Emilio Salgari.

Le novelle marinaresche di mastro Catrame.

Trascrizione elettronica ad uso esclusivo dei non vedenti curata da:
Gigi Zazzera.
Revisione di: Edda Valsecchi.

Un lupo di mare.
Non avete udito mai parlare di mastro Catrame? No?...
Allora vi dir quanto so di questo marinaio d'antico stampo, che godette molta
popolarit nella nostra marina: ma non troppe cose, poich, quantunque lo abbia
veduto coi miei occhi, abbia navigato molto tempo in sua compagnia e vuotato
insieme con lui non poche bottiglie di quel vecchio e autentico Cipro che egli
amava tanto, non ho mai saputo il suo vero nome, n in quale citt o borgata
della nostra penisola o delle nostre isole egli fosse nato.
Era, come dissi, un marinaio d'antico stampo, degno di figurare a fianco di quei
famosi navigatori normanni che scorrazzarono per s lunghi anni l'Atlantico,
avidi di emozioni e di tempeste, che si spinsero dalle gelide coste dei mari del
nord fino a quelle miti del mezzogiorno, che colonizzarono la nebbiosa Islanda e
conquistarono il lontano Labrador, quattro o forse cinquecento anni prima che il
nostro grande Colombo mettesse piede sulle ridenti isole del golfo messicano.
Quanti anni aveva mastro Catrame? Nessuno lo sapeva, perch tutti l'avevano
conosciuto sempre vecchio. E' certo per che molti gioved dovevano pesare sul
suo groppone, giacch egli aveva la barba bianca, i capelli radi, il viso
rugoso, incartapecorito, cotto e ricotto dal sole, dall'aria marina e dalla
salsedine. Ma non era curvo, no, quel vecchio lupo di mare!
Procedeva,  vero, di traverso come i gamberi, si dondolava tutto, anche quando
il vascello era fermo e il mare perfettamente tranquillo, come se avesse indosso
la tarantola, tanta era in lui l'abitudine del rollio e del beccheggio; ma
camminava ritto, e quando passava dinanzi al capitano o agli ufficiali teneva
alto il capo come un giovinotto, e da quegli occhietti d'un grigio ferro, che
pareva fossero l l per chiudersi per sempre, sprizzava un bagliore come di
lampo. Ma che orsaccio era quel mastro Catrame! Ruvido come un guanto di ferro,
brutale talvolta, quantunque in fondo non fosse cattivo: poi superstizioso come
tutti i vecchi marinai, e credeva ai vascelli fantasmi, alle sirene, agli
spiriti marini, ai folletti, ed era avarissimo di parole. Pareva che faticasse a
far udire la sua voce, si spiegava quasi sempre a monosillabi e a cenni, non
amava perci la compagnia e preferiva vivere in fondo alla tenebrosa cala, dalla
quale non usciva che a malincuore. Si sarebbe detto che la luce del sole gli
faceva male e che non poteva vivere lontano dall'odore acuto del catrame, e
forse per questo gli avevano imposto quel nomignolo, che poi doveva, col tempo,
diventare il suo vero nome.
Chi aveva mai veduto quell'uomo scendere in un porto? Nessuno senza dubbio.
Aveva un terrore istintivo per la terra, e quando la nave si avvicinava alla
spiaggia, lo si vedeva accigliato, lo si udiva brontolare, e poi spariva e
andava a rintanarsi in fondo del legno. Di l nessuno poteva trarlo; guai anzi a
provarsi! Mastro Catrame montava allora in bestia, alzava le braccia e quelle
manacce callose, incatramate, dure come il ferro e irte di nodi, piombavano con
sordo scricchiolio sulle spalle dell'imprudente, e i mozzi di bordo sapevano se
pesavano!
Per tutto il tempo che la nave rimaneva in porto, mastro Catrame non compariva
pi in coperta. Accovacciato in fondo alla cala, passava il tempo a sgretolare
biscotti con quei suoi denti lunghi e gialli, ma solidi quanto quelli del
cignale, a tracannare con visibile soddisfazione un buon numero di bottiglie di
vecchio Cipro, alle quali spezzava il collo per far pi presto, e a consumare
non so quanti pacchetti di tabacco.
Quando per udiva le catene contorcersi nelle cube(1) e attorno all'argano, e
lo sbattere delle vele e il cigolare delle manovre correnti entro i rugosi
boscelli, si vedeva la sua testaccia apparire a poco a poco a fior del
boccaporto e, dopo essersi assicurato che la nave stava per ritornare in alto
mare, compariva in coperta a comandare la manovra.
Sembrava allora un altro uomo, tanto che si sarebbe detto che invecchiava di
mano in mano che si avvicinava alla terra e che ringiovaniva di mano in mano che
se ne allontanava per tornare sul mare. Forse per questo si sussurrava fra i
giovani marinai che egli fosse uno spirito del mare e che doveva esser nato
durante una notte tempestosa da un tritone e da una sirena, poich quello strano
vecchio pareva si divertisse quando imperversavano gli uragani, e dimostrava una
gioia maligna che sempre pi cresceva, allora che pi impallidivano dallo
spavento i volti dei suoi compagni di viaggio.
Da che cosa provenisse quell'odio profondo che mastro Catrame nutriva per la
terra? Nessuno lo sapeva, e io non pi degli altri, quantunque mi fossi pi
volte provato ad interrogarlo. Egli si era contentato di guardarmi fisso fisso e
di voltarmi bruscamente le spalle, dopo per avermi fatto il saluto d'obbligo,
poich mastro Catrame era un rigido osservatore della disciplina di bordo.
Del resto tutti lo lasciavano in pace, mai lo interrogavano, poich lo temevano
e sapevano per esperienza che aveva la mano sempre pronta ad appioppare un
sonoro scapaccione, malgrado l'et, e qualche volta anche faceva provare la
punta del suo stivale. Gli uni lo rispettavano per l'et, gli altri per paura.
Lo stesso capitano lo lasciava fare quello che voleva, sapendo che in fatto di
abilit marinaresca non aveva l'eguale, che poteva contare su di lui come su
d'un cane affezionato, sebbene ringhioso, e che valeva a far stare a dovere
l'equipaggio anche con una sola occhiata, n mancava mai al suo servizio.
Una sera per, mentre dai porti del Mar Rosso navigavamo verso i mari
dell'India, mastro Catrame, contrariamente al solito, commise una mancanza che
fece epoca a bordo del nostro veliero: fu trovato nientemeno che ubriaco
fradicio in fondo alla cala!... Come mai quell'orso, che da tanti anni aveva
dato un addio ai forti liquori che tanto piacciono ai marinai e che mai una
volta si era veduto barcollare pel soverchio bere, si era ubriacato? Il caso era
grave; ci doveva entrare qualche gran motivo, e il nostro capitano, che voleva
veder chiaro in tutto, ordin un'inchiesta, su per gi come fanno le nostre
autorit quando accade qualche grosso avvenimento.
E la nostra inchiesta approd a buon porto, poich si constat con tutta
precisione che mastro Catrame si era ubriacato per errore! Qualche burlone aveva
mescolato fra le bottiglie di Cipro una di rhum pi o meno autentico, e il
vecchio lupo l'aveva tracannata tutta senza nemmeno accorgersi della
sostituzione.
Un mastro che si ubriaca durante la navigazione non la pu passar liscia, e
tanto meno doveva passarla mastro Catrame, che era cos rigido osservatore delle
discipline marinaresche. Quale brutto esempio, se lo si fosse graziato!
Il capitano con tutta seriet ordin che si portasse il colpevole sul ponte
appena l'ebrezza fosse passata, e avvert l'equipaggio di tenersi pronto per un
consiglio straordinario. Dopo due ore mastro Catrame, ancora stordito da quella
abbondante libazione, che avrebbe potuto riuscire fatale a uno stomaco meno
corazzato, compariva in coperta torvo, accigliato, coi peli del volto irti. I
suoi occhietti correvano dall'uno all'altro marinaio, come se volessero scoprire
il colpevole di quella brutta gherminella.
Il capitano, appena lo vide, gli and incontro, lo prese ruvidamente per un
braccio e lo fece sedere su di un barile che era stato collocato ai piedi
dell'albero maestro. Con un cenno fece radunare attorno al colpevole
l'equipaggio, poi, affettando una gran collera che non provava e facendo la voce
grossa per darsi maggior importanza, disse: Pap Catrame, lo chiamava cos,
sapete che i regolamenti di bordo condannano il marinaio che si ubriaca durante
il servizio?
Il lupo di mare fece un cenno affermativo e barbugli un: fate.
Quest'uomo  colpevole? chiese il capitano, volgendosi verso l'equipaggio, che
rideva sotto i baffi, sapendo gi come doveva finire quella commedia.
S, s, confermarono tutti.
Se tu fossi pi giovane, ti farei chiudere nella cabina coi ferri alle mani e ai
piedi; ma sei troppo vecchio. Ebbene, io cambio la pena condannandoti a
sciogliere quella lingua, che  sempre muta, per dodici sere.
Ors, pap Catrame, taglia i gherlini(2) che la tengono legata, accendi la tua
pipa e narraci dodici storie, le pi belle che sai e ne devi sapere, veh! e tu,
dispensiere, reca una bottiglia del pi vecchio vino di Cipro che troverai nella
mia cabina, onde la lingua del vecchio orso non si secchi. Avete capito?
Una salva d'applausi accolse le parole del capitano, a cui fece eco un sordo
grugnito di mastro Catrame, non so poi se di contentezza per essere sfuggito ai
ferri o di malcontento per dover sciogliere la lingua.


Il vascello maledetto.
Ecco pap Catrame seduto sul barilotto, colle gambe incrociate alla maniera dei
turchi, e circondato da tutti i marinai i quali sbarrano tanto d'occhi e
aguzzano per bene gli orecchi per non perdere una sillaba dl quanto egli sta per
narrare.
L'Oceano Indiano era cos calmo da permettere a tutti il timoniere eccettuato di
prendere parte a quelle narrazioni interessanti e meravigliose. Un leggero vento
che veniva dalle coste d'Africa spingeva la nave verso l'Est, a quella terra
strana che si chiama India, e dalla quale eravamo ancora lontani, tanto da poter
udire tutte le dodici novelle richieste dal nostro amabile capitano.
Mastro Catrame, dopo d'aver reclamato con un gesto e un'occhiata uno scrupoloso
silenzio da parte di tutto l'uditorio, tracann d'un sol fiato un grande
bicchiere di vecchio Cipro per snebbiarsi il cervello, spezz coi lunghi denti
gialli da vecchio topo un eccellente sigaro d'Avana che gli porgeva il capitano,
l'accese con visibile soddisfazione, poi disse con voce grossa e da oltre tomba:
Io appartengo a una generazione che  quasi tutta spenta, poich sono vecchio,
vecchio assai, e tutti quelli che m'hanno veduto mozzo riposano in fondo alla
grande tazza(3) da molti anni, o dentro il ventre di qualche grosso pescecane.
Si ferm, quand'ebbe ci detto, guardandoci con malizia per vedere quale effetto
avesse prodotto quella lugubre prefazione che metteva i brividi, poich aveva
una intonazione strana, paurosa; poi continu:
Sono vissuto in un'epoca in cui si credeva alla comparsa dei vascelli fantasmi,
agli esorcismi per calmare le tempeste o per sciogliere le grandi trombe marine,
alle sirene che venivano a cantare sotto la poppa delle navi attirando gli
incauti marinai, agli spiriti del mare, a Nettuno, il re degli abissi oceanici,
alla comparsa dei marinai naufragati, ai mostri, alle streghe, alle figlie della
spuma. Voi non credete pi a tutto ci, le chiamate leggende paurose, inventate
da uomini ubriachi o dalla fantasia tetra dei popoli nordici; ma v'ingannate.
Pap Catrame ha veduto molto: le sirene, i morti, i vascelli fantasmi e pi
ancora.
Il vecchio lupo di mare, dopo questo secondo esordio non meno lugubre del primo,
gir intorno un altro sguardo. Nessuno fiatava, n batteva ciglio: eravamo tutti
impressionati e i volti dei mozzi e dei giovani marinai erano impalliditi. Solo
il capitano si manteneva impassibile, e le sue labbra si erano atteggiate ad un
sorriso beffardo.
Pap Catrame rimase alcuni istanti silenzioso per raccogliere meglio le idee,
indi riprese:
Non ricordo pi l'epoca, poich sono trascorsi moltissimi anni ed io ero ancora
un ragazzo, non pi mozzo, ma non ancora marinaio. Avevo preso imbarco su di una
grande fregata a tre ponti, un tipo di nave che non si trova pi, poich tutto 
cambiato ora, cambiate le navi, come le abitudini marinaresche.
Si chiamava la Santa Barbara: ma il capitano, uno spregiudicato che non temeva
n Dio, n il diavolo, che bestemmiava da mane a sera come il leggendario
olandese del vascello fantasma, e non credeva in nulla, le aveva imposto un
altro nome: il Caronte.
Brutte storie correvano sul conto di quella fregata, comandata da quel dannato,
un vero dannato, ve lo dice pap Catrame! Si diceva che tutte le notti, nel
fondo della tenebrosa cala, si udivano dei misteriosi fragori e dei gemiti; che
nelle corse(4) si vedevano passare delle ombre bianche che poi scomparivano, e
che sulla cima degli alberi appariva sovente una fiammella azzurra. Si diceva
ancora che tutte le notti un marinaio nero nero, col viso coperto da una lunga
barba rossa, entrava nella cabina del capitano per giocare e bere. Chi fosse, io
non ve lo saprei dire; ma i marinai del Caronte sussurravano che doveva essere
messer Belzeb: altri invece asserivano che era uno dei marinai fatti
ingiustamente appiccare dal capitano, poich quell'uomo era crudele e aveva
ucciso parecchi dei suoi per un nonnulla. Insomma tutti avevano paura, e quando
la nave approdava, non pochi marinai disertavano, temendo di finirla male in
compagnia di quel tizzone d'inferno.
Un abate, che un tempo era stato amico del capitano, aveva cercato di persuadere
il testardo bestemmiatore a ridare alla nave il primiero nome e a ravvedersi, ma
non era riuscito a nulla; anzi aveva avuto in risposta delle minacce; e il nome
di Caronte era rimasto.
Avevamo percorsi parecchi oceani e, cosa davvero strana, nessuna tempesta ci era
toccata; ma i rumori continuavano a bordo della fregata, e di notte nessun
marinaio avrebbe osato scendere solo e senza lume in fondo alla cala. Si sarebbe
lasciato frustare a sangue col gatto a nove code(5) piuttosto di calarsi in
quella nera voragine.
Cos per non la poteva durare. Il bestemmiatore era ormai giudicato: il
vascello dell'olandese dannato doveva aver bisogno di un marinaio, e voi dovete
sapere che su quella nave maledetta, destinata a navigare in eterno fra una
continua tempesta, non salgono che gli empi e i crudeli. Avevamo lasciate le
coste dell'Africa diretti all'America meridionale, al Callao. Appena lasciato il
porto, un marinaio cadde da un pennone e si anneg prima che si avesse avuto il
tempo di mettere le imbarcazioni in acqua; al secondo giorno un pennone cadeva
dall'albero di trinchetto e piombava ai piedi del capitano, che per poco non
rimase ucciso; al terzo giorno una procellaria venne a svolazzare tre volte
sopra la nostra nave e precisamente sopra la cabina del bestemmiatore.
La procellaria  l'uccello delle tempeste e porta con s la sventura. Allora si
credeva che fosse l'anima di un marinaio morto, e fra l'equipaggio si sussurr
subito che era quella del disgraziato caduto dall'albero e che veniva ad
avvertirci di qualche grave sciagura.
Un superstizioso terrore aveva invaso tutto l'equipaggio. Un viaggio cos male
cominciato non doveva finire bene: qualche cosa di grave stava per accadere, lo
si sentiva per istinto; ma il capitano non se ne preoccupava, anzi pareva che,
come l'olandese maledetto, volesse sfidare il destino e i decreti del Cielo.
Bestemmiava pi del solito, maltrattava l'equipaggio pi dell'usato, beveva e
giocava da mane a sera.
Ma ecco che un giorno, quando ci trovavamo nei pressi del Capo Horn, l'aria si
fa buia ed il mare monta. Sulla sconfinata distesa d'acqua calano, come un
immenso stormo di corvi, le tenebre, e il vento fischia attraverso l'alberatura
in un modo diverso dal solito, poich quei fischi erano stridenti, e di tratto
in tratto pareva che nel fondo degli abissi marini urlassero dei dannati.
Nella stiva si udivano dei fragori paurosi; era un rotolare di catene,
quantunque l catene non ve ne fossero, erano boati profondi, poi gemiti. Voi
direte che erano i puntelli dei ponti, i corbetti(6) o il fasciame che
scricchiolava. No! Ve lo dice pap Catrame!
Un fremito di paura corse per le membra di tutto l'uditorio a quella solenne
affermazione del vecchio marinaio. I mozzi si strinsero attorno ai marinai, e i
marinai addosso agli ufficiali. In quel momento si sarebbe udita volare una
mosca, tanto era profondo il silenzio che regnava sulla nave, e si sentivano
distinti i palpiti di tutti i cuori. Gli occhi di ciascuno erano fissi fissi sul
mastro, che pareva assumesse proporzioni gigantesche e che diventasse di momento
in momento pi bianco, pi diafano, e come uno dei paurosi fantasmi che
popolavano la cala del Caronte.
Verso il tramonto, riprese pap Catrame con voce cupa, ecco apparire in
lontananza il Capo Horn, il temuto promontorio dell'America meridionale. Parve
allora che il mare raddoppiasse la sua ira, non altrimenti che quello del Capo
di Buona Speranza, quando l'olandese maledetto vendette l'anima al diavolo, per
superarlo malgrado la tempesta.
In cielo guizzavano lampi abbaglianti e il tuono rombava incessantemente,
facendo tremare perfino gli alberi della nostra nave; fra le nubi sibilava e
strideva il vento, e le onde si accavallavano con una rabbia tale che non vidi
pi mai dopo d'allora, quantunque abbia affrontato di poi non so quanti uragani.
L'equipaggio, spaventato, smarrito, pregava; ma il capitano, no imprecava
orrendamente contro il Cielo e invocava Satana per aiutarlo a superare il
promontorio.
Ed ecco ad un tratto apparire sulle spumeggianti onde un punto nero che si
avvicina a noi con fulminea rapidit: era la procellaria, quella stessa che era
venuta a svolazzare tre volte sul ponte, dopo la morte del marinaio.
Gir ancora tre volte attorno a noi e si ferm sopra il nostro vento(7)
dell'albero di mezzana.
E' l'anima del marinaio! esclamarono tutti. Sciagura! sciagura!...
Ritorni all'inferno! url il capitano, e, puntato un fucile, fece fuoco due
volte contro l'uccello, ma senza colpirlo, poich vol via lentamente, fece tre
giri ancora attorno al Caronte e sparve fra le onde.
Ci allontanammo dal capitano, inorriditi, esclamando:
Sciagura!... sciagura!...
Egli ci rispose con un uragano di imprecazioni orribili.
Il mastro d'equipaggio, un vecchio dalla barba bianca, che credeva come me al
ritorno delle anime, scese nella sua cabina, prese la croce e la piant sulla
prua del legno.
Quell'atto rese pi che mai furibondo il bestemmiatore. Slanciatosi gi dal
ponte di comando, balz sul castello di prua e gett la croce in mare!
Quasi subito un lampo livido balen fra le nubi, seguito da un rombo cos
spaventevole che cademmo tutti tramortiti sul ponte. Quando ci rialzammo la
giustizia di Dio era compiuta: l'empio giaceva ai piedi dell'albero maestro
senza vita: un fulmine l'aveva ucciso!...
Allora sulla linea fosca dell'orizzonte vedemmo il mare alzarsi a prodigiosa
altezza, mentre sulle alte rocce del Capo Horn lampeggiava; poi apparve fra una
luce sanguigna un gran vascello tutto nero, colle vele pure nere sciolte al
vento e guidato da un uomo di statura gigantesca. Era il vascello dell'olandese
maledetto, che veniva a reclamare l'anima del bestemmiatore!
Correva con una velocit spaventevole, urtato da tutte le parti da onde
mostruose e sulla cima dei suoi alberi brillavano tre fiamme azzurre. Percorse
un tratto dell'orizzonte, poi scomparve improvvisamente come se si fosse
inabissato.
Voi mi direte che era una nave qualunque, ingrandita dalla nostra paura, poich
voi non credete al vascello fantasma; ma io l'ho veduto coi miei occhi, e gli
occhi di pap Catrame erano buoni in quel tempo! Voi direte che ho creduto di
vedere, ma io vi affermo che ho veduto bene e nessuno potr mai farmi credere il
contrario.
Volete sapere di pi? Quando l'indomani gettammo in mare il cadavere del
bestemmiatore, lo vedemmo alzarsi tre volte sopra l'acqua; poi le onde se lo
presero e lo portarono lontano lontano, verso il luogo ove era scomparso il
vascello fantasma.
Pap Catrame  qui ancora, ma il capitano del Caronte  a bordo dell'olandese,
dannato anche lui a navigare eternamente sul mare tempestoso fra il Capo Horn e
quello di Buona Speranza!...
Un silenzio glaciale accolse la sinistra chiusa del vecchio marinaio. Nessuno
fiatava, all'infuori del capitano, che sorrideva sempre: si sarebbe detto che
tutti avevano paura di volgersi per la tema di scorgere il vascello maledetto
solcare l'orizzonte. Su tutti i volti si leggeva un superstizioso terrore e i
mozzi specialmente erano pallidissimi.
Pap Catrame centellin un altro bicchiere di Cipro, si mise la bottiglia sotto
il braccio, ci augur la buona notte con tono canzonatorio e discese dal barile
per tornare nella cala, quando il nostro capitano, che non aveva cessato di
sorridere durante la intera narrazione, gli fe' cenno di arrestarsi:
E' questa la tua storia? gli chiese con voce beffarda.
S, rispose il mastro, stupito per quella interrogazione.
Dunque tu credi all'esistenza del vascello fantasma?
Se credo!... L'ho veduto coi miei propri occhi!
O hai creduto di vederlo?
Mastro Catrame lo guard con certi occhi che pareva volessero dire: Ma voi
impazzite?
Catrame, disse il capitano, diventato serio. Non ti  mai passato pel capo il
dubbio di aver veduto male o di essere stato ingannato da qualche fenomeno?
Mai, signore, rispose il mastro, sempre pi stupito.
Dimmi allora: hai mai udito parlare del miraggio, o, se meglio ti piace, della
fata morgana?
Non so cosa volete dire.
Allora ti spiegher io. Sul mare, come sugli ampi deserti, specialmente sul
Sahara, per esempio, avviene talvolta un fenomeno strano, ma spiegabilissimo.
Quando gli strati dell'aria, dilatati pel contatto caldo col suolo o con una
distesa d'acqua che ha una certa temperatura ed aventi una densit differente,
non si mescolano a quelli soprastanti, fanno vedere delle curiosissime illusioni
d'ottica: di una semplice roccia ti fanno vedere un'isola verdeggiante, di un
canotto un vascello, di un vascello un naviglio mostruoso, di un uomo un
gigante, eccetera. Ora cosa pensi tu dell'apparizione del preteso olandese?
Che gli scienziati hanno inventato delle belle frottole, signore.
No, Catrame: la frottola ce l'hai data da bere tu, o meglio sei stato corbellato
da un semplice miraggio. Il grande vascello che tu hai veduto e che credevi
appartenesse all'olandese maledetto, il quale, se non lo sai, non  mai
esistito, era una nave qualunque che passava all'orizzonte, ingrandita e
trasformata dalla fata morgana. Ah, Catrame, come sei credulo!...
Il mastro lo guardava trasognato. Stette parecchi minuti immobile fissando il
capitano, poi si allontan a lenti passi e sparve pel boccaporto. Bench quella
spiegazione scientifica fosse giusta, fu poco persuasiva pel nostro equipaggio,
ed io scommetterei che quella notte pi d'un marinaio non dorm e che gli uomini
di guardia aguzzarono pi volte gli occhi per vedere se all'orizzonte appariva
il legno dell'olandese maledetto.


Il passaggio della linea.
Per tutto il giorno seguente pap Catrame non comparve sul ponte della nave.
Rintanato nella cala, aveva dormito come un ghiro, russando come una trottola
d'Allemagna. Svegliatosi, sorseggi ci che era rimasto nella bottiglia e divor
con un appetito da pescecane la razione recatagli dai mozzi.
Del resto, la sua presenza in coperta non era necessaria, poich il tempo si
manteneva tranquillo, l'oceano era liscio come uno specchio, e il vento debole.
Quando per il sole scomparve all'orizzonte e la luna si alz in cielo,
riflettendosi vagamente nell'azzurra e limpida superficie del mare, si ud la
scala del boccaporto maestro scricchiolare, e poco dopo si vide apparire il
vecchio marinaio.
Aspir avidamente una boccata d'aria marina, percorse il legno da prua a poppa,
con quel suo dondolamento che lo faceva rassomigliare a un orso bianco, diede
una sbirciata alle vele senza guardare in viso nessuno, caric flemmaticamente
la sua corta pipa, nera come la camicia di uno spazzacamino, poi and a sedersi
con tutta gravit sul barile e parve immerso in profondi pensieri.
Tosto i marinai, a due, a tre alla volta, i pi coraggiosi prima, i paurosi poi,
ed i superstiziosi ultimi, s'avvicinarono silenziosamente al vecchio marinaio,
circondandolo. Il capitano fu l'ultimo a giungere, tenendo in mano un'altra
bottiglia.
Tutti rispettavano il raccoglimento del vecchio, e certo nessuno avrebbe osato
strapparlo alle sue meditazioni; ma la pazienza non era la virt del capitano.
Ol, pap Catrame, sei morto? gli chiese.
II vecchio alz il capo e, fissando il comandante, gli domand a bruciapelo:
Credete al re del mare, voi?
Il capitano scoppi in una risata fragorosa, ma nessun marinaio lo imit. Bens
tutti lo guardarono con stupore, come se fossero meravigliati che egli non
prestasse fede a ci che narrava pap Catrame.
Il lupo di mare non mostr tuttavia di offendersi, per la sua fronte si
corrug, e, battendo con quelle mani callose e irte di nodi i bordi del barile,
esclam: Me lo direte poi!
Ricadde nelle sue meditazioni, ma per pochi istanti, poich ad un tratto si
scosse, come se avesse trovato quello che cercava nei suoi lontani ricordi, e
disse: Oggi non si costuma pi; i lodevoli usi degli antichi marinai sono messi
da un lato come ferravecchi inservibili, e non si crede che valga la pena di
rendere omaggio a Nettuno, il re degli abissi marini. Che importa se le navi
affondano pi spesso che una volta? Sono casi, dicono gli scettici; sono
accidenti, affermano gli spregiudicati. Al diavolo le superstizioni dei vecchi
marinai! Lasciamo da parte le leggende, distruggiamo tutto, ch il mondo deve
rifarsi. Non  cosi?
Pap Catrame fece udire un riso stridulo, beffardo, che aveva un non so che di
strano, e che parve si ripetesse fino in fondo alla stiva.
La linea! riprese poi. Chi oggi, passando la linea, rende omaggio al re del
mare? Peuh! Hanno altro pel capo i marinai moderni, che di pensare a Nettuno! Ma
quale vendetta si prende talora questo re del mare! Oh che! credete forse che
gli antichi marinai abbiano inventato la cerimonia per far ridere voi,
spregiudicati? O credete che un tempo pensassero a divertirsi frammezzo alle
onde incalzanti e ai sibili diabolici del vento? No, no; e pap Catrame, se cos
vi parla, ne ha il motivo.
Voi siete giovani, e nulla sapete sul passaggio della linea, che oggi si celebra
al pi con una innaffiata del ponte; ma un tempo era una cerimonia importante, e
nessun marinaio, per quanto audace, avrebbe osato passarvi sopra, poich la
vendetta di Nettuno presto o tardi lo avrebbe infallantemente colpito.
Ora ve lo prover.
Pap Catrame rattizz la pipa col suo pollice incombustibile, sorseggi un buon
bicchiere che gli offriva il capitano, reclam con un gesto maestoso il pi
assoluto silenzio, e dopo di essersi accomodato sul barile, principi la sua
seconda e non meno interessante narrazione.
Un destino strano, incomprensibile, mi spinse sempre a prendere imbarco sulle
peggiori navi della nostra marina; e io non le cercavo, veh! Quasi tutti i
capitani che ho servito nella mia lunga, lunghissima carriera marinaresca, erano
bestemmiatori o scredenti. Non badavano alle nostre tradizioni, non badavano ai
nostri vecchi usi, non credevano n alle sirene, n alle figlie della spuma, n
ai mostri marini, a nulla insomma.
Mi ero imbarcato in qualit di gabbiere su di una vecchia corvetta, di cui ora
non ricordo il nome, poich sono passati da quell'epoca lunghi anni. Era una
gran nave per, buona veliera, un po' vecchia, s, ma colle costole ancora
robuste, destinata ai lunghi viaggi dell'Oceano Atlantico e dell'Indiano, e
perci costretta a passare sovente la linea equatoriale.
Il capitano aveva sempre, fino allora, conservato l'usanza di rendere il dovuto
omaggio al re del mare, quando dall'emisfero settentrionale passava
nell'emisfero australe, e mai aveva avuto a pentirsene. Anzi soleva dire che,
appunto per quello, la sua corvetta godeva una buona protezione; ed infatti mai
una tempesta fatale l'aveva sorpresa, e quelle ordinarie le aveva facilmente
vinte.
Ma gli uomini purtroppo cambiano, e anche il nostro capitano, seguendo l'andazzo
dei tempi, a poco a poco si era mutato, diventando uno spregiudicato.
Avvenne or dunque che la nostra corvetta si trov un giorno nei pressi della
linea equatoriale. Voi gi sapete che questa linea  puramente geografica, e
perci invisibile:  un semplice parallelo, egualmente distante dai due poli.
L'equipaggio, fedele alle tradizioni marinaresche, cominci a fare i preparativi
onde procedere al battesimo, e rendere quindi il dovuto omaggio a Nettuno, il
quale si dice abiti in prossimit della linea.
Oh, allora erano bei tempi! Voi siete giovani, e non potete avere che una
pallida idea di quella cerimonia che faceva battere il cuore del marinaio,
perch sapeva di compiere un dovere che lo metteva al coperto dal furore degli
oceani.
Quando echeggiava sul ponte di comando: Ecco la linea! una viva emozione
s'impadroniva di tutti: ufficiali, marinai e mozzi, eccoli tutti in movimento
per prepararsi alla festa.
La gran gala, formata dalle bandiere di tutti gli Stati del mondo e dalle
bandiere dei segnali, saliva maestosamente in aria, distendendosi fra l'albero
di mezzana e la punta del bompresso, e il vessillo nazionale s'innalzava
maestosamente sul picco della randa, salutato da un colpo di cannone.
Si frugavano e rifrugavano le casse di tutti, si spogliavano le cabine
dell'ufficialit e dei passeggeri per ornare l'opera morta, e dappertutto si
stendevano tappeti, arazzi e scialli variopinti, tramutando la nave in
un'immensa sala, sfolgorante pei lucenti metalli dell'attrezzatura e per le
tinte vivaci di tutto quel pandemonio di bandiere svolazzanti e di stoffe
spiegate al vento.
Il mastro d'equipaggio e una dozzina dei pi robusti marinai scomparivano,
mentre gli altri preparavano le pompe e i mastelli pel battesimo, tanto pi
gradito al re del mare quanto pi era abbondante
Nel momento preciso che il vascello passava la linea, ecco giungere sotto l'anca
di tribordo o di babordo un'imbarcazione adorna di arazzi e di bandiere, montata
da una dozzina di tritoni e da un vecchio che raffigurava Nettuno. Una voce
grossa grossa si alzava dal mare, chiedendo:
E' battezzato il vascello?
No! rispondeva l'equipaggio.
Ammainate la scala, dunque! comandava la voce grossa.
La scala d'onore veniva tosto calata: i marinai si schieravano a prua coi
mastelli pieni d'acqua, dinanzi e attorno alle pompe; gli ufficiali e i
passeggeri a poppa.
Il re del mare saliva gravemente sul ponte. Era un vecchio dalla lunga barba,
adorno di conchiglie, recante in capo una corona di metallo e nella sinistra un
tridente. Lo seguivano dodici marinai camuffati da tritoni, carichi di
conchiglie e di alghe marine.
Il re, che era rappresentato dal mastro, si avanzava verso il capitano, seguito
da tutto il suo stato maggiore, e dopo di aver ricevuto un lungo inchino da
parte dell'intera ufficialit, chiedeva al comandante: Hai pagato il tuo tributo
al re del mare?
No, rispondeva il capitano.
Allora ti battezzo.
Cos dicendo, prendeva una tinozza piena d'acqua e la rovesciava sul capo di lui
inondandolo completamente.
Quello era il segnale del battesimo generale. Le pompe, energicamente manovrate,
inondavano passeggeri e ufficiali, e le tinozze si vuotavano sul capo di tutti.
Torrenti d'acqua correvano da prua a poppa, recando il dovuto tributo al re del
mare, e la battaglia si prolungava fino al completo esaurimento delle forze di
ambe le parti.
La nave, cos battezzata, poteva allora sfidare impunemente i furori degli
oceani, poich Nettuno la proteggeva; ma guai a non farlo! Il tributo d'acqua si
cambiava in una ecatombe umana, e pap Catrame, che  ancora qui, vivo per
miracolo, lo sa!
Il vecchio marinaio per la terza volta s'interruppe, girando sull'attento
equipaggio un lungo sguardo, come per accertarsi che tutti lo ascoltavano
religiosamente; ricaric la pipa, l'accese, indi continu: Come vi dissi, la
nostra corvetta era giunta nei pressi della linea: fra qualche ora doveva
lasciare l'emisfero settentrionale per entrare in quello meridionale.
Il nostro mastro, rigido osservatore delle tradizioni marinaresche, si rec sul
ponte di comando seguito da tutto l'equipaggio, e disse al capitano: La linea 
vicina, signore; Nettuno esige il suo tributo.
Vada al diavolo Nettuno e tutti i suoi tritoni rispose lo scettico.
Il mastro impallid.
Volete chiamare la sfortuna a bordo, signore, disse.
Me ne rido della collera di Nettuno, io.
Ma l'equipaggio...
Basta cos, rispose ruvidamente il capitano. Sono padrone io a bordo:
andatevene!
Sal sul ponte di comando, ordin di sciogliere tutte le vele, perfino gli
scopamari e i coltellacci, e, per colmo di spavalderia insensata, fece ammainare
la bandiera, onde togliere al re del mare ogni idea che lo si volesse salutare.
La corvetta, spinta da un buon vento, s'inoltr verso la linea; ma, cosa strana
davvero, camminava pi lenta del solito, e pareva che ad ogni istante fosse l
l per arrestarsi. I marinai sussurravano che erano i tritoni del re del mare
che si aggrappavano alla carena per non lasciarla passare; ma il capitano
crollava il capo e faceva aggiungere sempre nuove vele a quelle gi sciolte.
A mezzogiorno preciso la corvetta passava la linea. Quasi nel medesimo istante
un fremito agit la tranquilla distesa dell'oceano, e dalla profondit degli
abissi usc un cupo rimbombo. Poco dopo un'onda immensa sorse agli estremi
confini dell'orizzonte, si distese e venne a rompersi con cupi muggiti sulla
prua della nave.
Ci guardammo l'un l'altro, stupiti e spaventati, e, parola di pap Catrame, vi
era di che spaventarsi. Interrogammo ansiosamente gli ufficiali: ci dissero che,
per un caso strano, un fenomeno, non so se maremoto o cos'altro, era avvenuto
nel momento preciso in cui passavamo la linea. Ci credete voi? Io no, e
scommetterei che non ci credevano neanche gli ufficiali, perch erano pallidi
come tutti noi.
Anche il capitano era diventato serio serio, e la sua fronte si era aggrottata;
ma egli era testardo come un guascone, e non voleva credere a Nettuno, n alla
potenza di questo re.
Ed ecco ad un tratto sorgere all'orizzonte una nube, nera come il bitume. Voi
non lo crederete forse; ma io, con questi occhi ho veduto che quella nube aveva
tre punte acute, rassomiglianti a un gigantesco tridente. Eravamo tutti muti per
lo spavento: ufficiali, marinai e mozzi erano diventati pallidissimi allo
scorgere quella sinistra nube, nel cui seno guizzavano lampi sanguigni.
Pareva che Nettuno avesse rizzato dinanzi a noi il suo immane tridente per
impedirci il passo; e cos doveva essere, poich poco dopo il vento girava
bruscamente al sud, soffiando di fronte a noi. Cresceva la sua violenza di
minuto in minuto, poi era caldo come se uscisse dalle voragini dell'inferno, e
sollevava con forza irresistibile l'oceano, alzando la gran nube, che si
estendeva minacciosamente sopra il nostro capo, e conservando sempre la sua
bizzarra forma.
Dagli abissi del mare uscivano muggiti e boati profondi, il vento urlava su
tutti i toni attraverso il sartiame dell'alberatura, nell'aria rombava
incessantemente il tuono e lampeggiava. Talvolta tra le raffiche furiose, ci
pareva di udire una voce possente che ci gridasse: Non passa la linea chi non mi
saluta!...
Invano il nostro capitano, che non voleva arrendersi al re del mare, comandava
manovre, girava di bordo per prendere vento largo, e tentava di avanzare
bordeggiando: la nave veniva respinta dalle onde e dal vento. Tre volte
ripassammo la linea, e tre volte fummo ricacciati nell'emisfero settentrionale.
Scoppiavano le vele, cedevano le manovre correnti, si piegavano come
stuzzicadenti gli alberi e i pennoni, si sfondavano le murate, cresceva la paura
in tutti; ma il testardo non voleva capitolare, e tornava sempre pi irato alla
carica, deciso di mandarci tutti a bere nella grande tazza salata, piuttosto che
retrocedere.
Parve che la fortuna sorridesse all'audace, poich a mezzanotte, dopo dodici ore
di lotta disperata, la corvetta ripassava la linea, entrando nell'emisfero
australe. Ma Nettuno aveva decretato la fine del testardo comandante.
Un'ora dopo, una montagna d'acqua rovesciava la corvetta sul tribordo. Cosa sia
poi accaduto, non ho mai potuto saperlo con precisione. Mi ricordo confusamente
d'aver veduto non so quante onde precipitarsi con orribile frastuono sul povero
legno, di aver udito urla, invocazioni disperate, gemiti, scricchiolii, uno
spezzarsi di legni, poi pi nulla.
Quando rinvenni, mi trovai nel fondo di una scialuppa, solo sul burrascoso
oceano. Come ero l? Non lo seppi mai.
La tempesta mi port lontano lontano dal luogo del naufragio. Rimasi in mare
dieci giorni, mangiando una delle mie scarpe e aprendomi due volte una vena per
dissetarmi.
Quando una nave mi raccolse, ero ridotto in uno stato da far compassione: giallo
come un melone, asciutto come un'aringa, tutto pelle ed ossa. Dei miei compagni
non ebbi pi notizia; si sono salvati, o riposano in fondo agli abissi marini?
Io lo ignoro ancora; ma se qualcuno fosse sopravvissuto a quell'orribile
catastrofe, l'avrei incontrato in qualche angolo del mondo e invece nessuno mai
mi apparve. Sono tutti morti: il cuore me lo dice.
Pap Catrame col dorso della mano spazz via due lagrime che gli solcavano le
incartapecorite gote, si mise la pipa in tasca e scosse malinconicamente il
capo, brontolando: Non si creda pi ora al re del mare!...
A quale re? chiese il capitano. A quello creato dalla vostra balzana fantasia?
Non  cos, mastro Catrame? Un tempo si poteva credere all'esistenza di Nettuno
forse, come si  creduto all'esistenza delle sirene e a cento altre corbellerie;
ma oggi no, vecchio mio. Simili storie si lasciano ai marinai vecchi e
barbogi...
Ma la corvetta...
Una tempesta qualunque l'ha affondata, Catrame.
Ma quell'onda immensa...
Un maremoto, mastro mio.
Ma quella nube...
Una nube pur che sia. Forse che non ne hai mai vedute di quelle che hanno tre,
cinque, dieci, venti punte?... Va' a dormire, pap Catrame, e lascia l Nettuno
che non  mai esistito e il battesimo della linea che non  un omaggio reso al
re degli abissi, ma una carnevalata inventata da allegri marinai. Va', va' e
bevi il resto della mia bottiglia.


La campana dell'inglese.
Anche durante la terza giornata pap Catrame non comparve in coperta. Voleva
essere solo per frugare nei vecchi ricordi, onde prepararci una delle sue
funebri leggende, o l'et gli pesava troppo sul groppone? Chi pu dirlo?
Quando per alla sera lasci la cala e sal sul ponte, mi parve che fosse di
cattivo umore. Non salut nessuno, non guard n il mare, n l'alberatura, e non
chiese se fosse accaduto alcunch di straordinario. And a sedersi sul suo
barile, si prese il capo fra le mani e parve assopito.
Dovevamo aspettarci qualche paurosa storia, poich il narratore non era d'un
umore da farci ridere. Cosa mai ruminava nel suo vecchio cervello imbevuto di
pregiudizi?
Niente d'allegro di certo, tanto pi ch'egli era un vecchio triste come le
leggende che ci raccontava, e fantastico come le popolazioni che vivono sotto i
nebbiosi orizzonti dei mari del nord.
Pap Catrame, disse il capitano, cosa ti frulla pel capo questa sera, che hai un
viso da funerale?
Sono triste, rispose il vecchio, scuotendosi.
Forse che il mio Cipro ti mette indosso la malinconia? Se  cosi, andr a
torcere il collo a quel birbone di musulmano che me lo ha venduto.
Il vostro Cipro  eccellente.
Forse che sei ammalato?
Pap Catrame scosse il capo, come per dire di no; poi alz lentamente gli occhi
e, fissandoli su di noi, disse, con voce che faceva un certo senso: Credete voi
alla campana dei morti?
Ci guardammo in viso l'un l'altro con stupore, misto a una certa paura. Di quale
campana intendeva parlare il vecchio mastro?
Non rispondendo nessuno, chiese: Avete mai udito suonare la campana sotto il
mare, durante le tempeste, prima o dopo una disgrazia?
Pap Catrame, disse il capitano, vaneggi, o sogni?...
No, rispose il vecchio con energia, non sogno e non vaneggio; e qualcuno di voi
deve averla udita qualche volta.
Le antiche storie narrano, diss'egli, dopo alcuni istanti di silenzio, che
durante le tempeste, le vittime del mare salgono alla superficie e suonano la
campana, per chiedere ai naviganti una prece. Voi sorridete ora, perch non
credete alle vecchie narrazioni marinaresche; ma aspettate un po'! Pi tardi,
voi tutti che mi ascoltate, crederete alla campana dei morti, perch papa
Catrame l'ha udita suonare in mezzo all'ampio oceano.
Che storia funebre dev'esser quella che ci racconterai! disse il capitano. Se
continui di questo passo, spaventerai tanto questi miei lupicini, che al primo
approdo scapperanno tutti, per non ritornare pi mai sul mare.
Pap Catrame alz le spalle, accese il suo pezzo di sigaro per umettarsi la
lingua, poi cominci la sua terza novella, fra l'attenzione generale.
Avevo stretta amicizia con un marinaio inglese, imbarcato sullo stesso legno che
io montavo. Non saprei proprio dirvi che tipo fosse: era stravagante, eccentrico
come tutti i suoi compatrioti, superstizioso come una femminuccia e di umore
sempre tetro.
Parlava poco, beveva invece molto, e quando traballava, non faceva che parlare
dei morti, poich aveva sempre una lugubre idea nel cervello, quella di morire
molto presto.
Ogni volta che la nave lasciava un porto, egli veniva a bordo colle tasche
completamente vuote, convinto che quello doveva essere l'ultimo viaggio. Del
resto, era un eccellente camerata, con un cuore grande assai, e pagava sovente
da bere ai compagni pi poveri, faceva piaceri a tutti, e, soprattutto, era un
bravo marinaio, rispettoso verso gli ufficiali, audace nelle tempeste e buon
cristiano; poich quantunque inglese di nascita, era irlandese di origine, e voi
sapete che gl'irlandesi sono cattolici come noi.
Mastro Catrame si gratt la testa, come per fare scaturire dal cervello qualche
cosa, poi disse: Si chiamava... Aspettate un po'... la memoria si  fatta
debole, e non ha mai ritenuto i nomi... S,...  cos,... quell'originale si
chiamava Morthon, un nome non allegro, come ben vedete; e forse per questo
parlava sempre di morti.
Avevamo lasciato i porti dell'America del Sud, diretti alle isole Mascarene, non
ricordo pi se a quella di Borbone, o a quella dell'Unione. Morthon, fedele alle
sue abitudini, aveva dissipato nelle taverne del Brasile e della Repubblica
Argentina tutti i suoi risparmi, ed era tornato a bordo un'ora prima della
partenza, colle tasche penzolanti.
Avevo notato per che si era imbarcato di assai cattivo umore, e che il suo
viso, butterato dal vaiolo, aveva un'aria da funerale, come dovevo averla io
poco fa, quando lo disse il capitano. Presentiva forse la sua imminente fine? Io
lo credo, poich quel povero marinaio non doveva pi rivedere n le nebbiose
spiagge della sua Inghilterra, n le verdeggianti sponde della Erinni (Irlanda).
Un giorno, o meglio, una sera, che eravamo di quarto sul ponte, egli mi si
avvicin col viso disfatto, gli occhi strabuzzati, e mi chiese: L'odi tu?...
Che cosa? domandai io sorpreso.
Non odi proprio nulla?
Nulla, fuorch il vento che geme fra il sartiame e le vele.
E' strano! disse.
Compare Morthon, hai sonno stasera: va' nella tua cuccia, gli dissi.
Egli mi guard con due occhi pieni di terrore, e si allontan pi tetro che mai.
La sera seguente eccolo avvicinarsi ancora a me, col viso ancora stravolto e
bagnato di un freddo sudore, e farmi le stesse domande. Io cominciavo a credere
che il cervello di quel povero inglese si fosse guastato, e non vi feci pi
caso.
Cinque sere dopo, trovandoci noi quasi in mezzo all'Atlantico australe, Morthon,
che di giorno in giorno diventava pi cupo e pi taciturno, mi afferr
bruscamente per un braccio serrandomelo come una morsa, e trascinatomi
violentemente verso poppa, mi chiese con voce affannosa:
Ma non l'odi tu?
Tu sei pazzo, Morthon, gli risposi. Quale strana idea tormenta il tuo cervello?
Egli mi guard fisso, quasi non credesse alle mie parole, poi emise un profondo
sospiro, come se gli si fosse levato di dosso un gran peso che gli opprimeva il
cuore, e si terse il sudore che gl'inondava il pallido viso.
Non m'inganni tu? chiese dopo pochi istanti. Non odi proprio nulla? Ascolta
bene, Catrame, ascolta attentamente.
Mi curvai sul bordo, tesi per bene gli orecchi e ascoltai a lungo, ma nessun
suono strano giunse fino a me all'infuori del rompersi delle onde. Guardai
Morthon; egli mi fissava con due occhi da far paura, con un'ansiet estrema,
come se dalla mia risposta dipendesse la sua vita.
Non odo nulla che possa spaventarti tanto, gli dissi. Parla: cosa odi tu?
Ho udito suonare poco fa una campana, e sono cinque sere che quei funebri
rintocchi giungono ai miei orecchi, mi rispose con voce rotta.
Lo guardai con spavento. Un'antica leggenda marinaresca dice che, quando un
marinaio ode la campana,  segno che sta per morire, poich  la campana dei
camerati che riposano nel fondo degli abissi oceanici che lo chiama. Se Morthon
la udiva, evidentemente stava per morire, poich i compagni lo aspettavano
nell'umida tomba, nel regno dei coralli.
Non volli spaventarlo, e gli dissi che era una pazzia il credere alle antiche
leggende, che la sua era un'idea fissa nel cervello, e che non s'inquietasse.
Non mi rispose: s'allontan pensieroso, tetro, borbottando fra s non so quali
parole.
Non lo rividi pi per parecchi giorni. Seppi poi che si era ammalato, e che di
quando in quando veniva colto da accessi furiosi. Due settimane dopo ricomparve
in coperta, e appena mi vide, mi disse: Catrame, so che sono condannato, perch
la campana la odo sempre. Se morr, ricordati di me; e quando mi getteranno in
mare, recita una prece pel tuo vecchio camerata. Ma bada, Catrame! Se tu ti
dimenticassi, verrei anch'io a suonarti la campana...
La sera stessa una violenta bufera si scatenava sull'Atlantico, nella notte
Morthon cadeva dalla cima del contropappafico, sfracellandosi il cranio sui
gradini del ponte di comando!... La campana de naufraghi l'aveva chiamato!...
Pap Catrame si ferm: pareva in preda ad una viva emozione, ed era diventato
pi pallido del solito. Afferr la bottiglia di Cipro, ne tracann una buona
met, come se volesse soffocare quei dolorosi ricordi, poi, con voce lenta,
monotona, riprese: All'indomani, mentre continuava a imperversare la tempesta,
il cadavere del disgraziato mio camerata veniva gettato in mare, senza che si
potesse recitare l'uffizio dei morti, poich le onde non ci davano tregua e la
nave correva serio pericolo. In mezzo a quella confusione non mi ricordai le
ultime parole del morto, e la prece and in fumo.
Non pensavo quasi pi a Morthon, quando la terza notte dopo la sua morte, mentre
il mare era tranquillo e a bordo regnava un profondo silenzio, udii squillare in
fondo agli abissi una campana.
Credetti di essermi ingannato, e mi curvai sul bordo per meglio ascoltare. Sotto
le acque io udii distintamente suonare una campana; rabbrividii, e credetti per
un momento d'impazzire per lo spavento. Morthon manteneva la sua promessa!
M'inginocchiai sulla prua della nave, e mormorai una prece per l'anima del
povero inglese. Subito quel funebre suono cess, n da quella sera pi mai lo
udii.
Noi rimanemmo tutti silenziosi, guardando con spavento pap Catrame, e, tendendo
gli orecchi, ci pareva di udire echeggiare sotto le onde dell'Oceano Indiano la
campana dell'inglese. Uno scroscio di risa ci strapp dal nostro raccoglimento.
Era il capitano che cos rideva.
Che lugubre storia! diss'egli. Dimmi, pap Catrame: avevi bevuto molto quella
sera?
Il vecchio lanci su di lui uno sguardo irato, poi rispose: Nemmeno un sorso
d'acqua.
Allora sei stato ingannato, vecchio mio.
Forse che i vostri famosi scienziati hanno trovato la spiegazione di quel
funebre suono? chiese il mastro con pungente ironia.
Gli scienziati non c'entrano; ma la spiegazione te la dar un uomo di mare.
Ah! esclamarono i marinai con tono incredulo.
Dimmi, Catrame, riprese il capitano, quando udisti la campana, dove si trovava
la tua nave?
Presso l'isola di Los Picos.
Allora ti dir che il suono veniva di l.
Ecco una cosa che non creder mai, signore.
E perch?
Perch non ci sono n chiese, n conventi col.
Lo so.
E nemmeno uomini.
Lo so.
E dunque? Che l'abbiano suonata le rocce?
No: le onde, rispose il capitano con voce solenne.
Voi mi fate impazzire! esclam il mastro; non vi comprendo pi.
Catrame, riprese il capitano dopo alcuni istanti di silenzio, quando presso ad
un'isola deserta contornata da banchi o da scogliere pericolose non vi  un faro
che avverta le navi, sai che cosa si mette?
Non lo so, rispose il mastro brusco brusco.
Si mette una botte galleggiante o un gavitello qualunque sospendendo a una
gabbia di ferro una campana.
Concludo: il tuo inglese era un pazzo, un maniaco che si era fisso in capo di
morire, e il suono funebre che tu hai udito, veniva dalla campana collocata per
ordine dell'Ammiragliato inglese presso i banchi di Los Picos, onde avvertire le
navi del pericolo. Non erano n i morti n gli uomini che la suonavano, ma
semplicemente le onde che scuotevano il galleggiante gavitello. Hai capito,
vecchio superstizioso?
In quell'istante nel ventre del nostro legno udimmo echeggiare un campana. Ci
alzammo tutti di scatto, pallidi, atterriti; pap Catrame, cadde dal barile,
emettendo un grido.
Il capitano proruppe in una seconda e pi clamorosa risata.
Ecco cosa fa la paura! disse. Credete che sia la campana de morti, e invece  la
nostra che chiama alla guardia gli uomini di quarto!... Buona sera, pap
Catrame, e bada che l'inglese non venga, qui sta notte, a tirarti le gambe!


La croce di Salomone.
Alla quarta novella di mastro Catrame, nessun uomo dell'equipaggio si fece vivo.
Tutti avevano paura delle funebri leggende di quel vecchio, tremavano ad ogni
rumore che si udiva nel fondo della stiva, paventando la comparsa dei fantasmi
del Caronte; impallidivano se una nave qualunque passasse all'orizzonte, nel
pensiero che fosse quella dell'olandese maledetto, e trasalivano ogni volta che
le onde muggivano pi forte contro i fianchi del vascello, credendo di udire la
campana dell'inglese o di veder comparire il re del mare.
Ne avevano fin troppo di quelle leggende, e se pap Catrame continuava su quel
tono, molto probabilmente nessuno sarebbe pi rimasto a bordo, appena la nave
avesse toccato i porti dell'India.
Quella sera pap Catrame rimase un bel pezzo solo, seduto sul barile; ma egli
non parve inquietarsi di ci. Trasse di tasca un largo foglio di carta, prese un
pezzo di carbone, scrisse alcune righe con un carattere zoppo e gobbo, ed
appiccic quella specie di cartello sull'albero di maestra.
Ci fatto, torn al suo barile, si accomod meglio che pot e, accesa la vecchia
sua pipa, si mise a fumare come un turco.
Tutti avevamo notato la singolare manovra del vecchio e, spinti da una
irresistibile curiosit, ci avvicinammo all'albero per vedere cosa stava scritto
sul foglio.
Ci volle non poca fatica a decifrare quegli sgorbi, poich mastro Catrame
scriveva come un marinaio, facendo certe aste grosse e certe code che non si
sapeva dove andavano a terminare. Alla fine per riuscimmo a leggere fra la pi
alta meraviglia la seguente bizzarra dicitura: Come una croce di Salomone
facesse diventare mastro Catrame re di un'isola!
Cosa significa quella roba li? chiese un gabbiere.
Perbacco! esclam il capitano. E' il titolo della novella di stasera.
Come! Pap Catrame  stato re?... esclamarono tutti.
Lo dice lui.
Che storia  mai questa?
E c'entra una croce di Salomone!
Pap Catrame  impazzito!
L'inglese gli ha tirato le gambe e la paura gli ha sconvolto il cervello.
Silenzio! esclam il capitano con tono imperioso. Non si giudicano le persone
prima dei fatti... Marche! Andiamo a udire la novella del vecchio lupo!...
Quando pap Catrame ci vide tutti intorno seduti dinanzi al suo barile, ci
guard con un sorriso di compiacenza e si stropicci allegramente le mani. Senza
dubbio era contento della sua trovata originale per farci accorrere.
Tu, pap Catrame, ci prometti stasera una storia meravigliosa disse il capitano,
e pare che questa volta non c'entrino n vascelli fantasmi, n morti che suonano
le campane. Se ci farai stare allegri ti prometto non una, ma sei bottiglie di
vino di Spagna, di quello che fa andare in solluchero gli uomini della tua et.
Sar allegro, rispose il mastro con un sorriso sardonico.
Niente leggende dunque, stasera?
La leggenda entra sempre nelle mie narrazioni.
Il capitano fece una smorfia di malcontento; ma pap Catrame lo rassicur con un
gesto.
Se fosse una storia sinistra, non sarei qui a raccontarla, disse. Tocc a me; ma
sebbene abbia corso un brutto pericolo e per poco non sia stato messo allo
spiedo come un capretto, non  punto paurosa.
Apri per bene il becco e canta, vecchio mio.
Le trombe! esclam mastro Catrame. Ecco un fenomeno che fa raddrizzare i capelli
ai pi vecchi e ai pi audaci marinai, che fa impallidire i capitani e gli
ufficiali e quasi morire di paura i passeggeri che si avventurano sull'oceano.
Chi di noi non ha tremato di spavento all'avvicinarsi di quelle colonne d'acqua
turbinose, che sconvolgono il mare, che abbattono quanto incontrano sul loro
passo, che travolgono le navi pi gigantesche, sollevandole come semplici
pagliuzze, per poi cacciarle rotte capovolte in fondo agli abissi? Chi non...
Ol! pap Catrame, disse il capitano interrompendolo. Cosa c'entrano le trombe
colla croce di Salomone, il tuo regno e il tuo spiedo?
Un po' di pazienza, signore.
Lascia le trombe marine e tira avanti, dunque. Tutti le conosciamo, perbacco!
Voi forse avrete udito parlare del tremendo naufragio dell'Albert nell'Oceano
Pacifico, parecchi anni or sono, al 14 di latitudine sud e al 204 di
longitudine est.
Lo udii narrare quando ero ragazzo, rispose il capitano. So che fu sollevato da
una tromba marina e poi cacciato a fondo.
Sapete per quale motivo si perdette?
No! esclamarono tutti.
Per una croce di Salomone che il mastro di bordo non ebbe il tempo di fare.
Oh! esclamarono i marinai con tono incredulo, mentre il capitano rideva a
crepapelle.
Ascoltate e poi giudicate, aggiunse mastro Catrame imperturbabilmente. Come vi
sarete gi immaginato, io facevo parte dell'equipaggio dell'Albert, un grande
veliero che batteva bandiera inglese e che era destinato al trasporto degli
emigranti dal Celeste Impero nella California.
Avevamo gi attraversato quattro volte il grande oceano e, quantunque poche
volte lo avessimo trovato degno di chiamarsi Pacifico, pure nulla di grave ci
era mai toccato. Durante il quinto viaggio, nei pressi dell'arcipelago dei
Navigatori, che si chiama anche di Samoa, ecco un furioso uragano assalire la
nostra nave.
Si lotta disperatamente per non venire trascinati verso una delle tante isole
che ingombrano quel grande mare, sapendo che erano popolate da certi brutti musi
color cioccolatta e regolizia, i quali hanno la brutta abitudine di cacciare
nella pentola o di mettere allo spiedo quei disgraziati che il loro buon padre
l'oceano spinge sulle loro spiagge. Tutti i nostri sforzi riescono vani. La nave
traballa come un marinaio che ha bevuto tre bottiglie di rhum, si rovescia ora
sul babordo ed ora sul tribordo, imbarcando vere montagne d'acqua; i suoi alberi
oscillano come fossero per andare in pezzi; la prora, percossa sempre pi
furiosamente, comincia a fendersi, e l'oceano fa la sua comparsa nella stiva.
Si poteva ancora sperare; ma no, ch il diavolo volle metterci anche lui la
coda. Erano le quattro pomeridiane, non un minuto di pi n di meno, quando
vedemmo staccarsi dalla massa delle nubi una specie di cono. A poco a poco si
allunga, si raccorcia, poi torna ad allungarsi, come se venisse attirato da una
forza misteriosa.
Sotto a quella specie di tromba il mare si alzava a spaventosa altezza, poi
ricadeva, formando una specie di vortice, indi tornava ad alzarsi come se avesse
una voglia matta di stringere la mano a quel pezzo di nube.
Quel brutto gioco durava da dieci minuti, quando finalmente mare e nube si
unirono. Ecco la tromba formata, ma quale tromba! Era una colonna grossa quanto
un'isola; la nube aspirava il mare con furia estrema, il vento la portava con un
moto rotatorio vertiginoso e la spingeva addosso a noi che non eravamo pi in
grado di evitarla, poich il timone si era spezzato e tutte le nostre vele erano
ridotte a pochi brandelli...
Pap Catrame si ferm per riprendere lena e per vuotare un altro bicchiere di
Cipro; poi, guardandoci fissi, ci chiese bruscamente:
Credete voi all'efficacia della croce di Salomone?
S, risposero alcuni.
No, dissero altri.
Il capitano invece si strinse nelle spalle e sorrise beffardamente.
Allora dir, a quelli che non credono, che non hanno mai provato a fare una
croce di Salomone dinanzi a una tromba marina, poich, se l'avessero fatta,
avrebbero veduto la terribile colonna d'acqua rompersi all'istante, disse mastro
Catrame con un tono cattedratico. Credete voi che i nostri vecchi non abbiano
spezzato delle trombe, per insegnare a noi questo mezzo infallibile? Ora si dice
che vi sia un altro mezzo. Ma che! E' la croce che ci vuole, e ve lo dice pap
Catrame!
L'ho veduta fare non una, ma dieci, venti, cinquanta volte, e la tromba si 
rotta sempre prima di giungere addosso alla nave, oppure ha girato al largo.
Bastava che il pi vecchio marinaio di bordo si recasse a poppa, tracciasse la
magica croce o sul coronamento o sulla ribolla(8) del timone e la colonna
roteante si sfasciava.
Ma basta; ripigliamo la narrazione, o non la finir prima di domani mattina.
Aspettate un po'!... ah s! per mille boccaporti!... E' proprio cos: la tromba
si avvicinava con rapidit vertiginosa e noi ci trovavamo nell'assoluta
impossibilit di evitarla. Bisognava adunque tracciare subito la croce, o per
noi era proprio finita.
Il nostro mastro o bosmano, come lo chiamano i marinai d'oltre Manica, un
vecchio di non so quanti anni, per la prima volta in vita sua perde la flemma e
la rigidit della sua razza, e corre, anzi vola verso poppa per tracciare sul
coronamento la magica croce. Ma anche in questo disgraziato viaggio, ecco messer
Belzeb che ci mette la sua coda, e il povero bosmano scivola rompendosi la
testa.
La tromba, non pi frenata dalla potenza misteriosa della croce, ci piomba
addosso, ci investe, ci alza in aria. Se dovessi dirvi cosa ho veduto e provato
in quel momento, vi giuro che non saprei farlo nemmeno oggi.
Ho udito un frangersi di legnami, un laceramento di vele, poi fischi strani,
muggiti orribili, e ho veduto turbinare la nave fra il mare e le nubi, in mezzo
a una immensa colonna d'acqua. Mi sono sentito sollevare a prodigiosa altezza,
poi mi sono trovato, non so ancora come, sotto le onde. Quando tornai a galla
non vidi pi n la tromba, n la nave, n i miei compagni; per tutto
all'intorno galleggiavano, urtandosi furiosamente, pezzi di fasciame, pezzi
d'alberi, antenne, casse, botti e non so quanti altri oggetti.
La catastrofe era completa; l'Albert era stato inghiottito dalla tromba marina,
dopo di essere stato disarticolato dalla violenza dell'acqua.
Ero io l'unico superstite di quel tremendo naufragio, o qualche altro si trovava
presso di me? Pel momento non riuscii a saperlo, poich nessuna voce umana
rispose alle mie disperate grida. Pi tardi per, un anno o due dopo, appresi
con gioia che parecchi miei compagni si erano miracolosamente salvati e fra loro
anche quel disgraziato bosmano, unica causa della perdita dell'Albert. Ah! se
quel malaugurato inglese non avesse avuto tanta fretta, forse sarei ancora a
bordo di quel magnifico veliero e chiss con quale paga!...
Pap Catrame mand un sospirone lungo quanto la gomena di un'ancora, che mise in
allegria tutto l'uditorio, prese animo mandando gi una mezza bottiglia che il
camerotto(9) gli porgeva, si pul le labbra col dorso della mano e continu la
narrazione.
Vi confesso che avevo indosso una grande paura nel trovarmi solo sull'immenso
oceano, in bala delle onde che mi cacciavano in corpo non so quanti bicchieri
d'acqua, facendomi sternutare come chi fiuta tabacco per la prima volta. E avevo
maggior paura sapendo di trovarmi in paraggi abitati da non pochi di quei
divoratori di marinai che si chiamano pescecani. Non volevo per morire prima di
lottare e disputare la mia pelle alle onde, dibattendomi come il diavolo
nell'acqua santa.
Dopo di aver errato una buona mezz'ora, ora spinto innanzi, ora indietro, ed ora
sballottato con molto poca gentilezza, raggiunsi finalmente un rottame
dell'Albert. Era un pezzo della nostra cucina, la coperta se non m'inganno, e mi
faceva molto comodo, tanto anzi che mi vi sdraiai sopra e, non lo crederete, mi
addormentai d'un sonno cos profondo che vi assicuro non mi avrebbe svegliato
nemmeno la gran campana di Pechino.
Figuratevi quale fu il mio stupore quando, riaperti gli occhi, mi trovai non pi
sul tetto della mia cucina, non pi sull'oceano, ma mollemente disteso sopra la
fresca erba, all'ombra di superbi alberi che avevano foglie lunghe un paio di
metri, non so pi se fossero cocchi artocarpi o areche; ma ci poco conta.
Mi levai a sedere credendomi lo zimbello d'un sogno, e solo allora mi accorsi
che ero circondato da trenta o quaranta brutti musi, color del pepe e della
cioccolatta, nudi come Adamo, cio no, poich portavano un anello infilato nel
naso, e sul capo due o tre penne d'uccelli del paradiso.
Vedendomi ancor vivo, quei furfanti sbarrarono certe bocche da mettere i
brividi. Pareva che loro si aprisse mezza la testa d'un sol colpo, e mostravano
certe file di denti da fare invidia a un coccodrillo. Ridevano come pazzi
battendosi il ventre con ambe le mani, e si stropicciavano l'un l'altro il naso
con tale energia da allungarlo mezzo palmo.
Credetti di venire colto dalla febbre terzana, e ne avevo ben il motivo, non
ignorando che quegli allegri messeri hanno la brutta abitudine di mangiare i
naufraghi, e mi pareva di sentirmi precipitare in un pentolone a bollire colla
salsa verde o di sentirmi passare attraverso il corpo un immane spiedo.
Vi giuro che in quel momento mandai di cuore alla malora quel furfante di
bosmano, causa unica di tutte le mie disgrazie, poich se quella benedetta
croce...
Sappiamo il resto, pap Catrame, interruppe il capitano. Lascia l la croce di
Salomone e tira innanzi, che sono curioso di sapere come fin il tuo regno.
Ripiglio il filo, disse il mastro. La mia paura dur pochi minuti, poich colla
pi grande sorpresa vidi quei selvaggi, che a prima vista avevo scambiato per
antropofaghi voracissimi, usarmi mille sorta di cortesie. Gli uni mi
strofinavano le membra, gli altri mi rinfrescavano con certi ventagli di foglie
o mi offrivano frutta o venivano a strofinare il loro naso contro il mio in
segno di amicizia, usando gl'isolani del Pacifico salutarsi in questo bizzarro
modo.
Quando mi videro tranquillo e sazio, con cenni mi invitarono a seguirli e mi
condussero in un grande villaggio, dalla cui popolazione venni accolto con
grandi dimostrazioni di gioia. Col mi posero in capo una corona di piume, mi
passarono nel naso un anello di rame e mi condussero finalmente in una comoda
capanna, facendomi capire che d'ora innanzi io ero il loro re!
Corbezzoli! esclamai. Mai marinaio fu cos fortunato!
Pi tardi per dovevo accorgermi che specie di fortuna era quella toccatami! Mi
sento ancora venire i brividi, tutte le volte che ci penso.
Ma non divaghiamo. Eccomi adunque re di quell'isola in causa di quella
disgraziata croce. I miei sudditi si facevano in quattro per portarmi i prodotti
pi succulenti della terra e del mare. Nella mia capanna piovevano tutte le
mattine pesci d'ogni specie, maialetti arrostiti con certe radici appetitose,
frutta squisite e vasi ripieni d'una specie di birra assai piccante. Figuratevi
se pap Catrame, che  sempre stato un gran divoratore, come lo sono in generale
tutti i marinai, non approfittava di tanto ben di Dio! Mangiavo come un lupo tre
colazioni al mattino, due pranzi nel pomeriggio e tre o anche quattro cene
durante la notte. In capo ad un mese ero diventato tanto grasso che dovetti far
allargare la porta della mia regale dimora e rifare quattro volte il mantello di
tela di gelso regalatomi dal mio popolo.
Non esito a credere che sarei diventato grosso come un elefante o per lo meno
quanto un rinoceronte, se avessi continuato quella vita beata; ma cos non
doveva avvenire.
Un bel mattino, anzi un brutto mattino, ricevo la visita di sei grandi
dignitari, sei capi valorosi, ma anche maestri di gastronomia, a quanto seppi
poi. Credetti che venissero a trovarmi per affari riguardanti il mio regno, anzi
mi ero messo in capo l'idea che venissero a trattare il mio matrimonio con
qualche bellezza color regolizia, onde la mia dinastia non si spegnesse con me;
ma indovinate quale fu la mia meraviglia quando li vidi avvicinarsi con certe
facce sospette, che tradivano un'ardente bramosia, ed esaminarmi con profonda
attenzione, palpandomi le braccia e le cosce. Li udii discorrere tra di loro in
una lingua che non conoscevo, poi mi fecero un profondo inchino e se ne
andarono.
Rimasi perplesso, non sapendo a cosa attribuire quella accurata visita. Credetti
che i miei sudditi avessero paura che io non mangiassi abbastanza e che
deperissi, sicch quel giorno feci sei colazioni, quattro pranzi e cinque cene.
Ahim! dovevano essere le ultime!
Alla sera, mentre stavo digerendo tranquillamente la mia quinta cena, ecco
tornare i sei visitatori accompagnati dal cuoco di corte e sottopormi ad
un'altra minuziosa visita. Quand'ebbero terminato se ne andarono con un nuovo e
pi rispettoso inchino: mentre per uscivano, udii queste misteriose parole:
E' fissato per domani! Siamo intesi!
Cominciai a pensare seriamente. Cosa c'entrava il cuoco di corte? Quell'uomo non
era un alto dignitario e avevo ben diritto di offendermi di quella mancanza di
etichetta. E poi, a che intendevano di alludere con quel a domani? Diventai
inquieto e andai a cercare il mio primo ministro.
Lo trovai in cucina occupato a far pulire un pentolone cos grande da contenere
due uomini!...
Potete immaginare se rimasi stupito. Come mai il mio primo ministro si occupava
del vasellame di cucina?
Kara-Olo! esclamai con severo cipiglio. E' cos che voi curate gli affari dello
Stato? Poffare! un ministro che fa lavorare i guatteri!... Vergognatevi, pezzo
d'asino!...
Maest, diss'egli umilmente. Procuro che tutto sia pronto pel grande banchetto
di domani.
Un banchetto? esclamai. Forse che il mio popolo intende di offrirmi un pranzo
nazionale?
Questa volta fu Kara-Olo che mi guard con sorpresa.
Ma siete voi che date il pranzo alla popolazione! esclam.
Io!...
Ma s, maest, rispose candidamente il mio primo ministro. Siete abbastanza
grasso, e stavo misurando questa pentola per assicurarmi se era capace di
contenervi!...
Compresi tutto fin troppo! Si stava per mangiare il re, Catrame I! Era per
questo che mi avevano portato tante e tante ghiottonerie! Rimasi un bel pezzo
senza respirare e senza muovermi. Io scommetto che in quel momento dovevo essere
bianco come un gabbiano e che, se mi avessero aperta una vena, non sarebbe
uscita una sola goccia di sangue.
Mi trascinai nel mio appartamento, bagnato da capo a piedi d'un gelido sudore.
Non so quante ore rimasi accasciato sul mio trono. Quando tornai in me, la notte
stava per andarsene, ma un silenzio assoluto regnava ancora nel mio villaggio.
Avevo preso una risoluzione disperata.
Presi un pennello tinto di nero e vergai, con mano abbastanza sicura, queste
parole sulla parete della mia regale dimora:
RINUNCIO AL TRONO: MANGIATE IN MIA VECE IL MIO PRIMO MINISTRO. CATRAME I
Diedi un pugno alla mia corona, aprii il mio coltello da marinaio, che avevo
gelosamente conservato, infilai la porta, attraversai il bosco e, giunto sulla
riva del mare, balzai in una canoa, abbandonando senza rimpianto il mio regno e
i miei sudditi.
Otto giorni dopo venivo raccolto da un bastimento danese. La paura di venire
raggiunto e messo a cuocere nella salsa verde e la fame m'avevano ridotto in
cos breve tempo a pelle ed ossa.
Se i miei ex sudditi mi avessero veduto, non so di quanto si sarebbero allungati
i loro nasi.
E cos, disse il capitano, tu, pap Catrame, per una croce di Salomone non fatta
sei diventato re. Bella fortuna, perbacco!...
Tanto bella, signore, rispose pap Catrame con gravit, che vi avrei regalato la
mia corona col massimo piacere.
Sarei almeno diventato grasso.
Per ingrassare poi i vostri sudditi. Buona notte: torno nella mia cala!...
Un momento, Catrame.
Desiderate, capitano?
Darti un consiglio. Quando vedrai una tromba marina, lascia andare la croce di
Salomone, che  stata inventata per gli sciocchi o per i superstiziosi, e fa'
sparare un colpo di cannone; senza palla, se cos ti piace. Baster la
detonazione per romperla: te lo assicuro io. Buona notte, Catrame, primo ed
ultimo!


I fantasmi dei mari del Nord


La quinta sera l'ex re dei selvaggi non comparve in coperta. Era risalito
all'ora del pranzo, aveva divorato la sua razione con un appetito da vecchio
pescecane, poi, vedendo che il mare era sempre tranquillo e il vento costante,
si era rintanato, portando con s una grossa provvista di biscotti e gli avanzi
del pasto.
L'equipaggio, che ci prendeva gusto a quelle narrazioni pi o meno fantastiche,
si era radunato per tempo attorno al barile, disputandosi i primi posti; ma pap
Catrame non si fece vivo. Era ammalato, oppure aveva alzato un po' troppo il
gomito? Non lo si pot sapere, poich il vecchio orso mai ce lo disse, e il
camerotto, che mandammo nella cala per vedere e saperci riferire qualche cosa,
torn in coperta con la faccia pesta da una ciabatta tiratagli contro.
Aspettammo fino alle nove, poi fino alle dieci, ma invano. Alcuni, malgrado il
superstizioso terrore che ispirava quello strano vecchio e la brutta accoglienza
toccata al camerotto, ardirono scendere in fondo alla stiva; ma non ci seppero
dire altro che l'orso marino russava come un tasso, anzi come un contrabbasso
scordato.
Il capitano, che voleva molto bene al suo mastro e che chiudeva uno e anche
tutti e due gli occhi sulle originalit di lui, ordin che per quella sera lo si
lasciasse tranquillo.
Avr la lingua stanca, diss'egli ridendo. Perbacco! Ha parlato pi in queste
sere, che in tutta la sua vita.
Tutti obbedirono, ma un vivo malumore regn a bordo e gli uomini di guardia si
annoiarono mortalmente, specialmente quelli del primo quarto, che si erano
abituati a passarlo dinanzi al barile del vecchio marinaio.
L'indomani pap Catrame riapparve in coperta all'ora del pasto; ma anche questa
volta si port via gli avanzi e and a celarsi in fondo alla cala. Giunta la
sera, non diede segno di vita.
Ah! briccone! esclam il capitano. Che il furbo creda di aver terminata la sua
pena? Ol! Due uomini scendano nella cala e dicano al mastro che, se non viene a
sciogliere la lingua, lo passo ai ferri per gli altri otto giorni. Andate!
Dieci minuti dopo pap Catrame era nuovamente seduto sul suo barile, circondato
da tutto l'equipaggio, ansioso di udire la quinta novella.
Il mastro era di umore cattivo e certo aveva obbedito pel solo timore che il
capitano facesse eseguire alla lettera la minaccia di passarlo ferri. Non
dovevamo aspettarci quindi una allegra storiella; lo leggevamo negli occhi del
narratore.
E' pronta la tua lingua? chiese il capitano, assumendo un'aria arcigna.
Pap Catrame fece un gesto affermativo.
Parla adunque!
Il mastro curv la testa sul petto per concentrarsi, mentre attorno lui si
faceva un religioso silenzio; frug e rifrug nel suo cervello alcuni minuti,
poi socchiudendo gli occhi grigi ci chiese:
Avete mai fatto voi un viaggio nelle regioni polari?
Nessuno rispose, eccettuato il capitano che borbott un s.
Comprendo, riprese pap Catrame con ironia. A nessuno di voi garba sfidare i
freddi intensi del polo artico o antartico. Bei marinai, perbacco! Le
costipazioni vi hanno fatto paura!... L... l!... i marinai moderni tremano
dinanzi ad un orso bianco e non osano affrontare i fantasmi polari!... I
fantasmi del polo!... Ecco il titolo della mia quinta novella, e se non vi
garba, buona notte a tutti e vado nella cala.
Adagio, pap Catrame, disse il capitano Questa sera non andrai a dormire nella
tua tana prima di averci narrata la quinta novella, a meno che tu non preferisca
di dormire colle manette. Ors, fantasmi o folletti, orsi o lupi, tira innanzi,
ch tutti ti ascoltiamo. Ehi, camerotto, versa un buon bicchiere al nostro
narratore e recagli una dozzina quei grossi sigari di Manilla, affinch cessi il
broncio e ci mostri un viso un po' pi da cristiano. Diamine! Hai una cera da
turco questa sera, mio caro orso marino.
Il vecchio mastro, che era di umore assai nero, si rabbon un po'; vuot con
visibile soddisfazione l'eccellente Cipro del capitano, e diede fuoco a uno di
quei deliziosi sigari, inghiottendo ed eruttando vere nubi di fumo.
Il polo artico! riprese egli. Chi non si sente correre un brivido
nell'avvicinarsi a quell'oceano misterioso, coperto di immensi campi di
ghiaccio, scintillanti ai sanguigni riflessi dell'aurora boreale e coperti da
quei pesanti e diacciati nebbioni, che pare si aprano a stento dinanzi
all'affilato sperone delle navi? E' l, in quelle solitudini desolate, dove non
cresce una pianta sulle gelide isole, che si stende una notte non interrotta di
sei mesi;  di l che si staccano quegli immensi campi di ghiaccio che le
correnti portano fino sulle coste della Norvegia e su quelle della Scozia e
dell'Irlanda; l dove gelano il vino, il petrolio, l'acquavite, il cognac e
perfino il mercurio, e non soltanto i nasi, ma le mani e i piedi ai disgraziati
marinai che si avventurano fra quelle alte latitudini o spinti dall'avidit del
guadagno o dall'amore per la scienza o dalla potente curiosit di sollevare il
velo che si stende attorno a quel punto misterioso che si chiama polo;  l
infine dove si vedono talvolta delle ombre giganti errare fra i nebbioni e le
nevi, che appariscono animali immensi dalle forme strane e fantasmi enormi che
passano a fianco delle navi e dinanzi agli occhi degli atterriti equipaggi; che
si odono fra i fischi del vento boreale urla, muggiti orribili, scrosci
spaventevoli che nessuno sapr mai da quali creature sono emessi, ma che le
leggende dei popoli nordici attribuiscono ai maghi che circondano il punto
misterioso, quel punto che cost la vita a tanti marinai di tutte le nazioni del
mondo e che ora dormono il sonno eterno sotto i campi di ghiaccio, nel seno di
quell'oceano spaventevole.
Cospettaccio! esclam un giovane gabbiere. Mi fate venire la pelle d'oca, pap
Catrame! Che racconto lugubre!...
Il vecchio orso fece intendere un grugnito minaccioso e agit nervosamente le
braccia. Se il gabbiere fosse stato pi vicino, avrebbe sentito quanto erano
pesanti le sue mani.
Asino! brontol il vecchio. Se m'interrompi ancora, t'insegner io a rispettare
il tuo mastro. O che! sono diventato io il tuo buffone forse?... Ventre di
balena! Se...
Oh, pap Catrame, basta! disse il capitano. Questa sera pizzichi troppo.
Ripiglia il filo; e voi... silenzio, o vi faccio fare un bagno.
L'imprudente gabbiere si ritir lestamente dietro all'albero cogli occhi bassi;
ma l'irascibile mastro brontol due buoni minuti prima di riprendere la sua
disgraziata narrazione.
Dovete sapere adunque, che avevo preso imbarco su di un brigantino, il quale
aveva per scopo di esplorare non so quali isole dell'Oceano Artico, onde
rintracciare gli avanzi di due navi col perdutesi assieme agli uomini che le
montavano e ad un ammiraglio che le guidava verso il polo.
Forse l'ammiraglio Franklin? chiese il capitano, che era diventato assai
attento.
Mi pare che si chiamasse appunto cos, rispose pap Catrame.
Allora voi andavate in cerca dell'Erebo e del Terror o degli avanzi di queste
navi.
S, s, le chiamavano appunto cos, disse il mastro, dopo alcuni istanti di
riflessione. Ma ci non importa, tanto pi che non abbiamo trovato n l'una, n
l'altra, e che siamo tornati a casa mezzo morti dal freddo, tutti ammalati di
scorbuto, cio non tutti, poich due o tre sono stati portati via dai fantasmi
del polo.
Il capitano proruppe in un'allegra risata.
Ridete! esclam pap Catrame colla pi alta meraviglia. Forse che voi non avete
mai udito parlare di quei fantasmi giganteschi? Tutti i marinai che si sono
avventurati fra quelle gelide e desolate regioni li hanno veduti, e anche i
marinai che non hanno mai messo piede al di l del circolo artico lo sanno,
poich i popoli nordici ne parlano da secoli e secoli.
Lo so, rispose il capitano ridendo sempre, anzi dir che anch'io ho veduto dei
mostri immensi, dei fantasmi spaventevoli e molte cose ancora.
E non credete?
Continua ora la tua narrazione; udiamo cosa dicono i marinai di quelle
apparizioni paurose.
Mastro Catrame croll il capo con una mossa che fece ridere tutti, facendo nel
medesimo tempo un gesto di commiserazione per l'incredulit del suo capitano,
poi riprese lentamente:
Lasciato il porto di Liverpool, ci dirigemmo verso il nord, e il vento fu cos
favorevole che ventidue giorni dopo ci trovavamo in un mare assai vasto, che i
geografi hanno voluto chiamare baia di Baffin. Guardate un po' se un mare si
deve chiamare baia!... Eppure  cos, non sar certamente io che rimetter le
cose a posto.
Ma lasciamo questa questione e tiriamo innanzi a gonfie vele. Non so dirvi con
precisione dove la nostra nave si trovasse, quando una sera cal sul mare un
nebbione cos fitto che gli uomini di poppa non riuscivano a distinguere un
oggetto qualunque posto un palmo al l del loro naso, e quelli di prua a
discernere la scotta(10) della trinchettina, che pure, come voi tutti sapete,
viene a legarsi sulla murata prodiera.
Fino allora l'equipaggio aveva affrontato i freddi e i ghiacci con molto
coraggio, nulla di straordinario essendo accaduto durante quel primo mese di
navigazione; ma quella sera una inquietudine generale regn a bordo, essendosi
sparsa la voce che noi andavamo in cerca di due equipaggi morti in mezzo a quei
deserti di neve. I vecchi marinai, sia perch erano spaventati o perch volevano
provare il coraggio dei giovani, diedero la stura alle lugubri leggende polari,
narrazioni paurose che facevano venire altro che la pelle d'oca, come disse poco
fa il gabbiere. Nani e giganti venivano a galla a centinaia, insieme coi mostri
orrendi che abitano gli abissi boreali, gen del mare cattivi e buoni, dalle
lunghe barbe e coperti di pelli dal lungo vello; poi i marinai morti in quelle
regioni, che vagavano fra i nebbioni, e chi pi ne sa, pi ne metta.
Comunque sia, al calar di quel nebbione, un certo terrore si manifest fra
l'equipaggio poich le antiche leggende nordiche dicono che  allora appunto che
appariscono i maghi, i naufraghi e i mostri. Io per, che ero un po' incredulo,
mi tenevo tranquillo e altro non cercavo che di riscaldarmi con dei buoni
bicchieri di brandy e di gin, liquori che abbondavano a bordo del veliero
americano. La nebbia intanto continuava a calare sempre pi densa, sempre pi
pesante, come se volesse schiacciarci, e in mezzo a quell'oscura atmosfera si
udiva il vento fischiare e ululare sopra le nostre teste, fra gli alberi, i
pennoni e i cordami; sul gelido mare echeggiavano di tratto in tratto dei sordi
fragori, e delle larghe ondate venivano a rompersi con lunghi muggiti contro i
fianchi della nostra nave.
Io credo che fossero ghiacci che si capovolgevano; ma i marinai, il cui spavento
cresceva di minuto in minuto, sussurravano che erano i morti delle due navi
naufragate o i maghi del polo o i re marini.
Vi confesso che nel vedere quel nebbione diventare sempre pi fosco, nell'udire
continuamente quei fragori e quegli ululati, cominciavo anch'io a provare
qualche cosa di pi dell'inquietudine e che certi momenti sentivo il cuore
diventarmi piccolo piccolo.
Poco dopo la mezzanotte, ecco apparire improvvisamente, attraverso quel freddo e
pesantissimo nebbione, come una luce sanguigna che balenava or qua e or l,
diventando talora intensa e talvolta diminuendo bruscamente, come se fosse l
per spegnersi. Cosa era? Io non ve lo saprei dire, quantunque il nostro capitano
ci assicurasse che doveva essere un'aurora boreale che appariva al di l del
nebbione. Io per stento anche ora a crederlo, poich, qualunque cosa dicano i
signori scienziati, non ho mai veduto un'aurora di quella specie, la quale si
muoveva come se avesse indosso la tarantola.
Ah! pap Catrame! esclam il capitano.
Aspettate, signore, rispose il mastro serio serio. Quantunque quella luce color
del sangue facesse su tutti noi un certo effetto, non ci spaventammo troppo,
essendo sempre assai lontana, o almeno pareva che lo fosse. Ma il brutto venne
dopo.
Mi ero recato a poppa per accendere la mia pipa, quando udii un grande chiasso
alzarsi a prua, cio chiasso precisamente no, perch erano grida di terrore.
Capitano! capitano! gridavano gli uni.
Si salvi chi pu! vociavano gli altri.
I leoni!... gli elefanti!... i mostri del mare!...
Corsi verso prua e vidi uno spettacolo che mai non scorder, dovessi vivere per
tutta l'eternit.
Su di una costa dirupata, che la luce misteriosa tingeva pure di rosso, vidi
avanzarsi verso il mare un mostro enorme, alto almeno dieci metri, con una coda
immensa, la cui estremit spazzava la neve, e una bocca cos vasta da mangiare
due uomini in un sol boccone. Dietro a quello ne vidi parecchi altri, tutti
enormemente grandi, galoppare con balzi giganteschi verso di noi e schierarsi
sulla spiaggia. Li contai: erano tredici, notate bene, tredici!
Eravamo tutti istupiditi dallo spavento, pallidi come cadaveri, coi capelli irti
e gli occhi sbarrati e senza voce. Che specie di mostri erano quelli? Erano
forse i giganteschi animali che si ritrovano in quasi tutte le leggende dei
popoli nordici, oppure d'altra specie e pi voraci? Io so che al polo o nelle
terre che lo circondano vivono orsi bianchi, lupi, volpi, buoi muschiati; ma
ignoravo che vi fossero altri animali, e di quella grandezza poi!...
Il mastro guard il capitano per vedere quale viso facesse, e noi pure lo
guardammo: egli rideva tranquillamente!
Non mi credete? chiese il vecchio mastro, lasciando andare un poderoso pugno
sull'orlo del barile. Non ero ubriaco io!...
Ti credo, pap Catrame, e sono anzi certo che tu hai veduto coi tuoi propri
occhi quei mostri: ma continua e lascia che io rida a mio comodo.
Ventre di foca!...
Non irritarti, orsaccio; tira innanzi.
Quegli animalacci si fermarono alcuni minuti sulla sponda, guardandoci e
agitando le loro smisurate code, come se si sentissero spinti dal desiderio di
gettarsi contro la nave e divorarci tutti, cosa poco difficile davvero per
quelle bocche immani; poi, non so se avessero preso paura di qualche nuovo
animale pi potente o d'altro, fecero un dietro fronte e scomparvero con
fantastica rapidit in mezzo alla sanguigna atmosfera.
Non saprei dire quanto tempo rimanemmo senza essere capaci di pronunciare una
sola parola, tanto era lo spavento che ci aveva invasi. Supplicammo il capitano
di allontanarsi da quella costa, temendo un improvviso ritorno di quei mostri,
assicurandolo che dovevano averceli mandati i maghi che vegliano attorno al
polo; ma egli si strinse nelle spalle e minacci di metterci ai ferri se
parlavamo ancora di simili corbellerie!... Corbellerie, le chiamava lui!...
Ventre di foca!... Se quegli animali avessero posto piede sul ponte, chi sa che
pasto avrebbero fatto di noi tutti. Gi, si sa, gl'increduli ci sono sempre
stati, e quelli l non prestano fede alle leggende del mare.
Ma i maghi del polo non dovevano tardare a dare una smentita a quel signor
capitano, dimostrando a fatti la loro esistenza e l'immane loro possa.
Infatti una mezz'ora pi tardi, in mezzo a quella luce che balzava ad ogni
istante dal Nord-Ovest al Nord-Est, con delle vibrazioni strane, come se dietro
di essa soffiasse un vento impetuoso, ecco apparire improvvisamente due barche
immense, lunghe almeno cinquanta metri, montate da due giganti alti pi di
trenta braccia, i quali tenevano in pugno due smisurati remi a doppia pala.
Avevano le membra coperte da lunghi peli, un cappuccio villoso avvolgeva la loro
testa e sul dinanzi di quelle barche colossali si ergeva una specie di rampone
da balenieri; ma che rampone!... Scommetterei che misurava almeno quaranta metri
e che la sola punta pesava un mezzo quintale.
Si avvicinarono alla nostra nave, che era immobile in mezzo al fitto nebbione,
poi si arrestarono a cinque o seicento metri. Si scambiarono dei cenni,
additandosi il nostro legno, indi tracciarono nell'aria dei segni misteriosi, e
ci gridarono per tre volte, con una voce che pareva il ringhio d'un animale
irritato: Tombok! tombok! tombok!...
Io non so che cosa significassero quelle parole, e nessuno mai lo seppe; ma
certo era un ordine perentorio di tornare indietro, se non volevamo seguire
sotto i ghiacci eterni dell'oceano polare i disgraziati equipaggi delle due navi
comandate dall'ammiraglio inglese.
Vedendo che la nave non si muoveva e che, allibiti dallo spavento come eravamo,
non pronunciavamo parola, alzarono simultaneamente i loro immensi ramponi e
diressero le acute punte contro di noi. Guai se li avessero lanciati! Io sono
persuaso che avrebbero passato da parte a parte i fianchi corazzati del veliero
colla massima facilit.
Fu quello un terribile momento per tutti noi; eravamo come inchiodati sul ponte
e, per quanti sforzi facessimo per fuggire, una mano misteriosa ci tratteneva
l, ai nostri posti; volevamo gridare, ma le nostre lingue pareva che fossero
ingommate al palato e non emettevano che dei suoni inarticolati.
Il capitano, che era il solo che non provasse quella strana emozione e quella
specie di paralisi che aveva colpito le nostre membra e la nostra lingua,
vedendo le minacciose mosse dei due giganti, trasse una pistola e fece fuoco.
Allora accadde un fenomeno curioso e insieme spaventevole. Il colpo di pistola
parve ai nostri orecchi che fosse forte come lo scoppio d'un cannone; i due
giganti girarono le barche e scomparvero non so dove, poich pi non si videro;
la luce sanguigna si spense di colpo e la nebbia ci avvolse pi strettamente
come se volesse schiacciare la nave o gravitare tanto su di essa da affondarla.
Poi in mezzo a quella gelida tenebra udimmo scricchiolii acuti, tonfi, cozzi
violenti e fragori sinistri che parevano prodotti da montagne di ghiaccio
spaccantisi e capovolgentisi, e il vascello fu sollevato e scosso furiosamente
da muggenti ondate, le cui creste spumeggianti rimbalzavano sopra le murate con
mille urli.
Ricorder sempre quella notte passata fra i ghiacci del polo, in quella regione
dei fantasmi e dei mostri; notte fatale, poich parecchi dei nostri marinai
perdettero la vita pochi giorni appresso. Infatti dopo quell'avvertimento il
nostro veliero fu preso dai ghiacci, stritolato dalle pressioni che senza dubbio
venivano dalle magiche arti di quei due giganti e dei loro tredici animali. And
a picco durante una notte tempestosa, fra la nebbia e la neve che calavano
furiosamente su quelle terre desolate e su quei gelidi mari, e parecchi miei
camerati lo seguirono in fondo agli abissi.
Io sono qui a raccontare quel viaggio disastroso, poich ebbi la fortuna di
venire raccolto l'anno seguente da un baleniere danese sulle sponde del canale
di Lancaster; ma quei disgraziati dormono a fianco degli equipaggi dell'infelice
ammiraglio, coperti dagli eterni ghiacci dell'oceano polare, dimenticati da
tutti. Il mare muggir sulle loro teste, l'aurora boreale illuminer la loro
umida tomba; ma nessuna creatura vivente mai forse si spinger fino a quelle
alte latitudini, per recare un fiore o spargere una lagrima sulle vittime dei
fantasmi polari.
Pap Catrame alz il capo e, guardando fisso fisso il capitano, disse:
Ridete ora, voi che a nulla credete!
Sui disgraziati che il mare travolse nei suoi abissi no, ma sui tuoi mostri e
sui tuoi giganti lascia, pap Catrame, che rida.
Non credete voi dunque alla leggende nordiche?
No.
E avete veduto anche voi dei mostri e dei giganti nelle regioni polari?
S, pap Catrame. Dimmi: sai cos' il miraggio?
S, mi avete detto che fa vedere navi capovolte, citt rovesciate, isole che non
esistono e...
Sai come si chiama il miraggio polare?
Miraggio al polo!... Eh! via, voi scherzate!
Si chiama rifrazione, e questo fenomeno  pi frequente nei climi freddi che in
quelli caldi, e ti fa apparire una volpe cinquanta volte pi grande, un battello
lungo come una corazzata, un uomo alto come lo spettro di Brokken nella Foresta
Nera, eccetera. La luce sanguigna era l'aurora boreale, i tredici mostri erano
lupi o volpi, i due giganti due poveri esquimesi montati sui loro kayak, ed
essi, a loro volta, ingannati dalla rifrazione avevano preso il vostro vascello
per una balena immensa o per qualche cosa di simile. Ah! pap Catrame! A quante
cose credevano i nostri vecchi marinai!...
Il mastro non rispose. Fece un gesto di commiserazione, scosse pi volte il
capo, borbott fra s non so che cosa e se ne and senza augurarci la buona
notte. Se la paura di passare dritto ai ferri non l'avesse trattenuto, sono
certo che avrebbe dato del pazzo all'incredulo capitano.


I fuochi misteriosi


Il giorno seguente l'oceano fu agitatissimo, essendosi levato un vento assai
caldo, che veniva dai deserti della costa araba, la quale non distava che poche
decine di leghe.
Due volte, durante la giornata, fummo costretti a prendere terzaruoli(11) sulle
vele basse, onde diminuire la superficie della tela, e ad imbrogliare i
pappafichi e i contropappafichi(12).
Verso il tramonto per, il vento diminu sensibilmente, ed anche il mare si
calm un poco, sicch pap Catrame, che senza dubbio aveva molto calcolato su
quel cambiamento di tempo, sperando di evitare la sesta novella, di buona o
cattiva voglia fu costretto a prendere posto sul barile. Ma quel vecchio orso
prima di sciogliere la lingua brontol assai, perdette un buon quarto d'ora nel
caricare la pipa e si soffi il naso almeno dodici volte e con un tal fracasso
da assordarci.
Quando per si fu sfogato a modo suo, mettendo a dura prova la pazienza
dell'uditorio, si decise ad aprire la bocca.
Narrano le leggende... incominci.
Basta di leggende! esclam il capitano. Auff! non la finirai pi adunque con
quelle vecchie storie?
Non vi garbano?
Ne ho le tasche piene, pap Catrame.
Il mastro si mise a sogghignare, ma in certo modo da far rabbrividire tutto
l'equipaggio.
Ah! esclam egli, lisciandosi il mento e tirandosi la bianca barba. Non vogliono
udire le antiche leggende? Benissimo... Allora cambieremo rotta e correremo
prima un paio di bordate.
Ci guard poi uno per uno, come volesse prima assicurarsi che c'eravamo tutti,
indi ci chiese:
Avete mai veduto voi, durante certe notti, brillare dei fuochi sul mare?...
Abbiamo veduto il fuoco di sant'Elmo scintillare sulla cima degli alberi,
rispondemmo.
Pap Catrame si strinse nelle spalle, mentre un sorriso beffardo gli spuntava
sulle sottili labbra.
Sant'Elmo e i suoi fuochi non hanno a che fare colla mia domanda. Vi ho chiesto
se avete veduto dei fuochi apparire in mezzo alle onde.
Mi pare di averne veduto uno su di una spiaggia deserta, disse un timoniere.
Tu sei un asino; chiudi la bocca e non aprirla se non ti do il permesso. Si
dice...
Si ferm per vedere quale faccia avesse il capitano, ma, vedendolo tutto
attento, continu:
Si dice adunque, e non solo da poco tempo, ma da molti secoli, che su certi mari
di quando in quando appariscono, e specialmente di notte, dei fuochi che pare
salgano dalla profondit degli oceani e che mandano una luce intensa. Cosa
siano, io non ve lo saprei dire; ma si diedero molte spiegazioni pi o meno
stravaganti, pi o meno vere, pi o meno paurose. Alcuni dicono che si formano
per una combinazione di gas, sviluppatisi da qualche grosso cetaceo galleggiante
a fior d'acqua; altri che sono accesi da feroci predatori entro gusci, per
attirare le navi contro qualche vicina scogliera e quindi impadronirsi degli
avanzi; altri ancora affermano che provengono da vulcani sottomarini; ma i pi
ritengono che siano segnali misteriosi che fanno i naufraghi del mare per
attirare le navi in qualche grave pericolo ed avere nuovi compagni in fondo agli
abissi marini, o per salvarle. Credete ora a quella versione che meglio vi
piace; a me poco cale, giacch so che non credereste a ci che io voglio dire in
proposito.
Per Giove! esclam il capitano. Ci vuol poco a indovinare che tu credi alle
fiamme dei naufraghi!
S, di quelli morti malamente, proruppe il mastro con profonda convinzione. Ma
lasciamo l; io credo, mentre voi non credete affatto; ebbene, non se ne parli
pi e tiriamo innanzi, o, prima che finisca la mia pena, non mi rimarr un pezzo
di lingua.
La storia che sto per raccontarvi si  svolta appunto nei mari della grande
penisola indiana.
Montavo in quel tempo un vascello olandese, poich io ebbi sempre la mania di
cambiare sovente nave, onde percorrere l'orbe terracqueo in tutti i sensi e
apprendere le manovre che sono in uso presso i marinai delle altre nazioni.
Portava un nome cos barbaro che non me lo ricordo pi, per quanto abbia messo a
prova il mio cervellaccio; ma questa dimenticanza non influisce, n diminuisce
l'interesse della mia novella. Vi dir per che quella nave non godeva la
fiducia di nessuno, e che era destinata a finir male.
Infatti, quando venne varata, tre marinai erano rimasti uccisi, e voi sapete che
una nave battezzata col sangue, anzich collo champagne, non porta fortuna; pi
tardi un piroscafo americano le aveva dato una tale speronata sotto l'anca di
babordo, da mandarla a picco in tredici minuti, proprio dinanzi al porto di
Rotterdam, e voi non ignorate che una nave rimessa a galla non  mai sicura,
poich si dice che abbia una forte tendenza a ritornare in fondo al mare.
Saranno ubbie di vecchi marinai superstiziosi, ma io vi dico che quella nave
camminava molto male; che quando la si caricava affondava pi di tutte le altre;
che quando veniva colta da una tempesta, tendeva sempre a precipitare negli
avvallamenti delle onde, come se avesse una voglia matta di tornar a riposare in
fondo all'oceano, senza occuparsi di quei poveri diavoli che la montavano. E
poi, se aveste udito come gemeva! pareva che si lagnasse ad ogni colpo di mare;
scricchiolava tutta, i suoi puntelli si piegavano come stuzzicadenti, le sue
costole cedevano e si udiva la chiglia torcersi con profondi brontolii. Vi
assicuro che la spina dorsale di quella compatriota del vascello fantasma non
era gran fatto solida, e tutti noi che la montavamo provammo pi volte delle
forti paure.
Aggiungete che a bordo correva una strana diceria, che faceva impallidire tutti
gli uomini dell'equipaggio ogni volta che tornava al loro pensiero. Si diceva
che un vecchio marinaio che passava per un indovino di prima forza e che aveva
assistito all'immersione della nostra nave dopo la speronata dell'americano,
aveva fatto un brutto pronostico, cio aveva detto che sarebbe tornata ad
affondare il giorno in cui avesse incontrato uno di quei fuochi misteriosi che
sorgono dal fondo dell'oceano.
Io sar superstizioso, ma ho sempre creduto che certe navi abbiano una tendenza
spiccata a scendere negli strati oscuri del mare e non galleggino che a grande
stento. La mia doveva essere una di quelle, tanto pi che era stata disgraziata
fino dal principio della sua discesa nelle onde.
Ride qualcuno di voi?... Increduli!... Vi auguro di montare una nave eguale a
quella olandese, e vorrei essere presente il giorno in cui vi toccasse la
disgrazia che colpi pap Catrame e i suoi compagni. Ora aprite gli orecchi e non
fiatate pi!
Malgrado il funebre augurio del vecchio indovino e i grandi difetti della nave,
avevamo fatto parecchi viaggi senza che ci toccasse alcun che di grave. Per
tutte le notti gli uomini di guardia aguzzavano gli sguardi, temendo sempre di
scorgere la fatal fiamma, e ogni volta che scorgevano un punto luminoso, la luce
di un faro o il fanale di posizione di qualche nave, trasalivano e correvano a
svegliare i compagni, temendo che il nostro legno cominciasse a inabissarsi.
Tanta era anzi la certezza di sentirselo mancare sotto i piedi, che alcuni
asserivano d'averlo veduto abbassarsi di parecchi pollici nel momento che la
suoneria di bordo batteva i dodici tocchi, per poi risalire lentamente al
primiero livello, appena i primi albori rischiaravano l'orizzonte.
Era un vascello stregato? chiesero alcuni marinai, che si sentivano accapponire
la pelle a quel racconto pauroso.
Che ne so io! rispose pap Catrame. Vi dir che anch'io credetti una volta di
sentire la nave abbassarsi lentamente e che, quando rimont, la vidi tracciare
attorno a se stessa un largo cerchio di spuma, precisamente come fanno le balene
e i grandi mammiferi marini, allorch salgono alla superficie del mare per
respirare...
Pap Catrame s'interruppe per lasciare che la curiosit impressionasse meglio
l'uditorio, si bagn il gorgozzule con un sorso di Cipro, si lisci per la
centesima volta il mento e la barba, aveva tale mana quella sera, poi con un
certo accento che fece correre pi d'un brivido, riprese il filo della
narrazione.
Avevamo lasciato il Madagascar con un carico d'avorio nero diretti a Calcutta...
Ah! voi sbarrate gli occhi e mi guardate come tanti punti ammirativi?... Non
sapete dunque cosa sia l'avorio nero? Ecco gli scienziati moderni!...
Quell'avorio era composto di schiavi africani destinati alle piantagioni di
indaco, essendo allora la tratta permessa, senza che gl'incrociatori delle
nazioni europee si immischiassero, come fanno oggi in quel genere speciale di
merci viventi. Erano certi pezzi d'uomini alti come i nostri granatieri, con
certi muscoli e certi pugni che, se vi davano uno scapaccione, vi mandavano da
poppa a prua a baciare il bompresso(13).
Quella disgraziata nave aveva preso il largo di mala voglia. Non so cosa avesse,
ma camminava pi lentamente d'una lumaca; quando eravamo costretti a
bordeggiare, si inchinava tanto da far temere che da un istante all'altro si
rovesciasse o, come diciamo noi, s'ingavonasse; e quando le onde la scuotevano,
s'abbassava pesantemente negli avvallamenti e non voleva saperne di rimontare.
Si sarebbe detto che aveva un'anima e che quell'anima aveva giurato di andar a
riposare in fondo a quel mare da cui gli uomini l'avevano tratta. Se vi narrassi
degli scricchiolii che emetteva e dei fragori che si udivano in fondo alla stiva
ad ogni colpo di mare, vi farei rizzare i capelli.
In certi momenti pareva che qualche mostro battesse sotto la chiglia, come per
avvertirla che era tempo di tornare sotto le onde. Ed infatti, specialmente di
notte, si udivano dei fragori inesplicabili, che sembravano prodotti da un
immane martello. Eppure navigavamo in pieno oceano e la carena n toccava, n
urtava contro alcuna scogliera, n sopra alcun banco.
Eravamo giunti a circa cento leghe dalla foce del Gange, un fiume immenso che
solca l'India e sulle cui sponde sorge Calcutta. Bene o male, la nave si era
spinta fino a quel punto, ma non pareva disposta a tirare molto innanzi, poich
camminava sempre pi lentamente e gli scricchiolii erano diventati cos
insistenti e cos acuti, che c'impedivano perfino di dormire.
Il capitano, temendo che da un istante all'altro il legno si disarticolasse in
causa della cattiva sua costruzione, procedette ad una visita, ma non riscontr
alcuna avaria; solo s'accorse che sotto l'anca di tribordo, e cio nel punto
dove lo sperone del piroscafo americano l'aveva colpita, penetravano poche gocce
d'acqua. I puntelli parevano solidi, i corbetti sempre uniti al fasciame, i
bagli a posto, le ruote di prua e di poppa salde e il paramezzale appariva
dritto, ci che indicava come la chiglia non avesse ceduto d'un solo centimetro,
malgrado i numerosi viaggi che aveva fatto e le non poche tempeste superate.
Cal la notte, buia come la culatta di un cannone o il fondo d'un barile di
catrame, senza luna e senza stelle. Il mare era diventato color dell'inchiostro:
per in mezzo alle larghe ondate si scorgevano di tratto in tratto dei fugaci
bagliori. Era un principio di quel fenomeno che chiamano fosforescenza marina e
che  comune nei mari dei climi caldi, oppure li produceva qualche causa
misteriosa? Non ve lo saprei dire.
Anche il vento quella sera aveva nei suoi fischi un non so che di strano, che
faceva su tutti noi una certa impressione.
Le undici erano suonate da pochi minuti nella cabina del capitano, ed io avevo
montato il mio quarto di guardia da poco pi di un'ora, quando il timoniere, che
stava appoggiato alla ribolla del timone, giacch in quel tempo la ruota ancora
non era in uso, mi disse:
Catrame, ascolta attentamente.
Rabbrividii, paventando qualche cosa di sinistro, e tesi gli orecchi.
Udii distintamente tre forti colpi che venivano dalla carena del legno e che
rintronavano nella stiva. Pareva proprio che qualcuno avesse vibrato tre potenti
martellate contro la chiglia, e, fossero i miei occhi o la paura o la realt,
vidi la nave trabalzare tre volte e ricadere pesantemente, sollevando una grande
onda circolare.
Che la nave abbia toccato? chiesi sottovoce.
E' impossibile, mi rispose il timoniere. Siamo ancora lontani dalle coste
indiane e, che io sappia, il golfo del Bengala non ha bassifondi.
Che i negri vogliano spaventarci?
Va' a vedere se dormono.
Feci appello al mio coraggio e scesi nel frapponte.
Gli schiavi stavano sdraiati uno addosso l'altro e dormivano profondamente, anzi
russavano sonoramente come tante grancasse. Risalii in coperta pi spaventato di
prima e nel momento in cui montavo i due ultimi gradini, udii risuonare nelle
profondit del legno altri tre colpi sordi, simili a quelli di prima.
La cosa cominciava ad impensierirmi: o il legno toccava su qualche bassofondo, o
stava per avverarsi la sinistra profezia del vecchio marinaio. Di l non si
poteva scappare.
Riferii al timoniere quanto avevo veduto e udito. Lo vidi diventare pallido come
un morto e farsi il segno della croce.
Vedi alcun fuoco apparire sul mare? mi chiese balbettando.
Girai gli occhi in tutte le direzioni, ma era buio; anche quei misteriosi
bagliori che poco prima si scorgevano attorno alla nave, erano scomparsi.
Trascorse un'altra mezz'ora fra la pi viva ansiet per tutti noi, ed i
misteriosi rumori non si ripeterono. Per la nave scricchiolava pi di prima, e
ai nostri orecchi giungeva una specie di gorgoglio, che pareva prodotto da una
fuga d'acqua. Non ci facemmo gran caso, credendo che fossero le onde che
s'infrangessero contro la prua.
Ad un tratto ecco risuonare distintamente i tre colpi di prima; ma questa volta
erano cos potenti che tutti gli uomini di quarto li udirono.
Non saprei descrivervi il terrore che s'impadron di tutti noi, in quel
terribile momento. Se fosse apparso dinanzi alla prua della stregata nave un
mostro spaventevole, non avremmo provato un'emozione cos forte, poich un certo
coraggio tutti l'avevamo; ma quell'inesplicabile mistero ci faceva agghiacciare
il sangue e rizzare i capelli.
D'improvviso un grido immenso echeggi a prua, ma un grido di terrore e di
disperazione. Guardai: l, sulla oscura linea dell'orizzonte, una grande fiamma
d'una limpidezza ammirabile, che spandeva sul mare circostante una viva luce,
brillava. Era una fiamma perfettamente immobile, tranquilla, pi larga che
lunga, ma che nel mezzo formava tre punte acute.
Eravamo perduti: la sinistra profezia del vecchio marinaio olandese si
avverava!...
Quasi nel medesimo tempo udimmo sorgere dal frapponte urla terribili. Gli
schiavi sentivano per istinto che la loro ultima ora era suonata, o scorgevano
anch'essi, attraverso alle pareti della nave, la misteriosa fiamma?
Pazzi di terrore, ci eravamo aggruppati tutti a prua, e guardavamo sempre quella
luce. Una forza inesplicabile ci teneva come inchiodati sul ponte, e ci
sentivamo affascinati da quel bagliore che rischiarava il lontano orizzonte,
nell'egual modo dell'uccello che si sente affascinare dagli occhi del serpente.
Una voce ci strapp da quella immobilit strana:
Si salvi chi pu!... la nave affonda!...
Era stato il capitano a gettare quel grido d'allarme. Ci curvammo sui bordi e
vedemmo che la nave affondava lentamente con un largo dondolo. In un baleno
calammo in acqua i canotti. Nel momento di entrarvi udimmo i poveri negri
mandare grida strazianti. Essi pure si erano accorti che il vascello andava a
picco.
Seguito da alcuni coraggiosi compagni, scesi nel frapponte e tentai di spezzare
le catene che stringevano quei disgraziati, ma il tempo mancava.
La nave oscillava fortemente, scricchiolava sinistramente, fremeva tutta, e gi
nella cala si udivano i muggiti delle acque irrompenti nella stiva e l'urtarsi
dei legnami galleggianti.
Fuggii in coperta assieme a coloro che mi avevano seguito. Balzai nel canotto
ormeggiato sotto la poppa e ci allontanammo colla massima celerit, onde non
venire travolti e inghiottiti dal gorgo.
La nave affondava lentamente, ma irresistibilmente, come se fosse attratta in
fondo al mare da una forza misteriosa. Girava su di se stessa come si trovasse
in mezzo di un vortice; dal frapponte si elevavano urla d'angoscia emesse dai
poveri negri, i quali vedevano montare l'acqua senza poterla evitare perch
trattenuti dalle catene e si sentivano a poco a poco affogare; gli alberi
oscillavano come se fossero l l per spezzarsi o cadere in coperta con tutta
l'attrezzatura, e dal fondo del legno provenivano di quando in quando dei colpi
sordi, prolungati, che si ripetevano nei nostri cuori, mentre all'orizzonte
brillava pi limpida che mai la grande fiamma!...
Ad un tratto una sorda detonazione rintron nella profondit del vascello e il
ponte, sotto la spinta dell'aria interna, compressa dal montare continuo
dell'acqua, salt in aria come sotto la spinta d'una polveriera che scoppia.
Allora il legno affond rapidamente: sparvero le sue murate, i primi pennoni,
poi i secondi, i terzi, gli ultimi, e finalmente le punte degli alberetti.
Per alcuni istanti udimmo risuonare sotto le acque le urla del nostro carico
vivente, poi un'onda, una specie di muraglia liquida, si distese muggendo sul
mare e la nave stregata scese in fondo agli immensi e tenebrosi abissi del golfo
del Bengala.
Quasi subito la fiamma che brillava all'orizzonte si spense, e ci trovammo
avvolti nella pi profonda oscurit.
Guardai l'orologio: erano le tre del mattino meno sei minuti. Rabbrividii:
proprio in quell'ora, due anni prima, quella nave era calata in mare sotto la
speronata del piroscafo americano!...
Due ore dopo le nostre scialuppe approdavano a Sangor, la prima isola che
s'incontra alla foce del Gange. Prima di sbarcare guardammo verso il Sud: il
mare era deserto e ancora tenebroso e la fiamma non era pi riapparsa. La
profezia del vecchio olandese si era avverata!...
Mastro Catrame scosse il capo e parve immergersi in profondi pensieri. Un
funebre silenzio segu quella paurosa narrazione; eravamo tutti vivamente
impressionati e i nostri occhi scorrevano il mare indiano, temendo di scorgere
ad ogni istante quella misteriosa fiamma. Anche il capitano taceva.
Mastro Catrame stette alcuni minuti raccolto, poi, alzando lentamente il capo e
fissando il capitano, gli chiese:
Non ridete ora?
Guardammo l'interrogato: aveva il capo chino sul petto, le braccia strettamente
incrociate, e pareva che facesse uno sforzo straordinario per sciogliere
quell'enigma.
Non ridete? ripet il vecchio.
Nemmeno questa volta il capitano rispose; egli pensava sempre.
Un sorriso di trionfo apparve sulle labbra di pap Catrame. Scese dal barile, si
mise sotto il braccio la sua bottiglia semivuota e se n'and senza guardarci.
Ma mentre scendeva la scala che metteva nella stiva, udivamo risuonare, ad
intervalli, il suo riso beffardo.


Il vascello dei topi


Fosse la paura che a poco a poco aveva invaso il nostro equipaggio, fosse perch
navigavamo su quel mare sotto le cui onde riposava il vascello stregato, o il
riso schernevole del vecchio mastro che risuonava ancora nei nostri orecchi, o
il cambiamento operatosi nel nostro capitano di solito cos scettico e che
rideva ad ogni chiusa di quelle novelle, o qualche altra cosa, quella notte a
bordo del nostro veliero regn come una specie di terrore.
Gli uomini di guardia pareva che fossero diventati muti: guardavano ansiosamente
l'oscura distesa d'acqua, temendo sempre la comparsa di quella fiamma dalla luce
limpida e tranquilla; trasalivano ogni volta che la nave, nel sormontare le
larghe ondate dell'oceano, vibrava e scricchiolava, credendo di udire i tre
colpi misteriosi, e guardavano sovente i fianchi, paventando di vederli a poco a
poco discendere nei profondi abissi.
Due volte, nel momento del cambiamento della guardia, pap Catrame mostr il suo
grigio capo a livello del boccaporto, facendo udire quel suo riso beffardo che
faceva rabbrividire, perch pareva il riso d'un uomo che torna dall'altro mondo.
Durante il giorno per non si fece vivo e, cosa insolita, nemmeno il capitano
lasci la sua cabina, n al mezzod sal in coperta per rilevare il punto.
Pensava egli alla novella del vecchio? Oppure era rimasto tanto profondamente
impressionato, da temere l'incontro di quel funebre narratore, lui che spiegava
ogni fenomeno e che rideva sempre?
Aspettammo con viva curiosit la sera. Appena il sole apparve tuffarsi nelle
onde dell'oceano, pap Catrame sal tranquillamente in coperta e and a prendere
il solito posto. Sorrideva ancora, e i suoi occhietti grigi brillavano d'una
fiamma maligna.
Quando l'equipaggio lo vide, si ritir da una parte come se fosse apparso uno
spettro e si rifugi a prua e a poppa. Quella sera egli poteva ritornare
comodamente nella sua cala, poich nessuno sarebbe andato a udire la sua settima
novella.
Egli non parve inquietarsi menomamente dell'assenza dei suoi uditori. Aspett
pazientemente un quarto d'ora, fumando un Manilla, poi and in cerca di una
striscia di carta, vi tracci sopra qualche cosa e, come l'altra volta,
appiccic quello strano avviso sull'albero di trinchetto.
Per qualche po' nessuno os appressarsi, credendo di leggere chiss quale
funebre titolo; ma a poco a poco la curiosit vinse tutti, e ci avvicinammo. Un
allegro scroscio di risa usc da tutte le bocche.
Il vascello dei topi!... esclamarono.
Cosa mai sar?...
Che i topi abbiano mangiato qualche spirito del mare?
Che pap Catrame abbia perduto un pezzo di orecchio?
Andiamo a udirlo!...
L'intero equipaggio accorse in massa, circondando pap Catrame e il suo barile.
In quel momento pi nessuno pensava alla fiamma misteriosa e alla tetra profezia
del vecchio olandese.
Il mastro, quando ci vide seduti, si mise a ridere, mostrando i suoi lunghi
denti.
Ah! siete qui, ragazzacci! esclam. Lo sapevo che il titolo vi avrebbe fatto
accorrere.
Ma basta colle storie funebri!... esclamarono tutti.
Silenzio! tuon pap Catrame. Questa sera voglio farvi ridere.
Viva pap Catrame!...
Tappate le, bocche! Non  permesso emettere di queste grida, che possono venire
interpretate come un segno di rivolta contro le autorit di bordo, disse il
mastro fra il serio e il burlesco. Ora vi narrer come l'ex re dei selvaggi sia
diventato un domatore di topi. Ma.... prima di tutto, credete voi all'istinto di
quei piccoli roditori?
Stavamo per rispondere, quando dietro di noi udimmo una voce esclamare:
Un momento, pap Catrame!...
Ci voltammo come un solo uomo e ci trovammo dinanzi il capitano che si era
avvicinato senza che nessuno lo udisse. Il vecchio mastro a quella vista
sussult, e la sua fronte si copr di rughe grosse quanto un dito mignolo.
Cosa stava per succedere?
Un momento, ripet il capitano, poi continuerai la tua settima novella.
Ritorniamo per un po' alla nave stregata e alla fiamma misteriosa.
Il viso di pap Catrame si fece oscuro.
Dimmi, vecchio mio, riprese il comandante: a quale distanza dalla foce del Gange
la nave olandese and a picco?
A sedici o diciotto nodi, rispose il mastro.
E tu credi che quella fiamma avesse un'origine misteriosa! esclam il capitano,
scoppiando in una risata. Ignori tu dunque che gl'indiani affidano i cadaveri
dei loro cari alla corrente del Gange, convinti che il sacro fiume li conduca
direttamente in Cielo, e che quei cadaveri si accumulano dinanzi alle coste?
Ebbene? chiese il mastro con voce appena distinta.
Ho spiegato l'enigma e anche questa volta smentir la tua poco allegra leggenda.
Il fuoco che voi avete veduto non aveva origini misteriose, ma proveniva dai gas
sprigionatisi dalla massa dei cadaveri, gas che nei climi caldi molto facilmente
si accendono. Forse anche tu hai osservato pi volte questo fenomeno nei nostri
cimiteri, durante le calde sere d'estate.
I colpi d'origine misteriosa che voi udivate, erano prodotti dalle onde che
battevano contro la chiglia e i fianchi del vascello, il quale forse era stato
costruito con legnami eccessivamente sonori, oppure le ondate si ripercuotevano
nella stiva in causa della sua speciale costruzione, cosa che non mi sorprende,
avendo gli olandesi dei legni di forme diverse dai nostri.
Infine il legno non and a picco per magiche arti, n per la profezia del
vecchio olandese, ma in causa della falla dell'americano, riapertasi, nel
momento in cui s'accendevano i gas sprigionatisi dai cadaveri che il Gange aveva
spinto in mare. Ora dammi pure dell'incredulo; ma per me l'enigma  spiegato.
Continua intanto la tua storia, e ridiamo un po'!...
Pap Catrame pareva fulminato. Egli rimase parecchi minuti immobile, cogli occhi
fissi sul capitano, pi pallido di un morto, poi lanci uno sguardo pauroso sul
mare, da levante ad occidente, finalmente scosse il capo, borbottando a pi
riprese: Increduli!... increduli!...
Incroci le braccia sul petto e non parl pi.
Aspettammo: sembrava che egli avesse dimenticati i suoi topi. Pensava forse alla
incredulit di certa gente? Io lo sospetto.
Ebbene, pap Catrame, ti sei addormentato sulla tua fiamma o in mezzo ai tuoi
topi? chiese lo spietato comandante. Sono dieci minuti che attendiamo il
principio della settima novella.
Il vecchio mastro emise un sospirone che veniva proprio dal profondo del cuore,
fece un gesto di cui non riuscimmo ad afferrare il significato, poi cominci la
sua storia.
A parecchi di voi sar toccato, e non una, ma pi volte, di imbarcarsi su
vascelli popolati da legioni di topi; ma certo non vi sar accaduto di vederne
tanti quanti ne ho trovati io su di un vecchio legno norvegiano. Voi sapete che
i topi che s'imbarcano, facendosi trasportare gratuitamente da un punto
all'altro del nostro globo e vivendo alle spalle del cuciniere di bordo, per lo
pi appartengono alla specie norvegiana, razza immensamente prolifica, pi
robusta di quella comune e di una voracit veramente spaventevole.
Quando prendono posto sul legno, nessuno lo sa; ma un bel giorno, quando meno lo
sospettate, li vedete comparire tra le fessure della stiva e due o tre mesi dopo
ne vedete cento, poi mille, poi dei reggimenti interi.
Io dunque mi ero ingaggiato a bordo d'un veliero norvegiano, un legno vecchio
quanto l'arca di No, tutto sdruscito per i lunghi viaggi, colla chiglia gobba e
che a prima vista s'indovinava dover essere una vera topaia. Essendo io rimasto
a terra nel porto di Stavanger e avendo dato rapidamente fondo ai miei magri
risparmi, presi senza esitare imbarco, colla speranza di trovare posto su un
vascello un po' pi giovane e pi solido in qualche porto pi fortunato.
Eccoci adunque in pieno mare con un carico di legnami destinato ai porti
islandesi e un ventina di quintali di formaggi affidatici da non so quale
negoziante danese. Bella fortuna doveva toccare a quel povero diavolo! Anche
senza fare naufragio, il carico sarebbe giunto a destinazione con una grande
breccia, ve l'assicuro io. Ma non per conto nostro, veh! Oib, eravamo
galantuomini noi; non cos per i passeggeri gratuiti che scorrazzavano la
stiva, infischiandosi di noi e delle nostre trappole.
Non essendovi posto nella camera comune dell'equipaggio, ed amando io rimaner
solo, avevo steso la mia branda in una piccola cabina, cio in un buco, dove non
potevo stare in piedi, tanto era bassa. Mi ricordo che si trovava sotto la
dispensa.
Finito il mio quarto di guardia della mezzanotte, mi ritirai colla certezza di
dormire come un ghiro. Ero tanto stanco che appena sdraiato chiusi gli occhi,
russando fortemente. Ma un concerto strano, di cui non riuscii a spiegare la
causa sulle prime, mi svegli ben presto. Erano grida, anzi strida, cos acute
da trapassarmi i timpani degli orecchi.
Mi alzo a sedere, accendo uno zolfanello e guardo. Corbezzoli!... Che
spettacolo!... Il mio nido brulicava di topi d'ogni et e grandezza, topi vecchi
coi denti lunghi e gialli e certi baffi grigi da fare invidia a un veterano
della guardia napoleonica, topi adulti, topi piccoli, maschi e femmine, che
battagliavano ferocemente per disputarsi un buco che metteva nella dispensa.
Venivano su dalla stiva a colonne, a battaglioni, a reggimenti, con un gridio
assordante, accalcandosi in quello stretto spazio e montandosi gli uni addosso
agli altri.
Io non ho mai avuto paura dei topi; ma vi assicuro che nel vedere quell'esercito
che pareva non finisse pi, mi sentii correre un non so che sotto la pelle.
Mi levai le scarpe e le scagliai in mezzo all'orda. Credete che fuggissero? Mai
pi; anzi, tutt'altro! Quelle canaglie s'accorsero che nella branda vi era della
carne fresca da rosicchiare, ed ecco i pi vecchi e pi audaci arrampicarsi su
per le pareti, correre sul soffitto e piombarmi addosso.
Non volli saperne di pi. Diedi un calcio alla branda e fuggii in coperta,
inseguito da sette od otto dei pi voraci che tentavano di mordermi i polpacci.
Andai a lagnarmi cogli uomini di quarto, ma essi mi risero sul muso. Quei bravi
norvegiani trovarono cosa naturalissima che un vecchio bastimento del loro paese
pullulasse di quegli amabili compagni! Cosa importava loro se una brutta notte
rosicchiavano l'orecchio a qualche uomo addormentato, o facevano dei formidabili
vuoti nella dispensa del cuoco? Bah! erano inezie, quelle!
Se per la pensavano cos quei flemmatici camerati, pap Catrame ci teneva assai
ai suoi orecchi, e giurai di non tornare pi in quel brutto covo di roditori.
Malgrado il freddo acuto che si faceva sentire, mi decisi di dormire in coperta,
sotto una vela; ma, lo credereste? nemmeno l ero al sicuro dalla voracit di
quei mostri.
Dal mio nascondiglio vedevo bande di roditori correre per la coperta, saltellare
fra le gambe degli uomini di quarto, che non s'incomodavano punto a levare i
talloni per schiacciarne qualcuno, salire sugli alberi, arrampicarsi sulle
sartie, e abbasso e in alto si udivano acute strida.
Io sono certo che, se noi tutti avessimo abbandonato quel legno, i topi non si
sarebbero trovati imbarazzati a guidarlo. Ventre di foca!... Come sarebbe stato
bello l'incontro d'un vascello con un equipaggio di rosicchianti!...
Ma bando agli scherzi e tiriamo innanzi. L'audacia di quei mostri cresceva di
giorno in giorno, al punto di essere un vero pericolo non solo per me, ma per
tutti. Avevano invaso le cabine di poppa e la camera comune dei marinai,
rosicchiando i materassi e le coperte, cacciandosi nelle casse, dove facevano
una vera rovina di vestiti, penetrando nella dispensa del cuciniere, e quivi
divorando prosciutti, formaggi, salami, quanto insomma vi era di buono.
In capo a una settimana un marinaio aveva perduto mezzo orecchio, un altro un
pezzo di naso e i baffi, un terzo un mezzo dito del piede destro; nella dispensa
non si trovava pi una briciola di salumeria, ed io avevo perduto tre paia di
scarpe, divorate in una sola notte da sei topi grigi, grossi come gatti, i quali
fuggirono a tutte gambe, mandando delle allegre strida, quando apersi la mia
cassa per constatare il danno.
Dovetti sborsare tre lire e quarantadue centesimi ed un pacco di tabacco, se
volli procurarmene un altro paio: ma erano cos immense che i miei piedi vi si
perdevano; e si che ho certe basi da far concorrenza ad un elefante. Di fronte a
simili disastri e a tanti orecchi rosicchiati, il flemmatico equipaggio cominci
a scuotersi e il capitano, che ci teneva un po' al suo naso, ch'era il pi lungo
di tutti, ordin una battuta generale, la quale cost al nemico la perdita di
undici giovani reclute e di un vecchio generale, trovato dentro la dispensa, nel
ventre di una scatola di tonno: il ghiotto ne aveva mangiato tanto da non essere
pi in grado di balzare fuori. Vedemmo poi che i formaggi di quel disgraziato
negoziante danese erano scemati della met e ridotti in uno stato tale, che il
capitano credette di metterli a disposizione dell'equipaggio, il quale, ve lo
assicuro, grad il dono col massimo piacere, anzi gli fece tanto onore che due
settimane dopo tutti quegli uomini parevano balbuzienti.
Quella vittoria non soddisfece nessuno, tanto pi che la notte stessa altri due
uomini perdevano mezzo naso e scomparivano dodici paia di scarpe. Se la
continuava di quel passo fra breve a bordo non doveva rimanere pi un uomo col
naso intatto e, per colmo di disgrazia, nemmeno una scarpa! Eppure cominciava a
fare un tal freddo da rendere pericolosa la mancanza degli stivali, ed i piedi
gelavano... e come!...
Dopo una penosa navigazione il nostro vecchio legno era giunto all'altezza delle
Faerer, gruppo d'isole che si trova a circa mezza via fra le coste
settentrionali della Scozia e quelle meridionali dell'Islanda, quando fummo
assaliti da un orribile tempaccio che mise in subbuglio il mare e il cielo.
Il nostro disgraziato legno rollava e beccheggiava disperatamente, e i suoi
fianchi rattoppati si curvavano sotto l'impeto crescente delle onde.
Io cominciavo a vedermela un po' brutta, perch temevo che quella vecchia
carcassa da un momento all'altro si spezzasse in due e la prua fuggisse
lasciando l la poppa. Mi rassicurai per, pensando che la nave era carica di
legname e che le tavole di salvezza, in caso disperato, non mancavano.
Era calata la notte e il vento del Nord soffiava con estrema violenza
sbrindellandoci le vele, quando vedemmo uscire dal boccaporto di maestra una
massa nerastra che si stendeva pel ponte con rapidit straordinaria.
Sorpresi e un po' spaventati, ci avvicinammo per vedere con quale specie di
animali avevamo da fare. Immaginate quale fu il nostro terrore nello scorgere
che da quell'apertura uscivano a migliaia e migliaia i topi della stiva.
Volgemmo i talloni pi presto che ve lo possiate immaginare e ci salvammo a prua
e a poppa, armandoci di traverse, di aspe e di manovelle per combattere quel
nuovo pericolo, che poteva essere pi grave e pi minaccioso dell'uragano.
Quella strana emigrazione pareva che non finisse pi. Il boccaporto vomitava
come un vulcano in piena eruzione; uscivano topi d'ogni razza e grossezza, con
mille strida, e invadevano il ponte da una estremit all'altra, arrampicandosi
su per gli alberi, su pei pennoni, su per i cordami.
In un quarto d'ora non vi era pi uno spazio libero in coperta, eccettuati il
cassero e il castello di prua, dove noi ci tenevamo, respingendo furiosamente
quelle orde divoratrici a colpi di spranga e di manovella.
Pareva che non uscissero dalla nave, ma dalle viscere della terra tanti e tanti
erano. Io credo di essere al disotto del vero nello stimarne il numero a
trecentomila. Mi capite! trecentomila topi, tutti affamati e che contavano di
mangiarci vivi e ripulire le nostre ossa meglio d'un preparatore anatomico!
Bella prospettiva avevamo dinanzi agli occhi! L'uragano infuriava sempre,
mettendo sottosopra il mare, il quale ci assaliva da tutte le parti, smanioso di
sfondare la nostra arca di No; gli alberi minacciavano di piombarci sul capo
assieme ai pennoni, e il ponte era coperto di topi, pronti a darci addosso e
intaccare i nostri polpacci! In quel momento avrei dato la vecchia mia pelle per
una pipata di tabacco.
La nostra paura per fu di breve durata, poich il temuto assalto dei famelici
roditori, almeno pel momento, non si effettu. Pareva anzi che fossero
spaventati e che cercassero la nostra compagnia senza intenzioni ostili. Di essi
quelli che erano riusciti ad arrampicarsi sul castello di prua, dove io mi
trovavo, invece di morderci, si nascondevano fra le nostre gambe e stavano
quieti.
Ora, che mai li aveva costretti a invadere la coperta del vascello? Io cominciai
a diventare inquieto, sapendo che quello non era l'istinto delle detestate
bestiacce. Certo qualche pericolo ci minacciava e i roditori lo sentivano: in
caso diverso non avrebbero abbandonata la stiva dove potevano godere quasi
completa sicurezza.
Voi ridete!... Si vedr fra poco se io avevo ragione o torto di pensarla cos...
Pap Catrame si ferm, lasciandoci ridere a nostro bell'agio, si stropicci le
mani con una certa contentezza, accese un altro mozzicone di sigaro, poi
continu:
Bench la nostra nave non fosse governata, e nessuno osasse scendere in coperta,
dove i topi continuavano ad ammucchiarsi, battagliando ferocemente, teneva bene
il mare e pareva che non corresse un immediato pericolo. Scricchiolava dalla
ruota di prua a quella di poppa, dalla chiglia alla coperta, si sollevava
penosamente sulle onde, ma teneva fronte all'uragano colle malferme costole ed i
molti suoi anni.
Due ore dopo, per, vedemmo irrompere dal boccaporto altri battaglioni di topi,
forse gli ultimi, i quali si rovesciarono confusamente addosso ai compagni.
Erano i pi giovani forse e meno esperti, che avevano preferito saccheggiare
ancora una volta la nostra disgraziata dispensa prima di abbandonare la stiva.
Quasi contemporaneamente giunse ai nostri orecchi un sordo muggito che ci fece
impallidire, come Macbeth dinanzi all'ombra di Banco.
Oh, pap Catrame, che sfoggio d'erudizione! esclam il capitano. Anche delle
tragedie tiri in campo, per abbellire i tuoi racconti!
Credete forse che non conosca Macbeth? disse il mastro, un po' risentito. Ho
alzato per quindici sere il telone quando si recitava a bordo del Fox, onde
ingannare l'inverno fra i ghiacci della baia di Melville.
Bella carica, perbacco!... esclam il comandante, ridendo a crepapelle.
Si fa quello che si pu, rispose modestamente il mastro. Ma lasciatemi finire la
storia o questa notte non dormir nessuno. Sono rimasto... Va bene: quando
udimmo un muggito che ci fece impallidire.
Dapprima non sapemmo a che cosa attribuirlo; ma ascoltando con profonda
attenzione, ci accorgemmo che proveniva da una fuga d'acqua. La vecchia nave
aveva ceduto in qualche punto e beveva allegramente, riempiendosi come un otre.
I topi, quei furboni, guidati dal loro meraviglioso istinto, avevano previsto il
disastro e si erano rifugiati per tempo in coperta, onde non annegare.
A bordo del povero legno non tard a subentrare la paura e la confusione. Quei
pacifici norvegiani cominciavano a perdere la testa e mi parevano tutti ubriachi
o pazzi.
Correvano da una parte all'altra, affollandosi presso le scialuppe, onde essere
pronti a imbarcarsi nel momento in cui la nave avesse dato l'ultimo addio alle
stelle e al sole, e battagliavano ferocemente colla moltitudine dei topi,
tentando di respingerli nella stiva, ma senza per ottenere verun risultato,
poich i rosicchianti rispondevano con pari ferocia, mordendo spietatamente i
talloni e i polpacci dei nemici.
Io non mi davo grande pensiero, essendo certo che il vascello non sarebbe
affondato con tutto quel carico di legname che aveva in corpo e che le onde
presto o tardi avrebbero spazzato via quei reggimenti di molesti roditori.
Alle undici di sera il veliero era immerso fino alle murate e le onde balzavano
furiosamente in coperta, portando via i piccoli mostri a centinaia; ma ne
restavano sempre. Alla mezzanotte caddero i due alberi trascinando con loro
tutta l'attrezzatura; ed il vecchio legno, quantunque fosse quasi tutto
sommerso, galleggiava sempre.
Verso le due, vinto dal sonno e dalla stanchezza, mi cacciai dietro una botte,
mi copersi alla meglio con un velaccio e, malgrado il pericolo che si faceva di
momento in momento pi grave e l'invasione dei topi che si rifugiavano sul
cassero e sul castello di prua per non lasciarsi portare via dalle onde,
m'addormentai.
Quanto dormii? Nol seppi mai, perch quando riapersi gli occhi era ancora notte
e l'equipaggio norvegiano era scomparso!... Senza dubbio, nel timore che il
legno affondasse da un istante all'altro, avevano messo in mare le imbarcazioni
ed erano fuggiti senza prendersi la briga di cercarmi. Non mi spaventai troppo,
quantunque la mia situazione non fosse molto brillante. Checch succedesse, ero
pi contento di trovarmi a bordo della mia carcassa che sulle imbarcazioni, con
un tempaccio cos orribile.
Il mare era sempre cattivo e pareva che non dovesse calmarsi tanto presto; la
nave, immersa fino alla linea della coperta, galleggiava sempre, meglio anzi di
prima, e non vi era alcun pericolo finch non si spezzava; i topi si trovavano
aggruppati a migliaia intorno a me, ma pel momento pareva che non avessero idee
bellicose. E pi tardi? Ecco quello che mi chiedevo con insistenza, giacch la
fame non doveva tardare a spingere quei reggimenti contro le mie gambe.
Mi decisi di non perdere tempo, onde trovarmi pronto a lasciare il legno appena
il mare me lo avesse permesso. Innalzai una preghiera a Dio, mi armai di una
scure e in meno di un'ora costruii una piccola zattera, capace di sostenermi, e
mi vi coricai sopra, in mezzo a una banda di topi d'ogni et, che forse avevano
l'intenzione di tenermi poco allegra compagnia.
Spunt il giorno, il mare non si calm; cadde la notte e divenne pi cattivo,
anzi tanto che certi momenti non sapevo pi se la nave galleggiasse ancora o
fosse andata a picco, tante erano le onde che la coprivano.
Come se questo non bastasse, ecco la fame spingere addosso a me i miei compagni
di naufragio. Pareva che si fossero passati la parola d'ordine, poich tutto
d'un tratto li vidi serrare le file e scagliarsi contro le mie gambe con furore
senza pari.
Balzai in piedi brandendo la scure e mi posi a picchiare con rabbia estrema a
destra e a sinistra, dinanzi e di dietro, saltando or sull'una e or sull'altra
gamba per schiacciare quanti pi potevo di quei maledetti. Ma la marea montava:
ai battaglioni succedevano i battaglioni, ai reggimenti i reggimenti, e questi
pi affamati di quelli. Avevano giurato di spolparmi fino all'ultimo osso.
Fortunatamente le onde si rovesciavano ad ogni istante sul povero legno e
spazzavano via centinaia di assalitori; ma non bastava. Sentivo quei mostri
corrermi su per le gambe, cacciarsi nella mia casacca, balzarmi sulle spalle e
mordermi gli orecchi.
Mi credetti perduto!...
Proprio in quel momento Dio ebbe compassione della pelle di pap Catrame, poich
un'onda gigantesca spazz la prua della nave e mi port via assieme alla
zattera. Ebbi appena il tempo di aggrapparmi ai cordami che legavano le tavole,
e mi trovai in mezzo al mare.
Per due giorni lottai fra la vita e la morte, ma finalmente l'uragano cess e il
mare divenne tranquillo. Dove ero? Io lo ignoravo. Se una nave tardava a venire
in mio aiuto, non so come sarebbe finita, non avendo meco nemmeno una briciola
di pane. Mi sento fremere tutte le volte che penso a quel momento.
Ma non avevate preso qualche pezzo di stoccafisso? chiese un gabbiere.
O una dozzina di biscotti? chiese un altro.
No. In una tasca per trovai un topo dal pelame quasi bianco, tanto era vecchio,
con due baffi pi lunghi di quelli del capitano Baffone, che forse voi tutti
avrete conosciuto o almeno udito nominare; in un'altra un simpatico di lui
figlio, con due occhietti intelligenti; nella terza una femmina con due poppanti
topolini! Nonno, padre, madre e figli! una famiglia intera che contava di
spassarsela nel fondo delle mie saccocce.
Un altro li avrebbe afferrati per la coda e gettati in mare, ma io no; li presi
delicatamente per gli orecchi e li deposi sulla mia zattera. Non si sa mai!
Nella condizione in cui mi trovavo, cogli intestini che brontolavano per la
fame, quella famigliola poteva servirmi a qualche cosa. Che diamine! Non sono
mai stato uno schizzinoso, io!
Eppure, guardate che originale  pap Catrame! Dopo quattro ore mi ero tanto
affezionato ai miei compagni di sventura, che ci avrei pensato quattordici volte
prima di immolarli al mio ventricolo. Prendevo gusto a vederli saltellare per la
piccola zattera ed arrampicarsi su per le mie gambe, emettendo strilli di
contentezza. Perfino il vecchio nonno, che dapprima si era dimostrato molto
diffidente a mio riguardo, si degnava di venire ad accoccolarsi sulle mie
scarpe, per rosicchiare le suole.
La famiglia non era per completa. Frugando nelle mie tasche trovai un altro
giovane rampollo, un topolino grosso come una nocciola, che si era nascosto
nella mia pipa. Mi accorsi della sua presenza quando stavo per accenderla e poco
manc che il disgraziato piccino rimanesse abbruciato.
Ecco adunque attorno a me il vecchio Catramone, il signore e la signora Catrame,
i giovani Catramino e Catrametto e il microscopico mastro Pipa; e se aveste
veduto come accorrevano quando li chiamavo per nome!
Disgraziatamente la mia situazione si complicava. La zattera non andava n
innanzi, n indietro; nessuna terra appariva in vista, non avevo un tozzo di
pane e la fame cresceva sempre, ed io continuavo a stringere la cintola. I miei
occhi si posavano sempre, con ardente bramosia, sulla mia famigliola, e i miei
denti pregustavano quelle tenere carni (il vecchio l'avrei serbato per ultimo,
perch doveva essere duro e coriaceo), e avevo gi deciso di sacrificarli,
quando finalmente comparve una nave danese in rotta per la Scozia.
Fummo tutti salvi, e potemmo divorare una copiosa razione nella dispensa del
cuciniere. Credo di aver mangiato cinque zuppe colla cipolla senza fermarmi e
non so quanti piatti di carne.
Quando sbarcai a Liverpool, i miei sorci erano meglio ammaestrati dei cani e mi
dimostravano un'affezione immensa. Non seppi per resistere alle dieci ghinee
offertemi da un eccentrico inglese e li cedetti; vi giuro per che in vita mia
non provai un dispiacere eguale come nel momento in cui mi separai dai miei
antichi compagni di sventura. Non sono sicuro, ma credo di essermi sentito
inumidire gli occhi, io che non ho mai pianto!
Un clamoroso scroscio di risa accolse la fine della settima storia; perfino il
capitano rideva, specialmente nel mirare il viso contristato di pap Catrame.
E i norvegiani? chiedemmo.
Dio deve averli puniti, poich non udii pi mai parlare di loro. Io credo che
siano tutti annegati.
Pap Catrame si alz, sgusci fra l'uditorio e si allontan dicendo:
A domani sera, se non mi coglie qualche malanno.
E sparve nella stiva.


Le sirene


Alle otto precise pap Catrame era al suo posto, pronto a raccontarci l'ottava
storia.
Guardammo il suo volto incartapecorito, per indovinare se fosse di buono o
cattivo umore, poich da questo si poteva argomentare se la novella era allegra
o triste. Le nostre investigazioni riuscirono per vane, poich il suo volto
nulla diceva. Solo notammo che pareva un po' nervoso: egli non faceva altro che
levare di bocca la vecchia pipa e cacciarvi dentro il suo pollice, quantunque
essa tirasse meglio del solito.
Era imbarazzato a trovare l'argomento? o il suo cervellaccio tardava a
risvegliarsi? Io credo che fosse una cosa e l'altra; infatti rimase silenzioso
pi di un quarto d'ora, continuando a frugare e rifrugare nella pipa. Alla fine,
quand'ebbe tracannato un paio di bicchieri, la sua me moria si svegli come per
incanto.
Credo e non credo, cominci egli.
Oh!... oh!... esclam il capitano. Pap Catrame a poco a poco diventa incredulo.
No, rispose il mastro gravemente. Ma su ci che sono per narrarvi conservo dei
dubbi, non avendo potuto constatare la cosa con piena sicurezza.
L'argomento deve essere importante, esclam il capitano. Si tratta di qualche
mostro di nuova specie?
D'un mostro precisamente non si tratta, rispose il marinaio con seriet; si
tratterebbe anzi d'una vaga donna.
Un oh! di sorpresa usc da tutte le bocche, e vi era di che. Come mai mastro
Catrame, quell'orsaccio, che quando vedeva una donna fuggiva come se avesse
dinanzi il diavolo, si occupava del gentil sesso?
Ventre di balena! esclam il capitano. Questa volta pap Catrame vuole morire.
Fuori la novella! gridarono tutti.
Il titolo!... Il titolo! tuon una voce.
Il titolo? disse il mastro. Eccolo: le sirene!...
Un clamoroso scoppio di risa tenne dietro a quell'annuncio; rideva il capitano
fino a slogarsi le mascelle, ridevano i marinai, e si tenevano i fianchi perfino
i mozzi.
Ah! pap Catrame! esclam il capitano. Tu credi ancora a simili frottole?... Eh
via!... perbacco!... Sii un po' pi serio.
Pap Catrame le sballa grosse come una corazzata! gridarono tutti.
Adagio, ragazzi, disse il mastro, che faceva fronte colla maggior calma a quello
scoppio d'ilarit. Ho detto fin da principio che credo e non credo; ma qualche
cosa di vero ci deve essere. Oh! perbacco! sono secoli e secoli che i marinai
parlano delle sirene. A quale scopo avrebbero inventato simili frottole? Qualche
cosa di vero, lo ripeto, ci deve essere, quantunque non abbia ancora potuto
verificare esattamente quanto ce ne sia.
Voi ridete pure; ma se continua la celia, pianto su due piedi l'uditorio e vado
a passare la mia notte nella cella dei prigionieri. Avete capito? Ventre di
foca!  un po' troppo!... Corpo d'una spingarda! basta cos, o...
Silenzio! tuon il capitano, o il vecchio Catrame scoppia come una caldaia a
trenta atmosfere.
Con uno sforzo prodigioso frenammo la nostra ilarit e il silenzio pi profondo
regn attorno al mastro.
Ritorno al Caronte, riprese Catrame, a quel brutto vascello che si diceva fosse
popolato di fantasmi e di folletti e il cui comandante fece la fine miseranda
che voi tutti conoscete. Per la storia che sto per narrarvi non  tanto lugubre
come sembrerebbe a prima vista.
Quando il caso che ora apprenderete accadde, la fregata si chiamava ancora Santa
Barbara; la comandava un altro capitano e nella stiva non si udivano n gemiti
n cigolii di catene.
Con me si era imbarcato un giovane ufficiale, i cui modi un po' bizzarri mi
avevano subito colpito. A quale nazione appartenesse non riuscii mai a saperlo;
ma non doveva essere italiano, poich masticava orribilmente la nostra dolce
lingua; pareva anzi che venisse da un paese molto lontano: era bruno come un
meticcio dell'America, aveva maniere strane, un temperamento concentrato, e
mangiava cibi affatto diversi dai nostri. Doveva essere di buona famiglia e di
casta molto elevata, perch notai che il capitano lo trattava quasi da eguale e
aveva per lui molti riguardi.
Non so il perch, fino dal primo momento che mi vide mi dimostr una certa
simpatia. Fosse la mia barba imponente, o fossero i miei modi franchi, modestia
a parte, o perch ero un buon compagno quando si trattava di vedere il fondo di
qualche bottiglia, egli mi chiamava sovente nella sua cabina, mi mesceva da
bere; ed io ogni sera tornavo alla mia branda colle gambe malferme e la testa
pesante; sovente anche quell'uomo strano chiacchierava con me, mentre cogli
altri non apriva mai bocca.
Avevamo lasciato la citt del Capo di Buona Speranza diretti in Australia, non
ricordo bene se a Melbourne o a Brisbane: un viaggetto di almeno tre mesi, se il
vento ci fosse stato sempre propizio: altrimenti la traversata si sarebbe
prolungata ancora di pi. Il mio ufficialetto, di passo in passo che ci
allontanavamo da terra, invece di diventare pi allegro, come fa il vero
marinaio, intristiva sempre pi.
Lo sorprendevo talora colla testa stretta fra le mani, la fronte annuvolata, le
labbra strette e una faccia da uomo pi ammalato che sano. Talvolta lo udivo
sospirare profondamente, borbottare non so quali parole in una lingua
sconosciuta, e in quei giorni non barattava con me due sillabe, anzi mi trattava
molto ruvidamente.
Invano mi rompevo il capo per indovinare il motivo di quella crescente
tristezza. Se avessi avuto i galloni d'oro, l'avrei interrogato; ma nella mia
condizione non era permesso, e poi veh!, mastro Catrame  un uomo che sa stare
al suo posto, osservando le distanze.
Un giorno, mentre entravo nella cabina per portare al mio ufficialetto non so
quale ordine, lo sorpresi cogli occhi bagnati di lagrime... Rimasi di stucco e,
ve lo confesso, scandolezzato. Che diamine! Un marinaio, anzi un ufficiale che
piange! Poffare! Il motivo doveva essere molto grave per lasciar cadere
quell'acqua dolce.
Appena mi vide, si terse quasi con rabbia quei lucciconi, vergognoso di essersi
lasciato sorprendere da me; ma poi, quasi fosse vinto da un nuovo dolore, si
lasci cadere su di una sedia, nascondendosi il viso fra le mani.
Ve lo figurate come mi trovai io in quel momento, dinanzi al mio ufficialetto.
Volevo fuggire, ma avevo timore che si offendesse; volevo rimanere, ma temevo
che mi mettesse alla porta; ero insomma sui tizzoni ardenti e non so che cosa
avrei fatto per diventare tanto piccolo da potermi nascondere sotto il tavolo.
Invece il mio ufficialetto non si offese, n si sdegn. Mi fece cenno di
chiudere la porta, poi, piantandomi in viso due occhi che facevano paura, mi
chiese a bruciapelo:
Catrame, hai avuto delle affezioni nella tua giovent?...
Lo guardai trasognato. Perch chiedeva a me simili cose, a me che non mi sono
occupato d'altro che di ncore, di vele, di pennoni?... E poi, e poi... Lasciamo
correre...
Alto l, pap Catrame, disse il capitano. Tu ci nascondi qualche particolare e
non dici tutta intera la verit. Quel lasciamo correre mi fa sospettare
qualche... Eh! m'intendo io!
Che? chiese il vecchio con una certa inquietudine che non sfugg a nessuno di
noi.
Tu pure, un tempo, hai corso la cavallina...
Io!... esclam il mastro, la cui faccia si oscur. Io!...
Trinci l'aria due o tre volte colla destra e colla sinistra, come se volesse
scacciare qualche cosa, poi riprese con voce aspra:
Lasciatemi finire..., o io me ne vado nella cabina coi ferri alle mani e anche
ai piedi, se volete mettermeli.
Lasciamo correre adunque e vediamo cos'ha da fare quell'ufficiale piagnucolone
colle sirene, disse il capitano.
Dunque, riprese il mastro, sono rimasto quando l'ufficiale mi rivolse a
bruciapelo quella stravagante domanda.
Rimasi imbarazzato, tanto ero lontano dall'attendermi una simile interrogazione,
e non riuscii che a borbottare tre o quattro parole, che certo egli non
comprese, poich nemmeno io sapevo quello che dicessi.
Avesse capito un no, o un s, l'ufficiale continu, coll'aria di un uomo che non
ha tutto il cervello solidamente incastrato nella zucca:
Dimmi tu se io posso essere felice nel trovarmi cos lontano da lei! E forse non
la rivedr pi mai, forse morr per me, e anch'io, lo sento, finir presto
questa esistenza tormentosa.
Io non sapevo cosa rispondere; giravo e rigiravo le dita nel mio berretto e non
vedevo il momento di darmela a gambe. Non m'intendevo io di simili cose... E
poi... come mai gli era saltato in capo di prendermi per suo confidente?
Continu cos a parlare un bel pezzo della sua donna, senza che io comprendessi
gran che, avendo in quel momento nel cervello altro da pensare e indosso una
certa vergogna che non saprei spiegarvi. Quando il cielo volle, mi lasci
libero, e vi potete immaginare con quanta lestezza sgattaiolai sul ponte.
Per quindici giorni non misi pi piede nella sua cabina per paura che mi facesse
qualche altra simile domanda o che mi riparlasse della sua infelicit e della
sua donna. Egli d'altronde non mi mand pi a chiamare e non comparve che rade
volte sul ponte.
Era per sempre abbattuto, pallido, triste, e nei suoi occhi brillava una strana
fiamma. Vi confesso che mi faceva paura tutte le volte che mi fissava: c'era
qualche cosa di sinistro in quelle pupille; e per quanto chiudessi gli occhi, me
le vedevo balenare sempre dinanzi, e le vedevo anche alla notte luccicar in
fondo alla mia branda o negli angoli pi oscuri della mia piccola cabina, sotto
le sedie, sull'orlo del tavolo o sulle pareti.
Io incominciavo davvero a temere che quell'uomo mi avesse affascinato, o
comunicato la sua pazzia; poich io lo ritenevo un vero pazzo...
Pap Catrame s'interruppe, guardandoci, e fosse l'impressione o altro, anche nei
suoi occhi vedemmo in quel momento balenare un lampo simile a quello che egli
scorgeva negli occhi del misterioso ufficialetto. Era un baleno d'una tinta
indefinibile, che ci metteva indosso un certo malessere. Si sarebbe detto che ci
affascinava!...
A poco a poco per quel lampo si spense, il vecchio fece una mossa brusca come
per risvegliarsi e continu la sua curiosa storia, ma con voce stanca, spossata:
Una sera, mentre mi trovavo nella stiva ritirando certe gomene che dovevano
servire pel ricambio d'un paterazzo, mi sentii improvvisamente battere sulla
spalla.
Mi volsi e nella semioscurit vidi quei due occhi che mi guardavano con
un'ostinata fissazione. Non scorgendo di primo colpo l'ufficialetto, mi sentii
prendere da un vivo terrore e lasciai cadere le gomene per fuggire; ma una mano
di ferro mi trattenne violentemente, mentre una voce mi sussurrava agli orecchi:
L'ho veduta!...
M'alzai di scatto, e mi trovai dinanzi all'ufficiale, al pazzo.
Chi? chiesi coi denti stretti.
Lei!...
Non so chi mi trattenne dal rispondergli male. Ero arcistucco di quel pazzo da
catena, tanto pi che cominciava a farmi paura.
Vedendo che io rimanevo impalato dinanzi a lui senza parlare, mi ripet con una
intonazione pazza:
Ti ho detto che l'ho veduta.
Ebbene? chiesi, alzando le spalle.
Era bella, sai?
Ne ho piacere.
E mi ha detto che mi vuole sempre bene.
Tanto meglio.
E che torner a trovarmi.
Buon segno.
Vieni a bere nella mia cabina: ti parler di lei.
Mi sono sentito imperlare la fronte d'un freddo sudore a quella proposta, non
perch mi dispiacesse il bere, anzi tutt'altro: ma trovarmi solo con quel pazzo!
ci non mi andava a sangue.
Gli risposi che ero di quarto e che dovevo conferire col capitano; che perci
per quella sera mi dispensasse dal tenergli compagnia. Non attesi nemmeno la sua
risposta e salii pi che in fretta sul ponte, mandando un altro marinaio a
compiere l'operazione delle gomene, temendo di ritrovare ancora il pazzo.
L'indomani mi mand a chiamare, ma mi guardai bene di andare nella sua cabina e
gli feci dire che ero ammalato. Non so se credesse alla mia malattia, o si fosse
accorto che io non volevo pi saperne di lui: mi ricordo che mi lasci
tranquillo, e io fui contentissimo, e lo sarei stato di pi se si fosse
dimenticato di me.
Quando per lo vedevo apparire in coperta, fuggivo pi che in fretta e andavo a
nascondermi nel pozzo delle catene, onde non potesse trovarmi.
Egli, non vedendomi, domandava di me; ed i miei camerati, che sapevano ogni
cosa, gli rispondevano sempre che ero ammalato od occupato in qualche importante
lavoro per ordine espresso del capitano. L'ufficiale allora sospirava lungamente
e tornava nella sua cabina pi cupo che mai.
Eravamo giunti presso le coste australiane, anzi gi le avevamo scorte durante
il giorno, quando una sera mi imbattei in quel maniaco. Vi assicuro che passai
un brutto quarto d'ora, quantunque sia stato l'ultimo.
Mi trovavo seduto a poppa, dietro la ruota del timone, attendendo la fine del
mio quarto di guardia per andarmene a dormire. Ora che mi ricordo, appunto
quella sera la fregata aveva imboccato lo stretto di Bass, larghissimo canale
che divide la costa australiana dall'isola di Van Diemen, ed eravamo a poche
miglia dall'isola di King.
Avevo socchiuso gli occhi e stavo per addormentarmi, quando mi sentii toccare in
fronte da una mano gelida. Alzai bruscamente il capo, e vidi dinanzi a me
l'ufficiale, cogli occhi strabuzzati, il viso pi terreo del solito, i capelli
irti.
Cosa volete? chiesi preparando le gambe per fuggire.
L!... l!... esclam egli con voce strozzata, indicandomi la scia spumeggiante
della nave.
Cosa vedete? gli chiesi.
Lei!...
In mare? Eh via, signore, voi sognate.
No, Catrame! esclam egli. L'ho veduta!...
Quantunque non credessi un ette a quello che mi diceva, mi curvai sul bordo e
guardai attentamente nella scia; ma nulla vidi, nemmeno la testa di un
pescecane.
Calmatevi, gli dissi, vedendolo in preda a una viva eccitazione. Non vi  nulla
in mare.
Ma s, riprese con sovrumana energia. Ti dico che l'ho veduta l, in mezzo alla
spuma.
Sar stato uno scherzo dei vostri occhi.
Egli non rispose; si era slanciato innanzi come un vero pazzo, sporgendosi mezzo
fuor dal bordo, e guardava fissamente con quegli occhi che mandavano strani
bagliori.
Guardala!... guardala come  bella! ripet.
Guardai, pi spinto dal desiderio di accontentarlo che dalla curiosit.
Ebbene,... voi non mi crederete, eppure vidi sorgere in mezzo alla scia della
nave, fra la candida spuma, una testa!... Faceva buio,  vero, ma la spuma era
bianca, quasi fosforescente, e quella testa spiccava nettamente!... L'ho veduta
due volte emergere, poi sparire, e giurerei di aver udito un suono, una voce che
mi parve umana.
Se mi chiedeste se era bella o brutta, se era bionda o bruna, non ve lo saprei
dire, poich lo stupore che provai era cos forte da impedirmi di veder bene; ma
avevo visto una testa umana: di questo sono certo...
Un beffardo scroscio di risa interruppe pap Catrame: era il capitano che si
burlava di lui.
Il vecchio alz le spalle e continu:
Rimasi parecchi minuti come pietrificato, dinanzi a quella inaspettata visione.
L'ufficiale mi strapp da quello stupore pauroso, dicendomi:
L'hai veduta?
Non seppi dir di no e fu male, poich, appena ebbi fatto quel cenno affermativo,
il povero pazzo super d'un balzo la murata e si slanci a capofitto in mare,
gridando:
Eccomi, Manuelita!...
Gettai un grido di terrore, e con un colpo di coltello lasciai cadere un
gavitello(14). Il capitano, subito informato, comand di virare di bordo e di
mettere in mare le imbarcazioni.
Tornammo sul luogo; ma tutte le nostre ricerche furono vane: il povero pazzo non
ricomparve pi mai alla superficie!...
Era stato proprio affascinato da una sirena? chiesero i mozzi.
Chi pu dirlo? rispose pap Catrame. Io non ho potuto vederla bene, essendo la
notte oscura; ma... forse i nostri vecchi non hanno inventato le sirene!
Il capitano fece ancora udire il suo riso beffardo.
Sai cos'era quella testa, pap Catrame? disse poi.
Non lo so, rispose il mastro, bruscamente.
Era quella di una foca!
Sar, ma non lo credo.
S, pap Catrame, era una foca dello stretto di Bass; e aggiunger, per meglio
convincerti, che in quel braccio di mare sono numerose quanto le tinche dei
nostri stagni e che di notte si pu scambiare la loro testa rotonda con quella
di una creatura umana. Sei persuaso?
Il mastro non rispose n s, n no, ma ci lasci, brontolando pi del solito.


Il serpente marino


Anche la nona sera, mastro Catrame fu puntuale come il cronometro di bordo.
Battevano le otto quando si vide il suo berretto, vecchio di almeno mezzo
secolo, spuntare dal boccaporto, poi apparire quel lungo corpo magro, ma ancora
robusto.
Si spinse fino a prua per osservare lo stato del mare e del cielo, fece
bracciare la vella di parrocchetto onde prendesse pi vento, diede uno sguardo
alla bussola per accertarsi dell'esattezza della ruota, poi accese la sua pipa e
and a sedersi al suo solito posto, sul trono, come diceva scherzando
l'equipaggio.
Pochi istanti dopo, tutto l'uditorio era a lui d'intorno, poich la curiosit
non scemava, anzi cresceva ogni sera, e tutti avrebbero voluto che il capitano
prolungasse ad altri giorni ancora la pena del povero vecchio, quantunque certe
volte avesse narrato delle storie cos lugubri da sconvolgere il sangue a pi
d'uno e mettere indosso a tutti delle brutte paure.
Pap Catrame doveva, durante il giorno, aver gi pensata e preparata la sua
novella, poich, appena seduto, senza preamboli e senza farci attendere, come
era solito, disse:
Vi narrer questa sera l'incontro da me fatto d'un mostro spaventevole, di cui
si sono occupati a lungo i cos detti scienziati, alcuni affermandone
l'esistenza e altri negandola spudoratamente. Non intendo parlare di uno di quei
mostri immensi che i popoli nordici chiamano kraken, n di quello segnalato da
Olaus Magnus, vescovo di Upsala, e che si disse avesse un miglio di lunghezza e
somigliasse pi a un'isola che a un pesce; n di quell'altro veduto da un prete
scandinavo e sul cui corpo celebr la santa messa, avendolo scambiato per una
roccia. No: pap Catrame  pi ragionevole di quello che sembra, n  poi tanto
credenzone quanto lo giudica il signor capitano, e a frottole cos colossali non
presta fede.
Non dico che quei due santi uomini non possono aver veduto dei mostri enormi,
forse simili a quello incontrato dal comandante dell'avviso a vapore Alecto, fra
Madera e le isole Canarie, or son pochi anni, e di cui si conserva ancora un
pezzo di coda o di braccio a Santa Croce di Tenerife; quello era un polipo,
grandissimo si, ma non tale da scambiarlo per un'isola. Lasciamo per andare
questi kraken delle leggende nordiche e occupiamoci del mio mostro.
L'hai proprio veduto tu? gli chiese il capitano, che prestava una profonda
attenzione.
Coi miei occhi.
Di giorno?
Di notte: c'era per la luna e ci si vedeva abbastanza bene.
Allora cominciano a nascermi dei dubbi.
E quali, se  permesso conoscerli? chiese il vecchio con tono risentito.
Te li dir pi tardi; ora prosegui perch non sappiamo ancora di quale mostro tu
intenda parlare.
Ebbene, avete mai udito parlare del serpente marino?
S, s, esclamarono tutti.
Credete alla sua esistenza?
Nessuno rispose; tutti ci guardammo l'un l'altro in viso, non sapendo dire n
si, n no; ma sono certo che i pi inclinati al meraviglioso, come tutti i
marinai, avrebbero risposto in modo affermativo, piuttosto che negativamente.
Forse non credete, riprese pap Catrame; ma avete torto, poich, ve lo ripeto,
l'ho veduto io coi miei occhi. Come dissi, l'esistenza di questo mostruoso
serpente fu messa lungamente in dubbio anche dai pi vecchi marinai; per alcuni
affermarono, in epoche diverse, di averlo incontrato. Le opinioni loro
naturalmente sono disparate: altri dicevano che era lungo pi di mille metri,
altri cinquecento: altri riducevano la misura a pi modeste proporzioni, a
cento, a cinquanta; non per a meno.
Chi dice che  dotato di una forza cos potente da stritolare fra le sue spire
un vascello; chi invece essere gelatinoso come i polipi e senza consistenza;
alcuni narrano di essere stati assaliti e altri di averlo invece veduto fuggire,
appena s'accorse di essere stato scoperto. L'equipaggio di una nave danese
afferm di averne tagliato a mezzo uno con un colpo di sperone e che le due
parti perdettero tanto sangue da arrossare il mare per un tratto di mille metri
quadrati.
Bum! esclam il capitano. Aveva una cantina nel corpo quel serpente?
Non ne so pi di voi, rispose serio serio pap Catrame. Quanto a me, non presto
che una fede molto relativa a tutti questi racconti. Ora lasciatemi proseguire e
non m'interrompete, se desiderate che me la sbrighi presto, poich sento che la
mia lingua s'ingrossa con questo faticoso esercizio, e se non mi affretto a
dire, finir di perderla.
Navigavo da circa tre anni a bordo di un barco maltese, che faceva dei lunghi
viaggi in America, nell'Estremo Oriente e anche nel grande Oceano Pacifico; un
buon veliero, forse il migliore che io abbia montato in tanti anni di
navigazione, e comandato dal pi amabile capitano che abbia conosciuto.
Durante questo lungo tempo nulla di straordinario era accaduto. Navigavamo come
tranquilli passeggeri che vanno a diporto pel mondo, anzich come poveri
marinai, e mangiando bene e bevendo meglio, senza mai aver incontrata una di
quelle formidabili tempeste che fanno rizzare i capelli ai pi coraggiosi e
stringere il cuore anche a chi non  alle prime sue armi.
Il capitano, che era un epulone e anche un mattacchione, offriva di quando in
quando dei banchetti al suo equipaggio, o delle bicchierate memorabili che
facevano dei grandi vuoti nella sua cantina. Quando poi il tempo era tranquillo
e la notte illuminata dalla luna, non mancava mai d'improvvisare delle feste da
ballo fra l'albero di trinchetto e quello di mezzana.
Un giorno, mentre ci disponevamo a lasciare l'isola di Tonga, che fa parte, anzi
 la principale, del gruppo omonimo, un capo indigeno, a cui avevamo fatto dei
regali, ci mand a bordo due granchi ladri.
Cosa sono i granchi ladri? chiedemmo tutti, eccettuato il capitano, il quale
senza dubbio sapeva cos'erano.
Ve lo dico subito in quattro parole, rispose il mastro. Sono dei granchi grossi
assai, con delle morse cos potenti che spaccano una noce di cocco colla massima
facilit. Vivono in grande numero nelle isole dell'Oceano Pacifico, presso alle
spiagge, onde essere pi vicini agli alberi di cocco, sui tronchi dei quali si
arrampicano per mangiare le frutta.
Gli isolani sono ghiotti della loro carne e li cercano avidamente; se poi sia
eccellente o no io lo ignoro, non avendone mai assaggiata.
Ma, disse il capitano, cosa c'entrano qui i birgus latro (questo  il vero nome
di quei granchi) col serpente di mare? Tu divaghi, pap Catrame.
C'entrano per qualche cosa, signore, rispose il mastro, poich furono quei due
granchi a chiamare sul nostro veliero le disgrazie.
E come mai?
Io non lo so; il cuoco di bordo mi disse con tutta seriet che quelle bestie
portano sfortuna e non si  ingannato, poich dopo la loro comparsa cominciarono
tempeste, disgrazie e facemmo l'incontro del serpente di mare.
Oh! diamine! esclam il capitano, schiattando dalle risa.
Lo vedrete fra poco, rispose il mastro sempre serio e grave. Passo sopra alle
tempeste che ci assalirono poco dopo, ai due o tre marinai che si ruppero le
braccia e le gambe sempre per colpa di quei granchi che ci avevano attirato
addosso l'ira del re del mare (tal  almeno la mia convinzione, poich si dice
fra gl'isolani, che siano quei crostacei i suoi favoriti), e vengo al punto pi
interessante.
Se ben mi ricordo, stavamo attraversando quel tratto di oceano che si estende
fra le isole dell'arcipelago di Mendaa e la costa d'America, quando una sera,
mentre stavamo danzando e bevendo in buona allegria, si verific un fenomeno che
non solamente ci sorprese, ma ci spavent assai.
Il nostro legno filava quattro o cinque nodi all'ora, spinto da buon vento
largo, quando a poco a poco rallent la corsa, finch rimase quasi immobile sul
tranquillo mare!
Dapprima credemmo che il vento fosse improvvisamente cessato, ma i
mostravento(15) spiegati sulla cima degli alberi indicavano il contrario, e poi
le vele erano sempre gonfie, segno evidente che tiravano ancora. Meravigliati
d'un tal fatto, che per noi tutti era inesplicabile, ci precipitammo verso prua
per vedere se qualche ostacolo si opponeva alla corsa del nostro legno: nulla
appariva.
Gettammo la sonda per vedere se vi era qualche banco, ma lo scandaglio non tocc
fondo, quantunque fosse sceso a quattrocentocinquanta braccia. Guardammo a
poppa, temendo che qualche mostro si fosse aggrappato al timone, e nulla si vide
che potesse convalidare il nostro sospetto.
Nessuno sapeva spiegare quello strano e sorprendente fenomeno. Alcuni dicevano
che qualche grande polipo si era attaccato alla nostra chiglia e ci aveva
fermati; altri dicevano che forse il mare era in quel punto cos denso da
impedirci di avanzare e che per conseguenza dovevamo virare di bordo; ma erano
sciocchezze a cui nessuno prestava fede.
Il nostro barco rimase quasi immobile per un buon quarto d'ora, poi tutto d'un
tratto si mise a veleggiare colla primiera velocit. Per, allorch si mosse,
vedemmo a poppa il mare gonfiarsi e ribollire, e un marinaio assicur di aver
veduto qualche cosa di nerastro agitarsi fra la spuma, come un braccio smisurato
o un immenso cilindro.
Ci aveva fermati qualche mostro marino di nuova specie, e non altro. Per quella
sera per nulla potemmo sapere.
Durante tutta la notte l'intero equipaggio vegli sul ponte, giacch nessuno
pensava a dormire, e parecchi uomini si tennero armati di ramponi e di carabine.
Nulla accadde, fino verso le due del mattino. Allora, un gabbiere che si era
arrampicato sulla crocetta dell'albero di trinchetto, asser di aver veduto,
appena un miglio sottovento, un cono ergersi dal mare, simile ad una tromba
marina. Non ho potuto constatare il fatto coi miei occhi: ma non mi sembra
tuttavia che potesse essere una tromba, giacch il vento era leggero, l'oceano
tranquillo o quasi, e il cielo sgombro di ogni nube.
Verso l'alba per vidi il mare sollevarsi sotto la poppa del nostro legno e
intesi distintamente una specie di fischio, poco meno acuto di quello che
ordinariamente emettono i serpenti.
Questo nuovo fenomeno ci spavent e anche il nostro capitano cominci a
impensierirsi, tanto pi che si sospettava la presenza d'un mostro marino.
Virammo di bordo cambiando rotta, colla speranza di fargli perdere le nostre
tracce, ed infatti il nostro barco fil verso nord senza incidenti durante tutta
la giornata. Gi ci rallegravamo di essere scampati a quel misterioso pericolo,
quando, due ore dopo calato il sole, ecco la nostra nave a poco a poco
arrestarsi e poi oscillare abbastanza fortemente da bordo a tribordo.
Il nostro stupore si cambi in una vera paura da non potersi descrivere. Dal
capitano all'ultimo mozzo erano tutti pallidi ed io tremavo pi degli altri.
Guardammo tutto intorno alla nostra nave, ma nulla appariva a fior d'acqua.
Eppure il rollio continuava e tanto che credemmo di venire da un istante
all'altro gettati in mare e subissati.
L'oscurit accresceva la nostra paura: il cielo si era coperto e la luna e le
stelle non proiettavano sulla nera superficie dell'oceano nessun chiarore che
permettesse di distinguere alcuna cosa con precisione.
Pi tardi, la nostra attenzione venne attirata da un potente fischio che veniva
dal largo. Corremmo tutti a prua stringendo le armi, credendoci assaliti dal
misterioso mostro che ci seguiva con tanta ostinazione.
L, a sole due gomene da prua, un mostro enorme, che non si poteva ben
distinguere in causa dell'oscurit, navigava in modo da tagliarci il passo,
ruttando una specie di nebbia o di fumo.
Si teneva quasi tutto sommerso; ma dietro alla sua testa che poteva essere lunga
venti metri, vedevamo distendersi sul mare un corpo lungo lungo, serpeggiante,
che si perdeva verso il Nord. Non so quanto misurasse tutto intero poich, come
dissi, la notte era oscura; ma io non esito ad affermare che superava un miglio.
Virate di bordo! tuon il capitano con voce strozzata per l'emozione.
Non so come, in meno di venti secondi la manovra fu eseguita e il nostro legno
fuggi verso il Nord; ma percorse sei o sette gomene, si trov dinanzi alla coda
del mostro che fu tagliata nettamente per met e con una facilit tale che
nessuno di noi s'accorse del menomo urto!...
Era di burro quel serpente? chiese il nostro capitano, guardando con aria
ironica mastro Catrame.
Di burro!... Vi basti sapere che al mattino trovammo nella sentina un piede
d'acqua entrata da due fori perfettamente regolari, del diametro di quindici o
venti centimetri, aperti uno a babordo, un po' sopra il paramezzale, e l'altro a
poppa. Ditemi che specie di denti aveva quel serpente di burro.
E siete andati a picco? chiedemmo.
No, rispose pap Catrame. Ci riusc facile chiudere quei due fori e asciugare la
stiva col mezzo delle pompe; ma tale fu lo spavento provato da quell'incontro,
che parecchi marinai si ammalarono.
Io sar un credulone, ma dico che, se quei due granchi non fosse stati a bordo,
chiss, il re degli abissi marini non ci avrebbe mandato addosso quel
formidabile serpente, la cui esistenza molti mettono in dubbio.
Ci detto, il vecchio scese dal barile e fece per andarsene; ma il capitano, che
da qualche minuto era diventato pensieroso, lo ferm con un gesto.
Una spiegazione? chiese il vecchio, aggrottando la fronte.
Forse.
Non credereste a ci che vi ho narrato?
Non credo al tuo serpente, il quale non esiste che nel cervello de gli
ignoranti.
Mastro Catrame alz il suo curvo dorso, punt le mani sui fianchi guard il suo
eterno contraddittore con un'aria di sfida.
Che fossimo tutti ciechi! esclam. Spiegate voi adunque questo fenomeno!
S, disse il capitano, come parlando fra se stesso, deve essere cos... ne sono
certo... Ebbene, riprese poi ad alta voce e sostenendo serenamente lo sguardo
fosco del vecchio, ti spiegher io tutto.
Non posso assicurare per quale motivo la vostra nave sia stata fermata e
scrollata; ma io ritengo che si fosse aggrappato alla vostra chiglia qualche
mostro fornito di braccia potenti, un polipo gigante, per esempio, oppure un
cefalopodo. Questi polipi hanno dei tentacoli che raggiungono e talvolta
sorpassano una lunghezza di dieci metri, sono dotati di una forza straordinaria
e possono far oscillare una nave anche grossa. Il caso non sarebbe nuovo.
Ammettiamolo, rispose il mastro.
In quanto al serpente marino vi siete tutti ingannati, cominciando dal tuo
amabile capitano. Sono convintissimo che voi abbiate incontrato nient'altro che
una pacifica balena, occupata a pranzare fra un banco di alghe. Le dimensioni
del capo del preteso serpente, che era invece l'intero corpo del cetaceo, le
nubi di vapore, che lanciava dagli sfiatatoi, e il fischio acuto bastano per
dimostrare che io non mi inganno.
La coda del serpente non era altro che un lungo banco di alghe, eccellente
pastura delle balene; se cos non fosse, la vostra nave non avrebbe tagliato
l'appendice del mostro smisurato. Hai veduto tu quella coda contorcersi o
sollevare ondate quando la vostra nave la investi?... Dimmelo francamente, pap
Catrame.
No, rispose il mastro, che si grattava furiosamente la testa, ma quei due
buchi?...
Quei due buchi!... Ecco il punto oscuro. Un polipo non pu averli fatti, un
cetaceo nemmeno, un pesce-spada no, quantunque sovente pianti il suo corno nella
carena delle navi, ma senza riuscire ad attraversarla e... Ah!... ah!... Questa
 bella!...
Ridete! esclam il mastro.
Vi  da ridere, pap Catrame, e come!... rispose il capitano. Dimmi: li avevate
mangiati i due granchi ladri?...
I due granchi!... mormor il mastro, che parve colpito. Ma no, perbacco!...
Erano chiusi in una cassa e...
Cosa vuoi dire?
Che quando asciugammo la sentina, li trovammo nascosti col. I furboni avevano
rotto la cassa; eppure era grossa e solida.
Sappi allora, pap Catrame, che il vostro legno era stato sabordato(16) dai due
fuggiaschi. Avevano sete, e colle loro robuste morse, che fendono le durissime
noci di cocco, hanno praticato quei due buchi per bere. Ah!... vecchio mio, che
granchio hai preso!... Va' a dormire e per domani sera prepara qualche cosa di
meglio.
Il mastro non fiatava pi: guardava il capitano come trasognato, con certi occhi
che parevano quelli d'un pazzo.
Quando si alz, lo udimmo mormorare:
Decisamente colle mie novelle non far mai fortuna!...
Quella notte, non so per qual capriccio, il vecchio non discese nella sua cala e
dorm sul ponte, fra due velacci e un rotolo di gomene.


Le murene


Anche durante il giorno pap Catrame rimase sempre sul ponte, passeggiando con
gravit da prua a poppa, lungo la murata di tribordo, che era il suo riparto
favorito, avendo sempre manifestato, non so per quale motivo, una avversione
decisa per quella di babordo. Fum senza interruzione, lasci andare un paio di
sonori scapaccioni ai mozzi, perch si erano permessi di interrogarlo sul titolo
della decima novella; ma non scambi una parola con nessuno. Pareva
preoccupatissimo, assorto in profonda meditazione, tanto da non darsi pensiero
n della nave, n dell'equipaggio, n della manovra.
Ci voleva poco a capire che era di umore non troppo buono e che quei continui
smacchi che gli venivano dal nostro capitano gli bruciavano. Ma forse pi di
tutto gli pesava la smentita recisa all'esistenza del famoso serpente di mare,
cos miseramente fatto naufragare dal suo eterno contraddittore. Mi provai ad
interrogarlo, ed egli mi salut senza rispondere. Per rabbonirlo un po' gli
offersi un sigaro; lo prese ringraziandomi con un cenno del capo, se lo cacci
mezzo in bocca, ma prosegu la sua passeggiata sempre accigliato, sempre
pensieroso.
All'ora dei pasti non venne a sedere fra noi; si prese la sua razione la fece
sparire in otto bocconi, poi continu il suo avanti e indietro col la precisione
d'un orologio.
Non si ferm che alla sera, allorquando la soneria di bordo fece udire le otto
ore. Allora si assise sul barile e attese l'uditorio, tenendo gl occhi fissi sul
ponte.
Pap Catrame ha il cervello in burrasca, disse il nostro capitano, sedendosi
dinanzi all'albero. Ma, bah! la faremo passare raddoppiando la razione di Cipro.
Ehi, camerotto! Due bottiglie pel mio vecchio mastro!... Stasera voglio che beva
un paio di bicchieri di pi!
Udendo quel comando pap Catrame alz il capo, facendo una smorfia di allegrezza
(vi dico tra parentesi che era pazzo pel Cipro del nostro comandante e non aveva
torto, essendo proprio di quello buono); poi apr gli occhi, che fino allora
aveva tenuti socchiusi, ed emise un brontolo di soddisfazione.
Udiamo adunque, vecchio mio, la decima novella, disse il capitano. Vediamo se
stasera c' qualche cosa da spiegare senza farti andare in bestia.
Mastro Catrame si lisci la bianca barba, toss tre volte, poi guardando fisso
il capitano gli disse:
Questa sera non spiegherete nulla.
E perch, se  lecito saperlo?
Perch la storia  autentica e non pu avere altra spiegazione che la mia.
Di che si tratta adunque?
Di un altro vascello che fu improvvisamente fermato, mentre navigava a gonfie
vele sul libero mare.
Da uno scoglio?
No: da un pesce che da molti secoli gode fama di arrestare i pi grandi legni.
Oh, diavolo!... esclam il capitano ironicamente. Cosa pu essere mai? Udiamo
questo interessante e meraviglioso fatto. Ti assicuro che ecciti la mia
curiosit, pap Catrame.
Il vecchio mastro, a cui non era sfuggito l'accento ironico del nostro amabile
capitano, scroll le spalle con una cert'aria da impiparsene e diede la stura
alla sua decima novella.
Sono trascorsi da quell'epoca cinquant'anni, diss'egli, eppure il fatto
toccatomi l'ho presente come se fosse accaduto ieri, e se volete sapere perch
lo ricordo tanto bene, vi dir che da quel giorno porto una traccia profonda sul
mio braccio destro, una cicatrice, che ancora, specialmente quando il tempo si
cambia, mi fa provare degli acuti dolori.
Voi tutti saprete forse cos' una giunca, e se lo ignorate vi dir che  un
bastimento cinese dalle forme quadre e pesanti, d'una costruzione tutt'altro che
sicura, che porta vele formate da giunchi intrecciati e due alberi irti di
banderuole d'ogni dimensione o di teste di drago orribili.
Per una circostanza che  inutile vi riferisca, ero rimasto a Canton, che  una
delle pi ricche citt dell'Impero Celeste, senza imbarco.
La terraferma mi era diventata odiosa allora come oggi, e non sentendomi sotto i
piedi il ponte rollante d'un vascello, soffrivo come se mi trovassi sui carboni
ardenti; quindi era necessario prendere un imbarco, se non volevo ammalarmi e
morire di noia. Aggiungo poi che la questione pecuniaria s'imponeva seriamente,
poich io ho avuto sempre l'abitudine di non mettere da parte uno spicciolo. E
infatti, che dovevo farne io dei risparmi? Poich si ha da morire nella gran
tazza,  meglio andarsene colle tasche vuote, visto e considerato che laggi, in
fondo agli abissi, mancano le taverne, e che i pesci non vendono bottiglie. Vi
pare?
Benissimo, perbacco! esclamarono i marinai.
Or dunque, eccomi a bordo di quella pesante carcassa, in compagnia d'una dozzina
di marinai color dello zafferano e dalle zucche pelate, e sotto gli ordini d'un
imponente capitano nanchinese, grasso come un rinoceronte, con una coda lunga un
metro e sessantasei centimetri, e un paio di baffi senz'anima che gli scendevano
fino alla cintola. Senza che ve lo dicessi, voi sapete che i baffi di tutti i
cinesi non hanno fibra dura e che, invece di tenersi ritti, si curvano umilmente
verso terra. E' questione di razza.
Ve lo figurate voi il vecchio Catrame, cio no, poich allora io ero giovane e
la mia barba era ancora nera e la mia zucca capelluta, ve lo figurate, dico, in
compagnia di quel codato equipaggio, che quando parlava strideva come una lima
che morde il ferro e gorgogliava come la gola d'un capodoglio? Poi mangiava
tutto il giorno riso, servendosi di certe bacchettine d'avorio, e tutte le sere
s'ubriacava sconciamente d'oppio. Eh, se non ci fossi stato io a raddrizzare di
quando in quando la ribolla del timone o a dirigere la rotta, non so dove quella
povera giunca sarebbe andata a finire.
Ma io divago un po' troppo, come diceva ieri o l'altra sera il capitano, riprese
pap Catrame, gettando uno sguardo malizioso sul nostro comandante, e perci
torno all'argomento, tanto pi che comincio a sbadigliare a mo' di un orso che
non dorme da tre settimane
Adunque avevamo lasciato Canton diretti alle coste orientali dell'Australia,
onde cercare quei molluschi che somigliano a un cilindro coriacei, buoni da
nulla, ma che i cinesi apprezzano pi dei topi salati, del giovane cane in
stufato e della salsa di giang-seng. Si chiamano... Corpo di Giove!... hanno un
nome cos barbaro da far disperare un galantuomo... Ah!... s...
Oloturie o trepang, disse il capitano.
-Benissimo..., proprio cos;... olea..., olo... Ors, la mia lingua s'ingrossa
coi nomi barbari e non vuole pronunciarli; ma non importa l'ha detto il capitano
per me.
Bene o male, eravamo giunti sulle coste australiane, e dopo due mesi avevamo
fatto un carico completo di quei molluschi. Sciogliemmo le vele verso il Nord,
impazienti i miei camerati celestiali di rivedere le cupole a scaglie di ramarro
della loro Canton ed io di piantare quella poco allegra compagnia e la carcassa
che l'imbarcava.
Eravamo giunti nei pressi dello stretto di Torres e stavamo per imboccare quel
pericoloso passo, quando vidi il capitano curvarsi parecchie volte sul
coronamento di poppa e fare dei segni bizzarri.
Sorpreso e curioso, lo interrogai; ma era cosa tutt'altro che facile
l'intendersi; sicch non riuscii a comprendere nulla. Per istinto per sentivo
che qualche cosa di serio era avvenuto o stava per avvenire.
Infatti verso sera la nostra giunca, che pur era una discreta veliera, a poco a
poco cominci a rallentare la corsa, come il vascello di cui vi parlavo nel mio
precedente racconto.
Andai a trovare il capitano, che era seduto a poppa, per sapere il motivo di
quel rallentamento, ed egli si accontent di fare un gesto che poteva tradursi
con un: Aspettiamo, ch nulla posso fare. Mi rivolsi all'equipaggio, e tutti mi
fecero un gesto eguale. Lo sapevano il motivo o no? Non ne so pi di voi.
Intanto la giunca rallentava sempre; sentivo sotto la carena un certo dondolio
che nulla di buono pronosticava; eppure il vento soffiava sempre e il mare era
tranquillo entro lo stretto.
Salii sulla prua per meglio conoscere e spiegare quello strano fenomeno, quando
il legno si arrest cos bruscamente da farmi fare una brutta volata in mare.
Allorch tornai alla superficie mi sentii afferrare per un braccio e penetrare
nelle carni certi denti aguzzi come lame e solidi come fossero d'acciaio.
Allungai la mano libera e afferrai una specie di serpente lungo lungo; si
dibatteva il mostro, ma le mie dita erano robuste e non lasciai la preda finch
non la sentii come morta.
I celestiali, che si erano accorti del mio salto involontario, vennero in mio
aiuto con un canotto e mi trasportarono a bordo insieme col serpente. Voi forse
direte che io sognavo; eppure, appena misi i piedi sul ponte, la giunca riprese
le mosse e continu a navigare colla celerit di prima. Indovinereste quale
pesce avevo strangolato?
No, risposero tutti.
Una murena, che misurava due metri di lunghezza!...
Guardammo pap Catrame, che si era arrestato, chiedendogli cogli occhi che cosa
voleva dire; egli invece guardava noi, stupito della nostra sorpresa.
E che! esclam egli con superbo disprezzo, forse che non sapete cos' una
murena?
Un coro di proteste si alz fra l'equipaggio:
E' un'anguilla!...
Ne abbiamo viste delle centinaia.
Ne abbiamo mangiate delle dozzine.
E dunque! esclam il vecchio. Non sapete che le murene arrestano le navi? Ma che
razza di marinai siete voi (non parlo degli ufficiali), da ignorare una cosa
simile? Ne parlavano persino i romani, ai tempi di Remo e di Romolo, due
fratelli stati allattati da non so quale bestia: e voi, dopo non so quante
migliaia d'anni che questo fatto  constatato, voi, che siete o vi dite uomini
di mare, non conoscete ancora la potenza delle murene? Domandate un po' al
capitano se non fu una murena ad arrestare una nave di non so quale condottiero
romano, mentre inseguiva non so quale principe, o console, o imperatore. Oh! che
ignoranti!...
I marinai, confusi, rossi fino agli orecchi, guardarono il capitano, che penava
a frenare le risa.
Pap Catrame ha ragione: la storia ha registrato il fatto citato, rispose
questi.
Il mastro lasci andare due poderosi pugni sul barile e parve che fosse per
impazzire dalla contentezza, a quella solenne affermazione del nostro
comandante.
Avete capito, ragazzacci increduli? esclam con aria trionfante. Perfino i
romani del signor Remo e del signor Romolo conoscevano queste cose.
S, disse il capitano, tutti gli antichi popoli si sono occupati e non poco
delle murene, ed affermarono che queste specie di anguille sono capaci di
arrestare una nave, e la storia cita parecchi fatti.
E anche le adoravano, le murene, disse il mastro.
S, ma per ghiottoneria, rispose il capitano. Gli opulenti romani le allevavano
con cura in certe piscine appositamente scavate, le nutrivano senza risparmio,
somministrando loro perfino carne umana, davano a ciascuna un nome e le
ammaestravano, onde accorressero a baciare le loro mani. La bizzarria di non so
pi quale imperatore romano giunse al punto di adornare le sue murene con
pendenti d'oro.
Udite! esclam il mastro.
Ad un tratto il capitano incroci le braccia e, cangiando tono, disse:
Pap Catrame, ora basta! Che i romani ed altri popoli abbiano creduto che le
murene fossero cos potenti da arrestare una nave, padronissimi. Ma credi tu che
noi prestiamo fede a simili corbellerie? Ah no, perbacco! Vecchio Catrame,
t'inganni!
Il mastro, che era all'apogeo del suo trionfo, a quel cambiamento di tono e a
quelle parole illivid, e per poco non cadde dal barile.
Ma... come... i romani... borbott con filo di voce
Lascia andare i romani e le loro corbellerie. Io ti dico che sei pazzo se credi
che la tua giunca sia stata fermata dalla murena che ti morse. Nell'Oceano
Pacifico questi pesci sono grandi assai, ma incapaci di fermare nemmeno una
barca.
Eppure la giunca...
Si  fermata, vuoi dire. Io non so per quale motivo e fenomeno, ma suppongo che
navigasse sui bassifondi dello stretto, e tu sai che in quello di Torres sono
numerosi; la marea, che forse in quel momento montava, vi avr rimessi a galla
dopo pochi minuti. Ma levati dal capo la credenza che sia stata una murena. I
vecchi marinai, imbevuti di pregiudizi ed attaccati alle antiche leggende,
possono ancora prestare fede alle murene: noi no, pap Catrame... Prendi le tue
due bottiglie e va' a riposare la lingua e le stanche membra.
Il mastro non fiat pi. Si terse due goccioloni di sudore, non so se caldi o
freddi, prese le sue due bottiglie e discese barcollando nella sua cala.


La nave-feretro sul mare ardente


Le dure smentite del nostro capitano, il quale per altro non mirava che a
dissipare la nebbia d'antichi pregiudizi a pro del nostro equipaggio, al pari di
tutti gli altri fuor di misura ignorante e credulone, dovevano aver prodotto un
profondo effetto sul povero condannato.
Infatti l'indomani pap Catrame non comparve sul ponte, e quando fu sera non
lasci la cala. Lo si mand a chiamare dieci volte di seguito, ma fu
inflessibile. All'undicesima tir dietro al camerotto tutte e due le scarpe e
alla dodicesima scagli alle gambe d'un timoniere, che era sceso per persuaderlo
a salire, tutta la sua batteria di bottiglie, vuote, intendiamoci.
Il capitano lo lasci fare, gli mand anzi due fiaschi del vino suo pi gradito,
che il vecchio orso accolse con un brontolio di contentezza e che vuot subito,
poich mezz'ora dopo lo udimmo russare con tal fracasso da destare l'eco nella
stiva.
Il secondo giorno per, o, meglio la seconda sera, il mastro, riconoscente alla
cortesia del nostro allegro capitano, sal in coperta. Pareva contento: aveva un
sorrisetto misterioso sulle labbra e lanciava sul capitano degli sguardi
maliziosi. Che in quelle ventiquattro ore di riposo avesse scavato, nei suoi
vecchi ricordi, qualche fatto da imbarazzare il suo eterno contraddittore? Io lo
sospettai vedendolo cos di buon umore, mentre tutti credevano che fosse
imbronciato.
Quando ci vide attorno al suo barile, il suo sorriso misterioso divenne pi
marcato e nei suoi occhietti grigi brill un lampo.
Restano ancora due sere per espiare la mia pena, cominci egli. Ho narrato dei
fatti a me succeduti e mi avete riso sulla faccia come se vi narrassi delle
frottole inventate nell'oscurit della cala; ho citato nomi ed autori e voi
avete voluto sfatarli; ho creduto di divertirvi e invece mi avete trattato come
un buffone di qualche tirannello africano o peggio. Ritorno quindi alle storie
lugubri e paurose: quelle almeno sono certo che non le spiegherete, e chi non
vuole udirmi, vada a dormire. M'avete capito?
Se pap Catrame spera di vederci andare a dormire per risparmiare il resto della
sua pena, s'inganna, disse il capitano. Io rimango e aspetto l'undicesima
novella.
Anche noi! esclamarono in coro i marinai, che non avrebbero lasciati i loro
posti nemmeno per dieci boccali del miglior vino.
Pap Catrame fece un gesto dispettoso, ma dovette rassegnarsi, poich nessuno si
moveva. Storie allegre o tristi, doveva narrarle tutte.
Sta bene, diss'egli coi denti stretti; ma forse vi pentirete. La novella di
stasera s'intitola: La nave-feretro sul mare ardente.
Che storia  mai questa! esclam il capitano. Tu vuoi proprio spaventare i
mozzi.
Tanto meglio, rispose il mastro ruvidamente. A chi non accomoda il titolo, vada
a dormire.
Con tuo permesso rimarremo tutti qui, vecchio brontolone.
Pap Catrame scroll le spalle, si raccolse per alcuni istanti, poi cominci:
Vi narrer un'avventura assai bizzarra, forse la pi strana che mi sia toccata
in tanti anni di navigazione, e che non fui capace di spiegare mai, quantunque
mi sia torturato il cervello non so quante volte. Voglio vedere se il nostro
capitano  capace di fare un po' di luce su questo tenebroso fatto.
Speriamolo, pap mio, disse il capitano. Bada per che sia una storia vera.
E' toccata a me, e questo pu bastarvi per credere alla esattezza
dell'avventura. Ditemi innanzi tutto: avete mai udito parlare della
nave-feretro? Si dice, e non da ora, ma da molti, moltissimi anni, che di quando
in quando si incontra un vascello tutto nero che veleggia da solo, senza aver
bisogno d'un equipaggio che lo manovri e lo guidi, che porta con s un carico
completo di feretri.
Le leggende di molti popoli non solo europei ma anche di altri continenti,
dicono che quel vascello fantasma racchiude le salme di marinai morti durante le
tempeste, o quelle dei pi valenti guerrieri spenti combattendo sul mare per
sante cause, o i cadaveri di quegli audaci scorrazzatori del mare che si
chiamarono normanni, tutti resti di persone affidate all'oceano da secoli e
secoli e riunite sulla nera nave. Cosa ci sia di vero in tutto ci, io lo
ignoro; ma che la nave-feretro esista  vero, poich io l'ho incontrata e l'ho
veduta coi miei occhi.
Tu! esclam il capitano con tono incredulo.
Io, signore, rispose il mastro con voce solenne, io!...
Udiamo adunque questa bizzarra avventura, riprese il capitano Se  vera, non so
come potr spiegarla.
Non la spiegherete, signore: ve l'assicuro, rispose il mastro.
Mi ero arruolato su di un brigantino messicano che faceva il traffico con la
Cina ed il Giappone, attraversando tre o quattro volte all'anno l'Oceano
Pacifico settentrionale. Avevamo lasciato il porto di Callao sul finire della
primavera, se ben ricordo, diretti al Giappone, dove contavamo di fare un grosso
carico di seta per le bellezze americane.
Il buon vento, che in quella stagione spira quasi sempre in favore delle navi
che vanno dall'oriente verso l'occidente, in quindici giorni ci aveva spinto
fino al 220 parallelo senza che alcun avvenimento turbasse la calma che regnava
a bordo, quando un giorno, pochi minuti prima che calasse il sole, facemmo una
strana scoperta.
Mentre stavamo terminando la nostra cena, un gabbiere che si trovava sulla coffa
di maestra occupato a fare un legaccio a un boscello(17), ci segnal un
bastimento che navigava parallelamente a noi, a una distanza di quattro miglia.
Non era una cosa straordinaria di certo, quantunque in quella porzione d'oceano
sia abbastanza raro un tale incontro. Essendosi per il giorno precedente
manifestato un guasto nella nostra bussola, il capitano volle approfittare di
quella occasione per chiedere alla nave segnalata la giusta rotta, e diresse il
brigantino verso il Nord.
Mezz'ora dopo, noi eravamo ad un miglio dal vascello, sicch potemmo osservarlo
a nostro agio. La sua andatura, la sua immersione e la disposizione delle sue
vele attrassero la nostra attenzione.
Era un grande veliero tutto dipinto in nero, coi suoi tre alberi carichi di
tela, ma coi pennoni orientati gli uni sottovento e gli altri sopravvento, senza
regola, ed era cos immerso che l'acqua giungeva fino agli ombrinali(18). Ma,
cosa ancora pi sorprendente, non portava alcuna bandiera, e n sul ponte di
comando, n sul cassero di poppa, n sul castello di prua, n in coperta si
vedeva alcun marinaio.
Il nostro capitano, ritenendo che gli uomini fossero sdraiati dietro alle murate
di babordo o dietro alle imbarcazioni, fece spiegare le bandiere dei segnali,
pregando quell'equipaggio invisibile di porsi in panna; ma nessuno apparve!
Converrete che la cosa era strana. O l'equipaggio si era ubriacato e dormiva
della grossa, o quella nave era stata abbandonata per qualche motivo. Eppure
senza bisogno di braccia continuava a navigare, filando pi di noi. Sparammo un
colpo di spingarda, ma non ottenemmo miglior frutto: nessun uomo comparve,
nessuno ci rispose.
Essendo calata in quel frattempo la notte, la nave misteriosa scomparve nelle
tenebre; per, qualche ora dopo, e da lontano, scoprimmo parecchie fiammelle che
brillavano distintamente fra la profonda oscurit.
Da che provenivano? Non riuscimmo a saperlo; non essendovi per alcuna terra in
vista, arguimmo che quei fuochi dovevano brillare sul vascello poco prima
segnalato.
Lascio immaginare a voi a quante chiacchiere diede luogo quel misterioso
incontro. Alcuni dicevano che forse quella nave era montata da pirati, i quali
dovevano aver avuto paura di noi; altri che era il vascello fantasma
dell'olandese maledetto; altri ancora asserivano invece, e con tutta seriet,
che doveva essere la nave-feretro, anzi aggiungevano che appunto in quella
porzione dell'Oceano Pacifico era stata incontrata pochi anni prima da un
capitano di Acapulco.
Tutta la notte vegliammo attentamente in coperta, temendo che il triste legno da
un istante all'altro ci investisse o ci facesse qualche brutto gioco; ma nulla
apparve sulla fosca linea dell'orizzonte. Soltanto un gabbiere assicur di aver
veduto ancora, fra le undici e la mezzanotte, brillare quelle fiammelle che ci
avevano tanto spaventati.
Finalmente l'alba, cos ansiosamente attesa, spunt, e l'oceano apparve
completamente libero: la nave incontrata la sera precedente era scomparsa!...
Trascorsero tre giorni, durante i quali essa pi non riapparve, bench
l'equipaggio intero vegliasse attentamente e per turno, ed un uomo si tenesse
sulla crocetta di maestra, munito d'un potente cannocchiale.
Cominciavamo gi a rassicurarci, quando al tramonto del quarto giorno il nostro
timoniere grid:
Nave sottovento!...
Salimmo tutti in coperta e distinguemmo infatti, verso il Nord, un tre-alberi di
dimensioni non comuni; ma la distanza era tale da non permetterci di osservarlo
minutamente.
Un gabbiere si iss sulla crocetta e punt un cannocchiale in quella direzione.
E' la nave-feretro! esclam.
Mettete la prua al Nord e si spieghino i coltellacci e gli scopamari(19)!,
comand il nostro capitano. Voglio vedere chiaro in questa misteriosa avventura.
Quantunque fossimo tutti impressionati, anzi, se devo dire esattamente la
verit, vivamente spaventati, temendo quell'incontro, obbedimmo, e il nostro
brigantino fil come una rondine marina verso il Nord, alla caccia del vascello
fantasma.
La nostra velocit cresceva di minuto in minuto; ma anche quella del vascello
inseguito, che forse era meglio costruito e che portava pi vele di noi, era
rapida, poich la distanza non scemava che lentamente.
Anche quella volta giungemmo a un miglio di distanza; indi le tenebre calarono e
non riuscimmo pi a distinguere nulla. Per avevamo avuto tempo di osservare che
il ponte della nave era sempre deserto, che la sua immersione si manteneva come
prima, e che i suoi pennoni non avevano subito alcun cambiamento, quantunque il
vento avesse preso diversa direzione.
Cercammo tutta la notte, ora dirigendoci verso il Nord, ora verso l'Ovest, ma
senza risultato; nemmeno le fiamme apparvero, cosicch, non potendo proseguire
in modo alcuno, fummo costretti ad abbandonare le nostre ricerche con grande
rincrescimento del capitano, che contava di fare una grossa preda, giacch
quella nave sembrava abbandonata dal suo equipaggio.
Noi per eravamo convinti che fosse la nave-feretro ed infatti non dovevamo
tardare ad averne la prova
La sesta sera nulla apparve nel momento in cui il sole tramontava; ma pi tardi
accadde un avvenimento straordinario, che spavent tutti, eccetto il capitano.
Erano le undici. Il nostro brigantino navigava colla velocit ridotta, essendo
il vento alquanto forte, e colla prua sempre all'Ovest, quando scorgemmo tutto
ad un tratto, ad una grande distanza, un vivo chiarore.
Si sarebbe detto che il mare era in fiamme, o che sotto le onde splendeva un
altro sole, o che avvampava un vulcano. Si vedevano guizzare in tutte le
direzioni lingue rosse, azzurre o verdastre. colle selvagge contrazioni dei
serpenti; balzavano per ogni dove fasci di scintille ogni volta che le onde
fosforescenti s'urtavano, e sotto a quella specie di distesa di bronzo
liquefatto, si distinguevano dei ribollimenti strani che parevano prodotti da
legioni di mostri contorcentisi.
Cos'era? Il capitano diceva che era una fosforescenza marina d'un chiarore
ammirabile, prodotta da ammassi enormi di certi pesci o da miriadi di uova; ma
nessuno di noi gli credeva, quantunque non ignorassimo che anche gli scienziati
hanno dato tale spiegazione di siffatto fenomeno.
Ci dirigemmo a quella volta e, giunti sull'estremo lembo di quel mare ardente o
fosforescente che fosse, vedemmo ferma, proprio nel mezzo, una massa nera che
spiccava nettamente su quel fondo scintillante. La riconoscemmo di colpo.
La nave-feretro! gridammo tutti.
Finalmente! esclam il nostro capitano. Avanti!
Invece di ubbidire, il timoniere lasci la ribolla e i gabbieri abbandonarono i
bracci delle manovre, dichiarando formalmente che nessuno lo avrebbe seguito.
Perbacco! Non avevamo alcuna intenzione di andarci ad impacciare col vascello
dei morti! E fummo ben contenti di rimanere a bordo.
Vedendoci risoluti e decisi a ribellarci se avesse insistito, il nostro capitano
fece calare una scialuppa in mare e discese solo, dicendoci:
Aspettatemi qui adunque: la preda sar tutta mia.
Afferr i remi e con un coraggio ammirabile entr nel mare fosforescente,
dirigendosi verso la nave misteriosa. Arrancava con sovrumana energia, facendo
volare sotto i colpi di remo sprazzi di scintille, e teneva gli occhi
costantemente fissi sul tre-alberi, che era perfettamente immobile, quantunque
avesse sempre le vele sciolte e il vento soffiasse ancora.
Di mano in mano che la scialuppa si allontanava, invece di sembrare pi piccola,
sia che un fenomeno d'ottica ovvero il terrore ci falsasse la vista, pareva
assumere proporzioni gigantesche e che il nostro capitano diventasse sempre pi
grande.
Finalmente lo vedemmo raggiungere la nave, deporre i remi e balzare sopra le
murate che erano a fior d'acqua.
Quasi nel medesimo istante, come se quello fosse stato un segnale, la luce
intensa che si stendeva sotto le onde si spense bruscamente, e tutto divenne
oscuro come il fondo di un barile di catrame!...
Il nostro terrore accrebbe smisuratamente quando, in mezzo al profondo silenzio
che regnava fra le tenebre, ci giunse agli orecchi un grido acuto che veniva dal
largo, come un grido d'orrore.
L'aveva emesso il nostro capitano, o qualche altro essere umano? Attendemmo col
cuore stretto dall'angoscia, ma non udimmo pi nulla, n vedemmo ritornare la
scialuppa.
Passarono due, tre, quattro ore, ed il nostro comandante non riapparve. Il
terrore cresceva a bordo di momento in momento, e nessuno ardiva slanciarsi
verso la nave misteriosa: eravamo istupiditi dallo spavento.
Verso le quattro udimmo improvvisamente a prua un urto. Facendoci coraggio uno
coll'altro, salimmo sul castello e scorgemmo la scialuppa del capitano, che le
onde o qualche corrente marina o il flusso avevano ricondotta verso di noi.
Gettammo una corda munita d'un uncino e la rimorchiammo fin sotto la scala. Solo
allora ci accorgemmo che dentro vi giaceva il nostro capitano!
Lo portammo a bordo: non dava quasi pi segno di vita, era bianco come un cencio
lavato, bagnato di freddo sudore e i capelli gli erano incanutiti tutti.
Abbandonammo subito quei paraggi funesti, temendo che una grave sciagura
cogliesse anche noi.
Al nostro povero capitano vennero prodigate le pi affettuose cure, ma non
rinvenne che il giorno seguente. Le prime parole che pronunci furono queste:
I feretri!... Quanti feretri!...
Poi fu subito assalito da un delirio furioso, durante il quale non faceva altro
che parlare di morti e di sepolture. Dai suoi discorsi riuscimmo a capire che
quella nave era piena di casse contenenti centinaia di morti.
Non vi era pi dubbio: avevamo incontrato la nave-feretro!...
Il delirio del nostro capitano non cess piu; il disgraziato era diventato pazzo
furioso. Mor tre giorni dopo il nostro arrivo al Giappone e le sue ultime
parole furono:
I feretri!... I feretri!... Oh! le orribili code!...
Ora quel coraggioso capitano, vittima della propria audacia, riposa nel piccolo
cimitero europeo di Yokohama. Pace alla sua salma!...
Pap Catrame tacque per alcuni istanti, poi, guardando il nostro comandante, gli
chiese a bruciapelo:
Cosa ne dite voi?...
Il capitano invece di rispondere si alz, prese pap Catrame per un braccio, lo
fece sedere fra l'uditorio e, accomodatosi sul barile, reclam con un gesto il
silenzio di tutti.
Noi, sorpresi per quella novit e curiosi di sapere cosa stava per succedere,
aprimmo ben bene gli occhi, tenendoli fissi su di lui. Anche il vecchio mastro
era sorpreso, ed era diventato un po' inquieto.
Dovete sapere, miei lupicini, cominci il nostro capitano, che esiste un popolo
industriosissimo, d'una frugalit senza pari, di un'avarizia incredibile, il
quale ha una tendenza assai accentuata per l'emigrazione.
La terra che egli occupa  d'una fertilit prodigiosa, le sue ricchezze minerali
sono incredibili, l'industria occupa milioni di braccia; ma non basta per
mantenere tutto quel popolo, che  il pi numeroso dell'Asia, poich la sua
cifra ascende a circa quattrocentocinquanta milioni.
Adunque una parte di quel popolo  costretta ad emigrare, sebbene la sua
emigrazione non sia di lunga durata. Lascia la patria momentaneamente, invade le
contrade pi ricche del globo, si adatta a tutti i lavori dai pi lucrosi a
quelli pi meschini, mangia quel tanto che basta per tenersi in piedi, accumula
soldo su soldo, e un bel giorno ritorna all'ombra delle sue pagode a scaglie di
ramarro, dei suoi tetti di porcellana, delle sue splendide torri a nove piani
con le pi ardite arcate.
Muoiono taluni di quegli emigrati in terra straniera? Non importa: la loro salma
riposer egualmente sulla terra della patria, e i bonzi(20) del suo villaggio o
della citt andranno egualmente a pregare sulla sua fossa.
Questo popolo, voi l'avrete indovinato gi,  il cinese.
Alcuni anni or sono, i figli del Celeste Impero avevano fissato gli sguardi
sulle coste americane bagnate dalle onde dell'Oceano Pacifico. La notizia della
favolosa scoperta dell'oro nella nuova California aveva attraversato l'oceano,
ed ecco salpare a migliaia e migliaia i codati figli del Celeste Impero, avidi
di approdare anch'essi a quella preziosa regione.
Bastarono pochi anni, anzi pochi mesi si pu dire, perch tutte le coste fossero
infestate da quegli emigrati. Il piccolo commercio cadde in gran parte nelle
loro mani, invasero tutti i posti disponibili, cacciarono i braccianti e gli
artieri, facendo loro una guerra accanita a colpi di ribasso sulle mercedi, e le
loro colonie in breve divennero numerose e fiorenti.
Ma il clima nuovo, le privazioni che s'imponevano per accumulare rapidamente
grandi ricchezze, le fatiche od altro, facevano dei grandi vuoti fra quella
popolazione di emigrati, e moltissimi non ritornarono pi in patria a godere i
risparmi e a riposare sul suolo natio. E il morire all'estero rincresceva assai
ai gialli figli del Celeste Impero.
Gli intraprendenti americani fiutarono un buon affare, ed una societ si
costitu in breve, offrendo agli emigrati cinesi di trasportare in patria le
salme dei loro compatrioti.
Ecco comparire adunque le navi-feretro, lugubri vascelli che salpavano con un
carico completo di morti.
Con un processo speciale si impediva al morto di infracidire subito, lo si
rinchiudeva in un feretro, lo si portava a bordo e dopo cinque o sei settimane
lo si sbarcava nei porti del Celeste Impero, e i parenti lo tumulavano nella
terra natia.
Queste navi esistono ancora, salpano ogni mese da San Francisco di California o
da Monterey, e i soci della compagnia fanno splendidi guadagni alle spalle dei
poveri morti. Cosa ne penserete ora dell'incontro fatto da mastro Catrame?
Che era una nave piena di cinesi morti portati in patria, risposero i marinai,
ridendo come pazzi, mentre il viso di pap Catrame si allungava a vista
d'occhio.
E' proprio cos, vecchio mastro, disse il capitano. La nave dei morti, che hai
veduto, non era altro che una nave-feretro americana che trasportava verso la
Cina un carico di defunti. Ignoro i motivi che avevano costretto l'equipaggio
americano ad abbandonarla; ma forse si era aperta improvvisamente una falla, che
poi si rinchiuse forse per qualche feretro incastratosi nell'apertura o per
altra cagione.
Avendo ancora le vele sciolte, pot continuare a navigare, finch trov un
ostacolo, forse un banco sottomarino che l'arrest. Se il tuo capitano non
avesse ignorato l'esistenza delle navi-feretro della compagnia americana, non
sarebbe diventato pazzo per lo spavento; e forse a quest'ora sarebbe ancora vivo
ed occupato a vuotare un buon fiasco di mezcal(21) in qualche ottima posada(22)
di Acapulco...
Si alz e, battendo una mano sulle spalle del mastro che era diventato
pensieroso:
Hai compreso? disse: bada, pap Catrame, di non sognare la nave-feretro ed i
suoi morti.
Ci allontanammo, chi per montare il quarto di guardia e chi pel recarsi a
dormire; ma il mastro rimase seduto al suo posto, immerso in profondi pensieri.


L'apparizione del naufrago


La condanna di pap Catrame stava per terminare; ancora una novella e poi la sua
lingua, dopo tanto lavoro, doveva alfine riposare, e molto probabilmente per un
bel pezzo. Era per tempo: poich la nostra nave stava per avvistare le coste
indiane, e se il vento avesse continuato a mantenersi buono, il giorno seguente
dovevamo scoprire le vette delle grandi montagne.
Disgraziatamente per mastro Catrame, che calcolava appunto su quel vento per
giungere in India prima della sera e quindi evitare la novella che gli restava
da raccontare, alla notte successe una calma quasi completa, che dur per tutto
il giorno.
Quando il sole scomparve, eravamo ancora assai lontani dalla costa, forse un
trecento miglia. Pap Catrame parve dapprima contrariato e tard una buona
mezz'ora prima di lasciare la cala; ma finalmente risal sul ponte e non ci
sembr di cattivo umore.
Forse si consolava pensando che era l'ultima sera. Chiss per se invece non gli
spiacesse di finire la pena, addolcita dalle eccellenti bottiglie del nostro
capitano? Amava tanto quel delizioso Cipro, che non gli si faceva ingiuria a
pensarlo.
Animo, pap Catrame, disse il capitano, quando lo vide seduto sul famoso barile:
tira fuori la tua miglior novella, allegra o funebre non importa; ma bada che
sia interessante. Se piacer a tutti, in compenso ti regaler... Indovina.
Due bottiglie, rispose il mastro, leccandosi le labbra.
No: il barile che ti serve da trono.
Cosa volete che ne faccia?
Per Giove! Lo spillerai, vuotandolo un po' per sera, ma senza ubriacarti,
veh!...
Me lo darete pieno? chiese il vecchio, i cui occhi brillarono di cupidigia.
Pieno, e di quel Cipro che tanto ti piace.
Ventre di balena! Mi ubriacher un'altra volta per guadagnare un altro barile.
Alto l! pap Catrame: ch alla seconda sbornia ti cambio pena e ti carico di
ferri per un mese. Sai il proverbio: Uomo avvisato... con quel che segue. Ora
lasciamo le chiacchiere e narraci la tua ultima novella.
Il titolo! esclamarono tutti.
L'apparizione del naufrago, rispose pap Catrame. Fate silenzio e lasciatemi
parlare.
Stava per aprire la bocca, quando lo vedemmo improvvisamente trasalire e poi
diventare pallido pallido, mentre la fronte gli si imperlava di sudore. Il suo
viso manifestava una viva ansiet.
Cosa avete? chiedemmo.
Ti senti male, pap Catrame? domand alla sua volta il capitano alzandosi.
Il mastro non rispose: pareva che ascoltasse con profondo raccoglimento.
Non avete udito nulla? chiese egli, dopo qualche istante.
Nulla, rispondemmo stupiti.
Egli mand un gran sospiro, poi, tergendosi il sudore, mormor:
Mi pareva di averla udita.
Che?... chiese il capitano.
La voce di mastro Aniello.
Chi  questo Aniello?...
Un mio amico morto sul mare... To'! E' strano... si direbbe che  una mania...
eppure mi pare sempre di udire quel grido tutte le volte che penso a lui!...
Quanti misteri nasconde questo mare!...
Pap Catrame tacque: pareva che ascoltasse ancora: ma non si udivano che i
sibili del venticello notturno attraverso l'attrezzatura e il gorgoglo
dell'acqua, tagliata dall'acuto sperone del veliero.
Nessuno di noi osava rompere il silenzio di quel vecchio originale: si sarebbe
per detto che una vaga paura ci aveva invasi, e anche il capitano pareva, forse
per la prima volta, impressionato.
Finalmente pap Catrame si scosse, si pass una mano sulla fronte quasi volesse
cacciare lontano da s non so quale doloroso ricordo, poi cominci:
Non avete mai udito parlare dell'apparizione dei naufraghi? Io non avevo mai
creduto che un amico affezionato o un parente adorato potesse ricomparire dopo
la sua morte; ma ho dovuto arrendermi all'evidenza di questo strano fenomeno, se
fenomeno pu chiamarsi.
Le leggende del mare sono piene di tali apparizioni, e, per quanto sembrino
incredibili, vennero registrate da molti e molti autori.
I bretoni affermano che, quando un marinaio muore durante una tempesta,
comparisce la notte seguente sulle spiagge del paese natio e ne d l'annuncio
con grida lamentevoli; che quando una moglie muore nella propria casa, apparisce
al marito che si trova lontano, sullo sterminato mare, fra le onde del primo
uragano.
Anche gl'inglesi credono a queste apparizioni:  nota la storia dell'apparizione
di una giovane donna, annegatasi sul mare e che per lungo tempo fu vista
aggirarsi sulle spiagge gallesi coperta di alghe e di conchiglie, e si dice che
ancora oggi, durante certe notti oscure e tempestose, se ne odono i lamenti; ed
 pure nota e ancora commentata in tutta la marina britannica la fine miseranda
d'uno dei pi brillanti e audaci ufficiali di mare, diventato pazzo in seguito
ad un bacio ricevuto da sua sorella morta in Inghilterra, la quale gli era
apparsa nella cabina nello stesso momento in cui cessava di vivere.
Se dovessi citare tutti i racconti che corrono fra gli equipaggi dei due mondi,
non finirei pi. Mi contenter di raccontarvi ci che tocc a me, alcuni anni or
sono, nell'Atlantico settentrionale, a mille e duecento miglia dalle coste
europee.
Vi presento un bel tipo di marinaio innanzi tutto: mastro Aniello. Eravamo
cresciuti assieme, ci eravamo imbarcati come mozzi assieme e sullo stesso
vascello, e ci volevamo un gran bene, come se fossimo fratelli.
Quando giungevamo in qualche porto, scendevamo sempre in compagnia, e che
bevute, figlioli miei! Erano bei tempi quelli: le tasche sempre piene, e poi
giovani tutti e due. Del vino ne abbiamo ingollato tanto da far navigare una
corvetta di prima classe.
Un giorno per, il diavolo volle metterci la sua coda, e la nostra amicizia sub
un fiero colpo. Mastro Aniello aveva messo gli occhi su di una bruna figlia
della sua terra nata; il suo cuore prese fuoco come le ardenti lave
dell'Etna... e la spos. Pare impossibile! Un marinaio di quello stampo,
innamorarsi di una donna!... Uh! quando ci penso, getterei in mare il mio
berretto!...
Ci lasciammo, amici sempre, ma non pi fratelli come prima. La donna gli aveva
rubato il cuore, e per me non ne restava che un briciolo grosso quanto il
salivagnolo che tengo in bocca. Passarono parecchi anni senza che io nulla
sapessi di lui, quando me lo vidi giungere sul vascello che montavo, non ricordo
pi se in un porto della Turchia o della Spagna. Si era arruolato in qualit di
quartiermastro fra il nostro equipaggio.
Ma non era pi il mio Aniello d'un tempo, allegro, buono, senza pensieri pel
capo. Era invecchiato di dieci anni, triste, taciturno, d'un umore sempre nero.
La sua donna era morta, la sua barca da pesca era andata a picco in una notte
tempestosa, ed egli era ridiventato marinaio; ma si vedeva che ancora piangeva
la bruna figlia del paese nato, e come la piangeva!... Guardate un po' cosa
doveva toccare a quel lupo di mare!... Ventre di foca... Non l'avesse mai veduta
quella donna!...
Dunque mastro Aniello era diventato irriconoscibile: parlava solo di rado,
viveva da parte e non beveva quasi pi. Eh! se avesse vuotato delle bottiglie,
l'umor nero se ne sarebbe andato qualche volta; ma non c'era verso che volesse
arrendersi ai miei ottimi consigli.
Bei consigli d'ubriacone! esclam il capitano.
Pap Catrame finse di non intendere e continu:
Una sera ci trovavamo circa trecento miglia lontano dalle coste dell'America
settentrionale. Il tempo era cattivo: soffiava un ventaccio rigido che veniva
dai banchi di Terranova e le onde montavano all'assalto del nostro vascello come
un branco di molossi affamati, urlando su tutti i toni.
Io ero di guardia alla ruota del timone e mi affaticavo a mantenere il legno
sulla buona rotta, quando vidi avvicinarsi a me mastro Aniello, col viso
scomposto e gli occhi stravolti.
Catrame, mi disse, credi tu che i morti ritornino?
Che ubbe ti saltano pel capo? risposi. Ti pare che questo sia il momento di
parlare di cose cos lugubri? Va' a bere una bottiglia, Aniello, e scaccia le
melanconie.
Egli croll il capo e riprese:
Dunque tu non credi?
No, risposi.
E cosa diresti se io ti dicessi che poco fa, dinanzi alla prua della nave, fra
due onde, ho veduto apparire la mia donna?
Lo guardai rabbrividendo; mi ricordavo della storia dell'ufficiale inglese, e
non ignoravo le dicerie dei marinai bretoni.
Hai veduto male, Aniello, diss'io, cercando di apparire calmo.
Egli mand un profondo sospiro e mi lasci, mormorando non so quali parole.
L'indomani, quando lo rividi sul ponte, mi parve che fosse pi triste del
solito. Sal sul castello di prua senza guardarmi in viso, e stette l parecchie
ore, immobile, col viso alterato, gli occhi fissi fissi sulle onde e le braccia
strettamente incrociate.
Povero Aniello!... Cercava fra quelle onde l'apparizione veduta nella notte? O
forse il suo cervello non era pi fermo come prima e gli danzava nella zucca? Lo
lasciai fare, ma non lo perdetti d'occhio, poich sentivo per istinto che quel
disgraziato doveva finire male la sua vita.
Da quel giorno infatti notai che cercava avidamente la morte. Si esponeva dove
le onde si rovesciavano con maggior furia sul nostro legno; s'avventurava, con
una temerit che faceva raddrizzare i capelli sulle pi alte cime della
alberatura e si spingeva fino all'estremit dei pennoni, anche durante le pi
fiere tempeste, per fare un nodo o per aggiustare una fune.
Invano io lo rimproveravo e gli dicevo che simili prodezze bisognava lasciarle
ai mozzi, pi agili e pi lesti di lui: crollava il capo, mi faceva cenno di
tacere e mi lasciava l senza pronunciare una sola parola.
Eravamo giunti a mezza via fra l'America e l'Inghilterra, quando fummo sorpresi
da un violentissimo uragano, uno dei pi formidabili che io abbia veduti e
provati.
Il nostro vascello pareva che fosse diventato un semplice guscio di noce.
Rollava disperatamente, s'inabissava fino al capo di banda, imbarcava ad ogni
istante vere montagne d'acqua e si rovesciava sui fianchi con tale violenza da
farci ruzzolare come botti, da babordo a tribordo.
Quantunque fosse ancora giorno, l'oscurit era quasi completa. Si sarebbe detto
che il sole era andato a passeggiare nell'altro emisfero e che le tenebre si
erano imposte alle nubi.
Ad un tratto si spezza l'alberetto di maestra, rimanendo sospeso per un semplice
paterazzino(23). Il vento e le onde gl'imprimevano tali scosse, da temere che da
un istante all'altro ci piombasse sul capo.
Nessuno ardiva salire lass per spingerlo in mare, poich la furia del vento era
tale da trascinare con s l'uomo pi saldo e robusto.
D'improvviso apparisce sul ponte mastro Aniello. Vede l'alberetto e si slancia
verso le griselle(24) per salire.
Compresi che quell'uomo andava a cercare la morte. Lo raggiunsi nel momento in
cui stava per montare sui primi scalini.
Disgraziato, cosa fai? gli chiesi. Non vedi che lass vi  la morte?
Egli mi guard con due occhi che mandavano vivi bagliori, con due occhi da
pazzo, e sorrise tristemente.
La morte!... esclam con voce rauca. Forse che Aniello la teme? Va', Catrame, e
se muoio, ricordati di me.
Con una spinta irresistibile mi allontan, poi sparve fra l'oscurit, e mentre
saliva, lo udivo ridere, ma d'un riso che faceva fremere e raggrinzare il cuore.
Alla vivida luce d'un lampo lo vidi sull'alto dell'albero lottare contro il
vento che cercava di spingerlo nello spumeggiante abisso, inerpicarsi sulle
esili griselle delle crocette, poi afferrare l'oscillante alberetto.
Cosa accadde poi? L'oscurit non mi permise di vedere altro; ma d'improvviso
udii echeggiare tra i fischi del vento e i muggiti dell'oceano un urlo acuto,
terribile, e distinsi a stento una massa confusa piombare fra le onde. Mastro
Aniello era caduto insieme coll'alberetto e il mare li aveva inghiottiti
entrambi!...
Pap Catrame si arrest: era pallido e sulla sua fronte rugosa vidi apparire
delle grosse gocce di sudore.
Sembrava che ascoltasse di nuovo: si era curvato verso il tribordo e impallidiva
sempre pi. Ascoltammo anche noi; fosse illusione od altro, udimmo o ci sembr
di udire in lontananza un grido che pareva d'uomo.
Avete udito? chiese mastro Catrame, con voce alterata.
Non ho udito nulla, rispose il capitano.
Eppure!...
Hai scambiato qualche scricchiolio del legname con un grido. Tira innanzi, pap
Catrame, che sono curioso di sapere come termina la tua storia.
E' una cosa strana, riprese il vecchio marinaio, come parlando fra s. Ho sempre
quel grido straziante negli orecchi, quel grido che mi parve come un ultimo
addio dell'amico d'infanzia!... Povero Aniello! Chiss quale pensiero gli pass
pel capo, nel momento in cui piombava nell'oceano dall'alto della crocetta!
Ors, pensiamo ad altro.
Tutte le manovre tentate per salvare quel disgraziato, riuscirono vane.
L'uragano ci trascinava verso l'Est con furia irresistibile, e l'amico mio trov
fra le onde la morte, che con tanta ostinazione cercava.
Da quel momento cominciai a provare delle misteriose paure e quasi quasi dei
rimorsi. Se gli avessi impedito di salire su quell'albero, forse sarebbe ancora
vivo. Sia maledetta quella notte!...
Per lungo tempo fui in preda ad una viva agitazione e negli orecchi avevo sempre
quelle parole che egli mi aveva dette pochi giorni prima che morisse: Catrame,
credi tu che i morti ritornino?...
Devono ritornare, s, checch ne dicano gli spregiudicati, e anche Aniello
doveva tornare. Lo sentivo attorno a me, sebbene non lo vedessi ancora. Quando
di notte io scendevo nella cala, mi pareva di veder dinanzi a me un'ombra pi
nera e pi densa delle tenebre; udivo dei fruscii strani nelle corsie della nave
e, quando mi trovavo solo, tintinnare i bicchieri e le bottiglie e oscillare la
mia branda, anche se il mare era perfettamente tranquillo.
Avr sognato forse, quantunque so che ero desto; ma una notte sentii due labbra
gelide posarsi sulla mia fronte e un'altra-volta svolazzare qualche cosa attorno
al viso. In quei momenti, sempre mi tornava alla memoria quella frase: I morti
ritornano, e sentivo agghiacciarmi il cuore.
Erano passati due mesi. Avevamo toccato le coste inglesi ed eravamo ripartiti
per quelle americane con un carico di cotoni lavorati.
Una sera, mentre ci trovavamo presso a poco nel punto dove si era inabissato
mastro Aniello, nello scendere nella stiva udii distintamente un grido che
pareva sorgesse dalle profondit dell'oceano. Era il grido echeggiato fra
l'uragano due mesi innanzi, era quello emesso da Aniello nel momento in cui
piombava gi dall'albero.
Atterrito, risalii in coperta e mi diressi a prua, spinto da una forza
misteriosa. La notte era cupa: soffiava forte il vento, e il mare si rompeva
furioso contro il nostro veliero.
D'improvviso, a una gomena di distanza, vidi apparire sulla superficie
dell'oceano un largo flotto di spuma, poi balzare su un alberetto, e aggrappato
a quello un uomo.
L'apparizione si spieg manifesta sulle onde e distinsi nettamente mastro
Aniello, coperto di conchiglie e di alghe marine. Mi guard per alcuni istanti,
mi fece un segno colla destra a mo' di saluto, poi s'inabiss in mezzo ad un
cerchio fosforescente che spiccava vivamente fra la profonda oscurit.
Voi direte che in quel momento io sognavo, o che il mio cervello non era a
posto, o che i miei occhi hanno creduto di vedere; ma io vi rispondo di no! Ero
sveglio come sono ora, il vento era gelido e non permetteva di sognare o di
dormire in piedi, n avevo assaggiato un sorso di vino o di liquore.
Rimasi come inchiodato sul castello di prua, pazzo di terrore, cogli occhi fissi
sul muggente oceano, parendomi sempre di vedere riapparire il morto, e nei miei
orecchi sentivo risuonare dei funebri rintocchi, come quella notte terribile in
cui udii la campana dell'inglese Morthon.
Quando mi tolsero di l, poich da solo non sarei stato capace di fare un passo,
io deliravo. Caddi ammalato, non so se per lo spavento o per l'emozione provata,
e nei miei deliri mi pareva di sentire sulla fronte il freddo bacio di mastro
Aniello e di vedermelo ricomparire dinanzi pallido come i morti, seminudo e
cogli occhi sbarrati, fissi su di me, come in quel momento in cui lo vidi
sorgere dagli abissi dell'oceano, tra il candido flotto di spuma.
Guarii..., le visioni sparvero..., la paralisi che mi colse pass... trascorsero
molti anni..., eppure tutte le volte che mastro Anielllo mi torna alla memoria,
odo ancora quel grido straziante, e chiss... forse non cesser se non colla mia
morte...
Mastro Catrame tacque, chinando il capo sul petto. Nessuno osava parlare:
eravamo anche noi impressionati vivamente da quella triste storia. Anche il
capitano taceva e mi pareva che fosse diventato pallido come il vecchio
marinaio.
Per parecchi minuti un profondo silenzio regn a bordo del nostro legno, appena
rotto dal flebile lamento del vento e dal frangersi delle onde. Ad un tratto il
capitano si scosse e, guardando il mastro, che continuava a tacere:
Hai sognato, pap Catrame, disse.
Il vecchio croll il capo.
No, rispose poi.
La paura ti ha fatto vedere l'amico tuo.
No, ripet il mastro.
Forse fu una...
E' inutile! esclam il mastro con tono energico. I naufraghi riappariscono!...
In quell'istante sul mare s'alz un grido acuto, un grido che pareva voce umana.
Balzammo tutti in piedi lividi pel terrore, mentre mastro Catrame precipitava
dal barile, urlando con voce strozzata:
Lo udite?... E' lui!...
Il capitano era impallidito come noi.
E' impossibile! esclam.
Il grido si fece riudire, e questa volta pi chiaro e vicino.
E' lui! ripet mastro Catrame con voce tremante.
Il capitano fece un gesto di furore e si slanci verso la murata prodiera,
mentre tutti gli altri si stringevano attorno al vecchio marinaio.
Uno scroscio di risa echeggi a prua.
Ah! un dugongo!(25), disse il capitano. L'India ci  vicina Un dugongo!
esclamarono i marinai, respirando.
Mastro Catrame si alz lentamente, si terse il freddo sudore che gli inondava la
fronte e se ne and balbettando:
Eppure i morti ritornano!
E sparve nella stiva, mentre il veliero correva ratto verso l'India, le cui
coste spiccavano nettamente fra i pallidi raggi dell'astro notturno, il vento
mormorava dolcemente fra l'attrezzatura, e l'onda gorgogliava attorno allo
sperone, mandando strani bagliori.

Il giorno dopo, il nostro veliero gettava l'ancora nel porto di Bombay, di
fronte all'isola di Salsette.
Mastro Catrame, come era sua abitudine, rimase rintanato nelle tenebrose cavit
della cala; quell'uomo aveva in orrore la terra e quando si sentiva vicino alla
costa non avrebbe abbandonato la sua nave per cento bottiglie di vino di Cipro.
Io, avendo compiuto il mio impegno col capitano e contando di rimanere in India
qualche tempo, prima di abbandonare la nave volli rivedere una volta ancora il
vecchio mastro.
Lo trovai in fondo alla sua cala, sdraiato a fianco del famoso barile che il
capitano, come aveva promesso, gli aveva donato, e pieno di quell'eccellente
Cipro cos caro financo ai mussulmani.
Quando mi vide si alz, spill un gran bicchiere, e, offrendomelo col pi
amabile sorriso che fosse mai apparso su quelle labbra d'orso, mi disse:
Vi auguro buona fortuna, signore, e spero, nel prossimo viaggio, di vuotare in
vostra compagnia un altro boccale di questo delizioso vino.
Poi, mentre io sorseggiavo il contenuto del bicchiere, mi si piant dinanzi
colle braccia incrociate sul petto, guardandomi fisso fisso. Mi pareva
imbarazzato e dimenava la lingua come se avesse voluto dire qualche cosa
d'altro, senza per osarlo.
Ors, pap Catrame, diss'io ridendo. Cosa vi frulla pel capo?...
Ma...  che... non so...
Parlate, perbacco! Vi faccio paura forse?
Il vecchio si guard d'intorno come per assicurarsi che nessuno poteva udirlo
all'infuori di me, poi mi si avvicin con una cert'aria misteriosa e mi disse,
grattandosi il capo:
Io so... che voi scrivete... Se un giorno avrete del tempo da gettar via... eh,
per Giove!...
Avanti, pap Catrame.
Ebbene... il colpo ormai  partito. Ditemi: vi spiacerebbe scrivere le mie
leggende? Non per me, veh! ma per quegli increduli che vorrebbero gettar tra i
ferri vecchi le leggende del mare.
Con tutto il piacere; se avr tempo, vi prometto di scriverle.
Il vecchio mastro mi strinse vigorosamente la destra, mentre mi diceva:
Spero di rivedervi. Sono vecchio, assai vecchio, ma ho la pelle salda ancora.
Ci lasciammo. Mentre per stavo per salire la scala, egli mi richiam.
Mi dimenticavo una cosa, mi disse.
Si frug nel petto e stacc da un piccola cordicella un pezzo di corallo in
forma di corno.
Prendete, mi disse: ci vi porter fortuna!...
E ci separammo entrambi commossi.
Che uomo! Che uomo era quel mastro Catrame!
FINE.

NOTE.
1: Aperture che si trovano a prua delle navi e per dove passano le catene delle
ncore.
2: Gherlino: piccola fune che serve per ammainare le bandiere dei segnali.
3: Espressione marinaresca che significa: il mare.
4: Corridoi che conducono nelle batterie.
5: Staffile formato da nove funicelle, un tempo in uso nella marina per punire i
ribelli.
6: Costole della nave.
7: Specie di banderuola che si colloca sulla cima degli alberi.
8: Barra del timone o asta.
9: Mozzo addetto al servizio di poppa.
10: Fune che serve per manovrare le vele.
11:Ridurre la superficie delle vele mediante nodi speciali.
12: Cos si chiamano le vele pi alte dell'alberatura.
13: Albero situato a prora, teso quasi orizzontalmente e che serve di sostegno
ai fiocchi.
14: Salvagente.
15: Specie di banderuole che si collocano sulla cima degli alberi.
16: Termine marinaresco che significa: bucato.
17: Specie di carrucola.
18: Piccoli fori aperti a fior della coperta e che servono di scolo all'acqua.
19: Vele supplementari che si aggiungono alle altre per accrescere la velocit
della nave.
20: Preti buddisti.
21: Specie di birra messicana.
22: Albergo, trattoria.
23: Fune di poca grossezza e che serve di sostegno agli alberetti.
24: Scale di corda.
25: Grosso mammifero che vive presso le coste e che emette delle grida acute.
Indica la vicinanza delle spiagge.
