




    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di reclusione - Opera)



    William Shakespeare.
    TUTTO IL TEATRO. Volume 2.

    (A PIACER VOSTRO - LA COMMEDIA DEGLI ERRORI - LA  BISBETICA  DOMATA  -
    MOLTO  RUMORE  PER  NULLA - SOGNO D'UNA NOTTE D'ESTATE - TUTTO E' BENE
    QUEL CHE FINISCE BENE - LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR.





    INDICE.

    A piacer vostro:                    pagina 3.
    La commedia degli errori:           pagina 128.
    La bisbetica domata:                pagina 209.
    Molto rumore per nulla:             pagina 325.
    Sogno d'una notte d'estate:         pagina 441.
    Tutto  bene quel che finisce bene: pagina 554.
    La allegre comari di Windsor:       pagina 684.













    A PIACER VOSTRO.


    PERSONAGGI.

    IL DUCA, esiliato.
    FEDERIGO, suo fratello e usurpatore dello Stato.
    JAQUES, AMIENS: signori al seguito del Duca esiliato.
    LE BEAU, cortigiano al seguito di Federigo.
    CHARLES, lottatore al servizio di Federigo.
    OLIVIERO, JAQUES, ORLANDO: figli del cavaliere Rolando de Boys.
    ADAMO, DIONIGI: servi di Oliviero.
    PARAGONE, buffone.
    DON OLIVIERO SCIUPATESTI, curato.
    CORINO, SILVIO: pastori.
    GUGLIELMO, contadino innamorato di Audrey.
    IMENE.
    ROSALINDA, figlia del Duca esiliato.
    CELIA, figlia di Federigo.
    FEBE, pastora.
    AUDREY, contadina.
    Signori, Paggi, Guardaboschi, Persone del seguito.
    Scena: La casa di Oliviero; la corte di Federigo; la foresta di Arden.


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Un giardino nella casa di Oliviero.

    (Entrano ORLANDO e ADAMO).
    ORLANDO: A quel  che  io  ricordo,  Adamo,  la  cosa  and  cos.  Per
    testamento mio padre mi lasci mille misere corone,  e,  come tu dici,
    fece carico a mio  fratello,  in  premio  della  sua  benedizione,  di
    educarmi  bene.  E  di  qui cominciano i miei guai.  Egli mantiene mio
    fratello Jaques agli studi,  e la voce pubblica  parla  magnificamente
    dei suoi progressi. Quanto a me mi tiene in casa come un contadino, o,
    per parlare pi propriamente,  mi ci trattiene come un detenuto.  Puoi
    infatti  dire  che  per  un  gentiluomo  della  mia  nascita  sia   un
    trattamento  quello che non differisce dal come si tiene un bue in una
    stalla? Sono meglio allevati i suoi cavalli,  perch,  oltre ad essere
    lustri per il foraggio,  sono anche esercitati al maneggio; e a questo
    fine sono assoldati  a  gran  prezzo  dei  cavallerizzi;  ma  io,  suo
    fratello,  non  ho  altro  guadagno  sotto  di  lui  se  non quello di
    crescere, cosa della quale gli sono obbligati, quanto me,  gli animali
    che che stanno sul suo strame.  All'infuori di questo nulla,  che egli
    mi largisce con tanta generosit,  la sua condotta sembra  che  voglia
    privarmi  di  quel  poco che mi ha dato la natura.  Mi fa mangiare coi
    suoi garzoni,  mi esclude dal mio posto di fratello e,  per quanto sta
    in  lui,  scalza,  con  questa sua educazione,  la mia nobilt.  Ecco,
    Adamo, ci che mi addolora; e lo spirito di mio padre, che io sento di
    avere dentro di  me,  comincia  a  ribellarsi  contro  questa  servile
    condizione.  Non voglio sopportarla pi a lungo,  quantunque non abbia
    trovato ancora alcun rimedio efficace per schivarla.

    (Entra OLIVIERO).

    ADAMO: Ecco l che viene il mio padrone vostro fratello.
    ORLANDO: Allontanati, Adamo, e sentirai come egli mi strapazzer.
    OLIVIERO: Ebbene, giovanotto, che fate qui?
    ORLANDO: Nulla. Non mi  stato insegnato a far alcuna cosa.
    OLIVIERO: E allora che cosa stavate disfacendo?
    ORLANDO: Eh,  perbacco,  vi sto aiutando a disfare con l'ozio una cosa
    che Dio ha fatto: un vostro povero indegno fratello.
    OLIVIERO: Perbacco, cercate un'occupazione migliore e fatela finita.
    ORLANDO: Dovr guardare i vostri porci e mangiar ghiande con loro?  Ho
    forse consumata la mia parte di figliuol prodigo per dovermi ridurre a
    tale miseria?
    OLIVIERO: Sapete dove siete, giovinotto?
    ORLANDO: Lo so benissimo, signore: nel vostro giardino.
    OLIVIERO: E sapete davanti a chi siete?
    ORLANDO: Sicuro,  meglio che non lo sappia colui davanti a cui io sto.
    So  che  siete il mio fratello maggiore e per la gentilezza del vostro
    sangue dovreste considerarmi come  fratello.  La  buona  usanza  delle
    nazioni vi riconosce come mio superiore,  perch siete il primogenito,
    ma codesto tradizional costume non pu privarmi  del  mio  sangue,  ci
    fossero altri venti fratelli fra noi due. C' in me tanto di mio padre
    quanto ce n' in voi,  quantunque debba convenire che, per il fatto di
    essere venuto al mondo prima di me,  gli siete pi vicino nel rispetto
    dovuto.
    OLIVIERO: Oh, ragazzo!
    ORLANDO:  Via,  via,  fratello  maggiore,  siete  troppo  immaturo per
    assumere codesto tono.
    OLIVIERO: Osi mettermi le mani addosso, marrano?
    ORLANDO: Non sono un marrano: sono il pi giovane figlio del cavaliere
    Rolando de Boys.  Egli era mio padre ed  tre volte marrano  chi  dice
    che  un  padre simile abbia generato dei marrani.  Se tu non fossi mio
    fratello,  non toglierei questa mano dalla tua gola finch quest'altra
    non  ti  avesse strappata la lingua per aver parlato cos.  Tu non hai
    che oltraggiato te stesso.
    ADAMO: Miei cari padroni,  calmatevi.  Per la memoria di vostro padre,
    non siate in discordia.
    OLIVIERO: Lasciami, ti dico.
    ORLANDO: Non ti lascer finch mi pare.  Dovete starmi a sentire.  Mio
    padre nel suo testamento vi ha imposto di darmi una buona  educazione.
    E  voi mi avete educato come un contadino oscurando e soffocando in me
    tutte le doti di un gentiluomo.  Lo spirito di mio padre prende  forza
    in me col mio crescere, ed io non voglio sopportare pi a lungo questa
    condizione:  permettetemi  perci quegli esercizi che sil convengono a
    un gentiluomo, o altrimenti datemi quella meschina parte che mio padre
    mi ha lasciata per testamento.  Con essa  andr  a  comprarmi  la  mia
    fortuna.
    OLIVIERO: E che cosa pensi di fare? Andare ad accattare quando l'avrai
    spesa? Bene, ora ritiratevi. Non voglio pi a lungo essere importunato
    da voi: farete di vostra testa col vostro testamento.  Lasciatemi, per
    piacere.
    ORLANDO: Non  vi  voglio  irritare  pi  di  quanto  conviene  al  mio
    interesse.
    OLIVIERO: E tu, vecchio cane, vattene con lui.
    ADAMO:  "Vecchio  cane"    dunque la mia ricompensa?  E' naturale: ho
    perduto tutti i miei denti al vostro servizio.  Dio abbia in gloria il
    mio vecchio padrone. Egli non avrebbe pronunziata una simile frase.
    (Escono Orlando e Adamo)
    OLIVIERO: E' proprio cos?  Cominciate a metter su cresta?  Guarir la
    vostra esuberanza e non vi dar neanche le mille corone. Ehi, Dionigi!
    (Entra DIONIGI).
    DIONIGI: Ha chiamato Vossignoria?
    OLIVIERO: Non c'era qui Charles,  il lottatore del  duca,  che  voleva
    parlare con me?
    DIONIGI:  Col  vostro  permesso,  egli  qui alla porta ed insiste per
    essere introdotto alla vostra presenza.
    OLIVIERO: Fallo entrare.  (Esce Dionigi) Sar un buon mezzo: la  lotta
    ha luogo domani.
    (Entra CHARLES).
    CHARLES: Buon giorno a Vossignoria.
    OLIVIERO:  Caro  signor Charles.  Che notizie nuove ci sono alla nuova
    corte?
    CHARLES: Non ci sono,  signore,  a corte,  notizie fuori delle solite,
    cio  che  il vecchio duca  bandito dal suo minor fratello,  il nuovo
    duca e che col primo sono andati in volontario esilio  tre  o  quattro
    affezionati  signori,  le  cui terre e le cui rendite arricchiscono il
    nuovo duca: e perci egli d loro  volentieri  il  permesso  di  andar
    vagabondando.
    OLIVIERO:  Sapete  dirmi se Rosalinda,  la figlia del duca,  sia stata
    bandita con suo padre?
    CHARLES: Oh no: perch la figlia del  duca,  sua  cugina,  per  essere
    entrambe  state  sempre educate insieme fin dalla culla,  l'ama tanto,
    che l'avrebbe seguita nell'esilio o sarebbe morta se costretta a  star
    lontana da lei.  Essa  a corte, e lo zio l'ama non meno della propria
    figliuola;  e non mai due signore si sono  tanto  amate  come  s'amano
    quelle due.
    OLIVIERO: E dove ha intenzione di stabilirsi il vecchio duca?
    CHARLES: Si dice ch'egli sia gi nella foresta di Arden e sian con lui
    parecchi  uomini  allegri,  e  quivi essi vivano come il vecchio Robin
    Hood d'Inghilterra.  Si dice che  ogni  giorno  accorrono  a  lui  dei
    giovani  gentiluomini  e  passano  il  tempo  spensieratamente come si
    faceva nell'et dell'oro.
    OLIVIERO: Dunque voi lotterete domani davanti al nuovo duca?
    CHARLES: Lotter  certamente,  signor  mio:  e  sono  anzi  venuto  ad
    informarvi  di  una  cosa.  Mi  si   fatto segretamente sapere che il
    vostro giovane fratello Orlando ha intenzione di farsi  avanti,  sotto
    altre  spoglie,  contro  di  me per tentare un assalto.  Ora io domani
    lotto per la mia reputazione,  e colui che  si  partir  da  me  senza
    qualche  membro  fracassato se la sar cavata bene.  Vostro fratello 
    troppo giovane e delicato, e io sarei dolente, per rispetto vostro, di
    metterlo a terra come sar obbligato a fare per il mio onore,  se egli
    si presenta.  Per cui,  per l'affezione che ho per voi, sono venuto ad
    informarvi di ci,  in  modo  che  voi  o  lo  distogliate  dalla  sua
    intenzione  o  sopportiate di buon animo qualche disgrazia nella quale
    egli potr incorrere,  in quanto che  una cosa  che  egli  stesso  ha
    cercata, completamente contro la mia volont.
    OLIVIERO: Charles,  ti ringrazio del tuo affetto per me,  e vedrai che
    io lo ricambier assai generosamente.  Anch'io ero stato informato  di
    questa  intenzione di mio fratello,  e mi sono studiato indirettamente
    di dissuaderlo da ci,  ma egli   ben  deciso.  Ti  devo  confessare,
    Charles,  che  egli    il  giovane pi ostinato di Francia,  pieno di
    ambizione e invidioso delle buone qualit di ogni altro: uno che trama
    scelleratamente contro di me,  suo proprio fratello:  perci  regolati
    come  credi:  che  tu  gli  rompa  il  collo  o un dito mi  del tutto
    indifferente. E sarebbe bene che tu avessi presente ci,  perch se tu
    gli  fai un leggero sfregio,  o se lui non si fregia d'un gran trionfo
    su di te,  complotter contro di te col veleno,  ti  far  cascare  in
    qualche  perfido  tranello e non ti lascer finch non t'avr tolta la
    vita in qualche tortuoso modo o in un altro,  perch  ti  assicuro,  e
    dico  ci  quasi  piangendo,  che  non c' oggi al mondo persona tanto
    giovane e tanto scellerata. Ti parlo di lui con ogni riserva fraterna,
    ma  se  dovessi  notomizzartelo  quale  egli      realmente,   dovrei
    vergognarmi e piangere, e tu diventeresti pallido dalla meraviglia.
    CHARLES:  Sono sinceramente contento di essere venuto da voi.  Se egli
    si presenter domani gli dar il suo avere.  Se potr andarsene via da
    solo,  non  combatter  mai  pi per guadagnarmi un premio.  E ora Dio
    protegga Vossignoria!
    OLIVIERO: Addio,  buon Charles.  (Esce Charles)  Ora  ecciter  questo
    avventato.  Spero di finirla con lui, perch la mia anima, e non so il
    perch,  non odia alcuna cosa pi di lui.  Eppure  bennato: non  mai
    stato  a  scuola  e  tuttavia    istruito,  pieno  di alti propositi,
    idolatrato da ogni  classe  di  persone,  e,  purtroppo,  tanto  si  
    insinuato  nell'affetto  di tutti e specialmente della mia gente,  che
    meglio lo conosce,  che io son affatto disprezzato.  Ma non andr cos
    pi  a  lungo:  il lottatore aggiuster tutto.  Non mi resta altro che
    spronare il ragazzo a lottare: cosa che mi affretto a fare.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Un prato davanti al Palazzo di Federigo.

    (Entrano ROSALINDA e CELIA).
    CELIA: Ti prego, Rosalinda, cara cugina mia, sta' allegra.
    ROSALINDA: Cara Celia,  io mostro pi allegrezza che non ne  abbia,  e
    tuttavia  vorresti  ch'io  fossi  pi  lieta?  A meno che tu non possa
    insegnarmi a dimenticare un padre esiliato, non potrai mai apprendermi
    come io debba provare un qualche straordinario piacere
    CELIA: Da ci m'accorgo che tu non mi ami con quella stessa  intensit
    con cui ti amo io.  Se mio zio,  il tuo esiliato padre, avesse bandito
    tuo zio,  il duca mio padre,  a condizione che tu fossi rimasta sempre
    con me,  io avrei potuto insegnare al mio cuore a considerar tuo padre
    come il mio.  Cos dovresti far tu,  se la sincerit del tuo amore per
    me fosse della stessa buona lega del mio per te.
    ROSALINDA:  Ebbene,  dimenticher  la  mia  situazione per rallegrarmi
    della tua.
    CELIA: Tu sai che mio padre  non  ha  altri  figli  che  me  e  non  
    probabile che ne abbia altri,  e di certo, quando egli morir tu sarai
    la sua erede, perch ci che egli ha tolto forzatamente a tuo padre io
    amorevolmente te lo restituir.  Sul mio onore  cos  far,  e  quando
    rompessi questo giuramento,  possa io diventare un mostro. Perci, mia
    cara Rosa, mia diletta Rosa, sta' allegra.
    ROSALINDA:  Lo  sar  d'ora   innanzi,   cugina,   e   inventer   dei
    divertimenti. Vediamo. Che direste se ci innamorassimo?
    CELIA:  Ah s,  innamrati pure,  ti prego,  per divertimento.  Ma non
    amare alcun uomo sul serio e non spingerti tanto  nel  giuoco  da  non
    potertene  ritrarre  onorevolmente  con la salvaguardia di un semplice
    rossore.
    ROSALINDA: E allora, a che cosa giocheremo?
    CELIA: Sediamoci e a forza di  canzonarla  facciam  discendere  quella
    buona  massaia della Fortuna dalla sua ruota,  in modo che i suoi doni
    possano d'ora innanzi essere distribuiti equamente.
    ROSALINDA: Vorrei che potessimo far cos,  perch i suoi benefizi sono
    assai  male  distribuiti,  e  codesta  generosa donna cieca si sbaglia
    assai nei suoi doni alle donne.
    CELIA: E' vero, perch quelle che essa fa belle raramente le fa caste,
    e quelle che fa caste le fa in un modo assai brutto.
    ROSALINDA: Eh!  ma ora tu passi dall'uffizio della  Fortuna  a  quello
    della  Natura.  La  Fortuna  ha  potere sui doni materiali e non sulle
    fattezze della Natura.
    (Entra PARAGONE).
    CELIA: No?  Quando la Natura ha formato una bella  creatura,  non  pu
    questa,  per  opera  della  Fortuna,  cadere nel fuoco?  Quantunque la
    Natura ci abbia dato lo spirito per burlarci della Fortuna, la Fortuna
    non  ci  ha  mandato  questo  matto  per  tagliar  corto  alla  nostra
    discussione?
    ROSALINDA:  In  verit in questo caso  troppo crudele verso la Natura
    la Fortuna,  dal momento che fa di uno scemo per natura colui che deve
    tagliar corto allo spirito naturale.
    CELIA:  Probabilmente  neanche  questa   opera della Fortuna ma della
    Natura,  la quale,  scorgendo che il nostro spirito naturale   troppo
    ottuso per ragionar di tali dee,  ha mandato questo sciocco per nostra
    cte,  poich sempre la ottusit dello scemo  la  pietra  su  cui  si
    afilla lo spirito. Ehi, bel tipo! dove vai vagando?
    PARAGONE: Signora, dovete recarvi da vostro padre.
    CELIA: E hanno fatto messaggero te?
    PARAGONE: No,  sul mio onore, ma mi  stato solo ordinato di venirvi a
    cercare.
    CELIA: Da chi hai imparato questo giuramento, buffone?
    PARAGONE: Da un cavaliere che giurava sul mio onore che le  crocchette
    erano  buone e giurava sul suo onore che la mostarda non valeva nulla.
    Ora io intendo sostenere al contrario,  che le crocchette non valevano
    nulla  e  che  la  mostarda  era  buona:  e  tuttavia il cavaliere non
    spergiurava.
    CELIA: Come provi ci con tutta la massa della tua dottrina?
    ROSALINDA: Via, togliete la museruola alla vostra sapienza.
    PARAGONE: Fatevi avanti tutte e due.  Mettetevi la mano  sul  mento  e
    giurate per le vostre barbe che io sono un furfante.
    CELIA: Per le nostre barbe, se le avessimo, tu lo sei.
    PARAGONE:  Per la mia furfanteria,  se l'avessi,  lo sarei.  Ma se voi
    giurate per quello che non esiste, non siete spergiure.  E neppure era
    spergiuro  quel cavaliere quando giurava per il suo onore,  perch non
    lo aveva mai avuto, o, se egli lo aveva avuto,  se l'era gi distrutto
    con  lo  spergiuro,  prima  che  avesse  mai visto quelle crocchette o
    quella mostarda.
    CELIA: Di grazia, di chi intendi parlare?
    PARAGONE: Di uno che il vecchio Federigo, vostro padre, ama.
    CELIA: L'affetto di mio padre  sufficiente per  dargli  onore  quanto
    basta.  Non  parlate pi di lui!  Uno di questi giorni sarete frustato
    per maldicenza.
    PARAGONE:  E'  un  vero  peccato  che  i  pazzi  non  possano   parlar
    saggiamente di ci che gli uomini saggi fanno pazzamente.
    CELIA: In fede mia,  tu dici la verit, perch da quando il poco senno
    che hanno i pazzi fu ridotto al silenzio, quella poca pazzia che hanno
    i saggi fa gran mostra di s. Ecco, viene il signor Le Beau.
    (Entra LE BEAU).
    ROSALINDA: Con la bocca piena di notizie.
    CELIA: Che egli  ci  ammannir,  come  i  piccioni  imbeccano  i  loro
    piccoli.
    ROSALINDA: Allora saremo rimpinzate di notizie.
    CELIA:  Tanto meglio: potremo pi facilmente esser vendute al mercato.
    Bonjour, signor Le Beau. Che notizie ci sono?
    LE BEAU: Bella principessa, avete perduto un divertimento coi fiocchi.
    CELIA: I fiocchi? Di che colore?
    LE BEAU: Di che colore, signora? Come posso rispondervi?
    CELIA: Come vogliono lo spirito e la fortuna.
    PARAGONE: O come decreteranno i destini.
    CELIA: Ben detto; proprio appioppato con la cazzuola.
    PARAGONE: Gi, ma se non mantengo il mio sito...
    ROSALINDA: Tu perdi il tuo vecchio odore di stantio.
    LE BEAU: Voi mi confondete,  signore.  Avrei voluto  parlarvi  di  una
    bella lotta della quale avete perduto lo spettacolo.
    ROSALINDA: Allora raccontateci com' andata questa lotta.
    LE BEAU: Vi racconter il principio; la fine, se piacer alle Signorie
    Vostre, potrete vederla da voi; perch il meglio  ancora da farsi: ed
    essi vengono a terminarla qua, dove siete voi.
    CELIA: E allora vada per il principio che  morto e sotterrato.
    LE BEAU: C'era un vecchio coi suoi tre figli...
    CELIA: Gi, proprio come il principio d'una favola!
    LE BEAU: Tre bei giovani di eccellente statura e presenza.
    ROSALINDA:  Con  un  proclama  al collo: "Si rende noto a tutti con il
    presente..."
    LE BEAU: Il maggiore dei tre ha lottato con Charles,  il lottatore del
    duca; Charles in un momento l'ha atterrato e gli ha rotto tre costole,
    tanto  che  c'  per lui poca speranza di vita.  E cos ha conciato il
    secondo e parimenti il terzo.  Sono distesi laggi,  e il loro  povero
    vecchio  padre  fa  tanti  pietosi  lamenti  su  di loro che tutti gli
    astanti prendono le sue parti piangendo.
    ROSALINDA: Ahim!
    PARAGONE: Ma quale  il divertimento,  signor Le Beau,  che le signore
    hanno perduto?
    LE BEAU: Ma quello di cui sto parlando!
    PARAGONE:  E a questo modo gli uomini diventano ogni giorno pi saggi!
    E' la prima volta in vita mia che sento dire che rompere le costole  
    un divertimento per signore.
    CELIA: E anch'io, te lo garantisco.
    ROSALINDA:  Ma  c'  proprio  ancora qualcuno che desideri di sentirsi
    romper la testa con questa musica?  E c' ancora qualche altro che  si
    appassioni a romper costole? Dovremo vedere questa lotta, cugina?
    LE  BEAU: La vedrete necessariamente se rimanete qua;  perch questo 
    il luogo destinato alla lotta, ed essi sono pronti a terminarla.
    CELIA: Eccoli laggi che vengono; sono essi sicuramente.  Fermiamoci e
    stiamo a vedere.

    (Squilli  di tromba.  Entrano FEDERIGO,  Signori,  ORLANDO,  CHARLES e
    Seguito).

    FEDERIGO:  Avanti,  dunque.  Poich  il  giovane  non  vuol  lasciarsi
    persuadere, ogni suo pericolo ricada sulla sua temerit.
    ROSALINDA: Chi ? Quello laggi?
    LE BEAU: Proprio quello, signore.
    CELIA:  Ahim!  E'  troppo giovane.  Eppure ha l'aria di uno che debba
    vincere.
    FEDERIGO: Come,  figlia mia e nipote mia!  Vi siete insinuate qui  per
    veder la lotta?
    ROSALINDA: S, mio sovrano; vi piaccia concederci questo permesso.
    FEDERIGO:  Vi  ci  divertirete  poco,  ve l'assicuro;  il lottatore ha
    troppo vantaggio.  Per compassione del giovane  sfidatore,  lo  volevo
    dissuadere,  ma  egli  non  vuole  intendere ragioni.  Parlategli voi,
    signore, guardate se potete rimuoverlo.
    CELIA: Fatelo venir qua, buon signor Le Beau.
    FEDERIGO: Fatelo venire. Non voglio esser presente.
    LE BEAU: Signor sfidatore, la principessa vi vuole.
    ORLANDO: Sono a loro disposizione con ogni dovuto rispetto.
    ROSALINDA: Giovane, avete voi sfidato Charles il lottatore?
    ORLANDO: No, bella principessa;  lui quello che sfida tutti. Io, come
    gli altri,  non sono venuto che per sperimentare su lui la forza della
    mia giovinezza.
    CELIA: Giovane signore,  il vostro animo  troppo ardito per la vostra
    et.  Voi  avete  assistito  ad  una  prova  crudele  della  forza  di
    quell'uomo.  Se voi poteste far uso dei vostri occhi per vedervi e del
    vostro discernimento per conoscervi,  sareste consigliato dal pericolo
    della  vostra  avventura  ad  un'impresa  pi  adeguata a voi.  Noi vi
    preghiamo,  nel vostro interesse,  di pensare alla vostra  salvezza  e
    rinunziare a questo tentativo.
    ROSALINDA: Rinunziatevi, giovane signore: la vostra reputazione non ne
    soffrir. Noi faremo istanza al duca che la lotta non abbia seguito.
    ORLANDO: Vi scongiuro, non vogliate punirmi con un cos duro giudizio,
    quantunque  io  mi  riconosca molto colpevole di negare qualche cosa a
    cos belle e nobili signore.  Fate invece che mi accompagnino i vostri
    begli  occhi  e  i  vostri  gentili voti nella prova,  e se in essa io
    soccomber non ci sar di avvilito se non uno  che  non    mai  stato
    fortunato,  e  se  sar  ucciso  non  sar  morto  se non uno il quale
    desidera di morire.  Non far nessuna pena ai miei amici,  perch  non
    lascio  nessuno  a  compiangermi,  non  recher  al mondo alcun danno,
    perch non vi possiedo nulla.  Nel mondo io occupo soltanto  un  posto
    che sar meglio occupato quando io l'abbia lasciato vuoto.
    ROSALINDA: Vorrei che fosse vostra la poca forza che io ho.
    CELIA: Ed anche la mia, per unirsi a quella di lei.
    ROSALINDA:  Addio.  Voglia il cielo che io possa rimaner ingannata sul
    vostro conto.
    CELIA: Si compiano allora i desideri del vostro cuore.
    CHARLES: Ors,  dov' quel prode giovane  che    cos  desideroso  di
    giacere con sua madre terra?
    ORLANDO: E' qui, signore; ma la sua volont ha, a questo riguardo, una
    pi modesta aspirazione.
    FEDERIGO: Non tenterete che un solo assalto.
    CHARLES: No;  garantisco Vostra Altezza che non avrete da eccitarlo ad
    un secondo, dopo averlo dissuaso dal primo.
    ORLANDO: Se intendete burlarvi di me dopo, non avreste dovuto burlarvi
    di me in precedenza. Ma venite avanti.
    ROSALINDA: E che ora ti protegga Ercole, o giovane.
    CELIA: Vorrei rendermi invisibile per afferrar per  le  gambe  il  pi
    forte. (Lottano).
    ROSALINDA: Oh, bravo giovane!
    CELIA:  Se  io  avessi un fulmine nell'occhio saprei bene chi dovrebbe
    esser abbattuto. (Acclamazioni: Charles  atterrato).
    FEDERIGO: Basta, basta!
    ORLANDO: S,  ne supplico Vostra Altezza.  Io non  sono  ancora  nella
    pienezza delle mie forze.
    FEDERIGO: Come va, Charles?
    LE BEAU: Non pu parlare, mio signore.
    FEDERIGO: Portatelo via. Quai  il tuo nome, giovane?
    ORLANDO:  Orlando,  mio  sovrano:  il pi giovane figlio del cavaliere
    Rolando de Boys.
    FEDERIGO: Vorrei che fossi stato il figliuolo di  un  altro  uomo.  Il
    mondo  stimava  tuo  padre  come  un uomo di onore;  ma io l'ho sempre
    trovato mio nemico.  Tu mi saresti stato pi accetto  per  questa  tua
    impresa  se  fossi disceso da un'altra casata.  Addio.  Sei un giovane
    valoroso. Ma vorrei che mi avessi fatto menzione di un altro padre.
    (Esce Federigo, il Seguito e Le Beau).
    CELIA: Se io fossi mio padre, avrei agito cos, cugina?
    ORLANDO: Sono tanto pi  fiero  di  essere  il  figlio  del  cavaliere
    Rolando,  il  suo  pi  giovane  figlio,  e  non cambierei il mio nome
    neppure a patto di esser adottato come erede di Federigo.
    ROSALINDA: Mio padre amava il cavaliere Rolando  come  l'anima  sua  e
    tutti  erano del sentimento di mio padre.  Se avessi saputo che questo
    giovane era suo  figlio,  avrei  aggiunto  le  mie  lacrime  alle  mie
    preghiere, prima che egli avesse corso quel rischio.
    CELIA: Gentile cugina,  andiamo a ringraziarlo e a fargli coraggio. Il
    carattere rude e geloso di mio padre mi ferisce il cuore. Signore, voi
    avete ben meritato. Se voi manterrete in amore le vostre promesse cos
    esattamente come avete sorpassato ogni aspettazione,  la vostra  amata
    sar felice.
    ROSALINDA (dandogli una catena che porta al collo): Serbate questa per
    me,  per  una  che  non    pi al seguito della Fortuna,  per una che
    vorrebbe dar di pi ma la  cui  mano  scarseggia  di  mezzi.  Vogliamo
    andare, cugina?
    CELIA: S. Addio bel gentiluomo
    ORLANDO:  Non  poter  dire  "vi  ringrazio"!  La miglior parte di me 
    abbattuta e ci che  rimasto in piedi non    che  una  quintana,  un
    semplice piolo inanimato.
    ROSALINDA:  Egli  ci  richiama.  Il  mio  orgoglio  caduto con la mia
    fortuna. Gli voglio domandare che cosa vuole.  Avete chiamato signore?
    Voi  avete  lottato  bene ed avete abbattuto qualche cosa di pi che i
    vostri nemici.
    CELIA: Vuoi venire, cugina?
    ROSALINDA: Eccomi. Addio.
    (Escono).
    ORLANDO: Quale emozione rende cos pesante la mia  lingua?  Non  posso
    rivolgerle la parola eppure essa mi sollecitava ad attaccar discorso.
    (Rientra LE BEAU).
    O povero Orlando,  tu sei abbattuto! Ti ha domato o Charles, o qualche
    cosa di pi debole.
    LE BEAU: Caro signore,  vi  do  amichevolmente  il  consiglio  lasciar
    questo  luogo.  Quantunque  abbiate  meritato  grandi  elogi,  sinceri
    applausi e simpatia,  tuttavia la disposizione del duca  ora tale che
    egli  giudica  di  traverso  tutto  ci  che  avete  fatto.  Il duca 
    capriccioso: ci che egli , conviene meglio a voi di immaginare che a
    me di dire.
    ORLANDO: Vi ringrazio,  signore,  e vi prego di dirmi una cosa:  quale
    delle due che assistevano qui alla lotta era la figliuola del duca?
    LE  BEAU:  N l'una n l'altra,  se s'ha a giudicar dalle maniere,  si
    dovrebbe dir sua figlia; tuttavia  sua figlia la pi piccola. L'altra
     la figlia del duca esiliato,  trattenuta qui dall'usurpatore suo zio
    per  tener  compagnia  alla  propria  figliuola;  e  il loro reciproco
    affetto  pi sincero che il naturale legame  fraterno.  Ma  vi  posso
    dire  che  questo  duca  da un po' di tempo in qua  alquanto irritato
    contro la sua gentile nipote per nessun'altra ragione se non perch il
    popolo la stima per le sue virt e la compiange a causa del  suo  buon
    padre.  E  sull'onor mio,  il suo malanimo contro la signora scoppier
    assai presto. Addio, signore. Pi tardi,  in tempi migliori di questi,
    cercher di farmi meglio conoscere ed amare da voi.
    ORLANDO: Vi sono assai obbligato. Addio. (Esce Le Beau) E cos bisogna
    che  io  cada  dalla  padella  nella  brace:  da  un duca tiranno a un
    fratello tiranno. Ma oh, celeste Rosalinda!
    (Esce).



    SCENA TERZA - Una stanza nel Palazzo.

    (Entrano CELIA e ROSALINDA).
    CELIA: Ebbene,  cugina!  ebbene,  Rosalinda!  Che Cupido abbia  piet!
    Neppure una parola?
    ROSALINDA: Neppure una da lanciar contro un cane.
    CELIA:  No,  le tue parole sono troppo preziose per essere lanciate ad
    un cagnaccio: lanciane qualcheduna a me.  Via,  stroppiami con qualche
    ragione.
    ROSALINDA:  Allora ci sarebbero due cugine mal conciate,  quando l'una
    fosse stroppiata da  qualche  ragione  e  l'altra  fosse  pazza  senza
    nessuna.
    CELIA: E tutto ci per tuo padre?
    ROSALINDA: No, parte anche per il padre di mio figlio! Oh come  pieno
    di rovi questo volgarissimo mondo.
    CELIA:  Non sono che lappole,  cugina,  che ti son state gettate in un
    momento di festiva  allegria.  Se  noi  non  camminiamo  per  sentieri
    battuti, esse si attaccheranno alle nostre gonne.
    ROSALINDA:  Le  potrei ben scuoter via dal mio vestito.  Ma egli  che
    queste lappole sono nel mio petto.
    CELIA: Espttorale.
    ROSALINDA: Farei la prova, se potessi dir "hui" e chiamar lui.
    CELIA: Via, via, lotta contro i tuoi sentimenti.
    ROSALINDA: Ah,  essi hanno preso le parti di un lottatore pi  valente
    di me.
    CELIA: E allora buona fortuna a voi.  Farete la prova un giorno, anche
    a rischio di una caduta. Ma diamo il bando a questi scherzi e parliamo
    sul serio.  E' possibile che tanto subitamente voi siate presa  da  un
    cos  forte  amore  per  il  pi  giovane figlio del vecchio cavaliere
    Rolando?
    ROSALINDA: Il duca mio padre amava il padre di lui assai intensamente.
    CELIA: E da ci consegue che tu debba  amare  assai  intensamente  suo
    figlio?  Per  questa  specie  di logica io dovrei odiarlo,  perch mio
    padre odiava intensamente il suo. Eppure io non odio Orlando.
    ROSALINDA: No, per carit, non odiatelo, per amor mio.
    CELIA: E perch no? Non ne  egli ben degno?
    ROSALINDA: Lascia che io l'ami per i suoi meriti e voi amatelo  perch
    io l'amo. Ma ecco, viene il duca.
    CELIA: Con gli occhi pieni di collera.

    (Entrano FEDERIGO e Signori).

    FEDERIGO:  Signora,  preparatevi  con  tutta la fretta che richiede la
    vostra sicurezza a lasciar la nostra corte.
    ROSALINDA: Io, zio?
    FEDERIGO: Voi,  nipote.  Se fra dieci giorni ti  si  trover  a  venti
    miglia dalla nostra ufficiale residenza morirai.
    ROSALINDA:  Supplico Vostra Altezza di permettere che io porti via con
    me la conoscenza della mia colpa. Se io ho coscienza di me,  se non mi
    sono nascosti i miei pensieri,  se non sogno o non sono pazza (e posso
    assicurare che non lo sono),  ebbene,  caro zio,  neppure con  l'ombra
    d'un pensiero io ho mai offeso Vostra Altezza.
    FEDERIGO:  Cos dicono tutti i traditori.  Se la loro discolpa dovesse
    consistere in parole, essi sarebbero innocenti quanto la virt stessa.
    Ti basti che io diffido di te.
    ROSALINDA: Pur tuttavia la vostra diffidenza non pu fare  di  me  una
    traditrice. Ditemi da che cosa derivano i vostri sospetti.
    FEDERIGO: Sei la figlia di tuo padre, e basta.
    ROSALINDA: Ma ero tale anche quando Vostra Altezza s'impadron del suo
    ducato,  ed  ero  tale  anche  quando  Vostra  Altezza  lo  band.  Il
    tradimento non si eredita,  mio signore: e se noi lo ereditassimo  dai
    nostri  parenti,  come  ci  pu  riguardar  me?  Mio  padre non fu un
    traditore.  Sicch,  mio buon sovrano,  non mi giudicate tanto male da
    credere che io sia una traditrice perch sono povera.
    CELIA: Buon sovrano, ascoltatemi.
    FEDERIGO:  S,  Celia:  noi l'abbiamo trattenuta qua per causa vostra,
    altrimenti essa sarebbe andata errando con suo padre.
    CELIA: Io non chiesi allora che rimanesse.  Fu il vostro piacere e  la
    vostra compassione.  Ero troppo giovane allora per apprezzarla; ma ora
    la  conosco.  Se  essa    una  traditrice,  ebbene  allora  sono  una
    traditrice  anch'io.  Noi  abbiamo  sempre  dormito insieme,  ci siamo
    levate alla stessa ora, abbiamo studiato, giocato,  mangiato insieme e
    dovunque  ci  recavamo,  andavamo  come  i  cigni  di Giunone,  sempre
    accoppiate e inseparabili.
    FEDERIGO: Essa  troppo  astuta  per  te.  La  sua  dolcezza,  il  suo
    silenzio stesso e la sua pazienza parlano per lei al popolo e la gente
    ne  ha piet.  Tu sei una sciocca.  Essa ti ruba il tuo buon nome.  Tu
    apparirai pi brillante e sembrerai adorna di ogni merito quando  essa
    se  ne  sar  andata.  Quindi  non  aprir  bocca.  La  sentenza che ho
    pronunciata per lei  ferma ed irrevocabile. Essa  bandita.
    CELIA: Allora pronunziate questa sentenza anche per me,  mio  sovrano.
    Io non posso vivere senza la sua compagnia.
    FEDERIGO: Siete una sciocca. E voi, nipote, fate i vostri preparativi.
    Se  oltrepassate  il  termine  prescritto,  sul  mio  onore  e  per la
    solennit della mia parola, morirete.
    (Escono Federigo e i Signori).
    CELIA: O mia povera Rosalinda, dove vuoi andare?  Vuoi che cambiamo di
    padre? Ti dar il mio. Te ne scongiuro, non essere pi afflitta di me.
    ROSALINDA: Io ne ho pi ragione.
    CELIA: Non ne hai,  cugina.  Ti prego, sta' di buon animo. Non capisci
    che il duca ha bandito anche me, sua figlia?
    ROSALINDA: Questo non l'ha fatto.
    CELIA:  Come,  non  l'ha  fatto?  Allora,  Rosalinda,   sei  priva  di
    quell'amore  che  ti  dovrebbe  insegnare che tu ed io siamo un essere
    solo. Possiamo noi essere staccate? Ci divideremo noi, cara fanciulla?
    No. Che mio padre si cerchi un'altra erede.  Combiniamo dunque insieme
    come  possiamo scappare,  dove andare,  che cosa portar via con noi: e
    non cercate di sobbarcarvi a sopportar da sola la  vostra  sventura  e
    lasciarmi  da  parte.  Per  questo cielo che impallidisce per i nostri
    dolori, di' quello che vuoi, io ti seguir.
    ROSALINDA: Ma dove andremo?
    CELIA: A cercar mio zio nella foresta di Arden.
    ROSALINDA: Ahim!  A qual pericolo ci esporremo,  ragazze come  siamo,
    intraprendendo un viaggio cos lontano!  la bellezza tenta i ladri pi
    che l'oro.
    CELIA: Io indosser un abito ordinario e semplice, e mi impiastriccer
    il viso con un po' di  terra  d'ombra,  voi  farete  lo  stesso.  Cos
    procederemo insieme e non provocheremo aggressioni.
    ROSALINDA:  Non  sarebbe meglio,  poich sono di una statura pi della
    comune,  che  io  mi  vestissi  addirittura  da  uomo?  Con  un  bravo
    coltellaccio  al fianco,  con uno spiedo da cinghiale in mano - ci sia
    pure nel mio cuore qualsivoglia pi occulto  timore  femminile  -  noi
    avremo  un  aspetto  spavaldo  e  marziale come l'hanno tanti poltroni
    d'uomini che con la loro apparenza dissimulano la codardia.
    CELIA: Come ti chiamer quando sarai un uomo?
    ROSALINDA: Non voglio avere un nome meno degno che quello  del  paggio
    di  Giove,  e  perci  badate a chiamarmi Ganimede.  E voi come volete
    esser chiamata?
    CELIA: In un modo che s'accordi con la mia condizione: non pi  Celia,
    ma Aliena.
    ROSALINDA:  Ma  che  diresti,  cugina,  se cercassimo di portar via il
    buffone  della  corte  di  tuo  padre?  Non  sarebbe  egli  una  lieta
    distrazione per il nostro viaggio?
    CELIA:  Egli  verrebbe con me in capo al vasto mondo.  Lasciami sola a
    guadagnarlo a me.  Andiamo a prendere i nostri gioielli e con  essi  i
    nostri  denari.  Stabiliamo il tempo pi opportuno e la via pi sicura
    per sottrarci alle ricerche che saran fatte dopo la mia  fuga.  E  ora
    andiamo contente verso la libert e non verso l'esilio.
    (Escono).



    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - La foresta di Arden.

    (Entrano il DUCA, AMIENS e due o tre Signori vestiti da boscaioli).
    DUCA: Ebbene, miei compagni e fratelli d'esilio, la lunga consuetudine
    non  ha forse reso questa vita pi dolce che quella del pomposo fasto?
    Non sono forse pi immuni da pericoli  questi  boschi  che  una  corte
    piena di invidie?  Qui non sentiamo forse la pena di Adamo,  il variar
    delle stagioni;  come il dente di ghiaccio e  il  rude  rimbrotto  del
    vento  invernale;  poich  quando  questo morde e soffia sul mio corpo
    fino a farmi raggomitolar dal freddo,  io sorrido e dico: questa non 
    adulazione, questi sono consiglieri che sensibilmente mi convincono di
    quel che io sono.  Dolci sono i vantaggi dell'avversit, che, brutta e
    velenosa come il rospo,  porta  tuttavia  una  pietra  preziosa  nella
    testa.  Questa  nostra  vita,  esente dalla pubblica frequenza,  trova
    lingue negli alberi, libri nei liberi ruscelli, prediche nelle pietre,
    e del bene in ogni cosa.
    AMIENS: Io non vorrei cambiarla.  E felice  Vostra  Altezza  che  pu
    mutare il rigore della fortuna in uno stile cos placido e dolce.
    DUCA: Ors,  vogliamo andare ad uccidere un po' di selvaggina?  Eppure
    mi fa pena che le  povere  creature  screziate  che  son  nate  libere
    cittadine  di  questo  selvaggio  regno  debbano aver nel loro proprio
    territorio trapassati i rotondi fianchi da forcute frecce.
    PRIMO SIGNORE: In  verit,  mio  signore,  il  melanconico  Jaques  si
    affligge  di  ci,  e,  a  questo  proposito,  giura che voi siete pi
    usurpatore di vostro fratello  che  vi  ha  bandito.  Oggi  il  nobile
    signore d'Amiens ed io ci siamo avvicinati di soppiatto, dietro di lui
    mentre  egli  era  disteso  sotto  una quercia,  le cui vecchie radici
    spuntano fuori sul ruscello che mormora lungo questo bosco. Proprio in
    quel luogo era venuto a spirare un povero  cervo  sbandato  che  aveva
    ricevuto  una  ferita  dalla  mira  di un cacciatore.  A dire il vero,
    signor mio,  l'infelice animale mandava fuori tali gemiti che la  loro
    esplosione  distendeva,  fin  quasi  a farla scoppiare la sua veste di
    cuoio,  mentre grosse e tonde lacrime scorrevano l'una dopo l'altra in
    pietoso inseguimento lungo il suo innocente muso. Cos stava la povera
    creatura villosa che tanto aveva attirato l'attenzione del melanconico
    Jaques, sul margine estremo del ruscello ingrossandolo di lacrime.
    DUCA:  E  che  cosa  diceva  Jaques?  Non  cavava una morale da quello
    spettacolo?
    PRIMO SIGNORE: Oh s,  con mille paragoni;  e prima  di  tutto  perch
    l'animale  versava  lacrime  nel  ruscello  che  non ne aveva bisogno.
    "Povero cervo - diceva - tu fai un testamento come  fanno  gli  uomini
    dando  un  di  pi a quelli che hanno anche troppo".  Poi,  perch era
    solo,  lasciato in abbandono dai suoi vellutati amici.  "E'  giusto  -
    diceva - allo stesso modo la miseria dirada la folla dei compagni". In
    quel  mentre  una  mandria spensierata e satolla passa saltando vicino
    alla bestia e non  si  ferma  a  salutarla.  "S  -  diceva  Jaques  -
    allontanatevi,  ben  pasciuti  e  grassi  cittadini.  Perch  dovreste
    gettare uno sguardo su questo povero e spezzato bancarottiere?".  Cos
    con  amare  invettive egli trapassava l'essenza della campagna,  della
    citt,  della corte e anche di questa nostra vita,  giurando  che  noi
    siamo  dei  puri  usurpatori,  dei  tiranni  ed  anche peggio,  perch
    spaventiamo  gli  animali  e  li  uccidiamo  proprio  nel   territorio
    assegnato loro dalla natura come dimora.
    DUCA: E l'avete lasciato tra quelle meditazioni?
    PRIMO SIGNORE: Ve lo lasciammo,  mio signore, mentre piangeva e faceva
    dei commenti sul cervo agonizzante.
    DUCA: Indicatemi il luogo.  Mi piace di incontrarmi con lui in  questi
    accessi  di  cattivo  umore;  perch  egli    allora pieno di curiose
    osservazioni.
    PRIMO SIGNORE: Vi ci condurr immediatamente.
    (Escono).




    SCENA SECONDA - Una stanza nel Palazzo.

    (Entrano il DUCA FEDERIGO e Signori).
    FEDERIGO: E' mai possibile che nessuno le abbia viste? Non pu essere.
    Qualche furfante della mia corte   con  esse  d'accordo  ed  ha  loro
    tenuto di mano.
    PRIMO SIGNORE: Non so di alcuno che l'abbia vista. Le dame di servizio
    alla sua camera la videro gi entrata a letto,  e la mattina trovarono
    il letto vuoto del tesoro della loro signora.
    SECONDO SIGNORE: Mio signore,  quel rognoso buffone  che  soleva  cos
    spesso far ridere Vostra Altezza non si trova neppur lui.  Isperia, la
    gentildonna della principessa,  confessa di  aver  udito,  non  vista,
    vostra figlia e sua cugina lodare le qualit e le grazie del lottatore
    che  ultimamente  ha  atterrato  il  nerboruto  Charles,  e crede che,
    dovunque  siano  esse  andate,   il  giovane    sicuramente  in  loro
    compagnia.
    FEDERIGO:  Informatevi  da suo fratello e portatemi qua quel damerino.
    Se non si trova conducetemi suo fratello.  Far in modo che  lo  trovi
    lui.  Fate  presto  e non lasciate languire alcuna ricerca o inchiesta
    per ricondurre indietro queste stolte fuggiasche.
    (Escono).

    SCENA TERZA - Davanti alla casa di Oliviero.

    (Entrano ORLANDO e ADAMO, incontrandosi).
    ORLANDO: Chi  l?
    ADAMO: Che?  il padroncino  mio!  O  caro  mio  padrone,  mio  gentile
    padrone,  o vivente ritratto del vecchio cavaliere Rolando, ebbene che
    cosa mai fate qui? Perch siete virtuoso?  Perch tutti vi amano?  Per
    che  ragione  siete  gentile,  forte  e  valoroso?  Perch  foste cos
    insensato da riportar vittoria sul gagliardo campione del  capriccioso
    duca?  Le vostre lodi sono giunte a casa troppo pi presto di voi. Non
    sapete,  o padrone,  che per una certa classe di persone i meriti  non
    hanno altro valore che quello di essere loro nemici?  E non pi di tal
    valore hanno i vostri. Le vostre virt, amabile padrone,  sono per voi
    dei traditori sotto una celeste apparenza di santit.  Oh, che mondo 
    questo, quando ci che  degno avvelena colui che ne  ornato!
    ORLANDO: Ebbene, che  successo?
    ADAMO: Oh,  giovane infelice!  Non oltrepassate queste soglie.  Dentro
    queste  mura  vive  il  nemico  di  tutti  i  vostri  meriti.   Vostro
    fratello... no, non un fratello, pur tuttavia il figlio... no, neppure
    il figlio;  non voglio chiamarlo il figlio  di  colui  che  stavo  per
    chiamar  suo  padre,  ha  udito  le  vostre  lodi  e  questa  notte ha
    intenzione di bruciar la casa dove siete solito di stare e  anche  voi
    mentre vi ci trovate dentro.  Se questo non gli riesce,  trover altri
    mezzi per sopprimervi.  Ho potuto udirlo mentre  architettava  il  suo
    piano.  Questo  non    luogo  per voi,  questa non  una casa,  ma un
    macello. Odiatela, temetela, non vi entrate.
    ORLANDO: Ebbene, Adamo, dove vorresti che andassi?
    ADAMO: Non importa dove, purch non entriate qua.
    ORLANDO: Vorresti allora che andassi a mendicare il mio  pane,  o  con
    una codarda e crudele spada mi procurassi i mezzi per vivere,  come un
    ladrone sulle pubbliche strade?  Questo dovrei  fare,  altrimenti  non
    saprei che altro fare.  Ma non voglio far questo. Piuttosto mi esporr
    alla malignit dello snaturato impulso di un fratello sanguinario.
    ADAMO: No, non fate cos. Io ho cinquecento corone di economie sul mio
    salario, messe da parte sotto vostro padre, e conservate per essere il
    mio viatico quando le mie vecchie gambe non fossero pi  in  grado  di
    farmi  compiere il mio ufficio di servo,  e quando l'et fosse gettata
    in un canto senza riguardi.  Prendetele,  e Colui che nutre i corvi  e
    pensa provvidenzialmente ai passeri assista la mia vecchiaia.  Ecco il
    danaro: ve lo do tutto. Lasciatemi essere il vostro servo.  Per quanto
    sembri  vecchio,  sono  tuttavia  forte  ed  attivo,  perch nella mia
    giovinezza non ho  mai  fatto  uso  di  liquori  che  riscaldassero  e
    facessero  diventare  ribelle  il  mio  sangue,  e  non  son  mai  con
    svergognata fronte  andato  in  cerca  d'ogni  mezzo  di  debolezza  e
    d'infiacchimento.  Perci  la  mia  vecchiaia    un inverno vigoroso:
    rigido, ma sano. Lasciatemi partir con voi. Vi servir come un giovane
    in tutte le vostre faccende, in tutte le vostre necessit .
    ORLANDO: Oh,  buon vecchio!  Come in te si rivela il fedele  servitore
    degli  antichi tempi,  quando i servi sudavano per il dovere e non per
    la paga.  Tu non fai pi per i costumi della nostra et,  nella  quale
    nessuno  vuol sudare se non per ottenere una promozione,  e,  avendola
    ottenuta,  proprio a causa di essa  soffoca  ogni  sua  attivit.  Non
    avviene cos per te.  Ma tu poti, povero vecchio, un albero marcio che
    non pu offrirti neppure quel poco che  un fiore, in ricompensa delle
    tue pene e delle tue cure.  Del resto,  vieni pure;  ce ne andremo via
    insieme,  e  prima  di  aver  speso  i  guadagni  della tua giovinezza
    troveremo per noi un assetto modesto e soddisfacente.
    ADAMO: Avanti, padrone, ed io vi verr dietro,  fedele e leale sino al
    mio ultimo respiro Ho vissuto qua dall'et di diciassette anni fino ad
    ora  che ne ho quasi ottanta,  ma ora non ci vivr pi.  A diciassette
    anni molti vanno a cercar fortuna,  a ottanta    forse  troppo  tardi
    almeno   di   una   settimana.   Tuttavia   la  fortuna  non  potrebbe
    ricompensarmi meglio se non col farmi morir tranquillo e  non  pi  in
    obbligo col mio padrone.
    (Escono).

    SCENA QUARTA - La foresta di Arden.

    (Entrano ROSALINDA vestita da GANIMEDE, CELIA da ALIENA, e PARAGONE).
    ROSALINDA: O Giove, come mi sento l'animo fiaccato!
    PARAGONE:  Io  non  mi  darei  pensiero  del  mio animo se non fossero
    fiaccate le mie gambe.
    ROSALINDA: Avrei quasi voglia di screditare il mio abito da uomo e  di
    mettermi  a piangere come una donna;  ma io devo sostenere il vaso pi
    fragile,  poich la giacca  e  i  calzoni  devono  dar  l'esempio  del
    coraggio alla gonnella. Coraggio, dunque, buona Aliena.
    CELIA: Sopportatemi, vi prego: non posso pi andare avanti.
    PARAGONE:  Per  parte  mia  preferirei  sopportarvi  anzich portarvi;
    quantunque non porterei nessuna croce se dovessi  portar  voi,  perch
    credo che nella vostra borsa non abbiate denaro.
    ROSALINDA: Oh bene! Ecco la foresta di Arden.
    PARAGONE:  Ebbene,  ora  che sono in Arden mi sento pi matto che mai.
    Quando ero a casa ero in un miglior luogo.  Ma  i  viaggiatori  devono
    contentarsi.

    (Entrano CORINO e SILVIO).

    ROSALINDA:  Bravo,  contentati,  Paragone.  Guarda chi viene da questa
    parte: un giovane e un vecchio che conversano gravemente
    CORINO: Ma questo  il modo di farti sempre disprezzare da lei.
    SILVIO: O Corino, tu sapessi come l'amo!
    CORINO: Io l'indovino in parte, perch una volta sono stato innamorato
    anch'io.
    SILVIO: No, Corino, tu non puoi indovinare, perch sei vecchio,  anche
    se  in  giovent  sei  stato  l'innamorato  pi  fedele  che mai abbia
    sospirato sul suo notturno guanciale.  Ma se mai il tuo amore fu  come
    il  mio  (e  io son sicuro che nessun uomo ha mai amato cos) a quanti
    atti ridicoli non sei stato trascinato dai tuoi trasporti amorosi?
    CORINO: A tanti e tanti che ora ho dimenticato.
    SILVIO: Oh!  ma allora tu non hai mai amato cos sinceramente.  Se non
    ti  ricordi la pi leggera follia a cui l'amore ti ha spinto,  non hai
    amato mai. Se non ti sei indugiato, come faccio ora io,  a stancare il
    tuo  ascoltatore con le lodi della tua innamorata,  non hai amato mai.
    Se non hai bruscamente piantato in asso la compagnia,  come mi fa fare
    ora la mia passione, non hai amato mai. O Febe, o Febe, o Febe!
    (Esce).
    ROSALINDA: Ahim,  povero pastore!  A udir come tu tasti la tua piaga,
    io ritrovo sfortunatamente la mia.
    PARAGONE: E io pure la mia. Mi ricordo che quando ero innamorato ruppi
    la mia spada sopra un sasso a cui dissi che si tenesse quei colpi  per
    essere arrivato di notte fin presso a Giovanna la Gioconda. Mi ricordo
    di  aver  baciato la sua mestola del bucato e le tette della vacca che
    le sue belle mani screpolate avevano munto,  e mi ricordo la corte che
    feci,  in  scambio  di lei,  ad una pianta di pisello di cui presi due
    gusci che le restituii poscia dicendole: portateli per amor  mio.  Noi
    amanti  sinceri  siamo  soggetti  a strani movimenti.  Ma come tutto 
    mortale in natura,  cos  ogni  natura  innamorata    in  una  follia
    mortale.
    ROSALINDA: Parli pi saggiamente che tu non ti accorga.
    PARAGONE: No, io non sar d'accordo col mio spirito finch non mi sar
    rotto gli stinchi contro di esso.
    ROSALINDA:  Giove,  Giove,  quest'amore  del pastore somiglia assai al
    mio!
    PARAGONE: Ed anche al mio;  quantunque il mio cominci un po' a far  la
    muffa.
    CELIA:  Di  grazia,  qualcuno  di  voi  domandi a quell'uomo se ci d,
    pagando, qualcosa da mangiare. Mi sento mancare sino a morirne.
    PARAGONE: Ehi l, tanghero!
    ROSALINDA: Zitto, buffone: non  mica un tuo parente.
    CORINO: Chi chiama?
    PARAGONE: Gente meglio di voi, giovanotto.
    CORINO: Altrimenti sarebbero davvero dei disperati.
    ROSALINDA: Zitto, ti dico. Buona sera a te, amico.
    CORINO: E anche a voi, gentile signore, ed a voi tutti.
    ROSALINDA: Ti prego, pastore, se la compassione o il danaro possono in
    questo luogo solitario procurarci un ricovero,  guidaci dove  possiamo
    riposarci  e  mangiare.  C'  qui  una  giovinetta  sfinita  dall'aver
    viaggiato e che sta per venir meno per mancanza di aiuti.
    CORINO: Gentil signore, io la compiango, e vorrei, per amor di lei pi
    che per me,  che i miei mezzi mi mettessero maggiormente in  grado  di
    soccorrerla:  ma io sono un pastore al servizio di un altro uomo e non
    toso per me le pecore  che  conduco  al  pascolo.  Il  mio  padrone  
    spilorcio  per  natura  e  si  cura poco di cercar la via del paradiso
    compiendo atti di ospitalit.  D'altra parte la sua  casetta,  il  suo
    gregge,  i suoi diritti di pascolo sono ora in vendita, e nella nostra
    capanna, poich egli  assente,  non vi  nulla da mangiare che faccia
    per voi.  Ad ogni modo venite a vedere quello che c',  e per quel che
    io conto, siate i benvenuti.
    ROSALINDA: Che persona  quella che gli deve comprare il  gregge  e  i
    diritti di pascolo?
    CORINO:  Quel giovane pastore che avete veduto qui un momento fa e che
    ha il capo a tutt'altro che a far delle compere.
    ROSALINDA: Ti prego,  se ci  compatibile  con  l'onest,  compra  tu
    casetta, pascolo e gregge: avrai da noi il danaro per pagar tutto.
    CELIA:  E  noi aumenteremo il tuo salario.  Mi piace questo luogo e vi
    passerei volentieri la vita.
    CORINO: La roba  certamente  da  vendere.  Venite  con  me.  Se,  per
    informazioni  assunte  vi  conviene  il terreno,  ci che esso rende e
    questo genere di vita,  io sar vostro  mandriano  fedele  e  comprer
    tutto immediatamente col vostro denaro.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - La foresta.

    (Entrano AMIENS, JAQUES e altri).
    AMIENS (canta):
    Chi sotto i verdi rami
    con me sdraiarsi brami,
    e modular stornelli
    sul canto degli uccelli,
    venga qua, venga qua, venga qua;
    qui sol l'inverno
    ed il maltempo
    per suoi nemici avr.
    JAQUES: Ancora. ancora, ve ne prego; ancora!
    AMIENS: Ci vi render malinconico, Signor Jaques.
    JAQUES: Tanto meglio! ancora, ancora ve ne prego. Io posso succhiar la
    malinconia da una canzone, allo stesso modo che una donnola succhia le
    uova. Ancora, ve ne prego; ancora!
    AMIENS: La mia voce  aspra. So che non vi posso piacere.
    JAQUES: Non vi chiedo di piacermi.  Vi chiedo di cantare.  Via, ancora
    un'altra stanza. Si chiamano stanze, non  vero?
    AMIENS: Come volete, Signor Jaques.
    JAQUES: No,  non m'importa del loro titolo.  Esse non sono per me  dei
    titoli di rendita che mi debbano qualcosa. Volete cantare?
    AMIENS: Pi per compiacervi che per mio piacere.
    JAQUES:  Bene,  dunque,  se  c' mai qualcuno che io ringrazi,  questo
    sarete voi;  bench ci che  si  chiama  una  cortesia  somiglia  alle
    smorfie  di due babbuini quando s'incontrano.  Quando uno mi ringrazia
    cordialmente, a me pare di avergli dato un soldo e di ricever da lui i
    ringraziamenti di un accattone.  Via,  cantate,  e  voialtri  che  non
    volete cantare fate silenzio.
    AMIENS:  Ebbene  finir  la  mia  canzone.   Nel  frattempo,  signori,
    apparecchiate  la  tavola.   Il  duca  verr  a   rinfrescarsi   sotto
    quest'albero. E' stato tutto il giorno a cercarvi.
    JAQUES: E io sono stato tutto il giorno a schivarlo.  Gli piace troppo
    disputare perch  io  gli  possa  tener  compagnia.  Io  faccio  tante
    riflessioni  quante  ne  fa  lui,  ma,  grazie  al cielo,  non ne vado
    orgoglioso. Via, gorgheggiate.


    CANZONE.

    TUTTI: Chi l'ambizione schiva,
    ed ama l'aria viva,
    si cerca il nutrimento,
    di quel che ottien contento,
    venga qua, venga qua, venga qua:
    qui sol l'inverno
    ed il maltempo
    per suoi nemici avr.

    JAQUES: Vi voglio regalare,  su questa stessa  aria,  una  strofa  che
    composi ieri a dispetto della mia poca vena.
    AMIENS: E io la canter.
    JAQUES: Dice cos:
    Se alcun, per caso raro
    lasciasse, da somaro,
    gli agi suoi, per piacere
    a un testardo volere,
    ducdam, ducdam, ducdam;
    come lui sciocchi
    vedr cogli occhi,
    se verr qui da me.
    AMIENS: Che vuol dire quel "ducdam"
    JAQUES:  E'  un'invocazione  greca  per  attirare  i  pazzi  dentro un
    circolo.  Vado a dormire,  se posso;  se no me la prender con tutti i
    primogeniti d'Egitto.
    AMIENS: E io vado in cerca del duca. Il suo rinfresco  pronto.
    (Escono).


    SCENA SESTA - La foresta.

    (Entrano ORLANDO e ADAMO).
    ADAMO: Caro padrone,  non posso pi andare avanti.  Muoio di fame.  Mi
    distendo qui, e prendo la misura della mia fossa. Addio, buon padrone.
    ORLANDO: Ma come, Adamo! non hai pi cuore di cos?  Su,  rianimati un
    po',  fatti un po' di coraggio,  sollevati un po'!  Se questa desolata
    foresta contiene qualche bestia selvatica,  o io sar pasto di lei,  o
    la  porter come cibo a te.  Tu sei pi prossimo alla morte per la tua
    immaginazione che per le tue forze.  Tieni la morte a distanza del tuo
    braccio. Io sar da te fra poco, e solo se non ti porter qualche cosa
    da  mangiare  ti  dar il permesso di morire: ma se muori prima che io
    sia di ritorno,  tu ti sarai beffato della pena che mi son preso.  Oh,
    ora  va  bene!  Ora  hai un aspetto pi lieto,  e io sar da te subito
    subito. Ma sei disteso qui all'aria fredda.  Vieni;  ti trasporter in
    qualche  luogo riparato,  e non morrai per la mancanza di un desinare,
    se in questo deserto c' qualche essere vivente. Coraggio, buon Adamo!
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - La foresta.

    (Una tavola apparecchiata. Entrano il DUCA,  AMIENS e Signori in abito
    di masnadieri).

    DUCA:  Io credo ch'egli sia stato trasformato in qualche animale,  dal
    momento che non posso trovarlo in nessun luogo sotto aspetto umano.
    PRIMO SIGNORE: Mio signore,  andato via di qui proprio un momento fa.
    Era tutto allegro ascoltando una canzone.
    DUCA: Se egli,  che  un  impasto  di  dissonanze,  diventa  musicale,
    presto  avremo  delle  dissonanze  nell'armonia delle sfere.  Andate a
    cercarlo e ditegli che vorrei parlargli.
    (Entra JAQUES).
    PRIMO SIGNORE:  Il  suo  spontaneo  avvicinarsi  mi  risparmia  questa
    fatica.
    DUCA:  Ebbene,  signore,  che  specie  di vita  questa,  che i vostri
    poveri amici devono  sollecitare  la  vostra  compagnia?  Come!  Avete
    un'aria molto gaia!
    JAQUES:  Un  pazzo,  un pazzo!  Ho trovato un pazzo nella foresta.  Un
    pazzo tutto variegato.  Che miseria il mondo!  Come   vero  che  vivo
    perch mangio,  ho incontrato un pazzo, che era disteso per terra e si
    riscaldava al sole,  e inveiva contro Monna Fortuna con  parole  assai
    giuste e ben appropriate,  eppure era un pazzo tutto variegato.  "Buon
    giorno, pazzo", gli fo.  "No,  signore - mi risponde - non mi chiamate
    pazzo,  finch  il cielo non mi abbia dato fortuna".  E poi cava fuori
    dalla borsa un orologio e guardandolo con occhi spenti  osserva  assai
    saggiamente:  "Sono  le  dieci;  cos possiamo vedere - dice - come il
    mondo cammina.  Un'ora fa non erano che le nove  e  da  qui  a  un'ora
    saranno le undici, e cos d'ora in ora noi si matura e si matura e poi
    d'ora  in  ora  si  marcisce  e  si  marcisce:  e  ci sarebbe da dirne
    qualcosa".  Quando ho udito il pazzo variegato moralizzare sul tempo i
    miei polmoni si sono messi a fare chicchirich al pensiero che i pazzi
    possano  essere  capaci di cos profonda riflessione.  E ho riso senza
    smettere mai per un'ora intiera del suo orologio. Oh nobile pazzo!  Oh
    degno pazzo! Un abito variegato  proprio l'unico abito!
    DUCA: Che specie di pazzo  costui?
    JAQUES: Oh,  un degno pazzo!  Uno che  stato un cortigiano e dice che
    le signore,  purch siano giovani e belle,  hanno il dono di  saperlo.
    Nel suo cervello,  secco come gli avanzi dei biscotti dopo un viaggio,
    ha dei curiosi ripostigli pieni zeppi di osservazioni che  egli  butta
    fuori tutte smozzicate.  O potessi essere un pazzo! Un abito variegato
     tutta la mia aspirazione!
    DUCA: Ne avrai uno.
    JAQUES: E' proprio la veste per  me:  a  condizione  che  purghiate  i
    vostri benevoli giudizi da quell'opinione,  che cresce in mezzo a loro
    come un'erba nociva,  che io sono un saggio.  Bisogna che io abbia  la
    libert, come lo sconfinato privilegio che ha il vento, di soffiare su
    chi  mi  pare;  perch  tale  l'hanno  i pazzi.  E quelli che pi sono
    molestati dalla mia pazzia pi dovranno ridere.  E perch dovranno far
    cos?  Il  perch   cos piano come la strada che va alla parrocchia.
    Colui che    assai  saviamente  colpito  da  un  pazzo  agisce  assai
    pazzamente  se  non si mostra insensibile al colpo,  pur sentendone la
    puntura;  se no la pazzia dell'uomo saggio  messa chiaramente a  nudo
    da ogni colpo che il pazzo mena all'impazzata.  Investitemi dunque del
    mio abito variegato.  Datemi il permesso di dire ci che penso,  ed io
    purgher  da un capo all'altro l'impuro corpo di questo infetto mondo,
    se la gente prender pazientemente la mia medicina.
    DUCA: Ma va' via! Ti posso dir io quel che tu faresti.
    JAQUES: Scommetto un soldo che non farei se non del bene.
    DUCA: Commetteresti il pi abominevole e triste peccato riprendendo il
    peccato. Perch tu stesso sei stato un cos sensuale libertino quale 
    lo stesso impulso brutale,  e tutti i grossi tumori,  tutte le  piaghe
    ulcerose  che  ti  sei  procurate  con  la  licenziosit  di una corsa
    sfrenata vorresti rovesciarli su tutto il mondo.
    JAQUES: Come!  colui  che  gridasse  contro  l'arroganza  in  generale
    censurerebbe  con  ci  delle  particolari  persone?   Non  si  gonfia
    l'arroganza come il mare finch calano le sue esauste onde?  Di  quale
    donna  della  citt  faccio  il nome quando dico che la donna di citt
    porta sulle sue indegne spalle un lusso principesco? Chi pu venirmi a
    dire che io intendo parlare di una tale quando la tale altra simile  a
    lei    sua  vicina?  Quale  l'uomo della pi modesta condizione che,
    pensando che io parli di lui,  pu dirmi che non sono io che faccio le
    spese del suo lusso,  se non  lui stesso che applica alla sua fatuit
    la sostanza delle mie parole? Se si desse dunque questo caso,  vediamo
    in  che modo e in che cosa la mia lingua lo ha ingiuriato.  Se essa ha
    colpito giusto,  allora  lui medesimo che si ingiuria,  e se egli non
    ha da rimproverarsi nulla,  allora la mia censura vola via come un'oca
    selvatica, senza che nessuno la reclami. Ma chi viene da queste parti?
    (Entra ORLANDO con la spada sguainata).
    ORLANDO: Fermi, e cessate di mangiare.
    JAQUES: Ma io non ho ancora mangiato nulla.
    ORLANDO: E non mangerai finch non sia servito chi ha bisogno.
    JAQUES: Donde  scappato fuori codesto galletto?
    DUCA: Sei tu reso  cos  ardito,  uomo,  dall'indigenza,  o  un  rozzo
    spregiatore  delle  buone  maniere,  da  sembrar  cos  vuoto  di ogni
    cortesia?
    ORLANDO: Avete clto  giusto  dapprincipio.  La  spinosa  punta  della
    miseria  mi  ha tolto ogni apparenza di dolce cortesia.  Tuttavia sono
    stato allevato fra uomini civili e ho qualche educazione. Ma fermi, vi
    dico.  Colui che toccher uno di questi frutti morir,  finch io  non
    sia soddisfatto in ci che mi abbisogna.
    JAQUES: Vorrei morire se non sarete soddisfatto fruttuosamente.
    DUCA:  Che  cosa  dunque  desiderate?  La  vostra  gentilezza ci potr
    forzare,  pi che  non  potr  muoverci  la  vostra  forza,  a  usarvi
    gentilezza.
    ORLANDO: Muoio quasi di fame: datemi da mangiare.
    DUCA: Sedetevi e mangiate; e siate il benvenuto alla nostra tavola.
    ORLANDO: Poich parlate con tanta gentilezza,  perdonatemi,  vi prego.
    Io credevo che ogni essere qui fosse selvaggio ed avevo assunto perci
    quel tono di duro comando.  Ma quali  che  voi  siate  che  in  questa
    inaccessibile  solitudine,  all'ombra  di  malinconici rami,  lasciate
    scorrere senza curarvene le furtive ore del tempo,  se avete mai visto
    giorni migliori,  se siete mai stati l dove le campane hanno coi loro
    rintocchi chiamato alla chiesa,  se vi siete mai seduti alla tavola di
    un  uomo  dabbene,  se vi siete mai asciugata una lacrima dal ciglio e
    sapete che cosa sia compiangere ed essere compianti,  oh,  allora,  la
    gentilezza   sia  la  mia  valida  costrizione.   In  questa  speranza
    arrossisco e rinfodero la spada.
    DUCA: S,  noi abbiamo visto giorni migliori e  siamo  stati  chiamati
    alla chiesa dai rintocchi delle sacre campane,  e ci siamo seduti alle
    tavole di uomini dabbene,  e ci siamo asciugati gli occhi dalle stille
    che una santa commiserazione vi generava.  Sedetevi dunque in cortesia
    e prendete a piacer vostro ogni risorsa che abbiamo e che pu  servire
    ai vostri bisogni.
    ORLANDO:  Allora  astenetevi  per  un  momento ancora dal toccar cibo,
    finch io,  come una mamma,  vada a cercare il mio piccolo  daino  per
    dargli da mangiare.  C' un povero vecchio che per pura affezione si 
    strascicato  dietro  a  me  col  suo  stanco  passo.  Sinch  non  sia
    soddisfatto  lui  per  il  primo,  lui  che  oppresso da due mali che
    indeboliscono,  l'et e la fame,  io  non  assagger  il  pi  piccolo
    boccone.
    DUCA:  Andatelo  a  cercare e noi non assaggeremo nulla sino al vostro
    ritorno.
    ORLANDO: Vi ringrazio e siate benedetti per il vostro cordiale aiuto.
    (Esce).
    DUCA: Vedi che non siamo soltanto noi  degli  infelici.  Questo  vasto
    teatro   dell'universo   offre   spettacoli   pi  dolorosi  che  quel
    palcoscenico su cui noi recitiamo.
    JAQUES: Tutto il mondo  un teatro e tutti gli uomini e le  donne  non
    sono  che  attori.  Essi  hanno le loro uscite e le loro entrate.  Una
    stessa persona,  nella sua vita,  rappresenta parecchie parti,  poich
    sette et costituiscono gli atti. Dapprima il fanciullo, che miagola e
    vomita sulle braccia della nutrice;  poi lo scolaro,  piagnucoloso che
    con la sua cartella e col suo mattutino  viso  si  trascina  come  una
    lumaca malvolentieri alla scuola;  poi l'innamorato, che sospira, come
    una fornace con  una  triste  ballata  composta  per  le  sopracciglia
    dell'amata;  poi  il soldato,  pieno di curiose imprecazioni,  baffuto
    come un leopardo geloso del punto d'onore,  impulsivo  e  pronto  alle
    questioni,  che  cerca una vana reputazione perfino sotto la bocca del
    cannone.  Poi il giudice,  dalla bella pancia rotonda rimpinzata di un
    buon  cappone,  dallo  sguardo  severo  e  dalla  barba  accuratamente
    tagliata, pieno di sagge massime e di assai trite illustrazioni, che a
    questo modo rappresenta la sua parte.  La sesta et si  cambia  in  un
    rimbambito Pantalone,  magro e in pantofole, con gli occhiali sul naso
    e una borsa al fianco: i  suoi  calzoni,  portati  da  giovane  e  ben
    conservati,   sono  infinitamente  troppo  larghi  per  le  sue  gambe
    stecchite,   la  sua  grossa  voce  d'uomo,   ritornata  al   falsetto
    fanciullesco,  risuona  stridendo  e  zufolando.  La  scena finale che
    chiude questa storia strana e piena di eventi  seconda fanciullezza e
    completo oblo, senza denti, senza vista, senza gusto, senza nulla.
    (Rientra ORLANDO con ADAMO).
    DUCA: Ben tornato. Deponete qui il vostro venerabile fardello e fatelo
    mangiare.
    ORLANDO: Vi ringrazio molto per lui.
    ADAMO: S,  fate bene,  perch  per  conto  mio  difficilmente  potrei
    proferire parole di ringraziamento.
    DUCA:   Benvenuti   e  servitevi.   Non  vi  disturber  per  ora  per
    interrogarvi intorno ai vostri casi. Fateci sentire un po' di musica e
    voi, cugino, cantate.


    CANZONE.

    AMIENS: Soffia, vento gelato,
    di te pi snaturato
    lo sconoscente uman.
    Il dente tuo s acuto
    non : non sei veduto,
    se il soffio hai pur villan.
    Cantiamo ol, ol sotto il verde agrifoglio:
    spesso amore  follia, l'amicizia un imbroglio.
    Ol dunque, agrifoglio!
    Questa vita  un rigoglio.
    Gela, cielo inclemente,
    morde ben pi aspramente
    l'obliato favor;
    se per te l'acqua gela,
    pi crudo si rivela
    l'amico senza cor.
    Cantiamo ol, ol...

    DUCA: Se siete il figlio del buon cavalier Rolando,  come  apertamente
    mi  avete  confidato di essere,  e come fanno fede i miei occhi per la
    somiglianza veracemente disegnata e vivente sul vostro viso, siate qui
    veramente il benvenuto. Io sono il duca che amava vostro padre. Quanto
    al seguito dei vostri casi,  venite nella mia caverna a raccontarmeli.
    Buon vecchio,  tu sei,  come il tuo padrone, grandemente il benvenuto.
    Reggetelo per il braccio. Datemi la mano e mettetemi al corrente delle
    vostre avventure.
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Una stanza nel Palazzo.

    (Entrano FEDERIGO, OLIVIERO e Signori).
    FEDERIGO: Da allora non l'hai pi visto? Messere, messere, ci non pu
    essere.  Se io non fossi in massima parte  formato  di  clemenza,  non
    cercherei un lontano oggetto della mia vendetta dal momento che mi sei
    vicino tu. Ma sta' bene attento. Scova tuo fratello dovunque egli sia;
    cercalo  col lumicino;  portamelo qua vivo o morto dentro quest'anno o
    non  ritornar  pi  a  cercare   nel   nostro   territorio   i   mezzi
    dell'esistenza.  Le  tue  terre  e  tutto ci che chiami tuo,  che sia
    passibile di confisca,  passer nelle nostre mani fino a  che  tu  non
    possa  giustificarti per bocca di tuo fratello di ci che noi pensiamo
    contro di te.
    OLIVIERO: Oh,  se Vostra Altezza potesse conoscere  il  mio  animo  su
    codesto punto! Io non ho mai amato mio fratello in vita mia.
    FEDERIGO:  Pi  infame  allora!  Ebbene,  mettetelo  alla  porta.  Gli
    ufficiali a ci addetti compiano una presa di possesso delle sue  case
    e dei suoi beni. Eseguite tutto prontamente e mandatelo via.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La foresta.

    (Entra ORLANDO con un foglio in mano).
    ORLANDO:  Restate  qui  appesi,  o  versi miei,  testimonianza del mio
    amore. E tu, o regina della notte tre volte incoronata, mira coi casti
    occhi,  dalla  tua  superna  e  pallida  sfera,   il  nome  della  tua
    cacciatrice che  signora della mia vita.  O Rosalinda,  questi alberi
    saranno i miei libri,  e sulla  loro  corteccia  io  scriver  i  miei
    pensieri  affinch  ogni  occhio che guardi in questa foresta veda per
    ogni dove la testimonianza della tua  virt.  Corri,  Orlando,  corri;
    incidi sopra ogni albero la bella, la casta, colei che  impossibile a
    descriversi.
    (Esce)

    (Entrano CORINO e PARAGONE).

    CORINO: E che ve ne pare di questa vita pastorale, sor Paragone?
    PARAGONE: A dir la verit, considerata in se stessa,  una bella vita,
    ma considerando che  una vita pastorale,  non val nulla.  In quanto 
    una vita solitaria, mi piace assai,  ma in quanto  una vita segregata
    dal mondo,   una meschina vita.  Ora, avuto riguardo che si svolge in
    mezzo ai campi,  mi piace assai,  ma avuto riguardo che non si  svolge
    alla corte,   noiosa.  In quanto  una vita frugale,  vedete, essa si
    conf al mio carattere, ma in quanto non offre una maggiore abbondanza
    contrasta assai col mio stomaco.  Hai tu,  o pastore,  dentro di te un
    po' di filosofia?
    CORINO:  Non  pi  di  quel tanto per cui capisco che quanto pi uno 
    malato, tanto peggio sta, e che colui che  privo di danaro,  di mezzi
    e  di  soddisfazioni,    privo  di tre buoni amici;  che la propriet
    dell'acqua  di bagnare e quella del fuoco di bruciare,  che  il  buon
    pascolo  fa  le  pecore  grasse,  che  una  gran cagione della notte 
    l'assenza del sole, che colui al quale natura o arte non dan senno pu
    dolersi della mancanza di una buona educazione,  altrimenti  nasce  da
    gente molto scema.
    PARAGONE:  Un uomo siffatto  uno scemenziato.  Sei mai stato a corte,
    pastore?
    CORINO: No, davvero.
    PARAGONE: Allora sei dannato.
    CORINO: Ah, spero di no...
    PARAGONE: Ma certo,  sei rovinato come un uovo fritto male,  tutto  da
    una parte sola.
    CORINO: Per non essere stato a corte? E per qual ragione?
    PARAGONE:  Eh!  perch  se  non  sei  mai  stato a corte,  non hai mai
    conosciuto le buone maniere,  e se non hai  mai  conosciuto  le  buone
    maniere,  le tue maniere sono necessariamente cattive, e la cattiveria
     un peccato  e  il  peccato    dannazione.  Sei  in  una  pericolosa
    situazione o pastore.
    CORINO: Nient'affatto, Paragone. Quelle che sono buone maniere a corte
    sono  in  campagna  tanto  ridicole  quanto i modi della campagna sono
    oggetto di beffa a corte.  Mi avete detto che a corte non vi  salutate
    senza baciarvi le mani; ebbene, questa cortesia sarebbe poco pulita se
    i cortigiani fossero dei pastori.
    PARAGONE: Dammene la prova. Ors, la prova, brevemente.
    CORINO: Ebbene, noi stiamo continuamente a toccare le nostre pecore, e
    voi sapete che la loro lana  untuosa.
    PARAGONE: E le mani dei cortigiani non sudano? E il grasso del montone
    non    sano quanto il sudore dell'uomo?  Debole,  debole prova.  Via,
    dammene una migliore.
    CORINO: Inoltre le nostre mani sono ruvide.
    PARAGONE: Le vostre labbra le sentiranno meglio.  Anche questa prova 
    debole. Dammene una pi solida.
    CORINO:  E sovente esse sono sporche del catrame con cui medichiamo il
    nostro  gregge  Vorreste  che  baciassimo  il  catrame?  Le  mani  dei
    cortigiani sono profumate di zibetto.
    PARAGONE:  Oh,  uomo di debolissimo ingegno!  Degno pasto di vermi,  a
    differenza di un bel pezzo di carne fresca.  Prendi lezione dal saggio
    e  poi  mditaci su.  Lo zibetto  di pi vile origine del catrame: il
    sudicio escremento di un gatto. Adduci una prova migliore, pastore.
    CORINO: Voi avete uno spirito troppo cortigiano per  me.  Fo  punto  e
    resto qui.
    PARAGONE: Vuoi restar dannato? Dio ti aiuti, o uomo di debole ingegno!
    Dio ti lardelli, sei troppo crudo.
    CORINO:  Sono  un  semplice  artigiano,  signore.  Mi guadagno ci che
    mangio, mi procaccio ci che porto addosso; non porto odio a nessuno e
    non invidio la felicit  di  nessuno,  contento  dell'altrui  fortuna,
    rassegnato alle mie disgrazie.  Il mio orgoglio pi grande  quello di
    vedere le mie pecore pascolare e i miei agnelli poppare.
    PARAGONE: Ecco un altro  tuo  peccato  d'ingenuit:  quello  di  unire
    insieme   pecore   e   montoni   e   volerti  guadagnar  la  vita  con
    l'accoppiamento  del  bestiame;   fare  il  mezzano  a  un  ariete   e
    abbandonare una pecora di dodici mesi a un vecchio becco di pcoro dal
    muso  torto,  contro le regole di ogni ragionevole matrimonio.  Se non
    sei dannato per ci, vuol dire che neppure il diavolo vuol pastori. Io
    non so vedere in che modo tu possa salvarti.
    CORINO: Ecco che viene a questa volta il giovane padron  Ganimede,  il
    fratello della mia nuova padrona.
    (Entra ROSALINDA, leggendo un foglio).
    ROSALINDA: Non ha gemma l'una e altr'India
    che sia pari a Rosalinda.
    Se il suo nome l'aura scinda,
    tutti esaltan Rosalinda.
    Ogni tela meglio pinta
    non ti vale, Rosalinda.
    Solo a te la Musa attinga,
    o belt di Rosalinda.
    PARAGONE:  Io  potrei  rimare a codesto modo per otto anni di seguito,
    escluse le ore del pranzo, della cena e del sonno.  Codesti versi sono
    proprio come le file delle venditrici di burro che vanno al mercato.
    ROSALINDA: Taci, buffone.
    PARAGONE: Tanto per fare una prova.
    Voglia il cervo una solinga
    damma, cerchi Rosalinda.
    Se la gatta al maschio  spinta,
    lo sar pur Rosalinda.
    Ogni vita  bella in cinta,
    tu pur, snella Rosalinda.
    Pena l'asino alla binda,
    pena d'asino a Rosalinda.
    Mallo amaro ha noce linda,
    simil noce  Rosalinda.
    Senza spina, niun che attinga
    dolce rosa, o Rosalinda.
    Questo    un  falso  galoppo  di  versi.  Perch  volete  lasciarvene
    infestare?
    ROSALINDA: Taci, sciocco buffone; li ho trovati su un albero.
    PARAGONE: In verit l'albero produce dei cattivi frutti.
    ROSALINDA: Lo innester con voi, e poi con un nespolo, dal momento che
    voi siete un succianespole;  e allora sar il pi precoce  frutto  del
    paese;  poich voi sarete gi marcio prima d'essere per met maturo, e
    questa  la virt propria del nespolo.
    PARAGONE: Cos dite voi: se saggiamente o no lasciate che sia  giudice
    la foresta.
    (Entra CELIA con in mano uno scritto).
    ROSALINDA:  Silenzio!  Viene  qua  mia  sorella  che legge.  Stiamo in
    disparte.
    CELIA (legge):
    Esser questo dee un deserto
    perch spopolato? No:
    sopra ogni albero un bel serto
    di sentenze appender:
     la vita che ci affanna
    breve corsa in qua e in la,
    e lo stender d'una spanna
    abbracciarne pu l'et!
    come s'ami e si disami
    e al giurar segua il tradir;
    ma sui pi leggiadri rami,
    e alla fine d'ogni dir,
    "Rosalinda" ch'io vi metta,
    s che ognun possa imparar
    ch'una quintessenza eletta
    volle il cielo in lei mostrar.
    A Natura il cielo ha ingiunto
    ch'ogni pregio che si pu,
    fosse a un corpo sol congiunto,
    e Natura distill
    non d'Elena il cuor, ma il volto,
    dell'Egizia lo splendor,
    d'Atalanta il piede sciolto,
    di Lucrezia il pio pudor.
    Rosalinda, a te (deciso
    dai Celesti cos fu)
    pi d'un cuor, d'un occhio, e un viso,
    diede il fior di sua virt.
    Il cielo a lei die' tutto questo in sorte,
    e a me d'essere suo schiavo in vita e in morte.
    ROSALINDA: Oh, gentilissimo predicatore! Con che noiosa omelia d'amore
    avete stancato i vostri parrocchiani senza dir mai: "abbiate pazienza,
    buona gente!".
    CELIA: Come,  come!  Degli amici  alle  spalle?  Allontnati  un  po',
    pastore; e tu, furfante, va' con lui.
    PARAGONE: Vieni,  pastore;  facciamo un'onorevole ritirata, se non con
    armi e bagagli, con borsa e bisaccia.
    (Escono Corino e Paragone).
    CELIA: Hai sentito questi versi?
    ROSALINDA: S, li ho sentiti tutti; anzi, ne ho sentiti di pi, perch
    alcuni di essi avevano pi  piedi  di  quelli  che  i  versi  potevano
    portare.
    CELIA: Non importa; i piedi potevano portare i versi.
    ROSALINDA:  Gi;  ma i piedi erano zoppi e non potevano reggersi fuori
    dei versi; per conseguenza restavano dentro ai piedi zoppicando.
    CELIA: Ma non ti sei meravigliata a sentire come il tuo nome   appeso
    a questi alberi e inciso su di essi?
    ROSALINDA:  Son  gi  passati,  prima  del tuo arrivo,  sette dei nove
    giorni che deve durare uno  stupore,  e  non  me  ne  meraviglio  pi;
    perch,  guarda  qui ci che ho trovato sopra una palma.  Non sono mai
    stata tanto messa in rima, dal tempo di Pitagora in qua, quando io ero
    un topo irlandese: del che difficilmente mi posso ricordare.
    CELIA: Indovinate chi  l'autore di tutto ci?
    ROSALINDA: E' un uomo?
    CELIA: E con al collo una catenina che una volta  portavate.  Cambiate
    di colore?
    ROSALINDA: Chi ? te ne prego.
    CELIA: O Signore, Signore! E' difficile agli amici di ritrovarsi ma le
    montagne   possono  cambiar  di  posto,   per  i  terremoti,   e  cosi
    incontrarsi.
    ROSALINDA: Bene... ma chi ?
    CELIA: E' possibile che non indoviniate?
    ROSALINDA: Per carit,  te ne supplico con la  pi  assidua  veemenza:
    dimmi chi .
    CELIA:   Oh,    meraviglioso,   meraviglioso,   meravigliosissimamente
    meraviglioso, e poi ancora meraviglioso,  e dopo ci,  meraviglioso al
    di sopra d'ogni esclamazione di meraviglia!
    ROSALINDA:  Benedetto  il colore delle mie guance!  Credi tu che,  per
    quanto io sia bardata come un uomo, abbia messo una giacca e i calzoni
    anche al mio modo di sentire?  Un momento ancora che tu tardi  per me
    tedioso come un viaggio agli antipodi. Ti prego, dimmi subito chi , e
    parla  in  fretta.  Vorrei  che  tu  tartagliassi,  perch  il nome di
    quest'uomo che si nasconde ti uscisse di bocca come il  vino  esce  da
    una  bottiglia  dal  collo stretto;  o troppo,  tutto in una volta,  o
    niente.  Ti prego,  stappa la tua bocca,  perch io possa bere le  tue
    notizie.
    CELIA: Cos puoi far entrare un uomo nella tua pancia.
    ROSALINDA: E' egli fattura di Dio?. Che sorta d'uomo ? La sua testa 
    degna di portare un cappello e il suo mento la barba?
    CELIA: Eh! non ha che un po' di barba soltanto.
    ROSALINDA:  Ebbene,  Dio  gliene  mander  di pi se egli sapr essere
    riconoscente.  Mi rassegner ad aspettare che  la  sua  barba  cresca,
    purch tu non tardi a descrivermi il suo mento.
    CELIA:  E'  il  giovane Orlando che a un colpo ha dato lo sgambetto al
    lottatore e al vostro cuore.
    ROSALINDA: No;  al diavolo gli  scherzi.  Parla  da  ragazza  seria  e
    sincera.
    CELIA: Sul mio onore, cuginetta,  lui.
    ROSALINDA: Orlando?
    CELIA: Orlando.
    ROSALINDA: Oh,  povera me! Che cosa far con questo giubbetto e questi
    calzoni?  Che faceva quando lo vedesti?  Che diceva?  Che aria  aveva?
    Com'era vestito?  Che fa qui?  Ha chiesto di me? Dove abita? Come si 
    congedato da te, e quando lo rivedrai ancora?  Rispondimi con una sola
    parola.
    CELIA:  Dovresti  prima  prestarmi la bocca di Gargantua.  Sarebbe una
    parola troppo grande per una bocca delle dimensioni d'oggi. Rispondere
    con un s o con un no a tutte codeste particolari domande   molto  di
    pi che rispondere al catechismo.
    ROSALINDA:  Ma  sa  egli  che  io  sono  in  questa foresta e in abiti
    maschili? Ha lo stesso florido aspetto come il giorno che lott?
    CELIA: E' tanto facile contare il pulviscolo quanto rispondere a tutte
    le domande di un innamorato. Ti dar un assaggio del come l'ho trovato
    e tu condiscilo con ogni attenzione.  L'ho trovato sotto una  quercia,
    come una ghianda caduta.
    ROSALINDA: Ben a ragione si pu chiamare la quercia di Giove,  se essa
    fa cadere un simile frutto.
    CELIA: Cara la mia signora, datemi ascolto.
    ROSALINDA: Va' avanti.
    CELIA: Col egli giaceva lungo disteso, come un cavaliere ferito.
    ROSALINDA: Quantunque triste a vedersi,  tuttavia un simile spettacolo
    si armonizza bene con lo sfondo.
    CELIA:  Ma  grida  "Alto l!" a codesta lingua,  te ne prego;  essa fa
    corvette fuori di tempo. Era vestito come un cacciatore.
    ROSALINDA: O cattivo presagio!  Viene per uccidere ci che qui palpita
    e vive.
    CELIA: Vorrei cantare la mia canzone senza accompagnamento.  Tu mi fai
    andare fuori di tono.
    ROSALINDA: Ma non sapete che sono una donna?  Quando penso ho  bisogno
    di parlare. Continuate, mia cara.

    (Entrano ORLANDO e JAQUES).

    CELIA:  Mi  fate  perdere  il filo.  Ma zitto!  Non  lui che viene da
    questa parte?
    ROSALINDA: E' lui. Tiriamoci in disparte e osserviamolo.
    JAQUES: Vi ringrazio della vostra compagnia;  ma a dir la verit sarei
    ugualmente contento di essere stato solo.
    ORLANDO:  E anch'io.  Tuttavia,  per educazione,  vi ringrazio anch'io
    della vostra compagnia.
    JAQUES: Dio sia con voi dunque,  e facciamo in modo  d'incontrarci  il
    meno possibile.
    ORLANDO:  Il  mio desiderio  che possiamo diventare migliori estranei
    l'uno all'altro.
    JAQUES: Fatemi il piacere per di non rovinar pi gli  alberi  con  lo
    scrivere delle canzoni amorose sulle loro cortecce.
    ORLANDO:  Fatemi  il  piacere  voi  di  non  rovinate pi i miei versi
    leggendoli cos sgraziatamente.
    JAQUES: E la vostra bella si chiama Rosalinda?
    ORLANDO: Per l'appunto.
    JAQUES: Non mi piace il suo nome.
    ORLANDO: Nessuno pensava a farvi piacere quando la battezzarono.
    JAQUES: Che statura ha?
    ORLANDO: Tanto alta da arrivare al mio cuore.
    JAQUES: Siete pieno di graziose risposte.  Non sareste stato per  caso
    amico  di qualche moglie di orefice e le avete apprese dai motti degli
    anelli?
    ORLANDO: No; ma vi rispondo nello stile delle tele dipinte sulle quali
    voi avete imparato le vostre domande.
    JAQUES: Avete uno spirito agile: credo che esso sia stato formato  coi
    talloni d'Atalanta.  Volete sedervi qui con me?  Imprecheremo, tutti e
    due, contro le nostre signore, cio contro le miserie di questo mondo.
    ORLANDO: Non voglio prendermela con anima viva al mondo all'infuori di
    me, a cui riconosco molti difetti.
    JAQUES: Il peggior difetto che abbiate  quello di essere innamorato.
    ORLANDO: E' un difetto che non cambierei colla migliore  delle  vostre
    virt. Sono stanco di voi.
    JAQUES:.  Sulla mia parola, andavo in cerca di un buffone quando vi ho
    trovato.
    ORLANDO: Il buffone si   annegato  nel  ruscello.  Non  avete  che  a
    guardarvi dentro e lo vedrete.
    JAQUES: Ci vedr la mia propria immagine.
    ORLANDO:  Ch'io  prendo  per  quella di un buffone o per quella di uno
    zero.
    JAQUES: Non voglio pi perder tempo con voi. Addio, caro signor Amore.
    ORLANDO: Son contento che ve n'andiate. Addio, caro Signor Malinconia.
    (Esce Jaques).
    ROSALINDA (piano a Celia): Voglio parlargli come un lacch insolente e
    sotto quest'apparenza giocar con lui di furberia. Ehi,  boscaiolo,  mi
    sentite?
    ORLANDO: Benissimo. Che cosa volete?
    ROSALINDA: Per piacere che ora ?
    ORLANDO:  Dovreste  domandarmi piuttosto a che punto del giorno siamo.
    Non ci sono mica orologi nella foresta.
    ROSALINDA: Vuol dire  che  nella  foresta  non  c'  un  vero  amante,
    altrimenti  un  sospiro  al minuto e un gemito all'ora segnerebbero il
    pigro passo del Tempo, tanto bene come un orologio
    ORLANDO:  E  perch  non  il  rapido  passo  del  Tempo?  Non  sarebbe
    un'espressione altrettanto propria?
    ROSALINDA:  Nient'affatto,  signor  mio.  Il  Tempo  cammina con passo
    diverso,  a seconda delle diverse persone.  Io posso dirvi con chi  il
    Tempo  va a passo d'ambio,  con chi trotta,  con chi galoppa e con chi
    sta fermo.
    ORLANDO: Con chi trotta, di grazia?
    ROSALINDA: Diamine!  Va di trotto rotto con una ragazza,  fra  il  suo
    fidanzamento e il giorno in cui il matrimonio  celebrato. Ci sia pure
    l'intervallo di sette giorni soltanto, il passo del Tempo  cos rotto
    che sembra una distanza di sette anni.
    ORLANDO: E con chi va il Tempo a passo d'ambio?
    ROSALINDA:  Con  un prete che non sa il latino e con un uomo ricco che
    non ha la  gotta.  L'uno  infatti  dorme  facilmente  perch  non  pu
    studiare  e  l'altro  vive allegramente perch non sente alcun dolore:
    l'uno perch non ha il fardello di  una  scienza  magra  e  logorante,
    l'altro  perch  non  conosce quello di una pesante e molesta miseria.
    Con costoro il Tempo va a passo d'ambio.
    ORLANDO: E con chi galoppa?
    ROSALINDA: Con un ladro che va  alla  forca;  perch  quantunque  egli
    cammini  il pi lentamente possibile,  pensa sempre di arrivare troppo
    presto.
    ORLANDO: E con chi sta fermo?
    ROSALINDA: Con gli uomini di legge quando sono in ferie,  perch  essi
    dormono fra una sessione e l'altra,  e non s'accorgono che il Tempo si
    muove.
    ORLANDO: Dove abitate, grazioso giovane?
    ROSALINDA: Con questa pastorella che   mia  sorella  qui  al  margine
    della foresta, che  come la frangia attaccata a una veste.
    ORLANDO: Siete nativo di questi luoghi?
    ROSALINDA:  Come  il  coniglio che voi vedete abitar l dove sua madre
    l'ha figliato.
    ORLANDO: Il vostro modo di parlare    pi  raffinato  di  quello  che
    abbiate potuto acquistare in un luogo cos appartato.
    ROSALINDA: Parecchi mi han detto cos; ma, a dir la verit, mi insegn
    a  parlare  un  mio zio eremita,  che nella sua giovent fu un uomo di
    mondo, uno che conosceva assai bene le maniere della corte,  perch l
    egli si innamor. Gli ho udito dare molti avvertimenti contro l'amore,
    e  ringrazio  Dio  di non essere una donna e di sentirmi quindi immune
    dalle tante scapataggini di cui egli faceva carico a tutto il sesso.
    ORLANDO: Potete ricordarvi qualcuna delle colpe  di  cui  egli  faceva
    carico alle donne?
    ROSALINDA:  Di  capitali  non ce n'erano: erano tutte eguali come sono
    eguali fra loro le monete da un soldo.  Ogni colpa sembrava  mostruosa
    finch non venisse ad eguagliarla la sua vicina.
    ORLANDO: Ditemene qualcuna, vi prego.
    ROSALINDA:  No,  non  voglio distribuire i miei rimedi se non a coloro
    che son malati. C' un uomo che gira per la foresta e rovina le nostre
    giovani piante incidendo sulle loro cortecce  il  nome  di  Rosalinda:
    appende  delle  odi  sui biancospini e delle elegie sui rovi;  tutte -
    manco a dirlo -  per  deificare  il  nome  di  Rosalinda.  Se  potessi
    incontrare  questo  merciaio d'amore gli darei qualche buon consiglio,
    perch mi pare ch'egli abbia addosso la febbre quotidiana dell'amore.
    ORLANDO: Sono io quello che ha questi accessi d'amore. Insegnatemi, vi
    prego, il vostro rimedio.
    ROSALINDA: Nessuno dei sintomi di mio zio  su di voi. Egli mi insegn
    a riconoscere un uomo innamorato,  e son  sicuro  che  voi  non  siete
    prigioniero nella gabbia d'amore dalle sbarre di giunco.
    ORLANDO: E quali erano questi suoi sintomi?
    ROSALINDA:  Una  guancia  smunta che voi non avete,  un occhio pesto e
    infossato che voi non avete,  uno spirito alieno  dalla  conversazione
    che  voi  non  avete,  una  barba trascurata che voi non avete.  Ma di
    questa vi scuso,  poich ne possedete tanta quanta  la rendita di  un
    fratello  cadetto.   Poi  le  vostre  calze  dovrebbero  essere  senza
    giarrettiere,  il vostro  berretto  senza  nastro,  la  vostra  manica
    sbottonata,  le  vostre scarpe slacciate,  e ogni altra cosa su di voi
    dovrebbe mostrare una incurante desolazione.  Ma voi non siete un uomo
    simile, voi siete al contrario inappuntabile nel vostro abbigliamento,
    e  sembrate  pi  un  uomo  che  ami  se  stesso  che non l'innamorato
    d'un'altra persona
    ORLANDO:  Bel  giovane,   vorrei  poterti  far  credere  che  io  sono
    innamorato.
    ROSALINDA: Farlo credere a me! Con altrettanta facilit potreste farlo
    credere a colei che amate: il che,  vi garantisco, essa  pi disposta
    a fare che a confessare. E' uno dei punti, questo,  sui quali le donne
    mentiscono sempre alla propria coscienza.  Ma,  francamente, siete voi
    che appendete agli alberi  dei  versi  nei  quali  Rosalinda    tanto
    celebrata?
    ORLANDO:  Ti giuro,  o giovane,  per la bianca mano di Rosalinda,  che
    sono proprio io quel tale, quello sfortunato.
    ROSALINDA: Ma siete proprio tanto innamorato quanto  dicono  i  vostri
    versi?
    ORLANDO:  N  i  versi,  n  il  linguaggio  della ragione possono dir
    quanto.
    ROSALINDA: L'amore  pura pazzia,  e vi assicuro che gli innamorati si
    meritano una stanza buia e una frusta come i pazzi. La ragione per cui
    non sono n puniti n curati cos,   che codesta pazzia  cos comune
    che anche i fustigatori sono innamorati.  Tuttavia  io  mi  impegno  a
    guarirvi per consulto.
    ORLANDO: Avete mai curato qualcuno cos?
    ROSALINDA: S,  uno,  e a questo modo.  Egli doveva immaginarsi che io
    fossi l'amor suo,  la sua amata,  e io l'obbligavo tutti  i  giorni  a
    farmi  la  corte.  Allora  da  giovane  un po' lunatico mi attristavo,
    diventavo  sdolcinato,  mutevole,   ardente  e  affettuoso,   superbo,
    fantastico,   sciocco,   leggero,  incostante,  tutto  lacrime,  tutto
    sorrisi, inclinato un po' ad ogni sentimento,  ma in realt a nessuno,
    perch  i  fanciulli  e  le  donne  sono in gran parte animali di tale
    specie. Ora egli mi piaceva, ora lo detestavo, ora lo accoglievo bene,
    ora lo respingevo, ora piangevo a causa sua,  ora gli sputavo addosso;
    cos condussi il mio innamorato dalla sua follia amorosa ad una vera e
    propria  pazzia,  per  cui  egli rinunzi al turbine del mondo e se ne
    and a vivere in un remoto angolo come un eremita.  A questo  modo  lo
    curai,  e  a  questo  modo  mi  impegno a lavare il vostro fegato cos
    nettamente com' il cuore di un montone sano,  in maniera che in  esso
    non resti pi nessuna macchia d'amore.
    ORLANDO: Non vorrei essere guarito, giovanotto
    ROSALINDA:  Vi guarirei,  solo se voleste chiamarmi Rosalinda e venire
    ogni giorno nella mia capanna a farmi la corte.
    ORLANDO: Ebbene,  in nome del mio amore,  verr.  Ditemi dove essa  si
    trova.
    ROSALINDA:  Venite  con me e ve la insegner.  Per strada mi direte in
    che punto della foresta abitate. Volete venire?
    ORLANDO: Con tutto il cuore, caro giovane.
    ROSALINDA: Ma no;  dovete chiamarmi Rosalinda.  Via,  sorella,  volete
    venire?
    (Escono).


    SCENA TERZA - La foresta.

    (Entrano PARAGONE e AUDREY; pi indietro JAQUES).
    PARAGONE:  Spicciati,  buona  Audrey.  Andr  a  cercare le tue capre,
    Audrey.  Ebbene,  Audrey,  sono io l'uomo che fa per voi?  Ti  piaccio
    nella mia ordinaria fattura?
    AUDREY: Le vostre fatture? Dio ci assista! Che fatture?
    PARAGONE: Io sto qui con te e le tue capre, come il pi capri...ccioso
    dei poeti, il casto Ovidio, stava tra i Goti.
    JAQUES  (a parte): O scienza male alloggiata,  peggio che Giove in una
    casa dal tetto di stoppia.
    PARAGONE: Quando i versi di un uomo non possono essere compresi  e  lo
    spirito  di  lui non pu essere assecondato da quel suo precoce figlio
    che  l'intelletto,  ci ammazza l'uomo pi che non un grosso conto in
    un  alberguccio.  Sinceramente  vorrei  che  gli di ti avessero fatta
    poetica.
    AUDREY: Non so che cosa significhi "poetica". Vuol forse dire onesta a
    fatti e a parole? Vuol dire una che dice il vero?
    PARAGONE: Veramente no, perch quanto pi vera  la poesia tanto pi 
    piena di finzioni.  Ora gli amanti sono dediti alla poesia,  e ci che
    essi giurano in poesia, si pu dire che, come amanti, lo fingono.
    AUDREY:  E  allora  voi  desiderereste  che  gli di mi avessero fatta
    poetica?
    PARAGONE: Certamente,  dal momento che tu giuri di essere onesta.  Ora
    se tu fossi poeta, potrei avere qualche speranza che tu fingessi.
    AUDREY: Dunque voi non esigete che io sia onesta?
    PARAGONE:  No,  certo,  a  meno che tu non fossi assai brutta;  perch
    l'onest unita alla bellezza  come se il miele servisse di salsa allo
    zucchero.
    JAQUES (a parte): Ecco un pazzo pieno di senso.
    AUDREY: Bene,  io non son bella,  e perci prego gli di  di  serbarmi
    onesta.
    PARAGONE: S,  ma sciupare l'onesta sopra una brutta cialtrona sarebbe
    lo stesso che porre una buona pietanza in un piatto sporco.
    AUDREY: Io non sono una cialtrona, quantunque, grazie a Dio,  non sono
    bella.
    PARAGONE:  Bene,  sian  ringraziati  gli  di per la tua bruttezza: la
    cialtroneria potr venir dopo. Ma, sia come si vuole, io ti sposo; e a
    questo scopo sono stato da don Oliviero  Sciupatesti,  il  curato  del
    vicino  villaggio,  che  ha  promesso  di incontrarsi con me in questo
    punto della foresta e di unirci in matrimonio.
    JAQUES (a parte): Come assisterei volentieri a questo incontro.
    AUDREY: Bene, e gli di ci diano gioia.
    PARAGONE: Amen.  Un uomo che fosse di animo pauroso  potrebbe  esitare
    davanti a questo atto;  perch qui non c' altra chiesa che il bosco e
    non altra compagnia che quella di  bestie  cornute.  Ma  che  importa?
    Coraggio!  Per quanto le corna siano odiose sono necessarie.  E' stato
    detto che molti uomini non  conoscono  a  che  fine  servano  le  loro
    ricchezze:  giustissimo.  Cos  molti uomini hanno delle brave corna e
    non ne conoscono il fine. Ebbene, esse sono la dote delle loro mogli e
    non gi ci che hanno portato essi. Corna? Proprio cos.  Per i poveri
    soltanto?  No,  no.  Il pi nobile cervo le ha tanto grandi, quanto la
    pi granbestia tra essi.  E allora solo lo scapolo    fortunato?  No.
    Come  una  citt  cinta  di mura val di pi che un villaggio,  cos la
    fronte di un uomo ammogliato  pi onorevole che la liscia  fronte  di
    uno scapolo, e di quanto l'arte della difesa  migliore della mancanza
    di  ogni  tattica,  di  tanto l'avere un corno  cosa pi preziosa che
    esserne privi.
    (Entra DON OLIVIERO SCIUPATESTI).
    Ma ecco don Oliviero. Don Oliviero Sciupatesti,  ben arrivato.  Volete
    sbrigarci  sotto  quest'albero  o  dobbiamo  andar con voi alla vostra
    cappella?
    DON OLIVIERO: C' qualcuno che presenti la donna?
    PARAGONE: Ma io non la voglio ricevere in dono da nessuno.
    DON OLIVIERO:  Eppure  essa  deve  essere  presentata,  altrimenti  il
    matrimonio non  legale.
    JAQUES (avanzandosi): Andiamo, andiamo; la presenter io.
    PARAGONE:  Buona sera,  caro signor non so chi.  Come state,  signore?
    Arrivate a proposito.  Dio vi rimeriti per la  vostra  ultima  visita.
    Sono  contentissimo  di  vedervi: noi abbiamo una cosuccia da sbrigare
    qui. Ma, vi prego, copritevi.
    JAQUES: Voi desiderate sposarvi, o uomo variegato?
    PARAGONE: Come il bove ha il suo giogo,  il cavallo il barbazzale e il
    falcone  i  suoi  sonagli,  cos  l'uomo ha i suoi desideri;  e come i
    piccioni si bezzicano cos si morsecchiano gli sposi.
    JAQUES: E voi, un uomo della vostra educazione,  volete sposarvi sotto
    un  cespuglio,  come un mendicante?  Andate in chiesa e procuratevi un
    buon prete che vi possa spiegare che cosa  il matrimonio.  Quest'uomo
    vi accoppier come si uniscono insieme due assi di legno. Ma pu darsi
    che uno di voi due sia un asse che si ritiri, e allora si storcer, si
    storcer come fa il legno non stagionato.
    PARAGONE  (a parte): Non so se non sarebbe meglio che io fossi sposato
    da lui anzich da un altro,  perch non mi par  probabile  ch'egli  mi
    sposi  in  piena  regola;  e  non essendo allora sposato regolarmente,
    avrei in avvenire una buona scusa per piantare mia moglie.
    JAQUES: Vieni con me e lasciati consigliare da me.
    PARAGONE: Vieni,  cara Audrey;  noi  dobbiamo  sposare;  o  altrimenti
    vivere in concubinaggio. Addio, caro signor Oliviero. Non canter:
    O caro Oliviero
    o bravo Oliviero
    non mi abbandonare;
    ma invece:
    Fila via
    ch in fede mia
    non voglio te per sposare.
    (Escono Jaques, Paragone e Audrey).
    DON  OLIVIERO: Non importa.  Nessuno di questi lunatici furfanti,  per
    quanto mi canzoni, mi far abbandonare il mio ministero.
    (Esce)



    SCENA QUARTA - La foresta.

    (Entrano ROSALINDA e CELIA)
    ROSALINDA: Non parlarmi pi: ho voglia di piangere.
    CELIA: Piangi pure,  te ne prego;  ma abbi la bont di considerare che
    le lacrime non convengono a un uomo.
    ROSALINDA: Non ho forse ragione di piangere?
    CELIA:  Tutte  le  buone  ragioni  che  si  possono desiderare: quindi
    piangi.
    ROSALINDA: Perfino i suoi capelli sono del colore del tradimento.
    CELIA: Un po' pi scuri che quelli di Giuda; i suoi baci, poi,  sono i
    veri figli di Giuda.
    ROSALINDA: A dir la verit i suoi capelli sono di un bel colore.
    CELIA:  D'un bellissimo colore: il castagno  sempre stato il primo di
    tutti i colori.
    ROSALINDA: E; i suoi baci sono pieni di santit,  come il contatto del
    pane benedetto.
    CELIA:  Egli  ha  comprato  un  paio di labbra scartate di Diana.  Una
    monaca dell'Ordine dell'Inverno non bacia pi  religiosamente.  Su  di
    esse  c' proprio il ghiaccio della castit.  Ma perch ha giurato che
    sarebbe venuto questa mattina e non viene?
    CELIA: No, non c' in lui certamente alcuna sincerit.
    ROSALINDA: Credete cos?
    CELIA: S,  credo che non sia  n  un  tagliaborse,  n  un  ladro  di
    cavalli. Ma quanto alla sua sincerit in amore credo ch'egli sia vuoto
    come un gotto tappato, o come una noce bacata.
    ROSALINDA: Non sincero in amore?
    CELIA: S, quando  innamorato; ma non credo che lo sia.
    ROSALINDA:  Eppure  l'avete  sentito giurare e spergiurare che egli lo
    era.
    CELIA: "Era" non  "".  Del resto il giuramento di un amante  non  ha
    pi forza della parola di un tavernaio.  L'uno e l'altro fanno sicurt
    di conti falsi.  Egli  qui nella foresta al seguito del  duca  vostro
    padre.
    ROSALINDA:  Incontrai  ieri  il  duca e conversai a lungo con lui.  Mi
    domand di che famiglia fossi: gli risposi che  ero  di  una  famiglia
    tanto  buona quanto la sua.  Egli si mise a ridere e mi lasci andare.
    Ma perch parliamo di padri quando c' qui un uomo come Orlando?
    CELIA: Oh,  egli  una eccellente  persona!  Scrive  degli  eccellenti
    versi,  dice delle eccellenti parole, fa degli eccellenti giuramenti e
    li rompe eccellentemente,  non  di  punta,  ma  di  taglio  sul  cuore
    dell'amata,  al  pari  di  un  inesperto giostratore che sprona il suo
    cavallo da un fianco solo e spezza la sua lancia come una nobile  oca.
    Ma  quando  la  giovinezza    in  sella  e  la follia guida,  tutto 
    eccellente. Ma chi viene a questa volta?
    (Entra CORINO).
    CORINO: Padrona e padrone,  voi mi avete spesso domandato  notizie  di
    quel  pastore  che  sospirava d'amore e che vedeste seder accanto a me
    sull'erba,  celebrando la fiera e disdegnosa pastorella che era la sua
    innamorata.
    CELIA: Ebbene, che gli  successo?
    CORINO: Se volete assistere ad una scena rappresentata al naturale tra
    la  pallida  tinta  del  vero amore e l'acceso rossore dello scherno e
    dell'orgoglioso disprezzo,  movetevi un po' di qua e  io  vi  far  da
    guida se volete essere spettatori di essa.
    ROSALINDA:  Vieni,  andiamo.  La  vista  degli amanti nutre quelli che
    amano.  Menateci a codesto spettacolo e vedrete che  io  prender  una
    viva parte di attore nella loro rappresentazione.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Un'altra parte della foresta.

    (Entrano SILVIO e FEBE).
    SILVIO:  Dolce Febe,  non mi disprezzate.  No,  Febe.  Dite che non mi
    amate;  ma non lo dite con amarezza.  Il carnefice  pubblico,  il  cui
    cuore    reso  duro dall'abituale spettacolo della morte,  non lascia
    cader la scure sul collo piegato senza chieder prima  perdono.  Volete
    essere pi crudele di chi passa tutta la vita a far colare il sangue?

    (Entrano ROSALINDA, CELIA, e pi indietro CORINO).

    FEBE:  Non  voglio  essere  il tuo carnefice.  Ti sfuggo per non farti
    male.  Tu mi dici che nel mio occhio  c'  l'assassinio;  ed    senza
    dubbio  assai  grazioso e assai probabile che gli occhi,  che sono gli
    organi pi fragili e delicati,  che chiudono le loro timide  porte  ai
    pi minuti corpuscoli,  siano chiamati tiranni,  macellai,  assassini!
    Ecco,  io ti fo gli occhiacci con tutto il sentimento,  e  se  i  miei
    occhi possono ferire, che essi ti uccidano pure. Fa' finta di svenire.
    Su via,  casca gi; o altrimenti - per pudore, per pudore - non dir la
    menzogna che i miei occhi sono assassini. Via,  mostrami la ferita che
    essi  ti hanno fatto.  Se tu ti graffi solo con una spilla,  resta una
    traccia,  se ti afferri solo ad un giunco,  la tua palma conserva  per
    qualche momento il segno e l'impronta sensibile. Ma i miei sguardi che
    ho dardeggiato su di te non ti feriscono, ne son sicura, non c' negli
    occhi alcuna forza che possa ferire.
    SILVIO:  O  cara  Febe,  se un giorno (e tal giorno pu essere vicino)
    troverete in qualche fresco viso il potere di farvi innamorare, allora
    conoscerete le invisibili ferite che fanno gli acuti dardi dell'amore.
    FEBE: Ma fino a quel giorno non mi venir da presso;  e quando esso sia
    giunto,  allora mortificami con le tue beffe,  non aver compassione di
    me, come, fino a quel giorno io non avr compassione di te.
    ROSALINDA: E perch,  di grazia?  Di che  madre  siete  voi  nata  che
    insultate un infelice e nel medesimo tempo ne esultate?  Perch, senza
    aver alcuna bellezza - e in realt non ne vedo  in  voi  pi  di  quel
    tanto  che  basta per andare a letto all'oscuro senza candela - dovete
    essere superba e senza piet?  Ebbene,  che significa ci?  Perch  mi
    guardate?  Io  non  vedo  in voi se non ci che si vede ordinariamente
    nelle dozzinali opere della natura. Ahi, lassa la mia vita!  credo che
    voglia  affascinare  anche i miei occhi!  Sulla mia parola,  o superba
    signora, non abbiate tale speranza. Non sono le vostre nere ciglia,  i
    vostri  neri  serici  capelli,  i vostri grandi occhi di giaietto,  le
    vostre guance di crema che possono piegare il mio  animo  a  farvi  la
    corte.  E voi,  sciocco pastore, perch le andate dietro a guisa di un
    nebbioso scirocco gonfio di vento e di pioggia? Voi siete,  come uomo,
    molto  pi  leggiadro di quel che  lei come donna.  Sono gli sciocchi
    come voi che popolano il mondo di  brutti  figliuoli.  Non    il  suo
    specchio,  ma siete voi che adulate costei,  ed  per opera vostra che
    essa si vede pi graziosa di quel che possono farla  apparire  i  suoi
    lineamenti.  Ebbene, signora, conoscete voi stessa. Gi, in ginocchio,
    e ringraziate il cielo,  facendo un digiuno,  di essere  amata  da  un
    brav'uomo: perch,  da amico, vi devo dire in un orecchio: vendete dal
    momento che potete,  poich non  siete  per  ogni  mercato.  Domandate
    perdono  a quest'uomo,  amatelo,  accettate la sua offerta,  perch la
    bruttezza    bruttissima,   quando  si  imbruttisce  sino  ad  essere
    sprezzante. E cos, o pastore, prenditela per te. Addio.
    FEBE:  Caro  giovane,  rimproveratemi  pure un anno intero: preferisco
    udir voi rimproverarmi anzich costui corteggiarmi.
    ROSALINDA: Egli si  innamorato della vostra bruttezza.  Ed  ecco  che
    essa si innamora ora della mia collera. Se  cos, ogni volta che essa
    ti risponder con un viso accigliato,  io la condir con amare parole.
    Perch mi guardate cos?
    FEBE: Perch non ho con voi alcun malanimo
    ROSALINDA: Vi prego, non vi innamorate di me, perch sono pi falso di
    un giuramento fatto quando si  ubriachi.  E poi non  mi  piacete.  Se
    volete sapere dov' la mia casa, essa  vicina a quel ciuffo di ulivi,
    non  lontana  di qua.  Volete venire,  sorella?  O pastore,  non darle
    tregua.  Venite,  sorella.  Pastora,  guardalo pi benevolmente e  non
    essere  superba.  Se  anche  tutto  il  mondo  vi vedesse,  nessuno si
    lascerebbe ingannare dagli occhi  quanto  lui.  Ritorniamo  presso  il
    nostro gregge.
    (Escono Rosalinda, Celia e Corino).
    FEBE:  O  morto  pastore,  ora conosco la forza delle tue parole: "Chi
    sente amor, lo sente al primo sguardo".
    SILVIO: Dolce Febe...
    FEBE: Eh? Che cosa dici, Silvio?
    SILVIO: Dolce Febe, abbiate piet di me.
    FEBE: Ebbene, sono dolente per te, gentile Silvio.
    SILVIO: Dove c' dolore, ci dovrebbe essere anche conforto.  Se le mie
    pene  d'amore vi addolorano,  largendo un po' d'amore vedreste sparire
    il vostro dolore e le mie pene.
    FEBE: Tu hai il mio amore, non si deve forse amare il prossimo?
    SILVIO: Vorrei aver voi.
    FEBE: Ma questo sarebbe  cupidigia.  Silvio,  per  il  passato  ti  ho
    odiato,  e non  che ora ti porti amore;  ma poich sai parlar d'amore
    cos bene,  io sopporter la tua compagnia che prima mi era importuna:
    e  anzi mi servir di te.  Ma non cercare altre ricompense fuor che la
    contentezza di essere da me adoperato.
    SILVIO: Cos santo e cos perfetto  il mio amore ed io son cos privo
    di ogni divina grazia,  che considerer come un  copioso  raccolto  il
    raccattar  le rotte spighe che si lascia dietro colui che raccoglie il
    grosso della msse.  Lasciate cadere di tanto in tanto un sorriso  che
    vi sfugga ed io vivr di esso.
    FEBE: Conosci il giovane che mi ha parlato un momento fa?
    SILVIO:  Non molto bene,  ma l'ho incontrato spesso.  E' quello che ha
    comprato la casa e i pascoli che appartenevano al vecchio tanghero.
    FEBE: Non credere che l'ami,  perch m'informo di lui.  Egli non  che
    un ragazzo impertinente,  tuttavia parla bene... Ma che m'importano le
    parole?  Eppure le parole suonano bene quando colui che  le  pronunzia
    piace a chi lo ascolta. E' un grazioso giovane; non molto grazioso; ma
    certamente  orgoglioso.  Tuttavia  il  suo  orgoglio  gli  sta bene...
    Diventer un bell'uomo. Ci che c' di meglio in lui  il colorito.  E
    pi  prontamente  di  quanto  la  sua lingua offendesse,  i suoi occhi
    guarivano. Non  molto alto, ma abbastanza alto per la sua et. Le sue
    gambe sono cos cos, tuttavia non c' niente da ridire.  C'era un bel
    rosso  sulle  sue  labbra,  un  rosso  pi vivo e pi carico di quello
    soffuso sulle sue gote,  proprio la differenza che c'  tra  il  rosso
    unito e la tinta sfumata della rosa dommaschina. Ci sono alcune donne,
    Silvio, che se l'avessero esaminato a parte a parte, come ho fatto io,
    si  sarebbero  condotte  assai  vicine ad innamorarsene;  io,  per mio
    conto,  non l'amo e non l'odio;  anzi ho pi ragione di odiarlo che di
    amarlo.  Infatti,  che  c'entrava lui a farmi dei rimproveri?  Egli ha
    detto che i miei occhi erano neri e neri i miei capelli,  e - ora  che
    mi  ricordo  - si faceva beffe di me.  Mi stupisco come io non l'abbia
    ribattuto.  Ma non fa nulla: trascuranza non  quietanza.  Gli  voglio
    scrivere  una  lettera  assai risentita,  e tu gliela porterai.  Vuoi,
    Silvio?
    SILVIO: Con tutto il cuore, Febe.
    FEBE: Gliela scriver subito. Ho in testa e in cuore tutta la materia.
    Sar con lui pungente e assai secca. Vieni con me, Silvio.
    (Escono).


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - La foresta.

    (Entrano ROSALINDA, CELIA e JAQUES).
    JAQUES: Concedimi, grazioso giovinetto, il favore di far meglio la tua
    conoscenza.
    ROSALINDA: Si dice che voi siete una persona malinconica.
    JAQUES: S, mi piace pi esser cos che ridere.
    ROSALINDA: Quelli che cadono nell'uno o nell'altro eccesso sono esseri
    assai detestabili e si espongono alla critica di tutti,  peggio  degli
    ubriaconi.
    JAQUES: Ebbene,  bello esser triste e non dir nulla.
    ROSALINDA: E allora  bello essere un palo.
    JAQUES: Non ho n la malinconia del dotto che  invidia, n quella del
    musico che  fantasticheria,  n quella del cortigiano che  orgoglio,
    n quella del soldato che  ambizione,  n quella  del  legale  che  
    accortezza,  n  quella  della  dama  che    affettazione,  n quella
    dell'innamorato che  tutte queste  cose  insieme;    una  malinconia
    tutta  mia  particolare  composta di molti ingredienti estratti da una
    gran quantit di oggetti: pi propriamente  la varia meditazione  sui
    miei  viaggi,  la  cui abituale ruminazione mi avvolge in una bizzarra
    tristezza
    ROSALINDA: Un viaggiatore!  Sulla mia parola avete una grande  ragione
    di essere triste.  Temo che abbiate vendute le vostre terre per vedere
    quelle di altra gente;  quindi l'aver visto molto e non aver pi nulla
     come avere degli occhi ricchi e delle mani povere.
    JAQUES: S; ma ci ha guadagnato la mia esperienza.
    ROSALINDA:  E  la vostra esperienza vi rende triste.  Io preferirei di
    avere un buffone che mi tenesse allegro anzich  l'esperienza  che  mi
    rendesse triste. E per di pi, viaggiare proprio per questo!
    (Entra ORLANDO).
    ORLANDO: Buon d e felicit, mia Rosalinda.
    JAQUES:  Ah,  ho  capito!  Dio  sia con voi,  se qui si parla in versi
    sciolti.
    ROSALINDA: Addio Signor Viaggiatore.  Badate bene di  parlare  con  la
    lisca  e  di  portare  strane  fogge  di  abiti,  di screditar tutti i
    benefizi del vostro paese,  di non esser contento del vostro luogo  di
    nascita,  e di prendervela anche con Dio per avervi dato la fisionomia
    che avete: se no,  difficilmente creder che siete andato in  gondola.
    (Esce Jaques) Oh, Orlando! E dove siete stato tutto questo tempo? Voi,
    un  innamorato!  Se  mi  giocate  ancora un altro tiro simile,  non mi
    comparite pi davanti.
    ORLANDO: Mia cara Rosalinda,  sono venuto un'ora pi tardi  di  quanto
    avevo promesso.
    ROSALINDA: Infrangere d'un'ora una promessa di amore! Chi dividesse un
    minuto in mille parti, e non sgarrasse che di una particella di questa
    millesima parte,  in cose d'amore, potrebbe ben dire che Cupido gli ha
    messo la mano sulla spalla;  ma io potrei garantire che il suo cuore 
    illeso.
    ORLANDO: Perdonatemi, cara Rosalinda.
    ROSALINDA:  No,  se  siete  cos pigro,  non mi comparite pi davanti.
    Sarei altrettanto contenta di essere corteggiata da un chiocciolone.
    ORLANDO: Da un chiocciolone?
    ROSALINDA: S,  da un chiocciolone;  perch  quantunque  esso  cammini
    adagio,  pure  si  porta  addosso  la casa,  che  una miglior dote di
    quella che voi potreste costituire ad una donna. E per di pi porta il
    suo destino con s.
    ORLANDO: Che destino?
    ROSALINDA: Ebbene,  le corna,  per le quali gli uomini come voi devono
    necessariamente essere obbligati alle loro mogli.  Egli invece cammina
    gi armato di quella che sar la sua fortuna e precorre  gli  scandali
    di sua moglie.
    ORLANDO: La virt non fa corna, e la mia Rosalinda  virtuosa.
    ROSALINDA: E io sono la vostra Rosalinda!
    CELIA:  A  lui  piace  di  chiamarvi  cos,  ma ha una Rosalinda di un
    miglior aspetto del vostro.
    ROSALINDA: Via,  fatemi la corte,  fatemi la corte,  perch  ora  sono
    dell'umor delle feste e abbastanza disposta a condiscendere.  Che cosa
    mi direste ora se fossi proprio la vostra Rosalinda?
    ORLANDO: Vi darei un bacio prima di parlare.
    ROSALINDA: Eh no!  prima fareste  meglio  a  parlare;  quando  poi  vi
    sentiste un po' imbarazzato per mancanza di argomenti, allora potreste
    cogliere l'occasione di dare un bacio.  Esimi oratori,  quando non san
    trovare le parole,  si mettono a sputare.  Cos  per  gli  innamorati,
    quando  sono  a corto di argomenti - Dio ci assista!  - la risorsa pi
    pulita  quella di dare un bacio.
    ORLANDO: E se il bacio  negato?
    ROSALINDA: Lei vi mette allora nella condizione di supplicarla, e cos
    comincia un nuovo argomento.
    ORLANDO: Chi pu trovarsi a corto davanti alla sua amata?
    ROSALINDA: Dio mio, voi, per esempio, se io fossi la vostra amata;  se
    no dovrei credere la mia onest pi gagliarda del mio spirito.
    ORLANDO: Dunque a corto di giaculatorie?
    ROSALINDA:  Non  a  corto  di  giacche,  e  pur  tuttavia  a  corto di
    giaculatorie. Non sono io la vostra Rosalinda?
    ORLANDO: Io provo qualche gioia a dire che siete la mia Rosalinda, per
    poter parlare di lei.
    ROSALINDA: Ebbene, in persona di lei vi dico che non vi voglio.
    ORLANDO: E allora in persona mia io muoio.
    ROSALINDA: No, per carit,  morite per procura.  Questo povero mondo 
    vecchio  per lo meno di seimila anni,  e in tutto questo tempo non c'
    stato nessuno che  sia  morto  personalmente,  "videlicet",  in  causa
    d'amore.  Troilo ebbe la testa rotta da una clava greca,  eppure aveva
    fatto tutto il possibile per morir prima, ed egli  uno dei modelli di
    amore. Leandro sarebbe vissuto dei begli anni ancora,  anche se Ero si
    fosse  fatta  monaca,  se  non  fosse  stata  una calda notte di mezza
    estate,  perch il bravo giovane non era andato che a  fare  un  bagno
    nell'Ellesponto e preso da un crampo,  anneg.  E gli stupidi cronisti
    di quel tempo tirarono fuori che era stata.... Ero di Sesto. Ora tutte
    queste non sono che bugie.  Gli uomini sono morti continuamente e sono
    stati divorati dai vermi ma non per amore.
    ORLANDO: Non vorrei che la mia vera Rosalinda avesse di queste idee, e
    dichiaro solennemente che un solo suo sguardo accigliato basterebbe ad
    uccidermi.
    ROSALINDA: No,  sulla mia parola,  esso non ucciderebbe una mosca.  Ma
    via,   voglio  essere  la  vostra  Rosalinda  in  una   pi   affabile
    disposizione. Chiedetemi ci che volete e ve lo conceder.
    ORLANDO: Allora, amami, Rosalinda.
    ROSALINDA: S, sul mio onore, ti amer il venerd, il sabato e poi via
    via tutti gli altri giorni.
    ORLANDO: E mi vorrai?
    ROSALINDA: S, e venti come te.
    ORLANDO: Ma che cosa dici?
    ROSALINDA: Non siete voi buono?
    ORLANDO: Ho questa speranza.
    ROSALINDA: Ebbene, si pu mai desiderar troppo una cosa buona? Venite,
    sorella;  voi sarete il prete e ci sposerete. Datemi la mano, Orlando.
    Che cosa ne dite, sorella mia?
    ORLANDO: Sposaci, ti prego
    CELIA: Ma io non so dire le parole rituali.
    ROSALINDA: Dovete cominciar cos: "Volete voi, Orlando...".
    CELIA: Forza! Volete voi, Orlando, prendere per moglie Rosalinda,  qui
    presente?
    ORLANDO: S.
    ROSALINDA: S, ma quando?
    ORLANDO: Ma ora: quanto pi presto essa ci pu sposare.
    ROSALINDA: Allora dovete dire: "Io ti accetto Rosalinda, per moglie".
    ORLANDO: Io ti accetto, Rosalinda, per moglie.
    ROSALINDA:  Potrei chiedervi chi ve ne d l'autorit;  ma nondimeno io
    ti accetto per mio marito, Orlando. Ecco una ragazza che fa pi presto
    del prete; perch indubitatamente il pensiero di una donna  sempre in
    anticipo sulle sue azioni.
    ORLANDO: Cos fanno tutti i pensieri: essi sono alati.
    ROSALINDA: E ora ditemi: quanto tempo la terrete presso  di  voi  dopo
    averla ottenuta?
    ORLANDO: Per tutta l'eternit, pi un giorno.
    ROSALINDA: Dite solo un giorno, senza l'eternit. No, no, Orlando: gli
    uomini  sono  aprile  quando  fanno  la  corte  e dicembre quando sono
    ammogliati;  le giovani sono maggio quando sono ragazze,  ma il  tempo
    cambia  quando  esse  sono  mogli.  Io  sar  pi  gelosa di te che un
    piccione  di  Barberia  della  sua  picciona,   striller  pi  di  un
    pappagallo  quando  s'avvicina  la  pioggia:  sar  pi vanesia di una
    scimmia,  pi incostante nei miei desideri di una bertuccia.  Pianger
    per nulla come la Diana di una fontana,  proprio quando sarete in vena
    d'essere allegro,  e rider come  una  iena  quando  avrai  voglia  di
    dormire.
    ORLANDO: Ma la mia Rosalinda far cos?
    ROSALINDA: Per la mia vita, essa far come faccio io.
    ORLANDO: Oh, ma essa  saggia.
    ROSALINDA:  Diversamente,  mancherebbe dello spirito di far cos.  Pi
    una donna  saggia e pi  ostinata e capricciosa.  Chiudete la  porta
    al suo spirito e questo salter dalla finestra, chiudete la finestra e
    passer  dal  buco della chiave,  tappate il buco della chiave e se ne
    voler via col fumo fuor del camino.
    ORLANDO: Un uomo che avesse una moglie con uno  spirito  come  questo,
    potrebbe dimandare: O spirito, dove sei sparito?
    ROSALINDA: No, dovreste conservarvi questo rabbuffo per il caso in cui
    v'imbatteste  nello  spirito di vostra moglie che si avviasse ai letto
    del vostro vicino.
    ORLANDO:.  E che presenza di spirito potrebbe  aver  lo  spirito,  per
    giustificarsi?
    ROSALINDA: Mio Dio, di dire che si avviava l in cerca di voi. Voi non
    potrete  mai prender una moglie senza che abbia pronta la risposta,  a
    meno che non la prendiate senza lingua.  Oh,  alla donna  che  non  sa
    trarre  dalla sua colpa una ritorsione contro il marito,  non fate mai
    allattare il suo bimbo, perch essa lo tirer su come uno stupido.
    ORLANDO: Ti devo lasciare per due ore, Rosalinda.
    ROSALINDA: Ahim, amor mio, non posso star senza di te per due ore.
    ORLANDO: Mi devo recare a pranzo dal duca: verso le due sar di  nuovo
    da te.
    ROSALINDA:  S,  andate  pure,  andate  pure.  Sapevo  ci che sareste
    riuscito. I miei amici mi avevano avvertito di ci,  ed io non pensavo
    diversamente.  Ho ceduto alla seduzione della vostra lingua.  Non sono
    che una derelitta: e allora, vieni pure,  o morte!  Avete detto dunque
    alle due?
    ORLANDO: S, cara Rosalinda.
    ROSALINDA: Sul mio onore e con la pi grande seriet,  e Dio mi aiuti,
    e per tutti gli altri gentili giuramenti che non sono  pericolosi,  se
    voi  mi  mancate  di  un capello alla vostra promessa,  o se venite un
    minuto pi tardi dell'ora fissata,  vi  riterr  il  pi  appassionato
    mancator  di parola,  l'amante pi falso,  il pi indegno di colei che
    chiamate Rosalinda che possa esser tratto  fuori  dalla  grande  massa
    degli  infedeli.  Perci,  guardatevi  dal  mio biasimo e mantenete la
    vostra promessa.
    ORLANDO:  Non  meno  religiosamente  che  se  foste  davvero  la   mia
    Rosalinda. Dunque addio.
    ROSALINDA: Bene. Il Tempo  il vecchio giudice che esamina tale specie
    di colpevoli. Lasciamo giudice il Tempo. Addio.
    (Esce Orlando).
    CELIA:  Voi  avete,  n pi n meno,  calunniato il nostro sesso nella
    vostra cicalata amorosa.  Meritereste che vi rovesciassero sul capo la
    giubba  e i calzoni per mostrare a tutti come l'uccello ha conciato il
    proprio nido.
    ROSALINDA: Cugina, cugina, cuginetta mia cara, se tu potessi sapere di
    quante braccia sono sprofondata gi nell'amore!  Ma quella  profondit
    non  pu essere scandagliata.  La mia passione ha un fondo che nessuno
    conosce, come quello della baia del Portogallo.
    CELIA: O meglio non ha fondo,  di modo che appena ci versate la vostra
    passione, essa si disperde.
    ROSALINDA: No: sia giudice di quanto io sono sprofondata nell'amore di
    quel maligno bastardo di Venere, originato dalla malinconia, concepito
    dall'impulso e nato dalla pazzia, quel furfante di fanciullo cieco che
    inganna  gli occhi di tutti,  perch i suoi sono chiusi.  Ti assicuro,
    Aliena,  che non posso fare a meno della presenza di Orlando.  Vado in
    cerca dell'ombra per sospirare finch egli non torni.
    CELIA: E io dormir.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La foresta.

    (Entrano JAQUES, AMIENS e Signori vestiti da boscaioli).
    JAQUES: Chi  che ha ucciso il daino?
    PRIMO SIGNORE: Sono stato io, signore.
    JAQUES:  Presentiamolo  al duca come un conquistatore romano e sarebbe
    bene mettergli sulla testa le  corna  del  daino  come  un'insegna  di
    vittoria. Non avete, o boscaiolo, qualche canto di circostanza?
    AMIENS: S, signore.
    JAQUES: Cantatelo.  Non importa quanto sia intonato,  basta che faccia
    abbastanza rumore.


    CANZONE.

    AMIENS: Che cosa avr chi uccise il daino?
    Le corna e il pelo suo per zaino.
    E l'accompagnin gli altri e mai
    non smettano il ritornello:
    CORO: Non abbi a scorno portare il corno;
    cimiero fu pria del tuo giorno:
    tuo nonno l'ebbe,
    a tuo padre crebbe;
    il corno, il corno, il gagliardo corno,
    non  una cosa da avere a scorno.
    (Escono).
    SCENA TERZA - La foresta.

    (Entrano ROSALINDA e CELIA).
    ROSALINDA: Ebbene,  che ne dite?  Le due non son forse passate?  e  di
    Orlando che ne vedi?
    CELIA: Vi garantisco che col suo puro amore e col suo cervello turbato
    ha  preso  l'arco e le frecce ed  andato...  a dormire.  Guardate chi
    vien qui.
    (Entra SILVIO).
    SILVIO: Ho un messaggio per voi,  bel giovane.  La mia gentile Febe mi
    ha  ordinato  di  darvi  questa.  Non ne conosco il contenuto,  ma dal
    severo cipiglio e  dai  gesti  irritati  che  essa  faceva  quando  la
    scriveva suppongo che sia in un tono di collera.  Scusatemi, ma io non
    sono che un innocente messaggero.
    ROSALINDA: La pazienza stessa perderebbe le staffe a questa lettera  e
    si metterebbe a fare delle rodomontate.  Sopportar ci  lo stesso che
    sopportar qualsivoglia cosa.  Dice che non sono bello,  che  manco  di
    creanze.  Mi  chiama superbo e dice che non potrebbe amarmi,  anche se
    gli uomini fossero rari come la fenice.  Il cielo  m'assista!  Il  suo
    amore  non    mica  la lepre di cui io vo a caccia.  Perch mi scrive
    cos?  Ho capito,  pastore,  ho capito: questa  lettera    di  vostra
    invenzione.
    SILVIO:  No,  protesto  che non ne conosco il contenuto.  L'ha scritta
    Febe.
    ROSALINDA: Via,  via,  siete  uno  sciocco  trasportato  all'estremit
    d'amore.  Io ho visto la sua mano: essa ha una mano dura come il cuoio
    e del color della pietra serena.  A dir la verit credevo che  fossero
    coperte dai suoi vecchi guanti, e non erano altro che le mani. Essa ha
    delle mani da massaia, ma non importa. Quel che ti dico  che essa non
    ha mai ideata questa lettera.  Questa  l'invenzione di un uomo,   la
    mano di un uomo.
    SILVIO: Sicuramente  di lei.
    ROSALINDA: Ebbene,  lo stile  violento e duro,  uno stile  di  sfida.
    Sicuro,  essa  mi  sfida  come  il turco un cristiano.  Da un delicato
    cervello  femminile  non  poteva  uscir  fuori  una  invenzione   cos
    mostruosamente brutale, delle parole cos etiopiche, pi nere nei loro
    effetti che nella loro apparenza. Volete sentir questa lettera?
    SILVIO: S,  se vi piace,  perch io non la conosco ancora, quantunque
    conosca troppo la crudelt di Febe.
    ROSALINDA: Essa mi  febeizza.  Sentite  come  scrive  questa  tiranna:
    (legge)

    Sei un dio vlto in pastore,
    ch'ardi a una fanciulla il cuore?
    Pu una donna oltraggiare a questo modo?
    SILVIO: E voi chiamate questo un oltraggio?
    ROSALINDA: Perch scendi sulla terra,
    a far contro un cuor tal guerra?

    Avete mai sentito oltraggi simili?

    Fin che d'uom m'afflisse l'occhio,
    non mi fe' piegar ginocchio.

    Intende darmi di bestia.

    Se il disdegno del tuo sguardo
    ha il poter di cui tutt'ardo,
    quale, ahim, pi strano effetto
    esso avrebbe in mite aspetto?
    Mi sgridaste, ed io v'amai,
    che potrebber preci mai?
    Quei che a te il messaggio d,
    questo amore in me non sa:
    per lui dimmi il tuo tenore,
    se il tuo giovanile ardore
    accettare vuole il dono
    di me stessa e quel che sono;
    e se tu lo vuoi disdire,
    cercher come morire.
    SILVIO: E voi chiamate questo un rimprovero?
    CELIA: Ahim, povero pastore!
    ROSALINDA: Lo compatisci?  No, egli non merita compassione. (A Silvio)
    E tu puoi amare una donna simile?  Come!  Fare di te uno  strumento  e
    sonarvi sopra degli accordi falsi! E' una cosa insopportabile! Ebbene,
    ritorna  da  lei  -  perch  io  capisco che l'amore ha fatto di te un
    serpente addomesticato - e dille che se essa mi ama,  io le impongo di
    amar te.  Se essa rifiuta,  io non voglio saper affatto di lei, a meno
    che tu non interceda per lei. Se siete un vero amante,  via,  non dite
    pi una parola, perch ora vien gente. (Esce Silvio).

    (Entra OLIVIERO).

    OLIVIERO: Buon giorno,  bella coppia. Sapreste indicarmi, per piacere,
    dov',  in prossimit di questa foresta,  una  capanna  circondata  da
    olivi?
    CELIA:  A ponente di qui,  gi nella vicina valle.  La fila di vetrici
    che  lungo il mormorante ruscello e che lascerete alla vostra  destra
    vi porta al luogo.  Ma a quest'ora la casa  in custodia di se stessa,
    perch dentro non vi  nessuno.
    OLIVIERO: Se l'occhio pu trar  profitto  dalla  lingua  io  credo  di
    riconoscervi dalla descrizione che di voi mi  stata fatta.  Gli abiti
    sono quelli  e  l'et    quella.  "Il  giovane    biondo,  d'aspetto
    femminile  e  si comporta come un esperto boscaiolo;  la giovane  pi
    piccola e pi bruna di suo fratello".  Non siete voi  la  proprietaria
    della casa di cui io mi informavo?
    CELIA: Non c' nessuna vanteria, poich ne siamo richiesti, a dire che
    i proprietari siamo noi.
    OLIVIERO:  Orlando  vuol essere ricordato ad entrambi e a quel giovane
    ch'egli chiama la sua Rosalinda manda questo fazzoletto  insanguinato.
    Siete voi quello?
    ROSALINDA: Son io. Che dobbiamo pensare di ci?
    OLIVIERO:  Qualche cosa che torna a mia vergogna,  se volete sapere da
    me chi io sia e come  e  perch  e  dove  questo  fazzoletto    stato
    macchiato.
    CELIA: Parlate, ve ne prego.
    OLIVIERO:  Quando  ultimamente  il giovane Orlando si  allontanato da
    voi,  egli vi lasci la promessa di ritornare di l un'oretta.  Mentre
    attraversava  la  foresta  ruminando  il cibo di un amore dolce-amaro,
    ecco ci che gli accadde.  Egli volse gli occhi da una parte,  e udite
    la  scena  che  gli si present.  Sotto un'antica quercia,  i cui rami
    erano  per  l'et  ricoperti  di  muschio  e  l'alta  cima   sfrondata
    dall'arida  vecchiaia,    giaceva dormendo supino un povero straccione
    dalla chioma e dalla barba  incolte.  Intorno  al  collo  gli  si  era
    attorcigliata  una  serpe  verde e dorata che con la testa pronta alla
    minaccia si accostava alle labbra di lui,  ma appena vide  Orlando  si
    snod  e  con  mosse ondulate strisci in un cespuglio,  all'ombra del
    quale stava tutta distesa con la  testa  appoggiata  al  terreno,  una
    leonessa dalle mammelle succhiate fino all'ultima stilla, in un'attesa
    felina,   aspettando  che  l'uomo  addormentato  si  movesse,   perch
    l'istinto regale di quella fiera  di non far preda  mai  di  ci  che
    sembra  morto.  A quella vista Orlando si appress all'uomo e vide che
    egli era suo fratello, il suo fratello maggiore.
    CELIA: Oh!  L'ho udito parlare di codesto fratello e lo dipingeva come
    il pi snaturato degli esseri viventi.
    OLIVIERO: E a ragione poteva dir cos,  perch io so bene che egli era
    snaturato.
    ROSALINDA: Ma Orlando?  Lo lasci egli l  come  pasto  alla  leonessa
    esausta e affamata?
    OLIVIERO:  Due  volte volt le spalle ed ebbe quell'intenzione;  ma la
    bont,  sempre pi nobile della vendetta e la natura sempre pi  forte
    dell'occasione propizia,  lo indussero ad affrontar la leonessa,  che,
    colpita,  gli cadde subito ai piedi.  In mezzo a quel trambusto io  mi
    svegliai dal mio miserabile sonno.
    CELIA: Siete dunque voi suo fratello?
    ROSALINDA: Eravate voi colui che egli salv?
    CELIA: Eravate voi che complottaste tante volte per ucciderlo?
    OLIVIERO: Ero io,  ma non sono io.  Non arrossisco a dirvi chi io ero,
    dal momento che la mia conversione mi fa  dolcemente  esser  lieto  di
    quello che sono.
    ROSALINDA: Ma, e questo fazzoletto insanguinato?
    OLIVIERO:  Or  ora.  Quando  avemmo dal principio alla fine bagnato di
    lagrime di tenerezza i racconti che ci facemmo l'un l'altro  come  del
    modo  in  cui io ero capitato in questo luogo deserto egli,  per farla
    breve,  mi condusse al  gentile  duca  che  mi  dette  abiti  nuovi  e
    ospitalit  e  mi raccomand all'affetto di mio fratello,  il quale mi
    condusse immediatamente alla sua caverna.  L si spogli ed  ecco,  la
    leonessa gli aveva lacerato un brano di carne che tutto il tempo aveva
    sanguinato.  E in quel momento si sent venir meno,  e,  venendo meno,
    invocava Rosalinda.  In breve,  lo feci tornare in s,  fasciai la sua
    ferita;  e dopo poco egli riprese le forze,  mi mand qua, sconosciuto
    come sono,  a raccontar quest'avventura perch voi possiate scusare la
    sua  mancata  promessa,  e  a  dare  questo fazzoletto bagnato del suo
    sangue a quel giovane pastore che per scherzo egli chiama Rosalinda.
    (Rosalinda sviene).
    CELIA: Ebbene, che c', Ganimede, dolce Ganimede!
    OLIVIERO: Molti svengono alla vista del sangue.
    CELIA: Si tratta di ben altro! Cugino Ganimede!
    OLIVIERO: Ecco, ora riprende i sensi.
    ROSALINDA: Vorrei essere a casa.
    CELIA: Ti ci condurremo. Per favore, volete prenderlo sotto braccio?
    OLIVIERO: Fatevi animo,  giovinotto.  Voi un  uomo!  Ma  vi  manca  il
    coraggio d'un uomo!
    ROSALINDA: E' vero,  lo confesso.  Ognuno dovrebbe pensare, amico mio,
    che tutto ci e stato ben simulato.  Raccontate a vostro fratello,  vi
    prego, come ho saputo far bene la commedia. Ahim!
    OLIVIERO: Eh no!  Questa non  una commedia. Il vostro pallore attesta
    troppo bene che si trattava di una sofferenza reale.
    ROSALINDA: Vi assicuro che era una finzione.
    OLIVIERO: Ebbene,  allora fatevi coraggio e fate finta  di  essere  un
    uomo.
    ROSALINDA:  E quello che faccio;  ma in verit,  io avrei dovuto,  per
    giustizia, essere una donna.
    CELIA: Via,  diventate sempre pi pallido.  Vi prego,  avviamoci verso
    casa. Buon signore, venite con noi.
    OLIVIERO:  Volentieri,  perch  devo  portar  la risposta di come voi,
    Rosalinda, scusate mio fratello.
    ROSALINDA: Ci penser. Ma per piacere descrivetegli come io sono bravo
    a fingere. Volete venire?
    (Escono).


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - La foresta.

    Entrano PARAGONE e AUDREY).
    PARAGONE: Troveremo il momento, Audrey; pazienza, cara Audrey.
    AUDREY: A dir la verit il prete  era  abbastanza  buono,  checch  ne
    dicesse quel bravo gentiluomo.
    PARAGONE: Scelleratissimo,  quel don Oliviero, Audrey; un volgarissimo
    Sciupatesti.  Ma,  Audrey,  c' qui nella foresta  un  giovinotto  che
    accampa delle pretese su di voi.
    AUDREY: S,  so chi . Egli non ha alcun diritto al mondo su di me. Ma
    ecco appunto la persona di cui parlate.
    (Entra GUGLIELMO).
    PARAGONE: Vedere uno zoticone  per me come  andare  a  nozze.  Parola
    d'onore,  noi  che siamo persone di spirito abbiamo da render conto di
    parecchie cose: lo prenderemo in giro; non ne possiamo fare a meno.
    GUGLIELMO: Buona sera, Audrey.
    AUDREY: Dio vi dia la buona sera, Guglielmo.
    GUGLIELMO: E buona sera a voi, messere.
    PARAGONE: Buona sera,  caro amico.  Metti in capo,  metti in capo:  su
    via, ti prego, copriti. Che et hai, amico?
    GUGLIELMO: Venticinque anni.
    PARAGONE: Et perfetta. Ti chiami Guglielmo?
    GUGLIELMO: S, signore, Guglielmo.
    PARAGONE: Un bel nome. Sei nato qui nella  foresta?
    GUGLIELMO: S, signore, grazie a Dio.
    PARAGONE: "Grazie a Dio...". E' una bella risposta. Sei ricco?
    GUGLIELMO:. Per la verit, cos cos.
    PARAGONE: "Cos cos". Bella, bellissima, supremamente bella risposta.
    Anzi no;  una  risposta cos cos. E sei savio?
    GUGLIELMO: S, signore; ho un discreto spirito.
    PARAGONE: Eh... non rispondi male. Mi ricordo per di un proverbio che
    dice:  "Il  pazzo  crede  di  essere  savio,  ma il savio sa di essere
    pazzo".  Il filosofo pagano,  se aveva voglia di mangiare un  grappolo
    d'uva,  apriva  le  labbra  quando  se lo metteva in bocca,  e con ci
    voleva significare che i grappoli son fatti per esser  mangiati  e  le
    labbra per aprirsi. Amate questa ragazza?
    GUGLIELMO: S, signore.
    PARAGONE: Datemi la mano. Sei istruito?
    GUGLIELMO: Nossignore.
    PARAGONE:  E  allora impara da me questo: avere  avere;  perch  una
    figura retorica che una bevanda che sia versata da  una  tazza  in  un
    bicchiere  riempiendo  l'uno lasci vuota l'altra.  Difatti,  tutti gli
    scrittori sono d'accordo che "ipse"  lo stesso che "lui".  Ora tu non
    sei "ipse" perch "lui" sono io.
    GUGLIELMO: Chi lui, messere?
    PARAGONE: Colui,  messere,  che deve sposare questa donna. Perci voi,
    contadino, abbandonate - ossia,  volgarmente,  lasciate - la societ -
    o,  in lingua contadinesca, la compagnia - di questo essere femminile,
    altrimenti, o contadino, tu perisci, ossia,  perch tu intenda meglio,
    tu muori;  vale a dire che io ti ammazzo,  ti anniento,  cambio la tua
    vita in morte, la tua libert in servit.  Adoperer con te il veleno,
    le  bastonate,  il  ferro.  T'affronter faziosamente,  ti vincer con
    l'avvedutezza,  ti ammazzer in centocinquanta modi.  Perci  trema  e
    vattene.
    AUDREY: Vattene, buon Guglielmo.
    GUGLIELMO: Dio vi faccia lieto, messere.
    (Esce).

    (Entra CORINO).
    CORINO:  Il nostro padrone e la nostra padrona vi cercano.  Venite via
    subito.
    PARAGONE: Trotta, Audrey! Trotta, Audrey! Io ti seguo, ti seguo.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La foresta.

    (Entrano ORLANDO e OLIVIERO).
    ORLANDO: E' mai  possibile  che,  conoscendola  appena,  essa  vi  sia
    piaciuta?  che per averla soltanto veduta ve ne siate innamorato?  che
    essendovene innamorato l'abbiate  corteggiata,  e  che  corteggiandola
    essa abbia consentito? E volete perseverare nel farla vostra?
    OLIVIERO: Non badate alla vertiginosit della cosa,  o alla povert di
    lei, o alla fuggevole conoscenza, o alla mia improvvisa dichiarazione,
    o al suo subitaneo consenso,  ma ripetete con me che  io  amo  Aliena,
    ripetete  con  lei  ch'essa  mi  ama e consentite ad entrambi di poter
    essere uno dell'altra. Sar bene anche per voi,  perch io intester a
    voi  la  casa  di  mio  padre e tutte le rendite che erano del vecchio
    cavalier Rolando, e io vivr e morir qui come un pastore.
    ORLANDO: Avete il mio consenso. Abbiano pur domani luogo le tue nozze.
    Inviter ad esse il duca e  tutto  il  suo  lieto  seguito.  Andate  a
    preparare  Aliena,  perch  viene  a  questa              volta la mia
    Rosalinda.
    (Entra ROSALINDA).
    ROSALINDA: Dio vi protegga, fratello.
    OLIVIERO: E protegga anche voi, vezzosa sorella.
    ROSALINDA: Oh, mio caro Orlando,  come mi rattrista di vedervi portare
    il cuore avvolto in una fascia.
    ORLANDO: Ma  il mio braccio.
    ROSALINDA:  Credevo che dalle unghie di un leone fosse stato ferito il
    tuo cuore.               ORLANDO: Esso  ferito s,  ma dagli occhi di
    una dama.
    ROSALINDA:  Vi  ha  detto  vostro  fratello  come  ho ben simulato uno
    svenimento quando egli mi mostr il vostro fazzoletto?
    ORLANDO: S, e mi ha detto anche una cosa pi straordinaria di questa.
    ROSALINDA: Ah capisco a che cosa alludete.  E' vero;  non  ci  fu  mai
    evento  cos  inopinato,  ad eccezion del cozzo di due montoni e della
    rodomontesca millanteria di  Cesare  col  suo  "venni,  vidi,  vinsi";
    perch  vostro fratello e mia sorella s'erano appena incontrati che si
    guardarono,  s'erano appena guardati che si  amarono,  s'erano  appena
    amati  che  sospirarono,  avevano  appena sospirato che se ne chiesero
    vicendevolmente la ragione,  ne avevano appena conosciuta  la  ragione
    che  cercarono  il rimedio,  e cos a grado a grado si sono fabbricati
    una  scala  doppia  al  matrimonio  e  su  di  essa  vogliono   salire
    incontanente  o,  se no,  diventare incontinenti prima del matrimonio.
    Sono proprio nella furia dell'amore  e  vogliono  unirsi.  Neppure  le
    mazzate li possono separare.
    ORLANDO:  Domani  si sposeranno e io inviter il duca alle nozze.  Ma,
    ahim,  come  amaro guardare la felicit attraverso gli occhi  di  un
    altro!  Domani  sar tanto pi al colmo dell'abbattimento,  quanto pi
    penser alla felicit di mio  fratello  nel  possedere  ci  che  egli
    desidera.
    ROSALINDA: Ebbene, domani non posso servirvi io da Rosalinda?
    ORLANDO: Non posso pi a lungo vivere di illusioni.
    ROSALINDA:  E  allora  non  voglio  pi tediarvi con inutili discorsi.
    Sappiate dunque - perch ora parlo abbastanza seriamente - che  io  so
    che siete un gentiluomo di acuto intelletto.  E non vi dico ci perch
    possiate formarvi una buona opinione della mia scienza,  in quanto  vi
    dico  di  sapere  chi  voi  siete.  E  non  pretendo neppure una stima
    maggiore di quella che possa, in piccola misura,  far scaturire da voi
    la  convinzione che io voglio far del bene a voi e non gi dar credito
    a me stesso. Siate dunque, per favore,  persuaso che io posso far cose
    straordinarie.  Fin dall'et di tre anni usavo conversare con un mago,
    assai versato nella sua arte e tuttavia non degno di condanna.  Se voi
    amate  tanto  di  cuore  Rosalinda,  come proclama la vostra condotta,
    allorch vostro fratello sposer Aliena,  voi sposerete lei.  Io so in
    quali  avversit di fortuna essa  stata gettata,  e non  impossibile
    per me,  se voi  non  ci  vediate  inconvenienti,  di  farvela  domani
    apparire dinanzi in carne ed ossa e senza alcun pericolo.
    ORLANDO: Dici sul serio?
    ROSALINDA:  Parlo  sul  serio,  sulla  mia vita,  che mi  assai cara,
    quantunque io dica di essere un  mago.  Perci  vestitevi  meglio  che
    potete e invitate i vostri amici, perch se domani volete sposarvi, vi
    sposerete,   e  con  Rosalinda,   se  cos  desiderate.  Guardate,  si
    avvicinano una mia innamorata ed un innamorato di lei.

    (Entrano SILVIO e FEBE).

    FEBE: O giovane,  non siete stato punto gentile con me a  mostrare  la
    lettera che vi scrissi.
    ROSALINDA:  Non m'importa affatto di non essere stato gentile.  Quello
    che cerco  proprio di sembrare dispettoso e scortese con voi. C' qui
    un fedele pastore che vi segue;  volgetevi verso di  lui  ed  amatelo:
    egli vi adora.
    FEBE:  O  gentile  pastore,  di'  a  questo giovane che cosa vuol dire
    amare.
    SILVIO: Significa essere tutto sospiri e lagrime,  e cos son  io  per
    Febe
    FEBE: E io per Ganimede.
    ORLANDO: E io per Rosalinda.
    ROSALINDA: Ed io per nessuna donna.
    SILVIO:  Significa  esser  tutto fede e devozione.  E cos sono io per
    Febe.
    FEBE: E io per Ganimede.
    ORLANDO: E io per Rosalinda
    ROSALINDA: Ed io per nessuna donna.
    SILVIO: Significa esser tutto  immaginazione,  tutto  passione,  tutto
    desideri,  tutto adorazione,  dovere,  rispetto,  tutto umilt,  tutto
    pazienza ed impazienza,  tutto  purezza,  tutto  rassegnazione,  tutto
    riverenza E cos son io per Febe.
    FEBE: E cos son io per Ganimede.
    ORLANDO: E cos son io per Rosalinda.
    ROSALINDA: E cos son io per nessuna donna.
    FEBE (a Rosalinda): Se  cos, perch mi biasimate d'amarvi?
    SILVIO (a Febe): Se  cos, perch mi biasimate d'amarvi?
    ORLANDO: Se  cos, perch mi biasimate d'amarvi?
    ROSALINDA: Perch dite anche voi: "Perch mi biasimate d'amarvi"?
    ORLANDO: Dico a colei che non  qui e che non pu udirmi.
    ROSALINDA: Basta,  vi prego, di questa musica: par di sentire gli urli
    dei lupi irlandesi contro la luna. (A Silvio) Vi aiuter, se posso. (A
    Febe) Vorrei amarvi se potessi.  Domani venite da  me  tutti  insieme.
    Domani  vi  sposer,  se  sposer mai una donna,  perch domani voglio
    essere sposo.  (A Orlando) Domani vi far contento,  se mai  ho  fatto
    contento un uomo, e domani sarete ammogliato. (A Silvio) Far contento
    anche  voi,  se  vi  contentate  di ci che vi piace,  e domani sarete
    ammogliato.  (A Orlando) Se  vero che  amate  Rosalinda,  venite.  (A
    Silvio) Se  vero che amate Febe,  venite; e quanto  vero che non amo
    nessuna donna, ci sar anch'io. A rivederci dunque.  Vi ho dato le mie
    istruzioni.
    SILVIO: Non mancher, se son vivo.
    FEBE: Neppur io.
    ORLANDO: Neppur io.
    (Escono).


    SCENA TERZA - La foresta.

    (Entrano PARAGONE e AUDREY).
    PARAGONE: Domani  il lieto giorno, Audrey; domani saremo sposi.
    AUDREY:  Desidero  ci  con  tutto  il  cuore,  e spero che non sia un
    desiderio immodesto,  desiderare di essere una  donna  a  posto.  Ecco
    vengono due paggi del duca esiliato.
    (Entrano due Paggi).
    PRIMO PAGGIO: Fortunato incontro, onesto gentiluomo.
    PARAGONE: Fortunato incontro davvero. Via, sedetevi, sedetevi e subito
    una canzone.
    SECONDO PAGGIO: Siamo a vostra disposizione. Mettetevi nel mezzo.
    PRIMO  PAGGIO:  Dobbiamo  attaccar subito,  senza schiarirci la gola e
    sputare, senza dire che siamo rochi, tutte cose che sono il necessario
    preludio a un cattivo canto?
    SECONDO PAGGIO: Sicuro,  sicuro,  tutti e due  su  un  tono  come  due
    zingari sullo stesso cavallo.


    CANZONE.

    C'era un damo e la sua ragazza,
    con un eh, con un oh, con un eh no-ni-no,
    che per un campo di grano passa
    nel mese pi bello per dar l'anello,
    che canta ogni uccello pel tempo novello,
    evviva il tempo novello!

    Tra i campi di segala si son sdraiati,
    con un eh, con un oh, con un eh no-ni-no,
    i due bei villici fidanzati
    nel mese pi bello, eccetera.

    Allor dan fiato a questo canto
    con un eh, con un oh con un eh no-ni-no,
    la vita  un fiore, un fior soltanto,
    nel mese pi bello, eccetera.

    Cogliete dunque l'ora buona,
    con un eh, con un oh, con un eh no-ni-no,
    ch giovent l'amor corona,
    nel mese pi bello, eccetera.

    PARAGONE:  A  dir  la verit,  giovani gentiluomini,  quantunque nelle
    parole non ci fosse gran che di senso,  in compenso il canto era fuori
    di tono.
    PRIMO PAGGIO: V'ingannate, signore, noi non siamo andati fuori di tono
    e non abbiamo perduto il tempo.
    PARAGONE: Sul mio onore l'avete perduto,  ch io ritengo tempo perduto
    quello di stare ad ascoltare una canzone cos stupida. Dio vi conservi
    e renda migliori le vostre voci. Vieni, Audrey.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - La foresta.

    (Entrano il DUCA, AMIENS, JAQUES, ORLANDO, OLIVIERO e CELIA).
    DUCA: Credi tu,  Orlando,  che quel ragazzo pu fare tutto quel che ha
    promesso?
    ORLANDO: Talvolta ci credo e talvolta no,  come quelli la cui speranza
     piena di timore e il cui timore  la sola certezza
    (Entrano ROSALINDA, SILVIO e FEBE).
    ROSALINDA: Pazientate ancora un po' finch io non  abbia  riesposto  i
    vostri  patti.  (Al  Duca)  Dite  voi:  se  io  condurr qua la vostra
    Rosalinda, la concederete a Orlando qui presente?
    DUCA: La concederei,  anche se avessi dei regni da  concedere  insieme
    con lei.
    ROSALINDA  (a Orlando): E voi,  ditemi,  l'accetterete quando io ve la
    condurr qua?
    ORLANDO: L'accetterei, anche se fossi sovrano di tutti i regni.
    ROSALINDA (a Febe): E voi, mi sposerete se io acconsento?
    FEBE: Vi sposer, dovessi morire un'ora dopo.
    ROSALINDA: Ma se rifiutaste di  sposarmi,  concederete  voi  stessa  a
    questo fedelissimo pastore?
    FEBE: A questo patto s.
    ROSALINDA:  (a  Silvio):  E  voi,   dite:  accettate  Febe,   se  essa
    acconsente?
    SILVIO: Anche se accettarla e morire fossero la stessa cosa.
    ROSALINDA: Ho promesso di accomodare tutte queste faccende. Voi, duca,
    mantenete la parola di concedere la vostra  figliuola;  voi,  Orlando,
    mantenete la vostra di accettare la sua figliuola;  voi,  Febe, quella
    di sposarmi o altrimenti, se mi rifiutate, di concedere la vostra mano
    a questo pastore;  e voi,  Silvio,  quella di sposar lei  se  essa  mi
    rifiuta. E ora vi lascio per diradare tutte queste incertezze.
    (Escono Rosalinda e Celia).
    DUCA:  Questo  pastorello  mi  richiama alla mente qualche vivo tratto
    della figura della mia figliuola.
    ORLANDO: Mio sovrano,  la prima volta che lo vidi  pensai  subito  che
    fosse un fratello di vostra figlia, ma il ragazzo, mio buon sovrano, 
    un figlio della foresta ed  stato guidato nei rudimenti di pericolosi
    studi  da  un  suo  zio  che egli afferma essere un gran mago,  tenuto
    nascosto dalla cerchia di questa foresta.
    (Entrano PARAGONE e AUDREY).
    JAQUES: Abbiamo certamente alle viste un altro  diluvio  universale  e
    tutte queste coppie stanno per entrare nell'arca.  Ecco avvicinarsi un
    paio di quelle stranissime bestie che in tutte le lingue  si  chiamano
    buffoni.
    PARAGONE: I miei saluti e i miei rispetti a tutti voi.
    JAQUES: Mio buon sovrano, dategli il benvenuto. Egli  quel gentiluomo
    dall'assai  variegato  spirito  che  ho  spesse volte incontrato nella
    foresta. E' stato un cortigiano, cos almeno egli assicura.
    PARAGONE: Sc qualcuno dubitasse di ci, mi sottoponga a una prova.  Io
    ho  ballato una pavana,  ho adulato una dama,  sono stato avveduto con
    l'amico,  blando col nemico: ho rovinato tre sarti,  ho avuto  quattro
    questioni e sono stato sul punto di risolverne una con le armi.
    JAQUES: E come si accomod la faccenda?
    PARAGONE:  A  dire  il  vero  andammo  sul  terreno  e trovammo che la
    questione era sulla smentita di settimo grado .
    JAQUES: Come sarebbe la  smentita  di  settimo  grado?  Ah,  mio  buon
    sovrano, apprezzate questo giovinotto.
    DUCA: Mi piace assai.
    PARAGONE: Dio vi rimeriti,  signore, e vi supplico di continuare cos.
    Mi sono spinto qua tra il resto dei paesani desiderosi di  copulazione
    per  giurare e spergiurare a seconda dei legami del matrimonio e delle
    infrazioni della passione. Ecco una povera vergine, signore, un essere
    sgraziato,  ma tutto mio,  ed ecco una mia povera fantasia di prendere
    ci  che  nessun  uomo  vuole altrimenti.  La ricca castit,  signore,
    abita, come l'avaro, in una povera casa,  come una perla in una brutta
    ostrica.
    DUCA: E' davvero assai pronto e sentenzioso.
    PARAGONE:  Come  lo  strale  lanciato da un pazzo e altri simili dolci
    afflizioni.
    JAQUES: Ma in quanto alla smentita di settimo grado,  come  mai  avete
    trovato che la questione era sulla smentita di settimo grado?
    PARAGONE:  Perch  a una smentita diretta ci correvano sette gradi.  -
    Audrey,  state pi composta con la persona.  - Ed ecco come,  signore.
    Poich  non  mi  piaceva il taglio della barba di un certo cortigiano,
    egli mi mand a dire che,  se io dicevo che la sua barba non  era  ben
    tagliata, egli era d'avviso che era tagliata bene: questa si chiama la
    "replica  cortese".  Se  gli  avessi mandato ancora a dire che non era
    tagliata bene,  egli mi avrebbe fatto rispondere che  se  la  tagliava
    come  gli pareva: questo si chiama il "sarcasmo moderato".  Se da capo
    avessi replicato che non era tagliata bene,  egli  invalidava  il  mio
    giudizio:  questa  si chiama "risposta villana".  Se nuovamente avessi
    insistito che non era tagliata bene,  egli mi avrebbe risposto che  io
    non dicevo il vero: questo si chiama il "rabbuffo vigoroso". Se ancora
    una  volta avessi continuato a dire che non era ben tagliata,  egli mi
    avrebbe risposto  che  mentivo:  questa  si  chiama  la  "confutazione
    litigiosa", e cos di seguito sino alla "smentita condizionata" e alla
    "smentita diretta".
    JAQUES:  E  quante volte gli diceste che la sua barba non era tagliata
    bene?
    PARAGONE: Non osai andare pi oltre della  smentita  condizionata,  ed
    egli  non  os  darmi la smentita diretta.  E cos misurammo le nostre
    spade e ci separammo
    JAQUES: Potete enumerare, ora, in ordine, i gradi della smentita?
    PARAGONE: Noi questioniamo signore, con lo stampato alla mano, secondo
    il libro che abbiamo,  come voi  avete  libri  di  buona  creanza.  Vi
    ripeter  dunque i gradi.  Primo,  la "replica cortese";  secondo,  il
    "sarcasmo  moderato",  terzo,  la  "risposta  villana";   quarto,   il
    "rabbuffo vigoroso";  quinto,  la "confutazione litigiosa";  sesto, la
    "smentita condizionata", settimo, la "smentita diretta".  Tutti questi
    gradi  li potete respingere,  ad eccezione della smentita diretta;  ma
    potete evitare anche questa con un "se".  Ho visto sette  giudici  che
    non  potevano  appianare  una  lite,  ma quando le due parti furono di
    fronte,  una di esse ebbe l'idea di un semplice "se",  a questo  modo:
    "Se voi avete detto cos,  io ho disposto cos".  Ed essi si strinsero
    la mano e si giurarono un'amicizia fraterna.  Un "se"  che  diciate  
    l'unico piacere. C' molta efficacia in un "se".
    JAQUES:  Non    costui  un  raro  compagnone,  mio  sovrano?  Egli  
    altrettanto destro in ogni cosa, e nondimeno  un buffone.
    DUCA: Egli si serve della sua follia come di uno  schermo,  al  riparo
    del quale lancia le sue spiritose frecciate.

    (Entrano IMENE, ROSALINDA e CELIA).

    IMENE: La gioia  in ciel sovrana
    quando in terra s'appiana
    ogni contesa.
    Buon duca, la tua figlia,
    scesa dal ciel, ripiglia:
    Imen l'ha resa;
    che tu sua mano unisca in nodo stretto
    a colui di cui tiene il cuor nel petto.
    ROSALINDA  (al  Duca):  A  voi  dono me stessa perch sono vostra.  (A
    Orlando) A voi dono me stessa, perch sono vostra.
    DUCA: Se gli occhi non mentiscono, voi siete la mia figlia.
    ORLANDO: Se gli occhi non mentiscono, siete la mia Rosalinda.
    FEBE: Se gli occhi e queste vesti non mentiscono, addio mio amore!
    ROSALINDA (al Duca): Non voglio avere altro padre  se  non  siete  voi
    quello.  (A  Orlando)  Non  voglio avere altro marito se non siete voi
    quello.  (A Febe) Non voglio sposare altra donna,  se  non  siete  voi
    quella.
    IMENE: Zitti, bando a confusione,
    tocca a me dar conclusione
    a questi strani eventi:
    sono in otto a unir le mani
    qui d'Imene nei legami,
    se han valore i giuramenti.
    (A Orlando e Rosalinda): Voi non separi alcun danno:
    (A Oliviero e Celia): Stretti i vostri cuor saranno:
    (A Febe): Se l'amor suo v' sgradito, donna avrete per marito.
    (A Paragone e Audrey): Voi legatevi in eterno
    come ciel piovoso e inverno.
    Intoniamo un nuzial canto,
    voi spiegatevi frattanto,
    si che pi non sian sorpresa
    quest'incontro e questa intesa.


    CANZONE.

    Sacra union di letto e mensa,
    coniugal serto giunonio!
    Figli Imene a ognun dispensa,
    sia onorato il matrimonio:
    gloria e grazie siano rese
    a Imen, dio d'ogni paese!

    DUCA:  O mia cara nipote,  tu sei a me la benvenuta,  benvenuta in non
    minor grado che se tu fossi mia figlia.
    FEBE (a Silvio): Non ritirer la mia parola.  Tu sei ora mio.  La  tua
    fedelt ha vinto il mio capriccio e mi lego a te.
    (Entra JAQUES DE BOIS).
    JAQUES  DE  BOIS: Prestatemi attenzione per una parola o due.  Sono il
    secondogenito del vecchio cavalier Rolando, e porto a questa assemblea
    le seguenti notizie.  Il duca Federigo sentendo come ogni  giorno  dei
    personaggi  di gran distinzione riparavano in questa foresta,  allest
    un grande esercito che si mise in marcia sotto il  comando  suo,  allo
    scopo  di  impadronirsi di suo fratello e di passarlo per le armi.  Si
    avanz sino ai margini di questa selvaggia  foresta,  e,  incontratosi
    quivi con un vecchio eremita,  dopo qualche conversazione che ebbe con
    lui, rinunzi egualmente a quell'impresa e al mondo,  lasciando al suo
    fratello  bandito la corona e reintegrando in tutti i loro beni quelli
    che con costui erano stati esiliati.  E do in pegno la  mia  vita  che
    quel che dico  la verit.
    DUCA: Benvenuto,  o giovane.  Tu offri dei gentili doni alle nozze dei
    tuoi fratelli: all'uno i suoi beni  sequestrati,  all'altro  tutto  un
    intiero paese,  un potente ducato.  Ma prima conduciamo a termine,  in
    questa foresta, tutto ci che fu bene iniziato e ben condotto innanzi.
    Eppoi ognuno di questa felice brigata che ha sopportato con noi giorni
    e notti difficili parteciper ai vantaggi  della  nostra  ripristinata
    sorte,  secondo  la  misura  del  suo rango.  Dimentichiamo intanto la
    dignit che ci  ora capitata e  abbandoniamoci  ai  nostri  rusticali
    divertimenti.   Sonate,  o  musici,  e  voi,  fidanzate  e  fidanzati,
    abbandonatevi ai ritmi della danza nel ritmo di una immensa gioia.
    JAQUES (a Jaques de Bois): Scusate, signore. Se vi ho ben compreso, il
    duca ha abbracciato la vita dell'eremita e ha  rinunziato  alle  pompe
    della corte?
    JAQUES DE BOIS: S.
    JAQUES:  E  io voglio andar da lui.  Da questi convertiti c' molto da
    ascoltare e da imparare.  (Al Duca)  Lascio  voi  alla  vostra  antica
    dignit, che la vostra pazienza e la vostra virt han ben meritata. (A
    Orlando)  Voi  all'amore  che  merita  la  vostra sincera fedelt.  (A
    Oliviero) Voi alle vostre terre,  al vostro amore e al vostro  potente
    parentado.  (A  Silvio) Voi ad un talamo lungamente e bene guadagnato.
    (A Paragone) E voi alle liti,  perch il vostro viaggio amoroso non ha
    viveri che per due mesi. E ora correte ai vostri divertimenti. Io sono
    adatto a tutt'altro che ai ritmi della danza.
    DUCA: Restate, Jaques, restate.
    JAQUES: Io vado dove non si vedono divertimenti.  Rimarr nella vostra
    grotta abbandonata in attesa dei vostri ordini.
    DUCA: Andiamo, andiamo. Inizieremo queste cerimonie con vera gioia,  e
    auguriamo che cos finiscano.
    (Danze).


    EPILOGO.

    ROSALINDA:  Non    costume  vedere  la  protagonista  in  funzione di
    Epilogo,  ma non   pi  disdicevole  che  veder  il  protagonista  in
    funzione  di  Prologo.  Se    vero che il buon vino non ha bisogno di
    frasca,  anche vero che una bella commedia non ha bisogno di epilogo.
    Tuttavia per il buon vino si  adoperano  belle  frasche,  e  le  belle
    commedie  riescono  meglio  con  l'aiuto  di buoni epiloghi.  In quale
    situazione mi trovo io che non  sono  un  buon  Epilogo  e  non  posso
    cattivarmi la vostra benevolenza in favore di una bella commedia?  Non
    sono vestita come una pezzente,  quindi non mi sta  bene  l'accattare.
    L'unico  mezzo    per  me  quello di scongiurarvi,  e comincer dalle
    donne.  Vi supplico dunque,  o donne,  per l'amore  che  portate  agli
    uomini,  di  gradire  di  questa  commedia quanto di essa vi piace,  e
    supplico voi, o uomini,  per l'amore che portate alle donne (poich mi
    accorgo dal vostro sorridere che nessuno di voi le odia) che fra voi e
    loro  la  commedia  possa  piacere  tutta  quanta.  Se fossi una donna
    bacerei quanti di voi abbiano una barba che mi  piaccia,  un  colorito
    che mi attragga e un alito che non mi ripugni. E son sicura che quanti
    hanno delle belle barbe o un bel colorito o un buon alito,  per la mia
    cordiale offerta, quando far la riverenza, mi diranno: a rivederci.
    (Escono).













    LA COMMEDIA DEGLI ERRORI.


    PERSONAGGI.

    SOLINO, duca di Efeso.
    EGEONE, mercante di Siracusa.
    ANTIFOLO DI EFESO,  ANTIFOLO DI SIRACUSA: gemelli e figli di Egeone ed
    Emilia.
    DROMIO DI EFESO, DROMIO DI SIRACUSA: gemelli e servi dei due Antifoli.
    BALDASSARRE, mercante.
    ANGELO, orafo.
    Primo mercante, amico di Antifolo di Siracusa.
    Secondo mercante, creditore di Angelo.
    PIZZICO, maestro di scuola.
    EMILIA, moglie di Egeone e Badessa a Efeso.
    ADRIANA, moglie di Antifolo di Efeso.
    LUCIANA, sua sorella.
    LUCE, serva di Adriana.
    Una Cortigiana.
    Un Carceriere, Ufficiali e Persone del seguito.

    La scena  in Efeso.


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Una sala nel Palazzo del Duca.

    (Entrano  il  DUCA,  EGEONE,  il  Carceriere,  Ufficiali e Persone del
    seguito).
    EGEONE: Continua pure, Solino, a trarmi in rovina e dannandomi a morte
    metti fine ai miei mali e a tutto per me.
    DUCA: Non pi  difese,  mercante  di  Siracusa;  non  son  propenso  a
    infrangere  le  nostre  leggi.  L'inimicizia e la discordia di recente
    provocate dall'astiosa offesa del  vostro  duca  ad  alcuni  mercanti,
    nostri  onesti  concittadini,  che mancando di denaro per riscattar le
    loro vite hanno suggellato col sangue i suoi spietati editti,  esclude
    ogni  compassione  dai  nostri minacciosi sguardi.  Talch dopo queste
    mortali lotte intestine fra i tuoi sediziosi  compatriotti  e  noi,  
    stato  stabilito in solenni assemblee di impedire ogni traffico fra le
    nostre ostili citt; e v' di pi: se un nato in Efeso sar veduto nei
    mercati e nelle fiere di Siracusa o se un siracusano approdi alla baia
    di Efeso,  egli deve  morire  e  i  suoi  beni  saranno  confiscati  a
    vantaggio del duca,  a meno che mille marchi non siano pagati a titolo
    di penalit per riscattarlo. Il tuo avere,  calcolato al massimo,  non
    assomma a cento marchi, e per la legge ti condanna a morire.
    EGEONE: Ho almeno questa consolazione: che quando il vostro ordine sia
    compito tramonteranno i miei mali col sole della sera.
    DUCA: Ed ora,  Siracusano,  narraci in breve perch ti sei allontanato
    dal tetto natale e per qual proposito sei venuto qui in Efeso.
    EGEONE: Peggior compito non poteva essermi  assegnato  che  questo  di
    parlare delle mie inenarrabili sciagure. E tuttavia, affinch il mondo
    possa testimoniare che la mia fine fu causata da un affetto naturale e
    non da un turpe misfatto, dir ci che il dolore mi permetter. Nacqui
    in  Siracusa  e sposai una donna che sarebbe stata felice soltanto con
    me,  e anche per via di me,  se  la  nostra  stella  non  fosse  stata
    avversa. Vissi con lei contento: la nostra fortuna era accresciuta dai
    fruttuosi  viaggi che spesso facevo a Epidamno,  finch la morte di un
    mio fattore e la necessit di  provveder  ai  miei  beni  lasciati  in
    abbandono  non  m'ebbero  tolto  ai  dolci  abbracci  della mia sposa;
    l'assenza della quale non toccava ancora  il  sesto  mese,  quand'ella
    quasi  venendo  meno sotto la deliziosa pena che portano le donne,  si
    accinse a raggiungermi...  e presto arriv sana e salva l dov'io era.
    E  qui non tard molto a diventar madre felice di due bimbi,  belli e,
    strano a dirsi,  cos somiglianti l'uno all'altro che appena  potevano
    distinguersi  dai nomi.  Nella stessa ora e nel medesimo albergo,  una
    donna di modesta condizione si  liber  di  un  fardello  simile,  due
    gemelli maschi e uguali,  che io acquistai, essendo poverissimi i loro
    genitori,  per allevarli al servizio dei miei figli.  Mia moglie,  che
    non poco s'inorgogliva dei suoi bambini,  insisteva ogni giorno perch
    tornassimo a casa; accettai di malavoglia e,  ahim,  troppo presto ci
    eravamo rimessi a bordo!  La vela ci aveva condotto forse appena a una
    lega da Epidamno,  che l'abisso sempre obbediente ai venti ci dette un
    tragico  avviso  del  nostro pericolo;  ma la nostra speranza non dur
    molto di pi,  poich la scarsa luce che i cieli  ne  concedevano  non
    faceva  che  portare alle nostre spaurite anime la spaventosa certezza
    di una fine imminente,  ed io l'avrei accolta  di  buon  grado  se  le
    lacrime  incessanti  di mia moglie che piangeva anticipatamente su ci
    ch'ella vedeva doversi  compiere,  e  i  lamenti  compassionevoli  dei
    graziosi  bambini  che  gemevano  sull'esempio  altrui,  senza  sapere
    perch, non mi avessero forzato a cercare qualche dilazione per loro e
    per me;  ed ecco qual essa fu,  in mancanza  di  migliori.  I  marinai
    s'erano messi in salvo nella scialuppa lasciandoci nella nave prossima
    ad affondare; mia moglie, pi attenta all'ultimo nato, l'attacc a uno
    di  quei  piccoli  alberi di ricambio che i marinai serbano in caso di
    tempesta
    e allo stesso uno dei due altri gemelli fu legato,  mentre io feci  lo
    stesso con l'altro paio.  Accomodati cos i due bambini, mia moglie ed
    io,  con gli occhi fissi su coloro che tenevano  la  nostra  anima  in
    pena,   ci   attaccammo  alle  due  estremit  dell'albero  e  questo,
    fluttuando tosto in bala della corrente,  venne portato,  o  cos  ci
    parve  in  direzione di Corinto.  Infine il sole,  affacciandosi sulla
    terra,  disperse i vapori che  ci  avevano  tratti  in  rovina  e  pel
    benefico  influsso della luce desiderata il mare si distese in calma e
    scorgemmo due navi che di lontano si dirigevano rapidamente  verso  di
    noi,  l'una  di  Corinto  e  l'altra  di  Epidauro.  Ma  prima ch'esse
    giungessero...  Oh,  fate che io non dica niente altro!  Indovinate il
    resto da quanto ho detto finora.
    DUCA: No,  vecchio, continua, non interromperti cos. Noi possiamo, se
    non perdonarti, avere almeno piet di te.
    EGEONE: Oh,  l'avessero avuta gli di non dovrei a buon diritto  dirli
    ora  spietati  con noi!  Poich prima che le due navi fossero distanti
    una diecina di leghe noi incontrammo  un  grande  scoglio  sul  quale,
    violentemente  lanciato,  il nostro soccorrevole palischermo si spezz
    in due,  s che in questo iniquo divorzio di  noi  stessi  la  fortuna
    lasci  a  ciascuno  di noi di che rallegrarci e di che desolarci.  La
    parte che reggeva mia moglie,  povera creatura!  pi lieve di peso  se
    non di dolore,  fu trascinata pi celermente dal vento,  e alla nostra
    vista i tre furono raccolti da pescatori di Corinto,  come  ci  parve.
    Alla  fine un'altra nave raccolse anche noi,  e appena seppero chi era
    colui ch'era toccato a loro di salvare,  fecero premurosa  accoglienza
    ai  naufraghi  loro ospiti e avrebbero voluto togliere ai pescatori la
    loro preda se la loro  nave  fosse  stata  pi  rapida  veleggiatrice,
    perci  volsero la corsa verso il loro paese.  Voi sapete ora come fui
    separato dalla mia felicit e come per sfortuna fu prolungata  la  mia
    vita,  tanto  che  ora sono qui a raccontare i tristi eventi della mia
    disgrazia.
    DUCA: In nome di coloro che tu piangi, sii cortese di dirmi in tutti i
    particolari ci che avvenne di essi e di te fino ad oggi.
    EGEONE:  Il  mio  pi  giovane   figlio,   il   maggiore   nella   mia
    sollecitudine,  all'et di diciotto anni mi richiese di suo fratello e
    mi preg che il suo servo, il quale era in eguale condizione, privo di
    un fratello di cui sapeva solo il nome,  potesse accompagnarlo in tale
    ricerca, cos che, mentre mi struggevo d'amore di rivedere il perduto,
    rischiai  di perdere quello che amavo.  Per cinque estati ho viaggiato
    fino ai limiti della Grecia,  ramingando  in  lungo  e  in  largo  pei
    confini  dell'Asia,  e  costeggiando  nel ritorno a casa toccai Efeso,
    senza speranza di trovare alcunch e  tuttavia  riluttante  a  lasciar
    inesplorato  questo o qualunque altro luogo che ospiti uomini.  Ma qui
    deve finire la storia della mia vita e sarei lieto di  morire  a  buon
    punto  se  avessi  avuto  dai miei viaggi la certezza che i miei figli
    vivono ancora.
    DUCA: Sfortunato Egeone che i fati han  segnato  a  portare  l'estremo
    della pi triste sciagura!  Credimi, se ci non fosse contro le nostre
    leggi, la mia corona,  il mio giuramento e la mia dignit,  cose che i
    principi non possono, se pur lo volessero, annullare, la mia coscienza
    sarebbe  un  avvocato  per te.  Ma bench tu sia dannato a morte e una
    sentenza pronunziata non possa subire revoca senza grave nocumento del
    nostro prestigio, tuttavia voglio favorirti in quel che posso. Perci,
    mercante,  io ti concedo questo giorno per cercare la  tua  salute  in
    qualche  benefico mezzo di soccorso.  Prova tutti gli amici che hai in
    Efeso,  fatti donare od ottieni in prestito  la  somma  necessaria,  e
    vivi; in caso diverso sei condannato a morire. Carceriere, prendilo in
    tua custodia
    CARCERIERE: S, mio signore.
    EGEONE:  Senza speranza e senza spedienti Egeone se ne va,  ma solo di
    ben poco potr ritardare la sua fine.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La piazza del Mercato.

    (Entrano  ANTIFOLO  di  Siracusa,   DROMIO  di  Siracusa  e  il  Primo
    Mercante).
    PRIMO  MERCANTE:  Perci spacciatevi per uno di Epidamno se non volete
    che le vostre merci sian tosto confiscate.  Oggi stesso un mercante di
    Siracusa  stato arrestato per esser giunto qui,  e non avendo i mezzi
    per riscattarsi la vita, secondo le leggi della citt, morr prima che
    lo stanco sole cali a occidente.  Ecco il denaro che avevo in deposito
    per voi.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Portalo al "Centauro",  dove alloggiamo, e resta
    l,  Dromio,  finch io non ti raggiunga.  C' ancora un'ora di qui al
    desinare e la impiegher a studiare i costumi della citt, a osservare
    i  mercanti e a contemplare gli edifizi;  poi torner a dormire al mio
    albergo, perch sono stanco morto dal lungo viaggio.  Ors,  levati di
    mezzo.
    DROMIO  DI SIRACUSA: Molti vi prenderebbero in parola e si leverebbero
    davvero di mezzo con un cos buon carico.
    (Esce).
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E' un fido schiavo, messere, che sovente, quando
    sono oppresso dai crucci e dalla tristezza,  allevia il mio umore  coi
    suoi allegri motteggi.  Ebbene,  volete fare un giro in citt,  in mia
    compagnia, e poi restare a pranzo con me al mio albergo?
    PRIMO MERCANTE: Sono invitato,  signore,  da certi mercanti dai  quali
    spero  di  trarre buon profitto.  Vi prego di scusarmi.  Non pi tardi
    delle cinque vi raggiunger al mercato,  se volete,  e poi rester con
    voi  fino  all'ora  di  ritirarci.   Questo  mio  affare  m'obbliga  a
    lasciarvi, per il momento.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Addio,  fino allora;  me  ne  andr  a  zonzo  e
    visiter su e gi la citt.
    PRIMO MERCANTE: Messere, vi affido al piacer vostro.
    (Esce).
    ANTIFOLO  DI SIRACUSA: Colui che mi affida al piacer mio mi raccomanda
    a ci che io non posso raggiungere.  Nel mondo io sono come una goccia
    d'acqua  che  cerca  un'altra  goccia nell'oceano,  e che vi si lascia
    cadere per trovar la sua compagna e inavvertita e curiosa vi si perde.
    Cos io,  per trovare una madre e un fratello,  perdo me  stesso,  pi
    infelice, in tal ricerca.
    (Entra DROMO di Efeso).
    Ecco  giungere il vivente registro della mia nascita.  Ebbene?  Perch
    mai sei di ritorno cos presto?
    DROMIO DI EFESO: Tornato s presto?  Dite  piuttosto  arrivato  troppo
    tardi!  Il cappone brucia,  la porchetta cade dallo spiedo, l'orologio
    ha gi battuto dodici tocchi di campana e la  padrona  ne  ha  suonato
    uno...  sulla  mia  ganascia;  si    riscaldata  perch  il cibo si 
    raffreddato, e il cibo si  raffreddato perch voi non tornate a casa;
    voi non tornate a casa perch non avete appetito e non avete  appetito
    perch  avete  rotto il digiuno;  ma noi che sappiamo che cosa sono il
    digiuno e la preghiera facciamo penitenza per colpa vostra, oggi.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Basta con le vostre tirate, signor mio, e ditemi
    di grazia, dove avete messo il denaro che vi ho dato?
    DROMIO DI EFESO: Forse i sei soldi che ho avuto mercoled  scorso  per
    pagare  al  sellaio  la  groppiera  della  padrona?  Li ha il sellaio,
    messere, non li ho pi io.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Non ho voglia di scherzare  in  questo  momento;
    dimmi  senza facezie,  dov' il mio denaro?  Noi siamo forestieri qui:
    come osi tu lasciar la custodia di un s importante deposito?
    DROMIO DI EFESO: Per favore, messere,  voi scherzerete quando sarete a
    tavola.  Io  son  spedito a gran carriera dalla mia padrona,  se torno
    senza di voi sar...  spedito davvero,  perch essa mi far suonare la
    vostra  colpa sulla zucca.  Mi pare che il vostro stomaco,  come fa il
    mio, dovrebbe servirvi da orologio e spingervi a casa senza bisogno di
    messaggeri.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Suvvia, Dromio, suvvia, questi lazzi son fuor di
    tempo,  serbali per un'ora pi allegra.  Dov' l'oro che t'ho dato  in
    custodia?
    DROMIO DI EFESO: A me, signore? Non m'avete dato oro per nulla.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Ors,  signor  briccone,  basta con le vostre
    scemenze e dimmi che hai fatto di ci che avevi in consegna.
    DROMIO DI EFESO: La mia consegna era solo di  venirvi  a  prendere  al
    mercato e di condurvi a pranzo a casa vostra, la "Fenice", dove la mia
    padrona e sua sorella vi attendono.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Sull'anima mia di cristiano,  rispondetemi, dite
    in quale luogo avete messo al sicuro il mio denaro o  romper  codesta
    zucca  di buffone che si ostina in lepidezza quando meno ne ho voglia.
    Dove sono i mille marchi che hai avuti da me?
    DROMIO DI EFESO: Ho qualche...  marchio di voi sulla cocuzza ed  altri
    della  mia  signora  sulle  spalle,  ma fra tutti e due non sono certo
    mille.  Se  dovessi  restituirli,   ritengo  che  vossignoria  non  li
    sopporterebbe con troppa pazienza.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: I marchi della tua signora?  Che signora hai tu,
    manigoldo?
    DROMIO DI EFESO:  La  moglie  di  vossignoria,  la  mia  signora  alla
    "Fenice",  colei  che  deve  digiunare  finch non tornate a casa e vi
    prega che vi affrettiate per il desinare.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Come? Continui a canzonarmi in faccia cos anche
    ora che te l'ho proibito? Ebbene, tieni queste, signor briccone!
    (Lo percuote).
    DROMIO DI EFESO: Che vi prende, signore?  Per amor di Dio,  frenate le
    vostre mani! Ah, se non volete smettere, me la dar a gambe!
    (Esce).
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA: In fede mia,  con una qualche gherminella,  il
    marrano s' fatto alleggerire di tutto il  mio  denaro.  Si  dice  che
    questa citt sia piena di scrocconi, di agili giocolieri che ingannano
    l'occhio,  negromanti  dalle  occulte  arti  che fanno dar di volta al
    cervello,  streghe assassine  dell'anima  e  deformatrici  del  corpo,
    imbroglioni travestiti,  cerretani chiacchieroni e altrettanti seguaci
    della frode.  Se cos ,  far bene a partire al pi presto.  Andr al
    "Centauro"  a  cercare questo gaglioffo.  Temo assai che il mio denaro
    non sia pi al sicuro.
    (Esce).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Davanti alla casa di Antifolo di Efeso.

    (Entrano ADRIANA e LUCIANA).
    ADRIANA: Non tornano n l'uno n l'altro!  N mio marito n  il  servo
    che avevo mandato in fretta a cercare il padrone!  Di certo,  Luciana,
    sono gi le due.
    LUCIANA: Forse qualche mercante l'ha invitato e dal mercato    andato
    altrove  per  il  pranzo.  Buona  sorella,  pranziamo  anche noi senza
    tormentarci. Gli uomini sono padroni della loro libert. L'attimo  il
    loro padrone e a seconda dell'attimo essi vanno o  vengono.  Poich  
    cos ci vuol pazienza, sorella.
    ADRIANA: Perch la loro libert dev'essere pi grande della nostra?
    LUCIANA: Perch i loro affari son fuor di casa.
    ADRIANA: Toh, se faccio come lui, la prende a male...
    LUCIANA: Oh, sappiate ch'egli  la briglia della vostra volont.
    ADRIANA: Solo gli asini si lasciano imbrigliare cos.
    LUCIANA: La libert sfrenata,  la frusta la disgrazia. Nulla c' sotto
    l'occhio del cielo, in terra, in mare e nel firmamento,  che non abbia
    il  suo  limite.  Le fiere,  i pesci,  gli alati sono soggetti ai loro
    maschi e sotto la loro autorit: pi divini, gli uomini,  i padroni di
    tutti  questi  esseri,  signori  del vasto mondo e dei mari dell'acque
    selvagge,  collocati dal potere dell'intelletto e dell'anima  ben  pi
    alto  dei  pesci  e  degli uccelli,  sono padroni e signori delle loro
    femmine.   Perci  la  vostra  volont  deve  sottomettersi  al   loro
    beneplacito.
    ADRIANA: E' forse per tale servit che non vi maritate?
    LUCIANA:  Non  per  ci,  ma  perch  temo  le  tribolazioni del letto
    nuziale.
    ADRIANA: Ma se foste maritata dovreste pure aver qualche ascendente.
    LUCIANA: Prima ancora dell'amore apprenderei l'obbedienza.
    ADRIANA: E che fareste se vostro marito si sviasse altrove?
    LUCIANA: Sopporterei fin che non tornasse a me.
    ADRIANA: La pazienza che non  messa alla prova non  da  stupirsi  se
    resta tranquilla. Possono essere mansueti coloro che non hanno ragioni
    per esser diversi. A un'anima in pena, acciaccata dalle avversit, noi
    diciamo d'aquietarsi se la udiamo piangere;  ma non appena tocca a noi
    di essere oppressi da tale peso di dolore,  altrettanto o anche pi ci
    lamentiamo. Cos tu, che non hai un discortese compagno che ti accori,
    vorresti  darmi  ristoro  esortandomi  a  una inutile pazienza;  ma se
    vivrai tanto da vedere il tuo diritto conculcato del pari, metterai da
    parte codesta sciocca sopportazione.
    LUCIANA: Bene, mi sposer un giorno,  non fosse che per provare.  Ecco
    qui il servo: vostro marito non pu esser lontano.
    (Entra DROMIO di Efeso).
    ADRIANA: Dite, il vostro pigro padrone  infine a portata di mano?
    DROMIO DI EFESO: Sicuro,  e anche a portata di due mani,  come possono
    testimoniare le mie orecchie.
    ADRIANA: Dimmi: gli hai parlato? Sai che intende fare?
    DROMIO DI EFESO: Gi,  gi,  le sue intenzioni me le ha  dette  su  un
    orecchio. Che diavola di mano! Non m' riuscito di tenerle dietro!
    LUCIANA: Parlava cos confusamente che non hai potuto afferrare il suo
    pensiero?
    DROMIO  DI  EFESO: No,  picchiava cos sodo che sentivo anche troppo i
    colpi; e con tutto ci, tanto confusamente che non mi ci raccapezzavo.
    ADRIANA: Ma dimmi, ti prego, torna egli a casa? Par proprio che si dia
    gran pena di compiacer sua moglie!
    DROMIO DI EFESO: Ebbene,  signora,  di certo il padrone ha il mondo in
    sulle corna!
    ADRIANA: Dici che il padrone ha le corna, gaglioffo?
    DROMIO  DI EFESO: Non voglio dire che  un cornuto,  ma che  pazzo da
    legare;  quando lo pregai di tornare casa per il  pranzo  mi  richiese
    mille  marchi d'oro.  "E' l'ora del pranzo",  gli dico.  "Il mio oro",
    dice lui.  "La carne brucia",  dico io,  e lui: "Il mio oro".  "Volete
    tornare a casa?",  dico,  e lui: "Il mio oro! Dove sono i mille marchi
    che t'ho dato,  manigoldo?" "La porchetta - dico io - si brucia";  "Il
    mio oro", dice. "Messere, la mia signora" dico; e lui: "Alla malora la
    tua signora. Non la conosco, vada al diavolo!".
    LUCIANA: Cos ha detto? Chi?
    DROMIO DI EFESO: Il padrone.  "Non conosco - disse - n casa n moglie
    n signora". Sicch la commissione affidata alle mie labbra,  grazie a
    lui  la riporto a casa sulle mie spalle,  poich in sostanza egli m'ha
    bastonato l sul posto.
    ADRIANA: Torna indietro, ribaldo, e portalo diritto fin qui.
    DROMIO DI EFESO: Tornare l per essere rispedito a legnate?  Per  amor
    di Dio, mandate qualche altro messo.
    ADRIANA: Ritorna da lui, ribaldo, o ti spacco la zucca quant' larga.
    DROMIO  DI  EFESO: E lui ci spaccher una croce per il lungo con nuove
    botte. Fra l'uno e l'altra, m'avrete ridotto una croce santa!
    ADRIANA: Via di qui, marrano linguacciuto! Mena a casa il tuo padrone.
    DROMIO DI EFESO: Mi prendete per cos tonto che mi pigliate  a  pedate
    come  una  palla da calcio?  Voi mi cacciate di qua e lui mi rispedir
    qui. Se duro in questo servizio, fatemi almeno ricoprire in cuoio.
    (Esce).
    LUCIANA: Oib, come l'impazienza incupisce il vostro volto!
    ADRIANA: Ed eccolo accordare a certe scanfarde  il  favore  della  sua
    compagnia mentre io in casa mi struggo per un suo benevolo sguardo. La
    rozza et ha dunque tolto alle mie povere guance l'attraente bellezza?
    E'  lui  che  ha  fatto il guasto.  Le mie parole sono noiose,  il mio
    spirito avvizzito? Se non ho pi la parola sciolta e affilata di prima
     che le sue scortesie, pi dure del marmo, l'hanno smussata. Forse le
    vesti sgargianti di quelle adescano il suo affetto?  Non  mia  colpa,
    egli    il padrone della mia condizione.  Quali rovine sono in me che
    non siano state devastate da lui?  Sicch  lui  la  cagione  del  mio
    sfacelo.  La  mia  svanita bellezza sarebbe tosto restaurata da un suo
    sguardo radioso. E invece,  come un cervo indocile,  eccolo scavalcare
    la cinta e pascersi fuori di casa; ed io non sono che il suo zimbello.
    LUCIANA: E' gelosia che nuoce a se stessa! Via, discacciala!
    ADRIANA:  Solo  delle insensibili sciocche possono passar sopra a tali
    torti.  So che i suoi occhi portano altrove i loro omaggi,  e se  cos
    non fosse, che altro gl'impedirebbe di esser qui? Voi sapete, sorella,
    ch'egli  m'ha promesso una catena,  vorrei che in questo solo mancasse
    di parola,  se dovesse poi restare fedele al suo  talamo.  Lo  so,  il
    gioiello  meglio smaltato deve perder la sua bellezza,  e bench l'oro
    resista al tocco,  alla fine l'assiduo toccare logora anche  l'oro,  e
    non  esiste  uomo  il cui pregio non sia presto o tardi oscurato dalla
    falsit e dalla corruzione.  Poich la mia belt  non  pu  pi  esser
    gradita  al  suo  sguardo,  voglio  consumare col pianto ci che me ne
    resta, e piangendo voglio morire.
    LUCIANA: Oh,  quante povere sciocche si lascian comandare dalla  folle
    gelosia!
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una piazza.

    (Entra ANTIFOLO di Siracusa).
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA: L'oro che avevo consegnato a Dromio  ormai al
    sicuro "Centauro",  e quello  zelante  schiavo    in  giro  alla  mia
    ricerca.  Dal  calcolo  e  da  ci che ha detto l'oste non potrei aver
    parlato con Dromio,  dacch lo rimandai al mercato.  Toh,  eccolo  che
    viene.
    (Entra DROMIO di Siracusa).
    Ebbene,  messere!  Il vostro gaio umore s' mutato. Se vi piacciono le
    busse ricominciate coi vostri lazzi. Non conoscete il "Centauro",  eh?
    E  non l'avete avuto l'oro?  La vostra signora m'ha mandato a chiamare
    per il pranzo? Eri dunque pazzo da rispondermi cos scioccamente?
    DROMIO DI SIRACUSA: Che risposta,  signore?  Quando  ho  detto  queste
    cose?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Proprio ora, proprio qui, or  meno di mezz'ora.
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Non  v'ho  riveduto  da  quando  mi mandaste al
    "Centauro" con l'oro che mi affidaste
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Gaglioffo,  tu hai negato di aver avuto l'oro  e
    mi hai parlato di una signora e di un pranzo;  per il che,  spero, hai
    assaggiato il mio malcontento.
    DROMIO DI SIRACUSA: Sono lieto di vedervi di umore  s  gaio.  Ma  che
    significa tale scherzo? Vi prego di dirmelo, padrone
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Ah,  tu mi sbeffeggi e mi burli in faccia? Credi
    che io scherzi? Ebbene, prendi queste e anche queste!
    (Lo percuote).
    DROMIO DI SIRACUSA: Fermo signore, per l'amor del cielo ch lo scherzo
    si fa serio. Per qual motivo mi maltrattate?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Perch talvolta familiarmente vi prendo per  mio
    buffone  e  chiacchiero  con  voi,  la  vostra  insolenza crede lecito
    abusare ora della mia benevolenza e si arroga un diritto sulle mie ore
    pi gravi.  Quando il sole brilla faccian  pure  i  loro  scherzi  gli
    innocui  moscerini,  ma  si caccino nei buchi allorch nasconde i suoi
    raggi. Se volete scherzare con me,  studiate il mio viso e regolate il
    vostro contegno dai miei sguardi,  o io vi persuader a legnate a fare
    entrare questo metodo nella vostra debole cassa cranica.
    DROMIO DI  SIRACUSA:  Cassa  debole?  Se  la  finirete  di  picchiarmi
    preferirei  tenermela  come testa;  ma se continuate coi colpi,  mi ci
    vorr davvero una cassaforte per nascondercela  dentro,  se  no  dovr
    cercare l'intelligenza nelle mie spalle. Ma di grazia, signore, perch
    vengo picchiato?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Non lo sai ancora?
    DROMIO DI SIRACUSA: So soltanto, signore, che mi si picchia.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Debbo dirvi perch?
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Sicuro,  padrone,  e  anche il come,  poich si
    afferma che ogni perch ha il suo per come.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Ebbene,  primo  per  esserti  beffato  di  me  e
    secondo perch hai ricominciato a farlo.
    DROMIO DI SIRACUSA: Vi fu mai uomo cos percosso fuor di tempo,  se il
    perch ed il per come  mancano  di  capo  come  di  coda?  Ebbene,  vi
    ringrazio, signore.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Voi mi ringraziate? E di che?
    DROMIO DI SIRACUSA: Ebbene, signore, di quel qualche cosa che mi avete
    dato per nulla.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Far  ammenda la prossima volta,  non dandovi
    nulla per qualcosa. Ma dite messere,  l'ora del pranzo?
    DROMIO DI SIRACUSA: No, padrone;  credo che l'arrosto manca di ci che
    ho avuto io.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Davvero, e di che?
    DROMIO DI SIRACUSA: Di sugo di bosco.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Sia pure, sar un po' pi secco.
    DROMIO DI SIRACUSA: Se  cos, signore, vi prego di non assaggiarlo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E per quale ragione?
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Affinch  non  vi  metta  in  collera e voi non
    m'ungiate un'altra volta di sugo di bosco.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Ors,  messere,  imparate a scherzare  a  tempo;
    ogni cosa a tempo e a luogo.
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  E'  ci che avrei negato prima che voi montaste
    sulle furie.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: In virt di quale regola?
    DROMIO DI SIRACUSA: In virt di una regola  cos  poco  tirata  per  i
    capelli come la zucca pelata dello stesso padre Tempo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Sentiamola.
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Non c' tempo,  per l'uomo calvo di natura,  di
    ricuperare i propri capelli.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Non si posson  riavere  con  qualche  azione  di
    ripetizione e di recupero?
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  S,  ripetendo  la  chioma  con  una parrucca e
    ricuperando da altri uomini i capelli perduti.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Perch il Tempo  con noi tanto avaro  di  peli,
    un'escrescenza di cui c' tanta profusione?
    DROMIO DI SIRACUSA: Perch  una benedizione che largisce alle bestie,
    mentre d agli uomini in ispirito ci che toglie loro in capelli.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Toh,  ma ci son di molti uomini che hanno pi
    capelli che spirito.
    DROMIO DI SIRACUSA: Di questi non c' uno che non abbia lo spirito  di
    perdere i capelli.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Ma  tu hai affermato che gli uomini capelluti
    eran gente semplice, con poco cervello.
    DROMIO DI SIRACUSA: Meno si ha di cervello e pi presto  son  persi  i
    capelli, e persi in allegria.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Per quale ragione?
    DROMO DI SIRACUSA: Per due ragioni, e valide.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Dite invalide piuttosto.
    DROMIO DI SIRACUSA: Sicure, allora.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  No,  sicure  no,  siccome  si  tratta di cosa
    ingannevole.
    DROMIO DI SIRACUSA: Certe, allora.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Sentiamole dunque.
    DROMIO DI SIRACUSA: Una  per risparmiare il denaro che  si  spende  a
    farsi  acconciare  il  capo;  la  seconda   che a pranzo non cadono i
    capelli nella zuppa.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Con tutto ci vorresti aver dimostrato  che  non
    c' tempo per tutte le cose.
    DROMIO  DI SIRACUSA: Sicuro e l'ho fatto,  signore;  non c' tempo per
    ricuperare i capelli perduti per natura.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Ma non avete dimostrato con una  ragione  solida
    perch non c' tempo per ricuperarli.
    DROMIO  DI  SIRACUSA: Allora dir cos: il Tempo  calvo e perci fino
    alla fine del mondo avr un seguito di gente calva.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Supponevo  gi  che  saresti  giunto  a   una
    conclusione spelacchiata. Ma taci, chi  che ci fa cenno laggi?
    (Entrano ADRIANA e LUCIANA).
    ADRIANA: S,  s, Antifolo, prendi codest'aria estranea e corrucciata;
    qualche altra donna conosce i tuoi sguardi teneri.  Io  non  sono  pi
    Adriana  n  tua  moglie.  E' passato il tempo quando,  non richiesto,
    giuravi che non c'erano melodiose parole al  tuo  orecchio,  piacevole
    oggetto  al  tuo  occhio,  cosa  gradita  al  tocco  della  tua mano o
    manicaretto addolcito a tuo gusto,  se io non  ero  l  a  parlare,  a
    guardare, a toccare, a servire te. Da che vien dunque, o mio sposo, da
    che viene, che ti sei straniato da te stesso. Dico da te stesso perch
    sei estraneo a me che da te indivisibile,  a te incorporata,  sono pi
    della parte migliore di te stesso.  Ah,  non strapparti  cos  da  me!
    Poich,  sappilo  amor  mio,  sarebbe pi facile far cadere una goccia
    d'acqua nel procelloso abisso e  trarla  poi  di  l  incommista,  non
    diminuita  n  accresciuta,  che  tentare  di  separarti  da  me senza
    trascinarmi teco.  Come saresti toccato sul vivo  se  appena  sentissi
    dire  che  io  fossi infedele e che questo corpo a te consacrato fosse
    contaminato da sconcia lussuria!  Non mi sputeresti in  viso?  Non  mi
    respingeresti  a  pedate,  non  mi butteresti in faccia il tuo nome di
    sposo,  non strapperesti la  pelle  contagiata  dalla  mia  fronte  di
    baldracca? E non mi toglieresti l'anello nuziale dalla sleale mano per
    romperlo con un giuramento di ripudio eterno?  Io so che lo faresti, e
    perci fallo ora! Io ho in me una macchia d'adulterio, il mio sangue 
    mescolato al fango della lussuria;  poich se noi due siamo uno solo e
    tu tradisci, io assorbisco il veleno della tua carne e son prostituita
    dal tuo stesso contagio. Mantieni dunque il tuo amore e la tua fedelt
    al  legittimo  talamo,  e  che  io  viva  senza  macchia come tu senza
    disonore.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Vi rivolgete a me,  bella  signora?  Io  non  vi
    conosco.  Sono in Efeso da due ore appena e tanto estraneo alla vostra
    citt che al vostro discorso;  e ho un bel considerarne con  tutto  il
    mio  senno ogni parola,  non trovo senno che mi basti per comprenderne
    in tutto pur una.
    LUCIANA: Vergogna,  fratello!  Come tutto  mutato in voi!  Quando mai
    solevate trattare cos mia sorella?  Essa ha mandato Dromio a cercarvi
    per il pranzo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Dromio?
    DROMIO DI SIRACUSA: Io?
    ADRIANA: S, tu stesso.  E di ritorno tu mi hai detto che egli t'aveva
    percosso,  e tra un colpo e l'altro negava che questa casa fosse sua e
    io fossi sua moglie.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Avete voi parlato, messere,  con questa signora?
    Che cosa avete complottato insieme e per che scopo?
    DROMIO DI SIRACUSA: Non l'ho mai vista prima d'ora, signore.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Marrano,  tu  menti!  poich  mi hai detto al
    mercato le sue precise parole.
    DROMIO DI SIRACUSA: Mai non le ho parlato in vita mia.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Come pu allora chiamarci cos per nome se non 
    per ispirazione divina?
    ADRIANA: Male si addice alla vostra seriet questo  trucco  grossolano
    che  praticate  col  vostro servo,  eccitandolo a contrariarmi nel mio
    cruccio!  Basti il torto che mi fate con lo star lontano  da  me;  non
    aumentate  questo torto con una giunta di disprezzo.  Andiamo,  voglio
    attaccarmi al tuo braccio; tu sei l'olmo,  sposo mio,  io la vite,  la
    cui  debolezza,  maritata  a una pi forte natura,  si rende partecipe
    della tua forza.  Se qualcosa mi  divide  da  te,    gramigna,  edera
    parassitica, pruno o musco infecondo che, non essendo stati sarchiati,
    s'intrudono fino a contaminare il tuo succo e vivono della tua rovina.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Parla  proprio  a me;  sono il tema delle sue
    parole. Ebbene,  l'avrei forse sposata in sogno?  O forse sto sognando
    ora  e  tutto ci che sento  illusione?  Quale errore disvia i nostri
    occhi e i nostri orecchi? Finch non abbia fatto luce su questa sicura
    incertezza, voglio prestarmi all'illusione che mi si offre.
    LUCIANA: Dromio, va' e di' ai servi di apparecchiare pel pranzo.
    DROMIO DI SIRACUSA: Dove ho messo la corona del rosario? Mi segno come
    un peccatore.  Questo  un luogo stregato.  O disdetta delle disdette!
    Parliamo con gnomi,  elfi e folletti: se non li obbediremo accadr che
    ci succhieranno il fiato e ci ridurranno lividi  e  neri  a  forza  di
    pizzichi.
    LUCIANA:  Ebbene  borbotti  fra  te e te e non rispondi?  Dromio,  tu,
    pecchione, lumaca, chiocciolone, stordito!
    DROMIO DI SIRACUSA: Sono mutato in qualcun altro o no, padron mio?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Credo che tu lo sia, in ispirito, e io pure.
    DROMIO DI SIRACUSA: No, padrone, ho mutato lo spirito e il corpo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Hai ancora la tua forma.
    DROMIO DI SIRACUSA: No, sono una scimmia.
    LUCIANA: Se sei cangiato in qualcosa  in un asino.
    DROMIO DI SIRACUSA: E' vero, essa m'inforca ed io ho voglia d'erba. E'
    cos,  sono un asino,  altrimenti  non  potrebbe  accadere  ch'io  non
    conosca lei come lei conosce me.
    ADRIANA:  Andiamo,  non voglio essere cos sciocca da mettermi le dita
    negli occhi e piangere mentre il padrone e il  servo  si  burlano  dei
    miei  dolori.  Andiamo  a pranzo,  signore.  Dromio,  stai alla porta.
    Marito mio,  io pranzer di  sopra  con  voi,  oggi,  e  vi  far  poi
    confessare le vostre mille scappatelle.  Mariuolo,  se qualcuno chiede
    del padrone, digli che pranza fuori e non far entrare un'anima. Vieni,
    sorella. Dromio, fa' bene il portiere.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Sono in terra, in cielo o all'inferno? Sveglio o
    addormentato? Pazzo o in senno? Conosciuto da queste e irriconoscibile
    a me stesso?  Continuer cos,  a dire ci ch'esse dicono e me n'andr
    alla ventura in questa nebbia.
    DROMIO DI SIRACUSA: Padrone, devo far da portiere?
    ADRIANA: S, e non fate entrar nessuno, se no ti rompo la zucca.
    LUCIANA: Andiamo, andiamo, Antifolo, pranziamo fin troppo tardi.
    (Escono).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Davanti alla casa di Antifolo di Efeso.

    (Entrano ANTIFOLO di Efeso, DROMIO di Efeso, ANGELO e BALDASSARRE).
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  Buon  signore Angelo,  voi dovete scusarci,  mia
    moglie s'imbroncia se non giungo all'ora precisa.  Ditele che mi  sono
    indugiato  nella  vostra  bottega  a  veder  fare la sua collana e che
    domani gliela porterete a casa.  Ma ecco  un  manigoldo  che  vorrebbe
    sostenermi  in  faccia  che  m'ha  incontrato  al  mercato  e che l'ho
    picchiato reclamando mille marchi d'oro e che ho rinnegato mia  moglie
    e la mia casa. Che vuoi intendere con tutto ci, ubriacone?
    DROMIO DI EFESO: Dite ci che volete, messere, ma io so quel che so; e
    che  m'avete  picchiato  al mercato posso provarlo con la vostra mano.
    Fossero i vostri colpi inchiostro e pergamena la mia pelle,  la vostra
    scrittura vi ridirebbe quel che penso io.
    ANTIFOLO DI EFESO: Io penso che sei un asino.
    DROMIO  DI EFESO: Diamine,  lo si direbbe dalle angherie che patisco e
    dai colpi che sopporto. Preso a calci dovrei scalciare;  e in tal caso
    voi dovreste guardarvi dai miei zoccoli e stare attento all'asino.
    ANTIFOLO  DI EFESO: Siete mesto,  signor Baldassarre;  voglia il cielo
    che il mio pranzo corrisponda alla buona  volont  e  alla  cordialit
    della mia accoglienza.
    BALDASSARRE:  Faccio poco conto della vostra tavola,  messere,  e gran
    conto della vostra accoglienza.
    ANTIFOLO DI EFESO: In fatto di carne o di pesce,  signor  Baldassarre,
    non c' buona accoglienza che valga una buona pietanza.
    BALDASSARRE: Il buon cibo  frequente,  signore, e il primo screanzato
    pu offrirvelo.
    ANTIFOLO DI EFESO: Anche pi  comune  l'accoglienza,  fatta  com'  di
    parole.
    BALDASSARRE:  Tavola  modesta e grande accoglienza fanno un eccellente
    banchetto.
    ANTIFOLO DI EFESO: S, per un ospite esoso e un invitato molto sobrio.
    Ma per modeste che siano le mie vivande,  accettatele di  buon  grado,
    migliore  potrebbe  essere la tavola,  non gi il cuore.  Ma come?  La
    porta  chiusa? Di' dunque che ci aprano.
    DROMIO DI EFESO:  Maddalena,  Brigida,  Marianna,  Cecilia,  Giuliana,
    Gianna!
    DROMIO DI SIRACUSA (di dentro): Testone,  rozza, cappone, bellimbusto,
    idiota e pagliaccio! Levati dalla porta o va' a cuccia. O che ti metti
    a evocare ragazze, che ne chiami un tal branco, quando una sarebbe gi
    di troppo? Vattene da quest'uscio.
    DROMIO DI EFESO: Che pagliaccio ci han messo per portiere?  Il padrone
     qui nella strada.
    DROMIO  DI  SIRACUSA  (di dentro): Se ne torni donde  venuto,  se non
    vuol prender freddo ai piedi.
    ANTIFOLO DI EFESO: Chi parla di dentro? Ors, aprite.
    DROMIO DI SIRACUSA (di dentro): Benone,  signore;  vi dir quando  non
    appena mi direte il perch.
    ANTIFOLO  DI EFESO: Perch?  Ma per il pranzo;  non ho ancora pranzato
    oggi.
    DROMIO DI SIRACUSA (di dentro):  N  oggi  pranzerete  qui.  Ripassate
    quando potete.
    ANTIFOLO DI EFESO: Chi sei tu che mi tieni fuori di casa mia?
    DROMIO DI SIRACUSA (di dentro): Per il momento il portiere, signore, e
    il mio nome  Dromio.
    DROMIO DI EFESO: Oh, furfante, tu hai rubato insieme il mio posto e il
    mio nome!  L'uno mi ha dato scarso credito,  l'altro non poco biasimo.
    Se tu fossi stato oggi Dromio in mia vece,  avresti barattato il  viso
    con un brocco di bersaglio, e il brocco... con un asino.
    LUCE (di dentro): Che baccano  questo? Dromio, chi  alla porta?
    DROMIO DI EFESO: Fate entrare il padrone, Luce.
    LUCE  (di  dentro):  In  fede  mia,  no.  Arriva troppo tardi;  potete
    dirglielo.
    DROMIO DI EFESO:  Oh,  Signore,    assai  buffo!  Toh  v'affibbio  un
    proverbio: Buona femmina vuol bastone...
    LUCE  (di  dentro):  A  questo  vi rispondo con un altro: Date bastoni
    invece di denari...
    DROMIO DI SIRACUSA (di dentro): Quant' vero che ti  chiami  Luce  gli
    hai risposto bene!
    ANTIFOLO  DI EFESO: Ascoltami,  tesoruccio.  Ci farete entrare,  non 
    vero?
    LUCE (di dentro): Pensavo di avervi gi risposto.
    DROMIO DI SIRACUSA (di dentro): E avete  detto  di  no.  (Antifolo  di
    Efeso picchia all'uscio).
    DROMIO DI EFESO: Benone, aiutatemi. Picchiato sodo! Colpo per colpo!
    ANTIFOLO DI EFESO: Zambracca, fammi entrare.
    LUCE (di dentro): Sapresti dirmi a quale scopo?
    DROMIO DI EFESO: Padrone, picchiate forte all'uscio.
    LUCE (di dentro): Pu picchiare finch la porta sar indolenzita.
    ANTIFOLO DI EFESO: Voi piangerete,  tesoruccio,  una volta che l'abbia
    sfondata.
    LUCE (di dentro): Che importa tutto ci? C' una gogna in citt.
    ADRIANA (di dentro): Chi fa tanto rumore alla mia porta?
    DROMIO DI SIRACUSA (di  dentro):  In  fede  mia,  la  vostra  citt  
    infestata da scavezzacolli.
    ANTIFOLO  DI EFESO: Siete voi,  moglie mia?  Avreste potuto scomodarvi
    prima.
    ADRIANA (di dentro): Vostra moglie,  messer  furfante?  Andatevene  da
    questa porta.
    DROMIO DI EFESO: Se entrate penando,  padron mio, questo "furfante" le
    coster caro.
    ANGELO: Mi pare,  signore,  che qui non sia n buona tavola  n  buona
    accoglienza; e l'una o l'altra ci saremmo attesi.
    BALDASSARRE: Disputammo qual fosse la migliore, ma ce ne andremo senza
    alcuna delle due!
    DROMIO DI EFESO: Vedeteli che attendono alla porta,  padrone.  Dategli
    dunque il benvenuto...
    ANTIFOLO DI EFESO: C' qualcosa nell'aria che c'impedisce di entrare.
    DROMIO DI EFESO: Sentireste l'aria ancor pi,  padrone,  se  i  vostri
    sentimenti fossero leggeri.  Il vostro pranzo  caldo l dentro, e voi
    siete qui ritto al fresco. C' da diventar pi furiosi di un caprone a
    esser cos serviti di barba e di parrucca.
    ANTIFOLO DI EFESO: Cercami qualche cosa, voglio sfondar la porta.
    DROMIO DI SIRACUSA (di dentro): Rompete  ci  che  potete  ed  io  poi
    romper la vostra zucca di furfante.
    DROMIO DI EFESO: Con voi si pu rompere solo il silenzio,  signore,  e
    le parole son fatte d'aria.  Gi,  e rompervelo  in  faccia,  per  non
    rompervelo di dietro.
    DROMIO  DI  SIRACUSA (di dentro): Pare che tu abbia una gran voglia di
    aver la testa rotta, zoticone. Va' al diavolo!
    DROMIO DI EFESO: Al diavolo?  Mi pare che  basti.  Facci  entrare,  ti
    ripeto.
    DROMIO  DI   SIRACUSA (di dentro): S,  quando gli uccelli non avranno
    piume e i pesci non avranno pinne.
    ANTIFOLO DI EFESO: Bene entrer a forza. Portatemi qualcosa per dar di
    picchio qui.
    DROMIO DI EFESO: Un picchio senza piume, non  vero,  padrone?  Per un
    pesce  senza pinne occorre un uccello senza piume.  E se il picchio ci
    aiuter a entrare,  mariolo,  vedrai che sappiam  stiacciare  come  un
    picchio.
    ANTIFOLO: E. Su, levati dai piedi e va' a prendere una sbarra.
    BALDASSARRE: Abbiate pazienza,  signore;   meglio non farne nulla. In
    tal modo voi fareste guerra alla vostra riputazione e offrireste  agli
    strali  del sospetto l'immacolato onore della vostra sposa.  In breve,
    converrete che la vostra lunga esperienza della saggezza di lei, della
    sua proba  virt,  la  sua  modestia,  e  la  sua  stessa  et,  tutto
    testimonia  a  favor suo di qualche ragione che finora vi  ignota.  E
    non dubitate,  messere,  che ella ben si scuser di avervi tenuto  ora
    fuor  della  porta.  Seguite il mio avviso;  andiamocene in santa pace
    tutti insieme a pranzare alla "Tigre"; e verso sera ve ne tornerete da
    solo ad ascoltare i motivi di tale  bizzarra  esclusione.  Se  a  viva
    forza  cercate,  nel  pi  animato  momento del giorno,  di rompere la
    porta,  se ne far un triviale chiacchiericcio,  e  contro  la  vostra
    riputazione,  finora intatta, tali sospetti saran levati dal volgo che
    finiranno per infondersi  turpemente  persino  nella  tomba,  dopo  la
    vostra morte,  poich la calunnia si trasmette moltiplicandosi,  n si
    pu sloggiarla quando ha preso stanza.
    ANTIFOLO DI EFESO: Sia cos come voi volete;  me ne andr in  pace,  e
    anche  senza  ragioni  di  gioia ho in animo di svagarmi.  Conosco una
    donnetta di ottima conversazione,  graziosa e spiritosa,  selvatica  e
    insieme arrendevole.  Pranzeremo con lei; per questa donna mia moglie,
    e senza motivo, ve lo accerto,  mi ha spesso rimproverato.  Pranzeremo
    da  lei.  (Ad Angelo) Tornate a casa e cercate la catena;  a quest'ora
    dev'essere finita.  E portatela al "Porcospino",  vi prego,   l  che
    andiamo.  La catena voglio regalarla alla nostra locandiera, non fosse
    che per fare dispetto a mia moglie.  Poich la mia porta si rifiuta di
    accogliermi,  batter  ad altri usci e vedremo se mi si chiuderanno in
    faccia.
    ANGELO: Sar l entro un'ora.
    ANTIFOLO DI EFESO: Fate cos. E' uno scherzo che mi coster qualcosa.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La stessa.

    (Entrano LUCIANA e ANTIFOLO di Siracusa).
    LUCIANA: Pu accadere che abbiate cos obliato i doveri di un  marito?
    Pu  essere,  Antifolo,  che  in questa primavera di amore le primizie
    d'amore nascano  gi  guaste?  Pu  l'amore  cadere  in  rovina  prima
    d'essere edificato?  Se sposaste mia sorella per la sua ricchezza, per
    un riguardo alla stessa sua fortuna trattatela con maggior cortesia; o
    se amate un'altra,  fatelo di nascosto,  mascherate il  vostro  sleale
    amore  di  un'ingannevole  apparenza,  affinch  mia sorella non ve lo
    legga negli occhi,  e non sia la vostra lingua a confessare la  vostra
    vergogna.  Abbiate un'aria dolce,  una parola affabile,  coonestate la
    vostra doppiezza,  vestite il vizio da araldo della virt,  abbiate un
    onesto  aspetto sebbene il vostro cuore sia corrotto,  date al peccato
    le arie della santit, ingannate in segreto. Perch bisogna che lei ne
    sia a conoscenza?  Quale ladro  cos  sciocco  da  vantarsi  del  suo
    proprio  misfatto?  E'  doppiamente  male,  essendo infedele al vostro
    letto, far poi s ch'ella se ne accorga quando  a tavola con voi.  La
    vergogna  che  sa  destreggiarsi  ottiene  un buon nome spurio,  ma le
    cattive azioni sono raddoppiate dalle cattive  parole.  Ahim,  povere
    donne! Fateci appena credere, credulone come siamo, che ci amate, e se
    qualche  altra  ha  il  vostro  braccio,  dateci  almeno la manica: ci
    muoviamo nella vostra orbita e voi  potete  volgerci  come  volete.  E
    cos,  gentile  fratello,  tornate  indietro,  consolate  mia sorella,
    rincuoratela, chiamatela vostra sposa. E' santa cosa industriarsi alla
    lusinga, quando il suo dolce soffio pu sedare la discordia.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Dolce signora - non so quale nome sia il vostro,
    n per qual miracolo voi avete scoperto il mio - nel  vostro  senno  e
    nella vostra grazia vi dimostrate una meraviglia di quaggi, piuttosto
    divina che umana. Insegnatemi, donna gentile, che cosa debbo pensare e
    dire,  e  schiudete  al  mio  grossolano  senso  terrestre,  soffocato
    dall'errore debole, misero, vuoto,  i riposti significati delle vostre
    illusorie  parole.  Perch  vi sforzate d'indurre la pura lealt della
    mia anima a errare in un campo sconosciuto?  Siete un  nume  e  volete
    ricrearmi?  Trasformatemi e ceder al vostro potere. Ma se io sono io,
    so altrettanto bene che la vostra querula sorella non  mia moglie  ed
    io non debbo alcun omaggio al suo talamo.  Ma c' di pi,  c' di pi,
    ed  che mi sento attratto da voi. Oh, non indurmi, dolce sirena,  col
    tuo canto ad annegarmi nel fiotto di lacrime di tua sorella; canta per
    te, sirena, ed io vanegger, spandi sull'acque d'argento la tua chioma
    d'oro  e in essa io giacer come in un mio letto.  Mi pare,  in questo
    meraviglioso sogno, che s'avvantaggia nella morte chi pu cos morire.
    Possa Amor, fiamma lieve, spegnersi se in gi cali.
    LUCIANA: Siete scapato che ragionate cos?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Non scapato,  ma accoppato,  anzi accoppiato,  e
    non so come.
    LUCIANA: E' colpa ch'esce dai vostri occhi.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Per  aver  guardato troppo da vicino i vostri
    raggi, mio dolce sole.
    LUCIANA: Guardate ci che dovreste e vi si chiarir la vista.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E' come chiudere gli occhi, amor mio, a guardare
    la notte.
    LUCIANA: Perch chiamarmi amor mio? Dite questo a mia sorella.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: La sorella di tua sorella.
    LUCIANA: E' mia sorella.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: No: sei tu la parte migliore di  me  stesso,  la
    pupilla  degli  occhi  miei,  il pi caro cuore del mio cuore,  il mio
    alimento,  la mia fortuna,  la mta della mia dolce speranza,  il solo
    cielo della mia terra e la mia parte di cielo.
    LUCIANA: Tutto ci  mia sorella, o dovrebbe esserlo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Cara, chiama te stessa sorella, perch io aspiro
    a  te.  Te  voglio amare e con te trascorrere la mia vita.  Tu non hai
    ancora marito, n io ho moglie. Dammi la mano.
    LUCIANA: Piano, signore mio. Mantenetevi calmo.  Vado da mia sorella e
    chieder il suo consenso.
    (Esce).

    (Entra dalla casa correndo DROMIO di Siracusa).

    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Che c'? Dromio? Perch corri svelto?
    DROMIO  DI  SIRACUSA: Mi conoscete,  signore?  Son io Dromio?  Sono il
    vostro uomo? Sono io proprio io?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Tu sei Dromio, sei il mio uomo, sei tu stesso.
    DROMIO DI SIRACUSA: Io sono un asino,  sono l'uomo di una donna e sono
    fuori di me stesso.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA: Di quale donna sei l'uomo?  E come sei fuor di
    te?
    DROMIO DI SIRACUSA: Poffare! Son fuori di me,  appartengo a una donna,
    una che mi reclama, mi perseguita e vuole avermi.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Che pretese pu essa avere su di te?
    DROMIO DI SIRACUSA: Eh,  signor mio, le pretese che voi potreste avere
    sul vostro cavallo.  Mi chiede come una bestia.  Non che,  foss'io una
    bestia,  essa  vorrebbe  avermi;  ma   lei che  un essere bestiale e
    vanta diritti su di me.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Ma chi  dunque?
    DROMIO DI SIRACUSA: Una figura molto rispettabile alla  quale  non  si
    pu parlare senza dire "con rispetto". Ho fatto un ben magro affare in
    questa partita e tuttavia si tratta di un matrimonio sbalorditivamente
    grasso.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Che intendi per matrimonio grasso?
    DROMIO  DI  SIRACUSA: Diamine,  signore,   la sguattera di cucina,  
    tutta grascia, ed io non saprei proprio che farmene se non forse farne
    una candela e fuggir da lei alla sua stessa  luce.  V'assicuro  che  i
    suoi cenci,  con tutto il loro sego,  arderebbero per tutto un inverno
    di Polonia.  Se vive fino al d del giudizio brucer una settimana  di
    pi di tutto l'universo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Di che colore ?
    DROMIO DI SIRACUSA: Nera come le mie scarpe, ma in viso non certo cos
    pulita,  perch  suda  e  uno  ci  potrebbe affondare dentro fino alle
    caviglie
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E' un difetto che l'acqua pu correggere.
    DROMIO DI SIRACUSA: No,  signore,  l'ha nella pelle: il diluvio di No
    non potrebbe farci nulla.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Che nome ha?
    DROMIO DI SIRACUSA: Lalla;  ma il suo nome pi tre quarti, cio l'alla
    e tre quarti d'alla, non la misurerebbero da un'anca all'altra.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Sarebbe dunque di una certa ampiezza?
    DROMIO DI SIRACUSA: Non pi larga dalla testa ai piedi che da anca  ad
    anca; sferica come un globo, e tutti i paesi possono trovarsi in lei.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: In che parte del suo corpo  l'Irlanda?
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Perdinci,  signore,  nelle  sue  chiappe;  l'ho
    riconosciuta da certi acquitrini.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E la Scozia?
    DROMIO DI SIRACUSA: L'ho trovata in certi duroni nella palma della sua
    mano.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E la Francia?
    DROMIO DI SIRACUSA: Nella sua fronte,  piena di sfogo  e  di  ritrose,
    sempre in guerra col suo capo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E l'Inghilterra?
    DROMIO DI SIRACUSA: Cercai le sue balze gessose, ma nulla di bianco ho
    potuto  trovarvi.  Ma  suppongo  fosse  nel  suo  mento dato il flusso
    salmastro che correva tra questo e la Francia.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E la Spagna?
    DROMIO DI SIRACUSA: In fede mia,  non l'ho vista,  ma ne ho sentito il
    calore nel suo fiato.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E l'America? E le Indie?
    DROMIO DI SIRACUSA: Oh,  signore, sul suo naso abbellito di rubini, di
    carboncini e di zaffiri che inchinavano il loro fulgore al caldo fiato
    della Spagna,  la quale mandava intere armate di galeoni a caricare al
    suo naso.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA:. E dove sono il Belgio e i Paesi Bassi?
    DROMIO DI SIRACUSA: Oh,  signore,  non ho guardato cos in basso.  Per
    concludere,  questa ciabattona,  questa stregona ha vantato pretese su
    me,  mi  ha chiamato Dromio,  ha giurato che io le ero promesso,  m'ha
    detto quali segni personali ho su di me, il segno sulla spalla, il neo
    sul collo,  la grossa verruca  sul  braccio  sinistro,  tanto  che  io
    sbalordito son corso via da lei come da una strega. E credo che se non
    avessi  avuto  un  petto  pieno  di  fede  e  un cuore di acciaio essa
    m'avrebbe mutato in un canino codimozzo e messo a girare lo spiedo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Va',  corri subito al porto e se  qualche  vento
    appena  soffia dalla riva non voglio restare in questa citt stanotte.
    Se c' un palischermo che stia  per  salpare,  vienimi  a  cercare  al
    mercato dove passegger in tua attesa. Poich tutti ci conoscono e noi
    non conosciamo nessuno,  urgente di far armi e bagagli e filar via.
    DROMIO DI SIRACUSA: Come dall'orso un uomo si salva dandosela a gambe,
    cos fuggo io da colei che presume di essere mia moglie.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA: Solo le streghe abitano questo paese ed  per
    tempo di levarsi di qui.  Colei che mi chiama suo marito io la detesto
    di  tutto  cuore  come  sposa;  ma la sua bella sorella,  dotata di s
    gentil grazia sovrana,  di un aspetto e una parola tanto  incantevoli,
    mi  ha fatto quasi diventare traditore di me stesso.  Ma per non esser
    colpevole d'un torto verso me stesso,  voglio chiudere gli orecchi  al
    canto della sirena.

    (Rientra ANGELO con la catena).

    ANGELO: Padron Antifolo...
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Gi,  il mio nome.
    ANGELO: Lo so bene,  signore;  ecco la catena. Credevo di raggiungervi
    al "Porcospino",  ma il lavoro non era finito  e  m'ha  fatto  tardare
    tanto.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Che volete che ne faccia?
    ANGELO:. Quel che vi piace, signore: io l'ho fatta per voi.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: L'avete fatta per me? Ma io non l'ho ordinata.
    ANGELO:  Non  una  n  due ma venti volte.  Andate a casa con questa e
    datela a vostra moglie.  Non appena sia l'ora di pranzo verr da voi e
    allora ricever il denaro della catena.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Vi prego,  messere,  vogliate ricevere ora il
    denaro per tema che non dobbiate rivedere n catena n denaro.
    ANGELO: Vi piace scherzare, messere. Arrivederci.
    (Esce).
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Quel che io debba pensare di tutto ci,  non  si
    dice.  Ma  so  che  non  esiste  un  uomo  tanto  sciocco da rifiutare
    l'offerta d'una cos bella catena.  Veggo che  un  uomo,  qui,  non  
    costretto  a  ingegnarsi  alla meglio,  quando gli capitano per la via
    regali cos munifici. Vado al mercato ad attendere Dromio.  Se c'e una
    nave che salpa partiremo all'istante.
    (Esce).


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Una piazza.

    (Entrano il Secondo Mercante, ANGELO e un Ufficiale).
    SECONDO  MERCANTE:  Voi  lo  sapete,  la  somma  mi  dovuta fin dalla
    Pentecoste e da allora non si pu dire che io v'abbia importunato;  n
    lo  farei ora,  se non dovessi recarmi in Persia e non abbisognassi di
    fiorini per il mio viaggio. Vi chiedo perci di saldarmi subito il mio
    debito o vi far arrestare da questo ufficiale.
    ANGELO: M' dovuta da Antifolo proprio  la  somma  che  reclamate,  ed
    anzi,  appena un attimo prima del nostro incontro, egli ha avuto da me
    una catena per la quale debbo essere pagato alle  cinque.  Vi  piaccia
    venir  meco  fino  alla  sua  casa  e  l  pagher  il mio debito e vi
    ringrazier.
    UFFICIALE: Potete risparmiarvi questa fatica; eccolo che viene.
    (Entrano ANTIFOLO di Efeso e DROMIO di Efeso).
    ANTIFOLO DI EFESO: Mentre mi reco alla casa  dell'orefice,  tu  va'  a
    comperare  un  pezzo  di  corda;  ne  far dono a mia moglie e ai suoi
    complici per avermi chiuso fuor di casa in pieno giorno.  Piano,  ecco
    l'orefice. Spicciati, compra una corda e portamela a casa.
    DROMIO  DI EFESO: Compro una rendita di mille lire all'anno con questa
    corda!
    (Esce).
    ANTIFOLO DI EFESO: Sta  allegro  colui  che  si  fida  di  voi;  avevo
    promesso che sareste venuto con la catena,  ma n catena n orefice si
    son visti.  Avete forse creduto che i nostri buoni  rapporti  potevano
    durar  troppo,  una  volta che fossero incatenati,  e perci non siete
    venuto.
    ANGELO: Con ogni rispetto pel vostro buon umore, eccovi il conto della
    collana: il peso fino all'ultimo carato,  la  finezza  dell'oro  e  il
    costo della fattura: il che fa in tutto tre ducati in pi di quanto io
    debba  a  questo  signore.  Vi  prego di pagarlo subito per conto mio,
    perch sta per imbarcarsi e non attende che questo.
    ANTIFOLO DI EFESO: Non ho con me la somma che occorre, e per di pi ho
    qualche  affare  in  citt.  Mio  buon  signore,  accompagnate  questo
    straniero in casa mia,  prendete con voi la catena e dite a mia moglie
    di sborsare la somma alla consegna.  Forse arriver l  poco  dopo  di
    voi.
    ANGELO: Allora non le portate la catena voi stesso?
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  No,  portatela  con  voi  per  tema che io possa
    tardare.
    ANGELO: Bene, signore, far cos. Avete la catena con voi?
    ANTIFOLO DI EFESO: Se non  l'ho  io,  spero  l'abbiate  voi,  signore;
    altrimenti potreste ritornarvene senza il denaro.
    ANGELO: Suvvia,  signore,  vi prego,  datemi la catena.  Il vento e la
    marea insieme attendono questo signore, e io ho gi il torto dl averlo
    trattenuto troppo a lungo.
    ANTIFOLO DI EFESO: Dio mio,  voi usate questo scherzo per scusarvi  di
    aver  mancato  alla  promessa di venire al "Porcospino".  Sarei io che
    dovrei rimproverarvi perch non l'avete portata,  ed eccovi  invece  a
    cercar lite per primo come un accattabrighe.
    SECONDO MERCANTE: Il tempo fugge; vi prego, signore, sbrigatevi.
    ANGELO: Vedete com'egli mi sta alle costole. La catena!
    ANTIFOLO DI EFESO: Ebbene, portatela a mia moglie e vi dar il denaro.
    ANGELO:  Andiamo,  andiamo,  voi  sapete  che ve l'ho data poco fa.  O
    mandate la catena o mandate una parola per mezzo mio.
    ANTIFOLO DI EFESO: Eh, via, voi spingete la celia troppo in l.  Dov'
    dunque la catena? Vi prego, fatemela vedere.
    SECONDO  MERCANTE:  I miei affari non permettono questo traccheggiare.
    Buon signore,  ditemi se  volete  soddisfarmi  o  no;  se  no  lascer
    quest'uomo all'ufficiale.
    ANTIFOLO DI EFESO: Io soddisfarvi? Che debbo dunque darvi?
    ANGELO: Il denaro che mi dovete per la catena.
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  Non  vi  devo nulla finch non abbia ricevuto la
    catena.
    ANGELO: Sapete bene che ve l'ho data or  mezz'ora.
    ANTIFOLO DI EFESO: Non m'avete dato nulla e  mi  fate  assai  torto  a
    dirlo.
    ANGELO:  Pi  assai  ne  fate a me negandolo.  Riflettete che ne va di
    mezzo il mio credito.
    SECONDO MERCANTE: Ebbene, ufficiale, arrestatelo a mia richiesta.
    UFFICIALE: Cos faccio, e v'impongo nel nome del duca di obbedirmi.
    ANGELO: Ci mi colpisce nella mia  reputazione.  Consentite  a  pagare
    questa somma per me o vi faccio arrestare da questo ufficiale.
    ANTIFOLO  DI  EFESO: Consentire a pagarti di ci che non ho mai avuto!
    Fammi arrestare, gaglioffo, se tu osi.
    ANGELO:  Eccoti  la  tua  provvisione:   arrestalo,   ufficiale:   non
    risparmierei   neppur  mio  fratello,   se  si  beffasse  di  me  cos
    apertamente.
    UFFICIALE: Io vi arresto, messere; avete inteso la domanda.
    ANTIFOLO DI EFESO: Ti obbedir finch non avr pagato la cauzione.  Ma
    voi,  mariuolo,  pagherete  questo sollazzo pi caro di quel che potr
    bastare tutto il metallo del vostro negozio.
    ANGELO: Signor mio,  non dubito che  in  Efeso  trover  giustizia,  a
    vostra pubblica vergogna.
    (Entra DROMIO di Siracusa, venendo dal porto).
    DROMIO  DI SIRACUSA: Padrone,  c' un battello di Epidamno che attende
    solo che s'imbarchi il suo padrone per  spiegar  le  vele.  Il  nostro
    bagaglio  l'ho  gi  portato  a  bordo  e ho comprato olio,  balsamo e
    acquavite. La nave  pronta, un vento favorevole spira allegramente da
    terra e ormai non si attende che il padrone e voi.
    ANTIFOLO DI EFESO: Come? Sei impazzito? Dimmi,  asino col basto,  qual
    bastimento di Epidamno mi attende?
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Il  bastimento  sul  quale  mi  avete mandato a
    noleggiare il nostro passaggio.
    ANTIFOLO DI EFESO: Ubriacone furfante,  t'ho mandato  a  prendere  una
    corda e t'ho detto perch, e a quale scopo.
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Gi,  allora  potete dire che m'avete mandato a
    farmi impiccare!  Mi spediste alla  baia,  signore,  in  cerca  di  un
    battello.
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  Disputeremo  con  pi  agio  su questo punto,  e
    insegner ai tuoi orecchi ad ascoltarmi con maggior attenzione.  Corri
    svelto  da  Adriana,  furfante,  dalle  questa  chiave e dille che nel
    tavolino ch' coperto da un tappeto turco c'  una  borsa  di  ducati.
    Ch'essa  me la mandi.  Dille che m'hanno arrestato per la strada e che
    servono per  mia  cauzione.  Affrettati,  briccone,  sbrigati.  E  ora
    andiamo in prigione, ufficiale, fin ch'egli non torner.
    (Escono il Secondo Mercante, Angelo, l'Ufficiale e Antifolo di Efeso).
    DROMIO  DI SIRACUSA: Da Adriana.  E' l che abbiamo pranzato,  l dove
    quella Dulcinea mi reclamava per marito. Ma  una donna troppo grassa,
    m'immagino,  perch io possa abbracciarla.  Devo ritornarci,  bench a
    contraggenio,  perch  i  servi  debbono  obbedire  alla  volont  dei
    padroni.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - In casa di Antifolo di Efeso.

    (Entrano ADRIANA e LUCIANA).
    ADRIANA: Come, Luciana,  egli t'ha dunque tentato cos?  Hai tu potuto
    vedergli  austeramente  negli  occhi  se  parlava sul serio o no?  Era
    infiammato o pallido, triste o allegro? Che hai tu osservato,  in quel
    momento, delle meteore del suo cuore che lottavano nel suo viso?
    LUCIANA:  Prima di tutto ha negato che voi abbiate alcun diritto su di
    lui.
    ADRIANA: Intendeva che non me ne  accorda  nessuno,  per  mio  maggior
    dispetto.
    LUCIANA: E poi ha giurato di essere straniero qui.
    ADRIANA: E per quanto spergiuro ha giurato il vero.
    LUCIANA: Indi ho parlato in favor vostro.
    ADRIANA: E lui... che ha detto?
    LUCIANA: L'amore ch'io chiedevo per voi egli domandava a me.
    ADRIANA: E con quali argomenti lo sollecita?
    LUCIANA:  Con  parole  che  se  si fosse trattato d'una domanda onesta
    avrebbero potuto commuovere.  Ha lodato prima la mia bellezza,  poi la
    mia parola.
    ADRIANA: E, tu gli hai risposto affabilmente?
    LUCIANA: Un po' di pazienza, ti prego.
    ADRIANA: Io non posso n voglio contenermi.  La mia lingua,  se non il
    mio cuore, avr il suo sfogo. Egli  deforme, storto, vecchio e vizzo,
    brutto di viso, pi ancora di corpo, contraffatto in tutta la persona,
    vizioso,  ignobile,  stupido,  grossolano e  screanzato,  segnato  nel
    fisico e peggio nell'anima.
    LUCIANA: Chi potrebbe esser gelosa,  allora,  di un simile essere? Non
    si rimpiange la perdita d'un male ch' sparito.
    ADRIANA: Ah,  io ne penso meglio di quanto ne dico,  e tuttavia vorrei
    che apparisse peggiore agli occhi degli altri. Lungi dal nido grida il
    vanello  per sviare gl'intrusi,  e il mio cuore prega per lui anche se
    la mia lingua maledice.
    (Entra DROMIO di Siracusa).
    DROMIO DI SIRACUSA: Suvvia, presto il forziere e la borsa, su,  datevi
    daffare, affrettatevi.
    LUCIANA: Come mai sei cos trafelato?
    DROMIO DI SIRACUSA: Dalla corsa che ho fatto.
    ADRIANA: Dov' il padrone, Dromio? Sta bene?
    DROMIO DI SIRACUSA: No,   nel limbo Tartaro,  peggio che all'inferno.
    Un demonio gli  alle calcagna che ha indumenti d'eterna durata  e  un
    duro  cuore  abbottonato d'acciaio,  un diavolo,  una furia spietata e
    rude, un lupo, che dico?  peggio,  un individuo vestito di bufalo,  un
    amico  che vi prende per di dietro,  che vi mette la man sulla spalla,
    uno che  interdice  il  passo  dei  vicoli,  dei  chiassuoli  e  degli
    angiporti,  un  segugio che pu perdere la pista ma finisce sempre per
    ritrovarla al fiuto delle orme,  infine uno di quegli esseri che prima
    del giudizio portan le anime all'inferno.
    ADRIANA: Suvvia, di che si tratta?
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Io  non  so qual sia la fattispecie,  ma non vi
    faccia specie se  stato arrestato.
    ADRIANA: Arrestato? E chi ha potuto indurre a ci?
    DROMIO DI SIRACUSA: Non so chi ha potuto indurre a ci, ma posso dirvi
    che chi l'ha arrestato ha un indumento di  bufalo.  Volete  mandargli,
    Madonna Redenzione, il denaro ch' nel forziere?
    ADRIANA: Va' a prenderlo, sorella. (Esce Luciana) Ci che mi sorprende
     ch'egli abbia fatto debiti a mia insaputa.  Dimmi,  stato arrestato
    per un vincolo legale?
    DROMIO DI SIRACUSA: Un vincolo  no,  ma  una  cosa  pi  robusta:  una
    catena, una catena! Non ne udite il suono?
    ADRIANA: Della catena?
    DROMIO DI SIRACUSA: No, della campana. E' ora che io me ne torni. Eran
    le due quando l'ho lasciato e ora l'orologio batte l'una.
    ADRIANA: Le ore tornano indietro! Non ho mai inteso nulla di simile.
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Oh s,  quando un'ora incontra un birro,  torna
    indietro per la paura.
    ADRIANA: Come se il tempo avesse debiti! Ragioni proprio da stolto.
    DROMIO DI SIRACUSA: Il Tempo fa sempre fallimento e deve all'occasione
    pi di quanto non possa dare.  Ed  anche  un  ladro.  Non  avete  mai
    inteso  dire che il Tempo fugge alla chetichella notte e giorno?  Se 
    in debito ed  ladro e incontra un birro nella via,  non  giusto  che
    torni indietro d'un'ora in un giorno?
    (Rientra LUCIANA con la borsa).
    ADRIANA: Va', Dromio, ecco il denaro, portalo subito l e mena tosto a
    casa  il padrone.  Vieni,  sorella,  sono oppressa da un pensiero ch'
    insieme il mio conforto e il mio cruccio.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una piazza.

    (Entra ANTIFOLO di Siracusa).
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Non posso incontrare uomo che non mi saluti come
    se fossi il suo pi noto amico, e ognuno mi chiama per nome.  Qualcuno
    mi porge del denaro o m'invita,  altri mi ringrazia per cortesie avute
    o m'offre merci da comperare.  Or ora un sarto mi ha chiamato nel  suo
    negozio,  mi  ha  mostrato  la  seta  che  aveva  acquistato  per me e
    senz'altro mi ha preso le misure.  Certo non sono che effetti di magia
    e gli stregoni di Lapponia abitano qui.
    (Entra DROMIO di Siracusa).
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Padrone,  ecco  il  denaro  che  mi  mandaste a
    prendere.  Dove avete messo il ritratto del vecchio Adamo rivestito di
    pelli?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Che denaro  questo? E di che Adamo parli?
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Non  dell'Adamo che custodiva il Paradiso ma di
    quello che custodiva la prigione,  di quello ch' vestito della  pelle
    del vitello ucciso per il Figliuol Prodigo,  colui che venne dietro di
    voi,  messere,  come un cattivo angelo e vi chiese di rinunciare  alla
    vostra libert.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Non ti comprendo.
    DROMIO DI SIRACUSA: No? Ma  cosa semplice. Colui che come un basso di
    viola abita in un astuccio di cuoio; l'uomo, signore, che quando uno 
    stanco gli d un po' di respiro e lo porta a dormire al fresco; quello
    che  s'impietosisce degli uomini decaduti e d loro abiti di durata: e
    si picca di compiere pi imprese con la sua mazza che  con  una  picca
    moresca.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Che? Vorresti tu parlare di un birro?
    DROMIO  DI SIRACUSA: Ma s,  il birro della ronda,  colui che acciuffa
    ogni uomo che non renda i denari; uno che crede sempre che si stia per
    andare a letto e dice: "Dio vi dia un buon riposo".
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Via,  lasciate riposare le vostre scemenze.  C'
    dunque un battello in partenza stasera? Possiamo partire?
    DROMIO DI SIRACUSA: Come,  signore?  Sono venuto a dirvi un'ora fa che
    il battello "Speditezza" parte stasera e subito siete stato  costretto
    da  un  birro ad attendere la barca "Indugio".  Ecco gli angeli che mi
    mandaste a prendere per liberarvi.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: L'uomo farnetica e io pure. Qui ci aggiriamo fra
    gl'inganni. Che qualche celeste potere ci liberi!
    (Entra una Cortigiana).
    CORTIGIANA: Bene incontrato, bene incontrato padron Antifolo! Vedo che
    alfine avete trovato l'orefice.  E' questa  la  catena  d'oro  che  mi
    avevate promesso per oggi?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Indietro, Satana! T'ingiungo di non tentarmi.
    DROMIO DI SIRACUSA: Padrone,  questa la signora Satana?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: E' il diavolo.
    DROMIO DI SIRACUSA: No,  peggio,  la mamma del diavolo, la versiera,
    e vien qui in veste di ragazza mondana;  e di qui viene che le ragazze
    dicono: "Mamma mia!"  che  val  quanto  dire  "Poss'io  diventare  una
    mondana!".  Sta  scritto  che  esse  appaiono  agli uomini come angeli
    dell'altro  mondo,  sicch  non  sarebbero  in  tal  caso  mondane  ma
    immondane:  infatti  ci  fan  commettere ogni sorta d'immondizie.  Non
    accostatela.
    CORTIGIANA: Voi e il vostro servo siete di gran buon  umore,  messere.
    Volete venire con me? Qui faremo uno spuntino.
    DROMIO  DI  SIRACUSA: Padrone,  se farete questo,  attendete che vi si
    mangi la pappa in capo, e fornitevi di un lungo cucchiaio.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Perch, Dromio?
    DROMIO DI SIRACUSA: Oh, perch occorre un cucchiaio lungo per mangiare
    col diavolo.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Indietro dunque,  demonio!  Perch mi  parli  di
    cene?  Tu  sei,  come  tutti  qui,  una incantatrice.  Ti scongiuro di
    lasciarmi in pace e di andartene.
    CORTIGIANA: Ridatemi l'anello che m'avete preso durante il  pranzo  o,
    in  cambio  del  mio diamante,  la catena che mi prometteste,  e me ne
    andr senza seccarvi pi, messere.
    DROMIO DI SIRACUSA: Ci sono  diavoli  che  vi  chiedono  solo  ritagli
    d'unghia,  una festuca,  un capello, una goccia di sangue, uno spillo,
    una noce, un nocciolo di ciliegia,  ma questa,  pi cupida,  vuole una
    catena.  Padrone,  siate  prudente;  se  voi  gliela darete il diavolo
    scoter questa catena e ci far paura.
    CORTIGIANA: Vi prego,  signore,  l'anello o la catena.  Spero che  non
    vorrete truffarmi cos.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Indietro, strega. Ors, Dromio, fuggiamo.
    DROMIO  DI  SIRACUSA: "Apriti,  superbia!",  dice il pavone: conoscete
    l'adagio, signora!
    (Escono Antifolo di Siracusa e Dromio di Siracusa).
    CORTIGIANA: Senza dubbio Antifolo   impazzito,  se  no  non  agirebbe
    cos.  Ha avuto da me un anello che valeva quaranta ducati e in cambio
    mi promise una catena: ora nega l'uno e l'altra. Ci che mi fa pensare
    ch'egli  pazzo,  oltre la prova che ora ha dato della sua demenza,  
    il  pazzesco  racconto,  che m'ha fatto oggi a tavola,  della porta di
    casa sua che gli avrebbero  chiuso  in  faccia.  Pu  essere  che  sua
    moglie,  informata della sua follia, gli abbia chiuso davvero la porta
    di casa. Ormai non mi resta che andare l e dire a quella donna che in
    una delle sue lune  m'  piovuto  in  casa  e  m'ha  preso  per  forza
    l'anello.  E'  la  cosa migliore da farsi,  perch quaranta ducati son
    troppi per perderli cos.
    (Esce).


    SCENA QUARTA - Una strada.

    (Entrano ANTIFOLO di Efeso e l'Ufficiale).
    ANTIFOLO DI EFESO: Non temere, amico, non voglio svignarmela;  ti dar
    prima  di lasciarti,  a titolo di garanzia,  una somma eguale a quella
    per cui mi si arresta. Mia moglie  bizzarra d'umore oggi,  e non avr
    creduto  alla  leggera  il  messo.  Ch'io  ero arrestato in Efeso,  vi
    assicuro soner assai strano alle sue orecchie.  Ecco  il  mio  servo:
    credo che porti il denaro.
    (Entra DROMIO di Efeso con un pezzo di corda in mano).
    Ebbene, messere, avete quanto v'ho mandato a cercare?
    DROMIO DI EFESO: Ecco il necessario a pagarli tutti, ve lo garantisco.
    ANTIFOLO DI EFESO: Ma il denaro dov'?
    DROMIO DI EFESO: Oh bella, signore, l'ho sborsato per la corda.
    ANTIFOLO DI EFESO: Marrano, cinquecento ducati per una corda?
    DROMIO  DI  EFESO:  A  codesto  prezzo ve ne servirei cinquecento,  di
    corde.
    ANTIFOLO DI EFESO: A qual fine t'ho detto di correre a casa?
    DROMIO DI EFESO: Al fine d'una fune, signore, ed eccovela alla fine.
    ANTIFOLO DI EFESO: E con questa fune ti do il benvenuto.
    (Lo percuote).
    UFFICIALE: Mio buon signore, pazientate.
    DROMIO DI EFESO: Sono io che debbo pazientare;  sono io che  mi  trovo
    nelle peste.
    UFFICIALE: Brav'uomo, misura le parole.
    DROMIO DI EFESO: Persuadete lui, piuttosto, a misurare le busse.
    ANTIFOLO DI EFESO: Figlio d'una puttana, insensato cialtrone!
    DROMIO DI EFESO: Magari fossi insensibile,  signore, cos non sentirei
    i vostri colpi.
    ANTIFOLO DI EFESO: Tu non hai buon senso che per le  busse,  come  gli
    asini.
    DROMIO  DI  EFESO:  Sono  proprio un asino e lo potrete dimostrare con
    l'avermi allungate le orecchie. L'ho servito dal momento della nascita
    ad oggi e non ho avuto dalle sue mani che busse  in  cambio  dei  miei
    servizi.  Quando ho freddo,  mi riscalda con una percossa, se ho caldo
    mi raffredda con una botta;  con una  di  queste  vengo  svegliato  se
    dormo,  fatto alzare se sto a sedere, mi si caccia fuor della porta se
    sto per uscire e mi si d il benvenuto se ritorno.  Me le porto  sulle
    spalle  come  una mendica porta il suo marmocchio,  e credo che quando
    m'avr azzoppato dovr andarmene questuando accompagnato  dalle  busse
    di porta in porta.
    ANTIFOLO DI EFESO: Ors, andiamo: ecco mia moglie che viene.
    (Entrano ADRIANA, LUCIANA, la Cortigiana e PIZZICO).
    DROMIO DI EFESO: Padrone,  "respice finem",  state attento alla fine o
    per profetizzare come un pappagallo, attenzione alla fune.
    ANTIFOLO DI EFESO: Continui a blaterare?
    (Lo percuote).
    CORTIGIANA: Che ne dite? Non  pazzo vostro marito?
    ADRIANA: La sua villania lo prova purtroppo. Buon dottor Pizzico,  voi
    siete  un esorcista;  ridategli il senno,  e vi conceder tutto quello
    che mi chiederete.
    LUCIANA: Ahim, come appare corrucciato e iroso!
    CORTIGIANA: E come freme nel suo accesso!
    PIZZICO: Datemi una mano e fatemi sentire il vostro polso.
    ANTIFOLO DI EFESO: Ecco la mano e la sentirete sulle orecchie.
    (Lo percuote).
    PIZZICO: Io t'ingiungo, Satana, che alberghi in quest'uomo,  di cedere
    il campo dinanzi alle mie sante preghiere e di andartene in fretta nel
    regno delle tenebre. Ti esorcizzo per tutti i santi del cielo.
    ANTIFOLO DI EFESO: Pace, babbeo d'uno stregone, pace! Non sono pazzo.
    ADRIANA: Fosse vero che non lo fossi, povera anima in pena!
    ANTIFOLO  DI EFESO: Be',  tesoruccio,  son questi i vostri assidui?  E
    quest'uomo dalla faccia di zafferano gozzovigliava e se la spassava in
    casa mia oggi, mentre la complice porta m'era chiusa e a me s'impediva
    di entrare?
    ADRIANA: Oh marito mio,  Dio sa che voi avete pranzato a casa e vorrei
    che  ci  foste  rimasto  finora,  in modo che vi fossero risparmiati e
    questo scandalo e questa pubblica vergogna.
    ANTIFOLO DI EFESO: Ho pranzato a casa? E tu, furfante, che dici?
    DROMIO DI EFESO: Signore,  per dire il vero,  voi non avete pranzato a
    casa.
    ANTIFOLO DI EFESO: Eran serrate le porte? E io chiuso fuori?
    DROMIO DI EFESO: Perdiana, le porte erano serrate e voi chiuso fuori.
    ANTIFOLO DI EFESO: E l non m'ha lei stessa ingiuriato?
    DROMIO DI EFESO: Non sono storie, ella stessa v'ha ingiuriato l.
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  E non  vero che la sua sguattera m'ha vilipeso,
    insultato e sbeffeggiato?
    DROMIO DI EFESO: Certo, la vestale di cucina v'ha beffeggiato.
    ANTIFOLO DI EFESO: E' vero che me ne  sono  andato  via  su  tutte  le
    furie?
    DROMIO  DI  EFESO: In verit,  e ne sono testimoni le mie ossa che poi
    han provato la forza di questa collera.
    ADRIANA: E' giusto di secondarlo cos nelle sue ubbie?
    PIZZICO: Non  mal fatto.  Questo giovanotto capisce il  suo  umore  e
    concedendogli qualcosa mitiga la sua frenesia.
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  Tu  hai  subornato  l'orefice  perch mi facesse
    arrestare.
    ADRIANA: Ahim,  vi mandai il denaro per  riscattarvi,  per  mezzo  di
    Dromio qui presente, che venne in fretta a cercarlo.
    DROMIO DI EFESO: Denaro per mio mezzo? Forse cuore e buona volont, ma
    di denaro neppur l'ombra.
    ANTIFOLO DI EFESO: Non andasti da lei a chiederle una borsa di ducati?
    ADRIANA: Venne e li ebbe da me
    LUCIANA: E io posso testimoniarne.
    DROMIO  DI EFESO: Dio e il cordaio mi sono testimoni ch'io fui mandato
    solo a prendere una corda!
    PIZZICO: Signora,  servo e padrone sono invasati,  lo  vedo  dai  loro
    volti  pallidi  e  funebri.  Dovrebbero  esser  legati  e confinati in
    qualche camera buia.
    ANTIFOLO DI EFESO: Di',  perch m'hai chiusa  la  porta  oggi?  E  tu,
    Dromio, perch neghi di aver avuta la borsa di denaro?
    ADRIANA: Io non t'ho chiuso fuori, caro sposo.
    DROMIO  DI  EFESO:  Ed io,  gentil padrone,  non ricevetti denaro;  ma
    confesso, signore, che fummo chiusi fuori.
    ADRIANA: Zotico simulatore, tu dici due falsit.
    ANTIFOLO DI EFESO: Simulatrice puttana tu!  falsa in tutto e associata
    a  questa  diabolica  masnada che vuol far di me un immondo e abbietto
    zimbello.  Ma con  le  mie  unghie  voglio  strapparti  codesti  occhi
    bugiardi  che  hanno  voluto  vedermi  oggetto  di  un cos vergognoso
    trastullo.
    (Entrano tre o quattro Persone che si  gettano  su  di  lui.  Egli  si
    dibatte).
    ADRIANA: Legatelo! Legatelo! Che non mi si avvicini !
    PIZZICO: Aiuto! E' forte il demonio che ha dentro!
    LUCIANA: Ahim, pover'uomo, com' pallido e abbattuto!
    ANTIFOLO DI EFESO: Ah,  volete dunque uccidermi? E tu, carceriere, non
    sono forse tuo prigioniero? Permetterai che mi si porti via?
    UFFICIALE: Signori,  lasciatelo stare;   mio prigioniero e voi non lo
    avrete.
    PIZZICO: Legate anche l'altro, perch  pazzo lui pure.
    (Legano Dromio d'Efeso).
    ADRIANA:  Che vuoi far tu,  birro insensato?  Godi forse nel vedere un
    infelice fare torto ed offesa a se stesso?
    UFFICIALE: E' mio prigioniero: se lo lascio andare,  la somma  ch'egli
    deve sborsare la esigeranno da me.
    ADRIANA:  Te  la pagher prima di andarmene.  Conducimi subito dal suo
    creditore,  e appena sapr com' sorto questo debito lo pagher.  Buon
    dottore,  vogliate  sorvegliare  ch'egli  sia tratto al sicuro in casa
    mia. Oh sciagurato giorno!
    ANTIFOLO DI EFESO: Oh sciagurata puttana!
    DROMIO DI EFESO: Padrone eccomi tratto in ceppi per voi.
    ANTIFOLO DI  EFESO:  Va'  al  diavolo,  briccone,  perch  vuoi  farmi
    impazzire?
    DROMIO DI EFESO: Volete dunque esser legato per nulla?  Fate il matto,
    buon padrone, gridate: "il diavolo!".
    LUCIANA: Dio assista queste povere creature. Sentite come farneticano?
    ADRIANA: Portateli via di qui. Voi, sorella, venite con me.
    (Escono tutti meno Adriana,  Luciana,  l'Ufficiale  e  la  Cortigiana)
    Dite: chi  stato a richiedere il suo arresto?
    UFFICIALE: Un tal Angelo, orefice. Lo conoscete?
    ADRIANA: Conosco quell'uomo. Che somma deve avere?
    UFFICIALE: Duecento ducati.
    ADRIANA: E com' che gli son dovuti?
    UFFICIALE: Per una catena che vostro marito ebbe da lui.
    ADRIANA: Ha ordinato una catena per me, ma non l'ha avuta.
    CORTIGIANA: Vostro marito venne in furia da me,  oggi,  in casa mia, e
    mi prese l'anello: l'anello che gli ho visto ora al dito;  e poco dopo
    l'ho incontrato con una catena.
    ADRIANA:  Pu darsi,  ma io non l'ho mai veduta.  Suvvia,  carceriere,
    portami dall'orafo; non vedo l'ora di saper tutto in proposito.
    (Entrano ANTIFOLO di Siracusa  e  DROMIO  di  Siracusa  con  le  spade
    sguainate).
    LUCIANA: Aiuto, mio Dio! Eccoli ancora sciolti!
    ADRIANA:  E con le spade snudate.  Chiamiamo aiuto per farli legare di
    nuovo
    UFFICIALE: Fuggiamo o ci uccideranno!
    (Escono tutti meno ANTIFOLO di Siracusa e DROMIO di Siracusa).
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Pare  che  queste  streghe  abbian  paura  delle
    spade.
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Colei  che voleva essere vostra moglie,  ora vi
    fugge!
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Vieni al "Centauro" a prendere i nostri bagagli.
    Non vedo l'ora che siamo a bordo sani e salvi.
    DROMIO DI SIRACUSA: Credete  a  me,  restiamo  qui  stanotte.  Non  ci
    faranno certo del male.  Lo vedete,  ci parlano gentilmente,  ci danno
    del denaro;  secondo me siamo in un paese cos garbato che se  non  ci
    fosse la montagna di carne impazzita che mi reclama per marito,  avrei
    in cuore di restar qui a farmi stregone.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Non rimarrei qui stanotte per tutto l'oro  della
    citt. Perci andiamo via e imbarchiamo il nostro bagaglio.
    (Escono).


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Strada davanti a un'abbazia.

    (Entrano il Secondo Mercante e ANGELO).
    ANGELO:  Mi  duole di avervi fatto tardare;  ma vi assicuro ch'egli ha
    avuto da me la catena, bench disonestissimamente lo neghi.
    SECONDO MERCANTE: Si tratta di un uomo stimato in citt?
    ANGELO:  Ha   una   riputazione   onorevolissima,   messere,   credito
    illimitato,    amato  da  tutti  e  non  secondo a nessuno di quanti
    vivono in questa citt.  Sulla sua parola darei la  mia  ricchezza  in
    ogni momento.
    SECONDO MERCANTE: Parlate piano, eccolo l che viene, mi pare.
    (Entrano ANTIFOLO di Siracusa e DROMIO di Siracusa).
    ANGELO:  Proprio  lui  e  porta  al  collo quella stessa catena che ha
    giurato cos iniquamente di non aver avuto. Restate presso di me,  mio
    buon signore, voglio parlargli. Signor Antifolo, mi stupisco molto che
    voi   abbiate   voluto   trascinarmi   in   questa   vergogna   e   in
    quest'imbarazzo,  negando insistentemente e con giuramenti,  non senza
    recar  scandalo  su  di  voi,  di  aver  avuto  la catena che ora cos
    manifestamente portate. Oltre alla spesa, alla vergogna e all'arresto,
    voi avete fatto gran torto a questo mio ottimo amico,  il  quale,  non
    fosse stato trattenuto dalla nostra controversia,  avrebbe spiegato la
    vela e sarebbe in mare oggi stesso.  Questa catena,  l'aveste  da  me;
    potete voi negarlo?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Lo credo bene e non l'ho mai negato.
    SECONDO MERCANTE: S, l'avete negato, e anche sotto giuramento.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Chi mi ha udito negare e spergiurare?
    SECONDO  MERCANTE:  Queste  mie  orecchie,   lo  sai,  t'hanno  udito.
    Vergognati, furfante! E' indegno che tu possa passeggiar qui dove sono
    tante oneste persone.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Tu sei un ribaldo ad accusarmi cos.  Dimostrer
    contro  di  te  il  mio  onore  e  la mia onest,  qui subito,  se osi
    insistere!
    SECONDO MERCANTE: Oso e ti sfido da quel ribaldo che sei.
    (Traggono le spade).

    (Entrano ADRIANA, LUCIANA, la Cortigiana ed altri).

    ADRIANA: Fermatevi, non fategli del male,  per amor di Dio.  E' pazzo!
    Che  qualcuno  lo fermi,  e gli tolga la spada.  Legate anche Dromio e
    conducetelo a casa mia.
    DROMIO DI SIRACUSA: Fuggiamo, padron mio per amor di Dio, cerchiamo un
    asilo. Ecco un'abbazia, entriamo o siamo spacciati.
    (Antifolo di Siracusa e Dromio di Siracusa entrano nell'abbazia).

    (Entra la Badessa).

    BADESSA: Gente, calmatevi. Perch fate ressa qui?
    ADRIANA: Per portar via il mio povero marito  che    fuor  di  senno.
    Fateci entrare affinch possiamo legarlo stretto e portarlo a casa per
    curarlo.
    ANGELO: Capivo bene che non era proprio in senno.
    SECONDO  MERCANTE:  Mi  duole ora di aver sguainato la spada contro di
    lui.
    BADESSA: Da quanto tempo quest'uomo  cos invasato?
    ADRIANA: Tutta la settimana  stato cupo, amaro, tetro,  e molto molto
    diverso  dal  suo solito;  ma fino a questo pomeriggio la sua frenesia
    non era ancora divampata con s estremo furore.
    BADESSA: Ha  forse  fatto  qualche  grave  perdita  in  un  naufragio?
    Seppellito  qualche  amico caro?  O forse i suoi occhi han disviato il
    suo affetto in qualche colpevole amore? E' peccato assai frequente nei
    giovani che danno troppa libert ai  loro  sguardi.  Quale  di  queste
    sciagure l'ha toccato?
    ADRIANA:  Nessuna  di  queste  eccetto forse l'ultima;  e per dirvela,
    qualche tresca che talvolta lo conduceva fuori di casa.
    BADESSA: Di ci avreste dovuto riprenderlo.
    ADRIANA: E l'ho fatto.
    BADESSA: Ma non abbastanza energicamente.
    ADRIANA: Con quell'energia che la mia moderazione consentiva.
    BADESSA: Forse a quattr'occhi.
    ADRIANA: Ed anche in faccia ad altri.
    BADESSA: Ahim, non abbastanza.
    ADRIANA: Era il soggetto d'ogni nostro colloquio.  A letto non dormiva
    pi tanto insistevo,  a tavola non poteva mangiare tanto insistevo, se
    eravamo soli quello  era  il  nostro  argomento,  e  in  compagnia  vi
    accennavo di frequente, sempre dicendogli ch'era cosa bassa e cattiva.
    BADESSA: Da ci la sua pazzia.  Le avvelenate rimostranze di una donna
    gelosa sono pi mortali che il dente del cane arrabbiato.  A quel  che
    dici,  i  tuoi rimproveri gli hanno impedito il sonno;  e di qui viene
    che gli ha dato di volta il cervello.  Tu dici che i suoi  cibi  erano
    conditi  coi tuoi rimbrotti;  pasti inquieti fanno cattiva digestione,
    donde si cenera il rabbioso fuoco della febbre,  e ch' mai la  febbre
    se  non  un  attacco  di  follia?  Tu ammetti che i suoi piaceri erano
    impediti dai tuoi litigi,  la dolce ricreazione  interdetta;  che  pu
    seguirne  se  non  pessimo  umore,  tetra  malinconia  prossima  della
    sinistra e sconsolata disperazione?  e alle sue calcagna  una  infetta
    turba  di  pallidi  disordini  nemici della vita?  Essere disturbato a
    tavola, nei piaceri e nel sonno riparatore,  cosa da far impazzire un
    uomo o una bestia. In conseguenza,  sono i tuoi accessi di gelosia che
    hanno tolto a tuo marito l'uso della ragione.
    LUCIANA:  Non  l'ha rimproverato mai se non dolcemente,  quand'egli si
    mostrava ruvido,  rozzo e  salvatico.  Perch  sopportate  voi  questi
    rabbuffi senza rispondere?
    ADRIANA:  Essa  m'ha  destato  ai  miei  propri rimorsi.  Buona gente,
    entrate e impadronitevi di lui.
    BADESSA: No, nessuno entri in casa mia.
    ADRIANA: Ordinate allora ai vostri servi di trarlo fuori.
    BADESSA: Nemmeno: egli ha preso asilo  in  questo  luogo  ed  esso  lo
    protegger  dalle vostre mani finch non sia ricondotto alla ragione o
    io non abbia perduto il mio tempo nel provarmici.
    ADRIANA: Voglio assistere mio marito, essere la sua infermiera, curare
    la sua malattia com' mio dovere,  e a ci  nessun  altro  pu  essere
    deputato; perci fate ch'io possa averlo a casa con me.
    BADESSA:  Siate  paziente;  non  lo lascer muoversi di qui finch non
    avr tentato i mezzi esperimentati di cui dispongo, sciroppi salutari,
    droghe e sante preci,  per rifarne da capo un uomo normale.  E' questa
    una parte, un aspetto del mio ministero, un dovere di carit che debbo
    al mio ordine. Andate perci, e lasciatelo qui con me.
    ADRIANA: Non me ne andr e non lascer qui mio marito. Mal si conviene
    alla vostra sacra veste di dividere cos marito e moglie.
    BADESSA: Calmati e lasciami; non l'avrai.
    (Esce).
    LUCIANA: Querelati col duca per questa indegnit.
    ADRIANA: Vieni,  andiamo;  voglio buttarmi ai suoi piedi e non alzarmi
    pi finch le mie lacrime e le mie preghiere non abbiano convinto  Sua
    Grazia  a venir qui di persona a togliere a viva forza mio marito alla
    badessa.
    SECONDO MERCANTE: Gi,  credo,  la meridiana segna  le  cinque  e  non
    tarder  molto,  son  certo  che  il  duca passer di qui diretto alla
    malinconica valle, al luogo di morte e di mesta giustizia qui dietro i
    fossati dell'abbazia.
    ANGELO: Quale n' la ragione?
    SECONDO MERCANTE: Per  veder  decapitare  pubblicamente  un  onorevole
    mercante  di  Siracusa  che  per sua disgrazia  approdato alla nostra
    baia, contro le leggi e lo statuto della citt.
    ANGELO: Ecco che vengono; assisteremo alla sua morte.
    LUCIANA: Inginocchiatevi ai piedi  del  duca  prima  che  sia  passato
    davanti all'abbazia.
    (Entra il DUCA col Seguito,  EGEONE a testa nuda, il Carnefice e altri
    Ufficiali di giustizia).
    DUCA: Pubblicamente proclamiamo ancora  che  se  qualche  amico  vorr
    pagare la somma per lui, egli non morr, tanto c'interessiamo a lui.
    ADRIANA: O sacrosanto duca, giustizia contro la badessa!
    DUCA: Ell' una virtuosa e venerabile signora,  e non pu averti fatto
    torto.
    ADRIANA: Piaccia a Vostra Grazia d'ascoltarmi:  Antifolo,  mio  marito
    che io ho eletto a padrone della mia persona e del mio avere dietro il
    vostro stesso alto consiglio,  fu colto in questo sciagurato giorno da
    uno smodato accesso di follia e accompagnato dal suo servo, pazzo come
    lui,  s' messo a correre in furia nelle vie importunando i cittadini,
    precipitandosi nelle loro case e asportando di l anelli, gioie e ogni
    cosa  che  piacesse alla sua frenesia.  Son riuscita una volta a farlo
    legare e a farlo portare a casa mia mentre  io  andavo  provvedendo  a
    riparare  i  guasti  che  la  sua furia aveva qua e l commessi.  D'un
    tratto, non so con quale violento sforzo, egli  fuggito da coloro che
    l'avevano in guardia; ed entrambi, lui ed il suo folle servo,  con ira
    sfrenata  e  le  spade  nude,  ci  son  venuti  di  nuovo  addosso  e,
    precipitandosi furiosamente su di noi,  ci han messo in fuga;  finch,
    ottenuti  nuovi rinforzi,  siam tornati per farli legare.  Allora essi
    han riparato in quest'abbazia dove li abbiamo  inseguiti,  ma  qui  la
    badessa  ci  chiude la porta in faccia e non permette che lo si tragga
    fuori n vuol farlo uscire,  sicch noi possiam portarlo via  di  qui.
    Perci,  molto  grazioso  duca,  col tuo ordine fa' ch'egli sia tratto
    fuori e condotto a casa per essere curato.
    DUCA: Tuo marito m'ha reso,  or  gran tempo,  servizi in guerra ed io
    detti la mia parola di principe,  quando tu lo eleggesti a padrone del
    tuo letto, di fargli ogni favore e ogni bene che potessi.  Qualcuno di
    voi  bussi  alla  porta  dell'abbazia  e chieda alla badessa di venire
    dinanzi a me; voglio decider questa cosa prima di proceder oltre.
    (Entra un Servo).
    SERVO: O padrona,  padrona,  fuggite,  salvatevi!  Il padrone e il suo
    servo  han  rotto  i legami,  han bastonato le serve una dopo l'altra,
    legato il dottore a cui hanno strinato la barba con tizzi  ardenti,  e
    com'essa  prendeva  fuoco  vi  gettavan  su  grandi  secchiate d'acqua
    melmosa per smorzargli il pelo.  Il padrone gli predica  la  pazienza,
    mentre il servo con le forbici lo tosa come si fa coi pazzi,  e certo,
    se voi non mandate subito qualche aiuto,  quei due  insieme  finiranno
    per uccidere l'esorcista.
    ADRIANA: Calmati, pazzo, il tuo padrone e il suo uomo son qui e tu non
    ci racconti che frottole.
    SERVO: Padrona,  sulla mia vita,  vi dico il vero.  Non ho quasi perso
    fiato dacch ho visto tutto ci. Egli vi chiama berciando, e giura che
    se vi prende vuol bruciacchiarvi la faccia e sfigurarvi. Udite, udite!
    Lo sento, padrona; fuggite, correte via!
    DUCA: Ors, resta presso di me e non temer nulla.  Proteggetela con le
    vostre alabarde!
    ADRIANA: Ahim,  mio marito! Siate tutti testimoni ch'egli va in giro
    invisibile;  poc'anzi  l'abbiamo visto rifugiarsi qui nell'abbazia,  e
    ora  l, ci che supera l'intendimento della ragione.
    (Entrano ANTIFOLO di Efeso e DROMIO di Efeso).
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  Giustizia,   molto  grazioso   duca,   concedimi
    giustizia!  in nome dei servizi che ti resi un tempo, quando in guerra
    ti feci scudo del mio corpo ed ebbi profonde ferite per salvare la tua
    vita;  per il  sangue  che  allora  perdetti  per  te,  accordami  ora
    giustizia.
    EGEONE:  A meno che la paura della morte non mi dia le traveggole,  io
    vedo mio figlio Antifolo, e con lui Dromio!
    ANTIFOLO DI EFESO: Giustizia, amato principe,  contro quella donna l!
    Colei  che  tu  mi  desti  in moglie m'ha offeso e disonorato al colmo
    d'ogni oltraggio.  L'insulto che ha spudoratamente gettato  su  di  me
    oggi,  al di l d'ogni immaginazione.
    DUCA: Spiegami come e avrai giustizia da me.
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  Oggi stesso,  o sommo duca,  essa m'ha chiuso la
    porta in faccia mentre se ne stava  dentro  a  gozzovigliare  con  dei
    cialtroni.
    DUCA: Una grave colpa. Dimmi, donna, hai tu fatto questo?
    ADRIANA:  No,  mio  buon  signore;  io,  lui e mia sorella oggi abbiam
    pranzato insieme.  Male incolga alla mia anima se non  falsa l'accusa
    che egli mi fa.
    LUCIANA:  Poss'io  non pi vedere il giorno o dormire di notte se essa
    non dice a Vostra Altezza la pura verit!
    ANGELO: O donna spergiura!  Han detto entrambe il  falso:  in  ci  il
    pazzo le accusa a ragione.
    ANTIFOLO DI EFESO: Mio sovrano,  so quel che mi dico.  Non son turbato
    dall'effetto del vino n ho la testa sconvolta da  un  accesso  d'ira,
    con  tutto  che tali oltraggi possano fare impazzire un savio.  Costei
    m'ha chiuso fuori oggi all'ora del pranzo.  Quest'orafo,  se non fosse
    in  lega con lei,  potrebbe esserne testimone,  perch egli era allora
    con me; mi lasci,  per andare a prendere una catena che mi promise di
    portarmi al "Porcospino", dove stavo pranzando con Baldassarre. Finito
    il nostro pranzo,  non avendolo visto venire,  andai per cercarlo;  lo
    incontrai per via  e  con  lui  era  questo  signore.  L  quest'orafo
    spergiuro mi giur di avermi dato oggi stesso la catena,  la quale Dio
    sa che io non ho mai veduta; per il che mi fece arrestare da un birro.
    Mi sottomisi; mandai a casa il mio servo a prendere certi ducati; egli
    torn senza il denaro.  Allora pregai cortesemente il birro di  venire
    in  persona  a  casa  con me.  Per la via incontrammo mia moglie,  sua
    sorella e una marmaglia di abietti compari,  che menavan con  loro  un
    certo Pizzico, uno smunto e famelico furfante, un autentico scheletro,
    un  ciarlatano,  un giocoliere pezzente,  un indovino,  uno sciagurato
    bisognoso, dagli occhi infossati, dallo sguardo astuto,  vero cadavere
    vivente;  ed  ecco  che  questo pernicioso ribaldo comincia a farla da
    esorcista  e  fissandomi  negli  occhi,   tastandomi   il   polso,   e
    sfacciatamente squadrandomi con quel suo fantasma di faccia, grida che
    sono  invasato.  Tutt'insieme allora essi mi si buttarono addosso,  mi
    legarono,  mi portarono via di l e lasciarono me e il mio uomo a casa
    in  una  buia  ed umida cantina,  legati tutti e due insieme.  Finch,
    avendo rosi i miei legami coi denti,  io recuperai la  mia  libert  e
    corsi subito qui da Vostra Grazia che prego mi dia ampia soddisfazione
    per i vergognosi oltraggi e i gravi affronti che ho subto.
    ANGELO:  Mio  signore,  in  verit  tutto ci che posso testimoniare 
    ch'egli non pranz a casa e fu chiuso fuori.
    DUCA: Ma ha avuta da te questa catena o no?
    ANGELO: L'ha avuta,  mio signore,  e quando egli corse qui  tutti  han
    visto la catena al suo collo.
    SECONDO  MERCANTE:  Per  di  pi  io posso giurare d'avervi inteso con
    queste mie orecchie confessare che aveste da lui la  catena  dopo  che
    avevate  giurato  il  contrario  ai mercato;  ond' che io sguainai la
    spada contro di voi e voi fuggiste qui in questa abbazia, dalla quale,
    credo, siete uscito per qualche miracolo.
    ANTIFOLO DI EFESO: Ma non sono entrato nelle mura di quest'abbazia  n
    mai tu hai tratto la spada contro di me; e mai non ho visto la catena,
    cos m'aiuti il cielo! Ed  falso quello di cui m'imputate.
    DUCA:  Che  intricata  accusa   mai questa!  Credo che abbiate bevuto
    tutti alla coppa di Circe.  Se l'aveste visto entrare l,  l  sarebbe
    ancora;  se fosse pazzo non si difenderebbe con tanta calma.  Voi dite
    che  egli  pranz  a  casa,   l'orafo  qui  presente  smentisce   tale
    affermazione. Che ne dite voi, mariolo?
    DROMIO DI EFESO: Signore, ha pranzato con quella l al "Porcospino".
    CORTIGIANA: Cos ; e dalle mia dita tolse quest'anello.
    ANTIFOLO DI EFESO: E' vero,  mio sovrano,  questo anello l'ho avuto da
    lei.
    DUCA: E l'hai veduto entrare in questa abbazia?
    CORTIGIANA: E' certo, mio sovrano, com'io vedo Vostra Grazia.
    DUCA: Ah,  molto strano. Chiamate la badessa. Credo che abbiate tutti
    le traveggole o siate pazzi davvero.
    (Uno va a cercar la Badessa).
    EGEONE: Molto potente duca, permettetemi di dire una parola;  vedo qui
    un  uomo  che  forse  mi  salver  la vita e pagher il prezzo del mio
    riscatto.
    DUCA: Di' liberamente, Siracusano, tutto ci che vuoi.
    EGEONE: Non vi chiamate Antifolo,  signore?  E l'uomo legato al vostro
    servizio non  forse Dromio?
    DROMIO DI EFESO: Non  trascorsa un'ora, messere che ero legato a lui,
    ma  ora  che  con  i denti,  e ne sia ringraziato,  ha rotto in due la
    corda, son Dromio, sempre al suo servizio, ma slegato.
    EGEONE: Sono certo ch'entrambi vi ricorderete di me.
    DROMIO DI EFESO: Di noi stessi ci fate ricordare, signore, poich poco
    fa eravamo legati come voi siete ora.  Sareste per caso un paziente di
    Pizzico?
    EGEONE: Perch mi guardate come un estraneo? Voi mi conoscete bene.
    ANTIFOLO DI EFESO: Finora non v'ho mai visto in vita mia.
    EGEONE:  Oh,  come  deve avermi mutato il dolore da quando vi vidi per
    l'ultima volta e che strane alterazioni  le  ore  ansiose  e  la  mano
    difforme  del  tempo han scritto sul mio volto!  Ma dimmi ancora,  non
    conosci la mia voce?
    ANTIFOLO DI EFESO: Neppure.
    EGEONE: Neppur tu, Dromio?
    DROMIO DI EFESO: No, signore, neppur io, credetemi.
    EGEONE: Sono certo di s.
    DROMIO DI EFESO: Ahim, signore, io son certo di no.  E quando un uomo
    nega  qualcosa,  voi  nelle  vostre  condizioni  siete...  vincolato a
    crederlo.
    EGEONE: Non riconoscere la mia voce!  O tempo crudele,  hai tu  dunque
    spaccato e fenduto la mia povera lingua in sette brevi anni,  al segno
    che il mio unico figlio non riconosce pi la mia  flebile  voce  ormai
    resa  falsa  da  tanti dolori?  Bench ora questo mio volto rugoso sia
    nascosto sotto la nevicata dell'inverno che consuma ogni umore e tutti
    i condotti del mio sangue siano  gelati,  tuttavia  questa  incipiente
    notte  della  mia  vita ha qualche memoria,  la mia vacillante lampada
    rende ancora un bagliore di luce,  le mie orecchie ottuse e  assordite
    conservano  pure  alcuna  facolt  d'intendere,  e tutti questi vecchi
    testimoni mi dicono senza fallo che tu sei il mio figliuolo Antifolo.
    ANTIFOLO DI EFESO: Non ho mai visto mio padre in vita mia.
    EGEONE: Ma,  ragazzo,  tu sai che circa sette anni fa in  Siracusa  ci
    dividemmo;  o forse, figlio mio, ti vergogni di riconoscermi nella mia
    miseria?
    ANTIFOLO DI EFESO: Il duca e tutti coloro che mi  conoscono  in  citt
    possono  testimoniare  che  non  cos,  non ho mai veduto Siracusa in
    vita mia.
    DUCA: Io ti dico, Siracusano,  che per vent'anni sono stato il patrono
    di Antifolo e che durante questo tempo egli non ha mai visto Siracusa.
    Vedo che l'et e i triboli ti fanno vagellare.
    (Rientra la BADESSA con ANTIFOLO di Siracusa e DROMIO di Siracusa).
    BADESSA:  Potentissimo  duca,  voi  vedete  qui  un uomo ben duramente
    offeso.
    (Tutti s'accostano per vedere).
    ADRIANA: Vedo due mariti, o i miei occhi mi ingannano!
    DUCA: Uno di questi due uomini  il genio dell'altro e cos dicasi  di
    questi altri due.  Qual' l'uomo naturale e quale lo spirito?  Chi pu
    indovinarli?
    DROMIO DI SIRACUSA: Signore, io sono Dromio; mandate via l'altro.
    DROMIO DI EFESO: Son io Dromio, signore; fate ch'io resti qui.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Non sei tu Egeone? O solo il suo fantasma?
    DROMIO DI SIRACUSA: Oh, il mio vecchio padrone! Chi l'ha dunque legato
    cos?
    BADESSA: Chiunque l'abbia legato, io scioglier i suoi lacci e otterr
    un marito da questa sua liberazione. Parla, vecchio Egeone,  se tu sei
    l'uomo che avesti un tempo una moglie chiamata Emilia la quale ti don
    a  un  solo  parto  due bei gemelli.  Oh,  se tu sei lo stesso Egeone,
    parla, e parla a quella stessa Emilia!
    EGEONE: Se non sogno tu sei Emilia, e se tu sei lei, dimmi, dov' quel
    figlio che galleggi con te sulla zattera fatale?
    BADESSA: Io,  lui e il gemello Dromio  fummo  raccolti  da  uomini  di
    Epidamno,  ma  poco  dopo  rudi pescatori di Corinto tolsero a loro di
    forza Dromio e mio figlio, e mi lasciarono con quelli di Epidamno. Che
    avvenne poi d'essi non so dire. Io, ho avuto la sorte che vedete.
    DUCA: Ecco la storia di stamani che comincia a tornar  giusta,  questi
    due  Antifoli cos somiglianti e questi due Dromi di eguali fattezze e
    poi il naufragio in mare di cui parla costei...  Questi sono proprio i
    genitori  dei  due  ragazzi,  per accidente or qui riuniti.  Antifolo,
    venisti tu da Corinto in origine?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: No, signore, non io; io venni da Siracusa.
    DUCA: State divisi, non distinguo l'uno dall'altro.
    ANTIFOLO DI EFESO: Io venni da Corinto, mio molto grazioso signore...
    DROMIO DI EFESO: Ed io con lui.
    ANTIFOLO DI EFESO: Portati in questa citt dal  famoso  guerriero,  il
    duca Menafone, vostro illustre zio.
    ADRIANA: Quale dei due ha pranzato con me oggi?
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Io, gentile signora.
    ADRIANA: E non siete mio marito?
    ANTIFOLO DI EFESO: No, a questo dico di no.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA:  Ed  io  dico  lo stesso,  bench ella m'abbia
    chiamato cos e questa bella damigella qui presente,  sua sorella,  mi
    abbia  chiamato  fratello.  (A  Luciana) Ci che vi dissi allora spero
    avr modo di confermare, se quel che vedo e ascolto non  un sogno.
    ANGELO: Questa  la catena che aveste da me, signore.
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Credo di s, messere, non lo nego.
    ANTIFOLO DI EFESO: E voi, messere, per questa catena arrestaste me.
    ANGELO: Credo di s, signore; non lo nego.
    ADRIANA: Io vi mandai il denaro per la vostra  cauzione,  a  mezzo  di
    Dromio, signore, ma credo che non ve l'abbia consegnato.
    DROMIO DI EFESO: Per mezzo mio no certo.
    ANTIFOLO  DI  SIRACUSA: Ho ricevuto io da voi questa borsa di ducati e
    Dromio il mio servo l'ha portata a me. Vedo che ciascuno ha incontrato
    il servo dell'altro.  Ed io son stato preso per lui e lui per  me.  Da
    ci sono sorti tutti questi errori.
    ANTIFOLO DI EFESO: Offro questi ducati per il riscatto di mio padre.
    DUCA: Non ce n' bisogno; tuo padre ha la vita salva.
    CORTIGIANA: Signore, debbo avere da voi questo diamante.
    ANTIFOLO  DI  EFESO:  Ecco,  prendetelo  pure;  e  grazie  della buona
    accoglienza.
    BADESSA: Illustre duca,  vogliate prendervi il disturbo di venire  con
    noi  nell'abbazia  e  di  ascoltare  l'intero  racconto  delle  nostre
    peripezie. E coloro che sono qui raccolti e che dalla partecipazione a
    questi errori  di  un  giorno  hanno  sofferto  pene,  vogliano  farci
    compagnia  e tutti avranno piena soddisfazione.  Per trentatr anni ho
    avuto le doglie per voi,  figli miei,  e solo oggi mi son sgravata  di
    questo  peso.  Il  duca,  mio  marito,  i miei figli e voi che siete i
    calendari della loro nascita, venite tutti a questa festa di battesimo
    con me, godete dopo s lunga pena tanta allegria.
    DUCA: Con tutto il cuore accetto d'esser compare a questa festa.
    (Escono tutti meno Antifolo di Siracusa, Antifolo di Efeso,  Dromio di
    Siracusa e Dromio di Efeso).
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Padrone,  debbo  ritirare il vostro bagaglio da
    bordo?
    ANTIFOLO DI EFESO: Dromio, che bagaglio mi hai tu imbarcato?
    DROMIO DI SIRACUSA: Le vostre cose,  signore,  che si  trovavano  alla
    locanda del "Centauro".
    ANTIFOLO DI SIRACUSA: Egli parla a me,  Dromio, son io il tuo padrone.
    Su,  vieni con noi.  Ci occuperemo di questo tra poco.  Abbraccia  tuo
    fratello  e  rallegrati insieme a lui.  (Escono Antifolo di Siracusa e
    Antifolo di Efeso).
    DROMIO DI SIRACUSA: C' una pingue amica in casa  del  vostro  padrone
    che  mi ha dato da pranzo in cucina al posto di voi,  oggi;  essa sar
    ormai mia sorella, non mia moglie.
    DROMIO DI EFESO: Mi sembrate il mio specchio, e non mio fratello. Vedo
    da voi che sono  un  giovinotto  di  bell'aspetto.  Volete  entrare  e
    assistere alla loro festa?
    DROMIO DI SIRACUSA: Non prima di voi, signore; voi siete il maggiore.
    DROMIO DI EFESO: Ecco un problema; come lo risolveremo?
    DROMIO  DI  SIRACUSA:  Tiriam  le  bruschette per decidere chi sar il
    maggiore; fino allora va' tu per il primo.
    DROMIO DI EFESO: Allora no,  facciamo  cos;  siamo  venuti  al  mondo
    gemelli  e  ora  andiamocene  cos  a  braccetto,  e  non  uno davanti
    all'altro.
    (Escono).

















    LA BISBETICA DOMATA.


    PERSONAGGI DEL PROLOGO.

    Un Signore.
    CRISTOFORO SLY, calderaio.
    Un'Ostessa, un Paggio, Cacciatori e Servi.

    PERSONAGGI DELLA COMMEDIA.

    BATTISTA, ricco gentiluomo di Padova.
    VINCENZO, vecchio gentiluomo pisano.
    LUCENZIO, figlio di Vincenzo, innamorato di Bianca.
    PETRUCCIO, gentiluomo di Verona, corteggiatore di Caterina.
    GREMIO, ORTENSIO: Corteggiatori di Bianca.
    TRANIO, BIONDELLO: domestici di Lucenzio.
    GRUMIO, CURTIS: domestici di Petruccio.
    Un pedante.
    CATERINA, la bisbetica, BIANCA: figlie di Battista.
    Una Vedova.
    Un Sarto, un Merciaio; Domestici di Battista e di Petruccio.
    Scena: A Padova e nella casa di campagna di Petruccio.


    PROLOGO.
    SCENA PRIMA - Davanti a un'osteria, su una landa.

    (Entrano l'Ostessa e SLY).
    SLY: Vi pettiner a dovere, in fede mia.
    OSTESSA: Un paio di ceppi per voi, malandrino!
    SLY:  Voi  siete  una  sgualdrina,   gli  Sly  non  sono  affatto  dei
    malandrini.  Consultate  le  cronache: noi siamo venuti in Inghilterra
    con Riccardo il Conquistatore.  Quindi,  "paucas pallabris",  lasciate
    che il mondo vada e chiudete il becco!
    OSTESSA: E non volete pagarmi i bicchieri che m'avete rotti?
    SLY: No,  neanche un quattrino.  Va',  va' Gerolamo ', va' a scaldarti
    nella tua fredda cuccia.
    OSTESSA: So che mi resta a fare: andar a chiamare il caporale.
    SLY: Caporale o pettorale o generale,  gli  risponder  io  a  fil  di
    legge,  e  non  mi  smover  d'un'unghia.  Venga  pure,  con  tutte le
    cerimonie. (Si addormenta).

    (Squillo di corni.  Entra un Signore che torna dalla caccia,  col  suo
    Seguito).

    SIGNORE:  Capoccia,  ti raccomando,  bada bene ai miei cani: la Vispa,
    poveretta,  gronda bava;  e accoppia Grumolo con la bracca dalla  voce
    grossa.  E  non  hai  tu  visto,  ragazzo,  come Argento lavorava bene
    all'angolo della siepe,  quasi a traccia perduta?  Non vorrei  perdere
    quel cane per venti sterline.
    PRIMO CACCIATORE: Oh, per questo, Campanaro  bravo quanto lui, padron
    mio.   Abbaiava  quando  s'era  perduta  ogni  traccia,  e  due  volte
    quest'oggi ha rintracciato il pi debole odore. Credetemi, per me  il
    cane migliore.
    SIGNORE: Tu sei matto.  Se Eco fosse svelto quanto lui,  stimerei  che
    varrebbe dodici cani come Campanaro.  Ma tu da' loro un buon pasto,  e
    abbi cura di tutti. Domani intendo cacciare ancora.
    PRIMO CACCIATORE: Sta bene, padrone.
    SIGNORE: Ma che c' qui? Un ubriaco? Guarda un po' se respira.
    SECONDO CACCIATORE: Respira,  padrone.  Se non  fosse  scaldato  dalla
    birra,  direi  che s' scelto un letto ben freddo per dormirci cos di
    gusto.
    SIGNORE: Mostruosa bestia!  Se ne sta l come un porco.  Tetra  morte,
    come  turpe e repellente  la tua immagine!  Signori,  voglio fare uno
    scherzo a questo briacone.  E che ne direste se lo portassimo a  letto
    ravvolto  in  lini  di  bucato,  con  anelli alle dita e al fianco una
    tavola  riccamente  imbandita  e  superbi  domestici  pronti  al   suo
    risveglio? non si dimenticherebbe questo pezzente di essere lui?
    PRIMO CACCIATORE: Credo, padrone, che gli resterebbe altro.
    SECONDO CACCIATORE: Gli far un ben strano effetto svegliandosi.
    SIGNORE: Come di sogno lusinghiero o di vana illusione.  Bene,  allora
    pigliatelo su e conducete la burla per benino. Adagio, portatelo nella
    mia camera pi bella e  ornatela  di  tutti  i  miei  quadri  lascivi;
    profumate  la  sua  testa disgustosa con tepida acqua nanfa e bruciate
    legno odoroso per fargli pi soave la dimora;  poi  apprestatemi,  per
    quando  si  sveglia,  musiche che spandano intorno un dolce celestiale
    concerto.  E se accenna a parlare,  accorrete subito  e  con  profonde
    riverenze ditegli: "Che cosa comanda, Vostro Onore?". E uno di voi gli
    porga  un  bacile d'argento colmo d'acqua di rose e cosparso di fiori,
    un altro gli rechi la mesciroba,  e un terzo un asciugamano damascato,
    e  gli  chieda: "Vuol aver la cortesia Vostro Onore di rinfrescarsi le
    mani?".  Uno l pronto con ricco abito gli domandi come vuol  vestire:
    altri  gli  parli  dei suoi cani e del suo cavallo e gli faccia sapere
    che la sua dama  addolorata oltremodo  per  la  sua  infermit  e  lo
    convinca  d'aver avuto un attacco di follia: e s'egli protesta dicendo
    qualcosa, rispondetegli che sogna,  ch'egli non  che un gran signore.
    Questo fate,  amici miei,  e fatelo con naturalezza.  Sar uno scherzo
    assai piacevole se saprete trattarlo con discrezione.
    PRIMO CACCIATORE: Padrone, vi prometto che sapremo far la nostra parte
    come si conviene,  in modo che grazie al nostro verace zelo  egli  non
    potr non credere di essere quello che noi vogliamo fargli credere che
    sia.
    SIGNORE:  Prendetelo  su con garbo e portatelo a letto;  e ciascuno al
    suo compito quando si sveglia.  (Alcuni portano fuori Sly.  Squilli di
    trombe)  Giovanotto,  va' un po' a vedere che tromba  che suona.  (Il
    Domestico esce) Penso che sia  qualche  gentiluomo  che  si  trova  in
    viaggio e intende passar qui la notte.
    (Rientra il Domestico).
    Ebbene? Chi ?
    DOMESTICO: Se piace a Vostro Onore,  son commedianti che offrono i lor
    servigi a Vossignoria.
    SIGNORE: Dite loro di farsi avanti.
    (Entrano i Commedianti).
    Benvenuti, compari !
    COMMEDIANTI: Ringraziamo Vostro Onore.
    SIGNORE: Volete passar la notte qui da me?
    PRIMO COMMEDIANTE: Cos piaccia a Vossignoria di  accettare  i  nostri
    servigi.
    SIGNORE:  Di  tutto cuore.  Questo giovinotto qui,  ricordo benissimo,
    recit una volta la parte  del  ragazzo  maggiore  di  un  fattore.  E
    facevate  cos  bene la corte alla vostra gentildonna!  Ho scordato il
    vostro nome;  ma certamente quella parte vi si adattava a  pennello  e
    recitaste a meraviglia.
    PRIMO COMMEDIANTE: Penso che Vostr'Onore alluda alla parte di Soto.
    SIGNORE: E' vero: la facesti in modo eccellente.  Bene, siete capitati
    qui al momento giusto.  Ho proprio per le mani uno scherzo in  cui  la
    vostra  perizia  pu  essermi  di grande aiuto.  C' un signore che vi
    vorrebbe sentir recitare stasera;  sennonch io sono assai  in  dubbio
    circa la vostra moderazione;  temo che, notando il suo strano contegno
    - poich Sua Signoria non ha  mai  sentito  una  commedia  -  voi  non
    prorompiate  in  qualche  eccesso  di  gaiezza  e cos non l'abbiate a
    offendere.  Poich,  v'avverto,  messeri,  che se  voi  vi  mettete  a
    sorridere, egli finir con l'andar in bestia.
    PRIMO  COMMEDIANTE:  Non  temete,  o mio signore,  sapremo contenerci,
    foss'egli il pi ridicolo buffone del mondo.
    SIGNORE: Su, giovanotto,  mena costoro alla dispensa e accogli ciascun
    d'essi come si deve: non lasciar loro mancare nulla di quanto offre la
    casa. (Esce un Domestico coi Commedianti) E tu, giovanotto, va da Meo,
    mio paggio,  e fallo vestire da capo a piedi come una signora, e fatto
    questo,  conducilo in  camera  dell'ubriaco  chiamandolo  "Signora"  e
    facendogli  atti  d'ubbidienza.  Digli pure,  a nome mio,  che se vuol
    avere la mia gratitudine sappia comportarsi su questa faccenda in quel
    modo onorevole che egli ha visto tenere a nobili  dame  verso  i  loro
    mariti. E tali ossequi renda all'ubriaco, con molte parolette sommesse
    e profonde riverenze,  chiedendogli: "Che comanda Vostro Onore? in che
    pu la vostra donna,  la vostra umile moglie mostrarvi  tutta  la  sua
    devozione  e farvi palese il suo amore?".  E poi con gentili amplessi,
    con desiosi baci chinando il capo sul suo petto, lo inondi di lacrime,
    quasi sopraffatta dalla gioia di vedere il suo nobil  signore  tornato
    in  senno,  dopo  che per sett'anni s'era creduto soltanto un povero e
    repellente straccione.  E se il ragazzo non possiede il dono femminile
    di  versare  un  torrente  di lacrime dietro ordinazione,  una cipolla
    potr benissimo servire al caso: ne potr recar una  ravvolta  in  una
    pezzuola  con  la  quale potr,  anche a controvoglia,  provocar acqua
    all'occhio.  E vedi di sbrigar la cosa il pi  svelto  possibile.  Pi
    tardi  ti dar altre istruzioni.  (Esce un Domestico) Son certo che il
    ragazzo assumer tutta la grazia, la voce, il portamento e il gesto di
    una dama. Son impaziente di udirgli chiamar marito l'ubriaco, e vedere
    come i miei uomini tratterran le risa nel  rendere  omaggio  a  questo
    tonto  di  bifolco.  Io  entrer  a dirigerli: e forse la mia presenza
    varr  a  contenere  i  loro  umori  troppo  allegri,  che  altrimenti
    rischierebber di dare nell'eccesso.
    (Escono).
    SCENA SECONDA - Camera da letto in casa del Signore.

    (Entra in alto SLY con Domestici: alcuni con sontuose vesti, altri con
    bacile, mesciroba e altri accessori; e il Signore).
    SLY: Per Cristo, datemi un bicchiere di birra leggera.
    PRIMO DOMESTICO: Desidera Vossignoria una tazza di vin di Spagna?
    SECONDO DOMESTICO: Desidera Vostr'Onore assaggiare queste conserve?
    TERZO DOMESTICO: Che abito desidera indossare oggi Vostr'Onore?
    SLY:  Io  sono  Cristoforo Sly e non chiamatemi "Onore" n "Signoria".
    Non ho mai bevuto vin di Spagna in vita mia e se  volete  darmi  delle
    conserve  datemi  conserve  di  bue.  E non chiedetemi che abito ho da
    mettermi perch io  non  posseggo  pi  giustacuori  di  quante  abbia
    schiene,  n  pi  calze  che  gambe,  ne  pi scarpe che piedi;  anzi
    talvolta ho pi piedi che scarpe o tali scarpe che le dita  dei  piedi
    fan capolino dalla tomaia.
    SIGNORE:  Che  il  cielo  faccia  cessare quest'ubbia in Vostro Onore!
    Perdio, che un cos potente signore, di tal prosapia, con tanti beni e
    cos altamente stimato sia imbevuto di s ignobile spirito!
    SLY: E che, volete farmi impazzire?  Non sono io forse Cristoforo Sly,
    il  figlio  del  vecchio  Sly di Burton-heath,  per nascita merciaiolo
    ambulante,  per educazione fabbricante di scardassi,  esibitore d'orsi
    per  trasmutazione e al presente calderaio di mestiere?  Domandatene a
    Marianna Hacket, la grassa ostessa di Wincot,  se non mi conoscete,  e
    se non vi dir ch'io le devo quattordici denari per un conto di pura e
    semplice  birra,  contatemi  pel  pi  bugiardo  poltrone  di tutta la
    cristianit. Eh, via, non son mica ammattito! Ecco.
    TERZO DOMESTICO: Ah! ecco quello che fa tanta pena a vostra moglie!
    SECONDO DOMESTICO: Ah ! ecco quello che abbatte tanto i vostri servi!
    SIGNORE: Ed  per questo che i vostri parenti fuggono la  vostra  casa
    come cacciati da tale strana pazzia. O nobile signore, ricordati della
    tua  nascita,  richiama  a  te  dal  bando  i  tuoi antichi pensieri e
    bandisci da te questi abietti e vili sogni.  Guarda come i tuoi  servi
    ti stanno intorno,  pronto ciascuno al tuo cenno,  per compiere il suo
    ufficio. Vuoi tu udir musica? Ascolta!  (Musica) Apollo stesso suona e
    venti usignoli in gabbia cantano.  O vuoi tu dormire? Noi ti porteremo
    su un divano pi molle e pi  soffice  del  letto  voluttuoso  che  un
    giorno  adornarono  apposta  per Semiramide.  Se vuoi passeggiare,  ti
    giuncheremo il suolo.  O vuoi  tu  cavalcare?  Si  barderanno  i  tuoi
    cavalli  con  finimenti  tempestati d'oro e di perle.  O ti diletti di
    falconeria?   Avrai  falconi  che  sapranno  inalzarsi  al  di   sopra
    dell'allodola  mattutina.  O  cacciare  vuoi?  i  tuoi  segugi faranno
    echeggiare la volta celeste e strapperanno stridenti echi  dalla  cava
    terra.
    PRIMO  DOMESTICO:  Di'  che  vuoi  cacciare  a cavallo e i tuoi veltri
    saranno rapidi al pari dei cervi di gran lena, anzi fin pi veloci dei
    caprioli.
    SECONDO DOMESTICO: Ami invece la pittura? in un istante noi ti andremo
    a prendere Adone dipinto presso un corrente ruscello e  Citerea  tutta
    nascosta  tra  i  carici  che paion muoversi e lascivire al suo fiato,
    proprio come gli ondeggianti carici scherzano col vento.
    SIGNORE: Ti farem vedere  Io,  quand'era  ancor  vergine,  e  come  fu
    sedotta e sorpresa, dipinta al vivo proprio come avvenne il fatto.
    TERZO DOMESTICO: O Dafne errante per una spinosa selva, che si graffia
    le gambe,  s che si giurerebbe di vedergliele sanguinate, e lacrime e
    sangue son dipinte con tant'arie che il triste  Apollo  piangerebbe  a
    quella vista.
    SIGNORE:  Un  signore  tu  sei,  null'altro che un signore;  una donna
    possiedi di  gran  lunga  pi  bella  di  ogni  altra  in  questa  et
    degenerata.
    PRIMO DOMESTICO: E finch le lacrime che ha sparse per te, come flutto
    invidioso non erano cadute dal suo bel viso, essa era la pi leggiadra
    creatura del mondo: e ancor adesso non  inferiore ad alcuna.
    SLY: Sono io un signore?  e ho io una tal donna?  O invece io sogno ed
    ho sognato fino ad ora?  Io non dormo: io vedo,  io sento,  io  parlo:
    dolci  effluvi  odoro,  e  molli  cose io tocco.  Per la mia vita,  un
    signore davvero io sono e non un calderaio, non Cristoforo Sly.  Bene,
    recate la nostra donna qui in nostra presenza: e, di nuovo, un boccale
    di birra leggera.
    SECONDO  DOMESTICO: E non gradirebbe Vostra Grandezza lavarsi le mani?
    Oh qual gioia proviamo noi nel vedervi tornato in senno!  Oh  che  una
    volta ancora sappiate di essere quel che veramente siete! Son quindici
    anni che voi vivete in un sogno,  dal quale, se talvolta vi destavate,
    era come se continuaste a dormire.
    SLY: Quindici anni? In fede mia un bel pisolino! Ma non ho mai parlato
    in tutto questo tempo?
    PRIMO DOMESTICO: Oh s, mio signore, ma solo parole vacue,  poich pur
    stando a giacere in questa bella camera,  sempre dicevate che v'avevan
    messo alla  porta  e  vi  scagliavate  contro  l'ostessa  dicendo  che
    volevate  trascinarla  in  tribunale  perch  vi  serviva  boccali  di
    terraglia e non quattrini  bollati:  e  a  tratti  chiamavate  Cecilia
    Hacket.
    SLY: Gi, la ragazza della taverna.
    TERZO  DOMESTICO:  Bene,  signore,  in  realt voi non conoscete n la
    taverna n codesta  ragazza,  n  nessuno  di  quegli  uomini  di  cui
    parlavate,  come  Stefano  Sly  o il vecchio Giovanni Naps di Grecia o
    Pietro Turph o Enrico Pimpernell o venti altri simiglianti nomi: gente
    che non  mai esistita e che nessuno ha mai visto.
    SLY: Or sia lodato Iddio per la mia bella guarigione!
    TUTTI: Amen.
    SLY: E grazie a te. Tu non ci avrai perduto.

    (Entra il Paggio vestito da donna e seguito da Domestici).

    PAGGIO: Come sta il mio nobile signore?
    SLY: Bene, diamine! Ch qui si sta d'incanto. Dov' mia moglie?
    PAGGIO: Eccola, nobil signore. Che desideri da lei?
    SLY: Siete voi dunque la mia donna?  e non mi chiamate marito?  I miei
    domestici mi chiamano "signore", ma per voi sono il vostro uomo.
    PAGGIO: Mio marito e mio signore, mio signore e mio marito. Io sono la
    vostra moglie devotissima.
    SLY: Lo so bene. E come devo chiamarla?
    SIGNORE: Signora.
    SLY: Alice signora o Giovanna signora?
    SIGNORE:  "Signora" e niente pi.  Cos usano i nobili chiamar le loro
    mogli.
    SLY: Signora moglie, questa gente dice che ho sognato,  che ho dormito
    per quindici anni e pi.
    PAGGIO:  Gi,  e a me sembrano trenta,  ch in tutto questo tempo sono
    stata bandita dal vostro letto.
    SLY: E' un  bel  po'.  Servi,  lasciateci  soli  io  e  lei.  Signora,
    spogliatevi e venite a letto.
    PAGGIO:  O  tre  volte  nobil signore,  lasciate ch'io vi supplichi di
    concedermi licenza per una o due notti ancora: o, almeno,  fino a sole
    calato.  I  vostri medici hanno espressamente raccomandato ch'io debba
    astenermi ancora dal vostro  letto,  per  timore  che  voi  abbiate  a
    ricadere nel vostro male.  Spero che questo motivo mi valga di diritta
    scusa.
    SLY: Gi,  tanto ritta che a malapena  posso  aspettar  tanto.  Ma  mi
    seccherebbe ricadere nei miei sogni; perci aspetter a dispetto della
    carne e del sangue.
    (Entra un Domestico).
    DOMESTICO:.  I comici di Vostra Signoria, udendo la vostra guarigione,
    son qui venuti per recitarvi  una  commedia  piacevole.  E  vedendo  i
    vostri  medici  quant'amarezza abbia congelato il vostro sangue e come
    malinconia sia nutrice di follia, reputarono cosa profittevole che voi
    udiate una commedia e inchiniate  l'animo  vostro  a  quella  gioia  e
    allegrezza che scacciano mille mali e prolungano la vita.
    SLY: Diamine,  lo voglio bene: fateli pur recitare. Una commedia non 
    mica un saltarello natalizio o un gioco di saltimbanchi?
    PAGGIO: No, mio buon signore:  roba pi fine.
    SLY: Che? Roba da mangiare?
    PAGGIO: No,  una specie di storia.
    SLY: Bene, bene, vogliam vederla. Vieni, signora moglie.  Siedi al mio
    fianco e lascia che il mondo vada. Giammai noi saremo pi giovani.


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Padova. Una piazza pubblica.

    (Entrano LUCENZIO e TRANIO, suo valletto).
    LUCENZIO:  Tranio,  dacch  per il gran desio che avevo di visitare la
    bella Padova,  culla delle arti,  son giunto nella fertile  Lombardia,
    ridente  giardino  della  grande  Italia,  e con licenza e affetto del
    padre mio, son munito del suo consenso e della tua buona compagnia,  o
    mio  servo  fedele  e  a  tutta  prova,   qui  sostiamo  per  iniziare
    felicemente un corso di discipline e d'ingegnosi studi.  Pisa rinomata
    pei  suoi  gravi  cittadini  m'ha dato i natali e padre mi fu Vincenzo
    della famiglia dei Bentivoglio, mercante di gran traffico per tutto il
    mondo.  Il figlio di Vincenzo,  allevato in Firenze,  deve colmare  le
    speranze  su  di lui concepite e ornare la sua buona sorte di virtuosi
    fatti. E perci, buon Tranio, studiando io qui,  praticher la virt e
    quella  parte  della  filosofia  la  quale  tratta  della felicit che
    appunto con la virt si acquista. Dimmi che ne pensi tu,  poich io ho
    lasciato  Pisa  e  son venuto a Padova come colui che lascia una bassa
    palude per tuffarsi in acque profonde e vuol spegnere a saziet la sua
    sete.
    TRANIO: Perdonatemi,  mio gentil padrone,  io condivido  in  tutto  il
    vostro  sentimento:  felice  che  continuiate la vostra risoluzione di
    suggere il nettare della  dolce  filosofia.  Soltanto,  caro  padrone,
    mentre  noi  ammiriamo  questa  virt  e questa disciplina morale,  vi
    prego, non siamo poi tanto stoici e neanche stolidi e cos ossequienti
    ai precetti di Aristotile che Ovidio venga da noi bandito e rinnegato.
    Usate la logica con i vostri conoscenti e praticate la rettorica nella
    vostra ordinaria conversazione: fate musica e  poesia  per  ricrearvi:
    alla  matematica  e  alla  metafisica dateci sotto fin che ne regga lo
    stomaco; ma credete, non  alcun profitto ove non  diletto.  In breve
    signore, studiate quel che pi vi piace.
    LUCENZIO: Molte grazie,  Tranio,  ottimamente tu mi consigli. E se tu,
    Biondello, fossi gi approdato, noi potremmo gi fin d'ora metterci in
    assetto e prendere un alloggio adatto per accogliere  amici  quali  il
    nostro soggiorno in Padova vorr offrirci. Ma, un momento. Che gente 
    questa?
    TRANIO:  Padrone,  sar  qualche manifestazione per salutare il nostro
    arrivo.
    (Entrano BATTISTA,  CATERINA,  BIANCA,  GREMIO e ORTENSIO.  LUCENZIO e
    TRANIO in disparte).
    BATTISTA: Signori,  non m'importunate pi oltre: voi sapete ci che ho
    fermamente deciso: di non concedere,  cio,  la mano della mia  figlia
    minore prima che abbia trovato marito per la maggiore.  E poich io vi
    conosco bene e vi voglio bene, se uno di voi due ama Caterina,  gli do
    licenza di far l'asino con lei a suo piacere.
    GREMIO (a parte): Condurla sull'asino,  dica piuttosto.  Essa  troppo
    aspra per me. Qua, qua, Ortensio, volete voi una moglie?
    CATERINA: Vi prego,  signore,  volete rendermi lo  zimbello  di  tutti
    questi compagnoni?
    ORTENSIO: Compagnoni, ragazza mia? Che intendete dire? Niente compagni
    per voi, se non diventate di una pasta pi gentile e arrendevole.
    CATERINA: In fede,  messere, non occorre che abbiate paura: quest'idea
    io so bene che  non  le    entrata  neanche  nella  contraccassa  del
    cervello; ma se lo fosse, non dubitate, sarebbe sua premura pettinarvi
    la  cocuzza  con  uno  sgabello  a  tre gambe e sgorbiarvi la faccia e
    trattarvi da scemo.
    ORTENSIO: Da simili diavole Dio ci scampi!
    GREMIO: E anche me, buon Dio!
    TRANIO:  Zitto,  padrone:  abbiam  trovato  un  bello  spasso.  Questa
    pulzella o  pazza da legare o  straordinariamente riottosa.
    LUCENZIO:  Ma  nel  silenzio  dell'altra  vedo  il soave contegno e la
    riservatezza d'una vergine. Tranio, silenzio!
    TRANIO: Bravo, padrone, ben detto.  Zitti e buci!  E guardate a vostro
    piacere.
    BATTISTA:  Per  confermare,  signori,  quanto  ho detto,  tu,  Bianca,
    rientra in casa.  Non ti spiaccia,  mia buona Bianca,  ch non ti  amo
    meno per questo, ragazza mia.
    CATERINA:  Che  cara coccolona!  Meglio sarebbe ficcarle un dito in un
    occhio, ch cos saprebbe subito perch piange.
    BIANCA: Sorella,  accontentatevi  del  mio  scontento.  Mi  sottometto
    umilmente,  signor  padre,  al  vostro  volere.  I miei libri e i miei
    strumenti mi faran compagnia, per guardarli e sonarli da sola.
    LUCENZIO: Ascolta, Tranio! Non ti par udir Minerva in persona?
    ORTENSIO: Signor Battista,  perch questo strano modo?  Sono spiacente
    che  tutta  la  nostra  buona  intenzione  abbia  procurata una pena a
    Bianca.
    GREMIO: Perch la volete chiuder in gabbia, signor Battista, a cagione
    di questa diavola, e farle portar la pena della sua linguaccia?
    BATTISTA: Signori, poche discussioni: ho deciso. Tu, Bianca,  rientra.
    (Bianca  ubbidisce)  E  poich  so  ch'ella  prende gran diletto nella
    musica, negli strumenti e nella poesia, terr in casa degli insegnanti
    che siano atti ad ammaestrare la sua giovinezza. Se voi,  Ortensio,  e
    voi,  signor  Gremio,  ne conoscete qualcuno,  mandatemeli;  poich ad
    uomini di talento io sar sempre cortese,  e  liberale  voglio  essere
    nell'impartire una buona educazione alle mie figliuole.  E cos addio.
    Caterina voi potete restare: ho qualcosa da dire a Bianca.
    (Esce).
    CATERINA: Ebbene,  spero  ch'io  pure  potr  andarmene,  no?  Non  mi
    vorranno fissare le ore come se,  putacaso,  io non sapessi ci che ho
    da prendere o da lasciare, eh?
    (Esce).
    GREMIO: Potete andare dalla versiera! Le vostre doti sono cos amabili
    che non c' nessuno che vi trattenga.  Ortensio,  il loro amore non  
    cos grande che noi non possiamo, soffiando insieme sulle nostre dita,
    farlo stare a stecchetto.  La nostra torta non  cotta n da una parte
    n dall'altra.  Arrivederci.  E tuttavia per l'amore ch'io porto  alla
    mite Bianca, se riuscir in qualche modo a scoprire un uomo adatto per
    insegnarle ci di cui ella si compiace, lo presenter volentieri a suo
    padre.
    ORTENSIO: E io pure, signor Gremio. Ma una parola, di grazia. Ancorch
    la  natura della nostra contesa non abbia ancora comportato trattative
    fra noi,  sappiate ora,  dopo matura  riflessione,  che  affinch  noi
    possiamo  ancora  avere  accesso  alla nostra bella,  ed essere felici
    rivali nell'amore di Bianca,  importa ad ambedue sforzarci di  riuscir
    soprattutto in una cosa.
    GREMIO: Quale, di grazia?
    ORTENSIO: Diamine, messere, procurare un marito alla sorella.
    GREMIO: Un marito? un diavolo!
    ORTENSIO: Un marito, vi dico.
    GREMIO: E io dico un diavolo.  Ma credi tu,  Ortensio, che sebbene suo
    padre sia assai ricco,  si trovi uno che sia cos sciocco da  sposarsi
    quell'inferno?
    ORTENSIO:  Basta,  Gremio!  Ancorch  sorpassi  la  nostra pazienza di
    sopportare i suoi alti strepiti, bene, caro,  ci sono certi bravuomini
    al mondo,  a poterli scovare, disposti a prendersela in casa con tutti
    i suoi difetti, e con un bel gruzzolo.
    GREMIO: Non saprei. Per io preferirei di pigliarmi la sua dote con la
    condizione di esser frustato ogni mattina alla croce del mercato.
    ORTENSIO: In fede, come tu dici, c' poco da scegliere fra mele marce.
    Ma venite via;  dacch questo intoppo  matrimoniale  ci  rende  amici,
    manteniamo quest'amicizia fino a che, essendo noi riusciti a trovar un
    marito  per  la  figliola  maggiore di Battista,  avremo messa pure la
    minore in condizione di maritarsi; e allora veniamo da capo a tenzone.
    Dolce Bianca!  Felice l'uomo che ti  sar  compagno!  Colui  ch'  pi
    svelto alla corsa vince l'agnello. Che ne dite, signor Gremio?
    GREMIO:  Son d'accordo.  Quanto volentieri darei il miglior cavallo di
    Padova a colui che riuscisse a corteggiarla fino in fondo, a sposarla,
    a menarla a letto, e a sbarazzare di lei la casa,  perch si decidesse
    a mettersi all'opera! Andiamo!
    (Escono Gremio e Ortensio).
    TRANIO:  Ditemi,  messere,  di  grazia,    egli possibile che l'amore
    riesca cos d'un subito a impadronirsi di un uomo?
    LUCENZIO: Oh,  Tranio,  finch non l'ho provato io stesso non  l'avrei
    creduto  n  possibile  n probabile;  ma vedi un po',  mentr'io stavo
    oziosamente a guardare ho risentito  nell'ozio  l'effetto  d'amore;  e
    ora,  in tutta semplicit, mi confesso a te, che mi sei caro e segreto
    come fu Anna per la  regina  di  Cartagine:  Tranio,  io  avvampo,  io
    languisco,  io  muoio,  se  non  arrivo  a  conquistare questa modesta
    fanciulla.  Consigliami tu,  Tranio,  giacch lo puoi:  assistimi  tu,
    Tranio, poich so che lo vuoi.
    TRANIO: Signore,  non  tempo questo da farvi rimbrotti; l'affetto non
    lo si scaccia dal cuore coi sermoni.  Se amore v'ha toccato non rimane
    da fare che questo: "Redime te captum quam queas minimo.
    LUCENZIO: Te ne ringrazio,  ragazzo mio.  Continua.  Quanto mi dici mi
    soddisfa.  E anche il resto mi conforter perch i tuoi  consigli  son
    buoni.
    TRANIO:  Mio  signore,  voi  avete  contemplato  cos  intentamente la
    ragazza che forse non avete osservata la cosa pi importante.
    LUCENZIO: Oh s,  io ho visto una soave bellezza splenderle  in  viso,
    quale  ebbe  la  figlia  d'Agenore,  che  ridusse  il potente Giove ad
    umiliarsi alla sua mano,  quand'egli coi suoi ginocchi baci la sponda
    cretese.
    TRANIO: E non avete visto altro?  non avete osservato come sua sorella
    s' messa a strillar forte e a far un  baccano  quale  orecchie  umane
    potrebbero appena tollerare?
    LUCENZIO:  Tranio,  io ho visto le sue coralline labbra muoversi e col
    suo respiro ella profumava l'aria: sacra e soave era ogni  cosa  ch'io
    ho veduto in lei.
    TRANIO: Via,  tempo ch'io lo riscuota dalla sua estasi. Su, vi prego,
    messere,  svegliatevi! Se amate la ragazza, mettetevi tutto, spirito e
    pensiero, a conquistarla.  Le cose stanno cos.  La sorella maggiore 
    tale  un'indiavolata  bisbetica  che  fintantoch suo padre non si sia
    liberato di lei, il vostro amore, padrone, dovr viver come zitella in
    casa.  Per questo egli l'ha rinserrata  in  gabbia  affinch  non  sia
    infestata dai corteggiatori.
    LUCENZIO: Ah,  Tranio, che padre crudele! Ma non hai tu notato ch'egli
    s'adopra a procurarle abili maestri per istruirla?
    TRANIO: S, certo, diamine! Ed ora il nostro piano  bell'e pronto.
    LUCENZIO: Ce l'ho in testa, Tranio.
    TRANIO: Signore,  giurerei che i nostri  due  piani  combaciano  e  si
    fondono in un solo.
    LUCENZIO: Dimmi il tuo, prima.
    TRANIO:  Voi  sarete  il maestro che s'incaricher di dar lezione alla
    ragazza. Ecco il vostro piano.
    LUCENZIO: S, e si potr eseguire?
    TRANIO: Non  possibile,  perch chi sosterr la vostra parte  e  sar
    qui in Padova il figlio di Vincenzo? Chi terr casa, s'applicher agli
    studi, accoglier i suoi amici, far visita ai suoi concittadini, e li
    conviter?
    LUCENZIO: Basta.  Chetati,  perch ho trovato una soluzione. Noi, qui,
    non  siamo  stati  ancora  veduti  in  alcuna  casa,   n  alcuno  pu
    distinguere dai nostri volti il padrone dal servo.  Allora segue cos:
    Tu farai da padrone,  Tranio;  al posto  mio,  terrai  casa,  e  avrai
    posizione sociale e servi,  come avrei io. E io figurer esser qualcun
    altro: qualche fiorentino o napoletano o pisano di minor  conto.  Cos
    ho pensato di fare e cos far.  Spogliati subito, Tranio, e prendi il
    mio cappello e il mio manto di colore. Quando Biondello verr, egli ti
    far da servitore. Prima, per, vo' indurlo a non fiatar sillaba.
    TRANIO: Cos dovrete fare. In breve, signore, se cos vi fa piacere, 
    mio obbligo di esservi obbediente, poich appunto di questo m'incaric
    vostro padre alla nostra partenza: "Servi a dovere il mio  figliuolo",
    egli  mi  disse.  Ancorch,  io  penso,  fosse  in  un altro senso che
    l'intendeva.  Son contento di essere Lucenzio pel mio  grande  affetto
    verso Lucenzio.
    LUCENZIO:  Siilo,  Tranio;  poich  Lucenzio  ama.  E  ch'io mi faccia
    schiavo per conquistar la fanciulla la cui  subitanea  apparizione  ha
    soggiogato il mio occhio ferito. Ecco il briccone.
    (Entra BIONDELLO).
    Mariolo, dove siete stato?
    BIONDELLO: Dove sono stato?  Piuttosto voi dove siete? Padrone, il mio
    compagno Tranio v'ha rubato i vestiti.  O voi avete rubati i  suoi?  O
    tutti e due ve li siete rubati? Di grazia, che novit son queste?
    LUCENZIO:  Accostatevi,  mariolo.  Non    tempo  di  celie  e  perci
    conformate al tempo le vostre maniere.  Qui il vostro compagno Tranio,
    per salvarmi la vita,  indossa i miei abiti e prende il mio aspetto, e
    io, per la mia salvezza,  ho indossato i suoi,  poich appena sbarcato
    qui  ho  ucciso  un  uomo  in una rissa e temo d'essere scoperto.  Voi
    servitelo come si conviene, ve l'ordino,  mentre io fuggir di qui per
    salvarmi la vita. M'intendete?
    BIONDELLO: Io, signore? Neanche una parola.
    LUCENZIO: E non fiatate neanche il nome di Tranio! Tranio s' cambiato
    in Lucenzio.
    BIONDELLO: Buon pro per lui. Lo fossi anch'io!
    TRANIO: E anch'io,  davvero,  ci starei, ragazzo, per poter conseguire
    poi l'altro desiderio che Lucenzio riuscisse a sposare la pi  giovane
    figlia di Battista.  Ma voi, mariolo, non per me ma pel vostro padrone
    abbiate cura di condurvi con discrezione con ogni genere di compagnie.
    Quando son solo sono Tranio,  ma in tutte le altre occasioni  sono  il
    vostro padrone Lucenzio.
    LUCENZIO:  Andiamo,  Tranio.  Non  resta  che  una  cosa che tu dovrai
    eseguire: prender posto tra questi corteggiatori. E se me ne chiedi il
    perch, ti basti sapere che ho motivi eccellenti e di gran peso.
    (Escono).

    (Parlano gli Attori del Prologo).

    PRIMO  DOMESTICO:  Signore,   v'appisolate:  non  state  attento  alla
    commedia.
    SLY: Ma s,  per Sant'Anna,  che sto attento.  Una bella roba davvero.
    C' dell'altro ancora?
    PAGGIO: Mio signore,  appena incominciata.
    SLY: E' veramente un bel lavoro, signora moglie. Vorrei fosse finito.
    (Siedono e stanno attenti).


    SCENA SECONDA - Padova. Davanti alla casa di Ortensio.

    (Entra PETRUCCIO e il suo servo GRUMIO).
    PETRUCCIO: Verona, per alcun tempo prendo congedo da te per rivedere i
    miei amici in Padova,  ma fra essi il pi  caro  e  fidato  di  tutti,
    Ortensio.  Questa,  se non m'inganno,   la sua casa. Ehi, Grumio, su,
    picchia.
    GRUMIO: Picchiare, padrone?  E chi debbo picchiare?  Qualcuno ha forse
    viliappeso Vossignoria?
    PETRUCCIO: Briccone, ti dico, picchiami forte.
    GRUMIO: Picchiar voi,  padrone,  qui?  E perch, padrone? Che cosa son
    io, padrone, ch'io debba picchiarvi?
    PETRUCCIO: Scemo, ti dico di picchiarmi a questa porta. E bussami bene
    o busser io sulla tua cocuzza di furfante.
    GRUMIO: Il mio signore ha voglia di leticare. Io dovrei picchiarvi pel
    primo, e poi... so chi avrebbe la peggio io.
    PETRUCCIO: Vi rifiutate? Bene, canaglia,  se non volete picchiare,  io
    vi soner. Voglio star a vedere come cantate e battete la solfa.
    (Gli tira le orecchie).
    GRUMIO: Aiuto, padroni! Aiuto! Il mio padrone  ammattito!
    PETRUCCIO: E allora picchiate quando ve l'ordino, brutto villanzone!
    (Entra ORTENSIO).
    ORTENSIO:  Oh diamine,  che succede?  Il mio vecchio amico Grumio e il
    mio buon amico Petruccio? Come va a Verona?
    PETRUCCIO: Signor Ortensio, venite a dirimer la contesa?  Con tutto il
    cuore, ben trovato, posso dire.
    ORTENSIO:  Ben  venuto  alla  nostra  casa,  molto  onorato signor mio
    Petruccio. Su, alzati Grumio, che vogliamo far la pace.
    GRUMIO: Gi, poco importa quel che va borbottando in latino. Guardate,
    signore,  se questa non  per me una legittima ragione per lasciar  il
    suo servizio, egli m'ha ordinato di picchiarlo e di bussarlo ben bene;
    ora,  dite un po', s'addice a un servo di trattare cos il suo padrone
    quand'egli ha, ch'io sappia, trentadue anni e un zinzino di pi? Fosse
    piaciuto a Dio l'avessi picchiato fin da principio,  allora Grumio non
    avrebbe avuto la peggio.
    PETRUCCIO:  Insensato  manigoldo!  Buon Ortensio,  io avevo ordinato a
    questa canaglia di picchiar al tuo uscio e  non  c'  stato  verso  di
    farglielo fare.
    GRUMIO:  Picchiar  all'uscio?   O  cielo!   Ma  non  avete  voi  detto
    chiaramente queste parole:  "Briccone,  picchiami  qui,  bussami  qui,
    picchiami bene, picchiami forte?". E adesso mi venite fuori con questo
    "picchiar all'uscio?".
    PETRUCCIO: Andatevene mariolo, o chiudete il becco; ve lo consiglio.
    ORTENSIO:  Abbiate  pazienza,  Petruccio,  io  sto garante per Grumio.
    Ebbene,  questa  una triste occorrenza  fra  voi  e  lui,  il  vostro
    vecchio fedele e amabile servo Grumio.  Ma ditemi adesso,  amico caro,
    qual buon vento vi ha portato qui a Padova dall'antica Verona?
    PETRUCCIO: Il vento che disperde i  giovani  pel  mondo  in  cerca  di
    fortuna, lontano da casa, dove ben poca esperienza si fa. Ma in breve,
    signor Ortensio,  le cose stan cos. Mio padre Antonio  morto e io mi
    son cacciato in questo labirinto  per  potermi  sposar  felicemente  e
    riuscir nella vita il meglio ch'io possa.  Ho danaro nella mia borsa e
    beni a casa mia e cos mi son messo in giro a vedere un po' il mondo.
    ORTENSIO: Petruccio, posso io parlarti in tutta schiettezza e proporti
    di sposare una gazza salvatica e sgradevole?  Tu mi  sarai  grato  ben
    poco per questo mio consiglio, eppure ti posso dire che questa ragazza
    sar ricca,  ricca assai. Ma tu mi sei troppo amico e io non te la vo'
    proporre.
    PETRUCCIO: Signor Ortensio, tra amici come noi poche parole bastano; e
    perci se tu conosci una giovine ricca abbastanza per esser moglie  di
    Petruccio  (l'oro  essendo il bordone della mia danza amorosa),  anche
    s'ella fosse brutta come l'innamorata di Florenzio o vecchia  come  la
    Sibilla  o  trista  e stizzosa come la Santippe di Socrate,  o peggio,
    essa non mi conturba,  o almeno non disturba il filo del mio  affetto,
    foss'anche  iraconda  come  l'Adriatico  infuriato.   Son  venuto  per
    sposarmi riccamente a Padova,  e riccamente vuol  dir  felicemente,  a
    Padova.
    GRUMIO:  Neh,  vedete,  padrone,  lui vi dice chiaro quali sono le sue
    intenzioni;  ebbene,  dategli denaro  bastante  e  sposatelo  con  una
    bambola  o  con una figurina da puntale,  o con una vecchia befana che
    non abbia neppure un sol dente  in  bocca,  anche  se  avesse  malanni
    addosso  quanti cinquantadue cavalli: che tutto andr bene,  se vi son
    quattrini.
    ORTENSIO:  Petruccio,  dacch  siamo  entrati  in  argomento,   voglio
    continuare  ci che ho cominciato per ischerzo.  Io posso,  Petruccio,
    procurarti una sposa ch' ricca abbastanza e  giovine  e  leggiadra  e
    bene allevata come si addice a gentildonna. Il suo solo difetto (e, in
    verit,   abbastanza grave) si  che essa  un'intollerabile peste, e
    bisbetica e caparbia oltre  ogni  misura.  Ecco,  s'io  fossi  in  ben
    peggiori condizioni di quel che sono,  non la sposerei neanche per una
    miniera d'oro.
    PETRUCCIO: Piano, Ortensio.  Tu non conosci il potere dell'oro.  Dimmi
    il  nome  di suo padre e mi baster.  Io l'abborder,  strillasse ella
    cos forte come il tuono quando scoppiano le nubi d'autunno.
    ORTENSIO:  Suo  padre    Battista  Minola,   un  affabile  e  cortese
    gentiluomo, e il nome di lei  Caterina Minola, ben nota in Padova per
    la sua lingua stizzosa.
    PETRUCCIO:  Conosco  il  padre,  ancorch  non  conosca  lei,  ed egli
    conosceva bene il mio defunto padre. Non dormir, Ortensio, finch non
    l'abbia vista.  E perci scusatemi la mia  baldanza  se  vi  pianto  a
    questo  primo  incontro,  a  meno  che  non vogliate accompagnarmi voi
    stesso da lei.
    GRUMIO: Vi prego,  signore,  lasciatelo andare intanto  che  gli  dura
    quest'estro.  Parola  d'onore  che  se  essa  lo conoscesse come io lo
    conosco, saprebbe che gli schiamazzi han poca presa su di lui. Essa lo
    pu chiamare  furfante  per  una  mezza  dozzina  di  volte,  che  non
    gl'importerebbe nulla: ma una volta che cominci lui, inveir nella sua
    'rottorica'.  Volete  che  ve lo dica,  signore?  per poco che lei gli
    tenga testa, lui le gitter in viso una figura e la sfigurer talmente
    che a lei non resteran pi occhi da vedere che a un gatto.  Voi non lo
    conoscete, signore!
    ORTENSIO: Attendi,  Petruccio, ch'io debbo venire con te, poich sotto
    la custodia di Battista sta il mio tesoro.  Egli ha in suo  potere  il
    gioiello della mia vita, la sua figliuola pi giovine, la bella Bianca
    ch'egli  tien lungi da me e dagli altri corteggiatori,  miei rivali in
    amore.  Supponendo che sia impossibile,  pei difetti  che  ho  esposto
    dianzi,  che Caterina abbia mai a esser chiesta in moglie, Battista ha
    stabilito che niuno debba aver accesso  a  Bianca,  prima  che  quella
    peste di Caterina abbia trovato marito.
    GRUMIO:  Quella peste di Caterina!  Ecco il nomignolo peggiore per una
    ragazza!
    ORTENSIO:  Ora  il  mio  amico  Petruccio  dovr  farmi  una   grazia:
    presentarmi,  travestito  in abiti gravi,  al vecchio Battista,  quale
    maestro bene addottrinato in musica, per dar lezione a Bianca, sicch,
    grazie a tal travestimento,  almeno io possa  aver  modo  ed  agio  di
    corteggiarla e, insospettato, parlarle da solo a sola.
    GRUMIO:  E  codesta  non  una marioleria!  Guardate un po' come,  per
    gabbare i vecchi, i giovani se la intendono!
    (Entrano GREMIO e LUCENZIO, travestiti).
    Padrone, padrone, guardatevi un po' intorno: chi sono quei due l?
    ORTENSIO:  Zitto,  Grumio,    il  mio  rivale  in  amore.  Petruccio,
    appartiamoci un istante.
    GRUMIO: Un giovine ammodo e un innamorato.
    GREMIO: Oh,  molto bene.  Ho letto attentamente la nota.  Ascoltatemi,
    messere, voglio che siano ben rilegati, e tutti sian libri d'amore, ve
    lo raccomando a ogni costo.  E vedete di non farle altra  lettura.  Mi
    comprendete? Oltre la liberalit del signor Battista, v'aggiunger una
    mia  larghezza.  Ripigliate  pure  la  vostra  nota,  e  che siano ben
    profumati i libri,  poich pi squisita del profumo stesso   colei  a
    cui son destinati. Che cosa le leggerete?
    LUCENZIO:  Qualunque  cosa io le legga,  perorer la vostra causa come
    quella del mio patrono,  rassicuratevi,  e cos fermamente come  foste
    voi al posto mio. Gi, e forse con parole pi efficaci delle vostre, a
    meno che non siate un sapiente, signor mio.
    GREMIO: Oh, questa dottrina che gran cosa !
    GRUMIO: O questo merlo, che somaro !
    PETRUCCIO: Silenzio, briccone!
    ORTENSIO: Grumio, zitto! Signor Gremio, Dio vi salvi.
    GREMIO: Ben incontrato signor Ortensio.  Sapete dove vado? Da Battista
    Minola a cui ho promesso di cercare con ogni cura un  maestro  per  la
    sua  bella Bianca.  Fortuna che son capitato bene su questo giovine il
    quale per dottrina e contegno  proprio quel che le ci vuole. E' assai
    versato in poesia e negli  altri  libri,  tutti  libri  buoni,  ve  lo
    garantisco.
    ORTENSIO: Molto bene,  e io ho incontrato un signore che m'ha promesso
    di trovarmene un altro,  un eccellente musico,  per istruire la nostra
    bella:  cos  non  rester  punto indietro nel mio ossequio alla bella
    Bianca che adoro.
    GREMIO: Che io adoro! E lo prover coi fatti.
    GRUMIO: Glielo prover con la borsa.
    ORTENSIO: Gremio,  non  questo il momento di  sbandierare  il  nostro
    amore.  Ascoltatemi ora,  e se voi m'avete parlato schietto io vi dar
    una notizia ch' ugualmente buona per entrambi.  Ecco qua  un  signore
    che  ho  incontrato  a  caso  e  che,   piacendogli  la  mia  offerta,
    intraprender di corteggiare Caterina,  la peste,  anzi addirittura di
    sposarla se la dote gli piace.
    GREMIO:  Detto e fatto: a maraviglia.  Ortensio,  gli avete rivelati i
    suoi difetti?
    PETRUCCIO: So bene ch' una bisbetica esosa e litigiosa.  Se questo  
    tutto, signori, non ci vedo alcun danno.
    GREMIO: No? davvero, amico? Di che paese siete?
    PETRUCCIO: Sono di Verona,  son figlio del vecchio Antonio.  Morto mio
    padre,  vive per me la mia fortuna: e  mi  auguro  di  campare  lunghi
    giorni felici.
    GREMIO:  Oh  messere,  un  tal  campare  con una tal compagnia sarebbe
    parecchio strano!  Ma se ve ne basta  lo  stomaco,  in  nome  di  Dio,
    buttatevici:  io  vi  star al fianco per assistervi in ogni cosa.  Ma
    davvero voi volete corteggiare quella gattaccia forastica?
    PETRUCCIO: Com' vero che vo' vivere!
    GRUMIO: E le far la corte? S, se no la impicco io!
    PETRUCCIO: Ma per cosa sarei io qua venuto se non con questo  intento?
    Credete che un po' di strepito possa spaventar le mie orecchie? Non ho
    al tempo mio udito leoni ruggire?  non ho io udito il mare enfiato dal
    vento grugnire simile a furente cinghiale schiumante di  collera?  Non
    ho  udito  grandi  cannoni  in  campo  e le bombarde celesti tonare in
    cielo?  Non ho io  udito  in  battaglie  ordinate  fragorosi  allarmi,
    nitrire di destrieri,  e squillare di trombe?  E voi mi parlate di una
    lingua di donna,  che colpisce le orecchie  men  che  non  faccia  una
    castagna nel focolare d'un fattore. Via, via! spaventate i ragazzi col
    babau.
    GRUMIO: Poich egli non ne ha paura.
    GREMIO:  Ortensio,  ascoltate.  Suppongo  che  questo  gentiluomo  sia
    arrivato a proposito per il suo vantaggio e pel nostro.
    ORTENSIO: Io gli ho promesso che noi due metteremo tanto per  uno  per
    le spese, quali esse siano, del suo corteggiare.
    GREMIO: E cos voglio io, purch egli conquisti la sua mano.
    GRUMIO: Cos fossi sicuro di un buon pranzo!
    (Entrano TRANIO, splendidamente vestito e BIONDELLO).
    TRANIO: Dio vi salvi,  signori.  Posso ardire di chiedervi, in grazia,
    qual  la via pi corta alla casa del signor Battista Minola?
    BIONDELLO: Quello che ha due belle figlie? E' lui che intendete?
    TRANIO: Appunto lui, Biondello.
    GREMIO: Ascoltate, messere: non intendete mica anche lei?
    TRANIO: Forse lui e lei, messere. Che ci trovereste da ridire?
    PETRUCCIO: Non per quella che grida sempre, messere, vi prego.
    TRANIO: Non amo le ragazze che gridano messere. Biondello, andiamo.
    LUCENZIO: Ben cominciato, Tranio.
    ORTENSIO: Messere, una parola prima che ve ne andiate...  Siete voi un
    pretendente alla mano della fanciulla di cui parlate, s o no?
    TRANIO: E se lo fossi, signore, che male vi sarebbe?
    GREMIO: Nessuno, se senz'altro filate via di qua.
    TRANIO:  Ma scusate,  messere,  le strade non son libere per me quanto
    per voi?
    GREMIO: Ma non  libera la ragazza.
    TRANIO: E perch mai, di grazia?
    GREMIO: Per questa ragione, se volete saperla,  ch'essa  l'innamorata
    prescelta dal signor Gremio.
    ORTENSIO: Che essa  l'eletta del signor Ortensio.
    TRANIO:  Piano,  signori miei!  Se siete gentiluomini,  usatemi questa
    cortesia, ascoltatemi con pazienza.  Battista  un nobile gentiluomo a
    cui  mio  padre  non   del tutto sconosciuto;  e fosse sua figlia pi
    bella di quello che ,  potrebbe avere ancor pi corteggiatori,  e  me
    tra  essi.  La  bella  figlia di Leda ebbe mille innamorati,  la bella
    Bianca pu dunque ben averne uno di pi,  e l'avr.  Lucenzio sar uno
    di loro, venisse anche Paride, nella speranza di riuscir lui solo.
    GREMIO: E che vuol questo signore, chiuderci la bocca a tutti?
    LUCENZIO: Messere, dategli briglia; so che egli si dimostrer ronzino
    PETRUCCIO: Ortensio, a che pro tutte queste chiacchiere?
    ORTENSIO:  Messere,  scusate  se oso chiedervi: l'avete voi mai veduta
    questa figlia di Battista?
    TRANIO: No, signore. Ho udito dire ch'egli n'ha due,  l'una famosa per
    la sua lingua pestifera quanto l'altra per la sua leggiadra modestia.
    PETRUCCIO: Messere, messere, la prima a me! Lasciatela in disparte.
    GREMIO:  Gi,  lasciate questa fatica al valoroso Ercole,  e superi le
    dodici d'Alcide!
    PETRUCCIO: Messere,  intendete bene ci che vi dico.  La  pi  giovine
    figliuola,  per la quale spasimate, suo padre la tien lontana da tutti
    i corteggiatori,  e non vuol prometterla ad alcuno,  fino a che la pi
    anziana  non  si sia maritata.  Allora la pi giovane  libera,  e non
    prima.
    TRANIO: Se cos ,  messere,  voi siete l'uomo che ci deve  giovare  a
    tutti,  me  compreso.  Che se voi rompete il ghiaccio e compite questa
    impresa di prendervi la maggiore e lasciar  cos  libera  per  noi  la
    seconda,  colui che arriver a conquistare costei non sar cos tristo
    da esservi ingrato.
    ORTENSIO: Ben detto e ben pensato.  E poich voi intendete d'esser tra
    i corteggiatori,  dovete,  come noi,  ricompensare questo gentiluomo a
    cui tutti dobbiamo riconoscenza.
    TRANIO: Non rester addietro,  messere.  In segno di che piacciavi  di
    passare  insieme con me questo pomeriggio,  e vuotare i bicchieri alla
    salute della nostra bella,  e far  come  gli  avvocati  avversari  che
    battagliano accanitamente, ma mangiano e bevono da buoni amici.
    GRUMIO e BIONDELLO: Eccellente proposta! E allora, amici andiamo.
    ORTENSIO: L'idea  buona davvero,  e sia cos!  Petruccio,  io sar il
    vostro anfitrione.
    (Escono).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Padova. Una stanza in casa di Battista.

    (Entrano CATERINA e BIANCA).
    BIANCA: Buona sorella, non fatemi torto,  n fate torto a voi stessa a
    trattarmi da serva e da schiava,  cosa ch'io disdegno. Ma scioglietemi
    le mani,  che quest'altri ornamenti vo' strapparmeli via da  me:  anzi
    tutti i miei vestiti mi torr,  sino alla sottana, e far tutto quello
    che mi ordinerete di fare,  tanto bene io so qual sia  il  mio  dovere
    verso i miei maggiori.
    CATERINA:  Ditemi,  ve  l'impongo,  quale  vi  piace  pi fra i vostri
    corteggiatori. E badate di non mentire.
    BIANCA: Credetemi,  sorella,  fra tutti gli uomini viventi non ho  mai
    incontrato   quel   volto  singolare  che  pi  d'ogni  altro  potesse
    invaghirmi.
    CATERINA: Mocciosetta, tu menti. Non  forse Ortensio?
    BIANCA: Se  Ortensio che vi piace,  sorella vi giuro che  interceder
    io stessa per voi perch l'abbiate ad avere.
    CATERINA:  O  forse  aspirate piuttosto alla ricchezza: volete sposare
    Gremio che vi faccia far buona vita.
    BIANCA: E' dunque per lui che siete gelosa di me? Allora scherzate, ed
    ora ben m'accorgo che non avete fatto che scherzare  con  me  sino  ad
    ora. Vi prego, sorella Ctera, slegatemi le mani.
    CATERINA: Se questo  uno scherzo,  allora anche il resto lo era.  (La
    percuote).
    (Entra BATTISTA).
    BATTISTA:  Ebbene?  Che  succede  adesso,   signorina?   Perch  tanta
    insolenza?  Bianca,  allontanati.  Povera bambina,  piange! Vai, vai a
    ripigliare il tuo ago e non immischiarti pi con costei.  Vergogna tu,
    rozza del diavolo,  perch la vai maltrattando cos,  che non t'ha mai
    fatto nulla di male? Quando mai t'ha contrariata con una parola amara?
    CATERINA: E' col silenzio ch'essa si fa gioco di me, e vo' vendicarmi.
    (Rincorre Bianca).
    BATTISTA: E che? proprio sotto i miei occhi? Bianca, rientra.
    (Bianca esce).
    CATERINA: Ah, voi non mi potete soffrire?  Lo vedo,  lo vedo bene ch'
    lei il vostro tesoro,  che a lei toccher un marito, mentre io danzer
    a piedi nudi il giorno delle sue  nozze,  e  che  per  l'amor  che  le
    portate dovr menar scimmie in inferno. Non ditemi altro: mi metter a
    sedere a piangere finch trover modo di vendicarmi.
    BATTISTA: Vi fu mai uomo tribolato quanto me? Ma chi viene?
    (Entrano GREMIO,  LUCENZIO,  in abito dimesso,  PETRUCCIO con ORTENSIO
    travestito da musico;  e TRANIO con BIONDELLO recante un liuto  e  dei
    libri).
    GREMIO: Buon d, vicino Battista.
    BATTISTA: Buon d, vicino Gremio. Dio vi salvi, signori!
    PETRUCCIO: E pure voi,  caro messere.  Dite un po',  non avete voi una
    figlia chiamata Caterina, bella e virtuosa?
    BATTISTA: Ho una figlia, messere, di nome Caterina.
    GREMIO: Troppo alla svelta filate; procedete con ordine.
    PETRUCCIO: Mi fate torto,  signor Gremio: lasciatemi fare.  Io sono un
    gentiluomo di Verona,  signor Battista, che avendo udito parlare della
    sua belt e del suo spirito,  della sua affabilit e della sua ritrosa
    modestia,  delle  sue  mirabili  qualit  e  della  dolcezza  del  suo
    carattere,  mi fo ardito di mostrarmi ospite intruso della vostra casa
    per  accertarmi coi miei occhi di tante lodi che ho s spesso udito di
    lei.  E come preambolo alla mia introduzione,  vi presento un mio uomo
    (presenta  Ortensio)  versato  in  musica  e  nelle  matematiche,  per
    istruire perfettamente vostra figlia in quelle  scienze  le  quali  so
    ch'ella non ignora.  Accettate i suoi servigi o mi farete un torto. Il
    suo nome  Licio ed  nato a Mantova.
    BATTISTA: Voi siete il benvenuto,  messere ed anche costui,  in grazia
    vostra.  Ma, per quanto riguarda mia figlia Caterina, non  affare per
    voi, e me ne duole.
    PETRUCCIO: Vedo che non intendete separarvi da lei,  oppure che la mia
    persona non piace.
    BATTISTA:  Non  mi  fraintendete.  Io parlo come penso.  Di qual paese
    siete voi, messere? Come vi posso chiamare?
    PETRUCCIO: Io mi chiamo Petruccio e sono figlio di Antonio,  uomo  ben
    noto in tutta Italia .
    BATTISTA: Lo conosco bene, e siete il benvenuto in grazia sua.
    GREMIO:  Perdonate  Petruccio,  ora  che  voi  avete  detta la vostra,
    lasciate che parliamo anche noi,  poveri  sollecitatori.  Vi  cacciate
    avanti un po' troppo voi . Adesso, largo!
    PETRUCCIO: Scusate, signor Gremio, vorrei introdurre l'argomento.
    GREMIO:   Non   dubito,   messere,   ma   voi   maledirete  il  vostro
    corteggiamento. (A Battista) Vicino, io son certo che questo  un dono
    molto accetto. E per esprimervi una uguale cortesia,  io,  che vi sono
    pi obbligato di ogni altro, vi fo grazioso presente di questo giovine
    studioso (mostrando Lucenzio) il quale avendo per lungo tempo studiato
    a  Reims,    esperto  in greco,  latino ed altre lingue,  quanto lo 
    l'altro in musica e nelle matematiche.  Si chiama Cambio e vi prego di
    accettare i suoi servigi.
    BATTISTA:  Mille  grazie,  signor Gremio,  e il benvenuto a voi,  buon
    Cambio.  Ma...  (a Tranio) voi,  gentile signore,  mi sembra  che  voi
    abbiate  l'aria  d'un forestiero.  Posso ardir di conoscere la ragione
    della vostra visita?
    TRANIO: Perdonate,  messere,  arditezza  la mia  che,  forestiero  in
    questa citt,  qui mi faccio aspirante alla mano di vostra figlia,  la
    bella e virtuosa Bianca. Non m' ignota la vostra ferma risoluzione di
    accasar prima la sorella maggiore.  Ma io non chiedo altra libert che
    questa,  che una volta che abbiate conosciuto il mio casato,  possa io
    pure esser accolto fra i corteggiatori di vostra figlia e avere al par
    di loro libero accesso e favore: per concorrere  all'educazione  delle
    vostre figlie,  io qui vi offro un semplice strumento e questo piccolo
    pacco di libri greci e latini.  Se voi li accettate,  allora  il  loro
    pregio sar grande.
    BATTISTA: Lucenzio  il vostro nome? Di dove siete, vi prego?
    TRANIO: Di Pisa, signore: figlio di Vincenzo
    BATTISTA: Oh,   uomo di gran conto in Pisa: lo conosco di fama. Siate
    dunque assai il benvenuto, messere. Voi prendete il vostro liuto e voi
    il vostro pacco di libri.  Vedrete subito le vostre allieve.  Oh,  l
    dentro!
    (Entra un Servo).
    Giovanotto,  conduci questi signori presso le mie figliuole,  e di' ad
    ambedue che sono i loro professori, raccomanda loro di trattarli bene.
    (Esce il Servo con Lucenzio e Ortensio, segue Biondello) E noi andremo
    a passeggiare un poco in giardino,  poi ceneremo.  Mi siete  oltremodo
    graditi, e vi prego tutti di considerarvi tali.
    PETRUCCIO:   Signor   Battista,   l'affare   mio  richiede  una  certa
    sollecitudine,  poich tutti i giorni io non posso  venire  a  far  la
    corte alla vostra figliuola.  Voi avete conosciuto bene mio padre e me
    in lui: egli mi ha lasciato solo erede di tutte le  sue  terre  e  dei
    suoi  beni,  ch'io  ho  piuttosto avvantaggiato che sminuito.  Ebbene,
    ditemi, se ottengo l'amore di vostra figlia,  sposandola,  che dote mi
    porter?
    BATTISTA:  Dopo  la  mia  morte  la met delle mie terre e in contanti
    ventimila corone.
    PETRUCCIO: Bene, e in contraccambio di tal dote, se accadr ch'ella mi
    sopravviva,  assicuro  alla  sua  vedovanza  il  possesso  di  ogni  e
    qualsiasi  mia  terra  e  affittanza.  Mettiamo dunque in carta i vari
    punti del contratto affinch le convenzioni  siano  poi  osservate  da
    ambo le parti.
    BATTISTA:  Certamente,  ma  quando abbiate ottenuto il primo punto,  e
    cio, l'amore di Caterina: perch questo  tutto.
    PETRUCCIO: Bah,  questo  niente: poich vi dico,  padre,  ch'io  sar
    perentorio  quant'ella    orgogliosa:  e  quando  due rabbiosi fuochi
    s'incontrano insieme essi consumano  la  cosa  che  alimenta  la  loro
    furia:  e  anche  se  un picciol fuoco si fa grosso con poco di vento,
    pure le raffiche impetuose spengono fuoco e tutto.  Cos far  io  con
    lei, ed ella mi ceder. Poich son maschio e non fo mica la corte come
    un ragazzo.
    BATTISTA:  Bene,  possa tu corteggiarla,  e abbi felice esito!  Ma sii
    armato a ricevere qualche mala parola.
    PETRUCCIO: Sicuro, a tutta prova; come le montagne pei venti,  che non
    si scuotono che se soffiano incessantemente.
    (Rientra ORTENSIO con la testa rotta).
    BATTISTA: Che hai, che hai, amico mio? Perch cos pallido in viso?
    ORTENSIO: E' paura, ve lo garantisco, se son pallido.
    BATTISTA: Ebbene, mia figlia potr essere buona musicista?
    ORTENSIO:  Credo  che  farebbe  meglio  un buon soldato.  Il ferro pu
    resisterci con lei, ma i liuti no davvero.
    BATTISTA: Allora tu non puoi farla rotta allo studio del liuto.
    ORTENSIO: Eh, no, certo: poich lei ha rotto il liuto su di me.  Avevo
    appena  finito  di  dirle che sbagliava i tasti e le stavo piegando la
    mano per apprenderle il  tocco,  quando  in  un  accesso  d'impazienza
    indiavolata:  "Tasti,  li chiamate?  - ha gridato.  Mi fanno uscir dai
    gangheri!";  e detto questo mi ha dato del liuto sulla testa s che il
    mio cranio ha attraversato lo strumento. Per un istante io son rimasto
    rimminchionito,  guardando  fuori  dal  liuto  come  fossi alla gogna,
    mentre lei mi andava chiamando musico della malora,  strimpellatore da
    strapazzo;  con  venti  altri  di  tali  epiteti insolenti come avesse
    studiato apposta per maltrattarmi cos.
    PETRUCCIO: Poffar del mondo!  ma  una  ragazza  in  gamba.  Mi  sento
    d'amarla  dieci  volte  di  pi.  Che  voglia  mi  prende  di andare a
    cianciare un po' con lei!
    BATTISTA:  Ebbene,  venite  con  me  e  non  siate  cos  abbacchiato.
    Riprendete la lezione con la mia minore: essa  capace d'apprendere ed
     riconoscente del bene che le si fa.  Signor Petruccio,  volete venir
    con noi o debbo mandarvi qui la mia Ctera?
    PETRUCCIO: Vi prego,  mandatela,  l'attender qui.  (Escono  Battista,
    Gremio,  Tranio  e  Ortensio) Appena sar qui le voglio fare una corte
    spietata.  E se essa m'insulta io le dichiarer che  canta  dolcemente
    come  un  usignolo:  se aggrotta il viso le dir che  limpida come la
    rosa mattutina novellamente lavata dalla rugiada,  se sta muta  e  non
    vorr  proferir  parola loder la sua loquacit e le dir che possiede
    un'eloquenza avvincente:  se  mi  comander  di  far  fagotto,  io  la
    ringrazier  come  se  m'avesse  pregato  di  starle  vicino  per  una
    settimana: se rifiuta di sposarmi la supplicher di fissarmi il giorno
    del bando e delle nozze. Ma eccola! E ora, Petruccio, a te.
    (Entra CATERINA).
    Buon giorno, Ctera, poich questo  il tuo nome, a quanto ho udito.
    CATERINA: Ben avete udito,  ma  siete  alquanto  duro  d'orecchio.  Mi
    chiamano Caterina quelli che parlano di me.
    PETRUCCIO:  In  fede  mia,  mentite:  perch vi chiamano semplicemente
    Ctera, la vezzosa Ctera, e qualche volta Ctera la peste; ma Ctera,
    la pi bella Ctera di tutta la cristianit,  Ctera di Castel Ctera,
    la  mia  buona pasta di mandorle Ctera,  poich mandorle son tutte le
    catere,  Ctera,  dunque,  apprendi questo da me,  Ctera consolazione
    mia:  avendo  io  udito  lodare  la  tua  dolcezza in tutte le citt e
    celebrare le tue virt e proclamare la tua bellezza, non tuttavia cos
    altamente come si meritano,  io stesso sono stato mosso a corteggiarti
    per farti mia moglie.
    CATERINA:  Mosso!  Alla  buon'ora!  Che  quello  che vi ci ha mosso vi
    rimuova. Ho ben visto subito che eravate un bel mobile, voi.
    PETRUCCIO: E che sarebbe un mobile?
    CATERINA: Un trespolo.
    PETRUCCIO: Ben detto. Vieni dunque a sedere sopra di me.
    CATERINA: I somari son fatti per portare; e cos voi.
    PETRUCCIO: Le donne son fatte per portare; e cos voi.
    CATERINA: Se volete dir me, non sono una rozza come voi.
    PETRUCCIO: Oh,  mia buona Ctera,  io non ti voglio  caricare,  poich
    sapendoti troppo giovine e leggera...
    CATERINA: Troppo leggera infatti perch uno zoticone come voi mi abbia
    a pigliare; ma del resto il mio peso non mi fa fallo.
    PETRUCCIO: Fa fallo... farfalla!
    CATERINA: Voi non prendete che farfalloni!
    PETRUCCIO:  O  tortorella  tarda  di  penna,  vi  prender  dunque  un
    farfallone?
    CATERINA: Gi, la prender per una tortora,  come lei prender lui per
    un farfallone.
    PETRUCCIO: Via, via, vespina; in fede mia, siete troppo stizzosa.
    CATERINA: Se son vespa, attento al mio pungiglione!
    PETRUCCIO: Eh, conosco il rimedio: strapparlo fuori.
    CATERINA: Gi, se lo scemo sapesse dove si trova.
    PETRUCCIO: E chi non sa dove la vespa ha il pungiglione? Nella coda.
    CATERINA: No, nella lingua.
    PETRUCCIO: Nella lingua di chi?
    CATERINA: Nella vostra, se volete farmi coda. E cos addio!
    PETRUCCIO: E che?  con la mia lingua sotto la vostra coda?  No, venite
    via, mia buona Ctera, sono un gentiluomo io...
    CATERINA: Voglio un po' provarti.
    (Lo batte).
    PETRUCCIO: Se mi battete ancora, giuro che vi schiaffeggio.
    CATERINA: E cos non stareste pi in sull'arme.  Se mi  schiaffeggiate
    non siete pi un gentiluomo e se non siete un gentiluomo allora niente
    pi arme.
    PETRUCCIO:  Sei  un  consultore araldico,  Ctera?  O mettimi nei tuoi
    libri!
    CATERINA: E che avete per cimiero? Una cresta di gallo?
    PETRUCCIO: Un gallo colla cresta  abbassata  se  Ctera  sar  la  mia
    gallina.
    CATERINA: Non siete gallo per me: crocidate troppo come un cappone.
    PETRUCCIO: Venite via, Ctera, non dovete esser cos acida!
    CATERINA: Sempre son cos quando vedo una mela vizza.
    PETRUCCIO: Ma qui non c' mele vizze, e perci non esser cos acida.
    CATERINA: Ce n', ce n'.
    PETRUCCIO: Allora mostratemela.
    CATERINA: Lo farei se avessi uno specchio.
    PETRUCCIO: Intendi dir forse il mio viso?
    CATERINA: Mica male per un simil garzoncello.
    PETRUCCIO: Via, per San Giorgio, son troppo giovane per voi.
    CATERINA: Eppur siete vizzo.
    PETRUCCIO: Sono le gravi cure.
    CATERINA: Poco me ne curo.
    PETRUCCIO: Via,  ascoltatemi,  Ctera,  in verit non ve la svignerete
    cos.
    CATERINA: Lasciatemi! S'io m'indugio, vi faccio imbestialire.
    PETRUCCIO: Ma null'affatto.  Vi trovo invece cos  gentile  io.  M'era
    stato  detto  ch'eravate  aspra,  ritrosa  e  sorniona,  ma  son tutte
    fandonie!  Tu sei invece piacevole,  allegra e pi che cortese,  lenta
    nel  parlare ma dolce come un fiore a primavera.  Non sai accigliarti,
    non sai guardare bieco,  non ti mordi le labbra come fanno le  ragazze
    irascibili,   n  ti  compiaci  di  contraddire  discorrendo.  Ma  sai
    intrattenere i tuoi  corteggiatori  molto  garbatamente,  con  gentili
    discorsi, e soavi e affabili. Perch dice la gente che Ctera  zoppa?
    Mondo  calunniatore!  Ctera    slanciata  e  sottile  come  vetta di
    nocciolo,  bruna di tinta come la nocciola e pi dolce della mandorla.
    O fammiti vedere a camminare. Ma no che non zoppichi!
    CATERINA: Va', stupido, comanda chi  alla tua paga.
    PETRUCCIO:  Ha  Diana  mai  adornato  tanto un boschetto quanto Ctera
    questa camera colla sua regale  andatura?  E  sii  tu  Diana  e  Diana
    Ctera. E allora Ctera sia casta e Diana lascivetta.
    CATERINA: E dove li hai appresi questi bei discorsi?
    PETRUCCIO: Estemporanei. Mi vengon dal mio materno ingegno.
    CATERINA: Che madre ingegnosa! Ch quanto al figlio, Dio sa se egli ne
    avrebbe!
    PETRUCCIO: Non sono forse io saggio?
    CATERINA: Gi, state caldo!
    PETRUCCIO:  Diamine,    quel  che voglio,  cara Caterina,  ma nel tuo
    letto. E perci, bando alle chiacchiere, questo in poche parole vi vo'
    dire: vostro padre ha consentito che voi siate mia moglie;  la  vostra
    dote   gi fissata;  e,  lo vogliate o non lo vogliate,  io vi sposo.
    Ebbene,  Ctera,  io sono il marito che fa per voi: e per questa  luce
    con cui vedo la tua bellezza, la tua bellezza la quale fa s che tanto
    mi  piaci,  tu non devi sposare altro uomo che me;  perch io son nato
    per domarvi,  Ctera,  e trasformarvi di gatta selvatica in una Ctera
    mansueta  come  le altre gatte domestiche.  Ma ecco vostro padre.  Non
    rifiutatemi; debbo aver Caterina per mia sposa e l'avr.
    (Rientrano BATTISTA, GREMIO e TRANIO).
    BATTISTA: Ebbene,  signor Petruccio,  come  ve  la  sbrigate  con  mia
    figlia?
    PETRUCCIO: E come,  se non bene?  se non bene?  Era impossibile che io
    non ne venissi capo.
    BATTISTA: Eh, Caterina, figlia mia, perch di cattivo umore?
    CATERINA: E mi chiamate vostra figlia?  In verit mi avete  dimostrato
    un  bell'affetto  paterno a volermi sposare con un mezzo lunatico;  un
    miserabile scervellato,  un fantoccio di bestemmiatore che a furia  di
    moccoli si crede di farla franca.
    PETRUCCIO:  Padre,  le  cose  stan  cos:  voi  e tutti coloro che han
    parlato di lei,  avete preso abbaglio.  Se Caterina  una peste,  lo 
    per politica,  perch di natura non  affatto bizzosa ma mansueta come
    colomba; essa non  rabbiosa, ma pacata come il mattino.  Per pazienza
    si dimostra una seconda Griselda, ed  Lucrezia romana per castit. In
    conclusione  andiamo d'accordo cos bene che domenica prossima sar il
    giorno delle nostre nozze.
    CATERINA: Piuttosto ti vedr impiccato, domenica.
    GREMIO: Sentite,  Petruccio,  dice che piuttosto  vi  vorrebbe  vedere
    impiccato.
    TRANIO:  E'  questo dunque il vostro successo?  Eh!  allora buonanotte
    alle nostre speranze!
    PETRUCCIO: Un po' di pazienza, signori, io l'ho scelta per me. Se io e
    lei andiam d'accordo a voi che fa?  Tra me e lei  s'  deciso,  mentre
    eravamo soli, ch'ella continui ad essere intrattabile in compagnia. Ma
    io vi dico che  da non credere quanto ella mi ami.  O la gentilissima
    Ctera! Mi si appendeva al collo, e baci sopra baci accumulava cos di
    furia,  facendomi giuramenti su giuramenti,  che  in  un  amen  mi  ha
    ridotto  schiavo  del  suo  amore.   Oh,   novellini  che  siete!   E'
    meraviglioso vedere,  allorch l'uomo e la donna sono  soli,  come  un
    povero  diavolo  possa  riuscire  a  domare  la  pi  bisbetica  delle
    bisbetiche!  Dammi la mano,  Ctera: andr a  Venezia  a  comprare  il
    corredo per il giorno delle nozze.  Padre mio,  ordinate il banchetto,
    invitate gli ospiti. Sono sicuro che la mia Caterina sar splendida.
    BATTISTA: Io non so cosa dire: ma datemi le vostre mani.  E Dio ti dia
    ogni bene Petruccio. L'affare  concluso.
    GREMIO e TRANIO: Amen, diciamo noi; faremo da testimoni.
    PETRUCCIO:  Padre,  e  moglie,  e voi signori,  addio.  Vado a Venezia
    perch domenica fa presto ad arrivare.  Noi avremo anelli,  gioielli e
    ogni  sorta  di  belle cose.  Dammi un bacio,  Caterina,  che domenica
    saremo sposi.
    (Petruccio e Caterina escono in direzioni opposte).
    GREMIO: Ci fu mai matrimonio acciarpato cos alla svelta?
    BATTISTA: In verit, signori, io faccio qui la parte del mercante e mi
    avventuro pazzamente in una partita disperata.
    TRANIO: Era mercanzia che si guastava presso di voi: essa  vi  porter
    guadagno o andr perduta in mare.
    BATTISTA: Il guadagno che io cerco  una cheta unione.
    GREMIO:  Nessun  dubbio  ch'egli l'ha fatta alla chetichella.  Ma ora,
    Battista,  veniamo alla vostra figlia  minore.  Il  giorno  pel  quale
    abbiamo  tanto  sospirato  giunto.  Io sono il vostro vicino e fui il
    primo a corteggiarla.
    TRANIO: Io sono uno che  adora  Bianca  pi  che  parola  umana  possa
    esprimere o il vostro pensiero indovinare.
    GREMIO: Giovincello, tu non puoi amarla cos bene come l'amo io.
    TRANIO: Barbagrigia, il tuo  amore frigido.
    GREMIO: Ma il tuo  amore che frigge.  Va' l,  scimunito,  l'et che
    nutrisce.
    TRANIO: Ma  la giovinezza che fiorisce agli occhi delle ragazze.
    BATTISTA: Via,  calmatevi,  signori,  io vo' comporre questa  disputa.
    Sono  i  fatti che debbono vincere il premio.  E quello di voi due che
    potr assicurare alla mia figliuola la dote pi  grossa  avr  l'amore
    della mia Bianca. Su, signor Gremio, quanto potreste darle?
    GREMIO: Anzitutto,  come voi sapete, la mia casa in citt  riccamente
    fornita di vasellame d'argento e d'oro,  di bacili e di mescirobe  per
    lavare  le sue mani delicate;  i miei parati sono tutti tappezzerie di
    Tiro.  In forzieri d'avorio io tengo stipati i miei scudi e in cassoni
    di  cipresso  le  mie  trapunte  di  Arras,  costosi abiti,  cortine e
    baldacchini, eletti lini,  cuscini turchi tempestati di perle,  frange
    d'oro  filato  di  Venezia,  peltri e rami ed ogni cosa che appartiene
    alla casa e al suo governo.  Oltre ci  posseggo  nella  mia  fattoria
    cento mucche da latte,  sei ventine di grassi buoi nelle mie stalle, e
    tutto il resto  in  conformit.  Io  sono  avanti  negli  anni,  debbo
    confessarlo,  e se dovessi morire domani, tutto questo sar di lei se,
    mentre io vivo, ella vorr essere mia soltanto.
    TRANIO: Quel "soltanto" cade a proposito. Messere,  e adesso ascoltate
    me.  Io  sono erede di mio padre e suo figlio unico: se io posso avere
    vostra figlia in moglie, io le lascer dentro le mura della ricca Pisa
    tre o quattro case belle come  qualsiasi  di  quelle  che  il  vecchio
    signor Gremio ha in Padova; e inoltre duemila ducati all'anno di terra
    fruttifera,  e tutto per sua sopraddote.  Eh, signor Gremio, non vi ho
    io beccato?
    GREMIO: Duemila ducati di terra all'anno!  le mie terre in  tutto  non
    ammontano  a  tanto: ma essa le avr: e oltre a questo un vascello che
    ora si trova nel porto di Marsiglia.  Ebbene,  non vi ho io  soffocato
    col mio vascello?
    TRANIO:  Tutti  sanno  che  mio  padre non possiede meno di tre grandi
    vascelli,  e che possiede inoltre due galeazze  e  dodici  galere  ben
    calafatate.  Tutto  questo  io  le  potr  dare,  e due volte tanto di
    qualunque altra offerta tu faccia.
    GREMIO: Eh, no, io ho offerto tutto e non ho altro; essa non pu avere
    pi di quanto posseggo.  Ma se io vi piaccio,  Battista,  avr me e il
    mio.
    TRANIO: Allora la ragazza  mia a esclusione di ogni altro, secondo la
    vostra solenne promessa. Gremio  sbancato.
    BATTISTA: Debbo convenire che la vostra offerta  la migliore.  Vostro
    padre le faccia garanzia e mia figlia sar tutta  vostra.  Altrimenti,
    voi mi dovete scusare, se moriste prima di lui, dove  la sua dote?
    TRANIO: Ma questo  un cavillo. Lui  vecchio ed io son giovane.
    GREMIO: E non possono i giovani morire quanto i vecchi?
    BATTISTA:  Bene  signori,  io  decido  cos.  Voi  sapete che domenica
    prossima mia figlia Caterina andr a  nozze;  ora,  se  voi  otterrete
    questa garanzia,  la domenica successiva Bianca sar vostra sposa;  se
    no,  del Signor Gremio.  E  cos  io  prendo  congedo,  ringraziandovi
    ambedue.
    GREMIO: Addio,  buon vicino.  (Battista esce) Ora non ho timore di te,
    giovincello scapato. Tuo padre sarebbe uno sciocco a darti tutto, e in
    et avanzata a mettere i piedi sotto la tua tavola. Questa  una baia:
    una vecchia volpe italiana non  cos accomodante, ragazzo mio!
    (Esce).
    TRANIO: Canchero della tua vizza pellaccia di furbacchione!  Ma io gli
    ho tenuto testa con una carta grossa.  E' mia intenzione di giovare al
    mio signore,  e non vedo la ragione che il supposto Lucenzio non possa
    avere  per  padre  un  supposto Vincenzo.  E sar una meraviglia,  che
    mentre son di solito i padri che generano i figli,  in questa faccenda
    amorosa,  se mi riesce la gherminella,  avremo un figlio che genera il
    padre.
    (Esce).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Padova. La casa di Battista.

    (Entrano LUCENZIO, ORTENSIO e BIANCA).
    LUCENZIO: Violinista,  fermatevi: vi fate troppo  ardito.  Dimenticate
    cos presto l'accoglienza che vi ha fatto sua sorella Caterina?
    ORTENSIO:  Ma,  litigioso  pedante,  questa  la patrona della celeste
    armonia: Perci lasciatemi aver la  precedenza:  quando  avremo  speso
    un'ora nella musica, avrete altrettanto tempo per la vostra lezione.
    LUCENZIO:  Prepostero  somaro,  che  non  hai  studiato  abbastanza da
    comprendere la ragione per cui la musica fu creata!  Non fu forse  per
    ristorare  lo  spirito  dell'uomo  dopo  i  suoi  studi  o le sue cure
    giornaliere?  Permettete quindi che io le insegni filosofia: e  quando
    io poso, servitele la vostra musica.
    ORTENSIO: Mariolo, non tollerer queste tue insolenti parole.
    BIANCA: Via,  signori miei,  non mi fate il doppio torto di contendere
    per cosa che  in mia facolt di scegliere.  Non sono un scolaretto di
    quelli  che  si sculacciano a scuola.  Non sono legata ad orari,  n a
    tempi fissi,  ma voglio prendere le mie lezioni come pi mi piace.  E,
    per  troncare  ogni  discussione,  (a Lucenzio) sediamoci qua.  Voi (a
    Ortensio) prendete il vostro liuto e sonate,  nel  frattempo.  La  sua
    lezione sar finita prima che voi abbiate accordato.
    LUCENZIO: Come dire... mai. Accordate lo strumento.
    BIANCA: Dove eravamo rimasti?
    LUCENZIO: Qui, signorina.
    "Hic ibat Simois; hic est Sigeia tellus;
    Hic steterat Priami regia celsa senis".
    BIANCA: Traducete.
    LUCENZIO:  "Hic  ibat",  come  vi ho detto dianzi - "Simois",  io sono
    Lucenzio,  - "hic est",  figlio di Vincenzo di Pisa,  "Sigeia tellus",
    travestito cos per ottenere il vostro amore,  "Hic steterat",  e quel
    Lucenzio che viene  a  corteggiarvi,  "Priami",    il  mio  domestico
    Tranio,  -  "regia",  vestito  dei  miei  abiti,  "celsa  senis",  per
    ingannare il vecchio Pantalone.
    ORTENSIO: Signorina, il mio strumento  accordato.
    BIANCA: Fatemi sentire. (Ortensio suona) Oib, il cantino stona.
    LUCENZIO: Sputa nel buco, amico, e accorda di nuovo.
    BIANCA: E adesso lasciatemi provare se io riesco a tradurre. "Hic ibat
    Simois", io non vi conosco, - "hic est Sigeia tellus", non vi credo, -
    "hic steterat Priami", state attento che lui non ci senta,  - "regia",
    non presumete troppo, - "celsa senis", non disperate.
    ORTENSIO: Signorina, lo strumento  di nuovo intonato.
    LUCENZIO: Tranne il basso.
    ORTENSIO:  Il  basso    giusto:  quel basso furfante che stona.  (In
    disparte) Come focoso e intraprendente  il nostro pedante! Perdio, ma
    quel briccone sta corteggiando il mio  amore.  "Pedascule",  ti  terr
    meglio d'occhio d'ora innanzi.
    BIANCA: Col tempo io potr credervi, ma per ora diffido.
    LUCENZIO:  Non diffidate,  perch,  certo,  Eacide era Ajace,  ed ebbe
    questo nome dal suo avo.
    BIANCA: Io debbo credere al  mio  maestro,  altrimenti  vi  giuro  che
    starei ancora a discutere su questo dubbio.  Ma basta di ci.  Adesso,
    Licio, a voi. Miei buoni maestri, vi prego,  non abbiatevela a male se
    ho voluto cos scherzare con ambedue.
    ORTENSIO:  Voi  potete  andare  a  passeggiare  e lasciarmi libero nel
    frattempo. Non insegno musica in tre parti.
    LUCENZIO: Cos puntiglioso il signore? Sta bene, aspetter.  (A parte)
    E aprir l'occhio pure: poich, se non sbaglio, il nostro bravo musico
    sta innamorandosi.
    ORTENSIO: Signorina,  avanti che voi tocchiate lo strumento,  io debbo
    cominciare coi rudimenti dell'arte, per apprendervi il sistema del mio
    diteggiare: debbo insegnarvi  la  solfa  in  una  maniera  pi  breve,
    piacevole, energica ed efficace di quanto sia mai stato usato da altri
    maestri  nella  mia  arte:  ed  eccolo qua questo sistema,  scritto ed
    esposto in modo acconcio.
    BIANCA: Ma la solfa io gi l'ho appresa da lungo tempo.
    ORTENSIO: Tuttavia leggete la solfa di Ortensio.
    BIANCA (legge): "'Do', io sono il principio d'ogni accordo, 'Re',  per
    dirvi d'Ortensio il grande amore; 'Mi', Bianca, d'esser vostro sposo 
    ingordo,  'Fa',  ch'egli v'ama con tutto il suo cuore,  'Sol',  ho due
    note ad una chiave sola, 'La si', non mi spacciar, deh,  mi consola!".
    E  voi  chiamate  questa una solfa?  Che,  che,  non mi piace affatto,
    preferisco la vecchia maniera,  e non son cos ingenua da cambiare  le
    vecchie regole con le nuove bizzarrie.
    (Entra un Servo).
    SERVO:  Padrona,  vostro  padre  vi  prega  di lasciare i libri,  e di
    aiutare ad adornare la camera di vostra sorella;  come sapete domani 
    il giorno delle sue nozze.
    BIANCA: Arrivederci, miei buoni maestri. Debbo andare.
    (Escono Bianca ed il Servo).
    LUCENZIO: In verit, signora, non ho pi motivo di restare.
    (Esce).
    ORTENSIO:  Ma  io ho motivo di spiare questo pedante: mi par che abbia
    aspetto d'uomo innamorato.  E tuttavia,  Bianca,  se hai pensieri cos
    poco  elevati  da  gettare  il tuo sguardo errante su ogni logoro,  ti
    prenda chi ti voglia. Se una volta trovo che ti disvii,  Ortensio far
    patta con te cercandosene un'altra.
    (Esce).




    SCENA SECONDA - Padova. Davanti alla casa di Battista.

    (Entrano BATTISTA,  GREMIO,  TRANIO,  CATERINA,  BIANCA,  LUCENZIO, ed
    altri, e Famigli).
    BATTISTA (a Tranio): Signor Lucenzio,   questo il giorno che Caterina
    e  Petruccio han da sposarsi,  e non abbiamo notizie di nostro genero!
    Che s'ha da dire?  Che brutto scherzo sarebbe mancasse  il  fidanzato,
    mentre  il  prete  attende  per  celebrare  il  rito!  Che ne pensate,
    Lucenzio, di questo nostro scorno?
    CATERINA: Lo scorno  tutto mio. Io debbo esser costretta,  perdio,  a
    dar la mia mano,  e contro mia voglia,  a uno zoticaccio scervellato e
    pieno di ubbie che fa la corte di furia e vuol sposarsi con tutto  suo
    comodo.  Ve l'avevo detto io,  che quello era un pazzo da legare,  che
    sotto maniere spicciole nascondeva scherzi di cattivo  genere.  E  per
    acquistarsi  la  fama  di  uomo  faceto,  egli  far la corte a mille,
    fisser il giorno delle nozze, far invitare amici,  far pubblicare i
    bandi,  ma senza intenzione di sposarsi mai.  E ora la gente segner a
    dito la  povera  Caterina  e  dir:  "Ecco  l  la  moglie  del  pazzo
    Petruccio, se pur garber a costui di venire a sposarsela!"
    TRANIO: Calmatevi,  buona Caterina,  e anche voi,  signor Battista. In
    fede mia,  qualunque sia il contrattempo che gl'impedisce di serbar la
    parola  data,  Petruccio  non  ha  che  buone  intenzioni: e se le sue
    maniere soro sbrigative,  io so che  oltremodo  saggio,  e  se    di
    natura faceta,  pur giovine onesto.
    CATERINA: Con tutto questo, che Caterina non l'avesse mai veduto!
    (Esce piangendo, seguita da Bianca e da altri).
    BATTISTA:  Va'  pure,  figliuola:  io non ti posso rimproverare ora se
    piangi; perch un'offesa simile irriterebbe anche una santa. A maggior
    ragione una bisbetica del tuo umore impaziente.

    (Entra BIONDELLO).

    BIONDELLO: Padrone, padrone, nuove, vecchie nuove, e tali come voi non
    ne udiste giammai!
    BATTISTA: Nuove e vecchie nello stesso tempo, e come mai?
    BIONDELLO: Ebbene, non l' nuova udir che Petruccio arriva?
    BATTISTA: E' arrivato?
    BIONDELLO: Ma no, signore.
    BATTISTA: E allora?
    BIONDELLO: Sta arrivando.
    BATTISTA: E quando sar qui?
    BIONDELLO: Quando lui sar dove io sono e vi vedr l dove voi siete.
    TRANIO: Ma di', e quanto alle tue vecchie nuove?
    BIONDELLO: Ebbene, Petruccio arriva con un cappello nuovo e un vecchio
    giustacuore,  un paio di vecchie brache che sono gi  state  rivoltate
    tre  volte,  un  paio  di  scarpe  che  han servito da ripostiglio pei
    moccoletti,  una con fibbia e l'altra con legacci;  una vecchia  spada
    arrugginita tirata fuori dall'arsenale della citt,  con l'impugnatura
    spezzata,  col fodero senza cappa;  con  due  puntali  delle  stringhe
    rotti;  il  suo cavallo sfiancato ha una vecchia sella tarmata e degli
    sproni scompagnati; per di pi,  ha il cimurro e la morva;  soffre del
    lampasco,  infetto del mal del verme, pieno di galle, spacciato dallo
    spavento,   striato  dall'itterizia,   gonfio  di  vivole  incurabili,
    malconcio dal capogatto, divorato dal vermocane,  lussato nel deretano
    e  slogato di schiena;  si taglia con le zampe davanti,  ha un morso a
    cui manca una guida,  una cavezza in pelle di montone che a  furia  di
    tendersi  per  trattenerlo  dall'inciampicare,  s' rotta sovente e si
    regge a forza di nodi; un sottopancia che  stato rappezzato sei volte
    e una groppiera da donna, in velluto, con due lettere del nome formate
    da bullette, e rabberciata qua e l con dello spago.
    BATTISTA: E chi lo accompagna?
    BIONDELLO: Oh,  messere,  il suo palafreniere bardato proprio come  il
    cavallo,  con una calza di filo su una cianca e sull'altra un panno da
    gamba di  rozza  lana,  con  giarrettiere  fatte  di  cimosa  rossa  e
    turchina.  Porta  un  vecchio cappello con cento ghiribizzi infilati a
    mo' di pennacchio.  Un mostro,  un vero mostro nell'abito,  e  non  un
    paggio da cristiano o un lacch da gentiluomo.
    TRANIO:  Sar  qualche  fantasia  balzana  che l'avr inuzzolito cos.
    Eppure spesso egli va in vile arnese.
    BATTISTA: In qualunque modo egli venga, sono contento che arrivi.
    BIONDELLO: Ma, messere, egli non arriva.
    BATTISTA: Ma non hai detto che arriva?
    BIONDELLO: Chi? Petruccio?
    BATTISTA: S, Petruccio.
    BIONDELLO: No messere,  ho detto che  il suo cavallo che arriva,  con
    lui sopra.
    BATTISTA: Ma  tutt'uno.
    BIONDELLO: No, per San Giacometto,
    Un quattrin ci scommetto,
    Che un uomo e un ginnetto
    Fan pi di un uomo solo.
    Eppur molti non sono.
    (Entrano PETRUCCIO e GRUMIO).
    PETRUCCIO: Ebbene, dove sono questi galanti? Chi  in casa?
    BATTISTA: Siate il benvenuto, messere
    PETRUCCIO: E tuttavia bene non vengo.
    BATTISTA: Non zoppicate mica.
    TRANIO: Non siete in cos bell'arnese come avrei desiderato.
    PETRUCCIO:  Era  meglio che io venissi cos di gran prescia.  Ma dov'
    Ctera? Dov' la mia amabile sposa? Come state, padre mio?  Signori mi
    sembrate accigliati.  E che ha questa bella compagnia da fissarmi cos
    come se vedesse qualche statua ben strana o qualche cometa  o  qualche
    straordinario prodigio?
    BATTISTA: Via,  messere,  voi sapete che oggi  il giorno delle vostre
    nozze.  E dapprincipio eravamo mesti temendo che voi non  veniste,  ma
    adesso  lo  siamo ancor pi vedendovi comparire cos sprovveduto.  Su,
    su,  toglietevi quest'abito che fa torto alla vostra condizione  ed  
    come un pugno nell'occhio in questa nostra festa solenne.
    TRANIO:  E  diteci  un  po'  qual grave motivo vi ha trattenuto cos a
    lungo lontano da vostra moglie, e vi conduce qui cos trasfigurato?
    PETRUCCIO: E' uggioso il  dirvelo  e  spiacevole  l'udirlo.  Vi  basti
    sapere  che  son venuto per mantener la mia parola,  ancorch in certi
    punti abbia dovuto discostarmene un po';  cosa di cui con maggior agio
    vi  chieder  scusa,  in  modo  che ne avrete soddisfazione.  Ma dov'
    Ctera? Troppo a lungo sono stato lontano da lei.  Il mattino volge al
    fine ed  tempo di recarci in chiesa.
    TRANIO:  Non  comparite  davanti  alla  vostra sposa in questo costume
    indecente. Andate in camera mia e indossate abiti miei.
    PETRUCCIO: No, no, credetemi, in questo modo voglio farle visita.
    BATTISTA: Ma cos, credetemi, non potete sposarla.
    PETRUCCIO: Ma s,  proprio cos.  Perci basta con le  parole.  E'  me
    ch'ella sposa infine, e non i miei vestiti E sarebbe meglio per lei, e
    ancor pi per me,  se io potessi riparare quello che essa consumer in
    me,  cos facilmente come posso mutare queste  povere  vesti.  Ma  che
    sciocco  starmene qui a cianciare con voi quando dovrei recarmi a dare
    il buon giorno alla mia sposa e suggellar codesto nome con un  amoroso
    bacio!
    (Escono Petruccio e Grumio).
    TRANIO:  Deve  aver qualche intento con quel suo pazzo costume.  Ma lo
    persuaderemo,  s' possibile,  di mettersene uno meglio prima  che  si
    rechi in chiesa.
    BATTISTA: E io gli tengo dietro per veder come va a finire.
    (Escono Battista, Gremio e Famigli).
    TRANIO:  All'amore  di lei conviene che noi aggiungiamo il consenso di
    suo padre: al qual fine,  come ho gi detto a Vostra  Signoria,  debbo
    scovare un uomo - e qualunque sia non importa, che lo imbeccheremo per
    bene  -  il  quale  figuri essere Vincenzo di Pisa e che qui in Padova
    possa rendersi garante presso Battista per una somma ancora pi grande
    di quella che io gli ho promessa.  Cos  voi  potrete  tranquillamente
    goder  della  vostra  speranza e sposare l'amabile Bianca col consenso
    paterno.
    LUCENZIO: Se non fosse che  il  maestro  mio  collega  sorveglia  cos
    strettamente  i  passi  di  Bianca,  sarebbe  bene,  mi  pare,  far di
    soppiatto il nostro matrimonio. Una volta fatto,  il mondo intero dica
    pure di no, ch'io a dispetto di tutto il mondo mi terr il mio bene.
    TRANIO:  Codesto  intendiamo  di considerarlo con agio,  aspettando di
    cogliere il momento opportuno in questa faccenda.  Noi sapremo gabbare
    Gremio,  il barbagrigia,  Minola,  il vigilante genitore,  e Licio, il
    fine musico innamorato: e tutto per amor del mio padrone Lucenzio.
    (Rientra GREMIO).
    Venite dalla chiesa, signor Gremio?
    GREMIO: E con tanto piacere quanto mai non ebbi a tornar dalla scuola.
    TRANIO: E il marito ritorna con la sposa?
    GREMIO: Il marito, dite? il marrano, piuttosto,  un marrano scorbutico
    e tale lo trover la ragazza.
    TRANIO: Ancor pi peste di lei? Ma  impossibile!
    GREMIO: Davvero,  un diavolo, un diavolo, un vero demonio.
    TRANIO: Ma essa pure  una diavola, una diavola, una versiera.
    GREMIO: Macch,  essa  un agnello, una colomba, una grulla a petto di
    lui. Ma se vi dico, messer Lucenzio: quando il prete gli ha chiesto se
    voleva che Caterina diventasse sua moglie, "Eh sicuro,  giurammio!" ha
    fatto  lui:  e  si    messo  a  sagramentare  s  forte  che il prete
    sbigottito ha lasciato cadere il libro  e  quando  si    chinato  per
    raccattarlo, questo farnetico di sposino gli ha mollato uno schiaffone
    tale  che  prete  e  libro  e  libro e prete sono andati tutti a gambe
    all'aria. "E ora li raccatti chi ha voglia!" ha detto lui.
    TRANIO: La donzella che ha detto quando l'altro s' alzato?
    GREMIO: Tremava a verga a verga. E lui a pestar i piedi e sagramentare
    come se il curato intendesse di raggirarlo. Infine,  compiute alquante
    cerimonie,  ha  domandato  del  vino  e  si    messo a gridare: "Alla
    salute!" come se fosse stato a bordo di una nave,  a far  brindisi  ai
    compagni dopo una tempesta. Quindi ha tracannato il moscatello e ne ha
    gittato  il fondime in viso al sagrestano,  e senza alcun altro motivo
    che la sua barba era magra e stenta e sembrava domandargli le briciole
    mentr'egli beveva. Poi, fatto questo,  ha afferrato la sposa pel collo
    e  l'ha  baciata  sulle  labbra  con un tale sonorissimo baciozzo che,
    nello staccarsi, tutta la chiesa ne ha echeggiato. E vedendo tutto ci
    io sono uscito di chiesa pien di vergogna e dietro di me  so  che  sta
    arrivando  tutta  la comitiva.  Matrimonio s pazzo non s' visto mai.
    Udite, udite, i menestrelli che suonano. (Musica).

    (Entrano PETRUCCIO, CATERINA, BIANCA, BATTISTA, ORTENSIO,  GRUMIO e la
    Comitiva degl'invitati).

    PETRUCCIO: Signori ed amici,  vi ringrazio per le pene che vi date. So
    che avete in animo di cenare con me oggi,  e che avete ammannito  gran
    quantit  di  roba  pel  banchetto  di  nozze.  Ma  ecco  ch'io  debbo
    partirmene di furia da qui e intendo perci congedarmi da voi.
    BATTISTA: Ma  egli possibile che dobbiate partire stasera?
    PETRUCCIO: Debbo partire oggi, prima di notte.  Non ve ne stupite.  Se
    sapeste  le  faccende  che  ho,  sareste voi a supplicarmi d'andarmene
    anzich restare.  Cosicch io ringrazio tutta questa  bella  compagnia
    che ha assistito alla mia unione con la pi paziente, dolce e virtuosa
    sposa.  Cenate  con  mio suo suocero e bevete alla mia salute,  poich
    debbo partirmene: e addio a tutti quanti.
    TRANIO: Vi supplichiamo di rimanere fin dopo pranzo.
    PETRUCCIO: Non posso.
    GREMIO: Lasciate che vi supplichi io.
    PETRUCCIO: Non posso.
    CATERINA: Lasciate che vi supplichi io.
    PETRUCCIO: Acconsento.
    CATERINA: A restare?
    PETRUCCIO: Dico che acconsento a che mi supplichiate  di  restare.  Ma
    restare non posso, per quanto mi supplichiate.
    CATERINA: Via, restate se mi volete bene.
    PETRUCCIO: Grumio, il mio cavallo!
    GRUMIO:  S,  signore,  i  cavalli  son pronti: la biada ha mangiato i
    cavalli.
    CATERINA: Ebbene,  fa' ci che vuoi,  io non partir oggi,  e  neanche
    domani,  n  fin  quando  mi  piacer  di partire.  La porta  aperta,
    signore, e la strada  l. Ebbene,  mettetevi in cammino intanto che i
    calzari sono ancora nuovi.  Quanto a me, partir quando n'avr voglia.
    Bel villano davvero vi date a divedere se fin dalle prime la  pigliate
    cos alla brava.
    PETRUCCIO: Eh, Ctera, calmati; ti prego, non t'adirare.
    CATERINA: S, invece voglio adirarmi: che ci hai a che fare tu? Padre,
    sta' tranquillo egli rester finch voglio io.
    GREMIO: Eh, signore, adesso la faccenda si riscalda.
    CATERINA:  Ed  ora,  signori,  avanti,  al banchetto nuziale!  Capisco
    anch'io che una donna si fa prendere in giro se le  manca  l'animo  di
    resistere.
    PETRUCCIO: Essi andranno avanti al tuo comando Ctera.  E voi obbedite
    alla sposa, voi che l'accompagnate. Andate a banchetto, fate baldoria,
    gozzovigliate, trincate a piena gola alla sua verginit, siate allegri
    e matti, o andate a farvi benedire!  Quanto alla mia buona Ctera essa
    deve venir via con me.  Via,  non fate quel viso scuro,  non pestate i
    piedi,  non guardate a stracciasacco,  non vi spazientite: di ci ch'
    mio voglio essere padrone io.  Essa  il mio bene,  le mie masserizie;
    essa  la mia casa,  le  mie  suppellettili,  il  mio  campo,  il  mio
    fienile,  il  mio cavallo,  il mio bue,  il mio somaro,  il mio tutto.
    Eccola l,  e la tocchi chi ha fegato.  Agir contro il pi baldanzoso
    che ardisse sbarrarmi la strada, qui in Padova. Grumio snuda la spada!
    Siam circondati da ladri.  Se sei un uomo,  difendi la tua padrona!  E
    tu, mia dolce bimba, non temere,  non ti toccheranno,  Caterina: io ti
    far da scudo fossero anche un milione!
    [Escono Petruccio, Caterina e Grumio).
    BATTISTA: Eh, lasciatela andare quella coppia di paciocconi!
    GREMIO: Se non fosser iti cos in fretta sarei morto dal riso.
    TRANIO: Fra tutte le coppie pi pazze codesta non ha l'eguale.
    LUCENZIO: Signora, che ne pensate di vostra sorella?
    BIANCA: Ch' pazza da legare e s' legata a un pazzo.
    GREMIO: Giurerei per lui, che Petruccio s' Caterinizzato.
    BATTISTA:  Amici  e  vicini,  se  lo sposo e la sposa ci mancano,  per
    colmare i loro posti a tavola,  voi sapete che il festino non mancher
    di manicaretti.  Lucenzio, voi occuperete il posto del marito e Bianca
    occupi quello di sua sorella.
    TRANIO: L'amabile Bianca si prover a far la parte della sposa?
    BATTISTA: Sicuro, Lucenzio. Andiamo, signori, venite.
    (Escono).



    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Casa di campagna di Petruccio.

    (Entra GRUMIO).
    GRUMIO: Alla malora,  alla malora tutte le  rozze  stracche,  tutti  i
    padroni  matti,  tutte  le  strade  sconquassate.  Ci fu mai uomo cos
    tartassato,  ci fu mai uomo cos impillaccherato,  ci fu mai uomo cos
    sfinito  dalla  fatica?  Son  stato  mandato  innanzi per accendere il
    fuoco, ed essi stan venendo per scaldarsi.  Ebbene,  s'io non fossi un
    pentolino   subito   in   bollore,    le   mie   proprie   labbra   mi
    s'agghiaccerebbero sui denti,  la mia lingua al palato,  il mio  cuore
    nella pancia,  prima ch'io trovassi del fuoco per sgelarmi. Ma a furia
    di soffiare sul fuoco mi scalder bene: poich,  vista la temperatura,
    qui  si  buscherebbe  un  raffreddore  anche uno pi alto di me.  Ehi,
    Curtis!
    (Entra CURTIS).
    CURTIS: Chi mi chiama con voce cos freddolosa?
    GRUMIO: Un  pezzo  di  ghiaccio.  Che  se  tu  ne  dubitassi  potresti
    scivolarmi  gi dalla spalla al tallone senza pi rincorsa che dal mio
    capo al mio collo. Fuoco, buon Curtis.
    CURTIS: Arrivano, dunque, il mio padrone e sua moglie, Grumio?
    GRUMIO: Ma s, ma s,  Curtis: e perci fuoco,  fuoco!  e non gittarvi
    acqua.
    CURTIS: Lei  davvero quella testa calda che tutti dicono?
    GRUMIO: Era,  mio buon Curtis,  prima di questa gelata,  ma tu sai che
    l'inverno doma l'uomo, la donna e la bestia, dal momento che ha domato
    il mio antico padrone e la mia nuova padrona,  e  me  stesso,  compare
    Curtis.
    CURTIS: Va' l, fantoccio di tre pollici! Io non son bestia.
    GRUMIO: Di tre pollici,  io?  Ebbene,  il tuo corno  alto un piede, e
    io, per lo meno,  quanto lui.  Insomma vuoi far fuoco o debbo lagnarmi
    di  te  alla  nostra  padrona,  le  cui  mani,  adesso che man mano si
    avvicina,  non andran fredde nel darti una  risciacquata  per  la  tua
    lentezza a far caldo?
    CURTIS: Ti prego, buon Grumio, dimmi un po' come va il mondo.
    GRUMIO: Gelidamente invero,  Curtis, in tutte le altre funzioni tranne
    che nella tua. E perci, fuoco!  Fa' il tuo dovere e avrai quel che ti
     dovuto, poich i miei padroni son quasi morti gelati.
    CURTIS: Ecco pronto il fuoco, e perci, buon Grumio, fuori le nuove.
    GRUMIO:  Allora  "Checco,  povero Checco!" e altrettante di tal genere
    quante ne vorrai.
    CURTIS: Ehil! uom pieno di buscherate!
    GRUMIO: Bene, perci fuoco, ch mi son buscato un gran raffreddore.  E
    dov'  il  cuoco?   pronta la cena?   assettata la casa?  giuncati i
    pavimenti? scopati i ragnateli?  i domestici nei loro fustagni nuovi e
    calze bianche e tutti i famigli nei loro abiti da nozze? Son le nostre
    suocere  nette  di  dentro  e le nostre nuore nette di fuori?  stesi i
    tappeti, e ogni cosa  in ordine?
    CURTIS: Tutto  in ordine, e perci, ti prego, fuori le nuove.
    GRUMIO: Sappi dapprima che il mio cavallo  stanco: il mio  padrone  e
    la mia padrona han perso le staffe.
    CURTIS: Come?
    GRUMIO: Cadendo gi di sella, dentro il fango. E' tutt'una storia.
    CURTIS: Raccontatemela, mio buon Grumio.
    GRUMIO: Prestami orecchio.
    CURTIS: Ecco qua.
    GRUMIO: Ecco l.
    (Gli d uno schiaffo).
    CURTIS: Ma quest' sentirla, non ascoltarla!
    GRUMIO: E perci  detta una storia sensata.  Questo ceffone aveva per
    solo scopo di bussare  alle  tue  orecchie  per  domandar  udienza.  E
    comincio:  "In  primis",  noi  discendevamo  per una collina fangosa e
    cavalcava il mio padrone dietro la mia padrona...
    CURTIS: Tutti e due su un cavallo?
    GRUMIO: E a te che importa?
    CURTIS: Non a me, al cavallo.
    GRUMIO: E allora racconta  tu.  Ma  se  tu  non  m'avessi  interrotto,
    avresti  saputo come il cavallo della padrona  caduto e lei  rimasta
    sotto;  avresti  saputo  in  che  razza  di  pantano,   come  lei  s'
    insudiciata  da  capo  a piedi,  come lui l'ha piantata l col cavallo
    addosso e come  ha  picchiato  me  perch  il  cavallo  di  lei  aveva
    inciampato,  e  come  lei ha sfangato pel pantano per strapparmi dalle
    sue mani,  e come lui bestemmiava,  e come lei pregava,  lei  che  non
    aveva  mai  pregato  prima,  e  come  io gridavo e come i cavalli sono
    scappati e come la briglia di lei si  spezzata e com'io ho  perso  la
    groppiera,   con  molte  cose  degne  di  memoria  che  ora  finiranno
    nell'oblo mentre tu ritornerai nella  tua  fossa  con  tutta  la  tua
    ignoranza.
    CURTIS: Dal tuo racconto parrebbe che lui sia pi peste di lei.
    GRUMIO:  Ma  certo,  e  tu  e anche i pi arroganti di tutti voi ve ne
    accorgerete bene,  quando sar tornato a casa.  Ma perch ti parlo  di
    questo?  Chiamami Nataniele,  Giuseppe,  Nicola,  Filippo,  Gualtiero,
    Pandolce, e tutti gli altri. E che abbiano i capelli ben ravviati,  le
    loro  giubbe  turchine  ben  spazzolate,  le  giarrettiere decenti,  e
    facciano la riverenza piegando la gamba sinistra,  e che non presumano
    di toccare un sol pelo della coda del cavallo del mio padrone prima di
    essersi baciate le mani. Son tutti pronti?
    CURTIS: Lo sono.
    GRUMIO: Falli venire.
    CURTIS: Ol,  voi, udite? Dovete venir incontro al mio padrone per far
    buon viso alla mia signora.
    GRUMIO: Bene, ella ha pur un viso suo.
    CURTIS: E chi non lo sa?
    GRUMIO: Tu, a quanto pare, che chiami la gente per farle buon viso.
    CURTIS: Io li chiamo perch le prestino omaggio.
    GRUMIO: Oh,  ma lei non  vien  mica  per  domandar  loro  in  prestito
    qualcosa!
    (Entrano quattro o cinque Domestici).
    NATANIELE: Ben arrivato, Grumio!
    FILIPPO: Alla buon'ora, Grumio!
    GIUSEPPE: Ebbene, Grumio?
    NICOLA: Compare Grumio!
    NATANIELE Ebbene, vecchione?
    GRUMIO: Salute a te...  E come va?  Oh eccoti te!  E tu, compare?... E
    questo basta pei saluti.  Dite,  amici belli,   tutto  pronto?  tutto
    pulito?
    NATANIELE: Ogni cosa  pronta. Il padrone  qua che viene?
    GRUMIO:  Arriva,  arriva:  dev'essere gi disceso da cavallo: e perci
    non siate... Silenzio, per le stimmate! Sento la sua voce.
    (Entrano PETRUCCIO e CATERINA).
    PETRUCCIO: Dove sono questi furfanti?  Che?  nessuno  alla  porta  per
    tenermi la staffa e prendermi il cavallo? Dov' Nataniele e Gregorio e
    Filippo?
    SERVI: Qui, qui, signore, qui, signore!
    PETRUCCIO: Qui,  signore,  qui,  signore,  qui, signore, qui, signore!
    Teste di legno, tangheri! E che? nessuno viene ad incontrarmi?  Nessun
    rispetto?  Nessun  omaggio?  Dov' quel manigoldo scimunito che mandai
    innanzi?
    GRUMIO: Qui, padrone, scimunito come sempre.
    PETRUCCIO: Tu, rozzo, bifolco!  tu,  figlio d'una bagascia,  bestia da
    macina!  Non  t'avevo  io  ordinato  di venirmi incontro nel parco,  e
    portare con te questa ciurmaglia?
    GRUMIO: La giubba di Nataniele, messere non era finita del tutto, e le
    scarpette dl Gabriele erano scucite nel tallone;  non s'  trovata  la
    fuliggine da colorire il cappello di Pietro,  e lo stocco di Gualtiero
    non voleva uscire dal fodero. Di pronti non c'erano che Adamo, Rodolfo
    e Gregorio: gli altri della compagnia eran logori,  frusti e cenciosi.
    Eppure tali quali sono, eccoli qui che vi son venuti incontro.
    PETRUCCIO: Ma,  birbanti,  e andate a prendere il pranzo. (I Domestici
    escono).  (Cantando).  Dov' la vita che menavo un tempo...  Dove  son
    quei...  Siedi,  Ctera, e siate la benvenuta qui. Uff, uff, uff, uff!
    (Rientrano i Servi con la cena) Finalmente!  Be' adesso,  cara e dolce
    Ctera,   state  su  allegra!  Toglietemi  i  calzari,  birbe!  Ebbene
    manigoldi? (Canta)

    C'era un frate cappuccino
    Che mentre andava pel suo cammino...

    Via, birbante, che mi storci il piede. To' acchiappa questo, e vedi di
    cavar meglio l'altro. (Lo batte) Su, su, allegra, Ctera. Ehi,  un po'
    di acqua qui!  Dov' Troilo,  il mio cane spagnolo? Qua, te, canaglia,
    va' a dire a mio cugino Ferdinando che venga qua. E' uno, Ctera,  che
    voi avete da baciare, a farne la conoscenza. Dove son le mie pianelle?
    Posso  avere  un  po'  d'acqua?  (Entra  un Servo con dell'acqua) Qua,
    Ctera, lavatevi, e salute a voi di tutto cuore.  Ma tu,  figlio d'una
    bagascia, me la lasci cadere?
    (Colpisce il Servo che ha lasciato cadere la mesciroba).
    CATERINA: Abbiate pazienza, vi prego, non l'ha fatto apposta.
    PETRUCCIO:  Figlio di cagna,  testa di scarafaggio,  orecchione!  Qua,
    Ctera,  sedete.  Lo so che avete  grande  appetito.  Il  "benedicite"
    volete  dirlo  voi,  dolce  Ctera,  o  devo  dirlo io?  Che  questo?
    Montone?
    PRIMO DOMESTICO: S.
    PETRUCCIO: Chi lo ha portato?
    PIETRO: Io.
    PETRUCCIO: E' bruciato: e cos  tutto il resto. Che razza di cani!  E
    dov'  quel  furfante  del  cuoco?  E  come ardite voi,  bricconi,  di
    portarmi di questa roba dalla  dispensa?  e  servirmela,  che  non  mi
    piace? Su, su, ripigliatela, i piatti, le tazze e tutto! (Getta via le
    vivande  e  il  resto  pel  palcoscenico)  Balordi,  zucconi,  marrani
    screanzati! Che borbottate? Adesso ve la do io!
    CATERINA: Vi prego, marito, non v'inquietate in questo modo.  La carne
    era buona se vi foste accontentato.
    PETRUCCIO:  Ti  dico,   Ctera,  ch'era  secca  bruciata:  e  a  me  
    espressamente proibito toccarne di simile,  perch genera la collera e
    produce la rabbia,  e poich ambedue siamo di natura collerica, meglio
    sarebbe che digiunassimo  piuttosto  che  assaggiar  di  quella  carne
    stracotta.  Abbi  pazienza,  domani  avremo di meglio,  ma per stasera
    digiuniamo in compagnia.  Vieni,  ti  vo'  portare  nella  tua  camera
    nuziale. (Escono).

    (Rientrano i Servi da varie parti).

    NATANIELE: Pietro, hai mai visto una cosa simile?
    PIETRO: Egli l'ammazza con il suo stesso umore.
    (Rientra CURTIS).
    GRUMIO: Dov'?
    CURTIS:  In  camera  di  lei  che le fa una predica sulla continenza e
    inveisce e bestemmia e tempesta,  tanto che la poveretta non  sa  come
    contenersi,  n  come  guardare o parlare,  e resta l seduta come una
    svegliata di soprassalto da un sonno!... Via! Via! Eccolo che viene...
    (Escono).

    (Rientra PETRUCCIO).

    PETRUCCIO: Ho cos iniziato con politica  il  mio  regno  e  spero  di
    condurlo a buon fine.  La mia falcona  affamata ed ha il ventre vuoto
    vuoto;  e  fino  a  che  essa  non  divenga  maniera,  non  dev'essere
    impinzata,  poich allora non baderebbe pi al suo logoro. Ma ho altri
    mezzi per ammansire questa selvaggia,  per far che torni e conosca  il
    richiamo del suo strozziere: tenerla desta, cio, come si tengon desti
    quei falchi che svolazzano e batton l'ali e non vogliono mai ubbidire.
    Cibo non ne ha mangiato e non ne mangia per oggi.  La notte scorsa non
    ha chiuso occhio e anche stanotte non dormir.  Ch,  come  pel  cibo,
    trover  qualche magagna immaginaria nel modo in cui  fatto il letto:
    gitter di qua il guanciale,  di l il capezzale e butter all'aria la
    coltre e le lenzuola: e in mezzo a tanto parapiglia sosterr che tutto
    questo  proviene  dalla  rispettosa  sollecitudine che ho per lei.  In
    conclusione dovr starsene sveglia tutta  notte,  e  se  fa  tanto  di
    appisolarsi,  io mi metter a inveire e a sbraitare,  e la terr desta
    col fracasso.  E' questo il  modo  per  uccidere  una  moglie  con  la
    dolcezza;  e cos piegher il suo strambo o ostinato umore. Che se poi
    c' qualcuno che saprebbe meglio domare una bisbetica,  me  lo  faccia
    sapere, che mi far una carit


    SCENA SECONDA - Padova. Davanti alla casa di Battista.

    (Entrano TRANIO ed ORTENSIO).
    TRANIO:  E'  possibile,  Licio,  amico mio,  che la signora Bianca non
    pensi a nessun altro che  a  Lucenzio?  V'assicuro,  signore,  ch'ella
    assai m'incoraggia.
    ORTENSIO: Messere,  per confermarvi quanto v'ho detto, state un po' in
    disparte e notate com'egli le fa lezione.
    (Entrano BIANCA e LUCENZIO).
    LUCENZIO: E cos,  signora,  avete tratto qualche profitto  da  quanto
    avete letto?
    BIANCA: Prima ditemi: che cosa leggete voi, signor maestro?
    LUCENZIO: Leggo quello che professo: l'Arte d'amare.
    BIANCA: E possiate voi, signore, essere maestro in tal'arte.
    LUCENZIO: Finch voi, fanciulla cara, sarete maestra del mio cuore.
    ORTENSIO: Camminano lesti, perdio! Ebbene, che ne dite, di grazia, voi
    che  non  esitavate  a  giurare che la vostra padrona Bianca non amava
    nessuno al mondo cos ardentemente come Lucenzio?
    TRANIO: O dispettoso amore! Sesso incostante! Ti dico, Licio,  la cosa
     strabiliante.
    ORTENSIO:  Ebbene,  basta  con l'inganno.  Io non sono Licio,  n sono
    musico qual  sembro,  ma  uno  che  spregia  vivere  in  questi  panni
    d'accatto  per  una  fanciulla  come  lei che lascia un gentiluomo per
    farsi un idolo di un tal minchione. Sappiate, signore, che il mio nome
     Ortensio.
    TRANIO: Signor Ortensio,  ho udito sovente del vostro  grande  affetto
    per  Bianca,  ma  dacch  i  miei occhi sono stati testimoni della sua
    incostanza, voglio con voi,  se siete contento,  ripudiare Bianca e il
    suo amore per sempre.
    ORTENSIO:  Guardate  come si baciano ed accarezzano!  Signor Lucenzio,
    eccovi la mia mano: qui fermamente fo voto di non mai pi  corteggiare
    questa  fanciulla,  ma  di  ripudiarla come indegna di tutti i passati
    omaggi che io le ho follemente tributati.
    TRANIO: E io fo qui lo stesso voto senza infingimenti, di non sposarla
    mai,  anche se ella me ne pregasse.  Vergogna a  lei  !  Guardate  che
    indegne moine gli sta facendo!
    ORTENSIO: Che l'universo intero, tranne lui, la rinneghi. Quanto a me,
    per  esser  pi sicuro di mantenere il mio giuramento,  voglio sposare
    prima di tre giorni una ricca vedova che mi  ha  amato  quanto  io  ho
    amato questa fiera e sdegnosa caparbia. E cos addio, signor Lucenzio;
    gentilezza  e  non bella apparenza di donna avr il mio amore.  Prendo
    congedo da voi, risoluto a mantenere quel che ho giurato.
    (Esce).
    TRANIO: Signora Bianca,  Dio vi  benedica  con  tutte  le  grazie  che
    possono  toccare  ad  un  amante  felice.  Eh,  vi ho colto sul fatto,
    gentile donzella; anch'io come Ortensio ripudio il vostro amore.
    BIANCA: Tranio, voi scherzate: davvero che ambedue mi avete rinnegata?
    TRANIO: Signora s.
    LUCENZIO: E allora eccoci sbarazzati di Licio.
    TRANIO: In fede mia egli avr ora una vedova gagliarda che  cortegger
    e si sposer in un giorno.
    BIANCA: Buon pro per lui.
    TRANIO: Eh, gi, e riuscir a domarla.
    BIANCA: Cos dice, Tranio.
    TRANIO: Parola, egli  andato a scuola di addomesticamento.
    BIANCA: Scuola di addomesticamento! O, che c' un posto simile?
    TRANIO: Ma sicuro,  signora,  e Petruccio ne  il maestro. Lui insegna
    trucchi matricolati per domare una  bisbetica  e  affascinare  la  sua
    lingua ciarliera.
    (Entra BIONDELLO).
    BIONDELLO: Oh, padrone, padrone, io sono stato tanto tempo in vedetta,
    che  sono  stracco  morto!  Ma  alla  fine  ho  adocchiato uno di quei
    galantuomini della vecchia stampa che scendeva dal colle e che far al
    caso nostro.
    TRANIO: Chi  costui, Biondello?
    BIONDELLO: Padrone,  un mercante o un  pedante  non  saprei  dire.  Ma
    d'abito grave, all'andatura e al contegno ha tutta l'aria d'un padre.
    LUCENZIO: E che ne facciamo, Tranio?
    TRANIO: Per poco ch'egli sia credulo,  e beva quanto gli dico,  io gli
    far assumere di buon grado la parte di Vincenzo, e cos potr offrire
    a Battista Minola  la  garanzia  richiesta,  come  se  fosse  il  vero
    Vincenzo. Portate dentro il vostro amore e poi lasciatemi solo.
    (Escono Lucenzio e Bianca. Entra un Pedante).
    PEDANTE: Dio vi salvi, messere!
    TRANIO: E voi pure messere. Siete il benvenuto. Proseguite il viaggio,
    oppure siete giunto alla mta?
    PEDANTE: Signore, alla mta per una settimana o due, ma poi continuer
    il mio cammino fino a Roma, indi a Tripoli, se Dio mi dar vita.
    TRANIO: Di che paese siete?
    PEDANTE: Di Mantova.
    TRANIO: Di Mantova,  messere? Canchero! Dio non voglia! E siete venuto
    a Padova senza temere per la vostra vita?
    PEDANTE: Per la mia vita,  signore?  ma  perch  mai?  Ci  mi  sembra
    strano.
    TRANIO: C' la pena di morte per ogni mantovano che venga a Padova.  E
    non sapete il perch? I vostri vascelli sono sotto sequestro a Venezia
    e il doge,  a cagione di una sua privata contesa col vostro  duca,  ha
    bandito e proclamato quest'ordine.  E' strano; non fosse che voi siete
    qui da poco, avreste potuto sentir fare questa proclamazione attorno.
    PEDANTE: Ahim,  signore!  Peggior guaio per me non si  potrebbe  dare
    perch io ho lettere di cambio di Firenze che debbo scontare qui.
    TRANIO:  Ebbene,  signor mio,  per usarvi cortesia,  questo intendo di
    fare, e questo io vi consiglio... Ma prima, ditemi,  siete mai stato a
    Pisa?
    PEDANTE: Ma certo,  signore,  l'ho visitata tante volte; Pisa rinomata
    per i suoi gravi cittadini.
    TRANIO: E tra essi conoscete certo Vincenzo?
    PEDANTE: Non lo conosco,  ma  ne  ho  udito  parlare:    un  mercante
    oltremodo facoltoso.
    TRANIO:  E' mio padre,  signore: e se debbo dire il vero,  all'aspetto
    quasi vi assomiglia.
    BIONDELLO (a parte): Tanto quanto una mela a un'ostrica:  son  proprio
    tutt'uno.
    TRANIO:  Per  salvarvi la vita in questa grave occorrenza,  io vi far
    dunque un favore per amor suo,  e non crediate  che  sia  la  peggiore
    delle vostre fortune questa,  di assomigliare al signor Vincenzo.  Voi
    assumerete qui il suo nome e il suo credito,  e sarete  amichevolmente
    alloggiato  in  casa  mia.  Ma  badate  di  far la parte quanto meglio
    potete!  E' inteso,  signor mio?  E cos resterete da  me  finch  non
    abbiate terminati i vostri affari in citt. Se questa  cosa che vi fa
    piacere, signore, aggraditela.
    PEDANTE:  Certo  che  l'aggradisco,  messere,  e vi avr sempre per il
    protettore della mia vita e della mia libert.
    TRANIO: Allora venite  con  me  per  mandar  la  cosa  ad  effetto.  A
    proposito,  ho da dirvi che mio padre  atteso qui di giorno in giorno
    per dare garanzia di una dote nel contratto di  nozze  tra  me  e  una
    figlia  qui  di Battista.  Ma di tutte queste circostanze vi metter a
    parte. Venite con me che vi vestir come vi si conviene.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una stanza nella casa di Petruccio.

    (Entrano CATERINA e GRUMIO).
    GRUMIO: Eh no, no, veramente: sulla mia vita non oso!
    CATERINA: Pi egli mi fa soffrire e pi d fuori il  suo  dispetto.  E
    che?  m'ha  egli  sposata per affamarmi?  Quando gli accattoni vengono
    all'uscio di mio padre, si d loro subito l'elemosina, se la chiedono:
    altrimenti trovano carit altrove.  Ma io che non  ho  mai  appreso  a
    supplicare,  e  non ho avuto mai bisogno di supplicare,  sono morta di
    fame ed ho il capogiro per l'insonnia.  Egli  mi  tien  desta  con  le
    bestemmie,  e mi nutre coi berci. E quel che mi fa stizza pi di tutte
    queste privazioni  che egli fa questo sotto nome di  perfetto  amore.
    Come  se  a  mangiare  e a dormire arrischiassi una grande malattia od
    anche una morte istantanea. Ti prego,  va' a prendermi un po' di cibo,
    non importa che cosa sia, purch non sia malsano.
    GRUMIO: Che direste di un piede di vitello?
    CATERINA: Molto buono! Ti prego di farmene avere.
    GRUMIO: Temo che sia una vivanda troppo collerica.  Che direste di una
    trippa ben grassa e arrostita a puntino?
    CATERINA: Molto mi piace; buon Grumio, va' a prendermela.
    GRUMIO: Ma, non so,  temo che anche questo sia cibo collerico.  Che ne
    direste invece di un pezzo di manzo con senape?
    CATERINA: E' un piatto che io adoro.
    GRUMIO: Eh, la senape  un po' troppo riscaldativa.
    CATERINA: Bene, allora il manzo senza la senape.
    GRUMIO:  No,  questo  non  lo  far: avrete la senape;  altrimenti non
    avrete manzo da Grumio.
    CATERINA: Allora o tutte e due,  o una sola cosa,  o qualunque cosa tu
    voglia.
    GRUMIO: E sia senape, allora, senza il manzo.
    CATERINA (picchiandolo): Vattene, vattene furfante perfido e beffardo,
    che vorresti darmi da mangiare i nomi delle vivande!  Malanno a te e a
    tutta la combriccola di voi che trionfate della mia sfortuna. Vattene,
    scompari, ti dico!
    (Entrano PETRUCCIO e ORTENSIO con vivande).
    PETRUCCIO: Come sta la mia Ctera? Perch, dolcezza, cos mogia?
    ORTENSIO: Signora, come vi sentite?
    CATERINA: In fede mia, abbattuta quanto  possibile.
    PETRUCCIO: Sta' su allegra, guardami gaiamente.  Ecco qua,  amore.  Tu
    vedi quanta cura io mi prenda di te: t'ho ammannito io stesso il cibo,
    e te lo porto. Sono sicuro, dolce Ctera, che questa gentilezza merita
    un  ringraziamento.  Che?  non  una parola?  Ma allora non ti piace: e
    tutto il daffare che mi son dato non ha giovato a niente.  Qua,  porta
    via questo piatto.
    CATERINA: Oh, vi prego, lasciatelo.
    PETRUCCIO:  Anche  per il pi umile servigio si dice "grazie".  E cos
    voglio sia per il mio prima che voi tocchiate il cibo.
    CATERINA: Vi ringrazio, signore.
    ORTENSIO: Signor Petruccio, eh via,  siete da biasimare.  Su,  madonna
    Ctera, io vi terr compagnia.
    PETRUCCIO (a parte): Mangia tutto,  Ortensio se mi vuoi bene. Buon pro
    faccia al tuo cuore gentile! Ctera mangia alla svelta; tra poco,  ben
    mio  dolce  di  zucchero,  ritorneremo  alla  casa  di  tuo  padre per
    sfoggiarla alla pari dei pi grandi,  con vesti e cappelli di  seta  e
    anelli d'oro,  e collaretti e manichetti e faldigie e ammanniccoli;  e
    sciarpe e ventagli e doppia muta di fronzoli,  braccialetti d'ambra  e
    collane,  e simili cianciafruscole.  Bene,  hai tu pranzato?  Il sarto
    attende il piacer tuo per addobbarti  il  corpo  dei  suoi  fruscianti
    tesori.
    (Entra il Sarto).
    Venite qua, sarto, fateci vedere codesti ornamenti, spiegate la gonna.
    (Entra il Merciaio).
    Che nuove ci portate brav'uomo?
    MERCIAIO: Ecco il cappello che Vostro Onore mi ha ordinato.
    PETRUCCIO:  Ma  via,  questo    stato modellato su una scodella.  Una
    scodella di velluto!  Oib,  oib!  ma  turpe e sconcio!  Sembra  una
    conchiglia,  un guscio di noce, una sfogliatella, una cianciafruscola,
    un balocco,  una cuma da bimbo.  Via,  via questa roba.  Qua  fatemene
    vedere di pi grandi.
    CATERINA:  Ma  io  non  ne voglio di pi grandi: questo  di moda e le
    gentildonne portano cappelli come questo.
    PETRUCCIO: Quando sarai gentile ne avrai uno anche te.  E fino  allora
    no.
    ORTENSIO (a parte): Non tanto presto, allora!
    CATERINA: Eh signore, spero che mi sar concesso di parlare, e parlare
    io  voglio!  Non son pi ragazza n bambina.  Gente meglio di voi m'ha
    lasciata dir la mia e se voi non  potete  permettermelo,  turatevi  le
    orecchie. La mia lingua vuol gridare la rabbia del mio cuore, se no il
    cuore scoppier a tenervela celata.  Piuttosto che ci avvenga, voglio
    esser libera all'estremo di dire tutto quel che mi piace.
    PETRUCCIO: Brava,  tu dici  il  vero,    un  ignobile  cappello,  una
    crostata,  un  gingillo,  una torta di seta: ti amo tanto a vedere che
    non ti piace.
    CATERINA: Che tu mi ami o no, quel cappello mi piace.  Quello voglio o
    nessun altro.
    (Esce il Merciaio).
    PETRUCCIO: La tua veste?  Ah,  s,  vero. Qua, sarto, faccela vedere.
    Merc, buon Dio,  che razza di carnevalata  mai questa?  E questa che
    sarebbe?  una manica? Ma  un cannoncino. Che? su e gi, frappata come
    una torta di mele?  E spacchi e spicchi e frastagli e buchi e  sdruci,
    come un bruciaprofumi nella bottega di un barbiere. Sarto, in nome del
    diavolo, come chiami tu codesto?
    ORTENSIO (a parte): Temo che non le toccher n cappello n veste.
    SARTO: Ma voi mi ordinaste di farla bene, con ogni cura, conforme alla
    moda e al gusto del giorno.
    PETRUCCIO:  Eh,  s,  diamine!  Ma se ben vi ricordate,  non v'ho mica
    ordinato di sciuparla alla moda. Filate a casa,  saltando rigagnolo su
    rigagnolo, ch me come avventore potete saltarmi d'or innanzi. Non vo'
    niente di tutto questo. Via di qua. E fatene ci che volete.
    CATERINA:  Ma  io  non  ho  mai  veduta  veste di miglior foggia,  pi
    galante, pi gustosa, pi commendevole: sembra che voi vogliate far di
    me un fantoccio.
    PETRUCCIO: Gi, proprio cos: lui vuol far di te un fantoccio.
    SARTO: Ella dice  che    Vostra  Signoria  a  voler  far  di  lei  un
    fantoccio.
    PETRUCCIO:  O mostruosa impudenza!  Tu menti ,tu filo,  ditale,  metro
    trequarti, mezzometro, quarto, decimetro, tu pulce, lndine, tu grillo
    d'inverno!  Un gomitolo di refe che viene ad insultarmi  a  casa  mia!
    Via,  via,  straccio, taglio, scampolo: o ti misuro le costole col tuo
    metro, per farti riflettere a chiacchierare tutto il resto della vita!
    Te lo ripeto, io, hai guastata la sua veste.
    SARTO: Vostra Signoria  si  sbaglia:  la  veste    fatta  secondo  le
    prescrizioni che il mio padrone aveva ricevute.  Fu Grumio a ordinarci
    come si doveva fare.
    GRUMIO: Io gli ho data la stoffa e non gli ordini.
    SARTO: Ma come volevate che fosse fatta?
    GRUMIO: Diamine messere, con ago e filo.
    SARTO: Ma ci avete ben chiesto che fosse tagliata.
    GRUMIO: Tu hai fatto parecchie giunte.
    SARTO: S,  vero.
    GRUMIO: Bene,  non giuntate ora me.  Hai misurati  molti  uomini:  non
    misurarti ora con me. Io non voglio essere n giuntato n misurato. Ti
    dico  che  al  tuo  padrone  ordinai  di  ritagliar la veste ma non di
    tagliarla a pezzi. Ergo, tu menti.
    SARTO: Ebbene, ecco qui in testimonio la nota della foggia.
    PETRUCCIO: Leggila.
    GRUMIO: La nota mente per la gola se lui  sostiene  che  io  ho  detto
    cos.
    SARTO (legge): "In primis", una veste sciolta".
    GRUMIO: Padrone,  se io ho mai detto una "veste sciolta", cucimi nella
    sua sottana,  e battimi a morte con un rocchetto di fil  bruno.  Dissi
    soltanto una veste.
    PETRUCCIO: Continua.
    SARTO (legge): "Con un piccolo bavero rotondo...".
    GRUMIO: Confesso il bavero.
    SARTO: "Una manica a sgonfio".
    GRUMIO: Confesso un paio di maniche.
    SARTO: "Le maniche elegantemente frappate".
    PETRUCCIO: Ed  qui la bricconata.
    GRUMIO:  Errore  del  biglietto,  messere,  errore  del biglietto.  Io
    ordinai che le maniche fossero tagliate poi ricucite.  E questo te  lo
    prover, foss'anche il tuo mignolo armato di ditale.
    SARTO:  Quello ch'io dico  la verit,  e ben te la farei comprendere,
    se tu fossi in luogo dove io vorrei.
    GRUMIO: Son pronto: prendi l'appunto,  dammi il tuo  metro  e  non  mi
    risparmiare.
    ORTENSIO: Eh, buon Dio, Grumio, ma allora le armi non sono eguali.
    PETRUCCIO: In ogni caso, messere, la veste non fa per me.
    GRUMIO: Giusto, signore, infatti  per la mia padrona.
    PETRUCCIO: Portala via, che potr servire pel tuo padrone.
    GRUMIO: No, furfante, per la tua vita. Portarti via la veste della mia
    padrona perch il tuo padrone ne abbia a far ci che vuole!
    PETRUCCIO: Ebbene, che idea  questa, Grumio?
    GRUMIO:  Un'idea  che  va  pi in l di quanto immaginate.  Ch'egli si
    riprenda la veste della  mia  signora  perch  possa  servire  al  suo
    padrone! Oib, oib!
    PETRUCCIO  (a  parte): Ortensio,  ditegli che lo faremo pagare.  Porta
    via, vattene e non fiatare!
    ORTENSIO (a parte): Sarto,  domani ti pagher per  tuo  lavoro  e  non
    avertela  a  male  per  le  sue brusche parole.  Vattene,  ti dico.  E
    raccomandami al tuo padrone.
    (Esce il Sarto).
    PETRUCCIO: Mia Ctera,  vieni via: ci recheremo da tuo padre,  pur  in
    questo  semplice ed onesto abbigliamento.  Le nostre vesti son povere,
    ma le nostre borse sono in gamba. E' lo spirito che fa ricco il corpo,
    e come il sole dardeggia attraverso le pi nere nubi,  l'onore  spunta
    sotto  le  vesti  pi  meschine.  E'  forse  la ghiandaia pi preziosa
    dell'allodola perch ha penne pi belle? E mettiamo noi la serpe al di
    sopra dell'anguilla perch ci  rallegra  l'occhio  con  la  sua  pelle
    variopinta?  No, mia Ctera, n sei tu men bella per questo tuo povero
    arnese e queste tue umili vesti.  Se tu pensi che questa sia vergogna,
    ebbene,  danne  la  colpa  a  me e intanto sta' allegra: noi partiremo
    subito di qui per far festa e darci spasso nella casa  di  tuo  padre.
    Va'  a chiamare i miei uomini e andiamo difilato da lui: che portino i
    nostri cavalli al termine del viottolone.  Andremo fin l a piedi,  l
    monteremo in sella.  Vediamo, penso che ora son le sette circa, sicch
    possiam benissimo esser l per l'ora di pranzo.
    CATERINA: Oso assicurarvi, signore,  che son quasi le due,  e che sar
    ora di cena prima che arriviamo col.
    PETRUCCIO: Saran le sette prima che io monti a cavallo. Ma guardate un
    po',  qualunque  cosa  io  dica  o  faccia o pensi di fare,  sempre mi
    contraddite! Signori, lasciate stare.  Oggi non partir;  avanti ch'io
    parta sar l'ora ch'io voglio che sia.
    ORTENSIO: Bene, e cos questo bravaccio vorr comandare al sole.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Padova. Davanti alla casa di Battista.

    (Entrano TRANIO e il Pedante travestito da Vincenzo).
    TRANIO: Ecco la casa, signore. Volete che chiami ?
    PEDANTE: Eh,  certo, beninteso. S'io non m'inganno, il signor Battista
    pu ben ricordarsi di me: circa vent'anni fa,  a Genova,  noi  abbiamo
    alloggiato insieme al "Pegaso".
    TRANIO:  Benone.  Ad  ogni  modo,  comportatevi con l'austerit che si
    addice a un padre.
    PEDANTE: Ve lo prometto.
    (Entra BIONDELLO).
    Ma ecco il vostro servo. Sarebbe bene ammaestrarlo nella cosa.
    TRANIO: Non temete per lui.  Biondellaccio,  attento dunque a fare  il
    vostro dovere, immaginatevi che questo sia il vero Vincenzo.
    BIONDELLO: Oh, non temete per me.
    TRANIO: Hai tu fatta l'imbasciata a Battista?
    BIONDELLO: Gli ho riferito che vostro padre era a Venezia e che voi lo
    attendevate a Padova in giornata.
    TRANIO: Sei un galantuomo;  tieni da bere.  Ed ecco Battista. Prendete
    un'aria per la quale, messere.
    (Entrano BATTISTA e LUCENZIO).
    Signor Battista, il benvenuto a voi!  (Al Pedante) Ecco,  signore,  il
    gentiluomo  di  cui  v'ho  parlato.   Ed  ora  siatemi  buon  padre  e
    concedetemi Bianca in cambio dei miei beni.
    PEDANTE: Eh, adagio, figlio mio! Scusatemi, signore, essendo io venuto
    a Padova a raccogliere  certi  crediti,  mio  figlio  Lucenzio  mi  ha
    riferito  d'un  grave affare d'amore con la vostra figliuola,  sicch,
    attese le ottime referenze che ho avute di voi, atteso l'amore ch'egli
    porta a vostra figlia,  e lei a lui: per non  farlo  attendere  troppo
    oltre,  da  buon  padre,  io  vi  dichiaro  che  son  contento abbia a
    fidanzarsi: e se la cosa piace a  voi  quanto  a  me,  previo  qualche
    accordo, mi troverete pronto e parimenti disposto a consentire ch'ella
    gli  sia  concessa.  Io  ho  sentito parlar tanto bene di voi,  signor
    Battista, che non sto a sottilizzare con voi.
    BATTISTA:  Signore,  perdonatemi  quanto  son  per  dirvi.  La  vostra
    franchezza e la vostra concisione mi piacciono oltremodo.  E' vero,  a
    meno ch'essi sappiano simulare  profondamente  il  loro  affetto,  che
    vostro  figlio  Lucenzio  innamorato della mia figliuola,  ed essa di
    lui. E perci, basta che diciate che lo tratterete da buon padre e che
    passerete alla mia figliuola una sopraddote sufficiente, il matrimonio
     concluso e tutto va per il meglio.  Vostro  figlio  sposer  la  mia
    figliuola col mio consenso.
    TRANIO:  Grazie,  signore.  Dove  vi  par meglio,  dunque,  che noi ci
    rechiamo per firmare l'atto di fidanzamento e pigliare tal sicurt che
    tenga con l'accordo d'ambe le parti?
    BATTISTA: Non in casa mia,  Lucenzio,  perch voi sapete che  anche  i
    muri hanno orecchi ed io ho molti servi: oltrech il vecchio Gremio se
    ne sta sempre ad origliare, e potremmo esser disturbati.
    TRANIO: Allora a casa mia se non vi spiace.  L  alloggiato mio padre
    e l stasera potremo condurre a termine  la  faccenda  privatamente  e
    appuntino. Mandate questo vostro servo a prendere la vostra figliuola,
    il mio paggio andr subito in cerca del notaio. Il guaio  questo, che
    preso cos alla sprovvista,  rischierete di aver un ben gramo e misero
    convito.
    BATTISTA: La proposta mi va. Correte a casa,  Cambio,  e dite a Bianca
    che si prepari sull'istante.  E, se volete, raccontatele pure ci ch'
    avvenuto, che, cio,  il padre di Lucenzio  giunto a Padova e ch'ella
    probabilmente sposer Lucenzio.
    BIONDELLO: Prego di tutto cuore gli di che cos avvenga.
    TRANIO:  Non  scherzare  con gli di,  e fila!  (Esce Biondello) Posso
    farvi strada,  signor Battista?  Siate il  benvenuto!  Rischierete,  
    vero,  di non aver che un piatto solo, ma venite, messere, ci rifaremo
    poi a Pisa.
    BATTISTA: Vi seguo. (Escono Tranio, il Pedante e Battista).
    (Rientra BIONDELLO).
    BIONDELLO (a Lucenzio che sta andandosene): Cambio!
    LUCENZIO: Che hai da dirmi, Biondello?
    BIONDELLO: Avete visto il mio padrone ammiccare e sorridervi?
    LUCENZIO: Ebbene, Biondello?
    BIONDELLO: Ebbene,  niente;  ma egli m'ha lasciato  qui  indietro  per
    esporvi il significato o la morale dei suoi segni e dei suoi gesti.
    LUCENZIO: Fuori la morale, ti prego.
    BIONDELLO: Ecco qua. Battista  a posto, ora che ha discorso col padre
    mentito d'un figlio mentitore.
    LUCENZIO: E dopo?
    BIONDELLO: Siete voi che dovete condurre sua figlia a cena.
    LUCENZIO: E poi?
    BIONDELLO:  Il  vecchio  prete  della  chiesa  di  San Luca  a vostra
    disposizione, a tutte l'ore.
    LUCENZIO: E che significa tutto questo?
    BIONDELLO: Non so altro che questo: nel frattempo ch'essi sono intenti
    a scambiarsi  false  garanzie,  voi  garantitevi  della  ragazza  "cum
    privilegio  ad  imprimendum solum".  Correte alla chiesa,  prendete il
    prete,  il chierico e qualche testimonio abbastanza onesto.  Se non  
    questo  a  cui  voi mirate,  non ho altro da dirvi: ma date un addio a
    Bianca, e buonanotte ai suonatori.
    LUCENZIO: Ascoltatemi, Biondello.
    BIONDELLO: No,  non ho tempo.  Conosco una ragazza che si spos in  un
    pomeriggio  recandosi  in  giardino  a  coglier  del prezzemolo per il
    ripieno d'un coniglio,  e cos potrete fare voi,  messere,  e con ci,
    addio  messere.  Il mio padrone m'ha ordinato di recarmi a San Luca ad
    avvertire il curato che si tenga pronto per quando giungerete voi  con
    la vostra appendice.
    (Esce).
    LUCENZIO:  Lo posso e lo voglio se lei  contenta.  Ma lei sar lieta,
    perch dunque debbo esitare?  Accada quel che si voglia,  mi sbrigher
    presto con lei. L'andr male per Cambio se torner senza di lei.


    SCENA QUINTA - Una strada pubblica.

    (Entrano PETRUCCIO, CATERINA, ORTENSIO e Servi).
    PETRUCCIO: Avanti dunque,  in nome di Dio; ancora una volta, da nostro
    padre. Buon Dio, come  splendente e serena la luna!
    CATERINA: La luna? Ma  il sole. Non  mica chiaro di luna questo.
    PETRUCCIO: E io dico che  la luna che splende cos.
    CATERINA: E io so ch' il sole che splende cos.
    PETRUCCIO: Orbene,  pel figlio di mia madre che sarei poi io,  sar la
    luna  o  una stella o quel che mi piace,  prima che io faccia un altro
    passo verso la casa di vostro padre. Suvvia, si riconducano indietro i
    cavalli.   Sempre  contraddetto  e   contraddetto,   nient'altro   che
    contraddetto.
    ORTENSIO: Dite come vuole lui altrimenti non ci moviamo pi.
    CATERINA: Poich siam giunti fin qui,  avanti,  vi prego, e sia luna o
    sole o ci che pi vi piace che  sia.  E  se  vi  piace  chiamarlo  un
    moccolo, d'ora innanzi fo voto che tale sar per me.
    PETRUCCIO: Io dico che  la luna.
    CATERINA: Ma s,  la luna.
    PETRUCCIO: No, tu menti:  il sole benedetto.
    CATERINA: Allora,  Dio sia benedetto,  il sole benedetto. Ma sole non
    sar se voi asserite che non  e la luna cambia  al  pari  del  vostro
    umore.  Sar  ci  che  pi  vi piacer di chiamarlo;  e tale sar per
    Caterina.
    ORTENSIO: Tira innanzi, Petruccio, la battaglia  vinta.
    PETRUCCIO: Bene,  avanti,  avanti !  Cos ha da correr la boccia e non
    contrastare disgraziatamente all'inclinazione. Ma piano, vien gente.
    (Entra VINCENZO).
    (A Vincenzo) Buongiorno, gentile fanciulla! Dove siete diretta? Dimmi,
    mia dolce Caterina, e dimmi il vero, hai tu mai veduta una gentildonna
    pi fresca di questa?  Tal guerra di bianchi e rossi sulle sue guance!
    E quali astri tempestano il cielo  con  tanta  belt,  come  quel  par
    d'occhi  s'addicono a quel volto divino?  Graziosa adorabil fanciulla,
    ancora una volta il buongiorno a te. Mia dolce Ctera,  abbracciala in
    omaggio a questa sua bellezza.
    ORTENSIO: Lo far ammattire a trasformarlo in donna.
    CATERINA: Giovine vergine in boccio,  bella fresca soave,  dove sei tu
    avviata?  E dov' la tua dimora?  Beati i genitori  d'una  bimba  cos
    bella,  e  pi  felice  l'uomo a cui le favorevoli stelle destinano te
    come graziosa compagna di letto!
    PETRUCCIO: Ma che dici,  Ctera?  Spero che non sarai mica  pazza.  Ma
    questo  uomo vecchio, grinzoso, sfiorito, vizzo, e non una fanciulla,
    come dici.
    CATERINA: Oh perdonatemi,  vecchio padre, l'errore dei miei occhi, che
    sono stati talmente abbarbagliati dal sole che ogni  cosa  che  guardo
    sembra verde.  Ma ora lo vedo bene che sei un venerabil vegliardo.  Oh
    perdono, ti prego, pel mio stolto errore.
    PETRUCCIO: Perdonatela,  buon nonnino,  e insieme dicci dove  vai:  se
    percorri  il  nostro  stesso  cammino,  avremo  gran piacere della tua
    compagnia.
    VINCENZO: Mio bel signore e voi,  mia gaia  dama,  che  m'avete  tanto
    fatto strabiliare col vostro strano incontro,  io mi chiamo Vincenzo e
    abito in Pisa: e son diretto a Padova per trovare un mio figliuolo che
    da gran tempo non vedo.
    PETRUCCIO: E come si chiama?
    VINCENZO: Lucenzio, gentil messere.
    PETRUCCIO: Ma che fortunato incontro!  e pi fortunato ancora per  tuo
    figlio. Ed ora la legge quanto il rispetto per la tua et veneranda mi
    autorizzano  a  chiamarti  mio amato padre.  La sorella di mia moglie,
    questa gentildonna  qui,  e  vostro  figlio  oggi  sono  sposati.  Non
    meravigliarti,  n affliggerti.  Essa  ragazza stimata, ha ricca dote
    ed  di nascita onorevole e per le sue qualit degna di andare sposa a
    qualsiasi nobile gentiluomo.  Ch'io abbracci il vecchio Vincenzo,  poi
    mettiamoci  in cammino per andare a trovare il tuo bravo figliuolo che
    sar assai lieto del tuo arrivo.
    VINCENZO: Ma  la verit?  oppure vi piglia  piacere,  da  viaggiatori
    allegri, di far uno scherzo alla gente che incontrate?
    ORTENSIO: Ti assicuro, brav'uomo,  la verit.
    PETRUCCIO:  Suvvia in cammino e vedrai se non ho detto il vero.  Ti ha
    reso sospettoso la nostra gaiezza dapprincipio.
    (Escono tutti tranne Ortensio).
    ORTENSIO: Bene,  bene,  Petruccio,  questo mi d spirito.  A me la mia
    vedova! E se essa mi si mostrer restia, tu hai insegnato a Ortensio a
    esser caparbio.


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Padova. Davanti alla casa di Lucenzio.

    (GREMIO solo. Entrano dal fondo BIONDELLO, LUCENZIO e BIANCA).
    BIONDINO:  Fate  presto  e con discrezione,  messere,  ch il curato 
    pronto.
    LUCENZIO: Volo, Biondello. Ma adesso lasciaci,  ch a casa si potrebbe
    aver bisogno di te.
    BIONDELLO:  Non  ancora,  in fede mia: vorr veder la chiesa chiudersi
    dietro di voi poi torner dal mio padrone pi svelto che potr.
    (Escono Lucenzio, Bianca e Biondello).
    GREMIO: Strano che Cambio non sia giunto ancora.

    (Entrano PETRUCCIO, CATERINA, VINCENZO, GRUMIO e Famigli).

    PETRUCCIO: Ecco la porta,  signore: questa    la  casa  di  Lucenzio.
    Quella  di  mio padre  pi oltre,  verso il mercato:  la ch'io debbo
    andare, e qui vi lascio, signore.
    VINCENZO: Voi non dovete farlo prima che abbiate bevuto  un  bicchiere
    in compagnia.  Credo che potr farvi bene accogliere qui,  e, con ogni
    probabilit, ci sar qualche rinfresco.
    Picchia alla porta).
    GREMIO: Sono in faccende l dentro: meglio bussiate pi forte.
    (Il Pedante appare alla finestra).
    PEDANTE: Chi  che picchia come volesse sfondare la porta?
    VINCENZO: Il signor Lucenzio  cost dentro, messere?
    PEDANTE: S, c', ma non vuol parlare con nessuno.
    VINCENZO: Anche se uno gli porta cento o duecento sterline  per  farlo
    star allegro?
    PEDANTE:  Tenetevi  pure  le  vostre cento sterline: non gli occorrer
    nulla finch vivr io.
    PETRUCCIO: Non ve lo dicevo io che vostro figlio  era  molto  amato  a
    Padova?  Ascoltatemi,  signore, per tagliar corto a ogni preambolo, vi
    prego di dire al signor Lucenzio che suo padre  giunto da Pisa,  ed 
    qui alla porta e vuole parlargli.
    PEDANTE:  Tu  menti.  Suo padre  giunto da Padova ed  qui che guarda
    dalla finestra.
    VINCENZO: Sei tu suo padre?
    PEDANTE: Gi, messere: cos dice sua madre, se posso crederle.
    PETRUCCIO (a Vincenzo): Ehi, ehi, signor mio,   una bricconata bell'e
    buona usurpare il nome di un altro.
    PEDANTE:  Impadronitevi  di  questo  furfante!  Sotto  le  mie spoglie
    sospetto che voglia truffare qualcuno in questa citt.

    (Rientra BIONDELLO).

    BIONDELLO: Li ho veduti in chiesa insieme.  Che Iddio li meni  a  buon
    porto.  Ma chi  qui?  Il mio vecchio padrone Vincenzo! Siam rovinati,
    annichiliti!
    VINCENZO (scorgendo Biondello): Venite qua, pendaglio da forca.
    BIONDELLO: Spero di poter fare il comodo mio, signore.
    VINCENZO: Venite qua, canaglia. Che mi avreste dimenticato?
    BIONDELLO: Dimenticato?  Ma no,  signore.  Non potrei dimenticarvi dal
    momento che non v'ho visto mai prima in tutta la mia vita
    VINCENZO: Come,  ribaldo matricolato,  non hai mai visto Vincenzo,  il
    padre del tuo padrone?
    BIONDELLO: Chi?  il mio venerabile vecchio padrone?  ma  s,  diamine:
    vedilo lass che guarda fuori dalla finestra.
    VINCENZO: Ah, cos? (Picchia Biondello).
    BIONDELLO: Aiuto, aiuto, aiuto! C' un pazzo che vuole assassinarmi!
    PEDANTE: Aiuto, figliuolo! Aiuto, signor Battista!
    (Rientra).
    PETRUCCIO:  Ti prego,  Ctera,  stiamocene in disparte e osserviamo la
    fine di questa baruffa.
    (Si ritraggono.  Dalla porta in basso  il  Pedante  rientra  in  scena
    seguito da TRANIO, BATTISTA e Servi).
    TRANIO: E chi siete voi,  messere, che vi permettete di battere il mio
    servo?
    VINCENZO: Chi son io, messere? Piuttosto,  chi siete voi,  messere?  O
    di immortali! O bel pezzo di furfante! Un giustacuore di seta! Brache
    di velluto!  Cappa scarlatta!  Un cappello a pandizucchero! Oh, io son
    rovinato! rovinato!  Mentre io faccio il buon massaio a casa mia,  mio
    figlio e il mio servo mi dilapidano tutto all'Universit.
    TRANIO: Come? che vi piglia?
    BATTISTA: E' forse un lunatico quell'uomo?
    TRANIO:  Voi  ci sembrate all'abito un vecchio e assennato gentiluomo,
    ma le vostre parole vi danno a divedere  per  un  mentecatto.  Ebbene,
    signor mio, che vi riguarda se porto indosso perle e oro? Ringrazio il
    mio buon padre che sono in grado di poterlo fare.
    VINCENZO: Tuo padre? O ribaldo! Tuo padre  velaio a Bergamo.
    BATTISTA: Vi sbagliate, signore, vi sbagliate. Di grazia, come credete
    che si chiami costui?
    VINCENZO:  Come  si chiama?  Come se io non sapessi il suo nome.  L'ho
    allevato io stesso fin dall'et di tre anni e il suo nome  Tranio.
    PEDANTE: Ah, basta, basta, somaro di tre cotte! Il suo nome  Lucenzio
    ed  mio figliuolo unico,  ed erede delle terre che  possiedo  io,  il
    signor Vincenzo!
    VINCENZO: Lucenzio!  Oh,  egli ha ucciso il suo padrone! Impadronitevi
    di lui,  ve l'ordino in nome del Doge.  Oh,  figlio mio,  figlio  mio!
    Dimmi tu, briccone, dov' mio figlio Lucenzio?
    TRANIO: Chiamate un birro.
    (Entra uno con un Birro).
    Conducete  questo  pazzo  marrano  in prigione.  Battista,  padre mio,
    vogliate badare a che appaia dinanzi alla corte.
    VINCENZO: Condurmi in prigione?
    GREMIO: Fermati, uffiziale, non dev'essere condotto in prigione.
    BATTISTA: Non interloquite, signor Gremio.  Io vi dico che in prigione
    ci andr.
    GREMIO: State attento,  signor Battista,  di non lasciarvi turlupinare
    in questa faccenda. Giurerei che costui  il vero signor Vincenzo.
    PEDANTE: Giuralo, se osi.
    GREMIO: Giurarlo? No, non oso.
    TRANIO: Allora faresti meglio a dire ch'io non sono Lucenzio.
    GREMIO: S, io so che sei il signor Lucenzio.
    BATTISTA: Via questo vecchio barbogio. Lo si cacci in prigione.
    VINCENZO: Ecco come si possono malmenare e  insultare  gli  stranieri!
    Mostro di furfanteria!
    (Rientra BIONDELLO con LUCENZIO e BIANCA).
    BIONDELLO:  Oh,   noi  siamo  rovinati!   E,   guardate,   eccolo  l.
    Rinnegatelo, giurate di non conoscerlo, o siam tutti bell'e fritti.
    LUCENZIO: Perdono, caro padre. (S'inginocchia).
    VINCENZO: Vivo il mio caro figlio?
    (Biondello, Tranio e il Pedante se la battono).
    BIANCA: Perdono, diletto padre.
    BATTISTA: In che m'hai tu offeso? Dov' Lucenzio?
    LUCENZIO: Lucenzio son io: il figlio vero del vero  Vincenzo,  che  ha
    fatto mia tua figlia sposandola, mentre falsi suppositi ti gittavan la
    polvere negli occhi.
    GREMIO: Complotto manifesto per ingannarci tutti quanti.
    VINCENZO:  Dov'  questo  furfante  dannato  di  Tranio  che  ha osato
    giuntarmi e oltraggiarmi cos ?
    BATTISTA: Ma allora, dite un po', costui non  il mio Cambio?
    BIANCA: Cambio s' cambiato in Lucenzio.
    LUCENZIO: E' l'amore che ha operato codesti miracoli.  Per l'amore  di
    Bianca  io mutai il mio stato con quello di Tranio mentre lui in citt
    assumeva il mio  aspetto.  E  felicemente  sono  arrivato  alfine  nel
    desiato porto della mia beatitudine.  Ci che Tranio ha fatto, sono io
    che l'ho spinto a farlo. E perci, dolce padre, perdona a lui per amor
    mio.
    VINCENZO: Voglio tagliar via il naso  a  quella  canaglia  che  voleva
    mandarmi in galera.
    BATTISTA:  Ma ascoltate,  signore,  voi avete sposato mia figlia senza
    aver chiesto il mio consenso?
    VINCENZO: Non temete, Battista,  vi daremo soddisfazione,  andate,  ma
    adesso voglio entrar l dentro per vendicarmi di questa scelleraggine.
    (Esce).
    BATTISTA: Ed io per arrivare in fondo a questa bricconeria. (Esce).
    LUCENZIO: Non impallidire, Bianca, tuo padre non ti terr il broncio.
    (Escono Bianca e Lucenzio).
    GREMIO:  Il  mio pasticcio non  arrivato a cottura: ma io entrer con
    gli altri.  Perduta ogni speranza,  non mi rimane che il mio posto  al
    festino.
    (Esce).
    CATERINA:  E  noi  seguiamoli,  marito,  per  veder  la fine di questa
    baruffa.
    PETRUCCIO: Prima baciami, mia Ctera, poi andiamo.
    CATERINA: Come, nel mezzo della strada?
    PETRUCCIO: E che, ti vergogni forse di me?
    CATERINA: No, di te, Dio non voglia. Ma di darti un bacio.
    PETRUCCIO:  Bene,  ritorniamo  a  casa.  (A  Grumio)  Su,  giovanotto,
    andiamocene.
    CATERINA: Ma no: un bacio te lo voglio dare;  via, restiamo, ti prego,
    amor mio.
    PETRUCCIO: Non  un incanto? Vieni, mia dolce Ctera! Meglio una volta
    che mai, perch non  mai troppo tardi.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Padova. Nella casa di Lucenzio.

    (Entrano BATTISTA, VINCENZO,  GREMIO,  il Pedante,  LUCENZIO,  BIANCA,
    PETRUCCIO,  CATERINA, ORTENSIO, la Vedova, TRANIO, BIONDELLO e GRUMIO;
    TRANIO e i Domestici portano un rinfresco).
    LUCENZIO: Finalmente,  dopo un  bel  po',  le  nostre  note  stridenti
    s'accordano e il tempo  giunto in cui, cessata la furia della guerra,
    possiamo  ridercene  dei  mali scampati e dei pericoli trascorsi.  Mia
    bella  Bianca,  da'  il  benvenuto  a  mio  padre  mentre  con  eguale
    gentilezza io accolgo il tuo.  Fratello Petruccio, sorella Caterina, e
    tu, Ortensio, con la tua amabil vedova, siate benvenuti nella mia casa
    e fate del vostro meglio per godere il rinfresco.  Questa mia  piccola
    cena  serve  per  dare  il contentino al vostro stomaco dopo il nostro
    grande ed eccellente banchetto.  Vi prego,  a tavola!  che stavolta ci
    sediamo tanto per chiacchierare che per mangiare.
    PETRUCCIO: E sempre sedere e sedere, e mangiare e mangiare.
    BATTISTA: E' Padova che offre queste cortesie, figlio mio.
    PETRUCCIO: Padova non offre che ci ch' cortese.
    ORTENSIO: Vorrei che per noi due questo fosse vero.
    PETRUCCIO: Sulla mia vita,  Ortensio dice questo perch paventa la sua
    vedova.
    VEDOVA: E allora non vi fidate mai di me, se mi spavento.
    PETRUCCIO: Siete assai sensata, ma non avete inteso il senso della mia
    frase. Intendo dire che Ortensio ha spavento di voi.
    VEDOVA: Chi ha il capogiro crede che sia la terra che gira.
    PETRUCCIO: Molto ben rigirato!
    CATERINA: Signora, che intendete dire con questo?
    VEDOVA: Cos egli mi ha fatto concepire.
    PETRUCCIO: Concepisce per me?. Come piace questo a Ortensio?
    ORTENSIO: La vedova intende dire che cos ella concepisce la sua idea.
    PETRUCCIO: Molto ben rimediato.  E per questo dategli un bacio,  buona
    vedova.
    CATERINA:  "Chi  ha  il capogiro crede che sia la terra che gira".  Vi
    prego, che volevate dire con questo?
    VEDOVA: Vostro marito,  tormentato da una bisbetica,  misura  sul  suo
    affanno il dolore del mio. Ed ora voi sapete il mio avviso.
    CATERINA: Un avviso assai inviso.
    VEDOVA: Eh, gi, o perch ve lo spiattello in viso.
    CATERINA: Ed io credo di nessun avviso.
    PETRUCCIO: Addosso, Ctera!
    ORTENSIO: Sotto, la vedova!
    PETRUCCIO:  Scommetto  cento  scudi che Ctera la mette colle spalle a
    terra.
    ORTENSIO: Oh, codesto  ufficio mio!
    PETRUCCIO: Parola d'ufficiale.  Alla tua salute  ragazzo.  (Beve  alla
    salute d'Ortensio).
    BATTISTA: Come garbano a Gremio questi giovani spiritosi?
    GREMIO: Ma davvero che si tengon testa assai bene.
    BIANCA:  Testa e coda.  Uno che fosse di spirito direbbe che la vostra
    testa e coda non sia che testa e corna.
    VINCENZO: Ah, ah, signora sposina, la cosa v'ha dunque svegliata?
    BIANCA: Oh, si, ma non spaventata, perci mi addormento di nuovo.
    PETRUCCIO: No, no, non lo farete: dal momento che siete in ballo,  su,
    vi tirer una o due frecciate.
    BIANCA:  Son io la vostra selvaggina?  Allora cambio di frasca.  E voi
    corretemi dietro mentre tendete l'arco. Siete i benvenuti!
    (Escono Bianca, Caterina e la Vedova).
    PETRUCCIO: Mi ha prevenuto. Eh, signor Tranio,  ecco la selvaggina che
    avete preso di mira senza poterla colpire.  Perci un brindisi a tutti
    quelli che mirano e sgarrano.
    TRANIO: O signore,  Lucenzio mi ha sguinzagliato  come  uno  dei  suoi
    segugi: che corre per conto suo, ma acchiappa per conto del padrone.
    PETRUCCIO: Bella similitudine spiccia, ancorch un po' canina.
    TRANIO: Buon per voi, signore, che avete cacciato per conto vostro. Si
    dice che la vostra damma vi tenga a bada.
    BATTISTA: Eh, Petruccio, Tranio vi ha colpito stavolta.
    LUCENZIO: Ti ringrazio, buon Tranio, per questa buona puntata.
    ORTENSIO: Confessate, confessate, non v'ha egli colpito cost?
    PETRUCCIO: Mi ha appena sgramiato,  lo confesso. E poich la frecciata
     rimbalzata via da me,  scommetto dieci contro uno che v'ha storpiati
    di netto, voialtri due.
    BATTISTA:  Con  tutta seriet,  Petruccio,  figlio mio,  penso che t'
    toccata la peggior bisbetica del mondo.
    PETRUCCIO: Ebbene, affermo di no. E per dimostrarvelo, che ciascuno di
    noi faccia venir qui la sua propria sposa: colui la cui moglie    pi
    ubbidiente e verr tostoch l'abbia chiamata, vincer la scommessa che
    noi proporremo.
    ORTENSIO: Contento. Qual  la posta?
    LUCENZIO: Venti corone.
    PETRUCCIO:  Venti  corone.  Tante  ne  giocherei pel mio cane e il mio
    falcone, ma venti volte tante ne rischierei per mia moglie.
    LUCENZIO: Allora facciamo cento.
    ORTENSIO: D'accordo.
    PETRUCCIO: E' inteso. Affare fatto.
    ORTENSIO: E chi comincia?
    LUCENZIO: Io. Va', Biondello,  e prega la mia signora di venire qua da
    me.
    BIONDELLO: Vado. (Esce).
    BATTISTA: Figliuolo, scommetto a mezzo con voi che Bianca viene.
    LUCENZIO: Non fo a mezzo con nessuno. Tutta la posta a me.
    (Rientra BIONDELLO)
    Ebbene? che succede?
    BIONDELLO:  Signore,  la  mia padrona ci manda a dire che  occupata e
    non pu venire.
    PETRUCCIO: Come!   occupata  e  non  pu  venire!  Ma    questa  una
    risposta?
    GREMIO: Certo,  e assai gentile anche.  E pregate Dio, signore, che la
    vostra non ve ne mandi una peggio.
    PETRUCCIO: Meglio, spero.
    ORTENSIO: Sor Biondello,  andate a supplicar mia moglie di  venir  qua
    sull'istante.
    (Biondello esce).
    PETRUCCIO: Oh,  oh,  supplicarla! In questo caso non potr far meno di
    venire.
    ORTENSIO: Suppongo, signore, che per quanto facciate, la vostra non si
    lascer supplicare.
    (Rientra BIONDELLO).
    Ebbene, dov' mia moglie?
    BIONDELLO: Dice che voi state combinando qualche scherzo allegro:  non
    vuol venire e vi chiede di andar voi da lei.
    PETRUCCIO:  Di male in peggio!  Non vuol venire!  O risposta ignobile,
    intollerabile,  da non potersi sopportare!  Sor Grumio,  andate  dalla
    vostra padrona e ditele che le ordino di venire qua.
    (Esce Grumio).
    ORTENSIO: So gi la sua risposta.
    PETRUCCIO: E quale?
    ORTENSIO: Che non verr.
    PETRUCCIO: Se cos  tanto peggio per me: e buona notte.
    BATTISTA: Oh, per la Santavergine, ecco Caterina che arriva!
    (Rientra CATERINA).
    CATERINA: Che cosa desiderate,  o mio signore,  che mi avete mandata a
    chiamare?
    PETRUCCIO: Dov' vostra sorella? che fa la sposa di Ortensio?
    CATERINA: Esse stanno in salotto a chiacchierare davanti al fuoco.
    PETRUCCIO: Vai e conducile qua:  e  nel  caso  ch'esse  si  rifiutino,
    rimandale  qui  a nerbate dai loro mariti.  Va',  ti dico e menale qua
    sull'istante.
    (Esce Caterina).
    LUCENZIO: Se si parla di miracoli, questo n' proprio uno.
    ORTENSIO: Eh s, e vorrei sapere cosa presagisce.
    PETRUCCIO: Poffare!  Pace promette,  e amore e  vita  tranquilla,  una
    legge temuta,  una giusta autorit e,  in breve,  perch non ogni cosa
    dolce e felice?
    BATTISTA: Ogni fortuna a te, buon Petruccio! Hai vinto la scommessa, e
    io vo' aggiungere a quanto han perduto essi ventimila corone: un'altra
    dote per un'altra figlia,  dappoich essa  ben mutata da quel che era
    prima.
    PETRUCCIO: No,  no. Voglio vincer la posta in un miglior modo ancora e
    mostrarvi altri segni della sua sommissione,  della sua  ubbidienza  e
    delle sue nuove virt. Guardate com'ella se ne viene menando con s le
    riottose mogli, quasi prigioniere della sua femminile eloquenza.
    (Rientra CATERINA con BIANCA e la Vedova).
    Caterina,   quel   cappello   vi   sta   male.   Buttate   via  quella
    cianciafruscola, e pestatela sotto i piedi.
    VEDOVA: Non darmi mai, signore, cagione di sospiri, fintantoch io non
    sia ridotta a tal sciocco partito.
    BIANCA: Ih, come la chiamate voi codesta stolta ubbidienza?
    LUCENZIO: Vorrei che la vostra fosse altrettanto stolta.  La  saggezza
    della  tua  ubbidienza,  bella  Bianca,  m'  costata un cento corone,
    dall'ora di cena a questa parte.
    BIANCA: E pi stolto te a scommettere sulla mia ubbidienza.
    PETRUCCIO: Caterina,  ti ordino di dire a queste  due  caparbie  quale
    rispetto esse debbano ai loro signori e mariti.
    VEDOVA: Via, via, ci state canzonando. Noi non vogliamo lezioni.
    PETRUCCIO: Avanti, dico, e comincia proprio da lei.
    VEDOVA: Non lo far.
    PETRUCCIO: E io dico che lo far. E da lei per prima.
    CATERINA: Vergogna!  Spiana quel tuo brutto e terribile cipiglio e non
    avventare occhiate di scherno dagli occhi, a ferire il tuo signore, il
    tuo re e governatore: questo sciupa la tua belt come una gelata morde
    i prati,  e distrugge il tuo buon nome come un ventaccio che strappa i
    bel  germogli,  e  non    affatto cosa decente e graziosa.  Una donna
    incollerita  come una fonte intorbidita, fangosa,  sconcia,  viscida,
    priva d'ogni bellezza,  la quale,  cos essendo,  niuno ,  per quanto
    arso e assetato sia,  che si degni di attingervi o di toccarne pur una
    goccia.  Tuo marito  il tuo signore,  la tua vita, il tuo custode, il
    tuo capo,  il tuo sovrano:  uno che si prende cura di te  e  che  per
    mantenerti sottopone il suo corpo a penoso lavoro,  sia in mare che in
    terra,  a vegliar la notte fra le tempeste e il  giorno  in  mezzo  al
    gelo,  mentre tu riposi in casa al caldo,  tranquilla e sicura,  e non
    esige da te altro  tributo  se  non  amore,  dolci  sguardi,  schietta
    obbedienza:  troppo  piccolo  compenso  per  un  debito  cos  grande.
    L'obbedienza che un suddito deve al  suo  re,  la  donna  deve  a  suo
    marito;  e quand'ella  caparbia,  stizzosa,  imbronciata, aspra e non
    obbediente agli onesti voleri di  lui,  che  cos'  essa  se  non  una
    ribelle infame e litigiosa,  una sciagurata traditrice del suo signore
    che l'adora?  Mi vergogno che le donne siano cos sciocche  da  offrir
    guerra  mentre  dovrebbero chieder la pace in ginocchio,  che vogliano
    legiferare, dominare, soverchiare, quando son nate a servire, ad amare
    e a ubbidire.  E perch sarebbero i nostri corpi  molli  e  fragili  e
    lisci,  inadatti a faticate e penare pel mondo se non perch il nostro
    tenero stato e i nostri cuori debbono armonizzare col  nostro  aspetto
    esteriore?  Via, via, poveri vermi insolenti e incapaci! L'anima mia 
    stata superba un tempo come la vostra,  il mio cuore  cos  altero,  e
    forse  ancor  pi  la  mia  ragione,  per ribattere parola con parola,
    cipiglio con cipiglio;  ma ora lo comprendo che le  nostre  lance  non
    sono che pagliucole,  la nostra forza  altrettanto fragile, la nostra
    debolezza estrema,  e meno  di  tutto  siamo  quello  che  pretendiamo
    d'esser  di  pi.  Abbassate  la  vostra prosopopea,  poich vano  il
    vostro sforzo,  e ponete le mani sotto i piedi di vostro marito.  E in
    segno  di  questa  sottomissione,  se  a lui piace,  la mia mano  gi
    pronta al suo cenno.
    PETRUCCIO: Perbacco! questa  una ragazza! Vien qua, Ctera, baciami.
    LUCENZIO: Bene,  cammina per la tua strada,  compare,  avrai  l'ultima
    parola.
    VINCENZO: Bello a udirsi, quando i ragazzi son docili.
    LUCENZIO: Ma brutto a udirsi, quando le donne son perfide.
    PETRUCCIO: Vieni,  Ctera,  andiamo a letto. Noi tre siamo sposati; ma
    voi due siete spacciati. (A Lucenzio) Son io che ho vinto la scommessa
    ancorch  voi  abbiate  colpito  nel  bianco.  E  cos,  ora  che  son
    vincitore, vi auguro la buona notte!
    (Escono Petruccio e Caterina).
    ORTENSIO:  Va'  per  la  tua strada.  Hai saputo domare un'indiavolata
    bisbetica.
    LUCENZIO: Ed  meraviglia,  con  vostra  licenza,  come  ella  si  sia
    lasciata domare cos. (Escono).



    MOLTO RUMORE PER NULLA.


    PERSONAGGI.

    DON PEDRO, principe di Aragona.
    DON GIOVANNI, suo fratello naturale.
    BENEDETTO, giovine padovano.
    LIONATO, governatore di Messina.
    ANTONIO, suo fratello.
    BALDASSARRE, del seguito di Don Pedro.
    BORRACCIO, CORRADO: del seguito di Don Giovanni.
    FRATE FRANCESCO.
    SANGUINELLO, ufficiale della pace.
    AGRESTO, caporale rionale.
    UN CHIERICO.
    UN RAGAZZO.
    ERO, figlia di Lionato.
    BEATRICE, nipote di Lionato.
    ORSOLA, MARGHERITA: damigelle di compagnia di Ero.
    Messi, Musici, Guardie, alcuni Gentiluomini eccetera eccetera.

    La scena  a Messina.


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Il giardino della casa di Lionato.

    (Entrano LIONATO, ERO e BEATRICE con un Messo).
    LIONATO:  Apprendo  da  questa  lettera  che  Don Pedro d'Aragona sar
    stasera a Messina .
    MESSO: A quest'ora sar vicinissimo: non era a  tre  leghe  quando  io
    l'ho lasciato.
    LIONATO: Quanti gentiluomini avete perduto in quest'azione?
    MESSO: Di qualit pochissimi, e di gran casata nessuno.
    LIONATO:  La  vittoria    gi doppia se il vincitore ritorna a quadri
    completi.  Qui si dice che Don Pedro ha  colmato  d'onori  un  giovine
    fiorentino di nome Claudio.
    MESSO:  Meritati  da  lui,  e  da Don Pedro giustamente concessi: si 
    comportato assai meglio che non promettesse la sua et; ha compiuto in
    veste d'agnello le gesta di un leone.  Davvero egli ha sorpassato ogni
    aspettativa oltre quanto possiate aspettarvi di sentirlo raccontare da
    me.
    LIONATO: Suo zio qui a Messina ne sar contentissimo.
    MESSO:  Gli  ho  consegnato  gi  delle lettere e ne ha mostrato molta
    gioia; tanto che la gioia non ha potuto dimostrarsi abbastanza modesta
    senza un marchio d'amarezza.
    LIONATO: E' scoppiato in lacrime?
    MESSO: Eccome!
    LIONATO: Un umano trabocco di umanit. Non vi sono facce tanto sincere
    quanto quelle che a questo modo si lavano.  Quanto meglio  pianger di
    gioia che non gioire del pianto!
    BEATRICE: Scusate, il signor Rodomonte  tornato o no dalla guerra?
    MESSO: Non conosco nessuno con quel nome,  signora;  non c'era nessuno
    nell'esercito che si chiamasse cosi.
    LIONATO: Ma di chi chiedete, nipote?
    ERO: Mia cugina vuol dire il signor Benedetto da Padova.
    MESSO: Ah,  tornato, e pi faceto che mai.
    BEATRICE: Qui a Messina fece mettere  gli  avvisi  sfidando  Cupido  a
    tirar  d'arco,  cosicch  il  buffone  di mio zio,  leggendo la sfida,
    s'inscrisse per Cupido e lo ha  sfidato  a  tirar  con  le  quadrella.
    Scusate, quanti ne ha ammazzati e mangiati in questa guerra? Quanti ne
    ha  ammazzati?  perch  io  avevo  promesso  di  mangiar tutto ci che
    ammazzasse.
    LIONATO: Be', nipote, censurate troppo il signor Benedetto, ma vedrete
    che vi dar la pariglia.
    MESSO: Ci ha reso ottimi servizi in questa guerra, signora.
    BEATRICE: Voi avevate le vettovaglie stantie e lui  vi  ha  aiutato  a
    mangiarle;  un valoroso leccardo, ha uno stomaco di ferro.
    MESSO: E' un buon soldato, eccome, signora
    BEATRICE: E' un buon soldato come signora, ma come signore che cos'?
    MESSO:  Un signore con i signori,  un uomo con gli uomini,  ripieno di
    ogni onorevole qualit.
    BEATRICE: Infatti  cos: non  altro che  ripieno,  e  in  quanto  al
    ripieno... be', siam tutti mortali.
    LIONATO: Non dovete fraintendere mia nipote,  signore.  C' una specie
    di allegra guerra fra lei e il signor Benedetto,  non s'incontrano mai
    senza che non accada fra loro una schermaglia d'arguzie.
    BEATRICE: Ahim, non ne ricava nulla lui! Nell'ultimo nostro conflitto
    quattro  delle sue cinque facolt mentali se ne sono andate ciampiconi
    ed ora non ce n'ha che una sola per governarlo tutto intero;  cosicch
    se ora gli  restato un po' di buon senso da starsi nei suoi panni, se
    lo  tenga  come  un  appannaggio che lo differenzier dal suo cavallo;
    poich  l'unica ricchezza che gli  sia  restata  l'essere  conosciuto
    come  creatura  ragionevole.  Chi  ora il suo amico?  Ogni mese ha un
    nuovo fratello d'armi.
    MESSO: E' possibile?
    BEATRICE:  Possibilissimo.  Costui  cambia  di  fede  come  cambia  di
    cappello; il feltro si trasforma subito, a mutare la forma.
    MESSO:  Signora,  mi pare che il signor Benedetto non sia tra i vostri
    santi.
    BEATRICE: No, e se ci fosse, vorrei bruciare la mia chiesa. Ma ditemi,
    chi  il suo compagno?  Ma come non c' nessuno spadaccino che  voglia
    andare all'inferno con lui?
    MESSO: Sta quasi sempre in compagnia del nobile signor Claudio.
    BEATRICE: Oh, signore! Gli si attaccher come una malattia: si attacca
    peggio  della  peste  e  il contagiato diventa matto all'istante.  Dio
    aiuti il nobile Claudio! Se costui si prende il morbo Benedetto gli ci
    vorranno un migliaio di sterline per curarsene.
    MESSO: Guarder di conservarmi la vostra amicizia, signora.
    BEATRICE: Fatelo, amico mio.
    LIONATO: Voi non impazzirete mai, nipote.
    BEATRICE: No, a meno che non faccia caldo di gennaio.
    MESSO: Don Pedro  arrivato.
    (Entrano DON PEDRO, DON GIOVANNI, CLAUDIO, BENEDETTO e BALDASSARRE).
    DON PEDRO: Caro signor Lionato,  siete venuto a  procurarvi  noie?  La
    moda del mondo  di evitare le spese e voi venite a incontrarle.
    LIONATO:  Noie non me ne sono entrate mai in casa,  sotto l'aspetto di
    Vostra Grazia,  perch quando le noie se ne  fossero  andate  dovrebbe
    rimanere la tranquillit;  invece quando voi mi lasciate,  la gioia mi
    lascia e il dolore rimane.
    DON PEDRO: Voi sopportate il vostro onere  troppo  gentilmente.  Credo
    che questa sia la vostra figliuola.
    LIONATO: Sua madre me lo ha detto diverse volte.
    BENEDETTO: Ne dubitavate forse, per domandarglielo?
    LIONATO: No, signor Benedetto: voi allora eravate ragazzo.
    DON PEDRO: Toccato,  Benedetto. Si indovina da questo quello che siete
    ora da uomo.  Ma in verit la signora dice che  suo padre  dal  viso.
    Siate contenta, signora, perch voi somigliate ad un onorevole padre.
    BENEDETTO:  Se  il  signor  Lionato   suo padre,  per quanto essa gli
    somigli,  non vorrebbe portarsi sulle spalle la testa di  lui  nemmeno
    per tutta Messina.
    BEATRICE: Mi meraviglio che stiate ancora parlando,  signor Benedetto:
    nessuno vi bada.
    BENEDETTO: Oh, la cara madonna Disistima! Siete ancora viva?
    BEATRICE: E come    possibile  che  la  disistima  muoia  quando  per
    nutrirsi trova un cibo cos adatto quale il signor Benedetto? Cortesia
    stessa si nutrirebbe in disistima, se voi le veniste davanti.
    BENEDETTO:  Allora la cortesia volta la casacca.  Certo ,  per,  che
    tutte le donne mi amano all'infuori di voi,  e mi  piacerebbe  che  in
    fondo  al  cuore potessi pensare di non essere senza cuore perch,  in
    verit, non ne amo nessuna.
    BEATRICE: Una vera fortuna per le donne:  altrimenti  sarebbero  state
    seccate da un pernicioso corteggiatore. Ringrazio Dio ed il mio sangue
    frigido  che io sono del vostro stesso sentimento.  Preferisco sentire
    il mio cane abbaiare alle cornacchie che  non  un  uomo  giurarmi  che
    m'ama.
    BENEDETTO:  Che  Dio  tenga  sempre  la  Signoria  Vostra  in  codesto
    pensiero,  che cos qualche gentiluomo eviter il  destino  d'aver  la
    faccia graffiata.
    BEATRICE:  I  graffi  non  la ridurrebbero a peggio,  se quella faccia
    fosse come la vostra.
    BENEDETTO: Gi: ad ammaestrar pappagalli riuscireste benissimo.
    BEATRICE: Meglio un uccello con la mia lingua che una  bestia  con  la
    vostra.
    BENEDETTO:  Vorrei  che  il cavallo corresse come la vostra lingua,  e
    avesse fiato altrettanto.  Ma andate per la vostra strada in  nome  di
    Dio, io ho finito.
    BEATRICE: Voi finite sempre con un tiro mancino, ormai vi conosco.
    DON  PEDRO:  E  questo    tutto,   Lionato.  Signor  Claudio,  signor
    Benedetto, il nostro carissimo Lionato vi ha invitati tutti. Io gli ho
    detto che ci fermeremo al minimo un mese, ed egli che desidererebbe di
    cuore che una qualche occasione ci  trattenesse  ancora  di  pi;  oso
    giurare che non parla da ipocrita, ma dal profondo del cuore.
    LIONATO:  Se  voi lo giurate signore,  non giurerete il falso.  (A Don
    Giovanni) Che io vi dia il benvenuto;  signore essendovi  riconciliato
    col principe vostro fratello, io vi debbo ogni omaggio.
    DON  GIOVANNI:  Vi  ringrazio.  Non  sono uomo di molte parole,  ma vi
    ringrazio.
    LIONATO: Vostra Grazia vuol fare strada?
    DON PEDRO: La vostra mano, Lionato, andremo insieme.
    (Escono tutti, fuorch Claudio e Benedetto).
    CLAUDIO: Benedetto, hai notato la figlia del signor Lionato?
    BENEDETTO: Non l'ho notata, ma l'ho guardata.
    CLAUDIO: Non ti sembra una modesta giovine signora?
    BENEDETTO: Me lo chiedete da uomo a uomo,  che  io  vi  dica  schietto
    quello  che  penso?  O  volete che vi parli secondo il mio solito,  da
    dichiarato tiranno del loro sesso?
    CLAUDIO: No, per favore. Parla sul serio.
    BENEDETTO: Ecco: per un'alta lode ella  troppo bassa,  per una chiara
    lode  troppo scura, per una grande lode  troppo piccina. Di bene non
    posso  dirne  che  questo:  che  se  fosse diversa da quella che  non
    sarebbe bella; e che essendo quella che  a me non piace.
    CLAUDIO: Tu credi che io scherzi: ti prego,  dimmi cosa ne  pensi  sul
    serio.
    BENEDETTO: La dovete comprare che vi state informando?
    CLAUDIO: Potrebbe l'intero mondo comprare un tale gioiello?
    BENEDETTO:  S,  s,  e  anche  un astuccio per tenercelo.  Ma mi dite
    questo con la faccia seria? o mi state a uccellare, a dir che Cupido 
    un buon battitore di lepri,  e che Vulcano  un gran  falegname?.  Su,
    che tono bisogna prendere per cantare insieme con voi?
    CLAUDIO:  Ai  miei  occhi    la  fanciulla pi dolce che io mai abbia
    veduto.
    BENEDETTO: Io ci vedo  ancora  bene  senz'occhiali,  eppure  non  vedo
    niente  di  simile.  C'  sua  cugina  che,  se  non  fosse  una furia
    incarnata, sarebbe pi bella di lei di quanto il primo di maggio vince
    il trentun dicembre. Ma non avrete mica intenzione di prender moglie?
    CLAUDIO:  Diffiderei  di  me  stesso,   anche  se  avessi  giurato  il
    contrario, se Ero accettasse d'esser mia moglie.
    BENEDETTO:  A  questo punto siamo?  Ma che non ci sia al mondo un uomo
    che non voglia portare il cappello senza sospetto?  Non vedr in  vita
    mia uno scapolo di sessant'anni?  Va', va', se proprio ti vuoi mettere
    il giogo sul collo da te,  portane il segno  e  passa  la  domenica  a
    sbadigliare in casa. Ecco, Don Pedro  tornato a cercarti.
    (Rientra DON PEDRO).
    DON PEDRO: Che segreti vi han trattenuti qui,  signori,  che non siete
    entrati in casa di Lionato?
    BENEDETTO: Vostra Grazia non voglia costringermi a parlare.
    DON PEDRO: Sul tuo giuramento di fedelt te lo impongo.
    BENEDETTO: Voi avete udito,  conte Claudio,  io posso  essere  segreto
    come una tomba, vorrei mi credeste; ma  sul mio giuramento, notatelo,
    sul  mio  giuramento  di  fedelt.  E'  innamorato.  Di chi?  dovrebbe
    domandare ora Vostra Grazia.  Osservate come la risposta sia ridicola.
    Di Ero, della piccola figlia del signor Lionato.
    CLAUDIO: Se fosse cos, cos lo sarebbe andato a ridire.
    BENEDETTO:  Come  in quel vecchio racconto,  mio signore: "Non  cos,
    non  andata cos. Dio non voglia che vada cos".
    CLAUDIO: Se la mia passione non cambia presto, Dio non voglia che vada
    altrimenti.
    DON PEDRO: Amen, se voi l'amate, poich la fanciulla ne  ben degna.
    CLAUDIO: Voi parlate cos per farmi cantare signore.
    DON PEDRO: Sul mio onore, ho detto quello che penso.
    CLAUDIO: In fede mia anch'io, signore.
    BENEDETTO: E sulla mia duplice fede e sul mio duplice onore,  signore,
    anch'io.
    CLAUDIO: Che io l'amo lo sento.
    DON PEDRO: Che lei ne  degna, lo so.
    BENEDETTO:  Che  io  non  sento come lei possa essere amata n che lei
    possa esserne degna    un'opinione  che  il  fuoco  non  mi  potrebbe
    struggere di dosso. Con quella morrei sul rogo.
    DON PEDRO: In faccia alla bellezza sei sempre stato un tenace eretico.
    CLAUDIO:  E  non  ha  mai  saputo sostenere la sua opinione se non per
    punto d'impegno.
    BENEDETTO: Che una donna mi abbia partorito,  io la ringrazio;  che mi
    abbia  tirato  su,  anche di questo la ringrazio,  ma che io mi faccia
    sonar sulla fronte il corno da caccia,  o che me lo porti appeso a una
    bandoliera invisibile, da questo tutte le donne mi debbono dispensare.
    Perch se non voglio far loro il torto di diffidar di qualcuno, voglio
    anche  tenermi  il  diritto di non fidarmi di nessuna.  E la fin fine,
    ond'io ne sar in conto di pi fine,   questa: che  vivr  sempre  da
    scapolo.
    DON PEDRO: Io, prima di morire, voglio vederti impallidir d'amore.
    BENEDETTO: Di rabbia,  di malattia o di fame,  signor mio,  ma d'amore
    mai.  Provate che io sospirando d'amore perda pi sangue che non me ne
    possa  rifare  a  bere,  e  allora cavatemi gli occhi colla penna d'un
    rimatore e appendetemi a una porta di bordello a far da  insegna  come
    "Al Cupido cieco".
    DON PEDRO: Be', se mai ti convertirai sarai un esempio edificante.
    BENEDETTO: Se io mi convertir chiudetemi in un corbello come un gatto
    a  far  da  bersaglio,  e chiunque mi prenda battetegli sulla spalla e
    proclamatelo Adamo l'arciere.
    DON PEDRO: Si vedr col tempo:
    "Col tempo il villanel al giogo mena
    il tr s fiero e s crudo animale...".
    BENEDETTO: Il fiero e crudo toro, pu darsi, ma se mai ci si fa menare
    l'assennato Benedetto, strappate le corna al toro e appiccicatemele in
    fronte e si scarabocchi un mio ritratto,  e con quei grossi  caratteri
    con  cui  si  scrive: "Qui si danno buoni cavalli a nolo",  scrivetemi
    sotto quella mia insegna: "Qui si vede Benedetto sposato".
    CLAUDIO: E allora diranno che sei matto come un toro.
    DON PEDRO: A meno che Cupido non abbia vuotato tutto il suo turcasso a
    Venezia, tremerai presto d'amore.
    BENEDETTO: Se ci sar un terremoto tremer anch'io.
    DON PEDRO: Va bene, col tempo vi adatterete anche voi. Intanto, signor
    Benedetto,  favorite recarvi dal signor Lionato,  salutatelo da  parte
    mia  e ditegli che non gli mancher a cena;  perch veramente ha fatto
    grandi preparativi.
    BENEDETTO: Ho press'a poco sufficiente  giudizio  per  fare  una  tale
    ambasciata; e intanto vi raccomando...
    CLAUDIO:  ...alla  tutela di Dio.  Dalla nostra casa (se n'avessi una)
    il...
    DON PEDRO: ...il sei luglio: vostro affezionatissimo amico, Benedetto.
    BENEDETTO: Non prendete in giro, non prendete in giro...  Il corpo del
    vostro  ragionamento  alquanto guarnito di ritagli,  e le guarnizioni
    non sono neanche imbastite a dovere: prima di burlarvi oltre di queste
    formule antiquate,  esaminate la vostra  coscienza  e  con  questo  vi
    lascio.
    (Esce).
    CLAUDIO:  Mio  signore,  Vostra  Altezza  potrebbe  rendermi un grande
    servizio.
    DON PEDRO: Il mio affetto per te non vuole  che  imparar  come:  e  tu
    vedrai  come gli sar facile apprendere una lezione,  anche difficile,
    che possa farti del bene.
    CLAUDIO: Lionato ha figli maschi?
    DON PEDRO: No,  non ha altri figli che Ero:  la sua unica  erede.  Tu
    l'ami, Claudio?
    CLAUDIO: Oh,  signore! Quando voi siete partito per questa guerra, che
    ora  finita,  io non la guardai che con occhio  di  soldato,  che  la
    trovava  attraente,  ma che aveva tra mano un compito ben pi rude che
    non innalzare al nome d'amore codesta  attrazione.  Ma  ora  che  sono
    tornato,  ora che i pensieri della guerra si sono allontanati, al loro
    posto s'affollano dolci e delicati desideri; ed essi mi mormoran tutti
    quanto  bella Ero, e mi dicon che assai mi piaceva anche prima che io
    andassi alla guerra.
    DON PEDRO: Ecco che ora mi diventi un innamorato  e  stancheresti  chi
    t'ascolta  con  un  libro  intero  di  parole.  Se tu ami la bella Ero
    coltiva il tuo amore;  ne parler io a lei ed a suo padre e tu l'avrai
    certamente.  Non  era  per questo che tu hai cominciato a ricamare una
    cos bella storia?
    CLAUDIO: Quanto dolcemente voi soccorrete all'amore, voi che conoscete
    le pene d'amore al loro aspetto!  Ma perch il  mio  invaghimento  non
    sembrasse  troppo improvviso,  io l'avrei coonestato con una pi lunga
    dissertazione.
    DON PEDRO: E che bisogno hai di un  ponte  pi  largo  del  fiume?  Il
    miglior  favore   quello che risponde alla tua necessit.  Ascoltami:
    quello che serve al fine  quello che ci vuole.  Una volta per  tutte,
    tu  ami  ed io ti trover il rimedio: so che stanotte avremo una festa
    ed io,  mascherato,  far la tua parte: dir alla bella Ero  che  sono
    Claudio, e le disserrer il mio cuore in seno e le render prigioniero
    l'udito con la forza e l'impeto del mio amoroso racconto. Dopo parler
    con  suo  padre  e  la  conclusione    che  lei  sar tua.  Andiamo e
    mettiamolo in pratica.


    SCENA SECONDA - Una stanza nella casa di Lionato.

    (Entrano LIONATO e ANTONIO).
    LIONATO: Come va,  fratello?  Dov' mio nipote  vostro  figliuolo?  Ha
    provveduto alla musica?
    ANTONIO: Se ne sta dando gran daffare. Ma, fratello, ho da raccontarvi
    novit cos strane che voi non ne avete nemmeno sognato.
    LIONATO: Son buone?
    ANTONIO:  Dipende da come le contrassegner l'esito,  ma si presentano
    bene;  al di fuori son ottime.  Il principe e il conte Claudio stavano
    passeggiando  sotto  un  pergolato  del  giardino  quando uno dei miei
    uomini li ha sentiti che parlavano: il principe  confidava  a  Claudio
    d'amare  mia  nipote  vostra  figlia  e  che  intendeva  rivelarglielo
    stanotte durante il ballo e che se poi lei  avesse  acconsentito  egli
    voleva prender l'occasione pel ciuffo e parlarvene subito.
    LIONATO: Colui che vi ha detto questo  un uomo intelligente?
    ANTONIO:  E'  un  tipo  scaltrito  assai: ora lo mando a chiamare e lo
    interrogherete da voi.
    LIONATO: No,  no,  considereremo tutto ci come un sogno,  finch  non
    prenda  corpo.  Per  ne  avvertir  mia  figlia affinch possa essere
    meglio preparata per la risposta, se per caso poi fosse vero. Andate a
    dirglielo.  (Antonio esce da una porta;  entra da un'altra suo Figlio,
    seguito  da  un  Musico)  Nipote,  voi  sapete quello che dovete fare.
    (Vedendo il Musico) Oh, per piacere,  amico mio,  venite con me che mi
    occorre  la  vostra arte.  Nipote,  mettete in opera ogni diligenza in
    questo gran daffare.
    SCENA TERZA - La stessa.

    (Entrano DON GIOVANNI e CORRADO).
    CORRADO: Che diamine,  signor mio!  Come mai siete cos triste fuor di
    misura?
    DON  GIOVANNI:  Non v' misura nell'occasione che l'alimenta,  cos la
    tristezza  senza limite.
    CORRADO: Voi dovreste ascoltar la ragione.
    DON GIOVANNI: E quando l'avessi ascoltata che sollievo mi porterebbe?
    CORRADO: Se non un pronto rimedio, almeno una sopportazione paziente.
    DON GIOVANNI: Mi meraviglio che proprio tu,  nato sotto  il  segno  di
    Saturno,  mi venga a portare una medicina morale a un male mortale. Io
    non posso nascondere quello che sono: io debbo,  quando ne ho ragione,
    essere triste,  senza sorridere agli scherzi di nessuno;  quando me ne
    fa voglia,  mangiare,  senza aspettare i comodi di nessuno;  quando ho
    sonno dormire,  senza badare agli affari di nessuno; quando sono lieto
    ridere, senza lusingare l'umore di nessuno.
    CORRADO: Certo,  ma non dovete per  mostrarlo  a  tutti,  finch  non
    possiate  farlo  senza  contrasto.  Non    molto che vi eravate messo
    contro vostro fratello,  ora che di nuovo gli siete in  grazia  non  
    possibile che vi prendiate radice se non con quel bel tempo che farete
    da  voi.  E'  necessario,  quindi,  che accomodiate la stagione per la
    vostra msse.
    DON GIOVANNI: Per me meglio sarebbe essere  una  rosa  canina  in  una
    siepe  che  una  rosa in grazia sua,  e meglio si addice al mio sangue
    l'essere disdegnato da  tutti  che  modificare  la  mia  condotta  per
    estorcere amore da qualcuno: in questo, se non posso dire di essere un
    adulatore  onesto,  posso  ben  dire di essere un furfante franco.  Si
    fidan di me con la museruola e mi si lascia libero con le pastoie: per
    questo ho deciso che nella mia gabbia non canter.  Se avessi  la  mia
    bocca  morderei,  se  avessi  la mia libert farei quello che mi pare,
    intanto lasciami essere quello che sono e non cercar di cambiarmi.
    CORRADO: E non potete impiegare il vostro malumore?
    DON GIOVANNI: Ne faccio tutto l'impiego possibile,  perch non impiego
    altro. Chi vien qui?
    (Entra BORRACCIO).
    Che notizie, Borraccio?
    BORRACCIO: Vengo di l,  da una gran cena: il principe vostro fratello
       regalmente   convitato   da   Lionato;   e   posso   darvi   anche
    un'informazione: si sta progettando un matrimonio.
    DON GIOVANNI: Deve servire da progetto per una fabbrica di guai? E chi
     quello stolto che si fidanza alla tribolazione?
    BORRACCIO: Diamine!  il braccio destro di vostro fratello.
    DON GIOVANNI: Chi? lo squisitissimo Claudio?
    BORRACCIO: Proprio lui.
    DON GIOVANNI: Bel cavaliere davvero!  e con chi,  e con chi? Su chi ha
    messo gli occhi?
    BORRACCIO: Su Ero, figlia ed erede di Lionato.
    DON GIOVANNI: Una gallinella ammaliziata! Come l'hai saputo?
    BORRACCIO: Mi avevano chiamato a fare  da  profumiere,  e  cos  stavo
    bruciando dei profumi in una stanza ammuffita quando vidi venire verso
    di  me il principe e Claudio,  sottobraccio,  che parlavano seriamente
    fra loro.  Mi son buttato dietro l'arazzo  e  li  ho  sentiti  che  si
    mettevan  d'accordo  che  il  principe  avrebbe fatto la corte a Ero e
    avutala l'avrebbe passata al conte Claudio.
    DON GIOVANNI: Vieni,  vieni,  andiam l: questo pu essere pane per la
    mia  rabbia.  Questo  bel  novellino  ha  tutto  il  merito  della mia
    disgrazia;  se in qualche modo posso bandirgli la  croce  addosso,  in
    ogni  modo  benedir  me  stesso.  Tutti  e  due  siete  fidati,  e mi
    aiuterete?
    CORRADO: Fino alla morte, signore.
    DON GIOVANNI: Andiamocene alla gran  cena!  Costoro  sono  ancora  pi
    lieti  perch  io  sono domato.  Oh,  se il cuoco la pensasse come me!
    Vogliamo andare a vedere che cosa si possa fare?
    BORRACCIO: Accompagneremo Vostra Signoria.

    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Una stanza in casa di Lionato.

    (Entrano  LIONATO,  ANTONIO,  ERO,  BEATRICE,  MARGHERITA,  ORSOLA  ed
    altri).
    LIONATO: Non c'era il conte Giovanni a cena?
    ANTONIO: Non l'ho visto.
    BEATRICE:  Che  faccia acida che ha!  non lo posso guardare che non mi
    vengano i bruciori di stomaco per un'ora.
    ERO: Ha un carattere assai malinconico.
    BEATRICE: Sarebbe un uomo eccellente chi tosse fatto mezzo  di  lui  e
    mezzo del signor Benedetto, ma uno e troppo come una statua e non dice
    niente, l'altro e troppo un cocco di mamma che non fa che ciarlare.
    LIONATO: Allora met della lingua del signor Benedetto nella bocca del
    conte  Giovanni,  e  met  della  malinconia  del conte Giovanni nella
    faccia del signor Benedetto.
    BEATRICE: Con una gamba ben fatta ed un piede ben tornito,  e anche la
    borsa  piena,  zio,  costui  conquisterebbe  qualunque donna in questo
    mondo... se potesse insinuarsi nel suo favore.
    LIONATO: Sulla mia fede,  nipote,  tu non troverai mai marito con  una
    lingua cos bisbetica.
    ANTONIO: Davvero;  troppo bizzosa.
    BEATRICE: Troppo bizzosa  pi che bizzosa!  a questo modo diminuir i
    doni di Dio, poich voi sapete il proverbio: "Dio manda le corna corte
    alla vacca bizzosa, ma a quella troppo bizzosa non glie ne manda".
    LIONATO: Talch, essendo voi troppo bizzosa, Dio non vi mander corna.
    BEATRICE: Infatti,  se non mi mander marito;  della qual grazia io lo
    prego in ginocchio ogni sera e mattina.  Mio Dio!  non sopporterei mai
    un marito che avesse la barba;  preferirei dormire  sulla  lana  della
    coperta.
    LIONATO: Potete trovarvi un marito senza barba.
    BEATRICE: E che cosa me ne farei?  Vestirmelo con i miei panni e farne
    la mia damigella d'onore?  Chi porta la barba  gi un po' pi  di  un
    giovinotto,  chi non la porta  un po' meno di un uomo. E chi  un po'
    pi che un giovinotto non  fatto per me,  e chi  un  po'  meno  d'un
    uomo  io  non son fatta per lui.  E se la fine delle vecchie zitelle 
    far ballare le scimmie all'inferno,  mi trover un saltimbanco che  mi
    dia sei soldi di caparra e mi ci faccia portare le sue.
    LIONATO: E ve ne andrete allora all'inferno?
    BEATRICE:  Soltanto  fino  alla  porta;  e  l  ci  sar il diavolo ad
    incontrarmi,  corna in testa come  un  buon  beccaccione,  e  a  dire:
    "Vattene in Paradiso, Beatrice, vattene in Paradiso, Beatrice, che qui
    non  posto per nubili".  Cosicch gli consegner le mie scimmie e poi
    via in Paradiso da San Pietro che mi dir dove stanno gli scapoli e l
    faremo festa insieme tutto il giorno.
    ANTONIO (a Ero): Nipote,  spero che voi vi farete  guidare  da  vostro
    padre.
    BEATRICE:  S  davvero: il dovere di mia cugina  di fare un inchino e
    di dire: "Come piace a voi,  babbo";  ma nonostante tutto,  che sia un
    bel ragazzo, cugina, o altrimenti un altro bell'inchino e: "Come piace
    a me, babbo".
    LIONATO: Be', nipote, io mi auguro che un giorno o l'altro vi troviate
    il marito che vi ci vuole.
    BEATRICE: No,  finch Dio non li far d'altra pasta che non d'argilla.
    Non  un dispiacere per una donna di farsi sopraffare da un  tocco  di
    polvere prepotente?  Di dover rendere conto della sua vita a una zolla
    di creta caparbia?  No,  zio,  non ne voglio: i figli d'Adamo son miei
    fratelli e sarebbe peccato grave sposarsi in famiglia.
    LIONATO:  Figliuola,  ricordatevi  quello  che  vi  ho detto io: se il
    principe vi sollecitasse in quel senso, sapete cosa dovete rispondere.
    BEATRICE: La colpa sar della musica,  cugina,  se non vi  faranno  la
    corte  a  tempo:  e  se  il  principe sar troppo importuno ditegli di
    osservare la misura in tutto e rispondetegli con una misura di  danza.
    Perch,  ascoltatemi, Ero, corteggiare, sposarsi e pentirsi  come una
    giga scozzese, una pavana, e una gagliarda: la dichiarazione d'amore 
    ardente e affrettata come una giga scozzese, e altrettanto fantastica;
    il matrimonio,  compassato e composto,   come  una  pavana  piena  di
    solennit  e  dignit;  e  poi viene il pentimento che con le sue male
    gambe si butta a saltar la gagliarda,  sempre pi presto e pi presto,
    finch non salta nella tomba.
    LIONATO: Nipote, voi avete un acume non comune.
    BEATRICE:  Zio,  ho  gli occhi buoni: posso vedere una chiesa di pieno
    giorno.
    LIONATO: Gli invitati entrano, fratello mio, fate posto.
    (Antonio d ordini ai Servi ed esce).

    (Entrano DON PEDRO, CLAUDIO,  BENEDETTO,  BALDASSARRE,  DON GIOVANNI e
    BORRACCIO,  mascherati. Poi rientra ANTONIO, pure mascherato. I Musici
    entrano nella galleria e si preparano a sonare;  le coppie prendono  i
    loro posti per una danza in tondo).

    DON PEDRO: Signora, volete accompagnarvi col vostro amico?
    ERO:  Purch voi camminiate piano,  e facciate gli occhi dolci,  e non
    diciate nulla,  passegger volentieri con voi,  specialmente quando me
    ne andr.
    DON PEDRO: Con me in vostra compagnia?
    ERO: Vi dir cos, quando mi piacer.
    DON PEDRO: E quando vi piacer di dirmelo?
    ERO: Quando mi piacer il vostro viso, che Dio non voglia che il liuto
    sia come l'astuccio.
    DON PEDRO: Questa maschera  come il tetto di Filemone; dentro la casa
    c' Giove.
    ERO: Allora il tetto dovrebbe essere di paglia.
    DON PEDRO: Se parlate d'amore parlate basso.
    (Si allontanano girando per la sala).
    BALDASSARRE: Ecco, mi piacerebbe che vi piacessi.
    MARGHERITA: Non piacerebbe per a me,  e per il vostro bene.  Ho molte
    pessime qualit.
    BALDASSARRE: Una, per esempio?
    MARGHERITA: Dico forte le mie preghiere.
    BALDASSARRE: Mi piacete ancora di pi: chi vi ascolta pu dire amen.
    MARGHERITA: Dio mi mandi un buon ballerino.
    BALDASSARRE: Amen.
    MARGHERITA: E me lo levi di torno a ballo finito. Rispondi, chierico.
    BALDASSARRE: Non c' risposta: il chierico ha avuto la sua.
    (Si allontanano girando per la sala).
    ORSOLA: Vi ho riconosciuto benissimo. Siete il signor Antonio.
    ANTONIO: Ma no, non lo sono.
    ORSOLA: Vi ho riconosciuto da come movete la testa.
    ANTONIO: Per dirvi la verit, lo faccio per imitar lui.
    ORSOLA: Non riuscireste mai a farlo  cos  orrendamente  bene  se  non
    foste lui in persona.  Ecco,  questa  proprio in tutto e per tutto la
    sua mano arida... Siete lui, siete lui.
    ANTONIO: Ma no, non lo sono.
    ORSOLA: Su,  su,  credete che non vi riconosca al  vostro  vivacissimo
    spirito?  La virt pu forse nascondersi?  Su, su, zitto, siete lui...
    le grazie si rivelano da s, e basta.
    (Si allontanano girando per la sala).
    BEATRICE: E non volete dirmi chi ve l'ha detto?
    BENEDETTO: No, perdonatemi.
    BEATRICE: E nemmeno volete dirmi chi siete?
    BENEDETTO: Non ora.
    BEATRICE: Che io sono sdegnosa e che tutto il mio spirito  l'ho  preso
    dal  libro delle "Cento novelle allegre": ecco,  codesto l'ha detto il
    signor Benedetto.
    BENEDETTO: E chi e?
    BEATRICE: Oh, lo conoscete benissimo!
    BENEDETTO: No davvero, credetemi.
    BEATRICE: Non vi ha fatto mai ridere?
    BENEDETTO: Ve ne prego: chi ?
    BEATRICE: Ecco,  e il burlone del principe,  un  pagliaccio  piuttosto
    scipito,  e  non  ha altro dono che d'inventare calunnie inverosimili.
    Non piace che ai libertini e quel che  lo  raccomanda  non    il  suo
    spirito  ma  la  sua  villania,  poich  fa divertire e arrabbiare gli
    uomini al medesimo tempo,  cosicch questi ne ridono e  lo  picchiano.
    Sono  sicura  che    in  questa  squadra,  peccato  che  non mi abbia
    accostata.
    BENEDETTO: Quando avr conosciuto questo signore gli dir  quello  che
    dite di lui.
    BEATRICE: Fatelo,  fatelo,  dir un paradosso o due su di me, e se voi
    per caso non li noterete o non  ci  riderete  cadr  in  una  profonda
    malinconia;  e  cos  avanzer  almeno un'ala di pernice perch quella
    sera lo scioccone non cener. Bisogna seguire i danzatori in testa.
    BENEDETTO: In ogni cosa buona.
    BEATRICE: Gi,  se ci conducono a qualcosa di male io li  lascio  alla
    prima voltata.

    (I  Musici  attaccano,  e  le  coppie  si  mettono a ballare una danza
    vivace;  alla fine della quale DON PEDRO f a un  cenno  a  LIONATO  ed
    escono insieme.  Viene spalancata la porta del salone.  Ero conduce le
    coppie  al  banchetto.  DON  GIOVANNI,  BORRACCIO  e  CLAUDIO  restano
    indietro).

    DON  GIOVANNI:  Per  certo  mio fratello si  innamorato di Ero e si 
    appartato con suo padre per parlargliene, le signore seguono lei e non
    c' restata che una maschera.
    BORRACCIO: E quello  Claudio, lo riconosco al portamento.
    DON GIOVANNI: Siete voi il signor Benedetto?
    CLAUDIO: Mi avete riconosciuto: son lui.
    DON GIOVANNI: Signore,  voi siete molto intrinseco di mio fratello;  e
    lui    innamorato  di  Ero.  Vi prego,  dissuadetelo,  essa non gli 
    affatto uguale per nascita: fate voi la parte di  un  uomo  onesto  in
    questa faccenda.
    CLAUDIO: E come sapete che l'ama?
    DON GIOVANNI: L'ho udito giurarle il suo amore.
    BORRACCIO: Anch'io: e giurava che l'avrebbe sposata stasera.
    DON GIOVANNI: Viene, andiamo al banchetto.
    (Escono Don Giovanni e Borraccio).
    CLAUDIO:  Gli ho risposto col nome di Benedetto,  ma ho sentito questa
    cattiva notizia con  le  orecchie  di  Claudio.  Questo    certo:  il
    principe le fa la corte per s...  In tutto l'amicizia  fedele,  meno
    che nell'ufficio e nelle faccende d'amore...  e  allora  che  i  cuori
    innamorati usino la loro lingua ognuno per s,  che gli occhi trattino
    per proprio conto e non si fidino di nessun mediatore, ch la bellezza
     una strega contro i cui incanti la fedelt si scioglie in  passione.
    E'  una  occorrenza  giornaliera,  di  cui non avevo diffidato: addio,
    dunque, Ero!
    (Rientra BENEDETTO).
    BENEDETTO: Il conte Claudio?
    CLAUDIO: S, sono io.
    BENEDETTO: Andiamo. Volete venire con me?
    CLAUDIO: Dove?
    BENEDETTO: Fino al prossimo salice,  per affari  vostri,  conte.  Come
    volete portar la ghirlanda? Al collo come portano la catena gli usurai
    o a tracolla come la sciarpa d'un ufficiale? In qualche modo la dovete
    portare perch il principe ha conquistato la vostra Ero.
    CLAUDIO: Se la goda.
    BENEDETTO:  Avete  parlato da buon bovaro,  a questo modo si vendono i
    tori.  E voi v'aspettavate che il principe vi avrebbe servito a questo
    modo?
    CLAUDIO: Per favore, lasciatemi.
    BENEDETTO:  Oh,  ora  picchiate come il cieco: v'ha rubato la carne il
    ragazzo, e voi date botte al palo.
    CLAUDIO: Se non volete lasciarmi voi, vi lascer io.
    (Esce).
    BENEDETTO: Ahim, povero germano ferito, ora si butter nel giuncheto.
    Ma che madonna Beatrice mi debba conoscere e non conoscere! Il buffone
    del principe!  Ah!  Pu darsi che mi si dia questo titolo  perch  son
    cos lieto;  s,  ma cos faccio torto a me stesso,  non  cosi che mi
    stimano:  il basso,  l'amaro animo di Beatrice a  cui  pare  d'essere
    tutto  il  mondo  e  fa  circolare  su me questa voce.  Gi,  ma io mi
    vendicher come posso.
    (Rientrano DON PEDRO, ERO e LIONATO).
    DON PEDRO: Ed ora, signore, dov' il conte? l'avete veduto?
    BENEDETTO: In fede mia,  mio signore,  ho fatto con lui la parte della
    Fama;  l'ho trovato qui tetro come un capanno in una riserva di caccia
    e gli ho detto,  e mi pare di avergli  detto  la  verit,  che  Vostra
    Grazia  si  conquistata i favori di questa signora,  e gli ho offerto
    la mia compagnia per  andar  sotto  un  salice:  sia  per  fargli  una
    ghirlanda  da  amante  abbandonato,  sia per fabbricargli un fascio di
    verghe, visto che  degno d'esser frustato.
    DON PEDRO: D'esser frustato? E che ha commesso?
    BENEDETTO: Proprio la colpa  che  commetterebbe  uno  scolaretto  che,
    felicissimo  di  aver  trovato  un bel nido,  lo fa vedere all'amico e
    costui se lo ruba.
    DON PEDRO: E tu consideri il fidarsi una colpa? La colpa  del ladro.
    BENEDETTO: Eppure non sarebbe stato male se si fosse fatta la verga, e
    anche la ghirlanda;  la ghirlanda avrebbe potuto mettersela lui  e  la
    frusta tenerla per voi,  che,  a quel che sembra,  avete rubato il suo
    nido d'uccellini.
    DON PEDRO: Io non far che insegnar loro a cantare,  e li  render  al
    proprietario.
    BENEDETTO: Se il loro canto risponder al vostro dire, davvero parlate
    onestamente.
    DON  PEDRO:  La  signora  Beatrice    in  collera contro di voi: quel
    signore che ha ballato con lei le ha detto che la trattate assai male.
    BENEDETTO: Oh,  mi ha dato pi stoccate che non  ne  sopporterebbe  un
    ceppo!  Una  querce,  che  avesse avuto una foglia verde soltanto,  le
    avrebbe risposto: la mia stessa maschera cominciava  a  prendere  vita
    per bisticciarsi con lei.  Mi ha detto, senza saper che ero io, che io
    ero il buffone del principe,  che  ero  pi  noioso  del  disgelo,  ha
    ammucchiato  bottata  su bottata contro di me con tanta insopportabile
    destrezza che mi pareva di star l a far da quintana a  un  reggimento
    di arcieri.  Le sue parole son pugnali e ognuna tocca: se il suo fiato
    fosse terribile come i suoi termini,  non ci sarebbe modo  di  viverle
    accanto,  ch l'aria sarebbe appestata fino alla stella polare. Non me
    la sposerei nemmeno se avesse tutte le grazie che Adamo ha perduto col
    primo fallo: avrebbe costretto Ercole a far  girare  lo  spiedo,  anzi
    anche  a fargli spaccar la sua clava per accendere il fuoco.  Su,  non
    parlate di lei,  vedreste che  l'infernale Ate in veste di  gala.  Io
    vorrei   che  qualcuno  che  sa  il  latino  l'esorcizzasse,   perch,
    certamente,  finch  essa  sta  qui,   all'inferno  ci  si  deve  star
    tranquilli  come  in  un  santuario e la gente potrebbe fare apposta a
    peccare proprio per andarci, tanto i guai, gli orrori e gli affanni la
    seguono.
    DON PEDRO: Attenti: eccola.
    (Rientrano CLAUDIO e BEATRICE).
    BENEDETTO: Vostra Grazia vuol mandarmi per qualche servizio in capo al
    mondo?  Ora me ne andrei volentieri agli antipodi per  la  pi  futile
    incombenza  che  vi  venisse  in mente di affidarmi.  Vi riporter uno
    stuzzicadenti dal  pi  remoto  cantuccio  dell'Asia;  vi  porter  la
    lunghezza  del piede del Prete Gianni;  vi porter un pelo della barba
    del Gran Can;  far qualsiasi  ambasciata  ai  Pigmei,  piuttosto  che
    scambiar tre parole con quell'arpia. Non mi potete impiegare in nulla?
    DON PEDRO: In nulla; non desidero altro che la vostra buona compagnia.
    BENEDETTO: O Dio,  messere, ecco una pietanza che non mi piace: io non
    posso sopportare Madonna Lingua.
    (Esce).
    DON PEDRO: Venite,  signora,  venite;  voi avete perduto il cuore  del
    signor Benedetto.
    BEATRICE: Veramente, mio signore, costui me lo prest per un po' ed io
    glie  n'ho  dato  il  frutto!  Due cuori per il suo solo: e poi se l'
    rivinto coi dadi falsati.  Vostra Grazia potrebbe ben  dire  che  l'ho
    perduto.
    DON PEDRO: L'avete messo sotto, signora l'avete messo sotto.
    BEATRICE: Non vorrei davvero che lo facesse lui a me, mio signore, per
    paura di diventar madre di stupidi. Ho portato con me il conte Claudio
    che mi avevate mandato a cercare.
    DON PEDRO: Oh, cos' successo, conte? Come mai siete triste?
    CLAUDIO: Non triste, signore.
    DON PEDRO: Che allora? Malato?
    CLAUDIO: Nemmeno, signore.
    BEATRICE: Il conte non  n triste n malato;  n lieto n sano;  ma 
    come il Conte Verde,  verde come un limone,  e un po' del color  della
    gelosia.
    DON  PEDRO:  Davvero,  signora,  la vostra descrizione mi pare giusta,
    bench, se  cos, lo giuro, le sue idee son false. Via,  Claudio,  io
    l'ho  corteggiata  in  tuo  nome e la bella Ero  gi conquistata,  ho
    parlato con suo padre e il suo consenso  ottenuto: stabilisci la data
    del matrimonio e che Dio ti dia gioia !
    LIONATO: Conte,  abbiatevi da me mia figlia e con essa le mie fortune:
    Sua Grazia ha combinato l'unione, e che la Grazia infinita dica amen.
    BEATRICE: Parlate, conte,  la vostra battuta.
    CLAUDIO:  Il  pi perfetto araldo della felicit  il silenzio;  sarei
    ben poco felice se potessi dire quanto  lo  sono.  Signora,  come  voi
    siete  mia,  io  son  vostro:  io  do  me stesso e prendo voi e questo
    scambio m'inebria.
    BEATRICE: Cugina,  sta  a  voi,  ma  se  non  vi  riesce  di  parlare,
    chiudetegli la bocca con un bacio e che non parli nemmeno lui.
    DON PEDRO: Davvero, signora, voi avete il cuore lieto!
    BEATRICE: S,  mio signore,  ed io lo ringrazio, poveretto, di sapersi
    mettere sopravvento all'affanno. Mia cugina gli dice in un orecchio di
    averlo nel cuore.
    CLAUDIO: Mi dice proprio questo, cugina.
    BEATRICE: Mio Dio, un altro parente! Cos ognuno s'accasa,  ma non io:
    io  ho  la pelle fosca e posso ritirarmi in un canto e gridare: "Madre
    mia, dammi marito".
    DON PEDRO: Madonna Beatrice, io vi creer l'occasione di trovarne uno.
    BEATRICE: Vorrei piuttosto averne uno creato da vostro padre.  Non  ha
    Vostra  Grazia  un  fratello  che la somigli?  Vostro padre cre degli
    eccellenti mariti, solo che una ragazza li potesse avvicinare.
    DON PEDRO: Signora, volete me?
    BEATRICE: No, mio signore,  a meno che non ne possa avere un altro per
    i  giorni  di  lavoro.  Vostra  Grazia  un vestito troppo costoso per
    metterlo tutti i giorni. Ma io prego Vostra Grazia di volermi scusare,
    io son nata per dir delle facezie senza costrutto.
    DON PEDRO: Il vostro silenzio   la  cosa  che  pi  m'offenderebbe  e
    l'esser  lieta    la cosa che pi vi si conf;   fuori di dubbio che
    siete nata in un'ora allegra.
    BEATRICE: No: certo,  signore,  mia madre gridava di dolore,  ma  pure
    c'era una stella che ballava e sotto quella son nata.  Cugini, che Dio
    vi dia gioia!
    LIONATO: Nipote, volete badare a quelle cose che vi ho detto?
    BEATRICE: Vi domando perdono, zio. Col permesso di Vostra Grazia.
    (Esce).
    DON PEDRO: Su1 mio onore, una ragazza spiritosa.
    LIONATO: Di malinconia ce n' poca in lei, mio signore;  non sta seria
    che quando dorme,  e neanche allora, perch mia figlia mi ha detto che
    spesso se sogna qualcosa di triste si sveglia da s colle risa
    DON PEDRO: Non pu sopportare che le si parli di marito.
    LIONATO: Oh, in nessun modo; prende tanto in giro i suoi corteggiatori
    che li fa smettere.
    DON PEDRO: Sarebbe un'eccellente moglie per Benedetto.
    LIONATO: Per l'amor di  Dio,  signore,  non  sarebbero  sposi  da  una
    settimana che si farebbero uscir di senno a forza di parlare.
    DON  PEDRO:  Conte  Claudio,  quando  intendete  che  il matrimonio si
    celebri?
    CLAUDIO: Domami,  mio signore;  il tempo va colle grucce fino a quando
    l'amore non ha avuto la sua celebrazione.
    LIONATO:  Non fino a luned,  figlio mio,  che  appunto di qui a otto
    giorni;  ed  anche un tempo troppo breve per aver tutte  le  cose  in
    ordine come voglio io.
    DON PEDRO: Via,  via,  quest'indugio vi fa scuotere il capo;  ma io vi
    garantisco,  Claudio,  che intanto non ci annoieremo  affatto.  Voglio
    compiere nel frattempo una delle fatiche d'Ercole, voglio cio portare
    il  signor  Benedetto  e  madonna  Beatrice  al  punto  di volersi una
    montagna di bene.  Mi piacerebbe tanto  combinar  quell'unione  e  non
    dubito di riuscivi, soltanto che voi tre mi diate quell'assistenza che
    vi chieder.
    LIONATO: Signor mio, contate su di me, dovesse costarmi dieci notti di
    veglia.
    CLAUDIO: E su di me, mio signore.
    DON PEDRO: E anche su di voi, mia bella Ero?
    ERO: Far tutto quel che non sia disdicevole,  signore, per dare a mia
    cugina un bravo marito.
    DON PEDRO: E Benedetto non  poi il peggior marito che io mi  conosca.
    Questo  posso dire a sua lode:  di animo nobile,  di provato valore e
    di indubbia onest.  Vi insegner  io  ad  disporre  vostra  cugina  a
    innamorarsi  di  lui,  e  io,  se  voi due mi aiutate,  sapr talmente
    manipolar Benedetto che ad onta  del  suo  spirito  agile  e  del  suo
    stomaco schizzinoso s'innamorer di Beatrice.  E se noi ci riusciremo,
    l'arciere non sar pi Cupido,  n sua la gloria: saremo noi gli unici
    di  dell'amore.  Venite  dentro  con  me  e  vi esporr il mio piano.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - La stessa.

    (Entrano DON GIOVANNI e BORRACCIO).
    DON GIOVANNI: E  cos:  il  conte  Claudio  sposer  la  figliuola  di
    Lionato.
    BORRACCIO: S, mio signore, ma io posso impedirglielo.
    DON GIOVANNI: Ogni impaccio,  ogni ostacolo,  ogni impedimento sarebbe
    un balsamo per me: io sono ammalato d'odio verso di lui,  e  qualunque
    cosa  vada  contro  i  suoi  desideri  viene d'accordo coi miei.  Come
    potresti impedire il matrimonio?
    BORRACCIO: Non certo onestamente,  mio signore,  ma cos  copertamente
    che nessuna disonest apparir in me.
    DON GIOVANNI: Dimmi come e fa' presto.
    BORRACCIO:  Forse ho gi detto a Vostra Signoria,  un anno fa,  che io
    godo i favori di Margherita, la damigella di compagnia di Ero.
    DON GIOVANNI: S, mi ricordo.
    BORRACCIO: A qualunque intempestiva ora della notte io posso dirle  di
    affacciarsi alla finestra della camera della sua padrona.
    DON  GIOVANNI:  E  che  c'  di  nuovo qui,  che possa far male a quel
    matrimonio?
    BORRACCIO: Il veleno sta  a  voi  mescolarcelo.  Andate  dal  principe
    vostro fratello, affrettatevi a dirgli che ha fatto torto al suo onore
    nello  sposare  l'illustre  Claudio - di cui avete grandissima stima -
    con una puttanella svergognata come Ero.
    DON GIOVANNI: E che prova potr portargli?
    BORRACCIO:  Prove  abbastanza  da  ingannare  il  principe,  da  ferir
    Claudio,  da  rovinare  Ero  e  da far morir Lionato.  Volete qualcosa
    d'altro?
    DON GIOVANNI: Pur di far loro un dispiacere tenterei qualunque mezzo.
    BORRACCIO: Andate dunque,  e trovatemi un momento adatto per  chiamare
    Don Pedro e il conte Claudio in disparte: dite loro che voi sapete che
    Ero  ama  me:  fingete  un  certo  zelo  tanto per il principe che per
    Claudio;  come qualmente - per l'amore che portate all'onore di vostro
    fratello  che  ha combinato il matrimonio,  e alla reputazione del suo
    amico che sta per farsi imbeccare con un simulacro di  vergine  -  voi
    avete  scoperto  tutto.  Senza  prove  stenteranno  a crederlo,  e voi
    offritegliene di cos verosimili come quella  di  veder  me  alla  sua
    finestra,  udir  me  chiamare  Ero  Margherita  e Margherita chiamarmi
    Claudio.  Portateli a questo spettacolo la notte prima del matrimonio,
    ch intanto io disporr le cose in maniera che Ero sia assente, e cos
    la  disonest  di  Ero  sembrer  tanto  verosimile che il sospetto si
    chiamer certezza e tutti i preparativi andranno a monte.
    DON GIOVANNI: Che tutto vada a finire il peggio possibile;  metter in
    pratica  il  tuo consiglio.  Sii astuto nel mandar avanti le cose e il
    tuo premio son mille ducati.
    BORRACCIO: Persistete nell'accusare,  e non mi far svergognare  dalla
    mia astuzia.
    DON GIOVANNI: Ora vado a informarmi della data del matrimonio.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Il giardino di Lionato.

    (Entra BENEDETTO con un ragazzo).
    BENEDETTO: Ragazzo!
    RAGAZZO: Signore?
    BENEDETTO: Sul davanzale in camera mia c' un libro,  portamelo qui in
    giardino.
    RAGAZZO: Son di gi qui, signore.
    BENEDETTO: Lo so che sei qui,  ma io vorrei che tu ci fossi ritornando
    di  l.  (il  Ragazzo  esce) Mi meraviglio assai che un uomo dopo aver
    visto quanto stupido  uno che consacra all'amore  le  sue  azioni,  e
    dopo  aver  anche riso di quelle vane scempiezze negli altri,  diventi
    l'oggetto della propria canzonatura innamorandosi lui: e tale  uomo  
    Claudio. Io l'ho conosciuto che non voleva sentire altra musica che il
    tamburo e il piffero, e ora preferisce il tamburino e la musetta; l'ho
    conosciuto che avrebbe fatto dieci miglia a piedi per vedere una bella
    armatura,  ed  ora  starebbe dieci notti sveglio a tagliarsi una nuova
    foggia di giustacuore.  Parlava chiaro e spiccio,  da uomo onesto e da
    soldato,  ed  ora  si  messo a parlare in punta di forchetta;  le sue
    parole sono un banchetto fantastico,  un piatto strano  dopo  l'altro.
    Dovr convertirmici anch'io e veder con tali occhi?  Non si sa mai, ma
    non  credo.  Non  posso  giurare  che  l'amore  non  mi  trasformi  in
    un'ostrica,  ma  posso  giurare  che  finch  non mi ha trasformato in
    un'ostrica non far mai di me un tale sciocco.  Una   bella,  grazie,
    sto bene,  una  saggia, grazie, sto bene, una  virtuosa, grazie, sto
    bene lo stesso; e finch tutte le grazie non sian riunite in una donna
    sola,  una donna non entrer nelle mie.  Ricca deve essere  di  certo,
    saggia  o non la voglio,  virtuosa o non la contratto,  bella o non la
    guardo, dolce o non me la lascio avvicinare,  graziosa o non le do una
    crazia; deve saper parlar bene, sonar meglio e poi i suoi capelli sian
    di  qualunque  colore che piace a Dio!  Ah,  ecco il principe e Messer
    Cupido... Mi nasconder nella pergola.

    (Entrano DON PEDRO, LIONATO, CLAUDIO e BALDASSARRE con dei Sonatori).

    DON PEDRO: Su, vogliamo sentir questa musica?
    CLAUDIO: S, mio buon signore;  che serata tranquilla!  sembra proprio
    che taccia per secondare l'armonia.
    DON PEDRO: Vi siete accorto dove s' nascosto Benedetto?
    CLAUDIO: Oh,  benissimo,  signore,  appena finita la musica, daremo il
    contentino alla volpe rimpiattata.
    DON PEDRO: Via, Baldassarre, vorremmo risentir la canzone.
    BALDASSARRE: Oh,  mio signore,  non obbligate questa  pessima  voce  a
    calunniar la musica pi d'una volta!
    DON  PEDRO: E' sempre una prova d'eccellenza il dissimulare la propria
    perfezione. Te ne prego, canta senza farti fare ancora la corte.
    BALDASSARRE: Se parlate di corte canter subito,  dato  che  spesso  i
    corteggiatori cominciano col corteggiare proprio quelle che non stiman
    degne; e tuttavia essi corteggiano e giuran d'amare.
    DON  PEDRO:  Su,  per  piacere,  canta,  o se vuoi sostenere ancora la
    discussione sostienila con le note.
    BALDASSARRE: Prima d'udir le mie note, notate che non c' una mia nota
    degna d'esser notata.
    DON PEDRO: Per capirlo ci vuol proprio la chiave!  Non gli   nota  n
    nota n nulla.
    BENEDETTO:  Oh,  divina  aria!  Ecco che la sua anima  rapita!  Non 
    strano che le minugia di una pecora tirino fuori l'anima dal corpo  di
    un uomo? Be', un corno per il mio gusto, in fin dei conti!
    BALDASSARRE (canta):
    CANZONE.

    Donne, non val la pena a sospirare,
    gli uomini furon sempre ingannatori,
    con un piede sul lido e l'altro in mare,
    mai furono fedeli ai loro amori.
    Non gemete, non piangete
    quando un uomo se ne va:
    sempre belle e sempre liete
    cantate invece un bel trallerall.
    Non cantate canzoni appassionate,
    non sospirate pene amare e doglie:
    le donne sempre furono ingannate
    dacch la primavera ebbe le foglie.
    Non gemete, non piangete
    quando un uomo se ne va:
    sempre belle e sempre liete
    cantate invece un bel trallerall.

    DON PEDRO: In fede mia, una buona canzone.
    BALDASSARRE: E un cattivo cantore, signor mio.
    DON PEDRO: No davvero. Tu canti abbastanza bene per un ripiego.
    BENEDETTO  (a  parte):  Se  fosse  stato un cane a ululare a quel modo
    l'avrebbero appiccato.  Dio  non  voglia  che  la  sua  vociaccia  non
    presagisca  sventura:  avrei  preferito  sentir  gracchiare  il corvo,
    qualunque malanno avesse potuto seguire.
    DON  PEDRO:  S,  benone.  Ehi,  Baldassarre  hai  capito?  Ti  prego,
    procuraci  dei  musicisti  eccellenti,  perch  domani  notte facciamo
    musica sotto la finestra della signora Ero.
    BALDASSARRE: I migliori che potr, mio signore.
    DON PEDRO:  Va  bene,  arrivederci.  (Baldassarre  esce)  Venite  qui,
    Lionato.  Cosa  mi  dicevate  oggi,  che  vostra  nipote  Beatrice era
    innamorata del signor Benedetto?
    CLAUDIO: Sotto sotto, l'uccello s' posato.  Non avrei mai creduto che
    quella signora si sarebbe mai innamorata d'alcuno.
    LIONATO: Nemmen io, ma la cosa pi bella  che sia andata a invaghirsi
    del  signor  Benedetto  quando,  in  tutto  il suo contegno apparente,
    sembrava invece che lo aborrisse.
    BENEDETTO (a parte): E' possibile? il vento tira da quella parte?
    LIONATO: In fede mia, signore, io non so che pensarne, se non che essa
    lo ama furiosamente:  cosa da sbalordire.
    DON PEDRO: Forse finge.
    CLAUDIO: E' pi che probabile.
    LIONATO: Dio mio!  fingere!  Non c' mai stata passione finta che  sia
    giunta  vicina  tanto alla vera vita della passione come quella di cui
    essa d segno.
    DON PEDRO: E che segni di passione d?
    CLAUDIO: Innescatelo bene quell'amo: il pesce abbocca.
    LIONATO: Che segni mio signore? Ella vi riman seduta...  (A Claudio) A
    voi mia figlia l'ha raccontato.
    CLAUDIO: Infatti.
    DON PEDRO: Come,  come?  Voi mi fate trasecolare. Avrei creduto che il
    suo spirito sarebbe stato invincibile contro gli assalti dell'amore.
    LIONATO: Anch'io,  mio signore,  l'avrei giurato  E  specialmente  nei
    riguardi di Benedetto.
    BENEDETTO  (a  parte):  Penserei  ad una beffa se non fosse uno con la
    barba bianca a dirlo.  La furfanteria non pu nascondersi sotto  tanta
    maest.
    CLAUDIO: Gli si  appiccicato il contagio, tenete duro.
    DON PEDRO: E l'ha fatto sapere il suo amore a Benedetto?
    LIONATO: No, e giura che non lo far mai. Questo  il suo tormento.
    CLAUDIO:  E'  vero.  Come  dice  la  vostra figliuola.  "Posso io dice
    Beatrice - dopo avergli dimostrato tanto disprezzo scrivergli ora  che
    l'amo?".
    LIONATO:  Cos  dice  lei quando comincia a scrivergli;  poich in una
    nottata si alza venti volte e resta seduta in veste da  camera  finch
    non ha coperta una pagina. Mia figlia ci racconta tutto.
    CLAUDIO: A proposito di coperta: mi ricordo di un bello scherzo che ci
    ha raccontato vostra figlia.
    LIONATO:  Quello  che  quando  ebbe  chiuso  la  lettera  e l'apr per
    rileggerla trov che sotto la  coperta  Beatrice  e  Benedetto  stavan
    piegati l'uno sull'altra?
    CLAUDIO: Quello.
    LIONATO:  Oh,  strapp  la  lettera in mille minuzzoli,  si rimprover
    d'esser stata cos immodesta da scrivere a chi  sapeva  che  l'avrebbe
    beffata.  "Lo misuro dal mio stesso spirito diceva anch'io lo befferei
    se mi scrivesse. Bench lo ami lo befferei".
    CLAUDIO: Dopo si butta in ginocchio, piange,  singhiozza,  si batte il
    petto, si strappa i capelli, prega, impreca: "Oh, Benedetto, amor mio!
    Oh Dio, datemi voi pazienza!".
    LIONATO:  Proprio  cos,  mia figlia me lo racconta: e questa frenesia
    l'ha tanto presa che mia figlia qualche  volta  ha  paura  che  faccia
    qualche atto disperato contro di s;  verissimo.
    DON  PEDRO:  Sarebbe  bene  che qualcuno lo dicesse a Benedetto se non
    vuol dirglielo lei.
    CLAUDIO: A che scopo? Lui se ne riderebbe e tormenterebbe anche di pi
    quella povera donna.
    DON PEDRO: Se lo facesse sarebbe un atto meritorio impiccarlo.  E' una
    carissima donna e fuor d'ogni sospetto virtuosa.
    CLAUDIO: Ed  oltremodo saggia.
    DON PEDRO: In ogni cosa, fuorch nell'amar Benedetto.
    LIONATO:  Oh,  signore!  Se la saggezza e la passione combattono in un
    cos tenero corpo,  abbiamo dieci prove contro una che la passione  la
    vince.  Mi dispiace per lei,  e ne ho ben ragione,  come suo zio e suo
    tutore.
    DON PEDRO: Io vorrei che avesse preso per me questa cotta. Avrei messo
    da parte ogni rispetto e avrei fatto di lei la mia met.  Vi prego  di
    dirlo a Benedetto e vediamo quello che dice lui.
    LIONATO: Sarebbe bene, che vi pare?
    CLAUDIO:  Ero pensa che di certo ne morr: perch ella dice che se lui
    non l'ama ne morr e che morr prima di fargli  sapere  che  l'ama,  e
    morr  se  lui le far la corte,  piuttosto che diminuire d'un ette la
    sua scontrosit consueta.
    DON PEDRO: Fa bene,  perch se  ella  gli  offrisse  il  suo  amore  
    probabile   che  la  disprezzerebbe:  voi  sapete  quanto  costui  sia
    sprezzante.
    CLAUDIO: E' per un uomo in gamba.
    DON PEDRO: Ha anche un aspetto piacente.
    CLAUDIO: Affediddio, a mio parere  anche saggio.
    DON PEDRO: Mostra infatti qualche favilla di buon senso.
    CLAUDIO: E poi lo ritengo un valoroso.
    DON PEDRO: Quanto Ettore: questo ve  l'assicuro:  e  nel  trattare  le
    brighe  voi  potete  dire  che   saggio,  poich o le scansa con gran
    discrezione o vi s'impegna con timor di Dio.
    LIONATO: Se ha timore di Dio,  per forza deve  amar  la  pace,  o,  se
    infrange la pace, dovrebbe entrare in una rissa con timore e spavento.
    DON  PEDRO: E cos fa Benedetto: perch timor di Dio ne ha molto,  per
    quanto da certi scherzi un po' liberi che suol fare qualche volta  non
    sembri. Bah, mi dispiace per vostra nipote. Si deve cercar Benedetto e
    dirgli di quest'amore?
    CLAUDIO: Mai, per carit, mio signore. Lasciate che questa passione si
    consumi da s col rifletterci.
    LIONATO: E' impossibile. Beatrice consumer prima il suo cuore.
    DON PEDRO: Va bene, sentiremo prima ancora vostra nipote: lasciamo che
    intanto questa cosa si raffreddi.  Io voglio bene a Benedetto e vorrei
    che egli si esaminasse senza orgoglio e s'accorgesse di quanto egli  
    indegno di una fanciulla cos buona
    LIONATO: Signore, vogliamo andare? Il pranzo  servito.
    CLAUDIO: Se dopo ci lui non diventa pazzo per lei,  non creder pi a
    me stesso.
    DON PEDRO: La stessa rete tendiamola a lei,  e questo sar compito  di
    vostra  figlia  e  della  sua  damigella:  il divertimento sar quando
    ognuno di loro creder che l'altro  impazzisca  per  lui  e  non  sar
    niente di tutto questo: quella  una scena che voglio godermi,  e sar
    una pantomima soltanto. Ora mandiamo Beatrice a chiamarlo a pranzo.
    (Escono Don Pedro, Claudio e Lionato).
    BENEDETTO (facendosi avanti): Non pu essere una beffa,  parlavan  sul
    serio:  la  verit  l'hanno  saputa  da Ero.  Sembra che a loro faccia
    compassione la donna, pare che il suo amore abbia pieno corso. Amarmi!
    ecco, bisognerebbe ricompensarla. Ho sentito come mi giudicano: dicono
    che mi comporterei da orgoglioso se mi accorgessi che l'amore  venisse
    da lei: dicono che piuttosto morrebbe che darmi un segno d'affetto. Io
    non  ho  mai  pensato a sposarmi,  ma non voglio mostrarmi orgoglioso;
    felici  coloro  che  intendono  parlar  male  di  s,   cos   possono
    correggersi.  Dicono che la ragazza  bella...   anche vero. Io posso
    testimoniare;  e virtuosa e non  posso  dire  il  contrario;  e  anche
    saggia,  se  non fosse che ama me: in fede mia questa non  una grande
    prova di spirito,  ma nemmen di follia,  perch  anch'io  m'innamorer
    pazzamente  di  lei.  Mi  daranno  addosso  forse con lazzi e stoccate
    perch tanto tempo ho inveito contro il matrimonio: ma che  l'appetito
    forse non cambia? Da giovani si  ghiotti di un piatto e da vecchi non
    lo  si  pu  soffrire.  E dovrebbero le facezie e le sentenze e simili
    proiettili  di  carta  lanciati  dal  cervello  distogliere  un   uomo
    dall'inclinazione del suo umore? No: crescete e moltiplicatevi: quando
    io  dicevo che sarei morto scapolo non credevo che sarei giunto in et
    da sposarmi.  Ecco Beatrice,  lode a Dio,  s che  bella!  Mi par  di
    scorgerle sul viso dei segni d'amore.
    (Entra BEATRICE).
    BEATRICE:  Contro  ogni mia volont mi si manda a pregarvi di venire a
    pranzo.
    BENEDETTO: Bella Beatrice,  vi ringrazio per  la  pena  che  vi  siete
    presa.
    BEATRICE:  Io  non  mi  son  presa pena per esser ringraziata,  pi di
    quanto non ve ne prendiate voi  a  ringraziarmi:  se  mi  fosse  stato
    penoso non sarei venuta.
    BENEDETTO: Allora avete preso piacere a questa imbasciata?
    BEATRICE: Quanto se ne potrebbe prendere sulla punta d'un coltello,  e
    soffocarci un cornacchino.  Ma,  signor mio,  voi non avete  appetito.
    State bene.
    (Esce).
    BENEDETTO:  Ah!  "Contro  ogni  mia  volont mi si manda a pregarvi di
    venire a pranzo";  qui c' un doppio senso.  "Io non mi son presa pena
    per  esser  ringraziata  pi  di  quanto  non  ve  ne  prendiate voi a
    ringraziarmi". Sarebbe come dire: ogni pena che io mi prenda per voi 
    leggera come un ringraziamento. Se io non mi impietosissi di lei sarei
    un malvagio;  se non l'amassi,  sarei un giudeo.  Mi procurer il  suo
    ritratto.
    (Esce).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - ll giardino di Lionato.

    (Entrano ERO, MARGHERITA e ORSOLA).
    ERO:  Oh,  Margherita,  vai  un  momento  in salotto che l ci saranno
    Beatrice,  il principe e Claudio a parlare: e bisbigliale all'orecchio
    che  io ed Orsolina siamo a passeggiare in giardino e non facciamo che
    parlare di lei.  Dille d'aver sorpreso le nostre parole e  pregala  di
    nascondersi sotto quel folto pergolato dove i caprifogli, maturati dal
    sole,  proibiscono  al  sole  d'entrare,  quasi  favoriti  che,  fatti
    orgogliosi da un principe,  levano il loro orgoglio contro  il  potere
    stesso che li ha nutriti: non esiter a nascondervisi per origliare la
    nostra conversazione.  Questo  il tuo compito,  fallo bene e lasciaci
    sole.
    MARGHERITA: La far venir subito: statene certa.
    (Esce).
    ERO: Ora, Orsola, quando Beatrice sar venuta,  noi passeggeremo in su
    e  in gi per questo viale e non parleremo che di Benedetto.  Tutte le
    volte che io lo nomino la tua parte  di lodarlo pi di quanto un uomo
    si sia mai meritato: e io intanto ti racconter quanto  Benedetto  sia
    infermo d'amore per Beatrice. Il malizioso strale del piccolo Cupido 
    fatto cos: a sentir parlar soltanto, ferisce.
    (Entra BEATRICE dal dietro).
    E  ora  comincia,  perch Beatrice viene saltellando rasente al suolo,
    come una pavoncella, a sentire i nostri discorsi.
    ORSOLA: La parte pi bella della pesca  vedere il pesce remare con le
    sue pinne dorate su per l'argentea corrente  e  ingordamente  divorare
    l'esca  insidiosa.  Cos  pescheremo  noi  Beatrice  che  gi ora si 
    nascosta fra i caprifogli: non abbiate paura  per  la  mia  parte  del
    dialogo.
    ERO: Avviciniamoci allora,  ch il suo orecchio non perda niente della
    dolce esca fallace  che  gli  abbiamo  apprestato.  (Avvicinandosi  al
    pergolato)  No,   Orsola,  davvero  lei    troppo  sdegnosa:  il  suo
    carattere, lo conosco,  ritroso e selvaggio come falcone laniere.
    ORSOLA: Ma siete sicuro che Benedetto ami cos perdutamente Beatrice?
    ERO: Cos dicono il principe e il mio fidanzato.
    ORSOLA: E vi hanno pregato di dirlo a lei, signora?
    ERO: Mi hanno pregato d'informarla di ci: ma io li ho persuasi che se
    essi vogliono bene a Benedetto  meglio che lo  convincano  a  lottare
    contro tale amore e far s che Beatrice non ne sappia mai nulla.
    ORSOLA:  E  perch?  Forse  che quel gentiluomo non si merita un letto
    cos pienamente fortunato quanto quello su cui giacer mai Beatrice?
    ERO: Oh,  dio d'amore!  Lo so bene che lui si merita tutto quello  che
    pu  essere  accordato ad un uomo!  Ma la natura non ha fabbricato mai
    cuore di donna di pi orgogliosa sostanza di quello  di  Beatrice.  Il
    disdegno  e  il  disprezzo le sfavillano in quegli occhi che spregiano
    tutto ci che guardano,  e il suo spirito si tiene in  tal  conto  che
    ogni  altra  cosa  le  sembra  dappoco.  Costei non pu amare n avere
    nessun senso o concetto dell'amore; ama troppo se stessa.
    ORSOLA: S, anch'io la penso cos: allora non sarebbe affatto bene che
    lei sapesse dell'amore di lui: ne riderebbe.
    ERO: Ecco, dite la verit. Io non ho mai visto uomo,  per saggio,  per
    nobile, per giovine e ben fatto che fosse, che costei non lo pigliasse
    a  rovescio: se era biondo,  ecco che diceva che costui avrebbe potuto
    esser sua  sorella;  se  era  bruno,  che  la  natura  disegnando  una
    caricatura  aveva lasciato cadere una macchia;  lungo,  era una lancia
    mal ferrata;  basso,  un cammeo inciso male;  se  parlatore,  era  una
    banderuola  che si moveva ad ogni vento;  se taciturno,  un ciocco che
    non lo smoveva nessuno. Cos rivolta ogni uomo dal verso brutto, e non
    concede mai alla verit e alla virt  ci  che  la  semplicit  ed  il
    valore si meritano.
    ORSOLA: Certo: una tale maldicenza non  commendevole.
    ERO: No, l'essere cos strambi e fuori dell'usuale com' Beatrice, non
    pu  essere  commendevole:  ma  chi  ha  il coraggio di dirglielo?  Se
    parlassi mi polverizzerebbe a forza di prendermi in giro;  mi  farebbe
    uscire  di  me  con  le  sue  risate,  mi  schiaccerebbe  sotto il suo
    sarcasmo.  Dunque che Benedetto,  come il fuoco sotto  la  cenere,  si
    consumi in sospiri. Che si logori pure dentro di s, sar sempre morte
    migliore che morir di ridicolo; che sarebbe come morir di solletico.
    ORSOLA: Ma provate un po' a parlarne a lei sentite quello che dice.
    ERO:  No,  preferisco  andare  da  Benedetto  e consigliarlo a lottare
    contro la sua passione.  Anzi,  vedrai che  inventer  qualche  onesta
    calunnia  per mettere in cattiva luce mia cugina: non si sa mai quanto
    una cattiva parola possa avvelenare un amore.
    ORSOLA: Oh, no! Non fate un tal torto a vostra cugina!  Non pu essere
    cos  priva di giudizio,  lei che  rinomata per avere tanto spirito e
    cos pronto,  da rifiutare un gentiluomo  cos  raro  come  il  signor
    Benedetto.
    ERO:  E'  il  primo uomo d'Italia,  sempre eccettuato il mio carissimo
    Claudio.
    ORSOLA: Vi prego,  non arrabbiatevi con me se vi dico il mio pensiero,
    signora,  ma il signor Benedetto,  per la persona, per portamento, per
    raziocinio e valore  il pi famoso di tutta Italia.
    ERO: Infatti ha una fama eccellente.
    ORSOLA: Se l' guadagnata con la sua eccellenza, prima di averla...  E
    quand' che sarete sposata, signora?
    ERO: Gi...  tutti i giorni,  da domani.  Vieni, rientriamo: ti voglio
    mostrare alcuni abbigliamenti per consigliarmi  con  te  su  quale  mi
    andr meglio per domani.
    ORSOLA: State certa che s' impaniata, signora, l'abbiamo presa.
    ERO:  Se    cos,  allora l'amore va a caso e Cupido ammazza qualcuno
    colle frecce e qualcun altro con le tagliole.
    (Escono Ero ed Orsola).
    BEATRICE (facendosi avanti): Come mi fischiano le orecchie; e potrebbe
    esser vero? Dunque io sarei gi tanto condannata per il mio orgoglio e
    il mio dispregio? Addio dispregio, addio virginale orgoglio... nessuna
    gloria ce ne rimane appena voltate le spalle! E tu, Benedetto, seguita
    pure ad amare,  ch io  ti  ricambier  addomesticando  il  mio  cuore
    forastico  alla  tua  mano  amorosa,  e  se  tu  ami  davvero,  la mia
    arrendevolezza ti inciter a legare i nostri amori in un  sacro  nodo.
    Poich  se  gli altri dicono che tu lo meriti,  io lo credo pi per me
    che per gli altri.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Una stanza nella casa di Lionato.

    (Entrano DON PEDRO, CLAUDIO, BENEDETTO e LIONATO).
    DON PEDRO: Non rester che per assistere al vostro matrimonio: dopo me
    n'andr verso l'Aragona.
    CLAUDIO: Vi accompagner fin l, mio signore, se voi me lo permettete.
    DON PEDRO: No: sarebbe una tale macchia  nello  splendore  del  vostro
    matrimonio  come  mostrare  a  un  fanciullo  il  suo  abito  nuovo  e
    proibirgli d'indossarlo.  Solo  a  Benedetto  oser  chiedere  la  sua
    compagnia, perch dalla punta della testa alla suola dei piedi  tutto
    allegria:  ha spezzato gi due o tre volte la corda dell'arco a Cupido
    e il piccolo carnefice non osa tirargli.  Ha il cuore  sano  come  una
    campana  e  la sua lingua ne  il battaglio,  perch quello che il suo
    cuore pensa, la lingua lo dice.
    BENEDETTO: Signori, non son pi quello che ero.
    LIONATO: Mi pareva: forse siete pi triste.
    CLAUDIO: Io spero che sia innamorato.
    DON PEDRO: Appiccalo il vagabondo! Non c' in lui goccia di sangue che
    possa veramente invaghirsi. Se  triste vuol dire che non ha denari.
    BENEDETTO: Mi fa male un dente.
    DON PEDRO: Traetevelo.
    BENEDETTO: Appiccatelo!
    CLAUDIO: Prima impiccatelo e dopo traetelo.
    DON PEDRO: E come! Sospirate per il mal di denti?
    LIONATO: Dove non c' che dell'umore o un verme.
    BENEDETTO: Al dolore tutti sanno resistere fuorch chi ce l'ha.
    CLAUDIO: Eppure, io vi dico che  innamorato.
    DON PEDRO: Non c' in lui apparenza di passione,  a meno che  non  sia
    quella  passione  che  gli  presa per strane fogge,  come di vestirsi
    oggi all'olandese, domani alla francese, oppure alla moda di due paesi
    insieme, dalla vita in gi alla tedesca, tutto brache,  dai fianchi in
    su alla spagnola, senza giustacuore. A meno che non abbia una passione
    per queste sciocchezze,  come pare che egli abbia,  non  cos sciocco
    da appassionarsi, come lo vorreste fare apparire voi.
    CLAUDIO: Se costui non si  innamorato d'una donna,  non  c'  pi  da
    credere  agli antichi segni: tutte le mattine si spazzola il cappello;
    che significa questo?
    DON PEDRO: E' stato visto dal barbiere?
    CLAUDIO: No: ma il garzone del  barbiere    stato  visto  con  lui  e
    l'antico onor del suo mento  gi servito a imbottire palle da giuoco.
    LIONATO: Davvero che senza la barba sembra pi giovine.
    DON PEDRO: E si stropiccia con lo zibetto: ci non vi fa subodorare di
    che si tratti?
    CLAUDIO: Sarebbe come dire: il giovincello  innamorato.
    DON PEDRO: Ma il segno pi forte  la sua malinconia.
    CLAUDIO: E da quando in qua aveva l'abitudine di profumarsi la faccia?
    DON PEDRO: E di imbellettarsi, stando almeno a quello che si dice.
    CLAUDIO:  E il suo spirito faceto che s' rannicchiato in una corda di
    liuto e ora si lascia regolar dai tasti.
    DON PEDRO: Davvero tutto ci  depone  gravemente  contro  di  lui:  si
    concluda, si concluda, costui  innamorato.
    CLAUDIO: E per di pi io so anche chi s' innamorata di lui.
    DON  PEDRO: Questo anche a me piacerebbe saperlo;  di sicuro  una che
    non lo conosce.
    CLAUDIO: S, e nemmeno le sue qualit, e tuttavia muore per lui.
    DON PEDRO: Sar seppellita con la faccia all'ins.
    BENEDETTO: Ma tutto questo non  un rimedio per il mio mal  di  denti.
    (A Lionato) Signore,  volete appartarvi con me?  Ho meditato due o tre
    sagge parole da dirvi, che questi arlecchini non debbono udire.
    (Escono Benedetto e Lionato).
    DON PEDRO: Per la mia vita! Va a parlargli di Beatrice.
    CLAUDIO: Certo,  ma Ero e Margherita hanno gi fatto la loro parte con
    lei: sicch quando questi due orsi s'incontrano non si morderanno.
    (Entra DON GIOVANNI).
    DON GIOVANNI: Mio signore e fratello, Dio sia con voi.
    DON PEDRO: Buona sera, fratello.
    DON GIOVANNI: A vostro comodo vorrei parlare con voi.
    DON PEDRO: In privato?
    DON  GIOVANNI:  Se  vi  aggrada:  tuttavia  il conte Claudio pu udire
    perch quel che ho da dire lo riguarda.
    CLAUDIO: Che  successo?
    DON GIOVANNI  (a  Claudio):  Vossignoria  ha  intenzione  di  sposarsi
    domani!
    DON PEDRO: L'ha, come sapete.
    DON GIOVANNI: Non lo so, quando sapr quello che so io.
    CLAUDIO: Se vi sono degli impedimenti, io vi prego di rivelarmeli.
    DON GIOVANNI: Pu darsi che voi pensiate che io non vi voglia bene: di
    questo vedremo pi tardi, e giudicatemi meglio dopo quello che vi avr
    detto.  In  quanto a mio fratello credo che ve ne voglia e che proprio
    perch vi vuol bene,  vi abbia aiutato a mettere  in  atto  il  vostro
    prossimo matrimonio; per certo una corte mal rivolta e una fatica male
    impiegata.
    DON PEDRO: Come, che succede?
    DON GIOVANNI: Son venuto qui a dirvelo, e per sommi capi perch di lei
    se n' gi parlato anche troppo: la ragazza  infedele.
    CLAUDIO: Chi? Ero!
    DON GIOVANNI: Proprio lei, la Ero di Lionato, la vostra Ero, la Ero di
    tutti.
    CLAUDIO: Infedele?
    DON GIOVANNI: La parola  troppo buona per dipingere la sua malvagit:
    potrei usare una parola peggiore, ma cercate voi un titolo peggiore ed
    io  glielo  adatter.  Serbate  il  vostro  stupore a ulteriori prove;
    venite con me stasera e vedrete che  il  suo  balcone  viene  scalato,
    anche  stasera,  la  notte  prima  del  suo matrimonio.  Se allora voi
    l'amerete sempre,  sposatela pure domani ,ma si  concilierebbe  meglio
    con l'onor vostro il mutar d'opinione.
    CLAUDIO: Ma come pu essere?
    DON PEDRO: Non ci voglio credere.
    DON  GIOVANNI:  Se  voi  non  osate  credere a quello che vedete,  non
    parlate mai di ci che sapete: ma  se  vorrete  seguirmi  voi  vedrete
    abbastanza,  e  quando  avrete  udito  e veduto di pi,  regolatevi di
    conseguenza.
    CLAUDIO: Se stanotte io vedr tali cose per  cui  domani  non  dovessi
    sposarla  pi,  la  svergogner in piena chiesa nel momento stesso che
    avrei dovuto ammogliarmi.
    DON PEDRO: E io,  come l'ho corteggiata per te,  sar con te  a  farle
    onta.
    DON GIOVANNI: Io non voglio pi oltre screditarla, finch non avr voi
    come  testimoni:  sopportate  la  cosa freddamente fino a mezzanotte e
    lasciate che l'evento parli da s.
    DON PEDRO: Che giornata finita male!
    CLAUDIO: Che perversa contrariet!
    DON GIOVANNI: Che sventura impedita a tempo!  Cos  direte  anche  voi
    quando avrete veduto il seguito.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una strada.

    (Entrano SANGUINELLO e AGRESTO con la Ronda).
    SANGUINELLO: Siete voi uomini bravi ed onesti?
    AGRESTO: Certamente,  altrimenti sarebbe un peccato che essi dovessero
    soffrire redenzione, anima e corpo.
    SANGUINELLO: Anzi, sarebbe una pena troppo lieve per loro, se avessero
    in s un'oncia di lealt,  dacch sono stati scelti a formare la ronda
    del principe.
    AGRESTO: Bene, date loro la consegna, compare Sanguinello.
    SANGUINELLO:  Prima  di  tutto chi credete che sia il pi immeritevole
    d'essere ufficiale della pace?
    PRIMA GUARDIA: Ugo Pizza,  messere,  o Giorgio  Carbone,  poich  loro
    sanno leggere e scrivere.
    SANGUINELLO: Venite qui, compare Carbone. Dio vi ha fatto la grazia di
    un buon nome: aver bell'aspetto  dono della Fortuna, ma saper leggere
    e scrivere  dono della natura.
    SECONDA GUARDIA: E queste due cose, messer caporale...
    SANGUINELLO:  Le  avete:  sapevo gi la vostra risposta.  Be',  per la
    vostra faccia,  messere,  ringraziatene Dio e non  menatene  vanto;  e
    quanto  al  saper  leggere  e scrivere tirateli fuori quando di queste
    vanit non ce n' affatto bisogno.  Si pensa qui che voi siate  l'uomo
    pi dissennato e adatto a far da ufficiale nella ronda, quindi portate
    voi  la lanterna.  Questa  la vostra consegna: voi dovete comprendere
    tutti i vagabondoli;  e voi ingiungerete a ogni passante di  fermarsi,
    in nome del principe.
    SECONDA GUARDIA: E se uno non si volesse fermare?
    SANGUINELLO: Ecco,  non fateci attenzione,  lasciatelo andare, e tosto
    chiamate a raccolta il resto della ronda e ringraziate Dio di  esservi
    liberati di un malfattore.
    AGRESTO: Se non si ferma all'ordine non  un suddito del principe.
    SANGUINELLO:  Giusto,  e  costoro  non si debbono impicciar di nessuno
    fuorch dei sudditi del principe. Neanche dovete far rumore in istrada
    perch che la ronda chiacchieri e parli  oltremodo tollerabile  e  da
    non soffrirsi.
    SECONDA  GUARDIA:  Piuttosto che parlare dormiremo,  sappiamo i doveri
    della ronda.
    SANGUINELLO: Ecco,  voi parlate da guardia veterana  e  pacificissima,
    perch  io  non  riesco  a  vedere che male ci sia nel dormire.  State
    attenti soltanto che non vi rubino le picche.  Anche dovete  fare  una
    visita  a  tutte  le  taverne  e ordinare agli ubriachi di andarsene a
    letto.
    SECONDA GUARDIA: E se costoro non ci vanno?
    SANGUINELLO: E  allora  lasciateli  stare  finch  la  sbornia  non  
    passata;  se allora non vi danno miglior risposta potreste sempre dire
    che non sono coloro per cui li avevate presi.
    SECONDA GUARDIA: Va bene, messere.
    SANGUINELLO: E se incontrate un ladro voi potrete, in virt del vostro
    ufficio,  sospettarlo di non essere un  onest'uomo,  e  con  gente  di
    quella specie meno che vi ci immischiate o avete a che fare,  meglio 
    per la vostra onest.
    SECONDA GUARDIA: Ma se sappiamo che  un ladro, non dobbiamo mettergli
    le mani addosso?
    SANGUINELLO: Certamente, in virt del vostro ufficio voi lo potete, ma
    io penso che chi tocca la pece s'imbratta: il pi pacifico partito per
    voi, se mai prendete un ladro,   di lasciare che si mostri per quello
    che  e s'involi alla vostra compagnia.
    AGRESTO: Siete stato sempre giudicato un uomo misericordioso, collega.
    SANGUINELLO:  Certamente,  di  mia  volont  non  appiccherei un cane,
    figuratevi un uomo che abbia in s un po' di onest.
    AGRESTO: E se voi udite un bambino pianger la notte voi dovete chiamar
    la balia e ordinarle di farlo star zitto.
    SECONDA GUARDIA: E se la balia si  addormentata e non ci sente?
    SANGUINELLO: Allora andatevene con Dio,  e lasciate che il bambino  la
    svegli  da s a forza di piangere,  perch pecora che non sente il suo
    agnello che bela non risponde al vitello che mugge.
    AGRESTO: Anche questo  verissimo.
    SANGUINELLO: E cos la consegna  finita. Voi, caporale, rappresentate
    la persona del principe e se  incontrate  il  principe  la  notte  voi
    potete fermarlo.
    AGRESTO: Santa Vergine! io credo di no.
    SANGUINELLO:  Io  scommetto  cinque  scellini contr'uno,  con chiunque
    conosca gli statuti,  che pu fermarlo: non,  mio Dio,  se il principe
    non  vuole,  perch  la ronda non deve fare offesa a nessuno ed  fare
    offesa fermar qualcuno contro la sua volont.
    AGRESTO: Santa Vergine,  vero.
    SANGUINELLO: Ah, ah, ah! dunque,  signori miei,  buona notte,  e se ci
    fosse  qualcosa  di  serio  chiamate me: serbate il segreto dei vostri
    compagni ed il vostro, e buona notte. Andiamo, compare.
    SECONDA GUARDIA: Ecco, signori, avete udito la consegna: sediamoci qui
    sul banco alla porta della chiesa fino alle due, e poi tutti a letto.
    SANGUINELLO: Ancora una parola bravi compari.  Vi prego di sorvegliare
    la  porta  del signor Lionato,  perch domani si fa il matrimonio e ci
    sar gran confusione stanotte.  Addio e siate vegetanti.  Buona notte.
    (Escono Sanguinello e Agresto).

    (Entrano BORRACCIO e CORRADO).

    BORRACCIO: Ehi! Corrado!
    SECONDA GUARDIA (a parte): Zitti! Non vi movete!
    BORRACCIO: Ehi, Corrado!
    CORRADO: Eccomi, ti sto al gomito.
    BORRACCIO:  Santa  messa!  Mi  sentivo il gomito prudere,  pensavo che
    fosse una rogna!
    CORRADO: Ti risponder anche a questo; ma ora, su col tuo racconto.
    BORRACCIO: Avvicinati sotto questa tettoia, ch pioviggina, ed io,  da
    buon ubriaco, ti racconter tutto.
    SECONDA  GUARDIA  (a  parte):  Qualche  tradimento,  signori;  restate
    vicini.
    BORRACCIO: Sappi dunque che mi son  guadagnato  mille  ducati  da  Don
    Giovanni.
    CORRADO: E' possibile che ci siano delle furfanterie cos care?
    BORRACCIO:  Dovresti  domandare invece come sia possibile che ci siano
    delle furfanterie cos ricche;  perch quando i furfanti ricchi  hanno
    bisogno di quelli poveri, questi ultimi fanno il prezzo che vogliono.
    CORRADO: Mi meraviglio.
    BORRACCIO:  Vuol  dire  che  sei  novizio.  Tu sai che la foggia di un
    giustacuore, di un cappello o d'un mantello non fanno l'uomo.
    CORRADO: S, non  che un abito.
    BORRACCIO: Voglio dire la moda.
    CORRADO: S, la moda  la moda.
    BORRACCIO: S, tanto  dire che uno sciocco  uno sciocco! Ma non vedi
    che truffatore difforme  la moda?
    SECONDA GUARDIA (a parte): Lo conosco,  io,  codesto  Difforme:    un
    truffatore  che  son  sette  anni  che  ruba,  va  in  giro vestito da
    gentiluomo; il nome non me lo ricordo.
    BORRACCIO: Non hai sentito qualcuno?
    CORRADO: No,  la banderuola sul tetto.
    BORRACCIO: Non vedi, dicevo,  che truffatore difforme  la moda!  Come
    rimescola  il  sangue  di  tutte  le teste calde fra i quattordici e i
    trentacinque anni?  Qualche volta li veste come i soldati del  Faraone
    in  quelle  pitture  bisunte,  qualche  volta come i sacerdoti di Baal
    nell'antica vetrata della chiesa,  qualche volta come l'Ercole  tosato
    di  quello  sporco  arazzo  roso  dalle  tarme,  che  ha  la braghetta
    massiccia quanto la clava.
    CORRADO: Tutto questo lo vedo,  e vedo anche che la moda  consuma  pi
    abiti  dell'uomo.  Ma  non t' girata la testa anche a te con la moda,
    che ti sei mutato dal tuo racconto in un discorso sulla moda?
    BORRACCIO: No,  per niente;  sappi che stanotte ho fatto  la  corte  a
    Margherita,  la  cameriera  di  Ero,  chiamandola  Ero,  e  lei mi s'
    affacciata alla finestra della sua padrona,  mi ha dato mille volte la
    buona notte.  Te lo racconto male: dovrei prima dirti che il principe,
    Claudio e il mio padrone,  piantati l,  messi l e  istruiti  da  Don
    Giovanni  mio  padrone,  han visto da lontano in giardino questo dolce
    colloquio.
    CORRADO: E credevano che Margherita fosse Ero?
    BORRACCIO: Due lo credevano,  il principe e Claudio,  ma quel  diavolo
    del mio padrone sapeva che era Margherita; e cos, in parte per i suoi
    giuramenti  che li avevano messi su prima,  in parte per il buio della
    notte che li ingannava,  ma soprattutto  per  la  mia  ribalderia  che
    confermava  tutte  le calunnie di Don Giovanni,  Claudio se n' andato
    arrabbiatissimo,  giurando che domattina la  trover  in  chiesa  come
    hanno  fissato,  e  l,  dinanzi  a tutti i convenuti,  la svergogner
    dicendo quello che ha visto stanotte e la mander a casa senza marito.
    SECONDA GUARDIA: In nome del principe, vi arrestiamo: fermatevi.
    PRIMA GUARDIA: Chiamate l'illustre signor caporale: abbiamo  ricoperto
    la pi perniciosa ribaldria che sia mai avvenuta in tutto il paese.
    SECONDA GUARDIA: E' un certo Difforme  uno di loro,  lo riconosco dal
    ciuffo che pende come una toppa sulla fronte.
    CORRADO: Signori, signori...
    SECONDA GUARDIA: E dovrete tirar fuori il Difforme, ve lo dico io.
    PRIMA GUARDIA: Non parlate: vi arrestiamo. Vi obbediamo di seguirci.
    BORRACCIO: Saremo una merce costosa,  se queste picche  si  mettono  a
    picca per averci.
    CORRADO:  Sarebbe  meglio  risponder  picche  e andarcene.  Ma su,  vi
    obbediremo.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - L'appartamento di Ero.

    (Entrano ERO, MARGHERITA e ORSOLA).
    ERO: Orsola, sveglia mia cugina Beatrice e pregala di alzarsi.
    ORSOLA: Subito, signora.
    ERO: E pregala di venir qui.
    ORSOLA: Benissimo.
    (Esce).
    MARGHERITA: Davvero mi pareva che l'altra goletta vi stesse meglio.
    ERO: No, lasciami fare, buona Ghita, porter questa.
    MARGHERITA: In fede mia non  cos bella,  vi garantisco che  lo  dir
    anche vostra cugina.
    ERO:  Mia  cugina   una sciocca e tu un'altra: io non voglio mettermi
    che questa.
    MARGHERITA: Mi piacerebbe moltissimo  quella  nuova  acconciatura,  l
    dentro,  se i capelli fossero un'idea pi scuri, e la vostra veste poi
     di foggia rarissima davvero.  Ho  visto  quella  della  duchessa  di
    Milano che  tanto lodata.
    ERO: Oh, quella  meravigliosa, dicono.
    MARGHERITA:  Oh,  non    che  una  veste  da camera in confronto alla
    vostra: teletta d'oro,  con  trinci,  e  guarnita  d'argento,  con  le
    maniche,  le  soprammaniche e la gonna tutte ornate di perle sostenute
    giro giro da liste di tcca azzurra; ma per grazia,  bellezza e novit
    di foggia la vostra vale la sua dieci volte.
    ERO: Oh Dio, datemi la gioia di portarla! perch ho il cuore oltremodo
    oppresso.
    MARGHERITA: Fra poco lo sar di pi, con il peso di un uomo.
    ERO: Che dici! Ma non ti vergogni?
    MARGHERITA:  Di  che  cosa,  signora?  di parlare onoratamente?  Ma il
    matrimonio non  onorato anche in un mendicante? E il vostro sposo non
     onorato anche senza matrimonio?  Penso che voi volevate che dicessi:
    "di un marito,  con buon rispetto parlando", ma se un pensiero cattivo
    non distorce un discorso sincero,  io non faccio offesa a nessuno: c'
    niente  di  male in "pi peso per via del marito"?  No,  credo,  se il
    marito  quello della moglie e viceversa: altrimenti  leggero  e  non
    pesante... domandatelo a madonna Beatrice che viene.
    (Entra BEATRICE).
    ERO: Buon giorno, cugina.
    BEATRICE: Buon giorno, mia diletta Ero.
    ERO: Come, come... perch quel tono cos afflitto?
    BEATRICE: Io son fuori di ogni altro tono, mi pare...
    MARGHERITA:  Allora  attaccate  "Amor  leggero"  che non ha bisogno di
    bordone: voi lo cantate e io lo ballo.
    BEATRICE: S, voi siete leggera a muover le gambe!  Sicch,  se vostro
    marito  ha  piantagioni,  voi  farete  in  modo  che  non gli manchino
    rampolli.
    MARGHERITA: O che illazione illegittima!  Io me  la  prendo  di  sotto
    gamba!
    BEATRICE:  Sono quasi le cinque,  cugina,  sarebbe tempo che voi foste
    pronta... Davvero sto proprio male! Oh, oh!
    MARGHERITA: Per un vestito, per un candito, o per un marito?
    BEATRICE: Per il mio cuore che, come quelle tre cose,  "ito".
    MARGHERITA: Ecco,  se non  vero che vi siete fatta turca voi,  non si
    potr pi navigare nemmeno con la stella polare.
    BEATRICE: Che vuol dire quella pazzerella?
    MARGHERITA:  Nulla,  ma  che Dio esaudisca a ciascuna il desiderio del
    suo cuore.
    ERO: Questi guanti che mi ha mandato  il  conte  hanno  un  eccellente
    profumo.
    BEATRICE: Ho il naso tappato, cugina, non sento gli odori.
    MARGHERITA: Vergine, e tappata! E' un bell'infreddare codesto!
    BEATRICE: O Dio aiutami! Da quando in qua fate dello spirito?
    MARGHERITA:  Da quando avete smesso voi: ch il mio spirito non mi sta
    bene?
    BEATRICE: Non si vede abbastanza, ve lo dovreste mettere sul cappello.
    Davvero mi sento male.
    MARGHERITA: Prendete dell'essenza di cardo benedetto e mettetevela sul
    cuore,  quello che ci vuole per la nausea.
    ERO: Cos la punzecchi, con quel cardo.
    BEATRICE: Benedetto,  perch Benedetto?  c'  un  senso  recondito  in
    questo Benedetto!
    MARGHERITA: Senso recondito! no, in fede mia, non c' senso recondito:
    volevo dire solamente il cardo santo.  Voi potete anche credere che io
    creda che voi siate  innamorata:  no,  Santa  Vergine,  non  son  cos
    sciocca  da credere quello che desidero,  n desidero di credere tutto
    quello che  posso,  n  invero  potrei  credere,  quand'anche  volessi
    esaurire  tutta  la  credulit del mio cuore a forza di voler credere,
    che voi siete o sarete o  potete  essere  innamorata.  Tuttavia  anche
    Benedetto era un altro di questi e ora  un uomo come tutti gli altri:
    giurava  di  non volersi sposare mai e ora,  a dispetto del suo cuore,
    mangia la  sua  zuppa  senza  brontolare.  Come  voi  possiate  essere
    convertita  non so,  ma mi pare che guardiate coi vostri occhi come le
    altre donne.
    BEATRICE: Ma di che passo va la tua lingua?
    MARGHERITA: Non con un falso galoppo.
    (Rientra ORSOLA).
    ORSOLA: Vogliate ritirarvi, signora: il principe, il conte,  il signor
    Benedetto,  Don  Giovanni  e  tutti  i cavalieri della citt vengono a
    prendervi per accompagnarvi in chiesa.
    ERO: Aiutatemi a vestirmi,  brava cugina,  brava Ghita,  brava Orsola,
    aiutatemi.
    (Escono).



    SCENA QUINTA - Un'altra stanza in casa di Lionato.

    (Entra LIONATO con SANGUINELLO e AGRESTO).
    LIONATO: Che volete da me, onesto vicino?
    SANGUINELLO: Diamine,  messere, vorrei mettervi a parte d'una cosa che
    vi decerne da vicino.
    LIONATO: Siate breve, per favore: voi vedete che il tempo mi manca.
    SANGUINELLO: Diamine, lo vedo, messere.
    AGRESTO: E' cos, infatti, messere.
    LIONATO: Dunque, amici miei?
    SANGUINELLO: L'ottimo Agresto, messere, va un po' fuor d'argomento;  
    vecchio,  messere,  e il suo senno non  cos ottuso,  come io, Dio ci
    aiuti, vorrei che fosse: per ha l'onest scritta in fronte.
    AGRESTO: S,  grazie a Dio,  sono onesto quanto qualunque uomo vivo al
    mondo, voglio dire un uomo che sia vecchio e non pi onesto di me.
    SANGUINELLO:  I  paragoni  sono  odorosi;  "pocas  palabras",  compare
    Agresto.
    LIONATO: Vicini voi siete tediosi.
    SANGUINELLO: Vostra Signoria si compiace di dir cos, ma noi non siamo
    che le povere guardie del duca, ma davvero, per conto mio, anche se il
    mio ingegno fosse tedioso come un re,  il cuore mi direbbe di  donarlo
    tutto a Vostra Signoria.
    LIONATO: Tutto il tedio su di me, eh?
    SANGUINELLO: S, e anche se fosse mille libbre di pi, perch io sento
    s  buona  reclamazione  sul  conto di Vossignoria quanta sul conto di
    qualunque altro mai per tutta la citt,  e bench io non  sia  che  un
    pover'uomo mi fa piacere il sentirlo.
    AGRESTO: Anche a me fa piacere.
    LIONATO: Io sentirei volentieri quello che avete da dirmi.
    AGRESTO: Diamine,  messere,  la nostra ronda, stanotte, ha acchiappato
    un paio di furfanti matricolati quant'altri mai in Messina,  salva  la
    presenza di Vossignoria.
    .SANGUINELLO:  E'  un  buon  vecchio,  messere,  ma non pu tenersi di
    chiacchierare perch, come dice il proverbio,  quando vengono gli anni
    il  cervello va via: Dio ci assista,  bisogna vedere per credere!  Ben
    detto, in verit, compare Agresto. Dio vede e provvede, e se due vanno
    su un cavallo,  uno deve star davanti e uno dietro.  Un'anima  proprio
    dabbene,  messere,  quant'altra mai ruppe pane,  aff. Dio sia lodato,
    tutti gli uomini non sono uguali, ahim, buon vicino mio!
    LIONATO: Infatti, compare, costui  troppo al di sotto di voi.
    SANGUINELLO: Dio d i suoi doni a chi gli pare.
    LIONATO: Debbo lasciarvi.
    SANGUINELLO: Una parola, messere,  la nostra ronda ha davvero compreso
    due  persone  circospette  e  vorremmo che fossero interrogate stamane
    alla presenza della Signoria Vostra.
    LIONATO: Interrogateli voi stessi e recatemene rapporto.  Ho molto  da
    fare, come vedete.
    SANGUINELLO: Saremo deficienti a interrogarli noi.
    LIONATO:   Bevetevi   un   bicchiere   di  vino  prima  di  andarvene:
    arrivederci.
    (Entra un Messaggero).
    MESSO: Signore, siete atteso per dare vostra figlia a suo marito.
    LIONATO: Vado da loro; son pronto.
    (Escono Lionato e il Messaggero).
    SANGUINELLO: Andate, amico, andate da Francesco Carbone e pregatelo di
    portare  la  penna  e  il  calamaio  alla   prigione;   ora   dobbiamo
    interrogatoriare quegli uomini.
    AGRESTO: E dobbiam farlo saggiamente.
    SANGUINELLO: Non faremo risparmio d'ingegno,  ve lo assicuro;  qui (si
    tocca la fronte) c' qualcosa che sconcerter qualcuno: voi basta  che
    preghiate   il   dotto   scrivano   di  mettere  in  carta  la  nostra
    scomunicazione, e ritroviamoci alle carceri.
    (Escono).



    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Una chiesa.

    (Entrano DON PEDRO, DON GIOVANNI, LIONATO,  FRATE FRANCESCO,  CLAUDIO,
    BENEDETTO, ERO, BEATRICE, e Persone del seguito).
    LIONATO:  Su,  Frate Francesco,  siate breve: solo la semplice formula
    del matrimonio, ed enumererete dopo i loro obblighi reciproci.
    FRATE: Voi, signore, siete venuto qua per sposare questa signora?
    CLAUDIO: No.
    LIONATO: Per essere  sposato  a  lei;  frate,  voi  siete  venuto  per
    sposarla.
    FRATE: Signora, voi siete venuta qua per essere sposata al conte?
    ERO: S.
    FRATE: Se qualcuno di voi due conosce qualche impedimento nascosto che
    si opponga alla vostra unione,  io vi ordino,  per l'anima vostra,  di
    manifestarlo.
    CLAUDIO: Ne conoscete qualcuno voi, Ero?
    ERO: Nessuno signore.
    FRATE: Ne conoscete alcuno voi, conte?
    LIONATO: Oso io rispondere per lui: nessuno.
    CLAUDIO: Oh, quello che non osano fare gli uomini!  quello che possono
    fare mai! quello che fanno ogni giorno e non sanno quello che fanno!
    BENEDETTO: Come?  delle interiezioni?  E allora alcune siano di gioia,
    come ah, ah, eh!
    CLAUDIO: Frate, un momento. Padre, con vostro permesso: voi volete con
    anima libera e senza alcuna costrizione darmi questa fanciulla  vostra
    figliuola?
    LIONATO: Cos liberamente, figliuolo, come Dio me l'ha data.
    CLAUDIO:  E  che  cosa  ho  io  da  darvi indietro il cui valore possa
    contraccambiare un dono cos bello e prezioso?
    DON PEDRO:. Niente, a meno che non le rendiate la figlia.
    CLAUDIO: Ottimo principe: voi mi  insegnate  una  nobile  gratitudine.
    Ecco,   Lionato,   riprendetevela  e  non  date  quest'arancio  marcio
    all'amico  vostro:  costei  dell'onore  non    che  il  simulacro   e
    l'apparenza.  Guardatela che arrossisce come una vergine! oh, di quale
    autorevolezza,  di quale  parvenza  di  verit  sa  vestirsi  l'astuto
    peccato!  Non  sembra  che quel sangue le salga alle guance testimonio
    modesto di ingenua virt?  Non giurereste voi tutti che la  vedete,  a
    quei  segni,  che  costei  vergine?  Non lo .  Costei gi conosce il
    calore di un letto lussurioso,  e il suo rossore non   innocenza,  ma
    colpa.
    LIONATO: Ma che dite, signore!
    CLAUDIO:  Dico che non la sposer,  che non unir la mia anima con una
    prostituta notoria.
    LIONATO: Mio caro signore,  se siete stato voi che provandola  abbiate
    vinto   la   resistenza   della  sua  giovinezza  e  disfatta  la  sua
    verginit...
    CLAUDIO: So gi quello che volete dire: se io l'avessi conosciuta, voi
    direste che essa abbracci me come suo marito e attenuereste  cos  il
    suo peccato d'anticipazione.  Ma no,  Lionato. Io non l'ho mai tentata
    con troppo libere parole,  non le ho  mai  mostrato  che  una  ingenua
    sincerit e un decente amore, come di fratello a sorella.
    ERO: E io vi sono apparsa il contrario?
    CLAUDIO: Bando all'apparenza!  Io voglio denunziarla.  Voi mi sembrate
    come Diana nella sua sfera;  casta come una gemma non ancora  fiorita;
    ma  nel  sangue siete pi impura di Venere e di quegli animali satolli
    che si infoiano di selvaggia lussuria.
    ERO: Ma il mio signore sta bene, che parla cos a vanvera?
    LIONATO: Buon principe perch non parlate?
    DON PEDRO: E che dovrei dire? Io mi sento disonorato a essermi dato da
    fare per legare il mio caro amico a una volgare bagascia.
    LIONATO: Queste cose son dette davvero, o sono in che sogno?
    DON GIOVANNI: Signore, sono dette; e sono cose vere.
    BENEDETTO: Questo non somiglia a un matrimonio, mi pare.
    ERO: Vere... oh Dio!
    CLAUDIO: Lionato,  son io qui?  questo   il  principe?    questo  il
    fratello  del principe?  e quello  il volto di Ero?  e i nostri occhi
    son nostri?
    LIONATO: S, tutto ci  cos; ma questo, che c'entra?
    CLAUDIO: Che io faccia una domanda soltanto a  vostra  figlia,  e  voi
    colla  vostra  naturale  paterna  autorit ordinatele di rispondere il
    vero.
    LIONATO: Te l'ordino come a mia figlia.
    ERO: Oh, Dio proteggetemi,  come sono assediata!  che interrogatorio 
    mai questo?
    CLAUDIO: Per far s che voi rispondiate veramente al vostro nome.
    ERO: E non  Ero? Chi mai pu macchiarlo di giusto rimprovero?
    CLAUDIO:  Diamine!  Ero pu farlo;  Ero pu macchiare la virt di Ero.
    Chi era quell'uomo che iernotte fra le dodici e l'una parlava con  voi
    alla vostra finestra? Su, se siete vergine, rispondete a questo.
    ERO: In non ho parlato con nessun uomo a quell'ora, signore.
    DON  PEDRO:.  Come!  Allora  voi  non  siete vergine.  Mi dispiace che
    dobbiate udir voi, Lionato, ma, sul mio onore io stesso, mio fratello,
    e  l'oltraggiato  conte,  l'abbiamo  veduta  e  sentita,   iernotte  a
    quell'ora, che parlava alla sua finestra con un manigoldo, che appunto
    da  quel licenzioso ribaldo che ,  ha gi confessato i turpi convegni
    che hanno avuti mille volte in segreto.
    DON GIOVANNI:. Basta, basta... non son cose da nominarsi nemmeno,  mio
    signore nemmen da parlarne. Non v' sufficiente castit nel linguaggio
    per poterle dichiarare senza offesa.  Cos,  vezzosa signora, mi duole
    della vostra cattiva condotta.
    CLAUDIO: Oh, Ero!  Quale Ero saresti mai stata se la met appena delle
    tue  grazie  esteriori fossero state conferite invece ai pensieri e ai
    consigli del tuo cuore! Ma addio,  tu che sei cos laida e cos bella!
    addio,  tu  pura empiet ed empia purezza.  Per te io serrer tutte le
    porte dell'amore;  il sospetto graver sui  miei  occhi,  muter  ogni
    bellezza in pericolo, le toglier per sempre la sua grazia.
    LIONATO: Non c' qui un pugnale che abbia una punta per me?
    (Ero sviene).
    BEATRICE: Oh, cugina, che avete? venite meno?
    DON  GIOVANNI:  Su,  andiamocene: son queste cose venute ora alla luce
    che le opprimono lo spirito.
    (Escono Don Pedro, Don Giovanni e Claudio).
    BENEDETTO: Come sta Ero?
    BEATRICE: Morta. pare... Zio,  aiuto!  Ero!  su,  Ero!  Zio...  Signor
    Benedetto! Frate Francesco!
    LIONATO: Oh fato! non ritrarre la tua pesante mano! La morte  la cosa
    migliore che possa desiderarsi a coprire la sua vergogna!
    BEATRICE: Su, cugina, su...
    FRATE: Coraggio, signora...
    LIONATO: Apre gli occhi?
    FRATE: S, perch non dovrebbe?
    LIONATO: Perch? Non grida ogni cosa terrena la sua vergogna? Pu essa
    negare  la  storia  che  il sangue le stampa in volto?  Oh,  Ero,  non
    vivere, non aprire i tuoi occhi,  perch se io credessi che tu non sai
    morir  subito,  che il tuo spirito fosse pi forte della tua vergogna,
    io stesso a soccorso dei tuoi rimorsi, attenterei alla tua vita.  E io
    che mi affliggevo di non aver che una figlia, ne rimproveravo la virt
    creativa della parca natura...  oh, che tu sola eri troppo! oh, perch
    ho avuto una figlia? Perch mi sei mai sembrata amabile? perch non ho
    io,  con mano caritatevole,  raccolto alla mia porta la prole  di  una
    mendica?  Cos  insozzata  e  macchiata  d'infamia: "Non  sangue mio-
    avrei potuto dire - la sua vergogna le viene dal suo seme ignoto".  Ma
     la mia,  la mia che ho amato,  la mia che ho avuto in pregio, la mia
    della quale ero orgoglioso tanto che io stesso non ero pi  mio  bens
    suo nel pregiarla...  ed ecco...  oh essa... essa  caduta in un pozzo
    d'inchiostro, tanto che il vasto mare non ha gocce d'acqua che bastino
    a mondarla,  n sale  che  basti  a  preservare  la  sua  turpe  carne
    corrotta.
    BENEDETTO:  Signore,  signore,  fatevi  cuore.  Per  me,  io sono cos
    fasciato di meraviglia da non saper cosa dire.
    BEATRICE: Oh, sull'anima mia, mia cugina  calunniata.
    BENEDETTO: Signora,  eravate voi la sua compagna  di  letto  la  notte
    scorsa?
    BEATRICE:.  No,  veramente no,  bench fino alla scorsa notte,  per un
    anno, io sia stata sua compagna di letto.
    LIONATO: Questo conferma! conferma...  e fa anche pi forte quello che
    gi era ferrato con cerchi di ferro. Avrebbero mentito i due principi?
    Avrebbe  mentito  anche  Claudio  che  pure tanto l'amava che parlando
    della turpitudine di lei la lavava con le sue lacrime? Via da lei!  Si
    lasci che muoia.
    FRATE:  Ascoltate  un poco anche me che,  solo,  son stato zitto tutto
    questo tempo,  e ho lasciato che la fortuna seguisse il suo corso.  Io
    badavo alla signora e ho notato che mille vampe di rossore le salivano
    al  volto,  e  che  mille innocenti pudori vestiti di candore angelico
    debellavano quelle vampe;  e negli occhi le appariva  una  fiamma  per
    bruciare  gli  errori  sostenuti da quei principi contro la sua onest
    virginale.  Dite pure che sono uno sciocco,  non fidatevi n dei  miei
    studi,  n  delle  mie  osservazioni  che  col sigillo dell'esperienza
    confermano il contenuto dei miei libri, non fidatevi n della mia et,
    n della mia dignit,  n  del  mio  ministero,  n  della  mia  sacra
    scienza,  se  questa  dolce  signora  non giace qui innocente sotto il
    morso di qualche errore.
    LIONATO: Non pu essere, frate.  Tu vedi che l'unica grazia che le sia
    rimasta    che  essa  non  vuole  aggiungere  lo  spergiuro  alla sua
    dannazione e che quindi non nega?  Perch vuoi coprire tu con la scusa
    quello che appare nella sua schietta nudit?
    FRATE: Signora, chi  quell'uomo per cui vi si accusa?
    ERO: Lo sanno quelli che mi accusano,  non io. Se io di qualsiasi uomo
    vivo so qualche cosa di pi di quello che non comporti  una  virginale
    modestia,  che  tutti  i  miei  peccati non trovino grazia!  Oh padre!
    provate voi che qualche uomo ha parlato con me a ora indebita,  o  che
    io ieri notte abbia scambiato parole con qualsiasi creatura,  e allora
    ripudiatemi, odiatemi, torturatemi a morte!
    FRATE: Vi  qualche strano inganno nei principi.
    BENEDETTO:  Due  di  loro  sono  l'onore  in  persona  e  se  il  loro
    discernimento  non    stato  fuorviato,  la  frode sta in Giovanni il
    bastardo la cui mente non s'affatica che a tramar delle infamie.
    LIONATO: Non lo so. Se di lei dicono il vero, queste mani la faranno a
    pezzi,  ma se essi oltraggiano l'onor suo anche il pi  orgoglioso  di
    loro  la  pagher cara.  Il tempo non ha ancora tanto inaridito questo
    mio sangue,  n la vecchiaia divorato il mio ingegno,  n  la  fortuna
    fatto strage delle mie sostanze,  n la mia cattiva vita mi ha privato
    di tanti amici,  che costoro non debbano trovare  forza  di  membra  e
    astuzia  di  mente,  e potenza di mezzi,  e scelta di amici,  talmente
    all'erta da sdebitarmi con loro interamente.
    FRATE:  Pazientate  un  poco  e  lasciatevi  ora  governare  dal   mio
    consiglio.  I  principi  hanno  lasciato  qui vostra figlia per morta,
    tenetela per qualche tempo celata e dite invece che  morta: fate gran
    mostra di lutto;  appendete funebri epitaffi sulla vostra antica tomba
    di famiglia, compite tutti quei riti che si convengono a un funerale.
    LIONATO: E dove andremo a finire? A che servir?
    FRATE:  Diamine,  questa finzione,  portata avanti bene,  muter,  nei
    riguardi di lei, la calunnia in rimorso,  e questo  gi qualche cosa.
    Ma  non  per  ci  che io penso a tale inusitato espediente: da questo
    travaglio spero nasca un pi gran risultato.  Morta nel momento stesso
    che  l'accusavano  -  come  noi  sosterremo  -  costei sar compianta,
    lamentata e scusata da chiunque lo sappia; perch cos accade: che non
    si apprezza il valore  di  quello  che  abbiamo  mentre  se  ne  gode;
    perdutolo  ne  sentiamo  la  mancanza,  ne  esageriamo  il pregio e vi
    ritroviamo quelle virt che il possesso non  voleva  mostrarci  quando
    quella  cosa  era  nostra.  E  cos succeder a Claudio: appena costui
    sentir che alle sue parole essa  morta,  il pensiero della  vita  di
    lei  si  insinuer dolcemente nelle sue meditazioni ed ogni leggiadria
    del vivo  corpo  di  lei  gli  ritorner  all'occhio  e  allo  sguardo
    dell'animo  vestita  di  un  abito  pi  prezioso,  pi  pungentemente
    delicata e pi piena di vita,  di quando essa  viveva.  Allora  costui
    pianger,  se mai l'amore gli aveva penetrato le viscere, e desiderer
    di non averla accusata,  no,  neppure  se  credesse  ancora  alla  sua
    accusa.  Fate  cos  e  non  dubitate  che la riuscita dar all'evento
    migliore fisionomia di quanto  io  non  possa  prospettarvi  ora  come
    probabile.  Ma  se  poi ogni nostra mira dovesse fallire,  non fallir
    questa: la creduta morte  di  lei  estinguer  lo  stupore  della  sua
    infamia,  e se la cosa non prenda una buona piega,  voi potrete sempre
    nasconderla in qualche chiostro remoto lontano da tutti gli occhi,  da
    tutte  le  lingue  ed  ingiurie:  cos  come meglio si addica alla sua
    reputazione ferita.
    BENEDETTO: Signor Lionato, lasciatevi consigliare dal frate,  e bench
    voi  sappiate quanto grandi siano l'intimit e l'affetto che mi legano
    al principe e a Claudio, sul mio onore mi occuper io di questo,  cos
    bene  e  cos  segretamente  e cos rettamente come la vostra anima si
    occuperebbe del vostro corpo.
    LIONATO: Tanto mi stempero dal dolore che  il  filo  pi  fragile  pu
    condurmi.
    FRATE: Saggio consenso: e ora,  via,  a mali estremi occorrono estremi
    rimedi. Venite, signora,  e morite per vivere: forse il giorno nuziale
     rimandato soltanto, abbiate pazienza e sopportate.
    (Escono tutti fuorch Benedetto e Beatrice).
    BENEDETTO: Signora Beatrice, avete pianto tutto il tempo?
    BEATRICE: S, e pianger ancora.
    BENEDETTO: Io non vorrei che faceste cos.
    BEATRICE: Non ne avete ragione, piango spontaneamente.
    BENEDETTO:  Io  tengo  per  fermo che alla vostra bella cugina  stato
    fatto un torto.
    BEATRICE: Oh, quanto meriterebbe di me l'uomo che la riabilitasse!
    BENEDETTO: C' qualche modo di mostrarvi tale amicizia?
    BEATRICE: Il modo  agevole, ma manca l'amico.
    BENEDETTO: Un uomo pu farlo?
    BEATRICE: E' ufficio da uomo, ma non  per voi.
    BENEDETTO: Non c' niente al mondo  che  io  ami  quanto  voi:  non  
    strano?
    BEATRICE: Tanto strano quanto una cosa che ignoro.  Sarebbe ugualmente
    possibile per me dirvi che  io  non  amo  nulla  quanto  voi;  ma  non
    credetemi;  tuttavia  non  mentisco...  non  confesso nulla,  non nego
    nulla. Mi dispiace di mia cugina.
    BENEDETTO: Per la mia spada, Beatrice, tu mi ami.
    BEATRICE: Non giurate e rimangiatevi le vostre parole.
    BENEDETTO: Giuro sulla mia spada che voi mi amate e la  far  mangiare
    io a chiunque sostenga che io non vi amo.
    BEATRICE: Non volete rimangiarvi le vostre parole?
    BENEDETTO:  Con nessuna salsa che ci possano inventar sopra.  Protesto
    che t'amo.
    BEATRICE: Ebbene dunque, che Dio mi perdoni!
    BENEDETTO: Di quale offesa, soave Beatrice?
    BEATRICE: Mi avete fermata in buon  punto;  stavo  per  protestare  di
    amarvi.
    BENEDETTO: E allora, fatelo con tutto il vostro cuore.
    BEATRICE:  Vi  amo  tanto  con  tutto il mio cuore che non me ne resta
    punto per protestare.
    BENEDETTO: Su, ordinami di far qualunque cosa per te.
    BEATRICE: Uccidi Claudio.
    BENEDETTO: Ah, no, per tutto il mondo intiero.
    BEATRICE: Uccidete me col negarmelo. Addio.
    BENEDETTO: Beatrice mia, aspetta....
    BEATRICE: Io me ne sono gi andata anche se son sempre qui: in voi non
    c' amore; su ve ne prego, lasciatemi andare.
    BENEDETTO: Beatrice...
    BEATRICE: Me ne voglio andare davvero.
    BENEDETTO: Ma prima dobbiamo far pace.
    BEATRICE: Voi osate pi facilmente fare pace con me che guerra col mio
    nemico.
    BENEDETTO: Claudio  tuo nemico?
    BEATRICE: Non si  dimostrato in sommo grado un ribaldo a  calunniare,
    dispregiare,  e  disonorare  una che m' parente?  Oh,  se io fossi un
    uomo! Come! prenderla in giro fino al giorno di prenderla in isposa, e
    dopo,  con pubblica accusa,  calunnia palese,  spietato rancore...  Oh
    Dio; se io fossi un uomo! Gli mangerei il cuore in piazza.
    BENEDETTO: Beatrice, stammi a sentire...
    BEATRICE: Lei parlar con un uomo alla finestra! Bella trovata!
    BENEDETTO: Senti, Beatrice...
    BEATRICE:  Oh  la  mia  dolce  Ero!  l'hanno calunniata,  oltraggiata,
    rovinata.
    BENEDETTO: Beatr...
    BEATRICE: Principi e conti!  Gi,  testimonianza principe,  accusa  da
    farne gran conto del mio Contin de' Confetti,  un damerino tutto bocca
    di dama, per certo! Oh, che per lui fossi io un uomo,  o che io avessi
    un amico che volesse esser uomo per me!  Ma la virilit s' stemperata
    in inchini,  il loro valore in complimenti,  e ora gli uomini non  son
    che  linguette gentiline: valoroso come Ercole  chi sa dire una bugia
    e giurarci sopra. Il mio desiderio non potr farmi essere un uomo,  ma
    il mio dolore sapr farmi morire da donna.
    BENEDETTO: Attendi. Beatrice mia. Per questa mano, giuro che t'amo.
    BEATRICE:  Usala  per  amor  mio  in  qualche  altro  modo che non per
    giurarci sopra.
    BENEDETTO: Tu credi sull'anima tua,  che il conte Claudio abbia  fatto
    torto a Ero?
    BEATRICE: S, quant' vero che ho pensiero e anima.
    BENEDETTO: Basta,  avete la mia parola; lo sfider. Vi bacio la mano e
    vi lascio.  Per questa  mano,  Claudio  me  la  pagher  cara;  e  voi
    giudicate  di me secondo quello che di me udrete.  Andate a confortare
    vostra cugina, io debbo dire che  morta. Addio.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Una prigione.

    (Entrano SANGUINELLO,  AGRESTO e il Chierico in  toga;  la  Ronda  con
    CORRADO e BORRACCIO).
    SANGUINELLO: Son presenti tutti i contenuti?
    AGRESTO: Oh! uno sgabello e un cuscino per il chierico!
    CHIERICO: Quali sono i detenuti?
    SANGUINELLO: Diamine, io e il mio collega.
    AGRESTO: Gi, sicuro, perch noi siamo tenuti a deporre le ricevute.
    CHIERICO: Ma quali sono i malfattori che debbono far deposizione?  Che
    compaiano davanti al bargello.
    SANGUINELLO: S,  diamine,  che mi compaiano davanti.  Amico  come  vi
    chiamate?
    BORRACCIO: Borraccio.
    SANGUINELLO: Per favore, scrivete, Borraccio. E voi, giovinotto?
    CORRADO: Io sono un gentiluomo, messere, e mi chiamo Corrado.
    SANGUINELLO: Scrivete, mastro gentiluomo Corrado. Signori, servite voi
    Iddio?
    CORRADO: e BORRACCIO: S, messere, lo speriamo.
    SANGUINELLO:  Scrivete  che essi sperano di servire Iddio,  e scrivete
    prima Iddio ch a Dio non piaccia che Iddio non dovesse andar prima di
    questi ribaldi!  Signori,   gi stato provato che voi non siete nulla
    di  meglio  che  furfanti  matricolati,  e  tra  poco  ci vorr poco a
    crederlo. Che dite in vostra difesa?
    CORRADO: Diamine, messere, che noi non lo siamo.
    SANGUINELLO: Un uomo di spirito meraviglioso,  state pur certo,  ma io
    ne  avr  ragione.  Venite  qui,  voi,  giovanotto,  una  parola in un
    orecchio: messere,  vi dico,  si pensa  che  voi  siate  dei  furfanti
    matricolati.
    BORRACCIO: Messere, ve lo ripeto non lo siamo.
    SANGUINELLO:  Va  bene,  fatevi  da  parte:  per  Dio,  si  sono messi
    d'accordo. Avete scritto che non sono?
    CHIERICO: Signor bargello,  questo non  il modo  d'interrogarli.  Voi
    dovete far venire la ronda e sapere di che li accusa.
    SANGUINELLO: Gi,  diamine, codesto  il modo pi labile. Venga avanti
    la ronda.  Signori,  io ve l'ordino in  nome  del  principe,  accusate
    questi uomini.
    PRIMA GUARDIA: Costui ha detto, messere, che Don Giovanni, il fratello
    del principe, era uno scellerato.
    SANGUINELLO:  Scrivete:  il  principe  Giovanni  uno scellerato Ecco,
    questo  pretto spergiuro dire che il fratello di un  principe    uno
    scellerato.
    BORRACCIO: Signor bargello.
    SANGUINELLO: Silenzio,  amico, ti prego. Ti prometto che la tua faccia
    non mi piace punto.
    CHIERICO: Lo avete sentito dir qualcos'altro?
    SECONDA GUARDIA: Diamine, che ha ricevuto mille ducati da Don Giovanni
    per accusare falsamente madonna Ero.
    SANGUINELLO: Pretto scasso se mai ce ne fu uno!
    AGRESTO: Per la messa,  proprio cos.
    CHIERICO: E che altro, compare?
    PRIMA GUARDIA: E che il conte Claudio, in seguito alle sue parole,  ha
    giurato di svergognare Ero davanti a tutti e non sposarla.
    SANGUINELLO: Oh furfante!  Ti condanneranno alla redenzione eterna per
    questo!
    CHIERICO: E che altro?
    GUARDIE: E' tutto.
    CHIERICO: E questo,  signori,   pi di quanto  non  possiate  negare.
    Stamattina il principe Giovanni  fuggito di nascosto,  Ero  stata in
    questo modo accusata, ripudiata proprio cos,  e dal dolore ne  morta
    improvvisamente.  Mettete le manette a questi uomini, signor ufficiale
    e portateli a casa di Lionato;  io andr avanti a mostrargli  il  loro
    interrogatorio.
    SANGUINELLO: Su, che siano ammantati.
    AGRESTO: Che lo siano, nelle mani.
    CORRADO: Via citrullo!
    SANGUINELLO: Dio m'assista! Dov' il chierico? Che scriva: l'ufficiale
    del principe  un citrullo; su, legateli! Bricconaccio!
    CORRADO: Via, siete un asino!
    SANGUINELLO: Non sospetti la mia posizione?  Non sospetti i miei anni?
    Oh, che ci fosse qui il chierico, a scrivere che io sono un asino!  Ma
    voi,  signori,  ricordatevi  che  io  sono  un  asino;  anche se non 
    scritto, non dimenticatevi che io sono un asino. No. Tu, ribaldo,  tu,
    sei  un  mostro di piet come sar provato da buona testimonianza.  Io
    sono un saggio, e quel che  di pi un ufficiale,  e quel che  di pi
    un  benestante,  e  quel  che   di pi anche un bel pezzo d'uomo,  il
    migliore di tutta Messina: e anche uno che sa di legge, vai vai, e che
     ricco abbastanza, vai vai,  e anche uno che ha avuto dei rovesci,  e
    ha due toghe ed  lindo della persona.  Portatelo via...  Oh, se fosse
    stato messo agli atti che io sono un asino!
    (Escono).


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Davanti alla casa di Lionato.

    (Entrano LIONATO e ANTONIO).
    ANTONIO: Vi ucciderete andando innanzi cos: non  da saggi  secondare
    a questo modo un dolore che  contro la vostra salute.
    LIONATO:  Smettila  coi  consigli  ti prego: cadono nelle mie orecchie
    inutili come l'acqua in uno staccio.  Non darmi consigli,  che  nessun
    consolatore mi blandisca l'orecchio,  a meno che non sia un tale i cui
    dolori si accordino coi miei. Menami un padre che abbia tanto amato la
    sua creatura,  la cui gioia in lei riposta sia stata distrutta come la
    mia  e  digli  che  sia  lui  a  parlarmi  di pazienza.  Misura la sua
    sofferenza  alla  lunghezza  e  all'ampiezza  della  mia  e   che   ci
    corrisponda metro a metro, e tanto a tanto, e dolore a dolore, in ogni
    lineamento,  ramificazione,  forma  ed  aspetto;  se un tal uomo potr
    sorridere e lisciarsi la barba e, patetico buffone! schiarirsi la gola
    quando dovrebbe gemere,  e rattoppare di proverbi  il  suo  dolore,  e
    ubriacare  la  sua  disgrazia  consumando sui libri la lucerna: menami
    costui e da lui imparer la pazienza. Ma un tale uomo non c', poich,
    fratello mio,  gli uomini sanno consigliare e confortare il dolore che
    essi  medesimi  non sentono: ma se lo provano,  diventa furore la loro
    saggezza,  che prima voleva dar medicina di ammonimenti  alla  rabbia,
    impastoiare  la  frenetica pazzia con fili di seta,  incantare la pena
    con dell'aria, e l'angoscia con le parole. No, no,   ufficio di tutti
    parlare   di   pazienza   a  coloro  che  si  torcono  sotto  il  peso
    dell'affanno,  ma in nessun uomo   tanta  virt  e  potere  da  saper
    predicare  a  quel  modo  quando deve sopportare il simile lui stesso.
    Quindi non darmi consigli: i miei dolori hanno voce pi forte dei tuoi
    precetti.
    ANTONIO: In questo gli uomini non differiscono dai fanciulli.
    LIONATO: Basta, te ne prego: voglio essere di carne e di sangue, e non
    c' mai stato un filosofo che abbia tollerato con pazienza il  mal  di
    denti anche se abbia scritto come un dio e abbia trattato dall'alto in
    basso la sofferenza ed il caso.
    ANTONIO:  E  allora  non  prendetevi  tutto  il  male su di voi,  fate
    soffrire anche quelli che vi offendono.
    LIONATO: Ecco che dici giusto,  sicuro che lo far.  A me l'animo dice
    che  Ero    stata  diffamata  e  questo  dovr impararlo Claudio e il
    principe, e tutti quelli che l'hanno disonorata.
    ANTONIO: Il principe e Claudio vengono qui di gran fretta.
    (Entrano DON PEDRO e CLAUDIO).
    DON PEDRO: Buona sera, buona sera,
    CLAUDIO: Buon giorno a tutti e due.
    LIONATO: Ascoltate, miei signori...
    DON PEDRO: Noi abbiamo fretta, Lionato.
    LIONATO: Fretta. mio signore!  Benissimo,  buon viaggio,  mio signore;
    tanta fretta avete ora? bene,  lo stesso.
    DON PEDRO: Suvvia, buon vecchio, non litigate con noi.
    ANTONIO: Se litigando potesse farsi giustizia qualcuno di noi andrebbe
    a terra.
    CLAUDIO: E chi l'offende?
    LIONATO: Diamine!  Sei tu che mi offendi, bugiardo! E non mettere mano
    alla spada, ch non ho paura di te.
    CLAUDIO: Mi si secchi la mano se mai dovessi dar causa di temere  alla
    vostra vecchiaia; la mano mi  andata alla spada per caso.
    LIONATO: Ehi,  ehi,  giovanotto, non scherzare con me e non deridermi,
    ch non ti parlo n da rimbambito n da sciocco,  n mi faccio schermo
    della  mia  et  per  andar  vantando quello che ho fatto da giovine o
    quello che farei se non fossi vecchio.  Sappi,  Claudio,  e te lo dico
    anche  in  faccia,  che  tu hai tanto oltraggiato me e la mia creatura
    innocente  che  io  sono  costretto  a  metter  da  un  lato  la   mia
    venerabilit, e, nonostante i miei capelli grigi e l'acciacco di molti
    anni,  ti  sfido  a  una  prova da uomo a uomo.  Io ti dico che tu hai
    diffamato la mia  creatura  innocente,  che  la  tua  calunnia  le  ha
    trapassato  il cuore,  ed ora essa giace sepolta con gli avi suoi,  in
    una tomba dove mai disonore non ha dormito se non questo  suo,  ordito
    dalla tua scelleratezza.
    CLAUDIO: La mia scelleratezza?
    LIONATO: La tua, Claudio, dico la tua.
    DON PEDRO: Voi non dite giusto, vecchio.
    LIONATO: Mio signore, mio signore, io glielo prover sul corpo, se osa
    a  dispetto  della  sua  bella  scherma e del suo buon esercizio,  del
    maggio della sua giovinezza, e del fiore della sua forza.
    CLAUDIO: Via! Non voglio avere a che fare con voi!
    LIONATO: Puoi mettermi da parte cos?  Tu hai ucciso la mia creatura e
    se ora, giovinotto, uccidi me, avrai ucciso un uomo.
    ANTONIO:  Due  ne  deve  uccidere,  e che uomini!  ma ci non ha peso,
    cominci da uno: vinca me, batta me, si misuri con me.  Su,  signorino,
    venite con me,  su, signorino, su, seguitemi, signorino, a sferzate vi
    far passar la voglia di  stoccheggiare,  quant'  vero  che  sono  un
    gentiluomo.
    LIONATO: Fratello...
    ANTONIO: Tacete. Dio sa se volevo bene alla mia nipote ed ora  morta,
    ammazzata  dalle  calunnie  di furfanti che non osano misurarsi con un
    uomo pi di quanto io non osi  prender  per  la  lingua  un  serpente:
    ragazzini, scimmiotti, millantatori, zanni, smidollati!
    LIONATO: Fratello Antonio...
    ANTONIO: Sta' zitto! Come se io non li avessi conosciuti e pesati fino
    all'ultimo ette: giovinastri rissosi, bravacci, azzimati, che mentono,
    imbrogliano,   scherniscono,   vituperano   e  calunniano,   camminano
    dinoccolandosi,  fanno il ceffo feroce,  e con una  mezza  dozzina  di
    minacciose  parole dicono come concerebbero i loro nemici se osassero,
    e questo  tutto.
    LIONATO: Ma fratello Antonio...
    ANTONIO: Andiamo,  voi non c'entrate  e  non  immischiatevene,  me  la
    sbrigo da solo.
    DON PEDRO: Signori,  non vogliamo provocare la vostra pazienza; il mio
    cuore si duole della morte della vostra figliuola;  tuttavia,  sul mio
    onore,  non fu accusata di niente che non fosse vero e abbondantemente
    provato.
    LIONATO: Mio signore, mio signore...
    DON PEDRO: Non voglio ascoltarvi.
    LIONATO: Andiamo, fratello, sapr farmi ascoltare.
    ANTONIO: E lo sarete,  o qualcuno di noi la sconta.  (Escono Lionato e
    Antonio).

    (Entra BENEDETTO).
    DON PEDRO: Vedete, vedete... ecco l'uomo che andavamo a cercare.
    CLAUDIO: Ebbene, signore, che nuove?
    BENEDETTO: Mio signore, buon giorno.
    DON PEDRO: Benvenuto,  signore, siete quasi giunto in tempo a spartire
    una mezza rissa.
    CLAUDIO: Stavamo per farci mozzare il naso da due vecchi sdentati.
    DON PEDRO: Lionato e suo fratello,  che ne pensi?  Non so,  se fossimo
    venuti alle mani, se saremmo stati troppo giovani per loro.
    BENEDETTO: In una contesa fatta a torto non v' retto valore.  Io sono
    venuto a cercarvi tutti e due.
    CLAUDIO: Siamo stati dappertutto  a  cercar  te:  poich  abbiamo  una
    malinconia a tutta prova e vorremmo scacciarla.  Vuoi adoperare il tuo
    spirito?
    BENEDETTO: Sta nel fodero: debbo tirarlo fuori?
    DON PEDRO: Porti il tuo spirito al fianco?
    CLAUDIO: Nessuno l'ha fatto mai bench ci siano moltissimi che l'hanno
    per traverso. Ti prego, come si pregano i menestrelli,  di tirar fuori
    il tuo strumento. Tiralo fuori e divertici.
    DON  PEDRO:  Parola  di  onest'uomo,  impallidisce.  Sei  arrabbiato o
    malato?
    CLAUDIO: Su, amico, coraggio!  i pensieri possono uccidere,  ma tu hai
    spirito abbastanza da uccidere i pensieri!
    BENEDETTO:  Messere,  io affronter il vostro spirito a tutta carriera
    se voi mi caricate addosso. Vi prego di cambiare discorso.
    CLAUDIO: Bene,  dategli un'altra lancia,  questa gli s'  spezzata  di
    traverso.
    DON  PEDRO: Santa luce!  cambia colore di pi in pi: io credo che sia
    arrabbiato davvero,
    CLAUDIO: Se lo  sa come girarsi la cintura.
    BENEDETTO: Posso dirvi una parola all'orecchio?
    CLAUDIO: Dio mi salvi da una sfida!
    BENEDETTO (a parte, a Claudio): Siete un furfante,  non scherzo,  e ve
    lo  prover  come,  dove  e  quando  ne  abbiate  il coraggio.  Datemi
    soddisfazione o proclamer la vostra vigliaccheria: avete fatto morire
    una cara signora e la sua morte ricadr  su  di  voi.  Aspetto  vostre
    notizie.
    CLAUDIO:  Va  bene,  verr  al  vostro  invito  purch ci sia da stare
    allegri.
    DON PEDRO: Come, un festino? un festino?
    CLAUDIO: Gi, e lo ringrazio; mi ha invitato dove ci sar una testa di
    manzo e un cappone che se non me li scalco io a modino dite  pure  che
    il mio coltello  un buono a nulla. Ci sar anche un beccaccino?
    BENEDETTO: Messere, il vostro ingegno va bene all'ambio: ha l'andatura
    facile.
    DON  PEDRO:  Ti racconter come Beatrice lodava il tuo spirito l'altro
    giorno. Io le dissi che tu avevi uno spirito sottile: "S - dice lei -
    uno spirito esile esile".  "No - dico io - un grande spirito".  "S  -
    dice  lei  -  uno  spirito grande e grosso".  "No - dico io - un buono
    spirito". "Giusto - dice lei - non fa male a nessuno".  "Gi - dico io
    -  il  gentiluomo    dabbene!".  "Veramente  - dice lei -  un dabben
    uomo".  "E poi - dico io possiede molte lingue".  "A questo ci credo -
    dice  lei  -  perch  luned  sera  mi  ha  giurato  una cosa e se l'
    rimangiata il marted mattina,  questo  possedere la  lingua  doppia,
    cio  possedere  due  lingue".  Cos  per  un'ora  intiera    stata a
    travisare tutte le tue virt,  per  da  ultimo  ha  concluso  con  un
    sospiro che tu eri l'uomo pi in gamba d'Italia.
    CLAUDIO:  Della  qual cosa poi ha pianto con tutto il cuore e ha detto
    che non gliene importava nulla.
    DON PEDRO:  S,  veramente,  e  tuttavia,  nonostante  tutto,  se  non
    l'odiasse  mortalmente l'amerebbe affettuosissimamente.  La figlia del
    vecchio ci raccont tutto.
    CLAUDIO: Tutto, tutto, e per di pi Dio lo vide quand'era nascosto nel
    giardino.
    DON PEDRO: Quand' che appiccicheremo  le  corna  del  toro  selvaggio
    sulla fronte dell'assennato Benedetto?
    CLAUDIO:  S,  e  sotto  il  cartello:  "Qui  abita Benedetto,  l'uomo
    ammogliato"?
    BENEDETTO: Addio, giovanotto, voi sapete come la penso.  Vi lascio ora
    alle  vostre  ciance,  fate  sfoggio di frizzi come gli spacconi delle
    loro spade,  che per,  per fortuna,  non fanno male  a  nessuno.  Mio
    signore,  delle vostre molte cortesie vi ringrazio,  ma debbo lasciare
    il vostro servizio.  Il vostro fratello bastardo  fuggito da Messina:
    voi avete, fra voi, causata la morte di una dolce e innocente signora.
    In quanto a Monsignor Sbarbatello cost, ci rivedremo pi tardi, e fin
    allora vada in pace.
    (Esce).
    DON PEDRO: Parla sul serio.
    CLAUDIO:  Molto  sul  serio  e,  ve  lo  garantisco  io,  per amore di
    Beatrice.
    DON PEDRO: E ti ha sfidato?
    CLAUDIO: Con tutta l'anima.
    DON PEDRO: Che bella cosa che    l'uomo  quando  esce  in  calzoni  e
    giustacuore e lascia a casa il giudizio!
    CLAUDIO: Allora  come un gigante a petto d'una scimmia; ma la scimmia
     un dottore a petto di lui.
    DON PEDRO: Ma basta, lasciatemi stare: sta' su, cuor mio, e sii serio.
    Non ha detto costui che mio fratello  fuggito?
    (Entrano SANGUINELLO, AGRESTO, e la Ronda con CORRADO e BORRACCIO).
    SANGUINELLO: Avanti,  messere, se la giustizia non sapr domarvi, vuol
    dire che non avr  pi  un  grano  di  ragione  da  pesare  sulla  sua
    bilancia.  E  se  una  volta  s'  scoperto  che  siete un maledicente
    bugiardo, bisogna tenervi gli occhi addosso.
    DON PEDRO: Che diamine! Due degli uomini di mio fratello arrestati ! e
    uno  Borraccio!
    CLAUDIO: Domandate della loro colpa, mio signore.
    DON PEDRO: Guardie! Che colpa hanno commesso questi uomini?
    SANGUINELLO: Diamine, signore: primo, hanno commesso una falsa voce, e
    per di pi hanno mentito; secondariamente, sono dei vituperi;  sesto e
    ultimo hanno denigrato una donna, terzo hanno verificato ingiustissime
    cose e, per concludere, sono dei birbanti bugiardi.
    DON  PEDRO:  Per  prima  cosa  ti  domando cosa hanno fatto,  terzo ti
    domando che colpa hanno commesso,  sesto  e  ultimo  perch  li  avete
    arrestati, e per concludere di che cosa li imputate?
    CLAUDIO:  Ben  ragionato,  e secondo la sua numerazione,  in fede mia,
    ecco un senso solo sotto varie vesti.
    DON PEDRO: Chi avete offeso,  giovinotto,  per essere cos obbligati a
    risponderne?  Questo  dotto  signor  ufficiale    troppo  sottile per
    poterlo capire: che avete fatto?
    BORRACCIO: Dolce principe,  non occorre che  io  vada  pi  oltre  per
    rispondere,  ascoltatemi voi,  e che poi il signor conte mi uccida. Ho
    ingannato perfino gli  stessi  occhi  vostri:  quello  che  la  vostra
    sagacia  non  ha  saputo  scoprire  lo  hanno portato alla luce questi
    superficiali sciocchi,  che nella notte mi hanno sentito confessare  a
    quest'uomo come Don Giovanni,  vostro fratello, mi incit a calunniare
    madonna Ero,  come voi  foste  condotto  in  giardino  per  vedere  me
    corteggiare Margherita vestita da Ero;  come voi la vituperaste quando
    avreste dovuto sposarla.  La mia ribalderia l'hanno messa agli atti  e
    io  preferirei suggellarla con la mia morte che ripeterla ancora a mia
    vergogna.  Per la falsa accusa mia e del  mio  padrone  la  signora  
    morta, e, a farla breve, io non voglio altro che quello che un ribaldo
    si merita.
    DON PEDRO: Questo discorso non vi corre nel sangue come ferro diaccio?
    CLAUDIO: Ho bevuto veleno mentre costui lo pronunziava.
    DON PEDRO: Ma  mio fratello che ti ci ha spinto?
    BORRACCIO: S, e mi ha anche lautamente pagato perch lo facessi.
    DON  PEDRO: Costui  fatto e fabbricato di frode e dopo questa infamia
     fuggito.
    CLAUDIO: Oh,  dolce Ero,  ora la tua immagine  mi  ricompare  in  quel
    meraviglioso sembiante in cui per la prima volta l'ho amata.
    SANGUINELLO:  Via,  portate via le parti lesse,  a quest'ora il nostro
    chierico deve aver riformato il signor Lionato della cosa e,  signori,
    non vi dimenticate di specificare a tempo debito e luogo,  che io sono
    un asino.
    AGRESTO: Eccoli, eccoli che vengono, il signor Lionato ed il chierico.
    (Rientrano LIONATO e ANTONIO col Chierico).
    LIONATO: Dov' questo furfante?  Che io lo veda  negli  occhi  s  che
    possa riconoscerne un altro allo sguardo e evitarlo. Qual ?
    BORRACCIO: Se volete conoscere chi vi offese guardatemi.
    LIONATO:  Sei  tu  quell'infame  che  col  tuo  fiato ha ucciso la mia
    creatura innocente?
    BORRACCIO: S, io, e soltanto io.
    LIONATO: No,  non cos,  furfante: ti calunni.  Ci sono qui un paio di
    onorevoli  signori  - il terzo  fuggito - che c'ebbero una mano anche
    loro.  Vi  ringrazio,  principi,  della  morte  della  mia  figliuola:
    segnatela fra le vostre alte e nobili gesta,  perch fu cosa gloriosa,
    se voi ci ripensate.
    CLAUDIO: Non  so  con  quali  parole  implorare  la  vostra  pazienza:
    tuttavia,  debbo  parlare.  Scegliete  voi  stesso la vostra vendetta,
    imponetemi qualsiasi pena che la vostra fantasia ritenga opportuna per
    la mia colpa; e tuttavia non ne ho altra che d'essermi ingannato.
    DON PEDRO: Per l'anima mia, nemmeno io;  eppure per dare soddisfazione
    a  questo  buon  vecchio  mi piegherei a qualunque gravissimo peso che
    costui voglia impormi.
    LIONATO: Io non posso ordinarvi di ordinare a mia  figlia  di  vivere:
    questo  sarebbe  impossibile,  solo  prego tutti e due di informare la
    gente qui di Messina di come essa sia morta innocente;  e  se  poi  il
    vostro amore pu escogitare qualche triste invenzione,  appendetele un
    epitaffio alla tomba  e  cantatelo  alla  sua  spoglia,  cantateglielo
    stanotte.  Venite poi,  domani mattina,  a casa mia. Poich non potete
    pi essere mio genero,  siate almeno mio nipote: mio fratello  ha  una
    figlia che  quasi l'immagine della mia povera figliuola, a costei che
      la  nostra  unica  erede  date  quel  titolo che avreste dato a sua
    cugina, e cos la mia vendetta  finita.
    CLAUDIO: Oh,  nobile signore.  La vostra eccessiva bont mi strappa le
    lacrime:  io abbraccio la vostra proposta: d'ora innanzi disponete del
    povero Claudio.
    LIONATO:  Aspetto  la  vostra  venuta  domani;  per  stasera  vogliate
    scusarmi.  Questo briccone sar messo a faccia a faccia con Margherita
    che,  credo,   stata  complice  in  questo  male,  pagata  da  vostro
    fratello.
    BORRACCIO:  No,  sull'anima mia,  non lo  stata e nemmeno sapeva cosa
    facesse quando parl con me.  Per quello che ne so io   stata  sempre
    virtuosa ed onesta.
    SANGUINELLO: E per di pi,  signore, e questo non fu posto in nero sul
    bianco, la parte lessa qui, il reo,  mi ha chiamato asino: vi imploro,
    ci se ne ricordi nell'assegnargli la pena.  E poi la ronda li ha uditi
    parlare  di  un  certo  Difforme  e  dicono  che  porti   una   chiave
    all'orecchio  da  cui pende la toppa,  e che prende soldi a prestito a
    nome di Dio e che poi non li rende,  e l'ha fatto per tanto tempo  che
    gli  uomini  ora  ci  si sono induriti il cuore e non vogliono dar pi
    nulla in nome di Dio. Vi prego, interrogatelo su questo punto.
    LIONATO: Ti ringrazio per la tua premura e per il tuo disturbo.
    SANGUINELLO: Vostra signoria parla come un gratissimo e reverendissimo
    giovine, e io lodo Dio per voi.
    LIONATO: Ecco per il tuo disturbo.
    SANGUINELLO: Dio salvi l'opera pia.
    LIONATO: Va', io ti libero del tuo prigioniero e ti ringrazio.
    SANGUINELLO: Lascio un furfante matricolato con la signoria Vostra che
    io prego la signoria Vostra di corregger lei stessa per  esempio  agli
    altri.  Dio  mantenga  Vostra  Signoria!  Desidero  ogni bene a Vostra
    signoria,  Dio vi rimetta in salute!  Umilmente vi do  il  congedo  di
    andare,  e  se  un  lieto  incontro  possa  essere  augurato,  Dio  lo
    proibisca! Andiamo, vicino.
    (Escono Sanguinello e Agresto).
    LIONATO: Signori, arrivederci a domani mattina.
    ANTONIO: Arrivederci, signori, vi attendiamo domani mattina.
    DON PEDRO: Non mancheremo.
    CLAUDIO: Pianger presso Ero, stanotte.
    LIONATO  (alla  Ronda):  Avanti,  voi,   con  costoro.   Sentiremo  da
    Margherita come ha conosciuto questo scellerato.
    (Escono da parti diverse).


    SCENA SECONDA - Il giardino di Lionato.

    (BENEDETTO e MARGHERITA entrano incontrandosi).
    BENEDETTO:  Un  favore,  dolcissima  Margherita,  e avrai tutta la mia
    riconoscenza. Aiutatemi a parlare a Beatrice.
    MARGHERITA: E dopo scriverete un sonetto in lode della mia bellezza?
    BENEDETTO: E di stile cos elevato che nessun uomo vivo potr  andarvi
    sopra, perch, a onor del pi bel vero, tu lo meriti.
    MARGHERITA:  Non  aver  mai  nessun  uomo  sopra  di me?  Dovr sempre
    starmene nel sottoscala?
    BENEDETTO: Il tuo spirito    invero  come  la  bocca  d'un  levriero:
    acchiappa.
    MARGHERITA:  E  il  vostro    ottuso  come  la  punta del fioretto da
    scherma: tocca e non passa.
    BENEDETTO: Uno spirito davvero virile, Margherita, non deve ferire una
    donna. E ora,  ti prego,  va' a chiamar Beatrice,  te la do vinta e ti
    abbandono lo scudo.
    MARGHERITA: Dateci invece la spada; gli scudi ce li abbiamo da noi.
    BENEDETTO:  Se  li  adoperate  dovreste invitarci il brocco;  son armi
    pericolose per le ragazze.
    MARGHERITA: Ecco andr a chiamar Beatrice che, mi pare, ha gambe.
    (Margherita esce).
    BENEDETTO: E che quindi verr. (Canta)

    Il dio d'amor
    che in cielo stassi,
    e che ben sa, ben sa,
    ch'io fo piangere i sassi...

    come cantore, voglio dire;  ma come amante...  quel buon nuotatore che
    fu  Leandro,  Troilo,  il  primo  che adoperasse mezzani,  e un'intera
    filastrocca di questi defunti cavalier serventi  i  cui  nomi  corrono
    cos  agevolmente sulla liscia strada del verso sciolto,  ecco nessuno
    fu mai voltolato e rivoltolato come in amore  lo    stato  il  povero
    Benedetto.  Che diamine! e non poterlo dire colle rime: ci ho provato,
    ma a "amandola"  non  so  trarre  altra  rima  che  "bambola",  troppo
    innocente;  a  "scorno",  "corno",  troppo dura;  a "tremo",  "scemo",
    troppo sciocca;  rime che presagiscono male,  non sono nato sotto  una
    stella poetica, n so fare la corte con parole da corte d'amore.
    (Entra BEATRICE).
    Oh,  dolce  Beatrice,  hai  consentito  a  venire  quando  io ti avevo
    chiamata?
    BEATRICE: S, signore, e ad andarmene quando voi l'ordiniate.
    BENEDETTO: Oh, resta fino ad allora!
    BEATRICE: "Allora" lo avete gi detto, dunque,  arrivederci,  ma prima
    che  me  ne  vada,  lasciatemi  andare  con quello che sono venuta per
    sapere: cio, che  successo fra voi e Claudio?
    BENEDETTO: Solo delle brutte parole; e quindi ti dar un bel bacio.
    BEATRICE: Brutte parole non son che brutto vento,  brutto vento    un
    brutto alito,  un brutto alito  fastidioso,  quindi me ne andr senza
    baci.
    BENEDETTO: Tu hai fatto uscir di senso la mia parola,  tanto arguto  
    il  tuo spirito: ma,  per dirtela senz'ambagi,  Claudio ha ricevuto la
    mia sfida,  e o  mi  dar  presto  sue  notizie  o  lo  denuncer  per
    vigliacco.  E ora, dimmi, sii buona, per quale delle mie cattive parti
    ti sei prima innamorata di me?
    BEATRICE: Tutte quante, le quali mantenevano un cos malvagio governo,
    e cos partigiano,  di voi che non ammettevano a nessun'altra parte di
    mischiarsi  con  loro.  Ma voi,  per quale delle mie buone parti avete
    prima sofferto amore?
    BENEDETTO: "Sofferto amore"!  Bella  espressione!  Io  soffro  infatti
    amore perch ti amo contro la mia volont.
    BEATRICE: A dispetto del vostro cuore,  credo. Ohim, povero cuore, se
    voi gli fate torto per amor mio,  io gliene far per amor vostro e non
    amer mai ci che il mio amico odia.
    BENEDETTO:  Siamo  troppo intelligenti noi due,  per fare all'amore in
    pace.
    BEATRICE: Non se te lo dici da te: chi si loda s'imbroda.
    BENEDETTO: E' un proverbio di quando Berta filava. Di questi tempi, se
    un uomo non si erige la tomba da  s  prima  di  morire,  non  lascer
    monumento di s, se non per quel poco che la campana suona e la vedova
    piange.
    BEATRICE: E quanto dura tutto questo, secondo voi?
    BENEDETTO:  Che domanda!  Ecco,  un'ora a piangere e un quarto d'ora a
    soffiarsi il naso: quindi  molto pi comodo per il saggio - se Mastro
    Baco, vale a dire la sua coscienza non trova obiezioni - che faccia da
    araldo alle sue virt,  come io faccio a me stesso.  Questo a riguardo
    del   mio  lodarmi,   che  poi  ne  son  io  testimone,   son  persona
    lodabilissima. Ma ora ditemi, come sta vostra cugina?
    BEATRICE: Malissimo.
    BENEDETTO: E voi come state?
    BEATRICE: Malissimo anch'io.
    BENEDETTO: State con Dio,  amatemi e rimettetevi;  ed  ora  vi  lascio
    perch qui viene qualcuno che ha fretta.
    (Entra ORSOLA).
    ORSOLA: Signora, dovete venire da vostro zio: c'e parecchia confusione
    l  a casa: hanno provato che madonna Ero  stata falsamente accusata,
    che il principe e Claudio  sono  stati  vilmente  ingannati:  e  tutto
    questo  opera di Don Giovanni,  che si  dato alla fuga. Volete venir
    subito?
    BEATRICE: Volete venire a sentire queste notizie, signore?
    BENEDETTO: Vorrei vivere nel tuo cuore, morire sul tuo grembo,  essere
    sepolto  nei  tuoi  occhi: figurati se non voglio venire con te da tuo
    zio.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Una Chiesa.

    (Entrano DON PEDRO, CLAUDIO, e altri tre o quattro con dei ceri).
    CLAUDIO: E' questo il sepolcro di Lionato?
    SIGNORE: S, signore.
    CLAUDIO (legge su un foglio):
    Da calunniose lingue, infami, uccisa
    fu quell'Ero che qui fredda si giace:
    a ristoro ai suoi mali or le divisa
    la morte eterna fama, eterna pace.
    La vita che mor per l'onta, ha in sorte
    di vivere di gloria nella morte.
    E tu che alla sua tomba appeso stai
    quand'io muto sar la loderai.

    E ora, musici, sonate, e cantate il vostro inno solenne.


    INNO.

    Notturna Dea, perdono
    per quei che la tua vergine ti uccisero,
    ora con triste suono
    intorno alla sua tomba essi s'aggirano.
    O mezzanotte, aiutaci nel pianto,
    nei sospiri e nel nostro mesto canto,
    funebre e grave. Apriti tomba e porgici i tuoi morti,
    finch la vostra voce la conforti,
    funebre e grave.

    CLAUDIO: Ora, pace alla tua spoglia!  Questo rito lo compir tutti gli
    anni.
    DON  PEDRO: Buon mattino,  signori;  spegnete pure le vostre torce,  i
    lupi han finito di predare,  e,  guardate,  la mite aurora gi dinanzi
    alle  ruote  di  Febo  marezza  l'assonnato oriente di grigi bagliori.
    Grazie a tutti, e lasciateci; arrivederci.
    CLAUDIO: Buon mattino, signori, ciascuno vada per la sua strada.
    DON PEDRO: Andiamo,  usciamo di  qui  e  mettiamo  altri  abiti:  dopo
    andremo da Lionato.
    CLAUDIO:  Che  Imene  ci  assista ora con una migliore fortuna che non
    quella per cui abbiam celebrato questo lutto.


    SCENA QUARTA - Una stanza in casa di Lionato.

    (Entrano LIONATO, ANTONIO, BENEDETTO,  BEATRICE,  MARGHERITA,  ORSOLA,
    FRATE FRANCESCO e ERO).
    FRATE: Non ve l'avevo detto io che era innocente?
    LIONATO:  Ma  lo sono anche il principe e Claudio che l'hanno accusata
    in seguito all'errore che avete sentito dichiarare: Margherita  ne  ha
    avuta  un po' di colpa,  ma senza intenzione,  com' apparso dal retto
    corso delle indagini.
    ANTONIO: Be', son contento che tutto vada a finire cos bene.
    BENEDETTO: Io pure,  ch altrimenti  sarei  stato  costretto  dal  mio
    giuramento a chiamar Claudio a renderne ragione.
    LIONATO:  Su,  figliuola,  e  anche voi,  mie signore,  ritiratevi nei
    vostri appartamenti e quando vi chiamer io venite qua mascherate. (Le
    Signore escono) Il principe e Claudio mi hanno promesso di  esser  qui
    per  quest'ora.  Voi sapete la vostra parte,  fratello: dovrete far da
    padre alla figlia di vostro fratello e darla al giovane Claudio.
    ANTONIO: Il che io far con volto imperturbabile.
    BENEDETTO: Frate, io dovr ricorrere al vostro ministero, credo.
    FRATE: A far cosa, signore?
    BENEDETTO: A legarmi o disfarmi per  sempre:  una  delle  due,  signor
    Lionato,  la verit ,  mio buon signore,  che vostra nipote mi guarda
    con occhio favorevole.
    LIONATO: Un modo  di  guardare  che  le  ha  prestato  mia  figlia,  
    verissimo.
    BENEDETTO: Ed io la ricambio con occhio innamoratissimo.
    LIONATO: La cui vista, io credo, l'avete avuta da me, da Claudio e dal
    principe: ma la vostra intenzione qual e?
    BENEDETTO: La vostra risposta  enigmatica, messere; ma in quanto alla
    mia  intenzione  non  ho  altra  intenzione se non che le vostre buone
    intenzioni concordino con le  nostre:  di  essere  congiunti  oggi  in
    onorevole  matrimonio:  per la qual cosa chiedo il vostro aiuto,  buon
    frate.
    LIONATO: Il mio cuore  col piacer vostro.
    FRATE: Insieme al mio aiuto. Ecco il principe e Claudio.
    (Entrano DON PEDRO e CLAUDIO con altri due o tre Signori).
    DON PEDRO: Buon giorno a questa bella compagnia.
    LIONATO: Buon giorno principe, buon giorno,  Claudio,  vi attendevamo:
    avete ancora intenzione di sposare oggi la figlia di mio fratello?
    CLAUDIO: Intenzione fermissima, fosse anche una negra.
    LIONATO: Allora chiamatela, fratello; il frate  gi pronto.
    (Esce Antonio).
    DON  PEDRO:  Buon  giorno,  Benedetto.  Be',  cos'  successo che fate
    codesta faccia da febbraio, cos raggelata, tempestosa e rannuvolata?
    CLAUDIO: C' caso che ripensi al toro "s fiero e s crudel  animale".
    Su, su, giovinotto, non aver paura, ch te le indoreremo quelle corna,
    e  tutta  l'Europa  godr  di  te  cos  come una volta Europa godette
    dell'impetuoso Giove,  quando questi,  in amore,  faceva la  parte  di
    quella nobile bestia.
    BENEDETTO:
    Giove mugga con arti assai leggiadre,
    e la vacca copr di vostro padre,
    talch un vitello somigliante n'ebbe,
    come al vostro belar si crederebbe.
    CLAUDIO: Questa me la pagate, ora dobbiamo saldare altri conti.
    (Rientra ANTONIO con le Signore mascherate).
    Qual  la signora che debbo prendere io?
    ANTONIO: Questa, ed io ve la do.
    CLAUDIO: Ecco, allora  mia; diletta, lasciatevi veder il viso.
    LIONATO:  No,  questo no,  finch non prenderete la sua mano davanti a
    questo sacerdote e non giurerete di sposarla.
    CLAUDIO: Datemi la vostra mano davanti a questo  santo  frate:  se  vi
    piaccio, sono vostro marito.
    ERO:  E io,  da viva ero la vostra altra moglie: (si smaschera) e voi,
    quando mi amavate, eravate il mio altro marito,
    CLAUDIO: Un'altra Ero!
    ERO: Niente di pi certo. Un'Ero  morta calunniata,  ma io sono viva,
    e, com' vero ch'io vivo, sono vergine.
    DON PEDRO: La prima Ero! Quella che  morta!
    LIONATO: Mor, mio signore, ma solo per quanto visse la sua calunnia.
    FRATE:  Questo  enigma  potr sciogliervelo io appena saranno finiti i
    sacri riti,  e allora vi racconter ampiamente della morte della bella
    Ero.  Che  per  ora il miracolo ci sembri naturale,  e andiamo intanto
    alla cappella.
    BENEDETTO: Piano, padre: qual  Beatrice?
    BEATRICE (smascherandosi): Io mi chiamo cos. Che intenzioni avete?
    BENEDETTO: Non mi amate?
    BEATRICE: Non pi di quanto la ragione comandi.
    BENEDETTO: Diamine,  allora vostro zio,  il principe  e  Claudio  sono
    stati ingannati: hanno giurato che mi amavate.
    BEATRICE: Non mi amate voi?
    BENEDETTO: No, in verit, non pi di quanto la ragione comandi.
    BEATRICE:  Bene,  allora  mia  cugina,  Margherita e Orsola sono state
    ingannate: hanno giurato che mi amavate.
    BENEDETTO: Hanno giurato che eravate mezza inferma per me.
    BEATRICE: Hanno giurato che eravate mezzo morto per me.
    BENEDETTO: Non vuol dire; mi volete bene o no?
    BEATRICE: No, in verit, se non per contraccambio d'amicizia.
    LIONATO: Su, nipote, io sono sicuro che lo amate questo signore.
    CLAUDIO: E io sono pronto a giurare che costui l'ama,  perch questo 
    un foglio di mano sua con un sonetto,  zoppicante,  tutto di sua testa
    in onore di Beatrice.
    ERO: E questo  un altro,  di mano di mia cugina,  rubatole di  tasca,
    che dice il suo amore per Benedetto.
    BENEDETTO: Un miracolo!  Le nostre mani contro i nostri cuori.  Vieni,
    io ti sposer, ma per la luce di Dio, lo faccio solo per piet.
    BEATRICE: Io non vi dir di no,  ma per  questo  chiaro  giorno,  cedo
    perch proprio ci sono indotta,  e poi per salvarvi la vita, perch mi
    hanno detto che ci morivate tisico.
    BENEDETTO: Basta, vi chiudo la bocca.
    (La bacia).
    DON PEDRO: Come ti senti, Benedetto, uomo ammoglialo?
    BENEDETTO: Ti dir, mio signore,  un'accademia di begli spiriti non mi
    farebbe  cambiare d'animo a forza di canzonarmi.  Pensi proprio che mi
    curi di una satira o di  un  epigramma?  No;  se  un  uomo  si  lascia
    intimidire  dalle  facezie non si metter indosso niente di bello.  In
    breve,  dal momento che ho deciso di sposarmi,  non penser  nulla  di
    nulla  di  quello che il mondo pu dire in contrario;  non mi burlate,
    quindi,  per quello che ne ho detto contro  io:  perch  l'uomo    un
    essere mutevole, questa  la mia conclusione. In quanto a te, Claudio,
    avevo  deciso di dartene,  ma visto che stai per divenire mio parente,
    vivi sano e vogli bene a mia cugina.
    CLAUDIO: Io avevo sperato  che  tu  avresti  rifiutato  Beatrice,  per
    poterti  fare  uscire a bastonate dalla tua vita celibe e far di te un
    accoppiato,  anzi un accoppato;  ma a questo ci penser mia cugina che
    ti dovr tener gli occhi addosso.
    BENEDETTO: Su,  su,  che siamo amici! Facciamoci un bel ballo prima di
    sposarci per alleggerire i nostri cuori e i tacchi delle nostre mogli.
    LIONATO: Dopo lo faremo il ballo.
    BENEDETTO: Prima, sul mio onore; su, musici, sonate. Principe,  tu sei
    triste,  prenditi  moglie,  prenditi  moglie,  ch non c' bastone pi
    bello di quello col Pomo di corno.
    (Entra un Messaggero).
    MESSO: Mio signore,  vostro fratello Giovanni    stato  preso  mentre
    fuggiva e riportato a Messina da una scorta armata.
    BENEDETTO:  Fino  a  domani  non  ci pensare,  ti trover io una bella
    punizione per lui. Forza, pifferi!
    (Escono danzando).













    SOGNO D'UNA NOTTE D'ESTATE.


    PERSONAGGI.

    TESEO, duca d'Atene.
    Egeo, padre di Ermia.
    LISANDRO, DEMETRIO: innamorati di Ermia.
    FILOSTRATO, cerimoniere di Teseo.
    ZEPPA, carpentiere.
    BIETTA, stipettaio.
    ROCCHELLA, tessitore.
    FLAUTO, aggiusta-mantici.
    CANNELLO, calderaio.
    SPARUTO, sarto.
    IPPOLITA, regina delle Amazzoni, fidanzata di Teseo.
    ERMIA, figlia di Egeo e innamorata di Lisandro.
    ELENA, innamorata di Demetrio.
    OBERONE, re degli elfi e delle fate.
    TITANIA, regina degli elfi e delle fate.
    IL FOLLETTO BERTINO BUONTEMPONE.
    RAGNATELO, BRUSCOLO, FIOR-DI-PISELLO, GRAN-DI-SENAPE: elfi.
    Altri spiriti  agli  ordini  d'Oberone  e  di  Titania.  Cortigiani  e
    Valletti di scorta a Teseo ed Ippolita.

    Scena: Atene e un bosco nelle sue vicinanze.



    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Il Palazzo di Teseo in Atene.

    (Entrano TESEO ed IPPOLITA, con FILOSTRATO, Cortigiani e Valletti).
    TESEO: La nostra ora nuziale, o vaga Ippolita,
    veloce appressa: quattro giorni ancora,
    e spuntare vedrem la nuova luna;
    ma lenta a declinar sembra l'antica!
    Ella mi fa stentare, qual erede
    cui suocera, o matrigna, lungamente
    per servit le rendite assottigli.
    IPPOLITA: Presto cadran quattro d nella notte;
    svaniran presto quattro notti di sogni
    quindi la luna, pari ad arco argenteo,
    appena teso in ciel, sar notturna
    spettatrice di nostre cerimonie.
    TESEO: Tu Filostrato, corri ad incitare
    i giovani d'Atene all'esultanza,
    sveglia il brioso spirito di gioia,
    e l'umor nero ai funerali invia:
    non vo' quel viso smorto alle mie pompe.
    (Esce Filostrato).
    T'ho vagheggiata, Ippolita, coll'armi,
    e recandoti offese, t'ho conquisa;
    diverso metro vo' per gli sponsali,
    vo' i trionfi, le pompe ed i tripudi.

    (Entrano EGEO, ERMIA, LISANDRO e DEMETRIO).

    EGEO: Sia felice Teseo, l'insigne duca!
    TESEO: Grazie, virtuoso Egeo. Che t'e accaduto?
    EGEO: Pieno di cruccio vengo,
    ad accusare una mia creatura, la mia figlia
    Ermia. Vien qua, Demetrio. Signor duca,
    questi ebbe il mio consenso per sposarla.
    Vien qua, Lisandro. Magnanimo duca,
    questi ha magato il cuore di mia figlia.
    S, tu, Lisandro, tu rime d'amore
    hai dedicato alla mia creatura,
    e scambiato con lei pegni d'amore:
    sotto il balcone, al lume della luna,
    le hai cantato smaniosi madrigali
    con accento smanioso; e insinuato
    senza parer ti sei nelle sue grazie,
    offrendole smanigli di capelli,
    gingilli, anelli, baie e frascherie,
    mazzolini, bazzecole, dolciumi
    (messi di gran potere su fanciulle
    tenere). Tu carpito hai con astuzia
    il cuore di mia figlia, tramutando
    in protervia ostinata l'obbedienza
    ch'ella mi deve. O magnanimo duca,
    se nel vostro cospetto ora mia figlia
    non consente a sposarsi con Demetrio,
    l'antico privilegio ateniese invoco,
    per dispor di lei ch' mia:
    cio per darla a questo degno giovine,
    o alla morte; in virt di nostra legge
    che precisa risponde a questo caso.
    TESEO: Ermia, che dici? bada tu, fanciulla:
    dovrebbe il padre esser per te qual nume;
    l'autore egli  della tua leggiadria;
    s, tu per lui non sei che cerea forma
    ch'egli ha plasmata effigie, che ad arbitrio
    egli pu preservare oppur distruggere.
    Giovine ragguardevole  Demetrio.
    EGEA: Anche Lisandro.
    TESEO: Per se stesso certo
    ma, in questo caso, a lui mancando il voto
    del padre tuo, gli  superiore l'altro.
    ERMIA: Vedesse il padre mio cogli occhi miei!
    TESEO: Meglio per te guardar col senno suo.
    ERMIA: Supplico Vostra Grazia di scusarmi.
    Non so qual forza qui mi rende ardita,
    n se possa disdire al mio pudore
    ch'io le mie idee dichiari in tal presenza:
    ma invoco Vostra Grazia per sapere
    il peggio che m'attende, dato il caso
    ch'io rifiuti Demetrio per marito.
    TESEO: Pena di morte, oppure di perpetua
    segregazione dal consorzio umano.
    Esamina il tuo cuore, Ermia gentile,
    i tuoi freschi anni considera, scruta
    il sangue tuo, per giudicar se tu
    (non consentendo alla paterna scelta)
    possa soffrir le bende monacali,
    restar captiva in un tetro convento,
    passar la vita quale suora sterile,
    modulando inni con sommessa voce
    all'infeconda e frigida Febea.
    Ben tre volte beate le fanciulle
    che, vinto il sangue, seguono il sentiero
    di castit; ma in terra pi felice
     la rosa onde stillasi il profumo,
    di quella che su intatto spino langue,
    ed m pace virginea cresce e muore.
    ERMIA: Voglio viver cos, duca, e morire,
    anzich abbandonare il privilegio
    della mia purit nella bala
    di qualcuno al cui giogo mal gradito
    l'anima mia ricusa di piegarsi.
    TESEO: Rifletti in calma, e per la luna nuova
    (nel d che salder fra me e 'l mio amore
    un vincolo di fede imperitura)
    sii preparata a sostener la morte,
    qual ribelle ai voleri di tuo padre;
    o a sposare colui ch'egli prescelse,
    o a votarti sull'ara di Diana
    per sempre a vita austera e senza amore.
    DEMETRIO: Acquetati, Ermia cara; e tu, Lisandro,
    recedi dalle tue grame pretese
    dinanzi al mio diritto ineccepibile.
    LISANDRO: Demetrio, tu l'amor del padre godi;
    lascia a me quello d'Ermia: sposa Egeo.
    EGEO: Insolente! di certo, egli m' caro;
    e tutto quanto  mio, per questo affetto
    diverr suo. Ermia appartiene a me,
    ed ogni mio diritto su di essa
    dichiaro qui d'intestare a Demetrio.
    LISANDRO: Son quanto lui di buona stirpe, duca;
    quanto lui facoltoso; l'amor mio
    supera il suo; le mie fortune in tutto
    sono pari alle sue (se non maggiori);
    e (questo vanto pi d'ogni altro vale)
    io sono amato dalla vaga Ermia:
    dunque perch non sosterrei 'l mio dritto?
    Demetrio, lo sostengo in faccia sua,
    tempo fa vagheggiava Elena, figlia
    di Nestore, ed il cuor ne conquideva;
    s che ora lei (gentil fanciulla) spasima,
    di tenerezza, di passione spasima,
    per questo indegno ed incostante amico.
    TESEO: Io pur n'ebbi sentore (lo confesso)
    e pensai di parlarne con Demetrio;
    ma, frastornato da privati affari,
    non vi posi pi mente. Egeo, suvvia,
    suvvia, Demetrio; voi verrete meco,
    debbo darvi istruzioni riservate.
    E tu, vaga fanciulla, fa' che s'armi
    di fortezza il cuor tuo, s che conformi
    gli affetti ai desideri di tuo padre;
    altrimenti la legge ateniese
    (che in niun modo possiamo attenuare)
    ti danner alla morte, oppure al chiostro.
    Vieni, Ippolita mia; che pensi, amore?
    Egeo, Demetrio, teneteci dietro:
    debbo assegnarvi uffici per la nostra
    festa nuziale, e conferir con voi
    di cosa che da presso vi concerne.
    EGEO: Vi seguiamo con zelo e con piacere.
    (Escono tutti fuorch Lisandro ed Ermia.
    LISANDRO: Perch, amor mio, s pallido  il tuo viso?
    che mai d'un tratto ne avvizzi le rose?
    ERMIA: Forse la scarsit di quella pioggia
    che potrei loro provveder, lasciando
    a dirotto scrosciare gli occhi miei.
    LISANDRO: Ahim! per quanto ho udito da leggende,
    e per quanto ho imparato dalle storie,
    mai vero amore s'ebbe agevol corso;
    ma ora differenza di natali....
    ERMIA: Ahi! troppo insigne per vil parentado.
    LISANDRO: Ora disparit rispetto agli anni....
    ERMIA: Ohim! troppo d'et per star con giovine.
    LISANDRO: Or paterna ingerenza nella scelta....
    ERMIA: Guai, scegliere, in amor, cogli occhi altrui!
    LISANDRO: E allorquando la scelta fu adeguata,
    o guerra, o morte, o infermit si posero
    sempre ad assedio dell'amore: ed esso
    fu momentaneo come suono, labile
    come ombra, corto come sogno; rapido
    come saetta che rivela d'impeto,
    in fosca notte, e cielo e terra, e in men
    che non si dica: "guarda!",  divorato
    dalle fauci del buio: cos pronta
    a dileguare  cosa risplendente.
    ERMIA: Se mai dunque i fedeli innamorati
    soffrono,  per decreto del destino:
    impariamo perci a portar pazienza
    in quest'avversit che ci  toccata,
    ed  croce usuale, pertinente
    all'amor come i sogni, ed i sospiri,
    ed i pensieri e i desideri, e i pianti:
    corteo dell'infelice tenerezza.
    LISANDRO:  Ragioni bene; e allora, Erminia, da' ascolto:
    ho una zia molto ricca, una matrona
    vedova e senza prole, che mi tiene
    caro al pari d'un figlio. La sua casa
     lontana da Atene sette leghe:
    posso sposarti l, Ermia gentile;
    e l perseguitati non saremo
    dalla severa legge ateniese.
    Se mi vuoi bene, allor, domani notte
    fuggi via dalla casa di tuo padre;
    e nella selva a una lega da Atene
    (dove un mattino incontrai te con Elena,
    per celebrare insiem Calendimaggio)
    io star ad aspettarti.
    ERMIA: Buon Lisandro,
    per l'arco pi tenace di Cupido;
    per la migliore delle sue saette
    che ha d'r la punta; per le semplicette
    colombe nidie; per quanto gli amori
    fa prosperare e tiene avvinti i cuori;
    per la fiamma che, quando Enea malfido
    fe' vela da Cartagine, arse Dido;
    per tutti i giuri dagli uomini infranti
    (pi che a lor ne facesser mai le amanti)
    in quello stesso luogo che m'hai detto
    d'incontrarti domani ti prometto.
    LISANDRO:  Mantieni la parola, amore. Ecco Elena.
    (Entra ELENA).
    ERMIA: Salute, Elena bella! dove vai?
    ELENA: Bella mi dici? non ridirlo mai.
    Per Demetrio (oh, beata!) sei tu bella.
    E' l'occhio tuo come polare stella,
    caro  l'accento del tuo labbro al cuore
    come canto d'allodola al pastore,
    fra il grano verde e i fior di biancospino.
    Oh, contagiosi rendesse il destino
    i vezzi al par de' morbi! rapirei,
    Ermia leggiadra, i tuoi: via non andrei
    se non t'avessi gi prima carpito
    l'incanto della voce coll'udito,
    lo sguardo collo sguardo, e coll'accento
    della favella il soave concento.
    Se avessi il mondo, tolto solamente
    Demetrio, darei tutto il rimanente,
    pur di potermi in te trasfigurare.
    Insegnami il tuo modo di guardare:
    ed insegnami, deh, con che mala
    tieni il cuor di Demetrio in tua bala!
    ERMIA: Gli fo il cipiglio, ed egli m'ama sempre.
     Oh, acquistasse il mio riso tali tempre!
    ERMIA: Lo maledico, ed ei mi rende amore.
     Potesse il mio pregar toccargli il cuore!
    ERMIA: Pi lo detesto, e pi tien dietro a me.
     Pi io l'adoro, e pi detesta me.
    ERMIA: Il suo delirio non  colpa mia.
     Colpa  di tua belt, che vorrei mia!
    ERMIA: Coraggio: a lui pi non dovr apparire:
    Lisandro ed io vogliam di qui fuggire.
    Un paradiso Atene mi pareva
    quand'io Lisandro ancor non conosceva.
    Oh, ma il mio amore ha incanto singolare
    che in un inferno un ciel pot cangiare!
    LISANDRO: Vi sveleremo quanto abbiam deciso:
    domani notte, allor che Diana il viso
    d'argento in specchio d'acque a mirar torni
    e i fil d'erba con fluide perle adorni
    (tempo da fuga per gl'innamorati),
    contiamo uscir d'Atene inosservati.
    ERMIA: Nel bosco, ove su tenui primavere
    noi due sovente solemmo giacere,
    a confidarci ogni intimo deso,
    c'incontreremo il mio Lisandro ed io;
    quivi da Atene stornerem la faccia,
    di stranie genti e nuovi amici in traccia.
    Dolce compagna de' miei giochi, addio;
    prega pel bene di Lisandro e mio;
    e a te Demetrio renda la fortuna!
    Bada, Lisandro: la vista digiuna
    terrem del cibo che la fa beata
    fin domani nel cuor della nottata.
    LISANDRO: S cara.
    (Esce Ermia).
    Elena, addio: il vostro amore
    possa Demetrio ricambiar di cuore!
    (Esce Lisandro).
    ELENA: Oh, quanto una  d'un'altra pi felice!
    In Atene anche me bella ognun dice.
    Ma che mi val? Demetrio non vi crede:
    non vuol vedere quel che ogni altro vede.
    S'infatua a torto d'Ermia per lo sguardo,
    com'io per le sue doti a torto m'ardo.
    A cosa bassa e vile pu l'Amore
    dare di bella e nobile il valore.
    In lui non vedon gli occhi, ma l'istinto:
    ond'esso colla benda vien dipinto.
    Ne in s pur l'ombra di prudenza alloga:
    alato e cieco va con fatua foga.
    E di chiamarlo un pargolo v' l'uso,
    perch in sua scelta spesso vien deluso.
    Se poi vispo ragazzo per trastullo
    inganna, ognor tradisce Amor fanciullo.
    In grandine di giuri a me il suo cuore
    dedicava Demetrio; ma, al calore
    degli occhi d'Ermia, egli da me si sciolse
    e dei giuri lo scroscio si dissolse.
    Gli sveler la fuga dell'amata:
    l'inseguir nel bosco egli in nottata;
    e se grazie m'avr per dargli intesa,
    mi costeranno una soverchia spesa;
    ma spero d'alleviare l'umor tetro
    nel vederlo andar l, e tornare addietro.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - La casa di Zeppa in Atene.

    (Entrano ZEPPA, BIETTA, ROCCHELLA, FLAUTO, CANNELLO e SPARUTO).
    ZEPPA: E' tutta qui la nostra compagnia?
    ROCCHELLA:  Ti  converrebbe  chiamar tutti "in generale",  un per uno,
    secondo la polizza.
    ZEPPA: Ecco la lista di quanti, in tutta Atene, son reputati capaci di
    recitare il nostro intermezzo davanti al duca e alla duchessa, la sera
    del loro sposalizio.
    ROCCHELLA: Prima,  Zeppa mio,  dicci di che tratta la commedia;  eppoi
    leggi i nomi degli attori: fa' le cose in regola.
    ZEPPA:  Benone!  La  nostra  commedia  sarebbe  dunque "La tristissima
    storia e l'atroce morte di Piramo e di Tisbi".
    ROCCHELLA: Bel lavoro, v'assicuro, e divertente. Ora,  Zeppa mio,  fa'
    la chiama degli attori come stan sul foglio. Compari, in fila!
    ZEPPA: Rispondete, via via che vi chiamo. Cola Rocchella, tessitore.
    ROCCHELLA: Pronto. Dimmi che parte mi tocca, e tira avanti.
    ZEPPA: Tu, Cola, sei segnato per Piramo.
    ROCCHELLA: E chi  Piramo? un amoroso o un tiranno?
    ZEPPA: Un amoroso che s'ammazza intrepidamente per amore.
    ROCCHELLA:  Ci vorr qualche lagrima per recitar bene questa parte: se
    mi ci metto l'uditorio badi agli occhi: voglio scatenare  un  uragano,
    "condolermi" un bel po'. Sentiamo il resto, per la mia vocazione  il
    tiranno.  Sarei speciale per fare l'"Ercule" o una parte dove ci fosse
    da levar la pelle al gatti, da far scoppiar tutti.

    "Urto di massi,
    scosse e sconquassi:
    infrangerassi
    muda e serrame.
    Co' suoi cavagli
    'Fibbo' abbarbagli,
    trami e dismagli
    le sorti grame".

    Questa s ch' roba sublime! E ora finisci di dare le parti.  Questa 
    roba da "Ercule", da tiranno: un amoroso dev'essere pi "condolente".
    ZEPPA: Cecco Flauto, aggiusta-mantici.
    FLAUTO: Presente, Piero Zeppa.
    ZEPPA: Tu devi occuparti di Tisbi.
    FLAUTO: E chi  Tisbi? un cavaliere errante?
    ZEPPA: E' la dama che Piramo deve amare.
    FLAUTO:  No,  perdinci,  non  mi dare una parte di donna: sto mettendo
    barba.
    ZEPPA: Non importa: reciterai mascherato, e potrai far la voce piccina
    a piacer tuo.
    ROCCHELLA: Se mi posso coprir la faccia,  lasciami recitare  anche  la
    parte  di Tisbi: far una voce mostruosamente fine,  cos,  cos: "Ah,
    Piramo, caro amante, ecco la tua cara Tisbi, la tua cara dama".
    ZEPPA: No, tu devi fare da Piramo, e tu, Flauto, da Tisbi.
    ROCCHELLA: Va bene, tira via.
    ZEPPA: Berto Sparuto, sarto.
    SPARUTO: Presente, Piero Zeppa.
    ZEPPA: Berto Sparuto,  tu farai da  madre  di  Tisbi.  Maso  Cannello,
    calderaio.
    CANNELLO: Presente, Piero Zeppa.
    ZEPPA:  Tu,  da  padre  di  Piramo;  io  da  padre  di Tisbi;  Bietta,
    stipettaio, tu da leone; ed ecco, spero messa su la commedia.
    BIETTA: E' scritta la parte del leone?  e l'hai con te?  ti  prego  di
    darmela, se mai, perch ci metto molto a imparare.
    ZEPPA: La puoi improvvisare, perch si tratta solo di ruggire.
    ROCCHELLA:  Lasciami  recitare  anche  la parte del leone;  ruggir da
    consolare il cuore di chi mi sente;  ruggir  da  far  dire  al  duca:
    "Ancora, Ancora!".
    ZEPPA:  Se  tu  ruggissi  troppo fieramente,  la duchessa e le dame si
    spaventerebbero al punto  di  strillare:  e  tanto  basterebbe  perch
    fossimo tutti mandati alle forche.
    TUTTI: C'impiccherebbero tutti, quanti siamo figli di mamma.
    ROCCHELLA: Vi concedo,  amici,  che le dame,  se le facessimo spiritar
    dalla paura,  non avrebbero pi discernimento che  per  mandarci  alle
    forche: ma io "aggraver" la mia voce cos da ruggire pianino come una
    colomba di latte; da ruggire come un rosignolo.
    ZEPPA:  Tu  non puoi fare che da Piramo.  Piramo,  capisci,   un uomo
    simpatico;  bello cos da  non  vederne  l'uguale  in  tutt'un  giorno
    d'estate;  un  uomo ammodo,  garbato: insomma una parte che ti calza a
    pennello.
    ROCCHELLA: Va bene, resta inteso. E che barba converr che mi metta?
    ZEPPA: Che barba? quella che ti pare.
    ROCCHELLA: Posso disimpegnarmi con una barba paglierina, con una barba
    tan,  con una barba scarlatta di grana,  oppure con una  barba  color
    testone francese, cio color d'oro buono.
    ZEPPA:  Ci  son  testoni  francesi  senza  un  pelo;  perci rischi di
    recitare sbarbato.  Compari,  ecco le vostre parti;  non mi resta  che
    supplicarvi, incaricarvi e chiedervi d'impararle per domani sera; e di
    venirmi  a ritrovare nel parco ducale,  un miglio fuor di porta,  allo
    spuntar della luna; faremo le prove laggi; perch,  se ci radunassimo
    in citt,  avremmo un codazzo di curiosi, e i nostri stratagemmi si li
    saprebbero subito. Nel frattempo far una lista del bisognevole per la
    nostra rappresentazione. Non mancate, vi prego.
    ROCCHELLA:  Verremo  a  ritrovarti;   e  laggi  potremo  provare  pi
    "sconciamente"  e  con maggiore audacia.  Mettetevi d'impegno,  mirate
    alla perfezione: addio.
    ZEPPA: Ci raduneremo alla quercia del duca.
    ROCCHELLA: Basta: a chi manca sia guasto l'arco.
    (Escono).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Bosco presso Atene.

    (Entrano, da parti opposte, una FATA e il FOLLETTO).
    FATA: Spirito, ol! dimmi un po' dove vai?
    FOLLETTO: Su monti e vallate,
    fra i pruni e le fronde,
    su parchi e steccate,
    per fiamme, per onde,
    vago ognor, pi che la sfera
    della luna, a vol leggiera;
    per servir la reginetta,
    colla guazza, fra l'erbetta,
    i suoi cerchi d'orme irroro.
    Scortan lei, in assise d'oro,
    dell'auricola i fiorellini;
    le lor chiazze son rubini,
    sono efelidi odorate,
    cari doni delle fate.
    Le stille di rugiada ho da cercare,
    le orecchie delle auricole a imperlare.
    FATA: Addio, sguaiato spirito, vo via:
    viene cogli elfi la regina mia.
    FOLLETTO: Stanotte qui gran festa avr il Sovrano;
    badi Titania di restar lontano.
    Oberone dall'ira  quasi pazzo,
    perch lei, come paggio, ha un bel ragazzo
    che a un principe dell'India fu rapito,
    ed  il suo pi soave favorito.
    Questi il geloso re vorrebbe avere,
    fargli batter le selve qual scudiere.
    Ella a forza trattiene ii giovinetto,
    l'inghirlanda di fiori, e ogni diletto
    ripone in lui che fa il suo cor beato.
    Ed or non pi nel bosco, n sul prato,
    or non pi presso chiare fontanelle,
    n al lume brillantato delle stelle,
    incontransi que' due senz'aspre liti;
    onde i lor elfi, tutti impauriti,
    in cupole di ghiande lesti vanno
    a rannicchiarsi, ed ivi ascosi stanno.
    FATA: O io travedo in te forma ed aspetto,
    o sei l'astuto e maligno folletto
    che chiamano Bertino Buontempone.
    Non sei tu forse chi desta apprensione
    tra le fanciulle del villaggio, affanna
    a volte nella mola, il latte spanna
    dalla massaia ansante rimestare
    fa la zangola invan; n fermentare
    lascia la birra; e a notte i peregrini
    svia, per ridere poi di quei meschini?
    Se un ti chiama "Bertin, folletto caro",
    tu stesso il suo lavor gli metti in paro,
    e provvedi sia sempre fortunato.
    Dimmi, sei lui?
    FOLLETTO: Hai proprio indovinato;
    io sono quel nottambulo burlone.
    Faccio il giullare pel mio re Oberone;
    e ride lui, se stallon ben nutrito
    di fave inganno, imitando il nitrito
    della puledra. Entro il boccal m'acquatto,
    di mela cotta in guisa, a volte, e scatto
    in bocca alla comare, quando beve,
    e lei la birra rovesciarsi deve
    sulla giogaia vizza. Assai tremende
    storie narrando, savia zia mi prende
    a volte per un trespolo: di sotto,
    ecco, le sfuggo, lei casca di botto,
    e "birba" strilla fra colpi di tosse;
    tengonsi i fianchi, prorompendo in grosse
    risate, allora, e gongolan gli astanti,
    e starnutano, e giuran tutti quanti,
    che non mai pi bell'ora hanno passata.
    Oh, largo: arriva il mio sovrano, fata!
    FATA: Ed ecco pure la sovrana mia.
    Or voglia il cielo ch'egli vada via!
    (Entrano,  da parti opposte,  OBERONE e TITANIA,  l'uno e l'altra  col
    proprio Seguito).
    OBERONE: Male incontrata al lume della luna,
    fiera Titania.
    TITANIA: Il geloso Oberone!
    Balzate via, fatine; di costui
    ho ripudiato letto e compagnia.
    OBERONE: Ferma, impudente: non son io tuo sire?
    TITANIA: Allora esser dovrei la dama tua:
    e invece so appuntino come e quando
    fuggisti dal paese delle fate,
    per passar giorni interi nella forma
    di Coridone, a modular le avene
    e a verseggiar d'amore per la tenera
    Fillide. Come mai sei di ritorno
    dalle remote balze indiane? Oh, certo,
    sol perch la tua Amazzone spavalda,
    l'amica tua guerriera e coturnata,
    con Teseo si fa sposa; e al loro talamo
    largire vuoi felicit e fortuna.
    OBERONE: Come osi tu (vergognati, Titania)
    alludere cos al favor d'Ippolita
    verso di me, quando sai che conosco
    l'amore tuo per Teseo? Non tu fosti
    a condur lui pel notturno barlume
    lungi dalla rapita Perigune?
    Non l'inducesti tu a romper fede
    ad Egle bella, ad Arianna. ad Antiope?
    TITANIA: Queste son tutte falsit ispirate
    da gelosia: ch non mai, dal principio
    della bella stagione, ci adunammo
    in poggio o valloncello, in bosco o prato,
    presso ghiaioso letto di sorgente,
    lungo giuncoso margine di rivo,
    o su spiaggia marina, per danzare
    lievi carole al fischietto del vento,
    che tu, co' tuoi schiamazzi, non turbassi
    i nostri svaghi. Ed ecco, allor, che il vento,
    stanco di zufolare invan per noi,
    su dal mare ha succhiato per vendetta
    nebbie maligne, e queste poi, grondando
    sul terreno, han cos gonfi d'orgoglio
    i fiumi tutti, insino al pi meschino,
    ch'essi le dighe han rotte. Ed ora invano
    al giogo piega il bove, il suo sudore
    spreca il bifolco, e infradicia la spiga
    prima che la sua verde giovinezza
    metta su barba; vuoti son gli stazzi
    negl'inondati campi, e ingrassa il corvo
    colle carogne del bestiame infetto;
    sul piazzale dei giochi ingromma il fango;
    gl'ingegnosi meandri, non calpesti,
    confusi stan nella verzura incolta.
    Braman le genti i lor iemali panni.
    Non pi allegran la notte inni e carole:
    onde Febea (delle maree signora)
    pallida per lo sdegno, l'aria tutta
    bagna, affinch d'umori ognuno ammali.
    Fra cotali intemperie, le stagioni
    vediam sconvolte: le canute brine
    cadon nel grembo fresco della rosa
    porporina, e sul calvo e algente capo
    del vecchio Inverno, in beffa,  posto un serto
    fragrante d'odorati fiori estivi.
    Primavera ed estate, ed il fecondo
    autunno, e il verno iroso hanno mutate
    le assise loro, e le attonite genti
    non distinguono pi l'una dall'altra
    le stagioni, nel loro maturare.
    E tutti questi guai sono progenie
    del dissenso, dell'astio ch' fra noi:
    noi li abbiamo procreati e generati.
    OBERONE: Mettivi allor riparo: ci sta in te.
    Perch crucciar vorresti il tuo Oberone?
    Altro non chiedo, se non quel rapito
    garzoncello per farmene un paggetto.
    TITANIA: Mettiti il cuore in pace; tutto il regno
    delle fate e degli elfi  insufficiente
    quel giovinetto a riscattar. Sua madre
    all'ordin mio era votata: spesso
    ella mi tenne compagnia all'aperto,
    nelle fragranti sere indiane; spesso
    l'ebbi al mio fianco sulle bionde arene
    di Nettuno, guardando i mercanti
    salpar sui flutti: ridevamo entrambe
    quando il vento lascivo inturgidire
    facea la vela come pregno grembo;
    ed ella (in sen gi ricca del mio paggio)
    imitava col suo passo aggraziato
    il dondolio di nave sottovento,
    e veleggiar fingeva sulla terra,
    sostando per raccogliere gingilli,
    e poi tornava, come da viaggio,
    ricca di mercanzie. Era mortale:
    e si mor di questo suo bambino,
    che per amore suo voglio educare,
    e per suo amore tener meco sempre.
    OBERONE: Fin quando vuoi restare in questa selva?
    TITANIA: Forse finch Teseo non sia sposato.
    Se in buona pace vuoi riddar con noi,
    e ti garba vederci tripudiare
    al lume della luna, vieni via;
    se no, stammi lontano, ch'io di certo
    i luoghi eviter che tu frequenti.
    OBERONE: Dammi quel paggio, ed io verr con te.
    TITANIA: No, per tutto il tuo regno. Via, via, fate!
    se sto un minuto ancora, ci azzuffiamo.
    (Escono Titania e il suo Seguito).
    OBERONE: Va', va'; ma non potrai dal bosco uscire,
    senza prima scontar la tua protervia.
    Appressati, folletto mio gentile.
    Tu certo ben ricordi quella volta
    ch'io, sedendo su in vetta a una scogliera,
    udii sirena, a dorso di delfino,
    esalar s soavi melodie
    che l'aspro mare n'era abbonacciato,
    e alcune stelle prorompeano folli
    dalle lor sfere, per udir la musica
    della sirena.
    FOLLETTO: S, rammento.
    OBERONE: Allora
    potei vedere (ma non tu vedesti)
    volare fra la luna algida e il mondo,
    Cupido in armi: l'occhio suo securo
    mir a vaga Vestale, in trono assisa
    d'occidua contrada, e dalla cocca
    liber la saetta con tale impeto
    ch'essa non un, ma diecimila cuori
    parve dover trafiggere ad un tratto:
    io vidi invece la saetta ignita
    del giovine Cupido tutta spegnersi
    nei casti raggi della luna rorida;
    e via pass l'imperial Vestale,
    assorta in caste idee, scevra d'amore.
    Pur vidi ove caduta era la freccia.
    Era caduta sopra un fiorellino
    dell'occidente, gi color del latte,
    allor purpureo d'amorosa piaga;
    viola del pensiero vien chiamato
    quel fior dalle fanciulle. Vanne in cerca:
    te l'ho mostrato un giorno. Il succo suo,
    se stilli sovra ciglia addormentate,
    basta a far delirare od uomo o donna
    per qual sia creatura l'occhio suo
    veda al risveglio. Cercami quel fiore;
    e di ritorno sii prima che a nuoto
    una lega percorra il leviatano.
    FOLLETTO: In quaranta minuti d'una zona
    cinger il mondo.
    (Esce).
    OBERONE: Avuta la viola,
    sorprender Titania mentre dorme,
    e gliene stiller l'umor sul ciglio:
    e qual sia l'animale che le appaia
    in sul risveglio (sia leone, od orso,
    o toro, o petulante bertuccione,
    o babbuin molesto) ella dovr
    perseguirlo in ispirito d'amore.
    E pria ch'io disincanti la sua vista
    (il che potr eseguir con altro semplice)
    sar costretta a cedermi il suo paggio.
    Chi s'appressa? Non visto origlier.
    (Entra DEMETRIO, inseguito da ELENA).
    DEMETRIO: Io non t'amo, perci non m'inseguire.
    Dove sono Lisandro ed Ermia bella?
    voglio uccidere lui, e lei m'uccide.
    In questa selva, hai detto, son fuggiti;
    ed eccomi selvaggio in questa selva,
    perch trovar non posso la mia Ermia.
    Lasciami, su; va' via, pi non seguirmi.
    ELENA: Tu m'attiri, durissimo adamante,
    ma non gi ferro attiri, ch il mio cuore
     saldo come acciaro. Tu dismetti
    il potere d'attrarre, ed il potere
    perder di seguirti.
    DEMETRIO: Ti par forse
    ch'io ti lusinghi con parole dolci?
    o non piuttosto  vero che, alla svelta,
    ti dico che non posso amarti pi?
    ELENA: Proprio per questo ancor pi t'amo. Senti,
    Demetrio, sono come il tuo spagnolo;
    pi tu mi batti e pi ti son devota.
    Trattami come il tuo spagnolo, sprezzami,
    bastonami, trascurami, smarriscimi,
    sol che tu mi permetta, anche se indegna,
    di venire con te. Di' se potrei
    chieder nell'amor tuo luogo pi  infimo
    (luogo, peraltro, da me tanto ambito)
    che d'essere trattata come un cane.
    DEMETRIO: Non tentar troppo l'odio del mio cuore;
    mi sento venir male se ti vedo.
    ELENA: E a me vien male quando non ti vedo.
    DEMETRIO: Tu manchi troppo contro il tuo pudore,
    lasciando la citt per arrischiarti
    alla merc d'un uomo che non t'ama
    esponendo alle insidie della notte,
    e al mal consiglio d'un luogo deserto
    il ricco pregio della tua purezza.
    ELENA: La tua virt protegge il mio pudore;
    non mi fa notte se ti vedo in viso,
    non mi sembra perci d'andar di notte;
    n questa selva mi par solitaria
    in compagnia di te: sei tu il mio mondo,
    e come potrei dir d'essere sola,
    se tutto il mondo  qui per contemplarmi?
    DEMETRIO: Vo' correre a celarmi nella macchia,
    te abbandonando in bala delle fiere.
    ELENA: Non v' fiera crudel quanto tu sei.
    Scappa se vuoi, ch muter la storia:
    Apollo fugge e Dafne gli d caccia;
    perseguito  il grifone dalla tortora;
    la timida cerbiatta anela in corsa
    per raggiungere il tigre. Ah, corsa vana,
    se vilt insegue, ed il valore fugge!
    DEMETRIO: Non pi discorsi, basta: vo' andar via;
    e se insisti a inseguirmi, non sperare
    ch'io non ti faccia oltraggio nella selva.
    ELENA: S, nel tempio, in citt, nella campagna,
    oltraggio tu mi fai. Ohib, Demetrio!
    Tutte noi donne insulti col tuo spregio:
    combatter per amore non ci  dato,
    come pu far qualunque innamorato;
    lasciarci vagheggiare ci conviene,
    e il corteggiare a noi non ist bene.
    (Esce Demetrio).
    Vo' seguirti, e l'inferno in ciel mutare,
    avendo morte dalle man tue care.
    (Esce Elena).
    OBERONE: Va', ninfa: ei non sar del bosco fuori,
    che di te, schiva, invocher gli ardori.
    (Rientra il FOLLETTO).
    Hai il fiore? Ben tornato, vagabondo.
    FOLLETTO: Eccolo qui.
    OBERONE: Ti prego, dallo a me.
    So una proda ove cresce il timo aulente,
    la violetta dal capin che assente,
    e la primula sotto ampie cortine
    di prunalbo, muscose roselline
    e caprifoglio soave: cullata
    da melodie di danza, la nottata
    ivi, in parte, trascorre a riposare
    tra i fior Titania; ed ivi suol gittare
    il serpe la sua smaltea pelle, spoglia
    bastante a fata che ammantar si voglia.
    Spremerle sovra i cigli vo' l'umore
    della viola, ad eccitar nel cuore
    di lei le pi incresciose fantasie.
    Parte del fiore prendi tu, e le vie
    di questa selva esplora: v' una dama
    gentile, qui, d'Atene, la quale ama
    un disdegnoso giovine: i cigli ungi
    di lui, quando la dama non sia lungi,
    s che posarvi sopra gli occhi suoi
    quegli debba al risveglio. Il giovin puoi
    riconoscere ai panni ateniesi.
    Eseguisci in maniera ch'ei palesi
    per la fanciulla ancor pi vivo ardore
    ch'ella per lui non nutrisse nel cuore.
    Bada pure ch'io voglio, senza fallo,
    averti meco pria che canti il gallo.
    FOLLETTO: Signore mio, a dubitar non state:
    vi son servo e far quel che ordinate.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Altra parte del bosco.

    (Entra TITANIA col suo Seguito).
    TITANIA: Presto, un canto fatato ed un rondello;
    poi, per la terza parte d'un minuto,
    via, ad uccidere i bruchi nei boccioli
    della rosa muscosa; o a battagliare
    coi pipistrelli, per bottini d'ali
    nella cui pelle foggerem farsetti
    agli elfi piccolini; od a scacciare
    il gufo clamoroso che, nel buio,
    urla stupito a' miei elfi leggiadri.
    Cantate ora per farmi addormentare;
    indi all'opera, intanto ch'io riposo.

    (Le FATE cantano).

    PRIMA FATA: Voi, pezzati bracchi, orbetti,
    voi, tritoni, voi, spinosi,
    qui malizia non v'alletti,
    non vogliate esser noiosi.
    CORO: Filomena, qui suvvia,
    con noi canta, in melodia:
    ninna-nanna, ninna-nanna;
    ninna-nanna, ninna-nanna;
    sia malia, sia magia,
    da Titania lunge stia.
    Buona notte, in melodia.
    PRIMA FATA: Ragni, voi non v'appressate;
    via, gambuti filatori;
    scarabei, voi mal non fate;
    lumachelle e bruchi, fuori!
    CORO: Filomena, qui suvvia,
    con noi canta, in melodia;
    ninna-nanna, ninna-nanna;
    ninna-nanna, ninna-nanna;
    sia malia sia magia,
    da Titania lunge stia.
    Buona notte, in melodia.
    (Titania s'addormenta).
    SECONDA FATA: Tutto  tranquillo, venite via!
    Una di guardia da lunge stia.
    (Le Fate escono).

    (Entra OBERONE).

    OBERONE (spremendo il fiore sui cigli di Titania):
    Nel destarti qual vedrai
    per tuo vago prenderai;
    e per quello languirai.
    Pardo, o gatto, o lonza, od orso,
    o cinghial d'irsuto dorso,
    per te, appena desta, aspetto
    prender del tuo diletto:
    schiudi gli occhi a vile obbietto.
    (Esce).

    (Entrano LISANDRO ed ERMIA).

    LISANDRO: Ermia, sembri mancar dalla stanchezza
    per tanto errar nel bosco; ed io smarrita
    per dir vero, ho la via: se vuoi, dolcezza,
    dormiamo, e aspettiam dal giorno aita.
    ERMIA: S, caro; e un letto va' per te a cercare,
    ch a questa proda il capo vo' appoggiare.
    LISANDRO: Solo un cuscino per noi si richiede;
    un letto, un cuor, due petti, ed una fede.
    ERMIA: No, fatti in l, Lisandro; per lo stesso
    riguardo che hai per me, non star qui presso.
    LISANDRO: Cara, interpreta ben la mia innocenza!
    Amore intende d'amor l'eloquenza.
    Io voglio dir ch' avvinto al tuo il mio cuore;
    cos che i due son uno nell'amore:
    due petti cui incatena una parola
    fanno due petti ed una fede sola.
    Perci al tuo lato a me concedi un posto:
    gi non m'accosto di mentire a costo.
    ERMIA: Per gli enigmi hai l'ingegno ben disposto.
    Sia maledetto orgoglio e scortesia,
    se mai pensai tu dicessi bugia!
    Ma, dolce amico, per affetto e onore,
    fatti in l; v' un riguardo che il pudore
    vuol tra fanciulla e giovine dabbene.
    Sta' lontano, per ora, e dormi bene,
    gentile amico; n il tuo amor perisca
    finch tua dolce vita non finisca!
    LISANDRO: Amen, rispondo a prece s compita;
    ed aggiungo: finisca la mia vita
    prima della mia fede! Ecco il mio letto:
    doni a te il sonno un riposo perfetto!
    ERMIA: Mezzo di quest'augurio a colui tocchi
    da cui vien fatto a me, e gli chiuda gli occhi!
    (S'addormentano entrambi).

    (Entra il FOLLETTO).

    FOLLETTO: Per la selva ho scorrazzato,
    ma nessuno v'ho trovato
    sovra cui provar se il fiore
    pu davver destar l'amore.
    Buio tacito! chi  questi?
    Son d'Atene le sue vesti:
    certo  quei che a sdegno tiene
    (dice il re) dama d'Atene.
    Ecco dorme la donzella,
    su fangosa terra, anch'ella.
    Lungi sta da chi l'oblia,
    da chi uccide cortesia.
    (Spremendo il fiore sui cigli di Lisandro).
    O villano ecco, t'infiltro
    dentro gli occhi questo filtro.
    Quando tu dischiuda i cigli,
    tosto il sonno ancor ne esigli.
    Ed allor sar lontano;
    perch vo dal mio sovrano.
    (Esce).
    (Entrano, di corsa, DEMETRIO ed ELENA).

    ELENA: Caro, uccidimi pur, ma sosta qui.
    DEMETRIO: Ehi, dico, via, non seguirmi cos.
    ELENA: Nel buio vuoi lasciarmi dunque? oh, no!
    DEMETRIO: Resta, a tuo danno: solo me ne vo.
    (Esce).
    ELENA: Ho perso il fiato in questa folle caccia!
    Pi prego e meno par che il prego piaccia.
    Ermia felice, ovunque si riposi,
    per gli occhi suoi beati e maliosi.
    Che splende nel suo sguardo? Non salato
    pianto: ch il mio pi spesso n' bagnato.
    No, no, son brutta quale orsa, lo sento:
    le bestie fo scappar dallo spavento.
    Non  quindi a stupir se, pari a mostro,
    Demetrio fo scappar quando mi mostro.
    Che falso specchio lo sguardo stellare
    d'Ermia pot incitarmi ad emulare?
    Ma al suol chi giace? Lisandro? Assopito?
    morto? sangue non fa, non  ferito.
    Lisandro, se vivete, buon signore
    aprite gli occhi.
    LISANDRO: (destandosi): Pel tuo dolce amore,
    nel fuoco passer senza paura,
    Elena eterea! L'arte di natura
    fa si ch'io vegga il tuo cuor nel tuo petto.
    Dov' Demetrio? Oh, come al nome abbietto
    di lui si converrebbe di perire
    per la mia spada!
    ELENA: Non dovete dire
    cos; no, no, Lisandro. Che v'importa
    s'egli ama la vostra Ermia? Ancora assorta
    ell' nel vostro amor: state contento.
    LISANDRO: Contento d'Ermia? No: molto mi pento
    d'istanti in cui con lei mi son noiato.
    Son d'Elena, non d'Ermia, innamorato:
    chi pu corvo a colomba preferire?
    nell'uomo  da ragion retto il desire;
    e la ragione a voi, come pi degna,
    fra voi ed Ermia il primo posto assegna.
    Quanto cresce matura in sua stagione:
    e non anco maturo alla ragione
    ero fin qui, per troppa giovinezza.
    Or che son giunto al colmo di saggezza,
    ragione al mio voler diventa duce,
    e verso gli occhi vostri ella m'adduce;
    ove le storie dell'amore imparo
    nel libro dell'amor pi ricco e raro.
    ELENA: Son dunque nata per questa abbiezione?
    Provocai forse la vostra irrisione?
    Non vi pareva, o giovine, bastare
    ch'io non potessi aver mai, n sperare
    da Demetrio uno sguardo di dolcezza?
    Volete anche schernir la mia pochezza?
    Torto mi fate invero (torto e peggio)
    a vagheggiarmi cos per dileggio.
    Dio vi protegga! Vi credei signore
    (lo devo dir) di cortesia maggiore.
    Triste  che donna da talun spregiata,
    perci da un altro venga poi insultata!
    (Esce).
    LISANDRO: Non ha visto Ermia. Resta, Ermia a dormire;
    a me d'intorno omai pi non venire!
    E poi che per soverchio di dolcezza
    si forma pi incresciosa ripienezza,
    e le eresie, una volta sfatate,
    da chi illuso ne fu vengon pi odiate,
    or tu, mia ripienezza, mia eresia
    da me pi che da ogni altro odiata sia!
    E faccia del mio spirto ogni potere
    ch'io d'Elena sia degno cavaliere!
    (Esce).
    ERMIA (destandosi): Aiuto, mio Lisandro, aiuto!
    strappa questo serpe che al petto mi s'aggrappa!
    Ahim, sognar cos che cosa brutta!
    Lisandro, guarda come tremo tutta.
    Sognai che un serpe il cuore mi rodeva,
    e che tu ne ridessi mi pareva.
    Lisandro! non c' pi? O vita mia!
    M'odi? non suon, non voce? andasti via?
    Dove sei? per piet, dimmi se m'odi!
    Par che il terrore le mie membra snodi.
    Nulla: di certo non sei pi con me:
    ch'io trovi morte, se non trovo te.
    (Esce).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Il bosco. Titania adagiata a dormire.

    (Entrano ZEPPA, BIETTA, ROCCHELLA, FLAUTO, CANNELLO e SPARUTO).
    ROCCHELLA: Ci siamo tutti?
    ZEPPA:  Per  l'appunto:  ed ecco un luogo che par fatto apposta per le
    nostre prove. Questo spiazzo erboso sar il palcoscenico, questo folto
    di biancospini lo  spogliatoio,  e  ora  reciteremo  proprio  come  se
    fossimo davanti al duca.
    ROCCHELLA: Piero Zeppa!
    ZEPPA: Che dici, Rocchella mio?
    ROCCHELLA:  In  questa  commedia di Piramo e Tisbi ci son cose che non
    potranno mai piacere.  Prima di tutto,  Piramo sfodera  la  spada  per
    ammazzarsi; il che non andr a genio alle signore. Che ne pensi?
    CANNELLO: Maria Vergine, che paura matta!
    SPARUTO:  Mi  pare  che,  tutto  considerato,  si potrebbe fare a meno
    dell'ammazzamento.
    ROCCHELLA: Neanche per idea: ho io un espediente  per  rimediare  ogni
    cosa. Scrivimi un prologo, un prologo per spiegare che le nostre spade
    non vogliono far male a nessuno, e che Piramo non s'ammazza sul serio;
    poi,  per  un  massimo di precauzione,  dite che io,  Piramo,  non son
    Piramo, ma Rocchella tessitore: tanto baster a evitare gli spaventi.
    ZEPPA: Resta inteso: avremo il prologo,  e sar in versi d'otto  e  di
    sei.
    ROCCHELLA: No, meglio di pi sillabe, fallo in versi d'otto e d'otto.
    CANNELLO: E le signore non avranno paura del leone?
    SPARUTO: Vi garantisco che ne ho paura anch'io.
    ROCCHELLA: Compari,  pensateci bene: portare un leone (Dio ne guardi!)
    in mezzo alle signore  cosa tremenda.  Non esiste  davvero  un  altro
    uccello rapace spaventoso come un leone vivo; e bisogna aver prudenza.
    CANNELLO:  Allora  un altro prologo dovr spiegare che il nostro non 
    un leone vero.
    ROCCHELLA: Anzi,  bisogner annunziare il nome dell'attore,  e lasciar
    vedere un po' della sua faccia tra la criniera del leone; e lui stesso
    dovr  parlare  attraverso  il  pelo,  dicendo  cos  (o  allo  stesso
    "difetto"): "Signore", oppure, "Signore belle, vorrei che voi", o, "vi
    pregherei", o, "vi supplicherei di non temere,  di non tremare: la mia
    vita  risponde  della  vostra.  Se  credete che io venga qui a fare il
    leone per davvero,  ahim della mia vita!  No,  non  sono  una  bestia
    simile: sono un uomo come tutti gli altri";  e a questo punto lui dica
    addirittura  ii  suo  nome,  e  spieghi  francamente  d'essere  Bietta
    Stipettaio.
    ZEPPA:  Bene,  si far cos.  Ma ci sono altri due impicci: il primo 
    portare il lume di luna in una stanza; perch, sapete,  Piramo e Tisbi
    si dan ritrovo al lume di luna.
    CANNELLO: Ci sar la luna la sera della nostra recita?
    ROCCHELLA: Un calendario,  un calendario! guarda nell'almanacco: cerca
    la luna, cerca la luna.
    ZEPPA: S, quella sera ci sar.
    ROCCHELLA: E allora potrete lasciare aperta una  imposta  di  finestra
    nella sala dove reciteremo; e il lume di luna entrer dalla finestra.
    ZEPPA: Gi; oppure qualcuno potr venir fuori con un fascio di spine e
    una lanterna,  e dire che arriva a "sfigurare",  o a rappresentare, la
    persona del Lume-di-Luna. Ma poi c' un altro impiccio: avremo bisogno
    d'un muro nella sala,  perch Piramo e Tisbi (come dice la storia)  si
    parlavano attraverso il cretto d'un muro.
    CANNELLO:  Sar  impossibile  tirar  dentro  un muro.  Che ne dici tu,
    Rocchella?
    ROCCHELLA: Un uomo qualunque  potr  rappresentare  il  Muro:  baster
    impiastrarlo con un po' di gesso d'intonaco,  di marna,  tanto per far
    capire ch' un muro; lui, poi, terr i diti cos;  e attraverso quello
    spacco Piramo e Tisbi bisbiglieranno fra loro.
    ZEPPA: Se si pu fare a questo modo,   sistemato tutto.  Su, figlioli
    delle vostre mamme,  mettetevi a sedere,  e provate le  vostre  parti.
    Piramo,  a  te:  quando  avrai  finito il tuo discorso,  entra in quel
    boschetto; e cos un per uno, secondo l'imbeccata.
    (Entra il FOLLETTO, restando indietro).
    FOLLETTO: Che zoticoni abbiamo a schiamazzare
    presso la cuna della mia regina?
    Si recita? Vo' far da spettatore;
    da attor, fors'anche, se ne veggo il destro.
    ZEPPA: Piramo, parla. Tisbi, fatti innanzi.
    ROCCHELLA: "Tisbi, i fiori 'odiosi' han grato olezzo".
    ZEPPA: Odorosi, odorosi.
    ROCCHELLA: "'d'odori' han grato olezzo:
    cos, caruccia mia, cara, il tuo fiato.
    Ma zitta, odo una voce: aspetta un poco
    e tornar mi vedrai tosto al tuo lato".
    (Esce).
    FOLLETTO (a parte): Non recit qui mai s strano Piramo!
    (Esce).
    FLAUTO: Tocca a me di parlare adesso?
    ZEPPA: Di sicuro, perdinci, tocca a te;
    perch lui capisci,   andato a "vedere"  d'un  rumore  udito  e  deve
    tornare.
    FLAUTO: "O Piramo, qual giglio nel tuo candor radioso,
    nel tuo color qual rosa di pruno trionfale.
    La tua belt 'inebra', giovincello animoso!
    fido al par di cavallo cui lena ognoravale;
    c'incontreremo al tumul 'babbione'".
    ZEPPA: "Al tumul babilonio",  compare! Ma questo non lo devi dire ora;
     la tua risposta a Piramo. Tu dici la tua parte tutta di seguito, coi
    richiami e ogni cosa.  Entra,  Piramo: hai  lasciato  passare  il  tuo
    richiamo;  "ognora vale".
    FLAUTO: Oh....
    "Fido al par di cavallo cui lena ognora vale".
    (Rientrano  il  FOLLETTO  e  ROCCHELLA,   trasfigurito  da  una  testa
    asinina).
    ROCCHELLA: "Se tale fossi, Tisbi, tuo sarei"...
    ZEPPA: Che mostruosit! Che stranezza!  Siamo stregati!  Su,  compari!
    scappiamo, compari! aiuto!
    (Escono Zeppa, Bietta, Flauto, Cannello e Sparuto).
    FOLLETTO: Vo' inseguirvi: con mille giravolte
    incalzarvi in padule, e macchia, e fratta;
    fiamma esser vo' talor, destriero a volte,
    o veltro, o verro, od orsa mentecatta
    nitrir, grugnir, ruggir, latrar, dar foco,
    destrier, verro, orsa, can, fiamma, ogni poco.
    (Esce).
    ROCCHELLA:  Perch  scappano?  Dev'essere  qualche  birberia per farmi
    paura
    (Rientra CANNELLO).
    CANNELLO: O Rocchella, come sei mutato! che vedo addosso a te?
    (Esce).
    ROCCHELLA: Che vedi? vedi la tua testa di ciuco malcreato, eh?
    (Rientra ZEPPA).
    ZEPPA: Benedetto te, Rocchella, benedetto te! come sei mutato!
    (Esce).
    ROCCHELLA: Capisco questa birberia.  Vogliono farmi  fare  una  figura
    ciuca,  impaurirmi  potendo:  ma  io  non mi mover di qui cascasse il
    mondo.  Mi vo' mettere a passeggiare in su e in gi cantando,  per far
    sentire che non ho paura, io.
    (Canta). "Il merlo negro nell'ammanto
    dal becco brun-ranciato,
    il tordo, esperto d'ogni canto,
    il reattin flautato".
    TITANIA (destandosi): Quale angelo mi desta in mezzo ai fiori?
    ROCCHELLA (canta): "Lodola, passer filunguello,
    il grigio cucco uggioso,
    al cui insistente ritornello
    non replica lo sposo";
    perch, davvero, chi vorrebbe far prova di ingegno con un uccello cos
    stupido?   chi   vorrebbe  sbugiardare  un  uccello  anche  se  quello
    strillasse "cuc" a perdifiato?
    TITANIA: O benigno mortale, canta ancora!
    L'orecchio mio si bea nelle tue note,
    la tua forma conquide gli occhi miei,
    e il poter de' tuoi vezzi mi costringe
    irresistibilmente, al primo sguardo,
    a confessare, anzi a giurar, che t'amo.
    ROCCHELLA: Mi pare,  padrona mia,  che non ci sia motivo per un  fatto
    simile:  ad  ogni  modo,  per  dire  il  vero,  la  ragione  e l'amore
    oggigiorno vanno di rado assieme.  Ed  un peccato che qualche  vicino
    dabbene  non  dia  a  cotesti  due il modo di fare amicizia.  Gi,  so
    celiare, se mi metto.
    TITANIA: Saggio tu sei del pari che avvenente.
    ROCCHELLA: No,  non  vero  nemmeno  questo:  ma  se  mi  bastasse  il
    giudizio per uscire da questo bosco,  saprei benissimo badare al fatto
    mio.
    TITANIA: Da questa selva non bramar d'uscire:
    qui resterai qual che sia 'l tuo desire.
    Non comune  il mio grado tra le fate;
    nella mia pompa  ancella ognor l'estate;
    ed io t'amo; perci vieni con me.
    Chiamer gli elfi per badare a te:
    perle ti recheranno essi dal mare,
    e giacendo sui fior, li udrai cantare;
    Ed io te sgombrer di scoria greve,
    per renderti qual spirto aereo lieve.
    Fior-di-Pisello! Ragnatelo! Bruscolo! Gran di-Senape!
    (Entrano FIOR-DI-PISELLO, RAGNATELO, BRUSCOLO, e GRAN-DI-SENAPE).
    FIOR-DI-PISELLO: Eccomi!
    RAGNATELO: Anch'io.
    BRUSCOLO: Anch'io.
    GRAN-DI-SENAPE: Anch'io.
    TUTTI: Che c'?
    TITANIA: Con questo cavalier garbati siate:
    dinanzi a lui in istrada saltellate,
    nella sua vista gai caprioleggiate;
    d'albicocche e lamponi lui cibate,
    di fichi, more, ed uve imporporate;
    il miele dei pecchioni saccheggiate,
    di lor cerose zampe torce fate,
    e di lucciole agli occhi le incendiate,
    quando ai suo letto l'amor mio scortate;
    poi tolte alle farfalle ali iridate,
    il lume della luna sventolate
    con esse dalle sue ciglia assonnate.
    Elfi, a lui in obbedienza v'inchinate.
    FIOR-DI-PISELLO: Salve, o mortale!
    RAGNATELO: Salve!
    BRUSCOLO: Salve!
    GRAN-DI-SENAPE: Salve!
    ROCCHELLA: Prego  caldamente  le  Vostre  Signorie  di  farmi  grazia.
    Supplico Vostra Signoria di dirmi il suo nome.
    RAGNATELO: Ragnatelo.
    ROCCHELLA:  Bramo  di  far  meglio conoscenza con voi,  egregio compar
    Ragnatelo: se mi taglio un dito,  mi far lecito di ricorrere voi.  Il
    vostro nome, signor dabbene? FIOR-DI-PISELLO: Fior-di-Pisello.
    ROCCHELLA:  Vi  prego  d'ossequiare  per me la signora Buccia,  vostra
    madre,  e il signor Baccello,  vostro padre.  Egregio compare Fior-di-
    Pisello,  bramo di far meglio conoscenza con voi pure. Il vostro nome,
    ve ne supplico, signore.
    GRAN-DI-SENAPE: Gran-di-Senape.
    ROCCHELLA: Egregio compare Gran-di-Senape,  conosco bene  la  pazienza
    vostra:  quel  vile  gigante  d'un  "Manzo-di-bove"  ha divorato molti
    valentuomini della vostra famiglia: vi garantisco che i vostri parenti
    mi hanno fatto venire i lucciconi gi  diverse  volte.  Bramo  di  far
    meglio conoscenza con voi, egregio compare Gran di-Senape.
    TITANIA: Al mio ricetto scortate il mio amore.
    Della luna la vista par velata di pianto;
    e se tant', piange ogni fiore,
    mesto per qualche purit oltraggiata.
    Zitti, al mio amor la lingua sia legata.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Altra parte del bosco.

    (Entra OBERONE).
    OBERONE: Vorrei sapere se Titania  desta;
    e se mai, chi le apparve al suo risveglio,
    ed ora delirar la fa d'amore.
    (Entra il FOLLETTO).
    Ecco il mio messo. Di', pazzo folletto,
    che avvien stanotte nel magato bosco?
    FOLLETTO: La regina d'un mostro  innamorata.
    Presso il ricetto suo sacro e nascoso,
    nell'ora del profondo suo riposo,
    di zotici, di goffi artieri un branco,
    gente sol buona a faticare al banco
    per buscar di che vivere in Atene,
    a far le prove d'un dramma, ecco, viene
    che di rappresentare ha preso accordo
    per le nozze del duca. Il pi balordo
    di quello stupidissimo drappello,
    il Piramo del dramma, sul pi bello
    abbandona la scena, e in un boschetto
    si caccia; ov'io, colto il destro, gli metto
    la zucca d'un somaro sulla testa.
    Alla sua Tisbe replicare in questa
    deve, e vien fuori il balordo attore.
    Quali smerghi il furtivo uccellatore
    spiando, o bige gracchie, in largo stuolo,
    pel rombo degli spari sorte a volo,
    con rauchi stridi, in pazza scorreria
    si sbandano pel cielo; cos via,
    alla vista di lui, ogni altro scampa;
    chi in uno sterpo rotolando inciampa;
    chi strilla "all'assassino!", e un grido acuto
    lancia vr la citt, chiamando aiuto.
    Gli spirti avendo dal terror fiaccati,
    zimbello ei son d'oggetti inanimati:
    i rovi, i pruni strappan lor le vesti;
    a quei il cappello, la manica a questi;
    qualunque oggetto in cui poter far presa
    di dosso a chi non sa pi far difesa.
    Io li sospinsi in questo terror pazzo,
    lasciando il dolce Piramo allo spiazzo
    e and a finir che, quando gli occhi apr,
    Titania d'un somaro s'invagh.
    OBERONE: Quest' ben pi di quanto m'attendevo.
    Ma il mio filtro, com'io ti prescrivevo,
    negli occhi di quel giovine hai stillato?
    FOLLETTO: Pur questo  fatto: della dama allato,
    quando il colsi, dormiva il cavaliere;
    nel destarsi egli l'ebbe da vedere.
    (Entrano ERMIA e DEMETRIO).
    OBERONE: Sta' queto; vedi, il giovine s' desto.
    FOLLETTO: Quest' la dama: il giovin non  questo.
    DEMETRIO: Perch sdegnar chi tanto amor vi serba?
    Nemico acerbo voce oda s acerba.
    ERMIA: S, m'adiro con te; ma peggio assai
    dovrei trattarti, ch tu, forse, m'hai
    dato cagione a maledir. Se ucciso
    hai Lisandro nel sonno, e il piede intriso
    hai gi nel sangue, sguazzavi pi a fondo,
    e col ferro me pur togli dal mondo.
    Fedele al giorno il sol non s' mostrato
    come a me il mio Lisandro. Allontanato
    si sarebbe egli mai da me dormente?
    A creder m'indurrei pi facilmente
    che la terra tenace forar da una
    ad altra parte s'avesse, e la luna
    pel suo centro agli antipodi sguisciasse,
    e quivi suo fratello spodestasse
    in sul meriggio. Esser non pu che ucciso
    tu non abbi il mio amor: cotesto viso
     d'assassino; cos tetro e smorto.
    DEMETRIO: D'assassinato  l'effigie che porto;
    n altra a me convien, poi che il mio cuore
    trafitto fu dal tuo crudel rigore.
    Ma tu, assassina, serena e splendente
    sei, qual Venere in sua sfera lucente.
    ERMIA: Che c'entra con Lisandro? dov' mai?
    Oh buon Demetrio, di', me lo darai?
    DEMETRIO: Il suo carcame vorrei dare ai cani.
    ERMIA: Via, via, cane randagio! tu mi strani
    alla donnesca pazienza. L'hai
    ucciso dunque? Pi non conterai
    d'ora innanzi fra gli uomini! Il vero, ah,
    dimmi, dimmi una volta, in carit!
    Avresti osato di guardarlo in viso
    quand'era sveglio? l'hai tu dunque ucciso
    nel sonno? Che prodezza! Di', un serpente,
    un angue non potea far similmente?
    L'uccise un angue; n alcun angue v'
    pi velenoso (o aspide!) di te.
    DEMETRIO: Furor tu spendi in uno sdegno vano:
     pura d'uman sangue la mia mano;
    e a quel che so, Lisandro non  morto.
    ERMIA: Di' che sta bene, allor: dammi conforto.
    DEMETRIO: Se mai, che premio mi daresti tu?
    ERMIA: Un privilegio: non vedermi pi.
    Vado; la tua presenza non sopporto:
    stammi lontano, ch'ei sia vivo o morto.
    (Esce).
    DEMETRIO: Vano  seguirla mentr' d'ira in foco:
    meglio ch'io sosti qui per alcun poco.
    Aggrava del dolore ogni tormento
    l'insolenza del sonno in fallimento;
    ma qualche acconto questi potr dare,
    se la profferta sua qui vo' aspettare. (Si corica e s'addormenta).
    OBERONE: Che fai? d'un fido amante le pupille
    tu m'hai bagnato con magiche stille:
    e pel tuo sbaglio l'amante sincero,
    non gi l'infido, muter pensiero.
    FOLLETTO: E' destin che, se un uomo serba fede
    un milione ve n' che ognor la lede,
    passando d'uno ad altro giuramento.
    OBERONE: Trascorri il bosco pi ratto del vento,
    Elena a rintracciar, dama d'Atene.
    D'amor malata ell', smorta diviene
    pei sospiri che smungon le sue vene.
    Con arte qui la riconduci, e intanto
    rinnover sul giovine l'incanto.
    FOLLETTO: Vo, vo; guardate, vo: mai s veloce
    tartara freccia scatt dalla noce.
    (Esce).
    OBERONE (Spremendo il fiore sui cigli di Demetrio:
    Tu, cui tinse di rossore
    di Cupido il dardo, o fiore,
    opra s col tuo liquore
    che la dama, al traditore,
    paia cinta di folgore
    come l'astro dell'amore.
    Se, ridesto dal sopore,
    ei la vegga, sia 'l favore
    di lei balsamo al suo cuore.
    (Rientra il FOLLETTO).
    FOLLETTO: Capitan di nostre schiere,
    v' qui Elena, ed il sere
    che ho magato per errore
    e che il merto vuol d'amore.
    Ne vedremo i lazzi insani?
    Oh, che stolti son gli umani!
    OBERONE: Questo chiasso (fatti in l)
    or Demetrio dester.
    FOLLETTO: Due saranno a vagheggiare;
    oh, che spasso singolare!
    Pi mi garban certi tratti
    se dovuti a strani fatti.
    (Rientrano ELENA e LISANDRO).
    LISANDRO: Perch uno scherno l'amor mio tu credi?
    Scherno e irrision non fanno lagrimare:
    se ti parlo d'amor piango, lo vedi;
    e in detti cos nati il vero appare.
    Come l'amor pu sembrarti disdegno,
    se del vero, per prova, porta il segno?
    ELENA: La tua malizia mostri sempre pi.
    Ver contro vero, oh pia guerra e profana!
    Votato ad Ermia, la ripudi tu?
    Pesar giuro con giuro  cosa vana.
    I giuri tuoi per lei, per me (in bilance)
    peseran pari e lievi come ciance.
    LISANDRO: Fui stolto ad Ermia rivolgendo i preghi.
    ELENA: Sei stolto, a parer mio, se la rinneghi.
    LISANDRO: Demetrio l'ama, e non ama pi te.
    DEMETRIO (destandosi): Elena, o tu perfetta ninfa, dia!
    Che dir degli occhi tuoi, dolcezza mia?
    E' torbido il cristallo al paragone.
    Oh, di vermiglie labbra tentazione,
    oh, ciliege da baci! Raggelato
    candore in cima al Tauro, ventilato
    dai soffi d'Euro, le pi pure nevi
    son pari a corvo se la man tu levi.
    Ch'io baci, deh, questo candor sovrano,
    ch' sigillo di gaudio sovrumano!
    ELENA: Che tormento crudele! che rovello!
    Tutti volete far di me zimbello.
    Se conosceste garbo e cortesia,
    non mi fareste tale villania.
    Non vi basta ch'io sappia che mi odiate,
    ma occorre che a beffarmi v'accordiate?
    Se umani foste, non sol nell'aspetto,
    di frale donna avreste pi rispetto.
    Lodare i vezzi miei, giurarmi amore,
    mentre per me nutrite l'odio in cuore!
    Rivali siete voi quand'Ermia amate;
    rivali siete or ch'Elena beffate.
    Virile impresa, vanto singolare,
    col vostro scherno indurre a lagrimare
    una meschina! Niun che sia cortese
    recherebbe a fanciulla tali offese,
    facendo strazio della sua mitezza,
    e ci solo di spasso per vaghezza.
    LISANDRO: O Demetrio, non essere indiscreto;
    ami Ermia; e sai che ci non m' segreto:
    pur volentieri, di cuore, ti cedo
    il mio diritto all'amor suo; n chiedo
    se non che tu voglia lasciarmi in sorte
    Elena che amer fino alla morte.
    ELENA: Da beffatori non mai venne il fiato
    pi vanamente di cos sprecato.
    DEMETRIO: Lisandro, Ermia non curo: tienla tu.
    Se pur l'amai, quell'amor non  pi.
    Il mio cuore da lei venne ospitato,
    ora a casa con Elena  tornato
    per sempre.
    LISANDRO: Elena, bada: non  vero.
    DEMETRIO: Non calunniare un amore sincero
    che ignori: ti potrebbe costar cara.
    Guarda l'amore tuo; vien la tua cara.
    (Rientra ERMIA).
    ERMIA: La tenebrosa notte il guardo oscura,
    ma acuto fa l'orecchio oltre misura,
    onde, per quanto ne soffra la vista,
    doppio vantaggio l'udito ne acquista.
    Non gli occhi miei, Lisandro, t'han trovato;
    gli orecchi, lor merc, qui m'han guidato.
    Perch, crudel, mi volesti lasciare?
    LISANDRO: Quando incalza l'amor, perch sostare?
    ERMIA: Lungi da me che amor trarti poteva?
    LISANDRO: L'amor che posa a me non concedeva:
    Elena bella, che le notti infiamma
    meglio d'occhiute luci e ni di fiamma.
    Che vuoi da me? Non puoi capire questo:
    che son fuggito perch ti detesto?
    ERMIA: Non pensi quel che dici: non  vero.
    ELENA: Ecco, ha parte anche lei nella congiura!
    si sono messi in tre, ben me n'avvedo,
    per tramar questa beffa a mio dispetto.
    insolente fanciulla! amica ingrata!
    hai cospirato insieme con costoro
    per tribolarmi con s turpe scherno?
    le nostre confidenze, le promesse
    d'amor fraterno, l'ore insieme scorse
    quando, al pensiero della dipartita,
    ci crucciavam col pi veloce tempo,
    oh, tutto, tutto hai tu posto in oblo?
    Persin l'affetto degli anni di scuola,
    dell'infanzia innocente? Ermia, tu ed io,
    come due dive industri, abbiamo insieme
    trapunto un fiore da un modello solo,
    sedute sul medesimo cuscino,
    cantando in egual tono una canzone,
    come se mani e fianchi e voci e idee
    avessimo confuse. Insiem crescemmo
    come ciliegia duplice, divisa
    solo in sembianza, gemina unit;
    come due tonde bacche su uno stelo:
    con due corpi apparenti ed un sol cuore:
    pari a due emblemi araldici, accoppiati
    per nozze sotto un unico cimiero.
    Perch scindere vuoi l'antico affetto
    per derider con uomini un'amica?
    A bont ci disdice, e al tuo candore:
    tutto il mio sesso se ne pu crucciare;
    sebben l'ingiuria ferisca me sola.
    ERMIA: Sono stupita dalle tue parole.
    Io non t'irrido: par che tu m'irrida.
    ELENA: Non hai tu stimolato il tuo Lisandro
    a vagheggiarmi per celia, lodare
    i miei sguardi e 'l mio viso? non hai indotto
    l'altro tuo innamorato (quel Demetrio
    che pur ora col pi mi respingeva!)
    a chiamare me diva, e ninfa, rara,
    preziosa, celestiale? Perch mai
    egli dice cos, se mi detesta?
    E Lisandro perch nega l'affetto
    per te (cos fervente nel suo cuore),
    perch m'offre (oh, sul serio!) devozione,
    se non per tuo voler, col tuo consenso?
    Che fa se in grazia al par di te non sono,
    non come te vagheggiata e felice,
    ma afflitta da un amor senza speranza?
    Compiangermi dovresti e non spregiarmi.
    ERMIA: Io non intendo ci che tu vuoi dire.
    ELENA: Ma s! continua, datti un'aria afflitta;
    fammi boccacce se volto le spalle,
    e ammiccate fra voi; fatela lunga;
    s vaga beffa passer alla storia.
    Se piet, gentilezza aveste o garbo,
    non fareste cos di me ludibrio.
    Ma addio: ci forse, in parte,  colpa mia;
    cui presto ammendi lontananza, o morte.
    LISANDRO:  Resta, o diletta; ascolta le mie scuse,
    amor mio, vita mia, Elena bella!
    ELENA: Stupenda questa!
    ERMIA: Caro, non beffarla.
    DEMETRIO: S'ella non sa pregar, poss'io costringere.
    LISANDRO: Pi costringer non sai ch'ella pregare:
    le tue minacce sono inette al pari
    de' suoi deboli preghi. Elena, t'amo;
    per la mia vita lo giuro; e per essa,
    che a te vorrei sacrificare, giuro
    di smentire chi neghi l'amor mio.
    DEMETRIO: Dico che t'amo oltre ogni suo potere.
    LISANDRO: Or dunque, vieni meco a darne prova.
    DEMETRIO: Presto, su!
    ERMIA: Che vuol dir questo, Lisandro?
    LISANDRO: Indietro, Etiope!
    ERMIA: No, no: costui vuole...
    DEMETRIO: Su, dibattiti! smania per far mostra
    di volermi inseguir; ma non venire:
    un uomo mansueto sei tu, va'!
    LISANDRO: Scansati, gatta, lappa! va', insetto,
    lasciami, o via ti scaglio come serpe!
    ERMIA: Perch sei divenuto s scortese?
    Che mutamento  questo, dolce amore?
    LISANDRO: L'amore tuo? via tartara bronzina!
    Via, via, medicamento nauseoso!
    Beveraggio aborrito, via di qua!
    ERMIA: Tu scherzi!
    ELENA: Certo; come fai tu pure.
    LISANDRO: Demetrio, manterr la mia parola.
    DEMETRIO: Vorrei ti vincolassi a me; ben vedo
    che a trattenerti basta un laccio tenue:
    della parola tua pi non mi fido.
    LISANDRO: Vuoi tu ch'io la maltratti, la percuota,
    la stenda morta? L'odio; ma non voglio
    farle male a tal segno.
    ERMIA: Esser vi pu
    mal pi grande per me dell'odio tuo?
    M'odii? e per qual motivo? Ahim, che dici?
    Ermia non sono? E tu non sei Lisandro?
    Ancor son bella com'ero pur dianzi.
    Stanotte tu mi amavi; eppur stanotte
    tu m'hai lasciata sola: ebbene, dimmi
    debbo credere dunque (il ciel non voglia!)
    che tu proprio intendessi abbandonarmi?
    LISANDRO: S, per la vita mia; e non volevo
    vederti pi. Ogni speranza, o inchiesta,
    o dubbio sbandir puoi: nulla  pi vero,
    stanne sicura; non  gi una celia
    ch'io ti detesto, ed amo Elena ormai.
    ERMIA: Ah, ingannatrice! bruco rodi-fiore!
    ladra d'affetto! sei venuta al buio,
    dunque, a rapirmi il cuor dell'amor mio?
    ELENA: Bella davvero! non hai tu pudore,
    n virgineo ritegno, od ombra alcuna
    di decenza? Vuoi tu, dunque, strappare
    risposte irose alla mia lingua mite?
    Ohib, simulatrice, va', bamboccia!
    ERMIA: Bamboccia? e perch mai? oh, s, capisco
    il gioco di costei. Ella a Lisandro
    ha fatto confrontar la sua statura
    colla mia; s' vantata d'esser alta;
    e con quel personale cos grande,
    con quell'altezza, certo, l'ha conquiso.
    Ti sei innalzata nella stima sua,
    perch son cos bassa e nanerella?
    Quanto son bassa, pertica dipinta?
    Quanto son bassa, di'? Non per tanto
    da non giunger coll'unghie agli occhi tuoi.
    ELENA: Oh, signori, per quanto mi burliate,
    impedite a costei di farmi male:
    non fui mai trista; non so bisticciare;
    son fanciulla davvero in codardia:
    badate che costei non mi percuota.
    Forse, vedendo ch' un po' pi bassina
    di me, credete ch'io le tenga testa.
    ERMIA: Pi bassa! udite, lo ripete ancora.
    ELENA: Ermia cara, con me non t'inasprire.
    Io t'ho sempre voluto tanto bene,
    ho sempre custodito i tuoi segreti,
    n mai ti feci torto; se non quando,
    sobillata da amor, dissi a Demetrio
    della tua fuga dentro questa selva.
    Corse egli in traccia di te; per amore
    dietro gli tenni. Irato mi respinse,
    minacciando percosse e villanie,
    perfin dicendo di volermi uccidere.
    Ed or, se in pace tu mi lasci andare,
    ricondurr in Atene il mio dolore,
    n pi ti seguir. Lasciami andare.
    Vedi a qual punto son semplice, sciocca.
    ERMIA: Vattene, dunque: chi mai ti trattiene?
    ELENA: Lo stolto cuore mio, che resta qui. qui.
    ERMIA: Qui con Lisandro?
    ELENA: No, no, con Demetrio.
    LISANDRO: Non pu farti alcun male, Elena; credi.
    DEMETRIO: Neppur se voi, signore l'aiutate.
    ELENA: Oh, nell'ira divien maligna e scaltra!
    Era una volpe quando andava a scuola;
    e, sebbene piccina,  fiera assai.
    ERMIA: "Piccina?" e di con quel "bassa" e "piccina"!
    Perch le permettete di schernirmi?
    Le vo' saltare agli occhi.
    LISANDRO: Va' via, nana;
    imbozzacchita per la centinodia;
    acino, ghianda.
    DEMETRIO: Troppo premuroso
    sei per tale che spregia i tuoi servigi.
    Lasciala fare; non parlare d'Elena;
    non prender le sue parti: se t'attenti
    a mostrare per lei ombra d'amore,
    la pagherai.
    LISANDRO: Non pi costei mi tiene;
    seguimi dunque, se ardisci, a provare
    chi fra noi due pu aver diritto ad Elena.
    DEMETRIO: Seguirti? no, ti verr stretto allato.
    (Escono Lisandro e Demetrio).
    ERMIA: Per voi, padrona mia, tanto subbuglio:
    non vi scansate.
    ELENA: Di voi non mi fido,
    n vo' pi vostra mala compagnia.
    Voi mani pronte avete per rissare,
    ed io lunghe ho le gambe per scappare.
    (Esce).
    ERMIA: Sono stupita, e non so pi che dire.
    (Esce).
    OBERONE: Questo avvien per tua colpa; o prendi abbaglio,
    oppure ordisci qualche gherminella.
    FOLLETTO: Re dell'ombre, vi giuro, presi abbaglio.
    Non mi diceste voi che conosciuto
    avrei il giovine a' panni ateniesi?
    Ed era tale l'innocenza mia,
    che a un uom d'Atene feci la magia;
    ma che ne sia seguito tanto chiasso
    m'allegro, ch m' parso un grande spasso.
    OBERONE: Cercan gli amanti luogo ove far lotte:
    corri, Bertino, ad oscurar la notte;
    sullo stellato le cortine aduna
    di nebbia, al pari d'Acheronte bruna
    e i rivali furenti disvia tu,
    s che non possan ritrovarsi pi.
    Talora imita Lisandro alla voce,
    indi a Demetrio scaglia ingiuria atroce;
    talora in guisa di Demetrio irridi;
    e ci lontano l'un dall'altro guidi,
    sinch, con pi di piombo e glabre ali,
    su lor, simile a morte, il sonno cali:
    tu spremi, allor, di Lisandro sugli occhi
    quest'erba, il cui licor, sol che li tocchi
    far che il guardo lor, disincantato,
    si rivolga a veder nel modo usato.
    Nel risveglio d'entrambi, ogni irrisione
    parr sogno ed inane visione;
    e torneranno ad Atene gli amanti,
    per esser fino a morte ognor costanti.
    Mentre quest'incombenza a te commetto,
    mi riserbo ottener che il giovinetto
    indiano la regina a me conceda;
    allor permetter che non pi leda
    l'occhio suo, per magia, cotanto orrore,
    e torner la pace in ogni cuore.
    FOLLETTO: Occorre darci fretta, o re d'incanti:
    i draghi della notte, ecco, hanno infranti
    i nembi, e splende il messo dei mattini;
    dinanzi a cui gli spettri peregrini
    ai cimiteri affollansi; e i dannati spirti,
    in crocicchi e flutti sotterrati,
    ai verminosi letti fan ritorno:
    perch non scruti le lor colpe il giorno,
    sfuggon la luce in volontario esiglio,
    figli all'oscurit dal nero ciglio.
    OBERONE: Ben altri spirti siamo noi: talora
    vo a diporto col vago dell'Aurora,
    e al par di guardacaccia frequentare
    posso le selve insin, che il limitare
    ignito d'oriente s'apra, e lume
    beato indori salse e verdi spume.
    Nondimeno suvvia, diamoci attorno
    possiam compiere l'opra innanzi giorno.
    (Esce).
    FOLLETTO: Or di qua, or di l,
    li addurr di qua, di l.
    In campagna ed in citt
    son temuto. Spirto, va',
    falli errar di qua, di l.
    Eccone uno.
    (Rientra LISANDRO).
    LISANDRO: Fiero Demetrio, ove sei? parla, su.
    FOLLETTO: Son qui, ribaldo, a spada nuda! E tu?
    LISANDRO: Eccomi a te.
    FOLLETTO: Sopra miglior terreno seguimi.
    (Esce Lisandro, come seguendo la voce. Rientra DEMETRIO).
    DEMETRIO: Ol, Lisandro! parla almeno.
    Fuggi, codardo? T'inselvi? Rispondi!
    Dov' che la tua testa mi nascondi?
    FOLLETTO: Tu sbraiti, tu, codardo, verso gli astri,
    ai cespugli minacci tu disastri,
    e poi mi scansi? Vieni via, poltrone;
    fanciullo, vien via; con un frustone
    te le dar: colui si disonora
    che per te trae la spada.
    DEMETRIO: Sei l ora?
    FOLLETTO: Andiamo altrove a misurarci: guida
    la mia voce ti sia.
    (Escono).

    (Rientra LISANDRO).

    LISANDRO: Fugge, e mi sfida;
    quando ove chiama arrivo, se n' ito.
    Piede ha costui ben pi del mio spedito:
    per quanto ad inseguir facessi presto,
    a fuggire ei fu sempre assai pi lesto.
    Ravvolto in buio e sassoso cammino,
    vo' sostar. (Si corica) Vieni, gentile mattino!
    Sol che appaia 'l tuo primo argenteo raggio,
    a Demetrio scontar far l'oltraggio.
    (S'addormenta).
    (Rientrano il FOLLETTO e DEMETRIO).

    FOLLETTO: Oh, oh, oh! Come mai quel vil non viene?
    DEMETRIO: Fermati, se n'hai cuore; troppo bene
    so che tu fuggi innanzi a me, che sguisci
    da un posto all'altro, che tu non ardisci
    mai di sostar, n di guardarmi in faccia.
    Dove sei?
    FOLLETTO:   Vieni qua; sulla mia traccia.
    DEMETRIO: Mi beffi, dunque. Tu la pagherai
    se alla luce del giorno potr mai
    vederti in viso. Ma va'. La stanchezza
    tanto mi spossa che la mia lunghezza
    m' forza misurar su freddo letto.
    Di rintracciarti all'alba ti prometto.
    (Si corica e s'addormenta).

    (Rientra ELENA).

    ELENA: Notte d'angoscia, tetra notte e lunga,
    t'abbrevia! luce, arridi in oriente,
    s ch'io col nuovo giorno in citt giunga,
    fuggendo chi detesta me dolente:
    sonno, che addormi la malinconia,
    toglimi un po' dalla mia compagnia.
    (Si corica e s'addormenta).
    FOLLETTO: Son tre soli? Pi saranno.
    Due per sorte quattro fanno.
    Ecco l'altra in afflizione.
    Turba Amore (quel briccone)
    delle donne la ragione.
    (Rientra ERMIA).
    ERMIA: Mai tanto stanca, mai tanto infelice,
    di guazza intrisa, dai pruni ferita,
    non mi trascino pi, non pi mi lice;
    indarno la mia brama il piede incita.
    Qui vo' fino all'aurora riposarmi.
    Lisandro aiuti il ciel, s'ei venga all'armi!
    (Si corica e s'addormenta).
    FOLLETTO: Sul tenace
    suolo, in pace
    dormi: e il fiore,
    o amadore,
    l'occhio tuo sgombri d'errore.
    (Spremendo l'erba sui cigli di Lisandro)
    Nel destarti possa darti
    gran piacere rivedere
    gli occhi del tuo primo amore:
    s che il detto popolare
    - a ciascun de' il suo toccare -
    per te s'abbia ad avverare.
    Gilia  per Gianni:
    bastan gl'inganni;
    l'uom de' aver la sua cavalla, e finir coi danni.
    (Esce).


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Il bosco. In distanza gli amanti addormentati.

    (Entrano TITANIA e ROCCHELLA,  FIOR-DI-PISELLO,  RAGNATELO,  BRUSCOLO,
    GRAN-DI-SENAPE, con altri Elfi; ed ultimo OBERONE invisibile).
    TITANIA: Vieni: blandirti la gota vezzosa
    vo', qui a seder sulla proda fiorita,
    nel liscio capo issar muschiata rosa,
    i lunghi orecchi baciarti, mia vita.
    ROCCHELLA: Dov' Fior-di-Pisello?
    FIOR-DI-PISELLO: Pronto.
    ROCCHELLA: Grattatemi  la  testa,  Fior-di-Pisello.  Dov'  il  Signor
    Ragnatelo?
    RAGNATELO: Pronto.
    ROCCHELLA: Signor Ragnatelo, degno signore, recatevi in mano il brando
    e ammazzatemi un ronzone dai rossi lombi, in cima a un cardo; e, degno
    Signore,  portatemi la sua borsa di miele. Non vi scalmanate troppo in
    questa bisogna,  Signore;  e,  degno signore,  badate che la borsa del
    miele  non si schianti;  non vorrei che affogaste nel miele,  Signore.
    Dov' il Signor Gran-di-Senape?
    GRAN-DI-SENAPE: Pronto.
    ROCCHELLA: Datemi la mano,  Signor Gran-di-Senape.  Non pi riverenze,
    vi prego, degno Signore.
    GRAN-DI-SENAPE: Pronto.
    ROCCHELLA: Nient'altro,  degno Signore,  che dare una mano al cavalier
    Ragnatelo per grattarmi. Devo andar dal barbiere,  Signore;  perch mi
    pare d'esser straordinariamente peloso nella faccia: e sono asino cos
    delicato, che, non appena la barba mi prude mi vien da grattarmi
    TITANIA: Di', gradiresti musica, mia gioia?
    ROCCHELLA:  Ho  un orecchio discreto per la musica: sentiamo un po' di
    triangoli e di nacchere.
    TITANIA: E di', mia gioia, se tu vuoi mangiare.
    ROCCHELLA: Di certo un quarterolo di biada:  mi  gusterebbe  masticare
    della  buona avena asciutta.  E mi pare d'aver voglia d'un fastello di
    fieno: il buon fieno, il fieno roso,  senza pari.
    TITANIA: Per te le noci fresche un elfo ardito
    cercher nel bottin dello scoiattolo.
    ROCCHELLA: M'andrebbe pi a genio qualche manciata di  lupini  secchi.
    Ma,  vi  prego,  badate  che  nessuno  de'  vostri  famigli mi venga a
    stuzzicare: mi sento addosso una "esposizione" di sonno.
    TITANIA: Dormi: ti cinger colle mie braccia.
    Elfi, ors, vi sperdete ai quattro venti.
    (Escono gli Elfi).
    Al caprifoglio soave il convolvolo
    cos lieve s'allaccia, e cos l'edera
    inanella i rugosi diti all'olmo.
    Oh, come t'amo! come ti vagheggio!
    (S'addormentano entrambi).

    (Entra il FOLLETTO).

    OBERONE (facendosi innanzi): Benvenuto, Bertino. Ve' che scena?
    Impietosisco ormai pel suo delirio.
    Del bosco al limitare or or la vidi
    andar fra l'erbe, in cerca di soavi
    pegni d'amor per questo sciocco esoso,
    e mosso a sdegno la garrii: ch cinte
    ella gli aveva le villose tempie
    d'un fresco serto d'olezzanti fiori:
    e le rugiade che solean sui bocci
    inturgidir quali iridate perle,
    negli occhi dei leggiadri fiorellini,
    apparivano un pianto di vergogna.
    Quando l'ebbi schernita a piacer mio,
    e con miti parole ella pregato
    m'ebbe di compatirla, il suo rapito
    giovinetto le chiesi, ch'ella pronta
    mi concesse, ordinando agli elfi suoi
    d'addurlo nel paese degl'incanti,
    al mio ricetto favorito. Ed ora
    che ottenuto ho il fanciullo, vo guarire
    gli occhi di lei dall'odioso male.
    Tu, Folletto gentil, dal ceffo magico
    libera il capo allo zerbin d'Atene,
    s che, quando ei si desti al par degli altri,
    in citt possan tutti ricovrarsi,
    e rammentare i casi di stanotte
    sol come i fieri travagli d'un sogno.
    Ma disincanter pria la regina.
    (Sfiora gli occhi di Titania con un'erba)
    Sii qual essere solevi;
    vedi come pria vedevi.
    Di Diana il boccio  tale
    che sul fior d'Amor prevale.
    Titania! sorgi, mia dolce sovrana.
    TITANIA: Oberone, ah, che visione strana!
    D'un ciuco ero nel sogno innamorata.
    OBERONE: Guarda l'amore tuo.
    TITANIA: Oh, com' andata?
    Quanto ora incresce agli occhi miei 'l suo aspetto!
    OBERONE: Silenzio! Via, Bertino, quella testa.
    Titania mia, la musica ridesta;
    e sonno ai cinque tramortisca i sensi,
    pi greve che natura non dispensi.
    TITANIA: Musica! in tua magia sia 'l sonno involto!
    FOLLETTO: Guata, al risveglio, col tuo sguardo stolto.
    OBERONE: Musica! A me la man, regina, da',
    e culla il suolo per chi dorme qua.
    L'amicizia fra noi tornata  gi:
    domani notte in gran solennit
    dal duca danzerem con maest,
    e augureremo a lui prosperit.
    Pei fidi amanti e il duca, in festa, l
    il nuzial rito compiersi dovr.
    FOLLETTO: Porgi ascolto, re d'incanto:
    dell'alauda s'ode il canto.
    OBERONE: In silenzio allor profondo,
    noi che a vol cerchiamo il mondo,
    seguirem la notte bruna
    ratti pi d'errante luna.
    TITANIA: Vieni, e dimmi tu, mio sire,
    mentre via dobbian fuggire,
    perch al suolo fui trovata
    fra mortali addormentata.
    (Escono. Squillo di corni).

    (Entrano TESEO, IPPOLITA, EGEO e il Seguito ducale).

    TESEO: Vada in cerca un di voi del guardacaccia,
    or che il rito di maggio abbiam compiuto,
    e poi che siamo allo spuntar del giorno,
    oda il mio amor de' miei segugi il grido.
    L, nella valle di ponente, andate
    a sguinzagliarli: e venga il guardacaccia.
    (Esce un Valletto).
    Vaga regina, andiamo in vetta al monte;
    a udire l'urlo delle mute e l'eco
    in musicale confusion congiunti.
    IPPOLITA: Ercole e Cadmo vidi un giorno in Creta
    andar tracciando per un bosco l'orso
    con segugi di Sparta; e s gagliardo
    urlo pi non udii: non pur le selve,
    ma i cieli, e le montagne, ed ogni plaga
    circostante parean gridare in coro.
    Mai pi discordo tanto musicale
    di suoni udii, n s piacevol rombo.
    TESEO: Son di spartano sangue i miei segugi;
    di gran mascelle, di pelame falbo;
    con orecchi lambenti le rugiade,
    incurve gambe, e pendule giogaie
    pari a quelle dei tori di Tessaglia;
    lenti a inseguir, ma consonanti in voce
    come campane, in digradar di tono.
    Non mai muta s armonica rispose
    al grido incitator del guardacaccia,
    n salutata fu mai dagli squilli
    del corno in Creta, in Spagna, od in Tessaglia.
    Tu potrai, nell'udirla, giudicarne.
    Ma, fate piano! che ninfe son queste?
    EGEO: Signor, costei che qui dorme  mia figlia;
    questi  Lisandro; ed  quegli Demetrio;
    Elena  l'altra, figlia al vecchio Nestore:
    ed io stupisco di trovarli insieme.
    TESEO: Di certo si levarono all'albore,
    volendo celebrar Calendimaggio;
    e udendo della nostra cerimonia,
    qui convenuti sono in nostro onore.
    Ma dimmi, Egeo, non  pur questo il giorno
    ch'Ermia dovea risponder di sua scelta?
    EGEO: S, mio signore.
    TESEO: Dite ai cacciatori
    di svegliare costoro a suon di corni.
    (Esce un Valletto.  Squilli di corno e  clamori.  Lisandro,  Demetrio,
    Elena ed Ermia si destano e s'alzano sorpresi).
    Buon giorno, amici. Da pi mesi, ormai,
    pass la festa di San Valentino;
    s'accoppian ora gli uccelli di bosco?
    LISANDRO: Piet, signore.
    TESEO: State su, vi prego.
    Voi due rivali siete, anzi nemici;
    cal nel mondo pace s soave,
    che l'odio, scevro ormai di gelosia,
    pu dormir fiducioso accanto all'odio?
    LISANDRO: Signore, parlo tra la veglia e 'l sonno,
    confuso da stupore: e non ancora
    so ben dir come qui mi sia venuto:
    ma forse (il vero vorrei dirvi, e adesso
    mi par di rammentare, e no, non sbaglio)
    venni fin qui con Ermia. Nostro intento
    era fuggir da Atene, ove, scampando
    alla sua legge severa, potessimo...
    EGEO: Non pi, duca, non pi; tanto vi basti.
    Sul capo di costui piombi la legge.
    Volevano fuggir, fuggir, Demetrio,
    defraudare voi, e me con voi:
    voi della moglie, me del mio consenso,
    del mio consenso a voi per isposarla.
    DEMETRIO: O duca, dalla vaga Elena seppi
    la fuga degli amanti in questa selva;
    qui venni pieno d'ira ad inseguirli,
    e amorosa mi tenne Elena dietro.
    Ma per effetto di non so qual forza,
    buon duca (certo d'una forza occulta)
    l'amore mio per Ermia s' dissolto
    come neve, e mi par la rimembranza
    di trastullo a me caro nell'infanzia:
    ed ora  fede e forza del cuor mio,
    degli occhi miei consolazione e obbietto,
    Elena sola. Ero promesso a lei,
    nobile duca, pria ch'Ermia vedessi:
    ma detestai, come infermo, il mio cibo;
    or, come sano, col nativo gusto,
    quello ricerco, quello bramo ed amo,
    e fido a quello rester per sempre.
    TESEO: Ventura fu incontrarvi, o vaghi amanti:
    vo' udire pi in disteso i vostri casi.
    Revoco, Egeo, quanto tu prescrivesti;
    perch nel tempio, al par di noi, per sempre,
    queste due coppie si vedran congiunte.
    Ed essendo il mattino ormai inoltrato,
    la divisata caccia disdiremo.
    Alla volta d'Atene or via con noi!
    Per tre e per tre sar lo stesso rito
    celebrato in gran pompa. Vieni, Ippolita.
    (Escono Teseo, Ippolita, Egeo e il Seguito ducale).
    DEMETRIO: Quanto accade par tenue ed indistinto,
    come in distanza nubilosi monti.
    ERMIA: A me ogni cosa appare come ad occhio
    strambo che vegga doppio.
    ELENA: Cos a me:
    e a me Demetrio sembra qual gioiello
    trovato: mio, pur non mio.
    DEMETRIO: Vi par proprio
    che noi siam desti? Sembra a me che ancora
    noi dormiamo, sogniamo. Non vi pare
    che il duca or ora fosse qui con noi
    e c'invitasse a seguirlo?
    ERMIA: S, v'era anche mio padre.
    ELENA: E Ippolita.
    LISANDRO: S, il duca c'incitava ad andare seco al tempio.
    DEMETRIO: Siam desti, allora; andiamo; e per istrada
    ci narrerem l'un l'altro i sogni avuti.
    (Escono).

    ROCCHELLA  (destandosi):  Quando  tocca  a  me,   datemi  una  voce  e
    risponder: il mio prossimo richiamo  "Bellissimo Piramo". Eh,  Piero
    Zeppa!  Flauto,  aggiusta-mantici!  Cannello,  calderaio! Sparuto! Dio
    degli di!  fuggiti tutti,  e io qui a dormire!  Ho avuto una mirabile
    visione.  Ho  fatto  un  sogno;  tale  che  non basta il senno umano a
    spiegare com'era: c' da fare una figura ciuca a tentar d'interpretare
    questo sogno.  Mi pareva d'esseree mi pareva d'avere - ma  sarebbe  un
    buffone  chi  pretendesse  di dire che cosa mi pareva d'avere.  Occhio
    d'uomo non "ud", orecchio d'uomo non "vide", mano d'uomo non "gust",
    n lingua "concep", n cuore "narr" mai, un sogno come il mio.  Dir
    a  Piero  Zeppa  di  scrivere  una  ballata  su  questo sogno: ed essa
    s'intitoler: "Il sogno di Rocchella",  appunto perch sembrer fare a
    girar  colle rocchelle;  ed io la canter proprio alla fine del nostro
    dramma,  in presenza del duca: forse,  perch paia  pi  graziosa,  la
    canter dopo la morte di lei.
    (Esce).

    SCENA SECONDA - La casa di Zeppa in Atene.

    (Entrano ZEPPA, FLAUTO, CANNELLO e SPARUTO).
    ZEPPA: Avete mandato in cerca del Rocchella?  tornato a casa?
    SPARUTO: Nessuno ne sa niente. Di certo dev'essere stregato.
    FLAUTO: Se non torna, addio recita; non avr pi seguito, non vi pare?
    ZEPPA: E' impossibile: in tutta Atene non c' che lui capace di far da
    Piramo.
    FLAUTO: No davvero;  il pi valente fra tutti gli artieri di Atene.
    ZEPPA:  Sicuro,  ed  anche  il  pi  bello;  e  non ha "morale" per la
    dolcezza della voce.
    FLAUTO: Devi dire che non ha "l'eguale": chi non ha morale   (Dio  ci
    guardi) persona spregevole.
    (Entra BIETTA).
    BIETTA:  Compari,  il duca esce ora dal tempio,  e c' altre due o tre
    coppie di nobili sposi: se la nostra  recita  aveva  seguito,  saremmo
    diventati tutti uomini di conto.
    FLAUTO: Rocchella caro e valente! Ha perso sei diecini il giorno, vita
    natural  durante,  sei  diecini  il  giorno non gli potevano sfuggire;
    m'impicchino se il duca non gli assegnava sei  diecini  il  giorno,  a
    sentirlo far da Piramo,  e lui se li sarebbe meritati: per Piramo, sei
    diecini il giorno, o nulla.
    (Entra ROCCHELLA).
    ROCCHELLA: Dove son questi giovanotti? dove sono questi amiconi?
    ZEPPA: Rocchella mio! O "avventato" giorno! O momento felice!
    ROCCHELLA: Compari,  ho da raccontarvi maraviglie,  ma non  chiedetemi
    quali;  perch,  se ve le raccontassi, non sarei pi un vero ateniese.
    Vi riferir ogni cosa, per filo e per segno.
    ZEPPA: Di' su, Rocchella mio.
    ROCCHELLA: Non parliamo di me.  Posso dirvi solamente che il  duca  ha
    desinato.  Mettete  insieme le vostre robe;  buoni lacci per le barbe;
    fiocchi nuovi agli scarpini;  e presto al palazzo;  e  una  riguardata
    alla parte;  perch,  a farla corta,  il nostro dramma  prescelto. Ad
    ogni modo, badiamo che Tisbi si muti la camicia e che quello che fa da
    leone non si tagli le  unghie,  per  poterle  sfoderare  come  artigli
    leonini.  E,  attori  carissimi,  non  mangiate n aglio,  n cipolla,
    poich dobbiamo esalare un fiato gentile; e, non ne dubito,  sentiremo
    dire  da  tutti  che la nostra  una gentil commedia.  Non pi parole;
    lesti, andate!
    (Escono).




    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Il Palazzo di Teseo in Atene.

    (Entrano TESEO, IPPOLITA, FILOSTRATO, Cortigiani e Valletti.
    IPPOLITA: Strani casi, Teseo, narran costoro.
    TESEO: Pi strani che veraci. Non do fede
    a fole assurde, a magici trastulli.
    Amanti e pazzi hanno fervida mente,
    fecondo immaginar, che concepisce
    pi idee che la ragione non intenda.
    L'insensato, l'amante ed il poeta
    son tutti fantasia. L'uno demoni
    in maggior copia vede che l'Averno
    immenso non ricinga; ed  il demente.
    L'innamorato, ch'egli pur delira,
    scorge in un viso egizio la bellezza
    d'Elena argiva. L'occhio del poeta,
    volgendosi in sublime frenesia,
    mira di terra in ciel, di cielo in terra;
    e al modo che la mente va formando
    idee di cose ignote, el colla penna
    le configura, e la dimora e 'l nome
    conferisce ad un nulla evanescente.
    Del forte immaginare  l'artifizio
    tal, che se gioia sogni, esso un datore
    di quella gioia tosto concepisce;
    e di notte, a un pensiero di spavento,
    pu far s che un cespuglio sembri un orso!
    IPPOLITA: Ma questa storia di notturni casi,
    di sentimenti trasmutati a un tratto,
    attesta di non vane visioni;
    sostanza e corpo assume; bench resti
    tuttavia sorprendente ed ammiranda.
    TESEO: Ecco gli amanti, pieni di letizia.
    (Entrano LISANDRO, DEMETRIO, ERMIA ed ELENA).
    Gioia, amici soavi, e giorni vividi
    d'amor vi seguan sempre!
    LISANDRO: Pi che noi
    Scortin le vostre vie, le mense e il letto!
    TESEO: Suvvia; con quali spettacoli o danze
    consumeremo le tre ore (un lento
    secolo) tra la cena ed il riposo?
    Dov' l'ordinatore delle feste?
    Quali svaghi son pronti? Non v' dramma
    per alleviar quest'ora di tormento?
    Qui Filostrato venga.
    FILOSTRATO: Eccomi, sire.
    TESEO: Che diletti offri tu per questa sera?
    Musica? Uno spettacolo? Ingannare
    potremo il pigro tempo senza spassi?
    FILOSTRATO: Ecco un elenco d'allestiti svaghi:
    diteci, Altezza, qual volete prima.
    (Porge un foglio).
    TESEO (legge): "La guerra co' Centauri, cantata
    sull'arpa da un eunuco ateniese".
    All'amor mio di gi narrato ho il fatto,
    in onore del mio congiunto Alcide.
    "Il gran tumulto delle Menadi ebbre
    che nel loro furor straziano Orfeo".
    Vecchio tema; esso fu rappresentato
    quando tornai da Tebe vincitore.
    "Le nove Muse in pianto per la morte
    del Sapere, defunto in indigenza".
    Una satira  questa, aspra e severa,
    che non s'addice a nuzial ritrovo.
    "Uggiosa e breve scena del bel Piramo
    e di Tisbi amor suo; tragico spasso".
    Tragico spasso! Uggiosa brevit!
    Sarebbe come dir ghiaccio scottante,
    e neve prodigiosa che fiammeggia.
    Come trovare accordo in tal discordo?
    FILOSTRATO: Sire, dieci parole  lungo il dramma;
    ch'io sappia, non n'esiste uno pi breve;
    ma di troppo vi son dieci parole;
    il che lo rende uggioso: in tutto il dramma
    non v' parola o attor che paia a posto.
    E tragico, mio duca, esso  di certo;
    perch Piramo v' che vi s'ammazza.
    Piansi al veder la prova; ma pi lieto
    pianto non vers mai riso sonoro.
    TESEO: Chi son dunque, Filostrato, gli attori?
    FILOSTRATO: Ruvidi artieri ateniesi tutti,
    che, alle fatiche del cervello nuovi,
    hanno sforzato la memoria incolta
    con questo dramma, per le vostre nozze.
    TESEO: Udremo il dramma.
    FILOSTRATO: No, mio nobil sire;
    non  degno di voi: tutto l'ho udito,
    e non val nulla, proprio nulla al mondo;
    a meno che per voi non sien di spasso l'ansia e gli sforzi di chi l'ha
    studiato, in vostro onore. TESEO: Vo' udir questo dramma:
    non  mai da spregiar quant' compiuto
    per schietto zelo. Ors, fa' entrar gli attori:
    e voi, signore mie, prendete posto.
    (Esce Filostrato).
    IPPOLITA: Veder mi spiace l'imperizia oppressa,
    e lo zelo perir nel far servigio.
    TESEO: Ma tu ci non vedrai, dolcezza mia.
    IPPOLITA: Gli attori (udisti) son de' buoni a nulla.
    TESEO: Buon per noi ringraziarli di quel nulla,
    e intendere quel ch'essi fraintendono:
    la nobil mente nel maldestro zelo
    osserva l'intenzione, non il merito.
    Ovunque andai, di gran dottori vennero
    a farmi omaggio in meditate frasi;
    ed io li vidi impallidir, tremare
    troncar i detti a mezzo, soffocare
    per timidezza gli studiati accenti,
    alla perfine perder la favella,
    senz'aver proferito il benvenuto.
    Credimi, cara, per me quel silenzio
    fu pari ad un saluto, e la modestia
    del pavido rispetto mi fu grata
    certo non men che la ciarliera lingua
    d'un eloquenza petulante e ardita.
    Secondo me, zelo impacciato e amore,
    senza dir molto, san parlare al cuore.
    (Rientra FILOSTRATO).
    FILOSTRATO: Se piace a Vostra Grazia,  pronto il Prologo.
    TESEO: Fa' che s'appressi. (Squilli di tromba).

    (Entra ZEPPA per recitare il Prologo).

    ZEPPA: "Se manchiamo,  col nostro buon volere.
    Di non mancare non ci preme infine.
    Se non mostrar le nostre arti sincere,
    ecco il principio ver del nostro fine.
    Credete, qui veniam, ma per dispetto.
    Non gi, volendo compiacere voi,
    ci demmo briga. Per vostro diletto,
    qui non siamo. A far scontenti voi,
    gli attor son pronti: e dalla loro prova,
    imparerete cosa a voi non nuova".
    TESEO: Costui non bada davvero alla punteggiatura.
    LISANDRO: Ha fatto correre il suo prologo come  un  puledro  bizzarro:
    non  conosce  il  freno.  Se ne pu ricavare un buon precetto,  signor
    duca: parlar non vale, a chi non parla ammodo.
    IPPOLITA:  Davvero,  ha  recitato  il  suo  prologo  come  un  bambino
    suonerebbe il flauto: traendo voci senza norma.
    TESEO:  Il  suo  discorso  pareva  una  catena aggrovigliata: nulla di
    guasto, e tutto in iscompiglio. Ma chi viene adesso?
    (Entrano PIRAMO e TISBE, il MURO, il LUME-DI-LUNA e il LEONE).
    ZEPPA: "Voi, dame e cavalier, forse stupite;
    stupite ancor, finch si spieghi il vero.
    E' questi il giovin Piramo, capite;
    e questa bella dama  Tisbi, invero.
    Quest'uom, di calce lordo, raffigura
    il Muro, il Muro vil che i due divide:
    e quei meschini da una sua fessura
    godon di bisbigliare; al che niun ride.
    L'uom con lanterna, can, rovi in fastello,
    Lume-di-Luna gli , nel cui chiarore
    darsi convegno di Nino all'avello
    non stimano gli amanti un disonore.
    S truce belva (ch' Lion chiamata)
    Tisbi fedel, giunta prima in nottata,
    mette in fuga, impaurita, o spaventata.
    Cade a lei, in corsa, il manto: e il Lion
    vile col muso il lorda, ch' di sangue intriso.
    Ecco Piramo giunge, alto e gentile,
    della sua Tisbi trova il manto ucciso:
    prode, con lama sanguinaria e fella,
    si squarcia il sanguinoso e ardente seno:
    d'un gelso all'ombra attende la sua bella,
    quel ferro tragge, e muor. La storia appieno
    diran Lume-di-Luna, ambo gli amanti,
    Lione e Muro, nel restar qui innanzi".
    TESEO: Vorrei sapere se parler anche il Leone.
    DEMETRIO: Non sarebbe da  stupire:  dove  parlano  tanti  asini,  sar
    permesso a un leone di fare altrettanto.
    (Escono Zeppa, Piramo, Tisbe, Leone e Lume-di-Luna).
    MURO: "Nell'intermezzo nostro raffiguro
    io, di nome Cannello, un certo muro;
    muro provvisto d'un cretto, d'un fesso,
    traverso il quale bisbigliano spesso
    (badate di tenerlo bene a mente)
    Piramo e Tisbi assai segretamente.
    Calce, intonaco e pietra, dan segnale
    ch'io son proprio quel muro; il vero  tale:
    a destra e manca  il cretto, ove gli amanti
    dovranno bisbigliare trepidanti".
    TESEO:  Sarebbe  possibile  a  un  impasto  di  calce e pelo di parlar
    meglio?
    DEMETRIO:  E'  lo  spartito  pi  assennato  ch'io  abbia  mai   udito
    ragionare, signor duca.
    TESEO: Piramo s'appressa al muro: silenzio!
    (Rientra PIRAMO).
    PIRAMO: "O tetra notte! O notte d'ombra spessa!
    notte presente ognor che il d non :
    temo che Tisbi oblii la sua promessa!
    Oh notte, notte! Ahim, ahim, ahim!
    E tu, muro, o leggiadro, o dolce muro,
    che sei confine tra suo padre e 'l mio;
    muro, muro, o leggiadro e dolce muro,
    mostrami il cretto ove col guardo spio!
    (Il Muro porge le dita).
    Buon muro, Giove in grazia sua ti tenga!
    Ma che veggo? non v' la mia diletta.
    Vil muro, che 'l mio ben non mostri, venga
    tua pietra, che m'illuse, maledetta!"
    TESEO:  Mi  par  che  il  muro,  dotato com' di sentimento,  dovrebbe
    maledire a sua volta.
    PIRAMO: No, davvero, signore: "Maledetta",  il richiamo di Tisbi: lei
    deve entrare in iscena adesso,  e io la devo adocchiare attraverso  il
    muro.  Vedrete che succeder per l'appunto come v'ho detto io.  Eccola
    che viene.
    (Rientra TISBE).
    TISBE: "Tu gemere odi spesso me tapina,
    muro, che celi l'amor mio cos!
    Spesso, colla mia bocca ciliegina,
    bacio i sassi che pelo e calce un".
    PIRAMO: "'Veggo' una voce: al cretto sull'istante,
    caso mai s''oda' di Tisbi l'aspetto.
    Tisbi!".
    TISBE: "L'amante mio! Se' tu, di', caro amante?"
    PIRAMO: "Ma s, la grazia son del tuo diletto
    qual 'Limandro', leal mi fe' la sorte".
    TISBE: "Qual Elena sar fino alla morte".
    PIRAMO: "S fido a 'Procro', 'Sciafal' non fu mai".
    TISBE: "Me, qual 'Sciafalo' a 'Procro', fida avrai.
    PIRAMO: "Dammi un bacio attraverso il muro vile!"
    TISBE: "Pietra bacio, non gi labbro gentile".
    PIRAMO: "Al tumul 'babbione' verrai meco?"
    TISBE: "Per la vita e la morte, l mi reco".
    (Escono Piramo e Tisbe).
    MURO: "Io, Muro, fatta ho gi la parte mia;
    ed avendo finito, vado via".
    (Esce).
    TESEO: Crollato  il muro tra i due vicini.
    DEMETRIO: E' un guaio, signor duca, quando i muri son cos protervi da
    origliare alla chetichella.
    IPPOLITA: E' la filastrocca pi stolta che udissi mai.
    TESEO: I migliori attori non son che larve;  e gl'infimi  non  son  ad
    essi inferiori, se la fantasia vi soccorra.
    IPPOLITA:  Dovr  dunque  mettersi  all'opera la fantasia vostra,  non
    quella degli attori.
    TESEO: Se non abbiamo di loro idea pi trista di quella che  ne  hanno
    loro stessi, potranno anche passare per attori egregi. Ecco venire due
    nobili animali, un uomo ed un leone.
    (Rientrano il LEONE e il LUME-DI-LUNA).
    LEONE: "Tenere dame, cui sgomenta il cuore
    sconcio sorcio che strisci sul piantito,
    fremer, tremar qui potreste d'orrore,
    udendo d'un lion truce il ruggito.
    Ma son io, Bietta stipettaio, un vello
    di lion, non pur madre a lion fello;
    ahim per la mia vita, se a tenzone
    qui venissi in persona di lione!"
    TESEO: E' una bestia garbata e coscienziosa.
    DEMETRIO:  Il  tipo  pi  adatto per bestia ch'io vedessi mai,  signor
    duca.
    LISANDRO: Questo leone  una volpe davvero per la prodezza.
    TESEO: Di certo; e un'oca per la prudenza.
    DEMETRIO: Non direi,  signor duca: perch  la  sua  prodezza  non  pu
    trascinare la sua prudenza; e la volpe, invece, trascina l'oca.
    TESEO:  Son  certo  che  la  sua  prudenza  non  pu trascinare la sua
    prodezza,  cos  come  l'oca  non  pu  trascinar  la  volpe.   Basta:
    rimettiamo la questione alla sua prudenza e ascoltiamo la luna.
    LUNA: "Bicorne luna  'l mio fanal di corno...".
    DEMETRIO: Costui avrebbe dovuto portar le corna sulla testa.
    TESEO: Ma no: non  una luna crescente, e le corna si confondono colla
    circonferenza.
    LUNA: "Bicorne luna  'l mio fanal di corno
    e sembrare degg'io l'uom-nella-luna".
    TESEO:  Questo sproposito  il pi grosso fra quanti ne abbiamo uditi:
    bisognava mettere colui nel suo fanal di corno.  Come  altrimenti  pu
    essere l'uom-nella-lona?
    DEMETRIO: Non s'arrischia d'entrarci per via della candela; vedete, ha
    gi i fumi.
    IPPOLITA: Questa luna mi tedia; vorrei mutasse un po'!
    TESEO:  Il suo fioco lume di ragione dimostrerebbe ch' in sul calare;
    e d'altronde, per cortesia, e per discrezione,  conviene attendere che
    compia la sua fase.
    LISANDRO: Tira avanti, luna.
    LUNA:  Tutto  quello  che ho da dire  dire che la lanterna  la luna;
    io,  l'uom-nella-luna;  questo fastello di spine,  il mio fastello  dl
    spine; e questo cane, il mio cane.
    DEMETRIO:  Per  cotesta  roba dovrebbe star nella lanterna;  perch 
    roba che sta nella luna. Ma silenzio! ecco Tisbe.
    (Rientra TISBE).
    TISBE: "Ecco l'avel 'babbione'. Ov' il mio caro?".
    LEONE (ruggendo): "Oh!".
    (Tisbe fugge).
    DEMETRIO: Bel ruggito, Leone.
    TESEO: Bella corsa, Tisbe.
    IPPOLITA: Bel chiarore, Luna. Questa luna splende proprio con grazia.
    (Il leone scrolla il manto di Tisbe).
    TESEO: Bella scrollata, Leone.
    (Esce il Leone).
    LISANDRO: E il leone  sparito.
    DEMETRIO: Ed ecco Piramo.
    (Rientra PIRAMO).
    PIRAMO: "Grazie, luna, pel raggio solatio;
    grazie, luna, pel chiaro tuo splendore;
    merc il barlume tuo dorato e pio,
    godr la vista del mio fido amore.
    Ferma: oh dispetto!
    Ve' poveretto!
    Quale sventura fella
    Vegg'io davvero?
    Esser pu vero?
    Tu cara! Tu anatrella!
    Sul tuo bel manto
    il sangue  spanto?
    Furie fiere, accorrete!
    Parche, tagliate
    Fil, penerate!
    Colpite, distruggete!.
    Or muoio, muoio, oh, lasso!".
    (Muore).
    DEMETRIO: Non lasso: asso, piuttosto, essendo rimasto solo.
    LISANDRO: Men che asso, amico: ora ch' morto, non  pi nulla.
    TESEO: Coll'aiuto del cerusico, potrebbe riaversi ancora, e mettersi a
    far l'asino.
    IPPOLITA: Come mai la luna se n' andata innanzi  che  Tisbe  torni  a
    ritrovar l'amante?
    TESEO: Lo ritrover al lume delle stelle. Eccola; il suo lamento porr
    fine al dramma.
    (Rientra TISBE).
    IPPOLITA:  Mi  pare ch'ella non dovrebbe sprecare un lungo lamento per
    un tal Piramo: spero che sia concisa.
    DEMETRIO: Un bruscolo basterebbe  a  far  pencolare  la  bilancia  del
    merito  dalla parte di Piramo,  dalla parte di Tisbe: lui,  come uomo,
    Dio ci guardi; lei, come donna, Dio ci liberi.
    LISANDRO: Tisbe, col suo tenero sguardo, ha gi visto l'amico.
    DEMETRIO: Ed ora esporr la sua doglienza, cio...
    TISBE: "Tu dormi ancor?
    Morto? no, amor!
    Sorgi, parla, son io!
    S muto? Oh, lasso!
    Moristi? Un sasso
    dee coprir l'occhio pio.
    Labbro di giglio,
    naso vermiglio,
    guance fiorite d'oro,
    pi non son, pi.
    Si gema ors!
    Gli occhi qual porri foro.
    Sorelle tre,
    venite a me;
    nel mio sangue intridete
    le man di latte,
    poi che disfatte
    seriche trame avete.
    Non pi querele!
    Spada fedele,
    arrossa il petto mio.
    (Si trafigge).
    Amici, si,
    Tisbi fin:
    addio, addio; addio".
    (Muore).
    (Rientrano il LUME-DI-LUNA e il LEONE).
    TESEO: Il Lume-di-Luna e il Leone restano in  vita  per  seppellire  i
    morti.
    (Rientra il MURO).
    DEMETRIO: S, ed anche il Muro.
    LEONE: V'assicuro di no; crollato  il muro che separava i padri degli
    amanti.  Ora  vi  garberebbe  di  pi "vedere" l'epilogo,  o udire una
    bergamasca danzata da due attori della compagnia?
    TESEO: Omettiamo l'epilogo,  di grazia;  il vostro  dramma  non  vuole
    scuse.  Le scuse son fuor di luogo; perch quando gli attori son morti
    tutti,  non v' pi da censurarne alcuno.  Di certo,  se colui che  ha
    scritto  queste  scene  avesse fatto la parte di Piramo,  appiccandosi
    colla legaccia dl Tisbe,  avremmo assistito a  una  bella  tragedia  e
    davvero lo spettacolo  stato ottimo; e rappresentato egregiamente. Ma
    vediamo la vostra bergamasca: e lasciamo andare l'epilogo.
    (Danza).
    Ferrea lingua rintocca mezzanotte:
    a letto, amanti;  tempo ormai da fate.
    Temo che dormiremo domattina
    per quanto qui stanotte abbiam vegliato.
    Dissimular pot la rozza scena
    dell'ore il tardo incesso. A letto, amici.
    Per sette e sette d dee durar questa
    solennit con veglie e varia festa.
    (Escono).

    (Entra il FOLLETTO).
    FOLLETTO: Il leon rugge bramoso,
    va de' lupi urlando il branco;
    dopo un giorno faticoso,
    il villano russa stanco.
    Il tizzone ormai rosseggia,
    e, se mai chi giace in duolo
    strider oda coccoveggia,
    pensa al funebre lenzuolo.
    A quest'ora, aperte e sgombre
    son per tutti i cimiteri
    fosse e tombe, e vagan l'ombre
    del sagrato pei sentieri.
    E noi spirti che, bramando
    come un sogno il buio, e 'l cocchio
    della trivia dea scortando
    evitiam di Febo l'occhio,
    esultiamo: il topolino
    non s'attenti qui vicino
    alla casa consacrata,
    ove porto la granata
    mia, venendovi a mondare
    dalla polve il limitare.
    (Entrano OBERONE e TITANIA col loro Seguito).
    OBERONE: Fate lume per le stanze
    ove spengonsi i camini;
    elfi e fate, in lievi danze,
    salterelli da uccellini,
    volteggiate; e meco intanto
    modulate questo canto.
    TITANIA: Ripassate la carola,
    s'abbia un trillo ogni parola.
    Per le mani, ecco, allacciate,
    con la grazia delle fate,
    su cantiamo, e questo tetto
    da noi venga benedetto.
    (Canto e danza).
    OBERONE: Finch spunti il nuovo giorno,
    pel palazzo andremo attorno.
    Prima il talamo ducale
    affrancar vorrem dal male,
    e far s che prole eletta
    ivi nasca a' Di diletta.
    Le tre coppie s'amin sempre
    con amor d'uguali tempre.
    Non infligga mai Natura
    alla lor progenitura
    labbro fesso, cicatrice,
    turpe segno che infelice
    render possa uman destino
    della vita in sul mattino.
    Movan gli elfi, che sacrata
    guazza recan dalle prata,
    e, di sala in sala, pace
    benedicano verace;
    ch il signor della dimora
    star securo deve ognora.
    Presto andate;
    non sostate;
    sull'albore a me tornate.
    (Escono Oberone, Titania e il loro Seguito).
    FOLLETTO: Se quest'ombre v'han noiato,
    dite (e tutto  rimediato)
    che, in un sonno pien di larve,
    tal visione qui v'apparve.
    E del tema ozioso e frale,
    che non pi d'un sogno vale,
    niun, signori, ci riprenda.
    Noi farem, scusati, ammenda:
    se scampiamo indegnamente
    dalla lingua del serpente,
    giuro, da folletto onesto,
    che faremo ammenda presto;
    o a me dite villania.
    Buona notte, compagnia.
    M'applaudite, e merto poi
    render Bertino a voi.
    (Esce).






    TUTTO E' BENE QUEL CHE FINISCE BENE.


    PERSONAGGI.

    IL RE DI FRANCIA.
    IL DUCA DI FIRENZE.
    BELTRAMO, conte di Rossiglione.
    LAFEU, un vecchio Signore.
    PAROLLES, compagno di Beltramo.
    RINALDO, maggiordomo della contessa di Rossiglione.
    LAVACHE, buffone della Contessa.
    Un Paggio.
    LA CONTESSA DI ROSSIGLIONE.
    ELENA, gentildonna protetta dalla Contessa.
    Una vedova di Firenze.
    DIANA, figlia della vedova.
    MARIANA, VIOLANTE: vicine e amiche della vedova.
    Signori, Ufficiali, Soldati e altri personaggi francesi e fiorentini.



    Scena: Rossiglione; Parigi; Firenze; Marsiglia.


    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - Rossiglione. Una sala nel Palazzo della Contessa.

    (Entrano BELTRAMO, la CONTESSA DI ROSSIGLIONE, ELENA e LAFEU, tutti in
    nero.
    CONTESSA: Nel separarmi da mio figlio seppellisco un secondo marito.
    BELTRAMO: Ed io partendo,  signora,  piango un'altra volta la morte di
    mio padre: ma devo ubbidire al comando di Sua  Maest,  del  quale  or
    sono pupillo e sempre sar suddito.
    LAFEU: Troverete nel re uno sposo,  signora,  voi,  signore, un padre.
    Egli,  che  in tutto  sempre  cos  buono,  si  sentir  obbligato  a
    dimostrare  la  sua  bont verso di voi,  perch i vostri meriti,  ben
    lungi dal farla diminuire dove  tanto abbondante,  la  susciterebbero
    anche dove mancasse.
    CONTESSA: V' qualche speranza di miglioramento nella salute del re?
    LAFEU:  Egli non ne vuol pi sapere dei medici,  signora.  Seguendo le
    loro prescrizioni ha trascorso inutilmente il  tempo  nella  speranza,
    senza vantaggio alcuno, se non la perdita di ogni speranza col passare
    del tempo.
    CONTESSA: Questa giovane gentildonna aveva un padre - ahi!  che parola
    triste quell'"aveva"! - un padre, la cui abilit era grande quasi come
    la sua onoratezza;  se fosse stata uguale avrebbe  reso  immortale  la
    natura,  e la morte,  mancatole il lavoro, avrebbe dovuto far vacanza.
    Volesse il cielo che,  per il bene del re,  fosse ancora vivo.  La sua
    vita sarebbe stata la morte della malattia del re, ne sono certa.
    LAFEU: Come si chiamava l'uomo di cui parlate, signora?
    CONTESSA:  Era  famoso  nell'arte  sua,  e  ben  a ragione: Gerardo di
    Narbona.
    LAFEU: Davvero fu eccellente.  Alcun tempo  fa  il  re  ne  parl  con
    ammirazione e con rimpianto.  La sua bravura era tale che egli sarebbe
    ancora in vita se la scienza potesse vincere la morte.
    BELTRAMO: Mio buon signore, di quale malattia soffre il re?
    LAFEU: D'una fistola, mio signore.
    BELTRAMO: Non ho mai udito parlarne.
    LAFEU: E' una cosa purtroppo ben nota... E questa gentildonna  figlia
    di Gerardo di Narbona?
    CONTESSA: Sua figlia unica, mio signore, lasciata alle mie cure. Io ho
    per il suo bene quelle speranze che la  sua  educazione  promette:  le
    inclinazioni  che  ella  ha  ereditato  rendono  ancor pi belli i bei
    talenti. Le virtuose qualit, possedute da uno spirito impuro,  non si
    possono lodare che con rincrescimento;  sono s virt,  ma traditrici;
    in lei le virt sono felicemente accompagnate dalla  semplicit;  ella
    ha ereditato onoratezza e si vien acquistando virt.
    LAFEU: Le vostre lodi, signora, le fanno versare lacrime.
    CONTESSA:  Sono il miglior sale col quale una fanciulla pu assaporare
    le lodi fatte a lei.  Ogni volta che il ricordo del padre  ritorna  al
    suo cuore, la tirannia del dolore toglie ogni vivacit al suo volto...
    Basta, Elena, ors, basta: non vorrei che si credesse che voi mostrate
    un dolore che forse non avete.
    ELENA: S, lo dimostro, il dolore, ma lo sento anche.
    LAFEU:  I  morti  han  diritto  ad  un  rimpianto moderato,  il dolore
    eccessivo  nemico ai vivi.
    CONTESSA: E come si deve intendere?.  Che se il vivere    nemico  del
    dolore, l'esagerazione uccide presto lo stesso dolore.
    BELTRAMO: Signora, io desidero i vostri santi auguri.
    CONTESSA: Sii tu benedetto, Beltramo; possa tu essere il successore di
    tuo  padre  nella  cortesia come lo sei nelle fattezze: il sangue e la
    virt si contendano il dominio sopra di te, e la tua bont sia pari ai
    doni della tua nascita. Ama tutti, fidati di pochi, non recar torto ad
    alcuno: sii forte contro il tuo nemico,  ma possa tu non  usare  della
    tua forza, e custodisci l'amico sotto la chiave della tua stessa vita:
    ti si rimproveri d'aver taciuto, ma che tu non venga mai biasimato per
    aver  parlato...  Scenda  ancora  sul  tuo capo tutto quanto di cui il
    cielo  ti  vuol  adornato,   e  che  le  mie  preghiere  gli   possono
    strappare...  Addio,  mio signore. (A Lafeu) E' un cortigiano ingenuo.
    Mio buon signore, dategli dei buoni consigli.
    LAFEU: Colui che segue  il  suo  signore  non  mancher  dei  migliori
    consigli.
    CONTESSA: Il cielo lo benedica. Addio, Beltramo.
    (Esce).
    BELTRAMO:  I  migliori  desideri  che  si  possono  formare nel vostro
    pensiero vi siano servitori.  (Ad Elena) Confortate mia madre,  vostra
    padrona, ed abbiatene grande cura.
    LAFEU: Addio,  graziosa fanciulla;  sappiate mantenere alta la fama di
    vostro padre.
    (Beltramo e Lafeu escono).
    ELENA: Oh,  se ci fosse tutto!  Io non penso a mio padre,  ma  queste
    grandi lacrime ne onorano il ricordo pi di quelle che versai per lui.
    Come erano le sue fattezze?  L'ho dimenticato; nella mia immaginazione
    soltanto il volto di Beltramo  impresso...  Sono perduta;  non si pu
    vivere  se  Beltramo   lontano.  Sarebbe come amare una luminosissima
    stella e pensare di sposarla,  tanto egli  al di sopra  di  me;  devo
    trovar   conforto   nel   suo  radioso  riverbero  e  nella  sua  luce
    collaterale, non nella sua sfera...  L'ambizione del mio cuore punisce
    se  stessa:  la cerva che volesse unirsi al leone  condannata a morir
    d'amore. Era bello,  bench doloroso,  vederlo ogni ora,  e,  sedendo,
    disegnare  l'arco  delle sue sopracciglia,  il suo occhio di falco,  i
    suoi  riccioli,   sulla  tavola  del  mio  cuore;   un  cuore   troppo
    impressionabile  ad  ogni linea e ad ogni gioco del suo dolce volto...
    Ma ora egli se n' andato,  e al mio amore idolatra non  son  lasciate
    che reliquie da adorare. Chi viene?
    (Entra PAROLLES).
    (A parte) Uno che parte con lui: gli voglio bene per amor suo,  bench
    io  sappia  che    un  ben  noto  impostore,   e  bench  lo  ritenga
    sciocchissimo  e completamente vile;  ma questi inveterati vizi gli si
    adattano tanto bene,  che incontran favore,  mentre le ossa  d'acciaio
    della  virt  illividiscono  nel  freddo  vento: cos vediam spesso la
    sapienza nuda e poverella servire alla fastosa follia.
    PAROLLES: Salute a voi, bella regina.
    ELENA: E a voi, monarca.
    PAROLLES: Non monarca.
    ELENA: E non regina.
    PAROLLES: State meditando sulla verginit?
    ELENA: S... Trovo in voi un certo che di soldatesco,  lasciate che vi
    faccia una domanda.  L'uomo  il nemico della verginit: come possiamo
    innalzare barricate contro di lui?
    PAROLLES: Col tenerlo fuori.
    ELENA: Ma egli ci assale e la nostra verginit,  bench  valorosa  nel
    difendersi,  per debole: indicatemi come resistere da soldati.
    PAROLLES: Non si pu.  L'uomo vi assedia, vi scava sotto la mina, e vi
    fa saltare in aria.
    ELENA: Dio liberi la nostra povera verginit da coloro che  nascondono
    mine, e che ci fanno saltare per aria! Non potrebbero avere le vergini
    uno stratagemma per far saltare gli uomini?
    PAROLLES: Una volta a terra la verginit,  pi facilmente in aria sar
    l'uomo: e diamine, se lo mettete a terra una seconda volta grazie alla
    breccia aperta da voi stessa,  voi perderete la  vostra  citt.  Nella
    repubblica  della natura non  buona politica conservare la verginit.
    La perdita della verginit significa un aumento ragionevole. Non venne
    mai al mondo una vergine senza che prima non si perdesse la verginit.
    Voi foste fatta con quella stoffa con cui si formano  le  vergini.  La
    verginit,  perduta  una  volta,  la  si  pu  ritrovare  decuplicata:
    custodita per sempre,  sar per sempre perduta:  una compagna  troppo
    fredda: liberatevene!
    ELENA: Eppure voglio difenderla un poco, a costo di morir vergine.
    PAROLLES:  E  ci sarebbe poco da dire in suo favore:  contro la legge
    di natura.  Parlare in favore  della  verginit,  vuol  dire  accusare
    vostra  madre: certissima mancanza di rispetto.  Rimanere vergine vale
    quanto impiccarsi: la  verginit  commette  un  suicidio,  e  dovrebbe
    essere  sepolta  lungo  le  strade,  lontano  dai sacri recinti,  come
    disperata peccatrice contro la natura.  La verginit genera vermi come
    il  formaggio,  si  consuma  fino  alla  crosta,  e  muore  a forza di
    riempirsi lo stomaco.  Inoltre la verginit  irritabile,    superba,
    fannullona,  piena  d'amor  proprio,  che  il peccato pi proibito di
    tutto il canone. Non mantenetela, non ne avrete che danno. Mettetela a
    interesse: in dieci anni verr aumentata dieci volte  tanto:  un  buon
    profitto! E senza alcun danno al capitale. Su, liberatevene.
    ELENA: E che cosa dovrebbe fare,  signore,  colei che volesse perderla
    secondo il proprio piacere?
    PAROLLES: Vediamo. Ma! Dovrebbe far male. Dovrebbe farsi piacere colui
    al quale non piace la verginit.  E' una mercanzia che  perde  la  sua
    lucentezza  se  la si lascia giacere: pi la si custodisce e pi perde
    di valore: liberatevene,  finch  vendibile: sappiate andare incontro
    alla  richiesta.  La  verginit,  come  un  vecchio cortigiano,  ha un
    cappello fuor di moda,  ha un costume ricco che non costuma pi,  come
    il  fermaglio  e  lo  stuzzicadenti  che ormai non si usano pi...  E'
    meglio il dattero nella torta e nella  minestra,  che  la  data  sulla
    vostra  guancia.  La  vostra  verginit,  la vostra vecchia verginit,
    assomiglia alle nostre pere francesi vizze; brutta al di fuori,  secca
    al palato;  gi,   una pera vizza; prima era migliore, ma ora, gi, 
    vizza. Ecco!
    ELENA: Ma non ancora la mia verginit. L il vostro padrone avr mille
    amori, una madre, un'amante, ed un'amica, una fenice, una capitana,  e
    una nemica,  una guida,  una dea,  e una sovrana, una consigliera, una
    traditrice e un'amata: la sua umile ambizione,  la sua superba umilt:
    la sua discordante concordia, la sua discordia armoniosa: la sua fede,
    la  sua dolce rovina: con tutt'un mondo di nomi affettuosi,  inventati
    al battesimo dove  padrino il cieco Cupido.  Ora egli deve...  Non so
    che cosa deve. Iddio gli mandi bene! A corte si pu molto imparare, ed
    egli  tale...
    PAROLLES: Tale che cosa, prego?
    ELENA: E' uno al quale io desidero ogni bene. Peccato che...
    PAROLLES: Peccato che cosa?
    ELENA: Che i desideri non abbiano un corpo che si possa toccare; che a
    noi, inferiori per nascita e limitati ai desideri per l'influsso delle
    pi umili stelle,  non sia concesso di accompagnare i nostri amici con
    gli effetti dei nostri voti;  che non ci sia  dato  mostrare  ci  che
    dobbiamo soltanto pensare, e per cui nessuno ci ringrazia.
    (Entra un paggio).
    PAGGIO: Signor Parolles, il mio signore vi chiama.
    (Esce).
    PAROLLES: Elenuccia, addio. Se potr ricordarmi di te, penser a te, a
    corte.
    ELENA: Signor Parolles, voi nasceste sotto una stella caritatevole.
    PAROLLES: Io nacqui sotto Marte, io.
    ELENA: Proprio quello che volevo dire, sotto Marte.
    PAROLLES: Perch sotto Marte?
    ELENA:  Le  guerre  vi  hanno talmente tenuto sotto,  che voi di certo
    siete nato sotto Marte.
    PAROLLES: Marte predominante.
    ELENA: No, anzi, retrogrado, direi.
    PAROLLES: E perch?
    ELENA: Perch quando combattete andate sempre indietro.
    PAROLLES: E' per pigliar vantaggio.
    ELENA: Gi,  come quando  si  scappa  perch  la  paura  consiglia  di
    mettersi  in  salvo: ma in voi il miscuglio di valore e di timore crea
    la forza di una buona ala: moda che io apprezzo molto.
    PAROLLES: Ho tante cose da fare che non posso risponderti argutamente:
    ma  torner  cortigiano  perfetto,   e  le  mie  istruzioni   sapranno
    scozzonarti,  se  tu  sei  capace  di  ricevere  il  consiglio  di  un
    cortigiano,  e di capire ci che il consiglio  ti  imporr;  nel  caso
    contrario   morirai   nella   tua  ingratitudine,   la  tua  ignoranza
    t'annienter.  Addio: quando avrai tempo,  di'  le  preghiere,  quando
    avrai soldi,  ricordati degli amici: fa' di trovare un buon marito,  e
    trattalo come lui tratter te: addio dunque.
    (Esce).
    ELENA: Sovente i rimedi che noi riferiamo al cielo,  li abbiamo dentro
    di  noi:  il  fato  celeste ci concede la libert,  e ritarda i nostri
    disegni soltanto quando noi stessi siamo  lenti.  Qual  potere  attrae
    tanto  in  alto il mio amore?  Mi fa scorgere,  e poi non sazia il mio
    occhio? La natura unisce, come se fossero uguali,  cose che la fortuna
    ha  fatto  distantissime,  e le porta al bacio quali consanguinee.  Le
    imprese straordinarie possono sembrare impossibili  a  coloro  che  ne
    misurano la fatica secondo il giudizio comune,  e credono che quanto 
    avvenuto non possa pi avvenire.  Vi fu mai alcuno  che,  tentando  di
    mostrare  i suoi meriti,  abbia perduto il suo amore?  La malattia del
    re...  il mio progetto mi pu ingannare,  ma le  mie  intenzioni  sono
    ormai fissate e non mi vogliono lasciare.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Parigi. Una sala nel Palazzo Reale.

    (Suono di trombe;  entra il RE DI FRANCIA, con in mano alcune lettere.
    Signori ed altre persone lo seguono).
    RE: I Fiorentini e i Senesi sono alle prese fra loro.  Han  combattuto
    con pari fortuna e continuano la guerra duramente.
    PRIMO SIGNORE: Cos si dice, signore.
    RE: La cosa  anzi molto probabile. Ecco, ne abbiamo una notizia certa
    attestataci  dal  nostro  cugino d'Austria,  il quale ci avverte che i
    Fiorentini verranno a chiederci sollecito aiuto.  Il nostro  carissimo
    amico  previene  il  nostro  giudizio,  e pare che desideri da noi una
    risposta negativa.
    PRIMO SIGNORE: Il suo amore e la  sua  saggezza,  della  quale  Vostra
    Maest ha avuto tante prove, esigono che gli si creda ampiamente.
    RE:  Egli ha dato armi alla nostra risposta,  ed al Signore di Firenze
    opponiamo un rifiuto  prima  ancora  che  chieda.  Tuttavia  i  nostri
    sudditi  che  volessero  prestare  servizio  nelle  milizie in Toscana
    potranno liberamente scegliere fra le due parti.
    SECONDO  SIGNORE:  Sar  una  buona  scuola  per  la  nostra  nobilt,
    desiderosa di azione e di gesta.
    (Entrano BELTRAMO, LAFEU e PAROLLES).
    RE: Chi viene?
    PRIMO SIGNORE: Mio buon signore,  il conte di Rossiglione, il giovane
    Beltramo.
    RE: Giovane,  tu porti il volto di tuo padre.  La natura generosa, pi
    attenta che avventata, ti ha ben formato.  Possa tu ereditare anche le
    qualit morali di tuo padre! Benvenuto a Parigi.
    BELTRAMO: La mia gratitudine e la mia obbedienza alla Maest Vostra.
    RE: Vorrei avere ora, nelle membra, la sanit che possedevo quando tuo
    padre ed io, da amici, facevamo le prime prove nelle armi. Egli vedeva
    molto addentro nelle cose della guerra d'allora, ed ebbe per maestri i
    migliori;  egli dur a lungo,  ma a poco a poco su tutt'e due la turpe
    vecchiezza prese il sopravvento e ci rese inabili...  Mi   di  grande
    sollievo  parlare del vostro buon padre...  In giovent egli possedeva
    quell'arguzia che anche oggi  possibile incontrare nei nostri giovani
    signori;  ma prima di poter nascondere sotto il  manto  dell'onore  la
    propria  leggerezza,  costoro avran da scherzare fino a non riconoscer
    pi le loro stesse facezie su labbra altrui. Vero cortigiano,  nel suo
    orgoglio e nella sua ironia non v'era ne disprezzo n amarezza, a meno
    che non fossero suscitati dai suoi pari.  Il suo onore,  orologio a se
    stesso, sapeva il minuto preciso che la disapprovazione lo obbligava a
    parlare,  ed allora la lingua obbediva all'inclinazione  della  sfera.
    Trattava con coloro che gli erano inferiori come se fossero superiori,
    e  piegava  la  sua eminente altezza al loro basso livello,  facendoli
    onorati della sua umilt e godendo umilmente della loro povera lode...
    Tale uomo potrebbe essere, per questi tempi moderni, un modello,  che,
    ben seguito, li farebbe apparire retrogradi.
    BELTRAMO:  Il  buon  ricordo  di lui,  signore,   scolpito nei vostri
    pensieri pi gloriosamente che nella sua tomba,  il suo epitaffio  non
    trova conferma migliore delle vostre regali parole.
    RE: Potessi io essere con lui!  Egli soleva sempre dire - mi sembra di
    udirlo ora: le sue parole amiche non le gettava nelle orecchie,  ma ve
    le innestava,  ed esse crescevano e recavan frutto -: "Che io non viva
    - cos spesso cominciava la sua mite  melanconia  dopo  un  passatempo
    finito  male e che l'aveva stancato- che io non viva - diceva - quando
    la mia fiamma mancher d'olio,  piuttosto che essere una  moccolaia  a
    quei giovani spiriti,  i cui vivaci sensi disdegnano tutto ci che non
     novit, i cui giudizi si limitano a crear vestiti, e la cui costanza
    spira prima ancora delle loro mode"...  Tale era il suo  desiderio,  e
    tali  sono  ora anche i miei voti.  Poich non posso portare a casa n
    cera n miele, possa io essere licenziato presto dalla mia arnia,  per
    lasciar posto ad altri lavoratori.
    SECONDO SIGNORE: Voi siete amato,  signore, e coloro che poco vi amano
    sentirebbero per primi la vostra mancanza.
    RE: Io riempio un posto, lo so... Da quanto tempo,  conte,   morto il
    medico di vostro padre? Egli era ben famoso.
    BELTRAMO: Da circa sei mesi, mio signore.
    RE:  Se  fosse vivo chiederei il suo aiuto.  Datemi il braccio...  Gli
    altri mi hanno rovinato  con  le  loro  medicine.  Natura  e  malattia
    combattono a loro piacimento.  Benvenuto,  conte;  mio figlio non mi 
    pi caro.
    BELTRAMO: Grazie alla Vostra Maest.
    (Suonano le trombe. Tutti escono).


    SCENA TERZA - Rossiglione. Una sala nel Palazzo della Contessa.

    (Entrano la CONTESSA, il Maggiordomo, il Buffone).
    CONTESSA: Ora sono disposta ad  ascoltarvi.  Che  mi  dite  di  quella
    gentildonna?
    MAGGIORDOMO: Signora, la cura che mi son preso per soddisfare i vostri
    desideri,  vorrei  che  fosse  scritta  sul  calendario dei miei buoni
    servizi passati;  se li facciamo noti a tutti.  rechiamo  ferita  alla
    nostra modestia, ed offuschiamo la chiarezza dei nostri meriti.
    CONTESSA: Che fa qui questo briccone?  Andatevene,  voi!  Le lamentele
    che ho udite sul conto vostro non le credo tutte,  ma    ottusit  da
    parte  mia:  so  che  non  vi  manca  la  necessaria  sciocchezza  per
    commettere tali bricconate, e che avete capacit sufficiente per farle
    vostre.
    BUFFONE: V' ben noto, signora, che io sono un povero diavolo.
    CONTESSA: Bene, messere.
    BUFFONE: No,  signora,  non  proprio un gran bene che io sia  povero,
    bench  molti  ricchi sian dannati.  Ma se io posso ottenere da Vostra
    Signoria il permesso di accasarmi, Isabella,  la vostra donna,  ed io,
    faremo come potremo.
    CONTESSA: Vuoi proprio diventare un accattone?
    BUFFONE: Vi chiedo la carit del vostro buon volere in questo caso.
    CONTESSA: In quale caso?
    BUFFONE:  Nel  caso  di  Isabella,  e  mio...  Il  servire non procura
    eredit,  e non potr mai avere la benedizione di Dio finch non  avr
    rampolli del mio sangue; si dice che i figli siano benedizioni.
    CONTESSA: Dimmi la ragione per la quale vuoi sposarti.
    BUFFONE: Il mio povero corpo, signora, lo esige. Sono trascinato dalla
    carne, e chi  trascinato dal diavolo bisogna che cammini.
    CONTESSA: E' tutta qui la ragione che spinge vostra signoria?
    BUFFONE: In fede, signora, ne ho altre di ragioni, e sante.
    CONTESSA: Pu il mondo conoscerle?
    BUFFONE: Io sono stato,  signora,  una creatura trista,  come lo siete
    voi,  e come lo sono tutti quelli che son fatti di carne e di  sangue:
    ed ecco, mi sposo per pentirmi.
    CONTESSA:  Per  pentirti del tuo matrimonio,  pi presto che della tua
    cattiveria.
    BUFFONE: Non ho amici, signora, e spero di farmene alcuni per amore di
    mia moglie.
    CONTESSA: Amici di tal sorta ti saranno nemici, briccone.
    BUFFONE: Voi non vedete in fondo,  signora.  Sono anzi  grandi  amici,
    perch  questi  furfanti  vengono  a  fare  per  me quello di cui sono
    stanco...  Colui che ara la mia terra mi risparmia i buoi,  e lascia a
    me  di ammassare il raccolto;  se io sono il suo becco,  egli  la mia
    bestia da soma;  colui che conforta mia moglie rende un servizio  alla
    mia  carne e al mio sangue: colui che rende un servizio alla mia carne
    e al mio sangue ama la mia carne e il mio sangue: colui che ama la mia
    carne e il mio sangue  mio amico: ergo,  colui che bacia mia moglie 
    mio amico...  Se gli uomini si accontentassero d'essere quel che sono,
    non vi sarebbe pericolo  alcuno  nel  matrimonio:  poich  il  giovane
    Chairbonne, puritano, e il vecchio Poisson, papista, quantunque divisi
    di cuore per la religione,  hanno unita la testa, possono cozzarsi con
    le corna, come un qualunque daino nel branco.
    CONTESSA: Ma quando chiuderai quella boccaccia e la finirai con le tue
    fandonie, briccone?
    BUFFONE: Io sono profeta,  signora,  e dico la  verit  nel  modo  pi
    breve.
    Ch vi voglio ripeter la ballata
    che a ognun la verit dice pi pura:
    la gente al matrimonio  destinata,
    come il cuculo canta per natura.
    CONTESSA: Andatevene, messere. Avr da parlarvi ancora fra poco.
    MAGGIORDOMO: Signora, vi piaccia di mandarlo a chiamar Elena. Vi debbo
    parlare di lei.
    CONTESSA:  Ehi!  Dite alla mia gentildonna che le debbo parlare: Elena
    voglio dire
    BUFFONE: Fu questo viso, diss'ella, causa
    che i Greci saccheggiar Troia?
    O stolta azione, azione stolta,
    di Priamo era lei la gioia?
    Con ci s'arresta lei e sospira,
    con ci s'arresta lei e sospira,
    poi tal sentenza d:
    se una  buona tra nove pessime,
    se una  buona tra nove pessime,
    su dieci una buona v'ha.
    CONTESSA: Che?  Una  buona  fra  dieci?  Voi  corrompete  la  canzone,
    gaglioffo.
    BUFFONE: Una buona donna fra dieci,  signora,  significa purificare la
    canzone.  Piacesse a Dio di servire il mondo a questo modo  per  tutto
    l'anno! Non troveremmo niente da ridire sulla decima delle donne se io
    fossi parroco.  Una su dieci,  dico io!  Oh, se almeno ci nascesse una
    donna buona all'apparire d'ogni cometa, o ad ogni scossa di terremoto,
    la nostra lotteria se n'avvantaggerebbe:    pi  facile  ad  un  uomo
    estrarsi il cuore, che pescarne anche una sola buona.
    CONTESSA:  Andatevene  dunque  messer  furfante,  e  fate  come  io vi
    comando!
    BUFFONE: Che l'uomo debba esser soggetto al comando della donna, e che
    nulla di grave succeda!  Bench l'onest non sia  puritana,  non  far
    nulla  di male,  e porter la cotta dell'umilt sulla nera cappa di un
    cuore superbo...  S,  s,  me ne vado.  Dir dunque ad Elena di venir
    qui.
    (Esce).
    CONTESSA: Ebbene, sentiamo.
    MAGGIORDOMO:  Io  so,  signora,  che  voi  amate con grande affetto la
    vostra gentildonna.
    CONTESSA: S, davvero. Suo padre me la lasci come un'eredit, ed ella
    stessa, anche se non vi fossero altri motivi in suo favore, ha diritto
    a tutto l'affetto che le porto.  Le si deve sempre pi  di  quanto  le
    vien dato, e le verr dato pi di quanto ella chieder.
    MAGGIORDOMO: Signora, di recente mi trovai pi vicino a lei di quanto,
    credo,  desiderasse.  Era  sola,  e  comunicava le sue parole alle sue
    stesse orecchie,  credendo,  sarei pronto a giurarlo per lei,  che non
    venissero  ascoltate  da  estranei.  L'argomento  era che amava vostro
    figlio: e diceva che la Fortuna non  una dea,  perch  ha  posto  una
    diversit tanto grande fra le condizioni di loro due;  che Amore non 
    un dio,  perch non vuole estendere il suo potere  unicamente  dove  
    eguaglianza  di  grado;  Diana  non    regina  delle vergini,  perch
    permette che la sua povera cavaliera venga presa alla sprovvista e non
    la libera al primo assalto,  n la riscatta dopo...  Tali cose  diceva
    col  pi amaro tono di dolore in cui io mai abbia udito lamentarsi una
    vergine. Ho ritenuto mio dovere farvelo sapere subito, poich  giusto
    che ne siate informata pel caso che accadesse qualche disgrazia.
    CONTESSA: Avete compiuto il vostro dovere  onestamente;  serbate  ogni
    cosa  per  voi.  Alcuni  segni  me lo avevano gi fatto sospettare: ma
    oscillavano talmente sulla bilancia  che  non  potevo  n  credere  n
    dubitare... Vi prego, lasciatemi. Custodite per voi questo segreto; vi
    ringrazio  per  la  vostra  onesta  sollecitudine:  presto avr ancora
    bisogno di parlarvi. (Il Maggiordomo esce) Fu cos anche di me, quando
    ero giovane...  Come noi siamo della natura,  cos sono nostre  queste
    cose.  E' una spina che dirittamente appartiene alla rosa della nostra
    giovent.  L'abbiamo nel sangue al modo stesso che il sangue  in noi.
    La forte passione dell'amore, impressa nella giovent,  il segno e il
    sigillo  della  verit  della  natura.  Nei  ricordi dei nostri giorni
    passati,  queste furono le prime mancanze,  o piuttosto allora noi non
    le credevamo tali.
    (Entra ELENA).
    Il suo occhio ne langue, ora me ne accorgo.
    ELENA: Quali sono i vostri desideri, signora?
    CONTESSA: Voi sapete, Elena, che io sono una madre per voi.
    ELENA: La mia onorata padrona.
    CONTESSA:  No,  una madre.  Perch no una madre?  Quando ho detto "una
    madre" mi  parso come se voi vedeste un serpente.  Che cosa c' nella
    parola  "madre"  perch ve ne spaventiate?  Lo ripeto,  io sono vostra
    madre, e vi metto fra coloro che portai in seno.  Spesso si pu vedere
    l'adozione  combattere  con  la  natura,   e  la  scelta  produrre  un
    ramoscello tutto nostro, pur da semi estranei.  Voi non mi faceste mai
    gemere con il grido di dolore della madre,  ma io vi dimostro una cura
    materna. Per l'amore di Dio, fanciulla! Ti raggela il sangue,  a dirti
    che  son  tua  madre?  Perch,  perch questa inclemente messaggera di
    pianto,  la multicolore Iride,  ti circonda gli occhi?  Perch?  Forse
    perch siete mia figlia?
    ELENA: Perch non lo sono.
    CONTESSA: Ma io vi dico che sono vostra madre.
    ELENA:  Perdonatemi,  signora.  Il conte di Rossiglione non pu essere
    mio  fratello:  il  mio  nome    umile,  il  suo  illustre;   nessuna
    distinzione ebbero i miei genitori,  i suoi sono tutti nobili.  Egli 
    mio padrone,  il mio caro signore,  io vivo come sua serva,  e voglio
    morire sua vassalla: egli non deve essere mio fratello.
    CONTESSA: E neppure io vostra madre?
    ELENA: S,  voi siete mia madre,  signora. Oh, foste voi veramente mia
    madre!  e cos il mio signore vostro figlio non fosse mio fratello.  O
    foste  voi  la  madre d'entrambi - io non lo desidero meno del cielo -
    purch io non fossi sua sorella!  Bisogna  proprio  che  egli  mi  sia
    fratello, se io sono vostra figlia?
    CONTESSA: S, Elena, voi potreste essere mia figlia, mia nuora. Dio vi
    guardi da un tal pensiero!  tanto questi nomi di "figlia" e di "madre"
    vi fan tremare i polsi. Che!  ancora pallida!  Il mio timore ha dunque
    sorpreso  il  vostro  amore!  ora  comprendo  il  mistero della vostra
    solitudine,  ed ho scoperto la fonte delle vostre lacrime  amare.  Ora
    salta  agli  occhi che voi amate mio figlio!  Sarebbe vergogna mentire
    contro questa chiara manifestazione della tua passione, e dire che non
    lo ami: perci dimmi la verit - ma dimmelo  davvero,  che    proprio
    cos poich,  guarda,  le tue guance lo confessano l'una all'altra,  e
    gli occhi tuoi lo vedono con tal evidenza nel tuo modo di comportarti,
    che,  a loro maniera,  parlano.  Solo il peccato  ed  una  ostinazione
    infernale  possono legare la tua lingua perch si dubiti della verit.
    Parla,  cos?  Se  cos,  avete avvolto una bella matassa: se non lo
    ,  giuratelo. Ad ogni modo io ti ingiungo di dirmi il vero, pel cielo
    che pu far di me lo strumento della tua felicit.
    ELENA: Buona signora, perdonatemi.
    CONTESSA: Amate mio figlio?
    ELENA: Il vostro perdono, nobile padrona.
    CONTESSA: Amate mio figlio?
    ELENA: Non lo amate voi, signora?
    CONTESSA: Non cercate di sfuggire: il mio amore  un legame che  tutto
    il mondo conosce.  Via, mostratemi lo stato del vostro affetto, poich
    i vostri sentimenti vi hanno pienamente accusata.
    ELENA: Ebbene, confesso, qui in ginocchio,  davanti al cielo ed a voi,
    che,  prima di voi e subito dopo il cielo,  io amo vostro figlio... La
    mia famiglia era povera,  ma onesta;  e tale  il mio  amore;  non  vi
    offendete,  poich non viene a lui alcun male dall'essere amato da me;
    io non lo importuno con segni di  corteggiamento  presuntuoso,  n  lo
    vorrei avere prima di essermelo meritato; eppure non so quale potrebbe
    essere  il  mio merito...  So di amare invano,  di lottare contro ogni
    speranza; in questo insidioso staccio, che non sa contenere,  io verso
    continuamente  le  acque  del  mio  amore,  e non me ne mancano mai da
    perder cos. Cos, come un indiano, religiosa nel mio errore, adoro il
    sole che guarda il suo adoratore ma non ne  sa  nulla  di  pi...  Mia
    signora amatissima,  non venite incontro al mio amore con odio, perch
    io amo ci che voi amate.  Se mai in voi stessa,  la cui  onorata  et
    attesta  una  virtuosa giovinezza,  se mai con fiamma di passione cos
    sincera amaste castamente e desideraste  ardentemente  che  la  vostra
    Diana fosse insieme Diana e Venere,  oh! allora abbiate piet di colei
    che,  nel suo stato,  altro non pu fare se non prestare e dare dove 
    sicura  di  perdere;  che  non  cerca  per trovare l'oggetto della sua
    ricerca, ma che pure, come in un indovinello,  vive giocondamente dove
    muore.
    CONTESSA:  Non  avevate  voi  l'intenzione,  ultimamente,  di andare a
    Parigi? Siate sincera!
    ELENA: S, l'avevo.
    CONTESSA: Perch? Siate sincera!
    ELENA: Dir la verit. Lo giro per la grazia stessa...  Voi sapete che
    mio padre mi lasci alcune ricette d'un'efficacia rara e sicura, che i
    suoi   studi  e  la  sua  esperienza  pratica  avevano  composto  come
    universale e sovrano rimedio.  Sapete come m'ingiunse  di  dispensarle
    con  la  pi  attenta  riserva  come  se  fossero  motti d'imprese che
    contengono pi di quanto sembrano esprimere.  Fra le altre  vi    una
    medicina,  provata, efficace, che pu curare la disperata malattia per
    la quale il re  dichiarato perduto.
    CONTESSA: Era questo dunque il vostro motivo  per  recarci  a  Parigi?
    Ditemelo.
    ELENA:  Il  mio  signore,  vostro  figlio,  mi ha fatto pensare a ci.
    Altrimenti Parigi,  e la medicina,  e il  re,  sarebbero  forse  stati
    assenti dalla conversazione dei miei pensieri.
    CONTESSA:  Ma,  Elena,  pensate voi che il re accetterebbe il presunto
    aiuto che voi vorreste offrirgli?  Lui e i suoi  medici  sono  di  uno
    stesso pensiero: lui,  che i medici non lo possono guarire,  e loro di
    non poterlo guarire.  Come presterebbero fede a una povera  verginella
    indotta,  mentre  le  scuole,  esaurita  tutta  la  loro scienza,  han
    lasciato la malattia a se stessa?
    ELENA: C' qualcosa, pi che l'eccellenza di mio padre,  la pi grande
    nella  sua  scienza,  qualcosa  che  mi fa presentire che la sua buona
    ricetta sar santificata,  per  mia  ricchezza,  dalle  pi  fortunate
    stelle del cielo;  e se Vostro Onore mi permettesse solo di tentare il
    successo, io m'impegnerei,  a costo di perder la mia vita per s buona
    causa, a guarire il re per il tal giorno e la tale ora.
    CONTESSA: Lo credi proprio?
    ELENA: Ne son certa, signora, con tutta la mia coscienza.
    CONTESSA: Ebbene,  Elena: tu avrai il mio permesso e il mio affetto, i
    mezzi e i servitori e le mie amorevoli raccomandazioni ai miei amici a
    corte.  Io star a casa e pregher la benedizione  di  Dio  sulla  tua
    impresa.  Domani  partirai;  e  sta' certa che non ti mancher ci che
    sar in mio potere di fare per aiutarti.
    (Escono).




    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Parigi. Il Palazzo Reale.

    (Suono di trombe. Entra il RE con diversi giovani Signori che prendono
    congedo prima di partire per la guerra fiorentina. BELTRAMO, PAROLLES,
    e persone del Seguito).
    RE: Giovani signori,  addio!  Non gettate al vento  questi  sentimenti
    guerrieri.  E anche a voi,  miei signori, addio! Dividetevi fra voi il
    consiglio che vi ho dato.  Ma se ciascuno lo prender intero,  il dono
    aumenter nel modo che  ricevuto, e anche allora sar sufficiente per
    tutti.
    PRIMO SIGNORE: Signore,  nostra speranza di poter tornare soldati ben
    addestrati, e di trovare Vostra Grazia in buona salute.
    RE:  No,  no,  ci  non  potr  essere.  Eppure  il mio cuore non vuol
    ammettere di dover cedere alla malattia che  assedia  la  mia  vita...
    Addio,  giovani signori!  Muoia io o viva, dimostratevi figli degni di
    degni Francesi;  fate che la pi alta Italia (eccetto coloro che hanno
    ereditato soltanto la decadenza dell'ultima monarchia),  comprenda che
    voi non andate a corteggiare l'onore,  ma a sposarlo.  Quando  il  pi
    valente segugio si ritrarr, fate in modo di trovare voi ci che avete
    cercato, s che la fama alto vi gridi... Addio, vi ripeto.
    SECONDO  SIGNORE:  La  salute  possa  ubbidire al comando della Maest
    Vostra!
    RE: Quelle ragazze d'Italia!  Stateci  bene  attenti!  Dicono  che  ai
    nostri  Francesi  manchi  la  lingua  per negare quando esse chiedono.
    State attenti a non diventare schiavi prima  ancora  di  servire  come
    soldati.
    PRIMO e SECONDO SIGNORE: Vi siamo grati per le vostre raccomandazioni.
    RE: Addio. (Ai Servi) Venitemi vicino. (Vien portato fuori).
    PRIMO  SIGNORE  (a  Beltramo):  O  mio dolce signore,  peccato che voi
    dobbiate rimanere qui.
    PAROLLES: Non  colpa di lui, il bellimbusto.
    SECONDO SIGNORE: Oh! queste magnifiche guerre!
    PAROLLES: Mirabilissime! Io le ho viste, queste guerre.
    BELTRAMO: Devo star qui perch mi  comandato e perch  m'intronan  le
    orecchie  con  "troppo  giovane",  e  "l'anno  venturo",  e  " troppo
    presto".
    PAROLLES: Se proprio ne hai l'intenzione, ragazzo,  svignatela di qui,
    con coraggio.  BELTRAMO: Invece dovr starmene qui, come il cavallo di
    davanti sotto la guida di una gonnella,  a far scricchiolar le  scarpe
    sul ben levigato pavimento,  finch l'onore sar tutto venduto, finch
    l'unica spada che ancora si porter sar lo spadino per  danzare!  Per
    il cielo, voglio scappar via di nascosto, come un ladro.
    PRIMO SIGNORE: Sar un furto che vi far onore.
    PAROLLES: Commettetelo, conte.
    SECONDO SIGNORE: Io vi sar complice. Addio.
    BELTRAMO:  Mi  sento  come una parte di voi,  e il dovermi separare mi
    lacera la carne.
    PRIMO SIGNORE: Addio, capitano.
    SECONDO SIGNORE: Dolce signor Parolles!
    PAROLLES: Nobili  eroi,  la  mia  spada  e  la  vostra  sono  sorelle.
    Scintillanti  e  lucenti  lame,  in  una  parola  ottime  tempre:  nel
    reggimento degli Spini incontrerete un certo capitano Spurio,  con una
    cicatrice,  emblema di guerra,  qui sulla guancia sinistra;  fu questa
    spada che ve la scav,  s,  proprio questa.  Gli direte che  io  sono
    vivo, e fate bene attenzione a ci che vi dir di me.
    PRIMO SIGNORE: Lo faremo, nobile capitano.
    PAROLLES:  Marte  si  innamori  di  voi  come  suoi  novizi (I Signori
    escono).
    (A Beltramo) E voi, che avete intenzione di fare?
    (Rientra il RE portato dai Servi sulla sedia).
    BELTRAMO (mettendo il dito sulla bocca): Zitto. Ecco il re.
    PAROLLES (conducendolo via in fretta): Le vostre cerimonie di rispetto
    verso quei nobili signori debbono  essere  pi  ossequiose;  vi  siete
    limitato nella cinta d'un addio troppo freddo;  siate pi cordiale con
    loro; essi sono il cimiero del bel mondo, e praticano le vere creanze,
    mangiano,  parlano e si muovono sotto la guida dell'astro pi di moda.
    Anche  se  fosse  il  diavolo a guidar la danza,  quei signori bisogna
    seguirli. Raggiungeteli, e salutateli con pi effusione.
    BELTRAMO: Lo far.
    PAROLLES: Sono compagni degni;  e sapranno certo dimostrarsi  vigorosi
    spadaccini. (Beltramo e Parolles escono. Entra LAFEU).
    LAFEU (inginocchiandosi): Il vostro perdono, mio signore, per me e per
    la notizia che vi reco.
    RE: Te lo conceder se ti alzerai.
    LAFEU  (alzandosi): Se  cos,  ecco qui in piedi un uomo che si porta
    con s il  perdono.  Avrei  voluto  che  vi  inginocchiaste  voi,  mio
    signore,  a chiedermi piet,  e che,  al mio comando,  vi foste alzato
    cos.
    RE: Magari! E t'avessi anche rotto la testa per chiedertene perdono.
    LAFEU: In fede mia,  una lancia spezzata di traverso!.  Ma,  mio  buon
    signore, ascoltate: volete guarire della vostra malattia?
    RE: No.
    LAFEU: Oh!  Non volete dunque mangiar l'uva, mia reale volpe? Ma se la
    mia  volpe  reale  potesse  arrivare  a  prenderla,   sicuro  che   la
    mangerebbe,  la mia nobile uva! Ho visto un medico capace di infondere
    la vita in una pietra,  di vivificare la roccia,  di farvi ballare  il
    canario  con foga e brio indiavolati.  Il solo suo tocco ha la potenza
    di far risuscitare il re Pipino,  anzi,  di porre in  mano  al  grande
    Carlomagno una penna, per scrivere a lei un biglietto d'amore.
    RE: Di che "lei" si tratta?
    LAFEU:  Il  Dottor  Lei.  E'  arrivata,  mio  buon signore,  se volete
    vederla. In fede mia e sul mio onore,  se posso manifestare seriamente
    i miei pensieri con questo scherzoso modo d'esprimermi, ho parlato con
    una persona che,  per il suo sesso,  i suoi anni,  la sua professione,
    saggezza e costanza, mi ha riempito di meraviglia tanto grande che non
    la si pu tutta attribuire alla mia debolezza. Vorreste vederla,  come
    ella desidera, e sapere cosa vuole? Poi riderete pure di me.
    RE: Ebbene,  buon Lafeu, fa' entrare questa meraviglia. Voglio prender
    parte anch'io alla tua ammirazione,  o liberarti dalla tua meraviglia,
    meravigliandomi come tu te la sia presa.
    LAFEU: S, vi soddisfer, e prima della fine del giorno.
    (Esce).
    RE:  Tale    sempre  il  suo  prologo quando deve far seguire qualche
    speciale nulla.
    (LAFEU ritorna con ELENA).
    LAFEU: Su, venite da questa parte.
    RE: La sua fretta ha veramente le ali.
    LAFEU: Su,  venite da questa parte.  Ecco  Sua  Maest;  apritegli  la
    vostra mente. Vi presentate quasi come un traditore: ma traditori come
    voi  Sua  Maest  li  teme  raramente.  Io sono lo zio di Cressida,  e
    m'azzardo a lasciarvi tutt'e due insieme. State bene.
    (Esce).
    RE: Bella fanciulla, in che modo ci riguardano le vostre occupazioni?
    ELENA: Mio buon signore,  Gerardo di Narbona fu mio padre,  e  fu  ben
    noto nella sua professione.
    RE: Lo conobbi.
    ELENA:   Allora  non  ripeter  le  sue  lodi,   averlo  conosciuto  
    sufficiente...  Sul letto di morte egli mi consegn molte ricette,  ma
    una  in modo particolare,  il rampollo pi prezioso della sua arte,  e
    l'unico  beniamino  della  sua  vecchia  esperienza,   mi  comand  di
    custodirla come un terzo occhio,  pi efficace e pi prezioso dei miei
    due. Cos ho fatto. Ed avendo udito che la Vostra Maest  afflitta da
    una maligna infermit,  contro la quale la virt del dono del mio caro
    padre    specialmente  sovrana,  io  vengo ad offrirvelo,  con la mia
    obbedienza, e con ogni dovuta umilt.
    RE: Vi ringraziamo, fanciulla,  ma non possiamo aver troppa fiducia di
    guarire, dacch i nostri medici pi valenti ci abbandonano, e tutto il
    Collegio  riunito ha concluso che l'arte,  per sforzi che faccia,  non
    potr mai riscattare la natura da questo  suo  stato  incurabile.  Non
    dobbiamo  talmente  offuscare  il  nostro  giudizio,  o  corrompere la
    speranza,  fino a prostituire la nostra incurabile malattia in mano  a
    empirici,  o  a  mettere  a  repentaglio  il  nostro onore e la nostra
    dignit,  dimostrando stima a  una  cura  insensata,  quando  il  solo
    tentare una cura gi ci pare insensato.
    ELENA:  La coscienza di aver compiuto il mio dovere mi ripagher delle
    mie fatiche: non verr pi  ad  importunarvi  con  i  miei  rimedi  ed
    imploro  umilmente  dai  vostri  regali  pensieri  quello  modesto  di
    permettermi di ritornare.
    RE: Non posso concederti meno, se non voglio passare per ingrato... Tu
    pensavi di potermi guarire,  e  io  ti  rendo  quelle  grazie  che  un
    moribondo d a coloro che gli augurano di vivere.  Ma ci che io so in
    modo completo tu non sai neppure in parte.  Io conosco interamente  il
    pericolo nel quale mi trovo, ma tu non sai l'arte di liberarmene.
    ELENA: Non potrebbe recar male alcuno tentare ci che potrei fare, dal
    momento  che  voi  siete ben sicuro di non guarire.  Colui che porta a
    compimento le pi grandi cose lo fa spesso per mezzo del ministro  pi
    debole. Cos la Sacra Scrittura mostra giudizio nei bambini, laddove i
    giudici si son rivelati bambini; grandi corsi d'acqua sono sgorgati da
    semplici sorgenti,  e vasti mari si sono disseccati,  quando i potenti
    negavano i  miracoli.  Spesso  fallisce  l'aspettativa,  e  molto  pi
    sovente l dove pi promette; spesso d nel segno dove pi fredda  la
    speranza, e dove la disperazione  pi appropriata.
    RE: Non posso darti ascolto.  Addio, gentile fanciulla. Le tue fatiche
    non adoperate devono essere ricompensate da te stessa.  Le offerte non
    accettate raccolgono, come ricompensa, soltanto ringraziamenti.
    ELENA: Il semplice alito arresta dunque un'ispirazione meritoria.  Non
    avviene cos con Colui che sa tutto,  mentre avviene invece  con  noi,
    che  misuriamo  le  nostre  congetture secondo le apparenze.  Ma  ben
    grande la presunzione nostra,  di stimare azione dell'uomo l'aiuto del
    cielo. Caro signore, vogliate dare il vostro assenso al mio tentativo,
    fate un esperimento non di me ma del cielo.  Io non sono una bugiarda,
    che pretenda di fare pi di quanto so fare.  Ma sappiate che io penso,
    e  pensate  che  io  so sicurissimamente,  che la mia arte non  senza
    potere, e che voi non siete incurabile.
    RE: Hai dunque tanta sicura confidenza?  Entro quanto tempo  speri  di
    guarirmi?
    ELENA:  Se  la somma grazia mi sar graziosa,  prima che i cavalli del
    sole abbiano portato due volte nel suo diurno circolo il loro  ardente
    lampadoforo,  prima  che  due volte l'umido Espero abbia spenta la sua
    lampada assonnata  nell'oscurit  e  nel  vapore  occidentale,  o  che
    ventiquattro volte l'ampolletta del pilota abbia indicato come passano
    i  furtivi minuti,  ci che  infermo si allontaner rapidamente dalle
    vostre parti sane,  la salute vivr libera,  e la malattia liberamente
    morr.
    RE: Che cosa osi d'arrischiare sulla tua sicura fiducia?
    ELENA:  L'accusa  d'impudenza,  la  sfrontatezza  d'una bagascia,  una
    vergogna famosa vilipesa in odiose ballate,  il mio  nome  di  vergine
    infamato;  oppure  - non certo la peggiore fra le cose peggiori - fate
    che la mia vita termini dilaniata dalla tortura pi vile.
    RE: Sembra che uno spirito beato faccia risonare in te, debole organo,
    la sua potente parola;  e ci che   ripudiato  come  impossibile  dal
    senso comune,  un sentimento superiore lo accetta su altra base...  La
    tua vita  preziosa, poich tutto ci che la vita stima degno del nome
    di vita ha gran valore in te: giovent, bellezza, saggezza,  coraggio,
    tutto quanto la felicit e la primavera della vita benedicono.  Se sei
    disposta a sacrificare tutto ci,   segno che tu devi possedere o una
    sagacia infinita,  o una disperazione mostruosa.  Dolce medico, voglio
    tentare la tua medicina, ma se io morr essa dar la morte a te.
    ELENA: Se non rimarr entro i limiti di tempo fissati,  se verr  meno
    all'esattezza di quanto ho detto,  mi farete morire illagrimata, e ben
    mi star.  Se non vi far guarire mi pagherete con  la  morte.  Ma  se
    sapr risanarvi, che cosa promettete voi a me?
    RE: Chiedi.
    ELENA: E voi me lo concederete?
    RE: S, per il mio scettro e per la mia speranza del cielo.
    ELENA: Ebbene,  tu mi darai, con la tua mano regale, quel marito che 
    in tuo potere concedermi e che io ti chieder.  E' ben lontana  da  me
    l'arroganza  di  scegliere  fra  il  sangue  reale  di  Francia,   per
    tramandare il mio nome umile e basso con un ramo e  un  rappresentante
    della tua casa;  ma uno,  tuo vassallo, che io so di poter liberamente
    chiedere, e che tu liberamente mi potrai concedere.
    RE: Eccoti la mia mano. Se le condizioni verranno osservate,  otterrai
    per mio mezzo ci che desideri. Stabilisci dunque il tempo, poich io,
    deciso  ad  essere  tuo  paziente,  ormai  ho fiducia in te...  Dovrei
    chiederti  di  pi,   s,   lo  dovrei,   bench  sapere  di  pi  non
    aggiungerebbe nulla alla fiducia: dovrei chiederti donde vieni, da chi
    sei stata accompagnata,  ma sii benvenuta, pur senza queste domande, e
    sii benedetta senza  riserva.  Ol,  venite  ad  aiutarmi!  Se  saprai
    mantenere la tua grande parola, ci che io far per te sar pari a ci
    che tu farai.
    (Suono di trombe. Tutti escono).


    SCENA SECONDA - Rossiglione. Sale nel Palazzo della Contessa.

    (Entrano la CONTESSA e il Buffone).
    CONTESSA:  Avanti,  messere.  Voglio  misurare  l'altezza della vostra
    educazione.
    BUFFONE: Mi dimostrer altamente pasciuto e bassamente educato. Si sa,
    io non son fatto altro che per la corte.
    CONTESSA: Per la corte!  Oh!  per che luogo avete dunque riguardo,  se
    voi  vi  cavate quello di torno con tanto disprezzo: "altro che per la
    corte"!
    BUFFONE: In verit,  signora,  se Iddio ha prestato a un uomo  qualche
    creanza,  egli pu agevolmente cavarsela a corte;  chi non pu fare un
    inchino, n cavarsi il cappello, o baciarsi la mano,  o dire alcunch,
    non possiede n gamba,  n mani, n labbro, n cappello; e, in realt,
    un tipo cos, a dirla schietta, non sarebbe affatto per la corte.  Ma,
    quant'a  me,  posseggo  una  risposta  che  pu  servire per tutti gli
    uomini.
    CONTESSA: Oh! dev'essere ben capace una risposta che va bene per tutte
    le domande.
    BUFFONE: E' come la sedia del barbiere,  che   adatta  per  tutte  le
    natiche,  per quelle puntute,  per quelle spampanate, per quelle sode,
    per qualsiasi natica insomma.
    CONTESSA: E la vostra risposta sarebbe adatta per tutte le domande?
    BUFFONE: A perfezione: come si adattano dieci grossi alla mano  di  un
    avvocato,  come  la  corona  francese  alla  sgualdrinella  vestita di
    taffett,  come l'anel di vinco di Berta al dito di  Martino,  come  i
    cenci  al  marted  grasso,  come la moresca al primo maggio,  come un
    chiodo al suo buco,  come il cornuto al suo corno,  come una scanfarda
    arrabbiata  a un manigoldo attaccabrighe,  come le labbra d'una monaca
    alla bocca del frate, anzi, come la salsiccia alla sua pelle.
    CONTESSA: Dunque,  voi avete una risposta adatta proprio  a  tutte  le
    domande?
    BUFFONE:  Dal duca in gi,  fin sotto il birro,  si adatta a qualsiasi
    domanda.
    CONTESSA: Dev'essere una risposta di  proporzioni  sproporzionate,  se
    deve adattarsi a tutte le domande.
    BUFFONE:  Ma  non  nemmeno un'inezia,  in fede mia,  se i sapienti la
    giudicassero come si deve. Eccola tutta intera. Domandatemi se sono un
    cortigiano; non vi far nulla di male a imparare.
    CONTESSA: A esser giovane di nuovo,  se potessi....  Mi comporter  da
    sciocca  nelle  mie  domande,  colla speranza di diventar pi sapiente
    dopo, per le vostre risposte. Ditemi, messere, siete un cortigiano?
    BUFFONE: Mio Dio, signore!  Ecco un modo semplice di menare il can per
    l'aia. Ancora, ancora, fatemene cento.
    CONTESSA: Messere, sono un vostro povero amico, che vi vuol bene.
    BUFFONE: Mio Dio, signore! In fretta, in fretta. Non risparmiatemi.
    CONTESSA: Io credo,  messere, che non possiate mangiare di questo cibo
    grossolano.
    BUFFONE: Mio Dio, signore! Anzi fatemene far la prova e vi far vedere
    io.
    CONTESSA: Poco tempo fa voi foste frustato, mi pare, messere.
    BUFFONE: Mio Dio, signore! Non risparmiatemi.
    CONTESSA: Quando vi si frusta voi gridate "Mio Dio,  signore"  e  "Non
    risparmiatemi"?  In verit,  "Mio Dio, signore"  una risposta che ben
    s'adatta quando si   frustati:  se  foste  messo  alle  strette,  voi
    sapreste rispondere bene alle frustate.
    BUFFONE: Non sono mai stato pi sfortunato,  in tutta la mia vita, con
    il mio "Mio Dio,  signore!".  Comprendo che certe cose possono servire
    per lungo tempo, ma non per sempre.
    CONTESSA: La brava massaia che sto facendo col tempo,  a passarlo cos
    allegramente con uno sciocco.
    BUFFONE: Mio Dio, signore! Ecco, qui serve ancora.
    CONTESSA: Basta,  signore,  di questo.  Consegnate  ci  ad  Elena  ed
    insistete perch risponda subito. Salutate per me i miei parenti e mio
    figlio. Non  molto.
    BUFFONE: Non molti saluti per loro?
    CONTESSA: Non molto lavoro per voi. Avete capito?
    BUFFONE: Fruttuosissimamente. Sar l prima delle mie gambe.
    CONTESSA: Tornate in fretta.
    (Escono da porte diverse).


    SCENA TERZA - Parigi. Una sala nel Palazzo Reale.

    (Entrano BELTRAMO, LAFEU e PAROLLES).
    LAFEU:  Si dice che il tempo dei miracoli  passato,  e vi sono presso
    di noi teste filosofiche che ci rendono  giornaliere  e  familiari  le
    cose soprannaturali e inesplicabili. Perci riteniamo come sciocchezze
    le  cose  spaventose,  e  ci trinceriamo dietro una scienza apparente,
    mentre dovremmo invece sottometterci a un ignoto timore.
    PAROLLES: S,   la cosa pi meravigliosa  che  sia  sorta  ai  giorni
    nostri.
    BELTRAMO: Veramente.
    LAFEU: Essere abbandonato dai medici...
    PAROLLES: Dico io! Dai seguaci di Galeno e da quelli di Paracelso...
    LAFEU: Da tutti i dotti patentati...
    PAROLLES: Gi, lo dico anch'io.
    LAFEU: Che lo dichiararono incurabile...
    PAROLLES: Gi, proprio, anch'io dico cos.
    LAFEU: Spacciato...
    PAROLLES: Proprio come un uomo sicuro di...
    LAFEU: Di una vita incerta e di una morte certa.
    PAROLLES: Giusto, dite bene; lo stavo per dire anch'io.
    LAFEU: Dire che  cosa nuovissima al mondo,  dire la semplice verit.
    PAROLLES: E lo  davvero.  Se la volete scritta e stampata, la potrete
    leggere nel... la... come si chiama codesta cosa cost?
    LAFEU: "La dimostrazione di  un  affetto  celeste,  in  uno  strumento
    terrestre".
    PAROLLES: Ecco: avrei detto proprio cos.
    LAFEU: Il delfino non  pi allegro; voglio dire quanto a...
    PAROLLES: Oh!,   strano, stranissimo, ecco n pi n meno come sta la
    faccenda; e sarebbe empio colui che non volesse riconoscerla come...
    LAFEU: La mano del cielo.
    PAROLLES: Sicuro; lo dico anch'io.
    LAFEU: In un debolissimo...
    PAROLLES: E gracile ministro, grande potere, grande trascendenza,  che
    dovrebbe  condurci  ben pi in l,  che la semplice guarigione del re;
    come, per esempio, ad essere...
    LAFEU: Tutti grati.
    (Entrano il RE, ELENA, e Persone del seguito).
    PAROLLES: L'avrei detto anch'io.  Voi dite bene...  Ecco che viene  il
    re.
    LAFEU: "Lustick"! Come dicono gli Olandesi. Amer le fanciulle di pi,
    fin che mi rimarr un dente in bocca: ma guardate, potrebbe ballare la
    coranta con lei.
    PAROLLES: "Mort du vinaigre"! Ma non  questa Elena?
    LAFEU: Per Dio, mi pare di s.
    RE: Andate,  chiamate davanti a me tutti i signori della corte. Siedi,
    mia salvatrice, qui di fianco al tuo ammalato, e, da questa mano ormai
    sana,  dalla quale tu hai richiamato la vita bandita,  ricevi di nuovo
    la  conferma del mio promesso dono che attende solo di essere nominato
    da te...
    (Entrano alcuni Signori).
    Bella fanciulla, volgi intorno i tuoi occhi,  questa giovanile accolta
    di  nobili  celibi    a  mia disposizione;  la mia voce ha su di loro
    l'autorit del sovrano e del padre;  eleggi  liberamente,  tu  hai  il
    potere di scegliere, ed essi non ne hanno alcuno di negare.
    ELENA:  A  ciascuno  di voi possa capitare un'amante bella e virtuosa,
    quando piacer ad Amore! S, a tutti, tranne che ad uno.
    LAFEU (a parte, a Parolles): Darei il mio baio Codimozzo,  con tutti i
    finimenti,  per avere i denti sani come quelli di tutti questi giovani
    e la barba altrettanto tenera.
    RE: Considerali bene: neppure uno fra loro che non abbia avuto  nobile
    il padre.
    ELENA: Signori, il cielo ha ridonato la vita al re, per mezzo mio.
    TUTTI: Lo sappiamo, e ne ringraziamo il cielo.
    ELENA: Io sono una vergine semplice,  e tanto ricca per questo, che mi
    glorio soltanto di essere vergine...  Se piace a Vostra Maest  io  ho
    gi  deciso.  I rossori sulle mie guance mi mormorano: "Noi arrossiamo
    che tu debba scegliere;  ma,  se ti si  opporr  un  rifiuto,  che  la
    pallida  morte  si  posi  per  sempre  sulla  tua guancia;  noi non vi
    torneremo mai pi".
    RE: Scegli,  e sappi che colui che non vorr accettare il  tuo  amore,
    rifiuter con ci anche il mio.
    ELENA: Ora,  o Diana, io mi fuggo dal tuo altare, ed i miei sospiri si
    effondono verso l'imperiale Amore,  altissimo  dio...  Signore,  siete
    disposto ad udire la mia dichiarazione?
    PRIMO SIGNORE: E anche ad accettarla.
    ELENA: Grazie, signore; non ho altro da dire.
    LAFEU  (a  parte): Non m'importerebbe che la mia vita corresse l'alea,
    se avessi soltanto la probabilit d'essere scelto da lei.
    ELENA: Signore,  l'onore che fiammeggia nei vostri begli occhi,  prima
    ancora che io parli,  una risposta troppo minacciosa; l'amore innalzi
    le vostre fortune venti volte al disopra di colei che ve le augura,  e
    del suo umile amore!
    SECONDO SIGNORE:  Eppure  nulla  di  meglio  io  desidererei,  se  voi
    voleste.
    ELENA:  Accettate  il  mio augurio,  e l'Amore ve lo conceda!  Cos mi
    congedo.
    LAFEU (a parte): Tutti la rifiutano?  Se  fossero  miei  figliuoli  li
    frusterei ben bene, o li manderei in Turchia, per farne degli eunuchi.
    ELENA:  Non  abbiate  timore che io prenda la vostra mano;  per vostro
    amore non vi far mai torto; la benedizione scenda sui vostri voti!  E
    possiate  trovare  nel  vostro letto una fortuna pi bella,  se mai vi
    sposerete!
    LAFEU (a parte): Questi ragazzi sono di ghiaccio: nessuno di  loro  la
    vuole: sono di certo bastardi inglesi, non figli di Francia.
    ELENA: Voi siete troppo giovane,  troppo felice,  e troppo buono,  per
    volere un figlio dal mio sangue.
    QUARTO SIGNORE: Bella giovane, non lo credo.
    LAFEU (a parte): Rimane ancora un acino - son certo che tuo  padre  il
    vino  lo  beveva  - ma se tu non sei un somaro,  io sono un ragazzo di
    quattordici anni; ti conosco bene.
    ELENA (a Beltramo): Non oso dire che  vi  scelgo,  ma,  finch  vivr,
    consegno  me  e i miei servigi al vostro potere e alla vostra guida...
    Questo  l'uomo.
    RE: Ebbene, giovane Beltramo, prendila, essa  tua moglie.
    BELTRAMO: Mia moglie,  mio  signore?  Io  imploro  Vostra  Altezza  di
    permettermi,  in  un  affare  come questo,  di far uso dei miei propri
    occhi.
    RE: Non sai, Beltramo, ci che ella ha fatto per me?
    BELTRAMO: Lo so, mio buon signore,  ma non posso mai sperare di sapere
    perch dovrei sposarla.
    RE: Tu sai che ella mi ha fatto alzare dal mio letto d'infermit.
    BELTRAMO: Ma forse ne segue,  mio buon signore,  che al vostro alzarsi
    debba corrispondere il mio abbassarsi?  Io la conosco bene: ella venne
    educata  a  spese  di  mio  padre:  mia  moglie la figlia di un povero
    medico! Piuttosto mi avvilisca un eterno vituperio!
    RE: E' dunque soltanto la mancanza di un titolo che vitperi  in  lei,
    il titolo che io posso creare... E' cosa strana che i nostri sangui, i
    quali,  mescolati  tutti  insieme,  non  si  potrebbero in nessun modo
    distinguere, nel colore nel peso e nel calore,  si mantengano tuttavia
    tanto staccati,  in cos forti differenze...  Se ella  tutto quel che
    c' di virtuoso (salvo ci che a te dispiace,  che  la figlia  di  un
    povero  medico),  a te dispiace la virt a causa d'un nome.  Ma tu non
    arriverai a tal punto. Quando virtuosi effetti procedono dal grado pi
    basso,  quel grado viene nobilitato dall'azione  compiuta.  Il  nostro
    onore  idropico, se ci gonfiano i grandi titoli in luogo della virt:
    il bene  bene senza bisogno di un titolo, e tale  anche la bassezza;
    la qualit dovrebbe essere giudicata per ci che , non per il nome...
    Ella  giovane,  saggia,  bella;  in tutto ci  erede immediata della
    natura;  e queste sono le cose che conferiscono onore;  l'onore che si
    vanta  di  essere  nato  tale,  e che non somiglia a suo padre,   uno
    spregio dell'onore.  L'onore fiorisce quando deriva dai  nostri  atti,
    piuttosto  che  dai  nostri  antenati.  Il  solo  nome   uno schiavo,
    prostituito su tutte le  tombe,    un  trofeo  bugiardo  su  tutti  i
    sepolcri, troppo spesso muto dove la polvere e il maledetto oblo sono
    l'avello  di  ossa  degne  d'onore.  Che ti dir?  Sa a te pu piacere
    questa creatura come fanciulla,  io posso creare il resto;  la virt e
    la sua stessa persona sono la sua dote, da me avr onore e ricchezza.
    BELTRAMO: Non la posso amare e non voglio sforzarmi di amarla.
    RE: Faresti ingiuria a te stesso, se tentassi di scegliere.
    ELENA: Mio signore,  io sono contenta che voi siate guarito.  Al resto
    non ci si pensi pi.
    RE: Il  mio  onore    a  repentaglio  e  user  del  mio  potere  per
    difenderlo.  Qua,  prendi  la sua mano,  ragazzo superbo e sprezzante,
    indegno di questo ottimo dono.  Tu avvinci nel tuo basso disprezzo  il
    mio  amore e il suo merito.  Tu non sei neppur capace d'immaginare che
    noi, mettendo il nostro peso sul suo piatto leggero,  tanto pesiamo da
    poter  far  toccare  il  giogo  al tuo.  Tu non vuoi riconoscere che 
    nostro diritto piantare il tuo onore dove a noi piace farlo  crescere.
    Raffrena  il  tuo  disprezzo: ubbidisci alla nostra volont che lavora
    per il tuo bene: non prestar fede al tuo disdegno,  ma  senza  indugio
    paga  alle  tue  fortune  quel  tributo di obbedienza che  tuo dovere
    rendere e che  nostro potere esigere,  altrimenti io ti rigetter per
    sempre  lontano dalla mia protezione,  nei vacillamenti e nelle cadute
    rovinose della giovent e dell'ignoranza: la mia  vendetta  e  il  mio
    odio  piomberanno sopra di te,  in nome della giustizia,  senza alcuna
    piet. Parla rispondi!
    BELTRAMO: Perdonate,  mio  grazioso  signore.  Io  sottometto  il  mio
    talento  ai  vostri  occhi.  Se  penso  qual grande esaltazione e qual
    porzione d'onore sorgono ove lo comandate,  m'accorgo come  colei  che
    pur  ora  tenevo in bassa stima nei miei pensieri superbi,  sia adesso
    portata in palmo di mano dal re,  e,  divenuta nobile in tal  modo,  
    come se fosse stata sempre tale.
    RE:  Prendile  la  mano,  e  dille  che ella  tua;  io le prometto un
    contrappeso;  se essa non sar tua uguale nel rango,  colmer  la  sua
    bilancia di pi.
    BELTRAMO: Prendo la sua mano.
    RE:   La  fortuna  buona  e  il  favore  del  re  sorridano  a  questo
    fidanzamento.  La cerimonia deve seguire immediatamente al mio  ordine
    appena  firmato,  e  si  compir  questa  sera: la festa solenne verr
    riservata a pi tardi, in attesa degli amici assenti.  Se tu l'amerai,
    il tuo amore per me sar sincero; diversamente sar falso.
    (Escono  tutti.  Lafeu  e  Parolles,  restano  a  far  commenti  sullo
    sposalizio).
    LAFEU: Ehi, signore! Ho da dirvi una parola.
    PAROLLES: Ai vostri ordini, messere.
    LAFEU: Il vostro signore e padrone ha fatto bene a ritrattarsi.
    PAROLLES: Ritrattarsi! Il mio signore! Il mio padrone.
    LAFEU: Gi. Non parlo in una lingua chiara?
    PAROLLES: In una lingua asprissima,  e che non si pu capire senza che
    ne segua uno spargimento di sangue. Il mio padrone!
    LAFEU: Siete forse compagno al conte di Rossiglione?
    PAROLLES: A ogni conte, a tutti i conti, a tutto ci che  uomo!
    LAFEU:  A  tutto ci che  uomo del conte: il padrone del conte ha uno
    stile diverso.
    PAROLLES: Voi siete troppo vecchio,  messere;  vi basti questo,  siete
    troppo vecchio.
    LAFEU: Giovanotto, sono un uomo: al qual titolo l'et non ti potr mai
    far giungere.
    PAROLLES: Non oso fare ci che ho il coraggio di fare troppo bene.
    LAFEU:  Per  la durata di due pasti,  mi hai fatto l'impressione di un
    tipo piuttosto saggio: parlavi passabilmente bene dei tuoi  viaggi,  e
    poteva  andare;  ma  le  sciarpe  e le bandierine di cui eri ornato mi
    dissuasero a parecchie riprese dal  crederti  un  vascello  di  stazza
    considerevole.  Ora  ti  trovo qual sei e non m'importa di perderti di
    nuovo. Non sei buono a nulla se non per essere ripreso: ma non ne vale
    neppure la pena.
    PAROLLES: Se tu non fossi protetto dal privilegio dell'antichit...
    LAFEU: Non immergerti troppo nell'ira se non ti preme d'affrettare  il
    tuo  cimento:  che se...  il Signore abbia misericordia di te,  pulcin
    bagnato! Dunque, mia bella finestra d'osteria, stammiti bene; non mi 
    necessario aprire la tua impannata per vederti  da  parte  a  parte...
    Dammi la mano.
    PAROLLES: Mio signore, voi mi trattate con la pi egregia indegnit.
    LAFEU: S, con tutto il mio cuore. Ne sei degno.
    PAROLLES: Mio signore non lo merito.
    LAFEU: In fede mia,  te lo meriti fino all'ultima dramma,  e non te ne
    voglio togliere neppure un ette.
    PAROLLES: Ebbene, imparer pi saggezza.
    LAFEU: Fallo pi presto che potrai,  perch c' un gusto del contrario
    nella  pozione  che  ti  tocca  bere.  Se mai verrai legato con la tua
    sciarpa e battuto,  proverai che cosa significa essere orgoglioso  dei
    tuoi legami.  Desidero mantenere la conoscenza con te, o meglio di te,
    per poter dire al caso:  un tipo che conosco.
    PAROLLES: Mio signore, voi mi strapazzate in modo insopportabile.
    LAFEU: Pel tuo bene vorrei che queste fossero le pene dell'inferno,  e
    che  la  mia rigidezza durasse eterna.  Ma la mia rigidezza  passata,
    come io passo via da te, con la velocit che gli anni mi consentono.
    (Esce).
    PAROLLES: Va'!  hai un figlio che mi laver l'onta di questo affronto:
    fetente,  vecchio,  sporco fetente signore!  Ma  necessario ch'io sia
    paziente: l'autorit non si pu mettere in ceppi. Lo batter, lo giuro
    per la vita mia, se mi sar dato d'incontrarlo con vantaggio, anche se
    fosse quattro volte nobile. Non avr compassione della sua et, pi di
    quanta ne avrei di... Lo batter, se lo potr incontrare ancora.
    (LAFEU ritorna).
    LAFEU: Ehi!  ci sono novit per voi.  Il vostro signore  e  padrone  
    sposato; avete una nuova padrona.
    PAROLLES:  Prego nel modo pi sincero Vostra Signoria a voler porre un
    freno ai vostri insulti.  Egli  solo il mio buon signore.  Quello che
    servo lass  mio padrone.
    LAFEU: Chi? Dio?
    PAROLLES: S, messere.
    LAFEU:  Il diavolo  il tuo padrone!  Ma perch ti leghi le braccia in
    quella foggia? Vuoi far diventar calzoni le maniche?  Fanno cos anche
    gli altri servitori? Sarebbe meglio che tu mettessi le tue parti basse
    dove  hai  il  naso.  Sul  mio onore,  se io fossi pi giovane,  anche
    soltanto di due ore, ti picchierei;  son convinto che tu sei un'offesa
    per tutti, ed ognuno dovrebbe picchiarti, ed  mia opinione che tu sia
    venuto al mondo perch gli uomini si allenino sopra di te.
    PAROLLES: Mio signore, voi mi trattate duramente, in un modo ch'io non
    merito.
    LAFEU:  Via,  via,  messere!  voi  foste  picchiato in Italia per aver
    rubato un chicco da una melagrana;  voi non siete un vero viaggiatore,
    voi siete un vagabondo;  con i nobili e con i personaggi ragguardevoli
    siete troppo impertinente,  pi di quanto ve ne dia diritto la nascita
    ed  il  valore.  Non  siete neppure degno di una parola di pi: perch
    altrimenti vi chiamerei canaglia. Ora vi lascio.
    (Esce).
    PAROLLES: Bene, benissimo,  dunque  cos;  bene,  benissimo;  facciam
    finta di nulla per un po' di tempo.
    (Entra BELTRAMO).
    BELTRAMO: Rovinato, e condannato a eterni guai.
    PAROLLES: Che cosa succede, cuoricino mio?
    BELTRAMO: Ho fatto un solenne giuramento davanti al sacerdote,  ma con
    lei non giacer mai.
    PAROLLES: Che, che, cuoricino mio?
    BELTRAMO: Oh, mio Parolles, mi hanno obbligato a sposarmi! Ma io me ne
    andr in guerra in Toscana; a letto con lei mai.
    PAROLLES: La Francia   un  canile,  e  non  merita  neppure  d'essere
    calpestata dal piede di un uomo. Alla guerra!
    BELTRAMO:  Ho qui una lettera di mia madre,  ma non so ancora che cosa
    contenga.
    PAROLLES: Gi,, sarebbe bene saperlo... Alla guerra, ragazzo mio, alla
    guerra! Porta il suo onore nascosto in una scatola colui che accarezza
    la sua coccolina,  qui,  in casa,  consumando nelle sue  braccia  quel
    nerbo  virile  che  dovrebbe raffrenare il salto e l'alta corvetta del
    focoso destriero di Marte.  Cambiar aria!  La Francia  una stalla,  e
    noi, che ci viviamo, delle brenne. Alla guerra, dunque!
    BELTRAMO:  Faro cos.  La mander a casa mia,  far sapere a mia madre
    l'odio che porto a lei,  e la ragione della mia fuga.  Scriver al  re
    ci  che  non  oso  dirgli: il dono che mi ha fatto mi equipagger pei
    campi d'Italia dove combattono i nobili. La guerra non  pi guerra se
    la si confronta con l'ospedale dei matti  e  con  una  moglie  che  si
    detesta.
    PAROLLES:  Sei  sicuro  che  ti  manterrai  sempre fedele a questo tuo
    capriccio?
    BELTRAMO: Vieni con me nella mia camera e consigliami.  La mander via
    subito;  partir  domani  per  la  guerra  ed  ella se ne andr al suo
    solitario struggimento.
    PAROLLES: Ecco delle palle che rimbalzano, e con rumore. E' duro: uomo
    sposato giovane,   uomo  spostato.  Dunque,  via,  e  lasciatela  con
    coraggio. Andate, il re vi ha fatto torto: ma, sst! la va cos.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - Un'altra sala nel Palazzo del Re.

    (Entrano ELENA e il Buffone).
    ELENA: Mia madre gentilmente mi manda i suoi saluti. Sta bene?
    BUFFONE: No,  non sta bene, eppure  in buona salute;  molto allegra,
    eppure non posso dire che stia bene;  ma,  sian rese grazie al  cielo,
    ella sta benissimo e non desidera nulla al mondo; eppure, eppure... la
    verit  che non sta bene.
    ELENA:  Se  sta  benissimo,  qual    la  cosa che la turba,  e che le
    impedisce di star bene?
    BUFFONE: In verit, ella sta molto bene, tranne che per due cose.
    ELENA: Che cose sono?
    BUFFONE: Una che non  in cielo, dove Dio la mandi presto! due,  che 
    sulla terra, dalla quale Dio la spedisca presto,
    (Entra PAROLLES).
    PAROLLES: Dio vi benedica, mia fortunata signora!
    ELENA: Confido,  messere,  che la vostra buona volont accompagner le
    mie buone fortune.
    PAROLLES: Aveste le mie preghiere per ottenerle,  e le  avete  tuttora
    perch le possiate mantenere.  Oh,  mio briccone,  come se la passa la
    mia vecchia signora?
    BUFFONE: Purch aveste voi le sue rughe e io i suoi soldi,  vorrei che
    fosse passata come dite voi.
    PAROLLES: Ma io non dico nulla.
    BUFFONE: Perdinci!  Siete dunque tanto pi saggio.  Le lingue di molti
    servitori provocano col dimenarsi la rovina dei loro padroni; non dire
    nulla, non fare nulla,  non saper nulla,  e non aver nulla,  sono gran
    parte del vostro appannaggio che  qualcosa di molto vicino al nulla.
    PAROLLES: Vattene, sei una birba.
    BUFFONE: Avreste dovuto dire, messere: "A petto a una birba, tu sei un
    birbone",  vale  a dire se mi metto la mano al petto,  sei un birbone;
    questa, messere, sarebbe stata la verit.
    PAROLLES: Va', sei un pazzo intelligente: ti ho scovato.
    BUFFONE: Mi avete scovato da voi,  signore,  o vi fu insegnato il modo
    come scovarmi? La ricerca, signore, non  stata senza profitto: in voi
    stesso  potete  trovare un gran pazzo,  per il piacere del mondo e per
    l'incremento delle risa.
    PAROLLES: Siete un buon furfante, in fede mia e ben pasciuto. Signora,
    il mio padrone, pressato da un affare molto importante, partir questa
    notte. Il solenne diritto e il grande rito dell'amore,  che il momento
    reclama  come  a  voi  dovuti,  egli li riconosce ma li rimanda per un
    forzato impedimento. La loro mancanza, la loro dilazione, sono ripiene
    di dolcezze che,  distillate  ora  nella  storia  del  tempo,  faranno
    sovrabbondare di gioia il tempo avvenire e traboccare il piacere oltre
    l'orlo.
    ELENA: Che altro comanda?
    PAROLLES:  Che prendiate subito congedo dal re,  e che gli presentiate
    questa urgenza come cosa che proceda da voi,  rafforzandola con quella
    scusa che, secondo voi, la potr far sembrare quasi una necessit.
    ELENA: Che cosa ordina ancora?
    PAROLLES:  Che  ottenuto  ci,  vi  rimettiate subito al suo ulteriore
    piacimento.
    ELENA: Ubbidir in ogni cosa alla sua volont.
    PAROLLES: Glielo riferir.
    (Esce).
    ELENA: Ve ne prego. (Al Buffone) Venite, voi.
    (Escono).


    SCENA QUINTA - Un'altra sala nel Palazzo Reale.

    (Entrano LAFEU e BELTRAMO).
    LAFEU: Ma io spero  che  Vostra  Signoria  non  lo  vorr  stimare  un
    soldato.
    BELTRAMO: S, mio signore, e molto valoroso.
    LAFEU: Voi vi fondate su quanto egli stesso vi dice.
    BELTRAMO: Ed anche su altre prove sicure.
    LAFEU:   Allora   la   mia   bussola  s'  sbagliata  e  ho  scambiato
    quest'allodola per uno zigolo.
    BELTRAMO: V'assicuro, mio signore,  che grande  la sua scienza,  e il
    suo valore  alla stessa stregua.
    LAFEU: Dunque ho peccato contro la sua capacit, ho trasgredito contro
    il  suo valore e mi trovo in uno stato d'animo pericoloso,  perch nel
    mio cuore non sento motivo di pentirmi...
    (Entra PAROLLES).
    Eccolo che viene.  Vi prego,  fateci diventare amici,  voglio fare  di
    tutto per avere la sua amicizia.
    PAROLLES (a Beltramo): Quei vostri comandi verranno eseguiti, signore.
    LAFEU: Vi prego, messere, chi  il suo sarto?
    PAROLLES: Messere?
    LAFEU:  Oh,  lo conosco bene.  S,  messere,   un buon lavorante,  un
    ottimo sarto.
    BELTRAMO (a parte a Parolles): E' andata dal re?
    PAROLLES: S.
    BELTRAMO: Partir stasera?
    PAROLLES: Come voi volete.
    BELTRAMO: Ho scritto le mie lettere,  ho chiuso nel  forziere  il  mio
    tesoro,  e dato ordini che si preparino i cavalli. Questa sera, quando
    dovrei prendere possesso della sposa, terminer prima di cominciare.
    LAFEU: Un buon viaggiatore val sempre qualcosa alla fine di un pranzo,
    ma chi smentisce per tre terzi,  e fa uso di una verit conosciuta per
    far  passare  mille  inezie,  dovrebbe  essere  ascoltato  una volta e
    battuto tre volte... Dio vi salvi, capitano.
    BELTRAMO: V' qualche screzio tra il mio signore e voi, signore?
    PAROLLES: Non so come mi sia meritato di cadere  nella  disgrazia  del
    mio signore.
    LAFEU:  Siete  riuscito  a cadervi con gli stivali e gli speroni e con
    tutto il resto: come colui che fece un salto dentro  la  crema;  e  vi
    converr  venirne fuori di nuovo,  per non dover rendere ragione della
    vostra permanenza.
    BELTRAMO: Pu darsi che siate voi che vi sbagliate sul suo conto,  mio
    signore.
    LAFEU:  E  penser  sempre  cos,  anche se lo sorprendessi a pregare.
    State bene, mio signore, e,  credetemi,  in questa noce leggera non vi
    pu essere gheriglio;  l'anima di quest'uomo sono i suoi vestiti;  non
    fidatevi di lui nelle cose importanti;  ho avuto a che fare con  altri
    animali  domestici  di  questo  genere,  e ne conosco la natura...  (A
    Parolles) Addio,  signore.  Ho parlato di voi meglio di quanto abbiate
    meritato, e potrete meritare, da me, ma dobbiamo render bene per male.
    (Esce).
    PAROLLES: E' un signore scemo. Giuro.
    BELTRAMO: Forse.
    PAROLLES: Come? Non lo conoscete?
    BELTRAMO:  S,  lo  conosco  bene,  e tutti ne parlano come di persona
    degna...
    (Entra ELENA).
    Ecco qui la mia pastoia che viene.
    ELENA: Signore, come mi venne comandato in nome vostro, ho parlato con
    il re,  e ho ottenuto il permesso di  partire  subito;  soltanto  egli
    desidera parlarvi a quattr'occhi.
    BELTRAMO:  Ubbidir la sua volont.  Non vi deve meravigliare,  Elena,
    questo mio modo di agire,  che sembra fuori  tempo,  come  non  vi  si
    accorda  il  servizio  che  si  attende da me.  Io non ero preparato a
    quanto  avvenuto, e perci mi trovo tutto sossopra... Ci mi spinge a
    pregarvi di andare subito a casa,  a riflettere  perch  vi  supplico,
    piuttosto che a chiedermelo.  Poich le mie ragioni sono pi forti che
    non sembri,  ed i miei affari pi urgenti di  quanto  appaia  a  prima
    vista  a voi che non li conoscete...  (Le d una lettera) Questa  per
    mia madre.  Non vi vedr che fra due giorni;  perci  vi  lascio  alla
    vostra saggezza.
    ELENA:  Nulla  posso  dire,  signore,  se  non  che  io sono la vostra
    obbedientissima ancella.
    BELTRAMO: Andiamo, andiamo, non parliam pi di questo.
    ELENA: E con fedele devozione cercher sempre di supplire  a  ci  che
    non  mi  ha  concesso  la mia povera stella,  per essere pari alla mia
    grande fortuna.
    BELTRAMO: Basta: ho molta fretta. Addio: subito a casa.
    ELENA: Vi prego, signore, perdonatemi.
    BELTRAMO: Ebbene, che cosa volete dirmi?
    ELENA: Io non son degna della ricchezza che possiedo,  e  neppure  oso
    dire  che  essa    mia...  per  quanto  lo sia...  Ma,  come un ladro
    timoroso,  desidererei ardentemente rubare ci che la legge mi concede
    come cosa mia.
    BELTRAMO: Che cosa vorreste avere?
    ELENA: Qualcosa,  e appena tanto: nulla,  veramente.  Non vorrei dirvi
    ci che vorrei, mio signore...  ma,  in verit,  solo gli estranei e i
    nemici si separano, e non baciano.
    BELTRAMO: Vi prego di non trattenervi pi lungo; a cavallo, subito.
    ELENA: Non verr meno al vostro comando, buon signore...
    BELTRAMO:  Dove  sono gli altri miei uomini,  signore?  Addio.  (Elena
    esce) Vattene a casa, dove io non verr mai pi, finch potr brandire
    la spada e udire il suono del tamburo... Via, fuggiamo.
    PAROLLES: Bravo! Coraggio!
    (Escono).
    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Firenze. Una sala nel Palazzo Ducale.

    (Suono di tromba.  Entrano il DUCA DI FIRENZE e due  Signori  francesi
    con un gruppo di Soldati).
    DUCA: E cos voi ora conoscete punto per punto le ragioni fondamentali
    di  questa guerra,  la cui grande asprezza ha gi fatto spargere molto
    sangue, e ne  ancora assetata.
    PRIMO SIGNORE: Il conflitto  appare  sacrosanto  da  parte  di  Vostra
    Grazia, iniquo e terribile da quella del vostro nemico.
    DUCA:  Perci  ci fa non poca meraviglia che in una causa tanto giusta
    il nostro cugino di Francia abbia chiuso i suoi sentimenti alle nostre
    richieste di soccorso.
    SECONDO SIGNORE: Mio buon signore, io,  uomo comune ed estraneo che so
    leggere nel grande oroscopo di un Consiglio con le mie deboli nozioni,
    non  posso  comunicare  le  nostre  ragioni  di  Stato  e  neppure oso
    esprimere ci che ne penso, giacch molte volte mi son sbagliato nelle
    mie congetture, partendo da incerti fondamenti.
    DUCA: E sia come gli piace.
    PRIMO SIGNORE: Per me non ho alcun dubbio che i giovani  della  nostra
    nobilt,  sazi  dal non far nulla,  accorreranno qui ogni giorno,  per
    guarirsi del loro ozio.
    DUCA: Essi saranno i benvenuti: e tutti gli uomini che potranno muover
    da noi, andranno a posarsi sopra di loro... Voi gi conoscete i vostri
    incarichi; quando vi saranno posti migliori li occuperete voi.  Domani
    al campo.
    (Suono di trombe. Tutti escono).


    SCENA SECONDA - Una sala nel Palazzo di Rossiglione.

    (Entrano la CONTESSA e il Buffone).
    CONTESSA:  Tutto    accaduto  come io desideravo,  salvo che egli non
    ritorna insieme con lei.
    BUFFONE: In fede mia,  mi pare che il mio giovane signore sia un  uomo
    molto melanconico.
    CONTESSA: Come l'avete osservato, dite?
    BUFFONE: Ma! si guarda lo stivale, e canta; si aggiusta la gorgiera, e
    canta;  fa  delle  domande,  e  canta:  si stuzzica i denti,  e canta;
    conoscevo un tale che aveva questo  vezzo  della  melanconia,  che  si
    vendette un ottimo castello per una canzone.
    CONTESSA:   Lasciatemi   vedere  che  cosa  scrive  e  quando  intende
    ritornare.
    (Apre la lettera).
    BUFFONE (a parte): Dacch sono stato a corte, Isabella non mi va pi a
    genio.  Il nostro baccal e le nostre  Isabelle  non  campagnole  sono
    nulla  in confronto al vostro baccal e alle vostre Isabelle di corte;
    al mio Cupido n' schizzato fuori il cervello,  ed anch'io comincio ad
    amare come un vecchio ama il denaro, senza gusto.
    CONTESSA: Che abbiamo qui?
    BUFFONE: Proprio ci che avete l.
    (Esce).
    CONTESSA (legge): "V'ho mandata a casa una nuora.  Ella ha risanato il
    re ed ha rovinato me; l'ho sposata ma ancora non son giaciuto con lei,
    ed ho giurato che il 'non' sia eterno.  Vi verr detto che me  ne  son
    fuggito: sappiatelo da me,  prima che altri ve lo dica.  Se v' spazio
    abbastanza  nel  mondo,  manterr  una  ben  lunga  distanza.  La  mia
    devozione a voi. Il vostro sfortunato figlio Beltramo". No, non  cosa
    buona,  ragazzo sventato e scavezzato, fuggire i favori di un re tanto
    clemente, e attirarsi sul capo la sua indignazione col disprezzare una
    fanciulla  cos  virtuosa  che  nemmeno  un  imperatore  la   potrebbe
    disprezzare.
    (Rientra il Buffone).
    BUFFONE: Oh,  madama! Ecco l notizie tristi, fra due soldati e la mia
    giovane signora.
    CONTESSA: Che cosa succede?
    BUFFONE: Eppure,  in queste notizie c'  anche  un  po'  di  conforto.
    Proprio. Vostro figlio non verr ucciso cos presto come io credevo.
    CONTESSA: Perch dovrebbe essere ucciso?
    BUFFONE: E' quello che dico anch'io,  signora,  se,  come m'han detto,
    egli fugge.  Il pericolo c',  ma nel far  fronte;    allora  che  si
    perdono gli uomini, bench in compenso si possano generare bambini. Da
    loro  potrete  sapere di pi.  Eccoli che vengono.  Io so soltanto che
    vostro figlio  fuggito via.
    (Entra ELENA con due Signori).
    PRIMO SIGNORE: Dio vi salvi, buona signora.
    ELENA: Signora, il mio sposo  partito, partito per sempre.
    (Singhiozza).
    SECONDO SIGNORE: Non dite cos.
    CONTESSA: Sii paziente. Vi prego, signori, ho passato tante vicende di
    gioia e di dolore, che,  al primo apparire dell'una o dell'altro,  non
    vengo meno come una donna... Ditemi, dov' mio figlio?
    SECONDO SIGNORE: Signora,   partito per mettersi al servizio del duca
    di Firenze.  Lo abbiamo incontrato diretto al luogo donde noi veniamo,
    e dove torneremo dopo aver trattato un affare a corte.
    ELENA:   Ascoltate  questa  lettera,   signora;     il  mio  permesso
    d'accattonaggio.  (Legge) "Quando sarai in possesso dell'anello che io
    ho in dito, e che non mi toglier mai, e quando mi mostrerai un figlio
    del  tuo grembo,  del quale io sar il padre,  allora potrai chiamarmi
    marito;  per me questo 'allora'  significa  'mai'".  E'  una  sentenza
    spaventosa.
    CONTESSA: Avete portata voi questa lettera, signori?
    PRIMO  SIGNORE:  Si,  signora,  ed ora che ne conosciamo il contenuto,
    siam dolenti per le nostre pene.
    CONTESSA: Ti prego, signora,  sii pi lieta;  se vuoi far monopolio di
    tutti i tuoi dolori,  me ne rubi la met... Egli fu mio figlio, ma dal
    mio sangue lavo il suo nome, e tu sarai tutta la mia prole...  E' egli
    diretto a Firenze?
    SECONDO SIGNORE: Si, signora.
    CONTESSA: Per farsi soldato?
    SECONDO  SIGNORE:  Tale  la sua nobile intenzione: e,  credetemi,  il
    duca gli conferir tutto l'onore che gli spetta secondo convenienza.
    CONTESSA: Voi ritornate col?
    PRIMO SIGNORE: Si, signora, con l'ala pi rapida della velocit.
    ELENA (legge): "Finch non avr pi moglie,  non  avr  pi  nulla  in
    Francia". E' ben amaro!
    CONTESSA: Sta scritto cosi?
    ELENA: S, signora.
    PRIMO  SIGNORE: Fu soltanto la superbia della sua mano,  alla quale il
    cuore forse non acconsentiva.
    CONTESSA: Nulla in Francia,  finch non sar senza moglie!  Qui ella 
    l'unica  cosa  troppo  buona  per  lui;  ella merita un signore che si
    faccia servire da venti ragazzi sgarbati come lui,  e che chiamino lei
    padrona ad ogni ora. Chi aveva con s?
    PRIMO  SIGNORE: Soltanto un servo,  e un signore che mi sembra di aver
    visto altre volte.
    CONTESSA: Parolles forse?
    PRIMO SIGNORE: Proprio, mia buona signora, lui.
    CONTESSA: E' un individuo assai bacato, carico di cattiveria. Sotto il
    suo influsso mio figlio corrompe l'onoratezza che ebbe dalla natura.
    PRIMO SIGNORE: In verit,  mia buona signora,  egli  un individuo che
    possiede  un  bel  po'  di  quel  di  pi,  che lo fa parer da pi con
    certuni.
    CONTESSA: Benvenuti, signori. Vi prego di dire a mio figlio, quando lo
    vedrete, che la sua spada non potr mai conquistargli l'onore che egli
    perde; altre cose vi pregher di recargli scritte in una lettera.
    SECONDO SIGNORE: Siamo al vostro servizio,  signora,  in questo  e  in
    tutti i vostri affari di riguardo.
    CONTESSA:  Solo  se  permetterete  che  vi  si  ricambi  con la stessa
    gentilezza. Volete seguirmi?
    (La Contessa esce con i Signori).
    ELENA: "Finch non avr pi moglie,  non avr pi nulla  in  Francia".
    Nulla  in  Francia,  finch non sar senza moglie!  No,  non ne avrai,
    Rossiglione,  non avrai moglie in Francia,  cos avrai ancora tutto...
    Povero signore!  Son io che ti scaccio dal tuo paese, e che espongo le
    tue tenere membra ai rischi della  guerra  spietata?  Son  io  che  ti
    allontano  dalla  lieta  corte,  dove venivi preso di mira dagli occhi
    belli, per farti bersaglio ai fumanti moschetti? O voi,  messaggeri di
    piombo,  che  cavalcate sulla violenta velocit del fuoco,  volate con
    falsa meta; movete l'aria invulnerabile che forata canta,  non toccate
    il  mio signore!  Se qualcuno lo colpir,  son io che gliel'avr posto
    dinanzi; se qualcuno si slancer contro il suo temerario petto, son io
    la sciagurata che ve lo tengo.  Bench io non  l'uccida,  sono  io  la
    causa  di  tal  sua  morte.  Meglio sarebbe stato incontrare il vorace
    leone che urla per gli acuti stimoli della fame;  meglio  che  fossero
    tutte  mie  le  miserie  della  natura.   No,  vieni  alla  tua  casa,
    Rossiglione, ritorna da quel luogo dove l'onore non pu guadagnare dal
    pericolo pi di una cicatrice,  mentre spesse volte perde ogni cosa...
    Io  me ne andr: tu stai lontano perch io son qui e posso dunque star
    qui ancora?  No,  no,  anche se la casa fosse ventilata dall'aria  del
    paradiso,  anche  se  vi  si fosse serviti da tutti gli angeli,  me ne
    andr,  che la compassionevole fama riferisca della mia fuga e consoli
    il tuo orecchio.  Vieni,  notte! Termina, o giorno! Con l'oscurit io,
    povero ladro, partir furtivamente.
    (Esce).


    SCENA TERZA - Firenze. Di fronte al Palazzo Ducale.

    (Suono di trombe. Entrano il DUCA,  BELTRAMO,  PAROLLES,  Soldati,  il
    Tamburino e i Trombettieri).
    DUCA: Tu sarai il generale della nostra cavalleria,  e noi, con grande
    speranza,  riponiamo il nostro pi vivo affetto e  la  nostra  miglior
    fiducia nella tua promettente fortuna.
    BELTRAMO:  Signore,  I'incarico  troppo pesante per le mie forze,  ma
    faremo di tutto onde portarlo all'estremo  limite  del  pericolo,  per
    amore della vostra gloria.
    DUCA:  Va',  dunque,  e  che la fortuna,  divenuta tua benigna amante,
    giuochi sul tuo elmo vittorioso.
    BELTRAMO: Gran Marte,  io entro oggi nei tuoi ranghi!  Fammi  soltanto
    uguale  ai  miei  pensieri,  e  mi dimostrer amante dei tuoi tamburi,
    odiatore dell'amore.
    (Escono).



    SCENA QUARTA - Rossiglione. Sala nel Palazzo della Contessa.

    (Entrano la CONTESSA e il Maggiordomo).
    CONTESSA: Ahim!  Perch  accettaste  la  sua  lettera?  Non  potevate
    immaginare  che  ella  avrebbe fatto ci che ha fatto,  mandandomi una
    lettera? Leggetela di nuovo.
    MAGGIORDOMO (legge): "A San Giacomo io fo pellegrinaggio:
    s pecc in me l'ambizioso amore,
    che scalza il freddo suol premo in viaggio,
    con santi voti onde espiar l'errore.
    Oh, scrivete, scrivete s che il figlio
    vostro e mio sire dalla guerra torni;
    beneditelo in pace, io dall'esiglio
    vuo' con pio zel santificargli i giorni.
    Deh, che perdoni a me le sue fatiche;
    io, perversa Giunon, via dalla corte
    lo spinsi a viver tra bande nemiche,
    dove l'onore incalzan danno e morte.
    Per la morte e per me troppo egli  buono:
    Io quella abbraccio, e libert gli dono".
    CONTESSA: Ah quali aculei pungenti nelle sue parole pi miti! Rinaldo,
    voi non siete mai stato meno accorto, che lasciandola partire cos: se
    le avessi parlato io,  avrei potuto farle cambiare intento.  Ma la sua
    partenza ora me lo impedisce.
    MAGGIORDOMO: Perdonatemi,  signora. Se vi avessi consegnata la lettera
    ieri sera,  si sarebbe potuto trattenerla.  Tuttavia ella  scrive  che
    sarebbe inutile seguirla.
    CONTESSA: Quale angelo potr benedire questo indegno marito?  Egli non
    sar mai pi fortunato, se le parole di colei che il cielo ascolta con
    gioia ed  ama  esaudire,  non  lo  libereranno  dall'ira  della  somma
    giustizia...  Scrivete,  scrivete Rinaldo,  a questo marito indegno di
    sua moglie,  e che ogni parola pesi del merito della  sposa  che  egli
    stima  troppo  leggero;  ditegli  con  pungenti  frasi  il mio immenso
    dolore, per quanto egli vi sia poco sensibile. Mandate il corriere pi
    veloce. Forse, sapendo che  partita, ritorner, ed anche ella,  posso
    sperare,  sapendolo,  rifar in fretta i suoi passi, ricondotta qui da
    puro amore.  Quale di loro mi sia  pi  caro  io  non  son  capace  di
    discernere...  Cercate dunque il corriere...  Il mio cuore  pesante e
    la mia et debole;  vorrei piangere per il dispiacere,  e il dolore mi
    comanda di parlare.
    (Escono).



    SCENA QUINTA - Al di fuori delle mura di Firenze.

    (Entrano una vecchia Vedova di Firenze, DIANA, VIOLANTE e MARIANA, con
    altri Cittadini. Lontano un suono di tromba).
    VEDOVA: Su,  venite;  se si avvicinano alla citt,  perderemo tutto lo
    spettacolo.
    DIANA: Si dice che  il  conte  francese  abbia  reso  i  pi  gloriosi
    servigi.
    VEDOVA:  Si dice che abbia fatto prigioniero il comandante in capo del
    nemico,  e che abbia ucciso di propria mano il  fratello  del  duca...
    (squillo) Oh! senti le trombe! Fatica sprecata la nostra! Sono passati
    per un'altra strada.
    MARIANA:  Su,  torniamo  indietro;  ci  accontenteremo  di  quanto  ci
    racconteranno gli altri...  Diana,  state bene attenta a questo  conte
    francese.  L'onore  di una fanciulla sta nel suo buon nome,  e nessuna
    eredit  pi preziosa dell'onest.
    VEDOVA: Ho detto a questa nostra vicina che un signore suo amico  v'ha
    fatto delle brutte proposte.
    MARIANA: Conosco quel briccone,  che lo possano impiccare. E' un certo
    Parolles,  il turpe mezzano delle tentazioni del  giovane  conte.  Non
    fidarti di loro,  Diana.  Le loro promesse, i raggiri, i giuramenti, i
    doni,  tutte queste macchinazioni della lussuria,  non  sono  ci  che
    vorrebbero  dare  ad  intendere:  molte  fanciulle  se ne son lasciate
    sedurre.  E il gran male  che l'esempio,  che appare  cos  terribile
    nella  perdita  della  verginit,  non  riesce,  nonostante  tutto,  a
    dissuader le altre dal seguir la stessa strada,  sicch s'invescan  in
    quelle  pericolose panie.  Non  necessario,  spero,  che vi dia altri
    consigli,  e confido che la vostra grazia  vi  far  stare  al  vostro
    posto,  anche  se  non  vi  fosse  altro pericolo che la perdita della
    modestia.
    DIANA: Non temete per me.
    (Entra ELENA, travestita da pellegrina).
    VEDOVA: Lo spero...  Guardate,  viene una pellegrina.  Son  certa  che
    verr  ad alloggiare in casa mia,  dove si mandan fra di loro.  Glielo
    voglio chiedere. Dio vi protegga, pellegrina! Dove siete diretta?
    ELENA: A San Giacomo Maggiore. Ditemi, vi prego,  dov' l'alloggio dei
    pellegrini?
    VEDOVA: A San Francesco, qui, vicino alla porta.
    ELENA: E' questa la strada?
    VEDOVA: S,   questa...  (Una fanfara lontana) Ascoltate!  Vengono di
    qua. Se volete avere la bont, santa pellegrina,  di fermarvi un poco,
    fin che le truppe saranno passate, vi condurr io dove potrete trovare
    alloggio:  tanto pi che credo di conoscere la vostra locandiera,  non
    meno di me stessa.
    ELENA: Siete voi?
    VEDOVA: Se cos vi piace, pellegrina.
    ELENA: Vi ringrazio. Attender il vostro comodo.
    VEDOVA: Voi venite di Francia, vero?
    ELENA: S.
    VEDOVA: Qui potrete vedere un vostro compatriota,  che ha reso  grandi
    servigi.
    ELENA: Vi prego, qual  il suo nome?
    DIANA: Il conte di Rossiglione; lo conoscete?
    ELENA:  Soltanto  per  averne  sentito  parlare  e  per averne sentito
    parlare molto bene: di viso non lo conosco.
    DIANA: Sar quel che sar,  ma  qui    ritenuto  molto  valoroso.  E'
    scappato  dalla  Francia,  si dice,  perch il re lo aveva obbligato a
    sposarsi contro la sua inclinazione. Sapete se  proprio cos?
    ELENA: S,  la pura verit. Io conosco la sua sposa.
    DIANA: Un signore che  al servizio del conte parla molto male di lei.
    ELENA: Come si chiama?
    DIANA: Signor Parolles.
    ELENA: Oh! in fatto di lodi,  o in confronto al merito del gran conte,
    penso  anch'io  come lui,  che ella sia tanto meschina da non meritare
    neppure che il suo nome venga pronunciato.  Tutto il suo merito   una
    castit ben custodita, che, per quanto ne so, non  stata mai messa in
    dubbio.
    DIANA: Ah, povera signora! E' ben dura schiavit diventar la moglie di
    uno che non ne vuol sapere.
    VEDOVA:  Povera  creatura!  Dovunque ella si trovi,  il suo cuore deve
    essere oppresso dalla tristezza.  Questa  giovane  fanciulla  potrebbe
    giocarle un brutto tiro, se volesse.
    ELENA: Che intendete dire? Forse che il conte amoroso la invita a fare
    cosa disonesta?
    VEDOVA:  Proprio  cos;  e adopera ogni lenocinio che in tal genere di
    corte pu corrompere la castit di una tenera fanciulla; ma ella  ben
    armata contro di lui, e sa difendersi con la pi forte onest.
    MARIANA: Gli di non permettano che sia altrimenti!
    VEDOVA: Ecco che vengono...
    (Bandiere  e  tamburi.   Entrano  BELTRAMO  e  PAROLLES,   con   tutto
    l'Esercito).
    Quello    Antonio,  il  figlio pi anziano del duca,  e quell'altro 
    Escalo.
    ELENA: Qual  il francese?
    DIANA: Quello l, quello con la piuma;  davvero un prode.  Se volesse
    bene a sua moglie! Pi onesto sarebbe ancor pi leggiadro. Non  forse
    un bel gentiluomo?
    ELENA: Mi piace molto.
    DIANA:  Peccato  che  non  sia  onesto.  E l,   quel furfante che lo
    conduce in quei posti. Se io fossi la sua donna vorrei avvelenare quel
    brutto ribaldo.
    ELENA: Qual ?
    DIANA: Quello scimmiotto con quelle sciarpe. Perch  malinconico?
    ELENA: Forse sar stato ferito in battaglia.
    PAROLLES: Perdere il nostro tamburo! Bene!
    MARIANA: Dev'essere preoccupato per qualche cosa. Ci ha visto.
    VEDOVA: Il diavolo vi porti!
    MARIANA: Con tutta la vostra gentilezza, ruffiano!
    (Escono Beltramo, Parolles, Ufficiali e Soldati).
    VEDOVA: La truppa se n' andata...  Venite,  pellegrina,  vi  condurr
    dove  potrete riposare.  Vi sono gi quattro o cinque penitenti legate
    dal voto, a casa mia, dirette a San Giacomo Maggiore.
    ELENA: Le mie umili grazie.  E piaccia a questa  signora  e  a  questa
    gentile fanciulla di cenare con noi questa sera. Toccher a me offrire
    e  ringraziare.  E per ripagarvi ancora dar a questa vergine consigli
    degni di essere presi in considerazione.
    A DUE: Accettiamo di buon cuore la vostra offerta.
    (Escono).


    SCENA SESTA - L'accampamento davanti a Firenze.

    (Si avanzano BELTRAMO e i due Signori francesi).
    SECONDO  SIGNORE:  No,   mio  buon  signore,   mettetelo  alla  prova;
    lasciategli fare ci che vuole.
    PRIMO SIGNORE: Se Vostra Signoria non trover che  un vile, non abbia
    pi fiducia in me.
    SECONDO  SIGNORE:  Per  la  mia vita,  signore,  quello  una bolla di
    sapone.
    BELTRAMO: Ma potete voi pensare che io mi sia ingannato su di lui fino
    a questo punto?
    SECONDO SIGNORE: Credetemi,  mio signore,  lo conosco  per  esperienza
    personale  e  ne  parlo  senz'alcuna  malizia,  come  se  fosse un mio
    parente;  un insigne codardo, che non cessa mai di mentire in lungo e
    in largo, che rompe ad ogni momento la parola data, e che non possiede
    neppure una buona qualit degna della compagnia di Vostra Signoria.
    PRIMO  SIGNORE:  Dovreste  conoscerlo  meglio,  altrimenti,  fidandovi
    troppo  della  bont che non ha,  vi potrebbe,  in affari importanti e
    fidati, venir meno all'ora del cimento.
    BELTRAMO: Ditemi voi come potrei metterlo alla prova.
    PRIMO SIGNORE: Nulla di meglio che lasciarlo andare  a  riprendere  il
    suo tamburo: avete sentito con quanta sicumera s'impegna di riuscirvi?
    SECONDO  SIGNORE:  Io,  con una truppa di Fiorentini,  far in modo di
    sorprenderlo improvvisamente. Prender con me gente che egli non potr
    capire se siano o no nemici; lo legheremo e lo benderemo talmente, che
    quando si porter nelle nostre tende,  avr  l'impressione  di  essere
    portato  al  campo  avversario...  Vostra  Signoria  voglia solo esser
    presente all'esame che gli faremo.  Se egli,  dietro promessa di  aver
    salva la vita, e sotto la stringente minaccia di una bassa paura., non
    si  mostrer  pronto  a  tradirvi  e  a rivelare tutto quanto sapr in
    vostro sfavore,  e se tutto ci non far giurando sulla  salute  della
    propria  anima,  allora  potrete non fidarvi pi del mio giudizio,  in
    nessuna cosa.
    PRIMO SIGNORE: Oh,  lasciatelo andare a prendere il  suo  tamburo:  ci
    divertiremo  un  mondo!  Egli afferma d'avere uno stratagemma speciale
    per riuscirvi.  Quando Vostra Signoria vedr la misera  fine  del  suo
    successo,  e  in  che  vil metallo si fonder questo falso massello di
    minerale prezioso, se non gli darete una stamburata coi fiocchi, segno
     che la vostra inclinazione per lui  irremovibile. Eccolo che viene.
    (Entra PAROLLES).
    SECONDO SIGNORE: (a parte,  a Beltramo): Oh,  se volete stare allegro,
    non  opponetevi  a questo suo onorevole disegno: lasciate a ogni costo
    che vada a prendere il suo tamburo.
    BELTRAMO: Ebbene, signore! questo tamburo v' rimasto sullo stomaco.
    PRIMO SIGNORE: Alla malora!  Lasciatelo andare;  dopo tutto  soltanto
    un tamburo.
    PAROLLES: "Soltanto un tamburo"!  gi,   "soltanto un tamburo"?  si 
    perduto  un  tamburo!  Ottimo  il  comando,  caricare  con  la  nostra
    cavalleria  proprio  sulle  nostre  ali  e  sfondare  i  nostri stessi
    soldati!
    PRIMO SIGNORE: Non  una cosa che si possa rimproverare al  comando...
    Fu  uno  di  quei  disastri di guerra che neppur Cesare avrebbe potuto
    impedire se fosse stato lui a comandare.
    BELTRAMO: Be'! non possiamo troppo lamentarci del nostro successo;  la
    perdita  di  quel  tamburo  non  ci  fa certo molto onore;  ma ormai 
    impossibile riaverlo.
    PAROLLES: Si sarebbe potuto riprenderlo.
    BELTRAMO: Si sarebbe potuto, ma ora non si pu pi.
    PAROLLES: Ma s che si pu.  Se non fosse che ben di rado il merito di
    un  servizio  reso  viene  attribuito  a chi lo ha veramente compiuto,
    andrei io a riprendere quel tamburo,  quello o un altro:  diversamente
    si scriva pure per me: "hic jacet".
    BELTRAMO: Ebbene,  se ne avete il fegato, tentate, signore. Se credete
    che la vostra  astuzia  in  fatto  di  stratagemmi  possa  riuscire  a
    riportare questo onorato strumento al quartiere dove prima si trovava,
    dimostrate la vostra magnanimit in questa impresa: avanti. Io render
    onore  a questo tentativo come a una degna gesta;  se riuscirete bene,
    il duca vi loder,  e sapr anche premiarvi in modo consono  alla  sua
    grandezza, fino all'ultima sillaba del vostro merito.
    PAROLLES: Per la mia mano di soldato, mi ci voglio mettere.
    BELTRAMO: Ma adesso non dovete dormirci sopra.
    PAROLLES: Mi ci accinger questa sera stessa.  Ora voglio calcolare le
    mie probabilit, farmi coraggio con la certezza della riuscita,  e far
    tutti i preparativi per la mia morte. Aspettatevi di sentire novit da
    parte mia verso mezzanotte.
    BELTRAMO:  Mi  permettete  di  far  sapere a Sua Grazia ci che volete
    fare?
    PAROLLES: Io non so quale sar il successo,  mio signore,  ma giuro di
    tentare.
    BELTRAMO:  Lo  so che sei valoroso,  e sono disposto ad essere garante
    delle tue capacit di soldato... Addio.
    PAROLLES: Troppe parole non mi piacciono.
    (Esce).
    SECONDO SIGNORE: Non pi di quanto piaccia l'acqua ad un  pesce...  Ma
    non    dunque un tipo strano costui,  mio signore,  che sembra voglia
    mettersi con tanta sicurezza a quest'impresa nella quale sa che non si
    pu riuscire - e si danna a farla,  quando preferirebbe esser  dannato
    che farla?
    PRIMO SIGNORE: Voi non lo conoscete,  signore, come lo conosciamo noi.
    E' certo che riesce a insinuarsi nelle buone grazie  d'uno,  e  a  non
    farsi cogliere in fallo per una settimana; ma, una volta scoperto, non
    vi becca pi.
    BELTRAMO:  Come!  Voi  dunque pensate che egli non far nulla di ci a
    cui s' accinto seriamente?
    SECONDO  SIGNORE:  Nulla  di  nulla.  Solo  torner  con  una  qualche
    invenzione,  e  si  appiopper  due o tre bugie verosimili.  Ma noi lo
    abbiamo quasi messo alle strette e  questa  notte  stessa  lo  vedrete
    cadere. Poich non si merita proprio il rispetto di Vostra Signoria.
    PRIMO  SIGNORE:  Vi  faremo  un  po' divertire con la volpe,  prima di
    cavarle la pelle. Il vecchio signor Lafeu fu il primo a scovarlo nella
    sua tana.  Quando sar smascherato,  mi direte che fior di canaglia vi
    sembrer: lo vedrete questa notte.
    SECONDO SIGNORE: Io devo andare a preparare le mie panie: sar preso.
    BELTRAMO: Vostro fratello verr con me.
    SECONDO SIGNORE: Come piace a Vostra Signoria. Io vi lascio.
    (Parte).
    BELTRAMO: Ora vi voglio condurre in quella casa e mostrarvi la ragazza
    della quale vi ho parlato.
    PRIMO SIGNORE: Ma voi dite che  onesta.
    BELTRAMO: Questo  l'unico difetto;  le ho parlato soltanto una volta,
    e l'ho trovata meravigliosamente fredda: ma poi  le  ho  mandato,  per
    mezzo  di  questo  stesso  damerino  che  stiam subodorando,  regali e
    lettere che ella ha rifiutato.  Ecco quanto ho fatto finora...  E' una
    leggiadra creatura, volete venire a vederla?
    PRIMO SIGNORE: Molto volentieri, mio signore.
    (Escono).


    SCENA SETTIMA - Firenze. Una stanza nella casa della Vedova.

    (Entrano ELENA e la Vedova).
    ELENA: Se voi non credete che sono proprio io,  non so con quali altre
    prove vi possa rendere sicura,  senza distruggere le fondamenta stesse
    sulle quali sto costruendo.
    VEDOVA: Io sono decaduta,   vero,  ma nacqui in una famiglia onorata.
    Non so nulla di questi pasticci,  e non vorrei ora arrischiare la  mia
    reputazione in un atto che potesse macchiarla.
    ELENA:  Neppure  io  lo vorrei.  Prima prestatemi fede: il conte  mio
    marito, e quanto vi ho confidato sotto pegno di segretezza  vero alla
    lettera;   e  allora  non  vi  potete   sbagliare,   concedendomi   il
    caritatevole aiuto che vi chiedo.
    VEDOVA:  Vi  dovrei  credere,  perch  m'avete  fatto  vedere cose che
    dimostrano come voi siate d'elevata fortuna.
    ELENA: Tenete questa borsa d'oro e lasciatemi comperare fino a  questo
    punto l'aiuto amichevole che vi ripagher in cento doppi quando l'avr
    messo alla prova... Il conte corteggia vostra figlia e ha posto il suo
    assedio galante alla sua bellezza, deciso a conquistarla; che lei alla
    fine  acconsenta,  regolandosi  secondo le nostre istruzioni.  La foga
    della sua passione non permetter a lui di  negarle  nulla  di  quanto
    ella gli chieder.  Il conte porta un anello, che  stato trasmesso di
    padre in figlio nella sua famiglia,  per quattro o cinque  generazioni
    dopo  il primo antenato che lo port;  quest'anello egli lo custodisce
    gelosamente,  ma nel vaneggiamento del suo desiderio non gli  sembrer
    troppo caro per comprarsi ci che brama,  bench pi tardi se ne debba
    pentire.
    VEDOVA: Ora vedo il fondo del vostro intento.
    ELENA: E ne vedete dunque l'onest. Non si tratta altro che di questo:
    vostra figlia, prima di sembrar compiacente, dovr soltanto chiedergli
    l'anello;  fissargli un convegno;  e lasciar me  a  osservarne  l'ora,
    mentre ella, castamente, se ne star lontana. Quando tutto sar fatto,
    aggiunger  tremila  corone  a quanto ho gi dato,  onde ella si possa
    maritare.
    VEDOVA: Acconsento. Indicate a mia figlia quanto dovr fare, perch il
    tempo e il luogo possano efficacemente  concorrere  alla  riuscita  di
    questa giustissima frode. Egli viene tutte le notti con musiche d'ogni
    sorta  e  con  canti fatti apposta per darle cattiva fama.  A nulla ci
    giova il cercare di cacciarlo via di sotto la nostra grondaia; egli vi
    rimane come se si trattasse del riparo della sua vita.
    ELENA: Ebbene,  tenteremo il nostro  piano  questa  notte.  Se  avremo
    successo,  ci  sar stata una cattiva intenzione in una azione onesta,
    ed  insieme  un'intenzione  onesta  in  un  atto  onesto;  i  due  non
    peccheranno, eppure un peccato verr commesso. Andiamo; all'opera.
    (Escono).


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - Presso l'accampamento fiorentino.

    (Il   Secondo   Signore   francese   con   cinque  o  sei  Soldati  in
    un'imboscata).
    SECONDO SIGNORE: Non pu venire che da questa strada,  da quest'angolo
    della  siepe...  Mentre  gli  salterete  addosso,  usate  tutti la pi
    terribile lingua  che  volete:  non  importa  se  voi  stessi  non  la
    capirete.  Dobbiamo poi tutti fingere di non capir lui,  tranne uno di
    noi, che presenteremo come interprete.
    PRIMO SOLDATO: Buon capitano, fatelo fare a me l'interprete.
    SECONDO SIGNORE: Ma forse lo conoscete?  Non conosce egli per caso  la
    tua voce?
    PRIMO SOLDATO: No, signore, ve l'assicuro.
    SECONDO SIGNORE: E quale gergo userai con noi?
    PRIMO SOLDATO: Quello che voi userete con me.
    SECONDO SIGNORE: Deve crederci una banda di stranieri al soldo del suo
    nemico.  Ora,  egli  ha pi o meno una infarinatura di tutte le lingue
    qui intorno;  perci ciascuno di noi deve seguire la propria fantasia;
    senza   capire  noi  stessi  ci  che  ci  diciamo;   purch  fingiamo
    d'intenderci,  otterremo lo scopo;  lingua di  gracchie,  o  qualunque
    altro  crocido,  far al caso.  Voi,  interprete,  poi,  dovete darvi
    l'aria  d'un  politicone.   Ma.   gi  a  terra!   Ecco   che   viene,
    coll'intenzione  di  ammazzare  due  orette  dormendo  e tornare poi e
    spergiurare sulle bugie che inventer.
    (Entra PAROLLES).
    PAROLLES: Le dieci: fra tre ore sar tempo di tornare a  casa.  E  che
    cosa  debbo  dire  d'aver  fatto?  Bisogna che sia un'invenzione assai
    plausibile perch se la bevano. Si incomincia gi a subodorarmi;  e in
    questi  ultimi  tempi gli affronti seno venuti troppo spesso a battere
    alla mia porta...  M'accorgo d'essere troppo  ardito  con  la  lingua,
    mentre  il  mio  cuore  ha  dinanzi a s il timor di Marte e delle sue
    creature,  e non  ha  il  coraggio  di  fare  ci  che  la  lingua  ha
    pronunciato.
    SECONDO  SIGNORE  (a  parte): Questa  la prima verit della quale s'
    resa colpevole la tua lingua.
    PAROLLES: Che diavolo m'ha spinto a tentare di riprendere il  tamburo,
    mentre  ben  sapevo che mi sarebbe stato impossibile,  e neppure avevo
    l'intenzione di riuscirvi?  Mi far delle ferite e poi  dir  d'averle
    ricevute durante l'impresa... Ma se saranno leggere non mi si creder.
    "Siete scappato per queste inezie?" mi diranno.  E delle ferite gravi,
    no, non ho il coraggio di farmene. Dunque, che prove potr produrre? O
    lingua,  bisogner che vi metta in bocca ad una burraia,  e che me  ne
    compri un'altra da uno dei muti di Bajazet,  se continuate a cacciarmi
    colle chiacchiere in questi impicci.
    SECONDO SIGNORE (a parte): E' mai possibile che  costui  si  riconosca
    per quello che , e rimanga tale?
    PAROLLES:  Se  almeno mi bastasse tagliarmi i panni,  e rompere la mia
    spada spagnola.
    SECONDO SIGNORE (a parte): Non ve lo possiamo concedere.
    PAROLLES: O tagliarmi la barba e  dire  che  ci  faceva  parte  dello
    stratagemma.
    SECONDO SIGNORE (a parte): Non attaccherebbe.
    PAROLLES: O buttare in acqua le vesti, e dire che sono stato denudato.
    SECONDO SIGNORE (a parte): E' difficile che ci possa servire.
    PAROLLES:  E  se  giurassi  d'essere  saltato gi dalla finestra della
    cittadella...
    SECONDO SIGNORE (a parte): Da quale altezza?
    PAROLLES: Da trenta tese.
    SECONDO SIGNORE (a parte): Forse non ve lo crederebbero  neppure  dopo
    tre solenni giuramenti.
    PAROLLES:  Vorrei  avere  qui  qualche  tamburo  del nemico;  giurerei
    d'averlo recuperato.  SECONDO SIGNORE (a parte): Tra poco ne  sentirai
    uno.
    PAROLLES: Il tamburo del nemico, adesso...
    (I Soldati battono il tamburo e lo assalgono).
    SECONDO SIGNORE: "Throca movousus, cargo, cargo; cargo!"
    TUTTI: "Cargo, cargo, cargo, villianda par corbo, cargo".
    PAROLLES: Oh! riscatto! riscatto! Non bendatemi gli occhi.
    (Lo legano e gli bendano gli occhi).
    PRIMO SOLDATO: "Boskos thromuldo boskos".
    PAROLLES:  Ah!  siete del reggimento dei Muskos.  E io ho da perder la
    vita perch non so la lingua. Se v' tra voi un tedesco,  o un danese,
    un olandese,  un italiano,  o francese,  parli con me,  e gli riveler
    cose che condurranno alla rovina i Fiorentini.
    PRIMO SOLDATO: "Boskos vauvado".  Io ti capisco,  io so parlare la tua
    lingua:  "Kerelybonto",  messere,  rifugiati  nella  tua fede,  poich
    diciassette pugnali ti stanno al petto.
    PAROLLES: Oh!
    PRIMO SOLDATO: Oh! prega, prega, prega! "Manka revania dulche".
    SECONDO SIGNORE: "Oscorbindulches volivorco".
    PRIMO SOLDATO: Il generale acconsente a lasciarti ancora in vita, e ti
    vuol  condurre  altrove,  imbacuccato  come  sei,  perch  vuol  avere
    informazioni da te. Pu darsi che quanto rivelerai ti possa salvare la
    vita.
    PAROLLES:  Oh!  Lasciatemi  vivere!  E vi riveler tutti i segreti del
    nostro campo,  le loro forze,  i loro piani,  s,  vi dir cose che vi
    faranno meravigliare.
    PRIMO SOLDATO: Ma dirai la verit?
    PAROLLES: Se non la dir, ch'io sia dannato.
    PRIMO  SOLDATO:  "Acordo  linta".  Andiamo,  ti  viene  accordata  una
    dilazione.
    (Esce con Parolles scortato mentre batte il tamburo).
    SECONDO SIGNORE: Andate,  e dite al  conte  di  Rossiglione  e  a  mio
    fratello che abbiamo preso il merlo, e che lo terremo ad occhi bendati
    finch essi non ci mandino istruzioni.
    SECONDO SOLDATO: S, capitano.
    SECONDO SIGNORE: E inoltre dirai loro che vuol tradire tutti noi a noi
    stessi.
    SECONDO SOLDATO: Va bene, signore.
    SECONDO SIGNORE: Intanto lo terr all'oscuro,  e chiuso ben bene sotto
    chiave.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Firenze. Una camera nella casa della Vedova.

    (Entrano BELTRAMO e DIANA).
    BELTRAMO: M'hanno detto che il vostro nome  Fontebella.
    DIANA: No, mio buon signore, mi chiamo Diana.
    BELTRAMO: Il nome di una dea. E ne siete degna,  pi che degna...  Ma,
    anima  gentile,  non v' posto per l'amore nella vostra bella persona?
    Se il vivo fuoco della giovinezza non illumina la  vostra  mente,  voi
    siete  una statua,  non una fanciulla.  Morta,  sarete come siete ora,
    fredda e rigida;  mentre ora  dovreste  essere  com'era  vostra  madre
    quando fu concepita la leggiadra vostra persona.
    DIANA: Essa era onesta allora.
    BELTRAMO: Cos dovreste essere anche voi.
    DIANA: No,  mia madre non fece che il suo dovere: quel dovere che voi,
    mio signore, dovete a vostra moglie.
    BELTRAMO: Basta di ci.  Non  opporti  alle  mie  preghiere;  lei  fui
    costretto  a  sposarla,  ma  te  io  amo solo per la dolce costrizione
    dell'amore;  e a te voglio render per sempre  tutti  gli  omaggi  d'un
    servo.
    DIANA:  Oh!  Voi  ci servite fin che noi serviamo a voi;  ma quando vi
    siete prese le nostre rose,  non ci lasciate altro che le spine che ci
    pungono e ridete della nostra nudit.
    BELTRAMO: Ma io ti ho giurato!
    DIANA:  Non  i molti giuramenti fanno la verit,  ma un semplice unico
    voto sinceramente giurato.  Non si giura per una cosa che non  sacra,
    ma s'invoca la testimonianza dell'Altissimo.  Ditemi,  vi prego, se vi
    giurassi, per i grandi attributi di Dio, di amarvi teneramente,  e poi
    vi  amassi commettendo un peccato,  credereste voi ai miei giuramenti?
    Non v' senso,  giurare per Colui che si protesta  di  amare,  che  io
    trasgredir  contro  di  lui.  Perci i vostri giuramenti sono parole,
    povere parole, patti senza sigillo, almeno a mia opinione.
    BELTRAMO: Cambiate la vostra  opinione,  cambiatela.  Non  siate  cos
    santamente  crudele:  l'amore  sacro e la mia rettitudine non conobbe
    mai le arti delle quali voi accusate gli  uomini...  Non  rimaner  pi
    tanto  lontana,  ma  concediti ai miei desideri che si struggono e che
    potranno cos guarire.  Di' che sei mia,  e il mio amore durer sempre
    come  cominciato.
    DIANA: Lo so, voi uomini ci investite con la vostra forza, fin che noi
    perdiamo il governo di noi stesse. Datemi quell'anello.
    BELTRAMO: Ve lo prester, cara, ma non posso cederlo a nessuno.
    DIANA: Non volete darmelo, mio signore?
    BELTRAMO:  E'  un  pegno  d'onore  che  appartiene  alla  nostra casa,
    trasmessomi in eredit da molti padri;  il  perderlo  sarebbe  il  pi
    grande obbrobrio che potrebbe capitarmi al mondo.
    DIANA: Il mio onore  come quell'anello;  la mia castit  il gioiello
    della nostra casa,  trasmessami in eredit da molti padri,  e perderla
    sarebbe  il  pi  grande  obbrobrio  che  potrebbe capitarmi al mondo.
    Vedete,   la vostra saggezza che fa entrare in campo l'onore come mio
    campione, contro il vostro inutile assalto.
    BELTRAMO: Ecco,  prendi l'anello.  La mia casa,  il mio onore,  la mia
    stessa vita  tua; mi lascio comandare da te.
    DIANA: Giunta la mezzanotte, batterete alla finestra della mia stanza.
    Io far in modo che mia madre non oda.  Quando avrete  conquistato  il
    mio  letto ancora vergine,  ve lo impongo in nome della vostra lealt,
    vi rimarrete soltanto un'ora,  senza  mai  rivolgermi  la  parola:  ho
    ragioni  molto  forti,  che  conoscerete  quando  vi  verr restituito
    quest'anello.  Nel vostro dito,  questa notte,  io  metter  un  altro
    anello,   che,   qualunque   cosa  accada,   far  dinanzi  al  futuro
    testimonianza  delle  nostre  passate  azioni.  Addio,   fino  all'ora
    fissata,  e allora non mancate. Voi avete guadagnato in me una moglie,
    sebbene cos non mi resti altro da sperare.
    BELTRAMO: Nel corteggiarti,  mi son conquistato un  cielo  quaggi  in
    terra.
    DIANA: Possiate vivere lungamente, per ringraziare il cielo e me.
    (Beltramo esce).
    Cos potrete fare,  alla fine.  Mia madre m'aveva detto appuntino come
    mi avrebbe corteggiato;  come se ella gli fosse stata dentro il cuore.
    Mia  madre  dice che tutti gli uomini fanno gli stessi giuramenti;  ha
    giurato di sposarmi quando sua moglie sar morta;  giacer dunque  con
    lui  quando sar sepolta.  Poich i Francesi sono solenni ingannatori,
    li sposi chi vuole;  io vivr e morr  vergine.  Soltanto  con  questo
    stratagemma  penso  che  non  sia peccato imbrogliare uno che vorrebbe
    vincere in modo illecito.
    (Esce).


    SCENA TERZA - L'accampamento fiorentino.

    (Entrano i due Signori francesi e due o tre Soldati).
    PRIMO SIGNORE: Non gli avete  dunque  consegnato  la  lettera  di  sua
    madre?
    SECONDO  SIGNORE:  Gliel'ho  consegnata  un'ora  fa.  Doveva contenere
    qualcosa che l'ha colpito nel vivo, perch, nel leggerla,  si  mutato
    talmente da sembrare quasi un altro uomo.
    PRIMO  SIGNORE:  S'  tirato  addosso,  e giustamente,  molto biasimo,
    ripudiando una sposa tanto buona, una signora tanto soave.
    SECONDO SIGNORE: Soprattutto  incorso nell'eterna disgrazia  del  re,
    che  aveva  intonato  la  sua  gentilezza  fino  a cantargli auguri di
    felicit.  Vi voglio dire una cosa,  che dovete per tenere celata  in
    voi stesso.
    PRIMO SIGNORE: Appena l'avrete detta sar come morta, ed io ne sar il
    sepolcro.
    SECONDO  SIGNORE:  E'  riuscito  a  corrompere,  qui  a  Firenze,  una
    fanciulla,  una gentildonna a tutti conosciuta per la sua modestia,  e
    questa  notte  egli sazier le sue voglie distruggendo l'onore di lei.
    Le ha dato il suo anello di famiglia,  e ritiene d'aver fatto  la  sua
    fortuna con questa immonda transazione.
    PRIMO  SIGNORE: Oh!  Voglia Iddio porre un freno alla nostra libidine!
    Che cosa siamo noi, lasciati a noi stessi?
    SECONDO SIGNORE: Siamo traditori di noi  stessi.  E,  come  accade  di
    solito in tutti i tradimenti, gli autori, come sappiamo, tradiscono se
    stessi e in ultimo giungono alla loro sciagurata fine;  cos lui,  che
    in quest'azione cospira contro la sua nobilt,  si travolge nella  sua
    stessa corrente.
    PRIMO  SIGNORE:  Che sia forse la nostra condanna,  il farci banditori
    dei nostri scopi illeciti? Stasera dunque non avremo la sua compagnia?
    SECONDO SIGNORE:  L'avremo  solo  dopo  mezzanotte;  perch  gli  vien
    consentita non pi d'un'ora.
    PRIMO SIGNORE: Manca poco. Sarei veramente contento di farlo assistere
    alla dissezione del suo compagno, perch possa cos prender lui stesso
    la  misura del suo giudizio dov'egli ha incastonato cos squisitamente
    questa perla falsa.
    SECONDO SIGNORE: Non ci occuperemo di lui prima della sua  venuta;  la
    presenza del conte sar una bella frustata per l'altro.
    PRIMO SIGNORE: Intanto, che cosa si dice della guerra?
    SECONDO SIGNORE: Pare che si vogliano iniziare trattative di pace.
    PRIMO  SIGNORE:  Anzi,  vi  posso  assicurare che si parla di pace gi
    conclusa.
    SECONDO SIGNORE: Che far allora il conte di Rossiglione? Ritorner in
    Francia o si recher altrove?
    PRIMO SIGNORE: M'accorgo, da questa vostra domanda,  che voi non siete
    completamente a parte dei suoi intimi pensieri.
    SECONDO  SIGNORE:  Dio  non  lo permetta,  messere,  perch altrimenti
    dovrei essere complice del suo atto.
    PRIMO SIGNORE: Messere,  sua moglie fugg di casa circa due  mesi  fa,
    col  pretesto  di  andare  in  pellegrinaggio  a San Giacomo Maggiore;
    compiuto il suo santo voto con la pi profonda  devozione,  mentre  si
    trovava  col,  la sua tenera natura divenne preda del suo dolore,  e,
    alla fine, mut in gemito l'ultimo respiro. Ora ella canta in cielo.
    SECONDO SIGNORE: Ma tutto ci come s' venuto a sapere?
    PRIMO SIGNORE: Prima di tutto  dalle  sue  lettere,  che  testimoniano
    della  verit  del racconto fino al momento della morte;  la sua morte
    poi,   che  ella  stessa  non  poteva  annunciare,   venne  fedelmente
    confermata dal rettore del luogo.
    SECONDO SIGNORE: E il conte sa tutto questo?
    PRIMO  SIGNORE:  Conosce  i minimi particolari,  punto per punto,  che
    confermano pienamente la verit delle notizie.
    SECONDO SIGNORE: Quello che pi mi dispiace  che ne sar contento.
    PRIMO SIGNORE: A che punto,  talvolta,  ci sono di conforto le  nostre
    stesse disgrazie!
    SECONDO SIGNORE: E a che punto,  altre volte, anneghiamo in lagrime le
    nostre fortune!  Se grande  la fama che il suo valore si    meritato
    qui, non sar minore la vergogna che lo attende in patria.
    PRIMO  SIGNORE:  La  trama  della  nostra  vita    intessuta  di fili
    commisti,  buoni e cattivi;  le nostre virt andrebbero troppo superbe
    se non fossero sferzate dai nostri vizi,  e i delitti ci condurrebbero
    alla disperazione, se non venissero consolati dalle nostre virt.
    (Entra un Servo).
    Ebbene, dov' il vostro padrone?
    SERVO: Ha  incontrato  nella  strada  il  duca,  dal  quale  ha  preso
    solennemente congedo,  messere.  Sua Signoria partir domattina per la
    Francia. Il duca gli ha consegnato lettere commendatizie per il re.
    SECONDO  SIGNORE:  Gli   saranno   giusto   sufficienti,   quand'anche
    contenessero lodi esagerate.
    PRIMO SIGNORE: Non potranno essere troppo dolci per l'amarezza del re
    (Entra BELTRAMO).
    Ecco Sua Signoria. Ebbene, mio signore, la mezzanotte  gi passata.
    BELTRAMO:  Ho dovuto sbrigare stasera sedici affari,  per ciascuno dei
    quali ci sarebbe voluto un mese di tempo.  Ecco un sommario di  quanto
    ho fatto; ho preso congedo dal duca, e salutato coloro che gli son pi
    vicini,  ho seppellito una moglie, ho pianto per essa, ho scritto alla
    mia signora madre che mi appresto a ritornare,  ho fatto  preparare  i
    miei fornimenti di viaggio,  e, oltre a queste faccende pi grosse, ho
    accudito  ad  altre  cose  pi  delicate;  l'ultima    stata  la  pi
    importante, ma non l'ho ancora terminata.
    SECONDO  SIGNORE:  Se  si  tratta  di una cosa difficile,  e se dovete
    partire questa mattina, Vostra Signoria avr fretta.
    BELTRAMO: Dico che la cosa non    terminata  perch  temo  di  averne
    notizia  anche  dopo...  Ma  a quando il dialogo tra lo Scimunito e il
    Soldato?  Su,  portate qui quel falso campione,  che mi ha imbrogliato
    come un oracolo ambiguo.
    SECONDO SIGNORE: Si porti qui.
    (Escono alcuni Soldati).
    Ha passato la notte in ceppi, povero eroico furfante.
    BELTRAMO:  Non  importa,  le  sue calcagna se li sono meritati,  hanno
    usurpato troppo lungamente gli speroni. Come s' portato?
    SECONDO SIGNORE: L'ho gi detto a Vostra Signoria: sono stati i  ceppi
    che lo hanno portato. Ma per rispondervi come voi l'intendete, vi dir
    che piange come una ragazza che abbia rovesciato il latte.  Credendolo
    un frate, ha fatto a Morgan la sua confessione, incominciando dai suoi
    primi ricordi fino a quest'ultimo disastro dei ceppi. Cosa credete che
    abbia confessato?
    BELTRAMO: Niente che riguarda me, penso?
    SECONDO SIGNORE:  La  sua  confessione  l'abbiamo  scritta,  e  gliela
    leggeremo  in  faccia.  Se  Vostra  Signoria  c'entra,  e  mi pare che
    c'entri, dovr avere la pazienza di ascoltare.
    (I Soldati portano in scena PAROLLES).
    BELTRAMO: Canchero a lui! Bendato! Non potr dire nulla di me.
    PRIMO SIGNORE: Zitti! zitti! Ecco Moscacieca! "Portotartarossa".
    PRIMO SOLDATO: Vi  si  vuol  mettere  alla  tortura.  Che  cosa  siete
    disposto a dire senza la tortura?
    PAROLLES:  Confesser tutto quello che so,  senza che mi si costringa.
    Potrete macinarmi come carne da polpette, che non ne direi di pi.
    PRIMO SOLDATO: "Bosko chimurcho".
    PRIMO SIGNORE: "Boblibindo chicurmurco".
    PRIMO SOLDATO: Siete misericordioso, generale... Il nostro generale vi
    ordina di rispondere alle domande che vi far seguendo una lista.
    PAROLLES: Risponder con verit, come spero di vivere.
    PRIMO SOLDATO  (legge):  "Prima  di  tutto  gli  si  chieda  a  quanto
    ammontano  le  forze di cavalleria del duca".  Che avete da rispondere
    qui?
    PAROLLES: Cinque o sei mila cavalli, ma molto malandati e inservibili;
    le truppe sono sparpagliate qua e l e i comandanti  sono  dei  poveri
    diavoli.  Questo  sulla mia reputazione e sul mio credito,  e quanto 
    vero che spero di vivere.
    PRIMO SOLDATO: Devo scrivere la vostra risposta in questi termini?
    PAROLLES: Fatelo. Sono pronto a ricevere l'Ostia consacrata,  come voi
    la volete e quella che voi volete.
    BELTRAMO  (a parte): Per lui  tutt'uno!  Un ribaldo senza speranza di
    redenzione!
    PRIMO SIGNORE (a parte): Vi sbagliate, mio signore; questi  il signor
    Parolles,  il gagliardo guerriero - sono sue parole - che teneva tutta
    l'arte  della  guerra  nel  nodo  della sciarpa e tutta la pratica nel
    puntale del fodero del suo stocco.
    SECONDO SIGNORE (a parte): Non mi fider mai  pi  di  nessuno  perch
    tiene la spada pulita,  n creder che alcuno sia in possesso di tutte
    le virt solo perch porta la divisa impeccabilmente.
    PRIMO SOLDATO: Ecco bell'e scritto.
    PAROLLES: Cinque o sei mila cavalli,  ho  detto...  ma  voglio  essere
    preciso: press'a poco, scrivete, perch voglio dire tutta la verit.
    PRIMO SIGNORE (a parte): In ci  molto vicino alla verit.
    BELTRAMO  (a  parte,  al  Primo  Signore): Ma per il modo col quale la
    rivela gliene sono tutt'altro che grato.
    PAROLLES: E scrivete poveri diavoli, vi prego.
    PRIMO SOLDATO: Be', questo  scritto.
    PAROLLES: Tante umili grazie, messere;  la verit  la verit...  quei
    diavolacci sono stupendamente poveri.
    PRIMO  SOLDATO (legge): "Chiedetegli le forze di fanteria".  Che avete
    da dire?
    PAROLLES: In verit, signore,  voglio dire la verit,  come se dovessi
    morire in questo istante.  Vediamo: Spurio centocinquanta,  Sebastiano
    altrettanti,  Corambo  anche,  Jaques  egualmente,  Guiltiano,  Cosmo,
    Ludovico  e  Grazzi,  duecentocinquanta  ciascuno;  la  mia compagnia,
    Cristoforo,  Valmondo  Benci,  duecentocinquanta  ciascuno;  tutto  il
    ruolo,  dunque,  tra  inabili  e  abili,  per  la  mia vita non arriva
    all'effettivo di quindicimila,  dei quali una met non ha  neppure  il
    coraggio  di  scuotersi  la  neve dalla mantellina,  per tema di dover
    cadere a pezzi loro stessi.
    BELTRAMO (a parte, al Primo Signore): Ma che cosa gli dobbiamo fare?
    PRIMO SIGNORE (a parte, a Beltramo): Nulla, fuorch ringraziarlo.  (Al
    Primo Soldato) Fategli alcune domande sul mio conto,  e chiedetegli in
    che stima son tenuto dal duca.
    PRIMO  SOLDATO:  Be',  anche  questo    scritto.   (Legge)  "Poi  gli
    domanderete  se  nell'accampamento  vi  un certo capitano Dumain,  un
    francese; che cosa pensa il duca di lui, qual  il suo valore,  la sua
    onest  e la sua esperienza in guerra,  e se crede possibile indurlo a
    rivoltarsi corrompendolo con un buon gruzzolo  di  monete  d'oro".  Su
    ci, che avete da dire? Cosa ne sapete?
    PAROLLES:  Vi  prego,  lasciatemi  rispondere  partitamente a ciascuna
    domanda. Ripetetele ad una ad una.
    PRIMO SOLDATO: Conoscete questo capitano Dumain?
    PAROLLES: S, lo conosco. Era garzone presso un ciabattino di Parigi e
    ne fu cacciato a frustate per aver impregnato una idiota mantenuta dal
    Comune - una povera scema - muta, che non poteva dirgli di no.
    (Dumain gli s'avvicina per batterlo).
    BELTRAMO (a parte, al Primo Signore): No, vi prego, trattenetevi;  per
    quanto  io  sia  certo  che  il suo cervello  gi condannato sotto la
    prima tegola che cadr.
    PRIMO SOLDATO: Bene.  E questo capitano si trova al campo del duca  di
    Firenze?
    PAROLLES: Per quanto ne so, vi si trova, e feccioso.
    PRIMO SIGNORE (a parte,  a Beltramo): No,  non guardatemi cos, presto
    sentiremo anche di Vostra Signoria.
    INTERPRETE: In che stima lo tiene il duca?
    PAROLLES: Il duca sa unicamente che  uno dei miei ufficiali,  di  ben
    scarso  valore,  e  l'altro  giorno  mi  scrisse  di  espellerlo dalla
    compagnia. Credo di aver la sua lettera in tasca.
    PRIMO SOLDATO: Bene. La cercheremo.
    PAROLLES: Ma,  a ripensarci,  non so,  o  l,  o  rimasta nella  mia
    tenda, in una filza, insieme a molte altre lettere del duca:
    PRIMO SOLDATO: Eccola. C' una carta. Devo leggerla?
    PAROLLES: Non so se sia quella la lettera.
    BELTRAMO (a parte, al Primo Signore): Il nostro interprete  abile.
    PRIMO SIGNORE (a Beltramo): Abilissimo...
    PRIMO  SOLDATO  (Legge):  "Diana,  il  conte    vuoto,  pieno solo di
    oro...".
    PAROLLES: No, questa non  la lettera del duca, messere  un consiglio
    a un'onesta fanciulla di Firenze,  di nome Diana,  perch non si  fidi
    degli  allettamenti  di  un  certo  conte  di Rossiglione,  un ragazzo
    sciocco e vano,  ma con tutto ci pien di  foia.  Vi  prego,  messere,
    rimettetemela in tasca.
    PRIMO SOLDATO: No, prima voglio leggerla, se mi permettete.
    PAROLLES: Per me,  avevo la pi retta delle intenzioni, ve l'assicuro,
    nei riguardi della fanciulla,  poich so che il  giovane  conte    un
    ragazzo pericoloso e lascivo,  una vera balena per le vergini,  che si
    divora tutti i pesciolini che incontra.
    BELTRAMO (a parte): Maledetto furfante di tre cotte!
    PRIMO SOLDATO (legge): "Se giura, fagli cavar l'oro, e prendilo,
    piantato il chiodo, mai non paga il debito;
    patto ben fatto  met dell'introito,
    quindi, fatelo ben; paghi in anticipo.
    E', Diana, un soldato, vedi, a dirtelo;
    va' con un uomo, ma un garzon sol bacialo;
    fa' di ci conto, il conte, io so,  uno stupido,
    che paga innanzi, ma non quando ha un obbligo.
    Tuo, come nel tuo orecchio egli dichiarasi,
    Parolles".
    BELTRAMO (a parte): Sar fatto passare  per  le  bacchette  tra  tutto
    l'esercito con quei versi in fronte.
    SECONDO  SIGNORE  (a  Beltramo):  Questo    il  vostro  devoto amico,
    messere, il plurilinguista, l'armipotente soldato.
    BELTRAMO: Prima sapevo sopportare  qualsiasi  cosa,  tranne  i  gatti,
    costui  ora un gatto per me.
    PRIMO  SOLDATO:  Da  quel  che  capisco  dalle  occhiate del generale,
    probabilmente, messere, saremo obbligati ad impiccarvi.
    PAROLLES: Lasciatemi in vita, signore, ad ogni costo. Non che io abbia
    paura della morte,  ma dopo tanti  peccati  che  ho  commesso,  vorrei
    pentirmi,  vita natural durante.  Lasciatemi vivere,  signore,  in una
    segreta, in ceppi, dove vorrete cacciarmi, purch viva.
    PRIMO SOLDATO: Vedremo che cosa si  dovr  fare,  purch  voi  diciate
    tutto  senza  nulla  nascondere.  Per tornare dunque a questo capitano
    Dumain,  avete gi risposto per quello che riguarda il suo valore e la
    stima che ne ha il duca. Ora che avete da dire sulla sua onest?
    PAROLLES:  E'  un tale,  signore,  che ruberebbe un uovo perfino in un
    convento. Per stupri e rapimenti  il gemello di Nesso. Si fa un vanto
    di non mantenere i giuramenti,  e nel romperli  pi forte di  Ercole.
    Mentisce,  signore, con tal volubilit, da farvi sembrar la verit una
    sciocca.  La sua migliore virt  l'ubriachezza perch s'ubriaca  come
    un  maiale.  Nel  sonno    innocuo,  si  pu  dire,  eccetto che alle
    lenzuola, ma tutti sanno le sue abitudini e perci si fa dormire sulla
    paglia. Poco pi mi resta da dire sulla sua onest, signore,  ha tutto
    ci  che  un  uomo  onesto  non dovrebbe avere,  e di quel che un uomo
    onesto dovrebbe avere non ha nulla.
    PRIMO SIGNORE (a parte): Incomincio, per questo, a volergli bene.
    BELTRAMO (a parte): Per questa descrizione della tua onest? Per parte
    mia la peste se lo becchi! E' sempre pi gatto.
    PRIMO SOLDATO: Che cosa avete da dire sulle sue capacit militari?
    PAROLLES: In verit,  signore,  batteva  il  tamburo  alla  testa  dei
    commedianti  inglesi;  non  voglio  fargli torto,  e della sua bravura
    militare so unicamente che in Inghilterra gli fu concesso  l'onore  di
    essere  ufficiale  in  un  luogo  chiamato Mile-End,  dove insegnava a
    mettersi in fila per due. Vorrei dimostrargli tutto l'onore possibile,
    ma non son certo di poterlo fare.
    PRIMO SIGNORE (a parte): Egli ha talmente oltrepassato i limiti  della
    ribalderia che questa rarit lo riscatta.
    BELTRAMO (a parte): Canchero che gli venga! per me  sempre un gatto.
    PRIMO  SOLDATO: Le sue qualit sono d'un prezzo tanto vile,  che non 
    necessario chiedervi se con l'oro si potrebbe corromperlo a tradire.
    PAROLLES: Signore,  per un quarto di scudo sarebbe disposto a  vendere
    la  salute  sua  e  quella  dei  suoi  discendenti in possesso pieno e
    assoluto, franco d'ogni gravezza in perpetuo.
    PRIMO SOLDATO: E suo fratello che cos', l'altro capitano Dumain?
    SECONDO SIGNORE (a parte): Perch gli chiede di me?
    PRIMO SOLDATO: Che tipo  dunque?
    PAROLLES: Un corbaccio dello stesso nido.  Non    della  statura  del
    primo, per bont, ma ben pi grande nella cattiveria. In vigliaccheria
    supera  suo  fratello,  bench  suo  fratello sia ritenuto uno dei pi
    perfetti vigliacchi.  Nel fuggire,   pi veloce di qualsiasi  lacch;
    quando si deve attaccare, invece, gli viene il granchio.
    PRIMO  SOLDATO:  Se  vi  si  lascia la vita,  siete pronto a tradire i
    Fiorentini?
    PAROLLES: Sicuro, ed anche il capitano della loro cavalleria, il conte
    di Rossiglione.
    PRIMO SOLDATO: Ne voglio dire una parolina al generale  e  sentire  la
    sua decisione.
    PAROLLES  (a parte): Che non mi si parli pi di tamburi!  Che la peste
    se li porti via tutti i tamburi!  Mi son messo in questo ginepraio per
    far  credere  che  ero un prode,  e per infinocchiare quel ragazzaccio
    libertino del conte.  Ma chi avrebbe potuto pensare a un'imboscata,  e
    proprio nel posto dove sono stato preso?
    PRIMO SOLDATO: Non c' rimedio,  messere;  dovete morire.  Il generale
    dice che voi,  dopo aver tradito ignominiosamente i segreti del vostro
    esercito,  e  dopo  aver dato vergognosi ragguagli di uomini che erano
    tenuti in grande stima,  non potete rendere nessun onesto servizio  al
    mondo: perci dovete morire. Avanti, boia, tagliategli la testa.
    PAROLLES:  Mio  Dio,  signore,  lasciatemi  vivere,  almeno lasciatemi
    vedere la mia morte!
    PRIMO SOLDATO: S, questo vi  concesso: e potete anche salutare tutti
    i  vostri  amici.  (Gli  toglie  la  benda)  Si,  guardatevi  intorno.
    Conoscete nessuno qui?
    BELTRAMO: Buon giorno, nobile capitano.
    SECONDO SIGNORE: Dio vi benedica, capitano Parolles.
    PRIMO SIGNORE: Dio vi salvi, nobile capitano.
    SECONDO  SIGNORE:  Capitano,  debbo  recare  i vostri saluti al signor
    Lafeu? Parto per la Francia.
    PRIMO SIGNORE: Buon capitano,  volete darmi una copia del sonetto  che
    avete scritto a Diana, nell'interesse del conte di Rossiglione? Se non
    fossi un gran vile vi obbligherei a darmelo. Ma state bene.
    (Beltramo e i Signori se ne vanno).
    PRIMO  SOLDATO:  Siete disfatto,  capitano,  disfatto da capo a piedi,
    tranne nella vostra sciarpa, che ha ancora un nodo.
    PAROLLES: Chi  colui che non resta annientato con un tradimento?
    PRIMO SOLDATO: Se poteste trovare un paese dove vi fossero solo  donne
    che   hanno  subto  un'onta  come  la  vostra,   potreste  essere  il
    capostipite d'una nazione di svergognati. Statemi bene.  Me ne vado in
    Francia, dove si parler di voi.
    (Escono i soldati).
    PAROLLES:  Eppure  sento  in me una certa gratitudine: se il mio cuore
    fosse grande scoppierebbe per questo...  Capitano  non  sar  pi,  ma
    voglio  mangiare  e  bere  e dormire placidamente quant'altro capitano
    mai;  vivr n pi n meno che per  quel  che  sono.  Chi  si  conosce
    spaccone  abbia paura;  perch verr il momento che ogni spaccone sar
    ritrovato un asino. Arrugginisci, o spada! Raffreddatevi,  rossori!  E
    vivi,  Parolles,  in  maggior  sicurezza  nella  vergogna!  Sei  stato
    beffato,  prospera nella beffa!  V' posto e vi sono risorse per  ogni
    uomo vivente. Ed io trover quello e queste.
    (Esce).


    SCENA QUARTA - Firenze. Una camera nella casa della Vedova.

    (Entrano ELENA, la Vedova e DIANA).
    ELENA:  Perch  possiate veder bene che io non vi ho fatto torto,  uno
    dei pi grandi sovrani del mondo cristiano mi sar mallevadore.  Prima
    di  raggiungere  tutti  i miei scopi mi sar necessario inginocchiarmi
    davanti al suo trono.  Una volta gli feci un favore,  da lui vivamente
    desiderato,  prezioso quasi al pari della vita, e tale da far spuntare
    fuori la gratitudine fin dal seno di selce del Tartaro, a ringraziare.
    So di certo che Sua Maest si trova a Marsiglia,  e per codesta  citt
    abbiamo  un buon mezzo di trasporto.  Occorre pure che sappiate che io
    son ritenuta morta.  L'esercito  sciolto,  e mio marito  si  affretta
    verso casa sua,  dove,  con l'aiuto di Dio e col permesso del mio buon
    signore, il re, noi arriveremo prima di colui che dovr riceverci.
    VEDOVA: Gentile signora,  non avete mai avuto una serva alla quale  la
    vostra faccenda stesse pi a cuore.
    ELENA: E neppure voi, signora, avete mai avuto un'amica che pi si sia
    data cura di ricompensare il vostro affetto con maggiore sincerit. Il
    cielo  ha  senza dubbio creato me per essere la dote di vostra figlia,
    come  ha  destinato  lei  ad  essere  la  causa  che  mi  aiutasse  ad
    avvicinarmi a mio marito.  Sono ben strani gli uomini, che possono far
    s dolce uso di ci che essi odiano quando la lasciva fiducia dei loro
    ingannati pensieri  contamina  la  tenebrosa  notte!  La  lussuria  si
    trastulla  con quel che aborre,  pigliandolo per qualcosa che  invece
    lontano.  Ma di ci pi tardi...  Voi,  Diana,  dovrete seguire i miei
    poveri ordini, e soffrire per me ancora un poco.
    DIANA:  Vi  seguir  a costo di perdere la vita e l'onore.  Sono tutta
    vostra, pronta a soffrire, se tale  la vostra volont.
    ELENA: Ancora un poco,  vi prego...  Ma,  son certa il tempo riporter
    l'estate,  e  le  rose  di  macchia avranno anche fiori,  non soltanto
    spine,  e saranno soffici come sono pungenti...  Dobbiamo partire,  la
    carrozza    pronta  e  il tempo urge.  "Tutto  bene quel che finisce
    bene" e sempre il fine corona l'opera: la strada sar difficile, ma la
    fine gloriosa.
    (Escono).
    SCENA QUINTA - Rossiglione. Una sala nel Palazzo della Contessa.

    (Entrano la CONTESSA, LAFEU e il Buffone).
    LAFEU: No,  no,  vostro figlio venne sviato da un gaglioffo vestito di
    taffett  co'  dinderli  d'orpello,  il  cui ribaldo zafferano avrebbe
    fatto diventare del suo colore i giovani di pasta cruda  di  un'intera
    nazione;  altrimenti  vostra  nuora  sarebbe ancora in vita;  e vostro
    figlio sarebbe qui a casa,  ad  un  ufficio  che  il  re  gli  avrebbe
    assegnato,  migliore  di  quello  che gli ha dato quel pecchione dalla
    coda rossa al quale alludo.
    CONTESSA: Non l'avessi mai conosciuto!  Fu lui la  causa  della  morte
    della  pi  virtuosa  gentildonna  che  la natura abbia mai avuto lode
    d'aver creato.  Se fosse stata carne della  mia  carne,  se  mi  fosse
    costata  i pi dolorosi gemiti di madre,  non avrei potuto sentire per
    lei un amore pi radicato.
    LAFEU: Era veramente virtuosa, era una signora veramente virtuosa.  Si
    potran cogliere mille specie d'insalata,  prima d'imbattersi ancora in
    un'erba tanto dolce.
    BUFFONE: In verit, messere,  ella era la persa gentile dell'insalata,
    anzi, "la pura verginella e sacra ruta".
    LAFEU: Ma codeste sono erbe da giardino, furfante, erbe da mazzolino.
    BUFFONE:  Io  non  sono  il  grande  Nabuccodonosor,  signore,  e  non
    m'intendo molto di erbe.
    LAFEU: Ma dunque,  dimmi,  tu ti vanti di essere  un  furfante  o  uno
    sciocco?
    BUFFONE: Uno sciocco, messere, al servizio di una donna, e un furfante
    al servizio di un uomo.
    LAFEU: Cio?
    BUFFONE: Quanto a un uomo, lo defrauderei della sua moglie, e farei il
    suo servizio.
    LAFEU: In questo modo, saresti davvero un furfante al suo servizio.
    BUFFONE:  E  darei alla moglie la capocchia del mio bastone,  messere,
    per servirla.
    LAFEU: Ti do ragione, tu sei insieme furfante e sciocco.
    BUFFONE: Al vostro servizio.
    LAFEU: No, no, no.
    BUFFONE: Ma,  messere,  se non posso  servir  voi,  posso  servire  un
    principe grande quanto voi.
    LAFEU: E chi mai? Un francese?
    BUFFONE: In fede mia, messere, il nome  inglese, ma la sua fisionomia
     pi accesa in Francia che in Inghilterra.
    LAFEU: Chi  questo principe?
    BUFFONE: Il Principe Nero,  signore,  alias il Principe dell'oscurit,
    alias il diavolo.
    LAFEU: Ecco,  tieni la mia borsa.  Non te la dono per  subornarti  dal
    padrone del quale parli, continua pure a servirlo.
    BUFFONE: Io sono una creatura dei boschi,  messere,  e sempre ho amato
    un gran fuoco; il padrone di cui parlo mantiene un bel fuoco, che dura
    sempre. Ma, in verit,  egli  il principe del mondo,  lasciate che la
    sua  nobilt rimanga nella sua corte.  Preferisco la casa con la porta
    stretta, troppo piccola, mi pare, perch il fasto vi possa entrare; vi
    potranno entrare quei pochi che  si  umiliano,  ma  la  maggior  parte
    sentir troppo freddo,  sar troppo delicata,  e si incamminer per la
    strada fiorita che conduce alla porta larga e al gran fuoco.
    LAFEU: Vattene per la tua strada, comincio a stancarmi di te,  e te lo
    dico subito,  perch non vorrei litigare. Va' per la tua strada, e fa'
    in modo che i miei cavalli siano ben governati, e senza gherminelle.
    BUFFONE: Far loro,  se mai,  gherminelle rozze,  alle quali le  rozze
    hanno diritto per legge di natura.
    LAFEU: E' una infelice ed arguta canaglia.
    CONTESSA: Proprio cos. Il mio defunto marito ci si divertiva un mondo
    con  lui.  Se  rimane  qui  per volont di lui,  ed egli se ne fa una
    patente per le sue sfacciataggini: in verit egli non conosce freni  e
    corre dove vuole.
    LAFEU: Io gli voglio bene. Non v' alcun male... Desideravo poi dirvi,
    giacch ho udito che la buona signora  morta,  e che il signor vostro
    figlio sta tornando a casa,  che ho pregato il re di voler parlare  in
    favore di mia figlia. Fu essa che, quand'eran tutte e due piccini, Sua
    Maest  aveva  benignamente  proposta  per  prima.  Sua  Maest  mi ha
    promesso di farlo e non v' modo migliore perch possa cos cessare il
    rancore che nutre verso vostro figlio. Che ne pensa Vostra Signoria?
    CONTESSA: Ne son molto contenta, mio signore,  e mi auguro che la cosa
    possa farsi felicemente.
    LAFEU: Sua Maest sta venendo in poste da Marsiglia, cos aitante come
    quando aveva trent'anni.  Arriver domani, a meno che io non sia stato
    ingannato da uno che in tal genere d'informazioni m'ha raramente detto
    il falso.
    CONTESSA: Son ben contenta di  poterlo  vedere  prima  di  morire.  Ho
    ricevuto  una  lettera  da  mio  figlio,  che mi annuncia che sar qui
    stanotte.  Vorrei pregare Vostra Signoria di restare con  me  sino  al
    nostro incontro.
    LAFEU: Stavo pensando in qual modo potervi essere ammesso senza essere
    indiscreto.
    CONTESSA: Baster che facciate uso dei vostri nobili privilegi.
    LAFEU: Signora,  li ho usati troppo,  ma,  grazie a Dio,  essi valgono
    ancora.
    (Rientra il Buffone).
    BUFFONE: O signora,  c' di l il mio signore,  vostro figlio,  con un
    cerotto di velluto sulla faccia,  se ci sia o no sotto una ferita,  lo
    sa il velluto, ma  proprio una bella toppa di velluto, la sua guancia
    sinistra  di due peli e mezzo, ma la destra  nuda.
    LAFEU: Una ferita nobilmente ricevuta,  o una  nobile  ferita,    una
    buona livrea di gloria: e senza dubbio la sua sar di codeste.
    BUFFONE: Ma vi riduce la faccia come una braciola.
    LAFEU:  Andiamo,  vi  prego,  a  riveder  vostro  figlio.  Ho  un gran
    desiderio di parlare con questo nobile giovin soldato.
    BUFFONE: Veramente ve ne sono una  dozzina,  con  squisiti,  leggiadri
    cappelli  e  con  gentilissime  piume,  che piegano il capo e salutano
    tutta la gente
    (Escono).


    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - Una strada di Marsiglia.

    (Entrano ELENA, la Vedova e DIANA, con due Servi).
    ELENA: Questo correr le poste senza posa  giorno  e  notte  deve  aver
    stremato le vostre forze, ma non possiamo farne a meno. Ma siccome per
    aiutare  me  non  avete fatta distinzione fra il giorno e la notte,  e
    avete stancato le vostre membra delicate,  il mio debito verso di voi,
    siatene certe, ha radici talmente profonde che nulla al mondo lo potr
    strappare.
    (Entra un Gentiluomo).
    Ecco qua una occasione davvero fortunata.  Quest'uomo,  se vorr usare
    della sua autorit, potr informare Sua Maest del mio arrivo.  Dio vi
    salvi, messere.
    GENTILUOMO: E salvi anche voi.
    ELENA: Messere, io vi ho visto altre volte alla corte di Francia.
    GENTILUOMO: Qualche volta vi sono stato.
    ELENA:  Son certa,  messere,  che voi non sarete decaduto dalla vostra
    reputazione di bont,  e,  stimolata da circostanze sfortunate che  ci
    obbligano a trascurare le buone maniere,  io vorrei usare della vostra
    gentilezza, e ve ne sar grata per sempre.
    GENTILUOMO: Quali sono i vostri desideri?
    ELENA: Che vogliate, vi prego, presentare quest'umile richiesta al re,
    e che mi aiutiate, con tutto il vostro potere,  ad essere ammessa alla
    sua presenza.
    GENTILUOMO: Ma il re non  qui.
    ELENA: Non  qui?
    GENTILUOMO:  No,  davvero.  E'  partito  la notte scorsa,  con maggior
    fretta del solito.
    VEDOVA: O signore! Tutte le nostre fatiche sono state inutili!
    ELENA: "Tutto  bene quel che finisce bene",  anche se il tempo sembra
    tanto  contrario  ed  i mezzi inadeguati...  Ditemi,  vi prego,  dov'
    andato?
    GENTILUOMO: Mi dicono a Rossiglione, dove anch'io son diretto.
    ELENA: Vi prego, messere,  poich voi forse vedrete il re prima di me,
    consegnate  questo  foglio  nelle  sue  graziose  mani.  Per il vostro
    incomodo, credo non ne avrete biasimo,  ma gratitudine.  Io vi seguir
    con la maggior fretta che i nostri mezzi ci permetteranno.
    GENTILUOMO: Far per voi ci che volete.
    ELENA:  Ed  io  vi sapr ben ringraziare,  qualunque cosa avvenga.  E'
    necessario rimontare a cavallo. Su, su, facciamo i preparativi.
    (Escono).


    SCENA SECONDA - Nel cortile del Castello di Rossiglione.

    (Entrano PAROLLES e il Buffone).
    PAROLLES: Buon mastro Lavache,  date questa lettera a monsignor Lafeu.
    Prima,  messere, quando avevo dimestichezza con abiti pi freschi, voi
    mi conoscevate meglio.  Ma ora,  messere,  sono coperto di fango dalla
    rabbia  della  fortuna,  e  puzzo  piuttosto  fieramente del suo fiero
    rancore.
    BUFFONE: In verit, il rancore della fortuna dev'essere ben sporco, se
    puzza tanto fieramente quanto dici.  Da oggi non manger pi il  pesce
    fritto dalla fortuna. Ti prego, lasciami respirare l'aria fresca.
    PAROLLES: No,  no,  non  necessario che vi turiate il naso,  messere;
    parlavo solo per metafora.
    BUFFONE: In fede mia, messere, se la vostra metafora puzza, mi tapper
    bene il naso; e me lo tapper anche per la metafora di qualsiasi altro
    uomo. Ti prego, vattene pi lontano.
    PAROLLES: Messere, vogliate consegnare per me questo foglio.
    BUFFONE: Puah!  Stammi lontano,  ti prego: consegnare ad un gentiluomo
    un  foglio della seggetta della fortuna!  Ecco che viene lui stesso in
    persona.
    (Entra LAFEU).
    Qui c' uno che fa marameo  alla  fortuna,  messere,  un  gatto  della
    fortuna  -  ma  non  un  gatto  muschiato  - che  caduto nella sporca
    piscina della sua disgrazia e ci si    inzaccherato  tutto  come  lui
    confessa.  Vi  prego,  signore,  usate del tincone come meglio potete,
    perch ha tutta l'aria di un  povero,  decaduto,  abbietto,  scimunito
    manigoldo.  Con questi consolanti paragoni intendo dimostrargli la mia
    simpatia per la sua disgrazia, e lo raccomando a Vostra Signoria.
    (Esce).
    PAROLLES: Mio signore,  sono un uomo che  la  fortuna  ha  crudelmente
    graffiato.
    LAFEU:  E  cosa  volete  che  faccia  io?  E' troppo tardi,  ora,  per
    tagliarle le unghie. Che birbonata avete giocata alla fortuna che v'ha
    graffiato in tal modo? Essa, una signora tanto buona, che non permette
    che i birboni prosperino a lungo sotto di lei!  Eccovi  un  quarto  di
    scudo.  Che il giudice conciliatore vi riconcili con la fortuna: io ho
    altro da fare.
    PAROLLES: Prego Vostra Signoria di voler ascoltare una sola parola.
    LAFEU: Voi volete ancora soltanto un soldo: eccolo qui, risparmiate la
    parola.
    PAROLLES: Il mio nome, o mio buon signore,  Parolles.
    LAFEU: Allora voi volete pi di una parola. Per le stimmate! Datemi la
    mano... Come sta il vostro tamburo?
    PAROLLES: O mio buon signore,  voi foste il  primo  a  conoscermi  per
    quello che ero.
    LAFEU: Io? Davvero? E fui il primo anche a perderti.
    PAROLLES:  Sta  a  voi,  mio  signore,  a rimettermi un po' in grazia,
    giacch foste voi a farmene uscire.
    LAFEU: Via,  via birbone!  Tu vorresti mettermi sulle spalle l'ufficio
    di Dio e quello del diavolo insieme?  L'uno ti fa entrare in grazia, e
    l'altro uscirne.  (Suono di trombe) Sta arrivando il re;  lo comprendo
    da questo suono. Mariuolo, chiedete di me pi tardi. Ho parlato di voi
    proprio  ieri  sera: bench siate uno sciocco e un birbone,  mangerete
    anche voi. Su, venite.
    PAROLLES: Sia lode a Dio per voi.
    (Escono).


    SCENA TERZA - Rossiglione. Una sala nel Palazzo della Contessa.

    (Suono  di  trombe.  Entrano  il  RE,  la  CONTESSA,  LAFEU,  Signori,
    Gentiluomini, Guardie, eccetera).
    RE:  In  lei abbiamo perduto un gioiello,  e la stima di noi s' fatta
    perci molto pi scarsa.  Vostro figlio,  com'ebbro di follia,  non ha
    avuto lume da apprezzarla come meritava.
    CONTESSA: Ormai  passata,  mio sovrano, ed io imploro Vostra Maest a
    volerla considerare come una ribellione naturale, commessa nella vampa
    della giovent,  quando l'olio e il fuoco,  troppo  impetuosi  per  la
    forza della ragione, la soverchiano e non cessano di bruciare.
    RE:  Mia onorata signora,  bench le mie vendette avessero la mira ben
    aggiustata contro di lui ed attendessero il momento di  colpirlo,  gli
    ho perdonato e ho dimenticato tutto.
    LAFEU: Bisogna che dica - ma prima ne domando perdono - che il giovane
    signore  ha offeso gravemente il suo re,  la sua madre e la sua sposa;
    ma il pi gran torto l'ha fatto a se stesso.  Ha perduto una moglie la
    cui  bellezza  faceva stupire gli occhi pi esperti,  le cui parole si
    cattivavano le orecchie di tutti,  ed  alla  cui  rara  perfezione  si
    professavano umili servi perfino i cuori che disprezzavano il servizio
    dell'amore.
    RE:  La  lode  di  ci  che s' perduto rende pi doloroso il ricordo.
    Ors, si chiami qui. Siamo riconciliati, e il primo incontro dissiper
    ogni desiderio di  vendetta.  Egli  non  deve  chiederci  perdono;  la
    ragione della sua grande offesa  morta, e noi vogliamo seppellirne le
    irritanti  memorie  pi  profondamente  della stessa dimenticanza.  Si
    avanzi come estraneo, non come offensore. Ditegli che tale  la nostra
    volont.
    GENTILUOMO: Sar fatto, mio signore.
    (Esce).
    RE: Di vostra figlia che dice? Gliene avete parlato?
    LAFEU: Tutto se ne rimette all'Altezza Vostra.
    RE: Allora avremo uno sposalizio.  M'hanno  inviato  una  lettera  che
    esalta la sua fama.
    (Entra BELTRAMO).
    LAFEU: Il successo gli conferisce.
    RE:  Oggi sono una giornata instabile,  e forse vedrai in me il sole e
    la grandine insieme;  ma le nubi squarciate lasciano passare  i  raggi
    pi luminosi. Avvicinati, il tempo  di nuovo bello.
    BELTRAMO:  Amato  sovrano,  perdonatemi  i  miei falli di cui mi sento
    profondamente pentito.
    RE: Tutto  rimediato.  Non pi neppure una  parola  del  tempo  ormai
    trascorso.  Prendiamo  il  presente per i capelli della fronte.  Siamo
    vecchi,  e il silenzioso e impercettibile piede del tempo si  avvicina
    furtivamente  ai  nostri  decreti  pi veloci prima che ci sia dato di
    metterli in pratica. Ricordate la figlia di questo signore?
    BELTRAMO: La ricordo con ammirazione, mio signore. Avevo fissato su di
    lei la mia scelta,  prima che il cuore osasse far della mia lingua  un
    araldo troppo ardimentoso.  Col fermata l'impressione del mio occhio,
    il dispregio mi prest il suo  specchio  deformante,  che  distorse  i
    lineamenti  d'ogni  altro  volto,  sdegn  un  bel  colore,  o  me  lo
    rappresent accattato,  allarg  o  contrasse  tutte  le  proporzioni,
    riducendole  a turpissime sembianze.  Cos avvenne che colei che tutti
    lodavano, e che io stesso, da quando la perdetti,  cominciai ad amare,
    divenne, per il mio occhio, la polvere che l'offese.
    RE: Buona scusa.  Il fatto che l'amasti riduce di qualche punto il tuo
    gran debito: ma l'amore  che  viene  troppo  tardi,  come  un  pietoso
    perdono  recato  troppo lentamente,  si volge in amarezza contro colui
    che lo manda,  e grida: "Buono era quel che  non    pi".  Le  nostre
    avventate  colpe  stimano un nulla le cose grandi che possediamo senza
    conoscere,  fin che non le vediam seppellite.  Spesse volte  i  nostri
    rancori,  ingiusti  contro  di  noi,  ci  distruggono  gli amici,  per
    piangere poi sulle loro ceneri: svegliandosi,  l'amor nostro piange su
    quello  che   stato fatto,  mentre lo svergognato odio dorme tutto il
    pomeriggio.  Sia questa la campana a  morte  della  dolce  Elena;  ora
    dimenticala.  E  da' un pegno del tuo amore per la bella Maddalena.  I
    pi importanti consensi sono gi stati dati,  e noi ci fermeremo qui a
    vedere il secondo sposalizio del nostro vedovo.
    CONTESSA:  O cielo,  beneditelo pi del primo!  Altrimenti,  prima che
    essi s'incontrino, cessa in me, natura!
    LAFEU: Figlio mio,  in cui deve essere assorbito  il  nome  della  mia
    casa,  date  una prova del vostro affetto che,  infiammando con le sue
    scintille l'animo di mia figlia,  la faccia  venir  qui  in  fretta...
    (Beltramo  gli  d  un anello) Per la mia vecchia barba,  per ogni suo
    singolo pelo,  Elena,  che  morta,  era una dolce creatura.  L'ultima
    volta che mi congedai da lei a corte, le vidi in dito un anello simile
    a questo.
    BELTRAMO: Ma quest'anello non  suo.
    RE:  Vi prego,  lasciatemelo vedere: il mio occhio ne  stato attratto
    pi volte, mentre parlavo... Quest'anello era mio, e quando lo diedi a
    Elena le promisi che per questo pegno l'avrei aiutata qualora  le  sue
    fortune avessero avuto bisogno d'aiuto.  Con quale astuzia riusciste a
    toglierle ci che le avrebbe recato i pi grandi servigi?
    BELTRAMO: Mio  grazioso  sovrano,  per  quanto  vi  piaccia  crederlo,
    quest'anello non fu mai suo.
    CONTESSA:  Figlio,  per  la mia vita,  io stessa ho veduto che ella lo
    portava e lo stimava come la vita sua.
    LAFEU: Io pure sono sicuro d'averglielo visto portare.
    BELTRAMO: Vi sbagliate,  mio signore: ella non lo vide mai.  Mi  venne
    lanciato da una finestra a Firenze, ravvolto in una carta, sulla quale
    era  scritto  il  nome  di colei che l'aveva gettato.  Era una persona
    nobile,  che mi credeva libero,  ma dopo che le ebbi  esposto  il  mio
    stato   e   detto   ben   chiaro   che   non  potevo  risponderle  con
    quell'onoratezza con la quale ella si era offerta, si ritir convinta,
    bench a malincuore, e non volle pi riprendere l'anello.
    RE: Lo stesso Pluto,  che conosce l'elisir di vita e la  moltiplicante
    pietra filosofale, non ha del mistero della natura conoscenza maggiore
    di  quanta io non abbia di quest'anello.  Chiunque sia che ve lo abbia
    dato,  esso fu mio e di Elena.  Come  certo che conoscete voi stesso,
    confessate  che  era suo,  e dite con quale rude violenza riusciste ad
    ottenerlo da lei.  Non se lo sarebbe mai staccato dal  dito,  dichiar
    chiamando  a  testimoni  i santi,  se non per darlo a voi nel talamo -
    dove voi non foste mai - oppure per mandarlo a noi nei momenti di gran
    distretta.
    BELTRAMO: Ella non lo vide mai.
    RE: Com' vero che amo l'onor mio,  tu dici il falso  e  mi  induci  a
    temere  cose  che  pi  volentieri  non  vorrei  pensare.  Se  dovesse
    dimostrarsi che tu sei stato cos inumano,  no,  non  potr  essere...
    Eppure,  non so... Tu l'odiavi, l'odiavi mortalmente, ed ella  morta,
    e nulla pi della vista di questo anello potrebbe indurmi a  crederlo,
    a  meno  che non le avessi chiuso io stesso gli occhi.  Portatelo via.
    (Le Guardie prendono Beltramo) In qualunque modo finisca la  cosa,  le
    prove  gi  acquisite  non potranno davvero biasimare come vani i miei
    timori,  poich vano  stato  anzi  di  non  aver  temuto  abbastanza.
    Portatelo via. La cosa sar investigata pi addentro.
    BELTRAMO:  Se  riuscirete  a  provare che questo anello fu suo vi sar
    ugualmente facile provare che io giacqui con lei a Firenze,  dove ella
    non fu mai.
    (Le Guardie lo portano via).
    RE: Sinistri pensieri m'avvolgono la mente.
    (Entra un Gentiluomo).
    GENTILUOMO: Grazioso sovrano, non so se mi merito biasimo o lode. Devo
    presentarvi la petizione di una Fiorentina.  Ella stessa aveva tentato
    di farlo quattro o  cinque  volte,  ma  ogni  volta  voi  eravate  gi
    partito.  ho  accettato di farlo io,  vinto a ci dalla bella grazia e
    dalle parole della povera supplice, che ora, io so,  qui che attende.
    Il suo viso dimostra chiaramente l'importanza di quanto chiede,  e nei
    dolci  cenni che mi diede a viva voce,  afferm che la cosa riguardava
    voi, Altezza, e lei.
    RE (legge): "Dopo molte proteste di volermi sposare alla morte di  sua
    moglie,  egli, arrossisco nel dirlo, riusc a sedurmi. Ora il conte di
    Rossiglione  vedovo,  i suoi voti mi spettan di diritto,  e io gli ho
    pagato  l'onor  mio.  E'  partito  segretamente da Firenze senza dirmi
    addio ed io ora lo seguo  nella  sua  patria  per  ottener  giustizia.
    Datemela, o re! essa risiede in voi. Altrimenti un seduttore prospera,
    e una povera fanciulla  minata. Diana Cappelletti".
    LAFEU: Andr piuttosto a comprarmi un genero alla fiera,  ma di questo
    voglio sbarazzarmi. Non voglio pi saperne di lui.
    RE: Il cielo, con questa rivelazione, dimostra di volerti bene, Lafeu.
    Fate venire queste supplicanti.  (Il Gentiluomo esce) Andate e portate
    qui subito il conte.  (Alcuni Servi escono) Signora,  temo che la vita
    di Elena le sia stata proditoriamente rapita.
    CONTESSA: Sia fatta giustizia dei colpevoli!
    (Le Guardie tornano con BELTRAMO).
    RE: Dal momento che le mogli vi sembrano  mostri,  e  che  le  fuggite
    appena avete giurato loro protezione coniugale,  mi stupisco, signore,
    che voi desideriate ancora sposarvi.
    (Il Gentiluomo torna con la Vedova e con DIANA).
    Chi  quella donna?
    DIANA: Sono, mio signore, una misera Fiorentina, una discendente degli
    antichi Cappelletti. So che v' nota la mia supplica,  e perci sapete
    di quanta compassione io sia degna.
    VEDOVA: Io sono sua madre, signore; la mia et e il mio onore soffrono
    ambedue per l'accusa che vi presentiamo, e ambedue finiranno se non vi
    porrete rimedio.
    RE: Avvicinatevi, conte. Conoscete queste donne?
    BELTRAMO: Mio signore,  non posso e non voglio negare di conoscerle...
    Portano altre accuse contro di me?
    DIANA: Perch guardate vostra moglie in modo cos strano?
    BELTRAMO: Mio signore, costei non  mia moglie.
    DIANA: Se vi sposerete darete ad altri questa mano, che  mia;  darete
    ad  altri  i voti del cielo,  che sono miei;  darete ad altri me,  che
    tutti sanno appartengo a me stessa;  perch io sono,  per  giuramento,
    una cosa sola con voi, e colei che sposa voi deve sposare me: o tutt'e
    due o nessuno.
    LAFEU:  Troppo  scarsa  la vostra onoratezza per mia figlia;  voi non
    potete essere un marito degno di lei.
    BELTRAMO: Mio signore,  costei  una creatura stolta e allo sbaraglio,
    con la quale m' capitato talvolta di ridere.  Vostra Altezza abbia un
    concetto pi alto del mio onore,  e non pensi  che  io  sia  pronto  a
    buttarlo cos in basso.
    RE: Signore,  i miei pensieri non vi sono certamente amici; a meno che
    non ve li facciate tali con le vostre azioni.  Date del  vostro  onore
    prove migliori di quelle che si trovano ora nel mio pensiero.
    DIANA: Mio buon signore,  chiedetegli, sotto giuramento, se non  vero
    che mi tolse la verginit.
    RE: Che cos'hai da rispondere?
    BELTRAMO: Essa  sfacciata,  mio signore,  ed  era  una  delle  solite
    sgualdrine che frequentano gli accampamenti.
    DIANA: Egli mi oltraggia,  mio signore.  Se fossi stata come lui dice,
    avrebbe potuto comprarmi a un  prezzo  volgare.  Non  credetegli.  Oh!
    Guardate  quest'anello,  senza  pari  per  magnificenza  e  per grande
    valore;  eppure lo diede ad una delle sgualdrine  che  frequentano  il
    campo, se io sono una di queste.
    CONTESSA: Egli arrossisce.  E' proprio quell'anello,  quella gemma che
    veniva lasciata per testamento al successore  e  che  fu  posseduta  e
    portata da sei antenati.  Costei  veramente sua moglie; l'anello vale
    mille prove.
    RE: Se non erro, avete detto d'aver visto qui a corte uno che potrebbe
    attestarlo.
    DIANA: S,  l'ho detto,  ma mi vergogno di usare  uno  strumento  cos
    cattivo. Si chiama Parolles.
    LAFEU: L'ho visto oggi quell'uomo, se  veramente un uomo.
    RE: Cercatelo e portatelo qui.
    (Esce un Servo).
    BELTRAMO:  Che  c'entra  lui?  Si sa che  il pi traditore di tutti i
    ribaldi,  macchiato e depravato da tutte le colpe del  mondo;  la  sua
    natura  ha  la  nausea al solo dire una verit.  Dovr io forse essere
    questo  o  quest'altro  secondo  quanto  dir  quest'uomo,  pronto  ad
    affermare qualsiasi cosa?
    RE: Ma questa donna possiede quel vostro anello.
    BELTRAMO: S,  lo possiede.  Ella mi piacque,  vero, e io l'avvicinai
    alla folle maniera dei giovani; ella seppe tenermi a bada, e mi adesc
    facendo impazzire il mio desiderio con i suoi rifiuti -  poich  tutto
    ci  che si oppone all'amore  un incentivo che l'accresce - e infine,
    unendo la sua triviale bellezza ad un'immensa astuzia,  riusc a farmi
    sottostare alle sue condizioni.  S'impadron dell'anello ed io ottenni
    ci che qualsiasi inferiore a me avrebbe potuto  comperare  al  solito
    prezzo di mercato.
    DIANA:  Debbo  aver  pazienza.  Voi  che  avete cacciato via una donna
    nobilissima quale  fu  la  vostra  prima  moglie,  potete  giustamente
    licenziarmi  cos.  Ma,  vi  prego  - dacch voi mancate di virt,  io
    consento a perdere un marito - mandate a prendere il vostro anello: io
    lo ridar al suo proprietario e voi mi ridarete il mio.
    BELTRAMO: Non l'ho pi.
    RE: Che anello era il vostro, di grazia?
    DIANA: Molto simile a quello che voi portate in dito, signore.
    RE: Conoscete dunque quest'anello? Poco fa era suo.
    DIANA: Glielo diedi io, mentre giacevo con lui.
    RE: Dunque non  vero che glielo gettaste dalla finestra?
    DIANA: Io ho detto la verit.
    (Ritorna un servo con PAROLLES).
    BELTRAMO: Mio signore, confesso che l'anello apparteneva a lei.
    RE: Voi v'inalberate malamente,  ogni  piuma  vi  fa  trasalire...  E'
    quello l'uomo di cui parlavate?
    DIANA: S, mio signore.
    RE: Ditemi,  voi,  ma ditemi la verit,  ve lo comando,  e non abbiate
    paura di cadere in disgrazia del vostro padrone,  perch io stesso  vi
    difender  se  agirete con giustizia.  Che cosa sapete voi di lui e di
    questa donna qui?
    PAROLLES: Piaccia a Vostra Maest,  il mio padrone s' sempre condotto
    da  gentiluomo onorevole;  le scappatelle che ha fatto sono quelle che
    fanno tutti i gentiluomini.
    RE: Andiamo, via, non uscite di strada; ha amato questa donna?
    PAROLLES: In fede mia, signore, s, l'ha amata; ma come?
    RE: Come? E' questo che domando.
    PAROLLES: L'ha amata, signore, come un gentiluomo ama una donna.
    RE: Cio?
    PAROLLES: L'ha amata, signore, e non l'ha amata.
    RE: Come tu sei un furfante e non sei un furfante. Che tipo equivoco 
    costui!
    PAROLLES: Io sono un povero diavolo al servizio di Vostra Maest.
    LAFEU: Costui  un buon tamburino, signore, ma un pessimo oratore.
    DIANA: Sapete che egli mi ha promesso di sposarmi ?
    PAROLLES: In verit, io so pi di quanto non voglia dire.
    RE: Non vuoi dunque dire tutto ci che sai?
    PAROLLES: S, piaccia a Vostra Maest... Come ho detto,  io sono stato
    intermediario fra loro due,  ma inoltre, egli l'amava, anzi era pazzo,
    e parlava di Satana, e del Limbo, e delle Furie,  o che so io;  allora
    godevo  talmente  della  loro confidenza,  che sapevo del loro giacere
    insieme,  e di altre proposte come della sua promessa di sposarla,  ed
    altre  cose che mi attirerebbero malevolenza se le rivelassi,  ragione
    per cui non voglio parlare di ci che so.
    RE: Hai gi detto tutto,  a meno che tu non possa aggiungere che  sono
    sposati.  Tu  sei un testimonio troppo sottile,  perci fatti in l...
    Voi dunque affermate che quest'anello era vostro?
    DIANA: S, mio buon signore.
    RE: Dove lo compraste? O chi ve lo diede?
    DIANA: Nessuno me lo diede e neppure lo comprai.
    RE: Chi ve lo prest?
    DIANA: Non mi fu neanche prestato.
    RE: Dove lo trovaste allora?
    DIANA: Non lo trovai.
    RE: Se non divenne vostro in nessuna di queste maniere,  come  poteste
    darlo a lui?
    DIANA: Io non glielo diedi mai.
    LAFEU: Mio signore, questa donna  un guanto comodo, esce ed entra che
     un piacere.
    RE: Quest'anello era mio ed io lo donai alla sua prima moglie.
    DIANA: Per quel che ne so io, pu essere stato vostro o di lei.
    RE: Portatela via,  costei non mi piace, chiudetela in prigione, e via
    anche lui.  Se non mi dirai in che modo hai potuto avere  quest'anello
    morrai prima che termini quest'ora.
    DIANA: Non ve lo dir mai.
    RE: Portatela via.
    DIANA: Vi dar malleveria, mio sovrano.
    RE: Ormai non ti ritengo che una bassa prostituta.
    DIANA: Per Giove, se mai conobbi uomo, questi siete voi.
    RE:   Perch   allora  hai  continuato  tutto  il  tempo  ad  accusare
    quest'altro?
    DIANA: Perch  colpevole, e non  colpevole;  egli sa che io non sono
    pi vergine e sarebbe pronto a giurarlo; io per sono pronta a giurare
    d'essere vergine,  e lui non lo sa.  Gran re,  per la mia vita, io non
    sono una sgualdrina;  sono vergine,  oppure sono la moglie  di  questo
    vecchio.
    RE: Offende le nostre orecchie, portatela in prigione!
    DIANA:  Buona  madre,  andate a prendere il mallevadore...  (La Vedova
    esce) Attendete,  Regale Maest,  ho mandato a chiamare il gioielliere
    al  quale  l'anello  appartiene,  ed  egli  risponder  di me.  Questo
    signore, poi,  mi ha offeso,  come lui sa bench non m'abbia mai fatto
    del  male.  Io  qui  gli  fo quietanza.  Egli sa d'aver violato il mio
    letto,  ed in quel momento ha fatto madre la  sua  sposa;  bench  sia
    morta, ella sente il figlio balzarle in seno. Ecco il mio indovinello;
    la morta  viva. Ed ora guardate la spiegazione.
    (La Vedova ritorna con ELENA).
    RE: E' forse un esorcista che inganna il retto uso dei miei occhi?  E'
    realt ci che vedo?
    ELENA: No,  mio buon signore,   solo l'ombra di  una  sposa  che  voi
    vedete, il nome, non la cosa.
    BELTRAMO: L'uno e l'altra, l'uno e l'altra. Oh! perdono!
    ELENA:  Oh,   mio  buon  signore,  quando  io  assomigliavo  a  questa
    fanciulla,  vi trovai mirabilmente gentile.  Ecco il vostro  anello  e
    qui,  guardate,  c'  la  vostra  lettera,  che  dice: "Quando potrete
    levarmi dal dito  quest'anello  e  quando  avrete  da  me  un  figlio,
    eccetera".  E' stato fatto. Volete essere mio ora che v'ho conquistato
    due volte?
    BELTRAMO: Se essa, mio sovrano, potr mostrarmi chiaramente che questo
     vero, io l'amer caramente per sempre, affettuosamente per sempre.
    ELENA: Se ci non appare evidente,  se sar dimostrato falso,  mortale
    divorzio s'interponga fra me e voi.  Oh!  madre cara, vi rivedo ancora
    in vita?
    LAFEU: I miei occhi sentono le cipolle e fra poco dovr  piangere.  (A
    Parolles) Buon Mastro Tamburo,  prestami il fazzoletto;  cos, grazie.
    Accompagnami a casa,  voglio divertirmi con te.  Lascia stare  i  tuoi
    inchini, sono sgarbati.
    RE:  Fateci  sapere,  punto  per  punto,  tutta  la  storia,  e che la
    rivelazione di tutta la verit ci riempia di gioia... (A Diana) Se sei
    ancora un fiore fresco e non colto,  scegli lo sposo,  e io doner  la
    dote,  perch  mi  sembra d'indovinare che con il tuo onesto aiuto hai
    saputo mantenere sposa una sposa, e te vergine. Di ci che  avvenuto,
    dei piccoli casi e dei grandi,  vorremo sapere tutto  a  nostro  agio.
    Finora tutto appare bello,  e se termina cos bene l'amaro passato, la
    dolcezza presente  pi gradita.
    (Suono di trombe).
    EPILOGO.
    Recitato dal RE.

    Il re  un mendico, ora che il dramma  finito. Tutto termina bene, se
    ci sar concesso di vedervi contenti,  e vi ripagheremo sforzandoci di
    farvi lieti,  ogni giorno meglio. A noi dunque la vostra indulgenza, a
    voi il nostro talento; prestateci le vostre gentili mani, e prendetevi
    i nostri cuori.
    (Tutti escono).













    LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR.


    PERSONAGGI.

    GIOVANNI FALSTAFF.
    FENTON, giovane signore.
    ROBERTO SOMMARIO, giudice di pace.
    ABRAMO MINGHERLINO, nipote di Sommario.
    FRANCO FORD, GIORGIO PAGE: borghesi di Windsor.
    GUGLIELMO PAGE, ragazzo, figliuolo di Page.
    DON UGO EVANS, curato gallese.
    DOTTOR CAIO, medico francese.
    BARDOLFO, PISTOLA, NYM: al seguito di Falstaff.
    L'Oste della Locanda della Giarrettiera.
    ROBIN, paggio di Falstaff.
    SIMPLICIO, servo di Mingherlino.
    GIOVANNINO, servo del Dottor Caio.
    GIANNI, ROBERTO: servi di Ford.
    LA SIGNORA FORD, LA SIGNORA PAGE: le allegre comari.
    ANNA PAGE, sua figlia.
    MONNA FAPRESTO, governante del Dottor Caio.
    Folletti,  Fate,   Satiri  e  altre  persone  che  fanno  parte  della
    mascherata.

    Scena: a Windsor e nei dintorni.



    ATTO PRIMO.
    SCENA PRIMA - A Windsor.  Una strada davanti alla casa di Page. Alberi
    e una panchina.

    (Si avvicinano il giudice SOMMARIO,  MINGHERLINO,  e  DON  UGO  EVANS,
    parlando vivacemente).
    SOMMARIO  (con  calore):  E'  inutile,   reverendo.   Non  cercate  di
    persuadermi.  Ne far un caso da Camera Stellata.  Se egli  fosse  non
    uno, ma venti Giovanni Falstaff, non riuscirebbe lo stesso a raggirare
    il cavaliere Roberto Sommario.
    MINGHERLINO  (approvando):  Roberto  Sommario,  giudice  di pace della
    contea di Gloucester, uno dei "quorum".
    SOMMARIO: Gi, nipote Mingherlino, e "Custalorum".
    MINGHERLINO: Gi, e "Rotulorum" eziandio;  un gentiluomo nato,  messer
    parroco,  che  firma  col titolo di "Armigero" su ogni polizza,  mano,
    quietanza o obbligazione: "Armigero"!
    SOMMARIO: E' quello che facciamo. E lo facciamo senza interruzione, da
    trecento anni a questa parte.
    MINGHERLINO: Cos fecero tutti i suoi successori, che lo precedettero;
    e cos faranno tutti i suoi antenati, che lo seguiranno. E per questo,
    hanno come blasone dodici lucci d'argento.
    SOMMARIO (con orgoglio): E' il nostro antico stemma, dodici lucci.
    EVANS: Totici pulci?  in un fecchio stemma totici pulci  passanti,  ci
    stanno  penone.  La  pulce    animale  amico tell'uomo,  e un simpolo
    t'affetto!
    SOMMARIO (sostenuto): Le pulci ce le avete voi negli orecchi!
    MINGHERLINO: Io posso inquartare, zio.
    SOMMARIO: Sicuro, se vi sarete sposato.
    EVANS: Sar taffero spostato, se lo inquarta.
    SOMMARIO: Nient'affatto!
    EVANS: Ma s! per la Matonna!  S'egli ha un quarto tel fostro plasone,
    a  foi  non  restano  che  tre falte,  seconto il mio semplice moto ti
    fetere; ma lasciamo correre. Se messer Giofanni Falstaff fi ha offeso,
    io sono uomo ti chiesa e pen folentieri mi far metiatore fra foi tue,
    per trofare una pace... un compromesso.
    SOMMARIO: E' il Consiglio che deve giudicare. C' reato di sedizione!
    EVANS: Il Consiglio!  Ma  il  Sacro  Consiglio  non  giutica  ti  ropa
    setiziosa.  Nelle  setizioni il timor t'Ittio non c'entra.  E il Sacro
    Consiglio, patate,  preferisce sentir parlare ti timor ti Tio;  non ti
    setizioni. Mettetefelo pene in mente.
    SOMMARIO: Fossi ancora giovane, la risolverei con la spada.
    EVANS: E' meglio che ta spata fi facciano gli amici,  e risolfano loro
    la questione.  Eppoi io ho in testa un'altra itea,  che potrebbe  tare
    puoni frutti... Conoscete Anna Page, figliuola ti mastro Giorgio Page?
    Una graziosa ferginella.
    MINGHERLINO:  Anna  Page?  Ha i capelli scuri;  e una vocetta,  una di
    quelle vocette di donna...
    EVANS: E' proprio cotesta persona;  in tutto il monto,  non ne potrete
    trofare una meglio. Suo nonno, morento (che Tio l'assista a una felice
    Resurrezione)  le  lasci,  per  quanto  ella  appia ticiassette anni,
    settecento sterline in oro et argento.  Sareppe una puona  ispirazione
    ti  mettere ta parte tutte queste nostre chiacchiere e pattipecchi,  e
    pensare a un pel matrimonio fra il nostro mastro Apramo e la signorina
    Anna Page...
    SOMMARIO: Le ha lasciato settecento sterline, il nonno?
    EVANS: E suo patre le tar anche un pi pel gruzzolo.
    SOMMARIO: Conosco la signorina. Effettivamente ha moltissime doti.
    EVANS:  Settecento  sterline,  e  speranze;  fuol  tire  esser  totata
    taffero.
    SOMMARIO: Andiamo dunque a far visita a mastro Page...  Ma non ci sar
    mica Falstaff?
    EVANS: Non forrei tire pugia. Io tisprezzo i pugiarti,  come tisprezzo
    la  gente  falsa  e  tutti quelli che non ticono il fero.  Il cafalier
    Falstaff  l,  ma fi prego ti lasciarfi conturre ta chi fi fuol pene.
    Tomanter io se Page  in casa. (Si avvicina alla porta di casa Page e
    bussa chiamando] Ehi ti casa! Che il cielo fi tia pene.
    PAGE (di dentro): Chi ?
    (Entra PAGE).
    EVANS: La penetizione ti Tio, e il fostro amico col giutice Sommario e
    col giofane Mingherlino, che pu tarsi che teppa parlarfi ti una certa
    faccenta, se la cosa fi garpa.
    PAGE: Lieto di vedervi in buona salute,  rispettabilissimi signori.  E
    vi ringrazio della selvaggina, mastro Sommario.
    SOMMARIO: Sono felice di vedervi,  signor Page!  Buon pro  vi  faccia!
    Avrei voluto che la selvaggina fosse meglio,  ma che volete? Fu uccisa
    cos malamente... Come sta la signora Page? Sempre pi bene vi voglio;
    e di tutto cuore! proprio di tutto cuore!
    PAGA: Grazie, signor mio
    SOMMARIO: Sono io, signore, che debbo ringraziarvi .
    PAGE: Piacere di vedervi, caro Mingherlino.
    MINGHERLINO: Come va il vostro levriero fulvo?  Ho  sentito  che  alle
    corse di Cotsall s' lasciato battere.
    PAGE: Chi lo sa come  andata.
    MINGHERLINO: Non lo volete confessare, via; non lo volete confessare
    SOMMARIO:  Sicuro  che  non  vuol confessarlo...  Sar stato il solito
    fiuto ostacolato... Quel cane  ottimo.
    PAGE: Una carogna, signor mio!
    SOMMARIO: Un ottimo cane e altrettanto bello. Bello e bravo...  Che si
    pu dire di pi? Bravo e bello... E... il cavalier Falstaff  da voi?
    PAGE:  S,    qui  in casa.  Sarei contento se potessi mettere i miei
    buoni uffici fra voi due.
    EVANS: Questo  parlare ta cristiano!
    SOMMARIO: Mi ha offeso, signor Page.
    PAGE: E, in certo modo, egli lo riconosce.
    SOMMARIO: Riconoscerlo,  non vuol dire aver rimediato non vi pare?  Mi
    ha offeso;  veramente,  vi assicuro. Il gentiluomo Roberto Sommario si
    dichiara offeso.
    PAGE: Ecco messer Giovanni.
    (FALSTAFF, seguito da BARDOLFO, NYM e PISTOLA, esce da casa Page).
    FALSTAFF: Dunque, signor Sommario,  volete fare ricorso contro di me a
    Sua Maest?
    SOMMARIO: Cavaliere,  voi avete bastonato i miei servi, m'avete ucciso
    un daino, e sforzato una porta in casa mia.
    FALSTAFF: E non baciai la figlia del portiere?
    SOMMARIO: Cose da nulla! Risponderete di tutto questo.
    FALSTAFF: E rispondo subito.  Ho fatto tutto  quello  che  dite.  Ecco
    risposto.
    SOMMARIO: Sentiremo cosa ne pensano in Consiglio.
    FALSTAFF:  Vi consiglio di parlarne il meno possibile.  Vi riderebbero
    dietro!
    EVANS: "Pauca ferpa", cafaliere.... Poche e puone parole.
    FALSTAFF: Buone parole un corno. Mingherlino! Io vi ho rotto la testa!
    Che umore vi salta in testa contro di me?
    MINGHERLINO: Che umore?  Un vero tumore ci ho in testa contro di voi e
    questi tre vostri gabbamondo: (indicandoli a uno a uno) Bardolfo,  Nym
    e Pistola. Furono loro a portarmi all'osteria, a farmi bere e vuotarmi
    le tasche
    BARDOLFO (sguainando la spada): Ah! Pezzo di cacio bacato!
    MINGHERLINO: Ma non ho detto niente, non ho detto niente.
    PISTOLA (sguainando la spada anche lui): Come, come, Mefistofele?
    MINGHERLINO (timidamente): Ma niente...
    NYM (stuzzicandolo con la spada): Voglio farmelo a fette. A fette!  E'
    il mio stile.
    MINGHERLINO  (disperato):  Ma dov' andato il mio servo Simplicio?  Lo
    sapete, zio, dov' andato?
    EVANS (mettendosi fra Mingherlino e i tre giovinastri): State  un  po'
    puoni.  (Pistola,  Bardolfo  e  Nym  indietreggiano)  E procetiamo per
    ortine.  (Tira fuori un taccuino) Se ho pen capito ci sono tre arpitri
    in questa faccenta: (scrivendo) primo, mastro Page, "fitelicet" mastro
    Page;  seconto,  me stesso;  terzo,  ultimo e tefinitifo: l'Oste tella
    Giarrettiera.
    PAGE: Sta a noi tre d'ascoltare e giudicare.
    EVANS:  Perfettamente.   Stenter  un  esposto  tella  causa  nel  mio
    taccuino; eppoi la taglieremo con la pi gran tiscrezione.
    FALSTAFF: Pistola!
    PISTOLA: Son tutt'orecchi.
    EVANS:  Pel  tiavolo  e  la fersiera!  Che maniera di esprimersi!  Son
    tutt'orecchi! Che affettazione!
    FALSTAFF:  Sei  tu,  Pistola,  che  hai  rubato  la  borsa  al  signor
    Mingherlino?
    MINGHERLINO: Quant' vero che ci sono questi guanti! E ch'io possa non
    rimettere  pi  piede  in  casa  mia.  Mi ha rubato sette pezzi da sei
    denari l'uno,  due scellini grossi di Edoardo,  che m'eran costati due
    scellini e due denari ciascuno da Edoardo Miller... Per i miei guanti!
    FALSTAFF: E' vero, Pistola?
    EVANS: No,  falso, se  un tagliaporse.
    PISTOLA:  Ah zotico montanaro!  (A Falstaff) Messer Giovanni e padrone
    mio!  Raccolgo la sfida di questa sciaboletta di latta.  Io ti  do  la
    mentita per la gola! Io ti do la mentita. Bava e schiuma, tu menti!
    MINGHERLINO (indicando Nym): E dunque  stato lui. Per questi guanti!
    NYM:  Attento,  signorino.  Voi  scherzate col fuoco.  Resterete preso
    dalla vostra trappola se volete  fare  lo  sbirro  con  me.  Questo  
    quanto.
    MINGHERLINO (indicando Bardolfo): Per questo cappello!  Allora non pu
    essere che il giovanotto dalla faccia rossa!  Non riesco a  ricordarmi
    quel che feci e non feci quando mi ubriacaste, ma non sono neanche del
    tutto rimbecillito.
    FALSTAFF: Faccia rossa, che rispondi?
    BARDOLFO: Rispondo che il signore aveva tanto bevuto da perdere le sue
    cinque sentenze...
    EVANS: I cinque sensi, per Pacco. Che razza t'ignoranza!
    BARDOLFO:  E  briaco  com'era  fu,  come  dicono,  pelato;  e  le cose
    seguirono il loro curricolo.
    MINGHERLINO: Gi: anche allora parlavi latino... Ma non fa niente. Mai
    pi,  finch vivo,  voglio ubriacarmi,  fuorch in compagnia di  gente
    onesta e perbene.  M'ubriacher con gente timorata d'Iddio,  e non pi
    con ribaldi ubriaconi.
    EVANS: Tio fi ascolti. E' un proposito tegno.
    FALSTAFF: Cos avete sentito che tutte le accuse sono state  smentite.
    Signori, l'avete sentito voi stessi!
    (Durante  l'ultima parte di questo colloquio,  da casa Page esce ANNA,
    portando vino e bicchieri.  La seguono la signora PAGE  e  la  signora
    FORD).
    PAGE: Riporta pure dentro il vino,  figliuola. Verremo a bere in casa.
    (Anna rientra in casa).
    MINGHERLINO: Cielo!... E' Anna Page!
    FALSTAFF: Signora Ford,  benvenuta,  in  parola  d'onore!  Permettete,
    signora. (L'abbraccia).
    PAGE  (alla  moglie):  Moglie  mia,  fai  buona  accoglienza  a questi
    signori.  Passate.  C' in tavola un pasticcio caldo  di  cacciagione.
    Passate,  signori.  E  spero che ogni malumore l'affogheremo nel vino.
    (Tutti, eccetto Mingherlino, entrano in casa Page).
    MINGHERLINO: Darei quaranta scellini per avere qui  il  mio  libro  di
    sonetti e canzoni.  (Si avvicina Simplicio) Ehi,  Simplicio,  dove sei
    stato?  Devo farmi il servitore da me,  a quanto pare.  Non hai almeno
    con te il mio libro degli indovinelli?
    SIMPLICIO: Il libro degli indovinelli?  Ma lo prestaste alla signorina
    Alice Shortcake, lo scorso Ognissanti, una quindicina di giorni avanti
    San Michele.
    (SOMMARIO ed EVANS vengono a chiamare MINGHERLINO).
    SOMMARIO: Andiamo, nipote: andiamo,  nipote: siam tutti ad aspettarti.
    (Prendendolo per un braccio) E senti prima, nipote caro... C' in aria
    una proposta... una specie di proposta lanciata da don Ugo. M'intendi?
    MINGHERLINO: S, zio. E sar ragionevole. Se  una cosa da farsi, far
    tutto quello ch' ragionevole fare.
    SOMMARIO: Stai dunque a sentire.
    MINGHERLINO: E quello che faccio.
    EVANS  (prendendogli  l'altro  braccio):  Prestate  orecchio  alla sua
    proposta,  mastro Mingherlino!  Et anche io fi tescriver la cosa,  se
    foi offrite capacit.
    MINGHERLINO: No,  no.  Io far tutto ci che dice lo zio.  Vi prego di
    scusarmi. Ma lui  giudice di pace al suo paese, per quanto io sia uno
    che non conta niente.
    EVANS: Non sta qui la questione: la questione  tel fostro matrimonio.
    SOMMARIO: Ecco il punto...
    EVANS: Propriamente. Ecco proprio il punto... e con Anna Page!
    MINGHERLINO: Se si tratta di questo,  io son pronto  a  sposarla...  a
    condizioni ragionevoli.
    EVANS:  Ma  potete  affezionare  la ragazza?  Lo forremmo sapere talla
    fostra pocca, o almeno talle fostre lappra...; fisto che fari filosofi
    sostengono che le lappra non sono che una parte tella pocca.  Insomma,
    per  parlar  chiaro,  cretete  che  potreste  riporre in lei il fostro
    affetto?
    SOMMARIO: Abramo Mingherlino, nipote mio, ti senti di volerle bene?
    MINGHERLINO: Spero, messere,  di fare come si conviene ad uno disposto
    ad ogni cosa che sia ragionevole.
    EVANS:  Ma  no!  Tio  signore  e  santissima  Matonna!  tofete  tirci,
    positifamente, se potete fissare la fostra propensione su ti lei.
    SOMMARIO: Questo devi dirci... La sposeresti con una buona dote?
    MINGHERLINO: Sono pronto a fare anche di pi, a una vostra ragionevole
    richiesta, caro zio.
    SOMMARIO: Cerca d'intendere! Cerca d'intendere,  nipotino.  Quello che
    faccio,    solamente  per  compiacerti...  Puoi  sentire amore per la
    ragazza?
    MINGHERLINO: Sono pronto a sposarla,  a  vostra  richiesta.  E  se  da
    principio  non  ci  sar  un grande amore,  il cielo potr anche farlo
    decrescere,  quando ci saremo  conosciuti  meglio,  quando  ci  saremo
    sposati  ed  avremo  pi  occasione di conoscerci.  Vorrei sperare che
    dalla maggiore intimit si accresca sempre pi la repulsione. Ma se mi
    ordinate di sposarla,  io la  sposo.  Sono  liberamente  dissoluto,  e
    dissolutamente...
    EVANS:  Mi pare una risposta piena ti tiscernimento,  a parte il fallo
    tel "tissolutamente". Pisognafa tire "risolutamente".  Ma l'intenzione
    era puona.
    SOMMARIO: S, io credo che mio nipote parlasse con buona intenzione.
    MINGHERLINO: E come no? Diversamente che mi possano impiccare.
    (Rientra ANNA PAGE).
    SOMMARIO:  Ecco  la  bella  signorina  Anna!  (S'inchina) Vorrei esser
    giovane per amor vostro, signorina!
    ANNA (inchinandosi anche  lei):  E'  in  tavola,  signori.  Mio  padre
    desidera la vostra riverita compagnia.
    SOMMARIO: Sono ai suoi ordini, bella signorina Anna.
    EVANS  (precipitandosi in casa Page): Tio sia penetetto...  Non foglio
    certo mancare al "peneticite".
    (Sommario lo segue).
    ANNA (a Mingherlino): Volete passare, signore, in cortesia?
    MINGHERLINO (sorridendo scioccamente): Vi ringrazio,  e di cuore.  Sto
    benissimo.
    ANNA: La cena vi aspetta, messere.
    MINGHERLINO: Non ho fame. Grazie, e di cuore. (Simplicio entra in casa
    Page)  Anche  a  un giudice di pace pu talvolta essere utile il servo
    d'un amico.  Finch non sar morta mia madre,  io non posso tenere che
    tre servitori ed un paggio. Che volete farci? Fino allora dovr vivere
    come un povero gentiluomo nato.
    ANNA: Se non entrate voi,  non posso entrare nemmeno io.  Vi aspettano
    per sedersi a tavola...
    MINGHERLINO: In verit, non voglio mangiare. Ma vi ringrazio,  come se
    avessi mangiato.
    ANNA (perdendo la pazienza): Vi supplico, signore, passate dentro.
    MINGHERLINO: Grazie.  Preferisco far due passi qui.  L'altro giorno mi
    sono fatto male a uno stinco,  tirando con il mio maestro di  scherma.
    La  posta  era  di  tre  stoccate  contro un piatto di susine cotte...
    Paravo un colpo alla testa, e lui mi tira allo stinco... Vi giuro che,
    da allora, l'odore delle vivande calde mi nausea.  Ma che cosa hanno i
    vostri  cani che non fanno che abbaiare?  C' qualche orso,  qui nelle
    vicinanze?
    ANNA: E' possibile, signore. Ne ho sentito accennare.
    MINGHERLINO: Mi piace assai  la  giostra  degli  orsi,  ma  protester
    contro  di  essa  con  non  meno  ardore  di  chiunque in Inghilterra.
    Scommetto che avreste paura, se vedeste un orso sciolto, non credete?
    ANNA: Eh, credo di s.
    MINGHERLINO: Ormai, per me,  come mangiare e bere.  Quel famoso orso,
    Sackerson,  l'avr incontrato libero almeno venti volte,  e l'ho anche
    afferrato per la  catena.  Vi  garantisco  che  le  donne  urlavano  e
    strillavano  da  non  credersi,  ma  le  donne,    vero,  non possono
    tollerarli: sono delle gran brutte bestiacce.
    (PAGE si fa sulla porta di casa).
    PAGE: Volete entrare,  caro mastro Mingherlino?  Stiamo  ad  aspettare
    voi.
    MINGHERLINO: Io non mangio. Tante grazie, signore.
    PAGE:  Per  tutti  i diavoli!  Non voglio mica darvela vinta!  Avanti,
    avanti! (Spalanca la porta, si fa da un lato per lasciarlo passare).
    MINGHERLINO: Non sia mai... Prima voi.
    PAGE (entrando): Venite!
    MINGHERLINO (s'incammina,  ma dopo un passo si  ferma.  e  si  volta):
    Signorina Anna! Prima dovete passare voi...
    ANNA: No, signore. Entrate, vi prego.
    MINGHERLINO: No davvero,  che non entrer prima! Ci mancherebbe altro!
    Non vi far mai questo sgarbo!
    ANNA (sempre dietro a lui): Per piacere, signore...
    MINGHERLINO: Preferir  esser  villano,  piuttosto  che  insistente  e
    noioso.  Ma  vi  fate  torto,  credetelo...  (Entra in casa seguito da
    Anna).


    SCENA SECONDA - La stessa.

    (Don UGO EVANS e SIMPLICIO escono da casa Page).
    EVANS: Fai, e cerca tel Tottor Caio tofe sia la casa.  Col timora una
    certa Monna Fapresto,  che ,  a cos tire,  la sua gofernante, la sua
    palia asciutta o la sua cuoca, lafantaia, stiratrice...
    SIMPLICIO: Bene, messere.
    EVANS: Un momento...  manca il meglio!  Talle questa lettera.  E'  una
    tonna che conosce intimamente la signora Anna Page: e la lettera  per
    pregarla  e  richieterle  ti  patrocinare  i  tesiteri tel tuo patrone
    presso la signora Anna Page. Ti prego,  fa';  io foglio antare a finir
    ti pranzare; teppon fenire mele renette e cacio.
    (Simplicio parte. Evans torna dentro).


    SCENA TERZA - Una stanza nella Locanda della Giarrettiera.

    (FALSTAFF  seduto a un favolo a bere;  l'Oste affaccendato con coppe e
    boccali; PISTOLA, NYM, BARDOLFO e ROBIN).
    FALSTAFF (passando la sua coppa): Mio oste della Giarrettiera!
    OSTE  (voltandosi):  Che  dice  il  mio  briccone  sopraffino?   Parla
    dottamente e saggiamente.
    FALSTAFF:  In  verit,  oste  mio,  devo  allontanare  alcuni dei miei
    seguaci.
    OSTE: E licenziali pure,  Ercole  possente!  Discacciali.  Che  se  ne
    vadano; a galoppo, a galoppo.
    FALSTAFF: Qui, spendo dieci sterline a settimana...
    OSTE:  Ma  sei un imperatore!  Sei un Cesare,  un Kaiser,  e un Visir.
    Prender Bardolfo al  mio  servizio.  Spiller  il  vino,  metter  la
    cannella. Ti va bene, grande Ettore?
    FALSTAFF: Benissimo, oste caro.
    OSTE: Inteso. Dammelo pure. (A Bardolfo) T'insegner a metter la calce
    nel  vino  e  a  servire  la birra con molta schiuma.  Sono un uomo di
    parola. Vieni con me.
    FALSTAFF: Vai, Bardolfo! E un buon mestiere quello di tavernaio. Da un
    mantello vecchio si  pu  ricavare  una  giacchetta  nuova;  e  da  un
    servitore usato, un taverniere fresco. Vai vai, Bardolfo. Addio!
    BARDOLFO: E' un mestiere che ho sempre sognato. Far quattrini.
    PISTOLA: Vile Ungaro!. Vuoi tu maneggiare lo zipolo?
    (Bardolfo esce).
    NYM:  Fu  concepito  in una sbornia.  Non ha l'anima eroica.  Non l'ho
    detta da bell'umore?
    FALSTAFF: Finalmente mi sono liberato di questa scatola di zolfanelli.
    I suoi furti erano troppo palesi.  Truffava come un cattivo  cantante.
    Sempre fuori tempo.
    NYM: L'umore corrente sta nel saper rubare nella pausa d'una minima.
    PISTOLA: Rubare!  Che razza d'espressione!  La gente istruita direbbe:
    trasferire.
    FALSTAFF: Ebbene, signori, io sono scalcagnato.
    PISTOLA: Allora, attento a non sbucciarvi i piedi!
    FALSTAFF: Non c' rimedio.  Bisogna che inventi qualcosa,  bisogna che
    mi ingegni.
    PISTOLA: I corvi giovani vogliono beccare.
    FALSTAFF: Chi di voi conosce un tale Ford, qui a Windsor?
    PISTOLA: Conosco il personaggio:  un tipo sostanzioso.
    FALSTAFF:  Attenzione,  ragazzi!  Vi ho esposta la tragica situazione,
    ora vi dir le misure da prendere.
    PISTOLA (accennando  la  pancia  di  Falstaff):  Circonferenza,  oltre
    quattro braccia.
    FALSTAFF: Meno spirito,  Pistola!  E' verissimo che di vita sono circa
    quattro braccia.  Ma non mi propongo di  far  vita  pi  ascetica:  mi
    propongo di crescere.  In breve: voglio conquistare la moglie di Ford.
    Ho scoperto che s'interessa a  me;  chiacchiera,  parla  in  punta  di
    forchetta,  lancia  sguardi invitanti...  So leggere benissimo nel suo
    stile;  e le sue pi severe  espressioni,  tradotte  in  volgare,  non
    significano che questo: "Io appartengo a messer Giovanni Falstaff".
    PISTOLA: L'ha studiata bene,  si vede,  e ha tradotto la sua onest in
    volgarit.
    NYM: L'ncora  s'  aggrappata  al  fondo.  Vi  d  nell'umore  questa
    trovata?
    FALSTAFF:  Corre  voce  che  la signora che comanda sui quattrini del
    marito; (fa l'atto di chi conta moneta) egli  circondato da un'intera
    legione di angelotti d'oro.
    PISTOLA: E voi da una legione di diavoli! dateci sotto, forza!
    NYM: L'umore si rinfranca. Tenetemi di buon umore gli angeli.
    FALSTAFF: Le ho scritto questa lettera. Ed un'altra ne ho scritta alla
    moglie di Page,  che pure mi fa l'occhiolino dopo avermi studiato  per
    tutti  i  versi,  da conoscitrice...  Ora il suo sguardo si posava sui
    miei piedi come  un  raggio  di  sole,  ora  indorava  la  mia  pancia
    torreggiante...
    PISTOLA: Era proprio il sole sopra il letamaio.
    NYM (a Pistola): Ma bene! Che bell'umore!
    FALSTAFF (continuando): Il suo sguardo percorreva il mio esteriore con
    s  avida  intenzione,  che  dall'ardore  di  quegli  occhi mi sentivo
    abbrustolire come da uno specchio ustorio.  Questa   la  lettera  per
    lei,  perch  anche  lei  tiene  i  cordoni  della  borsa:    come un
    territorio della  Guiana...  tutt'oro  e  tesori.  Diventer  il  loro
    cassiere,  e saranno le mie banche.  Saranno le mie Indie, orientali e
    occidentali,  dove io estender grandi commerci...  (A Pistola) A  te,
    fila:  porta  questa  lettera  alla  signora  Page.   (A  Nym)  E  tu,
    quest'altra  alla  signora  Ford.  Ci  arricchiremo,  ragazzi,  faremo
    quattrini.
    PISTOLA:  E io dovrei diventare ser Pandaro di Troia,  io che cingo al
    mio fianco l'acciaro? Ma che Lucifero ci porti tutti quanti!
    NYM: E io non son d'umore di prestarmi a tali porcherie. Meglio che vi
    ripigliate questa sporca lettera. Io, la mia dignit la tengo alta.
    (Buttano sul tavolo le due lettere).
    FALSTAFF (alzandosi, a Robin): A te, giovanotto,  porta questa lettera
    sana e salva a destinazione.  Voga, scialuppa mia, a quei lidi dorati!
    Quanto a voi,  ribaldi,  toglietevi dal mio sguardo!  Struggetevi come
    chicchi di grandine!  Trascinate pel mondo i vostri zoccoli! Cercatevi
    un altro covile!  Via di qui!  Ormai Falstaff vivr nello spirito  dei
    tempi.  Economicamente,  alla  francese.  Ribaldi  !  A  me,  basta un
    paggettino con le falde.
    (Esce seguito da Robin).
    PISTOLA: Che gli avvoltoi ti mangino la trippa. Ma ci sono ancora dadi
    piombati per buscherare ricchi e poveri.  Bezzi avr in tasca allorch
    tu ne mancherai, vil Turco frigio!
    NYM: Ho dei progetti in testa, che sono umori di vendetta.
    PISTOLA: Ti vuoi vendicare?
    NYM: S; pel firmamento e le sue stelle.
    PISTOLA: Col senno o con l'acciaro?
    NYM:  Con  tutt'e  due  codesti  umori.  Sveler  a  Page  l'umore  di
    quest'amore.
    PISTOLA: E a Ford io narrer come  Falstaff,  vassallo  abietto,  vuol
    fare  immonda la sua colomba,  vuol stender la mano sul suo denaro,  e
    insozzargli il dolce letto.
    NYM: Il mio umore  non  si  raffredder  di  certo.  Inciter  Page  a
    servirsi del veleno...  Gl'infonder l'itterizia,  che periglioso  il
    mio adiramento. Ecco il mio vero umore.
    PISTOLA: Va' l: tu sei proprio  il  Dio  Marte  dei  malcontenti.  Al
    lavoro!
    (Escono).


    SCENA  QUARTA  - In casa del dottor Caio.  Tavoli e mensole carichi di
    libri, fogli, boccette, storte e lambicchi. In fondo,  la porta di uno
    stanzino.  Altre due porte,  una delle quali s'apre direttamente sulla
    strada. Vicino a questa porta una finestra).

    (Entrano MONNA FAPRESTO e SIMPLICIO).
    FAPRESTO (chiamando): Giovannino! Giovannino!
    (Entra GIOVANNINO).
    Fammi il piacere. Va' alla finestra, e guarda se arriva il padrone, il
    dottor Caio.  Perch se viene,  e trova qui degli estranei,  metter a
    dura prova la pazienza di Dio e il vocabolario della nostra lingua.
    GIOVANNINO: Vo a osservare.
    FAPRESTO: Bravo! Poi stasera, prima che si spenga il fuoco, ci beviamo
    insieme  un  bel  bicchierino  di vino caldo!  (Esce Giovannino) E' un
    buonissimo figliuolo, gentile, premuroso; la miglior persona da tenere
    per casa.  E vi giuro che non  punto pettegolo n litighino.  Il  suo
    peggior difetto  la mania di pregare.  In questo  un po' fissato. Ma
    chi non ha difetti? Passiamoci sopra. Dunque vi chiamate Simplicio?
    SIMPLICIO: In mancanza di meglio...
    FAPRESTO: E mastro Mingherlino  il vostro padrone?
    SIMPLICIO: Precisamente.
    FAPRESTO: Ma chi ? Quello con la barbona tonda, a forma di lunetta da
    guantaio?
    SIMPLICIO: Ma no, per Bacco. Ha un visuccio che par di siero,  con una
    barbettina giallastra, color della faina.
    FAPRESTO: E' mansueto di carattere?
    SIMPLICIO:  Come  no?  Ma  all'occasione  sa  anche  muovere  le  mani
    quant'altri  mai.   Ultimamente,   s'  perfino   picchiato   con   un
    guardiacaccia.
    FAPRESTO: S...  s...  Ora mi par di ricordarmi.  Uno che va sempre a
    testa alta, tutto impettito?
    SIMPLICIO: E' lui,  lui.
    FAPRESTO: Be',  che il cielo non mandi ad Anna Page  peggior  fortuna!
    Dite  a  don Ugo che far quel che posso pel vostro padrone...  Anna 
    una buona ragazza, e speriamo...
    GIOVANNINO (dalla finestra): Via, per carit! C' il padrone!
    FAPRESTO: Ora tu senti la musica!  Giovanotto,  alla svelta  dentro  a
    questo  stanzino.  (Chiude  Simplicio  nello  stanzino)  Tanto  non si
    tratterr che un minuto. (Chiamando) Giovannino! O Giovannino!
    (Entra CAIO. MONNA FAPRESTO finge di non accorgersene).
    Giovannino,  corri in citt e  cerca  il  padrone!  Che  non  gli  sia
    successo qualcosa.  Non si vede ancora tornare. (Canta) "E gi, e gi,
    e gi, e gi...".
    CAIO (sospettoso): Che cantate?  Non voglio queste  sciansciafruscole!
    Andate  nello  stanzino e piliatemi una "bote verte"...  una scatola,
    dico... una scatola verde. Avete capito che scatola? La scatola verde.
    (Caio  indaffarato intorno a certe carte sulla tavola).
    FAPRESTO: Ve la porto subito...  (A parte) Meno male che non   andato
    da s. Se avesse trovato quello dentro, s'inferociva come un toro.
    (Entra nello stanzino).
    CAIO (asciugandosi la fronte): "Fe,  fe,  fe, fe! Ma foi, il fait fort
    chaud! Je m'en vais  la cour... la grande affaire".
    FAPRESTO (rientra con la scatola verde): E' questa, dottore?
    CAIO: "Oui",  mettetela nella mia tasca.  "Dpechez-vous".  Svelta!  E
    dov' quel discolo di Giovannino?
    FAPRESTO: Giovannino! Giovannino!
    GIOVANNINO (avanzando): Pronto, signore.
    CAIO: Giovannino,  sei un vero zanni. Pilia la tua spada, e seguimi al
    tribunale.
    GIOVANNINO (aprendo la porta): La spada  all'ordine; l'ho l fuori.
    CAIO (s'avvia dietro Giovannino): Ho finito per far tardi! (Fermandosi
    di colpo) Ascidenti!  "Qu'ai-je oubli?" (Corre verso lo stanzino) Sci
    sono  dei  semplisci,  nello  stanzino,  che non volio dimenticare per
    tutto l'oro del mondo.
    FAPRESTO: Povera me! Ora trova il giovanotto, e va in bestia.
    CAIO  (scopre  Simplicio):  "Oh!  diable!   diable!"  Chi  sc'  nello
    stanzino?   Furfante!   "Larron"!  (Spingendo  Simplicio  fuori  dello
    stanzino) Portami la spada, Giovannino!
    FAPRESTO: Padrone mio, statevi contento.
    CAIO: Di che cosa mai, debbo esser contento?
    FAPRESTO: Che il giovanotto  una persona perbene.
    CAIO: Cosa sta a fare una persona perbene, dentro il mio stanzino?  Le
    persone perbene non vanno a nascondersi negli stanzini degli altri.
    FAPRESTO:  Vi supplico di non esser cos flemmatico,  e saprete subito
    tutto. Il ragazzo  venuto a parlarmi per conto di don Ugo.
    CAIO: E scio?
    SIMPLICIO: E' vero, lo giuro. Per pregar costei...
    FAPRESTO (a Simplicio): Ma state un po' zitto.
    CAIO (a Monna  Fapresto):  State  un  po'  zitta  voi,  piuttosto!  (A
    Simplicio) Sentiamo questa storia.
    SIMPLICIO:  Vorrebbe,  diceva,  che  la  signora,  vostra  governante,
    mettesse una parolina buona con la signorina Anna  Page,  per  il  mio
    padrone che ha intenzione di chiederla in moglie.
    FAPRESTO:  E  questo    tutto.  Si  capisce  che  io  non  ho  voglia
    d'impicciarmene: non ho proprio voglia.
    CAIO: E cos,   don  Ugo  che  ti  manda!  Giovannino,  alla  svelta,
    "baillez-moi" carta e penna...  (A Simplicio) Tu,  aspetta un momento.
    (Caio si siede a un tavolo e scrive).
    FAPRESTO (tira Simplicio in disparte): Meno male  ch'  calmo.  Se  la
    pigliava  alla  rovescia,  avreste  sentito  gli  urli  di colica!  Si
    capisce, caro amico, che per il vostro padrone far quel che posso. Ma
    il pi comico  che anche il  dottore,  il  padron  mio...  Posso  ben
    chiamarlo  padrone,  sapete:  io  gli tengo la casa,  io lavo,  stiro,
    fabbrico la birra, cuocio, fo le pulizie, fo il pane,  preparo da bere
    e da mangiare, rif i letti... tutto da me.
    SIMPLICIO: E' un bel carico sulla schiena d'una sola persona.
    FAPRESTO:  Lo  capite anche voi.  E' davvero un bel carico,  e alzarsi
    presto la mattina; e la sera andare a letto tardi. Non ne parliamo. Vi
    dir dunque, ma in un orecchio, che non ne trapeli nulla, che anche il
    mio padrone  innamorato della signora Anna Page. Ma io so bene, Anna,
    quello che ha in testa; e non  n questo n l'altro.
    CAIO (si avvicina e porge a Simplicio  una  lettera):  Ol,  babbuino,
    porta questa lettera a don Ugo...  E' una sfida...  per Dio!... A quel
    babbuasso di prete,  volio taliarli  la  gola,  l  nel  parco.  Volio
    insegnarli   a  impicciarsi,   a  intrufolarsi!   (A  Simplicio)  Puoi
    andartene. Qui non  aria per te. (Esce Simplicio) Li volio taliare, a
    quel prete,  tutt'e due i granelli,  per Dio;  che non li  rester  un
    granello da seminar nell'orto.
    FAPRESTO: Via, dopo tutto, parlava per conto di un amico!
    CAIO (furioso): Che significa! Non mi avete sempre detto che Anna Page
    me  la sposo io?  L'ammazzer,  il prete intrigante!...  A misurare le
    nostre armi, ho nominato l'oste della Giarrettiera.  E Anna Page,  per
    Dio, la volio per me.
    FAPRESTO: Signore mio,  la ragazza  a voi che vuol bene, e cos tutto
    andr per filo e per segno.  Ma lasciate un po' che anche la gente  si
    sfoghi  a chiacchierare.  (Caio le tira un orecchio) Ahi!  Per tutti i
    diavoli!...
    (Si divincola e si scioglie).
    CAIO: Andiamo, Giovannino.  Al tribunale.  (A Monna Fapresto) Per Dio,
    se non ho la ragaza,  vi caccio di casa...  Andiamo,  mettiti alle mie
    calcagna,  Giovannino.  (Escono,  Caio porta la scatola verde e le sue
    carte).
    FAPRESTO: Vedrete,  vedrete come Anna vi far dannare,  vedrete! Tanto
    lo so come la pensa Anna. Nessuno,  in tutta Windsor,  sa meglio di me
    come Anna la pensa.  Come, grazie a Dio, non c' altri che abbia su di
    lei l'influenza che ho io.
    FENTON (da fuori): C' nessuno?
    FAPRESTO: Chi ? [Affacciandosi alla finestra] Accostatevi un po',  di
    grazia.
    (Entra FENTON).
    FENTON: Eccomi qua. Come andiamo, buona donna?
    FAPRESTO: Sempre meglio, se  Vossignoria che si degna domandarlo.
    FENTON: Novit? Come sta la graziosissima Anna?
    FAPRESTO:  Per  graziosa,    graziosa davvero.  E cos sincera,  cos
    buona.  E'  amica  vostra;  posso  ben  dirvelo,   giacch  ci  siete.
    Ringraziamone Iddio.
    FENTON: Ci riuscir a farmi voler bene? Non sar fatica sprecata?
    FAPRESTO: Tutto  nelle mani di quello lass. Ma per conto mio, signor
    Fenton,  giurerei sulla Bibbia che vi ama. Vossignoria non ha mica una
    verruca, qui, alla palpebra?
    FENTON: Proprio io. E che vuol dire?
    FAPRESTO: Nulla, nulla. Una storia troppo lunga. Ma se vi dico...  che
    non  c' un'altra Annina come lei: la ragazza pi onesta che abbia mai
    spezzato questo pane,  ne detesto il cielo.  S' avuto una discussione
    d'un'ora  su  quella  verruca.  Non  mi  diverto mai,  come con questa
    figliuola...   Bench  sia  un  po'  troppo  portata  alla  melagonia,
    all'immaginazione... Ma se si tratta di voi...
    FENTON: Oggi dovrei rivederla.  Eccovi qualcosa. E parlatele di me, mi
    raccomando... Se avete occasione d'incontrarla prima di me,  parlatele
    in mio favore...
    FAPRESTO:  Sicuro che lo faccio.  E la prossima volta che ci vediamo a
    tu per tu, racconter a Vostro Onore la storia della verruca e vi dar
    notizia di tutti gli altri che le ronzano intorno.
    FENTON: Benissimo! Arrivederci! Ora ho fretta.
    FAPRESTO: Ossequi a Vossignoria.  (Esce  Fenton)  E'  una  cos  brava
    persona.  Ma Anna non lo ama...  Io lo so,  Annina, che cosa ha per la
    testa. Mi sono dimenticata di qualcosa.  Accidenti!  Ma di che cosa mi
    sar dimenticata?
    (Esce in fretta).


    ATTO SECONDO.
    SCENA PRIMA - Una strada davanti a casa Page.

    (Dalla  casa  esce  la  Signora PAGE,  in cappello,  scialle e con una
    lettera in mano).
    SIGNORA PAGE: Come!...  Non ho mai ricevuto  lettere  d'amore  ai  bei
    tempi della mia giovent; e mi trovo a riceverne adesso! Ma vediamo un
    po':  (legge) "Non domandatemi perch vi amo.  E' pur vero che l'amore
    si lascia ammonire dalla ragione,  ma  non  la  ricerca  come  propria
    confidente.  Voi non siete pi tanto giovane,  n io lo sono;  ecco un
    primo punto in comune.  Siete gaia come me;  questo fa gi un  secondo
    punto.  Vi  piace  il  buon  vino,  e a me lo stesso.  Come immaginare
    simpatia pi completa?  Se l'amore d'un  soldato  possa  bastarvi,  io
    v'amo,  signora Page.  E non vi diro: abbiate piet di me. Non sarebbe
    un'espressione da soldato. Vi dir: amatemi. E mi firmo:
    Giovanni Falstaff, vostro servitore,
    sempre di giorno e notte, a tutte l'ore,
    pronto a pugnare per il vostro amore".
    Che vero Erode di Giudea!  E che mondo!  Che mondaccio  schifoso!  Uno
    ch'  quasi  ridotto  a pezzi dalla decrepitudine,  e fa il galletto a
    questa maniera.  Vorrei sapere,  in nome del diavolo,  gli  indizi  di
    leggerezza  che  la  mia  conversazione  pu  avergli offerto a questo
    ubriaco  di  fiammingo,  perch  egli  abbia  l'audacia  d'affrontarmi
    cos... Ma se, in tutto, l'avr visto tre volte... E moderai sempre la
    mia vivacit: Dio m' testimone. Verrebbe voglia di chiedere una legge
    al  parlamento,   per  fare  abbassar  la  cresta  agli  uomini.  Come
    vendicarmi?...  Perch bisogna pur che mi vendichi!  Questo   sicuro,
    com' sicuro che la sua pancia non  che pasta frolla.
    (Entra la signora FORD, dirigendosi verso casa Page).
    SIGNORA FORD: Oh, signora Page! Stavo proprio per venirvi a trovare.
    SIGNORA PAGE: Ed io stavo venendo da voi!... Ma non vi sentite bene?
    SIGNORA FORD: Tutt'altro. E potrei dimostrarvelo.
    SIGNORA PAGE: Eppure! Sar una mia idea.
    SIGNORA  FORD:  Avrete forse ragione;  per quanto,  ripeto,  vi potrei
    provare il contrario. Ho bisogno d'un consiglio, signora Page.
    SIGNORA PAGE: Cosa vi succede, signora bella?
    SIGNORA FORD: Oh,  cara mia,  se non fosse per un briciolo di rispetto
    umano, che onore potrei ottenere!
    SIGNORA PAGE: Infischiatevi di quel briciolo,  mia cara!  E prendetevi
    l'onore. Di che si tratta?  Non vi date pensiero delle quisquilie.  Di
    che si tratta?
    SIGNORA  FORD:  Succede che se volessi discendere un minuto d'eternit
    all'inferno, mi potrei insignire d'un bel titolo cavalleresco.
    SIGNORA  PAGE:  Non  fate  scherzi!   La  cavalieressa   Alice   Ford!
    Cavalierati  che  vanno pei trivi.  Meglio sar che restiate cos come
    siete.
    SIGNORA FORD: Ma non perdiamo tempo.  (Porgendole una lettera) Leggete
    questa...  leggete.  Cos  saprete  subito  come io potrei passare nei
    ranghi della cavalleria.  (Cambiando  tono)  Diffider  dei  pancioni,
    finch abbia occhi da distinguere un uomo dall'altro!... E pensare che
    questo non diceva mai parolacce.  E lodava la modestia delle donne;  e
    se biasimava un difetto,  lo faceva cos garbatamente,  in termini  s
    onesti,  da  non dover dubitare che i suoi sentimenti fossero una sola
    cosa con le sue parole,  mentre essi vanno d'accordo proprio  come  il
    diavolo con l'acqua santa.  Che tempesta,  mi chiedo, ha buttato sulle
    rive di Windsor questa enorme balena piena di olio? Come mi vendicher
    di lui?  Mi pare che il miglior mezzo sia  di  nutrirlo  di  speranze,
    finch  il perverso fuoco della lussuria non l'abbia fatto fondere nel
    suo stesso grasso. V' capitato mai nulla di simile?
    SIGNORA PAGE (confrontando le due  lettere  una  dopo  l'altra):  Sono
    uguali... Non  cambiato che il nome: Ford invece di Page! Consolatevi
    che non siete la sola con una reputazione cos pessima. La mia lettera
    e  la vostra son gemelle.  Ma che la tua si prenda pure l'eredit: ch
    la mia,  giuro,  non lo far mai.  Scommetterei che ne ha un migliaio,
    forse pi,  di codeste lettere, con lo spazio in bianco per il nome! E
    non sono neppure della prima edizione.  Le  tira  a  stampa,  non  c'
    nessun  dubbio,  ch non gl'importa quello che mette sotto il torchio,
    dal momento che vorrebbe metterci noi due. Vorrei essere piuttosto una
    gigantessa, sepolta sotto il monte Pelio.  Ebbene,  lo sapete quel che
    vi dico?...  E' pi facile trovare venti tortore viziose, che un uomo,
    un unico uomo, un po' decente.
    SIGNORA FORD (prendendo la lettera della signora Page):  Sono  proprio
    uguali!...  Stessa  calligrafia...  Stesse  parole...  Ma  per  chi ci
    prende?
    SIGNORA PAGE: Non lo so davvero. Quasi quasi,  comincio a bisticciarmi
    con  la  mia  onest!  Vorrei mettermi ad esaminare me medesima,  come
    esaminerei una donna che non conosco affatto. Perch se egli in me non
    avesse notato qualche inclinazione che io stessa ignoro, non m'avrebbe
    certo abbordato con tale violenza.
    SIGNORA FORD: Abbordare?  State sicura che a bordo  mio  non  sale  di
    certo.
    SIGNORA PAGE: E non parliamo di me.  Se fa tanto di penetrare sotto il
    mio  boccaporto,  non  prender  pi  il  mare.  Ors:  vendichiamoci;
    diamogli un appuntamento.  Figuriamo d'incoraggiarlo,  e meniamolo per
    le lunghe,  con bei pretesti,  da  costringerlo  a  impegnare  i  suoi
    cavalli all'oste della Giarrettiera.
    SIGNORA FORD: Intendiamoci,  per. Son con voi nel fargliene patire di
    tutti i colori, purch non ne vada di mezzo la nostra reputazione.  Se
    mio  marito vedesse questa lettera,  non la finirebbe pi,  con la sua
    gelosia.
    SIGNORA PAGE: Ecco vostro  marito  insieme  al  mio.  Il  mio    cos
    infinitamente  lontano dall'esser geloso,  quanto son io dal dargliene
    il motivo pi piccolo; e codesta, spero,  distanza incommensurabile.
    SIGNORA FORD: Siete una donna fortunata.
    SIGNORA PAGE: Studiamo un po' insieme che cosa si pu fargli a  questo
    grassone... Venite...

    (Non viste vanno a sedersi su una panchina tra gli alberi,  abbastanza
    vicino per udire i seguenti colloqui.  Entrano FORD e PISTOLA,  PAGE e
    NYM a coppie. FORD parla con PISTOLA).

    FORD: Voglio sperare che non sia vero!
    PISTOLA:  A volte la speranza  un cane scodato.  A Falstaff gli piace
    vostra moglie!
    FORD: Che storie, signor mio! Mia moglie non  una ragazzetta.
    PISTOLA: Ma quello se la fa con tutte:  grandi  e  piccole,  ricche  e
    povere,   vecchie  e  bambine.  Senza  eccezione,  caro  Ford.  E'  il
    miscuglio, l'insalata che gli piace.
    FORD: Fa la corte a mia moglie!
    PISTOLA: E con che ardore!  Attenzione,  o finirete come  Atteone  con
    Melampo alle calcagna! Che parola brutta!
    FORD: Quale parola?
    PISTOLA:  Le corna!  Arrivederci!  Attenzione.  Occhi aperti.  I ladri
    camminano la notte.  Attenzione,  prima che venga l'estate e i  cuculi
    comincino a cantare.  Caporale Nym,  andiamo.  (A Page) Dategli retta,
    signor Page; Nym sa bene quello che dice. (Esce Pistola).
    FORD (a parte): Cercher di  pazientare.  Ma  in  questa  faccenda  ci
    voglio veder chiaro.

    NYM:  Proprio  cos.  La  menzogna  non  mi d nell'umore.  Egli mi ha
    scombussolato gli umori. Voleva che portassi a vostra moglie una delle
    sue solite lettere di bell'umore!  Ma io ho una spada al mio fianco  e
    se occorre la so adoperare.  Per farla breve: gli piace vostra moglie.
    Sono il caporale Nym;  e dichiaro che quanto ho detto  nello  spirito
    della  pi  pura  verit.  Mi chiamo Nym.  A Falstaff gli piace vostra
    moglie. Adieu. E a me non piace l'umore del pan di cuculo; e codesto e
    proprio l'umore. Adieu.
    (Segue Pistola. Page e Ford parlano fra loro).
    PAGE: "E codesto  proprio l'umore",  dice costui!  Ecco uno che dallo
    spavento fa uscir di senno il linguaggio.
    FORD: Voglio tenerlo d'occhio, Falstaff!
    PAGE:  Non  avevo  sentito  mai  un  furfante  cos  ciarliero e pieno
    d'affettazione.
    FORD: Se fo tanto di scoprire che  vero...
    PAGE: Per me, a quell'abitante del Catai non ci credo nemmeno se fosse
    il parroco a garantire che  una brava persona.
    FORD (a parte): A me pare un ragazzo di giudizio.
    (La signora PAGE e  la  signora  FORD  si  avvicinano.  Hanno  sentito
    tutto).
    PAGE: Sei tu, Meg?
    SIGNORA  PAGE:  Oh,  Giorgio,  dove  vai?  Senti  un  po'  una cosa...
    (Parlano a parte).
    SIGNORA FORD (con aria di santarellina): Come  stai,  Francolino  mio?
    Cos malinconico?
    FORD   (un   po'  bruscamente):  Malinconico  io?   Non  sono  affatto
    malinconico... Vai a casa... vai...
    (Le volta le spalle).
    SIGNORA  FORD:   Eppure   hai   qualche   grillo   per   la   testa...
    M'accompagnate, signora Page?
    SIGNORA PAGE: Di certo.  E tu,  Giorgio, torni a casa per cena? (Piano
    alla signora Ford) Ma guardate chi viene?  E' lei che  ci  servir  da
    ambasciatrice con quel cavaliere da strapazzo.
    (Si avvicina MONNA FAPRESTO).
    SIGNORA  FORD:  Parola  d'onore,  che anch'io ci avevo pensato.  E' la
    persona pi adatta.
    SIGNORA PAGE (a Monna Fapresto): Andate da mia figlia?
    FAPRESTO: Ci andavo davvero. Come sta la nostra Annina?
    SIGNORA PAGE: Allora venite con noi e la vedrete.  Abbiamo da fare con
    voi una chiacchierata d'un'ora.
    (Le tre donne si recano in casa Page).
    PAGE: E dunque, mastro Ford?
    FORD (si riscuote): Avete sentito quel mariuolo, che cosa mi diceva?
    PAGE: E voi avete sentito cosa mi diceva quell'altro?
    FORD: Li credete veraci?
    PAGE:  Che  il  diavolo li porti quei manigoldi!  Per me,  il cavalier
    Falstaff non  capace d'una cosa simile.  E i due che lo  accusano  di
    aver  delle mire sulle nostre mogli sono servi licenziati...  Canaglie
    bell'e buone, ora che sono senza impiego.
    FORD: Erano suoi servitori?
    PAGE: Come, non lo sapete?
    FORD: La faccenda non mi piace di pi per questo. Dove abita Falstaff?
    Alla locanda della Giarrettiera?
    PAGE: S...  E vi dir un'altra cosa...  Ammesso che Falstaff corteggi
    mia  moglie,  io  lo  lascer  fare.  E  sul mio capo porter tutte le
    conseguenze,  se da mia moglie egli ottenga  qualcosa  pi  che  delle
    rispostacce.
    FORD:  Intendiamoci.  Di mia moglie non dubito.  Ma mi ripugna lasciar
    correre le cose.  E non bisogna fidarsi poi troppo.  Non mi piacerebbe
    di  portare  nessuna conseguenza sul capo.  Non posso star tranquillo,
    cos.

    (L'Oste si avvicina in  gran  fretta;  SOMMARIO  lo  segue  un  po'  a
    distanza).

    PAGE:  Ecco  che  viene  schiamazzando l'oste della Giarrettiera.  Per
    essere cos allegro,  o bisogna abbia il vino al cervello,  o la borsa
    piena di quattrini. Come andiamo, oste?
    OSTE: E tu,  briccone sopraffino?  Sei un vero signorone! (Voltandosi,
    chiama ad alta voce) Forza, cavalier giudice! Forza!
    SOMMARIO (trafelato): Sto arrivando,  oste mio,  sto  arrivando.  Buon
    giorno e salute,  buon mastro Page!  Mastro Page, non volete seguirci?
    Credo che ci si prepari un bel divertimento.
    OSTE: Diglielo tu, cavalier giudice, diglielo, briccone sopraffino.
    SOMMARIO: Messere, c' un duello tra don Ugo, il reverendo gallese,  e
    Caio, il medico francese...
    FORD: Bravo oste, vi vorrei dire una parola...
    OSTE: Che c', briccone sopraffino? dimmi pure.
    (Parlano a parte).
    SOMMARIO  (a  Page):  E  cos,  volete  venire con noi a vedere?  Quel
    burlone dell'oste ha da misurare le loro spade,  e credo abbia spedito
    i  duellanti  in due opposte direzioni.  Sapete bene che don Ugo  uno
    che non scherza. Vi spiego in che consiste la burla...
    (Parlano a parte).
    OSTE (a Ford): Dimmi un po',  non avresti mica qualche ruggine  contro
    Falstaff, il mio onorato cliente?
    FORD: Per nulla, vi assicuro. Non si tratta che d'uno scherzo. Vi dar
    mezzo gallone di vino cotto spagnuolo,  se mi lasciate accedere a lui,
    dicendogli che mi chiamo Brook.
    OSTE: Qua la mano, sopraffino.  Avrai ingresso libero,  e avrai libera
    uscita.  Dico bene?  ll tuo nome sar Brook. E tu vedrai che cavaliere
    simpaticone! (Avviandosi) Ma vogliamo andarcene, amici?
    SOMMARIO: Son con voi, oste.
    PAGE: Sento dire che il francese  un ottimo spadaccino.
    SOMMARIO: Non esageriamo.  Ai miei giorni avrei  potuto  mostrarvi  di
    meglio.  Oggid fanno tante storie...  E la guardia a distanza... e la
    passata...  la stoccata...  e  che  so  io!  Fegato,  signor  Page,  
    questione  di  fegato.  Un  tempo,  con  il  mio spadone,  avrei fatto
    scappare come topi quattro pezzi d'uomini
    OSTE (chiamando): Avanti, ragazzi, vi volete muovere?
    PAGE: Siamo pronti! E, tutto sommato,  preferirei sentirli bisticciare
    che vederli battersi. (Sommario e Page seguono l'Oste).
    FORD:  E'  un bello scemo questo Page,  a fidarsi cos della fragilit
    della moglie. Per me, io non metto l'animo in pace tanto facilmente...
    Cominciamo, che mia moglie Falstaff lo conobbe in casa Page.  E quello
    che l avranno fatto,  chi lo pu sapere? Indagare, bisogna. E intanto
    ho trovato modo di presentarmi a  Falstaff  sotto  falso  nome.  Tanto
    meglio se su mia moglie non ci sar da dir niente.  In caso contrario,
    non sar fatica sprecata.
    (Esce).


    SCENA SECONDA - Una stanza alla Locanda della Giarrettiera.

    (Entrano FALSTAFF e PISTOLA).
    PISTOLA: Ve li render un po' per settimana.
    FALSTAFF: Non ti presto neanche un baiocco.
    PISTOLA: Ed allora far del mondo un'ostrica,  che aprir con la punta
    della spada.
    FALSTAFF:   Neanche   un   baiocco.   T'ho  gi  fatto  abbastanza  da
    mallevadore.  Tre volte ho messo in croce i miei migliori  amici,  per
    sospendere  qualche condanna a te e al tuo compare Nym.  E se cos non
    facevo,  vi avrei visti tutt'e due dietro ai ferri della  gabbia  come
    due  bertucce.  Me  ne  andr diritto all'inferno,  per aver giurato a
    degni gentiluomini  miei  amici  che  siete  due  bravi  soldati,  due
    giovanotti  di  vero coraggio.  E quando spar il manico del ventaglio
    della signora Bridget,  detti io la parola d'onore che  non  te  l'eri
    preso tu...
    PISTOLA: Ma si divise l'incasso. Non aveste di parte quindici denari?
    FALSTAFF:  Ma rifletti,  furfante,  rifletti!  Che pretenderesti?  Che
    arrischiassi l'anima gratis?  Concludendo: via dai piedi.  Non sono io
    la  forca  dove  tu  possa  impiccarti.  Vattene!  Un  coltellino e la
    marmaglia,  ecco quel che ti ci vuole!  Tornatene al  tuo  maniero  di
    Pickthatch!.  Vai! Non hai voluto consegnare quella lettera, briccone.
    Ne andava del tuo onore!  Ma come,  abisso d'ignominia: se stento io a
    osservare a puntino le leggi del mio onore!  Sicuro,  io, io stesso, a
    volte,  lasciando da parte il timor  d'Iddio,  e  nascondendo  l'onore
    dietro  alla necessit,  mi adatto ad arrabattarmi,  a scantonare,  ad
    arrangiarmi. E tu,  tu,  furfante,  vuoi mettere i tuoi cenci,  i tuoi
    sguardi  di  gatto  selvatico,  il  tuo linguaggio da bettola,  le tue
    bestemmie da ribotta,  vorresti metterli al riparo del tuo  onore!  Ti
    ribelli, tu!
    PISTOLA: Me ne pento. Da un uomo, che potete pretendere di pi?
    (Entra ROBIN).
    ROBIN: Signore, una donna desidera parlarvi.
    FALSTAFF: Entri pure.
    (Entra  MONNA  FAPRESTO  tutta sorridente.  ROBIN e PISTOLA parlano in
    disparte).
    FAPRESTO: Signore, buon giorno.
    FALSTAFF: Buon giorno a voi, brava sposa.
    FAPRESTO: Non sposa, se non vi dispiace.
    FALSTAFF: E allora, brava ragazza
    FAPRESTO: Proprio cos, posso giurarlo...  Ragazza come mamma mia,  il
    giorno che mi partor .
    FALSTAFF: Ci credo sulla parola! Desiderate?
    FAPRESTO: Con licenza vostra, vi vorrei concedere una parola o due.
    FALSTAFF: Ma duemila, bellezza; ed io vi conceder la mia attenzione.
    FAPRESTO: C' una certa signora Ford. (Accennando Pistola e Robin) Per
    piacere,  signore, fatevi un po' pi vicino, da questo lato... Sapete:
    io abito presso il dottor Caio...
    FALSTAFF: Va bene, avanti. E la signora Ford, voi dite...
    FAPRESTO: Vostra Eccellenza  dice  proprio  il  vero...  Prego  Vostra
    Eccellenza di mettersi un po' vicino, qui da questa parte.
    FALSTAFF: Ma non abbiate paura,  nessuno ci sente. (accennando Pistola
    e Robin) Sono servitori miei, gente del mio seguito!
    FAPRESTO: E allora, che Dio li benedica e li faccia servi suoi.
    FALSTAFF: Veniamo al dunque. La signora Ford... Che cosa mi dite?
    FAPRESTO: Gran brava signora, credetemi! Ma Dio mio, che seduttore che
    siete! Che il cielo perdoni a voi, e a noi tutti quanti.
    FALSTAFF: La signora Ford! Procediamo... La signora Ford...
    FAPRESTO: A farla breve, ecco di cosa si tratta. L'avete messa in tale
    titubanza che  un piacere.  Il  cavaliere  pi  bello  di  quanti  si
    veggono quando la corte  qui a Windsor,  non sarebbe riuscito a farla
    titubanzare a quel modo. E s che ne vengono, e cavalieri,  e signori,
    e  gentiluomini con le loro carrozze;  una carrozza dietro l'altra,  e
    biglietti su biglietti,  e regali uno appresso  all'altro.  Cavalieri,
    tutti  profumati  di  muschio:  in  un frusco di seta e d'oro.  E con
    quelle maniere, quelle maniere alleganti che hanno di parlare! E con i
    vini zuccherosi,  dei pi squisiti  e  sopraffini  che  ci  siano  per
    conquistare il cuore d'una donna! Parola d'onore che nessuno riusc ad
    ottenere  un'occhiata.  Stamattina stessa,  vedete: qualcuno m'ha dato
    venti angelotti,  ma io rinuncio a tutti gli angeli di questa  specie,
    se  ci  deve essere sotto qualcosa di poco pulito.  Non sono riusciti,
    dicevo,  neanche fra tutti il pi magnifico,  a far accostare  le  sue
    labbra alla coppa.  E s che ce n'erano di conti, anzi, meglio ancora,
    delle guardie del corpo. Ma tant'. Con lei, non attacca.
    FALSTAFF: Si pu sapere che cosa vi manda a dirmi? Siate breve,  o mio
    buon Mercurio in gonnella!
    FAPRESTO:  Avete  ragione.  Ha  ricevuto  la  vostra  lettera,  ve  ne
    ringrazia mille volte;  e vi fa sapere che  suo  marito  stasera  sar
    fuori di casa tra le dieci e le undici.
    FALSTAFF: Fra le dieci e le undici.
    FAPRESTO: Esatto.  Dice dunque la signora, che potrete venire a vedere
    il quadro che sapete. Il signor Ford - il marito - sar fuori di casa.
    Con lui quella buona  signora  fa  una  vita  d'inferno.  E'  talmente
    geloso! Una vitaccia, poverina.
    FALSTAFF: Dunque fra le dieci e le undici. I miei omaggi, e ditele che
    non mancher.
    FAPRESTO:  Eh,  come  correte.  Ma  ho  un  altro messaggio per Vostra
    Eccellenza.  Anche la signora Page vi manda i saluti pi cordiali.  Vi
    dir,  in un orecchio,  che quella  una donna ben educata,  modesta e
    virtuosa,  che,  quant'altra mai qui a Windsor,  non tralascia le  sue
    preghiere  mattina e sera.  La signora Page m'incarica di dir a Vostra
    Eccellenza che suo marito difficilmente s'assenta  da  casa;  ma  ella
    spera  che  verr  un'occasione...  verr...  Non ho mai visto nessuna
    donna pi infanatichita per un uomo.  Ma che cosa ci avete?  Ci  avete
    l'incantesimo?
    FALSTAFF:  Nessun  incantesimo,  garantisco;  se  si  eccettua qualche
    piccolo dono naturale.
    FAPRESTO Dio ve li benedica!
    FALSTAFF: Ma ditemi un po' una cosa,  per favore.  La moglie di Ford e
    la  moglie  dl  Page,  non si saranno mica confidate l'una con l'altra
    quest'amore per me?
    FALSTAFF: Ci mancherebbe altro!  Non sono tanto sciocche,  mi  figuro.
    Quello sarebbe un bel tiro!  Piuttosto: la signora Page griderebbe che
    le mandaste,  in nome di tutti gli  amori,  il  vostro  paggetto.  Suo
    marito   ha  una  meravigliosa  infezione  pel  paggetto,   e  bisogna
    riconoscere che il signor Page  pure  una  brava  persona.  In  tutta
    Windsor, non c' donna sposata che faccia pi bella vita della signora
    Page! Fa quel che le pare, dice quello che vuole, compra tutto ci che
    desidera, e paga subito; va a letto quando le piace, si leva quando ne
    ha voglia;  insomma,  fa tutto il suo comodo.  E del resto, lo merita,
    perch se a Windsor c' una donna simpatica,   lei.  Bisogner che le
    mandiate il paggetto: non c' rimedio.
    FALSTAFF: Glielo mander.
    FAPRESTO: Mandateglielo dunque, e cos potreste fare anche in modo che
    il  paggetto  vi servisse un po' come da ambasciatore fra voi due;  ma
    cercate, per le varie circostanze, di aver qualche parola convenuta da
    intendervi senza bisogno che il ragazzino capisca...  E' meglio che  i
    ragazzi certe cose non le sappiano: per noialtri grandi  diverso: ch
    abbiamo discrezione, perch abbiamo esperienza.
    FALSTAFF: Arrivederci. I miei ossequi alle signore. E qui c' qualcosa
    per  voi...  ma  s'intende che vi resto debitore...  Ragazzo,  va' con
    questa donna.  (Monna Fapresto esce con Robin) Tutte queste notizie mi
    fanno girare il capo. (A se stesso) Che ne dici, vecchio mio? Coraggio
    e avanti! Da questo tuo corpaccio, finir col trarre pi vantaggio ora
    che  di  quando  era  giovane.  A  quanto  pare,  non  si  stancano di
    guardarti.  Pu darsi che dopo avermi sciupati tanti soldi,  tu ora me
    ne cominci a guadagnare.  Ti ringrazio,  corpaccio.  Lasciali dire che
    sei enorme e deforme. Che importa, se tu piaci?
    (Entra BARDOLFO, recando un bicchiere di vino).
    BARDOLFO: Signor Falstaff,  c' un certo messer  Brook,  che  vorrebbe
    conoscervi e parlarvi E intanto vi ha mandato, per bere di mattina, un
    caratello di questo vino di Spagna.
    FALSTAFF: Brook, si chiama?
    BARDOLFO: S, signore.
    FALSTAFF:  Che passi il bruco!  (Esce Bardolfo e Falstaff beve) Sempre
    benvenuti  i  bruchi  che  portano  tanta  abbondanza.  (Sgocciola  il
    bicchiere) Ah,  cara signora Ford,  cara signora Ford!  V'ho afferrato
    per la vita, eh?

    (Rientra BARDOLFO,  seguito da FORD travestito.  FORD porta una grossa
    borsa di denaro).

    FORD: Salve, mio signore.
    FALSTAFF: Salve. Desiderate parlarmi?
    FORD: Sono un bello sfacciato a presentarmi cos senza cerimonie.
    FALSTAFF: Ma siete benvenuto!  In che cosa vi posso servire? Vai pure,
    tavernaio!
    (Esce Bardolfo).
    FORD: Io sono uno, signore,  che ha sperperato un'immensit di denaro.
    Mi chiamo Brook.
    FALSTAFF:  Caro signor Brook,  non desidero di meglio che approfondire
    la nostra conoscenza.
    FORD: Ed  pure il mio gran desiderio.  Io  non  vengo  per  chiedervi
    quattrini: ve lo dico subito. E, di noi due, forse son io che mi trovo
    in migliori condizioni di poterne dare.  Ci,  in qualche modo,  mi ha
    incoraggiato a presentarmi,  magari in una  maniera  inopportuna.  Ma,
    come  suol  dirsi,  quando  il denaro va avanti si spalancano tutte le
    porte.
    FALSTAFF: Il danaro,  signor  mio,    e  sar  sempre  la  pi  forte
    avanguardia.
    FORD:  Giustissimo.  Intanto,  ecco  qui  dei  soldi  che  mi  pesano!
    Aiutatemi voi, signor Falstaff. Prendeteli tutti...  prendetene mezzi;
    ma alleggeritemi di questo fardello!
    FALSTAFF: Signore, non so proprio come io abbia meritato di diventare,
    diciamo cos, il vostro facchino.
    FORD: Ve lo dico subito, se vorrete ascoltarmi.
    FALSTAFF:  Parlate,  mastro  Brook.  E  sar  ben lieto di mettermi ai
    vostri ordini.
    FORD: So che siete una persona molto istruita - sar breve - e gi  da
    tempo  vi  conoscevo  per  fama;  sebbene non avessi tanto agio quanto
    desiderio d'esservi presentato convenientemente. Bisogna, ora,  che io
    vi confessi una cosa,  anche se essa debba darvi una meschina opinione
    di me. Ma vi prego, messer Giovanni: ascoltando tutte le follie che vi
    sto per raccontare, non perdete d'occhio le vostre.  E ricordando come
    sia facile cadere in certi peccati, forse sar pi facile che mi diate
    il vostro perdono.
    FALSTAFF: Benissimo. Andate avanti
    FORD:  In questa citt c' una gentildonna: il cognome di suo marito 
    Ford...
    FALSTAFF: E va bene.
    FORD: Questa gentildonna,  sono anni che  io  l'amo.  E  per  lei,  vi
    assicuro, ne ho fatte di tutte. L'ho seguita con un'assiduit piena di
    fervore;  ho  cercato  a ogni prezzo qualsiasi occasione d'incontrarmi
    con lei, ma che dico? di intravederla, non fosse che un attimo.  Le ho
    comprato  un'immensa  quantit di regali;  e non a lei soltanto,  ma a
    tutti quelli che sapessero consigliarmi intorno ai  suoi  gusti  e  ai
    suoi  desideri.  In  breve,  l'ho assediata...  come l'amore assediava
    me... senza tregua.  Per il mio amore,  o non fosse altro,  per la mia
    prodigalit, qualche ricompensa potevo meritarla. Nulla ne ho ricavato
    fuorch  l'esperienza.  Dicono  che  l'esperienza    un gioiello.  Un
    gioiello che ho pagato un prezzo favoloso... Ho imparato che:
    L'amore com'ombra fugge, se amor sostanza insegue;
    insegue quel che fugge, e fugge quel che insegue.
    FALSTAFF:  Promise  mai,   la  signora,   di  ricompensare  le  vostre
    attenzioni?
    FORD: Mai!
    FALSTAFF: E la sollecitaste voi a tal proposito?
    FORD: Mai!
    FALSTAFF: Ma che razza di amore era il vostro?
    FORD: Era come una bella casa costruita sul terreno di un altro. Ed io
    ho  perduto  la  mia  casa,  per  avere  sbagliato  il  luogo  dove la
    costrussi.
    FALSTAFF: A quale scopo venite a raccontare a me questa storia?
    FORD: Quando ve l'avr detto,  vi avr detto tutto.  Ho  sentito  che,
    mentre  con  me  ella si mostrava cos severa,  in altre occasioni s'
    lasciata trasportare in un modo da  far  nascere  sul  suo  conto  una
    quantit di pettegolezzi.  Ed eccoci al nocciolo della questione,  sir
    Giovanni.   Voi  siete  un   gentiluomo   di   eccellente   lignaggio,
    d'ammirevole eloquio, di grande entratura: v'imponete col vostro rango
    e  la vostra persona.  Tutti vi ricercano per le vostre benemerenze di
    guerriero e uomo di corte, per la vostra dottrina...
    FALSTAFF: Ma vi prego...
    FORD: E' cos,  e voi lo sapete.  (Posa sul tavolo la borsa di denaro)
    Questi sono denari.  Spendetene, spendeteli tutti; spendetene anche di
    pi, spendete tutto quello che ho... Io, in cambio,  non voglio che un
    po'  del  vostro  tempo...  quanto  vi  basti  per  un assedio galante
    all'onest della signora Ford.  Metteteci la vostra migliore  arte  di
    corteggiatore.  Conquistatela. Se  possibile, a voi deve riuscire pi
    facile che ad ogni altro.
    FALSTAFF: Come  pu  giovare  alla  vostra  grande  passione,  che  io
    conquisti  per  me ci che desiderate per voi!  Il metodo con il quale
    pretendete curarvi  piuttosto curioso!
    FORD: Cercate di capire le mie intenzioni.  Ella si appoggia  con  tal
    sicurezza  sull'eccellenza  della  sua virt,  che la follia della mia
    anima non osa presentarsi a lei. Ella  come una luce troppo vivida, e
    che non si pu guardare. Ma se potessi farmi dinanzi a lei con in mano
    qualche prova sicura della sua frivolezza, il mio desiderio troverebbe
    un precedente e un argomento per farsi valere.  E potrei  snidarla  da
    quei baluardi della purezza, del buon nome, della fedelt coniugale, e
    di  mille altri schermi dietro ai quali ora si difende contro ogni mio
    assalto. Che ve ne pare, sir Giovanni?
    FALSTAFF (soppesando la borsa): Signor Brook: per prima  cosa,  piglio
    senza  complimenti  i  vostri soldi.  Ed ora,  eccovi la mano...  Se 
    questo che desiderate,  parola di gentiluomo che voi avrete la  moglie
    di Ford.
    FORD: Oh, signore!
    FALSTAFF: Ho promesso.
    FORD: Non badate a spese, cavaliere; denaro ne avrete a bizzeffe.
    FALSTAFF: E la moglie di Ford,  l'avrete: l'avrete a bizzeffe. Vi dir
    che debbo vederla ad un appuntamento  fissatomi  proprio  da  lei.  Un
    minuto  avanti  che  arrivaste,  usciva di qui una sua cameriera...  o
    mezzana che vogliamo chiamarla.  Debbo trovarmi con  la  signora  Ford
    questa  sera,  fra  le  dieci  e  le  undici;  visto  che  allora quel
    gelosaccio birbone del marito non  in casa. Dopo,  venite a trovarmi,
    e saprete com' andata.
    FORD  (inchinandosi):  E'  una  vera  fortuna che mi sia messo in mano
    vostra... Ma Ford, lo conoscete?
    FALSTAFF: Al diavolo quel povero cornuto! Non lo conosco.  Ed ho anche
    torto  a  chiamarlo  povero...  Perch  dicono che il becco gelosaccio
    abbia quattrini a palate. E soprattutto per questo che m'interessa sua
    moglie.  Mi servir  di  lei  come  chiave  alla  cassaforte  di  quel
    beccaccione: sar il mio granaio.
    FORD:  Era  meglio  che  Ford  l'aveste conosciuto;  non fosse che per
    evitarlo se per caso lo incontrate.
    FALSTAFF: Al diavolo  quell'abbietto  mercante  di  burro  salato!  Lo
    incenerir con un'occhiata. Tremer quando vedr il mio bastone ruotar
    come  una  meteora sopra alle sue corna.  Mastro Brook: io domer quel
    villano;  e  voi  andrete  a  letto  con  la  moglie.  Venite  presto,
    stasera...  Ford    uno scimunito ed io l'elever di grado;  avrete a
    considerarlo,  mastro Brook,  uno scimunito ed un  becco.  E  stasera,
    fatevi vedere presto.
    (Prende la borsa ed esce).
    FORD:  Che maledetto cialtrone d'epicureo  costui!  Mi si schianta il
    cuore dalla rabbia.  Eppoi vengano a dirmi  che  la  mia  gelosia  era
    infondata...  Mia moglie l'ha mandato a chiamare, hanno fissato l'ora:
    si sono accoppiati. Chi l'avrebbe creduto?... Guarda che inferno  una
    moglie disonesta!  Il mio letto insozzato,  la cassaforte  vuotata,  e
    lacerata  la  mia  reputazione.  E  non solo dovr subire quest'infame
    smacco,  ma sentirmi appioppare quei titoli obbrobriosi dalla  persona
    medesima che mi fa torto...  Che nomi, che parolacce!... Lucifero, per
    esempio,  pu  andare.  Ciriatto,  Barbariccia  possono  andare.  Sono
    appellativi  infernali,  sono  nomi di diavoli.  Ma cornuto!...  Becco
    cornuto!... neanche il diavolo ha un nome come questo.  Che asino quel
    Page!  Che  asino credulone!  Lui ha fiducia in sua moglie;  lui non 
    geloso... Stai fresco! Vorrei affidare il mio burro a un Fiammingo, il
    mio formaggio al reverendo Ugo,  o la mia acquavite  a  un  Irlandese;
    vorrei  far portare a spasso la mia chinea da un ladro,  piuttosto che
    lasciare mia moglie in bala di se stessa...  Perch allora una  donna
    rimugina,  complotta,  tesse  imbrogli...  E  ci  che  una  donna  ha
    macchinato,  lo porter in fondo,  a  costo  di  spezzarsi  il  cuore.
    Ringrazio  il  cielo  della  mia gelosia!...  Alle undici.  Ci metter
    riparo io. Sorprender mia moglie, mi vendicher di Falstaff, e rider
    di Page!  Svelto,  all'opera!  Meglio arrivare tre ore  prima  che  un
    minuto dopo. Ma che nomi! Cornuto, cornuto, becco cornuto!...
    (Esce in gran fretta).


    SCENA TERZA - Un campo nelle vicinanze di Windsor.

    (CAIO e GIOVANNINO passeggiano su e gi).
    CAIO (fermandosi): Giovannino!
    GIOVANNINO: Signore!
    CAIO: Che ore sono?
    GIOVANNINO: E' passata l'ora che don Ugo aveva promesso d'esser qui.
    CAIO: Per Dio.  Col non venire  riuscito a salvare la pellascia.  Chi
    sa quanto  stato a pregare sulla sua Bibbia!  Ch se veniva qui,  per
    Dio, a quest'ora era spasciato!
    GIOVANNINO: Ha avuto giudizio. Se lo sentiva che Vossignoria l'avrebbe
    ucciso, se veniva.
    CAIO:  Perdinci,  un'aringa  in  salamoia  non    tanto  morta com'io
    uscider lui. Prendi la spada.  Giovannino.  E ti fo vedere io come si
    fa a usciderlo.
    GIOVANNINO: Mi dispiace, signore, ma non so tirare.
    CAIO: Prendi la spada, marmotta. (Cominciano a battersi).
    GIOVANNINO: Fermo, fermo: c' gente!
    (Si avvicinano l'Oste, SOMMARIO, MINGHERLINO e PAGE).
    OSTE: Ti protegga Iddio, o dottore sopraffino!
    SOMMARIO: Salve, dottor Caio!
    PAGE: Eccoci qua.
    MINGHERLINO: Signore, buon giorno.
    CAIO: Uno, due, tre quattro: che cosa sci venite a fare?
    OSTE:  A  vederti  duellare...  a  vederti combattere...  a vederti in
    azione sul terreno...  Te qui,  te l,  te di sopra e te di sotto.  In
    guardia!  Finta!  Parata! Cavazione! A fondo! E' morto, il mio Etiope?
    E' morto il mio Francesco? ah, sopraffino! Che mi racconti, Esculapio?
    Che mi racconti,  Galeno?  Mio midollo di sambuco?  E'  morto,  piscio
    sopraffino? L'hai ammazzato?
    CAIO:  Perdinci:  quello    il  prete pi viliacco del mondo!  Non ha
    neanche osato farsi vedere.
    OSTE: E' che tu sei il re degli orinali di Castiglia.  Sei  Ettore  di
    Grecia, figlio mio!
    CAIO: Testimoniate,  vi prego,  che sono stato qui, sei o sette, due o
    tre ore ad aspettarlo, e lui non  venuto.
    SOMMARIO: Non poteva far meglio, caro dottore. Egli  medico di anime:
    e voi medico di corpi.  A combattervi fra voi   un  andar  contropelo
    della vostra professione! Non vi sembra, mastro Page?
    PAGE: Eppure, mastro Sommario, un tempo foste gran spadaccino, sebbene
    oggi siate giudice di pace...
    SOMMARIO:  Corpo di Bacco,  mastro Page: anche ora che son vecchio,  e
    della pace, anche ora, se vedo sguainare una spada...  mi pizzicano le
    mani...  Si  ha  un bell'essere giudici di pace,  sacerdoti,  dottori,
    mastro Page,  a tutti c'  rimasto  addosso  un  po'  di  fuoco  della
    giovent... Siamo figli di donna, caro Page.
    PAGE: Verissimo, mastro Sommario.
    SOMMARIO: E sempre sar cos. Dottor Caio, sono venuto a prendervi per
    riaccompagnarvi a casa.  Perch il mio ufficio  di pace.  E voi siete
    medico esimio;  come don Ugo s'  mostrato  un  sacerdote  prudente  e
    paziente. Venite con me, caro dottor Caio.
    OSTE: Un momento, amico mio giudice. (A Caio) E tu, signor Letame...
    CAIO: Letame? E che cosa significa?
    OSTE: In buon volgare, Letame significa valore, o sopraffino!
    CAIO: Allora, scerto, io non ho meno Letame di qualsiasi inglese! ma a
    quel can malfusso di prete, parola che li talio li orecchi.
    OSTE: E lui far di te una polpetta, sopraffino mio!
    CAIO: Una polpetta? Che cosa vuol dire?
    OSTE: Vuol dire, che ti dar piena soddisfazione!
    CAIO: Scerto che dovr farmi polpetta. Per Dio, se dovr farlo!
    OSTE: Penser io, stai sicuro, a farglielo fare, o che vada in malora!
    CAIO: Vi ringrazio.
    OSTE: Inoltre,  sopraffino mio... (a parte agli altri tre) Tu giudice,
    e anche tu Page, e tu caballero Mingherlino,  andate presto a Frogmore
    per la strada attraverso la citt.
    PAGE (a parte): Don Ugo  laggi?
    OSTE:  S.  E vedete un po' di che umore.  Intanto io vengo col dottor
    Caio, dalla parte dei campi. Va bene?
    SOMMARIO: Cos faremo.
    SOMMARIO e MINGHERLINO: Arrivederci, dottore!
    (Escono).
    CAIO: Lo uscider quel pretascio,  che vuol parlare ad Anna  Page  per
    conto d'uno scimunito.
    OSTE:  E tu ammazzalo!  Ma per il momento rinfodera la tua impazienza.
    Butta un po' d'acqua fresca sui tuoi bollori.  E vieni a Frogmore  con
    me.  Passiamo per i campi. Ti conduco a una festa in una fattoria dove
    c' Anna Page, e le farai la corte. Dagli alla volpe!. Sei contento?
    CAIO: Vi ringrazio, per Dio, vi volio proprio bene.  Mander avventori
    alla vostra locanda: signoroni,  cavalieri, gentiluomini; tutta la mia
    clientela.
    OSTE: Ed io, in compenso, ostacoler in qualsiasi modo le tue faccende
    con Anna Page. Ho detto bene?
    CAIO: Benissimo! Per Dio, sono contento!
    OSTE: Andiamo, allora.
    CAIO: Vienmi alle calcagna, Giovannino.
    (Si allontanano).


    ATTO TERZO.
    SCENA PRIMA - Un prato nelle vicinanze di Frogmore.  Un sentiero,  con
    due staccionate che lo traversano: una vicina, l'altra in distanza).

    (Don UGO EVANS,  in panni di gamba e farsetto, sta in mezzo alla scena
    con la spada sfoderata  in  una  mano,  un  libro  aperto  nell'altra.
    SIMPLICIO  di vedetta, arrampicato su un albero).
    EVANS:  Titemi  un  po',  serfo  tel  puon  mastro Mingherlino e amico
    Simplicio ti nome;  ma ta che parte siete stato a cercare mastro Caio,
    l'uomo che appella se stesso: tottore in meticina?
    SIMPLICIO:  Sono  andato gi per la via della chiesa,  e pel viale del
    parco;  ho fatto anche la strada che va a Windsor vecchia: dappertutto
    sono stato. Non mi resta che guardare dalla parte di citt.
    EVANS:  Ti  prego  e ti supplico ferfentemente: fetete un po' anche ta
    quella parte.
    SIMPLICIO: Volentieri signore.
    EVANS: Santo cielo!  Son talmente gonfio ti collera,  che ho la  mente
    tutta  agitata.  Come  forrei  che  fosse una purla!  Ma intanto,  che
    malinconia!  Certo,  alla prima occasione,  gli spaccher tutti i suoi
    orinali su quella testaccia. (Canta)
    Presso alle cascatelle e ai ruscelletti,
    cantan gli uccelli i loro matrigali.
    L ti rose faremo i nostri letti,
    e ghirlante ti fiori profumati!...
    Presso alle cascatelle...
    (S'interrompe  e  dice)  Santo Signore!  Che foglia afrei ti piangere!
    (Canta)
    Cantan gli uccelli i loro matrigali
    quant'io setuto stafo in Papilonia...
    e ghirlante ti fiori profumati.
    Presso alle cascatelle...
    SIMPLICIO (scendendo dall'albero): Eccolo  che  arriva,  don  Ugo,  da
    quella parte.
    EVANS: Penfenuto. (Canta)
    Presso alle cascatelle e ai ruscelletti...
    E che il ciel protegga il giusto. Che armi ha?
    SIMPLICIO:  Non vedo armi,  signore.  E vengono anche il mio padrone e
    mastro Sommario,  insieme con un  altro  gentiluomo,  dalla  parte  di
    Frogmore: scavalcano la staccionata nella nostra direzione.
    EVANS: Per piacere,  tammi la mia sottana.  O meglio no,  tienla tu in
    praccio. (Simplicio raccoglie di terra la sottana).

    (Dalla staccionata pi vicina,  entrano PAGE e  SOMMARIO,  seguiti  da
    MINGHERLINO.  Contemporaneamente,  si vedono l'Oste, CAIO e GIOVANNINO
    scavalcar la staccionata di fondo).

    SOMMARIO:  Come  mai  da  queste  parti?  Buongiorno,  reverendo.   Un
    giocatore lontano dai dadi, e uno studioso lontano dai suoi libri, che
    miracoli!
    MINGHERLINO (sospirando): Oh, dolce Anna Page!
    PAGE: Salve, don Ugo!
    EVANS: Il cielo fi penetica nella sua misericortia.
    SOMMARIO:  Veggo  il  libro e la spada.  Ve li state studiando tutti e
    due, reverendo?
    PAGE: E cos vestito come un  giovincello;  in  farsetto  e  panni  di
    gamba, con questo tempaccio da reumatismi.
    EVANS: Ci sono cause e motifi, se sto questa maniera.
    PAGE: Reverendo, siamo venuti a cercarvi per un'opera buona.
    EVANS: Si tratta?
    PAGE:  C'  laggi  un signore di riguardo,  che evidentemente  stato
    offeso da qualcuno,  e che s'accapiglia con la sua gravit  e  la  sua
    pazienza in un modo mai visto.
    SOMMARIO: Io ho ottant'anni suonati: ma non ho mai sentito persona del
    suo rango,  della sua seriet e della sua dottrina,  che perdesse cos
    ogni rispetto di se stessa.
    EVANS: E chi ?
    (L'Oste CAIO e GIOVANNINO stanno avvicinandosi).
    PAGE: Credo lo conosciate...  (Evans si volta) E' il dottor  Caio,  il
    celebre medico francese...
    EVANS:  Fifa  Ittio e la mia rappia!  che preferirei mi parlaste t'una
    scotella ti pappa.
    PAGE: Perch?
    EVANS: Ma quello non sa  niente  ti  niente;  n  t'Ippocrate,  n  ti
    Galeno.  (Alzando  la  voce) E per ti pi,   un priccone,  il pi pel
    priccone e figliacco che si posso trofare.
    (CAIO si avvicina con un pugnale e la spada sguainata).
    PAGE: Ve lo dicevo che  lui che doveva battersi col prete.
    MINGHERLINO (sospirando): Oh, dolce Anna Page!
    SOMMARIO: Infatti,  si vede dalle armi.  Vanno tenuti divisi.  Ecco il
    dottor Caio.
    (si mette dinanzi a Caio e lo trattiene.
    PAGE (a Evans): Calma, reverendo: gi la spada.
    SOMMARIO: E lo stesso voi, bravo dottore...
    OSTE: Disarmateli,  e che poi litighino quanto vogliono. Purch non si
    facciano buchi, che strazino pure la nostra lingua.
    (Evans e Caio vengono disarmati).
    CAIO: Vi prego,  una parolina in un orecchio:  perch  non  vi  volete
    battere?
    EVANS (a parte, a Caio): Un po' ti pazienza: a suo tempo.
    CAIO: Siete un viliacco per Dio... un cagnazzo... e uno scimmiotto.
    EVANS  (a  parte,  a  Caio):  Ma non facciamo ritere questa gente alle
    nostre spalle!  Alla fostra amicizia ci tengo;  e prima o poi fi  tar
    sottisfazione.  (Forte) Ti spatter tutti i tuoi orinali sul muso, per
    insegnarti a tenere gli appuntamenti!
    CAIO: "Diable!" Giovannino!  Oste della  Giarrettiera!  Ditelielo  voi
    quanto l'ho aspettato per farli la pelle!  All'appuntamento,  sc'ero o
    non sc'ero?
    EVANS: Quant' fero che sono  cristiano,    questo  il  luogo  ch'era
    stapilito. Me ne appello qui all'oste.
    OSTE: Pace, vi dico gallo e gallese, franco e celta, dottore d'anime e
    dottore dei corpi.
    CAIO: Quest' buona,  stupenda!
    OSTE:  Pace: e state a sentire cosa vi dice l'oste della Giarrettiera.
    Non sono io un buon politico?  Un volpone?  Un Machiavelli?  E  dovrei
    guastarmi  col  mio  dottore?  Giammai:  ch'egli mi procura pozioni ed
    evacuazioni. Dovrei perdere il mio pastore, il mio parroco, il mio don
    Ugo? Giammai: ch'egli m'insegna il Verbo e il proverbio.  Dammi la tua
    mano  terrestre,  e  tu  la  tua  mano celeste.  (Unisce le loro mani)
    Cos!... Professoroni, sono stato io a giocarvi,  mandandovi in luoghi
    sbagliati. Generosi sono i vostri cuori, intatte sono le vostre pance.
    Chiudiamo la partita nel vino cotto.  (A Page e Sommario) Via, le loro
    spade, mettetele in pegno. Seguitemi, pacifici ragazzi! Andiamo.
    (S'arrampica sulla staccionata).
    SOMMARIO: Che bel matto d'un oste. Venite, amici, seguiamolo!
    MINGHERLINO (a parte): Oh, dolce Anna Page!
    (Sommario, Page e Mingherlino seguono l'oste).
    CAIO: Se ho capito bene, vi siete burlato di noi, eh?
    EVANS: Appunto. Ci ha preso per i suoi zimpelli.  Ma tifentiamo amici,
    tottore, e mettiamo insieme i nostri cerfelli per fenticarci ti questo
    oste tignoso, rognoso e improglione.
    CAIO:  Di  tutto  cuore,  per  Dio.  E  pensare  che aveva promesso di
    portarmi da Anna Page. Me l'ha fatta!
    EVANS: Ci penso io a schiacciargli la zucca. Antiamo.
    (Scavalcano la staccionata e si allontanano).


    SCENA SECONDA - Strada di Windsor, presso alla casa di Ford.

    (Entrano la signora PAGE  e  ROBIN,  che  camminando  pomposamente  la
    precede di qualche passo. ROBIN si ferma).
    SIGNORA PAGE: Avanti, avanti, gallettino, prima il mestiere tuo era di
    seguire,  ora  di fare il battistrada. Che ti piace di pi: guidare i
    miei passi o trottare alle calcagna del tuo padrone?
    ROBIN: A dire il vero,  preferisco andare avanti a voi,  come un  vero
    uomo, che stare dietro al padrone come un nano.
    SIGNORA  PAGE:  Che  adulatore  di ragazzo!  Vedo bene che diverrai un
    cortigiano.
    (FORD viene loro incontro).
    FORD: Piacere d'incontrarvi, signora. Si pu chiedervi dove andate?
    SIGNORA PAGE: Andavo proprio da vostra moglie. Sar in casa?
    FORD: Certo. E' tanto affaccendata quanto le basta per reggersi ritta,
    per mancanza di compagnia.  Credo che se noialtri  mariti  si  dovesse
    morire, voi due vi sposereste subito...
    SIGNORA  PAGE:  Potete  esser certo: ma ci sposeremmo subito con altri
    due mariti!
    FORD: O dove l'avete trovato questo bel misirizzi?
    SIGNORA PAGE: Non mi ricordo come si chiami il signore che l'ha dato a
    mio marito. Ragazzo, come si chiama il cavaliere?
    ROBIN: Sir Giovanni Falstaff!
    FORD: Giovanni Falstaff!
    SIGNORA PAGE: Proprio lui.  Non riesco mai a tenere  a  mente  il  suo
    nome.  Hanno  fatto un'amicizia,  fra lui e mio marito...  Allora  in
    casa vostra moglie?
    FORD: Ma s.
    SIGNORA PAGE (s'inchina): Con permesso. Muoio dalla voglia di vederla!
    (La signora Page esce frettolosamente preceduta da Robin).
    FORD: Ma cos'ha Page nella testa? Non vede proprio nulla?  Non capisce
    nulla?  Dorme  della  grossa?  C'  quel  ragazzino che porterebbe una
    lettera lontano  venti  miglia,  con  la  precisione  che  un  cannone
    coglierebbe  nel  segno  a  duecento passi!  E Page  l che aiuta gli
    intrighi della moglie,  e la incoraggia alle pazzie.  Quella,  ora  va
    dalla  moglie  mia,  e si porta dietro il paggio di Falstaff.  Ci vuol
    poco  a  sentire  che  in  aria  c'  burrasca...  Con  il  paggio  di
    Falstaff... Bell'imbroglio!... Le mogli si ribellano e vanno insieme a
    perdizione!  Ma bene! Io lo coglier sul fatto, poi metter mia moglie
    alla tortura,  e strapper il velo dell'ipocrisia  dal  visetto  della
    signora  Page.  Mostrer a tutti che Page  un becco beato: e i vicini
    m'approveranno  di  non  aver  fatto  complimenti.   (Suonano  le  ore
    all'orologio  di  Windsor)  L'orologio mi d il via!  E' la mia stessa
    certezza che m'impone di agire. In casa trover Falstaff; ed invece di
    criticarmi, la gente mi loder per la mia risoluzione.  Com' vero che
    la terra sta ferma, Falstaff  in casa mia. Ci vo subito.
    (Voltandosi,  si  incontra  a  faccia  a  faccia  con Page,  Sommario,
    Mingherlino, l'Oste, Caio e Giovannino, che vengono per la via).
    TUTTI: Ben trovato, mastro Ford!
    FORD: Bella brigata,  vivaddio!  Ci ho a casa  una  quantit  di  roba
    buona; venite tutti da me.
    SOMMARIO: Scusatemi, ma non posso, mastro Ford.
    MINGHERLINO:  Neanche  io.  Siamo  invitati  dalla signorina Anna,  n
    vorrei mancare per tutto l'oro del mondo.
    SOMMARIO: Sapete che si sta combinando il fidanzamento  di  Anna  Page
    con mio nipote Mingherlino. Oggi si dovrebbe aver la risposta.
    MINGHERLINO: Pap Page, spero nel vostro consenso.
    PAGE:  E  lo  avete.   Io  son  tutto  per  voi.  Invece,  mia  moglie
    (rivolgendosi a Caio) sta per il dottore.
    CAIO: Per Dio... E la ragascia vuol bene a me. Me l'ha garantito Monna
    Fapresto.
    OSTE: Ma del giovane Fenton, che dite? Quello danza, volteggia,  e gli
    occhi gli brillano di giovent;  scrive poesie; ci ha una chiacchiera,
    ed olezza di primavera. Vince lui, vince lui. Ce l'ha in pugno!  Vince
    lui!
    PAGE: Il mio consenso,  per,  non glielo do davvero. E' un giovanotto
    che non ha un soldo,   stato della brigata di quel pazzo del principe
    e di Poins.  Eppoi viene di troppo alto... la sa troppo lunga. Niente,
    niente. Con i soldi miei,  non rif la sua fortuna di certo.  Se vuole
    Anna,  la pigli;  ma cos com',  senza soldi. Per i soldi ci vuole il
    mio consenso; e questo va in tutt'altra direzione.
    FORD: Insisto, proprio di cuore; venite, qualcuno, a casa mia. Oltre a
    una buona cena, c' da divertirsi.  Ci ho perfino un mostro,  da farvi
    vedere. Su, dottore, venite; e cos voi Padre, don Ugo...
    SOMMARIO: Allora vi salutiamo. Faremo con pi libert la nostra corte,
    a casa Page.
    (Escono Sommario e Mingherlino).
    CAIO: Giovannino, vai pure a casa. Vengo fra poco.
    (Esce Giovannino).
    OSTE:  Arrivederci,  cuoricini  mici.  Io  vo  dal  mio bravo cavalier
    Falstaff, a bere con lui vino delle Canarie.
    (Esce l'Oste).
    FORD (a parte): Ho paura che lo far bere prima io.  E lo  far  anche
    ballare! (forte) Moviamoci!
    PAGE, CAIO, EVANS: Siamo con voi: andiamo a veder questo mostro.
    (Escono con Ford).


    SCENA TERZA - L'atrio di casa Ford.  Arazzi alle pareti. Scala interna
    che conduce a un ballatoio. Un gran caminetto. Tre porte,  delle quali
    una fiancheggiata da due finestre, che si apre sulla via).

    (La signora FORD e la signora PAGE affaccendate).
    SIGNORA FORD: Gianni, Roberto alla svelta...
    SIGNORA PAGE: Sbrighiamoci, sbrighiamoci. La cesta del bucato!
    SIGNORA FORD: Ma  pronta... E' Robin che non si vede!
    (Entrano due Servitori che portano un gran cesto).
    SIGNORA PAGE (con impazienza): Pi avanti: ancora, ancora...
    SIGNORA FORD: Mettetelo l.
    (I Servitori eseguiscono).
    SIGNORA  PAGE:  Date  agli  uomini  tutte  le istruzioni,  ma facciamo
    presto.
    SIGNORA FORD: Come vi ho gi detto, Roberto,  Gianni: voi due tenetevi
    pronti,  qui accosto,  nel celliere; e quando chiamer, venite subito.
    Senza perdere un attimo, prendete il cesto in in spalla, e portatelo a
    Datchet,   di  corsa,   dov'  il  prato  delle   lavandaie.   Laggi,
    rovesciatelo in quel fosso tutto fangoso ch' presso al Tamigi.
    SIGNORA PAGE: Ma avranno inteso bene?
    SIGNORA  FORD:  Gliel'ho  detto e ridetto.  Sanno per filo e per segno
    cosa devon fare. Andate; e correte qui appena chiamo!
    (Escono i Servitori).
    SIGNORA PAGE: Ecco il piccolo Robin.
    (Entra ROBIN).
    SIGNORA FORD: Allora, civettino, che notizie?
    ROBIN: Il mio padrone,  cavalier Falstaff,   alla  porta  qui  dietro
    casa, signora Ford; e chiede di vedervi.
    SIGNORA PAGE: Senti un po', pupazzo: sei sicuro di non averci tradite?
    ROBIN (alla signora Page): Posso giurare. Il mio padrone non sa che ci
    siete  qui  voi;  e  mi  ha  minacciato di eterna libert,  se vi dico
    qualcosa; che significa mi licenzierebbe su due piedi.
    SIGNORA PAGE: Bravo ragazzo.  La tua discrezione ti servir da  sarto;
    avrai farsetto e panni di gamba nuovi. Ora vado a nascondermi.
    SIGNORA  FORD (a Robin): Tu vai dal tuo padrone;  e digli che sono qui
    sola... (Esce Robin) Signora Page, mi raccomando la parte.
    SIGNORA PAGE: State tranquilla. E se recito male fischiatemi.
    SIGNORA  FORD:  Siamo  pronti.   Lo  conceremo  per  le  feste  questo
    gocciolone!  Questa  zucca  acquatica...  Imparer  a  distinguere  le
    tortore dalle gazze!
    (La signora Page esce da una delle porte,  lasciandola  socchiusa;  da
    un'altra entra Falstaff).
    FALSTAFF: "Ti ho colto alfine,  o mio divin gioiello?".  Ed ora potrei
    anche morire: ho vissuto abbastanza. Ho toccato il vertice di tutte le
    mie ambizioni. Istante di paradiso!
    SIGNORA FORD: Mio dolce cavaliere!
    (Si abbracciano).
    FALSTAFF:  Signora  Ford,  io  non  ti  so  mentire.  Non  ti  so  far
    chiacchiere,  signora. Ti confesso un desiderio colposo: io vorrei che
    tuo marito fosse morto!  Son pronto a ripeterlo all'Onnipossente:  per
    fare di te la mia signora.
    SIGNORA FORD: Io,  vostra signora? Ahim, cavaliere; sarei una signora
    dappoco.
    FALSTAFF: Che la corte di Francia me ne  mostri  una  eguale!  I  tuoi
    occhi  gareggiano  con  i  diamanti!  La  tua  fronte ha quell'arcuata
    bellezza che tanto si addice alle pi superbe  pettinature  alla  moda
    veneziana.
    SIGNORA  FORD: Un semplice fazzoletto,  signore.  Ecco che cosa mi sta
    bene; e forse neppur quello.
    FALSTAFF: Sei una scherana a parlare cos!  Saresti Una dama di  corte
    perfetta.  La  bellezza  del  tuo  passo  darebbe  al  semicerchio del
    guardinfante l'ondulazione pi armonica.  Mi par  di  vedere  come  tu
    saresti se Fortuna non ti fosse stata nemica,  come amica t' stata la
    natura. Non fingere, via, di non saperlo.
    SIGNORA FORD: Credetemi, non ho nessuna di queste doti.
    FALSTAFF: Cos', allora, che m'ha fatto innamorare di te?  Questo solo
    dovrebbe  dirti  ch'  in  te  qualcosa  di  straordinario!  Io non so
    lusingarti: non  ti  so  dire  che  sei  questo  e  quest'altro,  come
    farebbero tanti mocciosetti che sembrano donne vestite da uomo,  e che
    puzzano come botteghe di semplicisti e droghieri.  A me non mi riesce.
    Ma ti amo! Amo te sola! Tu sola lo meriti.
    SIGNORA FORD: Non ingannatemi, cavaliere. Ho gran paura che vi piaccia
    la signora Page...
    FALSTAFF: Sarebbe come dire che mi piace la prigione per debiti,  ch'
    pi odiosa del fumo di calcina.
    SIGNORA FORD: Sa il cielo quanto  vi  amo...  (con  sottinteso)  e  un
    giorno ne avrete la prova!
    FALSTAFF: Serbatemi cotesto animo: ne sar degno.
    SIGNORA FORD: Degno ne siete,  posso dirlo; o non avrei per voi questa
    inclinazione.
    (Rientra ROBIN di corsa).
    ROBIN: Signora Ford! Signora Ford!  C' qua all'uscio la Signora Page,
    trafelata  e  stravolta,  e  dice  che  ha bisogno di parlarvi subito,
    all'istante!
    FALSTAFF: Sar bene che io non ci sia. Mi nasconder dietro un arazzo.
    SIGNORA FORD: E' meglio! Quella l,  una tale pettegola...  (Falstaff
    si nasconde dietro un arazzo).

    (Rientra  la  signora  PAGE,  dalla  porta  dietro  alla  quale  stava
    nascosta).

    SIGNORA FORD: Ebbene? Che succede?
    SIGNORA PAGE (fingendosi tutta  affannata):  Signora  Ford!  Che  cosa
    avete fatto! Vi siete svergognata e rovinata per sempre!
    SIGNORA FORD: Ma che vi piglia, signora cara?
    SIGNORA  PAGE:  Con  un galantuomo di marito come il vostro,  andate a
    dargli questi sospetti!
    SIGNORA FORD: Che sospetti?
    SIGNORA PAGE: Che sospetti!  Eh via: me  lo  chiedete?  Ahim,  io  vi
    credevo tutt'altra.
    SIGNORA FORD: Insomma, si pu sapere che c'?
    SIGNORA PAGE: C' che vostro marito sta venendo qui, insieme a tutti i
    magistrati  di Windsor,  a cercar qualcuno che,  come egli dice,  si 
    nascosto in casa, per profittare, con la vostra complicit,  della sua
    assenza. Siete rovinata!
    SIGNORA FORD: Cos spero non sia.
    SIGNORA  PAGE:  Pregate  il  cielo  che non sia,  che qui non si trovi
    quello che cercano. Certo  che vostro marito sta arrivando, con mezza
    Windsor alle calcagna. Sono corsa avanti ad avvertirvi.  Se vi sentite
    la  coscienza  tranquilla,  nessuno pi felice di me;  ma se il vostro
    amico  qui, fatelo scappare: vi dico,  fatelo scappare.  Non state l
    intontita!  Un  po'  di  presenza  di  spirito!  Difendete  la  vostra
    reputazione; o addio per sempre alla vostra vita serena e onorata.
    SIGNORA FORD: Che posso fare? C' qui un signore, mio amico carissimo.
    E pi che per l'onor mio,  tremo per il pericolo  che  lo  minaccia...
    Vorrei perdere mille sterline, purch fosse lontano...
    SIGNORA  PAGE:  Eh,  via:  cominciate a perder tempo col "vorrei" e il
    "non  vorrei".  Vostro  marito    qui  che  arriva.  Trovate  qualche
    stratagemma:  in  casa  non  potete  nasconderlo...  Ma  non avrei mai
    creduto!...  C' questa cesta.  Se  di corporatura normale,  potrebbe
    nascondersi dentro; e si coprirebbe con la biancheria sudicia, come se
    fosse roba da lavare.  Anzi, siccome son giorni di bucato, chiamate un
    paio di uomini, e lo portino al prato di Datchet!
    SIGNORA FORD: e' troppo grosso per entrarci... come posso fare?...
    (Falstaff esce di dietro l'arazzo e si precipita verso il cesto).
    FALSTAFF: Fatemi provare! Fatemi provare!  Oh,  fatemi provare!...  Ma
    c'entro...  ma  c'entro...  Seguite il consiglio della vostra amica...
    C'entro di sicuro.
    (Butta fuori dal cesto la biancheria).
    SIGNORA PAGE: Come! Il Signor Falstaff!  (Piano a Falstaff) Sincere le
    vostre lettere, cavaliere!...
    FALSTAFF (arrampicandosi nel cesto,  piano, alla signora Page): Amo te
    sola! Ma aiutami. Se riesco a infilarmi qua dentro, mai pi...
    (Si sentono voci da  fuori;  Falstaff  si  rannicchia  nel  cesto.  Lo
    ricoprono con biancheria sporca).
    SIGNORA  PAGE  (a Robin): Ragazzo,  aiuta a nascondere il tuo padrone!
    Signora  Ford,  chiamate  gli  uomini.   (A  Falstaff)  Ipocrita  d'un
    cavaliere!...
    SIGNORA FORD: Gianni! Roberto! Gianni!
    (Robin  butta  nel  cesto  la biancheria restata fuori,  e se ne va di
    corsa. Entrano i due Servitori).
    Via questi panni,  ma svelti.  E  dov'  la  pertica?  Piacciconi!  (I
    Servitori  passano  la  pertica  nei manici,  e sollevano il cesto con
    grandissimo sforzo) Portateli a Datchet, alla lavandaia. Ma svelti!

    (Si spalanca la porta che d sulla strada; ed entrano FORD, PAGE, CAIO
    e Don UGO EVANS).

    FORD: Avanti, vi prego.  Se il mio sospetto non ha fondamento,  ridete
    pure di me, sar il vostro zimbello. L'avr meritato. (Vede gli uomini
    col cesto) E quest'affare, ora? Dove lo portate?
    PRIMO SERVITORE: Per Bacco: dalla lavandaia.
    SIGNORA  FORD:  Ma  che interessa a te,  dove lo portano e dove non lo
    portano?  Ci mancherebbe altro che tu dovessi metter bocca  anche  nel
    bucato...
    FORD: Bucato!.  Vorrei poter lavare il mio onore con un bel bucato! Il
    bucato: il bucato!  Ci  vorrebbe  davvero  un  bucato:  un  bucato  di
    quelli...  (Escono i Servitori con il cesto) Amici,  stanotte ho fatto
    un sogno; e ve lo racconto. Prendete,  prendete: ecco tutte le chiavi.
    Salite  all'altre  stanze: cercate,  frugate,  trovate: garantisco che
    staneremo la volpe. Ma prima, chiudiamo qui. (Chiude a chiave la porta
    che comunica con l'esterno) Via: sguinzagliate i furetti!
    PAGE: Caro Ford, calmatevi: cos vi fate troppo torto.
    FORD: E' vero,  mastro Page.  Su,  su signori: ci  divertiremo.  (Sale
    alcuni scalini) Seguitemi.
    (Gli altri esitano).
    EVANS: Che stranezza t'umori e ti gelosie!
    CAIO: In Francia,  per Dio,  questo non suscede.  Noi, in Francia, non
    siamo gelosi.
    PAGE: Signori,  andiamo  su  con  lui.  Vediamo  come  finisce  questa
    faccenda.
    (Salgono Evans, Page e Caio).
    SIGNORA PAGE: Cos,  riuscita doppiamente bene!
    SIGNORA  FORD:  Non so che cosa mi diverta di pi,  se la delusione di
    mio marito o quella del cavaliere.
    SIGNORA PAGE: Chi sa la paura  che  ha  avuto,  quando  vostro  marito
    chiedeva cosa c'era nel cesto!
    SIGNORA FORD: Ho idea che abbia bisogno d'un bagno;  e cos a buttarlo
    in acqua non gli pu far che bene.
    SIGNORA PAGE: Ma che vada al diavolo, questo impostore... Vorrei che a
    tutti i suoi simili si potesse fargli lo stesso.
    SIGNORA  FORD:  Mio  marito  doveva  avere  una  speciale  ragione  di
    sospettare che Falstaff fosse qui; fino ad oggi, non l'avevo mai visto
    talmente accecato dalla gelosia.
    SIGNORA PAGE: Cercher di saperlo;  ed a Falstaff, intanto, gli faremo
    altri scherzi;  la sua  morbosa  fregola  non  guarirebbe  con  questa
    medicina soltanto.
    SIGNORA  FORD:  E  se  mandassimo a lui quella befana della Fapresto a
    fargli le scuse per il bagno forzato?...  Gli si fanno balenare  nuove
    speranze;  si  attira  in  un  nuovo  tranello,  e  gli si d un'altra
    lezione.
    SIGNORA PAGE: Facciamo cos,  ed invitiamolo per domattina alle  otto,
    per offrirgli un po' di ricompensa.
    (Ford, Page, Caio e Don Ugo Evans scendono).
    FORD: Non si trova! E' anche possibile che il cialtrone si vantasse di
    ci che non aveva potuto ottenere.
    SIGNORA PAGE (a parte alla signora Ford): Sentite?
    SIGNORA  FORD:  Mi  avete trattata proprio bene,  signor Ford;  che vi
    pare?
    FORD: Bene davvero.
    SIGNORA FORD: Il cielo vi renda migliore dei vostri pensieri!
    FORD: Amen.
    SIGNORA PAGE: Voi nuocete a voi stesso, e di molto, caro signor Ford.
    FORD: E' cos, e ne porto la pena.
    EVANS: Se in questa casa  c'  qualcuno  nascosto  nelle  camere,  nei
    cassoni  o  tentro  gli  armati,  mi siano rimessi i miei peccati,  il
    giorno tel giutizio unifersale!
    CAIO: E neppure io ho trovato nulla. Qui non sc' nessuno!
    PAGE: Bella figura, mastro Ford! Non vi vergognate? E' il demonio,  il
    maligno,  che vi mette queste ubbie per la testa! Non vorrei avere una
    malattia come la vostra per tutto il tesoro di Windsor.
    FORD: Page,  la mia disgrazia: e una disgrazia che mi fa soffrire.
    EVANS: E' la cattifa coscienza! Fostra moglie  una tonna perpene.  Ce
    ne fosse una come lei su cinquemila! Anzi, su cinquecento!
    CAIO: Per Dio! Mi pare anche a me una donna perbene.
    FORD: Vi avevo invitati a desinare. Mentre preparano, facciamo quattro
    passi nel parco.  Scusatemi,  vi prego.  Poi vi dir perch ho agito a
    questa maniera. Su, moglie; e voi, signora Page: (prende loro la mano)
    perdonatemi. Ve lo chiedo di cuore.
    (La signora Ford e la signora Page vanno a preparare la mensa).
    PAGE  (agli  altri):  Andiamo,  signori;  ma  datemi  retta:  dobbiamo
    seguitare  a  pigliarlo un po' in giro...  Domattina presto,  venite a
    colazione da me.  E andremo a uccellare tutti insieme.  Ho un falco da
    brughiera, bravissimo. Siamo d'accordo?
    FORD: Come volete.
    EVANS: Se c' gi il primo, io sar il seconto.
    CAIO: E se sci sono il primo e il secondo, il terzo sono io.
    FORD: Passate, Page.
    EVANS:   Fi  prego,   ricortatefi  tomani  quel  pitocchioso  furfante
    tell'oste.
    CAIO: Scertamente! per Dio, con tutto il cuore!
    EVANS: Pitocchioso furfante,  permettersi ti  tali  scherzi,  ti  tali
    peffe!
    (Tutti escono dietro a Page e Ford).


    SCENA QUARTA - Davanti a casa Page.

    (FENTON ed ANNA, seduti sotto gli alberi).
    FENTON:  E' inutile: a tuo padre non gli riesco simpatico.  Annina mia
    dolce, non mi mandare da lui un'altra volta.
    ANNA: E allora?
    FENTON: Decidi tu stessa.  Tuo padre dice che io son di nascita troppo
    elevata,  e che siccome scialacquando ho dissestato il mio patrimonio,
    ora cerco di rifarlo coi suoi soldi.  Ha tirato fuori altre storie: le
    mie  passate  sregolatezze,  i  miei  amici  dissoluti...  E dice ch'
    impossibile che io t'ami fuorch per i quattrini.
    ANNA: Chi sa che non abbia ragione.
    FENTON: No; te lo giuro,  sulla felicit che aspetto dal destino.  Fu,
    in realt, la ricchezza di tuo padre, il motivo che dapprima mi spinse
    a corteggiarti.  Ma non appena t'ebbi conosciuta, m'accorsi che valevi
    pi di tutto l'oro coniato, pi di tutti i sacchetti di monete;  e sei
    tu sola il tesoro che voglio conquistare.
    ANNA:  Caro  Fenton!  Tentate  ancora di convincere il babbo!  Tentate
    ancora!  E se poi,  scegliendo i momenti buoni e con  gli  sforzi  pi
    umili, non ci riusciremo, allora... Sentite...
    (Parlano piano, a parte).

    (S'apre la porta,  improvvisamente: ed escono di casa PAGE,  SOMMARIO,
    MINGHERLINO e MONNA FAPRESTO).

    SOMMARIO: Interrompeteli, Monna Fapresto. Ora deve parlare mio nipote.
    (Monna Fapresto si avvicina a Fenton ed Anna).
    MINGHERLINO (spaurito): Voglio  tirare  un  colpo  o  due.  Tanto  per
    provare.
    SOMMARIO: Non lasciarti intimidire!
    MINGHERLINO: Ma lei non mi intimidisce affatto.  Non  per questo.  E'
    questione che ho paura!
    FAPRESTO (ad Anna): C' il  signor  Mingherlino  che  ha  qualcosa  da
    dirvi.
    ANNA:  Eccomi subito.  (A parte,  a Fenton) E' il candidato del babbo.
    Guardate un po' che fastello di difetti ridicoli pu  apparire  bello,
    se dispone d'una rendita di trecento sterline.
    FAPRESTO: Come va,  signor Fenton? (Traendolo in disparte) Ho da dirvi
    una parola.
    (Anna si avvicina a Sommario e Mingherlino).
    SOMMARIO: Coraggio, ragazzo. Fosse qui tuo padre!
    MINGHERLINO: Ebbi un padre, signorina Anna.  E mio zio pu raccontarvi
    su  di lui un sacco di storielle divertenti.  Via,  zio,  per piacere,
    raccontate alla signorina quello scherzo del babbo, quando rub le due
    oche dal pollaio...
    SOMMARIO: Signorina Anna, mio nipote  innamorato di voi.
    MINGHERLINO: E' cos: quanto io amo donna nella contea di Gloucester.
    SOMMARIO: Vi far una vita da signora.
    MINGHERLINO: Sicuro, venga chi voglia,  che non sia di grado superiore
    a scudiere.
    SOMMARIO: Vi far un assegno di cento cinquanta sterline.
    ANNA:  Ottimo signor Sommario,  lasciate che parli un po' lui,  con la
    sua bocca.
    SOMMARIO: Grazie! Grazie delle buone parole! Vuol parlarti, nipote. Vi
    lascio...
    (Si mette un po' in disparte).
    ANNA: E allora, signor Mingherlino?
    MINGHERLINO (tirandosi la barba): Allora, signorina?
    ANNA: Quali sono le vostre volont?
    MINGHERLINO: Le mie volont! Questa mi piace! Le mie volont! Grazie a
    Dio non ho fatto ancora testamento. Grazie a Dio,  non sono mica tanto
    malato.
    ANNA: Intendevo chiedervi, signor Mingherlino: cosa volete da me?
    MINGHERLINO  (a  occhi  bassi): In verit,  per parte mia,  non voglio
    niente, o quasi niente. E' vostro padre e mio zio,  che hanno preso le
    mosse...  Se va,  tanto meglio; se no, buona fortuna a chi riesce. Del
    resto,  loro due  vi  diranno  meglio  di  me  come  stanno  le  cose.
    Domandatelo a vostro padre. Eccolo qui.
    (Entrano PAGE e la signora PAGE, di ritorno da casa FORD).
    PAGE: Carissimo Mingherlino...  Vogligli bene, figlietta mia. Ma cos'
    questa storia?  Cosa fa qui  il  signor  Fenton?  Signore,  la  vostra
    presenza qui non mi piace.  Vi ho gi detto, signore, che mia figlia 
    impegnata...
    FENTON: Non arrabbiatevi, signor Page!
    SIGNORA PAGE: Sul serio,  signor Fenton,  non state cos appresso alla
    bambina mia.
    PAGE: Non  roba per voi.
    FENTON: Mi lasciate parlare un momento?
    PAGE:  Perfettamente  inutile.   Venite,   signor  Sommario.  Andiamo,
    Mingherlino,  figlio mio.  (A Fenton) Voi conoscete le mie idee,  e la
    vostra insistenza m'offende.
    (Page, Sommario e Mingherlino entrano in casa).
    FAPRESTO (a parte, a Fenton): Provate con la signora Page.
    FENTON:  Mia buona signora,  amo vostra figlia d'un amore cos onesto,
    che malgrado gli ostacoli,  i rifiuti e le mossacce,  io tengo alto lo
    stendardo  del  mio amore: io non indietregger mai...  Concedetemi il
    vostro aiuto...
    ANNA: Mammina mia, non mi far sposare quel cretino laggi.
    SIGNORA PAGE: Non lo voglio affatto. Ho in mente per te molto meglio.
    FAPRESTO: Allude al mio padrone, il dottore.
    ANNA: Preferirei mi lapidassero con le rape, e mi seppellissero viva.
    SIGNORA PAGE: Non v'affliggete, signor Fenton, non vi sar alleata, ma
    nemmeno avversaria.  Voglio scandagliare mia figlia a vostro riguardo,
    e piglier dopo le mie decisioni.  Per il momento arrivederci. Bisogna
    che Anna rientri subito, suo padre s'inquieta.
    (La signora Page entra in casa. Anna la segue,  e sulla porta si ferma
    e si volta a salutare).
    FENTON: Arrivederci, gentil signora. Addio, Annetta.
    (Si chiude la porta).
    FAPRESTO:  Tutto merito mio.  "Eh - le ho detto - ma volete buttare ai
    cani la figliolina vostra, dandola a quell'imbecille o al dottore? Non
    c' qui il signor Fenton?". Merito mio.
    FENTON: Vi ringrazio. E, vi prego, stasera date questo anello alla mia
    Annetta. E questo, per il vostro disturbo.
    (Le d del denaro, ed esce).
    FAPRESTO (seguendolo con lo sguardo): Che il cielo ti dia fortuna!  Ha
    un cos buon cuore!  Una donna dovrebbe buttarsi nel fuoco o in acqua,
    per un cuore simile... (Mette in tasca il denaro) Eppure vorrei che la
    signorina Anna l'avesse il mio  padrone,  o  che  l'avesse  il  signor
    Mingherlino...  o, in fede mia, che l'avesse il signor Fenton. Io far
    del mio meglio per ciascuno dei tre.  Cos ho  promesso,  e  terr  la
    parola;  ma  in special modo per il signor Fenton...  E pensiamo ora a
    quest'altra commissione per il cavalier Falstaff da  parte  delle  due
    signore! Io, bestia, che sto qui a perder tempo!...
    (Esce in fretta).

    SCENA QUINTA - Sala nella Locanda della Giarrettiera. Mattina presto.

    (Scende FALSTAFF dalla sua camera).
    FALSTAFF (chiamando): Bardolfo! Presto!
    BARDOLFO (entra di corsa): Eccomi, signore.
    FALSTAFF: Subito una mezzetta di vino,  e un crostino. (Bardolfo esce;
    Falstaff si siede) E avrei vissuto fino ad oggi, per esser messo in un
    cesto come una carretta di  rifiuti  di  macelleria  e  scagliato  nel
    Tamigi! Accidenti! Se ricasco mai pi in queste trappole, voglio farmi
    cavare il cervello,  e cuocerlo nel burro e darlo ai cani,  per regalo
    di Capodanno...  Quei due manigoldi  mi  buttarono  a  fiume  con  una
    disinvoltura...  nemmeno  si  trattasse  di  una  covata  di  quindici
    cagnolini ciechi.  Capirete dalle mie proporzioni,  che ho facilit  a
    colare  a  picco;  e se il fondo fosse stato pi gi dell'inferno,  ci
    sarei arrivato...  Affogavo,  per Dio,  se l'acqua non era cos bassa.
    Affogavo!...  Una  morte  che  detesto,  perch  l'acqua fa gonfiare i
    cadaveri. E io sembrerei una montagna di gelatina, se dovessi gonfiare
    un altro poco.
    (Rientra BARDOLFO con due bicchieri).
    BARDOLFO: C' qui Monna Fapresto che vorrebbe parlarvi.
    (Posa sul tavolo i due bicchieri).
    FALSTAFF (prende un bicchiere): Fammi prima mescolare un po'  di  vino
    all'acqua del Tamigi.  Ho un freddo in pancia, come avessi inghiottito
    delle palle di neve per rinfrescar la vescica.  (Beve)  Avanti,  falla
    passare.
    BARDOLFO: Entrate, signora.
    (Entra MONNA FAPRESTO).
    FAPRESTO: Con permesso...  Scusate il disturbo, e buon giorno a Vostra
    Signoria.
    FALSTAFF (vuota il secondo bicchiere di vino.  A Bardolfo): Porta  via
    questi calici; e preparami un beverone caldo.
    BARDOLFO (prendendo i bicchieri): Ci sbatto dentro qualche uovo?
    FALSTAFF:  Vino  solo,  vino solo: non ci voglio sperma di pollo nelle
    mie bevande. (Esce Bardolfo) E dunque, che c'?
    FAPRESTO: Vengo da parte della signora Ford...
    FALSTAFF: Della signora Ford? Ma ne ho avuto abbastanza! Per lei,  son
    finito in un fiordo! E l'acqua del fiordo m'ha riempito la pancia.
    FAPRESTO: Non  stata colpa sua, poverella! Sapeste la sua collera con
    i servitori! Son loro che hanno capito male le distruzioni!
    FALSTAFF:  E  cos  ho  sbagliato io,  fidandomi della promessa di una
    pazza!
    FAPRESTO: Signore mio, se vedeste come  afflitta,  vi si stringerebbe
    il  cuore!  Stamani  il marito va a caccia,  e la signora vorrebbe che
    tornaste da lei,  fra le otto e le nove.  Debbo portarle  la  risposta
    subito. Garantisco che vi compenser di quanto avete sofferto.
    FALSTAFF:  Va  bene!  Ander  a  trovarla.  Diteglielo.  E che intanto
    rifletta sulla natura dell'uomo  e  sull'umana  fralezza,  per  sapere
    meglio apprezzare il mio merito.
    FAPRESTO: Glielo dir.
    FALSTAFF: Allora, fra le nove e le dieci.
    FAPRESTO: Fra le otto e le nove, signore.
    FALSTAFF: Andate. Non mancher.
    FAPRESTO: Dio v'accompagni.
    (Esce).
    FALSTAFF:  Strano  che  il  signor  Brook non si faccia vedere.  Mi ha
    mandato  a  dire  che  lo  aspettassi.   Eh,   i  suoi  quattrini   mi
    interessano!... Ma eccolo che arriva.
    (Entra FORD, travestito da Brook, come nel Secondo Atto).
    FORD: Salute, cavaliere!
    FALSTAFF: Mastro Brook, sarete venuto di certo per sapere com' andata
    con la signora Ford!
    FORD: Appunto.
    FALSTAFF: Mastro Brook,  non vi dir bugie.  Giunsi a casa sua all'ora
    stabilita...
    FORD: E and bene?
    FALSTAFF: And male, caro signore.
    FORD: E come mai? Forse madama aveva cambiato pensiero?
    FALSTAFF: Affatto.  Ma  non  c'eravamo  quasi  nemmeno  abbracciati  e
    sbaciucchiati,  scambiando  amorose  proteste,  che  quel ficcanaso di
    cornuto,  il quale vive in continuo allarme di  gelosia,  viene  e  ci
    guasta tutto l'incantesimo.  Insomma,  s'era appena finito di recitare
    il prologo della nostra commedia.  Ed ecco  Ford,  con  una  canca  di
    amici,  che  richiamati  ed  aizzati  dal  suo  furore,  accorrevano a
    rovistare da cima a fondo la casa, per trovare l'amante della moglie!
    FORD: Mentre eravate l?
    FALSTAFF: Mentre ero l.
    FORD: E v'hanno cercato, senza potervi trovare?
    FALSTAFF: Sentite.  Per fortuna,  arriv in tempo  una  certa  signora
    Page,  ad avvertirci che Ford si accostava a gran passi;  e fu lei che
    ebbe idea (la signora Ford non capiva pi nulla) di farmi  portar  via
    nella cesta del bucato.
    FORD: Nella cesta del bucato?
    FALSTAFF:  Nella  cesta  del bucato.  Fra camicie e grembiuli sporchi,
    calze e calzini fetidi, tovaglie piene d'unto.  Signor Brook mio,  era
    il pi infame miscuglio di puzzi che mai abbiano offeso narici.
    FORD: Quanto siete stato l dentro?
    FALSTAFF: Ora saprete ci che ho sofferto, cercando di portare al male
    quella  donna,  per  il  bene vostro.  Ero aggomitolato nel cesto;  e,
    chiamati dalla  padrona,  vennero  un  paio  di  servi  di  Ford,  due
    furfanti.  La  signora  dice  che  portino  a lavare quella biancheria
    sudicia.  Si caricano il cesto in ispalla;  ed ecco  che  sulla  porta
    s'incontra quel birbante geloso del loro padrone,  e domanda una volta
    o due che cosa hanno nel cesto.  Io tremavo di paura  che  quel  matto
    volesse guardare.  Ma il fato lo trattenne, perch si vede che lo vuol
    becco a ogni costo.  Lui,  continua la sua  perquisizione;  e  me,  mi
    portano via come panni sporchi.  Ma sentite il seguito,  mastro Brook;
    sentite.  Io pativo le pene di tre morti tutte differenti.  Primo:  la
    paura  d'esser  trovato  da quel putrido caprone furioso.  Secondo: la
    paura di rimaner curvato nella circonferenza d'una  botte,  in  quella
    posizione che mi toccavo la testa con i piedi, come quando si prova la
    lama  d'un  fioretto,  punta  contro  elsa.  Terzo:  la paura d'essere
    impregnato, come una forte essenza, dai panni luridi, che fermentavano
    nel loro grasso.  Pensate a tutto questo: uno della mia  complessione.
    Io  che patisco il caldo pi che se fossi di burro,  e che sono sempre
    in punto di liquefare.  E' un miracolo se  non  son  morto  soffocato.
    Quando  il  bagno di sudore era al colmo ed io ero mezzo cotto nel mio
    intinto,  come uno stufato olandese,  mi buttano a fiume.  Arroventato
    come  ero,  mi  scaraventano  in acqua,  che friggevo come un ferro di
    cavallo. Ve ne fate idea?
    FORD: Mi dispiace,  signore,  molto sinceramente,  che per mia cagione
    abbiate  passato  tanti  guai!  Il mio caso diventa disperato;  perch
    capisco che non vorrete mai pi ritentare.
    FALSTAFF: Signor Brook,  piuttosto che  arrendermi.  mi  far  buttare
    nell'Etna  come  mi  hanno buttato nel Tamigi.  Il marito stamani va a
    caccia,  e la signora ha mandato a dirmi che mi aspetta tra le otto  e
    le nove.
    FORD: Le otto son gi.
    FALSTAFF: Corro subito, dunque. Tornate pi tardi, quando vi comoda, e
    vi  racconter  che successo ho avuto.  L'opera sar coronata,  quando
    l'avrete.  Arrivederci.  L'avrete,  mastro Brook.  E Ford,  lo  farete
    becco.
    (Esce).
    FORD:  Ma   un sogno?  un'allucinazione?  Forse io dormo.  Svegliati,
    svegliati, Ford! Stanno guastandoti ci che hai di pi caro, Ford mio:
    ecco che cosa vuol dire aver moglie, e casa, e biancheria, e ceste del
    bucato!...  Per me,  mi riconosco quello che sono.  Ma lo coglier sul
    fatto,  questo  sporcaccione.  E'  in  casa  mia,  e  non  mi  scappa.
    Impossibile.  Vada pure a ficcarsi nel borsellino pi  piccolo,  nello
    scatolino  del pepe...  Per paura che sia il diavolo che lo consiglia,
    io frugher nei posti pi inverosimili.  Non  posso  evitare  d'essere
    quello  che  sono;  ma non per questo voglio rassegnarmi.  Se ho tante
    corna da diventar matto, almeno, come dice il proverbio, voglio essere
    feroce come un toro.
    (Esce).


    ATTO QUARTO.
    SCENA PRIMA - La strada dinanzi alla casa di mastro Page.

    (La signora PAGE esce di casa con MONNA FAPRESTO e GUGLIELMO).
    SIGNORA PAGE: Credi che sia di gi da mastro Ford?
    FAPRESTO: Certo che c' di gi,  o ci sar tra un momento,  ma   fuor
    dei  cancheri per essere stato buttato nell'acqua.  La signora Ford vi
    prega di venire subito.
    SIGNORA PAGE: Sar da lei in un attimo,  devo prima condurre a  scuola
    questo  giovanottino...  Ecco  che  viene il suo maestro,   giorno di
    vacanza a quel che pare.
    (S'avvicina Don UGO EVANS).
    Ebbene, don Ugo, niente scuola, oggi?
    EVANS: No, mastro Mingherlino ha tetto ti lasciar giocare i ragazzi.
    FAPRESTO: Sia benedetto!
    SIGNORA PAGE: Don Ugo,  mio marito dice che mio figlio non  fa  nessun
    profitto  nei  suoi  studi.  Vi  prego,  fategli  qualche  domanda  di
    grammatica.
    EVANS: Fieni qua, Guglielmo, su, alza la testa.
    SIGNORA PAGE: Su, bambino, alza la testa; rispondi al tuo maestro, non
    aver paura.
    EVANS: Guglielmo, quanti numeri ha il nome?
    GUGLIELMO: Due.
    FAPRESTO: Davvero credevo che ce ne fosse uno di pi,  perch si dice:
    "Al nome di Dio" cio della Santissima Trinit.
    EVANS: Zitta con le fostre chiacchiere! Come si tice pello, Guglielmo?
    GUGLIELMO: "Pulcher".
    FAPRESTO: Pulci!. C' di meglio che le pulci, di sicuro!
    EVANS: Siete una tonna proprio semplice!  Zitta,  fi prego... Che cosa
    fuol tire "lapis", Guglielmo?
    GUGLIELMO: Pietra.
    EVANS: E che cos' pietra, Guglielmo?
    GUGLIELMO: Un sasso.
    EVANS: No,  "lapis". Ti prego, cacciatelo in testa!
    GUGLIELMO: "Lapis".
    EVANS: Prafo Guglielmo... E ta tofe fengono gli articoli, Guglielmo?
    GUGLIELMO: Gli articoli vengono  dai  pronomi  e  si  declinano  cos:
    nominativo singolare, "hic, haec, hoc".
    EVANS: Nominativo,  "hig,  haeg,  hog".  Attento,  ti prego: genitifo,
    "hujus"... Eppene, qual  l'accusatifo?
    GUGLIELMO: Accusativo, "hinc".
    EVANS: Fia, ricortati pene, ragazzo: accusatifo, "hung, hang, hog".
    FAPRESTO: Gog e Magog: scommetto che in latino vuol dire il  paese  di
    vattelapesca.
    EVANS:  Smettetela  con  le fostre ciarle,  quella tonna...  Qual  il
    focatifo, Guglielmo?
    GUGLIELMO (si gratta il capo): O... il vocativo comincia con O...
    EVANS: Ricortati, Guglielmo, il focatifo "caret"...
    FAPRESTO: Carota:  una buona radice.
    EVANS: Tacete, puona tonna.
    SIGNORA PAGE: Zitta.
    EVANS: Qual  il genitifo plurale, Guglielmo?
    GUGLIELMO: Il caso genitivo?
    EVANS: Gi!
    GUGLIELMO: Il caso genitivo : "horurn, harum, horum".
    FAPRESTO: Oh, che malumore! Non ne parlar mai, bambino, di questo caso
    generativo!
    EVANS: Fergognatefi, quella tonna!
    FAPRESTO:  Fate  male  a  insegnare  al  bambino   queste   parolacce:
    gl'insegna le chicche e le  cacche,  cose che sanno da s anche troppo
    presto, e a esser di malumore. Vergognatevi!
    EVANS: Tonna, sei pazza?  non ne capisci niente tei casi,  tei numeri,
    tei  generi?  Sei    proprio la pi sciocca cristiana che immaginar si
    possa!
    SIGNORA PAGE (a Monna Fapresto): Fammi il favore, sta' zitta.
    EVANS: E ora, Guglielmo, fammi esempi tella teclinazione tei pronomi.
    GUGLIELMO: Me ne son proprio scordato.
    EVANS: E': "qui, quae, quot": se scorti i tuoi "qui", i tuoi "quae", e
    i tuoi "quot", sarai sculacciato... E ora fattene pure a giocare!
    SIGNORA PAGE: Ne sa pi di quanto credevo.
    EVANS: Ha una memoria sfeglia... Arrifeterci, signora Page.
    (Se ne va per la sua strada).
    SIGNORA PAGE: Addio, caro don Ugo. Vattene a casa, ragazzo. Via, si fa
    troppo tardi.
    Esce con Monna Fapresto).


    SCENA SECONDA - L'atrio di casa Ford: come al Terzo Atto. In un angolo
    il cesto del bucato.

    (FALSTAFF e la signora FORD, seduti).
    FALSTAFF: Signora Ford, il vostro rammarico ha cancellato ogni traccia
    di quanto soffersi. Vedo che il vostro amore  sentito veramente, e lo
    ricambio in tutto e per tutto,  a capello.  E non  solo  per  ci  che
    riguarda  i  semplici  offici  d'amore;  ma  in  ogni accompagnamento,
    complemento e cerimonia... Ditemi per: siete voi ben sicura, circa il
    vostro marito, ora?
    SIGNORA FORD: E' a uccellare, mio dolce signore.
    SIGNORA PAGE (chiamando da fuori): Comare Ford! Comare!
    SIGNORA FORD (aprendo una porta a Falstaff): Presto, passate in quella
    stanza.
    (Falstaff va nella stanza attigua,  ma lasciando socchiusa  la  porta.
    Entra la signora PAGE).
    SIGNORA PAGE: Dite un poco, carina, chi  in casa con voi?
    SIGNORA FORD: La servit, e nessun altro.
    SIGNORA PAGE: Assolutamente?
    SIGNORA FORD: Assolutamente! (sottovoce) Ma parlate pi forte.
    SIGNORA PAGE: Sono proprio contenta che non ci sia nessun altro.
    SIGNORA FORD: E perch?
    SIGNORA  PAGE: Perch vostro marito  stato ripreso dai soliti furori.
    Ed  laggi che d in escandescenze col marito mio:  bestemmia  contro
    tutta  la  gente  sposata,  e  maledice tutte le figlie di Eva,  senza
    eccezione.  Si  picchia  in  fronte  le  mani  strillando:  "Spuntate,
    spuntate!". Le cose pi pazze che io abbia mai visto, diventano rose e
    viole  in  confronto alla sua frenesia.  Sono proprio contenta che non
    sia qui, quel grasso signore.
    SIGNORA FORD: Ma perch? Parla forse di lui?
    SIGNORA PAGE: Parla soltanto di lui!  E  protesta  che  l'altra  volta
    glielo fecero scappare dentro una cesta.  Dice che il cavaliere  qui;
    ed ha fatto interrompere la caccia a mio marito  ed  agli  altri,  per
    verificare di nuovo il suo sospetto.  Sono ben lieta che non ci sia il
    vostro cavaliere e vostro marito ora dovr convincersi  della  propria
    follia...
    SIGNORA FORD: Signora Page, quanto  ancora lontano?
    SIGNORA PAGE: Qui in fondo alla strada. Star pochi minuti.
    SIGNORA FORD: Sono rovinata! Il cavaliere  qui!
    SIGNORA PAGE: Allora siete rovinata davvero,  e lui  un uomo morto...
    Ma che razza di donna!...  Mandatelo via,  mandatelo via:  meglio  uno
    scandalo che un assassinio.
    (Falstaff fa capolino alla porta).
    SIGNORA FORD: Di dove pu scappare?  Dove posso cacciarlo?  Rimetterlo
    nella cesta un'altra volta?
    FALSTAFF (entrando precipitosamente): Ah, no davvero! In cesta, io non
    ci torno. Non posso uscire avanti che arrivi?
    SIGNORA PAGE: Ahim! Tre fratelli di mastro Ford, con le loro pistole,
    stanno di guardia alle porte perch non esca nessuno.  Se non ci fosse
    stato questo... Ma, insomma, cosa ci fate qui?
    FALSTAFF:  Che  volete che faccia!...  Mi arrampicher su per la cappa
    del camino.
    SIGNORA PAGE: Vanno sempre l a  scaricare  gli  schioppi.  Piuttosto,
    nascondetevi nel forno.
    FALSTAFF: E dov'?
    SIGNORA  FORD:  Inutile;  va  a  guardarci di certo.  Non c' armadio,
    cassone, canterano, baule,  pozzo o cantina,  di cui egli non abbia un
    memoriale,  e  che  non vada a ispezionare con l'elenco alla mano.  In
    casa mia non c' dove nascondervi.
    FALSTAFF (esasperato): Allora esco!
    SIGNORA PAGE: Se andate fuori cos come  siete,  vi  fanno  la  pelle!
    L'unica sarebbe travestirsi!
    SIGNORA FORD: Ma come si fa a travestirlo?
    SIGNORA PAGE: Questo non lo so davvero. Non esiste un vestito da donna
    cos  ampio;  altrimenti,  con  una scuffia,  una sciarpa e un fisci,
    poteva passare.
    FALSTAFF: Da brave: inventate qualcosa!  Qualsiasi espediente,  purch
    non succeda un macello.
    SIGNORA FORD: La zia della cameriera, quella grassona di Brainford, ha
    lasciato su (accennando al piano di sopra) un vestito.
    SIGNORA PAGE: Credo che gli star:  grassa come lui.
    SIGNORA  FORD:  E  c'  anche il cappello con le gale,  e una sciarpa.
    Correte,  su,  cavaliere!  Intanto,  con la signora  Page,  cercheremo
    qualcosa da nascondervi il viso.
    SIGNORA  PAGE:  Presto,  presto...  veniamo  su  subito.  Cominciate a
    infilarvi la veste.
    (Falstaff corre al piano di sopra).
    SIGNORA FORD: Non so cosa darei perch mio marito lo incontrasse  cos
    mascherato.  Non la pu soffrire, quella vecchia di Brainford: giura e
    spergiura ch' una strega;  le ha  proibito  di  farsi  vedere,  e  ha
    persino minacciato di picchiarla.
    SIGNORA  PAGE:  Che  il  cielo  lo  guidi  sotto  il bastone di vostro
    marito... e che poi il diavolo s'incarichi lui di guidare il bastone.
    SIGNORA FORD: Ma sta arrivando sul serio?
    SIGNORA PAGE: Purtroppo. E discorre,  discorre della cesta: chi sa mai
    da chi l'ha risaputo.
    SIGNORA FORD: Cercheremo di scoprirlo: ora chiamo i miei uomini che la
    riportino via, facendo in modo d'incontrarsi sull'uscio con mio marito
    come ieri.
    SIGNORA PAGE: Ormai sar qui! Andiamo a vestire quell'altro da strega.
    SIGNORA  FORD: Ma prima voglio spiegare ai miei servi che cosa debbono
    fare con la cesta. Salite,  e porter subito il fisci per camuffargli
    la testa.
    SIGNORA PAGE: Mascalzone! Non lo potremo mai beffare abbastanza.
    (Esce la signora Ford. Mentre la signora Page sale le scale dice:)
    Qui si dimostra che le buone mogli
    concilian l'onest con l'esser liete.
    Come sta scritto negli antichi fogli:
    i ponti li rovinan le acque chete.
    (Rientra la Signora FORD, seguita da due Servitori).
    SIGNORA FORD: Avanti...  caricatevi il cesto in ispalla.  Il padrone 
    quasi alla porta.  Se vuol vedere cosa  c'  nel  cesto,  obbeditegli.
    Presto! andate.
    (La  signora  Ford  prende  roba  da  un  armadio,  e  sale  al  piano
    superiore).
    PRIMO SERVITORE:. Su, oh, forza!
    SECONDO SERVITORE: Preghiamo il cielo che, anche questa volta, non sia
    pieno di cavaliere!
    PRIMO SERVITORE: Speriamo.  Preferirei  fosse  piombo!  (Sollevano  il
    cesto).

    (Si  apre  la  porta  che  d  sulla  strada,  ed entrano FORD,  PAGE,
    SOMMARIO, CAIO e Don UGO EVANS).

    FORD:  Se  poi  la  cosa  si  dimostra  vera,  mastro  Page,  come  vi
    rimangerete  le  vostre canzonature?  (Vede i Servitori col cesto) Gi
    quel cesto, furfante! E si chiami subito mia moglie! Amore nel cesto!.
    Ruffiani!  E' una vera  congiura  contro  di  me;  un  complotto,  una
    combriccola,  una  cospirazione.  (Soffoca  dalla  collera)  Ma ora il
    diavolo sar smascherato. E mia moglie? Avanti... fatti avanti! Guarda
    i bei panni che mandi a lavare!
    PAGE: Questo passa ogni limite.  Ma Ford!  Non vi si pu lasciare cos
    scatenato. Bisogner legarvi.
    EVANS: E' pazzo. E' peggio t'un cane con la rappia!
    SOMMARIO: Cosi non va, mastro Ford... non va davvero.
    FORD: Lo dico anch'io,  che non va.  (La signora  in cima alle scale;
    Ford l'indica col dito) Avanti,  avanti,  signora Ford: donna  onesta,
    moglie  modesta,  creatura  di virt,  vittima del marito geloso.  (La
    signora Ford  scesa,  e si  messa davanti al marito) E' dunque vero:
    tutti i miei sospetti sono sballati!
    SIGNORA  FORD (calmissima): Se  della mia onest che tu sospetti,  sa
    il cielo che sospetti il falso.
    FORD: Detto  bene,  faccia  di  bronzo!  Continua  cos!  Esci  fuori,
    briccone!
    (Comincia a buttare i panni dal cesto).
    PAGE: E' troppo!
    SIGNORA FORD: Non ti vergogni? Lascia stare quei panni.
    FORD: Ora ti faccio vedere!
    EVANS:  Tutto  questo    tissennato!  Cosa state cost a prancicare i
    festiti ti fostra moglie? (Agli altri) Fenite via, antiamocene!
    FORD (ai Servitori): Vuotate il cesto, vi ho detto!
    SIGNORA FORD: Ma perch, via? Cos'hai?
    FORD: Mastro Page, quant' vero che io sono io, ieri qualcuno fu fatto
    uscire dentro a questa cesta.  Perch non pu esserci anche  oggi?  So
    che  qui in casa,  lo so di sicuro;  le mie informazioni sono esatte,
    la mia gelosia ha buone ragioni;  e dunque vuotiamo senz'altro  questi
    panni.
    (Page aiuta a vuotare il cesto).
    SIGNORA FORD: Se c' un uomo l dentro schiacciatelo come una pulce!
    PAGE: Qui non c' nessuno.
    (Rovescia la cesta vuota).
    SOMMARIO: In fede, signor Ford, ci non  bello! Vi fate gran torto.
    EVANS: Mastro Fort,  fareste meglio a pregare,  e a non tar retta alle
    fostre immaginazioni: ci  gelosia.
    FORD: Non  qui quello che cerco.
    PAGE: Sfido! Egli non esiste che nel vostro cervello!
    FORD: Aiutatemi ancora a cercare per casa;  e se non lo troviamo,  non
    abbiate  riguardi pel mio eccesso: ch'io diventi la vostra facezia per
    sempre.  Dican pure: "E' geloso come Ford che cercava in un guscio  di
    noce l'amante della moglie!". Datemi questa soddisfazione. Cercate con
    me un'ultima volta.
    SIGNORA  FORD: Signora Page!  Scendete,  voi e la vecchia,  mio marito
    vuol salire in camera.
    FORD: La vecchia? Che vecchia?
    SIGNORA FORD: La zia della cameriera; quella donna di Brainford.
    FORD: Quella strega!... quella cialtrona, quella vecchia impostora! Ma
    io le avevo proibito di mettere pi piede in casa mia. Verr a portare
    ambasciate, mi figuro! Come siamo ingenui, noialtri uomini! Chi sa che
    ti combina,  con la scusa di venire a dir la ventura!  Armeggia con le
    mage, gli incantesimi, le figure astrologiche ed altri artifici dello
    stesso  genere al di l della nostra capacit;  e che cosa ne sappiamo
    di quello che c' sotto?  (Prende un bastone,  appeso  a  una  parete)
    Vieni gi, strega, megera. Vieni gi t'ho detto...
    SIGNORA FORD: Calmati,  mio buon marito;  e voi,  signori, cercate che
    non faccia del male a quella disgraziata.

    (Condotto dalla signora PAGE,  appare FALSTAFF,  in  vesti  femminili;
    esita, quando si trova in fondo alle scale).

    SIGNORA PAGE: Venite, mammina, venite; datemi la mano...
    FORD:  Gliela  do  io,  la  mano!  (Falstaff scappa,  Ford lo rincorre
    bastonandolo)  Via  di  qui,  strega,  megera,  stracciona...  carogna
    rognosa...  Via di qui...  Te le do io le arti magiche! Te la do io la
    fortuna!
    (Falstaff fugge nella via).
    SIGNORA PAGE: Ma non vi vergognate? Credo che l'avete mezza ammazzata,
    quella poverina!
    SIGNORA FORD: L'ammazzer davvero! Bella prodezza!
    FORD: Quella strega, alla forca!
    (Sale le scale).
    EVANS: Eppure, creto anch'io che teppa essere taffero una strega.  Non
    mi piacciono le tonne parpute; e sotto la sciarpa, ho fisto che questa
    afefa un parpone!...
    FORD  (dal  ballatoio):  Amici,  salite?  Ve lo chiedo per piacere!...
    Veniamo alle conclusioni della mia gelosia!  Se anche questa volta  ho
    gettato  l'allarme  inutilmente,  non  datemi ascolto mai pi,  quando
    abbaio di nuovo.
    PAGE: Facciamo anche questo; andiamo.
    (Salgono le scale per seguire Ford).
    SIGNORA PAGE: Dio mio, l'ha picchiato in modo pietoso!
    SIGNORA FORD: Non direi pietoso, perdiana! Spietato, piuttosto.
    SIGNORA PAGE:  Vorrei  che  quel  bastone  fosse  benedetto  e  appeso
    all'altare: ha reso un servigio sacrosanto!
    SIGNORA  FORD:  Che  ne dite?  Col privilegio del nostro sesso,  e con
    l'appoggio della  buona  coscienza,  non  potremmo  perseguitarlo  con
    qualche altra vendetta?
    SIGNORA  PAGE:  La  libidine,  ormai,  dovrebbe essergli passata dallo
    spavento!  E a meno che  il  demonio  non  lo  tenga  addirittura  pei
    capelli, credo che non vorr pi molestarci.
    SIGNORA FORD: Ma ai nostri sposi si deve raccontare il trattamento che
    gli abbiamo fatto?
    SIGNORA  PAGE:  Di  certo;  non fosse che a dissipare ogni ubbia dalla
    mente di vostro marito...  E  se  poi  giudicassero  che  quel  povero
    galante  dl  grassone  debba  essere  tormentato ancora un po',  ce ne
    incaricheremo di nuovo noi due.
    SIGNORA FORD: Vorranno, scommetto,  che sia pubblicamente svergognato.
    Credo  anch'io  che  la  farsa  non  sarebbe  completa,  finch non lo
    svergogneremo pubblicamente.
    SIGNORA PAGE: E allora pensiamo che cosa si potrebbe fare! Battiamo il
    ferro finch  caldo!


    SCENA TERZA - Una camera nella Locanda della Giarrettiera.

    (Entrano l'Oste e BARDOLFO).
    BARDOLFO: Messere,  i tedeschi desiderano tre dei vostri  cavalli:  il
    duca in persona verr domani a corte, ed essi gli vanno incontro.
    OSTE:  Chi  sar mai questo duca che arriva cos segretamente?  Non ho
    sentito dir nulla a corte. Vorrei parlare con quei signori; parlano la
    nostra lingua?
    BARDOLFO: S, signore, ve li vado a chiamare.
    OSTE: Avranno i miei cavalli; ma li far pagare, e salato! Hanno avuto
    la mia casa ai loro ordini per una settimana; ho mandato via gli altri
    miei clienti; dovranno sborsare: li condir io. Venite.
    (Escono).


    SCENA QUARTA - L'atrio di casa Ford.

    (PAGE,  FORD,   le  signore  PAGE  e  FORD  e  don  UGO  EVANS  stanno
    conversando).
    EVANS: Ecco una delle tonne pi sagge che io appia mai conosciuto.
    PAGE: E cos vi mand queste due lettere al medesimo tempo!
    SIGNORA PAGE: A distanza d'un quarto d'ora.
    FORD (inginocchiandosi): Perdonami,  moglie.  D'ora innanzi fa' quello
    che vuoi: potr sospettare che il sole sia gelido,  ma non  sospetter
    pi te di leggerezza.  D'ora innanzi, quest'eretico avr fede assoluta
    nel tuo onore.
    PAGE: Bene...  bene...  ma basta!  Non esagerate nell'umiliarvi,  come
    prima nell'accusare.  Cerchiamo invece di prolungare questa beffa. Che
    le nostre mogli,  per  darci  un  pubblico  divertimento,  fissino  un
    appuntamento   al   vecchio  grassone,   in  luogo  ove  noi  possiamo
    sorprenderlo, e dargli il suo avere.
    FORD: La cosa migliore  di fare come esse han proposto.
    PAGE: Di mandargli a dire che lo aspettano a mezzanotte nel  Parco?...
    Figuratevi! Si guarder bene dall'andarci.
    EVANS:  M'afete  tetto  che  fu  gi  puttato nel fiume.  E quanto era
    festito ta fecchia,  l'afete pastonato ti santa ragione.  Ritengo  che
    ormai  appia paura,  e non ci fata.  La sua carne  stata punita,  e i
    tesiteri saranno spenti.
    PAGE: Lo credo anch'io.
    SIGNORA PAGE: Stabilite voi cosa gli  dovete  fare,  quando  sar  nel
    Parco. A portarcelo ci pensiamo noialtre!
    SIGNORA  FORD:  E'  antica leggenda che Herne il cacciatore,  un tempo
    guardiacaccia  nella  selva  di  Windsor,   quand'   inverno,   sulla
    mezzanotte,  con  due  enormi corna in testa,  si aggira intorno a una
    quercia.  La sua apparizione fa disseccare le piante,  porta infermit
    al bestiame,  e tramuta in sangue il latte delle vacche... Camminando,
    il fantasma trascina una  catena,  con  fragore  tetro  ed  orrendo...
    Avrete  certo  sentito parlare di questo fantasma,  e sapete bene che,
    ingenui e superstiziosi  com'erano,  i  nostri  vecchi  ci  credettero
    sempre, e dettero sempre per vera la storia di Herne.
    PAGE: Ancora oggi sono molti che,  nel cuore della notte,  non passano
    senza sgomento presso la quercia di Herne il cacciatore.  Ma con tutto
    ci?
    SIGNORA FORD: Ecco la nostra idea.  Falstaff travestito da Herne,  con
    gran corna sul capo, dovr aspettarci alla quercia...
    PAGE: Ammettiamo pure che ci venga,  e cos camuffato.  E quando  l,
    che ne fate? Qual  il vostro disegno?
    SIGNORA  PAGE:  Ci  abbiamo gi pensato.  Appena noi due e Falstaff ci
    saremo incontrati, Annina,  mia figliuola,  mio figlio e tre o quattro
    giovinetti come loro,  vestiti di bianco e di verde,  chi da folletto,
    chi da fata e chi da diavolino,  con corone di candelini  in  testa  e
    sonagli  in  mano,  salteranno  fuori  tutt'a un tratto da uno di quei
    fossi di taglialegna, e correranno verso di noi,  gridando e cantando.
    Noi due fuggiremo impaurite,  mentre essi circondano lui.  E,  come si
    dice che facciano le fate,  daranno pizzicotti a quel sozzo cavaliere.
    Gli  domanderanno  perch e come si trovi in quel luogo,  nell'ora del
    convegno delle fate;  e come ardisca,  su  quei  sentieri  consacrati,
    presentarsi in un costume tanto profano.
    SIGNORA  FORD:  Finch  non  dica  la  verit,  i  finti  folletti  lo
    punzecchieranno e lo bruciacchieranno con le loro fiaccole.
    SIGNORA PAGE: E quando infine egli avr confessato,  ci  faremo  tutti
    conoscere,  gli  toglieremo  le  corna,  e  sempre  sbeffeggiandolo lo
    scorteremo fino a Windsor.
    FORD: Bisogner che i ragazzi sappiano bene la parte;  se no va  tutto
    all'aria.
    EVANS: Quanto ai ragazzi,  lasciate fare a me. Io mi foglio mascherare
    ta satiro, per arrostire un po' il cafaliere con la mia torcia.
    FORD: Eccellente! Corro subito a comprare le maschere!
    SIGNORA PAGE: La mia Anna sar regina delle fate,  con  un  bell'abito
    tutto bianco.
    PAGE:  Compro  io  la  seta  per  il  suo  vestito!  (A  parte) E cos
    travestita, Mingherlino se la porter via,  e andranno a sposarsi alla
    chiesa  di  Eton...  (Forte)  Senz'altro: mandate a Falstaff la vostra
    ambasciata.
    FORD (a Page): Io vo a fargli visita in persona  di  Brook,  e  mi  fo
    raccontare i suoi progetti. Vedrete che ci viene.
    SIGNORA  PAGE: Non temete di questo.  Su,  svelti.  Via a comprare gli
    ornamenti e tutto il necessario per le nostre fatine.
    EVANS: Antiamo. Sar tifertentissimo; e alla fine si tratta ti scherzo
    a fin ti pene.
    (Escono Page, Ford ed Evans).
    SIGNORA PAGE: Signora Ford,  voi  spedite  la  Fapresto  dal  cavalier
    Falstaff,  a fargli l'ambasciata.  (Esce la signora Ford) Io andro dal
    dottor Caio. Lui solo ha il mio consenso per sposare Annina Page. Quel
    Mingherlino, sar un riccone quanto vuole,  ma  un tale imbecille!  E
    mio marito che va a fissarsi proprio su lui!... Ma anche il dottore ha
    quattrini.  E a corte,  ha amicizie potenti. La sposer lui, venissero
    pure a chiederla ventimila partiti migliori.
    (Esce).


    SCENA QUINTA - Stanza alla Locanda della Giarrettiera.

    (SIMPLICIO da una parte aspetta in piedi. Entra l'Oste).
    OSTE: Zoticone,  che vai tu  cercando?  Pellaccia!  Parla,  bofonchia,
    ragiona... Sii breve, conciso, svelto, spiccio.
    SIMPLICIO:  Signors!  Vengo  da  parte  del  signor Mingherlino,  per
    parlare col cavalier Falstaff.
    OSTE (indicando una delle porte che si aprono sul  ballatoio):  Quella
    lass  la sua camera,  la sua casa,  la sua magione, il castello, con
    letto di parata e lettuccio da campo.  Torno torno,  v' la storia del
    Figliol Prodigo,  pitturata ora di fresco.  Sali su, bussa, chiama. Ti
    risponder come un antropofago! Vai su, bussa, t'ho detto!
    SIMPLICIO: E'  salita  in  camera  una  vecchia...  una  grassa...  Se
    permettete,  aspetto che scenda; perch, ad esser sincero, sono venuto
    qui per parlare con lei.
    OSTE: Una grassa? Che, per carit,  il cavaliere non venga svaligiato!
    Meglio chiamarlo.  Cavaliere,  mio sopraffino cavaliere.  Dai fiato ai
    tuoi militari polmoni. Rispondi!  Sei in camera?  Il tuo oste,  il tuo
    Pilade t'appella.
    FALSTAFF (appare sull'uscio di camera): Che volete, oste mio?
    OSTE:  C'  questo  tartaro boemo,  e aspetta che scenda la tua grassa
    damigella.  Mandala gi,  cavaliere sopraffino,  mandala gi.  Le  mie
    camere sono illibate. Delle tresche da me? O non ti vergogni?
    FALSTAFF (scendendo): Un minuto fa,  c'era infatti una certa grassona;
    ma ormai  andata via.
    SIMPLICIO: E non era per caso l'indovina di Brainford?
    FALSTAFF: Proprio lei, in carne e ossa. Che te ne volevi fare, nicchio
    d'ostrica vuoto?
    SIMPLICIO: Il mio padrone,  il signor Mingherlino,  l'ha vista passare
    per  istrada,  e mi ha detto di correrle appresso,  a domandarle se un
    tale Nym,  che gli rub una catena  d'oro,  ha  questa  catena,  o  se
    invece...
    FALSTAFF: Con la vecchia, se n' parlato ora.
    SIMPLICIO: E che ha detto, per piacere?
    FALSTAFF:   Ha   detto  che  quello  che  rub  la  catena  al  signor
    Mingherlino,  la stessa identica persona che glie l'ha furata.
    SIMPLICIO: Mi dispiace di non aver discorso con lei in persona.  Avevo
    altre cose da chiederle, sempre da parte del signor Mingherlino.
    FALSTAFF: E che cose? Butta fuori.
    OSTE: Su, forza!
    SIMPLICIO (riservato): Non posso, non posso farne mistero!
    OSTE (minaccioso): Fanne mistero, per Dio, o sei un uomo morto!
    SIMPLICIO:  E perch,  mio signore?  Non si tratta che della signorina
    Anna Page,  e di sapere se fortuna vuole che il mio padrone l'abbia  o
    non l'abbia.
    FALSTAFF: E' la sua fortuna.
    SIMPLICIO: Ma quale?
    FALSTAFF:  D'averla  o non averla.  Vai pure.  Digli che la donna m'ha
    risposto cos.
    SIMPLICIO: Posso prendermi licenza di riferir tutto?
    FALSTAFF: Ma s, tincone, licenziati!
    SIMPLICIO: Vi ringrazio di cuore.  Far felice  il  mio  padrone,  con
    queste informazioni.
    (Esce).
    OSTE:  Sei  un  gran  sapientone,  caro  messer Falstaff!  E c' stata
    davvero l'indovina?
    FALSTAFF: Ma s che c' stata,  oste mio!  Mi ha insegnato pi cose di
    quante  ne  avessi  imparate  in vita mia.  E non ho nemmeno pagato un
    centesimo; anzi, sono stato pagato io per la lezione!
    (Entra BARDOLFO, inzaccherato e affannato).
    BARDOLFO: Misericordia, messere! Truffa, truffa, bella e buona!
    OSTE: Dove sono i miei cavalli? Dammene buone notizie, vassallo.
    BARDOLFO: Scappati coi truffatori...  perch avevo appena oltrepassato
    Eton,  che  mi  buttaron gi dalla groppa d'uno di essi in un pantano,
    dettero di sprone, e via... come tre diavoli di tedeschi,  tre dottori
    Faust.
    OSTE:  Sono semplicemente andati incontro al duca,  marrano.  Non dire
    che sono scappati; i tedeschi son gente onesta.
    (Don UGO EVANS apre la porta e guarda intorno).
    EVANS: Tof' il mio oste?
    OSTE: Che c', messere?
    EVANS: Tenete t'occhio le fostre poste: un amico mio fenuto  in  citt
    mi tice che ci son tre falsi teteschi che han truffato ti cafalli e ti
    tenaro tutti i locantieri ti Reating,  ti Maitenheat,  ti Coleprook...
    Fe lo tico pel fostro pene, fetete! Foi siete saggio,  pieno ti frizzi
    e ti arguzie... e non sta pene che siate truffato! Attio!
    (Chiude la porta. Il dottor CAIO apre la porta e guarda).
    CAIO: Dov' il mio oste della Giarrettiera?
    OSTE: Qui, signor dottore, in perplessit e in dubbioso dilemma.
    CAIO:  Non  so  quel  che  succede;  ma mi si disce che state fascendo
    grandi preparativi per un duca di Germania;  in  fede  mia,  non  sc'
    nessun duca che la corte stia aspettando,  ve lo dico pel vostro bene.
    Addio!
    (Chiude la porta).
    OSTE: Al ladro, al ladro, furfante! corri... Soccorretemi,  cavaliere.
    Son rovinato... Fuggi, corri... Al ladro, al ladro! Son rovinato!
    (Esce correndo, seguito da Bardolfo).
    FALSTAFF: Vorrei che il mondo intero fosse imbecherato, perch io sono
    stato  imbecherato  e  picchiato per giunta...  Se arriva agli orecchi
    della corte la storia: come sono stato metamorfosato,  e  come,  nelle
    mie  metamorfosi,   sono  stato  inzuppato  e  bastonato,  mi  faranno
    struggere il sego a goccia a goccia,  per dare la sugna agli stivaloni
    da  pescatori.  Mi  perseguiteranno coi loro lazzi,  da ridurmi peggio
    d'una pera risecchita per l'umiliazione...  Non me n' andata una bene
    da quando barai alla primiera. E mi restasse un filo di fiato da poter
    pregare, quasi quasi mi darei alla penitenza...
    (Entra MONNA FAPRESTO).
    E voi da che parte venite?
    FAPRESTO: Dalle due parti, c' bisogno di dirlo?
    FALSTAFF:  Che  il  diavolo se ne prenda una,  e la versiera si prenda
    quell'altra; e cos sono accomodate tutt'e due.  M'hanno procurato pi
    guai, che non possa sopportare la infame fragilit della natura umana.
    FAPRESTO: Come se loro non avessero sofferto! Posso garantirlo io; una
    specialmente,  la signora Ford,  poverella!  Ne ha toccate tante, ch'
    tutta lividure nere e paonazze.  Non le   rimasto  un  pezzettino  di
    bianco in tutta la pelle.
    FALSTAFF: Proprio a me vieni a parlare di neri e di paonazzi?  A forza
    di bastonate,  m'hanno fatto diventare dei colori  dell'arcobaleno!  E
    miracolo che poi non sono stato arrestato come la strega di Brainford.
    Se  la mia straordinaria presenza di spirito,  e la mia perfezione nel
    contraffare l'andatura di una vecchierella,  non mi avessero scampato,
    quel  furfante  di  sbirro  mi avrebbe ficcato nei ceppi,  nei volgari
    ceppi, come strega.
    FAPRESTO: Signore mio,  ho da parlarvi: andiamo su,  in camera vostra.
    Vi dir come stanno le cose, e sono sicura che sarete contento. Eccovi
    intanto,  una  lettera  dalla  quale  potrete cominciare ad intendere.
    Poveri cuori innamorati: quanta fatica per mettervi insieme! Certo che
    uno  di  voi  deve  avere  sull'anima  dei  peccatacci,   per   essere
    perseguitati a questa maniera.
    FALSTAFF: Andiamo, venite su in camera.
    (Salgono insieme).



    SCENA SESTA - La stessa.

    (L'Oste entra con FENTON).
    OSTE:  Lasciatemi  in pace,  signor Fenton;  ne ho gi tante pel capo:
    voglio piantar tutto.
    FENTON: Invece,  dovete ascoltarmi ed aiutarmi.  Parola di gentiluomo,
    che vi dar cento sterline d'oro per voi, pi quello che avete perso.
    OSTE: E sentiamo! Voi sapete che, almeno, so tenere un segreto.
    FENTON:  Pi  volte  vi  parlai del mio tenero amore per la bella Anna
    Page. Amore corrisposto, quanto  possibile a me di desiderare e a lei
    di dimostrare.  Ho qui una sua lettera che vi stupir.  E la burla  di
    cui  l  si dice,   cos strettamente legata a quanto ho da proporvi,
    che  impossibile parlare d'una cosa senza l'altra. Il grosso Falstaff
    v'ha una gran parte;  l'idea della beffa ve la  esporr  per  disteso.
    State  bene  a  sentire,  caro  oste.  (Parla  scorrendo  la  lettera)
    Stanotte,  tra mezzanotte e l'una,  la mia  Anna  diletta  si  trover
    vestita da regina delle fate, presso la quercia di Herne. A qual fine,
    lo  sentirete  qui.  In codesto travestimento,  mentre ci sar un gran
    tramesto per altre burle,  il padre le ha  ordinato  di  fuggire  con
    Mingherlino, e andare a Eton immediatamente a sposarsi con lui. Annina
    ha finto di accettare...  D'altro canto la madre,  che, avversa a tale
    matrimonio,  ha sempre favorito il dottor Caio,  ha parimenti disposto
    di far compiere il ratto al dottore,  che mentre altri spassi occupano
    l'attenzione di tutti, dovrebbe correre con Anna alla parrocchia, dove
    si trover un prete per sposarli subito. Annina,  fingendosi docile al
    disegno  della  madre,  ha  dato  la sua promessa anche al dottore.  E
    veniamo al dunque. Il padre ha disposto che Annina si vesta di bianco.
    Mingherlino la riconoscer al colore del vestito e al momento buono le
    si accoster, la piglier per mano e la porter via. Ma la madre,  per
    meglio  indicarla al dottore - poich tutti devono essere mascherati -
    ha deciso  che  la  ragazza  indossi  una  elegante  veste  verde  non
    attillata,  con  nastri  svolazzanti  intorno al capo.  Quando sar il
    momento,  il dottor Caio le dar un pizzico alla  mano;  e,  a  questo
    segnale, la ragazza ha promesso di seguirlo.
    OSTE: Ma insomma, Annina, chi vuole ingannare: il padre o la madre?
    FENTON: Tutti e due,  mio caro oste,  e fuggire con me. Manca soltanto
    che voi impegnate il vicario ad aspettarci in chiesa, fra mezzanotte e
    l'una, per unirci nel sacro vincolo del matrimonio.
    OSTE: Voi fate la parte vostra;  ed io corro dal  vicario.  Pensate  a
    portare la ragazza; e preti non ve ne mancher.
    FENTON:  Ve  ne  avr  gratitudine eterna: ma voglio che ne abbiate un
    segno fin d'ora.
    (Fenton d all'Oste una borsa  piena  di  denaro;  ed  escono  insieme
    parlando).
    ATTO QUINTO.
    SCENA PRIMA - L'atrio della Locanda della Giarrettiera.

    (FALSTAFF e MONNA FAPRESTO scendono dalla camera di FALSTAFF).
    FALSTAFF:  Vi  prego:  basta  con  le chiacchiere,  andate...  Sar di
    parola. E' questa la terza volta,  ed io spero che il dispari mi porti
    bene.  Ma  svelta!  Dicono  che  i  numeri  dispari  hanno un influsso
    soprannaturale sulla nascita, la morte, e la fortuna... andate.
    FAPRESTO: Vi procurer la catena,  e far il possibile per trovarvi un
    bel paio di corna.
    FALSTAFF: Via, via; che il tempo passa... Testa alta e gamba leggera.
    (Esce  MONNA  FAPRESTO  ed  entra  FORD travestito da Brook,  come nel
    Secondo Atto).
    Giusto voi!  Caro Brook: o l'affare riesce questa sera,  o non  riesce
    pi.  Trovatevi nel Parco verso mezzanotte,  alla quercia di Herne. Ne
    vedrete delle belle.
    FORD: Ma non  andaste  ieri  all'appuntamento  del  quale  mi  avevate
    parlato?
    FALSTAFF: Ci andai, cos come ora mi vedete: come un povero vecchio; e
    venni  via  ch'ero trasformato in una vecchierella.  Quel vigliacco di
    Ford, suo marito,  ha in corpo il peggior diavolo di gelosia che abbia
    mai  posseduto un furioso...  Vi confesso che mi baston quanto volle:
    intendiamoci,  sotto quelle mie spoglie di donna.  Perch  come  uomo,
    caro  Brook,  non  ho  paura  neanche  di  Golia armato d'un subbio da
    tessitore.   Che  so,   la  vita    una  spola...   Ora  ho   fretta:
    accompagnatemi,  e vi racconto ogni cosa. (Mettendosi il mantello) Dal
    tempo che strappavo alle oche le penne  e  facevo  forca  a  scuola  e
    giocavo a trottola, non sapevo pi cosa volesse dire toccarne a questa
    maniera.  (Vicino alla porta) Passate.  Di quel Ford dovrei dirvi cose
    incredibili.  Ma stanotte mi vendico e consegno sua moglie nelle  mani
    vostre. (Esce) Venite. Si preparano, caro Brook, cose grandi. (Ford lo
    segue sorridendo) Venite.


    SCENA SECONDA - Notte. Nelle immediate vicinanze del Parco di Windsor.

    (Entrano PAGE, SOMMARIO e MINGHERLINO con una lanterna in mano).
    PAGE:  Avanti  avanti.  Ci  nasconderemo nel fosso del castello,  e l
    resteremo,  finch non  appaiono  le  luci  delle  fate.  Mingherlino,
    figliuolo mio, vi raccomando la mia bambina.
    MINGHERLINO: Per Bacco! Abbiamo parlato, ci siamo combinati una parola
    d'ordine.  Io  vo da quella ch' vestita di bianco,  e dir: "Zitti!".
    Lei risponde: "Buci!". Cos siamo sicuri di non sbagliarci.
    SOMMARIO: Benissimo: ma che bisogno c'era di "zitti" e di  "buci"?  La
    riconoscerai bene dal vestito bianco. Sono sonate le dieci.
    PAGE: Che notte scura!  Le luci e i folletti ci staranno a pennello...
    Che il cielo dia buon  esito  a  questa  burla.  Fuorch  il  diavolo,
    nessuno  di  noi ha intenzioni cattive;  e il diavolo lo riconosceremo
    dalle sue corna. Andiamo: seguitemi.
    (Vanno al Parco).


    SCENA TERZA - La stessa.

    (Si avvicinano la signora PAGE, la signora FORD e il dottor CAIO).
    SIGNORA PAGE: Siamo intesi,  dottore: la mia figliuola    vestita  di
    verde.  Quando sar il momento giusto,  la pigliate per mano e correte
    con lei alla parrocchia;  ma fate pi svelti  che    possibile.  Voi,
    precedeteci nel Parco; noi due dobbiamo venirci insieme.
    CAIO: So quel che debbo fare: "Adieu".
    (Si avvia al Parco).
    SIGNORA  PAGE:  Buona fortuna!  il divertimento di mio marito a vedere
    Falstaff beffato non compenser la sua collera per  il  matrimonio  di
    Anna  col dottor Caio.  Pazienza!  Meglio un po' d'arrabbiatura che un
    lungo crepacuore!
    SIGNORA FORD: Ed ora dove saranno  Annina  con  le  fate?  E  don  Ugo
    travestito da satiro?
    SIGNORA  PAGE: Son tutti rimpiattati in un fosso,  vicino alla quercia
    di Herne, con le torce schermate. Le agiteranno nella notte al momento
    preciso che noi ci incontreremo con Falstaff.
    SIGNORA FORD: Chi sa la paura che gli piglia!
    SIGNORA PAGE: O con la paura  o  senza  paura,  dovr  sempre  restare
    beffato.
    SIGNORA FORD: Certo che glie ne stiamo facendo una grossa.
    SIGNORA  PAGE:  Non  c' scrupolo a ingannare tali esseri abietti e la
    loro libidine.
    SIGNORA FORD: E' quasi l'ora. Alla quercia, alla quercia!
    (Entrano nel Parco).


    SCENA QUARTA - La stessa.

    (A corsa,  si avvicinano,  con le torce schermate  le  fate,  don  UGO
    EVANS,  travestito  da  Satiro,  PISTOLA  da  Puck,  MONNA FAPRESTO in
    bianco, da regina delle fate, ANNA PAGE, GUGLIELMO e altri giovinetti,
    con vestiti rossi, neri, grigi, verdi e bianchi).
    EVANS:  Sfelte,   sfelte,   fatine!   E  non  fi  scortate  la  parte.
    Soprattutto,  mi raccomanto,  niente paura. Nascontiamoci nel fosso, e
    al segnale che tar io, fate come f'ho tetto... Trottate, trottate...
    (Entrano nel Parco).


    SCENA QUINTA - Sotto una enorme quercia nel Parco di Windsor.

    (FALSTAFF  travestito da Herne il cacciatore,  con una pelle di cervo
    e relative corna).
    FALSTAFF: L'orologio del castello ha battuto la mezzanotte. Il momento
    si avvicina...  Mi assistano gli di dal sangue focoso. Tu, Giove, non
    dimenticare che per la  tua  Europa  diventasti  toro...,  cos  amore
    t'impose le corna... Potenza d'amore che or muti gli uomini in bestie,
    or le bestie in uomini.  E tu fosti, o gran Giove, anche un cigno, per
    amore di Leda. Onnipotenza d'amore! quanto poco c' mancato che un dio
    prendesse le fattezze d'un'oca! Una prima volta peccasti in aspetto di
    quadrupede: peccato, o mio Giove,  davvero bestiale.  L'altra volta in
    sembianza  di volatile;  e fu un peccato volubile.  Se gli di hanno i
    lombi pruriginosi, che cosa dovremo fare noi, miseri mortali? Quanto a
    me: eccomi cervo di Windsor!  Il pi grasso,  scommetto,  di tutta  la
    foresta. O Giove, raffresca la mia fregola; o finir che mi si strugge
    addosso tutto il sego. Ma chi ? La mia cerbiatta?
    (Entra la signora FORD seguita a qualche passo dalla signora PAGE).
    SIGNORA FORD: Sir Giovanni!... Sei qui, cervo mio? Mio cervo maschio?
    FALSTAFF:  O  cerbiattina  dalla  coda nera!  Ora il cielo pu piovere
    tartufi,  pu tuonare  canzonette  lascive,  pu  grandinare  confetti
    profumati,   nevicare  eringi,   pu  rovesciare  tutta  una  tempesta
    d'amorose provocazioni. Io mi rifugio qui!
    (L'abbraccia).
    SIGNORA FORD: Caro,  con me la signora Page!
    FALSTAFF: Dividetemi fra voi come un capretto di frodo: a ciascuna una
    coscia.  Per me terr il costato.  Serbo la schiena  al  guardiano  dl
    questo parco,  e lascio le corna in eredit ai vostri mariti. Non sono
    io un vero capocaccia?  Non parlo come  Herne  il  cacciatore?  Amore,
    finalmente,  si comporta da ragazzo onesto, e comincia a darmi qualche
    soddisfazione...  Quant' vero che sono uno spirito  leale,  siate  le
    benvenute.
    (Si sente un suono di corni).
    SIGNORA PAGE: Misericordia! Cos' questo rumore?
    SIGNORA FORD: Che il cielo ci perdoni i nostri peccati!
    FALSTAFF: Cosa pu essere?
    SIGNORA PAGE e SIGNORA FORD: Fuggiamo, fuggiamo.
    (Le due donne scappano).
    FALSTAFF:  Sembra  che  il diavolo non voglia ch'io pecchi e mi danni,
    per paura che il mio  lardo  struggendosi  gli  mandi  a  fuoco  tutto
    l'inferno.  Altrimenti  non  si  metterebbe  sempre  di mezzo a questa
    maniera!

    (Un improvviso sfavillare di luci. Guidate dal satiro EVANS,  che reca
    una  torcia  accesa,  cantando  e  danzando  appaiono  le  fate,  e si
    accostano a FALSTAFF,  portando in testa corone luminose  ed  agitando
    raganelle.

    REGINA DELLE FATE:
    O fate verdi e candide, nere e grige, che a frotte
    danzate al chiar di luna e all'ombra della notte,
    voi eredi orfanelle d'un'immutabil sorte,
    il vostro ufficio e il vostro dovere ecco vi chiama...
    Tu, araldo Folletto, intona il tuo proclama.
    PISTOLA:
    Elfi, ascoltate i vostri nomi; il vostro concento,
    aerei gingilli, tralasciate un momento.
    (Tutti tacciono).
    Avanti, Grillo; in gamba. Perlustra i focolari,
    e dove trovi i tizzi scoperti sugli alari,
    e di cenere e untume le pietre ingombre e sordide,
    pinza serve e massaie, finch divengan livide,
    color dell'uva orsina. La nostra bella fata,
    non vuole veder gente oziosa e sfaticata.
    FALSTAFF:  Sono  fate.  A  parlarci  pericolo di morte.  Io serro gli
    occhi, e gi mi raggomitolo. Nessun uomo deve spiar quello che fanno.
    EVANS:
    E tu, Tonchio! Se trofi qualche puona fanciulla
    che torma tolcemente, come quant'era in culla,
    perch le sue preghiere tre folte ha recitato,
    la fantasia rallegrale con un sogno incantato.
    Ma quelle che assopentosi non pensano alle colpe,
    pinza lor praccia, gampe, spalle, anche, schiena e polpe.
    REGINA DELLE FATE:
    All'opra, miei folletti!
    Frugate dentro e fuori il Parco e il gran Castello.
    D'ogni buona ventura, d'ogni auspicio pi bello,
    spargete i penetrali della dimora eccelsa.
    Fino al d del Giudizio da niun sia manomessa,
    degna del castellano, e il castellano d'essa.
    Ogni seggio dell'Ordine per voi tutto s'irrori
    di balsamici succhi e preziosi fiori:
    ogni stallo, ogni stemma, ogni cimiero eletto
    sia di leal blasone per sempre benedetto!
    E voi, fate dei prati, canterete la sera
    danzando un cerchio come quel della Giarrettiera.
    E ne resti un'impronta dal verde pi spiccato
    che sia pi fresca e folta di tutto quanto il prato;
    e "honni soit qui mal y pense" in smeraldini
    ciuffi scrivete, e in fiori rossi, bianchi e turchini;
    come zaffiri, perle, e ricami affibbiati
    sotto al curvo ginocchio dei cavalieri armati:
    ch dalle fate i fiori son per lettere usati.
    Ed ora disperdetevi! Ma la danza solenne
    fino all'una eseguite sotto la quercia d'Herne.
    EVANS:
    Su, per mano. Ogni tinta all'altra pen s'alterna.
    (Le Fate circondano la quercia).
    E fenti grosse lucciole, facendoci lanterna,
    guitano il nostro pallo festoso. Ma un momento!
    Qui sento puzzo d'uomo. Che puzzo d'uomo sento!
    FALSTAFF:
    Che il cielo m'allontani questo capron selvaggio;
    or mi fa diventare un pezzo di formaggio.
    PISTOLA:
    Vil verme! che il malocchio colp fin dalle fasce!
    REGINA DELLE FATE:
    Folletti, ognun di voi accorra con la face.
    Provategli col fuoco la punta delle dita;
    s'egli  casto, la fiamma non gli dar ferita,
    ma s'ei trasale, l'anima dentro la carne  guasta.
    PISTOLA:
    Alla prova del fuoco!
    FALSTAFF:
    Ma basta, basta, basta!
    EVANS (avvicinando la torcia accesa alle corna di Falstaff):
    Profiamo un po' se il fuoco s'attacca a queste rame.
    (Falstaff grida e mugola di dolore).
    REGINA DELLE FATE:
    E' corrotto,  corrotto, sozzo nelle sue brame!
    Circondatelo, fate, cantate il vostro scherno,
    pinzatelo in cadenza, movendo il piede alterno.

    (A girotondo intorno a Falstaff, le Fate cantano).

    Alla gogna i turpi ardori,
    alla gogna la lussuria:
    la lussuria, triste fuoco
    che s'annida dentro il cuore.
    Salgon alte le sue fiamme,
    alte, altissime le fiamme:
    e il pensiero le rattizza,
    torturando il peccatore.
    Per la sua scelleratezza,
    o folletti, v'ingegnate
    a chi meglio lo punzecchia,
    saltellando intorno, intorno.
    Punzecchiatelo, bruciatelo:
    finch il lume delle faci
    e il pallore della luna
    non si spengano nel giorno.

    (Mentre cantano e danzano, le fate pungono FALSTAFF. Intanto, entra il
    dottor CAIO e rapisce una fata vestita di verde. MINGHERLINO, entrando
    dalla parte opposta,  rapisce una  fata  vestita  di  bianco.  Infine,
    arriva FENTON,  che rapisce ANNA PAGE.  Si sentono echeggiare corni da
    caccia. Le fate fuggono. FALSTAFF s'alza,  sfila la testiera da cervo,
    e tenta di fuggire,  ma si incontra' a faccia a faccia con PAGE, FORD,
    la signora PAGE e la signora FORD.
    PAGE: Non scappate...  non scappate...  Tanto siete  preso.  (Falstaff
    cerca  di rinfilarsi la maschera) O volete seguitare a far la parte di
    Herne il cacciatore?
    SIGNORA PAGE (a  parte):  Vi  prego...  Non  spingiamo  pi  oltre  lo
    scherzo. (Falstaff butta la maschera) Ditemi un po', sir Giovanni: che
    ne  pensate delle comari di Windsor?  E a te,  marito,  non sembra che
    queste ramificazioni (indica le corna) stiano meglio in un bosco che a
    casa?
    FORD: Signor mio, chi  il cornuto,  adesso?  Signor Brook: Falstaff 
    un  imbroglione.  Imbroglione  e  cornuto!  E son queste le sue corna,
    signor Brook.  Di Ford non ha potuto godersi che la cesta del  bucato,
    il  bastone,  signor  Brook,  e venti sterline che dovr restituire al
    signor Brook,  perch i suoi cavalli  sono  gi  sotto  sequestro  per
    garanzia, signor Brook.
    SIGNORA  FORD: Messer Giovanni,  non abbiamo avuto fortuna.  Non siamo
    riusciti ad avere un solo convegno! Rinuncio ad avervi per amante,  ma
    resterete sempre il mio cervo!
    FALSTAFF: Comincio ad accorgermi di aver fatto la figura del somaro.
    FORD: Del somaro e anche del bue; e le prove non mancano.
    FALSTAFF:  Pensare che non erano fate!...  Due o tre volte ho avuto il
    sospetto che non fossero fate; ma il senso della mia colpevolezza e la
    violenza  della  sorpresa  mi  fecero  prender  per  vero  un  inganno
    volgare...  A dispetto d'ogni evidenza e d'ogni ragione, le ho credute
    fate sul serio.  Vedi un po' come una testa pu  smarrirsi,  quando  
    volta al male.
    EVANS  (rientra,  ma  senza  maschera  da  satiro): Cafalier Falstaff,
    serfite  il  puon  Tio,  lasciate  il  peccato,   e  le  fate  non  fi
    punzecchieranno pi!
    FORD: Ben detto. Ugo il satiro!
    EVANS  (a  Ford):  Ma  anche  foi,  fate il piacere: smettetela con le
    fostre gelosie!
    FORD: Non sospetter pi mia moglie,  fino al giorno che saprete farle
    bene la corte pronunziando bene la nostra lingua.
    FALSTAFF:  Come ho lasciato che il cervello mi si risecchisse tanto al
    sole,  da cadere in un tranello cos grossolano?  Mi son fatto  menare
    pel naso anche da un caprone gallese? Mi metter in capo un berretto a
    sonagli  di frisato?  Ora non ci manca altro che mi vada a traverso un
    pezzetto di formaggio abbrustolito, e mi strozzi.
    EVANS: Il formaggio non  puono a far purro;  e  la  fostra  pancia  
    tutto purro.
    FALSTAFF (caricaturando la pronuncia di Evans): Purro e formaggio!  Ho
    campato fino ad oggi, per essere lo zimbello di uno che cucina cos la
    nostra lingua?. Basterebbe questo, per mortificare in tutto il regno i
    libertini e i nottambuli.
    SIGNORA PAGE: Ma andiamo,  signor Falstaff!  Dato  pure  che  avessimo
    cacciato  la  virt  sotto ai piedi,  e volessimo buttarci a capofitto
    sulla via dell'inferno,  vi par possibile che  il  diavolo  scegliesse
    proprio voi per farci cadere?
    FORD: Proprio una mortadella! Un sacco di stoppa!
    SIGNORA PAGE: Un uomo gonfiato col mantice!
    PAGE: Un trippone decrepito e ingrinzito!
    FORD: Pi maligno di Satana!
    PAGE: Povero come Giobbe!
    FORD: E perfido come la moglie di Giobbe!
    EVANS:  Tetito alle fornicazioni e alle taferne,  al fin ti Spagna e a
    ogni altro tino, e all'itromele, e alle ripotte,  e alle pestemmie,  e
    alle smargiassate, e alle ciarle e alle ciance?
    FALSTAFF: Sono il vostro bersaglio... Non ce la posso... Mi arrendo...
    Non   so  neanche  rispondere  a  questa  flanella  gallese.   Perfino
    l'ignoranza mi scardassa. Fate di me cosa vi pare.
    FORD: Non dubitate.  Vi porteremo a Windsor,  da un  certo  Brook,  al
    quale  avete  scroccato  quattrini,  e  del  quale  dovevate essere il
    ruffiano.  Fra tutte le mortificazioni che  ora  soffrite,  questa  di
    rendere i quattrini credo sia per voi la pi atroce.
    PAGE:  Cavaliere,  non  disperatevi.  Verrete  a  casa mia,  e berremo
    insieme qualcosa di caldo.  Dovrete ridere alle spalle di mia  moglie,
    come  lei  ora  ride  alle spalle vostre.  Ditele un po' che il signor
    Mingherlino ha sposato sua figlia!...
    SIGNORA PAGE: C' chi n dubita!  (A parte) E se Anna Page   figliuola
    mia, a quest'ora s' gi sposata col dottor Caio!

    (Si sente MINGHERLINO che chiama da fuori scena).

    MINGHERLINO: Oh! oh! pap Page!
    PAGE: Che succede, figlio mio? Avete fatto?
    MINGHERLINO:  (entrando  in scena): Abbiamo fatto!  Neanche l'uomo pi
    furbo del mondo ci capirebbe nulla. Giuoco la testa!
    PAGE: Che e successo?
    MINGHERLINO: Arrivo a Eton per sposare Anna,  e mi trovo fra  mano  un
    gran  tanghero  di ragazzo.  Se non si fosse stati in chiesa,  l'avrei
    cazzottato; o lui avrebbe cazzottato me. Che non possa pi muovermi se
    non credevo che fosse Anna. Ed invece era un postiglione.
    PAGE: Per l'anima mia! Ma allora ti sei sbagliato!
    MINGHERLINO: E me lo venite a dir voi! So ben che mi son sbagliato, se
    ho preso un giovinotto  per  una  ragazza!  Ma  se  anche  ci  fossimo
    sposati, bench fosse vestito da donna, non l'avrei voluto di certo.
    PAGE:  Colpa tua!  te l'avevo spiegato cos bene come riconoscere Anna
    al vestito!
    MINGHERLINO: Mi avvicino alla  ragazza  vestita  di  bianco  e  grido:
    "Zitti!",  lei  risponde:  "Buci!"  come s'era d'accordo con Anna.  E,
    invece di Anna, era un postiglione.
    SIGNORA PAGE: Giorgio caro,  non inquietarti.  Avevo saputo del vostro
    progetto,  e  ho fatto vestire Anna di verde.  Ora  in parrocchia col
    dottor Caio; e l'ha sposato.

    (Si sente urlare CAIO, pieno di collera).

    CAIO: Signora Page! Dov' la signora Page? (Entrando in scena) Ah, per
    Dio,  me l'avete fatta!  Ho sposato un ragazzo!...  un "garon"...  un
    "paysan"... dico, un ragazzo invece di Anna! Per Dio, m'avete beffato.
    SIGNORA PAGE: Che dite? Ma non era vestita di verde?
    CAIO: Proprio quella! E' un ragazzo. Butto all'aria tutta Windsor, per
    Dio.
    (Esce di corsa scotendo i pugni).
    FORD: Questa  bella! E allora, chi s' preso l'Anna vera?
    PAGE: Ho un cattivo presentimento. Ecco Fenton...
    (Entrano FENTON e ANNA a braccetto).
    Ebbene, mastro Fenton?
    ANNA  (inginocchiandosi):  Perdono,  padre mio;  e anche tu,  mammina,
    perdono.
    PAGE:  Dite  un  po',   signorina:  come  mai  non  siete  andata  con
    Mingherlino?
    SIGNORA PAGE: Come mai, pettegola, non sei andata col dottore?
    FENTON: Non la tormentate...  Ascoltatemi. Entrambi, per Anna, avevate
    progettato un cattivo  matrimonio,  dove  l'amore  non  c'entrava  per
    niente.  Noi,  da gran tempo, ci eravamo promessi. Ora siamo legati da
    un vincolo che nulla pu spezzare.  La sua disobbedienza   benedetta.
    Questo   inganno   perde   il  nome  d'astuzia,   di  disobbedienza  o
    d'irriverenza;  perch soltanto cos ella  poteva  evitare  mille  ore
    empie  ed  esecrande,   che  le  sarebbero  capitate  addosso  per  un
    matrimonio forzato.
    FORD: Non rimanete cos di sasso. Non c' rimedio! Nelle cose d'amore,
     il cielo che comanda!  I campi possono comprarsi col denaro,  ma  le
    mogli ce le d il destino.
    FALSTAFF: Come son contento!  V'eravate bene appostato per colpirmi, e
    la vostra freccia ha scantonato.
    PAGE: Non c' nulla da fare! Fenton, che Dio ti dia gioia. Ci che non
    possiamo evitare, accettiamolo amorevolmente.
    FALSTAFF: O diremo che quando i cani vanno a  caccia  di  notte,  ogni
    selvaggina  buona.
    SIGNORA PAGE:
    Ma neppur io vuo' pi lagnarmi, amici,
    Fenton, che il ciel ti dia giorni felici!
    Tutti insieme, seduti ad un bel fuoco,
    a casa finiremo questo giuoco,
    queste strane avventure esilaranti.
    Andiamo, tutti; (a Falstaff) e il cavaliere, avanti.
    FORD: Andiamo. Io aggiungo un'altra cosa sola.
    Falstaff a Brook mantenne la parola:
    della moglie di Ford ogni diletto
    promise. E Brook or se la porta a letto.
    (Escono)
