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Emilio Salgari.

LE STRAGI DELLE FILIPPINE.


CAPITOLO I.

LOS JURAMENTADOS DI SOLU'.

- I "MOROS"!... I "MOROS"!...
Questo grido rimbomba per le vie di Manilla, opulenta capitale delle Filippine, come un colpo di tuono.
Una fiumana di gente, pazza di terrore, coi visi pallidi, gli occhi stralunati, si scaglia come un uragano attraverso il magnifico ponte, a dieci grandi arcate, che unisce la Ciudad, ossia la citt spagnuola, ai sobborghi popolosi di Binondo e di Santa Cruz, che formano la cos detta Citt Chinese.
Quei fuggiaschi si spingono l'un l'altro, urlando, si rovesciano, si calpestano, ma si rialzano e riprendono la corsa vociando sempre:
- I moros!... I moros!...
Vi sono uomini, vi sono donne, vi sono fanciulli; vi sono spagnuoli, tagali, chinesi, negozianti, marinai, facchini, barcaioli del Passig e perfino soldati, ma tutti fuggono come se avessero alle spalle una banda di fiere assetate di sangue.
Delle donne, travolte da quella marea umana che ha un impeto irresistibile, cadono, ma quella fiumana vi passa sopra; dei fanciulli, sfiniti o malamente urtati, scompariscono fra quei corpi e rimangono stesi al suolo fracassati, insanguinati, ma chi si occupa di loro in quel momento?... Tanto peggio pei deboli!...
La folla, attraversato il ponte, entra nella Ciudad, rovesciando le sentinelle e le guardie doganali che stanno dinanzi ai bastioni e si dilegua per le vie, urlando sempre:
- Fuggite!... Si salvi chi pu!... I moros!... I moros!...
Le porte delle case si chiudono precipitosamente con fracasso; i negozianti abbassano d'un colpo solo le griglie di ferro che proteggono le loro botteghe; gli erbivendoli lasciano i loro banchi e si salvano in tutte le direzioni senza pi occuparsi delle loro ceste ripiene di frutta squisite e di vegetali d'ogni specie; i merciai ambulanti gettano all'aria le loro casse e si precipitano l dove scorgono ancora qualche porta aperta; i cocchieri pubblici sferzano i cavalli a sangue e corrono dietro alla folla, senza badare se le ruote urtano qualche disgraziato rimasto indietro, o se lo travolgono.
Le finestre invece si aprono e voci impaurite chiedono affannosamente:
- Dove sono?...
- Vengono da Binondo!... - rispondono alcuni fuggiaschi, ma senza arrestarsi.
- Ma chi?
- Los juramentados!
- Por la santa Virgen!...
- Eccoli!...
- I moros!... I moros!...
- Alle armi!... - tuona una voce. - Gi chi ha le brandill!...
Urla spaventevoli, che fanno agghiacciare il sangue, scoppiano dalla parte del ponte.
Un istante dopo dieci o dodici uomini semi-nudi, color del bronzo cupo, cogli occhi iniettati di sangue, colla spuma, ma di color sanguigna, alle labbra, si scagliano attraverso il ponte come una volata di uccelli da rapina.
Non sembrano uomini, ma demoni sbucati dall'inferno. Sono tutti di alta statura, dalle spalle larghe, dal petto ampio; ma dalle braccia e le gambe magre che sembrano formate di corde d'acciaio ricoperte di pelle cotta e ricotta.
Non indossano che un certo sottanino scolorito, ma alle gambe, alle braccia, ed al collo portano anelli di rame, monili di perle di vetro e di denti di cignale e sul capo delle fascie svolazzanti che sembrano formate da corde vegetali intrecciate.
Tutti quegli uomini, che sembrano pazzi od in preda ad un terribile accesso di furore sanguinario, stringono nelle destre quelle pesanti sciabole, a lama larga, fabbricate con acciaio d'una tempra eccezionale e che gli isolani delle Sol chiamano parangs, armi formidabili che d'un colpo troncano la testa all'uomo pi vigoroso.
Corrono come cervi, coi lunghi capelli svolazzanti, coi visi contratti, tenendo le armi alzate. Nessuno pu spaventarli: nessuno pu arrestarli. Solo una scarica di fucili o la mitraglia d'un pezzo d'artiglieria potrebbe domare quelle tigri.
Chi sono adunque quei formidabili uomini che non temono la morte e che cos poco numerosi, osano avventurarsi fra le vie d'una citt, in mezzo ad una popolazione di circa centocinquantamila anime e una guarnigione di otto diecimila soldati, scelti tra i pi valorosi della guarnigione iberica?...
Dei pazzi?... Forse peggio, poich quei moros, come li chiamano gli spagnuoli, hanno giurato sul Corano di uccidere e uccideranno, dovessero scagliarsi contro una selva di baionette od in mezzo ad una grandine di mitraglia.
Non sono dei veri mori, ma degli isolani delle Sol, gli abitanti dell'antico covo dei pirati; dei malesi infine, ma votati alla morte.
Un giorno, quei disgraziati, al pari di tanti altri della loro razza, si erano accorti d'aver dilapidato spensieratamente le loro ricchezze, le loro terre e forse perfino l'ultima loro capanna e che per di pi si erano ingolfati nei debiti. Le leggi del loro paese li avevano lasciati cadere in balia dei loro creditori, i quali potevano ben venderli come schiavi assieme alle mogli ed ai figli.
I panditas, ovvero i preti maomettani, uomini crudeli e fanatici, ne avevano approfittato per sfogare il loro livore contro gl'infedeli, ossia gli spagnuoli. Avevano offerto ai debitori il riscatto delle loro famiglie, ma a condizione che diventassero juramentados, ossia che giurassero solennemente di uccidere il maggior numero di nemici.
Cos' la morte pel malese?... N pi n meno d'uno di quei molteplici fenomeni dell'esistenza, a cui si assoggettano senza pensarvi sopra un solo secondo.
Ed ecco i debitori diventati juramentados. Un praho solulano qualunque aveva trasportato gli uomini votati alla morte, alla foce del Passig, onde potessero compiere le loro truci gesta pi ferocemente che fosse possibile, in mezzo alla numerosa popolazione della capitale dell'arcipelago e dopo d'averli ubriacati d'oppio fino all'esaltazione, fino alla pazzia, l'equipaggio li aveva scatenati.
Quei dodici uomini, che dovevano morire, se volevano salvare le loro famiglie, ma uccidere, si erano scagliati sulla popolazione che si affollava sul quai di Binondo, tracciando in mezzo ad essa un solco sanguinoso; poi, attraverso il borgo si erano gettati sul ponte del Passig dietro ai fuggenti, per entrare nella Ciudad prima che l'allarme si spargesse e si alzassero i ponti levatoi.
Una donna, che era stata travolta dalla folla ed orribilmente calpestata, vedendo avvicinarsi quella schiera di demoni, aveva cercato di rialzarsi e di fuggire verso l'estremit del ponte, ma il primo juramentado d'un balzo le fu sopra, e con un fendente del suo parang la fece ricadere con la testa spaccata fino al mento.
Un soldato di fanteria marina, che si trovava a guardia d'una scialuppa a vapore ormeggiata presso il quai balz a terra stringendo un fucile armato di baionetta e tent, con un coraggio disperato, di far fronte alla banda.
Il disgraziato non conosceva forse i juramentados di Sol. Non aveva ancora appuntata la baionetta che stramazz al suolo colle braccia tronche e la gola spaccata. Ebbe appena il tempo di mormorare, fra i fiotti di sangue che lo soffocavano:
- Valgame Dios!...1 - e spir.
I juramentados, passato il ponte, si precipitano nelle vie della Ciudad, senza che alcuno ardisca arrestarli dinanzi le barriere del bastione. Sanno che col vi sono altre vittime da fare e soprattutto vittime spagnuole, ed irrompono per le vie come torrente spaventoso.
Alcuni colpi di fucile partono dalle finestre: dei macigni e dei rottami rimbalzano sulle vie da essi percorse, ma non si arrestano. Qualcuno cade e viene tosto finito a fucilate come una bestia feroce, ma gli altri continuano la corsa agitando furiosamente le loro armi, di gi tinte nel sangue.
Sull'angolo d'una strada s'imbattono in un gruppo di fuggiaschi. Piombano su di loro, ne fanno scempio e riprendono la corsa lasciandosi dietro un gruppo di morti e di moribondi.
Erano giunti all'estremit della piazza d'Armi, quando di fronte alla statua di Ferdinando VII s'imbattevano in una ricca portantina sorretta da quattro indigeni, da quattro tagali.
I portatori, vedendoli avvicinarsi, abbandonarono precipitosamente le traverse e si salvarono fra gli alberi dell'orto botanico, mandando urla di terrore.
A quelle grida risponde un altro che esce dalla portantina, un grido di donna.
La porta viene aperta ed una giovane signora balza agilmente fuori, girando all'intorno uno sguardo smarrito.
Quella disgraziata, che sta per subire la sorte toccata agli altri incontrati da quei fanatici sanguinarii,  d'una singolare bellezza.
Pu avere sedici o diciassette anni, ma pu averne anche meno.  una figurina gentile, ma di taglia elegante quantunque piccola, con due occhi d'un nero profondo che tradiscono la sua origine spagnuola, sormontati da folte e nere sopracciglia dall'ardita arcata; con due labbra rosse come corallo che mostrano dei denti candidi, col naso diritto ma delle narici mobili che caratterizzano il tipo delle isolane di Luzon, coi capelli oscuri, sciolti sulle spalle e colla pelle bruna.
Non porta n gioielli, n vezzi di perle come le sue concittadine di Manilla e non indossa vesti di gran lusso n a vivaci colori. Non ha che un semplice vestito di mussola azzurra a fiorami e sul capo una leggera ciarpa di seta bianca, la manta.
Vedendosi sola inarc le sopracciglia, ma ad un tratto impallid, gettando un grido d'orrore. Aveva scorto i juramentados, i quali le correvano addosso come una torma di lupi affannati, roteando i parangs.
Un istante ancora e quella bella testa doveva cadere al suolo, spiccata da quelle armi formidabili e quel giovane corpo doveva stramazzare nella polvere, vomitando sangue.
Ma al grido d'orrore della fanciulla, un altro vi aveva fatto eco.
Due uomini, uno vestito all'europea e l'altro da chinese, che si erano riparati in un vicino caff, hanno veduto e non curanti della loro vita, si sono precipitati in aiuto della giovinetta.
Il primo  un uomo sui trent'anni, dai lineamenti arditi, che indicano un coraggio a tutto prova. Sembra che appartenga a quella splendida e intelligente razza formata dall'incrocio del sangue europeo con quello degli indigeni delle Filippine, poich ha la pelle un po'bruna, dai riflessi rossastri, gli occhi grandi, neri, tagliati a mandorla, i capelli pure nerissimi ed inanellati, i denti d'una bianchezza abbagliante e la corporatura robusta, ma dotata di quell'agilit che distingue gl'isolani della Filippine.
L'altro, che sembra pi attempato di una mezza dozzina d'anni, ha invece la pelle giallo-pallida, gli occhi leggermente obliqui con strani bagliori, la fronte alta e spaziosa solcata gi da qualche precoce ruga, le labbra strette, sottili ed il mento appuntito, coperto da una barba rada, il capo in gran parte rasato e adorno di una barba come usano i chinesi. La sua statura  pi alta del compagno e pi robusta e pi muscolosa. Quell'uomo, che tutto indica appartenga alla razza chinese, deve possedere una forza veramente eccezionale ed una energia non comune negli uomini della sua razza.
I due coraggiosi si gettano dinanzi alla giovinetta che si  aggrappata allo sportello della portantina, col capo nascosto tra le braccia, come se volesse ripararlo dai colpi degli assassini.
L'uomo bruno estrae rapidamente una rivoltella e apre un vero fuoco di fila, ma il suo compagno abbassa invece bruscamente l'arme che aveva pure estratta, mentre un sorriso crudele gli spunta sulle labbra.
- La fanciulla bianca!... - esclama, con accento sdegnoso.
Ma i colpi dell'uomo bruno sono stati sufficienti. Un moro, il capo fila, cade colla fronte bruciata, poi un secondo, poi un terzo. Gli altri deviano e si gettano verso l'orto botanico, ululando ferocemente. La strage sta per finire. L'allarme  stato dato, e da tutte le parti accorrono soldati e cittadini armati.
Un tagalo, un altro coraggioso, affronta la terribile benda. Tiene in pugno una specie di forca di legno col manico lungo e le due punte armate di spine e rinchiuse, all'estremit, da un altro fascio di spine.
 la brandill, l'arma migliore per arrestare i fanatici juramentados.
La forca cade sull'ultimo selvaggio, imprigionandogli il collo. Il miserabile, arrestato di colpo, lacerato dalle spine che gli si cacciano nelle carni, cade in ginocchio.
Nell'istesso istante un fuoco infernale parte dagli alberi del giardino. Due dozzine di soldati, accorsi dal forte S. Giacomo, fucilano senza misericordia i moros, i quali cadono l'uno sull'altro in un fascio.
 finita; i fanatici, crivellati dalle palle, non si rialzeranno pi per continuare l'orribile strage e la popolazione di Manilla, un istante prima terrorizzata dalla furia sanguinaria di quei formidabili uomini, pu scendere tranquillamente nelle vie per numerare le vittime.
La bruna giovane intanto, miracolosamente sfuggita alla morte, dopo un istante di stupore e di sbalordimento, aveva alzati gli occhi sul salvatore che le stava ancora dinanzi colle braccia incrociate sul petto, in un atteggiamento quasi triste. Appena lo vide, un grido le sfugg e s'appoggi alla portantina, come se le forze le fossero venute meno.
- Voi... tu... Romero! - balbett
- S, io, - rispose l'uomo dagli occhi neri, con accento triste. - Tu non credevi di trovarmi qui,  vero Teresita?... Lo vedi:  il destino che mi spinge sempre sui tuoi passi.
- Ah!... Romero!... Ti devo la vita!... - esclam la giovane, tendendogli la mano.
Il meticcio afferr vivamente quella mano, le cui dita erano adorne di anelli di grande valore, se le port al cuore, ma subito l'abbandon.
- A quale scopo, - disse, con voce cupa. - Tutto deve finire tra me e te.
- No, Romero, - mormor la giovane, nella cui voce si sentiva dello strazio. - Non parlare cos!...
- Sono un meticcio, lo sai. Non ho nelle vene il sangue puro degli spagnuoli e sono un proscritto, peggio ancora, un uomo condannato e che i tuoi compatriotti sarebbero ben felici di vedere morto. Qui  delitto parlare di libert; qui  delitto amare la terra natia e tuo padre me l'ha dimostrato... Addio!... Forse non ci rivedremo mai pi!... Vado dove si combatte e dove si muore.
Il meticcio, cos dicendo, aveva fatto un passo indietro per ritirarsi, ma la giovane spagnuola lo aveva rapidamente trattenuto, afferrandogli strettamente ambe le mani.
- Romero!... - esclam, mentre i suoi occhi si empivano di lagrime. - Romero... tu non puoi lasciarmi cos... non lo devi... perch io ti voglio sempre bene.
Un sorriso amaro contrasse le labbra dell'uomo di colore.
- Tu mi vuoi bene, lo so, - disse. - Ma lui, tuo padre, che mi ha condannato all'esilio, che mi odia, che mi disprezza?...
"A quale scopo lottare, quando la speranza non sussiste?... A quale scopo vivere e soffrire ancora?... I miei fratelli muoiono per la libert di questa terra e io voglio andare a morire al loro fianco".
- No, Romero!...
-  il destino che cos vuole. Partir: l'ho giurato, Teresita.
- E tu che mi vuoi bene, tu che per me hai tanto sofferto, andrai a lottare contro i miei fratelli, contro mio padre?...
- Tuo padre! - disse il meticcio con voce sorda.
-  vero, Romero... perdona... - mormor la giovanetta, soffocando un singhiozzo.
- Addio, Teresita, - disse Romero, facendo uno sforzo che doveva straziargli il cuore. - Possono accorgersi che io sono tornato e se mi arrestassero, domani non sarei pi vivo. Se morr nelle trincee di Cavite o di Bulacan, il mio ultimo pensiero sar pel nostro infelice amore e l'ultima mia parola sar per te.
- E tu partirai?...
- Domani, all'alba.
- E non ci rivedremo pi?
- Forse, se la morte mi risparmier; ma non lo credo, poich io la cercher.
-  necessario che io ti veda ancora. Non negarmi questo favore che pu essere l'ultimo, Romero! - disse Teresita, piangendo.
- Ho le ore contate.
- Lo voglio, Romero.
- Sia.
- Questa sera.
- Dove?...
- Nel padiglione del parco. Ti attender con Manuelita.
- E tuo padre m'uccider.
- A mezzanotte dormir! Concedimi quest'ultimo colloquio, Romero.
- Ebbene, ci sar.
- Ho la tua parola.
- L'hai, Teresita.
La giovane spagnuola si asciug rapidamente le lagrime con un fazzoletto adorno di pizzi, s'avvolse il capo nella manta, che aveva lasciato cadere sulle spalle e balz leggera come un uccello, nella portantina.
I quattro tagali, che erano ritornati, l'alzarono e si misero rapidamente in marcia, scomparendo dietro gli alberi del giardino.
Il meticcio non si era mosso. Col capo chino, gli sguardi ardenti fissi sulle piante che celavano la portantina, la fronte burrascosamente aggrottata e le braccia strettamente incrociate sul robusto petto che gli si sollevava impetuosamente, pareva che col pensiero seguisse la bruna fanciulla.
Sembrava che avesse dimenticato tutto: il pericolo tremendo che correva di venire scoperto, arrestato e forse ucciso; il compagno dagli occhi obliqui che lo aveva seguito e perfino il luogo dove si trovava.
Quale destino mi sar serbato? - mormor finalmente, con un lungo sospiro. - Un uomo di colore!... Come se anch'io non avessi, nelle mie vene, il sangue di questi superbi dominatori?... E disprezzano me, la mia razza, i miei fratelli, mentre l'insurrezione rugge sulle loro teste!...
Si guard d'intorno come se cercasse il compagno e lo vide frammischiato alla folla che si era raggruppata attorno ai cadaveri dei juramentados, ma s'accorse pure che quegli occhi obliqui lo fissavano attentamente. Nel sorprendere quello sguardo, che pareva acuto come la lama d'un pugnale, Romero trasal.
- Mi spiava, - mormor.
S'avvicin alla folla e battendo sulle spalle del compagno, il quale si era affrettato a rivolgere la sua attenzione sui cadaveri dei moros, gli disse:
- Vieni, Hang-Tu.
L'uomo dalla pelle gialla lo segu, dicendo:
- Sono proprio morti, Romero.
- Lo credo, - rispose il meticcio, sforzandosi di sorridere.
-  una vera disgrazia che siano stati uccisi cos presto. Avrebbero potuto abbatterne qualche centinaio di questi bianchi.
- Ma anche degli uomini di colore, Hang-Tu. Quelle belve non rispettano nessuno quando sono scatenate.
-  per questo che hai fatto fuoco su di loro,  vero Romero? - chiese Hang-Tu, con sottile ironia.
- No,  stato per salvare una fanciulla.
- Una bianca, - disse Hang, con disprezzo.
- Una fanciulla, ti dico. Forse che noi facciamo la guerra alle donne?...
- No, ma quella meritava ben la morte.
- Lei!...
- Almeno suo padre avrebbe pianto.
- Ah!... Tu l'hai riconosciuta?...
- S, Romero, ed  per questo che non ho fatto fuoco sui moros. Spenta lei, la patria, o meglio l'insurrezione, avrebbe avuto la tua forte anima ed il tuo robusto braccio.





CAPITOLO II

IL "GIGLIO D'ACQUA" ED IL "LOTUS BIANCO"

Il meticcio si era arrestato all'estremit del ponte che unisce la Ciudad a Binondo, guardando fisso il compagno, il cui viso, da giallo che era, aveva assunto una leggera tinta verdognola, mentre nei suoi occhi lampeggiava una cupa fiamma. Pareva che volesse scoprire i pensieri che turbinavano nel cranio di quel discendente del Celeste Impero. Forse nelle parole di quell'uomo aveva indovinato, fra l'ardente amore per la libert, una tenebrosa minaccia per la fanciulla.
- Ors, Hang-Tu, - disse finalmente, - che t'importa se quella donna sta fra me e l'insurrezione?... Forse che abbandonando Macao, la terra dell'esilio che ci ha ospitato per tre mesi, salvandoci dalla morte decretataci da questi dominatori, non ho giurato di consacrare l'anima e le braccia alla libert delle isole?...
- Ma quella donna ti sar fatale.
- Lei, povera fanciulla?
- L'amor suo, Romero.
- Taci, Hang-Tu, - disse il meticcio, con triste accento.
- Spezza tutto, infrangi ogni vincolo con questa razza che da secoli ci opprime e che disprezza te, me, ed i nostri fratelli.
- Taci, Hang.
- Tu l'ami, - continu l'implacabile cinese, - tu che sei uomo di colore!... Credi tu che suo padre acconsentir a dartela in isposa?... Lui, il maggiore che guerreggia con furore contro i nostri fratelli; lui che ti ha fatto arrestare e che ti avrebbe fatto fucilare se io, con una pronta fuga, non ti avessi salvato conducendoti al Macao; lui che t'ha incendiato le immense piantagioni ereditate dai tuoi padri, che ti ha gettato sul viso tutto il suo disprezzo, che ti ha deriso quando hai avuto l'ardire di chiedere la mano di sua figlia e che ti ha respinto come un cane, peggio ancora, come un lebbroso?... E tu vuoi bene a sua figlia!...
- Mi vuol bene anch'essa, Hang.
- S, l'affetto d'una donna bianca, l'affetto di una nemica!... Non si pu voler bene ad un uomo, quando questi volge le armi contro i fratelli, pi ancora, contro il proprio padre.
- Sono le sorti della guerra e le comprender.
- No, Romero. La razza bianca odia troppo la nostra terra perch Teresita possa perdonare a te, d'aver impugnato le armi contro la sua patria. Quella fanciulla conta sul tuo amore per strappare all'insurrezione un uomo valoroso come te, un nemico che pu diventare il braccio destro dei nostri capi e forse il supremo dittatore delle operazioni guerresche dei guerrilleros.
- Io?...
- Tu, Romero. A noi manca un duce capace di intraprendere dei colpi audaci contro le citt tenute dagli spagnuoli e che renda forti le nostre. Tu sei ingegnere, tu t'intendi di cose di guerra, puoi dirigere un assedio, puoi insegnare a noi come si trincera una posizione. Vedi bene quanto tu sei necessario a noi e quanto conta su di te l'insurrezione.
- E non ti basta che io abbia giurato di combattere per la libert, Hang?
- Ma quella fanciulla?...
- Che importa agli insorti che io abbia affetto per una donna bianca o di colore?...
- Ed il cuore?... Sar libero come il tuo braccio?... Avresti tu il coraggio di lottare contro il padre della donna alla quale vuoi tanto bene?...
- Si dubita della mia fedelt, adunque? - chiese il meticcio con voce sorda.
- No, ma...
- Forse che non sono stato io ad organizzare il colpo di mano che doveva darci Manilla?... Forse che non sono stato io ad armare i trecento uomini che lavorarono nelle mie piantagioni ed il primo che ha innalzato il vessillo della rivolta?... Si dimentica di gi che gli spagnuoli mi hanno condannato alla fucilazione, che le mie ricchezze sono state confiscate, le mie piantagioni distrutte, la mia stessa casa data alle fiamme?... Non sono che sei ore che sono tornato dall'esilio, affrontando il pericolo di venire scoperto, non per dire a Teresita che io le voglio sempre bene, ma per combattere a fianco dei miei fratelli di colore e morire in mezzo a loro.
- Lo so, Romero, e nessuno lo ignora; ma temiamo di quella fanciulla e del fortissimo affetto che hai per lei.
-  vero, - mormor il meticcio, passandosi la destra sulla fronte ardente.
Hang-Tu era diventato bruscamente muto. Aveva passato un braccio sotto il sinistro del meticcio e scendevano uniti verso il molo di Binondo che era affollato di persone.
Schiere di chinesi dalle teste semi-pelate, ma adorne di lunghe code, dalle facce quasi squadre, ma cogli zigomi assai sporgenti, dalle tinte pi o meno giallastre e coperti da grandi cappelli di fibre di rotang in forma di giganteschi funghi, passavano e ripassavano, chiacchierando con vivacit e ridendo rumorosamente.
Vi erano grassi negozianti che sfoggiavano delle ricche e lunghe kao-tz, ossia casacche di seta a fiorami di tinte vivaci e che calzavano delle comode ha-tz, ossia grandi scarpe bianche dall'alta suola di feltro; dei ricconi che facevano pompa delle loro lunghe hoal, ossia tuniche abbottonate sui fianchi, con piastroni di seta finemente ricamati e delle grandi pieghe, e dei facchini quasi nudi, ma che nella cintola portavano l'inseparabile ventaglio e la non meno inseparabile pipa per fumare l'oppio.
In mezzo a quell'onda di cappellacci e di code agitatisi come serpenti, strepitavano dei tegali, i veri indigeni delle isole, dei pezzi di giovanotti, dalle forme eleganti ma insieme robuste, dal colorito rossastro, con delle gradazioni giallo-bronzine o ramigne, pittoreschi colle loro bianche camicie di percallo svolazzanti sopra i pantaloni ed adorne di ricami; o passavano silenziosi, tetri, i malesi dalle facce ossute ed oscure con gradazioni verdastre ed olivastre, cogli occhi sempre contratti e minacciosi e la cintura armata dell'inseparabile kriss, quel pugnale di forma serpeggiante, colla punta sovente avvelenata e cos terribile nelle mani di quei fieri isolani.
Quelle tre razze, un giorno acerrime nemiche, pareva che sul molo di Binondo se la intendessero fra di loro. I chinesi ed i tagali soprattutto, chiacchieravano insieme colla migliore concordia e molto rumorosamente. Commentavano le ultime notizie della guerra che si combatteva cos vicina alla capitale, senza pi occuparsi delle numerose navi, delle giunche, dei prahos e dei giong che stavano ancorate dinanzi al molo, in attesa di venire caricate o scaricate.
Pareva che inaspettati avvenimenti avessero assorbita tutta l'attenzione di quegli uomini, dimenticando i loro affari.
Hang-Tu continuava a condurre il meticcio attraverso quella gente, senza pi parlare. I chinesi, i tagali e i malesi, come se avessero ricevuta una parola d'ordine, pareva che non si degnassero di gettare un solo sguardo su quei due, ma s'affrettavano a scostarsi per lasciare il passo libero. Solo di quando in quando Romero sorprendeva uno strizzamento d'occhi rapido come il lampo o un gesto fulmineo.
Ad un tratto, in mezzo a quel voco si ud echeggiare un fischio acuto. Hang-Tu trasal e s'affrett a dirigersi verso una stretta viuzza che tagliava in due il popoloso quartiere mentre le folla si aggruppava prontamente dietro a lui ed al meticcio, come per opporre una barriera alle loro spalle.
- Ci significa che qualche sospettoso spagnuolo ci seguiva, - rispose il chinese.
- E questa gente?
- Ci salva, opponendo fra noi e la spia un ostacolo insormontabile.
- Ma se  uno spagnuolo, saranno costretti ad aprirgli il passo.
-  vero, ma i malesi sono lesti di mano ed il curioso non farebbe dieci passi in mezzo alla folla senza ricevere un buon colpo di kriss.
- Che gli spagnuoli abbiano sospettato il nostro ritorno?
- Lo temo, Romero, ma quando vorranno prenderci, noi saremo lontani. Binondo non  la Ciudad.
- Ma dove mi conduci ora?...
- Lo saprai presto.
- A mezzanotte devo essere libero.
- Lo sarai, - disse il chinese
Poi, dopo alcuni istanti di silenzio riprese:
-  la fanciulla bruna che t'aspetta,  vero?...
- S.
- L'avevo indovinato. Bada che il maggiore d'Alcazar non  pi dinanzi a Cavite, ma qui!
- Lo so, - riprese il meticcio, con un sospiro.
- Il padre della fanciulla ti odia, Romero.
- Lo so.
- Forse ti tender un agguato per privare l'insurrezione del tuo braccio.
- Non conosci Teresita d'Alcazar, Hang-Tu.
- Non sar lei che ti prepara il tradimento, ma... si sospetta che tu sia qui, ed il maggiore  un uomo che non dorme con due occhi chiusi.
- Sar armato.
- Vuoi un consiglio, Romero?... Parti senza rivederla. Cosa potrebbe dirti?... Che ti vuol bene?... Lo sai o almeno lo credi...
- Taci, Hang, - disse il meticcio con voce minacciosa. - Tu non hai il diritto di ferirmi il cuore.
- No, ma l'amico affezionato ha il dovere di vegliare su di te.
- Ancora dei dubbi?...
- No, ma temo l'affetto di quella fanciulla.
- Ho giurato.
- Lo vedremo fra poco.
- Cosa vuoi dire?...
- Pensavo alle stranezze del destino.
- Non ti comprendo, Hang.
- Non importa: affrettiamoci, Romero. Ci attendono.
- Chi?...
- I patriotti.
Il chinese aveva affrettato il passo, inoltrandosi nelle viuzze interne di Binondo, abitate quasi esclusivamente dalle numerose colonie di chinesi e malesi di Manilla, viuzze fetide, fangose, sfondate e oscure anche in pieno meriggio, tanto sono strette.
Case, casette ed anche semplici capanne di paglia e di fango, ma tutte coi tetti arcuati e sormontati dalle banderuole o dei draghi cigolanti sugli arrugginiti sostegni, le une addossate alle altre, e senza ordine.
Essendo il sole gi prossimo al tramonto, dinanzi a quelle abitazioni era stata gi accesa qualcuna di quelle monumentali lanterne di carta oliata, che spandono quella luce scialba, malinconica, tanto cara ai coduti figli del Celeste Impero.
Hang-Tu percorse rapidamente parecchie stradicciuole che erano deserte e s'arrest dinanzi ad una casa d'aspetto tetro, colle pareti screpolate, colle arcate dei tetti minaccianti rovina, colle invetriate delle piccole finestre formate di conchiglie semitrasparenti tagliate a quadretti e fissate su di un telaio di legno.
Sulla porta, semi-nascosta da un basso muricciuolo, destinato, secondo le credenze dei chinesi, ad impedire l'entrata agli spiriti maligni, si vedevano delle figure malamente disegnate e peggio dipinte, rappresentanti le tre incarnazioni del filosofo chinese Lao-Tse, sormontate da due sentenze scritte su carta incollata e che volevano dire:
"Dirimpetto a me possa sorgere la ricchezza".
E l'altra:
"Possano i favori del Tien (cielo) scendere su questa porta".
Hang-Tu si volse verso il meticcio, dicendogli:
- Ci siamo.
- Ma dove? - chiese Romero, con una certa ansiet.
- Dove ci aspettano.
Gett un rapido sguardo sulla viuzza a malapena rischiarata da una lanterna che ardeva sull'angolo d'una casa, poi accost le dita alle labbra, mandando tre fischi acuti.
Un istante dopo, la porta della casa d'aspetto sinistro s'apriva senza far rumore ed un chinese di statura quasi gigantesca, con un cappello di fibre di rotang sul capo ed una lunga casacca di tela azzurra, stretta alla cintura da una larga fascia sostenente due rivoltelle, comparve, dicendo:
- Eccomi, Hang-Tu.
- I figli del Lotus bianco e del Giglio d'acqua sono pronti?...
- S, Hang.
- Siamo sicuri?...
- Vi sono sessanta uomini disseminati nel quartiere. Nessun bianco potr avvicinarsi senza essere scorto e pugnalato.
-  necessario che si vegli attentamente, poich conduco con me l'uomo atteso.
- Manderemo altri venti uomini nel quartiere malese.
- Va bene.
Hang-Tu prese Romero per una mano, attravers la porta girando il muricciuolo e s'inoltr in un corridoio tortuoso ed oscuro, ma procedendo speditamente, senza esitazioni, come un uomo che gi conosce la via.
Dopo d'aver disceso parecchi gradini, introdusse il meticcio in un salotto privo di finestre, ma illuminato da una grande lanterna coi vetri di corna di bufalo ridotte in sottilissime lastre, e adorni di fiori variopinti.
Quella stanza doveva trovarsi sottoterra, ma nessuna traccia di umidit si scorgeva sulle pareti, che erano coperte di carta fiorita di Tug e adorne di arazzi di seta color rosso fuoco a grandi disegni rappresentanti mostruosi draghi vomitanti fuoco e lune sorridenti.
Non vi era nessun mobile, nemmeno una semplice sedia di bamb, ma invece negli angoli si vedevano degli enormi fasci d'armi: carabine indiane, fucili a retrocarica di provenienza europea e di varii sistemi, pistole e rivoltelle, sciabole, catane giapponesi taglienti come rasoi, parangs del Mindanao, pugnali, coltellacci, kriss e perfino delle spingarde di grosso calibro.
- Mi attenderai qui, - disse Hang-Tu a Romero.
- Una domanda, prima.
- Parla.
- Dove mi trovo?
- Nella sede delle due societ segrete chinesi Giglio d'acqua e Lotus bianco.
- Ho udito parlare di queste potenti societ.
- Sai che hanno abbracciata la causa dell'insurrezione?...
- Lo ignoravo.
- Te lo dico ora.
- Ma che cosa vogliono da me?...
- Esse rappresentano in Manilla l'insurrezione.
- Che cosa vuoi concludere?...
- Che devi giurare a loro fedelt e poi...
- Continua, - disse il meticcio, vedendo che il chinese si era arrestato.
- Poi ti eleggeranno comandante delle forze degli insorti che guerreggiano nella provincia di Cavite.
- Io, capo?...
- Lo si vuole.
- E contro chi dovr battermi?...
- Lo decider la sorte.
Il meticcio rialz vivamente il capo, che aveva tenuto fino allora chino sul petto, e guard il chinese, ma questi aveva un aspetto tranquillo e i suoi occhi nulla tradivano.
- Attendimi, - disse finalmente Hang-Tu, che aveva sopportato quell'esame, senza che un muscolo del suo volto giallastro trasalisse.
S'avvicin ad una porta di legno di tek che si scorgeva all'estremit della sala sotterranea e batt tre colpi su di una lastra di metallo, un gong. Le vibrazioni argentine del disco non erano ancora cessate, che la porta si apr, richiudendosi tosto, ma senza far rumore, dietro le spalle del chinese.
Romero era rimasto immobile in mezzo la sala, porgendo attento orecchio a vaghi rumori che provenivano dalla parte ove il suo compagno era scomparso. Pareva che dietro la robusta porta di tek, un grande numero di persone bisbigliassero.
Ad intervalli regolari echeggiava come un lontano fragore d'armi, ma subito si spegneva ed il bisbiglio misterioso tosto ricominciava.
Senza dubbio, nei sotterranei della casa, d'aspetto sinistro, si teneva una riunione numerosa, per discutere sui mezzi pi adatti per sopprimere le truppe spagnuole o si tramava qualche audace colpo di mano contro la popolazione bianca di Manilla, per strappare il formidabile baluardo ai dominatori.
Cinque minuti erano appena trascorsi, quando Hang-Tu rientr dicendo:
- Vieni, Romero: i fratelli ti attendono.





CAPITOLO III

LE SOCIET SEGRETE DEI CHINESI

Il meticcio, udendo quelle parole, aveva provato, senza sapere il perch, un fremito. Non aveva paura di affiliarsi a quelle misteriose sette importate dalla China e che ora avevano dato le loro ricchezze e le loro forze pel trionfo della libert delle Filippine; non tremava per le terribili punizioni che infliggono agli uomini, anche lontanamente sospetti della loro fedelt agli statuti sociali: non temeva le arti segrete di Hang-Tu per strappargli dal cuore la passione per Teresita, pure non si sentiva tranquillo varcando la porta che doveva metterlo in presenza dei membri delle potenti associazioni.
Sentiva vagamente che un pericolo misterioso lo circondava, ma senza sapere quale.
Attraversata la sala, il chinese lo introdusse in un nuovo corridoio che pareva scendesse ancora, poi lo fece passare sotto una strana vlta formata da otto enormi clave sorrette da otto chinesi, da otto membri dell'associazione.
Subito due altri chinesi s'impadronirono di Romero, gli tolsero la casacca e la camicia gettandogli addosso un manto di seta bianca, ma che lasciavagli scoperta la spalla destra.
Perch la cerimonia dovesse essere completa, avrebbero dovuto sciogliergli la coda, come prescrivevano gli statuti sociali del Giglio d'acqua, del Lotus bianco e del Tien-Tai, ossia della Societ del Cielo, della Terra e dell'uomo, come protesta del servaggio dei chinesi contro l'imposizione dei Mantsciuri conquistatori, ma essendo Romero un meticcio, questo particolare fu lasciato da parte avendo i capelli alla moda europea.
Ci fatto, Hang-Tu introdusse l'amico in un'ampia sala dove si trovavano raccolti un centinaio e pi affiliati , parte chinesi, altri malesi, tagali e meticci, forse i capi pi influenti del partito insurrezionale di Manilla. Erano tutti armati di sciabole, o di catane o di parangs, le cui lame d'acciaio finissimo scintillavano vivamente, sotto la luce d'una mezza dozzina di grandi lanterne di talco.
Hang condusse il meticcio ad una estremit della sala dove sorgeva un piccolo padiglione detto dei Fiori Rossi, perch le tende che l'adornavano erano dipinte a peonie color del sangue, e preso un bacino di porcellana azzurra di Ming, ripieno d'acqua raccolta nel fiume chinese di Siam Ho, spruzz replicatamente il neofita.
Tosto i cento uomini, che si trovavano col radunati, si schierarono su due file, ed alzarono le armi formando come una vlta d'acciaio.
Hang fece passare Romero sotto le lame fiammeggianti e minacciose, poi, giunto nel mezzo, lo fece inginocchiare su di un cuscino di seta cremisi, mentre otto spade si puntavano sulla spalla nuda del nuovo affiliato, facendo uscire alcune gocce di sangue.
- Sono morti i tuoi parenti? - gli chiese Hang, che funzionava da grande maestro.
- No, - rispose il meticcio, con sorpresa.
- Devi giurare che sono morti, - disse il chinese con voce solenne, - cos vogliono i nostri statuti.
- Lo giuro.
- Ripetilo.
- Lo giuro.
Un lampo di gioia balen negli occhi obliqui di Hang.
- Tu hai giurato, - gli disse, - questa formula significa che non puoi pi riconoscere alcun legame terrestre e che devi rinunciare a tutto per darti, corpo ed anima, alle nostre societ che qui rappresentano l'indipendenza delle Filippine.
Il meticcio, udendo quelle parole, fece atto d'alzarsi, ma le punte delle otto spade l'obbligarono a rimanere in ginocchio. Aveva compreso che quella formula stava per costargli la perdita della fanciulla amata ed aveva pur compreso dove l'aveva tratto l'astuto chinese.
- Hang, - mormor.
- Per l'indipendenza della patria, - rispose il chinese, che lo aveva ben capito.
Romero chiuse gli occhi e chin il capo. La libert della patria gli rubava l'affetto di Teresita.
Un affilato aveva intanto recato un vaso di porcellana color del cielo dopo la pioggia, contenente dell'avarak ed aveva mescolato alla forte bevanda alcune gocce di sangue raccolte sulla spalla del meticcio.
- Bevi, Romero Ruiz, - disse Hang, porgendogli la coppa.
Il neofita la vuot senza pronunciare una parola. Ormai era in piena bala di quegli uomini; ormai aveva dato il cuore e l'anima all'associazione.
- Romero Ruiz - continu il chinese rialzandolo, mentre le otto spade venivano ritirate. - Sei nostro ed hai giurato di difendere la libert delle isole contro i nostri secolari oppressori.
- S, - rispose il meticcio, a voce bassa, - ma mi hai schiantata l'anima.
Hang-Tu finse di non udirlo e se lo fece sedere a fianco, su uno scanno coperto di seta rossa fiorata, poi, mentre i congiurati formavano dinanzi a loro un ampi semi-cerchio, disse:
- S'introducano i corrieri.
Un istante dopo due malesi, un chinese ed un meticcio entravano. Tutti quattro erano cenciosi, magrissimi e portavano in volto le tracce di lunghe sofferenze. Pareva che fossero giunti di recente dai campi degli insorti, poich le loro vesti erano ancora imbrattate di fango.
Hang-Tu fece avvicinare il meticcio, chiedendogli:
- Da dove vieni?...
- Dalle rive dell'Imus, capo, - rispose il corriere.
- Che cosa fanno gli spagnuoli?
- Si sono accampati presso Dasmarinas e pare che puntino verso Salitran.
- Chi li comanda?...
- I generali Lachambre e Cornell.
- E poi?...
- Il generale Zabal presta loro mano forte col mag...
- Basta, - lo interruppe Hang-Tu, con vivacit. - Conosco l'altro. I patriotti hanno fortificato Salitran?...
- Lo credono inespugnabile.
- Lo sforzo del maggiore sar contro Salitran adunque?
- S, capo. Tutte le colonne convergono sull'Imus.
Hang, con un gesto, lo invit a ritirarsi e fece avanzare il chinese.
- Tu vieni? - gli domand.
- Da Franquero.
-  vero che quella fortezza  caduta nelle mani degli spagnuoli?
- Il generale Jaramille l'ha espugnata il 16 febbraio.
- Da tre giorni! - esclam Hang, con doloroso stupore. - E gli insorti?...
- Si ritirano sui monti combattendo.
- Maledizione!... E Pamplona?...
-  pure caduta, capo, - disse uno dei due malesi avanzandosi. -  stata occupata dal colonnello Barranquer dopo un vivo bombardamento che ha costato la vita ad un centinaio dei nostri.
- Tristi notizie! - disse Hang, con un sospiro. - Ed a Bocoor che cosa si fa?...
- Continua il bombardamento da parte della squadra spagnuola, ma i patrioti resistono sempre, - disse il secondo malese.
- E Cavite Vieja?...
- Tiene sempre testa agli spagnuoli.
- Ma oggi si diceva a Binondo che le popolazioni del fiume Zarate erano state domate.  vero?...
- S, capo, - risposero i due malesi, - ma gli uomini validi sono fuggiti e andranno a rinforzare le nostre bande.
- Hang-Tu si alz e volgendosi verso i congiurati che conservavano un religioso silenzio, malgrado quelle cattive notizie recate dai campi dell'insurrezione, disse:
- Amici, gli oppressori stanno per darci forse un colpo mortale. Mentre Cuba resiste vittoriosamente ai reggimenti del generale Veyler sacrificando i suoi pi valorosi figli per l'indipendenza, noi che avevamo cominciato l'insurrezione con tanti successi, stiamo per essere vinti.
"Le tigri delle isole, gli antropoidi, come ci chiamano sdegnosamente questi uomini dalla pelle bianca, non devono perire. Pensate che siamo sette milioni, mentre essi non sono che tremila e che nelle nostre vene scorre il sangue di tante valorose razze e dei pi celebri predatori dell'arcipelago.
"Guerra a morte contro questi oppressori, contro questi orgogliosi bianchi che ci gettano in viso il loro disprezzo.
"Trionfano oggi, ma essi tremano, perch sanno che le tigri delle isole sfidano impavide la morte. A Bataan, a Laguna, a Cavite, a Pampanga, a Bulacan, a Malabon, a Noveleta si resiste ancora e non cederemo dinanzi n ai fucili, n ai cannoni spagnuoli.
"Conquistino pure le nostre citt, ma ci rimarranno le selve e le montagne. Meglio la libert delle fiere lass o nei profondi recessi delle boscaglie che la schiavit qui.
"Organizziamoci, amici. Io vi ho condotto un uomo che dar del filo da torcere agli spagnuoli, un uomo che pel primo ha dato il segno dell'insurrezione, che conosce gli uomini bianchi meglio di me e di voi tutti uniti, che ha studiato nella lontana Europa e che  il primo martire della libert.
"Ruiz Romero, io capo delle associazioni del Lotus Bianco e del Giglio d'acqua e gran maestro del Tien-Tai, capo supremo degli insorti di nazionalit chinese, ti nomino capo supremo degli insorti della provincia di Cavite.
"Giura che tu difenderai fino all'estremo le nostre fortezze contro le quali puntano tutte le forze della Spagna; giura che tu combatterai contro qualunque comandante spagnuolo fosse pure tuo amico, fosse pure tuo parente. Giuralo, Ruiz Romero: la patria lo vuole".
- Lo giuro, - rispose il meticcio, che si sentiva come affascinato dagli sguardi ardenti del chinese che in quel momento erano fissi nei suoi.
- Sta bene: domani partiremo per recarci a difendere Salitran prima di tutto. - Poi volgendosi verso uno dei congiurati, chiese: -  tutto pronto?...
- Tutto, capo.
- L'ora?...
- Alle quattro.
- Il luogo?...
- Dinanzi la casa di Fang.
- Sgombriamo prima che possano sorprenderci.
In pochi momenti la sala sotterranea si vuot. Non rimasero che il meticcio e Hang-Tu.
- Sei soddisfatto, amico? - chiese questi.
- Temo che tu abbia troppa fidanza sulle mie forze, - rispose Romero.
- No: io ti conosco, gl'insorti tutti ti apprezzano e desideravano il nostro ritorno. Tu sei di quegli uomini che posseggono una energia straordinaria e che possono esercitare una influenza grandissima sulle masse dei combattenti. Io ti ho collocato al tuo vero posto.
- Senza uno scopo segreto, Hang?...
- Chiss! - rispose il chinese, mentre le sua fronte s'increspava.
- Tu mi hai fatto nominare capo degli insorti della provincia di Cavite per allontanarmi da Teresita,  vero?...
- La Perla di Manilla, come chiamano qui la fanciulla bianca, poteva produrre pi male col suo affetto che gli spagnuoli colle loro armi, - rispose il chinese con voce grave. - Un capo all'insurrezione mancava per riordinare le proprie forze e solamente tu potevi esserlo.
"Perderai il cuore della fanciulla, ma forse renderai la libert alle isole. Vedi bene, questa vale l'altro".
Romero non rispose, ma sospir a lungo.
- Ti comprendo, - rispose Hang, dopo alcuni istanti di silenzio. - La Perla di Manilla ti aveva stregato e tu soffri.
- S, soffro, - rispose il meticcio, quasi con rabbia. - L'amor della patria  grande, ma il cuor che sanguina  un martirio atroce, Hang.
"Io maledico il giorno in cui i miei occhi s'incontrarono con quelli di Teresita, Hang!... Io vorrei non averla mai veduta sul mio cammino, o vorrei avere la forza di soffocare la passione nata nel mio cuore, questa fiamma che divora e che nell'esilio non si  spenta.
"La patria, la libert!... Io l'amo questa terra che dovrebbe ormai essere nostra e per la quale tutto ho perduto, tutto ho sacrificato, ma tu non potrai mai comprendere, Hang, quanto sia pur grande l'affetto mio per quella fanciulla figlia dei nemici nostri.
"Ors, si compia il mio triste destino e non se ne parli pi. La patria chiede il mio sangue, la mia vita e sia!..."
- Tu mediti la morte, Romero? - disse Hang nella cui voce ci era una accento di commozione.
- Che t'importa?... Credi tu che io possa essere felice, anche se tu mi hai fatto creare capo degli insorti?...
- Le vicende della guerra spegneranno la tua passione, Romero.
- Mai, Hang. Il mio martirio non cesser se non quando io cadr, spento dalle palle degli spagnuoli.
- Tu che potresti un giorno diventare il capo supremo delle nostre isole?...
- S, ma il cuore sarebbe allora morto.
- Maledetta bianca!...
- Taci, Hang.
- L'odio, quanto odio suo padre.
- Taci!... Taci!...
- E sia: vieni.
Il meticcio gett il mantello di seta bianca, riprendendo le sue vesti; poi entrambi lasciarono la sala, riattraversarono il salotto ed il corridoio ed uscirono sulla viuzza oscura che era gi tornata deserta.
Il chinese gett un rapido sguardo a destra ed a sinistra, poi si mise in cammino, seguto dal meticcio che era ricaduto nei suoi tristi pensieri.
Giunto all'estremit della via lanci un fischio modulato, ma breve. Due uomini che si tenevano celati nell'angolo oscuro d'una casa, si fecero innanzi.
-  libera la via? - chiese Hang.
- Non vi  una sola guardia fino al quai del Passig, - risposero i due congiurati.
Hang riprese il cammino con Romero, inoltrandosi nelle luride stradicciuole del quartiere malese, ed un quarto d'ora dopo si trovavano sul molo di Binondo.
Non vi era alcuna persona a quell'ora. Solamente dinanzi al quai si scorgevano degli uomini che vegliavano sul ponte di alcune giunche cinesi e di alcuni prahos malesi, che avevano le vele spiegate, come se quelle navicelle fossero pronte a prendere il largo.
- Sono le undici, - disse Hang, arrestandosi. - Vuoi essere libero?
-  necessario, - rispose Romero.
- Sei deciso di recarti dalla Perla di Manilla?...
- L'ho promesso.
- Sta in guardia, Romero.
- Sar forte.
- Possono capitarti brutte sorprese.
- Sono preparato a tutto.
- Sarai tentato, Romero.
- Sar fedele ai miei giuramenti.
- Alla patria? - disse Hang, con voce grave.
- Alla patria, - rispose il meticcio, con voce soffocata.
- Sei armato?
- Che cosa debbo temere?
- Chiss?... il destino  talvolta cos strano, te lo dissi gi.
- Non temo nessuno.
- Bada che suo padre  qui.
- Se mi assale, mi difender.
- Rammentati che devi vivere per l'indipendenza delle isole.
- Non mi far uccidere.
- Addio; a domani dinanzi alla casa di Fang, se non ci rivedremo prima.
- Vuoi seguirmi, forse?...
Hang non rispose. Si era calato sulla fronte il grande cappello in forma di fungo e si era allontanato rapidamente dirigendosi verso una giunca, il cui equipaggio stava per ritirare le gomene che la tenevano legata al molo.
- Andiamo, - mormor Romero, avvolgendosi in un manto dai vivaci colori, che fino allora aveva tenuto sul braccio. - La terribile lotta sta per cominciare o per finire.
Apr con un colpo secco una di quelle lunghe ed affilate navaje che usano gli spagnuoli e se la pass nella cintola, dove gi stava celata la rivoltella che lo aveva cos ben servito contro i moros e s'avvi lentamente verso il ponte di Binondo, per entrare nella Ciudad.





CAPITOLO IV

TERESITA D'ALCAZAR

L'arcipelago delle Filippine, su cui si svolse la sanguinosa insurrezione del 1896-97, quasi contemporaneamente a quella non meno tremenda di Cuba,  uno dei pi splendidi possessi che la Spagna abbia salvato dallo sfacelo delle sue tante numerose colonie.
Si compone di pi di cinquecento isole, ma due sole sono grandissime: Luzon che  la principale, vasta quanto il doppio e pi della nostra Sicilia, e Mindanao, di cui buona parte  ancora indipendente. Altre sette sono pure di grandezza considerevole: Palavan, Samar, Panai, Mindoro, Leit, Negros e Zeb. Le altre minori sono Bohol, Marsbate, Mactan, Marinduque, Burias, Calmina, Bassilan, Catanduanes, Pelillo, Babuiane, ecc.
Magellano, il grande navigatore che pel primo comp il giro attorno al mondo, fu il primo ad approdare su quelle terre, il 16 marzo del 1521; ma non pot sottoporle al dominio della Spagna, essendo stato ucciso sull'isola di Mactan mentre combatteva in favore del re di Zeb.
Vent'anni pi tardi, Villalobos vi sbarcava pure chiamando quelle isole Filippine; ma difettando le sue navi di viveri, si vide pure costretto ad abbandonarle senza aver fondata nessuna colonia.
L'onore di sbarcare i primi uomini bianchi doveva spettare a Michele Lopez de Legaspi, col giunto intorno al 1561; ma l'onore della conquista di Luzon doveva toccare al nipote Salacedo, il quale, con un coraggio inaudito, alla testa di soli duecentocinquanta uomini, riusciva a debellare i principi tagali, donando alla patria una delle pi floride colonie.
La sua salita fu rapida, sorprendente, malgrado le acri discordie scoppiate fra i maestrati ed i prelati prima, fra il clero secolare e gli ordini religiosi dopo, e fra le varie fanterie pi tardi. In poco volgere d'anni, merc l'emigrazione dei chinesi, artefici valenti e mercanti abilissimi, Manilla pot diventare uno dei pi ricchi emporii di quei mari con immenso vantaggio delle finanze spagnuole, le quali traevano da quella colonia ricchezze non inferiori a quelle che traevano dal golfo del Messico.
La dura oppressione dei conquistatori da un lato e le mire ambiziose del vicino impero chinese, non tardarono per a provocare sanguinose insurrezioni che sconvolsero, a pi riprese, quelle ricche isole, mettendo in pericolo la sovranit ispanica.
Sfuggite miracolosamente alla spedizione chinese del bandito Limacon, che nel 1574, con sessantadue navi, duemila pirati e millecinquecento donne aveva tentato di sorprendere Manilla, nel 1603 scoppia la prima insurrezione entro le mura della capitale.
Trentacinquemila chinesi fra mercanti ed agricoltori, istigati da messi dell'imperatore del Celeste Impero, alzano il vessillo dell'insurrezione.
Una donna tagala, maritata ad un chinese, svela ad un sacerdote la congiura, ma i ribelli non indietreggiano e trucidano gli avamposti spagnuoli.
Gli abitanti di Manilla di razza bianca comprendono il pericolo e si armano. Soldati, sacerdoti, frati, donne, fanno argine all'insurrezione e dopo una lotta sanguinosa riescono a domarla colla morte di ventitremila nemici.
Nel 1639, i chinesi spiegano per la seconda volta il vessillo dell'insurrezione e in quarantamila assalgono gli spagnuoli, ma sono nuovamente disfatti e solo settemila sfuggono alla strage orribile.
Da quelle due ribellioni, soffocate nel sangue e tramandate di padre in figlio,  nato l'odio fra la razza gialla e la razza bianca, odio conservato con pari ferocia e costanza, attraverso quasi tre secoli. I maltrattamenti degli oppressori da una parte, le ladrerie dei collettori che raddoppiavano o triplicavano a loro esclusivo vantaggio le tasse gravanti sui malesi e sui tagali, ed altre insurrezioni qua e l scoppiate e ferocemente soffocate, diedero in breve ai chinesi altri formidabili alleati; la razza olivastra e quella rossastra, i discendenti dei pi rapaci predatori dell'arcipelago sululano e dei nativi, dei primi proprietari del suolo.
La fusione di queste tre razze di colore, un tempo rivali e che crearono quei vigorosi e intelligenti sangue-misti chiamati meticci, sognanti costituzioni liberali, prepar le insurrezioni di questo secolo.
Nel 1824, nella capitale echeggia il primo grido di libert. La rivolta delle colonie spagnuole d'America aveva avuto il suo contraccolpo anche nel lontano arcipelago, ed alcuni ufficiali spagnuoli, unitamente ad alcuni negozianti, avevano preparato la rivolta.
Erano pochi, ma animosi e si sapevano spalleggiati dalle razze di colore, anelanti di vendicarsi.
I ribelli s'impadronirono d'una porta della citt, assalirono il palazzo del governo e uccisero il vicer; ma i vincitori del mattino, alla sera venivano oppressi dalle truppe rimaste fedeli alla bandiera spagnuola e tradotti al patibolo o mandati in esilio.
Alcuni anni pi tardi, un secondo tentativo non ebbe miglior fortuna, ed i patriotti finirono quasi tutti sotto le palle delle truppe e della popolazione bianca.
Il sangue di quegli insorti non era stato per sparso inutilmente. Le tre razze di colore, stanche di promesse non mantenute, di riforme male concepite, insofferenti del secolare disprezzo dei conquistatori e dell'orgoglio castigliano, ed incoraggiati dai successi degli insorti cubani, verso la fine del 1896 ordirono la grande congiura che doveva scoppiare come un colpo di fulmine e sorprendere la Spagna, tanto pi che nessuna cosa l'aveva fatta sospettare.
Il primo colpo avrebbe dovuto riuscire mortale alla potenza spagnuola, senza la confessione d'una donna di colore. Non si trattava dell'organizzazione di poche bande armate, ma d'un colpo di mano entro le mura della capitale e che doveva costare la vita a tutta la popolazione bianca.
Romero Ruiz, uno dei pi ricchi piantatori di Luzon, un uomo di valore e di genio, laureatosi ingegnere in Europa, l'aveva organizzato e preparato, quantunque non s'ignorasse che amava una fanciulla bianca, la Perla di Manilla, figlia di uno dei pi valorosi ufficiali del presidio spagnuolo, aiutato da Hang-Tu, uno dei capi pi potenti e pi fieri della colonia chinese, gran maestro delle associazioni del Lotus bianco, del Giglio d'acqua e del Tien-Tai, ed uno dei pi ardenti partigiani della libert delle isole.
La morte del generale Blancos, comandante supremo delle forze spagnuole, quantunque combattuta da Romero che non voleva inaugurare l'insurrezione con un assassinio, era stata decretata dal partito giallo.
Un malese al suo servizio doveva ucciderlo a tradimento, ma la comparsa di un certo numero di servi che avevano portate con loro le armi dei padroni, avevano destati i primi sospetti.
Le autorit spagnuole, avvertite della trama ordita da un canapaio prima, poi da un vecchia malese che aveva narrato ogni cosa al suo confessore, non si erano lasciate sorprendere.
Mentre il governatore faceva arrestare centinaia di congiurati, un impiegato superiore ed un avvocato armarono prontamente due squadroni di volontari i quali, colla loro fermezza, s'imposero alla popolazione di colore che stava per cominciare la lotta.
Il colpo era fallito prima che scoppiasse, Romero e Hang-Tu, protetti da amici, con una pronta fuga avevano avuto il tempo di lasciare la citt, quando gi era stata decretata la loro morte, riparando a Canton.
Ma mentre si fucilavano o si deportavano gli arrestati, la rivolta si era estesa fuori Manilla, nonostante lo scarso numero dei ribelli.
Il primo colpo era stato portato contro Calnacan, localit distante due sole leghe dalla capitale, ma il drappello dei congiurati era stato subito respinto.
Formato per lo pi di malesi sanguinarii, aveva preso la rivincita sul monastero a cui apparteneva il frate che aveva accolta la delazione della vecchia malese. Uccisa la delatrice, applicata la pene del ling-chi2 al suo confessore e trucidati o annegati gli altri, si era sbandata per sollevare le popolazioni di Bulacan, Pampagan, Laguna, Nueva Ecija, Batangas e Cavite.
Pareva che le forze spagnuole del generale Blancos, messesi tosto in campagna, avrebbero dovuto soffocare subito quel primo moto insurrezionale, tanto pi che i capi erano stati o fucilati o deportati o costretti a cercare riparo all'estero, ma l'idea della libert e l'odio secolare contro la razza spagnuola avevano messe profonde radici.
In pochi giorni quelle poche centinaia d'insorti erano diventate migliaia. La rivolta avvamp come un incendio intorno a Manilla, facendo il suo centro in Cavite Vieja ed in Bulacan.
Gl'insorti che trovavano nei municipii dei preziosi alleati e nella gendarmeria, la cui riforma aveva aperto l'adito ai meticci ed agli indigeni, dei valorosi compagni, non fuggivano pi ma combattevano con ferocia.
Lotte sanguinose erano gi avvenute negli ultimi mesi del 1896 e verso la met del febbraio 1897, ed atrocit inaudite erano state commesse d'ambo le parti, quando deludendo le crociere della flotta spagnuola e sfidando la fucilazione a cui erano stati condannati dal consiglio di guerra, presieduto dal maggiore d'Alcazar, ricomparvero i due primi campioni della sommossa: Ruiz Romero e Hang-Tu. . .
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Il meticcio, lasciato il chinese sul molo di Binondo, s'avanzava lentamente verso il ponte, col viso mezzo nascosto nell'ampio mantello infioccato e la destra sul manico della lunga ed affilata navaja.
Era triste e cupo. Quel colloquio che un giorno avrebbe ardentemente desiderato, non gli sorrideva in quella notte in cui stava per partire e combattere forse contro il padre della fanciulla amata e contro i compatriotti di lei. Quale amore disgraziato era il suo, lottante per la libert della terra natia ed i palpiti del cuore!... Che tenebroso avvenire gli si preparava senza le pi lontane speranze d'un sorriso, d'un raggio di luce!
Quand'anche l'insurrezione avesse trionfato; quand'anche gli odiati oppressori venissero vinti, chi avrebbe dato a lui la fanciulla che amava?... Avrebbe il padre di lei, fiero nemico dei ribelli, il pi orgoglioso dei castigliani, accordato il perdono al condannato a morte, al capo forse pi possente dell'insurrezione?... O non avrebbe, per la libert delle isole, infranto anche l'affetto della Perla di Manilla che pur, sino allora, aveva resistito a tutto?... Avrebbe ella avuto il coraggio di volere bene al nemico pi formidabile della sovranit spagnuola, su quelle terre del Grand'Oceano?...
-  triste,  triste, - ripeteva Romero , seguendo il filo dei suoi dolorosi pensieri. - La patria m'infranger l'anima e far di me il pi infelice degli uomini, ma Romero Ruiz non tradir il vessillo dell'insurrezione, per quanti martirii possa costare al suo povero cuore. D'altronde la morte la cercher e presto tutto sar finito; tale doveva essere il destino mio. Cerchiamo di essere forti in questo colloquio che forse sar l'ultimo. Povera Teresita!... Meglio sarebbe stato che i nostri sguardi mai si fossero incontrati.
Soffoc un sospiro ed affrett il passo. Al palazzo di citt suonavano le undici e doveva percorrere parecchie vie prima di giungere all'abitazione del maggiore d'Alcazar.
All'estremit del ponte, dinanzi alla porta della Ciudad, vegliavano due sentinelle, essendo state raddoppiate le guardie dopo i primi moti insurrezionali i quali potevano avere un contraccolpo anche nella capitale, dove numerosissimi erano ancora i tagali, i chinesi ed i meticci, ma Romero pass risolutamente dinanzi a loro, certo di non venire riconosciuto, specialmente con quell'oscurit.
Non pot per sfuggire ad una interrogazione dei due soldati.
- Dove vi recate a quest'ora? - gli fu chiesto.
- Dal maggiore D'Alcazar, - rispose il meticcio risolutamente.
- Siete atteso?
- S, ed ho fretta.
- Passate.
Il meticcio entr nella Ciudad con passo affrettato, ma prima di voltare l'angolo delle prime case si guard alle spalle per accertarsi che non era seguito. Tranquillizzato da quel lato, s'inoltr attraverso una serie di vie piuttosto strette, ma fiancheggiate da grandi edifizii d'aspetto severo, quasi tetro.
La Ciudad  la citt militare dove risiedono le truppe e la popolazione bianca, anzi la popolazione veramente spagnuola.
 una vera fortezza, cinta di bastioni giganteschi ed angolosi, difesi da ampi fossati, ma male tenuti, pi pieni di liquido fangoso che d'acqua e coperti di piante palustri, con sei sole porte e muniti di ponti levatoi ed un forte d'aspetto minaccioso: quello di San Giacomo.
Le vie della citt hanno un aspetto assolutamente malinconico, niente attraente per gli europei che sono di nazione spagnuola, quantunque siano per lo pi larghe, dritte, ombreggiate di piante coperte di erbe che nessuno si cura di estirpare.
Quei palazzoni dalle nere muraglie, screpolati dai violenti terremoti del 1645, 1796, 1852, 1860, 1864 e quello ultimo del 1879, quelle immense e numerose chiese, quei monasteri pure numerosissimi, producono un'impressione triste.
Le casette ad un solo piano, colle loro logge adorne di fiori, fabbricate ultimamente per meglio resistere alle furiose scosse di terremoti, dnno per ora, ad una parte della fortezza, un carattere un po'civettuolo.
Romero, che conosceva a menadito la citt, avendovi soggiornato a lungo, dopo aver attraversato parecchie vie, tenendosi prudentemente addosso ai muri per non incappare in qualche guardia notturna, pochi minuti prima della mezzanotte giungeva dinanzi ad un edificio maestoso, che aveva pi l'apparenza d'una fortezza che d'un palazzo, colle mura annerite ed al pari delle altre screpolate per le convulsioni del suolo, spalleggiato da un ampio giardino difeso da alte muraglie merlate, ma in parecchi luoghi diroccate.
Nessun filo di luce trapelava attraverso le persiane delle numerosissime finestre e nemmeno dinanzi al grandioso portone vegliava alcuna sentinella.
Romero gett all'interno un lungo sguardo, poi rassicurato di essere affatto solo, segu le mura del giardino finch si trov dinanzi ad un piccolo padiglione di pietra, sormontato da un terrazzo coperto di grandi vasi di fiori.
Qualche sprazzo di luce filtrava attraverso le persiane del pianterreno le quali erano cos basse che un uomo di media statura avrebbe potuto aprirle.
- M'aspetta, - mormor. - Povera Teresita!...
S'avvicin ad una finestra, e dopo una breve esitazione batt, colle nocche delle dita, alcuni colpi.
Un istante dopo la porticina del padiglione s'apriva senza far rumore ed il meticcio entrava in un elegante salotto colle tende di percallo azzurro, adorno di grandi vasi di porcellana chinese o giapponese e contenenti delle piante rare, i cui fiori spandevano all'intorno dei profumi acuti, tanto cari alle donne spagnuole.
Una lampada pure chinese, velata di pizzi, lasciava cadere una pallida luce, la quale si rifletteva sui tavolini chinesi laccati e sulle poltroncine di bamb pure incrostate di lacca e di scagliette di madreperla, che ammobiliavano la stanza.
Teresita, vestita d'un semplice accappatoio bianco a ricami, ma che faceva spiccare doppiamente la sua bruna carnagione ed i suoi occhi neri, con una rapida mossa aveva preso Romero per una mano traendolo sotto la lampada, mentre Manuelita, la sua fida donna, una bellissima ragazza tagala, dagli occhioni dolci, quantunque leggermente obliqui, s'affrettava a chiudere la porta.
- Grazie, Romero, - disse la fanciulla, con voce rotta. - Avevo dubitato per un istante che tu venissi, ma vedo che mi ero ingannata e che ti avevo giudicato male.
- Hai dubitato, - disse il meticcio, - e perch, Teresita?...
- E me lo chiedi?... Temevo che tu ormai avessi dimenticato la figlia di colui che si  mostrato cos spietato verso di te.
- Io non odio tuo padre.
- Lui!... che ti ha condannato a morte, che ha distrutto le tue ricchezze, che ti ha reso povero ed infelice e che ti ha costretto a riparare in terra straniera?...
- Un soldato deve compiere il proprio dovere, Teresita. Un altro qualunque, al suo posto, avrebbe fatto altrettanto contro di me, che mi ero schierato fra i nemici della tua patria.
- Ma lui ti odia, Romero, - disse la fanciulla, con uno scroscio di pianto.
- Lo so, Teresita, - rispose il meticcio, con voce cupa, - pure io non l'odio. In lui io non vedo che un nemico dell'indipendenza delle isole, e null'altro. A lui ho perdonato tutto, il suo disprezzo verso di me, perch nelle mie vene non scorre il sangue puro della razza bianca, il male che mi ha fatto e anche le inenarrabili torture del mio cuore.
- S, le tue torture!... Quanto devi aver sofferto nelle terre dell'esilio, mio Romero!
- S, ma per te, Teresita.
- Ah!... Non mi avevi dimenticata adunque, - diss'ella, sorridendo attraverso le lagrime.
- No, avevo portato con me l'affetto della Perla di Manilla. Ma quante angosce, Teresita!... Ti avevo sempre dinanzi agli occhi, sai!... Mi pareva anche laggi, sulle spiagge degli uomini gialli, di udire sempre la tua voce a ripetermi quelle parole da te pronunciate la notte prima del colpo di mano, che doveva dare a noi insorti la capitale "Te o la morte!...". Io anelavo di ritornare qui per rivederti, fosse pure per un solo istante, mi fosse pure costata la vita...
Romero si era bruscamente interrotto, come se si fosse spaventato di aver detto tanto.
- Parlo in questo modo, - diss'egli con amarezza, - mentre invece tutto dovrebbe finire fra noi.
- Romero!... - esclam Teresita, con un singhiozzo. - Non parlare cos, gran Dio!...
- S, tutto deve finire, mia Teresita. La patria sta fra noi.
- La patria!...
- S, perch io domani diverr uno dei pi implacabili nemici della tua razza e tu non mi potrai pi voler bene.
- T'inganni, Romero.
- No, Teresita. Non si pu amare un nemico della propria patria, ed io sto per diventarlo. Fra poche ore forse io uccider i tuoi fratelli, forse io lotter contro lo stesso tuo padre.
- Non  possibile, Romero!... - esclam la fanciulla con accento straziante. - No, tu non partirai, tu non andrai a lottare nei campi degli insorti, tu non esporrai il tuo corpo ai colpi dei miei compatriotti...
-  l'indipendenza di queste isole che mi chiama,  la patria.
- Ma quegli uomini saranno tutti uccisi un giorno, mio Romero, ed io non voglio che tu muoia. Essi credono di vincere la Spagna, essi s'illudono di cacciare i miei compatriotti in mare e s'ingannano. La mia patria  troppo forte e troppo fiera per rinunciare alla lotta.
- Ma anche l'insurrezione  potente, Teresita, e lotter finch avr un solo uomo ed una sola carica di polvere.
- Ma tu non sei uomo di colore come sono quasi tutti gli insorti. Nelle tue vene scorrono pure delle gocce del sangue dei bianchi, di sangue spagnuolo.
-  vero ed  per questo che i tuoi compatriotti mi chiamano sdegnosamente meticcio, ed  per questo che tuo padre si frappone fra noi due come se il sangue tagalo di mia madre non fosse pari di quello degli uomini d'Europa. No!... Il meticcio non pu amare la donna bianca;  uno schiavo, un lebbroso.
- Romero! - esclam Teresita, - non parlare cos. Che importa se i miei orgogliosi compatriotti ti chiamano meticcio, quando io ti voglio bene?
- Ma tuo padre?... - chiese Romero che, era in preda ad una viva eccitazione.
- Tu hai salvato la vita a sua figlia.
- Ed in compenso sarebbe felice di potermi far fucilare come ribelle, - rispose il meticcio, con amarezza.
Teresita si era lasciata cadere su di una sedia col viso nascosto fra le mani e piangeva in silenzio, soffocando i singhiozzi che le sollevavano il seno. Il meticcio colle braccia incrociate sul petto, la fronte increspata, s'era messo a passeggiare pel salotto, mentre Manuelita, immobile come una statua di bronzo, vegliava alla porta che metteva sul giardino.
- Parti?... - chiese ad un tratto la fanciulla, rialzandosi e tergendosi le lagrime.
- All'alba, - rispose Romero.
- Sei deciso?...
- Ho giurato, Teresita.
- E... non tornerai pi?... - chiese ella, tornando a scoppiare in singhiozzi.
- Forse un giorno, se la morte mi avr risparmiato.
- Ma io non voglio che tu muoia, Romero! - esclam Teresita posando il bruno capo sul robusto petto di lui.
- La mia morte sarebbe forse un bene per entrambi. A quale scopo continuare questo infelice affetto, quando non vi  alcuna speranza di realizzare il dolce sogno vagheggiato?... La guerra scaver fra noi un abisso che non si colmer pi mai, mia Teresita.
- E ti rechi?...
- A difendere Salitran.
- A Salitran!... - esclam la fanciulla, indietreggiando vivamente. - Tu vai a combattere contro mio padre!...
- Tuo padre sar dinanzi a Salitran!... Hang-Tu vede un triste disegno nel tuo cuore!
- Chi  codesto Hang-Tu, Romero?...
- Un uomo che forse ha la pi grande anima di patriota, ma che forse sar fatale al nostro affetto, Teresita. Mi hanno fatto giurare di difendere Salitran perch essi sapevano che dovevo lottare contro tuo padre. Io sono un disgraziato, maledetto dal destino!...
- E tu non rinuncerai a lottare contro mio padre?...
- Non lo posso pi, Teresita
- Ah!... Tu me lo ucciderai, Romero.
- No, te lo giuro. Io tutto ho perdonato a lui.
- Ma lui?... Ho paura... ho un triste presentimento, amico mio, - disse la giovinetta con voce rotta dal pianto.
- Se cos fosse... se m'uccidesse... si compia pure il mio destino.
- Ma io ti voglio bene, Romero!...
- Ed io, credi che non voglia bene alla Perla di Manilla?... Forse che sarei qui venuto mentre i miei compatriotti, questa i stessa notte forse, muoiono per la libert?... Credi tu che non sarei corso ai loro campi per battermi al loro fianco?... No, tu non saprai mai, Teresita, quanto abbia sofferto per te questo mio povero cuore e quanto...
Romero si era bruscamente interrotto. Al di fuori della strada, era echeggiato un fischio breve, ma modulato e che egli ben conosceva. Impallid, poi fece un gesto di stupore.
- Hang-Tu!... - mormor. -  un segnale d'allarme.
Si liber dolcemente dalle braccia della giovanetta e s'avvicin alla finestra, aprendo silenziosamente le persiane.
Un uomo avvolto in un grande serap a vivaci colori e col capo nascosto da un ampio cappello di fibre di rotang simile a quello usato dai chinesi, stava fermo in mezzo alla via, col viso volto verso le muraglie del giardino.
- Sei tu, Hang? - chiese il meticcio.
- S, - rispose il chinese. - Fuggi o ti arresteranno. Gli spagnuoli hanno saputo che noi siamo sbarcati e se non ti affretti, non lascerai pi la Ciudad.
- Attendimi.
Il meticcio rinchiuse la persiana e nel volgersi si sent stringere le mani da Teresita.
- Ti cercano! - esclam ella, con terrore.
- S, ma non mi prenderanno, - rispose Romero, alzando fieramente il capo. - Ho delle armi e mi difender.
- E tu parti?...
- Se rimango possono uccidermi e bisogna che oggi viva per la libert delle isole... e per te.
- Ah!... Mi vorrai sempre bene?
- S, Teresita, e chiss che un giorno la fatalit non si stanchi di perseguitarci.
Un secondo fischio risuon sotto le finestre.
- Va', parti mio valoroso, - disse la giovanetta. - Io non voglio che i miei compatriotti ti uccidano. Ah! quanto dolore in questa separazione e forse... non ti rivedr pi!
Un nuovo scroscio di pianto le soffoc la voce. Il meticcio la baci in fronte, poi mentre la giovane si abbandonava fra le braccia di Manuelita, riapr la persiana, scavalc il davanzale e si slanci nella via dicendo ad Hang:
- Eccomi!... Appartengo ora all'insurrezione!...





CAPITOLO V

IL "FIORE DELLE PERLE"

Hang-tu si era messo rapidamente in cammino senza aver rivolto all'amico una parola. Pareva in preda ad una viva inquietudine e pur affrettando il passo, volgeva la testa da tutte le parti, come se temesse di veder sbucare improvvisamente dei nemici.
Invece di seguire le mura del giardino, si era gettato in mezzo ad un dedalo di viuzze che un tempo dovevano essere fiancheggiate da grandi case, ma che ora si trovavano ingombre di rottami, di muraglie screpolate, di colonne semi-crollanti, tristi avanzi delle scosse tremende del suolo vulcanico e delle ire dell'Albay, un vulcano quasi sempre eruttante lave e fiamme.
Romero, assorto nei suoi pensieri, lo seguiva macchinalmente, senza curarsi di sapere dove lo conducesse, n di conoscere il motivo di quella rapida marcia che somigliava ad una fuga precipitosa, ma dopo alcuni minuti, vedendo che Hang-Tu non accennava ad arrestarsi, anzi che raddoppiava sempre pi il passo, ad un certo momento si arrest, dicendo:
- Ma dove andiamo?... Questa non  la via che conduce al ponte di Binondo.
- Ti salvo, - rispose il chinese.
- Ma se nessuno mi ha veduto entrare nella Ciudad?...
- Cosa importa?... So che tutti gli alguazil hanno mandato guardie nei sobborghi e che alle sentinelle hanno dato ordine di non lasciar uscire dalla citt alcun mulatto, senza averlo diligentemente esaminato.
- Qualcuno ci ha scoperti adunque?...
- I traditori non mancano mai.
- Ma dove andiamo ora?...
- Ti faccio guadagnare la campagna. Prima dell'alba sarai ben lontano da Manilla.
- Ma se mi hai detto che non si pu uscire dalla Ciudad?...
- Uscirai egualmente.
-  per questo che sei venuto a troncare il mio colloquio con Teresita?
- Per questo e forse per altro, - rispose Hang-Tu, con un sorriso strano. - Eccoci dinanzi ai bastioni...
- Ma se salto gi mi spezzeranno le gambe.
Invece di rispondere, il chinese mand il suo solito fischio. Un altro, quasi simile, tosto vi rispose.
- I miei uomini sono puntuali, - disse Hang.
S'arrampic lentamente sulla scarpa e si trov dinanzi a due chinesi che parevano fossero scaturiti da terra. Quei due uomini tenevano in mano una lunga fune a nodi e dalle loro spalle pendevano due fucili.
-  tutto pronto? - chiese Hang.
- S, capo.
- Li avete veduti?...
- Si sono avvicinati pochi minuti or sono al fossato.
- Hanno i cavalli?
- Quattro e tutti di buona razza.
- Than-Ki  brava ed intelligente, - disse Hang, con voce leggermente commossa.
A Romero parve che soffocasse a met un profondo sospiro, ma non vi fece caso. Sapeva che Hang aveva talvolta delle bizzarrie inesplicabili.
Ad un cenno del capo delle societ segrete, i due chinesi calarono la corda nel fossato del bastione che s'apriva sei metri pi sotto, ingombro di piante acquatiche e di fango.
- Addio, - disse Hang, abbracciando il meticcio, mentre la sua voce pareva che diventasse maggiormente commossa. - Se le palle dei nemici uccideranno uno di noi, ci rivedremo un giorno nell'altra vita.
- Addio!... - esclam Romero, stupito. - Ma non vieni tu?
- No, Romero; ma se la morte mi risparmier, spero di raggiungerti presto sulle trincee di Salitran e di combattere al tuo fianco per l'indipendenza delle isole.
- Ma perch non fuggi con me, mentre ti si cerca?...
- Altri avvenimenti stanno per scoppiare e le mia presenza in Manilla  necessaria.
- Ma quali?...
- Lo so io forse?... Il caso pu preparare delle sorprese che io ignoro e che non posso prevedere. Va', Romero: al di l del fossato troverai due uomini ed una guida sicura, fedele... forse troppo fedele... Veglier su di te, ma tu veglia su di lei.
- Chi  quella guida?
- Lo saprai fra poco. Addio, o meglio arrivederci presto dinanzi a Salitran.
I due capi dell'insurrezione si abbracciarono un'ultima volta, poi il meticcio si aggrapp alla fune a nodi che i due chinesi tenevano con mani sicure, e scese rapidamente nel fossato.
Avendo, le radici delle piante acquatiche, formato come un reticolato attraverso al fango, gli riusc facile raggiungere la riva opposta senza bagnarsi.
S'arrest un momento e guard verso la cima dell'enorme bastione, giganteggiante nelle tenebre. Proprio sull'orlo egli vide Hang-Tu immobile come una statua di granito, coll'ampio cappello abbassato sul viso e le braccia incrociate. Pareva che il capo degli uomini gialli fosse immerso in profondi pensieri e che non si ricordasse pi del grave pericolo che correva standosene lass, a cos breve distanza dai posti di guardia.
Romero gli fece un saluto colla mano, ma senza che Hang rispondesse o si scuotesse da quella immobilit.
Sal la scarpa erbosa, tenendosi curvo per non farsi scorgere dai soldati che potevano vegliare nell'angolo del bastione, dove s'ergevano delle casematte, e raggiunse la via esterna di circonvallazione, gettandosi prontamente in mezzo ai gruppi d'alberi.
- Qui, Romero Ruiz, - disse una voce.
Il meticcio si volse e scorse quattro cavalli che si tenevano immobili sotto la fosca ombra d'un tamarindo colossale. Tre erano montati, ma il quarto aveva la sella vuota.
- Siete voi gli uomini mandati da Hang-Tu? - chiese Romero
- S.
Il meticcio gett uno sguardo sui suoi compagni di viaggio. Due erano robusti giovani malesi, dalle membra massicce ed il corpo tarchiato, ma il terzo pareva pi un fanciullo che un uomo. Essendo per avvolto in un ampio mantello di seta bianca a fiori ed a disegni, che gli copriva buona parte del viso ed avendo in capo un cappello di paglia di Manilla a grandi tese e adorno d'una piuma, non si poteva vedere che fosse, n quale et potesse avere, ma Romero pel momento non si occup di quel misterioso compagno, che pareva volesse serbare l'incognito.
Sal sul cavallo che uno dei due malesi teneva per la briglia, un vigoroso destriero che doveva correre come il vento, colla testa leggera, il ventre stretto ed i garretti solidi, probabilmente un animale derivato da un incrocio di sangue arabo e spagnuolo, e diede il segnale della partenza.
Il fanciullo si mise alla testa, i due malesi alla retroguardia ed il piccolo drappello part di galoppo, tenendosi sotto l'ombra degli alberi.
Romero, sempre assorto ne'suoi pensieri, non si curava della via che battevano. Sapendo per che gli spagnuoli avevano disposto intorno alla capitale numerosi drappelli di soldati, per impedire qualsiasi colpo di mano da parte degli insorti, aveva messo davanti alla propria sella un fucile a retrocarica di ultimo modello, che aveva trovato sospeso all'arcione e si era cinto una cartucciera ben fornita che gli aveva dato uno dei due malesi.
I quattro cavalli galopparono dieci minuti tenendosi a breve distanza dalla via che gira intorno alla citt, poi la guida si spinse attraverso a campi coltivati raggiungendo il margine d'un bosco di banani dalle foglie gigantesche.
S'arrest un momento ascoltando con profondo raccoglimento, scambi alcune rapide parole coi due malesi, poi fece cenno di avanzare.
Uno dei due giovanotti pass all'avanguardia tenendo il fucile fra le mani e la guida si mise a fianco di Romero, come se volesse proteggerlo da qualche improvviso assalto e fargli scudo col proprio corpo.
Solo allora Romero s'accorse che le vesti di quel fanciullo - tale almeno lo credeva ancora - tramandavano un delicato profumo di lill! Quell'odore, assolutamente incompatibile per un uomo, fosse pure per un giovanetto che si esponeva audacemente ai pericoli della guerra, lo stup.
- Ma chi sei tu? - chiese. - Un fanciullo od una donna?...
- Than-Ki, mio signore, - rispose la guida, ma con una voce cos dolce, cos armoniosa, che pareva il gorgheggio di uno di quei gentili usignoli ai quali i chinesi han dato il nome di cantatori di Mongolia.
- Than-Ki! - esclam Romero. - Questo  un nome di donna e se non m'inganno, nella lingua dei Celestiali significa Fiore delle Perle.
- S, mio signore, - rispose la guida, con maggiore dolcezza.
- Allora sei una fanciulla.
- Del Celeste Impero, mio signore.
- Ma chi ti ha incaricato di venire con me?
- Hang-Tu.
- Ma quell'uomo  pazzo!
- Perch, mio signore?
- Esporre una fanciulla agli orrori della guerra!
- Non temo la guerra.
- Tu non sai che cosa sia.
- Ho udito il cannone rombare a Malaban e ultimamente a Dasmarinas.
- Tu! - esclam il meticcio, che cadeva di sorpresa in sorpresa.
- Io, mio signore.
- E tu hai adoperato il fucile?...
- S, contro gli spagnuoli.
- Strana creatura!...
- Vendicavo mio fratello.
- Chi era tuo fratello?...
La giovane chinese non rispose e chin il capo sul petto, ma dopo alcuni istanti disse:
- Forse sta per morire.
- Si trova nella mani degli spagnuoli?...
- Non ancora, - rispose Than-Ki, dopo una breve esitazione, - ma pu venire preso da un istante all'altro.
- E tu vieni con me a combattere gli spagnuoli a Salitran?
- S.
- Qualche imperioso motivo ti costringe a recarti in quella citt?
- Mi hanno detto di guardarti col ed io obbedisco.
- Conosci la via?
- Meglio di qualunque altro forse.
- Una fanciulla!...
- So dove si trovano le avanguardie dei nemici e forse meglio di tutti. Ti hanno affidato a me, ed io ti condurr a Salitran, mio signore, dove ti presenter ai capi degli insorti.
- E ti conoscono?...
- E mi obbediranno anche.
- Ma chi sei tu adunque?...
- Than-Ki, - rispose la fanciulla.
Poi senza aggiungere altro spron il cavallo e si addentr nel bosco, seguendo un sentieruzzo appena visibile e dove l'oscurit era cos profonda, da non potersi quasi distinguere i tronchi degli alberi che lo fiancheggiavano.
Romero l'aveva seguita assieme ai due malesi che gli si erano messi alle spalle. Non vedevano quasi pi la fanciulla, ma il delicato profumo dei lill che esalavano le vesti della strana creatura e che si espandeva come un'onda in mezzo alle tenebre, bastava per guidarlo.
Egli la seguiva come fosse attratto da una forza misteriosa, da una volont potente contro la quale non avrebbe forse potuto resistere e seguendola pensava a lei. Chi poteva essere quella donna, che Hang-Tu gli aveva messo al fianco per guidarlo, attraverso alle molte insidie dei nemici, fino a Salitran?... E perch una donna invece di un uomo che avrebbe potuto essergli di maggiore aiuto, nel momento del pericolo?... Quali occulte mire avevano deciso il potente capo delle societ segrete a dargli quella compagna? Vaghi timori cominciavano ad infiltrarsi nel suo animo e pensava ora a tutte quelle parole oscure, inesplicabili, che il chinese aveva pronunciato pi volte il giorno innanzi e quella sera istessa, nel momento della separazione.
Che cosa meditava quell'uomo dal cuore e dagli sguardi impenetrabili?... Il pensiero del meticcio, cos meditando, si rivolgeva a Teresita e senza sapere il perch, si sentiva invadere da profonde inquietudini. Aveva paura di qualche tenebrosa trama a danno della fanciulla bianca che aveva abbandonata a Manilla.
Quel timore a poco a poco divenne cos intenso, cos tormentoso, da non poterlo pi vincere. Sentiva per istinto che qualche cosa di tremendo doveva accadere nella capitale mentre si cercava di allontanarlo.
- Than-Ki!... - esclam.
La fanciulla che continuava ad inoltrarsi nel bosco, udendo la voce del meticcio s'arrest, dicendo:
- Che cosa desidera il mio signore?...
- Rivolgerti una domanda.
- Sono la schiava del mio signore, che pu chiedermi tutto.
- Sapresti dirmi perch Hang-Tu  rimasto a Manilla?...
- Forse.
- Hai udito parlare della Perla di Manilla?...
La fanciulla non rispose.
- Mi hai udito?...
- S, mio signore, - rispose Than-Ki, con un accento nel quale si sentiva come una vibrazione triste.
- La conosci?...
- Il Fiore delle Perle pu aver udito parlare della Perla di Manilla, ma le perle del mio paese non hanno voce.
- Che cosa vuoi dire? - chiese Romero, con stupore.
Invece di rispondere alla domanda, Than-Ki arrest il proprio cavallo dicendo:
- Taci: ascolta!...
Attraverso la foresta si udiva allora come un lontano rimbombo, che rapidamente s'avvicinava. Pareva che un grosso numero di pesanti animali galoppasse in mezzo o ai margini di quell'enorme agglomerato di piante, dirigendosi verso la capitale delle Filippine.
- Gli spagnuoli? - chiese Romero.
- S, - rispose Than-Ki, con un tono di voce che tradiva una viva inquietudine.
- Qualche squadrone di cavalleggeri che ritorna?...
- Di certo, ma vorrei sapere perch corrono verso la capitale, mentre gl'insorti si battono a Bulacan, a Cavite, a Salitran ed a Malaban.
- Che temano un colpo di mano sulla Ciudad?...
- Lo ignoro, - rispose la giovane chinese, ma con un certo imbarazzo che non isfugg al meticcio.
- O lo sai? - chiese questi.
- Taci, mio signore, o ci faremo prendere.
Con un agilit sorprendente era balzata a terra, ed aveva fatto sdraiare il suo cavallo sotto le ampie foglie d'un gruppo di sagu, avvolgendo la testa dell'animale in una ricca gualdrappa infioccata, che aveva tolta dall'arcione.
I due malesi ed il meticcio fecero altrettanto e si nascosero dietro i quattro cavalli coi fucili in mano.
Il fragore s'avvicinava sempre. Ormai non si poteva pi ingannarsi: un grosso gruppo di cavalli, forse uno squadrone galoppava attraverso la foresta movendo verso la capitale.
Di tratto in tratto si udivano anche i tintinnii delle sciabole dei cavalieri e dei comandi imperiosi.
Dieci minuti dopo i quattro insorti videro sfilare, a meno di cento passi, una lunga fila di cavalli montati da soldati spagnuoli, i quali tenevano in mano una lunga fila di moschetti come se temessero qualche improvvisa sorpresa.
Era uno squadrone del reggimento Luzon, in pieno assetto di guerra. Fortunatamente non s'accorse della presenza dei quattro ribelli e pass oltre scomparendo fra le tenebre.
Than-Ki attese che si allontanasse, poi quando ogni rumore cess fece rialzare il cavallo, balz in arcione e si rimise in marcia, facendo cenno a Romero e ai due malesi di seguirla.
Pareva molto inquieta e preoccupata. Non rispondeva pi alle domande di Romero e di tratto in tratto si fermava per ascoltare.
Un quarto d'ora dopo un altro fragore simile al primo si ud, ma verso la riva del Passig. Pareva che un altro squadrone di cavalleggeri si dirigesse verso la capitale.
Than-Ki si era nuovamente arrestata, interrogando i due malesi in una lingua che il meticcio non comprendeva, poi aveva ripreso le mosse, ma eccitando il suo cavallo. Aveva per preso un'altra direzione, come se volesse avvicinarsi al canale meridionale del Passig che va a finire verso Las Pinas.
La marcia continu per un'altra mezz'ora sempre in mezzo al bosco, poi la giovane chinese torn ad arrestarsi. Scese nuovamente di sella e si ferm dinanzi al proprio cavallo, incrociando le braccia sul seno, ma senza pronunciare sillaba.
- Che cosa vuoi? - chiese Romero.
- Bisogna arrestarci qui, mio signore, - rispose ella.
- Perch?
- Gli spagnuoli hanno chiuso tutti i passi. Ho scorto or ora i fuochi dei loro accampamenti.
- Ritorniamo a Manilla?...
Than-Ki scosse il capo, dicendo:
- No: attenderemo la notte ventura.
- Nascosti qui?...
- Than-Ki offrir un ricovero al suo signore.
Prese il cavallo per la briglia, si cacci in mezzo ad un macchione enorme di aranci, di borassi, di banani selvatici e di alberi gommiferi che colle loro smisurate foglie dovevano anche, in pieno meriggio, proiettare un'ombra assai cupa, e poco dopo s'arrestava dinanzi ad una casupola mezzo diroccata, dicendo:
- Ecco il rifugio degli insorti quando sono costretti ad arrestarsi. Il mio signore non correr pericolo alcuno.





CAPITOLO VI

I MISTERI DI THAN-KI

Quella casupola sepolta in mezzo alla foresta che serviva di rifugio agli insorti provenienti dai campi delle provincie meridionali, recanti notizie dei congiurati di Manilla, era una vera catapecchia, colle pareti di tronchi d'albero sconnesse, col tetto crollante, ma circondata da quattro o cinque felci colossali che la celavano completamente.
Anche passando vicino al macchione, nessuno di certo avrebbe potuto supporne l'esistenza; poteva quindi sfuggire anche alle indagini degli spagnuoli, i quali d'altronde non si occupavano delle bande e degli insorti.
Udendo avvicinarsi i cavalli, un uomo era uscito tenendo in mano un vecchio moschettone. Non era n un tagalo, n un chinese, un malese, ma uno di quei brutti abitanti dell'interno delle isole chiamati igoroti o negritos eta, veri pigmei, poich di rado superano l'altezza di un metro e quaranta centimetri, coi capelli lanosi come quelli dei negri, il viso corto, le pinne del naso allargate, le labbra grosse, gli occhi piccoli, il corpo esile, le spalle curve e la pelle nerastra, fuligginosa.
Questi strani esseri, che per la loro tinta e pei loro lineamenti si staccano completamente dai tagali, sono veri selvaggi che errano sui monti e fra i boschi dell'interno senza fabbricarsi ricoveri, nutrendosi di radici, di miele, di frutta, o di selvaggina quando riescono ad abbatterne qualche capo.
Vedendo Than-Ki ed i due malesi che doveva aver riconosciuti quantunque l'oscurit fosse intensa sotto le grandi felci, abbass il moschetto e si tir da un lato per lasciar entrare la giovane chinese ed il meticcio.
L'interno della casupola non valeva meglio dell'esterno. Era uno stanzone ingombro di armi da fuoco e da taglio e di alcuni mucchi di foglie secche che dovevano servire da letti, ed ammobiliato con una rozza tavola ed alcune scranne di bamb, forse costruite dal negrito. Un ramo resinoso, che spandeva pi fumo che luce, cacciato in un crepaccio del suolo, lo illuminava, ma cos scarsamente che gli angoli rimanevano immersi nell'oscurit.
Il meticcio, stanco delle vicende della notte e dalle fatiche, si era lasciato cadere su di una scranna, mentre la giovane chinese si era appoggiata alla tavola senza sbarazzarsi n del cappello n del mantello. Aveva voltato le spalle alla luce della torcia, ma spiava ogni minimo movimento di Romero e sembrava che si tenesse pronta ad ogni suo cenno.
Pareva per che il meticcio si fosse completamente dimenticato della sua compagna di viaggio e che la lunga veglia lo avesse vinto poich non si era pi mosso.
Il ramo resinoso si era spento e l'oscurit aveva invaso bruscamente l'interno della capanna, ma n l'uno, n l'altro avevano pronunciato una sola sillaba.
Due volte i malesi che si erano messi di guardia dinanzi alla porta della capanna, erano entrati per chiedere forse degli ordini o per accendere una nuova torcia, ma Than-Ki, con un gesto silenzioso, li aveva rimandati, poi aveva ripresa la sua immobilit. Si sarebbe detto che temeva di turbare il riposo del meticcio o di distrarlo dai suoi pensieri, ignorando ella se dormisse o se meditasse.
Ad un tratto Than-Ki si scosse, lasciando cadere bruscamente il mantello di seta che l'avvolgeva. Romero aveva pronunciato un nome:
- Teresita!...
Gli era sfuggito quel nome mentre dormiva e sognava della bruna fanciulla?...  probabile.
Than-Ki aveva alzato lentamente il capo che fino allora aveva tenuto chino sul seno, ed un sospiro le era uscito dalle labbra, ma era cos lieve che nessuno avrebbe potuto udirlo. Le sue braccia per, che teneva strette al petto, provarono un tremito tradito da un leggero tintinnio metallico, prodotto forse da alcuni braccialetti o da alcuni gioielli che portava ai polsi.
Torn per ad irrigidirsi, ma tenendo gli sguardi sempre fissi sul meticcio, il quale a poco a poco si era appoggiato alla parete, come se ormai il sonno lo avesse completamente vinto.
Intanto le tenebre lentamente si diradavano. Spuntava l'alba e dalla porta rimasta aperta cominciava ad entrare un po'di luce pallida, che rapidamente si tingeva di riflessi color di rosa d'una infinita dolcezza. Anche attraverso ai tronchi sconnessi delle pareti, altri sprazzi di luce entravano, mentre l'aria s'infiltrava pi fresca e profumata dall'olezzo degli aranci che crescevano in mezzo alla macchia.
Al di fuori, fra i rami degli alberi, una coppia di cyrtostomus, piccoli uccelli dai colori brillanti a riflessi metallici, simili a trochilidi americani, cinguettavano allegramente, salutando la imminente comparsa del sole.
D'improvviso Romero alz il capo, come se si fosse bruscamente svegliato, rialzando con una mano i bruni riccioli che gli scendevano sulla fronte. Rimase un momento immobile come trasognato, poi si alz di scatto, col pi vivo stupore dipinto sul viso.
Than-Ki gli stava dinanzi, ancora appoggiata alla tavola, ma aveva lasciato cadere anche il cappello e mostrava il suo viso, che durante tutta la notte aveva tenuto costantemente coperto.
Il Fiore delle Perle, pur appartenendo ad un'altra razza, poteva ben gareggiare per bellezza colla Perla di Manilla e produrre una viva impressione anche sul cuore di Romero.
Quella giovanetta, nata all'ombra delle pagode del Celeste Impero e trasportata, chiss in seguito a quali vicende, sotto il dolce clima delle isole ispaniche, era forse una delle pi belle e delle pi perfette creature nate dall'incrocio della razza mongola con quella mantsciura. Era pi alta di Teresita, mirabilmente sviluppata, dalla pelle candida, senza quei riflessi leggermente giallastri che si scorgono sui volti delle donne chinesi delle provincie meridionali, anzi d'una tinta quasi alabastrina, ma con certe sfumature indefinite che solo si scorgono sull'avorio.
I suoi occhi, lievemente inclinati, d'un nero intenso e che avevano una espressione dolce e malinconica, quasi triste, erano velati da superbe ciglia brune e fitte; il suo naso non era depresso come quello delle donne di razza tartara; le sue labbra rosse, sottili, mostravano denti piccoli come granelli di riso, e d'una bianchezza delicata.
Aveva i capelli nerissimi, con certi riflessi metallici che facevano spiccare maggiormente la bianchezza marmorea della pelle, raccolti intorno a tre spilli d'oro terminanti in tre grosse perle; il corpo racchiuso entro una casacca di seta azzurra a fiori di vivaci colori, stretta alla cintura da una larga fascia rossa ricamata in oro; calzoncini ampi, pure di seta, ma bianca ad arabeschi gialli, ed i piedi piccoli come una foglia di rosa, per usare una espressione chinese, nascosti entro scarpine di broccato a punta rialzata e colla suola di feltro bianco.
Non portava gioielli n agli orecchi, n al collo. Solamente ai polsi aveva alcuni cerchietti d'oro sormontati tutti da una perla di notevole valore.
La giovane chinese, poich doveva essere molto giovane, forse al pari della Perla di Manilla, non si era mossa. I suoi occhi per, sotto le folte ciglia che quasi li nascondevano, non si erano staccati dal meticcio.
- Than-Ki, sei tu?... - chiese Romero.
- S, mio signore, - rispose la chinese, con voce dolce.
- Hai vegliato, mentre io dormivo?...
- S, mio signore.
- Invece di riposare?...
- Than-Ki non aveva sonno.
- Strana fanciulla!... - mormor Romero.
- Noi amiamo sognare cogli occhi aperti.
- E sognavi del tuo paese forse, delle cupole dorate od a scaglie dorate di ramarro della tua lontana citt natia, o delle albe del tuo Celeste Impero?
- Forse. Sognavi anche tu.
- Io?...
- S, mio signore.
- Ah!...  vero, sognavo battaglie.
- E perle, - disse Than-Ki, socchiudendo gli occhi.
- S, anche questo  vero, - rispose Romero, con un sospiro. - Sognavo della Perla di Manilla.
Udendo queste parole, un leggero rossore si diffuse sul viso alabastrino della giovane chinese, ma si dilegu subito.
In quel momento entravano i due malesi portando su un vecchio vassoio alcune chicchere di th fumante, che deposero sulla tavola unitamente ad alcune focacce di frumento.
Than-Ki offr graziosamente una tazza della profumata bevanda a Romero, scusandosi di non potergli dare, almeno pel momento, di meglio; bagn appena le sue vermiglie labbra in un'altra, poi volgendosi verso i due malesi che parevano attendessero di venire interrogati, chiese loro se l'igoroto era tornato.
Avuta una risposta negativa, la bianca fronte della giovane chinese si corrug, mentre i suoi begli occhi tradivano una viva inquietudine.
- La cosa pu diventare grave, - mormor.
- Temi che l'abbiano ucciso? - chiese Romero.
Than-Ki non rispose. Si era gettata sulle spalle l'ampio mantello di seta bianca, si era messa sul capo il suo grazioso Manilla ed aveva preso la sua piccola carabina, una splendida arma colla canna rabescata ed il calcio intarsiato di madreperla.
- Dove vai? - chiese Romero.
- Mi attenderai qui, mio signore.
- Mentre tu vai forse ad affrontare un pericolo?... Oh!... mai, Than-Ki.
- Tu non sai dove si trovano gli spagnuoli e non conosci questa foresta, - rispose la giovane chinese. - Mi preme accertare una cosa.
- Quale?...
- Te lo dir pi tardi, mio signore.
- Io voglio seguirti.
- No,  l'ordine del capo delle societ segrete, - disse Than-Ki, con fermezza incrollabile. - Tu devi obbedire, mio signore.
"D'altronde la mia assenza sar breve, spero".
Fece cenno ad un malese di seguirla ed esc senza aggiungere sillaba.
Romero aveva fatto alcuni passi come se volesse seguirla, ma l'altro malese gli aveva sbarrato il passo dicendo:
- No, padrone. Bisogna obbedire a Than-Ki.
- Ma chi  quella fanciulla?... Forse comander pi di me, nominato capo supremo degli insorti della provincia di Cavite? - chiese Romero, con stupore.
- Per ora devi obbedire, padrone.
- Ma chi  adunque quella fanciulla?...
- Than-Ki.
- Lo so che si chiama cos, ma da dove viene, chi sono i suoi genitori?...
- Lo ignoriamo tutti, ma sappiamo che tutti le obbediscono.
- Io non l'ho mai veduta prima d'ora.
- Forse t'inganni, padrone, poich ella ti conosceva prima di ieri sera e l'ho udita io parlare sovente di te.
- Ma dove?...
- A Manilla, e pi tardi nel campo degl'insorti.
- Conosceva me?...
- S, padrone.
-  strana!... Non mi ricordo d'averla incontrata nelle vie della Ciudad. Una fanciulla chinese cos graziosa, non pu sfuggire inosservata.  molto tempo che abita a Manilla?...
- Non lo so.
- Dove si trovava, prima che scoppiasse l'insurrezione?...
- Non lo ricordo.
- O meglio non vuoi dirmelo -
- Pu essere, - rispose il malese, con un sorriso malizioso. Poi per tagliar corto quel dialogo usc, mettendosi di guardia alla porta della capanna.
Da una bisaccia che gli pendeva dal fianco aveva estratto un pizzico di siri, miscuglio formato di noci d'arecchie ridotte in polvere, di una piccola dose di succo concentrato dell'amaro e astringente gambir e di un po'di calce viva, l'aveva avviluppato accuratamente in un pezzetto di foglia di betel e si era messo a masticare, con visibile soddisfazione, quella piccola pallottola, lanciando di quando in quando getti di saliva rossastra che pareva mescolata a sangue.
Romero, conoscendo la cocciutaggine dei malesi, si era seduto dinanzi alla casupola, aspettando pazientemente il ritorno della giovane chinese.
Le ore per trascorrevano, ma nessuno tornava, nemmeno il negrito che doveva aver lasciata la capanna prima dell'alba. Il meticcio, le cui inquietudini aumentavano, temendo che qualche disgrazia fosse toccata alla valorosa Than-Ki, aveva pi volte proposto al malese di andarla a cercare, ma questi si era limitato a rispondere che la chinese non era donna da lasciarsi sorprendere dagli spagnuoli.
Erano circa le due pomeridiane, quando gli acuti sensi del malese percepirono qualche cosa. S'alz rapidamente afferrando il fucile che teneva a portata delle mani, ma poco dopo torn a sedersi, dicendo:
- Tornano.
Romero respir. L'eroica fanciulla che esponeva per lui, con un sangue freddo straordinario ed un'audacia incredibile per una donna, la vita, cominciava a destare nel suo cuore un'ammirazione che poteva diventare pericolosa per la Perla di Manilla.
Poco dopo Than-Ki giungeva dinanzi alla capanna, seguita dal malese e dal brutto negrito. Pareva che avesse fatto una semplice passeggiata, poich le sue vesti non erano punto disordinate; solamente il suo volto latteo era diventato leggermente roseo. Dai suoi sguardi per traspariva una viva ansiet.
- Finalmente! - esclam Romero, senza nascondere la gioia che provava nel rivederla. - Tu mi hai fatto provare molte angosce, fanciulla.
Than-Ki sorrise, mentre nei suoi occhi neri brillava un rapido lampo. Prese il meticcio per una mano e trattolo nella capanna, disse, ma con un accento che tradiva una profonda inquietudine:
- Hang-Tu corre un grave pericolo.
- Lui!... - esclam Romero. - Come le sai tu?...
- Le truppe spagnuole accampate nella provincia, si ripiegano precipitosamente su Manilla.
- Tanto meglio; ci lasceranno il passo libero per giungere a Salitran.
- Non  Salitran che bisogna salvare ora, ma Hang-Tu, mio signore.
- Non ti comprendo.
- Oggi gli insorti tentano un colpo di mano entro le mura della capitale, per costringere il generale Polavieja a sospendere l'investimento di Cavite, la quale non  abbastanza fortificata per resistergli, e per lasciare a te il tempo di rendere Salitran inespugnabile.
- E chi tenter il colpo?
- Hang-Tu.
- Per uccidere tutti gli spagnuoli di Manilla?... Disgraziato! Mi uccider Teresita!...
- Lui!... No, mio signore.
- Se non lui i suoi malesi ed i suoi chinesi od i tagali. Quando quegli uomini sono scatenati, diventano tigri assetate di sangue al pari dei juramentados e non risparmiano n donne, n fanciulli.
- Hang-Tu la protegger, - disse Than-Ki, ma con voce sorda.
- Voglio tornare a Manilla.
- Volevo proportelo, quantunque il mio cuore si ribelli.
- Perch, Than-Ki?...
La giovane chinese fece un gesto negativo col capo, poi riprese con voce lenta:
- Ci riguarda il Fiore della Perle e non la Perla di Manilla.
- Che cosa vuoi dire, strana fanciulla?
- Partiamo, mio signore, Hang-Tu ignora che gli spagnuoli, avvertiti del colpo di mano da qualche traditore, accorrono in aiuto della capitale. Se non se ne accorgeranno, tutti quei prodi saranno schiacciati ed io non voglio che Hang muoia.
- Lo ami forse?
- S... ma come un fratello.
Poi, dopo un sospiro, aggiunse con voce triste:
- Tu non comprenderai forse mai il Fiore delle Perle.
Usc rapidamente dalla [A1]capanna senza spiegarsi di pi, sal sul cavallo che il negrito teneva per la briglia e lo lanci ventre a terra attraverso il bosco, gridando:
- Seguitemi o sar troppo tardi!
Romero ed i malesi balzarono in arcione e si lanciarono sulle sue tracce, spronando i corsieri.
Than-Ki galoppava sempre, ma non teneva una via dritta. Ora abbandonava il bosco spingendo il cavallo in mezzo alla campagna coltivata, ora vi rientrava per poi uscirne di nuovo. Forse sapeva ormai dove si erano accampati gli spagnuoli e con quei giri li evitava per non venire arrestata.
Tre ore dopo i quattro cavalieri giungevano a poche centinaia di passi dalle massicce mura della Ciudad.
Than-Ki, aveva con una violenta strappata, arrestato il destriero. Alcuni spari erano echeggiati al di l dei bastioni, seguiti dalle grida furiose di:
- Viva i tagalos!... Morte agli spagnuoli!...
La giovane era diventata pallidissima, come se tutto il sangue le fosse ritornato al cuore.
- Troppo tardi? - chiese Romero, che l'aveva raggiunta.
- S, - rispose ella con voce soffocata, guardandolo fisso.
- Andiamo a morire coi fratelli, - disse il meticcio, con voce risoluta. - Avanti!... Viva la libert!...
- S, andiamo a morire, - mormor il Fiore delle Perle con un sospiro. - La mia felicit doveva avere le durata d'un fiore reciso dalla pianta!





CAPITOLO VII

LA CONGIURA DI MANILLA

Il colpo di mano ordito dalle societ segrete chinesi, spalleggiate dagl'indigeni manillesi, dai meticci e dai fieri malesi, era stato tentato nel momento in cui Romero e Than-Ki giungevano presso i bastioni della capitale.
Quell'ardita mossa aveva per iscopo, come aveva detto la giovane chinese, di impedire al generale Polavieja, comandante supremo delle truppe spagnuole operanti contro gl'insorti accampati al sud della capitale, di assalire Cavite che era il quartiere generale dell'insurrezione e la cui caduta poteva scoraggiare e avvilire le bande dei patriotti.
Hang-Tu, il valoroso chinese, era stato l'anima della congiura. Sapendo di poter contare sui gendarmi di razza indigena che anelavano l'istante di rivolgere le armi contro i loro superiori per gittarsi di poi nella campagna e raggiungere le bande insorte di Bulacan a di Cavite, nel pomeriggio del 25 febbraio 1897, aveva dato convegno ai congiurati nei dintorni della caserma, per poi rovesciarli nella vie della Ciudad, approfittando del momento in cui la popolazione bianca si trovava nelle sue abitazioni a digerire tranquillamente il pasto serale.
I ribelli non erano numerosi, ma bene armati e risoluti a tutto. Erano circa trecento, reclutati fra i pi robusti tagali di Binondo e Santa Cruz, e fra i pi arditi chinesi del porto; ma sapevano di poter contare sulla numerose colonie di gente di colore, abitanti nei sobborghi e soprattutto sui malesi, gente valorosa e indifferente alla morte.
Erano circa le 6, quando i congiurati, che fino allora si erano accontentati di passeggiare dinanzi al quartiere dei gendarmi tagalos non ostante l'intenso calore che regnava nelle vie della capitale, ad un segnale di Hang-Tu, che era allora giunto armato d'un fucile a retrocarica e di rivoltella, scortato da alcuni capi insorti delle societ segrete del Lotus bianco e del Giglio d'acqua, si rovesciarono confusamente verso il grande fabbricato, urlando:
- Morte agli spagnuoli!... Viva la libert!...
Hang-Tu, che li guidava, con un colpo di fucile aveva freddato la sentinella spagnuola, che si trovava dinanzi alla garretta, ancora prima che quel disgraziato soldato avesse avuto il tempo di dare l'allarme.
A quel primo sparo, altri ne tennero dietro, ma pi collo scopo d'intimorire la popolazione che di fare, almeno pel momento, della vittime.
I carabinieri tagalos, udendo quelle detonazioni, avevano dato di piglio alle armi e si erano affacciati alle finestre, gridando pure:
- Morte agli spagnuoli!... Viva l'indipendenza della isole!
Il tenente di picchetto Rodriguez, il solo ufficiale che in quel momento si trovava nel quartiere, si era slanciato verso la porta seguito da un sergente e da un caporale, spagnuoli, sperando di giungere in tempo per barricarla, ma una scarica li aveva stesi al suolo senza vita.
Il primo colpo era riuscito. I ribelli irruppero nella caserma saccheggiando il magazzino della armi e della munizioni e rinforzati dai carabinieri tagali che avevano abbracciata la loro causa, attraversarono correndo il ponte, urlando sempre:
- Morte agli spagnuoli!... Viva i tagalos!... Viva l'indipendenza!...
La loro mossa era stata cos rapida, che nessuno aveva osato arrestarli.
Le guardie stesse del ponte erano fuggite precipitosamente al loro avvicinarsi, per non venire fatte inutilmente a pezzi.
Occorrevano delle armi per fornire gli abitanti dei quartieri chinesi, tagali e malesi, che ne erano quasi sprovvisti; ma Hang-Tu sapeva che ve ne erano nella caserma della guardie civiche di Binondo e guidava gl'insorti verso quella parte.
Sapeva gi d'incontrare una seria resistenza, ma contava sull'audacia dei congiurati e sulla numerosa popolazione del sobborgo.
L'assalto alla caserma era stato dato con vigore. Gl'insorti, guidati dal chinese e dai capi delle societ segrete, aprirono un fuoco violento contro il quartiere, e contro la robusta porta che era stata prontamente chiusa e barricata.
Sarebbe stato necessario qualche pezzo d'artiglieria per ottenere qualche risultato, ma il tempo mancava per disarmare i prahos malesi ancorati lungo la calata. Le truppe della Ciudad potevano giungere da un istante all'altro e prendere i ribelli fra due fuochi.
Mentre riusciva vana la fucilata dei congiurati, cominciava a menar strage quella delle guardie civiche. Quei soldati, nascosti dietro le finestre, rispondevano con una grandine fitta di proiettili e senza esporsi ad alcun pericolo.
Gi parecchi insorti erano caduti, fra i quali qualche capo delle societ segrete.
Anche Hang-Tu, che combatteva arditamente alla testa dei suoi chinesi e dei gendarmi, incoraggiandoli colle parole e coll'esempio, aveva avuto l'ampio cappello di fibre di rotang attraversato da una palla, mentre un'altra, colpendolo di rimbalzo, gli aveva tracciato un solco sanguinoso sulla fronte.
La partita era perduta. La guardia civica, invece di arrendersi, come avevano sperato gl'insorti, si preparava ad assalirli e per di pi sul ponte del Passig, si vedevano accorrere grossi drappelli di cacciatori.
Bisognava pensare a salvarsi o prepararsi a morire vendendo cara la vita.
Hang-Tu, furioso per quella ostinata resistenza, tre volte aveva tentato di dar fuco alla porta del quartiere gettandovi contro dei fasci di legna infiammata, ma era stato costretto a retrocedere. Stava per mettersi alla testa di un gruppo di animosi per tentare di dare la scalata alle finestre, quando si udirono alcuni insorti, forse i meno risoluti, gridare:
- I cacciatori!... Fuggite!...
I ribelli, udendo quelle grida e vedendo la guardia civica irrompere dalla porta che era stata rapidamente aperta e lanciarsi sulla via colle baionette calate, si sbandarono.
Intorno ad Hang-Tu non erano rimasti che sessanta o settanta uomini, per lo pi carabinieri e pochi chinesi con una mezza dozzina di malesi.
- A me, amici!... - url il capo delle societ segrete. - Mostriamo agli spagnuoli ed ai vili che fuggono, come sanno morire gli insorti.
Non erano pi in grado di tener testa alle guardie civiche che stavano per caricarli.
Continuando la fucilata, si ritirarono nella vicina via dell'Assuncion che poteva, in caso di disfatta, offrire un rifugio attraverso il sobborgo del Tondo e si arrestarono sull'angolo, organizzando una disperata resistenza.
Sfondarono rapidamente alcuni negozi e colle mobilie che si trovavano dentro improvvisarono una barricata abbastanza solida.
Hang-Tu stava disponendo i suoi fedeli dietro a quei ripari, quando dall'opposta estremit della via scorse quattro cavalli bianchi di spuma, montati da tre uomini e da una fanciulla che aveva un grande mantello bianco svolazzante, avanzarsi di gran galoppo.
Credendoli spagnoli, aveva gi dato il comando di aprire fuoco su di loro, quando li riconobbe. Un vivo stupore si dipinse sul suo viso.
- Romero!... - grid.
- S, Hang-Tu. - rispose il meticcio, che essendo innanzi a tutti, lo aveva raggiunto. - Sono io, e vengo a morire per l'indipendenza di Luzon.
- Disgraziato!... ed io che credevo di salvarti!...
- Silenzio, amico!... Qui si tratta di battersi bene e non di parlare.
Era sceso da cavallo e si era lanciato sulla barricata col fucile in mano, gridando con voce tuonante
- Coraggio fratelli!... Ci battiamo per la libert!...
Than-Ki era pure giunta ed aveva messo piede a terra. Hang-Tu le era corso incontro. Il volto di quell'uomo, che era rimasto impassibile dinanzi alla morte, tradiva in quell'istante una mortale angoscia.
- Anche tu qui, Than-Ki! - balbett egli.
- L'ho seguto, - rispose la chinese con voce tranquilla.
- Ma qui si muore, mia povera Than-Ki!
Un pallido sorriso sfior le labbra della giovane.
- Che importa, - disse. - Sar pi felice il Fiore delle Perle che la Perla di Manilla.
- Ma questo ritorno... mentre ti credevo in via per Salitran?...
- Venivamo a dirti che le truppe accampate nelle provincie accorrevano per soffocare l'insurrezione della capitale. Siamo giunti troppo tardi, ma cos voleva il destino.
- Ed hai voluto seguire Romero?
- S, Hang.
Il chinese si terse alcune gocce di freddo sudore che gli bagnavano la fronte.
- Povera Than-Ki! - mormor. - Confidiamo nel nostro valore e prepariamoci a morire da forti.
- Non temo la morte, Hang, - rispose la giovane con energia. - Se le fredde ali del genio delle tombe mi toccassero, cadr a fianco di lui e sar la mia ultima felicit.
- Si compia la volont del tien (cielo), - disse il chinese con rassegnazione.
Intanto le fucilate rombavano furiose fra le due fila di case. Le guardie civiche, che erano comandate dal colonnello Fierro, avevano preso posizione di fronte all'imboccatura della via, tirando contro la barricata, mentre le pi audaci cercavano di avvicinarsi di soppiatto, tenendosi presso le muraglie delle abitazioni.
Gl'insorti per, quantunque fossero tre volte meno numerosi, resistevano tenacemente, respingendo i primi tentativi d'assalto con scariche nutrite.
Romero, che in quel momento pareva avesse dimenticato tutto, perfino la Perla di Manilla, sfidava intrepidamente la morte. Ritto su di un banco, con gli occhi sfavillanti d'audacia, pieno d'entusiasmo, faceva fuoco quasi senza interruzione, gridando:
- Viva la libert!... Coraggio amici!... Il sangue dei martiri non va perduto.
Accanto a lui, mezza riparata da un enorme rotolo di canapi, si era collocata Than-Ki. La valorosa fanciulla conservava una calma ammirabile, un sangue freddo da muovere ad invidia i soldati pi agguerriti. Puntava senza precipitazione la sua piccola carabina, mirava senza che le sue piccole e delicate mani tremassero e faceva fuoco soltanto quando era certa del colpo. Pareva che scegliesse con cura estrema i nemici, i nemici che cercavano di abbattere il meticcio, Hang-Tu si era collocato all'estremit opposta della barricata ed al pari di Romero sfidava, sorridendo, i colpi degli avversari, senza prendersi la briga di ripararsi.
La resistenza di quel drappello minacciava di prolungarsi molto tempo. Parecchi gendarmi ed alcuni chinesi erano caduti e giacevano, sanguinanti, fra i mobili fracassati della barricata, ma gli altri non arretravano e tenevano in iscacco le guardie.
Il colonnello Fierro aveva tentato gi due volte di superare l'ostacolo e di sloggiare i difensori a colpi di baionetta, ma al terzo tentativo era caduto in mezzo alla via con due palle nel petto ed era spirato sul posto.3
Ad un tratto alcuni insorti che si erano spinti verso l'angolo opposto della via, per cercare dei soccorsi, tornarono precipitosamente verso la barricata, gridando:
- I cacciatori!... Si salvi chi pu!...
Hang-Tu, udendo quelle grida, si era precipitato gi dalla barricata mandando un urlo di fiera ferita. In due salti raggiunse Than-Ki, la sollev fra le robuste braccia come fosse una bambina e la pos su uno dei quattro cavalli che un malese teneva per le briglie.
- Va', fuggi, - le disse.
- Mai, - rispose la fanciulla.
- Fra pochi minuti nessuno di noi sar vivo
- E morr anch'io
- Non lo voglio, Than-Ki!
- Allora fuggiamo tutti. Il sobborgo del Tondo non  ancora stato occupato.
Hang-Tu esitava. Abbandonare quella barricata cos ostinatamente difesa e gi bagnata del sangue di tanti compagni gli sembrava una vigliaccheria, ma non voleva che la fanciulla morisse.
In quel momento, all'estremit opposta della via, si udirono le trombe dei cacciatori che suonavano la carica. Un ritardo di pochi istanti poteva diventare fatale ai difensori.
- In ritirata!... - tuon Hang-Tu.
I ribelli, udendo la voce del capo si ripiegarono confusamente, mentre le guardie civiche irrompevano nella via mandando urla di vittoria.
Romero scaric un'ultima volta il fucile in mezzo agli assalitori che si avanzavano come una fiumana, poi balz sul suo cavallo, mentre Hang-Tu faceva altrettanto, prendendone uno che gli era stato condotto dinanzi dai due malesi.
I ribelli, che erano rimasti in cinquanta, si slanciarono dietro ai loro capi, i quali fuggivano attraverso le vie del sobborgo di Tondo, facendo alcune scariche contro i cacciatori che s'avanzavano a passo di corsa.
- Dove andiamo? - chiese Romero ad Hang-Tu.
- Se non incontriamo ostacoli, cercheremo di giungere nei quartieri chinesi e malesi per sollevarli.
- Temo che sia troppo tardi, Hang. Odo delle detonazioni echeggiare in quella direzione e mi pare che si estendano.
- Se non potremo giungere col, ci getteremo nella campagna.
La ritirata dei ribelli si eseguiva in fretta e con disordine. I carabinieri tagalos seguivano di corsa i cavalli, pur fuggendo, di quando in quando, rispondevano al fuoco di quei disgraziati. La paura cominciava ad invadere anche i pi risoluti.
Erano cos giunti presso la chiesa del Tondo, vasto edificio dalle solide pareti, quando all'estremit del sobborgo si videro apparire alcuni soldati. Era uno dei drappelli che il colonnello Zimnes aveva lanciati nei sobborghi, onde tenere in freno le popolazioni di colore che potevano unirsi agli insorti.
Ancora una volta i fuggiaschi stavano per venire presi fra due fuochi.
- Hang-Tu, - disse Romero, arrestando il cavallo. - Prepariamoci a morire.
- Io s, ma tu no, - rispose il chinese, la cui fronte si era abbuiata. - Ti affido Than-Ki: salvala, mentre io proteggo la tua fuga.
- La salverai tu, ma non io.
- Non accetterebbe.
- Allora morremo tutti.
- O cercheremo di salvarla entrambi. Ormai la partita  perduta. Poi rizzandosi sulle staffe tuon:
- Amici, ogni resistenza  inutile: salvatevi!... Ci ritroveremo a Salitran!...
Cacci gli sproni nel ventre del cavallo e caric disperatamente il drappello spagnuolo colla rivoltella nella sinistra e una pesante sciabola giapponese nella destra, una di quelle armi dalla lama larga e pesante, somiglianti a giganteschi rasoi e che chiamansi catane.
Romero, Than-Ki ed uno dei due malesi l'avevano seguito.
I carabinieri tagalos ed i pochi malesi e chinesi sfuggiti alla morte, si erano subito sbandati gettandosi nelle vie laterali; ma il gruppo maggiore, meno fortunato, aveva urtato contro una colonna di cacciatori ed aveva dovuto retrocedere precipitosamente, riparando nella chiesa del Tondo.
Nessuno di quei disgraziati doveva salvarsi, poich assaliti da tutte le parti, dopo una breve ma disperata resistenza, doverono arrendersi in numero di trenta per venire pi tardi fucilati o esiliati alle Caroline.
Intanto Hang-Tu ed i suoi compagni, sfuggiti miracolosamente incolumi alla prima scarica del drappello, erano riusciti ad aprirsi un varco attraverso ai soldati e prendere il largo.
Avendo per appreso da alcuni abitanti del sobborgo che ogni uscita era sbarrata dalle truppe, dopo un breve consiglio si erano diretti verso Binondo, passando fra le strette viuzze del quartiere malese, colla speranza di trovare rifugio nella sede delle societ segrete o nella casa di uno dei loro numerosi amici.
Avevano gettato via i fucili che potevano tradirli ed avevano nascoste le rivoltelle sotto le casacche, sperando d'ingannare la sorveglianza degli spagnuoli, fingendosi tranquilli borghesi che ritornavano da una cavalcata.
Le fucilate per che rombavano qua e l ancora, li inquietavano. Le truppe del colonnello Zimnes inseguivano senza misericordia gli ultimi superstiti dell'insurrezione e potevano arrestarli come sospetti d'aver preso parte al colpo di mano.
Ora nessuno di essi ignorava, che se venivano riconosciuti, sarebbero stati inesorabilmente condannati alla morte.
- Temo che sia troppo tardi per poter uscire da Binondo, - disse Hang, gettando uno sguardo d'angoscia su Than-Ki.
Romero si era arrestato, porgendo attento orecchio agli spari che echeggiavano sempre pi vicini. Ad un tratto spron il cavallo, dicendo:
- So dove trovare un rifugio.
- Da chi? - chiese Hang-Tu.
- Nella villa di Teresita. non distiamo che tre o quattrocento passi.
- Taci!...
- Perch, Hang? - chiese Romero, stupito.
- Than-Ki non ci seguirebbe.
- Lei?... Ed il motivo?...
- Lo ignoro. Sar disabitata la villa?
- Lo spero.
- Meglio cos: affrettiamoci.
Gli spari si avvicinavano e qualche insorto era gi comparso in fondo alla via, fuggendo a precipizio. I quattro cavalieri lanciarono i destrieri al galoppo, arrestandosi poco dopo dinanzi ad una elegante costruzione, la quale sorgeva all'estremit d'un piazzale cinto da ortaglie.








CAPITOLO VIII

LE DUE RIVALI

La villa che il maggiore d'Alcazar, al pari dei pi ricchi spagnuoli della colonia si era fatto costruire nel sobborgo di Binondo, non era uno di quei massicci edifizi che somigliano a fortezze e che si vedono nella Ciudad.
Era una palazzina civettuola di stile chinese, a doppio tetto, colle punte rialzate ad arco e coperta di tegole azzurre, con una veranda che le girava intorno, riparata da sottili stuoie di nipa a disegni bizzarri ed a colori e fiancheggiata da due ampie tettoie destinate alla servit ed ai cavalli.
Dietro a quella costruzione si estendeva un ampio parco, dove crescevano i pi pregiati alberi della flora spagnuola ed indo-malese, difeso da alte muraglie di recente costruite e che all'opposta estremit terminava in un chiosco graziosissimo, colle pareti di pietra ed un tetto acuminato, sormontato da un'alta antenna sostenente un drago argentato.
Le finestre della palazzina erano chiuse, ma a Romero parve di scogere attraverso le fessure d'una persiana, un raggio di luce.
- Al chiosco, - diss'egli ad Hang-Tu, che pareva attendesse una risposta. - L non correremo alcun pericolo.
Disgraziatamente, proprio in quel momento, due ribelli attraversavano correndo la piazza, inseguiti da lontano da alcuni cacciatori.
- Troppo tardi, - disse Hang-Tu.
- Seguitemi, - rispose invece Romero.
I cacciatori li avevano per veduti e supponendo d'aver da fare con degli insorti, avevano sparato contro di loro alcune fucilate, senza per colpirli. Romero lanci il suo cavallo lungo le mura del parco che in quel luogo descrivevano una curva, seguito dai compagni.
Giunto presso il chiosco arrest il destriero e rizzandosi sulla sella si aggrapp al margine superiore della cinta, dicendo ad Hang-Tu:
- Porgimi la fanciulla.
- Ma i cavalli?
- Affidateli a me, - disse il malese. - Far correre gli spagnuoli.
Romero, che si era messo a cavalcioni della muraglia, afferr la giovane che Hang-Tu gli porgeva, poi entrambi si lasciarono cadere in mezzo ad un'aiuola che stava sotto. La terra mossa di recente bast a preservarli.
Il capo delle societ segrete si era pure arrampicato sulla cinta. Stava per raggiungerli, quando comparvero i cacciatori.
Alcuni spari rintronarono. Un cavallo cadde, ma gli altri tre partirono ventre a terra, eccitati dalle grida del malese.
Hang-Tu si era pure lasciato cadere nel parco. Essendo le tenebre gi calate, aveva la speranza di non essere stato scorto.
I tre fuggiaschi udirono i cacciatori passare correndo presso la muraglia, poi allontanarsi dietro ai cavalli che galoppavano furiosamente nelle vie interne di Binondo.
- Siamo salvi, - disse Romero. - Quel bravo giovanotto si  tirato dietro i soldati allontanandoli. Mi spiacerebbe che quel valoroso non riuscisse a salvarsi.
- Pram-Li  astuto, - rispose Hang-Tu. - Spero di ritrovarlo ancora vivo a Salitran o nella foresta.
- Venite nel chiosco. Io lo conosco e potremo passare la notte senza essere disturbati.
- Ma  disabitata la villa?...
- Temo il contrario Hang-Tu. Mi  sembrato di vedere un lume nella palazzina.
- E se gli abitanti venissero nel chiosco?...
- Non vengono mai. Solamente Te...
Un rapido cenno del chinese, lo costrinse a troncare la frase.
- Continua, mio signore, - disse Than-Ki, che aveva ascoltato il meticcio con viva attenzione.
- Lascia andare le parole, Than-Ki, - disse Hang. - Cerchiamo ora di salvare te e noi.
Romero si era aperto il passo attraverso i fiori che coprivano l'aiuola e si era diretto verso il chiosco, dalle cui persiane non trapelava alcun raggio di luce.
La porta cedette sotto la semplice pressione della mano e Romero entr, ma con una certa precauzione, temendo che nell'interno vi fosse qualcuno.
S'arrest un momento scrutando le tenebre che si erano addensate nell'interno della graziosa costruzione, ma non ud alcun rumore, n vide agire alcuna ombra. Il cuore del meticcio per, che non aveva tremato durante la sanguinosa lotta, batteva forte in quel momento.
- Se Teresita fosse qui! - aveva mormorato inoltrandosi.
Hang-Tu e la giovane chinese erano pure entrati nel chiosco il quale pareva pieno di fiori, tanto era acuto il profumo che si estendeva fra le pareti dell'elegante edificio.
I loro occhi, abituandosi a poco a poco a quell'oscurit, cominciavano a discernere confusamente qualche cosa: grandi vasi di porcellana, sedili di bamb, tavolini eleganti e piante che pareva si arrampicassero fino al soffitto, per ricadere poi in pittoreschi festoni.
- Chi abita qui? - chiese Than-Ki, che si era arrestata nel mezzo al chiosco.
- Non lo so, - aveva risposto bruscamente Hang-Tu.
- Ma tu lo sai,  vero, mio signore?...
- Spagnuoli, - rispose Romero, sentendosi urtare dal chinese.
- Che tu conosci,  vero?...
- S, Than-Ki.
- E sono nostri nemici?...
- Forse.
- Strana idea, mio signore, di trovare rifugio nella casa dei nemici.
- Silenzio Than-Ki, - disse Hang, con tono imperioso. - Qualcuno pu udirci.
La fanciulla ammutol; ma a Romero parve di udirla bisbigliare un nome, mentre faceva tintinnare convulsamente i braccialetti d'oro.
Hang-Tu si era spinto presso la porta. Verso la palazzina gli era sembrato di udire un tumulto e di aver veduto alcuni lumi rapidamente dietro le persiane.
- Che cosa sta per succedere?... - mormor. - Che i cacciatori mi abbiano veduto varcare la cinta e che non avendo potuto raggiungere Pram-Li, siano ritornati per visitare il parco?
Anche Romero aveva udito delle grida che pareva venissero dall'estremit opposta del parco e si era affrettato a raggiungerlo.
- Che abbiano preso dei ribelli che cercavano, al pari di noi, di salvarsi nelle ortaglie? - chiese.
- Temo che si tratti di noi, - rispose Hang. - Che la fanciulla bianca si trovi nella palazzina?...
- Ieri sera, lo sai, era nella Ciudad.
- L'ho veduto parlare con te. Pure la villa  abitata, poich vedo dei lumi.
- Se fosse Teresita?...
- Meglio che non vi fosse, - rispose il chinese, con voce cupa.
- Ci salverebbe, Hang.
- Non lo desidererei.
- L'odi sempre?
- Forse t'inganni, Romero. Non si tratta di me.
- E di chi adunque?...
Il chinese non rispose.
- Mi hai udito, Hang?
- S.
- E dunque?
- Nulla ho da dire.
- Uomo misterioso!
Hang-Tu tacque, ma sospir, mentre i suoi occhi si rivolgevano nell'interno del chiosco, guardando Than-Ki che era rimasta immobile, ritta accanto ad un grande vaso giapponese contenente dei bei fiori di lill.
Intanto verso la palazzina cresceva il tumulto. Si udivano delle voci ed i lumi poco prima scorti continuavano a passare e ripassare dietro le persiane.
- Romero, - disse il chinese, dopo un breve silenzio. - Si perlustra la casa del maggiore.
- Lo temo anch'io, Hang.
- Sloggiamo prima che i soldati perlustrino il parco.
- In quale modo?... Le muraglie sono alte e non abbiamo pi i cavalli per giungere sulla cima.
- Vi sar forse qualche albero che ci potr aiutare a scalarle. Non perdiamo tempo o ci faremo prendere.
Entr nel bosco e chiam Than-Ki.
- Vieni, - le disse. - Corriamo un grave pericolo.
- Fuggiamo? - chiese la giovane.
- S.
- Meglio cos, - mormor Than-Ki.
Si cacciarono tutti e tre in mezzo alle aiuole ed agli alberi seguendo le mura del parco, sperando di trovare qualche passaggio o qualche pianta che protendesse i suoi rami verso la via, ma dopo aver percorso cento passi s'accorsero che da quella parte non vi era alcuna probabilit di uscire.
Stavano per retrocedere verso il chiosco, quando Hang-Tu credette di scorgere un'ombra umana nascondersi dietro un gruppo di alberi. Lesto ed agile come una tigre, si slanci da quella parte colla catana in pugno e vide cadersi dinanzi una donna, la quale aveva gridato con voce mezzo strozzata dalla paura:
- Aiuto!... Sono morta!...
Il chinese, temendo di venire tradito, aveva gi alzata la terribile lama, quando ud Romero esclamare:
- Manuelita!...
Hang-Tu si era fermato.
- Manuelita, - disse - chi  questa donna?... Devo ucciderla o risparmiarla?...
Invece di rispondere, il meticcio si era precipitato verso la fida domestica di Teresita, la quale era caduta in ginocchio, coprendosi il capo colle mani, come per ripararlo dal fendente e l'aveva rialzata, dicendole:
- Non temere, sono io.
La tagala aveva scostate le mani e guardava il meticcio, come trasognata.
- Voi, signor Ruiz!... - esclam finalmente.
- Io, Manuelita.
- Ma dunque cercano voi?...
- Chi?...
- I cacciatori che stanno visitando la palazzina.
- Ah! Sanno che sono qui?...
- Almeno lo sospettano.
-  stato pronunciato il mio nome?
- S, signor Ruiz.
-  impossibile che mi abbiano veduto varcare le mura del parco.
- Hanno detto che voi comandavate i ribelli che si erano trincerati nella via dell'Assuncion e che vi avevano veduto fuggire a cavallo assieme ad altri tre compagni.
- E poi? - chiese il meticcio, con ansiet.
- E che poi dinanzi le mura del parco avevano fatto fuoco sui cavalli, ma che uno solo lo avevano veduto montato.
- E credono che io mi sia salvato nel giardino?
- S, signor Ruiz.
- Maledizione!...
- Ed io ero qui venuta prima di loro, per accertare se la cosa era vera e salvarvi.
- Tu?...
- Teresita  qui.
- Lei qui?... Lo sospettavo!... Ma da quando?
- Da stamane.
- Che cosa dobbiamo fare, Manuelita?...
- Retrocedere nel chiosco.
- I cacciatori vorranno visitarlo.
- Vi sar la mia padrona per impedirlo. Presto, fuggite!...
Romero e Hang-Tu si erano affrettati a obbedire, comprendendo che il pericolo era imminente, ma la giovane chinese non si era mossa.
- Vieni, - disse Hang.
Ella scosse il capo.
- Ti uccideranno se rimani.
- Che importa, - rispose Than-Ki, con voce cupa.
- Ma farai uccidere anche lui, - le sussurr agli orecchi Hang-Tu, - il tempo pu rimarginare la ferita.
- No, Hang.
- Ma il Fiore delle Perle pu aprirne un'altra, mi comprendi?
Than-Ki non rispose, ma lo segu; appena per si trov nel chiosco s'avvicin a Romero che si era arrestato in mezzo al salotto tenendo gli sguardi fissi sui viali del parco, spiando forse la venuta di Teresita, e, posandogli una mano sulla spalla, gli chiese a bruciapelo:
- A chi Than-Ki, dovr la sua vita?...
La voce della chinese, pronunciando quelle parole, aveva perduto quell'accento dolce, armonioso, che aveva colpito il meticcio la prima volta che l'aveva udita. Era diventata severamente imperiosa, dura, quasi metallica.
- Than-Ki!... - disse Hang, con tono di rimprovero.
Ma la giovane non l'ascoltava pi.
- Parla, Romero Ruiz, - continu, quasi con violenza.
- A chi!... - rispose il meticcio, stupito da quel tono, che suonava come una minaccia. - Che importa a te se dobbiamo la nostra salvezza ad una spagnuola?
- Ma  che quella spagnuola si chiama la Perla di Manilla,  vero?
- Than-Ki!... - ripet Hang.
- Ma che cosa vuoi dire, fanciulla? - chiese Romero.
- Che sar la Perla di Manilla che avr salvato il Fiore delle Perle.
- E non lo vuoi tu?...
Than-Ki, invece di rispondere, fece udire un riso stridulo che echeggi sinistramente fra le tenebre.
- Fanciulla!... - esclam Romero. - Tu odii Teresita, adunque?
- No, poich la donna bianca uccider la donna del paese del sole; la Perla delle isole infranger la Perla del Fiume Giallo.
- Taci, Than-Ki!... - disse Hang, con voce sorda. - Taci!...
Ma la fanciulla del Celeste Impero non aveva obbedito ed aveva aggiunto, con un accento che aveva qualcosa di funebre, di immensamente triste e che pareva si spegnesse in un singhiozzo:
- Than-Ki non rivedr pi le dorate cupole del paese natio! I lill non vivono in terra straniera.  il loro destino.
- Ma tu... mi vuoi bene forse?... - chiese Romero, che finalmente aveva compreso tutto.
- Taci, disgraziato!... - esclam Hang-Tu.
Un'ombra bianca era comparsa dinanzi alla porta ed aveva chiamato:
- Romero, Romero!...
- Teresita!... - rispose il meticcio.
La spagnuola era entrata precipitosamente, mandando un grido di gioia a cui aveva fatto eco, nell'angolo pi oscuro del chiosco, un singhiozzo.
Intanto Manuelita, entrata anch'essa dopo di aver chiusa la porta del chiosco ed abbassate le persiane per impedire che al di fuori si potesse scorgere ci che accadeva nell'interno, aveva accesa una lampada che si trovava su di un tavolo.
Appena Teresita si accorse della presenza di Hang-Tu e della chinese, si era bruscamente separata da Romero.
Gli sguardi neri e scintillanti della spagnuola e quelli vellutati e profondi della chinese si erano incontrati; ma entrambi erano diventati acuti come le punte di due lame. La fiamma che brillava entro quegli occhi era minacciosa d'ambo le parti.
- Chi  questa fanciulla?... - chiese finalmente Teresita, coi denti stretti. - Romero!...
Hang-Tu aveva fatto un passo innanzi, dicendo:
- La mia donna, - mormor. -  vero, Romero?...
- S, Teresita, - rispose il meticcio, facendo uno sforzo per mascherare il suo turbamento.
Than-Ki era rimasta immobile e silenziosa, ma cos pallida da temere che le forze le venissero meno. Lentamente si era appoggiata ad un grande vaso del Giappone entro cui cresceva rigogliosa una peonia chinese dai fiori color di fuoco ed aveva nascosto il viso fra le larghe foglie, come se non potesse pi oltre sopportare quella scena che doveva farle sanguinare il cuore.
Hang-Tu, che le stava vicino, vedeva stillare, attraverso le foglie, delle goccioline che parevano perle ed aveva compreso che la povera fanciulla del paese del sole piangeva silenziosamente, senza che un singhiozzo o un tremito tradisse il suo dolore.
Teresita aveva rivolti gli sguardi su Romero come se avesse voluto leggergli nel cuore la verit di ci che aveva detto, poi lo aveva tratto rapidamente verso una finestra, dicendogli:
- Bada Romero!... Tu forse non conosci ancora le figlie della vecchia Spagna.
- Ti voglio bene, Teresita, - le sussurr il meticcio. - Tu lo sai e ne hai avuto le prove.
-  vero, Romero, sono pazza, perdonami, - disse la giovanetta con voce raddolcita. - Non si affronta la morte, come l'hai sfidata tu l'altra sera, venendo nella Ciudad, se non si ama. Ma perch sei venuto con quei chinesi?...
- Fuggivano assieme con me.
- E non ti hanno ferito i miei compatriotti?...
- No, Teresita.
- Folle!... Gettarti in mezzo all'insurrezione mentre io tremo ad ogni istante per la tua vita... Finiranno con l'ucciderti, mio Romero.
- Si batte anche tuo padre.
- Ma per l'onore della bandiera.
- Ed io per la mia, Teresita.
- Ma non sai che ti cercano?... Ma ignori tu, che in questo momento si fruga nella palazzina per arrestarti e ucciderti?...
- Lo so, Teresita.
- Ma io ti salver, amico mio! - esclam la giovanetta, con suprema energia. - I miei compatriotti non ti strapperanno dal mio fianco.
- Tradisci la patria.
- La patria?... Sei tu la mia patria, in questo istante. Sei tu che corri il pericolo di venire spento, non la vecchia Spagna. Guerra infausta che spinge anche gli uomini che hanno nelle vene lo stesso sangue a distruggersi l'un l'altro e che avventa i figli a pugnare contro la madre.
- Padrona, disse in quell'istante Manuelita, che origliava presso la porta, - essi vengono.
- I soldati?... - chiese la giovanetta con un tremito convulso.
- S, padrona, odo i loro passi.
- Non entreranno qui, dove si trova la figlia del maggiore d'Alcazar. Non temere, Romero: bisogner che passino attraverso il mio corpo.
- Io corro il pericolo di comprometterti dinanzi ai tuoi compatriotti, Teresita, disse Romero. - Io tremo al pensiero che un giorno possano dire che la figlia del maggiore d'Alcazar salvava dei ribelli, mentre suo padre combatteva contro l'insurrezione. Se  destino che io debba morire, lascia che si compiano i decreti del cielo e che....
Teresita gli aveva troncata la frase ponendogli un dito sulle labbra. Gli fece cenno di non muoversi, abbass rapidamente e chiuse le tende di percallina rosa nascondendolo agli sguardi di qualunque persona che fosse entrata, mentre Manuelita faceva altrettanto con Hang-Tu, copr la lampada con un globo di cristallo azzurro cupo per rendere il salotto quasi oscuro, poi avvicinandosi a Than-Ki, che non si era pi mossa, le disse:
- Non una parola, o siete perduti.
Il Fiore delle Perle non rispose, n sollev il capo che teneva sempre nascosto fra le foglie della peonia. Solamente il suo corpo prov un fremito, ma che subito cess.
Al di fuori si udivano delle persone avvicinarsi al chiosco e delle parole scambiate rapidamente.
- Aprite, - disse ad un tratto una voce imperiosa.
Teresita, calma, serena, risoluta a tutto, non si fece ripetere due volte il comando e mentre colla sinistra teneva la lampada, colla destra fece saltare il chiavistello, dicendo, con una voce che pareva tremasse per la collera:
- Che cosa volete voi?...





CAPITOLO IX

L'ODIO DI HANG-TU

Ritta sull'ultimo gradino, colla fronte increspata, gli occhi scintillanti, i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, la giovane spagnuola doveva avere l'aspetto d'una donna che non si lascia n imporre, n impressionare.
Vedendosi dinanzi un giovane ufficiale dei cacciatori, che teneva nella destra la sciabola sguainata e nella sinistra una rivoltella, lo guard freddamente, facendo cadere su di lui i raggi azzurrognoli della lampada, ripetendo con un tono secco:
- Che cosa volete voi?...
Il tenente, che non si aspettava certo di trovare col quella giovanetta, n una simile accoglienza, rimase cos stupito, da non trovare subito una risposta.
- Ors, parlate, - disse Teresita, con un moto d'impazienza.
- Ma... seorita... - balbett l'ufficiale, abbassando la sciabola. - Cerchiamo dei ribelli.
- Dei ribelli! - esclamo la Perla, simulando un vero stupore. - Eh!... volete scherzare, seor?...
- Vivaddio!... No, seorita. Sono entrati in questo giardino, sono stati veduti.
- Cercateli nel giardino, adunque.
- Non li abbiamo trovati n nella palazzina, n nel parco, seorita.
- E volete che siano nascosti qui?...
- Ma... io non so...
- Signor tenente, sapete chi abita qui?...
- Il maggiore d'Alcazar.
- E io sono la figlia del maggiore d'Alcazar, - disse Teresita, con alterigia.
Il tenente, sconcertato, sorpreso, aveva fatto due passi indietro.
- Se ora volete entrare nel chiosco, per vedere se la figlia del maggiore d'Alcazar ha nascosto dei ribelli, fatelo, - continu la giovanetta, con ironia. - Entrate, tenente.
- Perdono... seorita... Se avessi saputo che qui si trovava la figlia del maggiore, non avrei osato di disturbarla.
- Avete fatto il vostro dovere e nulla devo perdonarvi, - disse Teresita, con voce raddolcita. - Io credo, signore, che vi abbiano ingannato dicendovi che dei ribelli sono entrati in questo giardino, poich n io, n le mie donne abbiamo veduto alcuno; abbiamo udito degli spari bens, ma al di l della cinta.
- Eppure seorita alcuni uomini che montavano dei rapidi cavalli sono stati veduti arrestarsi presso la cinta.
- Ma poi avranno continuato la fuga.
- Cos deve essere avvenuto, - rispose il tenente. - I miei cacciatori hanno frugato tutto il parco e non hanno trovato alcun ribelle.  una vera disgrazia, seorita, che ci siano sfuggiti, poich si sa che due di essi erano persone pericolosissime, due dei capi pi influenti dell'insurrezione.
Teresita prov un brivido nell'apprendere che erano stati riconosciuti, pure padroneggiandosi, chiese con calma:
- E sono costoro?...
- Il meticcio Ruiz Romero ed il chinese Hang-Tu. Erano essi che difendevano ostinatamente le barricate della via dell'Asuncion.
- Forse a quest'ora saranno in marcia per Bulacan.
- O per Cavite, seorita. Perdonate se vi ho disturbata.
- Buona notte, signore, e buona fortuna.
Il tenente s'inchin gentilmente dinanzi a lei, ringuain la sciabola e torn verso la palazzina, seguito da dieci o dodici cacciatori che avevano perlustrato, ma invano, i dintorni del chiosco.
Teresita attese che scomparissero fra le piante, poi rinchiuse la porta e mentre Manuelita rialzava la fiamma della lampada, scost le tende che nascondevano Romero, dicendo con voce soffocata per la gioia:
- Sei salvo, mio valoroso!
- Grazie, Teresita, - disse il meticcio, che era vivamente commosso. - Ti devo anch'io la vita.
- Vedi che mi  costata ben poca fatica, - disse la giovane, che rideva e piangeva ad un tempo. - Ah!... se potessi io disporre della tua vita!...
- Che cosa faresti, Teresita.
- T'impedirei di partire pei campi degli insorti.
- Sarebbe impossibile, mia fanciulla. Si direbbe che Romero Ruiz  un codardo.
- Ma i tuoi compagni non amano forse.
- No, non amano le donne bianche come te...
- Romero!...
- Non rimproverare il destino che mi ha spinto sui tuoi passi, Teresita, e poi...
S'interruppe, poi aggiunse con voce triste:
- Giunge l'ora della separazione.
- Parti?... - chiese la giovane, con viva commozione. - Ora?... Mentre puoi cadere in un'imboscata?... Mentre possono ucciderti sotto i miei occhi?...
- Le tenebre mi proteggeranno. Domani sarebbe troppo tardi.
- E vai?...
- A Salitran od a Cavite.
- Tu vai a cercare la morte, Romero.
- No, - disse Hang-Tu che era uscito dal suo nascondiglio e che si era silenziosamente avvicinato a loro. - No, perch Hang-Tu veglier su di lui.
Poi fissando la giovanetta con uno sguardo strano, aggiunse, sorridendo amaramente:
- Io t'odiavo, Perla di Manilla, come odiavo tuo padre che m'ha condannato a morte e che m'avrebbe fatto fucilare, se gli amici miei non mi avessero salvato. A te tutto perdono, hai la parola di Hang-Tu. Un giorno, forse comprenderai quante stille di sangue abbia costato questo perdono al cuore di Hang-Tu e quante lagrime ai begli occhi d'una fanciulla.
Afferr bruscamente per un braccio Than-Ki, strappandolo al gran vaso giapponese a cui si era aggrappata, e prima ancora che Teresita, stupita da quel misterioso linguaggio, aprisse le labbra per chiedergli una spiegazione, si diresse verso l'uscita dicendo:
- Partiamo, o noi non rivedremo il tramonto di domani.
Aveva aperta la porta e stava per scendere nel parco, ma ad un tratto s'arrest, poi indietreggi vivamente, posando la destra sull'impugnatura della catana.
Un uomo, un ufficiale, colla sciabola sguainata nella destra ed una rivoltella nella sinistra, stava fermo sull'ultimo gradino.
- Lui!... - aveva esclamato il chinese, con un intraducibile accento d'odio.
L'ufficiale era entrato rapidamente chiudendo dietro di s la porta. Era un uomo sulla quarantina, di statura imponente, dalla pelle bruna, con due folti baffi neri, ma un po'brizzolati e dai lineamenti energici.
I suoi occhi, neri e scintillanti come quelli della Perla di Manilla, si fissarono sul meticcio con un lampo minaccioso, poi sulla spagnuola.
- Voi!... - esclam, con voce sibilante.
Teresita aveva mandato un grido di terrore ed era caduta in ginocchio, esclamando:
- Mio padre!...
Il maggiore d'Alcazar, poich era proprio lui, aveva fatto due passi verso Romero puntandogli sul petto la rivoltella e dicendo:
- Vi uccido, signor Ruiz.
Il meticcio non si era mosso. Aveva incrociate le braccia e guardando tranquillamente il maggiore, aveva risposto:
- Non mi difendo: fate fuoco, signore.
Ma Teresita, dopo il primo istante di terrore, si era prontamente rialzata e con una rapida mossa si era slanciata fra il padre e Romero, dicendo con voce quasi minacciosa:
- Tu non lo ucciderai, padre mio!
Than-Ki non aveva gettato alcun grido. Aveva fatto solamente un passo avanti, ma stringendo nella piccola mano una rivoltina che teneva nascosta nella fascia e l'aveva puntata risolutamente sul maggiore.
Hang-Tu aveva per veduto quella mossa e negli sguardi della giovane chinese aveva scorto un lampo minaccioso. Quantunque il capo degli uomini gialli odiasse mortalmente lo spagnuolo, pure aveva trattenuto la mano armata che si preparava a far fuoco, mormorando:
- No, Than-Ki.
Il maggiore d'Alcazar, che pareva in preda ad un terribile accesso di collera, tent di respingere Teresita, ma questa resistette, ripetendo con pi energia:
- Tu non lo ucciderai, padre mio.
- Sei tu che m'impedirai di ammazzare questo ribelle?... - chiese lo spagnuolo.
- S, poich tu non puoi uccidere colui che ha salvato la vita a tua figlia.
- Contro chi?...
- Dai parangs dei moros, padre mio.
Il maggiore aveva abbassato il braccio. Il lampo d'ira che gli brillava negli occhi a poco a poco si spegneva: parve anzi che una rapida commozione passasse, come un fremito, sul suo bruno e fiero volto.
-  lui che t'ha salvata? - chiese con voce lenta.
- S, padre, e senza di lui tu non avresti pi la tua Teresita.
- Ed era pure lui che questa sera si batteva nella via d'Asuncion.
- S, maggiore, - rispose Romero.
- Che cosa siete venuto a fare qui, Romero Ruiz?... Sarebbe stato meglio per voi rimanere lontano da Manilla.
- La morte non la temo, maggiore d'Alcazar.
- E se io vi facessi arrestare?
- Fatelo, - disse Romero, con freddo accento.
- Ma tu non lo farai, padre mio, - disse Teresita. - Tu non puoi perdere per due volte quest'uomo. Il sangue spagnuolo  generoso e non si macchia di vilt, e poi, io amo quest'uomo.
- S, un ribelle - disse il maggiore con amarezza.
-  un prode, padre mio.
- Che volge le armi contro tuo padre.
- No, contro la Spagna, signore, - disse Romero. - Voi combattete per la vostra bandiera e io combatto per quella innalzata dai miei fratelli di colore.
- Una bandiera che si ripiegher presto, signor Ruiz.
- Chiss, signor d'Alcazar.
- Soffocheremo l'insurrezione, non dubitate.
- E noi sapremo morire da forti.
- Voi, lo so, siete coraggioso, ma gli altri?... Avreste fatto meglio voi, che avete nelle vostre vene sangue di spagnuoli, ad abbracciare la nostra causa. Avete invece scavato un abisso: mi comprendete?
Ringuain la sciabola, poi avvicinandosi verso la porta, disse bruscamente:
- Seguitemi.
- Padre mio! - grid Teresita, mettendosi dinanzi a Romero.
- Il maggiore d'Alcazar pagher il suo debito verso Romero Ruiz, - disse lo spagnuolo.
- Lo salvi?...
- O lo perdo.
- Che cosa vuoi dire?
- Quando l'insurrezione ricever il colpo mortale, lo saprai.
- Ah!... Tu me lo uccidi!...
- Non io: lo uccider la guerra.
- Ma io l'amo, padre mio.
- Una figlia della vecchia Spagna non pu amare i nemici della patria, - disse il maggiore, con voce cupa.
- M'ha salvato la vita.
- Ed io gliela salvo ora. Ors, seguitemi o sar troppo tardi.
Vedendo che Romero esitava, lo afferr strettamente per un braccio e lo trasse seco. Hang-Tu li aveva seguiti, ma Than-Ki, prima di uscire, si era arrestata dinanzi a Teresita. Gli occhi profondi e vellutati della celestiale si fissarono in quelli della spagnuola che erano bagnati di lagrime, ma avevano perduto la loro dolcezza. Un lampo sinistro illuminava le pupille della figlia del paese del sole.
- Gli occhi del Fiore delle Perle hanno pianto a lungo, - le disse con accento selvaggio, - ma gli occhi della Perla di Manilla piangeranno pure molto e saranno lagrime di sangue.
Poi s'allontan frettolosamente e raggiunse Hang-Tu.
Il maggiore d'Alcazar camminava rapidamente ed in silenzio, a fianco di Romero. Segu per qualche tratto le mura del parco, apr un piccolo cancello di ferro ed usc sulla via.
Due cacciatori che si trovavano appostati dietro l'angolo di un muro, vedendo quel gruppo di persone, furono lesti ad avanzarsi, intimando il "Chi vive?..."
- Il maggiore d'Alcazar, - rispose lo spagnuolo. - Sgombrate.
Una stradicciola, che serpeggiava fra le mura di parecchi giardini, si apriva di fronte al chiosco. Il maggiore vi si inoltr facendo cenno a Romero di seguirlo e di affrettare il passo, e ad Hang-Tu e alla giovane chinese di tenersi presso di lui.
Giunto all'estremit, due altre sentinelle cercarono d'arrestarlo, ma appena riconosciutolo, s'affrettarono a ritirarsi.
Sarebbe bastata una semplice parola per far arrestare i tre ribelli, ma il leale soldato manteneva scrupolosamente la promessa, pur sapendo di dare all'insurrezione due dei pi valorosi campioni che avrebbero potuto, un giorno, creare dei gravi imbarazzi ai soldati spagnuoli.
Giunto all'estremit della via, in aperta campagna, si arrest guardando attentamente a destra ed a sinistra, dove si scorgevano confusamente delle piantagioni di canne da zucchero, poi volgendosi verso Romero:
- Una spiegazione ora, signor Ruiz, - disse.
- Parlate, - rispose Romero.
- Come vi trovavate in casa mia?...
- Vi siamo entrati per sfuggire l'inseguimento dei cacciatori.
- O mia figlia v'aspettava?...
- No, signor d'Alcazar. Ella ignorava che noi ci eravamo nascosti nel chiosco.
- Volete un consiglio?... Dimenticatela.
- Mi vuol bene, signore.
- Ed io vi odio, signor Ruiz.
- Ah!...  vero, - disse Romero, con amarezza. - Io sono un sangue misto, un meticcio.
- No, ma vi odio poich siete uno di quei nemici che per vincervi farete spargere alla Spagna torrenti di sangue. Senza di voi, fra quindici giorni l'insurrezione potrebbe venire spenta, mentre ora chiss se la nostra bandiera ondegger ancora su Cavite. So quanto valete, Ruiz, e so quanto vi si teme. Volete Teresita?... Lasciate l'insurrezione.
- Oh mai!... - esclam Romero. - non tradir i fratelli, maggiore d'Alcazar, dovesse il mio cuore venire infranto.
- E sia.
Poi additandogli la deserta campagna:
- Andate, - prosegu - siete liberi, ma spero un giorno di incontrarvi.
- Mi reco a difendere Salitran.
- Spero che un giorno ci rivedremo. Addio: ho pagato il mio debito.
Si volse per ritornare verso il sobborgo, ma Hang-Tu gli sbarr il passo. Il chinese aveva rialzato l'ampio cappello che fino allora aveva tenuto abbassato nascondendogli quasi l'intero viso, e teneva in pugno la rivoltella:
- Maggiore d'Alcazar, - gli disse, - mi conoscete?
- Hang-Tu!... - esclam lo spagnuolo.
- S, Hang-Tu, il capo delle societ segrete che voi avete fatto condannare alla fucilazione. Potrei uccidervi, ma invece vi risparmio. Voi mi avete salvata la vita ed ora sono io che rinuncio a prendermi la vostra; nulla quindi pi debbo a voi per ci che avete fatto ora ed il mio odio rimane intatto. Addio, o meglio arrivederci a Salitran, maggiore d'Alcazar.





CAPITOLO X

ATTRAVERSO I PAESI DELL'INSURREZIONE

I due insorti e Than-Ki, volte le spalle alle ultime case dei popolosi sobborghi di Manilla, si allontanavano rapidamente per non farsi sorprendere, prima che l'alba spuntasse, dalle truppe spagnuole che dovevano essersi concentrate nei dintorni della capitale.
La fanciulla chinese, pi pratica di tutti dei luoghi e che sapeva dove si trovavano accampate le forze del generale Polavieja operanti contro Cavite, e quelli di Lachambre e Cornell che miravano ad espugnare Salitran e d'impadronirsi delle rive dell'Imus, li guidava.
Invece di prendere la via costiera che metteva a Las Pinas, si dirigeva verso il sud-est come se avesse voluto avvicinarsi alle montagne che costeggiano la vasta Laguna della Baia, dalla quale esce il fiume Passig.
Hang-Tu, che aveva piena fiducia nella sagacia della giovane, e Romero, entrambi silenziosi e preoccupati dagli avvenimenti della sera, la seguivano senza chiederle dove li conducesse.
La notte era oscura assai e favoriva la loro fuga. Un velo di vapori, che il vento marino spingeva dal golfo di Manilla verso le montagne della Laguna, copriva il cielo, offuscando gli astri ed intercettando del tutto la luce della luna.
Nessun abitante, n alcun accampamento di soldati si scorgevano sui margini delle immense piantagioni che i ribelli attraversavano. Solo di quando in quando, in lontananza, si udivano i latrati di qualche cane vigilante la capanna di qualche povero coltivatore tagalo o chinese.
In aria invece volteggiavano numerosi quei brutti ed enormi pipistrelli, comunissimi in tutte le isole malesi ed anche nell'arcipelago delle Filippine, col corpo lungo circa quaranta centimetri e le ali membranose larghe oltre un metro, prese insieme.
Than-Ki camminava sempre, con passo leggero, ma rapido. Quel corpiccino che sembrava cos delicato e quasi privo di sangue, doveva possedere una resistenza straordinaria. Si sarebbe detto che sotto la pelle cos diafana nascondeva dei muscoli intrecciati con fili d'acciaio.
Attraversate tre o quattro piantagioni di canne da zucchero e d'indaco, senza arrestarsi un solo momento, si era avanzata lungo il margine d'una foresta di felci arboree e di palme, ma giunta presso i primi alberi, aveva cominciato a rallentare il passo.
Pareva che temesse una sorpresa o qualche pericolo, poich ascoltava di frequente con estrema attenzione e non si rimetteva in marcia se non dopo d'aver scrutato attentamente le macchie vicine.
- Che cosa temi? - chiese Hang-Tu, raggiungendola. - Io non so ancora dove ci conduci.
- Non me lo hai nemmeno chiesto, - rispose Than-Ki.
- Tu conosci la via meglio di me, ma mi sembra che noi non andiamo verso Las Pinas.
- L stanno le truppe del generale Cornell.
- Ma mi hanno detto che sull'Imus vi sono i nostri.
- S, guardati dalla 1 e 2 compagnia dei cacciatori del generale Zabala.
- Si potrebbe passare fra di loro.
- E cadremo fra le due brigate del generale Cornell.
- Tu la sai pi lunga d'un generale, - disse Hang-Tu, sorridendo. - Quanta intelligenza nella tua piccola testa!
Romero non aveva pronunciato una sillaba, ma aveva guardato la giovane chinese con ammirazione. Gli sembrava impossibile che quella fanciulla sapesse tante cose e che conoscesse cos bene tutte le mosse e tutte le posizioni degli spagnuoli.
- Dove vuoi condurci, Than-Ki? - chiese Hang.
- Verso la Laguna della baia. Col non vi sono soldati spagnuoli.
- Ma giungeremo in tempo per organizzare la difesa di Salitran?...
- I cavalli delle isole corrono come il vento e Salitran non verr assalita cos presto.
- Ma dove troveremo dei cavalli noi?...
- Lo so io e forse troveremo Pram-Li. Venite.
- Una domanda ancora. Temi che vi siano degli spagnuoli in questo bosco?...
- Tutto pu darsi. Sanno dove gl'insorti hanno le loro spie e possono aver preparato delle imboscate.
- Ecco un prezioso avvertimento, - disse Hang, estraendo la catana e la rivoltella. - Passa dietro di noi, Than-Ki.
- Than-Ki non si lascia sorprendere, - rispose la giovane, - e poi non teme la morte.
Si era rimessa in cammino, ma tenendo in pugno la rivoltina, s'avanzava per sempre con precauzione, poich oltre gli spagnuoli che potevano aver occupato il bosco, aveva da temere i serpenti i quali si trovano numerosissimi anche nelle provincie meridionali di Luzon, specialmente dove vi sono delle grandi macchie. I pitoni sono comuni e cos pure i boa e non mancano i rettili velenosi. Ve ne sono alcuni piccoli il cui morso produce una morte quasi fulminante, come ve ne sono invece altri che raggiungono dimensioni esagerate, poich si dice che misurino perfino trenta piedi, ossia dieci metri.
Quella foresta per pareva che non celasse quei pericolosi ospiti, non udendosi alcun sibilo in nessuna direzione. Si vedevano invece, saltellare fra le erbe, a mo'delle rane, parecchi animaletti alti quindici o venti centimetri, forniti di grandi occhi rotondi, che luccicavano come quelli delle civette.
Erano i tarsi spettri, i pi strani esseri che si possa immaginare e che formano una delle pi singolari curiosit dell'arcipelago delle Filippine.
Questi animaletti, che sono d'indole notturna e che vivono celati nei boschi, hanno la testa rassomigliante alle rane, ma col muso in forma di cono, una bocca larghissima che sembra una squarcio, due occhioni rotondi, gialli, fosforescenti e grandissimi, gli orecchi che somigliano a due cucchiai piantati su di un corto manico, le gambe anteriori brevissime e terminanti in dita nodose e ossute e quelle posteriori tre volte pi lunghe e spelate fino a met.
Il loro pelame  finissimo, leggermente lanoso, bruno giallognolo, ma bianchiccio sul capo.
I tarsi sono riguardati come spiriti maligni e sono sfuggiti da tutti gli isolani; ma Than-Ki non si preoccupava della loro presenza in quel bosco o non credeva alle superstizioni. Concentrava invece tutta la sua attenzione sulle macchie pi fitte per guardarsi dai nemici, sospettando sempre la loro vicinanza.
Aveva gi percorso un mezzo miglio avanzando lentamente, seguita da vicino da Hang-Tu e da Romero, il quale aveva pure impugnata la rivoltella, quando s'arrest bruscamente.
Un oggetto indefinibile, ma che parve ai suoi occhi come una linea sottile, le era passato dinanzi, emettendo un fischio acuto.
- Che cos' questo sibilo?... - chiese Romero.
- Io l'ho udito ancora nel mio paese, - rispose Hang-Tu. -  un segnale.
- S, - disse Than-Ki. -  passata dinanzi a me una freccia di guerra.
Fece cenno ai suoi compagni di non muoversi, poi and a frugare in mezzo ad una macchia di gambir e ritorn mostrando loro una sottile asta. Era una freccia lunga un metro, ma invece della punta aveva uno zufolo.
- Deve averla lanciata un chinese, - disse Hang-Tu. - I nostri soldati usano tali frecce, quando di notte vogliono avvertire qualcuno.
Than-Ki aveva compreso che un pericolo li minacciava e si era affrettata a retrocedere verso un macchione di palme sontar, i cui tronchi sostenevano fitti festoni di pepe selvatico.
Hang-Tu e Romero si erano affrettati a raggiungerla mettendosele ai fianchi onde proteggerla, nel caso che degli spagnuoli si mostrassero.
Passarono alcuni minuti, poi in cima ad un frondoso pombo, enorme albero che produce degli aranci grossi come la testa d'un bambino e che cresceva a circa cinquanta passi dal macchione, si ud uno stormire di fronde, come se qualcuno si aprisse un passaggio fra i rami.
Hang-Tu e Romero, che avevano alzati gli sguardi, scorsero ben presto una forma umana, la quale scendeva rapidamente, aggrappandosi ad alcuni calami che si erano avviticchiati al colossale tronco.
Quell'uomo, che pareva possedesse un'agilit straordinaria, tale da sfidare anche le scimmie, toccato il suolo, si era arrestato un istante, poi si era messo a strisciare verso il nascondiglio degli insorti.
- Una spia degli spagnuoli?... - aveva chiesto Hang-Tu, puntando la rivoltella.
- No, - aveva risposto Than-Ki, abbassandogli il braccio. -  uno dei nostri.
- Tu sai molte cose che io ignoro, - disse il chinese.
- So dove si trovano i posti degl'insorti incaricati di vegliare sulle mosse degli spagnuoli.
- Lo vedo, Than-Ki.
Intanto l'uomo si era accostato fino a pochi passi, ma poi si era arrestato dietro il tronco d'un'arenga saccharifera.
- Sei tu, Sheu-Kin? - chiese la fanciulla sottovoce e facendo un passo innanzi.
Colui che portava quel nome scivol rapidamente fra le piante sarmentose del pepe selvatico, dicendo:
- Avevo sospettato in voi degl'insorti ed avevo lanciato la freccia di guerra per arrestarvi. Avete fatto bene, poich gli spagnuoli da ieri sera hanno sorpreso il posto d'osservazione. Sono felice di rivederti, Than-Ki.
Sheu-Kin era, come lo diceva il suo nome, un chinese che poteva aver diciott'anni, ma d'aspetto robusto. Teneva ancora in mano l'arco col quale aveva lanciato il dardo munito di zufolo, ma alla cintura portava una rivoltella ed un lungo coltello.
- Sei un bravo e fedele giovanotto, - disse Than-Ki. - Sapevo di non ingannarmi affidandoti la sorveglianza di questa foresta. Sono partiti gli spagnuoli?...
- No, Than-Ki. Vi sono due dozzine di uomini accampati intorno al posto.
- Ci  grave. Ero venuta qui per avere alcuni cavalli e alcune armi per me ed i miei compagni.
- Vi saranno, - rispose il giovane chinese. - Il mio cane aveva fiutato i nemici prima che entrassero nella foresta ed ho potuto fuggire assieme ai cavalli dei corrieri giunti ieri dalle rive dell'Imus.
- Dalle rive dell'Imus?... - chiese Hang-Tu. - Quali notizie recavano?
- Parla, - disse Hang-Tu, udendo che il giovane chinese dopo di aver guardato sospettosamente Hang e Romero, esitava. - Questi sono due capi dell'insurrezione.
- Brutte nuove, - rispose Sheu-Kin. - Il generale Lachambre si preparava ad assalire i posti degli insorti sulle rive dell'Imus.
- Per spingersi su Salitran? - chiese Romero.
- S, - rispose il chinese.
- Allora bisogna partire senza ritardo, Hang-Tu.
- Lo so, - disse il capo delle societ segrete. - Se Salitran cade, anche Cavite e Noveleta non potranno resistere a lungo, alle forze riunite di terra e di mare.
- Guidaci, Sheu-Kin, - disse Than-Ki. - Abbiamo molta fretta.
Il giovane chinese si alz e si mise in marcia, cacciandosi in mezzo a macchini di sontar, di felci arborescenti, di betel, di areca, di sagu e di banani, le cui grandi foglie proiettavano un'ombra cos fitta, da non potersi scorgere alcun oggetto a tre passi di distanza.
Than-Ki, Hang e Romero, erano costretti a tenersi ben vicini al chinese per non perderlo di vista e per evitare i tronchi delle piante e gli smisurati calami che s'intrecciavano a tutte le altezze.
Sheu-Kin per pareva che avesse gli occhi degli animali notturni poich procedeva speditamente e senza esitare, evitando facilmente tutti gli ostacoli che ingombravano il cammino.
Dopo dieci minuti, avvert i compagni che il terreno s'abbassava.
Ad Hang ed a Romero parve di scendere entro una cupa valletta, o meglio in una gola, le cui pareti erano coperte di piante dalle foglie gigantesche che s'incrociavano sulle loro teste, impedendo di scorgere, o quasi, il cielo.
- Dove andiamo? - chiese Hang.
- Sheu-Kin lo sa, - rispose Than-Ki, che camminava dietro il giovane chinese.
Ben presto la gola cominci ad allargarsi, diventando un po'pi chiara. Le piante erano scomparse, ma le pareti erano sempre altissime e sulle loro cime si vedevano curvarsi i grossi e fronzuti alberi della foresta
Sheu-Kin si era arrestato dinanzi ad una nera apertura che pareva s'internasse nel fianco della valletta.
- Attendetemi, - disse.
S'inoltr entro quella spaccatura che doveva condurre in qualche caverna, e poco dopo usciva conducendo tre cavalli completamente bardati e dai cui arcioni pendevano tre fucili.
- Sono vostri, - diss'egli. - I corrieri ne troveranno altri a Manilla. Sono gi avvertiti che il posto  stato sorpreso dagli spagnuoli.
-  necessaria la tua presenza in questo bosco? - gli chiese Than-Ki.
- Attendevo l'alba per fuggirmene fino a Salitran. Credo che ormai pi nessun insorto si diriger qui per rifornirsi d'armi e di cavalli.
- Vieni con noi.
- Ma non abbiamo che tre cavalli, - disse Hang.
- Sheu-Kin salir dietro di me, - rispose la fanciulla.
Balzarono in arcione e si misero in cammino. Il giovane chinese, che si teneva dietro Than-Ki, aveva domandato d'inoltrarsi nella valletta per riguadagnarsi il bosco, onde allontanarsi verso la Laguna della Baia ed evitare gli appostamenti spagnuoli che sapeva essere numerosi intorno alla capitale.
Il terreno cominciava a salire; ma era assai aspro, interrotto da crepacci, da macigni caduti dall'alto ed ingombro di vecchi tronchi d'alberi che finivano d'imputridire in fondo a quella grande spaccatura. I tre cavalli per, tre vigorosi animali e di buona razza, varcavano facilmente quegli ostacoli e pareva che fossero impazienti di giungere sul piano per lanciarsi al galoppo.
Il giovane chinese tuttavia consigliava i cavalieri di frenarli, non essendo certo che l'uscita della gola fosse libera. Gli spagnuoli che avevano occupato il posto di rifornimento dei corrieri insorti, potevano essersi accorti di quei notturni viaggiatori ed aver teso un agguato.
Verso le quattro del mattino, quando il cielo cominciava a rischiararsi, i fuggiaschi giungevano all'estremit della valletta. Dinanzi a loro si estendeva la tenebrosa foresta, composta di macchioni d'alberi e di cespugli.
- Adagio, - aveva detto Sheu-Kin.
In quell'istante si ud una voce a gridare.
- Chi vive?...
- Espana e Luzon!... - grid il chinese.
Poi volgendosi verso Hang-Tu e Romero:
- Carichiamo o non usciremo pi da questa trappola.
Il capo degli uomini gialli ed il meticcio si gettarono dinanzi a Than-Ki, poi lanciarono i cavalli al galoppo, armando i fucili.
Alcune ombre umane si agitavano sull'orlo del bosco e pareva che si disponessero a chiudere il passo.
- Fuoco!... - url Hang-Tu.
Tre spari echeggiarono, poi tre cavalli caricarono a corsa sfrenata, passando come un uragano in mezzo ad alcuni soldati che si erano gittati precipitosamente a destra ed a manca.
Una scarica rintron. I soldati, accortisi dell'inganno, avevano pure fatto fuoco.
Il cavallo di Than-Ki, che era l'ultimo, fece un brusco scarto, mandando un nitrito di dolore, ma continu la corsa. La fanciulla si era mantenuta in sella, ma si era accorta che il povero animale era stato colpito.
- Sheu-Kin!... - esclam.
- Lascialo correre finch ha forza, - rispose il chinese, che si teneva aggrappato alla sella.
Romero aveva per udito il grido della giovane. Con una violenta strappata costrinse il proprio cavallo a moderare la corsa, poi quando si vide passare accanto Than-Ki, allung le robuste braccia e la lev d'arcione.
Il momento era stato ben scelto, poich poco dopo il cavallo montato da Sheu-Kin stramazzava pesantemente al suolo, spaccandosi la testa contro il tronco d'un albero.
Il suo cavaliere, proiettato innanzi dal colpo, gir due volte in aria, ma ebbe la fortuna di andare a cadere nel bel mezzo d'un folto cespuglio le cui fronde bastarono per impedirgli di fracassarsi le ossa.
- Morte di Fo!... Chi  caduto? - grid Hang-Tu, arrestando il proprio cavallo.
Il giovane chinese, invece di rispondere, si rialz con una agilit che indicava come nulla si fosse guastato e con un balzo si trov dietro al capo degli uomini gialli.
- Avanti!... - grid, stringendo le ginocchia e tenendosi alla sella.
Delle detonazioni rimbombavano verso l'uscita della valletta e se ormai non potevano produrre danno ai fuggiaschi che erano fuori di portata dai colpi, potevano per attirare l'attenzione di altri soldati.
I due cavalli, malgrado quel doppio carico, mantenevano un galoppo rapidissimo, evitando abilmente gli ostacoli che incontravano sul loro cammino.
Hang-Tu e Sheu-Kin si erano messi alla testa: Romero veniva dietro, sostenendo fra le braccia la giovane chinese.
Quella corsa furiosa dur una mezz'ora, poi i due cavalli cominciarono a rallentare. Le piante si diradavano ed il terreno saliva rapidamente. La pianura boscosa si tramutava in collina e pi oltre in montagna.
L'alba spuntava fugando rapidamente le tenebre ed al calore soffocante della notte succedeva una fresca brezzolina, vivificante e carica del profumo di mille piante in fiore.
Gli uccelli cominciavano a cinguettare sulle pi alte cime degli alberi. Le ciarliere gazze aprivano, ai primi raggi del sole, le loro ali screziate d'azzurro brillante; gli aironi si stiracchiavano le loro lunghe gambe; le splendide colombe, coronate dalle piume scintillanti d'oro e d'azzurro, si preparavano ad innalzarsi, mentre i grossi calao, dal becco enorme, mostruoso, facevano udire le loro grida sgradevoli, somiglianti allo stridere d'una ruota male unta.
Anche le scimmie che sono piuttosto numerose nelle foreste delle Filippine e soprattutto in quelle di Luzon, si preparavano a lasciare i loro rifugi notturni.
Sugli alberi fruttiferi si vedevano agitarsi non pochi di quei ridicoli quadrumani chiamati Bacantan, dal corpo svelto, la coda lunga, dal pelame ricco e morbido di color bruno pi o meno chiaro, alti circa un metro e mezzo, ma con un viso assai strano. Figuratevi che hanno la barba gialla, il labbro superiore spaccato ed un naso rosso come quello dei seguaci di Bacco e cos lungo e adunco, che quei poveri animali sono costretti a tenerselo quasi sempre in mano per non fracassarselo contro i rami degli alberi.
Non mancavano nemmeno i macachi chiamati Monjet, altre scimmie barbute, colla testa piatta, il pelame verde bruno, la coda lunga e che quando vogliono divertirsi, vanno a percuotere, per ore di seguito, le grosse canne di bamb, improvvisando dei concerti molto rumorosi.
Hang-Tu, vedendo che il terreno continuava a salire e che i cavalli faticavano assai con quel doppio peso, si era arrestato, dicendo a Sheu-Kin:
- Dove andiamo?... I nostri animali non possono condurci fino a Salitran, se siamo costretti a raddoppiare il cammino.
- Vi  una fattoria sulla cima di questo colle, - rispose Sheu-Kin. - Col troveremo dei cavalli.
- Conosci il proprietario?...
- S, ed  un malese.
- Allora non vi  da temere.
I cavalli dopo un breve riposo s'erano rimessi in cammino, ma Romero e Hang erano discesi per non affaticarli troppo e procedevano insieme, coi fucili sotto il braccio.
Il terreno saliva sempre, ma la foresta continuava a diradarsi. S'alzavano qua e l gruppi di fichi, alberi che crescono splendidamente in quelle isole, mentre tutte le altre piante di provenienza europea intisichiscono, producendo frutta avvizzite; macchioni di alberi gommiferi, di grossi e fronzuti tamarindi, di felci colossali, di nipa dalle bellissime foglie e di tigli detti del pitro, piante che dnno delle fibre tigliose bellissime che unite colla seta servono a fabbricare dei tessuti di meravigliosa finezza, assai apprezzati e molto ricercati sui mercati chinesi e giapponesi.
Di passo in passo che salivano, l'orizzonte si allargava. Attraverso agli squarci della foresta, i cavalieri potevano gi scorgere la vasta baia di Manilla solcata da numerosi velieri e da cannoniere che lanciavano in aria nuvoli di fumo nerissimo e pi oltre, verso il nord, la selva di campanili della Ciudad e pi indietro i popolosi sobborghi del Passig.
Giunti sulla cima del colle, che era quasi sgombra di piante, apparve ai loro sguardi la vastissima Laguna della Baia che  divisa da quella di Manilla da un istmo largo poco pi di sette miglia, colla sua isola di Talim che ne occupa il centro e le sue isolette affollate dinanzi all'uscita del fiume.
Hang-Tu, salito sulla cima d'una rupe in compagnia di Romero, aveva volto ansiosamente gli occhi verso il mare, seguendo attentamente la curva pronunciatissima che descrive la baia di Manilla verso le coste meridionali.
- Eccolo il baluardo dell'insurrezione, - diss'egli, con un certo entusiasmo. - Lo vedi, Romero?
Il meticcio aveva arrestato lo sguardo su un grosso gruppo di casette biancheggianti all'estremit d'una lunga lingua di terra. Dinanzi ad esso si vedevano parecchi punti neri, sovra i quali s'alzava come una nebbia oscura.
- Cavite, - disse, - la vedo.
In quel momento un sordo colpo di cannone rimbomb in lontananza, ripercotendosi poco dopo fra le rocce della collina, seguito da un secondo, poi da un terzo.
- A Cavite si combatte, - disse Sheu-Kin, che li aveva raggiunti.
- S, la flotta la bombarda, - rispose Hang-Tu, la cui fronte si era abbuiata.
- Finch i nostri tengono Salitran, non v' pericolo, - disse Romero. - Le cannoniere spagnuole non riusciranno a scacciare da Cavite i nostri fratelli.
- Ma se Salitran non potesse resistere?... Chi impedirebbe poi al generale Polavieja di prendere i nostri alle spalle, assalendoli dalla parte di terra?...
- Vi  Noveleta ancora.
- Verr espugnata presto, Romero. Non potr resistere a lungo agli assalti delle numerose truppe spagnuole.
- Ma noi andremo a scatenare l'insurrezione nelle province settentrionali. Luzon  vasta e fra i monti del centro nessuno potrebbe sloggiarci, n domarci.
- Lo si vedr, - disse Hang-Tu, crollando il capo.
Lasciarono quella specie d'osservatorio e girando attorno ad una vetta, scesero in una stretta valle dove si scorgevano piccole piantagioni di zenzero e di canne da zucchero e pi oltre una casa di bell'aspetto, cinta da uno steccato, entro cui pascolavano numerosi cavalli e buoi.






CAPITOLO XI

LA PRIMA SCARAMUCCIA

Il malese, proprietario di quella villetta, fece ottima accoglienza ai due capi insorti ed a Than-Ki, presentati dal giovane chinese, mettendo a loro disposizione la sua casa, i suoi animali, i suoi servi e anche la sua borsa.
Era un vecchio isolano di Mindanao, emigrato giovanissimo a Manilla e che aveva gi preso parte a pi d'una insurrezione. Fiero nemico della dominazione spagnuola, aveva abbracciata la causa degli uomini di colore, aiutando i suoi confratelli, con armi e denari, non avendo potuto, in causa dell'et troppo avanzata, unirsi a loro.
Il brav'uomo preg gli ospiti di fermarsi alcune ore nella propria casa per rifocillarsi e riposarsi, consigliandoli a partire alla sera per evitare l'incontro delle bande nemiche che da Dasmarinas a Las Pinas si concentravano verso l'Imus.
Hang-Tu ed i suoi compagni, che erano stanchissimi, non rifiutarono il cortese invito, tanto pi che la valorosa Than-Ki, malgrado la sua forza d'animo, appariva molto abbattuta dopo quelle due notti insonni.
Fecero onore al copioso pasto fatto allestire dal vecchio malese, poi si ritirarono nelle stanze loro assegnate per prendere un po'di riposo, mentre Sheu-Kin si recava nel recinto a scegliere i pi vigorosi e pi rapidi cavalli, per forzare le linee spagnuole.
Alle sei di sera, quando il sole cominciava a scendere verso il mare, i tre insorti e la giovane chinese si rimettevano in sella, scendendo verso la Laguna della Baia, volendo evitare Las Pinas che sapevano occupata da una parte delle truppe del generale Cornell.
Sheu-Kin, che si era recato pi volte a Salitran ed a Cavite e che aveva percorse le sponde occidentali del lago, li guidava attraverso l'istmo. Hang-Tu gli teneva dietro, ed ultimi venivano Romero e Than-Ki i quali cavalcavano l'uno a fianco all'altra.
La chinese taceva sempre, ma di tratto in tratto guardava il compagno, il quale pareva tanto pensieroso da non curarsi di guidare il cavallo. Gi due o tre volte Than-Ki, che vegliava attentamente, aveva trattenuto l'animale sull'orlo di alcuni crepacci, senza che il cavaliere se ne fosse accorto.
Quell'indifferenza da parte del meticcio, addolorava assai la giovane. I suoi occhi pieni di dolcezza malinconica, a poco a poco s'inumidivano e negli angoli si raccoglievano lentamente due grosse lagrime; pure nessun sospiro, nessun sussulto tradiva quell'intenso dolore. Soffriva in silenzio.
Una brusca scossa del cavallo, il quale aveva incespicato in una grossa radice, strapp finalmente Romero dai suoi pensieri. Alzando il capo verso Than-Ki, la quale si era abbassata per afferrare le briglie, rimase colpito dall'espressione dolorosa di quel bel viso.
- Che cos'hai, fanciulla?... - le chiese.
- Nulla, - rispose Than-Ki.
- Tu piangi.
- Che importa al mio signore, che il Fiore delle Perle rida o pianga?... A lui deve bastare che sia lieta la Perla di Manilla.
- Taci, Than-Ki. Perch nominarmela ora?...
- Forse che il mio signore non pensava a lei in questi istanti?... - chiese la giovane, con amarezza. - Non era l'insurrezione che occupava la sua mente.
- Che cosa ne sai tu, fanciulla?...
- Gli sguardi del Fiore delle Perle vedono lontano.
- S,  cos, ed a Than-Ki rincresce che io pensi a Teresita. - disse Romero, con un sospiro. - Povera fanciulla!... Anche tu sei una vittima del destino, al pari di me.
- Tu!... - esclam Than-Ki. - Forse che la Perla di Manilla non ti vuole bene?...  il mio amore che forse non fiorir mai e che forse mai sar vivificato da un solo raggio di sole. Il sangue dei bianchi lo uccider, al pari del gelido vento della Mantsciuria che spegne i lill del Fiume Giallo -
-  il destino che cos vuole, mia povera fanciulla. Io non potr mai far rifiorire l'amor tuo.
- S, perch fra noi sta la donna bianca! - esclam la giovane, con uno scatto di collera selvaggia. - Ma le perle talvolta s'infrangono e pu toccare la mala sorte a quella di Manilla.
- Non minacciare, Than-Ki, disse Romero. - Tu hai il cuore troppo gentile per odiare.
- Tu non sai, mio signore, quanto odio pu racchiudere il cuore delle donne del mio paese. Sembriamo fiori delicati destinati a crescere, vivere e spegnersi fra i paraventi fiorati delle nostre case, ma invece s'ingannano tutti. Vibra potente l'anima nei nostri corpi.
- Ma tu non puoi serbare rancore a Teresita che t'ha salvata la vita, Than-Ki.
- E credi, mio signore, che io ci tenessi alla mia vita?... Quando il cuore sanguina, quando l'esistenza diventa un martirio, quando le speranze si dileguano, quando i sogni svaniscono per sempre e non ritornano pi, la morte non si teme. Forse che i fiori vivono senza il sole e la rugiada?... Forse che le farfalle dei verdi prati si reggono, quando rugge la tramontana?... Forse che gli uccelli cinguettano, quando il verno piomba sulle pianure della Mongolia?... La morte?... L'ho sfidata tante volte senza tremare dinanzi a Cavite e l'ho tante volte invocata, prima che tu ritornassi dalle lontane sponde del mio paese natio. La mia stella non briller pi, lo sento. Essa brilla fulgida sulla testa della donna bianca. Cos doveva accadere: lo splendore delle perle bianche offusca quelle gialle che si traggono dalle acque del paese del sole.
- Prima che io tornassi dalle sponde del tuo paese natio! Esclam Romero, stupito. - Ma chi sei tu adunque?...
- Than-Ki, - rispose la fanciulla.
- Ma da dove vieni?
- Dal mio paese.
- Ma chi ti ha condotta a Manilla?
- Hang-Tu.
- Quando?...
- Che t'importa?...
- Voglio saperlo. Vi  un mistero nella tua vita.
- T'inganni.
- Lo sapr da Hang-Tu.
- E Hang-Tu ti dir che io sono Than-Ki.
- Ma tu mi conoscevi adunque prima che io riparassi nella tua patria?
- Forse.
- E...
- S, ti volevo bene, ma ci non ti deve pi interessare. Io non sono la Perla di Manilla.
- Bizzarra fanciulla! Ma dimmi chi sei?
- Te l'ho detto: io sono Than-Ki.
Poi allentando le briglie raggiunse Hang-Tu, il quale discorreva col suo compatriotta, interrogandolo sulle posizioni occupate dagli spagnuoli nei dintorni di Dasmarinas.
Romero non aveva cercato di trattenerla. Quel colloquio stava per diventare imbarazzante per lui, quantunque avesse desiderato vivamente di conoscere il mistero che avvolgeva quella singolare figlia del Celeste Impero. Pure in fondo al cuore, compiangeva quell'ardita fanciulla che gli aveva gi dato, in due soli giorni, tante prove del suo strano affetto, sfidando per lui e senza tremare, la morte.
- Ors, - mormor egli, sospirando. - Io sono uno di quei disgraziati che il destino ha condannato a una eterna infelicit e che irradiano intorno a loro una triste influenza... Sar fatale a tutti quelli che mi amano e che mi avvicinano e fors'anche all'insurrezione. Meglio sarebbe, che una palla mi uccidesse sulle trincee di Salitran.
Intanto Sheu-Kin e Hang-Tu continuavano a scendere la collina, cercando i passaggi migliori, essendo la china assai aspra ed interrotta sovente da crepacci e da burroni profondi, entro i quali potevano precipitare i cavalli. Fortunatamente i vapori che ingombravano il cielo erano stati ricacciati verso il mare dal vento del sud e la luna era sorta splendida, illuminando la vasta distesa d'acqua della laguna, la quale scintillava con vaghi tremolii argentei. In fondo, presso le sponde, si vedeva qualche lume che ora appariva ed ora scompariva. Era forse il fanale di qualche cannoniera nemica che perlustrava i seni, per sorprendere qualche posto d'insorti.
Alla mezzanotte i quattro cavalieri galoppavano nella pianura, tenendosi ad un miglio dalle sponde del lago. Camminavano verso il sud-ovest, ma al di qua del versante dell'Imus, per non dare di cozzo contro i soldati del generale Cornell, che sapevano scaglionati a breve distanza da quel piccolo corso d'acqua.
Se i cavalli resistevano a quella corsa, potevano sperare di giungere nei campi degl'insorti prima del mezzod, non ignorando che tenevano alcuni posti avanzati fino nei dintorni di Tunasan.
Alle quattro del mattino furono per costretti a fare una fermata sul margine d'una piantagione di caff, per non stremare completamente le povere bestie e per prendere un po'di riposo.
Essendo il luogo deserto, approfittarono per dormire qualche po'sotto la guardia della giovane chinese, prevedendo che la notte successiva non ne avrebbero avuto il tempo.
Alle sei si rimettevano in arcione, inoltrandosi in una vallata che pareva dividesse i due versanti dell'istmo, mentre dalla parte del mare si udivano rombare delle interminabili detonazioni, che gli echi delle alture ripercuotevano con un lungo e pauroso rimbombo.
A Cavite si combatteva senza dubbio. Forse la flotta spagnuola tornava a assalire quel punto importante, fortemente tenuto dagli insorti, cercando di distruggere i ridotti e le trincee per aprire, pi tardi, il passo alle truppe del generale Polavieja.
Dalla parte dell'Imus non si udiva invece nessuna detonazione. Probabilmente il generale Lachambre non osava ancora assalire Salitran.
- Giungeremo in tempo, - disse Hang-Tu, a Romero. - Due o tre giorni possono bastare a noi per riordinare una difesa tenace.
- S, purch gl'insorti abbiano costruito delle trincee attorno alla borgata.
- Vi sono dei capi intelligenti a Salitran. Ho piena fiducia in Marion Duque, uno dei pi fieri nemici degli spagnuoli, in Castillo, un valoroso e in Carrido, un buon capobanda e soprattutto astuto.
- Speriamo, Hang.
Alle dieci, attraversano a guado l'Imus, piccolo corso d'acqua che scaricasi nella baia di Cavite, ma a parecchie miglia dalla cittadella d'Imus, la quale doveva essere stata occupata, ed ora in procinto di cadere nelle mani dei soldati del generale Lachambre.
Al di l del fiume apparivano le prime tracce della feroce, spietata lotta impegnata fra i bianchi a gli uomini di colore. Si vedevano intere piantagioni di canne da zucchero distrutte dal fuoco, piantagioni di caff devastate, case in rovina; e di tratto in tratto carogne di cavalli di gi spolpate dalle bande numerose di corvi, che volteggiavano in aria gracchiando sinistramente.
Forse in quelle vicinanze, piccole bande insorte si erano scontrate coi nemici od avevano fatto delle scorrerie per distruggere con bestiale furore, le propriet di alcuni coloni spagnuoli.
Quella regione, pochi mesi prima abitata e fiorente di ricchi raccolti, era stata tramutata in un vero deserto. Gli abitanti erano scomparsi o forse erano stati uccisi; le fattorie erano state incendiate e saccheggiate, i campi rovinati e forse per molti anni. Grandi fortune erano state forse distrutte in poche ore dalle fiamme scatenate probabilmente dai malesi, i pi feroci, i pi astiosi ed i pi insaziabili predoni di tutte le razze dell'isola.
Non tardarono ad apparire anche le prime vittime della guerra, le quali dimostravano con quanta ferocia si combatteva d'ambo le parti, ma soprattutto dalle sanguinarie popolazioni d'origine sulo-malese. Accanto ad una casa in rovina, mezza divorata dal fuoco, Romero ed i suoi compagni scorsero un vecchio spagnuolo inchiodato sul tronco d'un albero, con una di quelle corte lance che usano i costieri del Borneo.
Probabilmente quel disgraziato era il proprietario della distrutta fattoria ed era stato cos trattato unicamente perch la sua pelle, invece di essere gialla, od olivastra o rossiccia, era semplicemente bianca. Pi oltre, presso un'altra abitazione pure diroccata, ne videro, un altro, un giovane e robusto spagnuolo appeso ad un ramo pei piedi e col corpo irto di giavellotti. La sua testa era scomparsa e doveva essere stata raccolta da qualcuno di quei tristi raccoglitori di crani che sono ancora cos numerosi nell'interno di Mindanao, malgrado quell'isola sia sotto la dominazione spagnuola.
Ma un miglio pi innanzi, i soldati bianchi dovevano essersi presa la rivincita su quelle bande di predoni feroci, poich in mezzo ad un solco, otto o dieci insorti, fra malesi e tagali, gi mezzo spolpati dai corvi, giacevano l'uno accanto all'altro e allineati come se fossero stati fucilati da un plotone di cacciatori.
I cavalieri, temendo una sorpresa e non essendo certi delle ultime mosse degli spagnuoli, procedevano ora con prudenza, evitando di accostarsi ai macchioni di canne o di alberi entro i quali potevano celarsi dei posti avanzati.
Ai calcoli del giovane chinese non dovevano trovarsi lontano dai campi degli insorti, avendo gi attraversato l'Imus da alcune ore. Da un momento all'altro potevano incontrare qualche banda operante al sud di Salitran.
Il paese, che diventava a poco a poco boscoso, impediva loro di spingere gli sguardi lontano, tanto pi che si manteneva assolutamente piano. Per sentivano per istinto che doveva trovarsi a breve distanza dal luogo ove si erano impegnate le prime scaramucce e sentivano pure per istinto di tenersi in guardia.
Ad un tratto Sheu-Kin, che cavalcava dinanzi a tutti, segnal delle nubi di fumo che s'alzavano in mezzo ad una foresta, la quale si estendeva per un vasto tratto verso il nord-ovest.
-  fumo d'accampamenti, - diss'egli.
- Saranno spagnuoli o insorti, gli accampati?... - chiese Hang-Tu. - Non bisogna avventurarci a casaccio nella foresta, per non cadere nel mezzo di qualche reggimento di cacciatori.
- L devono trovarsi i nostri, - disse Than-Ki. - Se non m'inganno, il capo banda, Tung-Tao doveva trovarsi a sud di Salitran coi suoi tagali.
- Procederemo adagio e coi fucili in pugno.
- Di galoppo, Hang! - grid Romero, che si trovava dieci passi pi lontano. - Abbiamo gli spagnuoli alle spalle.
- Morte di Fo!...
Sei cavalleggeri erano improvvisamente comparsi sull'orlo d'una piantagione di banani, ad una distanza di quattro o cinquecento passi.
Probabilmente quei soldati si erano appiattiti in mezzo alle gigantesche foglie di quelle splendide piante, per spiare le mosse degli insorti che accampavano nella foresta ed avendo scorto i quattro cavalieri, erano balzati in arcione per cercare di catturarli prima che potessero rifugiarsi in mezzo agli alberi.
- Passa avanti, Than-Ki, - grid Hang. - Lascia a me e a Romero l'incarico di respingere quei nemici.
- No, - rispose la giovane - so battermi anch'io al pari di te.
- Non hai il fucile tu.
- Ho la rivoltella e mi basta.
- Di galoppo!... - grid Hang. - cerchiamo di guadagnare il bosco.
I quattro cavalli si erano lanciati ventre a terra, ma non potevano durare a lungo, essendo assai stanchi per quella faticosa marcia, mentre quelli degli spagnuoli parevano ben riposati. La foresta per non era lontana e dietro ai tronchi degli alberi, gl'insorti potevano ripararsi e difendersi.
Hang-Tu e Romero si erano riuniti dietro a Than-Ki per difenderla, mentre Sheu-Kin, che aveva il cavallo migliore, affrettava la corsa per giungere prima di tutti al bosco e prender posizione.
I sei cavallegeri spronavano furiosamente i loro piccoli ma veloci animali di razza andalusa ed intimavano l'alt, accompagnandolo con la minaccia di aprire il fuoco in caso di rifiuto, ma n Hang, n Romero si curavano di rispondere.
A trecento passi uno di loro, il capo fila spar un colpo di moschetto; ma senza ottenere alcun risultato, in causa della distanza e delle brusche scosse che gl'imprimeva il cavallo.
Hang-Tu questa volta si volse a met, punt rapidamente il fucile e fece fuoco. Il cavaliere cadde unitamente all'animale, ma non doveva aver ricevuto lui il colpo, poich si rialz quasi subito rispondendo con una seconda moschettata, il cui proiettile fischi agli orecchi dei fuggiaschi.
- A te, Romero! - grid Hang, preparandosi a ricaricare l'arma.
Il meticcio aveva gi spianata la sua carabina, senza rallentare il galoppo del proprio cavallo. Fece fuoco in mezzo al gruppo ed un altro animale, dopo d'essersi inalberato bruscamente, cadde di quarto scavalcando il soldato che lo montava.
- Noi macelliamo i cavalli e risparmiamo invece i cavalieri, - grid Hang, esasperato.
- Che cosa importa, - rispose Romero. - I caduti non ci seguiranno.
- Ma tirano meglio degli altri. Odi?
- S, e credo...
Romero non pot continuare la frase. Una palla di moschetto era giunta e aveva colpito il cavallo presso le ultime vertebre fracassandogli di colpo la spina dorsale.
Il povero animale era caduto fulminato, trascinando nella caduta il cavaliere il quale, per sua mala sorte, era rimasto con una gamba sotto quella pesante massa.
Than-Ki, udendo Romero mandare un grido, con una violenta strappata che per poco non l'aveva balzata di sella, aveva frenato il proprio animale. Vedendo il meticcio a terra impallid, poi senza badare ai proiettili che gi ricominciavano a fischiare, si lasci scivolare dall'arcione e si precipit verso di lui.
Hang-Tu si era pure arrestato, ma invece di correre in aiuto del compagno aveva snudata la catana e pareva che si preparasse a caricare disperatamente il drappello nemico.
- Mio signore, - esclam Than-Ki, con voce tremante. - Sei ferito?
- No, ma fuggi, - rispose Romero, che aveva ricaricato precipitosamente il fucile. - Fuggi; essi stanno per piombarci addosso.
- Than-Ki non ha paura e ti difender, mio signore, - rispose la fanciulla, con fierezza.
Si era lasciata cadere dietro il cadavere del cavallo, accanto al meticcio, ed aveva estratta la rivoltella, puntandola risolutamente contro i nemici.
- Ma fuggi, salvati! - ripet Romero. - Vuoi farti uccidere?...
- Morr accanto a te.
- Vengono!...
I quattro spagnuoli caricavano di galoppo. Avevano appesi all'arcione i moschetti e snudate invece le sciabole. Ancora pochi istanti e piombavano su quei tre coraggiosi che li attendevano senza tremare. Il vezzoso capo del Fiore delle Perle stava forse per venire brutalmente fracassato da quelle terribili armi.
Hang-Tu, fermo come una rupe, colle ginocchia strette ai fianchi del cavallo, collo sguardo tetro e sanguigno, colla larga e pesante catana alzata e colla carabina sulla sella, si era collocato dinanzi ai due suoi compagni per sostenere il primo urto.
Gi i quattro cavallegeri non distavano che cento passi, quando verso il bosco echeggiarono improvvisamente dieci o dodici spari, seguiti da urla feroci.
Gli spagnuoli fecero un brusco voltafaccia e fuggirono verso la piantagione, seguiti dai loro due compagni che erano stati scavalcati.
Una banda d'uomini, composta per la maggior parte di malesi e di tagali, armati di alcuni fucili, ma soprattutto di lance e di sciaboloni bornesi, si era precipitata fuori dalla boscaglia empiendo l'aria d'urla selvagge. Alla loro testa cavalcava Sheu-Kin.
- Gl'insorti! - esclam Hang, respirando.
Si era gettato rapidamente di sella, e con una vigorosa scossa aveva liberato Romero dal peso che lo teneva inchiodato al suolo.
- Sei ferito? - gli chiese.
- No - rispose questi.
Poi, rialzandosi, s'avvicin a Than-Ki e posandole le mani sulle spalle, disse:
- Grazie, valorosa fanciulla.
Il Fiore delle Perle non rispose, ma il suo viso s'imporpor, mentre le sue labbra si schiudevano ad un sorriso, ed un lampo d'immensa gioia le illuminava i begli occhi.





CAPITOLO XII

NEL CAMPO DEGL'INSORTI

Quella foresta, come avevano supposto, era occupata da un grosso stuolo d'insorti capitanati da uno dei pi ardenti autonomisti, da Tung-Tao,4 un meticcio di sangue europeo dal lato del padre e malese della madre, uno dei primi che aveva abbracciata la causa dell'insurrezione ed anche uno dei pi valorosi.
Quelle bande, composte di varie razze, si erano col accampate per difendere Salitran, che si trovava ad un solo miglio innanzi, da un colpo di mano degli spagnuoli, i quali erano stati gi segnalati verso il sud-est.
Nulla di pi strano e di pi pittoresco di quel campo d'insorti, dove si trovavano mescolati uomini appartenenti a tante razze diverse e di costumi cos variati, persone d'una civilt che non era inferiore a quella degli spagnuoli ed altre che erano affatto barbare, selvagge, sanguinarie.
Un disordine assoluto vi regnava. Era un caos di tende piantate senza regola, di capannucce improvvisate, di tuguri d'ogni forma e dimensione, di semplici tettoie, di ripari assolutamente primitivi, ma pi che sufficienti pei malesi e pei tagali abituati ordinariamente a dormire all'aria aperta, di uomini, di cavalli, di fasci d'armi dove si vedevano gli arnesi pi micidiali accanto a lance quasi primitive.
Pareva che quasi tutte le svariate razze dell'estremo oriente, si fossero date convegno in quel campo.
V'erano gruppi di meticci derivanti da incroci di sangue europeo col tagalo, o col chinese, o col malese, tipi gagliardi, di carattere vivace, dall'intelligenza svegliatissima e che costituivano il nerbo dell'insurrezione; bande di malesi membruti, di statura bassa, dalla faccia quadra e ossuta, dagli occhi piccoli e torvi, dalla bocca larga armata di denti acuti come quelli delle fiere, ma anneriti dal soverchio uso del betel e dalla carnagione pi o meno fosca, con riflessi olivastri o d'un rosso mattone, ma alquanto smunto. Erano quasi tutti nudi, non avendo che qualche corta camicia o qualche gonnellino, e portavano alla cintura due o tre di quei terribili pugnali a lama serpeggiante, lunghi un piede e colla punta avvelenata nel succo dell'upas.
Pi oltre vi erano bande di tagali dal volto quasi romboidale, ossuto, ma simpatico, cogli occhi vivaci e leggermente obliqui e la pelle rossastra, ma con certe sfumature giallo-bronzine: uomini operosi, coraggiosi e fidati.
Le aspre fatiche del campo non avevano punto influito sul loro carattere vanitoso e facevano ancora pompa delle loro camice ricamate, dei loro calzoni bianchi e dei loro ornamenti d'argento, nonch delle loro croci dorate che usavano portare al collo.
Poi venivano gruppi di chinesi colle loro facce color dei limoni maturi, le loro lunghe code sfuggenti sotto gli ampi cappelli di fibre di rotang, gli occhi obliqui, le zimarre variopinte e fregiate di draghi orribili e colle loro cintole piene d'armi, e munite pure dell'insuperabile ventaglio, oggetto di assoluta necessit; gruppi di bughisi d'origine macassarese o mindanese, dall'alta statura, ma di forme eleganti e dalle tinte brune; di turgiassi dalla pelle quasi bianca, ma a riflessi grigiastri o cenerini, dal volto ovale, gli occhi grandi e bellissimi e la capigliatura nerissima e liscia, non pochi zimbalesi, pangasinansi, illocasi ed igoroti, veri selvaggi che si trovano dispersi nelle montagne delle isole del grande Arcipelago Filippino.
Pel momento, tutta quella gente non pareva gran fatto occuparsi della guerra che si combatteva cos breve distanza. Avevano radunate in fasci giganteschi le loro armi, ben poche da fuco, ma moltissime da taglio, e tutte formidabili e si divertivano a loro capriccio, interessandosi dei combattimenti dei galli, pei quali tutti quei popoli hanno una passione straordinaria, tale da superare di gran lunga gl'Inglesi, o applaudendo una compagnia di gitani che aveva piantata la sua baracca nel bel mezzo dell'accampamento, od ascoltando con vivo piacere una mezza dozzina di suonatori di chitarra, artisti in tempo di pace, ma corvi rapaci dopo la battaglia, saccheggiatori spietati dei vinti, fossero questi morti o moribondi.
Hang-Tu, Romero e Than-Ki, preceduti da Sheu-Kin e scortati da una mezza dozzina di malesi armati di lunghi fucili, ma che dovevano essere stati fabbricati un secolo prima, attraversarono l'accampamento salutati ovunque da strepitose acclamazioni, essendosi sparsa rapidamente la voce del loro arrivo, e vennero condotti nella tenda del capo, una specie di padiglione di cotonina rossa, dinanzi al quale, piantate su pali, facevano orribile mostra le teste gi putrefatte d'alcuni soldati spagnuoli.
Tung-Tao aveva radunato alcuni sotto-capi per decidere sulla sorte d'un chinese arrestato nei dintorni del campo, come sospetto di essere una spia degli spagnuoli e stava per pronunciare la sentenza di morte.
Vedendo apparire Hang-Tu e Romero, che ben conosceva, si affrett a sospendere la seduta per fare gli onori di casa.
- I corrieri delle societ segrete mi avevano gi informato del vostro arrivo a Salitran, - diss'egli, dopo d'aver stretto la mano ad entrambi e d'aver salutato gentilmente Than-Ki. - Sono felice di essere il primo a ricevervi nei campi degl'insorti e d'offrirvi ospitalit.
Con un cenno conged i sotto-capi e fece sedere i nuovi venuti su alcune scranne fabbricate con rami d'albero, dicendo, con un sorriso:
- Non ho di meglio da offrire. Quei dannati spagnuoli mi hanno guastata per tre volte la mia mobilia o meglio ho dovuto lasciarla nelle loro mani per salvare la pelle. Spero per, se tutto andr bene, di rifarmi con quella dei loro palazzi di Manilla.
- Te lo auguro, Tung-Tao, - rispose Hang. - D'altronde siamo cos stanchi che ci basterebbe anche un sasso pur di riposarci.  da ieri che galoppiamo.
- Inseguiti dagli spagnuoli?
- No, ma avevamo fretta e molta. Il colpo di mano su Manilla  andato a vuoto, e comprenderai che l'aria di quella citt non poteva pi farci bene.
- I corrieri mi hanno recato la notizia stamane.
- Hai un servizio d'informazioni accurato, Tung-Tao. Se gli spagnuoli potessero averne uno eguale, sarebbero ben contenti.
- Le spie non mancano anche a loro. Stavo appunto ora per giudicare un tuo compatriotta che si  lasciato corrompere dall'oro spagnuolo, ma non andr a raccontare ai nemici ci che ha veduto nel mio campo. Fra dieci minuti i malesi lo manderanno a trovare il suo Budda.
- Hai fatto bene, - disse Hang. - Fosse stato mio fratello non avrei alzato un dito per strappartelo di mano. Muoiano tutti i traditori!
- E fra i pi atroci tormenti, - aggiunse il capo malese, con un crudele sorriso. - Quali notizie rechi da Manilla?...
- Poco liete, Tung. L non vi  da tentare nulla di buono, per ora. La capitale non cadr pi nelle nostre mani.
- Lo so, - disse il capo, con un sospiro. - Ah!... Se fosse riuscita la prima congiura, a quest'ora noi saremmo i padroni di Luzon. Si battono al nord?...
- Matabon e Bulacan resistono sempre, ma temo che gl'insorti non possano marciare sulla capitale. I capi per sanno che noi c'impegneremo a fondo a Salitran ed a Cavite e spero che dal canto loro tenteranno qualche cosa per attirarsi addosso una parte delle truppe del generale Polavieja.
- Vuoi giocare una carta decisiva a Salitran?
- Siamo qui venuti per questo. Dalla difesa di Salitran dipende la sorta di Cavite.
- Spero che gli spagnuoli avranno un osso duro da rodere, se vorranno assalirci. Sono state erette grandi trincee dinanzi a Salitran ed anche sulla strada d'Imus.
- Chi comanda gl'insorti? - chiese Romero, che fino allora si era limitato ad ascoltare.
- Marion Duque, Castillo, Gomez ed i due fratelli Hang-Kai capi dei mestizos. Dispongono di tredici bande, ma non pi di due migliaia di buoni fucili.
- Vi sono dei cannoni?
- Alcuni pezzi e qualche mitragliatrice.
- Si pu fare molto allora, - disse Romero. - Se gli spagnuoli ritardano l'attacco d'alcuni giorni, ci troveremo pronti a riceverli. Sar per necessario concentrare in Salitran tutte le bande che si trovano dislocate, non essendovi da temere attacchi alle spalle. Gli spagnuoli non ci assaliranno che marciando sulle vie d'Imus.
- Io sono pronto a levare il campo, - disse Tung-Tao. - dispongo di quattrocento uomini, di centocinquanta fucili e d'alcune spingarde. Non faccio grande assegnamento sui malesi e sui bughisi, valenti nelle imboscate e negli assalti impetuosi, ma altrettanto cattivi soldati nelle difese; conto sui miei meticci e sui tagali che sono tutti abili bersaglieri.
- Avverti i tuoi sotto-capi di dare il comando di incolonnare le bande. Qui, a guardia del bosco, baster qualche drappello di malesi o di bughisi.
- Verranno con noi? - chiese Hang-Tu.
- S, - rispose Romero. - Mi preme addensare pi bande che posso verso il fiume Imus, poich il pericolo ci verr da quella parte.
-  vero, - disse il capo malese. - So che il generale Lachambre cercher di guadarlo con forze numerose.
- I capi che si trovano a Salitran, hanno mandato col dei corrieri?
- Lo spero. Fra poco lo sapremo con pi certezza.
- La caduta di Dasmarinas ci sarebbe di grave danno. I nostri fratelli hanno subto troppe sconfitte in questi giorni e se una buona vittoria non viene a rialzare il morale dei combattenti, prevedo dei tristi giorni per l'insurrezione.
- L'avremo la vittoria, - disse Hang-Tu. - Sei uomo da darcela.
- Non illuderti, Hang, - rispose Romero. - Io cercher di rendere Salitran inespugnabile, ma tutto dipende dal valore delle nostre bande e tu sai che la loro organizzazione  tutt'altro che salda. Abbiamo troppi capi e troppe razze diverse. Affrettiamoci a partire; i minuti possono diventare preziosi, ora che Dasmarinas sta forse per venire espugnata.
- Accordate una mezz'ora alle mie bande onde levino il campo, - disse Tung-Tao. - Intanto posso offrirvi una colazione, ma ben magra, amici, poich nei nostri campi i viveri scarseggiano ora che tutti i contadini hanno abbandonte le piantagioni.
Ad una sua chiamata due tagali accorsero e stesero a terra una stuoia di fibre di cocco, destinata a servire da tavola, deponendovi sopra una scimmia arrostita intera, uccisa il giorno innanzi nella foresta, due galline trovate forse in mezzo alle piantagioni ed alcune pagnotte di frumentone. Era tutto quello che poteva offrire il capo delle bande.
Romero ed i suoi compagni, che non avevano mangiato dal giorno precedente, assalirono con appetito le vivande e non si arrestarono nemmeno dinanzi alla scimmia, quantunque essa avesse l'aspetto d'un ragazzetto arrostito.
Il capo offr in ultimo una dozzina di tazze di eccellente th, chiamato dai chinesi shang-king, ossia th profumato, essendo le foglioline mescolate a fiori di mo-li che sono una specie di gelsomini, ed alcuni di quei deliziosi sigari di Manilla, presi probabilmente agli spagnuoli caduti durante gli ultimi scontri.
Quando uscirono, il campo era in pieno disordine. Uomini d'ogni colore e cavalli in grosso numero correvano in tutte le direzioni per incolonnarsi, mentre le donne ed i fanciulli, del pari numerosissimi, che avevano seguiti i rispettivi mariti e padri con pi danno che profitto e con grave ingombro durante le rapide mosse delle bande, s'affannavano a levare le tende ed a caricare sugli animali le munizioni ed i viveri.
Da ogni parte s'udivano grida, comandi, imprecazioni, lamenti di donne, strilli di ragazzi, squilli di trombe d'ogni specie e nitriti.
Tutti s'affrettavano, perch sapevano che chi rimaneva indietro aveva tutte le probabilit di cadere nelle mani degli spagnuoli, i quali anelavano di vendicarsi delle atrocit commesse in tutto il territorio dalle sanguinarie bande dei malesi.
Tung-Tao ed i suoi amici salirono sui loro cavalli ed andarono a collocarsi agli avamposti, per passare in rassegna le bande e regolarne la marcia.
Ad un ordine dei sottocapi, le colonne cominciarono a sfilare, ma senza ordine, non avendo quegli uomini, raccolti nelle campagne ed in mezzo alle foreste, alcuna organizzazione militare.
Sfilarono dapprima i mestizos, un centinaio circa, i migliori combattenti sui quali i capi dell'insurrezione molto contavano, essendo i meglio istruiti, i pi resistenti ed i pi coraggiosi, poich erano forse i soli che combattevano per vero patriottismo.
Erano tutti a cavallo, armati di buoni fucili moderni, acquistati dai contrabbandieri giapponesi, ma la loro artiglieria non consisteva che in poche spingarde prese forse ai prahos malesi.
Venivano in seguito un centinaio e mezzo di chinesi, discreti soldati, ma che combattevano disordinati e che non erano capaci di resistere alle meravigliose cariche della cavalleria spagnuola e per di pi male armati, poich i pi non avevano che vecchi fucili e lance.
Poi sfilarono i malesi, i tagali, i mindanesi, in una confusione indescrivibile e armati peggio di tutti. Pochi fucili, ma invece gran numero di quei formidabili sciaboloni bornesi chiamati parangs ilang colla punta a doccia, di catane giapponesi somiglianti a mostruosi rasoi, di kriss dalla lama serpeggiante ed avvelenata, di golok, sciabole lunghe e pesanti in forma di coltello e d'origine giavanese, e di lambing, ossia giavellotti corti, ma colla punta micidialissima.
Venivano poi ultimi le donne ed i fanciulli, tre o quattrocento, stracciati, sparuti dalle fatiche dei campi e dalle privazioni. Spingevano innanzi i cavalli incaricati dal trasporto delle munizioni, delle tende, dei bagagli e dei viveri, procedendo in disordine e con un chiasso enorme, affrettandosi pi che potevano per mantenersi a contatto delle bande, sapendo di non avere alle spalle alcuna protezione, poich ben poco si curavano di loro i combattenti.
Hang-Tu, Tung-Tao e Than-Ki raggiunsero al galoppo i mestizos che avevano gi abbandonata la foresta inoltrandosi in una vasta pianura, dove si vedevano piantagioni distrutte dal fuoco e avanzi di fattorie.
Quantunque fossero certi di non incontrare il nemico, essendo vicinissimi a Salitran, i mestizos avevano gi lanciato a destra ed a sinistra drappelli di cavalieri per proteggere i fianchi delle colonne.
Era una precauzione quasi inutile, perch all'estremit della pianura si vedevano elevarsi, sopra una grande foresta, numerosissime colonne di fumo, indicanti gli accampamenti degl'insorti a Salitran.
Di quando in quando si udivano anche squillare le trombe e muggire le conche di guerra delle bande chinesi, strani strumenti formati con una grande conchiglia del genere triton.
I tre capi e la fanciulla chinese, attraversata di galoppo la pianura e seguiti da un forte drappello di meticci, giunsero ben presto nel bosco dove trovarono le prime bande degl'insorti di Salitran, le quali avevano formato una specie di campo trincerato per difendere la cittadella verso il lato sud.
Parecchi capi meticci, chinesi, tagali e amlesi, informati del loro arrivo, si affrettarono a raggiungerli, facendo loro una cordialissima accoglienza, non ignorando quanto contava su di essi l'insurrezione.
A mezzogiorno Romero e Hang-Tu, seguiti da una numerosa scorta, facevano la loro entrata in Salitran, fra l'entusiasmo delle numerosissime bande occupanti le trincee della cittadella.





CAPITOLO XIII

LA BATTAGLIA DI SALITRAN

Salitran, sul cui possesso gl'insorti molto contavano per impedire agli spagnuoli di attaccare Cavite dal lato di terra, non era una piazza forte, era anzi, una semplice borgata un po'grossa, chiamata pomposamente citt, ma di nessuna importanza, poich non aveva alcun forte, anzi nemmeno una cinta atta a difenderla da un poderoso attacco
Permettendo per la sua posizione di dominare il corso dell'Imus, sulle cui rive si concentravano le brigate del generale Cornell, appoggiate dalle truppe del generale Lachambre e di signoreggiare anche il fiume Zapat, altro centro dell'insurrezione, le bande insorte vi si erano radunate in grosso numero per contrastare il passo agli spagnuoli e vi si erano fortemente trincerate, costruendo parecchie opere di difesa, specialmente palizzate che avevano armate con alcuni piccoli pezzi d'artiglieria.
I capi pi valorosi e pi popolari, quali Castillo, Marion Duque, Carrido, il capo dei meticci malesi Seng-Pao e parecchi altri, avevano assunto il comando delle bande, dichiarando che piuttosto di cedere Salitran si sarebbero fatti uccidere tutti, non ignorando che la perdita di quella piazza portava la perdita anche di Cavite, ossia del baluardo pi forte dell'insurrezione.
Appena avvertiti dell'arrivo di Romero Ruiz e di Hang-Tu, i due capi destinati ad assumere la direzione della guerra ed il comando supremo delle bande, Duque, Castillo, Seng-Pao e gli altri s'affrettarono a radunarsi nel piccolo palazzo di citt, che era stato scelto come quartiere generale, per mettersi a loro disposizione.
Romero e Hang-Tu vi furono ricevuti cogli onori dovuti al loro alto grado, al suono delle trombe e con salve di fucileria.
Marion Duque, il capo pi influente, present loro tutti i capi e diede, a nome di tutti, il benvenuto dichiarando di mettersi tutti agli ordini dei nuovi comandanti, nei quali le bande avevano intera fiducia.
Quindi fu tenuto una specie di consiglio di guerra per mettere i due capi al corrente delle situazione, per informarli del numero delle bande, dei mezzi di resistenza di cui disponevano e delle posizioni che occupavano i soldati spagnuoli e per informarli d'una notizia grave: la perdita di Dasmarinas, presa d'assalto il giorno innanzi dalle truppe del generale Lachambre dopo una disperata difesa da parte degli insorti, i quali avevano subto perdite gravissime.
- Questa notizia  grave, signori, - disse Romero, che nell'apprenderla era diventato preoccupatissimo. - Gli spagnuoli potranno ora passare l'Imus senza che noi possiamo impedirlo e piombarci addosso con forze schiaccianti. Lachambre e Cornell ora si riuniranno e li avremo addosso tutti e due.
-  vero, - disse Hang-Tu, la cui fronte si era offuscata. - La via dell'Imus  ormai libera agli invasori.
- L'abbiamo per fatta occupare da parecchie bande, le quali hanno costruite delle trincee, - fece notare Marion Duque.
- Non potranno impedire la marcia degli spagnuoli, - rispose Romero. - Le due brigate del generale Cornell non si troveranno imbarazzate a spazzarle via.
- Gli uomini non mancano nel nostro campo e si possono rinforzarle.
- No, Duque, - disse Romero. - La strada dell'Imus non  una posizione strategica che possa darci una vittoria e correremmo il pericolo di sacrificare inutilmente molti uomini. Le bande che la guardano vi rimangano per ritardare le mosse degli spagnuoli, ma che nessun insorto lasci Salitran.  qui che noi dobbiamo dare battaglia al generale Lachambre, appoggiati alle nostre trincee, ed  qui che noi dovremo tentare uno sforzo supremo, disperato, se vogliamo salvare Cavite. Pensate che se Salitran cade, l'insurrezione delle provincie meridionali potrebbe venire schiacciata e non dimenticate che  al sud di Manilla che il cuore della libert batte. Se noi veniamo vinti, saremo colpiti a morte.
- Ci rimarr ancora S. Nicola, nel caso d'una sconfitta, - disse Castillo.
- S, ma Cavite rimarrebbe scoperta, e assalita dalla parte del mare e da terra, non potrebbe pi resistere e la perdita di quel baluardo produrrebbe la perdita delle nostre bande.
-  vero, - disse Hang-Tu. -  necessario che la bandiera che sventola sulle mura di Cavite non venga ammainata, poich farebbe cadere anche quelle che ondeggiano sulle trincee di Bulacan e di Malabon.
- All'opera, signori, - disse Romero, alzandosi. - Approfittiamo della sosta degli spagnuoli per rendere Salitran inespugnabile.
Lasciarono il palazzo di citt e saliti sui loro cavalli, Romero e Hang, seguiti da tutti i capi delle bande, ispezionarono le fortificazioni costruite dagl'insorti dinanzi a Salitran e sulla via dell'Imus, per rendersi un conto esatto della resistenza che poteva offrire la piazza contro le numerose ed agguerrite truppe del generale Lachambre.
Vari ridotti e molte palizzate costruite con enormi tronchi d'albero e rinforzate da macigni, erano state innalzate dinanzi alla cittadella, ma Romero, nella sua qualit d'ingegnere, si era pure subito accorto che non potevano bastare contro l'artiglieria spagnuola, che sapeva essere servita da abilissimi ufficiali e soldati. Contava di erigere ben altre fortificazioni e soprattutto una grande trincea, dietro la quale le bande avrebbero potuto a lungo resistere, nel caso che avessero dovuto subire un primo scacco. Quella ispezione occup tutta la giornata e quando i due capi stanchi da quelle lunghe galoppate sotto un sole ardente, si ritirarono nella casa a loro assegnata, la notte era gi calata da parecchie ore.
Sulla porta della casa trovarono Than-Ki, seduta su di un carro rovesciato. La brava fanciulla, contrariamente alle sue abitudini, non li aveva seguiti, ma non aveva perduto il suo tempo, perch i due capi trovarono l'alloggio pronto, una buona cena preparata dalle mani del Fiore delle Perle ed un comodo letto.
Romero per di pi, nella sua stanza, trov un vaso chinese contenente un grosso mazzo di lill che spandeva un'onda di delicato profumo. Indovin chi aveva messo quei fiori e malgrado le sue preoccupazioni sorrise mormorando:
- Quanta affezione in quella povera fanciulla!... Dei fiori in mezzo al trambusto di questo campo!... Povera Than-Ki!... quanta infelicit ti procurer forse!
L'indomani tutte le bande, lasciati gli attendamenti che occupavano un vasto tratto dietro a Salitran, si erano poste al lavoro per la costruzione della grande trincea disegnata da Romero.
Erano parecchie migliaia d'uomini fra meticci, tagali, malesi, chinesi e sanguemisti di varie razze, che lavoravano con accanimento febbrile, sapendo gi che il giorno dell'assalto non era pi lontano.
I corrieri giunti nella notte avevano recata la notizia che il generale Lachambre aveva ripreso la sua marcia in avanti, mentre il colonnello Salacedo si preparava a intraprendere una ricognizione verso S. Nicola per poi unire le sue truppe a quelle del primo, mentre altri corrieri provenienti da Manilla avevano informato i capi che le squadre spagnuole avevano ripreso il bombardamento di Cavite, di Binacayan, di Noveleta e di Bacoor, la quale era ormai stata incenerita.
Era quindi necessario tener testa, a qualunque costo, alle truppe spagnuole per rialzare il morale delle bande e per non lasciar spegnere la scintilla dell'insurrezione che gi cominciava ad impallidire dopo due soli mesi di lotta.
Romero, Hang-Tu, Castillo, Duque, Pao, allarmati da quelle poco liete notizie, facevano sforzi immani per rendere Salitran imprendibile.
Giorno e notte vegliavano alla costruzione della grande trincea, temendo che mancasse il tempo per ultimarla, incoraggiando senza posa quelle migliaia di lavoratori. Avevano per gi fatte ultimare le trincee della via d'Imus, scavare fosse coperte da tralicci di bamb per farvi precipitare dentro la cavalleria spagnuola, nel caso che anche questa avesse preso parte all'assalto ed innalzare qua e l vari terrapieni che si erano affrettati ad armare con grosse spingarde.
Il 5 marzo, i corrieri spediti dagli avamposti avevano gi recato la notizia che il generale Cornell si era spostato verso l'Imus colle sue due brigate e che la brigata di marina aveva organizzata il convoglio dei viveri.
Il 6, altri corrieri erano giunti, ed avevano riferito che anche il generale Lachambre aveva dato ordine alle sue truppe di prepararsi a lasciare Dasmarinas.
Gli avvenimenti precipitavano. Di momento in momento i fucili stavano per tuonare sulle rivve dell'Imus.
Quella notte per, la grande trincea veniva finalmente ultimata ed armata coi pochi cannoni che possedevano gl'insorti.
Romero e Hang-Tu, certi ormai di un prossimo attacco, radunarono quell'istessa notte tutti i capi delle bande per dare le ultime disposizioni della battaglia. La difesa della grande trincea doveva venire affidata ai sanguemisti, i meglio armati e meglio disciplinati, mentre le altre bande dovevano occupare le due ali estreme ed irrompere, con cariche vertiginose, contro il nemico.
Quando Romero, stanco da quelle lunghe notti insonni, passate quasi sulla grande trincea, verso l'alba fece ritorno alla sua abitazione, trov Than-Ki che lo attendeva sulla porta.
L'intrepida fanciulla non doveva aver ancora chiuso gli occhi, tanto era pallida. Vedendo Romero si alz, dicendogli, con dolce rimprovero:
- Il mio signore si ammaler, se non prender pi riposo.
- Stiamo per intraprendere una lotta suprema, Than-Ki, - rispose Romero. - La mia presenza era necessaria.
- Sar per domani?...
- Lo temo.
Un fremito pass sul volto alabastrino della fanciulla.
- Il mio signore non si esporr ai colpi dei nemici, - disse poi.
- I capi devono trovarsi l dove  pi grave il pericolo, Than-Ki.
- Ma io non voglio che tu muoia, mio signore.
- Che importa a me la vita?... - rspose Romero, con tristezza. - Non vedi che io spargo attorno a me l'infelicit? Sono fatale a tutti coloro che mi avvicinano.
- Non a tutti.
- S. Than-Ki, e sar fatale pure a te.
-  vero, - mormor la fanciulla, con un lungo sospiro, mentre qualche cosa di umido le appariva negli occhi dolci. - Triste destino pesa sulla figlia del paese del sole: me l'ha detto anche questa notte lo spirito della madre mia.  il maleficio della donna bianca.
- Non parlare di lei, Than-Ki.
- Hai ragione, perch fa male al cuore del mio signore.
- Taci.
- Than-Ki non  cattiva e tacer, ma...
- Che cosa vuoi dire?... - chiese Romero vedendo un cupo lampo balenare sotto le lunghe e seriche palpebre della fanciulla.
- Va'a riposare, mio signore, - rispose Than-Ki. - Forse fra poche ore il cannone romber sull'Imus ed il mio signore non potr dormire per molte notti ancora.
- Tu credi...
Than-Ki gli fece cenno di tacere.
- Odi?... - disse poi.
In lontananza si erano udite alcune scariche di moschetteria, le quali pareva che si estendessero lungo le rive dell'Imus. Agli avamposti udivano squillare le trombe e muggire le conche di guerra delle bande chinesi.
Romero si era voltato verso le trincee, sulle quali si vedevano gi precipitarsi le bande.
- Il nemico, - diss'egli corrugando la fronte, - ma saremo pronti a riceverlo. Prima che respingano i nostri drappelli, che sono scaglionati sulla via d'Imus, passer qualche ora, e le bande avranno occupato i loro posti di combattimento. Addio, Than-Ki, e se una palla m'uccider, il mio ultimo pensiero non sar tutto per Teresita.
Un sorriso di gioia infinita apparve sulle rosee labbra della giovane chinese.
- Grazie, mio signore, - mormor. - Ma se il destino dovesse essere cos crudele da farti cadere sotto i colpi degli uomini bianchi, io sar al tuo fianco a raccogliere il tuo pensiero e a morire con te.
- Non devi seguirmi. Dove sar io la morte piomber spietata.
- Ma Than-Ki non ha paura della morte. Vieni, mio signore, la battaglia comincia.
- Non venire, fanciulla.
- Ti seguir, mio signore. Vieni, vieni:  cos bello morire insieme, in mezzo all'orrore dell'assalto. Ecco Hang-Tu che accorre: vieni, mio signore.
Il capo delle societ segrete galoppava verso l'abitazione tuonando:
- All'armi!... All'armi!... Viva la libert!...
Le bande accorrevano da tutte le parti fra clamori immensi, per prendere le loro posizioni. Sbucavano dalle vicine foreste al pari di fiere assetate di sangue. I selvaggi malesi ululano come lupi, i tagali, i chinesi, i mindanesi agitavano freneticamente le armi ed incoraggiandosi con urla furiose, paurose, mentre i sanguemisti, pi calmi, pi ordinati, si disponevano dietro la prima trincea, mettendo in posizione le artiglierie.
I primi corrieri erano gi giunti, ed avevano recata la notizia che le due brigate del generale Cornell avevano cominciato ad espugnare le trincee tenute dagli insorti sulla via d'Imus, e che si avanzavano fiancheggiate dalle truppe del generale Lachambre e dai cacciatori del generale Zabal.
Romero e Hang-Tu, seguiti dalla valorosa fanciulla, si erano portati prontamente al centro della grande trincea, essendo certi che gli spagnuoli avrebbero tentato contro quella il maggiore sforzo, e di l avevano lanciati alcuni drappelli di cavalieri sulla via d'Imus per conoscere meglio i progressi degli assalitori.
Non avendo alcuna fiducia sulle poche bande lasciate alla difesa delle piccole trincee erette sulla via conducente a Dasmarinas, opere di difesa che non potevano resistere a lungo all'artiglieria, volevano almeno sapere da quale parte doveva sbucare il grosso dei nemici.
La fucilata continuava a rombare al di l del fiume e si vedevano alzarsi sopra i boschi colonne di fumo. Di quando in quando si udiva anche la possente voce del cannone.
Il combattimento si estendeva sempre, ma pareva per che gli insorti, quantunque poco numerosi e sprovvisti d'artiglieria, resistessero tenacemente dietro le trincee.
Di tratto in tratto qualche corriere giungeva al campo e recava la notizia che gli spagnuoli continuavano ad avanzare, forzando i passaggi sulla via dell'Imus.
Le bande accalcate attorno alla grande trincea, udendo quelle notizie, fremevano e domandavano ad alte grida di lanciarsi innanzi, ma i capi non cedevano, sapendo che non avrebbero potuto resistere, in aperta campagna, ad un attacco di truppe regolari, che erano comandate dai pi valenti e pi prodi generali della Spagna.
Tre ore dopo, mentre Romero e Hang-Tu inviavano alcune bande nei boschi vicini per proteggere le donne ed i fanciulli che si erano col rifugiati, si videro i primi fuggiaschi varcare precipitosamente il fiume.
Il combattimento sulla via dell'Imus era cessato colla peggio degl'insorti, i quali avevano lasciato buon numero di morti dietro le trincee che avevano ostinatamente difese. Portavano con loro parecchi feriti, onde sottrarli alla rabbia dei vincitori, poich in quelle lotte sanguinose, n da una parte n dall'altra si accordava quartiere.
Le due brigate del generale Cornell avevano espugnate tutte le posizioni e si preparavano a guadare il fiume, guidate dal generale Lachambre in persona, mentre il colonnello Arizon, appoggiato dalla brigata marina, si preparava a girare la posizione per attaccare la grande trincea alla baionetta.
Il momento terribile s'avvicinava. Le ultime bande passavano precipitosamente il fiume, vigorosamente incalzate dai nemici, senza essere pi in grado di opporre la minima resistenza.
I primi spagnuoli si vedevano gi comparire dietro gli alberi. Erano il 1 e 2 battaglione dei cacciatori comandati dal valoroso generale Zabal, che doveva essere l'eroe della giornata.
Quelle ammirabili schiere, dallo slancio irresistibile, dai muscoli d'acciaio, rotte a tutte le fatiche di quell'aspra campagna, erano temibilissime ed i capi dell'insurrezione non lo ignoravano.
Intanto il generale Lachambre, con una brigata di Cornell, si avanzava rapidamente verso la parte opposta del fiume per mettere in una buona posizione le sue artiglierie, volendo, prima di lanciare i suoi uomini all'assalto, aprire alcune brecce nella grande trincea.
Giunto a ottocento metri dalla borgata, fece spianare i suoi cannoni e comand il fuoco, mentre il colonnello Arizon, appoggiato da Cornell e dalla brigata marina, passava rapidamente a guado il fiume, per prendere posto innanzi alla trincea centrale.
La pugna s'impegn d'ambo le parti, con furore senza pari, fra le urla di Viva la libert, lanciate dalle bande e di Viva il Re, lanciate dagli spagnoli.
Gl'insorti, ammassati dietro la prima trincea, si difendevano con un coraggio disperato, facendo piovere sui nemici una vera grandine di palle.
Le detonazioni rimbombavano dovunque, distendendosi rapidamente a destra e a sinistra della trincea centrale, sulla quale si trovavano Romero, Hang-Tu, Than-Ki e Marion Duque. Le artiglierie spagnuole fulminavano le palizzate demolendo con matematica precisione i grossi tronchi degli alberi ed i cumuli di macigni delle trincee.
I capi dell'insurrezione, ritti sulle trincee, coi fucili in mano, incoraggiavano le bande ad una resistenza disperata, lanciando tuonanti grida di:
- Viva la libert!... Viva l'insurrezione!...
Cadevano molti spagnuoli, ma cadevano pure molti insorti sotto le scariche di mitraglia delle artiglierie.
La prima trincea, sconquassata, non offriva pi alcun riparo, ma rimaneva ancora intatta quella grande fatta costruire da Romero.
I ribelli vedendo il colonnello Arizon prendere posizione ed i cacciatori organizzarsi in colonna d'assalto, s'affrettarono a ritirarsi dietro la grande trincea, riprendendo subito il fuoco, mentre le bande dei tagali e dei malesi, che occupavano le ali esterne, tentavano delle cariche disperate ululando come fiere.
Erano sforzi vani. Le truppe della vecchia Spagna, quantunque avessero subito delle perdite gravissime, essendo costrette a combattere allo scoperto, non cedevano dinanzi agli assalti furiosi e disordinati di quei feroci guerrieri.
La giornata minacciava di volgere alla peggio per la causa dell'insurrezione. Tutti i tentativi delle bande per ricacciare i nemici nel fiume non erano riusciti e la caduta di Salitran pareva ormai inevitabile.
Romero e Hang-Tu che combattevano l'uno accanto all'altro, fra i vortici di fiume, si guardavano in silenzio, tristemente.
- Non ci resta che farci uccidere, - disse poi il primo.
- Non ancora, - rispose il chinese, con voce sorda. - L'insurrezione non si spegner qui, ma a Cavite ed il nostro braccio potr ancora giovare. Aspettiamo.
Gli spagnuoli intanto guadagnavano terreno, mentre le bande cominciavano a venire invase da un panico che ingigantiva rapidamente. L'assalto era imminente e se i nemici riuscivano a superare la grande trincea, per Salitran era finita.
Il generale Lachambre aveva fatto suonare la carica. Le truppe spagnuole, formate le colonne d'assalto, si precipitavano innanzi per conquistare le posizioni alla baionetta.
- Viva il Re!... - tuonavano. - Viva la reggente!...
Il loro slancio era irresistibile; era un fiume che straripava e che doveva abbattere in breve ora i trinceramenti, creduti inespugnabili, di Salitran.
Gl'insorti tentarono un ultimo sforzo. Mentre le bande di malesi e dei tagali irrompevano dalle trincee per contrastare il passo ai nemici, i sanguemisti, appoggiati dalle spingarde e dai pochi e piccoli pezzi d'artiglieria, fecero alcune terribili scariche di moschetteria, bruciando le ultime cartucce.
Gli spagnuoli, oppressi da quella grandine di piombo e di ferro si erano arrestati esitanti e alcune colonne anzi avevano cominciato ad indietreggiare.
La vittoria che oramai tenevano in pugno, poteva loro sfuggire. L'eroico valore di uno dei comandanti salv tutto.
Il generale Zabal, comprendendo la gravit della situazione, si pose alla testa del 1 e 2 cacciatori e trascin le due colonne all'assalto.
Dinanzi alla grande trincea il prode generale cade ferito a morte da due palle, ma ormai lo slancio  dato.
I cacciatori non si arrestano pi e si scagliano innanzi come un torrente per vendicare il loro comandante.
Una pugna terribile, feroce, rapida s'impegna fra le due colonne d'assalto ed i sanguemisti, ma la trincea  superata, ma la trincea  superata, i difensori vengono scacciati a colpi di baionetta e rovesciati in Salitran, mentre le due brigate di Cornell e la brigata marina piombavano pure sulla trincea.
Per Salitran era finita. Le bande, atterrite, completamente disordinate da quell'impetuoso assalto, fuggivano a precipizio da tutte le parti, travolgendo nella loro corsa furiosa le tende, i carri, i cavalli, le donne ed i fanciulli.
Romero, che era salito su un cavallo datogli da un amico di Hang-Tu, era stato trascinato da quella folla di fuggenti assieme a Than-Ki, la quale si era impadronita d'un cavallo abbandonato.
Dinanzi alle prime case di Salitran tent di organizzare un'ultima resistenza per lasciar campo alle donne ed ai fanciulli, che erano rientrati in citt, di salvarsi; ma pi nessuno obbediva alla voce dei capi. Anche i sanguemisti, che pure si erano battuti con tanta tenacia, fuggivano dinanzi ai cacciatori.
Than-Ki, che non lo aveva abbandonato un solo momento, afferr il cavallo del meticcio per le briglie, dicendo:
- Vieni, mio signore. Tutto ormai  perduto.
- Lascia che mi faccia uccidere, - rispose Romero, coi denti stretti.
- No, mio signore, - rispose la fanciulla, senza abbandonare le briglie. - Non voglio che tu muoia.
In quell'istesso istante giunse Hang-Tu seguito da due dozzine di cavalieri fra sanguemisti e chinesi.
- Slvati, Romero, - diss'egli. - Rimanere qui sarebbe un sacrificio inutile, mentre possiamo essere ancora utili alla causa dell'insurrezione.
Poi vedendo che il meticcio non lo obbediva, afferr anch'egli le briglie del cavallo e lo trascin in mezzo all'onda dei fuggiaschi, seguito dalla sua piccola banda.





CAPITOLO XIV

LA CACCIA AI FUGGIASCHI

La disfatta degl'insorti era stata completa. Le bande si erano sciolte come la neve sotto gli ardenti raggi del sole equatoriale, fuggendo a precipizio in tutte le direzioni, pi non obbedendo alla voce dei capi.
Prese da un panico immenso, avevano attraversata la citt come una marea, tutto abbattendo sul loro passaggio, abbandonando nelle mani dei vincitori i viveri, le munizioni, le tende, i cavalli, le donne ed i fanciulli, e si erano disperse in un numero infinito di drappelli, salvandosi fra le foreste, fra le piantagioni, sui monti, senza alcuna meta.
In mezzo a quel trambusto orribile era stato impossibile riorganizzarle, per condurle in salvo o verso S. Nicola che si sapeva ancora occupato da numerose bande di ribelli, o verso Cavite che resisteva sempre al bombardamento della squadra spagnuola. I capi che avevano cercato di radunarle attorno a loro si erano trovati senza un solo uomo, ed erano stati costretti a salvarsi per non cadere nelle mani dei vincitori.
Solo Hang-Tu, pi fortunato, aveva potuto raggranellare due dozzine d'uomini coi quali operava una precipitosa ritirata verso San Nicola, per condurre in salvo Romero e Than-Ki.
Attraversata Salitran, gi abbandonata dalle bande, si era affrettato a gettarsi in mezzo ai boschi per sottrarsi all'inseguimento di alcuni drappelli di cavalleria spagnuola, i quali si erano scagliati dietro alle bande fuggenti.
Verso Salitran si udivano ancora alcune scariche, ma che diventavano sempre pi rade. Echeggiavano invece altissime le urla delle donne, che non avevano avuto tempo di seguire i loro fratelli od i loro mariti nella disastrosa ritirata.
Hang-Tu e Romero tacevano; entrambi erano tristi, oppressi da quella sconfitta che poteva avere incalcolabili conseguenze sulla causa dell'insurrezione, gi molto compromessa dopo la caduta di Dasmarinas, ed ora ancor pi, poich il generale Lachambre poteva mettere gran parte delle sue truppe a disposizione del generale Polavieja, operante contro Cavite.
Potevano bens organizzare una resistenza in S. Nicola, ma le rive del fiume Zapat erano ormai perdute fino a Pamplona, e Cavite rimaneva scoperta, assalita dalla parte di terra e di mare.
Tristi giorni si preparavano per gli autonomisti ed il vessillo inalberato fra tante speranze, minacciava di venire abbassato ben presto sotto gli assalti incessanti degli spagnuoli.
Mentre i due capi erano immersi in quei dolorosi pensieri, la piccola colonna continuava la ritirata attraverso le foreste, aizzando sempre pi i cavalli, temendo giustamente che gli spagnuoli avessero spinto molto innanzi le loro avanguardie per impedire la fuga alle bande.
La foresta era silenziosa, ma quella tranquillit non li rassicurava e perci si affrettavano, tenendosi in guardia e pronti ad ogni evento.
Gi le tenebre erano calate ed i cavalli cominciavano a dar segno di stanchezza, quando udirono dall'opposta parte della foresta in direzione della Vallata dello Zapat, alcuni squilli di tromba che dovevano indicare pi la presenza dei nemici che delle bande fuggenti.
- Ancora il nemico?... - chiese Hang-Tu, con feroce accento, impugnando il fucile. - Non sono adunque contenti della disfatta inflittaci a Salitran?...
Aveva dato ordine ai suoi uomini di arretrarsi e si era messo in ascolto.
Non era pi possibile ingannarsi. Verso la Vallata dello Zapat, si udiva una fanfara che suonava la carica e quelle trombe, ormai ben conosciute, appartenevano a cavalleggeri spagnuoli.
- Che inseguano una delle nostre bande?... chiese il chinese, aggrottando la fronte. - Mi ricordo d'averne vedute alcune disperdersi in direzione dello Zapat.
-  probabile, - rispose Romero.
- Eppure abbiamo galoppato per bene e dobbiamo essere gi lontani da Salitran.
- Purch questa foresta non ci abbia ingannati. Tu sai, Hang, che  facile smarrirsi.
- O che gli spagnuoli abbiano spinto molto innanzi le loro avanguardie?... Non ho veduto nessuno squadrone di cavalleggeri muovere all'assalto di Salitran e so che il generale Lachambre ne aveva.
- S, - rispose Romero, con voce sorda. - I cavalleggeri del maggiore d'Alcazar.
- Che siano i suoi uomini?... Dio ci guardi, poich se il maggiore sapesse che noi siamo qui, non ci darebbe tregua, malgrado il tuo affetto per sua figlia.
- Cercheremo di non incontrarlo.
- Per desidererei quasi il contrario. Ho il mio vecchio conto da saldare con lui, - disse Hang, con un sinistro sorriso.
- Io l'ho pagato.
- Ma non io.
- Ti ha salvato, mentre poteva perderti.
- Hang-Tu non perdona.
- Taci: ripartiamo, - disse Romero.
Le trombe non si udivano pi, ma dalla parte della vallata si udivano ad intervalli dei lontani fragori che parevano prodotti dal galoppo furioso di parecchi cavalli.
Il drappello si era rimesso in marcia, ma procedeva al passo ed in silenzio, per non farsi scoprire.
Tre uomini si erano messi all'avanguardia per trovare i passaggi, essendo l'oscurit assai fitta, tanto da non permettere di distinguere gli ostacoli che ingombravano il suolo della foresta, ed altri otto alla retroguardia. Gli altri invece si erano raggruppati attorno ai due capi ed a Than-Ki, per coprirli contro un improvviso attacco.
Avevano gi percorso un mezzo chilometro, girando e rigirando intorno ai macchioni d'alberi, quando i tre uomini dell'avanguardia furono veduti retrocedere vivamente.
- Che cosa c'... - chiesero Hang-Tu e Romero. - Gli spagnuoli forse?...
- Abbiamo udito il nitrito d'un cavallo, - rispose uno di loro.
- Dove?...
- Dinanzi a noi.
- Che vi sia qualche cavallo sbandato?... - chiese Romero al chinese.
-  possibile, ma potrebbero essere anche spagnuoli imboscati od accampati.
- Deviamo, Hang-Tu.
- Vorrei prima accertarmi se abbiamo da fare con nemici od amici. Altri insorti possono aver cercato rifugio in questa foresta e sarei ben lieto d'ingrossare la nostra piccola banda.
- Che cosa risolvi?...
- Avanziamoci con precauzione, colle armi in pugno.
- E Than-Ki?...
- La collocheremo fra noi, - disse Hang.
Il drappello fu disposto su tre file, cominciando la foresta a diradarsi, poi si ripose in marcia, ma lentamente e con infinite precauzioni.
L'avanguardia era stata composta cogli uomini pi risoluti, affinch, occorrendo, aprissero il passo con una carica a fondo.
La foresta pareva deserta, tanto era profondo il silenzio. Si sarebbe detto che i tre uomini si erano ingannati poich nulla indicava la presenza di amici o di nemici.
Ad un tratto si ud una voce a gridare in spagnuolo:
- Chi vive?
- Morte di Buddha!... - mormor Hang-Tu. - Ci siamo.
Poi alzandosi sulle staffe snudando la catana tuon:
- Caricate!...
I cavalli, vigorosamente spronati, partirono ventre a terra per sfondare, con un attacco vertiginoso, la linea dei nemici, ma non trovarono dinanzi a loro alcun ostacolo.
Avevano gi oltrepassata la macchia in mezzo alla quale si era udita echeggiare la voce, quando ricevettero a bruciapelo una terribile scarica.
Sette cavalli coi rispettivi cavalieri stramazzarono a destra e a sinistra, mentre Romero, che caricava in prima linea si abbandonava sul collo del suo destriero.
Than-Ki, che si trovava al suo fianco, mand un grido e lo afferr per un braccio per impedirgli di cadere, ma il meticcio si era subito rialzato, dicendo:
- Non  nulla, Than-Ki.
Poi volgendosi aveva fatto fuoco in mezzo alla macchia, mentre Hang ed i superstiti facevano altrettanto.
- Spronate!... Spronate!... - url il chinese.
I cavalli avevano ripreso la corsa, fuggendo disordinatamente attraverso la foresta, ma gli spagnuoli non li avevano seguiti, paghi di aver scavalcato quei sette cavalieri e fors'anche perch non possedevano animali.
- Sei ferito, mio signore? - chiese Than-Ki, che non aveva abbandonato Romero.
-  nulla, - ripet il meticcio, ma con un tono di voce nel quale si sentiva uno spasimo represso della volont.
- Morte di Buddha! - esclam Hang, impallidendo. - Ti hanno ferito Romero?
- Ho ricevuto una palla nel dorso.
- Ah!... dannati!... Puoi reggerti?...
- Lo spero.
- Se puoi resistere quindici minuti, io ti condurr in un luogo dove potremo sostare. So dove ci troviamo.
- Resister.
- Sprona!... Sprona!...
I cavalli divoravano la via, non essendo pi la foresta tanto fitta, ma il meticcio che doveva aver ricevuto una ferita, se non mortale, almeno molto dolorosa, a poco a poco si sentiva mancare. Gi due volte si era accasciato sul collo del suo animale e Hang-Tu e la fanciulla lo avevano sostenuto. Forse la perdita del sangue gli esauriva rapidamente le forze.
Dieci minuti erano trascorsi, quando Hang-Tu esclam:
- Alto!...
Arrest il cavallo e balz rapidamente a terra afferrando fra le robuste braccia Romero. Questi vi si era abbandonato, mandando un gemito.
Quattro uomini erano accorsi in suo aiuto, ma Than-Ki li aveva respinti dicendo:
- No, non toccatelo.
Poi aveva prestato man forte al capo degli uomini gialli, il quale si era diretto verso una fattoria mezzo diroccata, contornata da una muraglia.
Varcata la cinta, passando attraverso una breccia, Hang e Than-Ki, con infinite precauzioni, avevano deposto Romero su un mucchio di erbe secche che si trovava nel cortile.
Il meticcio era svenuto, ma la sua respirazione era sempre pi forte.
- Tu lo salverai, - disse Than-Ki colle lagrime agli occhi.
- S, - rispose Hang.
- Me lo prometti?
- S... sorella, - mormor il chinese con un filo di voce.





CAPITOLO XV

LA FERITA DEL METICCIO

L'edificio entro la cui cinta avevano cercato momentaneo rifugio contro l'inseguimento degli spagnuoli, doveva essere stata una grande fattoria a giudicarla dagli avanzi, e molto probabilmente doveva avere appartenuto a qualche famiglia di chinesi, poich si vedevano rizzarsi ancora alcune antenne adorne di draghi.
La guerra aveva portato anche col le sue stragi, poich non rimanevano in piedi che delle muraglie. Il tetto era crollato, i soffitti distrutti forse dal fuoco, erano precipitati, le tettoie, che un tempo dovevano aver riparato numerosi capi di bestiame, erano state pure abbattute, e sul luogo ove sorgevano non si vedevano che grandi ammassi di rottami.
Forse alcune bande d'insorti avevano sostenuto qualche lotta contro gli spagnuoli e la fattoria era stata diroccata ed incendiata dai vincitori.
Mentre i sanguemisti ed i chinesi del piccolo drappello si disponevano attorno alla cinta per non venire sorpresi dagli spagnuoli, i quali forse si erano lanciati sulle loro tracce, Hang-Tu fece accendere un ramo resinoso e si affrett a esaminare Romero che era ancora svenuto.
Avendo notato che la camicia era lorda di sangue dietro la spalla sinistra, la lacer con un colpo di coltello e vide subito dove l'amico era stato ferito.
Una palla lo aveva colpito sotto la scapola, ma senza, a quanto pareva, aver fracassato l'osso. Si era cacciata nelle parti molli ed era uscita sotto il braccio, il quale, per un caso miracoloso, non aveva riportato alcuna scalfittura, mentre avrebbe dovuto essere spezzato.
Si trattava di una ferita assai dolorosa, ma non grave.
- Ebbene? - chiese Than-Ki, che spiava attentamente gli sguardi del chinese, come se avesse voluto strappargli la verit.
- Tutto va bene, - rispose Hang, il cui volto si era rasserenato. - Credevo che la ferita fosse molto pi grave.
- Lo salverai?...
- S, Than-Ki.
- Non m'inganni, Hang?...
- A quale scopo?... Romero  troppo necessario all'insurrezione, perch io non debba cercare tutti i mezzi per guarirlo, e poi lo amo pi che se fosse mio fratello.
- Ma non apre ancora gli occhi.
- La ferita  dolorosissima ed ha perduto molto sangue.
- Temo della sua vita, Hang, - mormor la fanciulla con un singhiozzo soffocato.
- Fra due settimane Romero sar guarito.  vigoroso e poi... vi  ben altra cosa che affretter la sua guarigione, - mormor il chinese.
- Quale?...
- L'affezione.
- Per chi?...
- Taci fanciulla, - disse Hang, con un sospiro. - Taci, taci!...
Un chinese, che aveva mandato a cercare dell'acqua, ritornava allora.
Hang-Tu lav accuratamente la ferita di Romero, poi stracci un pezzo della camicia e lo fasci con mano lesta ed abile.
Aveva appena terminato, che Hang-Tu vide gli occhi del meticcio schiudersi lentamente.
- Mio signore, - disse, curvandosi su di lui.
Romero, ritornato in s sorrise alla giovanetta e le strinse la mano. Fece un gesto come se volesse alzarsi, ma emise invece un gemito.
- Non muoverti, Romero, - disse Hang-Tu.
- M'hanno adunque spezzato le spalle? - chiese il meticcio. - Tanto valeva che mi avessero ucciso sul colpo.
Ringrazia invece quella palla, amico. Se ti colpiva pi innanzi ti fracassava la spina dorsale.
- E cos ti sar di grave imbarazzo, Hang. Che cosa vuoi fare di me?
- Curarti.
- Tu, mentre l'insurrezione ha bisogno del tuo forte braccio?
- Due settimane non basteranno agli spagnuoli per spegnere la rivolta, e poi non ci arresteremo qui. Costruiremo una barella e ti porteremo a S. Nicola.
- No, - disse Romero scotendo vivamente il capo. - Lasciami qui e parti coi tuoi uomini senza perdere il tempo. Forse gli spagnuoli c'inseguiranno e per cagione mia potreste venire raggiunti e presi.
- Non sono uomo da lasciarmi sorprendere due volte, Romero. Lascia a me l'incarico di condurti in salvo a S. Nicola. Se io ti abbandonassi qui, chi ti curerebbe?...
- Io, - disse Than-Ki.
- Ma chi vi proteggerebbe contro gli spagnuoli?...
- Non li temo, Hang, - disse La fanciulla con fierezza.
- Lo so, tu sei valorosa, ma l'audacia non vale contro il numero e le fucilate. No, Hang non abbandoner l'amico suo, non lascer cadere nelle mani dei suoi nemici il capo pi valente dell'insurrezione.
- Non posso essere d'alcuna utilit all'insurrezione, Hang, mentre invece la privo del tuo vigoroso braccio.
- Guarirai presto, Romero.
Poi vedendo che l'amico apriva le labbra:
- Basta, - aggiunse.
Si alz ed and a trovare i suoi uomini che vegliavano sempre attorno alla cinta, coi quali tenne un breve consiglio sul da farsi.
Fu deciso di costruire subito una barella e di abbandonare la istessa notte quella fattoria, onde non farsi sorprendere dagli spagnuoli, avendo ormai la certezza di essere inseguiti.
Mentre alcuni cavalieri si disperdevano pel bosco, per sorvegliare i dintorni ed altri s'affrettavano a costruire la barella, Hang, seguito da cinque o sei, si cacci fra le macerie della fattoria per vedere se era possibile trovare dei viveri, poich nella precipitosa ritirata nessuno aveva pensato a provvederne.
Le loro ricerche non andarono deluse. Sotto i rottami d'una tettoia rinvennero alcune galline che si tenevano nascoste sotto alcune travi e che dovevano essere ritornate dopo la fuga dei proprietari e la ritirata dei combattenti. Trovarono pure, in un angolo della fattoria, fra i rottami del mobilio, alcune forme di quella specie di cacio fatto con fagioli e piselli mescolati con farina e succhi di varie piante, cos abbondantemente usato dai chinesi, ed un mezzo sacco di riso, ma gi intaccato dal fuoco, nonch parecchie pentole di rame, assai preziose in quel momento.
Per un paio di giorni i viveri erano assicurati e potevano bastare per giungere a S. Nicola, dalla cui borgata non doveva distare molto.
Verso la mezzanotte la barella era pronta. Fu resa soffice con alcune bracciate di foglie fresche raccolte da Than-Ki. Romero vi fu coricato e la piccola colonna si mise lentamente in marcia, inoltrandosi in quella immensa foresta che pareva dovesse estendersi dalle sponde del mare alla laguna di Taal.
Quattro cavalieri aprivano la marcia, sei dovevano darsi il cambio nel trasporto del ferito, gli altri dovevano coprire la ritirata. Hang-Tu e la fanciulla camminavano ai due lati della barella, pronti a soddisfare il menomo desiderio di Romero.
La foresta era tornata folta, rendendo la marcia assai difficile, in causa del grande numero di rotang che s'intrecciavano in tutti i modi possibili e per le enormi radici che serpeggiavano al suolo come immani rettili.
Pareva che tutti gli alberi della ricchissima e svariata flora chino-malese fossero stati col piantati. Ora il drappello s'imbatteva in enormi gruppi di quei bellissimi alberi chiamati del sevo, dal fogliame verde chiaro ed i rami carichi di mazzetti di bacche ricoperte da una sostanza grassa, da cui si ricava una eccellente cera che i chinesi chiamano hiuehyu; ora in gruppi d'arancio gi pure carichi di piccole frutta ovali che candite sono squisitissime; o in colossali alberi della canfora che esalavano da tutti i pori il loro acuto odore, o in gruppi di giuggioli che producono una specie di datteri; poi in gruppi di wai-sho, dai quali si estrae una bellissima tinta gialla, in gruppi di fichi giganteschi, di tamarindi, di felci smisurate che da sole formavano una piccola foresta, infine in gruppi di betel, di areche e d'un numero immenso di piante gommifere.
I rami, i calamo e le radici, intrecciandosi in tutti i sensi, formavano talora degli ostacoli che i cavalli si trovavano impossibilitati a superare, se prima gli uomini non aprivano degli squarci a colpi di spada, di catana e di coltello, con grave perdita di tempo e con gravi fatiche, specialmente da parte dei portatori del ferito.
Hang-Tu cominciava a diventare inquieto, poich temeva di smarrirsi in quella gigantesca foresta. Anche i suoi uomini non sapevano pi dove si trovassero, n da qual parte dovevano dirigersi per guadagnare S. Nicola.
All'alba, mentre Romero, gi assalito dalla febbre, era caduto in una specie di letargo, il chinese comand d'arrestarsi in mezzo a un gruppo enorme di alberi di pepe selvatico, i cui sarmenti, avviticchiandosi gli uni agli altri, formavano un nascondiglio quasi inaccessibile a qualunque nemico.
Uomini e cavalli cadevano per l'enorme stanchezza e pel sonno. Solamente Hang e la fanciulla chinese resistevano ancora.
Il capo degli uomini gialli distribu dei viveri, poi fece appello alla buona volont di alcuni per mandarli ad esplorare i dintorni, temendo sempre di essere inseguito. Sentiva per istinto che il pericolo non era ancora cessato.
Mentre i pi robusti s'incaricavano di quella faticosa esplorazione, fece accendere il fuoco per mettere a bollire uno dei polli trovati nella fattoria chinese e che aveva serbati per Romero.
Intanto Than-Ki si era seduta accanto al ferito, senza staccare gli occhi da lui. Si era sbarazzata del suo ampio mantello di seta bianca e l'aveva coperto con affettuosa premura, poi colla sua pezzuola gli umettava di quando in quando le labbra arse dalla febbre.
La resistenza di quella creatura, che pareva delicata come i lill del suo paese, doveva essere meravigliosa, incredibile, poich, mentre gli uomini si erano profondamente addormentati, ella si sentiva ancora in grado di vegliare sul povero ferito.
Romero dormiva sempre, ma il suo sonno era agitato, come se il suo pensiero fosse tormentato da visioni. Ora il suo respiro diventava affannoso, ora cos lieve che pareva che i polmoni avessero cessato di funzionare e le sue labbra si muovessero lasciando talora sfuggire delle frasi tronche.
Than-Ki, coricata presso di lui, colla testa stretta fra le diafane mani, lo spiava ansiosamente, come se avesse voluto indovinarne i pensieri che lo agitavano e strappargli le parole che mormorava.
Ad un tratto si rizz sulle ginocchia, con uno scatto selvaggio. Un nome era stato pronunciato dal ferito, ma non era quello del povero Fiore delle Perle:
- Teresita! - aveva mormorato Romero, con un filo di voce.
Un lampo cupo balen negli occhi della fanciulla, ma subito si spense sotto due lagrime che le scesero lentamente lungo le pallide gote.
- La donna bianca! - aveva esclamato Than-Ki, con istrazio. - Lei, sempre lei!... Anche nei sogni non l'abbandona.
Alz gli occhi e si vide dinanzi Hang-Tu. Il capo degli uomini gialli pareva vivamente commosso, anzi sembrava che un velo di profonda tristezza fosse calato sul fiero volto.
- Hang, - mormor Than-Ki, coprendosi il viso colle mani.
- L'ho udito, - rispose il chinese, con voce cupa.
- Il suo pensiero  sempre per lei, anche dormendo.
- S, Than-Ki, mia disgraziata fanciulla. Meglio sarebbe stato che tu non avessi mai abbandonato le sponde del nostro paese. Almeno non l'avresti mai veduto.
- S, Hang, ma ora  troppo tardi. Lo spirito del male non mi abbandoner mai pi ed il mio martirio non cesser che colla mia morte. Sia maledetta la donna bianca che ha gettato un maleficio su Romero e che ha infranto il cuore della Perla del fiume giallo.
- L'odii,  vero?
- Immensamente, Hang.
- Il destino talvolta  cos strano, Than-Ki.
- Che cosa vuoi dire?...
- Potrebbe un giorno darci in mano il padre e la figlia.
- L'insurrezione forse?...
Hang scosse tristemente il capo.
- No, - disse, - non sar l'insurrezione che ce li getter fra le braccia, Than-Ki. Tutti i nostri sforzi generosi andranno perduti e la bandiera nostra mai pi sventoler sulle vecchie mura di Manilla. La libert sognata si spegner nel sangue, ma Hang sapr morire da prode quel giorno.
- Tu disperi?...
- S, non ho pi speranza. Fra un mese o due le baionette spagnuole avranno trionfato.
- E noi?... E Romero?...
- Noi?... Hang-Tu, te lo dissi, morr. Il sangue dei martiri non andr forse perduto e l'ultimo grido dei patriotti verr forse un giorno raccolto da altri pi fortunati.
- Ma Romero?...
- Far fino all'ultimo il suo dovere. Ama la libert pi di tutto.
- Ma io non voglio che muoia, Hang.
- Il destino  nelle mani del cielo, Than-Ki.
- Ma tu credi...
- Taci, i nostri uomini ritornano.
Verso il margine di quell'enorme agglomerato di piante, si erano udite alcune voci, e Hang-Tu si era alzato raccogliendo il fucile che teneva accanto e si era avanzato in quella direzione.
Non si era ingannato. Gli uomini che aveva mandato in esplorazione ritornavano frettolosamente, come se un pericolo li minacciasse.
- Gli spagnuoli?... - chiese Hang.
- S, siamo inseguiti, - rispose uno di quegli uomini, la cui voce era affannosa come se avesse fatto una lunga corsa.
- Ancora!... - esclam il chinese, aggrottando la fronte. - Sono lontani?
- Forse un miglio.
- Sono molti?
- Una cinquantina.
- Cacciatori forse?
- No, cavalleggeri bene montati e bene armati.
- Sai chi li comanda?...
- S, capo poich l'ho veduto ed anche conosciuto.
- Chi ?...
- Il maggiore d'Alcazar.
- Lui!... - esclam Hang-Tu, facendo stridere i denti. - Lo avevo sospettato.
- Partiamo, capo, poich il maggiore sa che tu e Romero ci guidate.
- Come sai questo?...
- Mi sono avvicinato ai soldati mentre si erano accampati per dare un po'di riposo ai loro cavalli, ed ho udito che parlavano di te e di Romero Ruiz.
- Ah!... sanno questo?... - disse Hang. - Ci  grave, poich il maggiore c'inseguir senza posa e cercher ogni mezzo per prenderci; ma la foresta  immensa e lo faremo correre a lungo prima che ci raggiunga. Ors, sgombriamo e riprendiamo la ritirata.
- Ma i nostri cavalli sono stanchi, capo.
- Quelli degli spagnuoli non lo saranno meno, e poi in mezzo a questi alberi n i nostri, n i loro cavalli potranno galoppare. Un ultimo sforzo, amici, o nessuno di noi vedr S. Nicola.
Fu svegliato Romero, costringendolo a bere alcune tazze di brodo, e poi furono svegliati tutti gli altri. Quantunque le povere bestie fossero ancora mezzo addormentate, il drappello si rimise in marcia, riprendendo la lotta faticosa contro i centomila ostacoli della foresta.
Cercavano di affrettare il passo per guadagnare tempo sugli inseguitori, addentrandosi nelle parti pi selvagge della foresta per poter meglio resistere, in caso d'un attacco.
Alcuni uomini erano stati rimandati indietro per vigilare le mosse degli spagnuoli e cercare d'ingannarli, aprendo qua e l altri passaggi, mentre altri erano stati mandati innanzi per sgombrare la via ai portatori della barella.
Una viva inquietudine per aveva invaso tutti, temendo ad ogni istante di cadere in una imboscata o di venire raggiunti. Anche Hang-Tu, quantunque si sforzasse di parere calmo, non era tranquillo, tanto pi che non sapeva dove finisse quella grande foresta, n in quale direzione fosse situato S. Nicola, il solo rifugio che poteva salvarli.
Verso le nove, dopo due ore di continua marcia, un mulatto della retroguardia, che si era spinto molto lontano, rec finalmente la buona nuova che gli spagnuoli si erano accampati.
Hang-Tu approfitt per concedere un po'di riposo alla banda. Erano cos stanchi, che uomini e cavalli si coricarono confusamente, gli uni addosso agli altri. Anche la fanciulla, finalmente vinta, si era lasciata cadere accanto a Romero, posandogli una mano su di un braccio, come se avesse avuto paura che durante il sonno gli spagnuoli glielo rapissero.
Solamente Hang, il cui vigore doveva essere immenso, era rimasto a vegliare sull'orlo della macchia che riparava la banda, appoggiato al tronco d'un albero, col fucile fra le mani e gli orecchi tesi per raccogliere i pi piccoli rumori che potessero indicare l'avanzata del nemico.





CAPITOLO XVI

IL RIFUGIO IN MEZZO ALLA FORESTA

Hang-Tu, insensibile all'intenso calore che regnava sotto la grande foresta, non essendovi sotto la fitta massa di verzura alcun soffio d'aria, vegliava sempre, conservando una immobilit quasi assoluta. Pareva che il sonno non fosse necessario a quell'uomo di ferro, poich le sue palpebre non si abbassavano, anzi sbarrava sempre pi gli occhi e tendeva costantemente gli orecchi.
Non guardava in terra; guardava invece in alto, sugli alberi, seguendo attentamente le ardite evoluzioni di una banda di cinocefali neri, dal muso largo e piatto, dalla fronte enormemente sporgente, dalla coda rudimentale, dal folto pelame d'un nero intenso, e dalle natiche rosse. E finch quelle scimmie sospettose non davano alcun segno d'inquietudine, nessun pericolo vi era da temere; esse avrebbero avvertito l'approssimarsi degli uomini.
Porgeva anche attento ascolto ad una banda di gazze azzurre che cicalavano, duecento metri pi lontano, sulla cima d'un albero della canfora non che alle grida scordate di un gruppo di otarde. Finch continuavano a strepitare senza abbandonare i loro posti, ci voleva indicare che quella parte della foresta era ancora deserta.
Erano gi trascorse due ore, senza che Hang avesse notato alcun che di straordinario, quando le otarde improvvisamente zittirono, poi le gazze, quindi le scimmie cominciarono a dare segno d'inquietudine, interrompendo i loro giuochi e salendo e discendendo i rami degli alberi con una certa precipitazione.
Hang-Tu si era prontamente scosso.
- Vengono, - mormor. - Bisogna ripartire.
Stette alcuni istanti ancora immobile, credendo che si trattasse d'un falso allarme, rincrescendogli assai d'interrompere il riposo dei suoi uomini e soprattutto il sonno della povera Than-Ki; ma vedendo che i cinocefali invece di riprendere i loro giuochi s'affrettavano a guadagnare i rami degli alberi vicini per allontanarsi, dette l'allarme.
I suoi uomini in un baleno furono in piedi, Than-Ki si rialz prontamente, la barella fu levata e la piccola colonna riprese la ritirata attraverso la piantagione di pepe selvatico, marciando lentamente ma in silenzio.
Sei uomini erano gi stati rimandati indietro per sorvegliare le mosse del nemico e sostenere il primo urto, nel caso che venissero stretti troppo da vicino.
Romero si era pure svegliato ed apprendendo che l'inseguimento continuava con accanimento, aveva pregato nuovamente Hang di abbandonarlo per non compromettere la vita di tutti, ma il chinese gli aveva invece imposto di tacere.
La marcia era diventata rapida, avendo trovato una specie di sentiero, aperto forse dagli indigeni o da qualche banda di insorti che era stata forse costretta a passare per di l, ma anche gl'inseguitori non dovevano aver rallentato la caccia, poich gli uomini della retroguardia, che si tenevano a quattrocento passi dal grosso, ne avevano udito pi volte le voci.
L'inquietudine tornava a prendere i fuggiaschi ed anche Hang-Tu cominciava a dubitare dell'esito di quella ritirata. Pi volte anzi si era domandato, se non fosse stato meglio trincerarsi in mezzo di una folta macchia ed impegnare una lotta suprema col nemico, ma il timore di vedere sbandarsi i suoi uomini lo tratteneva ancora.
Nondimeno era necessario trovare un qualche rifugio, poich se questa caccia accanita continuava ancora, avrebbe finito col ridurre i suoi uomini in tale stato di debolezza, da non essere pi in grado di opporre la menoma resistenza.
Aveva pi volte chiesto ai meticci ed ai chinesi se sapevano dove si trovassero e se nelle vicinanze vi fosse qualche villaggio su cui appoggiare, ma nessuno aveva dato una risposta positiva. Alcuni opinionavano di trovarsi presso lo Zapat, altri invece di non essere lontani dal mare, ma infine tutti confermavano di essersi smarriti.
Di S. Nicola pi nessuno parlava e forse pel momento non era il caso di pensarvi. Ormai quel posto, ancora tenuto dagl'insorti, doveva trovarsi ben lontano.
Alle due, il drappello, avvertito che gli spagnuoli avevano fatta una nuova sosta, prese un po'di riposo, ma per riprendere la marcia un'ora dopo. Gli uomini della retroguardia erano stati scoperti ed erano stati salutati da alcuni colpi di fucile; fortunatamente avevano avuto il tempo di salvarsi.
La distanza spariva rapidamente. Il drappello, impedito dalla barella, minacciava di venire raggiunto prima che calasse la notte.
Hang-Tu prese un partito disperato.
- Romero, - disse rivolgendosi al ferito. -  necessario uno sforzo supremo da parte tua o verremo assaliti e con ogni probabilit distrutti.
- Sono pronto a tutto, - rispose il meticcio. - Ti ho gi detto di abbandonarmi.
- No, non ti abbandoner nelle mani del maggiore d'Alcazar.
- Del maggiore d'Alcazar!... - esclam Romero, con accento di dolore. -  lui adunque che c'insegue?...
- S.
- Dovevo immaginarmelo dal suo accanimento.
Poi, dopo un breve silenzio, aggiunse:
- Preferisco cadere in sue mani, piuttosto che in altre.
- Non ti risparmierebbe egualmente.
- Chiss, Hang.
- Non fidarti della sua generosit. Che importa a lui che sua figlia ti voglia bene?...  un soldato e non tradir la sua bandiera, dovesse infrangere il cuore della donna bianca.
- Forse hai ragione, - mormor Romero, con tristezza; - ma se  me che cerca d'avere nelle mani, forse potrei salvare te, Than-Ki e tutti gli altri.
- Non ti comprendo.
- Lascia che mi rechi da lui.
- A che fare?...
- A mettermi nelle sue mani a condizione che lasci liberi voi tutti.
- Non accetterebbe, e poi prima di te ci sarei io a tentare questo passo estremo. No, Romero, non siamo ancora vinti ed ogni speranza di salvarci non  ancora perduta, ma tutto dipende dalle tue forze.
- Ossia?...
- Potresti, facendo appello a tutta la tua energia, mantenerti in sella?... Il bosco comincia a diradarsi e con una rapida galoppata possiamo guadagnare un buon tratto di via sugli inseguitori e giungere a qualche rifugio.
Invece di rispondere Romero fece cenno ai portatori d'arrestarsi, poi facendo uno sforzo supremo, non ostante il dolore acuto che doveva produrgli quella mossa, si gett gi dalla barella.
- Mio signore, t'uccidi! - esclam Than-Ki, avvicinandosi a lui per sorreggerlo.
Romero la respinse dolcemente, sorridendo.
- Da me dipende la salvezza di tutti, - disse. - Conducetemi il mio cavallo.
Romero era diventato estremamente pallido e grosse gocce di sudore, probabilmente fredde, gli bagnavano la fronte; ma una potente volont lo manteneva ritto e soffocava gli acuti dolori della ferita.
Un chinese aveva condotto il cavallo. Hang-Tu afferr Romero ed aiutato da un meticcio lo pose in sella.
- Puoi resistere? - gli chiese, con inquietudine.
- Avanti, - rispose invece Romero.
Cacci gli speroni nel ventre dell'animale e part di galoppo, fiancheggiato da Hang e Than-Ki, che si tenevano pronti a sorreggerlo e seguito da tutta la banda.
La foresta tornava a diradarsi e permetteva al drappello di avanzarsi rapidamente, lasciando indietro gli spagnuoli.
Than-Ki, che era pi pallida del ferito e sommamente commossa, chiedeva ad ogni istante:
- Tu soffri, mio signore. Vuoi che il Fiore delle Perle ti sorregga?
Ma Romero invece di risponderle continuava a comandare:
- Avanti!... Avanti!...
Pareva che egli non provasse pi nulla, nemmeno il pi piccolo dolore e continuava a spronare il proprio cavallo trascinando, in una corsa sfrenata, tutta la banda. Pareva che non udisse nemmeno pi n la voce di Than-Ki, n quella di Hang-Tu. Doveva essere in preda ad una specie di esaltazione che gl'impediva di provare l'acerbo dolore che dovevano produrgli le scosse violente del destriero, ma che poteva anche pi tardi scontare a caro prezzo, forse colla propria vita.
Quella corsa vertiginosa dur un'ora, poi s'arrest bruscamente. Una abitazione era apparsa sul lembo dell'immensa foresta ed i cavalli si erano fermati dinanzi alla palizzata che la circondava.
- Un rifugio!... - aveva esclamato Hang, con gioia. - forse siamo salvi.
Poi era balzato prontamente a terra e si era precipitato verso Romero.
Era tempo. Il valoroso meticcio, esausto da quello sforzo poderoso, cessata la corsa s'era accasciato bruscamente sul collo del suo cavallo, colpito da uno svenimento fulminante. Cadde fra le braccia del chinese come se la vita lo avesse abbandonato.
- Morto!... esclam Than-Ki con voce terribile, fissando su Hang uno sguardo di fuoco.
- No, non temere, - esclam il chinese, la cui voce per forse per la prima volta, tremava. - Romero  forte.
L'aveva preso delicatamente fra le braccia, era entrato nella cinta che circondava la casa, il cui cancello era aperto, ed avendo veduto in un angolo delle sedie, ve lo aveva deposto.
Than-Ki e tutti gli altri lo avevano seguito e lo avevano circondato.
Hang appoggi un orecchio sul petto di Romero ed ascolt con profondo raccoglimento.
- Ebbene? - chiese Than-Ki, con voce minacciosa. - Me l'hai ucciso, Hang?...
- No, il cuore batte ancora forte, - rispose il chinese, respirando. - Romero  solamente svenuto pel dolore e per lo sforzo eccessivo. Non temere, Than-Ki, io lo guarir, specialmente ora che abbiamo trovato un rifugio.
Esamin la ferita. La benda si era spostata sotto i violenti urti di quel galoppo disordinato, e la ferita, riapertasi, sanguinava.
Avendo veduto in un angolo del cortile una cisterna, fece attingere dell'acqua, lav nuovamente ed abbondantemente la ferita, poi torn a fasciarla, dopo aver riunito i margini della carne forata dalla palla nemica.
- Te lo affido, Than-Ki, - disse poi. - Io intanto esaminer questa casa per vedere se  possibile organizzare qui la resistenza. Gli spagnuoli sono lontani, ma forse domani saranno qui.
Si alz e, seguito da alcuni uomini, ispezion l'abitazione.
Era una piccola fattoria, ma solidamente costruita, che pareva fosse appartenuta a qualche famiglia di tagali che la guerra doveva aver scacciato, se pure non l'avevano abbandonata volontariamente per raggiungere le bande insorte che s'erano radunate sulle rive dello Zapat.
Si componeva d'una casa a due soli piani, colle pareti abbastanza resistenti ed in muratura e di due piccole tettoie, il tutto racchiuso da una palizzata robusta, alta due metri e mezzo o tre, capace di resistere a lungo, anche ad un violento assalto.
Le due stanze della casetta erano ammobiliate con rozze sedie e tavole ed in una vi erano due letti formati da un alto strato di stuoie di foglie di cocco, e sotto le tettoie Hang-Tu scopr delle provviste considerevoli, del riso, canne da zucchero, frutta secche, noci di cocco, cacao, caff e legumi, nonch parecchi attrezzi campestri, zappe, vanghe, scuri di boscaioli ed un aratro. Non vi era per nessun animale, quantunque abbondanti fossero le tracce lasciate da cavalli, da montoni e da volatili.
Hang-Tu soddisfattissimo, fece il giro della cinta ed avendola trovata dovunque in ottimo stato, cominci a sperare.
- Se i miei uomini tengono duro, credo che il maggiore d'Alcazar non ci prender cos facilmente come spera, - mormor. - Mander qualcuno a cercare nei dintorni del fiume per avere soccorsi, ed intanto noi resisteremo finch avremo una cartuccia.
Chiam a raccolta i suoi uomini, i quali avevano gi ricoverati i cavalli sotto la tettoia, ed espose loro le sue intenzioni, le quali vennero tosto approvate, avendo ormai tutti compreso che una nuova ritirata, con Romero ferito, non avrebbe portato che danni gravissimi.
Fu deciso che due dei pi robusti e dei pi pratici del paese, sarebbero partiti dopo qualche ora di riposo, per cercare di raggiungere le bande che dovevano accampare sulle rive dello Zapat e poi di barricare il cancello con un ammasso di tronchi d'alberi.
Trasportarono dapprima Romero nell'interno della casa, adagiandolo su uno dei due letti ed affidandolo alle cure di Than-Ki; poi, mentre i due uomini che dovevano partire prendevano un po'di riposo, gli altri, armatisi delle scuri trovate, si misero frettolosamente al lavoro, abbattendo parecchi alberi per completare la chiusura della cinta.
Due ore dopo, appena partiti i due corrieri, il cancello veniva ostruito con una triplice fila di pali, rinforzati da due grossi tronchi d'albero; ma Hang-Tu, non ancora soddisfatto, fece tagliare altre piante per ostruire in gran parte anche le finestre della casa, onde i suoi uomini potessero difendersi senza esporsi troppo ai colpi dei nemici.
Quando vide che la piccola fattoria era in grado di poter resistere, accord finalmente alcune ore di sonno, mentre due meticci, che erano stati lasciati appositamente in riposo, montavano il primo quarto di guardia sul tetto della casa, per poter meglio scorgere l'avvicinarsi degli spagnuoli.
Hang, che si sentiva esausto per quelle lunghe veglie, pot finalmente coricarsi accanto a Than-Ki, la quale si era gi profondamente addormentata presso il ferito.
Quando si svegli, cominciavano a cadere le tenebre. Il sole era gi scomparso dietro ad una grande nuvola nera, che pareva s'alzasse dalla parte del mare, e la foresta rumoreggiava sotto le prime raffiche che scuotevano le gigantesche foglie dei banani, dei betel, degli arecche e delle palme, mentre faceva gemere e scricchiolare i flessibili rami dei giganteschi tamarindi e delle piante gommifere. Pareva che un uragano si preparasse a scoppiare.
Romero era gi svegliato e parlava colla fanciulla che gli sorrideva. Hang visit nuovamente la ferita, la rinfresc con acqua fatta attingere nella cisterna, costrinse l'amico a sorseggiare alcune tazze di brodo, avendo gi fatto cucinare un altro pollo, poi usc.
I suoi uomini erano tutti in piedi e stavano preparandosi la cena colle provviste trovate sotto le tettoie. Erano tutti di buon umore, poich coll'uragano che minacciava, speravano di passare la notte senza attacchi, rimettendosi completamente, con una buona dormita, dalla stanchezza delle veglie precedenti.
- Nulla? - chiese Hang.
- No, capo, - risposero.
- Che gli spagnuoli abbiano perdute le nostre tracce?...
-  probabile.
- Non  uscito nessuno ad esplorare i dintorni?
- S, io, - rispose un chinese, - ma non ho veduto alcuno spagnuolo.
- Speriamo, - mormor Hang, rientrando nella casa.
"Se ritardano l'attacco d'un paio di giorni, i soccorsi giungeranno ed il maggiore non ci prender pi. "
Anche Romero pareva che fosse di buon umore, poich continuava a parlare colla fanciulla, come se i dolori gli avessero accordato una tregua.
Hang-Tu, vedendoli l'uno vicino all'altra, si era arrestato sulla porta della stanza, colle braccia incrociate, guardandoli con una commozione che invano cercava di nascondere. Di tratto in tratto per un sospiro profondo sollevava il suo robusto petto e come una nube di profonda tristezza gli passava sulla fronte.
Than-Ki, colla sua voce armoniosa, cinguettava come una cinciallegra, raccontando a Romero non so quali leggende del suo paese, che il ferito ascoltava sorridendo. Pareva che la povera fanciulla del fiume Giallo, fosse in quel momento grandemente felice e che il meticcio avesse scordato il suo affetto per la Perla di Manilla per non ascoltare che il Fiore delle Perle.
- E non sar che un sogno, una vana illusione, - mormor Hang. - Quanto sar terribile, per Than-Ki, il risveglio! La donna bianca le sar fatale e le infranger l'anima.
Era uscito nuovamente, ma in punta di piedi, per non turbare la fanciulla e si era seduto nel cortile, tenendosi il capo fra le mani. Pensava forse a Than-Ki, ma anche vegliava, tendendo gli orecchi al sussurro crescente del fogliame ed ai primi ululati del vento il quale s'ingolfava attraverso i mille e mille tronchi della foresta.
I suoi uomini si erano riparati sotto le tettoie accanto ai cavalli, per mettersi al coperto dai primi goccioloni che cominciavano a crepitare attraverso le foglie, meno quattro, dei pi robusti che erano rimasti di guardia ai quattro angoli della palizzata, sotto un riparo improvvisato con alcune stuoie.
L'uragano a poco a poco s'avanzava. Il tuono rombava di quando in quando fra le tempestose nubi e qualche lampo illuminava la foresta, facendo spiccare gli uomini che si tenevano immobili sotto i ripari.
Hang non si muoveva. Ascoltava sempre, senza curarsi della pioggia che lo sferzava.
Ad un tratto si alz.
- Uomini di quarto! - grid.
- Capo, - risposero le guardie.
- Il nemico s'avvicina.
L'udito acuto del chinese non doveva essersi ingannato. In mezzo ai fragori dell'uragano aveva distinto un fischio, un segnale lanciato di certo dai soldati del maggiore d'Alcazar.




CAPITOLO XVII

L'ASSALTO ALLA FATTORIA.

I meticci ed i chinesi che dormivano sotto le tettoie, svegliati bruscamente da grido d'allarme del capo, si erano precipitosamente alzati coi fucili in mano e si erano lanciati all'aperto, tenendo le batterie delle armi nascoste sotto le casacche per non inumidire le cartucce. Hang, arrampicatosi sulla palizzata del cancello, aspettava un lampo per vedere se il temuto nemico si fosse realmente avanzato o se si trattava di qualche uomo mandato in esplorazione.
Passarono alcuni minuti di viva ansiet per tutti, poi un gran lampo ruppe bruscamente le tenebre, illuminando la foresta.
Per quanto fosse stato rapido, Hang aveva scorto, presso il tronco d'un tamarindo, due soldati, che tenevano puntati i loro moschetti da cavalleggeri verso la palizzata.
Non ne aveva scorti altri ma i loro compagni potevano trovarsi poco lontani. Comunque fosse, ormai sapeva che il loro rifugio era stato scoperto e che l'assalto non poteva tardare. Essendo inutile difendere la palizzata, tanto pi che non poteva offrire un riparo sufficiente in causa delle numerose fessure che si trovavano aperte fra tronco e tronco, comand ai suoi uomini di ritirarsi nella casa, dietro le cui robuste pareti potevano sfidare impunemente le palle nemiche. Fatta barricare la porta con tutta la mobilia, dispose i suoi uomini dietro le sei finestre del piano superiore, le sole che esistevano, poi discese a pianterreno dove si trovavano Romero e Than-Ki.
-  inutile che nasconda a te la gravit della situazione, - disse al meticcio. - Stiamo per venire circondati dai cavalleggeri del maggiore d'Alcazar.
- Ebbene, ci batteremo, - rispose il ferito. - Dammi il mio fucile ed aiutami a collocarmi presso qualche finestra.
- Tu, che hai un braccio quasi immobilizzato?... No, amico, - disse Hang. - Non abbandonerai il tuo letto.
- E credi che io possa rimanere qui inoperoso, mentre tuonano i fucili?...
- Non sono gli uomini che ci mancano. Romero, uno di pi o uno di meno non gioverebbe. Sono invece le munizioni che scarseggiano.
- Possediamo poche cariche?
- Appena quattrocento cartucce.
- Risparmiando i colpi potremo resistere ventiquattro ore.
- Ma se gli aiuti tardassero a giungere?
- Ci faremo uccidere, piuttosto che arrenderci.
Hang-Tu guard Than-Ki. Questa lo comprese, poich disse, con un fiero sorriso:
- Non preoccuparti di me, Hang. Se vi farete uccidere, sar felice di morire anch'io al vostro fianco.
- Speriamo che non sia necessario farci uccidere, - disse il chinese. - Abbiamo ancora qualche scampo.
- Quale? - chiese Romero.
- Lo so io e per ora non te lo dir. Pensavo che i cavalli potranno esserci utili e poi abbiamo d'altro.
Ci detto, senza spiegarsi di pi, lasci la stanza e raggiunse i suoi compagni che si erano divisi in sei piccoli gruppi, collocandosi dietro le piccole finestre mezze barricate.
- No, - diss'egli -  inutile sprecare le nostre forze ed esporci tutti al pericolo. Siamo dodici: sei risponderanno al fuoco e gli altri riposeranno. Soprattutto risparmiate le cartucce e non fate fuoco che a colpo sicuro.
In quell'istante, nel bosco, si ud rimbombare il primo sparo. La palla infil una finestra, travers la stanza con un acuto sibilo ed and a scrostare la parete opposta, ma senza aver colpito alcuno.
- Non perdono i loro colpi, - disse Hang, scotendo il capo. - Fortunatamente le pareti sono solide e senza un pezzo d'artiglieria non si abbatteranno.
S'affacci con precauzione ad una finestra e guard fuori.
La pioggia era cessata, ma la notte era sempre oscura ed il vento ululava ancora attraverso la foresta, torcendo i rami e le grandi foglie delle piante. Attese che un lampo rompesse quelle tenebre e vide, a cinquanta passi dalla palizzata, quasi dinanzi alla barricata del cancello, alcuni gruppi di cavalleggeri, i quali si tenevano nascosti dietro ai cespugli ed ai grossi tronchi degli alberi.
Abbassando rapidamente gli sguardi prima che la livida luce del lampo cessasse, gli parve d'aver veduto, pochi passi pi innanzi, un ufficiale d'alta statura che stava osservando la cinta.
Una vampa brill negli occhi del capo degli uomini gialli.
Si volt rapidamente, dicendo al mulatto che gli stava dietro:
- Dammi il mio fucile.
Si accert che era carico e lo port attraverso i grossi rami che ostruivano parte della finestra, aspettando che un lampo gli permettesse di mirare con maggiore sicurezza.
Un altro colpo di moschetto fu sparato dagli assedianti, e precisamente contro la finestra occupata da Hang. La palla fischi sopra la testa del chinese, ma questi rimase perfettamente immobile. Attendeva sempre, collo sguardo sanguigno fisso nelle tenebre, un secondo lampo.
E il lampo non si fece attendere, illuminando sinistramente la foresta. Hang-Tu fece udire un crudele sogghigno.
Questa volta vedeva distintamente l'ufficiale ed in lui aveva ben distinto il maggiore d'Alcazar, il suo mortale nemico.
Premette rapidamente il grilletto e fece fuoco, ma la luce erasi spenta. Si curv innanzi tendendo gli orecchi, sperando di udire, fra i fragori della burrasca, qualche grido che annunziasse che la palla era arrivata a destinazione, ma invece rintronarono tre colpi di fucile, i cui proiettili si cacciarono nelle pareti della casa con sordo rumore.
- Morte di Buddha e di Fo!... - esclam Hang con rabbia. - L'ho mancato!... Sar per un'altra volta.
Gli spari degli assedianti si succedevano agli spari, ma senza precipitazione. Gli spagnuoli non facevano fuoco se non quando i lampi permettevano loro di scorgere le finestre e mandavano le loro palle entro la stanza con mirabile precisione, ma senza per ottenere effetto alcuno, poich gli assediati si tenevano nascosti dietro gli angoli del muro o dietro i tronchi degli alberi.
Anche i meticci ed i chinesi rispondevano, ma con molta parsimonia, volendo serbare le munizioni pel momento dell'assalto. Facevano fuoco pi per far comprendere al nemico che possedevano delle buone armi e che vegliavano, che colla speranza di colpirlo, essendo l'oscurit troppo fitta ed i lampi piuttosto radi.
Pure qualche volta le palle non andavano perdute, poich gi tre grida di dolore eransi udite echeggiare nella foresta.
Ad un tratto la situazione degli assediati si aggrav. Gli spagnuoli, che fino allora si erano limitati a sparare con lentezza, avevano ripreso il fuoco con vigore, fulminando le finestre con scariche micidiali.
Le palle grandinavano in gran copia, sibilando in tutte le direzioni, scrostando larghi tratti di muro e rendendo pericolosissimi i posti occupati dai difensori. Pareva che con quelle scariche incessanti volessero nascondere qualche sorpresa. Hang-Tu, inquieto, s'affacci ad una finestra col pericolo di farsi sfracellare il cranio ed attese che un lampo gli permettesse di conoscere ci che il nemico stava per intraprendere. Lo seppe subito: gli spagnuoli stavano per assalire la palizzata onde cercare di abbatterla.
- La cosa diventa grave, - mormor. - Domani cercheranno di dare la scalata alle finestre.
Chiam tutti alle armi, comandando scariche furiose per cercare di respingerli, ma s'accorse ben presto che erano munizioni sprecate.
Alcuni gruppi cavalleggeri, mentre i loro compagni continuavano il fuoco, avevano attraversato rapidamente lo spazio scoperto ed approfittando dell'oscurit erano giunti sotto la palizzata. Volerli snidare di l ora che si trovavano riparati, non era pi il caso. Era meglio risparmiare munizioni pel domani.
Hang-Tu, fatto cessare il fuoco, tese gli orecchi per udire se il nemico si preparava ad abbattere la cinta, ma senza risultato.
Guard al di fuori per vedere se l'aveva superata, ma nel cortile non vide alcuna ombra. Le sue inquietudini continuavano ad aumentare. Quella manovra misteriosa doveva nascondere qualche cosa di grave.
- Si vede nulla? - chiese ai suoi uomini.
- No, - risposero tutti.
- Che cosa tenteranno?...
- Capo, - disse un meticcio, - temo che ci vogliano arrostire vivi.
- Bah!... Le palizzate non bruceranno cos facilmente e poi sono abbastanza lontane dalla casa.
- Ma il bosco abbonda di piante gommifere e possono aver accumulato dei fasci di rami dietro la cinta.
- Comincio a credere che tu abbia ragione, ma la casa  in muratura e non ci arrostiranno.
- Ma i cavalli? - disse un chinese.
- Hai ragione, - disse Hang. - sono legati solidamente?
- S, capo, - risposero gl'insorti.
- Allora spero che ci possano servire a danno degli assedianti.
Gett uno sguardo sui suoi uomini e ne indic tre, i meticci pi vigorosi e pi audaci della piccola banda.
- Tenetevi pronti a seguirmi, - disse.
- Tentiamo un'uscita? - chiesero.
- Forse qualche cosa di meglio.
Ci detto s'accost ad una finestra e si mise in osservazione. Il fuoco di moschetteria era cessato, ma pareva che gli uomini nascosti dietro alla cinta fossero occupati in un lavoro misterioso. Hang li udiva parlare ed udiva pure dei leggeri colpi vibrati contro la cinta. I suoi sguardi distinsero anche delle masse oscure che volteggiavano in aria e che pareva fossero lanciate dai soldati che si tenevano nascosti dietro gli alberi.
- S, mormor il chinese - si preparano ad incendiare la palizzata con fascine di rami resinosi. Il mestizo aveva ragione, ma preparer anch'io una sorpresa.
Poi volgendosi verso i suoi uomini:
- Se gli spagnuoli cercano d'invadere il cortile, cercate di respingerli con un fuoco vigoroso. Non occupatevi per ora di me: vi raggiunger presto.
Fece cenno ai tre meticci scelti di seguirlo. Scavalc il davanzale d'una finestra, la quale guardava dalla parte delle tettoie e si lasci cadere gi, quasi senza far rumore, quantunque avesse spiccato un salto di quattro metri. I suoi compagni, uno dopo l'altro lo seguirono, senza che gli assedianti si fossero accorti di nulla.
I quattro uomini si cacciarono lestamente sotto le due tettoie, dove si trovavano i sedici cavalli.
- Uditemi, - disse Hang.
Si curv verso i compagni e mormor ai loro orecchi alcune parole.
Tosto si misero in moto, ma nel pi profondo silenzio, eseguendo delle manovre che pel momento parevano inesplicabili.
Intanto i cavalleggeri, nascosti dietro gli alberi, avevano ripreso il fuoco, sparando contro le finestre, come se volessero attirare altrove l'attenzione degli assediati. Questi, obbedendo agli ordini del capo, avevano subito risposto con molto vigore, mirando l dove vedevano balenare la polvere.
Ad un tratto dietro la cinta fu vista innalzarsi una luce vivissima, la quale si distendeva rapidamente tutta all'ingiro. Delle vampe, dei nuvoloni di fumo e delle scintille che il vento spingeva verso la casa, sorgevano da tutte le parti.
La palizzata, che doveva essere stata circondata da grandi fasci di rami resinosi, quantunque fosse stata inumidita dalla pioggia, aveva preso fuoco ed i grossi tronchi cominciavano a cadere.
Gli assediati, temendo che il nemico si precipitasse all'assalto o cercasse di metter fuoco anche al fabbricato, sparavano precipitosamente, approfittando della luce sparsa dall'incendio. Le loro palle non andavano perdute poich, di quando in quando, qualche soldato troppo coraggioso che si spingeva fuori dagli alberi per sparare con maggiore precisione, cadeva fulminato.
Intanto le palizzate avvampavano con violenti crepitii allungando minacciosamente le loro lingue di fuoco verso la casa, con grande pericolo di appiccarsi al tetto. I pali, consunti e carbonizzati, cadevano a due, a tre alla volta, lanciando in aria lembi di scintille che il vento trascinava attraverso gli alberi della foresta come miriadi di stelle, e colonne di fumo le quali entravano per le finestre costringendo i difensori a ritirarsi ed a rallentare gli spari.
Hang-Tu ed i suoi tre compagni non davano intanto segni di vita, per ai bagliori dell'incendio si erano veduti i sedici cavalli allineati su due file sotto la prima tettoia, colla testa volta verso le palizzate. Le povere bestie, atterrite dalla vicinanza delle fiamme, nitrivano disperatamente e s'impennavano, ma pareva che un ostacolo impedisse loro di rompere le linee, per quanti sforzi facessero.
La moschetteria continuava. D'ambo le parti gli spari si succedevano senza tregua, ma con pi fracasso che danno, essendo gli assediati e gli assedianti al pari riparati.
Questi ultimi per, dopo qualche po'furono visti abbandonare gli alberi protettori, organizzarsi rapidamente su tre piccole colonne e avanzarsi celermente verso la casa sostenendosi con un fuoco infernale.
La cinta che si estendeva dinanzi alla piccola fattoria, consunta dal fuoco, era tutta crollata e permetteva l'attacco. Vi erano ancora dei pezzi di palizzata che finivano di bruciare, ma non erano certamente ostacoli insormontabili per gli agili soldati spagnuoli.
I meticci ed i chinesi cercavano di respingerli con furiose scariche, ma senza risultato. Forse la mancanza dei due coraggiosi loro capi li rendeva perplessi ed il timore cominciava ad invaderli.
D'improvviso, in mezzo allo scrosciare dei fucili, si ud tuonare la voce di Hang.
- Lasciate andare!...
Furono tosto veduti i tre meticci che lo avevano seguito, lanciarsi presso i cavalli colle destre armate di coltelli, poi recidere prontamente qualche cosa, forse delle corde.
I sedici cavalli che parevano diventati improvvisamente pazzi, si scagliarono innanzi con impeto irresistibile, varcando con un solo salto i tronchi ancora fiammeggianti.
Piombarono come un plotone serrato contro le tre colonne degli spagnuoli che si erano riunite e le sfasciarono mandando tutti a gambe levate, poi scomparvero nella foresta continuando la loro furiosa carica.
Hang-Tu ed i suoi compagni, vedendo i cavalleggeri fuggire disordinatamente in tutte le direzioni, scaricarono i loro fucili, poi inerpicatisi sul tetto della prima tettoia, guadagnarono la finestra pi vicina, salvandosi nella stanza superiore.
In quell'istesso istante, Romero, sorretto da Than-Ki, era comparso sulla soglia della porta. Udendo quella furiosa fucilata, accorreva per prendere parte alla lotta.
- Ci assalgono? - chiese ad Hang.
- No per ora, - rispose il chinese, ridendo. - Ho mandato sottosopra le loro colonne d'assalto. Guarda Romero.
Il meticcio vide realmente, agli ultimi bagliori dell'incendio, gli spagnuoli che si salvavano precipitosamente nel bosco, credendo forse che dietro i cavalli vi fossero gli insorti.
- Fuggono!... - esclam, stupito. - Ma cos'hai fatto?
- Una cosa semplicissima, - rispose il chinese. - Ho legato i nostri cavalli passando una corda nei loro morsi onde non si disperdessero, poi li ho resi furiosi cacciando nei loro orecchi un po'di cenere calda e li ho lasciati andare. Nessuno poteva resistere ad una simile carica e, come vedi, hanno sgominato i cavalleggeri del nostro maggiore.
- Ma i nostri cavalli sono perduti.
- Non potevano esserci pi di nessuna utilit, poich se delle bande non verranno a liberarci, noi non potremo pi lasciare questa casa. Va a riposarti, Romero; credo che per questa notte gli spagnuoli ci lasceranno tranquilli.





CAPITOLO XVIII

UN EROE DALLA PELLE GIALLA

Fallito il primo assalto, gli assedianti non avevano pi rinnovato il tentativo, quantunque ormai la palizzata pi non difendesse la casa.
Solamente poco dopo la mezzanotte alcuni soldati avevano cercato di appressarsi alle tettoie forse per incendiarle, ma erano stati scoperti a tempo dalle sentinelle degli assediati e respinti con pochi colpi di fucile.
L'indomani la situazione non era cambiata. Gli spagnuoli avevano costrutto alcune barricate con dei tronchi d'albero e si erano accampati dietro a quelle, ma senza nulla intraprendere. Di quando in quando per sparavano qualche colpo di moschetto verso le finestre, specialmente se scorgevano la testa di qualche insorto.
Hang-Tu per questo non era tranquillo, anzi tutt'altro. Se quell'assedio si prolungava ed i soccorsi mandati a cercare tardavano ancora, correvano il pericolo di morire di fame e di sete, poich i viveri non potevano bastare per molti giorni e specialmente l'acqua cominciava gi a scarseggiare, non potendo pi recarsi alla cisterna senza farsi uccidere dalle sentinelle spagnuole.
Che cosa attendevano quei nemici per assalire la casa?... Aspettavano anche essi soccorsi, quantunque fossero tre volte pi numerosi degli assediati e fors'anche quattro, o non volevano esporsi di giorno al fuoco dei bersaglieri che si tenevano celati dietro alle finestre?... O forse avevano mandato alcuni uomini a Salitran a prendere qualche piccolo pezzo d'artiglieria per demolire le pareti della casa ed aprire una breccia?
Hang-Tu invano si tormentava il cervello per spiegarsi quella immobilit del nemico, che pure la notte innanzi si era mostrato cos tanto premuroso d'impadronirsi di quella casa.
Ad ogni modo vegliava attentamente, temendo sempre qualche brutta sorpresa e non perdeva di vista le sentinelle spagnuole. Vegliava anche perch sperava un momento o l'altro di poter scoprire il maggiore per inviargli una buona palla ma non riusciva a vederlo.
La giornata trascorse in continui allarmi, senza per che gli spagnuoli accennassero a muoversi e senza che i soccorsi, con tanta pazienza attesi dagli assediati, giungessero.
Verso il tramonto parve ad Hang di notare un certo movimento da parte degli assedianti. Gruppi di soldati si radunavano qua e l, specialmente in mezzo alle macchie pi fitte, come se si preparassero a prendere posizione per ricominciare il fuoco.
- Che tentino un vigoroso assalto? - si chiese Hang, crollando il capo. - O che preparino qualche sorpresa?...
Dispose tutti i suoi uomini dietro alle barricate delle finestre e scese da Romero per consigliarsi.
Il meticcio gi migliorava rapidamente, merc le assidue cure di Than-Ki, la quale non lo aveva abbandonato un solo momento, e la sua vigorosa costituzione. In venti ore la sua ferita aveva gi cominciato a rimarginarsi ed i dolori acuti, che prima lo facevano cos tanto soffrire, erano quasi cessati.
Vedendo comparire il chinese colla fronte aggrottata, Romero indovin che qualche grave fatto stava per accadere.
- Si muovono gli spagnuoli? - chiese.
- S, - rispose Hang. - Si preparano a riprendere il fuoco.
- Hanno ricevuto qualche pezzo d'artiglieria?...
- Non credo.
- Allora lascia che sparino a loro comodo. Queste pareti non si abbattono a colpi di fucile, Hang.
- Pure questo secondo attacco m'inquieta, Romero.
- Che cosa temi?...
- Non lo so, ma non sono tranquillo.
-  bene barricata la porta?...  da quella parte che dobbiamo temere.
- Far raddoppiare gli ostacoli.
- Sai che cosa m'inquieta, Hang?
- Che cosa?
- Le tettoie. Gli spagnuoli possono incendiarle e le fiamme comunicarsi al tetto della nostra casa. Sar cosa prudente mandare lass alcuni uomini armati di scure, onde possano tagliare prontamente le travi e gettarle nel cortile.
- Lo far, Romero.
- A noi il coperto non  necessario, non avendo da temere una pioggia di granate.
-  vero.
- Cercherai poi di tenere lontani gli spagnuoli, onde non si avvicino troppo alle pareti della casa.
- Temi che diano la scalata alle finestre?
- Forse qualche cosa di peggio. Non possedendo artiglieria gli spagnuoli potrebbero preparare qualche mina per aprire una breccia.
- Morte di Buddha!... - esclam Hang. - Non avevo pensato a questo pericolo.
- Quante cariche hanno i nostri uomini?
- Poche. Ne hanno consumate troppe la scorsa notte, quantunque avessi loro raccomandato di non farne spreco. Ora non possediamo che centosettantadue cartucce.
- Sono poche, ma ben adoperate possono bastare per infliggere delle perdite terribili agli assedianti.
In quell'istante, si udirono echeggiare nel bosco i primi spari.
- Eccoli che ricominciano, - disse Hang. - Si prepara una brutta notte.
- Vi siamo abituati, - rispose Romero, sorridendo. - Aiutami a salire, Hang.
- No, mio signore, - disse Than-Ki. - Ti stancheresti inutilmente.
- Mi sento gi abbastanza forte, - rispose Romero - E poi non posso rimanere tranquillo, mentre gli altri si battono per salvare me. Voglio vedere anch'io come si svolger l'attacco.
- Forse  meglio, - disse Hang. - I nostri uomini hanno molta fiducia in te e la tua presenza li incoragger a resistere.
Romero s'appoggi alle braccia del chinese e della fanciulla e sal al piano superiore.
I mulatti ed i chinesi avevano gi cominciato il fuoco, rispondendo con vigore alle scariche degli assedianti. Non sparavano per che due alla volta per non sprecare le cartucce, avendo ormai compreso che dal numero dei colpi dipendeva la salvezza di tutti.
Romero s'affacci ad una finestra per vedere le posizioni che occupavano gli spagnuoli e s'accorse che minacciavano la fronte della casa.
-  da questa parte che noi avremo da temere, - disse ad Hang, - a meno che non cerchino di attrarre da questo lato tutta la nostra attenzione. Bada alle tettoie ed impedisci loro d'avvicinarsi.
- Faremo il possibile per tenerli lontani.
La lotta prendeva proporzioni allarmanti. Gli spagnuoli, divisi in gruppi e nascosti dietro alle loro trincee, facevano un fuoco infernale contro le finestre, mandando le palle a schiacciarsi contro le pareti interne della stanza.
Dietro ai tronchi degli alberi, in mezzo alle macchie pi vicine ed ai cespugli, i lampi spesseggiavano ed i proiettili cadevano fitti, con lugubri sibili, battendo in ogni luogo. Un chinese che sparava dietro ad una finestra era gi caduto col cranio fracassato ed un meticcio aveva avuto il braccio sinistro spezzato.
Era impossibile resistere a lungo a quella grandine mortale, che diventava di minuto in minuto pi fitta. I difensori di alcune finestre non osavano pi avvicinarsi alle barricate, le quali ormai non offrivano pi un sicuro riparo.
Gli spagnuoli intanto avevano cominciato ad avvicinarsi. Riparati dietro ai fasci di grossi rami che facevano rotolare, guadagnavano rapidamente terreno, mirando a giungere presso le tettoie.
Hang-Tu, Romero e perfino Than-Ki, la quale aveva ripreso il suo fucile, compivano veri prodigi accorrendo ora ad una finestra, ora ad un'altra per incoraggiare i loro uomini e ricondurli ai loro posti, sfidando intrepidamente i proiettili che sibilavano per la stanza, scrostando dappertutto le pareti.
Gli sforzi per degli assediati risultavano vani, poich gli spagnuoli, niente spaventati da quel vivo fuoco di fucileria, s'avvicinavano sempre. Gi alcuni erano giunti presso le tettoie e vi si erano rifugiati sotto.
Hang-Tu, temendo che si preparassero ad incendiarle, armatosi d'una scure, con pochi colpi vigorosi apr uno squarcio nel tetto della casa e balz sulle tegole, seguito da tre o quattro animosi.
Vedendo di lass che le barricate mobili degli assedianti erano gi state spinte nel cortile e che s'avvicinavano alla porta della casa, come se il maggiore fosse intenzionato di farla sfondare, si mise a tempestare gli assalitori con una pioggia di tegole, aiutato vigorosamente dai compagni.
Intanto quelli della stanza si difendevano disperatamente senza rallentare il fuoco. Anzi, vedendo cadere le tegole, per risparmiare un po'le cartucce avevano cominciato avevano cominciato a far volare dalle finestre i mobili.
In mezzo a quel fracasso, si udiva echeggiare, ad intervalli, la voce di Romero.
- Tenete fermo!... - gridava il meticcio. - Fuoco su quella barricata!... Non esponetevi troppo!... Risparmiate i colpi!... Gi quella tavola!... Gettate quelle sedie!...
Pareva che quel valoroso avesse riacquistate tutte le sue forze e che la ferita non gli desse alcun fastidio, in quei supremi momenti.
Anche Than-Ki faceva udire la sua voce.
- Fuoco, fratelli!... - gridava.
Hang ed i suoi compagni continuavano intanto a rovesciare tegole. Terminati quei proiettili, avevano cominciato a strappare le travi e le precipitavano nel cortile con grande fracasso.
Gli spagnuoli, oppressi da quella pioggia di palle e da quella gragnola di tegole, di mobili e di pesanti travi che minacciavano di schiacciarli, si erano arrestati. Alcuni di essi, accesi dei rami resinosi, avevano cercato di lanciarli verso le finestre per allontanare i difensori e tentare poi la scalata, ma avevano dovuto abbandonare l'impresa e cercare un precipitoso rifugio dietro la barricate.
Per gli assedianti non accennavano a ritirarsi e resistevano con una tenacia ammirabile, sparando furiosamente ora contro le finestre ed ora sul tetto e con buon successo, poich gi cinque difensori erano caduti nella stanza ed un compagno di Hang, colpito da parecchie palle mentre si trovava sull'orlo del tetto occupato a strappare una trave, era caduto nel vuoto fracassandosi nel sottostante cortile.
D'improvviso, mentre Hang-Tu cominciava a dubitare dell'esito della difesa, con sua grande stupore vide gli spagnuoli abbandonare precipitosamente le barricate e salvarsi nel bosco. Anche i soldati che avevano occupate le tettoie si erano ritirati e senza averle incendiate.
- Che ci giungano soccorsi?... - esclam.
Si cal precipitosamente nella stanza che era piena di fumo chiamando Romero.
- Che cosa vuoi, Hang? - chiese il meticcio che si era appoggiato ad una parete.
- Il nemico fugge, - disse il chinese.
- Tanto peggio per noi.
- Che cosa vuoi dire?...
- Temo che...
Non fin la frase. Una terribile detonazione era echeggiata dalla parte delle tettoie, mentre un gran lampo illuminava le tenebre.
La casa intera traball come se fosse stata sollevata da una irresistibile scossa di terremoto, facendo crollare alcune travi del tetto e stramazzare gli assediati; poi una parte del muro che si appoggiava alle tettoie si squarci, rovinando nel cortile con immenso fragore.
I meticci ed i chinesi, risollevatisi prontamente, si erano affollati verso la scala, credendo che la casa si sfasciasse tutta, mentre Hang-Tu aveva afferrato Romero per trarlo in salvo. Urla di terrore echeggiavano, mentre un denso fumo invadeva la stanza.
Pei difensori sarebbe stata finita, se gli spagnuoli avessero approfittato di quel pnico per dare la scalata alle finestre o allo squarcio prodotto dalla mina che avevano preparata sotto le tettoie, alla base del muro. Invece, vedendo che la casa, contro le loro previsioni, non era crollata e non avendo forse scorta la larga breccia, in causa probabilmente dell'oscurit, non avevano ritentato l'attacco.
Than-Ki non vedendoli avanzare, aveva gridato:
- Fermi tutti!... Non corriamo alcun pericolo.
Quell'avvertimento giungeva in un buon punto, poich i meticci ed i chinesi stavano per rovesciare la mobilia accumulata dietro la porta ed irrompere nel cortile, colla probabilit di farsi fucilare dagli assedianti, anzich salvarsi.
Hang-Tu e Romero si erano spinti verso la prima finestra, ed avevano pure constatato che il nemico non aveva abbandonato le sue trincee.
- Salite, - comand il chinese. - Se uscite, vi farete uccidere.
- Ma la casa sta per crollarci addosso, - risposero gl'insorti.
- Non vi  pericolo per ora, - disse Romero. - Se le pareti hanno resistito alla scossa, non cadranno pi.
I chinesi ed i meticci, che avevano completa fiducia nei loro capi, si erano affrettati a risalire. D'altronde quell'uscita all'aperto non li tentava pi, sapendo di non poter resistere ad un attacco degli assedianti, ancora troppo numerosi malgrado le perdite subite.
Romero e Hang si erano recati a vedere la breccia aperta dall'esplosione. Era grave, ma non irreparabile.
La parete che guardava verso le tettoie era stata rotta dalla base al tetto e una parte era crollata lasciando un vano largo un metro e alto due, specialmente a livello del pavimento superiore.
- Credevo che i danni fossero maggiori, - disse Romero.
- Vi  pericolo che la muraglia crolli tutta? - chiese Hang.
- No, - rispose il meticcio. -  per necessario rinchiudere questa breccia o domani gli spagnuoli ci fucileranno.
- Non vi sono che i mobili che barricano la porta.
- Demoliremo quanto rimane del tetto.
- E credi tu che potremo resistere ancora?...
- Lo spero.
- Sai che non abbiamo pi una goccia d'acqua?...
- Per alcuni giorni si pu sopportare la sete.
- Ma quante cartucce ci rimarranno?... Temo che i nostri uomini ne abbiano ben poche.
- Quando non ne avremo pi ci difenderemo colle baionette.
- Speri sempre nell'arrivo dei soccorsi?
- Sempre, Hang.
- Io invece comincio a dubitare.
- I due corrieri non possono averci abbandonati.
- No, ma possono essere stati presi o uccisi.
-  vero, Hang, - disse Romero, che era stato vivamente colpito da quell'osservazione.
- Io credo, - prosegu il chinese, - che se prima dell'alba non giunge una qualche banda dei nostri, domani gli spagnuoli ci prenderanno, a meno che qualcuno non salvi tutti.
- In quale modo?...
- Lo si vedr, - rispose Hang-Tu, recisamente.
- Tu vuoi nascondermi qualche cosa. Spiegati.
- Non  ancora giunto il momento. D'altronde tutte le speranze non sono perdute. Ricoricati, Romero, o finirai col riaprire la ferita. Tu devi gi avere la febbre.
-  vero, ma non provo che dei lievi dolori.
- Che potranno domani aggravarsi. Veglier io intanto.
Hang-Tu ed il meticcio avevano trasportati nella stanza alcune stuoie, e Romero, obbedendo alle preghiere dei compagni, vi si era coricato.
Il chinese intanto aveva dato gli ordini necessari per abbattere quanto rimaneva del tetto, onde ostruire lo squarcio prodotto dalla mina. Prima di mezzanotte quasi tutte le travi erano state abbassate e collocate dietro all'apertura, formando una barricata capace d'arrestare le palle dei nemici.
Hang osserv un'ultima volta se gli assedianti non avevano abbandonati i loro rifugi e non scorgendo da parte di loro alcuna mossa sospetta, comand ai suoi uomini di riposarsi.
Quando ud che tutti russavano e vide che anche Romero si era addormentato, s'inerpic sulla muraglia della casa, mettendosi a cavalcioni d'una trave del tetto che non era stato abbattuto. Da quel punto elevato poteva dominare gran parte del bosco ed anche un largo tratto di pianura che si estendeva verso l'est.
Essendo sorta la luna, poteva anche scorgere qualsiasi banda che si avanzasse da quella parte e spiare contemporaneamente la minima mossa degli spagnuoli.
Dopo tanto rombare di fucilate, era succeduto un profondo silenzio, a malapena rotto dal russare dei difensori della casa. Assediati e assedianti, stanchi dalla lotta, dormivano tranquillamente, ma per riprenderla, e forse con maggiore ferocia, all'indomani. Hang per non chiudeva gli occhi. Guardava sempre verso la grande pianura tendendo gli orecchi, sperando di udire qualche squillo o qualche muggito delle conche di guerra dei chinesi che gli annunciasse il sospirato arrivo dei soccorsi.
Di quando in quando anche, parendogli di veder brillare qualche lume fra le piantagioni, si alzava in piedi, mantenendosi in equilibrio sulla trave e spingeva lontano lo sguardo, poi tornava a sedersi, crollando mestamente il capo.
Le ore passavano, lunghe come secoli per la vigile sentinella, ma senza alcun frutto. L'alba s'avvicinava ed i soccorsi non si vedevano giungere da nessuna parte.
Le stelle cominciavano ad impallidire, mentre verso oriente saliva in cielo una luce biancastra, come un velo alternato a strisce d'un rosa pallidissimo. Le alte cime degli alberi, fino allora nere, si ricoloravano a poco a poco d'un verde cupo dapprima, ma che presto impallidiva.
Hang-Tu si era alzato. I suoi occhi, che erano diventati ardenti, spaziavano sul bosco e per la pianura spingendosi sempre pi lontano, fin l dove la terra si confondeva col cielo.
- Nulla, - mormor egli, con una commozione vivissima. - Ebbene, sia!... Andiamo a morire per lasciare all'insurrezione il suo migliore capo.
Abbandon la trave e si cal nella stanza senza far rumore. Romero e gli altri dormivano, e solamente le due sentinelle vegliavano. Gli parve per che Than-Ki fosse per svegliarsi.
S'avvicin ai due uomini di guardia, dicendo loro:
- Non inquietatevi per la mia assenza.
Poi s'avvicin ad una finestra e scavalc il davanzale. Stava per lasciarsi cadere nel cortile, quando si sent posare su una spalla una mano. Si volse e si vide dinanzi Than-Ki.
- Dove vai, Hang? - chiese la fanciulla, trattenendolo.
La voce del Fiore delle Perle era profondamente commossa ed il suo volto era diventato pallidissimo.
- Vado a salvartelo, - disse il chinese.
- Chi?...
- Romero.
- Che cosa vuoi fare, Hang?
-  meglio che rimanga all'insurrezione il suo capo supremo, che il capo degli uomini gialli. Io ero il braccio, ma lui  la mente e vale meglio questa che quello.
- Ma dove vai?...
- Dal maggiore d'Alcazar.
- Io tremo, Hang. Leggo nei tuoi occhi una decisione estrema.
- Ti ho detto che salver Romero: addio.
- Ma non tornerai pi adunque?...
- Forse mai pi.
- Vuoi farti uccidere?
- Lo vedremo.
Prese la testa di Than-Ki fra le mani, la baci in fronte, tenendo le labbra appoggiate per qualche istante sui capelli di lei, poi si lasci cadere nel cortile, dicendo con voce commossa:
- Addio... sorella. Silenzio!...





CAPITOLO XIX

DUE FORMIDABILI NEMICI

Hang-tu, saltato nel cortile, aveva raccolto un ramo d'albero annodandovi sulla cima il fazzoletto di seta bianca che portava al collo, poi si era diretto verso le barricate occupate dagli spagnuoli con passo fermo, senza la menoma esitazione e colla fronte alta e serena.
Tre volte Than-Ki lo aveva chiamato, ma il fiero capo delle societ segrete e degli uomini gialli non si era nemmeno voltato ed aveva proseguito il cammino, come se fosse spinto da una implacabile, da una ferrea volont.
Giunto a quindici passi dal primo gruppo d'alberi, si era arrestato. Una sentinella spagnuola era comparsa e l'aveva preso di mira col moschetto, dicendo:
- Alt!...
- Sono un parlamentario, - rispose il chinese.
- Che cosa vuoi?...
- Parlare col maggiore d'Alcazar.
- Sei disarmato?...
- Lo vedi: non ho nemmeno un pugnale.
- Attendi.
Il soldato scambi alcune parole coi compagni che stavano dietro una barricata, poi dopo alcuni istanti, disse:
- Puoi avanzarti.
Hang-Tu s'avvicin alla trincea senza battere ciglio. Due soldati armati di moschetto gli andarono incontro, lo frugarono per vedere se avesse qualche arma nascosta, senza che il chinese facesse la menoma obbiezione, poi se lo posero in mezzo e lo condussero dietro ad un folto gruppo di palme, dove s'alzava una tenda da campo guardata da due sentinelle.
Il maggiore d'Alcazar stava allora per uscire. Vedendo Hang fece un passo indietro, manifestando viva sorpresa.
- Mi conoscete? - chiese il chinese, levandosi l'ampio cappello di fibre di rotang.
- S, - rispose le spagnuolo. - Voi siete Hang-Tu, un dei due capi dell'insurrezione e che io una sera...
- Tacete, - disse il chinese, con voce cupa. - Certe cose  meglio non ricordarle dinanzi agli altri.
- Sia pure. Che cosa desiderate?...
- Parlarvi.
- A me solo?...
- S.
Poi vedendo che il maggiore pareva esitasse, aggiunse:
- Non temete: sono inerme.
- Un soldato non teme la morte. Entrate nella mia tenda.
Fece cenno alle due sentinelle di ritirarsi, poi segu il chinese. Rimasti soli, quei due uomini si guardarono per un po'in silenzio. Parevano entrambi sorpresi di trovarsi, essi fierissimi nemici, l'uno di fronte all'altro.
- Che cosa desiderate? - chiese finalmente il maggiore.
- Una domanda, innanzi a tutto.
- Parlate.
- Credete che io valga qualche cosa?...
- Lo credo bene e ve l'ho dimostrato coll'accanimento con cui vi ho inseguito e assediato.
- Sarei adunque una buona preda per voi.
- Certo.
- Ebbene, vengo a mettermi nelle vostre mani, - disse Hang, con nobile fierezza. - Io, il capo delle societ segrete chinesi e capo degli uomini gialli e vostro mortale nemico, vengo a dirvi: arrestatemi e fatemi fucilare.
Il maggiore d'Alcazar lo guard con stupore.
- Vi arrendete?... - chiese.
- S, ma ad una condizione.
- E quale?...
- Che lasciate liberi gli uomini che si trovano rinchiusi in quella casa. La Spagna pu essere contenta di sopprimere uno dei capi dell'insurrezione.
- No, - disse il maggiore, -  anche l'altro capo che io voglio avere in mano.
- Romero?...
- S, lui, - disse il maggiore, con un leggero tremito nella voce.
- Ma credete voi che gli uomini che difendono quella casa siano ridotti all'estremo? V'ingannate: hanno ancora delle cartucce e sono ancora in grado d'infliggere ai vostri soldati delle perdite dolorose.
- Ma finiranno col cedere, poich sono deciso a dare l'assalto.
- E verrete nuovamente respinto.
- Siamo soldati e la guerra  il nostro mestiere.
- L'odiate adunque immensamente Romero? - chiese Hang, fissando il maggiore negli occhi.
- Forse meno di quello che credete, - rispose lo spagnuolo, con un sospiro. - Un giorno io ho disprezzato quell'uomo, l'ho anzi odiato, ma non perch si chiamava Romero Ruiz, ma perch sentivo che egli sarebbe diventato l'anima dell'insurrezione che covava fra le mura della capitale. Oggi quell'uomo lo stimo: i valorosi, siano pure nemici, si possono ammirare.
- Ed  per questo che cercate di averlo in mano per farlo fucilare, - disse Hang con amara ironia.
Il maggiore non rispose. Si era messo a passeggiare intorno alla tenda, con una certa agitazione e col volto alterato. Pareva che una terribile lotta si combattesse nel suo cuore.
Ad un tratto si arrest dinanzi al chinese e posandogli le mani sulle spalle, gli disse con una certa commozione che cercava invano di nascondere:
- Credete voi che io non ami mia figlia?...  la sola che io ho e se foste un padre, comprendereste forse quanto soffre il mio cuore per non poterla fare felice ed unirla all'uomo che ama e che credo giammai dimenticher. Ogni lotta da parte mia sarebbe vana per soffocarle l'affetto per l'uomo che ha scelto, ma quell'uomo si chiama Romero Ruiz e combatte contro la bandiera della vecchia Spagna.
"Io sono soldato, io ho giurato fedelt alla mia bandiera, io sono stato mandato a combattere l'insurrezione che minaccia di strappare alla mia patria una delle sue ultime e pi opulente colonie.
"Il mio cuore sanguina, sanguiner forse ancora a lungo, poich sar stato forse io a straziare il cuore di mia figlia, ma la patria esige che io faccia il mio dovere di soldato... e lo far."
- Voi dunque ucciderete l'uomo amato da vostra figlia?...
-  il destino che cos vuole.
- L'uomo che ha salvato la vita alla vostra Teresita.
- Sono un soldato.
- Rifiutate adunque la condizione propostavi.
-  necessario. Ammiro il vostro eroismo, ma un solo capo non mi basta, quando ho la possibilit di prendere anche l'altro.
- Eppure vi sareste sbarazzato d'un mortale nemico che ha giurato di uccidervi.
- Se la sorte mi far cadere nelle vostre mani, farete di me ci che vorrete. I soldati della vecchia Spagna sanno morire da forti, col sorriso sulle labbra.
- Vorrei vedervi alla prova. Sta bene: addio maggiore, o meglio, arrivederci a presto.
Si avvi verso l'uscita della tenda, ma si arrest subito vedendo quattro soldati colle sciabole sguainate. Si volse verso il maggiore con uno scatto da tigre, dicendogli:
- Forse che mi fate arrestare!...
- Ne avrei forse il diritto, non essendo voi un soldato ma un ribelle, ma il maggiore d'Alcazar sa rispettare i valorosi. Siete libero, Hang-Tu.
- Forse io al vostro posto non avrei fatto altrettanto, - disse il chinese. - Hang-Tu non perdona e mantiene i suoi giuramenti. Grazie, ma Dio vi guardi dal farvi cadere nelle mie mani.
Ci detto usc, attravers il campo degli spagnuoli senza guardare n a destra n a manca, guadagn il cortile, s'inerpic sugli avanzi delle tettoie e rientr nella stanza, tranquillo come era prima uscito.
Than-Ki, vedendolo, gli era mossa incontro. La povera fanciulla era ancora pallidissima ed estremamente commossa.
- Hang, - mormor. - Ritorni per non lasciarci pi,  vero?
- S, ma forse Romero  perduto per te e per l'insurrezione, - rispose il chinese, con accento scoraggiato. - Credo forse che non ci rimanga che di farci uccidere. Dorme sempre?
- S, ma temo che sia peggiorato.. la febbre lo tormenta e poco fa parlava come un delirante.
- Veglia su di lui. Chiss?... Forse non tutto e ancora perduto.
- Che cosa...
- Taci!...
Hang-Tu aveva prese le mani della fanciulla, come per invitarla a non fare il menomo gesto, e si era curvato innanzi ascoltando attentamente. Il suo udito acutissimo aveva raccolto un lontano muggito che pareva emesso da una tromba di guerra delle bande chinesi.
Abbandon precipitosamente Than-Ki e s'arrampic sulla muraglia, raggiungendo la trave del tetto, sulla quale aveva vegliato tutta la notte.
I suoi occhi, che potevano sfidare un cannocchiale, percorsero rapidamente la pianura che si estendeva al di l della grande foresta e laggi, in mezzo alle piantagioni mezze distrutte, vide delle armi luccicanti sotto i primi raggi del sole.
- Insorti o spagnuoli? - si chiese, con estrema ansiet.
Guard pi attentamente e vide due bande di cavalieri che si dirigevano, a briglia sciolta, verso il bosco.
Quantunque fossero ancora assai lontani, distinse in quei cavalieri dei chinesi e dei tagali.
- I soccorsi giungono!... - esclam Hang, mentre un lampo di gioia gli balenava negli occhi. - Credo, maggiore d'Alcazar, che tu abbia perduto una gran bella carta.
Ridiscese subito nella stanza, gridando:
- Tutti in piedi. Bruciamo le ultime cartucce.
I suoi uomini si erano precipitosamente alzati, credendo che il nemico si preparasse ad assalirli. Solamente Romero era rimasto sul suo letto. La febbre lo aveva ripreso ed il disgraziato delirava, pi non ascoltando la voce di Than-Ki.
- Amici, - disse Hang - i nostri corrieri ci conducono i soccorsi attesi e si preparano ad assalire gli spagnuoli alle spalle. Cerchiamo di tenere occupato il nemico onde non ci sfugga.
Si slanci verso la prima finestra col fucile in mano e spar contro le sentinelle che vegliavano sulle trincee. I suoi compagni s'affrettarono ad imitarlo, senza pi risparmiare le cariche.
Gli spagnuoli per un po'li lasciarono fare, ma vedendo che il fuoco aumentava sempre e che le palle cominciavano ad importunarli, si disposero in colonna di bersaglieri, rispondendo con pari vigore.
Quelle detonazioni avevano due scopi per Hang-Tu: attirare l'attenzione delle bande nel caso che non fossero guidate dai due meticci ed impedire al nemico di udire lo scalpito ed i nitriti dei cavalli.
Le sue speranza riuscirono pienamente, poich dieci minuti dopo, mentre gli spagnuoli, entusiasmati dalla lotta, cominciavano ad avvicinarsi alla casa per tentare un assalto decisivo, si udirono improvvisamente a echeggiare nella foresta urla feroci.
Poco dopo una colonna di cavalieri piombava, con una carica irresistibile, alle spalle del nemico, sciabolando i pi vicini.
Il maggiore d'Alcazar, che era accorso per organizzare la resistenza, tent, alla testa di quindici o venti cavalieri che teneva in riserva nel bosco, di ributtarli con un contro-attacco del pari impetuoso, ma fu travolto. Duecento insorti, ben montati e meglio armati, guidati dai due corrieri, si erano precipitati in mezzo a loro.
Ogni resistenza era inutile, contro forze cos schiaccianti. Gli spagnuoli, presi fra due fuochi, dopo un inutile tentativo di resistenza si erano sbandati in tutte le direzioni, lasciando otto o dieci di loro a terra.
Il maggiore d'Alcazar, che era stato solamente scavalcato, aveva avuto il tempo di balzare sul destriero di uno dei suoi uomini che era caduto con un colpo di lancia nel petto, e dopo d'aver respinto gli insorti pi vicini con un magnifico mulinello della sua sciabola, aveva pure cercato di battere in ritirata, scaricando la sua rivoltella, ma Hang-Tu non lo aveva perduto di vista. Con un salto da tigre era balzato nel cortile e si era precipitato sul campo della lotta.
Vedendo il suo mortale nemico in procinto di salvarsi, punt rapidamente il fucile e fece fuoco sul cavallo.
La povera bestia, trapassata da parte a parte, s'inalber bruscamente, poi cadde di quarto trascinando nella caduta il cavaliere.
I chinesi ed i tagali delle bande, i quali seguendo i loro sanguinari istinti avevano gi decapitato i morti ed i moribondi per portarne in trionfo le teste, si gettarono sul maggiore per finirlo, ma Hang li aveva raggiunti, tuonando:
- Guai a chi lo tocca! Quest'uomo  mio!...
Poi vedendo che esitavano ad obbedirlo, timorosi che venisse strappata loro la preda, si era gettato in mezzo a quei feroci combattenti, respingendoli a colpi di calcio di fucile.
- Io sono Hang-Tu, - grid, - capo degli uomini gialli e delle societ segrete chinesi. Sventura a chi non mi obbedisce.
Poi s'avvicin al maggiore, e mentre gl'insorti, udendo pronunciare quelle parole con un tono di minaccia, s'affrettavano a retrocedere, lo rialz dicendogli:
- Avete perduto la partita: morrete.
Un sorriso sprezzante comparve sulle labbra del fiero soldato.
- Vi mostrer come sanno morire gli uomini bianchi, - rispose.
- Non dubito del vostro coraggio e ho avuto occasione di ammirarlo, maggiore d'Alcazar.
- La vostra ammirazione per me non v'impedisce per di uccidermi, - rispose lo spagnuolo, con ironia.
- Apprezzo anch'io gli uomini valorosi, e se voi non vi chiamaste d'Alcazar, Hang-Tu vi avrebbe detto a quest'ora: andate, siete libero, perch siete un prode. Hang-Tu, disgraziatamente per voi, mentre i vostri soldati distruggevano le piantagioni mie e di Romero ed incendiavano le nostre case e mi costringevano a fuggire nella mia patria per salvare la vita, quando invece l'insurrezione aveva bisogno di capi risoluti, aveva giurato di uccidervi e Hang, ve lo dissi, non perdona.
- Ebbene, vendicatevi.
Il chinese pareva che non lo avesse udito, poich poco dopo, aveva aggiunto con voce cupa:
- E poi, vi  una donna fra noi.
Il maggiore aveva rialzato prontamente il capo, guardando il chinese.
- Una donna, - disse. - Volete vendicare il rifiuto da me dato a Romero Ruiz, di accordargli la mano di mia figlia.
- Non parlo della donna bianca, - rispose Hang. - Parlo di Than-Ki.
- Than-Ki?... Non  forse il nome di quella giovane chinese che ho veduto nel chiosco del mio giardino, la sera che vi ho salvato?...
- S, - rispose Hang, la cui fronte si era oscurata a quel ricordo.
- E quella fanciulla mi odia?... - chiese d'Alcazar sempre pi stupito.
- Se non voi, vostra figlia.
-  una rivale di Teresita?...
- Che importa a voi il saperlo, se fra pochi minuti sarete morto?... - disse Hang-Tu.
-  vero, - rispose il maggiore posandosi una mano sulla fronte, come se volesse allontanare un importuno pensiero. - Fra poco mia figlia rimarr orfana.
Hang-Tu, udendo quelle parole, aveva trasalito. Pareva che volesse pronunciare una parola, un ordine che poteva strappare alla morte il padre della fanciulla bianca, ma i suoi sguardi si erano volti lentamente verso la casa ed avevano scorto, ad una delle finestre, il pallido e leggiadro volto di Than-Ki. Le sue labbra, pronte a lasciare sfuggire quella parola, si erano ora tosto rinchiuse.
- Ors, uccidetemi, - disse il maggiore, rizzando l'alta statura. - I vostri uomini sono impazienti di vedere il mio sangue.
Hang-Tu non rispondeva. Pareva una lotta terribile si combattesse nel suo cuore e guardava sempre Than-Ki che rimaneva immobile accanto alla finestra.
Ad un tratto si scosse, come se avesse preso una decisione.
- Bisogna che tu muoia, - disse. - Non sono pi io che lo desidero,  il destino che lo esige.
Poi volgendosi verso le bande che lo attorniavano, continu:
- Vi abbandono quest'uomo.
S'allontan di alcuni passi, si sedette sul tronco d'un albero, si prese la testa fra le mani e non parl pi. Pareva che non avesse nemmeno udito le urla di gioia feroce lanciate dalle bande, nel ricevere quel comando, che doveva spegnere uno dei pi valorosi soldati della vecchia Spagna.





CAPITOLO XX

UN SUPPLIZIO SPAVENTEVOLE

I chinesi ed i tagali si erano precipitati come un solo uomo verso il maggiore, il quale li aveva attesi colle braccia incrociate, la fronte alta e serena ed un sorriso sprezzante sulle labbra, nell'atteggiamento d'un uomo che sfida imperterrito la morte.
Obbedendo ai loro istinti sanguinari, tutti avevano alzate le armi, ululando come una torma di fiere disputatesi la preda, spingendosi e respingendosi per essere i primi a vibrare il colpo mortale, ma ad un tratto si erano arrestati. Un pensiero infernale era balenato nella mente d'un chinese, il quale aveva gridato:
- Tagliamolo a pezzi!...
La proposta aveva trovato eco.
- S, avevano risposto alcuni. - facciamogli soffrire il ling-chi!...
Alcuni chinesi, i pi vicini, avevano allungate le mani verso il maggiore e lo avevano atterrato, senza che il valoroso spagnuolo manifestasse il menomo sentimento di terrore per quell'atroce martirio a cui lo condannavano e senza che opponesse la menoma resistenza.
Non ignorava cosa fosse il ling-chi, parola che significa "taglio in diecimila pezzi" la pena pi spaventevole inventata dai chinesi, poich consiste nel legare il paziente ad un cavalletto e tagliuzzargli tutte le parti carnose, e strappargli brano a brano; pure si preparava ad affrontare serenamente quella morte crudele.
Gi alcuni tagali avevano tagliati parecchi rami per improvvisare il cavalletto, quando un chinese di statura gigantesca, che era decorato delle insegne di sotto-capo, ebbe un'idea ancora pi feroce.
- Non il ling-chi, - diss'egli. - Mattiamolo nella gabbia di bamb e facciamolo danzare all'estremit d'un albero. Il divertimento sar pi bello.
- S, s, - urlarono altri venti. - La gabbia di bamb!...
- S, facciamolo danzare in aria!... - gridarono altri ancora.
- La gabbia!... la gabbia!... - gridarono tutti.
Alcuni uomini si slanciarono nel bosco dove avevano veduto alcuni macchioni di bamb e poco dopo ritornavano portando alcuni fasci di quelle canne chiamate teba-teba, armate di formidabili spine che producono ferite dolorosissime. Altri, pratici nelle costruzioni di tali gabbie, si misero subito al lavoro con febbrile attivit, mentre due o tre dei pi agili, arrampicatisi su di un colossale tamarindo, gettavano una corda vegetale, un lunghissimo calamo, all'estremit di un ramo flessibile s, ma tanto solido da sopportare anche un peso considerevole.
Il maggiore, che era stato circondato da dieci tagali armati di fucili, assisteva a quei preparativi colla pi perfetta calma. Nemmeno il sorriso aveva abbandonato le sue labbra; solamente la sua fronte appariva bagnata d'alcune grosse gocce di sudore.
Poteva essere un coraggioso, un uomo che non paventava la morte, ma quei sinistri preparativi dovevano per aver scosso la sua fiera anima. Sapeva cos'era il ling-chi, ma non ignorava anche il supplizio della gabbia spinosa, un martirio forse pi spaventevole dell'altro, poich pi lento, pi atroce.
Questa pena, che i chinesi usano per lo pi contro i prigionieri di guerra, e che usarono non di rado contro i soldati francesi caduti nelle loro mani durante l'ultima campagna del Tonchino e dell'Yun-Nan,  infatti una delle pi orribili, peggiore del palo dei turchi e dei persiani.
L'istrumento usato  una specie di gabbia di mezzo metro quadrato, formato da otto bamb spinosi e col fondo pure coperto di spine, le quali non lasciano libero che un piccolo spazio, appena sufficiente da permettere alla vittima di posare i piedi.
Al disgraziato condannato si legano le braccia e le gambe onde non possa muoversi, poi viene deposto nella gabbia ed abbandonato a se stesso, privandolo del cibo e dell'acqua.
 allora che il supplizio comincia. Guai se si abbandona un istante, poich cade contro le punte acute dei bamb che gli lacerano le carni.
Bisogna che resista finch pu, se vuole godere alcuni giorni di vita, ma poi, dopo d'aver lottato contro il sonno e vinto dalla estrema debolezza, viene il momento in cui  costretto a cadere.
Impotente di mantenersi ritto, comincia a oscillare, ma la vista delle punte acute, pronte a lacerarlo, gli danno un ultimo istante di vigore. Si curva, ma si risolleva: la lotta diventa allora spaventosa; il martirio atroce. La debolezza finalmente lo vince e s'abbandona, impotente a pi oltre a resistere, contro le punte di bamb che gli si cacciano nelle carni.
Il corpo del povero martire rimane ancora appeso a quelle punte e non si stacca pi, ma la morte  sovente lunga a venire. Si sono veduti condannati vivere due o tre giorni in quell'orribile posizione e non si saprebbe dire con precisione se poi morivano per lo strazio o per la mancanza di sonno o per fame.
Mancando alle bande il tempo di poter assistere a quella lunga agonia, avevano pensato di issare la gabbia all'estremit del flessibile ramo di un tamarindo e di farla vivamente dondolare, per assister agli sforzi disperati che avrebbe dovuto fare la vittima per non perdere l'equilibrio e farsi subito infilzarsi dalle punte dei bamb. Era una specie di supplizio dei pettini, altra tortura usta in China, in cui il condannato, sospeso ad un anello di ferro e ad una carrucola, viene fatto oscillare vivamente, onde vada a farsi strappare le carni contro alcune punte di ferro o d'acciaio infisse in una parete.
Terminata la gabbia da quegli abilissimi lavoratori di bamb, il maggiore fu afferrato, legato per bene onde impedirgli di fare qualsiasi movimento e deposto fra le otto canne, vedendosi fra quelle punte, lo spagnuolo ebbe uno scatto di ribellione.
- Vili! -grid con voce tuonante. - Io sono un soldato e non un malfattore. Uccidetemi colle vostre armi piuttosto.
I chinesi ed i tagali risposero con un'atroce risata.
- Issa!... - grid il sotto-capo dei chinesi.
Sei uomini si precipitarono verso la corda vegetale per innalzare la gabbia, ma s'arrestarono tosto stupiti ed inquieti.
Un grido terribile era echeggiato verso la casa.
- Fermi o vi uccido tutti!...
Un uomo si era precipitato fuori dall'abitazione, stringendo in mano un fucile, che teneva impugnato per la canna, come si preparasse a servirsene d'una mazza. Aveva i lineamenti sconvolti da una collera tremenda e gli occhi che brillavano d'una fiamma minacciosa.
Hang-Tu, che fino allora non si era mosso, come se tutto ci che si era svolto attorno a lui non lo avesse menomamente interessato, udendo quella voce era balzato in piedi esclamando:
- Romero?...
Poi si era gettato innanzi chiudendogli il passo.
- Hang!... - grid Romero, che pareva in preda ad una viva esaltazione. - Salva quell'uomo!
- No, - rispose il chinese, con tono risoluto.
-  il padre di Teresita.
-  un nemico dell'insurrezione.
- Ma  il padre di colei che amo, m'intendi?
- L'amore  una parola che non si conosce, quando si lotta pel trionfo della libert e della patria. Qui si combatte e si muore.
-  l'uomo che ti ha salvato, Hang.
-  l'uomo che io odio.
- Ebbene, uccidi anche me: il fratello d'armi spenga di suo pugno il fratello.
La disperazione del meticcio era diventata tale, che la fiera anima del chinese fu scossa. Fece un cenno ai chinesi ed ai tagali onde si fermassero, ma nessuno obbediva, anzi vedendo che la preda stava forse per sfuggire loro di mano, si preparavano ad affrettare l'esecuzione.
Una vampa d'ira guizz negli occhi del capo delle societ segrete.
Con un gesto rapido snud la formidabile catana e si slanci innanzi, gridando:
- Qui comanda Hang-Tu, il capo degli uomini gialli. Fate largo!...
il chinese era terribile a vedersi. La lama scintillante della catana, pareva pronta ad aprire un solco sanguinoso fra quei duecento uomini.
- Largo!... - ripet. - Lasciatemi quell'uomo!...
Tutti retrocessero vivamente dinanzi a lui, meno uno. Era il sotto-capo dei chinesi, colui che aveva fatto la proposta di chiudere il maggiore nella gabbia. Quel gigante si era aggrappato alla corda vegetale e non pareva affatto disposto a obbedire.
- Vattene!... - gli grid Hang.
- No, capo, - rispose il chinese. - Quest'uomo ce l'hai dato e morr.
- Vattene o t'uccido, - ripet Hang.
- No.
La pesante lama del capo delle societ segrete scese rapida come un fulmine, sulla testa del gigante.
Il gigante agit pazzamente le braccia brancolando nel vuoto, poi stramazz al suolo rimanendo immobile.
- Cos muoiano tutti coloro che non obbediscono ai capi dell'insurrezione, - disse Hang, gettando sugli uomini che lo circondavano uno sguardo tale da farli tutti indietreggiare.
Poi s'avvicin alla gabbia e disse al maggiore, che teneva fissi gli occhi su Romero:
- La vostra vita dipende da Romero Ruiz, ma spero di strappargliela ancora di mano.
Torn vicino al meticcio, lo afferr per un braccio e lo trasse verso una macchia facendolo sedere su di un tronco atterrato, poi incrociando le braccia e sedendosigli di fronte, disse:
- Ed ora, a noi due!
La voce di Hang era grave, quasi minacciosa; la sua fronte cupa. Era forse la prima volta che cos parlava a Romero, pel quale, fino a pochi minuti prima, aveva nutrito un affetto immenso, pi che fraterno.
Lo guard fisso per alcuni istanti in silenzio, ma con uno sguardo cos acuto che pareva volesse penetrare fino in fondo all'animo del fratello d'armi, poi disse con voce lenta, ma nella quale si sentiva vibrare una profonda commozione.
- Che cosa vuoi tu?
- Salvarlo, - disse Romero.
- E quali pretese accampi, perch debba cederti quell'uomo?...
- Hang-Tu, non mi sei pi amico adunque?...
- Lo sono ancora.
- Allora tu sai che  il padre di Teresita.
- E che importa di Teresita all'insurrezione?... Quell'uomo  uno spagnuolo,  un nemico,  un comandante di coloro che da quattro mesi combattono con fortuna contro le nostre bande e che ci fanno pagare, con un fiume di sangue, il grido lanciato su queste isole di: viva la libert!...
Essi fucilano i nostri capi che cadono nelle loro mani, perch vuoi tu ora salvare lui, che  caduto nelle nostre?... Perch  il padre della donna che tu ami?... Ma la patria vale ben pi che l'amor tuo per una fanciulla, per una figlia dei nostri nemici, dei nostri oppressori. La libert d'un popolo intero vale ben pi che la felicit d'un solo uomo, sia pure questo il capo supremo dell'insurrezione, sia pure un prode e si chiami pure Romero Ruiz, il patriotta.
- Hang, - disse Romero. - Ho dato tutto per la causa della libert, ho perduto tutte le mie ricchezze per essa, ho veduto distruggere le mie piantagioni, demolire le mie case, confiscare i miei beni, ho dato il mio braccio ed il mio ingegno, ho lottato, ho provato le amarezze dell'esilio, ho cercato perfino d'infrangere la passione che m'ardeva il cuore, ho dato perfino il mio sangue... Forse che non ho il diritto di esigere anch'io qualche cosa da essa?... Che cos' che chiedo per tutto quello che ho perduto?... La vita d'un uomo e nulla di pi.
- Ma la vita di quell'uomo pu essere fatale a qualcuno.
- A chi?...
- Forse un giorno lo saprai e solo allora comprenderai quante gocce di sangue sar costata ad Hang-Tu, al tuo fratello d'armi che ti ha immensamente amato, che ha vegliato su te come tu fossi un suo figlio, la parola che tu cerchi ora di strapparglieli dalle labbra.
- Quali parole sono coteste Hang?... Che cosa significano?...
- Oh! Hang-Tu non te lo dir mai.
- Tu nascondi al tuo fratello d'armi un segreto.
- Pu essere, ma questo segreto non appartiene che a me.
- Hang-Tu, amico mio!
- Silenzio, Romero. Parliamo del maggiore d'Alcazar.
- Ebbene, concedimi la vita di quell'uomo.
- Per salvarlo, per lasciarlo andare libero, per dare ai nostri nemici un capo che potrebbe un giorno piombarci ancora addosso a far strage dei nostri uomini? Tu hai vantato i tuoi diritti perch l'insurrezione ti ceda quell'uomo, ma io non ho vantato ancora i miei, Romero.
"Anch'io ho dato per la causa, pel trionfo della quale combattiamo, la mia vita. Anch'io ho veduto distruggermi dagli spagnuoli, dai soldati di questo nemico che io tengo fra le mie mani, le mie piantagioni e le mie case; anch'io ho provato l'esilio, sono stato condannato a morte, ho lottato ed ho sofferto ed avevo giurato di vendicarmi se il destino m'avesse gettato dinanzi questo d'Alcazar, che ora tu vuoi strappare alla morte. Perch Hang-Tu che l'ha fatto prigioniero colla propria audacia, non si vendicher del suo mortale nemico?"
- Ma tu non dimentichi, Hang, la notte che ci rifugiammo nel suo giardino.
- Non l'ho scordata.
- Quest'uomo che tu odii, quella notte ti ha salvato, mentre poteva perderti.
- Ma anch'io non ho fatto fuoco, quando lo tenevo dinanzi la canna della mia rivoltella.
- Tu sei generoso, Hang.
- Forse, ma non lo si pu essere sempre.
- Hang-Tu, io salvo il padre della fanciulla che amo.
- E darai un nemico di pi alla nostra causa.
-  bello talvolta mostrarsi generosi. Almeno non si dir che tutti gl'insorti sono feroci.
- E rideranno della nostra generosit e continueranno a combatterci con furore.
-  nel loro diritto il difendersi.
- Ed  nostro diritto sopprimere i nostri pi formidabili nemici.
- Basta, Hang: grazia per lui.
- L'ami dunque immensamente la fanciulla bianca, per strappare all'insurrezione uno dei suoi pi temuti avversari?
- S, l'amo, Hang.
- Sempre?...
- Sempre.
- E tu credi di non poterla dimenticare.
- No.
- Per nessun'altra donna?... - chiese Hang, la cui voce tremava.
- No.
- Nemmeno per... Than-Ki?... - chiese il chinese, con estrema ansiet.
- Than-Ki!... - esclam Romero - io le voglio bene...
- Le vuoi bene!... - grid Hang, balzando in piedi.
- S, ma come una sorella.
Il chinese era diventato pallido come un cencio lavato, anzi livido. Ricadde sul tronco dell'albero come se le forze lo avessero improvvisamente abbandonato, prendendosi il capo fra le mani:
- Ah!...  vero... tu non puoi amare le donne del mio paese, - mormor egli con triste accento. - Non sono bianche come la Perla di Manilla.
Si era bruscamente rialzato, girando all'intorno uno sguardo smarrito. Pareva che cercasse qualcuno, e che i suoi occhi non vedessero pi nulla.
- Che cosa vuoi, fratello? - chiese Romero.
- Attendimi, - rispose il chinese.
Sulla porta della casa, appoggiata allo stipite, vi era Than-Ki, ed il chinese, dopo una breve esitazione, si era diretto verso la fanciulla.
Quando le fu vicino, il suo viso era cos alterato, che Than-Ki non pot trattenere un gesto di meraviglia.
- Hang, - mormor. - Cos'hai?...
- Nulla - rispose il chinese. - Vuoi che il padre della donna bianca viva o muoia?...
Than-Ki non rispose: guardava il chinese, come se volesse leggergli negli occhi il motivo di quella domanda.
- Mi hai compreso? - chiese egli.
- S.
- La vita di quell'uomo sta nelle nostre mani.
- Ma Romero?... - balbett la fanciulla, con voce alterata.
- Sei tu che devi decidere. Bada che se tu lo condanni, potrai scavare un abisso immenso fra il cuore della fanciulla bianca e quello di Romero, poich non sar stato Hang-Tu che avr ucciso il maggiore d'Alcazar, ma le bande comandate da Hang-Tu e da Romero Ruiz. Scegli!...
- Mi fai paura Hang.
- Scegli, - ripet il chinese.
- Io non posso ucciderlo: sono una donna e non ho il fiero cuore come te.
- Lo salvi adunque?...
Than-Ki chin il capo senza rispondere.
- Lo vuoi salvare per Romero,  cos, Than-Ki?
- S.
- E avrai riempito l'abisso che io volevo scavare fra la donna bianca e lui.
- Romero mi sar riconoscente.
- Ma amer sempre la Perla di Manilla.
- Forse penser a me.
- T'inganni, Than-Ki.
- Si compia il mio destino, - mormor la fanciulla.
- E sia, - disse Hang-Tu.
Era ritornato presso Romero.
- La vita del padre della donna bianca non lo dovrai n a me, n all'insurrezione, - gli disse. - La devi alla generosit di Than-Ki!
- Grazie, Hang.
- Non ringraziarmi, Romero. Io in questo istante salvo un uomo, ma spezzo una vita gentile ed infrango un dolce sogno. Sia: Hang-Tu obbedir!
Estrasse la catana e s'avvicin alla gabbia, entro la quale si trovava ancora il maggiore d'Alcazar. Romero, in preda ad un vago timore, era balzato in piedi: credette per un istante che Hang, mancando alla parola, alzasse la terribile arma contro lo spagnuolo.
- Hang-Tu!... - esclam con angoscia.
Il chinese fece un gesto colla mano, come per rassicurarlo.
Con un colpo di catana tronc i bamb spinosi, recise le corde che stringevano il maggiore e presolo per un braccio lo condusse vicino a Romero, dicendogli, con fiera nobilt.
-  tuo, fratello: prendilo!
Poi gett via l'arma e incroci le braccia.
Romero vi era appressato al maggiore il quale pareva vivamente stupito di trovarsi ancora vivo e gl'indic un cavallo sellato che si trovava l vicino, dicendogli:
- Siete libero, maggiore d'Alcazar.
Lo spagnuolo non apr bocca. Sal lentamente in sella, raccolse le briglie, poi spron il cavallo; ma quando ebbe fatto pochi passi torn indietro e avvicinandosi a Romero che era rimasto immobile al pari di Hang-Tu, gli stese la mano, mormorando con un tono di voce che leggermente tremava:
- Grazie, Ruiz. Simili generosit non si scordano.
Poi cacci vivamente gli sproni nel ventre del cavallo e si allontan rapidamente, scomparendo in mezzo agli alberi





CAPITOLO XXI

SULLE RIVE DELLO ZAPAT

Un'ora dopo le due bande dei tagali e dei chinesi, capitanate da Hang-Tu, abbandonavano la foresta scendendo nella pianura. Romero, che dopo quella forte commozione era stato ripreso da una febbre violenta, era stato collocato su di una nuova barella sorretta da quattro robusti indigeni, non potendo assolutamente montare ancora a cavallo. Than-Ki, come sempre, lo vegliava, cavalcando presso di lui.
Le bande s'affrettavano, temendo di venire sorprese dai soldati spagnuoli del generale Lachambre, i quali avevano cominciato le loro operazioni per impossessarsi delle rive dello Zapat e scacciare gl'insorti da S. Nicola, coprendo contemporaneamente Pamplona per impedire che venisse occupata dal nemico.
Hang-Tu avvertito di tuttoci dai due meticci che gli avevano condotte quelle due bande, da loro incontrate nei pressi dello Zapat mentre stavano eseguendo una ricognizione, aveva dato ordine di tenersi lontano dalle strade che potevano gi essere state occupate dalle avanguardie spagnuole e di avanzarsi attraverso le piantagioni e le foreste, volendo evitare qualsiasi combattimento.
Sapeva ormai che S. Nicola non era lontana che sette od otto miglia e voleva condurre col intatte le bande, tanto pi che era stato informato come i ribelli disponessero di poche forze per difendere la borgata contro le agguerrite truppe di Lachambre.
Alla sera, dopo tre ore di marcia attraverso a piantagioni mezzo distrutte dal fuoco, forse appiccatovi dagl'insorti per poter meglio scorgere l'avanzarsi dei nemici, le due bande si accampavano in mezzo ad un piccolo bosco che coronava la cima d'una collinetta, e che le metteva al coperto da qualsiasi sorpresa.
Hang-Tu, seguito da alcuni meticci del suo drappello, sal sulla pi alta cima, dalla quale poteva dominare una vasto tratto del paese ed anche buona parte delle rive dello Zapat.
Da quella posizione elevata scopr subito, verso il nord, al di l del fiume, numerosi punti luminosi brillare fra le tenebre. Suppose che fossero fuochi delle bande insorte accampate intorno a S. Nicola.
-  vero, - dissero i meticci, che avevano guidato le due bande. - A S. Nicola, si veglia per tema d'una sorpresa notturna.
- Domani mattina possiamo giungere alla borgata, - disse Hang, - purch gli spagnuoli non abbiano di gi occupate le rive dello Zapat.
-  quello che io temo, capo, - osserv uno dei due meticci. - Vedo dei fuochi brillare sotto i boschi che si stendono lungo le rive del fiume e precisamente dinanzi a noi.
Hang-Tu abbass gli sguardi verso il fiume, le cui acque scintillavano all'orizzonte, sotto i primi raggi dell'astro notturno che allora sorgeva dietro le foreste e scorse infatti alcune luci tremolanti sotto la cupa ombra degli alberi. La fronte del capo degli uomini gialli s'aggrott.
- Ci avrebbe gi preceduti il nemico? - mormor. - Non ho grande fiducia che S. Nicola possa resistere a lungo alle brigate vittoriose del generale Lachambre, ma infine una buona resistenza la si poteva tentare.
Poi volgendosi verso i due meticci, chiese:
- Credete che quei fuochi siano di qualche capo spagnuolo?
- Lo crediamo, capo, - risposero.
- Se cos fosse, avremmo la via tagliata.
- Possiamo mandare alcuni cavalieri in esplorazione.
-  quello che far. Date intanto ordine che si spengano nel nostro campo tutti i fuochi, onde non attirare l'attenzione del nemico ed esporci ad un inutile attacco. Darete pure ordine che nessuno si corichi e che si tengano pronti a ripartire.
- Vuoi forzare il passo del fiume, capo? - chiese un meticcio.
- Si vedr pi tardi che cosa ci converr fare. Quattro uomini di buona volont risalgano a cavallo e si rechino sulle rive del fiume.
Quattro meticci della sua piccola banda si fecero innanzi, dicendo:
- Siamo pronti a partire.
- Andate, guardate e tornate presto a riferirmi ci che avrete veduto. Soprattutto siate prudenti e non fatevi sorprendere.
Ridiscese il colle e attraversato il campo, entr in una capannuccia improvvisata, con rami d'albero, sotto la quale era stato ricoverato Romero.
Il meticcio, che ricominciava a migliorare, essendo cessata la febbre, stava parlando con Than-Ki, La quale si teneva seduta presso di lui; vedendoli uno vicino all'altra, corrug la fronte, ma fu un lampo. Il suo viso aveva prontamente riacquistata la consueta serenit.
- Mi sembra che tu stia meglio questa sera, - disse a Romero.
- S, fratello, - rispose il meticcio, tenendogli la mano.
Hang finse di non vederla e and ad accoccolarsi presso la porta della capannuccia.
- Hang, - disse Romero, alzandosi a sedere. - Tu sei in collera con me,  vero?...
Il chinese non rispose. Si era preso fra le mani il capo e pareva che meditasse.
- Hang, - ripet Romero. - Tu sei in collera, perch io ti ho strappato dalle mani il maggiore d'Alcazar.
Anche questa volta il chinese non rispose. Than-Ki si era alzata pallidissima e guardava ora l'uno ed or l'altro, con viva inquietudine.
- Hang, - diss'ella.
Udendo la voce della fanciulla, il chinese aveva alzato il capo, passandosi prima una mano dinanzi agli occhi, come se avesse voluto allontanare una visione o strapparsi qualche furtiva lagrima.
Than-Ki l'aveva veduto e gli si era avvicinata mormorandogli in un orecchio, ma in modo che Romero non potesse udirla.
- Tu hai pianto, Hang.
- No, - rispose il chinese, con voce appena intelligibile e scotendo il capo. - Meditavo.
- No, tu cerchi ingannarmi. Tu piangi e forse per me.
- Taci!...
Poi si alz, dicendo con voce tranquilla:
- Non t'avevo udito, Romero. No, Hang-Tu non ha cessato d'amare il suo fratello d'armi, n si pentir di ci che ha fatto. Hai voluto salvare il padre della donna bianca: forse hai fatto bene. Certe generosit, talora possono diventare preziose. Ors, non se ne parli pi mai.
- Ma mi sembri commosso, Hang.
- No, Romero, sono preoccupato perch comincio a dubitare dell'avvenire.
- Vuoi dire?...
- Che la sfiducia comincia a infiltrarsi nel mio animo e che i sogni tanto accarezzati stanno per svanire tutti. Anche il grande ideale comincia ad impallidire.
- Parli dell'insurrezione forse?
- S e anche d'altro.
- Forse che tu non hai pi fiducia nella nostra causa?
- Hang-Tu legge talvolta nell'avvenire e l'ha veduto ben fosco.
- Forse che nuovi disastri hanno colpito la nostra causa?
- No, ma prevedo che quest'insurrezione finir in una catastrofe.
- Non lo credo.
- Sai, Romero, che il generale Lachambre  gi giunto sulle rive dello Zapat e che le sue brigate accampano a due miglia da noi?...
- Di gi?... - esclam Romero, con doloroso stupore.
- S e aggiunger che la presa di S. Nicola  forse questione di ore.
- Ma noi andremo a difenderla.
- E chi ci aprir la via attraverso le truppe spagnuole?... Queste due bande, che non contano dieci meticci? Tu sai gi quanto valgono i tagali ed i miei compatriotti.
- Siamo tagliati fuori da S. Nicola?...
- Tutto lo indica.
- E che cosa pensi di fare?...
- Tenter di attraversare lo Zapat senza impegnare battaglia.
- E se tu non riuscissi?...
-  a te che domando che cosa si dovr tentare. In questa provincia non vi  pi nessuna borgata sulla quale ripiegare e tentare una difesa disperata. Il nostro piano di distrarre le forze che marciano su Cavite lo credo fallito e senza alcuna speranza di rimedio.
- Ebbene, Hang, noi andremo a Cavite.  l che batte il cuore dell'insurrezione e l andremo a difendere strenuamente il baluardo della libert.
- E lo potremo noi o sar troppo tardi? Sai che le truppe del generale Polavieja s'avanzano lungo la penisola?...
- Cercheremo d'ingannarle.
- O verremo presi e fucilati.
- Vi  il mare, Hang.
- Ma la baia  guardata dalla flottiglia spagnuola, la quale blocca strettamente Cavite.
- Ma si pu, approfittando di una notte oscura, violare il blocco e sbucare sotto le mura della citt.
-  vero, - mormor Hang-Tu, come se parlasse fra s. - Con uomini decisi a tutto, si pu tentarlo.
Si era alzato e si era accostato alla porta, porgendo ascolto ai rumori del campo.
- Vado a vedere se gli uomini mandati in esplorazione sono giunti, - disse. - Dalla loro risposta pu dipendere la nostra sorte e fors'anche quella delle bande che difendono S. Nicola.
Fece un gesto d'addio a Romero ed a Than-Ki ed usc.
Tutti i fuochi erano stati spenti nell'accampamento, ma nessuno dormiva. Chinesi e tagali si erano coricati accanto ai loro cavalli, tenendo le armi a portata della mano, per essere pronti a partire.
Hang-Tu fece il giro del campo visitando i posti di guardia, temendo sempre una sorpresa da parte degli spagnuoli che ormai supponeva molto vicini, poi and a sedersi su di un'alta roccia, dalla quale dominava il corso dello Zapat e poteva distinguere i fuochi che ardevano sulle sue rive.
Non pensava; spiava con ansiet il ritorno degli uomini mandati ad esplorare i dintorni.
Trascorse una mezz'ora, poi un'ora, senza che nulla potesse scorgere. In fine vide alcune ombre gigantesche galoppare celermente per la pianura e gli acquitrini che si estendevano dietro lo Zapat, e dirigersi verso il colle occupato dalle due bande.
Credette dapprima che fossero cavalleggeri spagnuoli in esplorazione, ma poi s'accorse che erano i suoi quattro meticci.
Lasci la rocca e scese incontro a loro.
- Gli spagnuoli? - chiese, quando lo ebbero raggiunto.
- S, capo, - rispose uno dei due meticci. - Abbiamo dinanzi a noi una brigata del generale Lachambre.
- Ah!... sfortuna!... - esclam Hang. - Si prepara ad assalire S. Nicola?...
- Sembra che domani, all'alba, debba cominciare l'assalto. Una parte delle truppe ha gi guadato il fiume e gli altri si preparano pure a passarlo.
- Credete che sia possibile a noi di attraversarla senza venire scoperti?...
- Forse, passando in mezzo alle paludi, - disse un altro meticcio.
- Vi passeremo, - rispose Hang, che pareva avesse presa una pronta decisione. - Fate levare il campo.
- E Don Ruiz?...
- Lo condurremo con noi. Non sarebbe prudente lasciarlo indietro, fosse pure sotto una buona scorta. Affido a voi l'incarico di vegliare su di lui.
- E noi lo difenderemo, - risposero ad una voce i quattro meticci.
Gli uomini delle due bande, avvertiti di quanto accadeva, si erano prontamente alzati e si erano ordinati su due colonne, senza far rumore. Hang-Tu li pass in rivista, scelse venti uomini per formare un piccolo corpo d'avanguardia poi, appena ricevuto l'avviso che Romero e Than-Ki avevano lasciata la capannuccia, diede il comando della partenza, mettendosi al comando del primo gruppo.
I duecento uomini scesero la collina nel pi profondo silenzio e tenendosi sempre sotto l'ombra delle piante, onde i raggi della luna non si riflettessero sulle loro armi, poi giunti nella pianura si cacciarono in mezzo alle piantagioni.
Hang-Tu, coi suoi venti uomini, si era portato pi innanzi per esplorare il terreno e per non cadere in qualche imboscata. Procedeva cauto, sostando di frequente per ascoltare e non riprendendo la marcia se non quando era ben certo di non aver dinanzi il nemico.
Gli premeva attraversare il fiume inosservato, poich al primo allarme poteva tirarsi addosso l'intera brigata che accampava sulle rive e venire schiacciato senza combattimento.
Giunto a cinque o seicento passi dallo Zapat, comand ai suoi uomini di scendere da cavallo per tema che venissero scorti, e di avviluppare le teste degli animali nelle gualdrappe, onde impedire loro di nitrire, poi si spinse audacemente innanzi attraverso ad un terreno fangoso che annunziava la vicinanza d'una palude.
La colonna, che lo seguiva ad una distanza di tre o quattrocento metri, aveva imitato quelle prudenti manovre e s'avanzava lentamente, lungo un argine coperto da macchioni di bamb.
Il terreno diventava cattivissimo, soprattutto pei cavalli, i quali talvolta affondavano fino a mezza gamba in una mota tenacissima, ma Hang-Tu non si arrestava. Sentiva dinanzi a s scorrere il fiume e alla sua destra vedeva brillare, attraverso le piante, i fuochi degli accampamenti spagnuoli. Guai se veniva sorpreso in mezzo a quel pantano che rendevano impossibile qualsiasi carica; era la perdita di tutti. Ad un tratto alcuni insorti dell'avanguardia, che si erano spinti pi innanzi, furono visti abbandonare precipitosamente i loro cavalli che si erano affondati fino al ventre e retrocedere precipitosamente.
Hang-Tu, credendo che fossero stati scoperti da qualche drappello di nemici accampati sulle rive del fiume, si preparava a balzare in sella per slanciarsi avanti, quando ud alcune parole che gli agghiacciarono il sangue nelle vene.
- Le sabbie mobili!... - avevano detto gli uomini che retrocedevano. - Non avanzate!...
- Maledizione!... - esclam il chinese. - Le sabbie mobili dinanzi e gli spagnuoli ai fianchi!... Se riusciremo a salvarci saremo bravi.
Guard se la colonna lo seguiva o se si trovava ancora sull'argine e la vide ormai impegnata nella palude. Malgrado il suo straordinario coraggio, prov un fremito di terrore.
- Il cielo vegli su di noi, - mormor.
Non vi era da pensare a retrocedere. Poteva accadere qualche confusione, la quale non avrebbe tardato ad attirare l'attenzione della brigata del generale Lachambre. Bisognava andare innanzi a qualsiasi costo, tanto pi che l'alba non era molto lontana.
Non era per possibile passare l dove erano stati abbandonati i cavalli. Le povere bestie in pochi istanti erano state inghiottite dal fango e tutti gli altri non avrebbero avuto di certo migliore fortuna.
- Deviamo, - disse Hang, - forse procedendo parallelamente alla riva, potremo trovare qualche passaggio. Due uomini, i pi lesti ed i pi leggeri ci precedano, e due altri si rechino ad avvertire il grosso della banda del pericolo ed a raccomandare il pi profondo silenzio. Si tratta della vita di tutti.
Due tagali, scelti fra i pi agili, si posero alla testa dell'avanguardia, esplorando il terreno con le aste delle loro lunghe lance. Ben presto s'accorsero che era impossibile giungere direttamente sulle rive dello Zapat, ma deviando a destra riuscirono a trovare un fango pi solido che poteva permettere il passaggio.
L'avanguardia ed il grosso della colonna li avevano seguiti in quella nuova direzione, procurando di tenersi esattamente sulle loro tracce per tema che a destra od a sinistra si trovassero altri banchi di sabbie mobili. Tutti erano discesi da cavallo per alleggerire le povere bestie, le quali faticavano assai a levare le zampe da quella poltiglia tenace.
Percorsi altri duecento passi, le due guide, vedendo numerosi gruppi di canne palustri crescere qua e l sulle rive del fiume, tentarono di tagliare la palude in linea retta, ma dovettero tornare ancora, lasciando un cavallo fra le sabbie mobili.
Hang-Tu cominciava a diventare inquieto. Le stelle impallidivano rapidamente e l'alba stava per fugare le tenebre.
Gi verso gli accampamenti della brigata spagnuola si udivano rumori crescenti e qualche squillo di tromba. Forse la sveglia non era lontana.
- Presto, presto, - ripeteva Hang. - se ci sorprendono qui, siamo perduti.
Le due guide continuavano ad avanzare scandagliando il fango e affrettando il passo pi che potevano, cercando sempre un passaggio che permettesse di raggiungere l'argine del fiume, il quale ormai non era lontano che un centinaio di metri.
Finalmente si sentirono sotto i piedi un tratto di terreno inondato bens, ma resistente.
- Avanti!... - esclamarono. - Siamo salvi!...
L'avanguardia ed il grosso della colonna si erano precipitati dietro di loro. L'alba allora spuntava e negli accampamenti spagnuoli le trombe suonavano la sveglia.
Le due guide erano gi giunte a pochi passi dall'argine, quando in lontana si ud una voce tuonare:
- Chi vive?
- Silenzio, - aveva detto Hang-Tu ai suoi uomini. - Tacete ed affrettatevi.
- Chi vive?... - ripet la voce con tono minaccioso.
Hang-Tu invece di rispondere balz in sella armando il fucile, imitato da tutti gli uomini dell'avanguardia. Uno sparo rintron.
Una delle guide, che era gi salita sull'argine, colpita dalla fucilata della sentinella spagnuola, allarg le braccia e cadde nella palude.
Hang-Tu, con una spronata, si spinse innanzi e costrinse il cavallo a salire sull'argine. Un secondo sparo rintron, ma la palla si perdette altrove.
- Avanti!... - url il chinese.
Tutta l'avanguardia si era precipitata dietro di lui e si era raggruppata sulla riva dello Zapat, coi fucili in mano.
A trecento passi vi era un piccolo posto spagnuolo, nascosto dietro l'argine. Si componeva di soli pochi uomini, ma aveva aperto arditamente il fuoco, mentre nell'accampamento si udivano le sentinelle a gridare:
- All'armi!... All'armi!...
Gi alcune palle avevano scavalcato pi d'un cavaliere dell'avanguardia ed abbattuto pi d'un cavallo.
Hang-Tu si pose alla testa del drappello e caric a fondo colla catana in pugno. Gli premeva di respingere quel piccolo posto, per lasciare tempo al grosso della colonna di passare il fiume. Sfugg miracolosamente al fuoco di due scariche e si slanci in mezzo a quel piccolo gruppo di soldati, costringendolo a disperdersi.
- A terra, - grid ai suoi uomini. - Occupate l'argine e tenete testa al nemico. Mi bastano due minuti. - Poi, mentre i cavalieri balzavano precipitosamente di sella, aprendo il fuoco sui primi drappelli di spagnuoli che accorrevano dall'accampamento pi vicino, torn indietro per dirigere il guado del fiume.





CAPITOLO XXII

FRA IL FUOCO E L'ACQUA

Il grosso della colonna era giunto disordinatamente sulla riva dello Zapat, credendosi assalito anche alle spalle e sui fianchi, ma nessun cavaliere aveva ancora osato slanciarsi in acqua, poich le lance di alcuni tagali non avevano trovato fondo.
Il fiume, ingrossato da qualche recente acquazzone, correva rapido, frangendosi furiosamente contro i due argini e da quella parte non offriva alcun guado. Vi era quindi il pericolo, con tanti cavalli e con il pnico che aveva cominciato ad invadere le due bande, che il passaggio terminasse in una catastrofe.
Hang-Tu con uno sguardo aveva compresa la gravit della situazione, ma aveva pure capito che non vi era da esitare. O passare rapidamente il fiume, o farsi sterminare dai soldati spagnuoli che gi accorrevano con forze imponenti da tutti gli accampamenti.
L'avanguardia, riparata dietro l'argine, si difendeva vigorosamente con scariche micidiali, ma non avrebbe potuto resistere a lungo all'irrompere della brigata.
- In acqua!... - grid Hang-Tu.
In quel momento si ramment di Romero e di Than-Ki e s'arrest, gettando uno sguardo angoscioso sui cavalieri che s'affollavano confusamente sulla riva.
- Romero!... - grid.
- Eccomi! - rispose una voce.
Il meticcio Stava per raggiungerlo, aprendosi impetuosamente il passo fra le bande. Udendo i primi spari, si era gettato dalla barella, malgrado le preghiere di Than-Ki e dei meticci incaricati di vegliare su di lui, e fattosi condurre un cavallo lo aveva montato.
Aveva pur lui compreso la estrema gravit della situazione e da vero capo, non badando ai dolori causati dalla ferita, accorreva in prima fila per organizzare la difesa e guidare le bande attraverso il fiume. Than-Ki lo aveva seguito coi quattro meticci.
Vedendosi di gi sulla riva, Hang-Tu aveva respirato liberamente.
- Puoi reggerti, Romero?... - chiese.
- S, - rispose il meticcio.
- Than-Ki, lascia il tuo cavallo e sali dietro di me.
- L'acqua non mi fa paura, Hang, - rispose la fanciulla.
- Ma la corrente  rapida. Sali e aggrappati a me. Il mio cavallo  vigoroso.
Than-Ki obbed.
- In acqua!... - gridarono i due capi.
Spronarono i cavalli e si slanciarono arditamente nel fiume. I loro uomini, incoraggiati nell'esempio e spaventati dall'accorrere degli spagnuoli, i quali avevano gi aperto il fuoco, li seguirono confusamente. Quelli che erano rimasti senza cavalli erano balzati in groppa a quelli dei loro compagni o si erano attaccati alle code.
La corrente, che era rapidissima, trascinava uomini ed animali, minacciando d'inghiottire gli uni e gli altri. Per maggior disgrazia l'avanguardia, oppressa dal numero, aveva abbandonato l'argine balzando pure in acqua, sicch gli spagnuoli, giunti sulla riva, sparavano sui cavalieri della retroguardia, spargendo il terrore e la morte.
Hang-Tu e Romero, in testa a tutti, con furiose speronate cercavano di mantenere a galla i cavalli e di guidarli verso alcuni banchi di sabbia che si vedevano emergere nel mezzo del fiume, mentre Than-Ki, pur tenendosi stretta al chinese, colla sinistra faceva fuoco contro gli spagnuoli, bruciando tutte le cariche della sua rivoltella.
Dietro di loro si dibattevano i chinesi ed i tagali, urlando come indemoniati. Presi da un pnico ormai irrefrenabile, si urtavano confusamente per essere i primi a giungere sull'opposta riva, imbarazzando le mosse dei poveri animali, i quali non si mantenevano a galla che con sforzi disperati.
Di quando in quando alcuni cavalieri e cavalli, colpiti dalle palle del nemico, scomparivano, trascinati dalla corrente, andavano ad urtare, violentemente contro gli altri, causando nuove disgrazie.
Le grida dei fuggiaschi, le urla dei feriti, i nitriti dei cavalli, gli spari ed i muggiti delle acque, formavano un baccano assordante tale da impedire ad Hang-Tu e Romero di dare qualsiasi ordine, per evitare che quella precipitosa ritirata si convertisse in un completo disastro. Invano urlavano ai loro uomini di tenersi lontani gli uni dagli altri, per non imbarazzare le mosse dei cavalli e raccomandavano la calma; la loro voce veniva coperta da quel fracasso assordante.
Le linee erano state rotte. Alcuni cavalli, impotenti a resistere all'impeto della corrente, erano stati trascinati lontano e si vedevano dibattersi a tre, quattro e perfino cinquecento metri dal luogo ove si erano tuffati; altri invece, erano stati respinti verso la riva ed i loro cavalieri erano caduti sotto il fuoco del nemico od erano stati fatti prigionieri.
Intanto Hang-Tu, Romero e dieci o dodici altri che non li avevano abbandonati, erano giunti sui primi banchi e l si erano arrestati in attesa dei compagni. Vedendo che gli spagnuoli non cessavano il fuoco e che continuavano ad ingrossare, si nascosero dietro ai cavalli e cominciarono a sparare.
I cavalieri che giungevano a due o tre alla volta, li imitavano per rendere meno disastrosa la ritirata degli altri che si trovavano ancora nelle acque profonde.
Le palle s'incrociavano sopra il fiume con strani miagolii. Cadevano uomini d'ambo le parti, Ma soprattutto insorti, le cui bande si assottigliavano rapidamente, mentre le compagnie nemiche ingrossavano sempre.
Dei duecento insorti, che erano entrati nel fiume, ne rimanevano centocinquanta; gli altri erano stati inghiottiti dalle acque ed i loro cadaveri, unitamente a quelli dei cavalli, si vedevano arenati presso i banchi o lungo le rive.
Hang e Romero, frettolosi di salvare i rimanenti e di sottrarli a quelle scariche micidiali, appena videro approdare gli ultimi cavalieri, comandarono nuovamente la ritirata.
Ormai la riva era vicina, e dietro gli alberi che la coprivano potevano trovare un ottimo rifugio.
Attraversarono rapidamente i banchi sempre sotto il fuoco che faceva grandi vuoti fra le fila degl'insorti, e si cacciarono in mezzo agli alberi, dove sostarono per attendere i compagni che avevano approdato due o trecento metri pi lontano.
- Presto, presto! - gridava Hang, - o avremo addosso anche le truppe che hanno guadato il fiume prima di noi.
Gl'insorti giungevano alla spicciolata, alcuni ancora a cavallo, altri a piedi e quello che era peggio, senz'armi, avendo dovuto abbandonarle per salvarsi a nuoto.
Quando Hang-Tu se li vide tutti intorno, ordin ai cavalieri di prendersi in sella i compagni che avevano perduto i loro animali e diede il comando della partenza, sperando di poter giungere a S. Nicola prima che il generale Lachambre ordinasse l'attacco.
La borgata tenuta dagl'insorti non era lontana e con una rapida galoppata si poteva raggiungerla in meno di tre quarti d'ora.
Tutta la colonna si era lanciata al galoppo, inoltrandosi in una vallata in mezzo alla quale scorreva un piccolo affluente dello Zapat, procurando di tenersi nascosta in mezzo agli alberi che coprivano il fondo ed i due pendii.
Dalla parte del fiume le detonazioni erano cessate, ma pi oltre, verso S. Nicola, si udivano squillare le trombe degli spagnuoli. Pareva che il generale si preparasse ad assalire.
- Speri di giungere in tempo? - chiese Romero, che cavalcava a fianco di Hang. Conduciamo con noi rinforzi gi stremati dalla lotta e dalla fatica e inoltre avviliti.
- Faremo quanto potremo. La presenza nostra pu incoraggiare gli insorti ad una disperata resistenza. Quello che temo,  di trovare la via tagliata.
- Cercheremo di girare le posizioni spagnuole. Forse S. Nicola non  ancora stata circondata.
- Speriamo, Romero. E la tua ferita?...
-  gi un po'cicatrizzata. Fra tre o quattro giorni tutto sar finito.
- Non ti producono dolori le scosse del cavallo?
- S, ma sono sopportabili.
In quell'istante, verso il fondo della valle, si udirono a squillare delle trombe, mentre pi in alto si udivano muggire le conche di guerra delle bande insorte.
Hang-Tu, con una violenta strappata, aveva fermato il cavallo, guardando con inquietudine verso l'estremit della valletta.
- Che gli spagnuoli si muovano? - chiese.
- Lo credo, - rispose Romero, che si era pure arrestato. - Questi squilli comandano l'apertura del fuoco.
Aveva appena cessato di parlare che si udirono rimbombare in alto, con immenso fragore, due cannonate, poi subito dopo una terza dalla parte di Zapat.
- Giungeremo troppo tardi!... - esclam Hang, con rabbia.
- O non vi potremo nemmeno giungere, colle poche forze di cui disponiamo, - disse Romero.
- Perch?...
- Guarda lass. Non vedi le schiere spagnuole avanzarsi attraverso i boschi, in masse considerevoli?... Tutta la prima brigata del generale Lachambre muove all'attacco e forse la seconda ha gi guadato il fiume e si avanza per tagliare la ritirata agl'insorti.
- Non importa, Romero; caricheremo a fondo e passer chi potr.
Poi rizzandosi sulle staffe e snudando la catana, url:
- Avanti chi non teme la morte!...
La colonna si era slanciata al galoppo addentrandosi nella stretta valle, la quale terminava in un'aspra salita che doveva sboccare nei pressi di S. Nicola. Cercavano di affrettarsi, ma la natura del suolo, il quale era ingombro di macigni enormi, di gruppi di alberi e di cespugli, la costringeva di frequente a rompersi o a rallentare. Alcuni cavalieri, sia che possedessero cattivi animali o che si sentissero poco tentati di appressarsi alle forti colonne spagnuole, cominciavano a rimanere indietro per poi dileguarsi al momento opportuno.
Intanto verso S. Nicola l'attacco era cominciato con grande vigore e con molto slancio da parte delle due brigate del generale Lachambre, il vincitore di Salitran.
Il cannone rombava incessantemente e la moschetteria crepitava dovunque. Al di sopra degli alberi si vedevano alzarsi nubi di fumo bianco, mentre al di sotto si udivano le trombe a squillare la carica e i soldati a gridare.
- Viva il Re!... Viva la Reggente!...
Pareva che le bande insorte, trincerate nel borgo, si difendessero disperatamente, poich anche lass il fuoco di moschetteria si manteneva vivissimo, quantunque alcune case incendiate da qualche granata, ardessero come zolfanelli.
Romero e Hang nondimeno s'avanzavano sempre, bench si fossero accorti che la loro colonna andava assottigliandosi rapidamente. Sperava ancora di giungere inosservati alle spalle delle truppe spagnuole, di aprirsi il passo con una carica furiosa e di entrare al galoppo in S. Nicola.
Il loro piano doveva per in breve fallire. Alcuni spagnuoli che salivano pure la valletta attraverso i boschi, accortisi della presenza di quel gruppo di cavalieri, avevano dato l'allarme e, presa posizione in mezzo ad alcune rupi, avevano cominciato a far fuoco.
Hang-Tu e Romero, visto che i loro uomini esitavano a spingersi innanzi, si gettarono nei boschi di fronte per sottrarsi a quelle scariche, ma s'avvidero ben presto che anche da quel lato correvano il pericolo di venire, se non distrutti, almeno decimati.
Altri soldati che occupavano le alture della valletta, avevano pure aperto il fuoco ed avendo veduto che non riuscivano a danneggiarli, avevano cominciato a rotolare attraverso gli alberi macigni enormi, i quali scendevano con grande fracasso, balzando e rimbalzando e schiantando, nella loro corsa, non poche piante.
Alcuni chinesi e tagali, spaventati, avevano abbandonata la partita battendo precipitosamente in ritirata.
- Hang, - disse Romero, - stiamo per venire schiacciati entro questa valle.
- Ma lass si combatte ancora, - rispose il chinese.
- Ma credi tu...
La frase gli fu troncata da una serie di spaventevoli detonazioni, che rombavano dalla parte di S. Nicola. Erano scoppiate delle mine od era saltato il deposito delle munizioni degli insorti?...
Hang-Tu stava per ridiscendere verso la valle, quando si udirono a echeggiare, verso l'estremit, delle grida confuse ma che parevano emesse da centinaia di persone, seguite subito da un terribile fuoco di moschetteria.
Romero e tutta la colonna si erano slanciati dietro al chinese e videro scendere nella valle, a precipizio, parecchie centinaia d'uomini mescolati, in una orribile confusione a numerosi gruppi di cavalli lanciati al galoppo.
Bast loro un solo sguardo per comprendere di che cosa si trattava. Erano le bande insorte di S. Nicola che fuggivano all'impazzata, incalzate vigorosamente dalla prima brigata del generale Lachambre, la quale doveva avere gi superate e conquistate le trincee.
Quell'onda di fuggiaschi, in pochi istanti, giunse addosso alla colonna. Era composta di meticci, di tagali, di chinesi, di malesi, di uomini e di donne, ma tutti invasi da un pnico irrefrenabile. Hang-Tu e Romero si erano slanciati in mezzo agli insorti per arrestarli, ma la loro voce non si udiva pi fra quell'urlo formidabile e gli spari che rimbombavano nella stretta valle, destando tutti gli echi.
- Fermatevi!... - tuonavano. - Volgete la fronte al nemico!... Noi siamo i capi dell'insurrezione!...
Nessuno badava a loro. Tutti fuggivano, gareggiando di velocit, gettando le armi e le munizioni per essere pi leggeri, urtandosi, spingendosi e calpestando coloro che cadevano. I cavalli che si trovavano in mezzo a loro, in gran parte privi dei loro cavalieri, accrescevano la confusione ed il numero delle vittime.
Le bande passarono come un fiume impetuoso dinanzi alla colonna e si dileguarono in mezzo ai boschi, lasciandosi dietro una lunga fila di morti e di moribondi orribilmente calpestati. Una gran parte dei tagali e dei chinesi, anzi i pi, che si trovavano con Hang e con Romero, invasi pure da quel pnico, li avevano seguiti, malgrado le grida e le minacce dei capi.
Era finita. Le truppe spagnuole, ancora una volta vittoriose, avevano abbattuta la bandiera della libert che ondeggiava sulle trincee di S. Nicola, ed erano rimaste assolute padrone del campo.
L'insurrezione era stata domata sulle rive dello Zapat, senza speranza che potesse risorgere.
Hang-Tu e Romero, vedendo che ormai tutto era perduto e che ogni resistenza sarebbe stata vana, si erano pure ripiegati verso l'uscita della valletta, per rivarcare il fiume prima che le brigate del valoroso ed audace generale tagliassero la ritirata.
La loro colonna era quasi del tutto sfumata. Attorno a loro non erano rimasti che sei meticci, tre tagali, un chinese e la valorosa Than-Ki.
Percorsero al galoppo la valletta, salutati da parecchie scariche che gettarono a terra un meticcio ed un tagalo e si diressero frettolosamente verso il fiume, sperando col di trovare alcune bande di fuggiaschi, ma rimasero delusi.
I difensori di S. Nicola, invece di attraversare lo Zapat per tentare di guadagnare Cavite, la sola localit ove ancora si combatteva con fortuna da parte degl'insorti, si erano dispersi fra le foreste e le montagne. Cercare di raggiungerli per riordinare la resistenza, non vi era neppure da pensare. Sarebbero state necessarie parecchie settimane ed in quel frattempo le vittoriose bande spagnuole avrebbero avuto il tempo per batterle e ribatterle.
- Non vi  nulla da tentare qui, - disse Romero ad Hang-Tu. - Lo Zapat e Pamplona sono perduti per sempre.
- Lo temo, - rispose il chinese, con un sospiro. - Hang-Tu legge talvolta nell'avvenire.
- E lo ha veduto fosco?
- S, Romero.
- L'insurrezione per non  ancora spenta, Hang. Cavite, Bulacan, Bacoor, Malabon, Rosario, Noveleta e Santa Cruz sono ancora in mano dei patriotti e resistono sempre.
- Ma le truppe della vecchia Spagna - rispose Hang, - sono agguerrite e valorose, Romero. Anch'io, al principio dell'insurrezione aveva una grande fiducia nelle nostre bande, ma lo vedi in che modo esse combattono? Contiamo troppe sconfitte e ben poche vittorie. Ors: in acqua o gli spagnuoli ci piomberanno ancora alle spalle. Al di l del fiume non avremo pi da temere, ora che anche la seconda brigata si trova a S. Nicola.
Spinsero i cavalli nel fiume ed avendo trovato un guado, raggiunsero felicemente la riva opposta, tagliando l'impetuosa corrente quasi in linea retta.
Hang-Tu, volendo frapporre fra la sua minuscola banda e le truppe spagnuole una distanza considerevole, tale da non poter venire sorpresa, quantunque fossero tutti stanchi, continu la marcia gettandosi verso le montagne che formano la vallata del fiume.
Voleva raggiungere un posto elevato e affatto deserto per concedere alcuni giorni di riposo a Romero, prima di tentare la pericolosa e lunga marcia verso Cavite.
Nel pomeriggio, avendo trovato un luogo adatto per accampare, dava il segnale della fermata.





CAPITOLO XXIII

LE TRISTEZZE DEL "FIORE DELLE PERLE"

Il luogo scelto dal chinese per concedere a Romero ed anche alla valorosa Than-Ki un riposo d'alcuni giorni, e per lasciare al primo il tempo di guarire completamente, non poteva essere migliore.
Era la cima d'una montagna tronca, la quale formava una piccola spianata, difesa all'intorno da enormi macigni e coi fianchi coperti da foltissime foreste, le quali promettevano copiosa selvaggina, cosa necessarissima, poich il piccolo drappello si trovava affatto sprovvisto di viveri, avendo tutto perduto nella disastrosa ritirata.
Di lass i fuggiaschi potevano dominare un vastissimo tratto di paese ed una parte del corso dello Zapat e quindi osservare anche le mosse delle due brigate del generale Lachambre e prevenire qualsiasi sorpresa, nel caso che qualche compagnia di soldati avesse avuto l'intenzione di snidarli.
Fu subito decisa la costruzione d'una capanna per ripararsi dai cocenti raggi del sole e dall'umidit della notte.
Prima che il sole tramontasse, i cinque meticci, aiutati dai due tagali e dal chinese, aveva costruito il ricovero, un capannone di frasche e di rami d'albero, incapace assolutamente di proteggerli contro le palle degli spagnuoli, ma sufficiente per ripararli dalle intemperie.
Quella sera dovettero accontentarsi per cibo di alcuni banani trovati nella foresta e di alcuni aranci, magro conforto pei loro stomaci che dal mattino non avevano ricevuto nemmeno un biscotto.
Quantunque non vi fosse da temere alcuna sorpresa da parte degli spagnuoli, i quali non erano stati veduti a ripassare lo Zapat, e non avessero da paventare pericoli da parte degli abitanti della foresta, non essendovi alle Filippine fiere capaci di assalire un uomo, all'infuori dei serpenti pitoni e dei coccodrilli che ordinariamente si tengono nelle bassure e nelle terre inondate, Hang-Tu dispose dei quarti di guardia, volendo essere minutamente informato delle mosse del generale Lachambre. Gli premeva conoscere la direzione che avrebbero presi gli spagnuoli per regolarsi sulla via che avrebbe dovuto tenere per giungere sulle sponde del mare senza paura d'incontrarli.
Quella prima notte, sulla cima di quell'alta montagna, pass tranquilla e tutti poterono rimettersi dalle lunghe fatiche sopportate nei precedenti giorni.
Da parte degli spagnuoli nulla era stato notato. Pareva che non si fossero ancora mossi da S. Nicola per accorrere ad ingrossare le truppe del generale Polavieja, operanti contro Cavite.
L'indomani alcuni meticci si cacciarono nei boschi per cercare di abbattere qualche capo di selvaggina, mentre i tagali andavano in cerca di frutta e di miele, avendo osservato, durante la marcia del giorno precedente, che numerose erano le api selvatiche in quei dintorni.
Gli uni e gli altri furono abbastanza fortunati, poich prima del mezzod ritornavano portando con loro due scimmie lar, quadrumani alti ottanta centimetri, col pelame grigio-nero, la faccia nerissima cinta da una fascia di peli bianchi che d loro un aspetto dei pi bizzarri e le natiche nude e rosse; un gatto pescatore, un bell'animale lungo ottantacinque centimetri e alto quaranta, dal pelame grossolano con sfumature di varie tinte e strisce oscure, robusto, selvatico, che vive presso i torrenti ed i fiumi, distruggendo grandi quantit di pesci, di uccelli e serpenti e assalendo qualche volta perfino i bambini.
Avevano inoltre abbattuti parecchi volatili e raccolto parecchi chilogrammi di miele squisitamente profumato, nonch un bel numero di banani, di grossi aranci, di deliziosi ananassi e di manghi.
Avevano anche tentato di raggiungere un branco di grossi cinghiali che erano stati scorti in mezzo ad alcune folte macchie ed anche una coppia di cervi, ma senza riuscirvi. Si ripromettevano per di tornare l'indomani per cercare di abbatterne qualcuno.
Durante la giornata Hang-Tu si mantenne quasi costantemente in osservazione sulla cima della pi alta roccia, per sorvegliare le mosse delle due brigate spagnuole. Aveva gi veduto alcuni battaglioni lasciare S. Nicola e allontanarsi lungo la riva opposta dello Zapat, come se mirassero a scendere verso Pamplona.
Verso sera, altri li avevano seguiti prendendo la medesima direzione e ci lo rassicurava, poich tenendosi al di qua del fiume era certo di poter giungere sulle sponde del mare senza incontrarli.
- Se fra una settimana sei guarito, con una rapida marcia possiamo giungere in vista di Cavite, - disse a Romero, che lo aveva raggiunto su quell'alto osservatorio.
- Possiamo partire anche prima, - rispose il meticcio. - La mia ferita non mi d quasi alcun disturbo.
- No, - disse il chinese. - A Cavite avremo molto da fare e le fatiche potrebbero inasprire la ferita e farti ricadere ammalato quando avremo maggior bisogno di te. Non c' fretta. La piazza  ben munita e bene armata e terr testa agli spagnuoli per molto tempo ancora, malgrado il bombardamento della flotta.
- Vi sono delle bande valorose?...
- Le migliori, Romero, e quasi tutte formate da meticci e da tagali che prima militavano fra le truppe coloniali della Spagna. Vi sono anche buoni cannoni e le munizioni devono abbondare ancora.
- Chi comanda le vostre forze?
- Andrea Bonifacio coi suoi fratelli ed Aguinaldo, tutti capi valorosi ed intelligenti, quantunque siano gelosi gli uni degli altri.5
- Assumeremo noi la difesa della piazza, cos sopprimeremo le loro gelosie.
- A Cavite, gi prima della nostra partenza da Manilla, erano stati spediti varii corrieri per annunciare a quei capi la decisione dei comitati segreti, cio di affidare a noi la direzione suprema delle operazioni guerresche. Forse di giorno in giorno ci attendono.
- Speriamo di poter resistere a lungo e costringere le truppe spagnuole a lasciare la penisola.
- Temo che sar difficile, Romero, specialmente ora che il Lachambre andr, colle sue truppe, a rinforzare il generale Polavieja e forse a prendere la direzione della campagna.
- Forse che il Polavieja sta per cedergli il comando supremo delle forze spagnuole? - chiese Romero, stupito.
- Da alcuni uomini delle bande ho udito che il Polavieja non si trova pi in grado di dirigere le operazioni militari, in causa del suo male di fegato che lo fa soffrire assai e che gl'impedisce di montare a cavallo.6
- E gli succederebbe certamente il Lachambre.
- S, e questo vale l'altro, per nostra disgrazia.
- O li avremo tutti e due attorno a Cavite, - aggiunse Romero, come parlando a se stesso.
- Forse, - rispose Hang, che si era alzato. - Vedi bene che anche il baluardo dell'insurrezione, stretto fra una cerchia di ferro e di fuoco, non potr resistere a lungo. Ormai, in questa provincia, non ci sono pi bande capaci di scacciare gli spagnuoli dalla penisola.
-  vero, ma se Cavite dovr cadere, andremo a rianimare le bande che combattono a Malabon ed a Bulacan.
- Se potremo sfuggire alla cerchia di ferro. M'inganner forse, ma il cuore mi dice che la caduta di Cavite sar fatale a qualcuno di noi due.
- E sia, - disse Romero. - Io mi sono gettato in mezzo all'insurrezione per cercarvi la morte.
- Sei giovane ancora per morire e potresti un giorno diventare ancora felice. Per me  un'altra cosa: non amo nessuno, fuorch la libert, la patria, mentre tu hai delle persone che ti amano.
- Che importa, quando la donna che amo non potr diventare mai mia? - disse Romero, con tristezza.
- Tu pensi alla donna bianca!... - esclam Hang-Tu, mentre la sua fronte si abbuiava. - La si dimentica.
- Teresita?
- Vi  un'altra che ti ama e forse pi della fanciulla bianca.
- Lo so... Than-Ki, - mormor il meticcio con un sospiro. - Perch il destino l'ha spinta sui miei passi?...
- Perch dici questo? - chiese Hang, con voce sorda.
- Perch sento che non potr mai amarla, finch vi sar Teresita... eppure...
- Continua.
- Meriterebbe bene l'amore mio. Quanta affezione in quella valorosa fanciulla!... Ed invece le spezzer il cuore, mentre le devo la mia vita e quella del maggiore d'Alcazar.
- E non potrai mai amarla?...
- S, ma come sorella.
- Non le baster, - disse Hang, i cui occhi diventavano tetri.
- Lo so, ma la fanciulla bianca mi ha stregato, Hang, e non potr mai dimenticarla. Che vuoi?...  il destino che cos esige.
-  vero - mormor Hang. - sempre il destino. Than-Ki morr infelice.
- Ma tu? - chiese ad un tratto Romero, volgendosi verso il chinese. -  una fanciulla della tua stessa razza,  bella,  ardita e tu sei prode e forte.
- Ebbene? - chiese Hang coi denti stretti, incrociando le braccia.
- Che t'impedirebbe di farla felice?...
- Io! - esclam il chinese - Hang-Tu non lo potr mai.
- Ma chi te lo impedir?...
Hang-Tu aveva aperte le labbra come se volesse dargli una pronta risposta, ma poi le rinchiuse convulsivamente e con tanta forza, che i denti stridettero, quindi s'allontan a lenti passi, scendendo attraverso i boschi della montagna. Parve a Romero che egli fosse in preda ad un'estrema commozione e credette che si fosse allontanato per sottrarsi a qualche nuova interrogazione.
- Vi  qualche mistero nella vita di Hang-Tu - mormor il meticcio - e forse riguarda anche Than-Ki. Potr io un giorno saperlo?...
Scosse tristemente il capo e s'alz per ritornare alla capanna. Alla base della roccia vide la giovane chinese, la quale era seduta su di un macigno, cogli sguardi malinconicamente fissi sulla luna che allora sorgeva all'orizzonte, rossa come un disco di metallo incandescente.
Udendo i passi di Romero, Than-Ki si scosse, poi si rialz dicendo:
- Vieni, mio signore. L'umidit della notte non fa bene ai feriti.
Il meticcio, che era diventato pensieroso, non parve che l'avesse udita, perch invece le chiese:
- Hai veduto Hang?...
- S, rispose la fanciulla, quasi distrattamente. - Mio... s, l'ho veduto scendere la montagna.
- Mio... Cosa volevi dire, Than-Ki?
La fanciulla udendo quella domanda, trasal, poi seguit, ma con un certo imbarazzo:
- Volevo dire mio signore. Forse che non ti ho sempre chiamato cos?...
- S, fanciulla.
Poi si era incamminato verso la capanna che sorgeva in mezzo alla spianata, senza aggiungere parola. Than-Ki lo aveva seguito, ma dopo alcuni passi si era arrestata, dicendo con voce dolce:
- Il mio signore sta male forse?... Mi sembri triste e preoccupato.
-  l'insurrezione che mi preoccupa, Than-Ki, - rispose Romero.
La giovanetta gli aveva messo una mano sulla spalla e lo aveva fermato, guardandolo attentamente in viso.
- No, - diss'ella, dopo alcuni istanti. - Le labbra non dicono ci che tormenta il tuo cuore, o mio signore.
- E che vuoi che lo tormenti?...
- La donna bianca, - rispose la fanciulla, con voce tremula.
-  cos lontana, Than-Ki!...
- Ma tu pensi a lei.
- Non parlarmi di Teresita, fanciulla. Quel nome fa male a te.
-  vero, mio signore. Il Fiore delle Perle, che non trema fra gli orrori delle battaglie, impallidisce quando ode il nome della donna bianca.
- Taci, fanciulla.
- La donna bianca porter sventura alla donna del fiume Giallo. Poi prendendo Romero per una mano e indicandogli una fulgida stella che scintillava sulla linea dell'orizzonte, continu:
- Guardala, mio signore, come brilla la stella della Perla di Manilla. Sono tante sere che io la guardo e la vedo sorgere sempre pi vivida, e noi, crediamo agli astri.
- Folle, Than-Ki.
- No, mio signore. Guarda invece la mia stella che segue quella della donna bianca. La sua luce pallida tremola sempre come se dovesse spegnersi da un istante all'altro. Quando sar giunta sopra il mio paese morr e quel d morr pure la figlia del paese del sole.
La voce della fanciulla si era spenta in un singhiozzo.
- Ebbene, che importa? - prosegu, ma con una voce cos lieve che pareva un lontano lamento. - Il mio signore non m'amer mai, ma Than-Ki non rimarr a lungo infelice. La terra dei suoi padri sta laggi, dalla parte ove il sole tramonta e Hang trasporter nel giardino dei fiori il corpo del Fiore delle Perle, all'ombra dei lill e della grande cupola a scaglie di ramarro. La morte non la teme, Than-Ki: ben venga.
La sua voce si era spenta in un secondo singhiozzo e Romero vivamente commosso, aveva attirato verso di s la disgraziata giovanetta, dicendole:
- Tu sei infelice, mia povera Than-Ki, ma credi tu che io sia felice?... T'inganni, fanciulla!... Il tuo cuore sanguina, ma anche il mio soffre: tu ti lamenti, ma anch'io non sono lieto: tu ami senza speranza ed io, credi che ne abbia?... Tu non potrai mai sapere quanto io abbia sofferto per la fanciulla bianca, che l'insurrezione mi ha strappata. Siamo due infelici, Than-Ki, percossi da un'implacabile destino: ecco tutto.
- Ma tu ami la donna bianca.
- S, l'amo  vero, e se dovessi morire, il mio ultimo pensiero sarebbe per lei e per ... te, che amo come una sorella, ma che avrei voluto amare come mia sposa.
- Mio signore!... - esclam Than-Ki. - Tu mi avresti amata?...
- S, coraggiosa fanciulla.
- Ma la Perla di Manilla non  ancora tua!
- Ma io l'amo, Than-Ki.
- Ma se ella morisse?...
- Romero guard la fanciulla: era trasfigurata. I suoi lineamenti cos gentili, cos dolci, velati sempre da una nube di malinconia, erano diventati fieri, mentre una fiamma cupa animava quegli occhi.
- Se il destino la uccidesse?... - chiese la giovane chinese con voce sibilante.
- Than-Ki, mi fai paura! - esclam Romero. - Io leggo nei tuoi occhi un triste disegno.
La fanciulla non aveva risposto. Si era coperta il viso fra le mani e si era lasciata cadere lentamente al suolo, come se un gelido vento avesse piegato a poco a poco quel rigoglioso fiore del paese del sole.
- No, - la ud a mormorare poco dopo Romero, con voce soffocata dai singhiozzi. - Il mio signore pure morrebbe. Il Fiore delle Perle non potrebbe mai prendere il posto della Perla di Manilla. Fatalit!...
Romero si era curvato su di lei per rialzarla, ma prima che le sue mani l'avessero toccata, la fanciulla si era raddrizzata con uno scatto selvaggio.
- L'umidit della notte pu far male al mio signore, - disse, con un tono di voce che pareva tranquillo, ma nel quale si sentiva una profonda rassegnazione. - Le ferite s'inaspriscono.
Si avvi verso il capannone dinanzi a cui vegliava uno dei meticci, attese che Romero entrasse, poi si sedette dinanzi alla porta avvolgendosi nel suo mantello di seta bianca e posato il capo fra le mani pi non si mosse.
Verso mezzanotte anche Hang-Tu ritornava al campo. Era ancora cos preoccupato, che non s'avvide di Than-Ki.
Chiese all'uomo di guardia se nulla di nuovo fosse accaduto, poi si sdrai all'aperto, accanto al fuoco che era stato acceso dietro alcune enormi rocce, affinch non potesse venire scorto dagli spagnuoli, che potevano ancora trovarsi accampati sulle rive dello Zapat.





CAPITOLO XXIV

FRA COCCODRILLI E SERPENTI

Tre giorni dopo, cio il 21 marzo, la piccola banda lasciava definitivamente il rifugio, per tentare di giungere a Cavite.
Romero, ormai completamente guarito dalla ferita riportata durante la ritirata da Salitran, era in grado di prendere vigorosamente parte all'estrema lotta che si doveva combattere nel pi forte baluardo dell'insurrezione, contro le truppe riunite dei generali Polavieja e Lachambre.
La piccola banda, durante quei sei giorni passati sulla montagna, aveva potuto radunare delle provviste sufficienti per attraversare la distanza che la separava dalle rive del mare, senza essere costretta a ripiegarsi sui villaggi, i quali ormai dovevano essere tutti occupati dagli spagnuoli. Essendo riusciti, i tagali ed i meticci, ad uccidere un piccolo cignale, avevano seccata parte della carne al sole, una ventina circa di chilogrammi, e questi potevano bastare per alcuni giorni.
Per maggiore fortuna, quasi tutti gli spagnuoli che avevano preso parte all'assalto di S. Nicola, gi da quattro giorni erano partiti, seguendo il corso dello Zapat. Era quindi certo Hang, tenendosi sempre sulle montagne, di poter attraversare il paese senza venire inquietato.
Scesa la montagna, Hang-Tu aveva guidato i compagni attraverso a certe vallate selvagge e boscose, ma che si dirigevano verso il nord, seguendo due aspre catene di monti. Uno dei tagali, pratico del paese, gli si era messo vicino per le necessarie indicazioni.
Pareva che la guerra non avesse lasciata alcuna traccia in quelle vallate. Probabilmente nessun combattimento era col avvenuto, essendo lontane da qualunque centro popoloso.
Alberi maestosi e antichissimi coprivano i fianchi dei burroni e delle montagne, spingendosi a grandi altezze, abitati solo da numerose bande di scimmie che volteggiavano fra i rami, salutando i cavalieri con grida scordate o con latrati pi o meno acuti. Si vedevano giganteggiare i tek dal legno durissimo, spingendo le loro cime a cinquanta e pi metri dal suolo, i laureti cubilaban dai quali si ricava un olio aromatico ricercatissimo, gruppi di papayer, di tornasoli, d'alcanti, di ebani verdi, di legno del ferro, cos chiamati perch le loro fibre sono cos resistenti da far rimbalzare le scuri pi affilate: di superbi cocchi dalle grandi foglie piumate, di latanieri, di tamarindi, di frangipani e d'alberi della cassia, formando tutti insieme delle vere foreste, forse non ancora calpestate da alcun uomo bianco.
 incredibile la feracit del suolo di quelle isole. Tutte le piante siano d'origine indo-malese od europea vi allignano facilmente, anzi dnno maggior copia di frutta che in qualunque altro paese. Un solo tubero non ha mai potuto svilupparsi su quelle terre, un tubero che pu invece crescere in qualunque altra regione del globo e senza la menoma difficolt, ossia la patata.
La fauna non mancava di essere rappresentata entro quelle tranquille vallate. Bande di cervi e di cignali si vedevano fuggire attraverso i pendii, nascondendosi entro le pi cupe macchie e anche non pochi serpenti fuggivano all'avanzarsi dei cavalieri e fra quelli qualcuno anche di quei pericolosi rettili chiamati pitoni tigri, lunghi oltre trenta piedi e dotati di tale forza, da stritolare fra le loro spire perfino un bue.
In alto invece svolazzavano bande di kokatoe bianche col capo adorno di un pennacchio color rosa-pallido, di pappagalli dalle penne variopinte, di tortorelle verdi e di certi uccellacci chiamati calao delle foreste, mentre in riva ai torrenti, che scendevano i pendii scrosciando, si vedevano non pochi trampolieri col dorso verde, il ventre giallo e la coda azzurra e talvolta qualcuno di quegli strani volatili chiamati tabau, quali hanno talvolta l'abitudine di seppellire le uova in terra, lasciando al calore del sole la cura di schiuderle, n pi n meno come fanno i coccodrilli ed i caimani.
La piccola banda a mezzod fece una fermata di alcune ore in fondo ad una cupa vallata, dove crescevano alcune palme di cocco gi cariche di noci e alcuni alberi del pane, la cui frutta poteva somministrare una pasta tenera, dolciastra, somigliante per gusto a certe specie di zucche.
Alle quattro pomeridiane Hang-Tu si riponeva in marcia, seguendo altre vallate, solcate nel mezzo da piccoli corsi d'acqua che pareva si dirigessero tutti verso il mare e tutti ricchissimi di certi pesciolini esili, i quali costituiscono, per quelle isole, un vero flagello, specialmente durante la stagione delle piogge.
Straripando i corsi d'acqua, le uova di quei pesciolini si disperdono dappertutto e dopo pochi giorni si ritrovano i piccini in tutti i luoghi, ove regna anche solo l'umidit. Invadono perfino i pozzi ed i serbatoi corrompendo le acque e se ne trovano in grandissimo numero perfino nelle cantine, nei sotterranei delle chiese ed anche nelle tombe.
Il paese, che la piccola banda percorreva, era sempre selvaggio, coperto di antichissime foreste, ma non disabitato del tutto, poich di quando in quando, sui fianchi delle montagne, vedevano alzarsi colonne di fumo e si udiva a rullare l'avitam, specie di tamburo adoperato dagli indigeni per accompagnare i mapaganit, ossia cantori di professione che girano pei villaggi.
Degli spagnuoli per non si vedeva alcuna traccia, segno evidente che le popolazioni di quelle vallate, forse ancora mezzo selvagge, non avevano abbracciata la causa della libert, preferendo rimanersene tranquilli nei loro villaggi.
Alla sera la banda si accampava sui fianchi boscosi d'una montagna, la quale pareva altissima. Hang-Tu avrebbe voluto scalarla per vedere se di lass poteva scorgere il mare, ma temendo di smarrirsi dovette rinunciarvi.
Il giorno seguente la piccola carovana entrava in una cupa vallata ingombra di piante acquatiche ed interrotta qua e l da paludi, le cui acque stagnanti esalavano miasmi che potevano produrre febbri pericolose.
Essendo chiusa fra alte montagne dai fianchi tagliati quasi a picco, assolutamente inaccessibili agli animali, ed irte di enormi piante che crescevano quasi orizzontalmente, una mezza oscurit regnava entro quell'umido vallone.
Hang-Tu non sapeva dove terminasse, ma vedendo che si dirigeva verso il nord, ossia in direzione del mare, credette bene d'inoltrarsi. Procedeva per con prudenza, temendo che quelle piante acquatiche e quei pantani nascondessero dei serpenti e dei coccodrilli.
I suoi timori dovevano in breve venire confermati, poich mentre stava attraversando un banco di sabbia e di fango tenacissimo in parte sommerso, ad un tratto il suo cavallo s'arrest, mandando un nitrito di spavento.
- Che vi siano delle sabbie mobili? - si chiese Hang-Tu. - Non c' da fidarsi di questi terreni.
Spron l'animale per costringerlo a raggiungere un macchione di canne, ma il destriero, invece di avanzare, cerc di retrocedere, manifestando un vivo terrore.
- Hang-Tu, che cosa succede? - chiese Romero, che gli stava a breve distanza.
- Non lo so, ma se il mio cavallo  spaventato deve avere i suoi motivi, - rispose il chinese.
- Affondato nel fango?...
- Non mi pare.
- Torna indietro; faremo il giro dall'altra parte.
- La via non sar migliore, Romero.
Spron per la seconda volta e pi forte di prima, ma invece di obbedire il cavallo s'inalber cos bruscamente, che per poco il chinese non fu sbalzato di sella.
- Dannazione!... - url Hang.
Furioso per quella scossa, stava per piantare gli speroni nel ventre dell'ostinato animale, quando vide uscire dal macchione sette od otto orribili rettili, i quali gli si precipitavano incontro colle grandissime mascelle aperte.
Era una banda di coccodrilli, formidabili mostri, lunghi dai sei ai sette metri, coi corpi corazzati da scaglie ossee d'un tale spessore da far rimbalzare le palle dei migliori fucili e con certe bocche lunghe un buon metro e armate di denti lunghi e solidi quanto l'acciaio.
Hang-Tu era coraggioso, ma nel vedersi dinanzi quei rettili impallid:
- Badate!... - grid ai compagni. - Sono ben pi terribili degli spagnuoli!...
Aveva armato rapidamente il fucile, ma prima che lo avesse puntato, un coccodrillo, il capo banda, aveva avventato un tale colpo di coda al cavallo, da spezzargli le gambe anteriori, come se fossero due semplici stecchi.
Il povero animale cadde bruscamente sulle ginocchia, sbalzando il cavaliere tre metri pi innanzi, in mezzo al fango. Romero e Than-Ki avevano mandato un urlo di terrore, credendo che Hang-Tu fosse perduto, ma il valoroso chinese si era prontamente alzato, tenendo ancora in pugno il fucile.
Vedendosi dinanzi due coccodrilli aveva scaricato l'arma fra le mascelle aperte del primo fracassandogli il palato, poi estratta rapidamente la catana, con un coraggio disperato si era scagliato contro il secondo, tempestandolo di colpi cos terribili, da costringerlo alla fuga.
Romero intanto e gli altri tutti, scesi precipitosamente di sella, si erano gettati contro i cinque altri, i quali ormai avevano assalito il cavallo del chinese, stritolandogli la testa e le gambe.
Scaricarono le armi, poi impugnati i fucili per la canna, si misero a percuotere furiosamente i musi dei superstiti, per costringere quei ributtanti e feroci mostri a rientrare nella macchia.
Un meticcio, vedendo che uno di essi, invece di retrocedere cercava di gettarsi addosso agli altri cavalli, lo insegu sparandogli contro una fucilata, ma la palla rimbalz sulle grosse scaglie senz'altro risultato che di irritare maggiormente il rettile, il quale rispose con un colpo di coda.
Il meticcio che si trovava proprio dietro, colpito in pieno petto, fu scaraventato sei passi lontano.
Hang-Tu, che aveva veduto ogni cosa, si era precipitato in soccorso del disgraziato, ma ormai era troppo tardi. Il meticcio era morto sul colpo. La potente coda del mostro gli aveva sfondato il petto, fracassandogli le costole e perfino la spina dorsale.
Il rettile, vedendosi dinanzi quel secondo avversario, cerc d'investirlo, ma Romero ed i suoi compagni, che erano riusciti a fugare gli altri, furono lesti ad accorrere e con tre o quattro fucilate ben dirette lo abbatterono.
- Grazie, Romero, - disse Hang-Tu, porgendo la mano al meticcio. - Grazie compagni.
- Sei ferito? - chiese Than-Ki che era ancora pallidissima.
- No, - rispose Hang, - ma se non avessi avuta la mia fedele catana, credo che gli uomini gialli non avrebbero pi avuto contare sul loro capo.
- E quel povero uomo?...
- Non ci rimane che seppellirlo.
- Ecco un altro valoroso perduto - disse Romero. - Tutti finiscono cos, in questa disgraziata campagna.
- Capo, - disse in quel momento un tagalo, che si era avanzato vero il banco di sabbia. - Non  prudente fermarci qui. Vedo le piante acquatiche muoversi in diversi luoghi e temo che vi siamo altri coccodrilli.
- E stanno per assalirci, - aggiunse un meticcio.
- Prendiamo il nostro povero compagno onde non serva di pasto a quegli schifosi sauriani e affrettiamoci a cercare un altro passaggio, - rispose Hang.
- Ma il tuo cavallo  perduto, - disse Than-Ki.
- Mi resta quello del morto.
Afferr il cadavere del meticcio e abbandon precipitosamente il banco di sabbia, dirigendosi verso la parte opposta della valle, dove sperava di trovare, sul fianco della montagna, un passaggio migliore.
Si ritrovavano in buon punto, poich altri dieci o dodici coccodrilli erano usciti dal macchione di piante acquatiche, scagliandosi sul cavallo del chinese che stava spirando sul banco di sabbia.
Qualcuno dei pi arditi cerc d'inseguire i cavalieri, ma alcuni colpi di fucile li costrinsero ad arrestarsi.
Giunti ai piedi della montagna, su di un terreno scoperto e roccioso, i cavalieri sostarono per dare sepoltura al povero meticcio, poi s'allontanarono frettolosamente, ansiosi di abbandonare quell'umida valle, non volendo passare la notte con quei vicini cos pericolosi e probabilmente molto affamati.
Hang-Tu, che era salito dietro a Than-Ki, aveva raccomandato ai compagni di tenere le armi pronte, avendo scorto, in mezzo alle piante acquatiche, altri gruppi di sauriani. Pareva che in quel luogo si fossero rifugiati tutti i rettili della vallata dello Zapat, tanto erano numerosi.
Il drappello ora s'avanzava tenendosi proprio sotto il fianco della montagna, che talvolta era tagliato a picco, il passaggio si abbassava a livello dei terreni paludosi, serpeggiando fra le piante acquatiche ed i coccodrilli vi si potevano radunare.
Pi d'uno infatti di quei rettili, attirato dal rumore che producevano i cavalli, si mostravano presso il terreno, ma Hang-Tu ed i suoi compagni si affrettavano a salutarlo con una tempesta di palle, le quali, qualche volta riuscivano offensive, malgrado le scaglie impenetrabili che corazzavano quei mostri.
Ma pareva che anche altri ospiti pure pericolosi si celassero fra le piante e fra gli acquitrini, poich dall'alto del sentiero il drappello aveva veduto contorcersi anche numerosi serpenti, per lo pi lunghi boa e pitoni, rettili che in quelle isole dell'arcipelago Filippino raggiungono dimensioni esagerate, essendosene uccisi di quelli che misuravano perfino ventisei o vent'otto piedi, ossia pi di nove metri.
Quei serpenti non sono velenosi, ma come fu detto, posseggono una tale forza da stritolare fra le loro viscose spire non solo gli uomini pi robusti, ma perfino dei cavalli e dei buoi.
Durante tutta la prima giornata il drappello continu ad inoltrarsi in quella vallata, sparando colpi di fucile per tenere lontani quei numerosissimi rettili, e verso il tramonto s'accampava in una seconda vallata molto pi ampia della prima, ingombra bens di piante, ma priva di paludi e quindi anche di coccodrilli.
Essendo tutti stanchissimi, dopo una parca cena s'affrettarono a coricarsi sopra ad alcuni fasci di fresche erbe, al riparo d'una fronzuta felce. Avevano per radunata una catasta di legna secca per mantenere acceso il fuoco durante la notte e scelti gli uomini di guardia, non per tema degli spagnuoli, ma dei serpenti che non dovevano mancare anche in quella seconda vallata.
La notte pareva che dovesse trascorrere tranquilla, poich fino al penultimo quarto di guardia nessun allarme aveva svegliato gli uomini. Verso l'alba per, Hang-Tu e Romero, che riposavano l'uno accanto all'altro, venivano bruscamente svegliati da una vigorosa scossa, seguta da una voce che pareva atterrita:
- Non mandate nessun grido, od  perduta!...
I due capi, stupiti e spaventati, avendo subito compreso che si trattava di Than-Ki, non essendovi con loro nessun'altra donna, si erano prontamente alzati coi fucili in mano, ma senza pronunciare una parola.
Dinanzi a loro, nascosto dietro il tronco della felce, stava un tagalo, l'ultimo del quarto di guardia. Il povero indigeno era grigiastro, ossia pallidissimo ed i suoi occhi manifestavano un terrore impassibile a descriversi.
- Che cos'hai?... - chiese Hang-Tu, con un filo di voce.
- Capo, balbett il tagalo, battendo i denti - Than-Ki da un momento all'altro pu venire stritolata.
- Da chi?... - chiesero Romero ed Hang, con angoscia.
- Da un pitone che le si  aggomitolato vicino, forse per godersi il tepore del fuoco.
Romero aveva fatto atto di slanciarsi verso la giovane chinese, ma Hang-Tu lo aveva trattenuto, dicendogli:
- Non commettiamo imprudenze; vediamo prima.
Tenendo in mano i fucili armati i due capi fecero il giro della grande felce e gettarono uno sguardo su Than-Ki.
La giovanetta dormiva profondamente, avvolta nel suo ampio mantello di seta bianca, col capo appoggiato ad un braccio, il quale serviva come di guanciale. Accanto a lei, a tre o quattro passi dal fuoco, i cui tizzoni stavano per spegnersi, Hang e Romero videro arrotolato un enorme serpente, un pitone che doveva misurare almeno otto metri di lunghezza e grosso quanto la coscia d'un uomo.
La testa dell'immondo rettile si era dolcemente appoggiata su un lembo del mantello della giovane, sicch se essa si fosse svegliata, avrebbe pure interrotto il sonno del pericoloso vicino.
La posizione del Fiore delle Perle era spaventosa. Al primo movimento che avesse fatto, il rettile non avrebbe tardato ad avvolgerla fra le sue potenti spire e stritolarla.
Hang e Romero si erano fermati, entrambi pallidissimi ed indecisi. Fare fuoco non osavano, poich le palle potevano colpire la giovanetta ed avvicinandosi temevano di svegliare il pitone e precipitare la catastrofe.
D'altronde bisognava affrettarsi, poich l'alba stava per spuntare ed i cavalli potevano, da un istante all'altro, alzarsi rumorosamente.
- Hang, che cosa facciamo? - chiese Romero, con terribile ansiet.
- Lascia il fucile e impugna la sciabola, mentre io sfodero la catana, - rispose il chinese, che aveva conservato il suo sangue freddo. - Le armi da taglio sono migliori e pi sicure contro quei rettili.
- Lo assaliamo?...
- S, ma non facciamo rumore. Finch Than-Ki rimane coricata non pu venire presa fra le spire del pitone, ma se si sveglia e si alza, allora  perduta. Avanti e silenzio.
Impugnando uno la sciabola e uno la catana, s'avanzarono silenziosamente, in punta di piedi, cogli sguardi fissi sul serpente, pronti a scagliarsi su di lui.
Gi non distavano che quattro o cinque passi, quando uno dei cavalli fece udire un nitrito sonoro.
Il rettile, svegliato bruscamente, alz la testa, ma nel fare quella mossa, colle sue ruvide squame, urt il bel viso di Than-Ki.
Un grido era sfuggito ad Hang, vedendo che la giovane stava per alzarsi:
- Non muoverti!...
Poi i due uomini si erano scagliati innanzi, colle armi alzate.
Il pitone, avvedutosi del pericolo, aveva svolte precipitosamente le spire e si era raddrizzato pi di mezzo, mandando sibili di rabbia. Vedendo presso di s la chinese, vi si precipit sopra cercando di stringerla fra le potenti anella, ma Than-Ki, quantunque si sentisse urtare dalle scaglie del rettile, non si era mossa. La valorosa giovane, al pari di Hang, sapeva che finch rimaneva a terra aveva la possibilit di sfuggire alla morte.
Hang e Romero con un ultimo balzo furono addosso al mostro. Questi, con una rapida mossa sfugg al colpo di catana del primo e cerc di avvolgere fra le spire il meticcio, passandogli la coda fra le gambe per fargli perdere l'equilibrio, ma aveva trovato degli avversari degni di lui.
Romero, con un salto si era sottratto a quel colpo di coda ed aveva risposto con una sciabolata, ma la lama, forse mal diretta, era rimbalzata sulle scaglie del rettile. Hang-Tu per si era slanciato in soccorso dell'amico, scagliando sulla testa del pitone un tal colpo di catana, da fracassargliela.
La lotta non era tuttavia ancora finita. Quantunque cos mutilato e sanguinante, il mostro cercava ancora di assalire e di stritolare i suoi avversari. Si dibatteva con furore avvolgendo e svolgendo le spire e balzando ora a destra ora a sinistra, ma altri avversarii accorrevano.
I meticci ed il tagalo, svegliatisi, avevano afferrato i fucili, e mentre gli uni strappavano Than-Ki, due o tre altri avevano scaricate le armi e le palle non erano andate perdute.
La sciabola di Romero e la catana del chinese terminarono di uccidere il formidabile rettile in pi pezzi.
- Per Buddha e Fo!... - esclam Hang, asciugando l'arma insanguinata. - Se non ci affrettiamo a lasciare queste vallate, finiremo per lasciare le ossa.
- Than-Ki, - disse Romero, avvicinandosi alla giovane chinese, - quanto ho tremato per te! Fanciulla, sei una valorosa e nessun'altra donna avrebbe resistito a simile prova senza morire di spavento.
- Than-Ki non voleva morire e non si mosse, - rispose la giovane chinese. - Grazie del tuo soccorso, mio signore.
- A cavallo, - comand Hang. - sospiro il momento di lasciare queste selvagge vallate.
Il drappello si rimise in sella e lasci frettolosamente quell'accampamento che per poco non diventava fatale al gentile Fiore delle Perle ed ai due capi dell'insurrezione.
Tutto quel giorno ed anche il seguente, salvo brevi fermate per prendere un po'di riposo e allestire i pasti, Hang-Tu ed i suoi compagni marciarono fra monti e valli, e verso il mezzod del terzo, un meticcio che li aveva preceduti per cercare un passaggio in mezzo una gola, ritornava al galoppo annunciando la vicinanza del mare.
Tutti s'affrettarono ad attraversare la gola e giunti all'estremit s'arrestarono, spingendo lontano gli sguardi.





CAPITOLO XXV

IL "PADEWAKAN" DI HANG-KAI

A sei o sette miglia, l'azzurra superficie del mare scintillava sotto i raggi del sole, rinchiusa fra la rocciosa costa formata dagli ultimi declivi delle montagne ed una penisola appariva verso l'ovest, la quale terminava in due branche abbastanza allargate.
Alcuni punti biancastri, forse delle vele, si scorgevano qua e l, mentre verso l'est, la costa, che s'abbassava gradatamente, si vedeva tagliata da due corsi d'acqua che si svolgevano, fra il verde pallido delle piantagioni e il verde cupo delle foreste, come due grandi nastri d'argento.
Hang-Tu e Romero avevano subito concentrata tutta la loro attenzione su quella penisola e precisamente verso la branca pi vicina, sulla quale si scorgeva un gruppo di punti biancastri, mentre pi oltre, guardando pi attentamente, si vedevano dei punti nerastri galleggianti al largo.
- Cavite!... - esclamarono entrambi.
- S, Cavite  di fronte a noi, - confermarono gli uomini della piccola banda.
- E quei punti neri sono le navi che l'assediano, - aggiunse Hang.
- E quella massa bianca che spicca all'estremit della seconda penisola,  il forte che difende la baia di Manilla, - aggiunse Romero.
- Guarda, Romero, - disse Hang, che aveva voltato le spalle al mare. - Vedi tu Imus, che sorge laggi presso il fiume?...
- S, e pi oltre scorgo anche Las Pinas.
- Taci!...
Una lontana detonazione era echeggiata sul mare e si era ripercossa, con un lungo fragore, fra le vallate delle montagne.
- Il cannone, - disse Hang.
- La flotta che riprende il bombardamento contro Cavite, - rispose Romero.
- Buon segno.
- Perch, Hang?
- Ci indica che la piazza resiste sempre.
- Non lo dubitavo.
- Ed io avevo il timore che il Polavieja l'avesse costretta ad arrendersi, assalendola dalla parte di terra.
- Hang, - disse Than-Ki, che si era spinta pi innanzi, fino al lembo estremo di una rupe. - scorgo alcune case presso la spiaggia, dietro a quella linea di scogliere.
- Andremo a trovare quegli abitanti. Probabilmente sar un villaggio di pescatori malesi e quegli arditi marinai non avranno alcuna difficolt a sbarcarci a Cavite.
- Ma la flotta?
- La inganneremo. Di notte una barca pu passare senza venire scoperta.
- Avviciniamoci a quelle case con precauzione per, - disse Romero. - Gli spagnuoli possono averci lasciati alcuni soldati per sorvegliare gli abitanti.
- Si vedrebbero dalle tende, mentre non ne scorgo alcuna. Ripartiamo, amici; sono impaziente di avere notizie sui progressi dell'insurrezione.
Risalirono a cavallo e si rimisero in cammino scendendo gli ultimi contrafforti delle montagne, ma essendo i declivi assai rapidi impiegarono molto tempo e non giunsero a quel piccolo villaggio che un'ora prima del tramonto.
Si componeva di un gruppetto di otto o dieci casupole appena abitabili, costruite con pochi pali e foglie di palma.
La gioia di Hang-Tu e di Romero fu grande, quando appresero che era un posto d'insorti incaricato di mantenere le comunicazione fra la penisola di Cavite e la costa, per rifornire di armi e di munizioni la piazza assediata. Era comandata da un uomo gi ben conosciuto dai due capi dell'insurrezione, dal meticcio chinese Hang-Kai, un capo che fin dal principio dell'insurrezione si era acquistata una bella fama pel suo coraggio da leone.7
Hang-Kai, condottili nella sua capanna, li mise subito al corrente delle notizie della guerra che si combatteva attorno alla vasta baia di Manilla.
Gl'insorti di Cavite resistevano sempre malgrado il bombardamento della flotta; anzi il 14 marzo avevano respinte vittoriosamente le truppe spagnuole comandate dal colonnello Salcede, che avevano tentato di assalirli dalla parte della penisola. La piazza era ben fornita di munizioni e difesa da grandi trinceramenti, che gli obici delle cannoniere non riuscivano a distruggere.
Anche Malabon, quantunque continuamente bombardata, non aveva ceduto, e del pari resistevano gl'insorti di Noveleta, di Rosario e di Bulacan, sebbene questi ultimi fossero stretti da vicino dalle truppe del generale Jaramillo.
Cattive nuove invece erano giunte da Paranaque, dove l'insurrezione era stata vinta. Si diceva che molte bande si erano sciolte per ottenere l'indulto assieme alle loro famiglie e che anche le bande di Marion Duque, fuggite dopo la rotta di Salitran, si erano pure disperse, non avendo trovato aderenti fra gli abitanti dei paesi che avevano attraversato.
Si diceva inoltre che il generale Lachambre aveva ripresa la marcia per assalire Binacayan, Noveleta e Cavite, le sole localit tenute dagl'insorti nella provincia di Cavite.
Tutte quelle notizie erano in generale migliori di quanto Romero ed Hang s'aspettavano. Disgraziatamente, Hang-Kai ne aveva aggiunta un'ultima per loro gravissima; da quattro giorni, la flotta spagnuola, accortasi che gli assediati di Cavite, tenevano relazioni cogli abitanti delle vicine coste e che da quelli ricevevano soccorsi di munizioni e d'armi, aveva stretto il blocco, rendendo impossibile un approdo dinanzi alla citt.
Hang-Tu e Romero si erano guardati in viso con inquietudine. Quella stretta vigilanza della flotta, scombussolava interamente i loro progetti.
- Vediamo, - disse Hang-Tu, dopo alcuni istanti di silenzio. - Credi assolutamente impossibile deludere la vigilanza delle cannoniere?... con una piccola barca che abbia le vele dipinte di nero?...
- Verreste presi e colati a fondo, - rispose Hang-Kai. - Ho tentato due notti di seguito di attraversare lo stretto per sbarcare a Cavite alcune casse di munizioni ed ho dovuto ritornarmene sotto il fuoco della squadra.
- Ci  grave, - disse Hang-Tu. - Cavite era la nostra meta.
- Credo che la vostra presenza sarebbe pi utile altrove, - continu Hang-Kai. - Qui l'insurrezione non potr durare a lungo e compiangeremo presto la sorte che toccher ai difensori di Cavite e di Noveleta.
- Che cosa vuoi dire?
- Che le due citt non tarderebbero a cadere.
- E che cosa ci consiglieresti di fare? - chiese Romero.
- Di recarvi presso le coste orientali e settentrionali della baia. Il centro dell'insurrezione non  pi al sud di Manilla, ma a Bulacan e a Malabon. L, anche vinti, potreste continuare la campagna, mentre a Cavite non vi rimarrebbe pi nessuno scampo.
- Forse hai ragione, Hang-Kai, - disse il chinese, - ma Cavite  vicina, mentre Malabon e Bulacan sono lontane.
- Non si tratta che di attraversare la baia.
- Ma vi  la flotta.
- Si pu tenersi al largo dalle punte estreme della penisola e passare inosservati.
- Ma anche dinanzi a Malabon vi  una squadra di cannoniere.
- Non lo credo e poi la via di terra  ancora libera e sbarcando ad otto o dieci miglia dalla cittadella, si potrebbe raggiungerla senza correre pericolo. Aggiungi inoltre che Manilla non  che a poche miglia e vincendo a Malabon si potrebbe portare la guerra sotto le mura della capitale.
- Credo che tu abbia ragione, - disse Romero.
Hang-Tu alz gli occhi guardandolo, come se avesse voluto leggere il pensiero del meticcio, ma tosto li riabbass dicendo:
- S, Manilla non  che a due passi e l batte il cuore della Spagna, ma avrei preferito andare a difendere Cavite.
Poi aveva girato lentamente gli occhi su Than-Ki, che stava seduta in un angolo della capanna. La fanciulla si era lentamente alzata ed era diventata pallidissima: pareva che il solo nome di Manilla fosse bastato per produrre su di lei una penosa impressione, una vera angoscia. Romero di nulla si era accorto, poich aveva ripreso il discorso con Hang-Kai, dicendo:
- Quando credi che potremmo partire?...
- Questa notte, dopo il tramonto della luna. Il vento che soffia dal sud spinger dei vapori attraverso la baia e l'oscurit sar completa.
- Hai una solida barca?...
- Ho un padewakan macassarese, che fila come una rondine marina anche quando il vento non  forte.  armato con due grosse spingarde e montato da arditi marinai.
- Romero, - disse Hang-Tu, - sei deciso a recarti a Malabon?...
- Dipender dal blocco, - rispose il meticcio, - ma credo ora, Hang-Tu, che sia meglio abbandonare Cavite alla sua sorte.
- Tanto pi che forse dai capi sareste male ricevuti, - aggiunse Hang-Kai. - Andrea Bonifacio ed Aguinaldo si disputano il comando supremo delle bande.
- Abbiamo udito parlare dei dissensi di quei due capi, - disse il chinese. - Ors,  deciso: la causa dell'insurrezione ci chiama a Malabon piuttosto che a Cavite e ci andremo. La patria, innanzi a tutto.
- Allora possiamo prepararci a partire, - disse Hang-Kai, alzandosi. - Prima che il padewakan sia qui, saranno necessarie due ore e allora la luna si sar nascosta dietro le montagne.
- Dove hai il veliero? - chiese Romero.
- Nascosto alla foce d'un fiumicello, per sottrarlo alle ricerche degli spagnuoli. Verr ad imbarcarvi qui.
Il meticcio era uscito a rapidi passi, chiamando alcuni de'suoi uomini ed erasi allontanato verso l'ovest, seguendo le sinuosit della spiaggia.
Anche Hang-Tu e Romero, erano usciti dirigendosi verso la riva, seguiti a breve distanza da Than-Ki.
La notte era calata da qualche ora e come aveva previsto Hang-Kai, prometteva di diventare molto oscura. Il vento del sud, che soffiava fresco, aveva spinto sopra l'ampia baia di Manilla grandi strati di vapore, i quali diventavano rapidamente densi, coprendo la luna e le stelle.
Verso l'ovest, ossia in direzione della penisola di Cavite, si vedevano parecchi punti luminosi che si riflettevano sulla cupa superficie del mare con vaghi tremolii, bianchi gli uni e rossi e verdi gli altri. Dovevano essere i fanali di posizione della flottiglia spagnuola, bloccante la piazza degli insorti.
Formavano un grand'arco, le cui estremit toccavano la spiaggia di Cavite.
Di quando in quando, presso uno di quei lumi, si vedeva balenare un vivido lampo, seguito da una fragorosa detonazione. Era il cannone che faceva udire la sua possente voce.
Gli spagnuoli bombardavano la piazza anche di notte, per impedire agl'insorti di rialzare le trincee demolite durante il giorno dagli obici.
Altre volte invece, uno sprazzo di luce candida, abbagliante, rompeva improvvisamente le tenebre e scorreva rapidamente pel mare, illuminando per parecchie miglia, poi bruscamente si spegneva.
- Lo vedi, - disse Romero ad Hang-Tu. - La flotta veglia attentamente e proietta la luce elettrica a grandi distanza, per impedire qualsiasi sbarco.
- Lo vedo, - rispose il chinese, che pareva assai contrariato.
Poi soggiunse con un sospiro:
- Ecco un'altra catastrofe che si prepara. Anche Cavite ha i giorni contati.
- Ci rimarr il cuore dell'isola, e l, su quei monti, si pu ancora organizzare una lunga e disperata resistenza, Hang, - disse Romero.
- Ce lo dir il destino, - mormor il chinese.
I due capi dell'insurrezione si erano seduti uno accanto all'altro, seguendo distrattamente i fasci luminosi, che le navi bloccanti Cavite continuavano a proiettare sul mare e le linee di fuoco degli obici, che le cannoniere scagliavano contro le trincee degl'insorti. Anche Than-Ki si era coricata presso di loro, ma i suoi occhi guardavano altrove, verso oriente, dove sulla linea fosca dell'orizzonte si vedeva brillare ad intervalli un punto luminoso indicante il faro di Manilla.
Verso le undici, quando gi la luna e le stelle furono scomparse dietro le nubi accumulatesi sopra la baia e l'oscurit era diventata profondissima, il padewakan di Hang-Kai si ormeggiava dinanzi alla spiaggia.
- La notte  propizia, - disse il meticcio al chinese, sbarcando. - Il vento soffia forte e prima dell'alba noi saremo a Malabon. Affrettiamoci a prendere il largo.
Hang-Tu, Romero, la giovane chinese e la loro piccola banda salirono a bordo, portando con loro le armi, essendovi molte probabilit di doverle adoperare. Le funi furono tosto ritirate ed il piccolo veliero prese prontamente il largo spiegando tutte le vele.
Quel padewakan era una vera barca da corsa. Questi lesti velieri che si costruiscono nei cantieri di Macassar, e che sono molto usati in tutto l'arcipelago delle Filippine, somigliano ai prahos malesi, ma sono forse meglio resistenti ed anche pi rapidi. Pescano poco, sono lunghi dieci o dodici metri, ma hanno una superficie enorme di vele che permette loro di raggiungere delle velocit straordinarie, anche quando soffiano delle brezze leggere.
Veduti ad una certa distanza, assomigliano ad immensi farfalloni volteggianti sulla cima delle onde, poich il loro scafo  cos basso che non lo si pu quasi vedere ad una distanza di due o tre miglia.
Hang-Kai, che doveva essere un abilissimo marinaio, per meglio ingannare le crociere spagnuole aveva fatto dipingere le gigantesche vele del suo padewakan di nero, onde non si potessero distinguere fra le tenebre, a stivare e perfezionare lo scafo, per poter affrontare impunemente i furiosi venti che soffiano su quell'arcipelago in certe epoche e sfuggire a quelle trombe marine chiamate baguyos, che imperversavano durante i due monsoni.
Per di pi le aveva equipaggiate con una ventina di malesi, marinai impareggiabili ed all'occorrenza valenti soldati, ed armato con due grosse spingarde per potere, nel caso, difendersi contro le cannoniere.
Il piccolo veliero si era gettato subito sotto la costa per tenersi pi lontano che poteva dalla penisola di Cavite, ma attendeva di aver oltrepassato il faro del forte per slanciarsi in mezzo alla baia e muovere direttamente al nord, passando dinanzi alla foce del Passig.
Hang-Kai sapeva che nelle acque della capitale pi nulla aveva da temere, fino nei pressi di Malabon.
Il padewakan filava rapido come una rondine marina, tenendosi a circa mezzo chilometro dalla spiaggia per evitare i bassifondi.
Aveva messo la prora verso la borgatella di Las Pinas, la cui lanterna si distingueva nettamente verso l'est.
Hang-Tu, Romero e Than-Ki, appoggiati al coronamento di poppa, tenevano d'occhio i fanali della flottiglia spagnuola, i quali si spostavano, come se le cannoniere eseguissero delle perlustrazioni intorno alle due estreme punte della penisola. Di tratto in tratto un riflettore elettrico lanciava un grande sprazzo di luce dinanzi alle spiagge di Cavite, illuminando le trincee erette dagl'insorti, seguito poco dopo da un colpo di cannone.
Qualche volta invece la luce elettrica veniva proiettata sul mare facendo scintillare come flutti d'argento, le onde, ma lo sprazzo luminoso non giungeva fino al padewakan, il quale si teneva sempre presso la costa.
Alla mezzanotte, dopo tre o quattro bordate per evitare alcuni banchi di sabbia, il piccolo veliero si trovava all'altezza della seconda penisoletta, sulle cui estremit sorgeva il forte spagnuolo.
Alcuni lumi scintillavano ai piedi della fortezza e scorrevano rapidissimi. Parevano appartenere a torpediniere incrocianti presso le spiagge.
- Stiamo in guardia, - disse Hang-Kai ad Hang-Tu ed a Romero. - Quelle rapide barche sono montate da gente assai curiosa e poi posseggono certi terribili istrumenti, da far saltare in aria anche una grossa giunca.
- Temi che si spingano fin qui? - chiese Hang.
- Mi hanno inseguito pi volte al largo ed una notte sfuggii loro per un puro caso. Credevo ormai che il mio padewakan saltasse con tutti noi. L!... Ve lo dissi io, che sono montati da marinai troppo curiosi.
Uno di quei lumi si era staccato dalla costa e si era spinto al largo, come se avesse intenzione di tagliare la via al piccolo veliero. Gli uomini che montavano quella torpediniera o barca a vapore che fosse, non dovevano per averlo ancora scorto, poich navigava senza fanali. Probabilmente eseguiva una ricognizione a caso.
- Al largo!... - comand Hang-Kai. - Quattro uomini, i migliori puntatori, alle spingarde.
Il veliero si allontanava rapido. Ma anche la torpediniera filava come una freccia e se avesse dovuto continuare la corsa non avrebbe tardato a raggiungerlo. Fortunatamente, dopo di aver percorso due miglia o tre, furono veduti i fanali virare di bordo e allontanarsi in direzione di Cavite.
- Il primo pericolo  passato, - disse Hang-Kai, respirando. - Attendiamo il secondo dinanzi a Malabon.





CAPITOLO XXVI

LA CACCIA AL "PADEWAKAN"

Il "Padewakan", sfuggito miracolosamente alla crociera della flottiglia spagnuola, aveva messa arditamente la prora al nord-est, per passare attraverso alla seconda che vigilava dinanzi a Malabon.
Hang-Kai, sapendo che il secondo pericolo era ben pi grave del primo e pi difficile da evitarsi, trattandosi di sfidarlo invece di sfuggirlo, aveva dato gli ordini necessari onde il veliero si trovasse in grado di difendersi nel caso che fosse assalito.
Da uomo esperto, aveva fatto gettare dinanzi alle due spingarde ammassi di cordami, botti ripiene di ferraccio che servivano di zavorra e tutti i pennoni di ricambio, formando una specie di barricata per la difesa degli artiglieri, poi aveva fatti portare in coperta e caricare un centinaio di fucili, per fulminare colla maggior velocit possibile gli assalitori.
Aveva inoltre fatto aprire una cassa di bombe da gettarsi a mano, che era destinata ai difensori di Cavite, facendone portare alcune in coperta.
Egli sperava con tali proiettili di tener lontane le torpediniere, delle quali aveva molta paura, dopo d'aver corso il pericolo, di saltare in aria colla sua piccola nave.
- Ora sono tranquillo, - disse Hang-Tu. - Se qualche cannoniera troppo curiosa vorr fermarci, spero di poterle respingere e di darle la risposta che si merita.
- Ma resister, il tuo padewakan, alle palle di quei grossi cannoni? - domand il chinese. - Io ne dubito.
- Mi basteranno pochi minuti per condurvi a terra, - rispose il marinaio. - Che dopo mandino a picco il mio veliero, non m'importa, poich io non torner pi al villaggio che abbiamo lasciato.
- Rimarrai a Malabon?...
- A Cavite non potrei pi andare ed io non son uomo da rimanere inoperoso, mentre tutti gl'insorti si battono.
-  vero, - disse Hang-Tu.
- Ah!...
- Che cos'hai?...
- Scorgo di gi i fanali delle navi ancorate alla foce del Passig. Se questo vento non scema, fra mezz'ora passeremo dinanzi a Manilla.
Romero, che gli stava presso, appoggiata alla murata, udendo quelle parole aveva trasalito; poi si era raddrizzato fissando ardentemente gli occhi verso quei lumicini che indicavano la vicinanza della capitale, mentre un lungo sospiro gli sfuggiva dalle labbra.
Than-Ki che si trovava a due passi da lui, seduta su di un gruppo di cordami e che non lo aveva perduto d'occhio un solo istante, si era accorta della mossa del meticcio.
Si alz bruscamente, seguendo lo sguardo di Romero, poi gli si avvicin senza far rumore.
Il meticcio continuava a guardare verso la foce del Passig, come se fosse attratto da una curiosit irresistibile. Si sarebbe detto che egli sperava di veder comparire da quella parte la donna amata e che non aveva riveduto dopo la sua partenza pei campi dell'insurrezione.
Than-Ki gli si era avvicinata tanto da toccarlo, ma pareva che Romero non si fosse accorto.
-  laggi che brilla la stella della donna bianca, - gli disse improvvisamente la giovane chinese. - La vedi, mio signore?...  sempre splendida.
Romero non si era mosso, n aveva risposto. Forse nulla aveva udito.
- Mi hai compreso, mio signore? -rispose Than-Ki, dopo alcuni istanti di silenzio. - Guarda come luccica sopra Manilla, mentre la mia stella sta per tramontare in mare.
Romero guard la giovanetta. Una viva commozione gli si scorgeva sui maschi ed energici lineamenti. La vicinanza di Manilla doveva aver scatenata la passione, che invano aveva cercato fino allora di soffocare.
- Tu soffri, - disse Than-Ki, alla quale nulla era sfuggito. - Sia maledetta la donna bianca che tormenta il cuore del mio signore!
- Non parlare di lei, mia fanciulla, - disse Romero, con voce soffocata.
- Ma tu soffri.
- Che importa?
- Ed  sempre la donna bianca che ti fa diventare triste.
- S, - mormor Romero, con un soffio di voce.
- E tu non dimenticherai mai quella donna che ti strazia il cuore?... Io, al tuo posto, l'avrei odiata.
- Non si odia chi si ama, Than-Ki.
- Ah!...  vero, - disse la giovane, con tristezza. - Tu l'ami sempre!
In quell'istante, una voce partita da prora, echeggi.
- Bada al largo!... Ci si d la caccia!...
Hang-Tu ed Hang-Kai avevano abbandonata precipitosamente la murata e si erano lanciati verso poppa, in preda ad una certa inquietudine.
Un malese che si era inerpicato sul pennone di trinchetto, aveva lanciato quel grido d'allarme.
- Che cosa vedi! - chiese Hang-Kai.
- Una cannoniera che ci segue, - rispose il malese. - Ha spento or ora i suoi fanali, ma vedo le scorie che escono dalla ciminiera.
- Marcia su noi?...
- S.
- A quale distanza? - chiese Hang-Tu.
- A meno d'un miglio.
Hang-Kai ed il chinese si erano lestamente arrampicati sulle griselle, raggiungendo il pennone, nulla avendo potuto scorgere dalla tolda in causa della poca elevazione del veliero.
Il malese indic loro una massa nera che si dirigeva verso il padewakan, e sopra la quale s'alzavano delle scorie che scintillavano distintamente fra la profonda oscurit.
- S, - disse Hang-Kai, - quella cannoniera si prepara a darci la caccia, ma spero di giungere a Malabon prima di essa.
- Abbordiamola, - disse il chinese. - Le armi non ci mancano.
- E ci manderanno a picco, - rispose il marinaio. - Se noi ci trovassimo sotto la costa oserei impegnare la lotta, ma qui in pieno mare, sarebbe una pazzia. Con due o tre colpi di cannone possono sfasciare il mio legno.
- Che cosa conti di fare adunque?...
- Di continuare la mia rotta spiegando pi tela che potremo.
- Sia, - disse Hang-Tu.
Si erano affrettati a scendere e dopo d'aver informato Romero del pericolo, avevano fatto spiegare due altre vele sopra i pennoni di maestra e di trinchetto per accrescere la velocit del piccolo legno.
La cannoniera segnalata, che si avanzava coi fanali spenti, per sorprenderlo e catturarlo, si era lanciata dietro al fuggiasco forzando la macchina, ma pareva che fosse una mediocre camminatrice, poich non guadagnava molto.
Nondimeno Hang-Kai, Hang-Tu e Romero avevano prese tutte le disposizioni per difendersi estremamente. Tutti gli uomini erano stati chiamati in coperta e disposti dietro alle murate mentre i migliori artiglieri avevano caricate frettolosamente le due spingarde.
A mille metri, la cannoniera, il cui equipaggio doveva ormai essersi accorto che aveva da fare con un veliero montato da insorti, spar una cannonata a polvere per intimare ai fuggiaschi di mettersi in panna8 e lasciarsi visitare, ma Hang-Kai si guard bene dall'obbedire.
Non ricevendo alcuna risposta e vedendo che il piccolo veliero non si arrestava, spar una seconda cannonata; e questa volta i fuggiaschi udirono in aria il sibilio acuto della palla.
- Fra poco comincer a grandinare, - disse Hang-Kai, la cui fronte si oscurava.
- Abbordiamolo, - consigli Hang-Tu. - Siamo in trenta ed io rispondo dei miei uomini.
- Credo che sia il partito migliore, - disse Romero, che aveva gi armato il suo fucile. - Ordinariamente le cannoniere sono montate da equipaggi poco numerosi.
- Ma a me preme di non esporre la vita dei due migliori capi dell'insurrezione, in un combattimento che non sar d'alcuna utilit per la nostra causa, - rispose Hang-Kai, con voce grave. - Finch ho la speranza di poter sfuggire all'attacco di quella cannoniera, non mi arrester.
- Ma possono colarci a fondo.
- Non ancora, Hang-Tu. La notte  oscura e tu sai che le palle non hanno occhi e che gli artiglieri non hanno la vista dei gatti. To'!... Guarda!...
Una terza cannonata era echeggiata, ma anche questa volta la palla era passata sopra il padewakan, senza causare alcuna avaria. Stante l'oscurit e la poca elevazione del veliero, gli spagnuoli erano costretti a far fuoco a casaccio ed avevano ben poche probabilit di affondare i fuggiaschi prima dell'alba, se non riuscivano a diminuire la distanza.
Il padewakan non rispondeva, non essendo le sue spingarde di tale portata da misurarsi col grosso pezzo della cannoniera e poi aveva tutto l'interesse di non indicare la sua rotta esatta. Continuava a fuggire per poter giungere a Malabon prima dello spuntare del sole.
Le cannonate intanto continuavano e le palle cominciavano a cadere ben vicine. Gi due volte avevano fatto spruzzare l'acqua a pochi metri dalla poppa ed una anche traversate le due gigantesche vele, smussando l'estremit inferiore del pennone di trinchetto.
Hang-Kai ed i suoi compagni non si preoccupavano delle palle, ma invece molto delle detonazioni, le quali potevano attirare l'attenzione di qualche altra nave spagnuola che facilmente doveva trovarsi in quelle acque.
Alle due del mattino la posizione non era di molto variata. Due altre palle avevano colpito il piccolo veliero, una sopra coperta fracassando parte della murata di babordo ed uccidendo due malesi, e un'altra aveva attraversato il ponte, troncando alcuni cavi delle manovre, ma la carena era rimasta intatta e ci bastava.
La cannoniera per aveva guadagnato due o trecento passi ed alcune palle di fucile erano gi giunte sul veliero, forando le vele in pi luoghi.
Hang-Tu insisteva sempre per darle battaglia, ma Hang-Kai resisteva ostinatamente. Il marinaio sapeva ormai che Malabon non era lontana e sperava ancora di giungervi prima che la nave venisse gravemente danneggiata.
Alle due e mezzo un malese che era stato mandato sul pennone di trinchetto, segnalava alcuni punti luminosi che brillavano verso il nord-est.
- Malabon!... - esclam Hang-Kai, mandando un grido di gioia. - Fra venti minuti noi staremo a terra.
Gli spagnuoli, come se avessero compreso che la preda stava per sfuggire a loro, raddoppiavano le cannonate e con qualche successo, quantunque il cielo non accennasse ancora a rischiararsi.
Le palle cadevano attorno al veliero e qualcuna attravers il ponte fracassando qualche malese. Hang-Tu, temendo per la giovane chinese, l'aveva costretta a ripararsi nella piccola camera di prora.
Hang-Kai, messosi alla barra, guidava il veliero di sua mano, avendo piena conoscenza della costa verso la quale muoveva.
I lumi di Malabon erano ormai diventati perfettamente visibili. Ancora un quarto d'ora e tutti erano salvi.
Ad un tratto per, furono veduti alcuni fanali rossi, bianchi e verdi che pareva si muovessero dinanzi alla costa. Hang-Kai era impallidito.
- Fulmini!... - url. - La costa  bloccata!...
A cinque o seicento metri si vedevano masse nere solcare il mare e pareva si dirigessero verso la cannoniera, la quale continuava a far fuoco.
Hang-Tu e Romero si erano lanciati verso prora.
- Abbiamo delle navi dinanzi a noi!... - esclam il chinese.
- Forziamo il blocco, - rispose Romero. - Forse non siamo ancora stati scoperti. Hang-Kai, fila diritto e manda il padewakan addosso la costa: noi saremo pronti a far fuoco.
La flottiglia spagnuola pareva che non si fosse ancora accorta dell'avvicinarsi del piccolo veliero, poich invece di muovergli incontro per tagliargli la via, si dirigeva verso la cannoniera. Con un po'd'audacia, gl'insorti potevano passare.
- Che nessuno mandi un grido, - disse Romero, - e che nessuno faccia fuoco prima del mio comando.
Hang-Kai, vedendo che le cannoniere accennavano a prendere il largo per tema di arenarsi sui numerosi banchi che si estendono dinanzi alla costa, avevano diretto il padewakan verso il canale di Malabon entro il quale sperava di rifugiarsi prima che la flottiglia si fosse accorta dell'inganno.
Gi si era impegnato in mezzo ai banchi, manovrando fra di essi con meravigliosa sicurezza, quando si ud a gridare:
- Fuoco di bordata!...
Cinque colpi di cannone rintronarono, formando quasi una sola detonazione. Un uragano di mitraglia spazz il ponte del veliero rasandolo come un pontone, mentre un obice fracassava parte della poppa.
I malesi ed i meticci della piccola banda, sbarazzatisi delle vele che erano cadute in coperta assieme agli alberi, ai pennoni ed alle manovre, scaricarono le spingarde ed i fucili, facendo per pi fracasso che danno.
Il padewakan affondava rapidamente, ma ormai era nel canale, entro cui le cannoniere non potevano seguirlo, specialmente con quell'oscurit.
- In acqua il canotto!... - grid Hang-Kai.
Una piccola barca che stava in coperta fu subito calata. Hang-Tu, Romero e Than-Ki e quattro uomini che erano stati feriti da quella pioggia di mitraglia vi balzarono dentro, arrancando verso terra, mentre tutti gli altri si gettavano a nuoto.
Una cannoniera che si era spinta fino all'entrata del canale, vedendo il piccolo veliero galleggiare ancora, le tir contro un'ultima palla, una granata, la quale scoppiando diede fuoco alla cassa delle munizioni.
Il povero padewakan, gi sdrucito e mezzo affondato, vol in pezzi con un lungo rimbombo, lanciando i suoi rottami fino sui banchi pi vicini, poi il suo scafo mutilato, scomparve sotto le acque.
- Ancora un istante di ritardo e saltavamo in aria anche noi, - disse Hang-Tu, che arrancava con lena disperata.
La costa non era che a pochi passi ed alcuni insorti, attirati da quegli spari e dallo scoppio erano accorsi sulla spiaggia, credendo che gli spagnuoli fossero sbarcati.
- Chi vive!... - gridarono, puntando le armi verso il canotto.
- Hang-Tu capo delle societ segrete e Romero Ruiz capo supremo delle bande della provincia di Cavite, - rispose il chinese con voce tonante.
Le armi furono abbassate e tutti si slanciarono gi dalla spiaggia.
- I capi dell'insurrezione siano i benvenuti, disse il comandante del drappello, aiutandoli a sbarcare. - I difensori di Malabon saranno orgogliosi di riceverli.





CAPITOLO XXVII

IL BOMBARDAMENTO DI MALABON

Malabon, al pari di Salitran, di S. Nicola, di Noveleta, di Rosario, di Binacayan e di altre ancora, non era che una semplice borgata di ben poca importanza come popolazione: ma la sua vicinanza a Manilla e la sua posizione le avevano dato un grande valore per gl'insorti, i quali fino dal principio della sommossa l'avevano fortemente occupata e trincerata. Essendo essa situata su di un canale interno, comunicante contemporaneamente colla capitale e con Bulacan, una cittadella importante tenuta dagli insorti, poteva quindi minacciare la prima e ricevere aiuti dalla seconda.
Fino allora, quantunque le bande che la occupavano costituissero un vero pericolo per Manilla che si trovava a cos breve distanza, le truppe spagnuole non avevano osato attaccarla essendo essa costruita all'estremit d'un'isola che la metteva al sicuro d'una sorpresa, ma aveva gi subto non pochi bombardamenti da parte del cannoniere, le quali erano riuscite ad isolarla, facendo occupare le rive del canale interno da una parte degli equipaggi.
Si sapeva per che alcune colonne spagnuole si erano accampate al di l del canale, aspettando il momento propizio per assalirla ed espugnarla con forze poderose, mentre altre cercavano di tagliarle le comunicazioni con Bulacan, sotto la direzione del generale Jaramillo, il quale si era gi impadronito di uno dei principali campi degl'insorti uccidendo oltre trecento difensori e fugando tutti gli altri colla perdita d'armi e cavalli.
La notizia dello sbarco di Hang-Tu e di Romero era stata accolta con viva soddisfazione da tutte le bande di Malabon, le quali gi cominciavano a dubitare della loro impresa, dopo gli ultimi disastri subiti dagl'insorti della provincia di Cavite e la vicinanza delle truppe spagnuole. La presenza dei due valorosi capi dell'insurrezione, faceva loro sperare giorni migliori ed una resistenza accanitissima. Hang ed il meticcio, dal canto loro, si erano subito messi alacremente all'opera, comprendendo che l'attacco delle truppe spagnuole, combinato coll'azione della squadra, non si sarebbe fatto molto attendere.
Mentre il primo si era incaricato di riorganizzare le bande, l'altro si era occupato delle opere di difesa per mettere la piazza in grado di resistere vittoriosamente al bombardamento della flotta.
Il tre soli giorni, la loro straordinaria attivit aveva gi dato insperati risultati, rendendo Malabon fortissima.
Mentre avevano fatto occupare i migliori punti del canale per mantenerlo libero, onde non avere interrotte le comunicazioni con Manilla e specialmente col comitato dell'insurrezione e colle societ segrete dalle quali potevano sperare aiuti di uomini, d'armi e di munizioni, avevano fatto costruire dalla parte del mare imponenti trincee, armandole con tutti i pezzi d'artiglieria disponibili, per far fronte agli attacchi della flottiglia.
Quelle misure di difesa erano state prese in buon punto poich il 28 marzo le cannoniere, dopo alcuni giorni di tregua, avevano ripreso vigorosamente il bombardamento, lanciando i loro obici contro le case della borgata.
Hang e Romero non si erano per questo mostrati inquieti, ma avevano accettata la tremenda lotta con grande serenit e calma, risoluti a farsi seppellire sotto le rovine della borgata piuttosto che arrendersi.
Da mattina a sera sulle trincee, l dove le bombe e le palle cadevano pi fitte, dirigevano intrepidamente il fuoco dei pochi pezzi che la piazza possedeva; e alla notte riparavano i danni prodotti dalle granate, rinforzando dovunque le difese.
Le case della borgata, sotto l'incessante fuoco della flottiglia cadevano in rovina, ma che importava? Le trincee resistevano e se venivano distrutte, si rialzavano pi robuste di prima e questo bastava.
Quel bombardamento d'altronde non impediva che gl'insorti continuassero a mantenere relazioni coi comitati segreti della capitale. Quasi ogni notte audaci corrieri inviati dalle societ segrete, deludendo la vigilanza degli spagnuoli, che occupavano le sponde opposte del canale, giungevano, recando notizie della guerra.
Cos avevano appreso che dovunque le piazze assediate resistevano, che Cavite e Noveleta si difendevano sempre disperatamente, che Bacoor si reggeva ancora, che Rosario aveva tenuto testa al nemico, e quelle notizie mantenevano alto il morale delle bande. Avevano per saputo che a Monte Haany gl'insorti erano stati battuti con gravi perdite e che pi di tremila famiglie e novecento combattenti avevano abbandonato la causa della libert, ma la loro fiducia nel buon esito della lotta finale non era stata scossa.
Il 31 marzo per, una grave notizia era giunta al campo di Malabon e cio che gli spagnuoli stavano preparando pel 2 aprile un attacco generale contro Cavite, Rosario e Malabon, per scoraggiare e avvilire le bande con una strepitosa vittoria.
Hang-Tu e Romero si eran ben guardati dal comunicare ai capi delle bande quelle nuove; ma avevano prese tutte le misure necessarie per resistere esattamente agli sforzi della flotta, la sola pel momento che poteva agire contro Malabon.
Gi avevano osservato che altre cannoniere e barche a vapore armate d'artiglieria l'avevano raggiunta e che insieme si disponevano a forzare l'entrata del canale per potere, all'occorrenza, sbarcare gli equipaggi.
Il 1 aprile un comunicato del comitato segreto, portato da un messaggiero, aveva dato l'annuncio che Cavite e Rosario, strette dalla parte del mare e da terra, si trovavano agli estremi e che a Noveleta si combatteva disperatamente, con poca speranza di vincere.
L'indomani la flotta riprendeva con novella furia il bombardamento di Malabon. Le granate e le palle cadevano fitte sulla borgata, malgrado gli sforzi degli assediati per ridurre in silenzio i cannoni delle navi.
Le trincee franavano nei fossati costringendo i difensori a ritirarsi continuamente, abbandonando talvolta qualche pezzo d'artiglieria; le case diroccavano con immenso fracasso accumulando rottami su rottami; il campanile della chiesa cadeva pezzo a pezzo. Gli scoppi della bombe echeggiavano dappertutto, provocando frequenti incendi che venivano spenti con grandi fatiche e gravi pericoli.
Romero, Hang-Tu e perfino Than-Ki, la quale, malgrado le preghiere dei due capi non aveva voluto ritirarsi in un boschetto vicino, dove gi si erano rifugiate le bande di riserva, non abbandonavano un solo istante le trincee, incoraggiando colla presenza ed il loro sangue freddo i difensori.
A mezzod, quando pi furioso diventava il bombardamento, anche sulla opposta sponda del canale, si ud a tuonare il cannone. Gli spagnuoli, dopo d'aver occupato Obando e Calocan fugando i pochi insorti che vi avevano trovati, si erano avanzati verso il canale per prendere parte alla lotta e prestare valido aiuto alle loro cannoniere. Piazzata una batteria fra i canneti, si preparavano a prendere alle spalle i difensori di Malabon.
Udendo gli spari rombare da quella parte, Romero si era affrettato a raggiungere Hang-Tu.
- Stiamo per venire schiacciati, - gli disse. - Non credevo che gli spagnuoli fossero cos vicini.
- Lo vedo, - rispose Hang. - Per Malabon temo che sia presto finita.
- Finita no, poich le nostre bande sono ancora intatte ed in grado di battersi vittoriosamente, ma domani la borgata sar distrutta.
- Che cosa consigli di fare?...
- Pensare di ridurre al silenzio la batteria.
- Ma non abbiamo alcun cannone dalla parte del canale.
- Farai imboscare alcune bande nei canneti a aprirai un nutrito fuoco di moschetteria sugli spagnuoli. Se si accorgono che da quel lato siamo deboli, potrebbero decidersi ad attraversare il canale.
- E non si pu pi contare su alcun soccorso, - disse Hang, che era diventato assai pensieroso.
- Siamo ormai isolati, - rispose Romero. - Alcuni insorti mi hanno detto che poco fa si udiva tuonare il cannone verso Bulacan. Forse il generale Jaramillo a quest'ora attacca la citt.
- Cos avremo tutte le vie tagliate.
- Forse, ma non disperiamo ancora, Hang. I nostri uomini si battono bene. Va'ed affrettati.
Mentre il chinese andava a scegliere alcune bande per controbattere il fuoco delle schiere di terra, la flotta continuava il bombardamento, distruggendo la seconda linea di trincee, demolendo nuove case e danneggiando gravemente i pochi pezzi d'artiglieria degl'insorti.
Quella grandine di obici dur tutta la giornata con accanimento senza pari e non cess che un'ora dopo il tramonto, quando ormai la met dei cannoni degli insorti erano ridotti inservibili e mezza borgata era distrutta.
Nemmeno la batteria del canale era stata ridotta in silenzio, malgrado gli sforzi di Hang-Tu e dei suoi uomini.
Romero, temendo che i marinai della flotta approfittassero delle tenebre per scendere sulla spiaggia e tentare un attacco notturno, aveva fatto chiamare tutte le bande della riserva, disponendole fra i rottami delle trincee, poi aveva dato l'ordine di rialzare nuovi terrapieni, prevedendo per l'indomani un nuovo e pi disastroso bombardamento.
Prese tutte quelle misure, si era incamminato attraverso la borgata per consigliarsi con Hang-Tu, che credeva si trovasse ancora sulle rive del canale assieme a Than-Ki, quando presso l'angolo d'una casa gi in parte diroccata dagli obici della flotta, si vide tagliare la via da un uomo che pareva lo attendesse.
Credendo che fosse qualche spia spagnuola introdottasi nascostamente nella borgata, aveva estratta rapidamente una rivoltella, ma vide subito trattarsi d'un tagalo.
- Cosa vuoi? - gli chiese, vedendo che l'indigeno non si ritirava per lasciargli il passo.
Il tagalo gir all'intorno un rapido sguardo, come per essere certo che non vi fosse alcuno nei dintorni, poi disse:
- Vi attendevo, signor Ruiz.
- Sei forse un messaggero del comitato dell'insurrezione? - chiese Romero.
- No, ma vengo da Manilla. Sono sbarcato un'ora fa, sfuggendo alla sorveglianza degli spagnuoli.
- Da Manilla, - mormor Romero, soffocando un sospiro. - E chi ti manda?...
- Una donna.
- Chi?...
Invece di rispondere, il tagalo sciolse un nodo della sua camicia e porse al meticcio stupito una piccola conchiglia, entro la quale stava celato un biglietto.
Romero, in preda ad una viva agitazione, si era ritirato sotto l'arco di una porta ed acceso uno zolfanello, aveva spiegato rapidamente il biglietto. Conteneva poche parole, scritte con una calligrafia elegante e che il meticcio ben conosceva, ma d'una gravit terribile:
"Noveleta, Rosario e Cavite sono cadute e tu sei accerchiato. L'insurrezione non ha pi bisogno di te ora. Fuggi prima che ti prendano e pensa sempre a chi ti vuol bene".
Romero aveva gettato un grido:
- Teresita!...
Poi al grido del cuore, aveva tenuto dietro un grido di dolore. - Vinta l'insurrezione! - aveva esclamato. - Cavite perduta!... Ecco che suona l'ultima ora per la libert!... - Poi aveva tentato di lanciarsi attraverso la via per correre da Hang, ma il tagalo lo aveva arrestato, dicendogli:
- Parto questa notte istessa e domani rivedr la persona che qui mi ha mandato. Che cosa devo dirle?...
Romero si era fermato.
- Ritorni da lei? - chiese, con voce angosciata. - Povera Teresita, pensa sempre a me, quantunque io mi batta contro i suoi fratelli e forse... non la rivedr pi mai. Triste destino!...
- Ebbene? - chiese il tagalo. - I momenti sono preziosi e se tardo a ripartire, non potrei pi ritornare a Manilla.
- Le dirai che io penso sempre a lei e che Romero morr col suo nome fra le labbra.
- Volete rimanere qui?...
-  necessario, - rispose Romero, sospirando. - Qui forse cadranno domani gli ultimi difensori della libert e morr anch'io con loro.
- Fuggite con me, signore. La mia barca fila come una freccia ed io vi condurr a Manilla senza che gli spagnuoli se ne accorgano.
- Il capo dell'insurrezione non pu abbandonare i suoi uomini, quando questi stanno per morire.
- Ma la mia padrona vi ama.
- Ed anch'io l'amo, ma Romero Ruiz non pu diventare un vile.
- Allora addio, signor Ruiz.
- Una parola ancora.
- Parlate.
- Si sa adunque a Manilla che io difendo Malabon?
- Gli spagnuoli, o meglio il maggiore mio padrone, lo aveva saputo, ecco perch sono mandato qui.
-  a Manilla il maggiore?
- S, signor Ruiz.
- Addio. Dirai a Teresita che il mio cuore appartiene a lei e il mio corpo all'insurrezione.
Poi si allontan rapidamente come se volesse nascondere la sua commozione e si rec sulle rive del canale, dove Hang-Tu stava facendo costruire alcune trincee pei suoi tiragliatori.
Il chinese, vedendo Romero, gli era mosso incontro.
- Buone nuove? - gli chiese.
- Tristi, - rispose Romero. - La bandiera della libert  stata abbattuta e forse non ondegger pi mai sulle Filippine.
- Che cosa intendi di dire? - chiese Hang, impallidendo.
- Che il baluardo della libert  stato preso...
- Cavite!...
- Ed anche Noveleta e Rosario.
- E noi adunque?...
- A noi non resta che morire.
- S, - disse Hang, con voce cupa. - Morire, ma sul sangue degli spagnuoli.
L'indomani, dopo due ore di bombardamento, malgrado la estrema difesa degl'insorti, Malabon veniva ridotta in cenere e le bande ricacciate nell'interno dell'isola, mentre il generale Jaramillo assaliva gl'insorti di Bulacan costringendoli a fuggire colla perdita di centocinquanta uomini.





CAPITOLO XXVIII

L'ULTIMA LOTTA

Il valore e la tenacia delle truppe spagnuole, dopo quattro mesi di lotte sanguinose, avevano trionfato contro le innumerevoli, ma male organizzate bande degl'insorti.
L'ultima ora stava per suonare per l'insurrezione scoppiata nella maggiore isola delle Filippine. Nessuno sforzo, nessun eroismo, poteva pi rialzare le sorti.
Caduta Cavite, Noveleta, Rosario e Malabon, agl'insorti pi non rimanevano che Bulacan al nord dell'ampia baia, ma gi stretta da vicino dalle vittoriose truppe del generale Jaramillo; Santa Cruz sul lago Bay, ma gi in procinto di cadere, Naie nella provincia di Cavite dove si erano ritirate le bande di Aguinaldo contro le quali si preparava ad agire il generale Sucre alla testa di venti compagnie, e pochi altri luoghi di nessuna importanza, che dovevano cadere al primo assalto.
Le sottomissioni erano cominciate su vasta scala, dopo quelle strepitose vittorie. Nella sola provincia di Manilla, dal 2 al 4 aprile novecento insorti e duemila famiglie si erano presentati per l'indulto e millecento combattenti avevano deposto le armi nella provincia di Nueva-Eciya, compresa l'intera banda del capo Castillo, la pi numerosa e agguerrita, mentre dieci mila famiglie avevano abbandonata la causa della libert.
Malgrado per cos tanti disastri e cos tristi notizie, Romero e Hang-Tu non avevano cedute le armi, quantunque fossero convinti dell'inutilit dei loro sforzi.
Dopo d'aver combattuto valorosamente, con coraggio disperato, dinanzi alla borgata che fiammeggiava alle loro spalle, si erano ritirati nell'interno dell'isolotto per mettere le bande, che erano ancora rimaste, al coperto dagli obici della flotta, improvvisando un accampamento a due chilometri dalle rovine di Malabon.
Erano ancora in quattrocento, la maggior parte meticci e tagali e tutti bene armati; ma una sessantina di loro erano feriti pi o meno gravemente e destinati, in gran parte, a morire, non possedendo medicamenti e non avendo un solo medico. Per di pi i viveri, distrutti quasi tutti dall'incendio che aveva divorato Malabon, stavano per mancare e le bande erano quasi completamente accerchiate e quindi nell'impossibilit di poter ricevere soccorsi.
Romero ed Hang, dopo d'aver fatto improvvisare alcune trincee, avevano fatto radunare tutti i capi delle bande per risolvere sul da farsi.
- La nostra posizione , se non disperata, certo gravissima, - disse Romero, rivolgendosi ai capi. -  necessario prendere una decisiva deliberazione, prima che gli spagnuoli, imbaldanziti dalle vittorie, si risolvano a varcare il canale ed assalirci qui, distruggendo gli ultimi difensori della libert.
"Ormai non possiamo contare che sulle nostre sole forze e sul nostro valore. Nelle regioni del sud l'insurrezione  domata o quasi, e in quelle settentrionali, le sconfitte dei nostri si succedono sempre pi disastrose. Anche Bulacan si pu considerare perduta.
"L'intenzione mia e di Hang-Tu sarebbe di tentare di rompere la cerchia di ferro che minaccia di soffocarci, di attraversare il canale e di raggiungere le montagne dell'isola, per mantenere ancora viva la nostra morente fiamma della libert. Manilla per noi  per sempre perduta e sarebbe follia sperare di prenderla.
"Sulle rive della Grande Pampanga e del Chica e sulle altre cime del Caraballo de Baler, noi potremo trovare un asilo sicuro ed attendere giorni migliori per riprendere la lotta contro gli avversari."
- Credo che il vostro piano sia il migliore, - rispose un capo banda, dopo d'averlo ascoltato in silenzio. - Nella provincia di Manilla pi nulla ci rimane da fare.
- Ma non si potrebbe tentare di raggiungere le bande di Bulacan? - chiese un altro capo.
- Avevamo pensato a questo, - riprese Romero, - ma noi siamo troppo pochi, per assalire alle spalle le truppe del generale Jaramillo che ci chiudono la via. Si potr tentare di raggiungerle pi tardi, scendendo lungo le rive della Grande Pampanga del Rio de Quingua.
- Riusciremo noi a forzare la cerchia che ci rinserra?
- Lo si tenter, - disse Hang-Tu. - Forse gli spagnuoli non ci credono ancora tanto numerosi e non si attenderanno un attacco da parte nostra.
- Sar cosa prudente, - osserv Romero, - di mandare alcuni uomini risoluti sulla riva opposta, per spiare le posizioni degli spagnuoli, onde sapere se converr ripiegare subito su Obando o su Meyca.
- O su Calocan? - chiese un capo banda.
- Non bisogna pensarvi, - disse Romero. - Calocan deve essere gi occupata dal nemico.
- E quando tenteremo l'attacco? - chiesero i capi banda.
- Appena avremo la certezza di poterci ritirare su una o l'altra delle due borgate sopraccennate, - rispose Romero. - Questa sera gli esploratori attraverseranno il canale e andranno a vedere quale via ci converr prendere, dopo forzato il passo.
- E se questo ultimo tentativo risultasse vano?
- Morremo tutti col grido di "Viva la libert" sulle labbra, - risposero Hang-Tu e Romero.
- E sia, - dissero i capi banda. - I difensori di Malabon non si arrenderanno.
- All'opera, fratelli, - disse Romero. - Dobbiamo costruire le zattere necessarie ad attraversare il canale.
La seduta fu sciolta e tutti ritornarono alle loro bande per dare principio alla costruzione dei galleggianti, mentre Hang-Tu andava a scegliere gli uomini destinati a prendere parte a quelle pericolose esplorazioni sul territorio occupato dal nemico.
Romero, uscendo, si era incontrato con Than-Ki, che pareva lo attendesse.
- Ebbene, mio signore? - gli chiese la giovane chinese. - Tutto non  perduto ancora,  vero?
- No, fanciulla, - rispose Romero, - ma temo che il destino stia per segnare la fine dell'insurrezione.
- Ma noi fuggiremo da qui.
- Lo tenteremo, Than-Ki.
- E dove andremo?
- Nelle regioni settentrionali dell'isola.
Un vivido lampo brill negli occhi del chinese.
- Noi andremo lontano da Manilla! - esclam.
- S, lontano, forse molto lontano, - rispose Romero, con un sospiro.
- L'aria di Manilla fa male a te, mio signore.
- E fors'anche a te,  vero Than-Ki, - disse il meticcio con un malinconico sorriso.
- A me  fatale, mio signore. L, sulle alte montagne del nord, il Fiore delle Perle forse rifiorir pi rigoglioso ed il suo cuore soffrir meno.
- Non illuderti, mia povera fanciulla.
- Il mio signore non dimenticher forse mai la Perla di Manilla?
- Than-Ki, credi tu che i lill del tuo paese possono vivere senza il sole?
-  vero, non lo potrebbero, disse la fanciulla, diventando triste. - No, i lill non germogliano senza il tiepido raggio dell'astro dorato.
- Lo vedi, Than-Ki e poi... chiss, forse domani pi nessuno di noi potrebbe essere ancora vivo.
- Hai dei tristi presentimenti, mio signore? - chiese Than-Ki, rabbrividendo.
- Vedo sempre buio nel mio avvenire. Mi sembra che le nere e gelide ali della morte mi sfiorino.
- Allora noi morremo tutti, mio signore. Anch'io ho sognato questa notte che la morte mi stava vicina, ed ho veduto volteggiarmi intorno lo spirito di mia madre.
- Triste presagio, - mormor Romero, che aveva pure provato un brivido. - Temo che noi siamo tutti votati alla morte.
- Morremo insieme, mio signore!
- Ma prima di cadere io cercher di salvarti, Than-Ki. Tu sei troppo giovane per dare un addio alla vita.
- Che importerebbe a me la vita senza di te, mio signore?
- Il tuo cuore potrebbe ancora battere per un altro e con maggior fortuna. Quell'altro non avrebbe un'altra Perla di Manilla.
La giovane chinese croll mestamente il capo, poi disse con suprema energia:
- Mai, mio signore!...
- Sublime creatura, - mormor Romero, guardandola con tenerezza. - E tanto affetto, tanta costanza dovr infrangersi contro il destino!
Aveva fatto a Than-Ki un gesto d'addio e si era allontanato rapidamente, dirigendosi verso il mare. Si recava col per vedere se la flotta spagnuola aveva sbarcati i suoi equipaggi nei dintorni delle rovine di Malabon, ma si era anche allontanato per nascondere la sua commozione e per troncare quel colloquio che per lui diventava penoso.
La flottiglia che aveva distrutta la borgata, non aveva abbandonate la acque dell'isola, anzi approfittando dell'assenza dei ribelli, le cannoniere che pescavano meno si erano avvicinate all'imboccatura del canale e qualcuna si era gi ormeggiata sotto la costa, gettando a terra un pontile.
Gli equipaggi non erano sbarcati, ma ormai in pochi minuti potevano approdare indisturbati e correre addosso agl'insorti, se le truppe spagnuole di terra si fossero risolute a varcare il canale.
- Attendiamoci un attacco anche da questa parte, - disse Romero. - Il pericolo ci stringe da tutte le parti e forse ci schiaccer!
Quando ritorn all'accampamento la notte era gi inoltrata e gli uomini scelti da Hang-Tu fra i pi valorosi, si preparavano a partire per esplorare il terreno sulla riva opposta del canale, in direzione di Obando e di Meyca.
Alla mezzanotte quel piccolo gruppo di audaci, imbarcatisi su di una zattera, attraversarono silenziosamente il canale, sbarcando fra i canneti della riva opposta.
Hang-Tu, Romero e tutti i capi delle bande si erano radunanti sulla spiaggia dell'isola tendendo ansiosamente gli orecchi, ma nessun allarme era echeggiato al di l del canale, n alcuno sparo. Gli esploratori, protetti dalle tenebre, erano riusciti a passare senza essere veduti dagli spagnuoli che dovevano accampare in quei dintorni.
Il 4 maggio la situazione degl'insorti di Malabon non vari. Gli equipaggi delle cannoniere non erano ancora sbarcati e le truppe di terra nulla avevano intrapreso sulla riva opposta del canale, ma i due capi dell'insurrezione per ci non erano tranquilli. Sentivano per istinto che i nemici si preparavano per un attacco decisivo.
Gi alcune scialuppe erano state vedute all'estremit del canale, e quelle che indicavano che le truppe di terra si radunavano su qualche punto della costa per tentare, pi tardi, d'irrompere sull'isola.
Alla notte, uno degli otto uomini mandati in esplorazione faceva ritorno, attraversando a nuoto il braccio di mare, ma aveva cattive notizie. Obando era occupata da una forte avanguardia di spagnuoli con qualche pezzo d'artiglieria, e pi al sud aveva incontrato numerose truppe che marciavano verso il canale.
Il 5 alcuni marinai della flotta erano sbarcati cercando di trincerarsi fra le rovine di Malabon. Hang-Tu, accorso con alcune bande, era riuscito a sloggiarli dopo un breve combattimento.
Anche il 6 avevano rinnovato il tentativo, ma erano stati costretti a ripiegarsi ed imbarcarsi, malgrado fossero stati protetti dal fuoco della squadra.
La notte del 7, gli esploratori ansiosamente attesi dagli assediati, giungevano tutti meno uno che era stato sorpreso e ucciso dai nemici. Si erano spinti fino a Meyca che avevano trovata sgombra di truppe, ma recavano pure la notizia che gli spagnuoli si preparavano a varcare il canale per piombare in gran numero sulle bande, e che gl'insorti erano stati sconfitti nuovamente a Bulacan e anche a Laguna.
Era necessario affrettarsi per sfuggire quell'attacco che poteva avere conseguenza disastrose. Un ritardo forse di poche ore poteva diventare fatale.
Le zattere erano gi state costruite per attraversare il canale ed erano state gettate in acqua, entro una profonda insenatura, nascosta da un gigantesco macchione d'alberi.
Per ingannare meglio il nemico, fu deciso che Hang-Tu, alla testa di alcune bande, avrebbe aperto il fuoco contro gli spagnuoli accampati sulla riva opposta, fingendo di voler forzare il passo in quel punto e contro la flotta ancorata dinanzi alle rovine di Malabon, per lasciar tempo al grosso degl'insorti, sotto la direzione di Romero, di attraversare indisturbati il canale, due chilometri pi al nord.
Alle due del mattino, le due colonne abbandonavano silenziosamente l'accampamento.
Prima di dividersi, Romero e Hang-Tu si erano abbracciati.
- Pensa a salvare Than-Ki e le tue bande, - disse il chinese. - Io far fronte al nemico finch voi avrete attraversato il canale e se non cadr nella lotta, pi tardi verr a raggiungervi.
- Ti attendo, - aveva risposto Romero. - Noi due possiamo ancora ravvivare la morente fiaccola della libert.
Il grosso delle bande si era messo in marcia verso l'insenatura, mentre quelle di Hang-Tu muovevano verso le rovine di Malabon.
Un quarto d'ora dopo, alcuni spari echeggiavano verso le spiagge meridionali dell'isola. Il chinese, come aveva promesso, aveva cominciato l'attacco contro la flotta ed aperto il fuoco contro gli accampamenti spagnuoli.
Romero affrettava la marcia a fianco di Than-Ki. Temeva che gli spagnuoli si fossero accorti di quella ritirata e si preparassero a respingere le zattere o che tendessero un agguato fra i canneti dell'opposta riva.
Alle due e mezzo, mentre la fucilata diventava pi furiosa al sud dell'isola e la flotta rispondeva a cannonate, le bande giungevano nel piccolo seno, dove galleggiavano ancora quattro zattere capaci di contenere trenta uomini ognuna.
- Affrettiamoci, - disse Romero. - Le due prime bande si imbarchino e prendano posizione sulla riva opposta, poi passeranno gli altri.
Indi volgendosi verso Than-Ki:
- Finch i nemici sono lontani, attraversa il canale, - le disse.
- Ma tu? - chiese la giovanetta.
- Attendo Hang-Tu. Temo che egli stia per venire sopraffatto dagli equipaggi della squadra. Odo le fucilate avvicinarsi.
I primi centoventi uomini si erano imbarcati conducendo con loro una ventina di feriti. Than-Ki s'affrett a balzare sull'ultima zattera.
- Partite, - comand Romero, - poi gli uomini incaricati riconducano subito i galleggianti. I nostri sono inseguiti.
Infatti si udivano gli spari echeggiare sempre pi vicini. Pareva che le bande di Hang-Tu si ripiegassero rapidamente.
Le quattro grandi zattere presero frettolosamente il largo, dirigendosi verso l'opposta riva del canale.
In quell'istante Romero vide alcune masse oscure correre dalla parte di Malabon. Il suo cuore prov una stretta angosciosa. Non poteva ingannarsi. Le bande di Hang-Tu fuggivano disperatamente, incalzate dagli equipaggi delle squadre e fors'anche dalle truppe di terra che si erano risolute ad attraversare il canale.
- Miei prodi, - grid, rivolgendosi verso le bande che erano rimaste. - Andiamo a difendere i nostri fratelli!...
Gett un ultimo sguardo sulle quattro grandi zattere che gi stavano per approdare alla riva opposta, e si slanci in soccorso di Hang-Tu, seguito dagl'insorti.
Le bande del chinese, dopo una disperata resistenza, erano state volte in fuga. Alcune compagnie di spagnuoli avevano attraversato il canale e riunitesi cogli equipaggi della squadra erano piombate sugl'insorti costringendoli a ritirarsi precipitosamente.
Romero lasci passare i fuggiaschi affinch si riordinassero pi indietro, poi alla testa delle bande si rovesci contro gli inseguitori, arrestando la loro marcia con un brillante attacco.
Hang-Tu, che con pochi uomini aveva protetta la ritirata, lo aveva raggiunto. Un breve dialogo, interrotto dagli spari, si impegn fra i due capi dell'insurrezione.
- Siamo perduti! - aveva esclamato il chinese. - Abbiamo dinanzi tali forze, da non poter pi vincere.
- Morremo tutti qui, ma vendendo cara la vita, - aveva risposto Romero.
- E Than-Ki? - chiese poi Hang, con voce alterata.
- Ormai  salva, almeno lo spero, - rispose Romero.
- Ha attraversato il canale?...
- S, Hang.
- Allora posso morire tranquillo. Avanti fratelli!... Moriamo per la libert!...
Una lotta terribile, sanguinosa, si era impegnata fra le bande e gli spagnuoli. D'ambo le parti combattevano con furore, senza chiedere, n accordare quartiere.
Bruciate le ultime cartucce, gli spagnuoli avevano caricate le bande alla baionetta, costringendole a ripiegarsi. Hang-Tu e Romero, combattevano come leoni, quantunque il primo avesse ricevuto una puntata in un braccio ed il secondo avesse ricevuto due sciabolate, le quali dopo avergli sdrucita la casacca gli avevano intaccata la pelle, non erano riusciti ad impedire quel primo passo indietro.
Una seconda carica, pi irresistibile della prima aveva sgominate alcune bande.
I due capi dell'insurrezione, che vedevano assottigliarsi rapidamente la loro colonna, tentarono un contr'attacco disperato, ma vennero respinti. Gli spagnuoli aumentavano sempre, mentre era molto se cento insorti rimanevano ancora in piedi.
Tutto ormai era perduto. Non rimaneva ai due capi che di farsi uccidere.
Gi si preparavano a scagliarsi disperatamente fra le fila nemiche, per vendere almeno cara la vita e morire, come aveva detto il fiero chinese, sul sangue spagnuolo, quando sull'opposta riva del canale, verso il luogo ove erano approdate le zattere, si udirono alcune scariche seguite da urla acute.
Hang-Tu si era arrestato, gettando un vero ruggito.
- Hanno assalito i nostri!... - grid poi. - Romero, andiamo a salvare Than-Ki!...
Gli spagnuoli che avevano di fronte li assalivano allora con uno slancio irresistibile, per opprimere quel gruppo d'insorti.
Hang-Tu e Romero non l'attesero:
- Fratelli!... - tuonarono. - In ritirata!...
Le bande, gi mezzo distrutte, si ripiegarono confusamente slanciandosi dietro ai due capi, ma inseguite vigorosamente dal nemico.
In pochi istanti giunsero nella piccola cala, dove gi erano state ricondotte le zattere.
Romero e Hang si erano gi imbarcati con alcuni uomini ed arrancavano disperatamente verso la riva opposta, dove pareva che fra i canneti si combattesse con estremo furore.
Gli altri si gettarono sulle altre tre, ma una affond tosto sotto il peso, la seconda, mal diretta, and ad arenarsi sulla punta d'un banco sabbioso e solo l'ultima, che portava otto o dieci insorti, pot prendere il largo.
Hang e Romero, che non si erano accorti di nulla e che speravano di portare all'avanguardia un valido aiuto, quando sbarcarono fra i canneti della riva opposta, si trovarono quasi soli. Dei trecento insorti che avevano prima della lotta, solamente dodici o quindici erano riusciti a varcare il braccio di mare. Gli altri erano caduti nel combattimento od erano stati fatti prigionieri.
Ma non erano uomini da esitare. Raccolsero la loro piccola colonna, si gettarono in mezzo ai canneti, quantunque la battaglia impegnata dall'avanguardia pareva fosse per finire, poich le fucilate si allontanavano rapidamente in direzione di Obando.
- Avanti!... Avanti!... - ripeteva Hang-Tu, con voce strozzata.
Si erano messi a correre attraverso i canneti ed i pantani, guidati dagli spari che sempre pi s'allontanavano.
La lotta impegnata dalle prime bande che avevano attraversato il canale, doveva essere stata tremenda, poich ad ogni passo si vedevano gruppi di cadaveri, armi, cartucciere vuote, zaini. Vi erano spagnuoli ed insorti confusi insieme, immersi in vere pozzanghere di sangue.
- Avanti!... - ripeteva sempre Hang-Tu, che udiva gli spari diventare sempre pi fiochi e pi radi.
Avevano gi percorso, correndo a precipizio, due chilometri e stavano per cacciarsi dentro un bosco, quando il chinese, che si trovavano dinanzi a tutti, vide sorgere da terra un uomo che aveva la fronte spaccata da un colpo di sciabola e che gli disse, con voce morente:
- Fermati!... capo... Siamo stati... distrutti... Pi... innanzi... vi  la... morte...
- Siete stati distrutti!... - url Hang, con disperazione.
- S... capo...
- E Than-Ki?
- E Than-Ki... - mormor il ferito, con un filo di voce. - S... l'ho... veduta...  stata...
- Parla!... Affrettati!... - grid Hang-Tu, vedendo che il disgraziato stava per ricadere.
- Presa... dagli... spagnuoli... - disse il ferito, facendo un ultimo sforzo.
Poi, come se si avesse esauriti, con quelle parole, tutti gli ultimi istanti di vita che ancor gli rimanevano, era caduto al suolo esalando l'ultimo respiro.
Hang-Tu aveva mandato un urlo di dolore.
- Prigioniera!... - aveva esclamato, con un accento straziante, indicibile. - Prigioniera!...
Poi era caduto accanto al morto, e quell'uomo cos fiero era scoppiato in singhiozzi, mormorando:
- Povera sorella!... Me la uccideranno!...





CAPITOLO XXIX

GLI EROI DELL'INSURREZIONE

Romero era rimasto come fulminato, apprendendo la triste sorte toccata alla valorosa fanciulla, ma soprattutto nell'aver udito Hang-Tu, in quel momento di disperazione, pronunciare quelle parole.
- Tua sorella!... - aveva esclamato, dopo un lungo silenzio. Poi vedendo che il chinese non rispondeva e che continuava a singhiozzare, l'aveva sollevato e condotto nella foresta.
Gli spari erano cessati, ma forse gli spagnuoli che si trovavano nell'isola si erano imbarcati sulle due zattere e stavano attraversando il canale per distruggere o prendere gli ultimi difensori di Malabon.
Era quindi necessario, innanzi tutto, sottrarsi alle loro ricerche per non cadere prigionieri e perdere ogni speranza di essere ancora utili alla disgraziata Than-Ki.
Romero, seguito dai pochi superstiti, s'inoltr nel bosco finch trov un macchione cos fitto da non venire facilmente scoperti, vi fece entrare Hang-Tu aprendosi penosamente il passo fra quel caos di rami, di radici e di foglie gigantesche, poi quando credette di non aver pi nulla a temere da parte degli inseguitori, s'arrest, dicendo al chinese:
- Attendimi un istante.
Dispose i quindici uomini del drappello intorno al macchione, raccomandando loro di avvertirlo nel caso che i nemici si mostrassero in quei dintorni, poi ritorn presso Hang-Tu e sedendoglisi di fronte, su una grande radice che usciva dal suolo, disse:
- Ed ora, pensiamo a salvare Than-Ki; ma prima di agire non mi negherai una spiegazione, che da tanto tempo attendevo.
- Parla, Romero, - disse Hang.
- Chi  Than-Ki?...
- Mia sorella, - rispose il chinese. - Sarebbe inutile ingannarti di pi.
- Tua sorella!... - esclam Romero. - E tu non me lo hai detto?...
- No, e forse non l'avresti mai saputo.
- Ma perch, Hang?...
- Perch ti amava.
- Prima ancora che io amassi Teresita, forse?...
- S, Romero.
- Ma dove mi aveva veduto?...
- A casa mia, nel sobborgo di Binondo.
- Ma io mai l'avevo veduta, Hang.
- Nel nostro paese non si usa presentare le donne, nemmeno ai pi fidi amici, Than-Ki t'aveva pi volte veduto e t'aveva amato in silenzio. Quand'ella mi svel il suo amore per te, era troppo tardi. La donna bianca si era impossessata del tuo cuore.
- E tu non me lo avevi detto?...
- No, poich tu avresti potuto credere che Hang-Tu non ti amasse che per puro affetto d'amicizia. Per questo ho soffocato sempre in fondo al cuore la confessione, che pi volte mi stava per sfuggire dalle labbra.
- E non mi hai odiato, Hang-Tu, per aver io preferito un'altra, una figlia di quella razza che noi combattevamo, a tua sorella?...
"Un altro al tuo posto mi avrebbe odiato."
- Io invece ho ammirato l'immenso amor tuo per quella figlia dei nostri nemici, ed il mio affetto e la mia amicizia per te, lo hai veduto, mai sono scemati.
- Hang-Tu, - disse Romero, che era profondamente commosso. - Io devo a te ed a Than-Ki la vita.
- E che cosa intendi dire? - chiese Hang, alzando il capo.
- Che se non potr amare tua sorella, andr almeno a salvarla od a morire con lei.
- Che cosa vuoi fare?...
- Lo so io.
Romero si era bruscamente alzato, come se avesse presa una incrollabile decisione.
- Parto, - disse, gettando a terra le armi che portava indosso. - Forse non ci rivedremo mai pi, ma quando apprenderai ci che avr potuto il tuo fratello d'armi, comprenderai quanto egli avrebbe potuto amare Than-Ki, se non vi fosse stata la Perla di Manilla.
- Romero!... - esclam Hang-Tu, che si era alzato. - Io leggo nei tuoi occhi una risoluzione disperata. Dove vuoi andare?
- A salvare la sorella del mio fratello d'armi od a morire nell'impresa.
- Tu... solo ed inerme!... Quale pazzia stai per commettere!
- Nessuna, Hang-Tu, - rispose Romero, sorridendo malinconicamente. - Seguo ci che m'indica il destino.
- Ma se tu vai a salvare Than-Ki, voglio venire anch'io.
- Non lo puoi, Hang.
- Ma perch?...
- Saresti d'imbarazzo al mio disegno.
- Due uomini possono fare pi d'uno solo.
- Basta uno solo, per quello che far.
- Voglio sapere dove tu vai.
- Ti ricordi d'una frase, detta da un uomo che io avevo strappato alla morte?... Certe generosit non vanno perdute.
- Ah!... Ti comprendo!... Tu vai dal maggiore d'Alcazar!...
- S, - rispose Romero. - Addio fratello! Se io non ritorno pi, ricordati che se io non avessi dato il mio cuore alla Perla di Manilla, sarei stato ben felice di sposare il Fiore delle Perle.
Abbracci Hang-Tu, poi s'allontan.
Il chinese si era slanciato dietro a lui, ma Romero udendo i passi si era voltato dicendogli:
- Non puoi seguirmi, fratello: bisogna che io sia solo.
- Romero!... - esclam Hang con voce commossa. - Grande Buddha, cosa stai per fare tu?...
- Te lo dissi: vado a salvartela.
Poi era tornato indietro ed i due valorosi uomini si erano nuovamente precipitati l'uno nella braccia dell'altro. Quando si separarono, entrambi avevano gli occhi umidi.
- Spera, - disse Romero, allontanandosi rapidamente e senza volgersi indietro.
Uscito dalla macchia s'avvicin ad uno degli insorti, che vegliava appoggiato al suo fucile.
- Seguimi, - gli disse. - Nulla avrai da temere, te lo prometto.
- Sono ai tuoi ordini, capo, - rispose l'insorto.
Romero si rimise in cammino, procedendo rapidamente e con passo sicuro. Dove si recava?... Lui solo lo sapeva.
Giunto sul margine del bosco s'arrest alcuni istanti per tendere gli orecchi, come se cercasse di percepire qualche lontano rumore, poi riprese la marcia, sempre seguito dall'insorto.
Attravers i canneti senza pi arrestarsi, avvicinandosi al canale, sulle cui rive gli ultimi difensori di Malabon avevano combattuta quella lotta sanguinosa, poi si diresse verso il sud, dove si vedevano scintillare, sul tenebroso orizzonte, i fuochi degli accampamenti spagnuoli.
Romero si tolse da una tasca un fazzoletto di seta bianca e glielo porse, dicendogli:
- Lega questo alla canna del tuo fucile e non temere.
- Ti rechi a trattare la nostra resa?...
- No, seguimi.
I fuochi dei bivacchi ingrandivano rapidamente, illuminando le tende ed i fasci delle armi; ma Romero continuava ad avvicinarsi, come se invece di muovere contro a fieri nemici si recasse fra gli insorti. Era tranquillo, ma quella calma aveva qualcosa di terribile.
Giunto a cento passi dalla prima avanguardia si arrest udendo la voce d'una sentinella a gridare:
- Chi vive?...
- Un parlamentario degl'insorti, - rispose Romero.
- Fermatevi.
Un istante dopo un sergente, seguito da tre soldati armati e muniti d'alcuni tizzoni accesi, gli mosse incontro.
- Che cosa volete? - chiese il sergente, guardando Romero con stupore.
- Parlare al comandante, - rispose il meticcio.
- A quest'ora dorme.
- Direte a lui che Romero Ruiz, capo supremo degl'insorti, ha delle comunicazioni urgenti da fargli.
- Carrai!... - esclam il sergente. - Il capo don Ruiz?...
- S, ma gli direte pure che io, prima di entrare nel suo campo, esigo la sua parola d'onore che mi lascer tornare libero assieme all'uomo che m'accompagna, se non avr accettato il patto che devo proporgli. Aspetto qui la sua risposta.
- Attendete il mio ritorno, - disse il sergente.
Fece cenno ai soldati di rimanere, poi torn sollecitamente nell'accampamento.
Romero avendo veduto poco lontano un albero atterrato, era andato a sedersi, guardando distrattamente i tre soldati, che lo fissavano colla pi viva curiosit.
Cinque minuti dopo il sergente era di ritorno.
- Il comandante vi aspetta, - disse.
Romero si era alzato. Si volse verso l'insorto che lo aveva accompagnato e gli disse:
- Tu rimarrai qui e condurrai la persona che ti sar affidata ad Hang-Tu.
Poi segu il sergente a testa alta, pallido, ma risoluto a compiere ci che aveva irrevocabilmente deciso.
Attraversate cinque o sei linee di tende, sotto le quali russavano rumorosamente i soldati, e due file di sentinelle, il sergente s'arrest dinanzi ad una tenda pi alta e pi spaziosa delle altre, il cui interno era illuminato.
Un colonnello, sulla cinquantina, dalla lunga barba quasi bianca, dallo sguardo vivido e dalla carnagione assai abbronzata dal sole, attendeva Romero dinanzi all'entrata della tenda. Doveva essersi appena alzato, poich al fianco non aveva la sciabola, n alla cintura la rivoltella.
- Siete voi Romero Ruiz? - chiese egli, al meticcio.
- S, colonnello, - rispose questi, salutandolo.
- Entrate.
- Fatemi prima frugare per vedere se ho delle armi.
-  inutile, signore, - disse il colonnello. - Gli uomini valorosi come voi si battono, ma non assassinano.
- Grazie per la vostra fiducia, colonnello.
Entr risolutamente nella tenda che era illuminata da una lampada ed ammobiliata con un piccolo letto da campo e con due sedie di bamb e dietro di lui entr il colonnello, dopo d'aver fatto segno al sergente di allontanarsi.
Il vinto ed il vincitore si guardarono alcuni istanti in silenzio, con una certa curiosit, poi il primo incrociando le braccia e fissando il colonnello, gli chiese bruscamente:
- Credete voi che il governatore di Manilla sarebbe lieto di poter avere in mano il capo dell'insurrezione?...
- Lo credo bene, - rispose lo spagnuolo, che sembrava stupito da quella inaspettata domanda. - Voi, signore, siete uno di quegli uomini che avreste potuto dare ancora del filo da torcere, alle vittoriose armi della Spagna.
- Ebbene, se io, Romero Ruiz, capo supremo degl'insorti, vi dicessi:
"Vengo a consegnarmi a voi" ma ad una condizione, accettereste?...
- Voi!... - esclam il colonnello, con maggiore stupore.
- S, io, - disse Romero, con voce risoluta.
- Ma sapete la sorte che attende i capi dell'insurrezione, don Ruiz?
- Lo so, colonnello: la morte.
- E non vi fa paura?
- No, io la sfido serenamente.
- Ma allora voi porrete per la vostra resa delle gravi condizioni.
- Forse meno di quello che credete.
- Parlate.
- Fra i prigionieri fatti questa notte sulla riva del canale, vi  una giovane chinese,  vero?...
- S, una fanciulla assai bella e molto valorosa, che si batteva come un vecchio soldato incanutito fra il fuoco e le battaglie.
- Chiedo la sua libert in cambio della mia vita.
- Scherzate?...
- No, colonnello, - rispose Romero, con voce grave.
- Allora l'amate.
- No.
- Ma...
- Colonnello, accettate?...
- Voi volete uccidervi.
- Non importa.
- Lo volete?...
- S, colonnello, - rispose Romero, con incrollabile fermezza.
- Vivaddio!... - esclam lo spagnuolo, che pareva profondamente commosso. - Se io in questo istante fossi il comandante supremo delle forza spagnuole, vi direi: simili uomini non si possono uccidere: siete libero, signore. Non lo sono e, pur col cuore rattristato, far il mio dovere di soldato. Signor Ruiz, fra cinque minuti la fanciulla sar libera, ma voi sarete mio prigioniero.
- Fatelo, - disse freddamente il meticcio.
- A chi dovr affidare quella giovane?...
- Ad un insorto che l'attende fuori del vostro campo.
- Gliela consegner io in persona. Attendetemi fuori dalla tenda.
Il colonnello cinse la sciabola, poi usc e scomparve fra le tende del campo. Romero si era arrestato fuori dalla tenda. Era sempre tranquillo, ma la sua fronte appariva, alla luce sanguigna dei fuochi, umida, come se un freddo sudore la imperlasse.
Trascorsero alcuni minuti, poi vide passare, fra i fuochi dell'accampamento, due cavalieri i quali s'arrestarono alcuni istanti a cento passi dalla tenda, dinanzi ad un grande fuoco come se avessero voluto farsi ben vedere.
Romero prov una scossa al cuore. In quei due cavalieri aveva distinto il colonnello e Than-Ki, la quale si era avviluppata nel suo mantello di seta bianca.
- Hang-Tu, - mormor con voce cupa, - Il tuo fratello d'armi ha pagato il suo debito, ma perder la vita e la donna che ha tanto amato.
Segu cogli sguardi i due cavalieri che si dirigevano verso gli avamposti, poi chiuse gli occhi come se volesse sfuggire ad un'orribile visione.
Quando li riapr, il colonnello spagnuolo stava dinanzi a lui.
- La fanciulla  partita, - gli disse, con voce triste.
- Grazie, colonnello, - rispose Romero, con un sospiro. - Ora potete farmi fucilare.
- Io no, don Ruiz. A questo penseranno le autorit militari della capitale.
- Sia, - mormor Romero. - Morr sul suolo della Perla di Manilla.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .





CAPITOLO XXX

VIVA LA LIBERTA'!

Venti ore dopo gli avvenimenti narrati, verso le sei pomeridiane, quando la brezza della sera cominciava a far uscire la popolazione dalle case di Manilla, un uomo indossante il costume tagalo, col capo riparato da uno di quegli ampi cappelli di paglia di riso in forma di fungo usati dai chinesi e che gli nascondeva buona parte del viso, si arrestava dinanzi al vecchio palazzo del maggiore d'Alcazar.
Dopo d'aver guardato attentamente le persiane verdi calate dinanzi alle finestre e d'aver sbirciate le due vie che sbucavano ai lati del piccolo piazzale, come se avesse temuto d'esser visto, sal i tre gradini ed entr risolutamente nel palazzo.
Un domestico tagalo, che sonnecchiava su di una panca di marmo, udendo i passi di quell'uomo, s'alz stirandosi le braccia e gli chiese fra uno sbadiglio e l'altro che cercava.
- Teresita d'Alcazar, - rispose lo sconosciuto.
- La mia padrona.
- S.
- Avete qualche lettera per lei?...
- No, ma devo parlarle di cose molto gravi.
- Da parte di chi?...
- Ci non ti deve interessare, - disse seccamente quell'uomo, facendo un gesto d'impazienza.
- Non sapendo chi voi siate n chi vi manda, rifiuter di ricevervi, - disse il domestico.
- Forse hai ragione. Le dirai questo nome: Hang-Tu.
Il tagalo, curioso come tutti quelli della sua razza avrebbe voluto sapere di pi, ma uno sguardo minaccioso del chinese lo costrinse ad andarsene.
Pochi istanti dopo scendeva a precipizio le scale, dicendo:
- La mia padrona vi attende.
- Ti seguo, - rispose il chinese. - Lo sapevo che non mi avrebbe fatto aspettare.
Sal un maestoso scalone di marmo e fu introdotto in un salotto elegantemente ammobiliato e profumato da grandi mazzi di gelsomini e di rose, sorretti da vasi del Giappone e della China di dimensioni gigantesche.
Fra la penombra prodotta dalle persiane e dalle fitte tende che pendevano dinanzi alla finestra, gli occhi di Hang-Tu distinsero subito Teresita, la quale si teneva ritta in mezzo al salotto, vestita di un semplice accappatoio bianco, che le faceva spiccare doppiamente la bruna carnagione e le lunghe trecce della capigliatura corvina.
Vedendolo entrare, la giovanetta, che doveva essere gi in preda ad una viva agitazione, gli era mossa rapidamente incontro, dicendogli con voce rotta:
- Voi... qui! Gran Dio!... Cosa  avvenuto... di lui?... Parlate... parlate... vi prego, Hang-Tu...
Il chinese era rimasto muto, ma i suoi occhi, ripieni di tristezza ed i suoi lineamenti alterati, parlavan per lui.
Teresita, vedendolo in quello stato, aveva mandato un grido.
- Voi venite a recarmi una terribile notizia,  vero?... - esclam la giovanetta, con disperazione. - Io tremo... me lo hanno forse ucciso?...
Uno scroscio di pianto le aveva soffocato la voce. Hang-Tu aveva fatto un passo innanzi come per sorreggerla, ma la giovane spagnuola si era raddrizzata, dicendo:
- Parlate!... Voglio saper tutto!...
- Non  morto, - rispose Hang-Tu, con voce sorda, - ma domani forse non sar pi vivo.
- Che cosa volete dire, gran Dio?...
- Che il vostro Romero si trova nelle mani dei vostri compatriotti e che se voi non lo salvate, domani all'alba verr fucilato assieme ai capi dell'insurrezione presi a Noveleta, a Cavite ed a Rosario.
Teresita aveva mandato un grido straziante:
- Me lo uccidono!...
Poi si era slanciata verso la porta gridando:
- Padre mio!... devi salvarlo!...
Il maggiore d'Alcazar, che doveva trovarsi nel suo gabinetto da lavoro, udendo quel grido e quelle parole, era entrato precipitosamente nel salotto credendo forse che Teresita corresse qualche pericolo.
Vedendo Hang-Tu, si era arrestato, come fulminato.
- Mi conoscete, maggiore d'Alcazar? - chiese Hang, facendosi innanzi.
- Voi... - balbett lo spagnuolo impallidendo.
- Padre mio!... - grid Teresita, gettandosi fra di loro: - Me lo uccidono!...
- Ma chi?... - chiese il maggiore.
- Romero!...
- E chi lo uccider!...
- I vostri soldati, - disse Hang-Tu.
- I miei...
- Soldati, vi ho detto. Romero Ruiz, quello che vi ha strappato alla morte, quello che ama vostra figlia, si trova qui, nelle carceri di Manilla. In mano dei vostri compatriotti.
- Lui!... - esclam il maggiore, con doloroso stupore. - Ma chi lo ha fatto prigioniero?...
Invece di rispondere, Hang-Tu gli si era avvicinato colle braccia strettamente incrociate sul petto e fissandolo con uno sguardo minaccioso, gli disse con voce amara:
- Ed ora, vediamo la vostra generosit. L'uomo che vi ha strappato alla morte si trova nelle mani dei vostri compatriotti: pagate il vostro debito, maggiore d'Alcazar.
Udendo quelle parole, una rapida commozione aveva alterato il volto dello spagnuolo.
- Romero prigioniero!... - esclam. - Disgraziato!
- Padre mio!... - grid Teresita, piangendo. - Tu forse puoi strapparlo alla morte.
Il maggiore d'Alcazar allontan dolcemente la giovanetta che gli si era aggrappata al collo, poi tendendo una mano verso Hang-Tu, disse con voce solenne:
- Giuro dinanzi a Dio, che io tenter ogni mezzo per strapparlo alla morte: sperate!...
- Grazie, - disse Hang-Tu il cui volto abbuiato si rischiarava.
- Non ringraziatemi ora, poich tutto dipende dalle circostanze e fors'anche dal caso. Voi dovrete per raccontarmi tutto e molte altre cose che desideravo sapere da voi.
- Parlate.
Il maggiore si volse verso Teresita:
- Lasciaci soli, figlia mia, - le disse.
- S, ma tu lo salverai,  vero padre mio?
- Lo spero.
Poi prese Hang-Tu per una mano e lo condusse nel suo studio chiudendo la porta.
- Ditemi, - disse, facendo cenno al chinese di sedersi. - Romero Ruiz ama mia figlia o quella fanciulla che io ho veduto con lui?... Dalla vostra risposta, forse dipende la sua vita.
- Ama vostra figlia, - rispose Hang-Tu, con un profondo sospiro. - Dicendovi questo, io distruggo il pi bel sogno da me per tanto tempo accarezzato ed infrango l'anima della fanciulla che mi ha strappato dalle labbra la vostra grazia, ma Hang-Tu  leale e non sa mentire.
Poi dopo alcuni istanti di silenzio, gli narr brevemente chi era Than-Ki, quanto aveva amato Romero, i disagi affrontati pel valoroso capo dell'insurrezione, l'inutilit di tanti sacrifici e l'ultima pagina del terribile dramma di Malabon.
- Romero ha pagato il suo debito verso l'amico, verso il fratello d'armi e verso Than-Ki - concluse il chinese con voce estremamente commossa. - Ora spetta a voi pagare il vostro debito verso di lui.
- Lo pagher e pi di quanto possiate credere, - rispose il maggiore alzandosi. - L'insurrezione ormai sta per finire e Romero non  pi un nemico, ma un vinto sfortunato che tutti gli spagnuoli hanno potuto ammirare e stimare. Sar un terribile colpo per vostra sorella, Hang-Tu, ma solo concedendo a Romero la mano di Teresita io potr forse salvarlo poich, con tale matrimonio, lo strapperei all'insurrezione.
- Than-Ki si rassegner, - disse Hang, con fermezza. - Salvate colui che io ho amato come fosse mio fratello, pi ancora, come fosse un figlio e non vi chiedo di pi.
- Seguitemi. Assieme a me voi nulla avrete da temere. Vi si creder un mio domestico e nessuno potrebbe sospettare in voi il capo degli uomini gialli.
Si cinse la sciabola, si mise il berretto, poi senza attraversare il salotto fece passare Hang-Tu alcune stanze sontuosamente ammobiliate e discese lo scalone.
Il tagalo che aveva introdotto il chinese, si trovava ancora seduto presso il portone.
- Va'ad annunziare al governatore la mia visita, - gli disse d'Alcazar. - Io ti seguo.
Le tenebre erano gi calate da qualche ora e la popolazione, dopo d'aver respirato un po'di brezza notturna, cominciava a ritirarsi, sicch le vie erano diventate gi quasi deserte. Il maggiore d'Alcazar condusse nondimeno Hang-Tu attraverso le vie meno frequentate, onde non potesse venire riconosciuto, e non fu se non dopo un lungo giro che giunsero dinanzi all'imponente palazzo del vice-re.
Il tagalo gi mandato innanzi, li attendeva presso la sentinella.
- Siete aspettato, padrone, - disse al maggiore.
- Voi mi attenderete qui, - disse lo spagnuolo ad Hang-Tu. - Sperate.
Poi entr rapidamente nel palazzo.
Il chinese s'era seduto, o meglio s'era lasciato cadere su di un sedile di pietra, prendendosi il capo fra le mani. Pareva che meditasse profondamente.
Trascorse un'ora, poi un'altra, ma senza che egli se ne accorgesse, n senza che facesse un gesto. Ad un tratto s'alz di scatto sentendosi battere su una spalla.
Vedendosi dinanzi il maggiore d'Alcazar, sussult.
- Ebbene? - gli chiese con voce quasi spenta.
- Ho ottenuto la sua grazia, - rispose lo spagnuolo.
- Ah!...
- Ma ad una condizione.
- Quale?...
- Sar forse terribile per vostra sorella.
- Parlate.
- Romero sar salvo, ma questa notte istessa egli partir da Manilla sotto la mia sorveglianza, e non potr mai pi porre piede su nessuna isola delle Filippine. A mezzanotte una cannoniera ci attender presso il ponte del Passig.
- Potr io rivederlo prima che parta?... - chiese Hang-Tu con voce rotta.
- S e... anche Than-Ki, se lo vorr.
- E dove lo condurrete?...
- Lontano dalle colonie spagnuole, in una mia possessione che tengo a Tornate e che costituir la dote di mia figlia.
- Partite con Teresita?...
- Si, Hang-Tu. Si amano... siano felici.
- Grazie per lui, - rispose il chinese.
Poi aggiunse con uno strano accento:
- Hang-Tu non vedr tramontare il sole di domani. Qui morranno gli ultimi campioni della libert!...
Quindi s'allontan a passi rapidi, per sottrarsi a maggiori spiegazioni.
Camminava come un pazzo, senza sapere dove andasse, in preda ad un dolore che doveva diventare pi acuto, di momento in momento.
Attravers senza quasi accorgersene il ponte del Passig, scese lungo la riva di Binondo, s'inoltr nelle strette viuzze del sobborgo del Tondo, poi rifece la via percorsa, arrestandosi dinanzi ad una elegante casetta di puro stile chinese. Aveva veduto una grande ombra salire il fiume ed arrestarsi dinanzi all'ultima arcate del ponte.
Apr una porta, sal una gradinata ed entr in una stanzetta illuminata da una lanterna di talco, che spandeva sotto di s una pallida luce.
Una donna, una giovanetta, stava seduta presso un tavolo di lacca, col viso nascosto fra le mani. Hang-Tu le si avvicin, le gett sulle spalle un mantello di seta azzurra a fiorami giallo dorati che stava su di una sedia, poi, prendendola per una mano, le disse con dolcezza:
- Vieni, sorella. Egli  salvo, ma tu l'hai perduto per sempre! La donna bianca ha infranto la mia e la tua vita.
- Ti seguo fratello, - disse il povero Fiore delle Perle, con rassegnazione.
Abbandonarono la casa e si diressero verso il ponte del Passig, dove si vedevano scintillare, fra le tenebre, i fanali di posizione di una cannoniera.
Quando giunsero presso la riva, videro un gruppo formato da tre persone che pareva li attendesse. Erano il maggiore d'Alcazar, Romero e Teresita, la quale aveva il viso mezzo nascosto da una mantiglia di seta bianca.
Romero, staccatosi dal gruppo, si era precipitato verso Hang. I due valorosi si abbracciarono, rimanendo cos stretti per parecchi istanti. Pareva che la commozione impedisse loro di articolare una sola parola.
Teresita intanto si era avvicinata a Than-Ki la quale si era arrestata, come se le forze fossero per mancarle. Anche la Perla di Manilla pareva estremamente commossa.
- Grazie fanciulla, - le disse, stringendosela al seno. - La Perla di Manilla non scorder mai il Fiore delle Perle e spera di rivederla un giorno felice.
Than-Ki aveva risposto con un sordo singhiozzo.
La cannoniera aveva lanciato allora il fischio della partenza ed i marinai erano scesi sulla gettata, per essere pronti a levare il pontile.
- Addio, fratello, - disse Romero, baciando Hang-Tu. - Io ti aspetto a Tornate presto. Ormai la libert delle isole da noi tanto vagheggiata  finita e forse per sempre.
- Forse, fratello, - rispose Hang-Tu. - Va'e sii felice.
- E... Than-Ki?...
-  rassegnata. Cos voleva il destino.
Romero si era staccato dal chinese e si era avvicinato alla fanciulla.
- Perdonami, Than-Ki, - le disse, - se io ho distrutto il pi bel sogno della tua giovinezza.
- Nulla ho da perdonarti, mio signore, - rispose il Fiore delle Perle, con un filo di voce.
Poi prendendolo vivamente per una mano e indicandogli la volta stellare, disse:
- Guarda, mio signore: la mia stella tramonta in mare e quella della donna bianca brilla sopra il tuo capo e pi fulgida che mai e noi... crediamo agli astri. Va', mio signore e sii felice...
La voce le si era spenta in un singhiozzo. Il maggiore d'Alcazar e Hang-Tu troncarono quella scena dolorosa, traendo Romero sul ponte della cannoniera, dove gi si trovava Teresita.
- Addio, - gli disse un'ultima volta il chinese. - Non scordarti del tuo fratello d'armi che ti ha immensamente amato.
Spinse a bordo il pontile e balz sulla calata, dove si arrest colle braccia incrociate e gli occhi fissi su Romero, mentre ai suoi piedi Than-Ki singhiozzava, col viso nascosto fra le mani.
La cannoniera aveva virato di bordo e scendeva rapidamente il fiume, portando lontano quella coppia felice.
Hang-Tu, sempre immobile, guardava la nera massa che spariva nelle tenebre. Quando i fanali scomparvero dietro la lanterna chin il capo sul petto e si sedette accanto a Than-Ki mormorando:
- Io ti ho amato tanto, Romero, ma tu non hai amato mia sorella.
Fu l'unico rimprovero sfuggito dalle labbra di quell'uomo dall'animo cos grande e generoso.
Poi si rinchiuse in un cupo silenzio n pi parl, ma quando i primi bagliori dell'alba si alzarono in cielo, il viso di Hang-Tu apparve bagnato, come se il fiero uomo avesse lungamente pianto.
Una scarica che echeggi dalla parte di Binondo lo strapp da quella immobilit, che durava da parecchie ore.
S'alz con uno scatto selvaggio e cogli occhi in fiamme.
- Than-Ki, - disse, alzando sua sorella. - Vuoi vivere o morire?
- La vita del Fiore delle Perle  spezzata per sempre, - disse la povera giovane.
- Vieni, adunque!... - L si fucilano i capi dell'insurrezione ed il sangue dei martiri non va perduto!...
Prese Than-Ki per una mano e si diresse rapidamente, sulla piazza del sobborgo, gi ingombra d'una fitta massa di popolo e di soldati.
Le esecuzioni dei capi insorti caduti prigionieri a Cavite, a Noveleta, a Bynacayan ed a Rosario, erano cominciate.
Hang-Tu afferr fra le robuste braccia la sorella, s'apr impetuosamente il passo fra la folla stupita e si slanci in mezzo al quadrato formato dai soldati, tuonando:
- Io sono Hang-Tu, il capo degli uomini gialli e delle societ segrete! Fuoco sul mio petto! Viva la libert!
In quell'istante un drappello di soldati, vedendo che l'ufficiale che lo comandava, abbassava la sciabola, fece fuoco contro sei capi insorti che il consiglio di guerra aveva condannati alla fucilazione.
Hang-Tu, colpito dalla scarica, era caduto fulminato sui cadaveri dei compagni, seco trascinando, nella caduta, la sorella.
Ma Than-Ki non era stata colpita mortalmente. La bella testolina del Fiore delle Perle, il cui volto si era fatto livido, s'alz fra i cadaveri e le sue labbra si schiusero mormorando:
- Romero!...
Poi cadde svenuta sul petto sanguinante del fiero chinese.




CONCLUSIONE

La caduta quasi contemporanea di Cavite Vecchia, di Noveleta, di Malabon e di Rosario, come aveva preveduto il generale Polavieja, aveva dato un colpo mortale all'insurrezione, tale da non poter pi mai riaversi.
Dopo quelle quattro sanguinose battaglie, per gli spagnuoli non fu che una continua vittoria, seguta da numerose sottomissioni.
Il 10 aprile anche Santa Cruz veniva presa d'assalto, mentre venivano sconfitte le bande insorte di Pamplona e nuovamente quelle di Bulacan.
Alla met dello stesso mese, in tutte le province meridionali l'insurrezione era domata ed il vittorioso generale tornava in Spagna lasciando l'incarico al vincitore di Salitran e di S. Nicola di continuare la campagna contro le ultima bande, in attesa dell'arrivo del generale Primo Rivera.
Il 25 un tentativo d'insurrezione a Jolo, nel gruppo delle Sul, fra i deportati, veniva prontamente soffocato colla fucilazione di tutti i capi, mentre nel maggio le truppe spagnuole, sotto la direzione di Primo Rivera e del generale Sucre espugnavano, con venti compagnie, Niaio difeso strenuamente dal capo Aguinaldo, poi Halang, Amadeo e Quintena, facendo prigioniero il capo degli insorti Andrea Bonifacio e finalmente Marangondon.
Nel mese di giugno il generale Jaramillo espugnava Talisay, mentre altre colonne spagnuole facevano prigionieri tremila insorti che avevano abbandonata poco prima la citt. Verso la met del mese venivano iniziate le operazioni militari nel centro di Luzon sconfiggendo le ultime bande insorte. Nel luglio l'insurrezione si poteva ormai considerare completamente vinta, dopo nove mesi di sanguinosi combattimenti e dopo la sottomissione della famiglia di Aguinaldo e di cinquemilasettecento insorti.






FINE
1 Dio mi perdoni. (N.d.A.)
2 Orribile pena che consiste nel tagliare il condannato a pezzetti. (N.d.A.)
3 Il colonello Fierro era uno dei migliori ufficiali del presidio coloniale. (N.d.A.)
4 Questo capo, caduto pi tardi nelle mani degli spagnuoli e poi evaso miracolosamente dalla Black-Hole di Manilla, vive tuttora a Hong-Kong, dove si  rifugiato. (N.d.A.)
5 Le gelosie fra quei capi degl'insorti dovevano produrre pi tardi, fra di loro, degli odii mortali. Infatti due mesi dopo Aguinaldo faceva assassinare i fratelli di Andrea Bonifacio, per tema che esercitassero troppa influenza sulle bande da lui comandate. (N.d.A.)
6 Quella notizia era verissima. Il genefrale Polavieja aveva chiesto le sue dimissioni verso la met di marzo, in causa del male che lo travagliava, ma poi, rimessosi alquanto in salute, aveva continuato a tenere il comando fino alla fine  dell'aprile, quando cio l'insurrezione era quasi vinta. (N.d.A.)
7 Questo Hang-KaI, caduto pi tardi nelle mani degli spagnuoli e condotto nelle prigioni di manilla, vedendo suo fratello ferito, veniva preso da un tale accesso di furore, che inerpicatosi fino ad una botola e passate le braccia attraverso i ferri, riusciva ad afferrare un tenente spagnuolo ed a strangolarlo, quantunque i soldati accorsi in aiuto del loro superiore avessero tentato, a colpi di sciabola, di fargli abbandonare ildisgraziato ufficiale. Spirava per poco dopo anche il meticcio, essendogli stata spaccata la gola da una sciabolata. (N.d.A.)
8 Mettersi attraverso il vento per fermarsi o rallentare la marcia. (N.d.A.)



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