
    Emilio Salgari.
    IL CORSARO NERO.


    Introduzione di Annalisa Pomilio.

    Copyright EDIZIONI PAOLINE, 1986.
    Sesta edizione 1990.
    Su concessione Edizioni Paoline.













    INDICE.

    Introduzione: pagina 4.
    1. I filibustieri della Tortue: pagina 15.
    2. Una spedizione audace: pagina 29.
    3. Il prigioniero: pagina 43.
    4. Un duello fra quattro mura: pagina 55.
    5. L'appiccato: pagina 66.
    6. La situazione dei filibustieri si aggrava: pagina 91.
    7. Un duello fra gentiluomini: pagina 109.
    8. Una fuga prodigiosa: pagina 125.
    9. Un giuramento terribile: pagina 142.
    10. A bordo della "Folgore": pagina 155.
    11. La duchessa fiamminga: pagina 179.
    12. La prima fiamma: pagina 192.
    13. Fascini misteriosi: pagina 206.
    14. Gli uragani delle Antille: pagina 221.
    15. La filibusteria: pagina 232.
    16. Alla Tortue: pagina 242.
    17. La villa del Corsaro Nero: pagina 255.
    18. L'odio del Corsaro Nero: pagina 271.
    19. L'assalto di Maracaybo: pagina 288.
    20. La caccia al Governatore di Maracaybo: pagina 301.
    21. Nella foresta vergine: pagina 314.
    22. La savana tremante: pagina 327.
    23. L'assalto del giaguaro: pagina 340.
    24. Le disgrazie di Carmaux: pagina 353.
    25. Gli antropofaghi della foresta vergine: pagina 365.
    26. L'imboscata degli Arawaki: pagina 379.
    27. Fra le frecce e gli artigli: pagina 392.
    28. I succhiatori di sangue: pagina 405.
    29. La fuga del traditore: pagina 417.
    30. La caravella spagnola: pagina 431.
    31. L'assalto al cono: pagina 451.
    32. Nelle mani di Wan Guld: pagina 466.
    33. La promessa d'un gentiluomo castigliano: pagina 479.
    34. L'Olonese: pagina 494.
    35. La presa di Gibraltar: pagina 505.
    36. Il giuramento del Corsaro Nero: pagina 522.





    INTRODUZIONE.


    La giovinezza veronese e gli esordi letterari di E. Salgari.

    Slgari o Salgri? Sarebbe pi corretto,  anche se pi dimesso e privo
    di  echi  battaglieri,  dire  Salgri: "salgr"  infatti,  nel nativo
    dialetto veronese,  il salice,  e "salgarllo" fu chiamato negli  anni
    della  sua  fanciullezza  il piccolo Emilio,  a cui la sorte non aveva
    elargito molti centimetri: superava di poco il metro e cinquanta.
    Emilio Salgari,  comunque si voglia  pronunciare  il  nome,  nacque  a
    Verona il 21 agosto del 1862;  il padre Luigi, commerciante in stoffe,
    dovette presto rinunciare alla  speranza  di  vedere  Emilio  superare
    brillantemente  gli  studi:  dopo  essere  stato  respinto alle scuole
    tecniche commerciali,  nel 1879 il futuro  scrittore  si  iscrisse  al
    primo corso del Regio Istituto Tecnico e Nautico Paolo Sarpi; l'anno
    successivo  per  fu  di nuovo clamorosamente bocciato,  nonostante un
    nove in italiano,  e perse ogni speranza di  conseguire  il  sospirato
    diploma di capitano di gran cabotaggio, bench si facesse poi sempre
    chiamare,  negli  anni  successivi,  capitano,  e  ritenesse una grave
    offesa dubitare di quel titolo,  fino al punto da sfidare a duello nel
    1885, un giornalista veronese, Giuseppe Biasioli, che sulle pagine del
    quotidiano  L'Adige  aveva  appunto osato ironizzare sulla qualifica
    che lo scrittore si attribuiva.
    E' una biografia sconcertante,  questa di Salgari,  piena di  violenti
    contrasti  e  soprattutto  lontana  dall'immagine che ognuno di noi si
    costruisce leggendone i romanzi; finiamo in qualche modo anche noi col
    fare lo stesso errore che commise, nel corso dell'intera sua vita,  lo
    scrittore:  lo  identifichiamo con i suoi personaggi.  Ed ecco Emilio,
    che consum la vita tra Verona e Torino,  diventare il  Corsaro  Nero,
    padrone dei mari,  o Sandokan, la feroce Tigre della Malesia; quella
    di Salgari  comunque sempre per noi lettori una figura misteriosa  di
    fiero viaggiatore,  profondo conoscitore dl popoli e di paesi, vissuto
    sul mare,  sprezzante  dei  pericoli  e  in  lotta  con  gli  elementi
    naturali.
    E  invece,  se scaviamo nella sua biografia,  scopriamo che Salgari ha
    fatto un unico viaggio,  e per di pi in qualit di mozzo,  se non  di
    semplice   turista:   imbarcatosi   a   Venezia  nel  1880  su  di  un
    peschereccio, 1'Italia Una, giunse fino a Brindisi toccando le coste
    della Dalmazia e ritorn indietro, pare, in treno.
    Eppure Salgari seppe creare,  in barba alla sua  poco  eroica  vita  e
    grazie ad un'inesauribile fantasia e alla grande tenacia di un geniale
    autodidatta  capace  di cercare,  immagazzinare ed utilizzare nei suoi
    romanzi ogni sorta  di  notizie  sulla  geografia,  i  costumi  e  gli
    ambienti  nei  quali  faceva  muovere  i  suoi personaggi,  quel mondo
    esotico e fiabesco,  pieno di echi e di  suggestioni,  ricco  di  eroi
    indimenticabili, del quale si sono nutrite generazioni di fanciulli.
    Di quel mondo i ragazzi veronesi hanno cominciato a sentire il fascino
    fin dal lontano 1883,  quando apparve sul giornale La Nuova Arena la
    prima puntata del fortunatissimo romanzo  "La  Tigre  della  Malesia":
    unico  compenso per questa fatica letteraria,  una torta sormontata da
    una tigre di zucchero e caff.  Non  bastava  certo  a  soddisfare  le
    necessit  economiche  dello  scrittore,  che  si  vide  costretto  ad
    accettare  la  proposta  di  collaborare  col  pi  solido  quotidiano
    L'Arena.

    Il periodo torinese.

    Nel 1892 Emilio Salgari spos Ida Peruzzi,  che chiamer sempre Aida e
    che amer teneramente fino alla fine dei suoi giorni;  la  dolce  Ida,
    attrice  dilettante  in una filodrammatica locale prima del matrimonio
    (applauditissima,   briosa  e  birichina,   spiritosa  e  civettuola,
    commuoventissima,  artista  di  molto  sentimento la defin il futuro
    marito in una recensione apparsa sulle pagine de  L'Arena),  gli  fu
    fedele  e sottomessa compagna per tutta la vita,  senza mai lamentarsi
    per le disagiate condizioni economiche in cui  destinata a versare la
    sua famiglia.  Alla fine dello stesso anno  giunge  la  prima  figlia,
    Fatima, che sar seguita da Nadir, Romero e Omar.
    A  questo  punto per lo stipendio di giornalista non basta pi,  e lo
    scrittore si trasferisce con la famiglia a  Torino,  dove  lavora  per
    l'editore  Speirani,  proprietario di tutta una serie di pubblicazioni
    per ragazzi.  Ma i guadagni che riesce a racimolare  da  Speirani  non
    sono  ancora sufficienti e Salgari comincia a scrivere freneticamente,
    al ritmo di tre o quattro  romanzi  all'anno,  oltre  ad  innumerevoli
    novelle, per varie case editrici: Treves, Paravia, Bemporad, Donath.
    Sono  tutti  successi,  che  assicurano agli editori larghi margini di
    guadagno grazie alle altissime tirature e che valgono all'autore,  nel
    1897,  la  croce  di  Cavaliere del Regno;  ma questo lavorare senza
    soste,  notte e giorno,  identificandosi in maniera cos totale con  i
    personaggi  creati  dalla  sua penna,  logora la fibra di Emilio,  che
    finisce  col  vivere  in  una  dimensione  irreale,  spaccato  tra  la
    tranquilla  quotidianit  familiare,  piena  di problemi e di esigenze
    concrete, e l'atmosfera eroica delle sue pagine.
    Dopo una parentesi genovese,  dal 1898  al  1900  -  anni  in  cui  lo
    scrittore  immagazzin  un  grande  numero  di  storie  di navigazione
    raccogliendole dalla viva voce dei marinai che  sbarcavano  nel  porto
    ligure  -  torn  a  Torino,  tuffandosi nell'atmosfera addormentata e
    chiusa della citt dove era destinato a  finire  tragicamente  i  suoi
    giorni.  Le  sue  condizioni  economiche  si  aggravarono:  cominci a
    manifestarsi, richiedendo cure costose, la malattia della moglie,  che
    sarebbe stata rinchiusa in manicomio poco prima della morte di Emilio,
    e  della  figlia  Fatima,  destinata  a morire di tisi a soli ventitr
    anni; la caotica amministrazione del capitano, capace di risparmiare
    fino all'inverosimile  nelle  piccole  cose  ma  divorato  dai  debiti
    precedenti,  che  non  sapeva  negare  nulla  a  parenti e amici ma si
    concedeva ancora delle follie (il figlio Omar racconta che  il  giorno
    del  suo  compleanno,  Emilio lanciava un aerostato dal giardino della
    sua casa torinese), faceva il resto.
    I contratti con gli editori,  per quanto  non  del  tutto  sfavorevoli
    all'autore,  non  bastavano  a  far  fronte  alle  esigenze  di questa
    numerosa famiglia, ed ecco che Salgari raddoppia il ritmo del lavoro e
    comincia a pubblicare romanzi con degli pseudonimi: Guido Landucci, E.
    Bertolini, Romero S. sono alcuni dei nomi sotto i quali si nasconde il
    grande Emilio,  la cui fibra per  va  cedendo  e  che    sempre  pi
    soggetto a momenti di disperazione.
    Si giunge cos al primo tentativo di suicidio, nel 1909; Salgari viene
    salvato  e  si  rituffa  subito  nel  lavoro,  ma  continua  ad essere
    ossessionato dalla paura della cecit (soffre di disturbi  alla  vista
    da  molti  anni),  dalle preoccupazioni economiche,  dal timore di non
    farcela a produrre libri al ritmo vertiginoso che si  imposto.  Ed  
    cedendo a questa disperazione che,  dopo il ricovero dell'adorata Aida
    in manicomio,  Emilio usc di casa il mattino del 25 aprile  del  1911
    per  non  farvi  pi  ritorno.  Tre  giorni  prima  aveva scritto,  in
    un'ultima lettera ai figli:  Fatemi  seppellire  per  carit  essendo
    completamente  rovinato.  Mantenetevi  buoni e onesti e pensate appena
    potrete ad aiutare vostra madre.

    La genesi dei romanzi di Salgari.

    Quanti libri scrisse Salgari?  Anche a questo proposito,  le fila sono
    estremamente  ingarbugliate:  il  figlio  Omar assicura che furono 105
    romanzi e 130 novelle, mentre gli studi pi attendibili assegnano allo
    scrittore 82 romanzi e circa  120  racconti.  E  saranno  poi  davvero
    queste  ultime  le  cifre esatte?  La questione  che Emilio nel corso
    dell'intera sua vita - e a maggior ragione i suoi eredi - non si  cur
    affatto   di   salvaguardarsi   dagli  imitatori,   che  proliferavano
    saccheggiando letteralmente il suo patrimonio di idee e di personaggi:
    clamoroso fu il caso di un certo Antonio Quattrini Garibaldi, pronto a
    sfornare,  a ridosso della pubblicazione di un romanzo di Salgari,  un
    libro  del  tutto  simile,  che  ne riprendeva perfino,  con modifiche
    irrilevanti, i nomi dei personaggi. Il capitano non si difese mai da
    questi  falsi  letterari,   nonostante  le  sue   cattive   condizioni
    economiche  e  l'amarezza  di non sentirsi abbastanza considerato come
    scrittore,  per un malinteso sentimento di cavalleria che gli faceva
    ritenere  indegno  abbassarsi  a  polemizzare  con  un personaggio del
    sottobosco letterario.
    Comunque, 82 o 105 che siano i romanzi scritti da Salgari nell'arco di
    28 anni - dal 1883 al 1911 - il numero  in ogni caso ragguardevole  e
    testimonia  di  un'attivit  instancabile,  al  ritmo  di  tre romanzi
    all'anno, oltre a varie novelle.
    In che modo scriveva  Salgari?  Per  lunghi  anni  si    creduto  che
    attingesse a piene mani dai suoi ricordi di viaggi. E questa versione,
    diffusa  da  Emilio  quando  era in vita e accreditata dal figlio Omar
    dopo la sua morte,  ci d l'immagine di uno scrittore del tutto  privo
    di agganci culturali,  che scrive raccontando solo quanto ha vissuto o
    visto.  Poi per si  scoperta un'altra immagine di Salgari: quella di
    un  ometto  che usciva quasi ogni giorno dalla sua casa alla periferia
    di  Torino  e,  fumando  ininterrottamente  come  era  sua  abitudine,
    attraversava  la  citt  per  recarsi  alla  Biblioteca  Civica,  dove
    consultava appassionatamente resoconti di  viaggi,  riviste,  atlanti,
    libri di ogni genere, trascrivendo su quadernetti tutte le notizie che
    potevano  essergli  utili.  E  questi quadernetti,  su cui  appuntato
    tutto lo scibile salgariano,  tutto il mondo dei suoi  eroi,  sono  le
    uniche,  personalissime  enciclopedie  del  romanziere,  che  da  esse
    attingeva a piene mani mescolando quei nomi esotici al  suo  originale
    impasto  linguistico,  ricco,  caldo  e sovrabbondante,  sontuosamente
    colmo di suoni e di colori, che costituisce uno dei punti di forza dei
    suoi romanzi.
    Questi romanzi, poi, erano scritti senza un ripensamento,  su fogli di
    carta  nei quali non lasciava margini,  con un tenue inchiostro che si
    fabbricava da solo ricavandolo dal succo di  certe  bacche;  nascevano
    sulla base di canovacci appena abbozzati, conservati in una cassettina
    che Emilio portava sempre con s.  Sono esili trame sulle quali si pu
    a  stento  rintracciare  lo  svolgimento  dei  nudi  fatti,  ma  che
    bastavano  al  romanziere  per ricamare le sue avventure affascinanti,
    per creare i suoi indimenticabili personaggi.

    Sandokan e il Corsaro Nero.

    Il primo dei fortunati eroi salgariani a vedere la luce  fu  Sandokan:
    nacque  infatti nel 1883 sulle pagine di un romanzo a puntate comparso
    sul quotidiano La  Nuova  Arena  ed  ebbe  un  lancio  pubblicitario
    davvero insolito, destinato ad essere ricordato a lungo. La sonnolenta
    e  provinciale  Verona,  una  mattina  di  quel lontano settembre,  si
    ritrov tappezzata di manifesti che riproducevano  l'immagine  di  una
    tigre;  qualche giorno dopo,  altri manifesti, su cui era scritto: La
    Tigre sta  per  arrivare;  infine,  i  cartelloni  che  svelavano  il
    mistero:  La  Tigre  della  Malesia   arrivata.  Leggete,  "La Nuova
    Arena".
    Pubblicato in volume,  col titolo "La Tigre di  Mompracem",  solo  nel
    1900,  questo  primo  romanzo ebbe un successo enorme,  inaugurando il
    lungo ciclo di Sandokan (che continua in libri come  "I  pirati  della
    Malesia", "Le due tigri", "Sandokan alla riscossa", "La riconquista di
    Mompracem",  "La  rivincita  di  Yanez",  per non ricordare che alcuni
    titoli),  uno dei personaggi nei quali il nostro Emilio si  identific
    pi appassionatamente, trasferendovi i suoi sogni di invincibilit, di
    forza  battagliera,  di  ideale  difesa  della  libert,  ma  anche di
    favolose ricchezze e di paesaggi esotici.
    Sandokan rappresenta in qualche modo il  suo  mondo  pi  intimo,  pi
    sofferto  perch  irrealizzabile  e  del  tutto  estraneo  alla realt
    concreta in cui si dibatteva;  l'altra faccia di Salgari   costituita
    da Yanez,  il fedele compagno della "Tigre",  un personaggio nel quale
    in qualche misura abbiamo  un'immagine  pi  fedele  dello  scrittore:
    dotato  di  un'ironia corrosiva,  sempre alle prese con una sigaretta,
    sprezzante del pericolo ma lontano  dalle  furiose  passioni  del  suo
    fratellino  Sandokan,    il  tipico  rappresentante  di uno spirito
    europeo che fa risaltare per contrasto quanto vi  di selvaggio  e  di
    primitivo nella "Tigre".
    Dietro  questi  due  titanici protagonisti si muove tutta una folla di
    personaggi minori,  attori di incalzanti  e  appassionanti  avventure,
    mossi  da  una  cieca  fedelt  ai  loro capi,  verso i quali mostrano
    un'assoluta fiducia e dedizione,  e da motivi ideali - la difesa delle
    loro terre dagli inglesi colonizzatori - che ne fanno i paladini della
    libert.
    Altri  eroi  nascono  dalla  penna  di  Salgari negli anni successivi:
    destinati ad una fortuna minore,  sono per tutti  in  qualche  misura
    simili  a  Sandokan  nel  loro  trovarsi soli a combattere,  con pochi
    fedeli  compagni,   un'impari  lotta,   per  la  libert  e   per   la
    realizzazione  dei loro sogni di amore o di gloria,  contro una natura
    crudele o nemici pi potenti  e  numerosi.  Arriviamo  cos  al  1898,
    l'anno della pubblicazione de "Il Corsaro Nero",  che sar seguito dai
    romanzi "La regina dei Caraibi",  "Jolanda la Figlia del Corsaro Nero"
    e "Il Figlio del Corsaro Verde".
    Non  siamo pi in Malesia - n nel Far West o al Polo Nord,  dove sono
    ambientati altri romanzi del fecondissimo scrittore - ma  nell'America
    Centrale,  in  un ambiente naturale ugualmente ricco e lussureggiante,
    descritto con abbondanza di dettagli e quel gusto  per  la  narrazione
    distesa,  capace  di  suscitarci  davanti  quasi  visivamente piante e
    animali, paludi e vascelli, che contraddistingue il nostro autore. Non
    ci circondano pi tigrotti,  ma bucanieri  e  filibustieri,  non  meno
    crudeli  e  avvezzi  al  pericolo  e  ad azioni audaci e temerarie dei
    primi,  ma  anche  non  meno  fedeli  ai  loro  capi.  E  questi  capi
    invincibili  hanno nomi che incutono spavento,  sono mossi da passioni
    violente, legati da saldi vincoli di amicizia: sono l'Olonese, Morgan,
    il Corsaro Nero.
    Il Corsaro Nero  l'eroe della vendetta:  la vendetta a scatenare  il
    fiero animo del cavaliere Emilio di Roccanera, signore di Ventimiglia.
    Egli  insegue  il  suo avversario,  che aveva tradito e assassinato il
    maggiore dei suoi tre indomiti  fratelli,  dalle  Fiandre  all'America
    Latina,  abbandonando  le  sue  terre  e spendendo senza riserve,  con
    munificenza principesca,  i suoi averi.  Questa sete  di  vendetta  si
    configura  allo  stesso  tempo  come passione e destino,  impedendo al
    Corsaro,  legato ad un terribile  giuramento,  di  aprirsi  all'amore,
    condannandolo ad una solitudine senza scampo.
    Su  quest'immagine  di  solitudine,  appena  confortata dall'affetto e
    dalla dedizione dei suoi uomini - infinitamente  lontani  da  lui  per
    sentimenti ed educazione - che lo temono senza comprenderlo, si chiude
    il  primo  libro  del  ciclo  del  Corsaro  Nero,  che  ci consegna il
    personaggio pi affascinante,  nella sua contraddittoriet e nella sua
    lotta con se stesso, delle innumerevoli creature salgariane.

    ANNALISA POMILIO.
    1.
    I FILIBUSTIERI DELLA TORTUE.

    Una voce robusta, che aveva una specie di vibrazione metallica, s'alz
    dal  mare  ed  echeggi  fra  le  tenebre,   lanciando  queste  parole
    minacciose:
    - Uomini del canotto! Alt, o vi mando a picco!...
    La piccola imbarcazione,  montata da due  soli  uomini,  che  avanzava
    faticosamente sui flutti color inchiostro,  fuggendo l'alta sponda che
    si delineava confusamente  sulla  linea  dell'orizzonte,  come  se  da
    quella parte temesse un grave pericolo, s'era bruscamente arrestata. I
    due  marinai,  ritirati  rapidamente i remi,  si erano alzati d'un sol
    colpo,  guardando con inquietudine dinanzi  a  loro,  e  fissando  gli
    sguardi  su  di  una  grande  ombra,  che pareva fosse improvvisamente
    emersa dai flutti.
    Erano  entrambi  sulla  quarantina,   ma  dai  lineamenti  energici  e
    angolosi,  resi  pi arditi dalle barbe folte,  irte,  e che forse mai
    avevano conosciuto l'uso del pettine e della spazzola.
    Due ampi cappelli di feltro,  in pi parti bucherellati e  colle  tese
    sbrindellate,  coprivano le loro teste; camicie di flanella lacerate e
    scolorite,  e prive di maniche,  riparavano malamente i  loro  robusti
    petti,  stretti alla cintura da fasce rosse, del pari ridotte in stato
    miserando,  ma sostenenti un paio di grosse e pesanti pistole  che  si
    usavano  verso  la  fine  del  sedicesimo  secolo.  Anche i loro corti
    calzoni erano laceri,  e le gambe ed i piedi,  privi di scarpe,  erano
    imbrattati di fango nerastro.
    Quei  due  uomini  che  si sarebbero potuti scambiare per due evasi da
    qualche penitenziario del Golfo del Messico,  se in quel tempo fossero
    esistiti  quelli fondati pi tardi alle Guiane,  vedendo quella grande
    ombra che spiccava nettamente sul fondo azzurro  cupo  dell'orizzonte,
    fra lo scintillio delle stelle, si scambiarono uno sguardo inquieto.
    - Guarda un po',  Carmaux,  - disse colui che pareva il pi giovane. -
    Guarda bene, tu che hai la vista pi acuta di me. Sai che si tratta di
    vita o di morte.
    - Vedo che  un vascello e sebbene non sia lontano pi di tre tiri  di
    pistola  non  saprei  dire  se  viene  dalla  Tortue  o  dalle colonie
    spagnole.
    - Che siano amici?...  Uhm!  Osare spingersi fin qui,  quasi  sotto  i
    cannoni  dei forti,  col pericolo d'incontrare qualche squadra di navi
    d'alto bordo scortante qualche galeone pieno d'oro!...
    - Comunque sia,  ci hanno visti,  Wan Stiller,  e  non  ci  lasceranno
    fuggire. Se lo tentassimo, un colpo di mitraglia sarebbe sufficiente a
    mandarci tutti e due a casa di Belzeb.
    La  stessa  voce di prima,  potente e sonora,  echeggi per la seconda
    volta fra le tenebre, perdendosi lontana sulle acque del golfo:
    - Chi vive?
    - Il diavolo, - borbott colui che si chiamava Wan Stiller.
    Il compagno invece sal sul banco e con quanta voce aveva grid:
    - Chi  l'audace che vuol sapere da qual paese veniamo noi?...  Se  la
    curiosit  lo  divora,  venga  da  noi  e  gliela pagheremo a colpi di
    pistola.
    Quella smargiassata,  invece di irritare l'uomo  che  interrogava  dal
    ponte della nave, parve renderlo lieto, poich rispose:
    -  I  valorosi  s'avanzino  e  vengano ad abbracciare i fratelli della
    costa!...
    I due uomini del canotto avevano mandato un grido di gioia.
    - I fratelli della costa! - esclamarono.
    Poi colui che si chiamava Carmaux aggiunse:
    - Il mare m'inghiotta,  se non ho conosciuta la voce che  ci  ha  data
    questa bella nuova.
    - Chi credi che sia?  - chiese il compagno,  che aveva ripreso il remo
    manovrandolo con supremo vigore.
    - Un uomo solo, fra tutti i valorosi della Tortue, pu osare spingersi
    fino sotto i forti spagnoli.
    - Chi?...
    - Il Corsaro Nero.
    - Tuoni d'Amburgo!... Lui!... Proprio lui!...
    - Che triste notizia per quell'audace marinaio!...  - mormor  Carmaux
    con un sospiro. - Ed  proprio morto!...
    -  Mentre  lui  forse sperava di giungere in tempo per strapparlo vivo
    dalle mani degli spagnoli,  vero, amico?
    - Si, Wan Stiller.
    - Ed  il secondo che gli appiccano!...
    - Il secondo,  s.  Due fratelli,  e tutti e  due  appesi  alla  forca
    infame!
    - Si vendicher, Carmaux.
    - Lo credo, e noi saremo con lui. Il giorno che vedr strangolare quel
    dannato  Governatore di Maracaybo,  sar il pi bello della mia vita e
    dar fine ai due smeraldi che tengo cuciti nei miei pantaloni. Saranno
    almeno mille piastre che manger coi camerati.
    - Ah!... Ci siamo!... Te lo dicevo io? E' la nave del Corsaro Nero!...
    Il vascello,  che poco prima non  si  poteva  ben  discernere  per  la
    profonda  oscurit,  non  si  trovava  allora  che  a mezza gomena dal
    piccolo canotto.
    Era uno di quei legni da corsa che adoperavano  i  filibustieri  della
    Tortue  per  dare  la  caccia  ai grossi galeoni spagnoli,  recanti in
    Europa i tesori dell'America centrale,  del Messico  e  delle  regioni
    equatoriali.
    Buoni velieri,  muniti d'alta alberatura per potere approfittare delle
    brezze pi  leggere,  colla  carena  stretta,  la  prora  e  la  poppa
    soprattutto   altissime   come   si   usavano   in   quell'epoca,    e
    formidabilmente armati.
    Dodici bocche da fuoco, dodici caronade,  sporgevano le loro nere gole
    dai  sabordi,  minacciando  a babordo ed a tribordo,  mentre sull'alto
    cassero si allungavano due  grossi  cannoni  da  caccia,  destinati  a
    spazzare i ponti a colpi di mitraglia.
    Il  legno  corsaro si era messo in panna per attendere il canotto,  ma
    sulla prora si vedevano, alla luce d'un fanale,  dieci o dodici uomini
    armati  di  fucili,  i  quali  parevano  pronti  a far fuoco al minimo
    sospetto.
    I due  marinai  del  canotto,  giunti  sotto  il  bordo  del  veliero,
    afferrarono  una  fune che era stata loro gettata insieme ad una scala
    di corda,  assicurarono l'imbarcazione,  ritirarono  i  remi,  poi  si
    issarono sulla coperta con un'agilit sorprendente.
    Due uomini,  entrambi muniti di fucili,  puntarono su di essi le armi,
    mentre un terzo si avvicinava,  proiettando sui nuovi arrivati la luce
    d'una lanterna.
    - Chi siete? - fu chiesto loro.
    - Per Belzeb,  mio patrono!...  - esclam Carmaux. - Non si conoscono
    pi gli amici?...
    - Un pesce-cane mi mangi se questi non  il biscaglino  Carmaux!...  -
    grid  l'uomo  della  lanterna.  -  Come sei ancora vivo,  mentre alla
    Tortue ti si credeva morto?...  Toh!...  Un altro risuscitato!...  Non
    sei tu l'amburghese Wan Stiller?...
    - In carne ed ossa, - rispose questi.
    - Anche tu adunque sei sfuggito al capestro?...
    - Eh...  La morte non mi voleva ed io ho pensato che era meglio vivere
    qualche anno ancora.
    - Ed il capo?...
    - Silenzio, - disse Carmaux.
    - Puoi parlare:  morto?
    - Banda di corvi!...  Avete finito di gracchiare?...  - grid la  voce
    metallica,  che aveva lanciata quella frase minacciosa agli uomini del
    canotto.
    - Tuoni d'Amburgo! Il Corsaro Nero!... - borbott Wan Stiller,  con un
    brivido. Carmaux, alzando la voce, rispose:
    - Eccomi comandante.
    Un  uomo  era sceso allora dal ponte di comando e si dirigeva verso di
    loro,  con una mano appoggiata al calcio d'una pistola che  pendevagli
    dalla  cintola.  Era  vestito completamente di nero e con una eleganza
    che non era abituale fra i filibustieri del grande golfo del  Messico,
    uomini che si accontentavano di un paio di calzoni e d'una camicia,  e
    che curavano pi le loro armi che gli indumenti.
    Portava una ricca casacca di seta nera,  adorna  di  pizzi  di  eguale
    colore,  coi  risvolti di pelle egualmente nera;  calzoni pure di seta
    nera,  stretti da  una  larga  fascia  frangiata;  alti  stivali  alla
    scudiera  e sul capo un grande cappello di feltro,  adorno d'una lunga
    piuma nera che gli scendeva fino alle spalle.
    Anche l'aspetto di quell'uomo aveva, come il vestito,  qualche cosa di
    funebre,   con  quel  volto  pallido,  quasi  marmoreo,  che  spiccava
    stranamente fra le nere trine  del  colletto  e  le  larghe  tese  del
    cappello, adorno d'una barba corta, nera, tagliata alla nazzarena e un
    po' arricciata.
    Aveva  per  i  lineamenti  bellissimi:  un naso regolare,  due labbra
    piccole e rosse come il corallo,  una  fronte  ampia  solcata  da  una
    leggera  ruga che dava a quel volto un non so che di malinconico,  due
    occhi,  poi,  neri come carbone,  d'un taglio perfetto,  dalle  ciglia
    lunghe,  vivide e animate da un lampo tale che in certi momenti doveva
    sgomentare anche i pi intrepidi filibustieri di tutto  il  golfo.  La
    sua statura alta, slanciata, lo faceva conoscere, anche a prima vista,
    per  un  uomo  d'alta  condizione  sociale  e  soprattutto per un uomo
    abituato al comando.
    I due uomini del canotto, vedendolo avvicinarsi,  si erano guardati in
    viso con una certa inquietudine, mormorando:
    - Il Corsaro Nero!
    -  Chi  siete  voi e da dove venite?  - chiese il Corsaro,  fermandosi
    dinanzi a loro e tenendo sempre la destra sul calcio della pistola.
    - Noi siamo due filibustieri della Tortue, due fratelli della costa, -
    rispose Carmaux.
    - E venite?
    - Da Maracaybo.
    - Siete fuggiti dalle mani degli spagnoli?
    - S, comandante.
    - A qual legno appartenevate?
    - A quello del Corsaro Rosso.
    Il Corsaro Nero udendo quelle parole trasal,  poi stette  un  istante
    silenzioso,  guardando  i  due  filibustieri  con due occhi che pareva
    mandassero fiamme.
    - Al legno di mio fratello, - disse poi, con un tremito nella voce.
    Afferr bruscamente Carmaux per un braccio e lo condusse verso  poppa,
    traendolo  quasi  a forza.  Giunto sotto il ponte di comando,  alz il
    capo verso un uomo che stava ritto lass,  come se attendesse  qualche
    ordine, e disse:
    - Incrociare sempre al largo, signor Morgan; gli uomini rimangano alle
    armi e gli artiglieri colle micce accese;  mi avvertirete di tutto ci
    che pu succedere.
    - S,  comandante,  - rispose l'altro.  - Nessuna nave o scialuppa  si
    avviciner, senza che ne siate avvertito.
    Il  Corsaro  Nero  scese  nel  quadro,  tenendo  sempre Carmaux per il
    braccio, entr in una piccola cabina ammobiliata con molta eleganza ed
    illuminata da una  lampada  dorata,  quantunque  a  bordo  delle  navi
    filibustiere  fosse proibito,  dopo le nove di sera,  di tenere acceso
    qualsiasi lume, quindi indicando una sedia disse brevemente:
    - Ora parlerai.
    - Sono ai vostri ordini, comandante.
    Invece d'interrogarlo,  il Corsaro si era  messo  a  guardarlo  fisso,
    tenendo le braccia incrociate sul petto. Era diventato pi pallido del
    solito, quasi livido, mentre il petto gli si sollevava sotto frequenti
    sospiri.  Due volte aveva aperto le labbra come per parlare,  e poi le
    aveva richiuse come se avesse  paura  di  fare  una  domanda,  la  cui
    risposta doveva forse essere terribile.
    Finalmente, facendo uno sforzo, chiese con voce sorda:
    - Me l'hanno ucciso,  vero?
    - Chi?
    - Mio fratello, colui che chiamavano il Corsaro Rosso.
    - S, comandante, - rispose Carmaux, con un sospiro. - Lo hanno ucciso
    come vi hanno spento l'altro fratello, il Corsaro Verde.
    Un  grido  rauco che aveva qualche cosa di selvaggio,  ma nello stesso
    tempo straziante, usc dalle labbra del comandante.
    Carmaux lo vide impallidire  orribilmente  e  portarsi  una  mano  sul
    cuore,  e poi lasciarsi cadere su di una sedia,  nascondendosi il viso
    colla larga tesa del cappello.
    Il Corsaro rimase in quella posa alcuni minuti,  durante  i  quali  il
    marinaio  del canotto lo ud singhiozzare,  poi balz in piedi come se
    si fosse vergognato di quell'atto di debolezza.
    La tremenda emozione che lo aveva preso era  completamente  scomparsa;
    il viso era tranquillo, la fronte serena, il colorito non pi marmoreo
    di prima, ma lo sguardo era animato da un lampo cos tetro che metteva
    paura.  Fece  due  volte  il  giro  della cabina come se avesse voluto
    tranquillizzarsi interamente prima di continuare il dialogo, poi torn
    a sedersi, dicendo:
    - Io temevo di giungere troppo tardi, ma mi resta la vendetta. L'hanno
    fucilato?
    - Appiccato, signore.
    - Sei certo di questo?
    - L'ho veduto coi miei occhi pendere dalla forca eretta  sulla  "Plaza
    de Granada".
    - Quando l'hanno ucciso?
    - Quest'oggi, nel pomeriggio.
    - E' morto?...
    - Da prode,  signore. Il Corsaro Rosso non poteva morire diversamente,
    anzi...
    - Continua.
    - Quando il laccio stringeva,  ebbe ancora la forza d'animo di sputare
    in faccia al governatore.
    - A quel cane di Wan Guld?
    - S, al duca fiammingo.
    - Ancora lui!  Sempre lui!... Ha giurato adunque un odio feroce contro
    di me? Un fratello ucciso a tradimento e due appiccati da lui!
    - Erano i due pi audaci corsari del golfo, signore,  quindi naturale
    che li odiasse.
    - Ma mi rimane la  vendetta!...  -  grid  il  filibustiere  con  voce
    terribile.  - No, non morr se prima non avr sterminato quel Wan Guld
    e tutta la sua famiglia e dato alle fiamme la citt ch'egli governa.
    Maracaybo, tu mi sei stata fatale; ma io pure sar fatale a te!...
    Dovessi fare appello a tutti i filibustieri della Tortue ed a tutti i
    bucanieri di San Domingo e di Cuba,  non lascer pietra su  pietra  di
    te!...
    Ora parla, amico: narrami ogni cosa. Come vi hanno presi?.
    -  Non  ci  hanno  presi  colla  forza  delle  armi  bens  sorpresi a
    tradimento quando eravamo inermi, comandante.
    Come voi sapevate,  vostro fratello si era diretto su  Maracaybo  per
    vendicare la morte del Corsaro Verde,  avendo giurato, al pari di voi,
    di appiccare il duca fiammingo.
    Eravamo in ottanta, tutti risoluti e decisi ad ogni evento,  anche ad
    affrontare  una  squadra,  ma  avevamo  fatto i conti senza il cattivo
    tempo. All'imboccatura del Golfo di Maracaybo,  un uragano tremendo ci
    sorprende,  ci  caccia sui bassi fondi e le onde furiose frantumano la
    nostra  nave.  Ventisei  soli,  dopo  infinite  fatiche,   riescono  a
    raggiungere  la costa: eravamo tutti in condizioni cos deplorevoli da
    non opporre la minima resistenza e sprovvisti di qualsiasi arma.
    Vostro fratello ci incoraggia e ci  guida  lentamente  attraverso  le
    paludi,  per tema che gli spagnoli ci avessero scorti,  e che avessero
    incominciato ad inseguirci.
    Credevamo di poter trovare un rifugio  sicuro  nelle  folte  foreste,
    quando  cademmo  in una imboscata.  Trecento spagnoli,  guidati da Wan
    Guld in persona,  ci piombano addosso,  ci chiudono in un  cerchio  di
    ferro,  uccidono  quelli  che  oppongono  resistenza  e  ci  conducono
    prigionieri a Maracaybo.
    - E mio fratello era del numero?
    - S, comandante. Quantunque fosse armato d'un pugnale,  si era difeso
    come un leone,  preferendo morire sul campo piuttosto che sulla forca,
    ma il fiammingo l'aveva riconosciuto ed invece di farlo  uccidere  con
    un colpo di fucile o di spada, l'aveva fatto risparmiare.
    Trascinati  a Maracaybo,  dopo di essere stati maltrattati da tutti i
    soldati ed ingiuriati dalla popolazione,  fummo condannati alla forca.
    Ieri mattina per,  io ed il mio amico Wan Stiller,  pi fortunati dei
    nostri compagni,  siamo riusciti  a  fuggire  strangolando  la  nostra
    sentinella.
    Dalla  capanna  di  un  indiano  presso  il quale ci siamo rifugiati,
    abbiamo assistito alla morte di vostro fratello e dei suoi  coraggiosi
    filibustieri,  poi alla sera aiutati da un negro ci siamo imbarcati su
    di un canotto,  decisi di attraversare il golfo del Messico e giungere
    alla Tortue. Ecco tutto, comandante.
    -  E  mio  fratello    morto!...  -  disse  il  Corsaro con una calma
    terribile. - - L'ho visto come vedo ora voi.
    - E sar appeso ancora alla forca infame?
    - Vi rimarr tre giorni.
    - E poi verr gettato in qualche fogna.
    - Certo comandante.
    Il  Corsaro  si  era  bruscamente  alzato  e  si  era  avvicinato   al
    filibustiere.
    - Hai paura tu?... - gli chiese con strano accento.
    - Nemmeno di Belzeb, comandante.
    - Dunque tu non temi la morte?
    - No.
    - Mi seguiresti?
    - Dove?
    - A Maracaybo.
    - Quando?
    - Questa notte.
    - Si va ad assalire la citt?
    -  No,  non  siamo  in  numero sufficiente ora,  ma pi tardi Wan Guld
    ricever mie nuove. Ci andremo noi due ed il tuo compagno.
    - Soli? - chiese Carmaux, con stupore.
    - Noi soli.
    - Ma che volete fare?
    - Prendere la salma di mio fratello.
    - Badate comandante! Correte il pericolo di farvi prendere.
    - Tu sai chi  il Corsaro Nero?
    - Lampi e folgori! E' il filibustiere pi audace della Tortue.
    - Va' adunque ad aspettarmi sul ponte e fa preparare una scialuppa.
    - E' inutile, capitano,  abbiamo il nostro canotto,  una vera barca da
    corsa.
    - Va'!



    2.
    UNA SPEDIZIONE AUDACE.

    Carmaux  si  era  affrettato ad obbedire,  sapendo che col formidabile
    Corsaro era pericoloso indugiare.
    Wan Stiller lo attendeva  dinanzi  al  boccaporto,  in  compagnia  del
    mastro d'equipaggio e d'alcuni filibustieri,  i quali lo interrogavano
    sulla disgraziata  fine  del  Corsaro  Rosso  e  del  suo  equipaggio,
    manifestando  terribili  propositi  di vendetta contro gli spagnoli di
    Maracaybo e soprattutto contro  il  governatore.  Quando  l'amburghese
    apprese  che  si  doveva  preparare  il  canotto per fare ritorno alla
    costa,  dalla quale si erano allontanati precipitosamente per un  vero
    miracolo, non pot nascondere il suo stupore e la sua apprensione.
    -  Tornare  ancora  laggi!...  -  esclam.  -  Ci lasceremo la pelle,
    Carmaux.
    - Bah!... Non ci andremo soli questa volta.
    - Chi ci accompagner dunque?
    - Il Corsaro Nero. Allora non ho pi timori.  Quel diavolo d'uomo vale
    cento filibustieri.
    - Ma verr solo.
    -  Non conta,  Carmaux;  con lui non vi  da temere.  E rientreremo in
    Maracaybo?...
    - S,  mio caro,  e saremo bravi se condurremo a buon fine  l'impresa.
    Ehi,  mastro,  fa' gettare nel canotto tre fucili, delle munizioni, un
    paio di sciabole d'arrembaggio per noi due,  e qualche cosa da mettere
    sotto  i  denti.  Non si sa mai ci che pu succedere e quando potremo
    tornare.
    - E' gi fatto, - rispose il mastro. - Non mi sono dimenticato nemmeno
    il tabacco.
    - Grazie, amico. Tu sei la perla dei mastri.
    - Eccolo, - disse in quell'istante Wan Stiller.
    Il Corsaro era comparso sul ponte.  Indossava ancora  il  suo  funebre
    costume,  ma si era appesa al fianco una lunga spada,  ed alla cintura
    un paio di grosse pistole ed uno  di  quegli  acuti  pugnali  spagnoli
    chiamati "misericordie". Sul braccio portava un ampio ferraiuolo, nero
    come il vestito.
    S'avvicin all'uomo che stava sul ponte di comando e che doveva essere
    il  comandante  in seconda,  scambi con lui alcune parole,  poi disse
    brevemente ai due filibustieri:
    - Partiamo.
    - Siamo pronti - rispose Carmaux.
    Scesero tutti e tre nel canotto che era stato condotto sotto la  poppa
    e  gi  provvisto  d'armi  e di viveri.  Il Corsaro si avvolse nel suo
    ferraiuolo e si sedette a prora,  mentre i filibustieri,  afferrati  i
    remi, ricominciarono con grande lena la faticosa manovra.
    La  nave  filibustiera  aveva  subito  spento i fanali di posizione e,
    orientate le vele,  si  era  messa  a  seguire  il  canotto,  correndo
    bordate,  onde non precederlo.  Probabilmente il comandante in seconda
    voleva scortare il suo capo fin presso la costa  per  proteggerlo  nel
    caso d'una sorpresa.
    Il Corsaro,  semisdraiato a prora,  col capo appoggiato ad un braccio,
    stava silenzioso,  ma il suo sguardo,  acuto come quello di un'aquila,
    percorreva   attentamente   il  fosco  orizzonte,   come  se  cercasse
    discernere la costa americana che le tenebre nascondevano.
    Di tratto in tratto volgeva il capo verso la sua nave  che  sempre  lo
    seguiva,  ad  una  distanza  di  sette  od otto gomene,  poi tornava a
    guardare verso il sud.
    Wan Stiller e  Carmaux  intanto  arrancavano  di  gran  lena,  facendo
    volare,  sui  neri  flutti,  il sottile e svelto canotto.  N l'uno n
    l'altro parevano preoccupati di ritornare verso quella costa, popolata
    dai  loro  implacabili  nemici,  tanta  era  la  fiducia  che  avevano
    nell'audacia  e  nella  valentia del formidabile Corsaro,  il cui solo
    nome bastava a spargere il terrore in tutte  le  citt  marittime  del
    grande golfo messicano.
    Il  mare  interno di Maracaybo,  essendo liscio come se fosse di olio,
    permetteva  alla  veloce  imbarcazione  di   avanzare   senza   troppo
    affaticare i due rematori.  Non essendovi in quel luogo, racchiuso fra
    due capi che lo proteggono dalle larghe ondate del grande golfo, coste
    ripide,  non vi sono flutti di fondo,  sicch  raro  che  l'acqua  l
    entro si sconvolga.
    I due filibustieri arrancavano da un'ora,  quando il Corsaro Nero, che
    fino allora aveva mantenuto una immobilit  quasi  assoluta,  si  alz
    bruscamente  in  piedi,  come  se  volesse  abbracciare  collo sguardo
    maggiore orizzonte.
    Un lume, che non si poteva confondere con una stella,  brillava a fior
    d'acqua, verso il sud-ovest, ad intervalli d'un minuto.
    -  Maracaybo,  -  disse il Corsaro,  con accento cupo,  che tradiva un
    impeto di sordo furore.
    - S, - rispose Carmaux, che si era voltato.
    - Quanto distiamo?
    - Forse tre miglia, capitano.
    - Allora a mezzanotte noi vi saremo.
    - S.
    - Vi  qualche crociera?
    - Quella dei doganieri.
    - E' necessario evitarla.
    - Conosciamo un posto ove potremo sbarcare tranquilli e nascondere  il
    canotto fra i paletuvieri.
    - Avanti.
    - Una parola, capitano.
    - Parla.
    - Sarebbe meglio che la nostra nave non si avvicinasse di pi.
    - Ha gi virato e ci aspetter al largo, - rispose il Corsaro.
    Stette silenzioso alcuni istanti, poi riprese:
    - E' vero che vi  una squadra nel lago?
    -  S,  comandante,  quella  del  contrammiraglio Toledo che veglia su
    Maracaybo e Gibraltar.
    - Ah!...  Hanno paura?  Ma l'Olonese  alla Tortue e fra  noi  due  la
    manderemo a picco.  Pazienza alcuni giorni ancora,  poi Wan Guld sapr
    di che cosa saremo capaci noi.
    Si ravvolse di nuovo nel suo mantello,  si cal il feltro sugli occhi,
    poi torn a sedersi,  tenendo gli sguardi fissi su quel punto luminoso
    che indicava il faro del porto.
    Il canotto riprese la corsa;  non manteneva per pi  la  prora  verso
    l'imboccatura di Maracaybo,  volendo evitare la crociera delle guardie
    doganali, le quali non avrebbero mancato di fermarlo e di arrestare le
    persone che lo montavano.
    Mezz'ora dopo,  la costa del golfo  era  perfettamente  visibile,  non
    essendo  lontana pi di tre o quattro gomene.  La spiaggia scendeva in
    mare dolcemente,  tutta ingombra di paletuvieri,  piante che  crescono
    per  lo  pi  alla foce dei corsi d'acqua e che producono delle febbri
    terribili e che sono la causa del "vomito prieto" ossia  della  temuta
    febbre gialla.
    Pi oltre si vedeva spiccare,  sul fondo stellato del cielo,  una cupa
    vegetazione,  la quale  lanciava  in  aria  enormi  ciuffi  di  foglie
    piumate, di dimensioni gigantesche.
    Carmaux  e Wan Stiller avevano rallentata la vogata e si erano voltati
    per vedere la costa.  Non s'avanzavano  che  con  grandi  precauzioni,
    procurando  di  non  fare  rumore e guardando attentamente in tutte le
    direzioni, come se temessero qualche sorpresa.  Il Corsaro Nero non si
    era invece mosso, per aveva posto dinanzi a s i tre fucili imbarcati
    dal  mastro  per  salutare,  con  una scarica,  la prima scialuppa che
    avesse osato avvicinarsi.
    Doveva essere la mezzanotte quando il canotto si arenava in  mezzo  ai
    paletuvieri,  cacciandosi  pi  di  mezzo  fra le piante e le contorte
    radici.
    Il Corsaro si era alzato.  Ispezion rapidamente la costa,  poi  balz
    agilmente a terra, legando l'imbarcazione ad un ramo.
    -  Lasciate  i  fucili - disse a Wan Stiller ed a Carmaux.  - Avete le
    pistole?
    - S, capitano, - rispose l'amburghese.
    - Sapete dove siamo?
    - A dieci o dodici miglia da Maracaybo.
    - E' situata dietro questo bosco la citt?
    - Sul margine di questa macchia gigantesca.
    - Potremo entrare di notte?...
    - E' impossibile  capitano.  Il  bosco    foltissimo  e  non  potremo
    attraversarlo prima di domani mattina.
    - Sicch saremo costretti ad attendere fino a domani sera?
    -  Se  non  volete  arrischiarvi  di  entrare  in Maracaybo di giorno,
    bisogner rassegnarsi ad aspettare.
    - Mostrarci in citt di giorno sarebbe  un'imprudenza,  -  rispose  il
    Corsaro,  come  parlando  fra  s stesso.  - Se avessi qui la mia nave
    pronta ad appoggiarci ed a raccoglierci,  l'oserei,  ma  la  "Folgore"
    incrocia ora nelle acque del gran golfo.
    Rimase alcuni istanti immobile e silenzioso,  come se fosse immerso in
    profondi pensieri, quindi riprese:
    - E mio fratello, potremo trovarlo ancora?
    - Rimarr esposto  sulla  "Plaza  de  Granada"  tre  giorni,  -  disse
    Carmaux. - Ve lo dissi gi.
    - Allora abbiamo tempo. Avete conoscenze in Maracaybo?
    - S,  un negro, quello che ci offr il canotto per fuggire. Abita sul
    margine di questa foresta in una capanna isolata.
    - Non ci tradir?
    - Rispondiamo di lui.
    - In cammino.
    Salirono la sponda, Carmaux dinanzi, il Corsaro in mezzo e Wan Stiller
    in coda e si  cacciarono  in  mezzo  all'oscura  boscaglia  procedendo
    cautamente,  cogli  orecchi  tesi  e  le mani sui calci delle pistole,
    potendo cadere da un istante all'altro in un agguato.
    La foresta si rizzava dinanzi  a  loro,  tenebrosa  come  una  immensa
    caverna.  Tronchi  d'ogni forma e dimensione si ergevano verso l'alto,
    sostenendo foglie smisurate,  le  quali  impedivano  assolutamente  di
    scorgere la volta stellata.
    Festoni di liane cadevano dappertutto,  intrecciandosi in mille guise,
    salendo e scendendo dai tronchi delle palme e  correndo  da  destra  a
    sinistra,  mentre  al  suolo  strisciavano,  attorcigliate le une alle
    altre, radici smisurate,  le quali ostacolavano non poco la marcia dei
    tre filibustieri, costringendoli a fare dei lunghi giri per trovare un
    passaggio,   od   a  mettere  mano  alle  sciabole  d'arrembaggio  per
    reciderle.  Dei vaghi bagliori,  come di grossi  punti  luminosi,  che
    proiettavano  ad  intervalli  dei  veri sprazzi di luce,  correvano in
    mezzo a quelle migliaia di tronchi,  danzavano ora a livello del suolo
    ed  ora  in  mezzo  al  fogliame.  Si  spegnevano bruscamente,  poi si
    riaccendevano  e  formavano  delle   vere   onde   luminose   di   una
    incomparabile bellezza, che aveva qualche cosa di fantastico.
    Erano le grosse lucciole dell'America meridionale,  le "vaga lume" che
    tramandano una luce cos vivida da permettere di leggere le  scritture
    pi  minute anche alla distanza di qualche metro e che rinchiuse in un
    vasetto di cristallo in tre  o  quattro,  bastano  ad  illuminare  una
    stanza;  e  le  "lampyris  occidental"  o perilampo,  altri bellissimi
    insetti fosforescenti che  si  trovano  in  grandissimi  sciami  nelle
    foreste della Guiana e dell'Equatore.
    I tre filibustieri,  sempre nel pi profondo silenzio, continuavano la
    marcia,  non lasciando le loro precauzioni,  poich oltre gli  uomini,
    avevano  da  temere  anche  gli  abitanti delle foreste,  i sanguinari
    giaguari e soprattutto i serpenti, specialmente gli "jaraca",  rettili
    velenosissimi,  che sono difficili a scorgersi anche di giorno essendo
    la loro pelle del colore delle foglie secche.
    Dovevano aver percorso due miglia,  quando  Carmaux,  che  si  trovava
    sempre  dinanzi,   essendo  il  pi  pratico  dei  luoghi,   s'arrest
    bruscamente armando con precipitazione una delle sue pistole.
    - Un giaguaro od un  uomo?  -  chiese  il  Corsaro,  senza  la  minima
    apprensione.
    - Pu essere stato un giaguaro,  ma anche una spia, - rispose Carmaux.
    - In questo paese non si  mai certi di vedere l'indomani.
    - Dov' passato?
    - A venti passi da me.
    Il Corsaro si curv verso terra ed ascolt  attentamente,  trattenendo
    il  respiro.  Un  leggero scrosciare di foglie giunse fino a lui;  era
    per cos debole che solamente un orecchio molto esercitato  ed  acuto
    poteva udirlo.
    -  Pu  essere un animale,  - rispose rialzandosi.  - Bah!...  Noi non
    siamo uomini da spaventarci. Impugnate le sciabole e seguitemi.
    Gir intorno al tronco di un albero enorme che  torreggiava  in  mezzo
    alle  palme,  poi  sost  in  mezzo  ad  un  gruppo  di foglie giganti
    scrutando le tenebre.  Lo scrosciare delle foglie secche era  cessato,
    tuttavia  al suo orecchio giunse un tintinnio metallico e poco dopo un
    colpo secco come se il cane d'un fucile venisse alzato.
    - Fermi!  Qui vi  qualcuno che ci spia e che aspetta il  momento  per
    farci fuoco addosso.
    -   Che   ci  abbiano  veduti  sbarcare?   -  borbott  Carmaux,   con
    inquietudine. - Questi spagnoli hanno spie dappertutto.
    Il Corsaro aveva impugnata colla destra la spada e colla sinistra  una
    pistola e cercava di girare quell'ammasso di foglie, senza produrre il
    minimo rumore. Ad un tratto Carmaux e Wan Stiller lo videro slanciarsi
    innanzi e piombare, con un solo salto, addosso ad una forma umana, che
    si era improvvisamente alzata in mezzo ad un cespuglio.
    L'assalto  del  Corsaro  era  stato  cosi  improvviso ed impetuoso che
    l'uomo che si teneva imboscato era andato a gambe levate,  percosso in
    pieno viso dalla guardia della spada.
    Carmaux e Wan Stiller si erano subito precipitati su di lui,  e mentre
    il primo s'affrettava a raccogliere il  fucile  che  l'uomo  imboscato
    aveva  lasciato  cadere,  senza  avere  avuto  il tempo di scaricarlo,
    l'altro puntava la pistola dicendo:
    - Se ti muovi sei un uomo spacciato.
    - E' uno dei nostri nemici, - disse il Corsaro che si era curvato.
    - Un soldato di quel dannato Wan Guld, - rispose Wan Stiller.
    - Che cosa faceva imboscato in questo luogo? Sarei curioso di saperlo.
    Si levarono le  fasce  di  lana  rossa  che  portavano  ai  fianchi  e
    strinsero  le  braccia  del prigioniero,  senza che questi osasse fare
    resistenza.
    - Ora vediamo un po' chi sei, - disse Carmaux.
    Lo spagnolo,  che era stato stordito dalla  guardia  della  spada  del
    Corsaro, cominciava a riaversi, accennando ad alzarsi.
    - "Carrai"! - borbott con un tremito nella voce. - Che sia caduto tra
    le mani del diavolo?
    -  L'hai indovinato,  - disse Carmaux.  - Giacch a voi piace chiamare
    cos noi filibustieri.
    Lo spagnolo prov un brivido cos forte, che Carmaux se ne accorse.
    - Non aver tanta paura, per ora, - gli disse,  ridendo.  - Risparmiala
    per pi tardi, per quando danzerai nel vuoto un "fandango" disordinato
    con un bel pezzo di solida canapa stretto alla gola.
    Poi  volgendosi  verso  il  Corsaro,   che  guardava  in  silenzio  il
    prigioniero, gli chiese:
    - Devo finirlo con un colpo di pistola?
    - No, - rispose il capitano.
    - Preferite appiccarlo ai rami di quell'albero?
    - Nemmeno.
    - Forse  uno di quelli che hanno appiccato i fratelli della costa  ed
    il Corsaro Rosso, mio capitano.
    A quel ricordo un lampo terribile balen negli occhi del Corsaro Nero,
    ma subito si spense.
    -  Non  voglio  che muoia,  - disse con voce sorda.  - Pu esserci pi
    utile d'un appiccato.
    - Allora leghiamolo per bene, - dissero i filibustieri.
    Accese un pezzo di miccia da cannone che teneva in tasca  e  l'accost
    al viso dello spagnolo.
    Quel  povero diavolo,  caduto nelle mani dei formidabili corsari della
    Tortue,  era un uomo di appena trent'anni,  lungo e magro come il  suo
    compatriota Don Chisciotte, con un viso angoloso, coperto da una barba
    rossiccia e due occhi grigi, dilatati dallo spavento.
    Indossava  una  casacca  di pelle gialla con qualche rabesco,  corti e
    larghi calzoni a righe nere e rosse e calzava lunghi stivali di  pelle
    nera.  Sul  capo  invece  portava  un  elmetto d'acciaio adorno di una
    vecchia piuma,  la quale non aveva pi che rade barbe e dalla  cintura
    gli  pendeva  una lunga spada,  la cui guaina era assai rugginosa alle
    sue estremit.
    - Per Belzeb mio patrono!...  - esclam Carmaux,  ridendo.  -  Se  il
    Governatore di Maracaybo ha di questi prodi vuol dire che non li nutre
    di  certo  con  capponi  poich    pi magro di un'aringa affumicata.
    Credo, capitano, che valga la pena d'appiccarlo.
    - Non ho detto d'appiccarlo - rispose il Corsaro.
    Poi toccando il prigioniero con la punta della spada gli disse:
    - Ora parlerai se ti preme la pelle.
    - La pelle  gi perduta - rispose lo spagnolo.  - Non  si  esce  vivi
    dalle  vostre  mani  e  quando io avessi narrato a voi quanto vorreste
    sapere, non sarei certo di rivedere egualmente l'indomani.
    - Lo spagnolo ha del coraggio, - disse Wan Stiller.
    - E la sua risposta vale la sua grazia, - aggiunse il Corsaro.  - Via,
    parlerai?
    - No, - rispose il prigioniero.
    - Ti ho promesso salva la vita.
    - E chi vi creder?
    - Chi?... Ma sai chi sono io?
    - Un filibustiere.
    - S, ma che si chiama il Corsaro Nero.
    -  Per  la  nostra  Signora  di  Guadalupa!  -  esclam  lo  spagnolo,
    diventando  livido.  -  Il  Corsaro  Nero  qui!...  Siete  venuto  per
    sterminarci tutti e vendicare il vostro fratello, il Corsaro Rosso?
    - S, se non parlerai, - rispose il filibustiere con voce cupa.
    - Vi sterminer tutti e di Maracaybo non rimarr pietra su pietra!
    - "Por todos los santos!"... Voi qui? - ripet il prigioniero, che non
    si era ancora rimesso dalla sorpresa.
    - Parla!...
    - Sono morto;  quindi inutile.
    -  Il Corsaro Nero  un gentiluomo,  sappilo,  ed un gentiluomo non ha
    mai mancato alla parola data, - rispose il capitano con voce solenne.
    - Allora interrogatemi.









    3.
    IL PRIGIONIERO.

    Ad un cenno del capitano,  Wan Stiller e Carmaux avevano sollevato  il
    prigioniero  e  l'avevano  seduto  ai  piedi  d'un albero,  senza per
    slegargli le mani,  quantunque fossero certi che non avrebbe  commesso
    la pazzia di tentare la fuga.
    Il Corsaro gli sedette di fronte,  su di una enorme radice che sorgeva
    dal suolo come un serpente gigantesco,  mentre i due  filibustieri  si
    erano  messi  in  sentinella  alle  estremit  di quel macchione,  non
    essendo ancora bene sicuri che il prigioniero fosse solo.
    - Dimmi,  - disse il Corsaro,  dopo alcuni istanti di silenzio.  -  E'
    ancora esposto mio fratello?...
    -  S,  -  rispose  il  prigioniero.  -  Il governatore ha ordinato di
    tenerlo appeso tre giorni e tre notti,  prima di gettare  il  cadavere
    nella foresta, a pasto delle fiere.
    - Credi che sia possibile rubare il cadavere?
    -  Forse,  non  essendovi  di notte che una sentinella a guardia della
    "Plaza de Granada". Quindici appiccati non possono ormai fuggire.
    - Quindici!... - esclam il Corsaro,  con accento cupo.  - Dunque quel
    feroce Wan Guld non ne ha risparmiato neppure uno?
    - Nessuno.
    - E non teme la vendetta dei filibustieri della Tortue?
    - Maracaybo  ben munita di truppe e di cannoni.
    Un sorriso di disprezzo sfior le labbra del fiero Corsaro.
    -  Che  cosa  fanno  i  cannoni a noi?  - disse.  - Le nostre sciabole
    d'arrembaggio valgono bene di pi;  lo avete veduto ancora all'assalto
    di S.  Francisco di Campeche,  a S. Agostino della Florida ed in altri
    combattimenti.
    - E' vero, ma Wan Guld si tiene al sicuro in Maracaybo.
    - Ah!... Ebbene, lo vedremo quando mi sar abboccato coll'Olonese.
    - Coll'Olonese!... - esclam lo spagnolo, con un fremito di terrore.
    Parve che il Corsaro non avesse fatto  attenzione  allo  spavento  del
    prigioniero poich riprese, cambiando tono:
    - Che cosa facevi in questo bosco?
    - Sorvegliavo la spiaggia.
    - Solo?
    - S, solo.
    - Si temeva una sorpresa da parte nostra?
    -  Non  lo  nego,  poich  era  stata  segnalata  una  nave  sospetta,
    incrociante nel golfo.
    - La mia?
    - Se voi siete qui, quella nave doveva essere la vostra.
    - Ed il governatore si sar affrettato a fortificarsi.
    - Ha fatto di pi;  ha mandato alcuni fidi a  Gibraltar  ad  avvertire
    l'ammiraglio.
    Questa  volta fu il Corsaro che prov un fremito,  se non di spavento,
    certo d'inquietudine.
    - Ah!... - esclam, mentre la sua tinta pallida diventava livida. - La
    mia nave corre forse un grave pericolo?
    Poi alzando le spalle, soggiunse:
    - Bah!  Quando i vascelli dell'ammiraglio giungeranno a Maracaybo,  io
    sar a bordo della ""Folgore"".
    S'alz  bruscamente,  con  un  fischio  chiam  i due filibustieri che
    vegliavano sul margine della macchia e disse brevemente:
    - Partiamo.
    - E di quest'uomo, che cosa dobbiamo farne? - chiese Carmaux.
    - Conducetelo con noi;  la vostra vita risponder per la  sua,  se  vi
    fugge.
    - Tuoni d'Amburgo!  - esclam Wan Stiller.  - Lo terr per la cintola,
    onde non gli salti il ticchio di giuocare di gambe.
    Si rimisero in cammino l'uno dietro l'altro, in fila indiana,  Carmaux
    dinanzi e Wan Stiller ultimo,  dietro al prigioniero, per non perderlo
    di vista un solo istante.
    Cominciava ad albeggiare.  Le tenebre fuggivano rapidamente,  cacciate
    dalla  rosea  luce  che  invadeva il cielo,  e che si distendeva anche
    sotto gli alberi giganti della foresta.
    Le  scimmie,   che  sono  cos  numerose   nell'America   meridionale,
    specialmente  nel  Venezuela,  si svegliavano,  empiendo la foresta di
    grida strane.
    Sulla cima di  quelle  graziose  palme  chiamate  "asai",  dal  tronco
    sottile   ed   elegante   o   fra   il  verde  fogliame  degli  enormi
    "eriodendron",  od  in  mezzo  alle  "sipos",   grosse  liane  che  si
    avviticchiano  intorno  agli  alberi,  od aggrappate alle radici aeree
    delle "aroidee", od in mezzo alle splendide "bromelie" dai ricchi rami
    carichi di fiori scarlatti, si vedevano agitarsi, come folletti,  ogni
    specie di quadrumani.
    L vi era una piccola trib di "mico", le scimmie pi graziose e nello
    stesso  tempo  le  pi svelte e le pi intelligenti,  quantunque siano
    cos piccine da potersi nascondere in un taschino  della  giacca;  pi
    oltre  vi  erano  drappelli di "sahui" rosse,  un po' pi grosse degli
    scoiattoli,  adorne di una bellissima criniera che le fa rassomigliare
    ai leoncini;  poi bande di "mono",  le scimmie pi magre di tutte, con
    gambe e braccia cos lunghe che le  fanno  rassomigliare  a  ragni  di
    dimensioni enormi, o truppe di "prego", quadrumani che hanno la smania
    di tutto devastare e che sono il terrore dei poveri piantatori.
    I  volatili  non  mancavano  e  mescolavano le loro grida a quelle dei
    quadrumani. Fra le grandi foglie delle "pomponasse",  che servono alla
    fabbricazione  dei  bellissimi  e leggeri cappelli di Panama,  o fra i
    boschetti di "laransia" dai  fiori  esalanti  acuti  profumi  o  sulle
    "guaresme",  bellissime  palme dai fiori purpurei,  cicalavano a piena
    gola i piccoli "mahitaeo",  specie di pappagalli dalla testa turchina;
    gli "ar",  grossi pappagalli tutti rossi, che da mane a sera, con una
    costanza degna di migliore causa, gridano incessantemente "ar ar"; o
    i  "choradeira"  detti  anche  uccelli  piagnoni,  poich  sembra  che
    piangano e che abbiano sempre da lamentarsi.
    I  filibustieri  e  lo  spagnolo,  gi abituati a percorrere le grandi
    foreste del continente americano e delle isole del Golfo del  Messico,
    non  si  arrestavano ad ammirare n le piante,  n i quadrumani,  n i
    volatili. Marciavano pi rapidamente che potevano, cercando i passaggi
    aperti dalle fiere o dagli indiani,  frettolosi di giungere  fuori  di
    quel caos di vegetali e di scorgere Maracaybo.
    Il  Corsaro  era diventato meditabondo e tetro,  come gi lo era quasi
    sempre,  anche a bordo della sua  nave  o  fra  le  gozzoviglie  della
    Tortue.  Avvolto nel suo ampio mantello nero,  col feltro calato sugli
    occhi e con la sinistra appoggiata alla guardia della spada,  la testa
    china  sul  petto,  camminava  dietro  a Carmaux,  senza guardare n i
    compagni,  n il prigioniero,  come fosse stato solo a  percorrere  la
    foresta.
    I  due filibustieri,  conoscendo le sue abitudini,  si guardavano bene
    dall'interrogarlo e di strapparlo dalle sue meditazioni.  Tutt'al  pi
    scambiavano a bassa voce, tra di loro, qualche parola per consigliarsi
    sulla   direzione   da  tenersi,   poi  allungavano  sempre  il  passo
    inoltrandosi vieppi fra quelle reti gigantesche di "sipos" smisurate,
    ed i tronchi delle palme,  degli "jacarand" e  delle  "massaranduba",
    fugando  colla  loro  presenza stormi di quei vaghi uccellini chiamati
    "trochilidi" od uccelli mosca,  dalle  splendide  penne  d'un  azzurro
    scintillante e dal becco rosso, color del fuoco.
    Camminavano da due ore,  sempre pi rapidamente,  quando Carmaux, dopo
    un istante di esitazione e dopo d'aver guardato pi volte  gli  alberi
    ed  il  suolo,  s'arrest  indicando  a  Wan  Stiller  un macchione di
    "cujueiro", piante che hanno foglie coriacee e che producono dei suoni
    bizzarri quando soffia il vento.
    - E' qui, Wan Stiller? - chiese. - Mi pare di non ingannarmi.
    Quasi  nello  stesso  momento,  in  mezzo  alla  macchia,  si  udirono
    echeggiare  dei suoni melodiosi,  dolcissimi,  che pareva uscissero da
    qualche flauto.
    - Che cos'?  - chiese il  Corsaro,  alzando  bruscamente  il  capo  e
    sbarazzandosi del mantello.
    - E' il flauto di Moko, - rispose Carmaux, con un sorriso.
    - Chi  questo Moko?
    -  Il  negro che ci ha aiutati a fuggire.  La sua capanna  in mezzo a
    queste piante.
    - E perch suona?
    - Sar occupato ad ammaestrare i suoi serpenti.
    - E' un incantatore di rettili?
    - S, capitano.
    - Ma questo flauto pu tradirci.
    - Glielo prender e manderemo i serpenti a passeggiare nel bosco.
    Il Corsaro fece cenno di tirare innanzi,  per estrasse la spada  come
    se temesse qualche brutta sorpresa.
    Carmaux  si  era  gi  cacciato  nel  macchione  avanzando  su  di  un
    sentieruzzo appena visibile, poi era tornato ad arrestarsi mandando un
    grido di stupore misto a ribrezzo.
    Dinanzi ad una catapecchia di rami intrecciati,  col tetto coperto  di
    grandi foglie di palme e semi-nascosta da una "cujera",  enorme pianta
    da zucche che ombreggia quasi sempre le capanne degli  indiani,  stava
    seduto  un negro di forme erculee.  Era uno dei pi bei campioni della
    razza africana,  poich era di  statura  alta,  con  spalle  larghe  e
    robuste,  petto  ampio  e  braccia  e  gambe  muscolose,  che dovevano
    sviluppare una forza gigantesca.
    Il suo viso, quantunque avesse le labbra grosse, il naso schiacciato e
    gli zigomi sporgenti,  non era brutto;  aveva  anzi  qualche  cosa  di
    buono,   d'ingenuo,   d'infantile,   senza   la   minima   traccia  di
    quell'espressione feroce che si riscontra in molte razze africane.
    Seduto su di un pezzo di tronco d'albero,  suonava un flauto fatto con
    una canna sottile di bamb, traendone dei suoni dolci, prolungati, che
    producevano  una  strana sensazione di mollezza,  mentre dinanzi a lui
    strisciavano dolcemente  otto  o  dieci  dei  pi  pericolosi  rettili
    dell'America meridionale.
    Vi erano alcuni "jararac", piccoli serpenti color tabacco colla testa
    depressa  e  triangolare,  col  collo  sottilissimo  e  che  sono cos
    velenosi che dagli indiani vengono chiamati i maledetti; alcuni "naja"
    chiamati  anche  "ay  ay",  tutti  neri  e  che  iniettano  un  veleno
    fulminante,  dei  "boicinega" o serpenti a sonaglio e qualche "urut",
    rettile a strisce bianche  disposte  in  croce  sul  capo,  e  la  cui
    morsicatura produce la paralisi del membro offeso.
    Il negro,  udendo il grido di Carmaux,  alz i suoi occhi grandi,  che
    parevano di porcellana,  fissandoli sul  filibustiere,  poi  staccando
    dalle labbra il flauto, disse con stupore:
    -  Siete  voi?...  Ancora qui...  Vi credevo gi nel golfo,  al sicuro
    dagli spagnoli.
    - S, siamo noi ma... il diavolo mi porti se io far un passo con quei
    brutti rettili che ti circondano.
    - Le mie bestie non  fanno  male  agli  amici,  -  rispose  il  negro,
    ridendo. - Aspetta un momento compare bianco e li mander a dormire.
    Prese un cesto di foglie intrecciate, vi mise dentro i serpenti, senza
    che  questi  si  ribellassero,  lo  richiuse  accuratamente mettendovi
    sopra, per maggior precauzione, un grosso sasso, poi disse:
    - Ora puoi entrare senza timore nella mia capanna, compare bianco. Sei
    solo?
    - No,  conduco con me il capitano della  mia  nave,  il  fratello  del
    Corsaro Rosso.
    - Il Corsaro Nero?... Lui qui?... Maracaybo tremer tutta!...
    - Silenzio,  negrotto mio. Metti a nostra disposizione la tua capanna,
    e non avrai da pentirti.
    Il Corsaro era allora giunto assieme al prigioniero ed a Wan  Stiller.
    Salut  con un cenno della mano il negro che lo attendeva dinanzi alla
    capanna, poi entr dietro Carmaux, dicendo:
    - E' questo l'uomo che ti ha aiutato a fuggire?
    - S, capitano.
    - Odia forse gli spagnoli?
    - Al pari di noi.
    - Conosce Maracaybo?
    - Come noi conosciamo la Tortue.
    Il Corsaro  si  volse  a  guardare  il  negro,  ammirando  la  potente
    muscolatura  di quel figlio dell'Africa,  poi aggiunse,  come parlando
    fra s:
    - Ecco un uomo che potr giovarmi
    Gett uno sguardo nella capanna e vista in un angolo una  rozza  sedia
    di  rami  intrecciati,  vi  sedette,  tornando  ad immergersi nei suoi
    pensieri.
    Intanto il negro  si  era  affrettato  a  portare  alcune  focacce  di
    manioca,  specie di farina estratta da certi tuberi velenosissimi,  ma
    che dopo essere stati grattugiati e spremuti perdono le  loro  qualit
    venefiche;  della  frutta di anone muricata,  sorta di pigne verdi che
    contengono,   sotto  le   squame   esterne,   una   crema   biancastra
    squisitissima,  e  parecchie  dozzine  di  quei profumati banani detti
    d'oro,  pi  piccoli  degli  altri,  ma  molto  pi  deliziosi  e  pi
    nutritivi.
    A  tutto  quello aveva inoltre aggiunto una zucca ripiena di "pulque",
    bibita fermentata che si estrae in notevole quantit dalle agavi.
    I tre filibustieri, che non avevano sgretolato un sol biscotto durante
    l'intera notte,  fecero onore a quella colazione non  dimenticando  il
    prigioniero;  poi  si  accomodarono  alla  meglio  su  alcuni fasci di
    fresche  foglie  che  il  negro  aveva   portato   nella   capanna   e
    s'addormentarono  tranquillamente,  come  se  si  trovassero  in piena
    sicurezza.
    Moko si era per messo di sentinella,  dopo aver legato  per  bene  il
    prigioniero, che gli era stato raccomandato dal compare bianco.
    Durante  l'intera giornata nessuno dei tre filibustieri si mosse: per
    appena calate le tenebre, il Corsaro si era bruscamente alzato.
    Era diventato pi pallido del  solito  ed  i  suoi  occhi  neri  erano
    animati da un cupo lampo.
    Fece  due  o  tre  volte il giro della capanna con passo agitato,  poi
    arrestandosi dinanzi al prigioniero gli disse.
    - Io ti ho promesso di non ucciderti, mentre avrei avuto il diritto di
    appiccarti al primo albero della foresta;  tu devi dirmi  per  se  io
    potrei entrare inosservato nel palazzo del Governatore.
    -  Volete  andare  ad  assassinarlo per vendicare la morte del Corsaro
    Rosso?
    - Assassinarlo!... - esclam il filibustiere, con ira.  - Io mi batto,
    non uccido a tradimento, perch sono un gentiluomo. Un duello fra me e
    lui s, non un assassinio.
    -  E'  vecchio,  il Governatore,  mentre voi siete giovane,  e poi non
    potreste introdurvi nella sua abitazione,  senza venire arrestato  dai
    numerosi soldati che vegliano presso di lui.
    - So che  coraggioso.
    - Come un leone.
    - Sta bene: spero di ritrovarlo.
    Si  volse verso i due filibustieri che si erano alzati,  dicendo a Wan
    Stiller:
    - Tu rimarrai qui, a guardia di quest'uomo.
    - Basta il negro, capitano.
    - No,  il negro  forte come un ercole e mi sar di grande  aiuto  per
    trasportare la salma di mio fratello.  Vieni,  Carmaux, andremo a bere
    una bottiglia di vino di Spagna a Maracaybo.
    - Mille pesci-cani!... A quest'ora, capitano!... - esclam Carmaux.
    - Hai paura?
    - Con voi scenderei anche all'inferno,  a prendere per il naso  messer
    Belzeb, ma temo che vi scoprano.
    Un sorriso beffardo contrasse le sottili labbra del Corsaro.
    - La vedremo, - disse poi. - Vieni.











    4.
    UN DUELLO FRA QUATTRO MURA.

    Maracaybo,  quantunque  non  avesse  una  popolazione  superiore  alle
    diecimila anime, in quell'epoca era una delle pi importanti citt che
    la Spagna possedesse sulle coste del Golfo del Messico.
    Situata in una  splendida  posizione,  all'estremit  meridionale  del
    Golfo  di  Maracaybo,  dinanzi  allo stretto che mette nell'ampio lago
    omonimo,  che internasi per molte leghe nel continente,  era diventata
    rapidamente importantissima, e serviva d'emporio a tutte le produzioni
    del Venezuela.
    Gli  spagnoli l'avevano munita di un forte poderoso,  armato d'un gran
    numero di cannoni e sulle due isole,  che lo difendevano dal lato  del
    golfo,   avevano   messe   guarnigioni   fortissime,   temendo  sempre
    un'improvvisa irruzione dei formidabili filibustieri della Tortue.
    Belle abitazioni erano state erette dai primi avventurieri che avevano
    posto piede su quelle sponde ed anche non pochi palazzi  si  vedevano,
    costruiti  da  architetti  venuti dalla Spagna per cercare fortuna nel
    nuovo mondo;  abbondavano soprattutto  i  pubblici  ritrovi,  dove  si
    radunavano  i  ricchi  proprietari  di  miniere,  e dove,  in tutte le
    stagioni, danzavasi il "fandango" od il "bolero".
    Quando il Corsaro ed i suoi compagni,  Carmaux ed il negro,  entrarono
    in  Maracaybo indisturbati,  le vie erano ancora popolate e le taverne
    dove spacciavansi vini d'oltre Atlantico erano affollate,  poich  gli
    spagnoli,  anche nelle loro colonie, non avevano rinunciato a sorbirsi
    un ottimo bicchiere della natia Malaga o Xres.
    Il Corsaro aveva rallentato il passo.  Col feltro calato sugli  occhi,
    avvolto  nel  suo  mantello,  quantunque  la  sera fosse calda,  colla
    sinistra appoggiata fieramente sulla guardia  della  spada,  osservava
    attentamente  le  vie  e  le case,  come se avesse voluto imprimersele
    nella mente.
    Giunti sulla "Plaza de Granada" che formava  il  centro  della  citt,
    s'arrest sull'angolo di una casa,  appoggiandosi contro il muro, come
    se una improvvisa debolezza avesse colto  quel  fiero  scorridore  del
    golfo.
    La piazza offriva uno spettacolo cos lugubre,  da fare fremere l'uomo
    pi impassibile della terra.
    Da quindici forche, innalzate in semicerchio dinanzi ad un palazzo sul
    quale ondeggiava la bandiera  spagnola,  pendevano  quindici  cadaveri
    umani. Erano tutti scalzi, colle vesti a brandelli, eccettuato uno che
    indossava  un  costume dal colore del fuoco e che calzava alti stivali
    da mare.
    Sopra quelle quindici forche,  numerosi gruppi  di  "zopilotes"  e  di
    "urubu",  piccoli  avvoltoi  dalle penne tutte nere,  incaricati della
    pulizia delle citt dell'America centrale,  parevano solo attendessero
    la  putrefazione  di  quei  disgraziati  per gettarsi su quelle povere
    carni.
    Carmaux si era avvicinato al Corsaro, dicendogli con voce commossa:
    - Ecco i compagni.
    - S,  - rispose il Corsaro,  con voce sorda.  - Reclamano vendetta  e
    l'avranno presto.
    Si  stacc  dal  muro  facendo uno sforzo violento,  chin il capo sul
    petto come se avesse voluto celare la  terribile  emozione  che  aveva
    sconvolto i suoi lineamenti e s'allontan a rapidi passi,  entrando in
    una "posada",  specie  d'albergo,  dove  abitualmente  si  radunano  i
    nottambuli per vuotare con loro comodo parecchi boccali di vino.
    Trovato  un  tavolo vuoto si sedette,  o meglio si lasci cadere su di
    una scranna, senza alzare il capo, mentre Carmaux urlava:
    - Un boccale del tuo migliore "xres", oste briccone!...  Bada che sia
    autentico  o  non rispondo dei tuoi orecchi...  L'aria del golfo mi ha
    fatta venire una tale sete, da asciugare tutta la tua cantina.
    Quelle parole,  pronunciate in puro biscaglino,  fecero accorrere  pi
    che in fretta il trattore, con un fiasco di quell'eccellente vino.
    Carmaux emp tre tazze,  ma il Corsaro era cos immerso nei suoi tetri
    pensieri, che non pens di toccare la sua.
    - Per mille pesci-cani,  - borbott Carmaux,  urtando il negro.  -  Il
    padrone   in piena tempesta ed io non vorrei trovarmi nei panni degli
    spagnoli. Bell'audacia, in fede mia,  venire qui;  ma gi,  lui non ha
    paura.
    Si guard intorno con una certa curiosit non esente da una vaga paura
    ed  i  suoi  occhi s'incontrarono con quelli di cinque o sei individui
    armati di "navaje" smisurate,  i quali lo guardavano  con  particolare
    attenzione.
    -  Pare  che  mi  ascoltassero,  -  diss'egli  al  negro.  -  Chi sono
    costoro?...
    - Baschi al servizio del Governatore.
    - Compatrioti militanti sotto  altre  bandiere.  Bah!  Se  credono  di
    spaventarmi colle loro "navaje", s'ingannano.
    Quegl'individui  frattanto  avevano  gettate  le sigarette che stavano
    fumando e dopo essersi bagnata la gola con alcune tazze di malaga,  si
    erano  messi  a  chiacchierare  con  voce  cos  alta  da  farsi udire
    perfettamente da Carmaux.
    - Avete veduti gli appiccati?... - aveva chiesto uno.
    - Sono andato a vederli anche questa sera,  - aveva risposto un altro.
    - E' sempre un bello spettacolo che offrono quelle canaglie!... Ce n'
    uno che fa scoppiare dalle risa,  con quella lingua che gli esce dalla
    bocca mezzo palmo.
    - Ed il Corsaro Rosso?  - chiese un terzo.  - Gli hanno messo in bocca
    perfino una sigaretta onde renderlo pi ridicolo.
    -  Ed  io  voglio porgli in mano un ombrello onde domani si ripari dal
    sole. Lo vedremo...
    Un pugno formidabile,  picchiato sul tavolo e che fece  traballare  le
    tazze gl'interruppe la frase.
    Carmaux, impotente a frenarsi, prima ancora che il Corsaro Nero avesse
    pensato a trattenerlo, si era alzato di balzo ed aveva lasciato andare
    sulla tavola vicina quel formidabile pugno.
    -  "Rayos  de dios"!  - tuon.  - Bella prodezza deridere i morti;  il
    bello  deridere i vivi, miei cari "caballeros"!...
    I cinque bevitori, stupiti da quell'improvviso scoppio di rabbia dello
    sconosciuto, si erano alzati precipitosamente, tenendo la destra sulle
    "navaje", poi uno di loro, il pi ardito senza dubbio,  gli chiese con
    cipiglio:
    - Chi siete voi, "caballero"?
    - Un buon biscaglino che rispetta i morti,  ma che sa bucare il ventre
    anche ai vivi.
    I cinque bevitori a quella risposta,  che  poteva  prendersi  per  una
    spacconata,  si misero a ridere, facendo andare maggiormente in bestia
    il filibustiere.
    - Ah!... E' cos? - disse questi, pallido d'ira.
    Guard il Corsaro,  che non si era mosso come se quell'alterco non  lo
    riguardasse,  poi  allungando  una  mano  verso  colui  che  lo  aveva
    interrogato, lo respinse furiosamente urlandogli contro:
    - Il lupo di mare manger il lupicino di terra!...
    L'uomo respinto era caduto addosso ad un tavolo, ma si era prontamente
    rimesso in gambe, levandosi rapidamente dalla cintura la "navaja", che
    apr con un colpo secco.
    Stava senz'altro per scagliarsi contro Carmaux e passarlo da  parte  a
    parte,   quando  il  negro,  che  fino  allora  era  rimasto  semplice
    spettatore,  ad un cenno  del  Corsaro  balz  fra  i  due  litiganti,
    brandendo minacciosamente una pesante sedia di legno e di ferro.
    - Fermo o t'accoppo!... - grid all'uomo armato.
    Vedendo  quel  gigante dalla pelle nera come il carbone la cui potente
    muscolatura  pareva  pronta  a  scattare,   i  cinque   baschi   erano
    indietreggiati,   per   non  farsi  stritolare  da  quella  sedia  che
    descriveva in aria delle curve minacciose.
    Quindici o venti bevitori che si  trovavano  in  una  stanza  attigua,
    udendo quel baccano, si erano affrettati ad accorrere, preceduti da un
    omaccio armato di uno spadone,  un vero tipo di bravaccio,  coll'ampio
    cappello piumato inclinato su di un orecchio  ed  il  petto  racchiuso
    entro una vecchia corazza di pelle di Cordova.
    - Che cosa succede qui?  - disse ruvidamente quell'uomo, sguainando il
    brando, con una mossa tragica.
    - Succedono,  mio caro "caballero",  - disse Carmaux,  inchinandosi in
    modo buffo, - certe cose che non vi riguardano affatto.
    - Eh!...  per tutti i Santi... - grid il bravaccio con cipiglio. - Si
    vede che voi non conoscete don Gamaraley Miranda,  conte  di  Badajoz,
    nobile di Camargua, e visconte di...
    - Di casa del diavolo,  - disse il Corsaro Nero, alzandosi bruscamente
    e  guardando  fisso  il  bravaccio.  -  E  cos,  "caballero",  conte,
    marchese, duca, eccetera?...
    Il  signor  di Gamara e d'altri luoghi ancora arross come una peonia,
    poi impallid, dicendo con voce rauca:
    - Per tutte le streghe  dell'inferno!...  Non  so  chi  mi  tenga  dal
    mandarvi  all'altro  mondo  a  tenere compagnia a quel cane di Corsaro
    Rosso che fa cos bella mostra sulla "Plaza de  Granada"  ed  ai  suoi
    quattordici birbanti.
    Questa  volta  fu il Corsaro che impallid orribilmente.  Con un gesto
    trattenne Carmaux che stava per scagliarsi contro  l'avventuriero,  si
    sbarazz  del  mantello  e del cappello e con un rapido gesto snud la
    spada, dicendo con voce fremente:
    - Il cane sei tu e chi andr a tenere compagnia agli appiccati sar la
    tua anima dannata.
    Fece cenno  agli  spettatori  di  fare  largo  e  si  mise  di  fronte
    all'avversario,  ponendosi  in  guardia  con  una  eleganza  e con una
    sicurezza da sconcertare l'avversario.
    - A noi,  Conte di casa del diavolo - disse coi denti stretti.  -  Fra
    poco qui vi sar un morto.
    L'avventuriero  si  era  messo in guardia,  ma ad un tratto si rialz,
    dicendo:
    - Un momento, "caballero". Quando s'incrocia il ferro si ha il diritto
    di conoscere il nome dell'avversario.
    - Sono pi nobile di te, ti basta?...
    - No,  il nome che voglio sapere.
    - Lo vuoi?... Si, ma peggio per te, poich non lo dirai pi a nessuno.
    Gli  si  avvicin  e  gli  mormor  alcune  parole  in  un   orecchio.
    L'avventuriero  aveva  mandato  un  grido  di  stupore e fors'anche di
    spavento e aveva fatto  due  passi  indietro  come  se  avesse  voluto
    rifugiarsi fra gli spettatori e tradire il segreto; ma il Corsaro Nero
    aveva cominciato ad incalzarlo vivamente, costringendolo a difendersi.
    I  bevitori avevano formato un ampio circolo attorno ai duellanti.  Il
    negro e Carmaux erano in prima  linea,  per  non  sembravano  affatto
    preoccupati  dell'esito  di quello scontro,  specialmente l'ultimo che
    sapeva di quanto era capace il Corsaro.
    L'avventuriero, fino dai primi colpi, si era accorto d'aver dinanzi un
    avversario formidabile,  deciso ad ucciderlo al primo colpo  falso,  e
    ricorreva  a  tutte  le  risorse della scherma per parare le botte che
    grandinavano.
    Quell'uomo non era  per  uno  spadaccino  da  disprezzarsi.  Alto  di
    statura,  grosso  e  robustissimo,  dal  polso  fermo  e  dal  braccio
    vigoroso,  doveva opporre una lunga resistenza e si capiva che non era
    facile a stancarsi.
    Il Corsaro tuttavia, snello, agile, dalla mano pronta, non gli dava un
    istante  di  tregua,  come  se  temesse che approfittasse della minima
    sosta per tradirlo.
    La sua spada lo minacciava sempre,  costringendolo a continue  parate.
    La  punta  scintillante  balenava dappertutto,  batteva forte il ferro
    dell'avventuriero,  facendo sprizzare scintille,  e andava a fondo con
    una velocit cos fulminea da sconcertare l'avversario.
    Dopo  due  minuti l'avventuriero,  non ostante il suo vigore poco meno
    che  erculeo,   cominciava  a  sbuffare  ed  a  rompere.   Si  sentiva
    imbarazzato a rispondere a tutte le botte del Corsaro e non conservava
    pi la calma primiera. Sentiva che la pelle correva un gran pericolo e
    che avrebbe finito davvero coll'andare a tenere poco allegra compagnia
    agli appiccati della "Plaza de Granada".
    Il Corsaro invece pareva che avesse appena sfoderata la spada. Balzava
    innanzi  con  un'agilit da giaguaro,  incalzando sempre con crescente
    vigore l'avventuriero.  Solamente i suoi sguardi,  animati da un  cupo
    fuoco, tradivano la collera della sua anima.
    Quegli   occhi   non   si   staccavano   un  solo  istante  da  quelli
    dell'avversario, come se volessero affascinarlo e turbarlo. Il cerchio
    degli spettatori si era aperto per lasciare campo all'avventuriero, il
    quale retrocedeva sempre, avvicinandosi alla parete opposta.  Carmaux,
    sempre  in  prima  fila,  cominciava  a  ridere,  prevedendo presto lo
    scioglimento di quel terribile scontro.
    Ad un tratto  l'avventuriero  si  trov  addosso  al  muro.  Impallid
    orribilmente  e  grosse  gocce  di  sudore  freddo  gli imperlarono la
    fronte.
    - Basta... - rantol, con voce affannosa.
    - No, - gli disse il Corsaro,  con accento sinistro.  - Il mio segreto
    deve morire con te.
    L'avversario tent un colpo disperato. Si rannicchi pi che pot, poi
    si  scagli  innanzi,  vibrando  tre  o  quattro  stoccate  una dietro
    l'altra.
    Il Corsaro, fermo come una rupe, le aveva parate con eguale rapidit.
    - Ora t'inchioder sulla parete, - gli disse.
    L'avventuriero,  pazzo  di  spavento,  comprendendo  ormai  di  essere
    perduto, si mise a urlare.
    - Aiuto!... Egli  il Co...
    Non   fin.   La   spada  del  Corsaro  gli  era  entrata  nel  petto,
    inchiodandolo nella parete e spegnendogli la frase.
    Un getto di sangue gli usc dalle labbra macchiandogli la  corazza  di
    pelle che non era stata sufficiente a ripararlo da quel tremendo colpo
    di spada, sbarr spaventosamente gli occhi, guardando l'avversario con
    un  ultimo  lampo  di  terrore,  poi  stramazz pesantemente al suolo,
    spezzando in due la lama che lo tratteneva al muro.
    - Se n' andato, - disse Carmaux, con un accento beffardo.
    Si curv sul cadavere,  gli strapp di mano la spada e  porgendola  al
    capitano che guardava con occhio tetro l'avventuriero, gli disse:
    - Giacch l'altra si  spezzata, prendete questa. Per bacco!... E' una
    vera lama di Toledo, ve lo assicuro, signore.
    Il  Corsaro prese la spada del vinto senza dir verbo,  and a prendere
    il cappello,  gett sul tavolo un doblone d'oro e usc dalla  "posada"
    seguito  da  Carmaux  e dal negro,  senza che gli altri avessero osato
    trattenerlo.








    5.
    L'APPICCATO.

    Quando il  Corsaro  ed  i  suoi  compagni  giunsero  sulla  "Plaza  de
    Granada", l'oscurit era cos profonda, da non potersi distinguere una
    persona a venti passi di distanza.
    Un profondo silenzio regnava sulla piazza, rotto solamente dal lugubre
    gracidare  di  qualche "urubu",  vigilante sulle quindici forche degli
    appiccati.  Non si udivano nemmeno pi i passi della sentinella  posta
    dinanzi al palazzo del Governatore, la cui massa giganteggiava dinanzi
    alle forche.
    Tenendosi presso i muri delle case o dietro ai tronchi delle palme, il
    Corsaro,  Carmaux  ed il negro s'avanzavano lentamente,  cogli orecchi
    tesi, gli occhi bene aperti e le mani sulle armi, tentando di giungere
    inosservati presso i giustiziati.
    Di tratto in tratto,  quando qualche rumore echeggiava  per  la  vasta
    piazza,  s'arrestavano  sotto  la cupa ombra di qualche pianta o sotto
    l'oscura arcata di qualche porta,  aspettando,  con un certa  ansiet,
    che il silenzio fosse tornato.
    Erano  gi  giunti  a  pochi  passi  dalla  prima  forca,  dalla quale
    dondolava, mosso dalla brezza notturna,  un povero diavolo quasi nudo,
    quando  il  Corsaro  addit ai compagni una forma umana che si agitava
    sull'angolo del palazzo del Governatore.
    -  Per  mille  pesci-cani!...   -  borbott   Carmaux.   -   Ecco   la
    sentinella!... Quell'uomo verr a guastarci il lavoro.
    - Ma Moko  forte, - disse il negro. - Io andr a rapire quel soldato.
    - E ti farai bucare il ventre, compare.
    Il negro sorrise, mostrando due file di denti bianchi come l'avorio, e
    cos acuti da fare invidia ad uno squalo, dicendo:
    - Moko  astuto e sa strisciare come i serpenti che incanta.
    -  Va',  - gli disse il Corsaro.  - Prima di prenderti con me,  voglio
    avere una prova della tua audacia.
    - L'avrete, padrone. Io prender quell'uomo come un tempo prendevo gli
    "jacar" (1) della laguna.
    Si tolse dai fianchi una corda sottile,  di cuoio  intrecciato  e  che
    terminava  in  un  anello,  un vero "lazo",  simile a quello usato dai
    "vaqueros" messicani  per  dare  la  caccia  ai  tori,  e  s'allontan
    silenziosamente, senza produrre il minimo rumore.
    Il  Corsaro,  nascosto  dietro  il  tronco  d'una  palma,  lo guardava
    attentamente, ammirando forse la risolutezza di quel negro che,  quasi
    inerme,  andava  ad  affrontare  un  uomo  bene  armato  e  certamente
    risoluto.
    - Ha del fegato il compare, - disse Carmaux.
    Il Corsaro fece un cenno affermativo col capo,  ma non  pronunci  una
    sola  parola.  Continuava a guardare l'africano il quale strisciava al
    suolo  come  un  serpente  avvicinandosi  lentamente  al  palazzo  del
    Governatore.
    Il  soldato  si  allontanava allora dall'angolo,  dirigendosi verso il
    portone,  era armato di un'alabarda ed al  fianco  portava  anche  una
    spada.
    Vedendo  che  gli  volgeva le spalle,  Moko strisciava pi velocemente
    tenendo in mano  il  lazo.  Quando  giunse  a  dodici  passi  si  alz
    rapidamente, fece volteggiare in aria due o tre volte la corda, poi la
    lanci con mano sicura.
    S'ud  un  leggero  sibilo,  poi  un  grido  soffocato  ed  il soldato
    stramazz al suolo, lasciando cadere l'alabarda ed agitando pazzamente
    le gambe e le braccia.
    Moko, con un balzo da leone,  gli era piombato addosso.  Imbavagliarlo
    strettamente colla fascia rossa che portava alla cintola,  legarlo per
    bene e portarlo via come se fosse stato un fanciullo,  fu l'affare  di
    pochi istanti.
    - Eccolo, - disse, gettandolo ruvidamente ai piedi del capitano.
    -  Sei  un valente,  - rispose il Corsaro.  - Legalo a questo albero e
    seguimi.
    Il negro obbed aiutato da Carmaux,  poi tutti e  due  raggiunsero  il
    Corsaro, il quale esaminava gli appiccati dondolanti dalle forche.
    Giunti  in  mezzo  alla  piazza,  il  capitano s'arrest dinanzi ad un
    giustiziato che indossava un costume rosso e che, per amara derisione,
    teneva fra le labbra un pezzo di sigaro.
    Nel vederlo, il Corsaro aveva mandato un vero grido di orrore.
    - I maledetti!... - esclam. - Anche l'ultimo disprezzo!
    La sua voce, che pareva il lontano ruggito d'una fiera, termin in uno
    straziante singhiozzo.
    - Signore, - disse Carmaux, con voce commossa, - siate forte!
    Il Corsaro fece un gesto colla mano indicandogli l'appiccato.
    - Subito, mio capitano, - rispose Carmaux.
    Il negro si era arrampicato sulla forca,  tenendo  fra  le  labbra  il
    coltello del filibustiere.  Recise con un colpo solo la fune, poi cal
    gi il cadavere, adagio, adagio.
    Carmaux gli si era fatto  sotto.  Quantunque  la  putrefazione  avesse
    cominciato a decomporre le carni del Corsaro Rosso, il filibustiere lo
    prese  delicatamente  fra le braccia e l'avvolse nel mantello nero che
    il capitano gli porgeva.
    - Andiamo - disse il Corsaro,  con un sospiro.  - La nostra missione 
    finita e l'oceano aspetta la salma del valoroso.
    Il  negro prese il cadavere,  se lo accomod fra le braccia,  lo copr
    per bene col mantello,  e poi tutti e  tre  abbandonarono  la  piazza,
    tristi e taciturni.  Quando per giunsero all'estremit, il Corsaro si
    volse guardando un'ultima volta i quattordici appiccati,  i cui  corpi
    spiccavano lugubremente fra le tenebre, e disse con voce mesta:
    - Addio,  valorosi disgraziati;  addio compagni del Corsaro Rosso!  La
    filibusteria vendicher ben presto la vostra morte.
    Poi,  fissando con  due  occhi  ardenti  il  palazzo  del  Governatore
    giganteggiante in fondo alla piazza, aggiunse con voce cupa:
    - Tra me e te, Wan Guld, sta la morte!...
    Si misero in cammino,  frettolosi di uscire da Maracaybo e di giungere
    al mare per tornare a  bordo  della  nave  corsara.  Ormai  pi  nulla
    avevano da fare in quella citt, entro le cui vie non si sentivano pi
    sicuri,  dopo  l'avventura della "posada".  Avevano gi percorse tre o
    quattro viuzze deserte, quando Carmaux, che camminava dinanzi a tutti,
    credette di scorgere delle ombre umane,  seminascoste  sotto  l'oscura
    arcata d'una porta.
    -  Adagio,  -  mormor,  volgendosi  verso  i compagni.  - Se non sono
    diventato cieco, vi sono delle persone che mi pare ci attendano.
    - Dove? - chiese il Corsaro.
    - L sotto.
    - Forse ancora gli uomini della "posada"?
    - Mille pesci...  cani!...  Che  siano  i  cinque  baschi  colle  loro
    "navaje"?
    -  Cinque non sono troppi per noi,  e faremo pagare caro l'agguato,  -
    disse il Corsaro sguainando la spada.
    -  La  mia  sciabola  d'arrembaggio  avr  buon   gioco   sulle   loro
    "navaje"!... - disse Carmaux.
    Tre  uomini  avvolti  in grandi mantelli fioccati,  dei "serap" senza
    dubbio,  si erano  staccati  dall'angolo  d'un  portone  occupando  il
    marciapiede  di  destra,  mentre  due altri,  che fino allora si erano
    tenuti celati dietro un carro abbandonato,  chiudevano  il  passo  sul
    marciapiede di sinistra.
    - Sono i cinque baschi,  - disse Carmaux. - Vedo le "navaje" luccicare
    alle loro cintole.
    - Tu incaricati dei due di sinistra ed io dei tre di destra,  -  disse
    il Corsaro,  - e tu,  Moko, non occuparti di noi e prendi il largo col
    cadavere. Ci aspetterai sul margine della foresta.
    I cinque baschi si erano sbarazzati dei mantelli piegandoli in quattro
    e ponendoseli sul braccio sinistro,  poi avevano aperto i loro  lunghi
    coltellacci dalla punta acuta come le lame delle spade:
    - Ah!... Ah!... - disse colui che era stato respinto da Carmaux.
    - Pare che non ci siamo ingannati.
    - Largo!... - grid il Corsaro, che si era messo dinanzi ai compagni.
    - Adagio, "caballero", - disse il basco, facendosi innanzi.
    - Che cosa vuoi tu?...
    - Soddisfare una piccola curiosit che ci cruccia.
    - E quale?
    - Sapere chi siete voi, "caballero".
    -  Un  uomo  che  uccide chi gli d impiccio,  - rispose fieramente il
    Corsaro, avanzandosi colla spada in pugno.
    - Allora vi dir,  "caballero",  che noi siamo uomini  che  non  hanno
    paura, e che non ci faremo uccidere come quel povero diavolo che avete
    inchiodato  al muro.  Il vostro nome ed i vostri titoli o non uscirete
    da Maracaybo.  Siamo ai servizi  del  signor  Governatore  e  dobbiamo
    rispondere  delle  persone  che  passeggiano per le vie ad un'ora cos
    tarda.
    - Se volete saperlo,  venite a chiedermi  il  mio  nome,  -  disse  il
    Corsaro  mettendosi  rapidamente  in guardia.  - A te i due di destra,
    Carmaux.
    Il filibustiere aveva sguainata la sciabola  d'arrembaggio  e  muoveva
    risolutamente  contro  i  due  avversari  che  impedivano il passo sul
    marciapiede opposto.
    I cinque baschi non si  erano  mossi,  aspettando  l'assalto  dei  due
    filibustieri.  Fermi sulle gambe che tenevano un po' aperte per essere
    pi pronti a tutte le evoluzioni,  colla mano sinistra stretta  contro
    la  cintura  e  la  destra  attorno  al manico della "navaja",  ma col
    pollice appoggiato sulla parte pi larga della  lama,  aspettavano  il
    momento opportuno per scagliare i colpi mortali.
    Dovevano  essere  cinque  "diestros",  ossia  valenti,  ai  quali  non
    dovevano essere sconosciuti i  colpi  pi  famosi,  n  il  "javeque",
    ferita ignominiosa che sfregia il viso, n il terribile "desjarretazo"
    che  si avventa per di dietro,  sotto l'ultima costola e che recide la
    colonna vertebrale.
    Vedendo che non si decidevano,  il Corsaro,  impaziente di aprirsi  il
    passo,  piomb  sui tre avversari che gli stavano di fronte,  vibrando
    botte a destra ed  a  manca  con  velocit  fulminea,  mentre  Carmaux
    caricava gli altri due sciabolando come un pazzo.
    I cinque "diestros" non si erano per questo sgomentati.  Dotati di una
    agilit prodigiosa,  balzavano indietro  parando  i  colpi  ora  colle
    larghe  lame  dei  loro coltellacci ed ora coi "serap",  che tenevano
    avvolti intorno al braccio sinistro.
    I due filibustieri erano  diventati  prudenti,  essendosi  accorti  di
    avere da fare con degli avversari pericolosi.
    Quando  per  videro il negro allontanarsi col cadavere e perdersi fra
    l'oscurit della via tornarono furiosamente alla carica, frettolosi di
    sbrigarsela prima che qualche guardia,  attirata da  quel  cozzare  di
    ferri, potesse giungere in aiuto dei baschi.
    Il  Corsaro,  la  cui  spada era ben pi lunga delle "navaje" e la cui
    abilit nella scherma era  straordinaria,  poteva  avere  buon  gioco,
    mentre Carmaux era costretto a tenersi molto in guardia essendo la sua
    sciabola assai corta.
    I  sette  uomini lottavano con furore,  ma in silenzio,  essendo tutti
    assorti nel parare e vibrare  colpi.  S'avanzavano,  indietreggiavano,
    balzavano ora a destra ed ora a manca, percuotendo forte i ferri.
    Ad  un  tratto  il  Corsaro,  vedendo  uno  dei  tre avversari perdere
    l'equilibrio e fare un passo falso, scoprendo per un istante il petto,
    si allung con una mossa fulminea.
    La lama tocc e l'uomo cadde senza mandare un gemito.
    - E uno, - disse il Corsaro, rivolgendosi agli altri.  - Fra poco avr
    la vostra pelle!
    I  due  baschi,  per  nulla intimoriti,  stettero fermi dinanzi a lui,
    senza fare un passo indietro;  d'improvviso per il pi agile  gli  si
    precipit  addosso  curvandosi  verso  terra  e  spingendo  dinanzi il
    "serap" che gli riparava il braccio, come se volesse portare il colpo
    della "parte baja", che se riesce squarcia il ventre, ma poi si rialz
    e scartandosi bruscamente  tent  di  vibrare  la  botta  mortale,  il
    "desjarretazo".
    Il Corsaro fu lesto a gettarsi da un lato e part a fondo, per la sua
    lama s'imbarazz nel "serap" del "valiente".
    Tent  di  rimettersi  in  guardia  per parare i colpi che gli vibrava
    l'altro basco e quasi subito mand un grido di rabbia.
    La lama era stata spezzata a met dal braccio dell'uomo che stava  per
    vibrargli il "desjarretazo".
    Balz indietro agitando il pezzo di spada, e urlando:
    - A me, Carmaux!...
    Il  filibustiere  che non era ancora riuscito a sbrigarsi dei suoi due
    avversari,  quantunque  li  avesse  costretti  a  indietreggiare  fino
    all'angolo della via, in tre salti gli fu presso.
    - Per mille pesci-cani!...  - tuon,  - eccoci in un bell'impiccio!...
    Saremo bravi se riusciremo a levarci d'attorno  questa  muta  di  cani
    arrabbiati.
    -  Teniamo  la  vita  di  due di quei bricconi,  - rispose il Corsaro,
    armando precipitosamente la pistola che teneva alla cintola.
    Stava per far fuoco sul pi vicino,  quando vide precipitarsi  addosso
    ai quattro baschi, che si erano radunati, credendosi ormai certi della
    vittoria,  un'ombra gigantesca. Quell'uomo, giunto in cos buon punto,
    teneva in mano un grosso randello.
    - Moko!... - esclamarono il Corsaro e Carmaux.
    Il negro invece di rispondere alz il bastone e si mise  a  tempestare
    gli avversari con tale furia, che quei disgraziati in un baleno furono
    tutti a terra, chi colla testa rotta e chi colle costole sfondate.
    -  Grazie  compare!...  -  grid  Carmaux.  -  Mille  fulmini!...  che
    grandinata!...
    - Fuggiamo, - disse il Corsaro. - Qui pi nulla abbiamo da fare.
    Alcuni abitanti,  svegliati dalle grida dei  feriti,  cominciavano  ad
    aprire le finestre per vedere di che cosa si trattava.
    I  due  filibustieri ed il negro,  sbarazzatisi dei cinque assalitori,
    svoltarono precipitosamente l'angolo della via.
    - Dove hai lasciato il cadavere? - chiese il Corsaro all'africano.
    - E' gi fuori della citt - rispose il negro.
    - Grazie del tuo soccorso.
    - Avevo pensato che il mio intervento poteva esservi utile e  mi  sono
    affrettato a ritornare.
    - Vi  nessuno all'estremit del borgo?
    - Non ho veduto alcuno.
    - Allora affrettiamoci a battere in ritirata, prima che giungano altri
    avversari, - disse il Corsaro.
    Stavano  per  mettersi  in  marcia,  quando Carmaux,  che s'era spinto
    innanzi per perlustrare una via laterale,  torn rapidamente indietro,
    dicendo:
    - Capitano, sta per giungere una pattuglia!...
    - Da dove?
    - Da quella viuzza.
    - Ne prenderemo un'altra.  Le armi in mano,  miei prodi,  e avanti!...
    Va' a disarmare il biscaglino che ho ucciso;  in mancanza di  altro  
    buona anche una "navaja".
    -  Col  vostro  permesso  v'offro  la  mia sciabola,  capitano;  io so
    adoperare quei lunghi coltelli.
    Il bravo marinaio porse al Corsaro  la  propria  sciabola,  poi  torn
    indietro e and a raccogliere la "navaja" di uno dei biscaglini,  arma
    formidabile anche in mano sua.
    Il drappello s'avvicinava a grandi passi.  Forse aveva udito le  grida
    dei combattenti ed il cozzare delle armi e s'affrettava ad accorrere.
    I  filibustieri,  preceduti  da  Moko,  si  misero a correre tenendosi
    presso i muri delle case; percorsi circa centocinquanta passi, udirono
    il passo cadenzato di un altra pattuglia.
    - Tuoni! - esclam Carmaux. - Stiamo per essere presi in mezzo.
    Il Corsaro Nero s'era arrestato,  impugnando  la  corta  sciabola  del
    filibustiere.
    - Che siamo stati traditi?... - mormor.
    - Capitano,  - disse l'africano. - Vedo otto uomini armati di alabarde
    e di moschettoni avanzarsi verso di noi.
    - Amici, - disse il Corsaro, - qui si tratta di vendere cara la vita.
    - Comandate che cosa si deve fare e noi siamo pronti  -  risposero  il
    filibustiere ed il negro, con voce decisa.
    - Moko!
    - Padrone!
    -  Affido  a  te  l'incarico  di  portare  a  bordo il cadavere di mio
    fratello.  Sei capace di farlo?  Troverai la  nostra  scialuppa  sulla
    spiaggia e ti porrai in salvo con Wan Stiller.
    - S, padrone.
    - Noi faremo il possibile per sbarazzarci dei nostri avversari,  ma se
    dovessimo venire sopraffatti, Morgan sa cosa dovr fare. Va', porta il
    cadavere a bordo,  poi verrai qui a vedere  se  siamo  ancora  vivi  o
    morti.
    - Non so decidermi a lasciarvi, padrone; io sono forte e posso esservi
    di molta utilit.
    -  Mi preme che mio fratello sia sepolto in mare come il Corsaro Verde
    e poi tu puoi renderci maggiori servigi recandoti a  bordo  della  mia
    "Folgore", che qui.
    - Ritorner con dei rinforzi, signore.
    - Morgan verr, sono certo di questo. Vattene: ecco la pattuglia.
    Il  negro  non  se  lo  fece  ripetere due volte.  Essendo per la via
    sbarrata dalle due pattuglie,  si cacci in una via laterale  mettendo
    capo ad una muraglia che serviva di riparo ad un giardino.
    Il  Corsaro,  vistolo  scomparire,  si  volse  verso  il filibustiere,
    dicendo:
    - Prepariamoci a piombare sulla pattuglia che ci sta dinanzi.
    Se riusciamo con un improvviso attacco  ad  aprirci  il  passo,  forse
    potremo guadagnare la campagna e poi la foresta.
    Si trovavano allora sull'angolo della via.  La seconda pattuglia,  gi
    scorta dal negro, non era lontana pi di trenta passi, mentre la prima
    non si scorgeva ancora, essendosi forse arrestata.
    - Teniamoci pronti, - disse il Corsaro.
    - Lo sono, - disse il filibustiere, che s'era nascosto dietro l'angolo
    della casa.
    Gli otto alabardieri avevano rallentato il  passo  come  se  temessero
    qualche sorpresa, anzi uno di loro, forse il comandante, aveva detto:
    -  Adagio,  giovanotti!  Quei bricconi devono trovarsi poco lontano di
    certo.
    - Siamo in otto,  signor Elvaez,  - disse  un  soldato,  -  mentre  il
    taverniere ci ha detto che i filibustieri erano solamente tre.
    - Ah!  Furfante d'un oste!  - mormor Carmaux.  - Ci ha traditi! Se mi
    capita fra le mani gli far un occhiello nel ventre,  e cos grande da
    fargli uscire tutto il vino che avr bevuto in una settimana!
    Il Corsaro Nero aveva alzato la sciabola pronto a scagliarsi.
    - Avanti!... - url.
    I  due  filibustieri  si rovesciarono con impeto irresistibile addosso
    alla pattuglia che stava per svoltare  l'angolo  della  via,  vibrando
    colpi disperati a destra ed a manca, con rapidit fulminea.
    Gli  alabardieri,  sorpresi da quell'improvviso attacco,  non poterono
    resistere e si gettarono chi  da  una  parte  e  chi  dall'altra,  per
    sottrarsi a quella gragnuola di colpi.
    Quando si furono rimessi dallo stupore,  il Corsaro ed il suo compagno
    erano gi lontani.  Accortisi per che avevano avuto da fare  con  due
    soli uomini, si slanciarono sulle loro tracce, urlando a squarciagola:
    - Fermateli! I filibustieri! I filibustieri!...
    Il Corsaro e Carmaux correvano alla disperata,  senza per sapere dove
    andassero.  Si erano cacciati in  mezzo  ad  un  dedalo  di  viuzze  e
    voltavano  ad  ogni  istante  angoli  di  case  senza  per riuscire a
    guadagnare la campagna.
    Gli abitanti,  svegliati dalle urla della pattuglia ed allarmati dalla
    presenza di quei formidabili scorridori del mare, cos temuti in tutte
    le  citt spagnole dell'America,  si erano alzati e si udivano porte e
    finestre aprirsi o chiudersi con fracasso,  mentre  qualche  colpo  di
    fucile rimbombava.
    La  situazione  dei  fuggiaschi  stava  per  diventare,  da un istante
    all'altro,  disperata;  quelle grida e quegli spari potevano  spargere
    l'allarme  anche  nel  centro  della  citt  e fare accorrere l'intera
    guarnigione.
    - Tuoni!...  - esclamava Carmaux,  galoppando  furiosamente.  -  Tutte
    queste  grida  di  oche  spaventate  finiranno  col  perderci!  Se non
    troviamo il modo di gettarci nella campagna, finiremo su una forca con
    una solida corda al collo.
    Sempre correndo,  erano allora giunti all'estremit  d'una  viuzza  la
    quale pareva che non avesse nessuno sbocco.
    - Capitano!  - grid Carmaux,  che si trovava dinanzi.  - Noi ci siamo
    cacciati in una trappola.
    - Che cosa vuoi dire? - chiese il Corsaro.
    - Che la via  chiusa.
    - Non vi  alcun muro da scalare?
    - Non vi sono che case alte assai.
    - Torniamo,  Carmaux.  Gl'inseguitori sono ancora lontani  e  possiamo
    forse trovare qualche nuova via che ci conduca fuori di citt.
    Stava per riprendere la corsa, quando disse bruscamente:
    - No, Carmaux! Mi  balenata una nuova idea nel cervello. Io credo che
    con un po d'astuzia possiamo fare perdere le nostre tracce.
    Egli  si  era  rapidamente  diretto  verso  la  casa  che  chiudeva la
    estremit di quella viuzza.  Era quella una modesta abitazione  a  due
    piani,  costruita parte in muratura e parte in legno,  con una piccola
    terrazza verso la cima, adorna di vasi e di fiori.
    - Carmaux, - disse il Corsaro. - Aprimi questa porta.
    - Ci nascondiamo in questa casa?
    - Mi sembra il mezzo migliore per fare perdere  le  nostre  tracce  ai
    soldati.
    - Benissimo,  capitano.  Diventeremo proprietari senza pagare un soldo
    di pigione.
    Presa la lunga "navaja", introdusse la punta nella fessura della porta
    e facendo forza fece saltare il chiavistello.
    I due filibustieri si affrettarono  ad  entrare,  chiudendo  tosto  la
    porta,  mentre i soldati passavano all'estremit della viuzza, urlando
    sempre a
    squarciagola:
    - Fermateli! fermateli!
    Brancolando fra l'oscurit,  i due filibustieri giunsero ben presto ad
    una scala che salirono senza esitare, fermandosi solo sul pianerottolo
    superiore.
    -  Bisogna  vedere  dove  si  va,  - disse Carmaux,  - e conoscere gli
    inquilini. Che brutta sorpresa per quei poveri diavoli!
    Estrasse un acciarino ed un pezzo di miccia  da  cannone  e  l'accese,
    soffiandovi sopra per ravvivare la fiamma.
    - To'!... Vi  una porta aperta, - disse.
    - E qualcuno che russa, - aggiunse il Corsaro.
    - Buon segno!... Colui che dorme  una persona pacifica.
    Il Corsaro intanto aveva aperta la porta procurando di non fare rumore
    ed era entrato in una stanza ammobiliata modestamente e dove si vedeva
    un letto che pareva occupato da una persona.
    Prese la miccia, accese una candela che aveva scorta su di una vecchia
    cassa  che  doveva  servire da canterano,  poi si avvicin al letto ed
    alz risolutamente la coperta.
    Un uomo occupava il posto. Era un vecchietto gi calvo, rugoso,  dalla
    pelle incartapecorita e color del mattone, con una barbetta da capra e
    due baffi arruffati.  Dormiva cos saporitamente da non accorgersi che
    la stanza era stata illuminata.
    - Non sar certamente quest'uomo che ci dar dei fastidi,  - disse  il
    Corsaro.
    Lo afferr per un braccio e lo scosse ruvidamente, per dapprima senza
    successo.
    - Bisogner sparargli una trombonata in un orecchio - disse Carmaux.
    Alla terza scossa per, pi vigorosa delle altre, il vecchio si decise
    ad  aprire  gli  occhi.  Scorgendo  quei  due  uomini armati,  si alz
    rapidamente a sedere, sgranando due occhi spaventati ed esclamando con
    voce strozzata dal terrore:
    - Sono morto!
    - Ehi,  amico!  C' del tempo a morire,  - disse Carmaux.  - Mi sembra
    anzi che ora siate pi vivo di prima.
    - Chi siete? - chiese il Corsaro.
    -  Un  povero  uomo  che  non ha mai fatto male a nessuno - rispose il
    vecchio, battendo i denti.
    - Noi non abbiamo intenzione di farvi  del  male,  se  risponderete  a
    quanto vorremo sapere.
    - Vostra eccellenza non  dunque un ladro?...
    - Sono un filibustiere della Tortue.
    - Un fili... bu... stiere!... Allora... sono... morto!...
    - Vi ho detto che non vi si far nulla di male.
    - Cosa volete adunque da un povero uomo come me?
    - Sapere innanzi tutto se siete solo in questa casa.
    - Sono solo, signore.
    - Chi abita in questi dintorni?
    - Dei bravi borghesi.
    - Che cosa fate voi?
    - Sono un povero uomo.
    - S,  un povero uomo che possiede una casa,  mentre io non ho nemmeno
    un letto, - disse Carmaux. - Ah!... vecchia volpe,  tu hai paura per i
    tuoi denari!...
    - Non ho denari, eccellenza.
    Carmaux scoppi in una risata.
    -  Un  filibustiere che diventa eccellenza!...  Ma quest'uomo  il pi
    allegro compare che io abbia mai incontrato.
    Il vecchio lo sbirci di traverso,  per si guard bene dal  mostrarsi
    offeso.
    - Alle corte,  - disse il Corsaro,  con un tono minaccioso. - Che cosa
    fate voi a Maracaybo?
    - Sono un povero notaio, signore.
    - Sta bene: sappi intanto che noi prendiamo alloggio nella  tua  casa,
    finch  giunger  l'occasione  di  andarcene.  Noi  non ti faremo male
    alcuno;  bada per che se ci tradisci,  la tua testa lascier  il  tuo
    collo. Mi hai compreso?
    - Ma che cosa volete da me? - piagnucol il disgraziato.
    -  Nulla  per  ora.  Indossa  le  tue  vesti  e non mandare un grido o
    metteremo in esecuzione la minaccia.
    Il notaio si affrett ad obbedire;  era per cos spaventato e tremava
    tanto, che Carmaux fu costretto ad aiutarlo.
    - Ora legherai quest'uomo,  - disse il Corsaro. - Sta' attento che non
    fugga.
    - Rispondo di lui come di me stesso,  capitano.  Lo legher cos  bene
    che non potr fare il pi piccolo movimento.
    Mentre  il filibustiere riduceva all'impotenza il vecchio,  il Corsaro
    aveva aperta la finestra che guardava sulla  viuzza,  per  vedere  che
    cosa succedeva al di fuori.
    Pareva che le pattuglie si fossero ormai allontanate, non udendosi pi
    le  loro grida;  per delle persone,  svegliate da quegli allarmi,  si
    vedevano alle finestre delle case vicine e si udivano chiacchierare ad
    alta voce.
    -  Avete  udito?   -  gridava  un  omaccione  che  mostrava  un  lungo
    archibugio.  -  Pare che i filibustieri abbiano tentato un colpo sulla
    citt.
    - E' impossibile, - risposero alcune voci.
    - Ho udito i soldati a gridare.
    - Sono stati messi in fuga?
    - Lo credo poich non si ode pi nulla.
    - Una bella audacia!... Entrare in citt con tanti soldati che vi sono
    qui!...
    - Volevano certamente salvare il Corsaro Rosso.
    - Ed invece lo hanno trovato appiccato.
    - Che brutta sorpresa per quei ladroni!...
    - Speriamo che i soldati ne prendano degli altri da appiccare -  disse
    l'uomo  dell'archibugio.  -  Del legno ce n' ancora per rizzare delle
    forche Buona notte, amici!... A domani!...
    - S, - mormor il Corsaro. - Del legno ve n' ancora, ma sulle nostre
    navi vi sono ancora tante palle da distruggere  Maracaybo.  Un  giorno
    avrete mie nuove.
    Rinchiuse prudentemente la finestra e torn nella stanza del notaio.
    Carmaux  intanto  aveva frugata tutta la casa ed aveva fatto man bassa
    nella dispensa.
    Il brav'uomo si era ricordato che la  sera  innanzi  non  aveva  avuto
    tempo  di  cenare,  ed  avendo  trovato  un  volatile  ed un bel pesce
    arrostito che forse il povero notaio s'era serbato per  la  colazione,
    si  era  affrettato  a  mettere  l'uno  e  l'altro  a disposizione del
    capitano.
    Oltre a quei cibi,  aveva scovato,  in fondo  ad  un  armadio,  alcune
    bottiglie  assai polverose,  che portavano le marche dei migliori vini
    di Spagna: Xres, Porto, Alicante e anche Madera.
    - Signore,  - disse Carmaux,  colla sua pi bella  voce,  rivolgendosi
    verso  il  Corsaro,  -  mentre gli spagnoli corrono dietro alle nostre
    ombre,  date un colpo di dente a questo pesce,  una tinca  superba  di
    lago,  ed assaggiate questo pezzo d'anitra selvatica.  Ho poi scoperto
    certe bottiglie che il  nostro  notaio  teneva  forse  per  le  grandi
    occasioni, che vi metteranno un po' di buon umore addosso. Ah! Si vede
    che l'amico era amante dei liquidi d'oltre Atlantico! Sentiremo se era
    di buon gusto.
    - Grazie, - rispose il Corsaro, il quale per era ridiventato tetro.
    Si  sedette,  ma fece poco onore al pasto.  Era ritornato silenzioso e
    triste come gi lo avevano quasi sempre visto i filibustieri.
    Assaggi il pesce, bevette alcuni bicchieri,  poi si alz bruscamente,
    mettendosi a passeggiare per la stanza.
    Il  filibustiere  invece  non solo divor il resto,  ma vuot anche un
    paio di bottiglie con grande disperazione del povero notaio,  il quale
    non  finiva  di lagnarsi,  vedendo consumare cos presto quei vini che
    aveva fatto venire, con grandi spese, dalla lontana patria.
    Il marinaio per,  messo di buon umore  da  quella  bevuta,  fu  tanto
    gentile  da  offrirgliene  un  bicchiere,  per fargli passare la paura
    provata e la rabbia che lo rodeva.
    - Tuoni! - esclam.
    - Non credevo che la notte dovesse passare cos allegramente. Trovarsi
    fra due fuochi e colla minaccia di terminare la vita  con  una  solida
    corda al collo, e finire invece in mezzo a queste deliziose bottiglie,
    non era cosa da sperarsi.
    - Il pericolo non  per ancora passato, mio caro, - disse il Corsaro.
    -  Chi ci assicura che domani gli spagnoli,  non avendoci pi trovati,
    non vengano a scovarci?  Si sta bene qui,  ma amerei meglio trovarmi a
    bordo della mia "Folgore".
    - Con voi io non ho alcun timore,  mio capitano; voi solo valete cento
    uomini.
    - Tu forse hai dimenticato che  il  Governatore  di  Maracaybo    una
    vecchia volpe e che tutto oserebbe pure di avermi in sua mano. Sai che
    fra me e lui si  impegnata una guerra a morte.
    - Nessuno sa che voi siete qui.
    -  Si  potrebbe  sospettarlo e poi,  hai dimenticato i biscaglini?  Io
    credo che hanno saputo che l'uccisore di quello spaccone di conte  era
    il fratello del povero Corsaro Rosso e del Verde.
    -  Forse  avete  ragione,  signore.  Credete che Morgan ci mander dei
    soccorsi?
    - Il luogotenente non  uomo da abbandonare il  suo  comandante  nelle
    mani degli spagnoli. E' un audace, un valoroso e non sarei sorpreso se
    tentasse di forzare il passo, per far piovere sulla citt una tempesta
    di palle.
    - Sarebbe una pazzia che potrebbe pagare cara, signore.
    -  Eh!..  Quante non ne abbiamo commesse noi,  e sempre o quasi sempre
    con esito fortunato.
    Il Corsaro si sedette sorseggiando un bicchiere,  poi  si  alz  e  si
    diresse  verso  una  finestra  che  s'apriva  sul  pianerottolo  e che
    dominava  l'intera  viuzza.  Si  era  messo  in  osservazione  da  una
    mezz'ora,  quando  Carmaux  lo  vide  entrare  precipitosamente  nella
    stanza, dicendo:
    - E' sicuro il negro?
    - E' un uomo fidato, comandante.
    - Incapace di tradirci?...
    - Metterei una mano sul fuoco per lui.
    - Egli  qui...
    - L'avete veduto?
    - Ronza nella viuzza.
    - Bisogna farlo salire, comandante.
    - E del cadavere di mio fratello, che cosa ne avr fatto?  - chiese il
    Corsaro, aggrottando la fronte.
    - Quando sar qui lo sapremo.
    - Va' a chiamarlo, ma sii prudente. Se ti scorgono non risponderei pi
    della nostra vita.
    - Lasciate pensare a me,  signore,  - disse Carmaux, con un sorriso. -
    Vi domando solamente dieci minuti di tempo per diventare il notaio  di
    Maracaybo.

    NOTE.

    NOTA 1: Caimani.









    6.
    LA SITUAZIONE DEI FILIBUSTIERI SI AGGRAVA.

    I dieci minuti non erano ancora trascorsi,  quando Carmaux lasciava la
    casa del notaio per mettersi in cerca del negro che il  Corsaro  aveva
    veduto ronzare nella viuzza.
    In  quel  brevissimo tempo,  il bravo e coraggioso filibustiere si era
    cos completamente trasformato, da diventare irriconoscibile.
    Con pochi colpi di forbice si era  accorciata  l'incolta  barba  ed  i
    lunghi  capelli  arruffati,  poi aveva indossato lestamente un costume
    spagnolo che il notaio doveva aver serbato per le grandi  occasioni  e
    che  gli  si  adattava  benissimo,  essendo  entrambi  della  medesima
    statura.
    Cos vestito,  il terribile scorridore del mare poteva passare per  un
    tranquillo  ed  onesto  borghese  di  Gibraltar,  se non per il notaio
    stesso. Da uomo prudente per, nelle profonde e comodissime tasche, si
    era nascosto le pistole, non fidandosi nemmeno di quel costume.
    Cos trasformato,  lasci l'abitazione come un pacifico cittadino  che
    va  a  respirare  una boccata d'aria mattutina,  guardando in alto per
    vedere se l'alba, gi non lontana, si decideva a fugare le tenebre.
    La viuzza era deserta,  ma se il comandante aveva poco prima scorto il
    negro, questi non doveva essere andato molto lontano.
    - In qualche luogo lo scover, - mormor il filibustiere. - Se compare
    "sacco  di  carbone"  s'  deciso a ritonare,  vuol dire che dei gravi
    motivi gli hanno impedito di abbandonare Maracaybo.  Che quel  dannato
    di  Wan Guld abbia saputo che  stato il Corsaro Nero a fare il colpo?
    Che sia proprio destino che i tre  valorosi  fratelli  debbano  cadere
    tutti  nelle  mani  di quel sinistro vecchio?...  Ma vivaddio!...  Noi
    usciremo di qui per rendergli un giorno dente per  dente,  occhio  per
    occhio, vita per vita!...
    Cos  monologando  era  uscito  dalla  viuzza e si preparava a voltare
    l'angolo d'una casa,  quando un soldato armato d'un archibugio  e  che
    erasi  tenuto  nascosto  sotto  l'arcata  d'un  portone,   gli  sbarr
    improvvisamente il passo, dicendogli con voce minacciosa:
    - Alto l!...
    - Morte e dannazione! - brontol Carmaux,  cacciando una mano in tasca
    ed impugnando una delle pistole. - Ci siamo gi!...
    Poi assumendo l'aspetto d'un buon borghese, disse:
    - Che cosa desiderate, signor soldato?
    - Sapere chi siete.
    -  Come!...  Non  mi  conoscete?...  Io  sono il notaio del quartiere,
    signor soldato.
    - Scusate,  sono giunto da  poco  a  Maracaybo,  signor  notaio.  Dove
    andate, si pu saperlo?
    -  C' un povero diavolo che sta per morire e capirete bene che quando
    si prepara ad andarsene all'altro mondo, bisogna che pensi agli eredi.
    -  E'  vero,  signor  notaio,   guardate  per  di  non  incontrare  i
    filibustieri.
    - Dio mio!  - esclam Carmaux, fingendosi spaventato. - I filibustieri
    qui?  Come mai quelle canaglie hanno osato  di  sbarcare  a  Maracaybo
    citt  quasi impenetrabile e governata da quel valoroso soldato che si
    chiama Wan Guld?
    - Non si sa in quale modo siano riusciti a sbarcare, non essendo stata
    scorta alcuna nave filibustiera n presso le isole,  n  al  golfo  di
    Coro;  per che qui siano venuti ormai non se ne dubita pi.  Vi basti
    sapere che hanno ucciso  tre  o  quattro  uomini  e  che  hanno  avuto
    l'audacia di rapire il cadavere del Corsaro Rosso,  il quale era stato
    appiccato  dinanzi  al  palazzo  del  Governatore   assieme   al   suo
    equipaggio.
    - Che birbanti!... E dove sono?
    - Si crede che siano fuggiti per la campagna.  Delle truppe sono state
    spedite in vari luoghi e si spera di catturarli e di mandarli a tenere
    poco allegra compagnia agli appiccati.
    - Che siano invece nascosti in citt?...
    - Non  possibile; sono stati visti fuggire verso la campagna.
    Carmaux ne sapeva abbastanza e credette essere giunto  il  momento  di
    andarsene, onde non perdere il negro.
    -  Mi  guarder  dall'incontrarli,  -  disse  - Buona guardia,  signor
    soldato.  Io me ne vado o giunger troppo tardi presso il mio  cliente
    moribondo.
    - Buona fortuna, signor notaio
    Il  furbo  filibustiere si cal il cappello sugli occhi e si allontan
    frettolosamente,  fingendo di guardarsi intorno per simulare meglio le
    paure che non sentiva affatto.
    - Ah!  Ah!...  - esclam quando fu lontano.  - Ci credono usciti dalla
    citt i...  Benissimo miei cari!...  Ce ne staremo pacificamente nella
    casa di quell'ottimo notaio,  finch i soldati saranno rientrati,  poi
    prenderemo tranquillamente il largo.  Che superba  idea  ha  avuto  il
    comandante!...  L'Olonese,  che  si  vanta  il pi astuto filibustiere
    della Tortue, non ne avrebbe avuta una migliore.
    Aveva gi voltato l'angolo della via per prenderne un'altra pi larga,
    fiancheggiata  da  belle  casette  circondate  da   eleganti   verande
    sostenute  da  pali variopinti,  quando scorse un'ombra nerissima e di
    statura gigantesca, ferma presso una palma che cresceva dinanzi ad una
    graziosa palazzina.
    - Se non m'inganno  il mio compare "sacco di carbone",  - mormor  il
    filibustiere. - Questa volta noi abbiamo una fortuna straordinaria, ma
    gi si sa che il diavolo ci protegge, cos almeno dicono gli spagnoli.
    L'uomo  che  si  teneva  semi-nascosto  dietro il tronco del palmizio,
    vedendo Carmaux avvicinarsi,  cerc di appiattarsi  sotto  il  portone
    della palazzina,  credendo forse di avere da fare con qualche soldato,
    poi,  non credendosi sicuro nemmeno col,  volt rapidamente  l'angolo
    dell'abitazione,  onde  raggiungere forse una delle tante viuzze della
    citt.
    Il filibustiere aveva avuto il tempo di  accertarsi  che  si  trattava
    veramente del negro.
    In pochi salti giunse presso la palazzina e svolt l'angolo,  gridando
    a mezza voce:
    - Ehi, compare!...
    Il  negro  s'era  subito  arrestato,   poi  dopo  qualche  istante  di
    esitazione  era  tornato  indietro.  Riconoscendo Carmaux,  quantunque
    questi si fosse bene camuffato da borghese spagnolo,  una esclamazione
    di gioia e di stupore gli sfugg.
    - Tu compare bianco!...
    -  Hai  due  buoni  occhi,  compare  "sacco  di  carbone",  - disse il
    filibustiere, ridendo.
    - Ed il capitano?
    - Non occuparti di lui, per ora  salvo e basta. Perch sei ritornato?
    Il comandante ti aveva ordinato di portare il cadavere a  bordo  della
    nave.
    -  Non  l'ho  potuto,  compare.  La foresta  stata invasa da parecchi
    drappelli di soldati giunti probabilmente dalla costa.
    - Si erano gi accorti del nostro sbarco?
    - Lo temo, compare bianco.
    - Ed il cadavere, dove l'hai nascosto?
    Nella mia capanna, in mezzo ad un fitto strato di fresche foglie.
    - Non lo troveranno gli spagnoli?
    - Ho avuto la precauzione di mettere in libert tutti i serpenti. Se i
    soldati  vorranno  entrare  nella  capanna,   vedranno  i  rettili   e
    fuggiranno.
    - Sei furbo, compare.
    - Si fa quello che si pu.
    - Tu dunque non credi possibile prendere il largo per ora?
    - Ti ho detto che nella foresta vi sono dei soldati.
    - La cosa  grave. Morgan, il comandante in seconda della ""Folgore"",
    tornare pu commettere qualche imprudenza,  - mormor il filibustiere.
    - Vedremo come finir questa avventura.
    - Compare, sei conosciuto in Maracaybo?
    - Tutti mi  conoscono,  venendo  sovente  a  vendere  delle  erbe  che
    guariscono le ferite.
    - Nessuno sospetter di te?
    - No, compare.
    - Allora seguimi: andiamo dal comandante.
    - Un momento, compare.
    - Che vuoi?
    - Ho condotto anche il vostro compagno. - Chi? Wan Stiller?...
    -  Correva  inutilmente  il  pericolo  di  farsi prendere,  ed egli ha
    pensato che poteva rendere  maggiori  servizi  qui  che  standosene  a
    guardia della capanna.
    - Ed il prigioniero?
    -  Lo  abbiamo  legato cos bene,  che lo ritroveremo ancora se i suoi
    camerati non andranno a liberarlo.
    - E dov' Wan Stiller?
    - Aspetta un momento, compare.
    Il negro s'accost ambo le mani alle labbra e mand un lieve grido che
    si poteva confondere con quello  d'un  vampiro,  uno  di  quei  grossi
    pipistrelli che sono cos numerosi nell'America del Sud.
    Un  istante  dopo  un uomo superava la muraglia del giardino e balzava
    quasi addosso a Carmaux, dicendo:
    - Ben felice di vederti ancora vivo, camerata.
    - Ed io pi felice di te, amico Wan Stiller, - rispose Carmaux.
    - Credi  che  il  capitano  mi  rimproverer  di  essere  venuto  qui?
    Sapendovi  in  pericolo,  io  non potevo starmene nascosto nel bosco a
    guardare gli alberi.
    - Il comandante sar contento, mio caro.  Un valoroso di pi  un uomo
    troppo prezioso in questi momenti. - Amici, andiamo!...
    Cominciava  allora ad albeggiare.  Le stelle rapidamente impallidivano
    non  essendovi  veramente  l'alba  in  quelle  regioni,  anzi  nemmeno
    l'aurora;  alla notte succede di colpo il giorno. Il sole spunta quasi
    d'improvviso e colla potenza dei suoi  raggi  scaccia  bruscamente  le
    tenebre,  le  quali  in  un  istante  si  dileguano.  Gli  abitanti di
    Maracaybo,  quasi tutti  mattinieri,  cominciavano  a  svegliarsi.  Le
    finestre si aprivano e qualche testa appariva; si udivano qua e l dei
    sonori  starnuti  e degli sbadigli ed il chiacchierio cominciava nelle
    case.
    Certamente si commentavano gli avvenimenti della  notte,  che  avevano
    sparso non poco terrore fra tutti, essendo i filibustieri assai temuti
    in tutte le colonie spagnole dell'immenso Golfo del Messico.
    Carmaux che non voleva fare incontri,  per tema di venire riconosciuto
    da qualcuno dei bevitori della taverna, allungava il passo seguito dal
    negro e dall'Amburghese.
    Giunto presso la viuzza, trov ancora il soldato che passeggiava da un
    angolo all'altro della via, tenendo a spalla l'alabarda.
    - Gi di ritorno, signor notaio? - chiese scorgendo Carmaux.
    - Che cosa volete,  - rispose il filibustiere,  - il mio cliente aveva
    fretta di lasciare questa valle di lacrime e s' sbrigato presto.
    -  Vi  ha  lasciato  forse in eredit questo superbo negro?  - chiese,
    indicando l'incantatore di serpenti. - "Caramba"!  Un colosso che vale
    delle migliaia di piastre.
    - S, me lo ha regalato. Buon giorno, signor soldato.
    Voltarono  frettolosamente  l'angolo,  si cacciarono nella viuzza,  ed
    entrarono  nell'abitazione  del  notaio,  chiudendo  poi  la  porta  e
    sbarrandola.
    Il  Corsaro  Nero li aspettava sul pianerottolo,  in preda ad una viva
    impazienza che non sapeva nascondere.
    - Dunque - chiese. - Perch il negro  tornato?  Ed il cadavere di mio
    fratello?... Ed anche tu qui, Wan Stiller?
    Carmaux in poche parole lo inform dei motivi che avevano costretto il
    negro  a fare ritorno a Maracaybo e deciso Wan Stiller ad accorrere in
    loro aiuto,  poi di ci  che  aveva  potuto  sapere  dal  soldato  che
    vegliava all'estremit della viuzza.
    -  Le  notizie  che  tu  rechi  sono  gravi,   -  disse  il  capitano,
    rivolgendosi al negro.  - Se gli spagnoli battono  la  campagna  e  la
    costa,  non so come potremo raggiungere la mia "Folgore". Non  per me
    che io temo,  ma per la mia nave che pu venire sorpresa dalla squadra
    dell'ammiraglio Toledo.
    - Tuoni! - esclam Carmaux. - Non mancherebbe che questo!
    -  Io  comincio a temere che questa avventura finisca male,  - mormor
    Wan Stiller.  - Bah!...  Dovevamo gi essere appiccati da due  giorni,
    possiamo quindi accontentarci di essere vissuti altre quarantotto ore.
    Il  Corsaro  Nero si era messo a passeggiare per la stanza,  girando e
    rigirando attorno alla cassa che aveva servito da tavola. Pareva assai
    preoccupato e nervoso: di tratto in  tratto  interrompeva  quei  giri,
    fermandosi  bruscamente  dinanzi  ai  suoi  uomini,  poi riprendeva le
    mosse, crollando il capo.
    D'improvviso  s'arrest  dinanzi  al  notaio  che  giaceva  sul  letto
    strettamente legato, e piantandogli in viso uno sguardo minaccioso gli
    disse:
    - Tu conosci i dintorni di Maracaybo?
    - S, eccellenza, - rispose il povero uomo con voce tremante.
    -  Potresti  farci  uscire  dalla citt senza venire sorpresi dai tuoi
    compatrioti e condurci in qualche luogo sicuro?
    - Come potrei farlo,  signore?...  Appena  fuori  della  mia  casa  vi
    riconoscerebbero  e  vi  prenderebbero  ed  io  assieme a voi;  poi si
    incolperebbe me di avere cercato di salvarvi, ed il Governatore, che 
    un uomo che non scherza, mi farebbe appiccare.
    - Ah!...  Si ha paura di Wan Guld,  -  disse  il  Corsaro,  coi  denti
    stretti,  mentre  un  cupo  lampo  gli  balenava  negli  occhi.  - S,
    quell'uomo  energico, fiero ed anche spietato: egli sa farsi temere e
    fare tremare tutti. Tutti! No, non tutti!  Sar lui un giorno,  che io
    vedr  tremare!...  Quel  giorno  egli pagher colla vita la morte dei
    miei fratelli!
    - Voi volete uccidere il Governatore?  - chiese il  notaio,  con  tono
    incredulo.
    - Silenzio, vecchio, se ti preme la pelle, - disse Carmaux.
    Il Corsaro pareva che non avesse udito n l'uno n l'altro. Era uscito
    dalla  stanza  dirigendosi  verso la finestra dell'attiguo corridoio e
    dalla quale, come fu detto, si poteva dominare l'intera viuzza.
    - Eccoci in un bell'imbarazzo,  - disse Wan Stiller,  volgendosi verso
    il  negro.  -  Nostro compare "sacco di carbone" non ha nel suo cranio
    qualche eccellente idea  che  ci  tragga  da  questa  situazione  poco
    allegra?... Non mi sento troppo sicuro in questa casa.
    - Forse ne ho una, - rispose il negro.
    -  Gettala  fuori,  compare,  -  disse  Carmaux.  -  Se  la tua idea 
    realizzabile, ti prometto un abbraccio,  io che non ho mai abbracciato
    un uomo di color nero, n giallo, n rosso.
    - Bisogna per attendere la sera.
    - Non abbiamo fretta, per ora.
    - Vestitevi da spagnoli e uscite tranquillamente dalla citt.
    - Forse non ho indosso le vesti del notaio?
    - Non bastano.
    - Cosa vuoi che mi metta adunque?
    - Un bel costume da moschettiere o da alabardiere. Se voi uscite dalla
    citt  vestiti  da  borghesi,  le  truppe  che battono la campagna non
    tarderebbero ad arrestarvi.
    - Lampi!... Che superba idea!... - esclam Carmaux.  - Tu hai ragione,
    compare sacco di carbone!... Vestiti da soldati, a nessuno verrebbe di
    certo  il  ticchio di fermarci per chiederci dove andiamo e chi siamo,
    specialmente di notte.  Ci crederanno una ronda e noi potremo prendere
    comodamente il largo ed imbarcarci.
    - E le vesti, dove trovarle? - chiese Wan Stiller.
    -  Dove?...  Si  va a sbudellare un paio di soldati e si spogliano,  -
    disse risolutamente Carmaux. - Sai bene che noi siamo lesti di mano.
    - Non  necessario esporvi a tanto pericolo,  - disse il negro.  -  Io
    sono conosciuto in citt, nessuno sospetta di me, dunque posso recarmi
    a comperare delle vesti ed anche delle armi.
    -  Compare  "sacco  di carbone",  tu sei un brav'uomo ed io ti dar un
    abbraccio da fratello.
    Cos dicendo il filibustiere aveva aperte le braccia per stringere  il
    negro, ma gli manc il tempo. Un colpo sonoro era rimbombato sulla via
    echeggiando sulle scale.
    - Lampi!... - esclam Carmaux. - Qualcuno picchia alla porta!...
    In quel momento il Corsaro Nero entr, dicendo:
    - V' un uomo che forse chiede di voi, notaio.
    - Sar qualche mio cliente,  signore, - rispose il prigioniero, con un
    sospiro.  - Qualche cliente che forse mi avrebbe fatto guadagnare  una
    buona giornata, mentre io invece...
    -  Basta,  finiscila,  -  disse  Carmaux.  -  Ne  sappiamo abbastanza,
    chiacchierone.
    Un secondo colpo,  pi violento del  primo,  fece  tremare  la  porta,
    seguito da queste parole:
    - Aprite, signor notaio! Non vi  tempo da perdere!...
    - Carmaux, - disse il Corsaro, che aveva presa una rapida risoluzione.
    -   Se   noi   ci  ostinassimo  a  non  aprire,   quell'uomo  potrebbe
    insospettirsi,  temere che qualche accidente abbia colto il vecchio  e
    recarsi ad avvertire l'alcalde del quartiere.
    - Che cosa devo fare comandante?
    -  Aprire,  poi  legare  per  bene quell'importuno e mandarlo a tenere
    compagnia al notaio.
    Non aveva ancora finito di parlare che gi Carmaux  era  sulle  scale,
    accompagnato dal gigantesco negro.
    Udendo  risuonare  un  terzo  colpo  che  per poco non fece saltare le
    tavole della porta, si affrett ad aprire, dicendo:
    - Uh!... Che furia, signore!...
    Un giovanotto di diciotto o vent'anni, vestito signorilmente ed armato
    d'un  elegante  pugnaletto  che  teneva  appeso  alla  cintura,  entr
    frettolosamente, gridando:
    -  E'  cos  che  si  fanno  attendere le persone che hanno fretta?...
    Carr...
    Vedendo Carmaux ed il negro,  egli  s'era  arrestato  guardandoli  con
    stupore ed anche con un po' d'inquietudine, poi cerc di fare un passo
    indietro ma la porta era stata prontamente chiusa dietro di lui.
    - Chi siete voi? - chiese.
    -  Due  servi  del  signor notaio - rispose Carmaux,  facendo un goffo
    inchino.
    - Ah!...  Ah!...  - esclam il giovanotto.  - Don Turillo   diventato
    tutto  d'un  tratto  ricco,  per  permettersi  il  lusso  di avere due
    servi?...
    - S,  ha ereditato  da  un  suo  zio  morto  nel  Per,  -  disse  il
    filibustiere, ridendo.
    -  Conducetemi subito da lui.  Era gi avvertito che oggi doveva avere
    luogo il mio matrimonio colla "seorita" Carmen  di  Vasconcellos.  Ha
    bisogno di farsi pregare quel...
    La  frase  gli  era  stata bruscamente strozzata da una mano del negro
    piombatagli improvvisamente fra le  due  spalle.  Il  povero  giovane,
    mezzo strangolato da una rapida stretta,  cadde sulle ginocchia mentre
    gli occhi gli uscivano dalle orbite e la sua pelle diventava bruna.
    - Eh, adagio, compare, - disse Carmaux.  - Se stringi ancora un po' me
    lo  soffochi completamente.  Bisogna essere un po' gentili coi clienti
    del notaio!...
    - Non temere, compare bianco, - rispose l'incantatore di serpenti.
    Il giovanotto,  il quale d'altronde era cos spaventato da non pensare
    ad  opporre  la minima resistenza,  fu portato nella stanza superiore,
    disarmato del pugnaletto,  legato per bene  e  gettato  a  fianco  del
    notaio.
    - Ecco fatto, capitano, - disse Carmaux.
    Questi  approv  il  colpo di mano del marinaio con un gesto del capo,
    poi avvicinatosi al giovanotto che lo guardava con due occhi  smarriti
    gli chiese:
    - Voi siete?
    -  E'  uno dei miei migliori clienti,  signore,  - disse il notaio.  -
    Questo bravo giovane mi avrebbe fatto guadagnare quest'oggi almeno...
    - Tacete voi, - disse il Corsaro con accento secco.
    - Il notaio diventa un vero pappagallo!  - esclam Carmaux.  -  Se  la
    continua cos, bisogner tagliargli un pezzo di lingua.
    Il  bel  giovanotto  si  era  voltato  verso  il Corsaro e dopo averlo
    guardato per alcuno istanti, con un certo stupore, rispose:
    - Io sono il figlio del giudice di Maracaybo,  don Alonzo de Conxevio.
    Spero che ora mi spiegherete il motivo di questo sequestro personale.
    -  E' inutile che lo sappiate,  per se starete tranquillo non vi sar
    fatto alcun male, e domani,  se non accadranno avvenimenti imprevisti,
    sarete libero.
    - Domani!... - esclam il giovanotto, con doloroso stupore. - Pensate,
    signore,   che   oggi   io  devo  impalmare  la  figlia  del  capitano
    Vasconcellos.
    - Vi sposerete domani.
    - Badate!...  Mio padre  amico del Governatore e voi potreste  pagare
    ben  caro  questo  vostro  misterioso procedere a mio riguardo.  Qui a
    Maracaybo vi sono soldati e cannoni.
    Un sorriso sdegnoso sfior le labbra dell'uomo di mare.
    - Non li temo, - disse poi. - Anch'io ho uomini ben pi formidabili di
    quelli che vegliano in Maracaybo, ed anche dei cannoni.
    - Ma chi siete voi?
    - E' inutile che lo sappiate.
    Ci detto  il  Corsaro  gli  volse  bruscamente  le  spalle  ed  usc,
    mettendosi  di  sentinella  alla finestra,  mentre Carmaux ed il negro
    frugavano la casa dalla cantina al solaio, per vedere se era possibile
    preparare una colazione e Wan  Stiller  si  accomodava  presso  i  due
    prigionieri onde impedire qualsiasi tentativo di fuga.
    Il  compare  bianco ed il compare negro,  dopo avere messo sotto sopra
    tutta l'abitazione,  riuscirono a scoprire un prosciutto affumicato ed
    un  certo  formaggio  assai  piccante che doveva mettere tutti di buon
    umore e fare meglio gustare l'eccellente vino del notaio,  almeno cos
    assicurava l'amabile filibustiere.
    Gi  avevano  avvertito  il  Corsaro  che  la  colazione era pronta ed
    avevano stappate alcune bottiglie di Porto,  quando udirono  picchiare
    nuovamente alla porta.
    - Chi pu essere? - si chiese Carmaux. - Un altro cliente che desidera
    andare a tenere compagnia al notaio?...
    - Va' a vedere,  - disse il Corsaro,  che s'era gi assiso alla tavola
    improvvisata.
    Il marinaio non si fece ripetere l'ordine due  volte  ed  affacciatosi
    alla finestra,  senza per alzare la persiana, vide dinanzi alla porta
    un uomo un po' attempato e che  pareva  un  servo  od  un  usciere  di
    tribunale.
    - Diavolo!  - mormor.  - Verr a cercare il giovanotto. La sparizione
    misteriosa  del  fidanzato  avr  preoccupato  sposa,  padrini  e  gli
    invitati Uhm!... La faccenda comincia ad imbrogliarsi!...
    Il servo intanto,  non ricevendo risposta, continuava a martellare con
    crescente lena facendo un fracasso tale,  da  attirare  alle  finestre
    tutti gli abitanti delle case vicine.
    Bisognava    assolutamente    aprire    ed   impadronirsi   anche   di
    quell'importuno  prima  che  i  vicini,   messi   in   sospetto,   non
    accorressero ad abbattere porta o mandassero a chiamare i soldati.
    Carmaux ed il negro si affrettarono quindi a scendere e ad aprire, non
    appena quel servo od usciere che fosse si trov nel corridoio fu preso
    per  la gola onde non potesse gridare,  legato,  imbavagliato,  quindi
    portato nella camera  superiore  a  tenere  compagnia  al  disgraziato
    padroncino ed al non meno sfortunato notaio.
    -  Il  diavolo se li porti tutti!...  - esclam Carmaux.  - Noi faremo
    prigioniera l'intera popolazione di Maracaybo,  se continua ancora per
    qualche tempo.














    7.
    UN DUELLO FRA GENTILUOMINI.

    La  colazione,  contrariamente  alle  previsioni  di Carmaux,  fu poco
    allegra  ed  il  buon  umore  manc,   non  ostante   quell'eccellente
    prosciutto, il formaggio piccante e le bottiglie del povero notaio.
    Tutti  cominciavano  a  diventare  inquieti  per  la  brutta piega che
    prendevano gli avvenimenti,  a causa di quel disgraziato giovanotto  e
    del suo matrimonio.  La sua sparizione misteriosa, unitamente a quella
    del servo,  non avrebbe di certo mancato di spaventare  i  parenti  ed
    erano da aspettarsi presto delle nuove visite di servi o di amici,  o,
    peggio  ancora,   di  soldati  o  di  qualche  giudice  o  di  qualche
    "alguazil".
    Quello  stato  di  cose  non  poteva  assolutamente durare a lungo.  I
    filibustieri  avrebbero  fatto  ancora  altri  prigionieri,   ma   poi
    sarebbero certamente venuti i soldati,  e non uno alla volta per farsi
    prendere.
    Il Corsaro ed i suoi due marinai avevano ventilati parecchi  progetti,
    ma  nemmeno  uno  era  sembrato  buono.  La  fuga  per  il momento era
    assolutamente impossibile;  sarebbero  stati  di  certo  riconosciuti,
    arrestati  e  senz'altro  appiccati  come il povero Corsaro Rosso ed i
    suoi sventurati compagni. Bisognava attendere la notte;  era per poco
    probabile che i parenti del giovanotto dovessero lasciarli tranquilli.
    I  tre  filibustieri,  ordinariamente  cos  fecondi  di  trovate e di
    astuzie al pari di tutti i loro compagni della Tortue, si trovavano in
    quel momento completamente imbarazzati.
    Carmaux aveva suggerita l'idea di indossare le vesti dei prigionieri e
    di uscire audacemente,  ma si era subito accorto dell'impossibilit di
    realizzare  il  suo  piano,  non  potendosi  utilizzare il costume del
    giovanotto,  perch nessuno avrebbe potuto indossarlo,  e poi la  cosa
    era  stata  giudicata troppo pericolosa,  coi soldati che battevano le
    campagne vicine. Il negro era invece tornato alla sua prima idea, cio
    di  recarsi  ad  acquistare  delle  divise   di   alabardieri   o   di
    moschettieri;  anche questo per il momento era stato scartato, essendo
    costretti ad aspettare la notte per  poterla  effettuare  con  qualche
    successo.
    Stavano pensando e ripensando per scovare qualche nuovo progetto,  che
    fornisse loro il mezzo di uscire da quella situazione, che diveniva di
    minuto in minuto  pi  imbarazzante  e  pericolosa,  quando  un  terzo
    individuo venne a battere alla porta del notaio.
    Questa  volta  non  si  trattava  di  un servo,  bens d'un gentiluomo
    castigliano,  armato di spada e di pugnale,  qualche parente forse del
    giovanotto o qualcuno dei padrini.
    - Tuoni!  - esclam Carmaux. - E' una processione di gente che viene a
    questa dannata casa!...  Prima il giovanotto,  poi un  servo,  ora  un
    gentiluomo,  pi tardi sar il padre dello sposo,  poi i padrini,  gli
    amici eccetera. Finiremo per fare il matrimonio qui!...
    Il castigliano, vedendo che nessuno si era affrettato ad aprire, aveva
    cominciato a raddoppiare i colpi,  alzando e  lasciando  cadere  senza
    posa il pesante battente di ferro. Quell'uomo doveva essere certo poco
    paziente  e  probabilmente  ben  pi  pericoloso  del giovanotto e del
    servo.
    - Va', Carmaux, - disse il Corsaro.
    - Temo per,  comandante,  che non sia cosa facile prenderlo e legarlo
    Quell'uomo    solido,  ve  lo  assicuro,  ed  opporr  una resistenza
    disperata.
    - Ci sar anch'io e tu sai che le mie braccia sono robuste.
    Il Corsaro, avendo visto in un angolo della stanza una spada,  qualche
    vecchia arma di famiglia che il notaio aveva conservata, l'aveva presa
    e  dopo  avere  provata  l'elasticit  della  lama  se l'era appesa al
    fianco, mormorando:
    - Acciaio di Toledo: dar da fare al castigliano.
    Carmaux ed il negro avevano in quel  frattempo  aperta  la  porta  che
    minacciava  di venire sfondata sotto i furiosi ed incessanti colpi del
    battente ed il gentiluomo era  entrato  collo  sguardo  crucciato,  la
    fronte aggrottata e la sinistra sulla guardia della spada, dicendo con
    voce collerica:
    - Occorre il cannone qui, per farsi aprire?...
    Il  nuovo  venuto era un bell'uomo sulla quarantina,  alto di statura,
    robusto,  dal tipo maschio ed altero,  con due occhi nerissimi ed  una
    folta barba pure nera, che gli dava un aspetto marziale.
    Indossava  un  elegante  costume  spagnolo di seta nera e calzava alti
    stivali di pelle gialla, colle trombe dentellate, e speroni.
    -  Perdonate  signore,   se  abbiamo  tardato,   -  rispose   Carmaux,
    inchinandosi grottescamente dinanzi a lui, - ma eravamo occupatissimi.
    - A fare che cosa? - chiese il castigliano.
    - A curare il signor notaio.
    - E' ammalato forse?
    - E' stato preso da una potentissima febbre, signore.
    - Chiamatemi conte, furfante.
    - Scusatemi signor conte; io non avevo l'onore di conoscervi.
    -  Andatevene al diavolo!...  Dov' mio nipote?...  Sono due ore che 
    venuto qui.
    - Noi non abbiamo veduto nessuno.
    - Tu vuoi burlarti di me!... Dov' il notaio?...
    - E' a letto, signore.
    - Conducimi subito da lui.
    Carmaux che voleva attirarlo in fondo al corridoio prima di fare segno
    al negro di porre in opera la sua prodigiosa forza muscolare,  si mise
    innanzi al castigliano;  poi,  appena giunse alla base della scala, si
    volse bruscamente, dicendo:
    - A te, compare!
    Il negro si gett rapidamente sul castigliano;  questi,  che si teneva
    probabilmente  in guardia e che possedeva un'agilit da dare dei punti
    ad un marinaio, con un solo salto varc i tre primi gradini, scartando
    Carmaux con un urto violento e snud risolutamente la spada gridando:
    - Ah!...  Mariuoli!...  Che cosa  significa  questo  attacco?  Ora  vi
    taglier gli orecchi!...
    - Se volete sapere che cosa significa questo attacco,  ve lo spiegher
    io, signore, - disse una voce.
    Il Corsaro Nero era comparso improvvisamente sul  pianerottolo,  colla
    spada in pugno, ed aveva cominciato a scendere i primi gradini.
    Il  castigliano  si era voltato senza per perdere di vista Carmaux ed
    il negro, i quali si erano ritirati in fondo al corridoio,  mettendosi
    di  guardia  dinanzi  alla  porta.  Il  primo aveva impugnata la lunga
    "navaja" ed il secondo s'era armato di una  traversa  di  legno,  arma
    formidabile nelle sue mani.
    - Chi siete voi, signore? - chiese il castigliano senza manifestare il
    minimo  timore.  - Dalle vesti che indossate vi si potrebbe credere un
    gentiluomo,  ma l'abito non fa sempre il monaco o potreste esser anche
    qualche bandito.
    -  Ecco  una  parola  che  potrebbe costarvi cara,  mio gentiluomo,  -
    rispose il Corsaro.
    - Bah!... Lo si vedr pi tardi.
    - Siete coraggioso,  signore;  tanto meglio.  Vi consiglierei per  di
    deporre la spada e di arrendervi.
    - A chi?...
    - A me.
    -  Ad  un bandito che tende un agguato per assassinare a tradimento le
    persone?...
    - No, al cavaliere Emilio di Roccanera, signore di Ventimiglia.
    - Ah!...  Voi siete un  gentiluomo!...  Vorrei  almeno  sapere  allora
    perch  il  signore di Ventimiglia cerca di farmi assassinare dai suoi
    servi.
    - E' una supposizione affatto vostra, signore;  nessuno ha mai pensato
    ad  assassinarvi.  Si  voleva  disarmarvi  e  tenervi  prigioniero per
    qualche giorno e nient'altro.
    - E per quale motivo?
    - Onde impedirvi di avvertire le autorit  di  Maracaybo  che  qui  mi
    trovo io, - rispose il Corsaro.
    -  Forse  che  il signor di Ventimiglia ha dei conti da regolare colle
    autorit di Maracaybo?
    - Non sono troppo amato da loro o meglio da Wan Guld, il quale sarebbe
    troppo felice di avermi in sua mano, come io sarei ben lieto di averlo
    in mio potere.
    - Non vi comprendo signore, - disse il castigliano.
    - Ci non vi interessa. Ors, volete arrendervi?
    - Oh!... E voi lo pensate! Un uomo di spada cedere senza difendersi?
    - Allora  mi  costringete  ad  uccidervi.  Non  posso  permettervi  di
    andarvene, od io ed i miei compagni saremmo perduti.
    - Ma chi siete voi infine?
    -  Dovreste  ormai  averlo  indovinato:  noi  siamo filibustieri della
    Tortue. Signore, difendetevi, perch ora vi uccider.
    - Lo credo dovendo fare fronte a tre avversari.
    - Non preoccupatevi di loro, - disse il Corsaro,  indicando Carmaux ed
    il  negro.  -  Quando il loro comandante si batte hanno l'abitudine di
    non immischiarsene.
    - In tal caso spero di mettervi presto fuori di combattimento. Voi non
    conoscete ancora il braccio del conte di Lerma.
    - Come voi non conoscete quello del  signore  di  Ventimiglia.  Conte,
    difendetevi!...
    - Una parola se me lo permettete. Che cosa avete fatto di mio nipote e
    del suo domestico?
    -  Sono  prigionieri assieme al notaio,  ma non inquietatevi per loro.
    Domani saranno liberi e vostro nipote potr impalmare la sua bella.
    - Grazie, cavaliere.
    Il Corsaro Nero s'inchin lievemente,  poi scese rapidamente i gradini
    ed  incalz il castigliano con tanta furia,  che questi fu costretto a
    retrocedere di due passi.
    Per alcuni istanti nell'angusto corridoio si ud solo lo stridore  dei
    ferri.  Carmaux ed il negro, appoggiati contro la porta, colle braccia
    incrociate assistevano al duello senza parlare,  cercando  di  seguire
    cogli sguardi il fulmineo guizzare delle lame.
    Il  castigliano  si  batteva  splendidamente,  da  spadaccino valente,
    parando con grande sangue freddo e  vibrando  stoccate  bene  dirette;
    dovette  ben presto convincersi per d'avere dinanzi un avversario dei
    pi terribili e che possedeva dei muscoli d'acciaio.
    Dopo le prime botte,  il Corsaro Nero aveva riacquistata la sua calma.
    Non  attaccava  che di rado,  limitandosi a difendersi come se volesse
    prima stancare l'avversario e studiare il suo gioco.  Fermo sulle  sue
    gambe   nervose,   col  corpo  diritto,   la  mano  sinistra  avanzata
    orizzontalmente, gli occhi lampeggianti,  pareva che giocasse.  Invano
    il castigliano aveva cercato di spingerlo verso la scala colla segreta
    speranza  di  farlo cadere,  vibrandogli una tempesta di stoccate.  Il
    Corsaro non  aveva  fatto  un  solo  passo  indietro  ed  era  rimasto
    irremovibile fra quello scintillio della lama,  ribattendo i colpi con
    una rapidit prodigiosa, senza uscire di linea.
    D'improvviso per si  slanci  a  fondo.  Battere  di  terza  la  lama
    dell'avversario  con  un  colpo secco,  legarla di seconda e fargliela
    cadere al suolo, fu un colpo solo. Il castigliano,  trovandosi inerme,
    era  diventato  pallido e si era lasciato sfuggire un grido.  La punta
    scintillante  della  lama  del  Corsaro  rimase   un   istante   tesa,
    minacciandogli il petto, poi subito si rialz.
    - Voi siete un valoroso,  - disse,  salutando l'avversario.  - Voi non
    volevate cedere la vostra arma: ora io me la prendo,  ma vi lascio  la
    vita.
    Il  castigliano era rimasto immobile col pi profondo stupore scolpito
    in viso. Gli sembrava forse impossibile di trovarsi ancora vivo. Ad un
    tratto fece rapidamente due passi innanzi e tese la destra al Corsaro,
    dicendo:
    - I miei compatrioti dicono che i filibustieri sono uomini senza fede,
    senza legge,  dediti solamente al ladronaggio di mare;  io  posso  ora
    dire  come fra costoro si trovano anche dei valorosi,  che in fatto di
    cavalleria e di generosit possono  dare  dei  punti  ai  pi  compiti
    gentiluomini d'Europa. Signor cavaliere, ecco la mia mano: grazie!...
    Il  Corsaro  gliela  strinse  cordialmente,  poi raccogliendo la spada
    caduta e porgendola al conte rispose:
    -  Conservate  la  vostra  arma,  signore;  a  me  basta  che  voi  mi
    promettiate di non adoperarla, fino a domani, contro di noi.
    - Ve lo prometto, cavaliere, sul mio onore.
    - Ora lasciatevi legare senza opporre resistenza.  Mi rincresce dovere
    ricorrere a questa necessit; ma non posso farne a meno.
    - Fate quello che credete.
    Ad un cenno del Corsaro, Carmaux si avvicin al castigliano e gli leg
    le mani, poi lo affid al negro,  il quale s'affrett a condurlo nella
    stanza superiore a tenere compagnia al nipote, al servo ed al notaio.
    -   Speriamo   che  la  processione  sia  finita,   -  disse  Carmaux,
    rivolgendosi verso il Corsaro.
    - Io credo invece che fra poco altre persone verranno ad importunarci,
    - rispose il  capitano.  -  Tutte  queste  misteriose  sparizioni  non
    tarderanno a creare dei gravi sospetti fra i familiari del conte e del
    giovanotto,  e  le autorit di Maracaybo vorranno immischiarsene.  Noi
    faremo bene a  barricare  le  porte  e  prepararci  alla  difesa.  Hai
    osservato se vi sono armi da fuoco in questa casa?...
    - Ho trovato nel granaio un archibugio e delle munizioni, oltre ad una
    vecchia alabarda arrugginita ed una corazza.
    - Il fucile potr servirci.
    -  E  come  potremo  resistere,  comandante,  se i soldati verranno ad
    assalire la casa?...
    - Lo si vedr poi; ti assicuro che, vivo, Wan Guld non mi avr mai!...
    Ors, prepariamoci alla difesa. Pi tardi, se avremo tempo,  penseremo
    alla colazione.
    Il negro era tornato, lasciando Wan Stiller a guardia dei prigionieri.
    Messo  al  corrente  di  ci  che si doveva fare,  si mise alacremente
    all'opera.
    Aiutato da Carmaux,  port nel corridoio tutti i mobili pi pesanti  e
    pi  voluminosi della casa,  non senza provocare,  da parte del povero
    notaio, una sequela di proteste affatto inutili. Casse, armadi, tavoli
    massicci,  canterani furono accumulati contro la  porta,  in  modo  da
    barricarla completamente.
    Non contenti, i filibustieri rizzarono con altre casse ed altri mobili
    una seconda barricata alla base della scala, per potere contrastare il
    passo  agli  assalitori,  nel  caso che la porta non avesse potuto pi
    resistere.
    Avevano appena terminati quei preparativi di difesa, quando videro Wan
    Stiller scendere la scala a precipizio.
    - Comandante,  - disse,  - nella viuzza si  sono  aggruppati  parecchi
    cittadini  e  tutti guardano verso questa casa.  Io credo che ormai si
    siano accorti che qui succedono delle misteriose sparizioni d'uomini.
    - Ah!... - si limit ad esclamare il Corsaro, senza che un muscolo del
    suo viso si fosse alterato.
    Sal tranquillamente la scala e si affacci alla finestra che dominava
    la viuzza tenendosi nascosto dietro le persiane.
    Wan Stiller aveva detto il vero. Una cinquantina di persone, divise in
    vari gruppetti,  ingombravano l'opposta estremit della  viuzza.  Quei
    borghesi  parlavano  con  animazione e s'indicavano vicendevolmente la
    casa del notaio,  mentre alle finestre delle case vicine  si  vedevano
    apparire e scomparire gli inquilini.
    - Ci che temevo sta per succedere,  - mormor il Corsaro, aggrottando
    la fronte.  - Ors,  se devo morire anch'io in Maracaybo,  cos doveva
    essere scritto sul libro del mio destino. Poveri fratelli miei, caduti
    forse  invendicati!...  Oh!...  Ma  la  morte non  ancora giunta e la
    fortuna protegge i filibustieri della Tortue... Carmaux, a me!...
    Il marinaio sentendosi chiamare  non  aveva  indugiato  ad  accorrere,
    dicendo:
    - Eccomi, mio comandante.
    - Tu mi hai detto d'aver trovato delle munizioni.
    -  Un  barilotto  di  polvere  della  capacit di otto o dieci libbre,
    signore.
    - Lo collocherai nel corridoio,  dietro la porta  e  vi  metterai  una
    miccia.
    - Lampi!... Faremo saltare la casa?
    - S, se sar necessario.
    - Ed i prigionieri?
    -  Peggio  per  loro  se i soldati vorranno prenderci.  Noi abbiamo il
    diritto di difenderci e lo faremo senza esitare.
    - Ah!... Eccoli...  - esclam Carmaux che teneva gli occhi fissi sulla
    viuzza.
    - Chi?
    - I soldati, comandante.
    -  Va'  a prendere il barile,  poi verrai a raggiungermi assieme a Wan
    Stiller. Non dimenticare l'archibugio.
    Alla estremit della viuzza era comparso un drappello di  archibugieri
    comandati da un tenente e seguito da un codazzo di curiosi.  Erano due
    dozzine di soldati,  perfettamente equipaggiati come se  si  recassero
    alla guerra, con fucili, spade e misericordie alla cintura.
    Accanto al tenente,  il Corsaro scorse un vecchio signore, dalla barba
    bianca,  armato di spada,  e sospett che fosse  qualche  parente  del
    conte o del giovanotto.
    Il drappello si fece largo fra i borghesi che ingombravano la viuzza e
    fece  alt  a  dieci  passi dalla casa del notaio,  disponendosi su una
    triplice  linea  e  preparando  i  fucili  come  se  dovessero  aprire
    senz'altro il fuoco.
    Il  tenente  osserv  per  alcuni istanti le finestre,  scambi alcune
    parole col vecchio che gli stava vicino, poi si avvicin risolutamente
    alla porta e lasci cadere il pesante martello, gridando:
    - In nome del Governatore, aprite!...
    - Siete pronti, miei prodi? - chiese il Corsaro.
    - Siamo pronti, signore, - risposero Carmaux, Wan Stiller ed il negro.
    - Voi rimarrete con me  e  tu,  mio  bravo  africano,  sali  al  piano
    superiore e guarda se puoi scoprire qualche abbaino che ci permetta di
    fuggire sui tetti.
    Ci detto apr le imposte e curvandosi sul davanzale, chiese:
    - Che cosa desiderate, signore?...
    Il  tenente  vedendo  comparire,  in luogo del notaio,  quell'uomo dai
    lineamenti arditi,  con quell'ampio cappello nero adorno  della  lunga
    piuma nera, era rimasto immobile guardandolo con stupore.
    - Chi siete voi?  - gli chiese, dopo qualche istante. - Io domando del
    notaio.
    - Per lui rispondo io, non potendo egli muoversi, per il momento.
    - Allora apritemi: ordine del Governatore.
    - E se io non volessi?
    - In tal caso non risponderei delle conseguenze.  Sono accadute  delle
    cose assai strane in questa casa, mio gentiluomo, ed ho avuto l'ordine
    di  sapere  che  cosa    avvenuto del Signor Pedro Conxevio,  del suo
    servo, e di suo zio, il conte di Lerma.
    - Se vi preme di saperlo,  vi dir che sono in questa casa vivi tutti,
    anzi di buon umore.
    - Fateli scendere.
    - E' impossibile, signore, - rispose il Corsaro.
    - Vi intimo di obbedire o far sfasciare la porta.
    -  Fatelo,  vi  avverto per che dietro la porta ho fatto collocare un
    barilotto di polvere e che al primo vostro tentativo di  forzarla,  io
    dar  fuoco  alla miccia e far saltare la casa assieme al notaio,  al
    signor Conxevio al servo ed al  conte  di  Lerma.  Ora  provatevi,  se
    l'osate!...
    Udendo quelle parole pronunciate con voce calma,  fredda, recisa e con
    tono da non  ammettere  alcun  dubbio  sulla  terribile  minaccia,  un
    fremito  di terrore aveva scossi i soldati ed i curiosi che li avevano
    seguiti,  anzi parecchi di questi si erano affrettati  a  prendere  il
    largo, temendo che la casa fosse l l per saltare in aria. Perfino il
    tenente aveva fatto involontariamente alcuni passi indietro.
    Il  Corsaro era rimasto tranquillamente alla finestra come se fosse un
    semplice spettatore,  non perdendo per di  vista  gli  archibugi  dei
    soldati mentre Carmaux e Wan Stiller,  che si trovavano dietro di lui,
    spiavano le mosse dei vicini,  i quali erano accorsi  in  massa  sulle
    terrazze e sui poggiuoli.
    - Ma chi siete voi? - chiese finalmente il tenente.
    - Un uomo che non vuol essere disturbato da chicchessia, nemmeno dagli
    ufficiali del governatore, - rispose il Corsaro.
    - Vi intimo di dirmi il vostro nome.
    - A me non garba affatto.
    - Vi costringer.
    - Ed io far saltare la casa.
    - Ma voi siete pazzo.
    - Quanto lo siete voi.
    - Ah! Insultate?
    - Niente affatto, signor mio, rispondo.
    - Finitela!... Lo scherzo  durato troppo.
    -  Lo  volete?  Ehi~  Carmaux...  Va'  a  mettere  fuoco  al barile di
    polvere!...











    8.
    UNA FUGA PRODIGIOSA.

    Udendo quel comando un immenso urlo di terrore si era alzato non  solo
    fra la folla dei curiosi, ma anche fra i soldati. Soprattutto i vicini
    e  non a torto,  poich saltando la casa del notaio sarebbero di certo
    crollate anche quelle occupate da loro, urlavano a squarciagola,  come
    gi si sentissero mandare in aria dallo scoppio.
    Borghesi e soldati si erano affrettati a sgombrare mettendosi in salvo
    all'estremit   della   viuzza,   mentre  i  vicini  si  precipitavano
    all'impazzata gi dalle scale, cercando di portare con loro almeno gli
    oggetti pi preziosi. Tutti ormai erano certi che quell'uomo,  qualche
    pazzo  secondo  alcuni,  dovesse  davvero  mettere  in  esecuzione  la
    terribile minaccia.
    Solo il tenente era rimasto coraggiosamente al  suo  posto,  ma  dagli
    sguardi ansiosi che lanciava verso la casa,  si poteva comprendere che
    se fosse stato solo,  o non avesse avuti quei galloni  di  comandante,
    non si sarebbe di certo fermato col.
    - No!... Fermatevi, signore!... - aveva gridato. - Siete pazzo?
    - Desiderate qualche cosa?  - gli chiese il Corsaro,  colla sua solita
    voce tranquilla.
    - Vi dico di non mettere in esecuzione il vostro triste progetto.
    - Volentieri, purch mi lasciate tranquillo.
    - Lasciate in libert il conte di Lerma e gli altri e vi  prometto  di
    non seccarvi.
    - Lo farei volentieri se voleste accettare prima le mie condizioni.
    - Quali sarebbero?
    - Di fare ritirare le truppe, innanzi tutto.
    - Poi?
    -  Procurare,  a me ed ai miei compagni,  un salvacondotto firmato dal
    Governatore,  per poter lasciare la citt senza venire disturbati  dai
    soldati che battono la campagna.
    - Ma chi siete voi, per avere bisogno di un salvacondotto?... - chiese
    il tenente, il cui stupore aumentava insieme ai sospetti.
    -  Un  gentiluomo  d'oltremare,  -  rispose  il  Corsaro,  con  nobile
    fierezza.
    - Allora non vi necessita alcun salvacondotto per lasciare la citt.
    - Al contrario.
    - Ma allora voi avete  qualche  delitto  sulla  coscienza.  Ditemi  il
    vostro nome, signore.
    In  quell'istante  un  uomo  che  portava attorno al capo una pezzuola
    macchiata in pi luoghi di sangue e che si avanzava penosamente,  come
    se avesse una gamba storpiata, giunse presso il tenente.
    Carmaux, che si teneva sempre dietro il Corsaro, spiando i soldati, lo
    vide ed un grido gli sfugg.
    - Lampi!... - esclam.
    - Che cos'hai, mio bravo? - chiese il Corsaro volgendosi vivamente.
    -  Noi  stiamo  per venire traditi,  comandante.  Quell'uomo  uno dei
    biscaglini che ci hanno assaliti colle "navaje".
    - Ah!... - fece il Corsaro, alzando le spalle.
    Il biscaglino,  poich era proprio uno di quelli che avevano assistito
    al duello della taverna e che poi avevano aggredito i filibustieri coi
    loro smisurati coltelli, si volse verso il tenente, dicendogli:
    - Voi volete sapere chi  quel gentiluomo dal feltro nero,  vero?
    - S, - rispose il tenente. - Lo conosci tu?
    -  "Carrai"!...  E'  stato  uno  dei suoi uomini che mi ha conciato in
    questo modo. Signor tenente,  badate che non vi sfugga!...  Egli  uno
    dei filibustieri!...
    Un urlo, ma questa volta non pi di spavento, bens di furore, scoppi
    da  tutte  le  parti,  seguito  da  uno sparo e da un grido di dolore.
    Carmaux,  ad  un  cenno  del  Corsaro,  aveva  alzato  rapidamente  il
    moschettone,  e  con  una  palla  ben  aggiustata  aveva  abbattuto il
    biscaglino.
    Era troppo!...  Venti archibugi si alzarono verso la finestra occupata
    dal Corsaro, mentre la folla urlava a squarciagola:
    - Accoppate quelle canaglie!...
    - No, prendeteli ed appiccateli sulla "plaza".
    - Arrostiteli vivi!...
    - A morte!... A morte!...
    Il  tenente  con  un  rapido  gesto aveva fatto abbassare i fucili,  e
    spintosi sotto la finestra, disse al Corsaro, che non si era mosso dal
    suo posto, come se tutte quelle minacce non lo riguardassero:
    - Mio gentiluomo, la commedia  finita: arrendetevi!
    Il Corsaro rispose con un'alzata di spalle.
    - Mi avete capito? - grid il tenente, rosso di collera.
    - Perfettamente, signore.
    - Arrendetevi o far abbattere la porta.
    - Fatelo,  - rispose freddamente il Corsaro.  - Vi avverto solo che il
    barile  di  polvere    pronto  e  che far saltare la casa assieme ai
    prigionieri.
    - Ma salterete anche voi!
    - Bah!...  Morire in mezzo al  rimbombo  delle  fumanti  rovine    da
    preferirsi  alla morte ignominiosa,  che voi mi fareste subire dopo la
    mia resa.
    - Vi prometto salva la vita.
    - Delle vostre promesse non so che cosa  farne,  poich  so  che  cosa
    valgono.  Signore,  sono  le sei pomeridiane ed io non ho ancora fatta
    colazione.  Mentre decidete sul da farsi,  andr a mangiare un boccone
    assieme  al  conte  di Lerma ed a suo nipote e faremo il possibile per
    vuotare un bicchiere alla sua salute,  se la casa non salter in  aria
    prima.
    Ci  detto  il  Corsaro si lev il cappello,  salutandolo con perfetta
    cortesia e rientr lasciando il tenente,  i soldati  e  la  folla  pi
    stupiti e pi imbarazzati che mai.
    - Venite,  miei bravi, - disse il Corsaro a Carmaux e a Wan Stiller. -
    Credo che avremo il tempo necessario per scambiare due chiacchiere.
    - E quei due soldati? - chiese Carmaux, che non era meno stupito degli
    spagnoli per il sangue freddo e  l'audacia,  assolutamente  fenomenali
    del comandante.
    - Lasciamoli gridare se lo vogliono.
    - Andiamo a fare la cena della morte adunque, mio capitano.
    - Bah!...  L'ultima nostra ora  pi lontana di quello che tu credi, -
    rispose il Corsaro.  - Aspetta che calino le tenebre e tu vedrai  quel
    barilotto di polvere fare dei miracoli.
    Entr  nella  stanza senza spiegarsi di pi,  and a tagliare le corde
    che imprigionavano il conte di Lerma ed il giovanotto e  li  invit  a
    sedersi al desco improvvisato, dicendo loro:
    -  Tenetemi compagnia,  conte,  ed anche voi,  giovanotto;  conto per
    sulla vostra parola di nulla tentare contro di noi.
    - Sarebbe impossibile intraprendere qualche cosa, cavaliere, - rispose
    il conte sorridendo.  - Mio nipote  inerme e poi so ormai quanto  sia
    pericolosa   la  vostra  spada.   E  cos,   che  cosa  fanno  i  miei
    compatrioti?... Ho udito un baccano assordante.
    - Per ora si limitano ad assediarci.
    -  Mi  rincresce  dirvelo,   ma   temo,   cavaliere,   che   finiranno
    coll'abbattere la porta.
    - Io credo il contrario, conte.
    - Allora vi assedieranno e presto o tardi vi costringeranno alla resa.
    Vivaddio!  Vi  assicuro  che  mi  dispiacerebbe di vedere un uomo cos
    valoroso ed amabile  come  siete  voi,  nelle  mani  del  Governatore.
    Quell'uomo non perdona ai filibustieri.
    -  Wan  Guld  non  mi  avr.  E' necessario che io viva per saldare un
    vecchio conto che ho da regolare con quel fiammingo.
    - Lo conoscete?
    - L'ho conosciuto per  mia  sventura,  -  disse  il  Corsaro,  con  un
    sospiro.  -  E  stato  un  uomo  fatale  per la mia famiglia e se sono
    diventato filibustiere lo devo a lui.  Ors,  non parliamo pi di ci;
    tutte  le volte che penso a lui io mi sento il sangue saturarsi d'odio
    implacabile,  e  divento  triste  come  un  funerale.  Bevete,  conte.
    Carmaux, che cosa fanno gli spagnoli?
    -  Stanno  confabulando  tra  di  loro,   comandante,   -  rispose  il
    filibustiere che  tornava  allora  dalla  finestra.  -  Pare  che  non
    sappiano decidersi ad assalirci.
    - Lo faranno pi tardi, ma forse noi allora non saremo pi qui. Veglia
    sempre il negro?
    - E' sul solaio.
    - Wan Stiller, porta da bere a quell'uomo.
    Ci  detto  il  Corsaro  parve s'immergesse in profondi pensieri,  pur
    continuando  a  mangiare.   Era  diventato  pi  triste  che  mai,   e
    preoccupato,  tanto  da  non  udire  nemmeno  pi  le  parole  che gli
    rivolgeva il conte.
    La cena termin in silenzio, senza che venisse interrotta.  Pareva che
    i  soldati,  malgrado  la  loro  rabbia  ed il vivissimo desiderio che
    avevano di appiccare e di bruciare vivi i filibustieri,  non sapessero
    prendere alcuna decisione. Non gi che difettassero di coraggio, anzi,
    tutt'altro,  o che paventassero lo scoppio del barile,  poco importava
    loro che la casa saltasse in aria;  temevano pel conte di Lerma e  per
    suo  nipote,  due  persone ragguardevoli della citt e che volevano ad
    ogni costo salvare.
    Le tenebre erano gi calate,  quando Carmaux avvert il Corsaro che un
    drappello  di archibugieri,  rinforzato da una dozzina di alabardieri,
    era giunto, occupando lo sbocco della viuzza.
    - Ci significa che si preparano  ad  intraprendere  qualche  cosa,  -
    rispose il Corsaro. - Chiama il negro.
    L'africano, dopo qualche minuto, si trov dinanzi a lui.
    - Hai visitato accuratamente il solaio? - gli chiese.
    - S, padrone.
    - Vi  nessun abbaino?
    - No, ma ho sfondato una parte del tetto e per di l possiamo passare.
    - Non vi sono nemici?...
    - Nemmeno uno, padrone.
    - Sai dove possiamo discendere?...
    - S, e dopo un breve cammino.
    In quel momento una scarica formidabile rintron nella viuzza, facendo
    tremare  tutti i vetri.  Alcune palle,  attraversate le persiane delle
    finestre, penetrarono nella casa,  foracchiando le volte delle stanze.
    Il Corsaro era balzato in piedi snudando con un rapido gesto la spada.
    Quell'uomo,  alcuni  istanti  prima cos calmo e compassato,  sentendo
    l'odore della polvere,  si era trasfigurato: i suoi occhi  balenavano,
    sulle smorte gote era improvvisamente comparso un lieve rossore.
    - Ah!... Cominciano!... - esclam con voce beffarda.
    Poi, volgendosi verso il conte e suo nipote, continu:
    -  Io  vi ho promessa salva la vita e,  qualunque cosa debba accadere,
    manterr la parola data;  voi dovete per obbedirmi e giurarmi che non
    vi ribellerete.
    -  Parlate,  cavaliere,  -  disse  il  conte.  -  Mi rincresce che gli
    assalitori siano miei compatrioti;  se non lo fossero vi assicuro  che
    combatterei ben volentieri al vostro fianco.
    - Voi dovete seguirmi, se non volete saltare in aria.
    - Sta per crollare la casa?
    - Fra pochi minuti non rimarr dritta una sola muraglia.
    - Volete rovinarmi? - strill il notaio.
    - State zitto,  avaraccio, - grid Carmaux che slegava il povero uomo.
    - Vi si salva e ancora non siete contento?
    - Ma  la mia casa che non voglio perdere.
    - Vi farete indennizzare dal Governatore.
    Una  seconda  scarica  rimbomb   nella   viuzza   ed   alcune   palle
    attraversarono  la  stanza,  mandando  in  pezzi una lampada che vi si
    trovava nel mezzo.
    - Avanti, uomini del mare!... - tuon il Corsaro. - Carmaux, va' a dar
    fuoco alla miccia...
    - Sono pronto, comandante.
    - Bada che il barile non scoppi prima che abbiamo abbandonato la casa.
    - La miccia  lunga, signore, - rispose il filibustiere,  scendendo la
    scala a precipizio.
    Il  Corsaro,  seguito  dai  quattro  prigionieri,  da  Wan  Stiller  e
    dall'africano, salirono sul solaio,  mentre gli archibugi continuavano
    le loro scariche,  mirando soprattutto alle finestre ed intimando, con
    urla acute, la resa.
    Le palle penetravano dovunque,  con certi miagolii da  fare  venire  i
    brividi  al  povero  notaio;  scrostavano  larghi  tratti  di parete e
    rimbalzavano contro i mattoni; i filibustieri per, e nemmeno il conte
    di Lerma, uomo di guerra anch'esso, se ne preoccupavano gran che.
    Giunti sul solaio,  l'africano mostr al Corsaro  una  larga  apertura
    irregolare che metteva sul tetto,  e che egli aveva fatta,  servendosi
    d'una trave strappata ad una tramezzata.
    - Avanti, - disse il Corsaro.
    Ringuain per  un  momento  la  spada,  s'aggrapp  ai  margini  delle
    squarciature  ed in un istante si iss sul tetto,  girando all'intorno
    un rapido sguardo.
    Scorse subito, tre o quattro tetti pi innanzi, delle alte piante, dei
    palmizi, uno dei quali cresceva addosso ad una muraglia,  spingendo le
    sue splendide e gigantesche foglie sopra le tegole.
    -  E'  per  di  l  che ci caleremo?  - chiese al negro,  che lo aveva
    raggiunto.
    - S, padrone.
    - Potremo uscire da quel giardino?
    - Lo spero.
    Il conte di Lerma,  suo nipote,  il servo ed anche il notaio spinto in
    alto dalle robuste braccia di Wan Stiller,  erano gi tutti sul tetto,
    quando Carmaux comparve, dicendo:
    - Presto, signori; fra due minuti la casa ci croller sotto i piedi.
    - Sono rovinato! - piagnucol il notaio. - Chi mi risarcir poi dei...
    Wan Stiller gli tronc la frase spingendolo ruvidamente innanzi.
    - Venite o andrete in aria anche voi, - gli disse.
    Il Corsaro,  assicuratosi che non vi erano nemici,  era gi balzato su
    di un altro tetto, seguito dal conte di Lerma e da suo nipote.
    Le  scariche allora si succedevano alle scariche e dei vortici di fumo
    s'alzavano verso la viuzza, disperdendosi lentamente pei tetti.
    Pareva che gli archibugieri fossero decisi a crivellare  la  casa  del
    notaio,  prima di abbattere la porta,  sperando forse di costringere i
    filibustieri alla resa.
    Forse il timore che il Corsaro si decidesse a mettere in esecuzione la
    terribile minaccia,  facendosi seppellire fra le  macerie  assieme  ai
    quattro  prigionieri,  li  tratteneva  ancora  dal  tentare un assalto
    generale della casa.
    I filibustieri,  trascinando con loro il notaio,  che non  poteva  pi
    reggersi sulle gambe,  giunsero sull'orlo dell'ultima casa,  presso il
    palmizio.
    Sotto si estendeva un vasto giardino cinto da  un  alto  muro,  e  che
    pareva si prolungasse in direzione della campagna.
    - Io conosco questo giardino,  - disse il conte.  - Esso appartiene al
    mio amico Morales.
    - Spero che non ci tradirete, - disse il Corsaro.
    - Al contrario,  cavaliere.  Non ho ancora dimenticato che vi devo  la
    vita.
    - Presto, scendiamo, - disse Carmaux. - L'esplosione pu lanciarci nel
    vuoto.
    Aveva appena terminato quelle parole,  quando vide un lampo gigantesco
    seguito subito da un orribile frastuono.  I  filibustieri  ed  i  loro
    compagni  sentirono  tremare sotto i loro piedi il tetto,  poi caddero
    l'uno sull'altro, mentre intorno piovevano pezzi di macigno, frammenti
    di mobilia e brandelli di stoffe fiammeggianti.
    Una nube di fumo si estese sui tetti,  tutto  offuscando  per  qualche
    minuto,  mentre  verso  la  viuzza  si  udivano  crollare  muraglie  e
    pavimenti fra urla di terrore e bestemmie.
    - Tuoni! - esclam Carmaux, che era stato spinto fino alla grondaia. -
    Un metro pi innanzi e piombavo nel giardino come un sacco di stracci.
    Il Corsaro Nero si era prontamente alzato, barcollando tra il fumo che
    lo avvolgeva.
    - Siete tutti vivi? - chiese.
    - Lo credo, - rispose Wan Stiller.
    - Ma... qualcuno  qui,  immobile,  - disse il conte.  - Che sia stato
    ucciso da qualche rottame?
    - E' quel poltrone di notaio,  - rispose Wan Stiller.  - Rassicuratevi
    per, non  che svenuto per lo spavento provato.
    - Lasciamolo l,  - disse Carmaux.  - Si trarr d'impiccio come potr,
    se il dolore d'aver perduta la sua bicocca non lo far morire.
    - No, - rispose il Corsaro. - Vedo alzarsi delle vampe tra il fumo, e,
    lasciandolo   qui,   correrebbe   il  pericolo  di  venire  arrostito.
    L'esplosione ha incendiate le case vicine
    - E' vero, - conferm il conte. - Vedo un'abitazione che brucia.
    - Approfittiamo della confusione per prendere il largo, amici, - disse
    il Corsaro. - Tu, Moko, t'incaricherai del notaio.
    Stava per cacciarsi in mezzo ad un viale  che  conduceva  al  muro  di
    cinta,  quando vide alcuni uomini,  armati di archibugi,  precipitarsi
    fuori da una macchia di cespugli, gridando:
    - Fermi, o facciamo fuoco!...
    Il Corsaro  aveva  impugnata  la  spada  colla  destra,  mentre  colla
    sinistra  aveva estratta una pistola,  deciso ad aprirsi il passo;  il
    conte lo ferm con un gesto dicendo:
    - Lasciate fare a me, cavaliere.
    Poi,  facendosi incontro a quegli uomini,  aggiunse -  Dunque  non  si
    conosce pi l'amico del vostro padrone?
    - Il signor conte di Lerma!... - esclamarono gli uomini, attoniti.
    - Abbasso le armi, o mi lagner col vostro padrone.
    - Perdonate, signor conte, - disse uno di quei servi, - noi ignoravamo
    con  chi  avevamo  da  fare.  Avevamo  udito  uno scoppio spaventoso e
    sapendo che,  nelle vicinanze,  dei soldati assediavano  dei  corsari,
    eravamo qui accorsi per impedire la fuga di quei pericolosi banditi.
    -  I  filibustieri sono ormai fuggiti,  quindi potete andarvene.  Vi 
    qualche porta nella cinta?
    - S, signor conte.
    - Aprite a me ed ai miei amici e non occupatevi d'altro.
    L'uomo che aveva parlato,  con un cenno conged  gli  armati,  poi  si
    diresse  verso  un  viale  laterale  e giunti dinanzi ad una porticina
    ferrata, l'apr.
    I tre filibustieri ed il negro uscirono all'aperto preceduti dal conte
    e da suo nipote. Il servo,  che teneva fra le braccia il notaio sempre
    svenuto,  si  era  fermato  assieme  a  quello  del  proprietario  del
    giardino.
    Il conte guid i filibustieri per un duecento passi,  inoltrandosi  in
    una viuzza fiancheggiata solamente da muraglie, poi disse:
    - Cavaliere,  voi mi avete salvata la vita, sono lieto di avere potuto
    rendervi anch'io questo piccolo servigio. Uomini valorosi come voi non
    devono morire sulla forca,  ma v'assicuro che il  Governatore  non  vi
    avrebbe risparmiato,  se avesse potuto avervi in mano.  Seguite questa
    viuzza che conduce in aperta campagna e tornate a bordo  della  vostra
    nave.
    - Grazie, conte, - rispose il Corsaro.
    I  due  gentiluomini si strinsero cordialmente la mano e si lasciarono
    scoprendosi il capo.
    - Ecco un brav'uomo,  - disse Carmaux.  - Se torneremo a Maracaybo non
    mancheremo di andarlo a trovare.
    Il   Corsaro   si   era   messo   rapidamente   in  cammino  preceduto
    dall'africano, il quale conosceva, forse meglio degli stessi spagnoli,
    tutti i dintorni di Maracaybo.
    Dieci minuti dopo,  senza essere stati disturbati,  i tre filibustieri
    erano  fuori  della  citt,  sul margine della foresta,  in mezzo alla
    quale si trovava la capanna dell'incantatore di serpenti.
    Guardando indietro videro alzarsi fra le ultime  case  una  nuvola  di
    fumo rossastro,  sormontata da un pennacchio di scintille che il vento
    trasportava sopra il lago.  Era la  casa  del  notaio  che  finiva  di
    consumarsi assieme forse a qualche altra.
    - Povero diavolo,  - disse Carmaux.  - Morr dal dispiacere: la casa e
    la sua cantina! E' un colpo troppo grosso per un avaraccio come lui!
    Si arrestarono alcuni minuti  sotto  la  cupa  ombra  d'un  gigantesco
    simaruba,  temendo  che  nei  dintorni  si  trovasse  qualche banda di
    spagnoli mandata  ad  esplorare  le  campagne;  poi,  rassicurati  dal
    profondo  silenzio  che regnava nella foresta,  si cacciarono sotto le
    piante marciando rapidamente.  Venti minuti bastarono per attraversare
    la distanza che li separava dalla capanna. Gi non distavano che pochi
    passi, quando ai loro orecchi giunse un gemito.
    Il  Corsaro si era arrestato,  cercando di discernere qualche cosa fra
    la profonda oscurit proiettata dalle alte e fitte piante.
    - Tuoni!  - esclam Carmaux.  - E' il nostro prigioniero  che  abbiamo
    lasciato  legato al tronco dell'albero.  Io mi ero dimenticato di quel
    soldato!
    - E' vero, - mormor il Corsaro.
    Si avvicin alla capanna e scorse lo spagnolo ancora legato.
    - Volete farmi morire di  fame?  -  chiese  il  poveraccio.  -  Allora
    dovevate appiccarmi subito.
    -  E'  venuto  nessuno  a ronzare in questi dintorni?  - gli chiese il
    Corsaro.
    - Non ho veduto che dei vampiri, signore.
    - Va' a prendere il cadavere di mio  fratello,  -  disse  il  Corsaro,
    volgendosi verso 1'africano.
    Poi  avvicinandosi al soldato che si era messo a tremare,  temendo che
    la sua ultima ora fosse per scoccare,  lo liber dalle  corde  che  lo
    imprigionavano, dicendogli con voce sorda:
    - Io potrei vendicare su di te,  prima di tutti, la morte di colui che
    andr a  seppellire  in  fondo  all'oceano,  e  dei  suoi  disgraziati
    compagni   che  sono  ancora  appesi  sulla  piazza  di  quella  citt
    maledetta;  ma ti ho promesso di graziarti ed il Corsaro Nero  mai  ha
    mancato alla parola data.  Tu sei libero;  tu mi devi per giurare che
    appena giunto in Maracaybo ti recherai dal Governatore a dirgli a nome
    mio, che io,  questa notte,  al cospetto dei miei uomini schierati sul
    ponte  della  mia  "Folgore"  e della salma di colui che fu il Corsaro
    Rosso,  pronuncer tale giuramento da farlo fremere.  Egli ha ucciso i
    miei due fratelli e io distrugger lui e quanti portano il nome di Wan
    Guld.  Dirai a lui che io l'ho giurato sul mare, su Dio e sull'inferno
    e che presto ci rivedremo.
    Poi, afferrando il prigioniero che era rimasto stupito,  e spingendolo
    per le spalle, aggiunse.
    - Va', e non volgerti indietro, perch potrei pentirmi d'averti donata
    la vita.
    - Grazie, signore, - disse lo spagnolo, fuggendo precipitosamente, per
    paura di non uscire pi vivo dalla foresta.
    Il Corsaro lo guard allontanarsi, poi quando lo vide sparire in mezzo
    all'oscurit si volse verso i suoi uomini, dicendo:
    - Partiamo: il tempo stringe.



    9.
    UN GIURAMENTO TERRIBILE.

    Il  piccolo drappello,  guidato dall'africano che conosceva a menadito
    tutti i passaggi della foresta,  camminava  rapidamente  per  giungere
    presto  sulla  riva  del  golfo  e  prendere il largo prima che l'alba
    spuntasse.
    Erano tutti inquieti per la nave che doveva incrociare all'entrata del
    lago,  avendo appreso dal prigioniero che il Governatore di  Maracaybo
    aveva mandato dei messi a Gibraltar, per chiedere aiuto all'ammiraglio
    Toledo.
    Temeva   che   le   navi   di  questo,   formanti  una  vera  squadra,
    formidabilmente armata e montata da parecchie  centinaia  di  valorosi
    marinai, per la maggior parte biscaglini, avessero gi attraversato il
    lago per piombare sulla "Folgore" e distruggerla.
    Il Corsaro non parlava,  ma tradiva la sua inquietudine.  Di tratto in
    tratto faceva cenno ai compagni di arrestarsi e tendeva  gli  orecchi,
    temendo  di  udire qualche lontana detonazione,  poi affrettava ancora
    pi la marcia gi rapidissima, mettendosi quasi in corsa.
    Qualche  altra  volta  invece  faceva  come  dei  gesti  d'impazienza,
    specialmente  quando  si  trovava  improvvisamente o dinanzi a qualche
    gigante  della  foresta,  caduto  per  decrepitezza  o  atterrato  dal
    fulmine,  o  dinanzi a qualche bacino d'acqua stagnante,  ostacoli che
    costringevano i filibustieri a fare dei giri,  perdendo del tempo  che
    per loro era diventato troppo
    prezioso.
    Fortunatamente  l'africano  conosceva  la  boscaglia e faceva prendere
    loro  delle  scorciatoie  e  dei  sentieruzzi,   che  permettevano  di
    procedere pi speditamente e di guadagnare via.
    Alle due del mattino,  Carmaux, che camminava innanzi al negro, ud un
    lontano fragore che indicava la vicinanza del mare. Il suo udito acuto
    aveva raccolto il rumore del rompersi delle onde contro i  paletuvieri
    della spiaggia.
    - Se tutto va bene, fra mezz'ora noi saremo a bordo della nostra nave,
    signore, - disse al Corsaro Nero che lo aveva raggiunto.
    Questi fece col capo un cenno affermativo, ma non rispose.
    Carmaux non si era ingannato.  Il rompersi delle onde diventava sempre
    pi distinto e si udivano anche ad intervalli le grida fragorose delle
    "bernacle", specie di oche selvatiche, assai mattiniere, dalla schiena
    variegata di nero e la testa bianca,  guazzanti  presso  la  riva  del
    golfo.
    Il  Corsaro fece cenno di affrettare ancora pochi minuti,  e poco dopo
    giungevano su di una spiaggia bassa,  ingombra di paletuvieri e che si
    prolungava a perdita d'occhio verso il nord ed il sud,  formando delle
    curve
    capricciose.
    Essendo il cielo coperto dalla nebbia alzatasi  dalle  immense  paludi
    costeggianti il lago, l'oscurit era profonda, ma il mare era qua e l
    interrotto  come  da  linee  di  fuoco  che s'incrociavano in tutte le
    direzioni.
    Le creste delle onde pareva che mandassero scintille e la spuma che si
    distendeva sulla spiaggia,  in  forma  di  frangia,  era  cosparsa  di
    superbi bagliori fosforescenti.
    Certi  momenti,  degli  ampi  tratti di mare,  poco prima neri come se
    fossero d'inchiostro,  tutto ad un tratto s'illuminavano,  come se una
    lampada  elettrica  di  grande  potenza fosse stata accesa in fondo al
    mare.
    - La fosforescenza! - esclam Wan Stiller.
    - Il diavolo se la porti, - disse Carmaux. - Si direbbe che i pesci si
    sono alleati agli spagnuoli per impedirci di prendere il largo.
    - No, - rispose Wan Stiller con voce misteriosa, additando il cadavere
    che il negro portava.  - Le onde s'illuminano per ricevere il  Corsaro
    Rosso.
    - E' vero, - mormor Carmaux.
    Il  Corsaro  Nero  guardava  intanto  il  mare,  spingendo  lontano lo
    sguardo.  Voleva,   prima  d'imbarcarsi,   accertarsi  se  la  squadra
    dell'ammiraglio Toledo navigava sulle acque del lago.
    Nulla  scorgendo,  guard  verso  il  nord,  e  sul mare fiammeggiante
    distinse una  gran  macchia  nera,  che  spiccava  nettamente  fra  la
    fosforescenza.
    -  La "Folgore"  l,  - disse.  - Cercate la scialuppa e prendiamo il
    largo.
    Carmaux e Wan Stiller si orizzontarono alla  meglio,  non  sapendo  su
    quale  punto  della  spiaggia  si  trovavano,   poi  si  allontanarono
    frettolosamente  salendo  la  costa  verso   il   nord   e   guardando
    attentamente fra i paletuvieri, che bagnavano le loro radici e le loro
    foglie ingiallite nelle onde luminose.
    Percorso un chilometro, riuscirono a scoprire il canotto, che la bassa
    marea  aveva  lasciato  fra  le piante.  S'imbarcarono lestamente e lo
    spinsero verso il luogo ove li attendevano il capitano e il negro.
    Collocarono il  cadavere,  avvolto  nel  mantello  nero,  fra  le  due
    panchine,  nascondendogli il viso, poi presero il largo arrancando con
    vigore.
    Il negro era seduto a prora,  tenendo fra le ginocchia il  fucile  del
    prigioniero spagnolo,  ed il Corsaro si era seduto a poppa,  di fronte
    alla salma dell'appiccato.
    Era ricaduto nella sua tetra melanconia.  Col capo stretto fra le mani
    ed i gomiti appoggiati sulle ginocchia, non staccava gli occhi un solo
    istante  dal  cadavere,  le  cui forme si disegnavano sotto il funebre
    drappo.
    Immerso nei suoi tristi pensieri, pareva che avesse tutto dimenticato:
    i suoi compagni,  la  sua  nave  che  sempre  pi  spiccava  sul  mare
    scintillante  come un grande cetaceo galleggiante su di una superficie
    d'oro fuso, e la squadra dell'ammiraglio Toledo.
    Era diventato cos immobile, da credere che nemmeno pi respirasse.
    Intanto il canotto scivolava rapidamente  sulle  onde,  allontanandosi
    sempre  pi dalla spiaggia.  L'acqua fiammeggiava attorno ad esso ed i
    remi levavano spruzzi di spuma iridescente,  che talora parevano getti
    di vere scintille.
    Sotto  i  flutti,   strani  molluschi  ondeggiavano  in  gran  numero,
    giocherellando fra quell'orgia di luce.  Apparivano le grandi  meduse;
    le  palegie  simili  a  globi  luminosi danzanti ai soffi della brezza
    notturna;  le graziose melitee irradianti bagliori di lava  ardente  e
    colle loro strane appendici foggiate come croci di Malta;  le acalefe,
    scintillanti come se fossero incrostate di veri diamanti;  le  velelle
    graziose,  sprigionanti,  da  una specie di crosta,  dei lampi di luce
    azzurra d'una infinita dolcezza, e truppe di beroe dal corpo rotondo e
    irto di pungiglioni irradianti riflessi verdognoli.
    Pesci d'ogni specie  apparivano  e  scomparivano,  lasciandosi  dietro
    delle scie luminose,  e polipi d'ogni forma s'incrociavano in tutte le
    direzioni,  mescendo le loro luci variopinte,  mentre a  fior  d'acqua
    nuotavano  dei grossi lamantini,  in quei tempi ancora assai numerosi,
    sollevando colle loro lunghe  code  e  colle  loro  pinne  foggiate  a
    braccia ondate sfolgoranti.
    La   scialuppa,   spinta   innanzi  dalle  vigorose  braccia  dei  due
    filibustieri,  filava rapida su  quei  flutti  fiammeggianti,  facendo
    spruzzare in alto, sotto i colpi dei remi, miriadi di punti luminosi.
    La sua nera massa,  al pari della nave,  spiccava nettamente fra tutti
    quei bagliori,  offrendo un ottimo bersaglio ai cannoni della  squadra
    spagnola, se l'ammiraglio Toledo si fosse trovato in quelle acque.
    I due filibustieri, pure non cessando di arrancare con lena disperata,
    giravano  all'intorno  sguardi  inquieti,  temendo  sempre  di  vedere
    apparire le temute navi nemiche.
    Si  affrettavano  perch  si  sentivano  anche   invadere   da   vaghe
    superstizioni. Quel mare fiammeggiante, quel morto che portavano nella
    scialuppa,  la presenza del Corsaro Nero,  di quel tetro e malinconico
    personaggio che avevano sempre veduto indossare quelle funebri  vesti,
    metteva indosso a loro delle paure misteriose e non vedevano l'istante
    di trovarsi a bordo della "Folgore", fra i loro camerati.
    Gi  non  distavano  che  un  miglio dalla nave,  la quale si avanzava
    incontro a loro correndo piccole bordate, quando un grido strano,  che
    pareva un acuto gemito terminante in un lugubre singhiozzo,  giunse ai
    loro orecchi.
    Entrambi si erano subito arrestati girando intorno sguardi paurosi.
    - Hai udito?...  - chiese Wan Stiller che si era  sentito  bagnare  la
    fronte da un sudore freddo.
    - S, - rispose Carmaux con voce malferma.
    - Che sia stato qualche pesce?
    - Non ho mai udito un pesce mandare un grido simile.
    - Chi vuoi che sia stato?
    - Io non lo so, ma ti dico che sono impressionato.
    - Che sia il fratello del morto?
    - Silenzio, camerata.
    Guardavano entrambi il Corsaro Nero, ma questi pareva che nulla avesse
    udito,  perch  era sempre immobile col capo stretto fra le mani e gli
    occhi fissi sul cadavere del fratello.
    - Andiamo e che Dio ci assista, - mormor Carmaux, facendo segno a Wan
    Stiller di riprendere i remi.
    Poi, curvandosi presso il negro, gli chiese:
    - Hai udito quel grido, compare?
    - S, - rispose l'africano.
    - Chi credi che sia stato?
    - Forse un lamantino.
    - Uhm!... - brontol Carmaux. - Sar stato un lamantino ma...
    S'interruppe bruscamente ed impallid.
    Proprio in quel momento  dietro  la  poppa  della  scialuppa,  fra  un
    cerchio  di  spuma  luminosa,  una  forma  oscura,  ma  indecisa,  era
    comparsa, sprofondando subito negli abissi del golfo.
    - Hai visto?... - chiese a Wan Stiller, con voce strozzata.
    - S, - rispose questi battendo i denti.
    - Una testa,  vero?
    - S, Carmaux, d'un morto.
    - E' il Corsaro Verde che ci segue per attendere il Corsaro Rosso.
    - Mi fai paura, Carmaux.
    - Ed il Corsaro Nero, nulla ha udito n visto?
    - E' il fratello dei due morti!
    - E tu, compare, non hai visto nulla?
    - S, una testa, - rispose l'africano. - Di che?...
    - D'un lamantino.
    - Il diavolo porti via te ed i tuoi lamantini,  - brontol Carmaux.  -
    Era una testa di morto, negro senz'occhi.
    In quell'istante una voce, partita dalla nave, echeggi sul mare.
    - Oh!... Del canotto! Chi vive?...
    - Il Corsaro Nero!... - url Carmaux.
    - Accosta!...
    La  "Folgore" s'avanzava rapida come una rondine di mare,  fendendo le
    acque sfolgoranti col suo acuto sperone. Pareva,  tutta nera come era,
    il  leggendario  vascello  fantasma  dell'olandese  maledetto,  od  il
    vascello feretro navigante sul mare ardente.
    Lungo le  murate  si  vedevano  schierati,  immobili  come  statue,  i
    filibustieri  formanti  l'equipaggio,  tutti  armati di fucili,  e sul
    cassero di poppa,  dietro i due cannoni da caccia,  si scorgevano  gli
    artiglieri  colle  micce accese in mano,  mentre sul picco della randa
    ondeggiava la grande bandiera nera del Corsaro,  con due lettere d'oro
    bizzarramente incrociate da un fregio inesplicabile.
    La  scialuppa  abbord  sotto  l'anca  di babordo,  mentre il legno si
    metteva attraverso il vento,  e si ormeggi con una gomena gettata dai
    marinai dalla coperta.
    -  Gi  i paranchi!...  - si ud gridare una voce rauca.  Due boscelli
    muniti d'arpioni furono calati dal pennone di maestra.  Carmaux e  Wan
    Stiller li assicurarono ai banchi,  e la scialuppa,  ad un fischio del
    mastro dell'equipaggio,  fu issata a bordo assieme alle persone che la
    montavano.
    Quando  il  Corsaro Nero ud la chiglia urtare contro la coperta della
    nave, parve che si risvegliasse dai suoi tetri pensieri.
    Si guard attorno come se fosse stupito di trovarsi a  bordo  del  suo
    legno,  poi si curv presso il cadavere,  lo prese fra le braccia e lo
    depose ai piedi dell'albero  maestro.  Tutto  l'equipaggio,  schierato
    lungo le murate, vedendo la salma, s'era scoperto il capo.
    Morgan,  il  comandante in seconda,  era sceso dal ponte di comando ed
    era andato incontro al Corsaro Nero.
    - Sono ai vostri ordini, signore, - gli disse.
    - Fate ci che sapete, - gli rispose il Corsaro, scuotendo tristemente
    il capo.
    Attravers lentamente la tolda, sal sul ponte di comando e si arrest
    lass immobile come una statua, colle braccia incrociate sul petto.
    Cominciava allora ad albeggiare verso oriente. L dove il cielo pareva
    si confondesse col mare,  una pallida luce saliva tingendo le acque di
    riflessi color dell'acciaio.  Pareva per che anche quella luce avesse
    qualche cosa di tetro,  poich non aveva la tinta rosea consueta;  era
    quasi grigia, ma d'un grigio ferreo e quasi opaco.
    Intanto la grande bandiera del Corsaro era stata calata a mezz'asta in
    segno  di  lutto ed i pennoni dei pappafichi,  che non portavano vele,
    erano stati disposti in croce.
    Il numeroso equipaggio della nave corsara era salito tutto in  coperta
    schierandosi  lungo le murate.  Quegli uomini dai volti abbronzati dai
    venti del mare e dal fumo di cento abbordaggi,  erano tutti  tristi  e
    guardavano  con  vago terrore la salma del Corsaro Rosso che il mastro
    dell'equipaggio aveva rinchiusa in una  grossa  amaca  insieme  a  due
    palle di cannone.
    La luce cresceva,  ma il mare sfolgoreggiava sempre intorno alla nave,
    rumoreggiando sordamente contro i neri fianchi  e  frangendosi  contro
    l'alta prora.
    Quelle ondulazioni avevano in quel momento degli strani sussurrii. Ora
    parevano gemiti d'anime, ora rauchi sospiri, ora flebili lamenti.
    D'un tratto il tocco d'una campana echeggi sul quadro di poppa.
    Tutto l'equipaggio si era inginocchiato,  mentre il mastro, aiutato da
    tre marinai, aveva sollevata la salma del povero Corsaro,  deponendola
    sulla murata di babordo.
    Un  funebre  silenzio  regnava  allora  sul  ponte  della nave che era
    rimasta immobile sulle acque luminose;  perfino il mare taceva  e  non
    mormorava pi.
    Tutti  gli  occhi  si  erano  fissati sul Corsaro Nero,  la cui figura
    spiccava stranamente sulla linea grigiastra dell'orizzonte.
    Pareva che in quel momento,  il formidabile scorridore del gran  golfo
    avesse  assunto forme gigantesche.  Ritto sul ponte di comando,  colla
    lunga piuma nera svolazzante alla brezza  mattutina,  con  un  braccio
    teso  verso  la salma del Corsaro Rosso,  sembrava che fosse l l per
    scagliare qualche terribile minaccia.
    La sua voce metallica e  robusta  ruppe  improvvisamente  il  silenzio
    funebre che regnava a bordo della nave.
    - Uomini del mare!  - grid,  - uditemi!... Io giuro su Dio, su queste
    onde che ci sono fedeli compagne e sulla mia anima,  che io  non  avr
    bene sulla terra,  finch non avr vendicato i fratelli miei spenti da
    Wan  Guld.  Che  le  folgori  incendino  la  mia  nave;  che  le  onde
    m'inghiottano  assieme  a  voi;  che  i  due Corsari che dormono sotto
    queste acque, negli abissi del gran golfo,  mi maledicano;  che la mia
    anima sia dannata in eterno,  se io non uccider Wan Guld e sterminer
    tutta la sua famiglia come egli ha distrutto  la  mia!...  Uomini  del
    mare!... Mi avete udito?...
    - S! - risposero i filibustieri, mentre un fremito di terrore passava
    sui loro volti.
    Il  Corsaro  Nero  si era curvato sulla passerella e guardava fisso le
    onde luminose.
    - In acqua la salma!... - grid con voce cupa.
    Il mastro d'equipaggio ed i tre marinai alzarono l'amaca contenente il
    cadavere del povero Corsaro e la lasciarono andare.
    La salma precipit fra le onde,  alzando un grande spruzzo che  pareva
    un getto di fiamme.
    Tutti i filibustieri si erano curvati sulle murate.
    Attraverso  l'acqua  fosforescente  si  vedeva  nettamente il cadavere
    scendere in fondo ai misteriosi abissi  del  mare,  con  delle  larghe
    ondulazioni, poi tutto d'un tratto scomparve.
    In  quell'istante,  al  largo,  si  ud  echeggiare  ancora  il  grido
    misterioso che aveva spaventato Carmaux e Wan Stiller.
    I due  filibustieri,  che  stavano  sotto  il  ponte  di  comando,  si
    guardarono in viso pallidi come due cenci lavati.
    -  E'  il  grido  del  Corsaro  Verde che avverte il Corsaro Rosso,  -
    mormor Carmaux.
    - S, - rispose Wan Stiller,  con voce soffocata.  - I due fratelli si
    sono incontrati in fondo al mare.
    Un colpo di fischietto interruppe bruscamente le loro parole.
    - Bracciate a babordo! - grid il mastro. - All'orza la barra!...
    La  "Folgore"  aveva virato di bordo e volteggiava fra gl'isolotti del
    lago, fuggendo verso il gran golfo,  le cui acque s'indoravano sotto i
    primi raggi del sole, mentre la fosforescenza si spegneva bruscamente.










    10.
    A BORDO DELLA FOLGORE.

    Gran numero d'uccelli di mare volteggiavano al largo, accorrendo dalle
    coste.  Bande  di corvi di mare,  uccellacci rapaci,  grossi quanto un
    gallo,  svolazzavano in prossimit delle spiagge,  pronti a scagliarsi
    sulle  pi piccole prede ed a farle a brani ancora vive;  mentre sulle
    onde scorrazzavano battaglioni di  rincopi,  dalle  code  forcute,  le
    penne  nere  sul  dorso  e  candide  sotto il ventre e muniti di corti
    becchi che li condannano a soffrire dei lunghi digiuni,  poich  se  i
    pesci  non  si  gettassero  quasi  spontaneamente nelle bocche di quei
    disgraziati volatili, questi non riuscirebbero ad afferrarli avendo la
    mandibola inferiore assai pi lunga della superiore.  Anche i fetonti,
    che  sono  cos  comuni  nelle  acque  del  gran golfo messicano,  non
    mancavano.  Si vedevano sfiorare le onde  in  lunghe  file,  lasciando
    pendere le lunghe barbe delle code ed imprimendo alle loro nere ali un
    tremito convulso, assai bizzarro.
    Spiavano  i pesci volanti che balzavano bruscamente fuori dalle acque,
    solcando l'aria per cinquanta o sessanta braccia,  per poi ricadere  e
    ricominciare subito il loro gioco.
    Mancavano invece assolutamente le navi. Gli uomini di guardia, rimasti
    in  coperta,  avevano  un  bel  guardare,  ma nessun veliero si vedeva
    solcare l'orizzonte in alcuna direzione.
    La paura d'incontrare i fieri corsari della Tortue tratteneva le  navi
    spagnole entro i porti delle Carache,  dello Yucatn,  del Venezuela e
    delle grandi isole antillane, fino a quando non si trovavano in numero
    da formare una squadra.  Solo le navi ben armate e montate da numerosi
    equipaggi  osavano  attraversare ancora il Mar Caraybo od il Golfo del
    Messico;  sapendo gi per  prova  quanta  fosse  l'audacia  di  quegli
    intrepidi schiumatori del mare,  che avevano spiegata la loro bandiera
    sull'isolotto della Tortue.
    Durante quella  prima  giornata  nulla  era  accaduto  a  bordo  della
    filibustiera, dopo il seppellimento del povero Corsaro Rosso.
    Il comandante non si era pi fatto vedere in coperta,  n sul ponte di
    comando.  S'era chiuso nella sua cabina,  e pi  nessuno  aveva  avuto
    nuove di lui, nemmeno Carmaux e Wan Stiller.
    Si  era  per  saputo che aveva condotto con s l'africano o lo si era
    sospettato,  perch nemmeno il negro era stato pi veduto ricomparire,
    n lo si era trovato in alcun angolo della nave, nemmeno nella stiva.
    Che  cosa  facessero  nella cabina,  chiusi a chiave,  nessuno avrebbe
    potuto dirlo.  Forse nemmeno il  secondo,  perch  Carmaux  che  aveva
    voluto  interrogarlo,  per  tutta  risposta aveva ricevuto una spinta,
    unita ad un cenno quasi minaccioso che voleva significare:
    - Non occuparti di ci che non ti riguarda, se ti  cara la vita!
    Calata la sera,  mentre la "Folgore" imbrogliava parte delle sue  vele
    per tema dei colpi improvvisi di vento che sono cos frequenti in quei
    paraggi  e  che quasi sempre cagionano delle disgrazie,  Carmaux e Wan
    Stiller,  che ronzavano attorno al quadro,  videro finalmente  sorgere
    dal boccaporto di poppa la testa lanuta dell'africano.
    -  Ecco il compare!...  - esclam Carmaux.  - Speriamo di sapere se il
    comandante si trova ancora a bordo,  o se  andato a  confabulare  coi
    suoi  fratelli  in fondo al mare.  Quel funebre uomo sarebbe capace di
    questo.
    - Lo credo, - disse Wan Stiller, che conosceva le sue superstizioni. -
    Io lo ritengo pi uno spirito del mare che un uomo di  carne  ed  ossa
    come noi.
    - Ehi, compare, - disse Carmaux al negro. - Era tempo che tu venissi a
    salutare il compare bianco.
    - E' il padrone che mi ha trattenuto, - rispose l'africano.
    - Grosse novit adunque? Che cosa fa il comandante?
    - E' pi triste che mai.
    - Non l'ho mai veduto allegro,  nemmeno alla Tortue, n l'ho visto mai
    sorridere.
    - Non ha fatto che parlare dei suoi fratelli e di tremende vendette.
    - Che manterr,  compare.  Il Corsaro Nero  un uomo che eseguir alla
    lettera  il  suo  terribile  giuramento  ed io non vorrei trovarmi nei
    panni del Governatore di Maracaybo e di tutti i suoi parenti. Wan Guld
    deve covare un odio implacabile contro il Corsaro Nero,  ma quell'odio
    gli sar fatale.
    - Ed il motivo di quell'odio lo si conosce, compare bianco?
    -  Si  dice  che  sia  molto  vecchio e che Wan Guld avesse giurato di
    vendicarsi dei tre corsari prima ancora che venisse in America  e  che
    offrisse i suoi servigi alla Spagna.
    - Quando si trovava in Europa?
    - S.
    - Si sarebbero conosciuti prima?
    - Cos si dice,  poich mentre Wan Guld si faceva nominare Governatore
    di Maracaybo,  comparivano dinanzi  alla  Tortue  tre  splendide  navi
    comandate dal Corsaro Nero,  dal Rosso e dal Verde. Erano quei corsari
    tre  begli  uomini,  coraggiosi  come  leoni,   e  marinai  arditi  ed
    intrepidi. Il Verde era il pi giovane ed il Nero il pi attempato; ma
    per  il  valore  nessuno  era inferiore all'altro e nel maneggio delle
    armi non avevano rivali in tutti i filibustieri della Tortue. Quei tre
    valenti dovevano in breve fare tremare gli spagnoli in tutto il  Golfo
    del  Messico.  Non  si  contavano  le  navi da loro predate e le citt
    espugnate; nessuno poteva resistere alle loro tre navi,  le pi belle,
    le pi veloci e le meglio armate di tutta la filibusteria.
    - Lo credo, - rispose l'africano. - Basta guardare questo vascello.
    - Vennero per anche per loro i giorni tristi,  - prosegui Carmaux.  -
    Il Corsaro Verde,  salpato colla sola sua nave dalla Tortue per ignota
    destinazione,  cadeva  nel  bel  mezzo d'una squadra spagnola,  veniva
    vinto dopo una lotta titanica, preso, condotto a Maracaybo e appiccato
    da Wan Guld.
    - Me lo ricordo,  - disse il negro.  - Il suo  cadavere  per  non  fu
    gettato a pascolo delle fiere.
    - No,  poich il Corsaro Nero, accompagnato da pochi fidi, riusciva di
    notte a entrare in Maracaybo ed a rapirlo per poi seppellirlo in mare.
    - S,  lo si seppe poi e si dice che Wan Guld,  per la rabbia  di  non
    avere  potuto prendere anche il fratello,  facesse fucilare le quattro
    sentinelle incaricate di vegliare  sugli  appiccati  della  "Plaza  de
    Granada".
    -  Ora    stata  la  volta  del Corsaro Rosso ed anche questo  stato
    sepolto nei baratri del mar Caraybo,  ma il terzo fratello    il  pi
    formidabile e finir coll'esterminare tutti i Wan Guld della terra.
    -  Andr  presto  a  Maracaybo,   compare.  Mi  ha  chiesto  tutte  le
    informazioni necessarie  per  condurre  contro  la  citt  una  flotta
    numerosa.
    - Pietro Nau,  il terribile Olonese,  ancora alla Tortue ed  l'amico
    del Corsaro Nero.  Chi potrebbe resistere a questi  due  uomini?...  E
    poi...
    S'interruppe  e,  urtando il negro e Wan Stiller che gli stava vicino,
    ascoltandolo in silenzio, disse loro:
    - Guardatelo!... Non fa paura quell'uomo? Sembra il dio del mare!...
    Il filibustiere e l'africano avevano alzato gli occhi verso  il  ponte
    di comando.
    Il  Corsaro era l,  tutto vestito di nero come sempre,  col suo ampio
    cappello abbassato sulla fronte e la grande piuma svolazzante.
    Colla testa  china  sul  petto,  le  braccia  incrociate,  passeggiava
    lentamente per il ponte, tutto solo e senza produrre il minimo rumore.
    Morgan,  il luogotenente,  vegliava all'estremit del ponte,  ma senza
    osare interrogare il suo capitano.
    - Sembra uno spettro, - mormor sotto voce Wan Stiller.
    - E Morgan non sfigurerebbe come suo compagno, - disse Carmaux.
    - Se uno  tetro come la notte, l'altro non  pi allegro. Entrambi si
    sono trovati. Toh!...
    Un grido era echeggiato  fra  le  tenebre.  Scendeva  dall'alto  della
    crocetta  dell'albero  maestro,  ove  si vedeva confusamente una forma
    umana.
    Quella voce aveva gridato per due volte:
    - Nave al largo, sottovento!
    Il Corsaro Nero aveva interrotto bruscamente la sua passeggiata.
    Stette un istante immobile, guardando verso sottovento,  ma trovandosi
    cos  basso,  difficilmente poteva scorgere una nave navigante a sei o
    sette miglia di distanza.
    Si volse verso Morgan che si era pure curvato sul bordo dicendogli:
    - Fate spegnere i fuochi.
    I marinai di prora,  ricevuto il comando,  s'affrettarono a coprire  i
    due grandi fanali accesi, l'uno a babordo e l'altro a tribordo.
    -  Gabbiere,  -  riprese  il Corsaro,  quando l'oscurit fu completa a
    bordo della "Folgore", - dove naviga quella nave?
    - Verso il sud, comandante.
    - Alla costa di Venezuela?
    - Lo credo.
    - A quale distanza?
    - A cinque o sei miglia.
    - Sei certo di non ingannarti?
    - No: distinguo nettamente i suoi fanali.
    Il Corsaro si curv sulla passerella, quindi lanci queste tre parole:
    - Uomini in coperta!
    In meno di  mezzo  minuto  i  centoventi  filibustieri  che  formavano
    l'equipaggio  della  "Folgore"  erano tutti al posto di combattimento.
    Gli uomini di manovra ai bracci delle vele,  i  gabbieri  in  alto,  i
    migliori  fucilieri  sulle  coffe  e  sul cassero,  gli altri lungo le
    murate e gli artiglieri dietro ai loro pezzi  colle  micce  accese  in
    mano.  L'ordine  e  la  disciplina  che  regnavano  a bordo delle navi
    filibustiere erano tali,  che  a  qualunque  ora  della  notte  ed  in
    qualsiasi frangente,  tutti gli uomini si trovavano al posto assegnato
    con una rapidit prodigiosa,  sconosciuta perfino sulle navi da guerra
    delle nazioni pi marinaresche.
    Questi scorridori del mare,  piovuti nel Golfo del Messico da tutte le
    parti dell'Europa,  ed arruolati tra le peggiori canaglie dei porti di
    mare   di   Francia,    d'Italia,    d'Olanda,    della   Germania   e
    dell'Inghilterra,  dediti a tutti i vizi,  ma noncuranti della morte e
    capaci  dei pi grandi eroismi e delle pi incredibili audacie,  sulle
    navi filibustiere, diventavano pi obbedienti degli agnelli, in attesa
    di diventare tigri nei combattimenti.
    Sapevano bene che i loro capi non avrebbero lasciata impunita  nessuna
    negligenza   e   che  la  pi  piccola  vigliaccheria  o  indisciplina
    l'avrebbero fatta pagare con un colpo di pistola nel cranio,  o per lo
    meno coll'abbandono su qualche isola deserta.
    Quando il Corsaro Nero vide tutti i suoi uomini a posto,  osservandoli
    quasi uno per uno,  si volse verso Morgan,  il quale attendeva i  suoi
    ordini.
    - Credete che quella nave sia?... - gli chiese.
    - Spagnola, signore, - rispose il secondo.
    -  Degli spagnoli!...  - esclam il Corsaro con voce cupa.  - Sar una
    notte fatale per loro e molti non rivedranno il sole domani.
    - Assaliremo quella nave stanotte, signore?
    - S,  e la coleremo a fondo.  Laggi dormono i miei fratelli,  ma non
    dormiranno soli.
    - Sia, se cos desiderate, signore.
    Balz  sulla  murata,  tenendosi  aggrappato  ad un paterazzo e guard
    sottovento.
    Fra  le  tenebre  che  coprivano  il  mare  rumoreggiante,  due  punti
    luminosi,  che  non  si  potevano  confondere  colle  stelle brillanti
    all'orizzonte, scorrevano quasi a fior d'acqua.
    - Sono a quattro miglia da noi, - disse.
    - E vanno sempre al sud? - chiese il Corsaro.
    - Verso Maracaybo.
    - Sfortuna a loro. Date il comando di virare di bordo e di tagliare la
    via a quella nave.
    - Farete portare in coperta cento granate da gettare a mano,  e farete
    assicurare ogni cosa nelle corsie e nelle cabine.
    - Speroneremo la spagnola?
    - S, se sar possibile.
    - Perderemo i prigionieri, signore.
    - Che m'importa di loro?
    - Ma quella nave pu contenere delle ricchezze.
    - Nella mia patria ho castelli ancora e vaste terre.
    - Parlavo per i nostri uomini.
    - Per essi ho dell'oro. Fate virare di bordo, signore.
    Al  primo  comando,  a bordo del legno si ud echeggiare il fischietto
    del mastro. Gli uomini della manovra,  con una rapidit fulminea e con
    un accordo perfetto, bracciarono le vele, mentre il timoniere cacciava
    la ribolla all'orza.
    La  "Folgore"  gir  di  bordo  quasi sul posto e spinta da una fresca
    brezza che soffiava dal sud-est,  si slanci sulla rotta  del  veliero
    segnalato, lasciando a poppa una lunga scia gorgogliante.
    S'avanzava  fra  le  tenebre,  leggera  come  un uccello,  quasi senza
    produrre rumore, come il leggendario vascello fantasma.
    Lungo le murate, i fucilieri, immobili come statue e muti, spiavano la
    nave nemica,  stringendo i loro lunghi fucili di grosso calibro,  armi
    formidabili nelle loro mani, perch di rado mancavano il colpo, mentre
    gli artiglieri, curvi sui loro pezzi, soffiavano sulle micce, pronti a
    scatenare uragani di mitraglia.
    Il  Corsaro  Nero  e  Morgan non avevano lasciato il ponte di comando.
    Appoggiati sulla traversa della passerella,  l'uno  presso  all'altro,
    non  staccavano  gli  sguardi  dai due punti luminosi che solcavano le
    tenebre a meno di tre miglia di distanza.
    Carmaux, Wan Stiller ed il negro,  tutti e tre a prora,  sul castello,
    chiacchieravano  a  bassa  voce,  guardando  ora la nave segnalata che
    continuava tranquillamente la sua rotta, ed ora il Corsaro Nero.
    - Brutta notte, per quella gente,  - diceva Carmaux.  - Io temo che il
    comandante,  con  quella  rabbia che ha in cuore,  non lascer vivo un
    solo spagnolo.
    - Mi sembra per che quella nave sia ben alta di bordo,  - rispose Wan
    Stiller  che misurava l'altezza dei fanali dal pelo dell'acqua.  - Non
    vorrei che fosse una nave di linea che va  a  raggiungere  la  squadra
    dell'ammiraglio Toledo.
    -  Peuh!...  Non fa paura al Corsaro Nero.  Nessuna nave ha mai potuto
    resistere alla "Folgore" e poi  ho  udito  il  comandante  parlare  di
    speronare.
    - Tuoni d'Amburgo!...  Se continua cos,  una volta o l'altra anche la
    "Folgore" perder la prora.
    - E' a prova di scoglio, mio caro.
    - Ma anche gli scogli talvolta si rompono.
    - Zitto!...
    La voce del Corsaro Nero aveva rotto improvvisamente il  silenzio  che
    regnava a bordo della nave.
    - Uomini di manovra!... In alto i coltellacci e fuori gli scopamari!
    Le  vele supplementari che vengono aggiunte alle estremit dei pennoni
    di maestra e di trinchetto, dei pappafichi e contropappafichi,  furono
    dai gabbieri subito spiegate.
    -  In  caccia!  -  esclam Carmaux.  - Pare che la spagnola fili molto
    bene, per costringere la "Folgore" a issare i coltellacci.
    - Ti dico che abbiamo da fare con una nave  di  linea,  -  ripet  Wan
    Stiller. - Guarda come ha l'alberatura alta.
    - Tanto meglio!... Far caldo d'ambo le parti!...
    In quell'istante una voce robusta echeggi sul mare. Veniva dalla nave
    nemica ed il vento l'aveva portata a bordo della filibustiera.
    - Oh!... Nave sospetta a babordo!...
    Sul  ponte  di  comando  della  filibustiera  si  vide il Corsaro Nero
    curvarsi verso Morgan,  come gli mormorasse alcune parole,  poi  scese
    sul cassero gridando:
    - A me la barra!... Uomini del mare, in caccia!...
    Un  solo  miglio  separava  le  due navi,  ma dovevano essere entrambe
    dotate d'una straordinaria velocit  perch  la  distanza  non  pareva
    scemare.
    Era  trascorsa una mezz'ora quando sulla nave spagnola o creduta tale,
    si  vide  un  bagliore  illuminare  rapidamente  il  ponte   e   parte
    dell'alberatura,  poi  una  fragorosa  detonazione si distese sui neri
    flutti,  perdendosi nei lontani orizzonti,  con  un  rimbombo  cupo  e
    prolungato.
    Un istante dopo un fischio,  ben noto ai filibustieri, si ud in aria,
    poi uno sprizzo d'acqua balz alto pi di venti  braccia  dalla  poppa
    della nave corsara.
    Nessuna  voce  si  alz  fra  l'equipaggio.  Solo  un sorriso sdegnoso
    apparve sulle labbra del Corsaro Nero,  sprezzante saluto a quel primo
    messaggero di morte.
    La  nave avversaria dopo quella prima cannonata,  che voleva essere un
    minaccioso invito di non pi  seguirla,  aveva  virato  nuovamente  di
    bordo,  mettendo la prora al sud, accennando risolutamente a cacciarsi
    nel Golfo di Maracaybo.
    Il Corsaro Nero,  accortosi di quella nuova direzione,  si volse verso
    Morgan,  che si teneva addossato alla murata,  confuso tra i paterazzi
    di poppa e gli disse:
    - A prora, signore.
    - Devo cominciare il fuoco?
    -  Non  ancora:    troppo  oscuro.   Andate  a  disporre  tutto   per
    l'abbordaggio.
    - Abborderemo, signore?
    - Lo si vedr!
    Morgan scese dal cassero,  chiam il mastro e si diresse a prora, dove
    quaranta uomini  si  tenevano  distesi  sul  castello  colle  sciabole
    d'arrembaggio collocate dinanzi ed i fucili in mano.
    - In piedi, - comand. - Andate a preparare i grappini da lancio.
    Poi,  volgendosi  verso  gli  uomini  che  stavano  riparati dietro le
    murate,
    aggiunse:
    - Allestite le tramezzate e ponete le brande sul capo di banda.
    I quaranta uomini di prora si misero silenziosamente al lavoro,  senza
    confusione, sotto gli sguardi vigilanti del secondo.
    Quegli uomini,  se temevano il Corsaro Nero, avevano non meno paura di
    Morgan, un uomo inflessibile,  audace quanto il capo,  coraggioso come
    un leone e deciso a tutto.
    D'origine  inglese,  era  giunto  da poco in America;  ma si era fatto
    subito notare per il suo spirito intraprendente  e  per  la  sua  rara
    energia ed audacia.  Aveva gi fatte splendidamente le sue prove sotto
    un corsaro famoso,  il Mansfield,  ma doveva pi  tardi  superare  per
    coraggio  e  per  valore tutti i pi famosi filibustieri della Tortue,
    colla celebre spedizione  di  Panama  e  l'espugnazione,  fino  allora
    creduta impossibile, di quella citt regina dell'Oceano Pacifico.
    Dotato d'una robustezza eccezionale e d'una forza portentosa, bello di
    lineamenti e generoso d'animo, con due occhi penetranti che avevano un
    fascino  misterioso,  al pari del Corsaro Nero,  sapeva imporsi a quei
    ruvidi uomini di mare e farsi ubbidire con  un  semplice  cenno  della
    mano.
    Sotto  la  sua  direzione,  in  meno  di  venti  minuti,  due  robuste
    tramezzate  furono  innalzate  da  babordo  a  tribordo,  una  dinanzi
    all'albero di trinchetto e l'altra dinanzi a quello maestro,  composte
    di travi e di botti ripiene di ferraccio,  destinate a  proteggere  il
    cassero ed il castello, nel caso che i nemici avessero fatto irruzione
    sulla  tolda.  Cinquanta  granate  da gettarsi a mano furono collocate
    dietro le travi, quindi i grappini d'abbordaggio furono disposti sulle
    murate e sulle brande arrotolate che dovevano servire da fuciliere.
    Quando  tutto  fu  pronto,  Morgan  fece  ricoverare  gli  uomini  sul
    castello, quindi si mise in osservazione accanto al bompresso, con una
    mano  sull'impugnatura  della  sciabola  e  l'altra  sul  calcio d'una
    pistola che teneva nella fascia.
    La nave avversaria non era allora che a sei o settecento metri.
    La "Folgore",  giustificando pienamente il suo nome,  aveva guadagnata
    via  e  si  preparava  a  piombarle  addosso  con  un  urto  tremendo,
    irresistibile.
    La nave spagnola si poteva distinguere nei suoi maggiori  particolari,
    quantunque la notte fosse oscura, non essendovi la luna.
    Come Wan Stiller aveva sospettato,  era una nave di linea,  di aspetto
    imponente, coi suoi bordi altissimi,  il suo cassero elevatissimo ed i
    suoi tre alberi coperti di vele fino ai contropappafichi.
    Era un vero legno di battaglia, forse formidabilmente armato e montato
    da un numeroso e agguerrito equipaggio, deciso ad una strenua difesa.
    Qualunque  altro  Corsaro  della  Tortue  si  sarebbe bene guardato di
    assalirlo  poich  anche  vincendo,   ben  poco  avrebbe  trovato   da
    saccheggiare,  tenendoci  pi  quegl'intrepidi  ladri  di  mare a dare
    addosso  alle  navi  mercantili  od  ai  galeoni  carichi  di   tesori
    provenienti  dalle miniere del Messico,  dell'Yucatn e del Venezuela,
    ma cos non la pensava il Corsaro Nero,  uomo che non si curava  delle
    ricchezze.
    Forse  in  quella nave vedeva un potente alleato di Wan Guld,  che pi
    tardi avrebbe potuto ostacolare i  suoi  disegni  e  si  preparava  ad
    assalirla  prima  che  andasse a rinforzare la squadra dell'ammiraglio
    Toledo, od a difendere Maracaybo.
    A  cinquecento  metri,  la  nave  spagnola,   vedendosi  ostinatamente
    inseguita  e  pi non dubitando delle sinistre intenzioni del Corsaro,
    spar una seconda cannonata con uno  dei  suoi  pi  grossi  pezzi  da
    caccia.
    La  palla  questa volta non si perdette in mare.  Pass fra le vele di
    parrocchetto e di gabbia e and a smozzare l'estremit del picco della
    randa facendo cadere la nera bandiera del filibustiere.
    I due contro-mastri d'artiglieria del  cassero  si  volsero  verso  il
    Corsaro  Nero  che  stava  sempre  alla barra,  tenendo in una mano il
    portavoce e chiesero:
    - Dobbiamo cominciare, comandante?
    - Non ancora - rispose il Corsaro.
    Una terza cannonata rimbomb sul mare,  pi forte delle altre  due  ed
    una terza palla fischi fra gli attrezzi della nave corsara, sfondando
    la murata poppiera, a tre soli passi dal timone.
    Un  altro sorriso sardonico sfior le labbra dell'audace filibustiere,
    ma nessun comando usc dalla sua bocca.
    La "Folgore" precipitava la corsa,  mostrando alla nave nemica il  suo
    alto  sperone,  il  quale  fendeva  il  mare  con  un  cupo gorgoglio,
    impaziente di penetrare,  con uno squarcio immenso,  nel ventre  della
    nave  spagnola.  Correva  come  un  nero  uccello,  armato d'un rostro
    formidabile.
    La vista di quel legno che pareva sorto improvvisamente dal mare e che
    s'avanzava tacito,  senza rispondere alle provocazioni,  senza nemmeno
    dar  segno  di  essere  montato  da un equipaggio,  doveva produrre un
    effetto sinistro sugli animi superstiziosi dei marinai spagnoli.
    Ad un tratto un clamore immenso echeggi fra le tenebre.
    Sulla nave nemica si udivano urla di terrore e comandi precipitati.
    Una voce imperiosa copr per un istante quel tumulto, forse quella del
    comandante.
    - Bracciate a babordo!... Appoggia la barra, tutta!...
    - Fuoco di bordata!
    Un fracasso spaventevole scoppia a bordo del vascello di linea, mentre
    lampi di fuoco illuminano la notte. I sette pezzi di tribordo ed i due
    cannoni da caccia della coperta hanno vomitato contro la nave  corsara
    i loro proiettili.  Le palle fischiano tra i filibustieri,  attraverso
    vele,  recidono corde,  si sprofondano  nella  carena  o  sfondano  le
    murate, ma non arrestano lo slancio della "Folgore".
    Guidata dal robusto braccio del Corsaro Nero, piomba, con tutto impeto
    sul grande vascello. Fortunatamente per questo, un colpo di barra dato
    a tempo dal pilota, lo salva da una spaventevole catastrofe.
    Spostato  bruscamente  dalla  sua  linea,  obliqua  a babordo,  sfugge
    miracolosamente al colpo di sperone che doveva cacciarlo a  fondo  col
    fianco squarciato.
    La  "Folgore"  passa  l dove,  un istante prima,  si trovava la poppa
    della nave avversaria. La tocca col suo fianco,  urtandola bruscamente
    con  un  cupo rimbombo che si ripercuote nella profondit della stiva,
    le spezza la boma della randa e parte del coronamento, ma  tutto.
    La nave corsara,  mancato il colpo,  prosegue la sua  corsa  rapida  e
    scompare  nelle  tenebre senza aver dato segno di essere montata da un
    numeroso equipaggio e di essere formidabilmente armata.
    - Lampi d'Amburgo!...  - esclam Wan Stiller che aveva  trattenuto  il
    respiro in attesa del tremendo urto.  - Ci si chiama per gli spagnoli
    aver fortuna!
    - Non avrei data una pipata  di  tabacco  per  tutti  gli  uomini  che
    montano  il  vascello,  - rispose Carmaux.  - Mi pareva di vederli gi
    scendere negli abissi del gran golfo.
    - Credi che il comandante ritenter il colpo?
    - Gli spagnoli si terranno ora in guardia e ci presenteranno la prora.
    - E ci bombarderanno per bene.  Se fosse stato giorno,  quella bordata
    avrebbe potuto esserci fatale.
    - Mentre invece non ci ha recato che dei guasti insignificanti.
    - Taci, Carmaux!...
    - Che cosa succede?
    Il Corsaro Nero aveva imboccato il portavoce ed aveva gridato:
    - Pronti a virare di bordo!...
    - Si ritorna?... - si chiese Wan Stiller.
    -  Per  bacco!...  Non  lascer  andare  di certo la nave spagnola,  -
    rispose Carmaux.
    - E mi pare che nemmeno il vascello abbia intenzione d'andarsene.
    Era vero.  La nave spagnola,  invece di proseguire la  marcia  si  era
    arresta,  mettendosi  attraverso  al  vento,  come  se fosse decisa ad
    accettare la battaglia.
    Per virava lentamente di bordo, presentando lo sperone per evitare di
    venire investita.
    Anche la "Folgore" aveva virato di bordo a  due  miglia  di  distanza;
    invece  per  di  ritornare  addosso  all'avversaria stava descrivendo
    attorno ad essa un grande cerchio,  pur tenendosi fuori portata  delle
    artiglierie.
    -  Comprendo,  - disse Carmaux.  - Il nostro comandante vuol attendere
    l'alba prima d'impegnare la lotta e di spingersi all'abbordaggio.
    - Ed  impedire  agli  spagnoli  di  proseguire  la  loro  corsa  verso
    Maracaybo, - aggiunse Wan Stiller.
    -  S,    precisamente  cos.  Mio  caro,  prepariamoci  ad una lotta
    disperata e, come  costume fra noi filibustieri, se io dovessi venire
    tagliato in due da una  palla  di  cannone  o  ucciso  sul  ponte  del
    vascello nemico, nomino te erede della mia modesta fortuna.
    - Che ascende? - disse Wan Stiller, ridendo.
    -  A  due  smeraldi che valgono almeno cinquecento piastre l'uno e che
    tengo cuciti nella fodera della mia giacca.
    - Vi  tanto da divertirsi una settimana alla Tortue. Io nomino te mio
    erede,  ma ti avverto che non ho che  tre  dobloni  cuciti  nella  mia
    cintura.
    -  Basteranno  per  vuotare  sei  bottiglie di vino di Spagna alla tua
    memoria, amico.
    - Grazie, Carmaux,  ora sono tranquillo e posso attendere la morte con
    tutta serenit.
    La  "Folgore"  intanto  continuava la sua corsa attorno al vascello di
    linea,  il quale rimaneva sempre fermo,  limitandosi a  presentare  la
    prora.  Volteggiava  rapida,  come un uccello fantastico,  minacciando
    sempre, senza per far tuonare le sue artiglierie.
    Il Corsaro Nero non aveva abbandonata la  barra.  I  suoi  occhi,  che
    pareva  divenissero luminosi come quelli delle fiere notturne,  non si
    staccavano un solo istante dal vascello di  linea,  come  se  cercasse
    d'indovinare  ci che succedeva a bordo o che aspettasse qualche falsa
    manovra per vibrare la speronata mortale.
    Il suo equipaggio lo guardava con  superstizioso  terrore.  Quell'uomo
    che  maneggiava  la  sua nave come se le avesse trasfusa la sua anima,
    che la faceva volteggiare attorno  alla  preda  senza  quasi  cambiare
    velatura  col  suo  tetro  aspetto e colla sua immobilit,  metteva un
    certo sgomento anche fra quegli arditi scorridori del mare.
    Tutta la notte la nave corsara continu a girare attorno al  vascello,
    senza  rispondere  ai  colpi  di  cannone  che  di quando in quando le
    venivano sparati contro, ma con nessun successo. Quando per le stelle
    cominciarono ad impallidire ed i primi riflessi dell'alba  tinsero  le
    acque del golfo, la voce del Corsaro torn a farsi udire.
    - Uomini del mare!...  - grid. - Ognuno al posto di combattimento!...
    In alto la mia bandiera!...
    La "Folgore" non girava pi attorno  al  vascello  di  linea;  muoveva
    diritta contro di lui, risoluta ad abbordarlo.
    La  grande  bandiera nera del Corsaro era stata issata sul picco della
    randa ed inchiodata  affinch  nessuno  potesse  ammainarla,  ci  che
    significava vincere ad ogni costo o morire, ma senza resa.
    Gli  artiglieri  del  cassero avevano puntati i due cannoni da caccia,
    mentre i filibustieri dalle murate avevano passati i  fucili  fra  gli
    spazi delle brande, pronti a tempestare il legno nemico.
    Il  Corsaro Nero si assicur se tutti erano al posto di combattimento,
    poi guard se i gabbieri  avevano  riprese  le  loro  posizioni  sulle
    coffe, sulle crocette e sui pennoni, quindi lanci il grido:
    -   Uomini   del   mare!...   Non   vi   trattengo  pi!...   Viva  la
    filibusteria!...
    Tre  hurr  formidabili  echeggiarono  a  bordo  della  nave   corsara
    appoggiati dal rimbombo dei pezzi da caccia.
    Il  vascello  di  linea  si  era  allora  rimesso  al vento e marciava
    incontro alla filibustiera. Doveva essere montato da uomini valorosi e
    risoluti,  perch generalmente le navi spagnole cercavano di  sfuggire
    agli  attacchi  dei corsari della Tortue,  sapendo per prova con quali
    formidabili avversari avevano da fare.
    A mille passi ricominci il cannoneggiamento con gran furore.
    Correndo bordate,  scaricava ora i suoi pezzi di tribordo,  coprendosi
    di fumo e di fiamme.
    Era un grande legno a tre ponti,  coll'alberatura a nave, altissimo di
    bordo,  e munito di quattordici bocche da  fuoco,  una  vera  nave  da
    battaglia,  forse distaccata per qualche urgente bisogno dalla squadra
    dell'ammiraglio Toledo.
    Sul ponte di comando di  poppa  si  vedeva  il  comandante  in  grande
    uniforme,  colla sciabola in pugno,  circondato dai suoi luogotenenti,
    mentre sulla tolda si scorgevano numerosi marinai.
    Col grande stendardo di Spagna issato sull'alberetto di maestra,  quel
    forte   vascello   muoveva  intrepidamente  incontro  alla  "Folgore",
    tuonando terribilmente.
    Il legno corsaro,  quantunque  assai  pi  piccolo,  non  si  lasciava
    intimorire   da  quella  pioggia  di  palle.   Affrettava  la  marcia,
    rispondendo coi suoi cannoni da caccia, ed aspettando forse il momento
    opportuno per scaricare i dodici pezzi dei sabordi.
    Le palle cadevano fitte sul ponte,  sfondando  le  murate,  penetrando
    nella  stiva  e nelle batterie,  maltrattando le manovre e facendo dei
    vuoti fra i filibustieri di prora,  per non cedeva il passo e muoveva
    con pari audacia all'abbordaggio.
    A quattrocento metri i suoi fucilieri vennero in aiuto dei due cannoni
    del cassero, tempestando la tolda della nave nemica.
    Quel  fuoco  doveva  in  breve  diventare disastroso per gli spagnoli,
    perch,  come fu detto,  i filibustieri quasi mai  mancavano  ai  loro
    colpi,  essendo  stati  prima  "bucanieri",  ossia  cacciatori di buoi
    selvatici.
    Le palle di quei grossi archibugi facevano infatti strage ben  di  pi
    del  fuoco  dei  cannoni.  Gli  uomini del vascello cadevano a dozzine
    lungo i bordi e cadevano  gli  artiglieri  dei  pezzi  da  caccia  del
    cassero e gli ufficiali del ponte di comando.
    Bastarono dieci minuti perch non ne restasse neppure uno.
    Anche  il  comandante era caduto in mezzo ai suoi luogotenenti,  prima
    ancora che le due navi si fossero abbordate.
    Rimanevano per gli  uomini  delle  batterie,  ben  pi  numerosi  dei
    marinai della coperta. La vittoria era quindi ancora da disputarsi.
    A  venti  metri l'una dall'altra,  le due navi virarono bruscamente di
    bordo.  Subito la  voce  del  Corsaro  tuon  tra  il  rimbombo  delle
    artiglierie.
    - Imbroglia la maestra e la gabbia, controbraccia il trinchetto, tendi
    al massimo la randa!...
    La  "Folgore" si spost bruscamente sotto un violento colpo di barra e
    and ad imbrogliare il suo bompresso fra le sartie della  mezzana  del
    vascello.
    Il  Corsaro era balzato gi dal cassero colla spada nella destra e una
    pistola nella sinistra.
    - Uomini del mare! - aveva gridato. - All'abbordaggio!...


    11.
    LA DUCHESSA FIAMMINGA.

    I  filibustieri,   vedendo  il  loro  comandante  e  Morgan  lanciarsi
    all'abbordaggio del vascello,  il quale non poteva ormai pi sfuggire,
    si erano precipitati dietro di loro come un solo uomo.
    Avevano gettati i fucili,  armi pressoch inutili in un  combattimento
    corpo  a  corpo,  ed  avevano impugnate le sciabole d'arrembaggio e le
    pistole,  e si  precipitavano  innanzi  come  un  torrente  impetuoso,
    urlando a piena gola per spargere maggiore terrore.
    I  grappini  d'arrembaggio  erano stati prontamente gettati per meglio
    accostare le due navi, ma i primi filibustieri,  giunti sull'albero di
    bompresso,  impazienti si erano gettati sulle trinche e, aggrappandosi
    ai fianchi,  o calandosi gi per  la  dolfiniera,  si  erano  lasciati
    cadere sulla tolda del vascello.
    Col   per   si  erano  subito  trovati  dinanzi  ad  una  resistenza
    inaspettata.  Dai boccaporti salivano con  furia  gli  spagnoli  delle
    batterie, colle armi in pugno.
    Erano  cento  almeno,  guidati  da  alcuni  ufficiali  e  dai mastri e
    contromastri artiglieri.
    In un lampo si spargono sul ponte,  salgono  sul  castello  di  prora,
    piombando  addosso ai primi filibustieri,  mentre altri si precipitano
    sul cassero e scaricano,  a  bruciapelo,  i  due  cannoni  da  caccia,
    infilando la tolda della filibustiera con un uragano di mitraglia.
    Il  Corsaro Nero non esit pi.  Le due navi si trovavano allora bordo
    contro bordo, essendo state strette le funi dei grappini.
    D'un balzo supera le murate  e  si  getta  sulla  tolda  del  vascello
    urlando:
    - A me filibustieri!
    Morgan lo segue,  poi dietro di lui si precipitano i fucilieri, mentre
    i gabbieri issati sulle coffe,  sulle crocette,  sui pennoni  e  sulle
    griselle  scagliano  granate  in  mezzo agli spagnoli e fanno un fuoco
    infernale coi fucili e colle pistole.
    La lotta diventa spaventosa, terribile.
    Il Corsaro Nero tre volte  trascina  i  suoi  uomini  all'assalto  del
    cassero sul quale si erano radunati sessanta o settanta spagnoli,  che
    spazzano la tolda coi cannoni da caccia,  e tre volte viene  respinto,
    mentre Morgan non riesce a montare sul cassero di prora.
    D'ambo le parti si combatte con pari furore.  Gli spagnoli,  che hanno
    subito perdite disastrose per il fuoco degli archibugieri e  che  sono
    ormai  inferiori  di  numero,  resistono  eroicamente  decisi  a farsi
    uccidere, piuttosto che arrendersi.
    Le granate a mano,  scagliate dai gabbieri della nave  corsara,  fanno
    strage  fra  le loro file,  pure non retrocedono.  I morti ed i feriti
    s'accumulano intorno a loro, ma il grande stendardo di Spagna sventola
    arditamente sulla cima dell'alberetto di maestra,  colla sua croce che
    fiammeggia ai primi raggi del sole.  Quella resistenza non doveva per
    durare a lungo.  I filibustieri,  resi feroci  per  l'ostinazione  dei
    nemici,  si  scagliano  un'ultima  volta  all'assalto del castello del
    cassero, guidati dai loro comandanti che combattono in prima fila.
    S'arrampicano sulle griselle per calarsi gi dai paterazzi dell'albero
    di  mezzana  o  attraverso  le  sartie  di  poppa;  s'aggrappano  alle
    bancazze,  corrono  sulle  murate e piombano da tutte le parti addosso
    agli ultimi difensori del disgraziato vascello.
    Il Corsaro Nero spezza quella muraglia di corpi umani e si  caccia  in
    mezzo  a  quell'ultimo  gruppo di combattenti.  Ha gettata la sciabola
    d'arrembaggio ed impugnata una spada.
    La sua lama fischia come un serpente,  batte e  ribatte  i  ferri  che
    tentano giungere al suo petto e colpisce a destra,  a manca e dinanzi.
    Nessuno pu resistere a quel braccio,  e nessuno  pu  parare  le  sue
    botte.  Un varco gli si apre dintorno e si trova in mezzo ad un cumulo
    di cadaveri,  coi piedi nel sangue che scorre  a  rivi  per  il  piano
    inclinato del cassero.
    Morgan in quel momento accorreva con una banda di filibustieri.  Aveva
    espugnato il castello di prora e si  preparava  a  trucidare  i  pochi
    superstiti, che difendevano col furore della disperazione lo stendardo
    del vascello, ondeggiante sul picco della randa.
    - Addosso a questi ultimi! - grid.
    Il Corsaro Nero lo trattenne, gridando.
    - Uomini del mare! Il Corsaro Nero vince, ma non assassina!
    Lo  slancio  dei  filibustieri  si  era arrestato e le armi,  pronte a
    colpire, si erano abbassate.
    - Arrendetevi,  - grid il  Corsaro  avanzandosi  verso  gli  spagnoli
    aggruppati  intorno  alla  barra  del  timone.  - Sia salva la vita ai
    valorosi.
    Un contromastro,  l'unico rimasto vivo fra tutti i graduati,  si  fece
    innanzi gettando la scure intrisa di sangue.
    -  Siamo  vinti,  -  disse  con  voce rauca.  - Fate di noi quello che
    volete.
    - Riprendete la vostra scure,  contromastro - rispose il Corsaro,  con
    nobilt. - Uomini cos valorosi che difendono con tanto accanimento il
    vessillo della patria lontana, meritano la mia stima.
    Poi   guard   i   superstiti,   senza  occuparsi  dello  stupore  del
    contromastro,  stupore naturale poich,  in quelle lotte,  di  rado  i
    filibustieri  accordavano  quartiere  ai  vinti e quasi mai la libert
    senza riscatto.
    Di difensori del vascello di linea non rimanevano che diciotto marinai
    e quasi tutti feriti. Avevano gettate le armi ed aspettavano, con cupa
    rassegnazione, la loro sorte.
    - Morgan,  - disse il Corsaro,  -  fate  calare  in  acqua  la  grande
    scialuppa con i viveri sufficienti per una settimana.
    - Lascerete liberi tutti gli uomini?  - chiese il luogotenente, con un
    certo rammarico.
    - S, signore. Amo premiare il coraggio sfortunato.
    Il quartier mastro,  udendo  quelle  parole,  si  era  fatto  innanzi,
    dicendo:
    - Grazie, comandante. Ricorderemo sempre la generosit di colui che si
    chiama il Corsaro Nero.
    - Tacete e rispondetemi.
    - Parlate, comandante.
    - Da dove venivate?...
    - Da Vera-Cruz.
    - Dove eravate diretti?...
    - A Maracaybo.
    -  Vi  aspettava il Governatore?  - chiese il Corsaro,  aggrottando la
    fronte.
    - Lo ignoro, signore. Solamente il capitano avrebbe potuto rispondere.
    - Avete ragione. A quale squadra apparteneva la vostra nave?
    - A quella dell'Ammiraglio Toledo.
    - Avete nessun carico nella stiva?
    - Palle e polvere.
    - Andate: siete liberi.
    Il contromastro, invece di obbedire,  lo guard con un certo imbarazzo
    che non sfugg agli occhi del Corsaro.
    - Volete dire? - chiese questi.
    - Che vi sono altre persone a bordo, comandante.
    - Dei prigionieri forse?
    - No, delle donne e dei paggi.
    - Dove sono?
    - Nel quadro di poppa.
    - Chi sono quelle donne?
    -  Il  capitano  non  ce lo disse,  ma pare che fra di esse vi sia una
    donna d'alto rango.
    - E chi mai?
    - Una duchessa, credo.
    - Su questo vascello da guerra?... - chiese il Corsaro con stupore.  -
    Dove l'avete imbarcata?
    - A Vera-Cruz.
    - Sta bene.  Verr con noi alla Tortue e se vorr la libert,  pagher
    il riscatto che fisser il mio equipaggio. Partite, valorosi difensori
    del vostro patrio vessillo;  v'auguro di  raggiungere  felicemente  la
    costa.
    - Grazie signore.
    La  grande  scialuppa  era stata calata in mare e provveduta di viveri
    per otto giorni, d'alcuni fucili e d'un certo numero di cariche.
    Il contromastro ed i suoi diciotto marinai scesero  nell'imbarcazione,
    mentre  il  grande stendardo di Spagna veniva abbassato dall'alberetto
    di maestra contemporaneamente  alla  bandiera  ondeggiante  sul  picco
    della  randa  e  venivano  issate  le  nere bandiere del filibustiere,
    salutate da due colpi di cannone.
    Il Corsaro Nero era salito sulla prora e guardava la grande scialuppa,
    la quale si allontanava rapidamente,  dirigendosi verso il sud,  ossia
    l dove s'apriva la vasta baia di Maracaybo.
    Quando fu lontana, scese lentamente in coperta, mormorando:
    - E costoro sono gli uomini del traditore!...
    Guard  il  suo  equipaggio  che  era  occupato a trasportare i feriti
    nell'infermeria di bordo ed a chiudere i cadaveri entro le amache  per
    gettarli in mare e fece cenno a Morgan di avvicinarsi.
    -  Dite ai miei uomini,  - gli disse,  - che io rinuncio a loro favore
    alla parte spettantemi dalla vendita di questo vascello.
    - Signore!... - esclam il luogotenente,  stupito.  - Questa nave vale
    molte migliaia di piastre, voi lo sapete.
    - E che importa a me il danaro?  - rispose il Corsaro con disprezzo. -
    Io faccio la guerra per miei motivi personali e  non  per  avidit  di
    ricchezze. D'altronde la mia parte l'ho avuta.
    - Non  vero, signore.
    - S,  i diciannove prigionieri che,  condotti alla Tortue,  avrebbero
    dovuto pagare il loro riscatto per ottenere la libert.
    - Valevano ben poco,  costoro.  Forse non avrebbero pagato un migliaio
    di piastre.
    - A me basta.  Direte poi ai miei uomini di fissare il riscatto per la
    duchessa che si trova a bordo di questo legno. Il Governatore di Vera-
    Cruz o quello di Maracaybo pagheranno se vorranno rivederla libera.
    - I nostri uomini amano il denaro,  ma amano di pi il loro comandante
    e cederanno a voi anche i prigionieri del quadro.
    - Lo si vedr, - rispose il Corsaro alzando le spalle.
    Stava  dirigendosi  verso  poppa,  quando  la porta del quadro si apr
    bruscamente ed una fanciulla apparve,  seguita da due donne e  da  due
    paggi sfarzosamente vestiti.
    Era una bella figura di giovane,  alta,  slanciata,  flessuosa,  dalla
    pelle delicatissima, d'un bianco leggermente roseo,  di quel roseo che
    solo si scorge sulle fanciulle dei paesi settentrionali, e soprattutto
    in quelle appartenenti alle razze anglo-sassoni ed iscotodanesi.
    Aveva  lunghi capelli d'un biondo pallido,  con riflessi pi d'argento
    che d'oro,  che le scendevano sulle spalle,  raccolti  in  una  grossa
    treccia fermata da un grande nastro azzurro adorno di perle; occhi dal
    taglio  perfetto,  d'una  tinta  indefinibile  che  avevano  dei lampi
    dell'acciaio brunito, sormontati da sopracciglia finissime e che, cosa
    davvero strana,  invece di essere bionde al pari  dei  capelli,  erano
    nere.
    Quella  fanciulla,  perch  tale  doveva essere,  non avendo ancora le
    forme sviluppate della donna,  indossava un elegante vestito  di  seta
    azzurra,  dal grande collare di pizzo,  come usavasi in quel tempo, ma
    semplicissimo,  senza ricami di oro n d'argento;  per al collo aveva
    parecchi giri di perle grosse, che dovevano costare parecchie migliaia
    di  piastre  ed  alle  orecchie  due  superbi  smeraldi,  pietre molto
    ricercate in quell'epoca e molto apprezzate.
    Le due donne che la  seguivano,  due  cameriere  senza  dubbio,  erano
    invece   due  mulatte,   belle  del  pari,   dalla  pelle  leggermente
    abbronzata, di riflessi ramigni ed erano pure mulatti i due paggi.
    La giovanetta,  vedendo il ponte del vascello ingombro di morti  e  di
    feriti, d'armi, di attrezzi spezzati e di palle di cannone, e dovunque
    macchiato  di  sangue,  fece  un  gesto di ribrezzo ed arretr come se
    volesse tornare nel quadro per sottrarsi a quella vista  orribile,  ma
    vedendo  il  Corsaro  Nero  che  le  si era fermato a quattro passi di
    distanza,   gli  chiese   con   aria   corrucciata,   aggrottando   le
    sopracciglia:
    - Che cosa  accaduto qui, signore?
    - Potete comprenderlo,  signora, - rispose il Corsaro, inchinandosi. -
    Una battaglia tremenda, finita male per gli spagnoli.
    - E chi siete voi?
    Il Corsaro gett via  la  spada  insanguinata  che  non  aveva  ancora
    deposta  e  levandosi galantemente l'ampio cappello piumato,  le disse
    con squisita cortesia:
    - Io sono, signora, un gentiluomo d'oltremare.
    - Ci non mi spiega chi voi siate, - diss'ella, un po' rabbonita dalla
    gentilezza del Corsaro.
    - Allora aggiunger che io sono  il  cavaliere  Emilio  di  Roccanera,
    signore  di  Valpenta  e  di  Ventimiglia,  ma  qui  porto un nome ben
    diverso.
    - E quale, cavaliere?
    - Sono il Corsaro Nero.
    Udendo quel titolo,  un fremito di terrore era passato  sul  bel  viso
    della  giovanetta  e la tinta rosea della sua pelle era repentinamente
    scomparsa, diventando invece bianca come l'alabastro.
    - Il Corsaro Nero, - mormor guardandolo con due occhi smarriti.  - Il
    terribile Corsaro della Tortue, il nemico formidabile degli spagnoli.
    - Forse v'ingannate,  signora.  Gli spagnoli posso combatterli, ma non
    ho motivo per odiarli e ne diedi or ora una  prova  ai  superstiti  di
    questo vascello. Non vedete laggi, dove il mare si confonde col cielo
    quel  punto  nero  che  sembra perduto nello spazio?  E' una scialuppa
    montata da diciannove marinai spagnoli che io rilasciai liberi, mentre
    per diritto di guerra avrei potuto trucidarli o tenerli prigionieri.
    - Avrebbero mentito coloro che vi dipingevano come  il  pi  terribile
    Corsaro della Tortue?
    - Forse, - rispose il filibustiere.
    - E di me che cosa farete, cavaliere?
    - Una domanda, innanzi tutto.
    - Parlate, signore.
    - Voi siete?
    - Fiamminga.
    - Una duchessa, mi hanno detto.
    - E' vero cavaliere,  - rispose ella, lasciandosi sfuggire un gesto di
    malumore,  come se le fosse dispiaciuto che il  Corsaro  avesse  ormai
    saputo del suo alto grado sociale.
    - Il vostro nome, se non vi rincresce.
    - E' necessario?...
    -  Bisogna  che  io  sappia  chi voi siete,  se volete riacquistare la
    libert.
    - La libert?...  Ah!...  S,   vero,  dimenticavo che io sono  ormai
    vostra prigioniera.
    -  Non  mia,  signora,  ma della filibusteria.  Se si trattasse di me,
    metterei a vostra disposizione la mia migliore scialuppa ed i miei pi
    fidi marinai e vi farei sbarcare nel porto pi vicino, ma io non posso
    sottrarmi alle leggi dei fratelli della costa.
    - Grazie, - diss'ella, con un adorabile sorriso. - Mi sarebbe sembrato
    strano che un gentiluomo  dei  cavallereschi  duchi  di  Savoia  fosse
    diventato un ladro di mare.
    -  La  parola  pu  essere  dura  per  i  filibustieri,  -  diss'egli,
    aggrottando la fronte. - Ladri di mare!... Eh... Quanti vendicatori vi
    sono fra di loro!... Forse che Montbars,  lo sterminatore,  non faceva
    la  guerra  per  vendicare i poveri indiani distrutti dall'insaziabile
    avidit degli  avventurieri  di  Spagna?  Chiss  che  un  giorno  non
    possiate  sapere  anche  il  motivo per cui un gentiluomo dei duchi di
    Savoia sia qui venuto a  scorrazzare  per  le  acque  del  gran  golfo
    americano... Il vostro nome, signora?
    - Honorata Willerman, duchessa di Weltrendrem.
    - Sta bene,  signora. Ritiratevi nel quadro ora, dovendo noi procedere
    ad una triste funzione,  al  seppellimento  dei  nostri  caduti  nella
    lotta; ma questa sera vi attendo a pranzo a bordo della mia nave.
    -  Grazie,  cavaliere,  -  diss'ella,  porgendogli  una  candida mano,
    piccola come quella d'una bimba e dalle dita affusolate.
    Fece un leggero inchino e si ritir lentamente,  ma prima di rientrare
    nel quadro si volse e vedendo che il Corsaro Nero era rimasto immobile
    al  suo  posto,  col  cappello  ancora in mano,  gli sorrise un'ultima
    volta.
    Il filibustiere non si era mosso.  I suoi occhi,  che erano  diventati
    tetri, erano sempre fissi sulla porta del quadro, mentre la sua fronte
    diventava pi fosca.
    Stette  qualche  minuto  col,   come  se  fosse  assorto  in  qualche
    tormentoso pensiero e come se i suoi sguardi seguissero una  fuggevole
    visione, poi si scosse e crollando il capo, mormor:
    - Follie!...













    12.
    LA PRIMA FIAMMA.

    Quel  terribile  combattimento  fra  la nave corsara ed il vascello di
    linea era stato disastroso per entrambi gli equipaggi. Pi di duecento
    cadaveri ingombravano la tolda, il castello di prora ed il cassero del
    legno perduto,  alcuni caduti sotto lo scoppio micidiale delle granate
    scagliate  dai  gabbieri  dall'alto  delle coffe e dei pennoni,  altri
    fulminati a bruciapelo dalle scariche di  mitraglia  o  dai  fucili  e
    dalle pistole, e altri caduti negli ultimi assalti, all'arma bianca.
    Centosessanta  ne aveva perduti la nave spagnola e quarantotto la nave
    corsara  oltre   ventisei   feriti   che   erano   stati   trasportati
    nell'infermeria della "Folgore".
    Anche i due legni,  durante il cannoneggiamento,  avevano sofferto non
    poco. La "Folgore",  merc la rapidit del suo attacco e le sue pronte
    manovre,  non  aveva  perduto che dei pennoni facilmente ricambiabili,
    essendo  ben  provvista  di  attrezzi,   ed  aveva  avuto  le   murate
    danneggiate in pi luoghi e le manovre maltrattate; la spagnola invece
    era stata ridotta a mal partito e si trovava quasi nella impossibilit
    di rimettersi alla vela.
    Il  suo timone era stato fracassato da una palla di cannone;  l'albero
    maestro,  offeso alla base dallo scoppio d'una  bomba,  minacciava  di
    cadere  al  minimo sforzo delle vele;  la mezzana aveva perduto le sue
    sartie e parte dei paterazzi ed anche le sue murate  avevano  sofferto
    assai.
    Era per sempre una gran bella nave,  che,  riparata, potevasi vendere
    con grande profitto alla Tortue,  tanto pi che aveva numerose  bocche
    da   fuoco   ed   abbondanti  munizioni,   cose  molto  ricercate  dai
    filibustieri che generalmente difettavano delle une e delle altre.
    Il Corsaro Nero, resosi conto delle perdite subite e dei danni toccati
    alle due navi,  comand di  sgombrare  le  tolde  dai  cadaveri  e  di
    procedere  prontamente  alle  riparazioni pi urgenti,  premendogli di
    abbandonare  quei  paraggi  per  non  venire  assalito  dalla  squadra
    dell'ammiraglio Toledo, trovandosi ancora troppo vicino a Maracaybo.
    La  triste  cerimonia  dello  sgombero  dei  ponti fu fatta subito.  I
    cadaveri,  uniti due a due nelle amache,  con una palla da cannone  ai
    piedi,  vennero gettati negli abissi del gran golfo, dopo essere stati
    privati di tutti i valori che avevano indosso,  non avendone  i  pesci
    proprio  bisogno,  come  diceva  scherzando  Carmaux  al suo amico Wan
    Stiller, entrambi sfuggiti miracolosamente alla morte.
    Terminato quel lugubre getto,  l'equipaggio,  sotto la  direzione  dei
    mastri  e  due  contromastri,  sbarazz la tolda dai rottami,  lav il
    sangue con torrenti d'acqua e procedette al  ricambio  degli  attrezzi
    guasti e delle manovre fisse e correnti, danneggiate dalla mitraglia.
    Fu  per necessario abbattere l'albero maestro del vascello di linea e
    rinforzare vigorosamente quello di mezzana e collocare,  al posto  del
    timone,  un  remo  di  dimensioni  enormi  non avendone trovato uno di
    ricambio nel magazzino dei carpentieri.
    Con tutto ci il vascello non era ancora in condizione di  navigare  e
    fu  deciso che la "Folgore" l'avrebbe preso a rimorchio,  anche perch
    il Corsaro non voleva dividere l'ormai troppo scarso suo equipaggio.
    Una grossa gomena  fu  gettata  a  poppa  della  nave  filibustiera  e
    assicurata  alla prora del vascello,  e verso il tramonto i Corsari si
    rimettevano alla vela,  navigando lentamente verso il nord,  premurosi
    di giungere al sicuro nella loro formidabile isola.
    Il Corsaro Nero,  date le ultime disposizioni per la notte, raccomand
    di raddoppiare gli uomini di  guardia,  non  sentendosi  completamente
    sicuro a cos breve distanza dalle coste venezuelane,  dopo il furioso
    cannoneggiamento del mattino,  ed ordin al  negro  ed  a  Carmaux  di
    recarsi sul legno spagnolo, a prendere la duchessa fiamminga.
    Mentre  i  due  uomini,  scesi in una imbarcazione gi fatta calare in
    acqua,  si dirigevano verso la nave che la "Folgore"  rimorchiava,  il
    Corsaro Nero si era messo a passeggiare per la tolda,  con certe mosse
    che indicavano come fosse in preda ad una viva  agitazione  e  ad  una
    profonda preoccupazione.
    Contrariamente   alle   sue   abitudini,   era  irrequieto,   nervoso;
    interrompeva bruscamente la sua passeggiata per arrestarsi, come se un
    pensiero lo  tormentasse:  s'avvicinava  a  Morgan  che  vegliava  sul
    castello  di prora,  come se avesse avuto intenzione di fargli qualche
    comunicazione,   poi  volgeva   invece   bruscamente   le   spalle   e
    s'allontanava verso poppa.
    Era per tetro come sempre,  forse anzi pi cupo del solito. Tre volte
    fu visto salire sul cassero di poppa e guardare il vascello di  linea,
    facendo   un   gesto  d'impazienza  e  tre  volte  allontanarsi  quasi
    precipitosamente ed arrestarsi sul  castello  di  prora,  cogli  occhi
    distrattamente  fissi  sulla  luna  che  sorgeva allora all'orizzonte,
    cospargendo il mare di pagliuzze d'argento.
    Quando per ud sul fianco della nave il cozzo sonoro della  scialuppa
    che  ritornava dal vascello spagnolo,  abbandon con precipitazione il
    castello di prora e si  ferm  sulla  cima  della  scala  abbassata  a
    babordo.
    Honorata  saliva,  leggera  come  un  uccello,  senza appoggiarsi alla
    branca.  Era vestita come al mattino,  ma sul capo portava una  grande
    sciarpa di seta variopinta, ricamata in oro e adorna di fiocchi come i
    serap messicani.
    Il  Corsaro  Nero  l'attendeva  col  cappello  in  mano  e la sinistra
    appoggiata alla guardia d'una lunga spada.
    - Vi ringrazio, signora, d'essere venuta sulla mia nave, - le disse.
    - E' voi che devo  ringraziare,  cavaliere,  d'avermi  ricevuto  sulla
    vostra filibustiera, - rispose ella, chinando graziosamente il capo. -
    Non dimenticate che io sono una prigioniera.
    - La galanteria non  sconosciuta anche fra i ladri di mare, - rispose
    il Corsaro, con una leggera punta d'ironia.
    - Mi serbate rancore della parola sfuggitami stamane?
    Il  Corsaro  Nero  non  rispose  e la invit con un cenno della mano a
    seguirlo.
    - Una domanda prima, cavaliere, - diss'ella trattenendolo.
    - Parlate.
    - Non vi spiacer che io abbia condotto con me una delle mie donne?
    - No, signora, credevo anzi che venissero tutte e due.
    Le offr galantemente il braccio e la condusse  a  poppa  della  nave,
    facendola entrare nel salotto del quadro.
    Quel  piccolo  ambiente,  situato  sotto  il cassero,  a livello della
    tolda,  era ammobiliato con una  eleganza  cos  civettuola,  da  fare
    stupire  anche  la  giovane duchessa,  quantunque dovesse essere stata
    abituata a vivere in mezzo ad un lusso sfarzoso.
    Si capiva che quel Corsaro,  anche scorrazzando  il  mare,  non  aveva
    rinunciato  a  tutti  gli  agi  della  vita  ed alla eleganza dei suoi
    castelli.
    Le pareti di quel salotto erano tappezzate di seta azzurra trapunta in
    oro e adorne di grandi specchi di Venezia;  il pavimento spariva sotto
    un  soffice tappeto d'oriente e le ampie finestre che davano sul mare,
    divise da eleganti colonnette scanellate,  erano riparate  da  leggere
    tende di mussola.
    Negli  angoli  vi erano quattro scaffali di argenterie;  nel mezzo una
    tavola riccamente  imbandita  e  coperta  d'una  candida  tovaglia  di
    Fiandra  ed  all'intorno  delle comode poltroncine di velluto azzurro,
    con grosse borchie di metallo.
    Il Corsaro invit la giovane fiamminga e la mulatta che aveva condotta
    seco,  ad accomodarsi poi si sedette di fronte a  loro,  mentre  Moko,
    l'erculeo negro, serviva la cena su piatti d'argento che portavano nel
    mezzo  uno  strano  stemma,   forse  quello  del  comandante,   poich
    raffigurava una roccia sormontata da quattro aquile e  da  un  disegno
    indecifrabile.
    Il pasto, composto per lo pi di pesci freschi, cucinati squisitamente
    in varie maniere dal cuoco di bordo,  di carni conservate,  di dolci e
    di frutta dei tropici, innaffiato da scelti vini d'Italia e di Spagna,
    fu terminato in silenzio,  poich  nessuna  parola  era  uscita  dalle
    labbra  del  Corsaro Nero,  n la giovane fiamminga aveva osato trarlo
    dalle sue preoccupazioni.
    Dopo servita la cioccolata, secondo l'usanza spagnola, entro chicchere
    microscopiche di porcellana,  il comandante parve decidersi a  rompere
    il silenzio quasi cupo che regnava nel salotto.
    -  Perdonate,  signora,  -  disse,  guardando la giovane fiamminga;  -
    perdonate, se io mi sono mostrato molto preoccupato durante il pasto e
    vi ho fatto pessima compagnia,  ma quando  cala  la  notte,  una  cupa
    tristezza piomba sovente sulla mia anima ed il mio pensiero scende nei
    baratri  del Gran Golfo,  e vola nei nebbiosi paesi che si bagnano nel
    Mare del Nord.  Che cosa volete?  Vi  sono  tanti  tetri  ricordi  che
    tormentano il mio cuore ed il mio cervello!
    - Voi!  il pi prode dei corsari!  - esclam la giovane con stupore. -
    Voi che scorrazzate il mare, che avete una nave che vince i pi grandi
    vascelli,  degli uomini audaci che  ad  un  vostro  comando  si  fanno
    uccidere,  che  avete  prede  e  ricchezze  e  che  siete  uno dei pi
    formidabili capi della filibusteria?... Voi avete delle tristezze?
    - Guardate l'abito che indosso e pensate al nome che io  porto.  Tutto
    ci non ha qualche cosa di funebre, signora?
    - E' vero,  - rispose la giovane duchessa, colpita da quelle parole. -
    Voi che scorrazzate il mare, che avete una nave che vince i pi grandi
    vascelli, un nome che fa paura.  A Vera-Cruz dove passai qualche tempo
    presso  il marchese d'Heredijas,  ho udito raccontare sul vostro conto
    tante strane storie da fare rabbrividire.
    - E quali,  signora?  - chiese il Corsaro  con  un  sorriso  beffardo,
    mentre i suoi occhi che erano animati da una cupa fiamma, si fissavano
    in quelli della giovane fiamminga, come se avesse voluto leggerle fino
    in fondo all anima.
    -   Ho  udito  raccontare  che  il  Corsaro  Nero  aveva  attraversato
    l'Atlantico assieme a due fratelli,  che indossavano l'uno un  costume
    verde e l'altro uno rosso, per compiere una tremenda vendetta.
    - Ah!... - fe' il Corsaro, la cui fronte si rannuvolava.
    -  Mi  hanno  detto  che eravate un uomo sempre cupo e taciturno,  che
    quando le tempeste infuriavano sulle  Antille,  uscivate  nel  mare  a
    dispetto delle onde e dei venti e che scorrazzavate senza tema il Gran
    Golfo,  sfidando  le  ire della natura,  perch eravate protetto dagli
    spiriti infernali.
    - E poi?
    - E poi che i due Corsari dalle  divise  rossa  e  verde  erano  stati
    impiccati da un uomo che era vostro mortale nemico e che...
    - Continuate, - disse il Corsaro con voce sempre pi cupa.
    Invece  di  terminare la frase,  la giovane duchessa si era arrestata,
    guardando con una certa inquietudine, non esente da un vago terrore.
    - Ebbene, perch v'interrompete? - chiese egli.
    - Non oso, - rispose ella, esitando.
    - Forse che io vi faccio paura, signora?
    - No, ma...
    Poi alzandosi gli chiese bruscamente:
    - E' vero che voi evocate i morti?
    In quell'istante, sul babordo della nave, s'ud infrangersi una grande
    ondata,  il cui colpo si ripercosse cupamente nelle  profondit  della
    stiva,  mentre  alcuni  spruzzi di spuma balzavano fino sulle finestre
    del salotto, bagnando le tende.
    Il Corsaro si era alzato precipitosamente,  pallido come un  cadavere.
    Guard la giovane con due occhi che scintillavano come due carboni, ma
    nei  quali  balenava  una  profonda commozione,  poi s'avvicin ad una
    delle finestre, l'apr e si curv fuori.
    Il mare era tranquillo e  scintillava  tutto  sotto  i  pallidi  raggi
    dell'astro  notturno.  La  leggera brezza,  che gonfiava le vele della
    "Folgore",   non  formava  su  quell'immensa  superficie   che   delle
    leggerissime increspature.
    Pure sul babordo si vedeva l'acqua spumeggiare ancora contro il fianco
    della  nave  come  se  una  grande  ondata,  sollevata  da  una  forza
    misteriosa o da qualche fenomeno inesplicabile, si fosse rotta.
    Il  Corsaro  Nero,  immobile  innanzi  alla  finestra,  colle  braccia
    incrociate come era sua abitudine, continuava a guardare il mare senza
    fare un moto e senza pronunciare una parola.  Si sarebbe detto che con
    quei suoi occhi scintillanti volesse investigare nelle profondit  del
    Mar Caraybo.
    La  duchessa gli si era silenziosamente avvicinata,  ma era anche essa
    pallida ed in preda ad un superstizioso terrore.
    - Che cosa guardate, cavaliere? - gli chiese dolcemente.
    Il Corsaro parve che non l'avesse udita, poich non si mosse.
    - A che cosa pensate? - torn a chiedergli.
    - Mi chiedevo,  - rispose con voce lugubre,  - se   possibile  che  i
    morti,  sepolti  in  fondo  al  mare,  possano  abbandonare i profondi
    baratri dove riposano e salire alla superficie.
    La giovane rabbrivid.
    - Di quali morti volete parlare?...  - gli chiese dopo alcuni  istanti
    di silenzio.
    - Di coloro che sono morti... invendicati.
    - Dei vostri fratelli forse?
    - Forse, - rispose il Corsaro, con un filo di voce.
    Poi, tornando rapidamente verso la tavola ed empiendo due bicchieri di
    vino  bianco,  disse con un sorriso forzato che contrastava col livido
    aspetto del suo viso:
    - Alla nostra salute,  signora.  La notte  scesa da qualche ora e voi
    dovete ritornare sul vostro vascello.
    - La notte  calma, cavaliere, e nessun pericolo minaccia la scialuppa
    che deve ricondurmi, - rispose ella.
    Lo  sguardo  del  Corsaro,  fino  allora  cos  tetro,  parve  che  si
    rasserenasse tutto d'un colpo.
    - Volete tenermi compagnia ancora, signora? - le chiese.
    - Se non vi rincresce.
    - Anzi,  signora.  La vita   dura  sul  mare,  e  simili  distrazioni
    succedono cos di rado.  Voi per,  se i miei sguardi non s'ingannano,
    dovete avere un motivo recondito per arrestarvi ancora.
    - Pu essere vero.
    - Parlate: la tristezza che poco fa m'aveva invaso, si  dileguata.
    - Ditemi,  cavaliere,   vero adunque che voi avete lasciato il vostro
    paese per venire a compiere una tremenda vendetta?...
    - S, o signora, ed aggiunger che io non avr pi bene n sulla terra
    n sul mare, finch non l'avr compiuta.
    - Tanto adunque odiate quell'uomo?
    -  Tanto che per ucciderlo darei tutto il mio sangue,  fino all'ultima
    goccia.
    - Ma che cosa vi ha fatto?
    - Ha distrutto la mia famiglia, signora; ma io, due notti or sono,  ho
    pronunciato un terribile giuramento e lo manterr,  dovessi percorrere
    il mondo intero e frugare le viscere della terra  per  raggiungere  il
    mio  mortale nemico e tutti quelli che hanno la sventura di portare il
    suo nome.
    - E quell'uomo  qui, in America?...
    - In una citt del Grande Golfo.
    - Ma il suo nome?... - chiese la giovane con estrema ansiet.  - Posso
    io forse conoscerlo?
    Il Corsaro invece di rispondere la guard negli occhi.
    - Vi preme saperlo?...  - le chiese dopo alcuni istanti di silenzio. -
    Voi non appartenete alla filibusteria e sarebbe  forse  pericoloso  il
    dirvelo.
    - Oh!... Cavaliere!... - esclam ella impallidendo.
    Il  Corsaro  scosse  il  capo  come  se  volesse scacciare un pensiero
    importuno,  poi alzandosi bruscamente e mettendosi a  passeggiare  con
    agitazione, le disse:
    -  E'  tardi,  signora.  E'  necessario  che  voi  torniate  al vostro
    vascello.
    Si volse verso il negro che stava immobile dinanzi alla porta come una
    statua di basalto nero e gli chiese:
    - E' pronta la scialuppa?
    - S, padrone, - rispose l'africano.
    - Chi la monta?
    - Il compare bianco ed il suo amico.
    - Venite, signora.
    La giovane fiamminga s'era gettata sul capo la grande sciarpa di  seta
    e si era alzata.
    Il Corsaro le porse il braccio senza pronunciare sillaba e la condusse
    in  coperta.  Durante  quei  pochi  passi,  si  ferm per due volte a
    guardarla in viso e parve che soffocasse un lieve sospiro.
    - Addio, signora,  - le disse,  quando giunsero presso la scala.  Ella
    gli porse la sua piccola mano e sussult sentendola tremare.
    - Grazie della vostra ospitalit, cavaliere, - mormor la giovane.
    Egli  s'inchin  in  silenzio  e  le  addit Carmaux e Wan Stiller che
    l'attendevano ai piedi della scala.
    La giovane scese, seguita dalla mulatta, ma quando fu in fondo alz il
    capo e vide sopra di s il Corsaro Nero  curvo  sulla  murata  che  la
    seguiva collo sguardo.
    Balz  nella  scialuppa e si sedette a poppa,  a fianco della mulatta,
    mentre  Carmaux  e  Wan  Stiller  afferravano  i  remi  mettendosi  ad
    arrancare.
    In  poche  battute la scialuppa giunse sotto il fianco del vascello di
    linea,  il quale procedeva  lentamente  sulla  scia  della  "Folgore",
    tratto a rimorchio.
    La  giovane  fiamminga  giunta  a bordo,  invece di dirigersi verso il
    quadro,  sal sul castello di prora e  guard  attentamente  verso  il
    legno filibustiero.
    A  poppa,  presso  il  timone,  alla luce della luna,  vide delinearsi
    nettamente  la  nera  figura  del  Corsaro,   colla  sua  lunga  piuma
    ondeggiante alla brezza notturna.
    Era l, immobile, con un piede sulla murata, colla sinistra appoggiata
    alla guardia della sua formidabile spada e la destra sul fianco, cogli
    occhi fissi sulla prora della nave spagnola.
    - Guardalo!  E' lui! - mormor la giovane, curvandosi verso la mulatta
    che l'aveva seguita.  - E' il funebre gentiluomo  d'oltremare!...  Che
    strano uomo!...
















    13.
    FASCINI MISTERIOSI.

    La  "Folgore"  procedeva  lentamente verso settentrione,  per giungere
    sulle coste di Santo Domingo  e  di  l  cacciarsi  nell'ampio  canale
    aperto fra quell'isola e quella di Cuba.
    Ostacolata  dalla  grande  corrente equinoziale o Gulf-Stream che dopo
    avere attraversato l'Atlantico entra con grande impeto nel mare  delle
    Antille,  correndo  verso  le  spiagge dell'America centrale,  per poi
    uscire, dopo un giro immenso,  dal Golfo del Messico,  presso le isole
    Bahama  e  le  coste meridionali della Florida;  ed anche impedita dal
    vascello di linea che era costretta a rimorchiare,  non  avanzava  che
    con molto stento, essendo le brezze leggere.
    Fortunatamente  il  tempo  si  manteneva sereno ed era questa una vera
    fortuna;  diversamente sarebbe stata  costretta  ad  abbandonare  alla
    furia  delle  onde  la  grossa  preda  cos a caro prezzo conquistata,
    poich gli uragani che sconvolgono i  mari  delle  Antille  sono  cos
    tremendi, da non potersi fare un idea della loro potenza.
    Quelle regioni che sembrerebbero benedette dalla natura,  quelle isole
    opulente, d'una fertilit prodigiosa,  poste sotto un clima che non ha
    confronti,  e  sotto  un cielo che per purezza nulla ha da invidiare a
    quello tanto  decantato  dell'Italia,  a  causa  dei  venti  dominanti
    dell'est  e  della  corrente  equinoziale,  vanno  troppo  di  sovente
    soggette a dei cataclismi spaventosi, che in poche ore le sconvolgono.
    Tempeste spaventevoli le colpiscono di quando in quando,  distruggendo
    le ricche piantagioni,  sradicando intere foreste,  abbattendo citt e
    villaggi;  orribili maremoti alzano talora bruscamente il  mare  e  lo
    precipitano  con  impeto  irresistibile verso le coste,  spazzando via
    quanto trovano e  trascinando  le  navi  ancorate  nei  porti  per  le
    devastate  campagne;  formidabili  convulsioni  del  suolo le scuotono
    improvvisamente,  seppellendo talvolta  fra  le  macerie  migliaia  di
    persone.
    La  buona  stella  per  sorrideva  ai  filibustieri del Corsaro Nero,
    perch come si disse, il tempo si manteneva splendido, promettendo una
    tranquilla navigazione fino alla Tortue.
    La "Folgore" veleggiava placidamente  su  quelle  acque  di  smeraldo,
    terse  quasi  come  un  cristallo  e cos trasparenti da permettere di
    discernere,  alla profondit di cento braccia,  il letto  bianchissimo
    del Golfo, cosparso di coralli.
    La  luce,  rifrangendosi  su  quelle sabbie bianche,  rendeva le acque
    ancor pi limpide,  a segno da far venire  le  vertigini  a  chi,  non
    abituato, avesse voluto guardare gi.
    In  mezzo  a  quella  nitida  trasparenza,  pesci  strani  si vedevano
    guizzare  in  tutte  le  direzioni,  giocherellando,   inseguendosi  e
    divorandosi,  e  non  di  rado  si  vedevano anche sorgere dal fondo e
    salire alla superficie, con un poderoso colpo di coda,  quei terribili
    mangiatori di uomini chiamati zigaene, squali molto affini ai non meno
    feroci   pesci-cani,   lunghi   talvolta  venti  piedi,   colla  testa
    raffigurante un martello,  gli occhi  grossi,  rotondi,  quasi  vitrei
    piantati  alle  estremit  e la bocca enorme ed armata di lunghi denti
    triangolari.
    Due giorni dopo la presa  del  vascello,  essendosi  alzato  un  vento
    piuttosto forte e favorevolissimo,  la "Folgore" s'avventurava in quel
    tratto di mare compreso fra la Giamaica  e  la  punta  occidentale  di
    Haiti, muovendo rapidamente verso le coste meridionali di Cuba.
    Il  Corsaro  Nero,  dopo essere stato quasi sempre rinchiuso nella sua
    cabina,  udendo il pilota segnalare le alte montagne  della  Giamaica,
    era salito sul ponte.
    Era  per  ancora  in  preda  a quell'inesplicabile inquietudine,  che
    l'aveva colto la sera stessa che aveva invitato nel quadro la  giovane
    fiamminga.
    Non   stava   un  momento  fermo.   Passeggiava  nervosamente  per  la
    passerella,  sempre  preoccupato,   senza  scambiare  una  parola  con
    chicchessia, nemmeno col suo luogotenente Morgan.
    Si  trattenne  mezz'ora sul ponte,  guardando di tratto in tratto,  ma
    distrattamente,   le  montagne  della  Giamaica  che  si   disegnavano
    nettamente sul luminoso orizzonte, colle basi che parevano immerse nel
    mare;  poi discese sulla tolda rimettendosi a passeggiare fra l'albero
    di trinchetto e quello maestro,  colle ampie tese del suo feltro  bene
    abbassate sulla fronte.
    Ad un tratto,  come fosse stato colto da qualche pensiero ed obbedisse
    ad una tentazione irresistibile,  risal sul  ponte  e  ridiscese  sul
    cassero, fermandosi presso la murata poppiera.
    I  suoi sguardi si fissarono subito sulla prora del vascello spagnolo,
    lontano appena sessanta passi, tanto quanto era lunga la gomena che lo
    traeva a rimorchio.
    Trasal e fece atto di ritirarsi,  ma s'arrest subito,  mentre il suo
    volto,  cos cupo, s'illuminava, ed il suo pallore si tramutava in una
    tinta leggermente rosea, tinta per che dur un solo istante.
    Sulla prora del vascello  spagnolo,  aveva  veduto  una  forma  bianca
    appoggiata all'argano. Era la giovane fiamminga, rinchiusa in un lungo
    accappatoio  bianco  e  coi  biondi  capelli  sciolti  sulle spalle in
    pittoresco  disordine  e  che  la  brezza  marina,   volta  a   volta,
    scompigliava.
    Teneva  il  capo  volto  verso la filibusteria e gli occhi fissi sulla
    poppa, o meglio sul Corsaro Nero.
    Conservava una immobilit assoluta,  tenendo il mento appoggiato sulle
    mani in una posa meditabonda.
    Il Corsaro Nero non aveva fatto alcun cenno,  nemmeno di salutarla. Si
    era aggrappato alla murata con ambo le mani,  come se avesse paura  di
    venire  strappato  di  l  e  teneva  gli  occhi fissi su quelli della
    giovane.
    Pareva che  fosse  stato  affascinato  da  quegli  sguardi  dal  lampo
    dell'acciaio, poich si sarebbe detto che non respirava nemmeno pi.
    Un tale incanto,  strano per un uomo della tempra del Corsaro, dur un
    minuto, poi parve che venisse bruscamente spezzato.
    Il Corsaro,  quasi si fosse pentito di essersi lasciato vincere  dagli
    occhi  della giovane,  con un moto improvviso aveva staccate le mani e
    aveva fatto un passo indietro.
    Guard il timoniere che gli stava a due  passi  di  distanza,  poi  il
    mare,  e quindi la velatura della sua nave e fece altri passi indietro
    come se non sapesse  decidersi  a  perderla  di  vista,  poi  torn  a
    guardare la giovane fiamminga.
    Questa non si era mossa. Sempre appoggiata all'argano, col mento sulla
    destra,  il  biondo capo inclinato innanzi,  fissava sempre il Corsaro
    coi suoi grandi occhi. Un lampo vivido, irresistibile,  si sprigionava
    sempre   dalle   sue  pupille  che  parevano  essere  diventate  d'una
    immobilit vitrea.
    Il comandante della "Folgore" indietreggiava  sempre,  ma  lentamente,
    come  fosse  impotente  a sottrarsi a quel fascino.  Era diventato pi
    pallido che mai e un fremito scuoteva le sue membra.
    Giunto all'estremit del cassero sal sempre indietreggiando sul ponte
    di comando dove si arrest alcuni momenti,  poi continu finch and a
    urtare contro Morgan, che stava terminando il suo quarto di guardia.
    - Ah!...  Scusate,  - gli disse con fare imbarazzato, mentre un rapido
    rossore gli coloriva le guance.
    - Guardavate anche voi la tinta del sole,  signore?  - gli  chiese  il
    luogotenente.
    - Cos'ha il sole?...
    - Guardatelo.
    Il  Corsaro  alz  gli  occhi  e  vide che l'astro diurno,  poco prima
    sfolgorante,  aveva assunta una tinta rossastra che lo faceva sembrare
    una lastra di ferro incandescente.
    Si volse verso i monti della Giamaica e vide le loro cime spiccare con
    maggiore nitidezza sul fondo del cielo, come fossero illuminate da una
    luce ben pi viva di prima.
    Una  certa  inquietudine si manifest subito sul viso del Corsaro ed i
    suoi sguardi si volsero  verso  il  vascello  spagnuolo,  arrestandosi
    ancora  sulla  giovane  fiamminga,  la  quale  non  aveva  abbandonato
    l'argano.
    - Avremo un uragano, - disse poi con voce sorda.
    -  Tutto  lo  indica,  signore,  -  rispose  Morgan.   -  Non  sentite
    quest'odore nauseante alzarsi dal mare?...
    - S,  e vedo che anche l'aria comincia ad intorbidirsi. Questi sono i
    sintomi dei tremendi uragani che imperversano nelle Antille.
    - E' vero, capitano.
    - Dovremo perdere la nostra preda?
    - Volete un consiglio, signore?
    - Parlate, Morgan.
    - Fate passare mezzo del nostro equipaggio sul vascello spagnolo.
    - Credo che abbiate ragione.  Mi rincrescerebbe per il mio  equipaggio
    che quella bella nave andasse a finire in fondo al mare.
    - La duchessa la lascerete l?
    - La giovane fiamminga... - disse il Corsaro aggrottando la fronte.
    - Star meglio sulla nostra "Folgore", che sul vascello.
    - Vi spiacerebbe che andasse a picco? - chiese il capitano, voltandosi
    bruscamente verso Morgan e guardandolo fisso.
    - Penso che quella duchessa pu valere parecchie migliaia di piastre.
    - Ah!... E' vero... Deve pagare il riscatto.
    -  Volete  che  la  faccia  trasbordare,  prima  che  le  onde  ce  lo
    impediscano?
    Il Corsaro non rispose.  Si era messo a passeggiare per il ponte  come
    se fosse preoccupato da un grave pensiero.
    Continu cos alcuni minuti,  poi fermandosi improvvisamente dinanzi a
    Morgan, gli chiese a bruciapelo:
    - Credete voi che certe donne siano fatali?...
    - Che cosa volete dire?... - chiese il luogotenente con stupore.
    - Sareste voi capace d'amare una donna senza paura?
    - Perch no?
    - Non credete che sia  pi  pericolosa  una  bella  fanciulla  che  un
    sanguinoso abbordaggio?
    - Talvolta s,  ma sapete,  comandante, che cosa dicono i filibustieri
    ed i bucanieri della Tortue,  prima di scegliersi una compagna tra  le
    donne  che  i  governi  di  Francia  e d'Inghilterra mandano qui,  per
    procurare loro un marito?
    - Non mi sono mai occupato dei matrimoni dei nostri  filibustieri,  n
    di quelli dei bucanieri.
    - Dicono loro queste precise parole: Di ci che hai fatto fin qui,  o
    donna,  non ti domando conto e  te  ne  assolvo,  ma  dovrai  rendermi
    ragione  di  quello che farai d'ora innanzi e battono sulla canna del
    loro fucile,  aggiungendo: ecco chi mi vendicher,  e se fallirai tu,
    non potr fallire questo.
    Il Corsaro Nero alz le spalle, dicendo:
    -  Eh!  Io  intendevo  parlare  di  donne ben diverse da quelle che ci
    mandano a forza i governi d'oltremare.
    Si ferm un istante,  quindi indicando la  giovane  duchessa  che  era
    ancora allo stesso posto, continu:
    - Che cosa dite di quella fanciulla, luogotenente?
    -  Che    una delle pi splendide creature che si siano mai vedute in
    questi mari delle grandi Antille.
    - Non vi farebbe paura?...
    - Quella fanciulla?... No di certo.
    - Ed a me s, luogotenente.
    - A voi?  A colui che si chiama il  Corsaro  Nero?  Volete  scherzare,
    comandante?
    - No,  - rispose il filibustiere.  - Leggo talvolta nel mio destino, e
    poi una zingara del mio paese mi predisse che la prima  donna  che  io
    avessi amata mi sarebbe stata fatale.
    - Ubbie, capitano.
    - Ma che cosa direste se aggiungessi che quella zingara aveva predetto
    ai  miei tre fratelli che uno sarebbe morto in un assalto per opera di
    un triste tradimento e gli altri due appiccati?  Voi sapete se  quella
    funebre predizione si  avverata.
    - E poi?...
    - Che sarei morto in mare,  lontano dalla mia patria,  per opera della
    donna amata.
    - "By God"!...  - mormor Morgan,  rabbrividendo.  - Ma quella zingara
    pu ingannarsi sul quarto fratello.
    - No, - rispose il Corsaro con voce tetra.
    Scosse il capo, stette un istante meditabondo, quindi aggiunse:
    - E sia!...
    Scese dal ponte di comando,  and a prora dove aveva veduto l'africano
    discorrere con Carmaux e Wan Stiller e grid loro:
    - In acqua la gran scialuppa.  Conducete a  bordo  del  mio  legno  la
    duchessa di Weltendrem e il suo seguito.
    Mentre  i  due  filibustieri  e l'africano s'affrettavano ad ubbidire,
    Morgan sceglieva trenta marinai per mandarli di rinforzo a quelli  che
    si  trovavano  gi  sul  vascello di linea,  prevedendo che ben presto
    sarebbe stato necessario il taglio della gomena di rimorchio.
    Un quarto d'ora dopo Carmaux ed i suoi compagni erano di  ritorno.  La
    duchessa fiamminga,  le sue donne e i due paggi salirono a bordo della
    "Folgore", sulla cui scala li attendeva il Corsaro.
    - Avete qualche urgente comunicazione da farmi, cavaliere? - chiese la
    giovane, guardandolo negli occhi.
    - S, signora, - rispose il Corsaro, inchinandosi dinanzi a lei.
    - E quale se non vi rincresce?
    - Che saremo costretti ad abbandonare il vascello alla sua sorte.
    - Per qual motivo? Siamo forse inseguiti?...
    - No,   l'uragano che ci minaccia e che mi costringe a fare  tagliare
    la  gomena di rimorchio.  Voi forse non conoscete le furie tremende di
    questo Gran Golfo, quando il vento lo scuote.
    - E vi preme non perdere la vostra prigioniera,  vero,  cavaliere?  -
    disse la fiamminga, sorridendo.
    - La mia "Folgore"  pi sicura del vascello.
    - Grazie della vostra gentilezza, cavaliere.
    -  Non  ringraziatemi,   signora,   -  rispose  il  Corsaro  con  aria
    meditabonda. - Forse quest'uragano pu essere fatale a qualcuno.
    - Fatale!... - esclam la duchessa con sorpresa. - E a chi?
    - Lo si vedr!
    - Ma perch?...
    - Tutto  nelle mani del destino.
    - Temete anche per la vostra nave?
    Un sorriso apparve sulle labbra del Corsaro.
    - La mia "Folgore"  tale legno da sfidare le folgori del cielo  e  le
    ire del mare, ed io sono tale uomo da guidarla attraverso le onde ed i
    venti.
    - Lo so, ma...
    -  E'  inutile  che  insistiate  per  avere  una maggiore spiegazione,
    signora. A questo penser la sorte.
    Le addit il quadro di poppa e levandosi il cappello continu:
    - Accettate l'ospitalit che vi offro,  signora.  Io vo a  sfidare  la
    morte ed il mio destino.
    Si  rimise il cappello in capo e sal sul ponte di comando,  mentre la
    calma che fino allora regnava sul mare si rompeva bruscamente, come se
    dalle Piccole Antille venissero cento trombe di vento.
    Le scialuppe che avevano condotti a bordo  del  vascello  di  linea  i
    trenta marinai, erano tornate e l'equipaggio stava issandole sulle gru
    della "Folgore".
    Il Corsaro,  salito sul ponte di comando,  dove gi lo aveva preceduto
    Morgan, s'era messo ad osservare il cielo dalla parte di levante.
    Una grande nuvola assai oscura, coi margini tinti d'un rosso di fuoco,
    saliva rapidamente sull'orizzonte,  spinta senza dubbio  da  un  vento
    irresistibile,  mentre il sole,  quasi prossimo al tramonto, diventava
    sempre pi oscuro,  come se una nebbia si fosse frapposta fra la terra
    ed i suoi raggi.
    - Ad Haiti l'uragano di gi infuria, - disse il Corsaro a Morgan.
    - E le Piccole Antille a quest'ora sono forse devastate, - aggiunse il
    luogotenente. - Fra un'ora anche questo mare diverr spaventoso.
    - Che cosa fareste voi nel mio caso?
    - Cercherei un rifugio alla Giamaica.
    -  La  mia  "Folgore"  fuggire  dinanzi  all'uragano!...  - esclam il
    Corsaro con fierezza. - Oh!... Mai!...
    - Ma voi sapete,  signore,  quanto siano formidabili gli uragani delle
    Antille.
    -  Lo  so,  ed io sfider anche questo.  Sar il vascello di linea che
    andr a cercare salvezza su quelle coste, ma non la mia "Folgore". Chi
    comanda i nostri uomini imbarcati sulla nave spagnola?...
    - Mastro Wan Horn.
    - Un brav'uomo,  che un giorno diverr un filibustiere di  buona  fama
    (1). Sapr trarsi d'impiccio senza perdere la preda.
    Scese sul cassero, tenendo in mano un portavoce e, salito sulla murata
    poppiera, grid con voce tonante.
    - Tagliate la gomena di rimorchio!...  Mastro Wan Horn, poggiate sulla
    Giamaica!... Noi vi aspetteremo alla Tortue!...
    - Sta bene comandante, - rispose il mastro, che si trovava sulla prora
    del vascello, in attesa degli ordini.
    S'arm di una scure e con un solo colpo recise la gomena di rimorchio,
    poi, volgendosi verso i suoi marinai, grid levandosi il berretto:
    - Alla grazia di Dio!...
    Il vascello spieg le sue vele sul trinchetto  e  sulla  mezzana,  non
    potendo pi contare sul maestro e vir di bordo,  allontanandosi verso
    la Giamaica,  mentre la "Folgore" s'inoltrava arditamente fra le coste
    occidentali  d'Haiti  e  quelle  meridionali  di Cuba,  nel cosiddetto
    canale di Sopravvento.
    L'uragano  si  avvicinava  rapido.  La  calma  era  stata  bruscamente
    spezzata  da  furiosi  colpi di vento,  che venivano dalla parte delle
    Piccole Antille,  mentre le onde si formavano rapidamente assumendo un
    aspetto pauroso.
    Pareva  che il fondo del mare ribollisse,  poich si vedevano formarsi
    alla superficie come dei gorghi spumeggianti,  mentre sprazzi  d'acqua
    s'alzavano  impetuosamente  in forma di colonne liquide,  le quali poi
    ricadevano con grande fracasso.
    La  nuvola  nera  intanto   saliva   rapida,   invadendo   il   cielo,
    intercettando  completamente  la  luce  crepuscolare,   e  le  tenebre
    piombavano sul mare tempestoso,  tingendo i flutti d'un  colore  quasi
    nero, come se a quelle acque si fossero mescolati torrenti di bitume.
    Il Corsaro,  sempre tranquillo e sereno, non sembrava che si occupasse
    dell'uragano.  I suoi sguardi seguivano invece il vascello  di  linea,
    che si vedeva capeggiare fra le onde e che stava per sparire sul fosco
    orizzonte, in direzione della Giamaica.
    Forse  era  un  po'  inquieto per quella nave,  che sapeva trovarsi in
    cattive condizioni,  per potere affrontare i tremendi colpi  di  vento
    dell'uragano, ma non di certo per la sua "Folgore".
    Quando il vascello scomparve, scese sul cassero e allontan il pilota,
    dicendo:
    - A me la barra!... La mia "Folgore" voglio guidarla io!...


    NOTE.

    NOTA 1: Il Corsaro Nero doveva essere un buon profeta, poich Wan Horn
    doveva  acquistarsi pochi anni dopo,  una grande celebrit colla presa
    ed il saccheggio di Vera-Cruz,  la pi importante citt marittima  del
    Messico.
















    14.
    GLI URAGANI DELLE ANTILLE.

    L'uragano,  devastate le Piccole Antille, che sono le prime a ricevere
    quei tremendi urti,  facendo argine alle onde  dell'Atlantico,  che  i
    venti  di  levante  scagliano,   con  foga  irresistibile,  contro  il
    continente americano e quindi addosso  a  Portorico  e  ad  Haiti,  si
    rovesciava allora nel canale di Sopravvento,  con quella foga ben nota
    ai naviganti del Golfo del Messico e del Mar Caraybo.
    Alla luce chiara e brillante della zona equatoriale era  successa  una
    notte  cupa,  poich nessun lampo ancora la illuminava,  una di quelle
    notti che mettono paura ai pi audaci naviganti.  Non si vedeva che la
    spuma dei marosi, la quale pareva fosse diventata fosforescente.
    Un   fulmine  d'acqua  e  di  vento  spazzava  il  mare,   con  impeto
    irresistibile. Raffiche furiose si succedevano le une alle altre,  con
    mille fischi e mille ruggiti paurosi,  facendo crepitare le vele della
    nave e curvando perfino la solida alberatura.
    In aria si udiva  un  fracasso  strano  che  cresceva  di  momento  in
    momento.  Pareva  che  mille carri carichi di ferraglie corressero pel
    cielo,  tirati  a  corsa  precipitosa,  o  che  dei  pesanti  convogli
    filassero a tutto vapore sopra dei ponti metallici.
    Il mare era diventato orrendo.  Le onde, alte come montagne, correvano
    da levante a ponente, rovesciandosi le une addosso alle altre con cupi
    muggiti e con scrosci formidabili, schizzando in alto cortine di spuma
    fosforescente.  S'alzavano  tumultuosamente,  come  se  subissero  una
    spinta immensa dal basso in alto,  poi tornavano a scendere,  scavando
    dei baratri cos immensi,  che pareva dovessero toccare il  fondo  del
    Golfo.
    La "Folgore",  colla velatura ridotta a minime proporzioni, non avendo
    conservato che i fiocchi e le due vele di trinchetto e di maestra, con
    tre mani di terzaruoli, aveva impegnata valorosamente la lotta.
    Pareva  un  fantastico  uccello  che  radesse  le  onde.   Ora  saliva
    intrepidamente  quelle  montagne  mobili,  scorrendo  fra due fasce di
    spuma gorgogliante,  come se volesse speronare  la  nera  massa  delle
    nubi,  ed  ora  scendeva  fra  quelle pareti limpide,  come se volesse
    giungere fino nel fondo del mare.
    Rollava disperatamente,  tuffando talora la estremit dei suoi pennoni
    di trinchetto e di maestra nella spuma, ma i suoi fianchi poderosi non
    cedevano all'urto formidabile dei cavalloni.
    Attorno  ad essa,  perfino sulla sua tolda,  cadevano,  ad intervalli,
    rami d'alberi,  frutta d'ogni specie,  canne da zucchero ed ammassi di
    foglie che volteggiavano sulle ali del turbine, strappate dai boschi e
    dalle  piantagioni  della vicina isola di Haiti,  mentre veri zampilli
    d'acqua precipitavano scrosciando dalle tempestose nubi,  scorrendo  a
    furia  per  il  tavolato  e  sfogandosi  a  gran  pena  attraverso gli
    ombrinali.
    Ben presto per alla notte cupa successe una  notte  di  fuoco.  Lampi
    abbaglianti rompevano le tenebre,  illuminando il mare e la nave d'una
    luce livida,  mentre fra le nubi scrosciavano tremendi tuoni,  come se
    lass si fosse impegnato un duello fra cento pezzi d'artiglieria.
    L'aria  era  diventata  cos  satura  d'elettricit  che  centinaia di
    scintille sprizzavano dalle gomene della "Folgore", mentre il fuoco di
    Sant'Elmo scintillava sulle punte degli  alberi,  alla  estremit  dei
    mostraventi.
    L'uragano toccava allora la sua massima intensit.
    Il  vento  aveva  acquistata una velocit fulminea,  forse di quaranta
    metri al minuto  secondo  e  ruggiva  tremendamente,  sollevando  vere
    trombe d'acqua,  che poi travolgevano vertiginosamente, e vere cortine
    che poi polverizzava.
    I fiocchi della "Folgore",  strappati dal vento,  erano stati  portati
    via  e  la  vela  di  trinchetto,  sventrata  di  colpo,  terminava di
    sbrindellarsi, ma quella maestra resisteva tenacemente.
    La nave,  travolta dai  flutti  e  dalle  raffiche,  fuggiva  con  una
    velocit spaventosa, in mezzo ai lampi ed alle trombe d'acqua.
    Pareva  che  ad  ogni  istante  dovesse  venire subissata e cacciata a
    fondo;  invece si  risollevava  sempre,  scuotendo  i  marosi  che  le
    urlavano d'intorno e la spuma che la copriva.
    Il  Corsaro  Nero,  ritto  a  poppa,  alla barra,  la guidava con mano
    sicura.  Irremovibile fra le furie del vento,  impassibile fra l'acqua
    che lo inondava,  sfidava intrepidamente la collera della natura cogli
    occhi accesi ed il sorriso sulle labbra.
    La sua nera figura spiccava fra i lampi,  assumendo in  certi  momenti
    proporzioni fantastiche.
    Le  folgori  scherzavano  a  lui  intorno  tracciando le loro linee di
    fuoco; il vento lo investiva,  strappando pezzo a pezzo la lunga piuma
    del  suo  cappello;  la  spuma  volta a volta lo copriva,  tentando di
    abbatterlo;  i tuoni sempre pi  formidabili  l'assordavano,  ma  egli
    rimaneva impavido al suo posto, guidando sempre la sua nave attraverso
    le onde e le raffiche.
    Pareva  un  genio  del  mare,  sorto dagli abissi del Gran Golfo,  per
    misurare le proprie forze contro quelle della natura scatenata.
    I suoi marinai,  come la notte dell'abbordaggio,  quando  lanciava  la
    "Folgore"   addosso   al   vascello   di  linea,   lo  guardavano  con
    superstizioso terrore,  e si chiedevano se quell'uomo era veramente un
    mortale  al  pari  di  loro  od  un  essere soprannaturale,  che n le
    mitraglie,  n le spade,  n gli uragani  potevano  abbattere.  Ad  un
    tratto,  quando  i marosi irrompevano con maggior rabbia sui bordi del
    veliero, si vide il Corsaro scostarsi un istante dalla barra,  come se
    avesse  voluto precipitarsi verso la scaletta di babordo del cassero e
    fare un gesto di sorpresa e fors'anche di terrore.
    Una  donna  era  uscita  allora  dal  quadro  e  saliva  sul  cassero,
    aggrappandosi  alla  branca della scala con suprema energia,  onde non
    venire rovesciata dalle scosse disordinate della nave.
    Era tutta avvolta in un pesante vestito di panno  di  Catalogna,  per
    aveva  il  capo  scoperto  ed  il  vento  faceva volteggiare in aria i
    superbi capelli biondi!
    - Signora! - grid il Corsaro, che aveva subito riconosciuta in quella
    donna la giovane fiamminga. - Non vedete che qui vi  la morte?
    La duchessa non rispose,  gli fece un  cenno  della  mano  che  pareva
    volesse dire:
    - Non mi fa paura.
    -  Ritiratevi,  signora,  -  disse  il Corsaro,  che era diventato pi
    pallido del solito.
    Invece di obbedire la coraggiosa fiamminga si  iss  sul  cassero,  lo
    attravers   tenendosi   aggrappata   alla  barra  della  randa  e  si
    rincantucci fra la murata e la poppa della grande scialuppa la  quale
    era stata calata dalle gru per impedire alle onde di portarla via.
    Il  Corsaro  le  fece  cenno  di  ritirarsi,  ma ella fece col capo un
    energico gesto di diniego.
    - Ma qui vi  la morte!... - le ripet. - Tornate nel quadro, signora!
    - No, - rispose la fiamminga.
    - Ma che cosa venite a fare qui?
    - Ad ammirare il Corsaro Nero.
    - Ed a farvi portar via dalle onde.
    - Che importa a voi?...
    - Ma io non voglio la vostra morte,  mi capite,  signora!  - grid  il
    Corsaro,  con  un  tono  di voce,  nel quale si sentiva vibrare per la
    prima volta un impeto appassionato.
    La giovane sorrise, per non si mosse. Rannicchiata in quel cantuccio,
    colle mani  strette  attorno  al  suo  pesante  vestito,  coi  capelli
    svolazzanti, si lasciava bagnare dall'acqua che irrompeva sul cassero,
    senza staccare gli occhi dal Corsaro.
    Questi, avendo compreso che tutto sarebbe stato inutile, e forse lieto
    di  vedersi  quasi  vicina  quella coraggiosa giovane,  che era salita
    lass sfidando la morte, per ammirare la sua audacia, non le aveva pi
    ripetuto l'ordine di abbandonare il cassero. Quando l'uragano lasciava
    alla sua nave un  istante  di  tregua,  volgeva  gli  occhi  verso  la
    duchessa  e forse involontariamente le sorrideva.  Certo si ammiravamo
    entrambi.
    Tutte le volte che la guardava,  i suoi occhi s'incontravano subito in
    quelli  di  lei,  che  avevano acquistata una immobilit quasi vitrea,
    come al mattino quand'ella si trovava  sulla  prora  del  vascello  di
    linea.
    Quegli occhi per,  dai quali emanava un fascino misterioso, mettevano
    indosso all'intrepido filibustiere un turbamento,  che egli non sapeva
    spiegarsi.  Anche  quando  non  la  guardava,  sentiva che essa non lo
    perdeva di vista un solo istante e provava un desiderio  irresistibile
    di volgere il capo verso quell'angolo della nave.
    Vi  fu  anzi  un  momento,  in cui le onde si rovesciavano con maggior
    impeto sulla "Folgore",  che ebbe paura di quello sguardo,  poich  le
    grid:
    - Non guardatemi cos, signora!... Giuochiamo la vita!
    Quel  fascino inesplicabile subito cess.  La giovane chiuse gli occhi
    ed abbass il capo, coprendosi il volto colle mani.
    La "Folgore" si trovava allora presso le sponde di  Haiti.  Alla  luce
    dei  lampi  eransi vedute delinearsi delle alte coste fiancheggiate da
    pericolose scogliere,  contro le quali poteva frantumarsi la nave.  La
    voce  del  Corsaro  echeggi tosto fra i muggiti delle onde e gli urli
    del ventaccio.
    - Una vela di ricambio sul trinchetto!... Fuori i fiocchi!
    Il mare,  quantunque il vento lo spingesse verso le coste  meridionali
    di Cuba, era spaventoso anche presso quelle di Haiti. Ondate di fondo,
    alte  quindici  o  sedici metri,  si formavano attorno alle scogliere,
    provocando delle contro-ondate terribili.
    La "Folgore" per non cedeva.  La vela di ricambio era stata  spiegata
    sul  pennone  di  trinchetto  ed i fiocchi erano stati ricollocati sul
    bompresso, e filava sotto la costa come uno "steamer" lanciato a tutto
    vapore.
    Di quando in quando i marosi la rovesciavano impetuosamente,  ora  sul
    babordo ed ora sul tribordo, tuttavia il Corsaro con un vigoroso colpo
    di barra la risollevava, rimettendola sulla buona via.
    Fortunatamente   l'uragano,   dopo   aver  raggiunta  la  sua  massima
    intensit,  accennava a diminuire di  violenza  poich  ordinariamente
    quelle tempeste tremende non durano che poche ore.
    Le  nubi  cominciavano  qua  e  l a rompersi,  lasciando intravvedere
    qualche stella ed il vento non soffiava pi colla  violenza  primiera.
    Nondimeno  il  mare  si manteneva burrascosissimo e molte ore dovevano
    trascorrere prima che quelle grandi ondate,  scagliate  dall'Atlantico
    entro il Grande Golfo, si calmassero e si livellassero.
    Tutta la notte,  la nave corsara lott disperatamente contro i marosi,
    che  l'assalivano  da   tutte   le   parti,   riuscendo   a   superare
    vittoriosamente  il canale di Sopravvento ed a sboccare in quel tratto
    di mare compreso fra le Grosse Antille e l'Isola di Bahama.
    All'alba,  quando il vento era girato da levante  a  settentrione,  la
    "Folgore" si trovava quasi di fronte al Capo Taitiano.
    Il Corsaro Nero,  che doveva essere affranto da quella lunga lotta,  e
    che aveva le  vesti  inzuppate  d'acqua,  quando  pot  discernere  il
    piccolo faro della cittadella del Capo, rimise la ribolla del timone a
    Morgan,  poi si diresse verso la grande scialuppa, presso la cui poppa
    si trovava ancora rannicchiata la giovane fiamminga e le disse:
    - Venite,  signora: vi ho ammirato anch'io e credo che  nessuna  donna
    avrebbe  affrontata  la  morte  come avete fatto voi per vedere la mia
    "Folgore" lottare coll'uragano.
    La giovane si era alzata,  scuotendosi di dosso l'acqua che  le  aveva
    inzuppate  le  vesti non solo,  ma anche i capelli.  Guard il Corsaro
    negli occhi, sorridendo poi gli disse:
    - Pu darsi che nessuna donna avrebbe  osato  salire  in  coperta,  ma
    posso  dire che io sola ho veduto il Corsaro Nero guidare la sua nave,
    in mezzo ad uno dei pi tremendi uragani,  ed ho ammirato la sua forza
    e la sua audacia.
    Il filibustiere non rispose. Era rimasto dinanzi a lei guardandola con
    due  occhi  ardenti  mentre  la  sua fronte pareva che fosse diventata
    cupa.
    - Siete una valorosa,  - mormor poi,  ma cos sommessamente da venire
    udito solamente da lei.
    Poi sospirando aggiunse:
    - Peccato che la triste profezia della zingara faccia di voi una donna
    fatale.
    -  Di  quale  profezia  volete  parlare?...  -  chiese  la giovane con
    stupore.
    Il  Corsaro  invece  di  rispondere  scosse   tristamente   il   capo,
    mormorando:
    - Sono follie!
    - Sareste superstizioso, cavaliere?...
    - Forse.
    - Voi?
    - Ehi!... Le predizioni talora s'avverano, signora.
    Guard le onde che venivano ad infrangersi contro i fianchi della nave
    con cupi muggiti e mostrandole alla giovane, disse con voce triste:
    - Domandatelo a loro,  se lo potete...  entrambi erano belli, giovani,
    forti ed audaci e dormono sotto quelle onde,  in  fondo  al  mare.  La
    funebre profezia si  avverata e forse si avverer anche la mia perch
    sento che qui,  nel cuore,  una fiamma s'alza gigante, senza che io la
    possa ormai pi spegnere. Sia!...  Si compia il fatale destino se cos
      scritto:  il  mare  non  mi fa paura e dove dormono i fratelli miei
    potr trovar posto anch'io, ma pi tardi,  quando il traditore mi avr
    preceduto.
    Alz le spalle,  fece con ambe le mani un gesto di minaccia, poi scese
    dal cassero lasciando la giovane fiamminga pi stupita  che  mai,  per
    quelle parole che non poteva ancora comprendere.
    Tre  giorni  dopo,  quando il mare era ormai diventato tranquillo,  la
    "Folgore", spinta da venti favorevoli, giungeva in vista della Tortue,
    il formidabile nido dei filibustieri del Gran Golfo.



















    15.
    LA FILIBUSTERIA.

    Nel 1625,  mentre la Francia e  l'Inghilterra  tentavano,  con  guerre
    incessanti,  di domare la possanza ormai formidabile della Spagna, due
    vascelli,  francese l'uno ed inglese  l'altro,  montati  da  intrepidi
    corsari  recatisi  nel  mare  delle Antille per danneggiare i commerci
    fiorenti   delle   colonie   spagnole,   gettavano   l'ancora,   quasi
    contemporaneamente, dinanzi ad un'isoletta chiamata di San Cristoforo,
    abitata solamente da qualche trib di Caribbi.
    I  francesi  erano  capitanati  da  un  gentiluomo normanno,  chiamato
    d'Enanbue, e gl'inglesi dal cavaliere Tommaso Warner.
    Trovata l'isola fertile  e  gli  abitanti  docili,  i  corsari  vi  si
    stabilivano  placidamente,  dividendosi  fraternamente  quel  brano di
    terra e fondando due piccole colonie. Da cinque anni quei pochi uomini
    vivevano tranquilli coltivando il suolo,  avendo  ormai  rinunciato  a
    corseggiare il mare, quando un brutto giorno, comparsa improvvisamente
    una  squadra  spagnola,  distruggeva buona parte dei coloni unitamente
    alle abitazioni,  considerando gli spagnoli tutte le isole  del  Golfo
    del Messico come di loro assoluta propriet.
    Alcuni  di  quei coloni,  sfuggiti alla rabbia spagnola,  riuscivano a
    salvarsi su di un altra isoletta chiamata la Tortue (Tartaruga) perch
    veduta ad una certa distanza rassomigliava  un  po'  a  quei  rettili,
    situata  a settentrione di San Domingo,  quasi di fronte alla penisola
    di Samana, e fornita d'un comodo porto, facile a difendersi.
    Quei pochi corsari furono i creatori di quella  razza  formidabile  di
    filibustieri che doveva,  in breve,  far stupire il mondo intero colle
    sue straordinarie, incredibili imprese.
    Mentre  alcuni  si  dedicavano  alla  coltivazione  del  tabacco,  che
    riusciva  eccellente  su  quel  terreno  vergine,  altri,  smaniosi di
    vendicarsi della distruzione delle due piccole colonie, si mettevano a
    corseggiare il mare a danno  degli  spagnoli,  montando  dei  semplici
    canotti.
    La  Tortue divenne presto un centro importante,  essendo accorsi molti
    avventurieri  francesi  ed  inglesi  dalla  vicina   San   Domingo   e
    dall'Europa, col mandati specialmente da armatori normanni.
    Quella  gente,  composta  specialmente  di  spostati,  di soldati e di
    marinai avidi di bottino,  col attirati dalla smania di far fortuna e
    di  mettere  le mani sulle ricche miniere dalle quali la Spagna traeva
    fiumi d'oro, non trovando in quell'isoletta quanto avevano sperato, si
    mettevano a scorrazzare arditamente il mare,  tanto pi  che  le  loro
    nazioni erano in continua guerra col colosso iberico.
    I coloni spagnoli di San Domingo, vedendo i loro commerci danneggiati,
    pensarono  bene  di  sbarazzarsi  subito  di  quei  ladroni e colto il
    momento  in  cui  la  Tortue  era  rimasta  quasi  senza  guarnigione,
    mandarono  grandi  forze  ad  assalirla.  La  presa fu facile e quanti
    filibustieri caddero nelle mani degli  spagnoli,  furono  trucidati  o
    impiccati.
    I filibustieri che si trovavano in mare a corseggiare,  appena appresa
    la strage fatta,  giurarono di  vendicarsi,  e  sotto  il  comando  di
    Willes,  dopo  una  lotta  disperata,  riconquistarono  la loro isola,
    uccidendo tutto il presidio,  ma fra i  coloni  sorsero  allora  aspri
    dissidi,  essendo  i  francesi  pi numerosi degli inglesi,  sicch ne
    approfittarono gli spagnoli per piombare un'altra volta sulla  Tortue,
    e  cacciarne gli abitanti,  che furono costretti a riparare nei boschi
    di San Domingo.
    Come i primi coloni di San Cristoforo erano  stati  i  creatori  della
    filibusteria,  i  fuggiaschi  della  Tortue  furono  i fondatori della
    bucaneria.  Seccare  e  affumicare  le  pelli  degli  animali  uccisi,
    esprimevasi  dai  Caribbi col vocabolo di "bucan" e da questo venne il
    titolo di bucanieri.
    Quegli uomini, che dovevano diventare pi tardi i pi valorosi alleati
    dei filibustieri,  vivevano  come  i  selvaggi  sotto  misere  capanne
    improvvisate con pochi rami.
    Per  vestito non avevano che una camicia di grossa tela,  lorda sempre
    di sangue, un paio di calzoni grossolani, una larga cintura sostenente
    una corta sciabola e due coltellacci,  scarpe di pelle di maiale ed un
    cappellaccio.
    Non  avevano  che  una sola ambizione: possedere un buon fucile ed una
    muta numerosa di grossi cani.
    Uniti due a due,  per  potersi  scambievolmente  aiutare,  non  avendo
    famiglia,    all'alba    partivano   per   la   caccia,    affrontando
    coraggiosamente i buoi selvaggi che erano numerosissimi nelle selve di
    San Domingo, e non tornavano che alla sera carichi ognuno di una pelle
    e d'un pezzo di carne per pasto.  Per colazione si  accontentavano  di
    succhiare la midolla d'uno degli ossi maggiori.
    Uniti in confederazione, cominciarono a dar noia agli spagnoli i quali
    si  posero  a  perseguitarli  come  bestie  feroci,  e non riuscendo a
    distruggerli,  con grandi battute sterminarono tutti i buoi selvatici,
    riducendo quei poveri cacciatori nell'impossibilit di vivere.
    Fu  allora  che i bucanieri ed i filibustieri si unirono col titolo di
    fratelli della Costa e fecero ritorno alla Tortue,  ma in preda ad  un
    desiderio insaziabile di vendicarsi degli spagnoli.
    Quei  valenti cacciatori che mai mancavano ai loro colpi,  tanto erano
    abili bersaglieri,  portarono un aiuto potente alla  filibusteria,  la
    quale prese tosto uno sviluppo immenso.
    La  Tortue  prosper  rapidamente  e  divenne  il  covo  di  tutti gli
    avventurieri  di  Francia,  d'Olanda,   dell'Inghilterra  e  di  altre
    nazioni,  specialmente  sotto  la  direzione  di  Beltrando d'Orgeron,
    mandatovi dal governo francese come governatore.
    Essendo ancora  scoppiata  la  guerra  colla  Spagna,  i  filibustieri
    cominciarono  le  loro prime audaci imprese,  assalendo,  con coraggio
    disperato, tutte le navi spagnole che potevano sorprendere.
    Dapprima non avevano che delle misere scialuppe, entro le quali appena
    potevano muoversi,  ma pi tardi ebbero navi eccellenti prese ai  loro
    eterni nemici.
    Non  possedendo  cannoni,  erano  i  bucanieri  che si incaricavano di
    pareggiare  le  forze  ed  essendo,   come   fu   detto,   infallibili
    bersaglieri,  bastavano  poche  scariche per distruggere gli equipaggi
    spagnoli.  La loro audacia era poi tale,  che osavano affrontare i pi
    grossi  vascelli,  montando  all'abbordaggio  con  vero furore.  N la
    mitraglia, n le palle, n le pi ostinate resistenze li trattenevano.
    Erano dei veri demoni,  e come tali li credevano  in  buona  fede  gli
    spagnoli, ritenendoli esseri infernali.
    Di  rado  accordavano  quartiere  ai  vinti,  come  d'altronde  non lo
    concedevano  i  loro  avversari.  Non  serbavano  che  le  persone  di
    distinzione  per  ricavare  poi  dei grossi riscatti,  ma gli altri li
    cacciavano in acqua.  Erano lotte di sterminio d'ambo le parti,  senza
    generosit.
    Quei   ladroni   di   mare   per   avevano   leggi  che  rispettavano
    rigorosamente,  forse meglio dei  loro  connazionali.  Avevano  eguali
    diritti  e  solamente  nelle  divisioni dei bottini i capi avevano una
    parte maggiore.
    Appena venduto il frutto delle loro  scorrerie,  prelevavano  prima  i
    premi  destinati  ai  pi valorosi ed ai feriti.  Cos concedevano una
    certa somma a coloro che per primi balzavano sul legno abbordato ed  a
    chi strappava la bandiera nemica;  avevano ricompense pure coloro che,
    in circostanze pericolose,  riuscivano a procurasi notizie sulle mosse
    o  sulle  forze  degli  spagnoli.  Concedevano  inoltre  un  regalo di
    seicento  piastre  a  chi  nell'assalto  perdeva  il  braccio  destro;
    cinquecento  era valutato il braccio sinistro,  quattrocento una gamba
    ed ai feriti assegnavano una piastra al giorno per due mesi.
    A bordo delle navi corsare, poi,  avevano leggi severe che li tenevano
    in freno.  Punivano colla morte coloro che abbandonavano il loro posto
    durante i combattimenti: era proibito bere vino o liquori dopo le otto
    della sera, ora fissata pel coprifuoco;  erano proibiti i duelli,  gli
    alterchi,  i  giuochi  d'ogni specie e punivano colla morte coloro che
    avessero,  di nascosto,  condotta sulla nave una donna,  fosse pure la
    loro moglie.
    I  traditori  venivano  abbandonati su isole deserte e del pari coloro
    che nelle divisioni dei bottini si fossero appropriati del pi piccolo
    oggetto; ma si narra che rarissimi fossero i casi, poich quei corsari
    erano d'una onest a tutta prova.
    Divenuti padroni di parecchie  navi,  i  filibustieri  si  fecero  pi
    audaci  e  non  trovando  pi velieri da predare,  avendo gli spagnoli
    cessato ogni commercio fra  le  loro  isole,  cominciarono  le  grandi
    imprese.
    Montbars fu il primo dei loro condottieri salito in gran fama.  Questo
    gentiluomo languedochese accorse in America  per  vendicare  i  poveri
    indiani sterminati dai primi conquistatori spagnoli;  al pari di tanti
    altri accesosi d'un odio violento contro la Spagna,  per  le  atrocit
    commesse  dal  Cortez  nel Messico e dal Pizzarro ed Almagro nel Per,
    divenne cos tremendo da venire chiamato lo Sterminatore.
    Ora alla testa dei filibustieri ed ora coi bucanieri,  port la strage
    sulle  coste  di  San Domingo e di Cuba,  trucidando un gran numero di
    spagnoli.
    Dopo di lui salirono in fama Pierre-le-Grand,  un francese di  Dieppe.
    Quest'audace  marinaio,  incontrato  un  vascello  di  linea  spagnolo
    navigante presso il capo Tiburon,  quantunque non avesse che  ventotto
    uomini, lo assalt dopo aver fatto forare il proprio legno calandolo a
    fondo per togliere ai suoi marinai ogni speranza di fuggire.
    Fu  tale  la sorpresa degli spagnoli nel vedere salire dal mare quegli
    uomini, che si arresero dopo una breve resistenza,  credendo d'aver da
    fare con spiriti marini.
    Lewis Scott invece,  con poche squadre di filibustieri, va ad assalire
    San Francesco di Campeche,  citt ben munita e la prende e la  pone  a
    sacco; John Davis con novanta soli uomini va a prendere Nicaragua, poi
    Santo Agostino della Florida;  Braccio di ferro, un normanno, perde la
    sua nave presso le bocche dell'Orenoco a causa d'un  fulmine  che  gli
    incendia  la  Santa  Barbara,  resiste  fieramente  agli  assalti  dei
    selvaggi, poi un giorno, veduta approdare una nave spagnola, con pochi
    uomini l'assalta di sorpresa.  Altri per,  pi famosi  e  pi  audaci
    vennero pi tardi.
    Pierre Nau, detto l'Olonese, diventa il terrore degli spagnoli, e dopo
    pi  di  cento  vittorie finisce miseramente la sua lunga carriera nel
    ventre dei selvaggi del Darien, dopo essere passato sulla graticola.
    Grammont,   gentiluomo  francese,   gli  succedette  nella  celebrit,
    assaltando con poche squadre di filibustieri e di bucanieri Maracaybo,
    poi  Porto  Cavallo,  sostenendo  con  quaranta  compagni l'assalto di
    trecento spagnoli, poi Vera-Cruz,  in unione di Wan Horn e di Laurent,
    due altri famosi corsari.
    Il  pi famoso di tutti per doveva diventare Morgan,  il luogotenente
    del Corsaro  Nero.  Messosi  alla  testa  di  una  grossa  partita  di
    filibustieri  inglesi,  comincia la sua brillante carriera colla presa
    di Puerto del Prince nell'isola di Cuba; riuniti nove bastimenti va ad
    assalire e saccheggiare Portobello,  malgrado la resistenza  terribile
    degli  spagnoli  ed  il  fuoco infernale dei loro cannoni,  poi ancora
    Maracaybo, e finalmente attraversato l'istmo, dopo immense peripezie e
    lotte sanguinose,  Panama,  che incendia dopo aver fatto un bottino di
    444 mila libbre d'argento massiccio.
    Sharb, Harris e Samwkins, tre audaci, riuniti in societ, saccheggiano
    Santa   Maria,   poi   memori  della  celebre  spedizione  di  Morgan,
    attraversano a loro volta l'istmo  compiendo  miracoli  d'audacia,  e,
    sgominando  dovunque  le  forze  spagnole quattro volte superiori alle
    loro,  vanno ad annidarsi nell'Oceano  Pacifico  dove,  possessori  di
    alcuni  vascelli,  distruggono,  dopo nove ore di terribile lotta,  la
    squadra spagnola,  che si  era  difesa  con  valore  disperato,  fanno
    tremare  Panama,  corseggiano le coste di Messico e del Per prendendo
    d'assalto Ylo e Serena, e tornano alle Antille passando per lo stretto
    di Magellano.
    Altri ancora ne successero, del pari audaci,  ma forse meno fortunati,
    quali Montabon,  il Basco,  Jonqu,  Cichel,  Dronage, Grogner, Davis,
    Tusley Wilmet,  i quali continuarono le meravigliose imprese dei primi
    filibustieri,  corseggiando  nelle  Antille  e  nell'Oceano  Pacifico,
    finch la Tortue,  perduta la  sua  importanza,  decadde  e  con  essa
    decaddero pure i filibustieri, sciogliendosi.
    Alcuni andarono a piantare una colonia nelle Bermude e per alcuni anni
    fecero  ancora parlare di loro e tremare i coloni delle Grandi e delle
    Piccole Antille,  ma ben presto si sciolsero anche quelle ultime bande
    e   quella   razza   d'uomini   formidabili   fin   collo  scomparire
    completamente.



















    16.
    ALLA TORTUE.

    Quando la "Folgore" gett l'ancora nel sicuro porto,  al di  l  dello
    stretto  canale  che  lo  metteva  al  coperto da qualsiasi improvvisa
    sorpresa da parte delle squadre spagnole,  i filibustieri della Tortue
    erano  in  piena  baldoria,  essendo  gran  parte di essi reduci dalle
    scorrerie fatte sulle coste di San Domingo e  di  Cuba,  dove  avevano
    fatte  ricche  prede  sotto  la  condotta dell'Olonese e di Michele il
    Basco.
    Dinanzi alla gettata e sulla spiaggia,  sotto  vaste  tende  all'ombra
    fresca   delle   palme,   quei   terribili   predatori   banchettavano
    allegramente,  consumando,  con una prodigalit da  nababbi,  la  loro
    parte di bottino.
    Tigri  sul  mare,  quegli  uomini diventavano a terra i pi allegri di
    tutti gli abitanti delle Antille, e, cosa davvero strana,  fors'anco i
    pi  cortesi  poich  alle  loro  feste  non  mancavano  di invitare i
    disgraziati spagnoli, che avevano tratti prigionieri colla speranza di
    lauti riscatti ed anche le prigioniere, verso le quali si comportavano
    da veri gentiluomini,  ingegnandosi,  con ogni specie di cortesie,  di
    far loro dimenticare la loro triste condizione. Diciamo triste, poich
    i filibustieri,  se i riscatti chiesti non giungevano,  ricorrevano di
    frequente a mezzi  crudeli  per  ottenerli,  mandando  ai  governatori
    spagnoli qualche testa di prigioniero per costringerli ad affrettarsi.
    Ancoratasi la nave,  tutti quei corsari interruppero i loro banchetti,
    le danze ed i giuochi,  per salutare con fragorosi evviva  il  ritorno
    del  Corsaro Nero,  che godeva fra di loro una popolarit pari forse a
    quella del famoso Olonese.
    Nessuno ignorava l'ardita sua impresa, per strappare al governatore di
    Maracaybo,  vivo o morto,  il povero Corsaro Rosso,  e conoscendo  per
    prova  la  sua  audacia,  forse  si  erano illusi di vederli ritornare
    entrambi.
    Vedendo per scendere a mezz'asta la bandiera nera,  segno  di  lutto,
    tutte  quelle rumorose manifestazioni cessarono come per incanto;  poi
    quegli uomini si radunarono silenziosamente sulla gettata,  ansiosi di
    avere notizie dei due Corsari e della spedizione.
    Il  cavaliere  di  Roccanera,  dall'alto  del ponte di comando,  aveva
    veduto tutto.  Chiam Morgan che stava facendo calare in acqua  alcune
    scialuppe  e  gli  disse,  indicando  i  filibustieri  ammassati sulla
    sponda.
    - Andate a dire a costoro  che  il  Corsaro  Rosso  ha  avuto  onorata
    sepoltura fra le acque del Gran Golfo, ma che suo fratello  ritornato
    vivo per preparare la vendetta che...
    S'interruppe per alcuni istanti; poi, cambiando tono, aggiunse:
    -  Farete  avvertire  l'Olonese che questa sera andr a trovarlo,  poi
    andrete a recare i miei saluti al governatore. Pi tardi rivedr anche
    lui.
    Ci detto attese che fossero ammainate le vele e portate  a  terra  le
    gomene d'ormeggio,  poi,  dopo una mezz'ora,  scese nel quadro dove si
    trovava la giovane fiamminga, gi pronta per sbarcare.
    - Signora,  - le disse,  - una scialuppa vi  attende  per  condurvi  a
    terra.
    - Sono pronta ad ubbidire,  cavaliere,  - rispose ella,  - sono vostra
    prigioniera e non mi opporr ai vostri ordini.
    - No, signora, voi non siete pi prigioniera.
    - E perch, signore?... Io non ho ancora pagato il mio riscatto.
    - E stato gi versato nella cassa dell'equipaggio.
    - Da chi?  - chiese la duchessa  con  stupore.  -  Io  non  ho  ancora
    avvertito  1l  marchese  di  Heredias,  n il governatore di Maracaybo
    della mia prigionia.
    - E' vero, ma qualcuno si  incaricato di pagare il vostro riscatto, -
    rispose il Corsaro, sorridendo.
    - Voi forse?
    - Ebbene,  e se fossi stato io?...  - chiese il  Corsaro,  guardandola
    negli occhi.
    La giovane fiamminga rimase un istante silenziosa,  poi disse con voce
    commossa:
    - Ecco una generosit che non credevo di trovare presso i filibustieri
    della Tortue,  ma che non mi sorprende se colui che l'ha  commessa  si
    chiama il Corsaro Nero.
    - E perch, signora?
    -  Perch  voi  siete ben diverso dagli altri.  Ho avuto il tempo,  in
    questi pochi giorni che son rimasta a  bordo  della  vostra  nave,  di
    poter  apprezzare  la  gentilezza,   la  generosit  e  l'audacia  del
    cavaliere di Roccanera, signore di Ventimiglia e di Valpenta. Vi prego
    di dirmi a quanto fu fissato il mio riscatto.
    - Vi preme pagare  il  vostro  debito?  Forse  che  siete  ansiosa  di
    lasciare la Tortue?...
    -  No.  V'ingannate  e  quando  sar  giunto il momento di abbandonare
    quest'isola forse mi rincrescer pi di  quanto  possiate  immaginare,
    cavaliere,  e  credetelo,  serber viva riconoscenza al Corsaro Nero e
    forse mai lo dimenticher.
    - Signora!  - esclam il Corsaro,  mentre un vivo lampo  illuminava  i
    suoi occhi.
    Aveva  fatto  un  passo rapido presso la giovinetta,  ma subito si era
    arrestato, dicendo con voce triste:
    - Forse allora io sar diventato il pi  spietato  nemico  dei  vostri
    amici  e  avr  fatto nascere nel vostro cuore chiss quale avversione
    profonda per me.
    Fece  il  giro  del  salotto  a  passi  concitati,  quindi  fermandosi
    bruscamente dinanzi alla giovinetta, le chiese a bruciapelo:
    - Conoscete il governatore di Maracaybo?...
    La  duchessa,  udendo  quelle parole,  trasal,  mentre i suoi sguardi
    tradivano un'estrema ansiet.
    - Si,  - rispose con un tremito nella voce.  - Perch mi  fate  questa
    domanda?
    - Supponete che ve l'abbia fatta per pura curiosit.
    - Oh Dio!...
    - Che cosa avete,  signora?  - chiese il Corsaro,  con stupore.  - Voi
    siete pallida ed agitata.
    Invece di rispondere,  la giovane fiamminga  torn  a  chiedergli  con
    maggior forza:
    - Ma perch questa domanda?
    Il  Corsaro  stava  per rispondere,  quando si udirono dei passi sulla
    scaletta. Era Morgan che scendeva nel quadro, gi di ritorno dalla sua
    missione.
    - Comandante, - diss'egli entrando.  - Pietro Nau vi aspetta nella sua
    abitazione,  per farvi delle comunicazioni urgenti. Credo che, durante
    la vostra assenza,  abbia maturati i vostri progetti e che  tutto  sia
    pronto per la spedizione.
    -  Ah!  - esclam il Corsaro,  mentre un cupo lampo gli balenava negli
    sguardi. - Di gi?...  Non credevo che la vendetta dovesse essere cos
    pronta.
    Si volse verso la giovane fiamminga,  che pareva fosse ancora in preda
    a quella strana agitazione, dicendole:
    - Signora,  permettete che vi offra ospitalit  nella  mia  casa,  che
    metto  tutta  a  vostra disposizione.  Moko,  Carmaux e Wan Stiller vi
    condurranno col e rimarranno ai vostri ordini.
    - Ma cavaliere... una parola ancora... - balbett la duchessa.
    - S, vi comprendo, ma del riscatto ne parleremo pi tardi.
    Poi, senza ascoltare altro,  usc frettolosamente,  seguito da Morgan,
    attravers la coperta e scese in una scialuppa montata da sei marinai,
    che lo attendeva a babordo della nave.
    Si  sedette  a  poppa,  prendendo la barra del timone,  per invece di
    dirigere l'imbarcazione verso la gettata,  sulla quale i  filibustieri
    avevano ripreso le loro orgie, mise la prora verso un piccolo seno che
    s'allargava ad est del porto,  inoltrandosi in un bosco di palme dalle
    foglie gigantesche e dall'alto ed elegante fusto.
    Sceso sulla spiaggia,  fece cenno ai suoi uomini di tornare a bordo  e
    s'inoltr  solo  sotto  le  piante,  prendendo  un  sentieruzzo appena
    visibile.
    Era ridiventato pensieroso,  come era sua abitudine quando si  trovava
    solo,  ma  pareva  che  i suoi pensieri fossero tormentosi,  perch di
    tratto in tratto s'arrestava,  o faceva  colla  destra  un  gesto  ora
    d'impazienza ed ora di minaccia,  e le sue labbra si agitavano come se
    parlasse fra s.  Si era internato assai nel bosco,  quando  una  voce
    allegra,  che aveva un accento leggermente beffardo,  lo strapp dalle
    sue meditazioni.
    - Vorrei essere mangiato dai Caraibi se io non ero certo  di  trovarti
    cavaliere.  L'allegria  che  regna  alla  Tortue  ti fa adunque paura,
    perch tu venga a casa mia prendendo la  via  dei  boschi?  Che  tetro
    filibustiere!... Sembri un funerale!...
    Il Corsaro aveva alzato vivamente il capo,  mentre per abitudine aveva
    portata la destra sulla guardia della spada.
    Un uomo di statura piuttosto bassa,  vigoroso,  dai lineamenti ruvidi,
    dagli sguardi penetranti,  vestito come un semplice marinaio, e armato
    d'un paio di pistole e di una sciabola d'arrembaggio, era uscito da un
    gruppo di bananiere chiudendogli il passo.
    - Ah! Sei tu, Pietro? - chiese il Corsaro
    - Sono l'Olonese in carne ed ossa.
    Quell'uomo era infatti il  famoso  filibustiere,  il  pi  formidabile
    scorridore del mare ed il pi spietato nemico degli spagnoli.
    Questo Corsaro,  che, come fu detto, doveva terminare la sua splendida
    carriera sotto i denti degli antropofagi del Darien,  e che doveva far
    spargere  tanto  sangue  agli  spagnoli,  non aveva in quell'epoca che
    trentacinque anni, ma era diventato gi celebre.
    Nativo   dell'Olonne,   nel   Poitou,   era   prima   stato   marinaio
    contrabbandiere  sulle  coste  della  Spagna.  Sorpreso  una notte dai
    doganieri,  aveva perduta la barca;  suo fratello era rimasto ucciso a
    colpi  di  fucile  ed  era  stato lui stesso cos gravemente ferito da
    rimanere lungo tempo fra la vita e la morte.
    Guarito,  ma in preda alla pi spaventevole miseria,  si  era  venduto
    come  schiavo a Montbars,  lo Sterminatore,  per quaranta scudi,  onde
    aiutare la sua vecchia madre.
    Dapprima aveva fatto il bucaniere in  qualit  d'arruolato,  ossia  di
    servo,  poi era passato filibustiere,  ed avendo mostrato di possedere
    un coraggio eccezionale ed  una  forza  d'animo  straordinaria,  aveva
    finalmente  potuto  ottenere un piccolo vascello dal governatore della
    Tortue.
    Con quel legno,  quell'uomo audace  aveva  operato  prodigi,  causando
    danni enormi alle colonie spagnole, vigorosamente spalleggiato dai tre
    Corsari, il Nero, il Rosso ed il Verde.
    Un  brutto  giorno  per,  spinto  da  una  tempesta  sulle  coste del
    Campeche, aveva fatto naufragio, quasi sotto gli occhi degli spagnoli.
    Tutti i suoi compagni gli erano stati trucidati,  ma egli era riuscito
    a  salvarsi  immergendosi  fino  al  collo  nel  fango d'una savana ed
    imbrattandosi perfino il volto per non farsi scoprire.
    Uscito ancora vivo da quella palude,  invece di fuggire,  aveva  avuta
    ancora  l'audacia  di  avvicinarsi  a Campeche,  travestito da soldato
    spagnolo, di entrarvi per studiarla meglio, guadagnati alcuni schiavi,
    con una barca rubata,  aveva poscia fatto ritorno alla Tortue,  quando
    da tutti lo si era creduto gi morto.
    Un  altro  si  sarebbe  ben  guardato  dal  ritentare  la fortuna,  ma
    l'Olonese invece si era affrettato a riprendere il mare con  soli  due
    piccoli legni, e con ventotto uomini si era tosto diretto su Los Cayos
    di Cuba, piazza allora assai commerciale.
    Alcuni pescatori spagnoli,  accortisi della sua presenza, avvertono il
    governatore della piazza,  il quale manda contro i due  legni  corsari
    una  fregata  montata  da  novanta uomini e quattro velieri minori con
    equipaggi   valorosi,    ed   un   negro   che   doveva    incaricarsi
    dell'impiccagione dei filibustieri.
    Dinanzi  a  tante  forze  l'Olonese  non si spaventa.  Attende l'alba,
    abborda ai due lati la fregata ed i suoi ventotto  uomini,  nonostante
    il   valore  disperato  degli  spagnoli,   montano  all'abbordaggio  e
    trucidano tutti, il negro compreso.
    Ci fatto s'avanza contro  gli  altri  quattro  legni  e  li  espugna,
    gettando in acqua gli uomini che li montavano.
    Tale  era  l'uomo,  che  pi  tardi  doveva  compiere  ben altre e pi
    meravigliose imprese, col quale stava per abboccarsi il Corsaro Nero.
    - Vieni nella mia casa, - disse l'Olonese, dopo d'aver stretta la mano
    al capitano  della  "Folgore".  -  Attendevo  con  impazienza  il  tuo
    ritorno.
    - E io ero impaziente di vederti,  - disse il Corsaro.  - Sai che sono
    entrato in Maracaybo?
    - Tu!... - esclam l'Olonese, stupito.
    - E come vuoi che facessi per rapire il cadavere di mio fratello?
    - Credevo che tu ti fossi servito d'intermediari.
    - No, tu sai che preferisco far le cose da me.
    - Bada che la tua audacia non ti costi un d o l'altro  la  vita.  Hai
    veduto come sono finiti i tuoi fratelli.
    - Taci, Pietro.
    - Oh!... Ma li vendicheremo, cavaliere, e presto.
    - Ti sei finalmente deciso?... - chiese il Corsaro, con animazione.
    - Ho fatto di pi! Ho preparata la spedizione.
    - Ah! E' vero quanto mi dici?...
    -  Sulla mia fede di ladrone,  come mi chiamano gli spagnoli,  - disse
    l'Olonese, ridendo.
    - Di quante navi disponi?...
    - Di otto navi,  compresa la tua "Folgore" e di  seicento  uomini  fra
    filibustieri e bucanieri. Noi comanderemo i primi e Michele il Basco i
    secondi.
    - Viene anche il Basco?...
    - Mi ha chiesto di far parte della spedizione ed io mi sono affrettato
    ad accettarlo. Egli  un soldato, tu lo sai, avendo guerreggiato negli
    eserciti europei e pu renderci grandi servigi, e poi  ricco.
    - Ti necessita denaro?
    -  Ho  consumato  tutto  quello  che  ho ricavato dall'ultimo vascello
    predato presso Maracaybo, di ritorno dalla spedizione di Los Cayos.
    - Conta, per parte mia, su diecimila piastre.
    - Per le sabbie d'Olonne!...  Hai una miniera inesauribile  nelle  tue
    terre d'oltremare?...
    -  Te  ne  avrei  date di pi,  se non avessi dovuto pagare stamane un
    grosso riscatto.
    - Un riscatto!... Tu!... E per chi?...
    - Per una gran dama caduta in mia mano.  Il riscatto spettava  al  mio
    equipaggio e l'ho versato.
    - Chi pu essere costei?... Qualche spagnola?...
    -  No,  una  duchessa  fiamminga,  che per  imparentata di certo col
    Governatore di Vera-Cruz.
    - Fiamminga!... - esclam l'Olonese,  che era diventato pensieroso.  -
    Anche il tuo mortale nemico  fiammingo.
    -  E  che  cosa  vorresti  concludere?  -  chiese il Corsaro,  che era
    diventato pallido.
    - Pensavo che potrebbe essere imparentata anche con Wan Guld.
    -  Dio  non  lo  voglia!   -  esclam  il  Corsaro,   con  voce  quasi
    inintelligibile. - No, non  possibile.
    L'Olonese   si  era  fermato  sotto  un  macchione  di  maot,   alberi
    somiglianti a quelli del cotone e che hanno delle foglie mostruose,  e
    si era messo a guardare attentamente il compagno.
    - Perch mi guardi? - chiese questi.
    -  Pensavo  alla  tua duchessa fiamminga e mi chiedevo il motivo della
    tua improvvisa agitazione. Sai che tu sei livido?...
    - Quel sospetto m'aveva fatto affluire tutto il sangue al cuore.
    - Quale?
    - Quello che essa potesse essere imparentata con Wan Guld.
    - E che cosa importerebbe a te, se lo fosse?
    - Ho giurato di sterminare tutti i Wan Guld della terra e tutti i loro
    parenti.
    - Ebbene, la si ucciderebbe e tutto sarebbe finito.
    - Lei!... Oh no!... - esclam il Corsaro, con terrore.
    - Allora vuol dire... - disse l'Olonese, esitando.
    - Che cosa?...
    - Per le sabbie d'Olonne!...  Vuol dire che tu ami la tua prigioniera.
    - - Taci, Pietro.
    - Perch devo tacere?  Forse che per i filibustieri  vergogna l'amare
    una donna?
    - No,  ma sento per istinto  che  questa  fanciulla  mi  sar  fatale,
    Pietro.
    - E' troppo tardi.
    - Allora la si abbandona al suo destino.
    - Tu l'ami assai?
    - Alla follia.
    - Ed essa ti ama?
    - Lo credo.
    -  Una bella coppia in fede mia!...  Il Signor di Roccanera non poteva
    imparentarsi che con una  bella  donna  di  alto  bordo!...  Ecco  una
    fortuna  rara  in America,  e ben pi rara per un filibustiere.  Ors,
    andiamo a vuotare un bicchiere alla salute della tua duchessa, amico.








    17.
    LA VILLA DEL CORSARO NERO.

    L'abitazione del celebre  filibustiere  era  una  modesta  casetta  di
    legno,  costruita alla buona, col tetto coperto di foglie secche, come
    usavano gl'indiani  delle  Grandi  Antille,  ma  abbastanza  comoda  e
    ammobiliata  con  un  certo  lusso,  amando quei fieri e ruvidi uomini
    l'eleganza e lo sfarzo.
    Si  trovava  a  mezzo  miglio  dalla  cittadella,  sul  margine  della
    boscaglia  in  un  luogo ameno e tranquillo,  fra l'ombra delle grandi
    palme, le quali conservavano una frescura deliziosa.
    L'Olonese introdusse il Corsaro Nero in una stanza a  pianterreno,  le
    cui  finestre erano riparate da stuoie di nipa,  lo fece accomodare su
    di un seggiolone di bamb,  poi fece portare da uno dei suoi arruolati
    parecchie  bottiglie di vino di Spagna,  provenienti probabilmente dal
    saccheggio di qualche nave nemica  e  ne  stur  una,  riempiendo  due
    grandi bicchieri.
    - Alla tua salute,  cavaliere,  e agli occhi della tua dama,  - disse,
    toccando.
    - Preferisco che tu beva al felice esito della  nostra  spedizione,  -
    rispose il Corsaro.
    -  Riuscir  pienamente,  amico,  e  ti  prometto  di darti nelle mani
    l'uccisore dei tuoi due fratelli.
    - Dei tre, Pietro.
    - Oh!  Oh!  - esclam l'Olonese.  - Io so,  ed al pari di me lo  sanno
    tutti i filibustieri, che Wan Guld ti ha ucciso il Corsaro Verde ed il
    Rosso, ma che ve ne fosse un altro lo ignoravo.
    - S, tre, - ripet il Corsaro, con voce cupa.
    - Per le sabbie d'Olonne!... E quell'uomo vive ancora?...
    - Ma morr presto, Pietro.
    -  Lo  spero,  ed  io  sar pronto ad aiutarvi con tutte le mie forze:
    Udiamo innanzi a tutto: lo conosci bene quel Wan Guld?...
    - Lo conosco meglio degli spagnoli che ora serve.
    - Che uomo ?
    - Un vecchio soldato che ha guerreggiato a lungo nelle Fiandre  e  che
    porta uno dei pi grandi nomi della nobilt fiamminga. Un tempo era un
    valoroso  condottiero  di bande e forse,  a quest'ora,  avrebbe potuto
    aggiungere altri titoli a quello che porta,  se l'oro spagnolo non  lo
    avesse fatto diventare un traditore.
    - E' vecchio?
    - Deve avere ora cinquant'anni.
    -  Ma  pare  che  abbia ancora una fibra dura.  Si dice che sia il pi
    valoroso governatore che abbia la Spagna in queste colonie.
    - E' astuto come una volpe, energico come Montbars, e valoroso.
    - Allora in Maracaybo dobbiamo aspettarci una resistenza disperata.
    - Certo,  Pietro,  ma chi  potr  resistere  all'assalto  di  seicento
    filibustieri? Tu sai quanto valgono i nostri uomini.
    - Per le sabbie dell'Olonne!  - esclam il filibustiere. - L'ho veduto
    io come si sono battuti i ventotto uomini che affrontarono con  me  la
    squadra  di  Los Cayos.  E poi tu conosci ormai Maracaybo e saprai gi
    quale sar il lato debole della piazza.
    - Ti guider io, Pietro.
    - Ti trattiene nessun impegno qui?
    - Nessuno.
    - Nemmeno la tua fiamminga?
    - Mi aspetter, ne sono certo, - disse il Corsaro con un sorriso.
    - Dove l'hai ospitata?
    - Nella mia villa.
    - E tu dove andrai se la tua casa  occupata?...
    - Rimarr con te.
    - Ecco una fortuna che non m'aspettavo.  Cos concerteremo  meglio  la
    spedizione, assieme al Basco che verr a pranzare con me.
    - Grazie, Pietro. Partiremo adunque?
    - Domani all'alba. E' completo il tuo equipaggio?
    -  Mi mancano sessanta uomini,  essendo stato costretto a mandarne una
    trentina sul vascello di  linea  catturato  a  Maracaybo  ed  avendone
    perduti altrettanti nella lotta.
    -  Bah!...  Sar  facile  trovarne  altrettanti.  Tutti  ambiscono  di
    navigare con te e di montare la tua "Folgore".
    - S, quantunque io goda fama di essere uno spirito del mare.
    -  Per  le  sabbie  dell'Olonne!...   Sei  sempre  funebre   come   un
    fantasma!... Per non lo sarai di certo con la tua duchessa.
    - Forse, - rispose il Corsaro.
    Si era alzato, dirigendosi verso la porta.
    - Te ne vai di gi?... - chiese l'Olonese.
    -  S,  ho  qualche affare da sbrigare,  ma questa sera,  un po' tardi
    forse, mi trover qui. Addio, Pietro.
    - Addio, e bada che gli occhi della fiamminga non ti streghino.
    Il  Corsaro  era  gi  lontano.   Aveva  preso  un   altro   sentiero,
    inoltrandosi   nel  bosco  che  si  estendeva  dietro  la  cittadella,
    occupando buona parte dell'isola.  Superbe palme  dette  massimiliane,
    gigantesche  mauritie  dalle  grandi  foglie frastagliate e disposte a
    ventaglio,  intrecciavano le loro fronde con quelle degli  "jupati"  e
    delle  "boss"  dalle  foglie rigide come se fossero di zinco,  mentre
    sotto quei colossi della specie delle palme crescevano  a  profusione,
    senza  coltura,  le agave preziose che danno quel liquido,  piccante e
    dolciastro,  conosciuto sulle rive del golfo  messicano  col  nome  di
    aguamiele  e di "mezcal" se fermentato,  crespi di vaniglia selvatica,
    di pepe lungo e di pimento.
    Il Corsaro Nero,  per,  sempre assorto  nei  suoi  pensieri,  non  si
    arrestava  a guardare quella splendida vegetazione.  Affrettava sempre
    il passo, come se fosse impaziente di giungere in qualche luogo.
    Mezz'ora  dopo  egli  si  arrestava  bruscamente  sul  margine   d'una
    piantagione di canne alte,  dalla tinta giallo-rossiccia, che avevano,
    sotto i raggi del sole prossimo al tramonto,  dei riflessi di porpora,
    dalle  foglie  lunghe e cadenti verso il suolo,  strette attorno ad un
    fusto sottile che terminava in un bellissimo pennacchio bianco  adorno
    d'una frangia delicata e che aveva delle tinte varianti fra il ceruleo
    ed il biondo.  Era una piantagione di canne da zucchero,  gi giunte a
    completa maturazione.
    Il  Corsaro  sost  un  istante,   poi  si  cacci  fra  quei   fusti,
    attraversando  quel  tratto  di  terreno  coltivato e torn a fermarsi
    dall'altra parte dinanzi ad una graziosa abitazione che si ergeva  fra
    alcuni gruppi di palmizi, i quali la ombreggiavano interamente.
    Era   una  casettina  a  due  piani,   somigliante  a  quelle  che  si
    costruiscono anche oggid nel Messico,  colle pareti dipinte in rosso,
    adorne  di  quadretti  di  porcellana,  disposti a disegni ed il tetto
    coperto da una grande terrazza piena di vasi di fiori.
    Una smisurata "cuiera",  gigantesca pianta da  zucche  che  ha  foglie
    larghissime e numerosissime e che produce delle grosse frutta lucenti,
    d'un verde pallido, di forma sferica, grosse come poponi e che vuotate
    servono da vasi ai poveri indiani,  l'avvolgeva interamente,  coprendo
    persino le finestre e la terrazza.
    Dinanzi alla porta di quella abitazione,  Moko,  il colosso  africano,
    stava seduto,  fumando una vecchia pipa, regalo forse del suo amico il
    compare bianco.
    Il Corsaro stette un istante immobile,  guardando prima  le  finestre,
    poi la terrazza,  fece col capo un gesto d'impazienza,  poi si diresse
    verso l'africano che si era prontamente alzato.
    - Dove sono Carmaux e Wan Stiller? - gli chiese.
    - Sono andati al porto,  per vedere se c'erano degli ordini  da  parte
    vostra, - rispose il negro.
    - Che cosa fa la duchessa?
    - E' nel giardino.
    - Sola?...
    - Colle sue donne e coi paggi.
    - Che cosa sta facendo?...
    - Sta preparando la tavola per voi.
    - Per me?...  - chiese il Corsaro, mentre la fronte gli si rischiarava
    rapidamente,  come se un vigoroso colpo di vento  avesse  disperse  le
    nubi che la offuscavano.
    - Era certa che sareste venuto a cenare con lei.
    -  Veramente  m'aspettano  altrove,  per  preferisco la mia casa e la
    compagnia sua a quella dei filibustieri, - mormor.
    S'inoltr sotto la porta, infilando una specie di corridoio, adorno di
    vasi di fiori esalanti delicati profumi e usc dall'altra parte  della
    casa,  entrando  in un giardino spazioso e cintato di mura cos alte e
    solide, da metterlo al sicuro contro qualsiasi scalata.
    Se la casa era graziosa, il giardino era pittoresco.  Bellissimi viali
    formati  da  doppie  file di banani,  i quali colle loro grandi foglie
    dalla tinta verde cupo mantenevano l sotto una deliziosa  frescura  e
    gi  carichi  di  frutta  lucenti  e  in forma di grappoli enormi,  si
    estendevano in tutte le parti,  dividendo il terreno in tante  aiuole,
    dove crescevano i pi splendidi fiori dei tropici.
    Qua  e  l,  negli angoli,  torreggiavano delle splendide "persea" che
    producono delle frutta verdi,  grosse come un limone e  la  cui  polpa
    condita  con  "xres" e zucchero  buonissima;  delle "passiflore" che
    danno delle  frutta  squisite,  grosse  come  uova  di  anitre  e  che
    contengono  una  sostanza  gelatinosa  di  sapore  gratissimo;   delle
    graziose  "cumar"   dai   fiori   porporini   esalanti   un   profumo
    delicatissimo,  e  dei  cavoli  palmisti  gi irti delle loro mandorle
    colossali,  poich raggiungono la  lunghezza  di  sessanta  e  perfino
    ottanta centimetri.
    Il  Corsaro  infil  un viale e s'appress,  senza far rumore,  ad una
    specie di capannuccia,  formata da una "cuiera" grande  quanto  quella
    che  avvolgeva  la  casa e situata sotto la fitta ombra d'una "jupati"
    dell'Orenoco,   meravigliosa  palma  le  cui  foglie  raggiungono   la
    incredibile lunghezza di cinquanta piedi, ossia di undici metri e pi.
    Degli  sprazzi  di luce brillavano attraverso le foglie della cuiera e
    si udivano echeggiare delle risa argentine.
    Il Corsaro si era arrestato a breve distanza,  guardando fra il  folto
    fogliame.
    Una  tavola,  coperta  d'una  candida  tovaglia di Fiandra,  era stata
    preparata sotto quel pittoresco ricovero.
    Grandi mazzi di fiori,  dai profumi deliziosi,  erano  stati  disposti
    attorno  a  due  doppieri,  con  gusto  artistico,  ed attorno a delle
    piramidi di frutta squisite, di ananassi, di banani,  di noci di cocco
    verdi e di "aphuna",  specie di grosse pesche che si mangiano cucinate
    in acqua collo zucchero.
    La giovane duchessa stava accomodando i fiori  e  le  frutta,  aiutata
    dalle due meticce.
    Aveva  indossata  una  toeletta  azzurra  come il cielo,  con pizzi di
    Bruxelles,  che faceva spiccare doppiamente la bianchezza della pelle,
    e  maggiormente  risaltare i biondi capelli che teneva raccolti in una
    grossa treccia,  pendente sulle spalle.  Non  portava  indosso  nessun
    gioiello,  contrariamente all'abitudine delle ispano-americane, tra le
    quali era forse lungamente vissuta,  ma aveva il niveo collo cinto  da
    una doppia fila di grosse perle fermate con uno smeraldo.
    Il Corsaro Nero si era fermato a guardarla.  I suoi occhi,  animati da
    una viva fiamma, la osservavano attentamente,  seguendo le pi piccole
    mosse  di  lei.  Pareva  che  fosse stato abbagliato da quella nordica
    bellezza,  poich non osava quasi pi respirare,  per tema di  rompere
    quell'incanto.
    Ad  un  tratto fece un gesto,  urtando le foglie d'un piccolo palmizio
    che cresceva accanto alla capannuccia.
    La giovane fiamminga,  udendo stormire le foglie,  si volse e vide  il
    Corsaro.  Un  leggero  rossore tinse tosto le sue gote,  mentre le sue
    labbra si schiudevano ad un sorriso,  mostrando i suoi piccoli  denti,
    scintillanti come le perle che portava al collo.
    - Ah!... Voi, cavaliere!... - esclam allegramente.
    Poi,  mentre il Corsaro si levava galantemente il cappello, facendo un
    grazioso inchino, aggiunse:
    - V'aspettavo... guardate: la tavola  pronta per la cena.
    - M'aspettavate,  Honorata?  - chiese il Corsaro,  deponendo un  bacio
    sulla mano che ella le porgeva.
    -  La  vedete,   cavaliere.  Ecco  qui  un  pezzo  di  lamantino,  una
    schidionata d'uccelli e dei pesci di mare che altro non attendono  che
    di venir mangiati. Ho sorvegliato io stessa la cottura, sapete?
    - Voi duchessa?
    -  E perch vi stupisce?...  Le donne fiamminghe usano preparare colle
    loro mani i cibi agli ospiti ed ai mariti.
    - E m'aspettavate?
    - S, cavaliere.
    - Pure,  non vi avevo detto che avrei avuto l'invidiabile  fortuna  di
    cenare con voi.
    -  E'  vero,  ma  il  cuore delle donne talvolta indovina l'intenzione
    degli uomini,  ed il mio diceva che voi sareste venuto questa sera,  -
    diss'ella, tornando ad arrossire.
    -  Signora - disse il Corsaro,  - avevo promesso ad uno dei miei amici
    di attendermi a cena, ma vivaddio pu aspettarmi finch vorr,  perch
    non rinuncer al piacere di passare la serata con voi.  Chiss!  Forse
    sar l'ultima volta che noi ci vedremo.
    - Che cosa dite, cavaliere? - chiese la giovane,  trasalendo.  - Forse
    che il Corsaro Nero ha fretta di riprendere il mare?... Ritorna appena
    ora  da  un'ardita  spedizione  e  vuol  gi correre in cerca di nuove
    avventure?... Non sa dunque che sul mare pu attenderlo la morte?...
    - Lo so, signora, ma il destino mi spinge ancora lontano e vi andr.
    - E nulla potr trattenervi?... - chiese ella con voce tremula.
    - Nulla, - rispose egli con un sospiro.
    - Nessuna affezione?
    - No.
    - Nessuna amicizia? - domand la giovane, con crescente ansiet.
    Il Corsaro,  che era ridiventato cupo,  stava per pronunciare  qualche
    altra risposta negativa, ma si trattenne, ed offrendo alla giovane una
    sedia, disse:
    -  Accomodatevi,  signora,  la cena si raffredder e mi rincrescerebbe
    non far onore a questi cibi, preparati dalle vostre belle mani.
    Si  sedettero  l'una  di  fronte  all'altro,  mentre  le  due  meticce
    cominciavano a servire.  Il Corsaro era diventato amabilissimo, e, pur
    mangiando,  parlava  volentieri,  sfoggiando  molto  spirito  e  molta
    cortesia.  Usava  alla  giovane  duchessa delle gentilezze di perfetto
    gentiluomo,  la informava sugli usi e sui costumi dei  filibustieri  e
    dei bucanieri,  delle loro prodigiose gesta,  delle loro straordinarie
    avventure; le narrava storie di battaglie, d'abbordaggi,  di naufragi,
    d'antropofagi  ma  senza  mai  fare  la  minima  allusione  alla nuova
    spedizione che stava per intraprendere in compagnia dell'Olonese e del
    Basco.
    La giovane fiamminga lo ascoltava sorridendogli ed  ammirando  il  suo
    spirito,  la  sua  insolita  loquacit  e la sua amabilit,  senza mai
    staccargli gli occhi dal viso.  Pareva per preoccupata da un costante
    pensiero e da una curiosit invincibile, perch rispondendogli tornava
    sempre sull'argomento della spedizione.
    Le  tenebre  erano  calate  da  due  ore e la luna era sorta dietro le
    boscaglie quando il Corsaro si alz.  Solamente in quel momento si era
    ricordato  che  l'Olonese  ed  il  Basco  lo  aspettavano  e che prima
    dell'alba doveva completare l'equipaggio della "Folgore".
    - Come il tempo  vola  presso  di  voi,  signora!  -  disse.  -  Quale
    misterioso  fascino possedete,  per farmi dimenticare che avevo ancora
    dei gravi affari da terminare?...  Credevo che fossero appena otto ore
    e sono invece le dieci.
    -  Credo  che  sia  stato  il piacere di riposarvi un po' nella vostra
    casa, dopo tante scorrerie sul mare, cavaliere, - disse la duchessa.
    - O i vostri begli occhi e la vostra piacevole compagnia, invece?
    - In tal caso,  cavaliere,  sar stata la vostra compagnia che mi avr
    fatto  passare  alcune ore deliziose...  e chiss se ne godremo ancora
    assieme, in questo poetico giardino,  lontani dal mare e dagli uomini,
    - aggiunse ella, con una profonda amarezza.
    - Talora la guerra uccide, ma talvolta la fortuna risparmia.
    - La guerra!...  ed il mare,  non lo contate voi?  La vostra "Folgore"
    non vincer sempre le onde del Gran Golfo.
    - La mia nave non teme la tempesta, quando sono io che la guido.
    - E cos, tornate presto sul mare?
    - Domani all'alba, signora.
    - Appena sbarcato pensate a fuggire; si direbbe che la terra vi faccia
    paura.
    - Io amo il mare,  duchessa,  e poi non sar rimanendo qui  che  potr
    incontrare il mio mortale nemico.
    - Avete sempre lui fisso nel pensiero!...
    - Sempre, e quel pensiero non si spegner che colla mia vita.
    - E per andarlo a combattere che partite?...
    - Forse.
    - E andrete?...  - chiese la giovane, con un'ansiet che non sfuggi al
    Corsaro.
    - Non ve lo posso dire, signora.  Io non posso tradire i segreti della
    filibusteria.  Non  devo  dimenticare che voi,  fino a pochi giorni or
    sono,   eravate  ospite  degli  spagnoli  di  Vera-Cruz  e  che  avete
    conoscenze anche a Maracaybo.
    La  giovane  fiamminga aggrott la fronte,  guardando il Corsaro cogli
    occhi oscuri.
    - Diffidate di me? - chiese, con tono di dolce rimprovero.
    - No,  signora.  Dio mi guardi dal sospettare  di  voi,  ma  io  debbo
    obbedire alle leggi della filibusteria.
    -  Mi  sarebbe  assai  rincresciuto  che il Corsaro Nero avesse potuto
    dubitare di me. L'ho conosciuto troppo leale e troppo gentiluomo.
    - Grazie della vostra buona opinione, signora.
    Si era messo il cappello in capo e s'era  gettato  il  ferraiuolo  sul
    braccio,  ma  pareva  che  non  trovasse  il  momento per decidersi ad
    andarsene. Era rimasto in piedi dinanzi alla giovane cogli occhi fissi
    su di lei ed il volto melanconico.
    - Voi avete qualche cosa da dirmi,   vero,  cavaliere?  -  chiese  la
    duchessa.
    - S, signora.
    - E' una cosa cos grave da imbarazzarvi?
    - Forse.
    - Parlate, cavaliere.
    - Vorrei chiedervi se durante la mia assenza voi lascerete l'isola.
    - E se cos facessi?... - chiese la giovane.
    - Mi rincrescerebbe, signora, se al mio ritorno non vi trovassi pi
    - Ah!...  E perch, cavaliere? - chiese ella, sorridendo ed arrossendo
    ad un tempo.
    - Io non lo so il perch,  ma sento che sarei cos felice  se  potessi
    passare un'altra sera come questa,  assieme a voi. Mi compenserebbe di
    tante sofferenze che dai lontani paesi  d'oltremare  trascino  con  me
    sulle acque americane.
    -  Ebbene,  cavaliere,  se  a  voi rincrescerebbe di non trovarmi,  vi
    confesso che anch'io non sarei lieta se non dovessi mai  pi  rivedere
    il  Corsaro  Nero,  - disse la giovane duchessa abbassando il capo sul
    seno e chiudendo gli occhi.
    - Allora voi mi attenderete?... - chiese il Corsaro con impeto.
    - Farei di pi, se me lo permetteste.
    - Parlate, signora.
    - Vi chiederei ancora una  volta  ospitalit,  a  bordo  della  vostra
    Folgore.
    Il Corsaro si era lasciato sfuggire un moto di gioia, ma di improvviso
    divenne tetro.
    - No...  impossibile, - disse poi con fermezza.
    - Vi sarei forse d'impaccio?
    -  No,  ma non  permesso ai filibustieri,  allorch intraprendono una
    spedizione,  di condurre con loro alcuna donna.  E' bens vero che  la
    "Folgore"  mia, che io sono padrone assoluto a bordo del mio legno ed
    a nessuno soggetto, pure...
    - Continuate, - disse la duchessa, che era diventata triste.
    - Io non lo so il perch, signora, ma io avrei paura di vedervi ancora
    a bordo della mia nave. E' il presentimento d'una disgrazia che io non
    posso  prevedere  o  qualche  cosa di peggio?...  Vedete: voi mi avete
    fatta quella domanda ed il mio cuore, invece di sussultare, ha provato
    una fitta crudele e poi,  guardatemi: non sono pallido pi del  solito
    io?...
    -  E'  vero!  - esclam la duchessa con ispavento.  - Dio mio!...  Che
    questa spedizione vi possa essere fatale?...
    - Chi pu leggere nell'avvenire?...  Signora,  lasciatemi partire.  In
    questo momento io soffro,  senza poterne indovinare il motivo.  Addio,
    signora,  e se dovessi inabissarmi colla mia nave nei baratri del Gran
    Golfo o morire sulla breccia con una palla od un ferro nel petto,  non
    dimenticate troppo presto il Corsaro Nero!
    Ci detto usc a rapidi passi, senza volgersi indietro, come se avesse
    avuto timore a trattenersi ancora col, e, attraversato il giardino ed
    il corridoio,  si cacci  nel  bosco  dirigendosi  verso  l'abitazione
    dell'Olonese.













    18.
    L'ODIO DEL CORSARO NERO.

    All'indomani,  appena sorto il sole,  coll'alta marea,  fra il rullare
    dei tamburi,  il suono dei pifferi,  i colpi di fucile  dei  bucanieri
    della  Tortue  e  gli  hurr  strepitosi  dei  filibustieri delle navi
    ancorate,   la  spedizione  usciva  dal  porto,   sotto   il   comando
    dell'Olonese, del Corsaro Nero e di Michele il Basco.
    Si  componeva di otto navi fra grandi e piccole,  armate di ottantasei
    cannoni, dei quali sedici imbarcati sul vascello dell'Olonese e dodici
    sulla "Folgore",  e di seicentocinquanta  uomini  fra  filibustieri  e
    bucanieri.
    La  "Folgore",  essendo il veliero pi veloce,  navigava in testa alla
    squadra, dovendo servire da esploratore.
    Sul corno della maestra ondeggiava la bandiera nera a fregi d'oro  del
    suo  comandante e sulla cima dell'alberetto il gran nastro rosso delle
    navi da combattimento;  dietro venivano gli altri legni su una  doppia
    linea,  ma  distanziati  tanto  da  poter  manovrare liberamente senza
    pericolo di urtarsi o di tagliarsi reciprocamente la via.
    La  squadra,  uscita  al  largo,  si  diresse  verso  occidente,   per
    raggiungere  il  canale  di  Sopravvento,  per  poi  sboccare nel Mare
    Caraybo.
    Il tempo era splendido,  il mare tranquillo ed  il  vento  favorevole,
    soffiando  dal nord-est,  sicch tutto faceva sperare una tranquilla e
    rapida navigazione fino a Maracaybo,  tanto  pi  che  i  filibustieri
    erano  stati avvertiti che la flotta dell'ammiraglio Toledo si trovava
    in quell'epoca sulle  coste  dell'Yucatn,  in  rotta  pei  porti  del
    Messico.
    Dopo due giorni,  la squadra,  senza aver fatto alcun incontro,  stava
    per  doppiare  il  Capo  dell'Engano,  quando  dalla  "Folgore",   che
    veleggiava  sempre  in testa,  fu dato il segnale della presenza d'una
    nave nemica, veleggiante verso le coste di San Domingo.
    L'Olonese,  che era stato nominato comandante supremo,  ordin tosto a
    tutte  le  navi  di  mettersi  in  panna e di raggiungere colla sua la
    "Folgore", la quale gi si preparava a mettersi in caccia.
    Al di l del capo,  un vascello che portava sul picco della  randa  il
    grande stendardo di Spagna e sull'alberetto di maestra il lungo nastro
    delle  navi  da  guerra,  veleggiava lungo la costa,  come se cercasse
    qualche rifugio,  avendo forse gi  scorta  la  poderosa  squadra  dei
    filibustieri.
    L'Olonese  avrebbe  potuto  farlo  circondare  dalle  sue  otto navi e
    costringerlo alla resa,  o farlo affondare con una  sola  bordata,  ma
    quei  fieri  corsari  avevano  delle magnanimit incomprensibili,  per
    essere ladri di mare, e davvero ammirabili.
    Assalire  un  nemico   con   forze   superiori   lo   reputavano   una
    vigliaccheria,  indegna  d'uomini  forti  come  si  credevano,  e  con
    ragione, e sdegnavano di abusare della loro possanza.
    L'Olonese fece segnalare al Corsaro Nero di mettersi in panna al  pari
    delle  altre  navi  e mosse arditamente incontro al vascello spagnolo,
    intimandogli la resa incondizionata o la lotta,  e facendo gridare dai
    suoi uomini di prora che qualunque fosse stato l'esito della pugna, la
    sua squadra non si sarebbe mossa.
    Il vascello,  che si reputava gi perduto, non potendo avere la menoma
    speranza di uscire vittorioso contro le forze cos  schiaccianti,  non
    si fece ripetere due volte l'intimazione, pure, invece di ammainare lo
    stendardo,  il  suo  comandante  lo  fece  inchiodare sul corno e come
    risposta scaric  contro  la  nave  nemica  i  suoi  otto  cannoni  di
    tribordo,  facendo  cos  comprendere che non si sarebbe arreso se non
    dopo un'ostinata resistenza.
    La battaglia si era impegnata d'ambe le parti con  grande  vigore.  La
    nave   spagnola   aveva  sedici  cannoni,   ma  soli  sessanta  uomini
    d'equipaggio;  1'0lonese aveva altrettante bocche da fuoco e un numero
    doppio di uomini fra i quali molti bucanieri, formidabili bersaglieri,
    che decidevano presto le sorti della pugna coll'infallibilit dei loro
    grossi fucili.
    La  squadra,  dal  canto suo,  si era messa in panna,  obbediente agli
    ordini del fiero filibustiere di non intervenire.  I  soli  equipaggi,
    schierati sulle tolde,  assistevano,  come tranquilli spettatori, alla
    lotta, ben prevedendo per che il vascello spagnolo avrebbe finito per
    soccombere in quella pugna impari per la sproporzione di forze.
    Gli spagnoli, quantunque cos poco numerosi, si difendevano con vigore
    supremo.  Le loro  artiglierie  tuonavano  furiosamente,  tentando  di
    disalberare  e di rasare come un pontone la nave corsara,  che cercava
    di abbordarli. Alternavano scariche di mitraglia e palle e sviavano di
    bordo per presentare la prora,  onde non farsi speronare  e  ritardare
    pi  che  era  possibile  il contatto,  essendosi di gi accorti della
    preponderanza numerica degli avversari.
    L'Olonese,  reso furioso da quella resistenza ed impaziente di finirla
    tentava  tutti i mezzi per abbordarli,  ma non ne veniva a capo ed era
    costretto a riprendere il largo per non farsi sterminare gli uomini da
    quella grandine di mitraglia.
    Quel duello formidabile fra le artiglierie delle due  navi  dur,  con
    grave danno delle alberature e delle vele,  tre lunghe ore,  senza che
    il  grande  stendardo  di  Spagna  venisse  ammainato.   Sei  volte  i
    filibustieri  erano montati all'abbordaggio ed altrettante volte erano
    stati respinti da quei sessanta valorosi, ma alla settima riuscirono a
    porre i piedi sulla tolda della nave nemica ed a calare la bandiera.
    Quella vittoria,  di lieto augurio per la grande impresa,  fu salutata
    dai  filibustieri  della  squadra con fragorosi hurr,  tanto pi che,
    durante  quel  combattimento,   la  "Folgore",   spintasi  entro   una
    insenatura,  era  riuscita a scovare un altro legno spagnolo armato di
    otto cannoni ed a catturarlo dopo breve resistenza.
    Visitate le due navi predate,  si constat che la  maggiore  aveva  un
    carico  prezioso,  parte  in  merci di grande valore e parte in verghe
    d'argento;  e la seconda,  di  polvere  e  di  fucili  destinati  alla
    guarnigione spagnola di San Domingo.
    Sbarcati  i  due  equipaggi  sulla  costa,  non volendo tenere a bordo
    prigionieri,  ed accomodati  i  guasti  subiti  dalle  alberature,  la
    squadra,  sul  cadere  del giorno,  si rimetteva alla vela dirigendosi
    verso la Giamaica.
    La "Folgore" aveva ripreso il suo posto all'avanguardia essendo,  come
    fu detto,  la miglior veliera, mantenendosi ad una distanza di quattro
    o cinque miglia.
    Al Corsaro Nero premeva di esplorare il mare a  grande  distanza,  per
    tema  che  qualche nave spagnola potesse accorgersi della direzione di
    quella poderosa squadra,  e corresse a darne l'annuncio al governatore
    di Maracaybo o all'ammiraglio Toledo.
    Per essere certo del fatto suo,  non abbandonava quasi mai il ponte di
    comando,  accontentandosi di  dormire  in  coperta,  avvolto  nel  suo
    ferraiuolo e coricato su un seggiolone di bamb.
    Tre giorni dopo la presa dei due vascelli,  la "Folgore", avvistate le
    coste della Giamaica,  faceva l'incontro del  vascello  di  linea  che
    aveva  abbordato  presso  Maracaybo  e  che  durante la tempesta aveva
    cercato un rifugio alla base di quella isola.
    Era ancora privo dell'albero maestro,  per il  suo  equipaggio  aveva
    rinforzati  gli  alberi di mezzana e di trinchetto,  spiegate tutte le
    vele di ricambio trovate  a  bordo  e  s'affrettava  a  guadagnare  la
    Tortue, per tema di venire sorpreso da qualche nave spagnola.
    Il Corsaro Nero,  informatosi della salute dei feriti, che aveva fatti
    ricoverare nelle corsie del vascello,  prosegu la sua rotta verso  il
    sud, ansioso di giungere all'entrata del Golfo di Maracaybo.
    Quella traversata del Mar Caraybo si comp senza incidenti,  essendosi
    il  mare  mantenuto  costantemente  tranquillo,   e   la   notte   del
    quattordicesimo giorno da che la squadra aveva lasciata la Tortue,  il
    Corsaro avvistava la punta di Paraguana,  indicata da un piccolo  faro
    destinato ad avvertire i naviganti della bocca del piccolo Golfo.
    - Finalmente!... - esclam il filibustiere, mentre una cupa fiamma gli
    animava  lo sguardo.  - Domani forse l'assassino dei miei fratelli non
    sar pi fra il numero dei viventi.
    Chiam Morgan,  che era allora salito in coperta  pel  suo  quarto  di
    guardia, dicendogli:
    -  Che  nessun  lume  venga acceso a bordo questa notte,  tale essendo
    1'ordine dato dall'Olonese.  Gli spagnoli non devono accorgersi  della
    presenza  della  squadra  o  domani non troveremo nella citt una sola
    piastra.
    - Dovremo fermarci qui all'entrata del Golfo?...
    - No,  tutta la squadra si avanzer verso la bocca del lago e  domani,
    all'alba, piomberemo improvvisamente su Maracaybo.
    - Prenderanno terra i nostri uomini?
    - S, assieme ai bucanieri dell'Olonese. Mentre la flotta bombarder i
    forti dal lato del mare,  noi li assaliremo dalla parte di terra, onde
    impedire al governatore di fuggire a Gibraltar.  Che all'alba tutte le
    scialuppe da sbarco siano pronte e armate di spingarde.
    - Va bene, signore.
    - D'altronde,  - aggiunse il Corsaro, - sar sul ponte anch'io; scendo
    nel quadro a indossare la corazza di combattimento.
    Lasci il ponte e scese nel salotto  per  passare  nella  sua  cabina.
    Stava  per  aprire  la  porta  della sua stanzetta,  quando un profumo
    delicatissimo, a lui ben noto, giunse improvvisamente fino a lui.
    - E' strano!... - esclam, arrestandosi stupito.  - Se non fossi certo
    di avere lasciata la fiamminga alla Tortue, giurerei che  venuta qui.
    Si  guard intorno,  ma l'oscurit era completa,  essendo stati spenti
    tutti i lumi;  pure gli parve di vedere,  in un  angolo  del  salotto,
    appoggiata  ad  una delle ampie finestre che guardavano sul mare,  una
    forma biancastra.
    Il Corsaro era coraggioso;  per al pari di tutti gli uomini  di  quei
    tempi  era  pure  un  po'  superstizioso e nello scorgere quell'ombra,
    immobile in quell'angolo,  si sent bagnare la fronte da alcune stille
    di sudore freddo.
    - Che sia 1'ombra del Corsaro Rosso?...  - mormor, retrocedendo verso
    la parte opposta.  - Che venga a ricordarmi il giuramento  pronunziato
    quella  notte,   su  queste  acque?...  Forse  che  la  sua  anima  ha
    abbandonati gli abissi del Golfo, dove riposava?...
    Subito per ebbe quasi vergogna  di  aver  avuto,  lui  cos  fiero  e
    coraggioso,   un   istante  di  superstiziosa  paura  e,   snudata  la
    misericordia che portava alla cintola, si fece innanzi, dicendo:
    - Chi siete voi?... Parlate o vi uccido.
    - Io, cavaliere,  - rispose una voce dolce che fece trasalire il cuore
    del Corsaro.
    - Voi!... - esclam egli fra lo stupore e la gioia. - Voi, signora?...
    Voi qui,  sulla mia "Folgore",  mentre vi credevo alla Tortue? Sono io
    forse?...
    - No, cavaliere, - rispose la giovane fiamminga.
    Il  Corsaro  si  era  precipitato   innanzi,   lasciando   cadere   la
    misericordia ed aveva tese le braccia verso la duchessa, mentre le sue
    labbra le sfioravano rapidamente i pizzi dell'alto collare.
    - Voi qui!... - ripet con una voce che aveva un tremito. - Ma da dove
    siete uscita voi?... Come vi trovate sul mio vascello?
    - Non lo so... - rispose la duchessa, con accento imbarazzato.
    - Via, parlate, signora.
    - Ebbene... ho voluto seguirvi.
    - Allora voi mi amate?... Ditemelo;  vero, signora?...
    - S, - mormor ella con un filo di voce.
    - Grazie... ora posso sfidare la morte senza paura.
    Aveva  estratto  l'acciarino  e  l'esca  ed  aveva  acceso un doppiere
    collocandolo per in un angolo del salotto, in modo che la luce non si
    proiettasse sulle acque del mare.
    La  giovane  fiamminga  non  aveva  abbandonata  la  finestra.   Tutta
    rinchiusa  in  un  ampio  accappatoio  bianco  adorno di pizzi,  colle
    braccia  strette  al  seno,  come  se  volesse  comprimere  i  palpiti
    precipitati  del  cuore ed il vezzoso capo inclinato su di una spalla,
    guardava, con quei grandi occhi scintillanti, il Corsaro che gli stava
    ritto dinanzi,  non pi pallido n pi tetro e meditabondo,  poich un
    sorriso  di felicit infinita si delineava sulle labbra del fiero uomo
    di mare.
    Si guardarono in silenzio per alcuni istanti,  come se fossero  ancora
    stupiti  di  quella  confessione  di  reciproca affezione,  lungamente
    sospirata da entrambi  forse,  ma  non  cos  presto  attesa:  poi  il
    Corsaro,  prendendo  la  giovanetta per una mano e facendola sedere su
    d'una sedia, presso il doppiere, le disse:
    - Ora mi direte,  signora,  per opera di quale miracolo voi vi trovate
    qui,  mentre io vi ho lasciata alla Tortue,  nella mia casa. Io stento
    ancora a credere a tanta felicit.
    - Ve lo dir, cavaliere, quando voi mi avrete data la vostra parola di
    perdonare ai miei complici.
    - Ai vostri complici?
    - Comprenderete che da sola non avrei potuto  imbarcarmi  di  nascosto
    sulla  vostra  nave  e  starmene  rinchiusa  quattordici giorni in una
    cabina.
    -  Nulla  potrei  rifiutare  a  voi,  signora;   e  coloro  che  hanno
    disobbedito  ai  miei  ordini,  ma  che  nello  stesso  tempo mi hanno
    preparata una cos deliziosa sorpresa,  sono  gi  perdonati.  I  loro
    nomi, signora.
    - Wan Stiller, Carmaux ed il negro.
    - Ah!... Essi!... - esclam il Corsaro. - Avrei dovuto sospettarlo!...
    Ma come avete potuto ottenere la loro cooperazione?...  I filibustieri
    che disobbediscono ai comandi dei loro capi, si fucilano, signora.
    - Erano convinti di non fare un dispiacere al loro comandante,  perch
    si erano accorti che voi, cavaliere, segretamente mi amavate.
    - E come hanno fatto ad imbarcarvi?...
    -  Vestita da marinaio,  di notte,  assieme ad essi,  affinch nessuno
    potesse accorgersi della mia presenza.
    - E vi hanno nascosta in una di queste cabine?  - chiese  il  Corsaro,
    sorridendo.
    - In quella attigua alla vostra.
    - E quei bricconi, dove si sono cacciati?...
    -  Sono sempre rimasti nascosti nella stiva,  per venivano a trovarmi
    di frequente per portarmi dei viveri che sottraevano alla dispensa del
    cuciniere.
    - I volponi!...  Quanta affezione in questi ruvidi uomini!...  Sfidano
    la morte per veder felici i loro capi,  eppure...  chiss quanto potr
    durare questa felicit! - aggiunse poi, con accento quasi triste.
    - E perch, cavaliere?... - chiese la giovane con inquietudine.
    - Perch fra due ore l'alba sorger ed io dovr lasciarvi.
    -  Cos  presto?...   Ci  siamo  appena  veduti  che  gi  pensate  di
    allontanarvi!... - esclam la fiamminga, con doloroso stupore.
    -  Appena  il  sole  spunter  sull'orizzonte,   in  questo  golfo  si
    combatter una delle  pi  tremende  lotte  che  abbiano  impegnati  i
    corsari della Tortue.  Ottanta bocche da fuoco tuoneranno senza tregua
    contro i forti che difendono il mio mortale nemico e  seicento  uomini
    si slanceranno all'assalto,  decisi a vincere od a morire;  ed io,  lo
    potete immaginare, sar alla loro testa per guidarli alla vittoria.
    - Ed a sfidare la morte!...  - esclam la duchessa con terrore.  -  Se
    una palla vi colpisse?...
    - La vita degli uomini  nelle mani di Dio, signora.
    - Ma voi mi giurerete di essere prudente.
    - Sar impossibile. Pensate che sono due anni che io attendo l'istante
    per punire quell'infame.
    - Che cosa pu aver fatto quell'uomo, perch voi nutriate verso di lui
    odio cos implacabile?...
    -  Mi  ha  ucciso  tre  fratelli,  ve  lo  dissi,  e commise un infame
    tradimento.
    - Quale?...
    Il Corsaro non rispose. Si era messo a passeggiare pel salotto,  colla
    fronte  aggrottata,  lo  sguardo  torvo  e le labbra contratte.  Ad un
    tratto s'arrest,  retrocesse lentamente  verso  la  giovane,  che  lo
    osservava con una viva angoscia dipinta sul viso e sedendosi accanto a
    lei disse:
    - Ascoltatemi e giudicherete se il mio odio sia giustificato.
    Sono trascorsi dieci anni da quell'epoca, ma ricordo tutto come fosse
    ieri.
    Era  scoppiata  la  guerra  del  1686 fra la Francia e la Spagna,  pel
    possesso delle Fiandre. Luigi Quattordicesimo, assetato di gloria, nel
    fiore della  sua  potenza,  volendo  schiacciare  il  suo  formidabile
    avversario,  che  tante  vittorie  aveva  gi  riportate  sulle truppe
    francesi,  aveva invase arditamente le provincie che il terribile duca
    d'Alba aveva conquistate e domate col ferro e col fuoco.
    In   quell'epoca,   esercitando   Luigi  Quattordicesimo  una  grande
    influenza sul Piemonte, aveva chiesto soccorso al duca Vittorio Amedeo
    Secondo,  il quale non aveva potuto rifiutarsi dal mandargli  tre  dei
    suoi  pi  agguerriti  reggimenti:  quelli  d'Aosta,  di Nizza e della
    Marina.
    In quest'ultimo,  in qualit d'ufficiali,  servivamo io ed i miei tre
    fratelli,  il  maggiore dei quali non contava che trentadue anni ed il
    minore che doveva pi tardi  diventare  il  Corsaro  Verde,  solamente
    venti.
    Recatisi   nelle   Fiandre,   i   nostri   reggimenti  si  erano  gi
    valorosamente battuti pi volte al passaggio della Schelda, a Gand,  a
    Tournay, coprendosi ovunque di gloria.
    Le armi alleate dovunque avevano trionfato,  respingendo gli spagnoli
    verso Anversa,  quando un bel giorno,  o meglio un brutto giorno,  una
    parte  del nostro reggimento Marina,  essendosi spinto verso le bocche
    della Schelda per occupare una rocca abbandonata dal nemico,  si trov
    improvvisamente  assalito  da  tale  numero  di  spagnoli,  da  essere
    costretto ad asserragliarsi pi che in fretta entro le mura,  salvando
    a grande stento le artiglierie.
    Fra i difensori c'eravamo noi quattro.
    Tagliati fuori dall'esercito francese,  accerchiati da tutte le parti
    da un nemico dieci volte pi numeroso e risoluto  a  riconquistare  la
    rocca,  che per lui era di grande importanza,  essendo la chiave d'uno
    dei principali bracci della Schelda, non avevamo altra alternativa che
    di arrenderci o morire.  Di resa  nessuno  ne  parlava,  anzi  avevamo
    giurato di farci seppellire sotto le rovine, piuttosto di abbassare la
    gloriosa bandiera dei prodi duchi di Savoia.
    Al  comando del reggimento,  Luigi Quattordicesimo aveva,  non saprei
    per quale motivo,  destinato un vecchio duca fiammingo,  che si diceva
    godesse fama di valoroso ed esperimentato guerriero. Essendosi trovato
    colle nostre compagnie, il giorno in cui eravamo stati sorpresi, aveva
    assunta la direzione della difesa.
    La lotta era cominciata con pari furore d'ambo le parti.
    Ogni giorno le artiglierie nemiche ci rovinavano i bastioni,  e tutte
    le mattine eravamo in grado di resistere, poich alla notte riparavamo
    frettolosamente i guasti.
    Per quindici giorni e quindici notti gli assalti si succedettero  con
    gravi   perdite   d'ambo  le  parti.   Ad  ogni  intimazione  di  resa
    rispondevamo a colpi di cannone.
    Mio fratello maggiore era  diventato  l'anima  della  difesa.  Prode,
    gagliardo,   destro  nel  maneggio  di  tutte  le  armi,  dirigeva  le
    artiglierie e le fanterie,  sempre primo negli attacchi,  ultimo nelle
    ritirate.
    Il  valore  di  quel  bel guerriero aveva fatto nascere nel cuore del
    comandante fiammingo una sorda gelosia, che doveva pi tardi avere per
    noi tutti fatali conseguenze.
    Quel miserabile, dimenticando che aveva giurato fedelt alla bandiera
    del duca e che  macchiava  uno  dei  pi  bei  nomi  dell'aristocrazia
    fiamminga  segretamente  s'accordava  cogli spagnoli per farli entrare
    nella rocca a tradimento.  Una carica  di  governatore  nelle  colonie
    d'America  ed  una  grossa  somma  di denaro dovevano essere il prezzo
    dell'ignominioso patto.  Una notte,  seguito da alcuni fiamminghi suoi
    parenti,  apriva una delle pusterle,  lasciando il passo ai nemici che
    si erano furtivamente avvicinati alla rocca.
    Mio fratello maggiore,  che vegliava poco lontano con alcuni soldati,
    accortosi  dell'entrata  degli spagnoli,  si precipita incontro a loro
    dando l'allarme,  ma il traditore lo aspettava dietro l'angolo  di  un
    bastione con due pistole in mano.
    Mio  fratello cadde ferito a morte ed i nemici entrarono furiosamente
    in citt.  Combattemmo per le vie,  nelle case,  ma invano.  La  rocca
    cadde  e  noi  potemmo  appena  salvarci  con  pochi  fidi  e  con una
    precipitosa ritirata a Coutray.
    Ditemi signora, avreste voi perdonato a quell'uomo?.
    - No, - rispose la duchessa.
    - E non  perdonammo  noi  infatti.  Avevamo  giurato  di  uccidere  il
    traditore  e  di  vendicare  nostro  fratello,  e cessata la guerra lo
    cercammo a lungo, nelle Fiandre prima ed in Spagna poi.
    Saputo che era stato nominato governatore  di  una  delle  pi  forti
    citt delle colonie d'America, io ed i miei fratelli minori, armati di
    tre  legni,   salpammo  pel  Gran  Golfo,  divorati  da  un  desiderio
    insaziabile di punire, presto o tardi, il traditore.
    Diventammo corsari.  Il Corsaro Verde,  pi impetuoso e meno esperto,
    volle  tentare  la  sorte,  cadde invece nelle mani del nostro mortale
    nemico e fu ignominiosamente appiccato come un  volgare  ladrone;  poi
    tent la sorte il Corsaro Rosso e non ebbe miglior fortuna. I miei due
    fratelli,  da me sottratti alla forca,  riposano in mare ove attendono
    la mia vendetta,  e se Dio m'aiuta,  fra due ore,  il  traditore  sar
    nelle mie mani.
    - E che cosa farete di lui?
    -  Lo  appiccher,  signora,  - rispose freddamente il Corsaro.  - Poi
    sterminer quanti hanno la sventura di portare il suo  nome.  Egli  ha
    distrutta  la  mia  famiglia;  io distrugger la sua.  L'ho giurato la
    notte che il Corsaro Rosso scendeva negli abissi del mare  e  manterr
    la parola.
    - Ma dove ci troviamo noi? Qual  la citt che governa quell'uomo.
    - Lo saprete presto.
    - Ma il suo nome? - chiese la duchessa, con angoscia.
    - Vi preme saperlo?...
    La  giovane fiamminga aveva portato alla fronte un fazzoletto di seta.
    Forse quella bella fronte,  in quel momento,  era coperta di stille di
    freddo sudore.
    - Non so,  - disse,  con voce rotta.  - In mia giovent, mi parve aver
    udito raccontare,  da alcuni uomini d'armi che servivano mio padre una
    storia che somiglia a quella che voi mi avete or ora narrata.
    -  E'  impossibile,  - disse il Corsaro.  - Voi non siete mai stata in
    Piemonte.
    - No, mai; ma vi prego, ditemi il nome di quell'uomo.
    - Ebbene, ve lo dir: egli  il duca Wan Guld...
    Nel medesimo istante un colpo di cannone si ud rombare fragorosamente
    sul mare.
    Il Corsaro Nero si era slanciato fuori del salotto, gridando:
    - L'alba!...
    La giovane fiamminga non aveva fatto alcun moto per trattenerlo. Aveva
    portato ambe le mani al capo,  con un gesto di disperazione,  poi  era
    piombata sul tappeto, senza mandare un solo grido, come se fosse stata
    improvvisamente fulminata.

    19.
    L'ASSALTO DI MARACAYBO.

    Quel  colpo  di cannone era stato sparato dalla nave dell'Olonese,  la
    quale era passata all'avanguardia, mettendosi in panna a due miglia da
    Maracaybo,  dinanzi al forte situato su di un'altura e che  assieme  a
    due isole difendeva la citt.
    Alcuni  filibustieri,  che  erano gi stati nel Golfo di Maracaybo col
    Corsaro Verde e col Rosso,  avevano consigliato l'Olonese di  sbarcare
    col  i  bucanieri,  per prendere fra due fuochi il forte che dominava
    l'entrata del lago,  ed il filibustiere si era affrettato  a  dare  il
    segnale delle operazioni guerresche.
    Con  rapidit  prodigiosa,  tutte  le scialuppe delle dieci navi erano
    state calate in mare e  i  bucanieri  e  i  filibustieri  destinati  a
    sbarcare  vi  si  erano  affollati,  portando  con  loro i fucili e le
    sciabole d'abbordaggio.
    Quando il Corsaro Nero  giunse  sul  ponte,  Morgan  aveva  gi  fatto
    scendere   nelle   scialuppe   sessanta  uomini,   scelti  tra  i  pi
    intraprendenti ed i pi robusti.
    - Comandante,  - disse rivolgendosi al Corsaro Nero,  - non  vi    un
    istante da perdere. Fra pochi minuti gli uomini da sbarco cominceranno
    l'attacco  del  forte ed i nostri filibustieri devono essere i primi a
    montare all'assalto.
    - Ha mandato qualche ordine l'Olonese?...
    - S,  signore.  Ha comandato alla flotta di non esporsi al fuoco  del
    forte.
    - Sta bene, affido a voi il comando della mia "Folgore".
    Indoss  rapidamente  la  corazza di combattimento,  che un mastro gli
    aveva recata, e scese nella grande scialuppa che lo aspettava sotto la
    scala di babordo, montata da trenta uomini e armata d'un petriere.
    Cominciava ad albeggiare,  bisognava quindi  affrettarsi  a  sbarcare,
    prima che gli spagnoli del forte potessero radunare ingenti forze.
    Tutte le scialuppe,  cariche d'uomini, solcavano rapidamente le acque,
    puntando verso una spiaggia boscosa che si alzava ripida, tramutandosi
    in una collinetta,  e sulla cui cima si vedeva giganteggiare il forte,
    una  solida  rocca  armata  di  sedici  cannoni  di  grosso calibro e,
    probabilmente, ben munita di difensori.
    Gli spagnoli,  messi sull'allarme dal primo  colpo  di  cannone  fatto
    sparare  dall'Olonese,  si erano affrettati a lanciare alcune bande di
    soldati gi pei declivi  del  colle,  onde  contrastare  il  passo  ai
    filibustieri,  e  ad  aprire  un fuoco violentissimo colle loro grosse
    artiglierie.
    Le bombe grandinavano,  battendo lo specchio  d'acqua  occupato  dalle
    scialuppe  e  facendo  balzare  alti spruzzi di acqua;  i filibustieri
    erano per cos valenti che di rado si lasciavano colpire.
    Con manovre fulminee, con virate di bordo vertiginose,  non lasciavano
    tempo ai nemici di prenderli di mira.
    Le tre scialuppe,  montate dall'Olonese, dal Corsaro Nero e da Michele
    il Basco,  erano passate in prima linea ed  essendo  montate  dai  pi
    robusti rematori, procedevano rapide, per giungere a terra prima che i
    drappelli spagnoli,  che gi scendevano attraverso i boschi, potessero
    prendere posizione sulle sponde.
    Le navi corsare erano rimaste indietro,  per non esporsi al fuoco  dei
    sedici grossi pezzi del forte,  ma la "Folgore",  comandata da Morgan,
    si era avanzata fino a mille passi  dalla  spiaggia  e  proteggeva  lo
    sbarco, tirando coi suoi due cannoni da caccia.
    In  quindici  minuti,  non  ostante quel furioso cannoneggiamento,  le
    prime scialuppe approdano.  I  filibustieri  ed  i  bucanieri  che  le
    montano,  senza  attendere i compagni,  sbarcano precipitosamente e si
    scagliano attraverso la boscaglia coi  loro  capi,  per  respingere  i
    drappelli spagnoli che si erano imboscati sul pendio della collina.
    - All'assalto, miei prodi!... - urla l'Olonese.
    - Su, uomini del mare!... - tuona il Corsaro Nero, che si avanza colla
    spada nella destra ed una pistola nella sinistra.
    Gli  spagnoli,  messi  in imboscata,  cominciarono a far piovere sugli
    assalitori una grandine di palle, per con poco profitto a causa degli
    alberi e dei fitti cespugli che coprono i pendii del colle.
    Anche i cannoni del forte tuonano con fragore  assordante,  scagliando
    in  tutte  le  direzioni  i  loro  grossi  proiettili.  Gli  alberi si
    schiantano e rovinano al suolo con fracasso;  i rami piombano a destra
    ed  a sinistra e la mitraglia fa piovere addosso agli assalitori nembi
    di foglie e di  frutta;  nulla  per  pu  arrestare  lo  slancio  dei
    formidabili filibustieri e dei bucanieri della Tortue.
    Si scagliano innanzi come una tromba devastatrice, piombano addosso ai
    drappelli  spagnoli,  assalendoli con le sciabole d'abbordaggio,  e li
    fanno a pezzi, malgrado l'ostinata resistenza.
    Pochi  nemici  scampano  all'eccidio,   poich  quasi  tutti   avevano
    preferito cadere con le armi in pugno, piuttosto di cedere il campo ed
    arrendersi.
    - Assaliamo il forte!... - urla l'Olonese.
    Incoraggiati  da  quel  primo successo,  i corsari si slanciano su pel
    colle, procurando di tenersi nascosti in mezzo alla fitta vegetazione.
    Erano pi di cinquecento,  essendo stati raggiunti dai compagni,  pure
    l'impresa non era facile,  essendo sprovvisti di scale.  Per di pi la
    guarnigione spagnola,  composta di duecentocinquanta valorosi soldati,
    si  difendeva con grande vigore,  non accennando a cedere.  Essendo il
    forte situato in una posizione assai elevata, i cannoni avevano ancora
    buon  gioco  e  fulminavano  i  boschi  con  uragani   di   mitraglia,
    minacciando di sterminare gli assalitori.
    L'Olonese e il Corsaro Nero,  prevedendo una resistenza disperata,  si
    erano arrestati per consigliarsi.
    - Perderemo troppa gente,  - disse l'Olonese.  -  Bisogna  trovare  un
    mezzo per aprire una buona breccia o ci faremo schiacciare.
    - Non ve n' che uno, - rispose il Corsaro.
    - Parla, spicciati.
    - Tentare di far scoppiare una mina alla base dei bastioni.
    -  Credo  che sia il modo migliore,  ma chi oser affrontare un simile
    pericolo!
    - Io, - disse una voce dietro di loro.
    Si volsero e videro Carmaux seguito dall'inseparabile  Wan  Stiller  e
    dal compare negro.
    - Ah!... Sei tu, briccone?... - chiese il Corsaro. - Che cosa fai qui?
    -  Vi seguivo,  comandante.  Mi avete perdonato,  quindi non avevo pi
    timore di farmi fucilare.
    - No, non ti si fuciler, per andrai a far scoppiare la mina.
    - Ai vostri ordini,  comandante.  Tra un  quarto  d'ora  apriremo  una
    breccia.
    Poi rivolgendosi verso i suoi due amici:
    - Ehi,  Wan Stiller,  vieni,  - gli disse,  - e tu Moko va' a prendere
    trenta libbre di polvere ed una buona miccia.
    - Spero di  rivederti  ancora  vivo,  -  disse  il  Corsaro  con  voce
    commossa.
    - Grazie dell'augurio,  comandante,  - rispose Carmaux, allontanandosi
    precipitosamente.
    Intanto i filibustieri  ed  i  bucanieri  continuavano  ad  inoltrarsi
    attraverso  gli  alberi,  tentando,  con dei colpi ben aggiustati,  di
    allontanare gli spagnoli dai merli e di abbattere gli artiglieri.
    Il presidio, nondimeno, resisteva con ostinazione ammirabile,  facendo
    un  fuoco  infernale.  Il forte sembrava un cratere in piena eruzione.
    Gigantesche nuvole di fumo s'alzavano su tutti i  bastioni,  traforate
    dai getti di fuoco dei sedici grossi cannoni.
    Palle e nembi di mitraglia scendevano rasente al suolo, massacrando le
    piante e lacerando i cespugli in mezzo ai quali si tenevano nascosti i
    filibustieri,   in   attesa   del  momento  opportuno  per  slanciarsi
    all'assalto.
    D'improvviso sulla cima del colle si ud un formidabile  scoppio,  che
    si  ripercosse  lungamente  sotto  i  boschi  e  sul mare.  Una fiamma
    gigantesca fu veduta alzarsi su un fianco del forte,  poi una  pioggia
    di  rottami cadde impetuosamentee sugli alberi,  schiantando centinaia
    di rami e storpiando ed uccidendo non pochi assalitori.
    In mezzo alle grida degli spagnoli,  al rimbombo delle artiglierie  ed
    al tuonare dei fucili, si ud echeggiare la voce metallica del Corsaro
    Nero.
    - Su, all'attacco, uomini del mare!...
    I  filibustieri  ed  i  bucanieri,  vedendolo  slanciarli  sul terreno
    scoperto,  si precipitano dietro di lui assieme all'Olonese.  Superano
    le  ultime alture senza arrestarsi,  attraversano correndo la spianata
    ed irrompono contro il forte.
    La mina fatta scoppiare da Carmaux e dai suoi amici aveva  aperta  una
    breccia in uno dei bastioni principali.  Il Corsaro Nero vi si era gi
    slanciato dentro,  superando i rottami ed  i  cannoni  travolti  dallo
    scoppio  e  la  sua formidabile spada s'affannava a respingere i primi
    avversari, col accorsi a difendere il passo.
    I corsari si gettano dietro di lui  colle  sciabole  d'arrembaggio  in
    pugno,  urlano  a piena gola per spargere maggior terrore,  rovesciano
    col loro impeto irresistibile i primi spagnoli ed irrompono,  come  un
    torrente che straripa, entro il forte.
    I  duecentocinquanta  uomini  che lo difendono non possono resistere a
    tanta furia.  Cercano di trincerarsi dietro  gli  spalti,  ma  vengono
    ricacciati;  tentano  di raggrupparsi nel piazzale per impedire che il
    grande stendardo  di  Spagna  venga  ammainato  e  col  pure  vengono
    sgominati, inseguiti lungo i bastioni interni e cadono tutti piuttosto
    che arrendersi.
    Il  Corsaro  Nero,  vista calare la bandiera,  s'affrett a rivolgersi
    contro la citt ormai indifesa. Radunati cento uomini,  scese di corsa
    il colle ed irruppe nelle vie gi deserte di Maracaybo.
    Tutti erano fuggiti,  uomini,  donne e fanciulli, riparando nei boschi
    per salvare gli oggetti pi preziosi;  ma che importa al Corsaro Nero?
    Non era per saccheggiare la citt che aveva organizzata la spedizione,
    bens per avere nelle mani il traditore.
    Egli  trascinava  i  suoi uomini in una corsa vertiginosa,  ansioso di
    giungere al palazzo di Wan Guld.
    Anche la "Plaza de Granada" era deserta, ed il portone del palazzo del
    Governatore aperto e senza guardie.
    - Mi sarebbe sfuggito?  - si chiese il Corsaro,  coi denti stretti.  -
    Dovessi per inseguirlo fin entro il continente, non lo abbandoner.
    Vedendo  il  portone aperto,  i filibustieri che lo avevano seguito si
    erano arrestati temendo qualche  tradimento.  Il  Corsaro  per  aveva
    continuato  ad  avanzare  con prudenza,  sospettando anche lui qualche
    sorpresa.
    Stava per varcare la soglia ed entrare nel cortile,  quando  si  sent
    fermare da una robusta mano,  che gli si era posata su di una spalla e
    da una voce che diceva:
    - Non voi, mio comandante. Se permettete, entrer prima io.
    Il Corsaro si era fermato colla fronte aggrottata e  si  vide  dinanzi
    Carmaux,  nero  per  la  polvere,  colle  vesti  stracciate,  il  viso
    insanguinato, ma pi vivo che mai.
    - Ancora tu!...  - esclam.  - Credevo  che  la  mina  non  ti  avesse
    risparmiato. - Ho la pelle dura, mio capitano, ed al pari di me devono
    averla l'amburghese e l'africano poich mi seguono.  - Avanti adunque!
    Carmaux ed i suoi compagni,  che lo avevano  gi  raggiunto,  neri  di
    polvere  come  lui  e  non meno stracciati,  si precipitarono entro il
    cortile colle sciabole d'arrembaggio e le pistole  in  pugno,  seguiti
    dal  Corsaro  e  da tutti gli altri filibustieri.  Non vi era nessuno.
    Soldati,  staffieri,  scudieri,  servi,  schiavi,  tutti erano fuggiti
    dietro  gli  abitanti  cercando anche essi un rifugio nei fitti boschi
    della costa.  Fu trovato solamente un cavallo,  sdraiato al suolo  con
    una gamba rotta.
    - Hanno sloggiato, - disse Carmaux. - Bisogna collocare sul portone un
    cartello con sopra scritto: palazzo da affittare.
    - Saliamo, - disse il Corsaro, con voce sibilante.
    I  filibustieri  si  rovesciarono  sugli  scaloni  e salirono ai piani
    superiori;  ma anche l tutte le porte erano aperte,  le stanze  e  le
    sale  deserte,  i  mobili  tutti  sottosopra,  i forzieri spalancati e
    vuoti.  Tutto annunziava una precipitosa ritirata.  Ad  un  tratto  si
    udirono echeggiare,  in una stanza, delle grida. Il Corsaro, che aveva
    percorse tutte le sale di corsa,  si diresse da quella  parte  e  vide
    Carmaux  e  Wan  Stiller  che  stavano  trascinando a forza un soldato
    spagnolo, alto, allampanato, secco come un chiodo.
    - Lo riconoscete, comandante? - grid Carmaux, spingendo violentemente
    il disgraziato prigioniero.
    Il soldato spagnolo,  vedendosi dinanzi il Corsaro,  si lev il  casco
    d'acciaio adorno d'una piuma spennacchiata e molto frusta, e, curvando
    la sua lunga e magra schiena, disse, con voce tranquilla:
    - Vi aspettavo, signore, e son ben lieto di rivedervi.
    - Come! - esclam il Corsaro. - Ancora voi?...
    -  S,  lo  spagnolo  della  foresta,  -  rispose  l'uomo allampanato,
    sorridendo. - Non avete voluto appiccarmi e perci sono ancora vivo.
    - Tu la pagherai per tutti, furfante! - grid il Corsaro.
    - Avrei forse avuto torto ad aspettarvi? Sarebbe stato meglio,  in tal
    caso, che avessi preso il largo dietro agli altri.
    - Tu mi aspettavi?
    - Chi mi avrebbe impedito di fuggire?
    - E' vero, e perch sei rimasto?
    - Perch volevo vedere ancora colui che mi ha generosamente salvata la
    vita, la notte che ero caduto nelle sue mani.
    - Tira innanzi.
    - Poi, perch volevo rendere un piccolo servizio al Corsaro Nero.
    - Tu!
    - Eh! eh! - fe' lo spagnolo, sorridendo. - Vi stupisce?
    - S... lo confesso.
    -  Sappiate allora che il governatore,  quando seppe che io ero caduto
    nelle vostre mani e che voi non mi avevate appeso ad un ramo  con  una
    corda  al  collo,  per  ricompensa  mi  fece dare venticinque legnate.
    Capite!...  Bastonare me,  don Bartolomeo dei Barboza e dei  Camargua,
    discendente  da  una  delle  pi  vecchie  nobilt della Catalogna!...
    "Carramba"!!
    - Finiscila.
    - Ho giurato di vendicarmi di quel fiammingo,  che  tratta  i  soldati
    spagnoli  come  se  fossero  cani  ed  i  nobili  come fossero schiavi
    indiani,  e vi ho aspettato.  Voi siete venuto qui per  ucciderlo,  ma
    egli, quando ha veduto cadere il forte in vostra mano,  fuggito.
    - Ah!... E' fuggito?
    - S, per io so dove, e vi condurr sulle sue tracce.
    - Non m'inganni tu? Bada che se tu menti, far scorticare il tuo magro
    corpo.
    - Non sono nelle vostre mani? - disse il soldato.
    - E' vero.
    - Potete quindi farmi scorticare con vostro comodo.
    - Allora parla. Dov' fuggito Wan Guld?
    - Nella foresta.
    - Dove vuole andare?
    - A Gibraltar.
    - Seguendo la costa?
    - S, comandante.
    - Conosci la via tu?
    - Meglio degli uomini che l'accompagnano.
    - Quanti ne ha con s?
    - Un capitano e sette soldati fidatissimi.  Per marciare attraverso ai
    fitti boschi della costa bisogna essere in pochi.
    - E gli altri soldati, dove sono?
    - Si sono dispersi.
    - Sta bene,  - disse il Corsaro.  - Noi inseguiremo  quell'infame  Wan
    Guld,  e noi non gli daremo tregua n giorno n notte.  Ha dei cavalli
    con s?
    - S, ma dovr lasciarli poich a nulla gli servirebbero.
    - Aspettami qui.
    Il Corsaro Nero si appress ad una scrivania, sulla quale vi era della
    carta, alcune penne ed un ricco calamaio di bronzo.
    Prese un foglietto e scrisse rapidamente queste poche righe Mio  caro
    Pietro,
    Inseguo Wan Guld attraverso le foreste con Carmaux, Wan Stiller ed il
    mio  africano.  Disponi  della  mia nave e dei miei uomini;  quando il
    saccheggio sar finito, vieni a raggiungermi a Gibraltar. Col vi sono
    dei  tesori  da  raccogliere,  maggiori  di  quelli  che  troverai  in
    Maracaybo.
    Il Corsaro Nero.
    Chiuse la lettera,  la consegn ad un mastro d'equipaggio, poi conged
    i filibustieri che lo avevano seguito, dicendo:
    - Ci rivedremo a Gibraltar,  miei valorosi.  - Quindi volgendosi verso
    Carmaux, Wan Stiller, l'africano ed il prigioniero, disse:
    - Andiamo ora a dare la caccia al mortal nemico.
    -  Ho  portato  con me una corda nuova per appiccarlo,  comandante,  -
    rispose Carmaux. - L'ho provata ieri sera e vi assicuro che funzioner
    a meraviglia, senza tema che si rompa.











    20.
    LA CACCIA AL GOVERNATORE DI MARACAYBO.

    Mentre i filibustieri ed i bucanieri del Basco e dell'Olonese, entrati
    in Maracaybo senza incontrare la minima resistenza, s'abbandonavano al
    saccheggio pi sfrenato, riservandosi pi tardi di andar a scovare nei
    boschi gli abitanti,  per privarli anche di quello che avevano cercato
    di salvare,  il Corsaro Nero ed i suoi quattro compagni,  dopo essersi
    armati di fucili e provvisti di viveri, si erano messi animosamente in
    caccia, dietro le tracce del governatore.
    Appena usciti dalla citt,  si erano  gettati  in  mezzo  alle  grandi
    boscaglie fiancheggianti il vastissimo lago di Maracaybo, prendendo un
    sentieruzzo  appena praticabile,  che non doveva andare molto lontano,
    cos almeno aveva detto il vendicativo catalano.
    Le prime  tracce  erano  state  subito  scoperte.  Erano  le  impronte
    lasciate  da otto cavalli sul suolo umido della foresta e da due piedi
    umani,  ossia di otto cavalieri e di un pedone,  numero corrispondente
    esattamente a quello detto dal prigioniero spagnolo.
    - Lo vedete!...  - aveva esclamato il catalano, con aria trionfante. -
    Per di qui  passato il  governatore  col  suo  capitano  ed  i  sette
    soldati,  uno  dei quali era partito senza cavallo,  essendo caduto il
    suo nel momento della fuga, rompendosi le gambe.
    - Lo abbiamo veduto - rispose il Corsaro.  - Credi che  abbiano  molto
    vantaggio su di noi?
    - Forse cinque ore.
    - E' gi molto, ma siamo tutti buoni camminatori.
    - Lo credo, non sperate per di raggiungerli n oggi, n domani. Forse
    voi  non  conoscete  ancora  le foreste del Venezuela e vedrete quante
    inaspettate sorprese ci preparano.
    - E chi ce le preparer queste sorprese?
    - Gli animali feroci ed i selvaggi.
    - Non ci fanno paura n gli uni n gli altri.
    - I caraibi sono fieri.
    - Non lo saranno meno col Governatore.
    - Sono suoi alleati e non vostri.
    - Che si faccia guardare le spalle da quei selvaggi?
    - E' probabile, capitano.
    - Non m'inquieto. I selvaggi non mi hanno mai fatto paura.
    - Meglio per voi. Andiamo, "caballeros": ecco la grande foresta.
    Il sentiero era bruscamente cessato dinanzi ad una macchia enorme,  ad
    una  vera muraglia di verzura e di tronchi colossali,  la quale pareva
    che non presentasse alcun passaggio per degli uomini a cavallo.
    Nessuno pu formarsi  un'idea  della  lussureggiante  vegetazione  del
    suolo  umido  e  caldo  delle regioni sud-americane e specialmente dei
    bacini dei fiumi giganti.
    Quel terreno vergine,  continuamente fertilizzato dalle foglie e dalle
    frutta,   che  da  secoli  e  secoli  si  ammonticchiano,     coperto
    costantemente da tali ammassi di vegetali,  che forse in  nessun'altra
    regione  del  mondo  se ne vedono di eguali,  poich col le pi umili
    piante assumono proporzioni gigantesche.
    Il Corsaro Nero e lo spagnolo si erano arrestati dinanzi alla  macchia
    enorme,  ascoltando con profonda attenzione, mentre i due filibustieri
    ed il negro scrutavano il folto fogliame  degli  alberi  vicini  ed  i
    cespugli, temendo qualche sorpresa.
    - Dove saranno passati?  - chiese il Corsaro allo spagnolo. - Non vedo
    alcuna apertura dinanzi a questo ammasso di alberi e di liane.
    - Uhm!...  - mormor il catalano.  - Il diavolo non se li sar portati
    via, almeno cos spero. Mi rincrescerebbe per le venticinque bastonate
    che mi bruciano ancora il dorso.
    -  Ed  i loro cavalli non avranno avute le ali,  suppongo,  - disse il
    Corsaro.
    - Il governatore  astuto ed  avr  cercato  di  far  perdere  le  sue
    tracce. Si ode alcun rumore dalla macchia?...
    - S, - disse Carmaux. - Laggi mi pare d'udire dell'acqua a scorrere.
    - Allora ho trovato, - disse il catalano.
    - Che cosa? - chiese il Corsaro.
    - Seguitemi, "caballeros".
    Il soldato torn indietro,  guardando il suolo e ritrovate le orme dei
    cavalli, le segu inoltrandosi fra gruppi di cari,  sorta di palme dal
    fusto spinoso che danno certe frutta somiglianti alle nostre castagne,
    raccolte in grandi grappoli.
    Procedendo  con  precauzione  per  non lasciare le sue vesti su quelle
    lunghe ed acute spine,  giunse ben presto dove Carmaux aveva udito  il
    mormorio d'un corso d'acqua.
    Guard ancora a terra,  cercando di discernere fra le foglie e le erbe
    le orme dei quadrupedi,  poi allung il passo e  non  si  arrest  che
    sulla  riva  d'un  fiumiciattolo largo due o tre metri,  e dalle acque
    nerastre.
    - Ah!...  ah!...  - esclam allegramente.  - Lo  avevo  detto  che  il
    vecchio  furbo.
    - E che cosa vuoi concludere?  - chiese il Corsaro,  che cominciava ad
    impazientirsi.
    - Che per cacciarsi nella grande foresta e far perdere le sue tracce 
    sceso in questo fiumicello.
    - E' profonda l'acqua?
    Il catalano immerse la sua spada e cerc il fondo.
    - Non vi sono che trentacinque o quaranta centimetri di acqua.
    - Vi saranno dei serpenti?...
    - No, sono certo di questo.
    - Allora entriamo anche noi in acqua ed affrettiamo il passo.  Vedremo
    fin dove si saranno serviti dei cavalli.
    Entrarono tutti e cinque nel fiumicello,  lo spagnolo prima e il negro
    ultimo,  essendo incaricato di vegliare  alle  spalle;  si  misero  in
    marcia  rimescolando quelle acque oscure,  fangose,  ripiene di foglie
    secche e che esalavano dei miasmi pericolosi, prodotti dai vegetali in
    decomposizione.
    Quel piccolo corso  d'acqua  era  ingombro  d'ogni  specie  di  piante
    acquatiche, e che erano state in pi luoghi calpestate e lacerate.
    Vi  erano  cespugli  di "mucumuc",  specie di aroidi leggere,  che si
    tagliano facilmente,  essendo i loro fusti composti quasi  interamente
    d'una midolla spugnosa;  gruppi di legno cannone,  dai fusti lisci,  a
    riflessi argentei e che servono a formare delle zattere  leggerissime;
    gambi  sarmentosi di robinie,  specie di liane che contengono un succo
    lattiginoso, che ha la propriet sorprendente di ubriacare i pesci, se
    viene mescolato alle acque dei fiumi o dei laghetti, e parecchie altre
    che rendevano faticoso il cammino.
    Un silenzio quasi perfetto regnava sotto  le  cupe  volte  dei  grandi
    vegetali, curvanti i loro rami sul piccolo corso d'acqua. Solamente di
    tratto  in  tratto,   ad  intervalli  regolari,  si  udiva  echeggiare
    bruscamente come uno  squillo  di  campana,  il  quale  faceva  alzare
    vivamente il capo a Carmaux ed a Wan Stiller, tanto era naturale.
    Quello squillo che aveva una vibrazione argentina,  e che si propagava
    nitido,  destando tutti gli echi della  grande  foresta  vergine,  non
    proveniva da una campana; lo mandava un uccello che si teneva nascosto
    fra le fitte fronde di qualche albero,  dal "campanaro", cos chiamato
    dagli spagnoli,  un volatile grosso come  un  piccolo  colombo,  tutto
    bianco ed il cui grido si ode ad una distanza di ben tre miglia.
    La  piccola  carovana,  sempre  in  silenzio,  continuava  a procedere
    rapida,  curiosa di sapere fin dove il Governatore  e  la  sua  scorta
    avevano potuto utilizzare i cavalli, passando sotto ammassi di verzura
    che   s'intrecciano   cos   strettamente,   da   intercettare   quasi
    completamente la luce del sole,  quando verso la riva sinistra si  ud
    improvvisamente   echeggiare   una  detonazione  abbastanza  violenta,
    seguita da una pioggia di piccoli  proiettili,  i  quali  caddero  nel
    fiumiciattolo, producendo un rumore analogo al cadere della gragnuola.
    - Tuoni d'Amburgo!... - esclam Wan Stiller, che si era istintivamente
    curvato. - Chi ci mitraglia?
    Anche il Corsaro si era abbassato, armando precipitosamente il fucile,
    mentre  i  suoi filibustieri erano vivamente retrocessi.  Solamente il
    catalano non si era mosso,  e guardava tranquillamente le  piante  che
    ingombravano le due rive.
    - Ci assalgono?... - chiese il Corsaro.
    - Non vedo nessuno, - rispose il catalano, ridendo.
    - E quella detonazione?... Non l'hai udita tu?...
    - S, capitano.
    - E non t'inquieti?...
    - Vedete bene che io rido invece.
    Un secondo scoppio, pi forte del primo, si ud questa volta in alto e
    un altra pioggia di proiettili cadde in acqua.
    - E' una bomba!... - esclam Carmaux retrocedendo.
    - S, ma vegetale, - rispose il catalano. - So di che cosa si tratta.
    Pieg verso la riva destra e mostr ai compagni una pianta, che pareva
    appartenesse alla specie delle euforbiacee,  alta venticinque o trenta
    metri coi rami coperti di spine e le  foglie  larghe  venti  o  trenta
    centimetri.  Alle sue estremit pendevano certe frutta un po' rotonde,
    avvolte in una corteccia che sembrava legnosa (1).
    - State attenti, - diss'egli. - Le frutta sono appassite.
    Non aveva ancora finito di parlare che uno di quei globi  scoppi  con
    grande  fracasso,  lanciando  a  destra  e  a  sinistra una pioggia di
    granelli.
    - Non fanno male,  - disse il catalano,  vedendo Carmaux e Wan Stiller
    balzare indietro.  - Sono semplicemente dei semi.  Quando il frutto si
    lascia appassire, la corteccia legnosa acquista una forte resistenza e
    fermentando,  dopo un  certo  tempo,  scoppia,  lanciando  a  notevole
    distanza i semi contenuti nei sedici scompartimenti interni.
    - Sono almeno buone da mangiarsi quelle frutta?
    -  Contengono  una  sostanza  lattiginosa,  mangiata  solamente  dalle
    scimmie, - rispose il catalano.
    - Al diavolo anche gli alberi bombe!...  - esclam Carmaux.  - Credevo
    che fossero spagnoli del governatore che ci mitragliassero.
    - Avanti, - disse il Corsaro. - Non dimenticate che siamo in caccia.
    Ripresero  la  marcia  nelle acque del fiumicello,  e,  percorsi due o
    trecento  passi,   scorsero  dinanzi  a  s   delle   masse   nerastre
    semisommerse che ostacolavano la corrente.
    - Hai veduto qualche albero granata, questa volta? - chiese Carmaux.
    -  Qualche  cosa  di  meglio.  O m'inganno assai o quelle masse sono i
    cavalli del governatore e della sua scorta.
    - Adagio,  - disse il Corsaro.  - I cavalieri possono essere accampati
    nei dintorni.
    - Lo dubito, - rispose il catalano. - Il governatore sa di aver da far
    con voi e avr sospettato un accanito inseguimento.
    - Sia pure, ma siamo prudenti.
    Armarono i fucili,  si misero l'uno dietro l'altro in fila indiana per
    non farsi sterminare tutti da una scarica improvvisa,  e  s'avanzarono
    silenziosamente,  tenendosi  curvi  e cercando di celarsi sotto i rami
    degli alberi, incrociantisi sopra il fiumicello.
    Ogni dieci  o  dodici  passi,  per,  il  catalano  si  arrestava  per
    ascoltare  con  grande  attenzione e per scrutare le fronde e le liane
    che ingombravano le due rive, temendo sempre qualche sorpresa.
    Procedendo cos,  con mille precauzioni,  giunsero l  dove  giacevano
    quelle masse oscure.  Non si erano ingannati: erano i cadaveri di otto
    cavalli,  caduti l'uno accanto all'altro e semi  immersi  nelle  acque
    nere del fiumicello.
    Il  catalano  ne  rimosse uno,  aiutato dall'africano,  e vide che era
    stato scannato con un colpo di navaja.
    - Li conosco, - diss'egli. - Sono i cavalli del governatore.
    - Dove saranno fuggiti i cavalieri?... - chiese il Corsaro.
    - Si saranno cacciati nella foresta.
    - Vedi nessuna apertura?...
    - No, ma... ah!... i furbi!...
    - Cos'hai?...
    Vedete questo ramo spezzato,  da cui cola  ancora  qualche  goccia  di
    linfa?
    - Ebbene?...
    - Guardate lass, due altri ve ne sono pure stati rotti.
    - Vedo.
    -  Ecco,  i furbi si sono issati su questi rami e si sono calati al di
    l della macchia. Non ci resta che imitare la manovra.
    - Cosa facile per noi marinai, - disse Carmaux. - Oh!... Issatevi!...
    Il catalano allung le sue braccia smisurate e  magre  come  zampe  di
    ragno e si iss su di un grosso ramo,  seguito da tutti gli altri, con
    un accordo ammirabile.
    Da  quel  primo  ramo  pass  su  di  un  secondo  che  si   allungava
    orizzontalmente,  poi  su  di  un  terzo,  che apparteneva ad un altro
    albero,  e continu cos quella marcia aerea  per  trenta  o  quaranta
    metri osservando sempre attentamente i ramicelli e le foglie vicine.
    Giunto in mezzo ad una rete di liane,  si lasci cadere bruscamente al
    suolo, mandando un grido di trionfo.
    - Ehi, catalano!... - esclam Carmaux.  - Hai trovato qualche ciottolo
    d'oro? Si dice che abbondano in questo paese.
    - E' una misericordia, invece; per noi pu avere l'egual valore se non
    di pi. Buona, nel cuore del Governatore.
    Il Corsaro Nero si era pure lasciato cadere al suolo ed aveva raccolto
    un  pugnale dalla lama corta,  rabescata e dalla punta sottile come un
    ago.
    - Deve averlo perduto il capitano che accompagnava il  governatore,  -
    disse il catalano. - Gliel'ho veduto nella cintola.
    - Allora hanno preso terra qui, - disse il Corsaro
    - Ecco l il sentiero aperto nella boscaglia dalle loro scuri.  So che
    tutti ne avevano una, appesa all'arcione dei loro cavalli.
    - Benissimo, - disse Carmaux.  - Ci faranno risparmiare della fatica e
    procedere pi speditamente.
    - Silenzio, - esclam il Corsaro. - Si ode nulla?...
    -  Assolutamente nulla,  - rispose il catalano,  dopo d'aver ascoltato
    alcuni istanti.
    - Ci vuol dire che sono lontani.  Se ci fossero vicini  si  udrebbero
    distintamente i colpi delle loro scuri.
    - Devono avere un vantaggio di quattro o cinque ore.
    - E' molto; speriamo nondimeno di poterle guadagnare.
    Si  erano  cacciati  entro  quella  specie  di  sentiero,  aperto  dai
    fuggiaschi  nel  mezzo  della  foresta  vergine.   Non  era  possibile
    ingannarsi,  perch  i  rami recisi non si erano ancora appassiti e si
    trovavano in grande numero sparsi al suolo.
    Il  catalano  ed  i  filibustieri  si  erano  messi  a   correre   per
    avvantaggiarsi:  ad un tratto la loro rapida marcia fu arrestata da un
    ostacolo imprevisto,  e che il negro,  il quale era a  piedi  nudi,  e
    Carmaux  e Wan Stiller che non portavano stivali lunghi,  non potevano
    affrontare se non con grandi precauzioni.
    Quell'ostacolo era costituito da una vasta zona di spine "ansara",  la
    quale  si estendeva fitta fitta fra i tronchi colossali della foresta.
    Quelle piante spinose crescono in gran  numero  in  mezzo  alle  selve
    vergini  del  Venezuela  e  delle  Guiane,  e  rendono  le marce quasi
    impossibili per gli uomini che non hanno le gambe riparate da uose  di
    grosso cuoio e da solidi stivali,  essendo le loro punte cos acute da
    trapassare qualsiasi panno non solo,  ma  talvolta  perfino  le  suole
    delle scarpe.
    -  Tuoni  d'Amburgo!...  -  esclam Wan Stiller,  che per primo si era
    impegnato fra quelle spine. - E' la via dell'inferno questa?  Usciremo
    di qui scorticati come S. Bartolomeo.
    -  Ventre  di  pesce-cane!...  - url Carmaux,  che era balzato subito
    indietro.  - Diverremo tutti zoppi se saremo costretti ad attraversare
    questi  triboli!  I  maghi  della foresta dovevano mettere un cartello
    colla scritta:  vietato il passaggio.
    - Bah! Ne troveremo un altro, - disse il catalano.  - Disgraziatamente
     troppo tardi.
    - Siamo costretti a fermarci? - chiese il Corsaro.
    - Guardate!...
    La  luce  scemava  allora  bruscamente,  quasi  di colpo e un'oscurit
    profonda precipitava sulla foresta, invadendo tutti i recessi.
    - Si arresteranno  anche  essi?  -  chiese  il  Corsaro  colla  fronte
    aggrottata.
    - S, finch si alzer la luna.
    - Spunta?...
    - A mezzanotte.
    - Accampiamoci.

    NOTE.

    NOTA  1:  Questi  bizzarri  alberi vengono chiamati dai botanici "Hura
    crepitans".
















    21.
    NELLA FORESTA VERGINE.

    Il piccolo drappello aveva scelto,  per  attendere  il  sorgere  della
    luna,  uno  spazio occupato dalle enormi radici d'un "summameira",  un
    albero dal fusto colossale che doveva torreggiare su tutti i  vegetali
    della foresta.
    Questi  alberi,  che  toccano  sovente  i sessanta ed anche i settanta
    metri d'altezza,  sono sorretti da speroni naturali formati da  radici
    d'uno   spessore   straordinario,   assai   nodose   e   perfettamente
    simmetriche,  le quali,  scostandosi dalla base,  formano una serie di
    arcate  assai  bizzarre,  sotto cui possono trovare comodo rifugio una
    ventina e pi di persone.
    Era una specie di nascondiglio fortificato,  che metteva il Corsaro ed
    i  suoi  compagni  al sicuro da ogni improvviso assalto,  sia da parte
    delle fiere, che degli uomini.
    Accomodatisi alla meglio sotto il gigante della foresta e  rosicchiati
    alcuni biscotti con un pezzo di prosciutto,  si accordarono di dormire
    fino al momento di riprendere la caccia,  dividendo le quattro ore che
    rimanevano  in  altrettanti  quarti  di guardia,  non essendo prudente
    abbandonarsi tutti fra le braccia di Morfeo,  in  mezzo  alla  foresta
    vergine.
    Rovistate   le  erbe  per  tema  che  nascondessero  qualche  serpente
    pericoloso,  essendocene moltissimi  di  velenosi  nelle  foreste  del
    Venezuela,  misero subito a profitto l'ottimo consiglio,  allungandosi
    placidamente fra le foglie cadute dal  colosso,  mentre  l'africano  e
    Carmaux montavano di guardia per vegliare sulla sicurezza di tutti.
    Il  crepuscolo,  che  dura  solamente qualche minuto in quelle regioni
    equatoriali, era gi sparito e una oscurit profondissima era piombata
    sulla grande  foresta  facendo  tacere  di  colpo  gli  uccelli  ed  i
    quadrumani.
    Un silenzio assoluto, pauroso, regn per alcuni istanti, come se tutti
    gli  abitanti  da  piuma e da pelo fossero improvvisamente scomparsi o
    morti,  ma ad un tratto  un  concerto  strano,  indiavolato,  echeggi
    bruscamente  fra  quella oscurit,  facendo traballare Carmaux che non
    era affatto abituato a passare le notti in mezzo alle foreste vergini.
    Pareva che una banda di cani avesse  preso  posto  fra  i  rami  degli
    alberi,  perch  in  alto  si  udivano  dei latrati,  dei guaiti e dei
    brontolii prolungati,  accompagnati da cigolii ancor pi strani e  che
    sembravano prodotti da migliaia di pulegge giranti.
    - Ventre di pesce-cane! - esclam Carmaux, guardando in aria. Che cosa
    succede  lass?  -  Si direbbe che i cani di questo paese hanno le ali
    come gli uccelli e le unghie come i gatti.  Come hanno fatto a  salire
    sugli alberi?... Sapresti dirmelo, compare sacco di carbone?
    Il negro, invece di rispondere, si mise a ridere in silenzio.
    -  E  questi  che cosa sono?...  - continu Carmaux.  - Si direbbe che
    cento marinai facciano cigolare tutti i buscelli d'una nave,  per fare
    non so quale manovra indiavolata. Che siano delle scimmie, compare?...
    - No,  compare bianco,  - rispose il negro.  - Sono delle rane,  tutte
    rane.
    - Che cantano in questo modo?
    - S, compare.
    - E questi che cosa sono?...  Odi?...  Pare che un migliaio di  fabbri
    stiano battendo tutte le pentole di rame di compare Belzeb.
    - Sono ranocchi.
    - Ventre di pesce-cane!...  Se me lo dicesse un altro, direi che vuole
    burlarsi di me o che  diventato matto.  E questo   un  ranocchio  di
    nuova specie?
    Una specie di miagolio potente,  seguito da una specie di ululato, era
    rintronato  improvvisamente  nell'immensa  foresta  vergine,   facendo
    tacere di colpo i concerti formidabili e scordati dei ranocchi.
    Il  negro  aveva  alzato vivamente il capo ed aveva raccolto il fucile
    che teneva a fianco,  ma con un gesto cos precipitoso,  che  denotava
    una viva apprensione.
    - Pare che questo messere che urla cos forte non sia un ranocchio,  
    vero compare sacco di carbone?
    - Oh no! - esclam l'africano, con un tremito nella voce.
    - Che cos' dunque?
    - Un giaguaro.
    - Fulmini di Biscaglia!... Il formidabile predatore?
    - Si, compare.
    - Preferisco trovarmi dinanzi a tre  uomini  risoluti  a  sbudellarmi,
    piuttosto  che  aver da fare con quel carnivoro.  Si dice che valga le
    tigri dell'India.
    - Ed i leoni dell'Africa, compare.
    - Per centomila pesci-cani!...
    - Cos'hai?
    - Penso che se veniamo assaliti non potremo far uso delle nostre  armi
    da fuoco.
    - E perch?
    -   Se   udissero   gli   spari,   il  Governatore  e  la  sua  scorta
    sospetterebbero subito  di  essere  seguiti  e  si  affretterebbero  a
    prendere il largo.
    - Oh! Vorresti tu affrontare un giaguaro coi coltelli?
    - Adopreremo le sciabole.
    - Vorrei vederti alla prova.
    - Non augurarmela, compare sacco di carbone.
    Un secondo miagolio,  pi potente del primo e pi vicino, echeggi, in
    mezzo alla tenebrosa boscaglia, facendo sussultare il negro.
    - Diavolo!... - brontol Carmaux, che cominciava a diventare inquieto.
    - La faccenda diventa seria.
    In quell'istante vide il Corsaro Nero sbarazzarsi del mantello che gli
    serviva di coperta ed alzarsi.
    - Un giaguaro?... - chiese con voce tranquilla.
    - Si, comandante.
    - E' lontano?...
    - No, e quel che  peggio, pare che si diriga da questa parte.
    - Qualunque cosa succeda, non fate uso delle armi da fuoco.
    - Quel predone ci divorer.
    - Ah!... Lo credi, Carmaux?... Lo vedremo.
    Si lev il mantello,  lo pieg con  una  certa  cura,  se  lo  avvolse
    attorno al braccio sinistro poi sguain la spada e s'alz lestamente.
    - Dove l'hai udito?... - chiese.
    - Da quella parte, comandante.
    - Lo aspetteremo.
    - Devo svegliare il catalano e Wan Stiller?
    - E' inutile; basteremo noi. Fate silenzio e ravvivate il fuoco.
    Tendendo  gli  orecchi,  si  udiva in mezzo agli alberi quel "ron ron"
    particolare dei gatti e dei giaguari, e scrosciare di quando in quando
    le foglie secche.  Il  predatore  doveva  essersi  gi  accorto  della
    presenza di quegli uomini e s'avvicinava cautamente, sperando forse di
    piombare improvvisamente su qualcuno di loro e di rapirlo.
    Il Corsaro,  immobile presso il fuoco, colla spada in pugno, ascoltava
    attentamente e teneva gli sguardi fissi sulle macchie vicine, pronto a
    prevenire l'assalto fulmineo della fiera.  Carmaux ed il negro gli  si
    erano  messi  dietro,  l'uno  armato  della  sciabola  d'arrembaggio e
    l'altro del  fucile,  ma  che  teneva  impugnato  per  la  canna  onde
    servirsene come mazza.
    Lo  scrosciare  delle foglie continuava dalla parte ove la foresta era
    pi folta ed anche il "ron  ron"  s'avvicinava,  per  lentamente.  Si
    capiva che il giaguaro s'avvicinava con prudenza.
    Ad un tratto ogni rumore cess.  Il Corsaro si era curvato innanzi per
    meglio  ascoltare,   ma  invano;   nel  rialzarsi,   i  suoi   sguardi
    s'incontrarono  con  due  punti  luminosi  che  luccicavano  sotto  un
    cespuglio assai fitto.  Erano immobili ed avevano un lampo verdastro e
    fosforescente.
    - Eccolo l, comandante, - mormor Carmaux.
    - Lo vedo, - rispose il Corsaro, con voce sempre tranquilla.
    - Si prepara ad assalirci.
    - Lo aspetto.
    - Che diavolo d'uomo,  - borbott il filibustiere. - Non avrebbe paura
    di compare Belzeb e di tutti i suoi caduti compari.
    Il giaguaro si era fermato a trenta passi dall'accampamento,  distanza
    ben breve per simili carnivori che sono dotati d'uno slancio poderoso,
    pari e forse maggiore di quello delle tigri,  tuttavia non si decideva
    ad assalire. Lo inquietava il fuoco che ardeva ai piedi dell'albero, o
    l'attitudine  risoluta  del  Corsaro?...   Rimase  sotto  quel   fitto
    cespuglio  un  minuto,   senza  staccare  gli  occhi  dall'avversario,
    conservando una immobilit minacciosa,  poi quei  due  punti  luminosi
    scomparvero bruscamente.
    Per  qualche  istante  si  udirono  agitarsi le fronde e scrosciare le
    foglie, poi ogni rumore cess.
    - Se n' andato,  - disse Carmaux,  sospirando.  - Che  i  caimani  lo
    mangino in tre bocconi.
    - Sar forse lui che manger i caimani, compare, - disse il negro.
    Il Corsaro stette alcuni minuti fermo al suo posto, senza abbassare la
    spada,  poi,  non udendo pi nulla,  ringuain tranquillamente l'arma,
    spieg  il  mantello,  se  lo  mise  intorno  e  si  coric  ai  piedi
    dell'albero, dicendo semplicemente:
    - Se ritorna, chiamatemi.
    Carmaux e l'africano si ritrassero dietro al fuoco e ripresero la loro
    guardia,  tendendo per continuamente gli orecchi e guardando da tutte
    le parti,  essendo poco persuasi che  il  feroce  predatore  si  fosse
    definitivamente allontanato.
    Alle  10 svegliarono Wan Stiller ed il catalano,  li avvertirono della
    vicinanza del carnivoro,  e  s'affrettarono  a  coricarsi  accanto  al
    Corsaro,  il quale gi dormiva placidamente,  come se si fosse trovato
    nella cabina della sua "Folgore".
    Quel  secondo  quarto  di  guardia  pass  pi  tranquillo  del  primo
    quantunque  Wan  Stiller  ed  il suo compagno avessero udito pi volte
    echeggiare nella cupa foresta il miagolio del giaguaro.
    A mezzanotte,  essendosi alzata la luna,  il Corsaro,  che si era  gi
    levato,  diede  il  segnale della partenza,  sperando,  con una rapida
    marcia, di poter raggiungere all'indomani il suo mortale nemico.
    L'astro notturno splendeva superbamente in un cielo purissimo versando
    la  sua  pallida  luce  sulla  grande  foresta,  ma  ben  pochi  raggi
    riuscivano a penetrare attraverso la fitta volta delle foglie giganti.
    Nondimeno  qualche cosa ci si vedeva sotto la boscaglia permettendo ai
    filibustieri di procedere abbastanza  speditamente  e  di  vedere  gli
    ostacoli che intercettavano il passaggio.
    Il  sentiero  aperto  dalla scorta del Governatore era stato smarrito,
    per non si preoccupavano.  Sapevano ormai che egli marciava verso  il
    sud  per  riparare  a  Gibraltar,  ed  essi seguivano quella direzione
    orientandosi colle bussole, certi che un momento o l'altro l'avrebbero
    raggiunto.
    Camminavano da circa un quarto d'ora, aprendosi faticosamente il passo
    fra i rami,  le liane e le radici mostruose che ingombravano il  suolo
    quando  il  catalano,  che  marciava in testa al drappello,  s'arrest
    bruscamente.
    - Che cos'hai? - chiese il Corsaro che veniva dietro.
    - Ho che  la terza volta in venti passi che mi giunge all'orecchio un
    certo rumore sospetto.
    - E quale?...
    - Si direbbe che qualcuno cammini parallelamente a noi,  al di  l  di
    questi fitti macchioni.
    - Che cos'hai udito?...
    - Rompersi dei rami e scrosciare le foglie.
    - Che qualcuno ci segua? - chiese il Corsaro.
    -  E  chi?...  Nessuno  oserebbe marciare di notte,  in mezzo a queste
    foreste vergini, soprattutto a quest'ora, - rispose il catalano.
    - Che sia qualcuno della scorta del Governatore?
    - Uhm!... Devono essere lontani costoro.
    - Allora sar qualche indiano.
    - Forse, ma io dubito che sia un indiano. Eh!... avete udito?
    - S, - confermarono i filibustieri e l'africano.
    - Qualcuno ha spezzato un ramo a  pochi  passi  da  noi,  -  disse  il
    catalano.
    - Se le macchie non fossero cos folte, si potrebbe andar a vedere chi
      costui che ci segue,  - disse il Corsaro,  che aveva gi snudata la
    spada.
    - Proviamo, signore?
    - Lasceremmo le vesti fra quelle spine "ansara";  ammiro per  il  tuo
    coraggio.
    - Grazie,  - rispose lo spagnolo. - Queste parole dette da voi valgono
    molto. Che cosa dobbiamo fare?
    - Continuare la marcia e colle spade  in  pugno.  Non  voglio  che  si
    adoperino i fucili.
    - Avanti, adunque.
    Il  drappello  si  rimise in cammino,  procedendo con prudenza e senza
    fretta.
    Erano giunti ad uno stretto  passaggio,  aperto  fra  altissime  palme
    legate e rilegate fra di loro da una rete di liane,  quando tutto d'un
    tratto una massa pesante piomb sullo spagnolo che camminava dinanzi a
    tutti, atterrandolo di colpo.
    L'assalto era stato  cos  improvviso,  che  i  filibustieri  dapprima
    credettero  che  fosse  rovinato  addosso  al  disgraziato prigioniero
    qualche ramo enorme;  per una specie di ruggito  rauco,  lanciato  da
    quella massa, fece loro comprendere che si trattava d'una fiera.
    Il  catalano,  cadendo,  aveva mandato un urlo di terrore,  poi si era
    subito voltato tentando di sbarazzarsi da quella massa,  che lo teneva
    come inchiodato fra le erbe, impedendogli di rialzarsi.
    - Aiuto! - grid, - il giaguaro mi sbrana.
    Il  Corsaro,  passato  il  primo  istante  di  stupore,  si era subito
    lanciato in soccorso del povero uomo, colla spada alzata.  Rapido come
    il lampo, allung il braccio armato e lo cacci nel corpo della fiera;
    questa,  sentendosi ferire,  abbandon il catalano e si volse verso il
    nuovo avversario, tentando di scagliarsi addosso.
    Il Corsaro si era lestamente ritirato, mostrando la punta scintillante
    della spada,  mentre con un gesto rapido avvolgeva il mantello attorno
    al braccio sinistro.
    L'animale  ebbe  un  istante  di  esitazione,  poi  balz  innanzi con
    coraggio disperato.  Trovato sul suo slancio Wan Stiller,  lo atterr,
    poi si volse contro Carmaux che stava presso il compagno,  tentando di
    abbatterlo con un poderoso colpo di zampa.
    Fortunatamente il Corsaro non era rimasto inoperoso.  Vedendo  i  suoi
    filibustieri in pericolo,  per la seconda volta si era scagliato sulla
    belva, tempestandola di colpi di spada,  non osando avvicinarsi troppo
    per non venire afferrato e sbranato da quegli artigli.
    La  fiera  indietreggiava  ruggendo,  cercando  di  prendere campo per
    riprendere lo slancio, per il Corsaro le stava addosso.
    Spaventata e forse gravemente ferita,  si volse di botto e con un gran
    salto si slanci fra i rami d'un albero vicino,  dove s'imbosc fra le
    grandi foglie,  mandando delle note acute  che  suonavano  come  degli
    "uh!... uh!..." assai prolungati.
    - Indietro!  - aveva gridato il Corsaro temendo che fosse per piombare
    addosso a loro.
    - Tuoni d'Amburgo!  - grid Wan Stiller,  che  erasi  subito  rialzato
    senza aver riportata la minima graffiatura.  - Bisogner fucilarla per
    calmarle la fame!...
    - No, che nessuno faccia fuoco, - rispose il Corsaro.
    - Io stavo per fracassarle la testa, - disse una voce dietro di lui.
    - Sei ancora vivo!... - esclam il Corsaro.
    - E devo ringraziare la corazza di pelle di bufalo che porto sotto  la
    casacca,  signor mio, - disse il catalano. - Senza di quella m'avrebbe
    aperto il petto con un solo colpo di zampa.
    - Attenzione! - grid in quell'istante Carmaux. - Quel dannato animale
    sta per slanciarsi.
    Aveva appena terminate quelle parole che la fiera si precipitava su di
    loro descrivendo una parabola di sei o sette  metri.  Cadde  quasi  ai
    piedi  del  Corsaro,  ma  le  manc il tempo di scagliarsi innanzi una
    seconda volta.
    La spada del formidabile scorridore del mare le era entrata nel  petto
    inchiodandola al suolo,  mentre l'africano le fracassava il cranio col
    calcio del suo pesante fucile.
    - Vattene al diavolo!...  -  grid  Carmaux,  vibrandole  un  poderoso
    calcio,  per assicurarsi che questa era proprio morta.  - Che pazza di
    bestia era questa?
    - Ora lo sapremo, - disse il catalano,  afferrandola per la lunga coda
    e trascinandola verso un piccolo spazio illuminato dalla luna.
    - Non  pesante,  pure che coraggio e che artigli!...  Quando saremo a
    Gibraltar andr ad accendere un cero alla madonna della Guadalupa  per
    avermi protetto.














    22.
    LA SAVANA TREMANTE,

    L'animale  che  con  tanta  audacia  li  aveva  assaliti,  nelle forme
    richiamava alla mente le leonesse dell'Africa;  era per di mole molto
    minore,  non  dovendo  avere  una  lunghezza  maggiore  di  un metro e
    quindici o venti centimetri,  n  un'altezza  superiore  ai  settanta,
    misurata dalla spalla.
    Aveva la testa rotonda, il corpo allungato, ma robusto, una coda lunga
    pi di mezzo metro, artigli lunghi ed acuti, il pelame fitto ma corto,
    di colore rosso giallognolo, che diventava pi oscuro sul dorso mentre
    era chiaro, quasi bianco, sotto il ventre e grigio sul cranio.
    Il catalano ed il Corsaro, con una sola occhiata avevano subito capito
    che  si  trattava  d'uno  di  quegli  animali  chiamati  dagli ispano-
    americani "mizgli" o meglio ancora coguari  o  puma,  ed  anche  leoni
    d'America.
    Queste  fiere,  che  sono  sparse  in buon numero anche oggid,  tanto
    nell'America meridionale,  che  settentrionale,  quantunque  siano  di
    statura  relativamente  piccola,  sono  formidabili  essendo  feroci e
    coraggiose.
    Ordinariamente si tengono nei boschi dove fanno grandi distruzioni  di
    scimmie,  potendo  arrampicarsi  con  tutta  facilit sugli alberi pi
    alti;  talvolta  osano  avvicinarsi  ai  luoghi  abitati,   ed  allora
    producono  danni  enormi,  scannando pecore,  vitelli,  buoi e perfino
    cavalli.
    In una sola notte sono capaci di uccidere cinquanta capi di  bestiame,
    limitandosi  a  bere il sangue caldo che fanno sgorgare dalle vene del
    collo delle vittime.  Se non sono affamati,  sfuggono l'uomo,  sapendo
    per  prova  che  non  sempre riportano vittoria;  solo se spinti dalla
    necessit lo assaltano con coraggio disperato.
    Anche feriti si rivoltano contro gli avversari senza contarli.
    Talvolta vivono in branchi  per  meglio  cacciare  gli  animali  delle
    foreste, per per lo pi s'incontrano isolati, anche perch le femmine
    non hanno grande fiducia nei compagni, correndo il pericolo di vedersi
    mangiare  i  piccini.  D'altronde  anch'esse i primi nati li divorano,
    nondimeno col tempo diventano madri amorose e difendono  accanitamente
    la loro prole.
    - Ventre di pesce-cane!... - esclam Carmaux. - Sono piccoli, ma hanno
    maggior coraggio di certi leoni, questi animali.
    - Non so come non mi abbia aperta la gola, - rispose il catalano. - Si
    dice  che sono destri nel recidere la vena jugulare per bere il sangue
    dei disgraziati che abbattono.
    - Destri o no, ripartiamo, - disse il Corsaro.  - Questo coguaro ci ha
    fatto perdere del tempo prezioso.
    - Le nostre gambe sono leste, comandante.
    -  Lo  so,  Carmaux;  non  scordiamo  che Wan Guld ha parecchie ore di
    vantaggio su di noi. In marcia, amici.
    Lasciarono il cadavere del coguaro e si rimisero in cammino attraverso
    la sconfinata foresta,  riprendendo la  faticosa  manovra  del  taglio
    delle liane e delle radici che impedivano loro il passo.
    Si  erano  allora  impegnati in mezzo ad un terreno imbevuto di acqua,
    dove gli alberi pi  piccoli  avevano  acquistate  dimensioni  enormi.
    Pareva  che  camminassero su di una spugna immensa,  perch colla sola
    pressione dei piedi schizzavano fuori,  da centomila pori  invisibili,
    dei getti d'acqua.
    Forse  in  mezzo  alla  foresta si nascondeva qualche savana e chiss,
    forse qualcuno di quei bacini traditori, chiamati savane tremanti, col
    fondo costituito di sabbie mobili,  che inghiottono  qualunque  essere
    osi affrontarle.
    Il   catalano,   gi   pratico   di  quella  regione,   era  diventato
    eccessivamente prudente. Tastava di frequente il suolo con un ramo che
    aveva tagliato,  guardava dinanzi  a  s  per  vedere  se  la  foresta
    continuava  e  di  tratto  in  tratto  dispensava legnate a destra e a
    manca.  Temeva le sabbie mobili,  ma si guardava anche dai rettili,  i
    quali si trovano in gran numero nei terreni umidi delle selve vergini.
    Con quella oscurit, poteva porre i piedi su qualche "urul", serpente
    a strisce bianche, adorno d'una croce sul capo ed il cui morso produce
    la  paralisi  del  membro  offeso,  o su di un "cobra cipo" o serpente
    liane, cos chiamato perch  verde e sottile come una vera liana,  in
    modo  da  poterlo  facilmente  confondere,  oppure su qualche serpente
    corallo dal morso senza rimedio.
    Ad un certo momento il catalano s'arrest.
    - Un altro coguaro? - chiese Carmaux, che gli stava dietro.
    - Non oso inoltrarmi se prima non spunta il sole, - rispose.
    - Che cosa temi? - chiese il Corsaro.
    - Il terreno mi sfugge sotto i piedi,  signore.  Ci  indica  che  noi
    siamo vicini a qualche savana.
    - Qualche savana tremante forse?
    - Lo temo.
    - Perderemo del tempo prezioso.
    -  Fra  mezz'ora  spunter l'alba e poi credete che anche i fuggiaschi
    non incontrino degli ostacoli?
    - Non dico il contrario. Aspetteremo il sorgere del sole.
    Si sdraiarono ai piedi d'un albero  ed  attesero  con  impazienza  che
    quelle fitte tenebre cominciassero a diradarsi.
    La  grande foresta,  poco prima silenziosa,  risuonava allora di mille
    strani fragori.  Migliaia di batraci,  rospi,  rane-pipa e "parraneca"
    facevano udire le loro voci, formando un baccano assordante.
    Si udivano abbaiamenti, muggiti interminabili, strida prolungate, come
    se centomila carrucole fossero in movimento,  gorgoglii che sembravano
    prodotti da centinaia di ammalati occupati a  umettarsi  le  gole  con
    gargarismi,   poi  un  martellamento  furioso,  come  se  eserciti  di
    falegnami si celassero sotto i boschi, quindi degli stridii che pareva
    provenissero da centinaia di seghe a vapore.
    Di tratto in tratto invece, sugli alberi, si udiva improvvisamente uno
    scoppio di fischi acuti,  i quali facevano alzare  improvvisamente  il
    capo ai filibustieri.
    Erano  mandati da certe lucertole di dimensioni piccole,  ma dotate di
    polmoni cos potenti da gareggiare,  per forza di voce,  colle  nostre
    locomotive.
    Gi  gli  astri  cominciavano  ad  impallidire  e l'alba a diradare le
    tenebre quando in lontananza si ud echeggiare una debole  detonazione
    che non si poteva confondere colle grida dei batraci.
    Il Corsaro si era bruscamente alzato.
    - Un colpo di fucile? - chiese, guardando il catalano, il quale si era
    pure levato.
    - Sembra, - rispose questi.
    - Sparato dagli uomini che inseguiamo?...
    - Lo suppongo.
    - Allora non devono essere lontani.
    - Potete ingannarvi,  signore.  Sotto queste volte di verzura l'eco si
    ripercuote ad incredibile distanza.
    - Comincia a far chiaro;  possiamo  quindi  ripartire,  se  non  siete
    stanchi.
    - Bah!... Riposeremo pi tardi, - disse Carmaux.
    La  luce  dell'alba  cominciava a filtrare fra le foglie giganti degli
    alberi,  diradando rapidamente le tenebre e  svegliando  gli  abitanti
    della foresta.
    I  tucani dal becco enorme,  grosso quanto il loro intero corpo e cos
    fragile che costringe quei poveri volatili a gettare il cibo  in  alto
    aspettando  che  cada per ingollarlo,  cominciavano a svolazzare sulle
    pi alte cime degli alberi,  mandando le  loro  grida  sgradevoli  che
    somigliano al cigolare di una ruota male unta; gli "onorati", nascosti
    nel  pi  fitto  delle  piante,  lanciavano  a piena gola le loro note
    baritonali  do...  mi...  sol...  do...,  i  "cassichi"  bisbigliavano
    dondolandosi  sui  loro  strani  nidi  in  forma di borse,  sospesi ai
    flessibili rami dei manghi o all'estremit delle  foglie  immense  dei
    "maot"  mentre  i  graziosi  uccelli mosca volavano di fiore in fiore,
    come gioielli alati,  facendo scintillare ai primi raggi del  sole  le
    loro piume verdi, turchine o nere a riflessi d'oro e di rame.
    Qualche  coppia  di  scimmie,  uscita dal nascondiglio,  cominciava ad
    apparire, stiracchiandosi le membra e sbadigliando col muso rivolto al
    sole.
    Erano per lo pi dei "barrigudo",  quadrumani alti sessanta od ottanta
    centimetri,  con  una  coda  lunga  pi dell'intero corpo,  con pelame
    morbido,  nero cupo sul dorso e grigiastro sul ventre ed una specie di
    criniera sulle spalle.
    Alcuni  si dondolavano appesi per la coda,  mandando le loro grida che
    sembravano  volessero  dire  "escke,  escke",  altri  invece,  vedendo
    passare il piccolo drappello, s'affrettavano a salutarlo con boccacce,
    scagliando frutta e foglie, essendo maligni e impudenti.
    In  mezzo  alle  foglie delle palme si scorgeva anche qualche banda di
    minuscoli quadrumani, di "mico", i pi graziosi di tutti, essendo cos
    piccini da poter star comodamente nella tasca di una giacca.
    Salivano e scendevano con vivacit i rami,  cercando gli  insetti  che
    costituiscono  il  loro  cibo,  appena  per  scorgevano gli uomini si
    mettevano premurosamente in salvo,  sulle fronde pi alte,  e di lass
    stavano a guardarli coi loro occhi intelligenti ed espressivi.
    Di  passo  in passo che i filibustieri s'inoltravano,  gli alberi e le
    macchie si diradavano,  come se non trovassero di loro gradimento quel
    terreno saturo d'acqua e di natura probabilmente argillosa.
    Le splendide palme erano gi scomparse e non si vedevano che gruppi di
    "imbauda",  specie di piccoli salici,  che muoiono durante la stagione
    piovosa,  per  ricomparire  nella  stagione  secca;  delle  "iriartree
    pinciute",  strani  alberi  che  hanno  il tronco assai rigonfio nella
    parte inferiore,  sostenuto,  per un'altezza di due o  tre  metri,  da
    sette  od  otto  robuste  radici  e  che a venticinque metri d'altezza
    portano delle grandi foglie dentellate,  ricadenti all'ingiro come  un
    enorme ombrello.
    Ben  presto  per anche quegli ultimi alberi scomparvero per dar luogo
    ad ammassi di "calupo",  piante dalle cui frutta tagliate  a  pezzi  e
    lasciate un po' a fermentare si ricava una bevanda rinfrescante,  ed i
    giganteschi bamb alti quindici e perfino venti metri e cos grossi da
    non potersi abbracciare.
    Il catalano stava per cacciarsi l in mezzo,  quando si volse verso  i
    filibustieri, dicendo loro:
    -  Prima  che  abbandoniamo la foresta,  spero che gradirete una buona
    tazza di latte.
    - Toh! - esclam Carmaux allegramente. - Hai scoperto qualche mandria?
    In tal caso possiamo regalarci anche delle bistecche.
    - Niente bistecche per ora, poich non mangeremo nessuna mucca.
    - E chi dar il latte adunque?
    - "L'arbol del leche".
    - Andiamo a mungere l'albero del latte.
    Il catalano si fece dare da Carmaux una fiaschetta,  s'avvicin ad  un
    albero  dalle  foglie ampie,  dal tronco grosso,  liscio,  alto pi di
    venti metri,  sorretto da robuste radici che pareva non avessero posto
    sufficiente  sotto terra,  uscendo,  e con un colpo del suo spadone lo
    incise profondamente.  Un  istante  dopo  da  quella  ferita  si  vide
    sgorgare  un  liquido bianco,  denso,  che somigliava perfettamente al
    latte e che ne aveva anche il gusto.
    Tutti si dissetarono, gustandolo molto,  poi ripresero subito le mosse
    cacciandosi  in  mezzo  ai  bamb,  assordati da un fischiare acuto ed
    incessante prodotto dalle lucertole.
    Il  terreno  diventava  sempre  meno  consistente.  L'acqua  trapelava
    dappertutto  sotto i piedi dei filibustieri,  formando delle pozze che
    s'allargavano rapidamente.
    Delle bande d'uccelli acquatici indicavano le vicinanze di una  grande
    palude e d'una savana. Si vedevano stormi di beccaccini, di "anhinga",
    volatili  che  hanno il collo tanto lungo e sottile che fece dare loro
    il nome di uccelli serpenti,  la testa piccolissima,  il becco diritto
    ed  acuto  e  le  penne  setose  a  riflessi d'argento;  di "ani delle
    savane", i pi piccoli della specie,  essendo un po' meno grossi delle
    gazze,  colle  penne d'un verde oscuro contornate da un lembo violaceo
    oscuro.
    Gi lo spagnolo cominciava a rallentare il  passo,  per  tema  che  il
    terreno gli mancasse sotto i piedi, quando un grido rauco e prolungato
    si fece udire un po' innanzi, seguito da un tonfo e da un gorgoglio.
    - L'acqua!... - esclam.
    -  Ma  oltre  l'acqua  mi  pare  che  vi sia qualche animale,  - disse
    Carmaux. - Non hai udito?...
    - S, il grido d'un giaguaro.
    - Brutto incontro, - brontol Carmaux.
    Si erano fermati,  appoggiando i piedi su di alcuni  bamb  atterrati,
    onde non affondare nella melma,  ed avevano sguainate le sciabole e le
    spade.
    L'urlo della fiera  non  era  pi  echeggiato;  si  udivano  per  dei
    brontolii  sommessi  che  indicavano come il giaguaro fosse tutt'altro
    che soddisfatto.
    - Forse l'animale sta pescando, - disse il catalano.
    - I pesci?... - chiese Carmaux con tono incredulo.
    - Vi sorprende?...
    - Che io sappia i giaguari non posseggono degli ami.
    - Hanno per le unghie e la coda.
    - La coda?... Ed a che cosa pu servire?...
    - Per attirare i pesci.
    - Sarei curioso di  sapere  in  qual  modo.  Forse  che  vi  attaccano
    all'estremit dei vermicelli?...
    -  Niente  affatto.   Si  limitano  a  lasciarla  pendere,   sfiorando
    dolcemente l'acqua coi lunghi peli.
    - E poi?
    - Il resto lo si spiega.  Le raje spinose,  o le piraia ed  i  gimnoti
    credendo  di  trovare  una  buona  preda  accorrono ed  allora che il
    giaguaro,  con un lesto colpo di zampa li afferra,  mancando di rado i
    curiosi che osano mostrarsi alla superficie.
    -  Lo vedo,  - disse in quel momento l'africano,  il quale essendo pi
    alto di tutti poteva guardare pi lontano.
    - Chi?... - chiese il Corsaro.
    - Il giaguaro, - rispose il negro.
    - Che cosa fa?...
    - E' sulla riva della savana.
    - Solo?
    - Pare che spii qualche cosa.
    - E' lontano?
    - Cinquanta o sessanta metri.
    - Andiamo a vederlo, - disse il Corsaro, con accento risoluto.
    - Siate prudente, signore, - consigli il catalano.
    -  Se  non  ci  chiuder  il  passo  non  saremo  noi  ad   assalirlo.
    Avviciniamoci in silenzio.
    Scesero dai bamb e, tenendosi celati dietro i fusti d'un macchione di
    legno  cannone,  si  misero  ad  avanzare in profondo silenzio,  colle
    sciabole e le spade sguainate.
    Percorsi venti passi, giunsero sulla riva d'una vasta palude, la quale
    pareva che si estendesse per un lungo tratto  in  mezzo  alla  foresta
    vergine.
    Era  una savana,  ossia un bacino melmoso formato dagli scoli di tutta
    la foresta.  Le sue acque,  quasi nere pel corrompersi di  migliaia  e
    migliaia di vegetali, esalavano dei miasmi deleteri pericolosi per gli
    uomini, producendo delle febbri terribili.
    Piante  acquatiche  d'ogni  specie  crescevano  per  ogni dove.  Erano
    cespugli di "mucumuc",  dalle larghe foglie galleggianti;  gruppi  di
    "arum"  le  cui  foglie  in  forma  di  cuore  sorgono sulla cima d'un
    peduncolo, ed i "murici" che si arrestano a fior d'acqua.  Si vedevano
    per anche le splendide "vittorie regie",  le pi grandi fra le piante
    acquatiche,  misurando le loro foglie perfino  un  metro  e  mezzo  di
    circonferenza.  Sembravano  tondi  mostruosi,  con  quei  loro margini
    rialzati, ma difesi da una vera armatura di spine lunghe ed acute.
    In mezzo a quelle foglie giganti, spiccavano i superbi fiori di quelle
    piante acquatiche, fiori che sembravano di velluto bianco, a striature
    purpuree con delle gradazioni rosee d'una bellezza pi unica che rara.
    I filibustieri avevano appena dato uno  sguardo  alla  savana,  quando
    udirono dinanzi a loro, ad una distanza brevissima, risuonare un sordo
    brontolio.
    - Il giaguaro, - esclam il catalano.
    - Dov'? - chiesero tutti.
    - Eccolo l, sulla riva, in agguato.




















    23.
    L'ASSALTO DEL GIAGUARO.

    A  cinquanta  passi  da  loro,  sul  margine d'una macchia di legno di
    cannone, un superbo animale,  rassomigliante nelle forme ad una tigre,
    di dimensioni per un po pi piccole,  stava in agguato presso la riva
    della  savana,   in  quell'attitudine  che  prendono  i  gatti  quando
    attendono i sorci.
    Misurava  quasi  due metri di lunghezza,  doveva essere quindi uno dei
    pi grandi della specie, con una coda di ottanta e pi centimetri,  un
    collo  breve  e  grosso come quello d'un giovane toro,  zampe robuste,
    muscolose, armate di formidabili artigli.
    Il suo pelame era d'una bellezza straordinaria,  fitto e  morbido,  di
    colore giallo rossiccio,  a macchie nere orlate di rosso,  pi piccole
    sui fianchi e pi grandi e pi spesse sul dorso,  dove  formavano  una
    grossa striscia.
    Ci  volle  poca fatica pei filibustieri a riconoscere in quell'animale
    un giaguaro,  il pi formidabile predatore  delle  due  Americhe,  pi
    pericoloso  dei  coguari  e forse anche dei mostruosi orsi grigi delle
    Montagne Rocciose.
    Queste fiere,  che s'incontrano dovunque,  dalla Patagonia agli  Stati
    Uniti,  rappresentano  nelle  due  Americhe  le  tigri e sono temibili
    quanto queste, possedendone l'agilit, la forza e la ferocia.
    Abitano per lo pi le foreste umide e le rive delle savane e dei fiumi
    giganti,   specialmente  del  Rio  della  Plata,   delle  Amazzoni   e
    dell'Orenoco, amando, cosa strana nei felini, l'acqua.
    Le  stragi che fanno queste fiere sono terribili;  essendo dotate d'un
    appetito fenomenale,  assalgono indistintamente tutti gli  esseri  che
    incontrano.   Le   scimmie   non  hanno  scampo,   poich  i  giaguari
    s'arrampicano facilmente sugli alberi,  n pi n meno  dei  gatti;  i
    bovini  e  gli equini delle fattorie possono ben difendersi a colpi di
    corna od a calci,  ma soccombono presto poich i sanguinari  predatori
    piombano  addosso  a  loro  con un salto fulmineo spezzando la colonna
    vertebrale con un solo colpo di zampa. Nemmeno le testuggini sfuggono,
    sebbene siano difese da gusci di grande resistenza.  Le unghie potenti
    di  quelle  fiere perforano le doppie corazze delle tartarughe "arrua"
    ed estraggono la carne saporita.
    Nutrono poi  un'avversione  profonda  pei  cani,  se  pur  invece  non
    apprezzano  molto  le  loro  carni,  e per prenderli osano entrare nei
    villaggi indiani anche in pieno giorno.
    Anche gli uomini non vengono risparmiati e molti poveri  indiani  ogni
    anno  pagano  un  largo  tributo a quei formidabili animali.  Anche se
    solamente feriti  quasi  sempre  soccombono  a  causa  delle  tremende
    lacerature  che  producono  gli  artigli di quelle fiere,  non essendo
    acuti.
    Il giaguaro che stava in agguato sulla riva della  savana  pareva  che
    non si fosse accorto della vicinanza dei filibustieri, non avendo dato
    indizio  di  essere  inquieto.  Teneva  gli  occhi  fissi  sulle acque
    nerastre della grande palude,  come se spiasse qualche  preda  che  si
    teneva nascosta sotto le larghe foglie delle "vittorie regie".
    S'era  accovacciato  in  mezzo  ai legni cannone,  non del tutto per,
    perch si teneva come sospeso, pronto a scattare.
    I  suoi  baffi  irti  si  muovevano  leggermente,   dando  indizio  di
    impazienza  o  di collera,  e la sua lunga coda sfiorava mollemente le
    foglie dei fusti, senza produrre il minimo rumore.
    - Che cosa attende? - chiese il Corsaro, che pareva avesse dimenticato
    Wan Guld e la sua scorta.
    - Spia qualche preda, - rispose il catalano.
    - Qualche testuggine forse?...
    - No, - disse l'africano. - E' un avversario degno di lui che attende.
    Guardate l,  sotto le foglie delle "vittorie" non vedete sporgere  un
    muso?...
    - Compare sacco di carbone ha ragione,  - disse Carmaux.  - Vedo sotto
    le foglie qualche cosa che si muove.
    - E' l'estremit del muso d'un "jacar", compare, - rispose il negro.
    - D'un caimano? - chiese il Corsaro.
    - S, padrone.
    - Osano assalire perfino quei formidabili rettili?
    - S signore, - disse il catalano.  - Se stiamo zitti,  assisteremo ad
    una terribile lotta.
    - Speriamo che non sia cosa lunga.
    - Sono due avversari poco pazienti e quando si trovano l'uno di fronte
    all'altro  non  lesineranno  i morsi.  Ah!...  Ecco che lo "jacar" si
    mostra.
    Le foglie delle "vittorie" si  erano  bruscamente  allontanate  e  due
    mascelle enormi,  armate di lunghi denti triangolari,  erano comparse,
    allungandosi verso la riva.
    Il giaguaro, vedendo il caimano accostarsi, si era alzato, facendo una
    mossa indietro.  Non doveva per averla  fatta  per  paura  di  quelle
    mascelle,   bens   coll'evidente   intenzione  di  attirare  a  terra
    l'avversario per privarlo di uno dei suoi principali mezzi di  difesa,
    ossia  dell'agilit,  essendo  quei rettili assai impacciati quando si
    trovano fuori dell'acqua.
    Il caimano, ingannato da quella mossa,  credendo forse che il giaguaro
    avesse  paura,  con un poderoso colpo di coda,  che tronc di netto le
    foglie delle vittorie dai loro gambi spinosi e che sollev una  grande
    ondata,  si  slanci innanzi,  mettendo piede sulla riva,  dove subito
    s'arrest mostrando le terribili mascelle aperte.
    Era un grande "jacar", lungo quasi cinque metri, col dorso coperto di
    piante acquatiche che gli erano cresciute fra il fango, che gli si era
    incastrato sulle scaglie ossee.
    Scosse l'acqua che lo  inondava,  lanciando  intorno  una  miriade  di
    spruzzi,  poi  si piant sulle brevi zampe posteriori e mand un grido
    che rassomigliava al vagito d'un bambino, forse un grido di sfida.
    Il giaguaro, invece di assalirlo, aveva fatto un altro salto indietro,
    e si tenne raccolto su s stesso, pronto a scagliarsi.
    Il re delle foreste e il re delle  savane  si  guardarono  per  alcuni
    istanti  in  silenzio,  coi loro occhi giallastri che avevano un lampo
    feroce,  poi il primo  fece  udire  un  brontolio  d'impazienza  e  si
    raccorci soffiando come un gatto in collera.
    Il  caimano,  niente  spaventato  e  consapevole  della  propria forza
    prodigiosa e della robustezza dei denti,  sal risolutamente la sponda
    agitando la pesante coda a destra e a manca.
    Era il momento atteso dal furbo giaguaro. Vedendo che l'avversario era
    ormai a terra, spicc un gran salto in aria e gli piomb addosso, ma i
    suoi  artigli,  quantunque  solidi  come  l'acciaio,  incontrarono  le
    scaglie  ossee  del  rettile,   quelle  piastre  cos  solide  da  non
    permettere ad una palla di fucile di attraversarle.
    Furioso  per  non essere riuscito in quel primo assalto,  si volse con
    rapidit  prodigiosa,   avvent  un  colpo   d'artiglio   alla   testa
    dell'avversario strappandogli un occhio,  poi con un secondo volteggio
    balz nuovamente a terra, dieci passi pi innanzi.
    Il rettile aveva mandato un lungo muggito di rabbia e di dolore.
    Privo d un occhio come era, non poteva pi far fronte vantaggiosamente
    al pericoloso nemico e  cercava  di  guadagnare  la  savana,  vibrando
    furiosi colpi di coda, i quali sollevavano spruzzi di fango.
    Il giaguaro che si teneva in guardia,  per la seconda volta si slanci
    innanzi,  cadendogli addosso;  per non cerc di riprovare  le  unghie
    sulla impenetrabile corazza.
    Si  curv  innanzi  e  con  un colpo d'artiglio ben assestato scuc il
    fianco destro del rettile,  strappandogli contemporaneamente dei brani
    d'interiora.
    La  ferita  doveva  essere  mortale,  per il rettile possedeva ancora
    troppa vitalit per darsi per vinto.  Con uno scrollo irresistibile si
    sbarazz  del  nemico,  facendolo  capitombolare malamente in mezzo ai
    fusti di legno cannone,  poi gli si avvent sopra per tagliarlo in due
    con un buon colpo dei suoi innumerevoli denti.
    Disgraziatamente  per  lui,  avendo un occhio solo,  non pot prendere
    esattamente le sue mire, ed invece di triturare l'avversario,  ci che
    gli sarebbe riuscito facile, non gli abbocc che la coda.
    Un  urlo  feroce,   terribile,   lanciato  dal  giaguaro,   avvert  i
    filibustieri che quell'appendice era stata mozzata di colpo.
    - Povera bestia! - esclam Carmaux. - Far una ben brutta figura senza
    coda.
    - Si prende per la rivincita, - disse il catalano.
    Infatti il sanguinario predatore si era rivoltato contro  il  rettile,
    con   furore   disperato.    Fu   veduto   aggrapparglisi   al   muso,
    lacerandoglielo ferocemente, a rischio di perdere le zampe, e lavorare
    di artigli con rapidit prodigiosa.
    Il povero "jacar"  grondante  di  sangue,  orribilmente  mutilato  ed
    acciecato,  retrocedeva sempre per riguadagnare la savana. La sua coda
    vibrava colpi formidabili e  le  sue  mascelle  si  rinchiudevano  con
    fracasso,  senza  riuscire  a sbarazzarsi della fiera che continuava a
    dilaniarlo.
    Ad un tratto entrambi caddero in  acqua.  Per  alcuni  istanti  furono
    veduti  dibattersi fra un monte di spuma che il sangue arrossava,  poi
    uno di loro ricomparve presso la riva.
    Era il giaguaro ridotto in  uno  stato  deplorevole.  Dal  suo  pelame
    grondava ad un tempo sangue ed acqua. La coda lasciata fra i denti del
    rettile, una zampa pareva spezzata ed il dorso era scorticato.
    Sal  faticosamente  la  riva,  arrestandosi  di  tratto  in  tratto a
    guardare le acque della savana,  con due  occhi  che  mandavano  lampi
    feroci,  raggiunse la macchia dei legni cannone e scomparve agli occhi
    dei filibustieri, mandando un ultimo miagolio di minaccia.
    - Credo che abbia avuto il suo conto, - disse Carmaux.
    - S,  per lo "jacar"  morto  e  domani,  quando  torner  a  galla
    servir di colazione al giaguaro, - rispose il catalano.
    - Se l' guadagnata a caro prezzo.
    - Bah!... Hanno la pelle dura quelle fiere, e guarir.
    - La coda non gli spunter di certo.
    - Bastano i denti e gli artigli.
    Il  Corsaro  Nero si era rimesso in cammino costeggiando le rive della
    savana.  Passando l dove era avvenuta la terribile lotta  fra  il  re
    delle  foreste  americane  ed il re dei fiumi e delle paludi,  Carmaux
    vide a terra uno degli occhi perduti dal rettile.
    - Peuh.!...  - esclam.  - Come    brutto!...  Anche  spegnendosi  ha
    conservato un lampo d'odio e di bramosia feroce.
    I  filibustieri s'affrettavano.  Essendo le rive della savana ingombre
    solo di fusti di legno cannone e di "mucumuc",  piante facilissime ad
    abbattersi,  la  marcia  riusciva pi lesta che attraverso l'intricata
    foresta.
    Dovevano per ben guardarsi dai rettili, che si trovavano numerosi nei
    dintorni delle  savane,  specialmente  dagli  "jacar",  serpenti  che
    sfuggono  facilmente agli sguardi,  avendo la pelle color delle foglie
    secche e che nondimeno sono forse i pi pericolosi di tutti, essendo i
    loro morsi senza rimedio.
    Fortunatamente pareva che quei pericolosi abitanti  dei  luoghi  umidi
    mancassero.  Abbondavano invece straordinariamente i volatili, i quali
    volteggiavano in bande numerose al di sopra delle piante acquatiche ed
    attorno ai fusti di legno cannone.
    Oltre agli uccelli di palude si vedevano bellissimi fagiani di  fiume,
    dalle penne screziate e dalle lunghe code,  chiamati "ciganas",  degli
    stormi di pappagalli chiassosi,  verdi gli uni,  gialli  e  rossi  gli
    altri;  dei  superbi  "canind",  grossi  pappagalli  somiglianti alle
    "cacatoes", colle ali turchine ed il petto giallo,  e nuvoli di "tico-
    tico", uccelletti che s'avvicinavano alle passere.
    Anche  qualche  truppa  di  scimmie  appariva sulle rive della savana,
    proveniente dalla foresta.  Erano dei "cebo  barbabianca"  dal  pelame
    lungo e morbido come la seta,  di colore nero e grigio,  con una lunga
    barba candidissima che dava loro l'aspetto di vecchioni.
    Le madri seguivano i maschi,  portando sulle spalle i piccini,  appena
    per  vedevano  i  filibustieri  si  affrettavano  a  darsela a gambe,
    lasciando ai maschi la cura di proteggere la ritirata.
    A mezzod il Corsaro,  vedendo i suoi uomini affranti da quella  lunga
    marcia  che  durava da dieci ore e quasi senza interruzione,  diede il
    segnale della fermata, accordando un riposo ben guadagnato.
    Volendo risparmiare i pochi viveri che avevano portato con loro e  che
    potevano  diventare  preziosissimi  nella  grande  foresta,  si misero
    subito in cerca di selvaggina e di frutta.
    L'amburghese ed il negro s'occuparono  degli  alberi  e  furono  tanto
    fortunati  da  scoprire,  poco  lontano  dalle rive della savana,  una
    "bacaba", palma bellissima, che produce dei fiori d'una tinta cremisi,
    e che incidendola d una  specie  di  vino;  ed  una  "jabuticabeira",
    albero  alto sei o sette metri,  dal fogliame verde cupo e che produce
    delle frutta grosse come i nostri  aranci  lisci,  d'una  bella  tinta
    giallo  viva  e  che  attorno  ad  un  enorme nocciolo hanno una polpa
    delicata ed assai saporita.
    Carmaux ed il catalano invece s'incaricarono della selvaggina, dovendo
    provvedere anche al pasto serale.
    Avendo osservato che sulle rive  della  savana  non  si  vedevano  che
    uccelli,  difficili  ad  uccidersi,  non possedendo del piombo minuto,
    decisero di accostarsi  alla  grande  foresta  sperando  di  abbattere
    qualche  "kariaku",   animali  somiglianti  ai  caprioli,   o  qualche
    "pecari", specie di cinghiale.
    Dopo  d'aver  detto  ai  compagni  di  preparare  intanto  il   fuoco,
    s'allontanarono  con passo celere,  sapendo che il Corsaro non avrebbe
    atteso molto,  premendogli troppo di sorprendere Wan  Guld  e  la  sua
    scorta.
    In quindici minuti attraversarono i folti cespugli dei legni cannone e
    dei  "mucumuc"  e  si  trovarono sul margine della foresta vergine in
    mezzo ad un agglomeramento di grossi cedri,  di palmizi d'ogni specie,
    di  cactus  spinosi,  di  grandi  "helianthus"  e di splendide "salvie
    fulgens" cariche di fiori d'una impareggiabile tinta cremisina.
    Il catalano si era arrestato,  tendendo gli  orecchi  per  raccogliere
    qualche  rumore,  che  indicasse  la  vicinanza  di  qualche  capo  di
    selvaggina,  ma un silenzio quasi assoluto regnava sotto quelle  fitte
    volte di verzura.
    - Temo che saremo costretti a mettere le mani sulle nostre riserve,  -
    disse, crollando il capo. - Forse ci troviamo nei dominii del giaguaro
    e la selvaggina gi da tempo avr preso il largo.
    - Pare impossibile che in queste selve non si possa trovare almeno  un
    gatto.
    - Anzi avete veduto che non mancano: che gattacci per!
    - Se incontriamo il giaguaro lo uccideremo.
    -  Non    cattiva  del  tutto la carne di quelle fiere,  specialmente
    condita coi cavoli rossi.
    - Allora lo uccideremo.
    - Ah!... Ah!...  - esclam il catalano,  che aveva alzato vivamente il
    capo. - Credo che uccideremo qualche cosa di meglio.
    - Hai veduto un capriolo, catalano del mio cuore?...
    - Guardate lass, non vedete volare un grosso uccello?...
    Carmaux alz gli occhi e vide infatti un uccellaccio nero volare fra i
    rami e le foglie degli alberi.
    - E' quello il capriolo che mi prometti?...
    -  Quello  l   un "gule-gule".  Toh,  guardate,  eccone un secondo e
    laggi se ne vedono degli altri.
    -  Uccidili  con  una  palla,   se  sei  capace,   -  disse   Carmaux,
    ironicamente. - E poi non ho fiducia dei tuoi "gule-gule".
    - Non pretendo di abbatterli; anzi tutt'altro, ma se non lo sapete, vi
    dir che ci indicheranno dove troveremo della selvaggina eccellente.
    - E quale?...
    - Dei cinghiali.
    -   Ventre  di  pesce-martello!...   Come  assaggerei  volentieri  una
    costoletta ed un prosciutto di cinghiale!...  Spiegami per  che  cosa
    c'entrano i tuoi "gule-gule" con quegli animali.
    - Quegli uccelli,  che sono dotati d'una vista acutissima, scoprono da
    lontano i cinghiali e  s'affrettano  a  raggiungerli  per  empirsi  il
    ventre...
    - Di carne di cinghiale!...
    -  Mai  pi,  dei  vermi,  degli scorpioni,  delle scolopendre che gli
    animali scoprono nel sollevare la terra col loro grugno,  onde cercare
    le radici ed i bulbi di cui sono ghiotti.
    - Anche le scolopendre divorano?...
    - Certo.
    - E non muoiono?
    -  Si  dice  che i "gule-gule" siano refrattari all'azione velenosa di
    quegli insetti.
    - Ho capito.  Seguiamo i volatili prima che scompaiano e prepariamo  i
    fucili. Toh!... E non ci udranno gli spagnoli?
    - Allora il Corsaro digiuni.
    - Tu parli come un libro stampato, catalano mio. Meglio che ci odano e
    che  riempiamo  il  ventre  o ci verranno meno le forze per continuare
    l'inseguimento.
    - Zitto!...
    - I cinghiali?...
    - Non lo so;  qualche animale si avvicina a noi.  Non sentite muoversi
    le foglie dinanzi a noi?
    - S, odo.
    - Aspettiamo e teniamoci pronti a far fuoco.







    24.
    LE DISGRAZIE DI CARMAUX.

    Le foglie delle piante si udivano muoversi con una certa precauzione a
    circa quaranta passi dai due cacciatori, i quali si erano affrettati a
    nascondersi dietro il tronco d'un grosso simaruba.
    I  rami scricchiolavano qua e l,  come se l'animale che si avvicinava
    fosse indeciso sulla via da prendere, per s'avvicinava sempre.
    Ad un tratto Carmaux vide aprirsi un cespuglio e balzare in  mezzo  ad
    un  piccolo  spazio  aperto  un  animale lungo quasi mezzo metro,  dal
    pelame nero rossiccio, basso di gambe e fornito d'una coda assai ricca
    di peli.
    Carmaux non sapeva a che specie appartenesse e se fosse  mangiabile  o
    no;  vedendolo per fermo,  a soli trenta passi, spian rapidamente il
    fucile e fece fuoco.
    L'animale cadde,  poi  subito  si  risollev,  con  una  vivacit  che
    indicava  come  non  fosse  stato  gravemente  ferito  e si allontan,
    cacciandosi in mezzo ai cespugli e alle radici.
    -  Ventre  di  tutti  i  pesci-cani  dell'oceano!...   -  esclam   il
    filibustiere.  - L'ho mancato!...  Eh!... caro mio, non credo per che
    correrai molto
    Si  precipit  innanzi,  senza  perdere  tempo  a  ricaricare  l'arma,
    slanciandosi  animosamente sulle tracce dell'animale,  senza ascoltare
    il catalano che gli gridava dietro:
    - Badate al vostro naso!
    L'animale fuggiva a tutte gambe, cercando probabilmente di giungere al
    suo covo.  Carmaux,  per,  era lesto e lo inseguiva da vicino,  colla
    sciabola d'arrembaggio in mano, pronto a tagliarlo in due.
    - Ah! brigante - urlava. - Puoi fuggire anche a casa del diavolo io ti
    raggiunger!
    Il  povero  animale  non  s'arrestava;  perdeva  per le forze.  Delle
    macchie  di  sangue,   che  si  vedevano  sull'erba  e  sulle  foglie,
    indicavano che la palla del filibustiere lo aveva toccato.
    Ad  un  certo  momento,  esausto  da  quella corsa e dalla perdita del
    sangue, s'arrest presso il tronco d'un albero.  Carmaux,  credendo di
    averlo  ormai  in  mano,  gli  si  precipit addosso.  D'improvviso fu
    investito da un puzzo cos orrendo,  che cadde  all'indietro  come  se
    fosse stato soffocato di colpo.
    -  Morte  di  tutti  i  pesci-cani  dell'Oceano!  -  si ud urlare.  -
    All'inferno quella carogna! Che scoppi!
    Poi una serie di sternuti lo prese,  impedendogli di proseguire le sue
    invettive.
    Il  catalano  accorreva  in suo aiuto per soccorrerlo.  Giunto a dieci
    passi da lui s'arrest, turandosi il naso con ambo le mani.
    - "Carramba"! - disse. - Ve lo avevo detto, "caballero",  di fermarvi.
    Eccovi  profumato  per  una  settimana.  Io  non  mi  sento l'anima di
    giungere fino a voi.
    - Ehi, amico! - grid Carmaux. - Che io sia appestato?  Mi sento venir
    male come se provassi il mal di mare.
    - Fuggite e cambiate aria.
    - Mi sembra di crepare. Cosa  successo?
    -  Muovetevi,  vi  dico.  Fuggite da quell'odore insopportabile che ha
    appestati i cespugli.
    Carmaux si alz a fatica e s'allontan cercando di dirigersi verso  il
    catalano.  Questi,  appena  lo  vide  muovergli  incontro,  fu lesto a
    frapporre una certa distanza.
    - Mille pesci-cani!  Hai paura?  - chiese Carmaux.  - Allora io ho  il
    colera!
    - No, caballero, ma profumerete anche me.
    -  Come potr tornare all'accampamento?  Far fuggire tutti,  anche il
    comandante.
    - Bisogner che vi lasciate  affumicare,  -  disse  il  catalano,  che
    frenava a grande stento le risa.
    - Come un'aringa?
    - N pi n meno, "caballero".
    -  Dimmi  un  po'  amico,  cos'  accaduto?  E'  stata quella bestia a
    sprigionare quest'orribile odore d'aglio marcio,  che  mi  rivolta  lo
    stomaco? Sai che mi sembra che il cranio scoppi?
    - Vi credo.
    - E' stato quell'animale?
    - S, "caballero".
    - Cos'era adunque?
    - Lo chiamano il "surrilho".  E' una specie di puzzola,  certamente la
    peggiore di tutta la specie,  nessuno potendo resistere al suo  odore,
    nemmeno i cani.
    - E da dove sprigiona quel profumo del diavolo?
    -  Da  alcune  glandolette  che tiene sotto la coda.  Vi ha colpito il
    liquido?
    - No, poich era un po' lontano.
    - Siete stato fortunato. Se le vostre vesti avessero ricevuto una sola
    goccia di quel liquido oleoso,  avreste dovuto continuare  il  viaggio
    nudo come babbo Adamo.
    - Tuttavia puzzo peggio d'un letamaio.
    - Vi affumicheremo, vi ho detto.
    -  All'inferno  tutti  i "surrilho" della terra!  Mi poteva toccare di
    peggio?  Bella figura che faremo al nostro ritorno!...  Ci aspettavano
    con  della  selvaggina  ed  invece  rimorchio  un  carico  di  profumo
    infernale!...
    Lo spagnolo non rispondeva;  rideva  invece  a  crepapelle,  udendo  i
    lamenti  del  filibustiere  e procurava di tenersi sempre lontano,  in
    attesa che l'aria purificasse un po' quel disgraziato cacciatore.
    Presso l'accampamento trovarono Wan Stiller,  il quale era andato loro
    incontro,  credendoli  occupati  a  trascinare  un  capo di selvaggina
    troppo pesante per le loro  forze.  Sentendo  l'odore  che  tramandava
    Carmaux fugg a tutte gambe, turandosi il naso.
    -  Tutti  mi  sfuggono  ora,  come se avessi il colera indosso - disse
    Carmaux. - Finir col gettarmi nella savana.
    - Non fareste niente, - disse il catalano. - Fermatevi li ed aspettate
    il mio ritorno od appesterete tutti noi.
    Carmaux fece un gesto di rassegnazione e si  sedette  malinconicamente
    ai piedi d'un albero, emettendo un sospirone.
    Dopo aver informato il Corsaro della comica avventura,  il catalano si
    rec nella foresta assieme all'africano e fece raccolta di certe  erbe
    verdi,  somiglianti a quelle sarmentose del pepe,  e le depose a venti
    passi da Carmaux, poi vi diede fuoco.
    - Lasciatevi affumicare per bene da queste, - disse fuggendo e ridendo
    ad un tempo. - Vi aspetto a colazione.
    Carmaux,  rassegnato,  and  a  esporsi  al  fumo  densissimo  che  si
    sprigionava da quelle piante,  risoluto a non togliersi di l,  fino a
    che non avesse perduto l'odore orrendo che lo impregnava.
    Quei sarmenti, ardendo, tramandavano un odore cos acre, che gli occhi
    del povero filibustiere piangevano copiosamente come se il catalano vi
    avesse mescolato delle bacche di vero pepe.  Nondimeno egli  resisteva
    con grande filosofia, lasciandosi affumicare come un'aringa.
    Mezz'ora  dopo,  non  sentendo  pi che debolmente l'odore sprigionato
    dalle glandole del "surrilho", decise di togliersi di l,  dirigendosi
    verso  l'accampamento,  dove i compagni erano occupati a dividersi una
    grossa testuggine, che avevano sorpresa sulle rive della savana.
    - E' permesso?... - chiese egli. - Con tutto quel fumo spero d'essermi
    purificato.
    - Avanzati,  - rispose il  Corsaro.  -  Abituati  all'acre  odore  del
    catrame, possiamo tollerare anche quello che tramandi tu, ma spero che
    in seguito ti guarderai dal "surrilho".
    -  Per centomila pesci-cani!...  Se ne vedr uno ancora,  scapper tre
    miglia pi  lontano,  ve  lo  prometto,  comandante.  Me  la  prender
    piuttosto coi coguari e coi giaguari.
    -  Eravate  almeno  nel  pi  fitto della foresta,  quando avete fatto
    fuoco?...
    - Spero che la detonazione non si sar propagata molto,  - rispose  il
    catalano.
    -  Mi  spiacerebbe  che  i  fuggiaschi  potessero sospettare di essere
    inseguiti.
    - Io credo invece che ne abbiano la certezza, capitano.
    - E da che cosa lo arguisci?...
    - Dalla loro rapida marcia.  A  quest'ora,  noi  dovremmo  averli  gi
    raggiunti.
    -  Vi    forse  un  motivo  molto  urgente  che  spinge  Wan  Guld ad
    affrettarsi.
    - E quale, signore?...
    - Il timore che l'Olonese piombi su Gibraltar.
    - Vorr tentare l'assalto di quella piazza? - chiese il catalano,  con
    inquietudine.
    - Forse... vedremo, - rispose il Corsaro evasivamente.
    -  Se  ci  dovesse  avvenire,  io  non  combatter  mai contro i miei
    compatrioti,  signore,  - disse il catalano con voce  commossa.  -  Un
    soldato  non  pu alzare le sue armi contro una citt,  sulle cui mura
    sventola la bandiera del proprio paese.  Finch si tratta di Wan Guld,
    un  fiammingo,  sono  pronto  ad aiutarvi,  ma non far niente di pi.
    Preferirei mi appiccaste.
    - Ammiro il tuo attaccamento verso la tua patria, - rispose il Corsaro
    Nero. - Quando noi avremo raggiunto Wan Guld,  io ti lascer libero di
    recarti a difendere Gibraltar, se lo vorrai.
    - Grazie "caballero": fino allora sono a vostra disposizione.
    - Allora ripartiamo o non potremo pi raggiungerlo.
    Raccolsero  le  loro  armi,  i  pochi  viveri che ancora possedevano e
    ripresero la  marcia,  seguendo  le  sponde  della  savana,  le  quali
    continuavano a mantenersi sgombre di piante d'alto fusto.
    Il  calore era intenso,  tanto pi che in quel luogo non vi era ombra,
    pure i filibustieri,  abituati alle alte  temperature  del  Golfo  del
    Messico  e del Mare Caraybo,  non soffrivano molto.  Tuttavia fumavano
    come zolfatare e tale era l'abbondanza di sudore che usciva da tutti i
    loro pori, che dopo pochi passi avevano i vestiti inzuppati.
    Per di  pi  le  acque  della  savana,  colpite  in  pieno  dai  raggi
    implacabili  di quel sole,  mandavano dei riflessi accecanti,  i quali
    colpivano  dolorosamente  gli  occhi  di  tutti,   mentre  dei  miasmi
    pericolosi  s'alzavano  sotto  forma d'una leggera nebbia,  miasmi che
    potevano diventare fatali causando la terribile febbre dei boschi.
    Fortunatamente,  verso le quattro pomeridiane,  si scorse  l'estremit
    opposta  della  savana,  la  quale  si  cacciava  in mezzo alla grande
    foresta a forma d'un collo di bottiglia.
    I  filibustieri  ed  il  catalano,  che  marciavano  con  molta  lena,
    quantunque  fossero  assai  trafelati,  stavano  per  piegare verso la
    foresta, quando il negro che veniva ultimo addit loro qualche cosa di
    rosso che si manteneva a fior d'un pantano verdastro che si  allungava
    verso la savana.
    - Un uccello?... - chiese Carmaux.
    - Mi sembra piuttosto un berretto spagnolo, - disse il catalano. - Non
    vedete che vi  anche un ciuffo di piume nere?...
    - Chi pu averlo gettato in quel pantano?... - chiese il Corsaro.
    - Credo che si tratti di qualche cosa di peggio,  signore,  - disse il
    catalano.  - O m'inganno assai o quel  fango    costituito  da  certe
    sabbie che afferrano sempre e che non rendono mai.
    - Che cosa vuoi dire?...
    -  Che  forse  sotto  quel  berretto  vi   un disgraziato che  stato
    inghiottito vivo dal fango.
    - Andiamo a vedere.
    Deviarono dal loro cammino e si diressero verso quel  bacino  fangoso,
    che  aveva un'estensione di tre o quattrocento metri su altrettanti di
    larghezza e che pareva un lembo di savana  semi-disseccata,  e  videro
    che  si trattava veramente d'uno di quei berretti di seta variegata di
    rosso e giallo,  adorno d'una piuma,  assai usata dagli spagnoli.  Era
    rimasto adagiato sul fango,  nel centro d'una escavazione che aveva la
    forma di un imbuto,  e l  presso  si  vedevano  sorgere  come  cinque
    piccoli piuoli d'una tinta tale che fece fremere i filibustieri.
    - Le dita di una mano!... - avevano esclamato Carmaux e Wan Stiller.
    - Ve lo avevo detto "caballero", che sotto quel berretto si trovava un
    cadavere, - disse il catalano con accento triste.
    -  Chi pu essere quel disgraziato che la savana ha inghiottito?...  -
    chiese il Corsaro.
    - Un soldato della scorta del governatore,  - rispose il  catalano.  -
    Quel berretto io l'ho veduto in capo a Juan Barrero.
    - Wan Guld  adunque passato di qui?...
    - Eccone una triste conferma, signore...
    - Che sia caduto nel fango accidentalmente?...
    - Lo credo.
    - Orrenda morte!...
    -  La  pi  terribile,  signore.  Venire  assorbiti vivi da quel fango
    tenace e puzzolente, dev'essere una fine spaventevole.
    - Ors,  lasciamo i morti e pensiamo  ai  vivi,  -  disse  il  Corsaro
    dirigendosi verso la foresta.  - Noi siamo ormai certi di essere sulle
    tracce dei fuggiaschi.
    Stava per  invitare  i  compagni  ad  affrettarsi,  quando  un  sibilo
    prolungato con certe modulazioni strane, echeggiato verso la parte pi
    folta della foresta, lo arrest.
    - Che cos' questo?... - chiese volgendosi verso il catalano.
    - Non saprei,  - rispose questi,  lanciando uno sguardo inquieto verso
    gli alberi giganti.
    - Qualche uccello che canta in quel modo?...
    - Non ho mai udito questo fischio, signore.
    - E tu, Moko, - chiese il Corsaro volgendosi verso l'africano.
    - Nemmeno io, capitano.
    - Che sia un segnale?
    - Lo temo, - rispose il catalano.
    - Dei tuoi compatrioti che inseguiamo?...
    - Uhm? - fe' lo spagnolo crollando il capo.
    - Non lo credi?...
    - No,  signore.  Temo invece che ben presto avremo  da  fare  con  gli
    indiani.
    - Indiani liberi e vostri alleati? - chiese il Corsaro, aggrottando la
    fronte.
    - Lanciati addosso dal Governatore.
    - Allora deve sapere che noi lo inseguiamo.
    - Pu averlo sospettato.
    - Bah!... Se si tratta di indiani, li fugheremo facilmente.
    -  Sono  pericolosi nella foresta vergine,  forse pi dei bianchi.  Le
    loro imboscate difficilmente si evitano.
    - Cercheremo di non lasciarci  sorprendere.  Armate  i  fucili  e  non
    risparmiate  le  cariche.  Il  Governatore ormai sa che noi gli stiamo
    alle calcagna, poco importa quindi che oda le nostre moschettate.
    - Andiamo adunque a vedere  gli  indiani  di  questo  paese,  -  disse
    Carmaux. - Non saranno pi belli degli altri di certo, n pi cattivi.
    - Guardatevene,  "caballero",  - disse il catalano. - Gli uomini rossi
    del Venezuela sono antropofaghi e sarebbero ben contenti  di  mettervi
    arrosto.
    - Ventre di pesce-cane!... Wan Stiller, amico mio, difendiamo per bene
    le nostre costolette.


















    25.
    GLI ANTROPOFAGHI DELLA FORESTA VERGINE.

    Si erano allora addentrati nella foresta,  impegnandosi fra miriadi di
    palmizi,  di  bacaba  vinifere,  di  ceropia,  chiamate  anche  alberi
    candelabri  per la stranissima disposizione dei loro rami;  di "cari",
    specie di  palme  dal  fusto  spinoso  che  rendono  difficilissimo  e
    pericoloso l'accesso fra le loro macchie; di "miriti", altre palme, di
    dimensioni  enormi e con le foglie disposte a ventaglio,  e di "sip",
    liane grosse e robuste  che  gl'indiani  adoperano  nella  costruzione
    delle loro capanne.
    Temendo una sorpresa,  s'avanzavano con grande prudenza,  tendendo gli
    orecchi e guardando attentamente le macchie pi fitte entro  le  quali
    potevano celarsi gli indiani.
    Il segnale non si era pi udito,  tutto indicava per che degli uomini
    erano passati per di l.  Gli uccelli erano scomparsi e  del  pari  le
    scimmie,  spaventate  senza  dubbio  dalla  presenza  dei  loro eterni
    nemici,  gl'indiani,  i quali fanno agli uni ed alle altre una  caccia
    accanita, essendo ghiotti delle loro carni.
    Per  di  pi si vedevano qua e l dei rami spezzati di recente,  delle
    foglie smosse,  delle  liane  troncate  solo  da  poco  tempo,  e  che
    perdevano ancora delle gocce di linfa.
    Marciavano  da  due  ore,  sempre  con mille precauzioni,  cercando di
    mantenere la loro direzione verso il sud,  quando si  udirono  ad  una
    certa distanza alcune modulazioni, che parevano mandate da uno di quei
    flauti di bamb usati dagli indiani.
    Il Corsaro, con un gesto, aveva arrestato i compagni.
    - E' un segnale,  vero?... - chiese al catalano.
    - S, signore, - rispose questi. - Non possiamo ingannarci.
    - Gli indiani devono essere vicini.
    -  Forse  pi  di  quanto  crediate.  Siamo  in  mezzo a delle macchie
    foltissime che si prestano per un agguato.
    - Che cosa mi  consigli  di  fare?...  Attendere  che  si  mostrino  o
    continuare la marcia?
    -  Se  vedono  arrestarci,  possono  credere  che  noi  abbiamo paura.
    Andiamo, signore, e non risparmiamo i primi che si faranno innanzi.
    Le modulazioni del flauto si  fecero  udire  pi  vicine.  Pareva  che
    uscissero  da  un  macchione di palme "cari",  piante che formavano un
    ostacolo insuperabile coi loro tronchi irti di spine lunghe ed acute.
    - Wan Stiller,  - disse il Corsaro,  volgendosi verso l'amburghese,  -
    cerca di far tacere quel suonatore misterioso.
    Il  marinaio,  che era un valente bersagliere,  essendo stato parecchi
    anni bucaniere, punt il fucile verso la macchia, cercando di scorgere
    l'indiano che suonava o di scoprire un qualche luogo ove le foglie  si
    muovevano, poi fece partire il colpo, ma a casaccio.
    La strepitosa detonazione fu seguita da un grido,  che tosto si cambi
    in uno scroscio di risa.
    - Morte del diavolo!... - esclam Carmaux. - Hai mancato il colpo.
    - Tuoni d'Amburgo!... - grid Stiller, con stizza.  - Se avessi potuto
    vedere  un  pezzettino  del suo cranio,  non so se quel cane riderebbe
    ancora.
    - Non importa, - disse il Corsaro. - Ora sanno che noi siamo armati di
    fucili e diverranno pi prudenti. Avanti, uomini del mare!...
    La foresta era diventata cupa e selvaggia.  Un vero caos d'alberi,  di
    foglie gigantesche, di liane e di radici mostruose, si offriva dinanzi
    agli sguardi dei filibustieri,  confusamente,  perch i raggi del sole
    non riuscivano a penetrare attraverso la fitta volta di verzura.
    Nondimeno un calore intenso e umido,  come  di  serra  calda,  regnava
    sotto   i   colossi   della   flora   equatoriale,    facendo   sudare
    prodigiosamente i coraggiosi uomini che volevano  attraversare  quella
    immensa foresta.
    Con  le  dita  sui  grilletti dei fucili,  gli occhi bene aperti e gli
    orecchi tesi,  il catalano,  i marinai,  il Corsaro,  ed il  negro  si
    inoltravano cautamente, tenendosi l'uno dietro l'altro.
    Guardavano le macchie,  i cespugli,  le immense foglie, gli ammassi di
    radici ed i festoni formati dalle liane,  pronti a scaricare  le  armi
    sul primo indiano che avesse osato mostrarsi.
    Dopo  quei  segnali,  pi  nessun  rumore  aveva turbato il profondo e
    pauroso silenzio,  che regnava  nella  foresta  vergine;  pure  n  il
    Corsaro,  n  i  suoi compagni si credevano al sicuro da un improvviso
    attacco, anzi tutt'altro.  Sentivano per istinto che quei nemici,  che
    avevano tanta cura di non mostrarsi, non dovevano trovarsi lontani.
    Erano  giunti  in  un passaggio pi intricato degli altri e pi oscuro
    quando si  vide  il  catalano  abbassarsi  bruscamente,  poi  gettarsi
    prontamente dietro un tronco di un albero.
    Un  sibilo  leggero  s'era  udito  in  aria,  poi  una  sottile  canna
    attravers le fronde degli alberi,  conficcandosi in un  ramo  che  si
    trovava all'altezza di un uomo.
    - Una freccia!... - grid lo spagnolo. - Attenti!
    Carmaux,  che  si  trovava  dietro  di  lui,  fece  rimbombare  il suo
    moschettone.
    La detonazione non s'era ancora spenta,  quando in mezzo a quei  fitti
    macchioni echeggi un urlo acuto, prolungato, un urlo di dolore.
    - Ventre di pesce-cane!... Ti ho colto! - url Carmaux.
    - Badate! - tuon in quell'istante il catalano.
    Quattro  o  cinque frecce,  lunghe un buon metro,  passarono sibilando
    sopra i filibustieri, nel momento che questi si precipitavano a terra.
    - L, in quel macchione! - grid Carmaux.
    Wan Stiller, il negro ed il catalano scaricarono le loro armi formando
    una sola detonazione,  nessun altro  grido  per  si  ud  echeggiare.
    Attraverso gli alberi si udirono nondimeno rompersi impetuosamente dei
    rami, scrosciare le foglie secche, poi ogni rumore cess.
    - Pare che ne abbiano avuto abbastanza, - disse Wan Stiller.
    - Silenzio, tenetevi dietro gli alberi, - disse il catalano.
    - Temi che ci assalgano ancora? - gli chiese il Corsaro.
    - Ho udito anche sulla nostra destra agitarsi le foglie.
    - E' dunque una vera imboscata?
    - Lo sospetto, signore.
    -  Se  Wan  Guld  crede che gli indiani possano arrestarci,  s'inganna
    assai. Andremo innanzi a dispetto di tutti gli ostacoli.
    - Non abbandoniamo questi alberi protettori, signore.  Forse le frecce
    dei Caraibi sono avvelenate.
    - Davvero?...
    -  Usano  avvelenarle  al  pari  dei  selvaggi  dell'Orenoco  e  delle
    Amazzoni.
    - Non possiamo per rimanere qui eternamente.
    - Lo so, tuttavia non possiamo esporci ai loro colpi.
    - Padrone,  - disse in quel momento il negro,  -  volete  che  vada  a
    frugare le macchie?
    - No, poich ti esporresti ad una morte certa.
    - Silenzio, comandante, - disse Carmaux. - Udite.
    Alcune  note  cavate  da  un  flauto  echeggiarono nel pi folto della
    foresta.  Erano suoni tristi e monotoni e cos acuti che  si  dovevano
    udire a grandi distanze.
    - Che cosa vorranno significare?  - chiese il Corsaro,  che cominciava
    ad impazientirsi. - Sar un segnale di raccolta o d'assalto?
    - Comandante, - disse Carmaux - mi permettete un consiglio?
    - Parla.
    - Snidiamo questi noiosi indiani incendiando la foresta.
    - E bruceremo vivi anche noi. Chi spegnerebbe poi il fuoco?
    - Marciamo sparando archibugiate a destra ed a manca,  -  sugger  Wan
    Stiller.
    -  Credo  che tu abbia avuto una buona idea,  - rispose il Corsaro.  -
    Marceremo con la musica in testa.  Ors,  fuoco d'ambo  i  lati,  miei
    bravi, e lasciate a me la cura di forzare il passo.
    Il  Corsaro  si mise in prima linea,  tenendo la spada nella destra ed
    una pistola nella sinistra, e dietro di lui a due a due si collocarono
    i filibustieri, il catalano ed il negro.
    Appena abbandonati i tronchi protettori,  Carmaux e Moko scaricarono i
    fucili  uno  a  destra  e  l'altro  a  sinistra,  poi,  dopo  un breve
    intervallo, il catalano e Wan Stiller. Ricaricate prontamente le armi,
    ripresero quella musica infernale senza  risparmio  di  munizioni.  Il
    Corsaro  intanto  apriva  la  via  tagliando  le liane e le foglie che
    impedivano il passo,  pronto per a  bruciare  le  cariche  delle  sue
    pistole alla prima comparsa degli indiani.
    Quel  rombare  furioso  parve  che  producesse  un  certo  effetto sui
    misteriosi nemici, nessuno avendo osato di mostrarsi. Qualche freccia,
    per,  cadde a breve distanza e pass sopra il drappello senza colpire
    alcuno.
    Gi credevano di essere sfuggiti all'agguato,  quando un albero enorme
    venne a cadere, con orribile fracasso,  quasi dinanzi a loro sbarrando
    la via.
    - Tuoni d'Amburgo! - esclam Wan Stiller, che per poco non era rimasto
    schiacciato.  -  Se cadeva mezzo secondo pi tardi faceva di tutti noi
    una marmellata.
    Non avevano terminato di parlare che s'udirono alzarsi urla furibonde,
    poi alcune frecce  solcarono  l'aria,  piantandosi  profondamente  nei
    tronchi degli alberi.
    Il  Corsaro  ed  i  suoi  uomini si erano gettati prontamente a terra,
    dietro all'albero caduto,  il quale fino  ad  un  certo  punto  poteva
    servire di trincea.
    -  Speriamo  che questa volta si mostrino,  - disse Carmaux.  - Non ho
    ancora avuto il piacere di vedere  in  viso  uno  di  questi  ostinati
    indiani.
    -  Tenetevi dispersi,  - disse il Corsaro.  - Se ci vedono cos uniti,
    dirigeranno su di noi una grandine di frecce.
    I suoi uomini stavano per disperdersi dietro l'enorme albero,  per non
    offrire  un  solo  punto  di mira ai nemici,  quando si udirono alcuni
    flauti suonare a breve distanza.
    - Gli indiani si avvicinano - disse Wan Stiller.
    - Tenetevi pronti a riceverli con una scarica, - comand il Corsaro.
    - No, aspettate signore,  - disse il catalano,  che da qualche istante
    ascoltava attentamente le note tristi di quegli strumenti.
    - Questa non  la marcia di guerra.
    - Che cosa vuoi dire? - chiese il Corsaro.
    - Aspettate, signore.
    Si era alzato guardando dall'altra parte dell'albero.
    - Un parlamentario,  - esclam.  - "Carramba"!...  E' il "piaye" della
    trib che si avanza.
    - Lo stregone, signore, - disse il catalano.
    - Un "piaye".
    I filibustieri si erano prontamente alzati,  tenendo per  in  mano  i
    fucili non fidandosi di quegli antropofaghi.
    Un  indiano  era  uscito  da  uno di quei folti macchioni e s'avanzava
    verso di loro, seguito da due suonatori di flauto.
    Era un uomo un po' attempato,  di statura media,  come lo  sono  quasi
    tutti gli indiani del Venezuela,  con larghe spalle, muscoli robusti e
    la pelle d un giallo roccioso,  reso forse un po' scuro dall'abitudine
    che  hanno  quei  selvaggi  di  stropicciarsi il corpo con una manteca
    d'olio di pesce o di noce di cocco e di oriana, per preservarsi contro
    le atroci punture delle zanzare.
    Il suo viso,  tondo ed aperto,  dall'espressione pi  melanconica  che
    feroce,  era  sprovvisto  di barba,  usando essi strapparsela,  mentre
    aveva il capo coperto da una lunga capigliatura nerissima dai riflessi
    azzurro-cupi.
    Come "piaye" della trib,  oltre ad una specie di gonnellino di cotone
    azzurro,  portava  su  di  s  un vero carico di ornamenti: collane di
    conchigliette,  anelli  di  spine  di  pesce  pazientemente  lavorati,
    braccialetti  d'osso  e  di  artigli  e  denti di giaguari,  becchi di
    tucani, pezzi di cristallo di monte e braccialetti d'oro massiccio. In
    testa, poi,  aveva un diadema di lunghe penne di pappagalli "caninde",
    di  "ar"  e  di  fagiani  di  fiume,  ed  attraverso il setto nasale,
    espressamente bucato, una spina di pesce, lunga tre o quattro pollici.
    Gli altri due avevano pure gonnellino e ornamenti, ma in minore copia,
    e portavano invece dei lunghi archi di legno del ferro,  un  mazzo  di
    frecce con le punte di osso o di selce e la "batu", mazza formidabile,
    lunga oltre un metro,  piatta,  a spigoli rialzati e dipinta a scacchi
    dai pi vivi colori.
    Il "piaye" s'avvicin fino a cinquanta passi dall'albero,  fece  cenno
    ai  due  suonatori  di  flauto  di  stare  zitti,  poi  grid con voce
    stentorea, in un cattivo spagnolo:
    - Che gli uomini bianchi mi odano!...
    - Gli uomini bianchi t'ascoltano, - rispose il catalano.
    - Questo  il territorio  degli  Arawaki;  chi  ha  dato  agli  uomini
    bianchi il permesso di violare le nostre foreste?
    -  Noi  non  abbiamo  nessuna  intenzione  di  violare  le selve degli
    Arawaki,  - rispose il catalano.  - Noi le attraversiamo semplicemente
    per  giungere  nei territori degli uomini bianchi,  che si trovano nel
    sud della baia di Maracaybo,  senza fare la guerra agli  uomini  rossi
    dei quali ci dichiariamo amici.
    - L'amicizia degli uomini bianchi non  fatta per gli Arawaki,  perch
     stata gi fatale agli uomini rossi della costa.  Queste  selve  sono
    nostre; tornate quindi ai vostri paesi o noi vi mangeremo tutti.
    -  Diavolo!...   -  esclam  Carmaux.  -  Parlano  di  metterci  sulla
    graticola, se ho compreso bene.
    - Noi non  siamo  uomini  bianchi  appartenenti  a  quelli  che  hanno
    conquistato  la  costa e ridotto in schiavit i Caraybi.  Invece siamo
    loro nemici ed attraversiamo queste foreste per  inseguire  alcuni  di
    loro che sono fuggiti, - disse il Corsaro Nero, mostrandosi.
    - Sei il capo tu?... - chiese il "piaye".
    - S, il capo degli uomini bianchi che m'accompagnano.
    - Ed insegui degli altri uomini bianchi?
    - S, per ucciderli. Sono passati di qui?...
    - S, li abbiamo veduti, ma non andranno lontano perch li mangeremo.
    - Ed io ti aiuter ad ucciderli.
    - Tu li odii dunque? - chiese il "piaye".
    - Sono miei nemici.
    -  Andrete  ad  ucciderli  sulla  costa  se  lo  vorrete,  ma  non sul
    territorio degli Arawaki. Uomini bianchi, ritornate o noi vi faremo la
    guerra.
    - Ti ho detto che  noi  non  siamo  nemici  degli  uomini  rossi.  Noi
    rispetteremo la tua trib, le tue "carbt" (1) ed i tuoi raccolti.
    - Uomini bianchi, ritornate, - ripet il "piaye" con maggior forza.
    - Ascoltami ancora.
    - Ho detto tornate o vi faremo guerra e vi mangeremo.
    - Basta. Noi attraverseremo le tue foreste a dispetto della tua trib.
    - Ve lo impediremo.
    - Abbiamo le armi che mandano tuoni e fulmini.
    - E noi le nostre frecce.
    - Abbiamo le sciabole che tagliano e le spade che forano.
    - E noi le nostre "batu" che fracassano il cranio pi solido.
    -  Sei  forse  l'alleato  degli  uomini  che  inseguiamo?  - chiese il
    Corsaro.
    - No, poich mangeremo anche quelli.
    - E' la guerra che tu vuoi?...
    - S, se non tornate indietro.
    - Uomini del mare! - grid il Corsaro, balzando gi dall'albero con la
    spada in pugno,  - mostriamo a questi  indiani  che  noi  non  abbiamo
    paura, avanti!
    Il  "piaye",  vedendoli avanzare con i fucili armati spianati,  si era
    allontanato precipitosamente,  assieme ai  due  suonatori  di  flauto,
    cacciandosi nelle macchie.
    Il Corsaro Nero aveva impedito ai suoi uomini di fargli fuoco addosso,
    non  volendo  essere  il  primo  a  provocare la lotta;  ma s'avanzava
    intrepidamente attraverso la selva, pronto a sostenere l'assalto delle
    orde degli Arawaki.
    Era tornato il formidabile filibustiere della Tortue,  che  aveva  gi
    dato tante prove d'un coraggio straordinario.
    Con  la  spada nella destra ed una pistola nella sinistra,  guidava il
    piccolo drappello,  aprendo il passo attraverso la foresta,  pronto  a
    cominciare la lotta.
    Ben presto qualche freccia cominci a sibilare attraverso i rami.  Wan
    Stiller e Carmaux risposero tosto con due  colpi  di  fucile,  sparati
    per a casaccio,  avendo cessato gli indiani di mostrarsi, malgrado le
    smargiassate del "piaye".
    Bruciando cariche, a destra ed a manca, ad intervalli d'un minuto,  il
    piccolo drappello super felicemente la parte pi folta della foresta,
    bersagliato solo da qualche freccia o da qualche giavellotto, e giunse
    in  una  piccola radura,  nel cui centro gli scoli del terreno avevano
    formato un piccolo stagno.
    Essendo il sole gi prossimo al tramonto e non avendo pi veduto alcun
    indiano,  n  ricevute  altre  frecce,  il  Corsaro  Nero  comand  di
    accamparsi.
    - Se vorranno assalirci, li aspetteremo qui, - disse ai compagni. - La
    radura      abbastanza   vasta  per  poterli  distinguere  appena  si
    mostreranno.
    - Non potevamo scegliere un posto migliore,  - disse  il  catalano.  -
    Gl'indiani  sono  pericolosi  in  mezzo  alle macchie,  per non osano
    assalire nei terreni scoperti, e poi, preparer l'accampamento in modo
    che non possano farlo.
    - Vuoi costruire una trincea? - chiese Carmaux. - Sarebbe una faccenda
    troppo lunga, amico catalano.
    - Baster una barriera di fuoco.
    - La salteranno.  Non sono gi coguari o giaguari  da  aver  paura  di
    pochi tizzoni.
    - E questi, - disse il catalano, mostrando un pugno di bacche rotonde.
    -  Del  pimento,  e  del pi forte.  Durante la marcia ho fatto la mia
    raccolta ed ho le tasche piene.
    - Buono da mangiarsi con la carne, quantunque abbruci troppo la gola.
    - Servir per gli indiani.
    - In qual modo?
    - Lo getteremo sui fuochi.
    - Hanno paura del crepitio di quelle bacche?
    - No, bens del fumo che sprigionano.  Se vorranno varcare la barriera
    di  fuoco,  si sentiranno bruciare gli occhi e diventeranno ciechi per
    un paio d'ore.
    - Ventre di pesce-cane, tu ne sai una pi del diavolo!
    - Me l'hanno insegnato i Caraybi questo comodo mezzo per tener lontani
    i nemici,  e vedrete che riuscir se gli Arawaki  vorranno  assalirci.
    Ors,   facciamo   raccolta   di   legna   e  aspettiamoli  con  tutta
    tranquillit.

    NOTE.

    NOTA 1: Capanne.



    26.
    L'IMBOSCATA DEGLI ARAWAKI.

    Cenato in fretta,  con un pezzo di testuggine che avevano serbata  dal
    mattino e con pochi biscotti,  i filibustieri perlustrarono dapprima i
    dintorni,  per vedere se si trovavano  degli  indiani  imboscati,  poi
    batterono  le  erbe per fugare i serpenti,  quindi accesero intorno al
    campo dei fuochi, sui quali gettarono alcune manate di pimento, ottimo
    rimedio contro le zanzare,  ma anche contro gli assalti degli uomini e
    delle fiere.
    Temendo,  e con ragione,  di non passare la notte tranquilla, decisero
    di vigilare prima i due marinai ed il negro,  poi  il  Corsaro  ed  il
    catalano.
    Questi  ultimi,  dopo  aver  cambiate la cariche per essere sicuri dei
    loro colpi,  s'affrettarono a coricarsi,  mentre  Carmaux  ed  i  suoi
    compagni  si  disponevano  all'ingiro,  dietro  al  cerchio  di fuoco,
    tenendo i fucili sulle ginocchia.
    La grande foresta era diventata  silenziosa,  ma  di  una  calma  poco
    rassicurante  per  gli  uomini  di  guardia,  cui  era  noto  gi  per
    esperienza che gli indiani preferiscono gli attacchi notturni a quelli
    diurni,  avendo troppo paura della precisione delle armi da  fuoco,  e
    poich  le  tenebre  permettono  d'avvicinarsi  con  maggior facilit,
    specialmente nelle selve.
    Carmaux, soprattutto,  avrebbe preferito udire i miagolii dei giaguari
    ed i ruggiti dei coguari.  La presenza di quei carnivori sarebbe stato
    almeno un indizio sicuro dell'assenza dei nemici dalla pelle rossa.
    Vegliavano da un paio d'ore cogli occhi fissi  sulle  macchie  vicine,
    gettando  di  quando  in  quando sui fuochi qualche manata di pimento,
    quando l'africano,  il cui udito doveva  essere  acutissimo,  not  un
    lieve rumore di foglie mosse.
    -  Hai udito,  compare bianco?...  - mormor egli,  allungandosi verso
    Carmaux, che era occupato a gustare,  con una beatitudine invidiabile,
    un pezzo di sigaro che aveva trovato in una delle sue tasche.
    - Nulla, compare sacco di carbone, - rispose il filibustiere. - Niente
    ranocchi che abbaiano questa sera e niente rospi che martellano come i
    calafati.
    - Un ramo si  mosso laggi; il tuo compare negro lo ha udito.
    - Allora il tuo compare bianco  sordo.
    - Toh! Odi?... un ramo si  spezzato.
    -  Io  nulla ho udito;  se  vero quanto dici,  vuol dire che qualcuno
    cerca d'avvicinarsi a noi.
    - S, compare.
    - Chi sar poi?...  Mio compare sacco di carbone non ha gli occhi  dei
    gatti per caso? Sarebbe una gran bella cosa.
    - Non vedo nulla, pure sento qualcuno avvicinarsi.
    - Il mio fucile  pronto. Taci ed ascoltiamo.
    - Gettati a terra, compare bianco, o le frecce ti colpiranno.
    -  Accetto il tuo consiglio,  considerato che non ho nessuna voglia di
    crepare con il ventre pieno di veleno.
    Si allungarono tutti e due fra le erbe,  facendo segno a Wan  Stiller,
    che  si  trovava dall'altra parte,  di imitarli e stettero in ascolto,
    coi fucili in mano.
    Qualcuno o pi uomini dovevano avvicinarsi.  In  mezzo  ad  una  fitta
    macchia che si trovava lontana cinquanta passi, si vedevano, di quando
    in  quando,  delle  foglie agitarsi leggermente,  e si sentiva qualche
    ramo crepitare.
    Si capiva che i nemici prendevano le loro precauzioni per  giungere  a
    tiro di freccia senza farsi scoprire.
    Il  negro ed i filibustieri quasi interamente nascosti fra le erbe non
    si muovevano,  aspettando che si mostrassero  per  far  fuoco.  Ad  un
    tratto per un improvviso pensiero fece trabalzare Carmaux.
    - Compare, - disse, - credi che siano ancora lontani?
    - Gl'indiani?...
    - S, dimmelo presto.
    - Sono ancora in mezzo alla macchia,  ma se continuano ad avvicinarsi,
    fra un minuto giungeranno sul margine.
    - Ho il tempo necessario,  Wan Stiller,  gettami la tua giacca  ed  il
    berretto.
    L'amburghese s'affrett ad obbedire,  pensando,  e con ragione, che se
    Carmaux gli aveva  chiesti  quegli  indumenti,  doveva  avere  qualche
    progetto.
    Il  filibustiere si era alzato per sbarazzarsi anch'egli della propria
    casacca.  Allung le mani intorno,  afferr alcuni rami,  li  incroci
    alla meglio, poi li copr colle giacche e vi mise sopra le berrette.
    - Ecco fatto - disse, coricandosi.
    - Mio compare  furbo, - disse il negro, ridendo.
    - Se non improvvisavo quei due fantocci, gl'indiani potevano scagliare
    le  loro frecce contro il Corsaro ed il catalano.  Ora sono riparati e
    non correranno pi alcun pericolo.
    - Zitto compare, vengono.
    - Sono pronto. Ehi, Wan Stiller, un'altra manata di pimento.
    L'amburghese stava per alzarsi,  poi subito si abbass.  Alcuni sibili
    si erano uditi,  e tre o quattro frecce erano andate a conficcarsi nei
    fantocci improvvisati.
    - Veleno sprecato che non far effetto, miei cari - mormor Carmaux. -
    Aspetto che vi mostriate per farvi assaggiare i miei dolci di piombo.
    Gli indiani, vedendo che nessuno aveva dato segno di vita, scagliarono
    altre sette od otto frecce, tornando a colpire i fantocci,  poi uno di
    loro, il pi audace senza dubbio, balz fuori della macchia, brandendo
    la sua terribile mazza.
    Carmaux  aveva  alzato  il  fucile prendendolo di mira.  Stava per far
    partire il colpo, quando in mezzo alla gran foresta ad una distanza di
    qualche miglio,  si udirono echeggiare improvvisamente quattro  spari,
    seguiti da urla formidabili.
    L'indiano  aveva  fatto un fulmineo fronte indietro,  rientrando nella
    macchia,  prima che Carmaux avesse avuto il tempo  di  riprenderlo  di
    mira.  Il Corsaro ed il catalano,  svegliati bruscamente da quei colpi
    di fucile e da quelle urla, si erano alzati precipitosamente, credendo
    che il campo fosse stato assalito dagli indiani.
    - Dove sono? - chiese il Corsaro slanciandosi innanzi.
    - Chi, signore? - chiese Carmaux.
    - Gli indiani.
    - Scomparsi, comandante,  e prima ancora di aver fatto loro assaggiare
    i dolci del mio fucile.
    - E queste grida e queste detonazioni?... Odi?... Altri tre spari!
    -  In  mezzo  alla  boscaglia  si  combatte,  -  disse il catalano.  -
    Gl'indiani hanno assalito degli uomini bianchi, signore.
    - Il Governatore e la sua scorta?
    - Lo credo.
    - Mi rincrescerebbe che lo uccidessero loro.
    - Anche a me perch non posso restituire le  bastonate  ad  un  morto,
    ma...
    - Taci!...
    Altri  due  spari,  pi  lontani,  erano  echeggiati,  seguiti da urla
    furibonde mandate probabilmente da una grossa trib d'indiani,  poi un
    quinto colpo isolato, quindi pi nulla.
    - La lotta  finita,  - disse il catalano, che aveva ascoltato con una
    certa apprensione. - Per il governatore non mi muoverei, per gli altri
    che sono miei compatrioti...
    - Vorresti sapere che cosa  successo di loro,   vero?  -  chiese  il
    Corsaro.
    - S, comandante.
    -  Ed  a  me  premerebbe sapere se a quest'ora il mio mortale nemico 
    vivo o morto,  - rispose il filibustiere  con  voce  cupa.  -  Saresti
    capace di guidarci?
    - La notte  oscura, signore, per...
    - Continua.
    - Possiamo accendere alcuni rami gommiferi.
    - Ed attirare su di noi l'attenzione degli indiani.
    - E' vero, signore.
    - Colle nostre bussole possiamo per dirigerci.
    - E' impossibile,  signore,  affrontare i centomila ostacoli che offre
    questa selva cos fitta, pure...
    - Tira innanzi.
    - Vi sono delle "cucujo" laggi e possono servire.  Concedetemi cinque
    minuti di tempo. A me, Moko!...
    Si  lev il berretto ed insieme al negro si diresse verso un gruppo di
    alberi in mezzo  ai  quali  si  vedevano  brillare  dei  grossi  punti
    luminosi,  a luce verdastra,  che volteggiavano fantasticamente fra le
    tenebre.
    - Che cosa vuol fare quell'indemoniato catalano?  - si chiese Carmaux,
    che  non  riusciva  a  comprendere  l'idea  del  furbo spagnolo.  - Le
    "cucujo"... Che cosa saranno? Ehi, amburghese, tieni pronto il fucile,
    onde non cadano in qualche imboscata.
    - Non temere, camerata. Seguo attentamente tutti e due e sono pronto a
    difenderli.
    Il catalano,  giunto presso gli alberi,  fu veduto  spiccare  salti  a
    destra ed a manca, come se desse la caccia a quei punti luminosi.
    Due  minuti dopo era di ritorno al campo,  tenendo il berretto coperto
    con ambe le mani.
    - Ora possiamo metterci in marcia, signore, - disse al Corsaro.
    - Ed in qual modo?... - chiese questi.
    Il catalano cacci una mano nel berretto ed estrasse  un  insetto,  il
    quale irradiava una bella luce verde pallida,  che si espandeva ad una
    discreta distanza.
    - Leghiamoci due di queste cucujo alle gambe,  come fanno gli indiani,
    e la luce che emettono ci permetter di discernere non solo le liane e
    le  radici  che ingombreranno la via,  ma anche i pericolosi serpenti,
    che si nascondono fra le foglie. Chi ha del filo?
    - Un marinaio ne ha sempre,  - disse Carmaux.  -  Mi  incarico  io  di
    legare queste "cucujo".
    - Badate di non stringerle troppo.
    - Non temere, catalano. D'altronde hai la riserva, giacch vedo che il
    tuo berretto  pieno.
    Il  filibustiere,  aiutato  da  Wan  Stiller,  prese  delicatamente le
    "cucujo" e le leg a due  a  due,  alle  caviglie  dei  suoi  compagni
    procurando  di  non  strozzarle.  Quell'operazione,  non molto facile,
    richiese una buona mezz'ora,  ma finalmente tutti furono provvisti  di
    quei bizzarri fanaletti viventi.
    - Ingegnosa idea, - disse il Corsaro.
    - Messa in pratica dagl'indiani,  - rispose il catalano.  - Con queste
    lucciole noi potremo evitare gli ostacoli che ingombrano la foresta.
    - Siete pronti?...
    - Tutti, - rispose Carmaux.
    - Avanti e procurate di non far rumore.
    Si misero in marcia, l'uno dietro all'altro,  procedendo di buon passo
    e tenendo gli occhi fissi al suolo, per vedere dove posavano i piedi.
    Le  "cucujo"  servivano  a  meraviglia,  permettendo di distinguere le
    liane striscianti e le  radici  che  serpeggiavano  fra  un  albero  e
    l'altro, non solo, ma perfino gli insetti notturni.
    Quelle  lucciole  che  sono  le pi splendide di tutte ed anche le pi
    grandi,  tramandano una  luce  cos  viva,  che  permette  di  leggere
    comodamente  ad  una  distanza  di  trentatr  e  perfino trentacinque
    centimetri, tanta  la potenza dei loro organi luminosi.
    Quando sono piccine irradiano una  luce  azzurrognola,  e,  diventando
    adulte,  quella  tinta  si tramuta in un verde pallido d'uno splendido
    effetto.  Anche le uova che  le  femmine  depongono  sono  leggermente
    luminose.
    Sono   stati   fatti   degli   studi  curiosi  su  queste  "pyrophorus
    noctilucus",  come vengono chiamate dagli  scienziati,  per  conoscere
    quali  siano  gli  organi che producono quella luce cos viva,  e si 
    trovato che consistono in tre piccole placche situate due nella  parte
    anteriore   del  torace  e  l'altra  nell'addome  e  che  la  sostanza
    generatrice  un albuminoide solubile nell'acqua e che si coagula  col
    calore.
    Anche strappati all'insetto,  quegli organi conservano la loro facolt
    luminosa per qualche tempo,  e anche seccati e polverizzati  diventano
    luminosi bagnandoli con un po' di acqua pura.
    I  filibustieri  continuavano  la loro rapida marcia cacciandosi senza
    esitare in mezzo ai cespugli o  passando  sotto  i  fitti  festoni  di
    liane,  scivolando  fra le enormi radici che formavano delle vere reti
    inestricabili,  o  scavalcando  i  tronchi  degli  alberi  caduti  per
    decrepitezza od abbattuti dalle folgori.
    I  colpi di fucile erano cessati,  si udivano per in lontananza delle
    grida che dovevano essere mandate  da  qualche  trib  d'indiani.  Ora
    tacevano poi echeggiavano pi acute,  per poi spegnersi nuovamente. Ad
    intervalli si udivano anche dei flauti  suonare  e  dei  rumori  sordi
    prodotti forse da qualche specie di tamburello.
    Pareva che la battaglia fosse finita e che la trib si fosse accampata
    in  qualche oscuro angolo dell'immensa foresta,  forse per festeggiare
    la vittoria o per radunarsi a  qualche  mostruoso  banchetto,  essendo
    abituati,  in quell'epoca,  gl'indiani del Venezuela, e specialmente i
    Caraybi e gli Arawaki,  a divorare i prigionieri  ed  anche  i  nemici
    morti combattendo.
    Il  catalano  affrettava sempre,  spinto dal desiderio di conoscere la
    sorte toccata ai suoi compatrioti. Del Governatore non si preoccupava,
    anzi forse, in fondo al cuore, non gli sarebbe dispiaciuto di trovarlo
    ucciso o peggio ancora, gi arrostito,  ma dei suoi camerati era altra
    cosa  e  precipitava  la  marcia,  sperando  di poter giungere in loro
    soccorso,  temendo che qualcuno fosse caduto vivo nelle mani di quegli
    antropofagi.
    Gi  le  grida  erano  poco lontane,  quando Carmaux,  che camminava a
    fianco del catalano,  mentre alzava gli occhi per  evitare  una  liana
    inciamp  in una massa,  cadendo a terra cos malamente da schiacciare
    le cucujo che teneva legate alle caviglie dei piedi.
    - Corpo d'un cannone!...  - esclam,  rialzandosi  lentamente.  -  Che
    cos' questo!... Lampi!... Un morto!...
    -  Un  morto!...  - esclamarono il catalano ed il Corsaro,  curvandosi
    verso il suolo.
    - Guardate!...
    Un indiano d'alta statura,  col capo adorno di piuma di ar e le anche
    coperte  da un sottanino azzurro cupo,  giaceva fra le foglie secche e
    le radici.  Aveva la testa spaccata da un colpo  di  spada,  a  quanto
    pareva,  ed  il  petto bucato forse da una palla.  Doveva essere stato
    ucciso di recente, uscendogli ancora dalla ferita del sangue.
    - Forse qui  avvenuto lo scontro, - disse il catalano.
    - S,  - conferm Wan Stiller.  - Vedo l alcune mazze e  sui  tronchi
    degli alberi numerose frecce ancora infitte.
    - Vediamo se vi  qualcuno dei miei camerati, - disse il catalano, con
    una certa emozione.
    -  Tempo  perduto,  - disse Carmaux.  - Se qualcuno  stato ucciso,  a
    quest'ora sar dietro a cucinarsi.
    - Qualche ferito pu essersi nascosto.
    - Cercate, - disse il Corsaro.
    Il catalano,  il negro e Wan  Stiller  frugarono  le  macchie  vicine,
    chiamando anche sottovoce, senza per ottenere alcuna risposta.
    Trovarono  invece  in  mezzo ad un cespuglio un altro indiano il quale
    aveva ricevuto due palle in direzione del  cuore,  poi  alcune  mazze,
    qualche arco ed un fascio di frecce.
    Convinti  che  nessun  essere  vivente  si trovava col,  ripresero il
    cammino.  Le grida della trib si udivano allora assai vicine  e,  con
    una   rapida   marcia,   i   filibustieri   calcolavano   di  giungere
    all'accampamento degli antropofagi in meno di un quarto d'ora.
    Sembrava veramente che gli Arawaki festeggiassero la vittoria,  poich
    confusi  colle grida,  si sentivano sempre alcuni flauti suonare delle
    arie allegre.
    Gi i filibustieri avevano  attraversata  la  parte  pi  fitta  della
    foresta,  quando scorsero, attraverso il fogliame, una luce vivissima,
    che si proiettava in alto.
    - Gl'indiani? - chiese il Corsaro arrestandosi.
    - S, - disse il catalano.
    - Accampati attorno al fuoco?...
    - S, ma che cosa si cuciner su quel fuoco? - disse il catalano,  con
    emozione.
    - Qualche prigioniero, forse?...
    - Lo temo, signore.
    - Canaglie,  - mormor il Corsaro, il quale prov involontariamente un
    brivido. - Venite, amici, andiamo a vedere se Wan Guld  sfuggito alla
    morte, o se ha trovato la punizione dei suoi delitti.

















    27.
    FRA LE FRECCE E GLI ARTIGLI.

    Quando i filibustieri giunsero dietro gli alberi che  circondavano  il
    campo indiano, una scena atroce si offerse tosto ai loro sguardi.
    Due  dozzine  di  Arawaki,  seduti  intorno ad un braciere gigantesco,
    attendevano ansiosamente il momento di satollarsi a  crepapancia,  con
    un arrosto, che finiva di cucinarsi su di un lunghissimo spiedo. Se si
    fosse trattato d'un enorme pezzo di selvaggina,  d'un tapiro intero, o
    d'un giaguaro, i filibustieri non si sarebbero di certo inquietati, ma
    quell'arrosto consisteva  in  due  cadaveri  umani,  in  due  bianchi,
    probabilmente due spagnoli della scorta di Wan Guld.
    I  due disgraziati che stavano per venire assorbiti dagli intestini di
    quegli abominevoli selvaggi,  erano gi arrosolati  e  le  loro  carni
    cominciavano  a  crepitare,  spandendo all'intorno un odore nauseante,
    che faceva dilatare le narici dei mostruosi banchettanti.
    - Fulmini dell'inferno!... - esclam Carmaux, rabbrividendo.
    - Sembra impossibile che vi siano delle persone  che  si  nutrono  dei
    loro simili! Puah!... Che animalacci!...
    -  Puoi  distinguere  quei  due  disgraziati?  -  chiese il Corsaro al
    catalano.
    - S, signore, - rispose questi con voce soffocata.
    - Appartenevano alla scorta di Wan Guld?...
    - S,  sono due soldati,  sono certo di non ingannarmi,  quantunque il
    fuoco abbia distrutto le loro barbe.
    - Che cosa mi consigli di fare?...
    -   Signore,   -   mormor   il   catalano  guardando  con  due  occhi
    supplichevoli.
    -  Vorresti  strapparli  a  quei  mostri   e   dare   loro   onorevole
    sepoltura?...
    -  Vi  creerei  dei  pericolosi  imbarazzi,  signore.  Gli  Arawaki ci
    darebbero poi la caccia.
    - Bah!... Non temo quei selvaggi, - disse il Corsaro, con fierezza.  -
    D'altronde non sono che due dozzine.
    -  Forse ne attendono degli altri.  E' impossibile che essi soli siano
    capaci di divorare due uomini.
    - Ebbene,  prima che i loro compagni giungano,  noi avremo  sepolti  i
    tuoi  camerati.  Ehi,  Carmaux,  e  tu  Wan  Stiller  che  siete abili
    bersaglieri, non mancate ai vostri colpi.
    - Io abbatter quel gigante che sta gettando sull'arrosto quelle  erbe
    aromatiche, - rispose Carmaux.
    -  Ed  io,  -  disse l'amburghese,  - fracasser la testa a quello che
    tiene in mano quella specie di forca della quale si serve per  voltare
    l'arrosto.
    - Fuoco! - comand il Corsaro.
    Due colpi di fucile rimbombarono, rompendo bruscamente il silenzio che
    allora  regnava  nella foresta vergine.  L'indiano gigante cadde sopra
    l'arrosto,  mentre l'altro,  che  brandiva  la  forca,  si  rovesciava
    all'indietro col cranio fracassato.
    I  loro  compagni erano balzati precipitosamente in piedi,  tenendo in
    pugno le mazze e gli archi, per erano cos stupiti per quella scarica
    improvvisa e cos micidiale,  che non pensarono subito all'offesa.  Il
    catalano  e  Moko  furono  pronti ad approfittarne,  scaricando i loro
    fucili in mezzo al gruppo.
    Vedendo cadere due altri compagni,  gli Arawaki non ne vollero  sapere
    di  pi  e  si  diedero  alla  fuga,  senza  pi curarsi dell'arrosto,
    salvandosi precipitosamente in mezzo alle macchie.
    I filibustieri stavano per precipitarsi innanzi,  quando in lontananza
    udirono alzarsi clamori furibondi.
    -  Lesti!...  -  grid  il  Corsaro,  -  gettate i cadaveri in mezzo a
    qualche cespuglio se ci mancher il tempo  di  seppellirli.  A  questo
    penseremo pi tardi.
    - L'odore di carne abbruciata li tradir, - disse Wan Stiller.
    - Si far quello che si potr.
    Il  catalano  si era slanciato innanzi e con una scossa vigorosa aveva
    rovesciato lo spiedo, mentre Wan Stiller a furia di calci disperdeva i
    tizzoni. Intanto Moko e Carmaux, impadronitisi di due mazze, scavavano
    frettolosamente una buca nel terreno  umido  e  molle  della  foresta,
    mentre il Corsaro si poneva in sentinella sui margini del macchione.
    Le  grida  degli  indiani si avvicinavano rapidamente.  La trib,  che
    doveva essersi precipitata sulle tracce di  Wan  Guld,  udendo  quegli
    spari echeggiare dietro le sue spalle, accorreva in aiuto degli uomini
    che si erano incaricati di preparare la mostruosa cena.
    Il  Corsaro  che  si  era spinto pi innanzi,  temendo una sorpresa di
    coloro che erano fuggiti,  udendo rompersi dei rami a breve  distanza,
    torn precipitosamente verso i compagni, dicendo:
    - Fuggiamo o fra cinque minuti avremo addosso l'intera trib.
    -  E' fatto,  comandante,  - disse Carmaux,  che spingeva coi piedi la
    terra, onde coprire i due cadaveri.
    - Signore, - disse il catalano, volgendosi verso il Corsaro,  - se noi
    fuggiamo verremo inseguiti. Nascondiamoci lass, - disse, indicando un
    albero enorme,  che da solo formava una piccola foresta.  - In mezzo a
    quel fogliame non verremo scoperti.
    - Sei furbo, compare, - disse Carmaux. - A riva i gabbieri.
    Il catalano ed i filibustieri, preceduti da Moko, si slanciarono verso
    quel colosso  della  flora  tropicale,  aiutandosi  l'un  l'altro  per
    raggiungere presto i rami.
    Quell'albero  era un "summameira (eriodendron summauma)",  uno dei pi
    grandi che crescono nelle foreste delle Guiane e  del  Venezuela,  dai
    rami  numerosissimi,  lunghi  assai,  nodosi,  coperti d'una corteccia
    biancastra,  e dal fogliame molto fitto.  Essendo queste piante,  come
    gi fu detto,  sorrette alla base da un gran numero di sproni naturali
    formati dalle radici,  i filibustieri poterono giungere,  senza troppa
    difficolt,  ai  primi  rami e di l innalzarsi fino a cinquanta metri
    dal suolo.
    Carmaux stava per accomodarsi sulla biforcazione d'un ramo, quando ud
    questo oscillare  vivamente,  come  se  qualcuno  si  fosse  rifugiato
    all'altra estremit.
    - Sei tu,  Wan Stiller?... - chiese. - Vuoi farmi capitombolare?... Ti
    avverto che siamo a tale altezza da fracassarci le ossa.
    - Che cosa vuoi dire?... - chiese il Corsaro,  che gli stava sopra.  -
    Wan Stiller  dinanzi a me.
    -  Chi    dunque  che  mi  fa  oscillare?  Che qualche Arawako si sia
    rifugiato quass?
    Si guard intorno ed a dieci passi di distanza, in mezzo ad un ammasso
    di foglie,  radunate quasi all'estremit del ramo,  vide brillare  due
    punti luminosi d'un giallo verdastro.
    - Per le sabbie d'Olonne,  come dice Nau!...  - esclam Carmaux. - Con
    quale animale ci troviamo in compagnia?...  Ehi,  catalano,  guarda un
    po' se puoi dirmi a chi appartengono quei brutti occhi che mi fissano.
    -  Degli  occhi!...  -  esclam lo spagnolo.  - Vi  qualche bestia su
    quest'albero?...
    - S, - disse il Corsaro. - Pare che siamo in cattiva compagnia.
    - E gl'indiani stanno per giungere, - disse Wan Stiller.
    - Vedo anch'io un paio d'occhi,  - rispose il  catalano,  che  si  era
    alzato,  -  ma  non  saprei  dire  se appartengono a un coguaro o a un
    giaguaro.
    - Ad un giaguaro!...  -  esclam  Carmaux,  rabbrividendo.  -  Non  ci
    mancherebbe   altro   che  mi  piombasse  addosso  e  che  mi  facesse
    capitombolare sulle teste degli Arawaki.
    - Silenzio, - disse il Corsaro. - Essi vengono!...
    - E quell'animale che mi    cos  vicino?...  -  disse  Carmaux,  che
    cominciava a diventare inquieto.
    - Forse non oser assalirci. Non muoverti o ci tradirai.
    - Ebbene, mi lascer mangiare pur di salvare voi, comandante.
    - Non inquietarti, Carmaux. Ho la spada in mano.
    - Zitto!... Eccoli!... - disse il catalano.
    Gl'indiani  giungevano  urlando  come  ossessi.  Erano  un'ottantina e
    fors'anche di pi, tutti armati di mazze,  di archi ed alcuni di certe
    specie di giavellotti.
    Essi  piombarono  come  una  banda di belve sullo spazio scoperto dove
    finivano di bruciare i tizzoni dispersi  da  Wan  Stiller,  ma  quando
    invece dei due bianchi che credevano di trovare gi cucinati, videro i
    cadaveri  dei  loro  compagni,  un'espressione  di rabbia spaventevole
    segu quella scoperta inaspettata.
    Vociferavano come indemoniati,  percuotevano  furiosamente  i  tronchi
    degli  alberi  con  le  loro  formidabili mazze,  facendo un frastuono
    assordante e non sapendo con chi  prendersela,  lanciavano  frecce  in
    tutte  le  direzioni,  saettando  i  cespugli  e  le grandi foglie dei
    palmizi con grande pericolo dei filibustieri  che  si  trovavano  cos
    vicini.
    Sfogato  il  primo  impeto  di  rabbia,  cominciarono a sparpagliarsi,
    mettendosi a frugare i  dintorni  con  la  speranza  di  scoprire  gli
    uccisori  dei  loro  compagni  e  di  regalarsi un nuovo arrosto,  che
    supplisse quello cos misteriosamente scomparso.
    I filibustieri,  nascosti fra il folto fogliame del "summameira",  non
    fiatavano,  lasciando che gli antropofaghi sfogassero la loro collera.
    Si preoccupavano invece pi del maledetto animale che aveva cercato un
    rifugio sui rami  dell'albero  gigante,  soprattutto  Carmaux  che  si
    trovava  cos  vicino  e  che  vedeva  brillare sempre,  in mezzo alle
    foglie,  quegli occhi gialli verdastri.  Quel coguaro o  giaguaro  che
    fosse,  fino  allora  non  si era mosso,  non vi era per da fidarsi e
    poteva  da  un  istante   all'altro   precipitarsi   sul   disgraziato
    filibustiere, richiamando in tal modo l'attenzione degli indiani.
    - Dannato animale!  - mormor Carmaux,  che si agitava sul ramo. - Non
    mi perde di vista un solo istante!...  Ehi,  catalano,  dimmi  un  po'
    entro quali budelle dovr finire, se si decide a saltarmi addosso.
    - Tacete,  o gli indiani ci udranno,  - rispondeva il catalano che gli
    stava sotto.
    - Al diavolo anche l'arrosto  umano!  Era  meglio  lasciare  che  quei
    selvaggi   se  lo  divorassero  in  pace.   Gi,   anche  sepolti  non
    masticheranno pi tabacco, n bistecche! Se poi...
    Uno scricchiolio che veniva dall'estremit del ramo  gl'interruppe  la
    frase.  Guard con occhi smarriti l'animale e lo vide agitarsi come se
    cominciasse ad essere stanco della sua non troppo comoda posizione.
    - Capitano, - mormor Carmaux, - credo che si prepari a mangiarmi.
    - Non muoverti, - rispose il Corsaro. - Ti ho detto che ho la spada in
    mano.
    - Sono certo che non mancherete il colpo, ma...
    - Zitto: vi sono due indiani che ronzano sotto di noi.
    - Ehm! Come getterei volentieri sulle loro teste quell'animalaccio del
    malanno.
    Guard verso l'estremit del ramo e vide la fiera ritta sulle  quattro
    zampe come se si preparasse a spiccare un salto.
    - Che se ne vada?  - pens, respirando. - Sarebbe ora che si decidesse
    a lasciare il posto.
    Guard  gi  e  vide  confusamente  due  ombre  che  giravano  attorno
    all'albero,  fermandosi  ad  esaminare gli alti sproni,  sotto i quali
    potevano comodamente celarsi parecchie persone.
    - Finir male, - mormor.
    I due indiani s'intrattennero alcuni minuti alla base del colosso, poi
    si allontanarono cacciandosi in mezzo ai  cespugli.  I  loro  compagni
    dovevano  gi  trovarsi  molto  innanzi,  cominciando  le loro grida a
    diventare fioche.
    Il Corsaro attese alcuni minuti,  poi non udendo pi  nulla,  convinto
    che  gli  Arawaki  si  fossero  definitivamente  allontanati,  disse a
    Carmaux:
    - Prova a scuotere il ramo.
    - Che cosa volete fare, comandante?
    - Sbarazzarti di quella pericolosa compagnia. Ehi,  Wan Stiller,  sta'
    pronto a colpire con la tua sciabola.
    - Ci sono anch'io,  padrone, - disse Moko, che si era rizzato sul ramo
    che occupava, stringendo per la canna il suo pesante fucile.  - Con un
    buon colpo di mazza getter gi quella bestia.
    Carmaux, completamente rassicurato, vedendosi intorno tanti difensori,
    si mise a saltare furiosamente, scuotendo il fogliame.
    L'animale,  comprendendo  forse  che l'avevano con lui,  fece udire un
    sordo miagolio, poi si mise a soffiare come un gatto in collera.
    - Forza, Carmaux, - disse il catalano.  - Se non si muove,  ci indica
    che ha pi paura di te. Scuoti forte e gettalo gi.
    Il  filibustiere  s'aggrapp ad un ramo superiore e raddoppi i salti.
    L'animale, rifugiato all'estremit del fogliame, oscillava a destra ed
    a manca,  manifestando il poco piacere che provava per quella danza di
    nuovo genere, con miagolii e soffi pi acuti.
    Si  udivano le sue unghie stridere sul ramo cercando un nuovo appoggio
    e si vedevano i suoi occhi dilatarsi per la paura.
    Ad un tratto,  temendo forse di fare un brutto capitombolo,  prese  un
    partito disperato.  Si raccolse su se stesso,  poi balz su di un ramo
    che gli stava sotto,  passando sopra la testa del catalano e cerc  di
    guadagnare il tronco per slanciarsi poi a terra.
    L'africano  vedendolo  passare,  gli vibr al volo un colpo col calcio
    del fucile, colpendolo in pieno e facendolo precipitare al suolo senza
    vita.
    - Morto? - chiese Carmaux.
    - Non ha avuto nemmeno il tempo di mandare un grido,  - rispose  Moko,
    ridendo.
    -  Era  un giaguaro?...  Mi pare un po' piccolo per essere uno di quei
    sanguinari predoni.
    - Hai avuto paura per nulla,  compare,  - disse l'africano.  - Bastava
    una legnata per accopparlo.
    - Che cos'era, adunque?...
    - Un "maracaya".
    - Ne so meno di prima.
    - Un animale che somiglia bens al giaguaro, ma che non  altro che un
    grosso gatto,  - disse il catalano.  - E' un predatore di scimmie e di
    uccelli, che non osa prendersela con gli uomini.
    - Ah!... brigante!...  - esclam Carmaux.  - Se l'avessi saputo prima,
    l'avrei  preso  per  la  coda,  ma mi vendicher della paura che mi ha
    fatto provare. Dopo tutto, i gatti bene arrostiti non sono cattivi.
    - Oh! Il mangiagatti!...
    - Te lo far assaggiare,  catalano del mio cuore,  e vedremo se  farai
    smorfie.
    - Forse no, tanto pi che siamo a corto di viveri e che la foresta che
    dovremo attraversare sar ben povera di selvaggina.
    - Perch? - chiese il Corsaro.
    - E' la foresta paludosa, signore, la pi difficile da attraversare.
    - E' vasta?...
    - Si spinge fino presso Gibraltar.
    - Impiegheremo molto ad attraversarla? Non vorrei giungere a Gibraltar
    dopo l'Olonese.
    - In quattro o cinque giorni spero che riusciremo ad attraversarla.
    -  Giungeremo  in  tempo,  -  disse  il Corsaro,  come parlando fra se
    stesso. - Credo che sia un'imprudenza rimetterci in marcia...
    -  Gli  indiani  non  sono  ancora  abbastanza  lontani,  signore.  Vi
    consiglierei di passare la notte su quest'albero.
    - Ma intanto Wan Guld s'allontana.
    - Nella foresta paludosa lo raggiungeremo, signore, ne sono certo.
    -  Ho paura che egli possa giungere a Gibraltar prima di me,  e che mi
    sfugga una seconda volta.
    - A Gibraltar ci sar anch'io, signore, e non lo perder di vista. Non
    ho dimenticato le venticinque legnate che mi ha fatto dare.
    - Tu a Gibraltar!... Cosa vuoi dire?
    - Che vi entrer prima di voi e perci lo sorveglier.
    - E perch prima di noi?...
    - Signore, sono uno spagnolo, - disse il catalano,  con tono grave.  -
    Spero  che  voi  mi  permetterete  di farmi uccidere a fianco dei miei
    camerati e che non mi costringerete a  battermi  fra  le  vostre  file
    contro lo stendardo di Spagna.
    - Ah!... Tu vuoi difendere Gibraltar?
    - Prendere parte alla sua difesa, comandante.
    -  Hai  premura  di  lasciare questo mondo?  Gli spagnoli di Gibraltar
    morranno tutti.
    - Ebbene, sia, ma morranno con le armi in pugno, attorno alla gloriosa
    bandiera della patria lontana, - disse il catalano con voce commossa.
    - E' vero, sei un valoroso, - rispose il Corsaro con un sospiro.
    - S, andrai prima di noi a combattere a fianco dei tuoi camerati. Wan
    Guld  un fiammingo, ma Gibraltar  spagnola.



















    28.
    I SUCCHIATORI DI SANGUE.

    La notte fu tranquilla,  tanto tranquilla che i filibustieri  poterono
    dormire  placidamente  alcune  ore,  sdraiati sulla biforcazione degli
    enormi rami del "summameira".
    Non vi fu che un allarme causato dal passaggio d'una piccola banda  di
    Arawaki,  componenti  forse la retroguardia della trib;  per nemmeno
    costoro s'accorsero della presenza dei filibustieri e passarono oltre,
    proseguendo la loro marcia verso il nord.
    Appena il sole spunt,  il Corsaro,  dopo d'aver  ascoltato  a  lungo,
    rassicurato  dal profondo silenzio che regnava nella foresta,  dava il
    comando di scendere per riprendere la marcia.
    Primo pensiero di Carmaux appena fu a terra fu quello di  mettersi  in
    cerca  del  "maracaya",  che  gli  aveva  fatto passare un cos brutto
    quarto d'ora fra i rami dell'albero gigante,  e  lo  trov  presso  un
    cespuglio tutto fracassato dalla caduta e col capo spaccato dal calcio
    del fucile di Moko.
    Era  un  animale che aveva il pelame somigliante a quello dei giaguari
    ed anche le forme,  con la testa assai pi piccola,  la coda piuttosto
    corta ed il corpo lungo appena ottanta centimetri.
    -  Canaglia!...  -  esclam,  afferrandolo  per la coda e gettandoselo
    sulle spalle.  - Se avessi saputo prima  che  era  cos  piccolo,  gli
    allungavo  un  tal  calcio  da  farlo saltare in aria.  Ma bah!...  Mi
    vendicher mettendolo arrosto e mangiandolo.
    - Affrettiamoci,  - disse il Corsaro.  - Abbiamo perduto troppo  tempo
    con quei selvaggi.
    Il catalano consult la bussola datagli da Wan Stiller, poi si mise in
    cammino aprendosi il passo fra le liane, le radici ed i cespugli.
    La  foresta  era sempre fitta,  composta per la maggior parte di palme
    "miriti" dai tronchi enormi,  irti di spine acute che  laceravano  gli
    abiti ai filibustieri, e di "cecropia", ossia di piante "candelabri".
    Di tratto in tratto si vedeva anche qualche splendida "jupati",  altra
    specie di palma con le foglie piumate,  cos immense,  da  raggiungere
    l'incredibile  lunghezza  di  quindici metri,  mentre il tronco  cos
    corto che appena si innalza di qualche metro!...
    Oppure  si  vedeva  qualche  gruppo   di   "boss",   chiamato   anche
    "manicaria",  dalle  foglie rigide come se fossero di zinco,  ed anche
    queste  lunghe  dieci,  perfino  undici  metri,  serrate,   diritte  e
    dentellate  a  mo'  di  sega,  e  di  "papumbe",  specie  di palme che
    producono dei grappoli di frutta eccellenti.
    Scarseggiavano  invece  gli  uccelli  e  mancavano  assolutamente   le
    scimmie.  Era  molto  se  si vedeva qualche coppia di pappagalli dalle
    penne variopinte, e qualche solitario tucano dal becco rosso e giallo,
    ed il petto coperto da una fine lanuggine d'un rosso fuoco, o si udiva
    echeggiare il grido stridulo di qualche "tanagra",  bell'uccello dalle
    penne azzurre ed il ventre arancio-rossastro.
    Dopo tre ore di marcia forzata,  senza aver incontrato nessuna traccia
    d'uomo,   i  filibustieri  s'accorsero  che  la  foresta  accennava  a
    cambiare.  Le  palme  si  diradavano per lasciare posto alle ariartree
    panciute, le piante amanti dell'acqua; a boschetti di legno cannone; a
    bombax,  alberi dal  legno  poroso,  molle  e  bianco  che  sembra  un
    formaggio e perci chiamati anche formaggieri;  a gruppi di mangli che
    producono delle frutta succose,  che sanno di terebentina;  ad ammassi
    di  orchidee,  di  passiflore,  di felci epifite e di aroidee,  le cui
    radici aeree pendevano perpendicolarmente, ed a macchioni di splendide
    bromelie dai ricchi rami carichi di fiori scarlatti.
    Il terreno,  fino allora asciutto,  s'impregnava rapidamente  d'acqua,
    mentre  l'aria  diventava  satura  d'umidit.   La  foresta  secca  si
    tramutava in foresta umida,  ben pi pericolosa  della  prima,  perch
    sotto quelle piante si cela la febbre dei boschi,  quella febbre che 
    fatale anche agli indiani gi acclimatati.
    Un silenzio profondo regnava  sotto  quei  vegetali,  come  se  quella
    esuberanza di umidit avesse fatto fuggire uccelli ed animali.  Non un
    grido di scimmia,  non il canto  di  un  volatile  qualsiasi,  non  il
    ruggito d'un coguaro od il miagolio d'un giaguaro.
    Quel  silenzio  aveva qualche cosa di triste,  di pauroso,  che faceva
    un'impressione strana anche sui forti  animi  dei  filibustieri  della
    Tortue.
    - Per mille pesci-cani!...  - esclam Carmaux.  - Pare di attraversare
    un immenso cimitero.
    - Ma un cimitero allagato - aggiunse Wan Stiller.  - Sento che  questa
    umidit mi penetra nelle ossa.
    - Che sia il principio di un attacco di febbre paludosa?
    - Non ci mancherebbe altro,  - disse il catalano. - Chi viene colpito,
    non uscir vivo da questa brutta foresta.
    - Bah!...  Ho la pelle dura,  -  rispose  l'amburghese.  -  Le  paludi
    dell'Yucatn  mi  hanno  corazzato  e  tu  sai che quelle producono il
    "vomito prieto" (la febbre gialla).  Non sono le febbri che  mi  fanno
    paura, bens la mancanza di selvaggina.
    -  Specialmente  ora  che  siamo  cos  a corto di viveri,  - aggiunse
    l'africano.
    -  Ehi,  compare  sacco  di  carbone!...  -  esclam  Carmaux.  -  Hai
    dimenticato il mio gatto?... Eppure  abbastanza visibile.
    - Durer poco, compare, - rispose il negro. - Se non lo mangiamo oggi,
    domani   quest'umidit   calda  lo  avr  ridotto  in  tale  stato  di
    putrefazione, da doverlo gettare via.
    - Bah!... Troveremo qualche cosa d'altro da porre sotto i denti.
    - Tu non conosci queste foreste umide.
    - Abbatteremo degli uccelli.
    - Non ve ne sono.
    - Dei quadrupedi.
    - Nemmeno.
    - Cercheremo delle frutta.
    - Sono tutte piante infruttifere.
    - Troveremo almeno qualche caimano.
    - Non vi sono savane. Non vedrai che dei serpenti.
    - Mangeremo quelli.
    - Ah!... compare!...
    - Per mille pesci-cani...  In mancanza  d'altro  metteremo  quelli  ad
    arrosto e li faremo passare per anguille.
    - Puah!...
    -  Oh!...  Il  negro schizzinoso!...  - esclam Carmaux.  - Ti vedremo
    quando avrai fame.
    Cos chiacchierando continuavano a marciare di buon  passo  attraverso
    quei  terreni  umidissimi,  sopra  i quali ondeggiava di frequente una
    nebbiola carica di miasmi pericolosi.
    Il caldo era intenso anche sotto le piante,  un  caldo  snervante  che
    faceva sudare prodigiosamente i filibustieri.  Il sudore zampillava da
    tutti i pori,  inzuppando le loro vesti e guastando  perfino  le  loro
    armi,  tanto  che  Carmaux  non osava pi contare sulla carica del suo
    fucile.
    Larghi stagni di quando  in  quando  tagliavano  la  via,  ripieni  di
    un'acqua nera e puzzolente ed ingombri di piante acquatiche,  dei veri
    "agoa redonda", come li chiamavano i coloni spagnoli;  talvolta invece
    erano  costretti  a fermarsi dinanzi a qualche "igarap",  ossia ad un
    canale naturale, comunicante con qualche corso d'acqua, perdendo molto
    tempo per cercare un guado non fidandosi di quelle  sabbie  traditrici
    che potevano inghiottirli.
    Su  quelle rive mancavano gli uccelli acquatici e abbondavano invece i
    rettili,  in attesa della notte per dare la caccia ai ranocchi  ed  ai
    rospi.  Si  vedevano  aggomitolati sotto i cespugli o distesi in mezzo
    alle foglie a scaldarsi al  sole,  i  velenosissimi  "jararac"  dalla
    piccola testa depressa; i piccoli "cobracipo"; i caniana", quei voraci
    bevitori  di latte che per procurarselo usano introdursi nelle capanne
    per succhiare le poppe delle indiane lattanti,  e non  pochi  serpenti
    coralli che producono una morte quasi fulminante e contro il cui morso
    non vi  rimedio, trovandosi impotente perfino l'infusione del "calupo
    diavolo",  che  generalmente    un  rimedio efficace contro il veleno
    degli altri rettili.
    I filibustieri,  che provavano una  ripugnanza  invincibile  per  quei
    brutti   rettili,   non  escluso  Carmaux,   si  guardavano  bene  dal
    disturbarli e facevano attenzione dove posavano i piedi,  per  evitare
    qualche morso mortale.
    A mezzod,  affranti da quella lunga marcia, si arrestavano senza aver
    scoperto le tracce di Wan Guld e della sua scorta.
    Non possedendo che poche libbre di biscotti,  si decisero ad arrostire
    il  maracaya  e,   quantunque  fosse  assai  coriaceo  e  puzzasse  di
    selvatico,  bene o male lo fecero passare.  Carmaux per si  ostin  a
    dichiararlo  eccellente,  contro  il  parere  di  tutti  e ne fece una
    scorpacciata.
    Alle tre, essendo un po' cessato il calore infernale che regnava sotto
    quella foresta,  riprendevano le mosse attraverso le paludi  infestate
    di miriadi di zanzare, le quali si gettavano contro i filibustieri con
    vero furore, facendo sagrare Carmaux e Wan Stiller.
    In  mezzo  a  quelle  acque stagnanti,  ingombre di piante acquatiche,
    dalle foglie giallastre che si corrompevano sotto  i  raggi  infuocati
    del  sole  esalando  odori  sgradevoli,  si vedeva talvolta sorgere la
    testa di qualche serpente di acqua o apparire, ma per subito tuffarsi,
    qualche testuggine "careto" dalla corazza bruno oscura,  chiazzata  di
    macchie rossastre irregolari.
    Mancavano  invece  sempre  i volatili acquatici,  come se non avessero
    potuto sopportare quelle esalazioni pericolose.
    Affondando talvolta in terreni  pantanosi,  o  passando  sopra  alberi
    atterrati,  o  aprendosi  il  passo  attraverso  i  boschetti di legno
    cannone che servivano di rifugio a nubi di  zanzare,  i  filibustieri,
    guidati dall'infaticabile catalano,  procedevano sempre,  spinti da un
    vivo desiderio di lasciare presto quella triste foresta.
    Di frequente s'arrestavano per tendere gli orecchi, sperando sempre di
    raccogliere qualche rumore che indicasse la vicinanza di  Wan  Guld  e
    della sua scorta,  ma sempre con esito negativo.  Un silenzio profondo
    regnava sotto quegli alberi ed in mezzo ai boschetti.
    Verso sera,  per,  fecero una  scoperta,  che  se  da  una  parte  li
    rattrist, d'altro canto li rese soddisfatti, essendo quella una prova
    che si trovavano ancora sulle tracce dei fuggiaschi.
    Stavano  cercando  un  posto  adatto  per  accamparsi,  quando  videro
    l'africano,  che si era un po' allontanato con la speranza di  trovare
    qualche  pianta  fruttifera,  ritornare  frettolosamente con gli occhi
    smarriti e la pelle del viso cinerea, ossia pallida.
    - Che cos'hai,  compare sacco di carbone?  - chiese  Carmaux,  armando
    frettolosamente il fucile. - Sei inseguito da qualche giaguaro?
    - No... l!... l!... un morto... un bianco! - rispose il negro.
    - Un bianco!... - esclam il Corsaro. - Uno spagnolo vuoi dire?...
    -  S,  padrone.  Ci sono caduto addosso e l'ho sentito freddo come un
    serpente.
    - Che sia quella canaglia di Wan Guld? - disse Carmaux.
    - Andiamo a vedere, - disse il Corsaro. - Guidaci, Moko.
    L'africano si cacci in mezzo ad una macchia  di  calupo,  piante  che
    producono  delle  frutta  che  tagliate  a  pezzi  danno  una  bevanda
    rinfrescante e dopo venti o trenta passi s'arrestava  alla  base  d'un
    simaruba, il quale si ergeva solitario col suo carico di fiori.
    Col  i  filibustieri videro,  non senza un fremito d'orrore,  un uomo
    disteso sul dorso, con le braccia strette sul petto, le gambe seminude
    ed i piedi gi  spolpati  o  da  qualche  serpente  o  dalle  formiche
    termiti.
    Aveva  il  viso  giallo  cereo imbrattato di sangue,  uscitogli da una
    piccola piaga che si scorgeva presso la tempia destra,  la barba lunga
    ed  arruffata e le labbra contratte che mettevano a nudo i denti.  Gli
    occhi erano gi scomparsi e al loro posto  non  si  vedevano  che  due
    buchi sanguinanti
    Non  vi  era  da ingannarsi sul suo vero essere,  poich indossava una
    corazza di pelle di Cordova ad arabeschi, calzoni corti a righe gialle
    e nere come usavano gli spagnoli,  e poco discosti  stavano  un  mezzo
    elmetto d'acciaio adorno di una piuma bianca ed una lunga spada.
    Il catalano,  che pareva in preda ad una viva emozione, si era curvato
    su quel disgraziato, poi s'era risollevato prontamente, esclamando:
    - Pedro Herrera!... Pover'uomo!... In quale stato lo ritrovo!...
    - Era uno di coloro che seguivano Wan Guld? - chiese il Corsaro
    - S, signore, un valoroso soldato ed un bravo camerata.
    - Che sia stato ucciso dagli indiani?...
    - Ferito s,  poich vedo sul fianco destro un buco che  mette  ancora
    qualche goccia di sangue, ma il suo assassino  stato un pipistrello.
    - Che cosa vuoi dire?...
    -  Che questo povero soldato  stato dissanguato da un vorace vampiro.
    Non vedete questo piccolo segno che ha presso la tempia e che ha  dato
    tanto sangue?
    - S, lo vedo.
    -  Forse  Herrera  era  stato abbandonato dai compagni,  a causa della
    ferita che gli impediva di seguirli nella loro precipitosa fuga, ed un
    vampiro, approfittando della sua stanchezza o del suo svenimento, l'ha
    dissanguato.
    - Allora Wan Guld  passato di qui?
    - Eccone la prova.
    - Da quanto tempo credi che questo soldato sia morto?
    - Forse da stamane.  Se fosse morto da ieri sera,  le formiche termiti
    l'avrebbero a quest'ora completamente spolpato.
    - Ah!...  Ci sono vicini!...  - esclam il Corsaro, con voce cupa. - A
    mezzanotte ripartiremo e domani tu avrai  restituito  a  Wan  Guld  le
    venticinque  legnate  ed  io  avr  purgato  la  terra da quell'infame
    traditore e vendicato i miei fratelli.
    - Lo spero, signore.
    - Cercate di riposare meglio che potete, perch non ci arresteremo, se
    non quando avremo raggiunto Wan Guld.
    - Diavolo!  - mormor Carmaux.  - Il comandante ci far trottare  come
    cavalli.
    - Ha fretta di vendicarsi, amico, - disse Wan Stiller.
    - E di rivedere le sua "Folgore".
    - E la sua giovane duchessa?
    - E' probabile, Wan Stiller.
    - Dormiamo, Carmaux.
    -  Dormire!...  Non  hai  udito  il  catalano  parlare  di uccelli che
    dissanguano?...  Fulmini!...  Se  a  mezzanotte  ci  trovassimo  tutti
    insanguinati?... Con questa idea non potr dormire tranquillo.
    - Il catalano ha voluto burlarsi di noi, Carmaux.
    - No, Wan Stiller. Ho udito anch'io parlare di vampiri.
    - E che cosa sono?...
    - Dei brutti uccellacci, pare. Ehi, catalano, vedi nulla in aria?...
    - S, le stelle, - rispose lo spagnolo.
    - Ti domando se vedi dei vampiri.
    - E' troppo presto. Lasciano i loro nascondigli solo quando gli uomini
    e gli animali russano sonoramente.
    - Che bestie sono? - chiese Wan Stiller.
    -  Dei grossi pipistrelli dal muso lungo e sporgente,  con gli orecchi
    grandi,  di pelame morbido,  rosso-bruno sul dorso e giallo-bruno  sul
    ventre e con delle ali che misurano quaranta e pi centimetri.
    - E dici che succhiano il sangue?
    -  S,  e  lo  fanno  cos delicatamente,  che non ve ne accorgereste,
    possedendo una tromba cos sottile da rompere la pelle senza  produrre
    alcun dolore. - Che ve ne siano qui?...
    - E' probabile.
    - E se uno piombasse su di noi?...
    -  Bah!...  Una  sola  notte  non  basta  per  dissanguarmi e tutto si
    limiterebbe ad una cavata di sangue, pi utile che dannosa,  in questi
    climi.  E'  bens  vero  che  le  ferite  che  producono sono lunghe a
    guarire.
    - Per il tuo amico con quella cavata di  sangue    andato  all'altro
    mondo, - disse Carmaux.
    -  Chiss  quanto  ne  aveva  perduto prima dalla ferita.  Buonanotte,
    "caballeros", alla mezzanotte si riparte.
    Carmaux si lasci cadere in mezzo alle erbe,  ma prima di chiudere gli
    occhi  guard a lungo fra i rami del simaruba,  per accertarsi che non
    vi si nascondesse qualche avido succhiatore di sangue.


    29.
    LA FUGA DEL TRADITORE.

    La luna era appena sorta sopra le alte foreste, che gi il Corsaro era
    in piedi,  pronto a riprendere quell'ostinata caccia contro Wan Guld e
    la sua scorta.
    Scosse  il  catalano,  il negro ed i due filibustieri,  e si ripose in
    marcia senza aver pronunciato una parola,  ma con passo cos lesto che
    i suoi compagni stentavano a seguirlo.
    Pareva  che fosse proprio deciso a non sostare senza aver raggiunto il
    suo mortale nemico;  per ben presto nuovi ostacoli lo costrinsero non
    solo a rallentare quella marcia indiavolata, ma anche ad arrestarsi.
    Bacini  d'acqua  che  raccoglievano  tutti  gli  scoli  della foresta,
    terreni pantanosi, brughiere fittissime e corsi d'acqua s'incontravano
    a ogni tratto,  obbligandoli a cercare dei passaggi o a descrivere dei
    lunghi  giri,  o a trovare dei guadi,  o ad abbattere delle piante per
    improvvisare dei ponti.
    I suoi  uomini  facevano  sforzi  sovrumani  per  aiutarlo,  nondimeno
    cominciavano ad essere esausti da quelle lunghe marce che duravano gi
    da  quasi  dieci  giorni,  dalle notti insonni ed anche in causa dello
    scarso nutrimento.
    All'alba non  ne  potevano  pi  e  furono  costretti  a  pregarlo  di
    accordare loro un po' di riposo,  non potendo pi reggersi in piedi ed
    essendo anche affamati, giacch i biscotti erano stati consumati ed il
    gatto di Carmaux era stato digerito da quindici ore.
    Si misero in cerca  di  selvaggina  e  di  alberi  fruttiferi;  quella
    foresta  paludosa  per  sembrava  che non potesse offrire n l'una n
    l'altra.  Non s'udivano  n  cicalecci  di  pappagalli,  n  grida  di
    scimmie,  n  si  vedeva  alcuna  pianta  che  portasse qualche frutto
    mangiabile.
    Tuttavia il catalano,  che si era  diretto  verso  una  vicina  palude
    assieme  a  Moko,  fu  ancora  tanto fortunato da poter prendere colle
    mani,  non senza per aver riportato dei morsi crudeli,  una "praira",
    pesce che abbonda nelle acque morte, colla bocca armata di acuti denti
    e  dal groppone nero,  mentre il suo compagno riusciva ad afferrare un
    "cascudo",  altro pesce lungo un piede,  dalle squame durissime,  nere
    sopra e rossicce sotto.
    Quel  magro pasto,  assolutamente insufficiente per saziare tutti,  fu
    presto divorato,  poi,  dopo qualche ora di  riposo,  si  rimisero  in
    caccia attraverso quella triste foresta, che pareva non dovesse finire
    mai.
    Cercavano   di   mantenere  la  direzione  sud-est,   per  avvicinarsi
    all'estremit  del  lago  di  Maracaybo  trovandosi  col   la   forte
    cittadella  di  Gibraltar;  erano per sempre costretti a deviare,  in
    causa di quelle continue paludi e dei terreni fangosi.
    Per tutta la mattinata andarono avanti senza aver scoperto  le  tracce
    dei fuggiaschi e senza aver udito alcun grido,  n alcuna detonazione.
    Verso  le  quattro  pomeridiane,  dopo  un  riposo  d'un  paio  d'ore,
    scoprivano  sulle rive d'un fiumiciattolo gli avanzi d'un fuoco le cui
    ceneri erano ancora calde.
    Era stato acceso da qualche cacciatore indiano o dai  fuggiaschi?  Era
    impossibile  saperlo,  non  avendo  potuto  trovare  alcuna traccia di
    piedi, essendo col il terreno asciutto e coperto di foglie, nondimeno
    quella scoperta li rianim tutti,  essendo convinti che in quel  luogo
    si fosse arrestato Wan Guld.
    La notte li sorprese senza che null'altro avessero trovato.  Sentivano
    per per istinto che i fuggiaschi non dovevano essere lontani
    Quella sera quei poveri diavoli si videro costretti a coricarsi  senza
    cena, non avendo trovato assolutamente nulla.
    - Ventre di pesce-cane! - esclam Carmaux, che cercava di ingannare la
    fame masticando alcune foglie d'un sapore zuccherino. - Se la continua
    cos,  giungeremo a Gibraltar in tale stato da farci mettere subito in
    un ospedale.
    La notte fu la pi cattiva di tutte quelle passate in mezzo ai  boschi
    del lago di Maracaybo.  Oltre le sofferenze della fame,  si aggiunsero
    le torture loro inflitte da sciami immensi di zanzare ferocissime,  le
    quali  non  permisero a quei disgraziati di chiudere gli occhi un solo
    istante.
    Quando verso il mezzod dell'indomani si rimisero in cammino erano pi
    stanchi della sera innanzi.  Carmaux dichiarava che non avrebbe potuto
    resistere  due  ore  ancora,  se  non  trovava  per  lo  meno un gatto
    selvatico da mettere ad arrostire o una mezza dozzina  di  rospi.  Wan
    Stiller avrebbe preferito una schidionata di pappagalli o una scimmia,
    ma non si vedevano n gli uni n le altre in quella selva maledetta.
    Camminavano,  o  meglio  si  trascinavano da quattro ore,  seguendo il
    Corsaro che procedeva sempre  lesto,  come  se  possedesse  un  vigore
    sovrumano, quando a breve distanza udirono echeggiare uno sparo.
    Il Corsaro si era subito arrestato, mandando un grido.
    - Finalmente! - aveva esclamato, snudando la spada con gesto risoluto.
    -  Tuoni  d'Amburgo!  - grid Wan Stiller.  - Pare che questa volta ci
    siamo vicini.
    - Speriamo che non ci scappino pi, - rispose Carmaux.  - Li legheremo
    come  salami,  onde  impedire  loro  di  farci correre un'altra intera
    settimana.
    - Questo colpo di fucile non  stato sparato che  a  mezzo  miglio  da
    noi, - disse il catalano.
    - S,  - rispose il Corsaro. - Fra un quarto d'ora spero di aver nelle
    mani l'assassino dei miei fratelli.
    - Volete un consiglio, signore? - disse il catalano.
    - Parla.
    - Cerchiamo di tendere loro un agguato.
    - Ossia?...
    -  Di  aspettarli  in  qualche  fitta  macchia,  per  costringerli  ad
    arrendersi  senza impegnare una lotta sanguinosa.  Devono essere sette
    od otto, mentre noi non siamo che cinque ed esausti di forze.
    - Non saranno di certo pi gagliardi di noi,  tuttavia accetto il  tuo
    consiglio.  Piomberemo  loro  addosso  d'improvviso,  in  modo  da non
    lasciare il tempo di difendersi.  Preparate le armi e seguitemi  senza
    far rumore.
    Cambiarono  le  cariche  dei fucili e delle pistole per non mancare ai
    colpi,  nel caso che fossero costretti ad impegnare la lotta;  indi si
    misero  a  strisciare  in  mezzo ai cespugli,  alle radici e le liane,
    cercando di non far scrosciare le foglie  secche,  n  di  spezzare  i
    rami.
    La  foresta  paludosa  pareva che fosse terminata.  Ricominciavano gli
    alberi  annosi,  bomba,  arcaaba,   palme  d'ogni  specie,   simaruba,
    mauritie, jupati, buss e tante altre splendidissime, adorne di foglie
    di dimensioni esagerate e cariche di fiori e di frutta,  di cui alcune
    eccellenti a mangiarsi.
    Alcuni uccelli si ricominciavano a vedere, pappagalli,  ar,  canind,
    tucani,  mentre in distanza si udivano echeggiare le grida formidabili
    d'una banda di scimmie urlanti,  facendo andare in bestia Carmaux,  il
    quale  rivedeva l'abbondanza senza poter approfittarne,  essendo stato
    severamente proibito di far fuoco,  per non allarmare il governatore e
    la sua scorta.
    - Mi rifar pi tardi,  - brontolava,  - ed abbatter tanta selvaggina
    da mangiarne per dodici ore di fila.
    Il Corsaro pareva che non si fosse accorto di quel cambiamento,  tutto
    occupato  nella  sua  vendetta.  Egli  strisciava  come  un serpente o
    balzava sopra gli ostacoli come una tigre, cogli occhi fissi dinanzi a
    s per scoprire il suo mortale nemico.
    Non si voltava nemmeno per vedere se i  suoi  compagni  lo  seguivano,
    come se fosse stato convinto d'impegnare e di vincere la lotta,  anche
    da solo, contro l'intera scorta del traditore.
    Non produceva il pi minimo rumore.  Passava sugli strati delle foglie
    senza   farle   crepitare;   apriva   i  rami  senza  quasi  curvarli;
    sgattaiolava  fra  i  festoni  delle  liane  senza  quasi  muoverle  e
    strisciava,  meglio d'un rettile, fra le radici. N le lunghe fatiche,
    n le privazioni avevano esaurito quell'organismo meraviglioso.
    Ad un tratto per  fu  visto  arrestarsi,  colla  sinistra  armata  di
    pistola  tesa  innanzi  e  la  spada in alto,  come se si preparasse a
    scagliarsi avanti con impeto irresistibile.
    Due voci umane si udivano in mezzo ad un boschetto di calupi.
    - Diego,  - diceva una voce fioca,  come se fosse per spegnersi.  - Un
    sorso d'acqua ancora, uno solo... prima che chiuda gli occhi.
    - Non posso, - rispondeva un'altra, rantolosa. - Non lo posso, Pedro.
    - Ed essi sono lontani, - rispondeva la prima.
    -  E  per  noi  finita...  Pedro...  Quei cani d'indiani...  mi hanno
    ferito a morte.
    - Ed io... ho la febbre... che mi uccide...
    - Quando... torneranno... non ci troveranno... pi.
    - Il lago ...  vicino...  e l'indiano...  sa  dov'...  una  barca...
    ah!... Chi
    vive?...
    Il  Corsaro  Nero  si  era slanciato in mezzo alla macchia colla spada
    alzata, pronto a colpire.
    Due soldati, pallidi, disfatti, coperti di soli cenci, stavano distesi
    ai piedi d'un grand'albero.  Vedendo apparire quell'uomo  armato,  con
    uno  sforzo  supremo  si  erano  alzati  sulle ginocchia,  cercando di
    afferrare i loro fucili che tenevano a qualche  passo  da  loro,  per
    erano  subito ricaduti,  come se le forze loro fossero improvvisamente
    mancate.
    - Chi si muove  uomo morto!...  - aveva gridato il Corsaro,  con voce
    minacciosa.
    Uno  dei  due  soldati  si  era  risollevato,  dicendo  con un sorriso
    forzato:
    - Eh, "caballero"!... Non ucciderete che dei moribondi!
    In quel momento il catalano  si  era  pure  slanciato  in  mezzo  alla
    macchia  seguito  dall'africano e dai due filibustieri.  Due grida gli
    sfuggirono:
    - Pedro!... Diego!... Poveri camerati!...
    - Il catalano!... - esclamarono i due soldati.
    - Sono io, amici e...
    - Silenzio, - disse il Corsaro. - Ditemi, dov' Wan Guld?
    - Il Governatore?...  - chiese colui  che  si  chiamava  Pedro.  -  E'
    partito da tre ore.
    - Solo?
    - Con un indiano che ci ha servito di guida e i due ufficiali.
    - Sar lontano?... Parlate se volete che non vi uccida.
    - Non devono aver fatta molta strada.
    - E' aspettato sulle rive del lago?...
    - No, per l'indiano sa dove trovare una barca.
    -  Amici,  -  disse  il  Corsaro.  -  Bisogna  ripartire o Wan Guld ci
    sfuggir!
    - Signore,  - disse  il  catalano,  -  volete  che  abbandoni  i  miei
    camerati?...  Il lago  vicino,  la mia missione quindi  finita e per
    non abbandonare questi disgraziati rinuncio alla mia vendetta.
    - Ti comprendo,  - rispose il Corsaro.  - Sei libero di fare  ci  che
    vorrai, ma credo che il tuo soccorso sar inutile.
    - Forse posso salvarli, signore.
    - Lascio a te Moko. Io ed i miei due filibustieri bastiamo per dare la
    caccia a Wan Guld.
    - Ci rivedremo a Gibraltar, signore, ve lo prometto.
    - Hanno dei viveri i tuoi camerati?...
    - Alcuni biscotti, signore, - risposero i due soldati.
    - Bastano, - disse Carmaux.
    -  E  del  latte,  -  aggiunse il catalano che aveva gettato un rapido
    sguardo sull'albero alla cui  base  giacevano  i  due  spagnoli  della
    scorta.
    - Non domando di pi pel momento, - rispose Carmaux.
    Il  catalano  colla  "navaja"  aveva  fatta una profonda incisione sul
    tronco di quella pianta,  che non era veramente un albero del latte ma
    una  "massaranduba",  una  specie quasi simile e che secerne una linfa
    bianca e densa,  molto nutritiva,  che ha pure il  sapore  del  latte,
    della quale per non si deve abusare,  producendo sovente dei disturbi
    qualche volta gravi.
    Riemp le fiaschette dei filibustieri, diede loro alcuni biscotti, poi
    disse:
    - Partite, "caballeros",  o Wan Guld vi sfuggir ancora.  Spero che ci
    rivedremo a Gibraltar.
    - Addio,  - rispose il Corsaro,  rimettendosi in marcia.  - Ti aspetto
    laggi.
    Wan Stiller e Carmaux che si erano un po' rinvigoriti,  vuotando mezza
    fiaschetta  e  divorando  frettolosamente  alcuni  biscotti,  si erano
    lanciati dietro di lui,  facendo appello a tutte le loro forze per non
    rimanere indietro.
    Il  Corsaro  si  affrettava per guadagnare le tre ore di vantaggio che
    avevano i fuggiaschi e per poter giungere sulle rive del  lago,  prima
    che calassero le tenebre. Erano gi le cinque del pomeriggio, il tempo
    era quindi brevissimo.
    Fortunatamente la foresta si diradava sempre. Gli alberi non erano pi
    uniti  e  collegati  tra  di  loro  dalle liane,  bens raggruppati in
    macchioni  isolati,   sicch   i   filibustieri   potevano   procedere
    speditamente,  senza  essere  obbligati  a  perdere  un tempo prezioso
    nell'aprirsi il passo fra i vegetali.
    La vicinanza del lago gi si tradiva.  L'aria era diventata pi fresca
    e satura di emanazioni saline,  e degli uccelli acquatici,  per lo pi
    qualche coppia di bernacle,  uccelli che si  trovano  in  gran  numero
    sulle rive del Golfo di Maracaybo, si mostravano.
    Il  Corsaro  accelerava  sempre,  timoroso  di  giungere  troppo tardi
    addosso ai fuggiaschi.  Non marciava pi,  correva,  mettendo  a  dura
    prova le gambe di Carmaux e di Wan Stiller.
    Alle sette,  nel momento in cui il sole stava per tramontare,  vedendo
    che i suoi compagni rimanevano indietro,  accord loro un riposo  d'un
    quarto d ora,  durante il quale vuotarono le loro fiaschette, mandando
    gi un paio di biscotti.
    Il Corsaro per  non  stette  fermo.  Mentre  Wan  Stiller  e  Carmaux
    riposavano,  frug  i  dintorni,  sperando  di  trovare  le tracce dei
    fuggiaschi,  e s'allontano verso il sud credendo forse  di  udire,  in
    quella  direzione,  qualche  sparo o qualche rumore che indicassero la
    vicinanza del traditore
    - Partiamo, amici, un ultimo sforzo ancora e Wan Guld cadr finalmente
    nelle mie mani, - disse, appena fu tornato.  - Domani potrete riposare
    a vostro agio.
    - Andiamo, - disse Carmaux, alzandosi con grande fatica. - Le rive del
    lago devono essere vicine.
    Ripresero  le mosse,  ricacciandosi in mezzo ai macchioni.  Le tenebre
    cominciavano allora a calare e qualche urlo di belva si  faceva  udire
    nelle parti pi folte della foresta.
    Marciavano  da  venti  minuti,  ansando  e  sbuffando,  essendo  tutti
    esausti, quando udirono dinanzi a loro dei cupi muggiti,  che parevano
    prodotti  da  onde  che  si frangevano sulla riva.  Quasi nel medesimo
    istante, fra gli alberi videro brillare una luce.
    - Il golfo!... - esclam Carmaux.
    - E quel  fuoco  indica  l'accampamento  dei  fuggiaschi,  -  url  il
    Corsaro.  - Le armi in mano,  uomini del mare!... L'assassino dei miei
    fratelli  mio!...
    Si erano messi a correre verso quel  fuoco,  che  pareva  ardesse  sul
    margine della foresta.  In pochi salti il Corsaro, che precedeva i due
    filibustieri,  super la  distanza  e  piomb  in  mezzo  allo  spazio
    illuminato,  colla formidabile spada in pugno,  pronto ad uccidere, ma
    invece fu veduto arrestarsi,  mentre un urlo di furore  gli  irrompeva
    dalle labbra.
    Attorno  a quel fuoco non vi era nessuno.  Si vedevano bens le tracce
    d'una recente fermata, gli avanzi di una scimmia arrostita,  dei pezzi
    di biscotto ed una fiaschetta spezzata,  per coloro che si erano col
    accampati erano gi partiti.
    - Fulmini dell'inferno!... Troppo tardi!... - url il Corsaro con voce
    terribile.
    - No, signore!...  grid Carmaux che lo aveva raggiunto.  - Forse sono
    ancora  a  portata  delle  nostre  palle!...   L!...   L!...   Sulla
    spiaggia!...
    Il Corsaro aveva volto gli sguardi da quella parte.  A duecento  metri
    la  foresta  cessava  bruscamente  e  si estendeva una spiaggia bassa,
    sulla quale rotolavano, gorgogliando, le onde del lago.
    Agli ultimi bagliori del crepuscolo,  Carmaux aveva scorto un  canotto
    indiano  prendere  frettolosamente  il  largo,  piegando verso il sud,
    ossia in direzione di Gibraltar.
    I tre  filibustieri  si  erano  precipitati  sulla  spiaggia,  armando
    rapidamente i fucili.
    - Wan Guld!... - url il Corsaro. - Fermati o sei un vile!...
    Uno  dei  quattro  uomini  che montavano il canotto s'alz ed un lampo
    balen dinanzi a lui.  Il Corsaro ud il fischio di una palla  che  si
    perdeva fra i rami dei vicini alberi.
    - Ah!...  Traditore!...  - url il Corsaro,  al colmo della rabbia.  -
    Fuoco su coloro!...
    Wan Stiller e Carmaux si erano inginocchiati sulla sabbia  puntando  i
    fucili. Un istante dopo due detonazioni rimbombavano.
    Al largo si ud echeggiare un grido e si vide qualcuno cadere; pure il
    canotto,  invece  di  arrestarsi,  s'allontan  con  maggior rapidit,
    dirigendosi verso le sponde meridionali del lago e  confondendosi  fra
    le  tenebre,  che  allora  scendevano  con  quella  rapidit  fulminea
    particolare delle regioni equatoriali.
    Il Corsaro,  ebbro di furore,  stava per slanciarsi lungo la  spiaggia
    con la speranza di trovare qualche canotto, quando Carmaux lo arrest,
    dicendogli: - Guardate, capitano!
    - Che cosa vuoi? - chiese il Corsaro.
    - Vi  un'altra scialuppa arenata sulla sabbia.
    - Ah!... Wan Guld  mio!... - url il cavaliere.
    A  venti  passi  da  loro,  entro  una piccola cala che la marea aveva
    allora lasciata asciutta,  si trovava  uno  di  quei  canotti  indiani
    scavati  nel tronco d'un cedro,  scialuppe che sembrerebbero pesanti a
    prima vista,  ma che,  ben manovrate,  sfidano invece,  senza tema  di
    rimanere indietro, le migliori imbarcazioni.
    Il  Corsaro  ed  i suoi due compagni si erano precipitati verso quella
    piccola cala,  e con un colpo vigoroso,  avevano  spinto  in  mare  il
    canotto.
    - Vi sono i remi?... - chiese il Corsaro.
    - S,  capitano,  - rispose Carmaux.  - In caccia,  miei bravi!... Wan
    Guld non ci sfugge pi!...
    -  Forza  di  muscoli,  Wan  Stiller!  -  grid  il  biscaglino.  -  I
    filibustieri non hanno rivali nel remo!...
    - Oh!... Uno... due!... - rispose l'amburghese, curvandosi sul remo.
    La  scialuppa usc dalla cala e si slanci nelle acque del golfo,  con
    la rapidit d'una freccia, sulle tracce del governatore di Maracaybo.



    30.
    LA CARAVELLA SPAGNOLA.

    La scialuppa,  montata da Wan Guld,  era ormai  lontana  almeno  mille
    passi,  nondimeno  i  corsari  erano  uomini da non perdersi di animo,
    sapendo specialmente che un solo rematore era capace di competere  con
    loro in quella faticosa manovra, cio l'indiano. I due ufficiali ed il
    Governatore,  abituati solamente a maneggiare le armi, dovevano essere
    di poco giovamento.
    Quantunque fossero stanchi per quelle lunghe marce  ed  affamati,  Wan
    Stiller  e  Carmaux  avevano  subito  messo  in opera la loro possente
    muscolatura,  imprimendo  al  canotto  una  celerit  prodigiosa.   Il
    Corsaro,  seduto  a prora,  con l'archibugio fra le mani,  li eccitava
    senza posa con la voce, gridando:
    - Forza,  miei bravi!...  Wan Guld non ci  sfuggir  pi  ed  io  sar
    vendicato!... Ricordatevi del Corsaro Rosso e del Corsaro Verde!...
    Il canotto balzava sulle larghe ondate del lago, procedendo sempre pi
    rapido,   frangendo  impetuosamente,  con  l'acuta  prora,  le  creste
    spumeggianti.
    Carmaux e Wan  Stiller  arrancavano  con  furore,  senza  perdere  una
    battuta,  tendendo  i  muscoli,  puntando  i  piedi.  Erano  certi  di
    guadagnare sulla scialuppa avversaria,  pur non rallentavano la  lena,
    temendo  che qualche avvenimento imprevisto permettesse al governatore
    di sottrarsi ancora una volta a quell'accanito inseguimento.
    Arrancavano da cinque minuti, quando a prora avvenne un urto.
    - Tuoni!... - url Carmaux. - Un bassofondo?...
    Il Corsaro si era curvato ed avendo  scorto  dinanzi  al  canotto  una
    massa  nera,  aveva  allungato  prontamente  la destra per afferrarla,
    prima che scomparisse sotto la chiglia.
    - Un cadavere! - esclam.
    Facendo uno sforzo iss quel corpo umano e lo guard: era quello  d'un
    capitano  spagnolo,  il  quale  aveva  la  testa spaccata da una palla
    d'archibugio.
    - E uno dei compagni di Wan Guld,  - disse,  lasciandolo  ricadere  in
    acqua.
    - L'hanno gettato nel lago per render pi leggera la loro scialuppa, -
    aggiunse Carmaux,  senza abbandonare il remo. - Forza, Wan Stiller!...
    Quei furfanti non devono essere lontani!...
    - Eccoli!... - grid in quell'istante il Corsaro.
    Seicento  o  settecento  metri  pi  innanzi  aveva  scorto  una  scia
    luminosa,  la quale diventava,  di momento in momento, pi splendente.
    Doveva essere prodotta dalla scialuppa attraversante un tratto d'acqua
    saturo di uova di pesci o di nottiluche.
    - Si scorgono,  capitano?  - chiesero Carmaux e Wan  Stiller,  ad  una
    voce.
    -  S,  vedo  la  scialuppa all'estremit della scia fosforescente,  -
    rispose il Corsaro.
    - Guadagniamo?...
    - Sempre.
    - Forza, Wan Stiller!...
    - Arranca a tutta lena, Carmaux!
    - Allunga la battuta!... Faticheremo meno e correremo di pi.
    - Silenzio,  - disse il Corsaro.  - Non sprecate le  vostre  forze  in
    chiacchiere. Avanti, miei prodi!... Scorgo il mio nemico.
    Egli si era alzato tenendo in mano l'archibugio e fra le tre ombre che
    scorgeva sulla scialuppa, cercava di discernere l'odiato duca.
    Ad  un  tratto punt l'arma e si sdrai sulla prora per avere un punto
    d'appoggio; poi, dopo aver mirato per alcuni istanti,  fece fuoco.  La
    detonazione  si  distese  al  largo,  per  non si ud alcun grido che
    annunciasse che la palla aveva colpito qualcuno.
    - Mancato, capitano? - chiese Carmaux.
    - Lo credo, - rispose il Corsaro coi denti stretti.
    - Allunga, Wan Stiller!...
    - Mi spezzo i muscoli, Carmaux,  - rispose l'amburghese,  che soffiava
    come una foca.
    La scialuppa di Wan Guld perdeva spazio sempre,  nonostante gli sforzi
    prodigiosi dell'indiano.  Se  questi  avesse  avuto  per  compagno  un
    rematore  della  propria razza,  forse sarebbe riuscito a mantenere la
    distanza  fino  all'alba,   essendo  le   Pelli   rosse   dell'America
    meridionale  dei  canottieri  insuperabili;  invece,  male assecondato
    dall'ufficiale spagnolo e dal Governatore,  doveva  in  breve  perdere
    sempre pi la via.
    Ormai la scialuppa si distingueva benissimo, anche perch attraversava
    una zona d'acqua fosforescente. L'indiano era a poppa ed arrancava con
    due  remi,  mentre  il  Governatore  ed il suo compagno lo secondavano
    meglio che potevano, uno a bordo e l'altro a tribordo.
    A quattrocento passi il Corsaro si  alz  una  seconda  volta  armando
    l'archibugio e grid con voce tuonante:
    - Arrendetevi o faccio fuoco!...
    Nessuno  rispose,  anzi  la scialuppa nemica vir bruscamente di bordo
    dirigendosi non pi al largo, bens verso le paludi della costa, forse
    per cercare un rifugio nel rio Catatumbo,  che non doveva essere molto
    lontano.
    - Arrenditi, assassino dei fratelli miei!... - url ancora il Corsaro.
    Anche questa volta non ottenne risposta.
    - Allora muori, cane!... - tuon il Corsaro.
    Punt   l'archibugio   e   mir   Wan  Guld  che  si  trovava  a  soli
    trecentocinquanta  passi;   l'ondulazione  per  che   era   diventata
    fortissima  a  causa  dei colpi precipitati dei remi,  gli impediva di
    mirare con qualche speranza di buona riuscita.
    Tre volte abbass l'arma e tre volte la rialz,  puntandola  verso  la
    scialuppa. Alla quarta fece fuoco.
    Lo sparo fu seguito da un urlo ed un uomo cadde in acqua.
    - Colpito?... - gridarono Carmaux e Wan Stiller.
    Il Corsaro rispose con un'imprecazione.
    L'uomo che era caduto non era il Governatore; era l'indiano.
    - L'inferno lo protegge adunque?  - chiese il Corsaro,  con furore.  -
    Avanti, miei bravi!... Lo prenderemo vivo!...
    La scialuppa non si era arrestata; priva ormai dell'indiano non doveva
    per correre molto tempo ancora.
    Non era che questione di minuti, poich Carmaux e Wan Stiller erano in
    grado di arrancare per parecchie ore, prima di cedere.
    Il Governatore ed il suo compagno,  comprendendo di non poter  lottare
    contro  i  filibustieri,  si  erano diretti verso un'alta isoletta che
    distava da loro cinque o  seicento  metri,  sia  con  l'intenzione  di
    sbarcare,  sia  per passarvi dietro e mettersi al riparo dai colpi del
    loro formidabile avversario.
    - Carmaux, - disse il Corsaro, - obbliquano verso l'isolotto.
    - Vogliono prendere terra adunque?...
    - Lo sospetto.
    - Allora non ci sfuggiranno pi. Lampi!...
    - Fulmini!... - grid Wan Stiller.
    - Cosa avete?...
    In quell'istante si ud una voce gridare:
    - Chi vive?...
    - Spagna!... - urlarono il Governatore ed il suo compagno.
    Il Corsaro si  era  voltato.  Una  massa  enorme  era  improvvisamente
    comparsa  dietro  un  promontorio  dell'isolotto,  che si avanzava nel
    lago.  Era un vascello di  grandi  dimensioni,  e  che  a  tutte  vele
    spiegate veniva incontro alle due scialuppe.
    - Maledizione!... - url il Corsaro.
    - Che sia una delle nostre navi? - chiese Carmaux.
    Il Corsaro non rispose. Curvo sulla prora della scialuppa, con le mani
    raggrinzite  attorno  all'archibugio,  coi  lineamenti  alterati dalla
    collera,  guardava con due occhi che scintillavano come  quelli  d'una
    tigre  la  grossa  nave  che  si trovava gi vicina alla scialuppa del
    governatore.
    - E' una caravella spagnola!...  - url ad un tratto.  -  Sia  dannato
    quel cane, che ancora una volta mi sfugge!...
    - E che ci far appiccare, - aggiunse Carmaux.
    -  Ah!...  Non  ancora,  miei  bravi,  - rispose il Corsaro.  - Lesti,
    arrancate verso l'isolotto prima che quel legno ci scarichi addosso  i
    suoi cannoni e ci sfondi la scialuppa.
    - Lampi!...
    - E tuoni!... - aggiunse l'amburghese, curvandosi sul remo.
    Il  canotto  aveva  virato  di  bordo sul posto e si era diretto verso
    l'isolotto, il quale non distava che tre o quattrocento passi.  Avendo
    scorto una linea di scogli,  Carmaux ed il suo compagno manovrarono in
    modo da mettersi al riparo dietro quelli,  onde non farsi fulminare da
    una scarica di mitraglia.
    Intanto  il  governatore  ed  il  suo compagno si erano issati a bordo
    della caravella ed avevano probabilmente informato tosto il comandante
    del pericolo corso,  poich  un  istante  dopo  si  videro  i  marinai
    bracciare precipitosamente le vele.
    - Lesti,  miei bravi!... - grid il Corsaro, a cui nulla era sfuggito.
    - Gli spagnoli si preparano a darci la caccia.
    - Non siamo che a cento passi dalla spiaggia, - rispose Carmaux.
    In quell'istante  a  bordo  della  nave  balen  un  lampo  ed  i  tre
    filibustieri  udirono  fischiare in aria un nembo di mitraglia,  i cui
    proiettili andarono a sgretolare la cima d'uno scoglio.
    - Presto!... Presto!... - grid il Corsaro.
    La caravella aveva allora sorpassato la lingua di terra e si preparava
    a virare di bordo,  mentre i suoi marinai mettevano  in  acqua  tre  o
    quattro scialuppe per dare la caccia ai fuggiaschi.
    Carmaux  e  Wan  Stiller,  tenendosi  sempre  al  riparo degli scogli,
    raddoppiarono gli sforzi e pochi istanti dopo si  arenavano  a  tre  o
    quattro passi dalla spiaggia.
    Il  Corsaro  fu  pronto  a  slanciarsi  in acqua,  portando con s gli
    archibugi, e a guadagnare i primi alberi,  mettendosi al riparo dietro
    ai tronchi.  Carmaux e Wan Stiller,  vedendo brillare una miccia sulla
    prora della caravella,  si lasciarono cadere dietro il  bordo  esterno
    della scialuppa, coricandosi sulla sabbia.
    Quella  manovra li salv.  Un istante dopo un altro nembo di mitraglia
    spazzava la spiaggia,  massacrando i cespugli e le foglie delle palme,
    mentre  una  palla  di  tre  libbre,  scagliata  da  un  piccolo pezzo
    d'artiglieria che si trovava sull'alto cassero,  fracassava  la  poppa
    della scialuppa.
    - Approfittate! - grid il Corsaro.
    I due filibustieri,  scampati miracolosamente a quella doppia scarica,
    si arrampicarono rapidamente sulla spiaggia e si cacciarono  in  mezzo
    agli alberi, salutati da una mezza dozzina di archibugiate.
    - Siete feriti, miei bravi? - chiese il Corsaro.
    -  Costoro  non  sono  filibustieri per non mancare ai colpi,  - disse
    Carmaux.
    - Seguitemi e senza perdere tempo.
    I tre uomini,  senza  pi  preoccuparsi  dei  colpi  d'archibugio  dei
    marinai  delle  scialuppe,  s'inoltrarono  rapidamente  sotto le fitte
    piante, per cercare un rifugio.
    Quell'isolotto,   che  doveva  trovarsi  dinanzi  alla  foce  del  rio
    Catatumbo,  piccolo  corso d'acqua che si scarica nel lago al di sotto
    del Suana,  e che scorre in mezzo ad una regione ricca di laghi  e  di
    paludi, poteva avere un circuito di un chilometro.
    S'alzava  in  forma  di  cono,   toccando  un'altezza  di  trecento  o
    quattrocento metri ed era coperto da una folta  vegetazione,  composta
    per  la  maggior  parte di bellissimi cedri,  di alberi di cotone,  di
    euforbie irte di spine e di palme di varie specie.
    I tre corsari, giunti alle falde del cono, senza aver incontrato alcun
    essere vivente,  s'arrestarono un momento per riprender lena,  essendo
    completamente sfiniti,  poi si cacciarono in mezzo ai cespugli spinosi
    e sotto le piante che crescevano  fittissime  sui  pendii,  decisi  di
    raggiungere  la  cima  per  poter  sorvegliare  le  mosse dei nemici e
    deliberare, senza venire sorpresi, sul da farsi.
    Ci vollero due ore di aspro lavoro, essendo stati costretti ad aprirsi
    il passo a colpi di sciabola fra  quegli  ammassi  di  vegetali;  per
    finalmente  poterono  giungere sulla vetta,  la quale si rizzava quasi
    nuda,  non avendo intorno che pochi cespugli e  delle  rocce.  Essendo
    sorta  allora  la  luna,  poterono distinguere benissimo la caravella.
    Essa si era ancorata a trecento passi dalla spiaggia,  mentre  le  tre
    scialuppe  si  erano  arrestate  nel luogo ove era stata fracassata la
    piroga indiana.
    I marinai erano gi sbarcati,  per non avevano osato inoltrarsi sotto
    i vegetali,  per tema forse di cadere in qualche imboscata, e si erano
    accampati sulla sponda, attorno ad alcuni fuochi, accesi forse per non
    farsi  succhiare  vivi   dalle   miriadi   di   feroci   zanzare   che
    volteggiavano, in nubi sterminanti, sulle coste del lago.
    - Aspetteranno l'alba per darci la caccia, - disse Carmaux.
    - S, - rispose il Corsaro, con voce sorda.
    - Fulmini! La fortuna protegge troppo quel furfante di Governatore!
    - O il demonio?
    -  Sia  l'una  o l'altro,  ecco la seconda volta che egli ci sfugge di
    mano.  - - Non solo,  ma che sta per averci in mano  sua,  -  aggiunse
    l'amburghese. -
    - Ah!  questo lo si vedr,  - disse Carmaux.  - Siamo ancora liberi ed
    abbiamo le nostre armi.
    - E che cosa vorresti fare,  se  tutto  l'equipaggio  della  caravella
    muovesse all'assalto di questo cono? - chiese Wan Stiller.
    - Anche a Maracaybo gli spagnoli hanno assalito la casa di quel povero
    notaio,  eppure  abbiamo  trovato  il  modo  di andarcene senza venire
    disturbati.
    - S, - disse il Corsaro Nero. - Questa per non  la casa del notaio,
    e non vi  qui un conte di Lerma per aiutarci.
    - Che siamo destinati a terminare i nostri giorni sulla forca? Ah!  Se
    l' Olonese venisse in nostro soccorso!
    -  Egli  sar  occupato a saccheggiare ancora Maracaybo,  - rispose il
    Corsaro. - Io credo che per il momento non dobbiamo pensare a lui.
    - E che cosa sperate, rimanendo qui?
    - Non lo so nemmeno io, Carmaux.
    - Sentiamo,  comandante;  credete che l'Olonese si fermer molto tempo
    ancora a Maracaybo?
    -  Dovrebbe  essere  gi  qui:  tu sai per che egli  avido e si sar
    fermato per inseguire gli spagnoli che si sono rifugiati nei boschi.
    - Voi gli avete dato un appuntamento.
    - S,  alla foce del Suana od a quella del  Catatumbo,  -  rispose  il
    Corsaro.  -  Allora  abbiamo  la speranza che egli un giorno o l'altro
    venga qui.
    - E quando?
    - Eh! per mille tuoni! Non si fermer dei mesi a Maracaybo!... Egli ha
    tutto l'interesse di affrettarsi per sorprendere Gibraltar.
    - Lo so.
    - Dunque verr e forse presto.
    - E saremo noi ancora vivi e liberi?  Credi tu che Wan Guld  ci  lasci
    tranquilli sulla cima di questo cono?  No, mio caro: egli ci stringer
    da tutte le parti e tutto  tenter  per  averci  in  sua  mano,  prima
    dell'arrivo  dei  filibustieri.  Egli  mi  odia  troppo  per lasciarmi
    tranquillo,  e forse a quest'ora  sta  facendo  appendere,  a  qualche
    pennone, il laccio che dovr appiccarmi.
    -  Non  gli    dunque bastata la morte del Corsaro Verde e quella del
    Corsaro Rosso? E' un cane idrofobo, quel miserabile vecchio?
    - No,  non gli  bastata,  - rispose il Corsaro con voce cupa.  - Egli
    vuole  la  distruzione  completa  della  mia famiglia;  per non mi ha
    ancora in sua mano e non dispero di vendicare  i  miei  fratelli.  S,
    forse  l'Olonese non  lontano e se potessimo resistere alcuni giorni,
    chiss!  Forse Wan Guld potrebbe pagare i suoi tradimenti  ed  i  suoi
    delitti.
    - Che cosa si deve fare, capitano? - chiesero i due filibustieri.
    - Resisteremo pi a lungo che potremo.
    - Qui? - chiese Carmaux.
    - S, su questa cima.
    - Bisognerebbe trincerarsi.
    - E chi ce lo impedir?  Abbiamo quattro ore di tempo prima che spunti
    l'alba.
    - Tuoni!...  Wan Stiller,  amico mio,  non c' tempo da  perdere.  Gli
    spagnoli, appena sorto il sole, verranno certamente a scovarci.
    - Sono pronto, - rispose l'amburghese.
    - A noi,  mio caro, - disse Carmaux. - Mentre voi, capitano, vigilate,
    noi alzeremo delle trincee che metteranno a dura prova le  mani  ed  i
    dorsi dei nostri avversari. Vieni, amburghese mio!
    La  cima della collina era sparsa di grossi macigni,  staccatisi certo
    da una rupe che si alzava proprio al culmine, a guisa di osservatorio.
    I due filibustieri si misero a rotolare i  pi  grossi,  formando  una
    specie di trincea circolare,  bassa s, ma sufficiente per riparare un
    uomo coricato o inginocchiato.
    Quel lavoro assai faticoso dur  due  ore,  per  i  risultati  furono
    splendidi,  perch  dietro  quella  specie  di  muricciolo massiccio i
    filibustieri potevano opporre una lunga resistenza  e  senza  tema  di
    venire colpiti dalle palle degli avversari.
    Carmaux e Wan Stiller non erano ancora soddisfatti.  Se quell'ostacolo
    era sufficiente a  difenderli,  era  incapace  d'impedire  un  assalto
    improvviso.  Per  ottenere  completamente  il loro scopo scesero nella
    foresta,  ed improvvisata,  con alcuni rami,  una specie  di  barella,
    portarono  sulla  cima  del  cono  degli  ammassi  di  piante spinose,
    costruendo una siepe,  la quale poteva diventare pericolosa anche  per
    le mani e le gambe dei nemici.
    -  Ecco  una  piccola  fortezza che dar da fare anche a Wan Guld,  se
    vorr venire a scovarci, - disse Carmaux, stropicciandosi allegramente
    le mani.
    - Manca per una cosa,  che  necessaria ad una guarnigione per quanto
    sia poco numerosa, - not l'amburghese.
    - Che cosa vuoi dire?
    - Che qui non vi  la dispensa del notaio di Maracaybo, amico Carmaux.
    - Mille fulmini! Dimenticavamo di non possedere nemmeno un biscotto da
    sgretolare.
    -  Come  gi  saprai,  noi  non  possiamo  convertire  questi sassi in
    altrettanti pani.
    - Batteremo il bosco,  amico Wan Stiller.  Se gli spagnoli ci lasciano
    tranquilli, noi andremo in cerca di provviste.
    Alz  il  capo  verso  la  rupe,  dove  il Corsaro Nero s'era messo in
    osservazione per spiare le mosse degli spagnoli, chiedendogli:
    - Si muovono, capitano?
    - Non ancora.
    - Allora approfittiamo per andare a caccia.
    - Andate pure, veglio io.
    - In caso di pericolo datecene avviso con un colpo d'archibugio.
    - Siamo d'accordo.
    - Vieni,  Wan Stiller,  - disse Carmaux.  - Andiamo a saccheggiare gli
    alberi e cercheremo anche di abbattere qualche capo di selvaggina.
    I  due  filibustieri  presero  la  barella,  che  era servita loro per
    trasportare lass le spine e scesero  il  cono,  cacciandosi  sotto  i
    boschi.
    La loro assenza dur fino all'alba,  per tornarono carichi come muli.
    Avendo trovato un pezzo di terra dissodato,  forse da qualche  indiano
    venuto   dalla   vicina  spiaggia,   avevano  saccheggiato  le  piante
    fruttifere che col erano state piantate. Portavano dei cocchi,  degli
    aranci,  due  cavoli  palmisti che potevano surrogare il pane,  ed una
    grossa testuggine palustre che avevano sorpresa  presso  un  laghetto.
    Economizzando  le  provviste,  vi  era  da  vivere per lo meno quattro
    giorni.
    Oltre alle frutta ed  al  rettile,  avevano  poi  fatto  una  scoperta
    importante,  che  poteva essere loro di molto giovamento per mettere i
    nemici fuori combattimento, almeno per un certo tempo.
    - Ah! ah! - esclam Carmaux,  che pareva in preda ad una irrefrenabile
    allegria. - Mio caro amburghese, noi faremo fare delle brutte boccacce
    al  Governatore  ed  ai  suoi  marinai,  se salter loro il ticchio di
    assediarci regolarmente. Vivaddio! In questi climi la sete vien presto
    e non andranno certo a bere sulla caravella,  n si porteranno  dietro
    delle botti d'acqua.  Ah!  Ah!  Sono furbi gl'indiani!  Il "niku" far
    miracoli!
    - Sei proprio certo di quello che dici? - chiese Wan Stiller. - Io non
    ho molta fiducia.
    - Tuoni! L'ho provato io, e se non sono crepato dai dolori,  stato un
    vero miracolo.
    - Verranno poi a bere gli spagnoli?
    - Hai veduto altri laghetti in questi dintorni?
    - No, Carmaux.
    - Allora saranno costretti a dissetarsi  in  quello  che  noi  abbiamo
    scoperto.
    - Sarei curioso di vedere gli effetti del tuo "niku".
    -  A  suo  tempo  ti  offrir  lo  spettacolo  di  una banda di uomini
    straziati da atroci dolori di ventre.
    - E quando avveleneremo le acque?
    - Appena avremo la certezza che i nostri  nemici  muovono  all'assalto
    della collina.
    In  quel momento il Corsaro,  abbandonata la cima della rupe,  che gli
    era servita da  osservatorio,  scese  nel  piccolo  campo  trincerato,
    dicendo:
    - Le scialuppe hanno circondata l'isola.
    - Si preparano a bloccarci? - chiese Carmaux.
    - E rigorosamente.
    -  Noi  per  siamo pronti a sostenere l'assedio,  capitano.  Dietro a
    queste rocce ed a queste spine,  potremo resistere  lungamente,  forse
    fino all'arrivo dell'Olonese e dei filibustieri.
    - S,  se gli spagnoli ci lasceranno il tempo.  Ho veduto sbarcare pi
    di quaranta uomini.
    - Ahi!... - fe' Carmaux con una smorfia. - Sono troppi, per conto sul
    "niku".
    - Che cosa  questo "niku"? - chiese il Corsaro.
    - Volete seguirmi,  capitano?...  Prima che gli spagnoli giungano qui,
    saranno  necessarie almeno tre o quattro ore ed a noi pu bastarne una
    sola.
    - Che cosa vuoi fare?
    - Lo vedrete mio capitano. Venite, Wan Stiller rimarr a guardia della
    nostra rocca.
    Si armarono dei loro archibugi e scesero  la  collina  cacciandosi  in
    mezzo  ai  boschi  di cedri,  di palmizi,  di simaruba e di alberi del
    cotone, ed aprendosi il passo attraverso a miriadi di liane.
    Scesero cos circa centocinquanta metri,  fugando colla loro  presenza
    bande di pappagalluzzi ciarlieri e qualche coppia di scimmie rosse,  e
    giunsero ben presto al bacino che Carmaux aveva pomposamente  chiamato
    laghetto,  mentre  invece  non  era che un semplice stagno,  avente un
    circuito di forse trecento passi.
    Era un serbatoio naturale,  poco profondo a quanto pareva ed  occupato
    da un gran numero di piante acquatiche, specialmente di "mucumuc", le
    quali formavano dei veri boschetti.
    Sulle rive di quel bacino,  Carmaux fece notare al Corsaro delle masse
    di  certi  gambi  sarmentosi,   dalla  corteccia   brunastra   e   che
    somigliavano   a   liane.    Crescevano   in   numero   straordinario,
    aggrovigliati gli uni agli altri come se fossero serpenti o piante  di
    pepe, prive di sostegno.
    -  Ecco  i  vegetali  che  procureranno  agli  spagnoli  delle coliche
    terribili, - disse il filibustiere.
    - Ed in qual modo? - chiese il Corsaro, con curiosit.
    - Lo vedrete, capitano.
    Cos dicendo il marinaio aveva snudata la sciabola d'abbordaggio e  si
    era  messo  a  tagliare  parecchi  di  quei gambi sarmentosi,  che gli
    indiani del Venezuela e delle Guiane chiamano "niku", ed i naturalisti
    "robinie",  ed aveva formato parecchi fasci che poi depose su  di  una
    roccia, che scendeva nello stagno quasi a picco.
    Quand'ebbe  radunati  trenta  o  quaranta  fasci,  and a recidere due
    lunghi e solidi rami e ne porse uno al Corsaro, dicendogli:
    - Battete queste piante, capitano.
    - Ma che cosa vuoi fare, adunque?...
    - Avvelenare le acque del bacino, mio capitano.
    - Con questa specie di liane?...
    - S, signore.
    - Tu sei pazzo, Carmaux.
    - Niente affatto,  mio capitano.  Il "niku" ubriaca  i  pesci  e  agli
    uomini produce delle coliche tremende.
    - Ubriaca i pesci?... Eh va?... Quali storie mi racconti, Carmaux?...
    - Non sapete adunque come fanno i Caraybi,  quando vogliono prendere i
    pesci?...
    - Si servono delle reti.
    - No,  capitano.  Lasciano colare,  nei laghetti,  il succo di  queste
    piante  e  poco  dopo  gli  abitanti  delle  acque  vengono  a  galla,
    contorcendosi disordinatamente e lasciandosi  prendere  colla  miglior
    grazia del mondo.
    - E tu dici che agli uomini produce delle coliche?...
    - S,  capitano,  e siccome su questo cono non vi sono altri bacini n
    sorgenti,  gli spagnoli che vorranno assediarci  saranno  costretti  a
    venire qui a bere.
    - Sei furbo, Carmaux. Ubriachiamo adunque l'acqua del serbatoio.
    Diedero  mano  ai  bastoni  e  si  misero a picchiare con gran vigore,
    schiacciando i gambi sarmentosi,  dai quali usciva un succo abbondante
    che colava a poco a poco nel laghetto.
    Le acque si colorirono ben presto, prima di bianco, come se si fossero
    mescolate a del latte,  poi presero una splendida tinta madreperlacea,
    la quale,  per,  non tard a dileguarsi.  Ad  operazione  finita,  la
    limpidezza  del  bacino  era  ritornata  e  nessuno  avrebbe  di certo
    sospettato  che  quel  liquido,  cos  promettente,   nascondesse  una
    sostanza, se non pericolosa, certamente poco gradevole.
    I  due  filibustieri,  precipitati  nel  laghetto gli avanzi dei gambi
    sarmentosi,  stavano  per  allontanarsi,   quando  videro  contorcersi
    numerosi pesci.
    I  poveretti,  ubriachi  dal  "niku",  si  dibattevano disperatamente,
    cercando di sfuggire a quelle acque che non facevano pi per  loro,  e
    parecchi  si  dirigevano  verso le rive come se preferissero una lenta
    asfissia sulle sabbie,  all'esaltazione,  probabilmente dolorosa,  che
    procurava loro il succo di quelle strane piante.
    Carmaux,  che  ci teneva ad ingrossare le provviste,  onde non correre
    pericoli di dover pi tardi soffrire la fame, si slanci verso la riva
    e con poche randellate pot impadronirsi di due grosse  raje  spinose,
    di un "piraja" e d'un "pemecru".
    - Ecco quanto ci occorreva!... - grid, lanciandosi verso il capitano,
    che si era cacciato sotto le piante.
    - Ed anche questo!... - grid una voce.
    Uno sparo rintron.
    Carmaux  non  mand  n  un grido n un gemito;  cadde in mezzo ad una
    macchia di legno di cannone,  e rimase immobile,  come se la palla  lo
    avesse fulminato.


    31.
    L'ASSALTO AL CONO.

    Il  Corsaro,  udendo  quello sparo,  era tornato rapidamente indietro,
    credendo che il marinaio avesse fatto fuoco  contro  qualche  animale,
    non  sospettando  minimamente che gli spagnoli della caravella fossero
    gi giunti sui fianchi del cono.  Non vedendolo,  si  mise  a  gridare
    ripetutamente:
    - Carmaux!... Carmaux!... Dove sei?...
    Un  sibilo  leggero,  che pareva mandato da un serpente e che egli ben
    conosceva,  fu la sola risposta  che  ottenne.  Invece  di  slanciarsi
    innanzi  si  gett prontamente dietro il grosso tronco d'un simaruba e
    guard attentamente dinanzi a s.
    Solamente allora s'accorse  che  sul  margine  d'un  folto  gruppo  di
    palmizi  ondeggiava  ancora  una  leggera nuvoletta di fumo,  la quale
    andava disperdendosi lentamente,  non  soffiando,  in  quella  piccola
    radura, alcun alito d'aria.
    -  Hanno sparato da quella parte,  - mormor.  - Ma dove si  nascosto
    Carmaux? Se mi ha segnalata la sua presenza, non deve essere lontano e
    forse  sfuggito all'agguato.  Ah!  Gli spagnoli sono giunti gi  qui?
    Ebbene, signori miei, la vedremo.
    Tenendosi  sempre nascosto dietro al tronco del simaruba,  il quale lo
    metteva al coperto dalle palle nemiche,  si mise in ginocchio e guard
    con   precauzione  attraverso  alle  erbe  che  in  quel  luogo  erano
    altissime.  Dalla parte del bosco,  dove il colpo era  stato  sparato,
    nulla  vide;  per  a  quindici passi dal simaruba,  in direzione d'un
    gruppo di cespugli, not fra le erbe un leggero movimento.
    - Qualcuno striscia verso di me, - mormor. - Sar Carmaux,  o qualche
    spagnolo  che cerca di sorprenderci?  L'archibugio per  armato e non
    manco che di rado ai miei colpi.  Stette immobile alcuni istanti,  con
    un  orecchio appoggiato al suolo e ud un leggero fruscio che il suolo
    trasmetteva nettamente. Certo di non essersi ingannato, si rizz lungo
    il tronco del simaruba e lanci un rapido sguardo fra le erbe.
    - Ah! - mormor, respirando.
    Carmaux non si trovava che a quindici passi dall'albero e si  avanzava
    con  mille  precauzioni,  strisciando  fra  le  erbe.  Un serpente non
    avrebbe prodotto  maggior  rumore,  n  avrebbe  proceduto  con  tanta
    astuzia, per sfuggire un pericolo o per sorprendere qualche preda.
    -  Il furbo,  - disse il Corsaro.  - Ecco un uomo che si trarr sempre
    d'impiccio e che metter sempre in salvo la pelle.  E lo spagnolo  che
    ha fatto fuoco su di lui,  scomparso sotto terra?...
    Intanto Carmaux continuava ad avanzare,  dirigendosi verso il simaruba
    e procurando di non mostrare la minima parte del suo corpo,  per  tema
    di venire preso una seconda volta a colpi di fucile.
    Il brav'uomo non aveva abbandonato il suo archibugio,  anzi, nemmeno i
    suoi pesci,  sui quali certamente contava per regalarsi  una  squisita
    colazione. Diamine! Non voleva aver faticato per nulla!...
    Scorgendo  il  Corsaro,  lasci  da parte ogni prudenza e,  rialzatosi
    bruscamente, in due salti lo raggiunse, mettendosi al riparo dietro al
    simaruba.
    - Sei ferito? - gli chiese il Corsaro.
    - Quanto lo siete voi, - rispose, ridendo.
    - Non ti hanno adunque colpito?
    - Lo avranno sperato,  essendomi lasciato cadere fra i cespugli,  come
    se  m'avessero  spezzato  il  cuore  o fracassata la testa;  come per
    vedete,  sono pi vivo di prima.  Ah!  Ah!  I  bricconi  credevano  di
    mandarmi  all'altro  mondo  come  se  fossi  uno stupido indiano!  Uh!
    Carmaux  un po' furbo!
    - E dov' andato l'uomo che ti ha sparato addosso?
    - E'  fuggito  di  certo,  udendo  la  vostra  voce;  io  ho  guardato
    attentamente presso la macchia ma senza risultato.
    - Era un uomo solo?
    - Uno solo.
    - Uno spagnolo?
    - Un marinaio.
    - Credete che ci spii?
    - E' probabile;  per dubito che osi mostrarsi,  sapendo ora che siamo
    in due.
    - Torniamo sulla vetta, Carmaux; sono inquieto per Wan Stiller.
    - E se ci prendono alle spalle?  Quell'uomo poteva avere dei  compagni
    nascosti nel bosco.
    - Apriremo gli occhi e non lasceremo il grilletto dei fucili.  Avanti,
    mio bravo.
    Lasciarono il simaruba e retrocedendo rapidamente, coi fucili in mano,
    anzi puntati verso il margine del bosco,  raggiunsero alcuni macchioni
    di fitti cespugli, cacciandovisi sotto.
    Giunti  col  s'arrestarono  per  vedere  se  i nemici si decidevano a
    mostrarsi, poi, non comparendo alcuno, n udendo rumori,  proseguirono
    sollecitamente  la loro marcia,  arrampicandosi sui fianchi dirupati e
    selvosi del cono.
    Venti minuti furono sufficienti per attraversare la  distanza  che  li
    separava dal loro piccolo campo trincerato.
    Wan  Stiller,  che vegliava sulla cima della rupe,  fu lesto a correre
    loro incontro, dicendo:
    - Ho udito un colpo di fucile; siete stato voi a sparare, capitano?
    - No, - rispose il Corsaro. - Hai veduto nessuno?
    - Nemmeno un moscerino,  signore,  per ho scorta una banda di marinai
    lasciare la costa e scomparire sotto gli alberi.
    - E' sempre ancorata la caravella?
    - Non ha lasciato il suo posto.
    - E le scialuppe?
    - Bloccano l'isola.
    - Hai veduto se Wan Guld faceva parte della banda?
    - Ho scorto un vecchio dalla lunga barba bianca.
    - E' lui!  - esclam il Corsaro,  coi denti stretti. - Venga pure quel
    miserabile.  Vedremo se la fortuna lo protegger anche contro la palla
    del mio archibugio.
    -  Capitano,  credete  che giungano presto qui?  - chiese Carmaux,  il
    quale si era messo a raccogliere dei rami secchi.
    - Forse non oseranno assalirci di giorno ed aspetteranno la notte.
    - Allora noi possiamo preparare la colazione e rimetterci in forze. Vi
    confesso che non so pi dove siano andati a finire i  miei  intestini.
    Ehi!  Wan  Stiller!  Prepara  queste  due  splendide raje spinose;  ti
    prometto un arrosto cos squisito da leccarti perfino le dita.
    - E se gli spagnoli vengono?...  - chiese l'amburghese,  che  non  era
    molto tranquillo.
    - Bah!...  Con una mano mangeremo e coll'altra ci batteremo;  a noi le
    raje e ad essi il piombo. Vedremo poi chi far miglior digestione.
    Mentre il Corsaro si rimetteva  in  osservazione  sulla  rupe,  i  due
    filibustieri  accesero  il  fuoco e misero ad arrostire i pesci,  dopo
    d'averli privati delle lunghe e pericolose spine.
    Un quarto d'ora dopo Carmaux annunciava,  con tono trionfante,  che la
    colazione era pronta, mentre gli spagnoli non erano ancora comparsi. I
    tre  filibustieri  si erano appena seduti ed avevano mangiato il primo
    boccone, quando sul mare si ud rombare uno sparo formidabile.
    - Il cannone!... - esclam Carmaux.
    Non aveva ancora chiusa la bocca,  quando il culmine della roccia  che
    aveva  servito  da  osservatorio,  frantumato  da  una palla di grosso
    calibro, fran con grande fracasso.
    - Lampi!... - url Carmaux, balzando precipitosamente in piedi.
    - E tuoni!... - aggiunse Wan Stiller.
    Il Corsaro si era gi slanciato verso  il  margine  della  vetta,  per
    vedere da dove era partito quel colpo di cannone.
    - Mille antropofaghi!...  - grid Carmaux. - Che non si possa mangiare
    tranquilli in questo dannato lago di Maracaybo?... Il diavolo si porti
    all'inferno Wan Guld e tutti coloro che gli  ubbidiscono!...  Ecco  la
    colazione   andata   in   fumo!...   Due  raje  cos  deliziose  tutte
    schiacciate!...
    - Ti rifarai pi tardi colla testuggine, Carmaux.
    - S, se gli spagnoli ci lasceranno il tempo, - disse il Corsaro Nero,
    che era ritornato verso di loro.  - Essi salgono attraverso i boschi e
    la caravella si prepara a bombardarci.
    - Vogliono polverizzarci? - chiese Carmaux.
    - No, schiacciarci come le due raje, - disse Wan Stiller.
    -  Fortunatamente  noi  siamo  delle  raje che possono diventare assai
    pericolose, mio caro. Si vedono gli spagnoli, capitano?...
    - Non distano che cinque o seicento passi.
    - Lampi!...
    - Cos'hai?...
    - Un'idea, capitano.
    - Gettala fuori.
    - Giacch la caravella si prepara a bombardare  noi,  a  nostra  volta
    bombardiamo gli spagnoli.
    -  Hai trovato qualche cannone,  Carmaux!...  O un colpo di sole ti ha
    scombussolato il cervello!...
    - N l'uno,  n l'altro,  capitano.  Si tratta  semplicemente  di  far
    rotolare  attraverso  i  boschi  questi macigni.  Il pendio  ripido e
    questi grossi proiettili non si arresteranno di certo a mezza via.
    - L'idea  buona e la metteremo in esecuzione al momento opportuno. Ed
    ora,  miei bravi,  dividiamoci e sorvegliamo ognuno la  nostra  parte.
    Badate   di  tenervi  lontani  dalla  rupe  o  vi  prenderete  qualche
    scheggione sul capo.
    - Ne ho avuto abbastanza di quelle che mi sono  cadute  sul  dorso,  -
    disse Carmaux, cacciandosi in tasca un paio di manghi.
    - Andiamo un po' a vedere che cosa vogliono fare quei seccatori;  far
    pagare a loro le mie raje.
    Si divisero ed andarono a imboscarsi dietro gli  ultimi  cespugli  che
    circondavano  la vetta del cono,  in attesa del nemico,  per aprire il
    fuoco.
    I marinai della caravella,  stimolati forse dalla speranza di  qualche
    grossa   ricompensa   promessa   dal  Governatore,   si  arrampicavano
    animosamente  sui  fianchi  scoscesi  del  cono,  aprendosi  il  passo
    attraverso  i  fitti  cespugli.  I  filibustieri  non  potevano ancora
    scorgerli, per li udivano parlare e tagliare le liane o le radici che
    ostacolavano la loro avanzata.
    Pareva che salissero da due soli lati per  essere  in  buon  numero  e
    pronti a far fronte a qualsiasi sorpresa. Un drappello doveva gi aver
    girato  il laghetto;  l'altro,  invece,  sembrava che avesse presa una
    profonda valletta,  una  specie  di  "caon",  come  la  chiamano  gli
    spagnuoli.
    Il Corsaro Nero,  accertatosi della loro direzione,  decise senz'altro
    di approfittare del progetto di Carmaux,  per respingere coloro che si
    trovavano impegnati nella stretta gola.
    - Venite,  miei bravi, - disse ai suoi due compagni. - Occupiamoci per
    ora del drappello  che  minaccia  di  sorprenderci  alle  spalle;  poi
    penseremo a quello che ha preso la via del laghetto.
    -  In  quanto  a  quello spero che s'incaricher il "niku" di metterlo
    fuori di combattimento, - disse Carmaux.  - Un po' di sete che abbiano
    quei marinai e li vedremo fuggire, tenendosi il ventre.
    - Dobbiamo aprire il bombardamento?  - chiese l'amburghese,  rotolando
    un masso del peso di mezzo quintale.
    - Gettate, - rispose il Corsaro.
    I due filibustieri non si fecero  ripetere  l'ordine  e  si  misero  a
    spingere verso la china,  con una rapidit prodigiosa,  una diecina di
    macigni, procurando di far prendere loro la direzione del "caon".
    Quella valanga formidabile precipit attraverso il bosco col  fracasso
    d'un  uragano,  saltando,  rimbalzando,  fracassando sul suo passaggio
    giovani alberi e cespugli.
    Non erano trascorsi  cinque  minuti  secondi,  quando  in  fondo  alla
    valletta  si udirono echeggiare improvvisamente urla di spavento,  poi
    rimbombare alcuni colpi di fucile.
    - Eh!...  Eh!...  - esclam Carmaux,  con voce trionfante.  - Pare che
    qualcuno sia stato toccato!...
    - Vedo laggi degli uomini che scendono precipitosamente,  - disse Wan
    Stiller, il quale era salito su di una roccia.
    - Io credo che ne abbiano avuto abbastanza.
    - Un'altra scarica, amburghese.
    - Sono pronto, Carmaux.
    Altri dieci o dodici macigni furono rovesciati, uno dopo l'altro,  gi
    per  la  china.  Quella seconda valanga rovin con pari fracasso nella
    valletta,  massacrando i vegetali,  e la si vide scendere rimbalzando,
    fino  in  fondo  al  "caon",   seco  trascinando,   nella  sua  corsa
    vertiginosa, altri massi ed un gran numero di giovani alberi divelti o
    spezzati.  I marinai della caravella  furono  veduti  arrampicarsi  su
    declivi  della  valle onde non farsi schiacciare da quella tempesta di
    sassi, quindi scomparire frettolosamente sotto gli alberi.
    -  Pel  momento  costoro  non  ci  daranno  noia,   -  disse  Carmaux,
    stropicciandosi allegramente le mani. - La loro parte l'hanno avuta.
    - Agli altri ora, - disse il Corsaro.
    - Se non sono stati colti dalle coliche, - aggiunse Wan Stiller.
    - Non si vedono salire.
    - State zitti.
    Il  Corsaro si spinse verso l'orlo della piccola spianata che coronava
    la cima del cono e stette in ascolto per qualche minuto.
    - Nulla? - chiese Carmaux, che era impaziente.
    - Non si ode alcun rumore, - rispose il Corsaro.
    - Che abbiano bevuto il "niku"?
    - O che si avanzino strisciando come serpenti?... - disse Wan Stiller.
    - Badiamo che non ci fulminino con una scarica a bruciapelo.
    - Forse si saranno arrestati per paura  di  venire  schiacciati  dalle
    nostre artiglierie, - disse Carmaux. - I nostri cannoni sono forse pi
    pericolosi di quelli della caravella, quantunque pi economici.
    - Prova a fare fuoco a quelle piante,  - ordin il Corsaro, volgendosi
    verso l'amburghese. - Se rispondono, sapremo come regolarci.
    Wan Stiller si  diresse  verso  l'orlo  della  spianata,  s'accovacci
    dietro un cespuglio e spar una archibugiata in mezzo alla foresta.
    La  detonazione si ripercosse lungamente sotto gli alberi,  senza per
    alcun seguito. I tre filibustieri attesero alcuni minuti, tendendo gli
    orecchi e scrutando il fitto fogliame, poi fecero una scarica generale
    mirando in diversi luoghi.
    Anche questa volta nessuno rispose,  n si ud alcun grido.  Cosa  era
    avvenuto,  adunque,  del secondo drappello che era stato veduto salire
    costeggiando il laghetto?...
    - Amerei meglio una scarica furiosa, - disse Carmaux.
    - Questo silenzio mi preoccupa  e  mi  fa  sospettare  qualche  brutta
    sorpresa. Che cosa facciamo, capitano?
    -  Scendiamo,  Carmaux,  -  rispose  il  Corsaro,  che  era  diventato
    inquieto.
    - E se gli  spagnoli  sono  imboscati  ed  approfittano  per  prendere
    d'assalto il nostro campo?
    -  Rimarr  qui  Wan  Stiller.  Voglio  sapere che cosa fanno i nostri
    avversari.
    - Volete saperlo,  capitano?  - disse l'amburghese,  che si era spinto
    innanzi.
    - Li vedi?...
    - Ne scorgo sette od otto che si dimenano come deliranti o come pazzi.
    - Dove?...
    - Laggi, presso il laghetto.
    -  Ah!...  Ah!..,  -  esclam  Carmaux ridendo.  - Hanno assaggiato il
    "niku"!... Bisognerebbe mandar loro qualche calmante.
    - Sotto forma di palla,  vero? - chiese Wan Stiller.
    - No, lasciateli tranquilli, - disse il Corsaro.  - Serbiamo le nostre
    munizioni pel momento decisivo, e poi  inutile uccidere delle persone
    che non possono offenderci. Giacch il primo attacco  andato a vuoto,
    approfittiamo  di  questa  tregua  per rinforzare il nostro campo.  La
    nostra salvezza sta tutta nella resistenza.
    - Approfitteremo per fare anche colazione, - disse Carmaux.  - Abbiamo
    ancora la testuggine, un "piraja" ed un "pemecru".
    - Economizziamo le provviste,  Carmaux.  L'assedio pu prolungarsi per
    qualche settimana e fors'anche di pi.  L'Olonese pu  rimanere  lungo
    tempo  a Maracaybo,  e tu sai che non possiamo contare ormai che su di
    lui, per uscire da questa grave situazione.
    - Ci accontenteremo del "piraja", signore.
    - Vada pel "piraja".
    Mentre il marinaio riaccendeva il fuoco,  aiutato dall'amburghese,  il
    Corsaro  s'arrampic  sulla  rupe  per vedere che cosa succedeva sulle
    spiagge dell'isolotto.
    La caravella non aveva abbandonato il suo  ancoraggio,  per  sul  suo
    ponte si vedeva un movimento insolito.
    Pareva  che  degli uomini si affaccendassero attorno ad un cannone che
    era stato piazzato sul cassero e puntato in alto,  come  se  dovessero
    riaprire il fuoco contro la vetta del cono.
    Le   quattro  scialuppe  stazionavano  intorno  all'isola,   navigando
    lentamente lungo la spiaggia,  per impedire agli  assediati  qualsiasi
    tentativo  di  fuga,  timore  assolutamente  infondato,  non  avendo i
    filibustieri  alcun  canotto   a   loro   disposizione,   n   potendo
    attraversare  a  nuoto  la  distanza  grandissima che separava l'isola
    dalla foce del Catatumbo.
    Dei due drappelli che avevano tentata l'ascensione  del  cono,  pareva
    che n l'uno n l'altro avesse fatto ritorno alla costa,  poich sulla
    spiaggia non si vedeva alcun gruppo di persone.
    - Che si siano accampati sotto i boschi,  in  attesa  d'una  occasione
    propizia per slanciarsi all'assalto?  - mormor il Corsaro. - Temo che
    il "niku" ed i sassi  di  Carmaux  non  abbiano  dati  che  dei  magri
    risultati.  E Pietro non si vede ancora!  Se fra un paio di giorni non
    giunger qui, temo di dover cadere nelle mani di quel dannato vecchio.
    Ridiscese  lentamente  dall'osservatorio,   e  raggiunse  i  suoi  due
    compagni informandoli delle sue preoccupazioni e dei suoi timori.
    -  La faccenda minaccia di diventare assai seria,  - disse Carmaux.  -
    Che questa sera tentino un assalto generale, capitano?
    - Lo temo, - rispose il Corsaro.
    - Come potremo noi far fronte a tanti uomini?
    - Non lo so, Carmaux.
    - Se tentassimo di forzare il blocco?
    - E poi?
    - Ed impadronirci di una delle quattro scialuppe?
    - Io credo che tu abbia avuto una buona idea,  Carmaux,  - rispose  il
    Corsaro  dopo  qualche istante di riflessione.  - Il progetto non sar
    certo facile da attuare, pure lo ritengo possibile.
    - Quando tenteremo il colpo?
    - Questa sera, prima del levarsi della luna.
    - Quale distanza credete che vi sia fra  quest'isola  e  la  foce  del
    Catatumbo
    - Non pi di sei miglia.
    - Un'ora e forse meno di voga forzata.
    - E la caravella non ci dar la caccia? - chiese Wan Stiller.
    -  Certamente,  - rispose il Corsaro,  - ma io so che ci sono numerosi
    banchi di sabbia dinanzi al Catatumbo  e  se  vorr  avanzare  troppo,
    correr il pericolo di arenarsi.
    - A questa sera, adunque, - disse Carmaux.
    - S, se non ci avranno presi od uccisi.
    - Capitano, il "piraja"  arrostito a puntino.


















    32.
    NELLE MANI DI WAN GULD.

    Durante  quella  lunga  giornata,  n  Wan  Guld,  n  i marinai della
    caravella diedero segni di vita. Pareva che fossero ormai tanto sicuri
    di catturare,  presto o tardi,  i tre filibustieri annidati sulla cima
    del cono, da ritenere assolutamente superfluo un assalto.
    Certamente  volevano  costringerli  alla  resa  per  fame  e per sete,
    premendo al  governatore  di  aver  vivo  nelle  mani  il  formidabile
    filibustiere  per  poi  appiccarlo,  come  aveva  gi  fatto  dei  due
    disgraziati fratelli sulla plaza di Maracaybo.
    Carmaux e Wan Stiller per  si  erano  accertati  della  presenza  dei
    marinai. Essendosi avventurati, con mille precauzioni, sotto i boschi,
    avevano   potuto  scorgere  attraverso  il  fogliame  numerosi  gruppi
    d'uomini accampati alle falde del cono.  Non ne  avevano  per  veduto
    nemmeno  uno  presso  le  rive  del  laghetto,  segno evidente che gli
    assedianti avevano ormai provata la bont di quelle  acque  sature  di
    "niku".
    Giunta  la  sera,  i  tre  filibustieri  fecero  i loro preparativi di
    partenza, decisi a forzare le linee,  piuttosto che attendere nel loro
    piccolo  campo  trincerato  una  morte  lenta  o  per fame o per sete,
    essendo state loro chiuse le vie per poter rinnovare le provviste.
    Verso  le  11,   dopo  d'aver  ispezionati  i  margini  della  piccola
    piattaforma   e  di  essersi  assicurati  che  i  nemici  non  avevano
    abbandonati i loro  accampamenti,  caricatisi  dei  pochi  viveri  che
    possedevano  e  divise  le munizioni che ancora rimanevano,  circa una
    trentina di colpi  ciascuno,  lasciavano  silenziosamente  il  piccolo
    recinto fortificato, scendendo in direzione del laghetto.
    Prima di mettersi in marcia, avevano rilevate esattamente le posizioni
    occupate  dai  drappelli spagnoli,  onde non cadere improvvisamente in
    mezzo ad uno di quei piccoli accampamenti e dare l'allarme,  cosa  che
    volevano  assolutamente  evitare,  per  non  mandare  a  male l'ardito
    progetto,  il solo che avrebbe potuto sottrarli  all'odio  implacabile
    del vecchio governatore.
    Vi  potevano  essere  bens delle sentinelle staccate,  per speravano
    colla fitta oscurit che regnava nella foresta di poterle,  con  molta
    prudenza e con un po' d'astuzia, evitare.
    Strisciando  come  rettili  ed assai lentamente,  per non far rotolare
    qualche sasso,  dopo dieci minuti giungevano sotto  i  grandi  alberi,
    dove l'oscurit era assoluta.  Sostarono alcuni istanti per ascoltare,
    poi, non udendo alcun rumore e vedendo ancora brillare sulle falde del
    cono i fuochi degli  accampamenti,  si  rimisero  in  cammino  adagio,
    tastando prima il terreno colle mani onde non far scrosciare le foglie
    secche  o  evitare  una  caduta  in  qualche  fenditura  o  in qualche
    burroncello.
    Erano gi scesi a  trecento  metri,  quando  Carmaux,  che  strisciava
    innanzi  a tutti,  si ferm bruscamente,  tenendosi nascosto dietro il
    tronco d'un albero.
    - Cos'hai? - gli chiese sottovoce il Corsaro, che lo aveva raggiunto.
    - Ho udito un ramo spezzarsi,  - mormor il marinaio,  con un filo  di
    voce.
    - Presso di noi?...
    - A breve distanza.
    - Che sia stato qualche animale?
    - Non lo so.
    - O che vi sia qualche sentinella?
    - L'oscurit  troppo fitta per vedere qualche cosa, capitano.
    - Fermiamoci per qualche minuto.
    Si sdraiarono tutti e tre in mezzo alle erbe ed alle radici e stettero
    in ascolto, trattenendo il respiro.
    Dopo alcuni istanti d'angosciosa aspettativa, udirono a breve distanza
    due persone che bisbigliavano fra loro.
    - L'ora  vicina - diceva una voce.
    - Sono tutti pronti? - chiedeva l'altra.
    - Forse hanno gi abbandonati gli accampamenti, Diego.
    - Vedo per brillare ancora i fuochi.
    -  Non  si devono spegnere per far credere ai filibustieri che nessuno
    di noi ha intenzione di muoversi.
    - E' furbo il Governatore!
    - E' un uomo di guerra, Diego.
    - Credi che riusciremo a prenderli?
    - Li sorprenderemo, te lo assicuro.
    - Per si difenderanno terribilmente.  Il Corsaro Nero  vale  da  solo
    venti uomini, Sebastiano..
    -  Ma  noi  siamo  in  sessanta  e  poi  vi   il conte che  una lama
    formidabile.
    - Ci non baster per quell'indiavolato Corsaro. Temo che molti di noi
    faranno partenza per l'altro mondo.
    - I superstiti per faranno pi tardi baldoria. Diecimila piastre,  da
    bere e da mangiare!...
    - Una bella somma in fede mia, Sebastiano. "Carrai"! Il Governatore lo
    vuole proprio morto.
    - No, Diego, lo vuole vivo.
    - Per appiccarlo pi tardi.
    - Di questo non dubitare. Eh!... Hai udito, Diego?
    - S, i compagni si sono messi in marcia.
    - Avanti anche noi; le diecimila piastre sono lass!
    Il Corsaro Nero ed i suoi due compagni non si erano mossi. Confusi fra
    le  erbe,  le radici ed i festoni delle liane,  avevano conservata una
    immobilit assoluta,  alzando per i fucili,  pronti a scaricarli,  in
    caso di pericolo.
    Aguzzando  gli sguardi,  scorsero confusamente i due marinai avanzarsi
    lentamente,  scostando con  precauzione  le  fronde  e  le  liane  che
    impedivano loro il passo. Gi li avevano oltrepassati di alcuni passi,
    quando uno dei due si ferm dicendo:
    - Ehi, Diego, hai udito nulla?...
    - No, camerata...
    - A me parve di aver udito come un sospiro.
    - Bah?... Sar stato qualche insetto.
    - O qualche serpente?
    -  Ragione  di pi per allontanarci.  Vieni,  camerata,  io non voglio
    essere uno degli ultimi a prender parte alla lotta.
    Dopo quel breve scambio di parole i due marinai continuarono  la  loro
    marcia, scomparendo sotto la cupa ombra dei vegetali.
    I tre filibustieri attesero qualche minuto per tema che i due spagnoli
    tornassero indietro, o che si fossero fermati a breve distanza, poi il
    Corsaro si rizz sulle ginocchia guardandosi attorno.
    - Tuoni!... - mormor Carmaux, respirando liberamente.
    - Comincio a credere che la fortuna ci protegga.
    -  Io  non  avrei  dato  una piastra per la nostra pelle,  - disse Wan
    Stiller.  - Uno di quei due mi  passato cos vicino,  che per poco mi
    calpestava.
    -  Abbiamo fatto bene a lasciare il nostro campo.  Sessanta uomini!...
    Chi avrebbe potuto reggere a simile assalto?
    - Brutta scoperta per loro,  Carmaux,  quando non troveranno che delle
    spine e dei sassi.
    - Porteranno quelli al Governatore.
    -  Avanti,  -  disse  in  quell'istante  il  Corsaro.  - E' necessario
    giungere alla spiaggia prima che gli spagnoli possano accorgersi della
    nostra  fuga.   Dato  l'allarme,   non  potremmo  pi  sorprendere  le
    scialuppe.
    Certi  ormai  di  non  incontrare  altri  ostacoli,  n  di correre il
    pericolo di venire scoperti,  i tre filibustieri  discesero  verso  il
    laghetto,  poi  presero  il  versante  opposto,  cacciandosi in quella
    specie  di  "caon"  che  avevano  tempestato  di   macigni,   volendo
    raggiungere   la  spiaggia  meridionale  dell'isolotto  onde  trovarsi
    lontani dalla caravella.
    La  discesa  fu  eseguita  senza  cattivi  incontri  e,   prima  della
    mezzanotte, sbucavano sulla spiaggia.
    Dinanzi  a loro,  semi-arenata all'estremit d'un piccolo promontorio,
    si trovava una delle quattro scialuppe. Il suo equipaggio, composto di
    due soli uomini, aveva preso terra e dormiva accanto ad un fuoco semi-
    spento,  tanto era sicuro di non  venire  disturbato  sapendo  che  la
    collina  era  stata  circondata  dai  marinai  della caravella e che i
    filibustieri si trovavano assediati sulla cima.
    - L'impresa sar facile,  - mormor il Corsaro.  - Se quei due non  si
    svegliano,  prenderemo  il largo senza allarmi e potremo giungere alla
    foce del Catatumbo.
    - Non uccideremo quei due marinai? - chiese Carmaux.
    - E' inutile, - rispose il Corsaro. - Non ci daranno impiccio,  almeno
    lo spero.
    - E le scialuppe, dove sono? - chiese l'amburghese.
    -  Ne  vedo una arenata presso quello scoglio,  a cinquecento passi da
    noi, - rispose Carmaux.
    - Presto,  imbarchiamoci,  - comand il Corsaro.  - Fra qualche minuto
    gli spagnoli si accorgeranno della nostra fuga.
    Si  avventurarono,  camminando  sulla  punta  dei  piedi,  sul piccolo
    promontorio,  passando accanto  ai  due  marinai,  i  quali  russavano
    placidamente.  Con una leggera scossa spinsero in acqua la scialuppa e
    vi balzarono dentro, afferrando i remi.
    Si erano allontanati di cinquanta o sessanta passi e gi  cominciavano
    a  sperare di poter prendere il largo senza essere disturbati,  quando
    verso  la  cima  del  cono  rimbombarono   improvvisamente   parecchie
    scariche,  seguite  da  urla acute.  Gli spagnoli,  giunti sull'ultima
    spianata,  dovevano essersi slanciati all'assalto del  piccolo  campo,
    convinti di prendere i tre filibustieri.
    Udendo  quelle  scariche  rintronare sulla montagna,  i due marinai si
    erano  bruscamente  svegliati.   Vedendo  che   la   scialuppa   erasi
    allontanata  e che degli uomini la montavano,  si slanciarono verso la
    spiaggia coi fucili in mano urlando:
    - Fermi!... Chi siete voi?...
    Invece di rispondere,  Carmaux e Wan Stiller si  curvarono  sui  remi,
    arrancando disperatamente.
    - All'armi!...  - gridarono i due marinai, accortisi, ma troppo tardi,
    del tiro birbone giocato dai filibustieri.
    Poi due colpi di fucile rintronarono.
    - Il diavolo vi porti!...  -  grid  Carmaux,  mentre  una  palla  gli
    spaccava  di  colpo  il  remo,  a  tre  soli  pollici  dal bordo della
    scialuppa.
    - Prendi un altro remo, Carmaux, - disse il Corsaro.
    - Lampi!... - grid Wan Stiller.
    - Cos'hai?
    - La scialuppa che si trovava arenata sullo scoglio ci d  la  caccia,
    capitano.
    - Occupatevi dei remi voi e lasciate a me la cura di tenerla lontana a
    colpi di fucile, - rispose il Corsaro.
    Intanto  sulla  vetta  della  collina si udivano sempre rimbombare gli
    spari. Probabilmente gli spagnoli, trovandosi dinanzi a quelle trincee
    di spine e di sassi, si erano fermati, per tema d'un agguato.
    La  scialuppa,  sotto  la  spinta  dei  quattro  remi,   vigorosamente
    manovrati  dai  due  filibustieri,  s'allontanava  rapida  dall'isola,
    dirigendosi verso la foce del Catatumbo,  lontana solamente  cinque  o
    sei miglia. La distanza da attraversare era considerevole, per se gli
    uomini rimasti a guardia della caravella non si accorgevano di ci che
    succedeva sulle spiagge meridionali dell'isolotto,  vi era possibilit
    di poter sfuggire all'inseguimento.
    La scialuppa  degli  spagnoli  si  era  arrestata  presso  il  piccolo
    promontorio,   per   imbarcare   i   due  marinai  che  urlavano  come
    indemoniati, e di quel ritardo avevano approfittato i filibustieri per
    guadagnare altri cento metri.
    Disgraziatamente l'allarme oramai era stato udito anche  sulle  sponde
    settentrionali  dell'isolotto.  Gli  spari  dei  due marinai non erano
    stati confusi con quelli che rimbombavano sulla cima del  cono  e  ben
    presto se ne accorsero i fuggiaschi.
    Non  si  erano  ancora  allontanati  di  mille  metri,  quando  videro
    accorrere le altre due scialuppe, una delle quali,  grande assai,  era
    armata d'una piccola colubrina da sbarco.
    - Siamo perduti!...  - aveva esclamato involontariamente il Corsaro. -
    Amici: prepariamoci a vendere cara la vita.
    - Mille tuoni!... - esclam Carmaux.  - Che la fortuna si sia stancata
    cos  presto?...  Ebbene  sia!...  Ma  prima  di morire,  ne manderemo
    parecchi all altro mondo.
    Aveva abbandonato il remo ed  impugnato  l'archibugio.  Le  scialuppe,
    precedute  da  quella  pi  grossa  che  era  montata  da  una dozzina
    d'uomini,  non si trovavano che a trecento passi  e  s'avanzavano  con
    furia.
    - Arrendetevi, o vi mandiamo a picco! - grid una voce.
    - No,  - rispose il Corsaro,  con voce tuonante. - Gli uomini del mare
    muoiono, ma non si arrendono!
    - Il Governatore vi promette salva la vita.
    - Ecco la mia risposta!
    Il Corsaro aveva puntato rapidamente l'archibugio ed aveva fatto fuoco
    abbattendo uno dei rematori.
    Un urlo di furore s'alz fra gli equipaggi delle tre scialuppe.
    - Fuoco! - s'udi gridare.
    La piccola colubrina avvamp con grande strepito.  Un istante dopo  la
    scialuppa  dei  fuggiaschi  s'inclinava  a  prora,  imbarcando acqua a
    torrenti.
    - A nuoto! - url il Corsaro, lasciando andare l'archibugio.
    I due filibustieri scaricarono i fucili contro la grossa imbarcazione,
    poi si gettarono in acqua, mentre la scialuppa, la cui prora era stata
    fracassata  dalla  palla  del  piccolo  pezzo   di   artiglieria,   si
    capovolgeva.
    -  Le  sciabole  fra i denti e pronti per l'abbordaggio!...  - url il
    Corsaro con furore. - Morremo sul ponte della scialuppa.
    Tenendosi  faticosamente  a  galla  a  causa   del   peso   dell'acqua
    introdottasi  nei loro lunghi stivali a tromba,  i tre filibustieri si
    misero a nuotare disperatamente incontro  all'imbarcazione  decisi  di
    tentare una lotta suprema prima di arrendersi o di venire uccisi.
    Gli  spagnoli,  ai  quali premeva di certo di prenderli vivi perch in
    caso contrario sarebbe stato loro ben facile mandarli  sott'acqua  con
    una sola scarica,  con pochi colpi di remo piombarono in mezzo a loro,
    urtandoli cos  malamente  colla  prora  della  grande  scialuppa,  da
    rovesciarli l'uno addosso all'altro.
    Subito venti mani si tuffarono, afferrando strettamente le braccia dei
    tre  filibustieri,  e  li  trassero a bordo,  disarmandoli e legandoli
    strettamente prima che avessero potuto rimettersi da quell'urto che li
    aveva mandati a bere sott'acqua.
    Quando il Corsaro pot rendersi  conto  di  quanto  era  avvenuto,  si
    trovava  coricato  a  poppa  della scialuppa,  colle mani strettamente
    legate dietro il dorso, mentre i suoi due compagni erano stati deposti
    sotto i banchi di prora.
    Un uomo,  che indossava un elegante costume da cavaliere  castigliano,
    gli stava accanto, tenendo in mano la barra del timone.
    Vedendolo, il Corsaro aveva mandata una esclamazione di stupore.
    - Voi!... Conte!...
    - Io, cavaliere, - rispose il castigliano, sorridendo.
    -  Non  avrei  mai pi creduto che il conte di Lerma si fosse scordato
    cos presto di  essere  stato  salvato  da  me,  mentre  avrei  potuto
    ucciderlo nella casa del notaio di Maracaybo,  - disse il Corsaro, con
    amarezza.
    - E che cosa vi induce a credere, signor di Ventimiglia,  che io abbia
    scordato  il  giorno  in  cui  ebbi  la  fortuna  di  fare  la  vostra
    conoscenza? - chiese il conte, sottovoce.
    - Mi pare che voi m'abbiate fatto prigioniero, se non mi inganno.
    - E' cos?
    - E che mi conduciate dal duca fiammingo.
    - E perci?
    - Avete dimenticato che Wan Guld ha appiccato i miei due fratelli?
    - No, cavaliere.
    - Ignorate forse l'odio tremendo che esiste fra me e quell'uomo?
    - Nemmeno questo.
    - E che egli m'appiccher?...
    - Bah?...
    - Non lo credete?
    - Che il duca ne abbia desiderio,  lo credo,  per vi scordate che  vi
    sono anch'io. Aggiunger, se lo ignorate, che la caravella  mia e che
    i marinai ubbidiscono a me solo.
    -  Wan  Guld  il governatore di Maracaybo e tutti gli spagnoli devono
    obbedirgli.
    - Vedete che io l'ho accontentato facendovi prendere, ma poi?  - disse
    il  conte,  sottovoce,  con  un  sorriso  misterioso.  -  Gibraltar  e
    Maracaybo sono lontani, cavaliere, vi mostrer presto come il conte di
    Lerma giocher il fiammingo. Silenzio per ora.
    In quell'istante la scialuppa,  scortata dalle altre due imbarcazioni,
    era giunta presso la caravella.
    Ad  un cenno del conte i suoi marinai afferrarono i tre filibustieri e
    li trasportarono a bordo del veliero,  mentre una voce diceva con tono
    trionfante:
    - Finalmente, anche l'ultimo  in mano mia!






    33.
    LA PROMESSA D'UN GENTILUOMO CASTIGLIANO.

    Un  uomo  scese rapidamente dal cassero di poppa e si ferm dinanzi al
    Corsaro Nero, che era stato sbarazzato dai suoi legami.
    Era un vecchio d'aspetto imponente, con una lunga barba bianca, con le
    larghe  spalle,  petto  ampio,   un  uomo  dotato  di  una  robustezza
    eccezionale, malgrado i suoi cinquantacinque o sessanta anni.
    Aveva  l'aspetto d'uno di quei vecchi dogi della repubblica veneta che
    guidavano alla vittoria le galere  della  regina  dei  mari  contro  i
    formidabili corsari della mezzaluna.
    Come  quei prodi vegliardi,  indossava una splendida corazza d'acciaio
    cesellato,  portava al  fianco  una  lunga  spada  che  sapeva  ancora
    maneggiare  con  supremo vigore,  ed alla cintura aveva un pugnale col
    manico d'oro.
    Il resto del costume era spagnolo,  con ampie maniche a sbuffo di seta
    nera,  maglia  pure di seta di egual colore e lunghi stivali a tromba,
    di pelle gialla, con speroni d'argento.
    Egli guard per alcuni istanti ed in  silenzio  il  Corsaro,  con  due
    occhi  che avevano ancora un lampo ardente,  poi disse con voce lenta,
    misurata:
    - Vedete bene, cavaliere, che la fortuna stava dalla mia parte.  Avevo
    giurato di appiccarvi tutti e manterr la parola.
    Il Corsaro,  udendo quelle parole,  alz vivamente il capo, e gettando
    su di lui uno sguardo di supremo disprezzo, disse:
    - I  traditori  hanno  fortuna  in  questa  vita,  per  lo  si  vedr
    nell'altra.  Assassino dei miei fratelli: compi la tua opera. La morte
    non fa paura ai signori di Ventimiglia.
    - Voi avete voluto misurarvi con me,  - riprese il vecchio,  con  tono
    freddo. - Avete perduta la partita e pagherete.
    - Ebbene, fatemi appiccare, traditore!
    - Non cos presto.
    - Cosa aspettate adunque?
    -  Non    ancora  tempo.  Avrei preferito appendervi a Maracaybo,  ma
    giacch vi sono i vostri in quella  citt,  offrir  lo  spettacolo  a
    quelli di Gibraltar.
    - Miserabile!... Non t' bastata la morte dei miei fratelli?...
    Un lampo feroce guizz negli occhi del vecchio duca.
    -  No,  -  disse poi,  a mezza voce.  - Voi siete un testimonio troppo
    pericoloso di ci che  avvenuto nelle Fiandre, per lasciarvi la vita,
    e poi, se io non vi uccidessi,  domani o un altro giorno sopprimereste
    me.  Forse non vi odio quanto voi credete: mi difendo,  ecco tutto,  o
    meglio mi sbarazzo di un  avversario  che  non  mi  lascerebbe  vivere
    tranquillo.
    -  Allora  uccidetemi,   perch  se  io  dovessi  sfuggirvi  di  mano,
    riprenderei domani stesso la lotta contro di voi.
    - Lo so,  - disse il vecchio,  dopo alcuni istanti di  riflessione.  -
    Eppure,  volendo,  potreste ancora sfuggire alla morte ignominiosa che
    vi aspetta nella vostra qualit di filibustiere.
    - V'ho detto che la morte non mi fa paura,  - disse  il  Corsaro,  con
    suprema fierezza.
    -  Conosco il coraggio dei signori di Ventimiglia,  - rispose il duca,
    mentre una nube gli offuscava la fronte.  - S,  ho avuto campo qui ed
    altrove di apprezzare il loro indomito valore ed il loro disprezzo per
    la morte.
    Fece  alcuni passi per il ponte della caravella collo sguardo tetro ed
    il capo chino, poi, tornando bruscamente verso il Corsaro, riprese:
    - Voi non lo credete,  cavaliere,  eppure sono stanco  della  tremenda
    lotta  che  voi  avete  impegnata  contro  di  me e sarei ben lieto se
    dovesse finalmente cessare.
    - S,  - disse il Corsaro Nero,  con ironia.  - E per  terminarla,  mi
    appiccate!...
    Il  duca  alz  vivamente  il  capo e guardando fisso il Corsaro,  gli
    chiese a bruciapelo:
    - E se io vi lasciassi libero, che cosa fareste dopo?
    - Riprenderei con maggior accanimento la lotta,  per vendicare i  miei
    fratelli, - rispose il signore di Ventimiglia.
    -  Allora  mi  costringete  ad uccidervi.  Vi avrei donata la vita per
    calmare i rimorsi che  talvolta  prendono  il  cuore,  se  voi  aveste
    acconsentito a rinunciare per sempre alle vostre vendette e tornarvene
    in Europa; so per che voi non accettereste mai tali condizioni perci
    vi appiccher, come ho appiccato il Corsaro Rosso ed il Verde.
    - E come avete assassinato, nelle Fiandre, mio fratello primogenito.
    - Tacete!... - grid il duca, con voce angosciata. - Perch rammentare
    il passato? Lasciate che dorma per sempre.
    -  Compite  la  vostra  triste  opera  di traditore e di assassino,  -
    continu il Corsaro.  - Sopprimete  pure  anche  l'ultimo  signore  di
    Ventimiglia, ma vi avverto che con questo la lotta non sar terminata,
    poich  un  altro,  ugualmente  formidabile ed audace,  raccoglier il
    giuramento del Corsaro Nero e non  vi  accorder  quartiere,  fino  al
    giorno in cui cadrete nelle sue mani.
    - E chi sar costui? - chiese il duca con accento di terrore.
    - L'Olonese.
    - Ebbene, appiccher anche costui.
    -  Purch  non  sia  lui  ad  appiccare  presto  voi.  Pietro muove su
    Gibraltar e fra pochi giorni egli vi avr in sua mano.
    - Lo credete?  - chiese  il  duca,  con  ironia.  -  Gibraltar  non  
    Maracaybo e la potenza dei filibustieri si spezzer contro le poderose
    forze della Spagna. Venga l'Olonese ed avr il suo conto.
    Poi volgendosi verso i marinai, disse:
    -  Conducete  i prigionieri nella stiva e si vegli rigorosamente su di
    loro.  Voi avete guadagnato il premio che vi ho promesso e l'avrete  a
    Gibraltar.
    Ci  detto,  volse  le  spalle al Corsaro e si diresse verso poppa per
    scendere nel quadro.  Era gi giunto presso la scala,  quando il conte
    di Lerma lo arrest, dicendo:
    - Signor duca, siete risoluto ad appiccare il Corsaro?
    - S,  - rispose il vecchio,  con tono risoluto.  - Egli  un corsaro,
    egli  un nemico della  Spagna,  egli  ha  guidato,  coll'Olonese,  la
    spedizione contro Maracaybo e morr.
    - E' un valoroso gentiluomo, signor duca.
    - Cosa importa?...
    - Rincresce veder morire simili uomini.
    - E' un nemico, signor conte.
    - Pure io non lo ucciderei.
    - E perch?
    - Voi sapete,  signor duca, che corre voce che vostra figlia sia stata
    catturata dai filibustieri della Tortue.
    - E' vero,  - disse il vecchio,  con un sospiro.  - Per  non  abbiamo
    avuto ancora la conferma che la nave che montava sia stata predata.
    - E se la voce fosse invece vera?
    Il vecchio guard il conte con uno sguardo pieno d'angoscia.
    - Avete saputo qualche cosa voi? - chiese, con ansia indicibile.
    -  No,  signor  duca.  Penso per che se vostra figlia fosse realmente
    caduta nelle mani dei filibustieri, si potrebbe scambiarla col Corsaro
    Nero.
    - No,  signore,  - rispose il vecchio,  con tono risoluto.  - Con  una
    grossa somma io potrei riscattare egualmente mia figlia,  nel caso che
    essa potesse venire riconosciuta,  ci che  io  dubito,  avendo  prese
    tutte  le precauzioni perch navigasse incognita;  mentre liberando il
    Corsaro,  io non sarei sicuro della mia vita.  La lunga lotta  che  ho
    dovuto sostenere contro di lui e contro i suoi fratelli mi ha stremato
    ed    ora che debba cessare.  Signor conte,  fate imbarcare il vostro
    equipaggio, poi fate vela per Gibraltar.
    Il conte di Lerma s'inchin senza rispondere e  si  diresse  a  poppa,
    mormorando fra s:
    - Il gentiluomo manterr la promessa.
    Le  scialuppe  cominciavano  allora  a  portare a bordo gli uomini che
    avevano preso parte all'attacco del cono,  con quell'esito che ormai i
    lettori sanno.
    Quando l'ultimo marinaio fu imbarcato,  il conte ordin di spiegare le
    vele;  per,  prima di far salpare l'ancora,  indugi  parecchie  ore,
    avendo fatto credere al duca, che si era impazientito di quel ritardo,
    che  la caravella si era arenata su di un banco di sabbia e che quindi
    si doveva attendere l'alta marea per poter riprendere le mosse.
    Fu solamente verso le quattro pomeridiane che il veliero pot lasciare
    l'ancoraggio.
    La caravella,  dopo aver bordeggiato lungo la spiaggia  dell'isolotto,
    manovr  in  modo da accostarsi alla foce del Catatumbo,  dinanzi alla
    quale rimase quasi in panna, a circa tre miglia dalla costa.
    Una calma quasi assoluta regnava in quella parte del vastissimo lago a
    causa anche della  grande  curva  che  descriveva  in  quel  luogo  la
    spiaggia.
    Il duca, che era salito pi volte in coperta, impaziente di giungere a
    Gibraltar, aveva ordinato al conte di spingere la caravella al largo o
    almeno  di  farla  rimorchiare  dalle  scialuppe,   senza  per  nulla
    ottenere,  essendogli stato risposto che l'equipaggio era stanchissimo
    e che i bassifondi impedivano di manovrare liberamente.
    Verso  le sette della sera la brezza cominci finalmente a soffiare ed
    il veliero pot riprendere le mosse,  senza per scostarsi molto dalla
    spiaggia.
    Il  conte  di  Lerma,  dopo aver cenato in compagnia del duca,  si era
    messo alla barra del timone con a  fianco  il  pilota,  chiacchierando
    sommessamente con questi.  Pareva che avesse da dare lunghe istruzioni
    sulla manovra notturna,  per non dare dentro  ai  numerosi  bassifondi
    che, dalla foce del Catatumbo, si estendono fino a Santa Rosa, piccola
    localit che si trova a poche ore da Gibraltar.
    Quella conversazione, un po' misteriosa, dur fino alle dieci di sera,
    cio  fino  a  quando  il  duca  si  fu  ritirato nella sua cabina per
    riposare,   poi  il  conte  abbandon  la   barra   ed   approfittando
    dell'oscurit  scese nel quadro,  senza essere scorto dall'equipaggio,
    passando poi nella stiva.
    - A noi,  ora,  - mormor.  - Il conte di Lerma pagher il suo debito,
    poi accadr ci che vorr!
    Accese  una lanterna cieca che aveva nascosta nella larga tromba d'uno
    dei suoi stivali,  poi pass sotto il quadro proiettando  la  luce  su
    alcune persone che pareva sonnecchiassero tranquillamente.
    - Cavaliere, - disse, sottovoce.
    Uno  di  quegli  uomini s'alz a sedere,  quantunque avesse le braccia
    strettamente legate.
    - Chi viene ad importunarmi? - chiese con stizza.
    - Sono io, signore.
    - Ah!... Voi conte, - disse il Corsaro.  - Venite a tenermi compagnia,
    forse?...
    - Vengo a far di meglio, cavaliere, - rispose il castigliano.
    - Volete dire?...
    - Che vengo a pagare il mio debito.
    - Non vi comprendo.
    -  "Carrai"!...  -  disse  il conte,  sorridendo.  - Avete dimenticato
    l'allegra avventura nella casa del notaio?
    - No,  conte.  Allora vi rammenterete pure  voi  che  quel  giorno  mi
    risparmiaste la vita.
    - E' vero.
    -  Ora vengo a mantenere la promessa fattavi.  Oggi non sono pi io in
    pericolo,  bens voi,  quindi spetta  a  me  rendervi  un  favore  che
    certamente apprezzerete.
    - Spiegatevi meglio, conte.
    - Vengo a salvarvi, signore.
    -  A  salvarmi!...  - esclam il Corsaro,  con stupore.  - E non avete
    pensato al duca?...
    - Dorme, cavaliere.
    - Domani sar sveglio.
    - E cos? - chiese con voce tranquilla.
    - Se la prender con voi, vi far imprigionare e poi appiccare in vece
    mia.  Avete pensato a questo,  conte?...  Voi sapete che Wan Guld  non
    scherza.
    -  E voi credete,  cavaliere,  che egli possa sospettare di me?...  Il
    fiammingo  astuto,  lo so,  credo  per  che  non  oser  incolparmi.
    D'altronde  la  caravella   mia,  l'equipaggio mi  devoto e se vorr
    tentare qualche cosa contro di me,  perder  il  tempo  ed  il  fiato.
    Credetelo,  il duca non  troppo amato qui, per la sua alterigia e per
    le sue crudelt,  ed i miei  compatrioti  lo  soffrono  malvolentieri.
    Forse  far male a liberarvi,  specialmente in questo momento,  in cui
    l'Olonese sta per piombare su Gibraltar,  ma  io  sono  un  gentiluomo
    innanzi  tutto e devo mantenere le mie promesse.  Voi mi avete salvata
    la vita,  io ora salver la vostra e saremo  pari.  Se  pi  tardi  il
    destino  ci far incontrare a Gibraltar voi farete il vostro dovere di
    Corsaro,  io quello di spagnolo  e  ci  batteremo  come  due  accaniti
    nemici.
    - Non come due accaniti nemici, conte.
    - Allora ci batteremo come due gentiluomini che militano sotto diverse
    bandiere, - disse il castigliano, con nobilt.
    - Sia, conte.
    - Partite cavaliere.  Ecco qui una scure che vi servir per rompere le
    traverse di legno del  babordo  ed  eccovi  un  paio  di  pugnali  per
    difendervi contro le fiere, quando sarete a terra. Una delle scialuppe
    segue  la  caravella  a rimorchio;  raggiungetela coi vostri compagni,
    tagliate la fune ed arrancate verso la costa.  N io,  n  il  pilota,
    vedremo nulla.  Addio,  cavaliere: spero di rivedervi sotto le mura di
    Gibraltar e d'incrociare ancora la spada con voi.
    Ci detto il conte gli recise i legami, gli diede le armi, gli strinse
    la mano e s'allontan a rapidi passi,  scomparendo su per la scala del
    quadro.
    Il  Corsaro  rimase alcuni istanti immobile,  come se fosse immerso in
    profondi pensieri o  fosse  ancora  stupito  dell'atto  magnanimo  del
    castigliano,  poi,  quando non ud alcun rumore,  scosse Wan Stiller e
    Carmaux, dicendo:
    - Partiamo amici.
    - Partiamo!  - esclam Carmaux,  sbarrando  gli  occhi.  -  Per  dove,
    capitano?... Siamo legati come salami e volete andarvene?...
    Il  Corsaro  prese  un  pugnale  e con pochi colpi tagli le corde che
    imprigionavano i suoi due compagni.
    - Tuoni! - esclam Carmaux.
    - E lampi! - aggiunse l'amburghese.
    - Noi siamo liberi?  Cos' accaduto,  signore?  Che quel  furfante  di
    governatore  sia  diventato improvvisamente cos generoso da lasciarci
    andare?
    - Silenzio, seguitemi!
    Il Corsaro aveva impugnata la scure e si era  diretto  verso  uno  dei
    babordi,  il  pi  largo di tutti e che era difeso da grosse sbarre di
    legno.  Approfittando del momento in cui i marinai di guardia facevano
    del  fracasso,  dovendo  virare  di bordo,  con quattro colpi poderosi
    sfond due traverse,  ottenendo uno  spazio  sufficiente  per  lasciar
    passare un uomo.
    - Badate di non farvi sorprendere,  - disse ai due filibustieri.  - Se
    vi preme la vita siate prudenti.  Pass attraverso  il  babordo  e  si
    lasci   penzolare  nel  vuoto,   tenendosi  attaccato  alla  traversa
    inferiore.  Il bordo era cos basso che si  trov  immerso  fino  alle
    reni.
    Attese  che  un'ondata  venisse  ad  infrangersi  contro il fianco del
    veliero,  poi si lasci andare,  mettendosi subito a nuotare lungo  il
    bordo onde non farsi scorgere dai marinai di guardia.  Un istante dopo
    Carmaux e l'amburghese lo raggiungevano, tenendo fra i denti i pugnali
    del castigliano.
    Lasciarono che la caravella passasse,  poi vedendo  la  scialuppa,  la
    quale  era  attaccata  alla  poppa  con una funicella assai lunga,  in
    quattro bracciate  la  raggiunsero  ed  aiutandosi  l'un  l'altro  per
    mantenerla in equilibrio, vi salirono entro.
    Stavano  per  afferrare  i  remi,  quando  la funicella,  che univa la
    scialuppa della caravella, cadde in mare, tagliata da una mano amica.
    Il Corsaro alz gli occhi verso la poppa del  veliero  e  sul  cassero
    scorse una forma umana, che gli fece colla mano un gesto d'addio.
    - Ecco un cuore nobile,  - mormor, riconoscendo il castigliano. - Dio
    lo protegga dalla collera di Wan Guld.
    La caravella, con tutte le sue vele spiegate,  aveva proseguita la sua
    corsa verso Gibraltar, senza che un grido solo si fosse alzato fra gli
    uomini  di  guardia.  La  si  vide  ancora  per  alcuni minuti correre
    bordate, poi scomparve dietro un gruppo d'isolette boscose.
    - Tuoni,  - esclam Carmaux,  rompendo il silenzio che  regnava  nella
    scialuppa. - Io non so ancora se sia sveglio o se sia lo zimbello d'un
    sogno.  Trovarsi  legati  nella  cala  d'una  caravella  con  tutte le
    probabilit di venire appiccati  allo  spuntar  del  sole,  ed  essere
    invece ancora liberi, non  cosa facilmente credibile. Che cosa dunque
      avvenuto,  mio  capitano?  Chi ci ha forniti i mezzi per sfuggire a
    quel vecchio antropofago?
    - Il conte di Lerma, - rispose il Corsaro.
    - Ah!...  il bravo gentiluomo!  Se  lo  incontreremo  a  Gibraltar  lo
    risparmieremo,  vero Wan Stiller?
    - Lo tratteremo come un fratello della costa,  - rispose l'amburghese.
    - Ora andiamo, capitano?
    Il Corsaro non rispose.  Egli si era  bruscamente  alzato  e  guardava
    attentamente verso il settentrione, interrogando ansiosamente la linea
    dell'orizzonte.
    - Amici, - disse, con una certa emozione. - Non scorgete nulla laggi?
    I due filibustieri si erano levati in piedi, guardando nella direzione
    indicata.  L  dove  la linea dell'orizzonte pareva che si confondesse
    colle acque del vasto lago, dei punti luminosi,  simili a piccolissime
    stelle,  si  vedevano  scintillare.  Un uomo di terra li avrebbe forse
    scambiati per astri prossimi al tramonto,  ma  un  uomo  di  mare  non
    poteva ingannarsi.
    - Dei fuochi brillano laggi, - disse Carmaux.
    -   E   sono  fuochi  di  legni  avanzantisi  sul  lago,   -  aggiunse
    l'amburghese.
    - Che sia Pietro che muove su  Gibraltar?  -  si  chiese  il  Corsaro,
    mentre  un  lampo  vivido gli balenava negli sguardi.  - Ah!  se fosse
    vero, potrei ancora vendicarmi dell'uccisore dei miei fratelli.
    - S, capitano, - disse Carmaux.  - Quei punti luminosi sono fanali di
    barche e di bastimenti. E' l'Olonese che si avanza, ne sono certo.
    -  Presto,  alla  spiaggia  ed  accendiamo  un  fal  onde  vengano  a
    raccoglierci.
    Carmaux e Wan Stiller afferrarono i remi, e si misero ad arrancare con
    gran vigore,  spingendo la scialuppa verso la costa,  la quale non era
    lontana pi di tre o quattro miglia.
    Mezz'ora  dopo  i  tre  corsari  prendevano  terra  entro  una calanca
    abbastanza vasta per poter  ricevere  una  mezza  dozzina  di  piccoli
    velieri, e che si trovava ad una trentina di miglia da Gibraltar.
    Arenata  la  scialuppa,  fecero  raccolta  di  rami secchi e foglie ed
    accesero un fal  gigantesco,  capace  di  essere  scorto  a  quindici
    chilometri.
    I  punti luminosi allora erano vicinissimi e continuavano ad avanzarsi
    rapidamente.
    - Amici, - grid il Corsaro,  che era salito su d'una roccia.  - E' la
    flottiglia dell'Olonese.

















    34.
    L'OLONESE.

    Verso le due del mattino quattro grosse barche, attirate da quel fuoco
    che  continuava  ad  ardere  sulla spiaggia,  entravano nella calanca,
    gettando gli ancorotti.
    Erano montate da centoventi corsari,  guidati dall'Olonese e formavano
    l'avanguardia della flottiglia incaricata di espugnare Gibraltar.
    Il  famoso  filibustiere  rimase  assai sorpreso nel vedersi comparire
    improvvisamente dinanzi il Corsaro,  non  avendo  sperato  di  poterlo
    rivedere  cos presto.  Lo credevano ancora nei grandi boschi o fra le
    paludi dell'interno,  occupato a dare la  caccia  al  governatore,  ed
    aveva  anzi perduta la speranza di averlo a compagno nell'espugnazione
    della poderosa cittadella.
    Quand'ebbe apprese le straordinarie avventure toccate all'amico ed  ai
    suoi compagni, disse:
    -  Mio povero cavaliere,  tu non hai fortuna con quel dannato vecchio,
    ma per le sabbie d'Olonne! questa volta io spero di poterlo catturare,
    poich cercheremo di circondare Gibraltar in  modo  da  impedirgli  di
    prendere  il  largo.  Noi  lo  appiccheremo  sull'alberetto  della tua
    "Folgore", te lo prometto.
    - Io dubito,  Pietro,  di poterlo trovare a Gibraltar,  -  rispose  il
    Corsaro.  -  Egli  sa  che  noi  muoviamo  verso  la citt,  decisi ad
    espugnarla;  sa che io lo cercher di casa in casa,  per  vendicare  i
    miei poveri fratelli e per questo temo di non trovarlo col.
    -  Non l'hai tu veduto dirigersi verso Gibraltar,  colla caravella del
    Conte?
    - S, Pietro,  per tu sai quanto egli sia astuto.  Pu pi tardi aver
    cambiato rotta, onde non farsi prendere fra le mura della citt.
    -  E' vero,  - disse l'Olonese,  che era diventato pensieroso.  - Quel
    dannato duca  pi furbo di noi e forse pu aver evitato Gibraltar per
    mettersi in salvo sulle coste orientali del lago.
    - Io ho saputo che egli ha parenti e ricchi possessi nell'Honduras,  a
    Porto  Cavallo,  e  potrebbe  aver  cercato  di  uscire  dal  lago per
    rifugiarsi col.
    - Vedi, Pietro, come la fortuna protegge quel vecchio!
    - Si stancher,  cavaliere.  Eh!...  Se io un giorno potessi avere  la
    certezza che egli si fosse rifugiato a Porto Cavallo,  non esiterei ad
    andarlo a scovare.  Quella citt merita una visita e  sono  certo  che
    tutti  i filibustieri della Tortue mi seguirebbero per mettere le mani
    sulle incalcolabili ricchezze  che  vi  si  trovano.  Se  noi  non  lo
    troveremo a Gibraltar,  penseremo poi sul da farsi.  Io ti ho promesso
    di aiutarti,  e tu sai che l'Olonese  non  ha  mai  mancato  alla  sua
    parola.
    - Grazie, vi conto. Dov' la mia "Folgore"?
    -  L'ho mandata all'uscita del Golfo,  assieme alle due navi di Harris
    onde impedire ai vascelli di linea spagnoli di importunarci.
    - Quanti uomini hai condotti con te?
    - Centoventi,  ma questa sera giunger il Basco con altri quattrocento
    e domani mattina daremo l'assalto a Gibraltar.
    - Speri di riuscire?
    -  Ne  ho  la  convinzione,  quantunque abbia saputo che gli spagnoli,
    radunati ottocento uomini risoluti,  abbiano rese impraticabili le vie
    della  montagna  che conducono alla citt,  ed abbiano alzato numerose
    batterie.  Avremo un osso duro da rodere e che ci far  perdere  molta
    gente, noi per riusciremo, amico.
    - Sono pronto a seguirti, Pietro.
    - Contavo sul tuo poderoso braccio e sul tuo valore,  cavaliere. Vieni
    a bordo della mia barcaccia, a cenare,  poi va' a riposarti.  Credo tu
    ne abbia bisogno.
    Il  Corsaro  che si manteneva in piedi per un miracolo di energia,  lo
    segu,  mentre i filibustieri sbarcavano sulla spiaggia,  accampandosi
    sul margine del bosco, in attesa del Basco e dei suoi compagni.
    Quella  giornata  non doveva per andare perduta perch buona parte di
    quella gente instancabile si era messa  quasi  subito  in  marcia  per
    esplorare  le  vicinanze,  onde piombare addosso alla forte cittadella
    spagnola,  possibilmente,  di sorpresa.  Arditi esploratori  si  erano
    spinti  molto  innanzi,  fino  gi  in  vista  dei  poderosi  forti di
    Gibraltar;  per rendersi un concetto  chiaro  delle  misure  difensive
    prese  dai  nemici,  ed  altri  avevano  osato  perfino di interrogare
    alcuni, fingendosi pescatori col naufragati.
    Quelle audaci perlustrazioni avevano per dato dei risultati  tali  da
    non incoraggiare gli intrepidi scorridori del mare, quantunque fossero
    abituati a superare le pi tremende prove.
    Dappertutto  avevano  trovate  le  vie  tagliate  da trincee armate di
    cannoni,  la campagna inondata ed enormi palizzate irte di  spine.  Di
    pi  avevano  saputo  che il comandante della cittadella,  uno dei pi
    valenti e dei pi coraggiosi soldati  che  in  quel  tempo  la  Spagna
    avesse  in  America,  aveva  fatto  giurare  ai  suoi  soldati  che si
    sarebbero fatti uccidere fino  all'ultimo,  piuttosto  d'ammainare  lo
    stendardo della patria.
    Dinanzi  a  cos cattive informazioni,  una certa ansiet si era fatta
    strada anche nei cuori dei  pi  fieri  corsari,  temendo  che  quella
    spedizione terminasse in un disastro.
    L'Olonese, informato subito di quanto avevano narrato i perlustratori,
    non  si  era  perduto  d'animo,  e  alla sera,  radunati tutti i capi,
    pronunci  quelle  famose  parole  tramandateci  dalla  storia  e  che
    dimostrano  quanta  confidenza  egli  avesse  in  se  stesso  e quanto
    contasse sui suoi corsari.
    - E' d'uopo,  uomini del mare,  che domani  combattiamo  da  forti,  -
    disse. - Perdendo, oltre alla vita, perderemo i nostri tesori, che pur
    ci  costano  tante  pene e tanto sangue.  Abbiamo vinti nemici ben pi
    numerosi di  quelli  che  sono  rinchiusi  in  Gibraltar,  e  maggiori
    ricchezze  guadagneremo  col.  Guardate il vostro capo e ne seguirete
    l'esempio.
    Alla mezzanotte le barcacce di Michele  il  Basco,  montate  da  circa
    quattrocento uomini, giungevano su quella spiaggia.
    Tutti i filibustieri dell'Olonese avevano gi levato il campo,  pronti
    a partire per Gibraltar,  presso i cui forti contavano di giungere  al
    mattino, non volendo cimentarsi in un assalto notturno.
    Appena   i   quattrocento   uomini  del  Basco  furono  sbarcati,   si
    incolonnarono, ed il piccolo esercito,  guidato dai tre capi,  si mise
    tosto  in  marcia  attraverso  le  foreste,  dopo di aver lasciato una
    ventina d'uomini a guardia delle scialuppe.
    Carmaux e Wan Stiller,  ben riposati e ben pasciuti,  si  erano  messi
    dietro al Corsaro,  non volendo mancare all'assalto ed essendo ansiosi
    di prendere Wan Guld.
    - Amico Stiller,  - diceva l'allegro filibustiere,  - speriamo  questa
    volta  di  mettere  le  zampe  su  quel  furfante  e di consegnarlo al
    comandante.
    - Appena espugnati i  forti  correremo  in  citt  per  impedirgli  di
    prendere  il  largo,  Carmaux.  So  che il comandante ha dato ordine a
    cinquanta uomini di precipitarsi subito nei boschi per tagliare la via
    ai fuggiaschi.
    - E poi vi  il catalano che non lo perder di vista.
    - Credi che sia gi entrato a Gibraltar?
    - Ne sono certo.  Quel diavolo d'uomo lo ritroveremo,  se non si  far
    uccidere.
    In  quell'istante  si senti battere sulle spalle,  mentre una voce ben
    nota gli diceva.
    - E' vero, compare.
    Carmaux e Wan Stiller si volsero vivamente e videro l'africano.
    - Tu compare sacco di carbone!...  - esclam Carmaux.  - Da  dove  sei
    sbucato?...
    -  Sono  dieci  ore  che vi cerco,  correndo lungo la spiaggia come un
    cavallo.   E'  vero  che  il  vecchio  governatore  vi   aveva   fatti
    prigionieri?
    - Chi te l'ha detto?
    - L'ho udito raccontare da alcuni filibustieri
    - E' vero, ma come vedi, gli siamo sfuggiti di mano coll'aiuto di quel
    bravo conte di Lerma.
    -  Del nobile castigliano che avevamo fatto prigioniero nella casa del
    notaio di Maracaybo?...
    - S,  compare.  E dei due feriti che  ti  avevamo  lasciati,  cosa  
    avvenuto?...
    - Sono morti ieri mattina, - rispose il negro.
    - Poveri diavoli!... Ed il catalano?...
    - A quest'ora deve essere gi a Gibraltar.
    - Opporr una resistenza accanita la citt, compare!...
    -  Temo  che  questa sera un buon numero dei nostri non ceneranno.  Il
    comandante della piazza  un uomo che si difender con furore e che ha
    tagliate tutte le vie, piantonando dovunque trincee e batterie.
    - Speriamo di non essere nel numero dei morti e d'appiccare invece Wan
    Guld.
    Intanto le quattro lunghe colonne s'inoltravano tacitamente attraverso
    le folte foreste, che in quell'epoca contornavano Gibraltar, facendosi
    precedere da piccole bande di esploratori,  composte  per  lo  pi  da
    bucanieri.
    Ormai tutti sapevano che gli spagnoli,  avvertiti dell'avvicinarsi dei
    loro implacabili nemici,  li  attendevano  ed  era  probabile  che  il
    vecchio  comandante  della  cittadella avesse preparato degli agguati,
    per decimarli, prima che tentassero l'assalto dei forti.
    Alcuni colpi di  fucile,  echeggiati  in  testa  alle  piccole  bande,
    avvertirono le colonne d'assalto che la citt non era lontana.
    L'Olonese,  il  Corsaro  Nero  ed  il Basco,  credendo si trattasse di
    qualche imboscata, s'affrettarono a raggiungere gli esploratori con un
    centinaio d'uomini; ma furono tosto informati che non si trattava d'un
    vero attacco da parte degli spagnoli,  bens d'un semplice scambio  di
    fucilate fra avamposti.
    L'Olonese,   vedendosi   ormai  scoperto,   comand  alle  colonne  di
    arrestarsi in attesa dell'alba,  volendo prima accertarsi dei mezzi di
    difesa  di  cui disponevano gli avversari e della qualit del terreno,
    avendo notato che questo accennava a diventare pantanoso.
    Alzandosi sulla destra una collina  boscosa,  s'affrett  a  farne  la
    salita  in  compagnia del Corsaro Nero,  certo di poter dominare parte
    del paese circostante.
    Quando giunsero sulla vetta, cominciava ad albeggiare.
    Una luce bianca,  che diventava  rapidamente  rossa  verso  le  sponde
    orientali  del lago,  invadeva il cielo e tingeva le acque di riflessi
    rosei, annunciando una splendida giornata.
    L'Olonese ed il Corsaro avevano subito volti  gli  sguardi  verso  una
    montagna che stava loro di fronte,  sulla quale si ergevano due grandi
    forti merlati,  sormontati dallo stendardo di Spagna;  mentre dietro a
    loro  si  estendevano  gruppi  di  abitazioni  dalle bianche pareti ed
    attruppamenti di tettoie e di capanne.
    L'Olonese aveva aggrottata la fronte.
    - Per le sabbie  d'Olonne!...  -  esclam.  -  Sar  un  affare  serio
    espugnare quei due forti,  senza artiglierie e senza scale.  Bisogner
    fare prodigi di valore,  o noi prenderemo tale battuta da farci levare
    la voglia, per molto tempo, d'inquietare gli spagnoli.
    -  Tanto  pi  che  la  via della montagna  stata resa impraticabile,
    Pietro,  - disse il Corsaro.  - E' stata rotta  e  vedo  invece  delle
    batterie  e delle palizzate che saremo costretti ad espugnare sotto il
    fuoco dei cannoni dei forti.
    - E quel pantano che ci sta dinanzi e che costringer i nostri  uomini
    a costruire dei ponti volanti, lo vedi?...
    - S, Pietro.
    - Se fosse possibile girarlo,  e gettarci nella pianura, ma che!... La
    pianura  stata inondata!... Guarda come l'acqua si avanza rapida!...
    - Abbiamo da fare con un comandante che conosce tutte le astuzie della
    guerra, Pietro.
    - Lo vedo.
    - Cosa pensi di fare?
    - Tentare la sorte, cavaliere.  A Gibraltar vi sono maggiori tesori di
    quelli che aveva Maracaybo,  e faremo una grossa raccolta. Che cosa si
    direbbe di noi se  retrocedessimo?  Non  si  avrebbe  pi  fiducia  n
    dell'Olonese, n del Corsaro, n di Michele il Basco.
    - E' vero,  Pietro,  e la nostra fama di corsari audaci ed invincibili
    sarebbe finita;  e poi pensa che tra quei forti vi   il  mio  mortale
    nemico.
    -  S,  e  io  voglio  farlo  prigioniero.  A te ed al Basco affido la
    partita pi grossa dei filibustieri  e  v'incaricherete  di  far  loro
    attraversare la palude per forzare la via della montagna;  io giro sul
    margine estremo e,  tenendomi  al  riparo  delle  piante,  tenter  di
    giungere inosservato sotto le mura del primo forte.
    - E le scale, Pietro?
    - Ho il mio piano. Incaricati di tenere occupati gli spagnoli e lascia
    fare il resto a me.  Se fra tre ore Gibraltar non sar in nostra mano,
    io non sar pi l'Olonese. Abbracciamoci, cavaliere,  poich chiss se
    ci rivedremo ancora vivi.
    I  due  formidabili corsari si strinsero affettuosamente l'un l'altro;
    poi, ai primi raggi del sole nascente, scesero rapidamente la collina.
    I filibustieri si erano accampati momentaneamente  sul  margine  della
    foresta,  dinanzi  alla palude che aveva loro impedito di avanzarsi ed
    alla cui estremit, sopra un poggio isolato, avevano scorto un piccolo
    ridotto difeso da due cannoni.
    Carmaux e Wan Stiller, unitamente ad alcuni altri,  avevano cercato di
    provare la solidit di quel fango,  ma si erano subito accorti che non
    vi  era  da  fidarsi,   poich  cedeva  sotto  i  piedi,   minacciando
    d'inghiottire coloro che avessero osato affrontarlo.
    Quell'ostacolo  imprevisto  e  che ritenevano insuperabile,  oltre gli
    altri che dovevano affrontare nella  pianura  e  poi  sulla  montagna,
    prima di giungere sotto i due forti, aveva raffreddato l'entusiasmo di
    non pochi, tuttavia nessuno aveva osato parlare di ritirata.
    Il  ritorno  dei  due  famosi  corsari e la loro decisione d'impegnare
    senza ritardo la battaglia, aveva per rincorati i pi, avendo in quei
    capi una cieca fiducia.
    - Coraggio,  uomini del mare!  - aveva gridato l'Olonese.  - Dietro  a
    quei  forti  vi  sono  maggiori  tesori  da  predare  che a Maracaybo.
    Mostriamo ai nostri implacabili nemici che siamo sempre invincibili.
    Diede il comando di formare due colonne,  raccomand a ognuno  di  non
    indietreggiare  dinanzi  ad  alcun  ostacolo,  poi  ordin di avanzare
    audacemente.
    Il Corsaro Nero si mise alla  testa  della  truppa  pi  numerosa,  in
    compagnia  del  Basco,  mentre  l'Olonese coi suoi s'avanzava lungo il
    margine del  bosco,  per  superare  la  pianura  inondata  e  giungere
    inosservato sotto i forti.





    35.
    LA PRESA DI GIBRALTAR.

    La  colonna,  che  il  Corsaro  Nero  ed  il  Basco  dovevano condurre
    attraverso  la  palude  difesa  dalla  batteria,   era   composta   di
    trecentottanta  uomini  armati  di  una  corta  sciabola  e di qualche
    pistola con solo trenta cariche,  non  avendo  creduto  necessario  di
    armarsi  di  fucili,  armi che reputavano di ben poca utilit contro i
    forti e d'imbarazzo nei combattimenti a corpo a corpo.
    Erano  per  trecentottanta  demoni  risoluti  a   tutto,   pronti   a
    precipitarsi con furia irresistibile contro qualsiasi ostacolo,  certi
    di uscire vincitori.
    Al comando dei capi si misero subito in marcia,  portando  ognuno  dei
    fasci  di legna e dei grossi rami d'albero da gettare nella palude per
    rendere le sabbie accessibili.
    Erano appena giunti sull'orlo di quel vasto pantano, quando si vide la
    batteria spagnola, che si trovava all'opposta estremit, fiammeggiare,
    lanciando fra i canneti un uragano di mitraglia.  Era un  avvertimento
    pericoloso  non  per  sufficiente per arrestare quei fieri scorridori
    del mare.
    Il Corsaro Nero ed il Basco avevano lanciato il formidabile  grido  di
    guerra:
    - Avanti, uomini del mare!...
    I  filibustieri  si erano precipitati nella palude,  gettando fasci di
    legna e tronchi d'albero per prepararsi la strada,  senza preoccuparsi
    del  fuoco della batteria nemica che diventava di minuto in minuto pi
    accelerato,  facendo schizzare  dovunque  acqua  e  fango,  sotto  una
    pioggia incessante di mitraglia.
    La marcia attraverso quel pantano diventava sempre pi pericolosa,  di
    passo in passo che i filibustieri si allontanavano dal  margine  della
    foresta.
    Il  ponte,  formato  dai  tronchi e dai fasci di legna,  non bastava a
    tutti.   A  destra  e  a  sinistra,   degli  uomini   capitombolavano,
    sprofondando fino alla cintola,  senza essere pi capaci di uscirne se
    non venivano  soccorsi  dai  compagni,  e  per  colmo  di  sventura  i
    materiali   che   avevano  portato  con  loro  per  formarsi  una  via
    praticabile, non erano sufficienti per attraversare l'intera palude.
    Quei valorosi erano costretti,  di tratto in tratto,  sempre sotto  il
    fuoco della batteria, a immergersi nel fango per risollevare i tronchi
    ed  i  fasci e portarli pi innanzi,  lavoro estremamente faticoso non
    solo, ma anche pericoloso, data la natura del fondo.
    Il fuoco degli spagnoli intanto cresceva. La mitraglia fischiava fra i
    canneti recidendoli, sollevava miriadi di spruzzi d'acqua limacciosa e
    colpiva gli uomini delle prime file,  senza che  questi  potessero  in
    modo  alcuno rispondere a quelle scariche mortali,  non possedendo che
    delle pistole dal tiro limitato.
    Il Corsaro Nero ed il Basco,  in mezzo a quel trambusto,  conservavano
    un  ammirabile  sangue  freddo.  Incoraggiavano  tutti  colla  voce  e
    coll'esempio,  facevano animo ai feriti,  passavano ora dinanzi ed ora
    indietro  per  sollecitare  i  portatori  dei  tronchi  e dei fasci ed
    indicavano i luoghi pi coperti di canneti,  onde non esporre  i  loro
    uomini al fuoco incessante della batteria.
    I filibustieri,  quantunque cominciassero a dubitare della riuscita di
    quella difficile impresa,  che chiamavano  una  vera  pazzia,  non  si
    perdevano d'animo e lavoravano con lena accanita, certi che se fossero
    riusciti  a  varcare  quel  pantano,  avrebbero  facilmente  vinta  la
    batteria.
    La mitraglia per faceva sempre strage  fra  le  prime  file.  Pi  di
    dodici  corsari  colpiti  a  morte  erano spariti sotto il fango della
    palude ed oltre venti feriti si dibattevano in mezzo ai tronchi  degli
    alberi  ed  ai fasci di legna,  pure quei valorosi non si lamentavano,
    no!... Incoraggiavano invece i compagni ad avanzare, rifiutando i loro
    aiuti, onde non perdessero tempo ed urlando con furore:
    - Avanti, compagni!... Vendicateci!...
    Quella  tenacia,  quell'audacia  ed  il  valore  dei  capi,   dovevano
    finalmente  trionfare contro gli ostacoli e contro la resistenza degli
    spagnoli.  Superato 1'ultimo tratto,  dopo nuove  perdite  ed  immense
    fatiche,   i   filibustieri  giunsero  finalmente  sul  suolo  solido.
    Organizzarsi prontamente e lanciarsi come un uragano all'assalto della
    batteria, fu l'affare d'un solo istante.
    Nessuno pi poteva resistere  a  quei  terribili  uomini  assetati  di
    vendetta  nessuna  batteria,   per  quanto  formidabilmente  armata  e
    disperatamente difesa, poteva ributtarli.
    Colle sciabole nella destra e le pistole  nella  sinistra,  i  corsari
    irruppero sui terrapieni del ridotto.
    Una  scarica  di  mitraglia  getta a terra i primi;  gli altri montano
    all'assalto come furie scatenate,  massacrano i  cannonieri  sui  loro
    pezzi,  investono  i soldati messi a guardia del posto,  li opprimono,
    nonostante la loro accanita resistenza.
    Un "urrah" formidabile annunzia alle bande dell'Olonese che il  primo,
    e forse pi difficile ostacolo,  stato superato.
    La  loro  gioia  doveva per essere di breve durata.  Il Corsaro ed il
    Basco,  che si erano affrettati a scendere nella pianura per  studiare
    la  via  da  tenere,  si  erano  subito  accorti che un altro ostacolo
    sbarrava loro il passo della montagna.
    Al di l d'un piccolo bosco  avevano  veduto  ondeggiare  in  alto  il
    grande stendardo di Spagna e quella bandiera annunziava la presenza di
    qualche forte o di qualche ridotto.
    - Per la morte di tutti i baschi!... - url Michele, furioso. - Ancora
    un  osso  duro  da  rodere!  Quel dannato comandante di Gibraltar vuol
    proprio sterminarci? Cosa dice, cavaliere?
    - Penso che questo non  il momento di andare indietro.
    - Abbiamo subito gi delle perdite crudeli.
    - Lo so.
    - Ed i nostri uomini sono sfiniti.
    - Accorderemo loro un po' di riposo,  poi andremo  ad  assalire  anche
    questa batteria.
    - Credi che sia una batteria?
    - Lo suppongo.
    - E l'Olonese, che sia riuscito a giungere presso i forti?...
    -  Non  abbiamo udito detonazioni verso la montagna,  dunque egli deve
    aver raggiunti felicemente i boschi senza aver incontrato ostacoli.
    - Sempre fortunato quell'uomo!...
    - Speriamo di esserlo anche noi, Michele.
    - Che cosa facciamo ora?...
    - Manderemo alcuni uomini ad esplorare il bosco.
    - Andiamo cavaliere. Non bisogna lasciar raffreddare i nostri uomini.
    Risalirono il  poggio  che  si  trovava  a  ridosso  della  foresta  e
    incaricarono alcuni uomini audaci di spingersi presso la batteria.
    Mentre  gli  esploratori  s'allontanavano  frettolosamente,  seguiti a
    breve distanza da un drappello di bucanieri, incaricati di proteggerli
    contro le imboscate,  il Corsaro Nero ed il Basco facevano trasportare
    i feriti al di l della palude, onde metterli in salvo nel caso di una
    ritirata  precipitosa,  facevano  gettare altri fasci ed altri tronchi
    d'albero, per assicurarsi una via dietro le spalle.
    Avevano appena finito di gettare il  nuovo  ponte,  quando  si  videro
    giungere gli esploratori ed i bucanieri.
    Le  notizie  che  recavano non erano troppo buone.  Il bosco era stato
    sgombrato dagli  spagnoli,  per  nella  pianura  avevano  veduto  una
    formidabile  batteria  difesa  da  numerose  bocche da fuoco e da buon
    nerbo di truppe e che bisognava assolutamente assalire,  se si  voleva
    giungere  sulla  via  della  montagna.  Invece  nessuna nuova recavano
    dell'Olonese e delle sue bande non avendo udito  echeggiare  spari  in
    alcuna direzione.
    -  In  marcia,  uomini  del mare!...  - grid il Corsaro,  snudando la
    spada.  - Se abbiamo espugnata la prima batteria,  non indietreggeremo
    davanti alla seconda.
    I  corsari,  premurosi di giungere sotto i forti di Gibraltar,  non si
    fecero ripetere due volte il comando.  Lasciato un drappello a guardia
    dei  feriti,  si  cacciarono  risolutamente sotto gli alberi marciando
    rapidamente colla speranza di sorprendere i nemici.
    La traversata della foresta si comp facilmente, non avendo incontrata
    resistenza,   quando  per  giunsero  nella  pianura  si   arrestarono
    indecisi,  tanto  loro  sembrava  formidabile  la batteria rizzata dai
    nemici. Non era un semplice terrapieno,  era un vero ridotto difeso da
    fossati, da palizzate e da muri a secco armati di otto cannoni.
    Anche il Corsaro Nero ed il Basco erano diventati titubanti
    - Ecco un osso ben duro da rodere,  - disse Michele al Corsaro.  - Non
    sar facile attraversare la pianura sotto il fuoco di questi pezzi.
    - Eppure non possiamo pi tornare indietro,  ora che l'Olonese  forse
    presso i forti. Si direbbe che noi abbiamo paura, Michele.
    - Avessimo almeno qualche cannone.
    -   Gli  spagnoli  hanno  inchiodati  quelli  della  batteria  da  noi
    conquistata. Ors all'assalto!...
    Senza guardare se era o no seguito dagli altri,  l'ardito  Corsaro  si
    slanci attraverso la pianura correndo verso il ridotto.
    I filibustieri,  dapprima esitarono, poi vedendo che dietro al Corsaro
    si erano pure lanciati il Basco, Wan Stiller, Carmaux e l'africano, si
    precipitarono innanzi incoraggiandosi con clamori assordanti.
    Gli spagnoli del ridotto li lasciarono accostare fino a  mille  passi,
    poi diedero fuoco ai loro pezzi.
    L'effetto  di quella scarica fu disastroso.  Le prime file dei corsari
    furono  rovesciate,   mentre  le  altre,   atterrite  e   scoraggiate,
    retrocedevano precipitosamente, nonostante le grida dei capi.
    Qualche  drappello  tent  ancora  di  riorganizzarsi,  ma una seconda
    scarica  lo  costrinse  a  seguire  il  grosso,   il  quale  ripiegava
    confusamente verso il bosco per poi ripassare la palude.
    Il Corsaro Nero non li aveva per seguiti. Raccolti intorno a s dieci
    o dodici uomini fra i quali Carmaux,  Wan Stiller e l'africano, si era
    gettato in mezzo ad alcune  macchie  che  fiancheggiavano  il  margine
    della  pianura  e  con  una marcia rapida aveva potuto oltrepassare il
    raggio di tiro  del  ridotto  giungendo  felicemente  ai  piedi  della
    montagna.
    Si  era  appena  cacciato  nei  boschi,  quando in alto ud rombare le
    grosse artiglierie dei due forti di Gibraltar ed  echeggiare  le  urla
    dei filibustieri.
    -  Amici!...  -  grid.  -  L'Olonese si prepara ad assalire la citt.
    Avanti, miei valorosi!...
    - Andiamo a  prendere  parte  all'altra  festa,  -  disse  Carmaux.  -
    Speriamo che sia pi animata ed anche pi fortunata.
    Quantunque  fossero tutti stanchi,  si misero a salire animosamente la
    montagna,  aprendosi faticosamente il  passo  fra  i  cespugli  e  gli
    sterpi.  Sulla  cima  si  udivano intanto tuonare con furore le grosse
    artiglierie dei due forti.  Gli spagnoli  dovevano  aver  scoperte  le
    bande dell'Olonese, e si preparavano a difendersi disperatamente.
    Alle  cannonate,  i  filibustieri  del famoso Corsaro rispondevano con
    clamori assordanti,  forse per far credere ai nemici di essere ben pi
    numerosi  di  quello  che  realmente  erano.  Non  avendo  fucili  per
    rispondere,  cercavano d'impressionare i difensori dei  forti  con  le
    loro urla.
    Le palle dei grossi cannoni cadevano ovunque,  perfino alla base della
    montagna.   Quei  grossi  proiettili  di  ferro  segnalavano  il  loro
    passaggio con schianti fragorosi, abbattendo piante secolari, le quali
    cadevano con grande fracasso.
    Il  Corsaro  Nero  ed  i  suoi compagni s'affrettavano per raggiungere
    1'0lonese,  prima che questi  cominciasse  l'assalto  dei  due  forti.
    Avendo trovato un sentiero aperto fra gli alberi,  in meno di mezz'ora
    si trovarono presso la cima,  dove s'incontrarono  colla  retroguardia
    dell'Olonese.
    - Dov' il capo? - chiese il Corsaro Nero.
    - Sul margine del bosco, - risposero.
    - E' cominciato l'attacco?
    - Si attende il momento propizio, prima di esporci.
    - Guidatemi da lui.
    Due  filibustieri  si  staccarono  dalla  banda e facendolo passare in
    mezzo a fitti cespugli,  lo condussero agli avamposti dove si  trovava
    l'Olonese con alcuni sotto-capi.
    - Per le sabbie d'Olonne! - esclam il filibustiere, con voce allegra.
    - Ecco un rinforzo, che mi giunge in buon tempo.
    - Un magro rinforzo,  Pietro,  - rispose il Corsaro.  - Ti ho condotto
    solamente dodici uomini.
    - Dodici!... E gli altri? - chiese il filibustiere, impallidendo.
    - Sono stati respinti nella palude,  dopo d'aver  subito  delle  gravi
    perdite.
    - Mille fulmini!... Ed io che contavo su costoro!
    -  Forse  hanno  ritentato  l'attacco  della seconda batteria od hanno
    trovato un'altra via. Poco fa udivo i cannoni rombare nella pianura.
    - Non importa. Cominceremo intanto l'assalto del forte pi grande.
    - E come daremo la scalata?... Non possiedi scale.
    - E' vero, ma spero di costringere gli spagnoli ad uscire.
    - In quale modo?
    - Simulando una fuga precipitosa. I miei corsari sono avvertiti.
    - Allora attacchiamo.
    - Filibustieri della Tortue! - url l'Olonese. - All'attacco!...
    Le bande dei corsari,  che fino allora si erano tenute nascoste  sotto
    gli  alberi  ed i cespugli,  per ripararsi dalle scariche tremende dei
    cannoni dei due forti, al comando del loro capo si precipitarono verso
    la spianata.
    L'Olonese ed il  Corsaro  Nero  si  erano  messi  alla  loro  testa  e
    s'avanzavano  correndo,  onde  non  far  subire ai loro uomini perdite
    troppo crudeli.
    Gli spagnoli del forte pi prossimo,  che era il pi importante  e  il
    meglio armato,  vedendoli apparire, sparavano a mitraglia per spazzare
    la spianata,  ma era forse troppo tardi.  Malgrado molti cadessero,  i
    corsari  in  pochi  istanti  giunsero  sotto le mura e sotto le torri,
    tentando di arrampicarsi su per le  scarpate  e  facendo  fuoco  colle
    pistole per allontanare dagli spalti i difensori.
    Alcuni  erano  gi  riusciti,  nonostante  la  difesa  disperata della
    guarnigione,  a salire,  quando si ud  echeggiare  la  voce  tuonante
    dell'Olonese:
    - Uomini del mare! In ritirata!...
    I corsari, che si trovavano gi impossibilitati a salire sulle torri e
    sui  bastioni  per  mancanza di scale ed anche per la fiera resistenza
    che opponevano gli spagnoli,  s'affrettarono ad abbandonare  l'impresa
    fuggendo  confusamente  verso  il bosco vicino,  tenendo per salde le
    armi in pugno.
    I difensori del forte,  credendo di sterminarli facilmente,  invece di
    mitragliare coi cannoni,  abbassarono rapidamente i ponti levatoi e si
    precipitarono imprudentemente all'aperto per dare  loro  addosso.  Era
    quello che aspettava l'Olonese.
    I  corsari,  vedendosi inseguiti,  tutto d'un tratto volsero la fronte
    assalendo furiosamente i nemici.
    Gli spagnoli che  non  s'aspettavano  quel  vertiginoso  contrattacco,
    sorpresi da tanta furia,  retrocessero confusamente, poi s'arrestarono
    per tema che i corsari approfittassero della loro ritirata per entrare
    nel forte.
    Una battaglia tremenda,  sanguinosissima,  s'impegn da ambo le  parti
    sulla spianata e dinanzi ai bastioni. Corsari e spagnoli lottavano con
    pari furore a colpi di spada,  di sciabola e di pistola, mentre quelli
    rimasti sugli  spalti  facevano  grandinare  nembi  di  mitraglia  che
    mietevano amici e nemici alla rinfusa.
    Gi  gli  spagnoli,  due  volte  pi numerosi,  stavano per cacciare i
    filibustieri e salvare Gibraltar,  quando sul  campo  della  lotta  si
    videro  irrompere le bande di Michele il Basco,  il quale era riuscito
    ad aprirsi una via attraverso i boschi della montagna.
    Quei trecento e pi uomini,  giunti in cos buon  punto,  decisero  le
    sorti della mischia.
    Gli  spagnoli,  incalzati da tutte le parti,  furono respinti entro il
    forte, ma assieme a loro entrarono pure i filibustieri,  coll'Olonese,
    il Corsaro Nero ed il Basco usciti miracolosamente illesi.
    Quantunque respinti,  anche entro il forte gli spagnoli opponevano una
    fiera resistenza,  decisi a farsi sterminare,  piuttosto che ammainare
    il grande stendardo di Spagna.
    Il  Corsaro  Nero,  entrato fra i primi,  si era scagliato in un ampio
    cortile,  dove un duecento e pi spagnoli combattevano con accanimento
    disperato,  cercando  di rigettare gli avversari e di aprirsi il passo
    attraverso le loro file, per accorrere alla difesa di Gibraltar.
    Gi pi d'un archibugiere era caduto sotto la  formidabile  spada  del
    terribile  filibustiere,  quando  si  vide precipitare addosso un uomo
    coperto di ricche vesti e  col  capo  ricoperto  da  un  ampio  feltro
    grigio, adorno d'una lunga piuma di struzzo.
    - Badate,  cavaliere!... - grid quel gentiluomo, alzando la sua lunga
    e scintillante spada. - Io vi uccido!...
    Il Corsaro,  che si era  allora  sbarazzato,  a  gran  fatica,  di  un
    capitano degli archibugieri, il quale finiva di spirare ai suoi piedi,
    si volse rapidamente e mand un grido di stupore.
    - Voi, conte!...
    - Io,  cavaliere,  - rispose il castigliano,  salutando colla spada. -
    Difendetevi,  signore,  poich l'amicizia non sta  pi  fra  noi;  voi
    combattete  per  la  filibusteria ed io mi batto per la bandiera della
    vecchia Castiglia.
    - Lasciatemi  passare,  conte,  -  rispose  il  Corsaro,  cercando  di
    gettarsi  contro  un  gruppo di spagnoli,  che facevano fronte ai suoi
    uomini.
    - No,  signor mio,  - disse il castigliano,  con tono reciso.  - O voi
    ucciderete me od io uccider voi.
    -  Vi  prego,  conte,  lasciatemi  passare!...  Non  costringetemi  ad
    incrociare il ferro,  con  voi.  Se  volete  battervi  vi  sono  delle
    centinaia   di  filibustieri  dietro  di  me.   Io  ho  un  debito  di
    riconoscenza verso di voi.
    - No, mio signore: siamo pari.  Prima che la bandiera venga abbassata,
    il  conte  di  Lerma  sar morto come il governatore di questo forte e
    tutti i suoi prodi ufficiali.
    Ci detto si scagli contro il Corsaro, incalzandolo con furia.
    Il signore di Ventimiglia,  che conosceva la propria  superiorit  sul
    castigliano  ed a cui rincresceva dover uccidere quel leale e generoso
    gentiluomo, fece due passi indietro, gridando ancora:
    - Vi prego, non costringetemi ad uccidervi!...
    - E sia!...  - esclam il  conte,  sorridendo.  -  A  noi,  signor  di
    Ventimiglia!
    Mentre  attorno a loro la lotta ferveva con crescente furore fra urla,
    imprecazioni,  gemiti di  feriti  e  detonazioni  di  archibugi  e  di
    pistole,   si   assalirono  reciprocamente  coll'animo  deliberato  di
    uccidere o di farsi uccidere.
    Il conte attaccava con  grande  impeto,  raddoppiando  le  stoccate  e
    coprendo  il  Corsaro  in  uno  scintillio  di  colpi,   che  venivano
    prontamente ribattuti.  Entrambi,  oltre le  spade,  avevano  estratti
    anche  i  pugnali,   per  meglio  parare  le  botte.   Si  avanzavano,
    retrocedevano,  s'incalzavano con nuova lena,  tenendosi in piedi  con
    grandi stenti a causa del sangue che scorreva per il cortile.
    Ad un tratto il Corsaro,  che aveva rinunciato all'idea di uccidere il
    nobile castigliano,  con una battuta di terza,  seguita da  un  rapido
    semicerchio,  fece balzare la spada del conte,  giuoco che gli era gi
    riuscito nella casa del notaio.
    Disgraziatamente pel castigliano,  accanto a lui rantolava il capitano
    degli  archibugieri,  che  poco  prima  era  caduto  sotto i colpi del
    Corsaro.  Precipitarsi addosso a lui,  strappargli la spada che ancora
    stringeva  fra  le  dita rattrappite dalla morte e gettarsi nuovamente
    addosso all'avversario,  fu l'affare d'un solo istante.  Nel  medesimo
    tempo un soldato spagnuolo era accorso in suo aiuto.
    Il  Corsaro,  costretto  a far fronte a quei due avversari,  non esit
    pi.  Con una stoccata fulminea abbatt  il  soldato,  poi  volgendosi
    contro  il  Conte  che  lo  assaliva  di fianco,  and a fondo a corpo
    perduto.
    Il castigliano,  che non s'aspettava quel doppio colpo,  ricevette  la
    botta in mezzo al petto e la spada del filibustiere gli usc dietro il
    dorso.
    - Conte! - grid il signor di Ventimiglia, prendendolo fra le braccia,
    prima  che  cadesse.  - Triste vittoria per me questa,  ma voi l'avete
    voluta.
    Il castigliano,  che era diventato pallido come un morto e  che  aveva
    chiusi gli occhi,  li riapr fissandoli sul Corsaro, poi gli disse con
    un mesto
    sorriso:
    - Cos voleva...  il destino...  cavaliere...  Almeno...  non vedr...
    ammainare... lo stendardo... della vecchia Castiglia.
    - Carmaux... Wan Stiller!... Soccorso! - grid il Corsaro.
    - E' inutile...  cavaliere... - rispose il conte, con voce semispenta.
    - Io... sono... uomo... morto... Addio mio gentiluomo... ad...
    Uno sbocco di sangue gli spense la frase.  Chiuse gli occhi,  cerc di
    sorridere un'ultima volta, poi esal l'ultimo respiro.
    Il Corsaro,  pi commosso di quanto avrebbe creduto, depose lentamente
    al suolo il cadavere del nobile e  fiero  castigliano,  gli  baci  la
    fronte   che   era  ancora  tiepida,   raccolse  sospirando  la  spada
    sanguinante,  e si scagli nella mischia,  urlando con  una  voce  che
    aveva un singhiozzo strozzato:
    - A me, uomini del mare!...
    La lotta ferveva ancora con estremo furore entro il forte.
    Sugli  spalti,  sulle  torri,  nei corridoi,  nelle camerate e perfino
    nelle casematte, gli spagnoli combattevano colla rabbia che infonde la
    disperazione.  Il vecchio e valoroso comandante di Gibraltar e tutti i
    suoi  ufficiali  erano  stati  uccisi,  ma gli altri non s'arrendevano
    ancora.
    La strage dur un'ora,  durante  la  quale  quasi  tutti  i  difensori
    caddero  attorno  alla  bandiera  della patria lontana,  piuttosto che
    cedere le armi.
    Mentre i filibustieri dell'Olonese occupavano il forte,  il Basco  con
    un'altra  grossa  sortita  assaliva  l'altro  che  era  poco  lontano,
    costringendo i difensori alla resa, dopo d'aver promesso loro salva la
    vita.
    Alle due,  quell'aspra battaglia cominciata al mattino era  terminata,
    ma  quattrocento spagnoli e centoventi filibustieri giacevano estinti,
    parte nei boschi e parte intorno al forte,  cos ostinatamente  difeso
    dal vecchio Governatore di Gibraltar.










    36.
    IL GIURAMENTO DEL CORSARO NERO.

    Mentre i filibustieri,  avidi di saccheggio,  si rovesciavano come una
    fiumana impetuosa sulla citt ormai indifesa,  per impedire che  tutta
    la  popolazione  fuggisse  nei  boschi,  portando  seco  le  cose  pi
    preziose, il Corsaro Nero,  Carmaux,  Wan Stiller e Moko rimuovevano i
    cadaveri  ammonticchiati  nell'interno  del  forte,  colla speranza di
    trovare fra di loro anche il Governatore di  Maracaybo,  l'odiato  Wan
    Guld.
    Orribili  scene si presentavano ad ogni passo,  dinanzi ai loro occhi.
    Vi erano mucchi di morti dovunque,  orribilmente deformati da colpi di
    sciabola e di spada,  e colle braccia tronche, o coi petti squarciati,
    o col cranio spaccato,  orrende ferite dalle quali  sfuggivano  ancora
    getti  di  sangue  che correvano gi per gli spalti o per le gradinate
    delle casematte, formando delle pozze esalanti acri odori.
    Si vedevano alcuni che avevano ancora conficcate nelle carni  le  armi
    che li avevano spenti; altri che stringevano ancora gli avversari, coi
    denti  confitti  nella  gola di questo o di quello ed altri ancora che
    stringevano,  con un ultimo spasimo,  la spada o la  sciabola  che  li
    aveva  vendicati.  Di  quando  in  quando,  in  mezzo a quei cadaveri,
    s'alzava un gemito e qualche ferito,  rimuovendo  a  grande  stento  i
    vicini,  mostrava il suo volto pallido,  o lordo di sangue,  chiedendo
    con voce fioca un sorso d'acqua.
    Il Corsaro,  che nessun odio conservava contro  gli  spagnoli,  quando
    udiva  qualche  ferito,  s'affrettava  a  sbarazzarlo dai morti che lo
    circondavano ed aiutato da Moko e  dai  due  filibustieri  lo  portava
    altrove, incaricando l'uno o l'altro di prodigargli le prime cure.
    Avevano gi rimossi tutti quei disgraziati, quando giunti in un angolo
    del  cortile  interno,  dove  si  vedeva  un  altro gruppo di cadaveri
    composto di spagnoli e di corsari, udirono alzarsi una voce che a loro
    pareva nota.
    - Per mille pesci-cani!...  - esclam Carmaux,  - io ho  udito  ancora
    questa voce leggermente nasale!...
    - Anch'io - conferm Wan Stiller.
    - Che sia del mio compatriota Darlas?
    - No, - disse il Corsaro. - E' la voce d'uno spagnolo.
    - "Agua,  caballeros.!...  Agua.!..." - si udiva chiedere,  sotto quel
    gruppo di morti.
    - Tuoni d'Amburgo!...  -  esclam  Wan  Stiller.  -  E'  la  voce  del
    catalano!...
    Il   Corsaro   e  Carmaux  si  erano  slanciati  innanzi,   rimuovendo
    rapidamente i cadaveri.  Una  testa  imbrattata  di  sangue,  poi  due
    braccia lunghe e magre comparvero, quindi un corpo lunghissimo coperto
    da una corazza di pelle, del pari imbrattata di sangue e di spruzzi di
    materia cerebrale.
    - "Carrai"!...  - esclam quell'uomo,  vedendo il Corsaro e Carmaux. -
    Ecco davvero una bella fortuna che giunge inaspettata.
    - Tu!... - esclam il Corsaro.
    - Ehi!... catalano del mio cuore! - grid Carmaux, lietamente.  - Sono
    ben  contento,  compare,  di  rivederti  ancora  vivo.  Spero  che non
    t'avranno guastato troppo il tuo magro corpo.
    - Dove sei ferito? - gli chiese il Corsaro, aiutandolo ad alzarsi.
    - Mi hanno dato un colpo di sciabola su d'una spalla ed un  altro  sul
    viso,  ma sia detto senza offendervi, il Corsaro che mi ha conciato in
    tal  modo,   l'ho  infilzato  come  un  capriolo.   Vi   giuro   per,
    "caballeros", che sono lieto di rivedervi vivi.
    - Credi che siano pericolose le tue ferite?
    -  No,  signore.  Mi hanno per causato un dolore cos vivo,  da farmi
    cadere svenuto. Da bere, signore, un sorso solo...
    - Prendi, compare,  - disse Carmaux,  porgendogli una fiaschetta piena
    d'acqua mescolata a dell'"aguardiente". - Questa ti rinvigorir.
    Il catalano,  che si sentiva rodere dalla febbre, la vuot avidamente,
    poi guardando il Corsaro Nero gli disse:
    - Voi cercavate il Governatore di Maracaybo,  vero?
    - S, - rispose il Corsaro. - L'hai veduto?
    - Eh!... Signore,  voi avete perduta l'occasione d'impiccarlo ed io di
    rendergli venticinque legnate.
    - Cosa vuoi dire? - chiese il Corsaro, con voce sibilante.
    -  Che  quel  furfante,  prevedendo  forse  la vostra vittoria,  non 
    approdato qui.
    - Dov' andato dunque?
    - Da uno dei suoi soldati che lo accompagnavano e che  qui  venne,  ho
    saputo che Wan Guld si  fatto condurre,  dalla caravella del conte di
    Lerma,  sulle coste orientali del lago,  per  sfuggire  alla  crociera
    delle  vostre  navi  e che  andato ad imbarcarsi a Coro,  dove sapeva
    trovarsi un veliero spagnolo.
    - E dove andr?
    - A Porto Cavallo, dove ha le sue possessioni e dei parenti.
    - Sei certo di questo?
    - Certissimo, signore.
    - Morte e dannazione!  -  url  il  Corsaro,  con  voce  terribile.  -
    Sfuggirmi ancora,  quando credevo di averlo raggiunto! Sia! Fugga pure
    anche all'inferno,  ma il Corsaro Nero andr a scovarlo anche  laggi!
    Dovessi  dar  fondo  alla mia ricchezza,  andr a trovarlo anche sulle
    coste dell'Honduras, lo giuro su Dio!
    - Ed io vi accompagner,  signore,  se non vi  dispiace,  -  disse  il
    catalano.
    - S,  tu verrai,  giacch il nostro odio per quell'uomo  eguale. Una
    domanda ancora.
    - Parlate, signore.
    - Credi che sia possibile inseguirlo?
    - A quest'ora si sar imbarcato e,  prima che voi possiate giungere  a
    Maracaybo, la sua nave avr raggiunte le coste di Nicaragua.
    - Sia pure,  fugga,  ma quando saremo tornati alla Tortue, organizzer
    tale spedizione che mai ne avranno veduta una  eguale  nel  Golfo  del
    Messico.  Carmaux,  Wan Stiller, incaricatevi di questo uomo: l'affido
    alle vostre cure,  e tu  Moko  seguimi  in  citt.  Bisogna  che  veda
    l'Olonese.
    La citt che i corsari avevano invasa, senza quasi trovare resistenza,
    offriva uno spettacolo non meno desolante dell'interno del forte.
    Il  saccheggio  ferveva  in tutte le case.  Dovunque si udivano ancora
    urla d uomini, pianti di donne, strilli di fanciulli, bestemmie, grida
    feroci, colpi d arma da fuoco.
    Torme di cittadini fuggivano per le vie,  cercando di salvare le  cose
    pi preziose,  inseguiti dai corsari e dai bucanieri. Risse sanguinose
    scoppiavano ovunque fra i saccheggiatori ed i disgraziati abitanti,  e
    dei  cadaveri  venivano  precipitati dalle finestre a sfracellarsi sul
    selciato.
    Talvolta s'alzavano anche delle urla strazianti,  emesse probabilmente
    dai  notabili  della  citt sotto i tormenti inflitti loro dai corsari
    per costringerli a confessare dove avevano nascoste le loro ricchezze,
    poich quei tremendi scorridori del mare,  pur di avere dell'oro,  non
    si arrestavano dinanzi mezzi pi estremi.
    Alcune  case,  gi vuotate,  ardevano,  spandendo all'intorno una luce
    sinistra  e  lanciando  in  alto  nembi  di  scintille,  col  pericolo
    d'incendiare l'intera citt.
    Il  Corsaro,  abituato  a  quelle scene che aveva gi veduto ripetersi
    nelle Fiandre, non s'impressionava, pure s'affrettava a passare oltre,
    facendo un gesto di disgusto.
    Giunto sulla piazza centrale,  in mezzo ad una banda  di  filibustieri
    che   avevano   col  radunati  numerosi  cittadini,   vide  l'Olonese
    affaccendato a far pesare l'oro che  i  suoi  uomini  continuavano  ad
    accumulare, giungendo da tutte le parti.
    - Per le sabbie d'Olonne...  - esclam il filibustiere, scorgendolo. -
    Credevo che tu fossi gi partito da Gibraltar od occupato ad appiccare
    Wan Guld. Toh!... Non mi sembri contento, cavaliere.
    - E' vero, - rispose il Corsaro.
    - Quali nuove adunque?
    - Wan Guld a quest'ora naviga verso le coste di Nicaragua.
    - Lui!...  Fuggito ancora!...  E' il diavolo  costui?  Per  le  sabbie
    d'Olonne!... E' vero quanto mi dici?...
    - S, Pietro. Egli va a rifugiarsi nell'Honduras.
    - E tu che pensi di fare?
    -  Venivo  a  dirti  che  io ritorno alla Tortue per riorganizzare una
    spedizione.
    - Senza di me!... Ah!... Cavaliere!
    - Verrai?
    - Te lo prometto.  Fra qualche giorno partiremo ed appena tornati alla
    Tortue  raduneremo  una nuova flotta per andare a scovare quel vecchio
    birbante.
    - Grazie, Pietro, conto su te.

    Tre  giorni  dopo  i  filibustieri,   terminato  il   saccheggio,   si
    imbarcavano  sulle  numerose scialuppe mandate loro dalla squadra,  la
    quale non aveva lasciata l'estremit del lago.
    Portavano con loro oltre  duecento  prigionieri  dai  quali  contavano
    ricavare presto o tardi dei buoni riscatti, grandi quantit di viveri,
    di  merci  e  oro  pel  valore enorme di duecentosessantamila piastre,
    somma che in poche settimane doveva venire interamente consumata  alla
    Tortue, in banchetti ed in feste.
    La  traversata  del  lago  si comp senza incidenti,  e all'indomani i
    corsari salivano a bordo dei loro legni veleggiando  verso  Maracaybo,
    essendo   loro   intenzione   visitare  nuovamente  quella  citt  per
    taglieggiarla una seconda volta se era possibile.
    Il Corsaro Nero ed i suoi compagni avevano preso  imbarco  sulla  nave
    dell'Olonese,  la  "Folgore"  essendo  stata  mandata  alla uscita del
    golfo,  per impedire una sorpresa da parte delle squadre spagnole,  le
    quali  veleggiavano  lungo  le coste del gran Golfo onde proteggere le
    numerose piazze marittime del Messico, dell'Yucatn, dell'Honduras, di
    Nicaragua e di Costa-Rica.
    Carmaux e Wan Stiller non avevano dimenticato  di  condurre  con  loro
    anche  il catalano,  le cui ferite erano state riconosciute di nessuna
    gravit.
    Come i filibustieri avevano  sospettato,  gli  abitanti  di  Maracaybo
    erano  entrati  in  citt,  colla  speranza  che  le  navi corsare non
    avrebbero gettata l'ancora una seconda volta  in  quel  porto,  sicch
    quei  disgraziati,  che avevano subito un completo saccheggio e che si
    trovavano nell'impossibilit  di  opporre  la  minima  resistenza,  si
    videro  obbligati  a  fare  un nuovo versamento di trentamila piastre,
    sotto pena di nuove rapine e d'un incendio generale.
    Non ancora contenti,  quegli avidi approfittarono della nuova  fermata
    per  mettere  a  ruba  le chiese,  privandole degli arredi sacri,  dei
    quadri, dei crocifissi e perfino delle campane,  onde provvedere a una
    cappella che contavano d'innalzare alla Tortue!...
    Nel pomeriggio dello stesso giorno per la squadra corsara abbandonava
    definitivamente   quei  paraggi,   veleggiando  frettolosamente  verso
    l'uscita del golfo.
    Il tempo era diventato minaccioso e tutti avevano fretta  di  lasciare
    quelle coste pericolose.
    Dalla parte della Sierra di Santa Maria, dei neri nuvoloni s'alzavano,
    minacciando  d'oscurare  il  sole prossimo al tramonto e di estendersi
    sul mare, mentre la brezza si tramutava in vento forte.
    Morgan, scorto il segnale e veduti i fanali della squadra, aveva messa
    la prora verso l'entrata del Golfo.  In quattro bordate la rapida nave
    del  Corsaro  accost  la  scialuppa ed imbarc il suo comandante ed i
    suoi amici.
    Appena il Corsaro mise piede sul ponte, un urlo immenso lo accolse.
    - Viva il nostro comandante!
    Il Corsaro,  seguito da Carmaux e da Wan Stiller,  che sorreggevano il
    catalano,  attravers  la  sua  nave  fra due ali di marinai,  e mosse
    rapidamente verso una bianca figura che era apparsa  sulla  scala  del
    quadro.
    Una esclamazione di gioia era uscita dalle labbra del fiero uomo:
    - Voi, Honorata!...
    -  Io,   cavaliere,   -  rispose  la  giovane  fiamminga,  muovendogli
    rapidamente incontro. - Quale felicit nel rivedervi ancora vivo!
    In quell'istante un lampo abbagliante ruppe la profonda  oscurit  che
    regnava  sul  mare,  seguito da un lontano rullio.  A quell'improvvisa
    luce  che  aveva  mostrate  le  adorabili  sembianze   della   giovane
    fiamminga, un grido era sfuggito dalle labbra del catalano.
    - Lei!... La figlia di Wan Guld qui!... Gran Dio!...
    Il Corsaro,  che stava per precipitarsi incontro alla duchessa, si era
    arrestato,   poi  volgendosi  impetuosamente  verso  il  catalano  che
    guardava la giovane con due occhi smarriti,  gli chiese con un tono di
    voce che pareva pi nulla avesse di umano:
    - Hai detto?... Parla... o t'uccido!...
    Il catalano non  rispose.  Curvo  innanzi,  guardava  in  silenzio  la
    giovane  che  retrocedeva  lentamente,  barcollando,  come  se  avesse
    ricevuto un colpo di pugnale al cuore.
    Per alcuni istanti un profondo silenzio regn sul  ponte  della  nave,
    rotto   solo  dai  cupi  muggiti  delle  onde.   I  centoventi  uomini
    dell'equipaggio non fiatavano pi concentrando la loro attenzione  ora
    sulla giovane che continuava a indietreggiare ed ora sul Corsaro,  che
    teneva il pugno teso verso il catalano.
    Tutti presentivano una tremenda tragedia.
    - Parla!  - ripet ad un tratto il Corsaro,  con voce  strangolata.  -
    Parla!...
    - Costei...   la figlia di Wan Guld, - disse il catalano, rompendo il
    silenzio che regnava sulla nave.
    - La conoscevi?
    - S.,.
    - Giura che  lei...
    - Giuro...
    Un  vero  ruggito  era  uscito  dalle  labbra  del  Corsaro   Nero   a
    quell'affermazione  solenne.  Fu  veduto  ripiegarsi  lentamente su s
    stesso,  come fosse stato percosso da un colpo di mazza,  fin quasi  a
    toccare il ponte, ma ad un tratto si rialz con uno scatto di tigre.
    La sua voce rauca echeggi fra i fragori delle onde.
    - Ho giurato, la notte che io solcavo queste acque, portando con me il
    cadavere  del Corsaro Rosso.  Sia maledetta quella notte fatale che mi
    uccide la donna che amo!...
    - Comandante, - disse Morgan, avvicinandosi.
    - Silenzio,  - url il Corsaro  con  uno  scoppio  di  pianto.  -  Qui
    comandano i fratelli miei!
    Un  brivido  di  superstizioso  terrore  aveva fatte vibrare le membra
    dell'equipaggio.  Tutti gli occhi si erano volti verso  il  mare,  che
    scintillava,  come  la  notte  in  cui il Corsaro aveva pronunciato il
    terribile  giuramento,  credendo  di  veder  sorgere,   fra  i  flutti
    tempestosi,  i  cadaveri  dei due Corsari che erano col stati sepolti
    negli abissi.
    La giovane fiamminga continuava intanto a indietreggiare,  colle  mani
    strette  attorno ai capelli che il vento scompigliava ed il Corsaro la
    seguiva passo passo, cogli occhi sfolgoranti.  Entrambi non parlavano,
    come se la loro voce fosse repentinamente spenta.
    I  filibustieri,  muti,  immobili,  terrorizzati  da quella scena,  li
    seguivano cogli sguardi.  Anche Morgan non aveva pi osato  accostarsi
    al comandante.
    Ad  un tratto la giovane giunse sull'orlo della scaletta che conduceva
    nel quadro. S'arrest un istante, facendo con ambo le mani un gesto di
    muta disperazione, poi scese a ritroso, sempre seguita dal Corsaro.
    Quando giunsero nel salotto, la giovane duchessa s'arrest nuovamente,
    poi parve che l'energia che fino allora l'aveva sostenuta,  tutto d'un
    tratto le mancasse, poich si lasci cadere di peso su di una sedia.
    Il  Corsaro,  chiusa  la porta,  le aveva gridato,  con voce rotta dai
    singhiozzi:
    - Disgraziata!...
    - S, - mormor la giovane, con voce semispenta. - Disgraziata!...
    Successe un breve silenzio, rotto solamente dai singhiozzi sordi della
    fiamminga.
    - Maledizione al giuramento!...  - riprese il Corsaro con un impeto di
    disperazione.  -  Voi..  La  figlia di Wan Guld,  di colui a cui io ho
    giurato odio eterno!... Figlia del traditore che ha assassinati i miei
    fratelli!... Dio!... Dio!... E' spaventevole!...
    S'interruppe nuovamente, poi continu con esaltazione:
    - Ma non sapete voi dunque che  io  ho  giurato  di  sterminare  tutti
    coloro  che  avrebbero  avuto la sfortuna di appartenere alla famiglia
    del mio mortale nemico?  Io l'ho giurato la notte in  cui  abbandonavo
    fra  le  onde  il  cadavere  del mio terzo fratello,  spento da vostro
    padre,  e Dio,  il mare,  i miei uomini sono stati testimoni  di  quel
    fatale giuramento,  che ora coster la vita alla sola fanciulla che io
    abbia amata, perch voi... signora... morrete!...
    - Ebbene,  - diss'ella.  - Uccidetemi!  Il destino ha voluto  che  mio
    padre  divenisse traditore e assassino...  uccidetemi,  ma voi,  colle
    vostre mani. Morr felice, colpita dall'uomo che immensamente amo.
    - Io!... - esclam il Corsaro, indietreggiando con spavento.  - Io!...
    No... no... colpire voi.... No, non v'uccider... guardate!
    Aveva  afferrata  la giovane per un braccio e l'aveva trascinata verso
    l'ampia finestra che guardava sul tribordo.
    Il mare scintillava allora,  come se getti di bronzo fuso o  di  zolfo
    liquido scorressero sotto le onde, mentre sul fosco orizzonte, gravido
    di nubi, balenava di tratto in tratto qualche lampo.
    -  Guardate,  -  disse  il Corsaro con maggior esaltazione.  - Il mare
    scintilla,  come la notte che ho lasciato cadere nel  seno  di  questi
    flutti i cadaveri dei miei fratelli,  le vittime di vostro padre. Essi
    sono l, mi spiano, guardano la mia nave... vedo i loro occhi fissi su
    di me...  chiedono vendetta...  vedo i loro cadaveri oscillare fra  le
    onde,  perch  sono  tornati  a galla e vogliono che io adempia il mio
    giuramento. Fratelli! S... sarete vendicati...  ma io ho amata questa
    donna... vegliate su di lei... io l'ho amata!... Io l'ho amata!...
    Uno  scoppio  di pianto aveva spenta la sua voce,  che in quel momento
    pareva quella d'un pazzo  o  d'un  delirante.  Si  era  curvato  sulla
    finestra e guardava le onde che s'accavallavano,  muggendo sordamente.
    Forse nella sua disperazione gli sembrava di vedere emergere  i  corpi
    ischeletriti del Corsaro Rosso e del Corsaro Verde.
    Ad un tratto si volse verso la giovane,  che gli era sfuggita di mano.
    Ogni traccia di dolore era scomparsa dal suo volto.  Il  Corsaro  Nero
    diventava   ancora   il  terribile  scorridore  del  mare,   dall'odio
    implacabile.
    - Preparatevi a morire,  signora,  - le  disse  con  voce  lugubre.  -
    Pregate Dio ed i miei fratelli di proteggervi. Vi attendo sul ponte.
    Lasci  il  salotto  con passo fermo,  senza volgersi,  sal la scala,
    attravers la tolda e s'iss sul ponte di comando.
    Gli uomini dell'equipaggio non si erano mossi. Solamente il timoniere,
    ritto sul cassero,  guidava la "Folgore" verso il  nord,  seguendo  le
    navi filibustiere, i cui fanali brillavano in lontananza.
    -  Signore,  -  disse  il  Corsaro,  avvicinandosi  a  Morgan.  - Fate
    preparare un canotto e calatelo in mare.
    - Che cosa volete fare, comandante? - chiese il secondo.
    - Mantenere  il  mio  giuramento,  -  rispose  il  Corsaro,  con  voce
    semispenta.
    - Chi scender nella scialuppa?...
    - La figlia del traditore.
    - Signore!...
    - Silenzio: i miei fratelli ci guardano.  Obbedite!...  Qui, su questo
    legno, comanda il Corsaro Nero!...
    Nessuno per si era mosso per obbedirlo: quell'equipaggio,  formato di
    uomini  fieri  quanto  il  loro  capo,  che  avevano  combattuto cento
    battaglie con un  coraggio  disperato,  in  quel  supremo  momento  si
    sentivano  come  inchiodati  sulle tavole del vascello,  da un terrore
    invincibile.
    La voce del Corsaro Nero, che era diventata stridula, risuon di nuovo
    sul ponte di comando, con un tono gravido di minaccia.
    - Obbedite, uomini del mare!...
    Il mastro d'equipaggio usc dalle file, facendo cenno ad alcuni uomini
    di seguirlo e cal in mare, sotto la scala di tribordo, una scialuppa,
    facendovi gettare entro dei viveri,  avendo  ormai  compreso  ci  che
    voleva fare il Corsaro della disgraziata figlia di Wan Guld.
    Aveva  appena  terminato,  quando si vide uscire dal quadro la giovane
    fiamminga.
    Era ancora vestita di bianco ed aveva i biondi capelli  sciolti  sulle
    spalle. All'equipaggio parve un fantasma.
    La giovane attravers la tolda della nave senza pronunciare una parola
    e come se sfiorasse appena appena il tavolato. Camminava per diritta,
    risoluta senza esitazioni.
    Quando  giunse  presso  la  scaletta,  dove  il mastro d'equipaggio le
    indicava la scialuppa,  che le onde spingevano contro i fianchi  della
    nave,  facendo risuonare sordamente coi suoi colpi la stiva, s'arrest
    un istante, poi si volse verso poppa guardando il Corsaro, la cui nera
    figura spiccava sinistramente sul fondo del cielo illuminato da vividi
    lampi.
    Guard per alcuni secondi  il  fiero  nemico  di  suo  padre,  che  si
    manteneva  ritto  sul  ponte  di  comando,  colle braccia strettamente
    incrociate, gli fece colla mano un gesto d'addio,  poi scese rapida la
    scala e balz nella scialuppa.
    Il mastro aveva ritirata la corda senza che il Corsaro avesse fatto un
    gesto per trattenerlo.
    Un grido era sfuggito dalle labbra dell'intero equipaggio.
    - Salvatela!...
    Il  Corsaro  non  rispose.  Si  era curvato sulla murata e guardava la
    scialuppa che le  onde  spingevano  rapidamente  al  largo,  facendola
    oscillare spaventosamente.
    Soffiava forte il vento allora e nella profondit del cielo guizzavano
    vividi lampi,  mentre allo scrosciare delle onde si univa il rombo dei
    tuoni.
    La scialuppa s'allontanava sempre.  A  prora  si  vedeva  spiccare  la
    bianca figura della giovane fiamminga. Teneva le braccia tese verso la
    "Folgore" ed i suoi occhi parevano fissi sul Corsaro.
    Tutto  l'equipaggio  si  era precipitato a tribordo e la seguiva cogli
    sguardi;  ma nessuno parlava.  Tutti avevano  compreso  che  qualsiasi
    tentativo per smuovere il vendicatore sarebbe stato inutile.
    Intanto la scialuppa s'allontanava sempre.  La si vedeva spiccare come
    un grosso punto nero sulle  onde  che  la  fosforescenza  ed  i  lampi
    rendevano scintillanti.  Ora si alzava sulle creste, ora spariva negli
    abissi,  poi ritornava a mostrarsi come se  un  essere  misterioso  la
    proteggesse.
    Per  alcuni  minuti  ancora  la  si  pot scorgere,  poi scomparve sul
    tenebroso orizzonte,  che dense nubi,  nere  come  se  fossero  sature
    d'inchiostro, avvolgevano.
    Quando  i filibustieri volsero gli sguardi atterriti verso il ponte di
    comando,  videro il Corsaro piegarsi  lentamente  su  se  stesso,  poi
    lasciarsi  cadere su di un cumulo di cordami e nascondere il volto fra
    le mani.  Fra i gemiti del vento ed il fragore delle onde si  udivano,
    ad intervalli, dei sordi singhiozzi.
    Carmaux  si  era avvicinato a Wan Stiller e,  indicandogli il ponte di
    comando, gli disse con voce triste:
    - Guarda lass: il Corsaro Nero piange!...

    FINE
