STORIA DELLA CINA
di Paolo Santangelo
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI MARILENA MARCHINI
INDICE:
1)  La Cina Arcaica
2)  La Cina del Primo Impero
3)  Il Medioevo
4)  Il nuovo Impero e la gloriosa dinastia Tang
5)  Il moderno Stato burocratico Song
6)  La dinastia mongola
7)  Lo splendido Impero Ming
8)  La dinastia mancese Qing
9)  Una societ fra tradizione e modernit
10) La Repubblica
11) La Repubblica popolare cinese
12) La Repubblica di Cina a Taiwan


1) La Cina arcaica (a)
Bench l'immagine della Cina sia da tempo presente nella storia
europea, essa ha assunto per lo pi una dimensione esemplare - in
senso positivo o negativo -, per cui rimane spesso qualcosa di indefi-
nito. Una prima definizione ci riconduce ad un'ampia area geografi-
ca dell'Asia orientale e al tempo stesso al complesso concetto storico
di civilt cinese. Se si considera l'estensione dell'attuale territorio
cinese (quello della Repubblica Popolare  di circa 9.600.000 km quadrati
quello di Taiwan  di circa 36.000 km quadrati), risulta immediatamente
chiara la sua dimensione continentale. All'interno di tale territorio 
per necessario distinguere aree geografiche diverse, la cui caratte-
rizzazione storica appare strettamente collegata con l'evoluzione del
concetto di frontiera, e quindi di civilt cinese, concetto che si 
andato determinando e definendo nel corso di oltre tre millenni.
Cos l'attuale Repubblica Popolare comprende, oltre ai territori
abitati prevalentemente da popolazioni di lingua cinese (la Cina
propriamente detta), una serie di regioni periferiche, tuttora abitate
da popolazioni parlanti proprie lingue specifiche, e con una storia
culturale autonoma (Mongolia interna, Xinjiang e Tibet). Le tre
province del Nord-Est (Manciuria), pur costituendo oggi un'area
quasi integralmente cinese, sono entrate a far parte della Cina pro-
priamente detta solo in tempi relativamente recenti, in seguito a una
serie di ondate migratorie avvenute soprattutto a partire dalla fine
del 18esimo secolo. Inoltre la frontiera meridionale si  venuta
spostando gradualmente col processo di colonizzazione delle regioni
meridionali e il parziale assorbimento di popolazioni distinte per
lingue e tradizioni. Fondamentalmente diversa  stata la frontiera
settentrionale e nord-occidentale, che si contraddistingue per la
contrapposizione fra due economie e civilt contrastanti ma anche
complementari, quella agricola e sedentaria cinese, e quella noma-
de, fondata sull'allevamento del bestiame e sulla caccia. Tale inter-
relazione si pu sintetizzare nel fatto che i nomadi (parlanti lingue
altaiche o siberiane) dipendevano economicamente, tecnologica-
mente e culturalmente dai sedentari, ma possedevano una superiori-
t militare dovuta alla mobilit della cavalleria, che per potevano
far valere a condizione di superare la tradizionale frammentazione
tribale. Il concetto di frontiera si associa ad una peculiarit della
storia cinese, la sua implosione rispetto alla esplosione euro-
pea: la Cina non ha fatto ricorso come l'Europa alle armi della
cavalleria, delle flotte d'alto mare e delle missioni religiose; in com-
penso la sua introversione ha portato alla concentrazione e accultu-
razione interna in tutti i settori.
Questo carattere non imped ovviamente alla civilt cinese di irra-
diarsi, dal bacino del Fiume Giallo - dove videro la luce le prime
forme di organizzazione statale tra la fine del terzo e gli inizi del 
secondo millennio a.C. - alle aree circostanti, interagendo con le 
culture delle diverse etnie con cui venne a contatto. A tale periodo la 
tradizione scritta fa risalire la prima delle tre dinastie ereditarie 
(Xia, Shang e Zhou, che si sarebbero succedute al governo della Cina tra 
il 22esimo e il terzo secolo a.C.), la dinastia Xia, di cui tuttavia 
non abbiamo alcuna documentazione scritta certa. Il ritrovamento di nu-
merose ossa oracolari con iscrizioni in una lingua cinese arcaica hanno 
fornito numerose informazioni sulla Corte e la societ Shang (circa 
16esimo-11esimo secolo), ed hanno confermato le informazioni contenute 
nei testi posteriori della tradizione scritta, e in particolare nella 
grande storia universale (Shiji, o Memorie di uno storico) redatta da 
Sima Qian (circa 145-90 a.C.) sotto la dinastia degli Han Occidentali. 
Si  potuto dedurre altres che la stirpe reale Shang era costituita da 
sciamani, che derivavano il proprio potere e la propria legittimazione 
dal rapporto diretto con i propri antenati. Le ossa oracolari costi-
tuiscono una testimonianza della comunicazione fra la stirpe reale e 
l'oltretomba.
Sappiamo che gli Shang ricorrevano alla divinazione con notevole
frequenza, e che essa si inquadrava all'interno di un insieme di rituali
sciamanici, in cui un peso rilevante avevano i canti, le danze e le
libagioni. I membri della casa reale Shang gestivano l'amministrazio-
ne dello Stato. Il territorio era diviso in tre zone: attorno all'area
centrale, sotto il diretto controllo del sovrano, vi era una seconda
zona amministrata da autorit nominate dal sovrano Shang, e infine
una terza pi periferica di Stati-cuscinetto. Ai margini occidentali
del territorio Shang, nel bacino del fiume Wei, sono state rinvenute
numerose testimonianze relative alla cultura di una popolazione (i
Zhou), che aveva rapporti di carattere tributario con gli Shang.
Intorno all'11esimo secolo a.C. furono proprio i Zhou a sottomettere 
gli Shang. A questo periodo probabilmente risale la prima formulazio-
ne della concezione del Mandato Celeste: i Zhou sostennero di
avere ricevuto il potere dalla divinit suprema (il Cielo, identificato
a sua volta con Shangdi, la divinit suprema degli Shang), mentre gli
Shang ne sarebbero stati privati in quanto se ne erano dimostrati
indegni. I re Zhou assunsero il titolo di Figli del Cielo, e tale titolo
sarebbe stato tramandato a tutti i successivi sovrani della storia cine-
se. I Zhou regnarono dall'11esimo al terzo secolo a.C. su un territorio 
che corrisponde grosso modo all'attuale Cina settentrionale, fino ai baci-
ni inferiori del Fiume Giallo e del fiume Huai. Tale periodo, in cui la
Cina conobbe profonde trasformazioni politico-istituzionali, sociali
e culturali,  convenzionalmente diviso in due grandi fasi: la prima 
detta dei Zhou Occidentali (sec. 11esimo-ottavo a.C.), e la seconda dei 
Zhou Orientali (sec. ottavo-terzo a.C.), per il trasferimento della 
capitale, avvenuto nel 770 a.C., da Hao (presso Xi'an, nell'odierna 
provincia dello Shaanxi) a Luoyi (odierna Luoyang, nella provincia dello 
Henan).
Anche sotto i Zhou Occidentali, come sotto gli Shang, i rapporti di
parentela costituivano il fondamento della struttura dello Stato, ma
il controllo del territorio venne regolato da un articolato sistema di
norme con valore religioso, rituale e giuridico. La struttura gerarchi-
ca basata sul sistema detto zongfa prevedeva che, ai vari livelli, i
gruppi familiari appartenenti ai rami secondari avessero uno status
subordinato rispetto a quello dei gruppi appartenenti ai rispettivi
rami principali. Il dominio di un lignaggio su un territorio era legitti-
mato dal re Zhou, e l'assegnazione veniva consacrata da una cerimo-
nia solenne che da molti  stata paragonata a quella dell'infeudamen-
to. Il rapporto che ne derivava tra il sovrano e i signori capi di
lignaggio implicava una serie di obblighi reciproci: il re delegava
parte del suo potere, mentre i signori a loro volta si impegnavano a
versargli i tributi e a fornigli un sostegno militare. A differenza per
del sistema feudale europeo, i rapporti fra il sovrano e il signore si
basavano su una lealt di tipo familiare pi che su obbligazioni legali,
erano diretti e rari erano i casi di una catena gerarchica intermedia
(del tipo di vassalli, valvassori, eccetera).
Il periodo dei Zhou Orientali corrisponde alla fase di decadenza
della dinastia: il sovrano perse progressivamente ogni potere effetti-
vo, anche se rimase la suprema autorit religiosa, in seguito alla
disgregazione dell'assetto politico-istituzionale e al consolidamento
di una serie di principati periferici, che finirono col turbare l'ordine
istituzionale preesistente. Tale processo venne accelerato dagli
enormi progressi conseguiti a livello tecnologico. Le esperienze ac-
quisite nella fusione del bronzo indussero gli artigiani cinesi a lavo-
rare il ferro (intorno al settimo secolo) con procedimenti sempre pi
avanzati e totalmente diversi da quelli che venivano utilizzati nella
medesima epoca in Occidente. L'elevato tenore di carbonio ottenu-
to mediante una soffiatura adeguata, faceva s che il ferro raggiun-
gesse il punto di fusione a 1130 gradi invece che a 1525 gradi, come av-
viene con il ferro puro, per cui gli artigiani cinesi non dovettero 
passare attraverso la fase della forgiatura, che in Occidente rimase 
la tecnica dominante sino al Medioevo. La produzione in serie di utensili 
agricoli mediante la colata di ferro fuso in matrici sovrapposte ebbe un
enorme impatto sull'agricoltura, permettendo il dissodamento di
estensioni di terreno sempre pi vaste, e favorendo imponenti lavori
di canalizzazione e grandi opere pubbliche. Ci favor una trasfor-
mazione progressiva del sistema economico, che vide l'affermazione
della famiglia contadina come unit produttiva fondamentale, in
contrapposizione alle comunit della Cina arcaica, organizzate sotto
la supervisione dei rappresentanti del principe, secondo antichi ri-
tuali volti a regolare il lavoro collettivo. Le nuove risorse furono
utilizzate in misura sempre pi massiccia nell'organizzazione di
grandi eserciti, costituiti da soldati contadini e dotati ormai di armi
in acciaio sempre pi sofisticate, come la balestra (quinto secolo a.C.).
Di conseguenza, il tradizionale complesso di consuetudini e rituali,
che presiedevano alla regolamentazione della societ e alla distribu-
zione dell'autorit tra i diversi rami familiari dell'aristocrazia, non
erano pi in grado di garantire l'ordine in entit statali sempre pi
complesse e conflittuali. I poteri dei sovrani Zhou erano ridotti
ormai a figure cerimoniali, mentre le lotte tra i principi finirono col
divenire vere e proprie guerre di annientamento. Tale crisi politico-
istituzionale e i profondi mutamenti in campo sociale ed economico
furono accompagnati da una grave crisi ideologica, che, grazie anche
alla frantumazione politica del territorio e la relativa libert di movi-
mento da uno Stato all'altro, diede vita al prodigioso fiorire delle
cosiddette Cento Scuole, di fondamentale importanza nella storia del
pensiero dell'umanit. Il periodo degli Stati combattenti (453-222
a.C.) vide lo sviluppo di entit politiche sempre pi indipendenti, in
continua lotta fra loro, e i sovrani dei principati pi potenti assunse-
ro il titolo di re (wang), sfidando apertamente l'autorit della dina-
stia Zhou. A partire dal quarto secolo, si and affermando il predominio
del regno periferico di Qin (il suo centro era nell'attuale provincia
dello Shaanxi), grazie anche all'efficacia delle riforme politiche rea-
lizzate e al grande sviluppo della produzione agricola.

a) Per un quadro generale sulla civilt cinese si rimanda il lettore 
all'introduzione del volume a cura di Mario Sabattini e Paolo Santangelo, 
Storia della Cina. Dalle origini alla fondazione della Repubblica, 
Roma-Bari, 1989 (2).

2) La Cina del Primo Impero
La data del 221 a.C. segna una cesura nella storia antica della Cina,
in quanto il re Ying Zheng del regno di Qin, una volta completata la
conquista di tutti gli staterelli cinesi, assunse il titolo di Huangdi,
generalmente tradotto come imperatore. Attraverso tale titolo, il
sovrano si poneva sullo stesso piano dei primi mitici sovrani che
avrebbero dato vita alla civilt cinese. Veniva cos istaurato un siste-
ma imperiale burocratico, con un nuovo assetto istituzionale, che si
imponeva, seppure in parte, sul precedente ordine patrimoniale. Il
Primo Imperatore di Qin (Qin Shi Huangdi) pose le basi della strut-
tura del governo centrale, struttura tripartita che sarebbe rimasta
fondamentalmente per tutto l'Impero: il Primo Ministro-Grande
Consigliere (chengxiang), a capo dell'amministrazione centrale, divi-
sa in sezioni-ministeri, e di quella periferica, il Grande Maresciallo
(taiwei), a capo dell'organizzazione militare, e il Grande Censore
(yushi dafu), con poteri di controllo. Al di sotto di questo triunvirato
vi erano i Nove Dignitari (Jiuqing) con varie funzioni, alcune di tipo
amministrativo, altre ancora legate alla corte interna e alla figura del
sovrano.
Allo scopo di realizzare l'unificazione politica e militare della Cina,
il Primo Imperatore adott una serie di misure rigorose, che inve-
stirono l'organizzazione sociale, l'economia e la cultura. L'antica
aristocrazia venne totalmente esautorata, e l'intero territorio fu sud-
diviso in governatorati e distretti retti da funzionari di nomina impe-
riale. Le misure di peso, di capacit e di lunghezza furono unificate,
e la moneta di Qin fu imposta in tutto l'Impero. Analogo provvedi-
mento venne adottato per la scrittura, che fino ad allora aveva cono-
sciuto numerose varianti locali. Inoltre, furono realizzate grandi
opere pubbliche e venne intrapresa la costruzione di nuove strade,
che misero in collegamento aree geografiche molto distanti tra loro;
unificato fu pure il passo carrabile delle principali vie di comuni-
cazione. Fu proprio in questo periodo che gli eserciti imperiali ini-
ziarono a penetrare nelle regioni meridionali, spingendosi sino al-
l'attuale Vietnam settentrionale, mentre al Nord veniva eretta, col-
legando le fortificazioni costruite precedentemente dai principati
settentrionali, la Grande Muraglia, un'opera imponente lunga oltre
5000 chilometri, che dall'odierna provincia del Gansu giungeva sino
alla penisola del Liaodong.
La politica centralizzatrice del Primo Imperatore si espresse, sul
piano culturale, in una serie di misure autocratiche, ispirate al legi-
smo, che avrebbero ricevuto la severa condanna di tutta la storiogra-
fia posteriore, di impronta confuciana. Nel 213 a.C. egli decret che
tutti gli antichi testi, fatta eccezione per quelli di argomento scienti-
fico e tecnico e per gli Annali dello Stato di Qin, venissero bruciati. 
Fu conservata solo una copia dei testi distrutti nella Biblioteca imperia-
le, ad uso delle massime autorit del governo. Il rogo dei libri
aveva come obiettivo la cancellazione della memoria del passato:
chiunque avesse criticato il presente invocando la tradizione sarebbe
andato incontro a pene severe.
Il Primo Imperatore mor nel 210 a.C., lasciando un mausoleo, a
Lintong, che pu essere annoverato fra le meraviglie del mondo: un
intero esercito di statue di terracotta, a grandezza naturale, era
schierato a difesa del corpo di colui che si era considerato il Supremo
Antenato di una dinastia che avrebbe dovuto regnare per diecimila
generazioni. Invece la dinastia Qin non sopravvisse alla morte del
Primo Imperatore. Una serie di rivolte popolari e una guerra civile
portarono sul trono, nel 206 a.C., un uomo di umili origini, Liu Bang,
che fond la dinastia degli Han (206 a.C.-220 d.C.). Il nuovo impera-
tore, come ricompensa per coloro che lo avevano sostenuto nella
lotta contro il proprio rivale, Xiang Yu, il ribelle che aveva abbattut-
to la dinastia Qin, distribu titoli nobiliari e territori. Ma il sistema
amministrativo centralizzato, introdotto da Qin Shi Huangdi, non
venne abbandonato, e si sarebbe imposto come il modello di gover-
no dominante su tutto il territorio imperiale, nonostante i contrasti
che scoppiarono nei primi decenni fra regni e marchesati da un lato e
potere centrale dall'altro.
Ma il consolidamento della dinastia si sarebbe avuto con l'impera-
tore Wu (Wudi, 140-87 a.C.) l'artefice di una politica di grande
espansione verso l'esterno e di centralizzazione all'interno. Gli
Han, che inizialmente si erano limitati a perseguire una politica di
contenimento nei confronti dei Xiongnu (il cui nome  stato colle-
gato con quello degli Unni, una popolazione nomade di allevatori
stanziata nell'attuale Mongolia e in Asia centrale), avviarono con
l'imperatore Wu una nuova politica espansionistica. Nel giro di po-
chi anni l'Impero afferm la propria autorit sull'Asia centrale (me-
diante l'insediamento di una serie di guarnigioni militari), la cui
importanza strategica ed economica era apparsa sempre pi eviden-
te, per gli intensi traffici commerciali che si svolgevano nella regio-
ne attraverso le oasi del bacino del Tarim. Con l'obiettivo di accer-
chiare i Xiongnu, fu realizzata inoltre la conquista della Manciuria
meridionale e della Corea settentrionale. E per controllare le vie
commerciali dirette verso Occidente, fu attuata una progressiva
conquista dei territori meridionali, le attuali province del Sichuan e
dello Yunnan attraverso cui si svolgevano le comunicazioni con l'In-
dia e con l'Asia centrale. In tale occasione furono conquistati lo
Stato di Dian, nello Yunnan, che aveva elaborato una propria cultu-
ra originale, e quello di Nanyue (o Yue Meridionali; in vietnamita:
Vietnam).
Nel campo istituzionale, gli Han, nonostante le riforme attuate da
Wudi, e poi all'inizio della seconda parte della dinastia, mantennero
la tripartizione a capo dell'amministrazione e i Nove Dignitari. Le
maggiori modifiche furono, oltre alla creazione delle Tredici Sezioni
(cao), l'emergere di una Segreteria privata (shangshutai) che col
tempo sarebbe divenuta un organo di governo ufficiale a spese del
Grande Consigliere. A livello locale, un grosso problema rimase il
controllo delle forze centrifughe, rappresentate, nel primo secolo
della dinastia dai regni e marchesati (wangguo, houguo), e poi, dopo
il loro ridimensionamento, grazie soprattutto alla decisa politica di
Wudi, dall'emergere delle grandi famiglie. Queste avrebbero co-
stituito la contraddizione principale negli ultimi tempi, in quanto gli
stessi alti funzionari che avrebbero dovuto agire nell'interesse dello
Stato erano membri di quelle famiglie i cui interessi erano in contra-
sto con il governo centrale. Proprio contro di esse era rivolta la
politica interna dell'imperatore Wu, con una serie di misure centra-
lizzatrici (monopoli statali della coniazione monetaria, del sale, del
ferro e dell'alcol), mirate a indebolire i mercanti, i quali erano andati
accumulando enormi fortune, e a riempire, nello stesso tempo, le
casse dell'erario gravate dalle massicce spese militari.
Pur essendo di fatto il pi legista degli imperatori Han quanto
alla pratica di governo, l'imperatore Wu adott il confucianesimo
come dottrina ufficiale, e ne fece il cardine su cui fondare l'unit
ideologica e culturale dell'Impero. A differenza del Primo Imperato-
re Qin, pur considerandosi l'iniziatore di un'era nuova, egli non
intendeva affermare il proprio dominio in contrapposizione al pas-
sato, ma riponeva il fondamento della legittimit dinastica nella pi
remota antichit. Trov nella scuola confuciana, considerata da se-
coli come interprete delle antiche tradizioni, la giustificazione della
perpetuit delle istituzioni imperiali. Il principale ideologo degli
Han, Dong Zhongshu, integr inoltre la dottrina confuciana con
elementi di altre dottrine, come quella dello yin e dello yang e dei
Cinque Elementi, quella taoista e quella legista, pervenendo a una
sintesi in cui l'etica si combinava con la cosmologia e con la filosofia
della storia: la missione dell'imperatore era di suscitare la bont
nell'uomo e di trasmettere la volont celeste, di cui egli era la stessa
personificazione. A lui solo spettava di sacrificare al Cielo e alla
Terra. Per poter svolgere le sue funzioni il sovrano avrebbe dovuto
essere un modello di virt; la sua empiet avrebbe infatti turbato
l'armonia del cosmo, provocando la comparsa di portenti e lo scate-
narsi di calamit naturali. Spettava ai letterati di interpretare tali
fenomeni, sotto la guida dei Classici, per illuminare il sovrano sui
contenuti dei messaggi celesti.
Durante il regno dell'imperatore Wu venne compilata inoltre una
grande storia universale, la prima opera di questo genere apparsa in
Cina, che avrebbe costituito il modello di tutte le storie dinastiche
redatte nelle epoche successive. In tale opera monumentale - lo Shiji
o Memorie di uno storico -, i princpi etico-politici di epoca Han
venivano proiettati nel pi lontano passato, e la dottrina del Manda-
to Celeste e della successione dinastica ritrovava i suoi presuppo-
sti pi autentici in una visione globale, in cui gli Han trovavano posto
accanto a quei mitici personaggi che venivano considerati gli artefici
della civilt umana.
Nel 124 a.C. l'imperatore Wu istitu l'Universit Imperiale, in cui
un gruppo di Cinque Eruditi avrebbe tenuto lezione sui Classici
confuciani ai giovani proposti dalle autorit locali. Il numero degli
studenti sarebbe cresciuto progressivamente sino ad arrivare a tre-
mila alla fine del primo secolo a.C. Questo sistema, che divenne un canale
di reclutamento e di formazione dei funzionari, in epoca Han si
basava fondamentalmente sulla raccomandazione. Almeno in teo-
ria, rispondeva all'esigenza - ampiamente diffusa sin dal periodo
degli Stati Combattenti - che i funzionari avrebbero dovuto essere
scelti in base al merito e non alla nascita; molti di essi infatti proveni-
vano da quegli impiegati negli uffici locali che avevano iniziato la
loro carriera al di sotto del livello burocratico. Anche se nel periodo
degli Han Posteriori fattori determinanti divennero di fatto il censo
e le connessioni familiari, tuttavia la dinastia Han aveva affermato,
nella pratica come nel principio, il criterio del merito attraverso
l'esperienza amministrativa. Dai Song in avanti, tale merito si sarebbe
valutato istituzionalmente invece che sulla base dell'istruzione e del-
l'assimilazione dei testi e dei valori confuciani.
Nella societ Han, al di sopra del popolo, suddiviso idealmente
in quattro ordini (letterati, contadini, artigiani e mercanti), si collo-
cava la classe privilegiata costituita da una nobilt ereditaria e dal-
l'alta burocrazia imperiale. L'aristocrazia comprendeva i membri
della dinastia regnante e le famiglie delle imperatrici. Possiamo af-
fermare tuttavia che la classe dirigente coincise in gran parte con
quella dei letterati. Il loro status sociale non era pi una prerogativa
esclusiva connessa con la nascita, ma veniva legato alla pratica am-
ministrativa, all'apprendimento di alcune arti nobili e all'interioriz-
zazione delle virt fondamentali acquisite nello studio degli antichi
testi. Secondo la teoria confuciana, l'uomo moralmente superiore -
il junzi - costituiva una personalit modale, attraverso l'esempio
personale e l'indottrinamento del popolo. Non esistendo una classe
sacerdotale, ai letterati competeva, oltre alla funzione burocratica,
anche il ruolo di depositari dei rituali e del culto imperiale.
Su una popolazione in maggioranza contadina, nel primo periodo
della dinastia Han una buona parte era costituita da piccoli proprie-
tari. Alle donne incombevano i lavori domestici e quelli tessili, per il
fabbisogno familiare. Bench formalmente all'ultimo gradino della
scala sociale, i mercanti potevano esercitare una certa influenza a
livello locale se riuscivano ad accumulare ingenti ricchezze, e i pi
ricchi sarebbero prepotentemente emersi sulla scena politica ed eco-
nomica nei periodi di crisi.
Dopo la morte dell'imperatore Wu, le istituzioni imperiali conob-
bero un progressivo declino. Mentre a corte gli eunuchi e i parenti
delle imperatrici si contendevano il potere, a livello sociale si andava
acuendo il conflitto tra i piccoli contadini e le grandi famiglie di
proprietari fondiari e di mercanti. Una tendenza che and delinean-
dosi in questo periodo fu la progressiva scomparsa della piccola
propriet, e ci si rivel esiziale per le finanze dello Stato che da essa
ricavava le maggiori entrate. Le famiglie contadine, sottoposte a
numerose imposte, oltre alle periodiche corve e all'obbligo militare
per i maschi adulti, videro peggiorare sensibilmente le loro condizio-
ni negli ultimi secoli della dinastia. Costretti ad indebitarsi e a vende-
re le loro terre, i piccoli coltivatori si ridussero spesso a servi o
salariati di qualche grande proprietario, ingrandendo le fila dei
clienti e dipendenti delle grandi famiglie. Numerosi di questi servi
venivano utilizzati per i servizi domestici, nei lavori agricoli, o in
alcune attivit di ricreazione (musicisti, acrobati, danzatori) o anco-
ra come guardie private. Gli schiavi statali erano impiegati nei can-
tieri e nelle fabbriche imperiali, nei lavori pubblici o al servizio della
corte.
Molte delle grandi famiglie si formarono verso la fine della dinastia
degli Han Occidentali, nell'ambiente dei funzionari, dei grossi mer-
canti, dei maggiori proprietari terrieri, dei grandi imprenditori che
organizzavano la produzione di manufatti di vario genere, controlla-
vano miniere e fonderie, conducevano i traffici all'interno e all'e-
stero: esse avevano approfittato della crisi socio-economica per trar-
re grandi fortune. Oltre a costituire spesso delle entit anche econo-
micamente autonome, disponevano sovente di forze armate private.
I tentativi di Wudi e poi, come vedremo, di Wang Mang di ridurre il
loro livello di vita, di ridimensionarne la potenza economica e di
impedire loro l'acquisto di latifondi, mediante i monopoli statali, le
riforme monetarie, le leggi suntuarie, le confische e altre misure, alla
lunga si dimostrarono inefficaci, con il conseguente emergere di una
serie di forze centrifughe, di grandi interessi contrastanti e l'insorge-
re di rivolte popolari.
Nel 9 d.C., Wang Mang, il nipote di un'imperatrice, assunse il titolo
imperiale, fondando una nuova dinastia (Xin, Rinnovamento).
Egli cerc di giustificare l'assunzione del potere in base alla teoria
del Mandato Celeste, invocando la restaurazione dell'antico domi-
nio dei Zhou, ed esaltando il confucianesimo originario. Tale ideolo-
gia serv a giustificare una politica centralizzatrice (venne abolita la
propriet privata della terra e vennero imposti una serie di monopoli
statali), indirizzata contro il crescente potere delle grandi famiglie. Il
tentativo di Wang Mang era destinato per a fallire totalmente. Una
serie di rivolte popolari segnarono la rapida fine della nuova dina-
stia. L'usurpatore Wang Mang venne trucidato e, nel 25 d.C., un
grande proprietario fondiario che apparteneva a un ramo collaterale
della famiglia imperiale Han, assunse il potere, restaurando la pre-
cedente dinastia. Poich la capitale venne trasferita dall'odierna
Xi'an (provincia dello Shaanxi) a Luoyang (provincia dello Henan),
la nuova fase pass alla storia come il periodo degli Han Orientali,
mentre quello precedente venne indicato come il periodo degli Han
Occidentali.
Gli Han Orientali abbandonarono ogni tentativo di politica centra-
lizzatrice in campo economico. Non si tent pi di stabilire un con-
trollo diretto sui coltivatori, ma fu consentito che un numero sempre
pi elevato di essi lavorasse alle dipendenze dei grandi proprietari. 
Il  censimento del 57 d.C., che registrava unicamente i sudditi soggetti
all'imposta, dava una popolazione di 21 milioni di abitanti, poco pi
di un terzo di quella censita nell'1 d.C.: tali dati hanno un significato
pi fiscale che demografico.
In politica estera, la dinastia cerc di risolvere il problema delle
frontiere settentrionali attraverso la progressiva sinizzazione delle
popolazioni barbare. A tale scopo gruppi di Xiongnu furono autoriz-
zati a stanziarsi al di qua della Grande Muraglia. Tuttavia, l'Asia
centrale non venne abbandonata grazie all'azione di un grande gene-
rale, Ban Chao, fratello dell'insigne storico Ban Gu. Venne riaffer-
mato il controllo imperiale sulla cosiddetta via della seta, che
poneva in comunicazione Oriente e Occidente. Nel 97, Ban Chao
giunse sino al Mar Caspio, e di qui invi Gan Ying, uno dei suoi
aiutanti, alla ricerca del sovrano di Da Qin, un regno di cui gli Han
avevano solo vaghe notizie, e che non era altro che l'Impero Roma-
no. Ma Gan Ying non pot arrivare al Mediterraneo: giunto nei
pressi del Golfo Persico o del Mar Nero, fu sconsigliato dal prosegui-
re per le enormi difficolt che avrebbe incontrato. I Parti, che con-
trollavano il traffico della seta cinese importata da Roma, non pote-
vano tollerare che i due Imperi stabilissero contatti diretti.
Sotto gli Han Orientali si ebbe un ulteriore sviluppo delle tecniche
metallurgiche e di quelle tessili (soprattutto per quanto riguarda il
principale prodotto di esportazione: la seta), e si perfezion, inoltre,
una delle pi importanti invenzioni dell'umanit, quella della carta,
che rispondeva a un'esigenza particolarmente sentita in uno Stato in
cui un'amministrazione complessa richiedeva la redazione di un nu-
mero sempre pi elevato di documenti e in cui il testo scritto assume-
va un valore quasi sacrale nell'ambito dell'ideologia dominante.
Tra il primo e il secondo secolo, presso la corte Han, si moltiplicarono 
le lotte intestine tra gli eunuchi e i parenti delle imperatrici, 
favorite dal fatto che sul trono imperiale si succedettero una serie di 
sovrani minorenni. Gli eunuchi sembrarono infine prevalere nonostante la
ferma opposizione dei letterati che facevano capo all'Universit Im-
periale. Intanto per la crisi sociale and inasprendosi, aggravata
dalle insurrezioni delle trib barbare insediate all'interno dei con-
fini imperiali. Nel 184 scoppi infine la grande sollevazione dei Tur-
banti Gialli, ispirata da una setta taoista che proclamava l'imminente
ritorno a un'et dell'oro (la Grande Pace), in cui l'umanit avrebbe
conosciuto una situazione di uguaglianza universale, senza pi dif-
ferenze fra ricchi e poveri.
La rivolta gett l'impero nella pi completa anarchia. Bench ve-
nisse rapidamente repressa, il sistema istituzionale sub una crisi
inarrestabile. Furono i capi militari, i quali avevano eliminato i Tur-
banti Gialli, ad assumere ben presto tutto il potere, contendendosi il
controllo della corte attraverso continue lotte intestine. Le deva-
stazioni che ne derivarono sconvolsero il tessuto sociale ed economi-
co dell'Impero, provocando il declino delle grandi citt e dei com-
merci, lo spopolamento delle campagne e, come conseguenza, la
trasformazione dei possedimenti delle grandi famiglie in unit politi-
che ed economiche autosufficienti.

3) Il Medioevo
Nel 220, la dinastia Han ebbe formalmente fine, e con essa aveva
termine anche l'unit dell'Impero. Quando Cao Pi esautor l'ultimo
imperatore Han, fondando la dinastia Wei, gi si erano costituiti
altri due Stati indipendenti, il primo situato nel Sud, con capitale
nell'odierna Nanchino, e il secondo nell'attuale provincia del Si-
chuan, con capitale Chengdu. Bench nel 280 la nuova dinastia dei
Jin riuscisse per un breve periodo a ricostituire l'unit imperiale,
l'epoca che ebbe inizio con la caduta degli Han e termin alla fine
del sesto secolo, con l'avvento della dinastia Sui, appare caratteriz-
zata dalla frammentazione e dalla divisione del territorio imperiale.
A partire dall'inizio del quarto secolo, il Nord venne governato dalle
lites delle popolazioni barbare che si erano stanziate al di qua della
Grande Muraglia fin dal periodo degli Han Orientali, mentre nel Sud
si succedettero una serie di dinastie cinesi, sotto il controllo delle
grandi famiglie che avevano abbandonato i territori settentrionali in
seguito agli sconvolgimenti sociali ed economici. Ci signific che il
reclutamento nei vari Stati al Sud come al Nord fu monopolizzato
dalle grandi famiglie aristocratiche, e il giudizio degli organi preposti
alla raccomandazione si basarono ora sul rango della famiglia a cui
apparteneva il candidato (diviso in nove gradi). Perci l'alta nobilt
si perpetu nelle alte cariche, mentre la piccola nobilt si dovette
contentare dei posti inferiori. Soltanto nelle cosiddette cariche fuo-
ri ruolo (liuwai) prevaleva il principio del merito, e su queste gli
imperatori si appoggiavano per limitare il potere dell'aristocrazia.
Nonostante la ripresa della patrimonialit delle cariche politiche, si
deve segnalare un'importante evoluzione istituzionale che prefigur
la struttura fondamentale della burocrazia cinese per pi di un mil-
lennio. Durante la dinastia Jin, l'ufficio della Segreteria Imperiale
(Shangshutai) che era stata sotto la dinastia Han un consiglio privato
dell'imperatore, acquist progressivamente poteri amministrativi
fino a divenire il Consiglio degli affari di Stato (Shangshusheng), cio
l'ufficio centrale dell'amministrazione statale, a capo dei Sei Mini-
steri (liubu), che sarebbero rimasti sino alla fine dell'Impero.
Da un confronto tra la situazione determinatasi in Cina dopo il
crollo dell'Impero Han e quella avutasi in Occidente dopo la caduta
dell'Impero Romano, possiamo osservare che le due pi estese for-
mazioni statali dell'antichit si disgregarono sotto la spinta di fattori
interni ed esterni, travolte dalle contraddizioni che la loro stessa
crescita aveva generato. In entrambi i casi si ebbe un declino istitu-
zionale accompagnato a quello dell'ideologia che era stata alla base
della formazione dei due Imperi. Sia in Occidente che in Cina due
religioni straniere e universalistiche (rispettivamente il cristianesimo
e il buddhismo) vennero a colmarne il vuoto, indicando la via della
salvezza e della redenzione individuale. Inoltre, i barbari contri-
buirono, in Europa come in Cina, dapprima all'abbattimento del-
l'antico sistema, e poi alla creazione di un nuovo sistema, dominato
da una aristocrazia guerriera che rappresentava una sfida costante
nei confronti del potere centrale. La frammentazione dello Stato
trov riscontro nell'atomizzazione della societ in enclaves territo-
riali chiuse e autosufficienti, in cui lo status di ciascun individuo era
determinato da vincoli ereditari. Nonostante ci, l'ideale imperiale
continu a sopravvivere, e di esso si fecero interpreti, da una parte i
barbari, e dall'altra coloro che si consideravano gli eredi legittimi
della tradizione romana e di quella Han: gli imperatori bizantini e i
sovrani delle dinastie meridionali che si succedettero a Nanchino.
Tali analogie possono per servire per porre in risalto le differenze
tra le due diverse situazioni storiche. Se il Medioevo occidentale
vide la nascita e lo sviluppo, sulle rovine dell'Impero Romano, di un
sistema istituzionale e sociale del tutto originale, noto col nome di
feudalesimo, in Cina non si ebbe invece la comparsa di un'alterna-
tiva coerente all'Impero centralizzato. In Occidente il feudalesimo
cre le condizioni per la formazione degli Stati nazionali, mentre in
Cina lo stato di frammentazione politica e sociale rappresent solo
una fase di transizione verso la rifondazione di strutture socio-eco-
nomiche adatte alla ricostruzione dell'Impero centralizzato. Va inol-
tre rilevata la differenza dei ruoli assunti dal cristianesimo e dal
buddhismo nei diversi contesti storici. La chiesa buddhista, pur
avendo acquisito una notevole potenza politica ed economica, non
riusc mai a porsi come potere autonomo nei confronti dello Stato, e
la Cina non conobbe mai un fenomeno paragonabile all'aspro con-
flitto che oppose in Occidente la Chiesa cattolica all'Impero.
In questo periodo la Cina settentrionale e la Cina meridionale
conobbero una evoluzione culturale, politica e sociale profonda-
mente diversa. Nel Nord, popolazioni di origine barbarica si sovrap-
posero alla popolazione cinese, dapprima dominandola con le armi,
e poi instaurando dei regimi che realizzarono una sintesi tra elemen-
ti culturali cinesi e elementi barbarici. Gradualmente i barbari e
i Cinesi finirono con il fondersi, perdendo entrambi le proprie carat-
teristiche originarie. Un analogo fenomeno si verific nel Sud, allor-
ch i Cinesi del Nord, per sfuggire alle devastazioni delle loro terre
d'origine, si trasferirono in quelle regioni. A quell'epoca, infatti, la
Cina meridionale era ancora in larga misura una zona coloniale:
soprattutto nelle aree pi a Sud l'agricoltura era poco sviluppata e la
popolazione in maggioranza ancora non cinese. Sulle coste meridio-
nali erano stanziati popoli di lingua thai, mentre nel Guizhou e nello
Yunnan si trovavano popoli che parlavano lingue tibeto-birmane. I
Cinesi del Nord, abituati a nutrirsi di cereali asciutti come il miglio e
il frumento, dovettero adattarsi ad un tipo completamente diverso di
cucina, fondato sul riso. Ma il Sud era potenzialmente pi ricco del
Nord, ed essendo la situazione climatica pi favorevole all'agricoltu-
ra, il surplus prodotto permetteva all'lite condizioni di vita pi agiate
rispetto a quelle del Nord. Quando le grandi famiglie settentrionali
si sovrapposero alla popolazione locale, i rapporti con l'lite meri-
dionale non furono all'inizio senza contrasti. Gli immigrati continua-
vano a mantenere forti legami sentimentali con i loro luoghi di origi-
ne, ed  significativo che essi abbiano cercato di mantenere in vita il
dialetto di Luoyang, che era stato usato dai loro antenati. Ma anche
nel Sud la sovrapposizione si risolse in una sintesi, che avrebbe
caratterizzato l'evoluzione successiva della cultura meridionale. A
differenza che nelle regioni meridionali, la classe dominante sino-
barbarica settentrionale attribuiva grande rilievo alle arti marziali,
alla destrezza fisica e ad attivit come la caccia e l'equitazione, ed
era aperta alle influenze provenienti dall'Asia centrale e occidenta-
le. Nonostante le grandi differenze esistenti, il Nord e il Sud erano
tuttavia accomunati, oltre che dalla fede buddhista, dall'idea di Im-
pero. Ma fu nel Nord che vennero poste le basi della ricostruzione
dell'impero centralizzato. Lo Stato di Wei (Wei Settentrionali), fon-
dato dalla popolazione Tuoba nell'odierna provincia dello Shanxi
(336), dopo l'occupazione di Luoyang (423) e la conquista di tutta la
Cina del Nord (439), intraprese una politica sistematica di sinizza-
zione e di centralizzazione: la lingua e i costumi Tuoba vennero
vietati e si cerc in tutti i modi di generalizzare l'uso dei cognomi
cinesi, incoraggiando i matrimoni misti.
L'aristocrazia medievale di origine cinese faceva risalire i propri
privilegi ereditari alle funzioni ricoperte dai propri antenati nell'am-
ministrazione dell'Impero Han. L'altra componente dell'aristocra-
zia medievale era di origine barbarica, e si rifaceva a un complesso di
valori largamente estranei al mondo cinese, valori che in parte sareb-
bero rimasti in vita tra gli strati aristocratici del primo periodo Tang.
Dalla fusione di queste due nobilt ebbe origine la nuova aristocra-
zia sino-barbarica che, non soltanto controll l'apparato burocratico
dei vari Stati medievali, ma diede anche vita prima ad un nuovo
assetto socio-economico, e poi al nuovo Impero unitario. Il controllo
sui coltivatori e sulla terra coltivabile venne attuato attraverso varie
forme di gestione burocratica del possesso della terra (in particolare
la perequazione agraria) tendenti ad impedire la concentrazione
della propriet e l'evasione fiscale. L'idea di servizio che legittima-
va l'origine e l'esistenza stessa delle grandi famiglie nobili, giustifica-
va in questo modo il loro usufrutto delle terre. Queste venivano in
via di principio assegnate temporaneamente alle famiglie di coltiva-
tori in base al numero dei componenti attivi perch le lavorassero, e
ai funzionari nel periodo dell'incarico perch ne ricevessero gli in-
troiti in cambio del loro impegno in campo amministrativo, cio del
monopolio delle cariche statali; nominalmente erano dello Stato, a
cui dovevano essere restituite alla fine del servizio.
Sul piano economico-sociale, infatti, i Wei Settentrionali si posero
l'obiettivo di incoraggiare lo sviluppo agricolo e di ristabilire delle
solide basi fiscali per l'Impero. Il sistema adottato - detto della
perequazione agraria - mirava a legare nuovamente i contadini
alla terra e a riaffermare il controllo dello Stato sulla produzione
agricola. Esso fu applicato principalmente alle terre abbandonate,
che nel Nord costituivano una parte consistente del territorio, dopo
l'emigrazione a Sud delle grandi famiglie e dei piccoli proprietari.
Fondato sul principio della propriet statale della terra, il sistema
prevedeva che gli appezzamenti destinati alla coltivazione dei cerea-
li fossero inalienabili e dovessero essere ridistribuiti al momento
della morte o al compimento del sessantesimo anno di et dei titola-
ri. Le imposte erano calcolate sulla base del nuovo assetto agrario,
che prevedeva un'accurata registrazione della popolazione. Nelle
regioni in cui le terre coltivabili erano insufficienti, i contadini erano
autorizzati a trasferirsi in altre localit, purch provvedessero a regi-
strarsi nuovamente nel nuovo distretto di residenza. Quote di terra
erano attribuite inoltre ai funzionari locali in relazione al proprio
rango. Quando essi lasciavano il servizio, era previsto che le trasmet-
tessero a coloro che prendevano il loro posto. Tale sistema sarebbe
rimasto in vigore, con una serie di modifiche, per quasi tre secoli, e
avrebbe costituito il fondamento economico della grande espansio-
ne delle dinastie Sui e Tang.
Le dinastie del Sud, invece, non riuscirono a risolvere il problema
del controllo sulle grandi propriet. Le grandi famiglie - la cui cultu-
ra era contrassegnata da una maggiore raffinatezza rispetto a quelle
settentrionali - continuarono in generale a dominare la societ e
l'economia, e ci fu reso possibile dalla notevole disponibilit di
terre e di risorse propria delle regioni meridionali. A partire soprat-
tutto dal quinto secolo, il potere delle grandi famiglie cominci per 
ad essere indebolito dal grande sviluppo dell'attivit mercantile che
influ sull'assetto agrario, e introdusse nuovi meccanismi di ridistri-
buzione della ricchezza.

4) Il nuovo Impero e la gloriosa dinastia Tang
La dinastia degli Wei Settentrionali nel sesto secolo conobbe una serie
di conflitti intestini che portarono alla divisione del territorio da essa
controllato. Dopo un periodo di instabilit e divisione politica, un
esponente dell'aristocrazia del Nord-Ovest, Yang Jian, nel 581 fon-
d la dinastia Sui (581-618), che nel 589 port a termine la conquista
dell'ultimo degli Stati meridionali, ristabilendo in tal modo, dopo
quasi tre secoli, l'unit imperiale. La dinastia Sui ebbe breve vita, ma
fu di fondamentale importanza per il consolidamento del nuovo
Impero. L'opera di unificazione fra il Nord e il Sud venne favorita
dalla realizzazione di una delle costruzioni pi imponenti della
storia dell'umanit, il Canale Imperiale, che, lungo complessivamen-
te 2500 chilometri, diede vita, insieme ai corsi d'acqua naturali, ad
una rete di vie navigabili volta ad assicurare al governo centrale le
risorse di tutte le aree pi produttive dell'Impero, e a permettere
inoltre il rapido rifornimento degli eserciti impegnati nella difesa
delle frontiere settentrionali (collegava la regione di Luoyang con
l'odierna citt di Hangzhou, nel Zhejiang). La grande espansione
economica conosciuta dalla Cina in epoca Tang non sarebbe stata
possibile senza questa imponente costruzione realizzata sotto i Sui.
La nuova dinastia tent di affermare, attraverso un'attiva politica
estera, l'autorit imperiale su tutti i paesi confinanti. A Nord l'Impe-
ro si volse contro i Turchi, i quali nel sesto secolo avevano costituito 
una vasta confederazione tribale, che controllava un'area compresa tra
la Manciuria e i confini della Persia, mentre a Sud ristabil il dominio
cinese sull'area di Hanoi. Tuttavia, le dispendiose campagne lancia-
te in funzione anti-turca contro un regno nord-coreano di Koguryo si
risolsero in un fallimento, e suscitarono una serie di ribellioni all'in-
terno della stessa aristocrazia imperiale, aggravate a loro volta dallo
scoppio di rivolte popolari. Nel 618, un altro esponente dell'aristo-
crazia del Nord-Ovest, Li Yuan, fond la dinastia Tang (618-907).
I Sui e i Tang non fecero altro che portare a termine l'opera iniziata
dai Wei Settentrionali, per il tramite dell'aristocrazia sino-barbarica
del Nord-Ovest. Ma la storiografia cinese tradizionale, per ragioni
ideologiche e politiche, ha voluto porre in ombra i fattori di continui-
t per riallacciarsi all'epoca del primo Impero centralizzato. Gli
storici Tang furono i primi a tracciare un parallelo fra la dinastia Qin
e la dinastia Sui per esaltare l'analogia fra la dinastia Han e la
dinastia Tang. In entrambi i casi, una dinastia di breve durata, carat-
terizzata da un governo crudele ed efferato, aveva preparato l'ascesa
di una grande dinastia, che aveva riportato l'ordine universale.
La riunificazione, anche se conserv il sistema ascrittivo, ha co-
munque prodotto mutamenti di grande rilievo sul piano economico-
sociale come su quello politico. L'integrazione delle regioni meridio-
nali, e in particolare del bacino dello Yangzijiang, avrebbe finito col
pesare in modo sempre pi decisivo sull'evoluzione dell'Impero uni-
ficato. Sotto le dinastie del Sud, tale area aveva conosciuto un note-
vole sviluppo della produzione agricola, e per la prima volta si era
cominciato a sfruttare in modo intensivo le sue grandi risorse natura-
li, grazie all'apporto della massa di immigrati provenienti dal Nord.
In epoca Tang, una serie di innovazioni tecnologiche introdotte nel-
la risicultura determinarono un'ulteriore espansione dell'economia
della regione, e questa fin col divenire il granaio dell'Impero e il suo
potenziale centro economico. Il progressivo affermarsi di una classe
dirigente meridionale e il graduale declino dell'aristocrazia del
Nord-Ovest costituirono la conseguenza pi significativa sul piano
politico e sociale di tale processo. Quando, all'inizio del decimo secolo, 
la dinastia Tang giungeva al suo termine, l'Impero presentava ormai un
volto profondamente diverso da quello che aveva avuto all'epoca
della sua ascesa.
Fra i nuovi strati emersi nella societ medievale, la comparsa di
religioni organizzate con un proprio clero distinto dai funzionari
civili port all'ascesa degli ordini buddhisti: i monaci istruiti parteci-
parono al mondo intellettuale, talvolta a quello imprenditoriale e
politico, e godettero di alcune esenzioni fiscali. Ma la loro posizione
privilegiata sarebbe ben presto decaduta con le persecuzioni contro i
monasteri e il buddhismo. Si and poi allentando, con lo sviluppo
economico della fine della dinastia Tang, il controllo statale eserci-
tato su gran parte degli artigiani, il cui status non era originariamente
dissimile dalle condizioni dei non liberi del popolo basso (jianmin,
in contrapposizione ai liberi, liangmin popolo buono). Sottoposti
ad una serie di controlli e a limitazioni personali, appartenevano al
popolo basso i discendenti dei condannati, i musicisti, le prostitu-
te, gli inservienti governativi, i servi e gli schiavi pubblici e privati.
Sotto il suo secondo imperatore, Li Shimin (Taizong, 626-649), la
dinastia Tang riprese la politica espansionistica dei Sui. I Turchi
vennero sottomessi, e nel 630 Taizong venne proclamato loro capo
supremo col titolo di Qaghan Celeste. Stabilito un saldo dominio
sulle regioni dell'Ordos e dell'odierna Mongolia interna, l'Impero
estese la sua diretta influenza sull'Asia centrale, dove venne stabilito
un Protettorato generale, che controllava, oltre al bacino del Tarim
(nell'odierno Xinjiang), anche parte dell'odierno Kirghizistan. Ven-
nero stabiliti inoltre i primi rapporti diplomatici con una nuova po-
tenza sorta tra il sesto e il settimo secolo: il regno tibetano. 
Nel 641, il re dei Tibetani ottenne in sposa una principessa imperiale, 
e alcuni membri della famiglia reale tibetana furono inviati a studiare 
a Changan (odierna Xi'an), la capitale dei Tang. Il prestigio dell'Impero 
e la sua fama di grande potenza varcarono ogni confine. A Chang'an, dive-
nuta ormai una metropoli internazionale - la pi popolosa citt del
mondo, con oltre un milione di abitanti - giunsero missioni tributa-
rie provenienti da ogni parte dell'Asia. Nel 638 giunse il principe
persiano Firuz, inviato dal padre Yazdegard terzo, l'ultimo sovrano
della dinastia sassanide, allo scopo di ottenere l'appoggio cinese
contro gli Arabi che stavano minacciando la Persia. Taizong non
intervenne nel conflitto, ma il principe Firuz rimase a Chang'an,
dove costitu una corte persiana in esilio. Nel 643 Taizong ricevette
inoltre un'ambasceria del re di Fulin (Siria), che si ritiene sia stata
inviata dall'imperatore bizantino Costante secondo. La questione coreana
venne risolta dal successore di Taizong, il quale riusc, grazie ad
un'accorta politica di alleanze, ad imporre l'egemonia imperiale sul-
la penisola. Il regno sud-coreano di Silla, che riunific l'intera Co-
rea, grazie all'appoggio Tang, sub profondamente l'influenza cultu-
rale cinese. Le sue istituzioni erano modellate su quelle dell'Impero
Tang, e cinese era la lingua scritta di cui si serviva la sua classe
dirigente. Attraverso la Corea il modello culturale dei Tang fu tra-
smesso in Giappone, dove venne emulato con entusiasmo e adattato
alle realt locali.
Alla met del settimo secolo, l'Impero Tang si spingeva ormai sino alla
frontiera persiana. Difficolt logistiche e di approvvigionamento
rendevano tuttavia il dominio cinese sui nuovi territori estremamen-
te labile, e nel giro di pochi anni essi sarebbero nuovamente sfuggiti
al controllo del governo centrale. Alla met dell'ottavo secolo, si profil
la minaccia araba alla frontiera occidentale. Dopo avere conquistato
la Persia, essi si erano impadroniti delle citt-Stato del Tukaristan e
della Transoxiana, sulle quali in passato l'Impero cinese aveva impo-
sto il suo protettorato, e nel corso di una storica battaglia, ingaggiata
sul fiume Talas nel 751, le truppe cinesi furono sconfitte: da allora il
processo di islamizzazione dell'Asia centrale non avrebbe pi incon-
trato ostacoli. Gravi problemi vennero posti anche dall'ascesa della
potenza tibetana e dalla ribellione di alcune trib turche nel nord
dell'odierna provincia dello Shanxi. Inoltre, alla fine del settimo secolo,
una nuova minaccia si profil a Nord-Est, in seguito alla ribellione
del popolo proto-mongolo dei Qidan, che abitava le regioni occiden-
tali del Liaodong. N di gran rimedio si dimostr, all'inizio dell'ottavo
secolo, la riorganizzazione dell'intero sistema militare e territoriale
attraverso la nomina di governatori militari (jiedushi) permanenti
e la formazione di eserciti professionali in luogo delle milizie di
coscritti (sulle quali sin dall'epoca Sui era fondata l'organizzazione
militare). La riforma permise solo una temporanea pacificazione
delle frontiere mentre a lungo andare fu foriera di gravi problemi
interni. La ribellione di An Lushan (755-763), un generale di origine
per met sogdiana e per met turca, che aveva il comando di due
regioni militari del Nord-Est, rese ormai insostenibile la difesa delle
frontiere settentrionali. Per proteggere la capitale dai ribelli, il go-
verno centrale si trov costretto a richiamare il grosso delle truppe
stanziate nel Nord-Ovest, con l'abbandono di tutti i territori dell'A-
sia centrale.
La ricostruzione dell'Impero centralizzato si riflesse anche sul pia-
no ideologico e con i Sui si ebbe un primo tentativo di richiamarsi
alla tradizione imperiale Han, attraverso l'utilizzazione di una serie
di idee, di pratiche rituali e di valori propri del confucianesimo, che
continuava ad essere, nella coscienza generale di allora, strettamen-
te connesso con la concezione imperiale. Bench tentativi di restau-
rare la tradizione confuciana fossero stati gi compiuti da alcuni
imperatori delle dinastie del Nord, e, anche nel Sud, i rituali con-
fuciani fossero stati mantenuti in vita da dinastie che si considerava-
no le eredi legittime dell'impero Han, la tradizione confuciana era
rimasta per di fatto soffocata da nuovi valori e da nuovi atteggia-
menti che erano andati sviluppandosi con la diffusione del buddhi-
smo e del taoismo.
Gli imperatori Sui diedero cos nuovo vigore ad alcuni aspetti della
tradizione confuciana (particolarmente significativa  l'importanza
attribuita al Classico della piet filiale, considerato come uno stru-
mento sufficiente per governare lo Stato). Non ignorarono per
l'importanza del buddhismo, che era allora largamente diffuso in
tutti gli strati sociali, sia del Nord che del Sud, e, a pi riprese,
riaffermarono il loro ruolo di difensori e protettori della religione.
Nel complesso, l'ideologia Sui appare caratterizzata da una tenden-
za sincretica, in cui si cercava di conciliare le diverse esigenze espres-
se da quelle che venivano considerate come le Tre Dottrine: il con-
fucianesimo, il buddhismo e il taoismo. I Tang ripresero tale tenden-
za, anche se nel corso del loro lungo periodo di regno fu attribuita di
volta in volta una diversa importanza a ciascuna delle tre dottrine.
Taizong, pur riconoscendo la rilevanza del buddhismo (patrocin ad
esempio l'imponente opera di traduzione delle scritture buddhiste
intrapresa dal grande pellegrino Xuanzang, 600-664), promosse la
religione taoista, tanto da stabilire la precedenza dei monaci taoisti
su quelli buddhisti in tutte le cerimonie imperiali. Inoltre si verific
nel corso del periodo Tang la rinascita del confucianesimo, cui fece
riscontro l'inizio dell'inarrestabile decadenza del buddhismo in
quanto religione organizzata. Connessa con il peso crescente del
confucianesimo, fu l'importanza attribuita alla compilazione storica,
che, per la prima volta, divenne una vera e propria funzione burocra-
tica svolta nell'ambito dell'Ufficio Storiografico: esso esercitava una
forma di controllo nei confronti dell'imperatore in quanto avreb-
be tramandato ai posteri la sua immagine storica.
Con la presa del potere della vedova dell'imperatore Gaozong
(649-683), Wu Zhao, si giunse nel 690 alla fondazione di una nuova
breve dinastia (si tratt dell'unica volta, in tutta la storia cinese, in
cui una donna sia ascesa al trono imperiale). L'imperatrice tent di
fare del buddhismo la religione ufficiale dell'Impero, ma, dopo la
restaurazione della dinastia Tang, avvenuta nel 705, il taoismo venne
nuovamente sostenuto: lo stesso imperatore Xuanzong (712-756)
compil un commentario al Classico della Via e della Virt (Daodejing),
e nel 747 questa stessa opera fu proclamata il pi importante
dei testi canonici. Negli anni successivi, divennero sempre pi pres-
santi i tentativi del governo di sottoporre la comunit buddhista ad
uno stretto controllo: col crescere delle difficolt finanziarie dello
Stato, le ricche propriet dei monasteri divenivano sempre pi og-
getto di attenzione da parte del governo. Di carattere pi squisita-
mente ideologico furono altri provvedimenti, come quello del 736,
che poneva il controllo della chiesa buddhista sotto la responsabilit
di un organo governativo che si occupava dell'ospitalit riservata ai
dignitari stranieri. Esemplare a questo proposito  il famoso memo-
riale inviato al trono nell'819 dal grande letterato Han Yu contro la
chiesa buddhista. Infine, negli anni 843-845 venne lanciata una gran-
de persecuzione contro il buddhismo, accusato di essere una religio-
ne barbara che minava la morale e corrompeva il popolo. L'impe-
ratore Wuzong (840-846), il quale diede inizio alla persecuzione, era
un fervente taoista, ma il primo ministro Li Deyu era un convinto
confuciano, ed  significativo che egli intendesse servirsi delle ric-
chezze confiscate ai templi buddhisti per rafforzare il culto dei gran-
di imperatori del passato e per restaurare i templi imperiali.
Almeno per la prima met della dinastia, l'imperatore esercit il
suo effettivo potere su un territorio ancora pi ampio di quello
controllato dagli Han, attraverso una macchina burocratica ben or-
ganizzata, bench la sua autorit non fosse cos vasta, a causa della
presenza delle famiglie aristocratiche. L'amministrazione centrale
era ripartita in tre uffici: il Consiglio degli Affari di Stato (Shangshus-
heng), la Segreteria (Zhongshusheng) e la Cancelleria (Menxiasheng).
Il primo, come si  gi notato, era a capo dei sei ministeri (riti,
personale, opere pubbliche, finanze, guerra e giustizia). La Segrete-
ria, che derivava dall'evoluzione di un ufficio di redattori durante la
dinastia Han, aveva il compito della redazione dei documenti ufficia-
li e degli editti imperiali. La Cancelleria, che a sua volta aveva dei
precedenti sotto gli Han in un corpo di consiglieri dell'imperatore,
rivedeva e controllava le formulazioni politiche del Segretariato. In
pratica, la Segreteria formulava le decisioni politiche, la Cancelleria
le rivedeva, e il Consiglio le smistava per l'esecuzione ai ministeri
competenti. Poi, i presidenti e vicepresidenti di questi tre uffici,
assieme ad altri alti dignitari, si riunivano una volta al giorno alla
presenza dell'imperatore per stabilire le linee fondamentali della
politica imperiale. Fra gli altri uffici centrali, vi erano le Direzioni, 
di cui la pi importante era quella delle Scuole della capitale, che,
bench mirasse a tutelare l'influenza delle famiglie aristocratiche
costitu l'embrione di quel sistema degli esami basati sul merito
(capacit letterarie e assimilazione ideologica) che avrebbe contri-
buito a sconvolgere le basi del sistema patrimoniale.
Tale sistema, introdotto per la prima volta con la dinastia Sui anche
se i suoi precedenti storici venivano fatti risalire all'epoca Han e
all'istituzione dell'Universit imperiale,  da mettere in relazione
con l'esigenza di consolidare le strutture statali dell'Impero, attra-
verso la formazione di un corpo di funzionari votato all'interesse
pubblico e consapevole del valore superiore della cultura come stru-
mento di elevazione sociale. La selezione attraverso gli esami per-
metteva di accertare il grado di conoscenza dei Classici confuciani, e
avveniva di regola una volta l'anno. I pi importanti esami richiede-
vano una vasta erudizione fondata sui testi confuciani e un notevole
ingegno letterario. Altri esami a livello inferiore accertavano l'abilit
calligrafica o le conoscenze matematiche e giuridiche, ma, in genera-
le, non consentivano l'accesso a cariche elevate. Il 736 segn una
svolta nell'evoluzione del sistema: la supervisione degli esami pass
dal Ministero del Personale a quello dei Riti. Questo cambiamento
istituzionale significava la fine della vecchia pratica di selezione del
personale sulla base della pratica amministrativa degli impiegati lo-
cali a livello non burocratico; d'ora in avanti il criterio di scelta si
sarebbe basato piuttosto sullo studio dei Classici e sull'abilit lette-
raria. Tuttavia altri criteri di reclutamento continuavano a svolgere
un ruolo predominante, come la segnalazione da parte di funzionari
in servizio - che in molti casi consisteva in una forma di promozione
dalla condizione di impiegato locale allo status di funzionario regola-
re -, o il privilegio ereditario, che permetteva di acquisire lo status di
funzionario, anche se non necessariamente una carica effettiva.
Se dunque la burocrazia di epoca Tang continu ad avere almeno
ai suoi pi elevati livelli, un carattere aristocratico, essa sub tuttavia
un graduale processo di trasformazione, determinato dall'ascesa di
uomini nuovi che derivavano la propria autorit unicamente da
motivazioni di ordine etico e culturale, e non dalla nascita. Grazie al
prestigio di cui godevano, i funzionari provvisti di titoli accademici,
bench costituissero una minoranza all'interno della burocrazia, fi-
nirono col monopolizzare le cariche pi elevate, che in passato era-
no state appannaggio dell'alta nobilt. Un'altra importante innova-
zione rispetto al periodo Han, che venne emergendo nell'ammini-
strazione locale e che si sarebbe consolidata nei periodi successivi,
riguarda la separazione sempre pi netta fra carriera burocratica -
centrale e locale - e impieghi subalterni negli uffici: a causa anche
del sistema degli esami coloro che erano entrati negli uffici locali
sotto e al di fuori del livello burocratico ebbero sempre meno pos-
sibilit di una mobilit ascendente che permettesse loro un'integra-
zione nella carriera burocratica.
Il sistema della perequazione agraria, introdotto dagli Wei Set-
tentrionali, venne ripreso con alcune modifiche dalla dinastia Sui e
dalla dinastia Tang, ed esteso formalmente all'intero territorio im-
periale. Tale sistema intendeva ribadire il controllo statale sulla
terra, e al tempo stesso il principio che il diritto di sfruttamento della
terra derivava esclusivamente dal servizio prestato nei confronti
dello Stato. In secondo luogo, il sistema mirava a evitare l'eccessiva
concentrazione fondiaria per garantire una base fiscale stabile, e
impedire al tempo stesso che si creassero le condizioni di gravi squili-
bri sociali. In realt,  probabile che l'applicazione del sistema abbia
interessato principalmente la Cina del Nord, in quanto esso mal si
adattava alle condizioni della risicoltura nelle regioni meridionali, e
in particolare nell'area dello Yangzijiang, dove era necessario un
notevole investimento umano per la realizzazione di canali di irriga-
zione e di terrazzamenti, e per il livellamento dei terreni; tale inve-
stimento sarebbe stato scoraggiato da una ridistribuzione periodica
delle terre. L'efficacia della perequazione agraria, che si fondava
su un complesso sistema di registrazioni, cominci a entrare in crisi
tra la fine del settimo e gli inizi dell'ottavo secolo.
Ma l'avvenimento che contribu maggiormente a sconvolgere il si-
stema fu la rivolta scatenata nel 755 da An Lushan, che insanguin
l'Impero per quasi un decennio, e segn l'inizio di una fase nuova del
periodo Tang e della storia cinese nel suo complesso. L'aristocrazia
del Nord-Ovest, e pi in generale l'aristocrazia settentrionale sino-
barbarica, conobbe da allora un declino inarrestabile. Sul piano
istituzionale, venne meno la struttura centralizzata, e la regionaliz-
zazione del potere contribu allo sviluppo della mobilit sociale. In
questo contesto le regioni meridionali, in particolare del bacino del-
lo Yangzijiang, accrebbero il loro peso economico nell'ambito del-
l'Impero. La dinastia Tang pot sopravvivere proprio in quanto
mantenne il proprio dominio su tali regioni, dalle quali ormai prove-
nivano la maggior parte delle entrate fiscali, essendo le aree pi
ricche del Nord ormai in larga misura al di fuori del controllo diretto
del governo centrale. In questi anni, inoltre, la crescita della produ-
zione agricola fu favorita proprio dal processo di concentrazione
fondiaria, in quanto i grandi proprietari potevano realizzare inve-
stimenti consistenti per la valorizzazione delle loro terre, e gli stessi
contadini affittuari erano spinti a introdurre nuove colture che per-
mettessero un doppio raccolto (la rendita infatti interessava unica-
mente il raccolto principale). Il governo reag con una radicale rifor-
ma fiscale, che negava il principio stesso su cui in precedenza si era
basato il sistema della riscossione delle imposte. Con il sistema della
doppia imposta - cos detta perch doveva essere riscossa in estate
e in autunno - (780), si riconosceva ormai l'esistenza della propriet
fondiaria e quindi quello della sperequazione fiscale, e si procede-
va verso un crescente ruolo delle imposte reali, che investivano di-
rettamente la terra o la ricchezza familiare.
Il secondo periodo Tang vide anche gli inizi di una rivoluzione
commerciale, i cui maggiori effetti si sarebbero rilevati nelle epoche
successive. L'espansione dei traffici, le cui origini sono riconducibili,
almeno entro certi limiti, alle origini della dinastia,  da collegarsi
all'apertura delle vie commerciali con l'Occidente, e ai grandi pro-
gressi compiuti nell'artigianato. In seguito al crollo del sistema della
perequazione agraria, allorch la situazione finanziaria si era fatta
estremamente critica, il governo mut il proprio atteggiamento nei
confronti delle attivit mercantili, e persero valore quelle misure
adottate nel primo periodo Tang per limitare e controllare il com-
mercio, considerato come una perenne minaccia per l'ordine sociale.
Ad esempio, in passato il mezzo di scambio pi importante era
costituito dalla seta, ma alla fine dell'ottavo secolo essa venne gradual-
mente sostituita con verghe d'argento nelle maggiori operazioni
commerciali (la stessa doppia imposta prevedeva un parziale pa-
gamento in danaro). Il governo non coni monete d'argento e lasci
completamente nelle mani dei privati la regolazione del mercato
relativo a questo metallo, rinunziando al controllo della circolazione
monetaria. I mercanti usarono per la prima volta nelle grosse transa-
zioni certificati di credito - denominati moneta volante - che si
ottenevano in cambio di danaro contante in speciali agenzie, ed
erano riconvertibili presso una serie di altre agenzie situate nelle
principali citt dell'Impero. La decentralizzazione del potere politi-
co e la liberalizzazione del commercio ebbero un effetto dirompente
sulla situazione economica e la parziale autonomia finanziaria delle
regioni permise una concentrazione di risorse su scala locale che
sarebbe stata impensabile nel periodo precedente. Una serie di cen-
tri commerciali e industriali and sorgendo l dove in passato c'era-
no stati solo centri amministrativi o militari, o intorno a stazioni di
posta situate nei punti di raccordo tra le pi importanti vie di comu-
nicazione.
All'epoca Tang risalgono le origini di due delle pi importanti
invenzioni della storia dell'umanit: la stampa e la polvere da sparo.
La stampa deriva dalla tecnica dei sigilli, nota sin dalla pi remota
antichit, ed ebbe origine dalla riproduzione su carta delle iscrizioni
su pietra, in uso sin dal quarto secolo. Sembra che la tecnica di riprodu-
zione tramite matrici lignee risalga alla dinastia Sui o ai primi anni
della dinastia Tang. Dopo avere scritto il testo o disegnata la figura
su un foglio di carta sottile e trasparente, lo si incollava su una tavola
di legno, che quindi veniva intagliata lungo i caratteri o le figure, che
apparivano cos a rilievo, in negativo. La tavola intagliata diveniva
quindi una matrice da spalmare con l'inchiostro per la stampa. I
buddhisti si servirono ampiamente di questa tecnica per la loro pro-
paganda religiosa (nella biblioteca murata di Dunhuang  stato tro-
vato un intero volume stampato nell'868, comprendente brani del
Sutra del Diamante, un testo sacro buddhista tradotto in cinese nel quinto
secolo), ma gi nell'ottavo secolo essa era impiegata a fini commerciali,
con la vendita di riproduzioni xilografiche, almanacchi, opere di
agricoltura o di medicina. Furono stampati inoltre i primi certificati
di credito e le prime ricevute. La polvere da sparo, poi, - la cui
invenzione  da mettere in relazione con le ricerche alchimiche del-
l'elisir dell'immortalit - cominci ad essere usata per scopi militari
sin dal periodo Tang.
Alla fine dell'ottavo e nel corso del nono secolo, il governo centrale
attravers un processo di indebolimento, aggravato da una serie di
gravi conflitti intestini, in cui un ruolo determinante venne svolto
ancora una volta dagli eunuchi. Questi controllavano le uniche trup-
pe rimaste sotto il diretto comando del governo centrale - le guardie
imperiali -, ed erano pertanto in grado di influire non solo sulla
politica governativa, ma anche sulla nomina degli imperatori. L'ap-
parato burocratico, mentre cerc in pi occasioni di fronteggiare la
potenza degli eunuchi, dall'altro si divise spesso in gruppi organizza-
ti in lotta fra loro, strumentalizzati di volta in volta dagli eunuchi
stessi. Il deterioramento della situazione politica si accompagn al-
l'aggravamento delle contraddizioni sociali, conseguenza indiretta
di una crescita produttiva e commerciale che aveva visto, accanto
all'incremento della popolazione, una progressiva concentrazione
delle terre nelle mani di un numero sempre pi ristretto di proprieta-
ri. Nell'875 esplose nello Henan una ribellione di vaste proporzioni
capeggiata da un mercante di sale di nome Huang Chao, che si spinse
sino a Canton, dove migliaia di musulmani e di cristiani furono
trucidati. Poi, conquistata la capitale, Huang Chao si proclam im-
peratore. Soltanto grazie all'appoggio dei Turchi stanziati nello
Shanxi settentrionale, la rivolta fu repressa, ma la dinastia non fu in
grado di riaffermare la propria autorit, mentre i vari comandanti
regionali rafforzavano dei regimi indipendenti e in lotta fra di loro.
Bench il vertice della societ Tang fosse occupato dalla cosiddetta
nobilt sino-barbarica del Nord-Ovest - a cui apparteneva la stirpe
imperiale Sui e Tang -, e ad essa si affiancassero i quattro prestigiosi
clan dello Shandong del Nord-Est - che si consideravano al di sopra
della stessa famiglia imperiale -, e le grandi famiglie del Sud, attra-
verso la revisione dei registri nobiliari, si giunse progressivamente ad
un ridimensionamento di parte dell'aristocrazia, specie dei clan dello
Shandong, ad un adeguamento fra grado di nobilt e posizioni effet-
tivamente tenute nella burocrazia. Inoltre i registri genealogici
Tang, a differenza dei precedenti, non vennero utilizzati per il reclu-
tamento dei funzionari. Questa aristocrazia era comunque di tipo
burocratico, carattere che si era rafforzato con l'introduzione, sotto i
Sui, del sistema degli esami. Lo sviluppo del sistema di reclutamento
attraverso gli esami letterari rappresent la condizione per un'ulte-
riore evoluzione, oltre che alla formazione di una nuova coscienza
burocratica e ascrittiva. Esso permise infatti l'accesso al vertice del-
l'amministrazione di nuovi elementi in funzione anti-nobiliare, an-
che se artigiani e mercanti erano esclusi dalla prova. Questa buro-
crazia aristocratica manteneva ancora tutto il suo potere nei con-
fronti dell'imperatore, che non poteva non tener conto delle grandi
famiglie.
Solo con l'indebolimento e poi l'estinzione di queste ultime, i carat-
teri della burocrazia sarebbero cambiati; e sarebbe cambiato con-
temporaneamente anche il rapporto fra lo Stato, il suddito e la terra:
col pieno riconoscimento della propriet privata, lo Stato avrebbe
rinunziato al controllo diretto sulla popolazione e in sostituzione si
sarebbe affermata la tendenza di dare una base reale all'imposizione
fiscale - in un lento processo che si sarebbe completato con l'ultima
dinastia Qing. Le nuove condizioni sociali ed economiche che si
vennero determinando verso la seconda met della dinastia Tang
furono all'origine del declino inarrestabile dell'aristocrazia medie-
vale. La societ si fece sempre pi complessa e sorsero le prime citt
moderne. La rivoluzione sociale culminata con l'avvento dei Song e
l'ascesa della nuova classe della gentry avrebbe aperto un nuovo
capitolo nella storia sociale della Cina.

5) Il moderno Stato burocratico Song
Dopo il breve periodo di frantumazione politica (denominato del-
le Cinque Dinastie e dei Dieci Stati) inaugurato dalla caduta dei
Tang (907), nel 960 il comandante dell'esercito dei Zhou Posteriori
(951-960) - una delle dinastie settentrionali - si impadron del pote-
re con un colpo di Stato, fondando la dinastia Song, con capitale a
Kaifeng.
Nel corso di una quindicina d'anni, il nuovo governo riusc a porta-
re a termine l'unificazione del territorio cinese, attraverso l'annes-
sione della Cina meridionale, che ormai costituiva l'area pi progre-
dita dell'Impero, sia economicamente che culturalmente. Inutili fu-
rono invece i tentativi di riconquistare i territori controllati dai Qi-
dan. Infatti nel frattempo si erano stabilite sul territorio dell'attuale
Cina altre formazioni statali sino-barbariche: l'Impero Qidan, a
Nord - una confederazione di otto trib stanziate originariamente
lungo il corso superiore del fiume Liao, che nel 936 giunse a impos-
sessarsi della stessa area di Pechino -, e a Sud, nella provincia dello
Yunnan, il regno sino-thai di Dali, succeduto nel 907 al regno di
Nanzhao, che si era gi costituito in epoca Tang. Venuta meno la
spinta espansionistica verso Nord e verso Ovest, che aveva caratte-
rizzato la politica estera della dinastia Tang al momento del suo
apogeo, and crescendo invece l'interesse verso Est e verso Sud. La
dinastia Song, pur essendo stata fondata da un militare, e pur di-
sponendo di un esercito tra i pi progrediti dell'epoca per l'organiz-
zazione e per gli armamenti, si limit a usare le sue potenzialit a
scopi essenzialmente difensivi in funzione dello sviluppo produttivo
e dell'espansione commerciale.
In effetti, i Song dovettero affrontare una serie di grandi potenze
militari, che in parte avevano assunto come modello per la propria
organizzazione interna lo stesso Impero cinese, e che dalla tradizio-
ne cinese avevano tratto i fondamenti della propria legittimit. Si 
gi accennato ai Qidan, che nel 947 avevano assunto un titolo dina-
stico cinese (Da Liao, Grande Liao, dall'omonimo fiume della Man-
ciuria), e che avevano esteso il proprio dominio dal Mare del Giap-
pone ai Monti Altai, spingendosi a Sud fino allo Hebei. Nel 1005, i
Song giunsero alla firma di un trattato di pace con i Liao, accettando
il principio del mutuo riconoscimento, e impegnandosi inoltre al
pagamento di un tributo. Era la prima volta che una dinastia cinese
ammetteva l'esistenza di due Figli del Cielo e che per di pi accettas-
se la condizione di Stato tributario. Ma dal punto di vista economico,
l'accordo era favorevole ai Song, in quanto permetteva di risparmia-
re le spese necessarie per il mantenimento di un grosso esercito ai
confini settentrionali, e inoltre gran parte dell'argento versato dai
Song come tributo ritornava in loro possesso grazie alla favorevole
bilancia commerciale.
Un'altra potenza con cui i Song si confrontarono, questa volta ai
confini nord-occidentali, era quella dei Xixia, o Xia Occidentali, che
controllavano l'attuale Shaanxi settentrionale e il Gansu sud-orien-
tale, cio le vie di comunicazione con l'Occidente. Con una popola-
zione di Tanguti, Tibetani, Uiguri e Cinesi, essi si scontrarono con i
Song dall'inizio dell'11esimo secolo sino alla stipula della pace del 
1044, in base alla quale i Song si impegnavano a pagare un tributo, 
mentre i Xixia si riconoscevano loro vassalli. Questi ultimi a loro 
volta riconobbero anche la supremazia dei Qidan, coi quali si erano 
alleati nella guerra contro i Song.
L'equilibrio stabilito dai Song alle frontiere settentrionali con gli
Imperi Liao e Xixia venne rotto dalla comparsa, nel 12esimo secolo, di 
una nuova potenza, quella cui diedero vita le trib nomadi dei Nuzhen,
di lingua tungusa, stanziate originariamente nel bacino del fiume
Sungari e lungo il corso medio e inferiore dello Heilongjiang, le
quali, dopo essere state vassalle dei Liao, avevano assunto nel 1115 il
nome dinastico di Jin. I Song si allearono inizialmente con i Jin per
attaccare l'esercito Liao, che venne annientato nel 1125. I Jin si
volsero per subito dopo contro gli ex alleati, conquistando nel 1127
la capitale Kaifeng, e facendo prigioniero lo stesso imperatore. I
Song trasferirono allora la capitale a Sud, dapprima a Nanchino e
poi a Hangzhou, e continuarono la resistenza fino a che non si giunse
alla pace nel 1142, in base alla quale la dinastia riconosceva un
rapporto di vassallaggio nei confronti dell'Impero Jin, e accettava la
frontiera lungo la valle del fiume Huai, impegnandosi inoltre a paga-
re un tributo annuo in argento e seta. La pace dur circa un secolo,
anche se interrotta a varie riprese su iniziativa ora dell'una ora del-
l'altra parte. Il periodo compreso tra il 1127 e la caduta della dina-
stia, avvenuta nel 1279 per opera dei Mongoli,  passato alla storia
col nome di periodo dei Song Meridionali.
La dinastia Song costituisce nella storia cinese un periodo di estre-
ma importanza per le rilevanti trasformazioni in campo sociale ed
economico che sono ad essa associate, anche se i loro inizi risalgono
all'ultimo periodo Tang. Un vero e proprio balzo demografico port
la popolazione alla soglia dei cento milioni, grazie ai progressi tecni-
ci realizzati nell'ambito della produzione agricola, che si accompa-
gnarono all'introduzione di nuove colture e a ingenti investimenti in
capitali e lavoro. La produzione mineraria e manifatturiera conobbe
un incremento non meno rilevante. La sostituzione del carbone di
legna con il carbon fossile, l'impiego di esplosivi nelle miniere, i
progressi in campo metallurgico resero possibile la realizzazione di
grosse industrie statali con migliaia di operai. Per avere un'idea del
fenomeno, basti pensare che la quantit di ghisa prodotta in Cina nel
1078 era quasi doppia rispetto a quella prodotta in Gran Bretagna
nel 1788.
Il volume degli scambi e lo sviluppo delle reti di distribuzione con-
nessi con la crescita generale dell'economia possono far parlare di
una vera e propria rivoluzione commerciale. Si verific l'ascesa di
grandi mercanti che operavano su scala continentale, mentre altri si
impegnarono nei traffici internazionali, per via marittima, accanto
ad Arabi e Persiani. Le nuove colture, come il cotone, accelerarono
il processo di commercializzazione dell'agricoltura e aprirono nuove
prospettive economiche. L'incremento dell'economia monetaria nel
Sud favor il fenomeno dell'urbanizzazione, con la conseguente
creazione di grandi centri di produzione e di consumo all'interno di
una ramificata rete commerciale. L'aumento della domanda interna
si tradusse nell'espansione del terziario e nella diffusione dell'istru-
zione, che contribuirono al sorgere di una nuova mentalit. Conse-
guenza di tutto ci fu l'emergere di una borghesia urbana, origina-
ta da ricchi mercanti e proprietari fondiari. Il trasferimento del cen-
tro economico da Nord a Sud, gi iniziato in epoca precedente,
conobbe un'ulteriore accelerazione sotto i Song, anche a causa della
mutata situazione politica alle frontiere settentrionali. Fu nel Sud
che si venne diffondendo in questo periodo la coltura del cotone, che
rivoluzion l'industria tessile per il suo alto livello di economicit e
commerciabilit, e fu nel Sud che si andarono formando i maggiori
centri di scambio, nell'ambito del grande commercio oceanico, che
poneva in relazione la Cina con il Giappone, il Vietnam, la Malesia,
il Bengala e l'Africa. La Cina divenne la maggiore potenza marittima
su scala mondiale, e mantenne questo primato sino agli inizi del 15esimo
secolo.
Senza dubbio, l'invenzione della bussola (il cui uso originario  da
collegarsi con le pratiche dei geomanti sin dal quarto secolo a.C.), 
il cui impiego nella navigazione  attestato in documenti del 12esimo e 
del 13esimo secolo, svolse un ruolo non irrilevante nell'ampliamento dei
traffici marittimi. Esigenze di ordine pratico furono all'origine anche
degli sviluppi di un'altra precedente invenzione, la polvere da sparo.
I problemi connessi con l'approvvigionamento di cavalli, le cui aree
di allevamento pi importanti erano ormai al di fuori del controllo
diretto della dinastia, mossero le autorit militari Song a intensifica-
re le ricerche nell'ambito degli armamenti per tener testa alle ag-
guerrite cavallerie degli Imperi settentrionali. In alcuni testi vengo-
no descritti i nuovi tipi di armi da fuoco, con l'indicazione delle
formule per la composizione della polvere da sparo. Ben presto non
ci si limit a fabbricare armi incendiarie, ma si cominci a sfruttare la
propriet esplosiva della polvere da sparo, alterando la percentuale
degli ingredienti. Le cosiddette catapulte tuonanti furono usate
per difendere Kaifeng durante l'assedio delle truppe Jin. Successiva-
mente venne sfruttata la forza propulsiva della polvere da sparo:
comparvero quindi le lance di fuoco e le lance sputafuoco, co-
stituite da tubi di bamb che lanciavano fiamme e pallottole. Uno
speciale ufficio governativo si occupava dell'industria delle munizio-
ni, che comprendeva oltre quarantamila operai distribuiti in undici
grandi officine.
La struttura statale di epoca Song conobbe un'evoluzione significa-
tiva sulla base delle premesse poste gi nell'epoca precedente. Per
far fronte alle notevoli trasformazioni sociali, lo Stato si interess
direttamente ai problemi economici e finanziari, e la sua organizza-
zione divenne pi articolata e sofisticata. I tre uffici dell'amministra-
zione centrale mantennero la loro esistenza, ma si indebolirono per
la creazione della Commissione Finanziaria (Sansi) e del Consiglio
Militare (Shumiyuan). Di fatto poi, anche dopo la decadenza della
Commissione Finanziaria, il potere reale era passato nelle mani dei
Grandi Consiglieri (Zaixiang). Questi divennero i supervisori del-
l'amministrazione e i consiglieri dell'imperatore, ed ebbero a di-
sposizione numeroso personale, compresa l'assistenza dell'Accade-
mia Hanlin (in origine, sotto i Tang, un ufficio privato alle dipenden-
ze dell'imperatore). Inoltre, il sistema degli esami, introdotto sotto i
Sui e i Tang, raggiunse sotto i Song un'importanza senza precedenti
nell'ambito della selezione e della nomina dei funzionari. Il privile-
gio ereditario e la segnalazione, ancora praticati, furono ridimensio-
nati, e comunque riservati per lo pi alle cariche non elevate, essen-
do quelle pi alte destinate ai vincitori degli esami. Una serie di
prove scritte dovevano mettere in evidenza i meriti e le conoscenze
dei candidati migliori. Tali prove erano articolate a vari livelli: i
candidati che superavano una prima selezione praticata nelle prefet-
ture accedevano agli esami che si tenevano nella capitale. Si richie-
deva una conoscenza approfondita dei Classici confuciani e dei testi
storici e legislativi. La graduatoria finale, estremamente importante
ai fini della carriera burocratica, veniva stabilita al termine dell'esa-
me di Palazzo, che si sarebbe dovuto svolgere, in teoria, alla presen-
za dell'imperatore. Per assicurare l'imparzialit nel giudizio e la
correttezza nello svolgimento delle prove, i candidati venivano rin-
chiusi in cellette isolate, e gli elaborati dovevano essere del tutto
anonimi al momento della correzione, che era condotta da due di-
versi commissari. La diffusione di questo sistema port al suo totale
compimento il processo di separazione fra carriera burocratica -
centrale e locale - e impieghi subalterni negli uffici, iniziato dopo la
dinastia Han. Questa evoluzione avrebbe portato i gravi problemi
della corruzione e inaffidabilit dei dipendenti locali, sui quali co-
munque il funzionario doveva basarsi per le loro conoscenze della
lingua e realt sociale del posto. Declassati e privati spesso di entrate
ufficiali, costretti per corve, questi servitori dello Stato non avevano
pi alcuna prospettiva di promozione per meriti ed esperienza nella
carriera ufficiale, riservata quasi esclusivamente ai vincitori di con-
corso, dopo lunghi anni di studio e di esercizi letterari.
Lo sviluppo del sistema degli esami  da collegarsi con il pi genera-
le contesto ideologico in cui la cultura letteraria si impose come
prima condizione per l'acquisizione del prestigio sociale. L'ari-
stocrazia guerriera di epoca Tang era ormai quasi del tutto scompar-
sa, e si pu affermare che tra la fine della dinastia Tang e l'inizio dei
Song si verific in Cina una rivoluzione sociale di grandissima
portata, che ha pochi riscontri nella storia delle civilt premoderne.
Se si confrontano i dati di cui disponiamo relativi alla classe dirigen-
te (o almeno della sua componente emergente) di epoca Tang con
quelli che si riferiscono alla dinastia Song, emerge un quadro che
merita un'attenta riflessione. Delle 1194 personalit eminenti dell'e-
poca dei Song Settentrionali, che hanno una propria biografia nella
Storia Dinastica dei Song (Songshi), soltanto 32 discendevano dalle
48 grandi famiglie che avevano dominato la societ medievale e la
societ Tang; soltanto il due per cento degli alti funzionari dell'inte-
ro periodo dei Song Settentrionali avevano un'origine aristocratica.
Come conseguenza, il potere imperiale d'ora in avanti avrebbe ac-
quistato maggiori spazi, non pi limitato dalle potenti famiglie ari-
stocratiche. Anche il potere militare sarebbe rimasto subordinato al
sovrano sino alla grave crisi istituzionale della fine dell'ultima dina-
stia e della militarizzazione della societ (1).
In questo periodo, in connessione con l'affermarsi del sistema degli
esami, and emergendo una nuova classe dirigente, la cui caratteri-
stica  costituita dal possesso di uno status privilegiato non ereditario
ma basato sul merito, per la quale viene mutuato il termine gentry.
Essa cooperava con le autorit nella direzione dei lavori pubblici,
organizzava e finanziava servizi di assistenza (scuole, orfanotrofi,
dispensari), di soccorso e di difesa civile. Collaborava inoltre con la
giustizia nei casi penali, ed esercitava soprattutto un'opera di arbi-
trato e di conciliazione nei confronti delle dispute locali. Di partico-
lare importanza era la funzione della gentry nell'ambito dei clan, i
quali, fondandosi sui legami familiari veri o fittizi, collegavano nu-
merose famiglie di una o pi regioni appartenenti a strati sociali
diversi colmando in una certa misura il vuoto che si era creato a
livello locale, in seguito alla decadenza e alla scomparsa delle grandi
famiglie aristocratiche dell'epoca precedente. I clan avevano una
propria struttura e una propriet comune, possedevano e gestivano
scuole, templi, istituti di assistenza, eccetera. La gentry si collocava 
al vertice di tali organizzazioni, ed esercitava un vero e proprio 
controllo ideologico, che interessava la diffusione della cultura su-
periore confuciana, e, al tempo stesso, la conservazione delle culture 
locali.
Se la gentry ricavava il suo status dalla cultura, derivava il proprio
sostentamento e il proprio benessere essenzialmente dalla propriet
fondiaria. Nell'ambito della complessa societ Song, un peso econo-
mico sempre pi consistente venne assunto dai mercanti, per lo pi
residenti nelle citt, in cui era andato sviluppandosi un settore ter-
ziario di notevole rilievo sia in termini quantitativi che qualitativi. 
Le crescenti esigenze culturali dei nuovi strati sociali emergenti sono 
da collegarsi con l'espansione di una nuova industria, quella della
produzione di libri. La tecnica della stampa, le cui origini risalgono
alla dinastia Tang, venne ulteriormente perfezionata ( dell'11esimo 
secolo l'invenzione dei caratteri mobili); ci determin una crescita 
imponente del mercato editoriale, soprattutto nel Sud, grazie anche
alla diffusione delle scuole e delle biblioteche pubbliche e private, e
alla partecipazione di un numero crescente di candidati agli esami di
Stato. Le stamperie non si limitarono per alla pubblicazione di
opere classiche, filosofiche, storiche, ma favorirono anche in larga
misura la diffusione di una nuova letteratura popolare che trovava
ampio seguito presso un nuovo pubblico borghese nelle citt. Sino
al 18esimo-19esimo secolo, l'editoria ebbe quindi uno sviluppo sco-
nosciuto  in Europa, dove i costi (la carta, la tecnica legata all'uso 
dei caratteri mobili) e il mercato (incomparabilmente superiore in Cina, 
per ragioni linguistiche, demografiche e culturali) giocavano un ruolo pi
sfavorevole.
2 Si veda il fondamentale studio di Philip A. Kuhn, Rebellion and Its 
Enemies in Late Imperial China. Militarization and Social Structure, 
1796-1864, Cambridge-London 1970.

6)La dinastia mongola
All'inizio del 13esimo secolo, si venne costituendo nell'attuale regione 
di confine tra la Repubblica popolare cinese, la Mongolia e la Russia
asiatica, una nuova potenza, originata dall'unificazione delle trib
nomadi Shatuo e Tatare. L'artefice di tale coalizione fu Temujin
(1167-1227), passato alla storia col titolo di Gengis Qan (Sovrano
Universale), che riusc a conferire unit al mondo frastagliato delle
steppe, dando vita all'Impero mongolo. Ma i Mongoli non si limita-
rono all'obiettivo primario della conquista della Cina, divisa all'epo-
ca fra l'Impero Jin a Nord e l'Impero Song a Sud, ed estesero le loro
campagne verso Occidente, spingendosi sino all'Ucraina e alla Polo-
nia. La dinastia Jin venne liquidata nel 1234 dal successore di Gengis
Qan, Ogodai. Anche in questo caso i Song commisero il medesimo
errore che avevano compiuto in passato, nella speranza di poter
opporre un barbaro contro l'altro, e sostennero i nuovi conquista-
tori contro l'antico nemico settentrionale: l'Impero Jin. Occupata la
Cina del Nord, i Mongoli estesero e consolidarono le proprie con-
quiste dal Mare del Giappone al Mar Nero, creando i Qanati del
Turkestan e dell'Orda d'Oro (nell'Europa orientale), e infine l'Ilqa-
nato (che comprendeva Iran, Afghanistan e Pakistan). Quindi Qubi-
lai Qan, salito sul trono nel 1260, attacc l'Impero Song. Nel 1276
venne conquistata Hangzhou, e nel 1279 furono annientate le ultime
resistenze. I Mongoli, e la coalizione di popolazioni da essi domina-
ta, erano certamente pi numerosi dei nomadi che precedentemente
avevano invano tentato la conquista dell'Impero. Ma il loro vantag-
gio derivava soprattutto dalla superiorit dell'organizzazione milita-
re e della tecnica bellica. Si pensi ad esempio all'uso su larga scala
dell'artiglieria che veniva a rinforzare una cavalleria giustamente
famosa in tutto il mondo per la sua mobilit e disciplina. Per quanto
riguarda il rapporto con i Cinesi, va rilevato che la gentry fu compen-
sata della perdita del potere politico con il mantenimento della pro-
priet terriera, e una parte pass a servire la nuova dinastia. Solo un
certo numero di letterati si ritir dalla vita pubblica, rinunciando ad
ogni impegno ufficiale, e si dedic alla coltivazione interiore, condu-
cendo una vita di solitudine. Questi eremiti confuciani si distingue-
vano da quelli buddhisti e taoisti per l'atteggiamento di protesta
politica implicito nella loro scelta. Qubilai Qan fu sensibile all'esi-
genza di esercitare sulla Cina un tipo di governo affatto diverso
rispetto agli altri territori conquistati.  significativo che nel 1271,
ancor prima dell'annessione del territorio Song, egli abbia assunto il
nome dinastico cinese di Yuan, Origine. Rest invece peculiare
dell'ordinamento multietnico mongolo la pluralit del sistema giuri-
dico in base alle diverse categorie in cui era divisa la popolazione: i
Mongoli, che costituivano il gruppo etnico privilegiato; i semuren,
che comprendevano numerose etnie diverse, alleate dei Mongoli e
provenienti dagli altri territori sottoposti al loro dominio (dai Turchi
ai Persiani ai Russi); gli hanren, vale a dire gli abitanti della Cina
settentrionale (dai Cinesi del Nord ai Nuzhen, ai Qidan, eccetera.); i
manzu, o barbari del Sud, che indicavano gli abitanti dell'Impero
dei Song Meridionali. Questi ultimi non soltanto erano discriminati
nell'accesso alle cariche pubbliche, ma sostenevano anche il maggior
carico finanziario dell'Impero, perch il grosso della produzione
agricola era concentrato nel Sud, essendo il Nord impoverito e
spopolato.
Nonostante la recessione di molte istituzioni imperiali Tang e Song,
il carattere multinazionale dell'Impero, l'esigenza di mantenere la
supremazia della minoranza mongola e il peso delle tradizioni tribali
influenzarono la struttura dello Stato. A ci si pu fare risalire tra
l'altro la preminenza dell'elemento militare nell'organizzazione go-
vernativa. Il sistema degli esami fu introdotto solo tardivamente
(1314), mentre in precedenza il reclutamento dei funzionari era av-
venuto comunemente attraverso le segnalazioni ufficiali e mediante
il sistema del privilegio ereditario.
Vari fattori favorirono un'intensa corrente di scambi fra l'Occiden-
te e la Cina, in questo periodo, con notevoli conseguenze per l'intera
storia mondiale. La pax mongolica, imposta nel continente euro-
asiatico attraverso la creazione dei Qanati, aveva favorito lo svilup-
po delle vie di comunicazione, in cui un ruolo importante fu svolto
dal sistema cinese tradizionale delle stazioni di cambio esteso su
tutto il territorio dei domini mongoli. I traffici furono inoltre 
facilitati dal carattere multinazionale dell'amministrazione, che 
impiegava uomini provenienti da ogni parte del mondo: Arabi, Turchi, 
Persiani, Russi, Qidan, Nuzhen e, inoltre, Veneziani e Genovesi. L'in-
teresse europeo a stabilire un'alleanza con i Mongoli in funzione anti-
musulmana fu all'origine di una serie di missioni che, per la prima
volta, posero in comunicazione diretta l'Occidente e la Cina. Basti
ricordare la missione di Giovanni dal Pian del Carpine ( 1182-1252),
inviato nel 1245 da papa Innocenzo quarto, o quella successiva ( 1253) 
del fiammingo Guglielmo di Ruysbroeck, inviato dallo stesso pontefice e
dal re di Francia Luigi nono. Nel 1307, Giovanni da Montecorvino
(1247-1328), giunto in Cina per iniziativa del papa Nicol quarto, 
veniva nominato arcivescovo di Pechino. Di grandissimo interesse  il 
resoconto di viaggio redatto dal francescano Oderico da Pordenone, tor-
nato in Italia nel 1330. Senza dubbio, per, il viaggiatore pi famoso
dell'epoca  Marco Polo, il quale, col suo Milione, ci ha trasmesso un
documento di primaria importanza sulla Cina dell'epoca (e non sol-
tanto sulla Cina), dal quale risaltano la raffinatezza culturale, il
grande sviluppo urbano, l'efficienza delle istituzioni e la grande
espansione produttiva, che caratterizzavano quel lontano paese.
Grazie a questi scambi e all'opera di mediazione da parte dei Mon-
goli, notevoli furono le influenze in Occidente delle scoperte tecni-
che e scientifiche realizzate in Cina. L'introduzione nei domini mon-
goli occidentali dei tessuti stampati, delle carte da gioco e della
cartamoneta fu determinante per la comparsa della xilografia in
Europa, e, successivamente, per lo sviluppo della stampa. Le armi da
fuoco furono portate in Occidente dai Mongoli. Influenze cinesi
furono anche presenti nel mondo arabo e persiano, e in quello russo,
in campo istituzionale, mediante l'Ilqanato in Persia e il Qanato
dell'Orda d'Oro. Anche in Cina, grazie a questo intenso flusso di
scambi, si realizzarono notevoli progressi nel campo dell'astrono-
mia, del calendario, della matematica, delle scienze mediche e far-
macologiche, attraverso l'introduzione della cultura persiana e ara-
ba. Baster ricordare che probabilmente gli Elementi di geometria di
Euclide vennero tradotti in cinese per la prima volta in quell'epoca
dall'arabo.
Se il neoconfucianesimo di epoca Song costitu per i letterati cinesi
l'ideologia dominante, i Mongoli mostrarono interesse principal-
mente per le correnti e i movimenti religiosi, sia cinesi che stranieri.
Sotto Gengis Qan venne favorito il taoismo; successivamente, dopo
la penetrazione mongola nel Tibet, dalla met del 13esimo secolo, fu il
buddhismo lamaista, con i suoi importanti elementi magici, ad eser-
citare un'influenza prevalente (la stessa scrittura mongola venne
modellata su quella tibetana). Nel complesso tuttavia, i Mongoli si
dimostrarono tolleranti verso ogni corrente religiosa, e, in questo
periodo, si diffusero in Cina senza alcun ostacolo il cristianesimo (in
particolare il nestorianesimo), l'islamismo, l'ebraismo, il manichei-
smo. Quest'ultimo si mescol con credenze buddhiste, contribuendo
all'evoluzione di nuovi complessi dottrinari popolari, presenti in
alcune societ segrete.

7) Lo splendido Impero Ming
Gli ultimi decenni della dinastia Yuan furono contrassegnati da
una crescente tensione nelle campagne, accompagnata da un'in-
flazione massiccia, la quale aveva la sua origine nell'uso spregiudica-
to della cartamoneta da parte dell'amministrazione mongola. Nel
corso del 14esimo secolo, si susseguirono una serie di rivolte popolari,
spesso provocate da gravi calamit naturali (come le inondazioni
del Fiume Giallo e del fiume Huai, verificatesi nel 1351). Un ruolo
sempre pi incisivo venne svolto, nell'ambito di queste rivolte, dalle
societ segrete, tra le quali emergeva la setta del Loto Bianco, la
cui dottrina combinava elementi manichei con una fede millenari-
stica di ispirazione buddhista. Collegati con la setta del Loto Bian-
co erano i Turbanti Rossi, che scatenarono una rivolta nell'attuale
provincia dell'Anhui tra il 1351 e il 1366. Tra questi ultimi, si 
distinse ben presto per le sue capacit organizzative Zhu Yuanzhang
(Hongwu,1328-1398), che si impose rapidamente sui rivali, grazie
anche ai legami stabiliti con alcune societ segrete, nonch con let-
terati ed esponenti della gentry. Infine, nel 1368, egli proclam a
Nanchino la nuova dinastia Ming, luce, titolo che si richiamava a
quella tradizione manichea che aveva influenzato la setta del Loto
Bianco.
Dopo avere ricacciato i dominatori in Mongolia, e avere eliminato
le ultime sacche di resistenza mongole, Hongwu procedette quindi al
consolidamento dell'organizzazione statale, inaugurando una politi-
ca centralistica e autoritaria, che superava il retaggio del precedente
dominio mongolo. Pur affidandosi ai letterati confuciani per il go-
verno dell'Impero, egli continu a guardarli con diffidenza fino agli
ultimi anni della sua vita, e ricorse spesso a violente epurazioni e alla
censura per eliminare ogni forma di dissidenza. La riforma dello
Stato da parte di Hongwu tendeva a frazionare l'autorit dei respon-
sabili centrali militari e civili, abolendo il Consiglio degli Affari di
Stato, creando cinque Commissioni militari, ostacolando la forma-
zione di un potente Grande Consigliere. La concentrazione dei po-
teri sulla persona dell'imperatore rimase una delle caratteristiche
delle ultime dinastie, anche nei successivi e inevitabili aggiustamenti.
Una conseguenza fu l'emergere di un Consiglio Interno (neige), ini-
zialmente inteso come un consiglio privato; solo col tempo (verso la
fine del 16esimo secolo) esso divenne esterno, l'organo centrale della
burocrazia, prendendo di fatto il posto del soppresso Consiglio degli
Affari di Stato, ma mantenne la sua anomalia iniziale, aggravata dal
basso rango dei Grandi Consiglieri nell'ambito della gerarchia buro-
cratica. A livello locale, poi, la tendenza alla centralizzazione port
alla progressiva formazione di un unico ufficio di governatorato per
provincia affidato a un Ispettore, che inizialmente aveva compiti di
controllo straordinari, in un processo che si complet nel corso della
dinastia Qing. Le province, che risalgono alle suddivisioni Yuan, a
loro volta si suddividevano in circuiti, prefetture e quindi in distretti.
Un atteggiamento non meno deciso fu assunto da Hongwu nei confronti 
delle sette religiose non ortodosse, incluse quelle di ispira-
zione buddhista e manichea, nonostante (o forse proprio per) i suoi
trascorsi legami con la setta del Loto Bianco. I suoi interventi in
campo culturale erano finalizzati alla creazione di strutture perenni
per il reclutamento di una burocrazia organicamente legata al potere
imperiale e da esso dipendente, coadiuvata da una gentry strettamen-
te legata all'organizzazione statale. Egli si rifece quindi al modello
Song nell'istituzione del sistema degli esami di Stato e nella fonda-
zione di scuole a livello locale, ampliando e articolando capillarmen-
te tale modello in una misura senza precedenti. L'ortodossia con-
fuciana venne imposta sulla base dell'elaborazione che ne era stata
data in epoca Song, con l'enfasi posta sul rapporto autoritario fami-
liare. Gli unici testi ammessi erano i commentari neoconfuciani dei
Classici, e in particolare quelli di Zhu Xi (1130-1200), cui si aggiun-
gevano gli editti e le esortazioni imperiali. La diffusione delle scuole
confuciane contribu inoltre ad accrescere l'importanza degli esami
come mezzo di ascesa sociale.
In campo economico-sociale, il fondatore della dinastia Ming si
impegn nel tentativo di favorire la ripresa e lo sviluppo dell'agricol-
tura, che aveva conosciuto una grave crisi produttiva durante la
dinastia mongola. Egli procedette alla confisca delle grandi tenute
dei principi mongoli, e ne assegn una parte, assieme alle terre
abbandonate, ai contadini poveri, cui furono distribuiti anche gli
strumenti di lavoro, le sementi e il bestiame. La restaurazione della
piccola propriet fu accompagnata da un tentativo di perequazione
fiscale: in tale prospettiva venne attuato un sistema di controllo
capillare della popolazione attraverso i cosiddetti registri gialli,
che censivano i sudditi su base familiare, e mediante un dettagliato
catasto fondiario finalizzato al calcolo dell'imposta. La popolazione
rurale era organizzata in gruppi di centodieci famiglie chiamati li,
ciascuno dei quali era suddiviso in dieci jia. Le dieci famiglie pi
ricche di ogni li svolgevano funzioni direttive, ruotando un anno
ciascuna in questa responsabilit.
Per favorire la stabilit sociale e per garantire allo Stato entrate
fiscali costanti, il primo imperatore Ming, rifacendosi all'esperienza
mongola, suddivise la popolazione in tre categorie professionali, cui
corrispondeva una branca specifica dell'amministrazione. I contadi-
ni dipendevano dal Ministero delle Finanze, i soldati dal Ministero
della Guerra, e gli artigiani dal Ministero delle Opere Pubbliche.
Nell'ambito di ciascuna categoria veniva sancita l'ereditariet della
professione. Come in epoca Song, la gentry occupava una posizione
dominante a livello locale e svolgeva un ruolo di intermediazione fra
apparato governativo e singole comunit, tra cultura ufficiale e cul-
ture locali. I rapporti con i contadini presentavano un carattere
complesso e ambiguo, e si fondavano principalmente su una serie di
legami associativi, come il clan e le associazioni di villaggio. Non
sempre i rapporti tra la gentry e l'autorit imperiale furono di com-
pleta collaborazione. Subito dopo la fondazione della dinastia, il
governo tent inutilmente di indebolire una parte della potente gen-
try meridionale, ricorrendo anche a deportazioni e alla confisca dei
latifondi. Nel complesso, per, la sua politica di tipo fisiocratico 
fu bene accolta dalla gentry, che di fatto si identificava con la clas-
se dei proprietari terrieri.
Il successore di Hongwu, Yongle (1403-1424), salito al trono dopo
aver spodestato il legittimo successore, trasfer la capitale da Nan-
chino a Pechino, dimostrando cos di avere particolarmente a cuore
il problema della frontiera settentrionale. La proclamazione della
nuova capitale avvenne soltanto nel 1421, dopo anni di grandi lavori
di edificazione, per i quali furono mobilitati circa 250.000 artigiani e
un milione di contadini. Fu realizzata inoltre un'opera di ripristino
del Grande Canale, che aveva l'importante funzione di collegare il
Sud al Nord. La politica estera di Yongle fu volta decisamente verso
l'obiettivo di affermare l'autorit dell'Impero su tutte le aree circo-
stanti. Furono consolidati i rapporti di tipo tributario con molti regni
vicini (Corea, Ryukyu, Champa, Thailandia, eccetera.) fino all'arci-
pelago e alla penisola malesi. Nel 1406 fu inviata una spedizione nel Viet-
nam settentrionale e centrale, che venne sottomesso all'Impero per
circa due decenni. Ma il problema principale rimase quello mongolo:
Yongle organizz diverse campagne contro gli antichi dominatori,
ma senza riuscire a stabilizzare la situazione a causa delle lotte inte-
stine scoppiate tra le varie trib.
In questo periodo, nell'ambito di questa intensa attivit diplomati-
ca si collocano le famose spedizioni marittime comandate dall'eunu-
co Zheng He (1371-1434), che organizz sette viaggi dal 1405 al 1433
nel Mar Cinese meridionale e nell'Oceano Indiano, sino al Golfo
Persico e al Mar Rosso.
Verso la met del 15esimo secolo, l'Impero Ming conobbe una fase di
ripiegamento, che coincise con l'affermarsi in Mongolia di nuove
confederazioni nomadi, tra cui quelle dei Tatari e degli Oirati. La
crescente pressione mongola aveva reso necessario l'arretramento
delle difese a sud della Grande Muraglia, riedificata tra il 1403 e il
1435 sul tracciato di quella Sui. Resti consistenti di tale imponente
struttura sono ancora oggi oggetto di meraviglia in tutto il mondo.
Nel 1449, nel corso di una imprudente azione militare condotta dalle
truppe cinesi, gli Oirati riuscirono perfino a fare prigioniero l'impe-
ratore, infliggendo una grave umiliazione alla dinastia Ming. Gli
scontri ripresero verso la met del 16esimo secolo, quando i Mongoli
invasero il territorio cinese, giungendo a minacciare la stessa Pe-
chino (1550). Vent'anni dopo si giunse a stipulare un nuovo trattato
di pace che garantiva ai Mongoli la libert di commercio, ma ci non
serv a risolvere definitivamente il problema della frontiera setten-
trionale. Nel Nord-Est, infatti, si andava consolidando un nuovo
potere, costituito dai Mancesi, che appartenevano alla stessa stirpe
dei Nuzhen, i quali, alcuni secoli prima, avevano fondato la dinastia
Jin e conquistato la Cina del Nord. Una minaccia pi immediata
venne dalla campagna coreana del condottiero giapponese Hideyos-
hi (1536-1598), il quale, attraverso la conquista della Corea - il pi
fidato regno tributario della dinastia Ming - mirava a impadronirsi
dello stesso Impero cinese. I Ming intervennero massicciamente nel-
la penisola e, dopo lunghe e costose campagne, riuscirono, tra il 1595
e il 1598, a respingere l'invasore. Il conflitto ebbe per conseguenze
disastrose per l'Impero, travolto da una crisi finanziaria sempre pi
grave.
In seguito all'abbandono del mare da parte del governo imperiale e
ai vincoli sempre pi stretti imposti al commercio oceanico, si erano
aperti spazi sempre pi ampi per i traffici illegali e per la pirateria.
Sia Giapponesi che Cinesi del Sud tenevano sotto il loro controllo un
sempre pi fiorente contrabbando di metalli preziosi, esplosivi, rame
e seterie tra le coste cinesi, da un lato, e il Giappone, le Filippine, 
il Vietnam, la Thailandia e i territori malesi, dall'altro. Il tentativo
governativo di stroncare la pirateria si scontr con l'opposizione
della gentry delle province costiere del Zhejiang e del Fujian, che da
essa ricavava enormi profitti. L'arrivo degli Europei contribu a com-
plicare ulteriormente la situazione. Nel 1517 i Portoghesi sbarcaro-
no a Canton e ottennero la concessione ufficiale per esercitare il
commercio, ma ben presto incontrarono l'opposizione delle autorit
cinesi che li espulsero dal territorio imperiale. Soltanto verso la met
del secolo fu loro consentito di insediarsi nell'isoletta di Macao, ed
in breve violenta divenne la competizione fra gli Europei per il
predominio sul commercio nel mare della Cina. Gli Spagnoli, che nel
1565 avevano occupato le Filippine, giunsero nel 1626 a controllare
il porto taiwanese di Jilong. Ma da qui vennero presto cacciati per
opera degli Olandesi, che stabilirono le proprie basi sulle coste set-
tentrionali dell'isola. Tali basi furono utilizzate per un intenso scam-
bio commerciale, che consisteva nella vendita in Cina di spezie e di
altri prodotti del Sud-Est asiatico, e nell'acquisto di seta che poi
veniva rivenduta in Giappone in cambio di argento.
Nell'ambito dei rapporti tra gli occidentali e i Cinesi, in questo
periodo, un ruolo di particolare importanza venne svolto dai gesuiti.
Fra di essi si distingue il fondatore della missione in Cina, Matteo
Ricci (1552-1610), che, giunto a Macao nel 1582, ottenne nel 1601
l'autorizzazione a stabilirsi definitivamente a Pechino. Egli seppe
adattare il proprio linguaggio alle condizioni cinesi, facendosi inter-
prete della civilt europea contemporanea. Dall'abito buddhista,
indossato inizialmente sul modello dei missionari in Giappone, allo
scopo di propagandare in Cina la dottrina cristiana, Matteo Ricci
pass a quello del letterato confuciano, essendosi convinto che la
cristianizzazione dell'Impero poteva passare soltanto attraverso la
mediazione della classe dirigente. A tal fine egli si present a corte 
e ai funzionari come portatore di nuove conoscenze in campo mate-
matico e astronomico. Profondo conoscitore della lingua e della
cultura cinese, egli con i suoi studi contribu al formarsi in Occidente
di una nuova visione della Cina, che avrebbe avuto un'influenza
notevole sull'evoluzione intellettuale e la pubblicistica europee nel
secolo successivo: una grande monarchia ordinata, con un numero di
abitanti circa 10 volte superiore a quello del paese europeo pi
popolato, governata da una classe colta e illuminata.
Nel corso del 16esimo secolo, le istituzioni imperiali subirono un de-
clino progressivo, anche a causa di una serie di contraddizioni sociali,
determinate da fattori di crescita economica. Lo sviluppo della pro-
duttivit agricola, cui avevano contribuito la specializzazione regio-
nale e l'introduzione di nuove culture provenienti dall'Occidente e
dalle Americhe, segn un incremento imponente delle attivit mer-
cantili e della circolazione monetaria, soprattutto nell'area econo-
mica pi sviluppata, che aveva il suo centro nel bacino inferiore dello
Yangzijiang. Ci determin un processo di urbanizzazione ancora
pi accentuato di quello di epoca Song, con lo spostamento di masse
sempre pi consistenti di contadini verso le citt, l'emergere di strati
di contadini ricchi, l'impoverimento di larghi settori marginalizzati
della popolazione, e con la formazione di una grossa borghesia
imprenditoriale legata alla burocrazia imperiale e agli eunuchi. A
seguito di tali profonde trasformazioni, il sistema della registrazione
obbligatoria divenne inadeguato, e l'intera organizzazione fiscale e
militare dello Stato, stabilita da Hongwu, entr in crisi, e a nulla
valsero tentativi di riforma, come quello realizzato verso la fine del
16esimo secolo, che inglobava in un'unica imposta, pagabile in argento, le
molteplici imposizioni che gravavano sulle campagne. Questa im-
portante riforma, detta dell'unica sferza (yitiao bianfa) non riusc
tuttavia a migliorare il deficit fiscale, eliminare le evasioni e sanare la
crisi finanziaria. Essa infatti ovviava in parte agli inconvenienti deri-
vati dallo sviluppo demografico e dalla crescente mobilit sociale,
che avevano reso sempre pi difficile la registrazione della popola-
zione e avevano di conseguenza favorito il fenomeno dell'evasione
fiscale e gli abusi dei funzionari a livello locale. In passato l'efficacia
del sistema era apparsa sempre strettamente collegata con il control-
lo capillare della popolazione da parte dello Stato, in quanto oggetto
principale dell'imposizione era sempre stato l'individuo, piuttosto
che la terra. La riforma dell'unica sferza aveva avuto l'obiettivo di
riordinare i vari tipi di imposizione esistenti precedentemente, stabi-
lendo un'unica imposta pagabile in argento. Tuttavia essa non era
ancora una imposta esclusivamente reale ma continuava ad essere
costituita da varie voci, inclusa quella collegata con gli obblighi di
corve.
Le trasformazioni dell'economia e della societ ebbero una serie di
effetti destabilizzanti all'interno dell'apparato statale. In particola-
re, ne risentirono il sistema fiscale, fondato su una capillare registra-
zione della popolazione, e il sistema militare, che poggiava su milizie
contadine reclutate all'interno di famiglie che si tramandavano la
professione del soldato. La crisi non risparmi neppure il vertice
dello Stato, che aveva visto il progressivo affermarsi del potere degli
eunuchi, i cui compiti dapprima limitati agli affari di corte, si erano
progressivamente estesi fino a interessare importanti settori del-
l'amministrazione. La burocrazia, d'altro canto, appariva sempre pi
scossa dal fenomeno delle lotte di fazione, che nell'ultimo periodo
della dinastia aveva finito col generare gravi conflitti istituzionali.
Tale crisi di enormi dimensioni, che influenz notevolmente la Cina
tardo-imperiale nei suoi aspetti politici, sociali ed economici, era
quindi espressione di una crescita che si manifestava in una rivolu-
zione commerciale incentrata nelle coste meridionali che segn il
coinvolgimento della Cina nel mercato mondiale, e nello stesso tem-
po in un grande sviluppo economico e monetario che caus un allen-
tamento dei controlli statali sull'economia, un aumento della com-
petitivit sociale, e un miglioramento dello status dei coltivatori.
Riflessi in campo intellettuale si manifestarono con l'emergere di
nuove idee eterodosse e con lo sviluppo della nota produzione lette-
raria. Questa rivoluzione port, da un lato, alla specializzazione
regionale e alla formazione di tre principali centri economici (del
Grande Canale, al Nord, del basso Yangzijiang, a Sud-Est, e delle
coste meridionali), e dall'altro alla creazione di mercati rurali che
alterarono l'assetto della gerarchia urbana formatosi in epoca Song
e facilitarono la diffusione della cultura urbana nelle aree rurali.
L'azione politica ed economica degli eunuchi costitu uno dei mag-
giori problemi politici dell'ultimo periodo Ming. Inizialmente le loro
competenze erano state limitate all'amministrazione del Palazzo Im-
periale, ma poi erano andate progressivamente estendendosi ai prin-
cipali affari dello Stato: le finanze, la sicurezza interna, la difesa, i
rapporti con l'estero. Nel 1604, si venne organizzando, tra i letterati-
funzionari, una vera e propria opposizione incentrata nell'Accade-
mia del Bosco Orientale (Donglin), la quale, invocando la restaura-
zione dell'ortodossia neoconfuciana, propugnava una lotta decisa
contro la corruzione e lo strapotere degli eunuchi. I conflitti intestini
al vertice dell'amministrazione furono complicati dal progressivo
aggravamento della crisi finanziaria e dallo scoppio di rivolte in tutto
l'Impero. L'insurrezione che doveva rivelarsi decisiva per le sorti dei
Ming fu quella di Li Zicheng (1605?-1645): questi, dopo avere occu-
pato Luoyang e Xi'an, aveva proclamato una nuova dinastia e orga-
nizzato un nuovo governo, stabilendo i vari uffici burocratici e
istituendo gli esami di Stato. Poco dopo marci su Pechino, che si
arrese senza resistere nell'aprile 1664. L'ultimo imperatore Ming si
impicc sulla Collina del Carbone, dietro il palazzo imperiale. Ma
pur di sbarazzarsi degli insorti, Wu Sangui, che comandava le truppe
imperiali di stanza sul passo che collegava lo Hebei al Liaoning,
ricorse all'intervento delle truppe della nuova potenza mancese che
si era andata affermando lungo i confini nord-orientali dell'Impero.

8) La dinastia mancese Qing
Le trib Nuzhen - cui appartenevano i Mancesi (popolazione che
parlava una lingua tungusa della famiglia uralo-altaica) -, in seguito
alla caduta dell'Impero Jin nel 13esimo secolo, si erano trovate successi-
vamente sotto la giurisdizione prima dei Mongoli e poi dei Ming.
Stanziati a Nord-Est dell'Impero, i Mancesi erano riusciti a costitui-
re, nella seconda met del 16esimo secolo, una forte federazione tribale,
che, grazie all'opera di Nurhaci (1559-1626), aveva finito con l'as-
sumere una posizione dominante nell'attuale Manciuria. Dopo al-
terne vicende, in cui fasi di relativa tranquillit, fondata su fiorenti
traffici commerciali, erano seguite da momenti di tensione e di scon-
tro, anche militare, Nurhaci diede vita ad una forte confederazione
tribale basata sulle bandiere. In un primo tempo furono organiz-
zate quattro bandiere, alle quali nel 1615 se ne aggiunsero altre
quattro. Questo nuovo sistema sconvolse l'assetto tribale e permise
la formazione di uno Stato centralizzato sul modello cinese. In effet-
ti, l'organizzazione delle bandiere si modellava su quella delle guar-
nigioni di frontiera Ming, nelle quali le funzioni militari erano con-
nesse con quelle civili, per cui, quando non erano impegnate in
operazioni militari, dovevano dedicarsi ad attivit produttive per
provvedere al proprio sostentamento. Attraverso una intelligente
politica diplomatica, Nurhaci, che nel 1616 aveva fondato la dinastia
dei Jin Posteriori, ottenne l'appoggio dei Mongoli Orientali e proce-
dette nella ristrutturazione politica e sociale del proprio popolo. Il
figlio di Nurhaci, Abahai, port avanti l'opera del padre: alle otto
bandiere mancesi furono infatti aggiunte otto bandiere mongole e
otto bandiere cinesi, costituite dai Cinesi emigrati in Manciuria. Nel
1636 venne assunto il nuovo titolo dinastico di Da Qing, o Grandi
Qing, e fu accelerato il processo di sinizzazione con una struttura
governativa modellata su quella Ming e con un numero sempre pi
elevato di Cinesi ai vertici dell'amministrazione.
Nel 1644, in seguito alla proclamazione del nuovo imperatore ribel-
le a Pechino, il generale Wu Sangui, che comandava l'esercito impe-
riale di stanza al confine con la Manciuria, prefer accordarsi con i
Mancesi, facendoli penetrare in territorio cinese, e procedendo con
essi contro le truppe degli insorti. I Mancesi poterono cos insediarsi
a Pechino, e Wu Sangui, dopo avere dato un contributo determinan-
te all'eliminazione delle ultime sacche di resistenza dei lealisti Ming,
si trov a dover affrontare l'esercito Qing. La cosiddetta rivolta dei
tre feudatari, iniziata da Wu Sangui nel 1673, sarebbe finita misera-
mente nel 1681 con il suicidio del suo successore Wu Shifang. Gli
ultimi lealisti furono eliminati nel 1683, quando venne occupata
l'isola di Taiwan, dove si era rifugiato il condottiero sino-giapponese
Coxinga (Zheng Chenggong, 1624-1662) nel 1661, minacciando con
frequenti incursioni le coste del Fujian e del Guangdong.
L'occupazione della Cina da parte dei Qing, se paragonata a quel-
la dei Mongoli, dimostra una superiore abilit di adattamento e di
organizzazione dei Mancesi che avevano gi subito un processo di
sinizzazione. Il problema che si trovarono ad affrontare fu quello di
integrare la propria organizzazione, tipica di uno Stato di frontiera,
con quella di un grande Impero centralizzato. Il territorio mancese
originario conserv la propria autonomia, e la popolazione ivi resi-
dente, costituita da Mancesi, da Mongoli, e da Cinesi, venne
ad assumere le caratteristiche di un gruppo ereditario privilegia-
to, organizzato nell'ambito delle bandiere, un vero Stato dentro lo
Stato.
Al vertice dell'apparato venne affermato il principio diarchico del-
la ripartizione delle responsabilit fra Mancesi e Cinesi, mentre ai
livelli inferiori dell'amministrazione i posti direttivi erano occupati
principalmente dai Cinesi (nel 1667 ben 28 dei 29 posti di governa-
tore erano occupati da membri cinesi delle bandiere). La nuova
Sovrintendenza per le Dipendenze, che traeva origine dall'Ufficio
Mongolo, e trattava le relazioni ufficiali con i Mongoli, i Tibetani, le
citt-Stato dell'Asia centrale (anche i rapporti con i Russi avrebbe-
ro successivamente fatto capo al medesimo ufficio), era esclusivo
appannaggio di Mongoli e Mancesi; essa assunse il carattere di un
vero e proprio ministero, sottraendo la gestione delle relazioni con i
popoli del Nord-Ovest al Ministero dei Riti, che tradizionalmente
aveva la competenza della politica estera dell'Impero. Questo fatto
d la misura, da una parte, del carattere multietnico del dominio
Qing e, dall'altra, dell'esigenza di controllo sui centri vitali dell'Im-
pero da parte del nuovo gruppo dominante.
L'adattamento dei conquistatori alla situazione cinese risulta an-
che dalle scuole che furono stabilite per educare le lites delle ban-
diere, alle quali veniva insegnato sia il mancese che il cinese, e che
venivano preparate a sostenere gli esami di Stato. Il mecenatismo
adottato dai maggiori imperatori della dinastia non soltanto permise
la realizzazione di immani compilazioni, ma contribu notevolmente
alla stessa legittimazione Qing. All'imperatore Qianlong ad esempio
si deve il patrocinio di un imponente lavoro editoriale in campo
storiografico, con la pubblicazione nel 1747 delle Ventuno Storie Uf-
ficiali, che avrebbero dovuto fornire una interpretazione ortodos-
sa della successione dinastica, quale era andata verificandosi nel-
l'intero arco della storia cinese. In campo letterario, nel 1782 vedeva
la luce la pi vasta collezione libraria di tutta la storia cinese, la
Collezione completa di opere nelle Quattro Categorie, compren-
dente classici, opere storiche, filosofiche e letterarie. Tale interessa-
mento per la cultura, se da un lato era volto a preservare i testi
fondamentali della tradizione cinese, rappresent anche un vero e
proprio intervento censorio, che aveva come obiettivo la soppressio-
ne di tutte quelle opere il cui contenuto fosse ostile direttamente o
indirettamente alla dinastia. Durante i lavori di compilazione della
Collezione, migliaia di opere considerate eterodosse vennero di-
strutte, e un gran numero di letterati dovette subire la persecuzione
delle autorit imperiali (la cosiddetta inquisizione letteraria,
1772-1788).
Il sistema concorsuale per l'accesso alla burocrazia rimase fonda-
mentale, e una serie di riforme per ridurre la corruzione, responsabi-
lizzare maggiormente i funzionari, restringere i privilegi della gentry,
e intensificare i canali di informazione fra centro e periferia rese pi
efficiente la macchina amministrativa. Lo sviluppo economico-socia-
le incise anche sulla mobilit: l'accresciuta competizione agli esami
rese sempre pi necessaria la diversificazione delle entrate nell'am-
bito della stessa famiglia, con un maggiore ricorso agli investimenti
mercantili, per cui si venne assottigliando la separazione fra letterati
e mercanti. Uno dei grossi problemi che lo Stato dovette affrontare
fu la relativa scarsit di funzionari a livello di distretto, di fronte
all'aumentata popolazione: alla burocrazia riusciva a mala pena il
disbrigo della giustizia (penale), il mantenimento dell'ordine pubbli-
co e l'esazione fiscale, per cui divenne sempre pi importante la
collaborazione informale della gentry a livello locale. L'autocrazia
imperiale rimase solida, senza alcuna limitazione da parte della bu-
rocrazia e dell'aristocrazia mancese (almeno dalle riforme del terzo
imperatore, Yongzheng); anzi, la cura con cui gli imperatori si occu-
parono direttamente degli affari dello Stato li differenzi notevol-
mente dallo stile di governo istaurato dagli ultimi sovrani Ming, e
caratterizzato da una generale indolenza. Ma nel suo insieme, l'or-
ganizzazione statale, che aveva tanto affascinato gli occidentali, era
molto complessa, essendo il risultato della interazione di una strut-
tura dispotica, con poteri di polizia e di esazione fiscale, costituita da
una macchina burocratica reclutata su basi universali e meritocrati-
che, e di una serie di associazioni locali sub-burocratiche di base
animate dalla gentry (clan, corporazioni, comunit di villaggio, as-
sociazioni religiose, e persino societ illegali e segrete).
La dinastia Qing non si discost molto dalla precedente per la
politica economica, in particolare i monopoli e le finanze. L'incorag-
giamento a nuovi insediamenti e allo sfruttamento intensivo dell'a-
gricoltura contribuirono ad un certo benessere e a un'espansione
demografica senza precedenti: fra la met del 17esimo e la met del 19esimo
secolo, la popolazione cinese  triplicata, passando da 100/150 a 400
milioni, mentre  raddoppiata nello stesso periodo la superficie della
terra coltivata. L'enorme crescita demografica, che  indice, oltre
che dell'aumento del tasso di natalit, anche di una contemporanea
diminuzione di quello di mortalit (non a caso nel 1757 l'et pensio-
nabile per i funzionari pass da 55 a 65 anni), avrebbe per pesato
negativamente sulla vita dell'Impero, non essendo accompagnata
come in Europa da una adeguata trasformazione dell'economia.
Il primo grande sovrano Qing, Kangxi (1662-1722), fu sostenitore
della tradizione confuciana, e al tempo stesso delle tradizioni della
sua stirpe. Tra il 17esimo e il 18esimo secolo, il problema pi grave, 
a Nord, era rappresentato dai Mongoli Occidentali, tra i quali si erano 
andati affermando gli Zungari, stanziati nel Turkestan orientale. 
Essi, sotto la guida di Galdan (1644-1697), che si era fatto interprete 
e sostenitore del lamaismo, e aspirava a stabilire, grazie a tale po-
litica religiosa, il proprio dominio sull'intera Asia centrale, dalla 
Mongolia al Tibet, avevano assunto la protezione del Dalai Lama. 
Allo scopo di isolare gli Zungari, Kangxi giunse a un compromesso con i 
Russi, i quali nel corso del 17esimo secolo si erano spinti, nella loro 
colonizzazione della Siberia, fino alla costa del Pacifico. Si giunse 
cos al trattato di Nercinsk (1689), il primo stipulato tra la Cina e 
una potenza europea. Il testo venne redatto in latino, mancese e russo. 
L'impiego del latino, la cui versione faceva fede circa la corrispondenza 
testuale delle altre due, si spiega con la partecipazione dei gesuiti 
Pereira e Gerbillon nell'ambito della delegazione del governo Qing. 
In base a tale trattato, la Cina riprendeva possesso della riva sinistra 
dello Heilongjiang. La soluzione definitiva del problema degli Zungari si
sarebbe avuta nel 1757, sotto l'imperatore Qianlong (1736-1795).
L'esercito imperiale infranse la resistenza zungarica, conquistando
la regione dell'Ili, e di questa trib venne cancellato persino il nome.
Successivamente le truppe Qing soffocarono anche la ribellione del-
le popolazioni musulmane stanziate a sud della catena del Tianshan,
portando cos a compimento la conquista dell'intera regione del
Turkestan cinese, che, alla fine del 19esimo secolo sarebbe diventata
una nuova provincia col nome di Xinjiang, o Nuovi Territori. 
Nel 18esimo secolo, l'Impero Qing era giunto al consolidamento delle sue 
frontiere: nel Tibet la sovranit era esercitata attraverso un Residente 
e dei contingenti militari; il Xinjiang era retto da un Governatore
Militare; la Mongolia era sottomessa attraverso i rapporti di suddi-
tanza dei capi tribali nei confronti dell'imperatore; la Corea, la Bir-
mania e il Vietnam erano Stati tributari sotto il protettorato cinese.
Il confronto fra Cina e Occidente ebbe inizio sotto Kangxi, con una
questione eminentemente religiosa, anche se non priva di connotati
politici. Dopo la caduta dei Ming, i gesuiti erano rimasti a Pechino,
ponendosi al servizio dei nuovi dominatori (assunsero tra l'altro la
direzione dell'Ufficio Astronomico). Nel loro tentativo di confor-
marsi alla realt cinese, di cui erano profondi conoscitori, i gesuiti
tendevano a considerare le cerimonie in onore di Confucio e degli
antenati perfettamente lecite e conformi alla dottrina cristiana. Di-
versamente, gli ordini missionari rivali dei gesuiti, domenicani e
francescani, denunciarono pi volte alla Santa Sede l'atteggiamento
della Compagnia di Ges come un cedimento intollerabile all'idola-
tria pagana dei riti cinesi, riuscendo infine ad ottenere, nel 1704, una
dichiarazione di condanna da parte del papa Clemente 11esimo. Le pole-
miche sulla questione dei riti provocarono un grande malumore a
corte, in quanto non era tollerabile per le autorit cinesi che il papa
intervenisse sulle questioni religiose dell'Impero, e diedero spazio ai
settori pi intransigenti antioccidentali della burocrazia imperiale.
Alla morte di Kangxi, in circostanze poco chiare, ascese al trono il
quarto figlio, Yongzheng (1723-1735), il quale, per consolidare il
proprio dominio, si adoper per ridurre progressivamente l'influen-
za politica dell'aristocrazia mancese, che in passato aveva costituito
sempre un fattore importante nel processo decisionale della corte,
stabilendo uno stretto controllo sull'aristocrazia mancese. Per stabi-
lire uno stretto controllo sull'amministrazione, Yongzheng da un
lato si serv del sistema dei memoriali, e dall'altro trasform di fatto
la struttura del governo imperiale. Il sistema dei memoriali, che
prevedeva che una serie di funzionari provinciali, scelti direttamente
dall'imperatore, gli inviassero periodicamente dei rapporti con-
fidenziali circa il funzionamento dell'apparato e l'attuazione della
politica imperiale, aveva un carattere segreto. Anche il vertice del-
l'amministrazione fu riformato mediante l'attribuzione di vere e pro-
prie funzioni di governo (anche se le sue funzioni ufficiali erano
limitate alla stesura dei decreti imperiali e alla trasmissione dei me-
moriali) ad un organo non ufficiale, il Consiglio di Stato (Junjichu),
mentre il Consiglio Interno (Neige) veniva ridotto a funzioni pura-
mente operative. Le sue attivit erano svolte con la massima segre-
tezza, al di fuori del controllo dell'Ufficio del Censorato, cui era
sottoposta l'amministrazione regolare.
Anche le scuole locali finirono col diventare uno strumento di
propaganda governativa. Solo le accademie che si conformavano ai
modelli stabiliti dal sovrano potevano ricevere il suo sostegno, men-
tre le altre dovevano subirne il boicottaggio e l'interdizione.
Nella Cina tardo imperiale la percentuale delle entrate pubbliche
(delle quali, nel 18esimo secolo, il 74 per cento derivavano dalla
imposta fondiaria e il 12 per cento da quella sul sale) si aggirava 
sul 4-8 per cento del reddito nazionale, grosso modo come gli Stati 
europei premoderni. Nel campo finanziario, Yongzheng port avanti la 
riforma fiscale, con l'estensione alla grande maggioranza delle province 
della nuova imposta diding, che comprendeva in un'unica voce l'imposta 
fondiaria e quella gravante sulle persone fisiche dei maschi adulti 
(quest'ultima era gi stata congelata da Kangxi nel 1713 nelle quote 
provinciali dell'imposta personale ding, per cui non si teneva pi conto 
dell'aumento demografico). Essa costituiva un ulteriore progresso nel pro-
cesso di razionalizzazione del sistema fiscale, iniziato in epoca Ming,
con l'introduzione della cosiddetta imposta dell'unica sferza.
Inoltre lo Stato Qing cerc di evitare il pi possibile di gravare la
popolazione con le corve o con il costo dei lavori pubblici relativi,
mirando invece a raggiungere dei compromessi con i proprietari
terrieri interessati e con le comunit locali. Ma la vasta opera del
controllo delle acque, mirante al mantenimento dell'ambiente ecolo-
gico, richiedeva un maggiore intervento dello Stato: gli investimenti e
la direzione politico-tecnica della burocrazia si dimostrarono insuf-
ficienti rispetto alla spinta centrifuga degli interessi privati locali e
alle pressioni dell'esplosione demografica. Alla fine l'equilibrio eco-
logico venne travolto dall'incapacit della burocrazia di mediare fra
gli interessi particolari, dalla corruzione, dalla selvaggia coltivazione
di argini, dalle ristrettezze finanziarie, e una serie di disastri naturali
si abbatterono sulle campagne. La politica finanziaria di Yongzheng
non si limit comunque al settore fiscale, ma mir pi in generale a
razionalizzare tutti i conti dello Stato, cercando di colpire ogni forma
di corruzione e di sperpero. A tal fine, proprio a titolo di incoraggia-
mento all'onest, gli stipendi dei funzionari vennero aumentati e
furono legalizzate le maggiorazioni alle imposte riscosse precedente-
mente in modo arbitrario dai magistrati locali.
A Yongzheng succedette il quarto figlio, che regn col titolo di
Qianlong (1736-1796). I sessanta anni di regno di Qianlong corri-
spondono, per numerosi aspetti, a una fase di apogeo della dinastia,
ma al tempo stesso segnano l'inizio del suo declino. Qianlong eredi-
t un impero prospero con un'amministrazione relativamente ef-
ficiente, e con un tesoro che poteva contare su un surplus di 24
milioni di tael (unit di peso usata per l'argento, pari a 37,3 grammi).
Nonostante i gravosissimi costi sostenuti in questo periodo per le
campagne militari, e nonostante il rilevante aumento delle spese
affrontate dalla corte (si pensi che i sei viaggi compiuti dall'impera-
tore in periodi diversi nella valle dello Yangzi costarono all'erario
200 milioni di tael), nel 1786 il tesoro aveva ancora un surplus di oltre
72 milioni di tael. Tale situazione, in parte dovuta alle misure adotta-
te da Yongzheng durante il suo regno, ben presto si deterior anche
a causa dell'aggravamento della corruzione a tutti i livelli.
Scarsi risultati ebbero i successivi tentativi di riordinare la situazio-
ne dell'erario, fattasi sempre pi difficile nell'ultimo periodo del
regno di Qianlong, anche in seguito ai costi per il mantenimento
dell'ordine e la repressione di una serie di rivolte nel Guizhou e nello
Hunan tra la popolazione aborigena dei Miao, nello Hubei e Si-
chuan per una ribellione ispirata dalla setta del Loto Bianco, e lungo
le coste meridionali nella lotta contro la pirateria.
Nel corso del 18esimo secolo, i traffici commerciali tra la Cina e l'Occi-
dente, nonostante gli ostacoli frapposti dal governo imperiale, ave-
vano conosciuto una crescita progressiva soprattutto per iniziativa
della Compagnia britannica delle Indie orientali, che, dalle sue basi
di Canton, vendeva tessuti di cotone, stagno e piombo, acquistando
dalla Cina soprattutto t e porcellane. Gli scambi erano decisamente
a favore della parte cinese, e la Compagnia aveva pertanto accumu-
lato un pesante saldo passivo sulla propria bilancia commerciale.
Allo scopo di stabilire relazioni regolari e di incrementare gli scambi,
nel 1793 giunse a Pechino un'ambasceria britannica, guidata da Lord
George Macartney. Pur essendo accolta con grande cortesia, essa
non consegu nessuno degli obiettivi che si era prefissi. L'imperatore
Qianlong si degn invece di inviare una lettera a Giorgio terzo, in cui 
lo esortava a governare il suo popolo con saggezza. Altre missioni
successive non portarono a migliori risultati. Tuttavia era ormai in
corso quel processo di integrazione economica su scala mondiale,
iniziato con lo spostamento dell'equilibrio militare ed economico a
favore dell'Europa: le grandi esplorazioni e l'espansione coloniale
europea nel mondo, in cui la Cina era stata coinvolta sin dall'ultimo
secolo della dinastia Ming. E infatti in questo periodo che ha inizio
un unico mercato mondiale integrato, con la divisione internaziona-
le del lavoro e la partecipazione attiva di vaste aree.
Il confronto con l'Occidente avrebbe tuttavia subito un radicale
mutamento nei primi decenni del 19esimo secolo. Essendo fallito ogni
tentativo di aprire in Cina un mercato per i tessuti di cotone inglesi,
le ditte britanniche, allo scopo di pareggiare la bilancia commerciale,
ricorsero in modo sempre pi massiccio allo smercio dell'oppio, che
veniva prodotto nel Bengala dalla Compagnia delle Indie orientali.
La diffusione dell'oppio nel territorio imperiale aveva creato gravi
problemi di natura economica e sociale, come anche di natura mora-
le. Non solo l'incremento delle vendite dell'oppio aveva determinato
un crescente drenaggio di argento, contribuendo a squilibrare il si-
stema monetario cinese, ma aveva anche favorito il dilagare della
corruzione tra il personale amministrativo e tra i funzionari piccoli e     
medi. Alla fine degli anni Trenta, fin col prevalere a corte l'ala            
dell'Oppio: essa in effetti modific, non inaugur, i rapporti di inte-      
politico dell'Impero determinati in parte dall'incremento demografico e 
in parte da gravi fenomeni di corruzione, che avevano portato al decadi-
mento del sistema di canalizzazione, su cui si reggeva l'economia di intere   
gli interventi delle potenze e dalla concorrenza delle loro industrie
aveva iniziato quel processo di "deindustrializzazione" relativa che
port alla regressione della produzione artigiano-industriale cinese
rispetto a quella mondiale. E proprio a causa della decadenza 
dell'artigianato familiare, il livello di industrializzazione pro
capite cinese, che intorno al 1800 equivaleva a quello dell'Impero
Russo, nel corso del 19esimo secolo scese a met del valore precedente.                                        
Animatore della rivolta fu Hong Xiuquan (1813-1864) di origine Hakka,
comunit le cui condizioni sociali ed economiche erano in genere
inferiori a quelle del resto della popolazione. Dopo avere inutil-
mente tentato di superare gli esami imperiali, in seguito a contatti
avuti con missionari e alla lettura di testi di propaganda cristia-
na, Hong aveva elaborato una propria dottrina religiosa, con forti
elementi sincretistici (cristiani, taoisti, buddhisti e menciani).
Proclamatisi fratello minore di Ges Cristo, egli propugnava un model-
lo di societ egualitaria, fondata sulla comunione dei beni. Nel 1853 
gli insorti occuparono Nanchino, fondando il Regno Celeste della
Grande Pace (Taiping tianguo). Accesamente anti-mancesi, i Taiping
avviarono nei territori conquistati una serie di riforme radicali, che
prevedevano l'inquadramento della popolazione in gruppi di famiglie,
nell'ambito di una struttura che presentava al tempo stesso un carat-
tere religioso, militare, amministrativo e produttivo. Attaccato
contemporaneamente dalla Francia e dalla Gran Bretagna (seconda
Guerra dell'Oppio, 1856-1860), il governo imperiale non fu in grado
di reagire alla nuova minaccia. La riscossa ebbe luogo ad opera dei
notabili locali, i quali arruolarono e organizzarono proprie milizie
nel nome dell'ortodossia confuciana e per la salvaguardia dell'ordi-
ne tradizionale. Un ruolo preminente nell'organizzazione di tali for-
ze fu svolto da Zeng Guofan (1811-1872), uno dei maggiori esponenti
della nuova classe dirigente di origine provinciale, che avrebbe ten-
tato di conferire nuovo vigore alla dinastia Qing nell'ultima fase
della sua storia. I Taiping vennero sconfitti nel 1864, ma nel frat-
tempo altre insurrezioni avevano investito l'Impero, la rivolta dei
Nian del Nord (1853-1868), quella dei musulmani del Sud-Ovest (1855-
1873), quella dei Miao nel Guizhou (1854-1873), quella di Yaqub Beg
(1820-1877) nel Xinjiang (1862-1877). nel 1860 le truppe occidentali
inflissero un'ulteriore grave umiliazione alla Cina, occupando Pechi-
no e distruggendo quel Palazzo d'Estate che nel 18esimo secolo era
stato ampliato con l'apporto determinante dei gesuiti.
Dilaniato dai conflitti interni e dall'attacco delle potenze occiden-
tali (anche la Russia, nel 1858, era riuscita ad annettersi oltre
500.000 Kmq di territorio sulla riva sinistra dello Heilongjiang),
l'Impero Qing comp un estremo tentativo di ripresa, avviando un 
processo di ricostruzione materiale, morale e ideologica. La nuova 
era Tongzhi (1862-1874) ebbe inizio all'insegna della restaurazione,
sotto la guida di esponenti della gentry, emersi nel corso della repres-
sione delle rivolte popolari: Zeng Guofan, Zuo Zongtang (1812-
1885), Li Hongzhang (1823-1901). Essi intrapresero grandi opere di
bonifica agricola, lavori idraulici, e la rimessa a coltura delle super-
fici devastate dalle insurrezioni e dalle guerre, riducendo l'imposi-
zione fiscale sulle terre nel quadro di una ricostruzione, sia materiale
che morale e ideologica. Nel contempo venne introdotta la tecnolo-
gia occidentale per rinforzare lo Stato e ricostituire le basi militari
dell'Impero. Sul piano ideologico e morale, si cerc di intervenire
nel reclutamento dei funzionari, riorganizzando il sistema degli esa-
mi e ribadendo il ruolo fondamentale del confucianesimo nella so-
ciet cinese mediante l'apertura di nuove scuole e accademie. In
questo periodo, il rapporto fra Mancesi e Cinesi nell'ambito dell'am-
ministrazione and modificandosi a deciso favore dei secondi.
Alla morte di Tongzhi, una serie di nuove umiliazioni (la sconfitta
nel conflitto con la Francia in occasione dell'intervento di quest'ulti-
ma in Vietnam, 1883-1885, e quella subta ad opera del Giappone
negli anni 1894-1895, che comport fra l'altro la perdita dell'isola di
Taiwan) determin una sensibile accelerazione dei mutamenti poli-
tici, e port alla ribalta un gruppo di intellettuali modernisti che
puntava sulla riforma istituzionale come condizione necessaria per
la rinascita del paese. Ma il progetto di riforma (1898), il cui maggio-
re esponente era Kang Youwei, non ebbe modo di realizzarsi a
seguito del colpo di Stato compiuto dopo solo 100 giorni dall'im-
peratrice Cixi, con l'appoggio del generale Yuan Shikai, comandante
del nuovo esercito moderno che era stato realizzato nell'ambito
della politica di autorafforzamento militare.
Causa di ulteriori disastri fu il movimento popolare anti-straniero
dei Boxer (termine usato dagli Inglesi per indicare la societ segreta
Yihequan, Pugni della Giustizia e dell'Armonia, che costituiva una
ramificazione della setta degli Otto Trigrammi, collegata a sua volta
con la setta del Loto Bianco), che l'imperatrice Cixi tent di utilizza-
re per consolidare le sorti dell'Impero. Con il segreto appoggio del
governatore Li Bingheng, una parte del movimento perse il suo
carattere antidinastico per concentrare il proprio attacco contro gli
stranieri. Il famoso assedio delle legazioni a Pechino (1900), ad ope-
ra degli insorti, termin per miseramente in seguito all'intervento
di un corpo internazionale contro cui inutilmente l'imperatrice ave-
va tentato di mobilitare l'esercito e le autorit governative. Col pro-
tocollo del 1901 le potenze assunsero ormai il controllo delle finanze
imperiali, e la Cina pot evitare il dominio coloniale diretto in virt
soltanto dei gravi contrasti esplosi tra i vincitori.
Le riforme avviate tardivamente dall'imperatrice, che portarono
all'abolizione degli esami imperiali nel 1905 e all'istituzione di nuovi
organi rappresentativi, non riuscirono a impedire il crollo della dina-
stia Qing. L'emergere di un movimento rivoluzionario repubblicano
(che aveva il suo centro politico nella Lega cinese, fondata nel
1905) e lo sviluppo di nuove forze centrifughe a livello provinciale
furono i fattori che portarono allo scoppio della Rivoluzione del
1911, data di inizio del nuovo periodo repubblicano.

9) Una societ fra tradizione e modernit
La mobilit sociale attraverso la via ufficiale degli esami di Stato o
le vie non ufficiali dello sviluppo della produttivit, del mercato e
l'urbanizzazione, e la crescita demografica sono due fra le principali
costanti che caratterizzano la societ imperiale cinese dell'ultimo
millennio. Lo sviluppo demografico conosciuto dalla Cina dalla se-
conda met della dinastia Ming alla dinastia Qing (dovuto senza
dubbio al miglioramento delle condizioni economiche generali, cui
avevano contribuito l'introduzione di nuove colture come quelle
della patata, dell'arachide e del granturco, l'aumento della produ-
zione agricola, e l'ampliamento della rete di distribuzione) si impone
all'attenzione degli storici per la sua ampiezza: gli abitanti dell'Impe-
ro, che sotto i Ming avevano superato i cento milioni, erano gi
centocinquanta verso la met del 18esimo secolo, e avrebbero raggiunto
i trecento all'inizio del 19esimo.
Secondo la classificazione tradizionale, come si  accennato, la
popolazione cinese era suddivisa in quattro ordini, classificazione
che non potendo corrispondere naturalmente alla complessa strut-
tura sociale della Cina tardo-imperiale, era rimasta piuttosto come
modello sociale. Al di sopra del popolo, rimaneva la nobilt che
tuttavia non pu essere assolutamente paragonata all'aristocrazia
europea.
L'appartenenza alla nobilt, per quanto comportasse una serie di
privilegi, di carattere sia economico che giudiziario, non implicava di
per s alcun potere politico o amministrativo. Tale potere era privi-
legio esclusivo dei membri della burocrazia.  vero che numerosi
esponenti della nobilt potevano entrare a fare parte di quest'ultima
per nomina imperiale o attraverso il superamento degli esami. In
alcuni casi, anzi, uno dei privilegi concessi ad alcuni gradi nobiliari
era proprio quello di sottoporsi agli esami con un programma pi
semplice di quello stabilito per gli altri candidati. Va rilevato, co-
munque, che esisteva una netta distinzione fra lo status di nobile e
quello di funzionario, e che solo quest'ultimo era connesso con l'e-
sercizio del potere.
Il processo di passaggio dall'ascrittivit alla mobilit della societ,
con la diffusione del sistema degli esami e la caduta della nobilt
tradizionale, consolidatosi con l'avvento della dinastia Song, conob-
be un'ulteriore accelerazione nei periodi Ming e Qing. Gli intellet-
tuali vennero a costituire la classe dirigente istituzionalmente rico-
nosciuta. Il sistema degli esami di Stato non si limitava a selezionare 
i membri della burocrazia, ma, pi in generale, svolgeva la funzione di
determinare uno status sociale privilegiato. Con questo fenomeno 
da mettere in relazione non solo la formazione della gentry, ma un
profondo mutamento nello stesso istituto del matrimonio. Come
hanno dimostrato gli studi di Patricia Ebrey, fino a met della dina-
stia Tang, il sistema finanziario alla base del matrimonio si basava sul
dono che la famiglia dello sposo faceva a quella della futura sposa,
dono che sarebbe servito per la dote, non avendo le figlie diritto,
come in Europa, all'eredit. Verso la fine dei Tang, col rallentamen-
to dei controlli statali sulla terra e con lo sviluppo dell'economia
monetaria, e soprattutto con la sostituzione della classe dirigente
dalla nobilt alla gentry, la dote divenne un trasferimento di ricchez-
za oltre i limiti della discendenza patrilineare, dalla famiglia della
sposa a quella dello sposo, che permetteva alla prima di assicurarsi
legami familiari con personaggi influenti nell'ambito dei concorsi
statali.
Il termine gentry corrisponde come  noto alle parole shenshi o
xiangshen, che indicavano quello strato di persone abilitate a portare
un certo abbigliamento in seguito al superamento di almeno il primo
livello degli esami di Stato. Ci significa che si trattava di un'lite 
il cui status non era ereditario ma basato almeno teoricamente sul
merito. La gentry deve essere distinta dalla burocrazia e dai proprie-
tari fondiari. Certamente, la burocrazia aveva le stesse origini della
gentry, in quanto la scelta dei funzionari veniva realizzata all'interno
di coloro che avevano superato gli esami di Stato, ottenendo deter-
minati risultati. La collocazione sociale era per diversa, in quanto i
membri dell'apparato statale si inquadravano in una struttura pira-
midale che aveva il suo perno nel governo imperiale, mentre i mem-
bri della gentry svolgevano le loro funzioni dirigenti (culturali, reli-
giose, ideologiche ed economiche) a livello locale, nei riguardi della
popolazione. Pur essendo del tutto autonomi nei confronti dello
Stato, essi dovevano i propri privilegi al riconoscimento dello status
stesso. Normalmente la posizione economica era legata alla proprie-
t fondiaria, ma non tutti i proprietari fondiari facevano parte della
gentry. Altre entrate provenivano dai servizi professionali privati e
pubblici (arbitrati, insegnamento, gestione di opere pubbliche, eccetera).
La gentry costituisce in pratica un fattore di connessione fra lo Stato
e la societ, fra la vita politica e quella sociale: essa impersona il
modello morale, sociale e culturale, ed  il simbolo, nell'ambito del
clan del quale fanno parte contadini e gente comune, della benevo-
lenza paternalistica e dell'armonia familiare. La gentry occupava una
posizione intermedia, rappresentando lo Stato (con tutte le sue
funzioni culturali, ideologiche, religiose ed economiche) nei riguardi
della popolazione, e, al tempo stesso, la popolazione nei confronti
dello Stato. Da qui deriva una notevole dose di ambiguit. Se si
considera che, per una consuetudine consolidata nel corso dei secoli,
i funzionari non potevano operare nella propria provincia di origine,
si pu desumere quale importanza avesse tale strato sociale, i cui
esponenti assommavano insieme la conoscenza relativa alle diverse
localit, la capacit di intervenire all'interno delle singole comunit
e il prestigio necessario per indirizzare l'opinione pubblica. Proprio
tale carattere di ambiguit permetteva alla gentry di svolgere un
importante ruolo di stabilit nei momenti in cui il potere statale era
forte e autorevole, ma poteva anche, quando il potere centrale fosse
debole o vessatorio oltre ogni limite di tollerabilit, esprimere esi-
genze centrifughe e guidare una vera e propria opposizione anti-
statale, pur salvaguardando i rapporti fondamentali della societ
tradizionale.
La struttura dello Stato e della societ cinesi presenta dunque nel
periodo della maturit imperiale una duplice articolazione. Le fun-
zioni dirigenti sono attribuite in toto agli intellettuali, i quali pos-
siedono una formazione comune e sono collegati da comuni aspirazioni
e dal medesimo modello culturale. Tali funzioni sono svolte per
concretamente su due piani distinti, a livello centrale e a livello
locale. E proprio nell'equilibrio fra questi due poli che si realizza 
la dialettica del potere sotto l'insegna del neoconfucianesimo.
La burocrazia presentava anche un carattere complesso. Essa era
suddivisa secondo una gerarchia di nove doppi livelli cui corrispon-
devano divise particolari, con propri colori e disegni.
L'accesso alla carriera burocratica avveniva principalmente attra-
verso gli esami di Stato. Tale sistema di selezione, che aveva cono-
sciuto un primo sviluppo sotto le dinastie Sui (581-618) e Tang (618-
907), divenne il canale pi importante per il reclutamento dei funzio-
nari dal periodo Song (960-1279). Nel periodo Qing, gli esami erano
tenuti regolarmente ogni tre anni. Il primo livello era costituito da
quelli che si svolgevano nei capoluoghi delle province. I candidati
provenivano dalle scuole confuciane di distretto o di prefettura (in
questo caso avevano il titolo di shengyuan, o diplomato), e, prima
di essere ammessi, venivano sottoposti ad una prima selezione da
parte degli Ispettori Provinciali per l'Istruzione. Lo status di candi-
dato comportava gi una serie di privilegi, come ad esempio l'esen-
zione dalle corve. In un certo senso si pu ritenere che tale condizio-
ne costituisse una fase di passaggio tra la gente comune e la classe
dirigente, con importanti funzioni di intermediazione tra i due setto-
ri della societ. E significativo tuttavia che tale status non presentas-
se un carattere permanente, e per il suo mantenimento fosse neces-
sario sottoporsi a controlli periodici. Il superamento degli esami
provinciali permetteva l'ingresso regolare nella classe dirigente. Il
titolo acquisito di studioso presentato (juren) aveva un carattere
permanente, ed era sufficiente per accedere ai livelli inferiori e medi
della burocrazia. Grazie a tale titolo era possibile comunque essere
ammessi al livello superiore degli esami imperiali, quello metropoli-
tano. Per poter occupare cariche di prestigio nell'ambito della buro-
crazia era necessario acquisire il titolo di studioso introdotto (jins-
hi). Le prove per ottenere tale titolo si svolgevano nella capitale e
comprendevano due livelli, quello dell'esame metropolitano e
quello dell'esame di Palazzo, che si svolgeva alla presenza dell'im-
peratore, e che aveva la funzione di classificare i vincitori in gruppi
secondo il merito. I posti pi elevati nell'amministrazione erano
riservati a coloro che risultavano ai primi posti di questa graduatoria.
L'abolizione degli esami di Stato e poi la fine dell'Impero, nel 20esimo
secolo, avrebbe portato al mutamento della classe dirigente, sempre
pi legata al possesso della nuova cultura, al potere militare e alla
ricchezza finanziaria.
Nell'ambito di una societ come quella cinese tradizionale, caratte-
rizzata da una struttura gerarchica fortemente radicata, in cui lo
status appariva ideologicamente giustificato dalla concezione neo-
confuciana che gli forniva un supporto ontologico attraverso la di-
stinzione fra purezza e torbidit dell'energia umana, il sistema degli
esami garantiva un notevole grado di mobilit, in quanto quasi tutti i
sudditi avevano la possibilit formale di accedere attraverso tale
canale ai livelli pi elevati della classe dirigente. Secondo alcuni
studi statistici condotti sui registri dei vincitori, coloro che non ave-
vano ascendenti diplomati ammontarono, durante la dinastia Qing,
al 36,6 per cento del totale.
I funzionari rientravano nella categoria dei letterati (shi), che
costituiva nel suo complesso lo strato superiore della societ, in
quanto, come aveva affermato il filosofo confuciano Mencio nel quarto
secolo a.C.: C' chi lavora con la mente e chi con la forza fisica.
Quelli che lavorano con la mente dominano sugli altri, e quelli che
lavorano impiegando la forza fisica sono dominati dagli altri.  que-
sto un principio riconosciuto universalmente. Un privilegio storica-
mente connesso con lo status di letterato era quello dell'esenzione da
qualunque forma di lavoro obbligatorio, che era parte integrante
degli obblighi fiscali di ciascun suddito.
Secondo la concezione confuciana, erano i contadini, in quanto
lavoratori della terra, a ricoprire lo status pi eminente nella gerar-
chia sociale, dopo quello dei letterati. La figura del contadino veniva
in genere esaltata e descritta sotto una luce ideale nei testi ufficiali 
e in quelli destinati al popolo. Poich esso svolgeva quella che era
considerata l'attivit fondamentale, appariva come il pilastro
dell'Impero, costituiva il popolo buono per eccellenza. La stabili-
t dell'Impero dipendeva in larga misura dalla pace rurale, e di
questa era garante il contadino. Esso era inserito in un meccanismo
di relazioni personali, familiari e di mutui rapporti, che potevano
restare saldi sino a che erano salvaguardate le basi della sua sus-
sistenza. Va considerato d'altro canto che all'interno dell'ordine cui
faceva riferimento l'ideologia confuciana esistevano una serie di
profonde differenziazioni sociali: alla medesima categoria apparte-
nevano i grandi proprietari fondiari, nel caso in cui non possedesse-
ro titoli accademici, i piccoli proprietari e i fittavoli. La maggior
parte dei contadini in epoca Ming-Qing erano proprietari, anche se
di piccoli appezzamenti. La situazione tuttavia era resa complessa
dal fatto che essi spesso possedevano dei minifondi che coltivavano
in proprio, e altri fondi che davano in affitto, per cui nello stesso
tempo erano piccoli coltivatori e fittavoli. Secondo dati relativamen-
te tardi, i ricchi proprietari, che costituivano il 10 per cento
della popolazione, possedevano il 60 per cento della terra, i medi 
proprietari (20 per cento) ne possedevano il 20 per cento, mentre i 
poveri,  che rappresentavano gran parte della popolazione, ne possede-
vano il restante 20 per cento. In generale, comunque, era soprattutto 
nel Sud che si aveva un'ineguale distribuzione delle terre, anche per 
la maggiore potenza dei clan, perch questi ultimi investivano ingenti 
mezzi finanziari nella terra per accrescere il patrimonio collettivo. 
In generale, l'affittanza risultava pi estesa nel Sud che al Nord, dove 
la rendita era prevalentemente pagata in natura (per lo pi il 60 per
cento del raccolto); al Sud prevaleva invece la rendita fissa e in danaro,
che offriva ai fittavoli maggiore incentivazione all'aumento della 
produttivit. I coltivatori erano generalmente liberi di subaffittare i 
terreni, di ipotecare o alienare il proprio diritto, senza sottostare al 
parere del proprietario, purch continuassero a pagare la rendita ori-
ginaria.
Accanto alle terre private, esistevano quelle pubbliche, che inclu-
devano le tenute assegnate alla nobilt e le terre attribuite alle ban-
diere e agli uffici, nonch quelle che facevano capo a organizzazioni
o istituzioni collettive: le terre dei clan, la cui rendita serviva per 
il mantenimento dei templi degli antenati, per il finanziamento delle
cerimonie comuni, o per l'assistenza dei membri pi poveri, quelle
destinate al mantenimento delle scuole di villaggio o al finanziamen-
to della manutenzione di opere pubbliche, o quelle dei monasteri,
delle corporazioni, eccetera.
Un'importante attivit collaterale dei contadini era quella artigia-
nale, che andava dai lavori necessari per la manutenzione degli at-
trezzi agricoli alla produzione tessile, cui si dedicavano le donne
soprattutto in determinate regioni, fino ad una vera e propria parte-
cipazione alla produzione di grandi aziende sia urbane che rurali, la
quale avveniva attraverso un'emigrazione stagionale, nei periodi di
stasi dei lavori agricoli. Come nel caso dei contadini, anche l'ordine
degli artigiani si collegava a uno strato sociale estremamente vario e
complesso, di cui facevano parte i lavoratori delle manifatture impe-
riali, gli imprenditori e i bottegai privati, nonch i dipendenti di
questi ultimi.
Gli artigiani erano in genere organizzati in corporazioni professio-
nali, con propri regolamenti interni che prevedevano il pagamento
di una quota di iscrizione e di contributi per le varie attivit, stabili-
vano multe e punizioni in caso di trasgressione (ad esempio era
considerata una grave infrazione la collaborazione con gli estranei),
fissavano i limiti e l'ambito di attivit di ciascun membro (ad esempio
era proibito dedicarsi al commercio). Le corporazioni avevano inol-
tre il potere di decidere sul numero delle botteghe e sull'ammontare
dei prezzi, sul salario degli artigiani e sul trattamento degli apprendi-
sti. La normativa relativa a questi ultimi era complessa e ricca. Ad
esempio, nelle corporazioni tessili di Suzhou, gli apprendisti prove-
nienti da famiglie estranee al settore dovevano pagare il doppio degli
altri per la propria istruzione. Sempre a Suzhou, nelle botteghe di
carta gli artigiani non potevano assumere apprendisti prima di un
periodo di almeno dieci anni dall'inizio della loro attivit. Gli ap-
prendisti avevano l'obbligo di lavorare presso le botteghe per tutto il
tempo pattuito e di aiutare i loro proprietari. Era previsto inoltre
che pagassero una forte somma (pari grosso modo al salario medio
di un artigiano) per ottenere il diploma. La normativa delle gilde
aveva un carattere cogente, e la sua violazione era seguita dall'appli-
cazione di sanzioni, difficilmente evitabili, in quanto la corporazione
era in grado di provocare anche la rovina degli artigiani inadempien-
ti.
Un fenomeno di rilevante importanza, connesso con le trasforma-
zioni del tardo periodo Ming, fu quello relativo all'emigrazione nelle
maggiori citt di un numero crescente di produttori rurali marginali,
i quali vendevano sul mercato la loro forza lavoro. Si venne cos a
creare un libero mercato del lavoro su basi economiche di una certa
dimensione.
Per quanto concerne l'ordine dei mercanti, va ricordato che, in
generale, nel corso di tutta la storia cinese, l'atteggiamento ufficiale
nei suoi confronti  sempre stato ambiguo se non ostile. In particola-
re, il neoconfucianesimo disprezzava il commercio come disonore-
vole, parassitario e pericoloso, e condannava il perseguimento del
profitto come egoistico, e proprio degli uomini dappoco. Per queste
ragioni i mercanti rimanevano formalmente relegati all'ultimo posto
della gerarchia sociale, e la loro attivit era considerata seconda-
ria. D'altro canto, anche la categoria dei mercanti comprendeva
nella realt persone che occupavano differenti livelli sociali e si
trovavano in condizioni economiche estremamente diverse: dai ric-
chi commercianti, i quali giungevano a esercitare, grazie ai propri
mezzi finanziari, un'influenza notevole in seno alla societ, sino ai
piccoli venditori ambulanti, i quali vivevano in condizioni economi-
che molto precarie. A partire dai secoli 15esimo e 16esimo, con la ripre-
sa dell'economia monetaria e del processo di commercializzazione del-
le campagne, si era imposta una nuova mentalit nei confronti della
ricchezza, cui si connetteva un diverso atteggiamento riguardo ai
mercanti. Questi ultimi, interessati sempre pi ai traffici interregio-
nali, presero a dedicarsi ad attivit finanziarie, divenendo creditori
dei proprietari fondiari, e prendendo spesso il posto di questi ultimi
nel controllo dell'usura nei confronti dei contadini. I mercanti erano
in grado, infatti, di offrire prestiti a interessi concorrenziali rispetto
ai proprietari, in quanto avevano maggiori e pi vantaggiose possibi-
lit di smaltire le scorte di riso ricevute dai contadini per estinguere i
debiti e non erano obbligati a ricorrere ad intermediari, avendo una
buona cognizione delle fluttuazioni del mercato nelle varie aree.
Sotto Yongzheng e Qianlong il governo imperiale sembr mostrare
maggiore fiducia verso i meccanismi commerciali, e in numerosi casi
venne avviata una politica di cooperazione con i mercanti. Nel 1748,
l'imperatore Qianlong giungeva a osservare che era meglio lasciare
al popolo gli affari commerciali e garantire la libera circolazione
delle merci, perch l'interferenza del governo aveva effetti pi nega-
tivi che positivi. Anche in campo ideologico si ebbero interventi
significativi da parte soprattutto del movimento della conoscenza
pratica. Ad esempio, Huang Zongxi si spinse sino a considerare il
commercio alla stessa stregua dell'agricoltura, cio come un'attivit
primaria. Anche nei settori dell'economia direttamente controllati
dallo Stato vennero stabilite forme sempre pi strette di cogestione,
in cui i mercanti erano delegati a operare con i propri capitali e con 
il proprio spirito imprenditoriale, sotto la supervisione o dietro auto-
rizzazione della burocrazia. Si arriver in tal modo, verso la fine del
19esimo secolo, a istituzionalizzare tale rapporto nell'ambito del si-
stema del guandu shangban, gestione mercantile sotto la supervisione 
dello Stato.
I ricchi mercanti avevano proprie residenze separate dai luoghi
d'affari, ed erano in genere in possesso di una discreta istruzione.
Spesso gestivano attivit che richiedevano ingenti investimenti di
capitali (agenzie di cambio, commercio del sale, scambi internazio-
nali, grosse imprese di produzione). Essi tendevano a diversificare i
propri investimenti, e oltre a dedicarsi ad attivit commerciali ad
alto rischio, acquistavano terreni, come si  accennato, sia per as-
sicurarsi profitti pi modesti ma pi sicuri, sia per accrescere il pro-
prio prestigio sociale. Un altro importante investimento, che era
collegato direttamente con l'obiettivo di migliorare il proprio status,
era quello che consisteva nell'avviare i propri figli agli studi e alla
carriera burocratica, senza contare la possibilit di acquistare - so-
prattutto nei momenti di difficolt per l'erario pubblico - i titoli
accademici di livello inferiore.
Una posizione privilegiata, all'interno della classe mercantile, era
quella occupata dai mercanti del sale. Alla fine del periodo Ming,
alcuni mercanti di Yangzhou avevano acquisito il monopolio della
distribuzione di questo prodotto, trasformandolo in un privilegio
ereditario. Sotto i Qing, essi avrebbero finito col costituire dei po-
tenti gruppi finanziari con patrimoni superiori ai dieci milioni di tael.
Era inoltre loro assicurato il privilegio di iscrivere i figli in un 
registro speciale, che dava loro diritto di accedere alle scuole gover-
native nell'ambito di un numero riservato di posti, e comportava facili-
tazioni per il raggiungimento del grado di studioso introdotto. Come
nel caso degli artigiani, anche i mercanti erano per lo pi organizzati
in corporazioni, con propri regolamenti e statuti, e con settori
specializzati di attivit. Le corporazioni svolgevano un ruolo impor-
tante nell'ambito dei rapporti con le autorit, che in generale so-
stenevano quelle pi potenti e dominate dai ricchi commercianti.
Al di sotto dei quattro ordini esisteva, nell'ambito della societ
cinese tradizionale, uno strato sociale inferiore, i cui componenti
svolgevano occupazioni o avevano origini implicanti una valutazione
morale di impurit. Tale strato sociale, definito popolo basso
(jianmin), era discriminato rispetto al resto della popolazione, chia-
mato il popolo buono (liangmin), in numerosi ambiti della vita
sociale, quali il matrimonio, la partecipazione agli esami statali, le
condanne penali. Il codice Qing comprendeva un elenco dettagliato
delle categorie del popolo basso: ne facevano parte i servi dome-
stici e statali, i musicisti, i mendicanti, i battellieri, i discendenti 
di criminali, le minoranze etniche del Sud. Nel popolo basso rientrava-
no anche altre categorie, come quelle dei macellai, delle prostitute e
degli attori.
La categoria pi numerosa era quella dei servi, i quali operavano
alle dipendenze della gentry, dei proprietari terrieri e dei ricchi mer-
canti. Nelle campagne essi venivano generalmente impiegati nei la-
vori agricoli. I servi non ricevevano un salario, in quanto erano
considerati parte della famiglia, e i loro rapporti con il padrone
erano di tipo familiare e paternalistico, secondo il diritto consuetu-
dinario confuciano.
Alcuni servi potevano acquisire un potere notevole, soprattutto
nella amministrazione dei possedimenti agricoli, giungendo a svol-
gere un ruolo di veri e propri procuratori generali dei loro padroni.
In taluni casi essi intrattenevano anche rapporti con la burocrazia,
assumendo la funzione di impiegati locali, e riuscendo ad iscrivere i
loro figli - nonostante il divieto legislativo - nelle scuole e nelle
accademie, per avviarli alla carriera burocratica. Anche tra le pro-
stitute si verificavano casi di ascesa sociale, a causa dei rapporti che
esse potevano stabilire con i propri clienti pi potenti. Alcune corti-
giane erano dotate di una raffinata educazione, ed erano in grado di
conversare su ogni argomento, di suonare strumenti musicali, di
cantare e comporre poesie. Seppure emarginate dalla societ a causa
della propria professione, godevano di una libert maggiore rispetto
alle altre donne, e possedevano lussuose abitazioni in cui ricevevano
i clienti soltanto dietro presentazione.
L'imperatore Yongzheng (1723-1735) emancip il popolo basso
abolendo le discriminazioni legali connesse con il suo status. Di tale
provvedimento beneficiarono anche i discendenti dei prigionieri di
guerra e degli schiavi mancesi addetti al lavoro delle terre delle
bandiere. In realt, molte delle discriminazioni consuetudinarie ven-
nero comunque mantenute, come risulta dalle stesse fonti legislative
successive.
Una tendenza costante che si riscontra nell'arco dell'intera storia
della societ cinese  quella aggregativa. Anche sotto l'ultima dina-
stia, tale tendenza ha avuto modo di esplicarsi sotto forme diverse,
sia in senso trasversale che in senso longitudinale. La struttura di
base era quella familiare: la famiglia costituiva il vincolo originario
fra l'individuo e il suo status sociale, in quanto era il nucleo tramite 
il quale egli veniva a fare parte di un determinato strato e di un com-
plesso sociale pi ampio. Essa costituiva anche un'unit di produzio-
ne e di consumo, che condivideva certe pratiche rituali comuni. I
legami erano del tipo patrilineare: la massima autorit era esercitata
dal padre, che era l'unico rappresentante della famiglia ed era titola-
re del diritto-dovere di eseguire le cerimonie per gli antenati. La
convivenza di pi generazioni nell'ambito della famiglia estesa era
considerata il modello di vita familiare. La famiglia estesa compren-
deva pi famiglie nucleari legate da vincoli di consanguineit: essa
poteva essere composta dai genitori, dai figli non sposati e dai figli
sposati con i rispettivi nuclei familiari. In questo caso venivano a
stabilirsi una serie di complessi rapporti interpersonali, che si fonda-
vano sull'ideologia confuciana, di cui erano espressione quelle che
erano considerate le virt fondamentali, come la piet filiale, la
fedelt della moglie, estesa anche alla vedova, la castit della donna.
Legata alla norma ereditaria familiare era la tendenza al fraziona-
mento della propriet, che avveniva secondo l'ordine dei rami fami-
liari, e interessava solo i figli maschi, indipendentemente che la loro
madre fosse la moglie principale o una concubina. La condizione
della donna, a partire dalla transizione fra i Tang e i Song, sub un
notevole deterioramento, come dimostrano due nuovi elementi, uno
di carattere morale e uno di carattere erotico: l'intensificarsi delle
pressioni perch la vedova non si risposasse e la pratica della doloro-
sa fasciatura dei piedi. Col tempo, la castit vedovile pass da virt a
decenza, e la fasciatura dei piedi da oggetto di attrazione di cortigia-
ne a pratica comune per le donne di famiglia elevata.  comunque
probabile che la castit vedovile sia da mettere in relazione con la dote.
Strettamente connessa con l'organizzazione familiare, che in Cina 
sempre stata rivestita della massima importanza sul piano sia politi-
co che ideologico,  la struttura del clan, uno dei fenomeni di aggre-
gazione sociale pi caratteristici della societ cinese tardo-imperia-
le. Il clan, le cui origini, nella configurazione da esso assunta nell'ul-
tima fase della storia cinese, risalgono all'epoca Song (960-1279),
con la decadenza dell'aristocrazia del Medioevo, era un gruppo so-
ciale unito da legami di parentela reali, ma pi spesso presunti,
legittimati dalle genealogie familiari, e consacrati per lo pi dalla
presenza di un tempio ancestrale. Ciascun clan possedeva un pro-
prio regolamento e dei terreni comuni. I membri vivevano general-
mente nella stessa area geografica, ma potevano abitare in localit
molto distanti tra loro. In taluni casi, il clan veniva a coincidere con
un villaggio, per cui il suo capo era anche il capo del villaggio e il
nome corrispondeva a quello dell'agglomerato. Il clan, nonostante le
differenze economiche esistenti fra i gruppi familiari che ne faceva-
no parte, garantiva una protezione collettiva e la soluzione delle
contraddizioni interne. Per il mantenimento della coesione, un'im-
portanza rilevante era attribuita alla compilazione dei registri genea-
logici, che rappresentavano la storia del clan con riferimenti ai prin-
cipali eventi relativi alla sua nascita, al suo sviluppo, alle migrazioni
dei suoi membri, e con ampie descrizioni delle sue propriet e dei
suoi centri ancestrali. La diffusione dei riti funerari e di quelli ance-
strali fra la popolazione comune, iniziati proprio durante la dinastia
Song, diede impulso alla formazione dei nuovi clan. La fama di un
clan era direttamente proporzionale alla fama e all'antichit dei suoi
antenati. Col sostegno dei membri pi facoltosi, erano istituite anche
scuole comuni destinate soprattutto all'educazione dei giovani meno
abbienti e pi capaci, i quali difficilmente avrebbero potuto godere
di opportunit diverse. L'aumento dei membri dotati di cultura e in
grado di accedere alla carriera burocratica era infatti una condizione
essenziale per la crescita del clan sotto il profilo del prestigio e del
potere in seno alla societ. Da questo punto di vista il clan appariva
come un'organizzazione estremamente vivace e soggetta a continue
trasformazioni per adattarsi ai mutamenti storici e sociali.
Una funzione importante del clan, nell'ambito della societ e dello
Stato cinesi, era connessa con l'esigenza del rispetto della legge e
della risoluzione delle contese. A tal fine, venivano formulati i rego-
lamenti interni, che definivano il comportamento etico, sociale ed
economico del clan, come entit autonoma politico-religiosa. Tali
regolamenti includevano di frequente citazioni dai Classici confucia-
ni, dai testi neoconfuciani, dagli editti imperiali, ed erano periodica-
mente letti e commentati nelle assemblee comuni, svolgendo cos la
funzione di canale di diffusione dell'ideologia e della morale orto-
dosse. Veniva in tal modo codificato il compromesso tra le esigenze
dello Stato e la salvaguardia dei valori locali. Tutto ci faceva del
clan un fattore di stabilizzazione sociale e di mediazione politica. Il
controllo esercitato sul singolo e su ciascun gruppo familiare all'in-
terno del clan era molto pi efficace, ai fini del mantenimento del-
l'ordine sociale, di quello compiuto dagli uffici burocratici, e di gran
lunga maggiore era la flessibilit del clan nella soluzione dei contra-
sti sociali.
Ci nonostante, era possibile che sorgessero, a causa di conflitti di
interesse, contraddizioni di diverso tipo, oltre che tra clan e clan,
anche tra ciascun clan o gruppi di clan e lo Stato. Di qui l'esigenza da
parte del governo di intervenire in taluni momenti per limitare e
controllare la compilazione delle genealogie e l'edificazione dei
templi. Il governo cerc anche di incanalare meglio le funzioni socia-
li del clan, utilizzando diverse strutture esterne al clan, come il bao-
jia, organizzato su base decimale, ma coincidente per lo pi con il
villaggio naturale. Strutture come il baojia avevano come obiettivo
quello di garantire l'ordine mediante il mutuo controllo e il criterio
della responsabilit collettiva, e ad esso erano attribuite anche tal-
volta responsabilit fiscali. Per lo pi, a capo dei baojia venivano
posti gli stessi capi dei clan. Eppure, anche se la vita quotidiana del
contadino si svolgeva nell'ambito del villaggio, questo non costituiva
un'unit autarchica n culturalmente o politicamente autonoma. In-
fatti, era piuttosto un tassello di quei sistemi interrurali descritti da
W. Skinner, disposti a raggera come cellette d'alveare attorno a una
citt mercato. Tendenzialmente aperti in una complessa rete di in-
tensa comunicazione, i villaggi potevano alternare periodi di chiusu-
ra in circostanze di crisi e difficolt.
Alle aggregazioni legali e ortodosse, di cui il clan costituiva senza
dubbio la pi importante forma organizzativa, dopo la famiglia, si
contrapponevano altre forme associative di carattere volontario, che
venivano considerate generalmente illegali ed eterodosse, in
quanto portatrici di idee e di valori sediziosi. I legami interni tra i
membri di tali aggregazioni, definite per lo pi sette o societ segre-
te, erano spesso sostitutivi o integrativi di quelli tradizionali della
famiglia e delle relazioni sociali ortodosse. Nell'ambito di tali as-
sociazioni, i membri trovavano soccorso e protezione, assistenza
economica, soddisfacimento delle esigenze religiose. Anche se per-
manevano in esse strutture di tipo gerarchico, le relazioni fra i mem-
bri presentavano un carattere pi egualitario che nella societ ester-
na.
Il fattore cerimoniale svolgeva una funzione importante anche nel-
le societ segrete: i riti di iniziazione, soprattutto, avevano il duplice
scopo di rigenerazione religiosa e di creazione di un legame di
sangue fra il nuovo adepto e i membri della societ. I riti e l'impiego
di simboli esoterici rinforzavano la coesione interna e contribuivano
a creare i presupposti per l'obbedienza e la dedizione verso i dirigen-
ti. Le societ segrete si articolavano in strutture cellulari con base
prevalentemente locale. Alcuni dei loro membri erano privi di una
propria famiglia, oppure sradicati dalla societ originaria, e spesso
svolgevano professioni particolari (come quelle dei minatori o dei
battellieri), oppure attivit ai margini della societ civile, come nei
settori del gioco d'azzardo o della prostituzione.
Anche le donne facevano parte a pieno titolo di queste societ, ed
erano attivamente inserite all'interno della loro organizzazione, go-
dendo spesso del medesimo trattamento degli uomini. Per lo pi i
ruoli dirigenti erano svolti da membri dell'intellighenzia che si erano
trovati in una posizione marginale rispetto alla propria classe, in
quanto, pur possedendo gli strumenti culturali, non erano riusciti ad
acquisire titoli ufficiali, oppure erano rimasti ai livelli pi bassi 
della gerarchia, pur avendo ambizioni elevate.
Ispirate talvolte a concezioni millenaristiche di origine buddhista
integrate da elementi dottrinali taoisti e anche confuciani, le societ
segrete, che in tempi normali limitavano la propria attivit a funzioni
di mutua assistenza o a compiti di propaganda religiosa, anche se
spesso per il proprio sostentamento facevano ricorso ad attivit ille-
gali, potevano diventare, nei periodi di maggiori difficolt economi-
che e di malessere sociale, un punto di riferimento e in alcuni casi
anche un centro organizzativo per i movimenti di rivolta nati dal
malcontento popolare. La storia cinese, e anche quella dell'ultima
dinastia, appare costellata da una serie di interventi delle societ
segrete sia a livello sociale che politico, in qualche caso anche con
carattere decisivo, ogni volta che si creassero i presupposti per lo
sviluppo di movimenti antigovernativi.
La decadenza delle condizioni delle campagne cinesi assieme alla
penetrazione straniera e alle pressioni esterne fu indubbiamente la
causa degli squilibri strutturali alla fine del secolo 19esimo. 
La superficie coltivata era progressivamente diminuita a causa delle 
devastazioni avvenute durante le numerose insurrezioni scoppiate negli 
ultimi decenni, e la sua produttivit continuava ad essere estremamente
bassa a causa della mancanza di capitali. La rovina delle istituzioni
tradizionali e il conseguente abbandono delle opere pubbliche e di
manutenzione del sistema idrico avevano provocato continue cala-
mit naturali in zone sempre pi estese. Ad aggravare la situazione
economica dei contadini erano intervenuti del fattori indotti dall'e-
sterno, come il gi citato squilibrio nel rapporto fra il valore dell'ar-
gento e del rame, e la crisi dell'artigianato domestico a causa delle
importazioni di filati e di tessuti di cotone dall'estero. Se poi la
crescita dei traffici internazionali aveva accelerato la commercializ-
zazione dell'agricoltura con il conseguente arricchimento di una par-
te dei contadini, ci aveva provocato la diminuzione della produzio-
ne alimentare. Analoghi squilibri si erano verificati nel settore dei
trasporti tradizionali, in seguito allo sviluppo delle ferrovie e della
navigazione a vapore.
L'impoverimento delle campagne e l'eccessiva espansione demo-
grafica trovavano dalla met del 19esimo secolo solo un parziale sollievo
nel fenomeno migratorio (oltre un milione di coolies cinesi negli anni
compresi tra il 1875 e il 1914), favorito dalla richiesta di manodopera
a basso prezzo nelle miniere e nelle piantagioni cubane e sudameri-
cane, nell'Asia sud-orientale, nel Pacifico e nel Sudafrica. Questa
emigrazione avrebbe portato conseguenze sociali ed economiche
rilevanti in quanto avrebbe contribuito a formare all'estero una clas-
se mercantile di Cinesi d'oltremare, con stretti legami con la madre
patria. Questi avrebbero investito in Cina, favorendo la crescita eco-
nomica delle regioni d'origine (spesso aree costiere) ed avrebbero
svolto importanti funzioni di mediazione culturale.
La rottura dell'equilibrio dei rapporti sociali nelle campagne signi-
ficava, come per il passato, la fine della dinastia. Alla fine del secolo
19esimo la dinastia Qing appariva pertanto destinata a perdere quanto
prima il Mandato Celeste, n valsero le tardive e contraddittorie
riforme o il tentativo di sfruttare a proprio vantaggio il malcontento
diffuso fra gli strati popolari contro la presenza degli occidentali.

10)La Repubblica
La penetrazione economica e finanziaria da parte delle potenze
straniere si fece massiccia nel primo decennio del 20esimo secolo grazie 
al controllo stabilito sugli uffici doganali, in seno all'amministrazione
postale, ai vertici dell'esercito e dell'organizzazione finanziaria. Gli
investimenti furono raddoppiati da 788 milioni di dollari nel 1902 a
1610 milioni nel 1914, e furono completate le reti ferroviarie per le
quali erano state ottenute le concessioni alla fine del secolo: la Tran-
smanciuriana e la Sudmanciuriana, la ferrovia tedesca dello Shan-
dong, le linee Shanghai-Nanchino e Shanghai-Ningbo, la ferrovia
francese dello Yunnan, e la linea Pechino-Hankou. Fu inoltre conso-
lidato il controllo sulle miniere e venne riaffermato il monopolio,
soprattutto inglese e giapponese, sulla navigazione a vapore. Nel
frattempo erano sorte le prime banche moderne, fondate sulla coge-
stione burocratico-mercantile, e apparvero industrie nazionali nel
settore tessile. Queste ultime dovevano affrontare una difficile situa-
zione, per l'insufficiente protezione del governo, nella concorrenza
delle ditte occidentali, e per l'aggravio delle imposte interne di con-
sumo, da cui erano esentate le merci di importazione. Non soltanto
lo sviluppo dell'intero settore moderno dell'economia venne condi-
zionato dalle esigenze del capitale straniero (concentrazione delle
ferrovie nel Nord e lungo le coste) ma lo stesso territorio minacci
di essere diviso in aree di influenza. L'Impero evit la completa
colonizzazione solo a causa degli aspri conflitti fra le potenze rivali.
Esemplare  la guerra che negli anni 1904-1905 oppose la Russia al
Giappone per il controllo della Manciuria. Nonostante la vittoria
del Giappone, i vantaggi che esso si aspettava furono limitati dal-
l'intervento delle altre potenze. Rilevante sarebbe stato l'impatto
ideologico ed emotivo su vasti strati della popolazione cinese, es-
sendo la prima vittoria di una potenza asiatica su un Impero europeo.
Il progressivo distacco della classe dirigente locale dalla dinastia, 
lo screditamento degli strumenti tradizionali di reclutamento dei fun-
zionari statali, e l'impatto con l'Occidente, la cui influenza destabi-
lizzante aveva interessato e la nuova borghesia e gli strati rurali,
mutando gli equilibri sociali tradizionali avevano contribuito ad al-
lentare i rapporti tra potere politico e cultura tradizionale. Ci favo-
r l'emergere, all'interno dell'lite locale, di notabili non letterati,
privi di qualunque legame di solidariet con la burocrazia imperiale
e di intellettuali sempre pi estranei alla realt sociale del paese.
Un ruolo sempre maggiore nei movimenti politici fu svolto dagli
studenti cinesi all'estero. Il numero degli studenti recatisi in Giappo-
ne aument dai 271 del 1902 ai 15.000 del 1907. A questi studenti
vanno aggiunti quelli che frequentavano le universit cristiane, e i
giovani iscritti negli istituti nelle aree sotto influenza straniera, 
come le zone ferroviarie giapponesi e russe in Manciuria, la penisola 
del Liaodong, Shanghai, Qingdao.
Ulteriori problemi sarebbero sorti dalla stessa riforma delle forze
armate. Col declino degli eserciti imperiali tradizionali, basato sulle
cosiddette bandiere e i battaglioni verdi (truppe cinesi operanti
a livello locale con prevalenti funzioni di polizia), la sola organizza-
zione militare efficiente era rimasta quella creata dai notabili locali
nella repressione dei movimenti insurrezionali del corso del 19esimo 
secolo. Le accademie militari moderne non nacquero in funzione di
una prospettiva nazionale, ma interessarono essenzialmente le trup-
pe provinciali, come l'Armata del Nord, sotto il controllo del Gover-
natore Generale del Zhili, Yuan Shikai (1860-1916), e l'Armata del-
lo Hubei, sorta grazie all'attivit di Zhang Zhidong.
Anche le riforme istituzionali sollevarono grossi problemi nella
loro attuazione. Istituita l'Assemblea nazionale consultiva, e le As-
semblee provinciali (1907), il 22 settembre 1908 venivano pubblicati i
Principi costituzionali e veniva fissato un termine di nove anni per i
lavori preparatori della costituzione e la convocazione di un parla-
mento. Pi innovativa si dimostr la costituzione delle Assemblee
provinciali e degli organi di autogoverno locale, i cui regolamenti
vennero promulgati fra il 1908 e il 1910.
Contro i monarchici costituzionali - come Kang Youwei (1858-
1927), che, fuggito in Giappone nel 1898 insieme con il suo seguace
Liang Qichao (1873-1929), aveva costituito la Societ per la prote-
zione dell'imperatore, Baohuanghu -, sorsero numerosi raggruppa-
menti radicali e occidentalisti, che si fecero portatori di un nuovo
concetto di nazione cinese, di influenza occidentale. Il movimento
repubblicano e nazionalista, tuttavia, si rifece anche al tradizionale
lealismo Ming, ancor presente tra le societ segrete della Cina
meridionale, che facevano capo alla cosiddetta Triade. La dinastia
mancese era il dominio tirannico di una stirpe straniera, e solo la
loro cacciata avrebbe permesso l'abbattimento dell'autocrazia e dei
privilegi nobiliari, premessa per raggiungere la forza dell'Occidente.
Il radicale Wang Jingwei (1883-1944) recependo il concetto di nazio-
ne sulla base dei criteri del sangue, della lingua, del territorio, dei
costumi e della religione, negava ai Mancesi la cittadinanza cinese.
Liang Qichao invece ricorreva agli stessi criteri per dimostrare che i
Mancesi e i Cinesi costituivano insieme una sola nazione: era consa-
pevole che un nazionalismo radicale minacciava in ultima analisi
l'unit del paese, escludendo le numerose minoranze.
Nel 1905 a Tokyo fu fondata la Lega cinese, Zhongguo Tongmen-
ghui, che nacque dall'incontro di varie associazioni antimancesi a
base essenzialmente locale, come la Societ della rinascita cinese
(Huaxinghui) dello Hunan, e la Societ per la rinascita della Cina
(Xingzhonghui), fondata nel 1894 da Sun Zhongshan (Sun Yat-sen,
1866-1925) tra gli emigrati cinesi di Honolulu. Medico di formazio-
ne, convertito al cristianesimo ed educato in una scuola missionaria
inglese delle Hawaii, Sun Zhongshan si convinse della necessit di
una rivoluzione per la salvezza della Cina. Falliti vari tentativi insur-
rezionali, riusc a richiamare l'attenzione internazionale sulla que-
stione cinese, e ottenere oppoggi anche finanziari attraverso i con-
tatti con le comunit cinesi d'oltremare, gli occidentali e le societ
segrete. Negli anni 1903-1905 Sun Zhongshan diede una prima for-
mulazione dei cosiddetti Tre princpi del popolo (nazionalismo,
democrazia e benessere del popolo). In essi tra l'altro elaborava la
teoria sincretica dei cinque poteri, in cui, accanto ai tre classici
poteri della dottrina politica moderna (esecutivo, legislativo e giudi-
ziario) poneva due istituzioni tradizionali cinesi: il sistema degli esa-
mi (per il reclutamento dei funzionari) e il censorato (organo di
controllo dell'apparato statale). Il manifesto della Lega cinese
(1906) si poneva gli obiettivi di scacciare i barbari mancesi, restaura-
re la sovranit cinese con un governo repubblicano, e perequare i
diritti sulla terra. Tale governo inizialmente sarebbe stato di tipo
militare, secondo il principio della tutela politica, esercitata dal
partito rivoluzionario nei confronti del popolo, e solo in seguito
sarebbe stato costituzionale.
Ma la caduta della dinastia Qing, pi che ai tentativi insurrezionali
della lega,  da ascrivere alla disgregazione interna dell'apparato
imperiale e alla crisi intellettuale e istituzionale. Nell'ottobre del
1911 scoppi una rivolta militare a Wuchang (provincia dello Hu-
bei), organizzata dalla Societ degli studi letterari, un gruppo politi-
co che aveva la sua base nella Nuova armata dello Hubei. Essa trasse
origine dallo scoppio di un conflitto fra interessi economici locali e
centrali, a proposito della nazionalizzazione delle linee ferroviarie
provinciali, nel corso del logorante confronto tra le Assemblee pro-
vinciali e il potere centrale per la convocazione di un parlamento (il
cosiddetto movimento delle petizioni). Nel maggio 1911 era scop-
piata la controversia fra l'Assemblea provinciale del Sichuan e il
governo centrale sulla decisione di quest'ultimo di nazionalizzare
tutte le linee ferroviarie provinciali: le autorit centrali intendevano
costruire, sulla base di un prestito internazionale, le linee Sichuan-
Hankou e Hankou-Canton; ma la linea Sichuan-Hankou era gi in
corso di costruzione per opera di una compagnia ferroviaria provin-
ciale, controllata dal presidente dell'Assemblea provinciale del Si-
chuan, finanziata da contributi volontari e da tasse locali.
Le nuove istituzioni rappresentative introdotte dai Princpi costitu-
zionali avevano consentito ai notabili di assumere il ruolo di legitti-
mazione che fino ad allora era stato privilegio del sovrano. Altre
province aderirono al nuovo governo militare repubblicano provvi-
sorio con capitale a Wuchang, proclamando l'indipendenza dal go-
verno di Pechino, tanto che alla fine di novembre la corte controllava
soltanto la Cina nord-orientale, con l'Armata del Nord (Beiyang)
sotto il comando dell'ex governatore del Zhili, Yuan Shikai (1860-
1916). Quest'ultimo, che era stato allontanato dal potere, fu richia-
mato dalla corte con la carica di Primo Ministro. Dopo alcuni inter-
venti vittoriosi, Yuan Shikai mise termine improvvisamente all'of-
fensiva, con l'obiettivo di giungere a un compromesso con i ribelli.
L'arrivo di Sun Zhongshan valse a eliminare i contrasti che si erano
sviluppati tra i delegati delle province insorte, i quali nel frattempo 
si erano spostati da Wuchang a Nanchino; il primo gennaio 1912 il
Consiglio delle province lo nominava quindi Presidente provvisorio
della nuova Repubblica cinese. Ma il nuovo governo repubblicano
controllava di fatto soltanto l'area del basso Yangzi, mentre le stesse
province insorte mantenevano una completa autonomia. In tale si-
tuazione di estrema confusione, Yuan Shikai assunse l'iniziativa,
costringendo la corte a conferirgli l'autorit per costituire un gover-
no repubblicano, proclamando l'abdicazione dell'imperatore bam-
bino Puyi (editto del 12 febbraio 1912). Sun Zhongshan si dimise
dalla carica di Presidente ed anche il Consiglio delle province, che
nel frattempo si era costituito in parlamento provvisorio (6 marzo
1912) fin col riconoscere la presidenza di Yuan Shikai. Secondo la
costituzione provvisoria promulgata il 10 marzo, il Presidente avreb-
be condiviso il potere esecutivo con un governo presieduto da un
Primo Ministro, nominato con il concorso del parlamento.
Con le sue dimissioni dalla carica di Presidente della Repubblica,
Sun Zhongshan aveva cercato di favorire la riunificazione del paese,
nella convinzione di condizionare al tempo stesso Yuan Shikai attra-
verso i nuovi organi costituzionali. Come molti altri rivoluzionari
occidentalisti del periodo, Sun Zhongshan si illudeva che sarebbe
bastato un cambiamento istituzionale per la rinascita della Cina:
mentre in passato la superiorit occidentale era stata identificata
con la mera tecnologia, ora essa veniva messa in relazione con l'as-
setto istituzionale. In questo periodo, Song Jiaoren, uno dei princi-
pali dirigenti della Lega cinese, sostenitore dell'introduzione in Cina
del sistema bipartitico inglese, si adoper per la costituzione di un
forte partito che potesse condizionare il potere presidenziale. Cos
nacque il Guomindang, o Partito nazionalista, che fondeva diversi
gruppi presenti all'interno del Parlamento provvisorio, con l'obietti-
vo di vincere le imminenti elezioni. La fusione con altre forze politi-
che aveva portato all'abbandono di alcuni obiettivi originari della
Lega cinese, come l'eguaglianza dei diritti fra uomini e donne e
l'istruzione obbligatoria, provocando tensioni con l'ala radicale del
movimento. Il principale avversario del Guomindang era il Partito
repubblicano (Gonghedang), costituito nel maggio del 1912 dalla
fusione dei differenti gruppi che facevano capo rispettivamente a Li
Yuanhong, a Zhang Binglin (1868-1936), che aveva aderito in pas-
sato alla Lega cinese, e a Liang Qichao. I contrasti personali, quelli
derivati dai diversi interessi locali, e i vari legami di gruppo connessi
con le origini, l'educazione e la parentela, contribuirono in modo
decisivo alla proliferazione delle diverse formazioni politiche.
La vittoria del Guomindang alle elezioni generali del 1913 dimo-
strava che gli elettori (il 5 per cento circa della popolazione con i 
requisiti richiesti di istruzione e di censo) sostenevano il cambiamento 
istituzionale e l'autonomia provinciale di cui esso si era fatto portatore.
Yuan Shikai, che diffidava dei partiti, considerati alla maniera tradi-
zionale come fazioni, era ancor pi ostile nei confronti del Guo-
mindang, che mirava a ridurre i poteri presidenziali. Dopo l'assassi-
nio di Song Jiaoren (1913), Yuan Shikai, il quale aveva ottenuto un
ingente prestito internazionale, cerc con ogni mezzo di neutralizza-
re l'opposizione del Guomindang che aveva minacciato di metterlo
in stato di accusa. Appoggiandosi alle formazioni politiche presiden-
zialiste, che avevano dato origine a un nuovo partito, il Partito pro-
gressista (Jinbudang), egli consolid il proprio potere destituendo i
Governatori provinciali legati al Guomindang. La rivolta militare
che ne segu (la Seconda Rivoluzione, del luglio-settembre 1913) fu
soffocata e Sun Zhongshan fu costretto a fuggire in Giappone. Il 4
novembre il Guomindang veniva sciolto per motivi di sicurezza e il
10 gennaio 1914 era la volta anche del parlamento. L'obiettivo di
Yuan Shikai era quello di restaurare l'Impero, fondando una nuova
dinastia. Ma la reazione degli interessi provinciali e la situazione
internazionale contribuirono a far fallire i suoi piani. Le Ventuno
richieste che il Giappone present nel gennaio 1915 (approfittando
dell'impegno delle potenze occidentali nella guerra mondiale) lo
posero in una condizione di estrema debolezza all'interno e all'e-
stero. Esse costituivano un diktat che imponeva il riconoscimento
degli interessi giapponesi nella Cina settentrionale, nelle province
costiere sud-orientali e nella valle dello Yangzi. Alla fine del 1915 
lo stesso Partito progressista che in precedenza era stato sostenitore 
di Yuan Shikai diresse un largo fronte antimonarchico. Una rivolta
militare si estese dallo Yunnan, che proclam la propria indipenden-
za, ad altre province, e a Yuan Shikai non rest che rinunziare al suo
progetto.
La morte di Yuan Shikai (1916) aggrav la crisi politica che aveva
investito la Cina, accelerando il processo di smembramento. Da un
lato i vari capi militari dell'Armata del Nord, i cosiddetti Signori
della guerra, si contendevano con le armi il controllo del governo di
Pechino, divenuto ormai un semplice strumento nelle loro mani.
Dall'altro, gli interventi delle potenze straniere - che detenevano di
fatto il controllo delle finanze del governo centrale attraverso la
riscossione diretta dei dazi doganali, versandoli al governo che esse
riconoscevano come legittimo dopo avere detratto indennit e
interessi - non fecero che aggravare i conflitti interni. Ciascuna
potenza infatti cercava di affermare la propria influenza sul territo-
rio cinese a scapito delle altre, e per questo si appoggiava su l'una o
l'altra delle varie cricche militari.
Quando la Conferenza di pace di Versailles stabil di assegnare al
Giappone le basi tedesche dello Shandong, esplose in Cina quel
vasto movimento di protesta, promosso da studenti e intellettuali,
che viene chiamato Movimento del 4 maggio (1919). I suoi promoto-
ri si ricollegavano al Movimento di nuova cultura, sorto nel 1915 e
affermatosi presso l'universit di Pechino. Quest'ultimo esaltava
l'importanza della scienza e della democrazia, e giungeva sino a
ripudiare la cultura tradizionale cinese.
Nel frattempo, sul piano internazionale, l'affermazione del princi-
pio della porta aperta, che comportava una uguale opportunit di
stabilire accordi di carattere commerciale e industriale con la Cina,
ridimensionava la posizione del Giappone.
Nel 1920 Sun Zhongshan si trov a presiedere un nuovo governo a
Canton, sostenuto dai capi militari locali, che intendevano servirsi
della sua figura per consolidare il proprio dominio sul Guangdong, e
contrastare i Signori della guerra del Nord. L'esperimento per fall
nel giugno del 1922. Nel frattempo l'evolversi della situazione inter-
nazionale contribu a modificare i rapporti di forza a favore di Sun
Zhongshan. Nel 1920 la terza Internazionale, costituita dalla Russia
sovietica, aveva adottato le tesi leniniste sulla questione nazionale e
coloniale, nelle quali si affermava la necessit di sostenere i movi-
menti di liberazione nazionale delle colonie e dei paesi arretrati. In
questo contesto, Sun Zhongshan divenne l'interlocutore ideale del
nuovo potere sovietic, che si accinse a sostenere il suo tentativo di
contrastare i Signori della guerra e di fondare un nuovo governo
nazionale. Tornato a Canton nel febbraio del 1923, Sun Zhongshan
ottenne l'appoggio di un gruppo di consiglieri russi, guidato da Mi-
chael Borodin, e il Guomindang venne interamente riorganizzato e
modellato sul Partito comunista sovietico. Al Guomindang aderiro-
no su base individuale i membri del Partito comunista, che era stato
fondato a Shanghai nel luglio 1921, in seguito all'intervento del dele-
gato dell'Internazionale Vojtinskij. Nel 1923, nel corso del terzo Con-
gresso del partito, il delegato del Comintern Maring era riuscito a
fare approvare la politica del fronte unito con il Guomindang contro
i Signori della guerra e le potenze imperialiste. In seguito all'appog-
gio sovietico, i Tre princpi del popolo di Sun Zhongshan vennero
totalmente reinterpretati alla luce delle tesi dell'Internazionale: il
principio del nazionalismo, che in origine era stato concepito in
funzione anti-mancese, acquis un nuovo significato alla luce dell'a-
nalisi leninista dell'imperialismo; il principio della democrazia ven-
ne collegato col concetto di libert della nazione, mentre quello del
benessere del popolo venne associato al controllo del capitale
(nazionalizzazione delle industrie di base). Il Guomindang assunse il
carattere di un'organizzazione di massa, con una complessa struttu-
ra cellulare, un solido apparato, un corpo di propaganda. Inoltre,
grazie all'assistenza dell'Unione Sovietica, che invi propri consi-
glieri, nel maggio del 1924 pot disporre della famosa Accademia
militare di Whampoa (nella pronunzia cantonese, cio Huangpu), col com-
pito di formare un corpo di ufficiali fedeli alle direttive del
partito, e un nuovo esercito efficiente e disciplinato, sul modello
dell'Armata rossa. A capo dell'Accademia fu nominato Jiang Jieshi
(Chiang Kai-shek, 1887-1975).
Nell'ambito del Guomindang, per, alla sinistra, che sosteneva l'al-
leanza con l'Unione sovietica e accentuava gli obiettivi antimperiali-
stici e sociali della rivoluzione nazionale, si contrappose in modo
sempre pi netto la destra, che contestava sia l'alleanza con l'Unione
Sovietica che con il Partito comunista. Con la morte di Sun Zhongshan 
(12 marzo 1925) i contrasti si radicalizzarono, anche in seguito
allo scoppio del cosiddetto Movimento del 30 maggio, provocato
dall'assassinio di un operaio cinese in un cotonificio giapponese
della Concessione Internazionale di Shanghai.
Nel 1926, Jiang Jieshi, forte del comando dell'Accademia militare
di Whampoa, dopo avere eliminato l'influenza dei comunisti all'in-
terno delle forze armate, ottenne la nomina di comandante supremo
dell'Esercito nazionale rivoluzionario. Subito dopo egli diede il via
alla spedizione contro i Signori della guerra del Nord.
Mentre il governo del Guomindang, presieduto dal massimo esponente 
della sinistra del Partit, Wang Jingwei, si trasferiva a Wuhan, 
Jiang Jieshi procedette con le sue truppe verso Shanghai, che nel 
frattempo era stata occupata dalle milizie operaie controllate dai 
comunisti. Con l'aiuto della potente societ segreta della Ban-
da verde, le milizie vennero disarmate e venne soffocato nel sangue
ogni tentativo di resistenza (12 aprile 1927). Jiang Jieshi costitu
dunque un nuovo governo a Nanchino in contrapposizione di quello
di Wuhan. Dopo che anche quest'ultimo ebbe posto fine all'alleanza
con i comunisti e con l'Unione Sovietica, nel settembre del 1927 i
rappresentanti del governo di Wuhan e del governo di Nanchino si
accordarono sulla costituzione di un Comitato speciale per ristabili-
re l'unit del partito. Nel febbraio 1928 Jiang Jieshi assumeva le
cariche di Presidente del comitato esecutivo centrale del Guomin-
dang e di comandante supremo dell'esercito, e successivamente
quella di capo dello Stato.
Il processo di militarizzazione della classe politica, iniziato con la
crisi sociale della seconda met del 19esimo secolo, e che successiva-
mente si era espresso nel dominio dei Signori della guerra, ora si 
riproduceva nel nuovo regime (nel 1929, pi della met dei membri del 
Guomindang era costituito da soldati, e nel 1935 il 43 per cento dei 
membri del Comitato esecutivo centrale erano ufficiali). Jiang Jieshi, 
dopo avere rafforzata la sua posizione nel governo di Nanchino, riprese 
la spedizione contro il Nord, e in pochi mesi raggiungeva Pechino, 
riuscendo a sottomettere anche la cricca militare della Manciuria. Dopo 
la repressione delle insurrezioni militari di Nanchang (agosto 1927) e
di Canton (dicembre 1927), organizzate dai comunisti, i superstiti
delle forze contadine guidate da Mao Zedong nello Hunan e i resti
delle truppe insorte a Nanchang, sotto il comando di Zhu De, inizia-
rono la formazione di una nuova forza militare comunista. Sotto il
comando di Mao Zedong, i comunisti si insediarono nella provincia
del Jiangxi, estendendo progressivamente l'area sotto il proprio con-
trollo, che, alla fine del 1931 contava una popolazione di circa dieci
milioni di abitanti.
La vittoria di Jiang Jieshi sui Signori della guerra settentrionali non
signific un'effettiva unificazione del paese. Jiang Jieshi dovette af-
frontare una serie di aspri conflitti con i propri rivali. I compromessi
raggiunti con vari capi militari provinciali mostrarono i loro limiti
con la nascita dei Consigli politici provinciali, solo nominalmente
dipendenti dal Consiglio politico centrale di Nanchino. Dopo una
serie di scontri militari fra il 1929 e il 1930, Jiang Jieshi, grazie
all'appoggio del Governatore della Manciuria, Zhang Xueliang, riu-
sc ad avere la meglio su una coalizione che il primo settembre 1930
aveva costituito un nuovo governo a Pechino. L'anno successivo una
nuova coalizione a Canton costituiva un nuovo governo presieduto
da Wang Jingwei, e solo l'invasione della Manciuria da parte del
Giappone (1931) spinse le fazioni del Guomindang a raggiungere un
compromesso. Pieno successo ebbero invece le campagne contro i
comunisti stanziati nel Jiangxi: le campagne di annientamento
ebbero inizio alla fine del 1930 e si prolungarono fino al 1934, quan-
do, forzando il blocco nemico, Mao Zedong, alla testa di centomila
uomini, intraprese quella che sarebbe passata alla storia come la
lunga marcia.
Negli anni immediatamente precedenti, il Partito comunista cinese
era stato travagliato da un duro scontro tra la direzione urbana del
partito (capeggiata prima da Li Lisan, e poi dai cosiddetti "ventotto
bolscevichi", cio gli studenti rimpatriati che avevano studiato a
Mosca) e la corrente di Mao Zedong che controllava l'area del
Jiangxi e aveva costituito la cosiddetta Repubblica sovietica cinese.
Li Lisan e i 28 bolscevichi consideravano prioritaria l'azione rivolu-
zionaria nelle citt, mentre Mao riteneva che le campagne costituis-
sero il centro della strategia rivoluzionaria. Dopo una serie di conti-
nui fallimenti, i 28 bolscevichi si trasferirono nel Jiangxi e riusci-
rono temporaneamente a scalzare Mao Zedong dalla carica di Presi-
dente della Repubblica sovietica cinese e dalla posizione di capo
effettivo delle forze armate. Nel gennaio 1935, durante la lunga
marcia, a Zongyi, Mao Zedong riprendeva il comando delle forze
armate e veniva al tempo stesso nominato presidente del partito.
Incalzati dalle truppe nazionaliste, i comunisti cinesi giunsero infine
a Yan'an (Shaanxi), dove tentarono di riorganizzare le proprie forze.
Il periodo 1934-1936 fu quello in cui il Guomindang raggiunse il
culmine della sua potenza in Cina, estendendo il suo controllo anche
sulle province meridionali. Durante le campagne d'annientamen-
to contro i comunisti, Jiang Jieshi era riuscito a stabilire il proprio
controllo sulle province dello Hunan, del Guizhou, dello Yunnan e
del Sichuan, e nel 1936 anche del Guangdong. Il regime del Guomin-
dang poteva cos per la prima volta esercitare la propria autorit su
11 delle 18 province della Cina propriamente detta. Esso avrebbe
potuto sperare in un progressivo consolidamento del suo predomi-
nio, se non fosse intervenuto un fatto nuovo: l'invasione giapponese,
iniziata formalmente con il cosiddetto incidente di Marco Polo (7
luglio 1937).
Sono certamente frutto di propaganda politica e di schematismi
ideologici piuttosto che di una serena analisi storica le accuse di
feudalesimo al governo di Nanchino, o le affermazioni secondo
cui il Guomindang sarebbe stato espressione del capitalismo buro-
cratico di alcune grandi famiglie, oppure della borghesia compra-
dora.  vero invece che durante il decennio di Nanchino la Cina ha
goduto una libert che non aveva mai sperimentato in precedenza, e
di una grande vitalit in tutti i campi. Non si pu negare che Jiang
Jieshi raggiunse inoltre una serie di realizzazioni economiche che gli
avrebbero permesso il consolidamento del potere se non fosse inter-
venuto il conflitto cino-giapponese. In particolare, grazie al suo cre-
scente intervento fiscale e finanziario e l'incremento della rete ferro-
viaria, il governo di Nanchino ottenne rilevanti risultati nel settore
moderno dell'economia, con una crescita industriale, fra il 1931 e il
1936, del tasso annuo del 6,7 per cento. Jiang Jieshi rimand invece 
l'attuazione delle urgenti riforme sociali, politiche ed economiche a 
dopo la vittoria sulla minaccia dei comunisti da un lato e dei giapponesi
dall'altro. Il Guomindang manc ad esempio di una politica agricola
che facesse fronte alla crescente miseria nelle campagne, dovuta alla
fuga dei capitali verso le citt, alla progressiva riduzione dei redditi
fondiari e alle distruzioni causate dagli eventi bellici (si consideri 
che nel 1933 l'80 per cento della popolazione era ancora impiegata nel-
l'agricoltura e produceva il 65 per cento del prodotto nazionale). 
Le uniche misure legislative prese a favore dei coloni nel 1930 non 
ebbero pratica applicazione. D'altra parte, bench gli uomini d'affari 
di Shanghai avessero sostenuto Jiang Jieshi all'epoca del suo colpo di 
mano contro i comunisti, lo stesso Jiang Jieshi si trov in alcuni casi 
in contrasto con i rappresentanti del capitale industriale e finanziario 
cinese.
Come si  accennato, fu l'intensificarsi dell'aggressione militare
nipponica che ridiede fiato al Partito comunista, le cui scelte strate-
giche sotto la guida di Mao Zedong si sarebbero mostrate alla lunga
vincenti. Iniziata nel 1931 con l'invasione della Manciuria, e prose-
guita con l'attacco a Shanghai nel gennaio 1932, l'offensiva nipponi-
ca port allo scoppio della guerra nel luglio 1937, e alla costituzione
nel 1940 del governo collaborazionista di Nanchino sotto Wang Jingwei.
Il primo fatto nuovo fu la ripresa della collaborazione fra il Guo-
mindang e il Partito comunista in nome di un fronte unito antigiap-
ponese. All'origine della svolta c'era stato il cosiddetto incidente di
Xi'an (12 dicembre 1936): Zhang Xueliang, comandante dell'eserci-
to governativo impegnato nelle operazioni militari contro le forze
comuniste che avevano appena concluso la lunga marcia, aveva
fatto arrestare Jiang Jieshi in visita a Xi'an per l'ispezione delle
truppe, e, in cambio della libert, gli aveva imposto di attuare una
politica di riconciliazione in funzione anti-giapponese. Dopo lo
scoppio del conflitto, i Giapponesi procedettero rapidamente nel-
l'occupazione del territorio cinese dalla Manciuria al Golfo del Ton-
chino. Solo le regioni occidentali della Cina, dal Gansu allo Yunnan,
rimasero soggette al controllo, ora effettivo ora nominale, del gover-
no nazionalista, che si era trasferito a Chongqing, nel Sichuan, nel-
l'ottobre del 1938. I comunisti nel frattempo avevano stabilito il
proprio controllo su varie aree rurali, dietro le linee controllate dai
Giapponesi. La loro politica a favore di una riforma agraria in alcune
aree settentrionali favor il consolidamento dei consensi delle cam-
pagne nei loro confronti.
Dopo aver subito una serie di gravi perdite militari ad opera delle
truppe nipponiche, il governo nazionalista concentr le sue forze
contro i comunisti, convinto che la sconfitta giapponese sarebbe
stata solo questione di tempo in seguito alla partecipazione statuni-
tense al conflitto. Si interruppe cos, nel 1941, il breve periodo di
parziale collaborazione del Guomindang con i comunisti. La strate-
gia di Jiang Jieshi si muoveva in effetti su tre fronti, e mirava a
logorare al minimo le sue truppe pi fedeli, in quanto teneva presen-
te, oltre agli avversari esterni ed interni, i contrasti tuttora vivaci 
in campo nazionalista. Le truppe comuniste, invece, pur evitando di
affrontare direttamente le forze d'occupazione, riuscirono a presen-
tarsi all'opinione pubblica come in prima fila nella lotta antinipponi-
ca, accrescendo il loro prestigio. Esse mostrarono una crescente
vitalit di fronte alle incertezze e ai contrasti delle forze nazionali-
ste e si presentarono unite e ben coordinate. Dal 1937, in cui l'Ottava
armata di marcia era stata organizzata nel quadro dell'accordo del
Fronte unito, al 1940, essa era decuplicata da 40 mila a 400 mila
uomini, passando poi alla cifra di 600.000 unit.
Con la resa del Giappone (1945) si apr una fase totalmente nuova
nella storia cinese. Gli obiettivi per i quali i nazionalisti avevano
combattuto per mezzo secolo parvero finalmente raggiunti: sul pia-
no internazionale la Cina otteneva un seggio come membro perma-
nente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e rientrava in
possesso dei territori ceduti al Giappone in seguito alla guerra sino-
giapponese del 1894-95. Inoltre nel 1943 erano gi stati abrogati i
cosiddetti trattati ineguali che la Cina era stata costretta a firmare
dopo le Guerre dell'Oppio, in quanto Gran Bretagna e Stati Uniti
avevano rinunziato ai diritti di extraterritorialit.
In Cina fallirono tutti i tentativi di risolvere pacificamente il contra-
sto tra il Guomindang e il Partito comunista. Dopo una visita di Mao
Zedong a Chongqing nell'agosto 1945, il 10 gennaio 1946 si riun qui
una Conferenza politica consultiva, che approv la ristrutturazione
del Consiglio di Stato, la riduzione delle forze armate e la loro
indipendenza dai partiti politici, e la convocazione di un'Assemblea
nazionale. In realt per i contendenti cercavano frattanto di occu-
pare militarmente il maggior numero di localit strategiche. Bench
l'Unione Sovietica riconoscesse ufficialmente il governo nazionali-
sta, dopo avere dichiarato guerra al Giappone (1945), occup la
Manciuria, permettendo di fatto ai comunisti di attingere ai riforni-
menti militari lasciati dai giapponesi. L'organizzazione militare co-
munista riusc ben presto a controllare gran parte della Cina setten-
trionale. Fallito un ulteriore tentativo di mediazione, nell'aprile
1948 le truppe comuniste attraversavano lo Yangzijiang, mentre i
militari governativi si dibattevano in un clima di contrasti e rivalit, 
e a novembre, quando ancora gli eserciti nazionalisti erano impegnati
nella guerra civile, Jiang Jieshi si ritirava a Taiwan con tutte le sue
truppe scelte. Si preparava a ritornare a Pechino, in attesa di un
ulteriore intervento americano, questa volta contro i comunisti.
Nel frattempo, nel settembre 1949 si tenne a Pechino una nuova
Conferenza politica consultiva, che stabil la Legge organica del Go-
verno centrale e il Programma comune, la bandiera nazionale e la
capitale (a Pechino). Il primo ottobre, il nuovo capo dello Stato,
Mao Zedong, annunciava la fondazione della Repubblica popolare
cinese (RPC).

11) La Repubblica popolare cinese
Sul piano politico, il nuovo ordine si basava teoricamente sulla
cooperazione delle cosiddette quattro classi rivoluzionarie (cio,
secondo la definizione di Mao Zedong nella Nuova democrazia del
1940, proletariato, contadini, piccola borghesia e capitalisti naziona-
li, rappresentate nelle quattro stelle della nuova bandiera) sotto la
guida del Partito comunista cinese. Al di l degli organi istituzionali
dello Stato (Congresso nazionale del popolo, Consiglio di Stato,
eccetera)  il partito il vero responsabile del funzionamento politico,
amministrativo, economico e sociale dello Stato, direttamente, o
indirettamente attraverso le sue cinghie di trasmissione (sindacati e
varie associazioni). La legittimazione del potere del Partito comuni-
sta cinese su tutta l'organizzazione dello Stato si basa sull'ideologia
marxista-leninista.
Nei rapporti internazionali, la nascente Repubblica si trov in gravi
difficolt con lo scoppio della guerra di Corea il 26 giugno 1950.
Conseguenza del conflitto fu il rafforzamento della posizione del
governo nazionalista a Taiwan, che pot contare su un pi deciso
sostegno militare degli Stati Uniti e sul riconoscimento internazio-
nale come governo legittimo della Cina in luogo di quello di Pechino.
Ci fece s che il governo di Taiwan potesse continuare a occupare il
seggio di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU
sino al 1971. Per una ventina d'anni la RPC si vide ignorata diplomati-
camente dalle maggiori potenze, fatta eccezione per i paesi del bloc-
co orientale, alcuni Stati neutrali asiatici e europei, e la Gran Breta-
gna. Grazie all'abilit di uno statista come Zhou Enlai, la RPC riusc
per a conquistarsi uno spazio diplomatico in Asia (si pensi all'ac-
cordo sino-indiano del 1954, la partecipazione alla Conferenza in-
ternazionale di Ginevra sul Vietnam, e a quella afro-asiatica di Ban-
dung del 1955). In queste condizioni, comunque, la colonia britanni-
ca di Hong Kong svolse l'importante funzione di sbocco commercia-
le e finanziario con l'Occidente.
Nella politica interna, si pu rilevare un'alternanza tra momenti di
radicalizzazione rivoluzionaria e momenti in cui prevalevano ten-
denze di tipo pragmatico. La legittimazione rivoluzionaria serv a
giustificare, come nell'Unione Sovietica, le periodiche epurazioni, e
la discriminazione e persecuzione degli avversari del regime, definiti
nemici di classe e controrivoluzionari. L'ambizione dell'utopia
maoista di trasformare il paese attraverso la creazione di un uomo
nuovo ha costituito l'ideale trainante del primo periodo del regime,
e ha riscosso in certi momenti largo seguito. Le campagne dei cin-
que anti e dei tre anti, fra il 1951 e il 1952, mirava a tener vivo 
lo spirito rivoluzionario e militante contro i funzionari corrotti, gli
speculatori e i loro complici. Il 27 febbraio 1957, il discorso di Mao
Zedong Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popo-
lo sembrava segnare una geniale apertura a seguito della riflessione
seguita ai fatti di Ungheria del 1956. Seguiva in aprile il triplice
movimento di rettifica (zhengfeng) contro il burocratismo, il settari-
smo e il soggettivismo. In campo culturale, faceva eco la campagna
dei cento fiori, che sembrava incoraggiare una molteplicit delle
tendenze intellettuali e artistiche dopo un periodo di stretto control-
lo burocratico sugli intellettuali. Ma il nuovo corso venne presto
troncato nel giugno 1957, con l'editoriale del Quotidiano del Popolo
che lanciava il nuovo movimento contro la destra. Sotto l'etichetta
di uomo di destra venne classificato chiunque avesse esternato nel
breve periodo precedente critiche al regime. Sui giornali vennero
pubblicate lunghe liste di colpevoli, che, dopo estenuanti interroga-
tori, accuse, autocritiche, nel migliore dei casi venivano inviati ai
lavori forzati nelle campagne. L'antica formula di tolleranza religio-
sa differenti strade portano allo stesso fine (yitu tonggui) venne
condannata come reazionaria. La mancanza di libert nell'ambito
culturale ha portato al conformismo, all'impoverimento in ogni set-
tore artistico.
In campo economico, oscillante fu la priorit attribuita ora al setto-
re industriale urbano ora a quello agricolo e artigianale. Nei primi
anni della RPC, durante la fase di ricostruzione (1949-52) e del primo
piano quinquennale (1953-57), fu l'industria pesante a ricevere il
grosso degli investimenti e delle risorse, sul modello della politica
economica sovietica, per la realizzazione di uno sviluppo industriale
sotto il diretto controllo statale, e nell'ambito di un sistema di piani-
ficazione centralizzata. Il piano quinquennale stanziava 25 miliardi
di yuan per l'industria pesante contro solo 3 miliardi per l'agricoltu-
ra, e favoriva i progetti di grandi complessi come le acciaierie di
Anshan e di Wuhan, e i centri petroliferi di Yumen e di Karamai. Nel
frattempo, nel 1952, era stata realizzata la riforma agraria, che aveva
distribuito la terra a centinaia di milioni di contadini poveri organiz-
zati nei gruppi di aiuto reciproco. Gi nel 1955 ebbe per inizio un
processo di collettivizzazione nelle campagne, che port al progres-
slvo annientamento del ceto imprenditoriale. Nel periodo del Gran-
de balzo in avanti (1958-60), venne attuato un tentativo di creare
condizioni di sviluppo uniformi in tutto il territorio cinese e non solo
nelle aree che tradizionalmente avevano conosciuto una crescita
industriale. Per questo motivo si cerc di utilizzare ogni risorsa per
interessare anche le regioni pi arretrate al processo di industrializ-
zazione. Fu in questo periodo che venne ulteriormente accelerata la
collettivizzazione delle campagne con la creazione delle Comuni
popolari, che, secondo le parole d'ordine lanciate a quell'epoca,
avrebbero dovuto portare alla creazione di una societ comunista.
Ognuna di queste nuove organizzazioni polivalenti comprendeva al
suo interno una quindicina di brigate di produzione, costituite da
6-7 squadre ciascuna, e ogni squadra era formata da 20-40 famiglie,
per cui ad essa facevano capo complessivamente circa 20 mila perso-
ne. La squadra costituiva l'unit fondamentale di produzione, e al
suo interno la retribuzione avveniva sulla base dei punti-lavoro,
basati su vari criteri, fra cui il lavoro svolto e la produzione comples-
siva. Le Comuni assunsero anche funzioni di amministrazione politi-
ca, di gestione dei servizi sociali, di organizzazione di polizia e di
difesa locale. Ma il costo economico e umano del Grande Balzo fu
altissimo. A partire dal 1961 fu tentata una correzione di rotta, con
l'obiettivo di ristabilire un equilibrio nella produzione, riducendo il
peso dell'industria pesante e incoraggiando parzialmente l'industria
leggera in vista di un allargamento dei consumi. Nello stesso tempo
si cerc di ridimensionare alcune delle misure di collettivizzazione
realizzate precedentemente, attraverso un approccio pi pragmatico
in campo politico ed economico.
Nel frattempo si era determinata una nuova fase nei rapporti con
l'Unione Sovietica. Pechino venne a trovarsi sempre pi in opposi-
zione a Mosca, condannata ideologicamente come revisionista: le
due concezioni si confrontarono sulla strategia della politica estera
(coesistenza pacifica e ruolo delle lotte armate nel Terzo Mondo)
sui rapporti tra i partiti comunisti, sullo sviluppo economico. Nell'a-
gosto del 1960 l'Unione Sovietica giunse a ritirare migliaia di esperti
e ad annullare diversi accordi di cooperazione, in un momento di
grave crisi economica per la Cina. L'isolamento internazionale della
Cina fu aggravato anche dal conflitto con l'India, dopo la repressio-
ne della rivolta nel Tibet del 1959, fino allo scoppio di scontri 
armati sui confini, avvenuti nel 1962.
Alla fine del 1965 Mao Zedong, il cui peso politico era stato pro-
gressivamente ridimensionato, in seguito al prevalere di tendenze
politiche pi pragmatiche, riprese l'iniziativa, con l'appoggio delle
forze armate, che erano allora sotto il controllo di Lin Biao. In
minoranza nel partito, Mao Zedong tent di riaffermare il proprio
controllo politico ricorrendo alla mobilitazione di massa. Nel 1966
esplodeva la Grande rivoluzione culturale, all'insegna dell'inquie-
tante slogan: la borghesia sta nel Partito comunista!. Questa sfida
contro la burocrazia di partito, lanciata da Mao e dai suoi con la
Grande rivoluzione culturale, si present all'epoca come uno sforzo
titanico nella storia dell'umanit per l'attuazione intransigente degli
ideali rivoluzionari di uguaglianza e di giustizia, il primato dell'ideo-
logia e della mobilitazione permanente su ogni ostacolo economico
e sociale. Essa tuttavia rappresenta anche il limite maggiore dell'e-
sperienza maoista: nella pratica, non si  sottratta alle tragiche con-
seguenze che ogni imposizione utopica ha dimostrato nella storia:
l'umiliazione dell'uomo reale in nome di una Causa per quanto ele-
vata possa apparire. Perci la Rivoluzione culturale - al di l dell'o-
leografia con cui venne presentata dalla propaganda cinese e accre-
ditata da molti intellettuali occidentali - fu di fatto un insieme di
autoritarismo e anarchismo, di spinte eversive e rabbia giovanile, di
strumentalizzazioni e repressioni, che provoc dieci anni terrifican-
ti (shinian haojie) di intolleranze, violenze, persecuzioni. Emblema-
tica  proprio la figura di Mao, il Giano bifronte della rivoluzione,
promotore della rivolta e al tempo stesso capo supremo del potere.
La lotta, a cui presero parte larghi strati della giovent urbana,
invest dapprima le istituzioni culturali, poi l'industria, il partito ai
suoi vertici come alla periferia. Grave fu il prezzo anche economico
pagato dalla Cina alla fine di questo periodo turbolento, che si con-
cluse praticamente con la morte di Mao (9 settembre 1976): la para-
lisi delle scuole e delle universit, la forzosa deportazione di milioni
di giovani in campagna, la crisi della produzione agricola e industria-
le (ad esclusione di settori di punta come quelli astrofisico e nuclea-
re).
In questa situazione, si venne radicalizzando il conflitto ideologico
anti-sovietico - il culmine della tensione si raggiunse nel 1969, con gli
incidenti sino-sovietici dell'Ussuri. Nel 1971 Lin Biao, il principale
protagonista della Rivoluzione culturale dopo Mao Zedong, precipi-
t - secondo la versione ufficiale - in un aereo partito alla volta
dell'Unione Sovietica. Si tratta senza dubbio di uno degli episodi pi
oscuri della Rivoluzione culturale. E possibile che Lin Biao inten-
desse approfittare della disgregazione del Partito comunista per af-
fermare il proprio potere personale. E certo comunque che egli
divenne negli anni successivi il principale bersaglio degli attacchi
portati avanti dagli organi di propaganda. Nuove prospettive si apri-
rono alla Cina allorch l'amministrazione Nixon impost una nuova
strategia internazionale fondata sul tripolarismo. Nel 1971 Kissinger
si rec a Pechino, e in quello stesso anno la RPC prendeva il posto del
governo nazionalista, insediato a Taiwan, nel Consiglio di Sicurezza
dell'ONU. Nel 1972 lo stesso presidente americano Nixon si recava
nella RPC (ma i rapporti diplomatici ufficiali fra i due paesi sarebbero
stati stabiliti alla fine del 1978). La normalizzazione dei rapporti con
gli Stati Uniti port ad una progressiva modificazione della politica
estera cinese nei confronti dell'Occidente. I rapporti con l'URSS si
sarebbero normalizzati solo verso la fine degli anni Ottanta.
Dopo la morte di Mao, l'ala radicale del Partito comunista, capeg-
giata dalla vedova del presidente, Jiang Qing, venne esautorata, e
ripresero gradualmente il sopravvento i pragmatici con alla testa
Deng Xiaoping. La svolta si ebbe al quarto Plenum del Comitato centrale
del dicembre 1978, col compromesso fra le forze liberali e quella
conservatrici, che si impegnarono rispettivamente, le prime ad accet-
tare la centralit del partito e il sistema socialista, e le seconde a 
non opporsi ad una politica di riforme economiche: la restaurazione fu
ripresa nelle mani dei dirigenti vecchi e nuovi del Partito con l'ap-
poggio dei quadri rurali e degli strati tecnici, amministrativi e buro-
cratici urbani. Deng Xiaoping promosse le cosiddette quattro mo-
dernizzazioni in campo economico, e ristabil con fermezza il pote-
re del partito, riaffermando la dottrina della dittatura del proletaria-
to nel quadro ideologico marxista-leninista-maoista. Cos, da un lato
emargin il resto dei maoisti moderati, dall'altro si oppose ad ogni
tendenza di liberalizzazione. Gradualmente per si venne costituen-
do per la prima volta nella RPC un movimento politico che invocava
l'introduzione di princpi democratici sul modello dei paesi occiden-
tali. Tale fenomeno di dissenso  in parte legato a quella generazio-
ne che era stata bruciata dalla Rivoluzione culturale. Questi gio-
vani, frustrati dall'esperienza nelle campagne che li avevano rifiuta-
ti, si ritrovavano emarginati in una societ urbana non pi rivoluzio-
naria, ma che richiedeva quella specializzazione e professionalit di
cui spesso erano sprovvisti - in seguito alla paralisi quasi totale del
sistema di istruzione nel corso della Rivoluzione culturale. Inoltre le
sollecitazioni economiche della politica di Deng finirono col mettere
in moto un processo che in poco tempo avrebbe travolto la strutture
basilari del regime. Una dopo l'altra, le componenti del modello
economico sovietico e di quello maoista sono andate crollando, e se
non si pu parlare di alcun tipo di vera democratizzazione si  anda-
to evidenziando tuttavia il passaggio da un sistema totalitario ad uno
autoritario: eroso il fondamentalismo maoista a seguito degli insuc-
cessi economici (resi pi evidenti dalla maggiore apertura verso l'e-
sterno), e caduta la legittimazione ideologica del controllo degli
apparati su ogni campo della vita civile, la funzione di questi ultimi si
 andata limitando, professionalizzando e specializzando. E cresciu-
ta la richiesta di riforma e responsabilit di tali organi. E infatti il
Partito potr sopravvivere solo nella misura in cui sar in grado di
gestire questa difficile transizione verso lo sviluppo economico e la
pluralit politica.
In campo economico, soltanto dalla fine degli anni Settanta la poli-
tica verso il capitale nazionale e quello straniero si  progressiva-
mente evoluta, sino agli ultimi provvedimenti che mirano ad attirare
gli investimenti esteri, inclusi quello dei cinesi d'oltremare e di
quelli di Taiwan. Si ricorder che nel 1979 venne approvato lo
schema di legge sulle joint ventures, nel 1981 Deng Xiaoping enuncia-
va la politica di un paese, due sistemi, nel 1984 vennero aperte
alcune citt costiere agli investimenti stranieri, e l'emendamento
apportato alla Costituzione nel 1988 permetteva la propriet privata
dei mezzi di produzione. Ma la stessa linea di riformismo economico
sotto la direzione del partito finisce col provocare una serie di pro-
blemi nel controllo politico. Lo stesso regime dei prezzi si  venuto
sempre pi articolando, con la crescita d'importanza del mercato a
scapito dei prezzi politici e di quelli parzialmente flessibili.
Altrettanto rilevanti sono stati i cambiamenti in campo agricolo.
Nel ventennio fra il 1957 e il 1978, nonostante una crescita annua
media nell'agricoltura di oltre il 3 per cento e nell'industria di oltre 
l'11 per cento, i miglioramenti del tenore di vita dei contadini erano 
stati limitati: ad una diminuzione nel consumo giornaliero medio di 
cereali e di oli vegetali, faceva riscontro l'aumento di consumo della 
carne. Dopo l'abolizione delle Comuni fra il 1981 e il 1982, la famiglia 
contadina  tornata ad essere l'unit di produzione basilare, e dal 1985 
 iniziata praticamente la privatizzazione delle campagne.
Un'altra conseguenza della nuova politica di Deng Xiaoping  stata
l'abbandono della politica egualitaria che aveva finito col frenare lo
sviluppo dei settori pi avanzati dell'economia cinese. Come conse-
guenza della svolta di Deng, oltre 100 milioni di contadini hanno
cambiato lavoro. In poco tempo si  avuta un'accentuazione della
divaricazione nelle condizioni di vita fra regione e regione, nonch
una crescente, talvolta selvaggia, differenziazione sociale e genera-
zionale per reddito e per status. Se nel complesso la popolazione,
specie quella rurale del Sud e dell'Est, ha tratto vantaggio da questa
politica (dalle statistiche pi recenti risulta che la crescita media
annua della produzione nell'agricoltura  salita all'8,4 per cento, 
mentre i consumi alimentari e di beni si sono pure elevati di due o tre 
volte, rispetto alle contrazioni precedenti), grosse contraddizioni stan-
no emergendo fra aree lanciate nella corsa capitalistica e aree sommer-
se dal sottosviluppo (ne  indice ad esempio la sommossa contadina
nel Sichuan del giugno 1993). Un ulteriore elemento di instabilit 
costituito dall'insofferenza dei settori conservatori del Partito e
dell'esercito, i cui interessi consolidati si sentono vieppi minacciati.
In compenso, dove  esplosa una vera e propria rivoluzione produtti-
va, sono sorte innumerevoli e ricche imprese rurali (20 milioni con
oltre 100 milioni di addetti).
Ulteriori contraddizioni sono presenti nelle aree urbane. Qui l'emi-
grazione spesso illegale di popolazione marginale e della manodope-
ra eccedente provenienti dalle campagne ha ingrossato una massa
che trova solo in minima parte sbocco in attivit autonome come il
commercio e l'artigianato, il settore terziario e dei servizi, oppure
nelle piccole industrie private. Un'altra parte  assorbita dall'indu-
stria pubblica, che tuttavia nella nuova situazione richiede una ri-
strutturazione e una diminuzione drastica di personale. Inoltre l'au-
mento dei prezzi agricoli e dei consumi aggrava ulteriormente il
processo inflazionistico, uno dei maggiori fattori di destabilizzazione
sociale e di tensione a causa dello squilibrio fra il blocco dei salari 
e l'elasticit delle entrate delle categorie emergenti. Tutte queste re-
pentine trasformazioni stanno minando il sistema sociale. Attual-
mente  un'incognita il futuro dei pilastri del regime, la burocrazia e
l'impresa di Stato, che contano rispettivamente 34 e 150 milioni di
addetti, e dalla riforma che investir tali apparati dipender il 
futuro della Cina.
Un parziale tentativo di riforma del sistema politico in senso pi
liberale venne avviato dal nuovo segretario del Partito Hu Yaobang
(rimosso agli inizi del 1987), e successivamente dal suo successore
Zhao Ziyang, entrambi portati al vertice del partito da Deng Xiao-
ping. Le timide aperture dei riformatori finirono per col provocare
un ulteriore squilibrio a livello politico, in quanto incoraggiarono
presso gli studenti e gli intellettuali pi ampie esigenze di riforme
democratiche. Si giunse cos alle dimostrazioni di piazza Tian'an-
men, che si conclusero con una repressione sanguinosa da parte
dell'esercito nel giugno 1989. Lo stesso Zhao Ziyang fu allontanato
dalla carica di segretario del partito. Negli anni pi recenti, le ten-
denze riformiste sembrano destinate a riprendere progressivamente
il sopravvento, grazie al sostegno di Deng Xiaoping, il quale ha
mantenuto intatto il suo prestigio all'interno dell'esercito e dell'ap-
parato.
Nel suo complesso, dopo 45 anni, la RPC ha raggiunto il primo posto
mondiale nella produzione del carbone, del cemento, dei cereali e
della carne, del tabacco e della seta, il terzo per i fertilizzanti, il
quarto nella produzione di elettricit, acciaio e fibre chimiche, il
quinto in quella del petrolio; la durata media della vita  passata da
meno di 40 a circa 70 anni, mentre l'alfabetizzazione  salita dal 15 per
cento al 72 per cento, su una popolazione che nel frattempo  pi che 
raddoppiata (da circa 542 a circa 1200 milioni di abitanti). Infine, 
dal 1992, contemporaneamente alla brusca accelerazione della politica 
riformistica, si  manifestato un boom economico che ha superato le 
stesse previsioni ufficiali.
Dopo che Mao Zedong, nonostante i gravi errori politici, era riu-
scito ad assicurare una dignit internazionale alla Cina salvaguar-
dandone l'unit territoriale, Deng Xiaoping pare aver conseguito un
certo successo nella composizione di una paradossale contraddizio-
ne fra il mantenimento della dittatura del Partito comunista e l'in-
troduzione di un'economia di mercato, seguita al fallimento del si-
stema comunista. E stata pertanto a tutt'oggi impedita un'effettiva
democratizzazione del paese, democratizzazione che sembra invece
riuscita nel rivale regime di Taibei. Ma lo stesso sviluppo dell'econo-
mia attuale e l'esigenza di una maggiore apertura al mondo esterno
rendono sempre pi urgente un progressivo cambiamento delle strutture 
politiche, se si vuole evitare il pericolo che la compressione
delle tensioni porti alla disintegrazione del paese.

12) La Repubblica di Cina a Taiwan
L'isola di Taiwan, la cui colonizzazione in grande stile era iniziata
nel 17esimo secolo, a partire dal periodo della presenza olandese (1624-
1661), quando la Compagnia delle Indie orientali aveva incoraggiato
l'immigrazione di contadini dal Fujian, conobbe una crescita ulterio-
re della presenza cinese durante il governo di Coxinga (1661-1683) e
nei primi decenni del controllo Qing. La popolazione cinese infatti
sal da circa 120.000 persone nel 1680 a 1.944.000 nel 1811 e a
2.546.000 nel 1893. Il processo di espansione agricola e di assegna-
zione di terra ai nuovi venuti fu travagliato da una serie di conflitti
fra questi ultimi, i Cinesi residenti e gli aborigeni. Come si  visto, 
nel 1895 Taiwan era stata ceduta al Giappone, per tornare sotto la
sovranit cinese nel 1945.
Con la vittoria dei comunisti, il governo nazionalista ripar nell'iso-
la di Taiwan. Il nuovo governo nazionalista a Taiwan si trov di
fronte alla lotta per la sopravvivenza a livello internazionale, e so-
prattutto, all'interno, alla sfida di modernizzare una societ agraria.
Esso riusc a realizzare una serie di obiettivi che aveva mancato sul
continente. Fra il 1951 e il 1962 venne portata a termine una riforma
agraria modello: condotta senza alcuna violenza, ma con determina-
tezza ed efficacia, essa ha rafforzato la stabilit sociale, ha contribui-
to ad aumentare la produzione agricola e il livello di vita dei contadi-
ni (la produzione di riso per ettaro  passata da tonnellate 1,5 nel
1949 a 4 nel 1991), rendendo possibile lo sviluppo industriale.
Grazie alla politica economica realizzata dal governo e agli aiuti
americani, dal 1965, l'industria ha superato l'agricoltura nella forma-
zione del prodotto nazionale lordo. La produzione industriale, che
cresce ad un ritmo superiore al 12 per cento annuo, si  venuta dif-
ferenziando nel campo dell'elettronica, dei tessili, degli alimentari, 
eccetera, e ultimamente ha raggiunto livelli molto sofisticati. 
Essa  passata dal soddisfacimento delle richieste interne all'espor-
tazione internazionale, e sta portando Taiwan fra i paesi a sviluppo 
avanzato.
Dal punto di vista politico, possiamo distinguere tre fasi. La prima
fase, autoritaria, si conclude con la morte di Jiang Jieshi (1975), e
coincide col monopolio politico e militare del Guomindang (KMT),
giustificato giuridicamente dal mantenimento di una legislazione
d'emergenza introdotta nell'isola nel 1949 a causa della guerra civile.
Sia l'Assemblea nazionale che la Corte legislativa furono in gran
parte congelate e le loro funzioni di fatto svolte dal potere esecutivo.
La seconda fase, di transizione, ha inizio con l'ascesa alla presidenza
della repubblica del figlio di Jiang Jieshi, Jingguo, il quale introdusse
una serie di caute misure in senso riformatore, che consentirono
l'ascesa a posti di crescente responsabilit dei cinesi originari di
Taiwan. In questo quadro, nel 1984, Li Denghui, ex governatore
della Provincia di Taiwan, venne eletto vice-presidente. In seguito
alla morte di Jiang Jingguo (1988), lo stesso Li Denghui assunse la
presidenza della repubblica, e da allora il processo di democratizza-
zione  andato avanti speditamente. Nel 1991 venne definitivamente
abolita la legislazione di emergenza che aveva sospeso le libert
costituzionali, e venne modificata la stessa Costituzione in modo da
rendere possibile il totale rinnovo degli organi legislativi. A seguito
di queste riforme, nel dicembre del 1991 si tennero le prime elezioni
completamente libere dell'Assemblea nazionale, nel corso delle
quali il Guomindang ha ottenuto il 71 per cento dei suffragi. Il maggiore
partito d'opposizione  rappresentato dal Partito democratico pro-
gressista (Minzhujinbudang), che era stato costituito nel 1986 dai
militanti di formazioni che dagli anni Settanta avevano operato in
condizioni di semi-illegalit. Contemporaneamente sono stati allac-
ciati una serie di rapporti a livello ufficioso con il continente, per
consentire un pi rapido sviluppo dei rapporti economici, gi avviati
da alcuni anni a seguito dei massicci investimenti col realizzati dagli
imprenditori taiwanesi.
In entrambe le societ cinesi, quella comunista e quella nazionali-
sta, le tendenze autoritarie a livello politico-burocratico e l'atteggia-
mento moralistico a livello ideologico hanno svolto un ruolo di freno
nei confronti del processo di democratizzazione e liberalizzazione.
Frutto di un trend secolare, la ricerca di ricchezza e potere attraverso
un riformismo autoritario  stato un costante obiettivo e ideale delle
forze politiche. Eppure, in entrambe le societ si sono manifestate
spinte dal basso per una maggiore libert economica, intellettuale,
politica. Il retaggio di una societ monolitica e l'ideale dell'armo-
nia hanno spesso ostacolato la formazione di una societ aperta,
un pluralismo di idee e di gruppi sociali, l'accettazione della compe-
tizione di gruppi di interesse differenti, e hanno di frequente per-
messo che i rispettivi centri politici reprimessero le spinte innovati-
ve, cercando di mantenere il controllo delle scelte economiche, in-
tellettuali e politiche. La differenza fra i due tipi di societ, per, 
sta nel fatto che in una sono prevalse le tendenze conservatrici, mentre
nell'altra sono prevalse quelle riformatrici. Nella RPC l'ideologia e la
prassi maoista hanno obiettivamente rafforzato l'apparato politico a
scapito dell'azione del singolo, hanno ostacolato la circolazione di
nuove idee e delle stesse dottrine tradizionali, hanno subordinato il
mercato alla politica; la concezione marxista dell'avanguardia e
del centralismo democratico, la lotta alle idee borghesi, il mora-
lismo radicale delle mobilitazioni di massa hanno contribuito ad una
visione integralistica e assolutistica della vita sociale. L'ideologia e 
la prassi del Guomindang, invece, sin dalle iniziali ambiguit di Sun
Zhongshan, si sono presentate pi realistiche, prammatiche,
eclettiche. La stessa contraddittoriet ideologica e il sincretismo
politico, nonostante il bando del marxismo e l'autoritarismo dei pri-
mi decenni, costituivano le premesse per un possibile sviluppo de-
mocratico. L'accettazione, inizialmente teorica, dei princpi demo-
cratici, l'apertura alle concezioni occidentali, il rispetto di organizza-
zioni volontarie, delle relazioni familiari, delle associazioni religiose,
il culto dell'autonomia morale confuciana, lo sviluppo della libert
di mercato costituiscono i fattori che hanno contribuito a limitare
sempre pi le tendenze autoritarie e integralistiche, e ad estendere i
margini della societ civile rispetto allo Stato.
FINE.
