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MATILDE SERAO


STORIA DI DUE ANIME.

1.

La bottega dei santi era la penultima della piccola via bassa e oscura, che sinuosamente lega la piazza grande di santa Maria la Nova alla piazzetta di santa Maria dell'Aiuto: e godeva un po'd'aria, un po'di luce, sol perch, dirimpetto ad essa, le antiche e brune case del vecchio quartiere popolare cessavano e poco indietro si ergeva la chiesa della Madonna dell'Aiuto, avente, accanto, il portoncino della sua Congregazione di Spirito. La bottega rozza e sguarnita, aveva una insegna di legno dipinto, scolorita dalla pioggia, dalla umidit costante della piccola via; vi si leggevano, appena, un nome e un cognome: Domenico Maresca. Tre impannate, a vetri, di cui quella centrale era la porta, erano, anch'esse, molto stinte nella loro base di legno e i vetri, oltre che sudici, erano appannati, velati da uno strato di gesso, qua e l pi forte, come se vi fosse stato messo a ditate: sicch nulla si potea scorgere nella bottega, da chi passava nella strada. Anche la maniglia della porta era impiastrata di bianco. Chi era nuovo della bottega e voleva entrarvi, poggiava le dita con precauzione, su questa maniglia: o bussava con leggerezza ai vetri, per farsi aprire. Un ragazzotto, storpio, sciancato, ma svelto, vestito con certi panni logori e coverti di macchie di ogni colore, macchie pi vive o pi smorte, ma ove, sovra ogni altra, vincevano le ditate di gesso, di biacca, il ragazzotto veniva ad aprire e non si toglieva, dal capo grosso di rachitico, il berretto singolare di carta bianca che distingue, a Napoli, i pittori di stanze, gli scultori di grosso, gli stuccatori: insegna del mestiere che essi non lasciano mai e con cui passeggiano, o vanno alle loro faccende, per la via.
Dentro, la bottega aveva le sue quattro mura dipinte di bianco, il che la chiariva assai: e sulle pareti erano sospesi, qua e l, dei calchi di gesso riproducenti delle faccie femminili e maschili, talvolta solo la maschera, talvolta la testa intiera; erano sospese delle mani, alcune tagliate al polso, alcune col braccio intiero; dei piedi senza gambe, o con tutta la gamba e il ginocchio. I visi femminili eran tutti della medesima apparenza di giovinezza e di bellezza, con la stessa espressione immobile di dolcezza e di piet, occhi levati al cielo o palpebre castamente abbassate, bocche socchiuse, come in atto di preghiera, o chiuse e pensose, senza sorriso: riproduzioni di Madonne antiche, di antiche sante, modelli gi copiati tante volte, le cui linee si smussavano per il tempo e l'uso, deturpate dalla polvere, che si accumulava, nei cavi, negli angoli. I calchi delle fisonomie maschili erano svariati, di giovini, di vecchi, di uomini imberbi, di uomini con lunghe barbe, con atti diversi, con espressioni diverse, di pensiero, di fierezza, di sdegno, di estasi: mescolati, fra tutto questo, tanti calchi di volti infantili, teste ricciolute, visetti ridenti, visetti sorridenti, visetti di bambini Ges o di angioletti, con le ali piccole attaccate sotto al collo pienotto, ali aperte e levate, come un'aureola.
Su cavalletti di legno grezzo, su colonne, su trampoli da scultore, i santi popolavano, intorno intorno, in mezzo, la bottega, lasciando solo lo spazio ad una larga tavola coverta di vasi e vasetti, di bottiglie e bottigliette, piene di colori da dipingere, di pasta da formare; e mucchietti secchi o umidi di creta, di biacca, di stucco, sporcavano la tavola, e pennelli grossi e sottili vi si confondevano con ogni strumento di legno, di ferro, per formare, per plasmare, per dipingere, per lucidare. I santi popolavano la bottega, tanto numerosi, che appena appena, lo scultore pittore poteva girare fra i cavalletti e le colonne, e fare il suo duplice lavoro: e ve ne erano di tutte le dimensioni, da una piccola Madonna della Salette, alta quanto una bambolina, che si nascondeva, quasi, in un cantoncello, a un grande san Michele Arcangelo, posto nel centro della bottega, grande due terzi del naturale, poggiato sovra un largo piedistallo, coi piedi vittoriosi sul corpo e sul capo di un grosso dragone, vinto dal guerriero di Dio e che era l l per essere trapassato dalla fulminea, luminosa spada; mentre, in fondo alla bottega, sovra un piedistallo anche pi maestoso, vi era una grande figura di santo o di santa: s'ignorava, poich era completamente coperta e chiusa da un grande panno grigio, che ne celava ogni linea. Era molto pi grande del naturale: una di quelle statue colossali, destinate a salire in cima a un altare, in alto, in fondo a una vasta chiesa, e a esser guardate, ammirate, adorate, da una folla di persone oranti, oranti sino laggi, alla porta estrema del tempio. Questi santi, anche, apparivano di fattura diversa. La piccola Madonna della Salette aveva di stucco, delicatamente dipinto, solo il volto idilliaco e le mani lunghette e fini: mentre era tutta vestita di una gran veste di lana bianca, con una coroncina di rosette artificiali che le orlava la gonna, un'orlatura di rosette intorno alle ampie maniche, e una coroncina di rose sul capo. Un cordone di seta bianca le stringeva alla cintura la tunica e i suoi piccoli piedi non si vedevano. Un san Giuseppe, alto mezzo metro, era, invece, tutto di legno e di stucco; e il volto e le mani e la prolissa barba grigia dipinta finemente sullo stucco, le vesti di Nazzareno, bigie e azzurro cupo, la tonaca e il mantello, eran dipinte, a pieghe immote, sul legno; sul suo alto bastone, per, vi era un mazzolino di fiori artificiali. Un san Vincenzo Ferreri misurava due terzi della persona, appoggiato sovra una larga base; aveva un vero vestito monacale, come  raffigurato sempre, tonaca nera, scapolare e cappuccio bianco, in lana grossa: e la sua testa ardita e pensosa, opera eguale di pittore e di scultore, si ergeva, plasmata e stuccata, con una fiammicella rossa, posata, sul cranio, dipinta, con evidenza, nelle ondulazioni della vampa, la fiammicella raffigurante lo Spirito Santo: mentre, nelle sue mani, vi era un vero libro, rilegato in nero, un Evangelio aperto. Cos, alcuni fra questi santi dovevano la loro forma di vita, esclusivamente al pittore e allo scultore: altri avevan bisogno, inoltre, di chi foggiasse loro le vesti, in istoffe adatte, e gliele mettesse addosso, aggiustandone le pieghe, e vi aggiungesse i simbolici attributi della loro santit, gli emblemi, i fiori, i gioielli. Non cos la statua del bello e temibile e terribile san Michele, centro di tutta quella singolare e curiosa coorte. La consuetudine non vuole che il cherubino, debellatore di Satana, si adorni di stoffe, di nastri, di galloni, di gioielli, di fiori: la sua immagine sfolgorante deve essere tutta dovuta all'arte: e nel riprodurla, come le regole dei vecchi, come le antichissime tradizioni degli scultori e dei pittori di santi impongono, bisogna rispettare il sacro carattere mistico e bellicoso di Michele, che, nei Cieli, tiene il cuore del Signore, quanto Gabriele, l'Annunciatore di Maria. Nella bottega dei santi, dunque, l'arcangelo levava il suo capo fiero e indomito sotto l'elmo tutto dorato, su cui l'artefice pittore aveva molto e molto faticato, per ottenere una doratura perfetta, lucidissima, abbagliante, adoperando la migliore delle porporine, sullo stucco: il collo era stretto da una gorgiera, e il petto tutto quanto chiuso in un'armatura di argento, a larghe scaglie rotonde, ove anche l'argento, tirato su dalle esperte mani, luccicava singolarmente, mentre di sotto la corazza usciva un gonnellino a pieghe, che appena copriva le ginocchia; le gambe erano nude, muscolose, ben modellate, di un bel color carnicino, con un lieve disegno azzurro di vene; i piedi calzati di stivaletti, pestavano il dragone vinto, che si torceva di dolore e di collera. Ma, in tutto questo, il viso di san Michele era roseo come quello di una fanciulla, e dei riccioli biondi spuntavano dal suo elmetto d'oro e i suoi occhi erano d'un cilestrino infantile, e il Vittorioso conservava la sua dolcezza di cherubino, nel suo impeto di guerriero divino.
Ma questa statua non era completa: mancavano ancora dei pezzi intieri dell'armatura, tutti bianchi di gesso e di biacca, su cui ancora non era stato adattato l'argento: le gambe, di fresco dipinte, erano lucidissime, come se non si fossero asciugate ancora: la spada fulgente era dorata solo per met: il piedistallo, su cui il Maligno gonfiava di rabbia impotente le anella del suo corpo di animale feroce e orrendo, anche era tutto bianco e aspettava il color d'oro, o di argento, su cui risaltasse il verde livido del dragone, e gli occhi di fuoco, e la lingua rossa ridotta a sibilare invano, sotto le folgori celesti del cherubino. Del resto, anche qualche altra statua, ma minore, appariva non finita. Un san Rocco, per esempio, tutto di legno e stucco, posato sovra una colonnina, apriva la sua tonacella marrone, col gesto fatidico, e mostrava il suo ginocchio nudo, ove una piaga vivida rammentava che egli  protettore contro la peste: era seguito da un piccolo cane, che la cara leggenda cristiana gli assegna per fedele compagno. Di questo san Rocco, non eran completi che il viso, le mani e una delle gambe, appunto quella della piaga: tutto il resto era grezzo: e il fedel compagno era informe. Un san Biagio, un mezzo busto, appena appena iniziato, aveva il viso dipinto per met, e l'aureola di metallo posava accanto a lui, mentre le due dita che si alzano per benedire, eran due bastoncelli di legno, sovra un pezzo di legno, che doveva esser la mano. Altri santi eran semicoperti da cenci oscuri, per non mostrare che mancavan di vesti, o che l'opera di stuccatura non era neppure cominciata e che la pittura era lontana. E, su tutta questa famiglia, s'innalzava, in fondo alla bottega, la statua ignota, grandissima, ermeticamente coperta e serrata nel suo drappo bigio, che non ne rivelava alcuna forma e lasciava sognare un santo, una santa, pi possente, pi ardente, pi mirabile, uno dei grandi taumaturghi, a cui si piegano le ginocchia dei desolati, dei disperati!
In un angolo della bottega era spinta, contro il muro, una piccola tavola, ove giacevano, alla rinfusa, due o tre libri consunti e laceri, un calamaio di terra cotta, una penna dalla punta morsicata, un calendario vecchio: su questa medesima tavola, facendo posto, il pittore mangiava il suo modesto pranzo, nei giorni in cui il lavoro premeva assai, ed egli non potea andare a casa sua, a mezzogiorno: una terrina di maccheroni, un pezzo di formaggio, un finocchio, un mezzo fiasco di vino, formavano il suo desinare, ed egli mangiava, in mezzo ai suoi santi di legno e di stucco, completi, non completi, incompleti, che guardavano il Cielo con occhi desiosi, che chinavano gli occhi sui sacri libri, piamente, e il soffio divino passava sulla loro fronte carica di pensiero; mentre si asciugava la bocca sporca di sugo di pomidoro, al tovagliolo che covriva la sua piccola mensa, egli beveva nel bicchiere di grosso vetro pesante, o beveva dal collo verdastro della caraffa. Pure, egli faceva tutto questo con modestia, curando, sempre, di non volger loro le spalle, e sogguardando, ogni tanto, verso la immensa statua che nessuno aveva mai vista, nascosta sotto quel lenzuolo oscuro, che ne celava assolutamente il viso e la persona. Dopo pranzo, si alzava subito, e il suo sciancatello portava via, immediatamente, fuori bottega, ogni avanzo: rientrava e spazzava, intorno alla tavola del pranzo, mentre il pittore prendeva dell'aria, sulla porta, guardando a sinistra, in alto, ove l'imponente palazzo Angiulli si estendeva, accanto alla Chiesa. Il pittore dei santi non fumava: suo padre, che aveva fatto lo stesso mestiere suo, glielo aveva sempre proibito, portandogli il proprio esempio, dicendo che un pittore dei santi non fuma, per rispetto alla santit delle immagini, che sorgono dalle sue dita che dipingono.
Domenico Maresca, pittore di santi, aveva ventotto anni. Era di media statura, piuttosto grasso, tendente alla pinguedine; un po'goffo nei movimenti, quando non era intorno alle sue statue, come impacciato dai piedi, dalle mani, dal suo torace che si gonfiava, quasi, sulle gambe sottili e sproporzionate; molto bianco di carnagione, ma di un biancore opaco, con qualche riflesso giallo, alle tempia, alle orecchie, agli angoli del naso: biondastro, di capelli molto deboli e che cominciavano a diradarsi, sulla fronte: biondastri i baffi, sfolti, sovra una bocca dalle labbra grosse, su cui restava una costante e curiosa espressione di puerilit: gli occhi di un azzurro molto pallido, come se un latte vi fosse mescolato, un po'rotondi, un po'esterni, spesso meravigliati, sempre che si fissavano su spettacoli che le sue Madonne e i suoi santerelli non erano. Tutto l'insieme dava l'impressione di una giovent che non fosse mai stata aitante e vigorosa, che una occupazione assorbente avesse intorpidita, che la mancanza di piaceri avesse gi sfiorita: l'impressione, latente, di una salute segretamente minata da mali ereditarii, misteriosi, compromessa, forse, dall'esistenza trascorsa nei cattivi odori della creta, dei colori, delle biacche, nella umidit della bottega, respirando atomi di metalli e di minerali nocivi. E in tutto questo, solo un dettaglio della persona attraeva gli occhi, li fermava, li seduceva: la belt delle mani, due mani bianche, dalle dita agili, dai gesti rapidi e armoniosi, due mani assolutamente belle, sane, giovani, ove viveva la forza e la grazia di un lavoro umile e nobile, insieme.
Domenico Maresca discendeva da una razza antica di pittori di santi, e quest'arte singolare, poich essa ne riassume tre o quattro, quella del plasmatore, dello stuccatore, del doratore e del pittore, quest'arte curiosa e pia, si trasmetteva, di padre in figlio, con ostinazione ereditaria, da forse duecento anni. Un antenato Maresca, quello che sembrava il capostipite di questa famiglia popolana di artisti, aveva avuto bottega, in quel singolarissimo vicolo di san Biagio dei Librai, ove non si traffica, non si vende e non si compra, cio, che di oggetti di santit, quadri, statue, presepi, ogni sorta d'immagini, argenteria e chincaglieria sacra, dallo scintillante ostensorio, all'ex voto di cera, dai rosari di lapislazzuli a quelli che costano due soldi. I Maresca venivano di l: ma, di generazione in generazione, si erano allontanati, diffusi verso il Divino Amore, verso il Corso di Napoli, verso San Giovanni Maggiore e, infine, quasi sulla soglia della Napoli nuova, della Napoli rifatta, verso santa Maria la Nova, alla Madonna dell'Aiuto. Uno di essi, Ferdinando Maresca, verso il principio del secolo aveva, anzi, acquistato una bella rinomanza, come scultore e pittore di pastori, le piccole statue, talvolta opere d'arte, talvolta ricchissime, che servono a popolare i Presepi delle grandi famiglie divote o, semplicemente, amanti del lusso e dell'arte. Don Ferdinando Maresca aveva venduto dei pastori al Presepio della regina Maria Carolina e, forse, nelle collezioni della Reggia di Capodimonte e di Caserta, vi sono ancora dei Re Magi, dei mendicanti, delle zingare, dovuti alle sue mani sapienti. Questa gloria della umile discendenza dei Maresca era, per, tramontata con lui; nessun altro aveva raggiunto la sua perfezion d'arte, neppure il suo lontano nepote Domenico. Anzi, qualcuno di essi aveva stentata la vita, perch, o non intendeva il lavoro, o non lo amava, o era stato sfortunato: tutti, poi, erano morti presto, prima dei cinquant'anni, corrosi da quel mestiere faticoso e pericoloso, avvelenati da quell'aria carica di odori malsani, umida e stagnante, consunti dal respirare quei corpi metallici, minerali, che eran necessari alla composizione delle loro statue. Anzi, uno zio, scapolo, di Domenico Maresca, a cui egli, pare, somigliasse molto, si era spento a trentadue anni, divorato da una piccola febbre quotidiana, datagli, dicono, da un tumore nel fegato. Suo padre, di cui egli era unico figlio, neanche aveva toccato i cinquant'anni, ed era morto di una violentissima colica epatica, lasciandolo a ventidue anni, orfano, poich Domenico Maresca aveva perduto sua madre, piccolissimo; non se ne ricordava neppure, e suo padre, interrogato, talvolta, evitava di parlarne, troncava il discorso, un po'turbato, e subito diventato muto e triste. Aveva assai lavorato, suo padre: e, morendo, aveva lasciato a suo figlio Domenico qualche migliaio di lire, accumulate soldo a soldo, dovute a grandi privazioni, ad una vita oscura e quasi povera, a un lavoro costante.
Questo lavoro, malgrado i suoi pericoli e le sue incertezze, malgrado le sue limitazioni e le sue convenzionalit, Domenico Maresca lo amava. Come, ora, lo sciancatello, figliuolo di un suo compare di cresima, adibito ai servizi infimi della bottega, imparava gi a macinare i colori, a impastare la biacca, a mesticare, a preparar forme e pennelli, cos, anche lui, piccino, appresso a suo padre, aveva imparato la sua arte. Un po'di scuola elementare; un po'di scuola di disegno; ma sempre in bottega, giorno per giorno, anno per anno, con una istruzione lenta, costante, pratica, sempre la medesima, non uscendo dalle regole tradizionali della pittura dei santi, regole fisse, immobili, strane, di un arcaismo mistico singolare, con un sapore ingenuo di leggenda primitiva, con una espressione dommatica venuta dall'insegnamento degli antichi. Qual Maresca, mai, avrebbe osato fare la statua di sant'Antonio abate, l'austero penitente della Tebaide, senza mettergli accanto, in segno di umilt, o, in segno della tentazione vinta, la testina di un maialetto? Qual mai Maresca avrebbe tentato di fare una santa Lucia, senza metterle, nella mano destra, la piccola coppa di argento ove nuotano i suoi due occhi, ed ella vede, intanto, vede coi suoi stellanti occhi aperti, sotto la bianca fronte? Qual mai vero e schietto pittore di santi, venuto da una lunga discendenza di pittori, avendo ereditato tutti i dettami pi assoluti della sua arte, avrebbe tentato di non mettere la piccola santa Barbara fra le folgori e le saette di argento o di metallo argentato? Tutto ci era parto della coscienza dell'artefice: come l'azzurro degli occhi di san Giovanni Evangelista, colui che dorm sul petto di Ges, come il fulvo dei disciolti capelli di Maddalena, come il roseo delle guance di Maria Egiziaca, come la barba a punta di san Francesco d'Assisi. Forse, Domenico Maresca, nel suo amore alla sua arte, aveva letto un po'minutamente la Vita dei Santi e sapeva qualche cosa di pi, di diverso, di quanto conosceva suo padre e suo nonno, e, forse, talvolta, egli aveva trovato la storia della religione assai differente dalla tradizione popolare. Ma a che cangiare nulla del passato, poich anche la religione diventava una cosa del passato, oramai, e il vivo amor della fede fioriva, pur troppo, solo nel popolo? Gi suo nonno si lagnava della tiepidezza, della indifferenza, in materia di amor divino, poich eran finiti i trasporti entusiastici dei ricchi, per avere una bella cappella in casa, con sontuose e artistiche statue dei santi protettori; eran finite le donazioni fatte generosamente alle chiese pi amate e pi protette dai ricchi, che le dotavano delle pi belle immagini; eran finite le larghe elemosine, per cui curati e parroci potevano ornare la loro chiesa prediletta di qualche statua vestita maestosamente, adorna con ori e con argenti. Il culto deperiva: sovra tutto, declinava alla ristrettezza, alla economia, alla fredda parsimonia, il denaro che, un tempo, si offriva generosamente al culto. Il padre di Domenico, si lamentava anche pi del nonno: anche quelli che ne avevano obbligo morale, vescovi e monsignori, anche quelli che avean fatto un voto, tutti lesinavano sopra la croce di argento che Ges tiene sul globo, stretto nella sua manina, sul piedistallo da darsi a san Ciro, sulle frecce coperte di acciaio che avevan trafitto san Sebastiano. Le discussioni, lira a lira, soldo a soldo, facevano pena: nessuno amava pi Dio, veramente, nessuno aveva pi, per la Madonna, quella tenera adorazione che si deve avere per la madre di noi tutti, per la Madre delle Madri. Vi eran voluti trent'anni di fatiche, per accumulare quelle poche migliaia di lire, da lasciare a suo figlio Domenico; e le aveva riunite, perch era stato sempre riservatissimo, austero, colpito presto da una tristezza sentimentale, di cui non parlava mai, schivo di qualunque piacere, timorato del Signore, consacrandogli segretamente il suo cuore, vedovo di un amore perduto. A che, dunque, sarebbe servita la maggior coltura di Domenico, e le sue idee pi larghe, se non a guastare il suo mestiere, le cui condizioni economiche non poteano che peggiorare, fra la crescente miseria dei tempi e il crescente distacco dal culto, di tutte le persone che poteano spendere? Forse Domenico, in cui, quasi, parea che rivivesse, talvolta, il suo bisavo, don Ferdinando Maresca, il creatore dei pastori d'arte, avrebbe tentato qualche novit: ma timido, esitante, di una volont molle, si lasciava andare alla vecchia tradizione, senza mai uscirne. Solamente, si era informato, a tempo, delle nuove forme sotto cui si venerava la Madonna, come erano fatte, cio, la Madonna della Salette, la Madonna di Lourdes, la Madonna di Pompei, come si riproducevano, in quali vesti, con quali attributi, con quali ornamenti: qualche santo era risalito in onore, nel culto terreno, cos, improvvisamente, sant'Antonio di Padova, per esempio, san Francesco di Paola, san Filippo Neri: ed egli aveva fatto anche qualche viaggetto, per vedere le statue antiche, quelle originali, o quasi originali, che potevano essere, persino, dei ritratti. Non era e non poteva diventare, quindi, un novatore, Domenico Maresca, il pittore dei santi, anche se qualche lieve movimento di libert gli fremesse, qualche giorno, nell'anima, contro le vecchie goffaggini, contro certe bruttezze innegabili, contro certi anacronismi del mestiere: ma era un artefice pieno di coscienza, preciso, scrupoloso. La sua reputazione era cos buona che, ad onta di tutto, i suoi affari prosperavano. Specialmente per le chiese di provincia, nei dintorni di Napoli e pi in l, dalla bottega di Domenico Maresca partivano gli Ecce-Homo, i san Luigi Gonzaga, i san Catello, i san Matteo, in grandi casse, imballati accuratamente, come oggetti fragili e preziosi. Oltre lo sciancatello, Nicolino, egli aveva dovuto prendere un giovane stuccatore e doratore, Gaetano Ursomando, un venosino, venuto a cercar pane dalla sua povera Basilicata.
Oltre che il suo mestiere, cui dava tutto il suo tempo, Domenico Maresca amava anche la Divinit. Certo, non di un amor mistico ardente, ma con un rispetto interiore e un timor vago, restatogli dall'infanzia, venutogli dal padre che era religiosissimo. Non frequentava molto le chiese, per pregarvi: ma vi entrava, per parlare coi parroci, nelle sacristie, con un senso di riverenza muta: ma, diceva, talvolta, scherzando, che tutte le statue dei santi, inviate in tante chiese e chiesette, in tante case di persone divote, pregavano per lui, peccatore, e che, quindi, egli aveva degli avvocati, in Paradiso, assai possenti, oltre la Grande Avvocata, la Madonna, che egli aveva cento volte riprodotta, sempre bella, sempre dolce, sempre soave. Egli stesso, per, come suo padre, faceva una vita molto castigata, molto seria, anche per necessit di mantenersi fedele la clientela: giacch un pittore di santi, frivolo, scialacquatore, vizioso, sarebbe tale una singolarit da far fuggire tutti i preti, tutti i sagrestani, tutte le pinzochere, che sono la base della sua clientela. Era ritenuto virtuoso; la gente gli attribuiva pi danaro di quello che egli possedesse e aveva ricevuto varie profferte di matrimonio; si era ricusato, egli, cos impacciato e cos dubbioso, in tutte le cose che non fossero l'arte sua, si era rifiutato recisamente. La sua vecchia serva, Mariangela, che viveva in sua casa da trent'anni, prima della sua nascita, approvava. Egli viveva scapolo, solitario, casto e spesso pensoso, spesso triste.

In quel pomeriggio d'inverno, nella piccola via annottava prima delle cinque. E Domenico Maresca, a cui premeva assai di lavorare intorno al suo san Michele, domandato con grandi insistenze dal parroco di Atripalda, dalla commissione, dal sindaco, da quanti avevan messo insieme il denaro, per avere un san Michele nuovo, loro protettore, aveva fatto accendere da Nicolino, il ragazzo, due grandi lumi a petrolio che avevano, dietro, un riflettore di latta, per raddoppiare la loro luce: e lui e il doratore di Venosa, lavoravano, uno davanti al santo, uno dietro, in silenzio, un po'curvi sotto i berretti bianchi di carta, con le larghe bluse azzurre tutte macchiate di bianco, di giallo, di rosso, di oro, di argento. Faceva molto freddo, fuori: non l dentro, ove essi stavano dalla mattina: piuttosto, l dentro, i cattivi odori delle tinte si eran fatti pi forti, pi densi, poich non si mutava l'aria. In quella grossa giornata di fatica, malgrado l'abitudine, quelle puzze finivano per stordirli, con la testa pesante e vuota. Domenico Maresca, pi pallido del consueto, e il venosino quasi verdastro nel suo bruno colore di contadino, strappato alle aride terre di Basilicata. Qualcuno fece stridere la maniglia per entrare.
- Buona notte, a Vossignoria - disse una voce di donna.
- Buona notte, donna Clementina - rispose Domenico, senza distrarsi dal suo lavoro.
Colei che era entrata, era una donna sulla quarantina, ma che sembrava molto pi vecchia, coi suoi capelli grigiastri mal pettinati, con la sua faccia oscura piena di rughe e le labbra di un viola pallido. Era vestita poveramente, con uno scialle nero stretto sul collo e sul petto, che mal la doveva difendere contro il freddo: si trascinava stancamente, e cerc, subito, una delle due o tre sedie: vi si gett sopra, con un sospiro dolente.
- Che ci dite di bello, donna Clementina?- chiese il pittore, senza levare la testa dal lavoro, adoperando la frase curiosa e convenzionale del popolo.
- Niente di bello, don Domenico mio, proprio niente. Tutte cose brutte. Miseria, malattie e disperazione. Non ne posso pi.
E la voce triste e roca le si soffoc nella gola. Gittata su quella sedia, la donna cos mal vestita e sudicia, cos pallida e sfinita nell'aspetto, pareva uno straccio umano.
- Non vi scoraggiate, donna Clementina - mormor vagamente Domenico, a cui quei lagni non eran nuovi, ma che lo commovevano sempre.
- Dite bene, voi! Avete un'arte nelle mani, che Dio ve la benedica, la fatica non vi manca, qualche soldo da parte lo avete, siete solo: dite bene! Sapete quanti figli ho, io? Sei! E fra tre mesi sono sette. Sapete il pi grande, quanti anni ha? Dodici! E il pi piccolo, un anno. Ogni mattina e ogni sera queste sei bocche si aprono per mangiare, don Domenico mio, e hanno una fame, una fame!
- E vostro marito che fa?
- Che ha da fare, poveretto! Sta col sediario della chiesa della Pietrasanta, che lo tiene con s, proprio per carit, dice lui, e intanto il sediario guadagna cinque o sei lire al giorno, quando non  vesta, e una ventina di lire, la domenica, per l'affitto delle sedie. Pasquale mio piglia quindici soldi, i giorni di lavoro, venticinque la domenica. E fatica! fatica! Il sediario dovrebbe spazzare la chiesa, lavare i vetri, spolverare tutto, e si scarica su Pasquale mio, mentre egli fa il signore, il sediario e le sue figliuole portano il cappello!
- E voi, donna Clementina?
- Io? Voi lo sapete che guadagno, io! Il lavoro non mi manca, perch, non faccio per vantarmi, poche sarte di santi sanno tener l'ago in mano, come Clementina Ascione; e se si vuol vestir bene una santa Genoveffa, un san Ciro, si deve venire da me. Don Mim, l'anno scorso una veste per un'Assunta, che doveva andare a santa Maria di Capua, la veste e il manto, don Mim, una bellezza! Ebbene, che ne ricavo? Quando ho messo insieme venticinque, trenta soldi al giorno,  una meraviglia. Si paga poco. Il lavoro non si capisce. Ognuno vuole spendere pochissimi soldi. Voi me lo insegnate. Non vi  pi religione: non vi sono pi denari. E tutti questi figli, Domenico mio! Ogni quindici mesi, uno: come se vi mancasse la razza della pezzenteria, in questo mondo: come se vi mancasse gente, per perpetuare la miseria.
- E che ne fate, di tutti questi figli?
- Eh, i pi grandi badano ai pi piccoli. Qualcuno va alla scuola pubblica; dicono che non si paga, eppure qualche soldo ve lo tirano sempre. Il primo sta col sacrestano della Rotonda, che gli d da mangiare, un piatto caldo, ma neppure un centesimo. Don Domenico mio, voi siete un signore, ma ascoltatemi bene, non vi maritate mai!
- E voi, perch vi siete maritata? - disse, con un fiacco sorriso, il pittore dei santi.
- Che volete, fu una stupidaggine! Io ero stata sempre ragazza di chiesa, mi chiamavano la bizzochella, mi volevo fare conversa a Regina Coeli e poi monaca, se ne ero degna: il Padre Eterno non mi ha voluta. Io vidi Pasquale, Pasquale vide me, non avevamo un soldo, n io, n lui, salvo la giovent, la voglia di lavorare e la religione. Ah che sbaglio, che sbaglio! Non vi ammogliate, don Domenico, vi parlo come una madre.
Egli tacque, pensoso. Da qualche momento non lavorava pi, vinto, forse dalla stanchezza, da quel peso sulla testa che faceva vacillare, talvolta, il suo cranio troppo grosso. Si appress alla sarta dei santi, cos querula nella sua onesta e laboriosa miseria, cos disfata dalla sua esistenza, e le chiese:
- Mi avete, poi, portata la veste di santa Rosalia, col manto? Io ho da mandarla a Palermo, santa Rosalia, a un monsignore.
- Non l'ho potuta finire, don Domenico mio - mormor ella, a voce bassa. - Questa giornata ho avuto tali e tanti malanni addosso, con questa gravidanza, col mio Gaetanuccio che ha la tosse convulsiva e, certo, la dar agli altri. Domani sera ve la porto, don Domenico. Solamente... questa sera... voi mi dovete aiutare... - E abbass ancora la voce, vergognandosi di quella faccia verde e chiusa del basilisco Gaetano Ursomando, che seguitava a tirar fuori l'argento sulla corazza di san Michele.
- ... anticiparmi cinque lire.
- Io vi ho abbastanza anticipato, donna Clementina - le rispose, anche a voce bassa, freddamente, ma senza durezza, il pittore dei santi.
-  vero,  vero, avete ragione, chi pu negarvelo? Ma io sconter tutto, ve lo giuro! Ne dovete fare Madonne, voi, don Domenico, e io vestirle, e, tutte belle, da far restare meravigliati tutti i divoti! Io sconter tutto; ma, stasera, non mi abbandonate, datemi quest'altro anticipo, e poi faremo i conti. Ho da far la cena a sei figli e comprare la medicina per Gaetanuccio. Se mi fate questo favore, io vado da don Carluccio, qua, in piazza.e il pover'uomo, malgrado i suoi guai, mi fa risparmiare...
- Voi andate da don Carluccio, il farmacista? - chiese, dopo una esitazione, Domenico Maresca.
- Gi.  pieno di tristezza, anche lui, perch nessuno ne manca. Ma quando mi vede, siccome mi conosce, da tanti anni, ed io conosco lui, che era giovane e ricco, oh tanto ricco, cos mi fa risparmiare qualche soldo!
- Ha tanta tristezza? Era molto ricco?
- Avevano carrozza e cavalli, i Dentale! Tenevano una grande fabbrica di medicine, fuori Napoli, verso san Giovanni a Teduccio: e don Carluccio spos un'altra Dentale, sua cugina, per non fare uscire le ricchezze dalla famiglia. Che sfarzo, quel matrimonio! Io era ragazza, allora, e abitavo dirimpetto al loro palazzo e mi chiamarono su, in cucina, ed ebbi pranzo, e due gelati, e confetti! E quando nacque Anna! Che battesimo, don Dom! Solo il vestito di ricamo della bambina, valeva trecento lire. Chi glielo avesse detto, a donna Nannina, quel che le doveva succedere!
- Voi la vedete, qualche volta, la signorina Anna? - soggiunse, con voce velata, Domenico.
- Raramente. Che volete, era ricca,  diventata quasi povera, e non se ne pu capacitare. Non parla, non si lagna, non versa una lagrima, ma io so che ne patisce moltissimo. Aveva gi dieci anni, quando cominciarono i cattivi affari. Essa capiva tutto. Fu un seguito di disgrazie; a quindici o sedici anni, vi fu il fallimento, e Anna vedette morire sua madre di un tifo, una malattia nella testa, venutale pel dispiacere. Cos, a poco a poco, venduto tutto, padre e figlia si sono ridotti, anni fa, con qualche migliaio di lire, in questa farmacia, e ora sono pieni di debiti, sempre, e non possono andare avanti, perch non hanno capitali, e la farmacia  quasi vuota di medicine...
- Poveretta... poveretta! - disse Domenico a occhi bassi.
- S, poveretta, proprio lei, perch fino adesso, almeno, ella stava sola sola, al terzo piano, in un quartino del palazzo Angiulli, e l lavorava, in segreto, non uscendo quasi mai, vergognandosi di uscire, non avendo vestiti nuovi, perch donna Nannina  molto superba. Adesso, nientemeno, il padre la vuole far scendere in farmacia, a vendere, e lei non vuole, non vuole...
- Ha ragione!
Ragione, don Dom? Quando vi sono guai, bisogna fare tutto. Don Carluccio non pu pi pagare n il commesso, n il contabile: d'altronde, donna Nannina  una bella giovane...
- Voi che cosa dite, donna Clementina?
- Eh gi, dico questo, che, senza peccato, una bella giovane pu stare al pubblico, anzi tira gente e pu trovare anche un buon partito...
- Queste sono le cinque lire - replic don Domenico. asciuttamente, troncando il discorso.
La verbosa sarta dei santi lo guard, un po'stupita, prendendo il danaro. Sentiva di aver detto qualche cosa di spiacevole, ma non comprendeva che cosa. Si lev. con uno sforzo. Don Domenico era tornato presso la statua di san Michele, ma non aveva ripresa la stecca.
- Tante grazie, don Domenico: Dio vi deve benedire, in ogni cosa che desiderate. Domani sera, vi porto la veste di santa Rosalia...
- Va bene, buona sera.
- Buona sera, buona sera.
Uscita donna Clementina, il pittore dei santi gir due o tre volte per la bottega, cos, come se cercasse qualche cosa che non trovava. Il mal odore della creta, delle biacche, dei colori, si era fatto anche pi opprimente.
- Io apro un poco: non importa che fa freddo - disse, come fra s.
Uscita donna Clementina, il pittore dei santi gir due o tre volte per la bottega, cos, come se cercasse qualche cosa che non trovava. Il mal odore della creta, delle biacche, dei colori, si era fatto anche pi opprimente.
E schiuse la porta; la lasci spalancata; usc sulla via. Involontariamente, mentre faceva due o tre passi, avanti e indietro, quasi non sentendo il freddo acuto di tramontana che aveva persino disseccato l'umido della piccola strada, i suoi occhi si levarono, in alto, verso la gran muraglia del palazzo Angiulli, laterale alla chiesa della Madonna dell'Aiuto. Ivi, quattro linee di finestre e di balconi si sovrapponevano; alcuni illuminati, altri no, il secondo piano tutto chiuso e sbarrato, poich la vecchia principessa di Santa Marta, quell'anno, non era tornata da Turi, in provincia di Bari, dove i suoi coloni si negavano di pagare i fitti, ed ella era restata in provincia per vessarli, per perseguitarli. In verit, gli occhi di Domenico erano fermi a un balconcino del terzo piano, balconcino illuminato fiocamente, come da una lampada velata. Ma niuno appariva dietro i cristalli, in quella gelida sera d'inverno. Un'ombra oscura di donna, venendo dai Banchi Nuovi, con passo leggiero, ma un po'lento, sfior il pittore dei santi: la persona si ferm.
- Buona sera, Mim.
Era una voce assai tenue, ma musicale, quasi cristallina, nella sua tenuit. Un viso bianco, appena, si distingueva, nella cornice di uno scialle, di un cappuccio bruno.
- Buona sera, Gelsomina.
- Che fai, qui, a quest'ora, Mim?- chiese la piccola voce, un po'cantante e cos limpida.
- Prendo l'aria.
- Con questo freddo?
- Dentro, vi  cattivo odore, ho lavorato troppo, oggi. E tu, dove vai?
- Vado alla Congregazione di Spirito. Vi  la novena della Immacolata.
- Ti vuoi fare santarella, Gelsomina?
- Oh no!- disse la soave voce, con un profondo sospiro, pieno di rimpianto, pieno di rammarico.
- E perch no?
- Perch ... perch ... perch! - soggiunse la donna, la giovne, con un accento enigmatico, pieno di malinconia.
- Di'una preghiera, per me, Gelsomina - replic Domenico, facendo per rientrare nella bottega.
- La dico, la dico. Buona sera; dopo la Congregazione, Mim, vengo a darti la buonanotte.
E la figurina di donna se ne and, col suo passo lieve ma rapido, verso il portoncino della Congregazione di Spirito, vi sparve. Il pittore dei santi era rientrato in bottega, aveva chiuso la porta, e come ristorato dall'aria fredda bevuta, fuori, aveva ricominciato a lavorare, assiduamente, intorno al suo san Michele. Il taciturno stuccatore, accanito alla fatica, appena levava il capo, mentre le sue mani sozze di biacca, di colori, di argento, andavano, andavano, sopra le scaglie rotonde dell'armatura del cherubino. Quasi un'ora pass, in un lavoro muto e assiduo, senza che nulla e nessuno venisse a disturbare il pittore dei santi e il suo compagno di lavoro. Erano, forse, le sette, quando stridette di nuovo la maniglia della porta, e la vetrata, aprendosi, lasci il passo a un uomo, che, subito, richiuse cautelatamente la porta.
- Buona sera, signor Maresca.
- Buona sera, signore.
Il nuovo arrivato non si avanzava, fermo innanzi alla vetrata chiusa. Era un uomo di circa quarantacinque anni, con un volto che aveva dovuto esser molto bello e molto nobile, ma che portava le tracce di appassimento precoce, di una sfioritura dovuta, certo, ai piaceri o ai dolori, e forse ai piaceri e ai dolori, insieme, di una esistenza agitata e febbrile. Un viso consunto, infine, coi neri capelli tutti brizzolati sulle tempie: una piega di silenzio amaro, ai due lati della bocca. Alto, ben fatto, quell'uomo appariva gi un po'curvo, e le sue mani, guantate con eleganza, si appoggiavano sovra un bastone dal pomo di argento, con una certa stanchezza. Egli era chiuso in una pelliccia, molto ricca, e tutto l'insieme denotava il gentiluomo, specialmente la nobilt persistente dei lineamenti sciupati. Domenico Maresca, che lo doveva conoscere e che doveva, anzi, sapere bene lo scopo di quella visita, comprese anche che il gentiluomo non voleva inoltrarsi nella bottega: lo comprese pure dallo sguardo inquieto e sospettoso, che l'altro aveva volto verso lo stuccatore di Basilicata. Allora, il pittore dei santi si accost al gentiluomo, presso la porta, e, in piedi, a voce bassissima, smorzando le parole, avvenne il seguente dialogo:
- Io sono venuto, signor Maresca, per quella faccenda.
- Sta bene, signor duca. Sono a voi.
- Fatemi il piacere di non darmi il titolo - replic subito il gentiluomo, soffocando un moto d'irritazione. - Io sono un divoto, niente altro. Che mi dite, per la mia statua?
- Io non posso cominciare il lavoro che fra tre mesi.
- E perch?
- Il perch, l'ho gi detto, signor... l'ho detto l'altra volta. Ho impegni, per tre mesi, per statue piccole e grandi. Sono solo, al lavoro: non mi posso fidare di nessuno. Questo qui  semplicemente uno stuccatore...
- La statua mia, la voglio da voi.
- Anche!
- Il doppio?
- Ho promesso ad altri, debbo mantenere - mormor Domenico Maresca, crollando il capo. E perch tanta fretta?
-  un voto - disse misteriosamente, a occhi bassi, il gentiluomo.
- Capisco. La Madonna, per, vede, capisce, sa, e si ricorda. La vostra intenzione le  nota. Ma se volete onorarla veramente, se volete avere una cosa molto bella, bisogna che aspettiate.
- Sicuramente. La vostra Madonna  l.
E fece un cenno con la mano, alle sue spalle.
- Dove?
- L.
Domenico Maresca indic la colossale statua, completamente ed ermeticamente chiusa nel grande panno bigio, di cui si distingueva solo la massa informe, ma nessuna linea. Il gentiluomo fece un paio di passi nella bottega, come a veder meglio: ma rest con gli occhi fissi su quella parete, ove la gran forma celata si rilevava. Era assorto.
- Mi pare piccola - disse, poi, lentamente, senza distogliere gli occhi.
- Sono le vostre misure.
- S, ma  piccola...
- Piccola? Ma in quale chiesa deve andare? - interruppe il pittore dei santi.
- Questo, non debbo dirvelo - rispose seccamente il gentiluomo. - Dite che sono le mie misure; e vi credo. Forse, l'avrei voluta pi grande...
- Quella di santa Brigida  assai meno grande... - spieg l'artefice, non aggiungendo altro, per discrezione.
- Credete? Gli occhi s'ingannano. E non si pu vedere?
- Che vorreste vedere? Nulla  fatto. Fra tre mesi: vi ripeto.
- Ho compreso, ho compreso. Ma, intanto, avete dato gli ordini per la veste ricamata?
- S, di questo mi sono occupato. Ho cercato di averla dai fratelli Rota, anche pagando bene, poich mi avevate dato carta bianca; ma i fratelli Rota hanno tutte le loro ricamatrici gi prese per altri due o tre mesi, per lavori di pianete, e di altri arredi sacri. Anche qui, bisognava aspettare. Allora sono andato da donna Raffaelina Galante, una ricamatrice che lavora in casa sua, con due sue nipoti, per vedere se fosse libera ...
- E lavora bene?
- Ricama divinamente. Donna Raffaelina sar libera fra un mese e acconsente a ricamare, per voi, questa veste e questo manto della Madonna Addolorata.
- E quanto tempo vi metter?
- Ce ne vorr, del tempo: tutto il davanti dell'abito e i due lati del mantello, innanzi, li deve eseguire lei, perch le sue nepoti valgono meno di lei, come ricamatrici. Le parti di spalla, diciamo cos, le affider a loro. Domanda sei mesi di tempo.
-  enorme! Non l'avr mai, questa Madonna Addolorata - disse, irritatissimo, il gentiluomo.
- Ma una ricamatrice in oro non pu far miracoli, anche in onore della Vergine! Avrete una veste e un manto che saranno tutta una schiuma di ricamo.
- Sar... sar! Io ho tanto bisogno di sciogliere il mio voto!
Sul viso consumato del duca s'impresse un sentimento vivissimo di necessit triste, di necessit dolorosa.
- E che mi dite del prezzo, signor Maresca?
- Per la statua, nulla posso dirvi ancora, ma c'intenderemo facilmente. Per la veste e il manto ho calcolato, cos, alla meglio, che ci vorranno un cinquemila lire di oro.
- Cinquemila?
- Gi, deve esser di finissima qualit, mi avete detto.
- E le ricamatrici?
- Sono tre: lavoreranno sei mesi: non si contenteranno meno di millecinquecento lire.
- Benissimo! Avete pensato agli ornamenti, la corona d'argento massiccio, le sette spade, il fazzoletto di merletto?
- Vi  tempo, vi  tempo - disse, con un sorriso, il paziente Domenico Maresca.
- Io voglio darvi del denaro, intanto - mormor il fremente gentiluomo, facendo atto di sbottonarsi la pelliccia.
- No. Fra un mese. Man mano che servir l'oro per donna Raffaelina Galante, voi mi darete mille lire alla volta.
- Perch non tutto?
- No, non mi piace tenere troppo denaro degli altri, ed  inutile lasciare cinquemila lire di oro, in casa della ricamatrice, che pu esser derubata.
- Sta bene. Credete dunque, che io possa avere la mia Madonna dei Dolori, per l'agosto?
- Lo credo; se non sorgono ostacoli.
- La festa dell'Addolorata  in ottobre. Maresca, io debbo avere la statua prima della fine di agosto. Essa deve partire...lontano...
Si pent subito, il gentiluomo, di quello che aveva detto. La sua voce bassa divent novellamente aspra.
- Ricordatevi, Maresca, che voi non mi conoscete, che non mi avete mai veduto. Non voglio aver rapporti con l'argentiere, con la ricamatrice, con nessuno. Tutto passer per mano vostra.
- Sta bene.
- Quando vi domanderanno di chi  la statua, che direte?
- Io non debbo dire nulla, signore.
- Avrete una moglie, una sorella, una innamorata, le racconterete tutto!
- Io non ho nessuno - disse austeramente il pittore dei santi - e a mia madre istessa, benedetta anima, nulla narrerei.
- Benissimo. Quando la statua sar finita, io la mander a prendere, per gente mia. Voi non chiederete nulla a loro, n donde vengono n dove vanno. Io vi avr gi pagato. E vi scorderete di aver eseguito questa Madonna, come se fosse stato un sogno; come se mi aveste visto in sogno; voi vi scorderete di tutto.
- Sta bene - ribatt il pittore dei santi.
- Questo  il mio voto, signor Maresca, - concluse il gentiluomo, di cui le parole, adesso, tremavano, come vinte da una fortissima emozione.
- Che la Vergine lo esaudisca - replic Domenico Maresca, commosso anche lui.
- Deve esaudirlo, deve - esclam, sempre piano, ma con forza, il duca; - se no, sono perduto.
- La Vergine non permette che si perda nessuno.
- Ma io sono un peccatore, un grandissimo peccatore - disse, con voce spenta, quasi parlasse a s stesso, il gentiluomo a occhi bassi, pallido, sfinito nelle linee del viso e nella espressione.
Egli null'altro aggiunse; dopo una pausa, salut il pittore e sparve dietro la vetrata che si richiudeva.

Dal vicolo di Donnalbina, pochissimo lontano, ove Domenico Maresca aveva conservato il quartinetto di tre piccole stanze, abitato da tanti anni con suo padre, e ove suo padre era morto, Mariangela, l'antica serva, aveva consegnato nelle mani dello sciancatello Nicolino, adibito al servizio della bottega dei santi, la cena del suo padrone. Difatti, sulla tavola, sbarazzata alla meglio di quanto vi giaceva sparso e confuso, distesa una tovaglia grezza, ma pulita, una larga terrina era stata collocata, piena di una zuppa spessa e fumante, di ceci mescolati con la pasta; in un piatto pi piccolo, erano disposti due piedi di maiale, bolliti, cibo che Domenico Maresca prediligeva: due mele limoncelle completavano questo pasto, a cui sedettero il pittore dei santi ed il suo aiutante, Gaetano, perch costui era solo, in Napoli. Domenico, oltre la giornata, dava anche il cibo, obbedendo segretamente a un sentimento fraterno e misericordioso, verso quell'artefice povero e solingo, che portava nel viso e nel cuore tutta la tristezza della sua onesta e povera regione di Basilicata, e che, malgrado il suo umor torbido e taciturno, era un lavoratore esperto, accanito e fedele. I due mangiarono lentamente, in silenzio, con una grossa fame di faticatori che non si erano mai fermati, in otto ore, dal lavoro: a cucchiaiate essi riprendevano la zuppa, mettendola nel loro piattello: ognuno divor pianamente le cartilagini grigie e bianche che formano un piede di maiale, alternando il mangiare con qualche lungo sorso di vino. Nicolino, paziente, rassettava, alla meglio, la bottega, aspettando di avere la sua parte, negli avanzi. Sempre ne restava, poich Mariangela abbondava nella quantit, trovando che il suo padrone non aveva mai abbastanza appetito, compatendolo perch lavorava troppo, perch faceva una vita troppo rude e malinconica, per la sua et, e sapendo, anche, la provvida serva, che altri doveva pranzare e cenare con lui, con gli avanzi del pranzo e della cena. Oh, le terrine, i piatti, ritornavano assolutamente vuoti, nel vicolo di Donnalbina, ben legati nel grosso tovagliuolo: lo storpio vivace e famelico si occupava di ripulir tutto, col cucchiaio, col pane.
Finita la cena, e non pi di due o tre frasi erano state scambiate, Gaetano si lev, si tolse la lunga blusa scolorita dall'uso e coperta di macchie, s'infil una pesante giacchetta sovra un panciotto di lana, a maglia, oscuro, si tolse il tradizionale berretto di carta, si mise un cappellaccio vecchio, e salut:
- La buona notte a voi, don Domenico.
- Buona notte, Gaetano.
Il pittore dei santi rimase solo col ragazzino. Anche costui, dopo pochi minuti, and via, per riportare in casa del padrone tutto ci che era servito per la cena. Domenico Maresca ebbe un momento d'incertezza, come, ogni tanto, gli capitava, quando non si trattava dei suoi santi: ritto in mezzo alla bottega, era assorto in un dubbio, poich la sua fisonomia esprimeva una pena leggera.
- Santa notte, Mim.
- Santa notte, Gelsomina.
La donna, la giovine che gli aveva parlato, nell'ombra, nel freddo, in mezzo alla strada, un'ora e mezzo prima, era entrata nella bottega dei santi, col suo passo leggerissimo e molle, un poco. La luce delle due grandi lampade, rinforzata dai riflettori, ne chiariva, adesso, nettamente, la figura. Gelsomina era una fanciulla di diciotto anni; ma nel volto pallido e lunghetto, ove appena appena si diffondeva una sottile tinta rosea, persisteva una espressione infantile, che lo ringiovaniva assai: e nello sguardo ora puerilmente malizioso dei suoi grandi occhi grigiastri, ora un po'smarrito come di bimba sgomenta, in certe mosse della bella piccola bocca, sempre un po'schiusa, dalle labbra un po'sollevate sui dentini bianchi, nelle mosse di capriccio, di noia, di breve dolore, ancora, sempre, la infantilit si manifestava. Gelsomina avea una voglia, al basso di una guancia, presso il mento: un segnetto a forma di cuore che, un po'indistinto, d'inverno, si faceva roseo in primavera e prendeva l'aspetto di quel che era, cio una voglia di fragola. Qualcuno, per ischerzo, per l'abitudine popolare di mettere soprannomi, la chiamava fraolella, la fragoletta; ma ella s'indignava, i suoi occhi chiari si riempivano di una collera poco temibile, o di grosse lacrime. Credeva che quel segno, quella voglia, le deturpasse il viso: e non voleva che le fosse ricordato, mai.
- Io mi chiamo Gelsomina - diceva, fra l'ira e il dolore.
Gelsomina aveva, su quel viso ovale e pallido, sulla fronte breve, una massa fine e morbida di capelli castani che ella non sapeva mai pettinare bene, che disdegnava di farsi pettinare dalle solite acconciatrici del popolo, e il cui nodo, a treccia, le si disfaceva, sempre, sulla nuca, le cui ciocche si sfrangiavano, sempre, sulla fronte, sulle tempie. Uno dei suoi gesti favoriti era di rialzarsi le ciocche che le cadevano sugli occhi, di riannodare la treccia, sulla nuca. Usava, in questi capelli, delle forcinelle vistose, in falsa tartaruga, in chincaglieria, guarnite di perle false, di oro falso: ed era l l per perderne sempre qualcuna, sporgente dai capelli malfermi. Alta, snella, con una gracilit di forme che era piena di grazia, Gelsomina vestiva volentieri di nero, con una gonnelluccia attillata, che lasciava vedere i piedi, con una vitina molto attillata, su cui ella, a segnare di pi la sua snellezza, portava una cintura di pelle chiara, con una fibbia d'argento falso, carica di pietre false. Sul vestito nero, al collo, aveva quasi sempre una folta cravatta di seta rosa, di seta celeste, di seta lilla, o di merletto crema, che formava un fiocco ricco, ove, volentieri, ella abbassava il volto e immergeva il mento. Pure nella cravatta portava un fermaglio chiassoso, di falsi diamanti. Camminava con un passo particolare, quasi appena toccando terra, ma senza mai correre, anzi con un certo languore: e portava la piccola testa eretta, la bocca sempre un po'aperta, quasi a bere l'aria, come un uccellino. E di uccellino era la sua voce chiarissima, cristallina, con intonazioni curiosamente musicali, con certe sillabe trillanti, certe sillabe cullanti, nel loro suono cadenzato. Per ripararsi contro il freddo della cruda stagione, quella sera, ella portava sulle spalle, sino alla cintura, una mantellinetta di panno nero, con qualche ricamo di giaietto, una povera piccola mantellina, comperata per cinque o sei lire, in un emporio a buon mercato; e, avvolto intorno al capo, uno scialletto di lana nera, a uncinetto. Teneva le mani nascoste sotto la mantellina, con un movimento di freddolosa. I suoi occhi larghi e chiari si fissarono su Domenico Maresca, con vivacit tenera, quasi interrogativa:
- Hai da fare, Mim? Posso restare?
- Non ho pi da fare, resta.
- Hai cenato? - chiese ella, sedendosi, in un angolo, presso la tavola.
- Ho cenato.
- Prosit!
- E tu, non hai cenato, Gelsomina?
- Io non ceno - mormor ella, crollando il capo, togliendosi i capelli dagli occhi.
- Perch? Non hai appetito? Mamm non ti d la cena?
- Io ho appetito -rispose Gelsomina, piano. - Ma non sempre, ho appetito. Allora, siccome mamm mi d tre o quattro soldi per la cena, io me li conservo.
- E brava! - disse il pittore di santi, con un lieve sorriso.
- Hai denaro da parte, allora.
- Mai niente! - esclam ella. ridendo un poco. - Appena ho due o tre lire, io le spendo.
- E che compri?
- Tante cose! Un metro di setina per farmi una cravatta; un fazzolettino fine; una broscia; un po'di merletto per le camicie.
- Ti piace di comparire, eh? - le chiese bonariamente il pittore dei santi.
- Assai! - diss'ella, con un lampo schietto di vanit, nei grandi occhi. - Mi piace assai! E non posso comparire: sono troppo pezzentella, Mim.
Una malinconia le vel il delicato viso pallido, una vera malinconia puerile, di bambina delusa nelle speranze e nei desiderii.
- Perch te ne affliggi tanto, Gelsomina? Fai all'amore, non  vero?
- Io? Io? - proruppe lei, arrossendo tenuemente, sotto la pelle fine del volto.
- Me lo hanno detto - soggiunse lui, per scusarsi, col suo solito tono di bont. - Si dicono tante cose...
- Sono bugie - rispose lei, un po'lentamente, abbassando le palpebre sugli occhi. - Sono tutte bugie. Io non amoreggio con nessuno.
- Tanto meglio - disse lui, per conchiudere.
Ella fiss di nuovo gli occhi in quelli di Mim Maresca, quasi aspettasse, con curiosit, con ansiet, un'altra domanda. Ma egli tacque. Non la guardava neppure. Gelsomina ebbe una leggiera smorfia di dispetto sulla bocca. E, dopo un silenzio, si decise lei a riprender quel discorso.
- Che ti hanno detto, le male lingue del quartiere, Mim? Con chi ti hanno detto che io amoreggiavo?
- Non vi badare. La gente parla cos volentieri!
- No, no, me lo devi dire, Mim. Voglio che me lo dici.
- E poi ti dispiaci, eh?
- Non mi dispiaccio, se me lo dici tu.
La voce della giovinetta era diventata, adesso, malinconica e carezzevole, mentre Domenico Maresca conservava il suo tono semplice e quasi indifferente.
- Ebbene, giacch lo vuoi sapere, te lo dir. Mi hanno detto, che tu amoreggi con don Franceschino Grimaldi, il figlio della baronessa.
Ella scrut ancora la fisonomia tranquilla, affabile e un poco stanca del pittore dei santi, e invece di rispondere, affermativamente, negativamente, interrog, a sua volta:
- E tu vi hai creduto?
- No, - disse lui, con una certa seriet.
- Meno male!
- Non potevo credere, Gelsomina, che una ragazza buona e religiosa, come sei tu, amoreggiasse con un signore.
- Gi... - disse lei, dopo una pausa. - Dovrei essere una pazza, a fidare nelle chiacchiere dei signori.
- E non le ascolti, non  vero, Gelsomina?
- Non le ascolto, Mim, quando posso - continu lei, pensosa, esitante. - Non sempre, posso. Certe volte, quando io mi nascondo, mentre passa don Franceschino, mamm mi sgrida.
- Mamm?
- Eh, si! Dice che  il figliuolo della padrona di casa; che noi siamo dei poveri portinai; che non bisogna essere screanzati; se no, ci mandano via.
- E tu che rispondi?
- Non rispondo nulla, certe volte. Quando sono di malumore, rispondo male, che non ho voglia di amoreggiare con don Franceschino, per farmi corbellare da lui, e che se si deve mangiare quel pane, io preferisco il digiuno.
- E mamm?
- Qualche volta mi schiaffeggia.
- Per questo?
- Per questo.
E con un accento semplice e profondo, la ragazza concluse:
- Tu lo sai, Mim, che essa non mi  madre.
- Povera Gelsomina! - soggiunse lui, con un accento di vera piet.
La ragazza chin la fronte e tacque. Aveva disciolto, parlando, il nodo, sotto il mento, del suo scialletto nero e lo aveva arrovesciato sulle spalle. La luce batteva sovra quella massa folta di capelli oscuri, mezzo disfatti sul collo, sovra la met di un piccolo orecchio bianco appena roseo, ove una grossa pietra verde pendeva, una malachite, e disegnava un profilo abbassato, giovanile, fine. L'uomo, seduto un po'lontano da lei, abbandonava sulla sedia il suo corpo tozzo, cos goffo, e sotto la luce vivida le ombre giallastre diffuse sul suo volto, un poco gonfio, scialbo, meglio si vedevano, si vedevano anche le radure dei capelli sulla fronte; e le radure dei baffi che crescevano male, incolti, di un colore biondo biancastro. Pure, gli occhi di Gelsomina, risollevandosi, si fissarono in quelli di Domenico, con un effluvio di simpatia, di fiducia, di speranza. E, ancora una volta, ella parve delusa. Si accorse che, da prima sera, Domenico era profondamente distratto: e che egli aveva dovuto fare uno sforzo, per interessarsi a ci che ella gli aveva narrato. Gelsomina non disse nulla: un sospiro le sollev il petto.
-  tardi, Mim - ella riprese. - Che fai tu, adesso?
- Chiudo la bottega e vado a casa.
- Direttamente?
- Direttamente.
- E l, che fai?
- Mi spoglio, mi corico, dormo.
- Hai sonno? Sei stanco?
- Spesso la stanchezza non mi fa dormire - replic lui, con cera turbata, quasi che prevedesse l'insonnia. per quella sera.
- E allora, che fai?
- Penso.
- E che pensi ? - chiese lei, gi sorridente. - Alle pecore che hai in Pugla?
- A tante cose... a tante persone - mormor Domenico, quasi dicendolo a s stesso.
- All'oscuro, stai?
- No, ho la lampada, accesa, innanzi all'Addolorata.
- Io avrei pi paura - disse lei, con accento bambinesco e guardandosi intorno - io avrei pi paura, con la lampada accesa. Mi parrebbe di vedere delle ombre...
- Quali ombre?
- Gli spiriti, Mim, i morti.
- Che! - disse lui, come sognando - i morti non ritornano.
- Quando ero pi piccola, Mim. io, dopo il rosario, pregavo sempre la Madonna di farmi vedere la mia mamma... sai... quell'altra ... la mamma mia vera... - e i grandi occhi di Gelsomina si fissarono, sognanti, guardando, nell'ombra, verso la strada.
- E l'hai mai vista? - domand ansiosamente Mim Maresca.
- No; mai.
- E io neppure, mia madre.
- Ma tu non te la ricordi? - chiese ingenuamente la fanciulla.
- Non me la ricordo - disse, brevemente, il pittore dei santi.
- Io s, io s, la mia.
- Beata te! - mormor lui. - Io non ho neppure un ritratto, nella casa mia, che mi pare un deserto.
- Chi vi sta? Sola, Mariangela?
- Mariangela, nessun altro. Un giorno o l'altro la povera vecchia se ne muore, e un saluto alla compagnia.
- E tu... tu... perch non ti ammogli?
Gelsomina si vergogn della domanda, subito dopo averla fatta. arrossi lievemente e strinse la bocca, contegnosamente, per assumere un aspetto serio.
- Non vi ho mai pensato... - disse Mim, semplicemente.
- E pensaci!
- Nessuna mi vuole: sono brutto: non so dire due parole: tutte mi rifiuterebbero.
- Perch dici questo, perch lo dici? - protest lei, fra la collera e la tristezza. - Sei cos buono! Sei un santo! Tutte ti vorrebbero!
- Tutte, sarebbero troppe - rispose lui con un sorriso affettuoso, innanzi all'entusiasmo della sua amica Gelsomina. Una, basterebbe.
- E perch non la cerchi, Mim?
- Io? Non ho il tempo. Ho da scolpire i santi, ho da dipingere le Madonne.
- Non ti occupi che di questo?
- Cos mi hanno avvezzato - conchiuse lui, malinconicamente.
Tacquero, ancora. Ella sollev lo scialletto sul capo, se lo leg sotto il mento. Era pensosa, di nuovo: incerta, anche, come se volesse fare o dire qualche cosa, e una forza intensa la rattenesse. Si mordette, un istante, il breve labbro inferiore.
-  tardi, Mim, me ne vado: buona notte.
- Vuoi compagnia?
- No, no. non importa: sono due passi: tutti mi conoscono: buona notte;  tardi: buona notte.
- Mamm non ti sgrida, perch hai fatto tardi?
- No: sa che dico due parole con te, dopo la Congregazione. Non mi sgrida mai, per te. Tu sei un santo!
La fanciulla punt le sue ultime frasi di un piccolo riso. ove vibrava un po'di scherno. Mim parve non avesse udito ed ella, partendo, ora, decisamente, dalla soglia. gli ripetette, con una voce, ove vibrava una tristezza profonda:
- Buona notte, Mim.
Si allontan, la figurina vezzosa, muliebre, nella oscurit della via: i passetti lievi si allontanarono. con un rumore sempre pi fievole. Inconsciamente, un sospiro sollev il petto del pittore dei santi.

L'uomo veniva, in fretta, quasi, dal tetro vicolo di Donnalbina, che si distende da via Monteoliveto sino alla piazzetta della Madonna dell'Aiuto: l'aria della notte si era fatta gelida, e, ogni tanto, un rude soffio di vento spazzava la polvere, verso i Banchi Nuovi: l'uomo era chiuso in un pesante cappotto e portava intorno al collo una grossa sciarpa di lana, in cui abbassava il viso, un viso di cui si vedeva bene il colore scialbo, malgrado le ombre notturne. Poi, in piazza, il suo passo si rallent, divenne incerto: obliqu, a diritta, verso la chiesa della Madonna dell'Aiuto, verso la bottega dei santi, che, a quell'ora, era ermeticamente serrata. Giunto nella viuzza deserta, appena rischiarata, in fondo, da una vacillante fiammella di gas, in fondo, verso santa Maria la Nova, l'uomo si ferm e lev gli occhi, in alto, verso quel lato alto e bruno del grande palazzo Angiulli. Come nelle prime ore della sera, lass, in alto, vi era un balcone illuminato: ma illuminato senza vivacit, tenuamente, come da un povero lume modesto, che rischiarasse un lungo lavoro, un lungo pensiero, una lunga infermit, qualche cosa di paziente, di costante e di silenzioso. L'uomo, Mim Maresca, immobile, col volto levato in alto, teneva fissi gli occhi in quella luce quieta e mite, e non pareva si accorgesse del tempo che trascorreva verso la mezzanotte, delle folate di vento che s'ingolfavano dal vicolo nella piazzetta, e che gli sbattevano sul viso, col rigore della tramontana, tutto il pulviscolo immondo della strada, che nessuno aveva spazzata, nella giornata.
Un viandante pass, in gran fretta, urtando Mim Maresca: costui, macchinalmente, si scost, si appoggi allo sporto della sua bottega chiusa, senz'accorgersi dello sguardo diffidente che, allontanandosi, lanci su lui, colui che passava, lo sguardo di chi crede di essere sfuggito a un ladro. Pi tardi, lentamente, da san Giovanni Maggiore, si avvicinarono due carabinieri, muti, quasi indifferenti: costoro squadrarono il pittore dei santi che restava addossato alla sua bottega, e senza dirsi nulla, tirarono avanti, ma con maggior lentezza. Egli di nulla si avvedeva, quasi che lo assorbisse il pi intenso fra i pensieri che, in tutta la giornata, lo avesse perseguitato, e che fosse stato perseguitato, a sua volta, dal lavoro, dalle visite, dalle cento distrazioni dei fatti e delle persone; un pensiero che, infine, in quell'ora nera, gelida, tacita, della notte, riportasse la sua vittoria sovra ogni cosa, ogni fatto, ogni persona: un pensiero che, nella solitudine della sua triste casa del vicolo Donnalbina, avesse impedito ogni sonno e ogni riposo a Domenico Maresca, lo avesse strappato al caldo, al letto, e lo avesse spinto, a quell'ora, nella via solo, solo, solo, con gli occhi messi in quella luce fioca lontana: un pensiero!
E, a un certo punto, quasi che il potere fascinante dello spirito che desidera e che invoca, avesse esercitata tutta la sua misteriosa forza, dietro i vetri del balcone alto, un'ombra apparve, oscurando met di una impannata. La persona, una donna, era cos lontana, che era impossibile discernere nessun tratto. Pareva, solo, che avesse appoggiata la fronte al vetro, poich vi rimaneva.immota, in atto silenzioso, in atto di stanchezza. Non vedeva, ella, certo, nella via, colui che, appoggiato contro il bruno legno della bottega dei santi, vi si confondeva nei suoi panni bruni, nelle tenebre notturne. Non vedeva, certo, che Domenico Maresca tremava, laggi; le sue labbra, un po'schiuse, pareva che mormorassero incomposte parole, di cui non si udiva il suono; le palpebre battevano sugli occhi immoti. Senza aver visto, certo, l'ombra femminile si arretr, scomparve. Poi, dopo un momento, anche la tenue luce si spense. E solo, solo, solo, il pittore dei santi, gi, piangeva.

2.

Nella freschissima mattinata di aprile, avanzando l'ora, il vivido sole primaverile si dilatava, luminosamente, nella grande piazza di santa Maria la Nova, chiariva il grigio travertino sulla facciata dell'antico convento, bagnava di luce calda i meschini alberelli del brevissimo giardinetto, sui cui rami gi erano spuntate le povere piccole foglie, di un verdino smorto; toccava il sole, gi, i primi gradini, a sinistra, della pomposa doppia scalea innanzi la vecchia chiesa; saliva, saliva, tanto da invadere tutto l'esterno del tempio maestoso, il grande finestrone centrale, i cui vetri scintillavano, il grande arco della porta nerastra, otturata dal pesante drappo oscuro, il vasto pianerottolo esterno a cui ascendevano i due rami della scalea, la balaustra di pietra, curiosamente lavorata; e giungeva, il sole, crescendo la mattinata, sino ai magazzini di mobili di Vincenzo Troise, sino a via Monteoliveto, sino alla stretta imboccatura dei Guantai Nuovi. E l'ampio spazio, sin dalla viottola, in fondo, che andava alla Madonna dell'Aiuto, la piazza sin sotto i grandi palazzi laterali Schisa e Gargiulo, il giardinetto, i tre gradini del portone del convento, la via lungo la chiesa, le due scalee, rigurgitavano di gente del popolo, mentre, dal fondo, sempre ne arrivava, mentre sui balconi, sui balconcini, dalle finestre, donne e bimbi si spenzolavano. La folla era fatta di donne in capelli, gi con la baschina di mussolina dell'estate e la gonna di cretonne, pettinate accuratamente, con torrioni neri di capelli, e sciatte nel resto della persona, talune in pianelle, talune con gli zoccoli; altre gi incivilite, con la camicetta delle borghesi, la camicetta a piegoline, la gonna sgheronata e la cintura con la fibbia; a gruppi di tre, di quattro, insieme, chiacchierando, ridendo, esclamando, urtandosi e, insieme a loro, bimbe e bimbi, alcuni poppanti, avvolti nello scialletto tradizionale di lana rosa o di lana celeste, altri attaccati alle gonne materne, strillanti per esser presi sulle braccia. Fra costoro, molti mendichi, venuti dalle porte delle altre chiese, poco lontane, l'Ospedaletto, san Giorgio dei Genovesi, la Piet dei Turchini: mendicanti pinzocchere, vestite di nero, col fazzoletto bianco al collo; un cieco, con la borsetta delle Anime del Purgatorio; un altro cieco, condotto da un ragazzo; la pazza del quartiere, che si diceva una principessa, e che apostrofava col tu i passanti, dando loro dei titoli nobiliari, una piccola donna dai capelli biondo-verdastri, dal volto giallo, dal cappelletto di paglia nera sfondato; una mendica con cinque ragazzi, attorno, vestita di nero, truccata perfettamente da vedova, e i ragazzi da orfanelli, o, forse, veramente vedova, con cinque orfanelli; e un epilettico, noto in tutto il rione, smorto, dalla faccia contratta, coi capelli rossi e ispidi. Tutti questi mendichi si erano arrampicati per i gradini delle scalee, guardati di traverso, vituperati dai mendicanti consueti di santa Maria la Nova. E famiglie borghesi, tornanti dalla messa di Pasqua, si eran fermate, fra il popolo: ragazze che si tenevano a braccetto, gi libere dai mantelli invernali, mostranti il vitino sottile, alcune; altre grosse e goffe, accanto a madri scarne e scialbe o enormi come botti, accanto a padri vestiti dei panni domenicali, silenziosi, pazienti, un poco stanchi, ma pazienti.
E le campane di Pasqua suonavano, a distesa, pi vibranti in quel quartiere che unisce Napoli aristocratica a quella borghese e popolare, in quel quartiere pieno di chiese, quasi tutte molto antiche: e l'orecchio, abituato, avrebbe potuto, nell'aria lieve primaverile, distinguere la voce sonora di san Giovanni Maggiore, dalla musicale campana di santa Chiara, mentre le altre, minori, mandavano i loro squilli, dalla parrocchia della Rotonda, da san Bartolomeo, da santa Barbara, dall'Ecce Homo; e tutto era intonato gaiamente, pi fievole, pi forte, lontanissimo, lontano, vicino. Un'aria di festa, invero, era, non solo nella giornata d'aprile col suo sole gi tiepido, col suo scampano giocondo, una era, anche, nella folla ondeggiante, nei panni chiari onde donne e uomini erano vestiti, nelle risa delle giovani e dei bimbi, nel grido dei venditori ambulanti che offrivano le viole di Pasqua bianche e rosse, che offrivano le prime fragole ne'panierini, che vendevano mille cose piccole e semplici, lacci per le scarpe, anelli per le chiavi, spilli e forcinelle; un venditore di caramelle e di franfellicchi, offriva la sua merce; era in circolazione, persino, un acquaiuolo ambulante, con le sue bombole di acqua ferrata, quasi che gi si fosse in luglio. Sempre le campane risuonavano, le campane che, sino al giorno prima, erano state silenziose, nel lutto dei giorni di Passione; ora vibravano da tutte le parti, e dominavano i fremiti della gente, la quale, con gli occhi fissi sulla porta della chiesa, sentiva crescere la sua curiosit e la sua impazienza.
Vi furono due o tre falsi allarmi; e la folla fluttu, avanti indietro, come le onde del mare vanno e vengono, e due o tre volte, le stesse parole furono ripetute, da quelle bocche. in tono pi alto, pi basso, comunicandosi, di fila in fila.
- Eccoli, eccoli! Gli sposi, gli sposi!
Batteva mezzogiorno quando, veramente, il greve panno imbottito che copriva il vano della porta, nell'arco nero di legno, fu sollevato tutto, per dare passaggio agli sposi: ambedue comparvero, a braccetto, sulla soglia della chiesa, in auto, in fondo alla doppia scalea, isolati innanzi alla gente che era l, per loro, che li aspettava da un'ora, visibili da tutti quanti, dalla platea gremita che era la piazza, dalle gradinate che erano le scale della chiesa, dai palchi che erano i balconi e le finestre. Interdetti, stupiti, ambedue si eran fermati, e il sole batteva loro sul viso, sulle persone. La sposa, Anna Maresca Dentale, appariva nitidamente, in tutta la sua snella, e pur formosa persona, pi alta di tutta la testa, dello sposo: il suo vestito di seta bianca, attillatissimo, ne additava tutte le perfette e armoniose linee: e il velo bianco pudicamente abbassato sul volto, era cos lieve che spariva, nella luce gi radiosa del sole. E si scorgeva una massa profonda di capelli neri rialzati, sopra una fronte bianca, breve, disegnata finemente: un volto di schietta bellezza bruna, su cui si aprivano i grandi occhi neri, larghi, pacati, fieri; su cui si delineava una bocca d'indicibile fascino muliebre, una bocca rossa, florida, tumida, chiusa, senza sorriso, e, intanto, indicibilmente affascinante: un volto ove la delicatezza gentile della carnagione, la purezza di ogni dettaglio, dalle sottili sovracciglie nere alle orecchie rosee, dal nobile profilo alle nari palpitanti, si univa a questa seduzione degli occhi profondi e superbi, a questa seduzione della giovanile bocca freschissima e voluttuosa, pur essendo chiusa ermeticamente. E un grande grido di ammirazione sorse, discese per i gradini delle scalee, si diffuse nella piazza, sali per le finestre e per i balconi.
- Quanto  bella, quanto  bella. quanto  bella!
Lo sposo, Domenico Maresca, il pittore dei santi, si scorgeva quale era, nell'insieme poco regolare della sua persona: molto pi basso della sposa, con un torace enorme, con un ventre gi prominente, con le gambe magre e corte, col collo breve, su cui pareva si piegasse un testone troppo grosso e troppo pesante. Egli era, quel giorno, pallidissimo, certo, per l'emozione, per la fatica: su quel pallore intenso appena appena si distinguevano i mustacchi radi, di un biondo cos. smorto, che covrivano malamente il suo grosso labbro, di un roseo violaceo. Egli era vestito di nuovo, e aveva l'aspetto imbarazzatissimo, degli abiti che non si portano ogni giorno: un thait nero male squadrava le sue spalle rotonde, un poco curve; il suo panciotto bianco rendeva pi largo e pi evidente lo sformamento del suo busto; i suoi pantaloni neri, facevano mille pieghe disformi, sulle sue gambe scarne. Egli aveva una cravatta bianca che aumentava il suo pallore e portava dei guanti bianchi, che gli dovevan dare molto fastidio. E, subito, fra il popolo, fra quelli che lo conoscevano poco o molto, fra quelli che non lo avevan mai visto, fra tutti quanti, intorno, nella piazza, sui balconi, fu ripetuta cento volte, mille volte, la novella impressione:
- Essa  bella, essa, essa  bella, solo essa, solo essa!
Udirono, entrambi. L'orgoglio soddisfatto di Anna Maresca Dentale non diede un lampo ai suoi larghi occhi, bruni e altieri, non diede un sorriso alla tumida bocca, rossa come un melograno: ella procedette verso le scale, come se non avesse udito. Lo sposo, Domenco Maresca, pareva, forse, pi pallido che mai, mentre le palpebre gli battevano sugli occhi, contro la meridiana luce del sole: pure, cammino accanto a lei, tenendone la piccola mano guantata, sul braccio. Cos piccola la mano bianca, sul nero: e cos lieve, come lieve e svelto era il passo di questa sposa che penetrava, quietamente, fra la folla, la quale le si serrava addosso, folla curiosissima, ardente, dando in isvariati commenti:
- Possa tu riempire di ricchezza la casa!
- Buona salute!
- Figli maschi!
- Bella di faccia, bella di core!
- Beato te, che te la porti!
Lo sposo, adesso, stringeva pi forte, al suo braccio, quello della sposa: essi andavano avanti, a grande stento, divisi dal resto del corteo; spesso, dovevano fermarsi. Alle loro spalle, un uomo grande e forte, con aria di autorit, distribuiva dei soldi ai mendicanti, e il tumulto della ricerca, l'accapigliarsi dei poveri, i clamori dei malcontenti, induceva gli sposi a non voltarsi. Un turbamento grande si diffondeva sul viso dello sposo, che, ogni tanto, soffocato fra la gente, si arrestava, indeciso. Ella, invece, serena, dalla fisonomia immobile, sentiva addosso quegli sguardi. sentiva, quasi, addosso, quegli uomini che la spingevano, che sorridevano, che pronunciavano delle parole di ammirazione vivaci e, insieme, qualche parola salace: e non dava segno di vedere, di udire. Due volte, anzi, fu ella che tir il braccio dello sposo, per incitarlo a camminare.
- Andiamo, andiamo - disse, quasi senza muovere le labbra.
S, quasi ella lo conduceva, tanto egli pareva, adesso confuso e smarrito. Erano entrati nel vicolo della Madonna dell'Aiuto, e la folla si faceva pi fitta, in quello strettoio, ogni minuto essi si fermavano, non potendo procedere avanti. Domenico Maresca soffriva, ora. intensamente e malgrado la inespressione del suo scialbo e floscio viso, questa sofferenza si notava, perfettamente. Sottovoce, quasi con un gemito, disse:
- Mi par mille anni di arrivare.
- Se avessi preso la carrozza. questo non accadeva - mormor ella, con una intonazione di freddo disdegno.
-  vero - disse lui, umilmente.
Ora, le esclamazioni, le osservazioni della gente, fra cui non mancavano i pettegoli, i maligni del quartiere, tutti coloro che conoscevano la storia di Domenico Maresca, il pittore dei santi, e Anna Dentale, la bella figliuola del farmacista fallito, diventano pi stringenti, pi aspre. Alle orecchie zufolanti di Domenico giungevano, precise, nette e offensive:
- Essa  bella, essa sola!
- Non aveva neppure la camicia, essa.
- Le ha fatto tutto lui.
- E si capisce! Se no, perch lo avrebbe accettato?
- Quanto  bella!
- Troppo bella, io non l'avrei presa!
- La moglie bella si sposa per gli altri.
- Solo per denaro, essa se lo poteva sposare.
- A rivederci fra un paio d'anni.
- Un anno, compare!
- Una signora, era.
- E perch ha detto s?
- Per la miseria.
- Poveretta, la compatisco.
- E io lo invidio, lui!
- Gi, gi; poi vediamo'.
Imperturbabile, la sposa. Anche ella udiva tutto. eppure non si vedevano impallidire o arrossire per la collera, per il dolore, per il piacere, le sue guancie egualmente colorite dal bel sangue ricco di giovent. L'orgoglio immenso del suo animo si traduceva, perfettamente, sul suo viso bellissimo, in una espressione di anima lontana, impassibile, lontana, diversa da quanto la circondava, diversa, assai diversa, lontana, sovra tutto da colui che le dava il braccio, e che ella aveva sposato, innanzi a Dio, un quarto d'ora prima, in quella mattinata d'aprile, mentre il sole avvolgeva il mondo di luce, e le campane di Pasqua rallegravano le anime. Fremente di dolore, a occhi bassi, quasi vacillante sulle sue gambe malferme, era lo sposo, Mim Maresca, il pittore dei santi. che, parola per parola, beveva tutto il veleno di quei discorsi, dagli elogi clamorosi fatti alla sposa, sino ai vituperi di cui nessuno gli faceva risparmio, e passando innanzi alla sua bottega chiusa, egli vi lev gli occhi, con tale desiderio ardente, con tanto rimpianto disperato, vi tenne gli occhi cos disperatamente, come se volesse penetrarne le oscure porte sbarrate e invocarne le figure della Madonna e dei Santi che vi eran celate, che, la sposa, lo dovette quasi trascinare, in quel momento. Essi, erano, oramai, sotto l'arco del portone del palazzo Angiulli: il tragitto, non lungo, che era stato un cammino trionfale per Anna Maresca, e un calvario per Domenico Maresca, era compiuto. Ma la folla, tutta di conoscenze, gridava una sola cosa:
- I confetti, i confetti, i confetti!
E l'uomo grande e grosso, tanto autorevole, quello che aveva dato i soldi ai mendicanti, si post, insieme ad altri del corteo, sulla soglia del portone, e da certi grevi cartocci che portavano Gaetano Ursomando, lo stuccatore, e Nicolino, lo sciancato, cominci a lanciare, intorno, manciate di confetti sulla folla. Una rivoluzione di grida, di risa, di proteste, travolse la piazzetta della Madonna dell'Aiuto: la gente saltava, urlava, si accapigliava, si gittava per terra, si graffiava, per portare via i confetti. E solenne, compiendo il rito popolare, don Biagio Scafa, compare di anello di Domenico Maresca, seguitava a lanciare manciate enormi di confetti sulla folla, sul viso della gente, sul petto, dovunque, in aria, sui balconcini di ammezzato, nelle botteghe, fra un clamore che saliva al cielo.

Il quartino in cui, da due o tre anni, si erano ridotti Carlo Dentale, il popolare don Carluccio del rione Ecce Homo, e la sua figliuola Anna, era stato trasformato in quel giorno di nozze, verso l'una pomeridiana, in un seguito di mense, persino nelle stanze da letto; appena appena se la sposa aveva potuto deporre il velo sopra la spalliera di una sedia, tanto mancava lo spazio. E mentre tutte le sue parenti Dentale, in abiti sfarzosi, in cappelli piumati, con grandi orecchini di brillanti, e pesanti collane d'oro pendenti sui petti poderosi, l'abbracciavano con esagerazione, felici, in fondo, di essersi liberate di una parente povera, mentre tutta la parentela Dentale si aggruppava, da una parte, con schifiltosit, per non accomunarsi coi pochi e lontani parenti, coi pochi amici di Domenico Maresca, mentre questa selezione si formava, il farmacista fallito, don Carluccio, che aveva visto altri tempi, che era stato ricco, generoso, anzi prodigo, raggiante di gioia per quelle nozze che gli ridavano una giornata di sua ricchezza, si dava un gran da fare, occupatissimo, distribuendo le grazie dei suoi sorrisi, delle sue strette di mano. Insieme con lui, si affannava, dignitosamente, il ricco e possente compare di Domenico Maresca, don Biagio Scafa, colui che era, nel rione di san Biagio dei Librai, il re della immagine sacra, poich non una immagine santa di un centesimo, di un soldo, di una lira, di venti lire, si vende in Napoli, si distribuisce in una parrocchia, in una chiesetta, in una congregazione, senza che sia escita dalle botteghe di don Biagio; oscure, recondite, quasi ignote, e formidabili botteghe, come commercio. L'antica amicizia del padre di Domenico Maresca, un giro costante di affari, l'affinit della singolare speculazione, lo aveva additato come compare, al pittore dei santi. Ed era il solo individuo, dal lato dello sposo, a cui tutti i Dentale si degnassero por mente; il solo individuo a cui, ogni tanto, la superba e fredda sposa rivolgesse uno sguardo amabile e il principio di un sorriso; il solo individuo a cui don Carluccio Dentale facesse la corte. Tutti gli altri, dal lato Maresca, cugini, cognati cugini, affini, compagni di arte, compagni di lavoro, gente ignota, che lavorava ignotamente, nelle botteghe proprie o in quelle altrui, alcuni padroni, e altri operai, tutti quanti formavano un gruppo meno folto, isolato, a cui, ogni tanto, Domenico Maresca, rivolgeva un fiacco sorriso incoraggiante. Costoro avevano condotto le loro mogli, le loro sorelle, vestite delle loro pi belle vesti: ma non tutte portavano il cappello, queste donne: e sebbene anch'esse avessero esposti i loro gioielli di oro e di perle, questi ornamenti non avevano a che fare, con i solitarii di brillanti e le collane di casa Dentale. Due o tre volte, innanzi a quelle parenti del suo sposo, salutandole, Anna Maresca aveva leggermente aggrottate le sopracciglie: e invece di baciarle, si era lasciata baciare, come un idolo.
- Annina, ecco mia zia Gaetanella Improta - diceva Mim Maresca, presentando una donna anziana, in capelli, ma in veste di broccato azzurro e nero.
- Piacere... - mormorava la sposa, offrendo la guancia. e voltandosi subito in l.
- Annina, ti presento Raffaele Amoroso, pittore, anche lui, amico carissimo - seguitava a dire lo sposo, superando la sua timidit, e fissando in lei i suoi occhi chiari, dallo sguardo ove la puerilit persisteva.
L'altro pittore dei santi, un vero operaio, quello, con una giacca nera e una cravatta bianca, s'nchinava, molto impaccato.
- Piacere... - ripeteva la sposa, fermando solo un istante il suo sguardo glaciale sull'operaio, senza neppure tendergli la piccola mano, ancora guantata di bianco.
E la selezione, continuava, nel salotto, ove, fra le mense imbandite, un po'di spazio rimaneva, per queste presentazioni, per questi complimenti: i Dentale, a poco a poco, si formavano in battaglione quadrato, le donne in mezzo, gli uomini ai lati, o chiacchierando quietamente fra loro, o dignitosamente tacite, non guardando neppure dal lato dei Maresca. ove, in verit, malgrado il disdegno di cui tutti eran fatti segno, dalla sposa, dalla sua famiglia, regnava un certo brio grossolano, di tutte le feste di nozze, si scambiavano barzellette, e partivan risate. Ogni tanto, i Maresca, anche quelli che non portavano tale cognome, prendevano in mezzo lo sposo, lo abbracciavano, gli battevano sulla spalla, sulla pancia; le donne, crollavano il capo, sorridendo, a quegli atti di famigliarit, mentre di lontano, la sposa, lentamente, si toglieva i guanti, con atto elegante, assicurava i suoi anelli di brillanti.
- Tutti regali del nipote mio - diceva pomposamente donna Gaetanella Improta, zia dello sposo, sventolandosi con un ventaglio sospeso a un laccio d'oro, dominando il gruppo dei Maresca.
- Pure la broscia? Pure il braccialetto? - si domandava, dai meno informati.
- Tutto, tutto, - replicava la zia - la veste bianca, tutti i vestiti, tutto il corredo, tutta la casa. Ha speso un banco - soggiungeva, concludendo, ringalluzzendosi.
Gi le mense s'imbandivano: e con la sua disinvoltura di gran signore decaduto, ma sempre gran signore, don Carluccio Dentale venne collocando gl'invitati, tutti i Dentale alla mensa d'onore e alle migliori mense, tutti i Maresca e gli affini alle pi lontane, alle meno comode. Fu fatta eccezione pel compare, don Biagio Scafa, seduto a sinistra della sposa, e per sua moglie, donna Gabriella Scafa, adorna di un vestito di velluto rosso-granato, carico di merletti bianchi, in cui soffocava, tanto era stretto, e che portava un vezzo di perle, famoso in tutto san Biagio dei Librai, messo solo nelle grandissime occasioni; eccezione, anche per donna Gaetanella Improta, malgrado che non avesse il cappello, ma, come si diceva, da cui sarebbe venuta una eredit, agli sposi. Don Carluccio se la mise accanto, a tavola. I due sposi sedevano in mezzo: la sposa aveva posato, accanto a lei, i suoi guanti bianchi, il suo bouquet di fiori di arancio freschi: e ascoltava, senza batter palpebra, alcune parole che le diceva Mim Maresca, sottovoce. A un tratto, costui, obliando tante impressioni sgradevoli, obliando la croce di quella strada, fatta a piedi, fra la folla e i suoi tristi commenti, obliando tutto, sentiva solo la profonda contentezza di essere accanto a lei che egli adorava, nella loro prima festa, nel loro primo banchetto.
- Annina, sei contenta? - le chiedeva, pianissimo.
- Si - rispondeva lei, a fior di labbro, senza guardarlo.
- Sei felice?
- S - replicava lei, a occhi bassi, distratta.
Poi, levando gli occhi, ella li fiss, lungamente, dirimpetto, come se non volesse esser pi interrogata.
- Chi  quel giovane, dirimpetto a te, che ci guarda? chiese Domenico Maresca, sempre sottovoce.
- Mariano Dentale - rispose lei, brevemente, seccamente.
- Parente stretto?
- No; parente lontano.
- Oh! - disse lui e tacque.
Il grande fornitore di questi pranzi di nozze, Esposito, di via Museo, dirigeva il servizio: e il brodo, nelle tazze, il consomm en tasse, della minuta, era davanti a tutti. Il ramo Dentale, sebbene non lo amasse, il brodo, lo sorbiva, in silenzio, specialmente le donne, con aspetto austero di signore abituate: il ramo Maresca, non sapendo fingere, dava in esclamazioni, in tratti di spirito, protestando, invocando un piatto di maccheroni, una minestra maritata, qualche cosa di solido.
- Ci siamo risciacquati lo stomaco.
- Io preferisco il brodo di castagne allesse.
- O una zuppa alla marescialla.
- Compare, andiamo da Pasquale, a'galitta, dopo, insieme?.
A questi dialoghetti, a questi frizzi, la sposa, don Carluccio Dentale, i Dentale facevano delle smorfie leggiere, di disprezzo: o fingevano di non udire. Annina Maresca mangiava distrattamente, sempre impassibile, di rade parole; Mim Maresca non mangiava affatto, bevendo, poich aveva molta sete, dei bicchieri di acqua e vino, pi acqua che vino. Ogni tanto, suo suocero si levava di tavola, gli veniva vicino e gli parlava all'orecchio: Domenico ascoltava, a occhi bassi, e rispondeva, pianissimo. Sempre si trattava di denaro: poich Anna aveva voluto di accordo con suo padre, celebrare con grande pompa le nozze, per celare, almeno, con quel fasto insolito e inopportuno, che ella sposava un pittore di santi. Domenico si era dovuto sobbarcare a tutte le gravi spese di quel giorno, che si fanno, ordinariamente, dalla famiglia della sposa. Padre e figlia non avevano una lira; eppure avevano disposto largamente del portafogli di Domenico che, innamoratissimo, cieco e sordo di amore, non si rifiutava mai. Ogni momento, in quel giorno di nozze, don Carluccio avvertiva suo genero, suo figlio, come diceva solennemente, che ci volevano cinquanta lire, per questo, venticinque, per quest'altro, otto a quell'altro, che vi pensasse, non se lo dimenticasse. Alla mattina, Domenico gli aveva dato una somma, per provvedere: verso la met del pranzo, dopo tre o quattro ricordi, all'orecchio, gli rispose:
- Ora vi do altre duecento lire, dopo pranzo. Basteranno?.
- Non credo, figlio mio, non credo! - rispose don Carluccio.
I pasticcetti di maccheroni erano stati accolti con gridi di gioia, dalla piccola falange Maresca: ma li trovavano piccoli, piccoli, ce ne volevano otto, dieci, per ciascuno, non  vero? Le donne del gruppo Dentale li rompevano con la forchetta, questi pasticcetti, li sbriciolavano, ne lasciavano la met, per fingere di non aver fame, per fingere la eleganza, come nel gran mondo: e mentre il forte piatto di carne, longe de veau, era accolto con entusiasmo, questa volta anche dagli uomini Dentale, e la jardinir, di contorno era davastata da tutti, varie signore dei Dentale dichiararono che odiavano la carne, e la respinsero. Il rumoro era forte oramai. I camerieri di Esposito, muti, bene educati, scivolavan fra le mense, tenendo un contegno correttissimo: ma la societ sovra tutto alle mense minori, era vivace. impertinente, apostrofava i camerieri, chiedeva persino un rinforzo di cibo, e i camerieri obbedivano, con qualche leggiera smorfia di disprezzo, subito repressa. La sposa non mangiava pi, assorbita, giuocando coi suoi anelli: lo sposo la sogguardava, con quella espressione di tenerezza, di devozione, in cui si risolveva il suo profondo amore per Anna Dentale. E poich ella non gli volgeva n un parola, n uno sguardo, vinto da un accesso di commozione passionale, egli la chiam:
- Annina!
Ella non lo ud, non rispose.
- Annina! Annina!
- Che ? - disse lei, come trasognata.-
- Che hai, Annina?
- Nulla.
- A che pensi?
- A niente.
Tacquero, mentre egli chinava il capo, mortificato. Annina aveva abbandonato la sua piccola mano fine, sulla tavola. Lo sposo lev gli occhi, li gir intorno, e mise la sua mano su quella della sposa: la piccola mano muliebre rest immobile, si lasci carezzare lievemente, non rese la carezza, si lasci stringere, non rese la stretta. In verit, solo a quel contatto di quella piccola mano delicata e inerte, egli era talmente commosso, che il suo viso si scompose. Lentamente la sposa ritir la sua mano e fece l'atto naturale di ravviarsi l'onda bruna e folta dei capelli, sulla fronte. Di nuovo, Domenico Maresca vide Anna volgere i suoi occhi, verso il giovane che era dirimpetto a loro: un bel giovane di un venticinque anni, dai capelli castani, dai morbidi baffetti biondi, dalla pelle bianca, dagli occhi grigi, vividi, vestito con eleganza, disinvolto, gaio. E lo sposo, superando una titubanza che lo tenne taciturno, per qualche minuto, interrog la sposa, novellamente:
- Annina, questo Mariano,  quello che...
- Che dici?. - interruppe lei, con un corrugamento di sovracciglie.
- Quello che... che tu dovevi sposare... - termin di dire, con grave sforzo, Domenico.
- Gi - ella rispose, duramente.
-...era... era una cosa seria?
- No. Sciocchezze di ragazzi.
E il tono si manteneva duro, breve. Il discorso le doveva dispiacere immensamente: ma Domenico Maresca obbediva a una forza irresistibile, insistendo:
-  un bel giovane... - mormor, con una tristezza mortale nella voce.
- Si. Ma  un buono a nulla - e fece un moto di disprezzo, con la bocca.
- I vostri parenti volean maritarvi? Cosi mi hanno detto.
- Volevano... essi.
- E chi non volle?
- Io.
- Tu, non lo volesti?
- Io.
- E perch?
- Perch non aveva un soldo - fin di dire, lei, cos glacialmente, che Domenico Maresca non os soggiungere altro.

Si ballava. Il banchetto nuziale era durato due ore e mezzo: verso la fine, vi erano stati tre o quattro brindisi, uno molto dignitoso, del compare, don Biagio Scafa, a cui tutta la societ, i Dentale e i Maresca. insieme, avevano applaudito. furiosamente, poich il vino gi aveva vinto, in parte, le superbie Dentalesche, e poich lo Scafa era un personaggio importantissimo, anche per la parentela dello sposa. Meno ascoltato, certo, quello di Raffaele Amoroso, l'operaio pittore di santi. che mezzo in dialetto napoletano, mezzo in un italiano storpiato, con una lentezza che mostrava, per, la sua commozione, port un brindisi alla bella sposa. Varii Dentale avevano voltato il viso in l; alcuni. per disdegno, parlavano fra loro; e la sposa a cui l'Amoroso dirigeva i complimenti pi enfatici, teneva gli occhi bassi, la bocca chiusa senza un sorriso e toccava, distrattamente, con la punta delle dita, le molliche e di panne sparse sulla tovaglia. Alla fine, appena un lieve cenno della testa indic che ella lo ringraziava. Persino Gaetano Ursomando, lo stuccatore, intenerito dalla festa, dal buon pranzo in cui aveva mangiato dei cibi a lui finora sconosciuti, dal buon vino, persino il povero basilisco, selvaggio e fedele, dall'ultimo posto, ove era stato confinato per la disposizione delle tavole, lev il suo bicchiere e volle fare un brindisi al suo principale. E non sapendo dire nulla, accomod il brindisi solito popolare, quello che consiste nel fare rimare un verso, il primo. col nome dell'anfitrione in coda all'altro: brindisi antichissimo, bizzarro, con varianti singolari. - Disse, Gaetano Ursomando: Questo vino assai mi rinfresca, - e brindisi faccio a Domenico Maresca. Vi fu un uragano, di applausi, dalla parentela Maresca che riconosceva il costume curioso e pur semplice di brindare: silenzio glaciale da parte dei Dentale, che si stupivano di queste cose, degne di una cantina. E nessuno rispose ai brindisi, perch lo sposo, imbarazzato e pensoso, nulla si lev a dire: poich don Carluccio Dentale, assai diplomatico, sebbene caduto in miseria, avrebbe risposto a don Biagio Scafa, ma francamente, non voleva ringraziare gli altri due, Amoroso e Ursomando. Il pranzo finiva freddamente. Vi fu una ripresa di allegrezza, quando, man mano, prima la parentela di Maresca, sfacciatamente, poi la parentela Dentale, con ipocrita buona grazia, devast i trionfi di paste, di pastarelle, di dolcetti, di bonbons, di castagne giulebbate, che ornavano le mense: ognuno se ne metteva nel fazzoletto, in una carta, anche in tasca, senz'altro, tra smorfie di disprezzo dei camerieri di Esposito, che toglievano rapidamente le mense, con la prestezza dell'abitudine.
In un quarto d'ora erano sparite stoviglie, cristalli, trionfi, tovaglie e tovagliuoli, persino le tavole, e una sfilata di facchini, per le scale, portava via tutto. In anticamera, chiamato dal suocero. Domenico Maresca dava le mancie al maestro di casa, ai camerieri, ai facchini: don Carluccio lo urtava col braccio, quando la somma gli sembrava meschina.
La musica era giunta e si ballava. Tre suonatori, un violino, una chitarra e un mandolino, tre di quei tipi miseri e affaticati di suonatori, si erano messi in un cantuccio, raccolti in triangolo, a capo basso, con certi visi consunti e indifferenti di poveri rassegnati: e accordavano i loro strumenti. Don Biagio Scafa che, venti anni prima, era stato grande ballerino, direttore di feste da ballo, nella piccola borghesia, cui apparteneva, messo in allegria, fra il frastuono generale di un dopo pranzo vivacissimo, assunse il carico di dirigere le danze. E i due gruppi, sempre divisi fra loro, ridevano, strillavano, le donne dei Dentale, che aveano tolti i guanti per il pranzo, assicuravano i loro anelli, toccavano le loro collane sul petto per vedere se erano ferme, si sventolavano leziosamente, in attesa degli inviti. E il marito di una Dentale invitava la moglie dell'altro, un cognato la cognata, un cugino la moglie del cugino, e persino un fratello la sorella sua, una brutta zitella che faceva il viso malinconico, perch nessuno la invitava. Nel gruppo dei Maresca, si faceva grande chiasso, ma le coppie non si formavano ancora, qualcuno sapeva ballare sola la polka, qualcuno solo la quadriglia, e qualcuno niente! E il ritornello di un waltzer, ordinato dal possente e giocondo don Biagio Scafa, risuon. Delle coppie. specialmente dal lato Dentale. tentarono di slanciarsi.
- Prima gli sposi! prima gli sposi! - tuon don Biagio.
In piedi presso Anna, impacciato, goffo, con le mani pendenti, il suo busto troppo grosso sulle sue gambe magre, la sua pesante testa sul collo corto, sulle spalle curve. Domenico Maresca non si decideva. Indifferente, impassibile, Anna, nella sua veste bianca, attendeva.
- Tu sai ballare il waltzer? - egli mormor, imbarazzatissimo.
- S, certo.
- Io... no.
- E allora! - esclam lei, levando le spalle.
- Gli sposi in piazza, gli sposi in piazza! - comand don Biagio, accostandosi a loro.
- Io non so fare il waltzer... - confess, con uno sforzo di voce, come trangugiando male, Domenico.
- E che fa? Coraggio, slanciati, forza alla macchina - strill don Biagio, che era allegrissimo.
Ancora, Domenico esitava, pauroso, rosso in viso, con certe strie cremisi ai pomelli. La sposa parve ne avesse piet, o meglio, volle rompere l'indugio, gli prese la mano per cingersene la vita, gli strinse l'altra mano, lo trascin in mezzo, lo fece girare, due o tre volte, guidandolo lei, fra gli applausi dell'assemblea. Ma fu uno spettacolo miserando, poich Domenico Maresca non sapeva neppure dare un passo, incespic tre volte, tre volte si arrest, malgrado la spinta datagli da Anna, ed ella, seccata, si ferm di botto, lasciandolo in asso: subito il compare don Biagio Scafa, svelto, come ai suoi bei tempi, si slanci, afferr la sposa e gir con lei, vertiginosamente, fra i clamori della societ. Il ballo era aperto: lo stupefatto e smarrito sposo fu respinto in un angolo, nessuno si occup pi di lui. Egli guardava roteare le coppie e un po'di vertigine che gli era venuta, in quelle tre o quattro precipitose giravolte che gli avevano fatto fare, cresceva: si faceva sempre pi da parte, in un angolo, avendo caldo e bisogno di aria. Lo chiamarono; fuori era giunto, dalla scaletta di cucina, il gelatiere di Benvenuti, con tutto il suo carico di gelati, di spumoni, di formette, nelle ghiacciaie di legno e metallo, con canestre piene di piattini e di cucchiaini, con due uomini, un facchino ed un cameriere. Bisognava collocare questa roba, dare ordini, pagare. E in questo suo ufficio di pagatore, che era stato, poi, il pi importante della sua giornata, Domenico Maresca si distrasse. Anzi rest qualche minuto, sulla loggetta della cucina. Un piccolo verone alto che dava alle spalle del palazzo Angiulli, da cui si vedevano le selve di case fitte, fitte. che discendevano verso strada Porto, verso il mare, e da cui l'occhio guardava l'angolo di paesaggio, ove il Vesuvio allunga lo sprone della sua montagna fiammeggiante. Questa loggetta era molto alta, a picco sovra la straduccola dei Mercanti: vi era. a diritta, un casottino di legno scurastro, con una porticella chiusa da un lucchetto, il solito cesso fuori delle terrazze napoletane. Vi erano, anche, una pianta di margherita, gi coperta di quattro o cinque fiorellini, e una pianta di basilico odoroso. L fuori, lo sposo, respir profondamente, sent calmarsi la sua vertigine, placarsi il suo spirito inquieto. Un desiderio di pace, lo teneva tutto: il desiderio che quella festa, che durava da tante ore, finisse, che tutti andassero via, che egli restasse solo, con Anna, per portarsela via, nella sua casa in via Donnalbina, ove, dalla mattina, la fedele Mariangela, che tutto aveva preparato, aspettava, fra i mobili nuovi, nella casa antica tutta rinnovata, come aveva voluto Anna. In questo desiderio potente di quiete, di solitudine, di silenzio, con Anna solamente, non era nulla di sensuale: solo la volont della liberazione dalla folla, dal tumulto, dalle faccie accaldate, dalle voci avvinazzate, lo stringeva. E pensava che il ballo non sarebbe, poi, durato molto, e che tre quarti di quella festa erano gi trascorsi; avrebbe fatto fare, subito, le due distribuzioni rituali di formette e di gelati, per sbrigare la societ. E. rientrando, nel salotto da ballo, tra il gran rumore, udi il comando di don Biagio Scafa:
- Quadriglia, en place!
Subito, il compare lo afferr al passaggio, lo ferm, lo ammon vivamente. Vediamo, invitasse la sposa, per la quadriglia, era suo obbligo, tutti ballavano la quadriglia, anche le vecchie, anche gl'invalidi, voleva far restare seduta solamente la sposa?
- Ma io non so ballare la quadriglia! - protest lo sposo, di nuovo gittato a un cimento cruccioso, ove la sua timidit fisica e morale lo torturava.
- Non importa! Si balla! Ti guido io! Ti conduce la sposa. Chiamo io, capisci? Ti sto vicino!
- E se imbroglio tutto?
- Non importa, gridiamo pasticciotti en place, e ci fermiamo! Va a prendere Anna.
E la quadriglia d'onore, diciamo cos, fu veramente solenne.
Pomposamente, don Carluccio Dentale era andato a invitare donna Gaetanella Improta, col motto galante:
- Donna Gaetan, ricordiamoci le cose antiche!
Ella aveva accettato, subito. Don Biagio Scafa. aveva per dama la pi bella e pi ricca dama del gruppo Dentale, Francesca Dentale Catalano, in abito di broccato grigio perla. Gli sposi si collocarono al centro: e avendo don Biagio domandato a Domenico Maresca se avesse il vis--vis, non avendo costui compreso, il direttore di ballo gli mise una coppia dirimpetto. Era il bel giovanotto venticinquenne, Mariano Dentale, che aveva per dama Mariannina Catalano, la zitella mutriona, molto brutta, che nessuno invitava mai. Varie intromissioni dei Maresca avvennero nella quadriglia: era impossibile escluderli, la quadriglia ne aveva necessit, e d'altronde, non vi era spazio per fare due quadriglie. Don Biagio usava tutta la diplomazia possibile: in quell'ora di esaltazione, molte barriere sociali cadevano, un senso di cordialit e d'indulgenza diventava generale, una familiarit si faceva fra i due gruppi, provvisoria, fugace, dovuta al pranzo, ai vini, ai nervi eccitati, alla musica, al ballo. - Tenendo Anna al braccio, in silenzio, Domenico Maresca attendeva, in un segreto tormento, dove solo questo pensiero lo racconsolava, il pensiero che conforta tutte le anime angosciate, tutti i corpi martoriati:
- Deve finire... deve finire!
Interminabile quadriglia! Domenico Maresca che non aveva mai avuto una lezione di ballo, in vita sua, che non era mai stato in un ballo, che ignorava i passi, la misura, le figure, era preso, tirato, trascinato, sballottato di qua e di l, avanti e indietro, da Anna, da don Biagio Scafa che, ogni momento interveniva, lo voltava, come un sacco, gli gridava i comandi della quadriglia, in un francese napoletano, enfaticamente, lo fermava a mezza strada, fra l'andirivieni degli altri che, tutti, sapevano ballare, tutti! Sapeva ballare elegantemente, pi di ogni altro, il suo dirimpettaio. Mariano Dentale, dal sorriso beffardo sulle belle labbra fresche, che i mustacchi biondi coprivano mollemente: e, ogni momento, spesso, troppo spesso, Domenico Maresca lo vedeva avanzarsi, con una grazia noncurante, verso la sua dama, portarsela via, dall'altra parte, mentre Domenico restava solo, da qua: e gli sembrava che la dimora di Anna, dirimpetto, si prolungasse troppo, mentre, accanto a lui, la brutta e annoiata Mariannina Catalano non apriva bocca. Talvolta, era Anna che partiva via, per andare dirimpetto: e gli pareva che il suo passo fosse pi rapido, pi lieve, lo strascico bianco ondeggiava, dietro, come una nuvola, ella girava, intorno, con Mariano Dentale, si salutavano, si sorridevano, si lasciavano. Anna ritornava, seria a un tratto, senza sorridere pi. Perch non sorrideva pi, quando tornava a lui? Don Biagio Scafa gridava allegramente il comando, le coppie lo seguivano ridendo, scherzando, voltandosi un poco, tre o quattro volte vi furono degli imbrogli di figure, per lo pi generati dalla ignoranza di Domenico Maresca. si dovette tornare tutti al posto, al grido: pasticciotti, en place, riprendendo sempre, subito dopo, con una lunghezza di figure, di concertini, che fiacc tutte le forze materiali e morali di Domenico. Alla fine ogni cosa turbinava, nella sua mente: e non capiva pi nulla, gli pareva che con le mani, le braccia, le persone di Mariano Dentale e di Anna Maresca si chiamassero, ogni secondo, che Anna sorridesse come non mai aveva veduto sorriso sulle labbra di lei, che le risa di don Biagio e degli altri, fossero a suo scherno, che la musica ridesse di lui. Di botto, il triste sogno fin. La quadriglia era terminata. Entravano i due camerieri coi gelati. Uno di essi, passando vicino allo sposo, gli disse, piano:
- Eccellenza, vi  una persona che vi vuole, in cucina.
- Chi ?
- Non ha voluto dirmi il suo nome.
Quando entr nella cucina. Domenico Maresca, col viso scialbo, bruciante di strisce rosse che il ballo e le inquietudini segrete gli avevano messo ai pomelli, stanco e oppresso e anelante alla fuga, la persona, la donna che lo attendeva, era ritta nel vano del balcone, e gli voltava le spalle. Egli non distinse che una figura non alta, ma snella; e vestita bene, gli parve:
- Chi mi vuole?
- Sono io, Domenico - disse una voce soave, quasi cantante, ma gi velata; e un volto noto gli apparve.
- Gelsomina, sei tu! - esclam lui, sorpreso e turbato.
- Io, s - soggiunse la fanciulla, con un tono anche pi fievole, di voce, ma in cui persisteva l'antica armonia, l'antica dolcezza.
Egli la squadr, con curiosit affettuosa, e con tristezza. La fanciulla era molto mutata. Mentre, prima, le sue vesti parevan fatte di tanti straccetti carini ma miseri, guarnite di merlettini a quattro soldi il metro, con gonne troppo corte e camicette esigue, mentre ella, prima, portava delle cinture di settantacinque centesimi e delle cravatte fatte con un brandello di seta, ora ella indossava un bel vestitino di lana azzurro cupo, con uno sprone di seta avorio, tutto bene aggiustato alla sua svelta personcina: il collo era adorno da una catenina di oro, con una crocetta d'oro opaca: due perline, in una montatura d'oro, alle piccole orecchie: nelle mani, una borsetta di pelle, ricamata di acciaio. Ma ci che la rendeva cos differente, assai differente, da prima, era una cosa nuova, nuovissima, sulla sua figura: il cappello, cio, il cappello che non aveva mai portato, per diciotto anni della sua vita, e che ora ella aveva adottato, il cappello che  il segnale pi certo che una figlia del popolo si  corrotta, o  diventata, vuol diventare, una piccola borghese. Era gi un cappello di primavera, una paglia bianca, rotonda, con un grosso ciuffo di papaveri rossi e dei nastri bianchi, con quell'amore dei colori vivi e in contrasto, fra loro, che  nella gente partenopea. I bei capelli castani, a folte masse, di Gelsomina, quei capelli cos pesanti che le si snodavano sempre sulla nuca, nel collo, quei capelli che si disfacevano a ciocche sulla fronte, solo essi conservavano l'antica indipendenza, e sotto il cappello sembravano ancora sul punto di sciogliersi, respingendo le forcinelle di tartaruga. E nelle sue nuove vesti, pi belle e pi corrette, sotto il cappello, Gelsomina conservava sempre la sua delicata bellezza, piena di una grazia gentile: ma qualche cosa di diverso, di altro vi si mostrava. Le sue fini guance erano coperte di veloutine e, sovratutto, il piccolo segno che aveva presso il mento, la fragoletta, per cui la chiamavano Fraolella: e dalla sua persona un profumo forte, grossolano si distaccava. Negli occhi grandi, grigiastri, era sparita una certa gioia maliziosa giovanile, che ne aveva fatto il fascino, per molto tempo, mentre vi persisteva una espressione di smarrimento, quasi infantile: talvolta, essi si oscuravano, intorbidati, spenti addirittura. Non aveva guanti e si vedevano le sue mani nude, un tempo rossastre e un po'guaste dai lavori domestici: certo, ora, doveva strofinarle con la pasta di mandorle, per imbianchirle, per fare sparire quelle tracce. Aveva anche un anellino d'oro, con un rubino e una perla, molto piccoli, e, distrattamente, toccava sempre questo anello. Del resto, pareva un po'affranta; si era appoggiata allo stipite del balcone: aveva abbassato il capo un poco. E fra le tante cose diverse, altre, Domenico Maresca, not che Gelsomina si mordeva sempre le labbra, per farle diventar rosse.
Tacevano, entrambi, in un silenzio carico di pensieri. A tratti, giungevano grandi scoppi di parole gioconde grandi risate: la musica taceva, gl'invitati divoravano le formette e i gelati. Gelsomina fu la prima che ruppe quel mutismo.
- Come stai, Domenico? - chiese, senza neppure guardarlo.
- Bene, Gelsomina...
- Sei contento? - ella continu, levando i suoi occhi belli, carichi di una improvvisa ma non nuova tristezza, fissandoglieli in volto.
-...sono contento... - rispose lui, evitando quello sguardo.
- Sei felice? - insistette lei, piegando il viso verso di lui, quasi forzandolo a guardarla, quasi volendo strappargli tutta la verit dall'anima.
Domenico esit, un minuto solo. Ma si riebbe.
-...sono felice - rispose, con sufficiente fermezza.
- Meno male - mormor lei, scrollando le spalle.
Egli la guard, interrogativamente, con una certa ansiet. Gelsomina fece un atto, come per sollevare i suoi capelli sulla fronte, come per liberare la sua testa da un pensiero, come per far dileguare l'ansiet di Domenico.
- Niente, Domenico, niente. Ho detto cos...Non ci pensare. E la sposa  molto bella?
- Bellissima!
- Oh! tanto meglio, Domenico. E ti vuol bene?
-...s!
- Ti vuol molto bene? - soggiunse lei, affannosamente, mettendo la sua mano sul braccio di Domenico.
- Lo spero, Gelsomina, lo spero!
- Non ne sei sicuro?
- Di Dio solo dobbiamo esser sicuri, Gelsomina - rispose lui, con un pallido sorriso di malinconia.
- Se la tua sposa non ti vuol bene,  una cattiva e una sconoscente - disse lei, con forza, con accento d'ira ed un lampo di collera negli occhi.
- Sss! - disse lui, con un dito sulle labbra. -  di l! Vuoi farti udire?
- No - mormor lei, raumiliata. - Non voglio farmi udire. Potrebbe scacciarmi, come una serva insolente. Essa  una signora. Quando la incontravo, per la via, appena se rispondeva al mio saluto...
- Non ti vedeva, forse.
- Per superbia, Domenico. Una signora! Se si  decisa a sposare, uno che non era del suo stato, si sa il perch...
Ma Gelsomina si pent subito delle parole dure che l'ira e il dolore segreto le strappavano. Vide una pena immensa sul viso di Domenico, scorse gli occhi di quel misero riempirsi di lacrime; nel giorno delle sue nozze, lo comprese gi cos infelice, che ella sent frangersi il cuore.
- Abbi pazienza, scusa, Domenico, se ho detto queste cose brutte... perdonami... ti ho fatto dispiacere... non volevo farti dispiacere...
E tremava tutta, reprimendo i singulti che le rompevano il petto.
- La gente lo dice... - disse lui, a voce bassa.
- Gi... la cattiva gente... non bisogna darle retta... ho fatto male a ripetere... perdonami -..
E, d'un tratto, con un vivo sforzo su s stesso, Domenico esclam:
- Tutte bugie! Annina  un angelo!
- Ah! - disse solo l'altra, impallidendo mortalmente sotto la sua cipria.
Ella si morse le labbra sin quasi a farle sanguinare; i suoi occhi da malinconici si cangiarono in vividi, scintillanti; una risata cristallina e fremente scoppi dalla sua bocca fresca:
- Per un pittore di santi  necessario, un angelo!
- Vedrai, Gelsomina. che la metter, come una testa di angelo, un giorno, in una Gloria della Madonna.
- Gi, gi: - ed ella rideva, rideva ancora, a sussulti.
Poi, si ferm dal ridere: respir lungamente, rimase con la sua breve bocca schiusa, come un uccellino che beve l'aria, come quando era piccola. E il pittore dei santi ebbe un'improvvisa visione di quella infanzia, di quella adolescenza candida e gaia e dolce: questa visione lo prese tanto che, quasi inconsciamente, egli fiss Gelsomina e le chiese, esitando, pentendosi subito, dopo, della domanda:
-...e tu?
- Io? Che cosa? - esclam lei, con un'asprezza nuova.
- Tu. Che fai?
- Niente - disse ella rudemente, con una rude stretta di spalle.
-...dove abiti? - seguit lui, sospinto da un tenero, da un pio interesse.
-...lontano - ella rispose, con un cenno vago.
-...sola?
- Non sempre, sola - ribatt lei, pronta, decisa.
- Egli viene a trovarti?
- Ogni giorno; spesso, due volte al giorno.
- Ti vuol bene, dunque?
- Mi vuol bene.
- Assai?
- Assai.
Nella tenerezza delle domande di lui vi era una profonda mestizia, insieme. Invece, le risposte di lei erano nitide, fredde, limpidissime. Anzi, anzi, nel viso leggiadro vi era come una fierezza insolita ed esagerata, un bizzarro e tristo vanto nel tono della cara voce, un tempo cos umile e semplice. Una compassione anche pi forte si manifest in Domenico, innanzi a quella alterigia che voleva confinar col cinismo; egli le prese una mano, con una piet gentile, sgorgatagli dal cuore, strinse quella piccola mano fra le sue, e con voce palpitante di una invincibile emozione umana, le chiese:
- Ah, Gelsomina. Gelsomina, perch hai fatto questo?
In verit, la poveretta vacill nella persona, come se svenisse: mentre le sue labbra sbiancate tremavano, senza poter profferir parola, due grosse lagrime le discesero lungo le guance, rigandone la veloutine. La mano si dibatteva convulsamente, fra quelle fraterne di Domenico, ed egli, ancora, con tutto il dolore che d l'Irreparabile, l'innocenza perduta, la via smarrita, il cammino nella vergogna, le ripetette:
- Gelsomina, Gelsomina, perch hai fatto questo?
E, disperata, soffocando i suoi singhiozzi, ella volle trovar qualche cosa cui aggrapparsi, qualche cosa cui non credeva ella stessa, una scusa fallace, una speranza fallace, per non perire di dolore e di onta, in quel momento.
- Forse mi sposa... forse... lo ha detto... se sono buona...se voglio bene solo a lui... forse, pi tardi... quando sua mamm  morta... lo ha detto...
-  un signore... - disse tristemente, Domenico.
-  vero...  vero... perci non volevo credergli... ma non  cattivo, Domenico... non  cattivo... si sono viste tante cose simili... forse mi sposa...
E, malgrado la sua bonariet e la sua indulgenza, Domenico crollava la testa, non convinto, ripetendo:
- Ah, Gelsomina, Gelsomina, non dovevi farlo!
Le lacrime si disseccavano sulle gote ardenti della fanciulla caduta. Un cupo dolore subentrava allo smarrimento.
- Non dovevo farlo,  vero - diss'ella, tetramente, con gli occhi fissi sul pavimento.
- E perch lo hai fatto?
- Cos - diss'ella, di nuovo aspra.
- Gli volevi bene, a don Franceschino Grimaldi?
-...no - disse lei, fermamente.
- Ti piaceva, forse?
-...s. forse.
- Ti avr fatto molte promesse?
- Non molte. Ha detto, cos, qualche volta, che mi avrebbe sposata.
- E gli hai creduto?
-...qualche volta!
- Gli credi, adesso?
- Assai meno di prima.
- Ti avr fatto dei regali?
- S, molti. Tutto quello che ho addosso,  suo e mi ha fatto mettere il cappello - disse ella, arrossendo sino al collo, sino alla fronte.
- Ti  sempre piaciuto di vestir bene, povera Gelsomina.
- Troppo, mi  piaciuto.
- La matrigna ti avr mal consigliato? - continu lui, col suo interrogatorio, cercandole, pietosamente, tutte le scuse per sanzionare il suo errore.
- Anche.
- Eravate misere?
- Misere. Ma non morivamo di fame.
- E allora, allora?
- Che ci vuoi fare, Domenico, sono cose che succedono - concluse lei, con quel tono arido e breve che adoperava, nel rispondere all'interrogatorio.
- Oh Gelsomina, non dire questo! Eri cos buona, cos religiosa! Perch non ti sei raccomandata a Dio?
- Mi sono raccomandata. Dio mi ha abbandonata, Domenico. Ha permesso che questo accadesse!
- Perch non hai detto nulla, a nessuno?
- Perch non avevo nessuno. Ero sola, Domenico.
- Ed io? Ed io?
- Oh tu! - esclam lei, non dicendo altro, non volendo dire altro.
Egli chin gli occhi, pensoso. Ella sollev il capo e replic quel gesto della mano, con cui scostava i suoi capelli dalla fronte e le sue idee dal cervello.
- Ora me ne vado - ella disse, come trasognata.
- Dove vai ?
- A casa.
- E quando ritorni?
- Quando, Domenico? Mai pi, forse. Tu ti sei sposato e devi stare con Anna: io... faccio un'altra vita... come ci potremmo vedere?
- Dici veramente?
- Oh s! - soggiunse lei, con un stanchezza nella voce anzi, vedi, io era venuta per un sol momento e ti ho trattenuto troppo...
- No, no ...
- Sei lo sposo: ti vorranno, di l...
- Come vedi, nessuno mi ha chiamato - mormor lui, amaramente.
- Non importa,  una gran giornata, per te: ho voluto salutarti anche io... mi hai sempre voluto bene...
- Anche adesso - rispose lui, candidamente.
- Anche adesso - replic Gelsomina, con intonazione singolare. - Ti avevo portato un piccolo ricordo... avrai avuti molti doni...
- No!... io, no. Anna, s.
- Anna, non la conosco - continu la fanciulla, aggrottando le sottili sovracciglia. - Ho portato a te, questo piccolo dono ...
Ella cerc, macchinalmente, nella sua borsetta e trov un astuccio di raso granato. Lo apr. Vi era un semplice anello di oro, da uomo, una fascia larga che formava scudo, sopra: sullo scudo era smaltata, in nero, la parola ricordo. Era un gioiello assai modesto di prezzo, assai comune di gusto. Gelsomina teneva l'astuccio aperto, nella mano, e non osava stenderlo a Domenico,
- Perch ti sei voluta incomodare? - disse lui, senza prendere il dono.
- Per un ricordo - soggiunse lei. - Perch non ti scordassi di Gelsomina.
Ad ambedue, gli occhi si velarono di lacrime.
- Prendi - disse lei, a Domenico.
Egli esitava ancora.
- Senti, senti, - disse lei, affannando - lo puoi prendere senza scorno. Non  danaro di Franceschino! Non te lo avrei dato un anello, comperato col suo danaro. Non sono capace. Domenico. Avevo... avevo qualche lira mia... da quando lavoravo a macchina... sono queste, le ultime, che ho spese per l'anello. Prendilo.
Egli prese l'anello.
- Grazie, Gelsomina. Io non ho nulla da darti, per ricordo.
- Dammi un fiore.
Egli fece un passo, per andare verso il salotto.
- Non l! - disse lei, e lo ferm per un braccio.
Macchinalmente, uscirono sul balconcino, ambedue. Era gi tardi e il giorno calava sulla massa variopinta delle case napoletane, che si facevano di un solo colore grigiastro: laggi, il mare, sotto l'arco che fa lo sprone del Vesuvio, era di un color cupo di lavagna. Essi, non guardarono nulla, distratti, assorbiti, travolti ognuno dal proprio destino, misterioso per entrambi, tanto nella fallace speranza di gioia dell'uno, quanto nella realt dolorosa dell'altra. Domenico colse due o tre margherite gi sbocciate sulla piccola pianta, vi un un ramoscello di basilico, e le porse il mazzolino.
- Grazie, Domenico - disse Gelsomina.
- Non mi chiami pi Mim?
- Eh no! Mim ti deve chiamare la tua sposa. Ora me ne vado - ripetette, con quel suo dire, come in sogno. - Dio ti benedica, ti benedica sempre!
- Dio ti accompagni, Gelsomina.
- Scusa se ti ho trattenuto ...
- Oh, non fa niente.
- Scusa se ti ho rattristato ...
- Ma che!
- ...in un giorno di festa... Me ne vado, me ne vado. Questi fiori sono di Anna,  vero?
- S. Dio ti accompagni, Gelsomina.
- In ogni tuo passo, Domenico.
Senza toccarsi la mano, senza guardarsi, si accomiatarono. N egli si accorse che Gelsomina, con un moto rapido, dopo essersi guardata intorno, aveva gittato il mazzolino dai ferri del balcone, gi, gi nel pelago delle case che scendevano, dai Mercanti verso via di Porto. La fanciulla rialz fieramente e tristemente il capo, ove i grandi occhi grigi lucevano di giovent, ove la bella bocca schiusa, dal labbro corto, pareva un picciol fiore, e con un gesto fra stanco e rassegnato sparve dalla scala di servizio, col suo passo lieve e un poco molle. E per lei, certo, e, forse per s, Domenico Maresca fu preso, a un tratto, da una desolazione infinita: guard l'orizzonte di una delicatissima tinta di viola, gi, da quel balconcino della fredda cucina, fra le due misere pianticelle, dove aveva spiccato i fiori per Gelsomina, e il suo cuore si strinse, anche pi angosciosamente, nel tramonto di quella giornata, per quella povera anima di fanciulla dispersa e deserta, nel vasto mondo indifferente o crudele. E, macchinalmente, come per isfuggire a quell'incubo di angoscia, volle rammentarsi che egli era, infine, uno sposo felice, che aveva sposato quella mattina, la donna amata, invocata, desiderata, che Anna Dentale era sua, che l'avrebbe condotta a casa sua, padrona e signora del suo cuore e della sua vita. Il giorno finiva, la festa finiva, era l'ora della liberazione e della pace, in una solitudine amorosa, in via Donnalbina.
Quando rientr nel salotto, la popolare mazurka che tutti gli organetti di Barberia macinavano, da due o tre anni, la Dolores, dal ritmo lento e molle, ma non mancante di volutt, permetteva che i buoni danzatori e le buone danzatrici spiegassero le grazie della loro disinvoltura: quelle note fluttuanti, quelle note cascanti, inducevano ai lunghi passi striscianti, cari a gente che ha, nel sangue, l'eredit delle danze orientali, una mescolanza di allegrezza e di gravit, qualche cosa di vivo e di morbido, insieme. Anna Maresca, la sposa, ballava questa mazurka con Mariano Dentale. Domenico, fermo sulla porta del salotto, se li vide passare, innanzi, con due curve larghe e lunghe, e lo strascico bianco della veste nuziale di Anna gli sfior i piedi, leggermente. La danzatrice non si accorse neppure che il suo sposo, colui che ella aveva accettato per marito, innanzi a Dio, nella chiesa di santa Maria la Nova, cinque ore prima, era rientrato in salotto, dopo una non breve assenza, e che, dalla porta, immobile, muto, la guardava con occhi intenti e pensosi.
Ella danzava con leggerezza, con eleganza, appena sostenuta dal braccio destro e dalla mano sinistra del suo cavaliere, Mariano Dentale. Costui, ballerino esperto, girava sul ritmo della mazurka, con una grazia giovanile che incantava. Mariano Dentale aveva, sulla bocca vivida, che lasciava vedere i denti bianchi, un poco crudeli, quel suo sorriso fra distratto e beffardo, di bel giovane, sicuro di s e sdegnoso di ogni altro: ogni tanto pareva che dicesse una parola alla sua dama, parola sommessa, senza che l'espressione dei suo viso mutasse, senza che egli aspettasse la risposta. Anche Anna, ordinariamente cos impassibile nella calma della sua bellezza bruna, aveva un sorriso sulle labbra, un sorriso vago, impreciso, non diretto a nessuna persona, forse, non diretto, forse, a nessuna cosa, e forse diretto solo alla vita di cui si sentiva nella pienezza, diretto alla giovent che le fioriva nelle vene e sul viso. Ella non guardava il suo cavaliere, ma quando costui, girando, le diceva una parola, ella aveva un fremito delle palpebre che si abbassavano, un fugace cenno del capo, e il sorriso si faceva pi espressivo, pi intenso. Altre coppie ballavano meno bene, mediocremente o male, seguendo la prima, quella di Anna e di Mariano, e gli altri invitati, affaticati e beati, pieni di cibo, di vino, di dolci, di gelati, guardavano, in piedi, o seduti, formando siepe. I tre suonatori, invitati da don Biagio Scafa, avevano gi replicata tre volte la Dolores, le coppie si diradavano, gi affrante. Soli, oramai, Anna e Mariano, nelle braccia una dell'altro seguivano il metro voluttuoso, con le ondulazioni del corpo e il duplice sorriso sulle labbra. E Domenico Maresca che li guardava, senza esser visto, senza esser curato, da un quarto d'ora, abbandonarsi alla seduzione del ballo, della musica, della giovent, Domenico, che sentiva il fiotto dell'amarezza invadere largamente, le sue vene, il suo cervello, il suo cuore, Domenico, taciturno, obliato, ud un grande fracasso di applausi salutare la fine della mazurka, che i due avevano ballato cos bene, e gli evviva entusiasti salutare la coppia perfetta.

Nella casa di via Donnalbina, salutati e abbracciati il padre e il compare, senza dar segno della pi fugace emozione, Anna Maresca era entrata da padrona nella stanza da letto, tutta mobiliata di nuovo, e che ella conosceva perfettamente, poich ogni mobile, ogni arredo, era stato scelto da lei, collocato da lei. negli ultimi due mesi del fidanzamento. Interdetto, Domenico Maresca era restato nel modesto salottino, mobiliato di una bourrette crema e rossa, tappezzeria voluta da Anna, poich andava di accordo con la sua tinta calda e bruna; e disfatto da quella giornata di travagli materiali e morali, si era gittato sovra una poltroncina. Innanzi a lui, in piedi, era Mariangela, la vecchia serva fedele, tutta grigia nei capelli, tutta rughe nel volto, vestita di scuro, coi fazzoletto bianco al collo delle donne assai divote a Dio, col grembiule bianco. Ella taceva, un po'in ombra, essendo restata in casa per amore del suo padrone, che aveva servito dalle fasce, ma dubbiosa della sua sorte, con la nuova padrona. E una voce breve, imperiosa, risuon dall'altra stanza:
- Mariangela!
- Signora?
- Un lume.
Suonavano le sette e il vicolo di Donnalbina  assai oscuro, con le alte case vecchissime che lo serrano, dalle due parti. Mariangela ripass, con un lume a petrolio acceso, ed entr nella stanza da letto, ove si trattenne. Vagamente, Domenico, udiva un andar e venire, un fruscio di seta, e qualche ordine dato con tono freddo e rapido. Dopo un poco, Mariangela usc di nuovo, accese il lume del salotto, e salut il padrone col consueto augurio.
- La santa notte!
- Santa notte, Mariangela.
La serva si ritir, in una stanzetta accomodata a sala da pranzo, e si mise a dire il rosario, all'oscuro, in un cantone, aspettando di esser chiamata. Domenico era sempre solo, nel salotto, non osando di entrare nella camera da letto. Ud un passo, alle sue spalle: Anna si era spogliata del suo bell'abito di seta bianca, aveva tolto i fiori di arancio dai suoi neri capelli; tolti i suoi orecchini, i suoi anelli: indossava una vestaglia di leggera lana rosa, guarnita di merletti color avorio, con un nastro avorio che ne formava larga cintura. Senza dire nulla, si and a sedere dirimpetto a Domenico, sovra un'altra poltroncina. Egli la guardava intenerito, commosso, gustando tutte le emozioni di quella quiete tanto ambita, di quella solitudine in due, nella loro piccola casa, che era stata quella di suo padre e di sua madre, nella casa che doveva esser quella del loro amore e della loro felicit. Tutte le brutte impressioni, tutti i tristi presentimenti, tutti gli amari dubbii, tutte le penose incertezze della giornata erano sparite, ora che si trovavano, col, soli, oramai, come egli aveva desiderato e voluto, e come gli era tanto costato, per ottenere. E cento cose egli le avrebbe voluto dire con voce amorosa, con parole amorose, per ringraziarla di averlo accettato per isposo, per donarle, ancora una volta, il suo cuore, la sua anima, la sua vita. Ma non sapeva profferire un solo motto, di quelli che gli fremevano dentro. Anna, seduta, con le braccia prosciolte, taceva. E cos, banalmente, egli le disse:
- Sei stanca?
- Un poco.
- Quella festa  stata troppo lunga...
- No - ella rispose, subito.
Un silenzio.
- Vuoi qualche cosa, Anna?
- Io? No.
- Non hai fame?
- Non ho fame.
- Mariangela deve aver preparato la cena.
- Non ho fame.
- Forse prenderesti una tazza di caff?
- Non ne voglio. Prendila tu, se ti pare.
- No. M'impedisce di dormire, di sera.
Un silenzio, ancora. Un suono limpido e armonioso lo interruppe: era l'Ave Maria, che suonava dalla piccola, vicinissima chiesa dell'Ecce Homo.
- Diciamo l'Angelus Domini... - mormor lui, segnandosi.
Anche essa si segn, macchinalmente, e insieme pronunciarono le parole pie:
- Angelus Domini, qui nunciavit Maria...
Domenico si era avvicinato a lei, dopo la comune preghiera. Anna era immersa in quel silenzio e in quella immobilit, ove pareva si assorbisse e si concentrasse la sua vita. Egli la chiam:
- Anna, Anna!
- Che ? - esclam lei, scuotendosi.
- Mi vuoi bene, almeno?
Tanta supplicazione, tanta malinconia, tanto rimpianto in quell'almeno!
- Eh, s, s! - rispose ella, fastidiosamente.

3.

Pi di un anno era passato. E dalla bottega dei santi erano partite, mari mano, tutte le statue, tutti i busti che vi si stavano scolpendo e dipingendo, nell'inverno prima delle nozze di Domenico Maresca e nella primavera delle sue nozze: il grande san Michele Arcangelo, tutto lucente di oro e di argento, e la statuettina delicata della Madonna della Salette adorna di roselline, il vecchio san Giuseppe dal bastoncello fiorito e dalla fluente barba, e il san Vincenzo Ferreri con la fiamma dello Spirito Santo sul cranio, tutti, via, in chiese lontane e vicine, in piccole cappelle umili e in vasti templi risonanti di canti, e ancora, altri busti, altre statue, erano venute fuori dalle mani che plasmavano e che dipingevano, la santa Rosalia proteggitrice degli altieri e pii palermitani, il san Ciro che i porticesi venerano, un san Matteo che i salernitani festeggiano clamorosamente, come loro patrono eccelso, e due o tre altre piccole Madonne, di Loreto, di Lourdes e di Pompei, alcune vestite di veri panni, secondo la tradizione e secondo il costume dei diversi santuarii, alcune di tutto stucco, assai pi difficili a compiere, e tutte smaglianti delle brillanti tinte che il pennello e la stecca ne ritraevano. Onde, in quest'estate, la seconda dopo le nozze di Domenico, mentre l'afa del luglio opprimeva l'aria e il respiro delle persone, il fondo della bottega dei santi era restato il medesimo, ma i personaggi santi erano cangiati completamente. Teneva il centro della bottega, ora, una Immacolata Concezione, molto alta, una scoltura e una pittura, ove l'arte del pittore di santi aveva bisogno di tutte le sue curiose risorse, per raggiungere il vero tipo: una statua, tutta a fondo di legno, ricoperta di stucco, multicolore, la tunica celeste pallido e cosparsa di stelle di oro, il manto azzurro cupo, a pieghe svolazzanti e pure immote, la testa scoperta con capelli biondocastani, disciolti e inanellati sul collo e sulle spalle, le mani congiunte sul petto, i piedi nudi e rosei, calzati di coturni antichi traforati e, sotto i piedi, il globo, e, sul globo, sempre sotto i piedi della Vergine, un arco di luna inargentato, e il serpe, il serpe di Eva, vinto e calpestato dal picciolo piede della Purissima. Azzurro, rosso, roseo, lilla, grigio, verde, oro, argento, bianco. tutti i colori, tutte le tinte, formavano trionfo in questa statua, che era di carattere moderno, come moderno  il dogma della Immacolata Concezione. Dirimpetto ad essa, ma un poco pi piccolo, era un san Gennaro, forse il primo vescovo di Napoli, il secondo, forse, dopo sant'Aspreno, un san Gennaro, cio, il patrono di Napoli, colui che fu martirizzato a Pozzuoli, e che ha sempre impedito, col cenno della sua potente mano, alla lava del Vesuvio, di distruggere la citt da lui protetta. Il grande vescovo aveva la sua statua sul finire: semplicemente, essendo egli rappresentato mitrato, col pastorale nella mano e col manto vescovile chiuso sul petto da una gemma, e il divoto che voleva tale statua essendo ricco e munificente, era stabilito che la mitria fosse di vero argento, il pastorale con l'arco d'argento e che, sul petto, posasse un'ametista vera e non dipinta, circondata da una polvere di brillanti. Ancora, un sant'Antonio di Padova, il Taumaturgo, in mezzo busto, ma mezzo busto al naturale, anche esso riccamente stuccato, aspettava un grande giglio di argento, il suo fiore favorito, il suo fiore simbolico, che egli porta fra le dita. Tutte queste statue erano in lavorazione, pi o meno avanzata, e, dal fondo della bottega dei santi, ove tanto tempo era stata, coperta ermeticamente di tela grigiastra, tanto da nulla lasciar discernere, la grandissima statua della Madonna Addolorata, era stata avanzata, un poco, in avanti: le tele, in alto distaccate, lasciavano vedere solo il suo viso, levato, rivolto al cielo, un viso, ove un dolore profondo si esalava, nell'espressione pi tragica, negli occhi lucidi di lacrime che, quasi, scorrevano. Sul cranio, erano appena accennati, dipinti, dei capelli oscuri: il resto del corpo, pareva informe, avvolto, com'era, in quella camicia scurastra. Quella statua doveva esser magnificamente vestita di una tunica di grossa seta nera, ricamata di oro, e di un manto nero ricamato di oro, il manto fermato sul capo, da una corona di argento; doveva portare un soggolo di fine battista bianca piegolinata, e, sul petto, in giro, sette spadette di argento, i Sette Dolori, e, nella mano, un fazzoletto di batista bianca, con un orlo di prezioso merletto, il fazzoletto per tergere le lacrime. Tutto questo, mancava. Il pittore non aveva eseguito che il volto dolente: una piccola piattaforma, con tre scalini, in legno, lo aveva elevato, nelle ore di fatica, sino alla testa della grandissima statua; e, in verit, quel viso pallido, alto, con quegli occhi semplici, quella bocca schiusa e contorta dai singhiozzi, quel volto di Addolorata, sovra la gran tunica senza linee, brunastra, produceva una impressione di sgomento e di tristezza. Tutt'azzurra, tutta rosea, stellata, stellante, sorridente di castit, la Vergine, nella sua figurazione della Immacolata Concezione, racconsolava tutti coloro che, involontariamente, fissando le ombre della bottega, scorgevano, lass, emergente dagli scuri panni, il viso straziato dell'Addolorata. E questa statua aveva anche la sua storia singolare. Gi due volte, in due anni, il misterioso gentiluomo che l'aveva ordinata, in segreto, a Domenico Maresca, era apparso, inquieto, agitato, chiedendo che si lavorasse a tutto andare, per consegnargli la sua Madonna Addolorata, offrendo danaro, molto danaro, tutto il danaro necessario, e il superfluo, anche, perch il suo voto, ardente e celato, si compisse e la Madonna Addolorata di cui la festa ricorre in ottobre, la prima domenica di ottobre, fosse finita per met settembre. E gi due volte, lasciata una somma di danaro, il gentiluomo era sparito, non facendosi vedere pi, non avendo lasciato nome, non avendo lasciato indirizzo, malato, partito, forse, lontano, dimentico, travolto, chi sa dove, travolto, chi sa da quale bufera di piaceri o di dolori. E gi due feste dell'Addolorata erano trascorse, senza che l'opera fosse non che finita, inoltrata; gi due volte donna Raffaellina Galante, la ricamatrice sacra, nella sua casa di via Mezzocannone, aveva messo a telaio la veste della Madonna e non aveva continuato pi il ricamo; gi due volte, in due anni, Domenico Maresca aveva passato delle ore a dipingere il volto tragico di Maria, lavorando ritto sulla piattaforma di legno: e poi, giacch il gentiluomo era scomparso, giacch altri impegni sorgevano, nulla era stato continuato, aspettando.
Molte fatiche avevan quotidianamente pesato sulla vita di Domenico Maresca, dopo le sue nozze. Come se la Provvidenza avesse tutti intesi i bisogni della sua esistenza materiale e morale, gli aveva inviato una clientela sempre pi larga e sempre fiduciosa della sua opera. Assai eran cresciute le sue necessit economiche: commesso il grave errore primiero di sposare Anna Dentale, con un fasto discordante con la sua piccola fortuna di pittore dei santi e coi suoi guadagni, egli era stato costretto a mantenere la sua sposa in un'abbondanza di vita, che gli costava molto. Anna non dimenticava che era stata una signora: anzi, non rammentava che questo: e i suoi atti misurati e calcolati, le sue parole rade ed altiere, i suoi sguardi pacati e orgogliosi, il suo silenzio istesso, esigevano che il marito, a cui si era degnata di concedersi, la tenesse come nell'antico suo stato, facendola viver bene, non contentandone i desiderii, perch ella era troppo fiera per esprimerli, ma cercando di comprenderli, ma restando sempre, Domenico, nella incertezza di aver tutto fatto e di tutto aver fatto bene. A ogni sacrificio novello cui egli si sobbarcava, sia facendole dei doni di vesti e di cappelli, sia allargando la vita familiare, sia offrendole degli svaghi, costei nulla diceva, non ringraziava, non mostrava gioia, tutto accettava come se le fosse dovuto, e aveva l'aria di aspettare ancora, tacitamente, che Domenico compisse molto meglio i suoi doveri. E quante volte, egli aveva distolto gli occhi da quel bellissimo volto che egli adorava, volto muto e chiuso, temendo di leggervi la smorfia beffarda, la smorfia disprezzante dell'incontentabilit! S, era bene che un fervore religioso rianimasse la gente, e che nuovi santi, o di cui la leggenda mistica si rinnovellasse, seducessero con le loro grazie, coi loro miracoli, i cuori teneri per la fede: e che le glorie del Pane di sant'Antonio attraessero le anime religiose, che le glorie di san Francesco di Assisi rifulgessero pi vivide, anche nelle classi pi elevate, che la Madonna di Pompei facesse celebrare i suoi fast mistici, sino nelle lontane Americhe: era bene, perch le ordinazioni e il danaro affluissero nella bottega dei santi, e perch Anna Maresca godesse di un'agiatezza che era stata, un tempo, la poesia della sua infanzia, sino all'adolescenza, perch ella scorresse le ore come una creatura di elezione, fatta per la ricercatezza, per l'ozio, per la esistenza calma, ricca e larga. Ah, la giovine donna odiava profondamente, quasi aveva orrore dei mestiere che faceva suo marito, e non discendeva mai nella bottega, nauseata da quegli odori cattivi, da quella costante umidit da quelle mescolanze sporche, e non passava, quando usciva di casa, neppure per quella via, traversando il vico Donnalbina, per uscire a via Monteoliveto: e non aveva permesso che Domenico le donasse una sant'Anna, che egli aveva dipinta, con ardore, per fargliene una sorpresa, non l'aveva voluta, dicendo, irrispettosamente, che sant'Anna era una vecchia noiosa e lei era giovane; e Domenico non aveva mai portata la statuetta a casa, celando la sua delusione grande, e dando la sant'Anna, in dono, a una povera donna, assai divota, che viveva in una cameretta, a un quinto piano, in via Banchi Nuovi, facendo fiori di carta e di stoffa, per le chiese povere, per le chiese di provincia. S, Anna aveva ribrezzo di tal mestiere, che le rammentava il suo matrimonio con un uomo del popolo, con un volgare artefice, il quale lavorava in una bottega aperta, alla vista di tutti, mal vestito, sudicio, coperto di macchie, sempre silenzioso, un mestiere da stupido, diceva lei, trattandosi di rifar sempre le stesse facce di Santi e di Madonne, mestiere goffo e ridicolo, che qualunque manovale, un po'esperto, poteva fare: ma, infine, quello che essa nascondeva, per diplomazia, era il desiderio che questo abborrito mestiere, di cui ella non voleva neanche udir parlare, facesse guadagnare molti danari a suo marito. I suoi istinti innati, i suoi gusti, il misterioso lavoro della sua anima solinga, avevano bisogno di questo danaro: e Domenico Maresca, fedelmente, umilmente, veniva a gittare, innanzi a lei, quanto egli guadagnava, malcontento che non fosse di pi, sognando delle somme fantastiche, perch la sua bella signora di nulla mancasse. Noncurante, distratta, o fingendo, per condotta di vita, una noncuranza e una distrazione profonda, ella aveva l'attitudine di non chieder mai, donde venisse quel danaro: lo prendeva, come se nulla fosse, con un atto di paziente degnazione, lo spendeva subito, non ne aveva mai, o diceva di non averne, e il suo contegno era tale, che egli non osava domandarle, ove il danaro fosse passato. E se, due o tre volte, egli si era azzardato, quasi, a chiederne conto, Anna lo aveva pietrificato con tale sguardo, lo aveva punito con tale un'aria di noia sdegnosa, che giammai pi egli aveva tentato una ricerca simile.
Oltre a ci, la Provvidenza, riempiendo di costanti lavori la esistenza di Domenico Maresca, lo toglieva alle cure morali pi infimamente crucciose. Neppure nelle espansioni della luna di miele, Anna Maresca aveva nascosto, a suo marito, il distacco invincibile fra le loro due vite. Essa gli era rimasta, anche moglie, non solo superiore, ma lontana: e i minuti del possesso che lo riempivano, lui, timido, casto, ma appassionato e tenero, di una emozione profonda, la lasciavano tranquilla, corretta, disinvolta, e lontana, lontana sempre. A poco a poco, ella era diventata, in questi momenti, che Domenico Maresca rammentava, egli, con le frenesia dell'amante, ella sempre pi gelida: in capo a un anno, ella aveva assunto una maniera di accogliere le tenerezze amorose di suo marito, con tale una sorpresa e, anche, con una sorpresa cos seccata che, spesso, avvilito segretamente, Domenico Maresca reprimeva il suo amore. Quante volte, a sfuggire un bacio di suo marito, ella voltava la testa in l, con un atto naturale, come se fosse suo dovere di schivarlo! Quante volte ella assumeva, sin dalle prime parole, un'attitudine di donna che non vuole comprendere, a cui non piace di comprendere! Tutta una serie di gesti, di atti, di motti, ella aveva studiati, forse, nelle sue lunghe ore di solitudine, per togliersi d'attorno questo noioso amore esaltato di suo marito:, tutto un piano che ella aveva formato, perch egli non la infastidisse, piano che ella eseguiva matematicamente, con una rigidit singolare e che disperdeva ogni desiderio, ogni slancio, ogni entusiasmo di Domenico, desiderii, slanci, entusiasmi, spontanei e ingenui, destinati ad esser debellati, distrutti, dalle armi sagaci e pronte di un'avversaria, preparata alla battaglia e che aveva tutto per restar vittoriosa.
- Ella non mi ama - diceva Domenico Maresca, nei suoi pi brutti momenti.
E lasciava la casa, col capo curvo sotto questo pensiero trafiggente, prendeva la via della bottega, sulle sue gambe che cos male portavano il corpo, vi arrivava turbato, molto turbato, e si metteva all'opera, subito, per calmare la sua agitazione. Non vi riusciva, da principio: ma i visi, che, sotto le sue dita di plasmatore si formavano nella creta, continuamente, i visi, i cui colori, le cui tinte, la cui vita nasceva sotto il suo esperto pennello, finivano per assordare la trafittura del suo cuore, finivano per mettervi su, lentamente, goccia a goccia, il balsamo di un oblio temporaneo. E ci egli riteneva per un miracolo, tutto a lui dedicato, per un miracolo, che i santi e le Madonne compivano solo per lui, poich egli li aveva sempre onorati, poich egli aveva dedicato le sue umili fatiche alla loro glorificazione.
Dopo una, dopo due ore di lavoro, tutta la sua vaga amarezza si tramutava, mirabilmente, nella bont del suo cuore, in un nuovo germoglio di amore per Anna. E parendogli un secolo che le fosse lontano, spesso lasciava tutto in asso, si cambiava di abito, in un angolo della bottega, si dava una pulita con una spazzola e correva a casa. Ahi, che nulla era mutato, in colei che egli adorava! Talvolta la trovava pi tacita e pi pensosa della mattina: ella lo vedeva arrivare, con un atto di sorpresa sgradita, aggrottava le sovracciglie, non gli domandava nulla, poco o nulla gli rispondeva. Occupata, distrattamente, alle faccende di casa, compite senza piacere e senza interesse, ella passava da una camera all'altra, lasciandolo solo: egli udiva la voce breve, comandare nettamente a Mariangela, senza una parola superflua. Spesso, ella leggeva certi suoi romanzi: e non lasciava di leggere. Spesso sonnecchiava, in una poltrona: e appena schiudeva gli occhi. Deluso e umiliato, egli fingeva di cercar qualche cosa, per non confessare di esser venuto, senza una ragione, solo per tenerezza, solo per rivederla: gironzava per la casa, senza scopo, con le mani pendenti: e finiva per andarsene di nuovo, col cuore stretto, dicendo fra s:
- Sempre la stessa: ella non mi ama.
E, pi tardi, non osando ritornare a casa, temendo di leggere in qualche lieve sorriso che, ogni tanto, si delineava sulla tumida e voluttuosa bocca di Anna, tutto il ridicolo in cui ella teneva queste visite improvvise d'innamorato goffo, egli vi mandava lo sciancatello Nicolino, con un bigliettino, dove si chiedeva di una cosa qualunque, senza importanza, ma si aspettava risposta: o, infine, Nicolino era incaricato di un'ambasciata, a voce, e gli s'ingiungeva di portare la risposta, senz'altro. Abbassato il capo sulla sua opera, con le belle mani abili che andavano e venivano, Mim Maresca tendeva l'orecchio, a udire  passi bizzarri dello sciancatello, che dovea ritornare. Talvolta, costui tardava; e in silenzio attivo, Mim Maresca gi fremeva d'impazienza. Lo storpio rientrava in bottega: e ripeteva la risposta:
- La signora si pettinava e non ha potuto scrivere.
Oppure:
- La signora dormiva.
Oppure:
- La signora ha detto che ve ne parler stasera, quando tornate a casa.
Oppure la risposta dura:
- La signora era uscita.
Durissima notizia! Il marito innamorato e non amato, non amato pi, o non amato mai, trasaliva tristemente. E a malgrado che tutto egli volesse nascondere, vergognandosi della sua inquietudine, temendo persino il giudizio del suo fedelissimo Gaetano Ursomando, che nulla aveva mai l'aria di vedere e d udire, egli soggiungeva, ansioso:
- Uscita? Dove  andata? Da quanto  uscita?
- Non lo so - era, per lo pi, la risposta dello sciancatello.
- Ritorna da Mariangela e domandaglielo.
Ah che nell'intervallo, Mim Maresca non potea riprendere il lavoro: gironzava per la bottega, con quei suoi passi incerti e strascinati, brancicando con le mani fra i color e i pennelli. rovesciando qualche vasetto di porporina, e gittando degli sguardi spersi sulle piccole Madonne e sulla immensa Addolorata del fondo. E di nuovo, la voce di Nicolino risuonava:
- La signora  uscita da un'ora; non ha detto dove andava,: Mariangela suppone che sia andata da qualche parente.
Cos! Non passava giorno, in cui Anna Dentale non si vestisse in elegante abito e non andasse a trovare suo padre, i suoi zii, le sue zie, le cognate, le cugine, le parenti lontane. Il costume della piccola borghesia napoletana, in una austera riservatezza, non consente che le donne maritate escano, senza essere accompagnate dal loro consorte: molto pi le spose. E tante di esse, coi mariti alle botteghe, ai commerci, alle industrie, agli impieghi, si rassegnano facilmente a una vita claustrale, aspettando la domenica per uscire, a messa, e ad una passeggiata, col marito. Non Anna! Senza chieder permesso, senza chieder consiglio, senza chieder parere, dalla prima settimana, ella era uscita sola, in qualunque ora del giorno, con grande mormorazione del quartiere: e a qualche rimostranza affettuosa del marito, fatta solo all'inizio di queste uscite, ella aveva rudemente risposto che non intendeva di deperire in quella brutta e deserta casa di via Donnalbina, che voleva vedere i suoi, sempre, e che li sarebbe andati a trovare ogni giorno. E i Dentale erano numerosissimi: se ne scovrivano ogni giorno di pi, lo zio Casimiro, il prozio Stefano, l'arciprete Giovanni, il canonico Ottaviano, la zia Carolina, la cugina Candidella, nomi costantemente nuovi, che si accumulavano coi vecchi. Don Carluccio, chiusa la farmacia sua, rabberciato alla meglio il fallimento, per isfuggire all'accusa di bancarotta fraudolenta, si era assoggettato come giovane, da un suo parente, altro farmacista, in via Costantinopoli: ma vi lavorava poco, malcontento, impaziente, impertinente, e vi guadagnava pochissimo: la figliuola non solo lo soccorreva di danaro, ma lo andava a cercare, spesso, in farmacia, se ne uscivano, via, insieme, parlottando in segreto, complottando, diceva il parente farmacista. Anche Domenico, per affetto, per gentilezza di animo, aiutava di denaro suo suocero, n costui risparmiava il genero: ma sempre dall'alto, con un fare da gran signore, promettendo sempre di restituire, come se avesse dovuto rifar fortuna, un giorno: e, infine, don Carluccio Dentale si era organizzata una buona vita, con tutto ci che gli serviva. Di sera, spesso, si presentava in casa Maresca, all'ora del pranzo, e aveva l'aria di elargire un onore grande al padron di casa, discorreva con altiera bonariet, quasi sempre con sua figlia, conservando un segreto disdegno per Mim, uomo di popolo, nato da gente di popolo, a cui egli aveva dovuto sacrificare Anna Dentale, una signora! Chiacchierando, con la sua figliuola, ambedue avevano un gergo familiare, dei ricordi a cui Domenico nulla intendeva, dei sorrisi d'intelligenza, dei sensi sottintesi nelle frasi; e citavan nomi, fatti e date che egli ignorava; e si abbandonavano alle memorie, ai progetti, alle speranze, isolandolo, obliandolo, come se egli mai fosse esistito, escludendolo, persino, da ogni discorso di avvenire. Alla sfuggita, ogni tanto, Mim comprendeva che Anna e il padre si eran veduti, nella giornata, che erano andati insieme, chi sa dove, chi sa in quale ora. Talvolta, sempre al principio, un po'scherzando, un po'sul serio, egli aveva rivolto, a tavola, qualche dimanda suggestiva. Subito, aggrottate le sopracciglia, Don Carluccio aveva assunto un contegno offeso:
- No, no, caro Mim, non scherziamo. Quando mia figlia  con me, voi nulla dovete sapere. Sono il padre e basta.  gi molto, avervela data in moglie. Non intendo sopportare altro.
Quanti Dentale esistevano, e loro affini, e amici loro, tutti in rapporto con Anna e che costei vedeva sempre, mentre suo marito si affannava a plasmare i visi rosei e ridenti agli angioletti, intorno all'Assunzione di Maria, e dipingeva di un bianco latteo le nuvole che portavano in Cielo la Vergine! Abitava, tutta questa gente, nei quartieri pi eccentrici, pi lontani fra loro, a santa Teresa di Capodimonte, all'Arenaccia, a Montecalvario, a santa Lucia, a Basso Porto, a Materdei; ve ne era.persino una, Francesca Dentale Catalano, oltre la Riviera di Chiaia, alla Torretta! E Mim si figurava Anna, andando a piedi, alle visite pi vicine, in tram verso quelle pi accessibili, in carrozza da nolo alle pi lontane, se la figurava... dove, dove, posto che egli si confondeva, in tanta parentela, in tante amicizie, con tanti nomi?
La sera, egli, malgrado che sapesse di annoiarla. non poteva reprimere la domanda:
- Sei uscita?
Per lo pi, ella non rispondeva alla prima richiesta, in una di quelle sue distrazioni tanto opportune.
- Gi.
- Sei andata... dove?
- A fare una visita.
Silenzio, ancora.
- Dalla tua madrina, donna Giuseppina?
-... no.
- Da tuo padre?
-... no.
- Da Francesca Dentale?
-... no, no. Sono andata altrove...
- Ah!... - esclamava lui, come aspettando.
Ella si decideva..
- Sono stata da Maria Garzes.
- E chi , costei?
- Non la conosci. Una mia compagna di monastero.
- E dove abita?
- A Salvator Rosa.
-  maritata?
- S, maritata; agiata.
- E chi ha sposato?
- Un signore, naturalmente - concludeva lei, per punirlo delle sue investigazioni.
Raumiliato, egli cessava d'indagare. E le doveva credere sulla parola: poich, per metodo, Anna aveva fatto s, che i suoi parenti, salvo suo padre, non vedessero che raramente, molto raramente, suo marito. Con un'abilit perfetta, dovendo egli stare a bottega, tutto il giorno, non facendosi restituire che pochissime visite, non andando con lui, di domenica, quando egli era libero, che a messa, a passeggiare in Villa e, la sera, in un teatro, ma sempre sola, con lui, evitando gl'incontri, fuggendo ogni gita in compagnia. Anna aveva isolato Mim Maresca. A qualche tentativo infelice lui, per vedere qualcuno di costoro, almeno i parenti pi prossimi, a qualche atto di cortesia, di familiarit che egli aveva voluto compiere, ella aveva opposto un rifiuto secco: e se il pittore dei santi aveva voluto insistere, Anna gli aveva fatto intendere, pur senza dirlo, che i suoi parenti. essendo di un ceto molto pi alto del suo, non avevano piacere di trattarlo. Immediatamente, nella sua triste semplicit. egli aveva ceduto. Sempre gli ricadeva sulle spalle, come un peso di pietra, questa differenza di condizione: Anna non gli risparmiava una sola volta questa verit, in ogni particolare quotidiano della vita, in certe lezioni che gli infliggeva, con fare altezzoso e noncurante, in certi segni costanti di disprezzo, che ella esercitava contro di lui. Ogni sua consuetudine semplice, ogni suo costume, ogni tradizione familiare, ogni uso popolare, tutto questo svolgersi dell'esistenza, in una certa maniera, avevan trovato in Anna un giudice rigido, inesorabile: e tutto, lentamente, malvolentieri, egli aveva dovuto mutare, anche quello che pi gli era caro, anche quello che era stato caro a suo padre, a suo nonno, anche quello che egli vedeva fare a tutta la gente della sua condizione. Frizzante, sardonica, Anna colpiva, dalla sommit della sua signorilit, tutto ci che per tanti anni era stato il fondo della vita di Mim Maresca, fondo grezzo ma onesto, volgare, forse, ma bonario, superstizioso, forse, ma non mancante di tenerezza: e Mim chinava il capo, rinunziava a mangiare certi cibi, in certi giorni, rinunziava a certe ore di riposo, nella stagione estiva, rinunziava a celebrare certe feste, rinunziava a certi pellegrinaggi, in certi anniversarii. Ella non transigeva. Era una signora: e tale voleva restare, e tentava, inutilmente, diceva lei, di dargli qualche gusto di signore. Ella si era rifiutata, violentemente, a ricambiare nessuna delle visite fattele, con pompa, dai parenti Maresca. Solo negli otto giorni, dopo le nozze, in gran lusso, col suo pi bell'abito, coi suoi pi ricchi gioielli, ella aveva acconsentito a visitare la moglie del compare di anello, donna Gabriella Scafa, la ricca moglie del Re della Immagine, quel marito e quella moglie che dominavano, con un imperio sovrano, tutta la regione di san Biagio dei Librai, sino a via Tribunali, sino a Forcella, sino al Duomo, dovunque una piccola o grande bottega di figure e di figurelle esponesse le sue immagini, quei possenti Scafa che il trionfo della oleografia sacra, a buon mercato, aveva arricchito. Con costoro, s, una o due volte l'anno, in cerimonia, accompagnata da Domenico Maresca, trattenendosi un quarto d'ora, scambiando delle frasi convenzionali, senza nessuna cordialit: e ricevendo la visita di ricambio, allo stesso modo, in via Donnalbina. mandando a chiamare Mim in bottega e portando, Anna, la sua pi ricca vestaglia. A nessun altro, una visita: neppure alla zia Gaetanella Improta, quella dell'eredit, quella che non portava cappello, pur avendo molti danari. Quando la Improta era nominata, quando si nominava un parente Maresca, la bella bocca di Anna Maresca si gonfiava di sprezzo e il suo silenzio, ostinato, ingrandiva anche pi quella espressione costante. Nessuno di essi aveva osato farle una visita, avendone compreso l'animo nella festa di nozze, e man mano, Domenico Maresca, era stato messo da parte anche da queste antiche parentele, da quelle umili conoscenze, gente che gli voleva bene, prima, ma che, adesso, lo compativa, crollando il capo, prevedendo chi sa quali brutte conseguenze, da questo matrimonio; e se, per caso, egli s'incontrava con uno di costoro, se egli andava loro incontro, con le braccia aperte, con il suo buon sorriso sulle grosse labbra smorte, l'altro assumeva un contegno gentile ma distaccato: se egli nominava sua moglie, l'altro, subito, troncava il discorso. Tutto egli comprendeva, Mim Maresca, con una sensibilit profonda, affinata, adesso, da un amore che ne eccitava i nervi e le facolt: sentiva che lo sfuggivano, sentiva che lo compativano, sentiva che essi temevano di Anna, sentiva che essi prevedevano cose molto cattive. E si rinchiudeva, sempre pi, nella solitudine della sua passione ardente, oscura, esclusiva e unica: e si aggrappava, per poter vivere, a questa passione di cui Anna non gli permetteva, oramai, pi, che pochissima o niuna manifestazione. E non avevano figli!
- Ringrazio Iddio, mattina e sera, perch non mi manda figli - esclamava lei, ogni tanto, guardando suo marito nel viso, perversamente.
A questa parola sacrilega, a questa preghiera sacrilega. Domenico Maresca allibiva. In tutte le classi sociali napoletane,  cos profondo il desiderio, il bisogno, la necessit di avere dei figliuoli, che un matrimonio senza figli,  considerato con viva compassione per i coniugi e, anche, con una senso di disistima. Scendendo, poi, nella piccola borghesia, nel popolo, le nozze infeconde sembrano una sventura familiare. Pi innamorato che marito, pi amante che padre, Mim Maresca provava, sul principio, molto superficialmente la nostalgia di questi figli che non venivano: ma, un anno e mezzo dopo, in lui, fatto pi preoccupato, pi triste, pi segretamente infelice, deluso profondamente dall'amore, crucciato dai sospetti pi intimi, non potendo pi orientare la sua misera vita sentimentale, cercando un punto sull'orizzonte cui tendere il suo cuore deserto, questa nostalgia si era fatta pi acuta: e non poteva comporre, con le sue nobili mani dedicate alla pi sacra delle fatiche, con quelle mani che erano la sola bellezza della sua brutta persona, con quelle mani in cui si traduceva la dolcezza della sua anima, non poteva plasmare, o dipingere una testa di angioletto, senza fremere di invincibile malinconia. Egli voleva fare, nel suo ardente desio, una statuetta del bambino Ges, alla maniera antica, come i pittori di santi antichissimi: una statuetta, alta come un bambino di due anni, un piccolo Ges roseo e biondo, con le manine aperte e distese, con la boccuccia schiusa. Questo bambino Ges si veste di un abituccio di raso grigio perla, abituccio orlato al collo, alle maniche e alla gonnelluccia di una trina di oro, e la stoffa  tutta ricamata a zecchini di oro, scintillanti: sul bel capino riccioluto si posa una coroncina chiusa di argento: e al collo, sul petto, sulle braccia tese del piccolino, si appendono fili di oro con medaglioni, vezzi di perle, vezzi di coralli, e tutti gli strani ex voto della fede meridionale. Se Dio gli dava un figlio, una figlia, Mim Maresca avrebbe offerto al Signore questa sorridente e ricca effigie del suo Divin Figlio, opera di Mim Maresca, la statuettina dai piedini rosei e nudi sul piedistallo, e tutto fornito da lui, la veste, la coroncina, l'oro, i voti. Nulla sapeva Anna di questo gi potente e dolente desiderio del marito, poich egli non osava parlarne. Solo, qualche volta, indirettamente, gli usciva dal cuore, al derelitto pittore dei santi, innanzi all'altiera creatura del suo inutile amore, una esclamazione d'invidia, se si parlava di una coppia cui era nato un figliuolo: solo, qualche sospiro, gli usciva dal petto, se incontravano, nelle loro passeggiate della domenica, delle famiglie placide. precedute da una piccola schiera di figliuoli, vestiti graziosamente.
- Beati loro! - mormorava lui.
E, subito, Anna Maresca ribatteva:
- Anche tua madre, non ne ha fatto che uno.
Egli impallidiva mortalmente. Era una cosa insopportabile, per lui, udir nominare sua madre da Anna: poich ella lo faceva glacialmente, con una malvagit premeditata, guardando negli occhi suo marito, costringendolo ad abbassarli, costringendolo a tacere e a divorare la sua amarezza.

Alle otto di sera, un sabato, di settembre, Mim Maresca buss in fretta alla porta di casa sua, in via Donnalbina. Ordinariamente rientrava alle sette, per il pranzo: ma, in quel giorno, il lavoro forte che vi era stato in bottega, il viavai di clienti, degli ordini da dare a Ursomando e allo sciancato Nicolino, per il luned, gli avevano portato via pi di un'ora.
-  tardi, Mariangela, ho fatto tardi - disse lui, alla vecchia domestica che era venuta ad aprirgli, passandole avanti. - Il pranzo sar pronto?
- S - rispose costei, con un accento singolare.
In un minuto, Mim, aveva percorso le tre piccole stanze dell'appartamentino. Anna non vi era. Sconvolto, egli corse in cucina, ove la serva si affaccendava attorno ai fornelli.
- Mariangela, dove  la signora?
-  uscita.
- Uscita? Da quando?
- Dalle quattro. prima, forse.
- E non  tornata? Alle otto? Come  possibile?
Una pena viva ispirava le sue esclamazioni. La antica domestica che lo aveva visto nascere, che lo aveva cullato, portato a scuola, amato come un figlio e venerato come un padrone, lo guardava con atto di profonda piet:
- La signora ha mandato una lettera per voi - ella mormor. - La lettera  in istanza da pranzo, al vostro posto, dove si mettono sempre le lettere.
Egli vi corse. Un bigliettino era deposto, sul suo tovagliolo: scritto a lapis, sovra un mezzo foglietto che pareva strappato da un taccuino maschile, e chiuso in una busticina da carta da visita. Diceva, il biglietto: "Caro Mim, devi pranzare solo. Sono andata a far visita a Francesca Dentale, perch era l'onomastico di suo marito Gennarino, e mi hanno gentilmente trattenuta a pranzo. Non t'imbarazzare per venirmi a prendere, perch vi  chi mi accompagna - Anna". In una profonda confusione, egli cadde sovra una sedia, al suo posto, in quella stanza da pranzo, ove erano sempre in due, da un anno e mezzo, e dove, quella sera, gli toccava restar solo, pranzar solo, poich Anna lo abbandonava, con una libert di azioni, una disinvoltura e una indifferenza completa. Mai, mai, era restata a pranzo fuori di casa, neppure col padre, n per un invito formale, n per una occasione fortuita e, cos, a un tratto, per affermare la propria indipendenza, di fronte ai parenti Dentale, ella non rientrava, pranzava altrove, lontana, avvertendone con un biglietto arido, senza una parola di scusa, senza un saluto, senza dire a che ora sarebbe rientrata, togliendogli anche, brutalmente, il diritto di andarla a riprendere, facendogli intendere, chiaramente, che voleva fare il suo comodo e non esser infastidita da lui.
- Debbo servire? - domand timidamente, dalla porta, Mariangela, al suo padrone che, con la testa fra le mani, coi gomiti puntati sulla tavola da pranzo, cercava vincere i suoi nervi tesi dallo spasimo.
- Servi pure.
Ma della buona zuppa di erbe fumanti, egli non prese che una cucchiaiata: brancic, col coltello e con la forchetta, un pezzo di carne allesso e lasci stare tutto. Si passava, macchinalmente, la mano sulla fronte, volendo calmarsi, volendo riprendere un po'di tranquillit, sempre con la paura che qualcuno indovinasse la cura insopportabile che aveva dentro. Anche di Mariangela aveva soggezione, quantunque ne conoscesse la devozione assoluta. E tent, con uno sforzo, di chiarire, alla sua domestica, quell'assenza cos strana, la padrona che lascia la casa e il marito, per andarsene a pranzo, da parenti che egli non vedeva mai, in un rione lontano, per ritornare chi sa a quale ora della sera, forse avanzata.
- Me lo imaginavo... - egli mormor, come fra s... - Era naturale che donna Francesca Dentale la trattenesse a pranzo...  san Gennaro, oggi... aveva un bell'abito, Anna, oggi?
- Sissignore. Quello nero, tutto ricamato di perline.
- Oh! E ti ha detto nulla, per me?.
- No. Se lo doveva immaginare, per, che sarebbe ritornata di notte, perch ha portato via la mantellina - soggiunse la domestica, candidamente.
- Ah! - esclam lui, trafitto di nuovo. - E chi ha portato questa lettera?
- Un fattorino di piazza.
- Da dove veniva?
- Da Chiaia, mi ha detto.
- Gi. E chi gliela aveva consegnata?.
- Un giovanotto, mi ha detto.
- Ah! - disse lui, senza aver forza di conoscere altro.
Col coltello, tagliuzzava minutamente la corteccia dell'arancia, che aveva cercato di mangiucchiare.Si lev di tavola, and in salotto, vi rest, in piedi, guardandosi intorno con quello sguardo sperso che egli assumeva, nelle ore difficili della sua vita.
- Volete del caff? - chiese la vecchia fedele, dalla porta.
- No, no.
E per non mostrare anche pi la sua miseria morale, apr un giornale della sera che Anna comperava, con un soldo, quotidianamente, da uno strillone: e che ella leggeva lungamente, per isfuggire, spesso, alla conversazione con suo marito. Mim scorreva le colonne di parole e di lettere e non intendeva nulla. Due volte, guard l'orologio: non erano ancora le nove. E pensava, tra s stesso, che non avrebbe resistito, ad attendere, in casa, Anna. Egli non esciva mai, dopo pranzo: e certo, Mariangela, avrebbe compreso la sua ansia, vedendolo partire: e si vergognava. Ma come resistere? Si sentiva male: correnti di gelo, correnti di fuoco gli attraversavano la persona: ebbe paura di aver la febbre, una febbre improvvisa, che gl'impedisse di andare. Mariangela rientrava, adesso, in salotto e lo guardava coi suoi buoni occhi amorosi e pieni di piet. Voleva dirgli qualche cosa, si vedeva, mentre egli fremeva di fuggire.
- Che vuoi? - chiese lui, rodendo il freno, fingendo una calma perfetta.
- Volevo dirvi, don Domenico, che questi sono gli ultimi giorni che resto al vostro servizio - ella pronunci, con uno sforzo per celare la sua emozione.
- E perch? Perch? - esclam il padrone, stupito.
- Perch me ne vado - ella soggiunse, rassegnatamente.
- Te ne vai? Dove, te ne vai?
- Ho una sorella, ad Airola, vicino Benevento;  il paese dove sono nata, Airola. A questa sorella e a me, nostro padre ha lasciato una casetta, una stanza e una cucina sola; niente altro. Vado a morire l, nel mio paese, don Domenico.
- E mi vuoi lasciare? Dopo tanti anni! - grid lui, sinceramente commosso, dimenticando i suoi guai.
- Io non vi lascerei - mormor essa, con dolcezza servile. -  la vita che mi lascia.
- Tu puoi campare molti anni ancora, Mariangela!
- Ma non posso pi servire - ella replic, sempre con umilt, a capo basso.
- E come vivrai, poveretta? La casa non basta.
- Ho qualche soldo, da parte, dopo tanti anni, che servivo qui: io non spendevo nulla, pap vostro e voi, eravate cos buoni! Non pensate; avr sempre un tozzo di pane.
- Oh Mariangela, Mariangela, tu te ne vai! - disse lui, dolorosamente. - Te ne vai, cos, dopo tanti anni! E Anna lo sa?
- Lo sa - disse l'altra, con tono rassegnato.
- E che dice? Che ti ha detto?
La vecchia domestica non rispose. Mim ebbe l'animo attraversato da un sospetto.
- Non ha detto nulla, per trattenerti?
Mariangela lev gli occhi sul volto e, a bassa voce, confess la verit.
-  lei che mi ha licenziata.
- Lei? Lei?
- S, lei.
- Licenziata, proprio?
- Oggi. Prima di uscire. Per la fine del mese.
- E perch? perch?
- Dice che sono vecchia, che non posso pi servire, che non ho mai saputo servire. Sono vecchia, io; ed essa ne vuole una giovane - disse rapidamente, tremando, la poveretta. E per umilt di animo cristiano, soggiunse:
- La padrona ha ragione. Sono vecchia. non mi reggo pi in piedi, me ne debbo andare.
E, involontarie, sole, due lunghe lacrime discesero sulle guance scarne e rugose, gelide lacrime di vecchia creatura povera e finita, oramai.
- Povera Mariangela - disse lui, con un sospiro profondo, ove parve si esalasse tutto il suo rammarico impotente e inutile.
Non altro. Il suo tormento lo riprendeva, a morsi atroci, e, senza pi aver la forza di reprimersi, afferr il cappello e usc di casa, accompagnato dal pio e tenero augurio di Mariangela, un augurio in cui, quella sera, trapelava, anche. la tristezza delle cose che non sono pi.
- La Madonna vi accompagni, in ogni passo che date.
Quando fu fuori di casa, Mim Maresca, nella molle serata di settembre, attraversata da qualche debole soffio fresco di un autunno che si avanzava, quando i suoi rapidi passi lo ebbero portato, dalla stretta e tetra e deserta via di Donnalbina, ove solo due fanali a gas, fiochi, diradavano le tenebre, in via Monteoliveto, bene illuminata, animata da viandanti, in ogni senso, attraversata continuamente dai trams che venivano da lontano, dai quartieri estremi sul mare, quando egli fu tra la gente, camminando in fretta, si sent sollevato. un poco. Niuno sapeva dove corresse quell'uomo dallo scialbo e floscio viso, tutto assorto in un pensiero fisso, ed egli stesso andava, andava, verso via Fontana Medina. verso Piazza Municipio, spinto da un istinto di ricerca affannosa, d'inquieta indagine. Come quegli si accostava al centro della citt, l'animazione della sera di morente estate, si facea pi viva. File di donne passavano, venendo da Santa Lucia, da Chiaia, risalendo verso Toledo, verso i quartieri alti: altre file discendevano, e tante donne erano vestite di chiaro, quasi tutte; e molte erano vestite di bianco; e dei ventaglini si agitavano, nelle mani muliebri, delle risa trillavano, qua e l, una gaiezza circolava nell'aria, nelle cose, nelle persone; e i caff avevano le loro tavole sui marciapiedi, sulle piazze, e la folla le occupava da pertutto; e delle musiche risuonavano, eseguendo dei pezzi popolari, delle canzoni alla moda, delle arie di ballo. Era giorno di festa, infine, per chi rispettava san Gennaro, il Patrono: e, sovra tutto, era una di quelle splendide sere di settembre, quando la gente si riversa ovunque si possa godere il fresco, sotto il chiarore delle stelle. Colui che scendeva per via Chiaia, sempre a piedi, sempre rapidamente, Mim Maresca, percepiva superficialmente lo spettacolo cos vivido e cos simpatico della sera di estate: egli si urtava con le persone, scansandosi macchinalmente, proseguendo la sua via, cieco e sordo a ogni altra cosa, che il suo furioso desiderio non fosse: ritrovare Anna, subito, riprendersela, riportarsela a casa.
E, animato da questa monomania, non si fermava a rammentare tutti i particolari bizzarri di quell'avventura disgraziata: la premeditazione, certo, che Anna aveva avuta in quella giornata: la brevit offensiva del biglietto: quel foglietto di provenienza non femminile: e quell'uomo, quel giovanotto che aveva consegnato la lettera al fattorino. No, tutto ci gli era sfuggito dalla mente; egli correva, soltanto, per ritrovare Anna, non sapeva altro, andava, andava, diritto innanzi a s. Fu sotto le grandi lampade elettriche di piazza Vittoria, ove i pi bei palazzi patrizi mettono le loro facciate, ove il pi elegante club di Napoli, il Nazionale, aveva la sua veranda illuminata e, fra le piante, sdraiati nei seggioloni di paglia, i socii sorbivano delle bevande ghiacciate e fumavano delle sigarette, fu solo l, in piazza Vittoria, fra un andirivieni di persone, fra il rumorio sempre pi forte dei trams, che Mim Maresca si ferm di botto.
Dove andava? Dove andava? Non ignorava, egli, forse, l'indirizzo di Francesca Dentale? Dove andava? Egli sapeva soltanto che la bella cugina di Anna, sua moglie, abitava alla Riviera di Chiaia; ma quella via  cos lunga, cos lunga! Sapeva, ancora, che Francesca Dentale abitava verso la Torretta, alla fine, proprio alla fine della Riviera di Chiaia, ma dove, specialmente, a qual numero, egli lo ignorava, Dove si dirigeva? A chi chiedere? In che posto fermarsi? Con quale indizio trovare questa casa? La sera si inoltrava, la Riviera di Chiaia, fatta di grandi edifizi aristocratici, fiancheggiati da piccole case borghesi, aveva pochissime botteghe, quasi tutte chiuse, o che si andavano chiudendo. Dove andava, dunque, Mim Maresca, in una regione di Napoli cos lontana dalla sua, in vie belle e popolose, ma che egli non frequentava quasi mai, dove andava, a cercare sua moglie, una donna, in una grande strada lunghissima, di cui l'occhio non scorgeva la fine, la cui larghezza impediva di riconoscere qualcuno, da un lato all'altro, con un fluttuamento costante di persone, con un movimento rapidissimo di equipaggi, dove andava egli, dunque, a cercare Anna, in una casa sconosciuta, egli non esperto, non pratico, profondamente scosso e gi pentito dell'invincibile impulso che lo aveva spinto col?
E, dove andava, dunque, costui, quando gli si era detto che non lo volevano? Perch andava, quando niuno lo desiderava, quando, egli ne era certo, sarebbe giunto inaspettato e mal gradito? Dove andava egli mai, quando la volont di Anna era stata cos chiara, cos limpida, proibendogli di andarla a prendere, poich aveva compagnia, e migliore della sua? Dove andava, quando ella lo aveva confitto a casa, in via Donnalbina, con quel biglietto, quando ella non voleva saperne, della sua presenza, divertendosi, ballando, forse, fra gente del suo ceto, ed escludendo lui, escludendolo assolutamente, lui popolano, pittore dei santi, senza finezza, goffo, goffissimo, insopportabile a lei? Dove andava mai, dunque, per farsi ricevere come un cane in chiesa, anche se avesse ritrovata la casa di Francesca Dentale, per farsi scacciare, forse, da sua moglie?
E tutto l'ardor di ricerca, dunque, di Mim Maresca era caduto: la debolezza spirituale, che era il fondo del suo essere, lo assaliva, novellamente, gli spezzava le forze fisiche e le morali. A passi lenti, oramai, si era messo sul marciapiede che rasenta il trottatoio della Villa e si trascinava lungo la ringhiera di ferro che difende i pedoni, alla mattina, dal trotto dei cavalli, su cui gli sportmen vanno e vengono, sotto le ombre dei grandi alberi del giardino pubblico, Di sera, alle nove e mezzo, non vi erano sportmen, ma il marciapiedi era ancora affollato, con la freschezza settembrina, con i profumi che venivano dai giardini di casa Colonna, di casa Alvarez de Toledo, del Vasto, di Monteleone. I suoi pensieri, in piazza Vittoria, avevan distrutto la sua esaltazione momentanea e, con essa, la sua momentanea forza. Camminava, s, ma come un'ombra folle e vana, rallentando il passo, fermandosi, fissando gli occhi innanzi, ma senza vedere nulla, respinto spesso da chi gli passava accanto, respinto a diritta, a sinistra, sorpreso, costantemente, dal passaggio filante e rumoreggiante dei trams pieni zeppi di donne e di uomini, che tornavano da Posillipo, dalla Torretta, trasalendo a ogni volto femminile che gli appariva, e non osando neppure fissarlo bene, quasi avendo paura, oramai, d'incontrare sua moglie, chiedendo a s stesso perch non fosse restato, laggi, nella solinga casa di via Donnalbina, ad aspettarla, come essa gli aveva ingiunto, perch non le avesse ubbidito, senza discutere, anche a costo di soffrire le pi acute torture, poich il suo destino, oramai, era di vivere e di morire per lei, vivere di dolore e morire di dolore, ancora chiedendo perch, perch mai si trovasse col, a quell'ora della sera, sgomento di un incontro, di cui sentiva il presentimento fatale nel suo spirito. Sfiaccolato, affranto da una giornata di fatica materiale, passata in piedi, e da una crisi morale che aveva debellato le sue fragili e fugaci energie, tremante di un pericolo morale di cui, con singolare percezione, egli pareva sentisse la imminenza, Mim Maresca, mise moltissimo tempo per giungere, come uno spettro vagolante, sin quasi alla fine della Riviera di Chiaia, ove, forse, sorgea la casa di Francesca Dentale, ove, forse, stava Anna, sua moglie, e dove egli, adesso, aveva un terrore invincibile di ritrovare questa casa e di ritrovar questa donna.
Egli si era arrestato, macchinalmente, in un punto ove l'andare e venire della gente, nella limpida e morbida sera di estate, era pi forte e pi allegro. Innanzi a Mim Maresca che stava immobile, sul marciapiede, in un incrocio largo di binarii, vi era la grande fermata dei trams della Torretta: la Riviera di Chiaia vi finiva, biforcandosi in due strade, quella di Mergellina, quella di Piedigrotta, una che andava a Posillipo, verso il mare sonoro e fragrante, una che andava verso la campagna di Fuorigrotta, nell'ombra solinga e odorosa delle vigne e degli orti, Alle sue spalle, una larga, ma breve traversa, frequentatissima, conduceva all'elegante e aristocratico Viale Elena, conduceva tra palazzi maestosi e villini civettuoli, alla magnifica via Caracciolo. E i carrozzoni dei trams, dalla citt, dal mare, giungevano carichi, gremiti di persone, alla fermata della Torretta, ove altra gente attendeva, in piedi, per prender posto, ove molti scendevano, molti salivano, fra gli squilli di campanelli, il rumorio delle voci e il fragor sordo e continuo degli equipaggi signorili, delle carrozze da nolo, e i canti lontani e vicini, e tutto un chiasso umano, ora basso ora alto, ora dolce ora stridente. Continuamente Maresca era urtato, spinto, investito, talvolta da gruppi di persone, mentre, alle sue spalle, in via Mergellina e nella larga traversa, il Caff Stinco aveva collocato i suoi tavolini all'aria aperta, tutti occupati da gente. Ogni tanto, Mim Maresca indietreggiava, verso la traversa, verso il Viale Elena: una volta, lentamente, trascinando i suoi piedi morti di fatica e la sua anima morta di tristezza, giunse sino alle acacie del Viale Elena. E fu in fondo a questa traversa che una donna, passando, lo sfior e si volt, subito, a guardarlo, fisamente; la donna mosse pochi passi, indecisi, innanzi: poi, a un tratto, si volt di nuovo, gli venne incontro, gli si pieg, vicina, dicendogli, con voce bassa e roca:
- Non mi conosci? Non mi conosci pi?
Al chiarore che veniva da una bottega illuminata, ove delle stiratrici lavoravano, nel biancore delle tende e della tavola da stiro, egli fiss bene la donna e la riconobbe Gelsomina, che toccava i venti anni, pareva fatta pi alta e pi magra: il suo vestito di mussolina bianca, tutto adorno di merlettini bianchi, pareva che le andasse largo, un po'cascante sul busto e sui fianchi. Sotto un grandissimo cappello nero, carico di corte piume nere, il suo viso sembrava pi smunto, pi allungato. Era oltraggiosamente carico di rossetto e di polvere di riso: il colorito naturale di questo viso era sparito, completamente: sottolineati di bistro i suoi occhi, e delineate, anche in bistro, le sovracciglie fini: con atto costante, ella seguitava a mordersi le labbra, per farle diventar rosse. E, strano a dirsi, era leggermente toccato, delineato col rossetto, il segno che ella portava dalla sua nascita, sul mento, la piccola voglia, la piccola fragola. Alle gentili orecchie portava dei pesanti orecchini; delle grosse pietre verdi, quadrate, circondate da pietre bianche, falsi smeraldi con falsi brillanti. Al collo, aveva una grossa spilla, simile: e, sul braccio, uno scialletto di seta rossa, di un colore vivissimo.
- Non mi riconosci? Non mi vuoi riconoscere? - ella domand, ancora, con quella sua voce lamentevolmente rauca.
- S, s, - mormor lui, con una pena immensa - ti riconosco, sei Gelsomina, buona sera!
- Non mi chiamo pi cos! - replic ella, crollando il capo. - Gelsomina non esiste pi.
- E come ti chiami?
- Fraolella, solamente Fraolella. Tutti cos mi chiamano.
- Chi, tutti? - chiese lui, inconsciamente.
Ella lo guard, amara, senza rispondere. Sparita, per sempre, da quegli occhi grigiastri e grandi la espressione maliziosa di dolcezza infantile e l'altra, anche infantile, d'improvviso smarrimento: un avvicendarsi, invece, di una rassegnazione passiva, di una tristezza torbida, di una curiosit dolente, di uno stupore dolente. E quegli occhi ove tutta la sua istoria si poteva leggere, per chi ricordava quelli di un tempo, quegli occhi donde tutta la gioia della innocenza e della giovent era fuggita, contrastavano malamente con quel viso delicato, tutto imbellettato.
- E che fai, qui, a quest'ora.... Fraolella? - domand Mim, per dire qualche cosa, superando la sua pena.
- Aspetto... aspetto qualcuno... - ella rispose, girando la testa in l.
- Un innamorato?
- Gi.
- Don Franceschino Grimaldi?
Un breve riso, impresso di cinismo, usc dalle labbra dipinte e morsicchiate di Gelsomina.
- Le tue notizie sono vecchie! - ella esclam, ridendo ancora, e fermandosi, subito, per respirare, come un tempo.
- Non  pi il tuo innamorato?
- Ma no!
- Lo hai lasciato?
- Mi ha lasciata - ella soggiunse, piano, come se parlasse in sogno - Dopo tre mesi, mi ha lasciata.
- Cos poco?
- Cos poco, Mim - disse lei, mentre, nella arrocatura della voce, qualche cosa tremava. - Temeva,.. temeva.., qualche guaio... un figlio...
- Non vi  stato..?- esit lui, a domandare.
- No..- niente... meglio cos, Come avrei fatto, Mim? Mi sarei dovuta buttare dalla finestra,
Essi si guardarono, un momento, ambedue stravolti. Stavano innanzi a quella bottega, ove si lavorava, a grandi colpi di ferro e, vicinissimi, parlavano piano. La gente che passava, o non si accorgeva di loro, andando ai suoi piaceri e ai suoi doveri, o, accorgendosene, aveva un sorriso maligno, vedendo l'interesse di quel colloquio, credendo a discorsi amorosi o, piuttosto, a discorsi sensuali, fra quella giovine il cui aspetto, ahim, non ingannava nessuno e quell'uomo giovine, smorto, che l'ascoltava attentamente.
- Ascolta, Mim, ascolta, - ella proruppe, ma pianissimo, dopo essersi guardata intorno, e mettendogli una mano sul braccio - due o tre volte, mi son voluta buttare dalla finestra...
- E chi ti ha fermato, chi ti ha fermato? - chiese lui, ansiosamente.
- La paura. Ho venti anni. Ed ero in peccato mortale! E chi si uccide,  chiaro, muore in peccato mortale!
- Ma perch volevi morire, Gelsomina? - esclam lui, obliando di chiamarla col suo soprannome,
- Faccio una vita disperata, Mim - rispose lei, chinando il capo sul petto.
Tacquero, un poco. Come il senso della fatalit passava sulle loro teste, sulle loro vite, egli, infelice, tent reagire, e rispose:
- Non ti potrei salvare, io, non potrei?,
- Tu? - disse lei, con accento singolare,
- Io, si, io! Dimmi se posso, dimmelo, purch io non ti sappia... cos... purch io non ti vegga... in questo stato,
- Tu non puoi fare niente - ella rispose, con una tetraggine cupa, - Niente,
- Ma perch?
- Perch troppo tardi.
- Troppo tardi? -
-  troppo tardi - ella concluse, aprendo le braccia, con un gesto desolato, non volendo soggiungere altro.
Pure, vi era tanta espressione di rammarico inconsolabile, di un lungo rimpianto antico, senza conforto, tanta evocazione di un passato che era stato dolce e che avrebbe potuto essere felice, che egli, ottuso, sordo e cieco, intese il rimprovero, ma senza approfondirne la essenza disperata. Gir lo sguardo intorno, vagamente, come a raccogliere le sue idee, i suoi sentimenti, i suoi ricordi: ma preso dal suo dolore personale, ancora pi veemente, perch non espresso, non trov nulla da soggiungere. Ella fece un atto lieve, di disdegno pietoso, con le labbra, innanzi a quella sordit, a quella cecit e riprese, lentamente, parlando in sogno come un tempo:
- Solo Dio.. solo la Madonna.. possono fare qualche cosa, per me...
- Ma tu li preghi? - Tu preghi, ancora? - chiese lui, con ansia ingenua.
- Ancora: indegnamente. Ho portato dei ceri all'Addolorata di Santa Brigida.. ho fatto tanti voti... voglio andare scalza, da Napoli a Valle di Pompei...
- Ebbene?
- Niente - disse lei, con voce desolata,
- Bisogna pregare, sempre: sperare sempre...
- Tante altre, come me, tante altre poverette, hanno pregato, hanno fatto voti... e nulla hanno ottenuto... Certe non pregano pi... forse cos vuole, Dio, per farci fare il Purgatorio in terra - ella disse, con quello accento di sogno, di lungo sogno interiore e triste.
- Cos vuol Dio, forse!
- Amen - disse lei, aprendo le braccia e abbassando la testa.
Poi, come avendo accettato questa croce, questa pietra che le ricadeva sul petto, ella mut discorso:
- E tu, Mim, tu? Che fai? Hai gi un figlio?
- No - egli disse, trasalendo.
- Come? Non hai un figlio? Me lo avevano detto... che avevi avuto un maschio... un bel maschio... che bugiardi! E ti dispiace, di non averne?
- Mi dispiace - rispose lui, sempre a occhi bassi.
- E ad Anna, dispiace?
- No. Le fa piacere, non aver figli.
- Piacere? Piacere? - grid lei, stupita. - Le pu far piacere, questo ?
- Gi.
- Non ha cuore, dunque?
Domenico Maresca non rispose. E, sul volto, gli si vedeva la tortura che subiva per quell'interrogatorio; ma, strano a dirsi, anche il desiderio morboso di non troncarlo.
- Ma ti vuol bene, Anna? Ti vuol bene?
Alla domanda incalzante, egli seguitava a non rispondere. Un'altra ambascia lo soffocava: ma in quell'ambascia, almeno, egli poteva concentrare tutto quanto aveva sofferto in quel giorno, tutto quanto aveva sofferto in un anno e mezzo. A quella povera ragazza, diventata una creatura perduta, a quel povero essere dalle guance brucianti di rossetto, dall'acconciatura equivoca, che ronzava, sola, in quell'ora tarda, in quel quartiere di piacere, egli sentiva di poter denudare il suo cuore, senza tema di esser deriso, senza tema di esser beffato.
- Anna non ti vuol bene? - chiese ancora, lei, con la insistenza della piet, della tenerezza.
E, infine, come non lo aveva mai detto a nessuno, come non lo aveva confessato mai apertamente, neppure a s stesso, come lo aveva detto solo al Signore, nelle sue orazioni, Domenico Maresca, a Gelsomina, che non si chiamava neppure pi cos, portando, oramai, solo il nome di Fraolella, portando solo il soprannome di una di queste disgraziate donne, a Fraolella, rispose questo:
- No, Anna non mi vuol bene.
Un silenzio tragico regn fra loro.
- E allora, allora - lo interruppe lei, alzando la voce, come per protestare contro il Destino - allora,  stato inutile che tu la sposassi?
-  stato inutile.
- Sei certo, che non ti vuol bene?
- Come della morte, ne sono certo.
- Oh Dio! - disse lei, celandosi il viso tra le inani.
- Essa mi ha sposato per il danaro - continu lui che, oramai, era preso dal delirio della confidenza. - Non per altro: per danaro. Ne ho speso tanto, Gelsomina: e non  bastato: e non basta: ce ne vuole sempre: se no, Anna mi disprezza e mi disprezzer pi che mai...
- Ges, Ges... - ripeteva lei, sommessamente.
- Non solo non mi ama, ma le sono odioso: lo mostra, lo dice, in ogni atto, in ogni parola. Non posso pi accostarmi a lei, senza che mi respinga: non posso volerle dare un bacio, senza che mi faccia uno sgarbo...
- Che ingrata... che ingrata...
- La mia famiglia, i miei parenti, i miei amici, tutti, tutti li disprezza, sputerebbe loro in faccia, se potesse ... e, invece, sta sempre con i suoi... non so dove... non so con chi ...
- Che dici? Non sai, dove? Non sai, con chi?
- Gelsomina, Gelsomina, - grid lui, giunto al colmo del parossismo - da oggi, alle quattro,  andata via, e mi ha scritto che sarebbe rientrata tardi, mi ha lasciato solo... disperato...
- Non sai dove ?
- Qui, qua vicino, qua attorno, deve essere in una di queste case della Torretta, da una sua parente, e non so il numero di casa, non so nulla, e sono in giro da due ore, Gelsomina, per trovarla e cammino, cammino come un pazzo, per incontrarla, cos, mia moglie, Anna, capisci!
Vedendolo cos esaltato, come mai lo aveva visto, Gelsomina lo aveva attirato verso il Viale Elena, ove era meno gente che osservasse, che udisse, lo aveva attirato sotto le acacie in fiore. E, lentamente, gli prese le mani, gli disse con dolcezza:
- Oh povero Mim, povero Mim, che hai fatto, che hai fatto!
- Mai, lo avessi fatto, mai! - grid lui, disperato. - Era meglio morire che far questo!
E i due sventurati, ambedue precipitati in fondo a un abisso, ambedue incapaci di altro che di esalare il proprio dolore in vane parole, si teneano per le mani, come due morenti.
- Almeno... - mormor lei, lentamente - almeno... ti  fedele?
- S - disse lui, sordamente. - Mi  fedele.
- Ne sei sicuro?
- Ne sono sicuro.  cos cattiva, cos fredda che non ha voluto bene e non vorr bene, mai, a nessuno. Ah io dovevo morire e non sposarla mai! Dovevo vivere senza amore, io! Non ero destinato all'amore, io! Come mio padre, come il mio povero padre, non era mio destino, voler bene a una donna ed esserne corrisposto...
- Tuo padre, Mim? Tuo padre?
- Nulla - disse lui, troncando subito tale divagazione, mordendosi le labbra. - Vedi bene, Gelsomina, che non sei la sola, a fare una vita disperata. Io sono solo, come un cane: come un cane che abbia un padrone tiranno, perverso, malvagio, che lo colmi di frustate, a ogni buona azione che fa. Non sei sola, a fare una vita disperata. Almeno, l'hai un innamorato...
- Gi! - disse lei, con un riso cinico.
- L'hai detto tu!
- L'ho detto.  la verit. Sai chi , il mio innamorato? Non lo sai?  Gaetanino Calabritto, il figlio del sellaio in via Cavallerizza: un bel giovanotto, non lo hai mai visto, ma, se aspetti un poco, lo vedrai! Un bel giovanotto - continu lei, ansimando, con gli occhi pieni di lacrime - che non ha n arte n parte, che prende o ruba danaro, a sua madre, che prende o ruba danaro, a suo padre, che  affiliato alla mala vita, che  stato gi in carcere, tre volte, che vi torner... e che  il mio innamorato!
- Che orrore! - esclam lui.
- Ti fa orrore? Pure a me. Ogni giorno, ogni sera, egli viene da me... e io debbo dargli quel che vuole, quello che ho, dieci lire... cinque lire... due lire... quello che ho... capisci!...
- Capisco! Che orrore!
- Anche a me, anche a me fa orrore! Io non ho un soldo, questi abiti che ho addosso, me li ha venduti la mia padrona di casa, e non glieli ho pagati... e non so come fare certi giorni, per mangiare... ed egli vuol sempre quattrini... capisci, capisci?.
- Capisco!  orribile! Ma come sei capitata con lui?
- Cos! Per non esser sola, come una povera bestia abbandonata, nella sua cuccia, per non esser sola, comprendi, per avere una finzione di amore, una finzione di protezione, una finzione di compagnia... ho messo la mia esistenza in mano di costui... che mi fa ribrezzo. Domenico, te lo giuro, per quella Vergine che non dovrei nominare, tanto le mie labbra sono piene di peccato, Domenico, egli mi fa schifo, e intanto, egli viene, e io gli do quello che ho, cos, per debolezza, per vilt... per non esser battuta, la sera e la mattina...
- E non puoi lasciarlo?
- Egli mi ucciderebbe - disse lei, tetramente.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ambedue, tacendo, eran ritornati dal Viale Elena, verso la Torretta: e camminavan un po'lontani l'uno dall'altro, oppressi, schiacciati, ognuno, dalla propria sventura, pi angosciati, ancora, dell'incontro che avevano fatto, l'uno dell'altro, pi esterrefatti, ancora, dagli sfoghi terribili che avevan fatto, ognuno, della propria miseria, senza che, malgrado la compassione, malgrado la tenerezza, l'uno potesse consolare l'altro. La gente era meno folta, perch l'ora si avanzava: un'aria assai pi fresca, soffiava, dal mare. Macchinalmente, Gelsomina si gitt sulle spalle, si strinse al collo, il suo scialletto rosso, di un rosso ardente. Un istante, restarono fermi allo sbocco della traversa, sulla Riviera di Chiaia, rimpetto all'incrocio dei trams della Torretta, che giungevano, partivano, ora, meno colmi di persone, con un tinno di campanelli pi languido. E a un tratto, quasi involontariamente, dalle labbra della poveretta, esc un grido:
- Ecco Anna.
Dirimpetto ai due, ma lontana, Anna Dentale aspettava, in piedi: e malgrado la distanza, si riconosceva, al suo viso bellissimo e calmo, ai suoi grandi occhi che vagavano, placidamente, intorno, in attesa quieta di qualche cosa. Ella era vestita riccamente di nero e delle pagliuzze scintillavano, su lei, qua e l, alla luce elettrica delle grandi lampade; una mantellina ricca le stringeva le spalle e una mano guantata di bianco, ne appariva, fra i merletti, tenendo delle rose bianche, un fascetto di rose, mentre l'altra era abbandonata lungo la persona, stringendo un ventaglio. Anna non era sola. Accanto a lei stava un giovanotto alto e snello, dalla ben formata persona, vestito elegantemente di oscuro, con un cappello di paglia, sul capo: un giovanotto dal viso fresco e grazioso, sul cui pallore fine si arcuavano dei sottili baffetti biondi, brillavano gli occhi oscuri e scintillanti, la cui bocca era sfiorata da un sorriso di compiacenza e di sarcasmo. Ogni tanto, questo giovine, che si teneva accanto ad Anna, si chinava verso lei, e le diceva una parola, con un sorriso anche pi espressivo, mentre ella gli levava gli occhi, in viso, gli sorrideva, tenuemente, gli rispondeva a fior di labbro. E i due, Anna Maresca e Mariano Dentale, soli, a quell'ora avanzata, a cui la serata di met settembre, dava una poesia anche pi intensa, colpiti vivamente dalla luce elettrica, sul loro lato, non vedevano chi passava loro accanto, non scorgevano chi li guardava, dall'altro lato della via.
Al grido di Gelsomina, che indicava Anna, Domenico Maresca, aveva avuto un sussulto, aveva cercato, con gli occhi, dapertutto, esclamando.
- Anna... dove... dove...?
- L - indic l'altra, con un gesto breve, della mano, con un accento bizzarro.
Tutto vedeva e scorgeva, adesso, il povero Domenico Maresca, stupefatto, inchiodato al suo posto da quella visione. E nell'inaspettata, mortale rivelazione che chiudeva orribilmente il suo calvario di quella giornata, in quella rivelazione che infrangeva, di un colpo solo, tutta la sua ultima sicurezza, come tutti i deboli, come tutti i fiacchi, una paralisi morale lo abbatt, una paralisi fisica gli leg i piedi, le mani, la voce. Non visti, Gelsomina e Domenico scorsero, dall'altra parte della lunga via, Anna e Mariano scambiare qualche parola, ancora, fra loro, poi avanzarsi, un poco, in linea retta, verso loro: e Gelsomina ud il pittore dei santi, spaventato, dire con voce sorda, come se morisse.
- Oh Dio... oh Dio!
Ma, fra i quattro personaggi, un trams che veniva da Posillipo si ferm, s'interpose. Nell'istante della fermata, dall'altro lato, Anna e Mariano, leggermente, disinvoltamente, vi salirono, si sedettero, uno accanto all'altro, tranquilli e sorridenti, con l'aria soddisfatta di chi completa bene la propria giornata. E, avanti a Gelsomina e a Domenico, il tram fil, nettamente, fuggendo, sparendo, verso l'alto della Riviera di Chiaia. Solo allora, vincendo il suo profondo stupore, Domenico Maresca, con un ruggito forte, tent slanciarsi:
- Dove vai?, dove vai? - lo trattenne, Gelsomina, afferrandolo pel braccio.
- Lasciami!... lasciami!... - smani lui.
- Sono lontani... - mormor lei - non li raggiungi pi. Erano l... ora sono lontani.
- Dove andranno? Dove vanno? - chiese lui, puerilmente, con un singhiozzo nella voce.
Ella ebbe una lieve stretta di spalle, innanzi a quella domanda imbelle.
- Eh! chi lo sa! A casa tua... forse...
- Credi? Credi che Anna rientri a casa? - balbett lui.
- Credo.
- La trover, tu dici?
- Eh! s, s, la troverai! - s'impazient lei, dinanzi ad una vilt cos profonda.
- E se non vi ? Se non vi ?
Gelsomina non rispose. Distratta, occhieggiava a diritta e a sinistra della Riviera di Chiaia, come se dovesse scorgervi qualche cosa di strano, ma di cui fosse in attesa, in agitata attesa.
- Se non la trovo, Gelsomina, se non la trovo, che ne sar, di me? - gemette l'infelicissimo.
Ella non l'ascoltava pi, vinta, adesso, dalla imminenza di qualche cosa che temeva e che, senz'altro, doveva accadere. E come un fanciullo debole e malato, Domenico Maresca gemette, ancora:
- Gelsomina, se non la trovo, io ti vengo a cercare! Dimmi dove stai, io ti vengo a cercare, se non la trovo...
- A far che? - disse lei, con una voce ove fischiava l'ironia.
- A piangere con te... a piangere... Gelsomina, se non la trovo! Dimmi, dove stai?
- No - disse lei, brevemente.
- Ma perch? Perch? Neppure tu! Neppure tu!
- Non posso - ella soggiunse.
- E perch, non puoi? Perch? Se non la trovo, che ne sar di me?
- Guarda - ella disse, con un cenno.
Verso loro due si avanzava un uomo, un giovane. Portava un vestito grigio chiaro, attillatissimo, un cappelletto nero sull'orecchio, le mani in tasca, un bastoncino che usciva da una delle tasche: le sue scarpe scricchiolavano: e tutta la sua persona di una volgare belt, aveva un'andatura provocante, la sua faccia bella e triviale, un'aria provocante. Di lontano, scorse Gelsomina che parlava con Domenico, si ferm. Egli attese, cos, un minuto. Poi un fischio leggiero e lungo gli esc dalle labbra.
- Eccomi - disse, come fra s, Fraolella. - Qui sta il cane.
E senza voltarsi, senza guardare, soggiunse, al pittore dei santi:
- Addio, Domenico.
Il pittore dei santi la vide allontanarsi, rapidamente, fermarsi col giovanotto, parlargli, a lungo. Costui, silenzioso, con un mozzicone spento all'angolo della bocca, l'ascoltava, con le sovracciglia aggrottate, l'occhio torbido. Precipitosamente, con grandi gesti, Fraolella continuava a dare spiegazioni, mentre l'altro, sempre pi arcigno, crollava il capo. E si allontanarono, ambedue, nella notte: l'uomo, innanzi, col suo passo elastico, con lo scricchiolo dei suoi stivalini, con il suo aspetto spavaldo: la donna, pi indietro, con passo stanco, con le spalle curve, a capo chino, come un povero cane.

Sdraiata in una poltroncina del suo salotto, Anna leggeva un libro, quietamente. Aveva indossata una vestaglia bianca, le sue belle mani escivano dalle maniche larghe. Quando Domenico rientr in casa, era mezzanotte. E, stravolto, si ferm sulla soglia; un profondo sospiro gli sollev il petto. Ella appena lev gli occhi, dalla lettura:
- Sei qui, Anna, sei qui! - balbett lui.
- Dove dovrei essere? - chiese ella, freddamente. - Ti aspetto da tre quarti d'ora.  tardi.
- Ero venuto... ero venuto, a cercarti...
- Ti avevo detto di non farlo - replic lei, con un lieve aggrottamento di sopracciglia.
- Io ti ho cercata... laggi... tutta la serata.
- Hai fatto male - ella concluse, rimettendosi a leggere, senza dargli pi retta.
E Domenico, a un tratto, esplose la sua angoscia, tutta la sua angoscia:
- Ti ho incontrata, Anna, ti ho vista! Non eri sola! Ho visto con chi eri!
- Ebbene? - chiese lei, glacialmente, posando il libro sulle ginocchia.
- Eri con Mariano Dentale, con Mariano!
- E poi? - chiese, ancora, Anna, fissando suo marito negli occhi, con tale una collera gelida che egli allib.
- Con Mariano... con Mariano... - grid Domenico, pianse Domenico, torcendosi le mani.
Anna si alz, chiuse il libro, lo pos sul tavolo, si avvi verso la stanza da letto, piena di un'ira muta, superbissima di sdegno taciturno.
- Con Mariano... con Mariano, Anna! - piangeva lui, nella idea fissa.
- Se dici un'altra parola, Domenico, - pronunci lei, nettamente, dalla soglia - prendo il cappello e me ne vado.
Ed egli tacque.



4.

In un enorme vassoio, tenuto fermo da due chierici, innanzi all'altare, alla fine dell'ultima messa, il giorno dell'Annunciazione, nella chiesa della Madonna dell'Aiuto, era stata solennemente benedetta la veste nera, ricamata di oro, e il manto nero, ricamato di oro, che dovean vestire, in quel giorno, la grandissima statua della Madonna Addolorata, nella bottega dei santi. Sovra la ricca tunica piegata e sovra il ricchissimo manto, scintillanti, ambedue, dell'oro lucido, onde erano fittamente ricoperti, sicch, quasi, il nero spariva, e l'oro trionfava, solo, su queste vesti, erano deposte, per esser anche benedetti dalle parole rituali del sacerdote e dall'acqua santa, la corona di argento massiccio e lavorato che doveva cingere il capo della Dolente e fermarne l'ampio manto sul sommo della testa, le sette spadette di argento dall'elsa lavorata, che dovevano esser confitte in cerchio, in raggiera, sul petto della Dolente, il soggolo di finissima lieve battista bianca che doveva serrarle il collo, e il fazzoletto di battista bianca, piccolo, orlato a giorno, con merletti, che deve esser messo nella piccola mano convulsa e tesa di Maria dei Dolori, mentre l'altra mano si stringe sul petto, trafitto dalle spade. La pia tradizione impone che ogni sacro indumento, prima di vestire, di adornare le statue e i busti dei santi, abbia invocata, da Dio, la benedizione del Cielo; ed  una funzione umile e commovente, insieme, cui sono avvezzi i divoti di quelle chiese. che sorgono presso le botteghe dei santi. In ginocchio, con cuore teneramente soddisfatto, tutti coloro che avevan lavorato alla statua ed alle vesti della Madonna Addolorata, avevano udita la messa ultima, e curvato la testa alle parole potenti della benedizione: vi erano Domenico Maresca, il pittore dei santi, lo stuccatore e indoratore Gaetano Ursomando, la ricamatrice donna Raffaellina Galante, con le due nipoti sue, Concetta e Fortunatina, che, anch'esse, avevano aiutato per molti mesi al ricamo; lo sciancato Nicolino. Con l'arte, con il semplice lavoro manuale, molto o poco, ognuno di essi aveva contribuito a erigere, a vestire, ad adornare il maestoso simulacro della Dolente e ognuno di essi ringraziava il Signore di aver compiuto, grandemente e umilmente, la bella opera.
Poich nell'autunno trascorso, il gentiluomo dalla vita oscura e bizzarra, che gi due volte, aveva fatto cominciare a tutti, pittori, stuccatori, cucitrici, ricamatrici, il non breve e difficoltoso lavoro, sparendo poi, per lungo tempo, senza dare pi nessuna notizia di s, nell'autunno trascorso era riapparso. Pi stanco, pi vecchio, pi affranto nella sua bella e nobile fisonomia, egli era tornato di nuovo, riarso dal desiderio di avere la sua statua, per soddisfare un voto del suo spirito, che troppo aveva tardato a compiere. E, questa volta, egli era ritornato, sempre, ogni settimana, di sera, alla bottega dei santi, nelle ore in cui sapeva di non trovarvi che Domenico Maresca, talvolta solissimo, talvolta solo con Gaetano, personaggio muto che si curvava sempre pi sul lavoro, quasi a perdervisi dentro, per far dimenticare la sua presenza. Di fronte all'ardore febbrile del gentiluomo, alla profusione del danaro, Domenico Maresca non aveva potuto resistere, e avea dovuto abbandonare altri lavori, meno urgenti, in verit, e dedicarsi tutto quanto alla statua della Dolente; aveva dovuto, ogni due giorni, di fronte alle affannose insistenze del duca, recarsi a casa della ricamatrice, in quel quinto piano di via Mezzocannone, ove, in una stanza vasta e nuda, era teso il larghissimo telaio della veste nera e, in tre punti diversi, a capo chino, donna Raffaellina Galante e le due nipoti Fortunatina e Concetta, ricamavano, per ore e ore, senza levare gli occhi, sollevando solo la mano, alternatamente, muovendosi, solo un pochino, per prendere le forbici, o la gugliata di filo d'oro, non dicendo una parola, con la luce che batteva sulla testa pallida e affinata, ma dagli occhi vividi, della zia, sulle teste, gi un po'consunte dalla fatica lunga e paziente, delle nepoti. Da novembre a marzo, tutti, tutte, non avevano fatto altro che lavorare per questa Madonna Addolorata, la pi grande e la pi ricca statua che fosse uscita dalla bottega dei santi di Domenico Maresca, a sua memoria, vestita della pi splendida veste ricamata d'oro, a memoria di donna Raffaellina la ricamatrice, che aveva cinquantacinque anni e che ricamava da quarant'anni. Il gentiluomo aveva speso, in quei cinque mesi, circa seimila lire per la stoffa, l'oro, gli argenti, l'opera di ricamo, e tutti gli altri oggetti necessari a completare l'imponente figura: aveva anche anticipato cinquecento lire a Domenico Maresca, e doveva dargli, a vestizione completa della statua, il venticinque marzo, mille lire, ancora, di compenso. Anche, aveva promesso un dono in danaro a Gaetano Ursomando e un regaluccio a Nicolino. Cos, con costanza e con pazienza, con ardore e con precisione, tutti avevano messo le ore, le giornate, le settimane a questa fatica cos ben ricompensata, a questa fatica che, pel pi oscuro di essi, era anche una consolazione dello spirito: e cos, al giorno stabilito, essi avevano potuto inginocchiarsi innanzi all'altare e veder santificato il proprio sforzo.
Finita la cerimonia, in chiesa, Gaetano e Nicolino avevano sollevato il vassoio con le vesti, e si erano diretti alla porta, seguiti da Domenico Maresca e dalle tre ricamatrici: altri divoti e divote venivano dietro, quasi in processione, mormorando delle preci, ripetendo delle laudi. La bottega dei santi era dirimpetto: solo pochi passi la dividevano dalla soglia del tempio: e Domenico si fece avanti, con la grossa chiave, ne schiuse le porte, i due uomini col vassoio vi entrarono, vi entrarono le donne: e la gente che era in chiesa, chiedeva di assistere alla vestizione: s sapeva bene che, l dentro, si preparava qualche cosa di maestoso, in onor della religione, in gloria di Maria. Ma con garbo, con atti brevi e cortesi, quasi senza parole, il pittore dei santi allontan tutti, e dopo un poco, rentr, solo, nella bottega dei santi, chiudendone a chiave, alle sue spalle, la porta. Qualcuno, pi ostinato, era restato dietro ai vetri, cercando di scorgere nell'interno: ma la polvere di gesso, la polvere di stucco, la biacca, covrivano cos fissamente quei vetri, che anche quelle ombre testarde sparvero, poich nulla potevano intravedere. E la vestizione della Dolente ebbe principio solo per mano di coloro che avevan faticato intorno alla statua e alle vesti, ebbe principio in un silenzio profondo.
L'altissima statua di Maria Addolorata era in mezzo alla bottega, collocata sovra un primo e rozzo piedistallo di legno, e sovra un secondo, a triplice giro di ovali d'oro lucido, su fasce rotonde di oro opaco: era su questo che doveva partire e con questo doveva essere collocata sull'ignoto altare dell'ignoto tempio. Accanto ad essa, di lato, vi era il trespolo con tre gradini e la breve piattaforma ove l'opera di Domenico Maresca si era svolta. La Madonna Addolorata mostrava il bel volto ovale e delicato, straziato da un'angoscia indescrivibile, e il lavorio d'arte del pittore si estendeva sino al collo: dopo, cominciava una lunga, rigida tonaca di tela bianca, che giungeva sino ai piedi: dalla tonaca escivano le due mani, dipinte finemente, l'una aperta sul petto e raggricchiata, con un'espressone commovente, nelle dita schiuse, l'altra distesa e chiusa con attitudine convulsa: e i due piccoli piedi, anche, si vedevano, curiosamente chiusi in sandali antichi, nudi ne'sandali, come quelli delle carmelitane, piccoli piedi rigidi e immobili, quasi inchiodati dal dolore. E, intorno a quella figura dolorosa, chiusa nella bianca camicia senza linee, tutte le altre statue, intorno, sembravano piccole, meschine, minuscole. Un san Sebastiano, a mezzo busto, nel cui sanguinante torace, nel collo nudo, nelle braccia nude, erano confitte delle leggere e brillanti frecce di argento; un san Giovanni, ripetente, nella testa giovanile ricciuta, quella del Donatello, vestito di una clamide bianca, e portante un alto bastone da pastore, di argento, curiosamente cesellato: una santa Filomena, un mezzo busto a stucco, molto barocca, dal viso singolarmente esaltato, caduta in estasi e tenente nelle mani una lunga penna, la penna dell'anior divino, anche essa in argento; un san Tommaso d'Aquino, con un grosso anello d'oro, con un topazio al dito, stringente un libro santo, con la gran barba spiovente sul petto. E malgrado i loro colori, le vesti, gli ornamenti di argento buono, la Dolente col suo viso di suggestione profonda, di cordoglio, nella sua lunga tunica bianca, sovrastava sovra ogni immagine, sovra ogni figura. Domenico Maresca era salito sulla piattaforma e si era fatto il segno della croce.
- Andiamo, in nome di Dio - disse donna Raffaellina, segnandosi anch'essa.
E gli porse, dal primo scalino del trespolo, ove era ascesa anch'essa, una grossa gonna di tela nera, una sottana molto larga, a folte pieghe sui fianchi, molto insaldata, che il pittore dei santi, con gesti cauti e discreti, infil, dalla testa, sul corpo della statua, discendendola pian piano sino alla cintura, stringendola e serrandola dietro, con nastri saldi e con forti spilli chiusi. Con una delicatezza lieve, come se portasse un neonato, come se portasse la pi preziosa delle reliquie, donna Raffaellina prese la veste di grossa seta nera, tutta ricamata di oro, sui due lati, davanti, in un intreccio arcano di fiori e di foglie, e la porse a Domenico Maresca: a sua volta, costui, sollev l'abito singolare e, dalla testa, ne vest la statua. Subito, la gonna di seta si schiuse, si ampli, divenne larghissima, sovra la sottana di tela, che era stata messa apposta per darle quel largo giro: il busto lungo, casto, rigido, si assett sul busto della statua, perfettamente, mostrando con qual cura erano state prese le misure ed eseguite le varie prove. E presa dall'impeto dell'opera sua, la ricamatrice sal gli altri due gradini, si tenne in equilibrio per miracolo, presso Domenico Maresca, e si mise ad aggiustare con le mani bianche, agili, fini, di donna che ha passato la vita a ricamare con le sete e con l'oro gli arredi sacri e le sacre vesti, il soggolo bianco al collo della statua, cingendone la nuca, fasciandola sin quasi al mento, come  la tradizione antica. Insieme a Domenico Maresca, reggendosi malamente, a rischio, ora l'uno, ora l'altro, di precipitare da lass, stendendosi, ritraendosi, curvandosi, sempre con gesti di riverenza, verso la santa effigie che essi rivestivano, compirono la pi difficoltosa operazione, quella del collocamento del magnifico manto, dal capo sulle spalle, sulla persona, sino ai piedi, fermandolo, solidamente, sotto i ganci della crociata corona di argento massiccio, messa un poco indietro, sul capo levato, componendolo con pieghe fluttuanti, innanzi, perch tutto il ricamo si vedesse bene, raddoppiando la ricchezza del ricamo della veste, e arrotondandolo, sino gi, sull'abito. E, dall'alto, Domenico Maresca, parlando per la prima volta, a voce bassa e tremante, disse a Gaetano Ursomando:
- Dammi le spade.
Costui gli porse, subito, le sette piccole spade, da configgere sul petto del simulacro, in sette aperture, appositamente praticate nel busto dell'abito. Ma, prima che egli ne configesse una sola, la ricamatrice lo arest, dicendogli:
- Diciamo i Misteri dolorosi.
E, Domenico Maresca, Raffaellina Galante, le due giovani ricamatrici, lo stuccatore, lo storpietto, a ogni spada che era fitta nel petto della statua, dicevano uno dei sette Misteri dolorosi e come l'ultimo finiva, l'ultima spada, completando la raggiera, aveva trafitto il cuore della Madre Addolorata. Con un moto rapido, il pittore dei santi mise il fazzoletto di battista, a fiocco, nella mano distesa della statua. Tutti si segnarono novellamente. La vestizione era fatta.
In tutta la singolarit delle sue vesti, met monacali, met sovrane, in quella bizzarria ieratica di sete e di ori, fra orientali e bizantine, in tutto quel lusso sfolgorante e pure funebre, la Madonna Addolorata riempiva, del suo maestoso aspetto, la bottega dei santi. Il sole penetrava, in quell'ora meridiana, dentro la bottega e tutto l'oro del minuzioso, folto, intricato ricamo, brillava nella sua lucidezza, rilevandosi sui toni di oro pi cupi e pi tranquilli. Sui due teli davanti della veste e sul petto, sulle due falde davanti del manto e sulla testa, all'orlo della veste e sulle braccia, i fiori, le foglie, i viticci, s'intrecciavano, non si distinguevano pi, ove cominciassero, ove finissero, era un'onda crescente di ricamo che covrira il nero, era una spuma d'oro che si allargava, dapertutto, in una ricchezza invadente. Lo sguardo vi si fermava, attratto, allucinato, abbacinato da tutto quell'oro; e sottraendosi a stento, aveva impressioni pi dolci, pi pacate, sull'argento della corona, sull'argento della raggiera di spade, sul biancore mite del soggolo: e, infine, l'occhio si posava sulla fascia trambasciata della Dolente e ne riceveva l'impressione pi pietosa, poich il sentimento espresso cos vivamente dal pittore, aveva avuto la cornice dalle vesti, dal manto e dagli ornamenti, poich i simboli e gli emblemi nel lutto dell'abito, nel fasto lugubre dell'oro, nella corona chiusa, nelle spade e nel fazzoletto intriso di lagrime, completavano l'opera dell'arte e della piet.
- Quanto  bella! - mormor Fortunatina, una delle due ricamatrici, ingenuamente, mitemente.
- Quanto  bella! - ripetette l'altra, mitemente, ingenuamente.
- Tu ci devi assistere, Madonna Addolorata - disse donna Raffaellina Galante, piamente.
- A te ci raccomandiamo - disse, a bassa voce, Gaetano ursomando.
- Tu pensa a noi, Maria - disse lo storpio.
Ultimo, a capo basso, quasi a s stesso, desolatamente, Domenico Maresca, soggiunse, ultimo:
- Nelle tue mani, Maria, nelle tue mani!
Si buss, alla porta, mentre essi dicevano alla Dolente l'animo loro umile e triste. Nessuno ud, veramente, distratto da quel momento culminante, ove le loro fatiche materiali avevan avuto il termine e la loro anima semplice poteva sfogare i sentimenti repressi. Dopo un minuto, si buss alla porta, di nuovo, rapidamente e vivacemente:
- Chi ? - chiese, di dentro, Domenico, con accento diffidente.
- Aprite, dunque! - esclam una voce imperiosa.
Domenico riconobbe quella del duca. E, con molta precauzione, presa la grossa chiave, apr per met una impannata, lasciandogli appena lo spazio per entrare e richiudendo subito a chiave.
- La Madonna? - grid il gentiluomo, senza levar gli occhi.
- Eccola.
Vedendola innanzi a s, quale l'aveva pensata nei suoi sogni spasimanti di peccatore contrito, quale l'aveva immaginata, nelle sue ore di abbattimento mortale, quale l'aveva desiderata, nelle sue ore di disperata e vana penitenza, vedendola nell'aureola di splendor tetro come egli l'aveva invocata nella sua dedizione spirituale, nella ricchezza funebre dell'oro simile alle coltri dei cadaveri, vedendola negli occhi disperati, nel cuore trapassato, sotto una corona pesante che ne accasciava il picciol capo arrovesciato, e sotto il manto mortuario, innanzi alla realt della sua visione e della sua preghiera, il gentiluomo sussult, il suo viso si decompose ed egli vacill, come se svenisse. Gli dettero una sedia: vi cadde: e nulla sapendo pi, nulla vedendo e nulla udendo, come un essere misero e caduco, fra quei miseri e caduchi, egli si nascose la faccia fra le mani, scoppiando in pianto.
Niuno os accostarsi a lui, pronunziare una parola. Quella povera gente, attese, mutamente, in attitudine di rispetto, che la emozione del duca avesse tutto il suo sfogo. E, presto, negli occhi imperiosi del gentiluomo, le lagrime si disseccarono; con uno sforzo di dissimulazione, il suo viso si ricompose, riassunse l'aspetto freddo e orgoglioso che persisteva, sempre, anche nel pallore crescente, anche nelle linee consumate. Fermo sulle sue gambe, egli si lev, and ai piedi della immensa statua, per vederne meglio i particolari, vi gir attorno lentamente, osservando tutto con minuzia, portando in questo esame come la glacialit di un mercante. E, infine, ritornato innanzi al ricco e nobile simulacro della Dolente, egli disse, con tono breve e asciutto, a Domenico Maresca:
- Avete fatto una bella cosa. Sono contento.
Il pittore dei santi accenn con un inchino, con la testa, senza nulla rispondere. E l'altro, seccamente:
-  pronta per essere trasportata?
- Prontissima.
- Sta bene. Vi rammentate, Maresca?! miei uomini verranno a prenderla, dopodomani mattina, all'alba. V'incomoderete qui, voi stesso, a quell'ora, per darne la consegna.
- Certo.
- Scelgo quell'ora, per evitare la curiosit della gente. Le persone che io mander, sono molto esperte e fanno l'imballaggio con rapidit. Massima rapidit, segretezza massima.  inteso?
-  inteso, signore.
- Un'altra cosa essenziale. Oggi e domani la vostra botteg sar chiusa, non voglio che vi entri nessun curioso, nessun indiscreto. Oggi  festa, naturalmente; ma se per domani vi d fastidio, tener chiuso, compenser questo fastidio.
-  inutile. Riposeremo, domani, dopo tante fatiche.
- Chi conserva la chiave di questa bottega, Maresca?
- Io.
- Voi, personalmente?
- Personalmente.
- Non vi fidate di nessuno. Promettetemi che la porterete via, questa chiave, a casa vostra, che non l'affiderete a nessuno, e che dopodomani, all'alba, verrete qui, solo, a riaprire, per la consegna.
- Lo prometto.
- Non mando a rilevare domani, la Madonna, per mie ragioni particolari; e me ne dispiace, ve lo assicuro. Ho aspettato tanto, e, ora, queste ventiquattro ore mi seccano. Non vi  che fare! Alle volte, n la volont, n il danaro, bastano a togliere un ostacolo materiale. Pure, Maresca, mi fido di voi che, per contentare il mio desiderio, nessuno vedr, qui, la mia Madonna e nessuno sapr ove io la mando.  il mio desiderio! Che fate, ora, quando me ne sar andato?
- Se vi piace, chiuderemo.
- Ecco.  festa. Chiudete subito.
Raccolti in un angolo, lontani, in una paziente aspettativa, gli altri nulla avevano udito di questo dialogo, avvenuto a bassa voce. Ancora una volta, il gentiluomo mise gli occhi sul viso della Dolente e ve li tenne, intenti, ardenti, riflettenti un dolore torbido e intimo. Poi, scosse il capo, e mettendo la mano in tasca, ne cav il portafogli.
- Per voi, Maresca - gli disse, consegnandogli un biglietto azzurro di mille lire.
Il pittore dei santi ringrazi semplicemente, chiudendo in un vecchio e sdrucito portafogli il prezzo delle sue lunghe e buone fatiche. E, man mano, il gentiluomo don cento lire alla ricamatrice, cinquanta allo stuccatore Ursomando, venti lire a ognuna delle due ragazze ricamatrici, dieci lire al piccolo sciancato, e ognuno di costoro volendo esplodere nei vivi e verbosi ringraziamenti meridionali, ognuno, commosso della sua generosit, volendo baciargli la mano, egli ebbe due o tre atti imperiosi e duri, per non essere ringraziato, n a voce, n con gesti.
- Addio, Maresca - egli disse dalla porta, uscendo.
E in quel senso di sorpresa generale che aveva destato, in quella gente semplice, il suo contegno strano, la ricamatrice ebbe un moto di spalle, una parola definitiva:
- Poveretto... chi sa!.
La comitiva, lentamente, si sciolse: ognuno di coloro che aveva passato dei mesi intorno alla grande effigie e che, ora, non l'avrebbe vista pi, si licenzi da essa, con una breve orazione, con un segno di croce, passandole innanzi, salutandola con un inchino: le due ragazze si inginocchiarono, baciandole il lembo della veste, su cui anche le loro abili mani avevano intessuto l'oro, in lavoro silenzioso, e che, adesso, era diventata sacra, benedetta da Dio, messa sulla statua benedetta, parte istessa della Madonna Addolorata.
- Ci vediamo dopodomani, verso mezzogiorno - disse il pittore dei santi, a Gaetano Ursomando e al ragazzo, volendo obbedire rigorosamente agli ordini del duca.
- Ci vediamo - dissero quelli, andandosene, abituati a una obbedienza cieca: e contenti del dono avuto, del riposo, di tutto.
Alle loro spalle, Domenico Maresca chiuse a chiave la porta della bottega e rest un momento, solo, davanti alla Madonna Addolorata. Poich, nella sua perfetta onest, egli vo!eva mantenere in tutto e per tutto la parola data al gentiluomo, voleva partire, anche lui, subito, rinserrando preziosamente il simulacro dietro le pesanti, duplici porte della sua bottega. Non l'avrebbe vista, sino all'alba del secondo giorno, in cui la Dolente doveva lasciare per sempre la bottega, ove era stata circa tre anni, non l'avrebbe vista pi: cos egli aveva promesso e cos doveva man:tenere. E senza parole, si appoggi col capo, col viso, ai piedi della Dolente, calzati di sandali, nudi nei sandali, e immobili sul piedistallo, quasi li avesse pietrificati lo spasimo: senza parole, egli mise la sua bocca su quei piedi, che, pure esciti dalle sue mani di artista, adesso, benedetti, consacrati, formavano parte di una figura divina, formavano parte di un simbolo di dolore e di piet. In quell'atto di reverenza, di umilt, di abbandono, il pittore dei santi concentr tutta la sua anima semplice, e raccolse tutto il suo spirito semplice, e adorando la Dolente, dandole l'ultimo saluto, affid a Lei, nella vita, nella morte, la sua salvazione.

Malgrado il sonno profondo in cui era immerso, Domenico Maresca, percep, a un tratto, di trovarsi nelle tenebre. Ma non giungeva ad aprire gli occhi, combattendo contro il suo torpore: quando, anche lo colp il puzzo di uno stoppino spento nell'olio, un puzzo forte e disgustoso che fin per svegliarlo. Apr gli occhi: era all'oscuro. La piccola lampada, accesa innanzi a una immagine di san Domenico Guzman, la piccola lampada, con cui egli era stato avvezzato a dormire, da quando era piccino, consuetudine diventata invincibile, si era spenta. Ci accadeva, talvolta, quando la serva si dimenticava di rifornirla di olio, dell'acqua, o dimenticava di cambiarvi il lumino consunto. E, immancabilmente, questo piccolo incidente, aveva il potere di risvegliare Domenico, qualunque fosse il sonno in cui era tenuta e abbattuta la sua persona.
- Bisogna riaccendere la lampada - egli pens, male risvegliato, ancora.
Con la mano, cercando di non far rumore, tast sul tavolino da notte, per cercarvi la scatola dei fiammiferi. Non la potette trovare ed ebbe un moto di delusione e di lassezza, con la testa sull'origliere: temeva di risvegliare Anna; costei era abituata a dormire sempre, con la lampada accesa o spenta, e s'irritava assai di essere svegliata, quando Domenico faceva del rumore, per riaccendere la lampada, burlandosi, amaramente, di lui, come di un bimbo pauroso che non sapesse dormire all'oscuro. Domenico rimase qualche minuto immobile, sveglio, guardando nell'ombra, tendendo l'orecchio, a udire il respiro di Anna.
- Dorme profondamente - disse, fra s.
E pens di alzarsi, pianissimo, senza disturbarla, per riaccendere la lampada. Quella profonda oscurit, lo opprimeva, da un canto, e gli dava una inquietudine singolare, dall'altro: sentiva che non si sarebbe riaddormentato, se non rivedeva la fioca luce del lumino, nel bicchiere rosso innanzi a san Domenico. Con una cautela di movimenti, arrestandosi ad ogni secondo, per non produrre neppure uno scricchiolo del letto, egli mise fuori le gambe, trov le pianelle, si lev in piedi: tast lungamente sul tavolino da notte, dove si ricordava di aver deposta, senz'altro, come ogni sera, una scatola di fiammiferi. Niente. Come fare? La sua inquietudine misteriosa lo eccitava sempre pi: egli fece qualche passo, distese la mano, trov sulla sedia, a piedi del letto, i suoi panni, infil i suoi calzoni. Poich in camera non vi erano fiammiferi, poich nella sua giacca non ne avrebbe ritrovati, perch non fumava, voleva andare in cucina, ove ne avrebbe trovati. Levando i passi, con una lentezza singolare, per non farsi udire, a tastoni, fermandosi, barcollando, eppur continuando il suo cammino, egli usc dalla stanza da letto.
- Meno male che Anna non si  svegliata - disse, fra s, con un sospiro di sollievo.
Con la consuetudine che aveva, da tanti anni, della sua piccola casa, si diresse all'oscuro, senza troppo inciampare, verso la cucina. Da che, l'anno scorso, Anna aveva licenziato la vecchia Mariangela ed egli non aveva avuto il coraggio di opporvisi, e la poveretta aveva dovuto prendere, a giorno fisso, implacabilmente, la via del paesello ove era nata, e donde mancava da tutta una vita, essi avevano cambiato due o tre domestiche, per capriccio di Anna, per lo pi, o perch erano indolenti, insolenti, mangione. - L'ultima, una giovine, vi stava da un paio di mesi miracolosamente, poich Anna sembrava proteggerla molto: ma lei, come le altre, andava via dalla casa, la sera, dopo il pranzo e dopo aver rigovernato le stoviglie. Era Anna che aveva voluto cos, dicendo che si nauseava di tenere a dormire in casa queste donne sudicie, che sciupavano la biancheria, che forse, avrebbero portato degli insetti nel letto e nella casa. Era, anche, una economia, poich le domestiche che vanno via di sera, si compensano meno delle altre, che restano a dormire. Domenico che aveva fatto compiere, vilmente, il sacrificio di Mariangela, nulla aveva tentato di osservare, a questi mutamenti. Il dietrostanza oscuro dove, un tempo, dormiva la fedele Mariangela, era vuoto: e in quella notte, in quel silenzio, mentre si avviava alla cucina, Domenico pens, che, in altri tempi, tante volte, quando si era alzato, a quell'ora, Mariangela si era svegliata subito, con quel senso fine dei cani di custodia, e gli aveva chiesto se voleva qualche cosa. Nulla, ora; la casa era deserta di quell'antica fedelt, e Mariangela aspettava la morte, in vita divota e solinga, ad Airola, in un piccolo paese di montagna. Sospirando, tastando qua e l, Domenico fin per mettere le mani sopra una scatola di fiammiferi da cucina, di legno, dalla capocchia di zolfo. Bisognava contentarsi, poich gli era impossibile continuare la sua notte nelle tenebre.
- Povera Mariangela! - mormor fra s.
Rientr nella camera da letto, smorzando di nuovo i passi, diminuendo quasi il respiro, per non turbare il riposo di Anna, sua moglie. La lampada spenta era collocata sovra un cassettone, a sinistra del letto coniugale, dal lato di Domenico: appoggiato al cassettone, egli strofin due fiammiferi, prima di avere la fiamma fosforca e male odorante, tossi per il fosforo, e riaccese il lumino, sempre tenendo le spalle voltate al letto, cercando, per cautela, di nascondere le sue operazioni. Vide che l'olio non mancava e che il lumino era nuovo: esso si era spento, non da s, ma dalla mano di qualcuno che lo aveva annegato nell'acqua. Nella stanza si diffuse un pallido chiarore. Domenico si volt verso il letto. Esso era vuoto, deserto, Anna non vi era. Egli si accost di pi, per vedere meglio. Il letto era deserto e vuoto: Anna non vi era. Si avvicin moltissimo, tocc, con le mani, le coltri un po'rimboccate donde la donna si era levata, tocc l'origliere, in un incavo rotondo donde la testa della donna si era sollevata, tocc tutto il letto, con le mani, due volte. Era vuoto e deserto, Anna non vi era.
E fulmineamente, una certezza gli squarci tutte le fibre e tutta l'anima: Anna lo aveva abbandonato. Anna era fuggita. Non credette a un caso singolare, a un accidente bizzarro, a una combinazione qualsiasi, che attenuasse o contradicesse l'orrenda verit: tutta la orrenda verit gli fu palese, senza velo d'illusione alcuna. Come coloro che, in un istante, apprendono il massimo male, che li abbatte e li travolge, come coloro che sono toccati, in un istante, in un solo istante, dalla folgore del dolore, una vertigine lo colse, pi forte, pi forte, lo gitt sovra una sedia, ai piedi del letto, fatto vasto e deserto, donde Anna era fuggita; e nei giri larghi, ove egli perdeva conoscenza, girando attorno a lui, il letto, la stanza, la casa, la citt, l'universo, in questi giri, in cui si sprofondava la sua conoscenza, egli pens:
- Io muoio, va bene.
Ma non mor. Qualche minuto dopo, o molti minuti dopo, non intendendo bene la misura del tempo, supponendo che fosse passato un secolo di dolore o un secondo di altissimo dolore, Domenico Maresca si ritrov solo, caduto di traverso sovra una sedia, sovra dei panni, solo, in quella stanza, solo, innanzi a quel letto, solo, in quella casa, in quella notte. E il terrore di quella solitudine, di quel silenzio, di quella penombra, un freddo terrore lo colse: si lev, come un pazzo, accese le due candele steariche nei candelieri, sulla toilette di merletto, esc nel salotto, accese il grande lume a petrolio, che era sul tavolino centrale, corse in istanza da pranzo, accese la sospensione, la luce si diffuse dapertutto, nelle poche stanze della piccola casa, tutto fu chiaro e fu chiara la solitudine, e fu chiaro il deserto di quella casa, una solitudine ultima, irrevocabile, un deserto ove neppure la voce di una familiare, di una serva sarebbe venuta ad aiutare la disperazione dell'uomo, che era stato abbandonato e che aveva fatto la luce per avere, quasi, il senso pi largo e pi estremo del suo abbandono. Tutto era a posto, tutto era in ordine, nella stanza da pranzo, nel salottino, ma tutto vi aveva un aspetto funebre, di dimora, ove, un tempo, fosse stata la vita di esseri palpitanti, vibranti e donde questa vita si fosse ritratta, per sempre. Sgomento, come folle, vacillante, egli corse di nuovo nella stanza da letto: l, ai piedi del letto, vi erano, dal lato ove dormiva la moglie, le pianelline sue: sovra la sedia era disposta la sua vestaglia di lana azzurra, le braccia pendenti, aperte, come in atto di ineluttabile disperazione.
- Oh Anna, Anna! - grid, vanamente, l'abbandonato.
Il suo grido stesso, in quella camera muta, gli ridest nel cuore, smarrito e straziato, dei tumultuosi sentimenti d'ira, di gelosia, di amara e beffarda curiosit, dei sentimenti novelli nella sua natura mite e fiacca, un impeto di collera come non ne aveva mai avuto, tutta la collera repressa in quegli anni d'infelicit e d oppressione, un furor di anima debole che si  maturato per anni: e gittandosi sulla vestaglia azzurra, con le mani, coi denti, coi piedi, la lacer, la fece a brandelli, la pest, imprecando al nome di Anna.
- Assassina, assassina della vita mia, assassina! - gridava, solo, nella stanza vuota.
E si slanci, per compiere qualche altra vendetta manuale contro le vesti, contro la biancheria di Anna, per soddisfare quel desiderio cruento e fugace che aveva di strappare, di svellere, di rompere, di calpestare, si slanci contro il settimanile di Anna, che era a destra del letto, apr il primo cassetto ove era la chiave, apr il secondo, il terzo, il quarto, tutti, tirandoli violentemente, sbattendoli nel richiuderli: erano vuoti, lisci, vuoti, vuoti.
- Ha portato via la sua roba, tutta la sua roba! - grid, ancora, esterrefatto.
E si arrest, vinto da un tremito nervoso cos forte, cos forte, che le sue mani non potettero pi rinchiudere l'ultimo cassetto. And a un grande armadio a specchio, ove erano le vesti e i mantelli di Anna; era socchiuso. lo schiuse perfettamente: vuoto, liscio, le gruccie sospese e libere, non una veste, non una giacchetta. Travers di nuovo la casa, and nella stanzetta ove, un tempo, aveva dormito Mariangela e ove vi erano altri due armadi, di biancheria e di vestiti. Tutta la roba di Anna mancava. Il corredo di biancheria cos ricco e cos elegante, per cui egli aveva speso tanto denaro, tre anni prima, e di cui ella non aveva usato che una parte, tutti gli abiti donatile nelle nozze, dopo le nozze, tutti, sino ad uno, da mattina, portatole dalla sarta, due giorni prima, e di cui Domenico aveva saldata la nota, tolto via, portato via, la roba pagata col danaro del pittore dei santi, non un fazzoletto lasciato, non un nastrino, non un cencio di merletto. Freddamente, da tempo, Anna non solo aveva premeditata questa fuga, ne aveva dovuto combinare, lungamente, il piano, ma lo aveva dovuto eseguire, giorno per giorno, ora per ora, da tempo! S, ella era partita, nella notte, un'ora prima, forse, due ore prima, appena lo aveva visto, immerso, il pittore dei santi, in una densit profonda di sonno. ma non si porta via, tanta roba, di notte.
- La roba, via, prima, - egli pens, amaramente - e lei, questa notte, quest'assassina della mia vita!
Tremando, nella persona, nelle mani, come se avesse il ribrezzo della febbre terzana, egli ritorn in camera da letto: gitt uno sguardo sulla sveglia. Erano le quattro del mattino.
- Questa notte, due ore fa: non sola. Con Mariano Dentale - pens, ancora, mordendosi le labbra, in un accesso impotente di furore geloso, nella inanit dell'uomo tradito e abbandonato.
E insieme al nome del bel giovinotto cos beffardo, cos seducente nella sua insolenza, insieme a questo nome che, per tre anni, era stato l'incubo segreto della sua anima, un ricordo lo colp, dandogli un nuovo sussulto di spavento. Non aveva inteso dire che Mariano Dentale doveva partire per l'America, per farvi fortuna, non lo aveva udito, cos vagamente, due o tre volte, negli ultimi tempi, mentre Anna era assorta, muta, indifferente, come sempre, Anna che, certo, era partita con lui. Con qual danaro? Con qual danaro? Mariano Dentale era un pezzente. Con qual danaro? Un pezzente!
I gioielli di Anna Dentale, quelli, cio, che suo marito le aveva donati alle nozze, e nelle sue feste, durante tre anni, qualche altro dono avuto, dal compare, dai parenti, erano chiusi, ordinariamente, in uno dei tiretti, il superiore, del cassettone di Domenico, e per maggiore sicurezza, alla loro volta, erano tutti raccolti in un cassetto di sicurezza, di ferro, non molto grande, di cui Domenico teneva la chiavettina. Quando aveva bisogno di adornarsi, Anna cercava la chiave del cassettino e, per lo pi, la restituiva immediatamente a suo marito, con una smorfia di sarcasmo, per quella diffidenza. Accanto a questo cassettino, dei gioielli, ve ne era un secondo pi grandicello, di cui teneva sempre la chiavettina Domenico, non affidandola mai a sua moglie, e in esso, da anni, erano chiusi quei titoli di rendita al portatore che suo padre gli aveva lasciati, circa trentamila lire, raccolte dopo una vita di lavoro. In verit, con il matrimonio, con le spese consecutive, Domenico Maresca ne aveva dovuto distaccare e vendere, di titoli, per dodicimila lire e ve ne erano, quindi, rimasti solo diciottomila, non toccate pi, naturalmente, dopo, presa solo la rendita, poich i guadagni del pittore dei santi erano bastati a fare andare innanzi la casa. Anna sapeva che, l dentro, vi era tutta la piccola fortuna di Domenico: ma aveva sempre finto di non saperlo, di non interessarsene, uscendo dalla camera, con un'alzata di spalle, quando egli apriva il tiretto del cassettone, quando immergeva il viso nel fondo, per schiudere misteriosamente il cofanetto di ferro. Dopo, Domenico richiudeva e metteva la chiave del cassettone nel taschino del suo panciotto, ove gi erano le chiavettine dei due cofanetti di ferro. Folle di spavento, dunque Domenico Maresca afferr i suoi panni, frug nel taschino del panciotto: nessuna delle tre chiavi vi era: si volt al cassettone, e vide che il tiretto, come il settimanile, come tutti gli armadi, era socchiuso: folle di spavento, lo apr tutto, vi cerc, con gli occhi, freneticamente, i due cassettini di ferro. Non vi erano. Tast con le mani, come aveva tastato il letto, donde Anna era fuggita: i due cofanetti non vi erano pi, pi, essa li aveva portati via, essa aveva rubato i gioielli, essa aveva rubato il denaro.
- Assassina e ladra! - grid il povero pazzo, nella notte, maledicendo l'infame.
E volle uscire, correr per le vie, correr dietro ai due ladri del suo onore, della sua felicit, della sua fortuna, volle raggiungerli, ove si trovavano, essi che si portavan via tutto, quei due ladri ma pi ladra lei, che gli toglieva la sua persona e che gli derubava quanto egli aveva, tutto, tutto, glacialmente, cinicamente, come una scellerata. Oh li avrebbe ritrovati, non potevan esser lontani, non potevano essersi imbarcati, quella notte istessa, per l'America, sarebbe andato in questura, avrebbe fatto dei telegrammi per fermarli, per arrestarli. Diciottomila lire, tutto quello che egli aveva. tutto, portato via, dalla donna, dal suo amante! Voleva uscire, cominci a vestirsi frettolosamente, mettendosi le scarpe, la camicia di giorno, i calzoni, un panciotto, la giacchetta, frugando macchinalmente nelle tasche, dove aveva poche lire spicciole, tre o quattro, forse: apr il portafogli ove aveva riposto le mille lire dategli dal duca, per la Madonna Addolorata. Non vi erano. La sera, le aveva fatte vedere ad Anna, con un sorriso di soddisfazione, ed ella appena le aveva guardate, nella sua alterigia signorile. Prima di fuggire, scelleratamente, Anna aveva rubato anche quelle, lasciando suo marito con le poche lire che aveva, egli, in saccoccia.
- Ladra, ladra! - grid ancora, lui, nei singhiozzi che gli salivano dal petto,
Frugandosi, ancora, nelle tasche della giacchetta, non trov la chiave della bottega dei santi. Rovesciando le sedie, urtando nei mobili, senza cravatta, afferrando macchinalmente il cappello, in anticamera, egli esc di casa, si dirup per le scale oscure, ritrovando, a stento, la via, nel piccolo portone senza portinaio ove essi abitavano, e di cui i battenti erano chiusi solo con un lucchetto. Nella via Donnalbina, l'oscurit era grande, egli corse in piazza Ecce Homo, rasentando le mura, con la consuetudine antica che non lo faceva sbagliare, anche attraverso il delirio fisico e morale che lo trasportava: travers, di corsa, la piazza Madonna dell'Aiuto, e si precipit contro le porte della bottega dei santi. Come i cassetti, e i tiretti del settimanile, come le porte degli armadii, come i tiretti del cassettone, le porte della bottega erano leggermente schiuse: entrandovi, Domenico inciamp nella chiave, che era caduta per terra, lasciatavi dai fuggiaschi, dai due ladri.
Il delirante non si ricord, pi tardi, come egli aveva acceso il grande lume a petrolio, che aveva, dietro, un grande riflettore di metallo: certo che, ai suoi occhi, che tanti successivi spettacoli terribili avevano veduto, l'ultimo spettacolo si offerse. La bottega dei santi era svaligiata e devastata. Dal petto e dalle spalle del san Sebastiano erano state strappate le freccie di argento e lo stucco che si era rotto, qua e l, mostrava il fondo di creta, il fondo di legno; dalla mano del san Giovannino era stata tolta la mazza pastorale di argento e, nella fretta, il braccio si era spezzato per met; dalla mano di santa Filomena era stata strappata la penna di argento, e da un san Francesco, da un san Cataldo, da un san Gregorio, erano state svelte le aureole di argento, pi grandi, pi piccole, onde erano incoronate le loro teste. Due di questi santi, pi piccoli, erano stati arrovesciati dal loro piedistallo, per derubarne il prezioso metallo che li adornava; un terzo, il san Cataldo, giaceva per terra, a faccia sul suolo. Nel mezzo della bottega, la Dolente appariva denudata, derubata di tutto. Le avevano tolto la massiccia corona di argento dal capo, il manto carico di oro, le sette spadine confitte nel petto e che erano anche di argento massiccio, la veste carica di oro: disadorna, svestita, ella aveva la sua sottana nera, di tela forte, mezza discinta, per la rabbiosa fretta degli svaligiatori, e si vedeva la tunica di mussola bianca, come una camicia: mentre, sul capo denudato, in alto, ove erano dipinti leggermente i capelli, vi era un buco, prodotto dalla furia di tirar via la corona di argento e il manto che vi erano inchiodati: le bende e il soggolo pendevano lacerati, sul petto: dalla mano distesa era stato tolto persino il fazzoletto. E il furto sacrilego, quel furto che offendeva infamemente la immagine di Maria Addolorata, che aveva mutilato e spezzato le immagini dei santi, che aveva tolto sacrilegamente, da queste immagini benedette e consacrate, gli ornamenti benedetti e sacri, questo furto era completo, perfetto, tutto ci che poteva valer danaro, dalle vesti della Dolente che costavano seimila lire di oro, alle piccole aureole di argento dei santi che ne costavano dieci, tutto, tutto era sparito, e la Madonna era spogliata, col capo infranto, i santi erano spogliati, con le braccia rotte, con il costato aperto, e giacevano in terra, spezzati, e il sacrilegio era consumato, nella sua forma pi oltraggiosa, pi irreparabile, pi orribile. Dato un urlo altissimo, Domenico Maresca, cadde, come morto, ai piedi di Maria Addolorata e vi giacque, per terra, come morto.

Tutta la sera, una pioggia scrosciante accompagnata da larghe raffiche di vento, una improvvisa e violenta bufera di equinozio primaverile, aveva battuto le vie e le case napoletane: verso le colline gi verdi e odorose, qualche tuono rumoreggiava, mentre, in citt, nelle vie deserte, allagate di vasti specchi di acqua nerastra, per la ineguaglianza del selciato, i lampioni a gas diffondevano delle fantastiche, vacillanti luci gialle. Gli scrosci di pioggia ora rallentavano, quasi cessavano, per riprendere, dopo pochi minuti, con ira maggiore: il vento ora ravvolgeva a turbine la pioggia, come un gorgo, ora la sbatteva sul volto, come uno schiaffo. Laggi, verso santa Maria la Nova, verso Santa Maria dell'Aiuto, non un viandante, non un'ombra: altro che il fracasso del temporale, pi intenso nelle strade anguste, coi vortici di pioggia che vi si ingolfavano, col turbine del vento che vi si angustiava dentro. A quell'ora piuttosto tarda, la bottega dei santi era ancora aperta: attraverso i vetri sudici ed opachi delle sue impannate, un lume fioco trapelava. Dentro vi era un silenzio intenso, in contrasto col rumore affannoso e urlante della bufera, un silenzio che aveva qualche cosa di mortale. E tutte le cose vi erano restate come Domenico Maresca le aveva trovate: la spoliazione, il furto, la devastazione, il sacrilegio, vi apparivano, in tutta la loro realt e in tutta la loro crudelt. Ma queste cose orrende non avevano pi, da che una giornata era trascorsa, una eterna giornata di stupore di desolazione e di disperazione, non avevan pi la loro espressione impensata e violenta: sembrava che da tempo, oramai, quelle cose orrende fossero accadute: che da tempo, lo spettacolo loro avesse destato il lungo grido di orrore e che tutti gli echi, oramai, di tal grido, si fossero spenti: che la sventura, l'onta, l'infamia che esse rappresentavano, non fossero pi la convulsione spasmodica di fatti inaspettati e brutali, ma la pacata e immanente desolazione senza confini, oltre l'anima, oltre il mondo, oltre il Cielo. Il momento altissimo, atrocissimo, era trascorso e la tragedia aveva toccato il suo culmine: gi le vittime senza vita o viventi, parevano coperte dal tetro, pesante, ineluttabile manto della rassegnazione.
Un solo lume a petrolio, portato dalla casa di Donnalbina, ardeva debolmente sovra la tavola, fra gli strumenti dell'arte, i mucchi delle biacche, i vaselli degli ori e degli argenti, i pennelli e le stecche. Contro il muro di fronte, la immensa ombra della Madonna Addolorata, che le ciniche mani avevan dispogliata delle sue vesti sontuose e dei suoi gioielli, si allungava, misteriosamente: e la statua era rimasta deturpata, come le mani dei due furenti spoliatori l'avevan lasciata: e tutti gli altri santi, derubati dei loro ornamenti, spezzati, protendevano, colpiti da quella poca luce, le loro linee sulle muraglie, in ombre fantasiose e lugubri. Quella penombra conveniva ad essi: meno si scorgeva il danno, e il sacrilegio si avvolgeva di incertezza, per gli occhi non avvezzi. Il grande lume dal vividissimo riflettore, era stato spento, e pareva che, in quella bottega, si vegliasse, da giorni, in silenzio, in penombra, intorno a una persona morente, intorno a una persona morta. Tendendo l'orecchio, un respiro penoso si udiva, infatti, interrotto, talvolta, da sospiri dolenti: non altro.
In un cantuccio della sua bottega, sovra una sedia, coi gomiti appoggiati a un angolo estremo di un tavolino, Domenico Maresca vegliava, col, come in una camera mortuaria. Era solo! I due poveretti suoi compagni di fatica, lo stuccatore Gaetano e il piccolo storpio Nicolino che, nella mattinata, qualcuno era andato a chiamare, per soccorso, avevano passato la giornata con lui, piangendo con lui, provando un dolore pi semplice e pi candido, non osando neppure consolarlo, non osando nominargli n la fuggiasca che gli aveva tutto strappato, l'onore, la felicit, il denaro, n il suo complice che l'aveva spinta al tradimento, al furto, al sacrilegio. E non gli erano stati di altro aiuto, che come triste compagnia. Non potevano essergli di altro aiuto: non lasciarlo solo, in preda all'abbattimento delle forze fisiche ed alla disperazione: erano restati l, in bottega, chiusi con lui, fra le statue spogliate e manomesse, non osando toccarle, non osando neanche toccare il san Cataldo che era caduto con la faccia per terra, non osando quasi voltarsi alla Dolente, dal piccolo capo rotto, donde era stata strappata brutalmente la sua corona: e chiusi col pittore dei santi, in una taciturnit d'avvilimento, di sgomento, di stupore, non sapendo che cosa dirgli, comprendendo, cos, vagamente, che nulla potevano dirgli e che nulla egli poteva udire. Avevano vegliato con lui, come si veglia con uno sventurato che ha perduto una persona amatissima, rapitagli da un destino avverso: senza parole, con movimenti cauti e lenti, lasciando trascorrere le ore. Per prendere un boccone, morenti di fame, come erano, verso la sera, uno alla volta, erano usciti, si erano allontanati, dandosi il cambio: e dal non aver egli neanche risposto, all'offerta di portargli qualche cosa, dal non aver neanche udito, forse, le loro discrete e umili insistenze, essi si eran convinti, che era meglio lasciarlo stare, immerso nel suo muto e atroce dolore. E quando egli li aveva rinviati, la sera, nel momento che principiava la tempesta di primavera, essi non avevano chiesto di restare, avevano obbedito, come erano avvezzi a obbedirgli, sempre. Cos mentre la pioggia imperversava, colpendo i vetri delle impannate e il vento ne faceva scricchiolare i cardini, Domenico Maresca era solo, con i gomiti puntati sul tavolino e il volto nascosto fra le mani; solo, assorto, perduto nella vastit di uno strazio muto.
N ud schiudere la porta, verso le dieci e mezza di sera, mentre, furiosamente, acqua e pioggia entravano dall'uscio e quasi spegnevano il fioco lume a petrolio; n vide la donna che entrava, richiudendo subito con la chiave, e posando, in un angolo, un ombrello stillante di acqua, n la vide asciugarsi con un fazzoletto le vesti tutte bagnate, passarsi il fazzoletto sul viso bagnato di pioggia. Mentre Fraolella faceva questo, teneva gli occhi fissi su quella massa immobile e accasciata, che formava il corpo di Domenico Maresca: ma la massa non si scosse, l'uomo era immerso, profondamente, nella sua contemplazione angosciosa. La giovine, allora, si accost pianamente a lui, rasciugandosi le mani. Ancora del tempo era passato sul capo della graziosa e sventurata creatura: e malgrado la giovinezza, i segni della decadenza si erano fatti pi palesi sul suo viso e sulla sua persona. Pi gracili le forme, come se un malore intimo le avesse cominciate a distruggere, a venti anni, quando ogni essere fiorisce, e ha bellezza pi vivida, e forza pi salda. Pi languido, pi stanco l'andare, e le vesti come troppo larghe, cadenti, fluttuanti, con pieghe di abbandono. Portava una veste di lana viola pallida, guarnita goffamente di nastri rosa, e una camicetta di seta, di un rosa molto vivo, sovraccarica di galloncini di oro, di nastrini bianchi, di bottoncini: sulle spalle, uno dei suoi soliti scialletti, celeste questa volta: un insieme chiassoso, senza gusto, con quel carattere di vita viziosa, ahim, indelebile, come una livrea di vergogna, come una livrea di disonore! Non portava pi il cappello: e i suoi bei capelli folti erano acconciati pomposamente, in nodi, in ciocche, in ciuffi, in ricci, sempre nella forma pi caratteristica delle poverette vagabonde, di cui si profila l'alto casco oscuro di capelli, nella notte, agli angoli delle vie. Assottigliato il viso, con gli zigomi sporgenti, carico di rossetto, con gli occhi dipinti, sotto, e le leggiadre palpebre, un tempo rosee e trasparenti, cariche anch'esse di un bistro azzurrino: e disegnata, col rossetto, la piccola fragola presso il mento, non pi come un tempo, come una voglia, ma come un artifizio d'ignobile seduzione; e torbidi gli occhi, sempre torbidi, tristi, rassegnati, quasi servili, traversati, talvolta, da onde di collera servile, da onde di lagrime servili e inani.
Ella si curv sull'uomo assorto e, chetamente, lo chiam.
- Domenico, Domenico!
Egli non udiva, forse, o giaceva in torpore doloroso.
- Domenico, sono io, Fraolella, Domenico! - ella mormor e poich gli pareva di veder trasalire quella massa abbattuta, delicatamente, gli prese le mani, gliele distacc dal viso, lo forz dolcemente a guardarla, a riconoscerla.
E nel guardarla, nel riconoscerla, il cuore di Domenico Maresca si franse: egli scoppi a piangere singultando, balbettando, torcendo le mani:
- Gelsomina... Gelsomina... hai visto, che mi  successo?.. hai visto, che mi hanno fatto?.. mi hanno ucciso... mi hanno assassinato...
- Poveretto, poveretto, poveretto! - diceva lei, a bassa voce, ritta innanzi a lui, lasciandolo piangere.
- Gelsomina... Gelsomina... perch Anna non mi ha ucciso? Era meglio una coltellata nel cuore... era meglio uccidermi... era meglio...
- Certo,  meglio morire - mormor lei, con la sua voce dalla raucedine cos forte, che ne aveva ottusa ogni armonia. -  meglio morire, che sopportare certe cose.
- Oh Dio! oh Dio! - esclamava lui, battendosi dei pugni nella testa, in un nuovo accesso di disperazione, aridi gli occhi, adesso, e con la voce concitata.
- Non far cos, Domenico, - disse lei, tentando di prendergli le mani, tentando di tenergliele ferme. - Non far cos, calmati, calmati!...
- Ma lo sai, che Anna  fuggita in America, che non la vedr pi, che  morta, per me, che  come se fossi vedovo, mentre ella vive, con un altro, per un altro, lo sai?
- Lo so - disse lei, crollando il capo.
- Lo sai che ha portato via, dalla mia casa, diciottomila lire, tutto quello che io possedeva, tutto ci che mi restava, della eredit di mio padre, e le mille lire, anche, che avevo in tasca, Gelsomina, anche quelle, perch gliele aveva fatte vedere, lo sai?
- Lo so - replic lei, a testa china.
- E lo sai, lo sai, che infamia ha commessa, qui, ove non era mai venuta, ove  entrata solo per rubare? Non le bastavano, a lei, a lui, quei denari miei, le fatiche del mio povero pap, non bastavano, le mie fatiche,  venuta qui, a rubare la Madonna, capisci, a rubare i santi, ha spogliato Maria Addolorata, si  portata tutto, per vender l'oro, per vender l'argento, in America, Gelsomina, questo, non lo sapevi?
- Lo sapevo, lo vedo - disse ella, girando intorno gli occhi torbidi e tristi, dalle palpebre pesanti e oscure.
- L'avresti creduto, tu, Gelsomina, che Anna mi avrebbe assassinato, l'avresti creduto?
- Io l'ho sempre creduto - diss'ella, semplicemente.
- Da prima?
- Dal primo momento - ella soggiunse, con fermezza.
- E non mi hai detto niente? Nessuno, mi ha detto niente!
- Non dovevo dirti niente - ella soggiunse, ancora.
- E perch? Perch?
- Perch tu l'amavi: perch tu eri pazzo, Domenico - continu lei, tristemente. - Ed era inutile dirti nulla.
- E mi hai lasciato perdere, Gelsomina, tu che mi volevi bene! Tu dicevi, allora, di volermi bene!
- Ti volevo bene e assai - disse la misera, con un tremito nella voce. - Come a nessuno, ti volevo bene!
- E mi hai taciuto tutto! Non mi hai avvertito! Mi hai lasciato perdere, cos, Gelsomina.
- Anch'io mi sono perduta, Domenico! - dichiar la disgraziata, a voce alta, con l'accento della verit.
La verit, a un tratto, grandeggi, fra quei due, si fece pi alta di loro, s'impose a loro, luminosa, immensa, fatale, apparsa troppo tardi, fatale, troppo tardi, inutile e fatale. Tutto ci che era stato e che era finito, per sempre, tutto ci che avrebbe potuto essere e che mai pi sarebbe stato, l'Irreparabile, l'Irreparabile si levava fra loro, e riempiva di sua fantastica e tragica presenza la bottega dei santi, tra le immagini rotte e deturpate, innanzi ai simulacri violati, nell'ora alta notturna, mentre imperversava, fuori, il temporale, e i due si guardavano, colpiti dalla medesima fatalit, trascinati, ognuno di essi, nel dolore, nel disonore, nel fango, per non aver visto a tempo, ove erano la verit e la vita.
E l'uomo obbli il suo immenso strazio, la sua anima si sollev dal proprio pianto, egli sent la comunanza di un'altra sciagura, assai pi profonda della sua, perch pi oscura, pi ostinata, pi tetra, pi inguaribile, sent la miseria di un altro essere, la miseria del corpo e dell'anima, la miseria di un essere che lo aveva amato e del cui amore egli non si era accorto, la miseria di un essere che egli anche aveva amato, ma che non aveva saputo amare.
- Ah povera, povera Gelsomina! - egli grid.
E poich vide il volto di lei decomporsi, farsi livido, sotto il belletto, poich vide quel sottil corpo giovanile tremare, egli prese la poveretta nelle sue braccia, per la prima volta, e con la castit della piet infinita, paternamente, fraternamente, la strinse, tenne il picciol capo di lei sulla sua spalla e ne baci, leggermente, i capelli, mentre ella singhiozzava, funebremente, con un singulto roco e penoso, ove vi era un lamento, un lamento di creatura colpita a morte, colpita senza speranza, senza rimedio, a morte.
Gelsomina, lentamente, si sciolse dalle fraterne braccia di Domenico, si ravvi i capelli, si sedette presso a lui. Un'aridit improvvisa aveva diseccato le loro lacrime, e calmato i loro singhiozzi: l'aridit della piet inane, della piet vana, della piet che non pu diventare coraggio, energia, forza, della piet che ha solo delle gelide lacrime, degli abbracci paterni, dei baci fraterni, della piet che  un sentimento senza lena, della piet che non ha fiamma e che nulla pu distruggere, della piet sterile che a nulla pu dar vita.
- Io sarei stato felice, se ti avessi sposato, Gelsomina - disse lui, con un rimpianto triste e vano, a occhi bassi.
- S, tu saresti stato felice - replic lei, a occhi bassi, con lo stesso tono. - Io ti avrei stimato e onorato come un benefattore e come un innamorato, Domenico.
- Ahim, io era cieco e sordo. in quel tempo! Una benda mi copriva gli occhi, Gelsomina.
- Eppure io feci assai, per farti comprendere. Non ti rammenti, Domenico? Qui. venivo a cercarti, a parlarti, ogni sera.
- Mi rammento, Gelsomina.
- E tu non ti accorgevi di nulla. Tu guardavi le finestre del palazzo Angiulli, perch tu amavi Anna, Domenico.
- Lo sapevi, Gelsomina?
- Lo sapevo, Domenico. Come potevo, ho tentato di staccarti da lei, ti ricordi, Domenico?
- Mi ricordo, Gelsomina.
- Ma non mi  riuscito, Domenico.
- Non ti  riuscito, Gelsomina.
- Non era possibile, Domenico.
- Non era possibile, Gelsomina.
Il dialogo continuava. Monotono, arido, quasi freddo, quasi essi facessero la storia di un lontanissimo passato. la storia di due altre persone, e non di loro due.
- Dio mi ha punito della mia folle passione e del mio orgoglioso desiderio -- disse lui, dopo un silenzio, riabbandonandosi all'egoismo della sua sciagura.
- Raccomandati a Lui: Egli ti dar forza - mormor Gelsomina, crollando il capo.
- Io sono perduto - disse lui, cupamente.
- Ci vuole coraggio: gli uomini debbono aver coraggio.
- Avevo una moglie e una famiglia: non ho pi nulla.
- Dimentica quella donna: essa ha tentato di ucciderti.
- Avevo una fortuna: non ho pi un soldo.
- Puoi lavorare ancora: il Signore ti mander del lavoro.
- Domani andr in carcere, come ladro.
- Tu? Tu?
- Io!
- Ma perch?
- Perch Anna ha rubato le vesti della madonna, che costavano seimila lire, e gli argenti, e ogni cosa: perch io debbo consegnare, domattina, la statua della Madonna a chi l'ha ordinata e pagata, sino all'ultima lira.
- D che non  finita.
- Non posso. Egli l'ha vista. finita. All'alba, la manda a prendere.
- Va da lui, digli tutto.
- Non so dove abita.
- Cercalo, gittati ai suoi piedi.
- Non so chi .
- Oh Dio! - esclam lei, disperata.
- Sono perduto, Gelsomina. Bisogna che dimentichi di esser un cristiano, e che mi uccida ai piedi di questa Madonna.
- No - disse lei, con forza.
- Bisogna che lo faccia. Non posso esser chiamato ladro.
- Vuoi dannarti, dunque?
- Anna mi ha messo nell'inferno, per la vita e per la morte - egli conchiuse, con l'ostinazione della follia.
Ella lo guard, stralunata.
- Tu vuoi ucciderti - gli grid, nel viso, tenendogli le mani, bruciandolo coi suoi sguardi, ove ardeva la vampa della disperazione. - Vuoi ucciderti? E che avrei dovuto fare io? Cento volte, avrei dovuto uccidermi, io! Ero una fanciulla buona, ti volevo bene, mi hai respinta, non mi hai voluta, ed io mi sono lasciata prendere, da uno qualunque, cos, per debolezza, per tristezza, per non aver pi che fare, di me. Non mi dovevo uccidere, forse, il giorno seguente al mio errore? Don Franceschino Grimaldi mi ha lasciata; e io, abbandonata, gi perduta, ho rotolato sempre pi gi, ogni giorno, perch ero sola, perch ero fiacca, perch nessuno mi ha soccorso, neppure tu, perch era impossibile, a un certo punto, di soccorrermi pi. Ah quante volte la morte mi  parsa bella: e non mi sono uccisa! Io non ti posso dire la mia istoria, tutta quanta, Domenico, ma essa ti farebbe rabbrividire: non te la voglio dire, non devi saperla, non me la voglio ricordare, no, no: la volont di morire l'ho avuta, ogni sera, ogni mattina, e non mi sono uccisa! Un tempo, due o tre anni fa, questa vita di vergogna mi dava da vivere, avevo degli abiti, dei cappelli: poi sono venuti degli infami, come Gaetanino Calabritto, degli altri, mi hanno oppressa, mi hanno maltrattata, mi hanno tolto tutto... Poi sono stata malata... all'ospedale, Domenico... ma non sono morta... e quando sono uscita, capisci... anche peggio...  stato anche peggio...
Egli la udiva, smarrito, atterrato da quel tremendo racconto.
- Chiedi al tuo stuccatore, Gaetano, dove sono io, adesso - disse ella, cupamente. - Egli abita dirimpetto alla mia casa. Stassera, mi ha incontrato. Giravo. Debbo girare. Mi ha raccontato tutto. E sono venuta qui, per dirti, Domenico, che se uno doveva uccidersi, dovrebbe uccidersi, sono io, io sola... io che era una buona ragazza... e che sono una disgraziata...
- Ma tu non l'hai fatto! Tu non lo faresti?
- No - ella disse, levandosi. - Aspetto che Dio mi tolga da queste tribolazioni.
- Aspetti?
- Aspetto. Deve venire il giorno... deve venire. Addio, Domenico.
- Te ne vai adesso? te ne vai?
-  tardi, debbo andare - diss'ella, con atto rassegnato, levando le spalle.
- Mi lasci solo?
- Non posso passar la notte, qui - soggiunse ella, con un sorriso amaro.
- Ritornerai? domani?
- No. Come posso venire, qua, di giorno? Dimentichi chi sono? Qui... da te... come sono... vedendomi tutti? No, non verr.
- Ma dove vederti, allora? - insistette ancora lui, nel suo bisogno di soccorso.
- Oh non da me, non da me! - grid lei, facendo un atto di ribrezzo.
- Hai ragione - annu lui, lentamente.
E si guardarono in viso. Il destino li aveva avvicinati un tempo, ed essi tenevano nelle loro mani, la quiete e la dolcezza della loro vita, e l'avevano lasciata sfuggire, per ignoranza, per cecit, per timidezza, per debolezza: sovra loro, sovra le loro fragili anime, sovra le loro caduche compagini, era sorto un essere forte e crudele, una donna imperiosa e malvagia che li aveva combattuti, in nome dei suoi istinti di dominazione, di cupidigia, di potenza, li aveva combattuti, debellati, distrutti. E travolti dal turbine, sempre pi, essi dovevano incontrarsi, ogni volta, per compiangersi, per piangere insieme, per esalare i lagni del loro dolore, ma incapaci, nella loro fiacchezza, di salvarsi, l'un l'altro, ma inetti ad agire, inetti a lottare, inetti a vivere, destinati, infine, ad aspettare che Iddio li liberasse dai triboli, ad aspettare la morte pacificatrice, solo quando il giorno della liberazione fosse venuto.
Si guardarono, infelici come mai creature umane, in una notte bruna e tempestosa, furono infelici: e sentirono che nulla avevan pi da dirsi: che le loro mani non dovevano toccarsi: che le loro vite dovevano separarsi: poich la loro salvazione non era pi in loro, ma fuor di loro, in mani misteriose, e chiuse, e alte, e supreme. Nella bottega dei santi, Domenico Maresca rest solo e pieg la testa sulle braccia, versando rade e fredde lacrime.
Nella via, sotto la pioggia, la gracile ombra notturna di Gelsomina si allontanava, trascinando la stanca persona, e sul triste viso scendevano le rade e gelide lacrime.
