelare la storia dei tuoi amori.  Dopo di che il giorno delle
    mie  nozze  sia il medesimo delle tue: una sola festa,  una sola casa,
    una reciproca e sola felicit.
    (Escono).

    PENE D'AMOR PERDUTE.


    PERSONAGGI.

    FERDINANDO, re di Navarra.
    BIRON, LONGAVILLE, DUMAIN: signori al seguito del Re.
    BOYET, MARCADE: signori al seguito della Principessa di Francia.
    DON ADRIANO DE ARMADO, spagnolo fantastico.
    SER NATANIELE, curato.
    OLOFERNE, maestro di scuola.
    TONTO, ufficiale della pace.
    ZUCCA, campagnolo.
    TIGNOLA, paggio di Armado.
    Un Guardaboschi.
    PRINCIPESSA di Francia.
    ROSALINA, MARIA, CATERINA: signore al seguito della Principessa.
    GIACOMETTA, ragazzotta di campagna.
    Ufficiali ed altri Personaggi al seguito del Re e della Principessa.

    La scena  in Navarra.

    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Il parco del re di Navarra.

    (Entrano FERDINANDO, re di Navarra, BIRON, LONGAVILLE e DUMAIN).
    RE: La fama che tutti agognano durante la vita possa  vivere  iscritta
    sui  nostri  bronzei  sepolcri  e  poi  largirci  le  sue grazie nella
    disgrazia della morte.  A dispetto di quel vorace cormorano che    il
    Tempo,  noi potremo acquistarci con uno sforzo di questa nostra fugace
    esistenza un onore che smusser il taglio  mordente  della  sua  falce
    rendendoci eredi di tutta l'eternit. Perci, prodi vincitori - poich
    tali  voi  siete  guerreggiando  contro le vostre passioni e l'immenso
    esercito dei desideri mondani - il nostro recente  editto  rimarr  in
    pieno vigore,  Navarra sar la meraviglia del mondo, e la nostra corte
    una piccola accademia dedicata, quieta e pensosa,  all'arte di vivere.
    Voi tre,  Biron, Dumain e Longaville, avete fatto giuramento di vivere
    con me per lo spazio di tre anni come compagni dei miei  studi,  e  di
    osservare quegli statuti che sono registrati in questa carta. I vostri
    giuramenti  sono  stati  pronunziati:  adesso  sottoscrivete  coi nomi
    vostri,  in modo che la mano stessa del sottoscrittore  possa  colpire
    l'onor  suo ove egli ne violi anche il minimo articolo.  Se vi sentite
    forti abbastanza da agire come avete giurato di agire, sottoscrivete i
    vostri gravi giuramenti e manteneteli.
    LONGAVILLE: Sono risoluto. E' soltanto un digiuno di tre anni, durante
    il quale la mente si dar buon tempo anche se il corpo dovr soffrire:
    le pance  grosse  sorreggono  teste  piccine,  e  i  bocconi  saporiti
    rimpolpano le costole ma mandan fallito il cervello.
    DUMAIN:  Mio  amabile  signore,  Dumain  ormai morto alle tentazioni.
    Egli rigetta la grossolana pratica di queste gioie  mondane  sui  vili
    schiavi del rozzo mondo.  Rinuncio e cesso di esistere per l'amore, la
    ricchezza e la pompa,  e vivo insieme a voi tutti nella contemplazione
    filosofica.
    BIRON:  Non posso che ripetere la loro solenne dichiarazione.  Questo,
    amato signore,  quanto ho gi giurato e cio di vivere e studiare qui
    per  tre  anni.  Ma  vi  sono  altri  doveri  che  vanno  strettamente
    osservati: non vedere donne durante tale spazio di tempo;  ed io spero
    bene che tale condizione non sia registrata nel patto. Non toccar cibo
    alcuno in un giorno della  settimana  e  prendere  un  solo  pasto  in
    ciascuno degli altri giorni;  la qual cosa io spero non sia registrata
    nel patto.  E inoltre dormire solamente tre ore di notte e  non  farci
    cogliere  ad aver gli occhi tra' peli durante tutto il giorno,  mentre
    prima ero abituato a pensare che non ci fosse nulla di male a  dormire
    tutta la notte e a trasformare met della giornata in oscura notte; la
    quale cosa io spero bene non sia registrata nel patto. Oh, questi sono
    doveri  sterili,  troppo  difficili  ad  osservarsi:  non veder donne,
    studiare, digiunare e non dormire!
    RE: Avete pronunziato giuramento di rinunziare a tutto ci.
    BIRON: Lasciate che io dica di no, mio sovrano,  se cos vi piace.  Ho
    solamente  giurato  di  studiare assieme a Vostra Grazia e di rimanere
    qui nella vostra corte per lo spazio di tre anni.
    LONGAVILLE: Avete giurato questo, Biron, e anche il resto.
    BIRON: Daddovero,  signore,  ho giurato per scherzo.  Qual   il  fine
    dello studio, ditemi un po'?
    RE: Diamine, venire a conoscenza di ci che altrimenti non sapremmo.
    BIRON:  Volete  dire  a  conoscenza  di  cose nascoste e precluse alla
    sensazione ordinaria?
    RE: S, questo  il divino compenso dello studio.
    BIRON: Suvvia,  allora: voglio giurare di  studiare  in  tal  modo  da
    conoscere ci che mi  vietato di conoscere.  Per esempio: studiare in
    qual luogo io possa pranzar bene, quando mi si proibisce espressamente
    di banchettare,  ovvero studiare in qual luogo io  possa  trovare  una
    bella amante, quando le amanti sono vietate alla sensazione ordinaria,
    ovvero,   avendo   pronunziato   un   giuramento  troppo  difficile  a
    mantenersi,  studiare il  modo  di  romperlo  senza  rompere  la  fede
    giurata. Se tale  il vantaggio dello studio e le cose vanno in questo
    modo,  lo studio  conoscenza di ci che non si conosce ancora. Fatemi
    giurare codesto ed io non vi dir mai di no.
    RE: Questi sono  ostacoli  che  impediscono  del  tutto  lo  studio  e
    allettano le nostre anime ai vani godimenti.
    BIRON:  Tutti  i  godimenti  sono  vani,  e vano fra tutti quello che,
    procurato con dolore,  ha in retaggio il dolore,  come lo stillarsi il
    cervello  su  un  libro cercando la luce della verit mentre la verit
    proditoriamente acceca la luce dello sguardo.  La luce  che  cerca  la
    luce priva di luce la luce;  prima che scopriate la luce in mezzo alle
    tenebre,  la vostra luce diviene tenebra con  la  perdita  dei  vostri
    occhi.  Studiate piuttosto come far piacere all'occhio,  fissandolo su
    un occhio pi bello ancora,  cos che,  il primo oscurandosi,  l'altro
    occhio  divenga  la  sua  stella  e gli offra la luce da cui quello fu
    accecato.  Lo studio  simile allo splendido sole del cielo,  che  non
    vuol  lasciarsi  scrutare  da  uno  sguardo impertinente.  Gli assidui
    sgobboni hanno fatto sempre magri  acquisti,  all'infuori  di  qualche
    vile  massima tolta dai libri altrui.  Quei terreni padrini delle luci
    celesti che danno un nome ad ogni stella fissa non ritraggono  maggior
    profitto  dalle  loro  notti scintillanti di quanto ne ricevano coloro
    che se ne vanno a giro senza conoscere che siano. Conoscendo troppo si
    ottiene soltanto d'essere conosciuti,  ed un qualsiasi  padrino    in
    grado di darvi un nome.
    RE: Come  istruito nel ragionare contro l'istruzione!
    DUMAIN: Ben addottorato per impedire ogni buona dottrina!
    LONGAVILLE: Estirpa il grano ma lascia crescer la malerba!
    BIRON: Si avvicina la primavera, quando nidificano i paperi!
    DUMAIN: Che c'entra questo?
    BIRON: C'entra a suo luogo e tempo.
    DUMAIN: Ci non risponde a senso.
    BIRON: Ma risponde alle rime.
    RE:  Biron  somiglia a un maligno gelo pungente,  che morsica i teneri
    rampolli della primavera.
    BIRON: Ebbene,  ammettiamo pure che io sia cos.  Ma  perch  l'estate
    orgogliosa  dovrebbe  menar vanto prima che gli uccelli abbiano motivo
    per cantare?  Perch dovrei rallegrarmi di ogni  nascita  abortiva?  A
    Natale  non  desidero  le rose pi di quanto non desideri una nevicata
    pel calendimaggio.  Mi piacciono tutte le cose che crescono nella loro
    stagione.  Studiare  adesso    troppo  tardi  per  voi:  sarebbe come
    arrampicarsi in cima a una casa per aprirne la porta!
    RE: Bene, rimanete fuori, allora. Andatevene a casa, Biron, e addio!
    BIRON: No, mio buon signore,  ho giurato di rimanere con voi e sebbene
    in  favore  della barbarie io abbia parlato pi di quanto voi possiate
    dire in onore  di  quell'angelica  scienza,  pur  tuttavia  fedelmente
    manterr  ci  che  ho giurato sopportando la penitenza quotidiana per
    tre anni. Datemi il foglio e lasciate che io legga;  sottoscriver col
    mio nome alle pi strette regole.
    RE: Come la tua sottomissione ti redime dalla vergogna!
    BIRON  (leggendo):  "'Item': Nessuna donna dovr avvicinarsi a meno di
    un miglio dalla mia corte". E' stato proclamato questo?
    LONGAVILLE: Quattro giorni fa.
    BIRON: Vediamo la punizione: "Sotto pena di perder la lingua".  Chi ha
    immaginato una tal punizione?
    LONGAVILLE: Diamine, io.
    BIRON: Mio signore, perch?
    LONGAVILLE:  Per tenerle lontane da qui col terrore di quella tremenda
    pena.
    BIRON: Una legge pericolosa contro le buone maniere! "'Item': Se alcun
    uomo verr sorpreso a parlare con una donna entro il  periodo  di  tre
    anni  sopporter la vergogna pubblica che piacer al resto della corte
    di stabilire".  Questo articolo,  mio sovrano,  dovrete  violarlo  voi
    stesso, poich ben sapete che verr qui in ambasceria la figlia del re
    di  Francia per parlarvi personalmente - una fanciulla piena di grazia
    e di maest chiedendovi  la  cessione  dell'Aquitania  al  padre  suo,
    decrepito,  malato  e  inchiodato  al letto.  Quindi o tale articolo 
    stato creato  invano,  oppure  quella  ammirata  principessa  far  il
    viaggio per nulla.
    RE:  Che  ne  dite,  signori?  Diamine,  avevamo del tutto dimenticato
    questa circostanza.
    BIRON: Lo studio soverchio va sempre oltre il segno:  mentre  esso  si
    studia  di  ottenere  ci che desidererebbe,  dimentica di far ci che
    dovrebbe, e allorquando ottiene la cosa che pi intensamente persegue,
    essa  presa come una citt col fuoco,  che  prenderla  e  perderla  
    tutt'una!
    RE:  Dobbiamo  per forza abolire questo articolo;  ella dovr dimorare
    qui di necessit.
    BIRON: La necessit ci render tutti  tremila  volte  spergiuri  nello
    spazio  di  questi  tre  anni,  poich  ognuno  nasce  con  le proprie
    inclinazioni che non si  lasciano  dominare  dalla  forza  ma  da  una
    speciale  grazia.  Se  violo  la fede,  avr dunque la scusa di essere
    fedifrago di pura necessit.  Appongo perci la mia firma al complesso
    di  queste leggi,  e colui che le violi minimamente sar condannato ad
    eterna vergogna. Le tentazioni esistono tanto per gli altri quanto per
    me, ma credo, malgrado la mia apparente ripugnanza,  che sar l'ultimo
    a  mantenere  il  giuramento  sino alla fine.  Ma non ci sar concesso
    qualche vivace sollazzo?
    RE: S,  certo.  La nostra  corte,  come  sapete,    visitata  da  un
    raffinato  viaggiatore spagnolo,  un uomo bene al corrente delle nuove
    mode di tutto il mondo, con una miniera di frasi nel cervello. Uno che
    va in  estasi  ascoltando  il  suo  vano  linguaggio  come  se  udisse
    un'armonia incantevole, un uomo pieno di salamelecchi, prescelto dalla
    ragione  e  dal  torto come arbitro della loro contesa.  Questo figlio
    della fantasia, che si chiama Armado, nell'intervallo dei nostri studi
    ci narrer in parole magniloquenti le gesta di molti  cavalieri  della
    fulva  Spagna,  perdutisi  in guerra.  Non so se vi divertirete,  miei
    signori,  ma affermo che mi piace sentirlo mentire e voglio servirmene
    come di un mio menestrello.
    BIRON:  Armado  un illustrissimo personaggio,  un uomo che usa parole
    nuove di zecca, il vero campione della moda.
    LONGAVILLE: Zucca di bifolco e lui ci faranno divertire. E cos,  allo
    studio! tre anni passan presto.
    (Entra TONTO, con una lettera, e ZUCCA).
    TONTO: Qual  la propria persona del duca?
    BIRON: Codesta, buon uomo. Che vuoi?
    TONTO:  Io  stesso ho la rappresaglia della sua propria persona poich
    sono l'uffiziale di pulizia di Sua Grazia;  ma vorrei  vedere  la  sua
    propria persona in carne e ossa.
    BIRON (mostrando il Re): Eccolo qui.
    TONTO:  Il  signor  Arm...  Arm...  vi  porge  i suoi omaggi.  Ci sono
    ribalderie in aria, e questa lettera ve ne dir di pi.
    ZUCCA: Messere, il contagio della lettera  come se mi riguardasse.
    RE: Una lettera dal magnifico Armado.
    BIRON: Per quanto vile ne sia l'argomento, confido in Dio che contenga
    di gran paroloni.
    LONGAVILLE: Alta speranza per un basso  acquisto!  Che  Iddio  ci  dia
    pazienza!
    BIRON: Pazienza di ascoltare o di non ascoltare?
    LONGAVILLE:  Di  ascoltare  con  rassegnazione,  signore,  e di ridere
    moderatamente, oppure di fare a meno di entrambe queste cose.
    BIRON: Bene,  signore,  sia tutto secondo che il suo stile prediletto,
    anzi predelletto sapr farci montare in allegria.
    ZUCCA:  L'argomento  si  riferisce  a  me,  signore,  poich  concerne
    Giacometta. Il fatto  che sono stato colto sul fatto.
    BIRON: In qual maniera?
    ZUCCA: Nella maniera e forma seguente,  signore,  in tre  punti:  sono
    stato  sorpreso  con lei nel maniero,  mentre palpavo le sue forme,  e
    colto mentre la seguivo nel parco: le quali cose, messe insieme, sono:
    nella maniera e nella forma seguente. E ora,  signore,  in quanto alla
    maniera...  la maniera usata da un uomo per parlare con una donna; in
    quanto alla forma... bisogna osservare certe forme.
    BIRON: E in quanto al seguito, messere?
    ZUCCA:  Lo si vedr nella correzione che ricever,  e che Dio protegga
    il buon diritto!
    RE: Volete ascoltare questa lettera con attenzione?
    BIRON: Come ascolteremmo un oracolo.
    ZUCCA: Tale  la sciocchezza umana, di ascoltar la voce della carne.
    RE (leggendo): "Grande vicario,  vicegerente del firmamento,  ed unico
    dominatore  di Navarra,  Dio terreno dell'anima mia e almo patrono del
    mio corpo".
    ZUCCA: Per adesso non una parola su Zucca.
    RE: "Cos stanno le cose...".
    ZUCCA: Pu darsi che stiano cos,  ma se egli dice che cos stanno,  a
    dire il vero, egli vale cos cos.
    RE: Datti pace!
    ZUCCA: ...a me, ed a tutti coloro che non osano battersi!
    RE: Silenzio!...
    ZUCCA: ...sui segreti altrui, ve ne supplico!
    RE  (leggendo):  "Cos  stanno  le  cose:  assediato  dalla nigricante
    malinconia ho affidato il mio opprimente  umor  nero  alla  sommamente
    benefica  medicina  delle  tue  salutevoli  aure,   e,  come  sono  un
    gentiluomo,  mi sono dato a passeggiare.  A che ora?  intorno  all'ora
    sesta,  allorquando  le  bestie  pi  vanno alla pastura,  gli uccelli
    meglio beccano e  gli  uomini  siedono  a  quel  nutrimento  che  vien
    chiamato  cena:  e  ci basti per l'ora.  E adesso veniamo al terreno,
    voglio dire il terreno sul quale passeggiavo:  esso  si  noma  il  tuo
    parco.  Veniamo  quindi  al  luogo,  il  luogo voglio dire,  in cui mi
    imbattei in quell'oscenissimo e indecentissimo fatto  che  trae  fuori
    dalla  mia  penna candida come neve l'inchiostro dal color dell'ebano,
    che qui tu miri, contempli, osservi o vedi.  Ma veniamo alla localit:
    essa      situata  a  tramontana  e  verso  grecolevante  dall'angolo
    occidentale del  tuo  dedaleo  giardino.  Col  scorsi  quell'ignobile
    bifolco, quello spregevole omiciattolo dei tuoi sollazzi...".
    ZUCCA: Io?
    RE (leggendo): "... quell'illetterata anima ignorante..."
    ZUCCA: Io?
    RE (leggendo): "... quel vil meccanico..."
    ZUCCA: Sempre io?
    RE (leggendo): "... che, se ben mi appongo, si chiama Zucca..."
    ZUCCA: Oh, io!
    RE (leggendo): "...  associato e consociato, contrariamente all'editto
    da te statuito e proclamato e al regolamento restrittivo,  con...  oh!
    con... ma troppo  il mio patimento nel dire con chi!..."
    ZUCCA: Con una ragazza.
    RE  (leggendo):  "...  con  una  figlia  della  nostra avola Eva,  una
    femmina: o,  perch pi soavemente tu intenda,  una donna.  Lui ti  ho
    mandato,  come  mi  urge  la  sempiterna  osservanza  del  mio dovere,
    affinch egli riceva il guiderdone  del  castigo  dall'agente  di  Tua
    Grazia  soave,  Antonio  Tonto,  uomo di buona reputazione,  condotta,
    comportamento ed estimazione".
    TONTO: Parla di me, se vi piace: sono io Antonio Tonto.
    RE (leggendo): "In quanto a Giacometta - cos si chiama  il  vaso  pi
    fragile  che  sorpresi  col sullodato villico - la trattengo qual vaso
    dell'ira della tua legge,  ed al minimo tuo soave accenno la  condurr
    al  giudizio.  Tuo con tutti gli omaggi di un devoto fervor d'ossequio
    che m'arde le viscere, Don Adriano de Armado".
    BIRON: Non  del calibro che mi aspettavo,  ma  pur la cosa  migliore
    che io abbia mai udito.
    RE: S,  la migliore alla rovescia!  Ma, giovanotto, che cosa avete da
    replicare?
    ZUCCA: Signore, confesso la ragazza.
    RE: Avete udito il proclama?
    ZUCCA: Confesso di averlo molto udito, ma poco ascoltato.
    RE: Il proclama statuiva un anno di prigione a chi fosse sorpreso  con
    una ragazza.
    ZUCCA: Non sono stato sorpreso con alcuna ragazza, signore, sono stato
    sorpreso con una damigella.
    RE: Bene, il proclama parlava di damigella.
    ZUCCA: Ma quella non era nemmeno una damigella, era una vergine.
    RE:  Il  proclama  recava  anche codesta variante,  perch si riferiva
    anch'esso ad una vergine.
    ZUCCA: Se cos ,  rinnego la sua verginit: sono stato  sorpreso  con
    una pulzella.
    RE: Questa pulzella non vi giover a nulla, signor mio.
    ZUCCA: Questa pulzella mi servir, signore.
    RE:  Messere,  voglio  pronunziare  la  vostra condanna: rimarrete una
    settimana a dieta di crusca e acqua.
    ZUCCA: Preferirei fare un mese di preghiere  nutrendomi  di  brodo  di
    montone!
    RE: E Don Armado sar il tuo guardiano.  Monsignor Biron, badate voi a
    farglielo consegnare. E noi, signori, andiamo a mettere in pratica ci
    che ognuno ha giurato all'altro con tanta fermezza.
    (Escono il Re, Longaville e Dumain).
    BIRON: Scommetterei la mia testa contro il cappello del  primo  venuto
    che quei giuramenti e quelle leggi si ridurranno ad una inutile beffa.
    (A Zucca) Gaglioffo, venite!
    ZUCCA: Soffro per la verit, messere, poich  la pura verit che sono
    stato  sorpreso con Giacometta,  e Giacometta  una ragazza pura e sia
    benvenuta dunque l'amara coppa della prosperit! L'afflizione potrebbe
    un giorno sorridermi ancora,  e,  fino a quel momento,  accomodati,  o
    dolore!
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La stessa.

    (Entrano ARMADO e TIGNOLA).
    ARMADO:  Ragazzo,  che  segno  quando un uomo di grande animo diventa
    malinconico?
    TIGNOLA: Gran segno, messere, che avr un aspetto triste.
    ARMADO: Diamine,  tristezza e malinconia sono la stessa identica cosa,
    mio caro bimbo.
    TIGNOLA: No, no, Dio mio, no, signore!
    ARMADO:  Come puoi separare la tristezza dalla malinconia,  mio tenero
    giovincello?
    TIGNOLA: Per mezzo di una familiare dimostrazione dell'operazione, mio
    tiglioso anziano.
    ARMADO: Perch tiglioso anziano? perch tiglioso anziano?
    TIGNOLA:  E  perch   allora   tenero   giovincello?   perch   tenero
    giovincello?
    ARMADO:  L'ho  detto,  oh  tenero  giovincello,  come  congruo epiteto
    confacente ai tuoi giovanili giorni che possiamo nominar teneri.
    TIGNOLA: Ed io,  tiglioso anziano,  come titolo pertinente alla vostra
    antica et che possiamo nominar tigliosa.
    ARMADO: Grazioso e appropriato.
    TIGNOLA:  Che  volete  dire,  signore?  Io  grazioso,  e  il  mio dire
    appropriato? oppure io appropriato, e il mio dire grazioso?
    ARMADO: Tu sei grazioso, perch non sei grande.
    TIGNOLA: Non sono grandemente grazioso poich non sono grande.  E  per
    qual motivo appropriato?
    ARMADO: Appropriato appunto, perch vivo.
    TIGNOLA: Lo dite in mia lode, padrone?
    ARMADO: In tua condegna lode.
    TIGNOLA: Potrei dar lode ad un'anguilla negli stessi termini.
    ARMADO: Come! dire che un'anguilla  pronta d'ingegno?
    TIGNOLA: Che un'anguilla  viva.
    ARMADO:  Voglio  dire che sei vivo nel rispondere.  Mi fai scaldare il
    sangue!
    TIGNOLA: Me lo tengo per detto, signore.
    ARMADO: Non amo come discuti.
    TIGNOLA (a parte): Afferma proprio il contrario;  sono gli  scudi  che
    non amano lui!
    ARMADO: Ho promesso di studiare tre anni col duca.
    TIGNOLA: Potete farlo in un'ora, signore.
    ARMADO: Impossibile.
    TIGNOLA: Come calcolate un triplo?
    ARMADO: Sono un cattivo calcolatore. La  roba da tavernai.
    TIGNOLA: Ma voi siete un gentiluomo e un giocatore, messere.
    ARMADO: Ammetto di esserlo: sono due doti che costituiscono la vernice
    di un uomo compito.
    TIGNOLA:  E  allora  sono  certo  che sapete a quanto ammonta l'intera
    somma di un tiro di dadi coll'asso e il due.
    ARMADO: Ammonta ad un punto pi di due.
    TIGNOLA: Che il basso volgo chiama tre.
    ARMADO: E' vero.
    TIGNOLA: Ebbene,  signore,  vi par questo tale sforzo di studio?  Ecco
    qua  tre  di  studiato  in minor tempo di quel che non impieghereste a
    battere tre volte le palpebre: quanto facile sia aggiungere la  parola
    "anni"  alla  parola "tre",  e studiare tre anni in due parole,  ve lo
    potr insegnare anche il famoso cavallo sapiente.
    ARMADO: Ingegnoso tropo!
    TIGNOLA: Per dimostrarvi che d'ingegno non ne avete troppo.
    ARMADO: Voglio dopo ci confessarti che  sono  innamorato,  e  siccome
    amare  cosa bassa per un soldato,  cos sono invaghito di una ragazza
    di bassa estrazione.  Se  sguainare  la  spada  contro  l'inclinazione
    amorosa  potesse salvarmi dal depravato pensiero che ne serbo,  vorrei
    far prigioniero l'Appetito e consegnarlo ad  un  qualsiasi  cortigiano
    francese purch m'insegnasse in iscambio un inchino di nuovo conio. Io
    sdegno  i  sospiri,   e  credo  che  rinnegherei  Cupido.   Consolami,
    fanciullo; quali grandi uomini sono stati innamorati?
    TIGNOLA: Ercole, padrone.
    ARMADO: Soavissimo Ercole!  Citami ancora  altre  autorit,  mio  caro
    ragazzo, ancora altre; e, mio soave fanciullo, fa' che siano uomini di
    buona reputazione e portamento.
    TIGNOLA: Sansone,  padrone;  egli fu uomo di buon portamento,  anzi di
    gran portamento,  poich si port sulla schiena le porte  della  citt
    come un facchino. Ed era innamorato.
    ARMADO:  Oh  ben  costrutto Sansone,  nerboruto Sansone!  Io ti supero
    nell'uso della spada come tu mi hai superato  nel  trasportare  porte.
    Anch'io sono innamorato. Chi era l'amata di Sansone, mio caro Tignola?
    TIGNOLA: Una donna, signore.
    ARMADO: Di quale colore?
    TIGNOLA: Di tutti e quattro, o i tre, o i due, o uno dei quattro.
    ARMADO: Dimmi esattamente di qual colore
    TIGNOLA: Di color verdemare, signore.
    ARMADO: E' questo uno dei quattro colori?
    TIGNOLA: Secondo quel che ho letto, signore, ed  anche il migliore di
    tutti.
    ARMADO:  In  verit il verde  il colore degli amanti;  ma mi pare che
    Sansone avesse  poco  da  rallegrarsi  avendo  un'innamorata  di  quel
    colore. Certamente le voleva bene per la sua intelligenza.
    TIGNOLA: Fu certo cos,  signore, poich ella aveva una vivace e verde
    intelligenza.
    ARMADO: L'amor mio  di un immacolato color bianco e rosso.
    TIGNOLA: Maculatissimi pensieri, padrone, si celano sotto tali colori.
    ARMADO: Spiegati, spiegati, o ben educato infante!
    TIGNOLA: Che l'intelletto di mio padre e la lingua  di  mia  madre  mi
    assistano.
    ARMADO:   Dolce   invocazione  di  un  fanciullo,   molto  graziosa  e
    commovente.
    TIGNOLA (cantando):

    Se ella  fatta di rosso e bianco,
    Niun suo fallo sar mai scorto,
    Ch il volto arrossisce per qualche manco,
    E il timor appare dal bianco smorto:
    E se paura o pudor la scuote,
    Non lo saprai dalla tinta
    Che l'arte ha messa sulle sue gote:
    Natura non l'ha dipinta.

    Versi che non la passan liscia, padrone, ai lisci bianchi e rossi.
    ARMADO: Non c' forse una ballata, ragazzo,  che tratta del Re e della
    Mendicante?
    TIGNOLA:  Il mondo si  reso molto colpevole di una cosiffatta ballata
    circa tre secoli fa, ma credo che adesso non la si trovi pi o,  anche
    se la si trovasse,  non farebbe al caso nostro n per le parole n per
    la musica.
    ARMADO: Voglio che si riprenda a trattare quell'argomento, in modo che
    io possa giustificare la mia trasgressione citando  un  precedente  di
    gran  peso.  Ragazzo,  sono  innamorato  di  quella  campagnola che ho
    sorpreso nel parco con quell'animale ragionevole di Zucca: ella merita
    molto.
    TIGNOLA (a parte): S,  di  esser  frustata;  ma  anche  di  avere  un
    innamorato migliore del mio padrone.
    ARMADO: Canta, ragazzo; il mio spirito  oppresso dall'amore.
    TIGNOLA: Cosa meravigliosa davvero, poich l'amor vostro  una ragazza
    leggera!
    ARMADO: Canta, dico.
    TIGNOLA: Pazientate finch questa compagnia si allontani.
    (Entrano TONTO, ZUCCA e GIACOMETTA).
    TONTO: Signore,   volere del duca che mettiate al sicuro Zucca, e che
    non gli facciate provare alcuna delizia  o  nocumento,  ma  egli  deve
    digiunare tre volte alla settimana. (Mostrando Giacometta) In quanto a
    questa  damigella  mi  si  comanda  di  tenerla  nel  parco,  ove sar
    impiegata come lattaia.
    ARMADO: Mi tradisco arrossendo. (A Giacometta) Fanciulla!
    GIACOMETTA: Uomo!
    ARMADO: Verr a farti visita alla casetta.
    GIACOMETTA: E' qui presso.
    ARMADO: So dove  situata.
    GIACOMETTA: Signore Iddio, come siete istruito!
    ARMADO: Ti dir cose meravigliose.
    GIACOMETTA: Con quel muso?
    ARMADO: Ti amo.
    GIACOMETTA: Cos vi ho sentito dire.
    ARMADO: Addio!
    GIACOMETTA: ...e che il bel tempo vi accompagni!
    TONTO: Suvvia, Giacometta, andiamo!
    (Escono Tonto e Giacometta).
    ARMADO: Canaglia,  dovrai digiunare per i tuoi delitti prima di  esser
    perdonato.
    ZUCCA: Bene, messere, spero che quando digiuner potr farlo a stomaco
    pieno.
    ARMADO: Sarai gravemente punito.
    ZUCCA:  Vi  sar  grato  pi  che non lo siano i vostri servi,  poich
    quelli li ricompensate assai lievemente.
    ARMADO (a Tignola): Conduci via questo ribaldo, chiudilo in prigione!
    TIGNOLA: Vieni, gaglioffo di trasgressore; via di qui!
    ZUCCA: Non fatemi mettere in gabbia, messere;  non datemi da mangiare,
    ma lasciatemi in libert.
    TIGNOLA: Gi, e cos me la daresti a bere tu. Andrai in prigione.
    ZUCCA:  Ebbene,  se mai vedr gli allegri giorni di desolazione che ho
    gi visti, qualcuno dovr vedere...
    TIGNOLA: Che dovr vedere qualcuno?
    ZUCCA: No,  niente,  messer Tignola,  all'infuori di ci che gli cadr
    sott'occhio.  Non  si addice ai prigionieri esser troppo silenziosi di
    parole,  e perci non voglio dir nulla.  Grazie a Dio  ho  tanta  poca
    pazienza  quanta ne hanno gli altri,  e per conseguenza sapr starmene
    tranquillo.
    (Escono Tignola e Zucca).
    ARMADO: Amo persino la terra,  la quale  vile,  che la scarpa di lei,
    che  ancor pi vile, guidata dal suo piede che  vilissimo, calpesta.
    Amando, diverr spergiuro - il che  una gran prova di falsit. E come
    pu  mai  essere  leale  amore  quello  che   intrapreso con falsit!
    L'amore  uno spirito familiare,  l'amore  un diavolo,  non c' altro
    angelo  maligno  che  amore.  Cionondimeno Sansone fu tentato cos pur
    avendo una forza preclara,  cionnondimeno Salomone fu sedotto cos pur
    avendo una esimia saggezza. Il dardo di Cupido  stato troppo duro per
    la  clava  di  Ercole,  e  di  conseguenza  ci sono troppe probabilit
    sfavorevoli per la spada di uno spagnolo.  La prima e la seconda causa
    di sfida non fanno al raso mio: Cupido non presta la minima attenzione
    alla  passata  e non tiene in alcun pregio le buone regole del duello.
    La sua vergogna  di esser chiamato fanciullo,  ma  la  sua  gloria  
    quella di soggiogare gli uomini. Addio, valore! arrugginisciti, spada!
    taci,  tamburo!  poich colui che vi maneggia  innamorato;  s,  egli
    ama.  Possa una qualche divinit estemporanea della rima venire in mio
    soccorso,  poich  son  certo  che  mi metter a schiccherare sonetti.
    Medita, ingegno!  scrivi,  penna!  poich mi sento in vena di stendere
    interi volumi in folio!
    (Esce).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - La stessa.

    (Entrano la PRINCIPESSA DI FRANCIA,  ROSALINA, MARIA, CATERINA, BOYET,
    Signori ed altri del Seguito).
    BOYET: Adesso,  signora,  chiamate a raccolta tutte le  facolt  della
    vostra  mente.  Considerate  che  siete  l'inviata  di  vostro  padre;
    considerate  a  chi   egli   vi   indirizza   e   qual      l'oggetto
    dell'ambasciata;  che  voi,  che  siete  tenuta dal mondo in cos alto
    concetto,  negoziate con l'unico erede di tutte le perfezioni che  sia
    dato ad uomo di possedere,  con l'incomparabile re di Navarra; oggetto
    di queste trattative l'Aquitania,  dote degna  di  una  regina.  Siate
    adesso  prodiga  delle  vostre rare seduzioni come la natura lo fu nel
    renderle rare quando ne tenne digiuno tutto il  resto  dell'umanit  e
    liberalmente le confer tutte a voi.
    PRINCIPESSA:  Mio  buon  signor  Boyet,  la  mia bellezza,  per quanto
    scarsa,  non abbisogna del colorito ornamento della  vostra  lode.  Il
    valore della bellezza  dato dal giudizio dell'occhio e non da un vile
    imbonimento  pronunciato  dalla lingua del mercante.  Io mi sento meno
    superba nel sentirvi far le mie lodi che voi non siate  desideroso  di
    esser  considerato  savio nell'usare il vostro ingegno per esaltare il
    mio.  Ma adesso voglio fare a mia volta la lezione al mio maestro: mio
    caro  Boyet,  voi  non  ignorate  - e la fama divulgatrice di tutto ha
    sparso intorno tal voce - che il  re  di  Navarra  ha  fatto  voto  di
    trascorrere  tre  anni  di  studi  laboriosi senza che alcuna donna si
    avvicini alla sua corte silenziosa.  Perci ci sembra cosa  necessaria
    conoscere il suo beneplacito prima di varcare le sue porte vietate;  e
    in rispetto a ci,  fidente nel vostro merito,  vi scegliamo  come  il
    nostro pi suasivo ed equanime procuratore.  Ditegli che la figlia del
    re di Francia,  impaziente di venire ad un pronto  accordo  su  affari
    importanti,   sollecita   un   colloquio  personale  con  Sua  Grazia.
    Affrettatevi a fargli sapere questo mentre noi attenderemo, come umili
    postulanti, il suo alto volere.
    BOYET: Orgoglioso della mia missione vado ben volentieri.
    PRINCIPESSA: Ogni orgoglio  volonteroso,  e tale  anche  il  vostro.
    (Esce Boyet) Chi sono i professi,  miei amabili signori, i compagni di
    voto di questo virtuoso sovrano?
    PRIMO SIGNORE: Lord Longaville  uno di loro.
    PRINCIPESSA: Lo conoscete?
    MARIA: Lo conosco, signora.  Ho veduto questo Longaville ad un festino
    di  nozze,  celebrate  in  Normandia,  tra lord Perigot e la leggiadra
    erede di Giacomo Falconbridge.  E' stimato  uomo  di  merito  sovrano,
    versato  nelle arti e glorioso nelle armi.  Riesce in tutte le cose in
    cui desidera riuscire.  L'unica macchia sopra lo splendore  della  sua
    bella virt - seppure lo splendore della virt pu essere offuscato da
    macchia  alcuna  -    l'unione  di un intelletto acuto ad una volont
    troppo ottusa.  Il suo intelletto ha il potere di tagliare  e  la  sua
    volont si ostina a non voler risparmiare nessuno di quelli che cadono
    in suo potere.
    PRINCIPESSA: Un signore allegro e motteggiatore, immagino; non  cos?
    MARIA:  Cos  dicono  soprattutto  quelli  che meglio conoscono il suo
    carattere.
    PRINCIPESSA: Codesti spiriti volatili fanno presto a  consumarsi.  Chi
    sono gli altri?
    CATERINA: Il giovane Dumain,  un giovanotto compto,  amato per le sue
    doti da tutti quelli che amano la virt.  Sarebbe  in  grado  di  fare
    grandissimo  danno  pur  essendo ignaro del male,  poich egli ha tale
    spirito da fare apparire buona una mala forma,  e tale forma da entrar
    nelle  altrui  grazie anche senza spirito.  Lo vidi una volta dal duca
    d'Alenon, e tutto il bene che dico di lui  molto al disotto dei suoi
    grandi meriti.
    ROSALINA: Un altro di questi studiosi era con lui in  tale  epoca,  se
    non m'inganno un tale chiamato Biron, e non ho mai trascorso un'ora di
    chiacchiere, entro il limite di una decorosa allegria, con un uomo pi
    allegro.  Il  suo  occhio porge occasione al suo spirito,  poich ogni
    oggetto che quello afferra  trasformato  dall'altro  in  uno  scherzo
    divertente  che la sua abile lingua,  interprete dell'idea,  espone in
    parole cos appropriate e graziose da far s  che  le  orecchie  delle
    persone  anziane si distraggano per ascoltare i suoi racconti e quelle
    dei giovani siano addirittura incantate,  tanto soave e fecondo    il
    suo eloquio.
    PRINCIPESSA:  Che  Iddio vi benedica,  signore mie!  Siete forse tutte
    innamorate,  che ciascuna di voi ha coperto il suo preferito  di  cos
    adorne vesti d'elogi?
    PRIMO SIGNORE: Ecco Boyet.
    (Rientra BOYET).

    PRINCIPESSA: Ebbene, quale accoglienza, signore?
    BOYET:  Il  re di Navarra era informato del vostro grazioso arrivo;  e
    tanto lui che i suoi  associati  nel  giuramento  erano  preparati  ad
    incontrarvi,  gentile signora,  gi prima che io venissi.  Ma diamine,
    ecco quanto sono venuto a sapere. Egli preferisce farvi alloggiare sul
    campo,  come uno qui venuto ad assediare la sua corte,  piuttosto  che
    dispensarsi   dal   giuramento   e  farvi  entrare  nella  sua  dimora
    disabitata. Ma ecco il re di Navarra.

    (Entrano il RE, LONGAVILLE, DUMAIN, BIRON e Gente del seguito).

    RE: Bella principessa, benvenuta alla corte di Navarra.
    PRINCIPESSA: In quanto a "bella" ve  lo  restituisco  e  in  quanto  a
    "benvenuta"  non  lo  sono  ancora.  La volta di questa corte  troppo
    elevata per essere vostra,  e l'ospitalit in aperta campagna    cosa
    troppo umile per esser mia.
    RE: Signora, sarete la benvenuta nella mia corte.
    PRINCIPESSA: Allora s sar benvenuta; conducetemi laggi.
    RE: Ascoltatemi, cara signora; ho fatto un giuramento.
    PRINCIPESSA: Che la Madonna vi aiuti: diverrete spergiuro!
    RE: Per nulla al mondo, almeno volontariamente, bella signora!
    PRINCIPESSA: Ebbene, la mia volont spezzer la vostra, e nulla pi.
    RE: Vostra Signoria ignora di che si tratta.
    PRINCIPESSA:  Se  anche voi lo ignoraste,  la vostra ignoranza sarebbe
    saggezza,  mentre adesso la vostra sapienza si  dimostrer  ignoranza.
    Sento  che  Vostra  Grazia  ha fatto voto contro il tener casa aperta;
    signor mio,   un peccato mortale mantenere un  tal  giuramento  ed  
    peccato  anche  violarlo.  Ma  perdonatemi,  sono  troppo  ardita,  ed
    insegnare ad un maestro mal mi si  addice.  Degnatevi  di  leggere  lo
    scopo della mia venuta e rispondere immediatamente alla mia supplica.
    RE: Signora, lo far, se sar possibile, immediatamente.
    PRINCIPESSA:  Vi  affretterete  a  farlo  perch  io me ne vada al pi
    presto, giacch diverrete spergiuro obbligandomi a trattenermi.
    BIRON (a Rosalina): Non ho danzato con voi una volta in Brabante?
    ROSALINA: Non ho danzato con voi una volta in Brabante?
    BIRON: Certamente.
    ROSALINA: Che domanda inutile fu dunque la vostra!
    BIRON: Non dovete esser cos brusca!
    ROSALINA: E' colpa vostra che mi punzecchiate con tali domande.
    BIRON: Il vostro spirito  troppo focoso, corre troppo veloce e finir
    collo stancarsi.
    ROSALINA: Non prima di aver gettato il cavaliere nel pantano.
    BIRON: Che ora ?
    ROSALINA: L'ora in cui gli sciocchi la chiedono.
    BIRON: Buona fortuna alla vostra maschera!
    ROSALINA: Buona fortuna alla faccia che ricopre!
    BIRON: E che possiate avere molti innamorati!
    ROSALINA: Amen! Purch non siate voi uno di loro.
    BIRON: Non dubitate: me ne vado.
    RE (alla Principessa): Signora,  vostro padre qui propone il pagamento
    di centomila corone,  equivalente soltanto alla met dell'intera somma
    sborsata per lui da mio padre nelle sue guerre.  Ma  anche  supponendo
    che lui, o noi, avessimo ricevuto tale somma - il che non  accaduto -
    rimarrebbero  tuttavia  ancora  da  pagare  altre centomila corone,  a
    garanzia delle quali teniamo sotto di noi  una  parte  dell'Aquitania,
    sebbene non la si stimi del valore di quel denaro. Se poi il re vostro
    padre  vuol  solo restituire quella met che non  stata ancor pagata,
    noi rinunceremo al nostro diritto sull'Aquitania e rimarremo in  buoni
    rapporti  di amicizia con Sua Maest.  Ma non pare che egli abbia tale
    intenzione poich chiede che gli  siano  restituite  centomila  corone
    invece di offrirsi,  col pagamento di centomila corone, a far rivivere
    i suoi diritti sull'Aquitania: la quale avremmo preferito di cedere ed
    avere il danaro prestato da nostro padre,  piuttosto che  l'Aquitania,
    cos  scaduta  di valore com'.  Cara principessa,  se le richieste di
    vostro padre non fossero cos al di sopra di  quanto  la  ragione  pu
    cedere,  la  vostra bellezza avrebbe ottenuto da me tal cessione quale
    avrebbe contrastato a qualche ragione nel mio cuore, e sareste tornata
    soddisfatta in Francia.
    PRINCIPESSA: Fate gran torto al re mio padre ed alla  reputazione  del
    nome  vostro  nel  dimostrarvi cos recalcitrante a confessare di aver
    ricevuto ci che fu coscienziosamente pagato.
    RE: Dichiaro che non ne ho mai sentito parlare,  e se me lo  proverete
    restituir la somma o ceder l'Aquitania.
    PRINCIPESSA: Vi prendiamo in parola. Boyet, potete esibire le ricevute
    per tal somma firmate da funzionari incaricati dal padre di Carlo.
    RE: Datemi queste prove.
    BOYET:  Con  licenza di Vostra Grazia,  il plico in cui sono racchiusi
    questo ed altri documenti non  ancor giunto. Domani potrete vederli.
    RE: Ci mi baster,  ed in tale conferenza  mi  sottometter  ad  ogni
    onesto  e  giusto  accomodamento.  Frattanto  riceverete  da me quella
    accoglienza che l'onor mio,  senza offesa all'onore,  pu  offrire  al
    vostro grande merito.  Non posso concedervi di varcare le mie porte, o
    bella principessa,  ma qui fuori del palazzo sarete  ricevuta  in  tal
    modo  da  credervi  alloggiata nel mio cuore,  anche se vi  negato un
    ulteriore  accesso  nella  mia  casa.  Che  la  vostra  indulgenza  mi
    giustifichi, e intanto addio: domani verremo di nuovo a farvi visita.
    PRINCIPESSA:  Buona  salute  e  prosperi  desideri accompagnino Vostra
    Grazia!
    RE: Vi auguro altrettanto in ogni luogo!
    (Esce).
    BIRON (a Rosalina): Signora, vi raccomander al mio cuore!
    ROSALINA: Vi prego di raccomandarmi bene; sarei lieta di vederlo.
    BIRON: Vorrei che lo sentiste gemere.
    ROSALINA: Avete l'anima malata?
    BIRON: Malata al cuore.
    ROSALINA: Ahim! Cavategli sangue.
    BIRON: Gli farebbe bene?
    ROSALINA: La mia scienza medica dice di s.
    BIRON: Volete trafiggerlo coi vostri occhi?
    ROSALINA: Niente affatto, ma col mio coltello s.
    BIRON: Che Dio vi conservi a lungo in vita.
    ROSALINA: E voi che vi salvi dal vivere a lungo!
    BIRON: Non ho tempo per rendervi grazie.
    (Si allontana).
    DUMAIN (mostrando Caterina a Boyet): Signore, ve ne prego, una parola.
    Chi  quella signora?
    BOYET: L'erede di Alenon, e il suo nome  Caterina.
    DUMAIN: Una donna in gamba, Signore, arrivederci.
    (Esce).
    LONGAVILLE (mostrando Maria a Boyet): Vi supplico,  una parola: chi  
    quella vestita di bianco?
    BOYET: La dir una donna chi la legger.
    LONGAVILLE:  Forse chi la legger la trover leggera.  Desidero il suo
    nome.
    BOYET: Ne  possiede  solamente  uno,  e  desiderare  di  toglierglielo
    sarebbe una vergogna.
    LONGAVILLE: Vi prego, messere, di chi  figlia?
    BOYET: Di sua madre, a quanto ho sentito dire.
    LONGAVILLE: Che Dio benedica la vostra barba!
    BOYET:   Mio  buon  signore,   non  offendetevi:  essa    l'erede  di
    Falconbridge.
    LONGAVILLE: Adesso la mia collera  bell'e terminata;    una  signora
    veramente incantevole.
    BOYET: Non  improbabile, messere, e pu darsi benissimo.
    (Esce Longaville).
    BIRON  (mostrando  Rosalina  a  Boyet):  Come  si  chiama  quella  col
    cappello?
    BOYET: Rosalina, per ventura.
    BIRON: E' sposata o no?
    BOYET: S, alla propria volont, o gi di l.
    BIRON: Siete il benvenuto, messere. Addio.
    BOYET: Addio a me, signore, ed il benvenuto a voi.
    (Esce Biron).
    MARIA: Quello l  Biron, un gaio signore balzano;  con lui non si pu
    scambiare una parola che non sia uno scherzo.
    BOYET: E tutti i suoi scherzi non sono che parole.
    PRINCIPESSA: Avete fatto bene a non lasciargli aver l'ultima parola.
    BOYET:  Avevo altrettanta voglia di arroncigliarmi con lui quanta egli
    ne aveva di venire all'arrembaggio con me.
    MARIA: Diamine, due galli battaglieri!
    BOYET: E perch no due galeoni ?  Gallo no di certo,  pulcino  mio,  a
    meno che non mi lasciate beccare sulle vostre labbra.
    MARIA: Voi gallo ed io becchime. E' questa la chiusa dello scherzo?
    BOYET: Purch mi concediate il diritto di beccare.
    (Cerca di abbracciarla).
    MARIA:  Adagio,  gentile  animale:  le  mie  labbra  non sono un prato
    pubblico, ma un campo privato.
    BOYET: Ed a chi appartengono?
    MARIA: Alle mie fortune ed a me.
    PRINCIPESSA: I begli ingegni vogliono sempre  accapigliarsi,  ma  voi,
    anime  gentili,  restate  d'accordo!  Questa  guerra  civile d'ingegni
    sarebbe molto pi appropriata contro  il  re  di  Navarra  ed  i  suoi
    studiosi, poich qui  fuori luogo.
    BOYET:  Se  la  mia  penetrazione,  che di rado mentisce nel decifrare
    negli occhi la muta eloquenza del cuore, non mi inganna adesso,  il re
    di Navarra  infetto.
    PRINCIPESSA: Di che?
    BOYET: Di ci che noi innamorati chiamiamo affetto.
    PRINCIPESSA: E che prove ne avete?
    BOYET:  Diamine,  tutte  le  sue  azioni esteriori si ritirarono nella
    corte degli  occhi,  socchiusi  dal  desiderio.  Il  suo  cuore,  come
    un'agata in cui sia incisa la vostra stampa,  superbo della sua forma,
    esprimeva l'orgoglio coll'occhio. La sua lingua,  insofferente di aver
    soltanto  il  potere di parlare ma non quello di vedere,  si imbrogli
    per la fretta di trasferirsi nella vista di lui. Tutti i suoi sensi si
    rifugiarono in quell'unico  senso,  per  concentrarsi  soltanto  nella
    contemplazione di quella bella tra le belle. Mi parve che tutti i suoi
    sensi fossero racchiusi nei suoi occhi come gioielli nel cristallo per
    essere comprati da un principe;  offrendo il loro pregio sotto la loro
    custodia di vetro sollecitavano d'esser comprati mentre passavate voi.
    Le postille del suo volto mostravano una tale sorpresa che  tutti  gli
    occhi  vedevano  i  suoi occhi incantati dall'oggetto contemplato.  Vi
    dono l'Aquitania e tutto ci che gli appartiene  se  gli  darete,  per
    farmi contento, solo un bacio d'amore.
    PRINCIPESSA: Venite nel nostro padiglione! Boyet e ben disposto...
    BOYET:  ...solamente  a  svelare  in parole ci che i suoi occhi hanno
    scoperto.  Ho solo fatto dei suoi occhi una bocca,  aggiungendovi  una
    lingua che sicuramente non mentir.
    ROSALINA: Sei un vecchio mezzano e parli molto abilmente.
    MARIA: E' il nonno di Cupido, e da lui viene a conoscere molte nuove.
    ROSALINA:  Allora  Venere  doveva  somigliare a sua madre,  poich suo
    padre  brutto.
    BOYET: Avete udito, pazzerelline mie?
    MARIA: No.
    BOYET: Avete visto, allora?
    ROSALINA: S, la via per andarcene.
    BOYET: Con voi non ce la posso!
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - La stessa.

    (Entrano ARMADO e TIGNOLA).
    ARMADO: Gorgheggia, fanciullo: inebria il mio udito.
    TIGNOLA (cantando): Concolinel.
    ARMADO: Soave aria! Va', tenerezza d'anni, prendi questa chiave, rendi
    la  libert  al  villico  e  conducilo  qui   festinatamente.   Voglio
    servirmene per recare una lettera all'amor mio.
    TIGNOLA: Volete conquistare l'amor vostro con un trescone francese?
    ARMADO: Che vuoi dire? Trescare in francese!
    TIGNOLA: No,  mio compto padrone,  ma cantarellare una giga a fior di
    labbra,  scambiettando a quell'aria  coi  piedi  vostri,  secondandola
    coll'alzare  gli  occhi  al  cielo,  sospirando  una nota e cantandone
    un'altra,  talvolta attraverso la gola  come  se  doveste  inghiottire
    l'amore  nel  cantare  d'amore,  talvolta  attraverso  il naso come se
    aspiraste l'amore odorandolo.  Col cappello a  mo'  di  tettoia  sulla
    bottega  degli occhi vostri,  colle braccia incrociate sul giustacuore
    che vi copre il magro ventre, come un coniglio schidionato, oppure con
    le mani in tasca,  come usavano dipingere gli antichi pittori.  E  non
    insistete troppo sopra un sol motivo, ma cantatene solo un pezzetto, e
    via! Questi sono gli accorgimenti e i modi per cogliere in trappola le
    ragazze  vanesie,  che si lascerebbero mettere in trappola anche senza
    di quelli, e che richiaman l'attenzione - me la prestate,  signori?  -
    sui signori che li coltivano.
    ARMADO: Come ti sei acquistato una tale esperienza?
    TIGNOLA: Con un soldo di osservazione.
    ARMADO: Ma oh... ma oh...
    TIGNOLA: ... "Il cavallin di legno si scord".
    ARMADO: Vorresti chiamare il mio amore, un cavallino di legno?
    TIGNOLA: No,  padrone.  Il cavallino di legno non  che un puledro, ed
    il vostro amore  forse una  giumenta.  Ma  avete  forse  scordato  la
    vostra amata?
    ARMADO: Quasi.
    TIGNOLA: Oh negligente scolaro, mettetevela in cuore!
    ARMADO: In cuore e nel cuore, ragazzo.
    TIGNOLA: Ed anche senza cuore,  padrone, e riuscir a provarvi tutte e
    tre le cose.
    ARMADO: Che cosa vuoi riuscire?
    TIGNOLA: Un uomo, se vivo; e a provarvi questo "in",  "nel" e "senza",
    sull'istante. Voi l'amate "in" cuore, poich la sua vista v'incuora ad
    amarla;  l'amate  "nel" cuore,  poich il cuore vostro  innamorato di
    lei; e l'amate "senza" cuore, essendo scorato di non poterla godere.
    ARMADO: Io sono tutte e tre queste.
    TIGNOLA (a parte): E anche se tu fossi tre volte tanto, seguiteresti a
    esser nulla.
    ARMADO: Mena qui il villico: mi deve portare una lettera.
    TIGNOLA: Un messaggio bene assortito davvero! Il cavallaccio che fa da
    ambasciatore all'asino.
    ARMADO: Ah ah! cosa dici?
    TIGNOLA: Diamine, signore, dovreste mandare l'asino a cavalcioni di un
    destriero, poich cammina lemme lemme. Ma vado.
    ARMADO: Il cammino  breve. Via!
    TIGNOLA: Sar veloce come il piombo, messere.
    ARMADO: Che intendi dire, ingegnoso frugolo?  il piombo non  forse un
    metallo pesante, inerte e lento?
    TIGNOLA:  Minime,  onorevole  padrone:  o  piuttosto,  niente affatto,
    padrone.
    ARMADO: Dico che il piombo  lento.
    TIGNOLA: Siete troppo veloce, signore,  nell'affermarlo:  forse lento
    quel piombo che  sparato fuori dalla bocca di un cannone?
    ARMADO:  Oh  dolce  fumo di retorica!  Egli mi reputa un cannone e lui
    sarebbe la palla... Allora ti sparo sul villico!
    TIGNOLA: Bum! Ed io volo.
    (Esce).
    ARMADO: Astutissimo giovincello, eloquente e pieno di grazia!  Col tuo
    permesso,   o  dolce  cielo,   devo  sospirarti  in  faccia.  Oh  rude
    malinconia,  il valore ti cede il suo posto.  Ecco di ritorno  il  mio
    araldo.

    (Rientra TIGNOLA con ZUCCA).

    TIGNOLA:  Un  miracolo,  padrone!  Ecco  una  zucca che si  rotta una
    tibia.
    ARMADO: Una sciarada o un indovinello.  Suvvia,  di' il  tuo  congedo,
    comincia.
    ZUCCA: Niente sciarappa,  niente indovinello,  niente congedo,  niente
    salvia nella bisaccia, signore. Oh, signore, piantaggine,  soltanto un
    po' di piantaggine!  Niente congedo,  niente congedo, e niente salvia,
    signore, ma solo piantaggine.
    ARMADO: Per la virt!  tu mi muovi al riso.  Le  tue  scempiaggini  mi
    agiscono  sulla milza,  ed il gonfiarsi dei miei polmoni mi stimola ad
    un ridicoloso sorriso.  Oh,  perdonatemi,  stelle!  Forse  che  questo
    scimunito prende la salvia per una specie di congedo,  e i congedi per
    salvie?
    TIGNOLA: E forse che il savio le considera altrimenti?  Un congedo non
    equivale a un "salve"?
    ARMADO:  No,  paggio.  E'  un  epilogo o discorso che serve a spiegare
    qualche oscuro precedente  che    stato  anzidetto.  Te  ne  dar  un
    esempio:
    La volpe, la scimmia ed il pecchione
    Erano in caffo, tre in addizione.
    Questa  la proposizione, e adesso passiamo al congedo.
    TIGNOLA: Il congedo voglio aggiungerlo io. Ripetetemi la proposizione.
    ARMADO: La volpe, la scimmia ed il pecchione
    Erano in caffo, tre in addizione.
    TIGNOLA: Ma quando l'oca fuori si mostr,
    Aggiunse un quarto, e il caffo elimin.
    E  adesso  comincer  io con la vostra proposizione,  e voi mi terrete
    dietro col mio congedo:
    La volpe, la scimmia ed il pecchione
    Erano in caffo, tre in addizione.
    ARMADO: Ma quando l'oca fuori si mostr,
    Aggiunse un quarto, e il caffo elimin.
    TIGNOLA: Un buon congedo  che  fa  il  becco  all'oca.  Ne  desiderate
    ancora?
    ZUCCA: Il ragazzo gliel'ha venduta bella, gli ha dato dell'oca, questo
      manifesto.  Signore,  il  vostro  denaro sar bene speso se l'oca 
    grassa.  A saperla vendere bene ci vuol tanta  abilit  quanto  a  far
    veder  lucciole  per  lanterne.  Vediamo  un  po':   un congedo bello
    grasso, un'oca grassa.
    ARMADO: Suvvia, suvvia, come  cominciata questa discussione?
    TIGNOLA: Dicevo che una zucca si era rotto lo stinco e allora mi avete
    chiesto il congedo.
    ZUCCA: E' vero,  ed io la piantaggine,  e cos entr in ballo anche il
    vostro argomento.  Segu poi il grasso congedo del ragazzo, cio l'oca
    che v'ha data, e cos fu fatto il becco all'oca.
    ARMADO: Ma ditemi: come fu che una zucca si spezz lo stinco?
    TIGNOLA: Ve lo spiegher in modo sensibile.
    ZUCCA: Tu non senti la cosa, Tignola; quel congedo voglio dirlo io:
    Io, Zucca, per svignarmela, battei tale un cazzotto
    Che proprio sulla soglia lo stinco mi son rotto.
    ARMADO: Non parleremo pi di questa materia.
    ZUCCA: Almeno finch non ci sar altra materia nel mio stinco.
    ARMADO: Sor Zucca, ti voglio affrancare.
    ZUCCA: Oh, s, fatemi sposare una Franca!  Sento gi un certo odore di
    congedo e d'oca in tal faccenda.
    ARMADO:  Per l'anima mia dolce,  intendo dire che ti voglio rendere la
    libert,  dar franchigia alla tua persona.  Tu eri murato,  costretto,
    captivato, confinato.
    ZUCCA:  E' vero,   vero,  e adesso sarete voi il mio purgativo che mi
    scioglier il corpo.
    ARMADO: Ti rendo la libert tua e ti sciolgo dalla prigionia, in luogo
    della quale ti impongo solamente una condizione,  ossia che  tu  rechi
    questa  missiva  alla forosetta Giacometta.  Ed ecco la rimunerazione,
    poich la pi efficace guardia dell'onor mio consiste nel riguardo che
    ho per i miei dipendenti. Tignola, seguimi!
    TIGNOLA: S, come una coda. Signor Zucca, addio.
    ZUCCA: Mia soave oncia di  carne  umana!  Mio  inebriante  giovinetto!
    (Esce Tignola) E adesso diamo un'occhiata alla sua rimunerazione!  Oh,
     la parola latina che significa tre centesimi: tre centesimi    come
    dire rimunerazione. "Quanto costa questo nastro?". "Un soldo". "No, ve
    ne dar una rimunerazione"; e cos l'affare  fatto. Rimunerazione! In
    fondo   una parola pi bella che corona francese.  Non voglio mai pi
    far compre o vendite senza servirmene.

    (Entra BIRON).

    BIRON: Oh,  mio buon diavolo Zucca!  Che  incontro  straordinariamente
    fortunato!
    ZUCCA:  Vi  prego,  messere,  quanto  nastro di color carnicino si pu
    acquistare per una rimunerazione?
    BIRON: Che cos' una rimunerazione?
    ZUCCA: Diamine, messere, mezzo soldo pi un centesimo.
    BIRON: Oh, ebbene allora tre centesimi di seta.
    ZUCCA: Ringrazio la Signoria Vostra. Che Dio sia con voi!
    BIRON: Rimani,  gaglioffo,  ho una commissione da affidarti.  Se  vuoi
    acquistarti la mia benevolenza,  mio buon diavolo,  fa' per me ci che
    ti chieder.
    ZUCCA: Quando volete che sia fatto, messere?
    BIRON: Questo pomeriggio.
    ZUCCA: Bene, lo far, messere. Statevi bene.
    BIRON: Ma se non sai nemmeno di che si tratta!
    ZUCCA: Verr a saperlo, messere, quando l'avr fatto.
    BIRON: Birbante,  prima che devi saperlo!
    ZUCCA: Verr domattina dalla Signoria Vostra.
    BIRON: E' cosa da farsi stasera. Ascolta, gaglioffo, non si tratta che
    di questo: la principessa verr a cacciare qui nel  parco  e  del  suo
    seguito  fa  parte  una gentile signora.  Quando le lingue parlano con
    dolcezza,  pronunciano il suo nome e la chiamano Rosalina.  Chiedi  di
    lei,  e  guarda  di  affidare  alla  sua  bianca mano questo messaggio
    sigillato. Ecco il tuo guiderdone, va'.
    ZUCCA:   Guirdone,   oh   soave   guirdone,   molto   migliore   della
    rimunerazione,  superiore  ad  essa  di  undici  soldi e un centesimo.
    Dolcissimo guirdone!  Eseguir tutto  a  puntino,  messere.  Guirdone!
    Rimunerazione!
    (Esce).
    BIRON: E io sarei veramente innamorato, io che sono stato lo scudiscio
    dell'amore,  un vero aguzzino dei sospiri patetici,  un censore, anzi,
    una guardia notturna,  un pedante intento a strapazzare quel fanciullo
    che  nessun mortale eguaglia in magnificenza!  Quel fanciullo bendato,
    piagnucoloso, cieco,  capriccioso,  quel giovane vegliardo,  quel nano
    che  ha  la  forza  di un gigante,  don Cupido: governatore delle rime
    amorose,  signore delle braccia  incrociate,  monarca  consacrato  dei
    gemiti  e dei sospiri,  sovrano di tutti i fannulloni e di tutti i mal
    contenti,  temuto principe delle gonnelle,  re delle braghette,  unico
    imperatore  e  gran  generale  degli  apparitori  indaffarati.  Oh mio
    cuoricino!  Ed ecco che sono diventato il suo aiutante di campo e  che
    indosso  i  suoi  colori come il cerchio di un saltimbanco!  Come?  Io
    dunque amo,  corteggio,  mi cerco una moglie?  Una donna simile ad  un
    orologio tedesco, sempre in riparazione, sempre sconquassato e che non
    va  mai  bene,   dacch    una  sveglia,   se  non  la  si  sorveglia
    continuamente affinch possa andar bene!  E sono anche  spergiuro,  il
    che  peggio di tutto ed amo,  delle tre,  la peggiore, una sgualdrina
    dilavata dalla fronte di velluto con due pallottole di pece ficcate al
    posto degli occhi!  S,  per il cielo,  una che saprebbe soddisfare le
    sue  voglie  anche  se  Argo  dovesse  essere  il  suo eunuco e il suo
    guardiano.  Ed io mi sono messo a sospirare per lei,  a  vegliare  per
    lei,  a pregare per averla!  Suvvia,  un castigo che Cupido mi impone
    per aver disconosciuto il suo onnipotente  terribile  piccolo  potere.
    Ebbene, mi toccher amare, scrivere, sospirare, pregare, corteggiare e
    gemere. Alcuni sono destinati ad amare madonna, altri Marcolfa.
    (Esce).

    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - La stessa.

    (Entrano la PRINCIPESSA,  ROSALINA,  MARIA,  CATERINA, BOYET, Signori,
    Personaggi del seguito ed un Guardaboschi).
    PRINCIPESSA: Era il re quello che ha spronato tanto gagliardamente  il
    suo cavallo su per il fianco scosceso della collina?
    BOYET: Non so, ma credo non fosse lui.
    PRINCIPESSA:  Chiunque  egli  fosse,  ha  mostrato un animo tendente a
    salire.  Bene,  signori oggi finiremo di sbrigare le nostre faccende e
    sabato torneremo in Francia.  Dunque guardaboschi, amico mio, dov' la
    macchia in cui dobbiamo metterci alla posta per recitare la  parte  di
    assassini?
    GUARDABOSCHI: Qui presso,  al limite di quel boschetto;  una posta da
    cui potrete fare il pi bel colpo.
    PRINCIPESSA: Rendo grazie alla mia  bellezza:  essendo  bella  io  che
    faccio il colpo, hai ragione di parlare di un bel colpo.
    GUARDABOSCHI: Perdonatemi, signora, poich non intendevo dir questo.
    PRINCIPESSA: Come,  come? Prima mi lodi, e poi rinneghi quello che hai
    detto! Oh breve vanit! Non sono bella? Ahim!
    GUARDABOSCHI: S, signora, siete bella.
    PRINCIPESSA: No,  smetti di farmi il ritratto.  Dove non c' bellezza,
    le  lodi non possono certo migliorare il volto.  (Dandogli del denaro)
    Ecco, mio bravo specchio,  prendi questo per avermi detto il vero: una
    bella mancia per delle parole brutte  un pagare pi del dovuto.
    GUARDABOSCHI: Non  altro che bello ci che vi appartiene.
    PRINCIPESSA: Senti,  senti! la mia bellezza si salva per le mie opere.
    Oh eresia del bello,  ben degna dell'et nostra!  Una mano  che  dona,
    anche  se brutta,  avr bella lode.  Suvvia,  dammi l'arco;  adesso la
    piet va ad uccidere,  ed il tirar bene sar  da  lei  considerato  un
    male. In tal modo salver la mia reputazione nell'arte di scagliare le
    frecce;  se  mancher  il  colpo diranno che la piet mi ha vietato di
    colpire,  e se dar nel segno diranno che l'ho fatto per  mostrare  la
    mia  destrezza  e  che  ho voluto uccidere pi per averne lode che per
    deliberato proposito. E certamente cos accade talvolta, che la gloria
    si macchia di delitti abbominevoli,  allorquando per amor  di  fama  o
    lode  -  vanit  esteriori!  -  noi  sottomettiamo  ad  essa  la  vera
    inclinazione del cuore. Come faccio io ora,  che per averne lode cerco
    di  spargere il sangue di un povero daino a cui il mio cuore non vuole
    alcun male?
    BOYET: Forse che le mogli bisbetiche  non  mantengono  la  loro  mezza
    sovranit  soltanto per amor di lode,  allorquando cercano di diventar
    padrone dei loro signori?
    PRINCIPESSA: Solo per  amor  di  lode:  e  possiamo  tributar  lode  a
    qualsiasi signora che soggioga un signore.

    (Entra ZUCCA).

    BOYET: Ecco avanzarsi un membro della repubblica.
    ZUCCA: Bocegiorno a tutti! Vi prego, chi  la signora in capo?
    PRINCIPESSA: Compare, la riconoscerai guardando le altre che non hanno
    capo.
    ZUCCA: Qual  la signora pi grande e pi alta?
    PRINCIPESSA: La pi grossa e la pi lunga.
    ZUCCA:  La pi grossa e la pi lunga!  Proprio cos,  e la verit  la
    verit Se la vostra vita, padrona,  fosse sottile come il mio spirito,
    la cintura di una di queste fanciulle vi si adatterebbe benissimo. Non
    siete voi la capitana? Siete la pi grossa qui.
    PRINCIPESSA: Che volete, messere, che volete?
    ZUCCA:  Ho una lettera da parte del signor Biron per una certa signora
    Rosalina.
    PRINCIPESSA: Dammi, dammi la lettera! E' un mio buon amico. Mettiti in
    disparte,  buon messaggero.  Boyet,  voi che  sapete  fare  il  pollo,
    apritemi questo cappone.
    BOYET:  E'  dover  mio.  Questa  lettera  ha sbagliato indirizzo e non
    concerne alcun di qui. E' indirizzata a Giacometta.
    PRINCIPESSA: La leggeremo,  sulla mia parola!  Tirate il collo a  quel
    sigillo, e che ciascuno presti orecchio.
    BOYET   (leggendo):  "Per  il  cielo,   che  tu  sia  bella    verit
    infallibile, ed  vero pure che sei graziosa,  ed  la pura verit che
    sei  amabile.  Oh,  tu che sei pi bella della bellezza,  pi graziosa
    della grazia,  pi verace della verit stessa,  abbi misericordia  del
    tuo eroico vassallo!  Il magnanimo e illustrissimo re Cofetua pose gli
    occhi sulla perniciosa e autentica mendica Senelofon,  e  proprio  lui
    che avrebbe potuto a buon diritto dire: 'veni,  vidi,  vici',  il che,
    notomizzato in eloquio volgare (oh vile ed  oscuro  volgar  eloquio!),
    equivale a 'venne,  vide e vinse '. Venne: uno; vide: due; vinse: tre.
    E chi venne?  Il re.  Perch  venne?  Per  vedere.  Perch  vide?  Per
    vincere.  Da chi venne? Dalla mendica. Che vide? La mendica. Chi vinse
    egli? La mendica. Conclusione, la vittoria.  Da parte di chi?  Del re.
    La  captiva  fu  arricchita:  da  parte  di  chi?  Della  mendica.  La
    catastrofe  uno sposalizio. Da parte di chi? Del re. No,  di entrambi
    in  uno o di uno in entrambi.  Io sono il re,  poich cos comporta il
    paragone,  e  tu  la  mendica,   poich  cos  attesta  la  tua  umile
    condizione.  Dovrei  comandare  il  tuo  amore?  Posso  farlo.  Dovrei
    forzarlo?  Potrei farlo.  Dovrei supplicarti di amore?  Questo  voglio
    fare.  Con qual cosa muterai i tuoi resti?  Con delle vesti.  E i tuoi
    bricioli? Con dei titoli. E te stessa? Con me. E cos, in attesa della
    tua risposta, profano le mie labbra sui tuoi piedi, i miei occhi sulla
    tua immagine, e il mio cuore su ogni parte di te.
    Tuo nel pi ardente desiderio di servirti.
    Don Adriano de Armado.

    Odi il leone di Nemea ruggire
    Contro te, agnella, preda sua tra poco;
    Cadi sommessa ai piedi di quel sire,
    Ed ei si volger dal pasto al gioco.
    Che sarai, se un diniego opponi cieco?
    Esca al furore, e cibo pel suo speco".

    PRINCIPESSA: Che pennacchio  mai colui che verg questa lettera?  Che
    stendardo? Che banderuola? Avete mai udito nulla di meglio?
    BOYET: M'inganno parecchio o mi pare di ricordare questo stile.
    PRINCIPESSA:  Avreste  una memoria molto corta se l'aveste cos presto
    dimenticato.
    BOYET:.  Questo Armado  uno spagnolo che vive qui a corte: un  essere
    strambo,  un  Monarco che serve da divertimento al principe ed ai suoi
    compagni di studio.
    PRINCIPESSA: Giovanotto, una parola! Chi ti ha dato questa lettera?
    ZUCCA: Ve l'ho detto: il mio signore.
    PRINCIPESSA: E a chi dovresti consegnarla?
    ZUCCA: Da parte del mio signore alla mia signora.
    PRINCIPESSA: Da parte di qual signore a quale signora?
    ZUCCA: Da parte di monsignor  Biron,  il  mio  buon  padrone,  ad  una
    signora dl Francia che egli ha chiamata Rosalina.
    PRINCIPESSA:  Hai  dato  un'altra lettera al posto della sua.  Suvvia,
    signori, andiamo.  (A Rosalina) Mettila in serbo,  cara;  riceverai un
    altro giorno quella che ti era destinata.
    (Escono la Principessa e il Seguito).
    BOYET: Chi  il settatore? Chi  il settatore?
    ROSALINA: Debbo insegnarvelo?
    BOYET: S, compendio di ogni bellezza!
    ROSALINA: Diamine, colui che tira saette. Ben parata la stoccata!
    BOYET: Madonna se n' andata ad uccidere animali cornuti. Ma, nel caso
    che vi sposiate,  voglio essere impiccato per la gola se in quell'anno
    i cornuti faranno difetto. Ben tirata la stoccata!
    ROSALINA: Benone, ma io sono la saettatrice!
    BOYET: E chi  il vostro cervo?
    ROSALINA: Se dovessimo giudicar dalle corna, voi stesso,  e perci non
    avvicinatevi. Ben tirata davvero la stoccata!
    MARIA:  Vi  accapigliate  continuamente  con lei,  Boyet ed ella vi ha
    colpito in fronte.
    BOYET: Ma lei  stata colpita pi in basso.  Vi pare  che  io  l'abbia
    colpita adesso?
    ROSALINA: Vuoi che ti assalga con un vecchio adagio che era gi adulto
    quando il re di Francia,  Pipino,  era ancora un ragazzetto,  e che si
    riferisce al colpire nel segno?
    BOYET: Purch allora io possa risponderti con una massima  altrettanto
    vecchia,  che  era gi donna quando la regina Ginevra di Britannia era
    ancora bambinetta, e che si riferisce al colpire nel segno.
    ROSALINA: Tu non puoi, tu non puoi, tu non puoi colpire
    Tu non puoi colpir, fatti in l.
    BOYET: S'io non posso, non posso, non posso,
    S'io non posso, un altro potr.
    (Escono Rosalina e Caterina).
    ZUCCA: In fede mia, divertentissimo: entrambi molto in gamba!
    MARIA: Una mira presa molto bene,  poich l'uno o l'altra  hanno  dato
    nel segno.
    BOYET:  Una  mira!  Oh,  mirate soltanto quella mira!  Una mira,  dice
    madonna: che la mira abbia un segno su  cui  battere  a  ficco,  se  
    possibile!
    MARIA: Avete fatto fallo! In fede mia il vostro fallo  in fuori.
    ZUCCA:  Davvero deve tirare pi da vicino,  oppure non coglier mai il
    brocco.
    BOYET: Se il mio fallo  in  fuori,  probabilmente,  il  vostro    in
    dentro.
    ZUCCA:  E  allora  far  lei  il tiro migliore,  spaccando la testa di
    chiodo.
    MARIA: Suvvia,  suvvia,  vi esprimete in modo sconveniente.  Le vostre
    labbra si sporcano.
    ZUCCA: E' troppo dura per voi da battere a ficco. Sfidatela a bocce!
    BOYET: Temo troppe sfregature. Buona notte, mia brava civetta!
    (Escono Boyet e Maria).
    ZUCCA: Per l'anima mia,  uno zotico,  uno scempiato tanghero! Signore,
    signore, come l'abbiamo fatto tacere, quelle dame ed io!  In fede mia,
    degli  scherzi  piacevolissimi:  deliziosissimo  spirito plebeo quando
    esso   corre   cos   liscio,    cos   oscenamente,    direi,    cos
    appropriatamente.  Quell'Armado l! Oh, ecco un uomo squisito. Bisogna
    vederlo camminare davanti a  una  signora  e  portarle  il  ventaglio!
    Vederlo mentre le manda baci colla mano, e fa cos dolci giuramenti. E
    poi ha quel suo paggio,  l, quel gruzzoletto di spirito: oh cielo, un
    minuzzolo davvero commovente! Ol! ol!
    (Grida di dentro. Zucca esce correndo).



    SCENA SECONDA - La stessa.

    (Entrano OLOFERNE, Ser NATANIELE e TONTO).
    NATANIELE: Un molto  rispettabile  divertimento  in  verit,  e  fatto
    coll'approvazione di una coscienza netta.
    OLOFERNE:  Il  daino  era,  come sapete,  "sanguis",  in condizioni di
    perfetto vigore. Maturo come un pomo di paradiso che adesso pende come
    un  gioiello  dall'orecchio  del  "coelo",  il  cielo,  l'empiro,  il
    firmamento,  ed  ecco  che cade come un pomo selvatico sulla faccia di
    "terra firma", la terra, il suolo, il terreno.
    NATANIELE: In verit,  maestro Oloferne,  gli epiteti sono  bellamente
    variati  per lo meno come si addice ad un dotto.  Ma,  messere,  io vi
    assicuro che era un cerbiatto di un anno.
    OLOFERNE: Ser Nataniele, "haud credo".
    TONTO: Non era un "haud credo", ma un cervietto.
    OLOFERNE:  Oh  barbarissima  osservazione!   E'  tuttavia  una   sorta
    d'insinuazione,  come chi dicesse, "in via", a mo' di chiarimento, per
    "facere",  come chi dicesse,  una replica,  o piuttosto,  "ostentare",
    mostrare,  come  chi  dicesse,  il proprio sentimento,  secondo la sua
    guisa inculta, inadorna, ineducata, incorretta, inesercitata, o meglio
    illetterata, o ancor meglio inesperta: interpolare il mio "haud credo"
    per un daino!
    TONTO: Ho detto che il daino non era  un  "haud  credo",  ma  che  era
    invece un cervietto.
    OLOFERNE:  Ribollita scempiezza,  "bis cocta"!  Oh mostro,  Ignoranza,
    come deforme tu appari!
    NATANIELE: Messere,  egli non si  mai cibato  dei  lacchezzi  che  si
    trovano nei libri. Non ha mai mangiato carta, come chi dicesse, non ha
    mai  bevuto  inchiostro.  Il  suo  intelletto non  riempito ed egli 
    soltanto un animale,  sensibile solo nelle parti pi grossolane.  Tali
    piante  sterili  ci  vengono collocate davanti affinch possiamo esser
    grati (e noi che abbiamo gusto e sentire lo siamo) di  quelle  facolt
    che in noi fruttificano pi che in lui.  Poich, allo stesso modo come
    sarebbe  per  me  sconveniente  essere  vano,  indiscreto  o  sciocco,
    similmente  sarebbe  mettere  a  studio uno scemo,  e vederlo andare a
    scuola. Ma "omne bene", dico io,  che sono della stessa opinione di un
    certo vecchio padre; molti i quali non amano il vento possono tuttavia
    sopportare il maltempo.
    TONTO: Voi siete dotti.  Sapete dirmi,  nella vostra saggezza, chi mai
    aveva un mese  alla  nascita  di  Caino,  che  non  ha  ancora  cinque
    settimane di et adesso?
    OLOFERNE: Dictynna, mio buon Tonto, Dictynna, mio buon Tonto.
    TONTO: E chi  questa Dictynna?
    NATANIELE: Un titolo di Febea, di Selene, di Luna.
    OLOFERNE:  La  luna aveva un mese quando Adamo non ne aveva di pi,  e
    non aveva raggiunto le cinque settimane quando egli  aveva  gi  cento
    anni. L'allusione rimane probativa anche scambiando i nomi.
    TONTO: Proprio vero. La collusione rimane sempre probativa.
    OLOFERNE:  Che  Dio  aiuti  il tuo comprendonio!  Dico che l'allusione
    rimane sempre probativa.
    TONTO: Ed io dico che la polluzione rimane sempre probativa, poich la
    luna non ha mai pi di un mese di et: e dico, oltre a questo,  che fu
    un cervietto quello che la principessa uccise.
    OLOFERNE:  Ser  Nataniele,  volete  sentire  un epitaffio estemporaneo
    sulla morte del daino?  Per soddisfare codesto ignorante  ho  chiamato
    cervietto il daino che la principessa ha ucciso.
    NATANIELE: "Perge",  buon maestro Oloferne,  "perge",  purch vogliate
    abrogare ogni scurrilit.
    OLOFERNE: Voglio fare alcun gioco  di  lettere,  poich  ci  dimostra
    facilit:

    La predace principessa prese un cerbiattin selvaggio;
    Damma, dice alcun, ma damma fu sol quando ebbe dammaggio.
    Se alla dama aggiungi un M, che val mille ad ogni saggio,
    Una damma ecco contiene mille dame di paraggio.
    NATANIELE: Che uomo istruito!
    TONTO: Se lo strutto  unto, guardate come costui si unge bene!
    OLOFERNE:  E'  un  dono  che  possiedo,  semplice,  semplice: un folle
    spirito stravagante, pieno di forme, immagini, figure, oggetti,  idee,
    concetti,   apprensioni,   movimenti,   rivolgimenti,   generati   nel
    ventricolo della memoria,  nutriti nel grembo  della  "pia  mater",  e
    partoriti  nella maturit dell'occasione.  Ma un tale dono  ottimo in
    coloro nei quali  acuto, ed io sono grato di possederlo.
    NATANIELE: Messere, lodo Iddio per voi,  e i miei parrocchiani possano
    fare altrettanto!  Poich i loro figli sono bene istruiti da voi, e le
    figlie loro profittano grandemente sotto di voi.  Voi  siete  un  buon
    membro della comunit.
    OLOFERNE: "Mehercle"! Se i loro figli hanno ingegno, non mancher loro
    l'insegnamento,  e  se  le  loro figlie ci hanno tendenza penser io a
    inculcarglielo.  Ma "vir sapit  qui  pauca  loquitur".  Ecco  un'anima
    femminile che ci saluta.

    (Entrano GIACOMETTA e ZUCCA).

    GIACOMETTA: Che Iddio vi conceda una felice giornata, signor curato.
    OLOFERNE: Signor curato,  quasi carato! Se si dovesse pesare a carati,
    chi ne avrebbe ventiquattro?
    ZUCCA: Diamine, mastro maestro, colui che pi somiglia a un caratello.
    OLOFERNE:  Un  caratello  di  ventiquattro  carati!  Un  bel  concetto
    risplendente  in una zolla di terra!  Fuoco sufficiente per una pietra
    focaia, e perla sufficiente per un porco! E' vezzoso!  bello!
    GIACOMETTA: Buon signor curato,  abbiate la bont di  leggermi  questa
    lettera.  Mi    stata  data  da  Zucca,  e inviata da Don Armado.  Vi
    supplico, leggetela.
    OLOFERNE:  "Fauste,   precor  gelida  quando  pecus  omne  sub   umbra
    Ruminat..."  e cos di seguito.  Oh,  buon vecchio Mantovano!.  Potrei
    parlare di te come il viaggiatore parla di Venezia:
    Vinegia, Vinegia,
    Chi non ti vede, non ti pregia.
    Vecchio Mantovano,  vecchio Mantovano!  Chi non ti comprende,  non  ti
    ama.  Do,  re, sol, la, mi, fa. Col vostro perdono, messere, qual  il
    contenuto di quella lettera?...  o,  meglio,  come dice  Orazio  nella
    sua... Per l'anima mia! Versi?
    NATANIELE: S, messere, e molto dotti.
    OLOFERNE:  Fatemene sentire una strofa,  una stanza,  un verso: "lege,
    domine".
    NATANIELE (leggendo):
    Se amor mi fa spergiuro, potrei giurar d'amore?
    Se a belt non  fatto, ah, nessun voto tiene;
    Spergiuro, a te son fido, e i pensier c'ho nel cuore
    A te, fosser pur crri, cedon come vermene.
    Sue vie lascia lo studio, cerca gli occhi tuoi vaghi,
    Libro che in s racchiude ogni piacer dell'arte.
    Se conoscenza  il fine, conoscer te ci appaghi,
    E dotta  quella lingua che lodi a te comparte.
    L'anima che al vederti non stupisce,  ignorante,
    E il fatto ch'io t'ammiro basta alla gloria mia.
    Gli occhi han di Giove il fulmine, la tua voce  tonante,
    Ma quando tace l'ira, son luce ed armonia.
    Celestial qual sei, soffri che amor s'accinga
    A cantar lodi al cielo con s terrena lingua.
    OLOFERNE: Non ci fate sentire le apostrofi e cos sbagliate l'accento:
    lasciate che io esamini questa canzonetta.  Ci sono soltanto versi  di
    giusta  misura,  ma  in  quanto ad eleganza,  facilit e aurea cadenza
    poetica,  "caret".  Ovidio Nasone era l'uomo che ci voleva: e  perch,
    infatti,  si  chiamava  "Nasone"  se  non perch odorava gli olezzanti
    fiori della fantasia, e le alzate d'ingegno?  "Imitari"  nulla: anche
    il  cane  imita  il padrone,  la scimmia il suo guardiano,  il cavallo
    ottuso il suo cavaliere.  Ma,  verginale damigella,  questa poesia era
    diretta a voi?
    GIACOMETTA: S,  messere,  da un tale monsieur Biron,  uno dei signori
    della regina straniera.
    OLOFERNE: Voglio dare un'occhiata all'indirizzo: "Alla mano bianca  al
    par  di  neve  della bellissima madonna Rosalina".  Voglio scrutare di
    nuovo il significato della lettera per identificare la persona che  ha
    scritto  a  colei  cui  indirizzata la lettera: "Al completo servizio
    della Signoria Vostra,  Biron" Ser Nataniele,  questo Biron  uno  dei
    professi  che  sono  col  re!  ed  ecco  che egli ha messo assieme una
    lettera  ad  una  settatrice  della  regina  straniera;  lettera  che,
    accidentalmente,  o per via di progressione,  ha sbagliato strada.  (A
    Giacometta) Vattene a passo di danza, mia cara: consegna questo foglio
    nella reale mano del re. Pu aver grande importanza.  Non perder tempo
    qui in complimenti; io ti dispenso dal tuo dovere. Addio.
    GIACOMETTA: Buono Zucca,  vieni con me. Messere, che Iddio protegga la
    vita vostra.
    ZUCCA: Eccomi con te, ragazza mia.
    (Escono Zucca e Giacometta).
    NATANIELE:  Messere,   avete   agito   nel   timor   di   Dio,   molto
    religiosamente; e, come dice un certo padre...
    OLOFERNE:  Messere,  non  mi raccontate nulla del padre: io ho terrore
    dei pretesti plausibili. Ma,  per tornare ai versi,  vi sono piaciuti,
    ser Nataniele?
    NATANIELE: Meravigliosamente, per lo stile.
    OLOFERNE:  Oggi  sono a pranzo dal padre di un mio alunno,  dove se vi
    piacer - dopo il pasto - gratificarci con un "deo gratias",  io,  per
    il  privilegio  che  godo  presso  i genitori del suddetto fanciullo o
    scolaro,  mi incaricher che siate il benvenuto.  E l vi prover  che
    quei versi sono alquanto barbari,  e non hanno alcun sapore di poesia,
    di spirito  o  d'invenzione.  Vi  supplico  di  concedermi  la  vostra
    compagnia.
    NATANIELE:  Ed  io  vi ringrazio,  poich la buona compagnia,  dice il
    sacro testo,  la felicit della vita.
    OLOFERNE: E certamente il testo conclude in un  modo  infallibile.  (A
    Tonto)  Messere,  invito  anche  voi.  Non  dovete dirmi di no: "pauca
    verba". Andiamo!  i signori sono intenti ai loro divertimenti e noi ce
    ne andremo alle nostre ricreazioni.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La stessa.

    (Entra BIRON con un foglio).
    BIRON:  Il re  alla caccia del cervo,  ed io sto cacciando me stesso.
    Essi impiegano una rete,  ed io sono irretito  in  una  pegola  -  una
    pegola  che imbratta.  Imbratta!  brutta parola.  Ebbene,  calmati,  o
    dolore: cos affermano dicesse il Pazzo,  e cos  dico  anche  io,  da
    pazzo che sono: ben ragionato, o ingegno! Perdio, questo amore  pazzo
    come  Aiace:  ammazza  le pecore,  come lui;  uccide me,  che sono una
    pecora: ben provato anche questo, in mio favore!  Non voglio amare,  e
    se lo far, che io sia impiccato; in parola, non voglio. Oh, ma il suo
    occhio...  per  la luce del giorno,  se non fosse per il suo occhio io
    non l'amerei, s per i suoi due occhi! Ebbene,  io non faccio altro al
    mondo  che  mentire,  mentire  per la gola.  Per il cielo,  io amo,  e
    l'amore mi ha insegnato a rimanere e ad essere malinconico ed ecco qui
    un saggio delle mie rime e della mia malinconia. Del resto ella ha gi
    uno dei miei sonetti: il villico l'ha portato,  il pazzo l'ha scritto,
    e  la  dama  lo  possiede: amabile villico,  pazzo ancor pi amabile e
    amabilissima dama!  Poffare il mondo!  non me ne importerebbe  un  bel
    nulla  se  anche  gli altri tre fossero innamorati.  Ma ecco avanzarsi
    qualcuno con un foglio: che Iddio gli accordi  la  grazia  di  gemere!
    (Sta in disparte).

    (Entra il RE con un foglio).

    RE: Ahim!
    BIRON: Colpito, per il cielo! Continua, dolce Cupido: tu l'hai colpito
    col tuo quadrello sotto la mammella sinistra. Segreti, in fede mia!
    RE (leggendo):
    S dolce un bacio non d l'aureo sole
    Alle roride stille della rosa,
    S come il raggio de' tuoi sguardi suole
    Asciugar la mia guancia lacrimosa.
    N mai la luna arde d'argento accolto
    Nel trasparente sen del mar profondo,
    Come ne' pianti miei brilla il tuo volto;
    Tu splendi in ogni stilla ond'io m'inondo:
    Ognuna ti trasporta come un cocchio;
    Cos passi in trionfo sul mio affanno.
    Sol le lacrime mira c'ho nell'occhio,
    E la tua gloria esse ti mostreranno.
    Non amarmi; io piangendo allor parecchio
    Ti dar le mie lacrime per specchio.
    O mia regina! quanto sei sublime
    Pensier non sa, n mortal lingua esprime.

    Come  le far conoscere le mie pene?  Lascer cadere questa carta.  Oh
    dolci foglie,  coprite della vostra ombra la mia follia !  Ma  chi  si
    avanza? (Si fa da parte) Come, Longaville? e legge! Ascolta, orecchio!

    (Entra LONGAVILLE, con un foglio. Ciascuno parla a parte).

    BIRON:  Ed  ecco  un altro pazzo apparire,  simile a me come due gocce
    d'acqua.
    LONGAVILLE: Ahim! Sono spergiuro.
    BIRON: Diamine, entra proprio come uno spergiuro,  recando un cartello
    infamante.
    RE: E' innamorato, spero: soave comunanza di vergogna!
    BIRON: Un ubriacone ama sempre un altro ubriacone come lui.
    LONGAVILLE: Sono forse il primo che abbia spergiurato?
    BIRON:  Potrei  rassicurarti:  ne  conosco  altri due.  Tu completi il
    triumvirato,  sei un angolo del tricorno  della  nostra  societ,  uno
    spigolo  del triangolo della forca amorosa a cui  impiccata la nostra
    semplicit.
    LONGAVILLE: Temo che questi rozzi  versi  non  abbiano  il  potere  di
    commuovere. Oh soave Maria, imperatrice dell'amor mio! Voglio lacerare
    queste strofe, e scrivere in prosa.
    BIRON: Oh, le rime son come passamani sulle brache del lascivo Cupido:
    non sguarnite i suoi calzoni.
    LONGAVILLE: Questo potr andare (legge il sonetto)
    Non fu il divino eloquio del tuo sguardo
    Contro cui il mondo oppor non sa argomento,
    Che a questo giuro fe' il cuor mio codardo?
    Voto infranto per te non vuol tormento.
    A donne rinunziai, ma ho prove oneste
    Che tu sei dea: non fu rinunzia a te.
    Terreno il voto mio, tu amor celeste,
    Tua grazia sana ogni disgrazia in me.
    Il voto  un soffio, ed il soffio  vapore:
    E tu, bel sol che illustri la mia terra,
    Questo volatil voto assorbi in cuore:
    Se infranto sia, non  il cuor mio che erra:
    S'erro, qual folle non ha tanto avviso
    Da spergiurar, se ottiene il paradiso?
    BIRON: Ecco un'affezione epatica che fa della carne una divinit, e di
    una paperella una dea. Pura, pura idolatria! Che Dio ci aiuti, che Dio
    ci aiuti! Siamo ben lungi dal retto cammino.
    LONGAVILLE:  Per  mezzo  di  chi potr mandare questo foglio?  Ma vien
    gente! Facciamoci da parte.
    (Si mette da un lato).
    BIRON: Tutti nascosti,  tutti nascosti:  un vecchio gioco da bambini.
    Come un semidio eccomi qui sospeso nel cielo,  a scrutare i segreti di
    questi disgraziati pazzi. Ancora altri sacchi al mulino!  O cielo,  il
    mio desiderio  stato esaudito.
    (Entra DUMAIN, con un foglio).
    Dumain trasformato: ecco quattro merli in un piatto!
    DUMAIN: Oh divinissima Caterinuccia!
    BIRON: Oh profanissimo scemo!
    DUMAIN: Per il cielo, sei la maraviglia dell'occhio mortale!
    BIRON: Per la terra, tu menti, poich ella non  che corporale!
    DUMAIN: I suoi capelli ambrati fanno apparire brutta l'ambra stessa.
    BIRON: Un corvo color d'ambra  veramente degno di nota.
    DUMAIN: Diritta come un cedro.
    BIRON: Adagio! Ha una spalla che sembra stia per partorire.
    DUMAIN: Bella come il giorno!
    BIRON: S, come qualche giorno in cui non brilla il sole.
    DUMAIN: Oh, se il mio desiderio fosse esaudito!
    LONGAVILLE: Cos lo fosse il mio!
    RE: Ed anche il mio, buon Dio!
    BIRON:  Amen,  purch il mio lo fosse.  Non  gentile da parte mia dir
    cos?
    DUMAIN: Vorrei dimenticarla,  ma ella regna nel mio  sangue  come  una
    febbre, e mi costringe a pensare a lei.
    BIRON: Una febbre nel vostro sangue! Ebbene, allora un salasso la far
    venir fuori nel bacile! Soave svarione!
    DUMAIN: Voglio rileggere ancora una volta l'ode che ho scritta!
    BIRON:  Ancora  una volta voglio osservare come l'amore sappia variare
    le sue trovate.
    DUMAIN (leggendo):
    Un giorno, ahim, giorno selvaggio!
    Amor, pel quale  sempre maggio.
    Scorse un fiore pi che bello
     Che scherzava al venticello:
    Tra le foglie di velluto
    Passa il vento non veduto.
    L'egro amante ebbe disiro
    D'esser quel celeste spiro:
    "Aer, le gote enfiar tu puoi,
    Tal trionfo avessim noi!
    Ma giurai non far rapina
    Di te, rose, alla tua spina:
    Voto ostile a giovinezza,
    Presta a crre il fior che olezza.
    Deh, non dir ch'io fo peccato
    Se in tuo nome ho spergiurato;
    Per te Giove pronto fra
    A giurar che Giuno  mora,
    E ad assumer mortal spoglia
    Appagando in te sua voglia".
    Voglio inviarle questi versi,  insieme a qualcosa ancor pi chiara che
    serva ad esprimere la famelica pena del sincero amor mio.  Oh, volesse
    il cielo che il re,  Biron e Longaville fossero anch'essi  innamorati!
    La  loro  colpa  servendo d'esempio alla mia,  cancellerebbe dalla mia
    fronte il segno dello spergiuro,  poich nessuno    colpevole  quando
    tutti farneticano!
    LONGAVILLE  (avanzandosi):  Dumain,  la  tua  passione  non   affatto
    caritatevole, se desideri compagni di sventura nelle tue pene amorose.
    Puoi impallidire quanto vuoi,  ma  in  quanto  a  me  sono  certo  che
    arrossirei se fossi stato inteso e sorpreso a fallare cos.
    RE (avanzandosi): Suvvia,  signore, arrossite, poich il vostro caso 
    simile al suo,  e sgridandolo vi rendete due volte pi colpevole.  Voi
    non  amate  Maria!  Longaville  non  ha mai composto un sonetto in sua
    lode, n mai ha incrociato le braccia sul petto innamorato per frenare
    i palpiti del suo cuore.  Son rimasto ben nascosto in questo cespuglio
    e vi ho osservati entrambi,  arrossendo per tutti e due.  Ho ascoltato
    le vostre rime colpevoli, spiato il vostro contegno,  ho visto sospiri
    esalare  dal  vostro  petto  e  ho ben notato i vostri sfoghi amorosi.
    "Ahim" diceva l'uno; "Oh Giove!" esclamava l'altro. L'uno vantava gli
    aurei capelli di lei,  l'altro gli occhi di cristallo.  (Volgendosi  a
    Longaville)  Voi  eravate  disposto  a rinnegare la vostra fede per il
    paradiso...  (volgendosi a Dumain)  e  Giove,  per  la  vostra  amata,
    infrangerebbe  un  giuramento!  Che  dir  Biron quando udr che avete
    infranto quel voto fatto con  tanto  zelo?  Come  vi  schernir,  come
    eserciter  il  suo spirito contro di voi!  Come trionfer,  salter e
    rider! Per tutte le ricchezze che ho mai contemplate,  non vorrei che
    ne sapesse altrettante sul conto mio.
    BIRON:  Adesso  veniamo fuori a flagellare l'ipocrisia!  (Avanzandosi)
    Ah, mio buon sovrano, ti prego, perdonami! Oh tenero cuore, che grazia
    hai tu dunque per rimproverare in tal modo  il  loro  amore  a  questi
    vermiciattoli,  tu che sei pi innamorato di tutti? I vostri occhi non
    producon gi cocchi,  nelle vostre lacrime non appare mica  una  certa
    principessa.   Vorrete   non   essere   spergiuro,   che    una  cosa
    abbominevole! In quanto a far sonetti  roba da menestrelli! Ma non vi
    vergognate?  non avete dunque vergogna tutti e tre,  di essere  andati
    tanto fuor di strada?  (Indicando Dumain a Longaville) Voi avete visto
    la pagliuzza nell'occhio suo,  e il re l'ha vista nel vostro: ma io ho
    scorto la trave nell'occhio di tutti e tre.  Oh, quale scena di follia
    ho contemplato, di sospiri, di gemiti, di dolore e di affanno.  Ohim,
    con quanta tenace pazienza me ne sono stato a vedere un re trasformato
    in  insetto,  il  grande  Ercole  frustare  una trottola,  il profondo
    Salomone intonare una giga, Nestore giocare a nocino coi ragazzi, e il
    censore Timone divertirsi con dei vani balocchi!  Dov' il tuo dolore?
    Oh,  ditemi mio buon Dumain e tu,  gentile Longaville, dov' il vostro
    male?  E dov' il male del mio sovrano?  nel petto,  per  tutti.  Ol,
    portatemi una candela!
    RE:  Il  tuo sarcasmo  troppo amaro.  Ci siamo dunque cos traditi al
    tuo sguardo?
    BIRON: Non voi siete traditi,  ma io,  io che  sono  onesto,  io,  che
    considerai  una  colpa spezzare il voto a cui mi sono sottomesso: sono
    il tradito,  poich ho fatto lega  con  uomini  incostanti  come  voi.
    Quando  mai  mi  vedrete  scrivere qualcosa in rima?  O gemere per una
    marcolfa? O impiegare un sol minuto ad azzimarmi? Quando mai mi udrete
    lodare una mano,  un piede,  un volto,  un occhio,  un portamento,  un
    atteggiamento, una fronte, un seno, una vita, una gamba, un membro del
    corpo?
    RE: Piano!  Perch corri tanto?  E' un onest'uomo o un ladro che va di
    tal carriera?
    BIRON: Fuggo dall'amore. Mio buon innamorato, lasciatemi andare.

    (Entrano GIACOMETTA, con una lettera in mano, e ZUCCA).

    GIACOMETTA: Dio benedica il re!
    RE: Che Presente mi rechi?
    ZUCCA: Un tradimento sicuro.
    RE: Che c'entra il tradimento qui?
    ZUCCA: Non c'entra proprio nulla, signore!
    RE: Se non fa nulla di male,  il tradimento  e  voi  potete  andarvene
    assieme in pace.
    GIACOMETTA:  Supplico Vostra Grazia di far leggere questa lettera.  Il
    nostro parroco ne sospetta, e ha detto che c' un tradimento.
    RE: Biron, leggila. (Biron legge la lettera) Da chi l'hai avuta?
    GIACOMETTA: Da Zucca.
    RE (volgendosi a Zucca): E tu?
    ZUCCA: Da Dun Armadio, da Dun Armadio.
    (Biron lacera la lettera).
    RE: Ebbene, che ti viene in mente? Perch la strappi?
    BIRON: Una sciocchezza,  mio sovrano,  una sciocchezza: Vostra  Grazia
    non deve inquietarsene.
    LONGAVILLE: Lo ha profondamente scosso, e perci leggiamola!
    DUMAIN  (raccogliendo  i  frammenti della lettera): E' la scrittura di
    Biron, ed ecco qui il suo nome.
    BIRON (a Zucca): Ah, scimunito figlio di puttana, sei nato per fare la
    mia vergogna!  (Al Re) Sono colpevole,  mio signore,  sono  colpevole!
    Confesso, confesso!
    RE: Cosa?
    BIRON: Che voialtri tre sciocchi avevate bisogno di me,  sciocco,  per
    completare il quartetto. Lui, lui, e voi, e voi,  mio sovrano,  ed io,
    siamo  borsaioli in amore e meritiamo la morte.  Oh,  congedate questo
    pubblico, ed io vi dir di pi.
    DUMAIN: Adesso il numero  pari.
    BIRON: E' vero,   vero: siamo quattro.  Se ne vogliono andare  queste
    tortorelle?
    RE: Via di qui, voialtri, via!
    ZUCCA: Andiamocene, noi gente onesta, e lasciamo qui i traditori.
    (Escono Zucca e Giacometta).
    BIRON:  Cari signori,  cari amanti,  abbracciamoci!  Siamo altrettanto
    onesti quanto possono esserlo la carne ed il sangue. Il mare deve pure
    avere il flusso e il riflusso ed il cielo mostrare il  suo  volto:  il
    sangue giovanile non pu obbedire agli ordini della vecchiezza,  e non
    possiamo opporci alla causa che ci ha fatti  nascere;  quindi  eravamo
    costretti ad essere spergiuri in ogni caso.
    RE: Quello scritto lacerato rivelava forse un tuo amore?
    BIRON: Me lo domandate?  E chi mai pu contemplare la celeste Rosalina
    senza sentirsi obbligato, al pari del rude e selvaggio indiano davanti
    al primo raggio dello splendido oriente,  a curvare la testa  vassalla
    e,  abbagliato,  a  baciare  la vile terra col retto umiliato?  Qual 
    l'occhio d'aquila abbastanza spavaldo da osar di  fissarsi  sul  cielo
    della sua fronte, senza essere accecato dalla sua maest?
    RE: Che zelo,  che esaltazione ti ispirano adesso? La mia amata, che 
    la padrona della tua,  una graziosa luna, e la tua bella non ne  che
    il satellite, una luce appena visibile.
    BIRON: I miei occhi allora non sono occhi n  io  Biron.  Oh,  se  non
    fosse  per l'amor mio,  il giorno si cambierebbe in notte.  La suprema
    eccellenza di tutte le tinte si  riunita,  come ad una  fiera,  nelle
    sue  fiere guance,  dove diversi pregi si fondono in un'unica nobilt,
    dove nulla manca di ci che il desiderio ricerca.  Prestatemi i  fiori
    retorici  di  tutte  le  lingue  gentili...  Ma no...  via la speciosa
    retorica! Ella non ne ha bisogno... Solo alle cose venali si addice la
    lode del venditore; ella supera ogni elogio, ed una lode troppo misera
    pu lasciare una macchia.  Un eremita  grinzoso,  consumato  da  cento
    inverni,  se ne scoterebbe di dosso cinquanta guardandola negli occhi.
    La bellezza d nuovo lustro  alla  vecchiaia,  come  se  quella  fosse
    appena nata,  e dona alle stampelle l'infanzia della culla. Oh, ella 
    il sole che fa brillare ogni cosa!
    RE: Per il cielo, la tua amata  nera come l'ebano.
    BIRON: L'ebano dunque le somiglia? Oh legno divino!  Una moglie di tal
    legno sarebbe la felicit. Oh, chi pu accogliere un giuramento? dov'
    una  Bibbia?  cos che io possa giurare che la bellezza non  bellezza
    se non apprende dai suoi occhi a guardare,  e che nessun volto  bello
    se non  nero quanto il suo.
    RE:  Oh  paradosso!  Nero    l'emblema dell'inferno,  il colore delle
    segrete e l'insegnamento della notte: ma il cimiero della bellezza  si
    addice ai cieli.
    BIRON:  I diavoli che assomigliano agli spiriti della luce tentano pi
    facilmente.  Oh,  se la fronte della mia signora  parata di  nero,  
    solo  per  lutto  che  i  belletti  e  i  capelli  finti incantano gli
    innamorati con le loro false apparenze,  e  quindi  ella    nata  per
    mostrare  che  il  nero   il bello.  Il suo viso cambier la moda del
    giorno,  poich lo stesso color nativo del sangue sar considerato  un
    belletto;  e  quindi  le  fanciulle  di carnagione rosea desiderose di
    evitar discredito si tingeranno di nero, per imitare la fronte di lei.
    DUMAIN: E' per somigliare a lei che gli spazzacamini sono neri!
    LONGAVILLE: E dall'epoca della sua venuta al mondo,  i  carbonai  sono
    considerati splendidi!
    RE: E gli Etiopi si vantano del loro delicato colorito!
    DUMAIN:  L'oscurit  non  ha pi bisogno di candele adesso,  poich il
    buio  la luce.
    BIRON: Le vostre innamorate non osano uscire colla pioggia, per timore
    che il loro colore non stinga coll'acqua.
    RE: Sarebbe bene che la vostra lo  facesse  poich,  signor  mio,  per
    parlarvi  schietto,  trover  un  volto oggi non lavato pi chiaro del
    suo.
    BIRON: Vi prover che  essa    chiara,  a  costo  di  rimaner  qui  a
    chiacchierare fino al giorno del Giudizio.
    RE: Nessun diavolo in quel giorno ti spaventer tanto quanto lei.
    DUMAIN:  Non  ho mai conosciuto alcuno che tenesse tanto cara una cosa
    vile.
    LONGAVILLE (mostrando la propria  scarpa):  Ecco  qui  la  tua  bella:
    guarda il mio piede e vedrai anche la sua faccia.
    BIRON:  Oh,  se  anche le strade fossero lastricate coi tuoi occhi,  i
    suoi piedi sarebbero troppo delicati per camminarvi sopra.
    DUMAIN: Oib! allora mentre la tua bella cammina al di sopra la strada
    vedrebbe ci che ella tiene nascosto in alto.
    RE: Ma a che serve discutere? Non siamo tutti forse innamorati?
    BIRON: Oh,  nulla  altrettanto certo,  e per conseguenza siamo  tutti
    spergiuri.
    RE:  E  perci  lasciamo  le  chiacchiere,  e tu,  buon Biron,  adesso
    dimostraci che il nostro amore  legittimo e che la nostra fede non  
    stata violata.
    DUMAIN: Sicuro, diamine; ci vuole un palliativo per questo male.
    LONGAVILLE:  Oh,  cita  qualche  autorevole parere che ci insegni come
    procedere;  insegnaci qualche trucco e sottigliezza per  ingannare  il
    diavolo.
    DUMAIN: Qualche balsamo per lo spergiuro.
    BIRON:  Oh,  ne  abbiamo pi di quel che ci abbisogna: attenti dunque,
    armigeri dell'amore! Considerate quello che avete giurato dapprima,  e
    cio  di  digiunare,  studiare  e  di  non  veder  donne,  altrettanti
    tradimenti  contro  la  regalit  della  giovinezza.  Ditemi,   potete
    digiunare? i vostri stomachi sono troppo giovani, e l'astinenza genera
    malattie.  E avendo giurato di studiare,  signori,  ciascuno di voi ha
    abiurato il suo libro: potete infatti sognarlo,  meditarlo e scrutarlo
    continuamente?  E come sarete giunti, signor mio, e voi, oppure voi, a
    scoprire la fondamentale eccellenza dello studio senza la bellezza  di
    un viso femminile?  Dagli occhi delle donne io derivo questa dottrina:
    essi sono la base,  i libri,  le accademie da cui si sprigiona il vero
    fuoco  prometeico.  Diamine,  lo  sgobbare  troppo avvelena gli agiili
    spiriti delle nostre arterie cos  come  il  moto  e  l'azione  troppo
    prolungati  stancano il vigor muscolare del viaggiatore.  Ora,  avendo
    promesso di non guardare volto di donna avete abiurato la funzione dei
    vostri occhi e lo studio stesso, motivo del vostro giuramento.  Poich
    quale autore al mondo potr insegnarvi la bellezza come uno sguardo di
    donna?  La  scienza non  che un'aggiunta a noi stessi,  e ovunque noi
    siamo la nostra dottrina ci accompagna.  Quando dunque ci contempliamo
    negli  occhi  di  una  donna,  non  vi scorgiamo forse anche la nostra
    scienza? oh, abbiamo fatto voto di studiare, signori,  ed in quel voto
    abbiamo abiurato i nostri libri veri: quando infatti voi, sire, o voi,
    oppure  voi,  avreste mai trovato in una plumbea contemplazione quella
    poesia infocata di cui vi hanno arricchito gli occhi ispiratori  delle
    insegnatrici  di  bellezza?  Vi  sono altre gravi scienze che occupano
    interamente il cervello e quindi,  essendo praticate in modo  sterile,
    accordano a stento un raccolto a chi le ha faticosamente coltivate. Ma
    l'amore, che primo si apprende negli occhi di una donna, non vive solo
    murato  nel  cervello  e,  con  la mobilit di tutti gli elementi,  si
    spande veloce come il pensiero in tutte le nostre facolt,  impartendo
    una  doppia  forza  a  tutte  le  nostre  forze al di sopra delle loro
    funzioni  e  del  loro  ufficio.  Esso  aggiunge  una  vista  preziosa
    all'occhio:  gli  occhi di un'aquila si accecherebbero molto prima che
    quelli di un innamorato,  e l'orecchio di un amante udr il pi debole
    suono  che  sar sfuggito all'orecchio sospettoso del ladro.  Il tatto
    dell'amore   pi  delicato  e  sensibile  delle  tenere  corna  della
    chiocciola,  e  la  lingua  dell'amore rende al paragone grossolano il
    gusto del raffinato Bacco.  In quanto al valore  poi,  l'amore  non  
    forse  un  Ercole  sempre  pronto  ad  arrampicarsi sugli alberi delle
    Esperidi,  sottile come la Sfinge,  soave e melodioso come la lira del
    radioso Apollo che ha per corde suoi capelli? e quando Amore parla, la
    voce  di  tutti  gli  di culla il cielo colla sua armonia.  Mai alcun
    poeta oserebbe toccar la penna per scrivere finch il  suo  inchiostro
    non fosse stemperato coi sospiri d'Amore, e allora i suoi versi posson
    rapire  le  orecchie  pi selvagge,  trapiantando nei tiranni la dolce
    umilt.  Dagli occhi delle  donne  io  traggo  questa  dottrina:  essi
    scintillano senza posa di un vero fuoco prometeico,  e rappresentano i
    libri, le arti, le accademie che mostrano,  contengono e alimentano il
    mondo  intiero;  senza  di  loro nessuno pu eccellere in cosa alcuna.
    Siete stati quindi pazzi nell'abiurare le donne,  oppure mostrerete di
    essere pazzi se vorrete mantenere il vostro giuramento.  In nome della
    saggezza,  parola che  tanto cara agli uomini,  o in nome dell'amore,
    parola  delle  donne,  o  in  nome delle donne per le quali noi uomini
    siamo uomini, lasciamo perdere una buona volta i nostri giuramenti per
    trovare noi stessi,  o altrimenti finiremo col perder noi  stessi  per
    serbare i nostri voti. E' religione spergiurare in questo modo, poich
    la  carit  stessa  pervade la legge: e chi pu separare l'amore dalla
    carit?
    RE: Per San Cupido, allora! Soldati, al campo!
    BIRON: Spiegate i vostri stendardi,  signori e gettiamoci sul  nemico!
    Nella  mischia!  Dgli!  Ma  prima  fate bene attenzione di aver nella
    pugna il vantaggio del sole.
    LONGAVILLE: Adesso veniamo al sodo e lasciamo  da  parte  i  riboboli.
    Siamo risoluti a corteggiare quelle ragazze di Francia?
    RE:   S,   ed  anche  a  conquistarle.   Immaginiamo  quindi  qualche
    divertimento per festeggiarle nelle loro tende.
    BIRON: Prima di tutto riconduciamole dal  parco  fin  l;  quindi,  in
    cammino,  ciascuno  di  noi si impadronisca della mano della sua bella
    dama.   Nel  pomeriggio  le  intratterremo   con   qualche   inusitata
    ricreazione  quale ci conceder la brevit del tempo: poich le feste,
    i balli,  le mascherate e  le  ore  allegre  precedono  l'amore  bello
    cospargendone di fiori il cammino.
    RE: Via,  via, non dobbiamo perdere un attimo del tempo che pu essere
    da noi messo a frutto.
    BIRON: Allons, allons!  Seminando loglio non si raccoglie grano,  e la
    giustizia  si  libra  sempre  con giuste lance.  Delle ragazze leggere
    possono essere il flagello destinato ad omini spergiuri,  e se  cos,
    avremo il tesoro che ci spetta per la nostra moneta.
    (Escono).


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - La stessa. Davanti alla tenda della Principessa.

    (Entrano OLOFERNE, ser NATANIELE e TONTO).
    OLOFERNE: "Satis quod sufficit".
    NATANIELE:  Io  lodo  Dio  per voi,  messere.  I vostri ragionamenti a
    tavola sono stati acuti e  sentenziosi,  piacevoli  senza  scurrilit,
    saggi  senza  affettazione,   arditi  senza  impudenza,   dotti  senza
    vanagloria,  e originali senza eresia.  Ho  parlato  questo  "quandam"
    giorno  con  un compagno del re che  intitolato,  nominato o chiamato
    Don Adriano de Armado.
    OLOFERNE: "Novi hominem tamquam te". E' un uomo di umore altezzoso, di
    parola risoluta,  di lingua affilata,  di sguardo ambizioso,  di passo
    maestoso,  di comportamento generale vano,  ridicolo e millantatore. E
    troppo  raffinato,   troppo   prezioso,   troppo   affettato,   troppo
    stravagante,  come chi dicesse,  troppo peregrino, se posso esprimermi
    cos.
    NATANIELE (tirando fuori il suo taccuino): Epiteto veramente singolare
    e scelto.
    OLOFERNE: Egli dipana il  filo  della  sua  verbosit  meglio  che  la
    matassa delle sue argomentazioni.  Aborro codesti fantastici fanatici,
    codesti compagni  poco  socievoli  e  puntigliosi,  codesti  carnefici
    dell'ortografia  che  dicono  leziosamente  "enimma" quando dovrebbero
    dire "enigma",  "trionfo" quando dovrebbero pronunziare "triumpho"  t,
    r,  i,  u,  m,  p,  h, o, e non t, r, i, o, n, f, o; quelli che dicono
    "capegli"  invece  di  "capelli";  per  i  quali  "tingere"  "vocatur"
    "tignere" e "carico" si abbrevia in "carco". Tutto ci  abominabile -
    costoro  direbbero  abbominevole!  Tutto  ci non  senza insinuazioni
    d'insania: "ne intelligis, domine"? C' da diventar pazzi, lunatici!
    NATANIELE: "Laus Deo, bene intelligo".
    OLOFERNE: "Bon,  bon,  fort bon",  Prisciano!  E'  un  latino  un  po'
    scorticato, ma pu andare.
    (Entrano ARMADO, TIGNOLA e ZUCCA).
    NATANIELE: "Videsne quis venit"?
    OLOFERNE: "Video et gaudeo".
    ARMADO: Mescre!
    OLOFERNE: "Quare" "mescre" e non "messere?".
    ARMADO: Uomini di pace, ben trovati!
    OLOFERNE: Militarissimo signore, salute!
    TIGNOLA (a parte): Sono stati ad un gran banchetto di lingue, ed hanno
    portato via le briciole.
    ZUCCA: Oh, sono vissuti a lungo sulle parole gettate nel paniere delle
    elemosine.  Non  stupisco  che  il  tuo  padrone  non  ti abbia ancora
    mangiato scambiandoti per una parola,  poich di tutta una  testa  non
    arrivi alla lunghezza di "honorificabilitudinitatibus". Sei pi facile
    ad inghiottire che una caldarrosta!
    TIGNOLA: Silenzio! Lo scampanio comincia.
    ARMADO (ad Oloferne): Signore, non siete uomo di lettere?
    TIGNOLA:  S  s.  insegna Cornelio ai ragazzi.  (A Oloferne) Che cosa
    formano e, b, letti all'incontrario con un corno in testa?
    OLOFERNE: Be, "pueritia", con l'aggiunta di un corno!
    TIGNOLA: Be, uno sciocchissimo montone con le corna! (Ad Armado) Avete
    udito la sua scienza!
    ARMADO: "Quis, quis", tu mera consonante?
    TIGNOLA: L'ultima delle cinque vocali, se la ripetete voi, o la quinta
    se la ripeto io.
    OLOFERNE: Voglio ripeterle: a, e, i...
    TIGNOLA: Pecorone! Le altre due danno la conclusione: o, tu!
    ARMADO: Ebbene, per la salsa onda del Mediterraneo,  ecco un leggiadro
    colpo,  una pronta botta dello spirito!  Snip,  snap,  toccato! Ci mi
    rallegra l'intelletto: spirito autentico!
    TIGNOLA: Scagliato da un bambino ad un canuto, che  quasi: cornuto.
    OLOFERNE: Che figura del discorso hai usata?
    TIGNOLA: La figura dei corni!
    OLOFERNE: Tu discuti come un bambino: va' a frustar la trottola.
    TIGNOLA: Prestatemi il vostro corno per fabbricarne una,  e cos  far
    girare  a  suon di frustate il vostro scorno "unciatim".  Una trottola
    fatta di corno di becco!
    ZUCCA: Se non avessi che un soldo al mondo te lo darei;  per comprarti
    del  panpepato.  Tieni!  ecco proprio la rimunerazione che ho ricevuto
    dal tuo padrone, o piccolo salvadanaio di spirito, uovo di piccione di
    senno!  Oh,  se i cieli avessero solamente voluto che tu fossi il  mio
    bastardo,  che allegro padre avresti fatto di me! Va': hai uno spirito
    "ad ugnegnele", cio a dire fino alla punta delle unghie.
    OLOFERNE: Oh,  sento odore di latino sbagliato: "ad ugnegnele" per "ad
    unguem"!
    ARMADO  (ad  Oloferne): Uomo dotto,  preambulante;  allontaniamoci dai
    barbari.  Non siete voi forse che istruite la  giovent  nella  scuola
    gratuita sulla cima della montagna?
    OLOFERNE: O, meglio del "mons", la collina.
    ARMADO: A vostro piacere per quel che guarda la montagna.
    OLOFERNE: Son io, fuor di dubbio.
    ARMADO:  Messere,   grazioso piacere e desiderio del re di salutar la
    principessa nella sua tenda nel posteriore di questo  giorno,  che  la
    vile moltitudine chiama pomeriggio.
    OLOFERNE:   Il  posteriore  del  giorno,   generosissimo  signore,   
    un'espressione convenevole,  congrua e appropriata al  pomeriggio.  La
    parola    colta  bene,  bene  scelta,  armoniosa  e  calzante,  ve lo
    assicuro, messere, ve lo assicuro.
    ARMADO: Messere, il re  un nobile gentiluomo, e mio intrinseco, posso
    assicurarvelo, un eccellente amico. Quanto alla familiarit che esiste
    tra noi,  passiamo oltre ("ti prego,  ricordati che ti  sei  tolto  il
    cappello:  ti supplico,  rimettitelo in capo!"): ecco che cosa mi dice
    in mezzo ad altri urgenti e serissimi argomenti e per di pi di grande
    importanza...  Ma passiamo  oltre!  Debbo  dirti  che  Sua  Grazia  si
    compiace,  poffare  il mondo,  di appoggiarsi talvolta alla mia povera
    spalla e di carezzare  col  suo  regale  dito,  cos,  la  escrescenza
    capillare,  cio i miei baffi. Ma passiamo oltre, cuor mio. Poffar del
    mondo,  non ti racconto frottole.  Piace a Sua Grandezza di  conferire
    certi  onori  speciali  ad Armado,  un soldato,  un viaggiatore che ha
    visto il mondo: ma passiamo oltre!  La conclusione finale -  ma,  cuor
    mio,  ti imploro di mantenere il segreto!  -  che il re mi ha pregato
    di offrire alla principessa,  la dolce gallinella!,  qualche dilettosa
    ostentazione,  o spettacolo, o trionfo, o rappresentazione grottesca o
    fuoco d'artifizio. Ora, avendo appreso che il curato e voi stesso, mio
    caro,  siete abili in tali eruzioni ed improvvisi scoppi  di  gaiezza,
    per  cos  dire,  vi  ho  in  formato di tutto per implorare il vostro
    aiuto.
    OLOFERNE: Messere,  farete rappresentare davanti a lei "I nove prodi".
    Messere,  se  si  tratta  di  un trattenimento,  di uno spettacolo che
    secondo gli ordini del  re  e  di  questo  nobile,  illustre  e  dotto
    gentiluomo deve essere eseguito,  col nostro aiuto,  nel posteriore di
    questo giorno davanti alla principessa,  vi dico che non c' nulla  di
    meglio da rappresentare che "I nove prodi".
    NATANIELE: E dove troverete uomini abbastanza prodi per rappresentarli
    degnamente?
    OLOFERNE:  Voi  sarete  Giosu,  io stesso e questo nobile gentiluomo,
    Giuda Maccabeo;  questo villico,  a causa della  grandezza  delle  sue
    membra  e  giunture,  rappresenter  Pompeo il Grande;  il paggio sar
    Ercole.
    ARMADO: Scusatemi, messere,  ma vi  uno sbaglio.  (Mostrando Tignola)
    Il  paggio non ha proporzioni sufficienti nemmeno per rappresentare il
    pollice di quel prode;  non  neanche grosso quanto la punta della sua
    clava.
    OLOFERNE:   Mi  si  vuol  dare  ascolto?   Egli  rappresenter  Ercole
    minorenne.  La  sua  entrata  e  la  sua  uscita  consisteranno  nello
    strangolare un serpente, ed io preparer un'apologia a tale riguardo.
    TIGNOLA:   Idea  eccellente!   Cos,   se  qualcuno  degli  spettatori
    fischier, potrete gridare: "Bravo Ercole, ora strangoli il serpente!"
    ed ecco il modo per rendere graziosa un'offesa,  sebbene pochi abbiano
    la grazia di saperlo fare.
    ARMADO: E in quanto agli altri prodi?
    OLOFERNE: Io stesso reciter la parte di tre.
    TIGNOLA: Gentiluomo tre volte prode!
    ARMADO: Debbo dirvi una cosa?
    OLOFERNE: Ascoltiamo.
    ARMADO:  Se questo non va a fagiolo,  insceneremo una rappresentazione
    grottesca. Vi scongiuro, seguitemi.
    OLOFERNE: Via,  mio buon Tonto,  tu non hai detto una sola  parola  in
    tutto  questo  tempo.  TONTO:  E  non  ne  ho nemmeno compresa alcuna,
    messere.
    OLOFERNE: "Allons"! ti daremo qualcosa da fare.
    TONTO: Io prender parte in una danza,  o  far  qualcosa  di  simile;
    oppure  batter  il tamburello davanti ai Prodi per far lor danzare il
    trescone.
    OLOFERNE: Sei proprio un tonto, mio onesto Tonto. Ma andiamo al nostro
    sollazzo (Escono).


    SCENA SECONDA - La stessa. Davanti alla tenda della Principessa.

    (Entrano la PRINCIPESSA, CATERINA, ROSALINA e MARIA).
    PRINCIPESSA: Mie dilette,  saremo ricche prima di partire,  se i  doni
    continueranno a giungerci in tale abbondanza.  Una signora cinta da un
    muro di diamanti!  Guardate  un  po'  che  cosa  ho  ricevuto  dal  re
    innamorato.
    ROSALINA: Signora, non vi era qualcosa d'altro insieme al dono?
    PRINCIPESSA: Null'altro che questo?  Ma s,  c'era tanto amore in rima
    quanto ne pu venir stipato in un foglio di carta, scritto su entrambe
    le facciate,  sul margine,  ovunque,  e sigillato in cera col nome  di
    Cupido.
    ROSALINA:  Era l'unico modo per fargli aver buona cera,  poich non fa
    che frignare da cinquemila anni.
    CATERINA: S, ed anche una mala cera patibolare.
    ROSALINA: Non sarete mai buoni amici, voi e lui: egli ha ucciso vostra
    sorella.
    CATERINA: L'ha resa malinconica, triste e cupa, ed ella ne  morta. Se
    fosse stata leggera come voi,  di un  umore  cos  allegro,  agile,  e
    vivace,  avrebbe  potuto esser nonna prima di morire,  come lo sareste
    voi, poich un cuor leggero vive a lungo.
    ROSALINA: Quale oscuro senso,  topolina mia,  date a  questo  vocabolo
    leggero?
    CATERINA: Lgger carattere in bellezza oscura.
    ROSALINA:  Abbiamo bisogno di maggior luce per leggere quel che volete
    dire.
    CATERINA: Resterete al buio se non avete altri moccoli;  quanto a  me,
    il mio discorso terminer nell'oscurit.
    ROSALINA: Vedete, tutto ci che fate lo fate sempre all'oscuro.
    CATERINA:  Ma cos non fate voi,  perch siete una ragazza leggera,  e
    sciorinate ogni vostra faccenda al sole.
    ROSALINA: Effettivamente non peso  quanto  voi,  e  perci  vi  sembro
    leggera.
    CATERINA: Voi non mi date peso, perch mi avete poco a cura.
    ROSALINA:  Per una buona ragione: si ha poco cura,  quando non c' pi
    cura che valga.
    PRINCIPESSA: Ben ribattuto,  da entrambe;  una partita di spirito  ben
    giocata.  Ma,  Rosalina, di regali ne avete ricevuti anche voi: chi ve
    l'ha mandato? e cosa ?
    ROSALINA: Voglio che lo sappiate.  Se il  mio  volto  fosse  solamente
    bello  quanto  il  vostro,  sarebbe  di  quei  regali  come il vostro,
    (mostrando un gioiello) e questo ne sia testimone. S,  anch'io ho dei
    versi,  grazie a Biron. La misura  giusta, e se io fossi della misura
    che dice,  sarei la pi bella  dea  della  terra.  Sono  paragonata  a
    ventimila belle. Oh, ha fatto il mio ritratto nella sua lettera.
    PRINCIPESSA: Ed  somigliante?
    ROSALINA:  S,  nelle lettere del mio nome,  ma nulla nelle lodi della
    mia persona.
    PRINCIPESSA: Siete dunque bella come l'inchiostro,  la  conclusione  
    esatta.
    CATERINA: Bella come una B in un modello di calligrafia.
    ROSALINA: Attenta ai pennelli!  Non voglio morire vostra debitrice,  o
    maiuscola rossa, o lettera dorata! Oh,  che peccato che il vostro viso
    sia cos pieno di O.
    PRINCIPESSA:  Al  diavolo codesta facezia,  e maledette siano tutte le
    malediche! Ma, Caterina, che cosa vi ha mandato il bel Dumain?
    CATERINA: Signora, questo guanto.
    PRINCIPESSA: Non ve ne ha mandati due?
    CATERINA: S, signora,  ed inoltre circa un migliaio di versi d'amante
    fedele;  una  immensa  traslazione  d'ipocrisia  malamente  composta e
    profondamente sciocca.
    MARIA: Questo mi  stato inviato da Longaville assieme a queste perle:
    la lettera  di mezzo miglio troppo lunga.
    PRINCIPESSA: Anch'io lo credo.  Non pregheresti in  cuor  tuo  che  la
    collana fosse pi lunga e la lettera pi corta?
    MARIA: S, dovessero queste mie mani rimanere eternamente congiunte.
    PRINCIPESSA:  Siamo  proprio  delle  ragazze  savie  burlandoci in tal
    maniera dei nostri innamorati.
    ROSALINA: Ed essi sono tanto pi matti nel comprare le nostre beffe  a
    cos  alto  prezzo.  Voglio  torturare  quel  Biron  prima di partire:
    sapessi almeno che  stato preso in trappola,  come lo costringerei  a
    umiliarsi,  a pregare e a supplicare, ad attendere il momento buono, a
    osservare l'ora, a spendere il suo prodigo ingegno in rime inutili, ad
    assoggettarsi a tutti i miei comandi, a gloriarsi di essere diventato,
    glorificandomi,  l'oggetto dei miei scherni.  Vorrei baloccarmi con la
    sua esistenza come con quel pendente,  s da far di lui il mio fatuo e
    diventare io il suo fato.
    PRINCIPESSA: Nessuno  accalappiato tanto bene, quando  accalappiato,
    quanto un saggio diventato fatuo. La follia, germinata dalla saggezza,
    ha tutta la garanzia della  saggezza,  l'aiuto  dell'istruzione  e  la
    grazia stessa dello spirito per aggraziare un dotto fatuo.
    ROSALINA: Il sangue della giovinezza non arde con tanto fervore quanto
    la gravit che si volge in lascivia.
    MARIA:  S,  la follia dei pazzi  sempre meno cospicua che non quella
    dei saggi,  quando il senno d in ciampanelle,  poich dedica tutto il
    potere dell'ingegno a dimostrare che c' virt nella scemenza.

    (Entra BOYET).

    PRINCIPESSA: Ecco Boyet, con l'allegria in volto.
    BOYET: Oh, mi smammolo dalle risa. Dov' Sua Grazia?
    PRINCIPESSA: Che notizie, Boyet?
    BOYET:  Preparatevi,   signora,   preparatevi!   All'armi,   all'armi,
    figliuole!  Si prepara un attacco contro la vostra pace,  e l'amore si
    avvicina  travestito,   armato  di  argomentazioni.  Sarete  colte  di
    sorpresa: chiamate a raccolta le vostre facolt intellettuali e  state
    pronte  a  difendervi: oppure nascondete la testa come tante codarde e
    fuggite via di qui.
    PRINCIPESSA: San Dionigi  contro  San  Cupido!  Chi  sono  coloro  che
    puntano la loro eloquenza contro di noi ? Parla, esploratore parla.
    BOYET:  Sotto  la fresca ombra di un sicomoro avevo pensato di chiuder
    gli occhi per una mezz'oretta,  quando ecco,  ad interrompere  il  mio
    progettato riposo, potei vedere avanzarsi verso quell'ombra il re ed i
    suoi compagni.  Cautamente strisciai in una macchia vicina, e sorpresi
    il discorso  che  adesso  udrete;  ossia  che  tra  poco  saranno  qui
    travestiti.  Il loro araldo  un paggio bricconcello e grazioso che si
     imparato bene a memoria il messaggio: essi  gli  hanno  insegnato  i
    gesti e il tono giusto: "Cos devi parlare,  e cos devi atteggiare la
    persona": e di tanto in tanto esprimevano  il  dubbio  che  la  vostra
    presenza principesca lo mettesse in soggezione. "Poich - diceva il re
    tu  vedrai  un  angelo:  ma  non aver timore e parla audacemente".  Il
    ragazzo rispose: "Un angelo non pu essere  malvagio,  ed  io  l'avrei
    temuta  se  essa fosse stata un diavolo".  A questo tutti risero e gli
    batterono la mano sulla spalla,  dando  cos  colle  loro  lodi  nuovo
    ardimento  all'ardito  bricconcello.  Uno  si  grattava i gomiti cos,
    sghignazzando,  e giurava che mai miglior  discorso  era  stato  fatto
    prima di allora;  un altro,  schioccando le dita,  gridava.  "Via!  lo
    faremo, qualunque cosa possa accadere".  Il terzo saltellava gridando:
    "Tutto  va  bene".  Il  quarto  fece una piroetta e cadde gi.  Allora
    ruzzolarono tutti per terra ridendo cos di cuore,  cos profondamente
    che  in  quell'accesso  d'ilarit,  quasi  a reprimere la loro follia,
    spuntarono loro sugli occhi le solenni lacrime dell'affanno.
    PRINCIPESSA: Ebbene? Ebbene? Verranno a trovarci?
    BOYET: Sicuro,  sicuro.  E sono vestiti da moscoviti  o  da  russi,  a
    quanto   capisco.   Vengono  con  l'intenzione  di  parlamentare,   di
    corteggiarvi e di ballare,  e ciascuno di essi esporr la sua faccenda
    amorosa  alla  propria dama ed ognuno riconoscer la sua per mezzo del
    regalo che le ha offerto.
    PRINCIPESSA: Faranno proprio cos?  Quei damerini saranno  messi  alla
    prova.  Poich, signore, noi saremo tutte mascherate e nessuno di loro
    otterr la grazia,  per quanto supplichi,  di vedere il volto  di  una
    dama.  Tieni,  Rosalina, tu porterai questo gioiello, ed il re ti far
    la corte scambiandoti per la sua amata.  Tieni,  tu prendi questo  mia
    cara,  e  dammi  il  tuo,  e cos Biron mi scambier per Rosalina.  (A
    Caterina e a Maria) Ed  anche  voi  scambiatevi  i  regali  che  avete
    ricevuti, in modo che i vostri innamorati non corteggeranno la persona
    giusta, tratti in inganno da queste sostituzioni.
    ROSALINA: Suvvia, dunque: mettiamo bene in vista i loro doni.
    CATERINA: Ma in questo scambio qual  il vostro intento?
    PRINCIPESSA:  Il  mio  intento    di  contrastare  il loro.  Essi non
    agiscono che per allegra beffa,  e l'unica mia intenzione  di  render
    loro  pan  per  focaccia.  Essi sveleranno i loro diversi segreti alle
    loro false belle e in tal  modo  resteranno  scherniti  alla  prossima
    occasione  in  cui  c'incontreremo per salutarli e parlare loro a viso
    scoperto.
    ROSALINA: Ma dovremo ballare, se ci inviteranno?
    PRINCIPESSA: No;  moriremo prima di muovere  un  piede,  n  renderemo
    grazie  al loro discorso scritto;  mentre verr recitato,  ciascuna di
    noi volga le spalle!
    BOYET:  Diamine,  un  tal  dispregio  scoragger  l'oratore,   e  far
    divorziare la sua memoria dalla parte che deve sostenere.
    PRINCIPESSA: Appunto per questo far cos,  e sono certa che gli altri
    non si faranno avanti,  se lui sar messo fuori gioco.  Non c'  beffa
    pi  bella che farsi beffa dei beffeggiatori,  ed appropriarci la loro
    allegria conservando intatta la nostra.  In tal modo noi resteremo qui
    schernendo il loro progettato scherzo,  ed essi,  ben scherniti, se ne
    dovranno andare svergognati.
    (Suono di trombe).
    BOYET: La tromba suona. Andate a mascherarvi. Ecco le maschere.

    (Entrano dei Mori con musica, TIGNOLA con il discorso scritto, il RE e
    gli altri Signori travestiti da russi, con la maschera).

    TIGNOLA: Salute alle pi ricche bellezze della terra !
    BOYET: Bellezze non pi ricche di un ricco taffett.
    TIGNOLA: Sacro gruppo delle pi belle dame...  (le Signore gli volgono
    le spalle) che mai abbiano rivolto... le spalle... a sguardo mortale!
    BIRON: "Gli occhi", canaglia, "gli occhi"!
    TIGNOLA:  ...  Che  mai  abbiano  rivolto gli occhi a sguardo mortale!
    Fuor...
    BOYET: Davvero, sei proprio "fuori!".
    TIGNOLA: Fuor di misura celesti spiriti, degnatevi di non guardare...
    BIRON: "Sol di guardare", briccone!
    TIGNOLA: ...  Degnatevi sol di guardare coi vostri occhi raggianti  al
    par di comete... coi vostri occhi raggianti al par di comete...
    BOYET:  Esse  non  risponderanno  a un tale epiteto,  faresti meglio a
    dire: "coi vostri occhi raggianti al par di comari".
    TIGNOLA: Esse non mi ascoltano, ed  questo che mi sconcerta.
    BIRON: E' questa la tua bravura? Vattene, canaglia!
    (Esce Tignola).
    ROSALINA:  Che  vogliono  questi  stranieri?  Informatevi  delle  loro
    intenzioni,  Boyet.  Se parlano la nostra lingua,   nostro volere che
    uno di loro ci esponga in modo semplice  i  loro  propositi.  Sappiate
    cosa vogliono.
    BOYET: Che volete dalla principessa?
    BIRON: Null'altro che pace ed un affabile colloquio.
    ROSALINA: Che cosa vogliono dunque?
    BOYET: Null'altro che pace ed un affabile colloquio.
    ROSALINA: Ebbene, hanno avuto codesto, e cos dite loro di andarsene.
    BOYET: Ella dice che l'avete avuto, e che ve ne potete andare.
    RE: Ditele che abbiamo misurato molte miglia per danzare una misura di
    danza insieme a voi su quest'erba.
    BOYET:  Dicono  che hanno misurato molte miglia per danzare una misura
    di danza insieme a voi su quest'erba.
    ROSALINA: Non cos.  Domandate loro  quanti  pollici  ci  sono  in  un
    miglio: se hanno misurato molte miglia,  sar facile per loro dirci la
    misura di uno.
    BOYET: Se, per venir qua,  avete misurato miglia,  e molte miglia,  la
    principessa  vi  invita a dirle quanti pollici ci vogliono per fare un
    miglio.
    BIRON: Ditele che abbiamo misurato le miglia a passi faticosi.
    BOYET: Ella vi ascolta.
    ROSALINA: Quanti faticosi passi  avete  contati  nel  percorso  di  un
    miglio tra tutte quelle faticose miglia che avete percorso?
    BIRON: Noi non contiamo nulla di ci che spendiamo per voi.  Il nostro
    ossequio  cos  ricco,  cos  infinito,  che  potremmo  continuare  a
    prestarlo sempre senza calcolare.  Degnatevi di mostrarci lo splendore
    solare del vostro volto cos che possiamo adorarlo come dei selvaggi.
    ROSALINA: Il mio volto  soltanto una luna e per di pi annuvolata.
    RE: Beate quelle nuvole che,  come le vostre,  vi  sfiorano  il  viso!
    Degnatevi,  o  luna  splendente,  e voi stelle che le fate corona,  di
    brillare sui nostri occhi umidi allontanando quelle nubi.
    ROSALINA: O vano postulante,  chiedi qualcosa di pi:  tu  mi  domandi
    soltanto un riflesso di luna sull'acqua.
    RE: Allora accordaci una misura di danza. Tu mi hai detto di chiedere,
    e questa richiesta non ti parr strana.
    ROSALINA: Sonate allora, musicanti, e sbrigatevi. (Musica) Non ancora,
    non voglio danzare: vedete che cambio come la luna.
    RE: Non volete danzare? Come mai vi siete mutata cos?
    ROSALINA:  Avevate  preso  la  luna  quando  era  piena,  ma  adesso 
    cambiata.
    RE: Ma ella  sempre la luna ed io l'uomo della luna. La musica suona:
    degnatevi di seguirne col moto la cadenza.
    ROSALINA: Le nostre orecchie la seguono.
    RE: Ma sono le vostre gambe che dovrebbero farlo.
    ROSALINA: Poich siete stranieri e siete venuti qui per puro caso, non
    vogliamo essere schizzinose. Dateci la mano: ma non danzeremo.
    RE: E allora perch darci la mano?
    ROSALINA: Soltanto per separarci da  buoni  amici.  Un  inchino,  miei
    cari, e cos la misura  finita.
    RE: Misurate pi largamente questa misura, non siate spilorcia.
    ROSALINA: Non possiamo accordarvi di pi per un tal prezzo.
    RE:  E  allora  fate  il vostro prezzo da voi stesse.  A che prezzo si
    vende la vostra compagnia?
    ROSALINA: Solamente al prezzo della vostra assenza.
    RE: Questo non pu andare.
    ROSALINA: Quindi non possiamo essere comprate,  e cos addio due volte
    alla vostra maschera e mezza volta a voi!
    RE: Se rifiutate di danzare, chiacchieriamo almeno ancora un poco.
    ROSALINA: In privato allora.
    RE: Lo preferisco anch'io.
    (Conversano a parte).
    BIRON  (alla Principessa): Oh signora dalla bianca mano,  una parolina
    dolce con te
    PRINCIPESSA: Miele, latte e zucchero: eccone tre.
    BIRON:  Ebbene,  allora,  raddoppiamo  il  terno,  se  diventate  cos
    sottile:  idromele,  birra dolce e malvasia.  Bel tiro di dadi !  Ecco
    mezza dozzina di dolcezze.
    PRINCIPESSA: Ma settima  questa: addio!  Giacch sapete  barare,  non
    voglio pi giocare con voi.
    BIRON: Una parola in segreto.
    PRINCIPESSA: Ma che non sia dolce!
    BIRON: Tu mi sconvolgi la bile
    PRINCIPESSA: La bile? E' amara.
    BIRON: E perci giunge a proposito.
    (Conversano a parte)
    DUMAIN (a Maria): Volete degnarvi di scambiare una parola con me?
    MARIA: Ditemela.
    DUMAIN: Bella signora...
    MARIA:  E'  questo  che  mi dite?  "Bel signore"...  prendetevi questo
    complimento in cambio del vostro.
    DUMAIN: Vi prego, un breve colloquio privato e poi vi dir addio.
    (Conversano a parte).
    CATERINA (a Longaville):  Come!  la  vostra  maschera    forse  senza
    lingua?
    LONGAVILLE: So la ragione della vostra domanda, signora.
    CATERINA:  Oh,  ditemi  la vostra ragione.  Presto,  signore: ardo dal
    desiderio di conoscerla!
    LONGAVILLE: Voi avete una doppia lingua dentro la vostra  maschera,  e
    met a questa mia che tace vorreste darne per corredo.
    CATERINA: Lasciate stare il core; e, quanto al redo, non  un vitello?
    LONGAVILLE: Un vitello, bella signora?
    CATERINA: No, un bel signor vitello.
    LONGAVILLE: Dividiamo in due la parola.
    CATERINA: No,  non voglio essere la vostra met. Prendetevela tutta, e
    divezzatela; potrebbe diventare un bue.
    LONGAVILLE: Vedete come fate ai cozzi con voi stessa in questi  frizzi
    mordaci. Volete dunque dar delle corna, o casta signora? Non fatelo.
    CATERINA:  E  allora  cercate  di  morire mentre siete ancora vitello,
    prima che vi nascano le corna.
    LONGAVILLE: Concedetemi una parola in disparte, prima che io muoia.
    CATERINA: Muggite adagio allora, perch il beccaio potrebbe udirvi.
    (Conversano a parte).
    BOYET: Le lingue delle ragazze burlone sono  taglienti  come  il  filo
    sottile  del  rasoio,  che  taglia un capello invisibile allo sguardo.
    Esse superano la comprensione umana tanto la loro conversazione sembra
    sensata. I loro frizzi hanno ali pi veloci delle frecce, delle palle,
    del vento, del pensiero e delle cose pi veloci.
    ROSALINA: Non una parola di pi, ragazze mie: finiamola.
    BIRON: Per il cielo,  siamo stati feriti tutti  senza  spargimento  di
    sangue a forza di beffe!
    RE: Addio, fanciulle pazze: avete poco cervello.
    PRINCIPESSA:  Venti  volte  addio,  miei  gelati moscoviti.  (Escono i
    Signori coi  Mori)  Questa    dunque  quella  s  ammirata  compagnia
    d'ingegni?
    BOYET: Son ceri che il vostro soave alito ha spento.
    ROSALINA:  Hanno  un  ingegno imbuzzito dal benessere,  grosso grosso,
    grasso grasso.
    PRINCIPESSA: Oh povert di spirito,  scherno  regalmente  povero!  Non
    credete che si impiccheranno stanotte,  o che non oseranno pi mostrar
    la faccia a meno che non sia coperta da una maschera?  Quel disinvolto
    Biron era completamente sconcertato.
    ROSALINA:  Oh,  erano  tutti  in uno stato deplorevole!  Il re era sul
    punto di piangere per una buona parola.
    PRINCIPESSA: Biron non faceva altro che  giurare  al  di  l  di  ogni
    convenienza.
    MARIA: Dumain e la sua spada erano ai miei servigi.  "Punto punto" gli
    ho detto, ed il mio servo  subito ammutolito.
    CATERINA: Monsignor Longaville ha detto che gli  stavo  sul  cuore:  e
    indovinate come mi ha chiamata!
    PRINCIPESSA: Mal di mare, forse!
    CATERINA: S, proprio mal d'amare.
    PRINCIPESSA: Vattene, malattia che sei!
    ROSALINA:  Bene,  ci  sono  stati  cervelli  migliori  sotto  semplici
    berretti di lana.  Ma volete  saperlo?  il  re    il  mio  spasimante
    giurato.
    PRINCIPESSA: E il focoso Biron mi ha impegnata la sua fede.
    CATERINA: E Longaville era nato per servirmi.
    MARIA: Dumain mi appartiene come la scorza all'albero.
    BOYET: Signora,  e graziose dame, ascoltate: tra breve essi saranno di
    nuovo  qui  nella  loro  forma  naturale,   poich      assolutamente
    impossibile che essi digeriscano questo duro affronto.
    PRINCIPESSA: Torneranno?
    BOYET: Torneranno,  torneranno,  Dio lo sa,  e salteranno dalla gioia,
    sebbene  siano  stati  storpiati  dai  vostri  colpi.  Quindi,  ognuno
    riprenda i propri regali,  e, quando essi ricompariranno, fiorite come
    soavi rose nell'aria estiva.
    PRINCIPESSA: "Fiorite",  "fiorite",  e come?  Parla in modo  da  farti
    capire.
    BOYET: Delle belle signore mascherate sono come rose in boccio: quando
    si  tolgono  la  maschera e svelano la loro soave mistura di porpora e
    d'avorio, sono come angeli che escono da una nube, o rose sbocciate.
    PRINCIPESSA: Oh perplessit!  Che cosa dobbiamo fare se essi tornano a
    farci la corte nella loro forma naturale?
    ROSALINA:  Mia  buona signora,  se volete lasciarvi consigliare da me,
    continuiamo a beffarci di loro,  adesso che vengono col viso scoperto,
    come  li  abbiamo  beffati  travestiti.  Lamentiamoci  con  loro degli
    sciocchi che sono venuti qui sotto  spoglie  di  moscoviti,  in  goffi
    abiti,  domandiamo  chi mai potevano essere e con quale scopo ci hanno
    offerto nella nostra tenda uno spettacolo  cos  meschino  di  s,  un
    prologo   malamente   scritto,   e   il   loro  s  ridicolo  e  rozzo
    comportamento.
    BOYET: Signore, ritiratevi. I damerini si approssimano.
    PRINCIPESSA: Corriamo alle nostre tende,  come il capriolo  corre  sul
    prato.
    (Escono la Principessa, Rosalina, Caterina e Maria).

    (Rientrano  il  RE,  BIRON,  LONGAVILLE  e  DUMAIN  nei  loro  vestiti
    abituali).

    RE: Bel signore, che Dio vi guardi! Dov' la principessa?
    BOYET: E'  andata  nella  sua  tenda.  Forse  Vostra  Maest  desidera
    incaricarmi di qualche messaggio per lei?
    RE: S, che ella si degni di accordarmi udienza per dire una parola.
    BOYET: Ottemperer al vostro desiderio come sicuramente far lei,  mio
    signore.
    (Esce).
    BIRON: Costui ingozza lo spirito altrui, come i piccioni inghiottono i
    piselli,  e lo risputa fuori  quando  piace  a  Dio.  E'  il  merciaio
    ambulante  dello  spirito,  e  vende  al  minuto le sue mercanzie alle
    sagre, nei festini,  nelle riunioni,  nei mercati e nelle fiere: e noi
    che vendiamo all'ingrosso,  il Signore lo sa, non abbiamo la grazia di
    renderlo grazioso in modo altrettanto appariscente. Questo damerino si
    appunta le belle sulla manica con uno spillo,  e se fosse stato  Adamo
    avrebbe  tentato  Eva.  Inoltre  egli sa fare il pollo e parlare colla
    lisca,  ed  lui che manda  baci  con  la  mano.  Egli    la  scimmia
    dell'etichetta,  il  "monsieur"  raffinato che,  quando gioca a tavola
    reale,  rimprovera  i  dadi  garbatamente;  s,  egli  sa  barrire  da
    baritono, e come cerimoniere, faccia meglio di lui chi pu! Le signore
    lo  chiamano  "caro"  e le scale,  quando egli le sale,  gli baciano i
    piedi.  Ecco il fiore che sorride ad ognuno per mostrare i suoi  denti
    bianchi  come ossa di balena!  Le coscienze che non vogliono morire in
    debito lo pagano col titolo di Boyet dalla lingua melata.
    RE: Il canchero alla sua soave lingua che fece perdere  le  staffe  al
    paggio di Armado!

    (Rientra  la  PRINCIPESSA,   preceduta  da  BOYET,   ROSALINA,  MARIA,
    CATERINA, e Persone del seguito).

    BIRON: Ecco che vengono!  (Considerando Boyet) Comportamento,  che eri
    tu  mai  prima  che  questo  pazzo ti mettesse in risalto?  E cosa sei
    adesso?
    RE: Salve, figlia di gran dinasta, e sereno d!
    PRINCIPESSA: Grandinata e sereno d,  a quanto  mi  sembra,  significa
    brutto giorno.
    RE: Interpretate meglio le mie parole, se potete.
    PRINCIPESSA:  E  allora  fatemi  un  augurio  migliore,  ve  ne  do il
    permesso.
    RE: Siamo venuti a farvi una visita, ed abbiamo adesso l'intenzione di
    condurvi alla nostra corte: degnatevi di acconsentire.
    PRINCIPESSA: Io rimarr attaccata a  questo  prato,  e  voi  del  pari
    rimanete  attaccato al vostro voto: n Dio,  n io stessa,  amiamo gli
    uomini spergiuri.
    RE:  Non  rimproveratemi  per  un  sentimento  che  voi  stessa  avete
    provocato:   stata la virt degli occhi vostri che ha infranto il mio
    giuramento.
    PRINCIPESSA: Voi menzionate la  virt  per  isbaglio:  avreste  dovuto
    parlare del vizio, poich l'ufficio della virt non  mai stato quello
    di rompere la fede degli uomini. Adesso per l'onor mio verginale ancor
    puro come il giglio immacolato,  giuro che se anche dovessi sopportare
    un mondo di torture non  consentirei  mai  ad  essere  l'ospite  della
    vostra  casa;  tanto  mi  ripugna  di  causare  la  rottura di un voto
    celeste, pronunciato in buona fede.
    RE: Oh, qui siete vissute nella desolazione, inosservate,  trascurate,
    a nostra grande vergogna.
    PRINCIPESSA:  Non   cos,  signore,  non  cos ve lo giuro.  Abbiamo
    avuto passatempi e piacevoli  divertimenti.  Una  brigata  di  quattro
    Russi ci ha lasciate da poco.
    RE: Come, signora? Dei Russi?
    PRINCIPESSA:  S,  davvero,  signor  mio:  gente raffinata e in gamba,
    piena di cortesia e dignit.
    ROSALINA: Signora,  dite la verit!  Non  cos,  mio signore: la  mia
    signora,  seguendo la moda dei tempi, per cortesia li ha elogiati come
    essi non meritavano.  Noi quattro,   vero,  siamo state abbordate  da
    quattro  individui  in  costume  russo.  Si  sono  fermati qui un'ora,
    chiacchierando per tutto questo tempo,  e  durante  quell'ora,  signor
    mio,  non  ci  hanno  gratificate  di una sola parola indovinata!  Non
    oserei chiamarli sciocchi,  ma penso che quando  hanno  sete  ci  sono
    degli stolti che vorrebbero bere.
    BIRON:  Codest'arguzia  mi  sembra asciutta asciutta.  Bella e gentile
    fanciulla,   il vostro spirito che  fa  sembrare  sciocchi  i  saggi.
    Quando  fissiamo sia pure le pupille migliori sull'occhio infocato del
    cielo,   perdiamo  la  luce  per  eccesso  di  luce:  cos  la  vostra
    comprensione    di  tal natura che alla vostra ricchezza spirituale i
    saggi sembran sciocchi e i ricchi poveri
    ROSALINA: Ci dimostra che  siete  saggio  e  ricco,  poich  ai  miei
    occhi...
    BIRON: ...sono uno sciocco pieno di povert.
    ROSALINA: Se non fosse che mi togliete ci che vi appartiene,  fareste
    male a strapparmi le parole di bocca.
    BIRON: Oh, vi appartengo, insieme a tutto quel che possiedo.
    ROSALINA: Ho dunque uno sciocco tutto per me?
    BIRON: Non posso darvi di meno.
    ROSALINA: Qual era la maschera che portavate?
    BIRON: Dove? quando? che maschera? Perch mi fate questa domanda?
    ROSALINA: L,  allora,  quella maschera,  quell'inutile  astuccio  che
    nascondeva il viso pi brutto e mostrava il migliore.
    RE  (a  parte):  Siamo stati riconosciuti,  e adesso si burleranno ben
    bene di noi.
    DUMAIN (a parte): Confessiamo, e volgiamo la cosa in ischerzo.
    PRINCIPESSA: Siete stupito, mio signore?  Perch Vostra Altezza  cos
    serio?
    ROSALINA: Aiuto!  reggetegli la fronte! Sviene! Perch siete diventato
    cos pallido? Ma forse  il mal di mare, se venite dalla Moscovia!
    BIRON: E cos le stelle rovescian gi flagelli per lo  spergiuro!  C'
    faccia di bronzo che possa resistere?  Eccomi qua,  signora, lancia su
    me i dardi del tuo estro,  schiacciami col tuo  sarcasmo,  distruggimi
    con la tua ironia, trapassa col tuo pungente spirito la mia ignoranza,
    fammi  a pezzi col tuo mordente giudizio: io non ti inviter mai pi a
    danzare, n mai ti offrir i miei servigi in costume russo. Oh, non mi
    fider mai pi dei discorsi scritti n del moti della  lingua  di  uno
    scolaretto,  n  mai verr dalla mia bella col viso mascherato,  n le
    far la corte mettendo l'amor mio in  versi  come  la  canzone  di  un
    menestrello  cieco.  Frasi di taffett,  termini preziosamente serici,
    iperboli  a  tre  peli,  azzimata  affettazione,  figure  pedantesche:
    codeste  mosche estive mi hanno tutto seminato di cacchioni di vanit.
    Io le rinnego,  e giuro per questo guanto bianco - Dio solo sa  quanto
    pi  bianca  sia  la  mano  -  che d'ora innanzi il mio corteggiare si
    esprimer soltanto in "s" di bigello e in "no" di saia.  E tanto  per
    cominciare  ragazza mia ors che Iddio mi assista!  - il mio amore per
    te  leale, senza incrinature n magagna.
    ROSALINA: Senza riboboli, ve ne prego!
    BIRON: Ho ancora un accesso del mio  antico  furore.  Scusatemi,  sono
    malato  e  me  ne  liberer a grado a grado.  Piano,  vediamo un poco:
    (indicando il Re,  Longaville  e  Dumain)  scrivete  su  quei  tre  un
    cartello cos concepito: "Che il Signore abbia piet di noi" Essi sono
    appestati,  infatti,  ed  il  male risiede nel cuore: hanno la peste e
    l'hanno presa dagli  occhi  vostri.  Quei  signori  son  contagiati  e
    neanche voi ne siete esenti, poich vedo su voi i segni del Signore.
    PRINCIPESSA (mostrando il gioiello che porta): No, quelli che ci hanno
    dato questi segni erano liberi.
    BIRON:  I nostri beni sono sotto sequestro:  inutile che cerchiate di
    alleviare la nostra pena.
    ROSALINA: Non  cos: com' mai possibile che siate nel medesimo tempo
    condannati e appellanti?
    BIRON: Zitta! non voglio aver nulla a che fare con voi!
    ROSALINA: E nemmeno io, se potr agire come voglio.
    BIRON: Parlate per voi, perch le mie risorse sono esaurite.
    RE: Insegnateci,  cara signora,  qualche bella  scusa  per  la  nostra
    volgare colpa.
    PRINCIPESSA:  La  pi  bella  una confessione.  Non eravate forse qui
    travestito un momento fa?
    RE: S, signora.
    PRINCIPESSA: E vi pare di essere stato bene avvisato?
    RE: S, bella signora.
    PRINCIPESSA: Ebbene,  quando eravate qui che  cosa  avete  bisbigliato
    nell'orecchio della vostra dama?
    RE: Che la stimavo pi di ogni altra cosa al mondo.
    PRINCIPESSA: Quando vi prender in parola, la respingerete.
    RE: No, sul mio onore.
    PRINCIPESSA: Silenzio!  silenzio, basta! Dopo avere una volta infranto
    un voto, non potete pi dar peso ai giuramenti.
    RE: Disprezzatemi se violo questo mio giuramento.
    PRINCIPESSA: Vi disprezzer certamente e perci mantenetelo. Rosalina,
    che cosa vi ha bisbigliato all'orecchio il Russo?
    ROSALINA: Signora,  mi ha giurato che mi teneva  cara  come  la  vista
    preziosa, e che mi preferiva al mondo intiero: aggiungendo inoltre che
    mi avrebbe sposata o sarebbe morto amandomi.
    PRINCIPESSA:  Che  Iddio te ne dia gioia: il nobile signore far certo
    onore alla sua parola.
    RE: Che volete dire, signora? Sulla mia vita e l'onor mio,  non ho mai
    fatto un simile giuramento a questa signora.
    ROSALINA:  Per  il cielo,  lo avete fatto.  E per confermarlo mi avete
    dato questo; ma potete riprendervelo, signore!
    RE: L'ho donato alla principessa,  insieme alla mia fede: la riconobbi
    a questo gioiello che ella aveva sulla manica.
    PRINCIPESSA:  Perdonatemi.   signore,   era  lei  che  portava  questo
    gioiello: monsignor Biron e di ci lo ringrazio,   il mio  amato.  (A
    Biron) Ebbene, volete aver me o riavere la vostra perla?
    BIRON:  Nessuna  delle due,  rinunzio ad entrambe.  Adesso vedo che il
    tiro giocatoci era  un  accordo,  conoscendo  in  anticipo  il  nostro
    spasso,  per guastarlo come una farsa di Natale. Qualche spia, qualche
    parassita,  qualche  vile  buffone,  qualche  chiacchierone,   qualche
    cavaliere  della forchetta,  qualche spregevole tizio che si fa venire
    le grinze della vecchiaia a forza di sorridere e conosce l'arte di far
    ridere la signora quando  ben disposta,  ha svelato i nostri piani in
    precedenza.  Una  volta scoperta la cosa,  le signore si scambiarono i
    regali e allora noi,  seguendo quei segni,  corteggiammo  i  simulacri
    delle  nostre belle.  Ora,  per aggiungere un nuovo orrore alla nostra
    colpa,   abbiamo  commesso  un  doppio  tradimento,   la  prima  volta
    volontariamente e la seconda per errore: le cose debbono stare proprio
    cos!  (A  Boyet) E non potreste esser stato voi a prevenire il nostro
    scherzo per renderci cos spergiuri?  Non sapete voi prendere  madonna
    pel suo verso,  e non le ridete in bocca, e non vi collocate, signore,
    tra la sua schiena e  il  fuoco,  reggendo  un  vassoio  e  scherzando
    allegramente?  Siete  voi  che  avete  sconcertato  il  nostro paggio:
    andate,  tutto vi  permesso: morite quando vorrete:  una  camicia  da
    donna  sar  il  vostro sudario!  Mi guardate con la coda dell'occhio?
    ecco uno sguardo che ferisce come una spada di latta.
    BOYET: Con quale brio ha corso questo bel galoppo, di gran carriera!
    BIRON: Ehi! mi spezza diritto addosso la lancia. Pace! Ho finito.
    (Entra ZUCCA).
    Benvenuto, o puro spirito! Hai interrotto una bella tenzone.
    ZUCCA: Oh Dio,  messere!  vorrebbero sapere,  se i  tre  Prodi  devono
    entrare o no.
    BIRON: Come! ce ne sono soltanto tre?
    ZUCCA: No, signore, ma va benone perch ciascuno ne ripresenta tre.
    BIRON: E tre per tre fa nove.
    ZUCCA: Non cos, messere; sal mi sia, messere, spero che non sia cos.
    Non siamo mica sciocchi,  messere, ve lo garantisco, messere. Sappiamo
    quel che sappiamo. Spero messere, che tre per tre, messere...
    BIRON: ...non faccia nove.
    ZUCCA: Sal mi sia, messere, sappiamo quanto fa.
    BIRON: Per Giove, ho sempre creduto che tre per tre facesse nove.
    ZUCCA: Oh Dio, messere! Sarebbe una bella disgrazia per voi se doveste
    guadagnarvi la vita facendo i conti, messere.
    BIRON: Quanto fa, dunque?
    ZUCCA: Oh Dio,  messere!  le parti stesse,  gli  attori,  messere,  vi
    mostreranno quanto fa.  Per parte mia, come dicono, io son qui sol per
    impressionare un uomo in un pover'uomo, Pomponio il Grande, messere.
    BIRON: Sei uno dei Prodi?
    ZUCCA: Mi hanno giudicato degno di  produrre  Pompeo  il  Grande;  per
    parte  mia  non conosco le qualit di quel Prode,  ma debbo tenerne il
    posto.
    BIRON: Va', di' loro di prepararsi.
    ZUCCA: Faremo le cose a modino, messere, e ci metteremo ogni cura.
    (Esce).
    RE: Biron,  essi  ci  copriranno  di  vergogna:  bisogna  che  non  si
    avvicinino.
    BIRON:  Siamo  a prova di vergogna,  mio signore;  ed  buona politica
    mostrare a questo signore uno spettacolo peggiore di quello del  re  e
    della sua compagnia.
    RE: Dico che non debbono venire.
    PRINCIPESSA:  Ebbene,  mio  buon  signore,  lasciatevi  guidare da me,
    adesso.  Il divertimento pi  piacevole    quello  che  piace  a  sua
    insaputa.  Allorch lo zelo si sforza di soddisfarci, la soddisfazione
    vien meno per lo zelo eccessivo di coloro che ne sono animati.  E'  lo
    scompiglio  della loro situazione che crea la situazione pi ridicola,
    quando grandi cose partoriscono un bel nulla.
    BIRON: Ecco  una  esatta  descrizione  del  nostro  divertimento,  mio
    signore.

    (Entra ARMADO).

    ARMADO:  Unto del Signore,  imploro da te che tu voglia spendere tanto
    del tuo soave alito da proferire una coppia di parole.
    (Parla col Re e gli consegna una lettera).
    PRINCIPESSA: Quell'uomo serve Iodio?
    BIRON: Perch me lo chiedete?
    PRINCIPESSA: Perch non parla come un uomo creato da Dio.
    ARMADO: Fa lo stesso, mio bello, soave e melato monarca.  Dichiaro che
    il  maestro  di scuola  eccessivamente fantastico,  e troppo,  troppo
    vanitoso.  Ma noi ci rimetteremo,  come si dice,  alla "fortuna  della
    guerra". Vi auguro la pace dello spirito, o regalissima coppia!
    RE:  Avremo probabilmente una buona parata di Prodi.  Egli rappresenta
    Ettore di  Troia,  il  villico  Pompeo  il  Grande,  il  curato  della
    parrocchia,  Alessandro, il paggio di Armado, Ercole, il pedante Giuda
    Maccabeo. E se questi quattro prodi avranno successo nella loro parte,
    cambieranno d'abito e rappresenteranno gli altri cinque Prodi.
    BIRON: Ce ne sono cinque nella prima parte.
    RE: Vi ingannate, non  cos.
    BIRON: Il pedante, lo spaccone, il pretonzolo,  lo scemo e il ragazzo.
    Se fosse un gioco di dadi che abbisogna di sei giocatori,  togliendone
    uno il mondo non potrebbe trovarne cinque eguali  a  questi,  ciascuno
    nel suo genere.
    RE: La nave ha spiegato le vele, ed eccola avanzarsi rapidamente.
    (Entra ZUCCA nella parte di POMPEO).
    ZUCCA: Pompeo son io...
    BOYET: ...Menti! non lo sei.
    ZUCCA: Pompeo son io...
    BOYET: ...colle latte a' ginocchi.
    BIRON: Bravo, vecchio burlone: bisogna che mi riconcili con te!
    ZUCCA: Pompeo son io, Pompeo nomato il Grosso.
    DUMAIN: Il Grande!
    ZUCCA: E' vero, "il Grande", messere:
    Pompeo son io, Pompeo nomato il Grande,
    Che spesso al campo, come un lampo fe' sudar nemiche bande:
    E viaggiando in queste plaghe, giunsi qui a depor la lancia,
    Nel grembo a questa dolce damigella della Francia.
    Se Vostra Signoria volesse dirmi "Grazie, Pompeo", io avrei finito.
    PRINCIPESSA: Un gran ringraziamento, o grande Pompeo!
    ZUCCA:  Non  sono  meritevole  di  tanto,  ma  spero  di  essere stato
    perfetto. Ho fatto solo un piccolo errore a proposito di "Grande".
    BIRON: Scommetto il mio cappello contro un mezzo soldo che Pompeo sar
    il migliore dei Prodi!
    (Entra Ser NATANIELE nella parte di ALESSANDRO).
    NATANIELE: Quand'io vivea nel mondo, niun era a me compagno;
    Stesi le mie conquiste all'orto ed all'occaso:
    Lo scudo mio dichiara, sono Alessandro Magno...
    BOYET: Che nol siete lo dice il vostro dritto naso.
    BIRON: "No", odora il naso, o prence che odori come un bagno.
    PRINCIPESSA: Il conquistatore  sgomento: continua, buon Alessandro.
    NATANIELE: Quand'io vivea nel mondo, niun era a me compagno...
    BOYET: Verissimo,  giusto: lo eravate davvero, Alisandro.
    BIRON (facendo un segno a Zucca): Pompeo il Grande!
    ZUCCA: Servo vostro, Zucca per servirvi.
    BIRON: Conducete via il conquistatore, conducete via Alissandro.
    ZUCCA (a Nataniele): Oh messere,  voi avete  provocato  la  caduta  di
    Alisandro  il conquistatore!  La vostra immagine sar cancellata dagli
    arazzi per questo,  il vostro leone,  che regge una scure di battaglia
    seduto  su  una  seggetta,  sar dato a Caco,  ed egli diverr il nono
    Prode.  Un conquistatore  che  ha  paura  di  parlare:  scappa  via  e
    vergognati,   Alisandro!   (Nataniele  si  ritira)  Ecco,  col  vostro
    rispetto, un mite sciocco, un uomo onesto,  badate bene!  che si perde
    d'animo  facilmente.  E'  un vicino meraviglioso,  in verit,  ed  un
    ottimo giocatore di bocce; ma, come Alisandro, ahim,  vedete com'...
    non    all'altezza  della parte.  Ma ecco giungere altri Prodi che ci
    esprimeranno il loro pensiero in qualche altro modo.
    PRINCIPESSA: Fatti da parte, buon Pompeo.
    (Entra OLOFERNE nella  parte  di  Giuda,  e  TIGNOLA  nella  parte  di
    Ercole).
    OLOFERNE: Il grande Ercole appare in questo frugolo,
    Che con sua clava uccise il "canis" Cerbero;
    E quand'egli era un pargolo, uno sgricciolo,
    cos strozz con la sua "manus" vipere.
    "Quoniam" si mostra in sua minore et,
    "Ergo" per bocca mia sue scuse fa.
    Or esci dignitoso, e via ritirati.
    (Tignola si ritira).
    Giuda son io...
    DUMAIN: Un Giuda!
    OLOFERNE: Ma non Iscariota, messere.
    Giuda son io, nomato Maccabeo.
    DUMAIN: Giuda, macch Beo,  Giuda puro e semplice.
    BIRON: Uno che tradisce baciando. Come mai sei diventato un Giuda?
    OLOFERNE: Giuda son io...
    DUMAIN: Tanto maggior vergogna per te, Giuda!
    OLOFERNE: Che intendete fare, signore?
    BOYET: Costringere Giuda ad impiccarsi!
    OLOFERNE: Cominciate voi, messere; non fate tanti fichi.
    BIRON: Ben risposto. Giuda s'impicc proprio ad un fico.
    OLOFERNE: Non mi farete mutar faccia.
    BIRON: Perch non hai faccia!
    OLOFERNE: E questa cos'?
    BOYET: Una testa di chitarra!
    DUMAIN: La testa di uno spillone.
    BIRON: Una testa di morto in un anello!
    LONGAVILLE:  La  testa incisa in un'antica moneta romana,  che si vede
    appena!
    BOYET: Il pomo della spada di Cesare!
    DUMAIN: La faccia d'osso  scolpito  che  sormonta  una  fiaschetta  da
    polvere!
    BIRON: Il profilo di San Giorgio in una medaglia.
    DUMAIN: S, in una medaglia di piombo.
    BIRON:  ...messo  sulla  berretta di un cavadenti.  E adesso,  avanti,
    poich ti abbiamo ridato faccia per continuare.
    OLOFERNE: Mi avete fatto cader la faccia.
    BIRON: E' falso: ti abbiamo dato molte facce.
    OLOFERNE: Ma voi avete le facce pi toste.
    BIRON: Anche se tu fossi un leone, le avremmo.
    BOYET: Ma siccome  un asino, lasciamolo andare.  Addio,  dolce Giuda!
    Ebbene, perch rimani ancora?
    DUMAIN: Aspetta l'ultima parte del suo nome.
    BIRON: Che gli si dia di maccabeo? Daglielo: Giuda maccabeo, vattene!
    OLOFERNE: Questo non  generoso, n gentile, n umile.
    BOYET: Luce per il signor Maccabeo!  Comincia a fare scuro, e potrebbe
    inciampare.
    (Oloferne si ritira).
    PRINCIPESSA: Ahim, povero Maccabeo, com' stato malmenato!
    (Entra ARMADO nella parte di ETTORE).
    BIRON: Nascondi la testa, Achille: ecco avanzarsi Ettore in armi.
    DUMAIN: Anche se le mie  beffe  mi  dovessero  ricadere  addosso,  ora
    voglio divertirmi.
    RE: Ettore non era che un troione a petto di costui.
    BOYET: Ma  proprio Ettore?
    RE: Credo che Ettore non fosse cos ben costrutto.
    LONGAVILLE: Ha le polpe troppo grosse per essere Ettore.
    DUMAIN: Merita di certo tal polpetta...
    BOYET: No,  meglio formato un po' pi sotto.
    BIRON: Non pu essere Ettore.
    DUMAIN: E' un dio o un pittore, perch fa certi visacci.
    ARMADO: L'armipotente Marte, signor della tenzone,
    Fece un dono ad Ettorre...
    DUMAIN: Una noce moscata dorata.
    BIRON: Un limone.
    LONGAVILLE: Guarnito di chiodi di garofano, e di spezie.
    DUMAIN: No, spezzato.
    ARMADO: Silenzio!
    L'armipotente Marte, signor della tenzone,
    Fece un dono ad Ettorre, che erede d'Ilio era:
    Un uom di tanto fiato, che fuor del padiglione
    Avrebbe combattuto da mane infino a sera.
    Quel fior son io...
    DUMAIN: Quella menta.
    LONGAVILLE: Quell'aquilegia.
    ARMADO: Caro messer Longaville, frena la tua lingua.
    LONGAVILLE:  Debbo  se  mai  allentare  il  freno  poich corre contro
    Ettore.
    DUMAIN: S ed Ettore  un levriero!
    ARMADO: Il caro guerriero  morto e marcito.  Cari  pollastrelli,  non
    disturbate  le  ossa  dei  sepolti;  quando respirava era un uomo.  Ma
    voglio procedere nella mia parte.  (Alla Principessa) Soave  regalit,
    concedimi il senso del tuo udito.
    PRINCIPESSA: Parla, valoroso Ettore, ne saremo lietissimi.
    ARMADO: Adoro la pantofola di Vostra Grazia soave.
    BOYET: Egli l'ama a piedi.
    DUMAIN: Gli  che non pu amarla a braccia.
    ARMADO: Questo Ettore d'assai superava Anniballe...
    ZUCCA:  La  compagna   entrata,  compare Ettore,   entrata nel terzo
    mese...
    ARMADO: Che vuoi tu dire?
    ZUCCA: In fede mia,  a meno che voi non agiate da onesto  troione,  la
    povera figliuola  perduta. Ella  incinta, e l'infante gi schiamazza
    nel suo ventre:  figlio vostro.
    ARMADO: Vorresti infamizzarmi qui in mezzo ai potentati? Morrai!
    ZUCCA: E allora Ettore sar frustato,  perch Giacometta  incinta per
    opera sua e impiccato per Pompeo da lui ucciso.
    DUMAIN: Oh incomparabile Pompeo!
    BOYET: Famoso Pompeo!
    BIRON: Pi grande che il Grande, grande grande, grande Pompeo!  Pompeo
    l'Immenso!
    DUMAIN: Ettore trema.
    BIRON: Pompeo  commosso. Rendili pi furiosi, Ate: aizzali, aizzali!
    DUMAIN: Ettore lo sfider.
    BIRON:  S,  anche  se  non  avesse  in pancia pi sangue di quanto ne
    occorra per il pasto di una pulce.
    ARMADO: Per il polo nord, ti sfido.
    ZUCCA: Non voglio battermi con un palo come un uomo del  nord.  Mener
    fendenti,  mi batter colla spada.  Vi prego, lasciatemi riprendere di
    nuovo le mie armi.
    DUMAIN: Largo agl'irati Prodi!
    ZUCCA: Mi batter scamiciato.
    DUMAIN: Risolutissimo Pompeo!
    TIGNOLA: Padrone, lasciatevi sbottoneggiare; non vedete che Pompeo sta
    spogliandosi per il  combattimento?  Che  volete  fare?  Perderete  la
    vostra reputazione.
    ARMADO: Gentiluomini e soldati,  perdonatemi, non voglio combattere in
    camicia.
    DUMAIN: Non potete rifiutarvi, poich Pompeo vi ha sfidato.
    ARMADO: Nobili amici, posso e voglio rifiutarmi!
    BIRON: Diteci le vostre ragioni.
    ARMADO: La nuda verit  che non ho camicia.  Porto lana  sulla  pelle
    per penitenza.
    BOYET:  In  verit,  glielo  hanno  imposto  a  Roma  per  mancanza di
    biancheria,  e da allora,  giurerei che non ha mai indossato altro che
    uno  strofinaccio  di  Giacometta,  e  codesto lo porta sul cuore come
    pegno d'amore...
    (Entra il Signor MARCADE, messaggero).
    MARCADE: Dio vi protegga, signora.
    PRINCIPESSA: Benvenuto,  Marcade,  sebbene  tu  interrompa  il  nostro
    divertimento.
    MARCADE: Mi dispiace, signora, poich le notizie che vi reco mi pesano
    sulla lingua. Il re vostro padre...
    PRINCIPESSA: E' morto, sulla vita mia!
    MARCADE: Proprio cos, e non ho altro da dirvi.
    BIRON: Prodi, andatevene! La scena comincia ad oscurarsi.
    ARMADO:  Per  conto mio,  io respiro liberamente.  Ho veduto il giorno
    dell'oltraggio attraverso il pertugio del giudizio,  e  mi  comporter
    come si addice a un soldato.
    (Escono i Prodi).
    RE: Come sta la Maest Vostra?
    PRINCIPESSA: Boyet, preparate tutto; voglio partire stasera.
    RE: Signora, non fatelo, vi supplico di restare.
    PRINCIPESSA: Preparate tutto, vi dico. Vi ringrazio, graziosi signori,
    di  tutte  le  vostre  attenzioni,  e vi scongiuro dal fondo della mia
    nuova tristezza di degnarvi  nella  vostra  inesauribile  saggezza  di
    scusare  o  nascondere  la  vivace foga dei nostri spiriti se ci siamo
    comportate  troppo  sfacciatamente  nella  conversazione:  la   vostra
    cortesia ne ha avuto colpa!  Addio, degno signore; un cuore addolorato
    non pu avere una lingua complimentosa.  Scusatemi se non vi ringrazio
    pi  a  lungo  per  la  grande  concessione  che  mi  avete fatto cos
    facilmente.
    RE: L'estremit del tempo informa in modo estremo ogni cosa secondo la
    sua propria urgenza,  e sovente,  proprio al momento  critico,  decide
    quello  che  un  lungo  processo  di  tempo non ha potuto arbitrare: e
    sebbene la fronte di una  figlia  in  lutto  impedisca  alla  cortesia
    sorridente  dell'amore  di  sostenere  la  sacra  causa  che  vorrebbe
    vincere,  pure,  poich l'amore pot gi esporre i suoi argomenti,  le
    nubi   del  dolore  possano  non  allontanarlo  da  ci  che  esso  si
    prefiggeva.  Piangere gli  amici  perduti    molto  meno  salutare  e
    profittevole che rallegrarsi dei nuovi che abbiamo trovato.
    PRINCIPESSA: Non vi comprendo, il mio dolore  troppo forte.
    BIRON:  Le  parole semplici e franche penetrano meglio le orecchie del
    dolore,  e da questi segni cercate di  comprendere  il  re.  Per  amor
    vostro  abbiamo  perduto  il  tempo e tradito i nostri giuramenti.  La
    vostra bellezza, signore, ci ha fatto molto sfigurare tutti, foggiando
    i nostri umori proprio al contrario dei nostri propositi.  Se  in  noi
    avete  scorto qualcosa di ridicolo,   che l'amore  pieno di tendenze
    stravaganti,  capriccioso  come  un  fanciullo,  saltellante  e  vano,
    generato  dall'occhio,  e  quindi,  come  l'occhio,  pieno  di aspetti
    vaganti, di parvenze e di forme che variano di soggetto secondo che lo
    sguardo passa di cosa in cosa.  Se questo variopinto aspetto di  amore
    sfrenato del quale ci siamo rivestiti ha disgradato, agli occhi vostri
    celestiali,  i nostri giuramenti e la nostra seriet,  furono i vostri
    occhi celestiali, che investigano le nostre colpe,  che ci tentarono a
    commetterle.  Perci,  signore,  essendo  il nostro amore originato da
    voi,  vostro  anche ogni errore in cui quell'amore   incorso.  Siamo
    traditori  di  noi stessi,  col tradire una volta per essere leali per
    sempre verso coloro che ci hanno resi insieme e traditori e leali  ...
    cio voi,  belle signore; e cos persino quella infedelt, che  in se
    stessa un peccato, si purifica e diventa una virt.
    PRINCIPESSA: Abbiamo ricevuto  le  vostre  lettere  piene  d'amore,  i
    vostri doni, ambasciatori dell'amore, e nel nostro verginale consiglio
    li  considerammo  galanterie,  piacevoli scherzi,  cortesie,  come una
    sorta di bambagia destinata a imbottire l'abito del  momento.  Ma  pi
    zelanti di cos non siamo state nelle nostre considerazioni,  e quindi
    accogliemmo il vostro amore secondo le apparenze che aveva,  come  uno
    scherzo.
    DUMAIN:  Le nostre lettere,  signora,  rivelavano molto di pi che uno
    scherzo.
    LONGAVILLE: Ed anche i nostri sguardi.
    ROSALINA: Non li abbiamo interpretati in tal maniera.
    RE: Adesso,  all'ultimo minuto di questa ora,  accordateci  il  vostro
    amore.
    PRINCIPESSA:  Mi  sembra  uno  spazio  di  tempo  troppo  breve,   per
    concludere un contratto che durer eterno. No, no, mio signore, Vostra
    Grazia ha spergiurato ed  colmo di una grave colpevolezza,  e  quindi
    ascoltatemi:  se  per amor mio - causa che non credo esistere - volete
    fare qualcosa,  ecco quel che farete,  perch non mi fido  del  vostro
    giuramento:  recatevi  al pi presto in qualche romitaggio solitario e
    desolato, remoto da tutti i piaceri del mondo,  e rimanete col sinch
    i  dodici  segni  dello  zodiaco  non  abbiano  compiuto il loro corso
    annuale. Se quella vita austera e insociabile non muter l'offerta che
    avete fatto nell'ardore del vostro sangue, se il gelo e i digiuni,  il
    duro  alloggio  e gli scarsi panni non faranno avvizzire lo smagliante
    fiore dell'amor vostro,  ma se questo anzi  sopporter  tale  prova  e
    supremo  cimento d'affetto allora,  allo spirare di un anno,  venite a
    chiedermi.  Chiedetemi per questi vostri  meriti,  e  per  questa  mia
    vergine mano che adesso stringe la tua, ti prometto che sar tua. Fino
    a quel momento chiuder la mia dolente persona in una dimora di lutto,
    a  versare  una  pioggia di lacrime dolorose al ricordo della morte di
    mio padre.  Se tu rifiuti questo,  che le  nostre  mani  si  dividano,
    perch nessuno dei due ha diritti sul cuore dell'altro.
    RE: Se mai rifiutassi questo, o una prova ancor pi grave, per cullare
    nel  riposo  queste  mie  facolt,  vorrei che l'improvvisa mano della
    morte mi chiudesse gli occhi!  D'ora innanzi il mio cuore  chiuso nel
    tuo seno per sempre.
    BIRON: E a me che dite, amor mio? che mi dite?
    ROSALINA:  Anche voi dovete purificarvi,  poich i vostri peccati sono
    smisurati. Siete contaminato di colpe e spergiuro, e quindi,  se avete
    intenzione  di  acquistarvi  il  mio  favore dovete trascorrere dodici
    mesi,  senza prendere riposo,  vegliando  al  capezzale  doloroso  dei
    malati.
    DUMAIN: E che dite a me, amor mio? che mi dite?
    CATERINA: Moglie a voi?  Una barba,  buona salute e onore, ecco le tre
    cose che vi auguro con triplice affetto.
    DUMAIN: Oh, devo dirvi grazie, gentile moglie?
    CATERINA: No,  mio signore.  Per dodici mesi e un  giorno  non  voglio
    ascoltare  le  parole  dei  corteggiatori  dall'aria affabile.  Venite
    quando il re verr dalla mia signora e allora, se avr molto amore, ve
    ne dar un poco.
    DUMAIN: Ti servir lealmente e fedelmente fino allora.
    CATERINA: Ma non giurate, per paura di commettere un nuovo spergiuro.
    LONGAVILLE: E che dice Maria?
    MARIA: Al termine di dodici mesi cambier la mia  veste  nera  per  un
    innamorato fedele.
    LONGAVILLE: Attender con pazienza, ma il tempo  lungo.
    MARIA: Tanto pi vi somiglia, poich pochi giovani sono alti come voi.
    BIRON  (a  Rosalina):  Cosa medita la mia dama?  Guardatemi,  signora.
    Guardate nella finestra del mio cuore,  nel mio  occhio,  quale  umile
    supplica  attende l un tuo responso.  Imponetemi qualche servizio per
    provarvi il mio amore.
    ROSALINA: Ho spesso udito parlar di voi,  monsignor  Biron,  prima  di
    vedervi,  e  la  libera  lingua  del  mondo  vi proclama uomo colmo di
    scherni,  pieno di  similitudini  e  di  sarcasmi  mordenti,  che  voi
    lanciate  su  ogni  sorta di persona che giaccia alla merc del vostro
    spirito.  Per strappare questo assenzio dal vostro fecondo cervello  e
    quindi,  se  lo  desiderate,  per conquistare me che solo a tal prezzo
    potrete conquistare,  trascorrerete un  anno,  giorno  per  giorno,  a
    visitare  i  malati  silenziosi  e  a  conversare con gli infelici che
    gemono, e sar vostro compito indurre al sorriso gli infermi doloranti
    con tutti gli ardenti sforzi del vostro spirito.
    BIRON: Suscitare risa sfrenate nella gola della morte?  Non si pu,  
    impossibile; l'allegria non pu commuovere un'anima agonizzante.
    ROSALINA: Ebbene, questo  il modo per soffocare uno spirito irrisore,
    il  cui  influsso    originato  da  quel facile compiacimento che gli
    ascoltatori pronti al riso accordano agli sciocchi. Il successo di uno
    scherzo giace nell'orecchio di colui che lo ascolta e mai nella lingua
    di chi lo fa: quindi se le orecchie dei malati,  assordate dal clamore
    delle  loro  stesse  grida,  vorranno  ascoltare le vostre vane beffe,
    continuate pure, ed io vi accetter assieme a quel difetto. Ma se essi
    non vorranno,  gettate via quello spirito ed io vi ritrover libero da
    tal difetto, tutta felice del vostro emendamento.
    BIRON: Un anno!  Ebbene, accada quel che accada, scherzer per un anno
    in un ospedale.
    PRINCIPESSA (al Re): S,  mio dolce signore,  e cos prendo congedo da
    voi.
    RE: No, signora, vogliamo accompagnarvi.
    BIRON: Il nostro corteggiamento non finisce come una vecchia commedia.
    Il giovanotto non si  presa la sua ragazza,  ma la cortesia di queste
    signore avrebbe ben potuto cambiare la nostra festa in commedia.
    RE: Suvvia,  signore,  abbiamo da aspettare  soltanto  un  anno  e  un
    giorno, e poi sar finita.
    BIRON: E' troppo lungo per una commedia.
    (Rientra ARMADO).
    ARMADO: Soave Maest, consentitemi...
    PRINCIPESSA: Non  forse il nostro Ettore?
    DUMAIN: Il prode cavaliere di Troia.
    ARMADO:  Voglio  baciare  il  tuo dito regale,  e prender congedo.  Ho
    pronunciato un voto: ho giurato a Giacometta di  guidar  l'aratro  per
    amor suo durante tre anni.  Ma, o stimatissima Grandezza, volete udire
    il dialogo che i nostri due dotti hanno composto in lode della civetta
    e del cuculo?  Avrebbe dovuto essere  il  pezzo  finale  della  nostra
    rappresentazione.
    RE: Falli venire subito: li ascolteremo.
    ARMADO: Ol, avvicinatevi!
    (Rientrano OLOFERNE, NATANIELE, TIGNOLA, ZUCCA, ed altri).
    Da  questa  parte  c'  "Hiems",  l'inverno,  e  questi    "Ver",  la
    primavera: l'uno rappresentato dalla civetta,  e l'altro  dal  cuculo.
    "Ver", incomincia.

    CANZONE.

    PRIMAVERA: Quando viole e pratoline,
    Ed i billri bianchi d'argento
    Ed i ranuncoli dal giallo crine
    Fanno ogni prato d'april contento,
    Il cucco allora, su ogni pianta,
    Burla i mariti, ch cos canta:
    Cucc,

    Cucc, cucc, suono di morte
    Ingrato a orecchi di consorte!
    Quando le avene suona il pastore,
    E covan tortore, cornacchie e gazze,
    Segna la lodola al villan l'ore,
    E imbiancar tuniche fan le ragazze.
    Il cucco allora, su ogni pianta,
    Burla i mariti, ch cos canta:
    Cucc,

    Cucc, cucc suono di morte
    Ingrato a orecchi di consorte!
    INVERNO: Quando i ghiaccioli pendon dai tetti,
    Ed il pastore gratta il suo orecchio,
    E Maso reca nell'atrio i ceppi,
    E il latte gela che vien nel secchio,
    E il sangue  rigido, le vie son rotte,
    Civette estatiche cantan la notte:
    Tu-uit,

    To-u; allegro accento,
    Mentre Marcolfa schiuma la pentola,
    Quando il rovaio soffia pi greve,
    E il dir del parroco muor nella tosse,
    Gli uccelli posano gi tra la neve,
    E la Marianna le gote ha rosse,
    E in teglia sfrigolan le mele cotte,
    Civette estatiche cantan la notte:
    Tu-uit,

    Tu-u; allegro accento.
    Mentre Marcolfa schiuma la pentola.
    ARMADO:  Le  parole  di  Mercurio  sembran  stridenti  dopo  il  canto
    d'Apollo. Voi da quella parte, e noi da questa.
    (Escono)





    LA NOTTE DELL'EPIFANIA.


    PERSONAGGI.

    ORSINO, duca d'Illiria.
    SEBASTIANO, fratello di Viola.
    ANTONIO, capitano di mare, amico di Sebastiano.
    Un Capitano di mare, amico di Viola.
    VALENTINO, CURIO: gentiluomini al seguito del Duca.
    SIR TOBIA RUTTI, zio di Olivia.
    SIR ANDREA GOTAFLOSCIA.
    MALVOLIO, maggiordomo di Olivia.
    FABIANO; FESTE, buffone: servi di Olivia.
    OLIVIA.
    VIOLA.
    MARIA, ancella di Olivia.
    Signori, Preti, Marinai, Guardie, Musicanti ed altri del Seguito.

    Scena: Una citt dell'Illiria, e la costa vicina ad essa.


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Una stanza nel Palazzo del Duca.

    (Entrano il DUCA, CURIO ed altri Signori; i Musicanti suonano).
    DUCA: Se la musica  il nutrimento dell'amore,  continuate  a  sonare;
    datemene l'eccesso cos che,  abusandone, il mio desiderio ne ammali e
    muoia.  (Ai Musicanti) Ancora una  volta  quella  melodia!  Aveva  una
    cadenza  languida.  Oh,  essa  giungeva  al mio orecchio come la dolce
    brezza che spira su una sponda di violette,  rubandone  il  profumo  e
    diffondendolo  attorno.  Basta,  cessate;  adesso non  pi soave come
    prima...  Oh spirito dell'amore,  come sei vivo ed lacre!  Sebbene la
    tua immensit sia simile a quella del mare, pure nulla pu penetrarvi,
    qualunque ne sia la forza e l'eccellenza, senza subire una diminuzione
    e  un  deprezzamento in un solo minuto!  L'amore  cos pieno di forme
    mutevoli da esser lui solo fantasia suprema.
    CURIO: Volete andare a caccia, mio signore?
    DUCA: Di che cosa, Curio?
    CURIO: Del cervo.
    DUCA: S,  del cervo d'amore,  il cuore,  la parte pi  nobile  di  me
    stesso.  Oh,  quando i miei occhi videro Olivia per la prima volta, mi
    sembr  che  ella  purificasse  l'aria  da  una  pestilenza!   Fu   in
    quell'istante  che  mi  cambiai in un cervo,  e i miei desideri,  come
    feroci e crudeli veltri, da allora mi perseguitano sempre.
    (Entra VALENTINO).
    Ebbene, che notizie di lei?
    VALENTINO: Con licenza del mio signore,  non riuscii a farmi ricevere,
    ma vi reco questa risposta che mi fu trasmessa dalla sua ancella:
    il cielo stesso,  finch non siano trascorsi sette anni,  non vedr il
    suo volto scoperto.  Come una monaca ella camminer velata cospargendo
    ogni giorno la sua stanza di salse lacrime: e tutto ci per conservare
    l'amore di un fratello morto, amore che ella vorrebbe mantenere vivo e
    tenace nella sua triste memoria.
    DUCA:  Oh,  colei  che possiede un cuore di cos delicata struttura da
    pagare un tal debito d'amore a chi le fu solo  fratello,  come  dunque
    amer  quando  la  preziosa  freccia  dorata  di Cupido avr ucciso il
    gregge di tutti gli altri affetti che vivono in  lei;  quando  il  suo
    fegato,  il suo cervello e il suo cuore, questi troni sovrani, saranno
    tutti  occupati  e  nelle  sue  dolci  perfezioni  s'insedier  un  re
    assoluto!  (A  Gentiluomini del seguito) Precedetemi alle dolci aiuole
    fiorite;  i pensieri  d'amore  s'adagiano  mollemente  allorquando  li
    protegge un baldacchino di fronde!
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La riva del mare.

    (Entrano VIOLA, un Capitano e dei Marinai).
    VIOLA: Che paese  questo, amici?
    CAPITANO: E' l'Illiria, signora.
    VIOLA:  E  che dovrei farci in Illiria?  Mio fratello  nell'Eliso.  O
    forse non  annegato: che ne pensate, marinai?
    CAPITANO: E' per un caso che voi stessa vi siete salvata.
    VIOLA: Oh mio povero fratello!...  Pu  darsi  che  anch'egli  si  sia
    salvato per caso.
    CAPITANO:  E'  vero,  signora: e,  per consolarvi con una probabilit,
    siate sicura che dopo che la nostra nave si fu schiantata,  mentre voi
    e  quei  pochi  che  si salvarono con voi eravate aggrappati al nostro
    battello alla deriva,  vidi vostro fratello,  pieno di previdenza  nel
    pericolo,  legarsi  - poich il coraggio e la speranza gli suggerivano
    un tale espediente - ad un grosso albero che galleggiava  sul  mare  e
    quindi, come Arione sulla groppa del delfino, lo vidi tener testa alle
    onde fin tanto che lo potei scorgere.
    VIOLA:  Eccoti  dell'oro  per  avermi  detto  questo.  La  mia propria
    salvezza  lascia  intravvedere  alla  mia  speranza   un   salvataggio
    consimile  per  lui;  ed  a ci mi autorizza il tuo discorso.  Conosci
    questo paese?
    CAPITANO: S,  e bene,  signora;  poich nacqui e fui allevato  in  un
    luogo che non dista pi di tre ore da questo stesso.
    VIOLA: Chi governa qui?
    CAPITANO: Un duca! altrettanto nobile per natura che per nome.
    VIOLA: Come si chiama?
    CAPITANO: Orsino.
    VIOLA:  Orsino!  L'ho  udito  nominare  da mio padre,  egli era celibe
    allora.
    CAPITANO: E lo  anche adesso,  o lo era fino a pochissimo  tempo  fa;
    infatti me ne sono andato via di qua or' soltanto un mese,  ed allora
    appunto si cominciava a mormorare - sapete bene che i piccoli  voglion
    sempre  chiacchierare  di quel che fanno i grandi- che egli cercava di
    ottenere l'amore della bella Olivia.
    VIOLA: E chi  costei?
    CAPITANO: Una virtuosa fanciulla, figlia di un conte che mor circa un
    anno fa, lasciandola sotto la protezione di suo figlio, il fratello di
    lei,  che  morto anch'egli da poco:  ed  ,  come  si  dice,  per  il
    grandissimo  amore che gli portava che ella ha abiurato la compagnia e
    la vista degli uomini.
    VIOLA: Oh,  potessi servire quella signora e  non  rivelare  al  mondo
    quale sia il mio rango finch non avessi maturato il mio disegno!
    CAPITANO: Sarebbe difficile riuscirvi, poich ella non vuole accettare
    alcuna proposta, nemmeno quella del duca.
    VIOLA: Il tuo modo di comportarti  nobile, capitano; e bench sovente
    la natura recinga il vizio di un bel muro, tuttavia voglio credere che
    tu  abbia  un'anima  in  armonia col tuo aspetto nobile ed aperto.  Ti
    prego, ed io te ne ripagher largamente, di nascondere chi io sia e di
    essermi di aiuto a trovare il travestimento che meglio si adatta  alla
    forma  del mio intento.  Voglio servire quel duca: tu mi presenterai a
    lui come un eunuco.  Pu darsi che la  tua  non  sia  fatica  perduta,
    poich  so  cantare e potrei esprimermi a lui con melodie diverse,  il
    che mi far  riconoscere  come  degnissima  di  servirlo.  Per  quanto
    d'altro potr accadere mi rimetter al tempo;  tu conforma soltanto il
    tuo silenzio alla mia destrezza.
    CAPITANO: Siate dunque il suo eunuco,  come io sar il vostro muto.  I
    miei occhi cessino di vedere allorquando la mia lingua ciarler.
    VIOLA: Ti ringrazio: conducimi.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La casa di Olivia.

    (Entrano SIR TOBIA RUTTI e MARIA).
    TOBIA:  Che diamine ha mia nipote per prendersi tanto a cuore la morte
    di suo fratello? Certamente l'afflizione  nemica della vita.
    MARIA: In fede mia,  sir Tobia,  dovreste rincasar pi presto la sera;
    vostra cugina,  la mia signora,  muove forte eccezione alle vostre ore
    illecite.
    TOBIA: Ebbene, si eccettuino pure da parte sua le cose precedentemente
    eccettuate'.
    MARIA: S,  ma voi dovreste acconciarvi a rimanere nei modesti confini
    dell'ordine.
    TOBIA:  Acconciarmi!  Non  potr acconciarmi pi elegantemente di quel
    ch'io non faccia. Questo abito  abbastanza buono per quando bevo,  ed
    anche queste scarpe; se poi non lo sono, vadano pure ad impiccarsi coi
    loro stessi lacci!
    MARIA:  Questo  cioncare  e  bere vi roviner: ho udito la mia signora
    parlarne ieri,  ed anche di uno sciocco cavaliere che  avete  condotto
    qui una sera perch le facesse la corte.
    TOBIA: Chi? Sir Andrea Gotafloscia?
    MARIA: S, lui.
    TOBIA: E' un uomo valente quant'altri mai ve ne sono in Illiria.
    MARIA: E che c'entra questo?
    TOBIA: Eh, ha tremila ducati all'anno!
    MARIA:  S,  ma  rimarr solamente un anno con tutti quei ducati:  un
    completo imbecille ed uno scialacquatore.
    TOBIA: Vergogna,  dire una cosa simile!  Egli suona la viola da gamba,
    parla tre o quattro lingue parola per parola,  senza libro, e possiede
    tutti i bei doni della natura.
    MARIA: Li possiede davvero, e sono doni di semplicit naturale, poich
    oltre ad essere un imbecille,   un grande  attaccabrighe,  e  se  non
    avesse  il  dono  della vigliaccheria per temperare il gusto che prova
    nei litigi,  i saggi pensano che egli ben presto riceverebbe una tomba
    in dono.
    TOBIA:  Giuro  su questa mano che coloro che ne parlano in tal maniera
    sono dei ribaldi e dei sottrattori. Chi sono costoro?
    MARIA: Quelli stessi che aggiungono, per soprammercato,  che ogni sera
    egli si ubriaca in vostra compagnia...
    TOBIA:  ...brindando  per  alla salute di mia nipote.  Berr alla sua
    salute fin quando vi sar un passaggio nella mia  gola  e  bevanda  in
    Illiria;  colui  che  si  rifiuter  di bere alla salute di mia nipote
    finch il cervello non gli giri come una trottola  parrocchiale    un
    codardo e un poltrone. Suvvia, ragazza! Castigliano vulgo! poich ecco
    avanzarsi sir Andrea Gotafloscia.

    (Entra SIR ANDREA GOTAFLOSCIA).

    ANDREA: Sir Tobia Rutti! Come va, Sir Tobia Rutti!
    TOBIA: Soave sir Andrea!
    ANDREA: Dio vi benedica, bella bricconcella.
    MARIA: E voi pure, signore.
    TOBIA: Accosta, sir Andrea, accosta.
    ANDREA: Che cos'?
    TOBIA: La dama di compagnia di mia nipote.
    ANDREA: Buona signora Accosta,  desidero fare pi ampia conoscenza con
    voi.
    MARIA: Mi chiamo Maria, signore.
    ANDREA: Buona signora Maria Accosta...
    TOBIA: Siete in errore,  cavaliere: "accosta" significa  "affrontala",
    "abbordala", "corteggiala", "attaccala"!
    ANDREA:  In  fede  mia,  non  vorrei  avere  a che fare con lei in tal
    compagnia. E' questo il significato di "accosta"?
    MARIA: Addio signori.
    TOBIA: Se la lasci andar via cos,  sir Andrea,  che tu non possa  mai
    pi sguainare la spada.
    ANDREA: Se ve ne andate via cos,  signora, possa io non sguainare mai
    pi la mia spada. Bella signora, credete di aver in mano due sciocchi?
    MARIA: Signore, non vi tengo per mano.
    ANDREA: Perdiana, mi dovete tenere: ed eccovi la mia mano.
    (Le porge la mano che Maria stringe).
    MARIA: Ebbene signore, "il pensiero  libero": vi prego,  conducete la
    vostra mano alla bottiglieria e fatela bere.
    ANDREA: E perch, cuor mio? che significa la vostra metafora?
    MARIA: Significa che la vostra mano  asciutta, signore.
    ANDREA:  Eh,  lo  credo  bene:  non  sono  tanto  asino da non sapermi
    conservare le mani asciutte. Ma che razza di scherzo  il vostro?
    MARIA: Uno scherzo asciutto, signore.
    ANDREA: Ne avete molti di simili?
    MARIA: S, signore, li ho sulla punta delle dita: diamine,  ora che vi
    lascio andar la mano, non ne ho pi.
    (Esce).
    TOBIA:  Ah,  cavaliere ti ci vuole un bicchiere di vino delle Canarie:
    quando mai ti ho veduto sconfitto cos?
    ANDREA: Mai in vita vostra,  credo,  a meno che non mi  abbiate  visto
    atterrato  dal vino delle Canarie.  Mi sembra talvolta di non aver pi
    intelligenza di un cristiano o di un uomo qualunque;  ma sono un  gran
    mangiatore  di  manzo  e penso che sia proprio questo a danneggiare la
    mia intelligenza.
    TOBIA: Senza dubbio.
    ANDREA: Se ne fossi certo,  rinnegherei il  manzo.  Domani  monter  a
    cavallo e me ne torner a casa, sir Tobia.
    TOBIA: "Pourquoi", mio caro cavaliere?
    ANDREA: Che significa "pourquoi"? "Fatelo" o "non fatelo"? Vorrei aver
    dedicato  alle  lingue  quel tempo che ho concesso alla scherma,  alla
    danza,  ed ai combattimenti degli orsi Oh,  avessi io pigliato pratica
    nelle arti!
    TOBIA: Che capigliatura magnifica avresti posseduto allora!
    ANDREA: Come? Credete che ci mi avrebbe giovato alla chioma?
    TOBIA:  Senza  dubbio;  vedi  bene  infatti che essa non  ricciuta di
    natura.
    ANDREA: Ma mi sta abbastanza bene, non  vero?
    TOBIA: A maraviglia: pende come il lino da una conocchia,  e spero  di
    vedere una massaia prenderti tra le gambe e filarla.
    ANDREA:  In  fede  mia,  domani me ne andr a casa,  sir Tobia: vostra
    nipote non vuol lasciarsi vedere;  ed anche se lo  consente,  vi  sono
    quattro  probabilit  contro una che ella non vorr saperne di me;  il
    conte stesso che abita qui vicino le fa la corte.
    TOBIA: Ella non vuol saperne del conte; non vuole sposarsi con uno che
    le sia superiore per rango, o beni, o anni, o intelligenza;  glie l'ho
    sentito giurare. Via, via, finch c' vita c' speranza, amico!
    ANDREA:  Rimarr ancora un mese.  Sono un tipo che ha le pi singolari
    disposizioni del mondo; mi diletto moltissimo di mascherate e festini,
    talvolta.
    TOBIA: Ti intendi di queste bagattelle, cavaliere?
    ANDREA: Come qualsiasi uomo in Illiria chiunque egli sia,  purch  non
    appartenga  al  numero  dei  miei superiori;  pure non mi azzarderei a
    competere con un vecchio.
    TOBIA: Qual  la tua bravura in una gagliarda, cavaliere?
    ANDREA: In fede mia so trinciare una capriola.
    TOBIA: Ed io so trinciare il montone.
    ANDREA: E credo di saper fare  lo  scambietto  rovesciato  altrettanto
    bene quanto chiunque altro in Illiria.
    TOBIA:  Perch  simili  qualit son tenute nascoste?  Perch tali doti
    rimangono  celate  da  una  cortina?   Corrono  dunque   pericolo   di
    impolverarsi,  come  il ritratto della signora Mall?  Perch non te ne
    vai in chiesa ballando una gagliarda e non te ne ritorni al  passo  di
    una  corrente?  Il  mio  modo  stesso di camminare dovrebbe essere una
    giga;  e persino orinando ballerei su un ritmo di  cinque  tempi.  Che
    cosa pretendi? E' forse questo un mondo in cui sia lecito nascondere i
    propri meriti?  Pensavo,  a giudicare dalla eccellente struttura delle
    tue gambe,  che esse si fossero formate sotto la costellazione di  una
    gagliarda.
    ANDREA: S, le mie gambe sono forti, e fanno una discreta figura in un
    paio di calze color fiamma. Dobbiamo improvvisare un po' di baldoria?
    TOBIA:  E  che  altro  dovremmo  fare?  Non  siamo forse nati sotto la
    costellazione del Toro?
    ANDREA: Il Toro! Esercita il suo influsso sui fianchi e sul cuore.
    TOBIA: No, signore,  sulle gambe e sulle cosce.  Lascia che io ti veda
    fare lo scambietto; ah, pi alto! Ah, ah, meraviglioso!
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Il Palazzo del Duca.

    (Entrano VALENTINO e VIOLA travestita da uomo).
    VALENTINO: Se il duca continua in questi favori verso di noi, Cesario,
    probabilmente  farete  molta  strada: egli vi conosce solamente da tre
    giorni, e gi non siete pi un estraneo.
    VIOLA: Temete o il suo capriccio o la mia intelligenza,  se mettete in
    dubbio la continuazione del suo amore;   dunque incostante,  signore,
    nei suoi favori?
    VALENTINO: No, credetemi.
    VIOLA: Vi ringrazio. Ecco che viene il conte.
    (Entrano il DUCA, CURIO e il Seguito).
    DUCA: Ol, chi ha veduto Cesario?
    VIOLA: Ai vostri ordini, mio signore; eccomi.
    DUCA (al Seguito): Allontanatevi un momento. (A Viola) Cesario, tu sai
    tutto; io ti ho disserrato il libro dei miei pensieri segreti. Quindi,
    buon giovane,  volgi i tuoi passi verso di lei e non lasciarti vietare
    l'entrata; rimani alla sua porta e di' alla sua gente che il tuo piede
    vi rimarr radicato finch tu non abbia ottenuto udienza.
    VIOLA: Di certo,  mio nobile signore, se ella  abbandonata al dolore,
    come si dice, non mi ricever mai.
    DUCA: Fai chiasso e varca tutti i limiti dell'urbanit  piuttosto  che
    ritornare senza profitto.
    VIOLA:  E  ammettendo  che riesca a parlare,  mio signore,  come debbo
    regolarmi?
    DUCA: Oh,  allora svelale la passione  del  mio  amore  e  sorprendila
    parlandole della mia profonda devozione: sei proprio la persona che ci
    vuole  per  rappresentarle  i  miei  dolori.  Ella  li  ascolter  pi
    benignamente dalla tua giovinezza che da un ambasciatore di pi  grave
    aspetto.
    VIOLA: Non credo, mio signore.
    DUCA: Caro ragazzo,  credimelo;  poich chiunque affermasse che tu sei
    gi un uomo mentirebbe ai tuoi anni felici.  Le labbra  di  Diana  non
    sono  pi  tenere  e  vermiglie delle tue;  la tua piccola voce  come
    quella di una fanciulla,  squillante e pura,  e se tu dovessi recitare
    faresti  una parte di donna.  So che la tua costellazione  propizia a
    questa faccenda.  (Al seguito che sta in disparte) Quattro o cinque di
    voi lo seguano;  tutti,  se volete;  poich, per conto mio, sto meglio
    quando non sono in compagnia. (A Viola) Se riesci nell'impresa, vivrai
    liberamente quanto il  tuo  signore,  e  potrai  chiamar  tua  la  sua
    fortuna.
    VIOLA: Far del mio meglio per corteggiare la vostra amata.  (A parte)
    Pure, che lotta penosa! Chiunque io corteggi, sono io che vorrei esser
    sua moglie.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - La casa di Olivia.

    (Entrano MARIA e il Buffone).
    MARIA: Suvvia,  o mi dici dove sei stato,  oppure non aprir le labbra
    per  giustificarti  nemmeno  quanto basti a farci passare un crino: la
    mia signora ti far impiccare per la tua assenza.
    BUFFONE: Mi faccia pure impiccare:  colui  che    bene  impiccato  in
    questo mondo non ha pi da temere i colori.
    MARIA: Spiegati.
    BUFFONE: Non vedr pi nulla di temibile.
    MARIA:  Una risposta magra come la quaresima: io potrei spiegarti dove
    nacque l'espressione "non temo i colori".
    BUFFONE: E dove, buona signora Maria?
    MARIA: In guerra;  e questo  potrete  arditamente  affermarlo  tra  le
    vostre buffonate.
    BUFFONE:  Bene;  che  Iddio  conceda  la saggezza a coloro che ne sono
    provvisti, e quelli che sono sciocchi usino i loro talenti.
    MARIA: Eppure sarete impiccato per esservi assentato per tanto  tempo;
    ed  essere  scacciato di casa non sarebbe per voi lo stesso che venire
    impiccato?
    BUFFONE: Molte buone impiccagioni salvano da un cattivo matrimonio:  e
    in  quanto  ad  essere  scacciato,  ci  penser l'estate ad aiutarmi a
    campare.
    MARIA: Siete risoluto, dunque?
    BUFFONE: No, nemmeno; ma sono risoluto su due punti.
    MARIA: Gi,  due puntali!  In maniera che se uno  cede  l'altro  tenga
    fermo, poich se tutti e due si rompono, le vostre brache cadono.
    BUFFONE: Bene,  in fede mia, benissimo! Suvvia, va' per la tua strada:
    se sir Tobia smettesse di bere tu saresti il pi savio pezzo di  carne
    d'Eva che vi sia in Illiria.
    MARIA:  Silenzio,  briccone,  basta  di  ci.  Ecco  che  viene la mia
    signora: fareste meglio a scusarvi saggiamente.
    (Esce).
    BUFFONE:  Senno,   se  tale    la  tua  volont,   mettimi  in  buona
    disposizione  a  dir  buffonate!   Quegli  spiritosi  che  credono  di
    possederti spessissimo non sono che degli sciocchi;  ed io,  che  sono
    sicuro  di non averti,  posso passare per un saggio.  Che dice infatti
    Quinapalus? "Meglio uno sciocco di spirito che un saggio sciocco".
    (Entra OLIVIA con MALVOLIO).
    Dio ti benedica, signora!
    OLIVIA: Conducete via l'imbecille!
    BUFFONE: Non avete udito, compagni? Conducete via la signora.
    OLIVIA: Ors,  siete un buffone senza sugo;  ne ho abbastanza di  voi:
    inoltre state diventando licenzioso.
    BUFFONE:  Due  difetti,  madonna,  che  il  bere  e  i  buoni consigli
    guariranno;  date infatti da bere al buffone e il buffone non sar pi
    senza  sugo;  dite  all'uomo  licenzioso  di  correggersi e se egli si
    emender non sar pi licenzioso:  se  invece  non  riuscir  nel  suo
    intento, c' il rattoppatore per rappezzarlo. Ogni cosa emendata non 
    che  rattoppata:  la  virt  che  trasgredisce non  che rattoppata di
    vizio, e il peccato che si corregge non  che rattoppato di virt.  Se
    questo semplice sillogismo vi soddisfa,  bene; se non vi soddisfa, che
    farci?  Com' vero che non c' di veramente cornuto che  la  sventura,
    cos  la  bellezza    un fiore.  La signora ha ordinato di condur via
    l'imbecille: e quindi, ripeto, conducetela via.
    OLIVIA: Messere, ho ordinato di condurre via voi.
    BUFFONE: Un malinteso al massimo grado!  Signora,  "cucullus non facit
    monacum",   il  che  equivarrebbe  a  sostenere  che  non  ho  l'abito
    d'arlecchino in testa.  Buona madonna,  datemi licenza di  dimostrarvi
    che siete un imbecille.
    OLIVIA: Ci riuscirete?
    BUFFONE: Destramente, buona madonna.
    OLIVIA: Fate la vostra prova.
    BUFFONE:  Prima bisogna che vi catechizzi,  madonna: mio buon topolino
    di virt, rispondetemi .
    OLIVIA: Bene, signore, per mancanza di altro passatempo, mi sottoporr
    alla vostra prova.
    BUFFONE: Buona madonna, perch ti affliggi?
    OLIVIA: Buon pazzo, per la morte di mio fratello.
    BUFFONE: Penso che la sua anima sia all'inferno, madonna.
    OLIVIA: So che la sua anima  in cielo, buffone.
    BUFFONE: Siete ben sciocca allora,  madonna,  se vi affliggete  perch
    l'anima  di  vostro  fratello   in cielo.  Conducete via l'imbecille,
    signori.
    OLIVIA: Che ne pensate di questo buffone,  Malvolio?  Non si  corregge
    dunque?
    MALVOLIO:  S,  e  continuer  a  correggersi in tal maniera finch le
    angosce della morte non lo scoteranno.  L'infermit che fa deperire  i
    saggi, migliora sempre gli sciocchi.
    BUFFONE: Dio vi mandi,  signore,  una pronta infermit per lo sviluppo
    della vostra stupidaggine!  Sir Tobia  pronto a giurare che non  sono
    una volpe;  ma non impegnerebbe la sua parola neanche per due soldi se
    dovesse affermare che non siete uno scemo.
    OLIVIA: Che avete da replicare a questo, Malvolio?
    MALVOLIO: Mi maraviglio che la Signoria Vostra si  diverta  tanto  con
    questo  insipido  furfante:  l'altro giorno vidi un buffone qualunque,
    che  non  ha  pi  cervello  di  una  pietra,   ridurlo  al  silenzio.
    Guardatelo,    gi  tutto  sconcertato;  a meno che non vi mettiate a
    ridere e non gli diate una buona occasione,   imbavagliato.  Sul  mio
    onore,  mi  sembra  che  le  persone di buon senso che si entusiasmano
    tanto per questa gena di buffoni artificiali  siano  esse  stesse  al
    livello dei tirapiedi dei buffoni.
    OLIVIA: Oh,  avete la malattia dell'amor proprio, Malvolio, e il gusto
    di un  appetito  rovinato.  Quando  si    generosi,  innocenti  e  di
    temperamento  magnanimo si devono considerare quadrella quelle che voi
    stimate palle da cannone. Non vi  maldicenza in un buffone patentato,
    anche se egli non faccia altro che dire ingiurie;  n vi  ingiuria da
    parte  di  un uomo di pretesa discrezione che non sappia far altro che
    censurare.
    BUFFONE: E adesso Mercurio ti  doni  l'arte  di  mentire,  poich  hai
    parlato bene dei buffoni!
    (Rientra MARIA).

    MARIA:  Signora,  c'  alla  porta  un giovane gentiluomo che desidera
    molto di parlarvi.
    OLIVIA: Da parte del conte Orsino, non  vero?
    MARIA: Non so, signora:  un bel giovanotto, e bene accompagnato.
    OLIVIA: Chi della mia gente lo trattiene?
    MARIA: Sir Tobia, signora, il vostro parente.
    OLIVIA:  Allontanatelo,  vi  prego;   egli  parla  da  insensato:  che
    vergogna!  (Esce  Maria)  Andate  voi,  Malvolio;  se  si tratta di un
    messaggio da parte del conte,  dite che sono malata o che non mi trovo
    in casa; raccontategli quel che volete per congedarlo. (Esce Malvolio)
    Ora,  vedete,  signore,  come le vostre buffonate invecchiano e quanto
    dispiacciono alla gente.
    BUFFONE: Hai parlato in nostro favore, madonna,  come se il tuo figlio
    maggiore  fosse  un  buffone;  che  Giove  gli  rimpinzi  il cranio di
    cervello!  Poich - ed eccolo che viene - uno dei tuoi parenti  ha  la
    "pia mater" debolissima.

    (Entra SIR TOBIA).

    OLIVIA: Sull'onor mio,  mezzo ubriaco. Chi c' alla porta, cugino?
    TOBIA: Un gentiluomo.
    OLIVIA: Un gentiluomo! Che gentiluomo?
    TOBIA:  C'  un  gentiluomo...  (D  segno di flatulenza) Maledette le
    aringhe marinate! (Al buffone) Ebbene, scemo?
    BUFFONE: Buon sir Tobia!
    OLIVIA: Cugino,  cugino,  come mai siete caduto cos  di  buon'ora  in
    codesta prostrazione?
    TOBIA: Prostituzione!  La sfido,  io,  la prostituzione!. C' uno alla
    porta.
    OLIVIA: Gi, e chi ?
    TOBIA: Sia pure anche il  diavolo,  se  vuole,  io  non  me  ne  curo:
    prestatemi fede, dico. Bene, poco importa.
    (Esce).
    OLIVIA: A cosa somiglia un ubriaco, buffone?
    BUFFONE: A un annegato,  a uno sciocco e ad un matto: un sorso pi del
    necessario lo rende scemo,  un secondo lo fa impazzire ed un terzo  lo
    annega.
    OLIVIA: Va' a cercare il magistrato,  e che faccia un'inchiesta su mio
    cugino: poich questi  nel terzo stadio dell'ubriachezza,  annegato;
    va', e veglia su di lui.
    BUFFONE: E' soltanto pazzo per il  momento,  madonna,  ed  il  buffone
    veglier sul matto.
    (Esce).

    (Rientra MALVOLIO).

    MALVOLIO: Signora,  quel giovanotto giura che parler con voi.  Gli ho
    detto che eravate malata, ed egli sostiene che gi lo sapeva, e quindi
    viene per parlarvi. Gli ho detto che dormivate: sembra che egli avesse
    un'antiveggenza anche di questo, e quindi viene per parlarvi. Che cosa
    bisogna dirgli, signora? Egli  corazzato contro ogni rifiuto.
    OLIVIA: Ditegli che non parler con me.
    MALVOLIO: Gli  stato gi detto;  ed egli sostiene  che  rimarr  alla
    vostra  porta  come  il  palo  che  si  erge  davanti alla casa di uno
    sceriffo,  e che far magari da sostegno ad una panchina,  a meno  che
    non riesca a parlarvi.
    OLIVIA: Che specie d'uomo ?
    MALVOLIO: Diamine, della specie umana.
    OLIVIA: Che maniera d'uomo?
    MALVOLIO:  Oh,  di  pessime maniere;  si ostina a volervi parlare,  vi
    piaccia o non vi piaccia.
    OLIVIA: Qual  il suo aspetto e la sua et?
    MALVOLIO: Non  ancora vecchio  abbastanza  per  essere  un  uomo,  n
    abbastanza giovane per essere un ragazzo;   come un baccello prima di
    contenere i piselli,  o una mela acerba prima di  esser  completamente
    matura; sta come nell'acqua al volger della marca, tra la fanciullezza
    e  la virilit.  Ha buonissimo aspetto e parla con molta impertinenza;
    si direbbe che egli abbia ancora sulle labbra il latte materno.
    OLIVIA: Lasciatelo avvicinare e fate venir qui la mia gentildonna.
    MALVOLIO: Signora, la mia padrona vi chiama.
    (Esce).

    (Rientra MARIA).

    OLIVIA: Datemi il mio velo; su,  abbassatemelo sul volto.  Ascolteremo
    ancora una volta l'ambasceria di Orsino.

    (Entra VIOLA col Seguito).

    VIOLA: Qual  l'onorevole padrona di questa casa?
    OLIVIA: Parlate a me, risponder per lei. Che volete?
    VIOLA:  Radiosissima,  squisitissima  ed  assolutamente impareggiabile
    bellezza...  vi prego,  ditemi se sono innanzi alla padrona di  questa
    casa,  poich non l'ho mai veduta.  Mi dispiacerebbe gettar via il mio
    discorso,  poich oltre ad essere molto ben composto mi sono  dato  un
    gran da fare per impararlo a mente. Amabili bellezze, non lasciate che
    io  subisca  un affronto;  sono molto sensibile,  anche al pi leggero
    sgarbo.
    OLIVIA: Di dove venite, signore?
    VIOLA: Non saprei dirvi gran che oltre alla parte che ho  studiato,  e
    la  vostra  domanda  non rientra nella mia missione.  Amabile signora,
    datemi congrua assicurazione, se siete voi la padrona di casa,  che io
    possa procedere nel mio discorso.
    OLIVIA: Siete un commediante?
    VIOLA:  No,  anima  profondamente  sagace:  eppure  giuro per le zanne
    stesse della malizia,  che non sono quello che sembro.  Siete  voi  la
    padrona di casa?
    OLIVIA: Se non commetto un'usurpazione verso me stessa, lo sono.
    VIOLA:  Di  certo,  se  lo siete,  commettete un'usurpazione verso voi
    stessa,  poich quel che vi appartiene affinch lo concediate  non  vi
    appartiene per conservarlo.  Ma questo esula dal mio incarico;  voglio
    continuare il mio discorso in vostra lode e quindi mostrarvi il  cuore
    del mio messaggio.
    OLIVIA:  Venite  a  ci  che  esso  contiene d'importante: vi dispenso
    dall'elogio.
    VIOLA: Ahim, ho fatto tanta fatica a studiarlo, ed  poetico.
    OLIVIA: E' tanto  pi  probabile  allora  che  sia  falso.  Vi  prego,
    tenetevelo  per  voi.  Ho  udito che siete stato impertinente alla mia
    porta,  ed ho permesso che vi avvicinaste piuttosto per  curiosit  di
    voi che per ascoltarvi.  Se non siete completamente matto, andatevene;
    se siete ragionevole, siate breve; non  per me questa una fase lunare
    durante  la  quale  io   possa   partecipare   a   un   dialogo   cos
    sconclusionato.
    MARIA: Volete spiegar le vele, signore? Questa  la strada.
    VIOLA:  No,  mio  buon  mozzo;  bisogna ch'io resti qui ancora un poco
    lasciandomi  andare  alla  deriva.   (A  Olivia   indicandole   Maria)
    Intenerite un poco il vostro gigante, cara signora.
    OLIVIA: Ditemi il vostro scopo.
    VIOLA: Io sono un messaggero...
    OLIVIA:  Certamente  avete qualcosa di orribile da dirmi se il cortese
    principio ne  cos timido. Spiegate il vostro ufficio.
    VIOLA: Esso riguarda solamente il vostro orecchio.  Non  vi  porto  n
    dichiarazione di guerra n richiesta di omaggio;  reco in mano l'olivo
    e le mie parole sono altrettanto pacifiche quanto sensate.
    OLIVIA: Eppure avete cominciato rozzamente. Chi siete? Che desiderate?
    VIOLA: La rudezza che  apparsa in me l'ho  imparata  dal  trattamento
    che ho ricevuto.  Chi io sia e quel ch'io desideri,  un greto come la
    verginit, che  cosa sacra per le vostre orecchie ma profanazione per
    quelle di ogni altro.
    OLIVIA (A Maria e al Seguito):  Lasciateci  soli:  vogliamo  ascoltare
    questa cosa sacra. (Escono Maria e il Seguito) E adesso, signore, qual
     il vostro testo?
    VIOLA: Soavissima signora...
    OLIVIA:  Dottrina consolante e su cui molto ci sarebbe da dire.  Dov'
    il vostro testo?
    VIOLA: Nel petto di Orsino.
    OLIVIA: Nel suo petto? In che capitolo del suo petto?
    VIOLA: Per rispondervi  metodicamente,  nel  primo  capitolo  del  suo
    cuore.
    OLIVIA: Oh, l'ho letto, ed  un'eresia. Non avete altro da dirmi?
    VIOLA: Buona signora, lasciatevi vedere in viso.
    OLIVIA:  Avete forse incarico da parte del vostro signore di negoziare
    col mio volto?  Adesso siete lontano dal vostro testo,  ma tireremo le
    tendina e vi mostreremo il quadro.  Guardate,  signore, ecco come sono
    attualmente: non  ben fatto?
    (Si toglie il velo).
    VIOLA: Mirabilmente, se  Dio che ha fatto tutto.
    OLIVIA: E' di colore duraturo,  signore,  e resister al vento ed alla
    tempesta.
    VIOLA:  Bellezza  fusa  magnificamente,  in  cui  il rosso e il bianco
    furono distesi dalla stessa amabile  e  sapiente  mano  della  natura.
    Signora,  voi  sarete  la  pi  crudele delle donne viventi se vorrete
    condurre tutte queste grazie alla tomba senza lasciarne una  copia  al
    mondo.
    OLIVIA: Oh,  signore,  non sar cos dura di cuore,  distribuir molte
    schede della mia bellezza; essa sar inventariata, ed ogni sua singola
    parte e articolo elencato nel mio testamento, cos: paragrafo uno, due
    labbra abbastanza rosse;  paragrafo due,  un paio  d'occhi  grigi  con
    relative  palpebre;  paragrafo tre,  un collo,  un mento,  e cos via.
    Siete stato inviato qui per far le mie lodi?
    VIOLA: Vedo che cosa siete: siete troppo superba.  Ma,  foste anche il
    diavolo, siete bella. Il mio signore e padrone vi ama ed un tale amore
    dovrebbe  essere  compensato  anche se foste incoronata bellezza senza
    pari!
    OLIVIA: Come mi ama?
    VIOLA: Con adorazione,  con copiose lacrime,  con  gemiti  echeggianti
    d'amore, con sospiri di fuoco.
    OLIVIA: Il vostro signore conosce il mio pensiero. Non posso amarlo, e
    pure  lo  stimo  virtuoso,  so  che    nobile,  di  grandi mezzi,  di
    giovinezza  fresca  e  immacolata,  di  buona  reputazione,  per  fama
    liberale,  colto  e  valente e,  per le proporzioni e le forme dategli
    dalla natura,  una graziosa persona.  Pure non posso amarlo,  ed  egli
    avrebbe dovuto rassegnarsi a tale risposta gi da lungo tempo.
    VIOLA:  Se  vi  amassi  colla  fiamma  del mio padrone,  con la stessa
    sofferenza e con una vita che  come un  morire,  non  troverei  alcun
    senso nel vostro rifiuto; non lo comprenderei.
    OLIVIA: Ebbene, cosa fareste allora?
    VIOLA:  Mi  costruirei  una  capanna  di  salice  alla  vostra porta e
    invocherei l'anima mia chiusa nella vostra casa; scriverei leali canti
    d'amore respinto e li canterei ben forte pur  nel  cuor  della  notte;
    getterei  il  vostro  nome  alle  colline  echeggianti costringendo la
    loquace pettegola dell'aria a  gridare:  "Olivia!".  Oh,  non  avreste
    potuto aver pace tra i due elementi,  l'aria e la terra,  se prima non
    aveste provato piet per me.
    OLIVIA: Voi potreste far molto. Qual  la vostra nascita?
    VIOLA: Al di sopra  delle  mie  fortune,  ma  nonostante  ci  la  mia
    situazione  buona: sono gentiluomo.
    OLIVIA: Tornate dal vostro signore: non posso amarlo.  Ditegli che non
    mandi altri messaggi, a meno che,  forse,  non torniate voi stesso qui
    da  me per riferirmi come prende il mio rifiuto.  Addio,  vi ringrazio
    per il vostro zelo: (dandole del danaro) spendete questo per me.
    VIOLA  (respingendo  la  mano  di  Olivia):  Non  sono  un  messaggero
    prezzolato, signora; tenetevi la vostra borsa;  al mio padrone, non a
    me che dovreste una ricompensa.  Amore trasformi in pietra il cuore di
    colui che amerete e possa  il  vostro  ardore,  come  quello  del  mio
    padrone, esser posto in dispregio! Addio, bella crudele.
    (Esce).
    OLIVIA: "Qual  la vostra nascita?". "Al disopra delle mie fortune, ma
    nonostante  ci  la  mia situazione  buona: sono gentiluomo".  Potrei
    giurare che lo sei, il tuo linguaggio, il tuo volto, le tue membra, le
    azioni e lo spirito ti danno un quintuplo blasone...  Ma non  cos  in
    fretta: piano piano!  Peccato che il padrone non sia il servo. Suvvia!
    Si pu dunque cos presto  essere  attaccati  dal  male?  Mi  pare  di
    sentire  le  perfezioni di questo giovane infiltrarsi in me attraverso
    ai miei occhi con un impercettibile ed inavvertito movimento.  Ebbene,
    sia pure. Ehi, Malvolio!

    (Rientra MALVOLIO).

    MALVOLIO: Eccomi ai vostri ordini, signora.
    OLIVIA:  Corri  dietro  a  quell'impertinente  messaggero,  l'uomo del
    conte; ha lasciato quest'anello,  mio malgrado,  e tu digli che non ne
    voglio sapere.  Raccomandagli di non lusingare il suo signore e di non
    sostenerlo con delle speranze,  io non son per lui.  Se  quel  giovane
    vorr venir qui domani, gliene esporr le ragioni, sbrigati, Malvolio.
    MALVOLIO: Va bene, signora.
    (Esce).
    OLIVIA:  Non  so  cosa  faccio,  e temo di accorgermi che i miei occhi
    hanno troppo lusingato la mia mente. Destino, mostra la tua forza; noi
    non ci apparteniamo. Ci che  decretato dev'essere, e cos sia.
    (Esce).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - La riva del mare.

    (Entrano ANTONIO e SEBASTIANO).
    ANTONIO: Non volete fermarvi ancora?  E non volete permettere  che  io
    venga con voi?
    SEBASTIANO: No,  con vostra licenza. Le mie stelle brillano tetramente
    su di me;  la malignit del mio fato potrebbe forse avere una  cattiva
    influenza  sul  vostro,  e  quindi  vi  scongiuro  di  lasciare che io
    sopporti da solo le mie sciagure. Sarebbe una brutta ricompensa per il
    vostro amore permettere che qualcuna di esse venisse a cadere su voi.
    ANTONIO: Fatemi almeno sapere dove siete diretto.
    SEBASTIANO: No, in fede mia, signore: il viaggio che ho prestabilito 
    puro vagabondaggio.  Ma scorgo in  voi  un  tratto  cos  squisito  di
    delicatezza  che  certo non cercherete di strapparmi quello che voglio
    tenermi in cuore: e maggiormente questo mi obbliga  alla  cortesia  di
    farmi conoscere da voi. Dovete dunque sapere, Antonio, che il mio nome
     Sebastiano,  che io mutai in Roderigo. Mio padre era quel Sebastiano
    di Messalina di cui so che avete sentito parlare. Egli lasci al mondo
    me ed una sorella,  nati entrambi nella stessa ora: avesse  voluto  il
    cielo che fossimo anche morti nel medesimo istante!  Ma voi,  signore,
    avete modificato la situazione,  poich  circa  un'ora  prima  che  mi
    salvaste dai frangenti del mare mia sorella anneg.
    ANTONIO: Ahim, che giorno!
    SEBASTIANO:  Una  donna,  signore,  che,  per  quanto considerata a me
    somigliantissima,  era da molti stimata bella e bench  io  non  possa
    completamente  aderire  a  questa  eccessiva  ammirazione,  pure posso
    azzardarmi ad asserire che  ella  possedeva  un'anima  che  la  stessa
    invidia  non  avrebbe  potuto  chiamare altro che bella.  Ella  ormai
    annegata nell'acqua marina,  signore,  ma penso che dovr annegare  il
    suo ricordo in un'acqua ancora pi amara.
    ANTONIO:  Perdonate,  signore,  il  misero  trattamento  che ho potuto
    offrirvi.
    SEBASTIANO: O buon Antonio, perdonatemi il disagio che vi ho dato.
    ANTONIO: Se non volete uccidermi in cambio del mio  affetto,  lasciate
    che io sia il vostro servo.
    SEBASTIANO: Se non volete disfare quel che avete fatto, ossia uccidere
    colui che avete salvato,  non insistete. Addio in fretta: il mio cuore
     pieno di tenerezza e sono ancora cos vicino  al  carattere  di  mia
    madre  che  alla minima occasione i miei occhi sono pronti a tradirmi.
    Mi dirigo alla corte del conte Orsino: addio.
    (Esce).
    ANTONIO: Che il favore di tutti gli di ti accompagni! Ho molti nemici
    alla corte di Orsino,  altrimenti tra breve ti avrei raggiunto laggi.
    Ma accada quel che pu,  io ti adoro talmente che il pericolo mi parr
    un divertimento, e andr lo stesso.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Una strada.

    (Entra VIOLA, e MALVOLIO che la segue).
    MALVOLIO: Non eravate un momento fa con la contessa Olivia?
    VIOLA: Proprio un momento fa; camminando di passo moderato ho avuto il
    tempo di arrivare appena qui.
    MALVOLIO: Ella vi restituisce questo anello,  signore: avreste  potuto
    risparmiarmi  tale fatica portandolo via da voi stesso.  Ella aggiunge
    inoltre che dovreste dare al vostro signore la pi disperata  certezza
    che  ella  non vuol saperne di lui,  ed ancora un'altra cosa aggiunge,
    cio che non dovete pi permettervi di immischiarvi negli  affari  del
    vostro  signore,  a  meno  che  non veniate a riferire come egli abbia
    preso le cose. Prendetelo, signore.
    (Fa per dare l'anello a Viola).
    VIOLA: Ella ha accettato l'anello da me: non lo voglio.
    MALVOLIO: Suvvia,  signore,  voi glielo avete gettato con impertinenza
    ed  suo volere che vi sia cos restituito. Se vale la pena inchinarsi
    per raccoglierlo,  ecco l sotto i vostri occhi;  e se no,  appartenga
    pure a chi lo trover.
    (Esce).
    VIOLA: Non le ho lasciato alcun anello: che intende questa signora? Il
    destino non voglia che la mia apparenza l'abbia affascinata!  Ella  mi
    ha guardata ben bene;  in verit mi ha guardata tanto che mi parve che
    i suoi occhi avessero perduto ogni rapporto con la sua lingua,  poich
    parlava a scatti e sconnessanente.  Ella mi ama,  di certo;  l'astuzia
    della sua passione mi invita per mezzo di questo scortese  messaggero.
    Non vuol saperne dell'anello del mio signore! Ma egli non gliene mand
    alcuno.  Sono  io  il suo uomo e se  cos,  com' certamente,  povera
    signora, farebbe meglio ad amare un sogno!  O travestimento,  vedo che
    sei una perversit di cui l'abile Nemico sa far buon uso.  Come riesce
    facile agli ingannatori di bell'aspetto imprimere i loro sembianti nei
    cuori di cera delle donne!  Ahim,   la nostra fragilit  che  ne  ha
    colpa,  non noi,  poich quali siamo state fatte, tali noi siamo. Come
    si metteranno le cose? Il mio padrone l'ama teneramente, ed io, povero
    mostro,  sono altrettanto innamorata di lui,  ed  ella,  ingannandosi,
    sembra  andar  pazza per me.  Come andr a finire?  Come uomo,  la mia
    situazione  disperata per guadagnarmi l'amore del mio  padrone;  come
    donna,  ahim!,  quanti inutili sospiri innalzer la povera Olivia!  O
    tempo, sei tu che devi districare questa vicenda, non io;  per me  un
    nodo troppo difficile a sciogliere!
    (Esce).


    SCENA TERZA - La casa di Olivia.

    (Entrano SIR TOBIA e SIR ANDREA).
    TOBIA:  Avvicinati,  sir  Andrea.  Non  essere  ancora a letto dopo la
    mezzanotte vuol dire esser levati per tempo; e "diluculo surgere", sai
    bene...
    ANDREA: No, in fede mia, non lo so; ma so che star levato fino a tardi
     star levato fino a tardi.
    TOBIA: Una conclusione falsa che mi ripugna come  una  mezzina  vuota.
    Esser  levato  dopo  la  mezzanotte  e  andare  a coricarsi allora,  
    coricarsi di buon mattino;  cos che andare a letto dopo la mezzanotte
     andare a letto per tempo. Forse che la nostra vita non  composta di
    quattro elementi?
    ANDREA:  In  fede  mia,  cos si dice,  ma io credo piuttosto che essa
    consista di mangiare e bere.
    TOBIA: Tu sei un dotto; dunque mangiamo e beviamo. Marianna, dico!  Un
    boccale di vino!

    (Entra il Buffone).

    ANDREA: Ecco il buffone, in fede mia.
    BUFFONE: Ebbene,  cuori miei, non avete mai veduto il ritratto di "noi
    tre"?
    TOBIA: Benvenuto, somaro. E adesso cantiamo un ritornello.
    ANDREA:  Sulla  mia  parola,   il  buffone  ha  una  voce  eccellente.
    Rinuncerei  a  quaranta  scellini per avere una gamba cos bella e una
    voce cos dolce al canto come quella del buffone. In verit, ieri sera
    fosti di una buffoneria deliziosa,  allorch parlasti di Pigrogomitus,
    e  dei  Vapii che attraversano l'equatore di Queubus: ottimo,  in fede
    mia. Ti mandai sei soldi per la tua bella: li hai ricevuti?
    BUFFONE: Ho insaccocciato la tua grattificazione;  poich il  naso  di
    Malvolio non  un manico di frusta,  la mia donna ha le mani bianche e
    "I Mirmidoni" non  una volgare birreria.
    ANDREA: Eccellente!  Ebbene,  dopo tutto,  questa   la  tua  migliore
    buffoneria. E adesso, una canzone.
    TOBIA: Suvvia, ecco sei soldi per voi; sentiamo una canzone.
    ANDREA: Ed ecco un testone anche da me; quando un cavaliere d...
    BUFFONE: Volete una canzone d'amore o una canzone di buona vita?
    TOBIA: Una canzone d'amore, una canzone d'amore.
    ANDREA: S, s: a me non interessa la vita buona.
    BUFFONE (canta):
    O bella mia, dove andate errando?
    Oh, udite, il vostro fedel v' accanto,
    che sa cantar forte e adagio.
    Non vagate oltre, mio dolce cuore,
    cessano i giri al convegno d'amore,
    ci sa il figliuol d'uom saggio.
    ANDREA: Eccellentemente bene, in fede mia
    TOBIA: Bene, bene.
    BUFFONE (canta):
    L'amor cos'? Nel futuro  fiso?
    La gioia d'oggi vuol d'oggi il riso;
    di quel ch' atteso non s' sicuri.
    A che mai giova se s'aspetta?
    Vien dunque a baciarmi, o tanto diletta;
    giovent non  stoffa che duri.
    ANDREA: Una voce melliflua, come  vero che sono onorato cavaliere.
    TOBIA: Un'aria contagiosa.
    ANDREA: Molto soave e contagiosa, in fede mia.
    TOBIA:  A giudicarlo col naso,   un dolce contagio.  Ma dobbiamo bere
    tanto da far ballare il cielo?  Dobbiamo svegliare la civetta  con  un
    ritornello  capace  di  strappar  tre anime ad un tessitore?  Vogliamo
    farlo?
    ANDREA: Se mi amate,  facciamolo: ho il fiuto d'un cane per le canzoni
    a coda.
    BUFFONE: Per la madonna, signore, ci sono cani che van con la coda tra
    le gambe.
    ANDREA: Certamente. Cantiamo il ritornello: "Oh briccone".
    BUFFONE: "Fa' silenzio,  briccone", cavaliere? Sar costretto allora a
    chiamarti briccone, cavaliere.
    ANDREA: Non  sar  la  prima  volta  che  avr  costretto  qualcuno  a
    chiamarmi briccone.  Comincia,  buffone: il ritornello principia cos:
    "Fa' silenzio".
    BUFFONE: Non potr mai cominciare, se fo silenzio.
    ANDREA: Bene, in fede mia. Suvvia, comincia. (Cantano un ritornello).

    (Entra MARIA).

    MARIA: Che putiferio fate mai qua! Se la mia signora non ha chiamato a
    s il suo maggiordomo Malvolio e non gli ha comandato di buttarvi fuor
    dalla porta, non fidatevi pi di me.
    TOBIA: La signora  un'abitante del Catai,  noi siamo uomini politici,
    Malvolio  un babau e "Noi siamo tre allegri compari"!  Non sono forse
    suo consanguineo? Non sono del suo sangue? Oib, signora!... (Canta)
    C'era un uomo in Babilonia,
    mia signora, o mia signora!
    BUFFONE: Che io sia maledetto se il cavaliere non   in  un'ammirevole
    vena di buffoneria.
    ANDREA:  S,  ci  riesce  abbastanza  bene  quando  disposto,  e cos
    anch'io; egli ci mette pi grazia, ma io maggior naturalezza.
    TOBIA (canta):
    Oh! il giorno dodicesimo del mese di dicembre...
    MARIA: Per amor di Dio, silenzio!

    (Entra MALVOLIO).

    MALVOLIO: Padroni miei, siete ammattiti? O che siete dunque? Non avete
    n giudizio,  n educazione,  n decenza per mettervi a  vociare  come
    calderai a quest'ora della notte?  Tenete la casa della mia signora in
    conto di una bettola,  che urlate i vostri  ritornelli  da  ciabattini
    senza  alcuna mitigazione o rimorso di voce?  Non avete alcun rispetto
    del luogo, delle persone o dell'ora?
    TOBIA: Siamo andati a tempo, signore, nei nostri ritornelli.  Andate a
    farvi impiccare!
    MALVOLIO: Sir Tobia,  debbo essere schietto con voi. La mia signora mi
    ha incaricato di dirvi  che,  per  quanto  ella  vi  ospiti  come  suo
    parente,  non ha alcuna parentela coi vostri bagordi.  Se vi riesce di
    separarvi dalla vostra cattiva condotta siete il benvenuto  in  questa
    casa, in caso contrario, se vi piacesse prender congedo da lei, ella 
    dispostissima a dirvi addio.
    TOBIA (canta):
    Addio, cuor mio poich debbo partir...
    MARIA: Da bravo, buon Sir Tobia.
    BUFFONE (canta):
    Dicon gli occhi: La vita  per finir...
    MALVOLIO: Ma  mai possibile?
    TOBIA (canta):
    Ma io non morr mai.
    BUFFONE: Sir Tobia, in questo mentite.
    MALVOLIO: Ci vi fa molto onore.
    TOBIA (canta):
    Devo dirgli: Partite?
    BUFFONE (canta):
    E poi se glielo dite?
    TOBIA (canta):
    Devo dirgli: Partite? e senza risparmiarlo?
    BUFFONE (canta):
    Oh no, no no, voi non osate farlo.
    TOBIA (al Buffone): Siete fuor di tono, signore: mentite. (A Malvolio)
    Sei forse qualcosa di pi che un maestro di casa?  Pensi forse, perch
    sei virtuoso, che non vi saranno pi n focacce n birra?
    BUFFONE: S,  per sant'Anna,  e per di pi lo zenzero ci  scotter  la
    bocca.
    TOBIA:  Sei nel vero.  (A Malvolio) Andate,  signore,  e lustratevi la
    catena di maggiordomo con le briciole del pane.  (A Maria) Un  boccale
    di vino, Maria.
    MALVOLIO: Signora Maria, se tenete in qualche considerazione il favore
    della  mia  padrona,  non  dovete  prestarvi  ad  incoraggiare  questa
    condotta ineducata. Ella ne sar informata, lo giuro su questa mano.
    (Esce).
    MARIA: Andate a scuotervi le orecchie!
    ANDREA: Sarebbe cosa altrettanto lodevole quanto  bere  quando  si  ha
    fame,  sfidarlo  a duello sul terreno e quindi mancare alla promessa e
    farsi beffe di lui.
    TOBIA: Sfidalo, cavaliere,  ed io ti scriver il cartello;  oppure gli
    riferir la tua indignazione a voce.
    MARIA: Caro sir Tobia,  siate paziente, per questa notte; da quando il
    giovane del conte   stato  oggi  colla  mia  signora,  ella    assai
    agitata.  In quanto al signor Malvolio,  affidatelo a me; se non mi fo
    giuoco di lui fino a farlo passare in proverbio e non lo trasformo  in
    un  generale  oggetto  di  divertimento,   pensate  pure  che  non  ho
    intelligenza sufficiente per sdraiarmi sul mio letto.  Son sicura  che
    ci riuscir.
    TOBIA: Di', di'; raccontaci qualcosa di lui.
    MARIA: Perbacco, signore, talora egli  una sorta di puritano.
    ANDREA: Oh, se ne fossi certo, lo batterei come un cane!
    TOBIA: Come,  soltanto perch  un puritano?  E qual  la tua squisita
    ragione, caro cavaliere?
    ANDREA: Non ho  alcuna  squisita  ragione,  ma  tuttavia  una  ragione
    abbastanza buona.
    MARIA:  E' un diavolo di puritano o,  se  qualcosa di coerente,  egli
    non  altro che  un  adulatore;  un  asino  pieno  d'affettazione  che
    s'impara a mente,  senza libro, il contegno da tenere, e lo impartisce
    a grandi bracciate,  persuasissimo di se stesso  e  cos  zeppo,  egli
    pensa,  di  eccellenti  qualit  da far s che base della sua fede sia
    diventata la sicurezza che quanti  lo  vedono  lo  amano.  Appunto  su
    questo  vizio  che    in  lui  la  mia vendetta trover un'eccellente
    occasione per mettersi all'opera.
    TOBIA: Cosa intendi fare?
    MARIA: Lascer cadere sul suo cammino delle oscure epistole d'amore in
    cui per il colore della barba,  per la forma delle gambe,  per il modo
    di  camminare,  per  l'espressione  degli occhi,  della fronte,  della
    fisionomia,  egli si riconoscer molto  propriamente  raffigurato.  So
    scrivere in modo molto somigliante a quello della mia signora,  vostra
    nipote; in uno scritto non ricordo pi a proposito di che,  si possono
    a malapena distinguere le nostre calligrafie l'una dall'altra.
    TOBIA: Eccellente! Subodoro uno stratagemma.
    ANDREA: Anch'io ce l'ho nel naso.
    TOBIA:  Egli  creder,  dalle  lettere  che lascerai cadere,  che esse
    provengano da mia nipote e che ella sia innamorata di lui.
    MARIA: Il mio progetto , infatti, un vallo di codesto colore.
    ANDREA: E il vostro cavallo adesso farebbe di lui un asino.
    MARIA: Un asino, senza dubbio.
    ANDREA: Oh, sar maraviglioso!
    MARIA: Un sollazzo da re, ve lo garantisco; so che la mia medicina gli
    far effetto.  Voi due vi far appostare,  insieme al buffone che far
    da  terzo,  nel  luogo  dove  egli  dovr  trovare  la  lettera;  fate
    attenzione al suo modo  d'interpretarla.  Per  stanotte,  a  letto,  e
    sognate dell'avventura. Addio.
    (Esce).
    TOBIA: Buona notte, Pentesilea.
    ANDREA: In parola mia,  una brava ragazza
    TOBIA: E' un segugio di razza, che mi adora; che ne dite?
    ANDREA: Anch'io una volta ero adorato.
    TOBIA:  Andiamo  a  letto  cavaliere.   Dovresti  mandare  a  prendere
    dell'altro danaro.
    ANDREA: Se non riesco ad ottenere vostra nipote, mi trovo in un brutto
    guaio.
    TOBIA: Manda a prender danaro, cavaliere; se alla fine non la ottieni,
    chiamami ronzino.
    ANDREA: Se non lo faccio,  non fidatevi pi  di  me,  prendetela  come
    volete.
    TOBIA:  Via,  via,  voglio  andare a far riscaldare un po' di vino,  
    troppo tardi per andare a letto adesso. Andiamo,  cavaliere,  andiamo,
    cavaliere.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Il Palazzo del Duca.

    (Entrano il DUCA, VIOLA, CURIO ed altri).
    DUCA: Datemi musica.  Oh,  buon giorno, amici. E adesso, buon Cesario,
    cantaci solo quel  frammento  di  canzone,  quella  vecchia  e  antica
    canzone  che  udimmo la notte scorsa: mi parve che consolasse molto il
    mio dolore,  pi  di  tutte  le  arie  leggere  e  le  frasi  musicali
    artificiose  di  questi vivaci e vertiginosi tempi.  Suvvia,  una sola
    strofa.
    CURIO: Con licenza di vostra signoria, colui che dovrebbe cantarla non
     qui.
    DUCA: E chi avrebbe dovuto?
    CURIO: Feste,  il buffone,  signor mio,  un pazzo di cui il  padre  di
    madonna Olivia molto si dilettava. E' per casa.
    DUCA:  Cercalo  e  frattanto  sonate l'aria.  (Esce Curio.  Musica) (A
    Viola) Vieni qua, fanciullo. Se mai ti accadr di amare,  ricordati di
    me  nelle  dolci  angosce dell'amore,  poich tutti i veri amanti sono
    simili a me,  incostanti e volubili in ogni loro  impulso  all'infuori
    che  nella  perenne  immagine  della  creatura  amata.  Che ti pare di
    quest'aria?
    VIOLA: Essa risveglia un'eco nella sede stessa ove troneggia l'amore.
    DUCA: Tu parli magistralmente.  Per la mia vita,  per  quanto  tu  sia
    giovane,  il  tuo occhio deve essersi gi posato sopra un volto amato:
    non  vero, ragazzo?
    VIOLA: Un poco, con vostra licenza.
    DUCA: Che tipo di donna ?
    VIOLA: Del vostro aspetto.
    DUCA: Allora non vale quanto te. E quanti anni ha, in fede?
    VIOLA: Circa l'et vostra, mio signore.
    DUCA: Troppo vecchia, per il cielo.  Che la donna si prenda sempre uno
    pi  vecchio  di  lei,  in  tal modo sar adatta per lui,  in tal modo
    dominer costantemente nel cuore di suo marito. Poich, fanciullo, per
    quanto noi ci vantiamo, le nostre fantasie sono pi mobili e malferme,
    pi smaniose,  instabili,  pi presto smarrite ed esauste,  di  quelle
    delle donne.
    VIOLA: Lo credo per fermo, mio signore.
    DUCA: E allora che la tua amata sia pi giovane di te,  o diversamente
    il tuo sentimento per lei non potr reggere alla  tensione.  Le  donne
    infatti  sono  come  le rose,  il cui bel fiore si sfoglia nel momento
    stesso in cui si schiude.
    VIOLA:  Esse  sono  proprio  cos,  ahim,   proprio  cos;   muoiono,
    allorquando raggiungono la perfezione!

    (Rientra CURIO col Buffone).

    DUCA:  Oh,  amico,  suvvia,  la  canzone  che  udimmo la notte scorsa.
    Ascoltala bene, Cesario,  essa  antica e semplice;  le filatrici e le
    tessitrici lavorando al sole e le spensierate fanciulle che tessono il
    loro  filo  con  la  spola  sogliono cantarla.  E' veramente ingenua e
    scherza coll'innocenza dell'amore, come negli antichi tempi.
    BUFFONE: Siete pronto, signore?
    DUCA: S; ti prego, canta. (Musica).

    CANZONE.
    BUFFONE: Prendi me, prendi me, o Fato,
    e nel mesto cipresso io sia confitto,
    vola via, vola via, o fiato;
    una bella crudele m'ha trafitto.
    Il mio sudario guarnito di tasso
    chi lo prepara?
    S fido amante mai s tristo passo
    fece alla bara.
    Non un fior, non un fior squisito
    si sparga sopra la mia nera fossa:
    non addio, non addio d'amico
    dove saran gittate le mie ossa:
    per risparmiar mille e mille sospiri
    mi pongan dove
    niun fido amante mai gli occhi non giri
    che piet muove.
    DUCA (al Buffone dandogli del danaro): Prendi per il tuo disturbo.
    BUFFONE: Nessun  disturbo,  signore;  io  prendo  piacere  a  cantare,
    signore.
    DUCA: Vuo' pagare il tuo piacere, allora.
    BUFFONE: In verit,  signore, anche il piacere dovr esser pagato, una
    volta o l'altra.
    DUCA: E ora dammi licenza che io ti lasci.
    BUFFONE: Ebbene,  che il dio della malinconia ti protegga;  e  che  il
    sarto  ti  faccia  un  giustacuore di taffett cangiante poich la tua
    anima  un vero opale.  Vorrei che gli  uomini  di  tale  costanza  si
    imbarcassero,  cos  che  ogni  cosa  potesse  essere oggetto dei loro
    affari e la loro meta fosse dovunque.  Questo  infatti il vero  mezzo
    per fare un buon viaggio per nulla. Addio.
    (Esce).
    DUCA: Tutti gli altri si allontanino. (Curio e il Seguito si ritirano)
    Ancora  una volta,  Cesario,  rcati da quella sovrana crudelt: dille
    che il mio amore, pi nobile del mondo,  non tiene in alcun pregio una
    dovizia di terre fangose. I beni che la fortuna le ha accordati, dille
    che  io  li stimo cos negligentemente quanto la fortuna stessa;  ma 
    quel miracolo,  quella regina delle gemme di cui la natura l'ha ornata
    che attrae la mia anima.
    VIOLA: Ma se ella non pu amarvi, signore?
    DUCA: Non accetter una tale risposta.
    VIOLA: Ma in verit,  necessario. Supponete che una donna, e forse ce
    ne sar una, provi per amor vostro un dolore nel cuore simile a quello
    che sentite per Olivia;  voi non potete amarla, e glielo dite: ebbene,
    non bisogna forse che ella accetti una tale risposta?
    DUCA: Non vi  seno di donna che possa sopportare il  palpito  di  una
    passione cos violenta come quella che amore mi ha messo in cuore; non
    v' cuore di donna cos grande da contenere tanto; nessuno ha capacit
    sufficienti.  Ahim,  il  loro  amore  pu  chiamarsi  appetito  - non
    commovimento del fegato,  ma del palato- che  soggetto a  saziet,  a
    repulsione  e  a  disgusto;  ma  il  mio  famelico come il mare e pu
    digerire altrettanto.  Non far paragoni tra l'amore che una donna  pu
    portarmi e quello che io sento per Olivia.
    VIOLA: S, ma io so...
    DUCA: Cos' che sai?
    VIOLA:  ...troppo  bene  quale  amore le donne possono provare per gli
    uomini;  in fede mia,  esse sono altrettanto schiette di cuore  quanto
    noi.  Mio  padre  aveva una figlia che amava un uomo nello stesso modo
    come io, chi sa, se fossi una donna, forse amerei Vostra Signoria.
    DUCA: E qual  la sua storia?
    VIOLA: Una storia fatta di nulla.  Ella non confess mai il suo amore,
    ma lasci che il suo segreto,  come un verme nel bocciolo, si nutrisse
    delle sue rosee gote.  Ella si consumava nel  pensiero  e  con  livida
    malinconia  se  ne  stava  come la statua della Rassegnazione sopra un
    monumento funebre, sorridendo al dolore. Non era quello un vero amore?
    Noi uomini possiamo parlare di pi,  giurare di pi,  ma in realt  le
    nostre manifestazioni esteriori sorpassano la nostra volont.  Infatti
    siamo molto prodighi di giuramenti, ma poco d'amore.
    DUCA: Tua sorella mor del suo amore, fanciullo mio?
    VIOLA: Io sono tutta la famiglia di mio padre, tutte le figlie e anche
    tutti i fratelli; eppure non so. Signore, debbo andare da quella dama?
    DUCA:  S,  questo    l'importante.  Affrettati  a  recarti  da  lei;
    consegnale  questo  gioiello,  e  dille  che  il  mio amore non pu n
    lasciare il suo posto n sopportare un rifiuto.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Il giardino di Olivia.

    (Entrano SIR TOBIA, SIR ANDREA e FABIANO).
    TOBIA: Vieni da questa parte, signor Fabiano.
    FABIANO: S,  vengo.  Se trascuro una briciola di questo divertimento,
    voglio esser bollito a morte nella malinconia.
    TOBIA: Non saresti contento di vedere quello spilorcio,  quel ribaldo,
    quella sanguisuga, esemplarmente scorbacchiato?
    FABIANO: Ne sarei esultante, amico. Sapete, egli mi ha tolto il favore
    della mia signora in occasione d'un  combattimento  d'orsi  che  si  
    svolto quaggi.
    TOBIA: Per farlo arrabbiare,  avremo un altro orso,  e ci faremo beffe
    di lui fino a farlo diventar livido. Non  vero, sir Andrea?
    ANDREA: Se non lo facciamo, tanto peggio per noi.
    TOBIA: Ecco la bricconcella.
    (Entra MARIA).
    Ebbene, mia ragazza d'oro?...
    MARIA: Nascondetevi tutti e tre nel cespuglio di bosso: Malvolio se ne
    viene gi per questo viale.  E' una mezz'ora che se ne sta l al  sole
    studiando begli atteggiamenti dalla sua ombra!  Osservatelo,  per amor
    del ridicolo,  poich so che questa  lettera  far  di  lui  un'idiota
    contemplativo.  Nascondetevi,  in  nome  della  burla!  E tu resta l;
    (getta in terra una lettera)  ecco  infatti  avanzarsi  la  trota  che
    bisogner prendere facendole il solletico.
    (Esce).

    (Entra MALVOLIO).

    MALVOLIO: ...Non  che un caso; tutto  caso. Maria una volta mi disse
    che ella aveva dell'affetto per me,  ed io stesso l'ho udita spingersi
    ad affermare che,  se amasse,  amerebbe uno del mio tipo.  Inoltre  mi
    tratta  con  un  rispetto  molto pi marcato di quello che non usi con
    chiunque altro dei suoi dipendenti. Che debbo pensarne?
    TOBIA (a parte): Che canaglia presuntuosa!
    FABIANO (a parte): Oh, silenzio!  La contemplazione lo trasforma in un
    tacchino impareggiabile; come  tronfio sotto le sue piume irte!
    ANDREA  (a  parte):  Per  il cielo,  come picchierei volentieri quella
    canaglia!
    TOBIA (a parte): Silenzio, dico.
    MALVOLIO: ...Essere il conte Malvolio!
    TOBIA (a parte): Ah, canaglia!
    ANDREA (a parte): Prendiamolo a pistolettate, a pistolettate!
    TOBIA (a parte): Silenzio, silenzio!
    MALVOLIO: ...Vi  un esempio d'un fatto simile;  madama Stracci  spos
    il gentiluomo addetto al guardaroba.
    ANDREA (a parte): Accidenti a quel Jezebel!
    FABIANO (a parte): Oh,  silenzio! adesso  profondamente immerso nelle
    sue meditazioni. Guardate come l'immaginazione lo gonfia.
    MALVOLIO: ...Sposato a lei gi  da  tre  mesi,  seduto  sotto  il  mio
    baldacchino...
    TOBIA (a parte): Oh, avere una balestra e colpirlo in un occhio!
    MALVOLIO:  ...Chiamando  i miei ufficiali intorno a me,  vestito della
    mia zimarra di velluto a fogliami;  venendomene  dal  letticciolo  sul
    quale ho lasciato Olivia addormentata...
    TOBIA (a parte): Fuoco e zolfo!
    FABIANO (a parte): Oh silenzio, silenzio!
    MALVOLIO: ...E quindi assumere un'aria altera e,  dopo aver rivolto un
    grave sguardo in giro,  che faccia loro comprendere che conosco la mia
    posizione come vorrei che conoscessero la loro, chieder di mio parente
    Tobia...
    TOBIA (a parte): Ceppi e catene!
    FABIANO (a parte): Oh silenzio, silenzio, silenzio! Attenti, attenti!
    MALVOLIO: ...Sette dei miei dipendenti, con uno slancio obbediente, si
    recano a cercarlo;  nell'attesa io aggrotto le sopracciglia,  o magari
    do corda all'orologio,  o mi trastullo col mio...  con  qualche  ricco
    gioiello. Tobia si avvicina... mi fa una riverenza...
    TOBIA (a parte): E questo gaglioffo deve continuare a vivere?
    FABIANO  (a  parte):  Anche  se  il  nostro  silenzio  dovesse esserci
    strappato con le carra, ancora una volta, silenzio!
    MALVOLIO: ...Io stendo la mano verso di lui in questo modo, temperando
    il mio sorriso familiare con un austero sguardo autoritario...
    TOBIA (a parte): E allora Tobia non ti d un manrovescio sulle labbra?
    MALVOLIO: ...dicendo: "Cugino Tobia,  dato che la mia  fortuna  mi  ha
    affidato vostra nipote, accordatemi la prerogativa di parlare...".
    TOBIA (a parte): Come, come?
    MALVOLIO: ..."Dovete correggervi della vostra ubriachezza".
    TOBIA (a parte): Va' via, rognoso!
    FABIANO (a parte): Suvvia,  pazienza,  oppure fiaccheremo il nerbo del
    nostro complotto.  MALVOLIO: ..."E poi,  voi sprecate  il  tesoro  del
    vostro tempo con un cretino d'un cavaliere...".
    ANDREA (a parte): Questo son io, ve lo garantisco.
    MALVOLIO: ..."Un certo sir Andrea...".
    ANDREA  (a  parte):  Lo  sapevo  che ero io,  perch molti mi chiamano
    cretino.
    MALVOLIO: Che roba  questa?
    (Raccoglie la lettera).
    FABIANO (a parte): Adesso il merlo  vicino alla trappola.
    TOBIA (a parte):  Oh,  silenzio,  e  che  il  genio  delle  burle  gli
    suggerisca di leggere ad alta voce.
    MALVOLIO: Per la mia vita,  questa  la calligrafia della mia signora,
    proprio cos fa la f, la i, la c, la a, ed  cos che ella fa le sue p
    maiuscole. Senza discussione,  la sua scrittura.
    ANDREA (a parte): La f, la i, la c, la a; e perch mai?
    MALVOLIO (legge): "All'ignoto adorato questa lettera,  e i miei auguri
    di felicit"; proprio le sue frasi! Col vostro permesso, ceralacca. Ma
    piano!  E  il  sigillo    la sua Lucrezia,  colla quale ella  solita
    sigillare;  proprio la mia signora. A chi pu essere indirizzata?
    FABIANO (a parte): Eccolo preso in trappola,  col fegato  e  tutto  il
    resto.
    MALVOLIO (legge): "Giove sa che io amo;
    ma l'amor mio chi ?
    Oh, labbra, non movetevi;
    niuno saperlo de'".

    "Niuno saperlo de'".  Cosa vien dopo?  Il metro cambia! "Niuno saperlo
    de'". E se questi fossi tu, Malvolio?
    TOBIA (a parte): Perdiana, va' a farti impiccare, marmotta.
    MALVOLIO: (legge):
    "L dove adoro, comandar poss'io;
    ma, pugnal di Lucrezia; m'ha ferito
    senza sangue il silenzio al cuore mio:
    M, O, A, I governa la mia vita".
    FABIANO (a parte): Un enigma pretenziosamente ingarbugliato.
    TOBIA (a parte): E' una ragazza straordinaria, vi dico.
    MALVOLIO: "M, O, A,  I governa la mia vita".  S,  ma prima vediamo un
    po', vediamo un po', vediamo un po'.
    FABIANO (a parte): Che piatto di veleno gli ha ammannito!
    TOBIA (a parte): E con che slancio il gheppio vi si getta sopra!
    MALVOLIO:  "L  dove adoro,  comandar poss'io".  Eh s,  ella potrebbe
    comandarmi,  poich la servo ed  la mia  padrona:  ebbene,  questo  
    evidente ad ogni comune intelligenza.  Non c' difficolt in questo, e
    la  finale...   che  cosa  dovrebbe  significare  quella  disposizione
    alfabetica?  Se potessi adattarla a qualcosa che mi si riferisce...  M
    O, A, I...
    TOBIA (a parte): O,  I...  spiegalo un po';  adesso    su  una  falsa
    traccia.
    FABIANO  (a  parte):  Fido  nondimeno  abbaier cercandola,  bench la
    traccia sia acre come quella di una volpe.
    MALVOLIO: M... Malvolio; M... diamine, cos comincia il mio nome.
    FABIANO (a parte): Non l'avevo detto che ne avrebbe cavato  un  senso?
    E' un cane ottimo per ritrovare una pista perduta.
    MALVOLIO: M... Ma non c' accordo in quanto segue; la supposizione non
    regge a un esame. Dopo dovrebbe esserci un'A e invece c' una O.
    FABIANO (a parte): E spero che finir con un "Oh!".
    TOBIA  (a parte): S,  oppure lo bastoner e gli far gridare "Oh!" io
    stesso.
    MALVOLIO: E dietro agli altri viene un'I schietta e senza nocchio.
    FABIANO (a parte): Eh,  se aveste un occhio di dietro potreste  vedere
    pi  diffamazioni  alle  vostre calcagna che buone fortune,  innanzi a
    voi.
    MALVOLIO: M,  O,  A,  I;  questo indovinello non  facile a  spiegarsi
    quanto  l'altro.  Eppure,  spremendo  un poco il senso,  esso potrebbe
    riferirsi a me poich ognuna di queste  lettere  si  ritrova  nel  mio
    nome.  Piano!  Ecco  che  segue della prosa.  (Legge) "Se questa cadr
    nelle tue mani, rifletti. Per la mia costellazione sono al di sopra di
    te,  ma non  lasciarti  spaventare  dalla  grandezza.  Alcuni  nascono
    grandi,  altri pervengono alla grandezza, e ad altri ancora essa viene
    imposta.  Il tuo destino ti tende la mano,  lascia che il tuo sangue e
    il  tuo  spirito  la stringano e,  per abituarti a quello che potresti
    diventare,  getta la tua umile spoglia e rinnovellati.  Sii ostile con
    un  parente  rude  coi servi;  la tua lingua blateri ragioni di Stato,
    assumi un'aria di eccentricit: cos ti consiglia  colei  che  sospira
    per te. Ricordati di chi ha lodato le tue calze gialle, augurandosi di
    vederti  sempre colle giarrettiere incrociate;  ricordati,  ti ripeto.
    Avanti, sei ormai giunto in porto, se lo desideri; se no,  rimani pure
    un  semplice  maggiordomo,  un eguale dei servi indegno di sfiorare la
    dita della Fortuna. Addio.  Colei che desidererebbe servirti invece di
    essere servita. La fortunata infelice".
    La  luce del giorno in aperta campagna non potrebbe rivelare di pi: 
    chiaro.  Sar  superbo,   legger  autori  che  parlano  di  politica,
    schernir  sir  Tobia,  mi liberer di tutti i conoscenti triviali,  e
    sar per filo e  per  segno  quale  mi  si  desidera.  Non  mi  faccio
    illusioni,  non mi lascio turlupinare dall'immaginazione, poich tutte
    le ragioni mi incoraggiano a credere che la mia signora mi  ama.  Ella
    lod  ultimamente  le mie calze gialle,  ed elogi le mie gambe per le
    loro giarrettiere incrociate, in ci ella si palesa al mio amore e con
    una sorta d'ingiunzione mi invita a seguire queste  abitudini  di  suo
    gradimento.  Ringrazio  le  mie  stelle,  sono  felice!  Voglio essere
    riservato  e  orgoglioso,   colle  calze  gialle  e  le   giarrettiere
    incrociate e questo colla rapidit del lampo.  Lode a Giove e alle mie
    stelle! Ma c' anche un poscritto.  (Legge) "E' impossibile che tu non
    riconosca chi io sia.  Se non respingi il mio amore, lascialo apparire
    nel tuo sorriso;  il sorriso ti si  addice  molto,  e  quindi  in  mia
    presenza  sorridi  sempre,  caro  amor mio,  te ne prego".  Giove,  ti
    ringrazio. Sorrider, far qualunque cosa che tu mi chieda di fare.
    (Esce).
    FABIANO: Non darei la mia parte di questa burla per  una  pensione  di
    mille sterline pagabili dallo Sci di Persia.
    TOBIA:  Mi  sentirei  di  sposar  quella  ragazza solo per aver saputo
    organizzare questo complotto...
    ANDREA: Anch'io.
    TOBIA: E non chiederei altra  dote  all'infuori  di  uno  scherzo  del
    medesimo genere.
    ANDREA: Nemmeno io le chiederei altro.
    FABIANO: Ecco venire la mia nobile accalappiatrice di gonzi.

    (Rientra MARIA).

    TOBIA: Vuoi mettermi il piede sul collo?
    ANDREA: Oppure sul mio?
    TOBIA: Vuoi che giuochi la mia libert a tavola reale e diventi il tuo
    schiavo?
    ANDREA: O che lo diventi io, sulla mia parola?
    TOBIA:  Diamine,  l'hai  immerso  in  una  tale chimerica fantasia che
    quando l'immagine di quella lo abbandoner, egli dovr impazzirne.
    MARIA: Suvvia, dite la verit, il trucco agisce su di lui?
    TOBIA: Come l'acquavite su una levatrice.
    MARIA: Allora se desiderate vedere i frutti della burla  osservate  il
    suo  primo comparire davanti alla mia signora.  Egli si recher da lei
    in calze gialle,  ed  questo un colore che ella  aborrisce,  e  colle
    giarrettiere  incrociate,  una  moda  che  ella  detesta,  ed  egli le
    sorrider, il che adesso mal si adatta alle disposizioni di spirito in
    cui ella si trova,  data la malinconia a cui  in preda;  di modo  che
    tutto  ci  non  potr  mancare  di attirargli qualche bella lavata di
    capo. Se volete veder questo, seguitemi.
    TOBIA:  Fino  alle  porte   del   Tartaro,   eccellentissimo   demonio
    d'intelligenza!
    ANDREA: Vengo anch'io.
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Il giardino di Olivia.

    (Entrano VIOLA e il Buffone con un tamburello).
    VIOLA: Dio ti guardi,  amico, te e la tua musica; vivi alle spalle del
    tuo tamburello?
    BUFFONE: No, signore, vivo alle spalle della chiesa.
    VIOLA: Sei un ecclesiastico?
    BUFFONE: Niente di ci signore: vivo proprio alle spalle della chiesa,
    poich vivo in casa mia e la mia casa  a ridosso della chiesa.
    VIOLA: Nello stesso medo potresti dire che il re si corica  accanto  a
    una mendicante, se una mendicante dimora presso a lui; o che la chiesa
    si sostiene col tuo tamburello, se il tuo tamburello sta posato vicino
    alla chiesa.
    BUFFONE: L'avete detto,  signore.  Che epoca  mai questa! Una frase 
    solamente un guanto di capretto per  un  bello  spirito:  come  si  fa
    presto a mettere il rovescio dal dritto!
    VIOLA:  S,    cosa certa che quanti si trastullano sottilmente colle
    parole, possono facilmente corromperle.
    BUFFONE: E perci vorrei che mia sorella non avesse nome, signore.
    VIOLA: E perch amico?
    BUFFONE: Perch il suo nome  una parola,  signore,  e a  trastullarsi
    con quella parola potrebbe perderla. Ma in verit le parole sono delle
    vere canaglie da quando certe cospirazioni le hanno disonorate.
    VIOLA: La tua ragione, amico?
    BUFFONE:  In fede mia,  signore,  non posso darvene alcuna senza usare
    delle parole,  e le parole sono diventate cos false  che  mi  ripugna
    usarle per ragionare.
    VIOLA:  Garantisco  che  sei  un  allegro compare e che non ti curi di
    nulla.
    BUFFONE: Non  vero,  signore,  di qualcosa mi  curo  anch'io;  ma  in
    coscienza,  signore,  non  mi curo di voi.  Se questo  non curarsi di
    nulla. signore, vorrei che ci vi rendesse invisibile.
    VIOLA: Non sei il buffone di madonna Olivia?
    BUFFONE: No davvero,  signore;  madonna Olivia non ha follia indosso e
    non si terr un pazzo attorno fin quando non sar maritata;  e i pazzi
    somigliano tanto ai mariti quanto le salacche alle aringhe.  I  mariti
    sono  pesci  pi  grossi,  ed  io  non  sono  il  suo  pazzo ma il suo
    corruttore di parole.
    VIOLA: Ti ho visto ultimamente dal conte Orsino.
    BUFFONE: La pazzia,  signore,  se ne va a spasso attorno al mondo come
    il sole,  e splende dovunque.  Sarei tuttavia dispiacente, signore, se
    la follia fosse in compagnia del vostro  padrone  altrettanto  sovente
    quanto  lo    colla  mia  padrona  Mi  sembra di aver visto laggi la
    Saggezza Vostra!
    VIOLA: Ah, se mi prendi in giro non ne vorr pi sapere di te.  Tieni,
    eccoti per le tue spese.
    BUFFONE: Che Giove,  nella sua prossima consegna di peli, ti mandi una
    barba!
    VIOLA: In fede mia ti confesso che ne desidero  una  ardentemente;  (a
    parte) bench non vorrei che mi spuntasse sul mento. E' in casa la tua
    padrona?
    BUFFONE  (mostrando  la moneta): Se me ne aveste dato un paio,  non si
    sarebbero moltiplicate, signore?
    VIOLA: S, se fossero state tenute assieme, e fatte fruttare.
    BUFFONE: Farei la parte del signor Pandaro  di  Frigia,  signore,  per
    condurre una Cressida a questo Troilo.
    VIOLA: Vi comprendo, signore; sapete mendicar bene.
    BUFFONE:  L'affare,  credo,  non    molto buono,  signore;  mendicare
    soltanto una mendicante! Cressida era una mendicante. La mia padrona 
    in casa,  signore.  Spiegher loro donde  venite;  chi  siate  e  cosa
    vogliate  fuori del mio ambito. Potrei dire del mio "elemento", ma la
    parola  troppo usata.
    (Esce).
    VIOLA:  L'amico    savio abbastanza per fare il matto,  e,  per farlo
    bene, ci vuole una sorta d'intelligenza. Egli deve studiare l'umore di
    quelli che prende in giro, la qualit delle persone e il tempo e, come
    il falco selvaggio,  gettarsi su ogni piuma che  gli  cada  sotto  gli
    occhi.  Questo  un mestiere altrettanto faticoso quanto l'arte di chi
    fa il saggio;  poich la follia che egli mostra  saggiamente  risponde
    allo scopo, mentre i saggi, una volta ammattiti, perdono completamente
    la ragione.

    (Entrano SIR TOBIA e SIR ANDREA).

    TOBIA (a Viola): Salute, galantuomo.
    VIOLA: E a voi pure signore.
    ANDREA: "Dieu vous garde, monsieur".
    VIOLA: "Et vous aussi; vtre serviteur".
    ANDREA: Spero, signore, che lo siate davvero, come io sono il vostro.
    TOBIA: Volete inoltrarvi nella casa? Mia nipote desidera che entriate,
    se  con lei che avete da trattare.
    VIOLA: Mi dirigo verso vostra nipote,  signore; voglio dire che essa 
    il limite del mio viaggio.
    TOBIA: Provate le gambe, signore, e mettetele in movimento.
    VIOLA: Le mie gambe,  signore,  mi sostengono meglio di quanto io  non
    sostenga  di  capire ci che intendete dire raccomandandomi di provare
    le gambe.
    TOBIA: Intendo dire che andiate, signore, e che entriate.
    VIOLA: Vi risponder in  modo  andante,  entrando...  ma  siamo  stati
    prevenuti.
    (Entrano OLIVIA e MARIA).
    Eccellentissima e compita signora,  che il cielo faccia piovere i suoi
    aromati su voi.
    ANDREA: Quel giovane  un cortigiano eccezionale; ha detto: "Piovere i
    suoi aromati...". Bene!
    VIOLA: Il mio incarico,  signora,  non  ha  voce  che  per  il  vostro
    orecchio apparecchiato e condiscendente.
    ANDREA: "Aromati",  "apparecchiato" e "condiscendente". Voglio prender
    nota di questi tre vocaboli.
    OLIVIA: Si chiuda la porta del giardino  e  lasciatemi  dare  udienza.
    (Escono Sir Tobia, Sir Andrea e Maria) Datemi la mano, signore.
    VIOLA: I miei doveri, signora, e i miei umilissimi servigi.
    OLIVIA: Come vi chiamate?
    VIOLA: Cesario  il nome del vostro servo, bella principessa.
    OLIVIA: Mio servo,  signore? Il mondo non  stato mai felice da quando
    la bassa adulazione fu chiamata complimento Voi siete servo del  conte
    Orsino, giovane!
    VIOLA:  Ed  egli  il vostro,  e quindi anche il suo deve essere servo
    vostro; il servo del vostro servo  il vostro servo, signora.
    OLIVIA: In quanto a lui,  non ci penso  nemmeno;  per  quello  che  si
    riferisce  ai  suoi  pensieri,  vorrei  che  fossero privi di sostanza
    piuttosto che pieni di me.
    VIOLA: Signora,  vengo a stimolare i vostri cortesi  pensieri  in  suo
    favore.
    OLIVIA: Oh,  di grazia,  vi prego; vi ho detto di non parlarmi mai pi
    di lui.  Ma se voi intraprendete a sostenere un'altra causa preferirei
    ascoltare le vostre sollecitazioni che non l'armonia delle sfere.
    VIOLA: Cara signora...
    OLIVIA: Permettete,  vi supplico. Ho inviato sulle vostre tracce, dopo
    l'ultimo incantesimo che compiste qua, un anello,  e cos ho ingannato
    me stessa,  il mio servo,  e, temo, anche voi. Devo essermi esposta al
    vostro giudizio sfavorevole per  avervi  costretto  ad  accettare  con
    vergognosa astuzia,  una cosa che sapevate non appartenervi. Che avete
    potuto pensare?  Non avete attaccato il mio onore al  palo  scatenando
    contro  di  esso  tutti  i pensieri sguinzagliati che pu concepire un
    cuore spietato? Per un uomo della vostra comprensione, ho gi rivelato
    abbastanza. Un velo, non un petto, copre il mio cuore.  E ora lasciate
    che io ascolti le vostre parole.
    VIOLA: Vi compiango.
    OLIVIA: E' un gradino verso l'amore.
    VIOLA:  No,  nemmeno  un  passo,  poich  comune esperienza che molto
    sovente commiseriamo i nostri nemici.
    OLIVIA: Ebbene,  allora mi pare sia tempo di tornare  a  sorridere.  O
    mondo,  come  sono  pronti  i poveri ad essere orgogliosi!  Se si deve
    cadere in preda di qualcuno,  quanto  preferibile esser  vittima  del
    leone  piuttosto  che  del  lupo!  (Un  orologio  suona) L'orologio mi
    rimprovera per il tempo che perdo.  Non abbiate paura,  buon  giovane,
    non  vi  voglio;  eppure  quando  il  vostro  intelletto  e  la vostra
    giovinezza  saranno  giunti  a  maturazione,  vostra  moglie  avr  la
    probabilit di prendersi un bell'uomo. Ecco la vostra strada che volge
    a ponente.
    VIOLA:  E allora andiamocene a ponente!  Che la grazia e il buon umore
    si mettano al seguito di Vostra Signoria!  Avete  nulla,  signora,  da
    comunicare per mio mezzo al mio padrone?
    OLIVIA: Fermati. Ti prego, dimmi cosa pensi di me.
    VIOLA: Che pensate di non essere quel che siete.
    OLIVIA: Se penso cos, penso la stessa cosa di voi.
    VIOLA: Allora pensate giustamente: io non sono quel che sono.
    OLIVIA: Foste voi ci che vorrei che foste!
    VIOLA:  Sarebbe  forse  meglio,  signora,  di quel che sono?  Ne sarei
    lieto, perch adesso sono il vostro zimbello.
    OLIVIA: Oh,  come il disdegno sembra bello nel  disprezzo  e  nell'ira
    delle sue labbra! Una colpa delittuosa non si tradisce pi rapidamente
    dell'amore  che  vorrebbe  celarsi: la notte dell'amore  il meriggio.
    Cesario, per le rose della primavera,  per la verginit,  l'onore,  la
    verit e per quanto esiste,  io ti amo tanto che,  a dispetto di tutto
    il  tuo  orgoglio,  n  l'intelligenza,  n  il  ragionamento  possono
    nascondere  la  mia  passione.  Non  estorcere pretesti da quanto t'ho
    detto adducendo che,  se io stessa imploro il tuo amore,  tu,  quindi,
    non  hai  alcuna  ragione di fare altrettanto.  Ma piuttosto concatena
    ragione a ragione e pensa che l'amore implorato  bello,  ma pi bello
    ancora  l'amore che si dona spontaneamente.
    VIOLA:  Giuro per la mia innocenza e per la mia giovinezza di avere un
    cuore,  un'anima e una fede che nessuna  donna  possiede,  e  che  mai
    nessuna  ne  sar  padrona  all'infuori di me soltanto.  E cos addio,
    buona signora: mai pi verr a piangere davanti a voi le  lacrime  del
    mio padrone.
    OLIVIA:  Ci non di meno ritorna;  forse potrai indurre quel cuore che
    adesso lo aborrisce ad amare il suo amore.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La casa di Olivia.

    (Entrano SIR TOBIA, SIR ANDREA e FABIANO).
    ANDREA: No, davvero, non rimarr neanche un minuto di pi.
    TOBIA: La tua ragione, caro velenoso, dicci la tua ragione!
    FABIANO: Bisogna assolutamente che  diciate  la  vostra  ragione,  sir
    Andrea.
    ANDREA:  Per il cielo,  ho visto vostra nipote fare maggiori favori al
    servo del conte che non ne  abbia  mai  fatti  a  me;  l'ho  visto  in
    giardino.
    TOBIA:  Ed  ella  ti  vedeva  durante quel tempo,  vecchio mio?  Dimmi
    questo.
    ANDREA: Cos chiaramente come vi vedo io adesso.
    FABIANO: Questa era una grande prova di amore da parte di lei verso di
    voi.
    ANDREA: Per il cielo, volete prendervi gioco di me?
    FABIANO: Prover la legittimit di quanto affermo sotto il  giuramento
    del giudizio e della ragione
    TOBIA:  Ed  essi  furono  grandi giurati prima ancora che No fosse un
    marinaio.
    FABIANO: Ella mostr il suo  favore  al  giovane  in  vostra  presenza
    soltanto  per  esasperarvi,  per  risvegliare  quel  ghiro  del vostro
    valore,  per mettervi il fuoco in petto e  lo  zolfo  nel  fegato.  E'
    allora  che  avreste  dovuto accostarla,  e con qualche bella arguzia,
    nuova di zecca,  avreste dovuto fare ammutolire di colpo quel giovane.
    Ecco  quel  che  si  attendeva  da voi,  ma l'attesa fu delusa;  avete
    lasciato che  il  tempo  cancellasse  la  doppia  doratura  di  questa
    occasione, e adesso state navigando a tramontana della stima della mia
    signora.  Laggi resterete sospeso come un ghiacciolo alla barba di un
    olandese,  a meno che non riscattiate il  vostro  errore  con  qualche
    lodevole saggio di valore o di politica.
    ANDREA:  Se  il saggio si dovr fare,  sar un atto di valore,  perch
    odio la politica.  Mi piacerebbe tanto poco essere  un  uomo  politico
    quanto essere un brownista.
    TOBIA: Ebbene, allora fabbricati la tua fortuna sulla base del valore.
    Sfida il giovane del conte a duello,  e feriscilo in undici punti; mia
    nipote ne terr conto.  E stai sicuro che non vi  al mondo mezzano di
    maggior  autorit  nel  raccomandare  un  uomo  a  una  donna  che una
    reputazione di valore.
    FABIANO: Non c' altra via che questa, sir Andrea.
    ANDREA: Uno di voi due si incaricher di portargli la mia sfida?
    TOBIA: Va',  e scrivila con mano marziale,  e sii aggressivo e  breve.
    Non  importa che tu sia intelligente,  purch tu sia eloquente e pieno
    d'immaginazione.  Rimproveralo con la licenza di espressioni  permessa
    dalle parole scritte; se gli darai del tu due o tre volte non sar mal
    fatto.  Dagli  tante smentite quante ne pu contenere il tuo foglio di
    carta,  anche se il foglio fosse grande abbastanza da farci entrare il
    letto  di  Ware  in  Inghilterra,  va'  all'opera!  Fa' s che nel tuo
    inchiostro vi sia fiele a sufficienza,  anche se tu debba scrivere con
    una penna d'oca: non fa nulla, all'opera!
    ANDREA: E dove vi trover?
    TOBIA: Ti verremo a cercare al cubicolo: va'.
    (Sir Andrea esce).
    FABIANO: E' un ometto che vi  caro, sir Tobia.
    TOBIA:  Sono  io che sono stato caro per lui,  ragazzo;  circa duemila
    sterline o gi di l.
    FABIANO:  Avremo  da  lui  una  lettera  speciale;   ma  voi  non   la
    consegnerete mica?
    TOBIA:  Non  fidatevi  pi di me,  allora;  con ogni mezzo spinger il
    giovane a dare una risposta.  Credo che ne bovi,  n  funi  potrebbero
    trascinarli  a incontrarsi.  In quanto ad Andrea se lo si sezionasse e
    voi trovaste nel suo fegato tanto sangue quanto basta  ad  appesantire
    la  zampa  di  una pulce,  mi impegnerei a mangiare il resto del pezzo
    anatomico.
    FABIANO: Ed il suo antagonista, il giovane,  non porta in volto grandi
    sintomi di ferocia.

    (Entra MARIA).

    TOBIA: Guarda ecco che viene il pi piccolo scricciolo della nidiata.
    MARIA: Se vi piace l'allegria e volete ridere fino a sentirvi dolere i
    fianchi, seguitemi. Quel balordo di Malvolio  diventato un pagano, un
    vero  rinnegato;  poich  non  c'  cristiano  desideroso  di salvarsi
    l'anima seguendo la vera fede il quale sia mai disposto  a  credere  a
    degli atti cos incredibili di stupidaggine. Egli ha le calze gialle.
    TOBIA: E le giarrettiere incrociate?
    MARIA:  In  modo  abominevole,  come  un  pedante che faccia scuola in
    chiesa.  L'ho pedinato come se fossi il suo assassino: obbedisce punto
    per  punto  alla  lettera  che  ho lasciato cadere per ingannarlo.  Il
    sorriso gli scava sul volto pi linee di quante non ve ne siano  nella
    nuova  carta  geografica coll'aggiunta delle Indie: non si  mai visto
    nulla di simile.  Mi trattengo a fatica da tirargli  dietro  qualcosa.
    Sono sicura che la mia signora lo batter; in tal caso egli si metter
    a sorridere e lo considerer un gran favore.
    TOBIA: Suvvia, conducici, conducici dov'.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una strada.

    (Entrano SEBASTIANO e ANTONIO).
    SEBASTIANO: Non avrei voluto scomodarvi a bella posta,  ma dato che vi
    fate un piacere delle vostre pene, non vi sgrider pi.
    ANTONIO: Non ho potuto rimanere addietro a voi; il mio desiderio,  pi
    tagliente  dell'acciaio  affilato,  mi  spronava  innanzi,  e  non era
    solamente vaghezza di vedervi,  bench essa fosse forte abbastanza  da
    poter  indurre  ad  un  viaggio  anche pi lungo,  ma ansia di ci che
    avrebbe potuto capitarvi per via,  essendo  voi  inesperto  di  queste
    localit che,  per uno straniero senza guida e senza amici, sovente si
    rivelano aspre ed inospitali. Il mio premuroso affetto, reso ancor pi
    premuroso da questi motivi di  apprensione  mi  ha  spinto  al  vostro
    inseguimento.
    SEBASTIANO:  Mio gentile Antonio,  non posso darvi altra risposta che:
    grazie, e grazie, e sempre grazie;  poich spesso i buoni servigi sono
    ripagati  con  questa  moneta  fuori  corso.  Ma,  se le mie ricchezze
    fossero solide quanto la mia coscienza, trovereste miglior ricompensa.
    Che fare? Dobbiamo andarcene a visitare i monumenti di questa citt?
    ANTONIO: Domani,  signore: prima  meglio che andiate  a  visitare  il
    vostro alloggio.
    SEBASTIANO: Non sono stanco,  e c' ancora molto,  prima di notte.  Vi
    prego,  soddisfacciamo i nostri occhi coi monumenti e le  cose  famose
    che danno rinomanza a questa citt.
    ANTONIO:  Vogliate  allora  scusarmi;  non  posso aggirarmi per queste
    strade senza pericolo. Una volta, in un combattimento navale contro le
    galere del conte, resi qualche servigio; servigio,  anzi,  di una tale
    importanza  che,  se fossi catturato qui,  me ne sarebbe mostrata poca
    gratitudine.
    SEBASTIANO: Probabilmente avete ucciso un gran numero dei suoi.
    ANTONIO: La mia colpa non  di natura cosi sanguinosa,  per quanto  le
    circostanze  del  tempo e del combattimento avrebbero potuto benissimo
    dar luogo ad una sanguinosa contesa.  Da allora  a  tutto  si  sarebbe
    potuto  rimediare  restituendo  quello che avevamo tolto,  e questo fu
    fatto dalla maggior parte dei cittadini a vantaggio  del  loro  stesso
    commercio.  Io solo mi rifiutai, e quindi, se fossi sorpreso in questo
    luogo, la pagherei cara.
    SEBASTIANO: Non andate in giro troppo apertamente.
    ANTONIO: E' una cosa che non so fare.  Tenete  signore,  ecco  la  mia
    borsa.  E'  meglio  andare  ad  alloggiare  nei  sobborghi  situati  a
    mezzogiorno,  all'"Elefante";  ordiner il nostro pranzo,  mentre  voi
    ingannate  il  tempo  nutrendo  la  vostra sapienza colla visita della
    citt. Mi troverete laggi.
    SEBASTIANO: Perch mi date la vostra borsa?
    ANTONIO: Forse il vostro sguardo si poser  su  qualche  gingillo  che
    avreste  desiderio  di  acquistare e la vostra provvista credo che non
    sia bastevole per delle spese superflue, signore.
    SEBASTIANO: Sar allora il custode della vostra borsa e vi lascer per
    un'ora.
    ANTONIO: All'"Elefante".
    SEBASTIANO: Me ne ricorder.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Il giardino di Olivia.

    (Entrano OLIVIA e MARIA).
    OLIVIA (a parte): L'ho mandato a chiamare;  dice che  verr.  Come  lo
    festegger?  cosa  gli potr dare?  Poich la giovinezza ama piuttosto
    lasciarsi comprare che donarsi o  concedersi  in  prestito.  Ma  parlo
    troppo forte.  (A Maria) Dov' Malvolio? Egli  serio e contegnoso, ed
     un servo molto adatto alla mia situazione: dov' Malvolio?
    MARIA: Viene,  signora;  ma in una guisa assai  strana.  Certamente  
    invasato, signora.
    OLIVIA: Ebbene, che c'? forse che vaneggia?
    MARIA: No,  signora,  egli non fa altro che sorridere; Vostra Signoria
    farebbe bene a tenersi qualche guardia vicina,  se egli viene,  poich
    sicuramente l'amico non ha il cervello a posto.
    OLIVIA: Va' e fallo venir qui. (Maria esce). Sono pazza quanto lui, se
    pazzia triste e pazzia allegra sono la medesima cosa.
    (Rientra MARIA con MALVOLIO).
    Ebbene, Malvolio?
    MALVOLIO: Cara signora, oh, oh!
    OLIVIA: Sorridi? Ti ho mandato a chiamare per un affare grave.
    MALVOLIO: Grave,  signora? So esser grave. Mi causano un certo intoppo
    nel sangue,  queste giarrettiere incrociate: ma che farci?  Purch ci
    vada  a  genio  ad  una certa persona,  posso dire esattamente come il
    sonetto: "Piacere ad una  piacere a tutte!".
    OLIVIA: Ebbene, come va amico? Che cos'hai?
    MALVOLIO: Non c' nero nella mia anima anche se vi  del giallo  sulle
    mie gambe. E' arrivata tra le sue mani, ed i comandi saranno eseguiti.
    Credo che siamo in grado di riconoscere la bella scrittura romana.
    OLIVIA: Te ne vuoi andare a letto, Malvolio?
    MALVOLIO: A letto? S, amor mio, e ti verr a trovare.
    OLIVIA: Che Dio ti assista,  perch sorridi a quel modo e ti baci cos
    sovente la mano?
    MARIA: Come vi sentite, Malvolio?
    MALVOLIO: Rispondere a voi!  S,  vi risponder,  poich gli  usignoli
    talvolta rispondono alle gazze.
    MARIA:  Perch  apparite  davanti alla mia signora con questa ridicola
    impertinenza?
    MALVOLIO: "Non lasciarti spaventare dalla grandezza".  Era scritto ben
    chiaro.
    OLIVIA: Che vuoi dire con questo, Malvolio?
    MALVOLIO: "Alcuni nascono grandi...".
    OLIVIA: Eh?
    MALVOLIO: "Altri pervengono alla grandezza...".
    OLIVIA: Che dici?
    MALVOLIO: "E ad alcuni essa viene imposta".
    OLIVIA: Che il cielo ti guarisca!
    MALVOLIO: "Ricordati di chi ha lodato le tue calze gialle...".
    OLIVIA: Le tue calze gialle?
    MALVOLIO: "Augurandosi di vederti colle giarrettiere incrociate".
    OLIVIA: Colle giarrettiere incrociate?
    MALVOLIO: "Avanti, sei ormai giunto in porto, se lo desideri...".
    OLIVIA: Sono arrivata in porto?
    MALVOLIO: "Se no rimani per sempre un servo".
    OLIVIA: Eh, ma questa  pazzia canicolare!
    (Entra un Servo).
    SERVO:  Signora,  il giovane gentiluomo del conte Orsino  tornato;  a
    gran fatica sono riuscito  a  ricondurlo  addietro.  Egli  attende  il
    piacere della Signoria Vostra.
    OLIVIA:  Vengo  da  lui.  (Il Servo esce) Buona Maria,  provvedi a che
    l'amico sia sorvegliato.  Dov' mio cugino Tobia?  Qualcuno  dei  miei
    dipendenti  si  prenda una cura particolare di lui;  non vorrei per la
    met della mia dote che gli accadesse disgrazia.
    (Escono Olivia e Maria).
    MALVOLIO:  Oh,  oh!  Mi  venite  vicino  adesso,  eh?  Un  personaggio
    dell'importanza  di  sir  Tobia  per  prendersi  cura di me!  Ci  in
    perfetto accordo colla lettera, essa lo manda qui a bella posta perch
    io abbia occasione di mostrarmi sgarbato con lui,  come  mi  incita  a
    fare  nella  sua lettera.  "Getta la tua umile spoglia ella dice - sii
    ostile con un parente,  rude coi servi;  la tua lingua blateri ragioni
    di  Stato;  assumi  un'aria di eccentricit".  E in relazione a questi
    consigli,  mi specifica la maniera  che  debbo  usare:  faccia  grave,
    portamento solenne, parola lenta, al modo di qualche distinto signore,
    e  cos  via.  L'ho invescata: ma  opera di Giove,  e Giove mi faccia
    riconoscente!  Quando un momento fa se n'  andata:  "Provvedi  a  che
    l'amico sia sorvegliato",  ha detto: ..."amico"...  non Malvolio,  non
    secondo il mio grado, ma "amico". Diamine,  tutto combina assieme cos
    che non una dramma di scrupolo,  non lo scrupolo di uno scrupolo,  non
    un ostacolo,  nessuna circostanza incredibile o infida...  Che si  pu
    dire?  Nulla  di  possibile  pu  frapporsi  tra  me stesso e il pieno
    compimento delle mie speranze. Bene, Giove, e non io,   l'artefice di
    tutto questo, ed  lui che dev'essere ringraziato.

    (Rientra MARIA, con SIR TOBIA e FABIANO).

    TOBIA:  Da che parte ,  in nome di ci che  santo?  Anche se tutti i
    diavoli dell'inferno mi condannassero in un breve spazio, e la legione
    medesima dei demoni si fosse impadronita di lui, gli vorrei parlare lo
    stesso.
    FABIANO: Eccolo, eccolo. Come va, signore? Come va, amico?
    MALVOLIO: Allontanatevi  io  vi  congedo;  lasciatemi  godere  la  mia
    solitudine. Allontanatevi.
    MARIA:  Ol,  come  il  diavolo  parla  cavernosamente in lui!  Non ve
    l'avevo detto? Sir Tobia, la mia signora vi prega di prendervi cura di
    lui.
    MALVOLIO: Ah, ah, davvero?
    TOBIA: Via, via! silenzio, silenzio! Bisogna agire dolcemente con lui;
    lasciatemi solo. Come state, Malvolio? Come va? Ebbene, amico, sfidate
    il diavolo! Considerate che egli  un nemico dell'umanit.
    MALVOLIO: Sapete cosa dite?
    MARIA: Vedete un po' come se la prende a  cuore  quando  sparlate  del
    diavolo! Dio non voglia che egli sia stregato!
    FABIANO: Portate la sua orina alla fattucchiera.
    MARIA:  Perdiana,  sar fatto domattina,  se sar ancora viva!  La mia
    signora non vorrebbe perderlo per una  cifra  maggiore  di  quanto  io
    possa dire.
    MALVOLIO: Ebbene, padrona!...
    MARIA: Oh, signore!
    TOBIA: Ti prego,  stai zitta,  questa non  la maniera, non vedete che
    lo turbate? Lasciatemi solo con lui.
    FABIANO: Non vi  altro metodo all'infuori della dolcezza; dolcemente,
    dolcemente;  il  diavolo    rozzo,   e  non  ama  di  esser  trattato
    rozzamente.
    TOBIA: Ebbene come andiamo, cocco bello? Come stai, colombella?
    MALVOLIO: Signore!
    TOBIA: S,  cocchino,  vieni con me.  Ebbene, non si conviene alla tua
    gravit giocare a nocino con Satana; che vada a farsi impiccare,  quel
    sudicio carbonaio!
    MARIA:  Fategli  recitare  le  sue preghiere,  buon sir Tobia;  fatelo
    pregare.
    MALVOLIO: Le mie preghiere, sfacciatella?
    MARIA: No,  ve lo  garantisco  io  che  non  vuol  sentir  parlare  di
    devozione!
    MALVOLIO:  Andate  a farvi impiccare tutti quanti!  Siete degli esseri
    oziosi e superficiali,  ed io  non  appartengo  al  vostro  mondo,  ne
    saprete di pi a suo tempo.
    (Esce).
    TOBIA: E mai possibile?
    FABIANO:  Se  un  fatto  simile  si recitasse oggi su un palcoscenico,
    potrei condannarlo come una fantasia inverosimile.
    TOBIA: La nostra beffa si  impadronita completamente della sua anima,
    amico.
    MARIA: Suvvia, seguiamolo adesso,  per timore che la beffa non svapori
    e non si guasti.
    FABIANO: Diamine, lo faremo diventar pazzo, davvero!
    MARIA: La casa ci guadagner in tranquillit.
    TOBIA:  Venite,  lo metteremo in una stanza buia,  dopo averlo legato.
    Mia nipote  gi persuasa che egli  matto;  possiamo tirare avanti lo
    scherzo  per  nostro  divertimento  e sua penitenza,  finch il nostro
    stesso svago, stanco da perdere il fiato,  non ci spinga ad aver piet
    di  lui.  Allora  porteremo  la  beffa  alla  sbarra e ti incoroneremo
    ricercatrice ed esaminatrice dei matti. Ma guardate, guardate!

    (Entra SIR ANDREA).

    FABIANO: Nuovi divertimenti per un mattino di maggio!
    ANDREA: Ecco la sfida,  leggetela;  vi garantisco che c' aceto e sale
    dentro.
    FABIANO: E' cos piccante?
    ANDREA: S, glielo posso garantire: non avete che da leggerla.
    TOBIA: Date qua.  (Legge): "Giovane,  chiunque tu sia,  non sei che un
    essere spregevole".
    FABIANO: Bene, bravo!
    TOBIA (legge): "Non sorprenderti,  non meravigliarti,  nella tua mente
    domandandoti  perch  io ti chiami cos,  poich non te ne paleser la
    ragione".
    FABIANO: Una buona osservazione,  che vi mette  al  riparo  dai  colpi
    della legge.
    TOBIA (legge): "Tu vieni da madonna Olivia, ed in mia presenza ella ti
    tratta gentilmente: ma menti per la gola, poich questa non  la causa
    che mi spinge a sfidarti".
    FABIANO: Molto breve e straordinariamente in... sensato.
    TOBIA (legge): "Ti far la posta al tuo ritorno,  e,  se vorr il caso
    che tu mi uccida..." FABIANO: Bene.
    TOBIA (legge): "...tu mi ammazzerai come una canaglia e un ribaldo".
    FABIANO: Vi mantenete sempre dalla parte della legge, bene.
    TOBIA (legge): "Addio,  e Dio abbia misericordia di una  delle  nostre
    anime!  Egli potrebbe aver piet della mia,  ma ho migliori speranze e
    quindi sta' in guardia. Il tuo amico,  a seconda di come lo tratterai,
    ed il tuo nemico giurato,  Andrea Gotafloscia".  Se questa lettera non
    lo smuove, neanche le sue gambe ci riusciranno. Gliela consegner.
    MARIA: Potete avere un'ottima occasione per farlo.  Adesso egli    in
    conversazione con la mia signora, e tra poco se ne andr.
    TOBIA:  Va',  sir  Andrea;  imboscali all'angolo del giardino come uno
    sbirro.  Non appena lo vedrai sfodera la spada e,  mentre la  sfoderi,
    impreca   orribilmente,   poich   spesso  accade  che  una  terribile
    imprecazione, lanciata con voce roboante,  d del coraggio un'idea pi
    alta  di  quello  che  esso  si  sarebbe  acquistata  per mezzo di una
    dimostrazione pratica. Via!
    ANDREA: Ah, in quanto a imprecazioni lasciate fare a me.
    (Esce).
    TOBIA: E adesso io non consegner questa lettera,  poich la  condotta
    del  giovane gentiluomo lo rivela di buona intelligenza ed educazione;
    l'ufficio che compie tra il suo signore e mia nipote non conferma meno
    di ci, e quindi questa lettera, cos straordinariamente insulsa,  non
    susciter alcun terrore nel giovane. Egli capir che essa viene da uno
    scemo.  Ma,  signore,  io  comunicher  la  sua  sfida  a  viva  voce;
    attribuir a Gotafloscia una notevole fama di  valore,  e  indurr  il
    gentiluomo-  poich so che la sua giovinezza ci creder facilmente - a
    formarsi una formidabile idea della sua  rabbia,  della  sua  abilit,
    della  sua  fama  e  del suo impeto.  Ci li spaventer entrambi a tal
    punto che si uccideranno a vicenda con gli sguardi come basilischi.

    (Rientra OLIVIA con VIOLA).

    FABIANO: Eccolo che viene con vostra nipote.  Lasciamoli soli fino  al
    momento   in   cui   egli   prender  congedo,   e  quindi  seguiamolo
    immediatamente.
    TOBIA: Nel frattempo voglio meditare qualche orrendo messaggio per  la
    sfida.
    (Escono Sir Tobia, Fabiano e Maria).

    OLIVIA:  Ho  detto  gi  troppo  a  un  cuore di pietra,  ed ho troppo
    imprudentemente esposto  il  mio  amore.  Vi    qualcosa  in  me  che
    rimprovera il mio errore, ma  uno sbaglio cos possentemente testardo
    che sfida il rimprovero.
    VIOLA: Il dolore del mio padrone procede con gli stessi sintomi che si
    riscontrano nella vostra passione.
    OLIVIA: Ecco,  portate questo gioiello per me:  il mio ritratto,  non
    lo rifiutate.  Esso non ha una lingua per rimproverarvi;  vi scongiuro
    di tornare domani. Che cosa mi chiederete che io vi possa negare e che
    l'onore sollecitato possa concedere senza esserne danneggiato?
    VIOLA:.  Null'altro  che  questo:  il  vostro sincero amore per il mio
    padrone.
    OLIVIA: E come onorevolmente potrei concedergli quello che ho  dato  a
    voi?
    VIOLA: Vi assolver.
    OLIVIA: Ebbene, tornate domani; addio. Un demonio simile a te potrebbe
    trascinare la mia anima all'inferno. (Esce).

    (Rientrano SIR TOBIA e FABIANO).

    TOBIA: Gentiluomo che Dio ti salvi.
    VIOLA: E voi pure signore.
    TOBIA: Affidati a quella difesa che hai.  Di qual natura siano i torti
    che tu gli hai fatti, non so, ma il tuo appostatore,  pieno di sdegno,
    sanguinario  come  un  cacciatore,  ti  aspetta  in fondo al giardino.
    Sguaina la tua  spada  e  sii  svelto  a  prepararti,  poich  il  tuo
    assalitore  pronto, abile e spietato.
    VIOLA:  Vi sbagliate,  signore,  sono sicuro che nessuno  in lite con
    me;  la mia memoria    assolutamente  libera  e  netta  da  qualsiasi
    immagine di ingiuria fatta a chicchessia.
    TOBIA:  Vedrete  che  le cose stanno diversamente,  ve lo assicuro;  e
    quindi,  se tenete la vostra vita in qualche conto,  state in guardia.
    Poich  il vostro avversario ha in s quello di cui la giovinezza,  la
    forza, l'abilit e l'ira possono fornire un uomo.
    VIOLA: Vi prego, signore, chi  costui?
    TOBIA: E' uno che fu armato cavaliere con una spada senza intaccature,
    non sul campo di battaglia,  ma sul tappeto;  ma  un vero diavolo  in
    una zuffa privata.  Ha fatto gi divorziare tre anime dai loro corpi e
    la sua irritazione in questo momento  cos implacabile da  non  poter
    essere  soddisfatta  altrimenti  che  con  le angosce della morte e il
    sepolcro! "Allo sbaraglio"  il suo motto; o darle o prenderle.
    VIOLA: Torner di nuovo in casa e chieder una  scorta  alla  signora.
    Non sono uno spadaccino.  Ho sentito parlare di una sorta d'uomini che
    provocano gli altri a bella posta  per  mettere  alla  prova  il  loro
    valore;  probabilmente  si  tratta  di  un  uomo con una bizzarria del
    genere.
    TOBIA: No,  signore,  la sua indignazione deriva da un'offesa pi  che
    pertinente,  e  quindi  andate  a rendergliene soddisfazione.  Voi non
    tornerete a casa a meno che non azzardiate con  me  quella  prova  che
    potreste altrettanto sicuramente arrischiare con lui. Perci, o andate
    innanzi,  o  snudate  la  spada;  poich   certo che dovrete battervi
    oppure rinunciare a portare un ferro al fianco.
    VIOLA: Ci  altrettanto incivile quanto strano.  Vi supplico,  fatemi
    il  cortese  servizio di chiedere al cavaliere quale sia la mia offesa
    verso di lui;   certo qualcosa che deriva dalla mia  trascuratezza  e
    non dalla mia volont.
    TOBIA:  Va bene.  Signor Fabiano,  rimanete presso a questo gentiluomo
    fino al mio ritorno.
    (Esce).
    VIOLA: Vi prego, signore, sapete qualcosa di questa faccenda?
    FABIANO: So che il cavaliere   furibondo  contro  di  voi,  tanto  da
    essere  disposto a giungere ad una decisione mortale;  ma non so altro
    in proposito.
    VIOLA: Vi scongiuro, e che razza d'uomo ?
    FABIANO: A giudicarlo dall'esteriore, nulla che faccia supporre quella
    straordinaria  promessa   che   riscontrerete   pienamente   mantenuta
    allorquando  ne  metterete  il  valore alla prova.  Egl'i  veramente,
    signore, il pi abile, feroce e fatale avversario che possiate trovare
    in qualsiasi parte dell'Illiria.  Volete che gli andiamo incontro?  Vi
    rappacificher con lui, se mi riuscir.
    VIOLA:  Ve  ne sar molto grato.  Son uno che preferisce accompagnarsi
    con messer prete che non con messer cavaliere,  e non m'importa che si
    venga a conoscere il mio temperamento.
    (Escono).

    (Rientra SIR TOBIA con SIR ANDREA).

    TOBIA: Diamine,  amico,   un vero diavolo; non ho mai visto un simile
    virago. Ho fatto un assalto con lui,  colla spada nel fodero,  ed egli
    mi  ha tirato una stoccata con un attacco cos terribile che non c'era
    modo di pararla;  e sulla risposta vi colpisce con la stessa sicurezza
    con cui i vostri piedi toccano la terra su cui camminiamo. Si dice che
    sia stato il maestro di scherma dello Sci.
    ANDREA: Canchero, non voglio averci a che fare.
    TOBIA:  S,  ma  per  il  momento  egli  non  ha nessuna intenzione di
    calmarsi; Fabiano lo trattiene laggi a gran fatica.
    ANDREA: Maledizione, se avessi immaginato che egli era cos valoroso e
    abile nella scherma,  l'avrei visto andarsi a dannar l'anima prima  di
    averlo  sfidato.  Se  lascer cader la questione,  gli regaler il mio
    cavallo, il grigio Bucefalo.
    TOBIA: Gli far la proposta.  Voi rimanete qui e cercate di  darvi  un
    contegno dignitoso;  tutto finir senza perdizione d'anime.  (A parte)
    Perdiana,  sapr guidare il tuo cavallo con la stessa facilit con cui
    so guidar te.
    (Rientrano FABIANO e VIOLA).
    (A  Fabiano  a  parte)  Dispongo del suo cavallo per comporre la lite;
    l'ho persuaso che quel giovane  un diavolo.
    FABIANO (a Sir Tobia a parte): E  questi  si    formato  un  concetto
    altrettanto  terribile  di lui;   ansante e pallido come se avesse un
    orso alle calcagna.
    TOBIA (a Viola): Non c' rimedio,  signore;  vuole combattere con  voi
    per  l'onore del suo giuramento.  Beninteso,  egli ha ripensato meglio
    alla lite,  e trova adesso che non vale quasi  la  pena  di  parlarne;
    quindi  sfoderate  la  spada  per aiutarlo a sostenere il suo impegno;
    egli assicura che non vi far alcun male.
    VIOLA (a parte): Che Dio mi protegga!  Una piccolezza mi indurrebbe  a
    svelar loro quanto mi manca per essere un uomo.
    FABIANO (a Viola): Indietreggiate, se lo vedete furioso.
    TOBIA (a Sir Andrea,  a parte): Suvvia,  sir Andrea,  non c' rimedio;
    quel gentiluomo vuole, per il suo onore,  fare un assalto con voi Egli
    non pu farne a meno,  secondo la legge del duello, ma mi ha promesso,
    da gentiluomo e soldato, di non farvi alcun male. Ors, avanti!
    ANDREA: Dio voglia che egli mantenga la sua promessa!
    VIOLA: Vi assicuro che  contro la mia volont. (Sfoderano le spade).

    (Entra ANTONIO).

    ANTONIO (a Sir Andrea): Ringuainate la vostra spada. Se questo giovane
    gentiluomo vi ha recato ingiuria,  prendo su di me la  sua  colpa;  se
    siete voi che lo offendete, io vi sfido per lui.
    TOBIA: Voi, signore! Ebbene, e chi siete?
    ANTONIO: Sono uno,  signore,  che per amor suo oserebbe fare ancor pi
    di quanto lo avete udito vantarsi a voi di voler fare.
    TOBIA: Bene,  se vi incaricate delle liti altrui,  sono qui  per  voi.
    (Sfoderano le spade).

    (Entrano due Guardie).

    FABIANO: Oh, buon sir Tobia, fermo! Ecco le guardie.
    TOBIA: Sar da voi tra un momento.
    VIOLA: Vi prego, signore, ringuainate la spada, per favore.
    ANDREA: Diamine,  volentieri,  signore; e in quanto a quello che vi ho
    promesso, sar di parola. Vi porter comodamente ed  dolce di morso.
    PRIMA GUARDIA (indicando Antonio): Ecco il nostro uomo,  compi il  tuo
    ufficio.
    SECONDA GUARDIA: Antonio, io ti arresto a richiesta del conte Orsino.
    ANTONIO: Voi mi scambiate per un altro, signore.
    PRIMA GUARDIA: No,  signore,  affatto;  riconosco bene il vostro viso,
    bench  adesso  non  abbiate  un  berretto  da  marinaio   in   testa.
    Conducetelo via, egli sa che lo conosco bene.
    ANTONIO:  Devo obbedire.  (A Viola) Questo mi accade per essere andato
    in cerca di voi,  ma non c' rimedio,  e render i  miei  conti.  Cosa
    farete, ora che la necessit mi costringe a ridomandarvi la mia borsa?
    Sono  molto  pi  in pena pensando a quello che non posso fare per voi
    che per quanto mi capita. Rimanete interdetto, ma fatevi cuore!
    SECONDA GUARDIA: Suvvia, signore, andiamo!
    ANTONIO: Debbo ridomandarvi parte di quel danaro.
    VIOLA: Che danaro,  signore?  Per la  nobile  cortesia  che  mi  avete
    mostrata  qui  e,  in  parte,  spinto  a ci dai vostri presenti guai,
    voglio prestarvi qualcosa del mio magro e umile gruzzolo. Il mio avere
    non  grande. Divider con voi quanto ho con me adesso tenete, ecco la
    met della mia cassaforte.
    ANTONIO: Mi volete rinnegare adesso?  E'  mai  possibile  che  i  miei
    meriti  presso  di voi siano privi di forza persuasiva?  Non mettete a
    dura prova la mia sventura,  per timore che essa non mi  faccia  uscir
    fuori di me tanto da rinfacciarvi tutte le cortesie che vi ho fatto.
    VIOLA:  Non  me  ne  ricordo  alcuna e non vi conosco n di voce n di
    aspetto.  Odio l'ingratitudine dell'uomo pi  della  bugiarda  vanit,
    dell'ubriachezza  ciarliera  o  di  qualunque  macchia  viziosa la cui
    profonda corruzione abiti il nostro debole sangue.
    ANTONIO: Oh, cielo!
    SECONDA GUARDIA: Suvvia, signore, vi prego, andiamo.
    ANTONIO: Lasciatemi dire una parola.  Questo giovane che qui vedete io
    lo  strappai via quando era gi inghiottito mezzo dalle mascelle della
    morte. Con quale santit di affetto non lo assistei! E fui devoto alla
    sua  immagine,  che  mi  sembr  promettere  la  virt  pi  degna  di
    venerazione.
    PRIMA GUARDIA: E cosa ce ne importa? Il tempo passa, andiamo!
    ANTONIO: Ma oh,  che idolo vile si dimostra questo dio!  O Sebastiano,
    tu hai coperto di vergogna la tua nobile fisionomia. In natura non v'
    altra  bruttezza  che  quella  dell'anima.  Nessuno,   se  non  chi  
    snaturato,  pu esser chiamato deforme; la virt  bellezza, ma il bel
    male  come uno stipo vuoto,  sovraccarico di ornamenti per opera  del
    diavolo.
    PRIMA  GUARDIA:  Quest'uomo  impazzisce,  conducetelo via!  Via,  via,
    messere.
    ANTONIO: Menatemi via.
    (Esce colle Guardie).
    VIOLA (a parte): Mi  sembra  che  le  sue  parole  sgorghino  da  tale
    commozione come se egli credesse in ci che dice,  ma io no.  Mostrati
    vera, oh, mostrati vera, fantasia, che io, caro fratello, possa essere
    stata scambiata per te!
    TOBIA:  Venite  qua,  cavaliere,  venite  qua  Fabiano;  bisbiglieremo
    assieme un paio o due di sentenze savissime.
    VIOLA  (a  parte):  Ha  nominato  Sebastiano ed io so che mio fratello
    continua a vivere in me che ne sono l'immagine.  Proprio cos erano  i
    lineamenti  di mio fratello,  ed egli andava in giro sempre vestito in
    questo modo,  con gli stessi colori e gli stessi ornamenti,  poich io
    lo  imito.  Oh,  se  cosi,  le tempeste sono misericordiose e le onde
    salate dolci e amabili!
    (Esce).
    TOBIA: Un ragazzo sleale e vile,  pi codardo di  una  lepre.  La  sua
    slealt  si  rivela  nell'abbandono e nel rinnegamento di un amico nel
    bisogno e, in quanto alla sua codardia, chiedetene a Fabiano.
    FABIANO: Un codardo, un devotissimo codardo, uno che ha il culto della
    codardia
    ANDREA: Perbacco, gli voglio correr dietro di nuovo, e picchiarlo.
    TOBIA: S, dagliele sode, ma non sguainare la spada.
    ANDREA: Se non lo faccio....
    FABIANO: Andiamo a veder quel che succede.
    TOBIA: Scommetterei qualunque somma  che  non  accadr  nulla  nemmeno
    adesso.
    (Escono).
    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Davanti alla casa di Olivia.

    (Entrano SEBASTIANO e il Buffone).
    BUFFONE:  Volete  farmi  credere  che  io  non  sono  stato  inviato a
    cercarvi?
    SEBASTIANO: Andiamo,  andiamo,  tu sei  matto;  sbarazzami  della  tua
    presenza.
    BUFFONE: Avete ben sostenuto la vostra parte,  in fede mia! No, non vi
    conosco,  e neanche sono stato inviato a voi dalla  mia  signora,  per
    dirvi di venire a parlare con lei; il vostro nome non  signor Cesario
    e questo non  il mio naso. Niente di quello che , .
    SEBASTIANO:  Ti  prego,  sciorina  altrove  la  tua  follia: tu non mi
    conosci.
    BUFFONE: Sciorinare la mia follia!  Ha udito questa frase  da  qualche
    grand'uomo e adesso l'applica ad un buffone. Sciorinare la mia follia!
    Temo  che,  dopo  tutto,  questo gran villanzon d'un mondo non si vada
    riempiendo di affettazione!  Ti prego,  adesso,  discingiti della  tua
    stranezza  e  dimmi  cosa  debbo  sciorinare  alla mia signora,  debbo
    sciorinarle che vieni?
    SEBASTIANO: Ti prego, sciocco zuzzerellone, lasciami.  Ecco del danaro
    per te: se rimarrete ancora, vi dar un pagamento peggiore.
    BUFFONE:  Per  la  mia  fede,  hai la mano generosa!  Questi saggi che
    regalano danaro ai pazzi,  si formano una buona  reputazione...  a  un
    prezzo equivalente alla rendita annuale di quattordici anni.

    (Entrano SIR ANDREA, SIR TOBIA e FABIANO).

    ANDREA:  Ebbene,  signore,  vi ho dunque nuovamente trovato?  Ecco per
    voi.
    (Batte Sebastiano).
    SEBASTIANO (batte Sir Andrea): Ebbene,  ecco per te;  piglia  su...  e
    pigliati anche questa!... Sono tutti matti qui?
    TOBIA: Fermo, signore, o vi scaravento la spada sulla casa.
    BUFFONE:  Questo voglio andarlo a dire difilato alla mia signora;  non
    vorrei essere nei panni di uno di voi neanche per due soldi.
    (Esce).
    TOBIA (a Sebastiano, tenendolo fermo): Via, signore, fermatevi.
    ANDREA: No,  lasciatelo;  me la rifar con lui  in  un'altra  maniera.
    Voglio  sporgere  querela  contro di lui per vie di fatto,  se vi sono
    leggi in Illiria,  bench io l'abbia battuto per primo,  il  che  poco
    importa.
    SEBASTIANO (a Sir Tobia): Via le mani!
    TOBIA: Suvvia,  messere, non vi lascer andare. (A Sir Andrea) Avanti,
    mio giovane soldato, ringuainate la vostra spada;  l'avete sverginata,
    ora, suvvia!
    SEBASTIANO: Mi liberer di te!  (Si svincola da Sir Tobia e sguaina la
    spada) Che vorresti adesso?  Se  osi  provocarmi  ancora,  sfodera  la
    spada!
    TOBIA: Come,  come? Ebbene, bisogna proprio che vi cavi una o due once
    di quel vostro sangue impertinente. (Sguaina la spada).

    (Entra OLIVIA).

    OLIVIA: Fermo, Tobia. Per la tua vita, ti ordino di fermarti!
    TOBIA: Signora!
    OLIVIA: Sar dunque sempre cos?  Sciagurato  villano,  fatto  per  le
    montagne e le barbare caverne,  dove non furono mai predicate le buone
    maniere! Lungi dalla mia vista! Non offenderti, caro Cesario. Vattene,
    tanghero!  (Escono Sir Tobia,  Sir Andrea e Fabiano) (A Sebastiano) Ti
    prego,  gentile amico,  lascia che la tua nobile ragione, e non la tua
    ira,  ti sia di guida in questo maleducato e ingiusto  attentato  alla
    tua  quiete.  Vieni  con  me  in  casa mia,  e sentirai quante insulse
    mariolerie ha messo insieme quella canaglia;  allora potrai  sorridere
    di questa.  Non devi rifiutarti di venire, non negarmelo. Gli venga il
    malanno, per aver fatto tremare il mio povero cuore in te!
    SEBASTIANO: Che senso c' in tutto questo?  In che direzione scorre la
    corrente?  O sono matto oppure  un sogno.  Che l'illusione continui a
    tenere immersi i miei sensi nel Lete; se  per sognare cos,  possa io
    continuare dormire.
    OLIVIA: Suvvia, vieni, ti prego; potessi tu lasciarti guidare da me!
    SEBASTIANO: Signora, volentieri.
    OLIVIA: Oh, dillo, e cos sia.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La casa di Olivia.

    (Entrano MARIA e il Buffone).
    MARIA:  Suvvia,  te  ne  prego,  mettiti questa tonaca e questa barba.
    Fagli credere di essere ser Topazio,  il curato;  sbrigati.  Frattanto
    vado a chiamare sir Tobia.
    BUFFONE: Bene,  me la metter,  e mi travestir cos, foss'io il primo
    che mai si  travest  con  una  tonaca  simile!  Non  sono  abbastanza
    corpulento  per riempir bene tale funzione,  n sufficientemente magro
    da passare per un buon studioso.  Ma esser considerato un uomo  onesto
    ed un buon massaio vale altrettanto quanto essere un uomo pensoso e un
    gran dotto. Ecco che entrano gli alleati.

    (Entrano SIR TOBIA e MARIA).

    TOBIA: Che Giove ti benedica, signor curato.
    BUFFONE:   "Bonos  dies",   sir  Tobia,   poich,   come  disse  molto
    giudiziosamente il vecchio eremita di Praga,  che non aveva mai veduto
    n penna n inchiostro,  alla nipote del re Gorboduc: "Ci che ,  ",
    cos io, essendo il signor curato, sono il signor curato. Infatti cosa
     mai "ci" se non "ci", ed "" se non ""?
    TOBIA (indicando la stanza dov' chiuso Malvolio): Andate da lui,  ser
    Topazio.
    BUFFONE: Ol, oh, dico! La pace sia in questa prigione.
    TOBIA: Questo mariolo imita alla perfezione,  un bravo mariolo.
    MALVOLIO (di dentro): Chi mi chiama?
    BUFFONE:  Ser  Topazio  il  curato,  che  viene  visitare  Malvolio il
    lunatico.
    MALVOLIO: Ser Topazio, ser Topazio,  buon ser Topazio,  recatevi dalla
    mia signora.
    BUFFONE: Fuori,  iperbolico demonio! Come tormenti quest'uomo! Non sai
    parlar d'altro che di donne?
    TOBIA: Ben detto, signor curato.
    MALVOLIO: Ser Topazio,  mai uomo ricevette  un  tal  torto.  Buon  ser
    Topazio,  non crediate che io sia matto; mi hanno chiuso qua dentro in
    una spaventosa oscurit.
    BUFFONE: Vergogna,  Satana disonesto!  Io ti chiamo  coi  termini  pi
    moderati,  poich  sono una di quelle persone dabbene che trattano con
    cortesia persino il diavolo. Dici che quella stanza  buia?
    MALVOLIO: Come l'inferno, ser Topazio.
    BUFFONE: Diamine,  ha delle  finestre  a  poggiolo,  trasparenti  come
    barricate,  e  i finestroni verso mezzogiorno-tramontana sono luminosi
    come l'ebano e ci nonostante ti lamenti della mancanza di luce?
    MALVOLIO: Io non sono matto, ser Topazio;  vi dico che questa stanza 
    buia.
    BUFFONE:  Pazzo,  sei  in errore;  io dico che non vi  altra oscurit
    all'infuori dell'ignoranza nella quale tu  sei  avvolto  pi  che  gli
    Egiziani nelle loro tenebre.
    MALVOLIO:  Dico che questa stanza  oscura come l'ignoranza,  anche se
    l'ignoranza dovesse esser buia al pari dell'inferno,  e dico,  che non
    vi  fu  mai  uomo  cos  indegnamente trattato.  Non sono pi pazzo di
    quanto lo siate voi;  fatene la prova sottoponendomi ad una  qualsiasi
    discussione ragionevole.
    BUFFONE: Qual  l'opinione di Pitagora intorno agli uccelli selvatici?
    MALVOLIO:  Che  l'anima  della  nostra  nonna  potrebbe trovarsi in un
    uccello.
    BUFFONE: Che cosa pensi di questa opinione?
    MALVOLIO: Ho un nobile concetto dell'anima e non  approvo  affatto  la
    sua opinione.
    BUFFONE:  Addio.  Resta  sempre  nelle tenebre!  Ti riconoscer la tua
    assennatezza solo allorquando  sosterrai  l'opinione  di  Pitagora,  e
    quando  avrai timore di uccidere una beccaccia per paura di spodestare
    l'anima di tuo nonna. Addio.
    MALVOLIO: Ser Topazio! Ser Topazio!
    TOBIA: Mio squisitissimo ser Topazio!
    BUFFONE: Eh, io so nuotare in tutte le acque.
    MARIA: Avresti potuto far questo anche senza  barba  e  senza  tonaca;
    egli non ti pu vedere.
    TOBIA:  Parlagli  colla tua voce naturale,  e dammi notizia di come lo
    trovi; vorrei che fossimo completamente liberati da questa marioleria.
    Se egli potesse esser rimesso in libert senza  inconvenienti,  vorrei
    che  lo  fosse;  poich adesso sono talmente in urto con mia nipote da
    non poter prolungare  impunemente  tale  divertimento  fino  alla  sua
    conclusione. Vieni di qui a un poco nella mia camera.
    (Escono Sir Tobia e Maria).
    BUFFONE (canta):
    Ehi, Berto, allegro Berto
    la tua bella come sta?
    MALVOLIO: Buffone...
    BUFFONE (canta):
    La mia bella  crudele in verit.
    MALVOLIO: Buffone...
    BUFFONE (canta):
    Ohim, perch  mai cos?
    MALVOLIO: Buffone, dico...
    BUFFONE (canta): Ella ama un altro...
    Ma chi mi chiama, eh?
    MALVOLIO: Buon Buffone, se mai tu voglia farti un merito presso di me,
    procurami una candela,  penna, inchiostro e carta; com' vero che sono
    un gentiluomo, te ne sar grato per tutta la vita.
    BUFFONE: Signor Malvolio!
    MALVOLIO: S, buon buffone.
    BUFFONE: Ahim,  signore,  com'  che  avete  perso  i  vostri  cinque
    spiriti?
    MALVOLIO:  Buffone,  non  vi fu mai uomo cos enormemente oltraggiato;
    sono tanto in senno, buffone, quanto lo sei tu.
    BUFFONE: Altrettanto? Allora siete matto per davvero, se non siete pi
    in senno di un buffone.
    MALVOLIO: Han fatto di me uno zimbello, mi tengono al buio, mi inviano
    dei preti,  degli asini,  e mi fanno passar  per  matto,  a  forza  di
    spudoratezze.
    BUFFONE: Badate a quel che dite,  il prete  qui.  Malvolio, Malvolio,
    che il cielo ti renda la ragione!  Cerca di dormire e  lascia  il  tuo
    vano cicaleccio.
    MALVOLIO: Ser Topazio...
    BUFFONE  (simulando  un  colloquio  tra se stesso e Ser Topazio): "Non
    scambiare parole con lui, buon amico" "Chi io,  signore?  No di certo,
    signore.  Che Dio sia con voi,  buon ser Topazio". "Mi raccomando, eh,
    amen". "Va bene, signore, va bene".
    MALVOLIO: Buffone, buffone, buffone, dico...
    BUFFONE: Suvvia,  signore,  siate  paziente.  Che  dite,  signore?  Mi
    sgridano perch parlo con voi.
    MALVOLIO: Buon buffone,  procurami luce e un po' di carta; ti dico che
    sono altrettanto in senno quanto chiunque altro in Illiria.
    BUFFONE: Magari lo foste, messere!
    MALVOLIO: Ti assicuro che lo sono. Buon buffone,  inchiostro,  carta e
    luce, e reca quello che scriver alla mia signora. Non avrai mai fatto
    miglior guadagno a portare una lettera.
    BUFFONE: Mi prester a tanto. Ma, ditemi la verit,  proprio vero che
    non siete matto? O fate finta di non esserlo?
    MALVOLIO: Credimi, non lo sono; ti dico la verit
    BUFFONE:  Ebbene,  non  creder  pi a un pazzo finch non ne vedr il
    cervello. Vado a cercarvi luce, carta e inchiostro.
    MALVOLIO: Buffone, ti ricompenser al massimo grado; ti prego, vai.
    BUFFONE (canta):
    Signor, me ne vo,
    e torno fra un po',
    sar da voi in un attimo;
    in men d'un lampo
    torno pel vostro scampo,
    come quel Vizio in maschera
    che con la spatola
    nella sua collera
    gridava al diavolo
    come un lunatico:
    l'ugne, ah ah, tagliati!
    Addio, compare diavolo!


    SCENA TERZA - Il giardino di Olivia.

    (Entra SEBASTIANO).
    SEBASTIANO: Ecco l'aria,  ecco il sole radioso;  questa perla che ella
    mi  ha dato,  la sento e la vedo,  e bench sia prodigio quello che mi
    circonda pure non  follia. Dov' dunque Antonio? Non mi  riuscito di
    trovarlo   all'"Elefante";   eppure   c'   stato   e   l   ricevetti
    l'informazione  che  egli  si  era  dato  a  percorrere  la  citt per
    trovarmi.  I suoi  consigli  adesso  mi  sarebbero  riusciti  preziosi
    poich,  per  quanto  la  mia  anima bene argomenti coi miei sensi che
    questo pu essere un  errore,  ma  non  una  follia,  tuttavia  questo
    incidente  e  questo diluvio di buona fortuna oltrepassa di tanto ogni
    esempio,  ogni ragionamento,  che io mi sento tentato a non credere ai
    miei  occhi,  e ad oppormi alla ragione che mi persuade di tutto fuori
    che io sia pazzo, o che lo sia quella signora. Poich se lo fosse, non
    potrebbe governare la casa, comandare ai suoi sottoposti, accogliere e
    sbrigare gli affari con quella calma,  con quella saggezza e  fermezza
    che  noto  in  lei.  V'  in  ci  qualcosa d'ingannevole;  ma ecco la
    signora.

    (Entra OLIVIA con un Prete).

    OLIVIA: Non biasimate questa mia fretta.  Se le vostre intenzioni sono
    oneste,  venite  adesso  con me e con questo santo uomo nella cappella
    qui vicina;  la,  in sua presenza,  e  sotto  quel  tetto  consacrato,
    garantitemi la piena assicurazione della vostra fede,  cos che la mia
    anima troppo gelosa e sospettosa possa vivere in pace.  Egli terr  la
    cosa segreta finch non vi piaccia di renderla pubblica,  ed allora ne
    faremo una celebrazione degna dei miei natali. Che mi rispondete?
    SEBASTIANO: Seguir questo sant'uomo e verr con voi; avendovi giurato
    fedelt vi sar sempre fedele.
    OLIVIA: Allora mostrateci la via, buon padre;  e che il cielo sfavilli
    per volgere un benigno sguardo su questo mio atto.
    (Escono).


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Davanti alla casa di Olivia.

    (Entrano il Buffone e FABIANO).
    FABIANO: E adesso, se mi ami, lasciami vedere la sua lettera.
    BUFFONE: Buon signor Fabiano, accordatemi un'altra richiesta.
    FABIANO: Qualunque cosa.
    BUFFONE: Non chiedetemi di veder questa lettera.
    FABIANO: Sarebbe come regalare un cane e poi, in compenso, ridomandare
    il cane.

    (Entrano il DUCA, VIOLA, CURIO e Signori).

    DUCA: Appartenete a madonna Olivia, amici?
    BUFFONE: S, signore, siamo una parte dei suoi finimenti.
    DUCA: Ti conosco bene; come va, mio buon amico?
    BUFFONE:  In verit,  signore,  va meglio per merito dei miei nemici e
    peggio per merito dei miei amici.
    DUCA: Proprio al contrario: meglio per merito dei tuoi amici.
    BUFFONE: No, signore, peggio.
    DUCA: E com' possibile?
    BUFFONE: Perdiana, signore,  essi mi lodano e quindi mi fanno apparire
    un  asino;  ora invece i miei nemici mi dicono chiaro e tondo che sono
    un asino,  di modo che per mezzo dei  miei  nemici  progredisco  nella
    conoscenza di me stesso,  mentre invece sono ingannato dai miei amici.
    Se dunque,  in fatto di sillogismi come  in  fatto  di  baci,  quattro
    negazioni  equivalgono  a due affermazioni,  ebbene  giusto affermare
    che mi trovo peggio per merito dei miei amici e meglio per quello  dei
    miei nemici.
    DUCA: Eccellente, perbacco!
    BUFFONE: In fede mia, no, signore, bench vi piaccia di essere uno dei
    miei amici.
    DUCA: Non ti troverai peggio per causa mia, eccoti dell'oro.
    BUFFONE: Se non fosse un invito alla duplicit,  signore, vi pregherei
    di ripetere.
    DUCA: Oh, mi date un cattivo consiglio.
    BUFFONE: Per questa volta,  signore,  mettetevi  in  tasca  il  vostro
    onore,  e  lasciate  che  la          vostra  carne e il vostro sangue
    obbediscano.
    DUCA: Va bene, peccher fino alla doppiezza, eccoti un'altra borsa.
    BUFFONE: "Primo,  secundo,  tertio"  un bel giuoco.  C'  un  vecchio
    proverbio che dice: "il terzo paga per tutti".  Il "triplex", signore,
     un ottimo ritmo di danza;  le campane della chiesa di San Benedetto,
    signore, potrebbero ricordarvelo: uno, due, tre.
    DUCA:  Non  riuscirete a cavarmi altro danaro questa volta;  se volete
    informare la vostra signora  che  sono  qui  per  parlarle  e  vorrete
    condurla con voi, ci potr forse ridestare la mia munificenza.
    BUFFONE:   Perdiana,   signore,   fate   la  ninna-nanna  alla  vostra
    munificenza finch io non torni.  Vado,  signore,  ma non  vorrei  che
    pensaste  che  il mio desiderio di possedere sia peccato di cupidigia.
    Pertanto, come voi dite,  signore,  lasciate che la vostra munificenza
    faccia un sonnellino. Penser io a risvegliarla tra poco.
    (Esce).
    VIOLA: Ecco l'uomo, signore, che  venuto in mio aiuto.

    (Entrano ANTONIO e le Guardie).

    DUCA:  Mi ricordo bene quel suo volto;  pure,  quando lo vidi l'ultima
    volta,  era tutto imbrattato e nero come vulcano  per  il  fumo  della
    battaglia.  Egli  era  capitano  di una nave da nulla,  priva di alcun
    valore per la sua stazza e pel fondo che pescava;  pure con tale  nave
    egli dette un arrembaggio cos tremendo al pi nobile bastimento della
    nostra   flotta  che  l'invidia  stessa  e  la  voce  della  sconfitta
    gridavano: "Gloria e onore a lui!". (Alle Guardie) Di che si tratta?
    PRIMA GUARDIA: Orsino, questi  quell'Antonio che rap la Fenice ed il
    suo carico da Candia,  colui  che  sal  all'arrembaggio  della  Tigre
    allorquando Tito, il vostro giovane nipote, vi perse una gamba. Qui in
    queste  strade,  incurante  della  reputazione che si era acquistato e
    della situazione in cui si trovava,  lo abbiamo arrestato in una zuffa
    privata.
    VIOLA:  Mi  ha  reso  dei  servigi,  signore,  sguainando la spada per
    difendermi, ma in ultimo mi ha tenuto uno strano discorso;  non saprei
    su che cosa, ma certo era un ragionamento da matti.
    DUCA:  Pirata  esimio!  Ladrone  di mare!  Quale sciocca audacia ti ha
    condotto in bala di coloro che ti sei resi nemici in circostanze cos
    tristemente sanguinose?
    ANTONIO: Orsino,  nobile signore,  concedete che  io  mi  sbarazzi  di
    questi nomi che mi date;  Antonio fino ad ora non fu mai n un ladrone
    n un pirata bench egli sia, lo confesso, nemico di Orsino per motivi
    plausibili.  Un sortilegio mi ha condotto qui:  quell'ingrato  ragazzo
    che  sta al vostro fianco io strappai dalla bocca irata e spumante del
    rude mare. Egli era ormai un relitto senza speranza;  gli resi la vita
    e ad essa aggiunsi il mio affetto, senza alcuna restrizione o riserva,
    tutto rivolto a lui.  Per lui mi esposi,  unicamente per amor suo,  ai
    pericoli di questa citt nemica,  e sguainai la spada  per  difenderlo
    quando  era  assalito.  Fu  in quella occasione che mi arrestarono,  e
    allora  la  sua  vile  dissimulazione,   non  intendendo  affatto   di
    condividere il pericolo con me, gli insegn a rinnegare impudentemente
    la mia conoscenza; cos che in un batter d'occhio egli divenne come un
    estraneo  che  mi  avesse  perso  di  vista  da vent'anni.  Rifiut di
    restituirmi la mia borsa che avevo messa a  sua  disposizione  nemmeno
    mezz'ora prima.
    VIOLA: Com' mai possibile?
    DUCA: Quando  arrivato in questa citt?
    ANTONIO:  Oggi,  signor  mio,  e  da  tre  mesi  in  qua,  senza alcun
    intervallo,  senza un minuto  d'interruzione,  siamo  vissuti  assieme
    notte e giorno.

    (Entra OLIVIA col Seguito).

    DUCA:  Ecco  la  contessa:  adesso  il cielo cammina sulla terra!  (Ad
    Antonio) In quanto a te  amico...  amico,  le  tue  parole  sono  pura
    follia.  Questo  giovane  (additando  Viola)   al mio servizio da tre
    mesi;  ma ne  parleremo  tra  breve.  (Alle  Guardie)  Conducetelo  in
    disparte.
    OLIVIA: Che desidera il signor mio, all'infuori di quanto egli non pu
    ottenere,  in  cui Olivia possa servirlo?  (A Viola) Cesario,  voi non
    mantenete le vostre promesse.
    VIOLA: Signora!
    DUCA: Graziosa Olivia...
    OLIVIA: Che dite, Cesario? Mio buon signore!
    VIOLA: Il mio signore vorrebbe parlare;  il mio dovere  mi  impone  il
    silenzio.
    OLIVIA: Se  una canzone sull'antico motivo,  signor mio,  essa  cos
    stucchevole e sgradita al mio orecchio come il latrar d'un  cane  dopo
    la musica.
    DUCA: Sempre cos crudele?
    OLIVIA: Sempre cos costante, signore.
    DUCA:  Come,  fino alla perversit?  Donna scortese,  ai cui ingrati e
    nefasti altari l'anima mia ha sospirato i voti pi sinceri che mai  la
    devozione abbia offerto! Che debbo fare?
    OLIVIA: Ci che piacer al mio signore, purch sia cosa degna di lui.
    DUCA: Perch, se ne avessi il coraggio, non dovrei io uccidere ci che
    amo,  come  il ladrone egiziano in punto di morte?  Gelosia selvaggia,
    che talvolta ha in s della  nobilt.  Ma  udite  questo:  poich  non
    tenete  in  nessun conto la mia fede,  e siccome credo di conoscere lo
    strumento che mi toglie a forza dal vero posto che mi spetterebbe  nel
    vostro favore, continuate pure a vivere, tiranna dal cuor di marmo. Ma
    quel  vostro  favorito,  che  so  amato da voi e che,  lo giuro per il
    cielo,  mi  assai caro,  voglio strapparlo da quello sguardo  crudele
    dove  troneggia  sovrano  a mortificazione del suo signore.  (A Viola)
    Vieni con me, fanciullo, i miei pensieri sono maturi per fare il male;
    sacrificher l'agnello che amo per affliggere quella colomba dal cuore
    di cervo.
    VIOLA: Ed io ben lieto,  prontissimo e volenteroso per poter  rendervi
    la pace vorrei morire mille morti.
    OLIVIA: Dove va Cesario?
    VIOLA: Con colui che amo pi di questi miei occhi, pi della mia vita,
    pi  assai  di  quanto  potr mai amare una moglie.  Se mentisco,  voi
    testimoni celesti punite la mia vita per aver macchiato il mio amore.
    OLIVIA: Ahim, uomo abominevole, come sono stata tradita!
    VIOLA: E chi vi tradisce? Chi vi fa torto?
    OLIVIA: Hai dunque obliato te stesso? E' dunque trascorso tanto tempo?
    [Ad uno del Seguito) Chiamate il santo sacerdote.
    DUCA (a Viola): Vieni.
    OLIVIA: Dove, mio signore? Cesario, marito mio, rimani.
    DUCA: Marito?
    OLIVIA: S, marito; lo pu forse negare?
    DUCA (a Viola): Suo marito, messere?
    VIOLA: No, mio signore, non lo sono.
    OLIVIA: Ahim,   la bassezza della paura che ti induce a soffocare la
    tua identit. Non temere, Cesario, raccogli la tua fortuna; sii quello
    che  sai  di essere e allora sarai altrettanto grande quanto colui che
    temi.
    (Entra il Prete).
    Oh, benvenuto, padre! padre, ti ingiungo, per la riverenza che ispiri,
    di svelare adesso - sebbene  poco  fa  intendessimo  mantenere  oscuro
    quello  che  il  caso manifesta ora prima della sua maturit - ci che
    sai essere avvenuto ultimamente tra questo giovane e me.
    PRETE: Un contratto d'amore eterno,  confermato  dalla  mutua  stretta
    delle  vostre  mani,  attestato  dal santo ravvicinamento delle vostre
    labbra,  rafforzato dallo  scambio  dei  vostri  anelli;  e  tutte  le
    cerimonie di questo patto furono sigillate dal mio ministero, sotto la
    mia  testimonianza.  Il  mio  orologio  mi dice che da quel momento ho
    fatto soltanto due ore di cammino verso la mia tomba.
    DUCA (a Viola): Ah, volpacchiotto ipocrita! Che sarai, quando il tempo
    ti avr resi grigi i capelli? O forse la tua scaltrezza aumenter cos
    rapidamente che il tuo stesso sgambetto ti  gitter  a  terra?  Addio,
    prendila,  ma  rivolgi i tuoi passi verso un luogo dove in avvenire tu
    ed io non ci possiamo pi incontrare.
    VIOLA: Mio signore, vi assicuro...
    OLIVIA: Oh, non giurare!  Conserva un poco d'onore,  per quanto grande
    sia la tua paura.
    (Entra SIR ANDREA).
    ANDREA: Per l'amor di Dio,  un chirurgo!  Mandatene immediatamente uno
    da Sir Tobia.
    OLIVIA: Che c'?
    ANDREA: Mi ha rotto la testa ed ha insanguinato anche la  capoccia  di
    sir  Tobia.  Per  amor di Dio,  aiuto!  Per essere a casa darei pi di
    quaranta sterline.
    OLIVIA: Chi ha fatto ci, sir Andrea?
    ANDREA: Il gentiluomo del conte,  un certo Cesario;  lo avevamo  preso
    per un codardo, ma invece  proprio il diavolo incardinato.
    DUCA: Il mio gentiluomo Cesario?
    ANDREA: Corpo di Bacco,  eccolo l! Mi avete rotto la testa per nulla;
    in quanto a ci che ho fatto io, vi fui istigato da sir Tobia.
    VIOLA: Perch parlate a me?  Io non vi ho mai fatto  del  male.  Avete
    sguainato  la spada contro di me senza alcuna ragione;  pure vi parlai
    cortesemente e non vi feci male.
    ANDREA: Se una capoccia insanguinata  un male,  mi  avete  fatto  del
    male;  credo  che  per  voi  una  capoccia insanguinata non significhi
    nulla.
    (Entrano SIR TOBIA e il Buffone).
    Ecco sir Tobia che viene zoppicando, ne sentirete delle altre.  Se non
    fosse  stato  avvinazzato  vi  avrebbe  fatto il solletico in un altro
    modo.
    DUCA (a Sir Tobia): Ebbene, signore, come va?
    TOBIA: Non  nulla; mi ha ferito, ecco tutto! (Al Buffone) Scemo,  hai
    visto il chirurgo Dick, citrullo?
    BUFFONE: Oh,   ubriaco gi da un'ora,  sir Tobia;  i suoi occhi erano
    gi annebbiati alle otto di mattina.
    TOBIA: Allora  un briccone,  un passamezzo e una  pavana;  non  posso
    soffrire un briccone ubriaco.
    OLIVIA: Conducetelo via! Chi li ha conciati a quel modo?
    ANDREA: Vi assister, sir Tobia, perch ci faremo medicare assieme.
    TOBIA: Mi assisterete?  Testa d'asino,  minchione,  impostore,  faccia
    allampanata, bagojano!
    OLIVIA: Portatelo a letto, e abbiate cura della sua ferita.
    (Escono il Buffone, Fabiano, Sir Tobia e Sir Andrea)

    (Entra SEBASTIANO).

    SEBASTIANO: Sono spiacente, signora, di aver ferito il vostro parente;
    ma anche se egli mi fosse stato fratello di sangue,  non avrei  potuto
    far di meno per prudenza e sicurezza. Voi mi guardate in modo strano e
    da  questo  mi  avvedo che ci vi ha offeso: perdonatemi,  mia cara in
    nome di quei voti che ci scambiammo solo poco tempo fa.
    DUCA: Lo stesso volto, la stessa voce,  le stesse vesti e due persone;
    un inganno prospettico della natura che  e non .
    SEBASTIANO:  Antonio,  o mio caro Antonio!  Come mi hanno tormentato e
    torturato le ore trascorse da quando ti ho perduto!
    ANTONIO: Siete voi, Sebastiano?
    SEBASTIANO: E ne dubiti Antonio?
    ANTONIO: E come avete potuto dividervi? Una mela spaccata in due,  non
    ha  le  met  pi  gemelle  di  queste  due creature.  Quale dei due 
    Sebastiano?
    OLIVIA: Stupefacente!
    SEBASTIANO (guardando Viola): Sono io laggi?  Non  ho  mai  avuto  un
    fratello, ne pu esservi nella mia natura il dono divino di essere qui
    e  altrove.  Avevo  una  sorella  che  le onde cieche e i marosi hanno
    divorata.  (A Viola) Per piet,  quale parentela avete con me?  Di che
    paese siete? Come vi chiamate? Qual  la vostra famiglia?
    VIOLA:  Sono  di  Messalina,  e  mio  padre era Sebastiano.  Anche mio
    fratello era Sebastiano, e proprio cos vestito egli discese nella sua
    tomba d'acqua; se gli spiriti possono assumere forma e costume,  siete
    apparso per spaventarci.
    SEBASTIANO:  Sono realmente uno spirito,  ma grossolanamente rivestito
    di quella forma corporea che ricevetti dal grembo  materno.  Se  foste
    stato  donna,  come tutto il resto concorda a farvi credere,  lascerei
    scorrere le mie lagrime sulle  vostre  guance  dicendovi:  "Tre  volte
    benvenuta, o Viola annegata!"
    VIOLA: Mio padre aveva un neo sulla fronte.
    SEBASTIANO: Anche il mio.
    VIOLA:  E  mor  nel  giorno  stesso in cui Viola contava tredici anni
    dalla sua nascita.
    SEBASTIANO: Oh,  quel ricordo  vivo nell'anima  mia!  Egli  scomparve
    infatti  dalla  scena  mortale  nel  giorno in cui mia sorella comp i
    tredici anni.
    VIOLA:  Anche  se  null'altro  all'infuori  di  quest'abito   maschile
    usurpato  ci  impedisce  di essere entrambi felici,  non abbracciatemi
    finch ogni circostanza di luogo, di tempo,  di fortuna,  non concordi
    di  dimostrare  che sono Viola;  e per confermarvelo vi condurr da un
    capitano di questa citt presso il quale sono  rimasti  i  miei  abiti
    femminili.  Col  suo  cortese  aiuto io fui salvata per servire questo
    nobile conte e da allora tutti gli avvenimenti della mia vita si  sono
    svolti tra questa signora e questo signore.
    SEBASTIANO  (a  Olivia):  Ne  consegue,  signora,  che siete caduta in
    errore,  ma la natura in ci ha seguito la sua china.  Avreste  voluto
    fidanzarvi con una vergine e,  per la mia vita!, non rimarrete delusa,
    poich siete fidanzata insieme ad un uomo e a una vergine.
    DUCA (a Olivia): Non rimanete perplessa;  il suo  sangue    veramente
    nobile.  Se  le cose stanno cos,  poich l'inganno prospettico sembra
    verit,  avr  parte  in  questo  felicissimo  naufragio.   (A  Viola)
    Fanciullo,  mi hai detto mille volte che non ameresti mai una donna al
    pari di me.
    VIOLA: E tutto quello che ho detto posso giurarlo ancora,  e  tutti  i
    miei  giuramenti  mantenerli  cos fedelmente nell'anima come la sfera
    celeste contiene in s quel fuoco solare che distingue il giorno dalla
    notte.
    DUCA: Dammi la mano e lascia ch'io ti veda nelle tue vesti femminili.
    VIOLA: Il capitano che mi condusse per primo a terra ha i miei vestiti
    di fanciulla,  per un processo  egli    adesso  in  prigione,  dietro
    querela di Malvolio, un gentiluomo del seguito di madonna.
    OLIVIA: Egli lo far liberare: conducetemi Malvolio.  Ma ahim, adesso
    che mi ricordo,  dicono che quel povero gentiluomo  sia  completamente
    pazzo.
    (Rientra il Buffone con una lettera, e FABIANO).
    L'intensit stessa del mio delirio aveva completamente scacciato dalla
    mia memoria il suo. (Al Buffone) Come sta Malvolio, messere?
    BUFFONE: In verit, signora, tiene Belzeb a distanza per quanto possa
    farlo  un uomo nel suo caso.  Vi ha scritto una lettera;  avrei dovuto
    darvela stamane,  ma siccome le lettere di un pazzo non sono  vangeli,
    cos poco importa quando vengono consegnate.
    OLIVIA: Aprila e leggila.
    BUFFONE:  Attendetevi dunque di rimanere assolutamente edificata,  dal
    momento che il buffone comunica il messaggio d'un  pazzo!  (legge  con
    voce stentorea) "In nome di Dio, madonna...".
    OLIVIA: Ebbene sei matto?
    BUFFONE:  No,  signora,  io  non faccio altro che leggere la roba d'un
    matto; se la Signoria Vostra desidera che io faccia le cose come vanno
    fatte,  dovrete lasciare che io dia  alla  mia  lettura  l'intonazione
    giusta.
    OLIVIA: Ti prego, leggi in modo ragionevole.
    BUFFONE: E' proprio quello che sto facendo,  madonna;  per leggerlo in
    modo ragionevole  bisogna  leggerlo  cos;  e  quindi  ascoltate,  mia
    principessa, e prestatemi orecchio.
    OLIVIA (a Fabiano): Leggetela voi, messere.
    FABIANO  (legge):  "In  nome di Dio,  voi mi fate torto madonna,  e il
    mondo lo sapr.  Bench mi abbiate confinato nelle tenebre e  affidata
    la  mia  custodia a quel briaco di vostro zio,  ci nonostante godo il
    pieno possesso della ragione quanto Vossignoria.  Ho nelle mie mani la
    vostra  stessa  lettera  che  mi  persuase  a  prendere  l'aspetto che
    assunsi,  e per mezzo di quella non ho alcun dubbio che o  mi  render
    pienamente giustizia oppure procurer a voi una gran vergogna. Pensate
    di me quel che credete.  Trascuro un poco il rispetto che devo e parlo
    sotto l'assillo dell'offesa che mi  stata fatta.  Lo strapazzatissimo
    Malvolio".
    OLIVIA: Ha scritto questo?
    BUFFONE: S, signora.
    DUCA: Ci non sa molto di pazzia.
    OLIVIA: Fatelo liberare,  Fabiano,  e conducetelo qua.  (Esce Fabiano)
    (Al Duca) Signor mio, vi piaccia,  ripensando a quanto  accaduto,  di
    considerarmi  sorella  cos  come  mi  avreste considerata moglie;  il
    medesimo giorno coroner  l'alleanza  delle  nostre  famiglie,  se  vi
    piace, qui in casa mia ed a mie spese.
    DUCA:  Signora,  sono  prontissimo ad accettare la vostra offerta.  (A
    Viola) Il vostro padrone vi congeda,  ma per i servigi che  gli  avete
    resi,   cos  incompatibili  colla  natura  del  vostro  sesso,   cos
    grandemente al di sotto della vostra educazione delicata e  tenera,  e
    poich mi avete chiamato padrone per tanto tempo,  eccovi la mia mano.
    Da questo momento sarete la padrona del vostro padrone.
    OLIVIA: E sorella mia: voi lo siete.

    (Rientra FABIANO con MALVOLIO).

    DUCA: E' questo il pazzo?
    OLIVIA: S, mio signore, proprio lui. Ebbene, Malvolio?
    MALVOLIO: Signora, mi avete fatto torto, un torto grandissimo.
    OLIVIA: Io, Malvolio? No.
    MALVOLIO: Signora,  la verit. Vi prego, leggete questa lettera;  non
    potete negarmi che  la vostra scrittura.  Scrivete altrimenti,  se lo
    potete,  o  con  diversa  calligrafia  o  con  diverso  stile,  oppure
    affermate che questo non  il vostro sigillo o la vostra composizione:
    non  potete  sostenere  nulla  di simile.  Bene,  ammettetelo dunque e
    ditemi in tutta la riservatezza del vostro onore per qual  ragione  mi
    avete  dati segni cos chiari di vostro favore,  perch mi avete detto
    di venire da voi sorridente e colle giarrettiere incrociate, perch mi
    avete consigliato di mettermi le calze gialle e di squadrare dall'alto
    in basso sir Tobia e i subalterni.  E poi,  quando eseguii  il  vostro
    comando  con  obbediente  speranza,  perch  avete  lasciato che fossi
    imprigionato, rinchiuso in una stanza buia, visitato dal prete,  e che
    diventassi  il  pi  grosso  gonzo e babbeo che mai fosse mistificato?
    Ditemi, perch?
    OLIVIA: Ahim,  Malvolio,  questa non  la mia scrittura;  bench,  lo
    confesso, le rassomigli moltissimo; ma, senza dubbio,  la calligrafia
    di  Maria.  E,  adesso  che  ci penso,  fu proprio lei a dirmi che eri
    ammattito: e poi entrasti tu, tutto sorridente, in quella guisa che ti
    era prescritta nella lettera.  Ti prego calmati;    stata  una  beffa
    delle pi maliziose contro di te, ma quando ne conosceremo il motivo e
    gli autori, sarai insieme querelante e giudice della tua stessa causa.
    FABIANO:  Buona signora,  ascoltate le mie parole,  e non lasciate che
    alcuna lite o disputa ulteriore venga  a  turbare  le  condizioni  del
    momento presente,  di cui mi sento meravigliato.  Sperando che ci non
    accada confesser molto francamente che io e Tobia abbiamo  immaginato
    questo  complotto  contro  Malvolio  a  causa  di  certi  atti rozzi e
    scortesi che avevamo da rimproverargli.  Maria scrisse la lettera  per
    la pressante insistenza di sir Tobia ed in compenso egli l'ha sposata.
    Per  quanto  maligno  sia stato lo scherzo che ne  seguito,  esso pu
    suscitare piuttosto il riso che la vendetta,  se si pesano equamente i
    torti che ci sono stati da entrambe le parti.
    OLIVIA (a Malvolio): Ahim, povero sciocco, come ti hanno burlato!
    BUFFONE:  Diamine,  "alcuni  nascono  grandi,  altri  pervengono  alla
    grandezza,  e ad altri ancora essa viene imposta".  Rappresentavo  una
    parte,  signora,  in quell'interludio;  parte di un certo ser Topazio,
    signore, ma poco importa. "Perdio, pazzo,  io non sono matto!".  Ve ne
    ricordate? "Signora, perch vi divertite di un cos insipido furfante?
    Se  smettete  di sorridere  imbavagliato"...  E cos il carosello del
    tempo porta le sue vendette.
    (Esce).
    MALVOLIO: Mi vendicher di tutta la vostra combriccola.
    OLIVIA: E' stato burlato spietatamente.
    DUCA: Seguitelo e inducetelo a far pace.  Egli non ci ha  detto  ancor
    detto nulla del capitano;  quando anche questo sar noto e allorch il
    momento  prezioso  sia  giunto,  le  nostre  care  anime  si  uniranno
    solennemente.  Frattanto,  cara sorella,  non ci allontaneremo di qui.
    Cesario, venite,  poich rimarrete tale fino a che sarete un uomo;  ma
    quando  apparirete  sotto  altre  vesti  sarete l'amata di Orsino e la
    regina del suo amore.
    (Escono tutti fuorch il Buffone).
    BUFFONE (canta):
    Quand'ero un piccol piccolo fanciullo
    ehi, oh! il vento e la pioggia:
    ogni birichinata era un trastullo,
    che la pioggia cade ogni d.

    Ma quando diventai un uomo fatto,
    ehi, oh! il vento e la pioggia:
    a un birbo, a un ladro l'uscio in faccia sbattono,
    ch la pioggia cade ogni d.

    Ma quando giunsi a et di menar moglie,
    ehi, oh! il vento e la pioggia:
    col millantar non mi cavai le voglie,
    che la pioggia cade ogni d.

    Ma quando andar dovetti tra le coltri,
    ehi, oh! il vento e la pioggia:
    pigliavo belle sbornie in mezzo agli otri,
    ch la pioggia cade ogni d.

    Il mondo  cominciato da un bel tratto,
    ehi, oh! il vento e la pioggia:
    ma poco importa,  al fine anche quest'atto
    e vedrem di piacervi ciascun d.





    MISURA PER MISURA.


    PERSONAGGI.

    VINCENZO, il duca.
    ANGELO. il vicario.
    ESCALO, un signore degli anziani.
    CLAUDIO, giovane gentiluomo.
    LUCIO, un fantastico.
    Altri due simili Gentiluomini.
    VALERIO, TOMMASO, PIETRO: frati.
    Il Bargello.
    Un Giudice.
    GOMITO, un sempliciotto ufficiale della pace.
    SCHIUMA, un babbione.
    POMPEO, servo di madonna Strafatta.
    CANFIGLIAZZO, boia.
    BERNARDINO, un dissoluto carcerato.
    ISABELLA, sorella di Claudio.
    MARIANA, fidanzata di Angelo.
    GIULIETTA, amante di Claudio.
    FRANCESCA, monaca.
    MADONNA STRAFATTA, ruffiana.
    Signori, Birri, Cittadini, un Ragazzo, e Famigli.

    Scena: Vienna.

















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Un appartamento nel Palazzo del Duca.

    (Entrano il DUCA, ESCALO, Consiglieri e Seguito).
    DUCA: Escalo.
    ESCALO: Mio signore?
    DUCA:  Esporvi  la  natura  del  governo,  sembrerebbe  da  parte  mia
    un'ostentazione di parole e di frasi, dal momento che sono in grado di
    sapere che la vostra scienza oltrepassa in ci quanto la mia forza pu
    giungere a consigliarvi; sicch altro non manca che questa alla vostra
    idoneit,   come   il   vostro  credito    confacente,   e  lasciarle
    collaborare.  L'indole del nostro popolo,  le istituzioni della nostra
    citt e la procedura dei giudizi, voi ne siete cos perito quant'altri
    mai  che  a nostra memoria fosse arricchito dall'arte e dalla pratica.
    Eccovi il nostro incarico, da cui non vorremmo che voi vi discostaste.
    Ol,  fate venire dinanzi a noi Angelo.  (Esce uno del  Seguito)  Come
    pensate  che  far la parte nostra?  Poich dovete sapere che di tutto
    cuore l'abbiamo eletto a sostituirci in nostra  assenza,  gli  abbiamo
    prestato  il  nostro terrore,  l'abbiam rivestito dell'amor nostro,  e
    conferito al suo ufficio di  deputato  tutti  gli  organi  del  nostro
    potere: che ve ne pare?
    ESCALO:  Se  vi    alcuno in Vienna degno di ricevere una grazia e un
    onore cos grandi,  monsignor Angelo.
    DUCA: Ecco che viene.
    (Entra ANGELO).
    ANGELO: Sempre obbediente  al  volere  di  Vostra  Grazia,  vengo  per
    conoscere qual  il vostro piacere.
    DUCA:   Angelo,   v'   una  sorta  di  cifra  nella  tua  vita,   che
    all'osservatore rivela appieno la tua storia.  Tu stesso e le tue cose
    non  t'appartengono  cos in proprio,  che tu possa prodigar te stesso
    nelle tue virt,  ed esse in te.  Il cielo fa  di  noi  quel  che  noi
    facciamo delle torce,  che non le accendiamo per loro medesime, ch se
    le nostre virt non si propagassero fuori di noi,  sarebbe  lo  stesso
    che se non le avessimo.  L'anima non  provata di buona qualit se non
    per buoni fini,  e la Natura non presta mai il minimo ette  della  sua
    eccellenza,  che, da quella parsimoniosa dea ch'ella , non si riservi
    i trofei del creditore, le grazie e l'interesse.  Ma io rivolgo il mio
    discorso a tale che pu dichiarare pubblicamente il mio ufficio in lui
    stesso. In ci persevera, Angelo: nella nostra assenza sii tu in tutto
    e  per  tutto noi medesimo;  la morte e la merc in Vienna vivan sulla
    tua lingua e nel  tuo  cuore.  Il  vecchio  Escalo,  bench  primo  in
    riguardo,  tuo subordinato. Prendi la tua nomina.
    ANGELO: Ma,  mio buon signore,  lasciate che sia un po' pi provato il
    mio metallo, prima che vi sia coniata s nobile e grande figura.
    DUCA: Non pi scuse: per via  d'una  matura  e  meditata  scelta  siam
    giunti  a voi.  Prendete dunque l'onore che vi  conferito.  La nostra
    urgenza di partire  di s fatta natura che si antepone a  ogni  altra
    cosa, e tralascia d'esaminare faccende di gran momento. Vi scriveremo,
    quando il tempo e i nostri interessi richiederanno, come van le cose a
    noi;  e ci preoccuperemo di conoscere quel che vi accade qui.  Ed ora,
    addio: vi lascio confidando nell'esecuzione dei vostri incarichi.
    ANGELO: Permetteteci almeno,  signore,  d'accompagnarvi alquanto sulla
    vostra strada.
    DUCA: La mia fretta non lo consente;  n,  sull'onor mio, dovete avere
    scrupoli di sorta: il vostro scopo  il mio stesso,  di applicare o di
    mitigare le leggi come sembri buono all'anima vostra.  Datemi la mano;
    partir segretamente: amo il popolo,  ma non mi piace di far mostra di
    me  ai  loro  occhi.  Bench  faccia  bene,  non bene io gusto il loro
    rumoroso applauso e i veementi evviva, e non stimo saggio colui che se
    ne compiace. Di nuovo, addio!
    ANGELO: Il cielo assista i vostri propositi!
    ESCALO: Vi faccia partire e ritornare felicemente!
    DUCA: Vi ringrazio. Addio.
    (Esce).
    ESCALO: Desidero, signore, che mi accordiate di parlar liberamente con
    voi;  m'interessa di veder bene in fondo alla mia posizione: io ho  un
    potere, ma di qual forza e natura, ancora non l'ho appreso.
    ANGELO:  Tale    di  me.  Appartiamoci insieme,  e presto finiremo di
    mettere in chiaro questo punto.
    ESCALO: Seguo Vostro Onore.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una strada.

    (Entra LUCIO con due Gentiluomini).
    LUCIO: Se il duca insieme con gli altri duchi non vengono a un accordo
    col re d'Ungheria, ebbene,  allora tutti i duchi salteranno addosso al
    re.
    PRIMO  GENTILUOMO: Che il cielo ci accordi la sua pace,  ma non quella
    del re d'Ungheria!
    SECONDO GENTILUOMO: Amen.
    LUCIO: Tu concludi come quel santocchio di pirata, che si mise in mare
    coi dieci comandamenti, ma ne raschi uno dalla tavola.
    SECONDO GENTILUOMO: "Non rubare"?
    LUCIO: Gi, proprio quello gratt.
    PRIMO GENTILUOMO:  Infatti,  era  un  comandamento  che  comandava  al
    capitano  e a tutti gli altri di abbandonare le loro funzioni: facevan
    vela per rubare.  Non c' fra tutti noi soldato che nel  "benedicite",
    trovi di suo gusto la preghiera che invoca la pace.
    SECONDO   GENTILUOMO:   Non   ho   mai   sentito  un  soldato  che  la
    disapprovasse.
    LUCIO: Lo credo,  perch m'immagino che tu non sia mai stato  dove  si
    dicono le grazie.
    SECONDO GENTILUOMO: No? una dozzina di volte per lo meno.
    PRIMO GENTILUOMO: Che, in metro?
    LUCIO: D'ogni misura e in ogni lingua.
    PRIMO GENTILUOMO: Lo credo, e in ogni religione, anche.
    LUCIO: E perch no? Grazie son grazie, a dispetto d'ogni controversia,
    per esempio tu stesso sei uno sciagurato ribaldo,  a dispetto di tutte
    le grazie.
    PRIMO GENTILUOMO: Be', siam tutti e due della stessa lana.
    LUCIO: Sia pure,  se la cimosa  la stessa cosa del velluto: tu sei la
    cimosa.
    PRIMO  GENTILUOMO:  E  tu  il velluto: tu sei buon velluto,  tu sei un
    velluto a tre peli,  te lo garantisco.  Per conto mio mi piace di  pi
    essere una cimosa di pannolano inglese,  che esser pelato, come tu sei
    pelato, a mo' d'un velluto francese. Favello sensato, adesso?
    LUCIO: Lo credo; e, davvero,  con un'assai penosa sensazione nella tua
    favella: la tua confessione m'invita a bere alla tua salute ma, mentre
    ch'io viva, mi dimenticher di bere dopo di te.
    PRIMO GENTILUOMO: Credo di essermi fatto torto, non  vero?
    SECONDO GENTILUOMO: Si,  questo di certo,  che tu sia malfranciosato o
    no.
    LUCIO:  Guardate,  guardate,  ecco  che  arriva  madama  Lenit!.   Ho
    acquistato tanti malanni sotto il suo tetto quanti ammontano a....
    SECONDO GENTILUOMO: A quanto, di'?
    LUCIO: Indovina.
    SECONDO GENTILUOMO: A tremila dolori l'anno.
    PRIMO GENTILUOMO: E la giunta!
    LUCIO: Pi una corona francese.
    PRIMO GENTILUOMO: Non fai altro che immaginarti malattie in me; ma sei
    pieno d'errore: io son solido.
    LUCIO: Gi,  ma non come chi dicesse: sano;  ma sei solido come son le
    cose vuote; le tue ossa son vuote, l'empiet ha fatto convito di te.

    (Entra MADONNA STRAFATTA).

    PRIMO GENTILUOMO: Come va? quale dei vostri fianchi ha la sciatica pi
    profonda?
    STRAFATTA: Guarda un po'!  l  stato arrestato e menato  in  prigione
    uno che valeva cinquemila vostri pari.
    SECONDO GENTILUOMO: E chi , di grazia?
    STRAFATTA: Eh, diamine, messere!  Claudio, il signor Claudio.
    PRIMO GENTILUOMO: Claudio in prigione? Non pu essere.
    STRAFATTA:  Gi,  ma  io  so  che  cos: l'ho veduto arrestare,  l'ho
    veduto portar via, e quel che  pi, di qui a tre giorni gli dev'esser
    mozza la testa.
    LUCIO: Ma, dopo tante grullerie, stento a crederlo. Ne sei ben sicura?
    STRAFATTA: E come! e per aver ingravidato madonna Giulietta.
    LUCIO: Credetemi,  pu essere: mi aveva promesso d'incontrami due  ore
    fa ed  stato sempre puntuale nelle sue promesse.
    SECONDO GENTILUOMO: Inoltre, sapete, questo collima assai col discorso
    che abbiamo avuto in proposito.
    PRIMO GENTILUOMO: Ma pi di tutto s'accorda col proclama.
    LUCIO: Via! andiamo a vedere quel che c' di vero.
    (Escono Lucio e i Gentiluomini).
    STRAFATTA:  E  cos,  tra guerra,  peste,  forche,  e miseria,  la mia
    clientela se ne va.
    (Entra POMPEO).
    Ebbene, che novit recate?
    POMPEO: Laggi portano uno in prigione.
    STRAFATTA: Be', che ha fatto?
    POMPEO: Una donna.
    STRAFATTA: Ma quale  il suo delitto?
    POMPEO: Ha stuzzicato le trote in un certo fiume...
    STRAFATTA: Come, ha fatto razza con una donzella?
    POMPEO: Gi,  una razza o altro strano pesce.  Non sapete  niente  del
    proclama voi?
    STRAFATTA: Il proclama? Che proclama?
    POMPEO:  Tutte le case di ritrovo dei sobborghi di Vienna devono esser
    demolite.
    STRAFATTA: E che sar di quelle in citt?
    POMPEO: Rimarranno per seme: sarebbero andate gi anche quelle,  se un
    savio borghese non avesse fatto istanza per loro.
    STRAFATTA: Come? Tutte le nostre case di ritrovo nei sobborghi saranno
    demolite?
    POMPEO: Rase al suolo, padrona.
    STRAFATTA:  Questo s,  che  un cambiamento nello Stato!  Che sar di
    me?
    POMPEO: Via,  non abbiate paura,  voi: i buoni consiglieri non mancano
    di  clienti: sebbene cambiate di posto,  non abbisognate di cambiar di
    mestiere;  io sar  sempre  il  vostro  tavernaio.  Coraggio!  avranno
    compassione  di  voi:  voi  che quasi vi siete consumati del tutto gli
    occhi nel servizio, voi sarete considerata.
    STRAFATTA: Che stiamo a far qui, Maso Mesci?. Ritiriamoci.
    POMPEO: Ecco che viene  il  signor  Claudio  menato  in  prigione  dal
    bargello; ed ecco madonna Giulietta. (Escono).

    (Entrano il Bargello, CLAUDIO, GIULIETTA e alcuni Birri).

    CLAUDIO:  Ehi,  compare,  perch mi mostri cos alla gente?  Menami in
    prigione, dove debbo venir rinchiuso
    BARGELLO: Non lo faccio per maligna intenzione, ma per ordine speciale
    di monsignor Angelo.
    CLAUDIO: Cos la semidea Autorit pu  farci  pagare  a  peso,  per  i
    nostri reati,  le parole del cielo: "avrai merc di chi avr merc,  e
    di chi non l'avr, non l'avrai", e sar giusto lo stesso.

    (Rientra Lucio coi due Gentiluomini).

    LUCIO: Ebbene, Claudio, da chi viene questa restrizione?
    CLAUDIO: Da troppa libert, Lucio mio, da troppa libert;  a quel modo
    che l'intemperanza  madre di molto digiuno, cos ogni licenza per uso
    smoderato  si volge in restrizione.  Come topi che trangugiano il loro
    veleno, le nostre inclinazioni perseguono un male assetante,  e quando
    beviamo, moriamo.
    LUCIO:  Se  mi  riuscisse  di  parlare  cos saviamente,  quando fossi
    arrestato, manderei a chiamare qualcuno dei miei creditori. Eppure,  a
    dire il vero, preferisco ruzzare come uno scioccherello in libert che
    mortificarmi in prigione. Qual  il tuo reato, Claudio?
    CLAUDIO: Tale, che il parlarne sarebbe un nuovo reato.
    LUCIO: E che mai,  un assassinio?
    CLAUDIO: No.
    LUCIO: Fornicazione?
    CLAUDIO: Chiamala pure cos.
    BARGELLO: Via, messere, dovete andare.
    CLAUDIO: Una sola parola, buon amico. Lucio, una parola a voi.
    LUCIO: Anche cento, se vi possono far del bene. La fornicazione  cos
    tenuta d'occhio?
    CLAUDIO: Cos stanno le cose nei miei riguardi;  in seguito a un leale
    contratto io ebbi il possesso del letto  di  Giulietta:  conoscete  la
    signora;  essa    vincolata  mia  moglie,  e  non  ci  manca  che  la
    dichiarazione agli effetti della legge; questa noi non abbiam fatto in
    vista della concessione d'una dote che  ancora nello scrigno dei suoi
    parenti,  a cui ci  parso opportuno nascondere il nostro amore finch
    il  tempo  li  avesse  predisposti in nostro favore.  Ma accade che il
    segreto dei nostri mutui sollazzi  scritto sulla persona di Giulietta
    in caratteri troppo grossi.
    LUCIO: D'un figlio, forse?
    CLAUDIO: Proprio cos,  disgraziatamente.  E ora il nuovo vicario  del
    duca,  sia  l'abbaglio della novit,  o sia che il corpo dello Stato 
    come un cavallo montato dal governante,  il quale,  fresco  in  sella,
    perch sappia che comanda lui, gli fa subito sentir lo sprone; sia che
    la  tirannia  nel suo ufficio,  o nell'eccelso rango di chi l'occupa,
    io mi ci smarrisco: ...ma questo nuovo governante mi  risveglia  tutte
    le pene protocollate che,  a guisa d'armature non forbite,  pendono al
    muro da tanto che diciannove zodiaci si son  volti  senza  che  alcuna
    d'esse sia stata portata; e, per fare un nome, quella legge assopita e
    negletta  ora  mette  nuova  nuova sopra di me: di certo  per fare un
    nome.
    LUCIO: Te lo garantisco io: e il capo ti  sta  sulle  spalle  cos  in
    bilico  che  una  lattaia  innamorata  potrebbe  farlo  cadere  con un
    sospiro. Manda alla ricerca del duca e appellati a lui.
    CLAUDIO: L'ho fatto,  ma non si riesce a trovarlo.  Ti  prego,  Lucio,
    fammi  questo  cortese servizio: oggi mia sorella dovrebbe entrare nel
    chiostro per compiervi il noviziato: informala del pericolo della  mia
    situazione;  implorala, in nome mio, di farsi amico il rigido vicario;
    dille di saggiarlo ella medesima: ripongo grande speranza  in  questo,
    poich  nella  sua  giovinezza   un seducente e muto linguaggio quale
    intenerisce gli uomini;  inoltre ella ha una felice arte quando voglia
    adoperare il ragionamento e le parole, e sa ben persuadere.
    LUCIO:  Prego  Iddio  che  ci  riesca:  cos  per dar coraggio ai tuoi
    simili, che altrimenti rimarrebbero colpiti da una rigorosa pena, come
    perch tu possa godere della tua vita, che mi dispiacerebbe se dovesse
    esser cosi scioccamente perduta a un giuoco di tric-trac. Vado da lei.
    CLAUDIO: Grazie, mio buon amico Lucio.
    LUCIO: Fra due ore.
    CLAUDIO: Su, uffiziale, andiamo!
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un Monastero.

    (Entrano il DUCA e FRA TOMMASO).
    DUCA: No,  santo padre,  gitta via quel pensiero;  non credere che  il
    declinante dardo d'amore possa trapassare un ben temprato petto. Se io
    ti  chiedo  di  darmi  segreto  asilo,    per  un intento pi grave e
    aggrottato che non i fini e gli scopi dell'ardente giovinezza.
    FRATE: Pu Vostra Grazia parlarmene?
    DUCA: Mio venerabile signore,  nessuno sa meglio di voi come io  abbia
    sempre amato la vita segregata,  e fatto poco conto del frequentare le
    riunioni  dove  dimorano  la  giovinezza,   il  lusso  e  la   sciocca
    ostentazione. Ho consegnato a monsignor Angelo, uomo di rigidezza e di
    ferma continenza, il mio potere assoluto e il mio posto qui in Vienna,
    ed  egli  mi suppone partito per la Polonia;  perch questa voce io ho
    sparso nell'orecchio della gente,  e cos si crede.  Ora,  mio  divoto
    signore, mi chiedete perch fo questo?
    FRATE: Non senza ragione, mio signore.
    DUCA:  Noi  abbiamo rigorosi statuti e asperrime leggi,  morsi e freni
    necessari per  testardi  ronzoni,  che  per  quattordici  anni  abbiam
    lasciato cadere;  come un leone decrepito in una caverna, che non esce
    pi a far preda.  Ora,  come  padri  indulgenti,  che  abbiano  legato
    insieme  le minacciose verghe di betulla,  soltanto per ficcarle sotto
    gli occhi dei figli come spauracchio,  non per farne uso,  giacch col
    tempo  la  ferula  diviene  pi  schernita  che temuta;  cos i nostri
    decreti,  morti all'applicazione,  sono morti  a  loro  stessi,  e  la
    licenza piglia pel naso la giustizia; il pargolo picchia la nutrice, e
    alla deriva se ne va ogni decoro.
    FRATE:  Era  in  facolt di Vostra Grazia sguinzagliare tale giustizia
    incatenata quando vi fosse piaciuto;  e in  voi  sarebbe  apparsa  pi
    tremenda che in monsignor Angelo.
    DUCA: Troppo tremenda,  io temo: e poich fu mia colpa lasciare che il
    popolo si sbizzarrisse,  sarebbe tirannia  da  parte  mia  colpirli  e
    castigarli  per  quel  che  io  ho  ordinato  loro di fare: perch noi
    ordiniamo  di  far  cosi,   quando  le  male  azioni  hanno  il   loro
    salvacondotto e non la punizione.  Ecco perch, padre, ho conferito il
    mio ufficio ad Angelo, che,  all'ombra del mio nome,  potr colpire al
    segno, senza che la mia persona sia nella mischia da portarne biasimo.
    E  per  osservare il suo governo,  io,  come fossi un frate del vostro
    ordine, visiter il principe e il popolo: perci, ti prego, forniscimi
    una tonaca,  e istruiscimi come io debba esteriormente comportarmi per
    sembrare un vero frate. Pi ragioni per questo modo di fare io vi dar
    con  pi  agio;  per ora questa sola: monsignor Angelo  rigoroso;  si
    tiene in guardia contro la calunnia;  a malapena confessa che  il  suo
    sangue  scorre,  o  che  il  suo appetito va pi al pane che al sasso:
    sicch vedremo,  se il potere cambia i propositi,  che cosa sia dietro
    l'apparenza.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Un Convento di monache.

    (Entrano ISABELLA e FRANCESCA).
    ISABELLA: E non avete altri privilegi, voi monache?
    FRANCESCA: Non son questi abbastanza ampi?
    ISABELLA:  S,  certo,  non  parlo perch io ne desideri di pi,  anzi
    perch vorrei una disciplina pi severa  per  la  congregazione  delle
    suore di Santa Chiara.
    LUCIO (di dentro): Ol! la pace sia in questo luogo!
    ISABELLA: Chi chiama?
    FRANCESCA: E' la voce d'un uomo. Gentile Isabella, girate la chiave, e
    informatevi di quel che vuole: voi lo potete,  io no; non avete ancora
    preso i voti.  Quando li avrete pronunciati,  non dovrete parlare  con
    gli uomini che in presenza della superiora: allora,  se parlerete, non
    dovrete mostrare il volto,  o,  se  mostrate  il  volto,  non  dovrete
    parlare. Chiama di nuovo: vi prego, rispondete.
    (Esce).
    ISABELLA: Pace e prosperit! Chi  che chiama?
    (Entra LUCIO).
    LUCIO:  Salute,  vergine,  se  voi  lo siete,  come le rose di codeste
    guance proclamano che voi non siete  da  meno!  Potete  voi  farmi  il
    favore  di  condurmi  alla presenza d'Isabella,  una novizia di questo
    luogo, la leggiadra sorella del suo infelice fratello Claudio?
    ISABELLA: Perch "suo infelice fratello"?  permettete  che  io  ve  lo
    domandi,  tanto  pi  che  ora  debbo farvi sapere che io sono appunto
    Isabella sorella di lui.
    LUCIO: Gentile e leggiadra, vostro fratello vi saluta affettuosamente.
    Per non farla lunga, egli  in carcere.
    ISABELLA: Misera me! E per qual ragione?
    LUCIO: Per cosa che, potessi io essere il suo giudice,  riceverebbe la
    sua punizione in ringraziamenti: ha ingravidato la sua amica.
    ISABELLA: Signore, non mi fate la vostra favola.
    LUCIO:  E'  vero.  Sebbene sia mio peccato di far come il vanello e di
    scherzare con le ragazze,  la lingua lontana  dal  cuore,  non  vorrei
    trastullarmi cos con tutte le vergini; io vi ritengo creatura celeste
    e sacra,  un'anima resa immortale dalla vostra rinuncia, alla quale si
    deve parlare con sincerit come una santa.
    ISABELLA: Voi bestemmiate il bene dandomi la baia.
    LUCIO: Non lo crediate. Brevit e verit,  le cose stanno cos: vostro
    fratello e la sua amante si sono uniti in amplesso: come coloro che si
    nutrono  diventan  pieni,  come  la stagione della fiorita che il nudo
    maggese porta dalla sementa a feconda msse, cos il fertile grembo di
    lei manifesta da parte di lui un'aratura e una coltivazione perfette.
    ISABELLA: Qualcheduna ingravidata da lui? Mia cugina Giulietta?
    LUCIO: E' vostra cugina?
    ISABELLA: Per adozione;  come  le  scolare  mutano  i  loro  nomi  per
    un'affezione vana sebbene non disdicevole.
    LUCIO: E' proprio lei.
    ISABELLA: Oh, che la sposi!
    LUCIO:  Questo    il  punto.  Il  duca  partito di qui in modo molto
    strano;  aveva dato  a  parecchi  gentiluomini,  tra  cui  me  stesso,
    assicurazione  e  speranza  d'un'azione;  ma apprendiamo da coloro che
    conoscono le intime fibre dello Stato che le sue  asserzioni  erano  a
    un'infinita  distanza  dal  suo vero disegno.  Al suo posto,  e con la
    piena estensione della sua autorit, governa monsignor Angelo; un uomo
    il cui sangue  tale quale neve sciolta,  uno che non  sente  mai  gli
    stimoli voluttuosi e i moti dei sensi, ma che ottunde e smussa il filo
    dei  suoi  istinti  con  ci  che  profitta all'animo,  lo studio e il
    digiuno. Costui,  per far paura alla consuetudine e alla licenza,  che
    per  lungo  tempo  hanno  avuto corso presso all'orribile legge,  come
    sorci presso leoni, ha ripescato un editto,  sotto il cui grave tenore
    vostro  fratello  condannato a perder la vita: in forza di esso lo fa
    arrestare e segue alla lettera il rigore dello statuto per fare di lui
    un esempio.  Ogni speranza  perduta,  a meno che voi non  abbiate  la
    grazia  d'intenerire Angelo con le vostre belle preghiere;  e questo 
    il succo del mio darmi da fare tra voi e il vostro povero fratello.
    ISABELLA: A tal punto egli vuole la sua vita?
    LUCIO: Lo ha gi condannato;  e,  a quel che sento,  il bargello ha un
    ordine per la sua esecuzione capitale.
    ISABELLA: Ahim! qual povera abilit  in me di giovargli?
    LUCIO: Tentate il potere che avete.
    ISABELLA: Il mio potere, ahim! dubito...
    LUCIO:  I  nostri  dubbi  son traditori,  e ci fan perdere il bene che
    spesso potremmo guadagnare,  pel  timore  d'un  tentativo.  Andate  da
    monsignor  Angelo,   e  fategli  imparare  che,   quando  le  donzelle
    sollecitano, gli uomini donano al pari di numi; ma quand'esse piangono
    e s'inginocchiano,  tutte le cose da  loro  richieste  diventano  cos
    liberamente loro proprio com'esse medesime vorrebbero possederle.
    ISABELLA: Vedr quel che potr fare.
    LUCIO: Ma presto.
    ISABELLA:  Me  ne  occuper immediatamente,  senza indugiar pi che il
    tempo d'informare della mia faccenda la madre superiora.  Vi ringrazio
    umilmente:  raccomandatemi  a  mio  fratello;  stasera presto gli far
    certamente sapere che esito ho avuto.
    LUCIO: Mi accomiato da voi.
    ISABELLA: Buon signore, addio.
    (Escono).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Un'aula nella casa di Angelo.

    (Entrano ANGELO,  ESCALO,  un Giudice,  il  Bargello,  Birri  e  altri
    Famigli).
    ANGELO:  Non dobbiamo fare uno spauracchio della legge,  alzandola per
    spaventare gli uccelli da preda,  e poi lasciarle conservare la stessa
    forma,  finch  l'abitudine  ne  faccia il loro posatoio e non il loro
    spavento.
    ESCALO: Sicuro,  ma pure siamo affilati e incidiamo soltanto  un  poco
    anzich  far  piombare  gi  e  schiacciare  a  morte.  Ahim,  questo
    gentiluomo che io vorrei salvare aveva un padre assai nobile. Solo che
    si domandi Vostro Onore,  che io credo dirittissimo in virt,  qualora
    nell'operazione  dei vostri affetti il tempo avesse concorso col luogo
    o il luogo col desiderio,  o la  risoluta  azione  del  vostro  sangue
    avesse potuto attingere l'oggetto dei vostri voti, se non avreste, per
    una  volta  tanto nella vostra vita,  commesso quello stesso fallo pel
    quale ora condannate lui, e non vi sareste tirata addosso la legge.
    ANGELO: Altra cosa  l'esser tentati, Escalo, altra il soccombere.  Io
    non  nego  che  la giuria che decide della vita d'un prigioniero possa
    tra i dodici giurati annoverare un ladro o due pi colpevoli di  colui
    che processano;  quello che  reso manifesto alla giustizia, di questo
    la giustizia s'impadronisce;  che importa alle leggi se son ladri  che
    giudican  di  ladri?  E'  ovvio  che il gioiello che noi troviamo,  ci
    chiniamo a raccattarlo perch lo vediamo; ma quel che non vediamo,  ci
    camminiamo sopra senza neanche pensarci. Voi non potete scusare la sua
    trasgressione  pel  fatto  che  io  ho  commesso  tali falli;  ditemi,
    piuttosto,  quand'io che lo condanno,  trasgredisco cos,  che il  mio
    stesso  giudizio  sia  prefigurazione  della  mia  morte,  e  nulla di
    parziale intervenga. Messere, egli deve morire.
    ESCALO: Sia come vuole la vostra saggezza.
    ANGELO: Dov' il bargello?
    BARGELLO: Qui, cos piaccia a Vostro Onore.
    ANGELO: Guardate che Claudio  sia  giustiziato  domattina  alle  nove;
    conducetegli il suo confessore,  che egli si prepari;  perch questo 
    il termine del suo pellegrinaggio.
    (Il Bargello esce).
    ESCALO: Ebbene,  che il cielo gli perdoni,  e  perdoni  a  noi  tutti.
    Alcuni  s'elevano  col  peccato,  e altri cadono per la virt!  alcuni
    fuggono dai triboli del vizio, senza rispondere di nulla,  e altri son
    condannati per una sola colpa.

    (Entrano GOMITO e Birri, con SCHIUMA e POMPEO).

    GOMITO:  Su,  menateli  avanti:  se  son buona gente in una repubblica
    coloro che non fanno altro che usare le case pubbliche pei loro abusi,
    io non conosco pi legge: menateli avanti.
    ANGELO: Ebbene, messere, qual  il vostro nome, e di che si tratta?
    GOMITO: Cos piaccia a Vostro Onore,  io sono il povero  ufficiale  di
    polizia  del  duca,  e  il  mio  nome   Gomito;  io mi appoggio sulla
    giustizia, signore;  e conduco qui dinanzi al Vostro benigno Onore due
    famigerati benefattori.
    ANGELO: Benefattori!  Bene;  e che benefattori son essi? non son forse
    malfattori?
    GOMITO: Cos piaccia a Vostro Onore, io non so bene quel che sono;  ma
    puri  furfanti  lo sono,  di questo ne son certo,  e privi di tutte le
    profanazioni che dovrebbero avere i buoni cristiani.
    ESCALO: Questo fila a meraviglia: ecco un funzionarlo assennato.
    ANGELO: Proseguite: di che condizione sono?  Gomito  il vostro  nome?
    perch non parli Gomito?
    POMPEO: Non pu, signore: ha alzato il gomito.
    ANGELO: E voi chi siete, messere?
    GOMITO: Lui,  signore?  un tavernaio,  signore; un mezzo ruffiano; uno
    che fa servizi a una donnaccia, la cui casa,  signore,   stata,  come
    dicono,  buttata  gi nei sobborghi,  ed ora essa esercisce una stufa,
    che, credo,  pure una casa di malaffare.
    ESCALO: Come lo sapete?
    GOMITO: Mia moglie,  signore,  che io detesto innanzi  al  cielo  e  a
    Vostro Onore...
    ESCALO: Come! tua moglie?
    GOMITO: S, signore, la quale, grazie al cielo,  una donna onesta...
    ESCALO: E perci la detesti?
    GOMITO:  Dico,  signore,  io  vo' detestare me stesso quanto lei,  che
    quella casa,  se non  la casa d'una ruffiana,  tanto peggio per  lei,
    perch  una casa di malaffare.
    ESCALO: Come lo sai caporale?
    GOMITO: Diamine,  signore, per mezzo di mia moglie, che se fosse stata
    una donna d'inclinazioni cardinali,  avrebbe potuto essere accusata di
    fornicazione, d'adulterio, e d'ogni sorta d'immondizia in quella casa.
    ESCALO: Per colpa di quella donna?
    GOMITO: Gi,  signore, per colpa di madonna Strafatta; ma siccome essa
    ha sputato in faccia a costui, cos l'ha sfidato.
    POMPEO: Signore, cos piaccia a Vostro Onore, le cose non stanno cos.
    GOMITO: Provalo dinanzi a questi furfanti, tu uomo d'onore, provalo!
    ESCALO (ad Angelo): Sentite come scambia le parole?
    POMPEO: Signore,  essa entr che era gravida,  e moriva dalla  voglia,
    salvo il rispetto di Vostro Onore,  per le prugne cotte.  Signore, non
    ne avevamo che due in casa, che a quell'epoca remotissima stavan,  per
    cos dire, in un piatto da frutta, un piatto da un tre soldi; i Vostri
    Onori han veduto di tali piatti; non sono piatti di porcellana, ma son
    sempre buoni piatti,
    ESCALO: Basta, basta: il piatto non importa, messere.
    POMPEO:  No,  in  verit,  signore,  neanche  uno  spillo,  cos avete
    ragione;  ma veniamo al punto.  Come dicevo,  questa  signora  Gomito,
    essendo,  come dicevo,  incinta, e avendoci una gran pancia, e morendo
    dalla voglia,  come dicevo,  per le prugne,  e non essendocene che due
    nel  piatto,  come dicevo,  avendo mastro Schiuma,  proprio quest'uomo
    cost, mangiato il rimanente, come dicevo, e avendole, dicevo,  pagate
    assai  onestamente;  perch  come voi sapete,  mastro Schiuma,  non ho
    potuto rendervi tre soldi di resto.
    SCHIUMA: No, infatti.
    POMPEO: Benissimo: voi stavate dunque,  se vi rammentate,  rompendo  i
    noccioli delle summenzionate prugne...
    SCHIUMA: Proprio cos, in verit.
    POMPEO: Ottimamente: e vi stavo dicendo, se vi rammentate, che il tale
    e il tal altro non sarebbero mai guariti della cosa che sapete, a meno
    che non avessero seguito un regime solennissimo, come vi dicevo...
    SCHIUMA: Tutto questo  vero.
    POMPEO: Ottimamente...
    ESCALO: Via, voi siete uno sciocco insopportabile: venite al sodo! Che
    cosa  si    fatto  alla  moglie  di  Gomito,  di  cui  egli  abbia da
    lamentarsi? Venitemi a quel che le  stato fatto.
    POMPEO: Signore, Vostro Onore non pu ancora venire a questo punto.
    ESCALO: No, messere, e non ne ho neanche l'intenzione.
    POMPEO: Signore, ma ci verrete, con la licenza di Vostro Onore. E,  vi
    prego,  considerate mastro Schiuma qui presente,  signore,  un uomo di
    ottanta sterline l'anno,  il cui padre  morto a Ognissanti.  Non fu a
    Ognissanti, mastro Schiuma?
    SCHIUMA: Alla vigilia d'Ognissanti.
    POMPEO: Ottimamente: ecco delle verit,  spero.  Lui,  signore,  stava
    seduto, come dicevo, su una sedia bassa, signore; era nella stanza del
    Grappolo, dove invero voi vi dilettate di sedere, non  vero?
    SCHIUMA: Sicuro, perch  una stanza pubblica e buona per l'inverno.
    POMPEO: Ottimamente: ecco delle verit, spero.
    ANGELO: Questo durer una notte in Russia,  quando le  notti  son  pi
    lunghe  lass:  io  mi  congedo,  e  lascio voi ad ascoltare la causa,
    sperando che troverete buona causa di frustarli tutti.
    ESCALO: E' quel che penso.  Buon giorno  a  Vostra  signoria.  (Angelo
    esce) E adesso,  messere,  avanti: che cosa  stato fatto,  ancora una
    volta, alla moglie di Gomito?
    POMPEO: Una volta,  signore?  non c' nulla che le sia stato fatto una
    volta.
    GOMITO:  Vi  scongiuro,  signore,  domandategli  ci che quest'uomo ha
    fatto a mia moglie.
    POMPEO: Scongiuro Vostro Onore, chiedetelo a me.
    ESCALO: Ebbene, messere, che cosa le ha fatto questo gentiluomo?
    POMPEO: Vi scongiuro, considerate la faccia di questo gentiluomo. Buon
    mastro Schiuma,  guardate Suo Onore;   a fin di  bene.  Vostro  Onore
    osserva la sua faccia?
    ESCALO: S, messere, benissimo.
    POMPEO: Ma, vi scongiuro, osservatela bene.
    ESCALO: Ebbene,  quello che sto facendo.
    POMPEO: Vede Vostro Onore nulla di male nella sua faccia?
    ESCALO: Ma no.
    POMPEO:  Son  pronto a supporre sul Vangelo che la faccia  quello che
    lui ha di peggio. Orbene,  se la faccia  quello che lui ha di peggio,
    come  avrebbe  potuto  mastro  Schiuma  far  del  male alla moglie del
    caporale? Vorrei saperlo da Vostro Onore.
    ESCALO: Ha ragione, Caporale, che avete da replicare?
    GOMITO: Prima di tutto,  con  vostra  licenza,  la  casa    una  casa
    rispettata; poi, questo  individuo rispettato, e la sua padrona  una
    donna rispettata.
    POMPEO:  Per  questa  mano,  signore,  sua  moglie    una persona pi
    rispettata di chiunque di noi.
    GOMITO: Ribaldo, tu menti: tu menti,  sciagurato ribaldo.  Il tempo ha
    ancora  da venire che essa sia mai stata rispettata con uomo,  donna o
    bambino.
    POMPEO: Signore,  essa  fu  rispettata  con  lui  prima  che  egli  la
    sposasse.
    ESCALO:  Chi  ha  pi  senno qui?  La Giustizia o l'Iniquit?  E' vero
    questo?
    GOMITO: Ah, gaglioffo! ah, ribaldo! sciagurato Annibale! Io rispettato
    con lei prima che la sposassi,  eh?  Se mai sono stato rispettato  con
    lei,  o  lei con me,  che Vostra Eccellenza non mi consideri il povero
    ufficiale di polizia del duca.  Prova questo,  sciagurato Annibale,  o
    t'intenter azione per vie di fatto.
    ESCALO:  Se  egli  vi  desse  un  ceffone,  potreste intentargli anche
    un'azione per diffamazione.
    GOMITO: Diamine, ne ringrazio la bont di Vostra Eccellenza.  Che cosa
    desidera   Vostra  Eccellenza  che  io  faccia  di  questo  sciagurato
    gaglioffo?
    ESCALO: In verit, ufficiale,  siccome egli ha in s varie magagne che
    tu volentieri scopriresti,  se potessi,  lascialo continuare nelle sue
    pratiche finch tu non sappia quali sono.
    GOMITO:  Diamine,  ringrazio  Vostra  Eccellenza.   Vedi,   sciagurato
    ribaldo,  quel  che  ti  capita  adesso;  hai  da continuare,  adesso,
    briccone, hai da continuare.
    ESCALO: Dove siete nato, amico?
    SCHIUMA: Qui a Vienna, signore.
    ESCALO: Avete ottanta sterline l'anno?
    SCHIUMA: S, col vostro beneplacito, signore.
    ESCALO: Sta bene. (A Pompeo) Qual  il vostro mestiere, messere?
    POMPEO: Tavernaio: tavernaio d'una povera vedova.
    ESCALO: Qual  il nome della vostra padrona?
    POMPEO: Madonna Strafatta.
    ESCALO: Ha avuto pi di un marito?
    POMPEO: Nove, signore, Strafatta dall'ultimo.
    ESCALO: Nove! Venite qui da me, mastro Schiuma. Mastro Schiuma, vorrei
    che non aveste dimestichezza con tavernai;  essi vi trarranno,  mastro
    Schiuma, e voi li farete impiccare. Andatevene, e che io non senta pi
    parlar di voi.
    SCHIUMA: Ringrazio Vostra Eccellenza.  Per parte mia, io non entro mai
    in una stanza di taverna senza venir sottratto.
    ESCALO: Bene: basta cos,  mastro Schiuma: state bene.  (Schiuma esce)
    Fatevi  innanzi,  mastro  tavernaio.  Qual    il vostro nome,  mastro
    tavernaio?
    POMPEO: Pompeo.
    ESCALO: E poi?
    POMPEO: Chiappa, signore.
    ESCALO: Aff, la chiappa  quel che avete di pi grande,  sicch,  nel
    senso pi bestiale,  voi siete Pompeo il Grande.  Pompeo, voi siete un
    mezzo  ruffiano,   per  quanto  crediate  di  colorirlo  col  fare  il
    tavernaio,  non  vero forse?  via,  ditemi la verit, sar meglio per
    voi.
    POMPEO: In  verit,  signore,  io  sono  un  poveraccio  che  vorrebbe
    campare.
    ESCALO:  Come  vorreste  campare,  Pompeo?  facendo  il ruffiano?  Che
    pensate di quel mestiere, Pompeo?  un mestiere lecito?
    POMPEO: Se la legge lo permettesse, signore.
    ESCALO: Ma la legge non lo permette,  Pompeo;  e non sar  permesso  a
    Vienna.
    POMPEO:  Intende  Vostra  Eccellenza  capponare  e  castrare  tutta la
    giovent della citt?
    ESCALO: No, Pompeo.
    POMPEO: In verit, signore, a mio modesto parere, essi allora torneran
    sempre all'uzzolo. Se Vostra Eccellenza vorr prender misure contro le
    scanfarde e i furfanti, non avrete pi da temere dei ruffiani.
    ESCALO: Stanno iniziandosi delle misure galantissime,  ve lo dico  io:
    non si tratta che di decapitare e d'appiccare.
    POMPEO:  Se voi decapitate e appiccate soltanto per dieci anni di fila
    tutti quelli che trasgrediscono in  quel  modo,  fareste  bene  a  dar
    commissione per nuove teste. Se questa legge dura dieci anni a Vienna,
    piglier  in  affitto  la  pi  bella  casa della citt a tre soldi la
    travata.  Se vivete tanto da veder questo accadere,  dite  che  ve  lo
    predisse Pompeo.
    ESCALO: Grazie,  buon Pompeo,  e, in ricompensa della vostra profezia,
    ascoltate: vi consiglio di non farvi trovare dinanzi a me di nuovo per
    nessun reato,  no,  nemmeno per quello di abitare dove abitate: se  no
    v'incalzer  fino  alla vostra tenda,  e mi dimostrer un fiero Cesare
    per voi.  Per parlar chiaro,  Pompeo,  vi far  frustare.  Per  questa
    volta. Pompeo, state bene.
    POMPEO:  Ringrazio Vostra Eccellenza del buon consiglio;  (a parte) ma
    lo seguir come meglio disporranno la carne e la fortuna.
    Frustar me? Frusti il carrettier la rozza:
    la frusta a un prode cuor la via non mozza.
    (Esce).
    ESCALO: Venite qui da me, mastro Gomito; venite qui,  messer caporale.
    Da quanto tempo avete questo posto di caporale?
    GOMITO: Sette anni e mezzo, signore.
    ESCALO:  La  vostra  prontezza  nell'ufficio  mi  faceva  pensare  che
    dovevate esercitarlo da qualche tempo. Avete detto sette anni di fila?
    GOMITO: E mezzo, signore.
    ESCALO: Ahim!  quante pene ne avete avute!  Vi fan torto a darvi cos
    spesso quest'incarico.  Non vi sono nel vostro quartiere uomini idonei
    per accudirvi?
    GOMITO:  Aff,  signore,  pochi  che  abbian  qualche  senno  in  tali
    faccende.  Come  sono  scelti,  essi son lieti di scegliere me in loro
    vece: io lo fo per un po' di denaro, e meno tutto a fine.
    ESCALO: Guardate di portarmi i nomi di sei o sette, i pi idonei della
    vostra parrocchia.
    GOMITO: A casa di Vostra Eccellenza, signore?
    ESCALO: A casa mia.  State bene.  (Gomito esce) Che ore sono,  secondo
    voi?
    GIUDICE: Le undici, signore.
    ESCALO: Vi prego di venire a pranzo da me.
    GIUDICE: Umilmente ve ne ringrazio.
    ESCALO: La morte di Claudio mi angustia; ma non c' rimedio.
    GIUDICE: Monsignor Angelo  severo.
    ESCALO: Non  che necessario.  La clemenza non  clemenza,  che spesso
    sembra tale;  il perdono   sempre  il  padre  d'un  secondo  affanno.
    Eppure, misero Claudio! Non c' rimedio. Andiamo, signore.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Un'altra stanza nella stessa.

    (Entrano il Bargello e un Servo).
    SERVO: Sta a udire una causa; verr sull'istante: vi annuncer.
    BARGELLO:  Ve ne prego.  (Il Servo esce) Voglio sapere la sua volont;
    forse si piegher a misericordia.  Ahim!  egli non ha trasgredito che
    come in un sogno: tutti i ceti, tutte le et, odorano di questo vizio,
    e che egli debba morire per esso!

    (Entra ANGELO).

    ANGELO: Orbene, che cosa c', bargello?
    BARGELLO: E' vostra volont che Claudio debba morir domani?
    ANGELO:  Non  ti  ho  detto di s?  non hai avuto l'ordine?  perch lo
    chiedi di nuovo?
    BARGELLO: Per tema d'esser troppo precipitoso.  Con vostra buona pace,
    io ho veduto casi in cui,  dopo l'esecuzione, la giustizia s' pentita
    della sua sentenza.
    ANGELO: Andate franco; lasciate che io ne risponda: voi fate l'ufficio
    vostro, o rassegnate il vostro posto, e ben si far a meno di voi.
    BARGELLO: Imploro il perdono di Vostro Onore. Che deve farsi, signore,
    di Giulietta che gi   alle  doglie?  Ella    molto  vicina  al  suo
    termine.
    ANGELO:   Accomodatela   in   qualche   luogo   pi   adatto,   e  ci
    sollecitamente.
    (Rientra il Servo).
    SERVO: C' qui la sorella del condannato, che chiede accesso a voi.
    ANGELO: Ha egli una sorella?
    BARGELLO: S,  mio buon signore;  una giovanetta molto  virtuosa,  che
    presto sar suora, se non lo  di gi.
    ANGELO:  Ebbene,  che  sia ammessa.  (Il Servo esce) Provvedete che la
    fornicatrice sia allontanata: che ella abbia  l'occorrente,  ma  senza
    scialo; saran dati ordini a tal fine.
    (Entrano LUCIO e ISABELLA).
    BARGELLO: Dio salvi Vostro Onore!
    ANGELO:  Rimanete  un  momento.  (A  Isabella) Siate la benvenuta: che
    bramate?
    ISABELLA: Sono dolente supplice presso Vostro Onore.  Piaccia a Vostro
    Onore soltanto ascoltarmi.
    ANGELO: Ebbene, qual  la vostra supplica?
    ISABELLA:  C'  un  vizio  che io massimamente aborro,  e massimamente
    desidero che cada sotto i colpi della giustizia,  per il quale io  non
    vorrei  intercedere,  se  non  lo dovessi;  per il quale io non dovrei
    intercedere, se io non fossi combattuta tra il volere e il disvolere.
    ANGELO: Ebbene, al fatto!
    ISABELLA: Ho un fratello che  condannato a morire: vi  scongiuro  che
    lo sia il suo reato, e non mio fratello.
    BARGELLO (a parte): Che il cielo ti dia grazie atte a commuovere!
    ANGELO:  Condannare  il  reato  e  non il suo autore?  Ma ogni reato 
    condannato prima di esser commesso.  La mia funzione  sarebbe  stimata
    uno zero,  se io mettessi il fermo ai reati la cui punizione  fermata
    negli statuti, e lasciassi sfuggire gli autori.
    ISABELLA: O giusta,  ma severa legge!  Dunque,  avevo un fratello.  Il
    cielo protegga Vostro Onore!
    (Fa atto di ritirarsi).
    LUCIO  (a  Isabella,  a parte): Non ci rinunziate cos: incalzatelo di
    nuovo, imploratelo; inginocchiatevi dinanzi a lui, attaccatevi ai suoi
    panni,  voi siete troppo fredda;  se abbisognaste  d'uno  spillo,  non
    potreste domandarlo con lingua pi molle. Incalzatelo, dico!
    ISABELLA: Deve egli di necessit morire?
    ANGELO: Giovanetta, non c' rimedio.
    ISABELLA: S,  penso che voi potreste perdonarlo, e n il cielo n gli
    uomini si dorrebbero di tal misericordia.
    ANGELO: Non lo voglio.
    ISABELLA: Ma potete, se lo voleste?
    ANGELO: Udite: quel che io non voglio, non posso fare.
    ISABELLA: Ma potreste,  senza far torto al mondo,  se il vostro  cuore
    fosse cos tocco da piet come il mio  per lui!
    ANGELO: Egli  giudicato:  troppo tardi.
    LUCIO (a parte, a Isabella): Siete troppo fredda.
    ISABELLA: Troppo tardi?  ma no;  io,  che proferisco una parola, posso
    richiamarla   indietro.   Credetemi,   nessuna   delle   insegne   che
    appartengono ai grandi, non la corona del re, n la spada del vicario,
    n il bastone del maresciallo, n la toga del giudice, si addicon loro
    con  una  grazia  per  met  cos  buona come quella che conferisce la
    clemenza. Se egli fosse stato al vostro posto,  e voi al suo,  avreste
    fallito come lui, ma lui non sarebbe stato cos duro come voi.
    ANGELO: Vi prego, andate.
    ISABELLA:  Volesse  il  cielo  che io avessi la vostra potenza,  e voi
    foste Isabella!  sarebbe allora cos?  No,  io mostrerei quel che  sia
    esser giudice, e quel che sia esser prigioniero.
    LUCIO (a parte, a Isabella): Cos, inteneritelo, questo  il tono.
    ANGELO: Vostro fratello  condannato dalla legge, e voi non fate altro
    che gittar via le parole.
    ISABELLA:  Ahim!  ahim!  ma  tutte  le  anime  che  esistono  furono
    condannate una volta: e colui che avrebbe potuto  meglio  prevalersene
    trov  il  rimedio.  Che sarebbe di voi,  se Colui che  la cima della
    giustizia vi giudicasse solo per quel che siete? Oh,  pensate a questo
    e  la  clemenza  allora  spirer nelle vostre labbra,  e sarete l'uomo
    primieramente creato.
    ANGELO: Rassegnatevi, bella giovine; la legge, non io, condanna vostro
    fratello: foss'egli mio parente, fratello o mio figlio, sarebbe eguale
    per lui: egli deve morire domani.
    ISABELLA:   Domani!   Oh,    questo      repentino!    Risparmiatelo,
    risparmiatelo!  Egli non  preparato alla morte. Perfino per le nostre
    cucine noi uccidiamo gli uccelli nella loro stagione: dobbiamo servire
    il cielo con meno rispetto di quello che ministriamo alla nostra parte
    materiale? Mio buono, buon signore,  riflettete: chi  che  morto per
    questa trasgressione? Sono in molti ad averla commessa.
    LUCIO (a parte a Isabella): Ben detto.
    ANGELO:  La legge non era morta,  bench abbia dormito: quei molti non
    avrebbero osato fare quel male,  se il  primo  che  infranse  l'editto
    avesse pagato per il suo atto: ora  sveglia, prende nota di ci che 
    fatto,  e,  come un profeta,  guarda in un vetro,  e mostra quali mali
    futuri,  che grazie all'indulgenza son gi concepiti o lo  saranno,  e
    son  cos  sulla  via  di  uscir dal guscio e di nascere,  non debbano
    procedere ora per successivi gradi, ma debbano finire dov'essi vivono.
    ISABELLA: Pur mostrate qualche piet.
    ANGELO: La mostro massimamente quando mostro giustizia;  perch allora
    io  ho piet di quelli che non conosco,  che un delitto impunito dipoi
    infetterebbe, e fo giustizia a colui che, pagando per una sozza colpa,
    non vive per commetterne  un'altra.  Rimanete  paga:  vostro  fratello
    muore domani: state contenta.
    ISABELLA:  Cos  voi  dovete  essere  il  primo  a  pronunziare questa
    condanna,  ed egli a subirla.  Oh!   eccellente avere la  forza  d'un
    gigante, ma  tirannico usarla come un gigante.
    LUCIO (a parte, a Isabella). Questo  ben detto.
    ISABELLA:  Potessero  i  grandi  tonare come Giove istesso,  Giove non
    avrebbe mai quiete, poich ogni minuto, dozzinale ministro userebbe il
    suo cielo pei tuoni,  null'altro che tuoni!  Cielo misericordioso,  tu
    con  la tua folgore acuta e sulfurea fendi piuttosto la quercia nodosa
    e inattaccabile dal conio che non il molle mirto;  ma  l'uomo,  l'uomo
    orgoglioso,  vestito d'una breve autorit, che pi ignora ci di cui 
    pi certo,  la  sua  vitrea  essenza,  come  scimmia  rabbiosa  fa  s
    stravaganti  lazzi  in  cospetto dell'eccelso cielo da farne lacrimare
    gli  angeli,  i  quali,  avessero  la  nostra  milza,  dalle  risa  si
    renderebbero mortali.
    LUCIO (a parte,  a Isabella): Oh,  insistete, insistete, ragazza. Egli
    ceder: sta venendo, me ne accorgo.
    BARGELLO (a parte): Voglia il cielo che essa lo guadagni!
    ISABELLA: Non possiamo  pesare  nostro  fratello  con  noi:  i  grandi
    possono  scherzare coi santi;  ci in essi  spirito,  ma nei minori 
    sozza profanit.
    LUCIO (a parte, a Isabella): Sei nel giusto fanciulla: seguita.
    ISABELLA: Non  che parola  collerica  nel  capitano  quella  che  nel
    soldato  nuda bestemmia.
    LUCIO (a parte, a Isabella): Sei accorta di questo? ancora!
    ANGELO: Perch applicate queste sentenze a me?
    ISABELLA: Perch l'autorit, bench erri come gli altri, pure ha in s
    una   sorta  di  medicina  che  rammargina  il  vizio  della  sommit.
    Discendete nel vostro petto; l picchiate,  e chiedete al vostro cuore
    qual  cosa  egli conosca che sia simile alla colpa di mio fratello: se
    confessa una natural fallibilit qual  la sua,  non  faccia  risonare
    sulla vostra lingua un pensiero contro la vita di mio fratello.
    ANGELO (a parte): Ella sa parlare, e con tanto senno, che il mio senno
    ne  fecondato. Addio!
    ISABELLA: Gentil mio signore, volgetevi
    ANGELO: Rifletter. Tornate domani.
    ISABELLA:  Sentite  come  io  voglio  subornarvi.  Mio  buon  signore,
    volgetevi.
    ANGELO: Come? subornarmi?
    ISABELLA: S, con tali doni che il cielo divider con voi.
    LUCIO (a parte, a Isabella): Sciupavate tutto, senza questo.
    ISABELLA: Non con frivoli sicli d'oro di coppella,  o  pietre  la  cui
    estimazione   ricca o povera,  secondo che la valuti la fantasia;  ma
    con vere preci che saranno su in cielo e vi entreranno prima del levar
    del sole: preci d'anime incontaminate,  di vergini digiunanti  la  cui
    mente non  dedicata a nulla di temporale.
    ANGELO: Bene, venite da me domani.
    LUCIO (a parte, a Isabella): Avanti; sta bene, andiamo!
    ISABELLA: Il cielo protegga Vostro Onore!
    ANGELO  (a  parte): Amen: perch per quella via io vo alla tentazione,
    dove le preghiere s'incrociano.
    ISABELLA: A che ora domani debbo presentarmi a Vostra Signoria?
    ANGELO: A qualunque ora prima di mezzod.
    ISABELLA: Dio salvi Vostro Onore!
    (Escono Isabella, Lucio e il Bargello).
    ANGELO: Da te; proprio dalla tua virt! Che  questo? che  questo? E'
    colpa sua o mia? Di chi tenta e di chi  tentato,  quale pecca di pi?
    Ah,  non  lei, n ella vuole tentarmi; ma son io che, giacendo presso
    la violetta nel sole,  faccio come la carogna,  non come il fiore,  mi
    corrompo  per  la virt della buona stagione.  E' mai possibile che la
    modestia seduca i nostri sensi pi che non la leggerezza della  donna?
    Mentre abbiamo tanto terreno incolto, desidereremmo di radere al suolo
    il santuario per piantarvi le nostre latrine?  Ohib,  ohib! Che fai,
    che sei tu, Angelo?  La desideri tu disonestamente per quelle cose che
    la fanno onesta? Oh, che suo fratello viva! I ladri hanno autorit pei
    loro furti, quando i giudici rubano loro stessi. Come? l'amo io forse,
    che desidero udirla di nuovo parlare e pascermi dei suoi occhi? Di che
    vo sognando?  O astuto avversario che, per carpire un santo, con santi
    inneschi il tuo amo.  Pericolosa fra tutte    la  tentazione  che  ci
    stimola  a  peccare  per amore della virt: non mai pot la meretrice,
    con tutto il suo doppio vigore, dell'arte e della natura, eccitare una
    sola volta i miei sensi;  ma questa virtuosa  giovanetta  mi  soggioga
    interamente.  Finora, quando gli uomini s'innamoravano, io sorridevo e
    ne restavo stupito.
    (Esce).


    SCENA TERZA - Una stanza in una prigione.

    (Entrano il DUCA, travestito da frate, e il Bargello).
    DUCA: Salute a voi, bargello! ch tale io stimo.
    BARGELLO: Io sono il bargello. Che volete, buon frate?
    DUCA: Mosso dalla mia carit e dal mio sacro ordine,  vengo a visitare
    gli  afflitti  spiriti qui nel carcere: fatemi l'ordinaria concessione
    di lasciarmeli vedere  e  di  farmi  apprendere  la  natura  dei  loro
    delitti, affinch io possa ministrare loro come si addice.
    BARGELLO: Farei anche di pi, se di pi vi fosse bisogno.
    (Entra GIULIETTA).
    Guardate,  eccone una: una gentildonna delle mie,  che,  cadendo nelle
    faville della sua giovinezza,  ha  scottato  la  sua  reputazione.  E'
    incinta,  e  colui  che  l'ha  resa tale  condannato;  un giovane pi
    adatto a commettere un altro reato di tal natura,  che  a  morire  per
    questo.
    DUCA: Quando deve morire?
    BARGELLO: Credo domani. (A Giulietta) Ho provveduto per voi: attendete
    un poco, e sarete accompagnata.
    DUCA: Vi pentite, bella giovane, del peccato che recate?
    GIULIETTA: Me ne pento, e ne sopporto la vergogna con grande pazienza.
    DUCA: V'insegner come dovrete chiedere ragione alla vostra coscienza,
    e  certificare  se  il vostro pentimento sia sincero,  oppure un vuoto
    simulacro.
    GIULIETTA: L'apprender volentieri.
    DUCA: Amate l'uomo che vi ha fatto torto?
    GIULIETTA: S, quanto amo la donna che ha fatto torto a lui.
    DUCA: Sembra dunque che  il  vostro  atto  cos  offensivo  sia  stato
    commesso di mutuo accordo.
    GIULIETTA: Di mutuo accordo.
    DUCA: Allora il vostro peccato fu di natura pi grave del suo.
    GIULIETTA: Lo confesso, e me ne pento, padre.
    DUCA:  Sta  bene,  figliuola mia: ma che voi non vi pentiate perch il
    peccato vi ha condotta a questa vergogna,  il qual rammarico   sempre
    verso  noi  stessi,   non  verso  il  cielo,  e  mostra  che  noi  non
    risparmieremmo il cielo perch l'amiamo, ma perch lo temiamo...
    GIULIETTA: Mi pento,  perch  un male,  e  accetto  la  vergogna  con
    gioia.
    DUCA: Rimanete in queste disposizioni.  Il vostro complice, a quel che
    sento, deve morire domani,  ed io vado a istruirlo.  La grazia sia con
    voi! "Benedicite"!
    (Esce).
    GIULIETTA:  Deve morire domani!  O ingiusta legge,  che cos doni a me
    una vita, il cui precipuo conforto  pur sempre un orrore mortale.
    BARGELLO: Egli merita ogni piet.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Una stanza nella casa di Angelo.

    (Entra ANGELO).
    ANGELO: Quando vorrei pregare e pensare,  io  penso  e  prego  a  vari
    soggetti:  il  cielo ha le mie vuote parole,  mentre la mia inventiva,
    non ascoltando la mia lingua,  si ncora su Isabella: sulla mia  bocca
    il  cielo,  come  se  io avessi masticato soltanto il nome,  e nel mio
    cuore il forte e turgente male del mio concetto. Lo Stato, oggetto del
    mio studio,  come un buon libro che,  a forza d'esser letto,  diviene
    temuto e tedioso;  s,  la mia gravit di cui - nessuno mi senta! - vo
    orgoglioso,  potrei con profitto barattarla con  un'oziosa  piuma  che
    l'aria  sbatte in ogni senso invano.  O alto posto!  O decoro!  Quanto
    spesso con il tuo involucro,  con la tua veste  estorci  la  reverenza
    dagli  sciocchi  e avvinci le anime pi sagge ai tuoi falsi sembianti!
    Sangue,  tu sei sangue: si scriva buon angelo sulle corna del diavolo,
    e non saran pi il cimiero del diavolo.
    (Entra un Servo).
    Orbene chi ?
    SERVO: Una Isabella, una suora, desidera accesso a voi.
    ANGELO:  Mostrale  la via.  (Il Servo esce) O cielo!  Perch il sangue
    s'aduna cos al mio  cuore,  rendendolo  inetto  per  se  medesimo,  e
    spossando  tutte le altre mie parti della necessaria attitudine?  Cos
    le sciocche turbe si comportano con uno che si sviene;  tutti  vengono
    ad  aiutarlo,  e  cos  precludono  l'aria  per la quale egli potrebbe
    rianimarsi: e similmente il volgo suddito d'un benamato re,  lascia le
    proprie  dimore,  e in ossequioso affetto s'accalca alla sua presenza,
    ove il loro indotto amore deve di necessit sembrare un'offesa.
    (Entra ISABELLA).
    Dunque, bella giovane?
    ISABELLA: Son venuta a conoscere il vostro piacere.
    ANGELO: Assai pi mi piacerebbe che voi lo conosceste anzich chiedere
    quale sia. Vostro fratello non pu vivere.
    ISABELLA: Cos, dunque. Che il cielo protegga Vostro Onore!
    ANGELO: E  nondimeno  egli  potrebbe  vivere  per  qualche  tempo;  e,
    potrebb'essere,  cos a lungo quanto voi o quanto me: e nondimeno egli
    deve morire.
    ISABELLA: Per la vostra sentenza?
    ANGELO: S.
    ISABELLA:  Quando,  vi  supplico?  affinch  nella  pi  o  men  lunga
    dilazione  che gli  concessa,  possa venire cosi apparecchiato che la
    sua anima non infermi.
    ANGELO: Oh,  schifo di questi sozzi vizi!  Tanto varrebbe perdonare  a
    colui  che ha rubato alla natura un uomo gi creato,  che condonare le
    lascive blandizie di coloro che coniano l'effigie  celeste  in  stampi
    che son proibiti;   altrettanto facile togliere a tradimento una vita
    schiettamente creata,  che versare metallo in recipienti  vietati  per
    crearne una non schietta.
    ISABELLA: Cos sta scritto in cielo, ma non in terra.
    ANGELO: Dite cos?  allora vi confonder tosto. Che cosa preferireste,
    che la pi giusta legge togliesse ora la vita a vostro fratello o, per
    riscattarlo,  abbandonare il vostro corpo a tale blanda impurit  come
    colei che egli ha macchiata?
    ISABELLA: Signore,  credetemi,  preferirei dare il mio corpo piuttosto
    che l'anima.
    ANGELO: Non parlo della vostra anima.  I peccati a cui siamo costretti
    fanno numero ma non si computano
    ISABELLA: Che dite?
    ANGELO:  No,  non  garantirei codesto;  perch io posso parlare contro
    quel che dico.  Rispondete a questo: io,  che sono ora la  voce  della
    legge  scritta,  pronunzio una sentenza sulla vita di vostro fratello:
    non potrebbe esservi carit nel peccato commesso per salvare  la  vita
    di questo fratello?
    ISABELLA:  Vi piaccia di commetterlo,  io lo prender come un pericolo
    per l'anima mia; non  affatto peccato, ma carit.
    ANGELO: Piacesse a voi di commetterlo con pericolo dell'anima  vostra,
    vi sarebbe contrappeso di peccato e di carit.
    ISABELLA: Se il mio chiedere la sua vita  peccato, il cielo ne faccia
    portare il peso a me!  se il vostro esaudire la mia istanza  peccato,
    sar mia preghiera mattutina che sia aggiunto alle mie colpe e non sia
    imputato a voi.
    ANGELO: No, ascoltatemi. Il vostro senso non segue il mio: o voi siete
    ignara, o vi studiate di parerlo; e questo non  bene.
    ISABELLA: Che io sia ignara,  e buona a null'altro che  a  riconoscere
    graziosamente che io non sono migliore.
    ANGELO: Cos la saggezza cerca di assumere il massimo splendore quando
    censura  se stessa;  cos quelle nere maschere proclamano una bellezza
    celata dieci volte pi alto di  quel  che  non  potrebbe  la  bellezza
    manifesta. Ma statemi attenta; per essere compreso di leggeri, parler
    pi chiaramente: vostro fratello deve morire.
    ISABELLA: S.
    ANGELO:  E  il  suo reato  tale,  che appare passibile di quella pena
    dinanzi alla legge.
    ISABELLA: E' vero.
    ANGELO: Ammettete che non vi sia altra via per salvare la sua vita (io
    non concedo questa n alcun'altra via,  se non per  quistione  oziosa)
    che  voi,  sua  sorella,  sapendovi desiderata da tal persona,  il cui
    credito presso il giudice,  o il cui  alto  grado,  potesse  sottrarre
    vostro  fratello  alle pastoie della onnifrenante legge,  e che non vi
    fosse altro mezzo terrestre per salvarlo,  se non che  o  voi  doveste
    abbandonare  i  tesori  del  vostro  corpo  a questa supposta persona,
    oppure lasciarlo giustiziare; che fareste?
    ISABELLA: Farei pel mio povero fratello quel che farei per me  stessa:
    cio,  foss'io sotto pena di morte, porterei come rubini i segni delle
    acute sferze,  e mi denuderei per la morte come per un letto pel quale
    mi  sentissi struggere dal desiderio,  prima di arrendere il mio corpo
    all'onta.
    ANGELO: Allora vostro fratello deve morire.
    ISABELLA: Sarebbe la via meno costosa: meglio sarebbe che un  fratello
    morisse  in un punto,  che una sorella,  col riscattarlo,  morisse per
    sempre.
    ANGELO: Non sareste voi allora crudele quanto la  sentenza  che  avete
    cos diffamata?
    ISABELLA:  L'ignominia  per  riscatto  e  il libero perdono son di due
    diverse case: legittima clemenza non    in  nulla  parente  di  sozza
    redenzione.
    ANGELO:  Poco  fa  sembravate far della legge una tiranna,  e volevate
    mostrare la trasgressione di vostro fratello come uno spasso piuttosto
    che un vizio.
    ISABELLA: Oh, perdonatemi, mio signore,  spesso accade,  che per avere
    quel  che  si  desidera,  non  diciamo  quel che intendiamo.  Io scuso
    alquanto la cosa che odio, a beneficio di colui che amo caramente.
    ANGELO: Noi siamo tutti fragili.
    ISABELLA: Che mio fratello muoia, se egli non  con altri in lega,  ma
    solo possegga ed erediti la fragilit del tuo sesso.
    ANGELO: Ma anche le donne son fragili.
    ISABELLA:  S,  come gli specchi in cui si mirano,  che si rompono con
    altrettanta facilit con quanta rendono forme.  Le donne!  Le aiuti il
    cielo! gli uomini avviliscono la loro semenza approfittandosi di loro.
    S, chiamateci dieci volte fragili, poich siamo morbide come i nostri
    volti, e credule alle false impressioni.
    ANGELO:  Ben  lo  credo;  e  dopo tale testimonianza intorno al vostro
    sesso,  dal momento che io suppongo che noi non siam creati per  esser
    tanto  forti  che  le  colpe  non possano scuotere la nostra fabbrica,
    ch'io sia ardito: io vi prendo in parola.  siate quel che siete,  cio
    una donna;  se siete di pi, non siete una donna; se lo siete, come vi
    dichiarano tutti i segni  esteriori,  mostratelo  ora,  rivestendo  la
    livrea destinata.
    ISABELLA:  Io  non  ho  che  una  sola lingua: gentil mio signore,  vi
    supplico di parlare nel linguaggio di prima.
    ANGELO: Intendetemi in chiare parole: io amo.
    ISABELLA: Mio fratello ha amato Giulietta,  e voi  mi  dite  che  egli
    morir per ci.
    ANGELO: Non morir, Isabella, se voi mi date il vostro amore.
    ISABELLA: Io so che la vostra virt ha in s una licenza che sembra un
    po' pi disonesta che non sia, per accalappiare gli altri.
    ANGELO:  Credetemi,  sul  mio  onore,  le  mie parole esprimono il mio
    sentimento.
    ISABELLA: Ah,  poco onore per esser molto creduto,  e  perniciosissimo
    sentimento!  Simulazione,  simulazione!  Io  ti di denuncer,  Angelo;
    aspettatelo: firma immediatamente il perdono di mio fratello, o a gola
    distesa grider al mondo che uomo sei tu.
    ANGELO: Chi ti creder,  Isabella?  Il mio nome illibato,  l'austerit
    della mia vita, la mia testimonianza contro di voi, il mio grado nello
    Stato,  tanto  soverchieranno  la vostra accusa,  che voi soffocherete
    nella vostra stessa denuncia e odorerete di calunnia.  Ho  cominciato,
    ed  ora  abbandono  le redini alla corsa dei miei sensi: adatta il tuo
    consenso al mio veemente appetito;  metti da  banda  ogni  ritrosia  e
    prolisso  rossore  che  respingono quello a cui anelano;  riscatta tuo
    fratello abbandonando il tuo corpo al mio volere,  o  altrimenti  egli
    non  solo dovr soffrir la morte,  ma la tua caparbiet prolungher la
    sua morte in una lenta sofferenza. Datemi la risposta domani,  o,  per
    l'affetto  che  ora massimamente mi guida,  mi mostrer un tiranno per
    lui. Quanto a voi,  dite quel che potete,  il mio falso soverchier il
    vostro vero.
    (Esce).
    ISABELLA:  Con  chi  posso dolermi?  Se io raccontassi questo,  chi mi
    crederebbe? O bocche pericolose,  che recano una medesima lingua,  per
    la  condanna  o per l'approvazione,  ordinando alla legge d'inchinarsi
    alla loro volont,  innescando il dritto e il torto all'appetito,  che
    lo  seguano  come tira.  Andro da mio fratello: bench egli sia caduto
    per l'istigazione del sangue,  pure egli possiede tale animo  d'onore,
    che,  avess'egli  venti teste da posare su venti sanguinosi ceppi,  le
    darebbe prima che sua sorella piegasse il suo corpo  a  tale  aborrito
    imbrattamento.  "Dunque, Isabella, vivi casta, e, fratello, muori": la
    nostra castit vale pi di un fratello.  Pure gli dir della richiesta
    di Angelo,  e preparer alla morte la sua mente,  per riposo della sua
    anima.
    (Esce).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Una stanza nella prigione.

    (Entrano il DUCA, travestito da frate, CLAUDIO e il Bargello).
    DUCA: Sicch voi sperate perdono da monsignor Angelo?
    CLAUDIO: I miseri non hanno altra medicina che la speranza:  io  spero
    di vivere, e son preparato a morire.
    DUCA:  Fate  della  morte la vostra certezza;  cos la morte o la vita
    saranno pi dolci.  Ragionate cos con la vita: se io ti perdo,  perdo
    una  cosa  a  cui  solo  gli sciocchi posson tenere: un soffio tu sei,
    schiavo di tutte le influenze del cielo,  che affliggono d'ora in  ora
    quest'abitazione ove tu dimori. Tu non sei altro che lo zimbello della
    morte; ch questa t'affatichi d'evitare con la tua fuga, e non fai che
    correrle  incontro.  Non  sei  nobile,  ch tutti gli accorgimenti che
    generi sono allevati dalla bassezza. Non sei affatto valorosa,  perch
    temi  la  molle  e  tenera forca d'un povero rettile.  Il tuo migliore
    riposo  il sonno, e questo sovente tu sfidi,  eppure grossamente temi
    la tua morte,  che non  niente di pi.  Non sei te stessa,  poich tu
    sussisti di molte migliaia di granelli che escon dalla polvere. Felice
    tu non sei, perch ci che non hai, ti sforzi sempre di conseguire,  o
    ci che hai,  dimentichi.  Non sei stabile; poich la tua complessione
    svaria a strani effetti,  secondo la luna.  Se sei ricca,  sei povera;
    poich,  come  un  asino  la  cui  schiena  si  curva  sotto le verghe
    dell'oro,  tu non porti la tua pesante ricchezza che per una giornata,
    e  la  morte  ti  scarica.  Amico  non  hai alcuno,  ch le tue stesse
    viscere,  che si dicon tue figlie,  mera  effusione  dei  tuoi  propri
    lombi,  maledicon la gotta,  la serpigine, e il catarro, perch non ti
    finiscon pi presto.  Tu non hai giovinezza n vecchiaia,  ma come  un
    sonno pomeridiano,  in cui sogni d'entrambe; poich tutta la tua beata
    giovinezza diventa come annosa,  e chiede la limosina della  vecchiaia
    paralitica;  e  quando sei vecchia e ricca,  tu non hai n calore,  n
    affetto, ne nerbo, n belt, per rendere gradita la tua ricchezza. Che
    c' dunque in questa cosa che reca il nome di vita?  Altre mille morti
    ancora si celano in questa vita,  eppure temiamo la morte, che livella
    tutte queste disuguaglianze.
    CLAUDIO: Umilmente vi ringrazio.  Se anelo di vivere,  mi accorgo  che
    cerco di morire, e cercando la morte, trovo la vita: che venga dunque!
    ISABELLA (di dentro): Ol! sia qui pace, grazia e buona compagnia!
    BARGELLO: Chi c'? Entrate: l'augurio merita una buona accoglienza.
    DUCA: Caro signore, tra breve torner a visitarvi.
    CLAUDIO: Santissimo signore, vi ringrazio.
    (Entra ISABELLA).
    ISABELLA: Ho da dire una parola o due a Claudio.
    BARGELLO: Siate la benvenuta. Guardate, signore,  qui vostra sorella.
    DUCA: Bargello, una parola.
    BARGELLO: Quante vorrete.
    DUCA: Conducetemi dove io possa udirli rimanendo nascosto.
    (Escono il Duca e il Bargello).
    CLAUDIO: Ebbene, sorella, che consolazione recate?
    ISABELLA: Gi, una consolazione come son tutte, eccellente, eccellente
    davvero.  Monsignor  Angelo,  avendo  affari in cielo,  vi designa suo
    veloce ambasciatore, dove voi sarete un sempiterno nuncio: perci fate
    in fretta i vostri migliori apparecchiamenti;  domani  vi  mettete  in
    viaggio.
    CLAUDIO: Non v' rimedio?
    ISABELLA: Nessuno,  se non il rimedio di spezzare un cuore per salvare
    una testa.
    CLAUDIO: Ma ce n' uno?
    ISABELLA: S,  fratello,  voi  potete  vivere:  v'  nel  giudice  una
    diabolica  clemenza,  se  vorrete  implorarla,  che liberer la vostra
    vita, ma v'incatener fino alla morte.
    CLAUDIO: Una perpetua prigione?
    ISABELLA: Si,  giusto;  una prigione perpetua,  una relegazione  a  un
    determinato spazio, sebbene tutta la vastit del mondo fosse vostra.
    CLAUDIO: Ma in che modo?
    ISABELLA:  In tale che,  se voi vi consentiste,  toglierebbe da questo
    vostro tronco la buccia dell'onore, e vi lascerebbe ignudo.
    CLAUDIO: Fammi conoscere codesto punto.
    ISABELLA: Oh,  Claudio,  ho  timore  di  te;  e  tremo  che  tu  possa
    acconciarti  a  una  febbrosa vita,  e stimare sei o sette inverni pi
    d'un perpetuo onore. Hai tu coraggio di morire? Il senso della morte 
    pi  che  altro  nell'immaginativa,   e  il  povero  insetto  che  noi
    calpestiamo  prova  nella sofferenza corporea tanta angoscia quanta un
    gigante che muore.
    CLAUDIO: Perch mi fate quest'onta?  Credete che io possa derivare una
    risoluzione  dalla fiorita tenerezza?  Se io devo morire voglio andare
    incontro alla tenebra  come  a  una  sposa,  e  stringerla  nelle  mie
    braccia.
    ISABELLA:  Qui  ha  parlato mio fratello: qui la tomba di mio padre ha
    proferito una  voce.  S,  tu  devi  morire:  sei  troppo  nobile  per
    conservare  una  vita  con  bassi  espedienti.  Questo  vicario  dalle
    apparenze di santit, il cui volto impassibile e il cui meditato verbo
    schiacciano il capo alla giovinezza e  attuffano  le  follie  come  il
    falcone  fa  con  gli  uccelli,    pure un demonio;  se si calcolasse
    l'immondizia che ha dentro,  egli apparirebbe  una  cisterna  profonda
    come l'inferno.
    CLAUDIO: Il bacchettone Angelo!
    ISABELLA: Oh,   l'astuta livrea dell'inferno,  di rivestire e coprire
    di guarnizioni di bacchettoneria il  pi  dannato  corpo!  T'immagini,
    Claudio,  che  se io gli volessi cedere la mia verginit,  tu potresti
    venir liberato.
    CLAUDIO: O cielo! non pu essere.
    ISABELLA: S,  egli ti concederebbe,  per quest'osceno  oltraggio,  di
    continuare a oltraggiarlo cos.  Stanotte  il tempo in cui dovrei far
    ci che detesto di nominare, altrimenti tu muori domani.
    CLAUDIO: Tu non lo farai.
    ISABELLA: Oh, fosse soltanto la mia vita, per la vostra liberazione la
    gitterei via cos liberamente come uno spillo.
    CLAUDIO: Grazie, cara Isabella
    ISABELLA: Siate pronto, Claudio; alla vostra morte domattina.
    CLAUDIO: S. Ha egli passioni in s, che cos lo inducono a pungere il
    naso della legge,  quand'egli vorrebbe imporla?  sicuramente non   un
    peccato; o dei sette mortali  il minore.
    ISABELLA: Qual  il minore?
    CLAUDIO: Se fosse dannabile,  lui essendo cos saggio, perch vorrebbe
    egli per lo scherzo d'un momento esser punito in eterno? O Isabella!
    ISABELLA: Che dice mio fratello?
    CLAUDIO: La morte  una cosa terribile.
    ISABELLA: E una vita disonorata  una cosa odiosa.
    CLAUDIO: S,  ma morire,  e andare non sappiam  dove;  giacere  in  un
    freddo irrigidimento e imputridire;  che questo caldo e sensibile moto
    debba divenire argilla trattabile,  e il dilettosi spirito bagnarsi in
    infocati  flutti,  o  dimorare  nella  mordente regione del ghiaccio a
    folte croste; essere imprigionato nei venti invisibili, e soffiato con
    violenza senza posa intorno al pendulo universo;  o  star  peggio  del
    peggiore  di  coloro  che  pensieri  sfrenati  e  malcerti  immaginano
    urlanti:  troppo orribile!  La pi penosa e detestabile vita  terrena
    che l'et, la doglia, la penuria e la prigione possano infliggere alla
    natura  un paradiso a petto di quel che noi temiamo dalla morte.
    ISABELLA: Ahim, ahim!
    CLAUDIO: Dolce sorella,  fate ch'io viva. Qual peccato voi commettiate
    per salvare la vita d'un fratello, la natura scusa l'atto al punto che
    diventa una virt.
    ISABELLA: O bruto!  o codardo senza fede!  o sciagurato  senza  onore!
    Vuoi farti uomo col mio vizio?  Non  una specie d'incesto ricevere la
    vita dal disonore della tua propria sorella?  Che  debbo  pensare?  Il
    cielo  non voglia che si dica che mia madre ingannasse mio padre,  ch
    tal distorto rampollo di selvatichezza non usc mai  dal  suo  sangue.
    Prendi  la  mia confessione: muori,  perisci!  Se solo il mio chinarmi
    potesse sottrarti al tuo destino,  lascerei che  questo  si  compisse.
    Dir mille preghiere per la tua morte, non una parola per salvarti.
    CLAUDIO: Ma ascoltami, Isabella.
    ISABELLA: Oh, vergogna, vergogna! Il tuo peccato non  accidentale, ma
      un  traffico.  Per  te  la  clemenza stessa sarebbe una ruffiana: 
    meglio che tu muoia senza indugio. (Fa per uscire).
    CLAUDIO: Oh, ascoltami, Isabella!
    (Rientra il DUCA).
    DUCA: Di grazia una parola, giovane suora, soltanto una parola.
    ISABELLA: Che volete?
    DUCA: Se poteste disporre di un po' del vostro  tempo  libero,  vorrei
    avere  fra poco un colloquio con voi: la soddisfazione che richiederei
     pure nel vostro interesse.
    ISABELLA: Non ho tempo che  m'avanzi:  la  mia  permanenza  dev'essere
    rubata ad altre faccende; nondimeno v'ascolter per un istante.
    DUCA  (a parte,  a Claudio): Figliuolo,  ho sentito quel che  passato
    tra voi e vostra sorella.  Angelo  non  ha  mai  avuto  intenzione  di
    corromperla:  solo ha messo a prova la sua virt per esercitare il suo
    giudizio sulle disposizioni della umana natura. Essa,  avendo in s il
    vero senso dell'onore, ha fatto a lui quel grazioso rifiuto che egli 
    lietissimo  di  ricevere:  io  sono il confessore di Angelo,  e so che
    questa  la verit;  perci preparatevi alla  morte.  Non  pascete  la
    vostra  risoluzione  di  speranze  che  sono  fallibili: domani dovete
    morire. Mettetevi in ginocchio e preparatevi.
    CLAUDIO: Ch'io chieda perdono a mia sorella.  Io son  cos  disamorato
    della vita, che voglio implorare d'esserne liberato.
    DUCA: Tenetevi a codesto: addio.
    (Claudio esce. Rientra il Bargello).
    Bargello, una parola.
    BARGELLO: Che volete, padre?
    DUCA: Che ora che siete venuto,  ve ne andiate. Lasciatemi per un poco
    con la giovane: la mia mente promette col mio abito che  nessun  danno
    la toccher per la mia compagnia.
    BARGELLO: Alla buon'ora.
    (Esce. Isabella si avanza).
    DUCA:  La mano che vi ha fatto bella vi ha fatto buona: la bont che 
    arrendevole in bellezza fa la bellezza breve in bont;  ma la  grazia,
    essendo  l'anima  della vostra persona,  ne conserver sempre bello il
    corpo.  L'attentato che Angelo ha fatto a voi,  il caso l'ha portato a
    mia  conoscenza;  e  non  fosse  che l'umana fragilit offre esempi di
    simili cadute, mi meraviglierei di Angelo.  Come farete per contentare
    questo vicario e salvare vostro fratello?
    ISABELLA:  Vado  ora  a trarlo di dubbio.  Preferisco che mio fratello
    muoia secondo la legge, che mio figlio nasca illegittimamente.  Ma oh,
    quanto s'inganna il buon duca sul conto di Angelo! Se egli mai ritorna
    e  io possa parlargli,  aprir le labbra invano,  o smascherer il suo
    governo.
    DUCA: Questo non sar molto fuor di luogo;  nondimeno  cos  come  ora
    stanno  le cose,  egli si sottrarr alla vostra accusa: volle soltanto
    mettervi alla prova.  Perci attaccate l'orecchio  ai  miei  consigli:
    all'amore che ho di fare il bene si presenta un rimedio. Ho ragione di
    credere che voi possiate onestissimamente recare un meritato vantaggio
    a  una povera signora offesa,  riscattare vostro fratello dall'adirata
    legge,  conservar senza macchia la vostra graziosa persona e far  gran
    piacere  al  duca assente,  se per avventura egli mai ritorni a essere
    informato di questa faccenda.
    ISABELLA: Parlate oltre, v'ascolto.  Io ho animo di far qualunque cosa
    non appaia disdicevole all'integrit del mio animo
    DUCA:  La  virt    ardita,  e  la bont non  mai pavida.  Non avete
    sentito parlare di Mariana,  la sorella di Federico,  il gran  soldato
    che per in mare?
    ISABELLA:   Ho   sentito   parlare  della  signora,   e  buone  parole
    s'accompagnavano al suo nome.
    DUCA: Essa doveva sposare quest'Angelo;  egli  le  era  fidanzato  con
    giuramento  ed  era  fissato il giorno delle nozze: tra il quale tempo
    del contratto e la data della cerimonia,  il fratello di lei  Federico
    fece  naufragio,  avendo la dote della sorella nel vascello affondato.
    Guardate che grave colpo fu questo per la povera gentildonna: l  ella
    perdette un nobile e rinomato fratello, che sempre era stato oltremodo
    gentile  e  affettuoso nel suo amore per lei: con lui la porzione e il
    nerbo della sua fortuna,  la sua dote matrimoniale;  con entrambi,  lo
    sposo a lei legato per contratto, quest'Angelo che fa s bel vedere.
    ISABELLA: E' mai possibile? Angelo l'ha abbandonata cos?
    DUCA: L'ha lasciata nelle sue lacrime,  e non ne ha asciugata una sola
    col suo conforto;  si  ringoiati interi i suoi giuramenti,  allegando
    scoperte di disonore in lei: in breve,  l'ha abbandonata al suo lutto,
    che essa ancora porta per causa di lui,  ed egli,  di  marmo  ai  suoi
    pianti, ne  immollato ma non s'intenerisce.
    ISABELLA:  Qual  merito  avrebbe  la  morte a toglier dal mondo questa
    povera giovane!  Qual corruzione    nella  vita,  a  lasciar  campare
    quest'uomo!   Ma   come   pu   essa   avvantaggiarsi  dalla  presente
    contingenza?
    DUCA: E' una rottura che voi potete sanar facilmente;  e la  sua  cura
    non solo salva vostro fratello, ma preserva voi da disonore nel farlo.
    ISABELLA: Mostratemi come, buon padre.
    DUCA:  La  sopradetta  giovane    tuttora  posseduta dal suo primiero
    affetto: l'ingiusta freddezza di lui,  che con  ogni  ragione  avrebbe
    dovuto  spegnere  il  suo  amore,  lo  ha  invece - come intoppo nella
    corrente - reso  pi  violento  e  irrefrenabile.  Andate  da  Angelo:
    rispondete   alla   sua   richiesta  con  una  plausibile  obbedienza,
    acconsentite di tutto punto alle sue domande;  insistete  soltanto  su
    questo  privilegio,  primo,  che  la vostra permanenza con lui non sia
    lunga,  poi che l'ora abbia in s ogni tenebra e silenzio,  e  che  il
    luogo risponda a convenienza. Questo venendo naturalmente concesso - e
    il  resto va da s - noi avviseremo questa offesa giovane di mantenere
    il vostro appuntamento, di andare in vece vostra; se il convegno dipoi
    si scopre,  pu obbligar costui a  farle  riparazione;  ed  ecco,  con
    questo,  salvato  il  fratel  vostro,  incontaminato  il vostro onore,
    avvantaggiata la povera Mariana,  bilanciato il corrotto  vicario.  La
    giovane provveder io a istruirla e a prepararla a questo tentativo Se
    voi  bene  intendete  di  condur questo a buon fine,  come  in vostro
    potere,  il doppio beneficio assolve  l'inganno  da  biasimo.  Che  ne
    pensate?
    ISABELLA: La sola idea mi d contento,  e confido che maturer a piena
    perfezione.
    DUCA: Molto dipende dal vostro tener mano. Correte tosto da Angelo: se
    per questa notte egli vi sollecita al  suo  letto,  fate  promessa  di
    soddisfarlo.  Io vado immediatamente a San Luca; l, nella sua casa di
    campagna cinta da fossati, dimora questa decaduta Mariana: l venite a
    trovarmi e sbrigatevi con Angelo, sicch possiate venir presto.
    ISABELLA: Vi ringrazio di questo conforto. Addio, buon padre.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La strada dinanzi alla prigione.

    (Entrano da un lato il DUCA, travestito come prima; dall'altro, GOMITO
    e Birri con POMPEO).
    GOMITO: Be', se non c' rimedio per codesto,  ma c' mestieri comprare
    e  vendere  uomini  e  donne  come bestie,  vedrem tutta la gente bere
    bastardo bianco e rosso.
    DUCA: Cielo, che roba  questa?
    POMPEO: Non c' stata pi allegrezza  nel  mondo  da  che,  delle  due
    usure,  la  pi  allegra    stata  soppressa,  e  la peggiore  stata
    autorizzata dalla legge  a  portar  pelliccia  per  tenersi  calda,  e
    pelliccia  di  volpe  su agnello,  anche per significare che la frode,
    essendo pi ricca dell'innocenza, sta per la mostra.
    GOMITO: Venite per la vostra strada,  messere.  Siate benedetto,  buon
    padre frate.
    DUCA: E voi pure,  buon fratello padre.  Che trasgressione ha commesso
    quest'uomo, messere?
    GOMITO: Eh, signore, ha trasgredito la legge; e, signore,  sospettiamo
    che  sia  anche  ladro,  signore,  perch  gli abbiam trovato indosso,
    signore, uno strano grimaldello che abbiamo mandato al vicario.
    DUCA: Ohib, gaglioffo! un ruffiano, uno scellerato ruffiano!  Il male
    che  tu fai fare,  ecco il mezzo che hai per vivere.  Hai mai soltanto
    pensato che cosa sia empir lo stomaco o vestir la schiena con proventi
    d'un vizio schifoso? Di' a te stesso: pei loro abbominevoli e bestiali
    contatti, io bevo, mangio, mi vesto,  e vivo.  Puoi credere che il tuo
    vivere  sia  vita,   derivando  cos  fetidamente?   Va',   ammendati,
    ammendati!
    POMPEO: In verit,  fete alquanto,  signore;  nondimeno,  signore,  vi
    proverei...
    DUCA:  Ma  se  il diavolo ti d prove in favore del peccato,  proverai
    d'esser dei suoi.  Ufficiale,  menatelo in prigione;  la correzione  e
    l'istruzione  devono  operare entrambe,  prima che questa rozza bestia
    migliori.
    GOMITO: Egli deve comparire dinanzi  al  vicario,  signore,  che  l'ha
    ammonito.  Il  vicario  non  pu  tollerare  un bertone;  se egli  un
    puttaniere,  e viene  dinanzi  a  lui,  tanto  varrebbe  che  egli  se
    n'andasse un miglio per le sue faccende.
    DUCA: Se tutti fossimo,  come alcuni vorrebbero sembrare, liberi dalie
    nostre colpe, come le colpe da simulazione!.
    GOMITO: Il suo collo giunger alla vostra vita: una corda, messere.
    POMPEO: Intravedo un soccorso: invoco malleveria.  Ecco un gentiluomo,
    un amico mio.
    (Entra Lucio).
    LUCIO:  Orbene,  nobile  Pompeo!  Come,  alle ruote di Cesare?  Sei tu
    menato  in  trionfo?  Come,   non  c'  alcuna  di  quelle  statue  di
    Pigmalione,  divenuta donna da poco, che si possa ottenere mettendo la
    mano in tasca e ritirandola chiusa?  Che rispondi,  eh?  Che  dici  di
    questa  foggia,  di  questa  materia,  di  questo metodo?  Non ti si 
    annegata la voce nell'ultima pioggia,  eh?  Che dici,  befano?  Va  il
    mondo  come  prima,  compare?  Com'  la moda?  E' triste,  e di poche
    parole, o come? Qual  la sua guisa?
    DUCA: Sempre lo stesso, sempre lo stesso: di male in peggio!
    LUCIO: Come sta il mio caro bocconcino,  la  tua  padrona?  Arruffiana
    sempre, eh?
    POMPEO: Aff messere, essa ha mangiato tutta la sua carne, e ora  lei
    stessa in tinozza.
    LUCIO:  Ottimamente;   quello che ci voleva;  dev'essere cos: sempre
    una puttana fresca e una ruffiana salata: una conseguenza inevitabile;
    dev'esser cos. Te ne vai in prigione, Pompeo?
    POMPEO: S, proprio, signore.
    LUCIO: Ebbene non  fuor di luogo, Pompeo. Addio.  Vai,  di' che ti ci
    ho mandato io. Per debiti, Pompeo, o come?
    POMPEO: Per ruffianesimo, per ruffianesimo!
    LUCIO:  Ebbene,  allora imprigionatelo.  Se il carcere  il guiderdone
    d'un ruffiano, gli spetta di diritto, e come!  ruffiano egli  fuor di
    dubbio,  e  "ab antico",  anche;  ruffiano nato.  Addio,  buon Pompeo.
    Raccomandatemi alla prigione,  Pompeo.  Diverrete buon casiere adesso,
    Pompeo; rimarrete a casa.
    POMPEO:  Spero,  signore,  che  la  buona  Eccellenza Vostra vorr dar
    malleveria per me.
    LUCIO: No, davvero che non lo far, Pompeo;  non  di moda.  Pregher,
    Pompeo,  che  aumentino  la  vostra  cattivit:  se  non la sopportate
    pazientemente, be', canterete il "sursum corda".  Addio,  fido Pompeo.
    Iddio vi benedica, frate.
    DUCA: E anche voi.
    LUCIO: Brigida si dipinge sempre, Pompeo, eh?
    GOMITO: Venite per la vostra strada, messere; venite.
    POMPEO: Allora non mi volete far malleveria, signore?
    LUCIO: N allora,  Pompeo, n ora. Quali novelle in giro, frate? Quali
    novelle?
    GOMITO: Venite per la vostra strada, messere, venite.
    LUCIO: Vai al canile, Pompeo, vai.  (Escono Gomito,  Pompeo e i Birri)
    Che novelle, frate, del duca?
    DUCA: Non ne so alcuna. Potete darmene voi?
    LUCIO: Alcuni dicono che egli  dall'imperatore di Russia,  altri, che
     a Roma: ma dove credete voi che sia?
    DUCA: Non so dove, ma dovunque sia, gli auguro ogni bene.
    LUCIO: Fu un pazzo e stravagante capriccio  il  suo  d'andarsene  alla
    chetichella dallo Stato,  e d'usurpare la pitoccheria per la quale non
    era nato.  Monsignor Angelo ducheggia bene in sua assenza;  oltrepassa
    anche i limiti!
    DUCA: In ci fa bene.
    LUCIO:  Un  po' pi d'indulgenza verso la fornicazione non gli sarebbe
    di danno:  un poco troppo aspro a tal proposito, frate.
    DUCA: E' un vizio troppo generale, e la severit deve curarlo.
    LUCIO: S,  in verit,   un vizio che ha un gran parentado ed    ben
    congiunto, ma  impossibile estirparlo appieno, frate, finch non sian
    soppressi il mangiare e il bere. Dicono che quest'Angelo non fu frutto
    d'uomo e di donna secondo questa diritta via di creazione: credete che
    sia vero?
    DUCA: E come sarebbe stato fatto, allora?
    LUCIO:  Alcuni  riferiscono  che  lo  figli una sirena,  altri che fu
    procreato tra due baccal.  Ma  certo che quando spande acqua la  sua
    orina    ghiaccio  congelato;  questo  l'ho  per  vero;  e,  quanto a
    generare, egli  un fantoccio; codesto  infallibile.
    DUCA: Voi siete piacevole, messere, e avete sciolto lo scilinguagnolo.
    LUCIO: E poi, che cosa spietata da parte sua toglier la vita a un uomo
    per la ribellione d'una brachetta!  Forse che il duca assente  avrebbe
    fatto questo?  Piuttosto che impiccare un uomo per aver generato cento
    bastardi, avrebbe pagato per l'allattamento di mille; egli s'intendeva
    alquanto del giuoco; conosceva il suo servizio,  e questo gl'insegnava
    la clemenza.
    DUCA:  Non  ho  mai  sentito molto accusare l'assente duca in fatto di
    donne; non aveva codesta inclinazione.
    LUCIO: Oh, signore, v'ingannate.
    DUCA: Non  possibile.
    LUCIO: Chi? non il duca? gi, e la mendicante di cinquant'anni,  e lui
    usava  metterle  un  ducato  nella  ciotola:  il  duca  aveva  i  suoi
    ghiribizzi. Soleva anche ubriacarsi; permettete che ve ne informi.
    DUCA: Gli fate torto, sicuramente.
    LUCIO: Signore, io ero un suo intrinseco.  Una gattamorta era il duca;
    e io credo di saper la causa del suo appartarsi.
    DUCA: E quale pu essere la causa, di grazia?
    LUCIO: No, scusate,  un segreto che dev'essere inchiavato tra i denti
    e  le labbra;  ma tanto posso farvi intendere,  che il pi gran numero
    dei sudditi riteneva il duca un saggio.
    DUCA: Saggio! ma senza dubbio lo era!
    LUCIO: Un individuo superficialissimo, ignorantissimo, leggerissimo.
    DUCA: Codesta  invidia in voi o follia,  o errore:  il  corso  stesso
    della sua vita e le faccende che ha timoneggiato dovrebbero,  se fosse
    necessaria una guarentia, rilasciargli miglior dichiarazione; sia egli
    testimoniato soltanto dalle sue opere,  ed apparir  agl'invidiosi  un
    dotto,   uno   statista  e  un  soldato.   Perci  voi  parlate  senza
    discernimento;  o,  se  la  vostra  conoscenza    maggiore,    molto
    ottenebrata dalla vostra malizia.
    LUCIO: Signore, io lo conosco e lo amo.
    DUCA: L'amore parla con pi conoscenza, e la conoscenza con pi devoto
    amore.
    LUCIO: Andiamo, signore, io so quello che so.
    DUCA: Stento a crederlo,  poich non sapete quello che dite. Ma se mai
    il duca ritorni,  come preghiamo che egli possa,  lasciate che  io  vi
    chieda  di  rispondere  dinanzi  a lui: se avete parlato in buona fede
    avrete il coraggio di sostenerlo.  Son  costretto  a  citarvi;  e,  vi
    prego, il vostro nome?
    LUCIO: Signore, il mio nome  Lucio, ben conosciuto dal duca.
    DUCA: Ancor meglio vi conoscer, signore, se vivr tanto da riferirgli
    sul vostro conto.
    LUCIO: Non vi temo.
    DUCA:  Oh,  voi  sperate che il duca non ritorni pi,  o mi credete un
    avversario troppo poco nocevole. Ma invero io vi posso far poco danno;
    voi rinnegherete questo.
    LUCIO: Mi far prima impiccare; t'inganni sul conto mio, frate. Ma non
    pi di ci. Puoi dirmi se Claudio muore domani o no?
    DUCA: E perch dovrebbe morire, messere?
    LUCIO: Perch? Per aver empito una bottiglia con un imbuto. Vorrei che
    il duca di cui  parliamo  fosse  ritornato:  quest'impotente  ministro
    spopoler  la  provincia  a forza di continenza: i passeri non debbono
    nidificare sotto le gronde di casa sua, perch sono libidinosi. Almeno
    il duca reprimerebbe allo scuro le azioni scure; non le porterebbe mai
    alla luce del sole: oh,  se fosse tornato!  Diamine,  questo Claudio 
    punito  con  la  morte per essersi slacciato!  Addio,  buon frate,  di
    grazia,  prega per me.  Il duca,  te lo dico di nuovo,  soleva mangiar
    troia il venerd.  Non ha ancora smesso,  e,  dico io, s'abboccherebbe
    con una mendica,  puzzasse pure di pane inferigno e d'aglio:  di'  che
    l'ho detto io. Addio.
    (Esce).
    DUCA:  Non  v'  potenza o grandezza in questo stato mortale che possa
    sfuggire alla censura: la calunnia che ferisce alle spalle colpisce la
    pi candida virt.  Qual re  abbastanza potente che possa frenare  il
    fiele nella lingua maledica? Ma chi viene qui?
    (Entrano ESCALO, il Bargello e Birri con MADONNA STRAFATTA).

    ESCALO: Andate, conducetela in prigione.
    STRAFATTA:  Mio  buon  signore,  siate  buono  con me;  Vostro Onore 
    ritenuto uomo misericordioso, mio buon signore!
    ESCALO: Duplice e  triplice  ammonizione,  e  sempre  colpevole  dello
    stesso  reato!  La clemenza stessa ne sarebbe spinta a bestemmiare e a
    far la tiranna.
    BARGELLO: Una ruffiana che  esercita  da  undici  anni  continui,  con
    licenza di Vostro Onore.
    STRAFATTA:  Signor  mio,  questa  l'accusa d'un certo Lucio contro di
    me.  Madonna Caterina Clati fu ingravidata da lui al tempo del  duca;
    egli le promise il matrimonio;  il suo bambino avr un anno e tre mesi
    quando saranno i santi Filippo e Giacomo; l'ho custodito io stessa,  e
    guardate come lui va sparlando di me!
    ESCALO: Quel compare  un compare molto licenzioso: citatelo dinanzi a
    noi.  Costei  in  prigione!  Avanti:  non pi ciance.  (Escono Madonna
    Strafatta e i Birri)  Bargello,  il  mio  confratello  Angelo  non  si
    muter;  Claudio  deve  morire  domani.  Fate  che  sia  provveduto di
    sacerdoti,  e che abbia ogni caritatevole apparecchiamento: se il  mio
    confratello  agisse secondo la mia piet,  tale non sarebbe il destino
    di Claudio.
    BARGELLO: Con vostra licenza,  questo frate  stato con lui,  e gli ha
    dato consigli come ricever la morte.
    ESCALO: Buona sera, buon padre.
    DUCA: Felicit e bont su di voi!
    ESCALO: Di dove siete?
    DUCA:  Non  di questo paese,  bench sia ora mio destino di usarlo per
    mio soggiorno: io sono fratello d'un pio  ordine,  ultimamente  venuto
    dalla Santa Sede con una speciale missione di Sua Santit.
    ESCALO: Che novelle in giro nel mondo?
    DUCA: Nessuna,  se non che c' s gran febbre addosso alla virt,  che
    solo la sua dissoluzione pu curarla: non si braccan che novit;  ed 
    altrettanto  pericoloso  essere  invecchiati  in  un  genere  di vita,
    quant' virtuoso essere incostanti in un'intrapresa. Esiste a malapena
    tanta lealt che basti a far le societ sicure, ma vi  bastante copia
    di sicurt da render maledette  le  amicizie.  Su  questo  indovinello
    s'aggira  in  buona  parte  la sapienza del mondo.  Queste novelle son
    viete abbastanza,  eppure son le novelle  d'ogni  giorno.  Di  grazia,
    signore, di qual indole era il duca?
    ESCALO:  Era  uno  che  al  di  sopra d'ogni altro studio specialmente
    s'adoperava a conoscer stesso.
    DUCA: A qual piacere era dedito?
    ESCALO:  Pi  s'allietava  a  veder  gli  altri   allegri,   che   non
    s'allegrasse  di  cosa  intesa  ad  allietarlo: un gentiluomo di tutta
    temperanza.  Ma lasciamolo alle sue occorrenze,  con una preghiera che
    esse  possano  esser  prospere,  e  permettetemi che io vi chieda come
    trovate preparato Claudio.  Mi si  lasciato  intendere  che  voi  gli
    avete prestato assistenza.
    DUCA:  Egli  professa  di  non  aver  ricevuto  iniquo trattamento dal
    giudice,  ma d'assai buon grado  s'umilia  alla  determinazione  della
    giustizia,   nondimeno,  a  istigazione  della  sua  fragilit,  s'era
    foggiato molte fallaci speranze di vita,  le quali io  ho  avuto  buon
    agio di screditare presso di lui, sicch ora  rassegnato a morire.
    ESCALO:  Voi avete pagato al cielo il debito della vostra funzione,  e
    al prigioniero quello del vostro ministero.  Io mi sono adoperato  pel
    povero gentiluomo fino all'estremo limite della mia moderazione; ma il
    mio  confratello  giudice  ho  trovato  s severo che mi ha sforzato a
    dirgli che era la Giustizia in persona.
    DUCA: Se la sua propria vita risponde al rigore del suo procedere, ben
    gli si confar; laddove, se avverr che manchi, si  condannato da s.
    ESCALO: Vado a visitare il prigioniero. State bene.
    DUCA: La pace sia con voi!  (Escono Escalo e il  Bargello)  Colui  che
    vuole  impugnare la spada del cielo dovrebbe essere non meno santo che
    severo;  conoscere in se stesso un modello,  una grazia che lo  faccia
    star saldo,  se la virt se ne vada,  non retribuendo agli altri pi o
    meno di quanto risulti al peso dei propri mancamenti.  Onta a colui  i
    cui  colpi  crudeli  uccidono  per  reati  a  lui piacenti!  Due volte
    triplice onta ad Angelo, che estirpa il mio vizio e lascia crescere il
    suo! Oh,  che non pu un uomo celare in s,  anche se sia un angelo al
    di fuori! Come un'apparenza impastata di delitti, avvantaggiandosi del
    secolo, pu attirare con vane ragne cose di grande momento e sostanza!
    Contro  al vizio io debbo usare l'astuzia: con Angelo giacer stanotte
    la sua antica fidanzata reietta: cos l'infingimento,  per mezzo d'una
    finta  persona,  retribuir  con tradimento una proditoria esazione ed
    eseguir un antico contratto.
    (Esce).


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - La casa di campagna cinta di fossati a San Luca.

    (Entrano MARIANA e un Ragazzo).
    RAGAZZO (canta): Togli, oh, togli via quei labbri,
    che s dolci hanno mentito;
    e quegli occhi, alba del giorno,
    luci ond' il mattin smarrito:
    ma riporta i baci miei,
    i baci miei,
    che amor dette ed io perdei,
    ed io perdei.
    MARIANA: Interrompi il tuo canto,  e allontanati celermente: qui viene
    un  uomo  di  conforto,  il  cui  consiglio  ha sovente calmato il mio
    rissoso scontento.
    (Il Ragazzo esce. Entra il DUCA, travestito come prima).
    Imploro la vostra merc, signore;  avrei ben desiderato che voi non mi
    aveste  trovata  qui  cos  intenta alla musica: lasciate che io me ne
    scusi e credetemi,  che  molto  dispiaceva  alla  mia  allegrezza,  ma
    piaceva al mio dolore.
    DUCA:  Sta  bene:  per  quanto la musica abbia sovente tale incanto da
    cambiare il male in bene,  e da spingere il bene al male.  Ditemi,  vi
    prego,  ha alcuno chiesto di me qui oggi?  Press'a poco a quest'ora ho
    promesso di trovarmi qui
    MARIANA: Nessuno ha chiesto di voi: son rimasta qui tutto il giorno.
    DUCA: Vi credo senz'altro.  Proprio ora  venuto il momento.  Vi prego
    di  allontanarvi  un poco: pu darsi che io vi chiami tosto per cosa a
    voi vantaggiosa.
    MARIANA: Io vi son sempre obbligata. (Esce).

    (Entra ISABELLA).
    DUCA: Bene incontrata,  e benvenuta.  Che novelle avete di  quel  buon
    vicario?
    ISABELLA: Egli ha un giardino cinto da un muro di mattoni, il cui lato
    di  ponente  s'addossa  a  una  vigna,  e a questa vigna  un cancello
    d'assi,  che s'apre con questa chiave pi grossa;  quest'altra  chiave
    comanda un usciolo che dalla vigna conduce al giardino;  l che io ho
    promesso d'andarlo a trovare nel grave cuor della notte.
    DUCA: Ma troverete questo cammino con quel che  a vostra conoscenza?
    ISABELLA:  Ne  ho  preso  debita  e  accurata  nota: con sussurrante e
    colpevole diligenza, con azione tutta di pracetto, egli mi ha mostrato
    due volte il cammino.
    DUCA: Non vi sono altri  segni  concertati  tra  voi  che  ella  debba
    osservare?
    ISABELLA:  No,  nessuno,  ma solo un luogo di convegno al buio,  e che
    l'ho informato che il massimo che io possa dimorare non pu esser  che
    breve;  perch  gli ho fatto sapere che condurr meco una fantesca che
    mi attende, la cui convinzione  che io vengo per mio fratello.
    DUCA: Ci regge bene.  Non ho ancora fatto sapere a Mariana parola  di
    ci. Ehi! voi cost! fatevi avanti.
    (Rientra MARIANA).
    Vogliate fare la conoscenza di questa giovane;  essa viene a farvi del
    bene.
    ISABELLA: Tale  il mio desiderio.
    DUCA: Siete persuasa del riguardo che ho per voi?
    MARIANA: Buon frate, ne son certa, lo so per prova.
    DUCA: Allora prendete per mano questa vostra compagna, la quale ha una
    storia pronta pel vostro orecchio. Io attender che abbiate finito: ma
    fate presto; la vaporosa notte s'avvicina.
    MARIANA: Volete farvi da parte con me?
    (Escono Mariana e Isabella).
    DUCA: O alto luogo e grandezza!  milioni d'occhi falsi son fissi su di
    te:  volumi  di  relazioni  corron  sui  tuoi  atti con questi falsi e
    contrarissimi latrati;  mille alzate d'ingegno ti fanno padre dei loro
    vani sogni e ti lacerano nella loro fantasia!
    (Rientrano MARIANA e ISABELLA).
    Benvenute! Come siete rimaste d'accordo?
    ISABELLA:  Essa  prender  su  di  s  l'impresa,  padre,  se  voi  lo
    consigliate.
    DUCA: Tale  non solo il mio consenso, ma la mia preghiera.
    ISABELLA: Poco avete da dire quando lo lasciate, se non,  pianamente e
    sommessamente: "Ricordatevi ora di mio fratello".
    MARIANA: Non temete.
    DUCA: E neppure voi,  gentile figlia,  temete alcunch.  Egli  vostro
    marito per un precedente  contratto:  l'unirvi  cos  non    peccato,
    dacch la giustizia del titolo che avete su di lui coonesta l'inganno.
    Su  via,  partiamo:  il  nostro  grano  da mietere,  poich la nostra
    decima  ancora da seminare.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una stanza nella prigione.

    (Entrano il Bargello e POMPEO).
    BARGELLO: Venite qua, compare. Potete tagliare il capo a un uomo?
    POMPEO: Se l'uomo  celibe, s signore, lo posso;  ma se  ammogliato,
    egli  capo della sua sposa, e io non potr mai tagliare il capo d'una
    donna.
    BARGELLO: Su via,  messere, smettetela con le vostre facezie, e datemi
    una risposta diritta.  Domattina devono morire Claudio  e  Bernardino.
    C'  nella  nostra  prigione  un  carnefice ordinario,  che manca d'un
    aiutante nel suo ufficio: se volete prender su  di  voi  d'assisterlo,
    ci  vi  riscatter  dai vostri ceppi;  se no,  avrete tutto il vostro
    termine di prigionia e la vostra libert insieme con  questa  spietata
    flagellazione, poich siete stato un notorio ruffiano.
    POMPEO:   Signore,   sono   stato   un   ruffiano  illegale  da  tempo
    immemorabile;  ma pure sar contento d'essere un  boia  legale.  Sarei
    lieto di ricevere qualche istruzione dal mio collega.
    BARGELLO: Ol, Canfigliazzo! Dov' Canfigliazzo, cost?
    (Entra CANFIGLIAZZO).
    CANFIGLIAZZO: Chiamate, signore?
    BARGELLO:  Giovanotto,  ecco  un  compare  che  v'aiuter domani nella
    vostra esecuzione. Se lo credete conveniente,  accomodatevi con lui ad
    anno,  e  fatelo dimorare qui con voi;  se no,  impiegatelo per questa
    volta e licenziatelo. Non pu obiettarvi la sua reputazione;  ha fatto
    il ruffiano.
    CANFIGLIAZZO: Il ruffiano, signore? Ohib! screditer la nostra arte.
    BARGELLO:  Via,  via,  messere,  pesate egualmente;  una piuma farebbe
    traboccar la bilancia.
    (Esce).
    POMPEO: Vi prego,  messere,  con vostra buona grazia - poich,  certo,
    messere,  buona grazia voi avete, bench abbiate una cera da dondolo -
    chiamate voi, messere, la vostra occupazione un'arte?
    CANFIGLIAZZO: S, signore, un'arte.
    POMPEO: La pittura,  messere,  ho sentito dire che    un'arte;  e  le
    puttane,  messere,  che  appartengono alla mia occupazione,  usando la
    pittura,  dimostrano che la mia occupazione  un'arte;  ma che arte ci
    possa  essere  nell'impiccare,  che  io  sia  impiccato  se  riesco  a
    immaginarlo.
    CANFIGLIAZZO: Messere, ell' un'arte.
    POMPEO: La prova?
    CANFIGLIAZZO: Il vestito d'ogni onest'uomo calza al ladro: se  troppo
    piccolo per il ladro,  l'onest'uomo lo trova grande abbastanza;  se  
    troppo  grande  per  il  ladro,  il ladro lo trova piccolo abbastanza:
    sicch il vestito d'ogni uomo onesto calza al ladro.
    (Rientra il Bargello).
    BARGELLO: Vi siete messi d'accordo?
    POMPEO: Signore,  io lo servir,  perch  trovo  che  il  boia  fa  un
    mestiere pi penitente del ruffiano; egli chiede perdono pi spesso.
    BARGELLO:  Voi,  compare,  preparate il vostro ceppo e la vostra scure
    per domani alle quattro.
    CANFIGLIAZZO: Andiamo, ruffiano; t'istruir nel mio mestiere: seguimi.
    POMPEO: Ho desiderio d'imparare, messere;  ed io spero che,  se avrete
    occasione d'usarmi quando sar il tratto vostro, mi troverete spedito;
    poich in verit,  messere,  per la vostra cortesia io vi debbo un bel
    tratto.
    BARGELLO: Fate venir  qui  Bernardino  e  Claudio.  (Escono  Pompeo  e
    Canfigliazzo)  L'uno  ha la mia compassione;  non un briciolo l'altro,
    essendo un assassino, neanche se fosse mio fratello.
    (Entra CLAUDIO).
    Guarda, ecco qui,  Claudio,  l'ordine per la tua morte: adesso  l'ora
    morta  di  mezzanotte  e  alle  otto  domattina  tu dovrai esser fatto
    immortale. Dov' Bernardino?
    CLAUDIO: E' immerso nel  sonno  cos  profondamente  come  l'innocente
    fatica  quando  rigida  giace  nelle  ossa  d'un  viandante: non vuole
    svegliarsi.
    BARGELLO: Chi pu farci qualcosa? Be', andate;  preparatevi!  (Bussano
    di  dentro)  Ma  ascoltate,  che rumore  questo?  Il cielo conforti i
    vostri spiriti! (Claudio esce) Un momento.  Spero che sia un perdono o
    una dilazione per Claudio gentilissimo.
    (Entra il DUCA, travestito come prima).
    Benvenuto, padre.
    DUCA:  I  migliori  e  pi salutari spiriti della notte vi circondino,
    buon bargello! Chi  stato qui ultimamente?
    BARGELLO: Nessuno, da quando  sonato il coprifuoco.
    DUCA: Non Isabella?
    BARGELLO: No.
    DUCA: Allora saranno qui tra breve.
    BARGELLO: Che conforto c' per Claudio?
    DUCA: Ve n' alcuno nella speranza.
    BARGELLO: E' un acerbo vicario.
    DUCA: No affatto, no affatto;  la sua vita trova riscontro proprio nel
    colpo  e nel tratto della sua gran giustizia: con santa astinenza egli
    mortifica in s quel che egli spinge il suo potere  a  moderare  negli
    altri:  se  egli  fosse  infarinato  di ci che egli corregge,  allora
    sarebbe tirannico; ma le cose stando cos, egli  giusto.  (Bussano di
    dentro) Ora son venute. (Il Bargello esce) Questo  un bargello umano:
    cosa  rara,  quando  l'indurito  carceriere    l'amico  degli uomini.
    (Bussano) Che c'?  Che rumore  questo?  E'  posseduto  dalla  fretta
    quello spirito che ferisce con questi colpi l'insensibile postierla.

    (Rientra il Bargello).

    BARGELLO:  L  egli deve rimanere finch il famiglio si alzi per farlo
    entrare; egli  chiamato a comparire.
    DUCA: Non avete ancora ricevuto un contrordine per  Claudio,  ma  deve
    egli morire domani?
    BARGELLO: Nessuno, signore nessuno.
    DUCA:  Bargello,  per  vicina  che sia l'alba,  avrete nuove prima del
    mattino.
    BARGELLO: Forse voi sapete qualcosa;  eppure io credo che non venga un
    contrordine;  noi  non  abbiamo  di  tali esempi.  Inoltre proprio sul
    seggio della giustizia, monsignor Angelo ha professato il contrario al
    pubblico orecchio.
    (Entra un Messaggero).
    Questo  l'uomo di Sua signoria.
    DUCA: Ecco che arriva la grazia di Claudio.
    MESSAGGERO: Monsignore vi manda questa nota;  e per mio  mezzo  questa
    ulteriore  ingiunzione,  di  non  deviare  dal pi piccolo articolo di
    essa, n per il tempo,  n per la materia,  o altra circostanza.  Buon
    mattino; perch, a quel che credo,  quasi giorno.
    BARGELLO: Gli obbedir.
    (Il Messaggero esce).
    DUCA  (a  parte): Questo  il suo perdono,  comprato con un peccato in
    cui  involto lo stesso perdonatore; di qui ha il delitto la sua ratta
    celerit,  quando  s'appoggia  sull'alta  autorit.  Quando  il  vizio
    produce la clemenza, la clemenza vien tanto estesa, che per amor della
    colpa l'offensore  favorito. Ebbene, messere, che novelle?
    BARGELLO: Ve l'ho detto: monsignor Angelo, forse pensandomi neghittoso
    nel   mio  uffizio,   mi  sveglia  con  questo  insolito  incitamento;
    stranamente, mi sembra, ch egli non l'ha usato prima.
    DUCA: Vi prego, sentiamo.
    BARGELLO (legge): "Qualunque cosa possiate udire  in  contrario,  fate
    giustiziare Claudio alle quattro; e nel pomeriggio Bernardino. Per mia
    maggiore  soddisfazione,  mandatemi  la  testa di Claudio alle cinque.
    Fate eseguire questo debitamente,  pensando che pi dipende da ci  di
    quanto  per ora ci  dato di comunicare.  Perci non mancate al vostro
    uffizio,  ch ne risponderete a vostro  rischio".  Che  dite  di  ci,
    signore?
    DUCA:  Che  cos'  quel  Bernardino  che  deve  essere giustiziato nel
    pomeriggio?
    BARGELLO: Un boemo di nascita,  ma allevato e educato qui;  uno che  
    carcerato da nove anni.
    DUCA:  Come avvenne che il duca assente non l'ha reso alla sua libert
    o giustiziato? Ho udito che era sempre sua maniera di far cos.
    BARGELLO: I suoi amici non cessavano d'ottenergli dilazioni;  e invero
    il suo reato,  fino ad ora,  sotto il governo di monsignor Angelo, non
    era giunto a una prova indubitabile.
    DUCA: Ed ora  palese?
    BARGELLO: Manifestissimo, e non negato da lui medesimo.
    DUCA: Si  comportato da penitente in carcere? come sembra che gli sia
    tocco il cuore?
    BARGELLO: E' un uomo che non teme la morte con  pi  spavento  che  se
    fosse un sonno d'ubriaco;  incurante, inconsiderato, e intrepido circa
    il passato,  il presente  e  il  futuro;  insensibile  alla  morte,  e
    disperatamente mortale.
    DUCA: Egli abbisogna di consigli.
    BARGELLO:  Non  ne  vuol  sentire  alcuno.  Egli  ha  sempre  avuto la
    franchigia della  prigione:  gli  si  dia  licenza  di  fuggirne,  non
    vorrebbe:  ubriaco  parecchie volte al giorno,  se non parecchi giorni
    interamente ubriaco.  L'abbiamo  assai  sovente  svegliato,  come  per
    menarlo  al patibolo,  e gli abbiamo mostrato un finto ordine: ci non
    l'ha affatto commosso.
    DUCA: Riparleremo di lui fra poco. Sulla vostra fronte, bargello,  sta
    scritto: onest e costanza: se io non la leggo secondo verit,  la mia
    antica  avvedutezza  m'inganna;   ma  nella  presunzione   della   mia
    perspicacia  vuo'  mettermi  a  repentaglio.  Claudio,  che  qui avete
    l'ordine di giustiziare, non  maggior colpevole dinanzi alla legge di
    Angelo che lo ha condannato. Per farvi comprendere questo in una guisa
    manifesta,  io non domando che un differimento di quattro giorni,  per
    il che voi avete da farmi un immediato e pericoloso favore.
    BARGELLO: In che cosa, signore, di grazia?
    DUCA: Nel procrastinare la morte.
    BARGELLO: Ahim!  come posso farlo,  avendo l'ora fissata, e un ordine
    espresso, sotto minaccia di pena, di consegnare la sua testa sotto gli
    occhi di Angelo?  Potrei ridurmi al caso di  Claudio,  se  ponessi  il
    menomo ostacolo.
    DUCA: Per voto del mio ordine,  io vi assicuro, se vi lasciate guidare
    dalle mie istruzioni. Fate giustiziare questo Bernardino stamattina, e
    portate il suo capo ad Angelo
    BARGELLO: Angelo li ha visti entrambi, e riconoscer i lineamenti.
    DUCA: Oh, la morte  grande contraffattrice, e voi potete aggiungervi.
    Rasate il capo e  legate  la  barba;  e  dite  che  fu  desiderio  del
    penitente  d'esser cos tosato prima della morte: sapete che il caso 
    comune. Se per questo vi toccher altro che ringraziamenti e benefici,
    per il santo di cui son devoto ve ne difender con la mia vita.
    BARGELLO: Perdonatemi, buon frate;  contro il mio giuramento.
    DUCA: Siete legato da giuramento al duca o al vicario?
    BARGELLO: A lui e a' suoi sostituti.
    DUCA: E penserete di non aver trasgredito,  se il duca  garantisce  la
    giustizia del vostro operato?
    BARGELLO: Ma che probabilit v' in ci?
    DUCA:  Non  una  verisimiglianza,  ma una certezza.  Ma poich vi vedo
    timoroso, che n il mio abito, n la mia integrit,  n le mie ragioni
    possono agevolmente tentarvi,  andr pi oltre che non intendessi, per
    estirpar da voi ogni timore.  Guardate,  messere;  ecco la mano  e  il
    sigillo  del  duca:  conoscete i suoi caratteri,  non ne dubito,  e il
    sigillo vi  familiare.
    BARGELLO: Li conosco entrambi.
    DUCA: Il contenuto di questo  il ritorno del duca: ora lo leggerete a
    vostro agio,  e vi troverete che egli sar qui entro  i  prossimi  due
    giorni.  E' una cosa che Angelo non sa, perch egli oggi stesso riceve
    lettere di strano tenore: forse circa la morte del duca, forse sul suo
    entrare in un monastero;  ma fors'anche nulla  di  quanto    scritto.
    Guardate,  la stella che disserra gli ovili chiama il pastore.  Non vi
    sbigottite pel come queste cose possano essere:  tutte  le  difficolt
    non son che facili quando son risolte. Chiamate il vostro carnefice, e
    gi con la testa di Bernardino: io vado a confessarlo immediatamente e
    ad  istruirlo  circa  un luogo migliore.  Siete ancora sbigottito,  ma
    questo vi trarr  di  dubbio  assolutamente.  Venite  via,  gi  quasi
    schiarisce l'alba.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un'altra stanza nella stessa.

    (Entra POMPEO).
    POMPEO:  Ho  qui  tante  conoscenze come se io fossi nella nostra casa
    d'affari: ci si crederebbe proprio in casa di Madonna  Strafatta,  ch
    qui  son  parecchi  dei  suoi  vecchi clienti.  Anzitutto,  qui c' il
    giovane messere Sventato;    dentro  per  una  derrata  di  carta  da
    involgere e di vecchio zenzero,  centonovantasette sterline, di cui ha
    ricavato cinque marchi di denaro contante: e guarda un po', allora non
    c'era molta richiesta di zenzero,  poich le vecchie eran tutte morte.
    Poi  c'  qui  un  messer  Salterello,  a istanza di mastro Trepeli il
    setaiuolo,  per un quattro vestiti di raso color pesca,  che ha  fatto
    vedere in che acque egli pesca. Poi abbiamo qui il giovane Stordito, e
    il  giovane  messer  Devotissimo,  e  messer  Spron-di-rame,  e messer
    Affamafanti,  uomo di stocco e di pugnale,  e il giovane Struggierede,
    che  uccise l'aitante Grascia,  e messer Difilato il giostrante,  e il
    prode messer Allacciascarpe,  il  gran  viaggiatore,  e  il  furibondo
    Mazzina,  che pugnal Brocca,  e,  credo,  altri quaranta,  tutti gran
    faccendieri nel nostro commercio, e che sono oramai "alla Dio merc".
    (Entra CANFIGLIAZZO).
    CANFIGLIAZZO: Compare, menate qui Bernardino.
    POMPEO: Messer Bernardino! dovete alzarvi per essere impiccato, messer
    Bernardino!
    CANFIGLIAZZO: Oh, Bernardino!
    BERNARDINO (di dentro):  V'infranciosisca  la  gola!  Chi  fa  codesto
    baccano? Chi siete?
    POMPEO: Amici vostri, messere, il boia. Dovete aver la bont, signore,
    di alzarvi e farvi mettere a morte.
    BERNARDINO (di dentro): Via, briccone, via! Ho voglia di dormire.
    CANFIGLIAZZO: Ditegli che deve svegliarsi, e presto.
    POMPEO:  Di  grazia,  messer Bernardino,  svegliatevi fino a che siate
    stato giustiziato, e dormite dopo.
    CANFIGLIAZZO: Entrate da lui, e menatelo fuori.
    POMPEO: Sta venendo,  messere sta venendo sento il fruscio  della  sua
    paglia.
    CANFIGLIAZZO: E' la scure sul ceppo, compare?
    POMPEO: Prontissima, messere.
    (Entra BERNARDINO).
    BERNARDINO: Be', Canfigliazzo, che avete di nuovo?
    CANFIGLIAZZO: In verit,  messere,  vi inviterei a buttarvi a pregare,
    perch, vedete, l'ordine  venuto.
    BERNARDINO: Briccone,  non ho fatto che bere tutta la notte,  non  son
    pronto a codesto.
    POMPEO:  Oh,  tanto  meglio,  messere;  poich colui che beve tutta la
    notte ed  impiccato di buon mattino,  dorme  pi  sodo  tutto  il  d
    vegnente.
    CANFIGLIAZZO:  Guardate,  messere,  ecco  che  viene  il  vostro padre
    spirituale: credete che facciam per celia, ora?
    (Entra il DUCA, travestito come prima).
    DUCA:  Messere,   indotto  dalla   mia   carit,   e   udendo   quanto
    frettolosamente  voi  dovete  partire,  son  venuto a consigliarvi,  a
    confortarvi, e a pregar con voi.
    BERNARDINO: Non io, frate: non ho fatto che bere forte tutta la notte,
    e voglio avere pi tempo da prepararmi o mi faran schizzar le cervella
    a colpi di ciocco.  Non acconsentir a  morire  quest'oggi,  questo  
    certo.
    DUCA:  Oh,  messere,  lo  dovete,  e  perci  vi scongiuro di guardare
    innanzi, al viaggio che dovete intraprendere.
    BERNARDINO: Vi giuro che nessun uomo potr persuadermi a morire oggi.
    DUCA: Ma ascoltate...
    BERNARDINO: Non una sola parola: se avete qualcosa  da  dirmi,  venite
    nella mia cella, ch di l non uscir quest'oggi. (Esce).

    (Entra il Bargello).

    DUCA: Inetto a vivere o a morire.  O cuor di sasso!  Andategli dietro,
    voialtri menatelo al ceppo.
    (Escono Canfigliazzo e Pompeo).
    BARGELLO: Ebbene, signore, come trovate il prigioniero?
    DUCA: Un essere impreparato,  immaturo alla morte;  e spacciarlo nello
    stato d'animo in cui , sarebbe un atto dannabile.
    BARGELLO: Qui nella prigione,  padre,   morto stamattina d'una febbre
    maligna un tal Ragusino,  pirata assai notorio,  un uomo  dell'et  di
    Claudio;   la  sua  barba  e  il  capo  proprio  del  suo  colore.  Se
    tralasciassimo questo reprobo finch egli non fosse  ben  disposto,  e
    soddisfacessimo  il  vicario  col  volto  del  Ragusino,  pi simile a
    Claudio?
    DUCA:  Oh,     un  accidente  che   il   cielo   provvede!   Eseguite
    immediatamente: s'avvicina l'ora prefissa da Angelo.  Guardate che sia
    fatto,  e inviato secondo gli ordini,  mentre io persuado questo rozzo
    sciagurato a disporsi a morire.
    BARGELLO:  Ci  sar fatto immediatamente,  buon padre.  Ma Bernardino
    deve morire questo pomeriggio;  e come seguiteremo a  tenere  Claudio,
    per  scampar  me  dal pericolo che potrebbe sopravvenire se si sapesse
    che egli vive?
    DUCA: Fate cos: metteteli in segrete, Bernardino e Claudio: prima che
    il  sole  abbia  fatto  due  volte  il  suo  saluto  giornaliero  alle
    generazioni di l, vedrete manifesta la vostra sicurezza.
    BARGELLO: Sono il vostro spontaneo servitore.
    DUCA:  Fate presto,  e mandate la testa ad Angelo.  (Il Bargello esce)
    Ora io scriver una lettera ad Angelo - la porter il  bargello  -  il
    cui contenuto gli attester che io son vicino a rientrare,  e che, per
    motivi di gran momento,  son costretto a fare un pubblico ingresso:  a
    lui  chieder  d'incontrarmi  al  fonte  consacrato a una lega a valle
    della citt;  e di l,  con meditata  gradazione  e  ponderata  forma,
    procederemo con Angelo.
    (Rientra il Bargello).
    BARGELLO: Ecco la testa, la porter io stesso.
    DUCA:  E' acconcio.  Tornate rapidamente,  perch avrei da comunicarvi
    cose che non vogliono altro orecchio che il vostro.
    (Esce).
    BARGELLO: Mi spiccer.
    ISABELLA (di dentro): La pace sia con voi!
    DUCA: La voce d'Isabella.  Viene  per  sapere  se  la  grazia  di  suo
    fratello    giunta  qui,  ma io voglio tenerla nell'ignoranza del suo
    bene, per mutarle la disperazione in celeste conforto,  quando meno se
    l'aspetta.
    (Entra ISABELLA).
    ISABELLA: Oh, con vostra licenza!
    DUCA: Buon giorno a voi, bella e graziosa figliuola.
    ISABELLA: Tanto pi buono, essendomi dato da s santo uomo. Il vicario
    ha gi mandato la grazia di mio fratello?
    DUCA: L'ha rilasciato, Isabella, dal mondo. La sua testa  caduta ed 
    stata mandata ad Angelo.
    ISABELLA: No, ma non  cos!
    DUCA:  Non  altrimenti: mostrate la vostra saggezza,  figliuola,  con
    cheta pazienza.
    ISABELLA: Oh, andr da lui e gli caver gli occhi!
    DUCA: Non sarete ammessa alla sua vista.
    ISABELLA: Claudio infelice! sciagurata Isabella! mondo iniquo! dannato
    Angelo!
    DUCA: Questo n fa  male  a  lui  n  giova  a  voi  un  iota;  perci
    frenatevi;  affidate la vostra causa al cielo. Notate quello che dico,
    che ritroverete fedel verit in ogni sillaba.  Il duca ritorna domani;
    s,  asciugatevi  gli  occhi:  uno  del nostro convento,  che  il suo
    confessore,  mi d questa prova: gi egli ha recato avviso a Escalo  e
    ad Angelo,  che si preparano a incontrarlo alle porte,  per rassegnare
    l i loro poteri.  Se voi potete incamminate la  vostra  saggezza  per
    quel buon sentiero che io desidererei prendesse, e potrete sfogarvi su
    questo sciagurato,  conseguire il favore del duca, vendetta secondo il
    vostro cuore, e onore generale.
    ISABELLA: Mi lascio guidare da voi.
    DUCA: Allora date questa lettera a fra Pietro;   quella che  egli  mi
    mand   circa  il  ritorno  del  duca:  ditegli  in  virt  di  questo
    contrassegno,  che io richiedo la sua compagnia alla casa  di  Mariana
    stanotte. Della causa di lei e vostra io lo informer appieno, ed egli
    vi  condurr dinanzi al duca;  e in faccia di Angelo accuser costui e
    ribadir l'accusa.  Quanto a me,  poveretto,  son legato da  un  sacro
    voto, e sar assente. Andatevene con questa lettera: licenziate queste
    cocenti linfe dai vostri occhi con cuore alleggerito: non fidatevi pi
    del mio santo ordine, se disvio il vostro cammino. Chi c'?
    (Entra LUCIO).
    LUCIO: Buon giorno. Padre, dov' il bargello?
    DUCA: Non  qui, messere.
    LUCIO:  O  leggiadra Isabella,  il cuore diviene esangue a vederti gli
    occhi cos rossi: tu devi aver pazienza. Io son costretto a pranzare e
    cenare d'acqua e di crusca;  per via  della  mia  testa  non  oso  pi
    empirmi il ventre;  basterebbe un pasto copioso per darmi l'uzzolo. Ma
    si dice che il duca sar qui domani. In fede mia,  Isabella,  io amavo
    tuo fratello: se quel bizzarro del vecchio duca dagli angoli bui fosse
    stato qui egli sarebbe rimasto in vita.
    (Isabella esce).
    DUCA:  Messere,  il  duca  v' meravigliosamente poco obbligato per le
    vostre dicerie; ma il meglio si  che egli non vive in esse.
    LUCIO: Frate,  tu non conosci il duca cos bene come lo conosco io:  
    miglior uccellatore di quel che tu non lo ritenga.
    DUCA: Be', risponderete di ci un giorno. Addio.
    LUCIO: No,  aspetta, t'accompagner: posso contarti di belle storielle
    sul duca.
    DUCA: Me ne avete contate gi troppe, messere, se son vere; se non son
    vere, bastava non contarne punte.
    LUCIO: Una volta son comparso dinanzi a lui per aver  ingravidato  una
    ragazza.
    DUCA: Avete fatto una cosa simile?
    LUCIO:  Eccome,  se  la  feci!  ma  fui  costretto  a  giurare  di no:
    altrimenti m'avrebbero fatto sposare quella nespola marcia.
    DUCA: Messere,  la vostra compagnia  pi piacevole che onesta.  State
    bene.
    LUCIO:  In  fede  mia,  andr  con  te  fino in fondo al vicolo.  Se i
    discorsi da bordello v'offendono ne avrem pochi.  Gi,  frate,  io son
    come le lappole; m'appiccico.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Una stanza nella casa di Angelo.

    (Entrano ANGELO ed ESCALO).
    ESCALO: Ogni lettera che ha scritto ha sconfessato l'altra.
    ANGELO:  Nel  modo  pi  sconnesso e stravagante.  I suoi atti mostran
    molta simiglianza alla pazzia: voglia il cielo che il  suo  senno  non
    sia  tocco!  e  perch  andargli  incontro  alle porte e rassegnare l
    l'autorit nostra?
    ESCALO: Non l'indovino.
    ANGELO: E perch dovremmo proclamare un'ora prima  del  suo  ingresso,
    che se qualcuno brama riparazione d'ingiustizia,  presenti la supplica
    in istrada?
    ESCALO:  Per  codesto  mostra  la  sua  ragione:  per  disbrigare   le
    doglianze,  e liberar noi da ulteriori ripieghi,  che allora non avran
    potere di reggere contro di noi.
    ANGELO: Ebbene, vi prego,  fate fare la proclamazione: di buon mattino
    verr  a  trovarvi in casa.  Fate avvertire gli uomini di qualit e di
    camera che devono andargli incontro.
    ESCALO: Lo far, signore, addio.
    ANGELO: Buona notte.  (Escalo esce) Quest'azione mi sconvolge affatto,
    e mi rende inetto e ottuso a ogni negozio. Una vergine deflorata, e da
    un  personaggio  eminente che applicava la legge contro codesto reato!
    Se non fosse che il suo tenero pudore non accuser in pubblico la  sua
    perdita  virginale,  come  potrebbe  essa lacerarmi!  Ma la ragione la
    sfida a farlo: poich la mia autorit ha  tal  peso  di  credito,  che
    nessun  privato scandalo pu toccarla senza confonder subito chi ne ha
    fiatato.  Egli  avrebbe  vissuto,   non  fosse  che  la  sua  sfrenata
    giovinezza,  con  pericoloso  risentimento,  sarebbe stata capace,  in
    avvenire, di prender vendetta d'aver ricevuto cos una vita disonorata
    a prezzo di tanta vergogna. Eppure, oh, avess'egli vissuto! Ahim! una
    volta che abbiam dimenticato la nostra virt,  tutto va  di  traverso:
    vorremmo, e disvorremmo.
    (Esce).


    SCENA QUINTA - Prati fuori della citt.

    (Entrano il DUCA nelle sue proprie vesti, e FRA PIETRO).
    DUCA: Consegnatemi queste lettere al momento opportuno.  (Gli d delle
    lettere) Il bargello conosce il nostro proposito e il nostro  disegno.
    Messa mano alla cosa,  attenetevi alle istruzioni,  e mirate sempre al
    nostro precipuo scopo, sebbene talvolta dobbiate deviare da un punto a
    un altro, secondoch le circostanze suggeriranno.  Andate alla casa di
    Flavio,  e ditegli dove mi trovo: date lo stesso avviso a Valentino, a
    Rolando ed a Crasso e dite loro di menare i trombettieri  alla  porta;
    ma prima mandatemi Flavio.
    FRATE: Sar fatto speditamente.

    (Esce. Entra VARRIO).

    DUCA:  Ti  ringrazio,   Varrio;   sei  stato  ben  sollecito.   Vieni,
    cammineremo: altri dei nostri amici ci saluteranno qui tra  poco,  mio
    gentil Varrio.




    SCENA SESTA - Una strada vicino alla porta della citt.

    (Entrano ISABELLA e MARIANA).
    ISABELLA:  Detesto di parlare cos per ambagi:  vorrei dire la verit;
    ma accusarlo cos, questa  la vostra parte: eppure son consigliata di
    farlo; egli dice, per velare il nostro pieno disegno.
    MARIANA: Lasciatevi guidar da lui.
    ISABELLA: Inoltre mi dice che se per avventura egli parlasse contro di
    me per la parte avversa,  non dovrei crederlo  strano;  poich    una
    medicina che  amara per un dolce fine.
    MARIANA: Vorrei che fra Pietro...
    ISABELLA: Oh, tacete, il frate viene.

    (Entra FRA PIETRO).

    FRATE:  Venite,  vi  ho  trovato  un  posto  adattissimo,  ove potrete
    prendere tal vantaggio sul duca, che egli non potr passar oltre.  Due
    volte  han  sonato le trombe: i cittadini nobili e pi gravi han preso
    possesso delle porte,  e  tra  un  momento  entrer  il  duca:  perci
    andiamocene, via.
    (Escono).

    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - La porta della citt.

    (MARIANA,  velata,  ISABELLA e FRA PIETRO,  al loro posto.  Entrano il
    DUCA, VARRIO, Signori, ANGELO, ESCALO, LUCIO, il Bargello, Ufficiali e
    Cittadini, da vari ingressi).
    DUCA: Bene incontrato, mio degnissimo cugino!  Nostro vecchio e fedele
    amico, siam lieti di vedervi.
    ANGELO e ESCALO: Felice ritorno a Vostra Grazia Reale!
    DUCA:  Molte e cordiali grazie a entrambi voi.  Abbiam fatto inchiesta
    di voi;  e ci  stato detto tanto bene della vostra giustizia  che  la
    nostra   anima   non   pu  che  consegnarvi  alle  pubbliche  grazie,
    precorritrici di maggiore ricompensa.
    ANGELO: Voi accrescete ancora i miei vincoli.
    DUCA: Oh,  il vostro merito parla ad alta voce,  ed io gli farei torto
    chiudendolo  nei  serrami  del  segreto  petto,  allorch  merita,  in
    caratteri di bronzo,  una sede fortificata contro il dente del tempo e
    la rasura dell'oblio.  Datemi la mano,  e che i sudditi vedano, sicch
    possan conoscere che le esterne cortesie vorrebbero proclamare  favori
    che albergano dentro.  Venite,  Escalo, voi dovete camminare accanto a
    noi dall'altro lato, e buoni tenenti voi siete.

    (FRA PIETRO e ISABELLA si fanno avanti).

    FRATE: Ora   il  vostro  momento:  parlate  forte  e  inginocchiatevi
    davanti a lui.
    ISABELLA: Giustizia,  o real duca!  Abbassate il  vostro sguardo sopra
    un'oltraggiata...  oh,    come  avrei  voluto  dire,  donzella!  Degno
    principe!  non  disonorate  l'occhio  vostro  gittandolo  su  un altro
    oggetto,  finch non abbiate udito me nella mia  giusta  doglianza,  e
    reso a me giustizia, giustizia, giustizia, giustizia!
    DUCA: Esponete i torti che vi han fatto: in che cosa? da parte di chi?
    siate  breve.  Ecco  qui  monsignor  Angelo  che vi render giustizia:
    apritevi a lui.
    ISABELLA: O degno duca!  voi mi  ordinate  di  cercare  la  redenzione
    presso il demonio. Uditemi voi stesso, poich quel che debbo dire deve
    o far cadere la punizione su di me,  non essendo creduto,  o strappare
    una riparazione da voi. Uditemi, oh, uditemi, qui!
    ANGELO: Mio signore,  il suo senno,  io temo,  non   fermo:  essa  ha
    sollecitato me per suo fratello, giustiziato nei modi della legge...
    ISABELLA: Nei modi della legge!
    ANGELO: Ed essa parler in maniera assai amara e strana.
    ISABELLA:  In maniera assai strana,  eppure assai verace,  io parler.
    Che Angelo sia spergiuro,  non  strano?  Che Angelo sia un assassino,
    non    strano?  Che Angelo sia un adultero ladrone,  un ipocrita,  un
    violatore di vergini, non  strano  strano?
    DUCA: Gi,  dieci volte strano.
    ISABELLA: Non  men vero  che  egli    Angelo,  che  questo    tutto
    altrettanto vero che strano;  s,  dieci volte vero; poich la verit
     la verit, per contar che si faccia.
    DUCA: La si conduca via!  Povera creatura  parla  cos  nell'infermit
    della sua mente.
    ISABELLA:  Oh,  principe!  io  ti scongiuro,  come tu credi che v' un
    altro conforto che non questo mondo,  di non  mettermi  in  non  cale,
    nell'opinione  che  io sia tcca di pazzia.  Non giudicare impossibile
    quello che sembra improbabile.  Non  impossibile che uno che  il pi
    sciagurato  ribaldo  in terra possa sembrare cos schivo,  cos grave,
    cos giusto,  cos impeccabile come Angelo;  e del  pari  Angelo,  con
    tutti i suoi paramenti,  le sue insegne,  i titoli,  le belle creanze,
    pu essere un arcibriccone. Credilo, reale principe: se egli  meno di
    questo,  nulla;  ma egli  pi fincora,  se io avessi pi nome per la
    malvagit.
    DUCA: Sull'onor mio,  se ella  pazza,  ed io non credo altrimenti, la
    sua pazzia ha la pi singolar fattezza di senno,  tale  dipendenza  di
    cosa da cosa, quale io ho mai udita nella pazzia.
    ISABELLA: O grazioso duca, non battete su quel tasto; e non bandite la
    ragione  per l'inegualit;  ma fate che la vostra ragione serva a fare
    che la verit appaia dove sembra nascosta,  e nasconda la menzogna che
    sembra cosa vera.
    DUCA:  Molti che non son pazzi han certamente pi mancanza di ragione.
    Che volevate dire?
    ISABELLA: Io sono la sorella d'un certo Claudio condannato per atto di
    fornicazione a perdere la testa; condannato da Angelo. Io,  novizia di
    un convento, fui mandata a chiamare da mio fratello, un certo Lucio fu
    allora il messo...
    LUCIO:  Son io,  se piace a Vostra Grazia: io andai da lei da parte di
    Claudio e le chiesi di tentare la sua graziosa fortuna  con  monsignor
    Angelo per il perdono del suo povero fratello.
    ISABELLA: E' lui, infatti.
    DUCA: Non siete stato richiesto di parlare.
    LUCIO: No, mio buon signore: ma neanche invitato a starmene zitto.
    DUCA:  Allora  v'invito adesso: di grazia,  prendetene nota,  e quando
    avrete una  faccenda  personale,  pregate  il  cielo  d'essere  allora
    irreprensibile.
    LUCIO: L'assvero a Vostro Onore.
    DUCA: La severit sar per voi: state in guardia.
    ISABELLA: Questo gentiluomo ha narrato in parte la mia storia
    LUCIO: Giusto.
    DUCA:  Pu  esser  giusto,  ma voi siete nel torto a parlare prima del
    vostro turno. Proseguite.
    ISABELLA: Mi recai da questo pernicioso ribaldo di vicario.
    DUCA: Questo  espresso alquanto dissennatamente.
    ISABELLA: Perdonate: la frase  propria al tema.
    DUCA: Rimediata: al tema... proseguite.
    ISABELLA: In breve,  per lasciar  da  parte  l'inutile  sequela,  come
    adoperai  la  persuasione,  come pregai e m'inginocchiai,  com'egli mi
    refut e com'io replicai - ch  questo  fu  assai  lungo  -  la  turpe
    conclusione  ora  comincio  a esporre con dolore e vergogna.  Egli non
    voleva se non  a  prezzo  del  dono  del  mio  casto  corpo  alla  sua
    concupiscevole intemperata lussuria rilasciare mio fratello;  e,  dopo
    molto dibattito, la mia carit di sorella confut il mio cuore,  ed io
    cedetti.  Ma la mattina dopo,  di buon'ora, sazio il suo intento, egli
    manda un ordine per la testa del mio povero fratello.
    DUCA: Questo  proprio verisimile!
    ISABELLA: Oh, fosse cos verisimile come  vero!
    DUCA: Pel cielo, sciagurata folle! tu non sai quel che dici, ovvero tu
    sei subornata contro il suo  onore  per  un'odiosa  macchinazione.  In
    primo  luogo,   la  sua  integrit  sta  senza  macchia;  poi,  non  
    consentaneo  alla  ragione  che  con   tanta   veemenza   egli   debba
    perseguitare  colpe  proprie  a lui stesso: se egli avesse trasgredito
    cos,  avrebbe pesato tuo fratello alla stregua di se  stesso,  e  non
    l'avrebbe  fatto giustiziare.  Qualcheduno ti ha istigata: confessa la
    verit e di' per consiglio di chi sei venuta a dolerti.
    ISABELLA: E questo  tutto?  Allora,  o voi  beati  ministri  superni,
    conservatemi nella pazienza;  e col tempo maturo svelate il male che 
    qui involto nel sussiego.  Il cielo protegga Vostra Grazia dal malanno
    com' vero che io,  cos oltraggiata,  mi allontano di qui senz'essere
    creduta!
    DUCA: So che vi piacerebbe d'allontanarvi. Un ufficiale!  Sia condotta
    in  prigione!  Permetteremo noi cos che un soffio letale e scandaloso
    cada su colui che ci  tanto vicino?  Questa  mestieri  che  sia  una
    macchinazione.  Chi  sapeva  del  vostro intento e della vostra venuta
    qui?
    ISABELLA: Uno che io vorrei che fosse qui, fra Lodovico.
    DUCA:  Un  padre  spirituale,   probabilmente.   Chi  conosce  codesto
    Lodovico?
    LUCIO:  Signore,  io lo conosco;   un frate intrigante;  non mi piace
    quell'uomo: fosse stato un laico,  signore,  per certe parole che egli
    pronunzi contro Vostra Grazia durante il vostro ritiramento,  l'avrei
    trebbiato sodo.
    DUCA: Parole contro di me? Un buon frate questo,  davvero!  E istigare
    questa  sciagurata  donna  qui  contro  il nostro sostituto!  Si trovi
    codesto frate!
    LUCIO: Non pi tardi di iersera, signore,  essa e quel frate,  li vidi
    nella prigione: un frate lascivo, un compare abbiettissimo.
    FRATE:  Benedetta sia Vostra Real Grazia!  Ero vicino,  signore,  e ho
    udito ingannare il vostro regale  orecchio.  Primo,  questa  donna  ha
    molto a torto accusato il vostro sostituto,  il quale  tanto mondo da
    contatto o lordura con lei quant'essa lo  da parte d'uno che non  sia
    nato.
    DUCA:  E'  quel che pensavamo.  Conoscete voi quel fra Lodovico di cui
    essa parla?
    FRATE: Lo conosco per uomo religioso e santo; non per abbietto, n per
    temporale intrigante,  com'egli  descritto da questo  gentiluomo;  e,
    sulla  mia fede,  un uomo che non ha mai finora,  come attesta costui,
    diffamato Vostra Grazia.
    LUCIO: Signore, nel modo pi ribaldo: credetelo.
    FRATE: Ebbene, col tempo potr discolparsi,  ma in questo momento egli
     infermo, signore, d'una strana febbre. A sua sola richiesta, essendo
    egli  venuto  a  conoscere  che  s'intendeva  portar  doglianza contro
    monsignor Angelo, io son venuto qui per dire, come per sua bocca, quel
    ch'egli sa esser vero e falso, e quello che col suo giuramento ed ogni
    prova finir di chiarire quando egli venga convenuto.  In primo  luogo
    per questa donna,  affine di giustificare questo degno patrizio,  cos
    pubblicamente e personalmente accusato, udrete costei smentita ai suoi
    propri occhi, finch ella stessa confessi.
    DUCA: Buon frate,  ascoltiamo.  (Isabella  condotta via dai Birri;  e
    Mariana  si  fa  avanti) Non sorridete a questo,  monsignor Angelo?  O
    cielo! la vanit dei miserabili insensati!  Dateci da sedere.  Venite,
    cugino Angelo; a questo io non prender parte; siate voi giudice della
    vostra propria causa.  E' questo il teste, frate? Prima ella mostri il
    suo volto, e poi parli.
    MARIANA: Scusate,  signore,  non mostrer il volto finch il mio sposo
    non me lo comandi.
    DUCA: Come, siete maritata?
    MARIANA: No, mio signore.
    DUCA: Siete donzella?
    MARIANA: No, signore.
    DUCA: Una vedova, allora?
    MARIANA: Neppure, mio signore.
    DUCA: Be', allora non siete niente: n donzella, n vedova, n sposa?
    LUCIO: Mio signore, essa potrebb'essere una scanfarda; perch molte di
    costoro non sono n donzelle, n vedove, n spose.
    DUCA:  Fate star zitto quel compare: vorrei che egli avesse cagione di
    chiacchierare a sua propria difesa.
    LUCIO: Bene, signore.
    MARIANA: Mio signore,  confesso che non sono  stata  mai  maritata,  e
    confesso  inoltre  che non sono donzella: io ho conosciuto mio marito,
    eppure mio marito non conosce d'avermi mai conosciuta.
    LUCIO: Era ubriaco, allora, signore: non pu essere altrimenti.
    DUCA: Per l'utile del silenzio potessi esserlo anche tu!
    LUCIO: Bene, signor mio.
    DUCA: Questo non  un teste per monsignor Angelo.
    MARIANA: Ora  vengo  al  punto,  signore:  colei  che  accusa  lui  di
    fornicazione,  parimenti accusa mio marito;  e al suo reato,  signore,
    assegna un'ora in cui,  son pronta a deporre,  io l'avevo tra  le  mie
    braccia nell'intero compimento d'amore.
    ANGELO: Accusa essa altri oltre me?
    MARIANA: No, ch'io sappia.
    DUCA: No? voi dite vostro marito.
    MARIANA:  Giustamente,  signore,  e  questo    Angelo,  che  crede di
    conoscere di non aver mai conosciuto il mio corpo,  ma  conosce,  egli
    crede, di conoscere quel d'Isabella.
    ANGELO: Questo  uno strano inganno. Fa' ch'io veda il tuo volto.
    MARIANA:  Il  mio  sposo mi comanda,  ora mi smaschero.  (si toglie il
    velo) Questo  il volto,  o crudele Angelo,  che una volta tu giurasti
    degno  d'esser  guardato:  questa    la  mano  che,  con un contratto
    solenne, fu saldamente legata alla tua: questo  il corpo che ha tolto
    il  convegno  a  Isabella,  e  nel  casino  del  tuo  verziere  ti  ha
    soddisfatto nella sua immaginata persona.
    DUCA: Conoscete questa donna?
    LUCIO: Carnalmente, essa dice.
    DUCA: Cessate, gaglioffo!
    LUCIO: Basta, signore.
    ANGELO: Mio signore,  debbo confessare che conosco questa donna; e che
    cinque anni fa vi fu qualche parlare di matrimonio tra me e  lei,  che
    poi  fu  rotto,  parte perch la sua promessa porzione era al di sotto
    del  pattuito,   ma  principalmente  perch  la  sua  reputazione   fu
    screditata  per la sua leggerezza: da quel tempo di cinque anni io non
    ho mai parlato con lei, non l'ho veduta, n ho mai udito d lei,  sulla
    mia fede e il mio onore.
    MARIANA: Nobile principe,  come vien la luce dal cielo e le parole dal
    respiro, come vi  ragione nella verit e verit nella virt,  io sono
    sposa  promessa di quest'uomo cos fortemente quanto le parole poteron
    formare voti: e,  mio buon signore,  non  pi  tardi  della  notte  di
    marted  or ora scorso,  nel casino del suo verziere,  egli mi conobbe
    come moglie.  Come questo  vero,  che io mi levi sana  e  salva  d'in
    ginocchio, o altrimenti sia per sempre qui confitta, statua di marmo.
    ANGELO:  Finora io non ho fatto che sorridere: ora,  mio buon signore,
    datemi la facolt di far giustizia: la mia  pazienza    qui  messa  a
    prova.  Mi  accorgo  che  queste  povere  donne scimunite non sono che
    istrumenti di qualche personaggio pi potente che le istiga. Datemi la
    libert, signor mio, di scoprire questa macchinazione.
    DUCA: S,  con tutto il cuore;  e punite costoro a vostro beneplacito.
    Tu,  sciocco frate,  e tu, perniciosa donna, d'intesa con colei che se
    n' andata,  credi tu che i tuoi giuramenti,  quand'anche  invocassero
    gi dal cielo i santi ad uno ad uno, sarebbero testimoni contro il suo
    merito  e il suo credito che hanno il sigillo dell'approvazione?  Voi,
    monsignor Escalo,  sedete con mio cugino: prestategli i vostri cortesi
    sforzi per scoprire quest'impostura,  onde derivi.  V' un altro frate
    che le ha istigate, lo si mandi a chiamare.
    FRATE: Foss'egli qui, signore! perch lui davvero ha istigato le donne
    a questa doglianza: il  vostro  bargello  conosce  il  luogo  dov'egli
    dimora e potrebbe andarlo a prendere.
    DUCA:  Andate,  fatelo immediatamente.  (Il Bargello esce) E voi,  mio
    nobile e  incensurabile  cugino,  cui  concerne  far  luce  su  questa
    faccenda, agite circa le offese fattevi come meglio vi parr, con ogni
    genere  di  castigo:  io  vi lascer per un poco,  ma voi non movetevi
    finch non abbiate ben determinato intorno a questi calunniatori.
    ESCALO: Signore, lo faremo integralmente.
    (Il Duca esce) Signor Lucio,  non avete detto che conoscevate quel fra
    Lodovico per una persona disonesta?
    LUCIO:  "Cucullus  non  facit  monachum";  onesto  in  null'altro  che
    nell'abito;  e uno che ha tenuto sul conto  del  duca  i  pi  ribaldi
    discorsi.
    ESCALO:  Vi pregheremo di restar qui finch egli venga,  per ribadirli
    contro di lui. Troveremo che questo frate  un notabile gaglioffo.
    LUCIO: Quant'altri mai in Vienna, sulla mia parola.
    ESCALO: Fate tornar qui di  nuovo  quella  medesima  Isabella:  vorrei
    parlare con lei. (Esce un Famiglio) Di grazia, signore, datemi licenza
    d'interrogarla; vedrete come la sapr maneggiare.
    LUCIO: Non meglio di lui, a quel ch'essa riferisce.
    ESCALO: Avete detto?
    LUCIO: Eh,  messere,  io credo che se voi la maneggiaste privatamente,
    essa  confesserebbe  con  maggiore  facilit;  forse,   pubblicamente,
    prover vergogna.
    ESCALO: Impiegher una via tenebrosa per lggere costei.
    LUCIO: Codesta  la via; perch le donne si fan leggre a mezzanotte.
    (Rientrano Famigli con ISABELLA).
    ESCALO: Venite avanti,  madama,  qui c' una gentildonna che smentisce
    tutto quel che avete detto.
    LUCIO: Signor mio, ecco che viene la canaglia di cui parlavo,  qui col
    bargello.
    ESCALO:  Molto  opportunamente:  voi  non  parlate  a  lui  finch non
    v'interpelliamo.
    LUCIO: Non fiato.
    (Rientra il Duca, travestito da frate, e il Bargello.
    ESCALO: Dite un po',  messere.  Avete  voi  istigato  queste  donne  a
    calunniare monsignor Angelo? esse han confessato che foste voi.
    DUCA: E' falso.
    ESCALO: Come? Sapete dove siete?
    DUCA:  Rispetto  al  vostro gran luogo!  E che il demonio sia talvolta
    onorato pel suo trono ardente.  Dov' il duca?  E'  lui  che  dovrebbe
    ascoltarmi.
    ESCALO:  Il  duca  in noi,  e noi vi ascolteremo: guardate di parlare
    veracemente.
    DUCA: Arditamente,  almeno.  Ma oh,  povere  creature,  venite  voi  a
    reclamar   l'agnello   qui  dalla  volpe?   Buona  notte  alla  vostra
    riparazione!  Il duca se n' ito?  Allora se n' ita anche  la  vostra
    causa.  Il duca  ingiusto a ritorcere il vostro potente appello,  e a
    mettere il vostro giudizio nella bocca del ribaldo che voi venite  qui
    ad accusare.
    LUCIO: Questa  la canaglia; questi  colui del quale io parlavo.
    ESCALO: Come,  tu irriverente ed empio frate!  non  abbastanza che tu
    abbia subornato queste donne onde accusassero quest'uomo degno, ma con
    sozza bocca e testimonie  le  sue  proprie  orecchie,  devi  chiamarlo
    ribaldo?  E  poi  sbiecare  da  lui  al  duca  stesso,  per  accusarlo
    d'ingiustizia?  Menatelo via di qui;  gli si  dia  il  cavalletto!  Vi
    diromperemo membro a membro,  ma sapremo il suo disegno. Che! ingiusto
    il duca!
    DUCA: Non vi riscaldate tanto; il duca non oserebbe pi stirare questo
    mio dito che egli non osi torturare il suo proprio: suo suddito io non
    sono, n di questa provincia. La mia faccenda in questo Stato ha fatto
    di me un osservatore qui a Vienna,  dov'io  ho  veduto  la  corruzione
    bollire  e  brulicare fino a traboccar dalla stufa: leggi per tutte le
    colpe,  ma le colpe cos tollerate,  che i forti statuti stan  come  i
    denti  condannati  in una bottega di barbiere,  tanto per riso che per
    avviso.
    ESCALO: Calunnia contro lo Stato! Si conduca via in prigione!
    ANGELO: Che cosa potete deporre contro di lui, signor Lucio? E' questo
    l'uomo di cui ci parlavate?
    LUCIO: E' lui, signore. Venite qui, mastro zuccapelata: mi conoscete?
    DUCA: Vi ricordo, messere, al suono della vostra voce: v'ho incontrato
    nella prigione, durante l'assenza del duca.
    LUCIO: Ah, davvero? E vi ricordate quel che avete detto del duca?
    DUCA: Esattissimamente.
    LUCIO: Davvero, messere?  Ed era il duca un carnaiuolo,  uno sciocco e
    un codardo come lo descrivevate allora?
    DUCA: Dovete,  messere, cambiar di persona con me, prima d'attribuirmi
    codesta descrizione: voi, s, avete parlato a quel modo di lui e molto
    di pi, e molto peggio.
    LUCIO: O dannabil gaglioffo!  E non ti ho  tirato  il  naso  pei  tuoi
    discorsi?
    DUCA: Io protesto che amo il duca come amo me stesso.
    ANGELO:  Sentite come il ribaldo vorrebbe accostarsi ora,  dopo i suoi
    felloneschi insulti!
    ESCALO: Con una  tal  canaglia,  non  si  deve  parlare:  menatelo  in
    prigione.  Dov'  il  bargello?  Menatelo  in prigione!  Caricatelo di
    ceppi, non fatelo parlar pi! Via anche codeste sgualdrine,  e l'altro
    socio della consorteria!
    (Il Bargello mette la mano addosso al Duca).
    DUCA: Fermo, messere: fermo un momento.
    ANGELO: Come? resiste? Aiutatelo, Lucio.
    LUCIO: Andiamo,  messere,  andiamo,  messere; andiamo, messere; ohib,
    messere!  E  che,  furfante  bugiardo,   zuccapelata,   dovete  andare
    incappucciato,  eh?  mostrate il vostro viso di canaglia,  vi colga il
    malfrancese!  mostrate la vostra faccia di can malfusso,  e  andate  a
    farvi  impiccare un po'.  Non vuole andar gi?  (Tira gi il cappuccio
    del frate e scopre il Duca).
    DUCA: Tu sei la prima canaglia che abbia mai fatto un duca.  In  primo
    luogo,  bargello,  lasciatemi  esser mallevadore di queste tre gentili
    persone.  (A Lucio) Non svignatevela,  messere,  perch il frate e voi
    dovete avere una parola tra un poco. Impadronitevi di lui!
    LUCIO: Questo potrebbe finir peggio che sulla forca.
    DUCA (a Escalo): Quel che avete detto io vi perdono; sedetevi: egli ci
    prester il suo posto. (Ad Angelo) Con vostra licenza, messere. Hai tu
    parola,  o spirito,  o impudenza,  che possano ancora servirti?  Se ne
    hai,  affidatici prima che il mio racconto sia udito,  e non indugiare
    oltre.
    ANGELO:  O  mio  temuto signore!  Sarei pi colpevole della mia stessa
    colpevolezza,  se pensassi di poter  essere  indiscernibile,  allorch
    vedo che Vostra Grazia,  come il potere divino,  ha tenuto d'occhio le
    mie passate.  Sicch,  buon principe,  non tenete pi a lungo sessione
    sulla  mia  onta,  ma  che  il  mio  processo  sia  la mia confessione
    medesima: immediata sentenza poi e susseguente morte  tutta la grazia
    che io imploro.
    DUCA: Venite qui, Mariana. Di',  sei tu stato mai fidanzato con questa
    donna?
    ANGELO: Si, mio signore.
    DUCA: Menala via di qui e sposala immediatamente. Voi frate, celebrate
    l'ufficio;  consumato il quale,  riconducete lui qui.  Accompagnatelo,
    bargello.
    (Escono Angelo, Mariana, Fra Pietro e il Bargello).
    ESCALO: Mio signore,  io sono pi stupito del suo disonore  che  della
    stranezza di esso.
    DUCA: Venite qui,  Isabella. Il vostro frate  ora il vostro principe:
    come io ero allora soccorrevole e devoto  alla  vostra  faccenda,  non
    mutando  cuore  con  l'abito,  io  son  sempre patrocinatore al vostro
    servizio.
    ISABELLA: Oh,  perdonatemi d'aver io,  vostra  vassalla,  impiegato  e
    vessato la vostra incognita sovranit.
    DUCA:   Siete  perdonata,   Isabella:  ed  ora  cara  giovane,   siate
    altrettanto liberale con noi. La morte di vostro fratello,  lo so,  vi
    opprime  il  cuore,  e voi potreste chiedervi con stupore perch io mi
    nascondessi,  adoperandomi a salvare la  sua  vita,  e  non  piuttosto
    facessi  subita  ostensione del mio celato potere che lasciarlo perire
    cos.  O gentilissima donzella!  Fu la ratta celerit della sua morte,
    che io credevo sopravvenisse con pi lento piede,  ad ammazzare il mio
    proposito: ma la pace sia con lui!  Quella vita che non ha  pi  timor
    della morte;  miglior vita di quella che vive per temere: fate di ci
    la vostra consolazione, che il fratel vostro  cos felice.
    ISABELLA: E' quel che faccio, mio signore.
    (Rientrano ANGELO, MARIANA, FRA PIETRO e il Bargello).
    DUCA:  In  quanto  a  questo novello sposo che s'avvicina qui,  la cui
    lasciva immaginazione pur ha oltraggiato il vostro ben  difeso  onore,
    dovete  perdonargli  per  via di Mariana.  Ma siccome ha condannato il
    fratel vostro,  lui doppiamente criminale nella violazione della sacra
    castit  e  nella rottura della promessa,  che ne dipendeva,  circa la
    vita di vostro fratello,  la clemenza stessa  della  legge  grida  con
    chiarissima  voce,  proprio  con la lingua medesima di lui: "Un Angelo
    per un Claudio,  morte per morte!".  La fretta paga la  fretta,  e  la
    dilazione risponde alla dilazione,  il simile rimerita il simile, e si
    d misura per misura.  Dunque Angelo,   cos manifesto il tuo  reato,
    che,  anche  se  tu lo volessi negare,  ti nega ogni beneficio: noi ti
    condanniamo allo stesso ceppo dove Claudio si chin alla morte,  e con
    ugual prontezza. Conducetelo via!
    MARIANA: O mio grazioso signore, spero che voi non vorrete avermi dato
    marito per beffa!
    DUCA:  E'  vostro marito che vi ha dato marito per beffa.  Consentendo
    alla salvaguardia del vostro onore,  io ritenni  opportuno  il  vostro
    matrimonio;  altrimenti  l'imputazione  che  egli vi conobbe,  avrebbe
    potuto pesar col rimprovero sulla vostra vita e  soffocare  la  vostra
    felicit  avvenire.  Quanto ai suoi beni,  nonostante siano nostri per
    confisca,  ne  investiamo  voi  come  di  appannaggio  vedovile,   per
    comprarvi un miglior marito.
    MARIANA:  O  mio  caro  sovrano,  io  non  bramo  un uomo diverso,  n
    migliore.
    DUCA: Non bramate mai costui, noi abbiam detto l'ultima parola.
    MARIANA: Mio gentile signore!... (s'inginocchia)
    DUCA: Voi non fate che sprecare la vostra fatica.  Conducete costui  a
    morte! (A Lucio) Ora, messere, a voi.
    MARIANA:  O mio buon signore!  Dolce Isabella,  prendete le mie parti;
    prestatemi i vostri ginocchi,  e tutta la  mia  vita  avvenire  io  vi
    prester, tutta la mia vita per servirvi.
    DUCA:   Contro   ogni   ragione   voi   l'importunate:   dovesse  ella
    inginocchiarsi a chieder merc per  questo  crimine,  l'ombra  di  suo
    fratello  spezzerebbe  il  suo letto lastricato e la porterebbe via di
    qui con orrore.
    MARIANA: Isabella, dolce Isabella,  inginocchiatevi soltanto presso di
    me: tendete le vostre mani,  non dite nulla,  io sola parler.  Dicono
    che i migliori  uomini  sono  impastati  di  difetti,  e  per  lo  pi
    divengono pi buoni per essere stati un po' cattivi: cos potrebbe mio
    marito. O Isabella, non presterete un ginocchio?
    DUCA: Egli muore per la morte di Claudio.
    ISABELLA  (s'inginocchia):  Magnanimo signore,  degnatevi di gittar lo
    sguardo su quest'uomo condannato come  se  mio  fratello  vivesse.  Io
    credo in parte che una diritta sincerit govern le sue azioni, finch
    egli  gitt  lo sguardo su di me: se  cos,  fate che egli non muoia.
    Mio fratello non ha avuto che giustizia, in quanto che egli commise il
    reato pel quale  morto: in quanto ad  Angelo,  il  suo  atto  non  ha
    sopraggiunto il suo cattivo intento,  e deve essere seppellito come un
    intento che sia perito per la strada.  I pensieri non sono oggetti,  e
    gl'intenti sono pensieri solamente.
    MARIANA: Solamente, signore.
    DUCA: La vostra preghiera  vana: alzatevi,  vi dico. Mi viene a mente
    un'altra trasgressione. Bargello, com' avvenuto che Claudio sia stato
    decapitato a un'ora insolita?
    BARGELLO: Fu comandato cos.
    DUCA: Avevate uno speciale mandato per l'esecuzione?
    BARGELLO: No, mio buon signore; fu per privato messaggio.
    DUCA: Per questo io vi  spoglio  del  vostro  ufficio:  consegnate  le
    vostre chiavi.
    BARGELLO:  Perdonatemi,  nobile  signore:  io  pensavo  che  fosse una
    trasgressione, ma non lo sapevo preciso, pur mi sono pentito, dopo pi
    maturo consiglio;  in testimonianza  di  che,  uno  in  prigione,  che
    altrimenti  avrebbe dovuto morire per ordine privato,  io l'ho serbato
    in vita.
    DUCA: Chi  costui?
    BARGELLO: Il suo nome e Bernardino.
    DUCA: Vorrei che tu avessi fatto cos con Claudio.  Vai e menalo  qui:
    che io lo veda.
    (Il Bargello esce).
    ESCALO:  Mi  duole  che  un  uomo  cos dotto e cos saggio quale voi,
    monsignor  Angelo,  siete  sempre  apparso,   abbia  incespicato  cos
    grossamente,  e  pel  calore  del  sangue,  e per difetto di temperato
    giudizio, dipoi.
    ANGELO: Mi duole di procurare un tal dolore; e cos profondamente ne 
    trafitto il mio penitente cuore che anelo alla  morte  pi  volentieri
    che alla merc:  quel che ho meritato, e lo imploro.
    (Rientra   il   Bargello  con  BERNARDINO,   CLAUDIO  imbacuccato,   e
    GIULIETTA).
    DUCA: Qual  Bernardino?
    BARGELLO: Questo, mio signore.
    DUCA: V' un frate che m'ha parlato di quest'uomo. Gaglioffo,  si dice
    che  tu  hai  un animo indurito,  che non concepisce nulla al di l di
    questo mondo, e regoli la tua vita in conseguenza.  Tu sei condannato;
    ma,  per quelle colpe terrene,  io te le rimetto tutte,  e ti prego di
    usare di questa merc per  apparecchiarti  a  miglior  vita  avvenire.
    Frate,  consigliatelo:  io  lo  lascio  tra  le  vostre  mani.  Chi  
    quell'imbacuccato?
    BARGELLO: Questo  un altro prigioniero che ho  salvato,  che  avrebbe
    dovuto morire quando Claudio perse il capo,  tanto simile a Claudio da
    parer quasi lui stesso.
    (Scopre Claudio).
    DUCA (a Isabella): Se assomiglia al fratel vostro, per via di lui egli
     perdonato; e per via di voi, o leggiadra giovane,  se voi mi date la
    vostra mano e dite che volete esser mia,  egli  pure mio fratello. Ma
    di ci a tempo pi opportuno.  Da questo  monsignor  Angelo  s'accorge
    d'esser  salvo:  mi  par  di vedere il suo occhio ravvivarsi.  Ebbene,
    Angelo,  il vostro male vi rimerita con bene: guardate d'amare  vostra
    moglie;  essa vale voi.  Io provo in me stesso una corriva indulgenza,
    eppure v' qualcuno qui presente che io non posso perdonare. (A Lucio)
    Voi, messere, che mi ritenevate uno sciocco,  un codardo,  un pieno di
    lussuria,  un asino,  un pazzo: in che ho io cos meritato di voi, che
    tanto mi esaltate?
    LUCIO: In fede, signore, io non l'ho detto che per seguir la guisa. Se
    volete impiccarmi per codesto,  potete farlo;  ma  preferirei  che  vi
    piacesse che io fossi frustato.
    DUCA: Frustato prima,  messere, e impiccato poi. Proclamate, bargello,
    per tutta la citt,  che se v' una donna offesa da questo  libertino,
    com'io  ho  udito  lui  stesso  giurare  che  v' una che egli ha reso
    incinta,  che compaia,  ed egli  la  sposer;  finite  le  nozze,  sia
    frustato e impiccato.
    LUCIO: Scongiuro Vostra Altezza,  non mi sposate a una puttana. Vostra
    Altezza ha detto pur ora che io vi ho fatto duca:  mio  buon  signore,
    non ricompensatemi facendo di me un becco.
    DUCA:  Sul mio onore;  tu la sposerai.  Le tue calunnie io perdono,  e
    inoltre ti rimetto le altre pene. Conducetelo in prigione,  e guardate
    che la nostra volont sia col eseguita.
    LUCIO:  Sposare  una  scanfarda,  mio  signore,    essere stritolato,
    frustato e impiccato.
    DUCA: Lo merita chi calunnia un principe.  (Birri  escono  con  Lucio)
    Colei,  Claudio che voi avete offesa,  guardate di risarcire.  Gioia a
    voi Mariana!  amatela,  Angelo: io l'ho confessata e  conosco  la  sua
    virt.  Grazie,  o buon amico Escalo,  per la tua molta bont: pi t'
    riservato che  ancor pi gratulatorio. Grazie,  bargello,  per il tuo
    zelo  e  la  tua segretezza: noi t'impiegheremo in un posto pi degno.
    Perdonategli,  Angelo,  d'avervi portato dinanzi il capo del  Ragusino
    per  quello di Claudio: la colpa si perdona da s.  Cara Isabella,  ho
    una proposta che concerne da vicino il vostro bene;  alla quale se voi
    porgerete  volenteroso orecchio,  quel che  mio  vostro e quel che 
    vostro  mio. Cos conduceteci al nostro palazzo; dove mostreremo quel
    che ancor resta, che conviene che voi tutti sappiate.
    (Escono).


    LA TEMPESTA.

    PERSONAGGI.

    ALONSO, re di Napoli.
    SEBASTIANO, suo fratello.
    PROSPERO, legittimo duca di Milano.
    ANTONIO, suo fratello, l'usurpatore.
    FERDINANDO, figlio del re di Napoli.
    GONZALO, vecchio e onesto consigliere.
    FRANCESCO, ADRIANO: nobili.
    CALIBANO, selvaggio e deforme schiavo.
    TRINCULO, buffone.
    STEFANO, dispensiere ubriacone.
    Capitano di una nave.
    Nostromo.
    Marinai.
    MIRANDA, figlia di Prospero.
    ARIELE, spirito aereo.
    Altri spiriti al servizio di Prospero.

    Scena: A bordo di una nave; poi su un'isola disabitata.
    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - A bordo di una nave. Fragore di tempesta. Tuoni e lampi.

    (Entrano un Capitano e un Nostromo).
    CAPITANO: Nostromo!
    NOSTROMO: Eccomi, capitano. Che c'?
    CAPITANO: Da bravo: incoraggiate la gente. Daci sotto, alla svelta, se
    no andiamo in secco. Lesti, lesti.

    (Esce. Entrano Marinai).

    NOSTROMO: Su, ragazzi, animo! Animo, ragazzi! Svelti, svelti.  Ammaina
    la  gabbia.  State  attenti al fischio del capitano.  Soffia finch ti
    scoppino i polmoni, purch ci lasci un po' di spazio libero.

    (Entrano ALONSO, SEBASTIANO, ANTONIO, FERDINANDO, GONZALO ed altri).

    ALONSO: Buon nostromo,  usate  ogni  attenzione.  Dov'  il  capitano?
    Chiamate a raccolta tutti gli uomini.
    NOSTROMO: Ora, per piacere, statevene gi.
    ANTONIO: Dove  il capitano, nostromo?
    NOSTROMO: Non lo sentite? Ci siete d'impiccio nelle manovre. Statevene
    nelle vostre cabine: non fate che aiutar la tempesta.
    GONZALO: Via, amico, siate calmo.
    NOSTROMO: Quando sar calmo il mare.  Via di ~i!  Che importa a queste
    onde ruggenti I nome di re? Gi in cabina! Silenzio! on ci date noia.
    GONZALO: Va bene, ma ricordati chi hai a bordo.
    NOSTROMO:  Nessuno  che  io  ami  pi  di  me  stesso.  Voi  siete  un
    consigliere;  se  potete  imporre  il  silenzio  a  questi  elementi e
    ottenere che si plachino sull'istante,  non prenderemo pi in mano una
    corda.  Fate  uso  della vostra autorit.  Se non potete,  ringraziate
    Iddio di aver vissuto cos a lungo  e  tenetevi  pronto  nella  vostra
    cabina  per  l'imminente  disastro  se  ha da avvenire.  Animo,  bravi
    ragazzi! E voi levatevi di mezzo, ripeto.
    (Esce).
    GONZALO: Quest'uomo mi ispira una gran fiducia.  Mi pare che egli  non
    abbia  alcuno  dei  segni di chi  destinato a naufragare: il suo  un
    perfetto muso da forca.  O benigno Fato,  persisti  nel  proposito  di
    farlo morire impiccato; fa' che la corda del suo destino sia la nostra
    gomena di salvezza,  perch quella che abbiamo qui ci serve a poco. Se
    egli non  nato per la forca, il nostro caso  disperato.

    (Escono. Rientra il Nostromo).

    NOSTROMO: Sghinda l'albero di gabbia! Lesti!  Fila,  fila;  alla cappa
    con  la bassa vela!  (Un grido dal di dentro) Accidenti a questi urli!
    Fan pi frastuono che la tempesta e gli ordini della manovra.
    (Rientrano SEBASTIANO, ANTONIO e GONZALO).
    Ancora qui.  Ma che ci state a fare?  Dobbiamo rassegnarci e annegare?
    Avete voglia di colare a fondo?
    SEBASTIANO:  Ti  venga  un  canchero  alla  gola,   urlone,   empio  e
    insensibile cane!
    NOSTROMO: Manovrate voi allora.
    ANTONIO: Va' a farti impiccare,  cagnaccio!  Va'  a  farti  impiccare,
    figlio d'una mala femmina,  schiamazzatore insolente. Noi abbiamo meno
    paura di te di annegare.
    GONZALO: Garantisco che egli non annegher, fosse anche la nostra nave
    meno resistente di  un  guscio  di  noce  e  facesse  acqua  come  una
    cialtrona incapace di contener l'orina.
    NOSTROMO: Stringi il vento, stringi; fa' portare le basse vele; prendi
    di nuovo il largo; tienti al largo.
    (Entrano Marinai tutti bagnati).
    MARINAI:  Ogni  speranza  perduta!  Non c' che pregare;  non c' che
    pregare! Ogni speranza  perduta.
    NOSTROMO: Dunque le nostre labbra saran fredde per sempre?
    GONZALO: Il re e il principe pregano!  Uniamoci  ad  essi,  perch  la
    nostra sorte  uguale alla loro.
    SEBASTIANO: Tutta la mia calma  sparita interamente.
    ANTONIO: Degli ubriaconi ci defraudano n pi n meno che delle nostre
    vite.  Questo mascalzone dalle larghe mascelle... Vorrei che tu stessi
    tanto a morire annegato finch non fosse passato su te  il  flusso  di
    dieci maree!
    GONZALO:  Eppure  egli  sar  impiccato,  nonostante  che  ogni goccia
    d'acqua  spalancandosi  per  inghiottirlo  si  dichiari  contro   quel
    destino.
    VOCI  (di  dentro):  Piet  di  noi!  Andiamo a sfasciarci,  andiamo a
    sfasciarci!  Addio,  moglie e figliuoli!  Addio,  fratello!  Andiamo a
    sfasciarci, andiamo a sfasciarci!
    ANTONIO: Affondiamo tutti insieme col re.
    (Esce).
    SEBASTIANO: Andiamo a dirgli addio.
    (Esce).
    GONZALO: Ora darci mille stadii di mare per un iugero di terreno arido
    coperto di eriche lunghe e di scure ginestre,  di qualsiasi cosa.  Sia
    fatta la volont  di  Dio;  ma  avrei  preferito  di  fare  una  morte
    asciutta.
    (Esce).

    SCENA SECONDA - L'isola. Davanti alla grotta di Prospero.

    (Entrano PROSPERO e MIRANDA).
    MIRANDA:  Se  con la vostra arte,  mio carissimo padre,  avete destato
    nelle onde tale fragore di tempesta,  calmatele.  Pare  che  il  cielo
    voglia versar gi fetida pece,  ma che il mare, sollevandosi sino alla
    fucina delle nubi, ne spenga il fuoco.  Oh,  io ho sofferto con quelli
    che ho visto soffrire! Una magnifica nave che certamente aveva a bordo
    nobili esseri umani,  tutta sfasciata!  Oh,  quelle grida mi colpirono
    profondamente il cuore! Povere creature, sono perite!  Se avessi avuto
    il potere di un dio,  avrei sommerso il mare entro la terra, prima che
    esso avesse inghiottito la  bella  nave  con  tutto  il  carico  delle
    creature che conteneva.
    PROSPERO: Calmati,  e bando allo sgomento.  Di' al tuo compassionevole
    cuore che nessun male  accaduto.
    MIRANDA: Oh, giorno sventurato!
    PROSPERO:  Nessun  male.   Tutto  ci  che  ho  fatto     stato   per
    sollecitudine  verso di te,  di te,  mia cara,  di te,  mia figlia che
    ignori chi sei,  non sai donde io venga e come io sia molto di pi  di
    quel  Prospero padrone di un'assai povera grotta e tuo padre,  non per
    altre ragioni pi grande.
    MIRANDA: Non mi  mai venuto in mente di saper di pi.
    PROSPERO: E' tempo che ti dia pi ampi ragguagli.  Aiutami a togliermi
    di dosso il mio magico mantello.  Cos.  (Si toglie il mantello) E ora
    sta' cost, o mia arte. Asciugati gli occhi e confortati. Il terribile
    spettacolo del naufragio,  che ha svegliato in te la pi pura  essenza
    della compassione,  io l'ho preparato con la mia arte con ogni cautela
    in modo cos innocuo che non c' lordura,  che  dico?  non  c'  stata
    tanta  perdita  quanto  quella di un capello per nessuna delle persone
    che hai udito gridare,  nella nave che hai visto  affondare.  Siediti,
    perch ora devi sapere qualche cosa di pi.
    MIRANDA: Tante volte avete cominciato a narrarmi chi io sia, ma poi vi
    siete  sempre  fermato  a  mezzo,  lasciandomi  ai  dubbi  di una vana
    inchiesta, e avete concluso: "Aspetta; non  ancor tempo".
    PROSPERO: Ora il tempo  venuto. E' questo il momento che ti invita ad
    aprir bene le orecchie.  Obbedisci e sta' attenta.  Sei  in  grado  di
    ricordarti  degli  anni  che  precedettero  il nostro arrivo in questa
    grotta?  Non credo che ci sia possibile,  perch allora non avevi pi
    di tre anni.
    MIRANDA: Ma certo che  possibile.
    PROSPERO: Ricordarti di che?  Di qualche altra cosa o di qualche altra
    persona?  Accennami a qualche cosa la cui immagine  rimasta nella tua
    memoria.
    MIRANDA:  Oh,    molto  lontana,  e  pi  come  un sogno che come una
    certezza di cui si possa far garante la mia  memoria.  Non  avevo  una
    volta quattro o cinque donne al mio servizio?
    PROSPERO: S, e anche di pi, Miranda. Ma com' che ci  rimasto vivo
    nella tua memoria?  E che altro vedi nell'oscuro passato e nell'abisso
    del tempo?  Se ti ricordi di qualche cosa anteriore  alla  tua  venuta
    qua, puoi anche ricordare in qual modo sei qua giunta.
    MIRANDA: No; questo no.
    PROSPERO:  Dodici  anni fa,  Miranda,  dodici anni fa tuo padre era il
    duca di Milano e un potente principe.
    MIRANDA: Ma, signore, non siete voi mio padre?
    PROSPERO: Tua madre era un modello di virt e diceva che  tu  eri  mia
    figlia. Tuo padre era duca di Milano e sua unica erede una principessa
    di nascita non meno illustre.
    MIRANDA:  Dio  mio!  Quale  orribile  tranello  fu  quello  per cui ci
    allontanammo di l, o fu buona sorte che cos facemmo?
    PROSPERO: L'una cosa e l'altra,  bambina mia.  Un  orribile  tranello,
    come  tu  dici,  ci  strapp  di  l,  ma una buona fortuna ci aiut a
    giungere qua.
    MIRANDA: Ah, mi sanguina il cuore pensando al dolore che vi ho causato
    e che  cos lontano da ogni mio ricordo. Di grazia, continuate.
    PROSPERO: Il mio fratello e tuo zio, di nome Antonio... odi, ti prego,
    in che modo un fratello pot essere cos perfido! io lo amavo, dopo di
    te, sopra ogni altra cosa al mondo, ed a lui lasciai l'amministrazione
    del mio Stato,  che a quel tempo era il primo fra tutte  le  Signorie,
    come Prospero era,  senza paragone,  il primo fra quei duchi, e per la
    dignit e per le arti liberali. Orbene, poich queste ultime formavano
    tutta la mia occupazione,  io affidai il  governo  a  mio  fratello  e
    divenni  indifferente  al  mio alto grado,  tutto preso e assorbito da
    occulti studi. Il tuo perfido zio... Mi stai a sentire?
    MIRANDA: Signore, con tutta l'attenzione.
    PROSPERO: Divenuto che fu esperto nell'arte di accogliere petizioni  e
    di respingerle,  di innalzare alcuni e di trattenere altri che s'erano
    spinti tropp'oltre,  cre a nuovo quelle che erano  le  mie  creature;
    voglio dire le mut e le plasm in un altro modo. Possedendo la chiave
    e  degli  ufficiali  e degli uffici,  accord nello Stato gli animi di
    tutti secondo quel tono che pi  piaceva  al  suo  orecchio,  cosicch
    divenne ben presto l'edera che aveva coperto il mio principesco tronco
    e ne aveva succhiato tutto il vigore. Ma tu non presti attenzione.
    MIRANDA: Ah s, mio buon padre.
    PROSPERO: Ti prego,  stammi a sentire.  Incurante cos di ogni mondana
    aspirazione,  preoccupato di starmene in disparte e di perfezionar  la
    mia  mente  con  quegli  studi  che,  tranne  per  la  solitudine  che
    richiedevano,  sorpassavano tutto  ci  che  il  favore  popolare  pu
    offrire,  svegliai nel mio falso fratello una malvagia inclinazione, e
    la mia fiducia,  come avviene a un buon genitore,  gener in  lui  una
    perfidia  tanto  grande  nella  sua opposta natura,  quanta era la mia
    fiducia: una  fiducia  che  in  realt  era  senza  limiti,  veramente
    sconfinata. Essendosi egli cos levato in alto non solo con ci che le
    mie  rendite  gli offrivano,  ma con ci che la mia autorit poteva in
    altri modi ottenere,  come uno che spregiando  la  verit  ha  indotto
    talmente  in peccato la sua memoria da dar credito alla propria bugia,
    a furia di ripeterla, fin col credere di esser lui veramente il duca,
    perch era il mio sostituto ed esercitava l'esteriorit della  dignit
    regale con tutte le sue prerogative. Crescendo, a causa di ci, la sua
    ambizione... Ma mi stai a sentire?
    MIRANDA: Il vostro racconto renderebbe l'udito a un sordo.
    PROSPERO:  Perch  non  ci fosse nessuno schermo tra la parte che egli
    rappresentava e colui in nome del quale egli la  rappresentava,  volle
    essere  in tutto e per tutto assoluto duca di Milano.  In quanto a me,
    pover'uomo,  la mia libreria era un ducato abbastanza vasto.  Ecco che
    egli  mi  crede  incapace  di atti di sovranit temporale;  si accorda
    (tanto era assetato di dominio)  col  re  di  Napoli  di  pagargli  un
    tributo annuo,  di prestargli omaggio,  di assoggettare la sua piccola
    corona a quella pi grande di lui e di piegare il  ducato  sin  allora
    indipendente - ahim, povera Milano! - alla pi ignobile soggezione.
    MIRANDA: Mio Dio!
    PROSPERO:  Considera  i  termini  del  trattato e le sue conseguenze e
    dimmi poi se costui poteva essere un fratello.
    MIRANDA: Commetterei un peccato a non  avere  un'alta  stima  per  mia
    nonna. Malvagi figli furono gi portati da grembi schietti.
    PROSPERO:  Ed  ecco  ora i termini dell'accordo.  Questo re di Napoli,
    essendo un mio inveterato nemico, prest orecchio alla proposta di mio
    fratello,  che  era  questa:  che  in  cambio  di  quelle  condizioni,
    dell'omaggio  e  di  non  so  qual  misura  di  tributo,  egli avrebbe
    immediatamente cacciato me e la mia  famiglia  dal  ducato  e  avrebbe
    assegnato con tutti gli onori la bella Milano a mio fratello. Radunato
    allora  un  esercito  traditore,  una mezzanotte all'uopo prefissa dai
    fati,  Antonio apr le porte di Milano,  e nel fitto delle  tenebre  i
    ministri  designati  a  quello  scopo  cacciarono  di  l  me e te che
    piangevi.
    MIRANDA: Ahi, piet! Non ricordando come piansi allora,  rinnover ora
    quel pianto. E' un tema che costringe gli occhi alle lacrime.
    PROSPERO:  Ascolta  ancora un po',  e poi ti condurr sino ai presenti
    avvenimenti che ci riguardano, senza di che questa storia sarebbe fuor
    di proposito.
    MIRANDA: Perch non ci uccisero allora?
    PROSPERO: Giusta domanda, bambina: il mio racconto l'ha provocata. Non
    osarono,  mia cara  (tanto  era  intenso  l'amore  che  il  popolo  mi
    portava);  n  ardirono segnar l'impresa d'un marchio cos sanguinoso;
    ma dipinsero di pi bei colori i loro truci disegni.  Per farla breve,
    ci cacciarono in fretta in una barca e ci portarono, a qualche lega di
    distanza,  verso il mare, dove tenevano pronta una marcita carcassa di
    barcaccia non attrezzata, senza sartie, senza vela senz'albero.  Anche
    i  topi  l'avevano  istintivamente  abbandonata.  Ivi essi ci issarono
    lasciandoci a gridare al mare che ci mugghiava di rimando, a sospirare
    ai venti,  la  cui  compassione,  ricambiando  i  nostri  sospiri,  ci
    ingiuriava s, ma benignamente.
    MIRANDA: Ahim, qual causa di affanno fui allora per voi!
    PROSPERO: Ah!  fosti un cherubino che mi salvasti. Sorridevi invasa da
    una forza che ti veniva dal cielo,  mentre io cospargevo le onde delle
    pi salse stille gemendo sotto il mio grave fardello; e il tuo sorriso
    dest  in  me  il  fermo  coraggio di resistere a tutto ci che poteva
    succedere.
    MIRANDA: E come arrivammo a terra?
    PROSPERO: Per divina provvidenza... Avevamo dei viveri e dell'acqua da
    bere che,  mosso a compassione,  ci aveva fornito Gonzalo,  un  nobile
    napoletano  incaricato di dirigere l'esecuzione di quella trama.  Egli
    aggiunse  anche  ricchi  abiti,   biancheria,   stoffe  e  altre  cose
    necessarie che ci sono state poi di grande utilit.  Parimenti, sempre
    mosso dalla bont,  sapendo che  amavo  i  miei  libri,  mi  provvide,
    togliendoli dalla mia biblioteca, di parecchi volumi di cui faccio pi
    conto che del mio ducato.
    MIRANDA: Ah, potessi vedere un giorno codest'uomo!
    PROSPERO: Ecco,  mi levo.  (si rimette il mantello) Tu rimani seduta e
    odi l'ultima parte delle nostre tribolazioni  sul  mare.  Arrivammo  a
    quest'isola,  e qui,  come tuo maestro, ti ho fatto progredire pi che
    non possano  altre  principesse  che  hanno  pi  tempo  per  le  vane
    occupazioni, e guide non cos diligenti.
    MIRANDA:  Vi  renda  per  tutto ci grazie il cielo.  Ed ora,  ditemi,
    signore, ve ne prego - poich questo pensiero seguita a travagliarmi -
    per qual ragione avete sollevata la tempesta?
    PROSPERO: Sappi dunque anche questo.  Per  un  caso  assai  strano  la
    benevola Fortuna,  ora mia patrona, ha portato i miei nemici su questo
    lido,  e in grazia del mio antivedere,  io scopro  che  il  mio  zenit
    dipende da un'assai propizia stella,  e che se io non cerco di attirar
    su me il suo influsso,  ma lo trascuro,  le  mie  fortune  in  seguito
    cadrebbero  sempre pi in basso.  Ora non farmi altre domande.  Tu sei
    disposta a dormire. E' un benefico sopore, perci abbandonati ad esso.
    So che non vi ti puoi sottrarre.  (Miranda  s'addormenta)  Vieni,  mio
    servo, vieni. Ora son pronto. Avvicinati, mio Ariele; vieni.

    (Entra ARIELE).
    ARIELE:  Salve,  o mio grande padrone.  Venerando signore,  salve!  Io
    vengo per eseguire ci che pi ti  piace,  si  tratti  di  volare,  di
    nuotare,  di  immergersi  nel  fuoco,  di  cavalcare su cirri di nubi.
    Sottoponi ai tuoi potenti ordini Ariele e tutta la sua consorteria.
    PROSPERO: Hai, o spirito,  eseguito appuntino l'ordine che ti diedi di
    suscitar la tempesta?
    ARIELE: Alla lettera.  Abbordai la nave del re, e ora sulla prora, ora
    sul ponte,  ora sul cassero e in  ogni  cabina  fiammeggiavo  destando
    terrore.  Talvolta mi dividevo e ardevo in molti luoghi.  Fiammeggiavo
    separatamente  sul  trinchetto,  sulle  antenne,  sul  bompresso,  poi
    correvo ad unirmi.  I lampi di Giove, precursori del terribile scoppio
    dei tuoni,  non erano pi istantanei e oltrepassanti la velocit della
    vista.  Il  fuoco  e  lo  scoppiar fragoroso di nubi di zolfo parevano
    assediare il potente Nettuno e facevano tremare le sue spavalde onde e
    scuotere perfino il suo terribile tridente.
    PROSPERO: Mio eccellente spirito!  Chi poteva  essere  tanto  forte  e
    impassibile  da  non  sentir  turbata  la  sua ragione in mezzo a quel
    tumulto?
    ARIELE: Non ci fu alcuno che non sentisse la febbre del delirio e  che
    non commettesse inconsulti atti di disperazione.  Tutti,  ad eccezione
    dei marinai,  si gettarono tra le spumeggianti onde e abbandonarono la
    nave tutta incendiata da me; Ferdinando, il figlio del re, coi capelli
    ritti  -  e  parevano pi stecchi che capelli - fu il primo a buttarsi
    gi mentre gridava: "L'inferno  vuoto, e tutti i diavoli sono qua".
    PROSPERO: Cos va bene,  spirito mio!  Ma non  avvenne  tutto  ci  in
    prossimit della spiaggia?
    ARIELE: Vicinissimo, mio padrone.
    PROSPERO: E son essi salvi, Ariele?
    ARIELE:  Neppur  un capello  perduto.  I loro abiti che li tenevano a
    galla non hanno neppure una macchia,  e sono pi nuovi di prima.  Come
    mi comandasti, li ho dispersi a gruppi per l'isola; soltanto il figlio
    del  re  l'ho  fatto  approdare da solo,  e l'ho lasciato in un remoto
    angolo dell'isola a rinfrescar l'aria coi suoi sospiri con le  braccia
    dolorosamente conserte cos.
    PROSPERO:  Che  hai  fatto della nave del re con tutti i marinai e del
    resto della flotta?
    ARIELE:  La  nave  del  re    salva  nel  porto  in  quella  profonda
    insenatura,  dove  una  volta mi facesti venire a mezzanotte perch ti
    recassi della rugiada dalle sempre tormentate  Bermude.  Col  essa  
    nascosta. I marinai son tutti vivi e, per un'opera d'incanto combinata
    con la stanchezza delle loro fatiche,  li ho lasciati addormentati. In
    quanto al resto delle navi che io dispersi,  esse  si  sono  di  nuovo
    riunite  e sulle onde del Mediterraneo ritornano tristemente a Napoli,
    poich tutti sono convinti di aver visto colare a fondo la nave del re
    e l'augusto personaggio perire.
    PROSPERO: Hai eseguito esattamente il  tuo  compito,  Ariele;  ma  c'
    ancora da fare. A che punto siamo del giorno?
    ARIELE: Ne  passata la met.
    PROSPERO: S,  almeno di due ampollette.  Il tempo che c' di qui alle
    sei deve essere impiegato da noi due assai proficuamente.
    ARIELE: C'  ancora  da  lavorare?  Dal  momento  che  m'imponi  altre
    fatiche,  lascia  che ti ricordi ci che mi hai promesso e che non hai
    ancora mantenuto.
    PROSPERO: Come! Imbronciato? Che cosa mi puoi domandare?
    ARIELE: La mia libert.
    PROSPERO: Prima che sia passato il tempo? Non dir altro.
    ARIELE: Ricordati, ti prego, che ti ho reso dei segnalati servigi, non
    ti ho mai detto bugie, non ho mai commesso errori, ti ho servito senza
    lamentarmi e senza brontolare.  Tu mi  promettesti  di  condonarmi  un
    intiero anno.
    PROSPERO: Ti sei scordato da quale tormento ti liberai?
    ARIELE: No.
    PROSPERO:  Te  ne  sei  scordato,  e  ora  credi che sia una gran cosa
    calpestare il fangoso fondo del mare,  correre sul tagliente aquilone,
    eseguire  qualche  incarico  nelle viscere della terra,  quando essa 
    indurita dal gelo.
    ARIELE: Non me ne sono scordato.
    PROSPERO: Mentisci, spirito maligno.  Hai dimenticato la brutta strega
    Sicorace  che a causa degli anni e della malignit era diventata curva
    come un cerchio? L'hai dimenticata?
    ARIELE: No.
    PROSPERO: L'hai dimenticata. Dove era essa nata? Su, rispondimi.
    ARIELE: In Algeri.
    PROSPERO: Ah, proprio Algeri?...  Io devo una volta al mese ricordarti
    ci  che  sei stato,  perch tu te ne scordi.  Quella maledetta strega
    Sicorace,  a causa dei suoi molteplici misfatti e  dei  suoi  malefizi
    troppo terribili per poter essere uditi da umani orecchi, fu come sai,
    bandita da Algeri. Per un solo buon atto che commise le fu risparmiata
    la vita. Non  forse vero?
    ARIELE: Sissignore.
    PROSPERO:  Codesta  stregaccia  dagli  occhi  azzurri  fu  portata qui
    incinta e qui lasciata dai marinai. Tu che dici di essere mio schiavo,
    eri allora suo servo;  e poich eri uno spirito  troppo  delicato  per
    eseguire  i  suoi  bassi e odiosi ordini,  rifiutandoti alle sue gravi
    ingiunzioni,  fosti,  con l'aiuto  di  ministri  pi  potenti  di  te,
    confinato da lei,  che era tutta pervasa da un'implacabile ira,  nella
    spaccatura di un pino,  e  in  quel  crepaccio  rimanesti  miseramente
    imprigionato una dozzina di anni.  Nel frattempo essa mor e ti lasci
    l dove tu mandavi fuori lamenti pi frequenti che non  siano  i  giri
    della ruota di un mulino.  Quest'isola,  a quel tempo, fatta eccezione
    del figlio che essa qua  partor  -  un  cucciolo  lentigginoso,  vero
    figlio di una stregaccia - non si onorava di alcuna forma umana.
    ARIELE: Ma s, del figlio di lei, Calibano.
    PROSPERO:  O stupido essere,  lo sto pur dicendo: quel Calibano che ho
    ora al mio servizio.  Tu sai bene fra quali tormenti ti trovai: i tuoi
    gemiti  facevano  urlare  i  lupi  e  penetravano nel petto degli orsi
    sempre irritati.  Era un tormento da  infliggere  ai  dannati,  e  che
    Sicorace non poteva pi far cessare Fu la mia arte che, quando arrivai
    qua e ti udii, fece allargare la bocca al pino e ti lasci andare.
    ARIELE: Ti ringrazio, padrone.
    PROSPERO:  Se  brontoli ancora,  spaccher una quercia e ti rinserrer
    nelle sue  nodose  viscere,  finch  avrai  urlato  per  altri  dodici
    inverni.
    ARIELE:  Perdonami,  padrone:  sar  obbediente  agli  ordini  e  far
    volonterosamente il mio dovere di spirito.
    PROSPERO: Fa' cos, e fra due giorni ti liberer.
    ARIELE: Tu sei  davvero  un  nobile  padrone.  Che  cosa  debbo  fare?
    Dimmelo. Che cosa debbo fare?
    PROSPERO: Va' a trasformarti in una ninfa marina: non esposto ad altra
    vista fuor che alla tua e alla mia; e invisibile ad ogni altro occhio.
    Va' ad assumere questa apparenza e in essa ritorna a me.  Via con ogni
    fretta.  (Esce Ariele) Svegliati,  mia cara,  svegliati!  Hai  dormito
    saporitamente: svegliati.
    MIRANDA:  La  stranezza  del  vostro  racconto  ha infuso in me questa
    sonnolenza.
    PROSPERO: Scuotila.  Vieni;  andremo a dare un'occhiata al mio schiavo
    Calibano che non ci d mai una risposta gentile.
    MIRANDA: Signore,  un furfante, sul quale non ho piacere di alzar gli
    occhi.
    PROSPERO:  Ma,  ad  onta di ci,  non possiamo fare a meno di lui.  Ci
    accende il fuoco,  ci porta la legna e ci rende degli  utili  servigi.
    Ol, schiavo! Calibano! Pezzo di mota, rispondi!
    CALIBANO (di dentro): C' abbastanza legna dentro.
    PROSPERO: Vieni avanti, ti dico. Ci sono altre faccende per te. Vieni,
    tartaruga. E quando?
    (Rientra ARIELE sotto le spoglie di ninfa marina).
    Deliziosa apparizione!  Mio vezzoso Ariele, ascolta ci che ti dico in
    un orecchio.
    ARIELE: Sar fatto, mio signore.
    (Esce).
    PROSPERO: Vieni avanti,  velenoso schiavo che il  diavolo  in  persona
    fece concepire alla tua maligna madre.
    (Entra CALIBANO).

    CALIBANO:  Possa cadere su voi due una rugiada maligna come quella che
    con una penna di corvo raccoglieva mia madre da  una  malsana  palude!
    Possa su voi soffiar il libeccio e ricoprirvi di vesciche!
    PROSPERO: Sta' sicuro che per queste parole avrai stanotte dei crampi,
    e  delle  trafitture  ai  fianchi che ti chiuderanno il respiro: degli
    spiriti folletti,  durante il desolato  periodo  della  notte  in  cui
    possono  operare,  ecerciteranno  tutti  la loro azione su te.  I loro
    pizzicotti saranno pi fitti che le celle d'un alveare, e ognun d'essi
    pi pungente delle api che le fanno.
    CALIBANO: Devo ancora pranzare. Quest'isola che tu mi hai preso,  mia
    per parte di mia madre Sicorace. Appena tu vi giungesti,  mi carezzavi
    e facevi gran conto di me,  mi solevi dare dell'acqua con entro infuse
    delle bacche,  mi insegnavi come dovevo chiamare la  luce  maggiore  e
    quella pi piccola che ardono il giorno e la notte. Allora io ti amavo
    e ti indicavo tutte le particolarit dell'isola,  le sorgenti di acqua
    dolce,  i pozzi d'acqua salata,  i luoghi sterili  e  quelli  fertili.
    Maledetto quando feci cos! Vi possano piombare addosso tutte le male
    di Sicorace: rospi, scarafaggi, pipistrelli. Poich ora io formo rutta
    la  vostra  sudditanza mentre prima ero re di me stesso.  Ora mi avete
    confinato in questa dura roccia . Mi avete preso il resto dell'isola.
    PROSPERO:  O  bugiardissimo  schiavo  che  solo  le  frustate  possono
    commuovere,  e non la gentilezza! Io ti trattai, mucchio di immondizie
    che sei,  con ogni umano riguardo,  e ti alloggiai  nella  mia  grotta
    finch non tentasti di violare l'onore della figlia mia.
    CALIBANO: Ih,  ih!  Cos la cosa fosse riuscita!  Tu te n'accorgesti a
    tempo, altrimenti avrei popolato quest'isola di Calibani.
    MIRANDA: Schiavo aborrito,  su cui non potr mai imprimersi un'orma di
    bont,  ch  sei  capace di ogni male!  Io ebbi compassione di te,  mi
    affaticai per metterti in grado di parlare, ti insegnavo ora una cosa,
    ora un'altra. Quando tu, o selvaggio,  non sapevi esprimere ci che ti
    passava  per  la mente ma emettevi suoni inarticolati come il peggiore
    dei bruti,  io ti apprestai le parole per le tue idee  in  maniera  da
    renderle  manifeste.  Ma  la tua spregevole indole,  nonostante che tu
    imparassi,  aveva tutto ci che rendeva impossibile la tua  convivenza
    con  persone  virtuose.  Perci  fosti giustamente confinato in questa
    roccia, laddove ti saresti meritato assai pi di una prigione.
    CALIBANO: Mi hai insegnato a parlare,  e il profitto che ho  fatto,  
    che  ora  so  come bestemmiare.  Ti stermini la peste rossa per avermi
    insegnata la tua lingua!
    PROSPERO: Via di qua,  figlio di strega.  Porta dentro della legna  da
    ardere  e  sii  pronto a eseguire altri incarichi: sar meglio per te.
    Scrolli le spalle, tristo?  Se trascuri o eseguisci mal volentieri ci
    che ti ordino ti tormenter con i crampi della vecchiaia,  t'empir le
    ossa di dolori e ti far tanto urlare che le fiere tremeranno  a  quel
    fragore.
    CALIBANO: No, per carit! (A parte) Bisogna che obbedisca. La sua arte
     tanto potente da vincere il dio di mia madre,  Setebo,  e far di lui
    un vassallo.
    PROSPERO: Ed ora, va' via, schiavo!
    (Esce Calibano).

    (Rientra ARIELE invisibile, cantando e suonando; FERDINANDO lo segue).

    CANZONE.

    ARIELE: Venite a queste bionde arene;
    mentre mano con man si tiene,
    fate un inchino, ogni bocca si bacia
    e sull'onde  la bonaccia;
    qua e l danzate bel bello,
    e voi, dolci spiriti, dite il ritornello.
    Ascolta, ascolta!
    RITORNELLO (da varie parti): Bau, bau.
    ARIELE: Abbaiano i can da scolta.
    RITORNELLO (da varie parti): Bau, bau.
    ARIELE: Ascolta ascolta! Si ud
    il canto del tronfio gallo
    squillare chicchirich.
    FERDINANDO: Dove pu essere questa musica?  Nell'aria o  sulla  terra?
    Non  risuona  pi,  e  certamente  essa    al servizio di qualche dio
    dell'isola.  Mentre ero seduto su un rialzo e  piangevo  di  nuovo  il
    naufragio  del re mio padre,  questa musica venne sulle acque verso la
    parte dove io ero, e con la sua dolce armonia calm la furia di esse e
    il mio dolore. Di l io l'ho seguita, o meglio, essa mi ha trascinato.
    Ma ora  cessata. No; comincia di nuovo.
    ARIELE (canta):
    A cinque tese tuo padre  sepolto;
    coralli gli son fatte le ossa;
    son perle gli occhi nel suo volto,
    niente in lui che perire possa,
    che il mar non lo vada convertendo
    in qualcosa di ricco e stupendo.
    Suonano a morte le ninfe del mare.
    RITORNELLO: Din, don.
    ARIELE: Ascolta! Ora le odo: Din don, squille.
    FERDINANDO: Il canto commemora mio padre annegato.  Non  cosa terrena
    e non  un'armonia che sia propria di questo mondo.  Ecco, la sento al
    di sopra di me.
    PROSPERO: Solleva le frangiate cortine dei tuoi occhi e dimmi che cosa
    vedi laggi.
    MIRANDA: Che  cosa  ?  Uno  spirito?  Dio,  come  egli  guarda  tutto
    all'ingiro!  Credetemi,  signore; le sue forme sono stupende; ma  uno
    spirito.
    PROSPERO: No, ragazza mia;  egli mangia,  dorme ed ha gli stessi sensi
    che abbiamo noi,  proprio gli stessi. Il bel giovane che vedi, era tra
    i naufraghi,  e se non fosse alquanto sfigurato dal dolore  che    il
    verme  roditore della bellezza,  potresti dirlo una bella persona.  Ha
    perduto i suoi compagni e va errando in cerca di loro.
    MIRANDA: Vorrei chiamarlo un essere  divino,  perch  nulla  ho  visto
    sulla terra di cos nobile.
    PROSPERO  (a  parte):  Vedo  che  tutto  procede  a seconda di ci che
    l'animo mi ispira.  O spirito,  gentile  spirito,  per  tutto  ci  ti
    liberer fra due giorni.
    FERDINANDO:  Ecco senza dubbio la dea al cui servigio  questa musica.
    Concedetemi, vi prego,  di poter sapere se abitate in quest'isola e se
    volete  darmi  qualche  istruzione  sul  modo  con  cui  io  possa qui
    comportarmi. Ma la mia domanda principale,  che io formulo per ultima,
     questa: siete voi, meravigliosa creatura, una fanciulla o no?
    MIRANDA: Non una meravigliosa creatura,  signor mio,  ma una fanciulla
    certamente.
    FERDINANDO: O Dio!  il mio stesso linguaggio!  Io sarei il pi alto in
    dignit  fra  coloro che parlano questa lingua,  se potessi esser col
    dove essa  parlata.
    PROSPERO: Come! il pi alto?  E che cosa saresti se ti udisse il re di
    Napoli?
    FERDINANDO:  Ci  che  sono  ora,  un  essere  debole  e  solo  che si
    meraviglia di udirti parlare del re di Napoli. Costui mi ode, e poich
    mi ode, io piango. Son io il re di Napoli, io che vidi,  con occhi non
    mai pi asciutti, da quel momento in poi, naufragare il re mio padre.
    MIRANDA: Ahim, che piet!
    FERDINANDO: S,  e con lui tutti i gentiluomini della sua corte, fra i
    quali erano il duca di Milano e il suo gentile figliuolo.
    PROSPERO (a parte): Il duca di Milano  e  la  sua  pi  assai  gentile
    figliuola ti potrebbero smentire,  se fosse opportuno far ci.  Appena
    si son veduti,  si son scambiati sguardi amorosi.  Per tutto questo ti
    dar la libert,  o leggiadro Ariele.  (A Ferdinando) Una parola, caro
    signore. Temo che la vostra lingua vi abbia fatto torto. Una parola.
    MIRANDA: Perch mio padre parla cos scortesemente? E' questo il terzo
    uomo che ho visto in vita mia ed il primo per cui ho sospirato.  Possa
    la piet indurre mio padre a propendere dalla mia parte.
    FERDINANDO:  Oh,  se  siete  nubile  e il vostro affetto non  rivolto
    altrove, io vi far regina di Napoli.
    PROSPERO: Adagio, signore!  Una parola ancora!  (A parte) Essi sono in
    potere  l'uno  dell'altro;  ma  bisogna  che io renda difficile questa
    rapida avventura,  altrimenti una facile vittoria rende di poco valore
    il premio.  (A Ferdinando) Una parola ancora.  Ti impongo di prestarmi
    attenzione.  Tu usurpi un nome che non ti  spetta,  e  sei  venuto  in
    quest'isola come una spia, per toglierla a me che ne sono il signore.
    FERDINANDO: No, come  vero che sono un uomo!
    MIRANDA:  Nessuna  malvagit  pu  abitare in un simile tempio.  Se lo
    spirito maligno  avesse  una  cos  bella  dimora,  gli  esseri  buoni
    farebbero di tutto per abitarvi con lui.
    PROSPERO  (a Ferdinando): Seguimi.  (A Miranda) Non dire una parola in
    suo favore:  un traditore. Vieni; legher con una catena il tuo collo
    e i tuoi piedi,  berrai acqua di mare  e  mangerai  molluschi  d'acqua
    dolce,  radici  secche  e  le cupole che servon di culla alle ghiande.
    Seguimi.
    FERDINANDO: No, mi opporr a questo trattamento,  finch il mio nemico
    non mostrer di aver pi forza di me.
    (Sguaina la spada e un incantesimo gl'impedisce di muoversi).
    MIRANDA:  Caro padre,  non lo mettete a una troppo dura prova,  poich
    egli  mite e non formidabile.
    PROSPERO: E che? il mio piede la far da padrone?  Rinfodera la spada,
    traditore,  tu  che  fai mostra di colpire e non osi,  tanto sulla tua
    coscienza grava la colpa.  Desisti da codesta tua  messa  in  guardia,
    perch io ti posso disarmare con questo mio bastoncello e posso far s
    che ti cada l'arma di mano.
    MIRANDA: Vi scongiuro, padre mio...
    PROSPERO: Scostati, non appenderti ai miei panni.
    MIRANDA: Abbiate piet, signore. Resto io garante per lui.
    PROSPERO:   Taci.   Un'altra   parola   che   dici  mi  costringer  a
    strapazzarti, se non a odiarti. Come! Difendere un impostore! Taci! Tu
    credi che non ci sia alcun'altra creatura come lui,  tu  che  non  hai
    visto che lui e Calibano.  Sciocca! Di fronte alla maggior parte degli
    uomini costui non  altro che un Calibano,  ed essi,  a paragone  suo,
    sono degli angeli.
    MIRANDA:  Vuol  dire  che  le  mie  aspirazioni sono assai umili,  non
    ambisco di vedere un uomo pi bello.
    PROSPERO (a Ferdinando): Ors, obbedisci. I tuoi nervi sono tornati di
    nuovo nella loro infanzia e non hanno pi in s alcun vigore,
    FERDINANDO: E' vero.  I miei spiriti son tutti inceppati,  come in  un
    sogno.  La perdita di mio padre,  la debolezza che sento, il naufragio
    di tutti i miei amici  e  le  minacce  di  quest'uomo  al  quale  devo
    piegarmi,  mi  sarebbero  sopportabili,  se potessi dalla mia prigione
    contemplare una volta al giorno questa  fanciulla.  Abbiano  pure  gli
    uomini liberi a loro disposizione ogni angolo della terra;  per me c'
    abbastanza spazio in questa prigione.
    PROSPERO (a parte): L'incanto opera. (A Ferdinando) Vieni. (Ad Ariele)
    Ti sei ben comportato,  o bell'Ariele!  (A  Ferdinando)  Seguimi.  (Ad
    Ariele) Odi ci che ancora devi fare per me.
    MIRANDA:  Rassicuratevi.  Il carattere di mio padre  migliore di quel
    che apparisca dalle sue parole.  Tutto ci che ora ha detto  insolito
    in lui.
    PROSPERO  (ad  Ariele):  Sarai  libero  come sono liberi i venti della
    montagna, ma devi eseguire i miei ordini in ogni loro particolare.
    ARIELE: Alla lettera.
    PROSPERO (a Ferdinando): Ors, seguitemi. (A Miranda) Non dir nulla in
    suo favore.
    (Escono).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Un'altra parte dell'isola.

    (Entrano ALONSO, SEBASTIANO, ANTONIO,  GONZALO,  ADRIANO,  FRANCESCO e
    altri).
    GONZALO:  Rasserenatevi,  signore,  ve  ne scongiuro.  Come noi tutti,
    anche voi avete motivo di  esser  lieto,  perch  la  nostra  salvezza
    avanza  di molto la perdita.  Il nostro tema di dolore  cosa comune a
    tutti.  Ogni giorno qualche moglie di marinaio,  il padrone di qualche
    nave  da  traffico  e  il  mercante  hanno gli stessi nostri motivi di
    tristezza; ma per quel che riguarda il nostro miracolo, ossia il fatto
    di esserci salvati,  tra milioni di uomini,  pochi posson parlare come
    noi.  Perci,  mio  buon sovrano,  contrappesate,  da uomo saggio,  il
    nostro dolore e la nostra letizia.
    ALONSO: Taci, ti prego.
    SEBASTIANO: Egli fa alle parole di conforto la stessa accoglienza  che
    a una zuppa diaccia.
    ANTONIO: Ma il confortatore non lascer la sua presa.
    SEBASTIANO:  Attenti:  egli sta caricando l'orologio a ripetizione del
    suo spirito: a momenti suoner.
    GONZALO: Mio sovrano...
    SEBASTIANO: E uno. Contate.
    GONZALO: Quando si d albergo ad ogni malanno che si  presenta,  colui
    che lo alberga ne ricava...
    SEBASTIANO: ...una crazia.
    GONZALO: Gi,  ne ricava una sgrazia. Avete parlato con maggior verit
    che non fosse nella vostra intenzione.
    SEBASTIANO: E voi avete inteso pi saggiamente che io non credessi.
    GONZALO: Perci, signor mio...
    ANTONIO: Uh, com' prodigo della sua lingua!
    ALONSO: Risparmiala, ti prego.
    GONZALO: Ebbene, ho finito. Pur tuttavia...
    SEBASTIANO: Non pu fare a meno di parlare.
    ANTONIO: Facciamo una bella scommessa, chi dei due comincer a cantare
    per primo, lui o Adriano?
    SEBASTIANO: ll vecchio gallo.
    ANTONIO: Il galletto.
    SEBASTIANO: Vada pure. E la posta?
    ANTONIO: Una risata.
    SEBASTIANO: Accettato!
    ADRIANO: Quantunque quest'isola sembri deserta...
    SEBASTIANO: Ah ah! Antonio! Cos siete pagato.
    ADRIANO: ...inabitabile e quasi inaccessibile...
    SEBASTIANO: ...tuttavia...
    ADRIANO: ...tuttavia...
    ANTONIO: Egli non poteva omettere il tuttavia.
    ADRIANO: ...deve avere necessariamente una temperanza sottile, molle e
    deliziosa.
    ANTONIO: Temperanza era una deliziosa ragazza.
    SEBASTIANO: S, e anche sottile, come egli si  dottamente espresso.
    ADRIANO: L'aria spira intorno a noi assai mollemente.
    SEBASTIANO: Come se avesse i polmoni, e i polmoni fossero marci.
    ANTONIO: O come se fosse grave delle esalazioni di uno stagno.
    GONZALO: Qui c' ogni cosa utile alla vita.
    ANTONIO: Precisamente; salvo i mezzi per vivere.
    SEBASTIANO: Di questi ce n' pochi o punti.
    GONZALO: Come l'erba appare qui pingue e vigorosa; come verde!
    ANTONIO: Il terreno invero  giallastro.
    SEBASTIANO: Con un pizzico di verde.
    ANTONIO: Non si sbaglia di molto.
    SEBASTIANO: No, soltanto altera completamente la verit.
    GONZALO:  Del  resto  lo  straordinario   dell'avventura,   cosa   che
    oltrepassa ogni credenza, ...
    SEBASTIANO: Come sono tutte le cose che passano per straordinarie.
    GONZALO:  ...che  i  nostri  abiti,  immersi come sono stati nel mare,
    hanno conservato,  ad onta di tutto,  la loro  freschezza  e  il  loro
    lustro  come  se  fossero  stati  tinti  di fresco,  anzich scoloriti
    dall'acqua marina.
    ANTONIO: Se una sola delle sue tasche potesse parlare, non direbbe che
    egli mentisce?
    SEBASTIANO: Gi;  oppure intascherebbe  assai  disonestamente  la  sua
    asserzione.
    GONZALO:  A parer mio,  i nostri abiti sono ora cosi nuovi come quando
    li indossammo per la prima volta in Africa,  al matrimonio della bella
    figlia del re, Claribella, col re di Tunisi.
    SEBASTIANO:  Fu  un  bellissimo  matrimonio  e  noi  siamo  stati  ben
    fortunati nel nostro ritorno.
    ADRIANO: Tunisi non ebbe mai per l'addietro l'onore di aver per regina
    un tal modello di perfezione.
    GONZALO: No, dal tempo della vedova Didone in poi.
    ANTONIO: Vedova! Che orrore di parola!  Che c'entra questa vedova?  La
    vedova Didone!
    SEBASTIANO: E se avesse detto anche il vedovo Enea?  Dio mio,  come vi
    arrabbiate!
    ADRIANO: Avete detto la vedova Didone?  Mi fate riflettere  su  queste
    parole. Essa era di Cartagine, non di Tunisi.
    GONZALO: Ma la Tunisi d'ora, signore, era Cartagine.
    ADRIANO: Cartagine?
    GONZALO: Cartagine, ve l'assicuro.
    ANTONIO: Le sue parole compiono pi miracoli della famosa arpa.
    SEBASTIANO: Ha fatto sorgere le mura e anche le case.
    ANTONIO: Quale altro fatto impossibile non render egli facile adesso?
    SEBASTIANO:  Credo  che  si  porter  a casa in tasca questa isola per
    regalarla a suo figlio come una mela.
    ANTONIO: E poi,  spargendone i semi  nel  mare,  far  spuntare  altre
    isole.
    GONZALO: Ma!...
    ANTONIO: Oh, alla buon'ora!
    GONZALO:  Maest,  noi stavamo dicendo che i nostri abiti sembrano ora
    nuovi come quando eravamo a Tunisi  per  il  matrimonio  della  vostra
    figliuola, che ora  regina.
    ANTONIO: E la pi eccelsa che mai vi fosse col.
    SEBASTIANO: Fatta eccezione della vedova Didone, per carit!
    ANTONIO: Oh, la vedova Didone! Gi, la vedova Didone.
    GONZALO:  Il  mio  farsetto non  forse nuovo come il primo giorno che
    l'indossai? In un certo senso, s'intende.
    ANTONIO: Questo senso fu ben pescato.
    GONZALO: Quando l'indossai per il matrimonio di vostra figlia?
    ALONSO: Voi m'impinzate gli orecchi di  questi  discorsi  contro  ogni
    appetito  della mia volont.  Non avessi mai maritata la mia figliuola
    laggi! Ch, tornando di l, ho perduto mio figlio,  e,  purtroppo,  a
    quel che credo,  anche lei, tanto lontana dall'Italia che forse non la
    potr pi rivedere.  O erede dei miei Stati di Napoli e di Milano,  di
    quale sconosciuto pesce sei stato tu pasto?
    FRANCESCA:  Signore,  egli  pu  esser  vivo.  Lo  vidi  con  un colpo
    sollevarsi  sui  marosi  e  cavalcare  sul  loro  dorso.  Si  avanzava
    sull'acqua,  ne  respingeva  l'ostilit  e  rompeva  col  petto il pi
    turgido cavallone che lo investiva.  Manteneva fiera la  testa  al  di
    sopra  delle  onde  in  tumulto  e remava coi vigorosi colpi delle sue
    braccia verso la riva che,  curva  sulla  base  rsa  dai  flutti,  si
    chinava  come  per soccorrerlo.  Son sicuro che egli  arrivato sano e
    salvo a terra.
    ALONSO: No, no, egli non  pi.
    SEBASTIANO: Potete ringraziar voi stesso  di  questa  grande  perdita,
    signore, voi che non avete voluto render felice l'Europa con la vostra
    figliuola,  ma avete preferito di farle far razza con un africano.  In
    quella terra essa , per lo meno, bandita dai vostri occhi e voi avete
    un giusto motivo di bagnar di lacrime il dolore di quest'esilio.
    ALONSO: Taci, ti prego.
    SEBASTIANO: Tutti noi c'inginocchiammo ai vostri piedi, importunandovi
    in mille modi,  e la cara creatura,  tra la riluttanza e l'obbedienza,
    era  incerta  essa stessa da qual parte avrebbe voluto che la bilancia
    inclinasse.  Noi abbiamo perduto vostro figlio,  e io temo per sempre.
    Ci  sono  a  Milano  e  a  Napoli  pi  vedove  per  effetto di questo
    matrimonio, che noi non portiamo di uomini per consolarle.  La colpa 
    tutta vostra.
    ALONSO: Ed  anche mia la pi grave parte della perdita.
    GONZALO: Mio nobile Sebastiano,  c', nella verit che dite, una certa
    mancanza di gentilezza e di opportunit. Voi irritate la piaga, quando
    dovreste mettervi sopra un impiastro.
    SEBASTIANO: Gi!
    ANTONIO: E al modo di un vero chirurgo.
    GONZALO: Dentro di noi fa cattivo tempo, mio buon sovrano,  quando voi
    siete rannuvolato.
    SEBASTIANO: Cattivo tempo?
    ANTONIO: Cattivissimo.
    GONZALO:  Se  io  dovessi,   o  buon  re,   fare  una  piantagione  in
    quest'isola...
    ANTONIO: La pianterebbe a ortiche.
    .SEBASTIANO: O a lapazi e malvaccioni.
    GONZALO: E se ne fossi il re sapete che cosa vorrei fare?
    SEBASTIANO: Evitereste d'ubriacarvi per mancanza di vino.
    GONZALO: Nella comunit vorrei che ogni cosa fosse fatta al  contrario
    di  ci  che  si  fa  ordinariamente.  Non ammetterei alcuna specie di
    traffico,  alcuna autorit di  magistrato.  L'istruzione  vi  dovrebbe
    essere sconosciuta: non ci dovrebbero essere n ricchezza, n povert,
    n impieghi servili,  non contratti,  non successioni,  non divisioni,
    non confini di terre,  non coltivazioni,  non  vigne;  nessun  uso  di
    metalli,  di grano,  di vino,  di olio, nessuna occupazione: tutti gli
    uomini in ozio, tutti; ed anche le donne, ma innocenti e pure; nessuna
    sovranit...
    SEBASTIANO: Per egli vorrebbe essere il re.
    ANTONIO: Il risultato della sua comunit  non  tien  pi  conto  della
    premessa.
    GONZALO:  La  natura  dovrebbe  produrre tutte le cose in comune senza
    sudore e senza  pena:  non  ci  avrebbero  a  essere  tradimenti,  non
    fellonia,  non spade,  non picche,  non pugnali,  non cannoni e nessun
    bisogno di alcun altro arnese di guerra.  La natura dovrebbe  generare
    da  se  stessa  ogni  grascia,  ogni  abbondanza  per  nutrire  il mio
    innocente popolo.
    SEBASTIANO: E non ci sarebbero matrimoni fra i suoi sudditi?
    ANTONIO: Nessun matrimonio,  giovanotto,  tutti  in  ozio:  bagasce  e
    birbaccioni.
    GONZALO: E regnerei, signore, cos perfettamente da lasciarmi addietro
    l'et dell'oro.
    SEBASTIANO: Dio protegga Sua Maest!
    ANTONIO: Evviva Gonzalo!
    GONZALO: E... m'ascoltate, signore?
    ALONSO: Basta, per carit; tu mi dici cose che non san di nulla.
    GONZALO:  Sono  perfettamente  dell'opinione  di Vostra Altezza,  e ho
    parlato cos per dar materia di riso a questi  signori,  che  sono  di
    polmoni tanto sensibili e vivaci, che son usi a ridere di un nulla.
    ANTONIO: Ma era di voi che ridevamo.
    GONZALO: Io sono,  in questo genere di allegre buffonerie,  un nulla a
    paragone di voi, cosicch voi potete ancora continuare a ridere per un
    nulla.
    ANTONIO: Che sciabolata ha tirato!
    SEBASTIANO: Se non fosse calata di piatto.
    GONZALO: Voi siete di  una  vigorosa  tempra,  miei  signori:  sareste
    capaci di rimuovere la luna dalla sua orbita,  se essa vi si aggirasse
    cinque settimane senza mutazioni.
    (Entra Ariele, invisibile, intonando una musica solenne).
    SEBASTIANO: Certo che  faremmo  cos  e  poi  andremmo  a  caccia  col
    frugnlo.
    ANTONIO: Via, buon signore, non andate in collera.
    GONZALO: No,  non dubitate.  Non voglio arrischiare la mia reputazione
    di uomo assennato mostrando tal debolezza.  Volete farmi  addormentare
    con le vostre risa, visto che mi sento una gran pesantezza?
    ANTONIO: Allora dormite, e stateci a sentire.
    (Tutti s'addormentano ad eccezione di Alonso, Sebastiano e Antonio).
    ALONSO: Come!  Tutti cos presto addormentati! Vorrei che si stendesse
    un velo sui miei occhi e nello stesso tempo anche sui  miei  pensieri.
    Mi pare che essi sian disposti a chiudersi.
    SEBASTIANO: Non rifiutate,  di grazia,  signore,  l'offerta di una tal
    pesantezza: raramente essa visita il dolore e, quando lo visita,  una
    consolatrice.
    ANTONIO: Noi due, mio signore, faremo, durante il vostro riposo, buona
    guardia alla vostra persona e veglieremo su voi.
    ALONSO: Grazie. Che straordinaria pesantezza!...
    (Alonso s'addormenta. Esce Ariele).
    SEBASTIANO: Che strana sonnolenza li ha tutti presi!
    ANTONIO: E' la natura del clima.
    SEBASTIANO: E allora perch non fa abbassare anche le nostre palpebre?
    Io non mi sento disposto a dormire.
    ANTONIO: E neppure io. I miei spiriti sono alacri. Costoro han curvata
    la testa tutt'insieme come per comune accordo e son cascati  gi  come
    colpiti  dal  fulmine.  Che  cosa  non  sarebbe  possibile,  mio degno
    Sebastiano, che cosa non sarebbe possibile... Ma basta.  E tuttavia mi
    par  di scoprir sul tuo viso quel che dovresti essere.  L'occasione ti
    parla, e nel mio forte immaginare vedo una corona cadere sul tuo capo.
    SEBASTIANO: Ma sei tu ben desto?
    ANTONIO: Non senti che parlo?
    SEBASTIANO: Ti sento,  ma  un linguaggio da uomo  assonnato  il  tuo,
    certamente; e tu parli mentre dormi. Che cosa hai detto? E' uno strano
    modo di riposare quello di dormire con gli occhi spalancati,  stare in
    piedi,  parlare,  muoverti  ed  essere  tuttavia  tanto  profondamente
    addormentato.
    ANTONIO:  Sei  tu,  nobile  Sebastiano,  che lasci dormire o,  meglio,
    morire la tua fortuna,  sei tu che hai gli  occhi  chiusi  mentre  sei
    desto.
    SEBASTIANO: Tu russi articolatamente; nel tuo russare c' un senso.
    ANTONIO:  Sono  pi  serio  che non sia mio costume e anche tu,  se mi
    darai retta, sarai necessariamente come me;  cos facendo,  diventerai
    tre volte pi grande.
    SEBASTIANO: Oh, io sono un'acqua stagnante.
    ANTONIO: T'insegner in che modo si diventa acqua corrente.
    SEBASTIANO:  Insegnamelo,  perch  la mia istintiva indolenza mi porta
    sempre a star basso.
    ANTONIO: Ah,  se sapessi come di consistenza al mio disegno mentre lo
    schernisci a codesto modo! Come, spogliandolo di ogni valore, lo rendi
    invece pi ricco! E' proprio vero che gli uomini che si tengono bassi,
    molto spesso precipitano gi sino quasi al fondo, o per la loro paura,
    o per la loro indolenza.
    SEBASTIANO:  Continua,  ti  prego.  Il  tuo  viso  e gli occhi intenti
    annunziano che hai qualche cosa d'importante,  il cui parto  ti  costa
    assai pena a venire alla luce.
    ANTONIO:  Proprio  cos,  messere.  Quantunque  questo  signore  dalla
    memoria debole,  che lascer di s altrettanto piccolo ricordo  quando
    sar  sotterra,  abbia  quasi  persuaso  il  re  che suo figlio  vivo
    (poich egli  uno spirito di persuasione e sua sola professione   di
    persuadere),  tuttavia    tanto  impossibile  che il principe non sia
    annegato, quanto  impossibile che nuoti lui che sta qui dormendo.
    SEBASTIANO: Per me non c' nessuna speranza che egli sia  scampato  al
    naufragio.
    ANTONIO:  Oh,  questa  "nessuna  speranza"  di quale grande speranza 
    sorgente per te!  Nessuna speranza in questo  caso  e,  per  un  altro
    rispetto,  una speranza cos alta, che neppure l'ambizione pu spinger
    lo sguardo  di  un  pollice  pi  oltre  senza  dubitare  di  scoprire
    alcunch. Vuoi convenire con me che Ferdinando  annegato?
    SEBASTIANO: E' morto.
    ANTONIO: Allora di': chi  l'erede pi prossimo del regno di Napoli?
    SEBASTIANO: Claribella.
    ANTONIO: Quella che  regina di Tunisi, che abita dieci leghe al di l
    di quanto basti la vita dell'uomo,  quella che,  a meno che non faccia
    da corriere il sole, perch l'uomo della luna  troppo lento,  non pu
    ricevere  nessuna  notizia  da Napoli se non dopo che la guancia di un
    neonato ha avuto il tempo di diventar irta di peli e  ha  bisogno  del
    rasoio, quella a cagione della quale tutti noi fummo gettati in mare e
    solo  alcuni  risospinti  alla  riva,  e  per  tale destino stiamo per
    compiere un dramma,  di cui ci che    passato    il  prologo  e  lo
    svolgimento dipende da ci che eseguiremo tu ed io.
    SEBASTIANO:  Che propositi son codesti?  Che intendi dire?  E vero: la
    figlia di mio fratello  regina di Tunisi,  ed  erede della corona di
    Napoli, e fra queste due regioni c' una certa distanza.
    ANTONIO:  Una distanza della quale ogni cubito sembra che gridi: "Come
    pu Claribella tornare a misurarci  fino  a  Napoli?  Rimanga  essa  a
    Tunisi  e Sebastiano sia ben desto".  Supponete che ci che ha colpito
    costoro sia la morte;  ebbene,  essi non  starebbero  peggio  di  come
    stanno ora. Qualcuno c' pure che pu governar Napoli non meno bene di
    costui  che  dorme;  ci  son  pure  dei  signori che possono cianciare
    prolissamente e senza necessit come questo Gonzalo.  Io stesso potrei
    passare  per una gracchia d'altrettanto profonda chiacchiera.  Oh,  se
    voi aveste il mio medesimo sentimento, che sonno sarebbe questo per la
    vostra ascesa! Mi comprendete?
    SEBASTIANO: Mi par di s.
    ANTONIO: E la vostra volont,  in che modo considera la  vostra  buona
    fortuna?
    SEBASTIANO:  Mi  sovviene  che  voi  levaste di seggio vostro fratello
    Prospero.
    ANTONIO: Sicuro.  E guardate come gli abiti mi  stanno  bene  indosso;
    molto  pi  acconci  di  prima.  I  sudditi di mio fratello erano miei
    eguali; ora mi sono soggetti.
    SEBASTIANO: Ma, e la vostra coscienza?
    ANTONIO: E dove sta di casa costei,  mio caro?  Se fosse un gelone  mi
    costringerebbe  a mettermi le pantofole;  ma io non sento tal divinit
    nel mio petto.  Se fra me e la  corona  di  Milano  ci  fossero  venti
    coscienze,  esse  avrebbero  tempo di indurirsi come il ghiaccio e poi
    liquefarsi prima di darmi noia.  Qui giace  vostro  fratello  che  non
    varrebbe di pi della terra su cui  disteso,  se fosse ci che ha ora
    l'apparenza di essere,  un morto Con tre pollici di questa  obbediente
    lama,  io potrei metterlo a letto per sempre, mentre voi, facendo come
    me,  potreste costringere a chiudere fermamente per sempre gli occhi a
    questo vecchio rudere,  a questo messer Sputasenno, che non avrebbe la
    possibilit di biasimare la nostra condotta.  In  quanto  agli  altri,
    saranno  docili  al  nostro  cenno  come  gatti  a  leccare  il latte;
    conteranno tanti rintocchi d'orologio quanti noi  diremo  che  vengono
    all'ora di ogni nostra faccenda.
    SEBASTIANO:  Il  tuo  caso,  caro  amico,  mi sar d'esempio.  Come tu
    t'impadronisti di Milano, cos io mi acquister Napoli. Cava la spada.
    Un colpo solo ti liberer dal tributo che paghi, ed io,  diventato re,
    ti dar tutto il mio affetto.
    ANTONIO: Caviamo insieme le armi,  e quando io alzo la mano, fate come
    me per lasciar cader la vostra su Gonzalo.
    SEBASTIANO: Oh! ancora una parola. (Parlano insieme sottovoce).

    (Entra ARIELE. Musica e canto).

    ARIELE: Il mio padrone,  per virt della sua  arte,  ha  preveduto  il
    pericolo  nel quale voi,  suo amico,  vi trovate,  e mi ha mandato qui
    (altrimenti il suo disegno non pu  avverarsi)  per  serbar  tutti  in
    vita.
    (Canta nell'orecchio di Gonzalo) Mentre qui russando giaci
    la congiura dagli occhi audaci
    coglie il suo momento.
    Se la vita ti sta a cuore
    scuoti dunque via il torpore.
    Attento, attento!
    ANTONIO: Spicciamoci dunque tutti e due.
    GONZALO: Oh, angeli buoni, salvate il re!
    ALONSO  (svegliandosi):  Ebbene,  che c'?  Ol,  svegliatevi.  Perch
    impugnate codeste armi? Perch codesto truce aspetto?
    GONZALO: Che  successo?
    SEBASTIANO: Mentre stavamo qui a render sicuro dai pericoli il  vostro
    riposo,  proprio  un  momento  fa,  abbiamo udito un cupo echeggiar di
    muggiti come di tori,  o piuttosto di leoni.  Non   esso  che  vi  ha
    svegliato? Ha colpito terribilmente il mio orecchio.
    ALONSO: Non ho sentito nulla.
    ANTONIO:  Oh,  era  un  tale  strepito  da spaventare l'orecchio di un
    mostro,  da produrre un terremoto.  Era di  certo  il  ruggito  di  un
    intiero branco di leoni.
    ALONSO: L'avete voi udito, Gonzalo?
    GONZALO:  Sull'onor mio,  signore,  non ho udito che un ronzio,  ma un
    ronzio assai strano
    che mi ha svegliato. Vi ho scosso, signore,  ed ho gridato.  Quando ho
    aperto  gli  occhi,  ho  visto le loro spade sguainate.  Un rumore c'
    stato,  innegabilmente.  Meglio  che noi stiamo  in  guardia,  o  che
    abbandoniamo questo luogo. Intanto impugnamo le nostre armi.
    ALONSO:  Allontaniamoci  di  qui  e  continuiamo a far ricerca del mio
    povero figliuolo.
    GONZALO: Il cielo lo guardi da queste bestie,  poich son  sicuro  che
    egli  nell'isola.
    ALONSO: Andiamo via.
    ARIELE: Il mio padrone Prospero sapr ci che ho fatto.  E possa tu, o
    re, andar senza pericoli alla ricerca di tuo figlio.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Un'altra parte dell'isola.

    (Entra CALIBANO,  con un carico di legna.  S'ode  lo  strepito  di  un
    tuono).
    CALIBANO: Possano tutte le infezioni che il sole assorbe dalle paludi,
    dagli  stagni,  dai pantani,  rovesciarsi su Prospero e farlo diventar
    tutto a poco a poco un morbo!  I suoi spiriti mi odono,  tuttavia  non
    posso astenermi dal maledirlo.  Essi per non mi punzecchieranno,  non
    mi spaventeranno con parvenze di folletti,  non mi attufferanno  nella
    melma,  n mi condurranno, nell'oscurit, fuor della mia strada, sotto
    forma di tizzi accesi,  se non quando egli ne dar loro  l'ordine.  Ma
    per ogni nonnulla mi sono incitati contro,  qualche volta come scimmie
    che mi fanno smorfie e brci e poi  mi  mordono,  qualche  volta  come
    ricci  spinosi  che  si  rotolano sul mio cammino mentre vado scalzo e
    rizzano i loro aculei al suono dei miei passi.  Altre volte sono tutto
    avvinghiato  da  serpi che con le loro lingue forcute fischiano sino a
    farmi impazzire,
    (Entra TRINCULO).
    Ecco,  ecco,  viene verso di me uno dei suoi spiriti per  tormentarmi,
    perch tardo a portar dentro la legna.  Mi metter gi disteso;  forse
    non s'accorger di me.
    TRINCULO: Qui non c' n un cespuglio, n un arbusto per difendersi da
    qualsivoglia tempo che faccia,  e intanto si prepara un altro uragano:
    l'odo  gi  nel vento che fischia.  Quella nuvola nera laggi,  quella
    grossa nuvola,  sembra uno sporco otre che voglia versar  gi  il  suo
    liquido.  Se tuonasse come poc'anzi, non so dove riparare il mio capo.
    Quella nuvola laggi non pu se non lasciar cadere acqua a  catinelle.
    Ma che c' qui? Un uomo o un pesce? Morto o vivo? Un pesce ha puzzo di
    pesce,  un  puzzo stanto e simile a quello di un pesce: una specie di
    baccal, ma punto fresco. Curioso pesce! Se fossi in Inghilterra, come
    c'ero tempo fa,  e non avessi altro che un'insegna su cui questo pesce
    fosse dipinto, non troverei imbecille che nei giorni festivi non fosse
    disposto  a pagare una moneta d'argento.  Laggi questo mostro farebbe
    la fortuna di un uomo;  gi ogni strana bestia fa  la  fortuna  di  un
    uomo,  laggi.  Mentre  non  si darebbe un centesimo per soccorrere un
    mendicante zoppo,  se ne spenderebbero dieci  per  vedere  un  Indiano
    morto. Ha le gambe come un uomo e le pinne fatte a mo' di braccia! Ma,
    in fede mia,   caldo! E allora devo abbandonare la mia supposizione e
    non sostenerla pi oltre.  Non  un pesce:  un isolano che  stato or
    ora  colpito  a  morte  da  un fulmine.  (Tuona) Ahim,  ricomincia la
    tempesta!  Il meglio che possa fare  ficcarmi sotto il  suo  gabbano:
    non  c' qui intorno altro riparo.  La disgrazia fa fare ad un uomo la
    conoscenza di strani compagni di letto. Mi riparer qua finch non sia
    passata la tempesta.
    (Entra STEFANO, con una bottiglia in mano, cantando).

    STEFANO: Non andr pi al mare, al mare,
    a terra io vuo' morir...
    E' un'aria un po' volgaruccia per cantarla a un funerale. Ma ho qui di
    che confortarmi. (Beve).
    (Canta)
    Il padrone, il mozzo, io ed il nostromo,
    il cannoniere e il servente,
    s'amava la Rosa, la Rita, la Rina e la Romola,
    ma di Ctera non ci curavam niente;
    perch aveva una lingua che picca;
    a un marinaio urlava: "T'impicca!".
    Di catrame e di pece l'era il gusto sgradito;
    ma un sarto poteva grattarla dove aveva prurito.
    Su, in mare, ragazzi, e costei a chi l'impicca!
    Anche  questa    un'aria  un  po'  volgaruccia.  Ma  ho  qui  di  che
    confortarmi.
    (Beve).
    CALIBANO: Non mi tormentare! Ahi!
    STEFANO: Che succede? Ci sono dei diavoli qui? Volete minchionarci con
    selvaggi e indiani,  eh?  Non sono scampato al naufragio per lasciarmi
    spaventare  adesso  dalle  vostre  quattro  gambe,   perch  fu  detto
    anticamente:  "Non  c' valentuomo che vada su quattro gambe che possa
    farlo arretrare d'un passo",  e cos  sar  detto  anche  in  avvenire
    finch Stefano respirer dalle narici.
    CALIBANO: Lo spirito mi tormenta. Ahi!
    STEFANO:  Questo  un qualche mostro dell'isola con quattro gambe,  al
    quale, a mio parere,  ha preso un accesso di febbre.  Dove diavolo mai
    pu  avere  imparata la nostra lingua?  Non fosse che per questo,  gli
    dar un po' di soccorso. Se riesco a guarirlo,  a tenermelo allo stato
    domestico e ad arrivare a Napoli con lui,  egli sar un bel regalo per
    qualsivoglia imperatore che abbia mai poggiato il piede  su  cuoio  di
    vitello.
    CALIBANO: Per carit,  non mi tormentare.  Porter pi svelto la legna
    in casa.
    STEFANO:  Ora    in  preda  al  suo  accesso  e  non   parla   troppo
    assennatamente.  Gli  dar un assaggio della mia bottiglia.  Se non ha
    mai bevuto vino per l'addietro,  con ogni  probabilit  l'accesso  non
    tarder  a  passargli.  Se  posso  guarirlo  e  tenermelo  allo  stato
    domestico,  non prender per  lui  troppo  alto  prezzo;  egli  rifar
    largamente le spese a chiunque lo abbia comprato.
    CALIBANO: Tu mi fai poco male per ora; ma me ne farai di pi fra poco.
    Lo capisco dal tuo tremito. Ora Prospero agisce su di te.
    STEFANO: Ors,  vltati e apri la bocca. Qui c' di che farti parlare,
    gatto. Apri la bocca: questo ti scuoter di dosso lo scotimento, te lo
    garantisco e completamente.  Tu non sai distinguere chi  ti    amico.
    Apri ancora le mascelle.
    TRINCULO: Dovrei conoscere questa voce. Dovrebbe essere... Ma no, egli
     annegato, e questi sono diavoli. O Dio, aiutami.
    STEFANO:  Quattro  gambe e due voci: un leggiadrissimo mostro!  La sua
    voce davanti tiene a parlar bene del suo amico; quella di dietro tiene
    a dir brutte parole  e  a  diffamare.  Se  tutto  il  vino  della  mia
    bottiglia  potr giovargli,  io lo guarir del suo accesso.  Via,  ora
    basta: ne voglio versare un po' nell'altra tua bocca.
    TRINCULO: Stefano!
    STEFANO: L'altra tua bocca mi chiama per nome? Misericordia!  Questo 
    il diavolo, e non un mostro. Lo lascer qui: non possiedo un cucchiaio
    dal manico lungo.
    TRINCULO: Stefano!  Se sei Stefano,  toccami e parlami, perch io sono
    Trinculo, non aver paura, il tuo buon amico Trinculo.
    STEFANO: Se sei Trinculo,  vieni fuori.  Ti tirer per  le  gambe  pi
    corte...  Se  ci  sono  le  gambe di Trinculo,  non possono essere che
    queste.  Sei proprio Trinculo veramente!  Come hai potuto diventare la
    seggetta di questo vitello lunare? Pu egli mandar fuori dei Trinculi?
    TRINCULO: Credevo che fosse stato colpito a morte dal fulmine.  Ma non
    sei dunque annegato, Stefano? Spero adesso che tu non sia annegato. E'
    passata la tempesta?  Per paura di  essa  mi  son  nascosto  sotto  il
    gabbano di questo vitello lunare morto.  Ma tu,  Stefano,  sei proprio
    vivo? O Stefano, due napoletani scampati!
    STEFANO: Per carit non mi rigirare da tutte le parti.  Ho lo  stomaco
    sottosopra.
    CALIBANO  (a  parte):  Sono  esseri assai belli,  se non sono spiriti.
    Quello  un meraviglioso dio e ha con s  un  liquore  celestiale.  Mi
    inginocchier a lui.
    STEFANO: Come ti sei salvato?  Come sei arrivato qua?  Giura su questa
    bottiglia di dirmi come sei arrivato qua (io  mi  son  salvato  su  un
    fusto di vino di Spagna che i marinai avevano buttato a mare), giuralo
    su  questa  bottiglia che io ho fatta con le mie mani con la scorza di
    un albero dopo che fui gettato sulla spiaggia.
    CALIBANO: Io voglio giurare su  codesta  bottiglia  che  sar  il  tuo
    fedele suddito, perch il liquore non  di questa terra.
    STEFANO: Ors, di' con un giuramento come ti sei salvato.
    TRINCULO: Nuotai,  amico mio, sino alla spiaggia come un'anatra. Posso
    giurare di saper nuotare come un'anatra.
    STEFANO: Allora bacia il sacro libro.  Quantunque  tu  sappia  nuotare
    come un'anatra, sei fatto come un'oca.
    TRINCULO: Ne hai ancora dell'altro, Stefano?
    STEFANO:  Tutto il fusto,  giovanotto.  La mia cantina  in una roccia
    preso la riva: ivi  nascosto il vino. Ebbene, vitello lunare, come va
    il tuo accesso?
    CALIBANO: Non sei tu caduto dal cielo?
    STEFANO: S, dalla luna; abbilo per certo. Nei tempi andati ero l'uomo
    della luna.
    CALIBANO: E io ti ho visto in essa,  e ti adoro.  La mia padrona mi ti
    mostr col tuo cane e col tuo fastello.
    STEFANO: Ors,  giura su questo.  Bacia il sacro libro. Io la riempir
    di nuovo con altro liquido. Giura.
    TRINCULO: Per questa vera luce,  un assai sciocco mostro costui! E io
    avevo paura di lui!  Un mostro fiacchissimo!  L'uomo  della  luna!  Un
    povero mostro credenzone! Una bella sorsata, mostro, sul mio onore!
    CALIBANO:  Ti  mostrer  ogni angolo fertile dell'isola e ti bacer il
    piede. Sii, te ne prego, il mio dio.
    TRINCULO: Per la luce del giorno,  un mostro assai perfido e ubriaco.
    Quando il suo dio dormir, gii ruber la bottiglia.
    CALIBANO: Voglio baciare il tuo piede, voglio giurare di essere il tuo
    suddito.
    STEFANO: Andiamo, dunque; mettiti gi e giura.
    TRINCULO: Mi far crepar dalle risa  questo  cucciolo  di  mostro:  un
    vilissimo mostro. Sarei quasi tentato di picchiarlo...
    STEFANO: Ors, bacia.
    TRINCULO:  Se  non fosse che il povero mostro  ubriaco.  Abbominevole
    mostro!
    CALIBANO: Ti mostrer le pi belle sorgenti, ti coglier ogni sorta di
    bacche,  pescher per te e ti procurer quanta legna ti possa bastare.
    E venga la peste al tiranno che io servo. Non gli porter pi fascine,
    ma seguir te, uomo meraviglioso.
    TRINCULO  (a  parte):  E'  un mostro assai ridicolo,  se prende per un
    essere meraviglioso un semplice ubriacone.
    CALIBANO:  Lasciamiti  condurre,  ti  prego,  dove  crescono  le  mele
    selvatiche:  ti scaver con le mie lunghe unghie le castagne di terra;
    ti mostrer il nido della ghiandaia,  ti insegner  come  prendere  al
    laccio l'agile bertuccia. Ti condurr dove sono le nocciuole a mazzi e
    ti  porter qualche volta dalle rocce i giovani gabbiani.  Vuoi venire
    con me?
    STEFANO:  Ora,  per  piacere,  facci  strada  senz'altre  chiacchiere.
    Trinculo,  poich  il re e tutti gli altri della nostra compagnia sono
    annegati, noi prenderemo possesso di questi luoghi. Ors, porta la mia
    bottiglia. Amico Trinculo, fra poco la riempiremo.
    CALIBANO (cantando come un ubriaco):
    Addio, padrone; addio, addio!
    TRINCULO: Un urlone di mostro! Un mostro ubriaco!
    CALIBANO: Non ho pi da metter mano a peschiere,
    n andr a far legna com'altri assegna;
    non lavar piatti, raschiar tagliere:
    ban, ban, Caliban,
    servo e padrone si muteran.
    Allegria, allegria! La libert, la libert! Allegria! La libert!
    STEFANO: Facci strada, valoroso mostro.
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Davanti alla grotta di Prospero.

    (Entra FERDINANDO portando un ceppo).
    FERDINANDO: Vi sono dei divertimenti travagliosi ma il piacere che  in
    essi si trova,  compensa quella fatica. Alcune specie di bassi servigi
    possono essere eseguiti  nobilmente  e  le  pi  meschine  occupazioni
    possono  mirare  ad alti scopi.  Quest'umile compito che mi  imposto,
    sarebbe per me pesante non meno che odioso, ma la signora che io servo
    vivifica ci che  morto e fa della mia fatica un piacere. Oh!  essa 
    dieci  volte pi gentile di quanto suo padre  bisbetico: egli  fatto
    di asprezza.  Io  devo,  per  un  severo  ordine,  trasportare  alcune
    migliaia di questi ceppi e accatastarli. La mia gentile signora piange
    quando  mi vede lavorare,  e dice che un cos umile ufficio non fu mai
    eseguito da una persona mia pari. Ora io dimentico il mio compito;  ma
    questi  dolci  pensieri son pure un sollievo al mio lavoro e quando in
    essi  mi  immergo,   quantunque  sembri  meno  attivo,   sono   invece
    operosissimo.

    (Entrano MIRANDA, e PROSPERO a una certa distanza, non visto).

    MIRANDA: Ahim,  vi prego, non v'affaticate cos duramente. Vorrei che
    il fulmine avesse incendiato codesti ceppi che vi  stato ordinato  di
    accatastare!  Ponete qui,  di grazia, quello che portate e riposatevi:
    quando esso brucer,  pianger per avervi stancato.  Mio padre  tutto
    immerso nello studio: riposatevi dunque,  vi prego; per tre ore ancora
    non c' da aver paura di lui.
    FERDINANDO: O mia diletta signora,  il sole sar tramontato prima  che
    io abbia compiuto ci che mi sforzo di fare.
    MIRANDA:  Se  vi  mettete a sedere,  mi caricher io nel frattempo dei
    vostri ceppi. Datemi, per piacere, codesto, e lo porter alla catasta.
    FERDINANDO: No,  preziosa creatura,  vorrei che mi  si  spezzassero  i
    tendini,  che mi si rompesse la schiena,  prima che vi sottoponeste ad
    un cos disonorevole lavoro,  e io me ne stessi  a  sedere  senza  far
    nulla.
    MIRANDA: E' un lavoro che s'addirebbe tanto a me quanto a voi; e io lo
    farei  con  maggior  facilit,  perch  ci  metterei tutto il mio buon
    volere, mentre voi lo fate a malincuore.
    PROSPERO: Povera creatura, sei presa dal contagio! L'essere venuta qua
    lo dice chiaro.
    MIRANDA: Avete l'aria di essere stanco.
    FERDINANDO: No, nobile signora. Se mi siete accanto,  la sera per me 
    una fresca mattina.  Ditemi, vi supplico qual  il vostro nome, perch
    io lo possa inserire nelle mie orazioni .
    MIRANDA: Miranda.  Oh,  padre mio,  ho trasgredito ai tuoi ordini  per
    averlo detto!
    FERDINANDO: Ammirabile Miranda, il culmine dell'ammirazione pari a ci
    che  il mondo ha di pi caro!  Su parecchie gentildonne si  posato il
    mio occhio col pi grande interesse, e pi d'una volta l'armonia della
    loro voce ha soggiogato il mio troppo attento orecchio.  Diverse donne
    mi  son piaciute per differenti pregi,  ma non mai alcuna con s pieno
    consenso dell'anima,  che qualche difetto in lei non contrastasse  con
    la pi nobile grazia ch'essa possedeva e l'offuscasse.  Ma voi...  oh,
    voi,  cos perfetta e cos impareggiabile,  siete  stata  formata  col
    meglio di ogni creatura!
    MIRANDA: Non conosco alcun'altra del mio sesso, non ricordo alcun viso
    di donna,  salvo il mio,  che mi rimanda lo specchio,  e di quelli che
    posso chiamar uomini, non ho visto che voi,  mio buon amico,  e il mio
    caro  padre.  Ignoro  quali  siano  altrove le fattezze umane;  ma per
    quella modestia, che  il gioiello della mia dote, non vorrei al mondo
    altro compagno che voi,  perch la mia immaginazione non  pu  creare,
    all'infuori  di  voi,   altra  forma  che  mi  possa  piacere.  Ma  io
    chiacchiero  un  po'  troppo  da  stordita,  e  dimentico,   a  questo
    proposito, gli avvertimenti di mio padre.
    FERDINANDO: Di condizione io sono principe, Miranda, credo, anzi, re -
    vorrei che cos non fosse!  - e non sopporterei questa servile onta di
    portar legna,  quanto non tollererei che un moscone mi contaminasse le
    labbra. Ascoltate ci che vi dico con tutta l'anima. Nel primo istante
    che  vi  ho  vista  il  mio  cuore  volato al vostro servizio e ivi 
    rimasto e ha fatto di me uno schiavo.  Solo per amor  vostro  io  sono
    questo paziente portatore di legna.
    MIRANDA: Mi amate?
    FERDINANDO:  O  cielo,  o  terra,  siate  testimoni delle mie parole e
    coronate di un lieto esito ci che io dichiaro, se io dico il vero; se
    parlo falsamente,  cambiate in male  ci  che  di  meglio  mi  prepara
    l'avvenire.  Vi amo, vi stimo, vi onoro oltre i limiti di qualsivoglia
    altra cosa che esista al mondo.
    MIRANDA: Come sono sciocca a piangere di ci di cui sono felice!
    PROSPERO: Felice incontro di due rarissimi affetti! O cielo,  piovi la
    tua grazia su ci che sta per sorgere fra loro!
    FERDINANDO: Di che piangete?
    MIRANDA: Della mia pochezza che non osa offrire ci che io desidero di
    dare,   e  tanto  meno  accettare  ci  per  la  cui  mancanza  morrei
    certamente.  Ma  che  vale?   Quanto  pi  quel  che  sento  cerca  di
    nascondersi,  tanto  pi  esso  mostra la sua immane grandezza.  Bando
    dunque alla timida dissimulazione,  e ispirami tu,  semplice  e  santa
    innocenza! Son vostra moglie se mi volete sposare, se no, morr vostra
    ancella.  Potete rifiutarmi come vostra compagna;  ma,  vogliate o no,
    sar la vostra serva.
    FERDINANDO: La mia signora,  mia diletta,  ed io  sempre  a  voi  cos
    sottomesso.
    MIRANDA: Mio sposo dunque?
    FERDINANDO: S,  e con un cuore cos pieno di desiderio, quanto non ne
    ebbe mai la schiavit per la libert. Eccovi la mia mano.
    MIRANDA: Ed eccovi la mia con dentro il mio cuore.  E ora a  rivederci
    fra mezz'ora.
    FERDINANDO: Mille e mille volte a rivederci!
    (Escono Ferdinando e Miranda da parti diverse).
    PROSPERO:  Di  questo io non posso esser cos lieto come loro,  che ne
    son colti di sorpresa;  tuttavia per  niun'altra  cosa  la  mia  gioia
    potrebbe essere maggiore.  Ma ora voglio tornare al mio libro,  perch
    prima di cena devo compiere alcune necessarie operazioni.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Un'altra parte dell'isola.

    (Entrano CALIBANO, STEFANO e TRINCULO).
    STEFANO: Non mi dir pi nulla.  Quando il fusto  sar  finito  berremo
    acqua;  ma  prima,  neppure  una  goccia;  perci voltiamo il timone e
    abbordiamo il nemico. O servo-mostro, bevi alla mia salute.
    TRINCULO: Servo-mostro!  bevi alla pazzia di quest'isola!  Si dice che
    su  quest'isola non siamo che in cinque.  Tre siamo noi;  se gli altri
    due hanno il cervello come il nostro, lo Stato non sta saldo.
    STEFANO: Bevi, servo-mostro, quando io te l'ordino.  I tuoi occhi sono
    mezzi chiusi nella tua testa.
    TRINCULO:  In quale altro luogo dovrebbero chiudersi?  Sarebbe davvero
    un bel mostro se essi fossero mezzi chiusi sulla sua coda!
    STEFANO: La lingua del mio  uomo-mostro  si    annegata  nel  vin  di
    Spagna.  Per  mio  conto  non pu farmi annegare il mare.  Ho nuotato,
    prima di poter raggiungere la spiaggia,  trentacinque leghe al largo e
    verso  terra.  Come  vera questa luce,  tu sarai il mio luogotenente,
    mostro, oppure reggerai la mia insegna.
    TRINCULO: Tuo luogotenente,  finch vuoi,  ma egli non  in  grado  di
    regger neppure se stesso.
    STEFANO: Non dovrem mica darci alla fuga, signor Mostro.
    TRINCULO: E neppure marciare: vi dilungherete in terra come cani e non
    direte tuttavia una parola.
    STEFANO:  O  vitello  lunare,  parla  una buona volta,  se sei un buon
    vitello lunare.
    CALIBANO: Come sta Tua Signoria?  Lasciami leccar la tua  scarpa.  Lui
    non lo voglio servire, non  valoroso.
    TRINCULO:  Tu  mentisci,  ignorantissimo  mostro;  io sono in grado di
    tener testa a un caporale. Ors, pesce crapulone,   stato mai vile un
    uomo che abbia bevuto vino di Spagna quanto ne ho bevuto oggi io? Puoi
    tu dire una bugia cos mostruosa,  quando non sei che per met pesce e
    per met mostro?
    CALIBANO: Senti come si burla di me! E tu lo lasci dire, mio sovrano?
    TRINCULO: Ha detto "sovrano".  E' possibile che  un  mostro  sia  cos
    idiota?
    CALIBANO: Sentilo, sentilo ancora. Mordilo a sangue, te ne prego.
    STEFANO: Trinculo,  non ti lasciar sfuggir di bocca brutte parole.  Se
    vuoi fare il ribelle, bada che al prossimo albero...  Il povero mostro
     mio suddito e non deve patire insulti.
    CALIBANO: Ti ringrazio, mio nobile sovrano. Vuoi degnarti di ascoltare
    ancora una volta la supplica che ti ho rivolto?
    STEFANO: S, certamente: inginocchiati e ripetila. Io star in piedi e
    cos anche Trinculo.
    (Entra ARIELE, invisibile).
    CALIBANO: Come gi ti ho detto,  io sono soggetto a un tiranno,  a uno
    stregone che con la sua astuzia mi ha defraudato dell'isola.
    ARIELE: Mentisci.
    CALIBANO: Mentisci tu,  scimmia buffona.  Vorrei che il  mio  valoroso
    padrone ti ammazzasse. Io non mentisco.
    STEFANO:  Trinculo,  se tu lo interrompi ancora nel suo racconto,  per
    questa mano, ti faccio saltar via qualche dente.
    TRINCULO: Ma se non ho detto nulla!
    STEFANO: Zitto dunque, e basta! Va' avanti.
    CALIBANO: Dunque con la sua stregoneria s' presa questa isola, e l'ha
    presa a me. Se l'Eccellenza Tua volesse punirlo per questo fatto... io
    so che tu hai coraggio, mentre questo coso non ne ha...
    STEFANO: Questo  fuor di dubbio.
    CALIBANO: ...diventeresti il signore dell'isola ed io ti servirei.
    STEFANO: E come si potr ci mandare ad effetto?  Puoi tu condurmi  da
    questo tale?
    CALIBANO: Certo,  certo, mio sovrano. Te lo consegner addormentato, e
    allora potrai conficcargli un chiodo in testa.
    ARIELE: Mentisci: non puoi.
    CALIBANO: Che razza d'arlecchino  costui! Volgarissimo buffone! Prego
    l'Eccellenza Tua di assestargli un  buon  colpo  e  di  togliergli  la
    bottiglia. Quando essa non ci sar pi, egli non berr altro che acqua
    salata, perch io non gli mostrer dove sono le vive sorgenti di acqua
    dolce.
    STEFANO:  Trinculo,  evita  guai  maggiori.  Interrompi anche una sola
    parola del mostro o,  per questa mano,  metto alla porta la clemenza e
    faccio di te uno stoccafisso.
    TRINCULO:  Ma che cosa ho fatto?  Non ho fatto nulla.  Me ne andr pi
    lontano.
    STEFANO: Non hai detto che egli mentiva?
    ARIELE: Sei tu che mentisci.
    STEFANO: Io mentisco?  Piglia questo.  (Picchia Trinculo) E se ci  hai
    gusto smentiscimi un'altra volta.
    TRINCULO: Io non ho smentito nessuno.  Hai perduto il cervello e anche
    l'udito?  Accidenti alla tua bottiglia!  Ecco che cosa pu produrre il
    vin di Spagna e il bere.  Venga un canchero al tuo mostro e il diavolo
    ti porti via le dita.
    CALIBANO: Ah, ah, ah!
    STEFANO: Ora va' avanti col tuo racconto. Fammi il piacere di star pi
    discosto.
    CALIBANO: Picchialo ben bene. Fra poco lo picchier anch'io.
    STEFANO: Sta' pi discosto. Su, va' avanti.
    CALIBANO: Ebbene,  come ti dicevo,  egli ha l'abitudine di dormire nel
    pomeriggio.  Allora  tu  puoi  fargli schizzar le cervella,  essendoti
    prima impossessato dei suoi libri,  o schiacciargli il cranio  con  un
    ceppo  o squarciargli il ventre con un palo o recidergli il gargarozzo
    col tuo coltello.  Ma ricordati di impadronirti prima dei suoi  libri,
    perch  senza  di  essi  egli  un pover'uomo come son io e non ha pi
    alcuno  spirito  al  suo  comando.  Essi  tutti  lo  odiano  non  meno
    profondamente di me.  Non bruciar per che i suoi libri. Egli ha belle
    masserizie - cos le chiama - con le quali pu arredare la casa quando
    ne abbia una.  Ma ci che bisogna  soprattutto  tener  presente    la
    bellezza della sua figliuola. Egli stesso la dice senza eguale. Io non
    ho  mai  visto donne all'infuori di Sicorace che m'ha messo al mondo e
    di lei;  ma essa supera tanto Sicorace quanto  il  massimo  supera  il
    minimo.
    STEFANO: E' dunque una cos bella ragazza?
    CALIBANO:  S,  mio  sovrano;  essa   ben degna del tuo letto,  te lo
    garantisco, e ti dar una bella figliolanza.
    STEFANO: Ammazzer codest'uomo,  o mostro.  Sua figlia ed io saremo il
    re  e  la  regina.  Dio  protegga le Nostre Maest!  - e tu e Trinculo
    sarete i vicer. Ti piace il progetto, Trinculo?
    TRINCULO: Eccellente.
    STEFANO: Dammi la mano. Mi dispiace d'averti picchiato, ma finch vivi
    non ti lasciar uscir di bocca brutte parole.
    CALIBANO: Da  qui  a  mezz'ora  sar  addormentato.  Vuoi  spacciarlo,
    allora?
    STEFANO: S, sull'onor mio.
    ARIELE: Riferir tutto al mio padrone.
    CALIBANO: Tu mi riempi di gioia.  Sono veramente contento.  Ora stiamo
    allegri.   Volete  cantare  a  turno  quello  strambotto  che  m'avete
    insegnato or non  molto?
    STEFANO:  A  tua  richiesta,  mostro,  far  qualunque  cosa  che  sia
    ragionevole, qualunque cosa. Su, Trinculo, cantiamo:
    (Canta) Fa' lor beffe e sberleffe,
    fa' lor beffe e sberleffe;
    il pensiero  libero.
    CALIBANO: Codesta non  l'aria.
    (Ariele suona l'aria su un tamburino e uno zufolo).
    STEFANO: Che cosa  questo?
    TRINCULO: E' l'aria del nostro  strambotto  suonata  dal  ritratto  di
    Nessuno.
    STEFANO:  Se  sei  un  uomo,  mostrati  sotto la tua forma.  Se sei il
    diavolo, pigliala come ti pare.
    TRINCULO: Oh, perdonami tutti i miei peccati!
    STEFANO: Chi muore paga tutti i suoi debiti.  Io ti  sfido!  Piet  di
    noi!
    CALIBANO: Hai paura?
    STEFANO: Io no, mostro.
    CALIBANO:  Non  aver  paura.  L'isola  piena di canti,  di suoni e di
    dolci melodie che dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano
    nelle orecchie migliaia di strumenti pizzicati e qualche  volta  delle
    voci, che, se anche mi sono allora allora svegliato da un lungo sonno,
    mi fanno addormentar di nuovo. Allora nel sogno mi pare che le nubi si
    aprano  e  mi  mostrino  dei tesori pronti a rovesciarsi su di me,  in
    maniera che quando mi sveglio, piango per voler sognare di nuovo.
    STEFANO: Sar questo per me un bel regno, nel quale potr avere la mia
    musica per niente.
    CALIBANO: Quando sar tolto di mezzo Prospero.
    STEFANO: Questo avverr fra poco. Non ho scordato il tuo racconto.
    TRINCULO:  Il  suono  s'allontana.  Seguiamolo,  e  poi  ci  metteremo
    all'opera.
    STEFANO:  Va'  avanti,  mostro:  noi  ti seguiremo.  Vorrei pur vedere
    questo suonatore di tamburino: egli lo batte vigorosamente.
    TRINCULO (a Calibano): Vuoi venire? Io seguo Stefano.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Un'altra parte dell'isola.

    (Entrano ALONSO, SEBASTIANO,  ANTONIO GONZALO,  ADRIANO,  FRANCESCO ed
    altri).
    GONZALO: Vergine santa,  non posso pi andare avanti,  signore! Le mie
    vecchie ossa mi dolgono.  Questo  un labirinto percorso  da  sentieri
    diritti e da meandri. Col vostro permesso ho bisogno di riposarmi.
    ALONSO:  Vecchio  gentiluomo,  non  ti  posso rimproverare,  perch io
    stesso mi sento preso da tale stanchezza che i miei  spiriti  ne  sono
    illanguiditi. Sediamoci e riposiamo. Qui abbandoner la mia speranza e
    non  la  terr  pi  per  mia  adulatrice.  Colui del quale andiamo in
    traccia,  errando a questo modo,   annegato,  e il mare  irride  alle
    nostre vane ricerche sulla terraferma. Ebbene, non ne parliamo pi!
    ANTONIO  (a parte a Sebastiano): Sono assai contento che non abbia pi
    alcuna speranza.  Non  vogliate  per  un  contrattempo  rinunziare  al
    proposito che avete deciso di mandare ad effetto.
    SEBASTIANO  (a  parte  ad  Antonio): Coglieremo pienamente la prossima
    occasione.
    ANTONIO (a parte a Sebastiano): Allora sia per questa  notte;  perch,
    spossati come sono ora dal cammino,  non saranno e non potranno essere
    cos vigili, come quando son riposati.
    SEBASTIANO (a parte ad Antonio): Stanotte dunque. E ora basta.

    (Musica strana e solenne. Entra PROSPERO in alto, invisibile).

    ALONSO: Che armonia  questa? Ascoltate, miei buoni amici!
    GONZALO: Meravigliosa e soave musica!

    (Entrano parecchie strane Apparizioni che portano una  tavola  con  un
    rinfresco  e danzano intorno ad essa con gentili atti di saluto.  Dopo
    aver invitato il re e gli altri a mangiare, spariscono).

    ALONSO: Mettici,  o cielo,  sotto una  benevola  custodia!  Chi  erano
    coloro?
    SEBASTIANO: Fantocci animati.  Ora son disposto a credere che vi siano
    gli unicorni;  che in Arabia vi sia un solo  albero,  il  trono  della
    Fenice, e che una sola Fenice regni ora col.
    ANTONIO:  Son  disposto  a  credere  all'una  cosa  e all'altra,  e se
    un'altra ce n' che non trovi credito,  venga pure da me e giurer che
    essa  vera. I viaggiatori non hanno mai mentito, quantunque in patria
    gli stupidi li screditino.
    GONZALO:  Se  riferissi  a  Napoli  ci  che  ho  veduto  ora,  mi  si
    presterebhe fede?  Mi si presterebbe fede se  dicessi  che  ho  veduto
    degli  isolani  - perch certo costoro sono abitanti dell'isola - tali
    che, pur avendo un'apparenza mostruosa, sono, si noti bene, di maniere
    cos cortesi,  quali non si possono trovare  che  in  pochi,  anzi  in
    nessuno della nostra specie?
    PROSPERO (a parte): Onesto gentiluomo,  hai ben parlato; perch alcuni
    di voi qui presenti son peggio che diavoli.
    ALONSO: Non finisco di meravigliarmi di simili apparizioni,  di simili
    gesti  e  di  simili  suoni  che esprimono,  nonostante che quelli non
    abbiano l'uso della parola, una specie di eccellente discorso muto.
    PROSPERO (a parte): Serba le lodi alla fine.
    FRANCESCA: Esse sono svanite stranamente.
    SEBASTIANO: Non importa,  dal momento che si son  lasciate  dietro  le
    vivande; e noi abbiamo appetito. Volete assaggiare quello che c'?
    ALONSO: Io no.
    GONZALO: In fede mia,  signore,  non dovete aver paura. Quando eravamo
    fanciulli,  chi avrebbe creduto  che  ci  fossero  dei  montanari  con
    giogaie come i tori,  dalle cui gole pendevano delle bisacce di carne?
    o che ci fossero degli uomini con la testa situata nel petto? Di tutte
    queste cose noi troviamo buone testimonianze in qualunque  viaggiatore
    assicurato al cinque per uno.
    ALONSO: Mi decido a mangiare anche se fosse questa l'ultima volta. Non
    m'importa  pi  di  nulla  dal  momento che il meglio della mia vita 
    passato. Fratello, duca mio signore, decidetevi e fate come noi.

    (Tuoni e lampi.  Entra ARIELE,  sotto forma di arpia,  sbatte  le  ali
    sulla  tavola,  e  con  un  ingegnoso  artificio  tutto  il  rinfresco
    sparisce).

    ARIELE: Voi siete tre  peccatori  che  il  Destino,  che  ha  per  suo
    strumento  questo  basso  mondo  e  tutto ci che  in esso,  ha fatto
    vomitare dal sempre insaziato mare su quest'isola dove  non  abita  un
    uomo,  poich  siete indegni di vivere tra uomini.  Io ho sconvolto le
    vostre menti,  ed anche con  un  valore  pari  al  vostro  gli  uomini
    s'impiccano e s'annegano da loro stessi.  (Alonso, Sebastiano eccetera
    cavano le spade) Stolti che siete! Io ed i miei seguaci siamo ministri
    del Fato.  Gli elementi di cui son temprate  le  vostre  spade  posson
    tanto ferire gli impetuosi venti e uccidere con risibili colpi le onde
    che sempre si richiudono, quanto togliere anche un po' di lanugine che
    sia sotto le mie penne.  I ministri miei seguaci sono invulnerabili al
    pari di me.  Anche se poteste far del male,  le vostre spade sono  ora
    troppo  pesanti  per  le vostre forze e non potranno volgersi in alto.
    Ricordatevi per - poich questo  il mio compito presso di voiche voi
    tre cacciaste da Milano il buon Prospero, lasciaste in balla del mare,
    che vi ha poi ripagato,  lui e la sua innocente  bambina.  Per  quella
    malvagia  azione,  le soprannaturali potenze,  che differiscono ma non
    dimenticano, hanno suscitato contro la vostra pace i mari, le spiagge,
    tutti gli esseri viventi.  Te,  Alonso,  hanno orbato  del  figlio,  e
    annunziano  a  voi  per  mio  mezzo che una lenta rovina,  peggiore di
    quanto pu essere una morte improvvisa,  attende ad ogni passo e voi e
    il  vostro  andare.  Per  guardarvi  dalla loro ira,  che diversamente
    piomber,  in questa tristissima isola,  sulle vostre teste,  non  c'
    altro  rimedio  che un sincero pentimento e una conseguente purezza di
    vita.

    (Un tuono ed Ariele scompare; poi,  al suono di una musica,  ritornano
    le  Apparizioni  e ballano,  facendo lazzi e smorfie e portando via la
    tavola).

    PROSPERO: Hai veramente bene rappresentata la parte di questa arpia  o
    mio  Ariele:  essa  aveva  una  certa  grazia anche quando divorava il
    rinfresco. Non hai trascurato nulla delle mie istruzioni intorno a ci
    che dovevi dire: cos anche i miei minori ministri hanno rappresentato
    con grande naturalezza e con raro impegno le loro differenti parti.  I
    miei alti incantesimi producono il loro effetto,  e questi miei nemici
    son tutti impigliati nella loro demenza.  Essi son ora in mio potere e
    io  li  lascio  a  questi  attacchi  di  pazzia mentre vo a trovare il
    giovane Ferdinando, che essi credono annegato, e la sua e mia diletta.
    (Esce dall'alto).
    GONZALO: In nome di tutto ci che  sacro,  o mio signore,  perch son
    cos stralunati i vostri occhi?
    ALONSO:  Oh,    orribile,   orribile!  Mi  parso che le onde abbian
    parlato e mi abbian ripetuto il fatto;  che me lo abbia  fischiato  il
    vento,  e  che il tuono,  questa profonda e spaventosa voce di organo,
    abbia pronunciato il nome di Prospero: a mo' di ritornello  proclamava
    il  mio  delitto.  Mio figlio giace dunque su un letto di melma: io lo
    cercher pi gi di quanto mai giunse lo scandaglio e giacer in  quel
    fango insieme con lui.
    (Esce).
    SEBASTIANO:  Vengano  pure  i  diavoli,  purch uno alla volta,  ed io
    sconfigger tutte le loro legioni.
    ANTONIO: Ed io sar il tuo secondo.
    (Escono Sebastiano ed Antonio).
    GONZALO: Son fuor di senno tutti e tre: il  senso  della  loro  grande
    colpevolezza, come un veleno somministrato per agire molto tempo dopo,
    comincia   ora  a  mordere  le  loro  coscienze.   Andate  lor  dietro
    prontamente,  ve ne scongiuro,  voi che siete di membra pi  agili,  e
    tratteneteli  dal  mettere  in  opera  ci  a  cui  li  spinge  questa
    esaltazione.
    ADRIANO: Seguitemi, vi prego.
    (Escono).


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Davanti alla grotta di Prospero.

    (Entrano PROSPERO, FERDINANDO e MIRANDA).
    PROSPERO: Se vi ho troppo duramente punito,  ne fa ammenda  il  premio
    che  avete avuto,  perch io vi ho dato la terza parte della mia vita,
    ossia tutto ci per cui io vivo.  Ancora una volta l'affido  alle  tue
    mani.  Tutto  ci  che  hai  sofferto  non  erano  che  cimenti  a cui
    sottoponevo il tuo amore,  e tu hai magnificamente sostenuta la prova.
    Ora qui dinanzi al cielo ratifico il mio ricco dono. O Ferdinando, non
    sorridere  di  me  che cos di lei mi vanto,  perch troverai che essa
    sorpassa tutte le lodi e le fa zoppicare dietro a lei.
    FERDINANDO: Lo credo, anche se un oracolo mi dicesse il contrario.
    PROSPERO: Prenditi dunque mia figlia come un mio dono  e  un  acquisto
    che ti sei degnamente da te procurato.  Ma se spezzi il nodo verginale
    prima che siano compiute le sacre cerimonie in  piena  conformit  coi
    santi  riti,  nessuna  dolce  aspersione  verr  gi dai cieli per far
    diventar rigogliosi questi sponsali, ma lo sterile Odio,  l'Avversione
    dagli  occhi  torvi e la Discordia cospargeranno il letto della vostra
    unione di erbacce cos nauseanti,  che entrambi  lo  odierete.  Perci
    badate che vi rischiarino le faci d'Imene.
    FERDINANDO:  Com' certo ch'io spero giorni tranquilli,  bella prole e
    lunga vita accompagnata dallo stesso amore di ora, l'antro pi oscuro,
    il luogo pi opportuno,  la tentazione pi forte di cui sia capace  il
    nostro  pi  malefico  genio,  non  potranno  mai  sciogliere  il  mio
    onorevole  affetto  in  lussuria,   s  da  togliere  il   filo   alla
    celebrazione  di  quel  giorno,  nel quale io penser che i cavalli di
    Febo siano azzoppati e che la notte sia trattenuta quaggi incatenata.
    PROSPERO: Ben detto.  Siediti e conversa con lei: essa   oramai  tua.
    Ol, Ariele! mio solerte servo, Ariele!

    (Entra ARIELE).

    ARIELE: Che vuole il mio potente padrone? Son qua.
    PROSPERO:  Tu  e  i  tuoi minori compagni avete degnamente eseguito il
    vostro ultimo incarico,  ma vi  devo  adoperare  in  un  altro  simile
    stratagemma.  Va' e conduci qui tutta la masnada che ho messo sotto la
    tua potest,  e incitala a muoversi  prestamente.  Devo  offrire  agli
    sguardi di questi due giovani una qualche illusione della mia arte, ed
    essi l'aspettano da me.
    ARIELE: Subito?
    PROSPERO: S, in un batter d'occhio.
    ARIELE: Pria che dir possiate "Ve'",
    o trar fiato due volte o tre,
    ognun danzando in punta di pi,
    con smorfie e lezi qui gi .
    Mi volete bene, padrone, eh?
    PROSPERO:  Di  tutto  cuore,  mio  grazioso Ariele.  Ma non ritornare,
    finch non ti sentirai chiamare.
    ARIELE: Va bene, ho capito.
    (Esce).
    PROSPERO: Bada di esser leale.  Non allentar troppo  la  briglia  alle
    affettuose  manifestazioni.  I  pi  forti  giuramenti  sono un po' di
    paglia per il fuoco che  nel sangue.  Siate  pi  astinente;  se  no,
    buona notte al vostro voto!
    FERDINANDO:  State sicuro: la bianca,  fredda,  intatta neve che  sul
    mio cuore, spegne ogni ardore del mio fegato.
    PROSPERO: Bene.  E ora vieni,  mio Ariele.  Conduci qualche spirito in
    soprannumero,  piuttosto  che  ne  debba mancare qualcuno.  Apparite e
    subito! Siate senza voce e tutt'occhi! Silenzio. (Una dolce musica).
    (Entra IRIDE).

    IRIDE: Cerere, buona dea, gli opimi campi
    di gran, segala. veccia, orzo ed avena,
    gli erbosi monti ove brucano i greggi,
    e i prati onusti delle altrici biade;
    gli argini ai bordi resecati in solchi
    che infiora al cenno tuo l'umido Aprile,
    per far caste corone a fredde ninfe,
    e gli scopeti, la cui ombra  cara
    al respinto garzon; la vigna a' pali avvolta,
    e l'aspra e sterile marina,
    ove all'aria ti bi, l'alta regina
    di cui son l'umido arco e messaggera,
    a lasciarli t'invita, e con sua grazia
    a prendere diporto in questo prato.
    Volano i suoi pavoni a questa volta,
    Cerere, vieni che da te sia accolta.

    (Entra CERERE).

    CERERE: Salve, o multicolore messaggera,
    che alla sposa di Giove ognor sei ligia;
    tu che dall'ali crocee su' miei fiori
    mellee rugiade e fresche piogge versi,
    e co' capi dell'arco azzurro cingi
    i miei boschivi prati e i colli ignudi,
    ricco serto alla mia superba terra;
    perch la tua regina m'ha chiamata
    alla corta erba di codesto prato?
    IRIDE: Per celebrare un patto d'amor vero,
    e dispensar liberamente un dono
    ai fortunati amanti.
    CERERE: Arco celeste,
    dimmi, ch sai, se Venere o suo figlio
    seguitin la regina? dal giorno
    che ordiron come il tenebroso Dite
    mi rapisse la figlia, ho rinnegato
    la scandalosa compagnia del cieco
    suo pargolo e di lei.
    IRIDE: Non aver tema
    di trovarla: incontrato ho quella dea
    che col figlio fendea le nubi, a Pafo
    tratta dalle colombe. Essi credevano
    d'aver oprato una malia lasciva
    sul garzone e la vergin, che han promesso,
    di non compier del talamo alcun rito
    prima che Imen la face accenda: invano!
    Di Marte ita se n' la calda druda
    e il vespigno suo figlio ha rotto i dardi,
    e giura di non trarne pi; co' passeri
    giocher, come un semplice ragazzo.
    CERERE: L'eccelsa maest, la gran Giunone
    viene, l'incender suo ben riconosco.

    (Entra GIUNONE).

    GIUNONE: Come sta l'alma mia sorella? Vieni
    a benedir la coppia, sicch prosperi
    ed onorata sia nella sua prole.
    (Canta)
    Nozze liete, onor, dovizia,
    procrear che nulla vizia,
    gioia i d rechin ciascuno,
    tale augurio canta Giuno.
    CERERE: Ricche messi, campi ameni,
    granai e madie sempre pieni;
    vigne ov' 'l grappolo obeso,
    rami curvi di buon peso,
    primavera mostri il volto
    alla fine del raccolto!
    Lungi inopia e carestia:
    Cerer quest'augurio invia.
    FERDINANDO: Una grandiosa visione  questa  e  magicamente  armoniosa.
    Posso avventurarmi a credere che costoro siano spiriti?
    PROSPERO:  Spiriti che io con la mia arte ho evocato dalle loro dimore
    per rappresentare queste mie fantasie.
    FERDINANDO: Possa io vivere sempre qua!  Un padre cos raro prodigioso
    e saggio, fa di questo luogo un paradiso.
    (Giunone  e Cerere parlano sommessamente e mandano Iride a eseguire un
    ordine).
    PROSPERO: Silenzio ora,  mio caro.  Giunone e  Cerere  parlottano  con
    grande  seriet.  C'  ancora  dell'altro  da  fare.  Zitti  e  cheti,
    altrimenti l'incanto  rotto.
    IRIDE: Ninfe de' tortuosi rivi, Naiadi
    nomate, voi che avete occhi innocenti
    ed il crine di giunchi redimito,
    lasciate gl'increspati alvei, ed a questo
    verde suolo recatevi all'appello.
    Giuno lo vuol, venite, caste ninfe,
    a celebrare d'amor vero un patto
    date aita: il venir vostro sia ratto.

    (Compariscono alcune Ninfe).

    Voi bruni falciatori dall'agosto
    spossati, via dai solchi, e siate allegri!
    fate festa; il cappel di paglia in capo,
    ciascuno con le fresche ninfe intrecci
    i balli villerecci.

    (Compariscono alcuni Mietitori vestiti come si  richiede.  Fan  coppia
    con le Ninfe in una graziosa danza, verso la fine della quale Prospero
    ha  un  improvviso  sussulto  e  parla.  Dopo di che,  tra uno strano,
    confuso e cupo rumore, gli Spiriti si dileguano melanconicamente).

    PROSPERO (a parte): Avevo dimenticato il turpe complotto del  bestiale
    Calibano  e  dei suoi complici contro la mia vita.  E' quasi giunto il
    momento  dell'esecuzione  del  loro  disegno.  (Agli  Spiriti)  Bravi!
    Andatevene. Basta.
    FERDINANDO:  E'  strano.  Tuo  padre  in preda a un'agitazione che lo
    scuote fortemente.
    MIRANDA: Non l'ho mai visto fino ad ora invaso  da  una  collera  cos
    violenta.
    PROSPERO:  Mi  pare,  figlio  mio,  che  voi siate in un tale stato di
    emozione come se foste sbigottito.  State di buon  animo,  messere.  I
    nostri svaghi sono finiti. Questi nostri attori, come gi vi ho detto,
    erano  tutti  degli  spiriti,  e  si  sono  dissolti in aria,  in aria
    sottile.  Cos,  come il non fondato edifizio di  questa  visione,  si
    dissolveranno  le  torri,  le  cui  cime  toccano le nubi,  i sontuosi
    palazzi,  i solenni templi,  lo stesso immenso globo e tutto  ci  che
    esso contiene, e, al pari di questo incorporeo spettacolo svanito, non
    lasceranno dietro di s la pi piccola traccia. Noi siamo della stessa
    sostanza di cui son fatti i sogni, e la nostra breve vita  circondata
    da un sonno. Io sono agitato, signore - tollerate questa mia debolezza
    -  il  mio vecchio cervello  turbato.  Non vi prendete pena di questa
    mia  infermit.  Se  volete,  ritiratevi  nella  mia  grotta  e  quivi
    riposate.  Io  far  uno  o  due  giri  per  acquetare  il mio spirito
    commosso.
    FERDINANDO e MIRANDA: Vi auguriamo di riacquistar la calma.
    PROSPERO: Vieni presto come il pensiero. Ti ringrazio, Ariele vieni.

    (Rientra ARIELE).

    ARIELE: Son sempre attaccato ai tuoi pensieri. Che desideri?
    PROSPERO: Ci dobbiamo, o spirito, preparare ad affrontare Calibano.
    ARIELE: Si,  mio padrone.  Quando rappresentavo la  parte  di  Cerere,
    pensavo  di  doverti  parlar  di  ci,  ma  temevo  di farti andare in
    collera.
    PROSPERO: Ripetimi dove hai lasciato quei ribaldi.
    ARIELE: Vi ho detto,  signore,  che erano rosso-accesi dal bere e cos
    pieni  di  baldanza  che percuotevano l'aria,  perch spirava loro sul
    viso,  e picchiavano il suolo,  perch baciava i loro piedi;  tuttavia
    avevano  sempre il pensiero rivolto al loro disegno.  Allora battei il
    mio tamburello,  e  a  quel  suono,  come  non  domati  puledri,  essi
    rizzarono le orecchie, levarono in su gli occhi e alzarono i nasi come
    se  fiutassero  la musica.  Affascinai talmente le loro orecchie,  che
    seguirono, come vitelli, il mio mugghio, attraverso irti rovi, puntute
    ginestre,  pungenti scope  e  pruni  che  entravano  nei  loro  deboli
    stinchi.  Alla  fine  li  lasciai  in quello stagno coperto di fangosa
    schiuma che  al di l della tua grotta,  ed  essi  ballavano  immersi
    sino  al  mento,  in  maniera  che il lercio lago puzzava pi dei loro
    piedi.
    PROSPERO: Hai fatto bene, uccellino mio.  Conserva ancora la tua forma
    invisibile. Va' a prendere a casa ogni vistosa cianfrusaglia e portala
    qua come richiamo per acchiappar questi ladri.
    ARIELE: Vado subito.
    (Esce).
    PROSPERO: Un diavolo,  un diavolo nato,  sulla cui natura l'educazione
    non pu mai aver presa,  per il quale le pene che mi  sono  umanamente
    dato  sono tutte perdute,  completamente perdute.  A misura che il suo
    corpo diventa pi brutto con l'et, il suo animo si corrompe sempre di
    pi. Li tormenter tutti sino a farli ruggire.
    (Rientra ARIELE carico di abiti luccicanti, eccetera).
    Vieni, appendili a questo tiglio.

    (Prospero e Ariele rimangono invisibili.  Entrano CALIBANO,  STEFANO e
    TRINCULO, tutti bagnati).
    CALIBANO: Camminate piano,  per carit,  in maniera che la cieca talpa
    non possa udire un passo Siamo vicini alla sua grotta.
    STEFANO: Mostro, la tua fata che tu dici essere una fata innocua, si 
    comportata con noi come un furfante.
    TRINCULO: Io puzzo tutto di piscio di cavallo, mostro, e di ci il mio
    naso  grandemente indignato.
    STEFANO: E cos pure il mio. Hai inteso,  mostro?  Bada bene che se mi
    adirassi contro di te...
    TRINCULO: Saresti un mostro perduto.
    CALIBANO: Mio buon sovrano,  concedimi ancora la tua fiducia.  Abbi un
    po' di pazienza,  poich il premio che son vicino  a  farti  ottenere,
    eclisser  questa  disavventura.  Perci  parla  piano.  Tutto    qui
    silenzio come se fosse gi la mezzanotte.
    TRINCULO: Gi, ma aver perduto le nostre bottiglie nello stagno...
    STEFANO: Non  soltanto una disgrazia e un'ignominia,  mostro,  ma una
    perdita inestimabile.
    TRINCULO: Per me conta assai pi dell'esserrni bagnato.  E questa  la
    tua innocua fata, mostro.
    STEFANO: Voglio andare a ripescar la mia bottiglia,  anche se  per  la
    fatica dovessi averne fin sopra le orecchie.
    CALIBANO: Calmati,  o mio re,  te ne prego. Guarda, questa  l'entrata
    della grotta.  Entra senza far rumore.  Compi il bel delitto  che  pu
    render  tua  per  sempre  quest'isola e far per sempre di me,  del tuo
    Calibano, il tuo leccapiedi.
    STEFANO: Dammi la mano. Comincio ad avere pensieri sanguinari.
    TRINCULO: O re Stefano, o pari,  o degno Stefano,  mira che guardaroba
    c' qui per te.
    CALIBANO: Lascialo stare, stupido:  tutto ciarpame.
    TRINCULO: Va' via, mostro. Noi sappiamo ben distinguere ci che si pu
    trovare da un rigattiere. O re Stefano!
    STEFANO:  Metti gi quella cappa,  Trinculo.  Per questa mano,  quella
    cappa la voglio io.
    TRINCULO: Tua Maest l'avr.
    CALIBANO: Che quest'imbecille possa annegare nella sua idropisia!  Che
    razza d'idea  quella di smaniar tanto per questo bagagliume?  Andiamo
    avanti,  e compiamo prima il delitto.  Se egli si sveglia,  coprir la
    nostra pelle,  dal tallone alla testa,  di pizzichi, ci concer per le
    feste.
    STEFANO: Non agitarti tanto, mostro.  Signor tiglio,  non  mia questa
    giacca?  Ora  la  giacca    sotto  il tiglio.  Sicch,  o giacca,  se
    t'indosso mi renderai la carne tigliosa.
    TRINCULO: Gi, gi, gi; noi rubiamo,  colla licenza di Vostra Maest,
    tigli e stigli.
    STEFANO:  Grazie  per questo motto spiritoso.  Eccoti in ricompensa un
    vestito.  Finch io son re di quest'isola,  lo spirito  non  sar  mai
    senza  premio.  Rubare  tigli  e stigli  una facezia bene imbroccata.
    Eccoti in ricompensa ancora un altro vestito.
    TRINCULO: Via,  mostro,  mettiti un po' di vischio sulle dita e va via
    col resto.
    CALIBANO:  Non me lo metter.  Stiamo perdendo tempo e saremo cambiati
    in bernade o in scimmie dalla fronte turpemente bassa.
    STEFANO: Allunga la mano, mostro. Aiutami a portar tutto ci dove  il
    mio fusto di vino: altrimenti ti scaccio dal mio regno.  Animo,  porta
    via questo.
    TRINCULO: E questo.
    STEFANO: S, anche questo.

    (Rumore  di cacciatori.  Entrano diversi Spiriti in forma di bracchi e
    si avventano contro di essi, mentre Prospero e Ariele li aizzano).

    PROSPERO: Dgli, Montagna, dgli!
    ARIELE: Bravo, Argento, bravo!
    PROSPERO: L, Furia! L, Tiranno! Attenti! Attenti! (Calibano, Stefano
    e Trinculo son spinti fuori) Su,  ordina ai folletti che torcano  loro
    le  giunture  con  secche  convulsioni,  che facciano contrarre i loro
    muscoli coi crampi della vecchiaia,  che,  a  furia  di  pizzichi,  li
    rendan pi maculati del leopardo o della pantera.
    ARIELE: Senti come urlano.
    PROSPERO:  Falli  tartassare a buono.  Ora i miei nemici sono tutti in
    mio potere.  Fra breve avran fine tutte le mie  fatiche,  e  tu  sarai
    libero  signore  dell'aria.  Obbediscimi e servimi ancora per un altro
    poco.
    (Escono).

    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Davanti alla grotta di Prospero.

    (Entrano PROSPERO nel suo abito di mago e ARIELE).
    PROSPERO: Ora sto per venire a capo del mio disegno.  Non   possibile
    rompere  i  miei  incantesimi.  Gli  spiriti mi obbediscono e il Tempo
    cammina a testa alta pur sotto il suo carico. A che punto  il giorno?
    ARIELE: Son circa le sei,  l'ora in  cui,  mio  signore,  diceste  che
    l'opera nostra sarebbe compiuta.
    PROSPERO: Cos dissi infatti appena suscitai la tempesta. Dimmi, o mio
    spirito, come si trovano il re e il suo seguito?
    ARIELE:  Isolati  in  un  gruppo  a  quel  modo che mi avete ordinato,
    precisamente come li avete lasciati: tutti prigionieri,  signore,  nel
    boschetto di tigli che protegge dalle intemperie la vostra grotta. Non
    possono muoversi finch voi non li liberiate.  Il re,  suo fratello ed
    il vostro,  continuano tutti e tre nel  loro  smarrimento  mentre  gli
    altri  li compiangono pieni di dolore e di timore,  specialmente colui
    che voi avete  chiamato  "il  buon  vecchio  gentiluomo  Gonzalo".  Le
    lacrime gli scendono lungo la barba,  come le gocce dell'inverno da un
    tetto di stoppia.  I vostri incantesimi han cos fortemente operato su
    loro, che, se ora li vedeste, sentireste intenerirsi il vostro cuore.
    PROSPERO: Cos tu credi, o spirito?
    ARIELE: Il mio cuore s'intenerirebbe, se io fossi un uomo.
    PROSPERO:  E  s'intenerir  anche il mio.  Dovrai tu,  che non sei che
    aria,  esser sensibile e commuoverti alle loro pene,  ed io,  che sono
    della  loro  stessa specie,  che sento ogni emozione cos intensamente
    come loro, non mi commover pi naturalmente di te?  Bench colpito al
    vivo  dalle  loro gravi offese,  mi metter tuttavia dalla parte della
    ragione, che  pi nobile, contro il mio sdegno. Nel perdono,  anzich
    nella  vendetta,    l'atto  pi  bello.  Poich essi sono pentiti,  i
    termini del mio disegno non devono spostarsi pi in l d'un  aggrottar
    di  ciglia.  Va'  a  liberarli,  Ariele.  Spezzer i miei incantesimi,
    render loro il senno e ritorneranno a essere se stessi.
    ARIELE: Vo' a cercarli, signore.
    (Esce).
    PROSPERO: Voi, o folletti delle colline, dei ruscelli,  degli immobili
    laghi  e  dei  boschi;  e  voi,  che  sulle sabbie,  coi piedi che non
    lasciano orma, inseguite Nettuno che si ritira e gli sfuggite allorch
    rifluisce; voi, gnomi,  che al lume di luna formate quei circoletti di
    erba agra che la pecora non bruca; e voi, il cui divertimento  di far
    crescere i funghi di mezzanotte; e voi, che vi rallegrate a sentire il
    solenne  rintocco del coprifuoco;  col vostro aiuto - per quanto siate
    deboli,  se abbandonati a  voi  stessi  -  io  ho  offuscato  il  sole
    meridiano,  eccitato  i  venti ribelli,  suscitato tra il verde mare e
    l'azzurra  volta  una  ruggente  guerra,   dato  fuoco  al   terribile
    strepitoso  tuono,  spaccato la robusta quercia di Giove con lo stesso
    fulmine di lui,  scosso il promontorio dalla sua solida base,  divelto
    il  pino  ed il cedro dalle radici.  Ad un mio ordine,  le tombe hanno
    svegliato coloro che vi dormivano,  si sono aperte e li hanno lasciati
    uscire per virt della mia arte tanto possente.  Ma ora io la rinnego,
    questa rozza arte magica, e quando le avr domandato,  come appunto fo
    ora,  una  musica  celestiale  per raggiungere il mio scopo agendo sui
    sensi di costoro  ai  quali    destinato  questo  aereo  incanto,  io
    spezzer  la  mia  verga,  la  seppellir  parecchie  tese  sotterra e
    affonder nel mare il mio libro molto pi gi di quanto sia sceso  mai
    lo scandaglio. (Una musica solenne).
    (Rientra ARIELE,  poi ALONSO che gesticola come un frenetico,  seguito
    da GONZALO: poi nelle stesse condizioni SEBASTIANO e  ANTONIO  seguiti
    da ADRIANO e FRANCESCO.  Tutti entrano nel circolo magico che Prospero
    ha  tracciato  e  quivi  restano  immoti  per   l'incanto.   Prospero,
    osservandoli, seguita a parlare).
    Una  musica  solenne,  la  migliore  confortatrice  di  una  sconvolta
    immaginazione, possa guarire il tuo cervello, ora inutile tumore entro
    il  tuo  cranio.   Restate  fermi  cost,   perch  vi  trattiene   un
    incantesimo.  O giusto Gonzalo,  uomo onorando, i miei occhi, pronti a
    rispondere a ogni manifestazione dei tuoi,  lasciano cader gi lacrime
    di simpatia.  L'incantesimo si dissolve rapidamente e come il mattino,
    occupando insensibilmente il posto della  notte,  dilegua  l'oscurit,
    cos i loro sensi,  che si svegliano,  cominciano a scacciar le nebbie
    della disconoscenza che adombrano la  loro  limpida  ragione.  O  buon
    Gonzalo, mio vero salvatore e fedele gentiluomo di colui che tu segui,
    ti  ripagher  appieno,  a parole ed a fatti,  dei tuoi favori.  Assai
    crudelmente ti comportasti,  Alonso,  con me e con mia figlia.  Fu tuo
    fratello  che  ti  istig  alla  mala  azione,  della quale ora tu,  o
    Sebastiano,  senti la puntura.  Tu,  mio fratello,  mia  carne  e  mio
    sangue, che ti lasciasti prendere dall'ambizione e desti il bando alla
    piet  e alla natura,  tu che,  insieme con Sebastiano,  le cui intime
    sofferenze sono perci pi forti,  avresti voluto uccidere il tuo  re,
    abbiti  il  mio  perdono,   per  quanto  tu  sia  snaturato.  La  loro
    intelligenza comincia a rialzarsi e la marea che s'avvicina  ricoprir
    la  spiaggia  della  ragione che ora  sudicia e fangosa.  Non c' fra
    essi nessuno che  ancora  mi  abbia  guardato,  o  mi  riconoscerebbe!
    Ariele,  va' a prendermi nella grotta e il cappello e la spada.  (Esce
    Ariele) Voglio togliermi queste spoglie e  presentarmi  come  duca  di
    Milano  quale  ero  una  volta.  Presto,  o spirito,  e fra poco sarai
    libero.

    (Rientra ARIELE, cantando, e aiuta PROSPERO a vestirsi).
    ARIELE: Suggo, ove l'ape sugge, pur io,
    in un'auricola  il letto mio
    quando i gufi fan stridio.
    Sul dorso a una nottola volo giulo
    dietro l'estate che dice addio.
    Giula, giula la mia vita si chiami
    sotto i fiori che pendon dai rami.
    PROSPERO: Ah, questo  il mio vezzoso Ariele! Sentir la tua mancanza,
    ma tu avrai la libert. Bravo,  bravo!  Va' ora,  invisibile come sei,
    alla  nave  del  re.  L  troverai  i  marinai  addormentati  sotto  i
    boccaporti. Destti che saranno il capitano e il nostromo,  fa' s che
    essi vengano qua in ogni modo; ma subito, ti prego.
    ARIELE: Divoro l'aria che mi sta dinanzi,  e sar di ritorno prima che
    il tuo polso abbia battuto due volte.
    (Esce).
    GONZALO: Questa  la sede di ogni tormento,  di  ogni  agitazione,  di
    ogni  meraviglia  e di ogni sbigottimento.  Che una celeste potenza ci
    guidi fuori di questo luogo terribile.
    PROSPERO: Guarda, o re,  l'oltraggiato duca di Milano,  Prospero.  Per
    farti pi sicuro che  un principe vivo che ti parla, io stringo in un
    abbraccio  il  tuo  corpo,  e do un cordiale benvenuto a te e alla tua
    compagnia.
    ALONSO: Se tu sia o no il duca,  o sia piuttosto un qualche  incantato
    fantasma che mi tragga in inganno,  come lo sono stato poco fa, io non
    so.  Il tuo polso batte come se fosse di carne  e  di  sangue,  e  dal
    momento  che ti ho visto sento calmarsi il turbamento del mio spirito,
    che era,  temo,  effetto di pazzia.  Se tutto questo  proprio realt,
    deve richiedere un ben strano racconto. Io rinunzio al tuo ducato e ti
    supplico di perdonarmi i torti che ti ho fatto. Ma come pu essere che
    Prospero sia vivo e che sia qua?
    PROSPERO:  Lascia,  o nobile amico,  che prima di tutto io abbracci la
    tua et, di cui nessuno pu misurare l'onore n limitarlo.
    GONZALO: Io non posso giurare se ci  realt o no.
    PROSPERO: Voi avete ancora in bocca  il  gusto  di  certi  manicaretti
    dell'isola  che  non  vi  permettono di prestar fede alla realt delle
    cose.  Siate i benvenuti,  o amici tutti!  (A parte a Sebastiano  e  a
    Antonio) In quanto a voi,  bella coppia di gentiluomini, io potrei, se
    ne avessi l'intenzione,  chiamar sul vostro capo il corruccio  di  Sua
    Maest, rivelandovi come traditori. Ma a questo punto non ho voglia di
    raccontar tali storie.
    SEBASTIANO (a parte): E' il diavolo che parla in lui.
    PROSPERO: No,  non racconter nulla.  A te, o tristissimo uomo, che il
    solo chiamar fratello contaminerebbe la mia bocca.  perdono la tua pi
    orribile colpa e tutte le altre,  ed esigo da te il mio ducato, che io
    so non puoi fare a meno di restituirmi.
    ALONSO: Se sei Prospero,  narraci i particolari  del  tuo  salvamento,
    come ci hai incontrati qua,  noi che tre ore fa abbiam fatto naufragio
    su questa spiaggia ove io ho perduto - oh come   acuta  la  punta  di
    questo ricordo! - il mio caro figlio Ferdinando.
    PROSPERO: Ci mi addolora.
    ALONSO: La perdita  irreparabile e la pazienza dice che  al di l di
    ogni suo rimedio.
    PROSPERO:  Credo piuttosto che non le abbiate domandato aiuto,  perch
    io,  per una perdita simile,  ho avuto il sovrano soccorso  della  sua
    dolce grazia e ne sono contento.
    ALONSO: Una perdita simile anche voi!
    PROSPERO:  Del  pari  grave e recente.  E per render sopportabile tale
    funesta perdita,  ho mezzi molto pi deboli di quelli a cui voi potete
    ricorrere per consolarvi, perch io ho perduto la mia unica figliuola.
    ALONSO: Una figlia.  O Dio!  Fossero tutti e due vivi a Napoli, ed ivi
    re e regina!  Purch lo  fossero  mi  contenterei  esser  sepolto  nel
    melmoso letto dove giace il mio figliuolo. Quando avete perduta vostra
    figlia?
    PROSPERO:  In  quest'ultima  tempesta.  Ma  io  mi accorgo che codesti
    signori sono cos stupiti di questo incontro,  che per  la  diffidenza
    non  san  valersi della loro ragione,  e a malapena credono che i loro
    occhi siano testimoni del vero,  e che  le  loro  parole  siano  alito
    naturale.  Del resto in qualunque modo siate stati sbalzati dai vostri
    sensi, abbiate per certo che io sono Prospero,  proprio il duca che fu
    cacciato  da  Milano,  e  che  in  modo  assai strano approd a questa
    spiaggia, dove voi avete fatto naufragio,  per diventarne signore.  Ma
    basta  per  ora di ci,  poich questa  una storia da narrarsi un po'
    per giorno e non un racconto da ripetersi a  colazione,  n  adatto  a
    questo primo incontro.  Siate il benvenuto, mio signore. Questa grotta
     la mia corte.  Vi ho pochi servi  e  fuori  di  essa  non  ho  alcun
    suddito.  Vi prego, entrate. Poich mi avete restituito il mio ducato,
    voglio ricompensarvi con una  cosa  altrettanto  grata;  per  lo  meno
    produrre  tal  miracolo,  da rendervi contento quanto il mio ducato ha
    reso me.

    (Prospero fa vedere FERDINANDO e MIRANDA che giuocano agli scacchi).

    MIRANDA: Mio dolce signore, voi barate.
    FERDINANDO: No, amor mio, non barerei per il mondo intiero.
    MIRANDA: Ma anche se voi doveste arrabattarvi per la  posta  di  venti
    regni, io lo chiamerei giuoco onesto.
    ALONSO:  Se  questa non  che una visione dell'isola,  io avr perduto
    due volte un diletto figliuolo.
    SEBASTIANO: E' un miracolo straordinario!
    FERDINANDO: Quantunque le onde sian gravi di minaccia,  esse sono  poi
    pietose. Io le ho maledette senza ragione.
    (S'inginocchia).
    ALONSO: Ti circondino tutte le benedizioni di un padre felice.  Alzati
    e dimmi come sei giunto qua.
    MIRANDA: O meraviglia! Quante perfette creature son qui!  Come  bello
    il  genere  umano!   O  magnifico  nuovo  mondo  che  contiene  simili
    abitatori!
    PROSPERO: E' nuovo per te.
    ALONSO: Chi   questa  fanciulla  con  la  quale  giocavi?  La  vostra
    conoscenza non pu essere pi vecchia di tre ore.  E' forse la dea che
    ci ha prima separati, e poi cos riuniti?
    FERDINANDO: Signore, essa  mortale,  ma per la immortale Provvidenza,
     mia.  L'ho scelta quando ero nell'impossibilit di chieder consiglio
    a mio padre e non credevo pi di averne uno.  E' la figlia  di  questo
    famoso  duca di Milano,  di cui tante volte avevo sentito parlare,  ma
    che non avevo mai visto prima: da lui ho ricevuto una seconda vita,  e
    questa donzella me lo rende un secondo padre.
    ALONSO:  E un secondo padre sono io per lei.  Ma come suoner strano a
    udirsi che io debba chiedere perdono a questa mia figlia.
    PROSPERO: Ora basta di ci,  signore.  Non carichiamo i nostri ricordi
    di una gravezza che non c' pi.
    GONZALO:  Se  non  avessi  pianto  dentro  di  me avrei parlato prima.
    Rivolgete quaggi i vostri sguardi,  o di,  e fate piovere su  questa
    coppia una beata corona, poich siete voi che avete segnata la via che
    ci ha qui condotti.
    ALONSO: Io dico amen, Gonzalo.
    GONZALO:  Il duca di Milano fu dunque cacciato da Milano perch i suoi
    discendenti diventassero re di Napoli? Oh,  esultate oltre i limiti di
    una  ordinaria  gioia  e  incidete  questo  fatto con lettere d'oro su
    imperiture colonne.  In un sol viaggio Claribella trov  a  Tunisi  un
    marito,  Ferdinando,  di lei fratello,  una sposa,  l dove egli s'era
    perduto;  Prospero,  in una povera isola,  il suo ducato,  e noi tutti
    abbiam ritrovati noi stessi, quando nessuno era pi se stesso.
    ALONSO (a Ferdinando e a Miranda): Datemi le vostre mani. La tristezza
    e  il  dolore  circondino  sempre  il cuore di colui che non vi augura
    gioia.
    GONZALO: Cos sia. Amen.
    (Rientra ARIELE seguito dal Capitano e dal Nostromo tutti smarriti).
    Oh, guardate, guardate! Ecco altri dei nostri. L'avevo predetto io che
    se c'erano forche sulla terra,  questo galantuomo non poteva annegare.
    E  ora,  o  Bestemmia  che  gittavi  in  mare  la misericordia a furia
    d'imprecazioni,  non hai punti moccoli sulla  spiaggia?  Non  hai  pi
    lingua a terra? Che ci racconti?
    NOSTROMO:  Il  meglio  che  ho  da  raccontare  che abbiam trovato il
    nostro re e il suo seguito sani e salvi; poi, che la nostra nave,  che
    appena tre ore fa noi davamo per isfasciata, non ha la menoma fessura,
      pronta  e  magnificamente  allestita  come quando la prima volta la
    mettemmo al largo.
    ARIELE (a parte a Prospero): Padrone,  tutte queste operazioni  le  ho
    fatte da che ti ho lasciato.
    PROSPERO (a parte ad Ariele): Mio ingegnoso spirito!
    ALONSO:  Questi  non  sono  avvenimenti  naturali.  La  loro stranezza
    rinforza. E ora, ditemi: come siete arrivati qua?
    NOSTROMO: Se fossi sicuro di essere ben sveglio cercherei di  dirvelo.
    Eravamo morti dal sonno e,  non sappiamo come, tutti ammassati sotto i
    boccaporti. Quivi, ora  appena un momento,  fummo svegliati da strani
    e svariati rumori di ruggiti,  di grida, di urli, di fragorose catene,
    e da altri diversi suoni,  orribili tutti.  Immediatamente ci trovammo
    in libert. Vedemmo allora la nostra buona e forte nave reale tutta in
    ordine  e  come nuova,  e il nostro capitano che nel guardarla saltava
    dalla gioia. In un istante, vogliate pur credermi, fummo,  come ancora
    in un sogno, divisi dagli altri e condotti qua tutti smarriti.
    ARIELE (a parte a Prospero): E' stato ben eseguito?
    PROSPERO (a parte ad Ariele): Benissimo,  mio diligente spirito. Sarai
    libero.
    ALONSO: Questo  il pi strano labirinto per il quale  gli  uomini  si
    siano  mai aggirati.  V' in tutti questi avvenimenti assai pi di ci
    che procede dalla natura.  Qualche  oracolo  solo  pu  illuminare  la
    nostra mente.
    PROSPERO:  Mio  sovrano,  non  tormentate il vostro cervello meditando
    sulla stranezza di questi eventi. Appena potremo cogliere un'occasione
    opportuna,  e sar fra breve,  dar a voi soltanto la  spiegazione  di
    tutto  ci  che  accaduto,  e tutto allora vi parr naturale.  Fino a
    quel momento state di buon animo e non pensate male di nulla. (A parte
    ad Ariele) Vieni qua,  spirito.  Metti in libert Calibano  e  i  suoi
    compagni,  rompi l'incantesimo. (Esce Ariele) Come sta il mio grazioso
    signore?  Mancano della vostra compagnia  pochi  giovinotti  di  minor
    conto, dei quali non vi ricordate.
    (Rientra  ARIELE,  spingendo  innanzi  CALIBANO,  STEFANO  e TRINCULO,
    vestiti dei loro abiti rubati).
    STEFANO: Ognuno si adoperi per tutti gli altri  e  nessuno  si  prenda
    cura di s solamente: poich tutto  fortuna.  Coraggio, bravo mostro,
    coraggio!
    TRINCULO: Se queste che porto in viso sono  spie  veritiere,  ecco  un
    bellissimo spettacolo.
    CALIBANO:  O  Setebo,  questi  sono davvero splendidi spiriti!  Come 
    bello il mio padrone! Ho paura che voglia castigarmi
    SEBASTIANO: Ah, ah! Che esseri sono questi, nobile Antonio? Si possono
    acquistar per denaro?
    ANTONIO: Molto probabilmente. Uno di essi  semplicemente un pesce,  e
    senza dubbio pu trovare un compratore.
    PROSPERO:  Osservate,  miei signori,  i distintivi di codesti uomini e
    dite se essi son genuini.  Questo deforme furfante aveva per madre una
    strega, cos potente che era in grado di comandare alla luna, produrre
    il flusso e riflusso,  esercitare,  invece di lei, la stessa autorit,
    oltrepassandone anche i limiti.  Questi tre mi han derubato,  e questo
    mezzo  demonio,  poich  un bastardo,  aveva complottato con loro per
    togliermi la  vita.  Due  di  codesti  furfanti  dovete  conoscerli  e
    dichiararli  vostri,  questa creatura delle tenebre,  la riconosco per
    mia.
    CALIBANO: Sar punzecchiato a morte.
    ALONSO: Non  costui Stefano, quell'ubriacone del mio dispensiere?
    SEBASTIANO: E' ubriaco anche ora. Dove s' procurato il vino?
    ALONSO: E Trinculo  talmente cotto che non si regge  in  piedi.  Dove
    poterono trovare il gran liquore che li ha indorati cos?  Come ti sei
    inzuppato di codesta salamoia?
    TRINCULO: Sono cos inzuppato di salamoia fin dall'ultima volta che vi
    vidi e a tal punto, che credo essa non se ne andr pi dalle ossa. Non
    avr cos da temere i cacchioni delle mosche.
    SEBASTIANO: Ebbene, Stefano, come va?
    STEFANO: Oh,  non mi toccate!  Io non sono Stefano,  ma son  tutto  un
    crampo.
    PROSPERO: E volevate esser re di quest'isola, galantuomo?
    STEFANO: Sarei stato allora un re doloroso.
    ALONSO  (indicando  Calibano):  Questo    il pi strano essere che io
    abbia mai visto.
    PROSPERO: E' cos difforme d'animo come d'aspetto. Andate, galantuomo,
    nella mia grotta  e  conducete  con  voi  i  vostri  compagni.  Poich
    v'attendete  d'avere  il  mio  perdono,  mettetela convenientemente in
    ordine.
    CALIBANO: S, assai volentieri, e sar saggio d'ora innanzi e cercher
    di guadagnarmi la benevolenza.  Davvero che sono stato  un  asino  tre
    volte doppio a prendere quest'ubriacone per un dio e ad adorare questo
    sciocco idiota!
    PROSPERO: Ors, andate!
    ALONSO: Via, e riponete codesta roba l'avete trovata.
    SEBASTIANO: O, meglio dove l'avete rubata.
    (Escono Calibano, Stefano e Trinculo).
    PROSPERO:  Sire,  invito  Vostra  Maest e il vostro seguito nella mia
    povera grotta,  dove riposerete soltanto per questa notte,  una  parte
    della  quale  io  consumer nel raccontar tali eventi,  che la faranno
    trascorrere, ne sono sicuro, assai presto: la storia, cio,  della mia
    vita  e  i  particolari  casi  occorsi  dal  giorno  in cui arrivai in
    quest'isola.  All'alba vi condurr alla vostra nave e quindi a Napoli,
    dove spero di veder celebrare le nozze di questi nostri diletti. Di l
    mi ritrarr alla mia Milano,  dove,  su tre pensieri,  uno sar per la
    mia tomba.
    ALONSO: Mi struggo di udir la  storia  della  vostra  vita,  che  deve
    straordinariamente affascinar l'orecchio.
    PROSPERO:  Ve  la  racconter tutta;  e vi prometto mare calmo,  venti
    favorevoli e un viaggio cos rapido da raggiungere  la  vostra  flotta
    reale,  per  quanto  lontana.  (A  parte) Mio Ariele,  pulcinetto mio,
    questo  compito tuo.  Poi sei libero  nell'aria,  e  addio!  Vogliate
    avvicinarvi.     (Escono)


    EPILOGO.
    (detto da PROSPERO).

    Ora  i  miei  incanti son tutti spezzati,  e quella forza che ho  mia
    soltanto e assai debole.  Ora senza dubbio  potete  confinarmi  qua  o
    farmi andare a Napoli.  Non vogliate, giacch ho riavuto il mio ducato
    e perdonato al traditore,  che io resti  ad  abitare,  in  grazia  del
    vostro magico potere,  questa isola; ma liberatemi da ogni inceppo con
    l'aiuto delle vostre valide mani. Un gentil vostro soffio deve gonfiar
    le mie vele,  altrimenti fallisce il  mio  scopo  che  era  quello  di
    divertire.  Ora  non  ho  spiriti  a  cui  comandare,  n  arte da far
    incantesimi,  e la mia fine sar disperata a meno che non sia soccorso
    da  una  preghiera che sia cos commovente da vincere la stessa divina
    misericordia e liberare da ogni peccato.  E come  voi  vorreste  esser
    perdonati  di  ogni  colpa,  fate  che  io sia affrancato dalla vostra
    indulgenza.












    PERICLE, PRINCIPE DI TIRO.


    PERSONAGGI.

    ANTIOCO, re d'Antiochia.
    PERICLE, principe di Tiro.
    ELICANO, ESCANE: due gentiluomini di Tiro.
    SIMONIDE, re di Pentapoli.
    CLEONE, governatore di Tarso.
    LISIMACO, governatore di Mitilene.
    CERIMONE, signore di Efeso.
    TALIARDO, gentiluomo d'Antiochia.
    FILEMONE, servo di Cerimone.
    LEONINO, servo di Dionisa.
    Un Maresciallo.
    Un Ruffiano.
    BOULT, suo servo.
    La Figlia d'Antioco.
    DIONISA, moglie dl Cleone.
    TAISA, figlia di Simonide.
    MARINA, figlia di Pericle e Taisa.
    LICORIDA, nutrice di Marina.
    Signori, Dame, Cavalieri, Gentiluomini, Marinai,  Pirati,  Pescatori e
    Messi.
    DIANA.
    GOWER in funzione di coro.

    La scena si svolge in vari paesi.















    ATTO PRIMO.
    Dinanzi al Palazzo d'Antiochia.

    (Entra Gower).
    GOWER: Per cantarvi un antico cantare, dalle ceneri il vecchio Gower 
    venuto assumendosi le umane infermit per dilettare il vostro orecchio
    e  piacere  ai  vostri  occhi.  In feste,  in veglie e in sagre questa
    storia  stata cantata;  dame e cavalieri  che  ora  pi  non  sono  a
    leggerla  si ricrearono: il guadagno  far uomini avidi di gloria,  et
    "bonum quo antiquius eo melius". Se a voi, nati in questi tardi tempi,
    con pi maturo senno,  sono accette le mie rime e se udire un  vecchio
    cantastorie  incontra  i  vostri  gusti,  vorrei  ancora  aver  vita e
    consumarne il lucignolo per voi  fino  all'ultimo.  Questa  Antiochia,
    dunque, Antioco il Grande questa citt costru per sua principal sede,
    la  pi  bella  in tutta la Siria;  ci che i miei autori dicono io vi
    riporto.  Questo re si tolse  una  compagna  che  mor  e  gli  lasci
    un'erede femmina cos piacente, vivace e di bel viso, come se tutte le
    sue  grazie il cielo le avesse prestato.  Di lei il padre s'innamor e
    all'incesto la provoc.  Mala creatura e peggior padre!  Corrompere al
    male  il  suo  proprio  nessuno  dovrebbe.  Ma  il  maluso,  una volta
    cominciato fra loro, alla lunga non parve pi peccaminoso. La bellezza
    di questa dama incestuosa attir l  molti  principi  a  cercarla  per
    compagna, nel letto, dei piaceri del matrimonio Per impedire questo il
    re  fece  una legge per conservar la figlia tranquillamente e tenere i
    pretendenti in rispetto,  che chiunque la chiedesse in moglie,  se non
    spiegasse  un suo enigma,  perderebbe la vita: cos molti morirono per
    lei,  come laggi lo provano quelle macabre teste.  Quel che ora segue
    lo offro ai vostri occhi, della questione i giudici migliori.
    (Esce).


    SCENA PRIMA - Antiochia. Una sala nel Palazzo.

    (Entrano ANTIOCO, PERICLE e i loro Seguiti).
    ANTIOCO:  Giovane  principe  di  Tiro,  siete  pienamente  edotto  sui
    pericoli dell'impresa che assumete.
    PERICLE: S,  Antioco;  e,  con animo esaltato dal miraggio  di  tanta
    gloria, la morte non la considero pi un rischio.
    ANTIOCO:   Conducete   qui   nostra  figlia,   ornata  in  modo  degno
    dell'amplesso di Giove. Al suo concepimento, sotto il segno di Lucina,
    la natura la dot per render lieto il suo aspetto e tutti i pianeti si
    riunirono a consesso per contessere in lei le pi alte perfezioni.
    (Musica. Entra la Figlia di Antioco).
    PERICLE: Guardatela, ora che viene adorna come primavera. Le Grazie le
    s'inchinano e i suoi pensieri  regnano  su  ogni  virt  che  d  fama
    all'uomo! Il suo volto  un libro di splendori dove non si leggono che
    piaceri  squisiti,  come  se  da  esso  il dolore fosse cancellato per
    sempre e la livida ira  non  potesse  mai  accompagnarsi  con  la  sua
    soavit.  Voi, di, che mi faceste uomo e comandate all'amore, voi che
    avete infiammato nel mio petto il desiderio di gustare  il  frutto  di
    questo  albero celestiale o di morir nell'avventura,  siatemi ausilio,
    come io son figlio e servo del vostro volere,  per abbracciare  questa
    sconfinata felicit!
    ANTIOCO: Principe Pericle...
    PERICLE: ...che vuole divenir figlio del grande Antioco.
    ANTIOCO:  Dinanzi  a te sta questa bella Esperide dal frutto dorato ma
    pericoloso a toccare,  perch draghi mortiferi qui t'incutono terrore.
    Il  suo  volto  simile  a  cielo ti sforza a contemplare la sua gloria
    infinita che il valore deve conquistare,  e poich senza valore il tuo
    sguardo  ha  avuto  la  presunzione di mirarla,  dovrai morire anima e
    corpo. Quei principi lass,  un tempo celebri come te,  attratti dalla
    fama  e  resi  audaci  dal  desiderio,  ti  dicono  con  mute lingue e
    squallidi visi che,  senz'altro tetto se non le  remote  stelle,  essi
    sono  martiri trucidati nelle guerre di Cupido;  e con morte guance ti
    consigliano di desistere dal  gettarti  nella  rete  della  morte  cui
    nessuno resiste.
    PERICLE:  Antioco,  ti  ringrazio  di  aver insegnato alla mia fragile
    mortalit a conoscere se stessa e,  con quegli oggetti spaventosi,  di
    aver preparato questo corpo, simile ad essi, a quel che mi attende; il
    momento  della  morte  sta  l come uno specchio a dirci che la vita 
    solo un soffio e fidarsene  un errore.  Far  dunque  testamento:  il
    malato che ha esperimentato il mondo, guarda al cielo e, sentendosi in
    angoscia,  pi non s'aggrappa come in passato alle gioie terrene. Cos
    io lego una pace felice a voi e a tutti i buoni,  come  ogni  principe
    dovrebbe;  le  mie  ricchezze  alla  terra  da  cui provengono,  (alla
    Principessa) ma  il  mio  intatto  fuoco  d'amore  a  voi  lo  lascio.
    Preparato  cos  al  cammino di vita o di morte,  attendo il colpo pi
    duro.
    ANTIOCO: Poich sdegni il consiglio, leggi dunque l'enigma che, se non
    risolto, ti condurr a morte,  secondo il decreto,  come questi che ti
    precedettero.
    FIGLIA:  Di tutti quelli che finora hanno provato,  possa tu riuscire!
    Di tutti quelli che finora hanno provato, auguro a te il successo.
    PERICLE: Come  ardito  campione  io  scendo  in  lizza  e  non  chiedo
    consiglio  ad  altra  ispirazione  fuorch  alla lealt e al coraggio.
    (Legge l'enigma).
    "Non sono vipera eppur mi pasco
    della carne della madre ond'io nasco.
    Cercai un marito e la maritale
    sua tenerezza trovai in un padre.
    Lui  padre, figlio e sposo amante;
    io madre, sposa e figlia nonostante.
    Come ci possa essere in due persone,
    se tu vuoi vivere, di la ragione".
    (A parte) Ben duro rimedio  questo, ma oh, voi, potenze celesti!  che
    date  al  cielo innumerevoli occhi per vedere le azioni umane,  perch
    quegli occhi non si annuvolano in perpetuo,  se  vero questo  che,  a
    leggerlo,  mi  fa impallidire?  Bello specchio di luce,  io vi amavo e
    ancora vi amerei,  se questo splendido stipo non fosse pieno di  male;
    ma  devo  dirvi che ora il mio pensiero si ribella,  perch non  uomo
    ornato di perfezione  chi,  conoscendo  l'interno  peccaminoso,  vuole
    spingere  la  porta.  Voi  siete un bel liuto e i vostri sensi sono le
    corde  che,   toccate  affinch  rendano  la  loro  legittima  musica,
    trarrebbero  gi  il  cielo e tutti gli di per ascoltare;  ma suonate
    prima del vostro tempo,  soltanto l'inferno balla  a  cos  repellente
    musica In verit, non mi curo di voi.
    ANTIOCO:  Principe  Pericle,  per la tua vita,  non la toccare.  Anche
    questo  un articolo della nostra legge,  e non meno pericoloso  degli
    altri.  Il  tuo  termine   spirato: o spieghi subito o subisci la tua
    sentenza.
    PERICLE: Gran re,  pochi amano udire i peccati che  amano  commettere;
    parlare  sarebbe  rimproverarvi  con una intimit che per me  troppa.
    Chi ha un registro di  tutte  le  azioni  dei  re,    pi  al  sicuro
    tenendolo  chiuso  che  aperto,  perch  il  male  propalato  come il
    vagabondo vento che soffiando in libert  gitta  polvere  negli  occhi
    altrui.  Eppure  il  giuoco  non vale la posta: la ventata passa e gli
    occhi offesi vedono abbastanza chiaro da  evitare  il  soffio  che  li
    ferirebbe. La cieca talpa innalza aguzzi monticelli verso il cielo per
    dire  che  la  terra   calpesta sotto l'oppressione dell'uomo;  e per
    questo il misero animale muore.  I re sono gli di  della  terra;  nel
    male,  la loro volont  la loro legge;  e se Giove si disvia, chi osa
    dire che Giove commette il male?  Che voi sappiate,   gi abbastanza:
    conviene soffocare ci che pi  divulgato pi s'aggrava.  Tutti amano
    il grembo da cui ebbero la  vita:  concedete  dunque  anche  alla  mia
    lingua di amare la mia testa.
    ANTIOCO (a parte): Cielo!  Averla,  la sua testa! Ha trovato il senso.
    Ma gli parler dolce.  Giovane principe di  Tiro,  sebbene  a  stretto
    rigore  del  nostro  editto  noi  potremmo  sopprimere i vostri giorni
    perch la vostra soluzione  errata,  tuttavia la  speranza,  nata  da
    cos  bell'albero  quale  voi  siete,   ci  dispone  diversamente:  vi
    accordiamo quaranta giorni di tempo.  Se al termine di questo  periodo
    il  nostro  segreto  sar  svelato,  questo  nostro  atto  di clemenza
    dimostra quanto saremo lieti di avervi  per  figlio.  Fino  allora  il
    vostro  trattamento sar quale si conviene al nostro onore e al vostro
    valore.

    (Escono tutti, meno Pericle).
    PERICLE: Come la cortesia si studia di coprire  la  colpa,  quando  la
    colpa    simile  a  un  ipocrita che di buono non ha che l'apparenza!
    Fosse vero che io ho interpretato falso! allora s,  sarebbe certo che
    voi  non  avete oltraggiato la vostra anima col turpe incesto.  Ma voi
    ora siete a un tempo padre e figlio,  per il vostro snaturato amplesso
    con la vostra creatura, piacere che si conviene a marito, non a padre,
    ed  ella  si  ciba  delle  carni  di sua madre,  contaminando il letto
    materno; e ambedue sono simili alle serpi, che, sebbene si pascano dei
    pi dolci fiori,  producono  veleno.  Antiochia,  addio!  La  saggezza
    insegna  che  chi  non arrossisce di azioni pi nere della notte,  non
    eviter alcun mezzo per sottrarle alla luce.  Un delitto,  lo  so,  ne
    provoca  un altro;  l'assassinio  vicino alla lussuria come la fiamma
    al fumo.  Veleno e tradimento son le mani della  colpa,  anzi  i  suoi
    scudi  per difendersi dalla vergogna.  Affinch dunque la mia vita non
    sia falciata per mantenere voi fuori di sospetto, schiver con la fuga
    il pericolo che temo.

    (Esce. Rientra ANTIOCO).

    ANTIOCO: Egli ha trovato la soluzione,  e  per  questo  intendiamo  di
    avere la sua testa.  Non deve vivere per proclamare la mia infamia, n
    deve dire al mondo che Antioco pecca in cos abominevole modo.  Questo
    principe  deve  dunque  immediatamente morire,  perch la sua caduta 
    necessaria per mantener alto il mio onore. Chi  l?

    (Entra TALIARDO).

    TALIARDO: Vostra Altezza chiama?
    ANTIOCO: Taliardo,  voi siete nostro gentiluomo,  e il nostro  spirito
    affida  le  sue azioni segrete alla vostra discrezione;  per la vostra
    fedelt noi v'innalzeremo. Taliardo,  guarda: ecco veleno ed ecco oro.
    Noi  odiamo il principe di Tiro e tu devi ucciderlo.  Non ti si addice
    chiedere il motivo poich noi ordiniamo. Di':  cosa fatta?
    TALIARDO: Fatta, signore.
    ANTIOCO: Basta.
    (Entra un Messo).
    Fatti vento con la stessa ansima della tua corsa.
    MESSO: Mio signore, il principe Pericle  fuggito.
    (Esce).
    ANTIOCO: Se ti  cara  la  vita,  volagli  appresso;  e  come  freccia
    lanciata  da esperto arciere colpisce il segno cui l'occhio ha mirato,
    cos tu non tornare se non per dirmi: "Il principe Pericle  morto".
    TALIARDO: Signore, sol ch'io possa averlo a tiro della mia pistola, la
    sua fine  sicura. Ed ora salute a Vostra Altezza.
    (Esce Taliardo).
    ANTIOCO: Addio,  Taliardo!  Fino a che Pericle non sia morto,  il  mio
    cuore non pu dar soccorso alla mia testa.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Tiro. Una stanza del Palazzo.

    (Entra PERICLE).
    PERICLE  (a  quelli  che  restano fuori): Nessuno ci disturbi.  Perch
    questi pensieri  mutati  e  perch,  triste  compagna,  la  melanconia
    dall'occhio  plumbeo dev'essere mia ospite cos assidua che non un'ora
    sola mi d pace, lungo il glorioso cammino del giorno,  o nella quieta
    notte  ch' la tomba in cui il dolore dovrebbe dormire?  Qui i piaceri
    corteggiano i miei occhi, e i miei occhi li sfuggono;  il pericolo che
    temevo    ad  Antiochia  e  il  suo  braccio  sembra troppo corto per
    colpirmi qui. Eppure, n le arti del piacere possono rallegrare i miei
    spiriti, n la distanza del pericolo pu confortarmi.  E' ben vero: le
    passioni   dell'animo   che   hanno   il   loro   primo   concepimento
    nell'esagerato   timore   del   male,    trovano   alimento   e   vita
    nell'inquietudine;  e  ci  che in principio era paura di un male solo
    possibile, diviene, alla lunga, preoccupazione di stornarlo. Cos  di
    me: contro il grande Antioco io sono troppo  piccolo  per  lottare;  
    cos grande che pu tradurre in atto ogni suo volere, e credere che io
    parli  anche  se  giuro di tacere;  n mi giova dire che lo onoro,  se
    sospetta che posso disonorarlo;  egli arrester il propalarsi  di  ci
    che,  conosciuto,  lo  farebbe  arrossire.  Coprir  il paese di forze
    ostili, e con lo spiegamento guerresco apparir cos formidabile,  che
    lo stupore toglier il coraggio alla nazione,  i nostri uomini saranno
    vinti prima ancora di far resistenza e saranno puniti  i  sudditi  che
    neppur  pensarono di offendere.  E' l'ansia per loro e non la piet di
    me stesso (che sono soltanto la cima dell'albero,  protezione e difesa
    delle  radici  da  cui  vigoreggia)  a  consumarmi  il corpo e a farmi
    languir l'anima, punendo cos colui che Antioco vorrebbe punire.

    (Entrano ELICANO ed altri Gentiluomini).

    PRIMO GENTILUOMO: Gioia nel vostro sacro petto!
    SECONDO GENTILUOMO:  E  fino  a  che  tornerete  tra  noi,  conservate
    tranquillo e lieto il vostro spirito!
    ELICANO: Silenzio,  silenzio! e lasciate parlare l'esperienza. Inganna
    il re chi l'adula,  perch l'adulazione  il mantice  che  attizza  il
    male;  ci  che  viene adulato  solo una scintilla cui quel soffio d
    calore e incandescenza;  mentre la riprensione reverente e misurata si
    addice ai re,  che sono uomini e possono errare. Quando messer Lusinga
    proclama qui la pace, vi adula e fa guerra alla vostra vita. Principe,
    perdonatemi, o colpitemi se volete: io non posso scendere molto pi in
    basso che in ginocchio.
    PERICLE:  Che  tutti  gli  altri  ci  lascino;   ma  abbiate  cura  di
    sorvegliare  le  partenze e i carichi del nostro porto e poi tornate a
    noi. (Escono i Gentiluomini) Elicano, tu ci hai commosso. Che vedi nel
    nostro volto?
    ELICANO: Una fronte adirata, o temuto signore.
    PERICLE: Se  c'  un  tal  baleno  nel  corrucciato  sopracciglio  del
    principe, come osa la tua lingua farci salir la collera al viso?
    ELICANO: Come osano le piante guardare il cielo che le nutre?
    PERICLE: Tu sai che io ho potere di toglierti la vita.
    ELICANO  (inginocchiandosi): Ho affilato io stesso la scure: non avete
    che da dare il colpo.
    PERICLE: Alzati, ti prego, alzati; siedi. Tu non sei un adulatore;  te
    ne ringrazio.  Vieti il cielo che dei re permettano alle loro orecchie
    di sentir velare le proprie colpe!  Degno consigliere e servitore d'un
    principe,  tu,  la  cui  saggezza  rende  il  principe tuo servo,  che
    vorresti ch'io facessi?
    ELICANO: Sopportare con pazienza le pene che voi stesso v'infliggete.
    PERICLE: Tu parli come un medico,  Elicano,  e somministri  a  me  una
    pozione  che tremeresti tu stesso di bere.  Ascolta,  dunque: andai ad
    Antiochia dove,  come tu  sai,  in  cospetto  della  morte  cercai  di
    conquistare  una  gloriosa  belt,  da  cui  potessi  procreare quella
    discendenza che  l'ausilio dei principi e reca gioia ai sudditi. Agli
    occhi miei,  il suo volto super ogni meraviglia;  il resto,  ti detto
    all'orecchio, nero come l'incesto. E poich la mia perspicacia lo ebbe
    indovinato,  il criminale padre parve non gi colpire ma blandire.  Tu
    sai per che il momento di temere  proprio quando i tiranni  sembrano
    far carezze.  E tanto in me questo timore crebbe, che fuggii di laggi
    sotto il manto d'un'amica notte che parve la  mia  buona  protettrice.
    Tornato  qui,  riflettei  a  ci  che  era accaduto e a ci che poteva
    seguire. Lo sapevo tirannico e le paure dei tiranni non scemano,  anzi
    crescono  pi  rapide  degli anni.  E se egli sospetta,  come sospetta
    certo, ch'io riveli pur solo all'aria intenta di quanti degni principi
     stato sparso il sangue per mantener il  segreto  del  suo  tenebroso
    letto,  coprir  questo  paese  di  armati col pretesto ch'io lo abbia
    oltraggiato. Allora tutti, per la mia offesa (e tale ho da chiamarla),
    dovranno subire i colpi della guerra che non risparmia l'innocenza.  E
    questo  mio  amore  per  tutti,  dei  quali  uno  sei tu che ora me ne
    rimproveri...
    ELICANO: Ahim, signore!
    PERICLE: ...ha allontanato il sonno dai miei occhi e il  sangue  dalle
    mie guance, ha adunato nel mio spirito pensieri e mille dubbi sul come
    io possa arrestar la tempesta prima che scoppi,  e trovando ben scarso
    conforto per alleviarli,  ho  creduto  che  soffrirne  sia  carit  di
    principe.
    ELICANO:  Ebbene,  mio  signore,  poich  mi  avete  dato  permesso di
    parlare, parler liberamente. Voi temete Antioco,  ed a ragione credo,
    voi  temete  il tiranno che con aperta guerra o con segreto tradimento
    vuol togliervi la vita. Perci, mio signore, partite, viaggiate per un
    certo tempo,  finch rabbia e ira  siano  da  lui  dimenticate,  o  il
    Destino  abbia  reciso il filo della sua vita.  Affidate a qualcuno il
    vostro governo; se a me, il giorno non serve la luce pi fedelmente di
    quanto vi servir io.
    PERICLE: Non dubito della tua fede;  ma se in mia assenza egli attenta
    ai miei diritti sovrani?
    ELICANO:  Mescoleremo  insieme  il  nostro  sangue  nella terra da cui
    ricevemmo l'esistenza e la nascita.
    PERICLE: Aspetto dunque che tu mi dica quando potr tornare a  Tiro  e
    intanto  faccio rotta per Tarso,  dove avr tue notizie,  e secondo le
    tue lettere disporr i miei progetti.  La sollecitudine che ebbi ed ho
    del  bene  dei  miei  sudditi  impongo  a te,  la cui saggezza  forte
    abbastanza per assumerla. Per garanzia mi basta la tua parola;  non ti
    chiedo  giuramento:  chi  non  rifugge  dal  mancare  all'una  violer
    certamente ambedue.  Viviamo,  ognuno nella sua sfera,  cos leali  ed
    integri, che il tempo non possa mai smentire di noi due questa verit,
    che in te risplende il buon suddito e in me il vero principe.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La stessa. Un'anticamera del Palazzo.

    (Entra TALIARDO).
    TALIARDO: Questa,  dunque,  Tiro e questa la corte. Qui devo uccidere
    il re Pericle,  altrimenti sar di  certo  impiccato  al  ritorno.  E'
    pericoloso.  Ebbene:  mi  accorgo  che  era  persona  savia e di molta
    discrezione quel tale che, invitato a chiedere al re quel che volesse,
    domand che non gli fosse fatto  conoscere  nessuno  dei  segreti  del
    sovrano.  Adesso capisco che aveva le sue buone ragioni,  perch se un
    re chiede a un uomo d'essere  un  manigoldo,  l'uomo    obbligato  ad
    esserlo per la reciprocit del giuramento.  Zitto!  ecco che vengono i
    signori di Tiro.

    (Entrano ELICANO, ESCANE ed altri Gentiluomini).

    ELICANO: Non c' altro da chiedermi,  miei colleghi signori  di  Tiro,
    sulla  partenza  del  vostro  re:  l'atto di reggenza munito dei reali
    sigilli da lui rimesso nelle mie mani,  dice chiaramente  che  egli  
    partito per viaggiare.
    TALIARDO (a parte): Come! il re partito!
    ELICANO: Se per volete esser soddisfatti del perch egli sia partito,
    dir  cos,  senza  il  commiato  del vostro affetto,  vi dar qualche
    chiarimento. Quando era ad Antiochia...
    TALIARDO (a parte): Che c' su Antiochia?
    ELICANO: Il re Antioco,  non so per qual cagione,  ebbe a  dolersi  di
    lui,  o  cos  almeno  Pericle  credette,  e temendo d'esser caduto in
    errore o in colpa,  per mostrare il suo rammarico ha voluto da s fare
    ammenda;  perci  si    sottoposto ai disagi del marinaio che ad ogni
    istante  in forse della vita o sotto la minaccia della morte.
    TALIARDO (a parte): Bene,  mi  accorgo  che  ora  non  sar  impiccato
    neanche  se  lo  volessi.  Ma,  poich  se  n' andato,  giunger caro
    all'orecchio del re che Pericle sia fuggito dalla terra per morire  in
    mare. Mi presenter. (Forte) Pace ai signori di Tiro!
    ELICANO: Il signor Taliardo inviato da Antioco  il benvenuto.
    TALIARDO: E' da parte sua ch'io vengo con un messaggio per il principe
    Pericle; ma poich fin dal mio sbarco ho appreso che il vostro signore
    s'  avventurato  in  viaggi ignoti,  il mio messaggio deve tornare l
    donde  partito.
    ELICANO: Non abbiamo motivo per desiderare  di  conoscerlo,  poich  
    destinato  al  nostro  signore  e  non  a  noi.  Ma prima della vostra
    partenza, desideriamo, come amici di Antioco, di festeggiarvi in Tiro.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Tarso. Una stanza nella casa del Governatore.

    (Entrano CLEONE, DIONISA, con Seguito).
    CLEONE: Mia Dionisa,  vogliamo riposarci qui e veder  se  il  racconto
    delle pene altrui c'insegni a sopportar le nostre?
    DIONISA:  Sarebbe  come soffiar sul fuoco nella speranza di spegnerlo;
    chi scava una  collina  perch  troppo  alta,  abbatte  un'altura  per
    formarne una pi elevata. Oh, mio affranto signore! tali sono i nostri
    dolori,  che  qui  li  sentiamo  e  vediamo  solo  con l'aspetto della
    sventura; ma, simili agli alberi, potati crescerebbero.
    CLEONE: Oh Dionisa,  chi  che,  avendo bisogno di cibo  non  dir  di
    volerne? O chi pu dissimulare la sua fame fino a morirne? Facciano le
    nostre  dolenti  lingue  risuonare  profondamente  le  nostre sciagure
    nell'aria;  piangano i nostri occhi finch i polmoni  abbiano  ripreso
    fiato  per  proclamarle  ancora pi altamente;  affinch il cielo,  se
    dorme  mentre  le  sue  creature  soffrono,   possa  destare  la   sua
    misericordia che ad esse rechi sollievo. Parler dunque delle sventure
    che  soffriamo  da  pi  anni,  e  se  parlando la lena mi verr meno,
    aiutami tu con le lacrime.
    DIONISA: Far del mio meglio, signore.
    CLEONE: Questa citt di Tarso ch'io  governo  e  su  cui  l'abbondanza
    teneva  la  mano  colma,  sicch  le ricchezze si spargevano fin nelle
    strade,  aveva torri cos  alte  che  baciavano  le  nubi  e  che  gli
    stranieri  non contemplavano mai senza meraviglia;  i suoi uomini e le
    sue dame si pavoneggiavano  negli  ornamenti,  quasi  l'uno  all'altro
    specchio  per  acconciarsi;  le  loro  mense  erano  tanto  fornite da
    rallegrare la vista,  e pi per il piacere che  per  l'alimento.  Ogni
    povert  era  spregiata,  e  l'orgoglio cos grande che divenne odioso
    pronunziar la parola aiuto.
    DIONISA: Oh!  fin troppo vero.
    CLEONE: Ma vedi che pu fare il cielo! Per questo nostro mutamento, le
    stesse bocche cui, or  alcun tempo, la terra,  il mare e l'aria erano
    troppo  poco  per appagarle e compiacerle,  sebbene dessero in copia i
    loro doni,  sono ora morenti per mancanza d'esercizio,  come  le  case
    vanno  in rovina per mancanza d'uso;  gli stessi palati che or son due
    estati appena chiedevano nuove  invenzioni  per  dilettare  il  gusto,
    sarebbero ora felici di un pezzo di pane e lo implorano;  quelle madri
    che per allevare i loro bimbi non  potevano  pensar  nulla  di  troppo
    delicato,  sono  ora pronte a divorare quei piccini che amavano.  Cos
    affilati sono i denti della fame, che moglie e marito traggono a sorte
    chi morr prima  per  prolungar  la  vita  all'altro.  Qui  piange  un
    gentiluomo,  l una dama;  qua molti muoiono,  ma quelli che li vedono
    cadere hanno appena la forza di dar loro sepoltura. Non  forse cos?
    DIONISA:  Le  nostre  guance  e  i  nostri  occhi  incavati  ne  fanno
    testimonianza.
    CLEONE:  Oh,  possano  quelle citt che cos largamente attingono alla
    coppa dell'abbondanza e alle sue prosperit, udir questo pianto tra le
    orge del loro superfluo: la miseria di Tarso potrebbe un giorno  esser
    la loro.

    (Entra un Gentiluomo).

    GENTILUOMO: Dov' il signor governatore?
    CLEONE: Eccomi. Esponi in tutta fretta i dolori che stai arrecando; il
    conforto  troppo lontano perch possiamo aspettarcelo.
    GENTILUOMO:  Abbiamo  avvistato  sulla  vicina  spiaggia  una numerosa
    flotta di navi che vengono verso di noi.
    CLEONE: Me l'aspettavo.  Una sventura non  giunge  mai  senza  portare
    un'erede che ne raccolga la successione;  cos  della nostra. Qualche
    nazione vicina,  approfittandosi della nostra miseria,  ha stipato  di
    armati quelle grosse navi per abbattere noi che siamo gi abbattuti, e
    per vincere me, un infelice ch' s piccola gloria sopraffare.
    GENTILUOMO:  Questo  non    da  temere,  perch  stando alle bandiere
    bianche che hanno spiegato,  essi vengono a noi come aiuti,  non  come
    nemici.
    CLEONE: Voi parlate come uno che ripete senza sapere.  L'apparenza pi
    bella  quella che inganna di pi.  Ma rechino pure le  navi  ci  che
    vogliono e possono: che abbiamo da temere?  Pi gi della fossa non si
    pu andare e noi siamo gi sull'orlo.  Andate a dire al loro  generale
    che  lo  attendiamo  qui,  per saper la cagione del suo arrivo e donde
    viene e ci che vuole.
    GENTILUOMO: Vado, mio signore.
    CLEONE: Benvenuta la pace,  se costui  per la pace;  ma se   per  la
    guerra non potremo resistere.

    (Entra PERICLE col suo Seguito).

    PERICLE:  Signor governatore,  giacch apprendiamo che tale voi siete,
    non vi sembrino le nostre navi e il numero dei nostri uomini  come  un
    faro  acceso  per abbagliarvi.  Fino a Tiro abbiamo udito delle vostre
    miserie e abbiamo veduto  la  desolazione  delle  vostre  strade.  Non
    veniamo  per  aggiunger  nuovo  dolore  alle  vostre  lacrime,  ma per
    alleviarle del loro peso grave.  E queste navi  nostre,  che  potreste
    credere  simili  al  cavallo di Troia imbottito di sanguigni armati in
    attesa  di  distruggere,  sono  cariche  di  grano  per  il  pane  che
    dolorosamente  vi manca e per ridar vita a coloro che la fame ha quasi
    spento.
    TUTTI: Che gli di della Grecia vi proteggano! Per voi pregheremo.
    PERICLE: Alzatevi, vi prego, alzatevi: non cerchiamo omaggi,  ma amore
    e asilo per noi, le navi e gli uomini nostri.
    CLEONE:  Se  vi  fosse  uno  che non accogliesse la vostra richiesta e
    anche solo nel pensiero vi ripagasse d'ingratitudine,  fosse pure  una
    delle nostre spose e uno dei figli o di noi stessi, la maledizione del
    cielo e degli uomini segua alla sua malvagit! Fino a quel momento che
    spero non verr mai,  Vostra Grazia  la benvenuta per la nostra citt
    e per noi.
    PERICLE:  Noi  accettiamo  questo  benvenuto:  rallegriamoci  qui  per
    qualche  tempo,  finch  la  nostra  stella  corrucciata ci conceda un
    sorriso.
    ATTO SECONDO.

    (Entra GOWER).
    GOWER: Avete veduto un potente re condurre all'incesto la figlia, e un
    miglior principe,  e  benigno  signore,  in  atti  e  in  detti  farsi
    venerare.  Siate dunque pazienti, come  umano dovere, finch dei suoi
    mali egli abbia superato il peggio. Vi mostrer coloro che sono adesso
    nella sventura perdere un fuscello e d'un monte fare guadagno.  L'uomo
    di virtuosa conversazione cui do la mia benedizione,  ancora a Tarso,
    dove ognuno prende le sue parole come sacro testo, e dei suoi fatti in
    memoria gli alzano per farlo glorioso una statua.  Ma notizie in tutto
    opposte vi giungono sotto gli occhi: che bisogno ho di parlare?

    PANTOMIMA.

    (Entra da una porta PERICLE che parla con  CLEONE;  sono  accompagnati
    dal  loro  Seguito.  Entra  da  un'altra  porta  un Gentiluomo con una
    lettera per PERICLE;  PERICLE mostra la lettera a CLEONE,  poi d  una
    ricompensa al Messo e lo arma cavaliere.  PERICLE,  CLEONE e gli altri
    escono da parti diverse).

    Il buon Elicano rimasto a Tiro non a mangiare come fuco il miele delle
    fatiche altrui, cerca con zelo di sopprimere il male e far che il bene
    viva;  e in obbedienza del principe,  lo ragguaglia di quanto in  Tiro
    avviene:  che vi arriv Taliardo risoluto al delitto e intenzionato di
    assassinare il principe;  e il meglio era per  lui  che  in  Tarso  il
    soggiorno  non  prolungasse ancora.  Segue il consiglio e il mare egli
    riprende dove  raro per gli uomini trovare agio,  ch gi,  ecco,  il
    vento  comincia  a soffiare;  la folgore in alto e l'abisso ai disotto
    fanno tale tumulto che la nave che dovrebbe tenerlo al sicuro naufraga
    e s'infrange;  e il buon principe che tutto ha  perduto  di  costa  in
    costa dalle onde  sbalzato.  Perisce tutto, uomini e beni, e lui solo
    si salva, finch la fortuna, stanca di mal oprare, sulla riva lo getta
    per dargli conforto ed eccolo che viene.  Ma quello che  ora  sta  per
    accadere - perdonate il vecchio Gower - lo diranno i personaggi.
    (Esce).


    SCENA PRIMA - Pentapoli. Un luogo aperto presso il mare.

    (Entra PERICLE, grondante).
    PERICLE: Desistete,  ora, dall'ira, o crucciati astri del cielo! E voi
    vento,  pioggia e folgore,  ricordate che l'uomo terreno non  che una
    sostanza  che  a  voi deve cedere;  ed io vi obbedisco,  come alla mia
    natura si conviene. Ahim!  il mare mi ha gettato sugli scogli,  mi ha
    trascinato di terra in terra,  non lasciandomi respiro che per pensare
    alla morte imminente.  Basti alla grandezza delle  vostre  potenze  di
    aver  privato  un  principe  di tutti i suoi beni: gettato fuori della
    vostra tomba d'acque,  tutto ci che egli desidera  di morire qui  in
    pace.

    (Entrano tre Pescatori).
    PRIMO PESCATORE: Ehi, tu, giubbone spelato!
    SECONDO PESCATORE: Ol, vieni e porta subito le reti.
    PRIMO PESCATORE: Ma come, brache-a-toppe?
    TERZO PESCATORE: Che c', padrone?
    PRIMO PESCATORE: Ecco come ti di da fare,  adesso! muoviti, o vengo a
    prenderti io con le brutte.
    TERZO PESCATORE: Sulla mia fede,  padrone:  stavo  pensando  a  quella
    povera gente che  andata in malora sotto gli occhi nostri, poco fa.
    PRIMO PESCATORE: Ahim!  poveretti. Mi ha addolorato in fondo al cuore
    udire le pietose invocazioni d'aiuto  che  gridavano  a  noi,  quando,
    purtroppo, potevamo appena scampare noi stessi
    TERZO PESCATORE: E che non ve lo avevo detto io,  padrone, quando vidi
    la focena che saltava e capriolava?  Dicono che  met  carne  e  met
    pesce.  Il  malanno  che  le  colga!  non  le vedo mai una volta senza
    dovermi aspettare d'esser immollato.  Padrone,  vorrei sapere  come  i
    pesci vivono nel mare.
    PRIMO  PESCATORE:  Oh,  guarda!  Come gli uomini sulla terra: i grossi
    mangiano i piccini. Non saprei paragonare i nostri ricchi avari meglio
    che a una balena che giuoca e scherza  spingendosi  innanzi  i  poveri
    pesciolini e alla fine li divora tutti in un boccone. Di simili balene
    ho  sentito parlare anche a terra,  dove non smettono mai di spalancar
    la bocca,  finch non hanno ingoiato l'intera parrocchia,  con chiesa,
    campanile, campane e tutto.
    PERICLE (a parte): Bella massima.
    TERZO PESCATORE: Ma, padrone, se fossi stato il sagrestano, mi sarebbe
    piaciuto di trovarmi, quel giorno, nel campanile.
    SECONDO PESCATORE: Perch, collega?
    TERZO PESCATORE: Perch avrebbe dovuto ingoiarsi anche me; e una volta
    nella sua pancia,  avrei fatto un tal patasso di campane,  che non se
    ne sarebbe potuto  liberare  finch  non  avesse  rivomitato  campane,
    campanile,  chiesa e parrocchia. Ma se il buon re Simonide la pensasse
    come me...
    PERICLE (a parte): Simonide!
    TERZO PESCATORE: Purgheremmo il paese da questi fuchi che rubano  alle
    api il loro miele.
    PERICLE  (a parte): Come sanno,  questi pescatori,  dall'esempio delle
    squamose creature del mare,  annoverar le debolezze umane,  e desumere
    dal  loro liquido impero tutto ci che gli uomini lodano o denunziano!
    Pace al vostro lavoro, onesti pescatori.
    SECONDO PESCATORE: Onesto!  che vuol dire,  buon uomo?  Se  un giorno
    che fa per voi,  prendetevelo pure dal calendario, ch nessuno andr a
    cercarlo
    PERICLE: Voi vedete che il mare mi ha vomitato sulla vostra spiaggia.
    SECONDO PESCATORE: Che canaglia d'un  ubriacone    stato  il  mare  a
    vomitarti sulla nostra strada!
    PERICLE: Un uomo, di cui le acque e il vento si son serviti come d'una
    palla per giocare in quel gran campo di pallacorda,  implora la vostra
    piet. Colui che vi scongiura, non fu mai uso a mendicare.
    PRIMO PESCATORE: Come,  amico!  non sapete mendicare?  C' gente,  nel
    nostro  paese di Grecia,  che a mendicare guadagna pi di quanto noi a
    lavorare.
    SECONDO PESCATORE: Sai, almeno, acchiappare il pesce?
    PERICLE: Non ho mai provato
    SECONDO PESCATORE: Oh,  ma al'ora morirai di fame sicuramente;  perch
    qui, al giorno d'oggi, non si rimedia nulla se non te lo sai pescare.
    PERICLE: Quel che fui ho dimenticato,  ma a quel che sono,  il bisogno
    mi ci fa pensare: un uomo rattrappito dal  freddo;  e  mi  resta  vita
    appena  sufficiente  da  dare  alla mia lingua il calore per chiedervi
    aiuto. Se me lo rifiutate, quando sar morto fatemi seppellire, poich
    sono un essere umano.
    PRIMO PESCATORE: Morire,  dice?  Gli di non vogliano!  giacch ho qui
    una veste;  vieni: mettila e riscaldati.  Sull'anima mia,  ecco un bel
    giovinotto!  Via,  verrai a casa con noi: avremo carne nei giorni;  di
    festa, pesce in quelli di digiuno e, per di pi, pasticci e frittelle,
    e sarai il benvenuto.
    PERICLE: Vi ringrazio, signore.
    SECONDO  PESCATORE:  Dite  un  po',   amico:  dicevate  di  non  saper
    mendicare.
    PERICLE: Ho solo desiderato.
    SECONDO PESCATORE: Solo desiderato!  Allora mi  metter  a  desiderare
    anch'io, e cos sfuggir alla frusta.
    PERICLE: Come! Da voi i mendicanti sono tutti frustati?
    SECONDO  PESCATORE: Oh,  non tutti,  amico mio,  non tutti;  perch se
    tutti i mendicanti fossero frustati,  io non vorrei altro ufficio  che
    quello di fustigatore. Ma, padrone, vado a ritirare la rete.
    (Escono il Secondo e d Terzo Pescatore).
    PERICLE  (a  parte):  Come ben si addice questa onesta allegrezza alle
    loro fatiche!
    PRIMO PESCATORE: Ditemi, signore: sapete dove vi trovate?
    PERICLE: Non so esattamente.
    PRIMO PESCATORE: Ebbene,  ve  lo  dir  io.  Questo  paese  si  chiama
    Pentapoli e il nostro re  Simonide il buono.
    PERICLE: Lo chiamate Simonide il buono, il vostro re?
    PRIMO PESCATORE: S, signore; e lo merita, per il suo regno pacifico e
    il suo ottimo governo.
    PERICLE: E' un re felice, se per il suo governo ottiene dai sudditi il
    nome di buono. Quanto  lontana da questi lidi la sua corte?
    PRIMO  PESCATORE:  Corbezzoli,  signor  mio!  Una  mezza  giornata  di
    cammino,  e vi dir che egli ha una bella figlia di cui  domani    il
    compleanno;  e  vi  sono principi e cavalieri venuti da tutte le parti
    del mondo a giostrare e torneare per amor suo.
    PERICLE: Se la mia fortuna fosse all'altezza del mio desiderio, potrei
    aspirare ad essere uno dei campioni.
    PRIMO PESCATORE: Oh, signore! le cose hanno da andare come possono;  e
    ci che non si pu ottenere,  si pu legittimamente negoziare,  magari
    un cuor di donna.
    (Rientrano il Secondo e il Terzo Pescatore trascinando una rete).
    SECONDO PESCATORE: Aiuto,  padrone,  aiuto!  C' un  pesce  impigliato
    nella rete come il diritto d'un pover'uomo nella legge. Sar difficile
    districarlo.  Ah,  che gli venga il vermocane! Glie l'ha fatta a venir
    fuori: e si scopre che e una vecchia armatura.
    PERICLE: Un'armatura, amici! Vi prego,  lasciatemela vedere.  Grazie a
    te,  Fortuna, che dopo tutte le mie tribolazioni mi offri qualche cosa
    per riavermi,  sebbene questa armatura  fosse  mia,  parte  della  mia
    eredit  legata  a  me  da  mio  padre  sul punto di morire con questo
    preciso comandamento: "Serbala,  Pericle mio: essa  stata uno schermo
    tra  me  e  la morte";  e indic questo bracciale,  "serbala perch mi
    salv;  in una simile distretta,  da cui gli di ti preservino,  possa
    essa difenderti".  Mai fu divisa da me tanto io l'ebbi cara, finch il
    violento mare,  che nessuno risparmia,  non me la  strapp  nella  sua
    furia.  Ma,  calmato,  me  la rende.  Grazie;  il mio naufragio non ,
    ormai, cos grave, dacch ho il dono legatomi da mio padre.
    PRIMO PESCATORE: Che intendete, signore?
    PERICLE: Chiedervi,  cortesi amici,  questa degna armatura che fu  gi
    scudo  a  un  re;   la  riconosco  da  questo  segno.  Egli  mi  amava
    teneramente, e desidero averla per amor suo.  E chiedo che mi guidiate
    alla  corte del vostro sovrano,  dove,  con questa armatura,  io possa
    presentarmi da gentiluomo.  E se mai migliora la  mia  bassa  fortuna,
    ripagher  la  vostra  generosit.  Fino  a  quel  momento  vi rimango
    debitore.
    PRIMO PESCATORE: Come! tu vuoi giostrare per la principessa?
    PERICLE: Dar prova della virt che posseggo nelle armi.
    PRIMO PESCATORE: Ebbene,  prendila;  e che con essa gli di  ti  diano
    fortuna.
    SECONDO  PESCATORE:  S,  ma  ascoltate,  amico.  Noi vi abbiamo messo
    insieme quest'abito con le  rozze  costure  del  mare.  Ci  dev'essere
    qualche congratulazione,  qualche utile anche per noi. Spero, signore,
    che, se avrete fortuna, vi ricorderete da dove vi viene.
    PERICLE: Credetemi,  ma ne ricorder.  E' col favor  vostro  che  sono
    vestito  d'acciaio.  A  dispetto  di tutte le rapine del mare,  questo
    braccialetto  rimasto ben saldo al mio braccio:  io  voglio  col  suo
    valore  procurarmi un destriero di cos deliziosa andatura da fare col
    suo passo, la gioia degli spettatori.  Solo,  amici miei,  sono ancora
    sprovvisto d'una guarnaccia.
    SECONDO  PESCATORE: Te la forniremo di certo;  ti dar la mia migliore
    veste per fartene una e ti guider io stesso alla corte.
    PERICLE: Sia l'onore,  dunque,  lo scopo della mia volont: in  questo
    giorno io mi rialzer, o aggiunger sciagura a sciagura.
    (Escono).


    SCENA  SECONDA - La stessa.  Una strada pubblica o una piattaforma che
    conduce alla lizza.  Vicino ad essa un padiglione destinato a ricevere
    il Re, la Principessa, le Dame, i Signori eccetera.

    (Entrano SIMONIDE, TAISA, i Signori e i loro Seguiti).
    SIMONIDE: Sono pronti i cavalieri a cominciare il torneo?
    PRIMO SIGNORE: Sono pronti,  mio signore, e attendono il vostro arrivo
    per presentarsi.
    SIMONIDE: Sappiano,  a loro volta,  che noi  siamo  pronti;  e  nostra
    figlia,  di cui questi tornei festeggiano la nascita,  siede qui, come
    la figlia  della  bellezza,  generata  da  natura  perch  gli  uomini
    vedessero e ammirassero.
    TAISA: Vi piace, mio regale padre, elogiarmi oltre il mio merito.
    SIMONIDE:  Cos  dev'essere:  i  principi sono un modello che il cielo
    forma a sua immagine.  Come i  gioielli  perdono  splendore  se  siano
    negletti,  i principi perdono rinomanza se non sono rispettati.  A te,
    figlia,  l'onore di accogliere ora l'elaborata  ingegnosit  che  ogni
    cavaliere ha posto nella sua impresa.
    TAISA: Cos far per mantenere l'onor mio.

    (Entra un Cavaliere, traversa la scena, e lo Scudiero ne presenta alla
    Principessa lo scudo).

    SIMONIDE: Chi  il primo che si proferisce?
    TAISA: Un cavaliere di Sparta,  mio illustre genitore, e l'impresa che
    egli reca sullo scudo  un nero Etiope che afferra il sole, col motto:
    "Lux tua vita mihi".
    SIMONIDE: Ben ti ama chi da te ha la sua vita.
    (Passa il Secondo Cavaliere).
    Chi  il secondo che si presenta?
    TAISA: E' un principe di Macedonia,  mio regale padre.  L'impresa  che
    egli  reca  sullo  scudo   un cavaliere armato vinto da una dama;  il
    motto  in spagnolo: "Piu por dulzura que por fuerza".
    (Passa il Terzo Cavaliere).
    SIMONIDE: E chi  il terzo?
    TAISA: Il terzo  d'Antiochia; l'impresa  una ghirlanda di cavalleria
    e il motto: "Me pompae provexit apex".
    (Passa il Quarto Cavaliere).
    SIMONIDE: Che dice il quarto?
    TAISA: Una torcia accesa  capovolta,  col  motto:  "Quod  me  alit  me
    extinguit".
    SIMONIDE:  Ci  dimostra  che  la  sua  forza e la sua volont sono in
    potere della bellezza che pu infiammarle come pu spegnerle.
    (Passa il Quinto Cavaliere).
    TAISA: La quinta impresa  una mano circondata da nubi,  che  sostiene
    dell'oro  provato alla pietra di paragone,  e il motto: "Sic spectanda
    fides".
    (Passa il Sesto Cavaliere che  Pericle).
    SIMONIDE: E che c' nella sesta e  ultima  impresa  che  il  cavaliere
    stesso, con s grazioso ossequio, ha presentato?
    TAISA:  Sembra  uno  straniero;  ma  ci  che  egli presenta  un ramo
    inaridito che ha verde solo la cima, e il motto: "In hac spe vivo".
    SIMONIDE: Un bel motto!  Dal basso stato in cui si trova,  egli  spera
    che per tuo mezzo le sue fortune possano ancora fiorire.
    PRIMO  SIGNORE:  Bisogna che la sua prova sia migliore dell'apparenza,
    se deve parlare in sua giusta  lode;  poich  dall'arnese  arrugginito
    sembra  che egli abbia maneggiato pi il manico della frusta che della
    lancia.
    SECONDO SIGNORE: Pu darsi che sia uno straniero,  se  viene  a  tanto
    nobile torneo in cos strano arnese.
    TERZO SIGNORE: E pu aver di proposito lasciato arrugginir le sue armi
    fino ad oggi, per lustrarle nella polvere.
    SIMONIDE:  Sciocca    l'opinione che ci fa giudicare l'uomo interiore
    dall'esterna apparenza.  Ma aspettate: ecco i  cavalieri.  Ritiriamoci
    nella galleria.
    (Escono.  Alte  acclamazioni,  e  tutti  gridano: "Evviva il cavaliere
    povero!".




    SCENA TERZA - La stessa. Una sala di parata. Un banchetto.

    (Entrano SIMONIDE, TAISA, Dame, Signori, i Cavalieri reduci dal torneo
    e i loro Seguiti).
    SIMONIDE: Cavalieri, sarebbe superfluo dire che voi siete i benvenuti.
    Porre il vostro valore guerriero come in un  frontespizio  sul  volume
    delle vostre gesta, sarebbe pi di quanto vi attendete e pi di quanto
    si  conviene,  poich  ogni  valore  fa da s le sue lodi mostrandosi.
    Preparatevi a stare  allegri,  poich  l'allegrezza  si  addice  a  un
    festino: voi siete principi e miei ospiti.
    TAISA: Ma voi,  fra tutti,  siete il mio cavaliere e il mio ospite;  a
    voi io do questa ghirlanda di vittoria e vi corono re  della  felicit
    di questo giorno.
    PERICLE: Pi devo alla fortuna, signora, che al merito mio.
    SIMONIDE:  Chiamatelo  come  volete:  questo  giorno  vostro;  e qui,
    spero,  non vi  nessuno capace d'invidia.  Nel formare  gli  artisti,
    l'arte  ha cos voluto: che alcuni siano buoni ed altri eccellenti;  e
    voi siete il suo discepolo d'elezione.  Venite,  regina  della  festa;
    poich tale,  figlia,  voi siete: prendete posto qui. Maresciallo, gli
    altri secondo la loro dignit.
    PRIMO CAVALIERE: Noi siamo molto onorati dal buon Simonide.
    SIMONIDE: La vostra presenza  allieta  i  nostri  giorni;  noi  amiamo
    l'onore, ch chi odia l'onore odia gli di nel cielo.
    MARESCIALLO: Signore, quello  il vostro posto.
    PERICLE: Altri ne sarebbe pi degno.
    PRIMO CAVALIERE: Non vi opponete,  signore; noi siamo gentiluomini che
    n in cuore n in viso invidiamo il grande o spregiamo l'umile.
    PERICLE: Voi siete cavalieri di perfetta cortesia.
    SIMONIDE: Sedete,  signore,  sedete.  (A  parte)  Per  Giove,  re  dei
    pensieri,  con  mia  sorpresa questi manicaretti non mi attirano e non
    faccio che pensare a lui.
    TAISA (a parte): Per Giunone,  regina delle nozze,  tutti  i  cibi  mi
    sembrano  insipidi e non vorrei pascermi che di lui.  Per certo egli 
    un galante gentiluomo.
    SIMONIDE: Non  che un gentiluomo di provincia  e  non  ha  fatto  pi
    degli altri cavalieri: ha rotto una o due lance, non ne parliamo pi.
    TAISA (a parte): Agli occhi miei, egli sembra un diamante tra pezzi di
    vetro.
    PERICLE  (a  parte):  Quel  sovrano    per me come un'immagine di mio
    padre,  che mi dice la gloria ond'egli un tempo era attorniato.  Aveva
    principi intorno al trono, simili a stelle che lui, come il loro sole,
    riverivano.  Tutti che lo contemplavano,  astri minori, inchinavano le
    loro corone al suo primeggiare.  Ora il figlio suo  come la  notturna
    lucciola,  che brilla nell'ombra,  ma non nella luce. Vedo cos che il
    Tempo  il re degli umani,  loro creatore,  insieme,  e loro sepolcro,
    che ad essi assegna ci che vuole lui e non quello che loro domandano.
    SIMONIDE: Ebbene, siete contenti, o cavalieri?
    PRIMO CAVALIERE: Chi potrebbe non esserlo alla vostra regale presenza?
    SIMONIDE:  Ecco,  con  una  coppa  ricolma  fino all'orlo - colmate la
    vostra,  come vi piace,  in onore delle labbra della vostra amata - io
    bevo alla vostra salute.
    PRIMO CAVALIERE: Ringraziamo Vostra Grazia.
    SIMONIDE: Un momento.  Quel cavaliere laggi resta troppo melanconico,
    come se il trattenimento della nostra corte non avesse  uno  splendore
    adeguato al suo merito. Non vedi, Taisa?
    TAISA: E a me che fa, o padre?
    SIMONIDE: Oh,  ascolta, figlia mia: i principi debbono vivere come gli
    di del cielo nel concedere liberalmente a chiunque viene ad onorarli;
    altrimenti non sono niente di pi delle zanzare che  fanno  un  ronzio
    grande,  ma una volta ammazzate,  ce ne meravigliamo.  Per confortare,
    dunque,  il suo animo trasognato,  digli che noi beviamo questo calice
    di vino alla sua salute.
    TAISA:  Ahim!  padre,  a me non sta bene mostrarmi cos ardita con un
    cavaliere  forestiero;   potrebbe  prendere  per  un'offesa   la   mia
    profferta,  poich gli uomini prendono per impudenza la cortesia delle
    donne.
    SIMONIDE: Come! Fa' quello che ti dico, o mi muoverai a sdegno.
    TAISA (a parte): Oh, per gli di, non poteva farmi piacere maggiore.
    SIMONIDE: Digli anche che vogliamo notizie della sua patria,  del  suo
    nome e della famiglia sua.
    TAISA: Il re mio padre, signore, ha bevuto alla vostra salute.
    PERICLE: Lo ringrazio.
    TAISA:  Desiderando  che  torni in altrettanto buon sangue alla vostra
    vita.
    PERICLE: Sono grato a tutti e due,  a lui e a voi,  e contraccambio di
    cuore.
    TAISA:  Desidera anche sapere la vostra patria,  il nome e la famiglia
    vostra.
    PERICLE: Un gentiluomo di Tiro; mi chiamo Pericle; educato alle arti e
    alle armi.  Cercando avventure per il mondo,  fui privato  di  navi  e
    d'uomini dal mare tempestoso e,  dopo il naufragio,  gittato su questa
    costa.
    TAISA: Egli  grato a Vostra Grazia. Si chiama Pericle,  gentiluomo di
    Tiro,  solo per sventura privato dal mare di navi e d'uomini e gettato
    su questa costa.
    SIMONIDE: Oh, per gli di,  compiango la sventura sua e voglio tirarlo
    su dalla melanconia.  Suvvia, signori, troppo a lungo ci attardiamo in
    questi nonnulla e sciupiamo il tempo che vuole altri diletti.  Con  le
    armature che indossate si accorda benissimo un ballo soldatesco. E non
    mi  verrete  a  dire  che  una musica tanto rumorosa  troppo rude per
    orecchio di donna,  giacch gli uomini piaccion loro  nelle  armi  non
    meno  che  nel letto.  (I Cavalieri danzano) E' bene che ci sia stato
    chiesto, poich cos bene  stato eseguito. Venite,  signore: ecco una
    dama che ha bisogno,  anche lei, d'un po' di moto. Ho sentito dire che
    i cavalieri di Tiro sono molto bravi nel far scivolare le dame  e  che
    le loro danze sono altrettanto eccellenti.
    PERICLE: Tali sono, mio signore, in coloro che vi si dedicano.
    SIMONIDE:  Oh,   voi  parlate  come  se  desideraste  di  non  vedervi
    riconoscere la vostra compita cortesia.  (Ballano  Dame  e  Cavalieri)
    Lasciate  le  dame,  lasciate  le  dame,  cavalieri;  grazie  a tutti,
    signori;  tutti si son distinti,  (a Pericle) ma voi pi d'ogni altro.
    Paggi  e lumi per accompagnare questi cavalieri al loro alloggiamenti!
    Il vostro, signore, abbiamo ordinato che sia contiguo al nostro.
    PERICLE: Io sono in tutto al piacimento di Vostra Grazia.
    SIMONIDE: Principi,  l'ora  troppo avanzata per  conversare  d'amore,
    sebbene sia questo, lo so, il vostro unico scopo; ognuno, dunque, vada
    a riposarsi e domani far del suo meglio per avere successo.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Tiro. Stanza nel Palazzo del Governatore.

    (Entrano ELICANO ed ESCANE).
    ELICANO: No Escane,  vi devo dire che la vita d'Antioco non era immune
    dall'incesto;  perci gli altissimi  di,  non  volendo  pi  a  lungo
    trattenere  il  castigo  che  avevano in serbo e che era dovuto a cos
    odioso delitto,  proprio nel fastigio e nell'orgoglio di tutto il  suo
    splendore,  mentre  sedeva  con  la  figlia  in  un  carro  di  valore
    inestimabile,   sceso dal cielo un fuoco che ha  raggrinzato  i  loro
    corpi  e  li ha resi disgustosi,  giacch da essi emanava tale fetore,
    che quanti con  gli  occhi  li  adoravano  prima  della  loro  caduta,
    disdegnano ora di usare le mani per seppellirli.
    ESCANE: E' strano assai.
    ELICANO:  Ma    pura  giustizia;  giacch per grande che fosse questo
    monarca, la sua grandezza non gli  stata scudo per arrestare il dardo
    del cielo, e il crimine ha ricevuto la sua retribuzione.
    ESCANE: Verissimo.

    (Entrano tre Signori).

    PRIMO SIGNORE: Guardate:  nessuno  all'infuori  di  lui  gode  la  sua
    considerazione in colloqui privati o in consiglio.
    SECONDO SIGNORE: Ci non si prolungher senza le nostre rimostranze.
    TERZO SIGNORE: E maledetto colui che non vorr secondarle.
    PRIMO SIGNORE: Seguitemi, dunque. Signor Elicano, una parola.
    ELICANO: A me? Benvenuto. Buon giorno, miei signori.
    PRIMO  SIGNORE: Sappiate che il nostro malcontento  giunto al colmo e
    che, oramai, trabocca dalle sponde.
    ELICANO: Il vostro malcontento!  per che  cosa?  non  fate  offesa  al
    principe che amate.
    PRIMO  SIGNORE: E voi,  dunque,  non fate offesa a voi stesso,  nobile
    Elicano.  Ma se il principe vive,  lasciatecelo ossequiare,  o  fateci
    sapere quale terra  allietata dal suo respiro. Se egli vive ancora in
    questo mondo, noi andremo a cercarlo; e se invece riposa nel sepolcro,
    lo troveremo anche l.  E sia accertato se  vivo e pu governarci,  o
    se,  morto,  ci d motivo di piangere la sua  fine,  lasciandoci  alla
    nostra libera elezione.
    SECONDO  SIGNORE: Siamo fermamente convinti che  morto: e sapendo che
    questo regno  privo di un capo - poich ogni ben costruito  edificio,
    lasciato senza tetto, cadr presto in rovina- ci sottomettiamo, come a
    nostro  sovrano,  alla vostra nobile persona,  che meglio d'ogni altra
    conosce come si governa e si regna.
    TUTTI: Evviva il nobile Elicano!
    ELICANO: In nome dell'onore,  frenate i vostri suffragi;  se amate  il
    principe Pericle,  frenateli.  Se accedessi al vostro desiderio, farei
    un salto nel mare,  dove sono ore di pena per  un  minuto  di  quiete.
    Lasciate che io vi supplichi di tollerare per un anno ancora l'assenza
    del  vostro  re;  e  se allo spirare di questo termine egli non torna,
    porter il vostro giogo con tutta la pazienza della mia et. Ma se non
    posso convincervi a darmi questa prova d'affetto,  andatene in  cerca,
    come nobili uomini,  nobili sudditi e spendete nella ricerca il vostro
    avventuroso valore. Se riuscirete a trovarlo e persuaderlo al ritorno,
    voi starete come diamanti intorno alla sua corona.
    PRIMO SIGNORE: Pazzo  chi non si arrende alla saggezza;  se il nobile
    Elicano ce lo ingiunge, partiremo e faremo del nostro meglio.
    ELICANO: A questo modo s che ci amate e ci amiamo e ci diamo la mano.
    Quando i maggiorenti sono cos uniti, un regno resta sempre in piedi.


    SCENA QUINTA - Pentapoli. Una sala nel Palazzo.

    (Entra SIMONIDE leggendo una lettera. I cavalieri gli vanno incontro).
    PRIMO CAVALIERE: Buon riorno a Simonide il buono.
    SIMONIDE:  Cavalieri,  vi faccio sapere da parte di mia figlia che per
    un anno ancora non passer a nozze.  Il motivo lo sa lei sola e finora
    non mi  riuscito di farglielo dire.
    SECONDO  CAVALIERE:  Non  possiamo  esser  ammessi  alla sua presenza,
    signore?
    SIMONIDE: In fede  mia,  non  vi    mezzo:  si    cos  strettamente
    confinata nella sua camera, che  impossibile. Per dodici lune ancora,
    vestir  l'abito  di  Diana;  di  questo ha fatto voto per l'occhio di
    Cinzia e, nel suo virginale onore, non lo infranger.
    TERZO CAVALIERE:. Dolenti di dirvi addio, prendiamo congedo da voi.
    (I Cavalieri escono).
    SIMONIDE: Eccoli sbrigati a dovere. E passiamo ora alla lettera di mia
    figlia. Mi dice qui che o sposer il cavaliere straniero,  o non vedr
    mai  pi  il  giorno  n  la  luce.  Va  bene madama: la vostra scelta
    s'accorda con la mia;  mi piace;  ma diamine,  quanto  decisa!  senza
    preoccuparsi  se io la disapprovo o no!  Ebbene,  lodo la sua scelta e
    non voglio pi a lungo ritardarla. Piano!  eccolo che viene.  Fingiamo
    di nulla.

    (Entra PERICLE).
    PERICLE: Ogni prosperit al buon Simonide.
    SIMONIDE: Altrettanto a voi,  mio signore! Vi sono grato per la vostra
    dolce musica di questa notte.  Dichiaro che le mie orecchie non ebbero
    mai cibo di pi deliziosa armonia.
    PERICLE: E' il volere di Vostra Grazia che mi procura la lode,  non il
    mio merito.
    SIMONIDE: Signore, voi siete un vero maestro di musica.
    PERICLE: Il peggiore dei suoi alunni, mio buon signore.
    SIMONIDE: Lasciate che vi domandi una cosa. Che pensate di mia figlia,
    signore?
    PERICLE: E' una virtuosissima principessa.
    SIMONIDE: E per di pi bella, non  vero?
    PERICLE: Bella come un giorno d'estate, meravigliosamente bella.
    SIMONIDE: Mia figlia, signore, pensa molto bene di voi.  S,  signore,
    tanto  bene,  che voi dovete esserle maestro e lei sar vostra alunna.
    Perci ponetevi mente.
    PERICLE: Io non son degno d'esserle maestro.
    SIMONIDE: Ella non pensa cos; leggete, in prova, questo scritto.
    PERICLE (a parte): Che ci cova?  Una lettera  dove  dice  che  ama  il
    cavaliere  di  Tiro!  E' uno stratagemma del re per togliermi la vita.
    (Forte) Oh, non cercate,  benigno signore,  di cogliere in un tranello
    un gentiluomo straniero e infelice che mai mir tanto alto da amare la
    vostra figlia, ma ha rivolto ogni suo omaggio ad onorarla.
    SIMONIDE: Tu hai stregato mia figlia: uno scellerato sei.
    PERICLE:  No,  per  gli  di  non ho fatto questo: mai un pensiero mio
    s'arm d'offesa,  e non ho nemmeno cominciato a far la minima cosa che
    potesse acquistarmi il suo amore o il biasimo vostro.
    SIMONIDE: Menti, traditore.
    PERICLE: Traditore!
    SIMONIDE: Traditore, s.
    PERICLE:  Se  non  fosse il re a chiamarmi traditore,  risponderei che
    mente per la gola.
    SIMONIDE (a parte): Ebbene, per gli di, applaudo al suo coraggio.
    PERICLE: Le mie azioni sono  nobili  come  i  miei  pensieri  che  mai
    seppero  odor  di  plebea  origine.  Sono venuto alla vostra corte per
    cercarvi onore e non per essere ribelle alla sua legge;  e  chi  parla
    altrimenti  di  me,  questa  spada  gli  prover  che  egli    nemico
    dell'onore.
    SIMONIDE: Davvero?  Ecco che viene mia figlia: lei potr attestare  il
    tuo tradimento.

    (Entra TAISA).

    PERICLE:  Ebbene,  voi  che  siete  altrettanto  virtuosa  che  bella,
    accertate il vostro adirato padre se mai la mia lingua sollecit o  la
    mia mano sottoscrisse una sola sillaba che fosse d'amore.
    TAISA: E che,  messere? anche se fosse cos chi potrebbe offendersi di
    ci che mi farebbe felice?
    SIMONIDE: Ehi, madama, cos per le spicce andate voi?  (A parte) Me ne
    compiaccio  con  tutto  il cuore.  Ma io vi domer,  vi far diventare
    sottomessa. Volete voi senza il mio consenso concedere il vostro amore
    e i vostri affetti a uno straniero?  (a  parte)  che,  per  quanto  ne
    conosco,  pu essere,  e non so credere il contrario, di sangue nobile
    quanto me.  Ascoltate,  dunque,  voi madama: o  conformate  la  vostra
    volont alla mia;  e voi,  messere, ascoltate: o vi lasciate governare
    da me;  o io far di voi...  marito e moglie.  Via,  venite: le vostre
    mani e le vostre labbra debbono dare anch'esse il suggello. Ed ora che
    sono unite,  io distrugger le vostre speranze,  e per maggior pena...
    che Dio vi dia felicit! Ors, siete contenti tutti e due?
    TAISA: Si, se voi mi amate, messere.
    PERICLE: Come la mia vita ama il mio sangue che l'alimenta.
    SIMONIDE: Allora? Siete d'accordo?
    TAISA e PERICLE: S, se piace alla Maest Vostra.
    SIMONIDE: Mi piace tanto, che vi far sposare subito; poi,  pi presto
    che potrete, vi guider al vostro talamo.
    (Escono).





    ATTO TERZO.

    (Entra GOWER).
    GOWER: Ora il sonno ha sopito il frastuono; in tutta la casa non altro
    che russare fatto pi greve dai ventri repleti di questo sontuosissimo
    banchetto  nuziale.  Il  gatto,  con occhi di carbone ardente,  ora si
    accuccia innanzi alla tana del topo, e i grilli cantano alla bocca del
    forno, sempre pi contenti di starsene all'asciutto. Imene ha condotto
    la sposa nel letto, dove,  con la perdita del pulzellaggio,   formato
    un  pargolo.  Fate ora attenzione e al tempo che cos presto  passato
    supplite da bravi col vostro vivo immaginare;  ci che nella  scena  
    muto spiegher con parole.

    PANTOMIMA.

    Entrano da una porta PERICLE e SIMONIDE coi loro Seguiti,  un Messo si
    fa loro incontro, s'inginocchia e porge a PERICLE una lettera: PERICLE
    la mostra a SIMONIDE;  i Signori s'inginocchiano  dinanzi  a  PERICLE.
    Allora  entra TAISA incinta e LICORIDA: SIMONIDE mostra alla figlia la
    lettera.  Ella se ne rallegra.  TAISA e PERICLE  prendono  congedo  da
    SIMONIDE e tutti vanno via.

    Per  molte  contrade selvagge e faticose si cerca Pericle senza tregua
    con le pi attente indagini ai quattro angoli  opposti  che  il  mondo
    tiene  uniti,  sicch  cavalli  e  navi  e  danari a sacchi aiutino la
    ricerca.  Finalmente,  la fama assecondando le pi lontane  inchieste,
    giungono  alla  corte  di  re Simonide lettere da Tiro il cui tenore 
    questo: Antioco e sua figlia, morti;  gli uomini di Tiro sopra il capo
    di  Elicano  volevano porre la corona di Tiro,  ma lui non volle: si 
    affrettato a soffocare la sollevazione,  e dice a loro che  se  il  re
    Pericle  non far ritorno tra due volte sei lune,  obbedendo alle loro
    decisioni prender lui la corona.  Queste notizie in ristretto portate
    qui  a Pentapoli,  hanno mandato in giubilo tutti i paesi l intorno e
    ognuno ha preso a battere le mani: "Il nostro presunto erede  un  re!
    Chi  se  lo  sognava,  chi  lo avrebbe creduto?".  Insomma,  egli deve
    partirsene per Tiro.  La sua regina incinta esprime il desiderio - chi
    lo contraddir?  - di accompagnarlo.  Omettiamo tutto il loro dolore e
    lamento; ella prende con s Licorida sua nutrice,  e via sul mare.  La
    lor  nave  si  scuote sull'onda di Nettuno,  e gi met delle acque la
    prora ha secato;  ma l'umore della fortuna  muta  di  nuovo:  l'orrido
    settentrione vomita fuori una tempesta tale,  che,  come un'anitra che
    si tuffa per salvarsi,  cos in alto e in basso spinge la povera nave.
    Grida  la dama e bont divina!  lo spavento le fa venire le doglie;  e
    ci  che  segue  nella  crudele  tempesta  per  se  stesso  si   vedr
    rappresentato.  Non  ve lo dir io,  perch l'azione acconciamente pu
    esprimere il resto,  mentre non avrebbe potuto mostrarvi  ci  che  ho
    raccontato.  Nella vostra fantasia prendete questo palcoscenico per il
    ponte della nave ove il principe Pericle scosso dal mare appare  e  si
    mette a parlare.
    (Esce).


    SCENA PRIMA.

    (Entra PERICLE, sulla nave).
    PERICLE:  O  iddio di questa immensa desolazione,  reprimi queste onde
    che bagnano cielo e inferno,  e tu  che  hai  il  governo  dei  venti,
    incatenali col bronzo, come li hai chiamati dal profondo. Oh, acquieta
    i tuoi assordanti,  paurosi tuoni, spegni dolcemente i tuoi guizzanti,
    sulfurei lampi.  Oh,  come sta,  Licorida,  come sta  la  mia  regina?
    Velenosamente tu infuri: vuoi dunque sputare fuori tutto te stesso? Il
    fischio del marinaio  come un sussurro nell'orecchio della morte, non
    udito.  Licorida!  Lucina,  o  divina  patrona  e pietosa levatrice di
    quelle che gridano la notte,  trasporta la tua deit su questa  nostra
    nave che balla, abbrevia le fitte di dolore della mia regina.
    (Entra LICORIDA con una bimba).
    Ebbene, Licorida!
    LICORIDA:  Ecco  una  cosa  troppo  giovane  per un tal luogo e che se
    avesse la ragione morirebbe,  come  probabile che muoia io.  Prendete
    tra le braccia questa parte della vostra regina morta.
    PERICLE: Come, come, Licorida!
    LICORIDA:  Pazienza,  mio  buon  signore:  non peggiorate la tempesta.
    Questo  quanto rimane di vivo della vostra regina:  una  figlioletta.
    Per amor di lei siate forte e fatevi animo.
    PERICLE: Oh di!  Perch ci fate amare i vostri vaghi doni e subito ce
    li strappate?  Noi quaggi non  vogliamo  indietro  quel  che  abbiamo
    regalato e in ci possiamo competere d'onore con voi.
    LICORIDA: Pazienza, mio buon signore, almeno per questo fardello.
    PERICLE:  Ed  ora,  possa esser calma la tua vita!  Ch pi tempestosa
    nascita  non  ebbe  mai  creatura;  tranquilla  e  dolce  sia  la  tua
    esistenza,  perch  d'ogni prole di principe che mai fosse,  tu sei la
    pi rudemente accolta in questo mondo. Felice sia il tuo avvenire!  Tu
    hai la pi burrascosa nativit che il fuoco, l'aria, l'acqua, la terra
    e il cielo possano dare per proclamare la tua uscita dal grembo, e fin
    dal  principio  la  tua  perdita  maggiore di quanto pu risarcire la
    parte che ti spetta,  con tutto quel che puoi trovare al  mondo.  Ora,
    che gli di benigni volgano su di lei i loro sguardi migliori!

    (Entrano due Marinai).

    PRIMO  MARINAIO:  Come  va  il  vostro  coraggio,  signore?  Iddio  vi
    protegga!
    PERICLE: Coraggio a sufficienza.  Non temo la tempesta: mi ha fatto il
    peggio  che  poteva.  Eppure,  per amore di questa povera infante,  di
    questa cos novizia navigatrice, vorrei che si calmasse.
    PRIMO MARINAIO: Molla le boline, laggi. Non la smetterai, dunque? non
    la smetterai? Soffia e sputati l'anima.
    SECONDO MARINAIO: Purch ci sia  fondo  bastante,  i  salsi  e  oscuri
    cavalloni bcino la luna, io non me ne curo.
    PRIMO MARINAIO: Signore, la vostra regina deve essere gettata in mare.
    Le onde sono grosse,  il vento  forte,  e non si calmeranno finch la
    nave non sia liberata della morta.
    PERICLE: E' una vostra superstizione.
    PRIMO MARINAIO: Perdonateci,  signore;  tra noi in mare  stata sempre
    rispettata  e  siamo  attaccati  alle usanze.  Datecela dunque presto,
    perch dev'essere subito gettata in mare.
    PERICLE: Come credete. Regina sventuratissima!
    LICORIDA: Ecco dove giace, signore.
    PERICLE: Un terribile parto tu hai avuto,  mia  cara:  non  luce,  non
    fuoco, gli elementi con ostilit ti hanno del tutto dimenticata. N io
    ho il tempo di consegnarti consacrata alla tua tomba,  ma devo subito,
    chiusa appena in una  cassa,  gettarti  al  limoso  fondo,  dove,  per
    monumento sulle tue ossa e per lampade perpetue,  la balena che soffia
    e le sibilanti acque devono incombere sul tuo cadavere che  giace  con
    le semplici conchiglie O Licorida, chiedi a Nestore di portarmi aromi,
    inchiostro  e  carta  e  la  cassetta  dei  miei gioielli;  e chiedi a
    Nicandro di portarmi il cofano del raso.  Deponi la bimba sul cuscino.
    Affrettati,  mentre io do alla regina un religioso addio.  Fa' presto,
    donna.
    (Licorida esce).
    SECONDO MARINAIO: Signore,  abbiamo pronta sotto il  ponte  una  cassa
    calafatata e catramata.
    PERICLE: Te ne ringrazio. Dimmi, marinaio: quale costa  quella?
    SECONDO MARINAIO: Siamo vicini a Tarso.
    PERICLE:  La rotta che era per Tiro,  volgi verso quel punto,  gentile
    marinaio. Quando puoi giungervi?
    SECONDO MARINAIO: Allo spuntare del giorno, se cessa il vento.
    PERICLE: Oh, dirigi su Tarso. Far visita a Cleone,  perch la piccina
    non pu resistere fino a Tiro.  Ivi la lascer a vigili cure.  Va' per
    la tua via, buon marinaio. Porter subito la salma.
    (Escono).

    SCENA SECONDA - Efeso. Stanza nella casa di Cerimone.

    (Entrano CERIMONE con un  Servo  e  alcune  Persone  che  hanno  fatto
    naufragio).
    CERIMONE: Ehi, Filemone!

    (Entra FILEMONE).

    FILEMONE: Il mio signore chiama?
    CERIMONE:  Procura  fuoco  e cibo a questi poveri uomini;   stata una
    notte turbolenta e tempestosa.
    SERVO: Molte ne ho passate; ma una notte come questa mai.
    CERIMONE: Il vostro padrone sar morto prima del vostro ritorno: nulla
    di quel che pu somministrarsi alla natura  capace di farlo  riavere.
    (A Filemone) Consegna questo allo speziale e sappimi dire come agisce.

    (Escono tutti meno Cerimone. Entrano due Gentiluomini).

    PRIMO GENTILUOMO: Buon giorno.
    SECONDO GENTILUOMO: Buon giorno a Vostra Signoria.
    CERIMONE: Signori, che cosa vi fa muovere cos per tempo?
    PRIMO GENTILUOMO: Signore,  le nostre desolate case sul mare tremavano
    come se la terra si scuotesse;  pareva che anche le travi  maestre  si
    schiantassero  e  che crollasse tutto.  Soltanto lo sbigottimento e la
    paura mi hanno fatto abbandonare la casa.
    SECONDO GENTILUOMO: Questo  il motivo per  il  quale  vi  disturbiamo
    cos per tempo, e non la nostra abitudine mattiniera.
    CERIMONE: Oh, dite bene.
    PRIMO  GENTILUOMO:  Ma  io mi meraviglio che Vostra Signoria che ha s
    ricche lenzuola,  scuota via da s tanto presto il dorato  sopore  del
    riposo.  E'  molto  strano  che  un'umana  natura sia tanto incline al
    lavoro senza esservi costretta.
    CERIMONE: Ho sempre ritenuto che la virt e la conoscenza  siano  doni
    pi  grandi  che  non  la nobilt e la ricchezza: gli eredi negligenti
    possono oscurare e sperperare queste, ma a quelle spetta l'immortalit
    che fa dell'uomo un dio.  E' risaputo che sempre  io  ho  studiato  la
    medicina,  per  mezzo  della  cui  arte  segreta,  meditando i testi e
    facendo pratica,  ho reso  familiari  a  me  e  ai  miei  soccorsi  le
    benedette  infusioni  che  dimorano nei vegetali,  nei metalli e nelle
    pietre,  e posso parlare delle alterazioni che  la  natura  produce  e
    delle cure che essa offre;  e questo mi procura maggior contento e pi
    vera gioia che se fossi assetato di vacillanti onori  o  chiudessi  il
    mio tesoro in sacchi di seta per compiacervi i matti e la morte.
    SECONDO  GENTILUOMO:  Vostro  Onore  ha  profuso in tutta Efeso la sua
    carit e sono centinaia  quelli  che  si  dichiarano  vostre  creature
    perch furono da voi risanati; e non solo la vostra scienza, il vostro
    personale  sforzo,  ma ancora la vostra borsa sempre aperta ha formato
    al  sire  Cerimone  cos  salda  fama  che  il  tempo  non  potr  mai
    distruggerla.

    (Entrano due o tre Servi con una cassa).

    PRIMO SERVO: Cos; solleva l.
    CERIMONE: Che cos'?
    PRIMO  SERVO:  Signore,  proprio  ora  il mare ha gettato sulla nostra
    spiaggia questa cassa;  un qualche relitto.
    CERIMONE: Mettila gi; vediamola.
    SECONDO GENTILUOMO: E' come una bara, signore.
    CERIMONE: Qualunque cosa sia,  straordinariamente pesante.  Forzatela
    subito:  se lo stomaco del mare  sovraccarico d'oro,   una fortunata
    stretta che lo fa vomitar sopra di noi.
    SECONDO GENTILUOMO: Proprio cos, signore.
    CERIMONE: Come  ermeticamente calafatata e bitumata! E' stato il mare
    a rigettarla?
    PRIMO SERVO: Non ho mai veduto un cos enorme cavallone, signore, come
    quello che l'ha gettata sulla riva.
    CERIMONE: Andiamo: forzatela.  Piano!  odora  dolcissimamente  al  mio
    olfatto.
    SECONDO GENTILUOMO: Un delicato profumo.
    CERIMONE: Come non ne giunse mai alle mie narici.  Su, aprite. Oh, di
    onnipotenti! Che  questo? un cadavere!
    PRIMO GENTILUOMO: Stranissimo!
    CERIMONE: Vestito d'un drappo prezioso,  imbalsamato e  arricchito  di
    sacchetti pieni d'aromi!  E anche un documento! Apollo, dammi virt di
    leggerne i caratteri!  (Legge) "Qui io do avviso,  se mai questa cassa
    sia aperta a terra,  che io, re Pericle, ho perduto questa regina, pi
    preziosa  di  tutte  le  ricchezze  mondane.  Chi  la  trova,  le  dia
    sepoltura: ella era figlia di re.  Oltre a questo tesoro per compenso,
    rimunerino gli di la sua piet!".  Se sei vivo,  o  Pericle,  il  tuo
    cuore    ancora  sotto  lo  schianto  del  dolore.  Questo  successo
    stanotte.
    SECONDO GENTILUOMO: Molto probabilmente, signore.
    CERIMONE:  Anzi,  questa  notte  certamente:  guardate  la  freschezza
    dell'aspetto. Troppo precipitosi sono stati quelli che l'hanno gettata
    in mare. Accendete il fuoco qui accanto; portate tutti i barattoli del
    mio  laboratorio.  (Esce  un Servo) La morte pu usurpare sulla natura
    molte ore,  eppure il fuoco della vita pu  riaccendere  gli  oppressi
    spiriti. Ho udito di un Egiziano che per nove ore era giaciuto morto e
    con buone cure fu salvato.
    (Rientra il Servo con barattoli, salviette e fuoco).
    Bene, bene; il fuoco e i panni. Fate suonare, ve ne supplico, la rozza
    e  lamentosa  musica  che  noi  abbiamo.  La viola,  ancora una volta:
    muoviti,  ors,  ciocco!  La musica,  presto!  Vi prego,  datele aria.
    Signori, questa regina vivr, la natura si ridesta, un calore emana da
    lei;  ella    rimasta  svenuta  non pi di cinque ore.  Vedete!  come
    comincia di nuovo a sbocciare in fiore di vita.
    PRIMO GENTILUOMO:  Il  cielo  per  vostro  mezzo  accresce  la  nostra
    meraviglia e innalza per sempre la vostra fama.
    CERIMONE: E' viva! Guardate: le sue palpebre, custodia di quei celesti
    gioielli che Pericle ha perduto,  cominciano a separare le loro frange
    di lucente oro,  i diamanti della pi splendida  acqua  appariscono  a
    raddoppiare la ricchezza del mondo.  Vivi e facci piangere al racconto
    della tua sorte, bella creatura, rara come sembri essere!
    TAISA: O cara Diana!  Dove sono?  Dov' il mio signore?  Che  mondo  
    questo?
    SECONDO GENTILUOMO: Non  strano?
    PRIMO GENTILUOMO: Straordinario.
    CERIMONE:  Piano,  miei gentili vicini!  Datemi aiuto;  recatela nella
    stanza accanto.  Portate panni: ora ci vuole  una  grande  assistenza,
    perch una ricaduta sarebbe mortale.  Venite,  venite, ed Esculapio ci
    assista!
    (Escono, portando via Taisa).


    SCENA TERZA - Tarso. Stanza nella casa di Cleone.

    (Entrano PERICLE, CLEONE, DIONISA, LICORIDA con MARINA in braccio).
    PERICLE: Onoratissimo Cleone,  necessario ch'io parta;  i miei dodici
    mesi  sono  spirati  e  Tiro  si trova in una contrastata pace.  Voi e
    vostra moglie accogliete tutta la riconoscenza del mio cuore.  Gli di
    facciano il resto con voi.
    CLEONE: Gli strali della vostra sorte,  sebbene colpiscano mortalmente
    voi, sfiorano anche noi e ci feriscono.
    DIONISA: Oh, la dolce regina vostra!  Se il crudele fato avesse voluto
    che voi la portaste qui per fare i miei occhi felici di lei!
    PERICLE: Non possiamo che obbedire alle potenze al di sopra di noi. Se
    io  m'infuriassi  e  ruggissi  come  il  mare in cui ella giace,  pure
    l'epilogo dovrebb'essere qual . La mia tenera pargoletta Marina,  che
    cos ho chiamato perch  nata sul mare,  ora affido alla vostra piet
    e  la  lascio  figlia  delle  vostre  cure,  scongiurandovi  di  darle
    educazione  principesca,  affinch  ella abbia maniere degne della sua
    nascita.
    CLEONE: Non temete,  signore: ma credete che la vostra  benignit  che
    nutr il mio paese col vostro grano,  cos che le preghiere del popolo
    piovono ancora su voi,  deve essere ricordata nella figlia vostra.  Se
    la  negligenza dovesse in ci rendermi vile,  tutto il popolo,  da voi
    salvato, mi costringerebbe al mio dovere Ma se in ci la mia natura ha
    bisogno d'uno sprone,  gli di ne puniscano me ed  i  miei  fino  alla
    generazione estrema!
    PERICLE:  Vi  credo;  il  vostro onore e la vostra bont m'insegnano a
    farlo senza i vostri giuramenti. Finch ella non vada sposa,  signora,
    per  la  splendente Diana che noi onoriamo,  intonsi rimarranno questi
    miei capelli, per quanto in tal modo io abbia un aspetto sconveniente.
    Prendo dunque commiato,  buona signora,  fatemi felice  allevando  con
    cura mia figlia.
    DIONISA:  Ho  anch'io una figlia,  che alle mie cure non sar pi cara
    della vostra signore.
    PERICLE: Signora, i miei ringraziamenti e le mie preghiere.
    CLEONE: Accompagneremo  Vostra  Grazia  fino  alla  spiaggia;  poi  vi
    consegneremo  a Nettuno che adesso ha una maschera calma e ai pi miti
    venti del cielo.
    PERICLE: Accetto con gioia la vostra offerta.  Venite,  cara  signora.
    Oh!  niente  lacrime,  Licorida,  niente  lacrime: assistete la vostra
    piccola padrona,  dal  cui  favore  potete  d'ora  in  poi  dipendere.
    Andiamo, signore.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Efeso. Stanza nella casa di Cerimone.

    (Entrano CERIMONE e TAISA).
    CERIMONE:  Signora,  questa  lettera  e  un  certo  numero di gioielli
    stavano con voi nella  bara  e  sono  adesso  a  vostra  disposizione.
    Conoscete la scrittura?
    TAISA: E' del mio signore. Che m'imbarcai per il mare, ben lo ricordo,
    e  proprio  alla  vigilia  di diventare madre;  ma se mi sgravai sulla
    nave, per gli dei santi, non posso dire esattamente.  Ma giacch il re
    Pericle  mio  sposo  non  lo  rivedr mai,  voglio prendere l'abito di
    vestale e non aver gioia mai pi.
    CERIMONE: Signora,  se cos decidete secondo le vostre parole,  non  
    molto  lontano  il  tempio  di Diana,  dove potete rimanere fino a che
    giunga la vostra ora. E se vi piace, una mia nipote vi assister.
    TAISA: La mia ricompensa in ringraziamento: questo  tutto;  ma grande
     il mio buon volere, sebbene sia piccolo il dono.
    (Escono).

    ATTO QUARTO.

    (Entra GOWER).
    GOWER:  Figuratevi  Pericle  approdato  a  Tiro,  accolto  e stabilito
    secondo il suo desiderio. La sua dolente regina lasciamo ad Efeso dove
    a Diana si  votata.  Ora volgete il pensiero a Marina che  la  nostra
    scena in rapida crescita trova a Tarso, da Cleone educata nella musica
    e nelle lettere;  ha guadagnato tutta la grazia dei modi che fa di lei
    il cuore e la dimora dell'universale meraviglia. Ma, ahim!  il mostro
    dell'invidia  che  spesso    la rovina della lode meritata,  cerca di
    togliere a Marina la vita con il coltello del  tradimento.  Di  questa
    specie il nostro Cleone ha una figlia, ragazza pi grande, anzi matura
    pel  rito  nuziale.  Questa  ragazza si chiama Filotene e nella nostra
    storia  dato per sicuro che voleva star sempre accanto a Marina,  sia
    quando tesseva la seta filata con dita lunghe, minute, bianche come il
    latte,  o quando con acuto ago feriva la tela di batista, ravvivandola
    con le sue trafitture;  o quando sul liuto ella cantava e rendeva muto
    l'uccello notturno che sempre canta in sordina con un gemito; o quando
    con  penna  ricca e ognor fluente rendeva omaggio alla sua protettrice
    Diana;  sempre questa Filotene gareggia in  bravura  con  la  perfetta
    Marina,  cos  con  la colomba di Pafo potrebbe gareggiare il corvo in
    candore di penne.  Marina ottiene tutte le  lodi  tributate,  come  un
    debito  e  non come un dono,  e tanto oscura in Filotene ogni segno di
    grazia, che la moglie di Cleone,  livida d'invidia,  arma la mano d'un
    assassino  contro  la  buona  Marina,  affinch sua figlia rimanga per
    questo delitto senza rivali. A favorire la sua infame trama, Licorida,
    la brava nutrice,   morta;  quella maledetta  di  Dionisa  tiene  gi
    pronto lo strumento del suo furore per vibrare il colpo.  Il fatto non
    ancora accaduto raccomando al vostro diletto: il  tempo  che  vola  io
    posso  solo farlo andare al passo zoppicante della mia rima;  e questo
    io non potrei mai se  voi  non  m'accompagnaste  col  pensiero.  Ecco:
    appare Dionisa con Leonino, un sicario.
    (Esce).


    SCENA PRIMA - Tarso. Uno spazio aperto vicino alla riva del mare.

    (Entrano DIONISA e LEONINO).
    DIONISA: Ricorda la tua solenne promessa: hai giurato di farlo. Non si
    tratta  che  di  un colpo che rester sempre ignorato.  Nulla al mondo
    puoi fare cos rapidamente che ti produca altrettanto  vantaggio.  Non
    lasciare  la  coscienza che  soltanto fredda o il fiammeggiante amore
    rendere schiavo il tuo petto per troppa delicatezza; e non lasciare la
    piet,  ripudiata anche dalle donne,  intenerirti,  ma sii soldato del
    tuo proponimento.
    LEONINO: Lo far; ma  pure una creatura leggiadra.
    DIONISA: Tanto pi opportuno,  dunque,  che l'abbiano gli di.  Eccola
    che viene,  in lacrime per la  morte  della  sua  unica  nutrice.  Sei
    risoluto?
    LEONINO: Sono risoluto.
    (Entra MARINA con un cesto fiori).
    MARINA:  No,  io  voglio  rubare  a Tellus la sua veste per coprire di
    fiori la tua zolla; fiori gialli,  azzurri,  cupe violette e fiorranci
    penderanno  come  un  tappeto  sulla  tua tomba finch durano i giorni
    dell'estate. Ahim! povera ragazza ch'io sono, nata in una tempesta in
    cui mia madre mor,  questo mondo  per me come una tempesta  perpetua
    che mi strappa dai miei amici.
    DIONISA: Ors,  Marina,  perch state sola?  Come mai mia figlia non 
    con voi?  Non consumatevi il sangue col  soffrire.  Avete  in  me  una
    nutrice.  Signore!  come  mutato il vostro aspetto per questo inutile
    dolore.  Via,  datemi i vostri fiori prima  che  il  mare  li  sciupi.
    Passeggiate  con  Leonino;  l'aria  vivida laggi,  penetra ed aguzza
    l'appetito. Via, Leonino, prendila sotto braccio e passeggia con lei.
    MARINA: No, ve ne prego, non voglio privarvi del vostro servitore.
    DIONISA: Via,  via,  io amo il re vostro padre e voi pi che col cuore
    di un'estranea.  Di giorno in giorno lo aspettiamo qui;  e quando egli
    verr e trover questa meraviglia di tutti i discorsi  cos  sfiorita,
    rimpianger  la  distanza  del  suo  gran  viaggio  e biasimer il mio
    signore e me per non aver avuto cura di allevarvi nel  modo  migliore.
    Andate,  ve ne prego; passeggiate e siate di nuovo allegra; conservate
    quella stupenda carnagione che rubava gli  sguardi  di  giovani  e  di
    vecchi. Non vi preoccupate di me: io posso andare a casa sola.
    MARINA: Ebbene, andr; ma non ne ho nessuna voglia.
    DIONISA: Andiamo,  andiamo;  io so che vi fa bene.  Passeggiate almeno
    una mezz'ora. Leonino, ricorda quel che ho detto.
    LEONINO: Ve lo assicuro, signora.
    DIONISA: Vi lascio, mia cara signora,  per poco.  Vi prego,  camminate
    piano, non vi riscaldate il sangue. Devo ben aver cura di voi.
    MARINA: I miei ringraziamenti,  cara signora.  (Esce Dionisa) E' vento
    di ponente questo che soffia?
    LEONINO: Di libeccio.
    MARINA: Quando io nacqui, il vento era di tramontana.
    LEONINO: Davvero?
    MARINA: Mio padre,  come diceva la nutrice,  non ebbe  mai  paura,  ma
    gridava  all'equipaggio:  "Da  bravi,  marinai!" e si spellava le mani
    regali alando le funi; e aggrappatosi all'albero,  resist a un'ondata
    che quasi schiant il ponte.
    LEONINO: Quando accadde questo?
    MARINA:.  Quando  io  nacqui;  le  onde  e il vento non furono mai pi
    violenti e dalle griselle spazzarono via un gabbiere. "Ah!  dice uno -
    non la vuoi finire?". E con una grondante destrezza saltano da prora a
    poppa;  il  nostromo  fischia,  il  capitano chiama e triplica la loro
    confusione.
    LEONINO: Andiamo, dite le vostre preghiere.
    MARINA: Che volete dire?
    LEONINO: Se richiedete un  po'  di  tempo  per  la  preghiera,  ve  lo
    concedo.  Pregate;  ma  non  la  fate lunga perch gli di hanno buone
    orecchie ed io ho giurato di compier la mia bisogna in fretta.
    MARINA: Perch mi volete uccidere?
    LEONINO: Per soddisfare la mia signora.
    MARINA: Perch lei vorrebbe farmi uccidere? Sulla mia fede, per quanto
    posso ricordare,  io non l'ho mai offesa in vita  mia.  Mai  ho  detto
    parole cattive o fatto del male a nessuna creatura vivente; credetemi,
    via: non ho mai ucciso un topo o fatto del male a una mosca; n mai ho
    calpestato involontariamente un verme senza piangere. Che offesa le ho
    fatto  perch  la mia morte possa recarle un vantaggio,  o la mia vita
    esserle un pericolo?
    LEONINO: ll mio incarico non  discutere ma eseguire.
    MARINA: Per nulla al mondo voi lo farete, lo spero.  Voi avete un viso
    onesto   e   la   vostra  espressione  annunzia  un  cuore  sensibile.
    Ultimamente vi ho visto restare ferito per separare  due  contendenti;
    in  verit,  ci  parlava  in  vostro favore.  Fatelo anche adesso: la
    vostra signora vuole la mia vita?  Voi  interponetevi  e  salvate  me,
    poveretta, che sono la pi debole.
    LEONINO: Ho giurato ed eseguir. (Afferra Marina).

    (Entrano dei Pirati).

    PRIMO PIRATA: Fermo, ribaldo!
    (Leonino fugge).
    SECONDO PIRATA: Una preda! una preda!
    TERZO  PIRATA:  A met,  compagni,  a met.  Via,  portiamola subito a
    bordo.
    (Escono i Pirati con Marina. LEONINO rientra).
    LEONINO: Questi ladri vagabondi sono al servizio  di  Valdes  il  gran
    pirata,  e si sono impossessati di Marina.  Lasciamo che vada: non c'e
    speranza che torni.  Io giurer che  morta  e  gettata  in  mare.  Ma
    aspettiamo  ancora:  forse  essi  la  godranno soltanto senza portarla
    sulla nave.  Se rimane,  quella che essi  avranno  violato,  io  dovr
    ucciderla.
    (Esce).

    SCENA SECONDA - Mitilene. Una stanza in un lupanare.

    (Entrano il Ruffiano, la Ruffiana e BOULT).
    IL RUFFIANO: Boult!
    BOULT: Signore!
    IL  RUFFIANO:  Fruga  a fondo il mercato.  Mitilene  piena di giovani
    galanti;  e per trovarci senza ragazze,  abbiamo perduto troppo denaro
    in questa fiera.
    LA  RUFFIANA: Non siamo stati mai cos a corto di femmine: non abbiamo
    che tre disgraziate che non possono fare di pi e sono quasi marce per
    il continuo lavorare.
    IL RUFFIANO: Procuriamocene dunque delle nuove a qualunque prezzo.  Se
    non abbiamo quel po' di coscienza che ci vuole in ogni commercio,  non
    prospereremo mai.
    LA RUFFIANA: E' vero. Non  allevando poveri bastardelli, ch credo di
    averne tirati su undici...
    BOULT: S,  fino a undici anni,  e poi li avete buttati gi.  Ma  devo
    cercare al mercato?
    LA RUFFIANA: Che altro c' da fare?  Questa mercanzia che abbiamo,  un
    colpo di vento la mander in pezzi, tanto pietosamente  avariata.
    IL RUFFIANO: Dici il vero,  sono troppo putride,  in  coscienza.  Quel
    povero Transilvano che se la faceva con la piccolina,  morto.
    BOULT:  Oh,  s,  quella  se lo  lavorato e ne ha fatto arrosto per i
    vermi. Ma vado a cercare al mercato.
    (Esce).
    IL RUFFIANO: Tre o quattromila zecchini sarebbero una  bella  sommetta
    per vivere tranquillamente e ritirarsi.
    LA  RUFFIANA:  Perch  ritirarsi,   fatemi  il  piacere?  E'  vergogna
    guadagnare quando si  vecchi?
    IL RUFFIANO: Oh,  la nostra reputazione non affluisce come la derrata,
    n  la  derrata    in  proporzione  del rischio;  se dunque potessimo
    mettere insieme un bel gruzzolo finch siamo giovani,  non sarebbe poi
    male sbarrar la nostra porta.  E poi, i cattivi rapporti in cui stiamo
    con gli di, saranno un argomento decisivo per farci ritirare.
    LA RUFFIANA: Evvia! c' altra gente che li offende quanto noi.
    IL RUFFIANO: Quanto noi!  certo,  e anche meglio:  noi  li  offendiamo
    peggio,  per.  La  nostra  professione  non  un mestiere;  non  una
    posizione. Ma ecco Boult che viene.
    (Rientra BOULT coi Pirati e MARINA).
    BOULT: Venite avanti. Dite che  vergine, padroni miei?
    PRIMO PIRATA: Oh, signore, non c' dubbio.
    BOULT: Vedete, padrone: ho fatto del mio meglio per questa ragazza: se
    vi piace, bene; se no, ho perduto la caparra.
    LA RUFFIANA: Boult, possiede qualche qualit speciale?
    BOULT: Un bel viso, parla bene e porta abiti sopraffini;  non manca di
    nessuna qualit da farla rifiutare.
    LA RUFFIANA: Quanto il prezzo, Boult?
    BOULT: Non un denaro meno di mille sovrane.
    IL RUFFIANO: Bene,  venite appresso a me,  padroni miei: avrete subito
    il vostro denaro. Donna, portala dentro, istruiscila su quel che ha da
    fare, affinch non sia troppo impacciata nell'accogliere i clienti.
    (Escono il Ruffiano e i Pirati).
    LA RUFFIANA: Boult,  prendi nota dei contrassegni: colore dei capelli,
    carnagione,  altezza,  et, garanzia che  vergine, e grida: "Chi dar
    di pi l'avr il primo".  Una  simile  verginit  si  dovrebbe  pagare
    profumatamente,  se  gli  uomini fossero ancora quelli che erano.  Fa'
    come ti ordino.
    BOULT: Sar fatto.
    MARINA: Ahim!  perch Leonino  stato cos fiacco  e  lento!  Avrebbe
    dovuto  colpire  invece  di parlare.  E questi pirati,  non abbastanza
    barbari perch non mi hanno gettato in mare a cercarvi mia madre!
    LA RUFFIANA: Di che vi lamentate, carina mia?
    MARINA: D'essere carina.
    LA RUFFIANA: Andiamo, gli di stessi vi hanno cos dotata.
    MARINA: Non li accuso, io.
    LA RUFFIANA: Siete capitata nelle mie mani e qui avrete probabilit di
    vivere.
    MARINA: Tanto peggior disgrazia la mia d'essere sfuggita alle mani che
    mi davano probabilit di morire.
    LA RUFFIANA: E vivrete nel piacere.
    MARINA: No.
    LA RUFFIANA: S che ci vivrete, e assaggerete gentiluomini di tutte le
    fatte. Ve la passerete bene; avrete la variet di tutte le carnagioni.
    Come! vi tappate le orecchie?
    MARINA: Siete una donna, voi?
    LA RUFFIANA: Che vorreste che fossi, se non una donna?
    MARINA: O siete una donna onesta, o non siete una donna.
    LA RUFFIANA: Per Bacco! al diavolo,  oca che sei.  Credo che mi darete
    da fare.  Andiamo, voi siete una fraschetta pazzerella che deve essere
    piegata al verso che voglio io.
    MARINA: Gli di mi proteggano!
    LA RUFFIANA: Se piace agli di di proteggervi per mezzo degli  uomini,
    allora saranno gli uomini che devono consolarvi, gli uomini che devono
    darvi  da  mangiare,  gli  uomini  che devono stuzzicarvi.  E' tornato
    Boult.
    (Rientra BOULT).
    Ebbene, signor mio, l'hai gridata per tutto il mercato?
    BOULT: L'ho gridata quasi tante volte quanti sono i suoi capelli e  ne
    ho fatto il ritratto con la voce.
    LA  RUFFIANA: E dimmi,  ti prego,  come hai trovato disposta la gente,
    specialmente i pi giovani?
    BOULT: Sulla mia parola,  stavano a  sentire  attenti  come  avrebbero
    ascoltato  il testamento del padre.  Uno Spagnolo c'era,  con una tale
    acquolina alla bocca che  alla  mia  sola  descrizione  s'  andato  a
    mettere a letto.
    LA  RUFFIANA:  Domani  lo  avremo  qui,  con la sua pi bella gorgiera
    intorno al collo.
    BOULT:  Stasera,  stasera.  Ma  conoscete,  padrona,   quel  cavaliere
    francese che cammina tutto arrembato?
    LA RUFFIANA: Chi? Monz Veroles?
    BOULT:  Gi;  al  mio  bando,  ha  provato a fare una capriola,  ma il
    tentativo l'ha fatto guaire, e ha giurato che verr a vederla domani.
    LA RUFFIANA: Bene, bene; quanto a lui,  ha portato qui la sua malattia
    e  qui  non  fa  che rinfrescarla.  So che verr alla nostra ombra per
    disseminare le sue corone al sole.
    BOULT: Bene,  se avessimo da ogni  nazione  un  viaggiatore,  potremmo
    alloggiarlo all'insegna di questa ragazza.
    LA RUFFIANA (a Marina): Fate il piacere, venite un po' qui. La fortuna
    vi  viene a cercare.  Statemi bene attenta: dovete aver l'aria di fare
    con timidezza quel che farete volentieri e di disprezzare l'utile dove
    avete da  guadagnare  di  pi.  Piangete  sulla  vita  che  fate:  ci
    impietosisce  gli  amanti,  ed    raro che la loro compassione non vi
    procuri una buona opinione e quell'opinione un netto guadagno.
    MARINA: Non vi comprendo.
    BOULT: Oh, parlatele chiaro,  padrona,  parlatele chiaro;  questi suoi
    rossori vanno spenti subito con un po' di pratica.
    LA RUFFIANA: Dici giusto, aff mia: bisogna fare cos, perch anche la
    sposa va con vergogna a quella che per lei  via legittima.
    BOULT: Davvero,  alcune si vergognano,  altre no. Ma, padrona, giacch
    sono io che ho messo al fuoco l'arrosto...
    LA RUFFIANA: Puoi bene staccartene un boccone sullo spiedo.
    BOULT: Posso?
    LA RUFFIANA: Chi te lo impedirebbe? Andiamo,  ragazza,  mi piace molto
    l'abito che portate.
    BOULT: S: sulla mia fede, non deve ancora cambiarlo.
    LA  RUFFIANA: Boult,  spargi la notizia per la citt;  va' dicendo che
    ospite abbiamo; non ci perdi nulla ad aumentar la clientela. Quando la
    natura form questa figliuola,  volle  farti  un  buon  servigio.  Va'
    dunque  a  dire  che  meraviglia ,  e raccoglierai la msse delle tue
    lodi.
    BOULT: Vi assicuro,  padrona,  che il tuono non risveglia i banchi  di
    anguille  come  i  miei  panegirici  della  sua bellezza ecciteranno i
    libertini. Ne porter qualcuno stasera.
    LA RUFFIANA: Venite avanti; seguitemi.
    MARINA: Se le fiamme sono  calde,  i  coltelli  affilati  o  le  acque
    profonde,  io serber intatto il mio nodo virginale.  Diana,  aiuta il
    mio proponimento!
    LA RUFFIANA: Che abbiamo a spartire  noi  con  Diana?  Suvvia,  volete
    venire con noi? (Escono).


    SCENA TERZA - Tarso. Stanza della casa di Cleone.

    (Entrano CLEONE e DIONISA).
    DIONISA: Perch siete cos sciocco?  Si pu forse far tornare al nulla
    il gi fatto?
    CLEONE: Oh,  Dionisa!  una tale carneficina il  sole  e  la  luna  non
    l'hanno veduta mai.
    DIONISA: Credo che voi stiate ridiventando un bambino.
    CLEONE:  Se  fossi  supremo  signore  di tutto il vasto mondo lo darei
    perch quel che ormai  fatto  potesse  revocarsi.  Una  signora!  Per
    sangue molto meno che per virt, sebbene principessa da uguagliare, in
    un paragone equanime,  qualsivoglia corona della terra. E quell'infame
    di Leonino?  gli hai dato pure da bere del veleno.  Se  tu  ne  avessi
    bevuto  un  sorso  per  brindare  a lui sarebbe stata una cortesia ben
    degna della tua azione.  Che potrai tu dire quando il  nobile  Pericle
    rivorr sua figlia?
    DIONISA:  Che    morta.  Una nutrice non  poi il destino,  che possa
    farla crescere e preservarla.  E' morta di notte: dir cos.  Chi  pu
    smentirlo? A meno che voi non facciate il pio innocente e, per il nome
    di onesto, non gridiate: "E' morta a tradimento".
    CLEONE: Oh, dateci sotto! Via, via: di tutti i delitti sotto il cielo,
    gli di trovan questo il peggiore.
    DIONISA:  Siate  uno di quelli che credono che gli sgriccioli di Tarso
    se ne voleranno a rivelar la cosa a Pericle.  Mi vergogno a pensare di
    che nobile origine voi siete e di che spirito codardo.
    CLEONE: Chi a un tale atto dia soltanto la sua approvazione,  anche se
    non vi ha consentito prima, non discende da origini onorevoli.
    DIONISA: E sia,  ma nessuno conosce,  se non voi,  in che modo ella  
    morta,  e  nessuno pu saperlo,  perch Leonino  andato.  Ella faceva
    sfigurare mia figlia e s'interponeva tra lei e le sue fortune.  Non la
    guardava  nessuno,  ma  tutti  tenevano  gli occhi sul viso di Marina,
    mentre la nostra era tenuta a vile e considerata una sguattera che non
    merita un saluto. Questo per me era una spina al cuore,  e sebbene voi
    chiamiate  la mia un'azione contro natura - voi che non amate molto la
    creatura vostra - io me ne compiaccio  come  d'un  atto  di  tenerezza
    compiuto per la vostra unica figlia.
    CLEONE: Lo perdoni il cielo!
    DIONISA: E in quanto a Pericle,  che potrebbe dire? Noi abbiamo pianto
    dietro il feretro e portiamo ancora il  lutto;  il  sepolcro    quasi
    terminato  e  l'epitaffio  in  risplendenti  caratteri  dorati  fa  un
    perfetto elogio di lei e della premura di noi che  abbiamo  eretto  il
    monumento a nostre spese.
    CLEONE:  Tu  sei  come  un'arpia  che tradisci col tuo viso d'angelo e
    afferri coi tuoi artigli d'aquila.
    DIONISA: Voi siete come uno  che  superstizioso  grida  agli  di  che
    l'inverno  uccide  le  mosche.  Ma  pure  so  che  farete  come  io vi
    consiglio.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Dinanzi al sepolcro di Marina a Tarso.

    (Entra GOWER).
    GOWER: Cos noi trascuriamo il tempo e le pi lunghe leghe accorciamo;
    navighiamo il mare sulle conchiglie e otteniamo col  solo  desiderare;
    procedendo,  per  cattivare  la  fantasia,  da  confine a confine,  da
    regione a regione.  Da voi perdonati,  non commettiamo delitto  usando
    un'unica  lingua  in  ogni diverso clima dove le nostre scene sembrano
    vivere.  Vogliate apprendere gli stadi della nostra storia da  me  che
    per  spiegarveli mi presento negl'intervalli.  Pericle sta traversando
    di nuovo i mari capricciosi,  in compagnia  di  molti  gentiluomini  e
    cavalieri,  per vedere la figlia,  delizia della sua vita.  Il vecchio
    Elicano  con lui.  Al suo posto   stato  lasciato  al  governo,  non
    dimenticatelo,  il  vecchio Escane,  che da poco Elicano ha elevato ad
    alte e cospicue dignit. Buone navi e propizi venti hanno recato il re
    a Tarso - prendete questa idea per pilota,  cos con la  sua  guida  i
    vostri pensieri navigheranno - per portarsi a casa la figlia che  gi
    lontana.  Guardateli un po' muoversi come atomi di polvere e ombre; le
    orecchie vostre io metter d'accordo con gli occhi.

    PANTOMIMA.

    Entrano PERICLE col suo Seguito da una parte,  CLEONE e DIONISA da  un
    altra.  CLEONE mostra a PERICLE la tomba di MARINA;  a questo, PERICLE
    fa lamenti,  si veste di sacco e  in  profondo  dolore  si  allontana.
    Allora escono CLEONE e DIONISA.

    Oh,  come  la fiducia pu essere ingannata da false apparenze!  Questa
    commozione accattata tiene luogo di vera e autentica pena;  e Pericle,
    tutto  divorato  dal  dolore,  scosso dai sospiri e inondato dalle pi
    grosse lacrime,  lascia Tarso e di nuovo s'imbarca.  Egli giura di non
    lavarsi pi la faccia n pi tondersi le chiome,  si veste di sacco, e
    in mare! Sopporta una tempesta che lacera il suo vascello mortale,  ma
    pur con fatica la supera. Vi piaccia ora conoscere l'epitaffio che per
    Marina ha dettato Dionisa malvagia.  (Legge l'iscrizione sul monumento
    di Marina).

    "Qui giace la pi bella e la migliore
    che inarid degli anni suoi nel fiore:
    figliuola ell'era del sovran di Tiro,
    di lei la morte fe' tal scempio diro.
    Marina si nom; Teti superba
    al nascer suo, parte inghiott dell'erba,
    e la terra, cui il flutto fe' spavento,
    die' la prole di Teti al firmamento:
    onde di flagellar sempre la dura
    sponda di sasso irosa Teti giura".

    Nessuna maschera si conviene alla nera malvagit  cos  bene  come  la
    dolce  e  tenera lusinga.  Lasciamo Pericle credere che sua figlia sia
    morta e soffrire che i suoi atti siano in bala  di  madonna  Fortuna.
    Intanto la scena vi mostra il dolore ed il grave tormento della figlia
    nel suo profano servizio.  Pazienza, dunque, e pensate di trovarvi ora
    tutti in Mitilene.
    (Esce).


    SCENA QUINTA - Mitilene. Una strada dinanzi al lupanare.  Dal lupanare
    escono due Gentiluomini).
    PRIMO GENTILUOMO: Avete mai udito nulla di simile?
    SECONDO  GENTILUOMO:  No,  n l'udr mai in un luogo come questo,  una
    volta che lei se ne sar andata.
    PRIMO GENTILUOMO: Ma sentirsi predicar la religione l dentro! Avreste
    mai sognato una tal cosa?
    SECONDO GENTILUOMO: No, no.  Via,  non voglio pi saperne di lupanari.
    Se andassimo a sentir cantare le vestali?
    PRIMO  GENTILUOMO:  Tutto ci che sia virtuoso mi sento ormai pronto a
    fare, sono ormai per sempre fuor della strada della fregola.
    (Escono).




    SCENA SESTA - Stesso luogo. Una stanza nel lupanare.

    (Entrano il Ruffiano, la Ruffiana e BOULT).
    IL RUFFIANO: Ebbene, perch non fosse mai venuta qui,  darei il doppio
    di quello che l'ho pagata.
    LA  RUFFIANA:  Onta,  onta a lei!  farebbe diventar di ghiaccio il dio
    Priapo e manderebbe in nulla una  generazione  intera;  bisogna  farla
    sverginare  o  sbarazzarcene.  Quando dovrebbe far l'obbligo suo per i
    clienti e usarmi la compiacenza  della  nostra  professione,  mi  tira
    fuori i suoi cavilli, le sue ragioni, le sue ragioni superiori, le sue
    preghiere,  le  sue  genuflessioni,  e  farebbe  un puritano anche del
    diavolo, se venisse a mercanteggiare un bacio da lei.
    BOULT: Aff mia,  dobbiamo  violarla,  o  ci  svier  tutti  i  nostri
    cavalieri e dei nostri scapestrati far preti.
    IL RUFFIANO: Per me, il malfrancese la colga, lei e i suoi pallori!
    LA RUFFIANA: Davvero,  l'unica via per sbarazzarcene  il malfrancese.
    Ecco che viene il signor Lisimaco travestito.
    BOULT: Potremmo aver qui signori e gente minuta se questa  ragazzaccia
    scontrosa fosse pi compiacente con gli avventori.
    (Entra LISIMACO).
    LISIMACO: Ebbene: quanto alla dozzina le vergini?
    LA RUFFIANA: Che gli di benedicano Vostro Onore!
    BOULT: Sono felice di veder Vostro Onore in buona salute.
    LISIMACO:  Credo  bene:    meglio  per voi che i vostri clienti siano
    saldi in gambe. Ors!  salutifera iniquit,  hai con chi un uomo possa
    aver a che fare infischiandosi del cerusico?
    LA RUFFIANA: Ne abbiamo qui una,  signore,  se volesse... ma non  mai
    capitata la simile in Mitilene.
    LISIMACO: Se volesse compiere l'atto tenebroso, volevi dire.
    LA RUFFIANA: Vostro Onore sa benissimo che cosa  parlare.
    LISIMACO: Bene. Chiama, chiama.
    BOULT: Per carni e sangue, signore,  bianca e rossa: vedrete una rosa;
    e sarebbe una rosa veramente, solo che avesse...
    LISIMACO: Che cosa, dunque?
    BOULT: Oh, signore, so essere modesto.
    LISIMACO:  Questo  d decoro al buon nome d'un ruffiano non meno che a
    molte fama di castit.
    (Esce Boult).
    LA RUFFIANA: Ecco quella che cresce sullo stelo; ancora non clta,  ve
    lo posso assicurare.
    (Rientra BOULT con MARINA).
    Non  una bellezza?
    LISIMACO:  Davvero  farebbe  al  caso  dopo un lungo viaggio per mare.
    Bene: ecco per voi; lasciateci.
    LA RUFFIANA: Supplico Vostro Onore, permettete: una parola e ho finito
    subito.
    LISIMACO: Fate, vi prego.
    LA RUFFIANA (a Marina): Primo: vi  faccio  notare  che  questa    una
    persona onorevole.
    MARINA: Desidero trovarlo tale per poterlo onorare degnamente.
    LA  RUFFIANA: E poi  il governatore di questo paese,  e la persona da
    cui io dipendo.
    MARINA: Se governa il paese,  voi dipendete veramente da lui;  ma come
    in ci egli sia onorevole non lo so.
    LA  RUFFIANA:  Di  grazia,  senza  pi  schermaglie virginali,  volete
    trattarlo gentilmente? Vi imbottir d'oro il grembiule.
    MARINA: Ci che egli far liberalmente, accoglier con gratitudine.
    LISIMACO: Avete finito?
    LA RUFFIANA: Signore,  non  ancora scozzonata e dovrete  faticare  un
    poco per avvezzarla al vostro governo. Via, lasciamo Suo Onore insieme
    con lei.
    LISIMACO:  Va' per la tua strada.  (Escono la Ruffiana,  il Ruffiano e
    Boult) Ed ora, carina mia, quanto tempo  che fai questa vita?
    MARINA: Quale vita, signore?
    LISIMACO: Come! non posso nominarla senza offesa.
    MARINA: Non posso essere offesa dalla mia vita. Vi prego di nominarla.
    LISIMACO: Da quando fai questa professione?
    MARINA: Da sempre, che io mi ricordi.
    LISIMACO: Hai cominciato cos giovane? ragazza allegra a cinque anni o
    a sette?
    MARINA: Anche prima, signore, se lo sono adesso.
    LISIMACO: Ma la casa dove ti trovi,  ti denuncia per una donna che  si
    vende.
    MARINA: Come, conoscete questa casa per un posto cos frequentato e ci
    mettete piede? Ho sentito dire che siete persona onorata, che siete il
    governatore di questo luogo.
    LISIMACO: Oh, la tua padrona ti ha fatto sapere chi sono?
    MARINA: Chi  la mia padrona?
    LISIMACO: Come! la tua erbivendola, quella che sparge semi e radici di
    vergogna e iniquit.  Oh, tu hai saputo qualche cosa della mia potenza
    e cos fai la ritrosa per essere corteggiata  pi  sul  serio.  Ma  ti
    assicuro,  carina, che la mia autorit chiuder tutti e due gli occhi,
    oppure ti guarder benevolmente.  Vieni,  conducimi in qualche  stanza
    riservata; vieni, vieni.
    MARINA:  Se  siete  nato  nell'onore,  dimostratelo  adesso;  se  vi 
    attribuito, convalidate il giudizio che ve ne ha creduto degno.
    LISIMACO: Che vuoi dire?  Che vuoi dire?  Dgli!  seguita  a  fare  la
    virtuosa.
    MARINA: Per me,  che sono una vergine, sebbene la pi spietata fortuna
    m'abbia posto in questo brago, dove dacch vi entrai, le malattie sono
    state vendute  pi  care  della  salute,  oh,  che  gli  di  vogliano
    liberarmi  da  questo  luogo  empio,  anche  se mi dovessero tramutare
    nell'infimo uccello che vola nell'aria pi pura.
    LISIMACO: Non credevo che tu potessi parlare cos bene;  non lo  avrei
    mai  sognato.  Se  avessi  portato  qui  uno spirito corrotto,  il tuo
    discorso lo avrebbe mutato.  Tieni;  ecco dell'oro per  te;  persevera
    nella pura via in cui cammini e gli di ti diano forza!
    MARINA: Gli di vi conservino!
    LISIMACO: Quanto a me, sii certa che non venni con intenzione cattiva:
    per me qui fin le porte e le finestre odorano d'infamia. Addio. Tu sei
    un  fiore  di  virt  e  non  ho  dubbio che la tua educazione  stata
    nobile.  Tieni: ecco altro oro per te.  Che sia maledetto e muoia come
    un ladro colui che ti rapisse la tua bont!  Se avrai mie notizie sar
    per il tuo bene.
    (Rientra BOULT).
    BOULT: Supplico Vostro Onore, una moneta per me.
    LISIMACO: Va' via,  maledetto ruffiano!  La vostra casa,  se non fosse
    per questa vergine che la sostiene, sprofonderebbe e vi travolgerebbe.
    Vattene!
    (Esce).
    BOULT: Che significa questo?  Ci vogliono altri metodi con voi.  Se la
    vostra cocciuta castit,  che non vale una colazione nel paese  pi  a
    buon  mercato  sotto  la  cappa del cielo,  deve mandare in rovina una
    casa, voglio farmi castrare come un cane spagnolo. Venite.
    MARINA: Dove volete condurmi?
    BOULT:  Devo  sverginarvi,  o  altrimenti  sar  il  boia  pubblico  a
    pensarci.  Venite. Non permetteremo che altri gentiluomini siano messi
    alla porta. Venite, vi dico.
    (Rientra la Ruffiana).
    LA RUFFIANA: Ebbene, che c'?
    BOULT: Di male in peggio,  padrona:  ha  tenuto  un'omelia  al  signor
    Lisimaco.
    LA RUFFIANA: Oh, l'infamaccia!
    BOULT:  Ella  rende  la  nostra  professione  qualche cosa che fete al
    cospetto degli di.
    LA RUFFIANA: Giuraddio, che sia impiccata per sempre!
    BOULT: Quel nobiluomo si sarebbe comportato da par suo, con lei; e lei
    lo ha mandato via freddo come una palla di neve e, per di pi,  con le
    preghiere sulle labbra.
    LA RUFFIANA: Boult, portala via; trattala a piacer tuo; rompi il vetro
    della verginit e rendi il resto malleabile.
    BOULT:  Fosse  pure  un  campo di rovi pi ispido di quel che ,  sar
    dissodato.
    MARINA: Sentitelo, sentitelo, oh di del cielo!
    LA RUFFIANA: Invoca perfino gli di!  Fuori dai Piedi !  Non mi  fosse
    mai  entrata  in  casa!  Giuraddio,  che  sia  impiccata!  E' nata per
    mandarci in rovina.  Non vuoi fare la  strada  di  tutte  le  femmine?
    Giuraddio,   andiamo,  salm  di  castimonia,  guarnito  di  alloro  e
    rosmarino!             (Esce).
    BOULT: Andiamo, damigella, venite con me.
    MARINA: Dove mi vuoi portare?
    BOULT: A levarvi il gioiello che tenete tanto caro.
    MARINA: Ti supplico, dimmi prima una cosa.
    BOULT: Sentiamo questa cosa.
    MARINA: Che cosa augureresti al tuo peggior nemico?
    BOULT: Ebbene, gli augurerei di essere il mio padrone, o meglio la mia
    padrona.
    MARINA: Nessuno dei due  infame quanto te, poich ti sono al di sopra
    con la loro autorit.  Tu occupi un posto con cui  il  pi  tormentato
    demonio   dell'inferno   non   farebbe  a  cambio  senza  perderci  di
    reputazione;  tu sei il maledetto mezzano di ogni lacch che venga  in
    cerca della sua scanfarda;  le tue orecchie sono esposte agli iracondi
    pugni del primo manigoldo;  ti cibi di ci che    stato  vomitato  da
    visceri infetti.
    BOULT: Che vorreste che facessi?  che andassi alla guerra forse?  dove
    un uomo pu militare sette anni per perdere una  gamba  e  non  avere,
    alla fine, abbastanza denaro per comprarsene una di legno?
    MARINA:  Fa'  ogni  cosa,  meno  quello  che fai.  Va' a vuotare della
    sozzura vecchi canteri o chiaviche; fa' l'aiuto del boia a un tanto al
    mese; uno qualunque di questi mestieri  sempre meglio del tuo, perch
    questo che fai, la pi laida scimmia, se parlasse,  lo prenderebbe per
    un  insulto.  Oh,  che gli di mi portino salva fuori da questo posto!
    Prendi,  ecco oro per te.  Se il tuo padrone vuol guadagnare per mezzo
    mio,  annunzia che io so cantare, tessere, cucire e danzare, con altre
    doti di cui non mi piace vantarmi; ed io mi metter ad insegnare tutte
    queste cose.  Non dubito che questa popolosa citt mi procurer  molte
    allieve.
    BOULT: Ma potete insegnare tutto ci di cui parlate?
    MARINA:  Fate  la  prova:  e  se  non  sono  capace  riportami  qui  e
    prostituiscimi all'ultimo cialtrone che frequenta la vostra casa.
    BOULT: Ebbene,  vedr quel che posso fare per te: se posso collocarti,
    lo far.
    MARINA: Ma con donne oneste.
    BOULT: Per la verit,  non ho molte conoscenze tra esse.  Ma poich il
    mio padrone e la mia padrona vi hanno  comprato,  nulla  si  pu  fare
    senza il loro consenso. Li informer dunque del tuo proponimento e son
    certo di trovarli abbastanza trattabili. Andiamo, far per te quel che
    posso: vieni.
    (Escono).


    ATTO QUINTO.

    (Entra GOWER).
    GOWER:  Cos  sfugge  Marina  al lupanare e capita in una casa onesta,
    dice la nostra storia.  Ella canta come un'immortale e danza come  una
    dea sulle sue ammirate melodie; i profondi intenditori ella ammutisce,
    e  col  suo  ago  compone  la  forma  stessa della natura,  bocciuoli,
    uccelli,  rami,  coccole,  e uguaglia le  rose  naturali  con  le  sue
    artefciate sorelle; la sua lana, la sua seta fanno gemelli alle rosse
    ciliege.  Non  le mancano allieve di nobile lignaggio che riversano su
    lei la loro generosit,  e il suo  guadagno  ella  d  alla  maledetta
    ruffiana.  Qui  noi  la  lasciamo  per  volgere di nuovo a suo padre i
    nostri pensieri dove  rimasto: sul mare.  Ivi lo abbiamo smarrito;  e
    di l, spinto innanzi dai venti,  qui arrivato dove sua figlia dimora
    e  su  questa  costa  supponetelo  adesso all'ancora.  La citt era in
    movimento per celebrare a Nettuno l'annua festa;  dalla riva  Lisimaco
    avvista la nostra nave tiria con le sue bandiere nere,  arredata senza
    risparmio, e verso di essa. nella sua barca,  ansiosamente s'affretta.
    Nella   vostra   fantasia   suscitate   ancora   una  volta  la  vista
    dell'afflitto Pericle; pensate che questa sia la sua nave dove ci che
    si compie nell'azione e pi,  se possibile,  sar palesato: vi piaccia
    sedere e ascoltare.
    (Esce).


    SCENA PRIMA - A bordo della nave di Pericle,  dinanzi a Mitilene.  Sul
    ponte,  una tenda chiusa sul davanti da una cortina;  dentro la  tenda
    Pericle giacente su un letto. Una barca sta attraccata al fianco della
    nave tiria.

    (Entrano  due  Marinai,  uno  della  nave tiria e l'altro della barca;
    verso di loro, ELICANO).
    MARINAIO TIRIO (al Marinaio di Mitilene):  Dov'  il  signor  Elicano?
    Egli  pu spiegarvi.  Oh,  eccolo!  Messere,  vi  una barca venuta da
    Mitilene, e in essa si trova Lisimaco,  il governatore,  che chiede di
    salire a bordo. Che volete fare?
    ELICANO: Quello che lui vuole. Chiamate su qualche gentiluomo.
    MARINAIO TIRIO: Ehi, gentiluomini! il mio signore chiama.
    (Entrano due o tre Gentiluomini).
    PRIMO GENTILUOMO: Vostra Signoria chiama?
    ELICANO:  Signori,  vi  qualcuno di riguardo che vuol salire a bordo:
    accoglietelo onorevolmente, vi prego.
    (I Gentiluomini e i Marinai discendono  e  si  recano  a  bordo  della
    barca).

    (Entrano  dalla  barca LISIMACO e Signori;  i Gentiluomini tirii e due
    Marinai).

    MARINAIO TIRIO: Signore,  ecco l'uomo che pu spiegarvi tutto ci  che
    vorrete.
    LISIMACO: Salute, onorando signore! gli di vi preservino!
    ELICANO:  E voi,  signore,  possiate superare l'et che ho io e morire
    come io vorrei.
    LISIMACO: Mi fate un ottimo augurio.  Trovandomi  sulla  spiaggia  per
    onorare  Nettuno nelle sue feste vidi questa splendida nave veleggiare
    dinanzi a noi e mi sono avvicinato ad essa per sapere di dove siete.
    ELICANO: Prima di tutto, qual  la vostra carica?
    LISIMACO: Io sono il governatore di questo paese che vi sta dinanzi.
    ELICANO: Signore, la nostra nave  di Tiro; in essa c' il re, un uomo
    che da tre mesi non ha parlato a nessuno,  n preso cibo  se  non  per
    prolungare il suo dolore.
    LISIMACO: Qual  la causa della sua afflizione?
    ELICANO:  Sarebbe troppo tedioso da ripetere;  ma il dolore pi grande
    ha origine dalla perdita di una figlia e di una sposa dilette.
    LISIMACO: Non  possibile vederlo?
    ELICANO: E' possibile;  ma che voi lo vediate non servir a nulla: non
    vuole parlare a nessuno.
    LISIMACO: Appagate ugualmente il mio desiderio.
    (Si solleva la cortina e appare PERICLE).
    ELICANO:  Guardatelo.  Era  questi  una stupenda figura d'uomo fino al
    disastro che, in una notte funesta, lo trasse a tale.
    LISIMACO: Sire re, ogni salute! gli di vi preservino! Salute,  regale
    signore!
    ELICANO: A nulla giova: non vi parler.
    PRIMO GENTILUOMO: Signore, noi abbiamo in Mitilene una giovane che, ci
    scommetto, riuscir a tirargli di bocca qualche parola.
    LISIMACO: Ben pensato.  Sicuramente ella lo avvincer con la sua dolce
    musica e con le altre sue elette attrattive,  e aprir una breccia nel
    suo animo divenuto sordo e ora ostruito a mezzo.  Tutta felice e bella
    come nessun'altra,  ella si trova ora con le sue vergini compagne  nel
    frondoso recesso che  prossimo al fianco dell'isola.
    (Parla  sottovoce  a  un  Signore  che  si  allontana  nella  barca di
    Lisimaco).
    ELICANO: Sicuro,  tutto  inutile:  eppure  non  vogliamo  tralasciare
    nulla  che  abbia  il nome di rimedio.  Ma poich abbiamo approfittato
    fino a questo punto della vostra gentilezza, lasciate che vi preghiamo
    di darci provviste in cambio del nostro oro;  non che ci  manchino  ma
    sono talmente stantie che ne siamo stucchi.
    LISIMACO: Oh, signore,  una cortesia codesta che se noi la negassimo,
    gli  di  giustissimi  per  ogni  germoglio ci manderebbero un bruco e
    punirebbero cos la nostra provincia.  Ma una volta  ancora,  lasciate
    ch'io  vi preghi di farmi conoscere per intero la causa del dolore del
    vostro re.
    ELICANO: Sedete,  signore:  ve  la  racconter.  Ma  vedete:  ne  sono
    impedito.
    (Torna dalla barca il Signore con MARINA e una Donzella).
    LISIMACO: Oh!  ecco la dama che ho mandato a cercare.  Benvenuta,  mia
    bella. Non  una meravigliosa persona?
    ELICANO: E' una dama incantevole.
    LISIMACO: E' tale,  che se fossi ben certo ch'ella  viene  da  parenti
    gentili  e  da  nobile  stirpe  non  mi augurerei scelta migliore e mi
    riterrei splendidamente sposato. Mia bella, tutta la bont che risiede
    nella munificenza,  aspttatela qui,  dove    un  regale  malato:  se
    l'effetto  proprio  delle  tue  arti  pu indurlo a risponderti in una
    qualsiasi cosa,  la tua sacra cura  ricever  il  premio  che  i  tuoi
    desideri possono augurarsi.
    MARINA:  Signore,  user  ogni mia abilit a guarirlo,  purch non sia
    permesso a nessuno di  avvicinarlo  all'infuori  di  me  e  della  mia
    compagna.
    LISIMACO: Andiamo,  lasciamola;  e gli di le diano successo.  (Marina
    canta) Si  accorto della vostra musica?
    MARINA: No; non ci ha nemmeno guardate.
    LISIMACO: Attenti, che ora gli parla.
    MARINA: Salute, sire! signore, datemi orecchio.
    PERICLE: Uhm! ah!
    MARINA: Io sono una giovane,  signore,  che prima  d'ora  non  ho  mai
    sollecitato  sguardi,  ma,  s,  sono  stata guardata come una cometa.
    Colei che vi  parla,  signore,  ha  forse  sopportato  un  dolore  che
    potrebbe uguagliare il vostro,  se ambedue fossero giustamente pesati.
    Sebbene una  fortuna  perversa  infierisse  contro  la  mia  vita,  io
    discendo  da  antenati  che stavano a pari coi potenti monarchi: ma il
    tempo ha sradicato la mia famiglia,  incatenandomi schiava al mondo  e
    ai casi maligni. (A parte) Dovr rinunciare; ma sento non so che vampa
    alle guance e una voce che mi sussurra all'orecchio: "Non te ne andare
    finch non parla".
    PERICLE: Le mie sfortune...  il mio parentado...  buon parentado... da
    uguagliare il mio!... non  cos? cosa dite?
    MARINA: Dicevo, signore,  che se voi conosceste il mio parentado,  non
    mi sareste cos brusco.
    PERICLE:  Lo  credo.  Volgete  ancora,  vi prego gli occhi su me.  Voi
    somigliate a qualcuna che... Di dove siete? di questa terra qui?
    MARINA: N di questa n di alcun'altra terra. Eppure,  fui generata da
    esseri mortali e non sono diversa da quel che sembro.
    PERICLE:  Io  sono  gonfio di dolore e mi allevier piangendo.  La mia
    sposa diletta era tale e quale  questa  giovane,  e  come  costei  mia
    figlia  avrebbe  potuto  essere:  la  stessa quadrata fronte della mia
    regina, la sua statura precisa,  diritta come un fuso;  la stessa voce
    d'argento,  gli  occhi altrettanto simili a gioielli e incastonati con
    uguale ricchezza; nell'incedere,  un'altra Giunone,  che fa languir le
    orecchie  che alimenta e pi le affama di parole quante pi gliene d.
    Dove vivete?
    MARINA: In un luogo dove non sono che una straniera;  potete scorgerlo
    dal ponte.
    PERICLE:  Dove foste allevata?  E come avete acquistato queste doti di
    cui voi accrescete il pregio col possederle?
    MARINA: Se raccontassi la mia storia,  farebbe l'effetto delle  bugie,
    che si disprezzano appena dette.
    PERICLE: Parla,  ti prego: da te non pu venire nulla di falso, perch
    hai modesta la figura  come  la  giustizia  e  sembri  un  palazzo  da
    abitarvi  la verit coronata.  Ti credo,  e costringer i miei sensi a
    credere al tuo racconto anche  dove  appaia  inverosimile,  perch  tu
    somigli  a  una  che  veramente amai.  Chi erano i tuoi genitori?  Non
    dicesti quando ti ho respinto,  che fu quando mi accorsi  di  te,  che
    discendi da buona stirpe?
    MARINA: Lo dissi, infatti.
    PERICLE:  Parlami  del tuo parentado.  Hai detto,  mi pare,  di essere
    stata ludibrio di torti e affronti,  hai detto  che  le  tue  sventure
    potrebbero uguagliare le mie, se ambedue fossero palesate.
    MARINA:  Dissi qualche cosa di simile e non dissi nulla pi di ci che
    i miei pensieri mi garantivano probabile.
    PERICLE:  Raccontami  la  tua  storia;   se  ci  che  hai  patito  si
    dimostrer, alla considerazione, pur un millesimo di ci che ho patito
    io,  ebbene,  tu  sei  un  uomo  allora,  e  io  ho  sofferto come una
    fanciulla: eppure tu somigli alla Pazienza che contempla le tombe  dei
    re e disarma la Calamit col sorriso. Chi erano i tuoi parenti? Il tuo
    nome,  mia gentile vergine?  Racconta,  te ne supplico.  Vieni,  siedi
    accanto a me.
    MARINA: Il mio nome  Marina.
    PERICLE: Oh!  io sono beffato,  e tu da  qualche  nume  crucciato  sei
    mandata qui perch il mondo rida di me.
    MARINA: Pazienza, buon signore, o dovr interrompermi.
    PERICLE: S, sar paziente. Tu non sai come mi fai trasalire a chiamar
    te stessa Marina.
    MARINA:  Il  nome mi fu dato da uno che non mancava di potenza: da mio
    padre, da un re.
    PERICLE: Come! figlia di un re? e ti chiami Marina?
    MARINA: Avete detto di volermi credere;  ma per non turbare la  vostra
    pace mi fermer a questo punto.
    PERICLE:  Ma  siete  davvero di carne e di sangue?  Avete un polso che
    batte? e non siete una fata? un automa? Continuate, dunque. Dove siete
    nata? e perch vi chiamate Marina?
    MARINA: Mi hanno chiamata Marina perch nacqui in mare.
    PERICLE: In mare! Da quale madre?
    MARINA: Mia madre era figlia di re e mor nell'istante che io  nacqui,
    come la mia buona nutrice Licorida mi ha spesso raccontato piangendo.
    PERICLE:  Oh,  fermatevi  un momento.  (a parte) Questo  il sogno pi
    strano con cui il pesante sonno abbia mai beffato un triste pazzo, non
    pu essere.  Mia figlia  sepolta.  Ebbene: dove  foste  allevata?  Vi
    star  ancora  a  sentire  fino  al  fondo  della  vostra storia e non
    v'interromper mai.
    MARINA: Voi non mi prestate  fede.  Credetemi,  sarebbe  meglio  ch'io
    rinunciassi.
    PERICLE:   Creder  ogni  sillaba  di  quello  che  racconterete.   Ma
    permettetemi: come veniste da queste parti? Dove foste educata?
    MARINA: Il re mio padre mi lasci a  Tarso,  ove  rimasi  finch  quel
    crudele  di  Cleone  e  la sua malvagia moglie cercarono di uccidermi;
    persuasero al misfatto un infame che per eseguirlo aveva gi sguainato
    la spada,  quando sopraggiunse a salvarmi una ciurma di  pirati  e  mi
    port  a Mitilene.  Ma,  buon signore,  a che volete condurmi?  perch
    piangete? Forse credete a un'impostura;  no,  in buona fede io sono la
    figlia del re Pericle, se il buon re Pericle esiste.
    PERICLE: Oh, Elicano!
    ELICANO: Il mio signore chiama?
    PERICLE: Tu sei un grave e nobile consigliere, molto saggio in genere;
    dimmi, se puoi, chi  o pu essere questa giovane che cos mi ha fatto
    piangere.
    ELICANO: Non so;  ma,  sire, vi  il governatore di Mitilene che parla
    di lei con gran riguardo.
    LISIMACO: Ella non ha mai voluto dire il suo parentado;  ma quando  le
    era chiesto, restava muta e piangeva.
    PERICLE:  Oh,  Elicano!  battimi,  onorato signore,  fammi una ferita,
    producimi un dolore immediato,  altrimenti questo gran mare  di  gioia
    che  si  precipita  su  me  travolger  le  rive  della  mia mortalit
    annegandomi nella sua dolcezza.  Oh,  vieni qui,  tu che di la vita a
    chi te la diede; tu, nata in mare, sepolta a Tarso e in mare ritrovata
    nuovamente. Oh, Elicano! gi in ginocchio, ringrazia gli di santi con
    voce  cos forte come il tuono che ci minaccia: questa  Marina.  Qual
    era il nome di tua madre? dimmi questo solo,  poich la verit non pu
    essere mai confermata abbastanza, sebbene il tuo racconto non mi abbia
    mai destato alcun dubbio.
    MARINA: Prima, signore, vi prego: qual  il vostro titolo?
    PERICLE:  Io  sono  Pericle  di  Tiro;  ma dimmi ora il nome della mia
    regina sommersa,  come nel resto che hai detto sei  stata  divinamente
    perfetta, erede di regni, la simile di Pericle tuo padre.
    MARINA:  Non  altro ci vuole per essere vostra figlia che dirvi che il
    nome  di  mia  madre  era  Taisa?  Taisa  era  mia  madre,   che  fin
    nell'istante che io principiai.
    PERICLE:  Ed  ora,  che  tu sia benedetta!  Alzati: tu sei mia figlia.
    Datemi nuovi abiti!  Mia figlia,  Elicano,  non  morta a  Tarso  come
    avrebbe  dovuto per il feroce Cleone;  lei stessa ti racconter,  e tu
    t'inginocchierai e attesterai in piena conoscenza che ella    davvero
    la tua principessa. Chi  questo?
    ELICANO: Signore,   il governatore di Mitilene che, udendo del vostro
    stato melanconico,  venuto a vedervi.
    PERICLE: Vi abbraccio. Datemi i miei abiti;  sono fuori di me per quel
    che  vedo.  Oh  cielo!  benedici  mia figlia.  Ma che musica  questa?
    Racconta a Elicano, Marina,  raccontagli punto per punto,  dal momento
    che sembra dubitare ancora,  come tu sei veramente mia figlia.  Ma che
    musica  questa?
    ELICANO: Signore, io non ne odo nessuna.
    PERICLE: Nessuna! La musica delle sfere! Ascoltate, o mia Marina.
    LISIMACO: Non  bene contrariarlo, cediamogli.
    PERICLE: Suoni squisiti! Non udite?
    LISIMACO: Odo, signore.
    PERICLE:  La  pi  celestiale  musica!  (Musica)  Essa  m'incatena  ad
    ascoltare  e  un  greve  sopore  pende sopra i miei occhi.  Lasciatemi
    riposare.
    (S'addormenta).
    LISIMACO: Un cuscino per la sua testa. Cos; lasciamolo tutti. Ebbene,
    amici miei,  se in tutto ci si avveri la mia giusta  aspettazione  io
    ben mi ricorder di voi.
    (Escono tutti, meno Pericle).

    (DIANA appare a Pericle come per visione).

    DIANA:.  Sta  in  Efeso  il mio tempio,  affrettati laggi e sacrifica
    sopra il mio altare. Ivi,  quando le vergini sacerdotesse sono riunite
    dinanzi  al  popolo tutto,  rivela come perdesti in mare la tua sposa;
    piangi a gran voce le tue croci e quelle di  tua  figlia  e  rievocale
    cos da farle rivivere.  O eseguisci il mio comandamento, o vivrai nel
    dolore. Obbedisci e sarai felice. Per il mio arco d'argento! Destati e
    narra il sogno.
    (Scompare).
    PERICLE: Celeste Diana, argentea dea, io ti obbedir! Elicano!
    (Rientrano LISIMACO, ELICANO e MARINA).
    ELICANO: Signore?
    PERICLE: Era mio proposito recarmi a  Tarso  per  colpirvi  l'inospite
    Cleone;  ma  prima  ho  altra  incombenza: verso Efeso volgi le nostre
    gonfie vele;  tra poco ti diro perch.  Possiamo  riposarci,  signore,
    sulla  vostra  isola  e  darvi  oro per quelle provviste che al nostro
    scopo sono necessarie?
    LISIMACO: Di tutto cuore,  signor mio;  e a  terra  avr  anch'io  una
    domanda.
    PERICLE: Otterrete,  se anche fosse di corteggiare mia figlia,  poich
    sembra che vi siate nobilmente comportato verso di lei.
    LISIMACO: Signore, datemi il vostro braccio.
    PERICLE: Andiamo, Marina mia.
    (Escono).



    SCENA SECONDA - Dinanzi al tempio di Diana ad Efeso.

    (Entra GOWER).
    GOWER: La nostra sabbia  ormai quasi alla fine: ancora un poco, e poi
    muti.  Accordatemi  quest'ultimo  favore,  perch  tal  cortesia  deve
    aiutarmi:  vogliate  immaginare  con  generosa fantasia gli spettacoli
    teatrali,  le gesta di valore,  le feste,  le gare di trovatori  e  il
    piacevole  frastuono  di cui il governatore anim Mitilene per onorare
    il re. Gli  toccata la fortuna di avere in promessa di nozze la bella
    Marina;  ma gli sponsali non seguiranno  prima  che  sia  compiuto  il
    sacrificio come Diana ordin.  Al suo tempio essendo il re diretto, vi
    prego di stringere  l'intervallo.  In  alata  rapidit  le  vele  sono
    gonfiate e i voti si avverano secondo i desideri.  Ad Efeso,  guardate
    il tempio,  il nostro re e tutti i suoi compagni.  Se egli  ha  potuto
    giunger qui cos presto,  per benigno potere della vostra fantasia.
    (Esce).






    SCENA  SECONDA  -  Il tempio di Diana ad Efeso;  Taisa,  in qualit di
    grande sacerdotessa, sta in piedi vicino all'altare;  ai due lati,  un
    certo  numero  di  Vergini;   Cerimone  ed  altri  abitanti  di  Efeso
    assistono.

    (Entrano PERICLE col suo Seguito,  LISIMACO,  ELICANO,  MARINA  e  una
    Dama).
    PERICLE: Salve,  Diana!  Per adempiere al tuo giusto comandamento,  io
    qui confesso che sono il re di Tiro.  Spavento mi  allontan  dal  mio
    paese  e  sposai  a  Pentapoli la bella Taisa;  in mare,  ella mor di
    parto,  ma diede alla luce una figlia chiamata  Marina  che,  oh  dea!
    porta  ancora  la  tua  assisa  d'argento.  A Tarso fu allevata presso
    Cleone che tent di ucciderla quattordicenne,  ma le  sue  stelle  pi
    benigne  la  condussero  a Mitilene.  Dinanzi alla cui riva stando noi
    all'ncora,  la fanciulla fu condotta dalla sua fortuna  sulla  nostra
    nave  dove,  con la sua limpidissima memoria,  si fece riconoscere per
    mia figlia.
    TAISA: Quale voce, quale aspetto!  Voi siete voi siete...  Oh,  regale
    Pericle!
    (Sviene).
    PERICLE: Che vuole dire questa monaca? Muore; aiuto, signori!
    CERIMONE: Nobile signore,  se all'altare di Diana avete detto il vero,
    questa  vostra moglie.
    PERICLE: Reverendo personaggio,  no: io la gettai in mare  con  queste
    mani.
    CERIMONE: Su questa costa voi la gettaste, ve lo assicuro.
    PERICLE: E' certissimo.
    CERIMONE: Guardate la dama. Oh,  soltanto sopraffatta dalla gioia. In
    un'alba  tempestosa,  questa dama fu gettata su questa riva.  Aprii la
    bara e vi trovai ricchi gioielli;  la richiamai in vita e la  collocai
    qui nel tempio di Diana.
    PERICLE: Possiamo vedere i gioielli?
    CERIMONE:  Potente  signore,  vi  saranno portati a casa mia,  dove io
    v'invito. Guardate: Taisa s' riavuta.
    TAISA:  Oh,  lasciatemi  vedere.   Se  costui  non    alcuno  che  mi
    appartenga,  il  mio  stato  sacro  non  prester  ai  miei  sensi  un
    licenzioso orecchio, ma li costringer a dispetto della mia vista. Oh!
    signore, non siete voi Pericle? Ne avete la parola, ne avete il volto.
    Non avete parlato d'una tempesta, d'una nascita e d'una morte?
    PERICLE: La voce della morta Taisa!
    TAISA: Quella Taisa son io, supposta morta e sommersa.
    PERICLE: Diana immortale!
    TAISA: Ora vi riconosco meglio.  Quando noi  partimmo  in  lacrime  da
    Pentapoli, il re mio padre vi diede un anello come questo.
    (Mostra un anello).
    PERICLE:  Questo,  questo: non pi,  oh di!  la vostra presente bont
    rende le mie passate miserie un giuoco: fate che al contatto delle sue
    labbra io possa dissolvermi e non esser  pi  visto.  Oh!  vieni,  sii
    sepolta una seconda volta in queste braccia.
    MARINA: Il mio cuore balza per trovarsi nel seno di mia madre.
    (S'inginocchia dinanzi a Taisa).
    PERICLE:  Guarda  chi   che s'inginocchia qui.  E' la carne della tua
    carne,  Taisa;  colei che fu il tuo fardello sul mare e che Marina  fu
    chiamata perch venne al mondo sul mare.
    TAISA: Benedetta creatura mia!
    ELICANO: Salve, signora e mia regina!
    TAISA: Io non vi conosco.
    PERICLE:  Mi udiste raccontare che quando fuggii da Tiro vi lasciai al
    mio posto un vecchio.  Potete ricordare  come  si  chiamava?  Io  l'ho
    nominato spesso.
    TAISA: Era Elicano, allora.
    PERICLE:  Una nuova conferma!  Abbracciatelo,  cara Taisa:  lui.  Ora
    bramo sapere come foste trovata,  come fu possibile preservarvi e  chi
    ringraziare, oltre agli di, per questo grande miracolo.
    TAISA:  Il  signor  Cerimone,  sire,  quest'uomo per cui mezzo gli di
    hanno mostrato la loro potenza e che pu spiegarvi dal principio  alla
    fine.
    PERICLE: Venerando signore, gli di non hanno in terra un ministro pi
    di  voi  simile  a un dio.  Volete raccontare come questa morta regina
    rivive?
    CERIMONE: Lo far, signore.  Prima vi supplico di venire con me a casa
    mia,  dove vi sar mostrato tutto ci che fu trovato con lei e come fu
    allogata qui nel tempio, non tralasciandosi nulla di necessario.
    PERICLE: Diana immacolata!  benedetta tu per la  tua  visione;  io  ti
    offrir oblazioni notturne. Taisa, questo principe, lealmente promesso
    a  vostra  figlia,  la  sposer a Pentapoli.  Ed ora,  questa prolissa
    capigliatura che mi fa apparire cosi tetro,  taglier in miglior forma
    e  questa barba che per quattordici anni nessun rasoio ha toccato,  la
    far bella per festeggiare il giorno delle tue nozze.
    TAISA: Il signor Cerimone ha lettere degne  di  fede,  sire,  che  mio
    padre  morto.
    PERICLE: Il cielo faccia di lui una stella!  Ma  l,  mia regina, che
    celebreremo le loro nozze e noi stessi trascorreremo in quel  regno  i
    giorni  che  ci  rimangono: i nostri figli regneranno in Tiro.  Signor
    Cerimone,  noi tratteniamo il nostro desiderio di udire il  resto  non
    ancora raccontato. Guidateci, signore.
    (Escono).

    (Entra GOWER).
    GOWER: In Antioco e sua figlia avete udito d'una mostruosa lussuria la
    dovuta  e  giusta  mercede;  in Pericle,  nella sua regina e nella sua
    figlia avete veduto,  sebbene assaliti da fortuna fiera e crudele,  la
    virt  preservata contro la feroce raffica della distruzione,  guidata
    dal  cielo  e  infine  coronata  di  gioia.   In  Elicano  ben  potete
    riconoscere  la  figura della verit,  della fede,  della lealt.  Nel
    venerando Cerimone appare chiaramente il merito che sempre possiede la
    carit illuminata.  Quanto al malvagio Cleone ed a sua moglie,  quando
    si  diffuse  la  fama  del  loro  atto  iniquo  e dell'onorato nome di
    Pericle,  la citt si sollev a furore,  e lui e  i  suoi  bruci  nel
    palazzo.   Parve  che  gli  di  li  volessero  punire  per  omicidio,
    premeditato pur se non consumato.  Cosi,  contando  sempre  pi  sulla
    vostra  pazienza,  nuova gioia vi accompagni!  Qui il nostro dramma ha
    fine.
    (Esce).






    IL RACCONTO D'INVERNO.

    PERSONAGGI.

    LEONTE, re di Sicilia.
    MAMILLIO, suo figlio.
    CAMILLO, ANTIGONO, CLEOMENE: baroni di Sicilia.
    POLISSENE, re di Boemia.
    FLORIZEL, principe di Boemia.
    ARCHIDAMO, barone di Boemia.
    Il Vecchio Pastore, che viene ritenuto padre di Perdita.
    Il Contadino, suo figlio.
    AUTOLICO, vagabondo.
    Un Marinaio.
    Un Carceriere.
    ERMIONE, sposa di Leonte.
    PERDITA, figlia di Leonte ed Ermione.
    PAOLINA, sposa di Antigono.
    EMILIA, dama di Ermione.
    MOPSA, DORCAS: pastorelle.
    Altri  Baroni  e  Gentiluomini,  Dame,  Ufficiali,  Servi,  Pastori  e
    Pastorelle.
    Il Tempo (Coro).

    La scena si svolge in Sicilia e in Boemia.



















    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Anticamera nel Palazzo di Leonte.

    (Entrano CAMILLO e ARCHIDAMO).
    ARCHIDAMO:  Se  vi  accadr,   Camillo,  di  visitare  la  Boemia  per
    un'occasione simile a quella per cui son  ora  qui  di  servizio,  voi
    vedrete, come v'ho detto, una grande differenza tra la nostra Boemia e
    la vostra Sicilia.
    CAMILLO:  Credo  che  nella  prossima  estate il re di Sicilia intenda
    ricambiare al re di Boemia la visita che giustamente gli deve.
    ARCHIDAMO: Se anche le nostre accoglienze dovranno farci arrossire, ne
    saremo scusati dal nostro affetto, poich...
    CAMILLO: Vi prego...
    ARCHIDAMO: In  verit,  parlo  per  l'esperienza  che  ho  fatto:  non
    possiamo  con  tale  splendore,  in  un cos prezioso...  non so se mi
    spiego... Noi vi offriremo beveraggi atti a farvi dormire,  affinch i
    vostri sensi,  inconsapevoli della nostra insufficienza,  possano,  se
    non lodarci, almeno esimervi dal farci rimprovero.
    CAMILLO: Voi pagate troppo caro ci che vi  offerto spontaneamente.
    ARCHIDAMO: Credetemi,  parlo come la  ragione  mi  suggerisce  e  come
    m'impone la sincerit.
    CAMILLO:  Non  v'  gentilezza  del re di Sicilia a quel di Boemia che
    possa  parere  eccessiva.   I   due   re   furono   allevati   insieme
    nell'infanzia;  e fra loro,  a quel tempo, mise radici un affetto cos
    tenace che oggi non pu non dar fronde.  Da che le accresciute dignit
    e  le  necessit  del  regno  misero  fine  al loro sodalizio,  i loro
    incontri pur cessando di essere  personali  avvennero  regalmente  per
    procura,  attraverso scambi di doni,  lettere e affettuose ambasciate;
    talch i due re parvero ancora insieme pur essendo lontani,  quasi  si
    stringessero le mani attraverso lo spazio e si abbracciassero, per dir
    cos,  dai  punti  opposti della rosa dei venti.  Il cielo perpetui la
    loro amicizia!
    ARCHIDAMO: Non credo esista al mondo  malignit  o  motivo  capace  di
    mutarla.  Voi avete una indicibile ragione di compiacimento nel vostro
    giovane principe Mamillio:  il gentiluomo pi promettente ch'io abbia
    incontrato mai.
    CAMILLO: Son d'accordo con voi nell'attendermi  molto  da  lui:    un
    bravo  ragazzo  che  veramente  d  forza al popolo e ravviva i nostri
    vecchi cuori. Coloro che gi si reggevano sulle grucce prima della sua
    nascita, desiderano ora vivere ancora per vederlo uomo fatto.
    ARCHIDAMO: Senza di che sarebbero lieti di morire?
    CAMILLO: S,  se non ci fossero altre scuse per desiderare  di  vivere
    ancora.
    ARCHIDAMO: Se il re non avesse figli,  vorrebbero vivere con le grucce
    per aspettarne uno.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una stanza nel Palazzo reale.

    (Entrano LEONTE, ERMIONE, MAMILLIO,  POLISSENE,  CAMILLO e persone del
    Seguito.

    POLISSENE:  Nove  volte  il  pastore ha osservato il mutare dell'umido
    astro dacch abbiamo lasciato il nostro trono  inoccupato,  e  s'anche
    altrettanto tempo fosse riempito,  fratel mio,  di ringraziamenti, noi
    saremmo ancora in debito e per sempre; talch, come si fa con uno zero
    messo in un posto vantaggioso,  io moltiplico con un solo "grazie!"  i
    mille altri che gli vanno innanzi.
    LEONTE:  Differite i vostri ringraziamenti fino al giorno della vostra
    partenza.
    POLISSENE: Sar domani, signore. Sono angustiato dal timore dl ci che
    pu avvenire o maturare in mia assenza: che alcun  vento  funesto  non
    soffi  sulla  mia  dimora  e non mi faccia dire che le mie apprensioni
    erano anche troppo vere!  Senza contare che ho stancato fin troppo  la
    Maest Vostra.
    LEONTE: Siamo induriti a sopportare ben altro, fratello.
    POLISSENE: Non pi indugi.
    LEONTE: Un'altra settimana.
    POLISSENE: Con schiettezza, no, sar domani.
    LEONTE:  Cediamo  ciascuno  per  met:  non ammetto repliche su questo
    punto.
    POLISSENE: Non insistete, vi prego, cos .  Non  al mondo una parola,
    non  una  dico,  che  possa  vincermi  come la vostra;  e tale effetto
    avrebbe pur ora se dietro la vostra preghiera vi  fosse  una  ragione,
    ancorch  in  contrasto col mio interesse.  I miei affari in verit mi
    forzano al ritorno e trattenermene lontano  sarebbe  un  castigo  che,
    sebben  per amore,  m'imporreste;  oltrech il mio ulteriore soggiorno
    diverrebbe un peso e un fastidio per voi.  Per  risparmiarvi  l'uno  e
    l'altro, addio, caro fratello.
    LEONTE: E la regina tien chiusa la bocca? Parli!
    ERMIONE:  Mi  proponevo,  sire,  di  starmene  muta  finch gli aveste
    strappato  giuramento  di  non  restar  oltre.   Lo   pregate   troppo
    freddamente,  sire.  Ditegli che siete certo che tutto procede bene in
    Boemia: tal certezza il giorno appena trascorso l'ha confermata. E con
    ci lo scalzate dalla sua difesa pi valida.
    LEONTE: Ben detto, Ermione.
    ERMIONE: Se  dicesse  che  non  vede  l'ora  di  rivedere  il  figlio,
    l'argomento  sarebbe  forte.  Lo dica e potr partire;  lo giuri e non
    sar trattenuto: lo cacceremo di qui a colpi di conocchia.  E tuttavia
    io  m'attento  a chiedervi il prestito della vostra reale presenza per
    un'altra settimana.  Quando il mio signore  verr  in  Boemia  io  gli
    conceder  un  mese oltre il termine fissato per la partenza: col che,
    mio caro Leonte,  io non sgarro di un secondo su quanto una dama  deve
    al suo signore. Rimarrete?
    POLISSENE: No, signora.
    ERMIONE: Suvvia, voi resterete.
    POLISSENE: Davvero, non posso.
    ERMIONE:  Davvero!  Voi vi sottraete con ben fiacchi pretesti,  ma io,
    aveste voi cercato di smuover gli  astri  coi  vostri  giuramenti,  vi
    direi  ancora:  "Signore,  non  andate".  Davvero  non  partirete;  il
    "davvero" di una dama  forte quanto quello di un signore.  Persistete
    nel  proposito?  Mi forzate a tenervi come un prigioniero anzich come
    un ospite,  cos che partendo pagherete le  spese  e  risparmierete  i
    ringraziamenti.   Che  ne  dite?  Ospite  o  prigioniero?  Col  vostro
    terribile "davvero", sarete l'uno o l'altro.
    POLISSENE: Allora il vostro ospite, signora. Restar vostro prigioniero
    presupporrebbe un'offesa che  per me meno facile commettere  che  per
    voi punire.
    ERMIONE: Non sar vostra carceriera dunque, ma ospite gentile. Venite,
    voglio informarmi sulle gherminelle del mio signore,  e vostre, quando
    eravate ragazzi. Ed eravate due bei prepotentelli, non  vero?
    POLISSENE: Eravamo,  mia bella regina,  due ragazzi i quali  credevano
    che  dietro il presente non ci fosse altro giorno che un domani simile
    all'oggi e di restar per sempre fanciulli.
    ERMIONE: Non era il mio signore il pi birbante dei due?
    POLISSENE: Eravamo come due agnellini gemelli che sgambettano nel sole
    e belano l'uno all'altro. Si scambiava innocenza con innocenza. Ci era
    ignota la dottrina del male n si credeva  che  altri  la  conoscesse.
    Avessimo  seguitato  tal  vita  e  mai i nostri deboli spiriti fossero
    stati rinforzati da  un  sangue  pi  gagliardo,  noi  avremmo  potuto
    arditamente  rispondere al cielo "innocenti" cancellando anche la tara
    del peccato originale.
    ERMIONE: Da ci si conclude che avete incespicato dopo.
    POLISSENE: Oh,  mia riverita signora,  le tentazioni ci sono nate  pi
    tardi:  in quei nostri giorni di primo pelo mia moglie era una bimba e
    la vostra preziosa persona non anche aveva incontrato lo  sguardo  del
    mio compagno di giuochi.
    ERMIONE: Misericordia!  Non traete da ci conclusione,  per timore che
    non abbiate a dire che la vostra regina ed io  siamo  dei  demoni.  Ma
    continuate;   dei   peccati   che  vi  abbiamo  indotti  a  commettere
    risponderemo se il vostro primo peccato fu con noi,  e con  noi  avete
    proseguito nella colpa, senza scivolare con alcun'altra.
    LEONTE: E' gi vinto?
    ERMIONE: Rimarr, mio signore.
    LEONTE: Non cedette alle mie preghiere.  Mia cara Ermione,  tu non hai
    parlato mai a migliore scopo.
    ERMIONE: Mai?
    LEONTE: Mai, eccetto un'altra volta.
    ERMIONE: Come?  Ho parlato bene due  volte?  E  quando  fu  la  prima?
    Dimmelo,  ti prego.  Saziami di elogi e rendimi grassa come un animale
    domestico: una buona azione rimasta senza elogio ne uccide  mille  che
    attendono il loro turno.  Le lodi sono il nostro compenso;  voi potete
    con un dolce bacio farci correre per mille leghe  meglio  che  con  lo
    sprone  farci  coprir cento metri.  Ma veniamo al fatto: la mia ultima
    meritoria azione  stata di persuaderlo a restare;  e qual fu  la  mia
    prima?  Questa  d'oggi ha una sorella maggiore,  se non vi fraintendo.
    Vorrei che il suo nome fosse Grazia. Una sola volta, prima d'oggi, m'
    accaduto di parlare a buon segno.  Quando?  Ch'io possa saperlo:  ardo
    dal desiderio.
    LEONTE:  Ebbene,  fu quando tre acerbi mesi si furono inaciditi fino a
    morirne,  prima che io potessi farti aprire la tua bianca mano e darla
    suggellandoti amor mio; tu dicesti allora: "Sono vostra per sempre".
    ERMIONE:  Questa   Grazia davvero.  Ebbene,  come vedete ho parlato a
    buon segno due volte;  la prima mi valse un regale sposo,  l'altra  un
    amico per qualche tempo.
    LEONTE  (a  parte):  Si riscalda troppo!  Mescolar troppo l'amicizia 
    come mescolare il sangue.  Ho il "tremor cordis" in me,  il  cuore  mi
    danza: ma non di gioia, non di gioia. Una tal cortesia pu assumere un
    viso  aperto,  attingere  una  sua freschezza dalla cordialit,  dalla
    generosit,  e dalla plenitudine del cuore,  e ben  si  addice  a  chi
    l'assume: pu,  ne convengo. Ma il titillarsi le palme e lo strizzarsi
    le dita che essi  fanno,  il  sorridersi  studiatamente  come  in  uno
    specchio,  il sospirare come se fosse la morte del cervo, oh, questa 
    cortesia che non piace al mio cuore n al mio  ciglio!  Mamillio,  sei
    tu, figlio mio?
    MAMILLIO: S, mio buon signore.
    LEONTE:  Davvero?  Bravo cocco!  Come ti sei sporcato il naso?  Dicono
    ch' una copia del mio. Via, capitano, bisogna essere puliti fin sopra
    i capelli o meglio un po' sotto... perch sono il toro,  la giovenca e
    il vitello ad aver qualcosa sopra la testa.  (A parte) Essa non smette
    mica di tasteggiare  sulla  palma  di  lui!  Ebbene,  pazzerello  d'un
    vitellino? Non sei tu il mio vitellino?
    MAMILLIO: S, se cos vi piace, mio signore.
    LEONTE:  Ti  manca  una  zucca arruffata come la mia,  con quel che ci
    cresce su, per somigliarmi del tutto;  eppure dicono che ci somigliamo
    come  due  uova;  lo  dicono  le  donne che dicono qualunque cosa,  ma
    fossero esse false come panni neri ritinti,  come il vento e le acque,
    false  come  i  dadi  che desidera chi non pone limiti fra il mio e il
    tuo, ebbene rimarrebbe sempre vero che questo fanciullo mi somiglia. E
    dunque,   messer  paggetto,   guardami  col  tuo  occhio   di   cielo,
    bricconcello,  amor  mio,  bocconcino  della  mia carne!  Potrebbe tua
    madre... E' possibile?  Desiderio!  l'intensit del tuo ardore penetra
    fin  nei  pi  intimi  recessi del petto;  tu rendi possibili cose non
    credute tali, partecipi della natura dei sogni. Come pu esser questo?
    Tu cooperi con ci che  irreale e ti accompagni col nulla;    quindi
    assai  credibile  che  tu  possa  associarti  ad alcunch,  e lo fai e
    sorpassi i limiti del lecito ed io me ne  avvedo  e  il  mio  cervello
    s'intorbida e la mia fronte s'indurisce.
    POLISSENE: Che ha dunque il re di Sicilia?
    ERMIONE: Sembra alquanto turbato.
    POLISSENE:  Ebbene,  signor  mio come va?  Che vi accade,  mio diletto
    fratello?
    ERMIONE: Dal vostro viso si direbbe che siate tutto  sconvolto.  Siete
    irato, signor mio?
    LEONTE:  No,  in fede mia.  Pure,  quante volte la natura  soggetta a
    tradire la sua fragilit, la sua tenerezza e a far di s un passatempo
    pei cuori pi duri!  Guardando  i  lineamenti  della  faccia  del  mio
    bambino  ho  creduto  di indietreggiare di ventitr anni e di veder me
    stesso senza calzoncini, nel mio guarnacchino di velluto verde, il mio
    pugnale nella museruola,  sicch non mordesse il  suo  padrone  e  non
    diventasse, come gli ornamenti sono spesso, pericoloso. Oh, mi dicevo,
    com'ero  eguale  a  questo  nocciolino,  a  questo baccello,  a questo
    gentiluomo! Onesto amico mio, vi piacer un giorno esser pagato a sole
    parole?
    MAMILLIO: No, mio signore, in tal caso mi batter.
    LEONTE: Batterti? Possa assisterti la fortuna! Fratello,  avete per il
    vostro giovane principe la tenerezza che abbiamo noi per il nostro?
    POLISSENE:  Quando  sono  a  casa,   signore,  egli    tutta  la  mia
    occupazione, la mia gioia,  il mio oggetto,  ora il mio amico giurato,
    ora  il  mio  avversario,  il  mio parassita,  il mio soldato,  il mio
    ministro,  tutto.  Ed egli fa un giorno di luglio corto  come  uno  di
    dicembre  e  con  la sua mutevole fanciullezza guarisce in me pensieri
    che m'ingrosserebbero il sangue.
    LEONTE: Tale  l'ufficio di  questo  scudiero  con  me.  Ora  noi  due
    andremo a fare un piccolo giro,  signore,  e vi lasciamo ai vostri pi
    gravi passi. Ermione, dimostra quanto ci ami con le tue accoglienze al
    nostro fratello. Ci che v' di pi caro in Sicilia sia per lui a buon
    mercato.  Dopo di te e di questa giovane birba,  egli ha ogni  diritto
    sul mio cuore.
    ERMIONE:  Se  cercaste di noi,  saremo al vostro servizio in giardino.
    Possiamo attendervi l?
    LEONTE: Fate come v'aggrada. Vi troveremo se sarete sotto il cielo. (A
    parte) Ed ora sto pescando,  bench non vi accorgiate di come io vi do
    lenza.  Andate, andate! Com'essa gli porge il muso, il becco, e s'arma
    dell'arditezza di una sposa verso il suo compiacente  marito!  (Escono
    Polissene,  Ermione e il Seguito) Son gi andati!  Fino alla caviglia,
    fino al ginocchio,  fin sui  capelli  e  gli  orecchi,  cornuto!  Va',
    bambino,  giuoca, giuoca, tua madre giuoca e giuoco anch'io, ma recito
    una s ingrata parte che alla fine mi spinger alla tomba  a  suon  di
    fischi;  scherno  e  irrisione  saranno  la mia campana a morto.  Va',
    fanciullo, giuoca, giuoca.  Ci sono stati,  o m'inganno di molto,  dei
    cornuti prima di me.  C' pi di un uomo anche in questo momento,  che
    mentre parlo tiene la propria moglie sotto il braccio e non s'immagina
    neppure che essa in sua assenza  stata fatta uscire dal vivaio e  che
    nel suo stagno il suo prossimo vicino,  messer Smorfia, ha fatto buona
    pesca. E tuttavia c' un sollievo a pensare che anche gli altri uomini
    hanno le loro porte e che queste porte sono state aperte, come la mia,
    contro la loro volont.  Dovessero disperarsi tutti coloro  che  hanno
    mogli  fuorviate,  il  decimo  dell'umanit  s'impiccherebbe.  Non c'
    farmaco per ci: si tratta di un pianeta ruffiano  che  fa  guasto  l
    dove  predomina,  ed  potente,  credetelo,  a levante,  a ponente,  a
    mezzogiorno e a tramontana.  Non esistono barriere,  insomma,  per  il
    ventre,  ed    ben  noto:  il  nemico pu entrare o uscire con armi e
    bagagli.  Quanti di noi,  a migliaia,  hanno  questo  male  e  non  lo
    avvertono. Che c', fanciullo?
    MAMILLIO: Io vi somiglio a quel che si dice.
    LEONTE: Gi,  sempre una consolazione. Camillo, sei qui?
    CAMILLO: S, mio buon signore.
    LEONTE: Va' a giocare, Mamillio. Tu sei un galantuomo. (Esce Mamillio)
    Camillo, questo grande sovrano rimarr ancora qualche tempo.
    CAMILLO:  Vi  siete dato molto da fare perch la sua ncora tenesse il
    fondo. Quando la gettavate voi, per, seguitava a tornar su.
    LEONTE: L'hai osservato?
    CAMILLO: Alle  vostre  richieste  non  voleva  restare,  ed  esagerava
    l'urgenza dei suoi affari.
    LEONTE:  Te  ne  sei  accorto?  (A parte) Ecco che gi mi dn la baia;
    sussurrano e ronzano: "Il re di Sicilia e  uno  di  quelli".  Le  cose
    devono esser gi molto in l,  se io ne ho il sentore per ultimo. Come
    spieghi, Camillo, che ha poi accettato di restare?
    CAMILLO: Per le insistenze della buona regina.
    LEONTE: Della regina,  pu darsi.  "Buona"  dovrebb'essere  la  parola
    giusta,  ma non va,  bisogna dire che non va. Tutto ci  penetrato in
    altro cranio pensante oltre il tuo?  La tua immaginazione   porosa  e
    assorbe  meglio  delle  zucche  ordinarie  o  fu  solo  notato dai pi
    sottili,  dalle teste fuor del comune,  e i  subalterni  non  si  sono
    accorti di nulla? Parla.
    CAMILLO:  Accorti  di  che?  Credo che i pi hanno inteso che il re di
    Boemia prolunga il suo soggiorno.
    LEONTE: Ah !
    CAMILLO: Si trattiene qui ancora.
    LEONTE: S, ma perch?
    CAMILLO: Per compiacere Vostra Altezza e le  insistenze  della  nostra
    graziosa padrona.
    LEONTE:  Per  compiacere  alle  insistenze  della vostra padrona!  Per
    compiacerle!  Mi pare che basti.  Io t'ho  fatto  partecipe,  Camillo,
    tanto  di  ci  ch'era  vicino  al mio dolore quanto del mio consiglio
    privato nel quale tu,  come un sacerdote,  sei entrato a far mondo  il
    mio  petto,  s che ti lasciavo contrito e fatto migliore,  ma  certo
    ormai che noi siamo stati ingannati sulla tua integrit o in  ci  che
    le somiglia.
    CAMILLO: Lo tolga il cielo, mio signore!
    LEONTE:  Per  insisterci sopra,  tu non sei onesto,  o almeno,  se hai
    qualche attitudine all'onest,  sei un vile che  a  questa  recide  il
    garretto  posteriore  per impedirle di fare il cammino dovuto;  oppure
    puoi  essere  considerato  come  un  servo  ch'  addentro  alla   mia
    confidenza  e  tuttavia negligente,  o un imbecille che vede il giuoco
    che si stringe,  la ricca posta ch' in palio,  e prende tutto per uno
    scherzo.
    CAMILLO:  Mio  grazioso  signore,  posso essere negligente,  sciocco e
    pauroso;  nessun uomo  franco di questi  difetti  cos  che  talvolta
    negligenza,  sciocchezza  e pusillanimit,  tra gl'infiniti negozi del
    mondo,  non vengan fuori.  Nei vostri interessi,  mio signore,  se  ho
    mostrato  qualche  deliberata  trascuraggine  fu  per sciocchezza;  se
    accuratamente ho fatto lo sciocco,  ci fu per negligenza  e  per  non
    aver  ben pesati i risultati;  se talvolta temetti di far cosa del cui
    esito dubitavo e  il  cui  compimento  smentiva,  pi  tardi,  la  mia
    inazione,  fu  ancora  per  quella  tema  che spesso si attacca ai pi
    saggi: queste mio signore,  le perdonabili debolezze  dalle  quali  la
    lealt  non  esente.  Ma prego Vostra Grazia di essere pi franco con
    me. Che io conosca il mio trascorso col suo nome: se lo negher allora
    non sar certo il mio.
    LEONTE: Avete voi  veduto,  Camillo:  e  questo  non    dubbio  o  il
    cristallino dell'occhio vostro  pi spesso di un corno di becco...  o
    avete udito...  poich a uno spettacolo cos evidente  le  chiacchiere
    non restano mute... o pensato... poich il giudizio non esisterebbe in
    colui che non lo pensasse,  che mia moglie sta per sdrucciolare? Se tu
    vuoi confessarlo,  a meno che tu non  neghi  spudoratamente  di  avere
    occhi,  orecchi,  pensiero, di' allora che mia moglie  una giumenta e
    le spetta lo sconcio nome che compete a  qualunque  linaiuola  che  si
    concede prima delle nozze; di' questo, e trova una scusa.
    CAMILLO: Non potrei starmene a sentir offuscare cos la fama della mia
    sovrana, senza trarne subita vendetta. Che sia maledetto il mio cuore,
    se pronunciaste mai parole che meno vi convenissero di queste, ripeter
    le  quali sarebbe peccato cos nero come quel che affermate,  anche se
    fosse vero.
    LEONTE: Sussurrare non  nulla?  Nulla appoggiare guancia a guancia  e
    toccarsi  naso  con  naso?  Baciarsi entro le labbra,  interrompere il
    corso del riso con un sospiro (segno manifesto di  una  virt  che  si
    infrange)  e  accavalciar  piede  su piede?  O ficcarsi negli angoli e
    augurare che gli orologi vadano pi svelti e le ore sian minuti  e  il
    mezzogiorno  mezzanotte e tutti gli occhi siano oscurati dall'albugine
    e dalla cateratta,  eccetto i loro,  i  loro  soli,  affinch  il  lor
    delitto passi inosservato?  E' nulla tutto questo?  Ebbene,  allora il
    mondo e tutto quello che rinchiude non  nulla,  il cielo che ci copre
    non  nulla,  la Boemia non  nulla,  mia moglie non  nulla e nulla 
    in nulla, se tutto ci non  nulla.
    CAMILLO: Mio buon signore, guaritevi questo malsano pensiero, e tosto,
    perch esso  assai pericoloso.
    LEONTE: Di' che  cos, che  la verit.
    CAMILLO: No, no, mio signore.
    LEONTE: E' la verit: voi mentite, voi mentite;  io dico che tu menti,
    Camillo,  e ti detesto: ti proclamo un villanzone,  uno stolto marrano
    oppure un ondeggiante temporeggiatore che sai coi  tuoi  occhi  vedere
    insieme  il bene e il male e inclini a entrambi.  Se mia moglie avesse
    il fegato guasto com' la sua vita, essa non vivrebbe pi del tempo di
    un voltar di clessidra.
    CAMILLO: Chi dunque la corrompe?
    LEONTE: Chi? Colui che la porta come una medaglia appesa al collo,  il
    re di Boemia; col quale, avessi io accanto a me servi leali, con occhi
    pronti  a  tutelare il mio onore quanto a vedere il loro profitto e il
    loro guadagno particolare,  essi saprebbero far ci che disfarebbe  il
    far di pi.  Sicuro!  e tu,  che sei il suo coppiere e che io da bassa
    condizione ho innalzato fino al seggio della dignit,  tu che potresti
    vedere  chiaramente  come  il  cielo  vede la terra e la terra vede il
    cielo come io sono oltraggiato,  tu potresti  drogare  una  coppa  che
    chiudesse  per  sempre  gli  occhi  del mio nemico;  e codesta bevanda
    sarebbe cordiale per me.
    CAMILLO: Sire,  mio padrone,  io potrei farlo,  e non con una  pozione
    fulminea  ma  con un liquido che operasse lento e non lasciasse tracce
    di violenza come  il  veleno;  ma  non  posso  credere  che  una  tale
    incrinatura  sia  nella  mia  temuta  padrona  che  cos sovranamente
    venerabile. Aver amato il...
    LEONTE: Continua ancora a dubitare e va' in malora! Credi tu ch'io sia
    cos torbido e dissennato da fissarmi in questa mania e  insozzare  la
    purezza e il candore delle mie lenzuola, le quali preservate recano il
    sonno,   e  macchiate  non  son  pi  che  aculei,  spine,  ortiche  e
    pungiglioni;  e gettare scandalo sul sangue del principe  mio  figlio,
    che  credo  mio  e  amo  come  mio,  senza  esservi  spinto  da matura
    riflessione? Io farei questo? Potrebbe un uomo alienarsi a tal segno?
    CAMILLO: Io debbo pur  credervi,  signore.  Vi  credo,  e  per  questo
    spaccer  il  re di Boemia,  purch,  quando egli sar tolto di mezzo,
    Vostra Altezza voglia comportarsi con  lei  come  per  l'innanzi,  non
    fosse  che  per  riguardo  a  vostro  figlio  e  insieme  per troncare
    l'insulto delle lingue nelle corti e nei reami in relazione con voi  e
    vostri alleati.
    LEONTE:  Tu  mi  consigli proprio come avevo divisato;  non infligger
    nessuna nota d'infamia al suo onore, nessuna.
    CAMILLO: Mio signore, andate dunque e con la disinvoltura che un amico
    pu avere in una festa,  intrattenetevi con il re di Boemia e  con  la
    vostra  regina.  Io  sono  il  suo  coppiere: se da me non ricever un
    salutare beveraggio, non consideratemi pi fra i vostri servi.
    LEONTE: Benissimo: fa' questo,  e avrai la met  del  mio  cuore.  Non
    farlo, e spezzerai il tuo.
    CAMILLO: Lo far, mio signore.
    LEONTE: Mi mostrer amichevole, come tu m'hai consigliato.
    (Esce).
    CAMILLO:  O  sfortunata  signora!  Ma  io in qual situazione mi trovo?
    debbo  avvelenare  il  buon  Polissene  e  la  ragione  per  farlo   
    l'obbedienza al mio padrone: un uomo in rivolta contro se stesso e che
    pretende  sian  come lui tutti quelli che gli sono intorno.  A un atto
    simile seguir una promozione.  Se potessi trovare esempi di  migliaia
    che  hanno  prosperato  dopo aver colpito re consacrati,  non lo farei
    egualmente;  ma poich n il bronzo ne la pietra n  la  pergamena  ne
    danno  uno,  che  la  stessa  scelleraggine si rifiuti di commetterlo.
    Debbo lasciare la corte;  agire o no mi porter del pari a rompermi il
    collo. Una benigna stella regni ora! Ecco giungere il re di Boemia.

    (Rientra POLISSENE).

    POLISSENE: E' strano.  Mi pare che il mio favore qui cominci a calare.
    Perch non mi parla? Buon giorno, Camillo.
    CAMILLO: Salute, regale signore!
    POLISSENE: Che notizie alla corte?
    CAMILLO: Nulla di notevole, signore.
    POLISSENE: Il re ha l'aria come se avesse perduto una  provincia,  una
    terra  che amasse come se stesso;  proprio ora mi sono accostato a lui
    con le gentilezze usate,  quand'egli,  torcendo gli occhi  in  opposta
    direzione e con una smorfia di profondo sdegno, s'allontana da me e mi
    lascia a riflettere che cosa accada da mutar cos le sue maniere.
    CAMILLO: Non oso pensarlo, mio signore.
    POLISSENE: Come non osate?  No?  Sapete e non osate?  Fatevi capire, 
    cos o press'a poco:  perch  quanto  a  voi,  ci  che  sapete  siete
    obbligato a sapere,  e non potete dire che non osate. Buon Camillo, il
    vostro mutar di  viso    uno  specchio  che  mostra  il  mio,  mutato
    anch'esso,  a  me;  ed io debbo esser certo causa di questo mutamento,
    trovandomi anch'io cos alterato.
    CAMILLO: C' una infermit che travaglia alcuni di noi,  ma non  posso
    nominare  questa  malattia che fu portata da voi,  ancorch voi stiate
    bene.
    POLISSENE: Come?  Portata  da  me?  Non  attribuitemi  gli  occhi  del
    basilisco:  ho  guardato  migliaia di persone,  ed esse hanno avuto la
    miglior sorte dal mio sguardo e non una ne  fu  uccisa.  Camillo,  voi
    siete  di  certo  un  gentiluomo e avete in pi la saggezza di un uomo
    coltivato,  la quale adorna la nostra nascita non  meno  dei  titolati
    nomi  dei  nostri  avi  che ci hanno trasmesso per successione la loro
    nobilt. Vi prego, dunque, se voi conoscete la pi piccola cosa di cui
    possa importarmi essere informato, non chiudetela in un mistero per me
    impenetrabile.
    CAMILLO: Non posso rispondere.
    POLISSENE: Una malattia portata da me, bench io stia bene?  Mi dovete
    rispondere. Intendi, Camillo? Io ti prego, per tutti i doveri ai quali
    l'onore obbliga l'uomo, il minor dei quali non  questa mia richiesta,
    che  tu mi sveli qual  la perfida congiuntura che tu indovini venirmi
    addosso di nascosto;  e se  prossima o discosta,  e se v'  mezzo  di
    prevenirla, e se non v', il modo pi acconcio di farle fronte.
    CAMILLO: Sire, ve lo dir dacch sono tenuto dall'onore e richiesto da
    chi  credo  onorabile.   Seguite  dunque  il  mio  consiglio,  e  cos
    rapidamente come io lo proferisco,  o a tutti e due,  voi  e  me,  non
    rester che piangerci perduti, e buona notte!
    POLISSENE: Prosegui, buon Camillo.
    CAMILLO: Sono stato incaricato di assassinarvi.
    POLISSENE: Da chi, Camillo?
    CAMILLO: Dal re.
    POLISSENE: Per qual motivo?
    CAMILLO:  Egli  crede,  anzi  giura  con  ogni certezza come se avesse
    veduto o fosse stato lo strumento che v'ha condotto a tal  punto,  che
    voi avete accostato la regina colpevolmente.
    POLISSENE: Oh,  in tal caso il mio sangue divenga un'infetta poltiglia
    e il mio nome sia unito al nome di chi ha  tradito  il  Giusto!  E  il
    fiore  della  mia  reputazione renda un tanfo capace di colpire la pi
    ottusa narice l dove io giunga,  e il mio  accostarsi  sia  schivato,
    anzi  maledetto  come la peggior infezione di cui si sia parlato mai a
    voce o per iscritto!
    CAMILLO: Scongiurare la sua idea chiamando  a  testimone  ogni  stella
    ch'  in  cielo  e tutto il loro potere...  vi riuscirebbe altrettanto
    facile proibire al mare di obbedire alla luna che non distruggere  coi
    giuramenti  o scuotere con le ragioni l'edifizio della sua pazzia,  le
    cui basi poggiano su una  certezza  e  continueranno  fin  ch'egli  si
    regger in piedi.
    POLISSENE: Come  potuto intervenire questo?
    CAMILLO:  Non  so,  ma so ch' pi sicuro evitare ci ch' intervenuto
    che non studiare come sia nato.  Se voi dunque fidate nella lealt che
      racchiusa  in  questo  corpo  che voi porterete con voi come pegno,
    fuggiamo stanotte!  Informer segretamente  il  vostro  seguito  della
    decisione  e  condurr  gli  uomini  a  due o tre per volta,  da varie
    postierle,  fuori della citt.  Per ci che mi riguarda metter la mia
    fortuna   al   vostro   servizio:  io  l'ho  perduta  qui  con  queste
    rivelazioni.  Non siate incerto: sull'onore dei miei genitori ho detto
    il  vero e se volete assicurarvene io non attender la prova e voi non
    sarete pi salvo di quel che pu essere un uomo condannato dalla bocca
    stessa di un re: la cui morte  stata decretata.
    POLISSENE: Certo,  io ti credo.  Gli ho letto il suo cuore sul  volto.
    Dammi la mano: siimi guida e il tuo posto sar sempre vicino a me.  Le
    mie navi sono pronte e  da  due  giorni  la  mia  gente  s'aspetta  di
    partire.  Questa sua gelosia  per una preziosa creatura; e com'ella 
    cosa rara,  tanto la gelosia dev'essere grande,  e com'egli   persona
    potente,  tanto dev'esser violenta;  e com'egli si crede disonorato da
    uno che sempre gli si dimostr amichevole,  la sua vendetta deve farsi
    per  ci  pi  cruda.  Il timore getta un'ombra su me: una pronta fuga
    sar la mia salvezza e dar sollievo alla graziosa regina, che  parte
    del suo pensiero dominante, ma nulla del suo ingiusto sospetto! Vieni,
    Camillo; ti onorer come un padre se mi porterai lungi di qui. Andiamo
    via.
    CAMILLO: Ho autorit di comandare le chiavi  di  tutte  le  postierle;
    piaccia a Vostra Altezza di profittare d'urgenza di quest'ora.  Andiam
    via, signore!
    (Escono).






    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Una stanza nel Palazzo di Leonte.

    (Entrano ERMIONE, MAMILLIO e alcune Dame).
    ERMIONE: Prendete il ragazzo con voi, egli m'indispone cos che non ne
    posso pi.
    PRIMA DAMA: Venite,  mio  grazioso  signore,  volete  che  io  sia  la
    compagna dei vostri giuochi?
    MAMILLIO: No, voi non vi voglio, voi.
    PRIMA DAMA: Perch, mio dolce signore?
    MAMILLIO:  Non  fate  che baciarmi a tutto spiano e mi parlate come se
    fossi sempre un bambino in fasce. Preferisco voi.
    SECONDA DAMA: E perch, mio signore?
    MAMILLIO: Non  perch le vostre ciglia son pi nere;  e  tuttavia  le
    ciglia nere sono adatte a certe donne, si dice, purch non sian troppo
    fitte  di  pelo  e  stiano  a semicerchio o come una mezzaluna fatta a
    penna.
    SECONDA DAMA: Chi v'ha insegnato questo?
    MAMILLIO: L'ho imparato dalla  faccia  delle  donne.  Ditemi,  di  che
    colore sono le vostre sopracciglia?
    PRIMA DAMA: Azzurre, mio signore.
    MAMILLIO: Via,  questa  una burla. Ho visto un naso di signora ch'era
    azzurro, ma non le sue ciglia.
    PRIMA DAMA: Ascoltatemi un poco.  La regina vostra madre si va facendo
    tonda a vista d'occhio: uno dei prossimi giorni noi offriremo i nostri
    servizi  a  un  nuovo  bel  principe  e  allora paghereste di venire a
    ruzzare con noi se noi vi si volesse.
    SECONDA DAMA: Ella  ben ingrossata in questi ultimi giorni! Che tutto
    possa svolgersi nel miglior modo!
    ERMIONE: Che saggi pensieri andate agitando! Venite, signor mio,  sono
    con voi ancora, sedete, vi prego, e narrateci una storia.
    MAMILLIO: Gaia o triste, dev'essere?
    ERMIONE: Gaia quanto vi parr.
    MAMILLIO:  Una  storia  triste    meglio per l'inverno.  Ne so una di
    fantasmi e di folletti.
    ERMIONE: Sentiamo questa,  buon signore.  Venite,  sedete e  fate  del
    vostro  meglio  per  spaventarmi  con  i  vostri  spiriti: ci riuscite
    benissimo.
    MAMILLIO: C'era una volta un uomo...
    ERMIONE: No, sedetevi qui, continuate.
    MAMILLIO: ...che abitava presso un cimitero. La dir piano, che non mi
    sentano quelle cicale laggi.
    ERMIONE: Accostatevi, allora, e ditemela in un orecchio.

    (Entrano LEONTE, ANTIGONO, Signori e altri).

    LEONTE: E' stato visto l? Col seguito? E Camillo con lui?
    PRIMO SIGNORE: Dietro il ciuffo dei pini li ho incontrati e mai non ho
    visto uomini che corressero cos.  Li ho seguiti con lo  sguardo  fino
    alle navi.
    LEONTE:  Come  mi  confermo  nel  mio giusto giudizio e nella mia vera
    opinione!  Ahim potessi saperne di meno!  E' una maledizione  esserne
    cos certo!  Ecco,  in una tazza potrebbe esserci un ragno annegato, e
    uno potrebbe bere, andarsene e non aver danno dal veleno perch la sua
    conoscenza non  infetta, ma se gli mettono sotto gli occhi l'orribile
    ingrediente e gli fan sapere ci che ha bevuto,  costui si  spacca  la
    gola e i fianchi dai violenti sforzi.  Io ho bevuto e veduto il ragno.
    Camillo  stato il suo complice in questo,  il  suo  mezzano;  c'  un
    complotto  contro  la mia vita e la mia corona.  E' vero tutto ci che
    sospettavo: quello sleale furfante era al servizio di lui prima che al
    mio: ha rivelato i miei piani ed io sono rimasto beccato. S,  un vero
    giocattolo  col  quale essi possono divertirsi a piacere.  Come mai le
    postierle sono state aperte cos facilmente?
    PRIMO SIGNORE: Per la grande sua autorit che spesso era  giunta,  per
    ordine vostro, fino a questo.
    LEONTE:  Lo  so troppo bene.  Datemi il fanciullo.  Sono lieto che non
    l'abbiate allattato voi; bench egli porti alcun segno di me, tuttavia
    c' troppo sangue vostro in lui.
    ERMIONE: Che cos' questo? Uno scherzo?
    LEONTE: Portate via il fanciullo:  non  deve  restar  presso  di  lei.
    Portatelo via!  E lei si diverta con quello di cui  incinta: poich 
    Polissene che t'ha fatta gonfiar cos.
    ERMIONE: Mi  basterebbe  dire  che  non    vero  e  giurerei  che  mi
    credereste   sulla   parola,   per   quanto  possiate  inclinare  alla
    contraddizione.
    LEONTE: Voi, miei signori, guardatela, osservatela bene siate pronti a
    dir solo: "E' una piacente signora",  e la  lealt  dei  vostri  cuori
    aggiunger  anche:  "Peccato  ch'essa  non  sia  onesta,   onorabile";
    lodatela solo per questa sua forma esteriore che in  fede  mia  merita
    alto elogio,  e subito un alzar di spalle,  gli "uhm" e gli "ah", quei
    piccoli marchi d'infamia che usa la calunnia - oh mi sbaglio,  che usa
    l'indulgenza,  poich  la  calunnia  bolla  la virt medesima - quelle
    alzate di spalle, quegli "uhm" e "ah",  quando voi avete detto "ella 
    piacente",  si frappongono prima che possiate dire "essa  onesta"; ma
    sia noto dalla bocca di colui che ha  maggior  ragione  per  soffrirne
    ch'essa  un'adultera.
    ERMIONE: Dovesse un furfante dir questo, il pi consumato furfante del
    mondo,  sarebbe ancor pi furfante...  Voi,  signor mio, siete solo in
    errore.
    LEONTE: Voi avete scambiato, signora, Polissene per Leonte. O tu razza
    di...  Non voglio qualificare una persona della  tua  condizione,  per
    tema  che  il  volgare,  valendosi  del  mio  precedente,  usi un tale
    linguaggio per tutte le classi,  e tralasci la civile distinzione  tra
    principe e pezzente. Ho detto ch'essa  un'adultera, ho detto con chi;
    per  di pi,  essa  una traditrice e Camillo  in lega con lei,  ed 
    uno che sapeva di lei cosa ch'ella dovrebbe vergognarsi di saper  solo
    per conto suo e col suo maggior complice: ch'ella  fedifraga al letto
    coniugale,  perfida come quelle che il volgo chiama coi nomi pi duri;
    s, ed  a parte del segreto di questa loro fuga recente.
    ERMIONE: No,  sulla mia vita,  non sono a parte di  nulla  di  simile.
    Quanto vi dorr di avermi messa cos in pubblico, quando sarete giunto
    a  maggior  discernimento!  Gentile  mio  signore,  voi allora potrete
    appena rendermi giustizia dicendo che vi siete sbagliato.
    LEONTE: No,  se mi sbaglio su queste fondamenta su  cui  mi  baso,  la
    terra  non    abbastanza  grande  da  sopportare  la  trottola  d'uno
    scolaretto.  Portatela via,  in prigione.  Chi parler  per  lei  sar
    compromesso solo pel fatto che parla.
    ERMIONE: V' certo l'influsso di un astro maligno; debbo aver pazienza
    finch  il  cielo  non  mostri  un aspetto pi favorevole.  Miei buoni
    signori,  non sono propensa alle lacrime,  com' di solito  il  nostro
    sesso,  e  la mancanza di tal vana rugiada forse disseccher la vostra
    piet;  ma io porto con me una  siffatta  ferita  d'onore  che  brucia
    troppo per essere lenita dalle lacrime.  Vi prego tutti, miei signori,
    giudicate di me con  pensieri  temperati  secondo  che  v'ispirer  la
    carit vostra; e ora che la volont del re si compia!
    LEONTE: Mi si dar ascolto?
    ERMIONE:  Chi  verr  con  me?  Prego  Vostra Altezza che le mie donne
    restino con me poich,  lo vedete,   necessario  al  mio  stato.  Non
    piangete,  sciocchine,  non c' ragione.  Quando saprete che la vostra
    padrona ha meritato la prigione,  allora abbondate in  lacrime  quando
    uscir:  quest'azione in cui son ora ingaggiata,   per la mia maggior
    gloria.  Addio,  mio signore.  Non ho mai desiderato vedervi afflitto;
    ora credo che lo vedr. Venite, donne, ne avete licenza.
    LEONTE: Andate, fate ci che vi ordino via!
    (Escono la Regina, scortata, e le Dame).
    PRIMO SIGNORE: Prego Vostra Altezza di richiamare ancora la regina.
    ANTIGONO: Siate ben certo di ci che fate,  sire, se non volete che la
    vostra giustizia si dimostri violenza che faccia torto a  tre  grandi:
    voi, la regina e vostro figlio.
    PRIMO  SIGNORE:  Quanto  alla regina,  mio signore,  oserei scommetter
    sulla mia vita, e lo far se a voi piaccia,  ch'ella  immacolata agli
    occhi  del  cielo  e al vostro cospetto.  In quello,  intendo,  di cui
    l'accusate.
    ANTIGONO: Se sia dimostrato ch'ella non  tale far le mie stalle dove
    alloggia mia moglie, e ander con lei accoppiato al guinzaglio. Non mi
    fider di lei se non in quanto potr vederla e toccarla,  perch  ogni
    palmo di donna al mondo,  anzi ogni atomo di carne di donna  falso se
    essa lo .
    LEONTE: Statevi tranquilli!
    PRIMO SIGNORE: Mio buon signore...
    ANTIGONO: Per voi parliamo,  non per noi.  Voi siete ingannato,  e  da
    qualche istigatore che sar dannato per ci; se conoscessi il furfante
    lo farei mettere alla gogna. Se si trover peccato nella regina, io ho
    tre figlie,  la maggiore di undici anni, la seconda e la terza di nove
    e cinque anni; ebbene,  se la colpa c',  esse la pagheranno;  sul mio
    onore le mutiler; non arriveranno al quattordicesimo anno per mettere
    al  mondo  una  progenie  di  bastardi.  Esse  sono le mie eredi ed io
    preferirei castrarmi  piuttosto  ch'esse  non  diano  una  generazione
    illibata.
    LEONTE: Basta,  non pi.  Voi annusate questa faccenda con un naso pi
    freddo di quello di un morto;  ma io la  vedo  e  la  sento  come  voi
    sentite  ch'io  vi  faccio  cos,  e  vedete insieme gl'istrumenti che
    sentono.
    ANTIGONO: Se  cos,  non occorre pi tomba per  seppellire  l'onest;
    non  ce  n'  pi  un granello per addolcire la faccia di tutta questa
    terra di letame.
    LEONTE: Come? Non sono creduto?
    PRIMO SIGNORE: Sarebbe meglio che fossi creduto io e non voi, a questo
    proposito,  mio Signore;  sarei pi lieto di veder giustificato il suo
    onore  che  non  il vostro sospetto,  qual si sia il biasimo che ve ne
    verrebbe.
    LEONTE: Ma quale bisogno abbiamo noi di discutere di questo  con  voi,
    piuttosto  che  di seguire il nostro irresistibile istinto?  E' nostra
    prerogativa di fare a meno del vostro avviso bench la nostra naturale
    bont vi metta a parte di ci; e su questo punto,  se voi per verace o
    infinita  ottusit non potete o non volete gustare come noi la verit,
    vi piaccia sapere che noi non abbisognamo pi del vostro consiglio: la
    questione, la perdita, il guadagno,  il modo di condur la cosa  tutto
    affar nostro.
    ANTIGONO: Avrei voluto,  mio sovrano, che voi aveste svolto l'indagine
    nel vostro silenzioso giudizio, senza aperta pubblicit.
    LEONTE: Come ci poteva avvenire?  O tu sei rammollito dall'et ovvero
    sei  nato sciocco.  La fuga di Camillo unita alla loro intrinsichezza,
    cos palese quanta pot mai destar sospetto,  tanto che solo la  vista
    mancava,  non per avere la prova ma solo per dire d'aver visto,  tutte
    le altre circostanze tornando a pennello,  ecco ci che  ci  forza  ad
    agire  in  questo  modo;  e tuttavia ai fini di una maggiore conferma,
    poich in un'azione di tanto peso sarebbe deplorevole di procedere  in
    furia,  io  ho  spiccato  in  fretta verso il tempio d'Apollo in Delfo
    Cleomene e Dione,  dei quali voi conoscete la ridondante perizia.  Ora
    dall'oracolo  tutto  deve venirci,  il cui divino consiglio solo potr
    fermarmi o spronarmi. Ho agito bene?
    PRIMO SIGNORE: Ottimamente, mio signore.
    LEONTE: Bench io ne sappia abbastanza e non m'occorrano altre  prove,
    tuttavia  l'oracolo  dar la pace agli altri,  simili a costui che per
    cieca credulit non si arrende al vero.  Cos abbiamo creduto bene che
    dalla  nostra  libera persona ella fosse segregata,  acci non potesse
    compiere il  tradimento  che  i  due  fuggiaschi  le  hanno  commesso.
    Andiamo,  seguiteci.  Noi dobbiamo parlare in pubblico,  perch questa
    storia ecciter tutti qui...
    ANTIGONO (a parte): Alle risa, credo, se fosse conosciuto il vero.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una prigione.

    (Entrano PAOLINA, un Gentiluomo e persone del Seguito).
    PAOLINA: Chiamate il custode della prigione;  fategli sapere  chi  son
    io.
    (Esce il Gentiluomo)
    Buona signora! Nessuna corte d'Europa  troppo alta per te! Che fai tu
    dunque in prigione?
    (Rientra il Gentiluomo col Carceriere).
    Ebbene, buon signore, mi conoscete, non  vero?
    CARCERIERE: Quale una degna signora che io onoro assai.
    PAOLINA: Allora vi prego di condurmi dalla regina.
    CARCERIERE:  Non  posso,  signora:  ho  esplicito  ordine  di  fare il
    contrario.
    PAOLINA: Quante precauzioni per impedire che la virt e l'onore  siano
    accostati  da  degni visitatori!  E' permesso,  ditemi,  di vedere una
    delle sue dame? Una qualunque? Emilia?
    CARCERIERE: Piacciavi congedare le persone del vostro seguito e io  vi
    condurr Emilia.
    PAOLINA: Vi prego, chiamatela. E voi ritiratevi.
    (Escono il Gentiluomo e gli altri del Seguito).
    CARCERIERE: Ed io, signora, debbo assistere al vostro colloquio.
    PAOLINA:  Ebbene,  sia pure,  ve ne prego.  (Esce il Carceriere) Tanta
    briga per fare apparir macchia ci che non ,  sorpassa  davvero  ogni
    arte di tintura.
    (Rientra il Carceriere con EMILIA).
    Diletta signora, come sta la nostra graziosa regina?
    EMILIA:  Cos  bene come possono stare insieme tanta grandezza e tanta
    sciagura.  Tra spaventi e dolori quali mai eletta dama ne sopport  di
    pi grandi ella s' sgravata un po' prima del tempo previsto.
    PAOLINA: Un maschio?
    EMILIA: Una bambina. Una bella piccina vispa e vitale; la regina ne ha
    gran conforto e dice: "Mia povera prigioniera,  io sono innocente come
    te".
    PAOLINA: Oh,  lo giurerei!  Maledette queste pericolose e insane ubbie
    del re!  Egli deve esser informato di tutto,  e lo sar. E' incombenza
    che si addice ad una donna;  me ne occuper io.  Se la mia parola sar
    di  miele,  possa  la mia lingua coprirsi di galle e non essere pi la
    tromba della mia infiammata collera. Vi prego, Emilia,  esprimete alla
    regina  la  mia maggiore devozione: s'ella s'arrischia ad affidarmi la
    sua piccina,  la mostrer al re e procaccer con ogni forza di  essere
    il  suo  avvocato.  Non  sappiamo com'egli possa addolcirsi alla vista
    della bimba: spesso il silenzio dell'innocenza immacolata persuade, l
    dove le parole falliscono.
    EMILIA: Mia degna signora,  la vostra lealt e la  vostra  bont  sono
    cos  evidenti  che questa generosa impresa non pu non avere un esito
    lieto.  Non c' dama al mondo che sia pi adatta  per  cotesta  grande
    missione. Piaccia a Vostra Signoria di venire nella prossima stanza ed
    io immediatamente far conoscere alla regina la vostra nobile offerta:
      quanto  ella  stessa  oggi  divisava tra s e s,  senza che osasse
    sollecitare alcuno a quest'azione d'onore,  nella tema  che  le  fosse
    negata.
    PAOLINA:  Ditele,  Emilia,  che  user  tutta la lingua che ho;  se lo
    spirito ne fluir quanto l'arditezza dal cuore,  non c'  da  dubitare
    del mio esito.
    EMILIA:  Possiate esser benedetta per quanto fate!  Vado dalla regina;
    vi piaccia venire pi presso.
    CARCERIERE: Signora, se piacesse alla regina di mandare la bambina, io
    non so in che rischio potrei incorrere, non avendo ordini al riguardo.
    PAOLINA: Non abbiate paura per questo,  signore.  Quella  bambina  era
    prigioniera  nel  seno  materno ed  stata poi per legge e corso della
    gran natura liberata e affrancata;  ella non    affatto  causa  della
    collera del re n colpevole del trascorso,  se trascorso vi fu,  della
    regina.
    CARCERIERE: Lo credo anch'io.
    PAOLINA: Non temete:  sul  mio  onore,  mi  frapporr  fra  voi  e  il
    pericolo.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una stanza nel Palazzo di Leonte.

    (Entrano LEONTE, ANTIGONO, Signori e Servi).
    LEONTE:  N  di  giorno n di notte,  alcun riposo.  E' mera debolezza
    prendersela cos, solo debolezza.  Se non fosse ch' ancora in vita la
    causa,  o parte della causa,  l'adultera... Poich quel re da lupanare
    non  pi a mia portata,   fuor di tiro,  al sicuro d'ogni trama,  ma
    lei...  posso  uncinarla.  Se fosse scomparsa,  se fosse stata data al
    fuoco, una met del mio riposo mi tornerebbe ancora. Chi  l?
    PRIMO SERVO: Mio signore!
    LEONTE: Come sta il bambino?
    PRIMO SERVO: Ha riposato bene stanotte,  si spera che la sua  malattia
    sia vinta.
    LEONTE: Che nobilt,  vedete! Non appena s'accorse del disonore di sua
    madre, egli decadde subito, langu, s'accor profondamente,  attacc e
    fiss a s l'onta di quel disonore, perdette la vivacit, l'appetito e
    il sonno,  e deper a vista d'occhio. Lasciatemi solo, andate a vedere
    come sta.  (Esce il Servo) Suvvia,  non pensiamo pi a  lui:  il  solo
    pensiero  della  vendetta,  da quella parte,  si ritorce contro di me.
    Egli   troppo  potente  in  s,  nelle  aderenze  e  nelle  alleanze:
    lasciamolo  stare finch venga l'occasione.  L'immediata vendetta sar
    su di lei.  Camillo e Polissene ridono di me,  si trastullano  al  mio
    cordoglio;  non  riderebbero  se potessi raggiungerli,  n rider lei,
    ch' in mio potere.

    (Entra PAOLINA con la bimba in braccio).

    PRIMO SIGNORE: Non potete entrare.
    PAOLINA: Oh anzi, miei buoni signori, aiutatemi voi. Temete per la sua
    ira tirannica piuttosto che per la vita della regina? Un'anima gentile
    e innocente pi monda di colpa, di quanto egli sia geloso.
    ANTIGONO: Mi par che basti.
    SECONDO SERVO: Signora,  non ha potuto dormire stanotte,  ha  ordinato
    che nessuno sia introdotto da lui.
    PAOLINA:  Non tanto zelo,  buon signore.  Vengo appunto a portargli il
    sonno. Sono quelli come voi, che strisciano come ombre intorno a lui e
    sospirano a ognuno dei suoi inutili gemiti,  son quelli come  voi  che
    alimentano  la  causa  della  sua  veglia.  Io  vengo con parole tanto
    salutari quanto vere,  oneste quanto vere e salutari,  a liberarlo  da
    quell'umore che lo respinge dal sonno.
    LEONTE: Che baccano  questo?
    PAOLINA:  Nessun  baccano,  mio  signore,  ma  un colloquio necessario
    intorno ai compari di battesimo che occorrono a Vostra Altezza.
    LEONTE: Come? Cacciate quest'audace dama! Antigono!  Ti avevo ordinato
    di non lasciarla venire. Sapevo che l'avrebbe fatto.
    ANTIGONO:  Infatti le ho detto,  mio signore,  sotto pena della vostra
    ira e della mia, ch'essa non doveva venire.
    LEONTE: Come, non puoi trattenerla?
    PAOLINA: Dalla disonest,  s,  egli lo pu;  ma  da  questo,  a  meno
    ch'egli non segua il vostro procedere,  di relegarmi per esser rimasta
    legata all'onore, credete, egli non pu.
    ANTIGONO: Ecco, vedete, voi la sentite. Quando vuol prendere le redini
    io la lascio andare; e non c' rischio che inciampi.
    PAOLINA: Mio buon sovrano, io vengo - e vi prego d'ascoltarmi,  poich
    mi  professo  vostra  serva  leale,  vostro medico e il pi obbediente
    consigliere,  ancorch rischi,  nel dare aiuto alle vostre sofferenze,
    di  apparir  tale  assai  meno  di quelli che sembrano i pi fidi - io
    vengo, dico, da parte della vostra buona regina.
    LEONTE: Buona regina!
    PAOLINA: Buona regina, mio signore, buona regina;  dico buona regina e
    vorrei sostenerlo con la prova delle armi,  se fossi un uomo, anche il
    men valido dei vostri.
    LEONTE: Fatela uscire a forza.
    PAOLINA: Porti la mano su me colui che non tiene ai suoi occhi;  andr
    via  di qui per mia volont,  non appena eseguita la mia missione.  La
    buona regina, poich essa  buona, vi ha dato una figlia: eccola; e la
    raccomanda alla vostra benedizione.
    (Depone la bimba).
    LEONTE: Fuori!  Una malefica virago!  Via di qui,  fuori della  porta,
    questa intrigante ruffiana!
    PAOLINA: Non dite cos. Io sono tanto ignara di questa cosa quanto voi
    lo siete nel chiamarmi cos;  e onesta quanto voi siete fuor di senno:
    che  abbastanza,  ve lo  garantisco,  al  modo  come  vanno  le  cose
    quaggi, per una reputazione di onest.
    LEONTE: Traditori!  Non volete metterla fuori! (A Antigono) Rendile la
    bastarda!  Vecchio idiota che ti lasci beccare e cacciar di nido dalla
    tua  signora Chioccia!  Prendi la bastarda,  ti dico,  prendila su,  e
    dalla alla tua arpia.
    PAOLINA: Sian per sempre disonorate  le  tue  mani  se  tu  tocchi  la
    principessa or ch'egli l'ha caricata di dissennate ingiurie.
    LEONTE: Ha paura di sua moglie.
    PAOLINA:  Cos  dovreste  far voi e non avreste pi il dubbio di poter
    chiamare vostri i vostri figli.
    LEONTE: Un nido di traditori!
    ANTIGONO: Non son tale, per la luce del giorno!
    PAOLINA: E neppure io; n alcuno all'infuori di uno,  ed  lui stesso,
    perch  condanna  alla  calunnia,  il  cui pungiglione  pi aguzzo di
    quello della spada,  il sacro onore di s,  quello della  regina,  del
    figlio pieno di speranze e della sua bimba;  e non vuole, e al punto a
    cui stanno le cose  una maledizione  non  possa  essere  obbligato  a
    farlo,  estirpare una volta per tutte la radice del suo dubbio,  che 
    marcia come mai furono salde quercia o pietra
    LEONTE: Una sgualdrina linguacciuta che prima ha battuto  suo  marito,
    ed  ora  si  butta  su  di me!  Questo sgorbio non  mio,   frutto di
    Polissene.  Portatelo via di qui e lo si dia al fuoco insieme  con  la
    madre!
    PAOLINA:  E'  vostra:  e  a  voi  si  potrebbe  applicare  il  vecchio
    proverbio: tal padre, tal figlio, purtroppo! Guardate, signori, bench
    lo stampo sia piccolo, pure  una copia esatta del padre suo,  occhio,
    naso,  labbro,  il  corrugar  del  ciglio,  la fronte,  guardate,  fin
    l'incavo, le graziose fossette del mento e della guancia,  il sorriso,
    il  modellato  e  la forma della mano,  dell'unghia e del dito;  e tu,
    buona dea Natura che l'hai fatta s eguale a colui che le ha  dato  il
    giorno, se  in tuo potere anche l'ordinamento dell'anima, fa' che tra
    i colori non ci sia il giallo,  acci ella non sospetti come lui che i
    suoi figli non siano di suo marito!
    LEONTE: Oh  la  triviale  strega!  E  tu,  canaglia,  meriti  d'essere
    impiccato perch non le sai frenare la lingua.
    ANTIGONO:  Impiccate  tutti  i  mariti  che  non  son capaci di simile
    impresa, ed  molto se vi rester un suddito.
    LEONTE: Ancora una volta, portatela via.
    PAOLINA: Il pi indegno e  snaturato  dei  signori  non  potrebbe  far
    peggio.
    LEONTE: Ti far bruciare.
    PAOLINA:  Non  m'importa:  eretico   colui che accende il fuoco,  non
    colei che ci brucia dentro.  Non voglio chiamarvi tiranno,  ma  questo
    crudele  trattamento  che  fate  alla  regina - incapace come siete di
    fondar l'accusa su altro che sul vostro scardinato cervello - ha  pure
    sentore di tirannia e vi far disonorato,  s,  oggetto di scandalo al
    mondo.
    LEONTE: In nome del  vostro  vassallaggio,  portatela  via  da  questa
    stanza!  Se  fossi  un  tiranno,  che  ne sarebbe della sua vita?  Non
    avrebbe osato chiamarmi cos se mi conoscesse per tale! Portatela via!
    PAOLINA: Vi prego,  non spingetemi fuori:  me  ne  vado.  Guardate  la
    vostra  bambina,  signore:  essa   vostra.  Giove le mandi un miglior
    spirito per guida! Che bisogno c' di queste mani? Voi che siete tanto
    indulgenti alle sue stramberie,  non gli farete del bene,  nessuno  di
    voi. Sta bene, sta bene, addio. Ecco che ce ne andiamo.
    (Esce).
    LEONTE: Sei tu,  traditore,  che hai scatenato tua moglie? Mia figlia?
    Levatela di qui. E tu che hai un cuore cos tenero per lei portala via
    di qui e guarda che sia data immediatamente alle fiamme: te,  dico,  e
    nessun altro. Prendila subito ed entro un'ora vienmi ad annunciare che
    tutto  fatto, e con buoni testimoni, altrimenti voglio privarti della
    vita e di tutto ci che stimi tuo. Se rifiuti e vuoi affrontare la mia
    ira  dillo.  Con queste mie mani far schizzar fuori il cervello della
    bastarda.  Va',  portala alle fiamme,  perch sei tu che hai scatenato
    tua moglie.
    ANTIGONO: Non ho fatto questo,  sire: i signori presenti,  miei nobili
    compagni, potranno, se piacer a loro, giustificarmi.
    PRIMO SIGNORE:  Noi  lo  possiamo;  mio  reale  sovrano,  egli  non  
    colpevole se colei  venuta qui.
    LEONTE: Siete tutti mentitori.
    PRIMO  SIGNORE: Supplico Vostra Altezza di concederci miglior credito:
    siamo sempre stati vostri leali servitori,  e v'imploriamo di  volerci
    stimar  tali:  e  vi  preghiamo in ginocchio,  a ricompensa dei nostri
    devoti  servigi  passati  e  futuri,   che  voi  mutiate   il   vostro
    divisamento, il quale per esser cos orrido e sanguinoso deve condurre
    a qualche nefasto esito. Vi preghiamo tutti in ginocchio.
    LEONTE:  Sono  una  piuma  a  ogni  vento che soffia.  Devo vivere per
    sentire questa  bastarda  inginocchiarsi  e  chiamarmi  padre?  Meglio
    bruciarla subito che maledirla poi.  Ma sia! Che viva! Ma no, neanche!
    Voi, signore, accostatevi: voi che avete mostrato cosi tenero zelo per
    la signora Chioccia,  vostra levatrice per salvare la vita  di  quella
    bastarda,  perch  una bastarda,   certo come questa barba  grigia,
    che arrischiereste voi per salvare la vita alla marmocchia?
    ANTIGONO: Qualunque cosa  mio  signore,  che  la  mia  capacit  possa
    compiere  e  la  nobilt  possa  impormi.  E'  il meno che possa fare.
    Impegner quel po' di sangue che m' rimasto per  salvar  l'innocente:
    ogni cosa che sia possibile.
    LEONTE: E' cosa possibile.  Giura su questa spada che obbedirai al mio
    ordine.
    ANTIGONO: Lo giuro, mio signore.
    LEONTE: Ascolta e compilo,  capisci?  perch se tu fallisci su qualche
    punto sar la morte,  non solo per te ma anche per la tua linguacciuta
    moglie alla quale per questa volta perdoniamo. Noi ti ingiungiamo come
    a nostro vassallo che tu porti quella bastarda via di qui,  in qualche
    remoto  e  deserto luogo del tutto fuori dei nostri domini e che tu la
    lasci l, senz'altra compassione,  alla protezione di se stessa e alla
    merc  del  clima.  Poich  per  stranio  caso  essa  venne a noi,  io
    t'ordino, secondo giustizia, a rischio di dannazione per l'anima tua e
    di tortura per il tuo corpo,  di portarla in  stranio  luogo  dove  il
    destino possa allevarla o lasciarla morire. Raccoglila.
    ANTIGONO:  Giuro  di  fare questo,  bench una morte immediata sarebbe
    stata pi pietosa. Vieni, povera bimba.  Qualche potente spirito possa
    istruire avvoltoi e corvi a farti da nutrici! Si dice che lupi e orsi,
    lasciando  da  parte  la  loro  ferinit,  hanno compiuto simile opera
    pietosa. Sire, siate prospero pi di quanto quest'azione domanda! E la
    grazia divina combatta al tuo fianco contro la crudelt che ti si usa,
    povera creatura condannata alla perdizione!
    (Esce con la bimba).
    LEONTE: No, non allever un figlio altrui.
    (Entra un Servo).
    SERVO: Piaccia a Vostra Altezza: corrieri mandati da coloro che  avete
    inviati   all'oracolo  sono  giunti  da  un'ora;   Cleomene  e  Dione,
    felicemente giunti da Delo, sono sbarcati e s'affrettano alla corte.
    PRIMO SIGNORE: Non vi spiaccia,  sire,  la loro celerit ha sorpassato
    ogni calcolo.
    LEONTE:  Hanno impiegato ventitr giorni;   una buona speditezza,  la
    quale presagisce che il grande Apollo vuole affrettarsi a far luce  su
    tutto  ci.  Preparatevi,  signori,  convocate una Corte di giustizia,
    cos che possiamo trarre in giudizio la nostra sleale  sposa:  poich,
    com'essa  fu  pubblicamente  accusata,  cos  deve  aver  pubblico  il
    processo e secondo le norme.  Finch essa  vivr,  il  cuore  mi  sar
    pesante fardello. Andate, e pensate a quello che v'ho ordinato.
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Porto di mare in Sicilia.

    (Entrano CLEOMENE e DIONE).
    CLEOMENE: Il clima  mite,  l'aria dolce,  fertile l'isola e il tempio
    avanza di molto le lodi che gli son d'ordinario tributate.
    DIONE: Dovr  parlare,  poich  molto  m'hanno  colpito,  degli  abiti
    celestiali,  ch  cos  debbo chiamarli,  e del venerabile aspetto dei
    gravi sacerdoti che li indossano.  E il sacrificio?  Quale apparato  e
    quale solennit ultraterrena nell'offerta!
    CLEOMENE: Ma soprattutto, lo scoppio e l'assordante voce dell'oracolo,
    parente del tuono di Giove, mi resero tanto attonito ch'io non ero pi
    nulla.
    DIONE:  Se  il  risultato  del  viaggio  si dimostrer favorevole alla
    regina - e cos potesse  essere!  -  com'  stato  per  noi  prezioso,
    divertente e celere, non avremo perduto davvero il nostro tempo.
    CLEOMENE:  Grande  Apollo,  fa'  che tutto vada per il meglio!  Quelle
    proclamazioni che gravano di colpe Ermione mi piacciono poco.
    DIONE: La violenza con la quale  stato condotto, chiarir o dar fine
    a questo affare: quando l'oracolo,  cos suggellato dal gran sacerdote
    d'Apollo,  mostrer  il  suo  contenuto,  qualche cosa di sorprendente
    balzer alla nostra  conoscenza.  Suvvia,  cavalli  freschi...  e  sia
    propizia la soluzione!
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una Corte di giustizia.

    (Entrano LEONTE, Signori e Ufficiali).
    LEONTE:  Queste  assise,  lo  diciamo con gran pena,  sono un colpo al
    nostro cuore: la parte in stato d'accusa  figlia di re, moglie nostra
    e da noi molto amata. Ci si prosciolga dalla taccia di tirannia dacch
    cos apertamente procediamo a far giustizia;  e  questa  avr  il  suo
    corso   fino   alla   condanna   o  all'assoluzione.   Introducete  la
    prigioniera.
    UFFICIALE: Piace a Sua Altezza che la regina compaia  in  persona  qui
    davanti alla Corte. Silenzio!

    (Entrano ERMIONE tra le Guardie, PAOLINA e altre Dame del Seguito).

    LEONTE: Leggete l'atto d'accusa.
    UFFICIALE (legge): Ermione, sposa del nobile Leonte, re di Sicilia, tu
    sei  qui  accusata  e  imputata  di  alto tradimento per aver commesso
    adulterio con Polissene,  re di Boemia,  e cospirato con  Camillo  per
    togliere la vita al nostro sovrano signore,  il re,  tuo regale sposo;
    il  disegno  di  ci  essendo  stato   parzialmente   rivelato   dalle
    circostanze,  tu, Ermione, in contrasto alla fede e al vassallaggio di
    un vero suddito, consigliasti e aiutasti costoro, per lor sicurezza, a
    fuggirsene nottetempo.
    ERMIONE: Dacch la mia risposta non pu che contraddire l'accusa e  il
    solo testimonio a mio scarico non posso essere che io stessa, poco pu
    valermi  il  dire  che  non  sono colpevole;  la mia integrit essendo
    creduta falsit, tale sar creduta quando sia affermata da me.  Ma con
    tutto  ci,  se i divini poteri contemplano le azioni umane,  come fan
    davvero,  io non dubito che l'innocenza possa fare arrossire la  falsa
    accusa e la pazienza possa far tremare la tirannia.  Voi, mio signore,
    sapete bene,  per quanto sembrate  l'ultimo  a  saperlo,  che  la  mia
    trascorsa  vita  stata tanto continente,  casta e sincera quanto oggi
    sono  infelice,  e  in  modo  che  sorpassa  quanto  la  tragedia  pu
    dipingere,  anche  se aggiustata e recitata per commuovere spettatori.
    Poich guardate me,  compagna del letto regale,  partecipe di met del
    trono,  figlia di un gran re, madre di un principe di grandi speranze,
    qui tratta a cicalare e a parlare per la  mia  vita  e  il  mio  onore
    dinanzi a chiunque voglia venire ad ascoltare. In quanto alla vita, io
    l'apprezzo  al  peso  che do al dolore,  di cui ben volentieri farei a
    meno,  ma l'onore  una eredit che lascio ai miei e solo per esso  io
    combatto. Io faccio appello alla vostra propria coscienza, sire, prima
    che  Polissene  venisse  alla  corte,  com'ero nel favor vostro e come
    meritavo di esserlo; e dopo ch' venuto, in che ho ecceduto dai limiti
    del mio contegno verso di lui,  che ora debbo apparire in una Corte di
    giustizia?  Se ho oltrepassato di un sol punto i limiti dell'onore, se
    per atti o volont ho inclinato in questo senso,  induriscano i  cuori
    di  coloro  che  mi  ascoltano  e  il  mio  pi prossimo parente gridi
    all'infamia sulla mia tomba!
    LEONTE: Non ho mai inteso che cotesti  vizi  sfrontati  avessero  meno
    sfacciataggine  nel  negare  quel  che  han fatto di quanta ne avevano
    prima per compierlo.
    ERMIONE: Questo   pur  vero,  bench  non  sia  un  detto  che  possa
    applicarsi a me, sire.
    LEONTE: Voi non volete ammetterlo.
    ERMIONE: Pi che di veniali mende io non posso riconoscermi colpevole.
    Per  ci  ch' di Polissene del quale mi si fa complice,  confesso che
    l'ho amato  com'egli  stesso  onorevolmente  meritava,  di  una  sorta
    d'amore in tutto degno di una dama mia pari,  dell'amore stesso, e non
    altro, che voi ordinavate,  e non averlo fatto credo che sarebbe stato
    in  me  disobbedienza e insieme ingratitudine a voi e al vostro amico,
    il cui affetto s'era dichiarato liberamente a voi fin da quando poteva
    parlare, fin dall'infanzia.  Quanto alla cospirazione,  poi,  dico che
    non  ne  conosco  il  sapore,  bench  mi sia scodellata qui perch io
    l'assaggi.  Ci che so  che Camillo era un onesto uomo  e  perch  ha
    lasciato la vostra corte,  gli di stessi, non sapendone pi di me, lo
    ignorano.
    LEONTE: Sapevate della sua fuga,  cos come sapete quello che dovevate
    fare in sua assenza.
    ERMIONE:  Sire,  voi  parlate un linguaggio che non comprendo.  La mia
    vita  alla merc dei vostri sogni ed io ve l'abbandono.
    LEONTE: I miei sogni sono le vostre azioni: avete avuto un bastardo da
    Polissene ed io l'ho soltanto sognato.  Come siete stata senz'ombra di
    pudore  -  e  quelle  come  voi  son  fatte a questo modo - cos siete
    senz'ombra di verit,  e per negare vi date  pi  pena  di  quanta  ne
    franchi la spesa;  e come il tuo marmocchio  stato buttato fuori,  da
    pari suo,  non avendo un padre che lo riconosca - ci  ch'  piuttosto
    tuo  crimine  che suo - cos tu devi provare la nostra giustizia,  che
    nel pi mite corso significa per te nulla meno che morte.
    ERMIONE: Sire,  risparmiate le vostre  minacce:  lo  spauracchio  onde
    volete  atterrirmi  io  lo  ricerco.  Per me la vita non pu essere di
    alcun profitto.  La corona e il compenso della  mia  vita,  il  vostro
    favore,  io  do  come  perduti,  perch intendo bene che sono spariti,
    anche se non so come ci accadde.  La mia seconda gioia e primizia del
    mio  corpo,  io  sono  esclusa  dalla  sua  presenza  come  un  essere
    pestilenziale. La mia terza consolazione,  nata sotto malvagia stella,
    mi    levata  dal  tetto  con  la bocca innocente ancor piena del mio
    innocente latte,  e condotta a morte;  io stessa  in  ogni  canto  son
    proclamata una prostituta; con odio smodato i privilegi del parto, che
    appartengono  a  donne d'ogni specie,  mi sono rifiutati;  infine sono
    spinta in questo luogo all'aria aperta, prima che abbia avuto il tempo
    di recuperare le forze. E ora, mio sovrano,  ditemi: quali benedizioni
    posso avere da viva,  che debba io temer la morte?  Perci proseguite.
    Ma udite ancor questo: non mi  fraintendete:  non  per  la  vita,  che
    considero  meno  di  un  fuscello,   ma  per  l'onor  mio  che  vorrei
    affrancato,  se sar condannata su  semplici  congetture,  ogni  altra
    prova  dormendo  eccetto  quell'e destate dalla vostra gelosia,  io vi
    dico che questa  violenza e non legge.  Mi siano testimoni  i  Vostri
    Onori che mi appello all'oracolo: Apollo sia il mio giudice!
    PRIMO  SIGNORE: Questa vostra richiesta  in tutto e per tutto giusta.
    Per conseguenza e in nome di Apollo, si adduca il suo oracolo.
    (Escono alcuni Ufficiali).
    ERMIONE: L'imperatore di Russia era mio padre.  Oh fosse egli  vivo  e
    qui   assistesse  al  processo  di  sua  figlia!   Oh  potesse  vedere
    l'abiezione della mia miseria, e con occhi di piet, non di vendetta!
    (Rientrano gli Ufficiali con CLEOMENE e DIONE).
    UFFICIALE: Giurerete qui su questa  spada  della  giustizia  che  voi,
    Cleomene e Dione,  siete stati entrambi a Delfo, e di l avete portato
    questo suggellato oracolo commessovi dalla  mano  del  gran  sacerdote
    d'Apollo,  e che da allora non avete osato rompere il sacro sigillo n
    leggere il segreto ivi rinchiuso.
    CLEOMENE e DIONE: Giuriamo tutto ci.
    LEONTE: Rompete i sigilli e leggete.
    UFFICIALE (legge):  "Ermione    casta,  Polissene  senza  rimprovero,
    Camillo un suddito fedele,  Leonte un tiranno geloso, il suo innocente
    pargolo fu concepito legittimamente e il re vivr senza eredi se  quel
    ch' perduto non sar trovato".
    SIGNORE: Sia benedetto il grande Apollo!
    ERMIONE: Sia lodato!
    LEONTE: Hai tu letto il vero?
    UFFICIALE: S, mio signore, precisamente come sta scritto qui.
    LEONTE:  Non c' nulla di vero in questo oracolo.  Continui l'udienza;
    questa  mera impostura.
    (Entra un Servo).
    SERVO: Il re mio signore! Il re!
    LEONTE: Che cosa accade?
    SERVO: Sire,  non detestatemi per  quanto  vi  annunzio!  Il  principe
    vostro figlio,  col solo immaginare e paventare la sorte della regina,
    se n' andato.
    LEONTE: Come? andato?
    SERVO: E' morto.
    LEONTE: Apollo  irato,  i cieli stessi colpiscono la mia ingiustizia.
    (Ermione sviene) Che c' ora?
    PAOLINA:  Tal  notizia    ferale per la regina: abbassate gli occhi e
    vedete ci che fa la morte.
    LEONTE: Portatela via di qui,  il suo cuore non  che  oppresso.  Ella
    torner  in  s.  Ho  troppo  creduto nel mio sospetto.  Vi scongiuro,
    datele amorevolmente qualche ristoro che la riporti in  vita.  (Escono
    Paolina  e le Dame con Ermione) Apollo,  perdona la mia grande empiet
    contro il tuo oracolo. Mi riconcilier con Polissene,  riguadagner il
    cuore della mia regina,  richiamer il buon Camillo,  che ora dichiaro
    un uomo fidato e pietoso: poich essendo trascinato dalla mia  gelosia
    a  sanguinosi pensieri di vendetta io scelsi Camillo per avvelenare il
    mio amico Polissene: cosa che sarebbe stata fatta se il saggio spirito
    di Camillo non avesse  soprasseduto  al  mio  pronto  comando,  bench
    obbedire o no fosse per lui cagione di ricompensa o di morte: ch tali
    erano  il  mio incoraggiamento e la mia minaccia.  Egli,  umanissimo e
    pieno del senso dell'onore,  rivel  il  mio  disegno  al  mio  regale
    ospite,  lasci  qui la sua fortuna ch'era grande,  come sapete,  e si
    affid al certo rischio di tutte le incertezze,  ricco  solo  del  suo
    onore.  Come  risplende  accanto  alla mia ruggine e come la sua piet
    rende pi nere le mie azioni!
    (Rientra PAOLINA).
    PAOLINA: Ora funebre! Oh, tagliate i lacci del mio corsetto,  o il mio
    cuore nel romperli si schianter!
    PRIMO SIGNORE: Che accesso vi prende, buona signora?
    PAOLINA: Quali raffinati tormenti,  o tiranno, hai per me? Quali ruote
    o cavalletti o fuochi?  Mi farai  scorticare?  Bollire  nel  piombo  o
    nell'olio?  Qual  nuova  o vecchia tortura riservi a me,  che per ogni
    parola merito i tuoi pi duri castighi?  La tua tirannia congiunta  ai
    tuoi gelosi furori, fantasie troppo deboli per bimbi, troppo scipite e
    vane  per  fanciulle  di  nove  anni,  vedi  ora  che  hanno fatto,  e
    impazzisci davvero,  diventa pazzo da  legare,  perch  tutte  le  tue
    scorse  pazzie  non  erano  che  assaggi  di  questa.  Che tu tradissi
    Polissene non era nulla; ci mostrava solo che tu,  per un pazzo,  eri
    incostante e deplorevolmente ingrato; n molto fu che tu abbia cercato
    di  avvelenare  l'onore  del  buon  Camillo per fargli uccidere un re;
    poveri trascorsi,  questi,  di  fronte  a  quelli  pi  mostruosi  che
    attendevano! Fra i quali io reputo nullo, o infimo, che tu abbia fatto
    gettare ai corvi la tua piccina, bench un demone prima di far questo,
    avrebbe mutato in lacrime il fuoco degli occhi; n ascrivo del tutto a
    te  la morte del giovane principe i cui degni pensieri,  tanto alti in
    uno di cos tenera et,  spaccarono il cuore che pot comprendere come
    un  padre  insano  e  brutale disonorava la sua graziosa madre.  Non 
    tutto ci,  no,  di cui devi rispondere ma  l'ultimo...  oh,  signori,
    quando  l'avr  detto gridate orrore!  la regina,  la pi dolce e cara
    creatura,  morta e la vendetta del cielo non  discesa ancora...
    PRIMO SIGNORE: I poteri celesti lo tolgano!
    PAOLINA: Vi dico ch' morta,  ve lo giuro.  Se parola o giuramento non
    servono,  andate  e  vedete: se potrete portare colore o lucentezza al
    suo labbro e al suo occhio, calore intorno o respiro entro di lei,  io
    vi servir come servirei dei numi.  Ma tu,  tiranno, non ti pentire di
    queste cose, poich esse son ben pi pesanti di quanto pu smuovere il
    tuo pianto,  e perci non darti ad altro che alla disperazione.  Mille
    ginocchi  piegati  per  diecimila  anni,  nudi,  nel  digiuno,  su una
    montagna desolata,  in un continuo inverno perpetuamente in  tempesta,
    non arriverebbero a far che gli di guardassero dalla tua parte.
    LEONTE:  Continua pure non dirai mai troppo.  Ho meritato che tutte le
    lingue mi dicano quel che esse sanno di pi amaro.
    PRIMO SIGNORE: Non dite altro; qual si sia il fatto,  questa arditezza
    di linguaggio vi fa torto.
    PAOLINA: Me ne duole;  mi pento di tutte le colpe che commetto, quando
    vengo a conoscerle.  Ahim!  Ho troppo mostrato l'avventatezza di  una
    donna. Egli  toccato in fondo al nobile suo cuore. Ci ch' perduto e
    senza  rimedio,  non dovrebbe provocare dolore: non vi accorate per la
    mia supplica al cielo.  Vi supplico,  fatemi anzi  punire  per  avervi
    ricordato ci che dovevate dimenticare. E ora, mio buon sovrano, sire,
    reale  sire,  perdonate  una  stupida donna;  l'amore che portavo alla
    vostra regina... ma sciocca! non vuo' parlar pi di lei, n dei vostri
    bambini...  Non vuo' ricordarvi nemmeno il  mio  signore  che  pure  
    perduto. Fate ricorso alla vostra pazienza, e non dir pi nulla.
    LEONTE:  Tu non hai parlato che troppo bene quando pi dicevi il vero;
    ed  io  l'accolgo  assai  meglio  della  tua  compassione.  Ti  prego,
    conducimi alle morte spoglie della regina e di mio figlio. Avranno una
    sola  tomba  e  su  questa saranno scritte le cause della loro morte a
    nostra eterna vergogna.  Una volta  ogni  giorno  voglio  visitare  la
    cappella  dove  giaceranno,  e  sparger  lacrime  l sar il mio unico
    svago. Per tutto il tempo che le forze mi concederanno,  io fo voto di
    darmi  a  questa  pratica giornaliera.  Andiamo,  e conducimi a questi
    dolori.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Boemia. Plaga desolata presso al mare.

    (Entrano ANTIGONO con la bimba, e un Marinaio).
    ANTIGONO: Sei tu certo allora che  il  nostro  vascello    giunto  ai
    deserti di Boemia?
    MARINA:  S,  mio  signore.  E temo che abbiamo preso terra in cattivo
    momento.  Il cielo appare torbo e minaccia imminenti rovesci.  In fede
    mia  gli  di  sono in collera a causa di ci che stiamo per fare e ci
    guardano biechi.
    ANTIGONO: Sia fatta  la  loro  sacra  volont!  Va',  torna  a  bordo,
    occupati del battello. Sar da te di qui a poco tempo.
    MARINAIO: Fate al pi presto e non vi inoltrate troppo nella campagna.
    Par  che  giunga la burrasca,  senza contare che questo luogo  famoso
    per gli animali da preda che lo abitano.
    ANTIGONO: Va'. Ti seguo subito.
    MARINAIO: Sono ben contento di liberarmi cos da quest'affare.
    (Esce).
    ANTIGONO: Vieni, povera bimba;  ho inteso dire,  ma non lo credo,  che
    gli  spiriti  dei  morti  possono  tornare a camminare sulla terra: se
    questo  possibile, tua madre m' apparsa la scorsa notte,  poich mai
    sogno  fu  cos eguale alla veglia.  S'avanza verso di me una creatura
    che ora china il capo da una parte,  ora dall'altra;  mai ho veduto un
    essere  cos pieno e traboccante di cordoglio.  In pure vesti bianche,
    come la santit in persona,  ella si appress  alla  cuccetta  dov'ero
    steso;  tre  volle  si  inchin  dinanzi a me,  e come prese fiato per
    parlare, i suoi occhi divennero due fontane. Calmatosi il loro mpito,
    ruppe in queste parole: "Buon Antigono,  dacch il destino  contro  il
    miglior tuo sentimento t'ha scelto per colui che deve abbandonare a se
    stessa  la  mia povera bimba,  secondo quanto hai giurato,  ci sono in
    Boemia luoghi abbastanza deserti dove tu piangendo puoi lasciarla alle
    sue grida,  e poich la bimba dev'essere considerata persa per sempre,
    chiamala Perdita. Per tal cruda missione a te affidata dal mio signore
    tu non vedrai mai pi tua moglie Paolina".  E cos,  con acute strida,
    ella si confuse nell'aria.  Assai sbigottito,  io mi riebbi a  poco  a
    poco e pensai ch'era realt e non sogno.  I sogni sono sciocchezze;  e
    tuttavia per questa volta,  superstiziosamente,  io mi lascer guidare
    da  questo.  Tengo  per  fermo che Ermione  stata messa a morte e che
    Apollo ha voluto,  essendo questa in verit prole  del  re  Polissene,
    ch'essa  fosse lasciata qui o per la vita o per la morte,  sulla terra
    del suo vero padre. Possa tu prosperare, fiore! Riposa qui... e qui il
    tuo contrassegno,  e qui questi ancora,  che potranno,  piacendo  alla
    fortuna,  servire ad allevarti,  piccina,  e in parte restar tuoi.  La
    tempesta comincia, povera infelice che per colpa di tua madre sei cos
    dannata all'abbandono e a  tutto  ci  che  pu  seguirne!  Non  posso
    piangere,  ma  il  mio  cuore sanguina,  e sono il pi maledetto degli
    uomini per essere forzato da un giuramento a quest'azione.  Addio!  Il
    giorno  si  fa di pi in pi torvo,  tu stai per avere una ninna nanna
    troppo rude.  Mai ho visto,  di giorno,  i cieli cos  bui.  Un  grido
    selvaggio!  Purch possa tornare a bordo! Oh, ecco l'animale a cui dn
    la caccia! Sono finito per sempre!
    (Esce, inseguito da un orso).

    (Entra un Pastore).

    PASTORE: Vorrei che non ci fosse et di mezzo fra i dieci e i ventitr
    anni o che la giovent dormisse tutto questo  intervallo;  poich  non
    c' nulla in cotesto tempo se non ingravidare ragazze, vilipendere gli
    anziani,  rubare  e  darsi legnate.  Ehi dico,  sentite: ci potrebbero
    essere altri che questi cervelli caldi di diciannove o  ventidue  anni
    per  cacciare  con  questo tempo?  Han fatto fuggire all'impazzata due
    delle mie migliori pecore e temo che il lupo le trover pi presto del
    padrone. Se in qualche luogo le posso ritrovare,  sar dalla parte del
    mare, a brucare l'edera. Buona fortuna, se ci metterai la tua volont!
    Che c' qui?  Misericordia,  un marmocchio, e molto grazioso. Maschio
    o femmina, vorrei sapere... Una bimba, molto graziosa, molto graziosa.
    Frutto certo di qualche marachella.  Senza aver familiarit coi libri,
    posso  leggere in questa marachella una cameriera di gran dama.  Gli 
    stato un lavoro di sottoscala, o imbastito sopra un baule o dietro una
    porta;  avevano pi caldo quelli che l'han messa al  mondo  di  quanto
    abbia ora qui questa poverina.  La raccoglier per piet;  e attender
    che mio figlio giunga. M'ha dato una voce proprio ora. Ehi! oh!
    (Entra il Contadino).
    CONTADINO (di dentro): Oh oh, oh oh!
    PASTORE: Come, eri cos vicino?  Se vuoi veder cosa da parlarne ancora
    quando sarai morto e marcito, vien qui. Che ti piglia, ragazzo?
    CONTADINO:  Ne ho visti due di spettacoli simili per mare e per terra!
    Ma non posso pi dir mare perch non c' pi che cielo  ormai;  e  tra
    esso e il firmamento non potreste cacciare una punta di spillone.
    PASTORE: Bene, ragazzo, che vuoi dire?
    CONTADINO:  Vorrei  che  vedeste solo come s'arrabbia,  s'infuria e si
    divora la spiaggia!  Ma questo non ci ha a  che  fare.  Oh,  le  grida
    compassionevoli   di  quelle  povere  anime!   Apparivano  a  volte  e
    sparivano;  ora il vascello forava la luna con l'albero  maestro,  ora
    era inghiottito dal fermento e dalla spuma come se gittaste un sughero
    in  una  botte.  E  se dal servizio di mare passiamo a quello a piedi,
    bisogna vedere come l'orso gli ha strappato la scapola, come gridava a
    me per aiuto, e mi diceva che il suo nome era Antigono, un nobile.  Ma
    per finirla con la nave,  aveste visto come il mare se la pappava,  ma
    prima come i poveri diavoli gridavano e il mare si  burlava  di  loro,
    come il povero gentiluomo urlava e l'orso si beffava di lui, e tutti e
    due urlavano pi forte del mare e della tempesta.
    PASTORE: Misericordia, quando  stato tutto questo, ragazzo mio?
    CONTADINO:  Ora,  ora.  Non  ho  battuto ciglio dacch ho visto questi
    spettacoli: gli uomini non sono ancora freddi sott'acqua e l'orso  non
    ha ancora mangiato met di quel signore e continua di buzzo buono.
    PASTORE: Se fossi stato l per aiutare quel vecchio!
    CONTADINO:  Avrei  voluto  vedervi  accanto alla nave per darle aiuto!
    Alla vostra carit sarebbe mancata la terra sotto i piedi.
    PASTORE: Son grossi guai, grossi guai! Ma guarda un po' qui,  ragazzo.
    E ora fatti il segno della croce;  tu incontri cose che vanno a morte,
    io cose appena nate. Ecco uno spettacolo per te.  Guarda,  un abito di
    battesimo per un figlio di cavaliere! Guarda qui, prendi, prendi, apri
    questo.  Cos:  fammi  vedere:  mi    stato  predetto  che le fate mi
    avrebbero dato la ricchezza;   una  bimba  rapita  dalle  fate.  Apri
    questo: che c' dentro, ragazzo?
    CONTADINO:  Siete un vecchio che ha fatto la sua fortuna.  Se i vostri
    peccati di giovent saranno perdonati,  avrete  da  viver  bene.  Oro!
    Tutto oro!
    PASTORE: E' oro delle fate,  ragazzo,  e si mostrer per quello che .
    Raccattalo, tienlo stretto e via! a casa, a casa per la via pi breve.
    Noi siamo fortunati, ragazzo,  e per continuare ad esserlo non c' che
    da  conservare  il segreto.  Lascia andar le pecore e torniamo a casa,
    ragazzo mio, per la via pi corta.
    CONTADINO: Andate voi da questa parte con quel che avete  trovato;  io
    voglio  andare a vedere se l'orso ha mollato il gentiluomo e quanto ne
    ha mangiato.  Son bestie cattive solo se hanno fame.  Se sar  rimasto
    qualcosa di lui, lo seppellir.
    PASTORE:  Questa  una buona azione.  Se puoi capire dai resti chi era
    quel gentiluomo, dimmelo e verr a vederli.
    CONTADINO: Diamine, sicuro, e m'aiuterete a metterlo sotto terra.
    PASTORE: E' un giorno fortunato per noi e perci dobbiam fare opere di
    bene.


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA.

    (Entra il TEMPO).
    CORO: Io che son per alcuni il piacere, che tutti provo,
    gioia e terror dei tristi e dei buoni, io ch'eccito e rimuovo
    gli equivoci, or aligero, e con pieno diritto,
    perch figuro il Tempo, mi presento. Oh un delitto
    mio o del mio passo celere non  gi s'io sorvolo
    sedici anni e lascio senza un solo
    sguardo cotesto spazio, perch  nel mio potere
    sovvertire, in un'ora nata dal mio piacere,
    le leggi, ed i costumi piantare e sradicare.
    Ch'io passi qual fui sempre, innanzi al secolare
    ordine e a quel ch'or regna, io testimon d'ogni era
    che quegli ordini addusse; e tal fede sincera
    far di nuove cose, e render stanta
    la freschezza dell'oggi, come or la storia mia
    sembra in confronto ad esso. La mia clessidra or volto
    se la vostra pazienza pu restare in ascolto,
    e sviluppo il mio quadro dopo un lungo
    intermezzo di sogno, e cos giungo
    (Leonte abbandonando alla tortura
    del suo fatale morbo che l'ha tratto in clausura)
    nella bella Boemia. Di Florizel io dianzi
    vi parlai, il figliuolo del re, e procedo innanzi
    a dirvi di Perdita, in bellezza cresciuta
    come il vostro stupore. Qui sia la lingua muta
    a profetar di lei; sia nota volta a volta
    la cronaca del Tempo, cos come s' svolta.
    La figlia d'un pastore, e quel che nel suo stato
    presente accade, e quello che poi l' riserbato,
    del Tempo  l'argomento. Datemi a ci permesso
    se mai sciupaste il vostro tempo peggio d'adesso;
    se no, che il Tempo v'auguri in sua persona qui
    che non possiate spenderlo mai peggio di cos.


    SCENA SECONDA - Boemia. Il Palazzo di Polissene.

    (Entrano POLISSENE e CAMILLO).
    POLISSENE: Ti prego, buon Camillo, non importunarmi di pi;   malanno
    per me negarti qualcosa, ma  morte concederti questo.
    CAMILLO:  Son quindici anni che non rivedo il mio paese,  e bench per
    la pi parte della mia vita abbia respirato aria  straniera,  desidero
    deporre  l  le mie ossa.  Inoltre il pentito re,  mio padrone,  mi ha
    mandato a chiamare,  ed altro motivo che mi sprona a partire  che  io
    potrei essere di qualche sollievo, o almeno lo presumo, al suo cocente
    cordoglio.
    POLISSENE:  Se tu m'ami,  Camillo,  non cancellare tutti i tuoi scorsi
    servigi lasciandomi ora;  il bisogno che ho di  te    opera  del  tuo
    merito;  meglio  sarebbe  stato  non  averti  avuto che perderti cos.
    Avendomi tu avviato in questioni che  nessuno  senza  di  te  saprebbe
    trattare  convenientemente,  ora  devi  o  restare  per  compierle  tu
    medesimo o portar via con te gli stessi servigi che mi hai resi;  e di
    questi,  se  io  non li ho apprezzati in giusta misura (e chi potrebbe
    farlo abbastanza?), sar mio studio in avvenire di esserti pi grato e
    sar mio guadagno ancora questo accumularsi  di  atti  amichevoli.  Di
    quella  fatale  terra di Sicilia,  ti prego,  non parlarmi pi: il suo
    nome  mi  punge  col  ricordo  di  quel  pentito,  come  tu  dici,   e
    riconciliato re mio fratello,  e della perdita della sua incomparabile
    regina e dei figli, dolorosa oggi come allora.  Dimmi,  quando vedesti
    tu  il principe Florizel,  mio figlio?  I re non sono meno infelici se
    hanno figli senza merito di quel  che  sono  perdendoli  quando  hanno
    dimostrate le loro qualit.
    CAMILLO: Sire,  son tre giorni che non ho visto il principe: quali pi
    felici occupazioni lo tengano,  io  ignoro.  Ma  ho  notato  come  una
    mancanza  che  egli  da  tempo  assai distratto dalla corte ed  meno
    assiduo di prima ai suoi principeschi esercizi.
    POLISSENE: Anch'io l'ho notato,  Camillo,  e con qualche  apprensione,
    tanto  che  c'  chi  per mio incarico sorveglia le sue assenze,  e da
    questi ho avuta la notizia ch'egli  di rado lontano dalla casa di  un
    umilissimo  pastore:  un uomo,  dicono,  che dal nulla,  e senza che i
    vicini possano comprenderne il perch,  s' elevato a  una  indicibile
    fortuna.
    CAMILLO: Ho inteso, sire, di un tale uomo, che ha una figlia della pi
    rara  bellezza;  e  notizia di lei s' alzata fin dove non si potrebbe
    credere, dato ch'essa  nata in una capanna.
    POLISSENE: Anche di ci ero informato;  ma temo che sia  questo  l'amo
    che attira l mio figlio. Tu ci accompagnerai a quel luogo, dove senza
    svelar  l'essere  nostro,  avremo  un colloquio col pastore: dalla sua
    semplicit credo non sar difficile trarre il motivo delle  visite  di
    mio figlio laggi. Ti prego, siimi compagno in questa faccenda e metti
    da parte i tuoi pensieri della Sicilia.
    CAMILLO: Obbedisco volenteroso ai vostri ordini.
    POLISSENE: Il mio ottimo Camillo! Ora dobbiamo travestirci.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una via presso la capanna del pastore.

    (Entra AUTOLICO, cantando).
    Quando i narcissi fanno capolino,
    ohi, puttanella, ohil, scendi il vallotto,
    allora l'anno  sopraffino e al pallido
    verno il sangue vermiglio  ricondotto.
    Il lenzuol che s'imbianca sul cespuglio,
    ohi, come cantano gli uccelli, oh!,
    fa' che s'aguzzi il cupido ronciglio,
    ch di birra un boccal pasto  da re!
    La lodola che canta te, toite
    oh, oh, il tordo e la ghiandaia,
    cantan d'estate a me e alle drude mie
    mentre insieme sul fieno ci si sdraia.
    Sono stato al servizio del principe Florizel
    e ai miei tempi ho indossato velluto di tre peli;
    ma ora sono a spasso.
    Ma porter per questo il lutto, o cara?
    La bianca luna a notte si risveglia,
    e quando vagabondo nella strada,
    allora al segno m'avvicino meglio.
    Se i calderai possono campare,
    e aver la borsa di pelle di troia,
    allora i conti miei potr ben fare
    e sulla gogna confermarli al boia.

    Il  mio  commercio    di  lenzuola;  quando  l'avvoltoio  fa il nido,
    attenzione alla biancheria minuta.  Mio padre m'ha chiamato  Autolico,
    il  quale,  essendo come me sotto l'influsso di Mercurio,  era pur lui
    uno sgraffignatore di insignificanti quisquilie. Coi dadi e le femmine
    ho acquistato questa bardatura e la mia  rendita    tutta  di  minuto
    scrocco. La galera e le botte son troppo potenti sulla via maestra, ed
    essere  impiccato  o  percosso mi fa troppa paura;  e quanto alla vita
    futura, cerco di dormirci sopra. Toh! Una preda! Una preda!
    (Entra il Contadino).
    CONTADINO: Vediamo: ogni undici montoni fan ventotto libbre  di  lana;
    ogni  ventotto  libbre  di  lana  rendono una lira e qualche scellino;
    mille e cinquecento montoni tosati quanta lana fanno?
    AUTOLICO (a parte): Se il laccio tiene, il merlo  mio.
    CONTADINO:  Non  ce  la  faccio  senza  gettoni.  Vediamo:  che  posso
    comperare per la nostra festa della tosatura?  Tre libbre di zucchero,
    cinque di passolina,  riso...  Che far del riso mia sorella?  Ma  mio
    padre  le  ha  dato la direzione della festa,  e lei se ne approfitta!
    M'ha fatto fare ventiquattro mazzi per i tosatori,  tutti cantanti  di
    canzoni  a tre voci e molto buoni,  ma son quasi tutti tenori e bassi,
    c' solo un puritano fra loro,  e canta i salmi su arie  di  cornetta.
    Bisogna  che mi procuri dello zafferano per colorire le torte di pere,
    e scorza di noce moscata e datteri... No,  datteri no,  non sono nella
    mia lista: sette noci moscate,  una radice o due di zenzero, ma queste
    posso farmele regalare,  quattro libbre di prugne e altrettante di uva
    seccata al sole.
    AUTOLICO (torcendosi al suolo): Oh, ma perch son nato?
    CONTADINO: Misericordia...
    AUTOLICO: Aiuto!  Aiuto!  Strappatemi solo questi cenci di dosso e poi
    venga la morte, la morte!
    CONTADINO: Ahim, disgraziato! Avresti bisogno di avere qualche cencio
    di pi addosso, invece di toglierti questi.
    AUTOLICO: Oh,  signore,  la loro infamia m'offende di pi delle  botte
    che ho buscato, ch'eran sode e a milioni.
    CONTADINO: Ahim,  pover'uomo!  Un milione di botte pu farti male sul
    serio.
    AUTOLICO: M'han derubato,  signore,  e percosso,  m'han preso  il  mio
    denaro e tutto ci che avevo su me, e poi m'hanno messo addosso questi
    orridi cenci.
    CONTADINO: Chi  stato? Un cavaliere o un pedone?
    AUTOLICO: Un pedone, dolce signore, un pedone.
    CONTADINO: Davvero doveva essere un pedone a giudicare dai vestiti che
    t'ha  messo addosso.  Se codesta giubba  di cavaliere deve aver visto
    un servizio dimolto attivo.  Dammi la mano,  voglio  aiutarti;  vieni,
    dammi la mano.
    (Lo tira su).
    AUTOLICO: Piano, signore, oh, oh!
    CONTADINO: Ahim, povero diavolo!
    AUTOLICO: Oh, mio signore, piano, mio buon signore! Temo, signore, che
    mi si sia slogata la scapola.
    CONTADINO: Come va? Potete stare ritto?
    AUTOLICO: Piano,  caro signore, (gli fruga in tasca) mio buon signore,
    piano. M'avete reso un servizio di carit.
    CONTADINO: Hai bisogno di denaro? Ho qualcosa per te.
    AUTOLICO: No, mio dolce signore, no, vi prego. Ho un parente a non pi
    di tre quarti di miglio di qui, dal quale, appunto, mi recavo; l avr
    denaro e tutto quel che mi abbisogna; non offritemi denaro,  vi prego,
    ci mi spezza il cuore.
    CONTADINO: Che tipo d'uomo era quello che v'ha derubato?
    AUTOLICO:  Un tipo,  signore,  che ho gi visto in giro con un trucco;
    l'ho conosciuto ch'era a  servizio  del  principe:  non  posso  dirvi,
    signore,  per  quale delle sue virt,  ma certo fu cacciato a frustate
    dalla corte.
    CONTADINO: Per i suoi vizi,  volevate dire.  Non c' virt cacciata  a
    frustate  dalla  corte.  L  anzi  la corteggiano per farcela restare,
    eppure non vuol farci che una breve sosta.
    AUTOLICO: Volevo dire i suoi vizi, signore. Conosco bene quell'uomo; 
    stato dopo in giro con le scimmie, poi usciere di tribunale, pi tardi
    acquist un mazzo di burattini del Figliuol  Prodigo;  ha  sposato  la
    vedova  di  un  calderaio a circa un miglio dal luogo dove sono la mia
    terra e i miei beni,  e dopo aver svolazzato dall'una all'altra  losca
    professione  s'  fissato  su  quella  di  ladro vagabondo.  Alcuni lo
    chiamano Autolico.
    CONTADINO: Che il diavolo se lo porti!  Un lestofante,  sull'onor mio,
    un lestofante! E frequenta veglie, fiere e combattimenti d'orsi.
    AUTOLICO:  Verissimo,  signore;   lui,   proprio lui la canaglia che
    m'ha ridotto in questo arnese.
    CONTADINO: Non c' furfante pi  vigliacco  in  tutta  la  Boemia;  se
    l'aveste  guardato  male  e  gli  aveste sputato addosso se la sarebbe
    svignata.
    AUTOLICO: Devo confessarvi, signore, che non sono un lottatore;  manco
    di fegato in queste cose, e vi assicuro che lui lo sapeva.
    CONTADINO: Come state ora?
    AUTOLICO: Mio buon signore, molto meglio di prima: posso stare ritto e
    camminare. Ora voglio congedarmi da voi e andarmene pian piano da quel
    mio parente.
    CONTADINO: Vuoi che ti accompagni?
    AUTOLICO: No, bel signore, no, buon signore.
    CONTADINO:  Allora  stammi  bene:  devo andare a comprar spezie per la
    nostra festa della tosatura.
    AUTOLICO: Buona fortuna,  mio buon signore!  (Esce  il  Contadino)  La
    vostra  borsa  non    abbastanza pepata per comperare coteste spezie.
    Sar anch'io con voi alla vostra  festa  della  tosatura.  Se  la  mia
    marioleria  non  ne  produce un'altra e se i tosatori non ne usciranno
    tosati,  che il mio nome sia cancellato  dal  ruolo  dei  vagabondi  e
    iscritto nel libro della virt! (Canta).

    Trotta trotta trotta pel sentiero,
    salta allegramente la barriera.
    Un cuore lieto non si stanca mai,
    per il cuor triste a un miglio sono guai!
    (Esce).


    SCENA QUARTA - La Capanna del Pastore.

    (Entrano FLORIZEL e PERDITA).
    FLORIZEL:  Coteste  insolite vesti danno vita a ogni parte di voi: non
    sembrate una pastora,  ma Flora che fa capolino al principio d'aprile.
    Questa  vostra festa della tosatura  come un'accolta degli di minori
    e voi ne siete la regina.
    PERDITA: Messere,  mio  grazioso  signore,  sgridarvi  per  le  vostre
    esagerazioni non s'addice a me.  Oh, scusate se ve ne parlo. La vostra
    alta persona,  la leggiadra  mira  di  tutto  il  paese,  voi  l'avete
    oscurata  sotto una veste di pastore,  e me,  povera ed umile ragazza,
    avete adornata come una dea...  Se  non  fosse  che  le  nostre  feste
    mettono un po' di pazzia in ogni pietanza e i convitati sono avvezzi a
    cibarsene,  io  arrossirei  nel vedervi cos abbigliato e verrei meno,
    credo, a guardarmi in uno specchio.
    FLORIZEL: Benedico il giorno in cui il mio buon falco  prese  il  volo
    attraverso il terreno di tuo padre.
    PERDITA: Possa Giove darvi ragione!  La di stanza di grado che c' fra
    noi mi fa paura: la vostra grandezza non  abituata a temere.  Proprio
    adesso  tremo a pensare che vostro padre possa per avventura passar di
    qui come faceste voi.  Oh,  destino dell'uomo!  Come si  comporterebbe
    vedendo l'opera sua, nobile com', s rozzamente rilegata? Che direbbe
    mai?  E come potrei io, in questi fronzoli presi a prestito, sostenere
    la sua presenza?
    FLORIZEL: Non temere nulla, se non allegria. Gli di stessi, umiliando
    all'amore le loro divinit,  hanno assunto forme di bestie:  Giove  si
    fece toro e mugghi,  il verde Nettuno ariete e bel, e il dio vestito
    di fuoco, l'aureo Apollo, un povero modesto pastore com'io sembro ora.
    Le loro metamorfosi non furono mai  per  una  pi  rara  bellezza,  n
    avvennero  in  modo  cos  casto,  poich  i miei desideri non corrono
    innanzi al mio onore e la mia passione non  pi calda della mia fede.
    PERDITA: Ma il vostro proposito,  signore,  non potr reggersi  quando
    sia avversato,  come avverr,  dalla potenza del re;  e allora avr la
    parola una di queste due necessit: che voi cessiate dalla vostra idea
    o io dalla mia vita.
    FLORIZEL: Mia cara Perdita,  ti prego,  non oscurare  la  gioia  della
    festa con tali strambe idee. O io sar tuo, mia bella, o mio padre non
    m'avr,  perch  non  posso esser mio n nulla per alcuno,  se tuo non
    sono prima.  Sono ben deciso a questo,  anche se il destino dicesse il
    contrario.  Siate gaia, o mia gentile; soffocate siffatti pensieri col
    primo oggetto che vi capita  sott'occhio.  Ecco  arrivare  gli  ospiti
    vostri;  rasserenatevi,  dunque,  come  se  fosse  il giorno in cui si
    celebrer quel matrimonio che noi ci siamo giurati.
    PERDITA: O madonna Fortuna, siateci propizia!
    FLORIZEL: Guardate,  i vostri  ospiti  si  appressano;  preparatevi  a
    intrattenerli piacevolmente e la gioia imporpori i nostri visi.

    (Entrano il Pastore,  il Contadino, MOPSA, DORCAS e altri, tra i quali
    POLISSENE e CAMILLO travestiti).

    PASTORE: Vergogna,  figliuola!  Quando la mia  vecchia  moglie  viveva
    ancora,  essa  era  in  questo giorno vivandiera,  cantiniera e cuoca,
    signora e serva insieme; accoglieva tutti,  serviva tutti;  cantava la
    sua aria e faceva il suo giro di danza;  ora qui, proprio a capo della
    tavola, ora nel mezzo,  curva sulla spalla di questo e di quello,  con
    la  faccia arrossata dal gran daffare,  e se per rinfrescarsi prendeva
    qualcosa, beveva alla salute di ciascuno.  Voi ve ne state in disparte
    come se a questa riunione voi interveniste per ricevere gli onori, non
    per farli. Ve ne prego, accogliete come benvenuti questi ignoti amici,
    ch questo  il mezzo per farci conoscer meglio e renderci pi intimi.
    Via,  estinguete i vostri rossori e mostratevi per quel che siete,  la
    padrona della festa;  su via!,  e augurateci il benvenuto alla  vostra
    festa della tosatura affinch il vostro buon gregge possa prosperare.
    PERDITA (a Polissene): Signore, benvenuto. E' volont di mio padre che
    faccia  io  i  doveri  di  casa oggi.  (A Camillo) Siate il benvenuto.
    Datemi quei fiori l,  Dorcas.  Onorevoli signori,  per  voi  ecco  il
    rosmarino  e  la  ruta:  essi  conservano  l'aspetto  e  l'odore tutto
    l'inverno; siano grazia e ricordo a voi due: benvenuti alla festa!
    POLISSENE: Pastora,  bella come sei,  bene intoni alla  nostra  et  i
    fiori dell'inverno.
    PERDITA:  Signore,  quando  l'anno comincia a invecchiare,  non ancora
    alla morte dell'estate n al nascere del tremante inverno,  i pi  bei
    fiori  della stagione sono i garofani e le violacciocche screziate che
    alcuni chiamano bastarde di natura;  di tale specie di fiori il nostro
    rustico giardino  deserto, e non mi curo di procurarmene i getti.
    POLISSENE: Perch mai, gentile fanciulla, li trascuri?
    PERDITA:  Perch ho inteso dire che esiste un artifizio che nella loro
    screziatura ha tanta parte quanto la grande creatrice natura.
    POLISSENE: E' possibile;  e tuttavia i mezzi per corregger  la  natura
    sono  ancora opera della natura,  ond' che l'arte,  la quale voi dite
    aggiungersi alla natura,   anch'essa un'arte di natura.  Voi  sapete,
    mia  soave  fanciulla,  noi maritiamo al pi selvaggio tronco la marza
    pi gentile,  e da una gemma di pi nobil razza facciam fecondare  una
    corteccia  di  specie  pi vile;  questa  un'arte che corregge,  anzi
    cambia al tutto la natura, ma l'arte stessa  natura.
    PERDITA: Cos .
    POLISSENE: Fate allora il vostro giardino ricco di violacciocche e non
    chiamatele pi bastarde.
    PERDITA: Non pianter il cavicchio in terra per metterne  soltanto  un
    getto pi di quanto,  se mi dipingessi, mi piacerebbe sentirmi dire da
    questo giovane che ci  bene e solo per questo egli volesse  rendermi
    madre.  Ecco  dei  fiori per voi: spigo odoroso,  menta,  santoreggia,
    maggiorana e anche il fiorrancio che va a letto col  sole  e  con  lui
    s'alza  in  lacrime:  son  fiori  di  mezza  estate e credo ch'essi si
    debbano dare a uomini di et mezzana. Siate benvenuti qui.
    CAMILLO: Cesserei di brucare,  se fossi del vostro gregge,  per  viver
    solo del guardarvi.
    PERDITA:  Ahim,  diverreste cos smilzo che le raffiche di gennaio vi
    passerebbero da parte  a  parte.  Ora,  mio  bell'amico,  vorrei  aver
    qualche  fiore di primavera che possa convenire al tempo vostro;  e al
    vostro,  e al vostro,  voi che portate su  intatte  fronde  le  vostre
    verginit  in  boccio.  Oh,  se  avessi  i  fiori che tu,  Proserpina,
    spaventata,  lasciasti  cadere  sul  carro  di  Plutone!  Narcisi  che
    precedono gli ardimenti delle rondini e affascinano di loro bellezza i
    venti  di  marzo,  violette  indistinte ma pi soavi delle palpebre di
    Giunone o del respiro di Citerea,  pallide primule che muoiono  nubili
    prima di aver potuto sostenere tutta l'ardente forza di Febo, malattia
    assai  comune alle fanciulle;  altere primavere maggiori,  e la corona
    imperiale,  e gigli d'ogni specie,  fra i quali il giaggiolo.  Ecco  i
    fiori che vorrei,  per farvene ghirlande;  e a voi, mio giovane amico,
    gettarne tanti da coprirvi tutto!
    FLORIZEL: Come? Come un morto?
    PERDITA: No,  come un prato,  che l'amore vi si stenda e giuochi,  non
    come  un  morto: o se tale,  da non essere seppellito che vivo e nelle
    mie braccia. Venite,  prendete i vostri fiori.  Mi par di recitare una
    parte  come  ho  visto  fare nelle pastorali della Pentecoste: certo 
    questa veste che mi fa mutar indole.
    FLORIZEL: Quello che fate sorpassa sempre ci che avete fatto.  Quando
    voi parlate,  cara,  vorrei che non finiste pi; quando cantate vorrei
    che cos cantando faceste tutto,  il comprare e il  vendere,  il  dare
    elemosine  e il pregare;  e l'attendere alle vostre occupazioni vorrei
    che fosse sempre cantando; quando ballate vorrei che foste un'onda del
    mare affinch non faceste mai altro: sempre in moto,  sempre  cos,  e
    nessun  altro  compito per voi;  ognuno dei vostri gesti,  s unico in
    ogni particolare,  incorona quel che fate al momento,  tanto che tutte
    le vostre azioni sono regine.
    PERDITA:  O  Doricle,  voi  siete  troppo largo di lodi;  se la vostra
    giovent e il sangue sincero ch'essa lascia felicemente trasparire non
    vi rivelassero un ingenuo pastore,  io potrei  assennatamente  temere,
    mio Doricle, che voi mi corteggiaste al peggior fine.
    FLORIZEL:  Penso  che voi avete cos poca ragione di temere quant' in
    me proposito di darvene motivo. Ma venite: il nostro giro di danza, vi
    prego.  Datemi la mano,  mia Perdita: cos si appaiano le tortore  che
    non intendono dividersi mai pi.
    PERDITA: Lo giuro per loro.
    POLISSENE:  Questa   la pi bella ragazza di bassa condizione che mai
    abbia corso sui prati;  non c' nulla  in  tutto  ci  che  fa  o  che
    dimostra  che non dia sentore di alcunch pi grande di lei;   troppo
    nobile per esser qui.
    CAMILLO: Ora le dice qualcosa che le fa salire  il  sangue  al  volto;
    ella  davvero la regina dei giuncati e della crema.
    CONTADINO: Avanti, musica!
    DORCAS:  Mopsa dev'essere la vostra amante;  perdiana,  dell'aglio per
    correggere i suoi baci!
    MOPSA: Via, sentite questa!
    CONTADINO: Non pi una parola.  Ora  dobbiamo  comportarci  a  dovere.
    Avanti, musica!
    (Musica. Danza di Pastori e di Pastorelle).
    POLISSENE:  Vi  prego,  buon  pastore,  chi  mai quel bel garzone che
    danza con vostra figlia?
    PASTORE: Lo chiamano Doricle e si vanta di avere una ricca pastura; ma
    lo dico per sua informazione e lo credo: ha il viso della verit. Dice
    che ama mia figlia e credo anche questo: perch mai la  luna  si  mir
    nell'acque com'egli resta l a leggere,  per dir cos,  negli occhi di
    mia figlia; e,  per dir tutto,  credo che non si potrebbe decidere con
    un'approssimazione di mezzo bacio chi dei due ama di pi l'altro.
    POLISSENE: Essa balla con grazia.
    PASTORE:  Cos  fa  ogni cosa.  E vi dico ci che dovrei tacere: se il
    giovane Doricle si decide per lei,  essa gli porter qualcosa  ch'egli
    non si sogna nemmeno.
    (Entra un Servo).
    SERVO:  Padrone,  se  appena sentiste il venditore ambulante ch' alla
    porta, voi non vorreste pi ballare a suon di piffero e di tamburello,
    no, la cornamusa stessa non vi smuoverebbe.  Canta una quantit d'arie
    pi  svelto  di  quel  che  contereste  moneta: le butta fuori come se
    avesse mangiato ballate,  e  gli  uomini  si  fanno  tutti  orecchi  a
    sentirlo.
    CONTADINO: Non poteva capitar meglio. Che venga. Io vado proprio matto
    per  le  ballate,  sempre  che  si  tratti  di  cose  tristi messe gi
    allegramente o di cose allegre cantate su un'aria di lagno.
    SERVO: Ha canzoni per uomini e donne di tutte le  misure;  nemmeno  un
    merciaio potrebbe trovar guanti cos adatti ai suoi clienti;  ha i pi
    graziosi canti d'amore per ragazze, e senza porcherie,  ci ch' raro,
    e con cos delicati ritornelli di trulla e trallalalera, e "cioncala e
    zompala",  che quando qualche sboccato sta,  come si dice, per vederci
    della malizia e aprire un sudicio intermezzo nella  canzone,  egli  fa
    rispondere alla ragazza "Brav'uomo non farmi del male",  e lo respinge
    e lo scorna con un "Brav'uomo non farmi del male".
    POLISSENE: Un ottimo compare.
    CONTADINO: Credimi,  tu parli di un diavolaccio ingegnosissimo.  E  ha
    merci che non siano avariate?
    SERVO:  Ha  nastri  di  tutti  i colori dell'arcobaleno,  stringhe pi
    stringate delle dotte  orazioni  di  tutti  gli  avvocati  di  Boemia,
    quand'anche venissero da lui all'ingrosso,  fettucce, spinette, cambr
    e rense,  e ci canta su come se fossero nomi di  di  o  di  dee;  voi
    prendereste  una camicia per un'angela tanto la sua canzone ne celebra
    il polso e il lavoro dello sparato.
    CONTADINO: Ti prego, fallo venire e fa' ch'entri cantando.
    PERDITA: Ammoniscilo di non usare parole sconce nelle sue canzoni.
    (Il Servo esce).
    CONTADINO: Ci son dei girovaghi che hanno in loro  pi  di  quanto  si
    crederebbe, sorella mia.
    PERDITA: Gi,  buon fratello,  o piuttosto pi di quanto ci si curi di
    supporre.

    (Entra AUTOLICO cantando).

    AUTOLICO: Lini pi bianchi di neve raccolta,
    crespi pi neri dell'ala del corvo,
    guanti come le rose di Damasco
    e per le facce e per i nasi maschere;
    monili di giaietto e per le dame
    collane d'ambra e profumi da camera;
    pettorine e cuffiette dorate, ottime
    per le vostre ragazze, giovinotti;
    spille e spilloni da stiro in acciaio
    di cui occorre a ogni zitella un paio;
    venite a comperare, su venite,
    se no le vostre donne impermalite
    piangeranno; ragazzi, su, venite!
    CONTADINO: Se non fossi innamorato di  Mopsa  non  mi  prendereste  un
    baiocco;  ma, ridotto in schiavit come sono, ne seguir la servit di
    qualche nastro e paio di guanti.
    MOPSA: Che mi furon promessi prima della festa,  ma non vengono troppo
    tardi ora!
    DORCAS: V'ha promesso ben altro, se qualcuno non ha mentito.
    MOPSA: V'ha pagato tutto quello che v'ha promesso: e forse qualcosa di
    pi che vi sar vergogna restituire.
    CONTADINO:  Son questi modi da ragazze?  Ci farete veder le sottovesti
    al posto dei visi?  Non potevate sceglier l'ora di mungere le vacche o
    l'ora  di andare a letto o quella di stare al forno per dar la stura a
    tutti  questi  segreti,  invece  di  spiattellarli  qui  davanti  agli
    invitati? Fortuna che essi stanno a chiacchierar tra loro! Chiudete il
    becco e non una parola di pi.
    MOPSA: Ho finito. Venite, m'avete promesso un collo di pizzo e un paio
    di guanti profumati.
    CONTADINO:  Non  t'ho detto come fui truffato per la via e alleggerito
    di tutto il mio denaro?
    AUTOLICO: Davvero,  signore,  ci son dei truffatori  in  giro;  perci
    conviene assai di diffidare.
    CONTADINO: Non temere, giovanotto, non perderai nulla qui.
    AUTOLICO:  Lo  spero,  signore,  perch  ho  con me diversi involti di
    valore.
    CONTADINO: Che hai qui? Ballate?
    MOPSA: Vi prego, compratene alcune. Per la vita,  mi piace una ballata
    stampata, perch allora si  certi che sono cose vere.
    AUTOLICO: Eccone una su un'aria assai triste: dove si racconta come la
    moglie  di  un  usuraio  s' sgravata di venti sacchi di denaro in una
    volta e come qualmente essa spasimava di mangiar  teste  di  vipere  e
    rospi alla diavola.
    MOPSA: Lo credete vero?
    AUTOLICO: Verissimo, e appena di un mese fa.
    DORCAS: Dio mi scampi dallo sposare un usuraio!
    AUTOLICO:  Ecco  qui  il  nome  della  levatrice,  una  certa  signora
    Scilinguagnoli,  e di cinque o sei oneste comari ch'erano presenti  al
    fatto. Perch dovrei portare in giro frottole?
    MOPSA: Oh, vi prego, compratela.
    CONTADINO:  Suvvia,  mettetela da parte e fateci vedere altre ballate;
    compreremo poi le altre cose.
    AUTOLICO: Ecco un'altra ballata su un pesce che  apparve  sulla  costa
    mercoled  ottanta  aprile,  a  quarantamila  braccia sopra il livello
    dell'acqua e cant questa ballata contro il duro cuore delle  ragazze;
    si  pens  che  fosse una donna mutata in freddo pesce perch essa non
    voleva scambiar la carne con uno  che  l'amava.  La  ballata    molto
    triste e altrettanto vera.
    DORCAS: E' proprio vero, credete?
    AUTOLICO:  L'attestano  cinque  firme di giudici e pi attestazioni di
    quanto la mia ballata potrebbe contenere.
    CONTADINO: Mettetela pure da parte; un'altra.
    AUTOLICO: Questa  una ballata allegra, ma graziosa davvero.
    MOPSA: Oh, s, mostratecene qualcuna allegra.
    AUTOLICO: E come!  Eccone una pi che allegra  e  si  canta  sull'aria
    "Corteggiavano  un uomo due ragazze";  non c' forse ragazza gi dalle
    parti  di  ponente  che  non  la  canti.  E'  molto  richiesta,  posso
    accertarvelo.
    MOPSA:  La  sappiamo  cantare  tutt'e due;  se tu vuoi fare una parte,
    sentirai:  in tre parti.
    DORCAS: L'abbiamo appresa un mese fa.
    AUTOLICO: Posso fare  la  mia  parte.  E'  il  mio  mestiere,  sapete;
    cominciamo con voi.

    CANZONE.

    AUTOLICO: Via di qui c'ho da partire;
    dove? a voi non debbo dire.
    DORCAS: Dove dunque?
    MOPSA: Dove?
    DORCAS: Dove?
    MOPSA: L'hai giurato - or fai il discreto? -
    di narrarmi il tuo segreto.
    DORCAS: Anch'io vengo: dimmi dove...
    MOPSA: Vai al mulino od al granaio.
    DORCAS: Qui o l, a fare un guaio.
    AUTOLICO: Non vo qui n l.
    DORCAS: No?
    AUTOLICO: Altrove!
    DORCAS: D'amar me giurasti tu.
    MOPSA: L'hai giurato a me di pi?
    Dove vai, di', dunque, dove?
    CONTADINO:  Canteremo  tra  poco  questa  canzone tra noi: mio padre e
    questi  signori  sono  immersi  in  discorsi  seri  ed    meglio  non
    disturbarli.  Vieni  e prendi con te il tuo sacco.  Ragazze,  comprer
    qualcosa per tutt'e due.  Merciaio,  vogliamo roba di  prima  qualit.
    Seguitemi, ragazze.
    (Esce con Dorcas e Mopsa).
    AUTOLICO: E le pagherai salate tutt'e due!
    (Segue cantando).

    Vuoi comprar qualche fettuccia
    qualche pizzo per la cuffia,
    mia pollastrella, mia cara?
    seta vuoi, filo? uno spillo?
    per il capo tuo un gingillo
    della foggia la pi rara?
    Su venite dal mercante,
    il denaro  un intrigante
    che ad ognun merci prepara!

    (Rientra il Servo).

    SERVO: Padrone,  ci sono tre barrocciai,  tre pastori, tre bovari, tre
    porcari che si sono mutati in uomini pelosi,  si chiamano "sltiri"  e
    fanno  una  danza che le ragazze chiamano un guazzabuglio di sgambetti
    perch non ci hanno parte;  ma esse stesse dicono che se non  sembrer
    troppo  ruvida  a  coloro che non conoscono che il giuoco delle bocce,
    piacer moltissimo.
    PASTORE: Via!  Non ne vogliamo sapere.  Abbiamo gi avuto  fin  troppo
    chiasso triviale. Capisco, signore, che vi abbiamo stancato.
    POLISSENE:  Siete  voi  che  infastidite  quelli che ci divertono;  vi
    prego, fateci vedere questi quattro terzetti di mandriani.
    SERVO: Uno di questi terzetti,  signore,  a  quel  che  dice,  ha  gi
    ballato davanti al re e non c' il peggiore dei tre che non salti meno
    di dodici piedi e mezzo di buona misura.
    PASTORE:  Basta  coi  discorsi,  e poich questi buoni uomini ci hanno
    gusto, fateli entrare, ma alla svelta.
    SERVO: Gi attendono alla porta, signore.

    (Danza di dodici Satiri).

    POLISSENE: Padre,  ne saprete di pi fra poco.  (A Camillo)  Non  sono
    andate  troppo  oltre  le  cose?  E'  ora di dividerli.  E' un ragazzo
    ingenuo e parla troppo.  (A Florizel)  Ebbene,  mio  bel  pastore?  Il
    vostro cuore  pieno di qualcosa che vi distrae dalla festa. In verit
    quand'ero  giovane  e  facevo all'amore come voi fate,  mi divertivo a
    caricar di cianfrusaglie la mia bella. Avrei saccheggiato il tesoro di
    seta del merciaio e l'avrei rovesciato su di lei,  per suo gradimento.
    Voi l'avete lasciato andare senza comprar nulla.  Se la vostra ragazza
    interpretasse male questo gesto e lo chiamasse mancanza d'amore  o  di
    generosit, voi sareste imbarazzato a risponderle, almeno se ci tenete
    a farla contenta.
    FLORIZEL: Venerando signore, so che ella non ama le cianfrusaglie come
    queste;  i  doni  che si attende da me sono ammassati e chiusi nel mio
    cuore: glieli ho assegnati gi ma non ancora rimessi... Oh,  ascoltami
    dar fuori la mia vita dinanzi a questo vecchio signore,  perch a quel
    che pare ha amato anche lui un tempo!  Io prendo la tua  mano,  questa
    mano  morbida  come la piuma della colomba e bianca com'essa o come il
    dente di un Etiope o come la ventilata neve vagliata due  volte  dalle
    folate del tramontano
    POLISSENE:  Che  succeder  ora?  Come  gentilmente il giovane pastore
    sembra detergere la mano che era gi senza macchia. Io v'ho interrotto
    Ma veniamo alle vostre dichiarazioni: ch'io intenda ci che le dite.
    FLORIZEL: Fatelo e siate mio testimonio.
    POLISSENE: Anche questo mio vicino?
    FLORIZEL: Anche lui e altri ancora, uomini, terra, cieli e tutto,  che
    se  fossi  incoronato  il pi imperiale monarca,  essendone degno,  se
    fossi il pi bel giovane che mai abbia fatto torcere occhi,  o  avessi
    forza  e  sapienza pi di qualsiasi altro uomo,  io non farei conto di
    tutto ci senza il suo amore,  per lei  impiegherei  queste  cose:  le
    conserverei al suo servizio, oppure le condannerei alla perdizione.
    POLISSENE: Bella profferta.
    CAMILLO: E che rivela un profondo affetto.
    PASTORE: E voi, figlia mia, avete altrettanto da dirgli?
    PERDITA:  Io  non  so parlare cos bene,  proprio punto cos bene,  n
    pensare meglio,  ma sul modello dei miei pensieri io taglio la  purit
    dei suoi.
    PASTORE:  Datevi  la  mano,  affare  fatto!  E  voi amici sconosciuti,
    siatene testimoni: io gli do mia figlia e le far una dote eguale alla
    sua.
    FLORIZEL: Oh, basti la virt di vostra figlia;  quando morr una certa
    persona,  io avr pi di quanto ora non possiate sognare, e abbastanza
    allora da farvi  stupire.  Ma  andiamo,  fidanzateci  l'uno  all'altra
    davanti a questi testimoni.
    PASTORE: Via, la vostra mano; e voi, figlia mia, la vostra.
    POLISSENE: Piano, pastore, un momento, vi prego. Avete un padre?
    FLORIZEL: S, ma... perch?
    POLISSENE: E' informato di questo?
    FLORIZEL: Non lo  e non lo sar.
    POLISSENE:  Credetemi,  un  padre  alle nozze del figlio il convitato
    pi adatto alla tavola.  Permettetemi di chiedervi se vostro  padre  
    diventato  incapace d'affari che voglian senno o  istupidito dall'et
    o da sfibranti reumatismi?  Pu egli parlare e udire?  Distinguere  un
    uomo da un altro? Si occupa dei propri beni o  costretto a letto? O 
    tornato a non saper fare altro che ci che faceva da bambino?
    FLORIZEL:  No,  buon  signore,  egli  sta  bene  e ha pi vigore della
    maggior parte degli uomini della sua et.
    POLISSENE: Per la mia barba bianca, se  cos, gli infliggete un torto
    ben poco filiale.  E' giusto che il figlio scelga da s  la  sposa  ma
    altrettanto giusto che il padre, cui sola gioia  una bella posterit,
    sia almeno interpellato in una simile questione.
    FLORIZEL:  Vi  concedo  tutto ci,  ma per qualche altra ragione,  mio
    grave signore, che non sto ora a darvi, io non informo mio padre della
    cosa.
    POLISSENE: Fateglielo sapere.
    FLORIZEL: No.
    POLISSENE: Ve ne prego.
    FLORIZEL: No, non deve.
    PASTORE: Faglielo sapere, figlio mio, non si dorr quando sapr la tua
    scelta.
    FLORIZEL: Via, via, non deve sapere. Passiamo al contratto.
    POLISSENE: O piuttosto al divorzio,  giovane signore,  (si  smaschera)
    che  io  non  oso  di  chiamar  figlio.  Troppo  sei abietto per esser
    riconosciuto tale.  Tu,  l'erede di uno scettro,  aspiri dunque  a  un
    vincastro di pecoraio! E tu, vecchio traditore, mi duole che facendoti
    impiccare  abbrevier la tua vita di una sola settimana.  Quanto a te,
    fresco campione di perfetta stregoneria che per certo dovevi conoscere
    con qual regale pazzerello avevi a che fare...
    PASTORE: Oh. mio cuore!
    POLISSENE: Far scorticare la tua bellezza dalle spine  e  la  render
    pi  volgare  della  tua  stessa condizione.  Per ci che ti riguarda,
    scimunito ragazzo,  se io mai intenda che tu  appena  sospiri  di  non
    poter  rivedere  questa pupattola - come,  per quanto sta in me non la
    rivedrai - noi ti  escluderemo  dalla  nostra  successione  e  non  ti
    considereremo  pi  sangue nostro n nostro parente neppure a un grado
    pi lontano di Deucalione.  Sta' attento alle mie parole e  seguici  a
    corte.  Tu,  tanghero, bench soggetto al nostro sdegno, resta franco,
    per questa volta,  dal colpo mortale che potrebbe infliggerti.  E  tu,
    incantatrice  degna  di  un  pecoraio  e persino di chi - se il nostro
    onore non c'entrasse di mezzo - sarebbe anche indegno di te,  se anche
    una  volta  gli  aprirai  il  rustico  chiavistello  della  tua casa o
    avvincerai ancora coi tuoi abbracci il suo corpo,  io studier per  te
    una morte tanto crudele quanto tu sei tenera per sopportarla.
    (Esce).
    PERDITA: Anche qui,  rovinata, non ho avuto molta paura, tanto che una
    volta o due sono stata sul punto di parlare e dirgli semplicemente che
    lo stesso sole che brilla sulla sua corte non ritrae poi il viso dalla
    nostra capanna, anzi la guarda egualmente. Volete andare, signore?  Vi
    avevo  detto  ci  che  ne sarebbe seguito.  Vi prego,  considerate la
    vostra condizione,  questo sogno mio...  ora  che  sono  sveglia,  non
    seguir pi di un pollice la mia parte di regina ma andr a mungere le
    mie pecore e a piangere.
    CAMILLO: E tu che dici, vecchio? Parla, finch sei vivo.
    PASTORE:  Non posso parlare n pensare e neppur oso sapete ci che ora
    so.  Oh signore!  Voi avete rovinato un uomo di  ottantatr  anni  che
    pensava di andarsene in pace nella tomba;  s, di morire nel letto nel
    quale mor mio padre e di riposare accanto alle sue  ossa  onorate,  e
    ora  un carnefice dovr avvolgermi nel sudario e stendermi dove nessun
    prete getter la sua palata di polvere.  Oh,  maledetta  creatura  che
    sapevi  che  questo  era un principe e volesti arrischiarti a scambiar
    fede con  lui!  Rovinato!  Sono  rovinato!  Se  potessi  morire  entro
    quest'ora avrei vissuto per morire quando lo desidero.
    (Esce).
    FLORIZEL:  Perch  guardarmi  cos?  Sono spiacente ma non spaventato.
    Sono costretto a un ritardo, ma non mutato; resto qual ero; anzi,  pi
    mi  slancio  ora  che  vogliono  trattenermi,  e contro mia voglia non
    seguir certo il guinzaglio.
    CAMILLO: Grazioso mio signore,  io conosco il temperamento  di  vostro
    padre,  per  il  momento  non ammetterebbe discorsi,  n credo che voi
    desideriate di fargliene.  Temo anche che per ora non sopporterebbe di
    vedervi; sicch fino a quando la furia di Sua Altezza non sia placata,
    non dovete comparirgli dinanzi.
    FLORIZEL: Non ho l'intenzione di farlo. Siete Camillo, suppongo.
    CAMILLO: In persona, mio signore.
    PERDITA:  Quante  volte  vi  dissi che questo doveva accadere?  Quante
    volte vi ho detto che questa mia nuova dignit durerebbe fino a quando
    non fosse scoperta?
    FLORIZEL: Essa non potrebbe cessare se non con la violazione della mia
    fede;  e allora che la natura schiacci il grembo della terra e  faccia
    imputridire i germi che contiene!  Alza gli occhi. Tu puoi, padre mio,
    cancellarmi dalla tua successione, io sono l'erede del mio amore.
    CAMILLO: Accettate un consiglio.
    FLORIZEL: Seguo quello della mia passione: se la mia ragione   pronta
    ad obbedirgli,  sono dunque ragionevole;  se no,  l'animo mio,  meglio
    piacendosi nella pazzia, accoglier questa come una benvenuta.
    CAMILLO: Questo  un atto insensato, signore.
    FLORIZEL: Ditelo pure.  Ma  il compimento dei miei voti e  non  posso
    vederci che onest.  Camillo,  non per la Boemia, n per gli onori che
    vi si possono spigolare,  n per tutto ci che il sole vede o quel che
    il  seno  della  terra rinchiude o che i profondi mari ascondono nelle
    loro insondate profondit,  io romperei il mio giuramento a questo mio
    bell'amore.  Perci  vi  prego,  voi  che  siete  sempre  stato il pi
    riverito amico di mio padre, quand'io non ci sar pi - perch in fede
    mia non intendo pi di rivederlo - spargete  sul  suo  risentimento  i
    vostri  savi  consigli  e  lasciatemi alle prese con la fortuna per il
    tempo avvenire. Questo potete sapere e riferire: io prendo il mare con
    lei, non potendo tenerla qui su questa riva.  E ben propizio al nostro
    disegno ho un naviglio all'ncora qui vicino,  che non era preparato a
    tal uopo.  In quanto alla rotta  che  seguiremo,  essa  non  interessa
    affatto la vostra curiosit n mi preme che sia nota.
    CAMILLO: Oh,  mio signore!  Io vorrei che aveste un animo pi cedevole
    ai consigli o pi forte per quanto ora v'occorre.
    FLORIZEL: Ascolta.  Perdita.  (Traendola da parte)  Vi  ascolter  fra
    poco.
    CAMILLO: E' irremovibile,  deciso alla fuga.  Or sarebbe ventura se io
    potessi indirizzare la sua fuga in  modo  da  servire  il  mio  scopo,
    salvarlo dal pericolo,  dare a lui una prova d'amore e di rispetto e a
    me il modo di rimirare la cara Sicilia e  quell'infelice  re,  il  mio
    padrone, che ho tanta sete di rivedere.
    FLORIZEL: Ecco,  buon Camillo,  sono cos carico di gravi faccende che
    lascio da parte fin la cortesia.
    CAMILLO: Signore,  credo che  voi  avete  inteso  parlare  dei  poveri
    servizi che ho reso a vostro padre per l'amore che gli ho portato.
    FLORIZEL:  Avete  molto degnamente meritato da lui:  l'usata solfa di
    mio padre il parlare delle vostre azioni,  n  poco  studio  ha  messo
    perch vengano ricompensate quanto sono apprezzate.
    CAMILLO: Ebbene, mio signore, se vi compiacete di ricordare che io amo
    il  re  e  per via di lui quel che gli  pi prossimo,  vale a dire la
    vostra graziosa persona,  seguite il  mio  consiglio,  sempre  che  il
    vostro  pi  importante  progetto,  da voi gi fissato,  possa soffrir
    mutamenti.  Sul mio onore sono in  grado  d'indicarvi  un  luogo  dove
    avrete  quelle  accoglienze  che  si  addicono a Vostra Altezza,  dove
    potrete gioire della vostra amica,  dalla quale vedo che  impossibile
    siate  distolto,  se  non  si  voglia - lo tolgano gli di - la vostra
    rovina,  dove infine potrete sposarla e  far  s,  coi  miei  migliori
    sforzi  mentre  sarete  lontano,  che  il  vostro malcontento padre si
    plachi e consenta che vi sposiate.
    FLORIZEL: Come pu esser compiuto. Camillo,  un miracolo siffatto?  Io
    potrei allora chiamarti pi che uomo e affidarmi poi pienamente a te.
    CAMILLO: Avete gi pensato un luogo dove andare?
    FLORIZEL: Non ancora; ma come un impensato incidente  colpevole della
    nostra  azione  avventata,  cos  noi  ci  dichiariamo servi del caso,
    pronti a volare a ogni soffio di vento.
    CAMILLO: Ebbene, ascoltatemi.  Quel che vi dico  nel caso che voi non
    vogliate mutar proposito e insistiate nella fuga.  Andate in Sicilia e
    l presentatevi con la vostra bella principessa (poich tale, vedo, ha
    da essere) a Leonte;  essa  sar  abbigliata  come  si  conviene  alla
    compagna del vostro talamo.  Credetemi,  mi par di vedere Leonte aprir
    le sue braccia benevolmente e piangere dandovi  il  suo  benvenuto,  e
    chiedere  a  te,  il  figlio,  perdono  come se si trovasse innanzi al
    padre, e baciar le mani della vostra giovane principessa e di volta in
    volta dividersi tra il ricordo della sua passata  crudelt  e  la  sua
    bont presente, l'una votando all'inferno e chiedendo invece all'altra
    di crescere pi celere del pensiero o del tempo.
    FLORIZEL: Degno Camillo, qual pretesto per la mia visita dovr addurre
    dinanzi a lui?
    CAMILLO:  Dite  d'esser  mandato  dal  re vostro padre per riverirlo e
    dargli consolazione. Signore,  il vostro modo di comportarvi con lui e
    ci che dovrete dirgli da parte di vostro padre,  cose note solo a noi
    tre,  io vi metter in iscritto indicandovi ci che  dovrete  dire  ad
    ogni  seduta,  in  modo che il re non possa supporre che voi non siate
    addentro alle cose pi intime di vostro padre e non parliate col cuore
    di lui.
    FLORIZEL: Vi sono molto obbligato. C' del succo in quanto mi dite.
    CAMILLO: E' partito pi promettente che un selvaggio abbandono di  voi
    ad acque senza strade,  a rive non sognate, e certissimamente a chi sa
    quante sofferenze,  senz'altra speranza di aiuto se non quella che  si
    afferra  al  momento di perderne un'altra,  nulla di certo all'infuori
    delle vostre ncore,  che faranno il loro massimo se potranno fissarvi
    in luoghi dove detesterete di trovarvi; e per di pi voi sapete che la
    prosperit    il  vero  vincolo  dell'amore,  di  cui  l'angustia pu
    alterare il fresco colorito e insieme il cuore.
    PERDITA: Avete ragione,  per una sola di queste cose: io credo che  il
    disagio possa far scolorar la guancia ma non sottomettere l'animo.
    CAMILLO:  Dite  davvero cos?  Ne dovr passar del tempo nella casa di
    vostro padre prima che ci nasca una come voi.
    FLORIZEL: Mio  buon  Camillo,  ella    tanto  avanti  nell'educazione
    quant' indietro alla nascita nostra.
    CAMILLO:  Non  posso  dir  ch'  peccato che essa manchi di istruzione
    perch pare capace d'impartirne a molti che insegnano.
    PERDITA: Scusate, signore, se io arrossisco nel ringraziarvi.
    FLORIZEL: Mia graziosa Perdita!  Ma oh,  su  che  spine  ci  troviamo!
    Camillo salvatore di mio padre e ora mio,  medico della mia casa, come
    possiamo fare?  Noi non siamo vestiti come il figlio del re di  Boemia
    n tali appariremo in Sicilia.
    CAMILLO: Mio signore,  non temete per questo: credo sappiate che tutto
    il mio avere   l;  sar  mio  compito  di  fare  che  abbiate  reale
    equipaggio  come  se  la  commedia  che  rappresentate fosse mia.  Per
    dimostrarvi, signore, che nulla vi mancher, una parola...
    (Parlano in disparte. Rientra AUTOLICO).
    AUTOLICO: Ah. ah!  Che sciocca  l'Onest!  E la Fiducia,  sua sorella
    giurata,   un'autentica   sempliciona!   Ho   venduto   tutte  le  mie
    cianfrusaglie: non pi una pietra falsa,  non un nastro o  specchio  o
    sacchetto  di  profumi  o  spilla  o taccuino o ballata o coltellino o
    fettuccia o guanto o laccio da scarpe o braccialetto o anello di corno
    per preservare il  mio  pacco  dall'inedia;  tutti  s'affollavano  per
    essere  i  primi  a comperare,  come se le mie bazzecole fossero state
    reliquie e portassero benedizioni a chi le comprava;  ci  che  mi  ha
    permesso di vedere quale borsa era in migliore stato e di ricordarmene
    a ogni buon fine.  Il mio babbeo, a cui manca solo qualcosa per essere
    un uomo assennato,  s' talmente invaghito della canzone delle ragazze
    che non voleva toglier di mezzo gli zampetti finch non sapesse musica
    e parole;  ci che ha portato tutto il resto dell'armento intorno a me
    al punto che tutti gli altri loro sensi si riunirono  nelle  orecchie:
    avreste potuto sfilar loro le sottane,  non sentivan nulla;  con nulla
    si poteva arraffare una borsa dalla tasca;  avrei potuto limare chiavi
    che  pendevano  dalle  catene,  non  c'era  pi  niente,  n  udito n
    sentimento fuorch la canzone del  mio  messere,  e  l'ammirazione  di
    tutti  per  quel  nonnulla.  Cos  che  in  quel periodo di letargo ho
    piluccato e tagliato parecchie delle loro borse  da  festa  e  se  non
    fosse venuto il vecchio con quel baccano contro sua figlia e il figlio
    del re e a far fuggire spaventate le mie gracchie dalla pula non avrei
    lasciata viva una borsa in tutta quell'armata.

    (CAMILLO, FLORIZEL e PERDITA vengono innanzi).

    CAMILLO: No,  ma le mie lettere con tale mezzo trovandosi l al vostro
    arrivo toglieranno quel dubbio.
    FLORIZEL: E quelle che voi otterrete dal re Leonte...
    CAMILLO: Soddisferanno vostro padre.
    PERDITA: Possiate esser felice! Nulla ci dite che non sembri propizio.
    CAMILLO: Chi  l?  (Vede Autolico) Possiamo servirci anche di questo:
    non trascuriamo nulla che possa esserci utile.
    AUTOLICO: Se m'hanno udito, per me sar la forca.
    CAMILLO: Ebbene,  che hai giovanotto?  Perch tremi cos?  Non temere,
    nessuno ti vuol far del male.
    AUTOLICO: Sono un povero diavolo, signore.
    CAMILLO: Restalo pure  e  nessuno  potr  rubarti  questa  condizione;
    tuttavia,  per ci ch' dell'esterno della tua miseria,  dobbiamo fare
    un cambio; spogliati subito - il caso  urgente come puoi supporre - e
    muta i tuoi panni con quelli di questo signore;  bench lo  svantaggio
    di tal mercato sia il suo,  nondimeno, tieni, eccoti anche qualcosa di
    giunta.
    AUTOLICO: Sono un  povero  diavolo,  signore.  (A  parte)  Vi  conosco
    abbastanza.
    CAMILLO: Via, ti prego, spicciati, il signore s' gi mezzo spogliato.
    AUTOLICO: Dite sul serio? (A parte) Qui sento odore di gherminella.
    FLORIZEL: Spicciati, ti prego.
    AUTOLICO:  In  verit ho avuto una caparra.  Ma in coscienza non posso
    accettarla.
    CAMILLO: Slacciati.  Slacciati.  (Florizel e Autolico si scambiano  le
    vesti)  Fortunata  signora,  possa compiersi questa mia profezia!  voi
    dovete ora ritirarvi in qualche  macchia;  prendete  il  cappello  del
    vostro  amato  e  calcatevelo  sugli  occhi,   nascondetevi  il  viso,
    toglietevi il mantello e celate come potete il  vostro  vero  aspetto,
    acci voi possiate (io temo gli sguardi) arrivare a bordo senza essere
    riconosciuta.
    PERDITA: Vedo che,  per come si mette la commedia,  debbo pure recitar
    la mia parte.
    CAMILLO: Non c' altro da fare. Avete finito cost?
    FLORIZEL: Se incontrassi ora mio padre, non mi chiamerebbe figlio.
    CAMILLO: No,  voi non dovete avere il  cappello.  (D  il  cappello  a
    Perdita) Venite con me, signora. Addio, amico mio.
    AUTOLICO: Buon d, signore.
    FLORIZEL: O Perdita,  che abbiamo dimenticato tutti e due! Una parola,
    vi prego.
    CAMILLO (a parte): La prima cosa che far sar di informare il  re  di
    questa  fuga  e  della loro destinazione,  nella speranza di indurlo a
    inseguirli fin l;  e potr cos in sua compagnia rivedere la Sicilia,
    che ne muoio di voglia.
    FLORIZEL:  Ci  assista la fortuna!  E cos,  Camillo,  ci avviamo alla
    spiaggia.
    CAMILLO: Quanto pi presto, meglio sar.

    (Escono Florizel, Perdita e Camillo).

    AUTOLICO: Capisco la  faccenda,  ho  inteso  tutto;  avere  l'orecchio
    aperto,  l'occhio pronto e la mano svelta  necessario al tagliaborse;
    un buon naso  anche necessario  per  fiutare  lavoro  per  gli  altri
    sensi.  Vedo  che  questo    il  tempo  in  cui l'uomo ingiusto ha da
    prosperare. Che baratto sarebbe stato il mio anche senza la giunta!  E
    che  giunteria  in  questo  scambio!  Per certo gli di son quest'anno
    d'accordo con noi e possiamo fare tutto ci che ci salta in testa.  Il
    principe  stesso  sta  facendone  una grossa a filar via dal padre con
    quella sua palla al piede: se pensassi che fosse  un  atto  di  onest
    d'informare  il  re,  non  lo  farei;  ma  ritengo  pi furfantesco di
    celargli tutto, e in questo son fedele alla mia professione.
    (Rientrano il Contadino e il Pastore).
    Tiriamoci in disparte, ecco altro daffare per un cervello sveglio. Non
    c' crocicchio, bottega, chiesa, udienza,  esecuzione capitale che non
    diano buon profitto a un uomo attento.  CONTADINO: Vedete, vedete, che
    uomo siete ora!  Non c' altro da fare che dire al re  ch'essa    una
    bambina  che fu barattata dalle fate e non  del vostro sangue e della
    vostra carne.
    PASTORE: No, ascoltami.
    CONTADINO: No, ascoltate me.
    PASTORE: Ebbene, dimmi.
    CONTADINO: Poich essa non  del vostro sangue e della  vostra  carne,
    il  vostro  sangue e la vostra carne non hanno fatto torto al re e non
    debbono essere puniti da lui.  Fategli vedere ci  che  avete  trovato
    accanto  a lei,  quelle cose segrete,  tutto fuorch quello che lei ha
    indosso,  e dopo di ci mandate la  legge  a  farsi  benedire,  ve  lo
    garantisco.
    PASTORE: S,  io dir al re tutto, ogni parola, e anche i lazzi di suo
    figlio;  il quale,  debbo dirlo,  non e stato leale con  suo  padre  e
    neppur con me, se stava per rendermi cognato del re.
    CONTADINO: Davvero,  cognato sarebbe stata la parentela pi lontana in
    cui vi sareste trovato con lui,  e il vostro sangue sarebbe  diventato
    pi prezioso di non so quanto all'oncia.
    AUTOLICO (a parte): Ben detto, baggiani!
    PASTORE: Bene,  andiamo dal re;  ho in questo fardello tanto da fargli
    grattar la barba.
    AUTOLICO (a parte):.  Non so quale  ostacolo  questa  doglianza  potr
    essere alla fuga del mio padrone.
    CONTADINO: Pregate di cuore che egli sia al palazzo.
    AUTOLICO  (a  parte):  Per  quanto  io  non  sia  naturalmente onesto,
    m'accade di esserlo per avventura; posso dunque metter da parte la mia
    truccatura di girovago.  (Si toglie la barba finta)  Ebbene,  villici,
    dove ve ne andate?
    PASTORE: Al palazzo, se non spiace a Vossignoria.
    AUTOLICO: Che affari vi portano l? Di qual natura? Con chi? E che c'
    in quel fardello? Dove abitate? I vostri nomi, la vostra et, fortuna,
    parentado,   e  tutto  ci  che  pu  interessar  di  sapere,  suvvia,
    dichiaratelo.
    CONTADINO: Siamo gente pulita, signore.
    AUTOLICO: Menzogna. Siete rozzi e pelosi.  Non mi raccontate fandonie:
    esse non stan bene che ai mercanti,  e infatti loro,  in codesto,  dn
    sovente dei punti a noi soldati,  ma noi  li  ripaghiamo  con  argento
    battuto, non con l'acciaio con cui ci si batte, sicch essi non ci dn
    dei punti, ce li vendono!
    CONTADINO:  Vossignoria  stava  per darcene uno,  di punti,  se non si
    fosse ripresa a tempo.
    PASTORE: Siete della corte, se non vi spiace?
    AUTOLICO: Mi piaccia o no,  son della corte.  Non vedi tu l'aria della
    corte in questi paludamenti? E il mio incedere non ha la cadenza della
    corte?  Il  tuo  naso  non sente in me odor di corte?  Non rifletto io
    sulla tua bassezza il  disprezzo  della  corte?  Pensi  forse,  perch
    m'industrio di cavarti qualche lume sull'esser tuo,  che non sono uomo
    di corte?  Sono cortigiano  dalla  testa  ai  piedi  e  tale  che  pu
    toglierti d'imbarazzo o ostacolarti in questa faccenda tua,  e con ci
    ti ordino di esporre il tuo caso.
    PASTORE: E' cosa che riguarda il re, messere.
    AUTOLICO: Che avvocato hai presso di lui?
    PASTORE: Non vi spiaccia, non capisco bene.
    CONTADINO: Avvocato  parola di corte per dire regalo. Ditegli che non
    ne avete.
    PASTORE: Non ho nulla, signore; n gallo, n pallina, n fagiano.
    AUTOLICO: Beati noi, che non siamo cos semplici di spirito! Ma poich
    la natura poteva farmi come voi, non voglio disdegnarvi.
    CONTADINO: Questi non pu essere che un gran cortigiano.
    PASTORE: Ha ricchi vestiti ma non li porta con garbo.
    CONTADINO: Pare tanto pi nobile quanto pi i suoi modi sono bizzarri;
     un grand'uomo, ve lo accerto. Si vede perch usa uno stuzzicadenti.
    AUTOLICO: Quel fardello? Che c' dentro? Perch quella scatola?
    PASTORE: Signore, in questo fardello e in questa scatola sono nascosti
    certi segreti che nessuno,  eccetto il re,  deve sapere;  ed  egli  li
    sapr prima che passi un'ora, se sar ammesso a parlargli.
    AUTOLICO: Vecchiaia. spendi male le tue fatiche.
    PASTORE: Perch, signore?
    AUTOLICO:  Il  re non  a palazzo;   in giro su un battello nuovo per
    scacciare la sua malinconia e respirare un po' d'aria;  poich  se  tu
    fossi  capace  di  capir cose serie dovresti sapere ch'egli  pieno di
    cordoglio.
    PASTORE: Cos si dice, messere,  a proposito di suo figlio che avrebbe
    dovuto sposare la figlia di un pastore.
    AUTOLICO: Se quel pastore  ancora a piede libero,  meglio che prenda
    il volo.  Le maledizioni che avr,  le torture che subir saranno tali
    da rompere il dorso di un uomo e il cuore d'un mostro.
    CONTADINO: Credete proprio, signore?
    AUTOLICO: E: non rimarr solo a provare ci che di  pi  doloroso  pu
    inventare  il  raffinamento  e  di  pi crudele la vendetta,  ma tutti
    quelli che gli sono parenti,  fosse pur solo di  cinquantesimo  grado,
    dovranno   finir   sotto   le   mani  del  carnefice:  cosa  purtroppo
    compassionevole ma anche necessaria.  Un vecchio briccone che  fischia
    dietro alle pecore,  un allevator di montoni,  che si studia di levare
    sua figlia ai massimi onori! Alcuni ritengono debba esser lapidato; ma
    codesta  morte troppo dolce per lui,  io credo.  Trascinare il nostro
    trono in un ovile!  Tutte le morti insieme sembran troppo poche,  e la
    pi dura pare ancora troppo lene.
    CONTADINO: Non vi spiaccia, signore,  quel vecchio ha forse un figlio?
    Ne sapete nulla?
    AUTOLICO: Ha un figlio che sar scorticato vivo, poi spalmato di miele
    e messo sopra un nido di vespe: lo si lascer l fin che sia morto per
    tre  quarti  e un ette,  poi gli si dar forza con acquavite o qualche
    altra infusione calda; dopodich,  spellato com' nel pi caldo giorno
    previsto  dal  lunario  sar  messo  contro un muro di mattoni e dovr
    sostenere lo sguardo del sole  di  mezzogiorno  mentre  le  mosche  lo
    pungeranno a morte.  Ma perch parliamo noi di tali bricconi traditori
    i cui tormenti non possono che farci sorridere,  data la gravit delle
    loro colpe?  Ditemi,  poich mi sembrate gente semplice e onesta,  che
    avete da comunicare al re.  Se vorrete avere  per  me  qualche  gentil
    considerazione potr condurvi l dov'egli si trova,  a bordo, procurar
    d'introdurvi alla sua presenza,  sussurrargli una parolina  in  vostro
    favore.  Se sar nel potere di un uomo, oltre che in quello del re, di
    menare a effetto le vostre richieste, quell'uomo eccolo qui.
    CONTADINO: Pare ch'ei sia una grande autorit;  accordatevi con lui  e
    offritegli  dell'oro:  bench  l'autorit  sia riluttante come l'orso,
    spesso si fa condurre per il naso  con  l'oro.  Mostrate  il  didentro
    della vostra borsa al di fuori della sua mano,  e non ci si pensi pi.
    Ricordate: lapidati! bruciati vivi!
    PASTORE: Non vi spiaccia,  messere,  di  guidar  voi  l'affar  nostro:
    eccovi  l'oro  che  ho  con me,  altrettanto ve ne dar,  e vi lascer
    questo giovanotto in ostaggio finch non l'abbia portato a voi.
    AUTOLICO: Dopo che io avr compiuto ci che ho promesso?
    PASTORE: S, signore.
    AUTOLICO: Sta bene,  datemi la met.  E voi entrate  per  qualcosa  in
    quest'affare?
    CONTADINO:  In qualche modo,  messere,  come dire...  pelle pelle.  Ma
    spero di cavarmela... senza essere scorticato vivo.
    AUTOLICO: Oh,  ma questo  il caso  del  figlio  del  pastore:  lo  si
    impicchi e servir di esempio.
    CONTADINO:  Che consolazione,  che bella consolazione!  Bisogna andare
    dal re e mostrargli queste nostre meraviglie: ch'egli sappia  che  lei
    non    n vostra figlia n mia sorella: senza di che siamo spacciati.
    Messere, vi dar tanto quanto questo vecchio vi d,  ad affare finito,
    e rimarr,  come lui vi ha detto, in ostaggio finche il denaro vi sar
    portato.
    AUTOLICO: Mi fider  di  voi.  Camminate  avanti  in  direzione  della
    spiaggia;  prendete a destra: do un'occhiata al di l della siepe e vi
    seguo.
    CONTADINO: Quest'uomo  una benedizione per noi,  lo posso  dire,  una
    vera benedizione.
    PASTORE:  Andiamo  avanti  come ci ha detto di fare.  E' stato mandato
    dalla provvidenza per farci del bene.
    (Escono il Pastore e il Contadino).
    AUTOLICO: Se avessi l'idea di diventare onesto,  vedo che  la  fortuna
    non  lo  permetterebbe.  Essa  mi  fa cascar la manna in bocca.  Mi si
    presenta ora una doppia opportunit: il denaro e il mezzo  di  rendere
    un servizio al principe mio padrone.  Chiss che proprio ci non possa
    tornare a mio vantaggio?  Gli porter sulla  nave  queste  due  talpe,
    questi due ciechi, s'egli penser che la loro supplica non lo riguarda
    affatto  e  vorr  rimetterli  a  terra,  mi  chiami pure furfante per
    essermi arrogato simili uffizi. Sono ormai abituato a quell'ingiuria e
    all'infamia che le si accompagna. Vado a presentargli i due: pu darsi
    che ne valga la spesa.
    (Esce).


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Una sala nel Palazzo di Leonte.

    (Entrano LEONTE, CLEOMENE, DIONE, PAOLINA e alcuni Servi).
    CLEOMENE: Sire,  voi avete fatto abbastanza e avete  portato  come  un
    santo il vostro cordoglio. Non c' colpa che abbiate potuto commettere
    che non abbiate redenta.  In verit,  avete fatto maggior penitenza di
    quanto fosse grande il trascorso.  Fate infine ci  che  il  cielo  ha
    fatto,  obliate  il  male  e  come il cielo vi perdona perdonate a voi
    stesso.
    LEONTE: Finch io ricordi lei e le sue  virt  non  potr  obliare  le
    macchie  ond'io  la offesi e penser sempre al torto che ho fatto a me
    stesso,  e che fu s grande da lasciare senza erede  il  mio  trono  e
    distruggere  la  pi  dolce compagna da cui mai uomo abbia generato le
    sue speranze.
    PAOLINA: E' vero,  troppo vero, mio signore;  se una per una sposaste
    tutte  le  donne del mondo o se da tutte voi prendeste qualche cosa di
    buono per farne una donna perfetta,  colei  che  uccideste  rimarrebbe
    ineguagliabile.
    LEONTE: Lo credo io pure. Uccisa! L'ho uccisa! S, ho fatto questo, ma
    tu  mi colpisci troppo duramente dicendo che l'ho fatto:  amaro sulla
    tua lingua come nel mio pensiero.  Di grazia,  ora non dirlo pi  cos
    spesso
    CLEOMENE:  Non ditelo pi affatto,  mia buona signora;  avreste potuto
    dire mille altre cose che  avrebbero  arrecato  maggior  vantaggio  al
    momento e fatto pi onore alla vostra bont.
    PAOLINA: Voi siete uno di quelli che vorrebbero si risposasse.
    DIONE: Se voi pure non lo volete,  che siete insensibile e al regno e
    alla   perpetuit  dell'augusto  nome  del  nostro  sovrano;   e  poco
    considerate quali pericoli,  essendo Sua Altezza privo  di  posterit,
    possono  abbattersi sul regno e distruggerne i sudditi nell'imbarazzo.
    Che c' di pi santo che  gioire  della  letizia  toccata  ormai  alla
    defunta  regina?  E  che  di  pi santo ancora,  per il sostegno della
    sovranit,  per la felicit del presente e il bene  dell'avvenire,  di
    benedire di nuovo il talamo di Sua Maest con una dolce compagna?
    PAOLINA: Non v' alcuna che sia degna, al paragone di quella che non 
    pi.  Inoltre gli di vogliono veder compti i loro segreti fini;  non
    ha forse detto il divino Apollo - tale  il tenore  del  suo  oracolo,
    non    vero?  -  che  il  re  Leonte  non avr erede finch non abbia
    ritrovato la figlia perduta?  E che ci avvenga  tanto  inconcepibile
    alla  nostra  ragione  come se il mio Antigono rompesse la sua tomba e
    tornasse a me,  lui che in fede mia  morto con la bambina.  E' vostro
    avviso  che  il  mio signore debba opporsi al cielo e sia avverso alla
    volont degli di.  (A Leonte) Non vi curate di discendenza: la corona
    trover un erede;  il grande Alessandro lasci la sua al pi degno,  e
    cos si pu credere che il suo successore fosse il migliore.
    LEONTE: Buona Paolina che hai tanto in onore, oh lo so,  la memoria di
    Ermione,  cos  mi  fossi regolato secondo i tuoi consigli: che potrei
    ora contemplare i grandi occhi della mia regina e cogliere  il  tesoro
    delle sue labbra.
    PAOLINA: E lasciarle pi ricche per quanto avessero concesso.
    LEONTE:  Tu dici il vero.  Spose siffatte non esistono pi: perci non
    pi moglie.  Una che fosse peggiore di lei e  da  me  trattata  meglio
    farebbe  s che il santificato spirito della morta tornerebbe al corpo
    di lei, e qui, sul teatro dove noi peccatori ci agitiamo,  apparirebbe
    crucciato nell'anima e chiederebbe: "Perch a me questo?".
    PAOLINA: Se tal potere le fosse concesso, ne avrebbe ben donde.
    LEONTE:  L'avrebbe;  e  m'accenderebbe fino a uccidere colei che avrei
    sposato.
    PAOLINA: Farei cos anch'io.  Se foss'io il suo  fantasma  errante  vi
    farei  osservare  i  suoi  occhi  e  vi chiederei per quale smorta lor
    qualit voi l'avete scelta; poi darei in uno strido cos lacerante che
    le  orecchie  vi  si  dovrebbero  spaccare  nell'udirlo  e  le  parole
    successive sarebbero: "Ricorda i miei!".
    LEONTE: Stelle!  Stelle!  E tutti gli altri occhi, carboni spenti! Non
    temere di alcuna sposa. Non avr altre mogli, Paolina.
    PAOLINA: Volete giurare che non vi sposerete mai senza il  mio  libero
    consenso?
    LEONTE: Mai, Paolina, cos la mia anima possa esser salvata!
    PAOLINA:  Allora,  miei  buoni  signori,  siate  testimoni  di  questo
    giuramento
    CLEOMENE: Lo mettete a una prova troppo forte.
    PAOLINA: A meno che un'altra che sia il ritratto stesso di Ermione non
    gli si presenti allo sguardo.
    CLEOMENE: Buona signora...
    PAOLINA: Ho finito.  Tuttavia se il mio signore vuole sposarsi e se lo
    volete,  sire,  non  c'  rimedio,  dal  momento  che tale  la vostra
    volont - sia dato a me l'incarico di trovarvi una  regina:  essa  non
    dovr  essere  cos giovane come lo era la vostra prima,  ma sar tale
    che se verr il fantasma di questa avr gioia nel vedervi tra  le  sue
    braccia.
    LEONTE: Mia fedele Paolina,  noi non ci sposeremo mai finch tu non ce
    l'ordinerai.
    PAOLINA: Sar il giorno in cui la vostra prima regina sar di nuovo in
    vita. Nulla fino allora.

    (Entra un Gentiluomo).

    GENTILUOMO: Un tale che afferma di essere il principe Florizel, figlio
    di Polissene,  con la sua principessa,  la pi bella ch'io  abbia  mai
    contemplato, chiede di essere introdotto alla vostra reale presenza.
    LEONTE:  Che  significa  ci?  Egli  non  viene  come  si  addice alla
    grandezza di suo padre;  il suo arrivo,  cos fuori delle formalit  e
    improvviso, ci dice che non si tratta di una visita predisposta, bens
    forzata dal bisogno o dal caso. Che seguito ha?
    GENTILUOMO: Scarso e di poco rilievo.
    LEONTE: E c' la sua principessa, voi dite, con lui?
    GENTILUOMO: S,  il pi impareggiabile pezzo d'argilla,  io credo, che
    il sole abbia mai illuminato dei suoi raggi
    PAOLINA: O Ermione,  come ogni nuova ora mena vanto di s al di  sopra
    di una migliore trascorsa,  cos la memoria della tua bellezza sepolta
    deve far luogo a quella che ora si  vede!  Messere,  l'avete  detto  e
    scritto  voi  stesso (ma ormai il vostro scritto  pi freddo di colei
    che lo suggeriva) ch'ella "non era stata n mai sarebbe eguagliata", e
    la vostra poesia fluiva un tempo nell'elogio della  sua  bellezza;  ma
    ora    malvagio  quel  riflusso che vi fa dire che ne avete visto una
    migliore.
    GENTILUOMO:  Scusate,  signora;  l'una,  scusate  ancora,  l'ho  quasi
    dimenticata;   l'altra,  non  appena  avr  colpito  l'occhio  vostro,
    conquister pure la vostra lingua. E' una creatura che se volesse dare
    inizio a una setta potrebbe estinguere lo zelo di tutti i  seguaci  di
    altre e far un proselite di chiunque invitasse a seguirla.
    PAOLINA: Ma via, le donne no!
    GENTILUOMO: Le donne l'ameranno per il fatto ch' una donna di maggior
    merito  di qualunque uomo;  gli uomini perch  la pi preziosa fra le
    donne.
    LEONTE: Andate, Cleomene;  conducete voi coi vostri degni amici questi
    ospiti  al  nostro abbraccio.  (Escono Cleomene ed altri) E tuttavia 
    strano ch'egli ci giunga cos di sorpresa.
    PAOLINA: Se il nostro principe,  il gioiello dei bimbi,  avesse potuto
    veder  quest'ora,  egli  avrebbe ben fatto il paio con questo signore;
    non ci correva neppure un mese fra le loro nascite.
    LEONTE: Basta,  ti prego,  finiscila.  Tu sai che per me egli muore di
    nuovo  ogni  volta  che se ne fa parola;  di certo quando vedr questo
    signore le tue parole mi indurranno in pensieri  che  potranno  trarmi
    fuor di senno. Eccoli qui.
    (Rientrano CLEOMENE ed altri con FLORIZEL e PERDITA).
    Vostra  madre  ha  dimostrato  di  essere  fedele  al  talamo nuziale,
    principe, poich essa nel concepirvi ha stampato in voi l'impronta del
    vostro real genitore;  se avessi ancora ventun anni  potrei  chiamarvi
    fratello,  come allora chiamavo vostro padre,  tanto la sua immagine e
    la sua aria stessa sono scolpite in voi,  e parlare con voi di qualche
    scappata fatta insieme da poco. Siate caramente benvenuto! E la vostra
    bella  principessa: una dea!  Ahim,  io ho perduto una coppia che fra
    cielo e terra avrebbe potuto destar meraviglia come voi  fate,  eletti
    giovani. E fu cos ch'io perdetti, per sola mia follia, la compagnia e
    l'amicizia  del  vostro  valente  genitore,  per rivedere il quale io,
    bench viva nell'angoscia, desidero di vivere.
    FLORIZEL: Per ordine suo ho toccato la Sicilia e da parte  di  lui  vi
    porto tutti i voti che un re,  da amico, pu recare a un suo fratello;
    e se non fosse che l'infermit inerente  al  logoro  degli  anni  non
    avesse  alquanto  menomata  la  sua  facolt  di  agire secondo il suo
    desiderio,  egli avrebbe misurato le terre e i mari  che  separano  il
    vostro  trono dal suo per riveder voi ch'egli ama,  cos m'ha ordinato
    di dirvi,  pi di tutti gli scettri e di tutti i viventi che  oggi  li
    portano
    LEONTE: O fratel mio,  mio buon signore!  I torti che t'ho fatto, ecco
    che rincrudiscono in me!  e coteste tue  profferte,  d'una  gentilezza
    cos rara,  come mi parlano della mia pigra negligenza!  Benvenuto qui
    come la primavera sulla terra.  Ed  lui pure che  ha  esposto  questa
    belt  senza  pari  al trattamento terribile,  o almeno sgarbato,  del
    tremendo Nettuno per salutare un uomo indegno delle sue  pene  e  meno
    ancora del rischio della sua persona?
    FLORIZEL: Mio buon signore, essa viene dalla Libia.
    LEONTE: L dove il bellicoso Smalo,  quel nobile e onorato signore,  
    amato e temuto?
    FLORIZEL: Di la, mio regale signore.  Da lui,  le cui lacrime al punto
    della separazione ben dicevano costei sua figlia: e di l,  col favore
    di un amichevole  vento  del  mezzogiorno,  noi  abbiamo  salpato  per
    compiere l'incarico affidatomi da mio padre, di render visita a Vostra
    Altezza.  Ho  congedato il mio miglior seguito dalle rive della vostra
    Sicilia e l'ho rimandato in Boemia per  informare  non  solo  del  mio
    felice esito in Libia,  signore,  ma anche del felice approdo mio e di
    mia moglie qui dove siamo.
    LEONTE: Gli  di  beati  purghino  l'aria  di  ogni  infezione  finch
    soggiornerete qui!  Voi avete un padre venerabile, un signore pieno di
    virt,  contro la cui persona tanto sacra io ho commesso peccato,  e i
    cieli,  notandolo con ira,  m'han lasciato senza prole.  Vostro padre,
    come merita,  benedetto dal cielo in voi, degno della sua bont.  Oh,
    quale  avrei potuto essere,  se avessi ora da contemplare presso di me
    un figlio e una figlia belli come voi!
    (Entra un Signore).
    SIGNORE: Mio nobile  sovrano,  ci  che  devo  riferirvi  non  sarebbe
    credibile se la prova non fosse cos vicina. Non vi spiaccia, sire, il
    re  di  Boemia  in  persona vi manda il suo saluto.  Egli vi chiede di
    arrestare suo figlio che rigettando in una e la dignit e il dovere  
    fuggito da suo padre e dalle sue speranze con la figlia di un pastore.
    LEONTE: Dov' il re di Boemia? Parla.
    SIGNORE:  Qui  nella  vostra  citt;  l'ho  lasciato or ora.  Io parlo
    imbarazzato,  come si conf al mio stupore e al mio messaggio.  Mentre
    si affrettava alla vostra corte,  in caccia,  pare,  di questa vezzosa
    coppia,  egli incontra per via il  padre  e  il  fratello  di  cotesta
    sedicente  signora  che  hanno  lasciato  il  loro  paese  col giovane
    principe.
    FLORIZEL: Camillo m'ha tradito!  Lui,  di cui  l'onore  e  la  fedelt
    avevano finora resistito a tutte le stagioni.
    SIGNORE: Potete metterlo sotto accusa, egli  qui col re vostro padre.
    LEONTE: Chi? Camillo?
    SIGNORE:  Camillo,  sire.  Ho parlato con lui che sta ora interrogando
    quei due poveri diavoli.  Non ho mai visto due  esseri  tremare  cos;
    s'inginocchiano,  baciano  la  terra  e  si smentiscono ogni volta che
    apron bocca.  Il re di Boemia si tura le orecchie  e  li  minaccia  di
    parecchie morti in una.
    PERDITA:  Oh  mio  povero padre!  Il cielo ci ha mandato accanto delle
    spie e non vuole che il nostro sposalizio sia celebrato.
    LEONTE: Siete sposati?
    FLORIZEL: No, sire, e non pare probabile che possiamo esserlo mai.  Le
    stelle,  lo vedo bene, baceranno prima le valli; grandi e piccoli sono
    ugualmente giocati dalla fortuna.
    LEONTE: Mio signore, costei  la figlia di un re?
    FLORIZEL: Lo , una volta ch' mia sposa.
    LEONTE: Ma questa volta,  lo vedo alla fretta del vostro  buon  padre,
    non  arriver  che assai tardi.  Sono dolente,  molto dolente,  che vi
    siate staccato dal suo diletto,  al  quale  il  dovere  vi  levava;  e
    dolente  che la donna da voi eletta non valga in nascita quel che vale
    in bellezza, s che voi possiate goderne da par vostro.
    FLORIZEL: Cara,  alza il viso: bench la  sorte,  visibilmente  nostra
    nemica, ci perseguiti per mezzo di mio padre, essa non ha il potere di
    mutare per nulla il nostro amore.  Vi supplico,  sire,  ricordatevi di
    quando voi non dovevate al tempo pi di quanto io  debba  ora,  e  nel
    ricordo  di  tali  affetti  siate  voi  il  mio difensore: alla vostra
    richiesta mio padre  accorder  le  cose  pi  preziose  come  fossero
    inezie.
    LEONTE:  Se lo far,  io gli chieder la vostra preziosa signora,  che
    egli considera una cosa da nulla.
    PAOLINA: Sire, mio sovrano,  avete ancora troppa giovent nell'occhio;
    neppure  un  mese  prima  di morire la vostra regina era ben pi degna
    degli sguardi che ora date a costei.
    LEONTE: In questi miei sguardi c'era ancora un pensiero  per  lei.  (A
    Florizel)  Ma la richiesta che m'avete fatta  rimasta senza risposta.
    Vado da vostro padre: se il vostro onore non    stato  debellato  dai
    vostri  desideri,  io sono amico loro e di voi.  Con tale compito vado
    verso di lui.  Seguitemi dunque e  osservate  la  strada  che  faccio.
    Venite, mio buon signore.
    (Escono).




    SCENA SECONDA - Dinanzi al Palazzo di Leonte.

    (Entrano AUTOLICO e un Signore).
    AUTOLICO: Vi prego, signore, eravate presente a questo racconto?
    PRIMO  SIGNORE:  Ero  l  all'apertura  del fardello e udii il vecchio
    pastore spiegare  come  l'aveva  trovato.  Indi,  dopo  un  attimo  di
    stupore, ci fu ordinato a tutti di uscire dalla camera: questo solo mi
    pare  d'avere  udito  dire  dal  pastore,  ch'egli  la bambina l'aveva
    trovata.
    AUTOLICO: Mi piacerebbe molto di sapere la fine di questa storia.
    PRIMO SIGNORE: V'ho detto la cosa in modo scucito,  ma le  alterazioni
    che  osservai  nel  re  e in Camillo erano proprio segni di stupore: a
    forza di fissarsi l'un l'altro pareva che  strabuzzassero  gli  occhi;
    v'eran  parole nel loro silenzio,  linguaggio nel loro stesso gestire;
    avevan l'aria come se avessero udito di un mondo riscattato o  di  uno
    distrutto;  uno straordinario moto di stupore appariva in entrambi;  e
    il pi attento osservatore che nulla sapesse pi di  quel  che  vedeva
    non avrebbe potuto dire se il significato era di gioia o di dolore, ma
    certo doveva essere l'eccesso di uno dei due.
    (Entra un altro Signore).
    Ecco un signore che forse ne sa pi di noi. Che notizie, Ruggero?
    SECONDO  SIGNORE:  Nient'altro  che  fuochi  di  gioia;   l'oracolo  
    compiuto;  la figlia del re  ritornata;  un tale stupore  esploso in
    quest'ora,  che  gli  scrittori  di  ballate  non  saranno  capaci  dl
    esprimerlo.
    (Entra un Terzo Signore).
    Ecco che viene il maggiordomo di madonna Paolina.  Potr dirvi di pi.
    Come  vanno  le cose ora,  messere?  Questa notizia che si dice vera 
    cos simile a una vecchia favola che la sua veridicit ci  pare  molto
    sospetta. Il re ha dunque trovato la sua erede?
    TERZO  SIGNORE:  Verissimo,  se  mai  fatto  reale fu confermato dalle
    circostanze;  ci che si dice potreste giurare d'averlo veduto,  tanta
    concordanza  v'  nelle  prove.  Il mantello della regina Ermione,  il
    gioiello di lei attaccato al bavero,  le lettere di  Antigono  trovate
    insieme,  che tutti riconoscono di sua mano, la maest della fanciulla
    che la fa cos  simile  alla  madre,  l'impronta  di  nobilt  che  la
    nascita,  in  lei,  rivela  al di sopra della sua educazione,  e molte
    altre prove,  proclamano che senza alcun dubbio ella  la  figlia  del
    re. Eravate presente all'incontro dei due re?
    SECONDO SIGNORE: No.
    TERZO SIGNORE: Avete allora perduto una scena che bisognava vedere coi
    propri occhi, ch le parole non possono descriverla. L avreste veduto
    una gioia coronarne un'altra,  cos e in tal modo che pareva il dolore
    piangesse nel congedarsi da loro,  tanto la loro gioia doveva  passare
    per  un  guado  di lacrime.  Erano occhi che si alzavano,  mani che si
    tendevano e maniere cos alterate  che  i  due,  pi  che  dai  volti,
    potevano  riconoscersi dagli abiti.  Il nostro re,  che pareva dovesse
    saltar fuori di s dalla gioia della figlia ritrovata,  come se questa
    gioia fosse diventata una perdita,  ora piange e grida "Oh, tua madre,
    tua madre!",  e chiede perdono al re di Boemia,  poi abbraccia il  suo
    genero, poi tormenta ancora la figlia coi suoi abbracci, ora ringrazia
    il  vecchio  pastore  che  se ne sta l come una fontana corrosa dalle
    stagioni di non so quanti regni.  Io non ho mai sentito di un incontro
    come  quello,  che  fa  zoppicare  ogni  racconto  che voglia tenergli
    dietro, e manda all'aria ogni descrizione.
    SECONDO SIGNORE: E di grazia,  ch' mai avvenuto di  Antigono  che  ha
    portato via di qui la bimba?
    TERZO  SIGNORE:  E' anche questa come una vecchia favola che ha sempre
    nuovo filo da svolgere pur quando la credulit sonnecchia  e  non  c'
    pi orecchio aperto. Fu sbranato da un orso, e n' testimone il figlio
    del  pastore  al  quale  si  pu  prestar  fede,  non  solo per la sua
    ingenuit,  ch' molta,  ma anche per un fazzoletto e alcuni anelli di
    lui che Paolina ha riconosciuti.
    PRIMO SIGNORE: E ch' avvenuto del suo battello e dei suoi seguaci?
    TERZO  SIGNORE:  Naufragarono nel momento stesso in cui moriva il loro
    padrone e sotto gli  occhi  del  pastore,  sicch  tutto  ci  che  fu
    strumento a esporre la bambina and perduto quand'ella fu raccolta. Ma
    quale  nobile  lotta  fra gioia e cordoglio si combatteva nel cuore di
    Paolina!  Essa aveva un occhio a terra per la perdita dello sposo,  un
    altro alzato al cielo perch l'oracolo si compiva;  sollevava da terra
    la principessa e cos la stringeva coi suoi abbracci come  se  volesse
    attaccarsela  al  cuore  perch  non dovesse pi correre il rischio di
    perdersi.
    PRIMO SIGNORE: L'altezza di questa scena meritava davvero un  uditorio
    di re e di principi: ch tali ne erano gli interpreti.
    TERZO  SIGNORE: Uno dei pi bei tratti,  che gett l'amo per prendermi
    gli occhi, ma acchiapp l'acqua e non il pesce,  fu quando al racconto
    della  morte  della  regina  e  del  modo  ond'ella vi giunse,  dal re
    coraggiosamente confessato e lamentato,  sua figlia  rimase  ferita  a
    udirlo,  finch,  dopo  esser passata da un segno di dolore all'altro,
    essa con un "ahim" si mise, vorrei dire, a sanguinar lacrime,  poich
    son  certo  che il mio cuore piangeva sangue.  Chi era pi di marmo in
    quel momento cambi colore, alcuni svennero,  tutti erano in pena;  se
    il  mondo  avesse  potuto  vedere  quella scena il lutto sarebbe stato
    universale.
    PRIMO SIGNORE: Son essi rientrati a corte?
    TERZO SIGNORE: No: la principessa  ha  sentito  parlare  della  statua
    della  madre,  ch' custodita da Paolina,  opera che  costata anni di
    lavoro ed  stata solo da poco finita da quel grande maestro italiano,
    Giulio Romano,  che se avesse per s l'eternit e potesse dar vita col
    fiato al suo lavoro ruberebbe il mestiere alla natura,  tanto la imita
    alla perfezione,  e ha fatto Ermione cos simile a Ermione che  dicono
    che uno le parlerebbe, e starebbe colla speranza d'una risposta. E l,
    trascinati da tutta l'avidit del loro affetto, essi sono andati, e l
    han l'intenzione di cenare.
    SECONDO  SIGNORE:  M'ero  immaginato che ella avesse l qualche affare
    d'importanza,  perch da quando  morta Ermione,  due o tre  volte  al
    giorno  lei si recava a visitare quella remota casa.  Andiamo noi pure
    ad aumentare con la nostra compagnia quel tripudio?
    PRIMO SIGNORE: Chi si tratterrebbe dall'andarvi,  avendone  l'accesso?
    Ad ogni batter d'occhio nasce una nuova letizia. Mancare vorrebbe dire
    essere incuranti di arricchire il nostro sapere. Andiamo.
    (Escono i Signori).
    AUTOLICO:  E  ora,  se non fosse per la macchia della mia vita scorsa,
    quanti favori mi pioverebbero addosso!  Io ho condotto il vecchio e il
    figlio  suo  a  bordo dal principe;  gli ho detto che li avevo sentiti
    parlare di un fardello o di non so che;  ma lui in  quel  momento  era
    tutto  preso dalla figlia del pastore,  tale la credeva,  che aveva il
    mal di mare e lui  stesso  non  stava  molto  meglio,  continuando  il
    temporale,  sicch il mistero non fu svelato.  Ma per me fa lo stesso,
    perch se anche io  avessi  svelato  il  segreto,  non  sarebbe  stato
    apprezzato, in mezzo agli altri miei discrediti.
    (Entrano il Pastore e il Contadino).
    Ecco coloro ai quali ho fatto del bene contro la mia volont e che gi
    appaiono nella fioritura della loro fortuna.
    PASTORE: Vieni, figlio mio; non son pi in et da aver figli, ma tutti
    i tuoi, maschi e femmine, nasceranno signori.
    CONTADINO:  Capitate  a  proposito,  messere.  Voi  rifiutaste l'altro
    giorno di battervi con me perch non ero gentiluomo di nascita. Vedete
    questi vestiti?  Dite che non li vedete e ritenete pure che io non sia
    un gentiluomo di nascita; fareste meglio a dire che questi vestiti non
    sono gentiluomini di nascita.  Datemi la smentita, fatelo, e provatevi
    a sostenere che io non sono ora un gentiluomo di nascita.
    AUTOLICO: So che ormai voi siete un gentiluomo nato, signore.
    CONTADINO: Gi,  e non ho cessato un minuto di esserlo durante  queste
    quattro ore.
    PASTORE: Lo stesso ho fatto io, ragazzo mio.
    CONTADINO:  E voi pure;  ma io sono stato gentiluomo nato prima di mio
    padre,  poich il figlio del re mi ha preso per mano e mi ha  chiamato
    fratello;  e  poi  i due re han chiamato fratello mio padre,  e poi il
    principe mio fratello e la principessa mia sorella han chiamato  padre
    mio padre;  e cos piangevamo, e queste sono state le prime lacrime di
    gentiluomo nato ch'io abbia mai versate.
    PASTORE: Figlio, possiamo vivere tanto da versarne delle altre.
    CONTADINO: S,  e in caso contrario sarebbe  cattiva  sorte,  data  la
    nostra situazione cos prepostera.
    AUTOLICO:  Vi chiedo umilmente,  signore,  di perdonarmi tutti i torti
    che ho commesso verso Vostra Grazia e di voler parlare di me in  buoni
    termini al principe mio padrone.
    PASTORE: Oh s,  figlio mio,  te ne prego; bisogna essere gentili, ora
    che siamo dei gentiluomini.
    CONTADINO: Correggerai la tua vita?
    AUTOLICO: S, se cos piacer alla vostra eminente Grazia.
    CONTADINO: Dammi la mano;  giurer al principe che  sei  un  onesto  e
    sincero giovanotto se altri mai in Boemia.
    PASTORE: Puoi dirlo, ma non giurarlo.
    CONTADINO:  Non  posso  giurarlo  ora  che sono un gentiluomo?  Che lo
    dicano i contadini e i fittavoli, io lo giurer.
    PASTORE: E se si vedr che  falso?
    CONTADINO: Sia pur falso quant' possibile,  un  vero  gentiluomo  pu
    giurarlo  per  aiutare  un amico,  e io giurer al principe che sei un
    bravo e valente giovinotto e che non ti ubriacherai;  ma so  bene  che
    non  sei  un  bravo  e valente giovinotto e che ti ubriacherai:  ma lo
    giurer e vorrei che tu fossi un bravo e valente giovane.
    AUTOLICO: Mi mostrer tale, signore, per quant' in mio potere.
    CONTADINO: S, fa' di tutto per mostrarti un bravo giovane;  se non mi
    stupisco  come  mai  tu  osi arrischiarti a ubriacarti senza essere un
    brav'uomo, non fidarti pi di me. Ascoltate,  i re e i principi nostri
    cugini vanno ad ammirare il ritratto della regina. Vieni, seguici; noi
    saremo i tuoi benevoli padroni.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una Cappella in casa di Paolina.

    (Entrano  LEONTE,  POLISSENE,  FLORIZEL,  PERDITA,  CAMILLO,  PAOLINA,
    Signori e persone del Seguito).
    LEONTE: O saggia e buona Paolina,  quale grande consolazione ho  avuto
    da te!
    PAOLINA:  Oh  mio  sovrano signore,  se qualcosa io non ho fatto bene,
    l'intenzione mia era buona;  tutti i miei servigi voi me li avete  pi
    che  ripagati;  ma  che  voi abbiate voluto accondiscendere a visitare
    questa mia povera casa col vostro coronato fratello e questi fidanzati
    eredi del trono,  quest' un'aggiunta della vostra benevolenza che  la
    mia vita non sar mai abbastanza lunga per ricambiare.
    LEONTE:  O  Paolina,  noi vi onoriamo di un bel disturbo;   che siamo
    venuti a vedere la statua della nostra regina: abbiamo  traversato  la
    vostra  galleria,  non  senza  godere di varie rarit,  ma non abbiamo
    veduto ci che mia figlia venne per vedere, la statua di sua madre.
    PAOLINA: Com'essa visse ineguagliata,  cos la sua morta immagine,  io
    credo,  supera  quanto  avete  finora  contemplato o mano d'uomo abbia
    fatto: e perci la tengo a parte, isolata.  Ma essa  qui: preparatevi
    a  vedere  la  vita  imitata in maniera cos viva come mai il sonno ha
    finto la morte: guardate e dite se non  cos. (Paolina tira una tenda
    e scopre Ermione ritta come una statua) Mi piace il vostro silenzio, 
    la miglior prova della vostra meraviglia.  Ma ora parlate: prima  voi,
    mio sovrano. Vi pare abbastanza eguale?
    LEONTE: Il suo naturale atteggiamento!  Sgridami,  cara pietra, che io
    possa veramente dire che tu sei Ermione: o meglio tu sei  lei  proprio
    nel   tuo  non  muovermi  rimprovero,   poich  ella  era  dolce  come
    l'infanzia,  la virt.  Ma tuttavia,  Paolina,  Ermione non  era  cos
    rugosa e annosa come pare costei.
    POLISSENE: Oh, no davvero.
    PAOLINA:  Tanto  maggiore ne appare l'eccellenza dello scultore che ha
    fatto passare sedici anni e l'ha fatta come se vivesse ora.
    LEONTE: E ora ella potrebbe aver fatto tanto per la  mia  consolazione
    quanto  fa  adesso  nel  ferirmi  il  cuore.  Oh,  questo  era  il suo
    portamento e con tal viva  maest  e  calda  vita,  quale  ora    qui
    raggelata,  quand'io  la  corteggiai la prima volta.  E n'ho vergogna:
    forse che la pietra non mi rimprovera di essere pi pietra di lei? Oh,
    sovrana opera!  C' un incanto nella tua maest,  che ha  rievocato  i
    miei  mali  alla  mia  memoria  e che alla tua figliuola stupefatta ha
    tolto gli spiriti vitali rendendola di pietra come te.
    PERDITA:  E  datemi  licenza  e   non   dite   che      superstizione
    inginocchiarmi e chiedere la sua benedizione. Signora, cara regina che
    finiste  quando  io  appena  cominciai,  datemi  questa vostra mano da
    baciare.
    PAOLINA: Abbiate pazienza, la statua  appena finita e il colore non 
    ancora asciutto.
    CAMILLO: Mio signore, con troppa tenacia vi s' attaccato il dolore se
    non han potuto disperderlo sedici  inverni  o  asciugarlo  altrettante
    estati;  raramente una gioia dur s a lungo o un dolore non si uccise
    assai prima.
    POLISSENE: Mio caro fratello,  fate che colui  che  fu  la  causa  del
    vostro  dolore  ne  prenda  su  di  s  quanto  pu aggiungerne al suo
    proprio.
    PAOLINA: In verit,  mio signore,  se avessi pensato che la  vista  di
    questa mia povera immagine, poich la statua  mia, vi avrebbe ridotto
    cos, non ve l'avrei certo mostrata.
    LEONTE: Non abbassate la cortina.
    PAOLINA:  Non  la  guarderete  pi  a  lungo,  per  tema che la vostra
    fantasia vi faccia credere ch'essa si muove.
    LEONTE: Lasciate!  lasciate!  Vorrei esser morto se gi a quel che  mi
    pare...  Chi  che l'ha fatta?  Guardate, mio signore, non direste voi
    ch'essa respira? e che queste vene portano davvero del sangue?
    POLISSENE: Cosa magistrale: la vita stessa sembra scaldarle il labbro.
    LEONTE: C' del moto nella fissit del suo sguardo,  tanto  l'arte  sa
    ingannarci.
    PAOLINA:  Tirer  la cortina;  il mio signore  rapito a tal punto che
    finir per credere ch'essa viva.
    LEONTE: O  dolce  Paolina,  fammi  credere  questo  per  vent'anni  di
    seguito! Nessun senno del mondo eguaglia il piacere d'una tale follia.
    Lasciala dunque stare cos.
    PAOLINA: Mi duole,  sire,  di avervi sconvolto a tal segno;  ma potrei
    affliggervi ancora di pi.
    LEONTE: Fa' questo, Paolina, poich tale afflizione ha un sapore dolce
    come il pi cordiale conforto. Eppure,  mi sembra,  un soffio viene da
    lei. Qual raffinato scalpello ha mai potuto scolpire il fiato? Nessuno
    si burli di me se io la bacio.
    PAOLINA: Mio buon signore, fermatevi: il rosso del suo labbro  umido:
    lo  rovinerete  col  vostro  bacio  e sporcherete il vostro con l'olio
    della pittura. Posso tirare la cortina?
    LEONTE: No, no, per altri vent'anni.
    PERDITA: Altrettanti potess'io star qui ad ammirare.
    PAOLINA: O ritraetevi e lasciate subito la cappella,  o preparatevi  a
    una pi grande meraviglia.  Se voi potete reggere a tanto, io far che
    la statua si muova davvero,  discenda e vi prenda la mano: ma dopo voi
    crederete, ci ch'io contesto subito, ch'io disponga di poteri magici.
    LEONTE:  Tutto  ci  che  potrete  farle fare son contento di vederlo,
    tutto ci che potrete farle dire,  sar contento di udirlo:  poich  
    altrettanto facile farla parlare che muovere.
    PAOLINA:  E'  necessario che destiate in voi la fede.  Ora tutti stian
    fermi;  se qualcuno crede ch'io mi do  a  una  pratica  illecita  esca
    subito.
    LEONTE: Va' avanti: nessuno si muover.
    PAOLINA: Musica, svegliala, avanti, suona! (Musica) E ora, scendi, non
    esser pi di pietra,  avvicinati, colpisci di stupore tutti quelli che
    ti guardano.  Venite,  io colmer la vostra tomba;  muovetevi,  venite
    avanti,  lasciate  alla  morte quella vostra rigidit poich da lei la
    dolce vita vi riscatta.  Voi vedete ch'ella si muove.  (Ermione scende
    dal piedistallo) Non sussultate;  le sue azioni saranno sante come voi
    sapete lecite le mie parole;  non vi staccate da lei prima  di  averla
    vista morire ancora,  poich in tal caso la ucciderete di nuovo.  Via,
    datele la mano;  quand'era giovane l'avete corteggiata;  ora ch'  pi
    anziana,  lei che deve cominciare?
    LEONTE: Oh,   calda!  Se questa  magia, sia essa un'arte lecita come
    il cibarsi.
    POLISSENE: Ella lo abbraccia...
    CAMILLO: Si attacca al suo collo,  se essa appartiene alla  vita,  fa'
    che parli.
    POLISSENE:  S,  e  che  riveli  dov'essa  ha  vissuto  o come  stata
    sottratta di tra i morti.
    PAOLINA: Che essa  viva,  se si dicesse verrebbe schernito  come  una
    vecchia  favola: e tuttavia par ch'ella viva sebbene ancora non parli.
    Attendete  un  attimo.   Vi  piaccia   intervenire,   bella   signora;
    inginocchiatevi e implorate la benedizione di vostra madre. Volgetevi,
    bella signora: la nostra Perdita  ritrovata.
    ERMIONE:  Voi  di,  abbassate  gli  sguardi e dalle vostre sacre urne
    versate le vostre grazie sulla testa di mia figlia! Dimmi, mio tesoro,
    dove mi sei stata conservata? Dove hai vissuto? Come trovasti la corte
    di tuo padre? Poich tu udrai che io, sapendo da Paolina che l'oracolo
    dava speranza che tu fossi in vita,  mi son conservata per assistere a
    questa fine.
    PAOLINA:  Non  mancher  tempo  per ci;  altrimenti c' da temere che
    tutti loro vogliano in questa circostanza turbare la vostra gioia  con
    un simile racconto!  Andatevene insieme,  voi illustri vincitori, e la
    vostra esultanza sia da tutti condivisa. Io, vecchia tortora,  volger
    l'ala  verso  qualche ramo secco e l pianger il mio compagno che non
    si trover pi, finch sia perduta anch'io.
    LEONTE: Pace, Paolina!  Tu dovresti avere uno sposo da me,  come io da
    te una sposa. E  un patto che abbiamo fatto e suggellato con un voto.
    Tu hai ritrovato la mia, e come hai fatto  ci che resta da spiegare,
    perch io l'ho veduta, come credetti, morta e invano dissi tante preci
    sulla sua tomba. Non cercher lontano, perch in parte so i sentimenti
    di lui, per trovarti un degno sposo. Vieni, Camillo, e prendi per mano
    lei, tu il cui merito e la cui onest sono ben noti e qui attestati da
    noialtri  due,  coppia di re.  Lasciamo questo 1uogo.  Guardate ora il
    fratel mio!  Perdonate entrambi se io misi mai il mio perfido sospetto
    nei vostri puri sguardi.  Ecco il vostro genero,  e figlio di re,  che
    per l'intervento del cielo  il  fidanzato  di  vostra  figlia.  Buona
    Paolina, menaci fuori di qui, dove noi possiamo a piacere interrogarci
    e  risponderci  a vicenda su ci che ciascuno abbia compiuto in questo
    vasto intervallo di tempo dal giorno che fummo separati. Menaci via in
    fretta.
    (Escono).

