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. Il senso del silenzio.
di Renato Serra



. ULTIME LETTERE - ESAME DI COSCIENZA DI UN LETTERATO.

Quasi tutti, quasi sempre, pensano a se stessi; pi raramente su se stessi, anche se non mancano motivi validi per soffermarsi qualche tempo (magari non troppo) e fare una sorta di bilancio del s (soppesandolo quindi come ponendosi all'esterno, con uno sguardo oggettivo, per quanto questo possa essere attuabile).

A volte ci sono circostanze cos pervasive e ineludibili che ci costringono comunque a pe(n)sare la nostra coscienza.

Di solito si tratta di una valutazione fra s (ideale) e s (reale) che resta per lo pi una cosa segreta e implicita. Ma quei fattori esterni di cui parlavamo poco fa possono costringerci a darne una espressione visibile, comunicabile, condivisibile (sia pure filtrata dal linguaggio, dalla formazione culturale, da tutte quelle particularit che fanno di un individuo un individuo, che comunque si definisce sempre in rapporto agli altri).

Per Renato Serra fattore esterno importante  stato lo scoppio della Grande Guerra; ma c'erano probabilmente altre cause scatenanti pi intime e fondamentali, caratterizzanti la sua personalit di uomo e letterato, che hanno preparato il terreno, la materia della confessione, e non potevano non emergere, prima o poi: bastava un'esca, e quale esca pi grande ed efficace della guerra per sollevare di peso i pensieri profondi, portarli nella sfera razionale per renderli oggetto (attraverso il linguaggio) di comunicazione? Quelli " penetrati cos dentro"  da diventare " un'abitudine, un'ombra ormai naturale, un peso inevitabile" , da portare a spasso anche in quella primavera prebellica che appare (e la descrizione  quasi un'allegoria dello stato d'animo di Serra, v. infra):


... livida, scura, irritata dalle colonne di una polvere arida ancora d'inverno che si alzano e corrono via strisciando sulle strade di una bianchezza che  falsa sotto le nubi di mobile piombo. (" Esame" ) 


Pensieri pesanti come piombo e poi voltatili come nubi. Pensieri usurati dalla consuetudine che finisce per privarli del loro significato originario, finch non ne resta pi che il vuoto simulacro, ormai privo di senso eppure ancora l come un ectoplasma che si cerca di indagare, definire, valutare per mezzo di un linguaggio che risulta, comunque, insufficiente, se non nel palesare la vanit del tutto.

Ma soffermiamoci un momento sull'ambiente, sul clima culturale che ha preparato e accolto lo sfogo di Serra. E, per cercare di capire come un intellettuale poteva reagire alle macroscopiche distorsioni della realt (e quindi della verit) che avevano condotto al " gorgo vasto della guerra"   forse utile rileggere alcuni passi del " Diario Sentimentale della Guerra,"  (II) di Alfredo Panzini, libro in cui, non a caso troviamo la seguente dedica: A te / soldato noto d'Italia / Renato Serra.


Bologna, 24 Maggio mattina.

Guerra! La mia preoccupazione non  la guerra.  un'altra cosa strana, cio che non mai come in quest'ora mi apparve trasparente la animalit dell'uomo. (...) S, grossi insetti parlanti noi siamo. (...) Io sono un insetto che guarda gli altri insetti. Ah, se tutti gli uomini sentissero questo terrore dell'animalit, non farebbero la guerra, unicamente per non fare cosa che fanno gli altri insetti.

11 Luglio 1915.

Siamo partiti dal castello di Corniglio. Alpe appenninica. Lago Santo. Salendo io mi domandavo, perch il montanaro sale sui monti pi agevolmente? Perch  pi forte? No! Perch non pensa. Io penso e perci fatico moltissimo.

Ma forse vi  qualcosa di pi grave del pensiero: cio la coscienza. Per fortuna il ragionamento dei filosofi moderni  un gioco di scacchi! Guai al mondo se tutti gli uomini possedessero la coscienza o autocoscienza, come la chiamano. (...)


24 Luglio 1915, Bellaria.

 morto Renato Serra, sul Podgora, il colle che sbarra Gorizia. Una palla in fronte: la fronte infranta! Era una nobile e bianca fronte. Dunque pu un proiettile distruggere la pi pura coscienza che si annida dietro una fronte? Dunque tutto ora " in umbra" ?

L'anno scorso egli era qui, su questa terrazza, a questa mensa, quasi riguardoso, e beveva acqua. All'annunzio della sua morte, io sono fuggito lungo la riva del mare. Ma egli era pure qui! su la riva di questo mare posava i suoi piedi scalzi.


Per quanto la personalit, il carattere di Panzini non abbiano molto in comune con quelli di Serra (lo afferma lo stesso Serra in alcune lettere e nell'" Esame" ) entrambi consideravano la guerra come qualcosa di inutile: per Panzini un inutile, assurdo macello, per Serra un evento fondamentalmente inutile perch non cambia n il corso delle cose, n i valori morali: 


Essa non cambia i valori artistici e non li crea: non cambia nulla nell'universo morale. E anche nell'ordine delle cose materiali, anche nel campo della sua azione diretta... Che cosa  che cambier su questa terra stanca, dopo che avr bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno sotto le zolle, e l'erba sopra sar tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavere che  sempre la stessa? (" Esame" )


Serra dice di considerare la guerra un fatto, un fatto certo enorme, in grado di intaccare, sommergere e assorbire molti fatti particolari, le angosce personali, le risposte inevase, le malinconie, le ossessioni ... che inevitabilmente travagliano la mente di chi vive e ragiona affidandosi riluttante alla ragione ben sapendo che quest'ultima non  che la modalit interrogativa della vita.

I fatti, anche la guerra, vengono vissuti a partire da imponderabili " stati d'animo e adattamenti " (lettera ad Ambrosini del 12 luglio '15): la realt esterna non pu esaurire la ricerca di verit e questo Renato Serra lo sa e reagisce a questo scacco della ragione (del pensiero "logico") accettando la sconfitta (contrariamente a quanto sembra fare Panzini), calandosi in una sorta di stoica atarassia venata sempre dalla intelligente e malinconica ironia di chi sa che le parole che si dicono sono a volte troppe e al tempo stesso insufficienti, enigmi della realt come lo  la nostra stessa esistenza: "Davanti a me non c' altro che la mia ombra immobile, come una caricatura." (" Esame" )

Una fra le parole-chiave del lessico serriano, non a caso,  la parola " silenzio" .

Come osserva Carlo Bo le questioni affrontate nell'" Esame di coscienza" , che nelle lettere di Serra vengono preannunciate pi volte, sono il frutto di una sedimentazione di pensieri certo non effimera: "l'idea dell'esame, del confronto  nata molti anni prima, grosso modo al tempo della guerra libica." ( " La religione di Serra, "  p. 29, Firenze: Vallecchi, 1967).

Alla fine del 1910, nel saggio "Per un catalogo" (rieditato in questa collana nella monografia su " Carducci" ) troviamo espliciti e reiterati richiami ad una sorta di resa dei conti a cui sono chiamati, primi fra tutti, gli intellettuali:


... ogni generazione ha bisogno di far qualche volta il suo esame di coscienza e il suo bilancio morale. (...) Parlavo poco fa di un esame di coscienza che incombe alla nostra generazione. A questa brutta scrivania dove son seduto, la frase suona un po'ambiziosa. (...) Ma le generazioni dove sono? Neanche una rondine intorno. Ci sono io solo tranquillo. Lasciate dunque che vi parli di me. Per studiare gli effetti di quella spirituale imitazione che occupa oggi la nostra curiosit, non trovo nessun altro esemplare di umanit meglio alla mano. " Con un poco di buon volere, anche la mia storia assai ordinaria pu servire di specchio a molte altre."  (Sottolineatura nostra)


L'esame di una generazione pu dunque trovare nell'esame personale di Serra un esemplare "tipico", uno " specimen: " del resto - ci pare - l'" Esame"  non  bello perch commuove (n viceversa),  bello perch  sincero nel donarci i frammenti di un'anima che si interroga e cerca di capirsi, magari senza riuscirci completamente (cfr. "Il segreto di Serra" di V. Gueglio, posposto all'" Esame" , Palermo: Sellerio, 1994).

L'" Esame"  pu essere considerato una sequenza di fotogrammi di stati d'animo, di reminiscenze, di squarci realistici di fatti, di descrizioni paesistiche di grande suggestione simbolica, che per quanto discreti e parziali (e forse proprio per questo) affidano a chi se li fa scorrere sotto gli occhi delle immagini vive, rendono delle emozioni, esprimono delle idee, descrivono i movimenti dell'anima fino a farceli rivivere.

 per questa sua "verit" (che non pu coincidere - per Serra - n con l'oggettivit positivistica, n con l'onnipotenza idealistica) che risultano belli anche i brani di sapore letterario - rivelatori di affinit e anitpatie elettive - incastonati in un testo che alterna al freddo occhio del critico il cuore turbato e risentito dell'uomo, le distese glaciali di uno sguardo oggettivo e il calore intimo e segreto e sofferto di brani di " anima nuda" .

Sia nell'" Esame"  che in altri scritti del cesenate le descrizioni del paesaggio, l'evocazione degli elementi naturali, trovano spazio fra gli altri fotogrammi in posizioni spesso strategiche. Le parole scelte da Serra per rappresentare la natura sono spesso vicine a (o sostitutive di) quelle maggiormente evocative della sua anima irrazionale e sovrarazionale: esse compongono una sorta di lastra fotografica che rende ci che riflette (anche se  sempre il " logos"  che sceglie e inquadra). Facciamo alcuni esempi:


Se m'affaccio alla finestra vedo i quattro muri grigi di un vecchio cortile in cui cresce l'erba e su in alto risplende, nettamente segnato dall'orlo dei tegoli bruni, il quadrato del puro cielo di settembre. L'aria  celeste, lavata dalla pioggia notturna, brillante e chiara al sole; silenzio dolcezza. (" Per un catalogo" )


Io mi chiudo e smarrisco nel sordo buio dell'anima, che forse poi  vano e nulla come questo infinito spazio di fuori, che giace in una chiarezza pungente di cristallo sopra la terra disseccata dall'inverno. (Lettera a Panzini del 27-11-14)


... dalla cima di un campanile in riva ad una laguna si vedevano le caserme della finanza austriaca, i campanili di Grado, e, a tratti, le vette boscose intorno a Trieste, e poi i monti dell'Istria: era un pomeriggio di questa primavera, fra pioggia e sole, sotto un cielo tinto d'inchiostro, con degli sprazzi di luce che piovevano improvvisi dagli squarci delle nuvole sulla terra fumante di vapori e rilevavano in un lampo caldo le case rosse e i campanili di marmo e tutto il verde fresco delle piante e i coltivati: e dietro la laguna immensa come un velo fermo ... (Lettera a Guidazzi del 25-4-15)


Se dovessi scrivere, sono queste le impressioni che vengon fuori prima: contatto con la terra, colori e respiro di questa campagna carica di verde - finalmente siamo arrivati fra le colline, e cominciano i boschi - di cui si empiono gli occhi tutte le ore dei giorni lunghi e pieni come secoli. (Lettera ad Ambrosini del 12-7-15) 


Guardo questa terra che porta il colore disseccato dell'inverno. Il silenzio fuma in un vapore violetto dagli avanzi del mondo dimenticato al freddo degli spazi. Le nuvole dormono senza moto sopra le creste dei monti accavallati e ristretti; e sotto il cielo vuoto si sente solo la stanchezza delle vecchie strade bianche e consumate giacere in mezzo alla pianura fosca. (...) Sono libero e vuoto alla fine. Un passo dietro l'altro, su per la rampata di ciottoli vecchi e lisci, con un muro alla fine e una porta aperta sul cielo; e di l il mondo. A ogni passo la corona del pino, che pareva stampata come un'incisione fredda lass su una pagina d'aria grigia, si sposta; si addensa; affonda i suoi aghi di un verde fosco e fresco in un cielo pi vasto, che scioglie tanti stracci di nuvole erranti in una gran trasparenza scolorata. C' una punto d'oro in quegli aghi che si tuffano nell'aria cos vuota, cos nuova. Anch'io son vuoto e nuovo. (" Esame" ; si leggano anche le bellissime righe seguenti)


L'analisi che Ezio Raimondi fa dell'uso dei passaggi descrittivi in Serra ci d una chiave di lettura particolarmente interessante:


Certo, Serra aveva il senso profondo della morte. Nei suoi paesaggi, nei suoi apparenti abbandoni descrittivi, emerge sempre alla fine, dall'incontro stupito con le cose, il passare del tempo. Se fosse possibile ... una sorta di analisi stilistica e tematica, quale avrebbe forse voluto il lettore di Pascoli e Tolstoj, si vedrebbe come quasi sempre i suoi paesaggi, gli scenari della sua Romagna insieme concreta e ideale siano giocati fra l'idea della stabilit della terra, nuda, schietta, rugosa, calva, grigia, solida, dura, e il movimento instabile dell'aria, del vento, delle nuvole, a cui corrispondono poi aggettivi come leggero, vano, vuoto, vasto, trasparente, fresco. Cos, una delle formule che ritorna pi volte, con un'origine che non  soltanto pascoliana perch appartiene anche a Rimbaud,  quella del "cielo vuoto". ("Il critico e la responsabilit delle parole", in " Renato Serra" , Ravenna: Longo Editore, 1985, pp. 13-14)


L'intelligenza di Serra, tendenzialmente scettica, vacilla sul vuoto, sull'assoluto, sulla " laguna immensa come un velo fermo" : neanche l'" Esame di coscienza"  riesce a squarciare quel velo che solo la fede pu oltrepassare, ci pone per davanti, in maniera mirabile, il peso delle scelte che sono comunque ineludibili (anche per chi si abbandoni, taoisticamente, al flusso degli eventi).


" Alessandro Ramberti"


. ULTIME LETTERE.







" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 7 settembre 1914

	

	Caro De Robertis,

come vanno le cose sue? me ne scriva, e mi aiuter a scordare le mie che da un mese in qua non sono altro che inquietudine e ansia sterile nervosamente affaccendata a non far nulla; a leggere i giornali, a aspettar novit, a far delle chiacchiere che suonano a me stesso, intanto che le faccio, cos vane! Cos consumo i giorni in un modo che mi sciupa quello stesso che c'era di serio nella prima inquietudine... D'altronde lavorare non  possibile; terminare dei saggi critici o delle note letterarie, di cui non potrei nemmeno liberarmi stampando, e dovrei tenerli nel cassetto,  cosa che mi disgusta: perdermi in qualche cosa mia pi intima, non mi riesce: mentre poi la parte dell'uomo che fa professione di commuoversi per l'umanit, mi fa rabbia. Bisogna che trovi un compito qualunque, magari un catalogo o una traduzione. Ci penser. Frattanto, sento il desiderio di conversare cogli amici; e prego anche Lei di contentarmi un poco. Ho passato parecchie giornate dell'agosto insieme con Panzini, a Bellaria; ma non oso tornarci; anche Lui si prende la guerra troppo a cuore, e in modo forse troppo nero, che mi fa male.

Tutto Suo.


...

" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 11 ottobre 1914


	Mio caro De Robertis,

le rispondo poche parole subito; suppliremo a voce tutto quello che mi resta indietro fin dalla sua lettera di un mese fa. Sono molto contento che Lei venga a dirigere la Voce: prima di tutto per Lei, che m'aveva parlato della malinconia di un soggiorno che poteva prolungarsi a Vari, facendomi pensare a tante altre incertezze e angustie destinate ai giovani, che anch'io ho conosciuto bene. Basta cos poco a fermare una vita che comincia!

Ma Lei non si fermer: e credo che questo compito Le sar utile in ogni senso, anche se Lei non sia destinato a fare per molto tempo la professione di direttore di rivista (non conosco per questa parte pratica le sue attitudini). Ho piacere anche per la Voce, a cui tutti siamo affezionati e non vorremmo veder finire: la sua edizione attuale mi piaceva per molte ragioni, soprattutto perch mi aveva ridato Prezzolini dei giorni migliori: ma come rivista d'idealismo non poteva durar molto. Spero nella trasformazione: il momento non  certo favorevole a nessun successo di speculazione libraria; ma di questo non ha bisogno l'arte e la poesia. Anzi, c' nell'aria e nell'ora qualche cosa di serio, che fa bene alle anime e le sveglia e pare che inviti gli uomini della stessa razza a conoscersi e a stare uniti: la Voce trover il suo pubblico che l'aspetta. Non le parlo dei collaboratori e del programma. Fra gli amici della libreria c' gi abbastanza (sar possibile aver qualche cosa di Papini e di Soffici?) per una rivista bellissima: qualcun altro si potr aggiungere, come Panzini a cui scrivo anch'io. Del resto, mi basta sapere che si continuer nel sistema dei consigli del libraio e degli stelloncini, sostituiti alla macchina delle recensioni. Di altre cose parleremo a voce, quando Lei mi avr dato schiarimenti che mi mancano. Veda solo, per ci che riguarda Lei, di venir via da Bari con una serie di studi suoi preparati o almeno abbozzati (i capitoli della "collaborazione" e le altre cose che pu aver pensato durante l'estate): non aspetti, per carit, di scriver degli articoli numero per numero. Le cure della direzione e i richiami dell'occasione la disperderebbero: le cose serie, con cui uno scrittore si afferma e si sviluppa, non si possono trovare giorno per giorno: bisogna averle nel cassetto. Si ricordi, per esempio, che una delle forze di Croce e della Critica,  proprio in ci, che gli articoli di fondo son tutti preparati da anni e vengon fuori tranquillamente, per conto proprio.

Di me non Le prometto molto. Certo lavorer in quest'inverno: ma non so a che cosa. Di critica letteraria sono un po'stanco: penso a qualche scrittore di cui si possa fare un ritratto morale; l'uomo mi attira pi che la pagina: ma non so. Analisi tecniche, di pagine o di momenti sciolti, a cui son pi disposto per solito, non mi attirano in questo momento. Per adesso, finir il volumetto carducciano, e a Lei dar Rimbaud - che  preparato, ma mi coster parecchio tempo, per esser ridotto in un quadro netto. Novelle pronte non ne ho. Mi prover in qualche altra cosa. Le mander forse degli stelloncini, in ogni modo conti su di me: soltanto, si ricordi di sollecitarmi, perch sono soggetto a negligenze e dimenticanze inesplicabili. Scriver per Lei a Linati, con cui ho fatto buona e cara conoscenza; ma di questo e d'altro, parleremo.

A rivederci dunque: abbia i miei auguri e mi creda con affetto suo.


...

" A Carlo Linati"

Cesena, 15 ottobre 1914


	Caro Sig. Linati,

aspettavo una giornata di pace e di sole benigno per rispondere lungamente alla sua lettera: ma i giorni passano sempre tristi e sciupati dall'inquietudine oscura, che, quando non stringe l'animo, lo disperde in mille vanit senza soddisfazione; non ho cuore a scrivere n a far niente di buono, finch dura questa oppressione - che non mi piace e non mi provo neanche a sfogare con le parole.

Mi scusi dunque e accolga questo frettoloso saluto, che le mando in un ritaglio di tempo. Insieme coi ringraziamenti per le notizie che mi sono state opportune e gradite. - Che buon odore di intimit e di sanit morale, e che bel rilievo di fisionomie della stessa razza, come piace a me, nel suo quadretto di interieur lombardo!1 E come mi sento vicino a Lei in questo sentimento del regionalismo spirituale, io, che ne ho fatto per mio conto un'esperienza quasi direi a rovescio, spingendo tutte le radici della mia vita in questo angolo di terra romagnola e fra questa gente, che amo dell'amore diverso, consapevole e malinconico dello straniero (nato in Romagna, ma d'altro sangue, che attraverso la madre lombardo-piemontese e il padre romagnolo mi viene da avi celti e inglesi cos come da italici, non ho niente di romagnolo nel mio tipo etnico e nel mio carattere morale; e amo i miei vicini quanto pi li sento lontani). - Ma questo  un discorso che avrebbe bisogno di ben altro sviluppo. - Chiss che non mi capiti di ripigliarlo a Milano se mi sar possibile di passarci quest'inverno, e se lei mi vorr fare un po'di posto in quell'angolo del Savini. - Conosco gi, per quanto di lontano e di scorcio, qualcuno de'suoi amici come il Di Soragna, Botta e Casati; e quando sento parlare di un'improduttivit che nasce dal pudore e si consuma in un ozio selvatico e appassionato, mi par d'essere a casa mia.

Avrei piacere che la rivista di cui Ella m'ha fatto cenno, si potesse realizzare: sopratutto per Lei che vi troverebbe l'occasione e la spinta e l'obbligo quasi materiale di esprimere in pubblico certe qualit, che finora si  accontentato di assaporare e di condannare in assaggi artistici un po'chiusi nella loro personalit; la conversazione col pubblico la obbligherebbe a rivelarsi con una variet e con una finezza, che si sente in Lei senza che le sue pagine l'abbiano ancora mostrata intera. Anch'io scriverei in una Rivista fatta da Lei e dai suoi amici. Le son grato di aver pensato al mio nome e la pregherei anzi di sforzare un poco, all'occasione, la mia naturale negligenza; avvertendomi poi, se la Rivista si facesse, per tempo: perch io non ammetto che uno, sia pur modesto scrittore, debba collaborare a parecchie pubblicazioni - come non so sedermi a tutte le tavole; e mi risparmierei di accettare altre offerte.

A ogni modo c' tempo a pensarci. Ch per adesso non si pu parlare di riviste n di articoli, e quasi neanche di letteratura; non si pu parlar altro che prendere la nostra parte di questa gran passione dell'umanit; ahim coll'animo soltanto, finora, e con l'ironia addosso di un dovere e di un destino mancato. Ma chi sa?

A rivederla. Mi creda tutto suo.


...

" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 6 novembre 1914


	Mio caro De Robertis,

perch tu non creda che la tua lettera si sia perduta!

Risponder fra qualche giorno, e non solo con una lettera, spero. I primi giorni di lavoro, dopo qualche mese di lontananza, cos turbata e inquieta, dal tavolino, mi son riusciti difficili: anche per troppe cose che ho portato lungamente a passeggio insieme con la mia inquietudine; e adesso che son fermato, premono e pesano tutte insieme. Ti dispiacerebbe se invece di Rimbaud per il 1 dic. ti mandassi un Romain Rolland? Ma aspetta tre o quattro giorni ancora.

Affettuosamente tuo.


...

" A Giuseppe Prezzolini"

Cesena, 7 novembre 1914

	

	Caro Prezzolini,

non dubitare, che il tipografo sar presto soddisfatto. Oramai mi son messo l'animo in pace - per forza - e lavorer, almeno, per passar questo tempo meno dispettosamente. Avrei forse qualche cosa da mandarti per l'Almanacco2: ma non vedo bene quel che ti possa convenire. Come sar messo insieme codesto almanacco; come uno dei soliti (con qualche frammento letterario misto a curiosit e rclame libraria), o sul tipo di una " revue" ? E preferisci un saggio o frammenti critici; o ti contenteresti di qualche pezzetto d'analisi e d'impressione personale, (sul genere del Paul Fort, primi paragrafi)? Dimmelo subito, se credi. Quello del ritratto  un affare pi buffo: sei proprio tu che me lo domandi?

A un altro non avrei nemmeno risposto; e quasi la tua prima cart. mi sembrava di un altro. Ma insomma per te pu esser che decida a farmi una fotografia; sono sette od otto anni che non ci ho pensato. (Avrei una pagina curiosa da scrivere su questo istinto che mi fa rifuggire dalla vista della mia figura).

A rivederci, tuo.


...

" A Armando Carlini"

Cesena, 13 novembre 1914


	Mio caro Armando,

grazie delle notizie tue, che mi mancavano da un pezzo.

Ti ho cercato parecchie volte quest'estate a Bellaria: ma all'ufficio postale mi rispondevano sempre "non  ancor venuto": pareva che anche loro ti aspettassero.

Ho incaricato Trovanelli, che pu aver qualit pi autorevole di me, di rappresentarti; lo far volentieri, e ti ringrazia dell'omaggio serbato alla memoria del nostro buon vecchio Cesenate3.

Quanto a me, ti vedrei ben volentieri: se vai a finir l'anno a Bologna, baster che tu m'avvisi;  facile che io ci capiti. Kant l'avevo proprio tirato fuori quest'agosto; ma mentre scrivevo le prime parole - della ripresa! - si sent la guerra, e De Robertis, a cui mi rivolsi per informazione, mi avvert da Bari che Laterza non intendeva mandare innanzi, per ora, la collezione.

Oggi ci sarebbe un'altra pregiudiziale, che a te posso confessare: sono un po'guasto con Croce; e non  difficile, se mi capiter di scriver qualche cosa, che mi venga fuori uno sfogo aspro. Sar conveniente, dopo, collaborare a quella collezione di Laterza? Ma ne riparleremo.

Sta'bene: ricordami ai tuoi e credimi tuo.


...

" A Giovanni Papini"

Cesena, 13 novembre 1914


	Caro Papini,

ho visto annunziate le sue 100 pagine. Se pu me ne mandi una copia: ho piacere di vederle subito. Io serbo una gratitudine tutta personale a quelle ultime colonne della Voce che - insieme con L'uomo finito - hanno svegliato in me una simpatia profonda per lo scrittore che prima mi contentavo di ammettere, senza curiosit; e avevo torto, perch non badavo a certe qualit, anche dello scrittore di prima, che oggi possono avere acquistato di concentrazione e di purezza, ma insomma, esistevano. Avrei dovuto rispondere qualche cosa, su questo punto, a una lettera che Lei mi scrisse in fine di estate: ma ormai  passato troppo tempo per ripigliare delle discussioni letterarie, quando poi in fondo siamo d'accordo. (A ogni modo, grazie per quel che mi diceva del mio libretto: grazie per quel che le  piaciuto e, sopratutto, per quel che non le  piaciuto). Spero che ci vedremo presto a Firenze. Devo finir di scrivere qualche cosa per la Voce e per la Libreria; e poi verr. Avrei tante cose da scriverle su quel che ci preme oggi tutti. Lei si  sfogato in parte su Lacerba. Io mi consumo colla mia inquietudine da qualche mese... Ma alla fine ho paura che sfoghi e passioni e ogni cosa sar vana.

Stia bene e mi creda.


...

" A Alfredo Panzini"

Cesena, 27 novembre 1914


	Caro Professore,

ho letto due volte, fra ieri e oggi, il libretto e rinunzio a scriverne lungamente. Le mie impressioni sono piuttosto contrazioni che affermano certe cose e le chiudono nel cuore senza sfogo: cose che sono cos, come Lei le ha scritte, anche per me, e non c' altro da aggiungere. A Missiroli potrei rispondere: Ma  un " fatto"  che non si pu mai sapere il numero dei morti. Che rispondere a costoro? Stare a sentire; e basta; l'uomo  questo, questa  la vita.

Soltanto che nel sentire Lei, i nervi guizzano come un fascio scoperto, c' in tutte queste pagine la vibrazione immediata, come dolore della carne viva: un balenare e un corruscare degli elementi mobilissimi. Io mi chiudo e mi smarrisco nel sordo buio dell'anima, che forse poi  vano e nulla come questo infinito spazio di fuori, che giace in una chiarezza pungente di cristallo sopra la terra disseccata dall'inverno.

Perch non sono tornato a trovarLa, in tutto settembre - mi domando anche adesso? Avevamo ancora tante cose da dire. E ore da stare insieme, senza molto parlare. Ritrovo cose e ore nel libretto, insieme col dispiacere di non essere venuto.

Ci sono state ragioni varie, un giorno l'una, un giorno l'altra, che mi hanno un poco impedito. Ma la ragione vera  un'altra. Lei pu capirlo e non ridere, sotto sotto, come farebbero molti dei miei amici, che il mondo loda d'ingegno e di sensibilit. Mi darebbero tacitamente del posatore se dicessi che la passione di quei giorni era di quelle che si  titubanti di comunicare. E avevo anche quasi paura di conversare con Lei, in cui sentivo quasi un altro me stesso per l'inquietudine e le mancanza d'illusioni: avevo paura, quasi, di esser spinto ad affrontare troppo da vicino dei problemi e delle tristezze in cui si va sempre a urtare, come l'insetto nel vetro: che non si apre mai.

Del resto avevo avuto l'impressione certa, quella sera che ci salutammo e la sua voce mi accompagnava nell'ombra di un crepuscolo gi diffuso di grigio silenzioso autunno. "Allora non torni pi". Con che scopo tornare?

Anche le notizie della Marna erano troppo poco rimedio al male e al dubbio che non ci lascia, in questa Italia che fa delle chiacchiere e si rassegna cos bene a tutto.

Ma  inutile entrare in un discorso, a cui la lettera non basterebbe. Per oggi voglio soltanto ringraziarLa. Avevo letto cose sue, con lo stesso accento, sul Secolo e sul Marzocco: ma le pagine ultime, nella loro successione di momenti veri, raggiungono un effetto pi profondo. Sono bellissime, di tratti sicuri e di poesia (che notte prima dell'alba, e che voci del mare, a intervalli). E poi le amo e con un'affezione tumultuosa dell'animo, avvezzo oramai a sentire soltanto dei professori che ci rifanno le lezioni di cui non abbiamo nessun bisogno, e B. Croce che dichiara col suo sorriso tranquillo che lui, come filosofo, sa con certezza che l'esito di questa guerra, qualunque sia, sar il pi gran bene per il progresso e per l'umanit..., e non parliamo degli altri, anche i migliori. Il suo libretto  la sola cosa degna di un uomo e di un italiano, che sia stata stampata in questi mesi. Ed  stato una consolazione per me, a cui lo scrivere e il parlare ripugna: quando non posso prendere la mia parte del lottare e soffrire di tutti.

Di ci che mi riguarda direttamene non dico nulla. Soltanto, mentre di solito esser nominato, anche con lodi e con benevolenza che io non cerco, m'irrita, di ritrovarmi nel suo libro non ho sentito sorpresa, m' sembrato quasi naturale. Ho guardato con curiosit quegli aspetti di me che sono rimasti sulla carta (quante cose sfuggono, anche a quelli che ci ritraggono meglio! Per esempio mi son visto calmo, in momenti di agitazione intensa. Ma Lei aveva ragione di vedermi cos, credo, per una reazione del dialogo, del quale Lei esauriva una parte, e a me toccava l'altra). Sarebbe inutile che Le dicessi che Le son grato perch mi vuol bene, e questo, in fondo riassume tutto. Ma una parola mia Lei ha raccolto, in un modo che oggi mi commuove a risentire: "non ho ancora perso la speranza".

No: non la voglio perdere!

Mi creda suo.

Scusi la lettera un po'sconclusionata. Ma Le scriver ancora. E Mussolini? E il resto? come mi piacerebbe passare una mezza giornata con Lei. Non capiter a Bologna?


...

" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 30 novembre 1914


	Mio caro De Robertis,

non ti far la storia di questo mese. Credo di averti avvisato qualche volta che ci sono in me delle assenze; e questa  stata una.

Sono passato attraverso giorni di turbamento e di amarezza che mi hanno velato il senso e la memoria del resto. Ho dovuto aspettare che certe cose si spegnessero dentro di me, per riprendere la vita solita col mio viso usato.

Ed eccomi a te. Non mi ero dimenticato; e mi dispiaceva forte a pensare che tu forse credevi ch'io fossi venuto meno cos senza ragione. Ma non  vero. Far quello che posso per compensare il ritardo. Non so se potr molto; subito; ma insomma qualche cosa far. Stamattina ho fatto un po'di ricapitolazione dei miei impegni cari e differiti.

In prima linea ci sono le bozze carducciane e la Voce. (Di'con Prezzolini che per l'Almanacco4 non mi conti pi. A meno che non mi venisse fuori dal cassetto qualche cosa gi compiuta; e non mi pare di averne. E non ho neanche voglia di rovistare e di rileggere, adesso).

Finir dunque l'articolo su Rolland. Spero che venga una cosa buona; un po'arruffata forse, perch mi  rimasto troppo a lungo nella mente, soffocato un poco e compresso da altri pensieri. Avr delle risonanze personali, e qualche attualit, che certo saranno una debolezza, dal punto di vista letterario schietto; ma non saprei farne a meno.

Ti prego di mandarmi una cartolina con l'ultimo termine per la consegna del ms. alla tipografia: ma non ti garantisco di esser pronto per il 1 numero - che uscir il 15, penso. Riprendendo la penna dopo un lungo periodo di lontananza ( dall'agosto: prima la guerra m'aveva preso; e poi, insieme e dopo, un'altra malattia) mi sento la mano un po'tarda. E non ho calore, dal lavoro, che mi possa sciogliere presto questa rigidit. Ahim quante cose per la mia vita, pi serie e pi potenti che non il lavoro e questi interessi spirituali che pure ho, per qualche parte in comune con voi.

Certo, oggi come oggi, vale molto pi a farmi forza il pensiero personale dell'amicizia e dell'obbligo, che mi  caro, verso di te. (E cos  sempre stato, anche in passato, per tutte le piccole cose che ho fatto, in margine quasi ai miei giorni, che ho vissuto solo e diverso).

Se facessi tempo, insieme a queste cose, per la V. e per Prezzolini (digli che non dubiti; il volumetto carducciano sar sbrigato presto), vorrei scrivere un seguito alle conversazioni di Bellaria: che si trovano cos singolarmente adombrate nell'ultimo volumetto di Panzini. L'hai veduto? - Il romanzo della guerra - Son frammenti bellissimi. Cose rapide, nette, contratte da una commozione strana. Ci sono anch'io in quelle pagine. Panzini mi vuol bene, e ha raccolto di me qualche parola di cui gli sono profondamente grato. Molte gli sono sfuggite, altre ha frainteso; stretto dal suo cruccio, mi vedeva con occhi torbidi (che curioso ritrovarsi cos travisato, in qualche aspetto, da chi ci  pi vicino!); e nella febbre udiva come un intronato. Mi piacerebbe non rettificare - figurati; ma continuare una conversazione che rappresenta uno dei momenti pi ansiosi della nostra esistenza - come uomini che hanno un legame colle altre cose del mondo, e un posto nella storia.

Se il libretto ti capiter fra mano, ti prego di scrivermene due parole. Salutami Papini; gli scriver a lungo. Il suo piccolo libro5 ha delle pagine che esistono veramente e dureranno come un piacere schietto. La sua poesia pare semplice e povera qualche volta; ma esiste. Resiste alla lettura, e si rivela. Ha una ragione d'essere, anche nelle mancanze (problemi curiosi: perch non arriva fino al canto? al " verso" ?). Dir anche che egli ha scritto le sole "illuminazioni" ch'io conosca, degne del nome, per la solidit fantastica e l'astrazione; non dir che sia tutta qui la poesia. Ma anche in Rimbaud... Ma basta. Scusami e scrivimi: il tuo.


Non scriver lungamente se hai da fare. Mandami solo notizie tue e della V.

Saluti a Prezzolini, saluti a Soffici, Di Staso e a tutti.


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" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 4 dicembre 1914


	Mio caro De Robertis,

non temere; per il 15 avrai il manoscritto. Mi turba un poco, intanto che scrivo, il rumore che viene da Roma: mi sarei sbagliato nel raccogliere, davanti a R.R. e alla Francia, certe impressioni d'Italia? Non credo. A ogni modo, valgano per il momento in cui le ho sentite; e, se non per altri per me. Del resto, non credere ch'io abbia voluto fare dell'attualit: in quel che ho scritto c' anche la parte per te, ossia per la critica disinteressata. Non sar gran cosa, ma far meglio un'altra volta. - Che peccato non essere a Firenze. Come mi sarebbe facile aiutarti, se ti fossi vicino, sentendo la tua voce tutte le sere: ci vorrebbe dire un articolo per ogni numero. E sarebbe troppo. Ma tu poi non aver paura di richiedermi; anzi!  l'unico modo di farmi far qualche cosa con piacere. Delle cosette di sfuggita, poi, (note di lettura, giudizi di uomini), perch non me ne domandi? basta che tu mi scriva, proponendomi la questione. Cos faceva un altro amico6; e dalle risposte che gli mandavo, settimana per settimana, son venute fuori, secondo le occasioni, il pi delle mie cosette.

Salutami Firenze e gli altri: il tuo.


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" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 18 dicembre 1914


	Caro De Robertis,

io ti ho ingannato in questi giorni, sperando in un cambiamento delle mie condizioni. Poche ore mi sarebbero bastate a finire questo stupido lavoro. Ma ci  stato ed  impossibile. Non posso scrivere; e quello che scrivo mi fa schifo.

Io non so come riparare al danno che ti ho recato. Ma non pensare pi a me. N per la Voce, n per l'Almanacco, n per altro.

Di'collo stampatore che scomponga le pagine carducciane: gli pagher io il lavoro sciupato. E che non se ne parli pi.

Lasciatemi stare che da me non  possibile cavar niente. Le promesse che t'avevo fatte sono state una illusione di amicizia.

Ma la verit  questa.

Scusami e addio.

Avrei potuto tentare ancora di prolungare l'illusione: dirti aspetta tre o quattro giorni ancora; ho le cartelle di due articoli quasi compiuti sul tavolino. Ma sono ancora le cartelle di quest'estate; e intanto che le scrivevo, seguitando il moto meccanico cominciato, capivo che non sarei arrivato alla fine. Mi son provato cento volte adesso, e non mi  riuscito. Tu non puoi capire bene. Scrivere per me  uno sforzo artificiale, un poco contro natura; che mi  riuscito qualche volta in passato, e speravo mi riuscisse ancora, per contentarti. Non  pi possibile. Mi dispiace per te. Ma ti rifarai: per ora hai il tuo studio da continuare. E forse sar bene; ch l'interruzione nuoceva alla lettura.

E non ti fidare mai di nessuno.

Scusami.


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" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 29 dicembre 1914


	Mio caro De Robertis,

far quello che posso. Non oso risponder altro a te e a Prezzolini: la semplicit con cui mi avete scritto mi accresce il dispiacere. Ma  inutile parlarne, se neanche da questo dispiacere mi riesce di cavare qualche cosa di utile. Vediamo dunque. Per il secondo numero in un modo o in un altro avrai rimediato. Mander qualche cosa per il terzo: alcune pagine di note: spero che ti serviranno, se anche non formino un articolo solo e compiuto. Ma non ti perdere d'animo! Pensa che la tua V. (tua, come l'hai cominciata e desiderata tu) vale qualche cosa; e non pu fallire. Lascia che dica chi ti vuol male; e lascia pur ci sia qualche difetto in principio. Non importa niente. Ho riletto oggi la 1a parte della tua collaborazione; e me n' rimasto un senso di fiducia profonda. Quante cose avrei da dirti! Abbi pazienza. Anch'io mi ritrover; o piuttosto, ci ritroveremo. Vedrai.

Ho delle note sul Manzoni - sulle poesie di Bacchelli - da stampare proprio cos, come note.

Buon anno, a tutti.


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" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 4 marzo 1915


	Mio caro De Robertis,

due parole in fretta - per non aggiungere anche queste al cumulo di tante altre che mi son lasciato dietro in questi mesi, e mi gravano sull'animo quando penso a te: con una paura vaga che il peso cresca troppo e quel giorno che mi volter a rimuoverlo, non mi riesca pi. Ma speriamo di no.

Vedo sulla Voce di oggi ancora uno sfogo tuo7, dove sono molte cose giuste e dette con finezza. Ma non ti lasci amareggiare troppo da certa gente?

Certo, io di lontano non posso capire fino a che punto sia arrivata la malignit armata contro di te e contro la Voce, di cui sento solo il turbamento e la contrazione sul tuo viso. Prezzolini me ne disse qualche cosa, accennando pi specialmente al veleno romano; qualche altra cosa ho capito da certi discorsi a proposito delle Voce, e della sua stabilit in rapporto col malcontento di alcuni lettori; infine, qualche alito come respiro guasto dei Bellonci Cecchi Cardarelli e compagnia l'ho trovato anch'io in lettere e giornali che mi giungono, a volte, da Roma. Ma non ci avrei fatto caso, se non ne avessi veduto l'effetto in te, pi profondo e pi noioso di quanto mi sembrasse ragionevole. Come dico, parlo di lontano e posso sbagliarmi - e anche in questo trovo una ragione di rimorso: per esserti rimasto troppo lontano. Ma perch accorarsi e turbarsi in un modo, che fa quasi pena a un amico, per cose che al pi dovrebbero farti l'effetto di un tonico, di quelli che fan brillare gli occhi e pizzicare le mani; una fregatina, e via! - Perch arrivare a render delle giustificazioni pubbliche del tuo valore a Bellonci, perch scendere a certe minuzie con Cardarelli o Bacchelli, perch insister tanto con Cecchi?

Parrebbe perfino che tu dubitassi di te stesso. Ora, io non so della Voce; pu anche darsi che il tuo tentativo materialmente fallisca: il momento  difficile, ingrato: nei primi numeri l'impressione di un certo squilibrio, sgretolamento possibile, forse si sentiva: sebbene ci sono state sempre cose buone, ottime anche: belle e care di Linati; acute, superbe di Papini; e poi Baldini, Bastianelli, altri che interessano: manca un po'troppo Prezzolini: Soffici non  al suo posto, da sei mesi, n sulla Voce n su Lacerba, del resto, ma quando uno ha stampato Arlecchino e il Giornale di bordo, si pu star contenti un pezzo, mi pare (che delizia per il mio egoismo di lettore svogliato e amoroso!): tutt'insieme c' un po'troppo di frammenti, pi tentativi che affermazioni, (Soffici - anche lui ha dato qualche paragrafo ammirabile - Jahier ecc.) per quanto notevoli; mancanza di buone cosette di second'ordine, che son cos necessarie come sfondo e riposo prospettico dei momenti pi intensi: ci pu avere l'aspetto di poca stabilit: ma negli ultimi numeri c' un non so che di migliorato, con pi fusione: io spero sempre bene. Ma poi, comunque vada la Voce, tu devi avere la coscienza di aver acquistato, di personalit vera e di sforzo espressivo, tanto che ti compensa di qualunque altra difficolt o amarezza. Si compie l'anno, press'a poco, da che ti trovai sulle pagine della Voce, finalmente maturo e sicuro, e pensando al primo quaderno sui Canti di Melitta mi parve di misurare colla mente una strada molto lunga. Da allora a oggi lo spazio non  grande, neanche un anno a pensarci bene (scrivevo in un giorno come questo, e uscendo a passeggio dopo mi ricordo che ero certo di trovare una primavera gi diffusa in un tepore stemperato e bagnato: stasera  ancora cristallo vivo pungente d'inverno, e ciuffi di mandorli di una bianchezza senza colore nella gran pallidezza dell'aria muta); ma tu hai acquistato anche di pi, in paragone. Non mi spiego a lungo, perch spero, se mi riesce di uscir da questo cerchio, di riprender meglio il discorso: avrei tante cose da dirti, in margine alla tua Collaborazione; rifacendo il tuo " esame di coscienza"  - di cui accetto il punto di partenza, come una conquista, in un certo senso - con tante riserve e digressioni sul Poliziano, Ariosto, Manzoni, per esempio.

Soltanto, voglio dirti che le tue cose dell'anno scorso, pur con molta compiacenza, per la maturit e sicurezza del giudizio, m'avevan dato l'impressione quasi di un limite, o piuttosto di una rinunzia, dalla parte della personalit come scoperta e come passione; c'era nella tua intelligenza una calma inaspettata. Ma era solo un episodio.

Da allora ti ho visto progredire (parlo sempre delle cose che hai scritto; di ci che vi hai "realizzato") nell'analisi e nelle impressioni particolari con una inquietudine intensa, che superava i difetti del linguaggio sommario e spesso inadeguato; superava anche il valore delle piccole scoperte e accentuazioni del gusto - che per certe sottigliezze e indugi fra sillaba e sillaba avrebbe potuto farti sembrare un continuatore della mia maniera, scusa se dico cos alla meglio: ma si capiva bene che non eri, altro che per riepilogo, portando in quelle ricerche di particolari e di tecnica una seriet e una intenzione infinitamente pi profonda della mia. Mi ricordo di averne scritto a qualcuno, che mi prendeva troppo sul serio attraverso te: "per me la critica - il lavoro critico che faccio io, - non  una esigenza assoluta n una soddisfazione totale, come pu essere in De Robertis".

Avevo ragione. Soltanto che fino a ieri questo era in te un ideale, o appunto un'esigenza che premeva sull'animo e fremeva nella voce; ma si rompeva nei particolari del lavoro, sviluppato ancora press'a poco sullo stesso piano di Cecchi o di me. Ma durante l'estate il lavoro dentro di te ha fatto come un salto, ed  venuta fuori la Collaborazione: che non rappresenta certo un progresso sulle altre cose tue per l'esecuzione, per il "rendu";  dura da leggere, piena di incertezze, di approssimazioni, e perfino di errori, o per lo meno, di eccessi arbitrari nel giudizio e nel gusto: ma  una presa di posizione personale e una conquista vera.

Adesso capisco perch tu potessi aspirare alla critica; - che a me il pi delle volte pare, anche e specialmente quando ne faccio io, lavoro d'occasione e di facilit, - con una passione cos totale. Cercavi la tua strada: una critica che sia veramente collaborazione alla poesia, non riassunto o adesione, - sia pur precisa o delicata, non andr mai oltre un certo segno; su cui  scritto "saziet"; e di l c' il vuoto, - ma ripresa personale e continuazione. Hai trovato quella strada. Intendiamoci. Non voglio dire che tu abbia fatto una scoperta assoluta. In un altro senso, tu non fai altro da quello che hanno fatto tutti gli altri critici da che mondo  mondo - quando e in quanto facevano qualche cosa di vitale. Ma un passo avanti l'hai fatto. Sopra te stesso e su gli altri. Prendendo, e rendendo, coscienza pi netta di certe esigenze del tuo animo, che sono anche bisogni o tentativi di quasi tutti quelli del tuo tempo: bisogni di libert e tentativi di realizzazione. E il tentativo tuo rester principio e modello di molti altri, per un pezzo, io credo.

Del resto, t'ho gi detto, che non hai scritto una cosa perfetta, e neanche ben riuscita: a uno a uno non finirei pi di segnare i punti difficili o che non mi piacciono (e questo mi conferma il valore del principio: che resiste a tutte le deficienze degli episodi). E poi, anche lasciando stare i danni della fretta, e i dissensi, che hanno un valore puramente privato, da me a te, da persona a persona, si sente in tutto il tuo dire, una necessit di riduzione e di purificazione - e non del linguaggio solamente, ancor misto di scorie e di transazioni - che ti dovr tormentare lungamente. Direi quasi che, ripensandoci, me ne riesce meno nuovo il tuo stato d'animo in mezzo a codeste brighe, a cui hai dato forse troppo della tua sensibilit. (Non parlo solo delle polemiche, ma di tutte le noie direttoriali, da cui ti sei lasciato turbare nei tuoi contatti cogli scrittori e col pubblico).

Ora, io non voglio certo darti dei consigli sul buon contegno di un direttore di rivista giovane. Dico solo che in tutta la tua vita di questi ultimi mesi c' qualche cosa che vale, e deve valere anche per te, per la tua soddisfazione e per la tua coscienza, pi di tutto il resto: il progresso che hai fatto nel tuo lavoro e nella tua personalit, che  segnato appunto nelle pagine e nelle note della Voce. Il resto conta poco: bisogna scrollarlo via come la polvere delle scarpe. Non ti perdere pi in pettegolezzi: hai tante cose pi serie da fare, tanti libri da leggere, e impressioni da rettificare, e dialoghi da riprendere; senza parlare della poesia, che  sempre e tutta da riconoscere e da ricominciare ancora, per chi a ci  nato.

Scusa se ti parlo in tono un po'da sermone. Ma non  sermone il mio. Son parole di uno che ti stima e ti vuol bene e ti apprezza forse, in quel che hai di pi degno, meglio che gli altri: da una lontananza disinteressata e piena di rincrescimenti, che fanno insufficiente e strana a me stesso la mia voce.  curioso come pesi qualche volta il senso del silenzio e di tutte le cose che si sarebbero volute dire e sono cadute dal tempo.

Io provo per esempio una certa difficolt, un languore nel parlare e nello scrivere; e non so se saprei vincerlo anche volendo: pu darsi benissimo ch'io resti inetto a molte cose, che ieri ancora erano nel mio potere. Certo non saprei promettere niente a nessuno di una mia vera e propria produzione letteraria. Ma questo  un altro discorso, che mi porterebbe troppo fuori strada, in un mondo che non ti interessa. Te ne parler quando sia tempo di fare i conti definitivi, e per quel tanto che riguarda le spiegazioni e le scuse, che devo a te, ed anche ad altri, cost.

Anche al di fuori di ci, c' sempre una piccola parte di questo universo che  comune e sicura per noi: in cui possiamo incontrarci ed essere amici e vicini.  quella in cui mi  piaciuto di tornare oggi. E ora basta, che  gi buio.

A proposito della Voce e delle polemiche, che bellezza quella Sor'Emilia di Papini. Che sapore e che nerbo di scrittura, e suono e schiocco e pizzicore di frustate; e precisione di figura e libert di spirito.  in un momento superbo Papini: anche i suoi tentativi di poesia in versi hanno qualche cosa di raro, (altro che certi sonetti beceri della Voce d'una volta).  quasi un peccato, quando uno  cos felice, accanirsi contro un disgraziato - che pure ha tante qualit nascoste e guaste nella sua ingrata natura. Io mi sono un po'riconciliato con Cecchi dopo l'articolo che scrisse sul conto mio: molto giusto, e armato da un rancore intelligente e vivo. A rivederci. Scrivimi qualche cosa.

Tanti saluti a Papini Prezzolini Soffici ecc. Dovrei anche ringraziarvi di molte cose che ho sentito da voi sul conto mio, con un affetto e una generosit di cuore a cui mi vergogno di rispondere cos male. Ma non tutto  finito con oggi.


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" A Giuseppe De Robertis "

Cesena, 20 marzo 1915


	Mio caro De Robertis,

in fretta, per non lasciar passare un altro giorno. Avrei da parlarti di tante cose! Ma appunto, parlare, bisognerebbe, e non scrivere. Tu pensavi di venire a Cesena; e io a Firenze. Ci penso ancora; ma con quest'angustia addosso di quel che si aspetta tutti i giorni, come si pu preparare un viaggio? (venire a Firenze per me significherebbe riprendere le mie relazioni col "Secolo" e con gli amici, e con tutti gli obblighi che mi son lasciato dietro in questi mesi: portar qualcosa di positivo a te, a Prezzolini, ad altri che mi aspettano - seguitando fino a Roma -; chiudere una stagione e cominciarne un'altra; con un programma preciso, e con una sicurezza di me stesso, almeno per un certo tempo...).

Per una scappata passeggera, ho anch'io le tue difficolt. Di denaro. Colpa mia, del resto; segno di un disordine, che non  soltanto materiale; e a cui posso metter rimedio quasi certamente se la chiamata non capita proprio domani: ma si tratta di metter ordine in tante altre cose, insieme con questa;  un conto complicato e complessivo, di me con me stesso, sopra tutto (certe abitudini e certi fastidi della vita quotidiana io li tollero, anzi li cerco e li continuo, come una pausa o piuttosto una sospensione di tutto il resto: ci vivo dentro come in una nebbia, che mi  necessaria per la sua inutilit. Ma  un altro discorso. - E poi si cammina un poco, e si vien fuori dalla nebbia).

Ora, i conti non sono ancor fatti: quest'anno mi par quasi che la partita sia pi seria. Non per le difficolt materiali; che sono meno gravi delle altre volte. C' solo un anno di pi; ed  una cosa gravissima. Un anno di pi, con le stesse solite cose, ripetute ancora una volta; e che non si possono ripetere pi, come le stesse. Sono io che m'accorgo di aver trent'anni, o le donne se ne sono accorte o i sassi della strada? Dio lo sa. Certo, quella che  stata finora la ragione suprema della mia vita; il non averne nessuna, e la gioia di non averne; la soddisfazione leggera delle cose sciupate e dei minuti perduti; tutto, ingegno e amore e vita consumato nel vuoto per la mia dolcezza sola - non mi basta pi. Non conviene pi all'uomo che sono, al giovane che sono stato. E ho bisogno di qualche cosa in cambio; niente magari; ma un niente volontario e definito.

Penso a certe abitudini di lavoro, ad esercizi di espressione letteraria che sono stati finora una evasione superflua e fortuita, in margine e quasi al di fuori della mia vita durevole, come a una cosa seria, a cui potrei anche attaccarmi per ricominciare, o piuttosto per continuare a vivere: a esser io domani ancora in una cosa, come ieri fui in un'altra: e che le cose cambino, non importa, se io resto e mi ritrovo. Chi sa?

Forse verr la guerra, e quel che il caso pi portare in quella; a rispondermi. Avrei un po'di rimorso di andarmene cos, in debito, non dico colla letteratura, ma con me stesso: e con tante cose amate, nella terra e nel cielo, verso cui m'ero assunto un impegno silenzioso, passando, e lasciandomele addietro. Forse anche sarei contento: e la soluzione sarebbe perfettamente nel mio carattere; la " mia "  conclusione.

Ma non  questo che ti volevo dire.

Vedo la Voce di oggi e niente di tuo. Come va? Non hai la tua "Collaborazione" da mandare avanti? Se anche c' delle parti imperfette, non importa. Il valore del tuo lavoro non  limitato alle osservazioni o alle scoperte particolari:  una ricerca: l'interessante  che prosegua: tu cammini e i lettori ti accompagnano, rifanno per conto proprio la tua strada. E poi, non devi farti dimenticare: son le tue note e la tua persona che devono dare una qualche continuit, cos necessaria, alla Voce; che tende invece, per altre ragioni, alla dispersione. Questo fascicolo per es.  tutto frammentario. Una cosa sola di Papini non basta. Lo scritto di Bastianelli  serio, ma troppo "specializzato". E il resto val poco (Soffici eccettuato: che tuttavia ha dato solo degli appunti). Govoni ha delle buone qualit; ma non  originale, non  lirico direttamente. Sbarbaro, Onofri per ora non concludono: danno solo degli esperimenti di sensibilit nuova di un valore affatto generico. C' quella noticina - cappello di Prez. al suo Pguy, dove parla di sapienza d'arte, che vicino a codesta roba pare una presa di bavero. Insomma, c' qualche cosa che manca, in questa Voce; non colpa tua, colpa del momento piuttosto. Anche i migliori non ti hanno dato quello che potevano. Aver accresciuto la famiglia della V. di un Linati e di un Baldini  stato un bene; ma un po'nominale; Baldini sopra tutto t'ha dato appena delle briciole, e la firma. Ci vuol altro. Certo, la causa pi grave  fortuita, e indipendente da ogni volont e da ogni sforzo, tuo o di altri:  la stagione, l'ansia che ci disperde tutti. Purch anche la V. non vada travolta. Ma spero di no: conto sulla tua tenacia, e sul coraggio assennato e pratico di Prezzolini e degli altri nella Libreria, per tenere in vita la nostra Voce; anche se viene la guerra, dopo, ci sar bisogno di ritrovarla. Del resto potreste anche ridurla provvisoriamente in termini pi stretti, di pubblicazione e di formato; dico un po'a caso, perch non so come stiano le cose veramente; e poi, non me ne intendo.

In ogni modo, qualche cosa si  fatto, e qualche cosa rester anche di questo tentativo. Ma  curioso, come abbia avuto tanto potere di irritazione sopra quella gente di Roma: peccato non poterci capitare, come speravo, alla fin del mese; mi sarei goduta una commedia deliziosa, per un pomeriggio, all'Aragno. Con tanto pi gusto, in quanto hanno tirato in ballo anche me, da un po'di tempo, e il mio volumetto, come un pretesto per dare addosso alla Voce e a quelli di Firenze.

Quando penso che se c' un peccato, in quelle pagine,  quello di non aver voluto prender di fronte, come si meritavano, proprio e soli quei pochi scrittori che esistono per me: e fra quei pochi, Papini e Soffici, prima di tutti, forse. Come ho sentito questo rimorso a legger via via in questi mesi tutte quelle mezze stroncature dispettose e stitiche delle Cento pagine e dell'Arlecchino e del Giornale: per una volta che mi era capitata l'occasione di dire una verit, che sarebbe stata una gioia per me e un dispiacere per tante care persone, me la sono lasciata sfuggire come uno sciocco. Pazienza. Chiss che non torni! Intanto devo contentarmi di sentir dire che Soffici  "materiale" o che Papini  "frammentario" e "stravagante": e anche questo mi diverte: con una gioia di cristiano che fa penitenza e mortificazione. Giustissimo. E io ne ho detto bene, perch siamo amici, e poi perch sono agli stipendi della Libreria della Voce. Pi giusto ancora. Cos sconto un altro peccato, che non  di ieri: di aver voluto sempre coltivare nei miei rapporti con la Voce e col gruppo fiorentino, piuttosto che la simpatia - naturale e sincera nell'animo, e per tutte le cose essenziali -, le differenze e le resistenze, con un cura di esattezza, che confinava con l'ingiustizia. Ma sarebbe tutta una storia e non  tempo da raccontarla: bisognerebbe anche spiegare in che senso e con che animo mi sia chiuso lungamente in una sorta di prigione di letteratura provinciale e di modestia e di ossequio umanisticamente preciso, che era piuttosto che una forma naturale, una dissimulazione e una difesa provvisoria dell'animo insofferente, desideroso di salvare insieme la sua negligenza del presente e la sua libert dell'avvenire. Se stampassi le mie pagine carducciane, dovrei raccontare un capitolo di questa storia: anche il mio carduccianesimo non  stato altro che una superstizione volontaria, in cui mi piaceva insieme di nascondere e di coltivare sotto la specie dell'umilt il mio diritto all'eresia.  lo stesso gusto ironico che mi porta comunemente nelle mie relazioni cogli uomini, e anche colle donne, a concedere a me stesso un diritto di amore e di stima, che non so ammettere negli altri verso di me.

Cos mi  accaduto con Prezz. e con gli altri, per molto tempo: fin da quando Prezz. mi conobbe la prima volta attraverso l'amicizia di Ambrosini, se ben ricordo, e mi venne a cercare con una generosit, a cui io mi credetti in obbligo di rispondere con una negligenza annoiata e chiusa; e poi sempre stimando molto lui e gli altri, con amicizia e gratitudine, non mi sono curato di averne da loro nessun contraccambio; anzi mi riusciva strano quello che pur mi veniva gratuitamente, e mi piaceva nei miei rapporti con loro di esagerare il "passatismo" e l'umanesimo e tutti i particolari dell'educazione letteraria, che pur ci distinguevano, fino a farne un principio assoluto di irritazione quasi e di ostilit.

Avevo ragione dal mio punto di vista; di uomo sincero che non vuol esser tenuto da pi di quel che vale, e sopra tutto di quel che fa: non potevo confondermi io, letterato per combinazione e senza nessuna certezza, n d'ingegno n di propositi, con gente che dell'arte e della vita spirituale faceva la ragione vera dell'esistenza: avevo ragione anche di salvare e di godere la mia diversit. Ma certo, per quel che sono i rapporti pratici, avrei potuto star pi vicino a quelli che in fondo erano i soli giovani che potevo stimare, e parlare con loro e vivere nello stesso mondo.

Invece, son rimasto lontano: spingendo il partito preso fino al punto di ignorare per anni e anni quasi completamente Papini e le sue cose; non gi per disprezzo; ma cos, perch l'occasione l'aveva portato, e io non curavo altro.

In quanto al volumetto poi, posso dire che nello scriverlo, il mio atteggiamento non cambiava; anzi! Ricordo di averne discusso, prima di scrivere, con Prezzolini, pigliando gusto io ad accentuare quasi fino alla mistificazione il mio "rle" di lettore dilettante, inetto cos a riconoscere come ad apprezzare i tentativi di novit e i progressi dell'ultima generazione; e lui si arrabbiava sul serio difendendo in s e nei suoi amici le sue cose pi care, contro la mia ingiustizia per proposito.

Scrivendo non cambiai nulla: e posso dire che ebbi quasi uno scrupolo meticoloso di esprimere il mio giudizio, - che allo stringer dei conti non poteva esser altro che di ammirazione e di simpatia, su Papini e Soffici e gli altri minori; - in una forma imbarazzata da tante attenuazioni e riserve da non meritare nessuna gratitudine. Una simpatia difficile e antipatica, se si pu dire: il contrario dell'ossequio e della giustizia benevola, che ho reso ad altri piuttosto per sforzo di buona volont, e in fondo per disprezzo. Supponevo anche che le mie parole non potessero interessarli molto, e in genere che di me non dovessero fare nessun conto: e mi sarebbe seccato imbarazzar qualcuno con delle lodi, che dovessero mai riuscirgli obbligo di qualche compenso.

Inoltre, c'era la necessit prima, del tono e della banalit che bisognava mantenere nel libro, almeno in apparenza. Ci m'imponeva di non mostrare di pigliar troppo sul serio della gente che il pubblico borghese prende sul serio, s, ma senza accorgersene: cos io mi dovevo guadagnare il diritto di prenderli sul serio con una certa disinvoltura sprezzante di linguaggio e di modi.

In fondo, qualche cosa di giusto, o, se vuoi, di sincero,  venuto fuori lo stesso. Tutte le mie reticenze stilistiche non son bastate a nascondere il mio sentimento di certe qualit profonde e schiette di quegli scrittori, che io amo. E che anche nel mio riassunto cos volontariamente scolorito e ristretto, le personalit vere e pi nuove spiccano, bene o male, sulla folla delle maschere e delle comparse. Ma io ne ho colpa meno di tutti!

Se mai, avrei la colpa di essermi divertito troppo a giocar di mezze tinte e di sfumature verbali, per dare alla verit il sapore del luogo comune e della banalit - dietro la quale mi era permesso cercare per mio gusto e senza dar nell'occhio qualche accento pi preciso e pi ricco di espressione.

(La colpa principale era poi di avere accettato di scrivere un volume su quel soggetto, e con quei limiti: io. Sapendo che non avrei potuto n compromettermi intero, n sottrarmi del tutto a ogni responsabilit personale con una cronaca puramente commerciale e anonima. Avevo creduto di giustificarmi davanti a me stesso, dicendo: faccio un volumetto tanto per provare, e per prendere quelle duecento lire: e il volumetto non deve significare altro che questo - e poi m' capitato di consumare non so quanti mesi per limare e assottigliare e ridurre nei termini modesti del discorso comune le impressioni che mi si presentavano naturalmente troppo vivaci e prolisse; personali, insomma. E con tutta questa fatica non mi  riuscito di sfuggire l'equivoco).

Ricordo che capitando a Firenze, dopo aver passato qualche giorno con voi, ebbi qualche rimorso, pensando a quello che avevo scritto, di non essere stato abbastanza netto nell'espressione di certi giudizi e nella graduazione di certi valori (potrei dire anche di te, per es.; che, perch avevi parlato troppo bene di me, io volli essere pi misurato e pi stretto nel farti un posto). Ma non volli correggere nulla - lo dissi anche allora, a te, se non erro -; per un certo scrupolo; non piacendomi fra l'altro, che un episodio fortuito, come un viaggio e una conversazione, dovesse portar miglioramento a pagine che erano nate con un difetto d'origine. E lasciai le cose com'erano; senza aggiungere nulla per Linati, che avevo avuto il torto di non saper scoprire io da prima; senza ritoccar troppo la figura di Papini, che pure avevo avuto il torto di scoprire troppo in ritardo e di sghembo, dall'Uomo finito, e da un ricordo confuso dei pezzi lirici sulla Voce, che rilessi e apprezzai pienamente quando tu me li mandasti, in seguito.

Tutta questa pu parere una chiacchierata un po'oziosa. Me n'accorgo dopo che ci son dentro; ed  tardi per rimediare. Prendila soltanto come un pretesto per passare un po'di tempo, insieme; allora tutte le chiacchiere son buone. Poi il principio da cui son partito era legittimo. Era, lo ripeter per conclusione, il rammarico di non aver detto chiaro e per disteso quello che sento di Papini e di Soffici; in paragone anche con gli altri giovani che scrivono e che mi interessano - come Linati e Baldini. Questo sopra tutto mi piace, da un po'di tempo. Ma quando sento scoprire in quella sua facilit e sensualit sinuosa - che non arriva al suono pieno e al colore puro, ma pur raggiunge una certa felicit secondaria, di consapevolezza e di equilibrio interno, con gioco di luci e di pause e di risposte (io trovo in quel gioco qualche cosa che somiglia a me - o almeno, a tentativi che io conosco per esperienza mia) un valore di novit e di "spiritualit" da apporre, poniamo, alle impressioni di Soffici, come una qualit superiore; allora mi vien voglia di far capire una buona volta a questo branco di beoti come anche nella pi sciolta e abbandonata e lazzarona frase di Soffici ci sia tanto di potenza espressiva, e di purificazione, ossia concentrazione e creazione e in somma spiritualit, da far le spese a non so quante colonne cincischiate e ricamate di altri. Forse che un accento solo di novit vera non vale tutta una serie di modulazioni? Cos come c' pi spirito nella bestemmia di un ragazzo maleducato che in tutto lo "spiritualismo" confettato e interessato di un vecchio filosofo di mestiere!

Ma anche codesta  tutta una questione, da riprendere a miglior tempo; che lo meriterebbe. Dico della questione, se ci sia realmente nella nostra prosa e nelle nostre voci liriche un progresso e un arricchimento, nel senso di quella che un Bellonci chiamerebbe coscienza delle "pause" e del "ritmo interno"; oppure - spiritualit -. Credo veramente che ci sia. Ma bisogna renderne conto pi esatto; e non credere che sia una cosa nuova, nostra.

E poi, bisogna mostrare che questo progresso  un po'in tutti; senza possibilit di distinguere, o peggio, di ritenere inferiori, quelli che hanno raggiunto una felicit pi immediata e semplice - come appunto Papini e Soffici - in paragone di quelli che devono contentarsi di qualche effetto pi industrioso e - in apparenza! - pi raro, o addirittura si dibattono ancora in un travaglio iniziale, con un tormento che pu apparire pi ricco di possibilit solo perch offre tali possibilit in una forma astratta ed elementare, in cui la difficolt e le pena rappresentano una sorta di grandezza scontata prima d'esser posseduta: come i Cecchi e Bacchelli e Cardarelli. I quali tutti, lasciando stare i rancori e le invidie, sono in fondo della vostra scuola e sulla vostra strada. Forse  anche per questo che non vi posson soffrire. Avrei ancora un monte di cose da scriverti. Mi rifiorisce in mente l'Aragno di dieci anni fa, quando ero soldato a Roma, e andavo col mio cappottone duro e con la mia modestia evasiva a sedermi davanti a un gelato; fra gente che parlava di arte nuova e di versi liberi, con un tono che ritrovo oggi immutato, e io assaporavo il mio gelato e il mio silenzio di provinciale tranquillo, dietro le tende ombrose di ruvida stoffa fresca, che molleggiavano al peso del sole di luglio dilagante e scorrente dagli orli gi sull'impianto e sul marciapiede di fuori, colle pozze dell'acqua dell'innaffiatura che si restringevano via via sui lastroni porosi: guardavo e stavo a sentire... Da allora, via via, che strada curiosa per arrivare fino a quelli che mi credono un habitu delle Giubbe Rosse, in cui non sono entrato mai: o una volta sola. Ma questa sera non ho pi n tempo, n carta. A un'altra volta; oppure, a rivederci.

Mi dimenticavo d'una cosa ( un punto un po'difficile, per me, che ho dei rimorsi, parlandone con te, e niente di positivo a cui fidarmi per farli tacere. Dei propositi...  meglio non fidarsi): notizie del mio lavoro, e di quel che potr dare alla Voce. Ho in mente di far parecchie cose; o di provarmi: se non arriva prima la guerra (e Dio voglia). Ho quel Carducci, da finire, che non mi cresca troppo e si gonfi, portandolo nel pensiero. E ho quegli appunti in margine alla tua Collaborazione, a cui non voglio rinunziare: Poliziano, Ariosto, Manzoni; e altro che ne pu nascere. Avrei anche Rolland, e Rimbaud che mi preme forte. Ma prima di tutto, bisogna ch'io mi liberi di un peso che ho dentro; e che me ne liberi non per una scappatoia, ma sciogliendo il nodo direttamente. Conti con me stesso; esame di coscienza di un letterato8: davanti alla guerra (riprendendo, in qualche modo, uno spunto della tua Zuccheriera9: toglie niente questa possibilit di guerra, o muta, alla nostra letteratura? No. Eppure...). Scrivimi, se saresti disposto a stamparlo. Dopo, potr pensare ad altro. Non Linati - perch avrei bisogno di chiarirmi certi punti di Dossi, e non ho neanche i volumi, adesso. Il ms. dell'Esame potrei mandarlo marted per esempio. Tuo.


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" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 24 marzo 1915


	Mio caro De Robertis,

pare un destino che io non possa mai mantenere quel che prometto alla Voce. Sabato, mentre ricevo la tua lettera e mi preparo a finire il mio "esame", muore all'improvviso l'avvocato Trovanelli - forse avrai sentito ricordare il suo nome; che era anche studioso e scrittore di cose storiche molto serie. - Era il Sopraintendente della Biblioteca, ed era sopra tutto un gran brav'uomo, che aveva per me un'affezione paterna. Cos son rimasto per qualche giorno turbato e sbalestrato anche materialmente, da molte cure, a cui non potevo rifiutarmi. (Non ho ancora terminato: mi resta, fra l'altro, da esaminare carte e libri, di cui una parte verr alla Biblioteca): ma ci sar tempo. Intanto, mi trovo sul tavolino lo scritto interrotto: non arriver pi in tempo per esser pubblicato in questo fascicolo. A ogni modo tiro avanti, e appena ho finito te lo spedisco: bisogna che mi liberi prima che le cose e le impressioni da cui  nato si allontanino troppo: fra una settimana sar sotto le armi! - Vuoi cavar qualche cosa dalle mie lettere? Prova: io non ricordo minutamente che cosa mi sia caduto dalla penna. A ogni modo, taglia fuori assolutamente quanto possa avere intonazione di polemica o di difesa personale. E mandami le bozze se non ti dispiace. Delle tue pagine su D. G. ti scriver: sono molto notevoli e felici anche - ma mi pare che appartengano a una maniera che tu hai superato. Tuo.


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" A Benedetto Croce"

S. Vito al Tagliamento, 4 Aprile 1915


	Ill.mo Sig. Professore,

non ho ancora risposto alle buone parole che Ella mi volle mandare in memoria del nostro povero Trovanelli10. Quanto piacere avrebbero fatto a Lui! Questo me le ha fatte care pi della lode e dell'augurio che forse non merito. La ringrazio anche di avere serbato il ricordo dei giorni lontani e di averli rievocati con una verit cos affettuosa. Di questo, e di altre cose, Le avrei scritto pi lungamente allora: ma proprio in mezzo al turbamento e a tutte le dolorose faccende di quel momento, mi capit improvviso, per quanto aspettato e desiderato, il richiamo che m'ha portato quass, dove i giorni son passati in un volo: e ho pensato a Lei molte volte, senza trovare il tempo per scrivere. Me ne sono accorto con pi dispiacere ieri, quando la posta mi da recato le bozze di un articolo che uscir, credo, nella " Voce" 11 fra poco, pur essendo vecchio di un mese; e ci son parole che possono parere una stonatura, accostate a quello che avevo in mente per Lei. Questo mi duole, ma non so rimediarci. E non ho neanche il tempo di aggiungere qualche spiegazione. Non creda tuttavia che io possa essere insensibile o ingrato verso la sua amicizia passata e verso le cortesie di cui ho approfittato.

Suo obbl.mo.


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" A Giovanni Papini"

S. Vito, 8 aprile 1915


	Caro Papini,

vorrei che vi metteste nei miei panni: questa volta il ritardo non dipende proprio n da trascuranza n da altra colpa mia, e neanche da difficolt di scrivere, perch quel che faccio mi viene abbastanza facile. Ma bisogna pensare che negli ultimi giorni passati a Cesena non mi curai di mandare avanti lo scritto: De Robertis non mi scriveva, e le circostanze cambiavano, e con quelle anche il mio animo. (Questo che scrivo adesso  il riepilogo di una discussione tirata avanti con me stesso e a volta a volta anche buttata sulla carta, da sei mesi per lo meno). Poi viene la partenza; e tutte le cose mie da mettere in ordine, dalla valigia fino alle pratiche d'ufficio e alle pendenze di denaro. Vi assicuro che non era affar di poco. E poi quass: viaggio militare: ripresa di servizio improvvisa, e queste giornate; la sveglia alle 6; la truppa rientra dall'istruzione principale alle 43/4. Oggi ho chiesto un permesso, il primo; da mezzo giorno alle cinque. Ma non m' riuscito di terminare. Ma in nome di Dio, se il mio articolo vi fa comodo - e riesce anche lungo: pi di 30 cartelle; e devo tagliare via un monte di cose; e non  del tutto cattivo, per quanto scritto con l'angustia della fretta, - perch non aspettate ancora un poco? Anche se il fasc. della V. dovesse uscire con due giorni di ritardo; capita a tante riviste! Oggi  il 7 aprile. Se non capita un miracolo (una gran pioggia) con due ore al giorno e quel po'di sera, prima del 10 non finisco. Non so che cosa dirvi. Sono pieno di dispiacere; e sopratutto di paura che De R. pensi ch'io non mi sia presa a cuore la sua necessit. Anche voi forse siete troppo pronti e felici nel vostro lavoro per rendervi conto della mia condizione. Ma  cos. Abbiate pazienza. Affettuos. vostro.



" A Giovanni Papini"

S. Vito, domenica


	Caro Papini,

vi mando le prime cartelle, per incominciare la composizione; stanotte e domani sera il resto. La fine  scritta - che  la parte principale: poi ho dovuto rifare il principio che  questo; mi manca la cucitura. Non badate a quello che si pu leggere qui:  una preparazione di fondo, per chiaroscuro. E poi alla fine  tutta una gran porcheria. Che ci posso fare? Empir della carta lo stesso. Vi compenser in quest'altro numero se guarisce il mio collega e se ritorna quell'altro, che  a scaricar dell'avena; e adesso fra tutti e due m'han lasciato ogni cosa sulle braccia. Scrivere in queste condizioni m' una fatica ridicola e irritante.

Salutatemi caramente De Robertis. Vostro.

Mandatemi, se vi ricorderete, gli ultimi due numeri di Lacerba: quass non arriva.

Dio sa la posta quando vi porta le cartelle. Una lettera da Firenze ha messo 5 giorni; adesso imposto, e vado a dormire.

Le bozze, per carit, se questa roba si stampa; le bozze le bozze le bozze - non ho avuto coraggio di rileggerle - qui. Come non ho coraggio di chiedervi scusa. Rispondetemi due righe, Papini. E salutatemi De R.


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" A Giovanni Papini"

S. Vito, 20 aprile 1915


	Mio caro Papini,

non ho pi saputo niente da voi, dopo quello che vi mandai la settimana scorsa. Probabilmente, il mio ritardo, attraverso tanto traccheggiare, ha finito per irritarvi; e forse vi avr danneggiato anche in tipografia. Questo mi dispiace molto, e pi se penso a De Robertis malato, che riponeva tanta fiducia in me. Non sono abituato a scusarmi, specialmente quando ho torto: che questa volta non  cos. E vi prego di credermi anche senza ripetere delle giustificazioni, che di lontano possono sembrare stupide. Scusatemi dunque, come si pu scusare un amico: e mandatemi qualche notizia di De R., a cui vorrei scrivere, se comincia a andar meglio.

Pu anche darsi che vi abbia dato noia la roba che vi ho spedito; e che vi sar sembrata una porcheria. Ma sapete che non bisogna giudicare un uomo da una pagina sola, anche se vi faccia rabbia: pensate il modo com' venuta fuori; e poi, con qualche ritocco e qualche taglio nelle bozze, c'era ancora caso di cavarne un altro effetto - per quello che ho in mente. Ma tiriamo via.

Rispondetemi due parole: vostro.


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" A Giuseppe De Robertis"

S. Vito, 22 aprile 1915


	Mio caro De Robertis,

ricevo la Voce, la lettera e le bozze. Grazie. Mi metto subito al lavoro, e poi ti scriver. Son contento, sopra tutto per te. Se si torna, potremo ancora avere qualche bel giorno insieme. Ho avuto piacere d'Angelini, di cui mi riserbavo di parlarti.

Tante cose affettuose anche a Papini dal tuo.

Mandami la Riviera Ligure, se puoi; son curioso di vederla.

Questa  una fotografia, che mi son dovuta far fare prima d'andar via, per i miei. La mando anche a te: ma spero che ci vedremo ancora!


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" A Giuseppe De Robertis"

S. Vito, 24 Aprile 1915


	Mio caro De Robertis,

ho spedito le bozze, per espresso, con una correzione molto sommaria: ieri fui tutto il giorno a girare in automobile - comandato per istruzione, s'intende: ma una girata bellissima, e la prima impressione di contatto diretto... col terreno; oggi son arrivati i richiamati. Ho dovuto tirar via alla meglio. Prego te di rivedere con qualche cura le bozze impaginate; e se c' qualche ritocco stilistico da fare, fallo: io non ho potuto rileggere tutto di seguito. Vedi anche la nota per Panzini, se pu stare: e se no, leva. Son contento che queste pagine non vi siano dispiaciute: hanno molti difetti; un'esecuzione approssimativa: ma anche cos avevo bisogno di scriverle, e m'ha fatto bene. Ti prego di metterci la data di nascita: 20-25 marzo. - Se le cose non precipitano, scriver ancor qualche cosa: ho un altro collega, e il lavoro mi diminuisce un poco. Scriver come posso; magari in forma di lettera. L'ultima che hai stampato m'ha fatto piacere, per la testimonianza: solo l'ultimo periodo non andava. Ma c'era un po'troppo di Serra in quel numero, che pur mi  piaciuto tanto, per Soffici - ammirabile - e per il buon Angelini, di cui ti scriver, e sopra tutto per te. Quante cose hai fatto, tutte personali, e qualcuna interessantissima: altre sono atti di giustizia: cos un fasc. della V. prende veramente carattere e figura. Ripeto, te ne scriver ancora: ho qui con me anche il 1 numero, dove sono i tuoi conti. Vorrei mandarti, a proposito della lettera, un poscritto su Baldini e Linati: fidandomi alla memoria, se mi riesce. - Salutami caramente Papini. Il tuo.

Mandami la Riviera, e, all'occasione, qualche altra cosa che mi riguardi: cos, di lontano, si sente qualche curiosit del mondo!

(In "primavera"12 il n. 5 e il 10 sono di una verit definitiva).

" A Ottavio Guidazzi"

S. Vito, 25 aprile 1915


	Caro Ottavio,

ne son passate due, e questa  la terza domenica, da quando ho detto di scriverti. Crederai che io mi sia un poco scordato di te, e non  vero. Non volevo mandarti una cartolina telegrafica; e il momento per fare un po'di conversazione, come si fa tra amici veri, quando capita un'ora da stare insieme, senza essere distratti dai soliti fastidi di tutti i giorni, con la soddisfazione di guardarsi in faccia e di sentirsi vicini, anche senza parlar molto, non l'avevo ancora trovato, a modo mio. D'altronde qui cose da raccontare non ce n' molte; anzi nessuna che sia speciale; tante piccole faccende una dopo l'altra che t'assorbiscono e ti fanno passare i giorni come un volo; solo ogni tanto, quasi alzando la testa dal tuo sentiero, hai l'impressione di tutto quello che  cambiato intorno e che si prepara silenziosamente: e ti senti anche dentro un po'mutato, alla vigilia di un momento decisivo della vita o di quello che sar.

Del resto notizie precise di quel che vedo quass non te ne potrei dare; ne ho scritto lungamente a Nino poco fa; ma son tutte cose vaghe, all'infuori di treni d'uomini e di materiale che arrivano metodicamente. Certo una cosa si pu dire: che siamo vicini, senza incertezze, oramai. Ma non vicinissimi forse, a giudicare da tante cosette che seguitano a procedere, anche nel nostro piccolo campo, con ordine e con calma, come se si avesse un certo margine di tempo a propria disposizione per terminar tutto sicuramente. Di qui ci moveremo forse pi presto, per accostarci al confine: ci arrivai l'altro giorno in automobile, con altri ufficiali; dalla cima di un campanile in riva ad una laguna si vedevano le caserme della finanza austriaca, i campanili di Grado, e, a tratti; le vette boscose intorno a Trieste, e poi i monti dell'Istria: era un pomeriggio di questa primavera fra pioggia e sole, sotto un cielo tinto d'inchiostro, con degli sprazzi di luce che piovevano improvvisi dagli squarci delle nuvole sulla terra fumante di vapori e rilevavano in un lampo caldo le case rosse e i campanili di marmo e tutto il verde fresco delle pinete e dei coltivati: di dietro la laguna immensa come un velo fermo e poi tutto l'acquitrino e la pianura come un reticolato di canali e d'argini e di giuncaie silenziose, dove sar il nostro posto probabile. L'ultima sosta, a guardia dei forti, e poi, se Dio vuole, avanti. Qui rester uno dei tanti depositi per rifornimento di seconda linea; tutti i giorni si formano magazzini nuovi e non fanno altro che ingoiar materiale. Fra l'altro cominciano ad arrivare, a centinaia e centinaia, i bovi che trascineranno i cannoni d'assedio: li vedevo smontar stamattina, bovi rossi del Piemonte, e magnifici buoi gentili delle nostre parti; e passavano nelle mani dei richiamati di terza categoria, classe 1879!

Tutte queste cose, e tante altre di cui non ti dico, si fanno molto tranquillamente; una dopo l'altra come per un seguito naturale; arriveremo a quella mattina, in cui invece della solita marcia si comincer l'avanzata e non ci parr niente di nuovo.

Come dicevo, quel che fa un po'di impressione  soltanto il cambiar paese, lasciar questi luoghi, in cui abbiamo passato oramai un mese, di cui se si torna, credo che ci ricorderemo: sar stato l'ultimo mese di quiete; spostati di qui, anche prima d'arrivare alla dichiarazione di guerra, saranno giorni di marcia, accampati probabilmente e un po'in trambusto. Qui siamo stati invece in una calma che non si immagina, chiusi in questo paesino pulito, quasi perduto in un angolo della pianura bassa, dove non si sente un rumore e la posta e i giornali fanno fatica ad arrivare; e non c' altro orizzonte, che, nelle ore della mattina e quando l'aria  pi pura, le Alpi, sospese sul cielo come una barriera di neve cos tersa e netta che par di toccarla, di averla addosso: e non si capisce di dove venga fuori tanto  alta e improvvisa. Del resto il paese  piatto, ricco d'acqua, che affiora dalla terra da per tutto, corre in canali e in roggie d'un verde limpidissimo, un guaio se si dovesse manovrare per i campi e di tanto in tanto poi si trova addirittura la palude, o piuttosto l'acquitrino; praterie velate d'acqua, boschetti e giuncaie cogli orli allagati. Cos abbiamo avuto un aprile freddo al soffio delle Alpi, e una primavera timida, in ritardo: solo da due giorni si sente il sole vero scottante sulla campagna tutta in rigoglio. Anche questo ci d l'impressione di un periodo finito e di un altro che comincia.  il periodo della preparazione e dell'aspettativa che  finito;  passato senza che ce ne accorgessimo; e solo adesso si pensa con un certo senso affettuoso a tutte queste giornate di San Vito; tante ore passate coi miei soldatini a camminare per queste strade lunghe e lisce, o a sfilare su questi argini e per queste radure, in mezzo a una campagna un po'malinconica, ma che mi ricordava tanto la nostra valle a fine d'inverno, con quel verde pallido sotto un sole freddoloso, e tanta distesa di cannuccia secca fra l'acqua e di praterie larghe, con qualche striscia di vimini rossi, e sugli orli filari altissimi di pioppi ancora nudi o macchie di bosco giovane colla ramaglia rada e la prima peluria di gemme e di fogliette verdine: tutto questo in una gran pace attraversata solo dai frulli e dai tuffi di tanti uccelli che facevano scattare i nostri soldati, quando ne avevo vicino (perch spesso mi son trovato anche solo, come ufficiale esploratore) meravigliandosi della gente di quass che non vanno a caccia: si contentano di andare a ranocchi: son poveri contadini in genere, umili, buoni, ma patiti; una razza mal nutrita, e che coltiva male anche la sua terra: sono stati troppo oppressi fino a poco tempo fa, i vecchi si ricordano dell'Austria. E tutti sono in mano dei preti; anche le donne hanno certi musini sparuti e insignificanti, e certi occhi spenti; da che son quass posso dire di essermi scordato che esista il genere femminile; ma tutti per, uomini e donne, ci guardano dietro e ci fanno festa con un affetto commovente; che diventa energia risoluta se t'accosti al mare; dove l'altro giorno delle donne di pescatori mi dicevano, parlando dei loro uomini che vanno via, ecc.: - Se mai "andemo anca nualtre".

E mi han fatto pensare a te pi d'una volta; che avresti potuto essermi vicino col fucile, e riconoscerli anche meglio di me, che arrivavo solo a distinguere i merli, le ghiandaie, i cucoli, il falco, quando volava basso a caccia anche lui rasente terra; e qualche gallinella d'acqua se non mi son sbagliato; e poi al rumore, il picchio; e il canto delle lodole perdute nel cielo, le mattine di sole, e il rosignolo che faceva le prime prove, sui quercioli ancora rugginosi.

Cos i giorni son passati, e adesso manca il tempo per voltarsi indietro. Ci voleva proprio un pomeriggio di domenica - fuori termina di suonare la musica militare fra una folla che non mi attira affatto - e il desiderio di chiacchierare un poco con te, per far questa ricapitolazione, cos sommaria del resto e confusa.

Mancherebbe solo di parlare un po'dei soldati, che sono in fondo, pi del paese e degli abitanti, la parte principale della nostra vita; ma appunto perch siamo cos intimamente uniti, par di aver meno da dire: sono i soliti soldati che ci portiamo alle solite istruzioni; la solita allegria, i soliti incidenti; non c' niente di cambiato, se non fosse un po'pi di seriet e di attenzione a certe istruzioni, che domani potranno diventare di una importanza essenziale. Un certo senso della gravit dell'ora, e una certa convinzione di necessit inevitabile,  in fondo a tutti i pensieri: e s' visto meglio nei richiamati, che arrivando qui, son subito a posto, seri come soldati vecchi. Del resto ce n' dei buoni e dei cattivi; ma tutt'insieme io ne ho sempre pensato bene, e me ne fido con piena sicurezza, oggi pi che ieri.

Pu darsi che ti scriva ancora, se non potr scappare un giorno a salutare la mamma; avr anche, ecc., ecc. Saluti e una stretta di mano affettuosa dal tuo.


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" Alla cugina Tina Ceccaroni"

S. Vito, 28 aprile 1915


	Cara Tina,

 gi da un pezzo che devo rispondere a una tua gradita cartolina. Ma del tempo per pensare me ne avanza, in queste mattine di pace, solo tante volte in mezzo alla campagna ancora pallida, o coi miei soldatini, che mi vengono dietro in silenzio; e il tempo per scrivere, invece, e l'occasione mi manca. Cos mi limito il pi delle volte a una parola buttata in fretta su una cartolina illustrata, intanto che mangio o magari appoggiato al muro della posta, senza scendere dalla bicicletta, o rimando le lettere a quell'altro giorno: e son poi tante, con tutto l'arretrato che avevo partendo da Cesena, che un po'per giorno devo aver scritto qualche centinaio di pagine; e non sono ancora in pari - e per fortuna che per stare coll'animo in pace ho soppressa, da un pezzo prima di venir via, tutta la corrispondenza femminile!

Adesso ho una mezz'ora libera, tornando dall'istruzione e prima di andare a mensa: mi son lavato i capelli cavati i gambali, ho chiuse le persiane al sole, che da ieri comincia a scottare, e nella penombra fresca di questa cameretta di buona gente dove sono alloggiato a spese del Municipio, mi par d'essere un signore: starmene cos seduto coi gomiti sopra una tavola e colla porta chiusa, mi d l'impressione libera e leggera d'una passeggiata, come se me ne andassi quieto quieto abbandonato alla leggerezza della bicicletta e al capriccio dei miei pensieri per una bella strada di Cesena. Facciamo conto d'essere gi per la stazione - invece delle 11 del mattino saranno le 7 verso sera - e d'aver visto te e la tua mamma alla finestra: faccio pendere un po'la bicicletta e butto un braccio all'inferriata per fermarmi: e facciamo due chiacchiere.

Avevo parecchie cose da domandarti; e ho fatto questo preambolo per veder se mi riusciva di pescarle nella memoria. Una  questa: ho ricevuto, un quindici giorni fa, un numero della " Stampa"  con un articolo segnato in bleu, di Ambrosini; non ho potuto esaminar l'indirizzo sulla fascetta, e il bollo di provenienza: eri tu che me lo mandavi, forse per ricordami una lettera che devo scrivere?  probabile che la scriver; prima che venga la guerra. Ci ho pensato e ci penso. Ma non l'ho scritta ancora: non che ci trovi delle difficolt, perch quello che devo dire io a Gigetto  una cosa semplicissima, tanto semplice che par quasi inutile ripeterla: come dire, io sono io e tu sei tu; e questo  tutto in fondo, e non poteva cambiare, n ieri n oggi. Ed era sempre sottinteso anche in questo intervallo di silenzio. Soltanto che anche il silenzio oggi fra noi  qualche cosa di reale, da cui non si pu prescindere; e per interromperlo, ripetendo una cosa che non  nuova per nessuno dei due, ci vuole un non so che di spinta che io non ho ancora provato. E poi ognuno ha dentro di s delle debolezze che non conosce bene; e se ne accorge quando ci mette il dito sopra con un senso di irritazione o di malessere: cos accade a me quando provo di pensare a lui e sfioro certe cose. Non  colpa sua, ma sto meglio senza pensarci, penso che se verr la guerra gli mander un mio ritratto, senza molte parole. - Ma non c' una gran fretta: almeno per quel che vediamo qui; dove tutto si svolge con un moto progressivo, metodico e relativamente tranquillo, come se del tempo disponibile ce ne fosse ancora un certo margine; cos per la nostra istruzione, come per i treni che seguitano a passare, carichi di nuovi reggimenti, di richiamati, e di materiale da distribuire ancora in tanti luoghi; e tutti, cos quelli che vanno avanti, come quelli che si fermano e scaricano vagoni su vagoni, hanno un'aria quasi direi pacifica: son due o tre giorni per esempio che arrivano i buoi per trascinare i cannoni grossi, qualche centinaio al giorno, e devono esser qualche migliaio di paia; arrivano sfiniti, digiuni, sbattuti, e passano nelle mani dei richiamati di 3.a categoria, gente anche quella perfino di 36 e 37 anni, che arrivano da varie parti d'Italia, smarriti e lenti anche loro quasi come i buoi; e tutti questi uomini e animali, son da mettere in ordine, da riunire, da affiatare, e finalmente da mettere in moto; cos senza fretta. E questo  un particolare solo; ma quanti altri di cui non ti dico! E tutti dnno la stesa impressione: che si va, s, ma gradatamente: un po'per giorno, una cosa alla volta. Ci troveremo un bel mattino forse in guerra, e non ce ne saremo neanche accorti. Ho gi fatto conoscenza, con una escursione in automobile, col terreno in cui comincer la nostra manovra: non c' niente di diverso dal solito: anzi, son pianure e valli come le nostre, con uno sfondo di pinete basse basse e di laguna che d un'aria di pace e di vuoto infinito. Solo le prime caserme austriache, e qualche campanile e cima di monti intravista di l, fa battere un pochino il cuore, a vederla adesso cos in silenzio. Che aspetto avr tutto questo fra un po'di giorni?

Vedremo. Intanto, ci son tante cosette da fare che non ci si pensa molto. Direi che non me ne curo affatto, abbandonandomi senza turbamento e con tranquilla fiducia a questo moto che ci trasporta tutti, e che anch'io ho augurato e sento che  necessario, se non avessi in fondo al cuore solo un pensiero: puoi immaginare quale.

E mi rivolgo anche alla zia Erminia e a te perch stiate un po'vicine alla mia mamma, che ne avr bisogno. Ma  inutile dirlo; siamo ormai tutti d'una famiglia che ha imparato bene a trovarsi unita, in certi giorni.

Del resto, prima di andare, pu darsi che capiti ancora un giorno o due cost in licenza, per fare un saluto a tutti; ma allora non avr voglia di toccare certi argomenti, e di fare certe raccomandazioni: preferisco d'averle accennate fin da oggi. Ne dir qualche cosa anche alla zia Teresa; sebbene poi le parole siano superflue tanto con voialtre che con lei (le dir qualche cosa pi che altro perch non pensi ch'io l'abbia lasciata da parte).

E adesso basta; perch dopo tutto io spero anche di tornare; anzi! Si sta cos bene in questa primavera, e ci sarebbero ancora tante cose buone e belle a questo mondo.

Pensavo se c'era qualche cosetta pi divertente da raccontare, tanto per finire; ma non ne trovo. Quass si pu dire che per me non esistono altro che i miei soldatini e la campagna e la neve delle Alpi laggi in fondo al cielo. Cosette graziose, alle finestre o per le strade, mi son scordato come sian fatte. Prima di tutto non ce ne sono: un paesino timido, pulito certo e cortese, ma solo con dei contadini, dei preti, e una certa razza di signorine scolorite e di ragazze insignificanti, biondastre e senza forma, che uno quando le incontra non si accorge neanche che sian donne. C' veramente un po'di sottotenentaglia, massime di complemento, che batte i tacchi sotto le finestre e fa la ruota, chi intorno alle doti (che ce n' parecchie, dicono) e chi intorno alle serve: ma io o son troppo vecchio oramai o ho gli occhi diversi dai loro. Mi  sembrato passando che qualcuna guardasse anche la mia sciabola, press'a poco come quelle degli altri - ma adesso poi ce le stanno abbrunendo tutte, e allora non faranno pi da specchietto -; ma negli occhi non m' rimasto niente. Le cose di Cesena invece sono troppo lontane; e oramai senza nessun rapporto diretto con me. Come ho detto, tutto quel poco che mi poteva riguardare personalmente l'avevo messo da parte prima di venir via: tanto, se non me ne fossi liberato io, dopo un po'di giorni ogni cosa si sarebbe perduta ugualmente, attraverso la distanza. Conosco troppo bene certe bestioline e sono troppo poco vanitoso per conservare certe illusioni. E poi, in certi momenti un po'seri,  meglio esser soli; con quei pochi che sono veramente nostri e cari.

Il resto dunque l'ho perduto di vista; al pi me ne arriva qualche riflesso nelle lettere degli amici, e in qualche momento di fantasticheria mi capita di sorridere a qualche visetto bruno - quass son tutte smorte e biondicce - che mi fiorisce nella memoria, laggi lontano lontano, come in un luogo in cui di me non  rimasto niente. Se torno, trover ancora anche di codesta roba; e se no importa poco.

Andremo a salutar le triestine, se ci arriviamo! E a Cesena c' pi niente di nuovo? mi scrivono di un gran concerto e di non so che altro. Ma basta. Un abbraccio allo zio Adolfo, alla zia Erminia e a te dal vostro.


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" A Giuseppe de Robertis"

S. Vito, 2 maggio 1915


	Mio caro De Robertis,

(grazie del vaglia, che ho ricevuto). Il dolore alla gamba mi dura sempre, ma non cos grave da permettermi il riposo assoluto; e siccome il mio capitano ha avuto un permesso, io son rimasto a comandare la compag., e l'altro giorno e ieri non ho avuto un minuto libero. Oggi  domenica, e avr almeno questo pomeriggio, spero. Cos mi contento di mandarti un saluto, e poi vedr se mi riesce di cavare qualche cosa dalle note che ho portato con me su Romain Rolland: anche questo  un debito che vorrei pagare. Le note sono molte, troppe anzi: di momenti e d'animo diverso: data la brevit e dato anche che ho con me un volume solo (le buisson ardent), prevedo che dovr metter da parte tutta l'analisi vera e propria della realizzazione artistica e della aspirazione morale - per cui in Jean-Christophe si riassume il bilancio di tutta una generazione -, e mi limiter ad abbozzare un ritratto a memoria, come mi si presenta oggi, servendomi dei momenti della mia lettura per fermare con pi prontezza, secondo la simpatia e l'antipatia, i caratteri e gli elementi costitutivi della persona. Sai che questa forma di analisi attraverso la mia storia personale,  consueta e quasi fondamentale per me: mi secca un poco l'aria dell'uomo che non sa far altro che raccontarsi; e se avessi del tempo vorrei e potrei arrivare a una ricostruzione oggettiva. Ma cos se infilo il sentiero buono, in poche ore mi sbrigo: e il ritratto, nei suoi elementi, ha lo stesso valore. Vedr. Se in un paio di giorni (a due tre ore il giorno) non concludo, ti scriver una lettera, a proposito dei tuoi ultimi articoli, in relazione col primo. Poich "Saper leggere" e "Primavera"13) sono una correzione (contre-partie) ma anche una conferma, volontaria e consapevole, bellissima a tratti di acutezza e di aderenza, dei "conti con me stesso". E io in margine, accettando il tuo punto di vista, ho un mondo di cose da dirti. Marted sera far i conti e ti avviser (se spedisco le prime cartelle il 5, vengono a tempo, credo).

Aspetto altre fotografie.

(Non ho ancora avuto la V. del 30).


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" A Giovanni Papini"

S. Vito, 4 maggio 1915

	

	Caro Papini,

ho letto con gioia l'8a poesia. Tutte le poesie in versi dei tuoi ultimi mesi hanno qualche cosa di raro, nella strettezza del linguaggio e nella libert delle impressioni senza somiglianze: questa mi pare pi definitiva, come un cristallo che si forma nella mobilit: ha in qualche punto la luce di una cosa perfetta: rime e suoni e solitudini si rispondono in una figura precisa di musica. (E poi, amo tanto e conosco quella situazione... il mondo che resta indietro, e l'uomo solo). Ho visto anche "Abbasso la critica" che  una cosa molto giusta, e anche misurata: e risponde quasi perfettamente al mio punto di vista personale: salvo che io, se sono tentato di ridurre in modestissimi termini la critica come la pratico io - e non c' falsa modestia - la ammetto in altri e in universale come possibilit di esperienza totale. In ogni modo grazie di avermi salvato il posto, che so di meritarmi, come persona onesta che chiarisce le sue impressioni. E grazie anche di altre parole affettuose che mi scrivesti, e a cui non ho risposto perch fra uomini certe cose non si dicono. Se torner saremo ancor amici; e meglio. Dopo qualche giorno di afa e di ristagno, anche " qui"  sentiamo la terra vibrare come le tavole d'una nave quando le macchine entrano in pressione:  una cosa improvvisa, quasi commovente. Avr tempo stasera e domani di lavorare per De R.? Digli che qualche cartella  gi pronta. E se posdomani non arriva nulla, vuol dire che... Ma state tranquilli: che qui siamo tutti brava gente, come forse non ne avete un'idea. Non si dice eroi; ma ognuno al suo posto, anche i " romagnoli" !

Una stretta di mano dal tuo.

				

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" A Giuseppe De Robertis"

S. Vito, 6 maggio 1915


	Mio caro De Robertis,

6 maggio - mentre aspetto di raggiunger colla bicicletta la truppa, che non ho avuto bisogno di accompagnare: le 5 della mattina: ma non c' mattina in queste pianure piatte, dove l'aria e la luce  sempre ferma; o sotto il velo dell'umidore fumante e un po'guasto; o piena di splendore afoso.

Avevo cominciato alcuni appunti per un articolo su R. Rolland; li ho dovuti interrompere in questi giorni, e stamattina, mentre m'ero alzato col proposito di riprenderli, li metto da parte. A rigore, fra oggi e domani, farei anche a tempo a terminarli; e tu a stamparli: poich oramai la scelta era fatta in mente, e colle prime cartelle infilata una strada buona, o almeno rapida. Ma non mi pare pi che stia bene lavorarci ancora.

Ho appreso ieri sera notizie che non ti posso comunicare. Siamo sul punto di cambiare S. Vito con un altro luogo; dove faremo una sosta, ma potremmo anche non farla: saremo le ultime truppe di copertura, come si dice, le ultime e le prime in un altro senso: pronti a tutto, e forse anche a niente. Ma noi non possiamo sapere. I treni di merci non viaggiano pi. E altre cose ci sono, che, ripeto, possono anche non riuscire a nulla, o restar cos sospese per molti giorni ancora.

Ma intanto non sta bene parlare al pubblico. Il 15, quando l'articolo uscirebbe, potrebbe anche darsi che io ...

Sopra tutto perch questi appunti, maturati nell'animo come sfogo di un momento di pausa, hanno qualche cosa di troppo personale, e anche debole.

Nel volume che mi son portato dietro per rammentarmi il debito - son due o tre anni che ho promesso e ricominciato dieci volte questo scritto - ci sono i margini segnati in qualche punto da un graffio sottile, ancora vivo dopo tre anni: una manina dura li ha lasciati di una piccola donna che ho amato - anche quella! - infinitamente; erano rimasti chiusi, ignorati nel libro che fu prestato e restituito in un inverno lontano, fra tanta neve, che ne sento ancora lo spessore silenzioso fra noi; e li riconobbi dei mesi dopo, quando eravamo gi ebbri di piacere e di tormento, con un pianto nel cuore per non averne sentito la voce soffocata da prima, quando era tempo - che senza un altro caso, tutto avrebbe potuto morir l dentro. Credevo di essermi scordato di quel pianto, di una notte di primavera e di tutto. Invece ho ritrovato ogni cosa - anche questa cosa, in questi giorni di memoria pi intensa, come un'altra vita - e non ho saputo resistere al desiderio di risuscitare, attraverso la lettura, quei segni di un passato: e ho raccontato un poco anche di quello con una ironia, che non arriva a vincere la passione. Questo non saprei sopprimere -  in fondo una delle ragioni che mi muovono a scrivere - e non mi piace pi oggi. Quando il pensiero della realt mi restituisce la solitudine. Se muoio, devo esser solo. Saluto la mia mamma e basta.

Ti dir ancora che, insieme a questa debolezza, c'era nei miei appunti un'altra parte, diversamente, ma non meno, appassionata: a proposito dell'ideale e della legge, per lavorare e per vivere, che ci hanno lasciato o piuttosto comunicato, questi nostri fratelli maggiori di cui Romain Rolland  uno - quelli che son venuti dopo il simbolismo e dopo i grandi realisti, dopo Tolstoi e dopo Nietzsche, e hanno cavato dalla loro lettura e dalle loro esperienze tutt'insieme un principio di religione che  diventata in noi sensibilit pi viva e esigenza pi stretta forse - dico in fretta e confusamente, tu capisci lo stesso - a proposito di tutto questo, arrivavo ad affrontare il problema di quella che  per noi - per me, oggi - la legge essenziale, il valore ultimo dei nostri sforzi, la gioia che cerchiamo e la purificazione di cui non sappiamo fare e meno; sentivo di doverla affrontare, sia pure sommariamente, con una risolutezza, anche di linguaggio, che avevo sempre ritardato fino a oggi! - Ma anche questo  impossibile e inutile, se domani si parte...

Del resto ti scriver ancora. Se avremo un'altra sosta lunga, fra una diecina di giorni  molto probabile che questi appunti, nei ritagli di tempo che bisogna pur impiegare in qualche modo, siano compiuti: e allora te li mander, per il numero del 30. Per questo numero abbi pazienza.

T'abbraccia il tuo.

Mi duole un poco di rinunziare a questo scritto. Che avrebbe avuto tanti difetti, antipatici a molti; ma sentivo un desiderio di esprimere certe parti di me, che ho sempre lasciato nell'ombra; riserbandomi quasi per l'avvenire. Adesso,  gi tardi. Vedremo, se torno; o se ci fermiamo ancora. Mi duole anche di lasciarmi dietro, in un altro senso, questo debito non pagato. Ci tenevo a mantenere qualcuna delle mie promesse - non per la sostanza - ma per la promessa. Vorrei almeno scriver questi appunti - e qualche cosa su l'Ariosto, rispondendo a te. Ma vedremo.

Questa lettera, e le altre lettere che potr scriverti, sono solo per l'amico: non per il direttore della Voce!


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" A Alfredo Panzini"

Latisana, 10 maggio 1915. Ospedale Civile



	Caro Professore,

ecco il ritratto che le avevo promesso. Non ne avevo mai regalati n a uomini, n a donne, per quanto mi ricordo. E anche adesso mi trovo un po'imbarazzato e quasi ridicolo a spedirne qualcuno. D'altronde non lo faccio per tenerezza di me stesso, n coll'illusione di conservare un ricordo che valga molto o interessi. Mando questo ricordo a quelli a cui voglio bene, e mi pare una cosa naturalissima: come verrei a salutarla, se potessi, sicuro che Lei mi abbraccerebbe e non mi domanderebbe altro. Cos non domander al mio volto se sia bello o brutto, e non lo mostrer ad altri, a cui la mia bocca chiusa non vuole dir niente.

Del resto non c' niente di solenne in questo saluto, che io le mando con un poco di commozione: non per me che son qui calmo in mezzo al gocciolare interminabile della pioggia sulle paludi, e che potr anche tornarmene senza aver n fatto, n patito niente che sia degno della nostra commozione. Ma questa  nell'ora e nell'aria, nel suo cuore e nel mio, e mi pare inutile nasconderla.

La prego di salutare e di ringraziare per me, se ha occasione, Linati, uomo e artista nobile, che mi  tanto caro in certi accenti non solo di poesia. M'ha scritto lui, e io non ricordo l'indirizzo per la risposta. Ringrazi allo stesso modo la Signora Sibilla Aleramo. Le scriver qualche cosa pi avanti: per ora, e di quel poco che si vede, mi pare non stia bene parlare.

Una stretta di mano affettuosa a Lei e tanti saluti ai suoi.

[" Sulla cartolina con fotografia" : Ad Alfredo Panzini per ricordo del suo Renato Serra (penso, scrivendo il suo nome, che avrei desiderio di abbracciarla, caro professore)].


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" A Giuseppe De Robertis"

Latisana, 11 maggio 1915


	Mio caro De Robertis,

ecco il ritratto. Inutile aggiungere che ti stimo e ti voglio bene. E la tua amicizia mi ha anche fatto del bene. Ma non mi piace di fare certi conti ad alta voce. Porto tante cose con me, che non faccio tempo a dire. Questa mi dispiace meno perch tu mi capisci anche senza parole, colla bocca chiusa: come in questo ritratto. Perci te lo mando.

Sono da due giorni a Latisana, dove mi potrai scrivere e mandarmi la Voce del 15. Treni ne arrivano pochi fin qui, a appunto per questo qualche notizia fa pi piacere. Delle cose nostre non ti parlo. A quest'ora cost ne sapete pi di noi, forse: e intorno ai particolari non sta pi bene chiacchierare. Hai niente da raccontarmi sul mio articolo? Io seguito a esserne contento - non per la consistenza artistica - ma per avere comunicato con quelli che mi son pi vicini: con voialtri, e Panzini; Linati anche. Croce mi ha scritto che non se n' avuto a male, e che non  cos meschino da dispiacersene: ma che  una dolorosa confessione, e che anch'io mi son messo a fare della letteratura onanistica. (Cardarelli, per parte anche di Cecchi, pare, che per lo stile  pi meschino del solito). Forse hanno ragione. Ma io, ripeto, son contento che a altri sia piaciuto: non per il giudizio, per la simpatia. Ma basta. Fra pochi giorni, o fra poche ore, parleremo d'altro.

Una stretta di mano dal tuo.


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" A Alfredo Grilli"

Latisana, 14 maggio 1915

	

	Mio caro Alfredo,

c' una tua cartolina che viaggia da 40 giorni nella mia cassetta: come un ricordo caro dell'amico e un tacito impegno di scriverti lungamente. Non ho avuto neanche tempo di salutarti, passando da Forl, nella fretta della partenza improvvisa; e non ho tempo ora di cercare fra le mie carte la tua, e qualche pezzetto di carta mia che vorrei mandarti. Ho tempo solo, oggi, di mandarti questo saluto affettuoso che vorrebbe risuscitare in un punto tanti ricordi di giovinezza e di amicizia: il tuo.

(Avrai visto qualche cosa che ha scritto sul tuo libretto Angelini, invitato anche da me).14


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" A Giuseppe De Robertis"

Latisana, 27 maggio 1915. Ospedale


	Saluti affettuosi, anche a tutti gli amici.

(Sono sempre a letto, immobile, tutto pesto, pieno di stanchezza e di dolori. Ma, in somma, le cose vanno pur bene, e sar in piedi prestissimo. Pu essere che prima di tornare al fronte io capiti per qualche giorno a casa; allora ti scriver).

Auguri per la V. Tu non sei chiamato?

" A Alfredo Panzini"

Latisana, 29 maggio 1915. Ospedale


	Affettuosi saluti dal suo Renato Serra.

Sempre a letto, ma prossimo a uscirne. Anche le ferite guariscono meglio in questi giorni. Avevo ragione, caro Professore, di sorridere un poco, e di sperar sempre, anche nei giorni pi neri? Adesso mi manca solo d'esserci anch'io a far le fucilate: ma non tarder un pezzo, e mi scorder anche di questa tristezza di aver perduto le prime. Ce n' tanta della strada fino a Vienna ed oltre!

(La frattura del cranio  gi saldata).


...

" Alla zia Teresa Gaudio Favini
"

	Mia cara zia,

chi sa quando trovo un'ora per scriverti con pace. Anzitutto torno a vibrare dopo qualche giorno quasi di sosta - anche voi potete capirlo, pensando a quel che dicono i giornali; ma qui  un'altra cosa, molto pi semplice, e pure febbrile. - Volevo ringraziarti dei fiori, che mi hanno fatto un gran piacere. Li ho tenuti tutto ieri nel catino della mia camera; senza cavarli nemmeno per lavarmi: tornando da fuori, che era caldo e afa, tuffavo il viso insieme nell'acqua e nel profumo. Adesso li ho davanti in un vaso di vetro;  ormai sera e la bianchezza dei mughetti pare ancora imbevuta di luce: son tutti freschi e odorosi, colle campanelle cos candide e pure che a toccarle par che debbano risuonare; le rose sono un po'gualcite e dolci. Volevo parlarti di tante cose, ma non ce n' bisogno. Anche quando mi hai mandato questi fiori, eri insieme colla mamma: e questo  tutto. State tranquilli e contenti, come sono anch'io con buone speranze.



" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 5 giugno 1915


	Mio caro De Robertis,

due righe sole, perch suppongo che tu sia lontano e forse non ti raggiungano. M' venuto in mente che eri di 3a categoria, mi pare; e allora sarai stato chiamato; a Bari, probabilmente. Ma chi sa?

Intanto io sono arrivato a casa; un po'magro, un po'sordo ancora e offeso nell'orecchio, ma libero e franco. Ho trenta giorni di licenza, e forse saranno anche troppi: se non avessi avuto bisogno di curare ancora un poco l'orecchio, mi sembrava di esser gi pronto e di non dovermi muovere: perch  certo che lass si vive meglio oggi, con una tranquillit e un calore di cuore che guarisce meglio che i medici. A ogni modo, ai primi di luglio sar di nuovo al mio posto. - Se sei ancora a Firenze, in questo mese verrei a farti un saluto. Altrimenti fammi sapere qualche cosa. Hai avuto le mie cartoline dall'ospedale? Io di te non ho saputo pi nulla direttamente dai primi di maggio: solo qui ora, ho avuto notizie da Angelini. Tante cose affettuose dal tuo.


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" A Alfredo Panzini"

Cesena, 7 giugno 1915


	Caro Professore,

sono a Cesena da due giorni. Ho dovuto prendere un mese di convalescenza per aspettare di rimettermi - la ferita si  chiusa e le forze son ritornate, ma qualche cosa manca ancora, ho un orecchio sordo e offeso e tutti i sensi un po'velati, sopra tutto sono stanco. Lass a sentire il cannone e a vedere soldati e soldati, mentre facevo i primi tentativi di alzar la testa dal cuscino ed ero tutto meravigliato di riuscirvi, mi pareva di sentirmi pi forte. Pazienza. In complesso sto bene.

Non le scrivo pi lungamente, perch chiss se la lettera arriva: e poi certe cose, oggi, mi pare che sia bene guardarle in silenzio.  gi abbastanza poterci essere in mezzo! Ma avrei piacere di parlare con Lei. Prima di tornare al reggimento, pu essere che io passi da Milano. Lei ci sar ancora? O non capiter per caso a Bologna?

Mi scriva qualche cosa. Saluti i suoi. Un abbraccio dal suo.


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" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 9 giugno 1915


	Mio caro De Robertis,

ti ringrazio d'avermi risposto subito: ero un po'impensierito per mancanza di notizie - lass le vostre lettere non m'erano giunte: ma tante altre del resto hanno avuto la stessa sorte, anche di quelle che mi scriveva la mamma - e temevo che tu fossi nuovamente ammalato. Cos va bene; anche la Voce continui, mensile: ti coster meno sforzo, e ti sar possibile raccogliervi qualche cosa di serio. Mi raccomando di non insistere troppo colle polemiche; problemi e punti da chiarire, tormenti eterni, fuori del secolo, che non si possono abbandonare ce n' sempre: ma le persone oggi  meglio lasciarle stare, dopo dieci mesi di sospetti e di risse. Bada, che si tratta soltanto di sospendere non di scordare. Alla fine, quando faremo il bilancio di quel ch' stata l'Italia in questa prova, dovremo anche fare molti conti con noi stessi e con gli altri, rigorosamente: ricominceremo finalmente la nostra storia fondandola sopra un principio che  la prima condizione della forza e della fortuna: il rispetto della verit. E bisogner anche far giustizia di molte cose e di molti peccati e brutture, cos in politica come in letteratura. Oggi no. Oggi, sopra tutto intorno agli uomini, bisogna contentarsi di aver delle impressioni, che diventeranno ricordi, ma che non possono essere ancora giudizi. Come sulla guerra: di cui  impossibile parlare, perch ci viviamo dentro. Al pi potremo dire di esser contenti di vivere questo momento.

Scrivo poco, perch ho fretta. Del resto ci vedremo quasi certamente; e verr io, perch come ufficiale posso viaggiare pi facilmente. Devo aspettar qualche giorno, per essere stato a Bologna a radiografarmi il cranio e a curarmi l'orecchio:  il solo punto che rimanga un po'offeso: e mi fa essere sordo, dal lato destro, e infastidito da qualche po'di sangue che dev'essere ancora dentro, e stordito dai rumori della strada: anche l'attenzione e l'applicazione a un libro mi riesce, per questa parziale ottusit, pi difficile. Ma, tenendo conto di quel che ho gi guadagnato, fra una settimana spero gi di stare assai meglio. (Ho poi da star qui fino ai primi di luglio).

In questo silenzio e relativa pace, che m' succeduta all'affanno dei mesi scorsi - so che oggi si cammina, si combatte, si soffre; e non si parla, non si discute pi: so anche che, sebbene oggi ho dovuto lasciare il mio posto, domani ci sar, e trover la mia parte di lavoro; un mese non m'avr fatto perdere nulla, perch la vera azione non  ancor cominciata; e a quel che dovr fare non ho nemmen bisogno di pensarci, finch non mi  dato di sapere se ne vedr la fine; esser cos quasi sciolto da ogni vincolo con la vita, toglie ogni ragione di dubitare e di domandare - avevo pensato di scrivere qualche cosa ... Stando in letto mi tornava quel che avrei potuto dire sull'Ariosto, sul Manzoni; e anche il compimento di quelle pagine carducciane; mi pareva che avrei scritto queste cose con facilit e con piacere, non per aggiunger nulla di nuovo alla mia vita, ma per passar questi giorni, e anche per dispensarmi dal tentare coll'animo certi problemi supremi, a cui  bene rinunziare quando si  sul punto di affrontarli non col pensiero soltanto ma con tutto l'essere.

Se non che mi accorgo in questi giorni, lasciato il letto, di avere ancora troppo bisogno di riposo, di lasciar passare le ore e il silenzio sui muscoli molli. E i giorni passano cos, lenti e facili. Se mi trover fra qualche tempo pi pronto, ti mander forse qualche cosa; ma ripeto, senza grande importanza: qualche pensiero pi serio e qualche parola pi profonda, che mi sembra di aver portato chiusa in me, riserbandomi di dirla forse una volta, sento oggi di doverla tenere pi stretta che mai. Sarebbe vanit, e sopra tutto  impossibile abbandonarsi a parlare, quando si  sul punto di congedarsi.

Ho gi visto qui il Conciliatore. Povero Borghese, poteva aver tanto bel gioco a far dell'ironia sui miei difetti veri, e si  contentato di rappresentarmi come il tipo di letterato puro: me, che anche nelle pagine necessariamente infedeli un poco di Panzini (era cos inquieto! e io ero costretto a parlargli anche per contentarlo) non potevo mostrar altro che il mio fastidio per la letteratura e per la ideologia, e il mio senso istintivo, esasperato fin quasi al semplicismo volgare, della realt nuda e muta. E il Petrarca - letto a Panzini per divertirlo, io sorridendo, che pensavo a questi giorni che sono venuti finalmente, davanti a lui corrucciato e tremante!

Salutami caramente Papini: grazie anche a lui. A rivederci: tuo.

Parler con Angelini; non dubitare.


...

" A Alfredo Panzini"

Cesena, 13 giugno 1915


	Caro Professore,

era destinato che non ci dovessimo incontrare. Ma abbiamo tempo ancora, o Lei di tornare in gi, o io di venir su. Non potr tornare al campo se non ai primi di luglio, per un po'di suppurazione che m' rimasta nell'orecchio, in una incrinatura dell'osso, e si elimina lentamente. Del resto  bell'e passata e potrei essere gi al mio posto. Ma ci vuol pazienza. Ero un po'nervoso i primi giorni, quando mi son trovato in queste citt vuote, addormentate al sole: arrivavano i primi feriti, e io ero qui a sedere, senza scopo. Adesso comincio a ritrovarmi: capisco che tutte le cose si stanno accomodando via via a una condizione nuova, che non  superficiale soltanto, n provvisoria: durer un pezzo, e ci sar tempo e posto per tutti, anche per me. Cos questo mese di ritardo mi duole meno. Aspetto e guardo e penso, senza pretendere di capire tutto, e molto meno di giudicare. Mi basta esserci. E se poi sar per qualche ora con Lei, avr pi piacere. Suo.


...

" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 23 giugno 1915


	Mio caro De Robertis,

ero gi avviato per venire a Firenze la settimana scorsa: ma mi fermai due giorni a Bologna, per medicare questo sciagurato orecchio, che migliora, ma cos lentamente!; e l qualche albergatore mi avvelen, in modo che domenica dovetti tornare a casa con una mezza infezione intestinale. Lascio il letto oggi e mi par d'essere ancora uno straccio, imbevuto di umori maligni.

Il vero  che l'organismo non ha ancora riacquistato la sua solidit e la sua resistenza normale: fra me e il mondo vero c' come una zona di odori strani, di mollezze e di guasti ignoti, in cui mi smarrisco. Per fortuna, gambe e braccia e occhi son buoni: e questo, se non basterebbe a fare uno scrittore e un uomo come ero prima, baster a fare un soldato. Solamente c' caso che debba aspettare altri 10 o 15 giorni, prima di partire: finch non sia cessata la suppurazione dell'orecchio: cosa locale e relativamente lieve, ma che non posso negare. E cos puoi star sicuro che non mancher il tempo di venirti a salutare: ch anch'io lo desidero come te.

C' sempre Papini? (Ho letto il suo bellissimo D'Annunzio. E la Voce: la tua spiegazione serena e chiara come quasi non l'aspettavo, con Croce; belle cose di Agnoletti. Ma ci vedremo. - Angelini lavora; non temere); tuo.


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" A Giuseppe De Robertis"

Cesena, 5 luglio 1915


	Mio caro De Robertis,

avevo in tasca il foglio di viaggio per Firenze, e non mi restava che di partire: mi preparavo a fermarmi qualche giorno con voi, un poco in pace e con tanto piacere finalmente. Si vede che non m'era destinato. Devo partir subito, e non mi rimane nemmeno il tempo di scrivere. Inutile raccontare i piccoli incidenti burocratici che m'hanno impedito di essere visitato, e consigliato a restare qualche altra settimana, come certo doveva accadere. Forse  meglio e io sono gi contento: avevo voglia di parlar di tante cose e non era possibile: questo non  il momento di supplire in un punto a tutti i giorni che son passati o a quelli che non passeranno. Oggi bisogna ch'io vada e tutto quello che non ho detto o fatto, che resti indietro!

Quel che importava in fine era solo di salutare gli amici: e si pu anche di lontano e in fretta, con poche parole e con affetto grande. Sta'sano, e cerca di fare anche tu, al tuo posto, il tuo dovere: che  poi lavorare. Scrivo anche a Papini. Una stretta di mano affettuosa da tuo.


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" Alla madre"

8 luglio 1915


	Cara mamma,

anche oggi nulla di nuovo. Stagione splendida, caldo fermo, un po'afoso; ad ogni modo noi ce la passiamo benino, nell'ombra sia pure scarsa di un boschetto di robinie. Tutto il dorso delle colline  scavato di solchi e gradini e buche nella terra, indurite dal passaggio e dal soggiorno di tanta gente, che finiscono per offrire un buon ricovero. Cos si sta e si riposa e si aspetta. Mi par d'essere a un campo, in manovre d'estate, colla differenza che non c' n marcie n istruzione. Quindi nessun strapazzo. Ho tutto il tempo per pensare a voialtri, e vi sono sempre vicino col cuore ....


...

" A Ottavio Guidazzi"

8 luglio 1915


	Caro Ottavio,

un saluto affettuoso a te e a tutti gli amici. Scrivo alla mamma che ci troviamo benissimo a riposare in mezzo a un bel boschetto di robinie sul dorso di una collina nuda e ripida: il sole scotta un poco attraverso il fogliame magro e frastagliato e il terreno  abbastanza faticoso; ma non dobbiamo muoverci molto, e ce la passiamo nelle nostre buche. Soltanto non le ho detto che per l'aria  tutto un passare e fischiare e ansimare e rombare di proiettili di tutti i calibri e di tutte le sorta: in genere passano alti o strisciano via: qualcuno se la prende cogli alberi e qualcuno anche cogli uomini: io finora ho sentito solo il calore delle vampe lontane e qualche scroscio di pallette innocue. Siamo a poche centinaia di metri da loro; sul rovescio del colle sono le trincee di attacco, colle altre compagnie sotto i reticolati in attesa. Ma si sta e si dorme benissimo. Salvo quando mi avvisano di tenermi pronto colla compagnia, per un possibile ordine che non  ancor venuto. Oramai sono a posto come gli altri. Le cose sono un po'diverse da quel che appaiono di lontano: ma sono contento ugualmente. La posizione  un po'dura e credo che ci staremo un pezzo, ma nessuno ci pensa. Una stretta di mano dal tuo.


...

" Alla cugina Tina Ceccaroni"

9 luglio 1915


	Cara Tina,

scrivo accoccolato per terra, sotto un filare di uve acerbe - non per i soldati; se non li bado, masticano tutto come i bambini, - davanti alla mia buca scavata alla base di una collinetta frondosa d'alberi e di viti, che ricorda le nostre: il sole del pomeriggio, che batte in pieno sulla parete, mi arrostiva e mi ha cacciato fuori. Invece di riposare, ho scritto cartoline per passare il tempo: difatti mi accorgo che son passate le 16 ed oramai si respira; che delizia il primo soffio d'aria  stretto dopo la caldura immobile del mezzogiorno, quando si  qui senza potersi muovere. Ombra ed acqua, campagna e cielo, mangiare e dormire, ecco tutte le nostre preoccupazioni in questa vita molto semplice.  vero che a cento metri comincia il bosco - un bel boschetto di robinie e quercioli, cos verde e pacifico! - e tra gli alberi non c' altro che reticolati, e su fino alle creste il colle  un formicaio di tane di tedeschi invisibili. Si sente solo sopra il capo lo sbuffare e il crosciare dei proiettili di ogni genere. Ma non fanno molto male e nessuno ci pensa. Una volta o l'altra li snideremo, questo  sicuro. Chi sa poi se toccher a noi o ad altri. Intanto si aspetta. E le ore son cos lunghe e calme che par di vivere dei secoli. Per alla mamma dite soltanto che sono riparato e tranquillo ... che in fondo  verissimo. Penso che la zia Erminia e tu le andrete e a far compagnia e forse, parlando di me, vi figurerete le nostre condizioni molto pi difficili di quel che siano in realt. Si sta bene qui e, fatta l'abitudine al rumore, tutto va nel modo pi naturale: anche il pericolo, fuor che in certi casi,  una probabilit trascurabile. Saluti.


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" A Cesare Angelini"

10 luglio 1915


	Caro Angelini,

il trambusto della partenza, che ho dovuto affrettare di qualche giorno, e la nuova vita affaccendata del campo, mi hanno impedito un poco di scrivere, non di ricordarmi di lei. Non  il momento di rispondere (sono sdraiato per terra, in una buca mezzo arrostita dal sole meridiano, a mezza costa di una collina dove siamo arrivati a 200 metri dagli austriaci, e si arriver anche alla cima, se Dio vuole. Ma non creda che la scena sia fosca.  la calma del meriggio immoto: poche cicale rade cantano nel silenzio del cielo, in un vasto azzurro sbiancato e scolorato dal suo splendore, sul verde dei boschi scuri e sulle macchie spolverate dal riverbero uguale: un fiume di sole chiaro filtra attraverso i pampini netti e trasparenti del filare che ho di fronte. Qualche scoppio secco dei pezzi da montagna rotola e si perde lontano, nella pace.  vero che non  sempre cos, ma anche quando tempesta il fuoco, le cose hanno la stessa semplicit) alle sue parole affettuose e troppo benevole. Non dica che le ho fatto del bene: gliene ho voluto, e molto. E ho rimorso di non avere sforzato un poco la mia natura solitaria e indifferente.

Lavori e stia sano e lieto, e aiuti quel povero De Robertis. Conservo ancora certi suoi giornali: li render, se ci rivedremo. Prendiamo questo come un augurio: poich tutto  possibile.

Mi creda tutto suo.


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"  Alla zia Teresa Gaudio Favini"

12 luglio 1915


	Cara zia,

tutte le volte che mi resta un po'di tempo libero, come adesso, per sedermi da parte e per tornare col pensiero a quello che ho lasciato, ho l'impressione di essere andato via senza salutarvi, e sento il desiderio di trattenermi lungamente con tutti, e anche con te: tante cose avrei da dirti o da ricordare, di cui non t'ho mai ringraziato, ma di cui penso spesso caramente....

Ma  inutile parlarne adesso; certe cose non si scrivono, anche se si avesse il tempo. Speriamo di ritrovarci, con pi pace. Anche di qui non ho molto da dire: particolari minuti della vita quotidiana, fra campo e bosco, che son press'a poco i soliti, senza niente di molto pittoresco. Quel che importa  che alla fine si sta bene. Il resto che potrebbe interessare, non si pu mettere in una cartolina. Anche per questo, tutt'insieme, si pu ripeter quasi la stessa frase. Salutami la mamma e i bimbi: non ho bisogno di pregarti di continuare a interessartene col solito affetto. Lo so, e anche questo mi fa stare tranquillo. Tanti saluti allo zio Pietro, e a te un abbraccio dal tuo.


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" A Luigi Ambrosini"

12 luglio 1915


	Mio caro Gigetto,

un saluto dal campo. In una settimana ho fatto l'esperienza di un mese. Riserva, tre giorni di avamposti sotto il fuoco, a 50 metri dai reticolati nemici, e adesso riposo, in un gran bosco di robinie, di un verde spento e stanco nel calore del giorno velato. Se dovessi scrivere, son queste le impressioni che vengon fuori prima: contattto con le terra, colori e respiro di questa campagna carica di verde - finalmente siamo arrivati fra le colline, e cominciano i boschi - di cui si empiono gli occhi in tutte le ore dei giorni lunghi e pieni come secoli. Come si fa subito l'abitudine a tutte le altre cose: il rombo della granata che t'ha scottato colla vampa, lo senti rotolare via per il cielo vuoto come una cosa indifferente. Questo per l'esperienza fisica. Per gli uomini e per la vita, ci sarebbe molto di interessante da notare; ma son cose complesse, e non si possono scrivere. E poi non son fatti, ma stati d'animo e adattamenti. In Tolstoi c' quasi tutto, ma sotto un aspetto solo, forse. Quanto a me, son contento, anche di chi mi sta vicino, e di tante cose: non sono una rivelazione, ma una conferma di ci che ho sempre conosciuto. In ogni modo si va.

Saluti ai tuoi e a te.


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" A Giovanni Papini"

12 luglio 1915


	Caro Papini,

volevo scriverti pi lungamente. Il desiderio di quelle due giornate che volevo passare con voialtri a Firenze, come per salutare persone e cose ormai lontane prima di venirmene quass, mi dura ancora nell'animo. Noi non ci conosciamo molto, anzi ci siamo parlati una volta sola, l'anno scorso; e forse con qualche riserva. Ma oggi mi pareva di aver molte cose da dirti, andando via; anche al di fuori del piacere che mi hanno dato e che mi danno le tue cose scritte; bellissime cose, certo, e mi duole di non poter dir nulla delle ultime; ma mi piacerebbero egualmente, anche se non fossimo amici; e mi parrebbe di offenderti contentandomi di cercare in te solo la bellezza di una pagina letteraria. Ora son qui, sulla spalliera di un fosso, davanti alla buca che mi serve di riparo, a 200 metri dalle trincee nemiche, un po'arrostito dal sole, un po'distratto da tutta la ferraglia che ci sentiamo carreggiare, oscillante, panciuta e asmatica, sopra la testa; e mi par un sogno di scrivere e di parlarvi ancora. Qui si pensa al massimo a quel che accade da un'ora all'altra; al nemico e alla guerra non si bada neanche pi; tanto  cosa naturale. L'aspirazione pi ricca  un po'd'acqua o una caramella. Vita fanciullesca, assolutamente, se non si vedessero queste facce scavate e invecchiate.

Tante cose affettuose anche a De R.


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" A Carlo Linati"

13 luglio 1915


	Caro Linati,

debbo ancora ringraziarla di una cartolina che m' giunta dopo un lungo giro, assai gradita.

Mi torna a mente che l'anno scorso, di questi giorni o press'a poco, le scrivevo dal campo in un pomeriggio di riposo, che il sole stagnava tardo e immobile, come dimenticato in mezzo alla chiostra del monte di Rocca, al fine di un lunghissimo giorno. Oggi  lo stesso campo e lo stesso sole che cuoce il terreno calvo calpestato dall'infinito passaggio, sotto un bosco magro e brillante di acacie. Anche il cielo  lo stesso che da noi: trasparente cielo di collina che gi comincia a prendere la pallidezza della sera. Di cambiato c' questo buco di trincea dove scrivo; e il rombo della cannonata. Ma son cose a cui si fa l'abitudine e diventano cos presto indifferenti. Oggi poi siamo a riposo in riserva; e non par quasi pi di essere alla guerra; fin che non si torni in prima linea. Ma qui come l si finisce per star bene e per essere contenti. - E la nostra poesia? Non se ne scordi Lei; stia sano e mi creda suo.


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" A Benedetto Croce"

13 luglio 1915


	Ill.mo Signor Professore,

devo ancora ringraziarLa della cortese cartolina che s'informava della mia salute. Mi accorgo che anche alla guerra e seppelliti in una trincea sotto il fuoco nemico, che tempesta - ma fa pi rumore che danno - da poche decina di metri di distanza, si continua press'a poco la solita vita e si conservano le abitudini usate: per es. quella di rispondere in ritardo. Mi scusi. Quanto a me sto benissimo ora, e non sento quasi pi le conseguenze della caduta, che potevano essere molto pi serie. Forse non potrei ancora stare in Biblioteca a scrivere come prima. Ma per farne un soldato ce n' abbastanza. Avrei avuto qualche cosa da dirLe a proposito dell'ultima lettera in cui una parola mi suon strana, da Lei. Ma ora non  pi tempo. Abbia i miei ringraziamenti e gli ossequi.


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" A Alfredo Panzini"

13 luglio 1915


	Caro Professore,

ho ancora in mente una lettera (respinta con lungo ritardo da Latisana), che mi giunse pochi giorni fa, al momento della partenza. C'erano anche i saluti della Titt e io non Le ho risposto! Mi scusi Lei, e le dica che l'amico Serra la ringrazia come pu, scrivendo in una buca riparata da poche frasche, tra il tormento del sole e delle mosche. Ma c' intorno un boschetto d'acacie fra cui il sole passa come in un mobile filtro di smeraldo, e chi sa poi come la divertirebbe l'aspetto di questo campo, cos curiosamente annidato fra gli alberi nel pendio pelato e indurito dal calpestare incessante, e bucherellato come un formicaio. Lei invece vedrebbe cose meno divertenti fra questi romagnoli che son sempre gli stessi: e bisognerebbe che c'entrassi io a garantirle che questa gente materiale, chiassosa e riottosa e pecorona, diventa all'occorrenza buoni soldati. Io sono stato con loro fino a ieri in trincea in prima linea, a 100 metri dal nemico, sotto il fuoco continuo e insidioso, a cui non si pu rispondere: e ho visto anche dei bravi ragazzi. Che altro devo dirle? Niente di nuovo da una parte, e dall'altra troppe cose, di questi giorni infinitamente lunghi e pieni. Fra giorni torneremo nel nostro posto, a mezzo un colle: e chi sa che qualcuno arrivi anche alla cima. Speriamo che tocchi a noi.

Saluti ai suoi e mi creda con affetto tutto suo.


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" A Giuseppe De Robertis"

14 luglio 1915


	Mio caro,

ti mando il mio indirizzo (11 Fanteria, 4 Comp.ia, 12a Divisione) per avere tue notizie, che desidero. Dimmi qualche cosa del tuo lavoro, della Voce, del nostro mondo letterario, degli amici vicini e lontani. In questa vita cos piena e affaccendata ci son sempre delle ore vuote: ci si trova come ora, fermi e quieti sul margine di una buca; voltati indietro a cercare le cose di ieri, che sembrano cos lontane.

Ci si rinuncia, ma non si dimenticano. E tutto quello che arriva di cost, e che ce le riaccosta, fa tanto piacere! Mandami anche, se ti capita - colla coperta della libreria - qualche giornale, rivista: qualcosa da leggere insomma, qualunque sia. Cose da buttar via, insieme col pane non finito di mangiare, quando una scarica improvvisa o uno " shrapnel"  - che  arrivato a scoppiare in mezzo ai tuoi e a ferirne qualcuno, ti fa saltare in piedi e ti richiama. Cose semplici, anche, perch qui si ritrova vita e gusti da ragazzi - pur senza aver perduto niente di quel che eravamo prima: si mette da parte. Ti scriver pi a lungo (a patto di non stampare). Per ora non potrei: le prime impressioni che ti toccano son troppo le solite; colori e suoni, sensazioni del mondo, in cui la guerra si perde come un episodio. Ma ci son gli uomini e la vita: cosa profonda e semplice insieme; e ci son troppo in mezzo per potermene tirar fuori oggi. (Non dico della cronaca, che non si pu scrivere, e si capisce).

Saluta Papini. - Credimi con affetto tuo.


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" Al fratello Nino"

14 luglio 1915


	Caro Nino,

di me posso dirti che sto bene e mi sono adattato magnificamente, anche col fisico, a questa vita di campo e di trincee; che del resto  molto pi facile di quel che si direbbe a guardar solo i disagi apparenti, pi pittoreschi che sostanziali.  certo che ci si abitua subito, e poi si scoprono in certe cosette da nulla delle ragioni insospettate di benessere. E si  cos assorbiti da quel che si deve fare o che vi passa vicino d'ora in ora, che non si ha tempo di riflettere o di badar molto; neanche alla stanchezza o al pericolo. Tutto finisce per sembrar naturale, e nessuna vita  pi facile di questa: ci non toglie di vedere e di sentire anche altro, che non si scrive: anche tu vedi uomini e cose senza illusioni. La faccia della guerra, quando la fissi da vicino, e senza velo, non ti mette voglia di chiacchierare...


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" A Giovanni Lazzarini"

14 luglio 1915


	Caro Giovanni,

spedito a parte il vaglia, di cui ti avevo parlato, con mille ringraziamenti per la cura che ti prendi.

... E adesso che cosa ti racconter? Niente di nuovo in fondo, e che gi non sappiate, pi o meno. D'altra parte, se penso a questi dieci giorni da che son partito, mi pare che sia passato qualche mese; tanto son piene e ricche le giornate quass, piene di cose e di impressioni nuove, che ognuna t'assorbe e ti fa scordare le altre: finch finiscono per sembrarti naturali e consuete, e una nuvola che passa e un raggio di sole che viene a trovarti in fondo alla buca acquista pi importanza della pallottola che t'ha sfiorato il collo o dello " shrapnel"  che ti scoppia scrosciando e avvampando sopra la testa: e lo scoppio che rotola via lontano per il cielo pacifico ti pare il pi semplice dei rumori. Non parliamo poi della mensa che arriva, o di un po'd'acqua per lavarti: sono avvenimenti che passano sopra a tutto. Insomma, la solita vita di campo e di trincea: molto meno idillica di quanto la descrivono i giornali, ma pur facile in fondo, e il pi del tempo spensierata... Vita monotona - massime in questo luogo e fra questa gente: i nostri soliti romagnoli: - la guerra non cambia n uomini n cose, fuor che in qualche momento -, che ti parrebbe una delusione a guardarla superficialmente. Ma poi senti qualche cosa di pi profondo, che trasporta irresistibilmente tutti quanti...

Cos sto contento al mio posto, senza pensar molto n alle cose lontane che assai probabilmente non vedr pi, n al domani o al temporale che si prepara per stanotte; ma oggi ero a riposo e ho dormito come un signore. Speriamo che presto ci sia qualche cosa di nuovo, e di poterlo raccontare. Intanto ricevi i pi affettuosi saluti dal tuo.

P.S. - Ricordami agli amici del Circolo.


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" Alla madre "

18 luglio 1915


	Cara mamma,

ti scrivo da un altro posto, sempre in seconda linea. Siamo venuti stanotte, abbastanza faticosamente, nel buio denso e sotto la minaccia del temporale, che s' ridotto a poche gocce. Ora si sta bene; con un po'di sonno; ma scritte questa righe potr andare a riposare. Ho ricevuto ieri il pacchetto, che potr essere molto utile quando incominceranno le vere giornate di marcie e di fatica. Per ora, ce la passiamo abbastanza leggermente. Come t'ho scritto, non occorre che tu ti prenda molto pensiero di mandarmi altri oggetti. Vera necessit non c', son piccoli desideri che passano per la testa in certi momenti, e se ne parla pi volentieri per avere l'impressione di essere sempre in comunicazione con quelli che qualche altra volta invece sembrano cos lontani. Cos io non mi trattengo dal seccarti con queste piccolezze, e mi par quasi d'essere ancora a casa; che per tutte le cose piccole e grandi sono avvezzo e chiamar sempre la mia mamma...


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" Alla madre"

20 luglio 1915


	Cara mamma,

un saluto in fretta anche stamattina, alzati all'alba. Niente di nuovo: le solite vicende di temporale e di sole, e lo spettacolo di un'azione che si intravede e si sente rumoreggiare sui monti circostanti. Noi sempre al nostro posto, con molte faccende dei servizi di seconda linea...


NOTE


1 	Linati gli andava discorrendo di un gruppo di studiosi e letterati milanesi che in quell'anno solevano radunarsi al Savini, e in cui erano il Casati e il Jacini, il Botta, e altri.

2 	L'" Almanacco della Voce" : esc alla fine del 1914; con gli scritti di Serra: "  Terra di Romagna" ; "  Carducci maestro di umanit"  tratti dagli " Scritti Critici" . Segno che non riesc al Prezzolini d'avere un pezzo inedito: n il ritratto.

3 	Per la morte di Gaspare Finali.

4 	L'" Almanacco della Voce" , di cui il Serra parla nella lettera al Prezzolini del 7 novembre.

5 	" Cento pagine di poesia" , Vallecchi, Firenze, 1914.

6 	Luigi Ambrosini.

7 	Una risposta a Goffredo Bellonci uscita su "La Voce" del 30 dicembre.

8 	L'ultimo scritto di Serra, che tutti conoscono, e che usc ne "La Voce" del 30 aprile di quell'anno.

9 	Noterelle apparse in "Lacerba".

10 	Furono pubblicate nel "Cittadino" di Cesena del marzo 1915, e sono ristampate in " Pagine sparse" , serie I, pp. 225-26.

11 	L'" Esame di coscienza."

12 	Ne "La Voce" del 30 marzo e 15 aprile.

13 	Vedi nota 12.

14 	Cesare Angelini sul "Cittadino" di Cesena aveva scritto una recensione per il volume del Grilli, " Pause del lettore"  (Forl, Zanelli, 1915).


. ESAME DI COSCIENZA DI UN LETTERATO.



Credo che abbia ragione De Robertis; quando reclama per s e per tutti noi il diritto di fare della letteratura, malgrado la guerra.

La guerra ... Son otto mesi, poco pi poco meno, ch'io mi domando sotto quale pretesto mi son potuta concedere questa licenza di metter da parte tutte le altre cose e di pensare solo a quella. I giorni passano, e il peso di questo conto da liquidare colla mia coscienza mi annoia e mi attira: come l'ombra del punto che non ho voluto guardare cresce oscura e invitante nell'angolo dell'occhio; finch mi far voltare.

Ora  certo che non pu esser permesso a nessuno di prender congedo dal suo proprio angolo nel mondo di tutti i giorni; deporre sull'orlo della strada il suo bagaglio, lavoro e abitudini, sogni e amori e vizi, via tutt'insieme, come una cosa improvvisamente vuotata di sostanza e di vincoli; scrollarci sopra la polvere del passaggio, voltando come verso un destino rivelato e decisivo un'anima leggera, affrancata da tutte le responsabilit precedenti; fare tutti questi preparativi, con aggiunta di raccoglimento e di ansia e di attesa, prender l'atteggiamento della partenza; e alla fine, non muoversi; non far nulla; stare alla finestra a guardare. Che cosa?

Davanti a me non c' altro che la mia ombra immobile, come una caricatura. Sono otto mesi che la guardo; e faccio cenno colla mano a tutte le altre cure di stare indietro, perch non ho tempo da badarci; serio, con l'aria di un uomo preoccupato; intanto, leggo dei giornali, e faccio delle chiacchiere; magari cerco, tra parentesi, qualche pretesto per giustificarmi; e se non arrivo a servirmene nella conversazione,  solo per un resto di pudore; o piuttosto, perch i miei interlocutori mi interessano troppo poco, per prendermi la pena di mistificarli.

Credo di aver detto, fra le altre cose, che la letteratura mi faceva schifo, "in questo momento"; e in ogni modo, se non l'ho detto, ho fatto come quelli che lo dicono; (e, se l'ho detto, ho detto la verit).

Ma  inutile che io mi diverta adesso a farci sopra dell'ironia, che sarebbe facile. Del resto, questa storia della nostra "partecipazione personale alla guerra" nei mesi che son passati, con tutti i suoi equivoci di illusione e di ingenuit e con le sue sfumature di ridicolo, ognuno se la pu rivedere per conto proprio, volendo; e la mia non interessa pi che quella degli altri.

Per ora, quel che m'interessa  la conclusione. Per quanto ovvia e risaputa, me la voglio ripetere; l'imparer.

La guerra non mi riguarda. La guerra che altri fanno, la guerra che avremmo potuto fare ... Se c' uno che lo sappia, sono io, prima di tutti.

 una vecchia lezione! La guerra  un fatto, come tanti altri in questo mondo;  enorme, ma  quello solo; accanto agli altri, che sono stati e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura.

Voglio nominare anche questa, appunto perch  la cosa che personalmente mi tocca meno, forse; in margine della mia vita, come un'amicizia di occasione; verso la quale ho meno diritto di essere ingiusto.

E poi non devo scordarmi di avere avuto qualche cosa di comune - mi sarei rivoltato, se me l'avessero detto; ma era vero egualmente - con tutta quella brava gente, piena di seriet; da tanto tempo va gridando che  ora di finirla, con queste futilit e pettegolezzi letterari, anzi,  finita; finalmente! passata la stagione della stravaganza e della decadenza, formato l'animo a cure pi gravi e entusiasmi pi sani, attendiamo in silenzio l'aurora di una letteratura nuova, eroica, grande, degna del dramma storico, attraverso cui si ritempra, per virt di sangue e di sacrifici, l'umanit.

Ripetiamo dunque, con tutta la semplicit possibile. La letteratura non cambia. Potr avere qualche interruzione, qualche pausa, nell'ordine temporale: ma come conquista spirituale, come esigenza e coscienza intima, essa resta al punto a cui l'aveva condotta il lavoro delle ultime generazioni; e, qualunque parte ne sopravviva, di l soltanto riprender, continuer di l.  inutile aspettare delle trasformazioni o dei rinnovamenti dalla guerra, che  un'altra cosa: come  inutile sperare che i letterati ritornino cambiati, migliorati, ispirati dalla guerra. Essa li pu prendere come uomini, in ci che ognuno ha di elementare e pi semplice. Ma, per il resto, ognuno rimane quello che era. Ognuno ritorna - di quelli che tornano - al lavoro che aveva lasciato; stanco forse, commosso, assorbito, come emergendo da una fiumana: ma con l'animo, coi modi, con le facolt e le qualit che aveva prima.

Bisogner ricordare quello che accade anche adesso, intorno a noi, per quelli che prendono parte, non solo come uomini ma anche come letterati, alla guerra; e i cronisti raccontano tante cose di professori, artisti, scrittori, che si sono spogliati delle proprie abitudini, e vanno creando, per i nuovi bisogni, secondo il nuovo spirito dell'ora che passa, una letteratura nuova? Vedete in Francia: letteratura di battaglia, di fede, di semplicit: commediografi e letterati mondani che fanno la cronaca delle trincee; e Barrs, Bergson, Boutroux, Claudel, Bdier; ciascuno nei giornali, nelle conferenze, negli opuscoli s' presa la sua parte attiva e utile di fatica; e Rolland che risponde a Hauptmann; e Pguy, e cento altri, che cadono in prima fila. O in Italia; quante rivelazioni, spostamenti, di gente che nell'agitazione che ci trasporta ha cambiato figura: gente seria, stimata, valente che ha lasciato vedere angustie insospettate dell'intelligenza, debolezze, bassezze dell'anima: e altri, accidiosi, che si sono svegliati; spiriti difficili, che si sono fatti semplici; anime leggere, vane, che hanno obbedito a una voce austera di dovere.

Cos diciamo, e sappiamo che non c' niente di vero. All'infuori di qualche modificazione di accento, portata dalle circostanze, o sia guadagno di semplicit o peggioramento di enfasi, all'infuori del mutar materialmente gli argomenti e le occasioni dello scrivere, tutto  com'era; un seguito della letteratura di prima, una ripetizione, se mai, per fretta del lavoro, che approfitta delle abitudini pi facili e pi alla mano. Non c' mai stata tanta retorica e tanto " plaqu"  come in codesta roba di guerra.

Non si dice dei sonetti di Rostand, o di qualche altro accademico: ma vedete le ballate di Paul Fort, fra le pi fredde e meccaniche che siano mai cadute dalla sua penna deliziosa, e tutte quelle tirate di Barrs, accanto a pagine superbe, del resto, di forza incisiva e di armonia; pur senza negare che tutto possa avere avuto il suo ufficio, in pratica, e il suo beneficio.

Cos da noi D'Annunzio, per esempio, a cui pensiamo con un certo orgoglio e quasi con simpatia da quando quella sua molto privata e curiosa "cattivit in Babilonia"  diventata nel corso degli avvenimenti una espressione simbolica dell'Italia esiliata col cuore sui campi dove si difende un'altra volta la civilt latina; e il suo ritorno ha un significato, che ci fa sperare e dubitar tutti quanti. Certo D'Annunzio ha guadagnato in questo momento: ha ripreso fra noi:  ritornato al posto, da cui pareva scaduto. In realt, con tutto il favore delle circostanze e della fortuna, non  poi cresciuto di nulla: non ha fatto niente che sia degno di quell'apparente ingrandimento morale: per una lettera, da Parigi assediata, ricca e rotta magnificamente di colore, quante odi su la resurrezione latina, e frasi e parole odiosamente vecchie e false; come se niente potesse essere cambiato mai per lui!

O volete parlar di Croce, che pare impicciolito, allontanato, sequestrato in una acredine di pedagogo fra untuoso e astioso, che si degna di consolare le nostre angosce dall'alto della sua filosofia, sicuro che tutto alla fine  e non pu essere, anche in questa guerra, altro che bene e vantaggio e progresso; e non si lascia sfuggire, frattanto, l'occasione di fare alla nostra parzialit appassionata certe lezioncine sui meriti della cultura germanica, correggendo spropositi con un sorriso, che  insieme una puntura o un dispetto a tutte le tendenze della politica democratica e massonica; e se c'entra magari una frustata per qualche giovane un po'insolente, di quelli che hanno il torto di contraddirlo troppo spesso, tanto meglio: perch anche il giusto  uomo, e non gli si pu negare il diritto di lasciarsi irritare, poniamo, da Papini. Ora io non so quanto ci sia di vero in questa impressione: quando con uno credo di non andar pi d'accordo non m'interesso del fatto suo, per quella parte, e non me ne informo, a rischio di apparire gratuitamente malevolo nel raccogliere una inesattezza. Ma che importa? Fosse pur tutto vero, io so che Croce non sar diminuito n cambiato da un qualunque episodio, simpatico o antipatico, della sua vita politica: qualche difetto di moralista o di sofista, non aveva pi bisogno di esserci svelato: e non toglie nulla alla sua persona reale, cos come il sorriso troppo soddisfatto della bocca non ci nasconde la seriet e la tristezza sostanziale dell'animo. Croce  sempre Croce, insomma: e che adesso si trovi cos bene a braccetto coi Barzellotti e coi Chiappelli e magari con Matilde Serao,  affare tutto domestico, che riguarda lui solo. Se c' qualche cosa da rimproverargli oggi,  nei frammenti di etica, dove parla del dire la verit: non nelle interviste o negli articoli.

Ma non  lo stesso anche degli altri? Universitari, giornalisti, letterati, politicanti; quelli che eravamo avvezzi se non a stimare molto, almeno a rispettare come persone e intelligenze oneste, mescolati e congiunti per improvvisa affinit morale con quelli che non ci curavamo neanche pi di scartare, teste vuote e cattive, esaltati e fanfaroni, mestieranti e procaccianti; tutto questo ci ha disgustati, irritati, ci ha fatto pensare una rivelazione di vilt e di buaggine e di poltroneria italiana, superiore perfino alla nostra tolleranza, che era cos larga nel suo disprezzo.

Ma era un eccesso che si pu perdonare come impressione; non si pu conservare come giudizio.

Un De Lollis, poniamo, o un Missiroli, tanto per ricordarne due fra i meno peggio, non hanno perduto niente di quella stima che potevano meritare: e lo sapevamo poi anche prima che uno era un dottrinario in cui lo sforzo della mente - per non parlare dell'ambizione - poteva arrivare alla conoscenza ma non alla penetrazione delle cose storiche o artistiche, e che l'idealismo di quest'altro poteva avere della buona volont e dell'ardore, ma non delle idee, e pi orgoglio di solitudine che di pensiero. Pregi e miserie non sono cambiati in costoro, come non sono cambiati nell'altra parte: dove la seriet della causa e l'utilit, tutt'insieme, dell'azione, non ci toglie certo il senso, a una a una, di tutte le stonature e le esagerazioni e banalit, sia pure in buona fede; ma ci sono anche quelle in mala fede, come ci sono, nel mucchio, i vanitosi, gli ambiziosi, i conferenzieri d'apparato e i ciarlatani, gli opportunisti e i fanatici, ognuno col suo passato e con le abitudini mentali e coi sospetti morali da cui la nuova compagnia non basta a purgarli. Aggiungete che anche fra i migliori, pochi hanno avuto felicit di parole e convenienza tempestiva: non parliamo di bont letteraria; per un Prezzolini, che ha avuto dei momenti di seriet e di autorit pi matura nelle sue osservazioni del vero, o per un Panzini che ha scritto qua e l, nel suo turbamento, tre o quattro paginette di una nudit e di una dolcezza pura, quanti altri che sono rimasti inferiori a s stessi, fuor di tono, fuor di posto! Ma, lasciando stare gli episodi particolari, nessuna sorpresa. La polemica della guerra - la guerra, insomma - ha cambiato i gruppi, non le fisionomie n le persone. Son rimasti tali e quali, in fondo: n meglio n peggio. Sono uniti adesso, e si divideranno domani, secondo le diversit che il consenso e la cooperazione di un momento non pu cancellare.

Questo non piace. Si vorrebbe che fra i compagni di un'ora e di una passione restasse qualche cosa di comune in eterno. E non  possibile. Ognuno deve tornare al suo cammino, al suo passato, al suo peccato.

Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella; per s sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. In questo mondo, che non conosce pi la grazia.

Il cuore dura fatica ad ammetterlo. Vorremmo che quelli che hanno faticato, sofferto, resistito per una causa che  sempre santa, quando fa soffrire, uscissero dalla prova come quasi da un lavacro: pi puri, tutti. E quelli che muoiono, almeno quelli, che fossero ingranditi, santificati; senza macchia e senza colpa.

E poi no. N il sacrificio n la morte aggiungono nulla a una vita, a un'opera, a un'eredit. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che era. Mancheremmo al rispetto che  dovuto all'uomo e alla sua opera, se portassimo nel valutarla qualche criterio estraneo, qualche voto di simpatia, o piuttosto di piet. Che  un'offesa: verso chi ha lavorato seriamente: verso chi  morto per fare il suo dovere.

Parlavo prima di letterati e pensavo a quel povero caro Pguy. Come avremmo voluto, dopo aver saputa la sua fine, accordargli per un momento un poco pi di quella poesia e di quella felicit a cui tendeva la pena della sua vita! Mi ricordo di avere riletto molte pagine del suo " Mistero"  con una attenzione e una premura quasi dolorosa; per scoprire finalmente nella sincerit di quel linguaggio cos laborioso e scrupoloso e tenace la bellezza e la forza lirica che non avevo mai saputo veder prima: che non c'. Cos ho seguitato a commemorarlo, sulle pagine un po'scure e solide dei suoi libretti, dov' scritta la sua giovinezza e la sua mistica e la sua battaglia, punto per punto, e passo per passo, e presa per presa, con quella complicazione che pare intricata e spezzata ed  semplice e aderente come il passo di un campagnolo sulla terra, ho seguitato a commemorarlo, con una malinconia che l'umilt faceva pi dolce. Nessun bisogno di ingrandire l'uomo che ha scritta " Ntre jeunesse" , che parlava dei settantacinque cos gracili smilzi damerini o di s cos nodoso rugoso contadino: la guerra l'ha fermato, l'ha coricato sul suolo del suo paese, calmo, fermo, superiore a tutti i nostri movimenti di un'ammirazione inutile come i rincrescimenti e le resipiscenze.

E mi veniva in mente anche Rolland, e altri di quella letteratura d'avanguardia, verso cui ho dei rimorsi di poca simpatia e di scarsa giustizia: adesso che fanno il loro dovere cos nobilmente, dopo aver contribuito anche loro, con l'ardore morale e con lo sforzo ed il coraggio, a quel rinnovamento interiore della nazione, che dopo esser stato orgoglio di una minoranza eletta, oggi  diventato principio di una forza comune e meravigliosa. Noi dovremo dunque ricordare con altro animo anche le prove e le audacie di una letteratura, che era l'anticipazione di una avvenire eroico?

Ma  inutile continuare. So la risposta che trover sempre alla fine, comunque tenti di travestire questa domanda.

Oggi  una cosa, e ieri fu un'altra. La forza morale e la virt presente non hanno rapporto diretto con quel che c'era di mediocre e povero e approssimativo in certi tentativi letterari. La guerra ha rivelato dei soldati, non degli scrittori.

Essa non cambia i valori artistici e non li crea: non cambia nulla nell'universo morale. E anche nell'ordine delle cose materiali, anche nel campo della sua azione diretta ...

Che cosa  che cambier su questa terra stanca, dopo che avr bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l'erba sopra sar tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che  sempre la stessa?

Io non faccio il profeta. Guardo le cose come sono. Guardo questa terra che porta il colore disseccato dell'inverno. Il silenzio fuma in un vapore violetto dagli avanzi del mondo dimenticato al freddo degli spazi. Le nuvole dormono senza moto sopra le creste dei monti accavallati e ristretti; e sotto il cielo vuoto si sente solo la stanchezza delle vecchie strade bianche e consumate giacere in mezzo alla pianura fosca.

Non vedo le traccie degli uomini. Le case sono piccole e disperse come macerie; un verde opaco e muto ha uguagliato i solchi e i sentieri nella monotonia del campo: e non c' n voce n suono se non di caligine che cresce e di cielo che s'abbassa; le lente onde di bruma sono spente in cenere fredda.

E la vita continua, attaccata a queste macerie, incisa in questi solchi, appiattita fra queste rughe, indistruttibile. Non si vedono gli uomini e non si sente il loro formicolare: sono piccoli perduti nello squallore della terra:  tanto tempo che ci sono, che oramai sono tutt'una cosa con la terra. I secoli si sono succeduti ai secoli; e sempre questi branchi di uomini sono rimasti nelle stesse valli, fra gli stessi monti: ognuno al suo posto, con una agitazione e un rimescolio interminabile che si  fermato sempre agli stessi confini. Popoli razze nazioni da quasi duemila anni sono accampate fra le pieghe di questa crosta indurita: flussi e riflussi, sovrapposizioni e allagamenti improvvisi hanno a volta a volta sommerso i limiti, spazzate le plaghe, sconvolto, distrutto, cambiato. Ma cos poco, cos brevemente. Le orme dei movimenti e dei passaggi si sono logorate nel confuso calpestio delle strade; e intorno, nei campi, nei solchi, fra i sassi, la vita ha continuato uguale;  ripullulata dalle semenze nascoste, con la stessa forma, con lo stesso suono di linguaggi e con gli stessi oscuri vincoli, che fanno di tanti piccoli esseri divisi, dentro un cerchio indefinibile e preciso, una cosa sola; la razza, che rinnova attraverso cento generazioni diverse la forma dei crani che giacciono ignoti sotto gli strati del terreno millenario, e l'accento, e la legge non scritta.

Che cos' una guerra in mezzo a queste creature innumerevoli e tenaci, che seguitano a scavare ognuna il suo solco, a pestare il suo sentiero, a far dei figli sulla zolla che copre i morti; interrotti, ricominciano: scacciati, ritornano?

La guerra  passata, devastando e sgominando; e milioni di uomini non se ne sono accorti. Son caduti, fuggiti gli individui; ma la vita  rimasta, irriducibile nella sua animalit istintiva e primordiale, per cui la vicenda del sole e delle stagioni ha pi importanza alla fine che tutte le guerre, romori fugaci, percosse sorde che si confondono con tutto il resto del travaglio e del dolore fatale nel vivere.

E dopo cento, dopo mille anni la guerra tornando si urta alle stesse dighe, riporta agli stessi sbocchi i gruppi degli uomini cacciati o suscitati dalle stesse sedi.  la stessa marea umana che ha traboccato sul Reno e per le Fiandre, ha allagato i piani germanici e sarmatici e s' rotta ai passi dei monti. Si combatte negli stessi campi, si cammina per le stesse strade.

 vero che questa volta un'ondata profonda pare che abbia sollevato irresistibilmente gli strati pi antichi della umanit che s'accampa nelle regioni d'Europa: non  un'avventura o un turbamento locale, ma un movimento di popoli interi strappati dalle loro radici. C'era stata nei primi giorni un'impressione indicibile; come se fosse tornato il tempo delle grandi alluvioni, per cui una razza pu prendere il posto di un'altra; l'Europa non aveva pi veduto questo da quasi duemila anni: erano i barbari d'allora, le masse delle gente nuova, che tornavano a muoversi dai luoghi in cui s'eran trovate ferme alla fine, quando la marea si ritir; e in tutto l'intervallo movimenti e sconvolgimenti parziali non le avevano pi spostate in modo durevole.

 probabile che non le sposteranno neanche questa volta. Non avremo forse neanche sovrapposizioni, di quelle che non valgono tuttavia a distruggere la vitalit conculcata di una razza, che risorge a poco a poco come l'erba calpestata e circuisce e macera e assorbe in s l'elemento estraneo; come accadde all'elemento germanico che aveva traboccato nell'Europa occidentale e meridionale, e che vi rest alla fine dell'invasioni e fu ribevuto dalle nostre terre.

Gi fin d'ora si sentono le maree avverse incontrarsi e rifluire dal frangente che non s' cambiato.

E alla fine tutto torner press'a poco al suo posto. La guerra avr liquidato una situazione che gi esisteva, non ne avr creata una nuova.

Ci saranno dei cambiamenti di tendenze politiche e di indirizzo morale; delle rettifiche e delle definizioni, cos dei confini geografici come dei valori civili, che diminuiranno, in quel che si suol chiamare l'equilibrio mondiale, il tono di certe parti e ne accresceranno altre: certi aggruppamenti, ricostituzioni, affermazioni, che maturavano ieri come coscienza e desiderio contrastato, saranno domani un fatto compiuto. Ma insomma non sar cambiato lo spirito della nostra civilt - in cui questa guerra era gi avvenuta e avveniva tuttavia -; e non sar toccata la sostanza dei popoli, non saranno soppressi n perduti quei principii e quegli imperativi storici, che ognuna delle grandi razze o formazioni nazionali, rappresenta da secoli nel suo posto e per il suo destino.

La storia non sar finita con questa guerra, e neanche modificata essenzialmente; n per i vincitori n per i vinti. E forse, neanche per l'Italia.

Vilt italiana, destino mancato, strade chiuse, posto perduto per sempre: anche noi, in questi mesi di aspettazione, abbiamo parlato di queste cose; o piuttosto non abbiamo avuto il coraggio di parlarne, oppressi da un'angoscia oscura, affrettando con l'animo di giorno in giorno il momento, che non passasse l'occasione, che non si perdesse in modo da non poter essere pi ritrovata.

Certo, c'era qualche cosa di vero in queste ansie.

Che l'Italia abbia qualche cosa da fare; un dovere da compiere e un avvenire da preparare o da assicurare, qualche cosa di storicamente determinato e preciso, ai suoi confini, sulla sua strada, lo sappiamo tutti; anche quelli che lo negano e lo impediscono, con uno sforzo che finisce a definire con certezza sempre pi semplice il problema presente.

Ma appunto perch questo problema  essenziale e sostanziale nella nostra storia, non possiamo credere che si esaurisca con oggi. Quella ricostituzione della nostra gente, intera e attraversata ancora una volta sul cammino e contro l'urto dei vicini crescenti, quell'anticipazione del nostro avvenire per le antiche perpetuamente rinnovate vie del levante, che avremmo voluto realizzare oggi, sono tutt'una cosa con l'Italia. E l'Italia resta. Non finisce, non muore; anche se sembri ora esclusa dal dramma immenso, sorda al richiamo del suo destino, abbandonata come un pezzo di legno morto fuor della corrente della storia.

Certi problemi non possono rimaner legati al destino di una generazione; che pu anche essere fiacca, pettegola, ottusa, cieca, vile; come questa sembra. Ma l'Italia  un'altra cosa.  una realt. Pare che dorma, in questa distesa grigia, fra queste Alpi taciturne e questo mare scolorito, sotto il cielo basso e chiuso; con tutti i suoi uomini rintanati nel torpore e nello squallore delle piccole case, ognuno stretto fra i suoi muri, seduto alla cenere e al fumo del suo focolare, imprigionato nel suo buco, nel suo orizzonte, nei suoi interessi, nella sua meschinit. Di quali destini o di quale avvenire vorrete parlare al bottegaio della citt lass, o al contadino di questa campagna? Di quali problemi si pu accorger l'egoismo, che  la forza sola e la ragion d'essere che ha sostenuto e mantenuto attraverso il tempo, al di fuori del tempo, la vitalit del branco, attaccato alla sua terra, alle sue cupidigie, al suo lavoro e al suo dolore, oggi come tremila anni fa; come sempre, fin che ci saranno viventi sotto il sole?

E va bene. Soltanto, la debolezza di oggi pu esser la virt di domani. Questa quasi animalit sorda e irriducibile, che esaspera oggi e contrista le nostre coscienze agitate,  forse una delle forze sostanziali,  la realt della razza; che esiste e resiste, cresce, si espande, si moltiplica con una spinta istintiva, oscura e dispersa ancora, ma profonda e tenace, capace di ritrovarsi e di affermarsi al di l della nostra vita, che  corta e transitoria.

Questa Italia esiste; vive; fa la sua strada. Se manca oggi alla chiamata, risponder forse domani; fra cinquanta anni, fra cento; e sar ancora in tempo. Che cosa sono gli anni a un popolo?

Il mare, i monti, il teatro della storia non si muta: l'Italia ha tempo. Non c' niente mai di fallito o di perduto in un popolo che ha la vitalit e la vivacit di questo. Anche se non avr preso parte alla guerra.

Ci pu essere un po'duro da ammettere. Ripugna a qualcuno di dover concludere che in fondo in fondo tutta questa brava gente che abbiamo d'intorno e che pare abbia in pugno le sorti del nostro paese, parlamento, stampa, professori, Giolitti eccellente uomo, e diplomatici, preti, socialisti ancora migliori - non avranno fatto molto male, come non erano capaci di far molto bene; e l'ira verso di loro  tanto esagerata quanto inutile il disprezzo. Il destino dell'Italia non era nelle loro mani. Non avremo niente da vendicare. Quel fremito di vergogna e di rabbia, che volevamo portare chiuso nel cuore, fino al momento dello sfogo, finisce quasi in un sorriso.

E anche questa  una cosa malinconica. Una cosa sciupata. Ma ce n' tante!

E tutte insieme sono niente se penso a quello che va sciupato, a ogni minuto, intanto che io parlo, intanto che io penso, intanto che io scrivo, sangue e dolore e travaglio di uomini presi in questo gorgo vasto della guerra. Gorgo che si consuma in s stesso.

Che cosa diventano i resultati, le rivendicazioni di territori o di confini, le indennit e i patti e la liquidazione ultima, sia pur piena e compiuta, di fronte a ci?

Crediamo pure, per un momento, che gli oppressi saranno vendicati e gli oppressori saranno abbassati; l'esito finale sar tutta la giustizia e tutto il maggior bene possibile su questa terra. Ma non c' bene che paghi la lagrima pianta invano, il lamento del ferito che  rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuta notizia, il sangue e lo strazio umano che non ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio nell'eternit.

E poi, di qual bene si tratta? Anche gli esuli che aspettano la fine come il compimento della profezia e l'avvento del cielo sulla terra, sanno che il sogno  vano.

Forse il beneficio della guerra, come di tutte le cose,  in s stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie. Si impara a soffrire, a resistere, a contentarsi di poco, a vivere pi degnamente, con pi seria fraternit, con pi religiosa semplicit, individui e nazioni: finch non disimparino ...

Ma del resto  una perdita cieca, un dolore, uno sperpero, una distruzione enorme e inutile.

Parlavo prima di coloro che vorrebbero, per un istinto del cuore, sospendere quasi il corso dell'universo: obbligare tutte le cose a subire l'effetto di questa guerra, a conservarla, a continuarla, a non lasciar perdere niente dello sforzo durato dall'umanit.

 un'illusione; non meno naturale che vana. Il cuore, che s' ribellato per un istante, torna presto alla sua quiete usata: si rassegna a questa che non  maggiore n minore di tutte le altre ingiustizie, intollerabili e tollerate, del vivere. Il mondo  pieno di cose senza compenso. Tale  la sua legge. Penso che anch'io ho pianto fanciullo sulle corone antiche, sui popoli scomparsi senza colpa dalla scena del mondo, su tutte le cose che si sono perdute e pi di lor non si ragiona: ho letto con una lacrima negli occhi fissi, i denti stretti in silenzio, la storia delle conquiste e delle distruzioni, le vittorie dei Romani e dei barbari, le guerre degli Spagnuoli e le rivolte dei villani, le guerre dei trent'anni e le guerre di religione. Ero un fanciullo solo, e non sapevo come avrei potuto continuare a vivere. Ma ho potuto continuare. Ho rinunciato a vendicare le vittime, ho dimenticato di consolare quelli che erano morti senza consolazione: ho vissuto egualmente. (Ho vissuto accanto ai miei cari che sono morti. Li ho lasciati sotto terra e me ne sono andato per le strade del mondo). Posso fare cos anche adesso.

Questa storia, che chiamiamo presente, non  diversa da quelle, che crediamo di aver letto soltanto nei libri: partecipiamo all'una come alle altre con lo stesso titolo. Vicini, ma anche cos lontani!

Facciano i Tedeschi e i loro amici tutto quello che vogliono e che possono. Noi abbiamo una cosa sola da offrire per compenso a tutte le ingiustizie dell'universo: ma questa ci basta, e il nostro cristianesimo, che ha perduto il Dio e tutta la speranza, non ha perduto la tristezza e il gusto dell'eternit.

Del resto, viviamo, poich non se ne pu fare a meno, e la vita  cos.

E facciamo magari della letteratura. Perch no? Questa letteratura, che io ho sempre amato con tutta la trascuranza e l'ironia che  propria del mio amore, che mi sono vergognato di prender sul serio fino al punto di aspettarne o cavarne qualche bene,  forse, fra tante altre, una delle cose pi degne.

Non c' mica bisogno per tutti del genio aspro e assoluto di quello che rideva a vedere i Prussiani sedere e trionfare nello squallore del suo vecchio paese; li osservava con un cinismo libero di ogni umanit, candido e ingenuo, e ne augurava degli altri.

Aggiunger che io non saprei neanche avere nel nostro lavoro la fiducia superba di alcuni miei vicini; vivo troppo fuori del secolo, per credere a una conquista dell'assoluto, che debba essere la parte esclusiva di questa generazione.

A parte ci, devo pur riconoscere che la nostra letteratura  una cosa non affatto futile n inutile. Non ce ne sono molte altre che valgano meglio, e che sian degne di pi rispetto, in Italia.

 una realt. C' intorno a me una semplificazione, un istinto di riduzione all'essenziale, una moltiplicazione di esigenze, che sono un tormento e una forza viva innegabile. Non importa se ci sia in tutto questo una astrazione e una povert non sempre volontaria, in cui io ritrovo tanto di me stesso, che mi impedisce di essere giusto. Insieme coi difetti, che sono un poco anche i miei, ci son pur qualit vere e progresso e suono e felicit, che non mi appartiene e che non posso negare.

E allora, dopo tanto tempo che ho perduto a prender sul serio ci che non mi riguarda, il meglio che mi resti da fare  forse di tornare, per quel tanto che mi  concesso, proprio a quella letteratura, che ho sempre considerata la cosa pi estrinseca e meno compromettente.

Dopo aver lasciato tutto il resto, questa  l'unica parte che mi rimane; e peggio per me, se mi par cos poco. La prender come una lezione, che so di aver meritato. E non parliamo pi della guerra.

Anzi, parliamone ancora.

M' voluto del tempo, per riuscire a quella conclusione, i giorni son passati intanto che me la ripetevo, e forse mi son scordato di qualche cosa. Bisogner tornare indietro, per un minuto, e ricapitolare, per fermarmi a oggi. Vediamo.

Il conto non  finito. Ho detto che questi pensieri mi pesavano, che bisognava liberarmene.

E, dunque, sono libero. Di pensieri.

Non era una cosa molto semplice. Erano tanti, penetrati cos dentro, un'abitudine, un'ombra oramai naturale e stabilita sopra tutte le altre cose di passaggio. Mi avevano fatto compagnia quando l'inverno giaceva sui colli duri, immanenti nell'aria di vetro; e il seccume giallo gi per le prode mostrava immobile le righe dell'acqua traboccante e della neve scolata via a rivoletti. Mi avevano fatto compagnia senza parlare, come un peso inevitabile.

E poi adesso li ho portati ancora a spasso con me per queste sere di primavera che tarda a venire; livida, scura, irritata dalle colonne di una polvere arida ancora d'inverno che si alzano e corrono via strisciando sulle strade di una bianchezza che  falsa sotto le nubi di mobile piombo.

Li ho portati e li ho tollerati tanto che alla fine me ne sono liberato. Li ho consumati, appunto, come un'abitudine; che a poco a poco perde ogni significato; finch uno si domanda, nel riprenderla, quasi meccanicamente, ma perch? e si volta indietro, e si meraviglia di aver durato tanto, nella ripetizione senza motivo; ed  finita.

Cos  accaduto a tutte queste inquietudini e angosce e pensieri, che stringevo dentro di me fin da quei giorni ultimi di luglio; chiuse, come una tristezza o un amore, che non si discute; esiste, dentro, e si applica a tutti i momenti e a tutti gli atti del vivere quotidiano. E poi viene il giorno che si discute. Cos, passo passo. Si tira fuori e si guarda. Parte per parte, pezzettino per pezzettino. A guardarlo fuori,  un altra cosa; tutta lisa, limata, logora, vana; e si comincia a buttar via, con una irritazione per ci che si  subto cos stupidamente, che si confonde con la gioia di sentirsi leggeri e col desiderio di aver finito presto, del tutto. Si fruga in tutti gli angoli, si scruta, si tenta, si esaminano tutte le reliquie, i compromessi, le tracce dissimulate e profonde: par che non s'abbia mai terminato questo lavoro di revisione e di pulizia, che alla fine ci far tirare un sospiro cos profondo di liberazione.

Ma anche questa volta ho terminato. Uno per uno, li ho esaminati tutti, i pretesti dietro cui mi ero rifugiato in un momento di debolezza; e nessuno ha potuto resistere alla interrogazione di uno sguardo freddo.

Sono libero e vuoto, alla fine. Un passo dietro l'altro, su per la rampata di ciottoli vecchi e lisci, con un muro alla fine e una porta aperta sul cielo; e di l il mondo. A ogni passo la corona del pino, che pareva stampata come un'incisione fredda lass su una pagina d'aria grigia, si sposta; si addensa; affonda i suoi aghi di un verde fosco e fresco in un cielo pi vasto, che scioglie tanti stracci di nuvole erranti in una gran trasparenza scolorata. C' una punta d'oro in quegli aghi che si tuffano nell'aria cos vuota, cos nuova. Anch'io son vuoto e nuovo.

Me ne accorgo, che ho agio di guardar tante cose. L'erba, per esempio; questa vecchia erba stinta, che par che aspetti le prime acquate brillanti, fra argento e sole: ma non  vecchia;  la luce spenta, senza riflesso che la fa parere; c' tante puntine sottili, e gambi nuovi, e foglie e lancie di una tenerezza appena dispiegata; ma tutto  un po'piatto, tisico, senza succhio e senza vernice. La polvere che ci soffia sopra  intonata a quella freddezza. Il vento la butta anche nei miei occhi con una puntura di ironia. Sicuro, c'era qualche altro fastidio, prima di questo grano di polvere che non arrivo a stropicciar via dall'angolo della palpebra; c'era ... una lacrima calda sul mio dito. E il fruscio della polvere che m'ha oltrepassato oramai e corre via dietro a me come un piccolo turbine. E poi la pausa del vento e il ritorno dei colori e delle forme nelle mie pupille libere. Il verde magro della proda, e poi tutto il pendio, attraverso la siepe brulla; grano sopra, prati e prati, gi, fino in basso; verde raso, a gradi freddi in ombra. E quella casa l di fronte improvvisa, come uno squillo; la facciata con l'intonaco crepato, e le finestrine buie; una pennellata d'oltre mare, cos crudo, cos fresco. Lo sfondo di aria tinta ne prende dei riflessi caldi, quasi di rosa. Finalmente! So che cosa  questa.

I colori che rincrudiscono sulla terra nuda e netta, l'ombra che si muove, una zona di tepore diffuso e brillante sotto le nubi gonfie; il verde che si rinfresca e il turchino che s'agghiaccia; luce di primavera nel finire del giorno.

Ecco quello che importa. Resto cos sospeso ad assaporare la mia libert nelle sensazioni che l'attraversano, erranti, senza corpo: aria lavata e vuota; colori muti. Libert.

Che cosa rimane di tutto il peso di prima? Un sorriso mi riporta, attraverso spazi e spazi, a una inquietudine che si perde lontana, sotto i miei piedi, come le casette della mia cittadina, raccolte laggi in una immobilit di pietra tagliata a secco, senza toni e senza intervalli: muri pallidi e campanili invecchiati; e tutto cos piccolo, cos fermo.

 lontana; non  pi mia. In me non c' altro che il vuoto. E in fondo al vuoto, il senso di tensione che viene dai ginocchi irrigiditi e da qualche cosa che si  fermato nella gola: la stretta delle mandibole, quando la testa si rovescia indietro a lasciar passare quello che cresce lento dal cuore.

Non  niente di straordinario. La mia carne conosce questa stretta improvvisa dell'angoscia, che sorge dal fondo buio, fra una pausa e l'altra della vita monotona, e l'arresta: cos; le gambe inchiodate alla terra, e tutto l'essere concentrato in uno spasimo di ansia, che tende a una a una le fibre.

Finch la tensione diventa sospiro; lenta onda che cresce dal petto oppresso e gonfia la gola salendo su su per tutte le vene; irresistibile onda della vita, che non si pu fermare. Se n'era andata, e ritorna. Tanto pi calda e pi piena, quanto da pi lontano.

Solleva tutto, trasporta tutto con s. Anche l'angustia, anche l'angoscia, anche il sospiro che sfugge dalle labbra stanche, e che io non penso di trattenere. Perch mai lo farei?

Esso  mio.  il mio essere, che non posso cambiare; e non voglio.  la parte pi oscura e pi vera di me stesso. Quando tutto il resto se n' andato, questo solo mi  rimasto. Scontentezza, angoscia, spasimo;  la mia vita di questo momento. Adesso ho capito. Ho potuto distruggere nella mia mente tutte le ragioni, i motivi intellettuali e universali, tutto quello che si pu discutere, dedurre, concludere; ma non ho distrutto quello che era nella mia carne mortale, che  pi elementare e irriducibile, la forza che mi stringe il cuore.  la passione.

Come ieri, come sempre. Quante volte ho portato con me questa compagnia. Non mai cos intima come oggi, come questa, che non ha n volto n nome;  tutta una cosa con la mia solitudine pi sola e con la mia contentezza pi amara.

Il resto  caduto come scaglia dagli occhi dissigillati. Ho sollevato le palpebre e ho sentito la gioia del loro gioco, cos semplice e cos naturale nello staccare ciglio da ciglio, e nel dare il passo quieto a tutte le cose del mondo: un piccolo cerchio viaggiate solo per me, nello spazio fra la retina e l'aria; l'ulivo che fa risuonare il metallo della sua scorza rugosa e il pallore delle sue foglie nella chiarezza che m' davanti.

E insieme con ci, dopo e prima di tutte le cose, la mia passione: angoscia: vita di questo momento. Perch non siamo eterni, ma uomini; e destinati a morire. Questo momento, che ci  toccato, non torner pi per noi, se lo lasceremo passare.

Hanno detto che l'Italia pu riparare, se anche manchi questa occasione che le  data; la potr ritrovare. Ma noi, come ripareremo?

Invecchieremo falliti? Saremo la gente che ha fallito il suo destino. Nessuno ce lo dir, e noi lo sapremo; ci parr d'averlo scordato, e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.

E sar inutile dare agli altri la colpa. A quelli che fanno la politica o che la vendono; all'egoismo stolto che fa il computo dei vantaggi, e cerca nel giornale quanti sono stati i morti; ai socialisti ed a Giolitti, ai diplomatici o ai contadini. La colpa  nostra, che viviamo con loro. Esser pronti, ognuno per suo conto, non significa niente; essere indignati, disgustati, avviliti  solo una debolezza. La realt  quella che vale. Anche la disgrazia  un peccato; e il pi grave di tutti, forse.

Fra mille milioni di vite, c'era un minuto per noi; e non l'avremo vissuto. Saremo stati sull'orlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio. E siamo rimasti fermi. Invecchieremo ricordandoci di questo. Noi, quelli delle mia generazione, che arriviamo adesso al limite, o l'abbiamo passato da poco; gente sciupata e superba. Chi dice che abbiamo spesa male la nostra vita, senza costruire e senza conquistare? Eravamo ricchi di tutto quello che abbiamo buttato; non avevamo perduto neppure un attimo dei giorni che ci son passati come l'acqua fra le dita. Perch eravamo destinati a questo punto, in cui tutti i peccati e le debolezze e le inutilit potevano trovare il loro impiego. Questo  il nostro assoluto.  cos semplice!

Non siamo asceti n fuori del mondo. Vivere vogliamo e non morire. Anche se ci tocchi quello che non si pu scansare col corpo, e che  sempre vita, quando lo incontriamo camminando per la nostra strada. Non abbiamo paure n illusioni. Non aspettiamo niente. Sappiamo che il nostro sacrificio non  indispensabile.

Ci fa pi semplice e pi sicura la nostra passione. Semplice come questo fremito del pascore, che sorge dalla terra bruna e mi sfiora le dita, mi fa sentire che sono calde e gonfie nell'aria viva: e l'acqua dev'essere ghiaccia laggi tra il grano dove s' fermata tra solco e solco; son rivoli e pozzette chiare; che lascian vedere l'argilla chiara sul fondo; e, sopra, sul nastro liquido teso brilla svolgendosi il fumo denso delle nuvole, come inchiostro che si scioglie in luce.

Si ha voglia di camminare, di andare. Ritrovo il contatto col mondo e con gli altri uomini, che mi stanno dietro, che possono venire con me. Sento il loro passo, il loro respiro confuso col mio; e la strada salda, liscia, dura, che suona sotto i passi, che resiste al piede che la calca. Non ho altro pi da pensare. Questo basta alla mia angoscia; questo che non  un sogno o un'illusione, ma un bisogno, un movimento, un fatto; il pi semplice del mondo. Mi assorbe tutto nella sua semplicit; mi fa caldo e sostanza.

Fede  sostanza ... No. Fede  una parola che non mi piace, e quanto a cose sperate, non ne conosco.

Non credo che ci sia niente di fatale o di misterioso nel mio desiderio. Fatalit della razza risorgente, istinto di umanit ricuperata, son tutte frasi che non destano in me nessuna eco precisa.

Le cose che io penso sono determinate e comuni. Quanto all'umanit, conosco solo quelli che ho vicini: quelli che mi fermavano quest'estate, quando passavo in bicicletta, in riva al mare, o per lo stradone infocato: si ricorda, caro professore, quando glielo raccontavo? (Era una delle ragioni per cui io rimanevo pi tranquillo accanto a lei che balzava e fremeva: mi guardava cogli occhi fissi: vedeva forse di me solo un'ombra, piccola, fra grandi ombre nere calanti sopra le terra. Anch'io cercavo altre cose, fuggite e desiderate, perdute e presenti, laggi sulla riva del mare; sull'orlo, dove l'onda fugge e ritira con s l'ultimo velo dell'acqua, mentre i fiocchi di spuma si spengono con un sibilo lieve; resta scoperta una riga di sabbia bruna, umida e intatta, come un sentiero nuovo per venirci incontro a piedi scalzi ... nessuno. Nessuno deve venire. - Cos andavamo l'uno presso l'altro, scambiandoci le parole, da rive ora vicine ora lontane: qualcuna cadeva, o arrivava con suon mutato. Qualche volta le sembrava di ascoltar me; e io non avevo parlato; era il suo cuore che batteva. Avrei avuto tante cose da aggiungere o da spiegare, tante cose accumulate e messe da parte pensando a lei, dopo quella sera che ci lasciammo, quasi stanchi di parole, fuggendo ognuno verso la sua inquietudine; la sua voce mi seguiva ancora fra le lunghe ombre del tramonto e io fissavo la ruota silenziosa che correva sulla polvere biancheggiante, come se fossi gi solo. Avrei dovuto tornare, se ci fossero state buone notizie del paese di Francia. Ci fu la Marna; vinsero i Francesi e non tornai. Noi non avevamo - noi non abbiamo ancora n combattuto n vinto). Una voce dal carro, che rasentavo passando; voce d'uomo supino, fra il sobbalzare e il cigolare del carico di barbabietole o di carbone, che va sotto il sole e arriver a notte alta; e un richiamo lento di l dal canale, fra i solchi biancastri e calcinati su cui dorme il riflesso del cielo e del mare, carico di un azzurro cos ricco, che anche la freschezza del suo soffio ha un peso sul viso. Sentivo la voce, strana, fra il silenzio e il fremere uguale delle gomme. "Signor tenente, ci torniamo presto?". Richiamati delle ultime manovre, che mi parlavano da uguali a uguale, cos diversi, colla frusta o il badile inmano, la camicia aperta e la faccia in sudore, corrugata un poco dal dubbio; dura e chiusa, anche alla luce del sole. Sentivamo la risposta, attenti; ci scambiavamo qualche altra parola indifferente; un saluto breve; e via. Bastava essersi riavvicinati per un momento.

E cos tutti gli altri mi han fermato, interrogato tante volte quest'inverno. Tanti che avevo dimenticato, tanti che non avevo mai conosciuto; ma tutta gente che dovrebbe andare, se viene quel giorno; si sentono pi vicini, intanto. Eran sempre le stesse domande: "che si vada? e quanto si tarda? e quand' che ci ritroviamo?", qualcuno sorridendo aperto, qualche altro rassegnato, qualcuno anche sospettoso, con un desiderio torvo di sentirsi rispondere di no. E sempre le solite risposte: "ma, se ci tocca, si va tutti questa volta. - Quasi, quasi, credo che ci siamo proprio. - O prima o dopo, quando bisogna andare, si va. Ci troveremo ...", con una reticenza istintiva, che mi spingeva a velare il mio desiderio per avvicinarlo alla loro preoccupazione, senza offenderla. Tanto, quello che conta non  la parola;  l'occhiata di complicit che ci scambiamo e che ci unisce, anche su rive opposte e con animo diverso, gente legata alla stessa sorte, che s'incontra e si riconosce. Tutte le parole son buone, quando il senso di tutte  uno solo: siamo insieme, aspettando oggi, come saremo nell'andare, domani.

Fratelli? S, certo. Non importa se ce n' dei riluttanti; infidi, tardi, cocciuti, divisi; cos devono essere i fratelli in questo mondo che non  perfetto. E accanto a quello che brontola o si ritrae diffidente, ci son tutti quelli che si aprono a un sorriso istintivo nell'incontrarmi - sorriso semplice e lieto che ha vent'anni un'altra volta sui volti cambiati, colle pieghe fisse e la barba aspra dell'uomo gi logoro -; quelli che mi stendon la mano dura con una timidezza affettuosa; quelli che posano sopra di me i loro occhi un po'turbati con un senso di improvvisa fiducia, come avendo ritrovata, nel momento dubbioso, la loro guida di ieri ... Guida da poco: ma io andavo avanti, e loro dietro. Cos si farebbe ancora. L'uomo non ha bisogno di molto per sentirsi sicuro.

Purch si vada! Dietro di me son tutti fratelli, quelli che vengono, anche se non li vedo e non li conosco bene.

Mi contento di quello che abbiamo di comune, pi forte di tutte le divisioni. Mi contento della strada che dovremo fare insieme, e che ci porter tutti egualmente: e sar un passo, un respiro, una cadenza, un destino solo, per tutti. Dopo i primi chilometri di marcia, le differenze saranno cadute come il sudore a goccia a goccia dai volti bassi gi sul terreno, fra lo strascicare dei piedi pesanti e il crescere del respiro grosso; e poi ci sar solo della gente stanca che si abbatte, e riprende lena, e prosegue; senza mormorare senza entusiasmarsi;  cos naturale fare quello che bisogna. Non c' tempo per ricordare il passato o per pensare molto, quando si  stretti gomito a gomito, e c' tante cose da fare; anzi una sola, fra tutti.

Andare insieme. Uno dopo l'altro per i sentieri fra i monti, che odorano di ginestre e di menta; si sfila come formiche per la parete, e si sporge la testa alla fine di l dal crinale, cauti, nel silenzio della mattina. O la sera per le grandi strade soffici, che la pesta dei piedi  innumerevole e sorda nel buio, e sopra c' un filo di luna verdina lass tra le piccole bianche vergini stelle d'aprile; e quando ci si ferma, si sente sul collo il soffio caldo della colonna che serra sotto. O le notti, di un sonno sepolto nella profondit del nero cielo agghiacciato; e poi si sente tra il sonno il pianto fosco dell'alba, sottile come l'incrinatura di un cristallo; e su, che il giorno  gi pallido. Cos, marciare e fermarsi, riposare e sorgere, faticare e tacere, insieme; file e file di uomini che seguono la stessa traccia, che calcano la stessa terra; cara terra, dura, solida, eterna; ferma sotto i nostri piedi, buona per i nostri corpi. E tutto il resto che non si dice, perch bisogna esserci e allora si sente; in un modo, che le frasi diventano inutili.

Laggi in citt si parla forse ancora di partiti, di tendenze opposte; di gente che non va d'accordo; di gente che avrebbe paura, che si rifiuterebbe, che verrebbe a malincuore.

Pu esserci anche qualche cosa di vero, finch si resta per quelle strade, fra quelle case.

Ma io vivo in un altro luogo. In quell'Italia che mi  sembrata sorda e vuota, quando la guardavo soltanto; ma adesso sento che pu esser piena di uomini come son io, stretti dalla mia ansia e incamminati per la mia strada, capaci di appoggiarsi l'uno all'altro, di vivere e di morire insieme, anche senza saperne il perch se venga l'ora.

Pu darsi che non venga mai.  tanto che l'aspettiamo e non  mai venuta!

Che cosa ho io oggi di pi sicuro a cui fidarmi, all'infuori del desiderio che mi stringe sempre pi forte?

Non so e non curo. Tutto il mio essere  un fremito di speranze a cui mi abbandono senza pi domandare; e so che non son solo. Tutte le inquietudini e le agitazioni e le risse e i rumori d'intorno nel loro sussurro confuso hanno la voce della mia speranza. Quando tutto sar mancato, quando sar il tempo dell'ironia e dell'umiliazione, allora ci umilieremo: oggi  il tempo dell'angoscia e della speranza.

E questa  tutta la certezza che mi bisognava.

Non mi occorrono altre assicurazioni sopra un avvenire che non mi riguarda. Il presente mi basta; non voglio n vedere n vivere al di l di questa ora di passione.

Comunque debba finire, essa  la mia; e non rinunzier neanche a un minuto dell'attesa, che mi appartiene.

Dirai che anche questa  letteratura?

E va bene. Non sar io a negarlo. Perch dovrei darti un dispiacere? Io sono contento, oggi.


Cesena, 20-25 marzo.
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