



    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di Reclusione - Opera)




    Emilio Salgari.
    I PIRATI DELLA MALESIA.


    Introduzione di Annalisa Pomilio.

    Copyright EDIZIONI PAOLINE, 1988.
    Su concessione EDIZIONI PAOLINE.



    INDICE.

    Introduzione, di Annalisa Pomilio: pagina 4.

    PARTE PRIMA. LA TIGRE DELLA MALESIA.

    1. Il naufragio della Young-India: pagina 13.
    2. I pirati della Malesia: pagina 24.
    3. La Tigre della Malesia: pagina 33.
    4. Un terribile dramma: pagina 44.
    5. La caccia all'Helgoland: pagina 58.
    6. Da Mompracem a Sarawak: pagina 69.
    7. L'Helgoland: pagina 84.
    8. La baia di Sarawak: pagina 97.
    9. La battaglia: pagina 108.

    PARTE SECONDA. IL RAJAH DI SARAWAK.

    1. La taverna cinese: pagina 126.
    2. Una notte in prigione: pagina 136.
    3. Il rajah James Brooke: pagina 145.
    4. Sotto i boschi: pagina 155.
    5. Narcotici e veleni: pagina 163.
    6. Tremal-Naik: pagina 177.
    7. La liberazione di Kammamuri: pagina 191.
    8. Yanez in trappola: pagina 203.
    9. Lord James Guillonk: pagina 211.
    10. Nel cimitero: pagina 223.
    11. Il combattimento: pagina 235.
    12. La resurrezione di Tremal-Naik: pagina 247.
    13. Le due prove: pagina 263.
    14. La rivincita del rajah Brooke: pagina 281.
    15. A bordo del Realista: pagina 305.
    16. La nave dei forzati: pagina 318.
    17. La rivolta: pagina 336.
    18. Il naufragio: pagina 358.
    19. Salvi!: pagina 374.
    20. La strage dei forzati: pagina 388.
    21. Lo yacht di lord James: pagina 406.
    22. Il governatore di Sedang: pagina 416.
    23. La fuga del principe Hassin: pagina 431.
    24. La sconfitta di James Brooke: pagina 442.

    CONCLUSIONE: pagina 451.
    INTRODUZIONE.

    Emilio Salgari, creatore di miti.

    Figlio di un modesto commerciante di  tessuti,  il  capitano  Emilio
    Salgari  non  fu  mai  capitano:  dovette  infatti ritirarsi dal Regio
    Istituto tecnico e nautico Paolo Sarpi di Venezia,  dopo due  anni  di
    frequenza in cui aveva riportato ottimi voti in italiano,  geografia e
    storia,  ma 2 in navigazione,  2 in astronomia e 3  in  trigonometria.
    Questo  clamoroso  insuccesso  scolastico non gli imped per di farsi
    chiamare capitano tutta la vita,  sfidando addirittura in duello  il
    giornalista  Biasioli,  che  in  un  articolo  sul quotidiano veronese
    "L'Adige" aveva osato ironizzare sul titolo che Salgari si attribuiva.
    Non  che uno dei tanti  capitoli  della  mitografia  salgariana;  s,
    perch il nostro scrittore fu,  sempre,  un mirabile creatore di miti:
    letterari, senz'altro,  ma prima ancora biografici,  in un percorso di
    vita  in  cui  realt  e  fantasia  si  intrecciano indissolubilmente:
    Salgari,  cui la natura aveva elargito pochino  in  altezza  (superava
    appena  il metro e mezzo),  si identifica strettamente con la possente
    Tigre della Malesia (Io  sono  schiavo  e  compagno  di  Sandokan,
    scrive enigmaticamente tra i suoi appunti).
    E  ancora:  lo  scrittore  si  vant  sempre di aver compiuto infiniti
    viaggi per mare, in tutti i paesi pi lontani e sconosciuti, e di aver
    tratto da essi il materiale per i suoi romanzi;  invece  di  mondo  ne
    vide  proprio  poco:  se  si  esclude il viaggio sulla nave mercantile
    "Italia  Una",   che   faceva   servizio   sulle   rotte   commerciali
    dell'Adriatico  - tre mesi di navigazione,  forse in qualit di mozzo,
    toccando la costa dalmata e Brindisi,  il porto pi lontano -,  la sua
    vita  si  svolse tutta fra la tranquilla Verona,  Genova e Torino.  Ma
    andiamo per ordine.
    Tarchiatello,  le gambe leggermente arcuate,  il naso schiacciato  al
    vertice,  i  neri occhi lampeggianti d'intelligenza e di ardire (cos
    lo descrive nel 1928,  Ruggero Giannelli,  direttore del giornale  "La
    Nuova  Arena"),  Salgari  era nato a Verona il 21 agosto del 1862.  Il
    padre,  lo abbiamo detto,  commerciava in tessuti,  ma Emilio era nato
    con la passione del mare.  A sedici anni  a Venezia,  dove comincia a
    scrivere  mirabolanti  avventure  marinaresche  e  frequenta,   con  i
    risultati che sappiamo,  l'Istituto Nautico. In quello stesso anno, il
    1880, compie il suo unico viaggio per mare, ma se ne attribuisce molti
    altri,  popolati di avventure,  e  altri  ancora  gliene  ascrivono  i
    fantasiosi biografi,  quasi a rincalzare il suo mito personale,  in un
    gioco di specchi che ha reso pi difficile  sfrondare  la  vita  dello
    scrittore dalle incrostazioni posticce.
    Giungiamo cos al 1883,  l'anno della "Tigre della Malesia". Preceduto
    da un battage  pubblicitario  imponente  e  insolito  in  quegli  anni
    (Verona fu tappezzata,  in tre riprese,  da manifesti in cui compariva
    prima solo l'immagine di una tigre,  poi la scritta La Tigre sta  per
    arrivare, infine La Tigre  arrivata. Leggete "La Nuova Arena"), il
    romanzo  fu pubblicato a puntate sul quotidiano veronese,  riscuotendo
    immediato successo.  Unico compenso per lo scrittore: un'enorme  torta
    sormontata da una tigre di zucchero.  Ma intanto Sandokan, destinato a
    popolare i sogni di generazioni di ragazzi, era nato.


    La vita maledetta di uno scrittore.

    ...Aida,  fino ad oggi tutte le follie di cui un uomo  capace le  ho
    provate  (...).  Ma un giorno ho veduta voi,  e in me si  operato uno
    strano cambiamento: ho sentito come il bisogno di amare,  ma realmente
    amare  fuori  dalle tempeste in cui ero fin a ieri vissuto.  L'Aida
    alla quale Emilio rivolge le sue parole appassionate    Ida  Peruzzi,
    una  giovane  attrice  dilettante  di  cui  lo  scrittore  si  era gi
    occupato,   come  giornalista,   in  una   recensione   sulle   pagine
    dell'"Arena".  Ida    la  donna  destinata a diventare sua moglie,  a
    consumarsi  fino  alla  follia   accanto   a   quest'uomo   difficile,
    imprigionato   dai   suoi   sogni,   e  a  dargli  quattro  figli  che
    perpetueranno  caparbiamente  il  mito  del  padre  e  ne  ripeteranno
    tragicamente il destino.
    Ida  ed  Emilio  si sposarono nel 1892,  e un anno dopo nacque la loro
    primogenita, Fatima (morir di tisi a soli ventitr anni). La famiglia
    si trasfer quindi a Torino,  dove Salgari aveva  trovato  un  impiego
    stabile  presso  la  casa  editrice  Speirani  che,  oltre  ai  libri,
    pubblicava una  serie  di  riviste  per  ragazzi  alle  quali  Salgari
    cominci a collaborare.  Sono anni abbastanza sereni, interrotti dalla
    proposta dell'editore Donath di trasferirsi a Genova.  In questa citt
    nacque  "Il  Corsaro  Nero",  una  delle  pi  straordinarie  creature
    salgariane;  qui,  soprattutto,  lo scrittore ebbe la  possibilit  di
    arricchire  il suo repertorio di avventure marinaresche con i racconti
    che raccoglieva interrogando, ogni giorno, i marinai del porto.
    All'inizio del '900  Salgari  torn  con  la  famiglia  nel  capoluogo
    subalpino, stabilendosi in una tranquilla casa del borgo periferico di
    Madonna del Pilone.  Furono gli anni pi frenetici della sua attivit:
    scriveva,  scriveva e scriveva,  pubblicando spesso i suoi  libri  con
    pseudonimi  per  aggirare  i contratti con gli editori,  nel difficile
    tentativo di rimpinguare le  entrate.  Dopo  la  nascita  dei  quattro
    vivacissimi   figlioli,   Ida   cominci  a  dare  i  primi  segni  di
    quell'esaurimento nervoso che l'avrebbe portata  in  manicomio.  E  le
    bocche  da sfamare erano tante (c'era anche la madre di Ida).  Salgari
    dovette lottare per mantenere il suo tenore di vita nei limiti  di  un
    decoro piccolo borghese.
    Nella lettera che indirizz ai figli prima del suicidio,  scrisse: Io
    spero che i  milioni  di  miei  ammiratori,  che  per  tanti  anni  ho
    divertiti  ed  istruiti,  provvederanno  a voi.  Non vi lascio che 150
    lire,  pi un credito di 600 lire (...).  Fatemi seppellire per carit
    essendo completamente rovinato.  Ma - si sono chiesti i suoi biografi
    -  poi vero che Salgari guadagnasse cos poco? Agli inizi del '900 la
    casa editrice genovese Donath gli aveva  assicurato  un  contratto  di
    4000  lire  annuali,  ed  altri soldi li guadagnava con i romanzi e le
    novelle  pubblicati  qua  e  l  sotto  pseudonimi.   Nel  1906  pass
    all'editore Bemporad di Firenze con un contratto annuale di 8000 lire.
    E'  poco,  se pensiamo all'enorme pubblico che divorava i suoi scritti
    (Salgari rifiut sempre di avvalersi della legge sui diritti  d'autore
    recentemente  varata  preferiva  guadagnare di meno,  pur di intascare
    subito le somme che gli spettavano),  ma  non    la  povert.  Questi
    guadagni  tuttavia  gli  si  scioglievano tra le mani come neve ed era
    sempre costretto a chiedere anticipi agli editori.
    Eccoci all'ultimo atto della vicenda  Salgari:  dopo  il  ricovero  in
    manicomio  dell'amatissima  moglie,  trovatosi  privo  di appoggio nel
    provvedere al futuro dei quattro  figli,  il  capitano  cede:    il
    suicidio  col  rasoio,  nel boschetto dove tante volte aveva portato i
    suoi ragazzi a giocare ai pirati.  Lo trov una lavandaia,  la  sera
    del 25 aprile 1911.
    Un  atto  di  follia?  di  disperazione?  Su  questo  suicidio si sono
    arrovellati a lungo i biografi,  i lettori degli appassionati romanzi,
    gli  stessi  figli  di Salgari,  impegnati a perpetuare la memoria del
    padre scrittore e a farlo apparire  eroico  come  i  suoi  personaggi.
    Fioriscono,  cos,  le  improbabili  avventure  della  sua  vita - che
    nessuna ricostruzione storica  riuscita ad avallare  -  e  i  romanzi
    scritti  dai  figli  e  dagli amici con la dicitura,  di dubbio valore
    filologico, su trama di Emilio Salgari. Lasciati soli in balia di se
    stessi,  sulle  soglie  dell'adolescenza,  Nadir,  Romero  e  Omar  si
    impegolarono  in liti giudiziarie con le case editrici e portarono per
    tutta la vita il segno della dolorosa tragedia  dalla  quale  la  loro
    famiglia  era  stata  travolta.  Due  di essi finirono suicidi come il
    padre.


    Sandokan e Il Corsaro Nero .

    Dal 1883 (l'anno in cui usc "La tigre della Malesia") al 1911 Salgari
    scrisse innumerevoli  novelle  e  centodue  romanzi  (sicuri:  ch  la
    bibliografia  salgariana    quanto  mai  intricata).  Una  produzione
    imponente, concentrata in pochi anni.
    Ma in che modo scriveva  Salgari?  Contrariamente  a  quanto  potremmo
    pensare,  era estremamente metodico. Ci sono giunti numerosi canovacci
    nei quali  abbozzata  l'ambientazione  dei  romanzi,  la  successione
    degli  avvenimenti,  la  suddivisione  in  capitoli.  Lavorava con una
    minuzia che fa intravvedere l'artigiano della  penna,  seduto  al  suo
    tavolino zoppicante,  intento a vergare, senza cancellature, pagine su
    pagine con un inchiostro da lui stesso fabbricato.
    Ci  giunto - prezioso - il canovaccio della "Tigre della Malesia", il
    suo primo grande successo.  Nell'idea iniziale del libro,  Sandokan  
    destinato al suicidio,  dopo la morte dell'adorata Marianna, la Perla
    di Labuan.  Nella stesura definitiva,  invece,  la Tigre  continua  a
    lottare per il suo popolo,  pur col cuore straziato: si apre in questo
    modo il ciclo dei pirati - il pi fortunato della  vasta  produzione
    di  Salgari - che continuer nei "Pirati della Malesia",  nella "Tigre
    di Mompracem", in "Sandokan alla riscossa...".
    Nel 1899,  con "Il Corsaro Nero",  vede la luce un altro grande  eroe.
    Campione  della vendetta e dell'amore impossibile,  anche il pallido e
    aristocratico Corsaro Nero,  innamorato della figlia del  suo  mortale
    nemico e uccisore dei suoi fratelli,  il primo di una serie di grande
    successo:  "La  Regina  dei  Caraibi",  "Jolanda la Figlia del Corsaro
    Nero" e "Il Figlio del Corsaro Rosso".
    Accanto a Sandokan e al Corsaro Nero si muove una folla di  personaggi
    animati  da  passioni indomite o da sentimenti di devota amicizia,  di
    lealt,   di  senso   dell'onore,   in   un   ambiente   selvaggio   e
    lussureggiante,  sul quale la penna di Salgari indugia compiaciuta con
    una elencazione bizzarra di piante e animali.


    I pirati della Malesia.

    La  narrazione   salgariana      un'elementare   epica,   o   meglio
    un'elementare    introduzione    all'epica.    Quest'ultima        la
    rappresentazione  di  un  mondo  integro  e  significativo   in   ogni
    particolare,  (...)    la  " storia che non finisce mai" (...),  come
    avviene  nel  mondo  di  Salgari:  sempre  rinasce   l'avventura,   il
    combattimento  la  sconfitta  la  rivincita  la  cattura l'evasione la
    vittoria e la nuova minaccia.  Cos scrive Claudio Magri in un saggio
    su Salgari,  cogliendo bene la magia della prosa del nostro scrittore,
    la sua capacit di accumulare avventure e di portare immediatamente il
    lettore a schierarsi dalla parte dei suoi eroi.
    Anche leggendo "I pirati della Malesia" i lettori  restano  avvinti  e
    col  fiato  sospeso sotto la cascata dei colpi di scena: Sandokan si
    imbarca nella difficile impresa di far riacquistare la ragione ad Ada,
    cugina  della  sua  indimenticabile  Marianna,  e  di  restituirle  il
    fidanzato,  Tremal-Naik,  prigioniero dello sterminatore dei pirati.
    La Tigre finisce perci con lo sfidare James  Brooke,  governatore  di
    Sarawak,  il  pi  terribile avversario dei corsari,  nella sua stessa
    cittadella. Chi sar il vincitore di questo terribile duello?  Fin dal
    primo  istante,  i  lettori  non possono che schierarsi dalla parte di
    Sandokan,  il rajah spodestato dagli inglesi che,  nel suo modo cupo e
    passionale,  lotta per il suo popolo contro gli oppressori. E la Tigre
    ha davvero  tutti  i  numeri  per  riuscire:  un  coraggio  temerario,
    un'enorme forza fisica, un grande senso della lealt e dell'onore, uno
    strano e fosco fascino col quale riesce a soggiogare i suoi pirati.
    Ma  non  vogliamo  dire  troppo:  i ragazzi che si accingono a leggere
    queste pagine devono affrontare  da  soli  il  viaggio  alla  scoperta
    dell'avventura,  armati unicamente, come Salgari, della loro fantasia,
    nella quale emerger l'ultimo eroe solitario che la nostra letteratura
    ci abbia consegnato.

    ANNALISA POMILIO.




    PARTE PRIMA. LA TIGRE DELLA MALESIA.


    1. IL NAUFRAGIO DELLA YOUNG-INDIA.


    - Mastro Bill, dove siamo?
    - In piena Malesia, mio caro Kammamuri.
    - Ci vorr molto tempo prima di arrivare a destinazione?
    - Birbone, ti annoi forse?
    - Annoiarmi no,  ma ho molta fretta e mi  pare  che  la  "Young-India"
    cammini adagio.
    Mastro Bill,  un marinaio sui quarant'anni,  alto pi di cinque piedi,
    americano puro sangue,  sbirci con  occhio  torvo  il  suo  compagno.
    Questi era un bell'indiano di ventiquattro o venticinque anni, di alta
    statura,  d'una tinta molto abbronzata,  di lineamenti belli,  nobili,
    fini,  cogli orecchi adorni di pendenti e il collo di monili d'oro che
    gli ricadevano graziosamente sul nudo e robusto petto.
    -  Corpo  di un cannone!  - grid l'americano indignato.  - La "Young-
    India" cammina adagio? Questo  un insulto, maharatto mio.
    - Per chi ha fretta,  mastro Bill,  anche  un  incrociatore  che  fila
    quindici nodi all'ora va adagio.
    -  Diavolo,   cos'  tutta  codesta  fretta?   -  domand  il  mastro,
    grattandosi furiosamente  la  testa.  -  Oh,  briccone,  c'  qualche
    eredit da raccogliere?
    - Altro che eredit!... se sapeste...
    - Di', giovanotto...
    - Non ci sento da questo lato.
    -  Capisco,  tu  vuoi  fare  il  sordo.  Uhm!...  Chiss  che cosa c'
    sotto!... Quella ragazza che hai con te... Uhm!...
    - Ma!... Dite, mastro, quando arriveremo?
    - Dove?
    - A Sarawak.
    - L'uomo propone  e  Dio  dispone,  ragazzo  mio.  Potrebbe  piombarci
    addosso un tifone e sprofondarci negli abissi del mare.
    - E poi?
    - E poi potrebbero giungere addosso i pirati e mandarci al diavolo con
    due  braccia  di  corda  per  cravatta  e  un  "kriss" piantato fra le
    costole.
    - Eh! - esclam l'indiano,  facendo una smorfia.  - Ci sono dei pirati
    qui?
    - Come ci sono degli strangolatori nel tuo paese.
    - Dite davvero?
    - Guarda laggi, dritto al bompresso. Che cosa vedi?
    - Un'isola.
    - Bene, quell'isola  un nido di pirati.
    - Come si chiama?
    - Mompracem. Mette i brividi solo nominarla.
    - Davvero?
    -  Laggi,  mio  caro,  vive un uomo che ha insanguinato il mare della
    Malesia.
    - Come si chiama?
    - Porta un nome terribile. Si chiama la Tigre della Malesia.
    - Se ci assalisse, che cosa accadrebbe?
    - Un massacro generale.  Quell'uomo  ancor  pi  feroce  delle  tigri
    della jungla.
    -  E  gl'inglesi  non  vanno  a  distruggere  la  sua  orda?  - chiese
    l'indiano, sorpreso.
    - Distruggere i tigrotti di Mompracem   affare  serio  -  rispose  il
    marinaio. - Alcuni anni or sono, nel 1850, gl'inglesi con una poderosa
    flotta  bombardarono  l'isola,  la  occuparono e fecero prigioniera la
    terribile Tigre; ma, prima di arrivare a Labuan, il pirata,  non si sa
    come, scapp.
    - E ritorn a Mompracem?
    - Non subito.  Per due anni non si fece pi vedere,  poi, al principio
    del 1852,  riapparve alla testa di una nuova banda di pirati malesi  e
    dayaki   della  pi  terribile  razza.   Massacrati  i  pochi  inglesi
    stabilitisi  nell'isola,   vi  si  insediava  ricominciando   le   sue
    sanguinarie imprese.
    In quell'istante un colpo di fischietto risuon sul ponte della "Young
    India",  accompagnato  da uno sbuffo di vento fresco che fece gemere i
    tre alberi.
    - Oh! oh! - fece mastro Bill alzando vivamente la testa. - Fra poco si
    baller disperatamente.
    - Lo credete, mastro? - chiese l'indiano con inquietudine.
    - Vedo laggi una nuvola nera  coi  margini  color  di  rame  che  non
    pronostica di certo la calma.
    - Corriamo pericolo forse?
    - La "Young-India",  giovanotto mio,   un legno solido che se ne ride
    dei colpi di mare. Ors, alla manovra; le onde cominciano ad agitarsi.
    Mastro Bill non s'ingannava. Il mare della Malesia,  sino allora terso
    come un cristallo,  cominciava ad incresparsi come fosse scosso da una
    commozione sottomarina e  a  prendere  una  tinta  plumbea  che  nulla
    prometteva di buono.
    All'est,  verso la grande isola di Borneo, s'alzava una nube nera come
    il catrame,  con le frange tinte di un rosso ardente,  e a poco a poco
    oscurava  il  sole  prossimo  al  tramonto.   Per  l'aria  giganteschi
    albatros, in preda ad una viva inquietudine, svolazzavano sfiorando le
    onde ed emettendo rauche strida.
    Al primo colpo di vento era seguita una specie di calma che metteva in
    maggior apprensione gli animi dei naviganti,  poi all'est  cominci  a
    rumoreggiare il tuono.
    - Sgombrate il ponte! - grid il capitano MacClintock ai passeggeri.
    Tutti,  a malincuore,  obbedirono scendendo per i boccaporti di prua o
    di poppa.  Uno per era rimasto sul ponte,  e quest'uomo era l'indiano
    Kammamuri.
    - Ol, sgombrate! - tuon il capitano.
    -  Capitano,  -  disse  l'indiano  facendosi  innanzi con passo fermo-
    corriamo pericolo?
    - Lo saprai quando la tempesta sar cessata.
    - Bisogna che io sbarchi a Sarawak, capitano.
    - Sbarcherai, se non coliamo a picco.
    - Ma io non voglio andare a picco, mi capite. A Sarawak ho una persona
    che...
    - Ol,  mastro Bill,  levatemi dai piedi quest'uomo.  Non  questo  il
    momento di perdere tempo.
    L'indiano fu trascinato via e cacciato gi nel boccaporto di prua.
    Era  ora.  Il vento soffiava gi dall'est con grande violenza ruggendo
    su tutti i toni fra l'attrezzatura della  nave.  La  nube  nera  aveva
    preso  proporzioni  gigantesche  coprendo  quasi  interamente la volta
    celeste.  Nel suo seno brontolava incessantemente  il  tuono  correndo
    all'impazzata da levante a ponente.
    La "Young-India" era un magnifico tre-alberi che portava ancora bene i
    suoi quindici anni.  La sua costruzione leggera ma solida, lo sviluppo
    veramente enorme di vele,  lo scafo a prova di scoglio ricordavano uno
    di  quegli  audaci  violatori  di  blocco  che  ebbero  una parte cos
    importante, e che pu esser detta leggendaria, nella guerra americana.
    Partito il 26 agosto del 1856 da Calcutta con un carico di  rotaie  di
    ferro  destinato  a  Sarawak e montato da quattordici marinai,  da due
    ufficiali e da sei passeggeri,  grazie alla sua velocit  e  ai  venti
    favorevoli  era  giunto  in meno di tredici giorni nelle acque del mar
    Malese e precisamente in vista della temuta  isola  di  Mompracem,  un
    covo di pirati da cui bisognava guardarsi.
    Alle otto di sera l'oscurit era quasi completa. Il sole era scomparso
    in  mezzo  alle  nuvole  e il vento continuava a soffiare con veemenza
    estrema, ruggendo formidabilmente.
    Il mare,  agitato sino agli  estremi  limiti  dell'orizzonte,  montava
    rapidamente.  Ondate  enormi,  irte  di  spuma,  si formavano come per
    incanto cozzando  l'una  contro  l'altra  e  ricadendo,  infrangendosi
    rabbiosamente  contro  Mompracem,  la quale ergeva la sua massa cupa e
    sinistra fra le tenebre.
    La  "Young-India"  correva  bordate,   ora  lanciandosi  sulle  mobili
    montagne  a  squarciare  coi  suoi alberetti la caliginosa massa delle
    nubi,  ora precipitandosi  negli  avvallamenti  dai  quali  penava  ad
    uscire.
    I marinai scalzi, coi capelli al vento, i volti contratti, mormoravano
    in  mezzo all'acqua che non trovava sfogo sufficiente negli ombrinali.
    Comandi e bestemmie si mescolavano ai sibili della tempesta.
    Alle nove di sera il tre-alberi, sballottolato come un giocattolo, era
    nelle acque di Mompracem.
    Malgrado tutti gli sforzi di mastro Bill, che si rompeva le mani sulla
    ribolla del timone,  la "Young-India" fu trascinata tanto vicina  alla
    costa irta di scogliere,  d'isolotti madreporici e di bassi fondi,  da
    temere che vi si infrangesse contro.
    Il capitano MacClintock,  con  suo  grande  terrore,  scorse  numerosi
    fuochi  accesi  fra le sinuosit della spiaggia,  e,  al chiaror di un
    lampo,  ritto sull'estremo ciglione d'una gigantesca rupe che cadeva a
    piombo  sul  mare  scorse pure un uomo d'alta statura,  con le braccia
    incrociate sul petto, immobile fra gli elementi scatenati.
    Gli occhi di quell'uomo,  che sfolgoravano  come  carboni  accesi,  si
    fissarono  su  di  lui  in modo strano.  Gli parve anzi che alzasse un
    braccio e gli facesse un gesto  amichevole.  L'apparizione  del  resto
    dur  pochi secondi.  Le tenebre tornarono a farsi fitte e un colpo di
    vento allontan rapidamente la "Young-India" dall'isola.
    - Che il buon Dio ci salvi!  - esclam mastro  Bill,  che  aveva  pure
    scorto quell'uomo. - Quello era la Tigre della Malesia.
    La  sua  voce fu soffocata da uno scoppio spaventevole di tuono che si
    ripercosse nella profondit del cielo. Quello scoppio parve il segnale
    d'una  musica  assordante,   indescrivibile.   Lo  spazio   s'infiamm
    illuminando sinistramente il mare in tempesta.
    Le  folgori  cadevano  descrivendo  per  l'aria mille angoli bizzarri,
    mille  curve  diverse,   inabissandosi  fra   le   onde   e   roteando
    vertiginosamente attorno alla nave, seguite da scrosci spaventosi.
    Il mare,  quasi volesse gareggiare con quei tuoni, s'alz enormemente.
    Non erano pi onde,  ma montagne d'acqua scintillanti sotto la  vivida
    luce dei lampi,  che si slanciavano furiosamente verso il cielo,  come
    attratte da una forza soprannaturale,  e che  s'accavallavano  le  une
    sulle altre, cangiando forma e dimensione.
    Il vento entrava talora a far parte di quella terribile gara, ruggendo
    furiosamente e cacciando innanzi a s nembi di pioggia tiepida.
    Il  tre-alberi,  sbandato  spaventosamente  ora  sul tribordo ed ora a
    babordo, aveva un gran da fare a tenere testa agli elementi scatenati.
    Gemeva come se si lagnasse di quei formidabili colpi di  mare  che  lo
    coprivano  da  prua  a  poppa,   atterrando  l'equipaggio;   s'alzava,
    traballava, sferzava le acque col suo bompresso, veniva ora respinto a
    nord  e  ora  respinto  a  sud,  malgrado  gli  sforzi  disperati  del
    timoniere.
    Vi  erano  momenti  in  cui  i  marinai non sapevano se galleggiassero
    ancora o se stessero colando a picco,  tale era la massa  d'acqua  che
    balzava sopra le murate mezze infrante.
    Per  colmo di sventura,  a mezzanotte il vento che soffiava sempre pi
    tremendo da nord, balz improvvisamente a est.
    Non era pi possibile lottare.  Procedere col tifone  che  assaliva  a
    prua  era  tentare la morte.  Quantunque nessun approdo si presentasse
    sulla via dell'ovest,  eccettuate le temute sponde  di  Mompracem,  il
    capitano  MacClintock dovette rassegnarsi a porsi alla cappa e fuggire
    con tutta la celerit che permettevano le  poche  vele  ancor  rimaste
    spiegate.
    Due ore erano trascorse da che la "Young-India" aveva virato di bordo,
    inseguita  con  accanimento  senza pari dai marosi che pareva avessero
    giurato la sua perdita.
    I lampi erano diventati assai rari e l'oscurit  tanto  fitta  da  non
    permettere di vedere a duecento passi di distanza.
    Ad   un   tratto   agli  orecchi  del  capitano  giunse  quel  fragore
    caratteristico delle onde quando  s'infrangono  contro  le  scogliere,
    fragore  che  il  marinaio  sa  distinguere  anche  in  mezzo alle pi
    spaventevoli burrasche.
    - Guarda a prua! - tuon egli, dominando con la voce il fracasso delle
    onde ed i fischi del vento.
    - Mare rotto! - grid una voce.
    - I frangenti! - url un'altra voce.
    Il capitano MacClintock si avvent a prua aggrappandosi allo  straglio
    del trinchettino per issarsi sulle murate.
    Non si scorgeva nulla; tuttavia tra le raffiche si udiva distintamente
    il muggire della risacca.  Non v'era da ingannarsi. A poche gomene dal
    trealberi s'ergeva una catena di frangenti,  forse una diramazione  di
    quelli di Mompracem.
    - Attenti a virare! - url egli.
    Mastro  Bill,  unendo tutte le forze,  tir vivamente a s la ribolla.
    Quasi nel medesimo istante la nave tocc.
    L'urto per era stato appena  sensibile.  Solamente  una  parte  della
    falsa  chiglia  era stata strappata dalle punte aguzze delle madrepore
    che  formavano  le  cime  dei  frangenti.  Disgraziatamente  il  vento
    soffiava sempre da poppa e le onde spingevano innanzi.
    L'equipaggio,   che   in   quel   terribile   momento  conservava  uno
    straordinario sangue freddo,  riusc a virare  di  bordo.  La  "Young-
    India" poggi al largo con una bordata di duecento metri, sfuggendo le
    scogliere attorno alle quali urlavano, come molossi affamati, le onde.
    Pareva che tutto dovesse andar bene.  La sonda, filata in furia, aveva
    dato a prua quattordici braccia di profondit.
    La speranza  di  salvare  la  nave  cominciava  a  nascere  nell'animo
    dell'equipaggio,  quando, d'improvviso, il fragore della risacca torn
    a farsi udire dritto l'asta di prua.
    Il mare si sollevava con maggior  violenza  di  prima  segnalando  una
    nuova barriera di frangenti.
    - Poggia tutto, Bill! - tuon il capitano MacClintock.
    -  I frangenti sotto prua!  - url un marinaio che era sceso fino alla
    dolfiniera del bompresso.
    La sua voce non giunse fino a poppa. Una montagna di acqua si rovesci
    sul  tribordo  respingendo  violentemente  il  tre-alberi  a  babordo,
    atterrando l'equipaggio aggrappato ai bracci delle vele e sfondando le
    imbarcazioni contro le gru.
    S'ud un muggito formidabile, uno schianto come di legni infranti, poi
    un cozzo spaventevole che fece oscillare gli alberi da poppa a prua.
    La "Young-India" era stata sventrata d'un colpo dalle punte aguzze dei
    frangenti,  e sei marinai,  strappati dalle onde,  erano stati gettati
    contro le scogliere.





    2. I PIRATI DELLA MALESIA.


    Per il disgraziato tre-alberi era suonata l'ultima ora. Incastrato fra
    due rocce, che sporgevano appena appena le loro punte nere, dentellate
    in mille guise dall'eterno movimento delle acque, con le coste rotte e
    la chiglia frantumata,  non era  pi  che  un  rottame  impossibile  a
    ripararsi, che presto o tardi il mare avrebbe indubbiamente ridotto in
    frantumi e disperso.
    Lo spettacolo era grandioso e insieme spaventevole.
    All'intorno   il   mare  spumeggiava  furiosamente  con  mille  boati,
    frangendosi  e  rifrangendosi  sulle   scogliere,   trascinando   seco
    frammenti di murate,  di madieri, di corbetti e di imbarcazioni che si
    urtavano scricchiolando.
    Sul tre-alberi i superstiti,  quasi tutti pazzi di terrore,  correvano
    da prua a poppa urlando,  bestemmiando,  invocando.  Uno s'arrampicava
    sulle griselle, un altro si spingeva fino alle coffe, un terzo pi su,
    fino alle crocette.  Chi invece si dimenava furiosamente chiamando Dio
    e  la Madonna chi s'affannava a passarsi attraverso al corpo un salva-
    gente, e chi a preparare un galleggiante per montarvici su,  appena la
    nave si fosse sfasciata.
    Il capitano MacClintock e mastro Bill, che ne avevano viste di peggio,
    erano i soli che conservassero un po' di calma.
    Visto  che  il  tre-alberi  rimaneva  immobile,  come  se  fosse stato
    inchiodato sulle scogliere,  si affrettarono a scendere  nella  stiva.
    Videro subito che non v'era pi speranza di rimetterlo a galla, poich
    era gi zeppo d'acqua.
    -  Ors  -  disse  mastro  Bill  con voce commossa,  - la poveretta ha
    esalato l'ultimo respiro!
    - Hai ragione, Bill - rispose il capitano ancor pi commosso. Questa 
    la tomba della valorosa "Young-India".
    - E che cosa faremo?
    - Bisogna aspettare l'alba.
    - Resister ai colpi di mare?
    - Lo spero.  Le scogliere sono penetrate nel ventre come un cuneo  nel
    tronco di un albero. Mi sembra irremovibile.
    -  Andiamo a incoraggiare quelli che sono sul ponte.  Sono mezzi morti
    di paura.  I due lupi di mare risalirono sul ponte.  I  marinai  ed  i
    passeggeri,  coi  visi  sconvolti  dal terrore,  si precipitarono loro
    incontro interrogandoli con viva ansiet.
    - Siamo perduti? - chiedevano gli uni.
    - Andiamo a picco? - chiedevano gli altri.
    - C' speranza di salvarsi?
    - Dove siamo?
    - Calma, ragazzi - disse il capitano.  - Non corriamo per ora pericolo
    alcuno.
    L'indiano   Kammamuri,   che  aveva  mostrato  di  aver  tanta  fretta
    d'arrivare a Sarawak, si avvicin al comandante.
    - Capitano - chiese con voce tranquilla,  - andremo  a  Sarawak?  Vedi
    bene che non  possibile, Kammamuri.
    - Ma io devo andarci.
    - Non so cosa dirti. Il vascello  immobile come uno scoglio.
    - Ho il padrone laggi, capitano.
    - Aspetter.
    Lo  sguardo  vivo  e  scintillante  dell'indiano si fece cupo e la sua
    faccia, che aveva un non so che di feroce, divenne tetra.
    - Kal li protegge - mormor.
    - Tutto non  ancora perduto, Kammamuri - disse il capitano.
    - Non affonderemo dunque?
    - Ho detto di no. Ors, calma, ragazzi.  Domani sapremo su quale isola
    o scogliera abbiamo naufragato e vedremo che cosa si potr fare.
    Le parole del capitano fecero buon effetto sugli animi dei marinai,  i
    quali cominciarono a sperare di potersi salvare. Coloro che lavoravano
    alle zattere abbandonarono il lavoro;  quelli inerpicati sugli  alberi
    dopo  un  po'  d'esitazione si lasciarono scivolare gi.  La calma non
    tard a regnare sul ponte del vascello naufragato.
    Tuttavia il mare continuava a mantenersi  assai  agitato.  Gigantesche
    ondate correvano in tutte le direzioni investendo con furia estrema le
    scogliere  e  sfasciandovisi  sopra  con  spaventevole  fracasso.   Il
    vascello scosso, sbattuto a prua e a poppa,  gemeva come un moribondo,
    lasciandosi  portar  via  pezzi  di  murate  e frammenti della chiglia
    infranta. Talvolta,  anzi,  oscillava da prua a poppa cos fortemente,
    da  temere  che  venisse strappato dal banco madreporico e travolto in
    mezzo ai marosi.  Per fortuna stette saldo,  ed  i  marinai,  malgrado
    l'imminente  pericolo  e  le  ondate  che  si rovesciavano in coperta,
    poterono gustare anche qualche ora di sonno.
    Alle  quattro  del  mattino,  verso  oriente,   il  cielo  cominci  a
    schiarirsi.  Il  sole  sorgeva  con  la  rapidit  che  propria delle
    regioni  tropicali,  annunciato  da  una  magnifica  tinta  rossa.  Il
    capitano,  ritto  sulla coffa dell'albero di maestra,  con mastro Bill
    vicino,  teneva gli occhi fissi al nord,  dove sorgeva,  a meno di due
    miglia, una massa oscura, indubbiamente una terra.
    - Ebbene, capitano - chiese il nostromo che masticava rabbiosamente un
    pezzo di tabacco, - la conoscete quella terra?
    -  Credo  di  s.  Fa scuro ancora,  ma le scogliere che la cingono da
    tutte le parti mi fanno sospettare che quell'isola sia Mompracem.
    - "By god"!  - mormor l'americano facendo una  smorfia.  -  Ci  siamo
    rotte le gambe in un brutto luogo.
    - Purtroppo temo di s, Bill. L'isola non gode buon nome.
    -  Dite  che    un nido di pirati.  E tornata la Tigre della Malesia,
    capitano.
    - Che? - esclam MacClintock, mentre si sentiva correre per le ossa un
    brivido. - La Tigre della Malesia tornata a Mompracem?
    S.
    E' impossibile, Bill!  Sono parecchi anni che quel terribile individuo
     scomparso.
    -  Ma  vi  dico  che    tornato.  Quattro  mesi  or  sono egli assal
    l'"Arghadah" di Calcutta, il quale non gli sfugg che con gran fatica.
    Un marinaio che aveva conosciuto il sanguinario  pirata  mi  narr  di
    averlo scorto a prua di un "praho".
    - Allora siamo perduti. Non tarder ad assalirci.
    - "By god"! - url il mastro, divenendo di colpo pallidissimo.
    - Che cos'hai?
    - Guardate capitano! Guardate laggi!...
    - Dei "prahos", dei "prahos"! - grid una voce dal ponte.
    Il  capitano,  non  meno  pallido  del mastro,  guard verso l'isola e
    scorse quattro legni  che  doppiavano  un  capo,  lontano  appena  tre
    miglia.
    Erano  quattro grandi "prahos" malesi,  bassi di scafo,  leggerissimi,
    snelli, con vele di forme allungate sostenute da alberi triangolari.
    Questi legni,  che filano con una sorprendente rapidit e che,  grazie
    al  bilanciere  che  hanno  sottovento e al largo sostegno che portano
    sopravento,  sfidano i pi tremendi uragani,  sono generalmente  usati
    dai  pirati  malesi,  i  quali  non  temono di assalire con essi i pi
    grossi vascelli che s'avventurano nei mari della Malesia.
    Il capitano non lo ignorava e,  appena li ebbe  scorti,  s'affrett  a
    scendere sul ponte.  In poche parole inform l'equipaggio del pericolo
    che li minacciava. Solo un'accanita resistenza poteva salvarli.
    L'armeria di bordo,  per disgrazia,  non era  troppo  ben  fornita.  I
    cannoni  mancavano  totalmente,  i fucili erano appena sufficienti per
    armare l'equipaggio e in gran  parte  assai  malandati.  V'erano  per
    delle  sciabole  d'arrembaggio,  arrugginite  s,  ma  ancora in buono
    stato,  qualche pistolone,  qualche rivoltella e  un  buon  numero  di
    scuri.
    I marinai e i passeggeri, armatisi alla meglio, si precipitarono verso
    poppa,  la quale trovandosi immersa, poteva offrire una buona scalata.
    La bandiera degli Stati Uniti sal maestosamente sul picco della randa
    e mastro Bill la inchiod.
    I quattro "prahos" malesi che filavano come uccelli non erano pi  che
    a  sette od ottocento passi e si preparavano ad assalire vigorosamente
    il povero tre-alberi.
    Il sole  si  alzava  allora  sull'orizzonte  e  permetteva  di  vedere
    chiaramente coloro che li montavano.
    Erano ottanta o novanta uomini,  seminudi, armati di stupende carabine
    incrostate di madreperla e di laminette d'argento, di grandi "parangs"
    di acciaio finissimo,  di scimitarre,  di "kriss" serpeggianti con  la
    punta  senza  dubbio  avvelenata  nel  succo  d'"upas",   e  di  clave
    smisurate,  dette "kampilang",  che  essi  maneggiavano  come  fossero
    semplici bastoncini.
    Alcuni  erano  malesi dalla tinta olivastra,  membruti e di lineamenti
    feroci; altri erano bellissimi dayaki di alta statura,  con le gambe e
    le  braccia  coperte  di  anelli di rame.  C'erano pure alcuni cinesi,
    riconoscibili per i loro crani pelati e lucenti  come  avorio,  alcuni
    bughisi,  macassaresi  e  giavanesi.  Tutti quegli uomini tenevano gli
    occhi fissi sul vascello e agitavano furiosamente le  armi,  emettendo
    urla  feroci  che facevano fremere.  Pareva che volessero spaventare i
    naufraghi prima di venire alle mani.
    A quattrocento passi di distanza un  colpo  di  cannone  rimbomb  sul
    primo "praho".  La palla,  di calibro considerevole, and a fracassare
    l'albero di bompresso, il quale si pieg, tuffando la punta in mare.
    - Animo,  ragazzi!  - url il capitano MacClintock.  - Se  il  cannone
    parla,  segno che la danza  cominciata. Fuoco di bordata!
    Alcuni colpi di fucile seguirono il comando. Urla atroci scoppiarono a
    bordo dei "prahos", segno che non tutto il piombo era andato perduto.
    - Cos va bene, ragazzi! - url mastro Bill.
    -  Quei  brutti musi l non avranno tanto coraggio da spingersi fino a
    noi. Oh! Fuoco!
    La sua voce fu coperta da una serie  di  formidabili  detonazioni  che
    venivano dal largo. Erano i pirati che cominciavano l'attacco.
    I  quattro  "prahos" parevano crateri infiammati,  eruttavano tremende
    grandinate di  ferro.  Tiravano  i  cannoni,  tiravano  le  spingarde,
    tiravano le carabine,  schiantando, atterrando, distruggendo tutto con
    una precisione matematica.
    In men che non si dica quattro naufraghi giacevano sulla  tolda  senza
    vita. L'albero di trinchetto, schiantato sotto la coffa, precipit sul
    ponte ingombrando di pennoni,  di vele,  di cavi. Alle urla di trionfo
    erano succedute urla  di  spavento  e  di  dolore,  gemiti  e  rantoli
    d'agonia.
    Era  impossibile  resistere  a quell'uragano di ferro che arrivava con
    rapidit spaventosa facendo saltare alberi, murate, madieri.
    I naufraghi, vistisi perduti,  dopo aver scaricato sette od otto volte
    i  loro  moschettoni,  abbandonarono  il  posto  fuggendo  a tribordo,
    riparandosi dietro i rottami dell'attrezzatura e  delle  imbarcazioni.
    Alcuni di loro perdevano sangue e gettavano grida strazianti.
    I  pirati,  protetti  dai  loro  cannoni,  in  capo  a un quarto d'ora
    giunsero sotto la poppa del vascello tentando di issarsi a bordo.
    Il capitano MacClintock  si  gett  da  quella  parte  per  respingere
    l'abbordaggio,  ma  una scarica di mitraglia lo fredd assieme con tre
    uomini.
    Un urlo terribile echeggi per l'aria: - Viva la Tigre della Malesia!
    I pirati gettano le carabine,  impugnano le scimitarre,  le scuri,  le
    mazze,  i  "kriss"  e danno intrepidamente l'abbordaggio aggrappandosi
    alle murate,  ai paterazzi e alle griselle.  Alcuni si slanciano sulla
    cima degli alberi dei "prahos", corrono come scimmie lungo i pennoni e
    piombano  sull'attrezzatura  del  tre-alberi  lasciandosi scivolare in
    coperta.  In un attimo i  pochi  difensori,  sopraffatti  dal  numero,
    cadono a prua, a poppa, sul cassero e sul castello.
    Presso l'albero di maestra un solo uomo, armato di una pesante e larga
    sciabola d'abbordaggio, rimaneva ancora...
    Quest'uomo,  l'ultimo della "Young-India", era l'indiano Kammamuri, il
    quale si difendeva  come  un  leone,  smussando  le  armi  del  nemico
    incalzante e percuotendo a destra e a sinistra.
    - Aiuto! aiuto!... - url il poveretto con voce strozzata.
    - Ferma! - tuon d'improvviso una voce. - Quell'indiano  un prode!...




    3. LA TIGRE DELLA MALESIA.


    L'uomo  che aveva gettato in cos buon momento quel grido poteva avere
    trentadue o trentacinque anni.
    Era  alto  di  statura,  con  la  pelle  bianca,  i  lineamenti  fini,
    aristocratici,   due  occhi  azzurri,   dolci,  e  i  baffi  neri  che
    ombreggiavano le labbra sorridenti.
    Vestiva con estrema eleganza: giacca di velluto  marrone  con  bottoni
    d'oro stretta ai fianchi da una larga fascia di seta azzurra,  calzoni
    di broccatello, lunghi stivali di pelle rossa, a punta rialzata,  e un
    ampio  cappello  di  paglia  di  vera  manilla in testa.  Ad armacollo
    portava una  magnifica  carabina  indiana  e  al  fianco  pendeva  una
    scimitarra  la  cui  impugnatura  d'oro  era sormontata da un diamante
    grosso quanto una nocciola, d'uno splendore ammirabile.
    Con un cenno allontan i pirati, si avvicin all'indiano che non aveva
    pensato a rialzarsi,  tanta era la sua sorpresa  nel  sentirsi  ancora
    vivo, e lo guard per alcuni istanti con profonda attenzione.
    - Che ne dici? - gli chiese con tono allegro.
    - Io!...  - esclam Kammamuri,  che si domandava chi poteva mai essere
    l'uomo dalla pelle bianca che comandava quei terribili pirati.
    - Sei sorpreso di essere ancora vivo?
    - Tanto sorpreso che mi pare un miracolo.
    - Non dubitare, giovanotto.
    - Perch? - chiese ingenuamente l'indiano. - Perch non sei un bianco,
    innanzitutto...
    - Ah! Voi odiate i bianchi?
    - S.
    - Non siete un bianco, voi, dunque?
    - Per Bacco, un portoghese puro sangue!
    - Non capisco allora perch voi...
    - Alto l, giovanotto; non chiedere maggiori spiegazioni.
    - Sia pure, e poi?
    - Poi, perch sei un prode e io amo i prodi.
    - Sono maharatto - disse l'indiano con fierezza.
    - Una razza che ha un buon nome.  Dimmi un po',  ti spiacerebbe  esser
    dei nostri?
    - Io, pirata!
    - E perch no? Per Giove! Saresti un bravo compagno.
    - E se rifiutassi?
    - Non risponderei pi della tua testa.
    - Se si tratta di salvare la pelle, mi far pirata.
    -  Bravo  giovanotto.  Ol,  Kotta,  vammi  a cercare una bottiglia di
    whisky. Gli americani non navigano mai senza una buona provvista.
    Un malese di cinque piedi di altezza, con due braccia smisurate, scese
    nella cabina del povero MacClintock e pochi istanti dopo ritornava con
    un paio di bicchieri e una polverosa bottiglia.
    - Whisky - lesse Yanez sull'etichetta. - Questi americani sono davvero
    uomini eccellenti.
    Emp due tazze e ne porse una all'indiano,  chiedendogli:  -  Come  ti
    chiami?
    - Kammamuri.
    - Alla tua salute, Kammamuri. - Alla vostra, signor...
    - Yanez - disse l'uomo bianco.
    E tracannarono d'un fiato i due bicchieri.
    -  Ora,  giovanotto - disse Yanez,  sempre di buon umore,  - andremo a
    trovare il capitano Sandokan.
    - Chi  questo Sandokan?
    - Per Bacco! La Tigre della Malesia.
    - E voi mi condurrete da quell'uomo?
    - Certo,  mio caro,  e sar lieto di ricevere un  maharatto.  Andiamo,
    Kammamuri.
    L'indiano non si mosse.  Pareva imbarazzato e guardava ora i pirati ed
    ora la poppa della nave.
    Che cos'hai? - chiese Yanez.
    Signor... - disse il maharatto, esitando.
    - Parla.
    - Non la toccherete?
    - Chi?
    - Ho una donna con me.
    - Una donna! Bianca o indiana?
    - Bianca.
    - E dov'?
    - L'ho nascosta nella stiva.
    - Conducila sul ponte.
    - Non la toccherete?
    - Hai la mia parola.
    - Grazie, signore - disse il maharatto con voce commossa.
    Corse a poppa e sparve nel boccaporto.  Pochi istanti dopo saliva  sul
    ponte.
    - Dov' questa donna? - chiese Yanez.
    - Sta per venire, ma non una parola, signore. Ella  pazza.
    - Pazza!... Ma chi ?
    - Eccola! - esclam Kammamuri.
    Il portoghese si volse verso poppa.
    Una  donna  di  meravigliosa bellezza,  avvolta in un gran mantello di
    seta bianca,  era improvvisamente uscita dal  boccaporto  arrestandosi
    presso il tronco dell'albero di mezzana.
    Poteva  avere  quindici anni.  La sua persona era elegante,  graziosa,
    flessuosa; la sua pelle rosea,  di una morbidezza impareggiabile;  gli
    occhi  grandi,  neri  e  d'una  dolcezza  infinita;  il naso piccolo e
    dritto;  le labbra sottili,  rosse come  il  corallo,  schiuse  ad  un
    ineffabile  sorriso,  che lasciava scorgere due file di piccolissimi e
    bianchissimi denti. Una capigliatura opulenta, nerissima, divisa sulla
    fronte da un fermaglio in cui era incastonato un grosso  diamante,  le
    ricadeva  sulle  spalle  in pittoresco disordine,  scendendo fino alla
    cintura.
    Ella guard quegli uomini armati, i cadaveri che ingombravano il ponte
    e tutti quei rottami, senza che una contrazione di paura,  di orrore o
    di oscurit, si disegnasse sul suo viso gentile.
    - Chi  codesta donna?  - chiese Yanez con strano accento,  afferrando
    una mano di Kammamuri e stringendola forte.
    - La mia padrona - rispose il maharatto.  - La Vergine  della  pagoda
    d'Oriente.
    Yanez  fece  alcuni  passi  verso la pazza che continuava a conservare
    l'immobilit di una statua e la guard fissa.
    - Quale rassomiglianza!... - esclam impallidendo.
    Ritorn rapidamente verso Kammamuri e, prendendogli la mano:
    - Quella donna  inglese? - chiese con voce alterata.
    - E' nata in India da genitori inglesi.
    - Perch  diventata pazza?
    - E' una storia lunga.
    -  La  narrerai  dinanzi  alla  Tigre  della  Malesia.  Imbarchiamoci,
    maharatto,  e voi,  tigrotti, spogliate per bene questa carcassa e poi
    incendiatela..
    Kammamuri s'avvicin alla pazza,  la prese per mano e la fece scendere
    nel "praho" del portoghese.  Ella non oppose resistenza,  n pronunzi
    parola.
    - Partiamo - disse Yanez, prendendo la ribolla del timone.
    Il mare a poco a poco si era calmato.  Solamente attorno ai  frangenti
    spumeggiava e muggiva, sollevandosi in larghe ondate.
    Il  "praho",  guidato da quegli abili ed intrepidi marinai,  super le
    scogliere,  balzando  e  rimbalzando  sui  cavalloni  come  una  palla
    elastica  e s'allontan con fantastica rapidit lasciandosi dietro una
    scia candidissima,  in  mezzo  alla  quale  giocherellavano  mostruosi
    pescicani.
    In capo a dieci minuti raggiunse la punta estrema dell'isola,  la gir
    senza rallentare la sua velocit,  e navig verso un'ampia baia che si
    apriva  dinanzi  a  un grazioso villaggio.  Questo si componeva di una
    ventina di solidissime capanne,  era difeso da una triplice  linea  di
    trincee munite di grossi cannoni e da numerosissime spingarde, da alte
    palizzate e da profondi fossati irti di aguzze punte di ferro.
    Un  centinaio  di  malesi  mezzo nudi,  ma tutti armati fino ai denti,
    uscirono dalle trincee e si slanciarono verso  la  spiaggia,  mandando
    urla  selvagge,  agitando  pazzamente "kriss" avvelenati,  scimitarre,
    scuri, picche, carabine e pistole.
    - Dove siamo? - chiese Kammamuri con inquietudine.
    - Nel nostro villaggio - rispose il portoghese.
    - E' qui che abita la Tigre della Malesia?
    - Abita lass, dove ondeggia quella bandiera rossa.
    Il maharatto alz il capo,  e sulla cima di una  gigantesca  rupe  che
    cadeva a picco sul mare, scorse una grande capanna difesa da parecchie
    palizzate,  su  cui si agitava maestosamente una grande bandiera rossa
    adorna d'una testa di tigre.
    - Andremo lass? - domand con commozione.
    - S, amico - rispose Yanez.
    - Come mi ricever?
    - Come si deve accogliere un coraggioso.
    - La Vergine della pagoda d'Oriente verr con noi?
    - Per ora no.
    - Perch? - Perch quella donna somiglia a...
    S'interruppe.  Una rapida commozione aveva alterato improvvisamente  i
    suoi  lineamenti  e  i  suoi  occhi  si  inumidirono.  Kammamuri se ne
    accorse.
    - Voi mi sembrate commosso, signor Yanez - disse.
    - T'inganni - rispose il portoghese,  tirando  a  s  la  ribolla  per
    evitare  la  punta  estrema  di una scogliera che riparava la baia.  -
    Sbarchiamo, Kammamuri.
    Il "praho" si era arenato con la prua verso la costa.
    Il portoghese, Kammamuri, la pazza e i pirati sbarcarono.
    - Conducete questa donna  nella  migliore  abitazione  del  villaggio-
    disse Yanez, additando ai pirati la pazza.
    - Le faranno del male? - domand Kammamuri.
    - Nessuno ardir toccarla - disse Yanez.  - Le donne qui si rispettano
    forse pi che in India ed in Europa. Vieni, maharatto.
    Si diressero verso la gigantesca rupe e  salirono  una  stretta  scala
    scavata  nel  vivo masso,  lungo la quale erano scaglionate sentinelle
    armate di carabine e di scimitarre.
    - Perch tante precauzioni? - chiese Kammamuri.
    - Perch la Tigre della Malesia ha centomila nemici.
    - Non  amato dunque il capitano?
    - Noi lo idolatriamo, ma gli altri... Se tu sapessi,  Kammamuri,  come
    gl'inglesi lo odiano. Eccoci giunti: non temere nulla.
    Infatti giungevano allora dinanzi alla gran capanna, difesa pur questa
    da  trincee,  da gabbionate,  da fossati,  da cannoni,  da mortai e da
    spingarde del secolo precedente.
    Il portoghese spinse prudentemente una grossa porta di legno di "tek",
    capace di resistere al cannone,  e introdusse Kammamuri in una  stanza
    tappezzata di seta rossa,  ingombra di carabine d'Europa, di scuri, di
    "kriss" malesi,  di "jatagan" turchi,  di pugnali,  di  bottiglie,  di
    pizzi,  di stoffe,  di maioliche della Cina e del Giappone,  di mucchi
    d'oro, di verghe d'argento, di vasi riboccanti di perle e di diamanti.
    Nel mezzo,  semisdraiato su di un ricco tappeto di  Persia,  Kammamuri
    scorse   un   uomo   dal   volto  abbronzato,   vestito  sfarzosamente
    all'orientale,  con vesti di seta trapunta in oro e lunghi stivali  di
    pelle pure rossa a punta rialzata.
    Quell'individuo  non  dimostrava  pi  di trentaquattro o trentacinque
    anni.  Era alto di statura,  stupendamente sviluppato,  con una  testa
    superba,  una  capigliatura  folta,  ricciuta,  nera  come l'ala di un
    corvo, che gli cadeva in pittoresco disordine sulle robuste spalle.
    Alta era la sua fronte,  scintillante lo sguardo,  sottili le  labbra,
    atteggiate ad un sorriso indefinibile,  magnifica la barba che dava ai
    suoi lineamenti un aspetto fiero che incuteva ad un tempo  rispetto  e
    paura.  Nell'insieme, s'indovinava che quell'uomo possedeva la ferocia
    di una tigre, l'agilit di una scimmia e la forza di un gigante.
    Appena vide entrare i due personaggi, con uno scatto si alz a sedere,
    fissando su di loro uno  di  quegli  sguardi  che  penetrano  nel  pi
    profondo del cuore.
    - Che cosa mi rechi? - chiese con voce metallica, vibrante.
    -  La  vittoria,  innanzi tutto - rispose il portoghese.  - Ti conduco
    per un prigioniero.
    La fronte di quell'uomo s'oscur. - E' forse quell'indiano l'individuo
    che tu hai risparmiato?  -  domand  egli,  dopo  qualche  istante  di
    silenzio.
    - S, Sandokan. Ti dispiace, forse?
    - Tu sai che rispetto i tuoi capricci, amico mio.
    - Lo so, Tigre della Malesia.
    -  E che cosa vuole quell'uomo?  - Diventare un tigrotto.  L'ho veduto
    battersi,  un eroe.  Lo sguardo della Tigre divenne lampeggiante.  Le
    rughe  che  solcavano  la sua fronte scomparvero come le nubi sotto un
    vigoroso colpo di vento. - Avvicinati - disse all'indiano.
    Kammamuri,  ancora sorpreso di trovarsi dinanzi al leggendario  pirata
    che per tanti anni aveva fatto tremare i popoli della Malesia, si fece
    innanzi.
    - Il tuo nome? - chiese la Tigre. - Kammamuri.
    - Sei?
    - Maharatto.
    - Un figlio di eroi dunque?
    - Dite il vero, Tigre della Malesia - disse l'indiano con orgoglio.
    - Perch hai lasciato il tuo paese?
    - Per recarmi a Sarawak.
    - Da quel cane di James Brooke?  - chiese la Tigre con accento d'odio.
    - Non so chi sia questo James Brooke.
    - Meglio cos. Chi hai a Sarawak per recarti laggi?
    - Il mio padrone.
    - Che cosa fa? E' soldato del "rajah", forse?
    - No,  prigioniero del "rajah". Prigioniero? E perch?
    L'indiano non rispose.
    -Parla - disse brevemente il pirata. - Voglio sapere tutto.
    -  Avrete  la  pazienza  di  ascoltarmi?  La  storia    lunga  quanto
    terribile.
    -  Le  storie  terribili  e  sanguinose piacciono alla Tigre;  siedi e
    narra.









    4. UN TERRIBILE DRAMMA.


    Kammamuri non se lo fece ripetere due volte. Si sedette in mezzo ad un
    mucchio di velluti sgualciti,  bruttati qua e l di macchie,  e,  dopo
    essere  rimasto  alcuni  istanti  silenzioso,  come per raccogliere le
    idee,  disse:  -  Tigre  della  Malesia,  avete  udito  parlare  delle
    Sundarbans del sacro Gange?
    - Non conosco quelle terre - rispose il pirata, - ma so cos' il delta
    di un fiume.  Tu vuoi parlare dei banchi che ostruiscono la foce della
    grande fiumana.
    - S,  dei grandi ed innumerevoli banchi coperti di  canne  giganti  e
    popolati  di  feroci  animali  che si estendono per molte miglia dalla
    foce dell'Hugly a quella del Gange.  Il mio padrone  era  nato  l  in
    mezzo, in un'isola che si chiama la jungla nera. Era bello, era forte,
    era  prode,  il  pi  prode  che  io  abbia  incontrato nella mia vita
    avventurosa.  Nulla lo  faceva  tremare:  n  il  veleno  del  "cobra-
    capello",  n  la  forza  prodigiosa del pitone,  n gli artigli della
    grande tigre del Bengala, n il laccio dei suoi nemici.
    - Il suo nome? - chiese il pirata.
    - Si chiamava Tremal-Naik,  il cacciatore di tigri  e  serpenti  della
    jungla nera.
    La  Tigre  della  Malesia  a  quel  nome  si  alz  guardando fisso il
    maharatto.
    - Cacciatore di tigri, hai detto? - domand.
    - S.
    - Perch tale soprannome?
    - Perch cacciava le tigri della jungla.
    - Un uomo che affronta le tigri non  pu  essere  che  un  coraggioso.
    Senza conoscerlo,  sento gi di amare quel fiero indiano. Tira avanti:
    divento impaziente.
    - Una sera Tremal-Naik ritornava dalla jungla. Era una sera magnifica,
    una vera sera  del  Bengala;  dolce  e  profumata  era  l'aria,  ancor
    fiammeggiante  l'orizzonte e debolmente stellato il firmamento.  Aveva
    gi percorso un lungo tratto senza incontrare anima viva,  quando  gli
    si rizz dinanzi, a meno di venti passi, fra un cespuglio di mussenda,
    una giovinetta di meravigliosa bellezza.
    - Chi era?
    -  Era  una  creatura  dalla carnagione rosea,  coi capelli neri e gli
    occhi immensi.  Lo fiss per un istante con sguardo  malinconico,  poi
    sparve.
    Tremal-Naik  fu  cos  vivamente toccato da quell'apparizione che arse
    d'amore per la fanciulla sconosciuta.
    Pochi giorni dopo un delitto veniva commesso sulle  rive  di  un'isola
    che  si  chiama  Rajmangal.  Uno dei nostri,  che si era recato col a
    cacciare la tigre, veniva trovato cadavere con un laccio al collo.
    - Oh!...  - esclam il pirata,  al colmo della sorpresa.  - Chi poteva
    aver strangolato un cacciatore di tigri?
    - Siate paziente e lo saprete. Tremal-Naik, come vi dissi, era un uomo
    coraggioso.  Mi  prese  con  s  e sbarcammo a mezzanotte a Rajmangal,
    risoluti a vendicare lo sventurato nostro  compagno.  Dapprima  udimmo
    rumori  misteriosi  che uscivano di sotto terra,  poi dal tronco di un
    gigantesco "banian"  sbucarono  parecchi  uomini  nudi,  bizzarramente
    tatuati.  Quegli  uomini  erano gli assassini del povero cacciatore di
    tigri.
    - Ebbene? - chiese il pirata, i cui occhi brillavano di gioia.
    - Tremal-Naik non esitava mai.  Un colpo di carabina bast per gettare
    a terra il capo di quegli indiani, poi fuggimmo.
    - Bravo Tremal-Naik! - esclam la Tigre con entusiasmo. - Continua. Mi
    diverto  pi a udire questa storia che ad abbordare un vascello carico
    di minerale giallo.
    - Il mio padrone,  per far perdere le tracce a quegli  uomini  che  ci
    inseguivano,  si  separ  da me e si rifugi in una grande pagoda dove
    ritrov... indovinate chi?
    - La giovanetta forse?
    - S, la giovanetta che era prigioniera di quegli uomini.
    - Ma chi erano?
    - Gli adoratori di una divinit feroce che altro non brama che vittime
    umane. Si chiama Kal.
    - La terribile dea dei Thugs indiani?
    - La dea degli strangolatori.
    - Quegli uomini sono pi feroci delle tigri. Oh! io li conosco - disse
    il pirata. - Ne ebbi qualcuno nella mia banda.
    - Un Thug nella tua banda?  - esclam il maharatto,  rabbrividendo.  -
    Sono perduto.
    - Non aver paura,  Kammamuri; un tempo ne ebbi qualcuno, ma ora non ne
    ho pi. Continua il tuo racconto.
    - La fanciulla,  che amava ormai  il  mio  padrone,  conoscendo  quali
    pericoli lo circondavano, lo scongiur di partire all'istante; ma egli
    non  era  uomo  da  aver paura.  Rimase l in attesa dei feroci Thugs,
    risoluto a misurarsi con loro e, potendo, a rapire la prigioniera.  Ma
    ohim! Aveva troppo confidato nelle sue forze. Poco dopo dodici uomini
    armati di laccio entravano e si scagliavano contro di lui e,  malgrado
    la sua ostinata difesa,  veniva atterrato,  legato e poi pugnalato dal
    capo degli strangolatori, il feroce Suyodhana.
    - E non mor? - chiese Sandokan, che si interessava al racconto.
    - No - continu Kammamuri,  - non mor poich pi tardi io lo ritrovai
    in mezzo alla jungla,  insanguinato,  col pugnale ancora  infisso  nei
    petto, ma vivo.
    - E perch lo avevano gettato nella jungla? - chiese Yanez.
    -  Perch  le  tigri lo divorassero.  Lo portai nella nostra capanna e
    dopo molte cure guar,  ma il suo cuore era rimasto ferito dagli occhi
    neri  della giovinetta...  Un giorno,  dopo essere scampato a parecchi
    agguati tesigli dai Thugs, risolvette di partire per Rajmangal, deciso
    a tutto pur di  rivedere  l'amata  creatura.  C'imbarcammo  di  notte,
    durante un uragano, scendemmo il Mangal e approdammo all'isola. Nessun
    uomo  vegliava  all'entrata dei "banian" e ci sprofondammo sotto terra
    addentrandoci in oscurissimi corridoi. Avevamo saputo che i Thugs, non
    essendo riusciti ad estirpare dal cuore della giovinetta  dagli  occhi
    neri  l'amore  per Trema-Naik,  avevano deciso di bruciarla viva,  per
    calmare l'ira della mostruosa dea, e noi correvamo a salvarla.
    - Ma perch era proibito a quella donna di amare? - chiese Yanez.
    - Perch era la guardiana della pagoda consacrata  alla  dea  Kal  e,
    come tale, doveva mantenersi pura.
    - Che razza di bricconi!
    -   Continuo:  dopo  aver  percorso  lunghi  corridoi,   uccidendo  le
    sentinelle, ci trovammo in una immensa sala sostenuta da cento colonne
    e illuminata da una infinit di lampade che spandevano all'intorno una
    luce spettrale.  Duecento indiani,  coi lacci in  mano,  erano  seduti
    all'intorno.  In mezzo si ergeva la statua di Kal: dinanzi a lei,  il
    bacino dove nuota un pesciolino rosso,  che si dice  contenga  l'anima
    della  dea;  e  pi  oltre  si levava un gran rogo.  A mezzanotte ecco
    apparire  il  capo  Suyodhana  coi  suoi  sacerdoti  che  trascinavano
    l'infelice ragazza,  ubriacata di oppio e di misteriosi profumi.  Ella
    non opponeva pi alcuna resistenza.  Gi non distava che  pochi  passi
    dal  rogo;  gi  un  uomo  aveva acceso una fiaccola e i Thugs avevano
    intonato  la  preghiera  dei  defunti,  quando  io  e  Tremal-Naik  ci
    slanciammo  come leoni in mezzo all'orda,  scaricando le nostre armi a
    destra e a sinistra.  Sfondare quella  muraglia  umana,  strappare  la
    giovinetta  dalle  mani  dei  sacerdoti e fuggire attraverso le oscure
    gallerie,  fu l'affare di un sol momento.  Dove fuggivamo?  Nessuno di
    noi  lo  sapeva,  non  ci  si  pensava  in  quel supremo istante.  Non
    cercavamo che di guadagnare strada sui Thugs, i quali, rimessisi dallo
    spavento,  si erano subito lanciati sulle nostre tracce!  Corremmo per
    una  buona  ora  addentrandoci  sempre  pi  nelle viscere della terra
    finch,  trovato un pozzo,  ci calammo entro una caverna che non aveva
    uscite.  Quando  cercammo  di  risalire  era  troppo tardi: i Thugs ci
    avevano rinchiusi dentro!
    - Maledizione!  - esclam Sandokan.  - Di' su,  maharatto mio;  la tua
    storia  interessantissima. Dimmi, siete fuggiti?
    - No.
    - Mille tuoni!
    -  Ci assediarono strettamente,  ci assetarono accendendo attorno alla
    caverna  immensi  fuochi  che  ci  arrostivano  vivi,  poi  lasciarono
    irrompere  su  di  noi un getto d'acqua alla quale era stato mescolato
    non so quale narcotico.  Appena ci fummo  dissetati,  stramazzammo  al
    suolo  come  colpiti  da sincope e cademmo senza resistenza nelle mani
    dei nostri nemici.  Eravamo ormai rassegnati a morire,  poich nessuno
    di  noi ignorava che la piet  sconosciuta ai Thugs,  nondimeno fummo
    risparmiati. La morte sarebbe stata troppo dolce per noi e nella mente
    infernale di Suyodhana,  il  capo  degli  strangolatori,  si  era  gi
    formato  un  terribile  disegno,  che  aveva per scopo di svellere dal
    cuore della giovinetta l'amore per Tremal-Naik e  di  sbarazzarsi  del
    mio  padrone,  che  avrebbe  potuto  diventare per loro un formidabile
    nemico.  Dovete sapere che a quel tempo un uomo prode,  risoluto,  cui
    era stata rapita la figlia dai Thugs, faceva loro una guerra accanita.
    Quell'uomo  era  un  inglese e si faceva chiamare capitano Macpherson.
    Centinaia e centinaia di Thugs erano caduti per sua mano,  e giorno  e
    notte egli inseguiva gli altri senza tregua,  potentemente aiutato dal
    governo inglese. N i lacci degli strangolatori,  n i pugnali dei pi
    fanatici  settari  erano giunti a colpirlo,  n le pi infernali trame
    avevano avuto successo contro di lui. Suyodhana,  che lo temeva assai,
    gli  lanci  contro  Tremal-Naik  promettendogli  per compenso la mano
    della Vergine della Pagoda  d'Oriente,  cos  infatti  aveva  nome  la
    fanciulla  dai  capelli  neri  amata  dal  mio  padrone.  La testa del
    capitano doveva essere il regalo di nozze!
    - E Tremal-Naik accett? - chiese la Tigre, con viva ansiet.
    - Egli amava troppo la Vergine e accett l'orribile  patto  di  sangue
    impostogli  dal  padre  delle  sacre  acque  del Gange,  lo spietato
    Suyodhana.  Non vi narrer tutto ci che egli tent,  tutti i pericoli
    in  cui  incorse  per poter avvicinare quel disgraziato capitano.  Una
    fortunata combinazione gli procur il mezzo di diventare uno dei  suoi
    servi,  ma  un  giorno  venne  scoperto  e  dovette  penare  assai per
    ricuperare la libert e salvare la  vita.  Non  rinunzi  tuttavia  ad
    effettuare  l'impresa  impostagli  dai  Thugs  ed  un giorno riusc ad
    imbarcarsi su di una nave che il capitano Macpherson guidava verso  le
    Sundarbans per assalire nel loro covo i seguaci della sanguinaria dea.
    La stessa notte, scortato da alcuni complici, entrava nella cabina del
    capitano  per  decapitarlo.  La  sua  coscienza  gli  gridava  di  non
    commettere un delitto,  perch la vita  di  quell'uomo  doveva  essere
    sacra per lui,  ed il suo sangue si ribellava; pure era deciso, poich
    solamente uccidendo quel formidabile avversario avrebbe  potuto  avere
    la fidanzata: o almeno cos credeva, non conoscendo ancora l'infernale
    perversit del fanatico Suyodhana.
    - E lo uccise? - chiesero Sandokan e Yanez, con ansiet.
    - No - disse Kammamuri.  - In quel supremo istante il nome della donna
    amata sfugg dalle labbra del mio padrone e fu udito dal capitano  che
    stava per risvegliarsi. Quel nome fu un colpo di fulmine per entrambi:
    risparmi  un  assassinio  ed un raccapricciante delitto,  poich quel
    capitano era il padre della donna amata dal mio padrone.
    - Per Giove!... - esclam Yanez. - Quale storia tremenda ci narri!...
    - La verit, signor Yanez.
    - Ma il tuo padrone non conosceva il nome della sua fidanzata?...
    - S, ma il padre ne aveva assunto un altro per non far comprendere ai
    Thugs che egli lottava per  riavere  la  figlia,  perch  temeva  che,
    conoscendolo, gliela uccidessero.
    - Continua - disse Sandokan.
    - Ci che accadde potete immaginarvelo. Il mio padrone confess tutto:
    aveva finalmente compreso l'infernale astuzia di Suyodhana. Si offerse
    al  capitano  di  guidarlo  nelle  caverne  dei settari.  Sbarcarono a
    Rajmangal,  il mio padrone entr nel tempio  sotterraneo  fingendo  di
    portare  con  s  la  testa  del  capitano e,  quando pot rivedere la
    fanciulla amata,  gl'inglesi piombarono sui  Thugs.  Suyodhana,  per,
    usc vivo dall'assalto improvviso dei nemici, e quando il mio padrone,
    il  capitano,  la  fidanzata ed i soldati lasciarono i sotterranei per
    ritornare alla nave,  lo udirono  gridare  con  voce  minacciosa:  Ci
    rivedremo  nella  jungla!....  E  quell'uomo  sinistro  manteneva  la
    parola.   A  Rajmangal  si  erano  radunate  parecchie  centinaia   di
    strangolatori  che erano stati informati della spedizione del capitano
    Macpherson. Guidati da Suyodhana piombarono, venti volte pi numerosi,
    sugli inglesi. L'equipaggio della nave invano accorse in aiuto del suo
    capitano. Tutti caddero fra le erbe giganti della jungla,  schiacciati
    dal  numero,  e  il  capitano  per  primo.  Perfino  la nave fu presa,
    incendiata e  fatta  saltare  in  aria.  Solo  Tremal-Naik  e  la  sua
    fidanzata  erano  stati  risparmiati.   Aveva  rimorso,  Suyodhana,  a
    spegnere anche il mio padrone che tanto aveva fatto per  quegl'infami,
    oppure sperava di fare di lui un Thug?  Io non lo seppi mai.  Ma,  tre
    giorni dopo, il mio padrone, che era stato fatto impazzire mediante la
    somministrazione di un  liquore  misterioso,  veniva  arrestato  dalle
    autorit  inglesi presso il forte Williams.  Era stato denunciato come
    Thug ed i testimoni non  erano  mancati,  poich  quella  setta  conta
    numerosi seguaci anche a Calcutta. Fu risparmiato perch era pazzo, ma
    condannato alla deportazione perpetua nell'isola di Norfolk, una terra
    al sud d'una regione chiamata Australia...
    -  Che dramma spaventoso!  - esclam la Tigre,  dopo alcuni istanti di
    silenzio.  - Cos intensamente Suyodhana odiava lo sventurato  Tremal-
    Naik?
    -  Il capo dei settari voleva,  facendo decapitare il capitano dal mio
    padrone,  spegnere per sempre la passione che ardeva nel  cuore  della
    Vergine della Pagoda.
    - Era un mostro quel feroce capo dei Thugs.
    - Ma il tuo padrone  ancora pazzo? - chiese Yanez.
    -  No,  i medici riuscirono a guarirlo.  - E non si difese?  Non svel
    tutto?...
    - Lo tent, ma non fu creduto. - Ma perch si trova a Sarawak?...
    - Perch il  legno  che  lo  trasportava  a  Norfolk  naufrag  presso
    Sarawak. Disgraziatamente nelle mani del rajah non ci star molto.
    - E perch?
    - Perch la nave  gi partita dall'India e fra sei o sette giorni, se
    i  miei  calcoli  non m'ingannano,  giunger a Sarawak.  Quella nave 
    diretta a Norfolk.
    - Come si chiama quella nave?
    - L'"Helgoland".
    - L'hai vista tu?
    - Prima di lasciare l'India.
    - E dove ti recavi colla "Young-India"?
    - A Sarawak a salvare il mio padrone - disse Kammamuri con fermezza.
    - Solo?
    - Solo.
    - Sei un giovanotto audace,  maharatto mio  -  disse  la  Tigre  della
    Malesia.  -  E  della  Vergine  della  pagoda d'Oriente cosa fece il
    terribile Suyodhana?
    -  La  tenne  prigioniera  nei  sotterranei  di   Rajmangal,   ma   la
    disgraziata,  dopo  il sanguinoso assalto dei Thugs nella jungla,  era
    impazzita.
    - Ma come fugg dalle mani dei Thugs? - chiese Yanez.
    - E' fuggita? - domand Sandokan
    - S, fratellino.
    - E dove si trova?
    - Lo saprai pi tardi.  Narrami,  Kammamuri,  in che modo fugg  disse
    Yanez. - Ve lo dir in due parole - disse il maharatto. Io ero rimasto
    coi  Thugs  anche  dopo  l'atroce  vendetta  di Suyodhana,  e vegliavo
    attentamente sulla Vergine  della  pagoda.  Saputo,  dopo  parecchio
    tempo,  che  il  mio  padrone  era  stato condannato alla deportazione
    nell'isola di Norfolk e che la nave che lo trasportava era  naufragata
    a Sarawak,  meditai la fuga.  Comprai un canotto,  lo nascosi in mezzo
    alla jungla, e una sera d'orgia, mentre i Thugs, ubriachi fradici, non
    erano pi in grado di uscire  dai  loro  sotterranei,  mi  recai  alla
    pagoda sacra,  pugnalai gl'indiani che la custodivano, afferrai fra le
    mie braccia la Vergine e fuggii.  All'indomani io  ero  a  Calcutta  e
    quattro giorni dopo a bordo della "Young-India".
    - E la Vergine? - chiese Sandokan.
    - E' a Calcutta - s'affrett a dire Yanez.
    - E' bella?
    - Bellissima - disse Kammamuri.  - Ha i capelli neri e splendidi occhi
    scuri.
    - E si chiama?
    - La Vergine della Pagoda, vi ho detto.
    - Non ha nessun altro nome?
    - S.
    - Dimmelo.
    - Si chiama Ada Corishant.
    A quel nome la Tigre della Malesia aveva fatto un balzo,  gettando  un
    urlo terribile.
    -  Corishant!...  Corishant!...  Il  nome dell'adorata madre della mia
    povera Marianna!... Dio!... Dio!... - url con accento disperato.  Poi
    piomb  sul  tappeto  con  la  faccia orribilmente sconvolta e le mani
    contratte sul cuore. Un rauco singhiozzo, che parve un ruggito, lacer
    il suo petto.
    Kammamuri, spaventato, sorpreso,  si era alzato per accorrere in aiuto
    del  pirata,  che  pareva  fosse  stato  colpito a morte,  ma due mani
    robuste lo arrestarono.
    - Una parola - gli disse  il  portoghese,  tenendolo  stretto  per  le
    spalle. - Come si chiamava il padre di quella giovinetta?
    - Harry Corishant - rispose il maharatto.
    - Gran Dio!... Ed era?
    - Capitano dei sepoys.
    - Esci di qui!
    - Ma perch?... Che cosa  accaduto?...
    - Silenzio, esci di qui!
    E,  riafferrandolo  per  le spalle,  lo spinse bruscamente fuori della
    porta, che richiuse con un doppio giro di chiave.
















    5. LA CACCIA ALL'HELGOLAND.


    Il pirata di Mompracem si era prontamente rimesso da quella  terribile
    commozione.  La faccia,  quantunque ancora alterata,  aveva ripreso la
    sua  fiera  espressione  che  incuteva  rispetto  e  terrore  ai   pi
    coraggiosi, e sulle sue labbra, quantunque un po' scolorite, errava un
    malinconico  sorriso.  Grosse  gocce di sudore imperlavano per la sua
    ampia fronte, lievemente corrugata,  e una fiamma sinistra brillava in
    quegli sguardi che penetravano nel pi profondo dei cuori.
    - E' passata la tempesta? - chiese Yanez, sedendosi accanto a lui.
    - S - disse la Tigre, con voce sorda.
    -  Ogni  volta  che  tu odi un nome che ti ricorda Marianna ti agiti e
    stai male.
    - Ho troppo amato quella donna... Yanez. Quel ricordo cos bruscamente
    evocato ha suscitato in me un dolore atroce,  come  se  una  palla  di
    carabina mi avesse colpito nel petto... Marianna, mia povera Marianna!
    Un secondo singhiozzo lacer il petto della Tigre.
    - Coraggio,  fratello mio - disse Yanez, che era assai commosso. - Non
    dimenticare che tu sei la Tigre della Malesia.
    - Certi ricordi sono tremendi anche per una tigre.
    - Vuoi che parliamo di Ada Corishant?
    - Parliamone, Yanez.
    - Credi a quanto ha narrato il maharatto?
    - Credo, Yanez.
    - Che cosa farai?
    - Yanez - rispose Sandokan con voce triste, - ti ricordi ci che disse
    una sera, sotto la fresca ombra di un maestoso durzon, mia moglie?
    - S,  me lo ricordo.  Sandokan,  mio prode amico,  ti disse,  ho una
    cugina  che  idolatro nella lontana India.  E' figlia d'un fratello di
    mia madre.
    - Avanti, Yanez.
    - Proseguo. Ella  scomparsa, non si sa dove sia. Si dice che i Thugs
    indiani  l'abbiano  rapita;  Sandokan,   mio  prode  amico,   salvala,
    restituiscila al padre disperato.
    - Basta,  basta,  Yanez! - esclam il pirata con voce straziante.- Oh,
    quei ricordi mi lacerano il cuore.  E non  poter  riveder  pi  quella
    povera donna!... Marianna, mia adorata Marianna!...
    Il  pirata  si  era  preso  il  capo  fra  le mani e rauchi singhiozzi
    sollevavano il suo atletico petto.
    - Sandokan - disse Yanez, - sii forte.
    Il pirata rialz il capo.
    - Sono forte, - rispose.
    - Vuoi che riprendiamo il discorso?
    - S.
    - Purch tu sia calmo.
    - Lo sar.
    - Che cosa farai per Ada Corishant?
    - Che cosa far? E me lo chiedi? Andr subito a salvarla,  poi andr a
    Sarawak a liberare il suo fidanzato.
    - Ada Corishant  salva, Sandokan - disse Yanez.
    - Salva!... salva!... - esclam il pirata balzando in piedi.
    - Dov'?
    - Qui.
    - Qui!... E perch non me l'hai detto prima?
    -   Perch   quella  giovinetta  somiglia  alla  tua  defunta  moglie,
    quantunque non abbia n i capelli d'oro,  n gli occhi azzurri come il
    mare. Io temevo che tu nel vederla provassi un fiero colpo.
    - Io voglio vederla, Yanez, voglio vederla!
    - La vedrai subito.
    Apr  la  porta.  Kammamuri,  in preda ad una indicibile ansiet,  era
    seduto su un gabbione sfondato aspettando di venire chiamato.
    - Signor Yanez!- esclam  con  voce  tremante,  lanciandosi  verso  il
    portoghese.
    - Calma, Kammamuri.
    - Salverete il mio padrone?
    - Lo speriamo - disse Yanez.
    - Grazie, signore, grazie!
    -  Mi ringrazierai quando l'avremo salvato.  Ora scendi al villaggio e
    conduci qui la tua padrona.
    Il maharatto discese la stretta scala a precipizio  mandando  urla  di
    gioia.
    - Bravo giovanotto - mormor il portoghese.
    Rientr  e si avvicin a Sandokan,  che era tornato a sedersi e teneva
    il viso nascosto fra le mani.
    - A che cosa pensi, fratello mio? - gli chiese con voce affettuosa.
    - Al passato, Yanez - rispose il pirata.
    - Non pensare mai al passato,  Sandokan.  Tu lo sai,  ti fa  soffrire.
    Dimmi, quando partiremo?
    - Subito.
    - Per Sarawak?
    - Per Sarawak.
    - Avremo un osso duro da rodere.  Il rayah di Sarawak  potente e odia
    terribilmente i pirati.
    - Lo so,  ma i nostri uomini si chiamano i tigrotti di Mompracem ed io
    la Tigre della Malesia.
    - Andremo direttamente a Sarawak o incroceremo presso le coste?
    - Incroceremo nella vasta baia.  Bisogna, prima di sbarcare, affondare
    l'"Helgoland".
    - Comprendo il tuo piano.
    - Lo approvi?
    - S, Sandokan, e...
    Si arrest di botto.  La porta si era improvvisamente aperta  e  sulla
    soglia era apparsa Ada Corishant, la Vergine della pagoda d'Oriente.
    - Guardala, Sandokan! - esclam il portoghese.
    Il  pirata si volse.  Nel vedere quella donna ritta sulla soglia della
    porta emise un urlo e indietreggi, vacillando, fino al muro.
    - Quale somiglianza!... - esclam. - Quale somiglianza!
    La pazza non si era mossa,  conservava  una  immobilit  assoluta,  ma
    guardava  fisso  il  pirata.  D'improvviso  fece  due  passi innanzi e
    pronunci una parola: - Dei Thugs?
    - No - disse Kammamuri che l'aveva seguita.  - No,  padrona,  non sono
    Thugs.
    Ella  scosse  il  capo,  si  avvicin  a Sandokan che pareva non fosse
    capace di staccarsi dal muro,  e gli mise una mano sul  petto.  Pareva
    che cercasse qualcosa.
    - Dei Thugs? - ripet ella.
    - No, padrona, no - disse il maharatto.
    Ada  apr  il  gran mantello di seta bianca mettendo allo scoperto una
    corazza d'oro tempestata di  grossi  diamanti,  in  mezzo  alla  quale
    campeggiava,  in  alto  rilievo,  un  serpente  con la testa di donna.
    Guard a lungo quel misterioso simbolo  degli  strangolatori  indiani,
    poi guard il petto di Sandokan.
    - Perch non vedo il serpente? - chiese con voce lievemente alterata.
    - Perch questi uomini non sono Thugs - disse Kammamuri.
    Un  lampo balen negli occhi della pazza,  ma subito si spense.  Aveva
    compreso ci che aveva detto Kammamuri? Forse.
    - Kammamuri - disse Yanez sottovoce.  - Se tu pronunciassi il nome del
    suo fidanzato?
    -  No,  no!  -  esclam  il maharatto con terrore.  - Essa cadrebbe in
    deliquio.
    - E' sempre cos tranquilla?
    - Sempre,  ma fate che non oda lo squillo di un  "ramsinga"  o  di  un
    "tar", e che non veda un laccio o una statua della dea Kal.
    - Perch?
    - Perch allora fugge e per parecchi giorni delira.
    In quell'istante la pazza si volse, dirigendosi a lenti passi verso la
    porta.  Kammamuri, Yanez e Sandokan, il quale si era rimesso dalla sua
    viva commozione, la seguirono.
    - Che cosa vuol fare? - chiese Yanez.
    - Non lo so - rispose il maharatto.
    La pazza, appena uscita, si era arrestata,  guardando con curiosit le
    trincee  e  le  palizzate che difendevano la capanna,  poi s'incammin
    verso l'orlo della gigantesca rupe,  guardando  il  mare  che  muggiva
    lungo le scogliere dell'isola.  D'un tratto si chin,  come se volesse
    ascoltare meglio lo strepito delle onde,  poi scoppi  in  una  risata
    argentina, esclamando: - Il Mangal!
    - Che cosa dice? - chiesero ad una voce Sandokan e Yanez.
    -  Credo  che scambi il mare per il fiume Mangal che bagna l'isola dei
    Thugs.
    - Povera giovane! - esclam Sandokan sospirando.
    - Speri di farla ritornare in s? - chiese Yanez.
    - S, lo spero - rispose Sandokan.
    - Verr con noi quella disgraziata?
    - S, Yanez. Durante la nostra assenza gli Inglesi potrebbero gettarsi
    su Mompracem e portarcela via.
    - Quando si partir? - chiese Kammamuri.
    - Subito - disse Sandokan.
    Kammamuri prese per mano Ada e scese la scaletta,  seguito dalla Tigre
    della Malesia e da Yanez.
    -  Che  impressione  ti  ha  fatto  quella  sventurata?  -  chiese  il
    portoghese a Sandokan.
    - Un'impressione dolorosa, Yanez - disse il pirata.  - Ah,  potessi un
    giorno farla felice!
    - Somiglia alla defunta Marianna?
    - S, s, Yanez! - esclam Sandokan con voce commossa. - Ha gli stessi
    lineamenti della mia povera Marianna!...  Basta,  Yanez,  non parliamo
    pi di quella morta. Ci mi fa soffrire, immensamente soffrire!
    Erano allora giunti alle prime capanne del villaggio.  Proprio in quel
    momento  i  "prahos",  carichi  del  bottino tolto alla "Young-India",
    entravano nella baia.
    Gli equipaggi,  scorgendo il  loro  capo,  lo  salutarono  con  evviva
    entusiastici, agitando freneticamente le armi.
    - Viva l'invincibile Tigre della Malesia! - urlavano.
    -  Viva  il  nostro  valoroso  capitano!  -  rispondevano i pirati del
    villaggio.
    Sandokan,  con un solo gesto della mano,  chiam attorno a s tutti  i
    pirati,  i quali non erano meno di duecento, la maggior parte Malesi e
    Dayachi del Borneo,  uomini coraggiosi come leoni,  feroci come tigri,
    pronti  a  farsi  uccidere  per  il  loro  capo che adoravano come una
    divinit.
    - Ognuno mi ascolti - diss'egli.  - La Tigre  della  Malesia  sta  per
    intraprendere  una  spedizione che forse coster la vita a gran numero
    di noi.  Tigrotti di Mompracem,  sulle coste del Borneo regna un uomo,
    figlio  d'una  stirpe che tanto male ci inflisse e che noi odiamo,  un
    inglese, tiene in sua mano un mio amico, il fidanzato di questa povera
    pazza che  cugina della defunta regina di Mompracem.
    Un urlo immenso s'alz attorno a Sandokan.
    - Tigrotti di Mompracem,  io voglio salvare  il  fidanzato  di  questa
    infelice.
    -  Lo salveremo,  Tigre della Malesia,  lo salveremo!...  Chi lo tiene
    prigioniero?
    - Il rayah James Brooke, lo sterminatore dei pirati.
    Questa volta non fu un urlo quello che irruppe dai petti  dei  pirati,
    fu un ruggito d'ira da far fremere:
    - Morte a James Brooke!...
    - Morte allo sterminatore dei pirati!
    - A Sarawak!... tutti a Sarawak!...
    - Vendetta, Tigre della Malesia!
    - Silenzio! - tuon la Tigre della Malesia. - Kar-Ol, fatti innanzi.
    Un  uomo  gigantesco,  dalla  pelle  giallastra,  le membra cariche di
    anelli di rame e il petto adorno di perle di vetro, di denti di tigre,
    di conchiglie e di ciuffi di capelli,  gli si avvicin,  impugnando un
    pesante sciabolone che si allargava verso l'estremit.
    - Quanti uomini conta la tua banda? - gli chiese Sandokan.
    - Ottanta - rispose il pirata.
    - Hai paura di James Brooke?
    - Non ho mai avuto paura di nessuno.  Quando la Tigre della Malesia mi
    ordiner di gettarmi su Sarawak,  io l'assalir e dietro a me verranno
    tutti i miei uomini.
    -  T'imbarcherai  con  l'intera  banda  sulla  "Perla di Labuan".  Non
    occorre che ti dica che il "praho" deve essere zeppo  di  palle  e  di
    polvere.
    - Sta bene, capitano.
    - Ed io,  che cosa dovr fare,  capitano?  - chiese un vecchio malese,
    sfigurato da pi di venti cicatrici.
    - Tu,  Mayala,  rimarrai a Mompracem con le altre  bande;  lascia  che
    vadano i giovani a Sarawak!
    - Rimarr qui,  giacch me l'ordinate, e difender l'isola finch avr
    una goccia di sangue nelle vene.
    Sandokan e Yanez si intrattennero ancora a parlare coi capitani  delle
    bande, indi salirono nella grande capanna.
    I loro preparativi furono brevi.  Nascoste sotto le vesti alcune borse
    contenenti grossi diamanti,  per un valore di  forse  due  milioni,  e
    scelte le carabine, le pistole, le scimitarre ed i "kriss" dalla punta
    acuta e avvelenata, ridiscesero verso la costa.
    La "Perla di Labuan",  coperta di vele, ondeggiava nella piccola rada,
    impaziente di uscire in mare.  Sul ponte stavano schierati gli ottanta
    dayachi di Kar-Ol, pronti a manovrare.
    - Tigrotti - disse Sandokan, volgendosi verso i pirati affollati sulla
    spiaggia, - difendete la mia isola.
    - La difenderemo - risposero in coro i tigrotti di Mompracem, agitando
    le armi.
    Sandokan,  Yanez,  Kammamuri  e  la  Vergine  della  pagoda  d'Oriente
    salirono in una imbarcazione e raggiunsero la nave, la quale,  sciolte
    le gomene, navig verso l'alto mare salutata da urla di:
    -  Evviva  la "Perla di Labuan"!...  Evviva la Tigre della Malesia!...
    Evviva i tigrotti di Mompracem!














    6. DA MOMPRACEM A SARAWAK.


    La "Perla di Labuan",  con la quale il capo dei  pirati  di  Mompracem
    stava  per intraprendere l'audace spedizione,  era uno dei pi grandi,
    dei pi bei "prahos" che solcassero gli ampi mari della Malesia.
    Stazzava centosessanta tonnellate,  il triplo dei  "prahos"  ordinari.
    Strettissima aveva la carena,  svelte le forme, alta e solida la prua,
    fortissimi gli  alberi  e  amplissime  le  vele,  i  cui  pennoni  non
    misuravano meno di sessanta metri.  A vento largo,  doveva filare come
    una rondine marinara e lasciarsi di gran lunga indietro i  pi  rapidi
    "steamers" e i pi veloci velieri d'Asia e d'Australia.
    Non aveva nulla che potesse farla credere un legno corsaro. N cannoni
    in  vista,  n  equipaggio  numeroso,  n sabordi.  Pareva un elegante
    "praho" mercantile con un carico prezioso nella stiva, in rotta per la
    Cina o per le Indie. Il pi astuto lupo di mare si sarebbe ingannato.
    Chi per fosse sceso nella stiva avrebbe potuto vedere di che merci il
    "praho" era carico. Non erano n tappeti, n ori,  n spezie,  n th:
    erano  bombe,  fucili,  pugnali,  sciaboloni d'arrembaggio e barili di
    polvere in quantit sufficiente per far saltare due  fregate  di  alto
    bordo.
    Chi poi fosse entrato sotto il gran casotto, avrebbe potuto vedere sei
    cannoni di lunga portata, posti sulle loro carrette, pronti a vomitare
    uragani  di  mitraglia e di palle,  nonch due mortai da grosse bombe,
    grappini d'arrembaggio,  asce,  scuri e  pesanti  "parangs",  le  armi
    favorite dei Dayachi del Borneo.
    Girate  le innumerevoli rocce e scogliere madreporiche,  che rendevano
    inaccessibile l'entrata della piccola baia alle grosse navi, la svelta
    "Perla  di  Labuan"  mise  la  prua  verso  la  costa  del  Borneo,  e
    precisamente  verso  il  capo Sirik,  che chiude ad occidente la vasta
    insenatura di Sarawak.
    Il tempo era splendido e il mare  tranquillo:  in  cielo  pochi  cirri
    color di fuoco: in mare nulla.  Non una vela,  non una traccia di fumo
    che segnalasse un piroscafo all'orizzonte,  non  un'onda.  La  immensa
    distesa d'acqua color piombo era perfettamente tranquilla,  quantunque
    soffiasse un leggero venticello fresco.
    Yanez e Kammamuri,  condotta la Vergine della Pagoda nella pi vasta e
    bella  cabina  di  poppa,  erano  risaliti  in coperta,  dove Sandokan
    passeggiava con le braccia incrociate  sul  petto  e  il  capo  chino,
    immerso in profondi pensieri.
    - Che ti pare del nostro legno? - chiese Yanez al maharatto, il quale,
    appoggiato  al  coronamento  di poppa,  guardava attentamente le coste
    dirupate di Mompracem che rapidamente svanivano in lontananza.
    - Non mi ricordo di aver navigato su di un legno rapido  come  questo,
    signor Yanez - rispose il maharatto.  - I pirati, a quanto pare, sanno
    scegliere i loro navigli.
    - Hai ragione,  mio caro.  Non c' piroscafo che tenga testa a  questa
    valorosa  "Perla  di  Labuan".  In  pochi giorni,  se questo vento non
    diminuisce, noi saremo in vista delle coste di Sarawak.
    - Senza combattimenti?
    - Questo non si pu sapere.  Nel mare  della  Malesia  si  conosce  la
    "Perla  di  Labuan" e molti sono gli incrociatori che battono le coste
    del Borneo.  Potrebbe darsi il caso che a qualcuno di essi saltasse il
    ticchio di misurarsi con la Tigre della Malesia.
    - E se ci accadesse?
    - Perbacco,  accetteremmo la sfida. La Tigre della Malesia, amico mio,
    non rifiuta mai un combattimento.
    - Non vorrei che ci assalisse qualche grosso vascello.
    - Non ci farebbe paura.  Abbiamo nella stiva tante  sciabole  e  tanti
    fucili da armare la popolazione di una citt, tante bombe da affondare
    una flotta intera e tanta polvere da far saltare mille case.
    - Ma solo ottanta uomini!
    - Ma sai tu quali uomini sono i nostri?
    - So che sono coraggiosi, ma...
    - Sono Dayachi, mio caro.
    - Che cosa vuol dire?
    - Gente che non ha paura e che d la caccia alle teste.
    - D la caccia alle teste?
    - S,  giovanotto mio.  I Dayachi,  che vivono per lo pi nelle grandi
    foreste del Borneo, si chiamano cacciatori di teste.
    - Sono terribili compagni, allora.
    - Formidabili.
    - E anche pericolosi.  Se una notte saltasse loro la  brutta  idea  di
    decapitarci?
    - Non aver paura,  giovanotto. Rispettano e temono pi noi che le loro
    divinit.  Basta una parola,  una sola occhiata della Tigre per  farli
    diventare mansueti.
    - E quando arriveremo a Sarawak?
    - Fra cinque giorni, se non sopraggiungono accidenti.
    - Burrasche, forse?
    - Peuh - fece il portoghese alzando le spalle. - La "Perla di Labuan",
    guidata da un lupo di mare come Sandokan,  si ride dei pi formidabili
    cicloni.  Sono gli incrociatori,  ti ripeto,  che di quando in  quando
    vengono a seccarci.
    - Ve ne sono molti, dunque?
    - Pullulano come le piante velenose.  Portoghesi,  Inglesi, Olandesi e
    Spagnoli hanno giurato una guerra a morte contro la pirateria.
    - E cos un bel giorno i pirati scompariranno.
    - Oh, niente affatto! -esclam Yanez, con profonda convinzione.
    - La pirateria durer finch vi sar un solo malese.
    - E perch?
    - Perch la schiatta malese non si  sente  inclinata  per  la  civilt
    europea.   Non  conosce  che  il  furto,  l'incendio,  il  saccheggio,
    l'assassinio,  terribili  mezzi  che  le  consentono  di  vivere.   La
    pirateria  malese conta parecchi secoli di vita e continuer per molti
    secoli ancora.  E' una eredit sanguinosa che si trasmette di padre in
    figlio.
    - Ma non scema questo popolo? I continui combattimenti devono fare dei
    grandi vuoti.
    - Poca cosa,  Kammamuri, poca cosa! La stirpe malese  feconda come le
    piante velenose, come gli insetti nocivi. Morto uno, un altro ne nasce
    e il figlio non  meno valoroso n meno sanguinario del padre.
    - La Tigre della Malesia  malese?
    - No,  bornese e di una casta elevata.
    - Ditemi,  signor Yanez,  come  mai  un  uomo  terribile  che  assalta
    vascelli,  che  trucida  interi  equipaggi,  che saccheggia e incendia
    villaggi, che, infine,  sparge ovunque il terrore,  si  generosamente
    offerto di salvare il mio padrone che non ha mai conosciuto?
    - Perch il tuo padrone  il fidanzato di Ada Corishant.
    - Conosceva, forse, Ada Corishant? - chiese Kammamuri, con sorpresa.
    - Non l'ha mai veduta.
    - Non capisco allora...
    - Lo capirai subito,  Kammamuri.  Nel 1850,  cio sei anni or sono, la
    Tigre della Malesia aveva raggiunto  il  culmine  della  sua  potenza.
    Aveva  molti  e  ferocissimi  tigrotti,  numerosi  "prahos",  parecchi
    cannoni.  Con una sola parola faceva  tremare  tutti  i  popoli  della
    Malesia.
    - Eravate anche allora insieme con la Tigre?
    - S e da parecchi anni. Un giorno Sandokan fu informato che a
    Labuan viveva una fanciulla incantevole,  bellissima, e si sent vinto
    dal desiderio di contemplarla. Si rec a Labuan,  ma fu scoperto da un
    incrociatore,  sconfitto e ferito.  Con infinite pene e del tutto solo
    pot riparare sotto i boschi e di l  giungere  ad  una  casa  abitata
    da... indovina da chi?
    - Non lo saprei.
    - Dalla fanciulla che voleva vedere.
    - Oh! quale strana combinazione!
    - La Tigre della Malesia non aveva amato fino allora che le lotte,  le
    stragi,  le tempeste.  Ma,  vista la fanciulla,  se ne  innamor  alla
    follia.
    - Chi? La Tigre? E impossibile! - esclam Kammamuri.
    -  Ti  narro  dei  fatti  veri - disse Yanez.  - Am la fanciulla,  la
    fanciulla ricambi ardentemente l'affetto del pirata e si  accordarono
    per fuggire assieme.
    - Perch fuggire?
    -  La  fanciulla  aveva  uno  zio  capitano  di  marina,  uomo ruvido,
    violento,  nemico acerrimo della Tigre della  Malesia.  Sorvolo  sulle
    tremende battaglie accadute fra inglesi e pirati,  sulle disgrazie che
    toccarono alla Tigre, sul bombardamento di Mompracem, sulle fughe.  Ti
    dir  solo  che  Sandokan  finalmente  pot  sposare  la  fanciulla  e
    rifugiarsi a Batavia. Io e una trentina di tigrotti lo seguimmo.
    - E gli altri?
    - Erano tutti morti.
    - E perch la Tigre torn a Mompracem?
    Yanez non rispose e il maharatto,  sorpreso di non ricevere  risposta,
    alz gli occhi e lo vide asciugarsi rapidamente una lacrima.
    - Ma voi piangete! - esclam.
    - Non  vero - disse Yanez.
    - Perch negarlo?
    - Hai ragione,  Kammamuri. Anche la Tigre della Malesia, che non aveva
    mai pianto,  vidi scoppiare in lacrime.  Il cuore mi si stringe  e  un
    nodo mi serra la gola tutte le volte che io penso a Marianna Guillonk.
    -  Marianna  Guillonk!...  -  esclam  il  maharatto.  -  Chi  questa
    Guillonk?
    - Era la giovinetta fuggita con la Tigre della Malesia.
    - Parente di Ada Corishant?
    - Cugina, Kammamuri.
    - Ecco perch la Tigre ha promesso di salvare  Tremal-Naik  e  la  sua
    fidanzata. Ditemi, signor Yanez,  viva Marianna Guillonk?
    - No,  Kammamuri - disse Yanez con tristezza.  - Sono quattro anni che
    dorme in una tomba.
    - Morta?
    - Morta!
    - E suo zio?
    - Vive ed  sempre in  cerca  di  Sandokan.  Lord  James  Guillonk  ha
    giurato di farlo appiccare con me.
    - E dove si trova ora?
    - Non lo sappiamo.
    - Temete d'incontrarlo?
    - Ti dir che ho un presentimento.  Ma...  ai presentimenti gi io non
    credo pi.
    Accese una sigaretta e si mise a passeggiare sul ponte.  Il  maharatto
    not che quell'uomo, di solito cos ilare, era diventato triste.
    - Forse sono i ricordi che l'hanno reso malinconico - mormor, e scese
    nella cabina della pazza.
    Il  vento  continuava  a  mantenersi  buono,  anzi tendeva a crescere,
    accelerando la corsa della "Perla di Labuan",  la quale  non  tard  a
    raggiungere i sette nodi all'ora,  velocit che le avrebbe permesso di
    guadagnare ben presto ii capo Sirik.
    A mezzod furono  segnalate  a  babordo  le  Romades,  gruppo  d'isole
    situate  a  quaranta  miglia  dalla  costa del Borneo,  abitate per la
    maggior parte da pirati che se la intendevano a meraviglia con  quelli
    di Mompracem. Alcuni "prahos", anzi, raggiunsero la "Perla di Labuan",
    augurando all'equipaggio e al suo capitano buona preda.
    Qualche  vela lontana,  un brigantino e alcune giunche cinesi di forme
    pesanti e barocche,  furono segnalati durante il giorno,  ma la  Tigre
    della Malesia,  che temeva di arrivare dopo l'"Helgoland" e non voleva
    esporre i suoi uomini in un combattimento inutile, non si cur di quei
    navigli.
    All'indomani,   ai   primi   albori,   fu   segnalata   Whale,   isola
    considerevole,  lontana  centodieci  miglia  da  Mompracem,  cinta  da
    scogliere innumerevoli che rendono oltremodo pericoloso l'approdo. Una
    cannoniera battente bandiera olandese, che esplorava la costa cercando
    senza dubbio qualche legno corsaro,  appena ebbe scorta la  "Perla  di
    Labuan" prese il largo a tutto vapore;  il suo ponte, in un baleno, si
    copr di marinai armati di carabine di lunga portata e gli  artiglieri
    smascherarono a tribordo un grosso cannone.
    -  Oh!  -  esclam  Yanez,  avvicinandosi  a Sandokan che guardava con
    occhio tranquillo la cannoniera.  - Fratello mio,  quella bestia l ha
    fiutato qualcosa, perch pare che si prepari a darci la caccia.
    - Non crederlo - rispose la Tigre. - Si accontenter di seguirci.
    - Non mi va troppo a sangue essere seguito da una cannoniera.
    - Hai paura?
    -  No,  fratello  mio.  Ma  se  quella  cannoniera  ci seguisse fino a
    Sarawak?
    - Perch vuoi che ci segua a  Sarawak?  Se  ha  un  sospetto  ci  dar
    battaglia e noi la coleremo a picco.
    -  Diffida,  fratello.  Mi  si  disse  che  James  Brooke ha una buona
    flottiglia,  che cambia assai spesso bandiera ed apparenza per dar  la
    caccia ai pirati.
    -  Le  conosco le astuzie di quel lupo di mare.  So che talvolta,  per
    attirare  i  pirati,  disalbera  la  sua  nave,  il  "Realista",   per
    mitragliarli appena giunti a tiro.
    -  E'  vero,  Sandokan,  che quel diavolo d'uomo ha sterminato tutti i
    pirati che battevano le coste di Sarawak?
    - E' vero, Yanez. Col suo piccolo "schooner", il "Realista",  purg le
    coste  di mezzo Borneo,  distruggendo tutti i "prahos",  incendiando i
    villaggi,  cannoneggiando le fortezze.  Quell'uomo ha del sangue nelle
    vene,  non  vale per i pirati di Mompracem.  Tremi il giorno in cui i
    miei tigrotti approderanno sulle sue terre.
    - Vuoi misurarti con lui?
    - Lo spero.  La Tigre dar  allo  sterminatore  dei  pirati  un  colpo
    terribile, forse il colpo di grazia.
    -  Guarda  la  cannoniera,  Sandokan.  C'invita  a  mostrare la nostra
    bandiera.
    - Non sar certo la mia, quella che mostrer.
    - Quale allora? - chiese Yanez.
    - Ehi, Kai-Mal, mostra a quei curiosi una bandiera inglese,  olandese
    o portoghese.
    Pochi  istanti  dopo,  una  bandiera portoghese sventolava a poppa del
    "praho".
    La cannoniera, soddisfatta, prese quasi subito il largo, non gi verso
    l'isola Whale, che si scorgeva ancora all'orizzonte,  ma verso il sud.
    Quella  rotta  fece aggrottare le ciglia alla Tigre della Malesia e al
    suo compagno.
    - Uhm! - fece il portoghese. - C' sotto qualche cosa.
    - Lo so, fratello.
    -  Quella  cannoniera  si  dirige  verso  Sarawak,   ne  sono   certo,
    certissimo. Appena fuori di vista modificher la sua rotta.
    - Gli uomini che la montano sono furbi. Hanno fiutato in noi dei
    pirati.
    - Che cosa farai?
    - Nulla per ora. Quella cannoniera, oggi, cammina pi di noi.
    - Che vada ad aspettarci a Sarawak?
    - E' probabile.
    -  Ci  tender forse un agguato alla foce del fiume,  con la flotta di
    Brooke.
    - Daremo battaglia.
    - Non abbiamo che otto cannoni, Sandokan.
    - Noi, ma l'"Helgoland" ne avr pi di noi. Lo vedrai, portoghese,  ci
    divertiremo.
    Per  due  giorni  la  "Perla  di  Labuan"  navig alla distanza di una
    trentina di miglia dalla costa del Borneo,  segnalata dalla  cima  del
    monte Patau, gigantesco cono coperto di superbe foreste che si eleva a
    1880 piedi sul livello del mare.
    La  mattina  del terzo,  dopo una breve calma,  girava il capo Sirick,
    promontorio roccioso coronato da alcune isole e isolotti che chiude la
    vasta baia di Sarawak verso nord.
    Sandokan,  che temeva di trovarsi da un istante all'altro dinanzi alla
    flottiglia  di James Brooke,  fece caricare i cannoni e nascondere due
    terzi dell'equipaggio;  quindi innalz la bandiera olandese.  Dopo  di
    che,  mise  la  prua al capo Tanjong-Datu,  che ad occidente chiude la
    baia,  in vicinanza del quale doveva passare l'"Helgoland" proveniente
    dall'India.  Verso  il  mezzod  dello stesso giorno,  tra la generale
    sorpresa,  la "Perla di Labuan" si imbatteva nella cannoniera olandese
    che  tre  giorni  prima aveva incontrato nelle acque dell'isola Whale.
    Sandokan, nel vederla, lasci andare un violento pugno sulla murata.
    - Ancora la cannoniera! - esclam, aggrottando la fronte e mostrando i
    denti, bianchi e aguzzi come quelli di una tigre.
    - Ci spia, Sandokan - disse Yanez.
    - Ma io la coler a picco.
    - Non lo farai,  Sandokan.  Un colpo di cannone pu essere udito dalla
    flotta di Brooke.
    - Io me ne rido della flotta del rajah.
    - Sii prudente, Sandokan.
    - Sar prudente,  giacch lo vuoi,  ma vedrai che quella cannoniera ci
    tender un agguato alla foce del Sarawak.
    - Non sei la Tigre della Malesia, tu?
    - S,  ma abbiamo la Vergine della pagoda a bordo.  Una palla potrebbe
    colpirla.
    - Coi nostri petti le faremo scudo.
    La  cannoniera  olandese  era  giunta a duecento metri dalla "Perla di
    Labuan".  Sul  suo  ponte  si  vedevano  il  capitano,  munito  di  un
    cannocchiale  e,  affollati a prua,  una trentina di marinai armati di
    carabine.  A poppa alcuni artiglieri circondavano un  grosso  cannone.
    Gir  attorno  al "praho" descrivendo un grandissimo semicerchio,  poi
    vir di bordo mettendo la prua a sud, verso Sarawak.
    La sua velocit era tale che in tre quarti d'ora non si  scorgeva  pi
    che un sottile pennacchio di fumo. - Dannazione! - esclam Sandokan. -
    Se mi torni a tiro ti mando a picco con una sola bordata.
    - La ritroveremo a Sarawak - disse Yanez. - Lo spero, ma...
    Un grido che veniva dall'alto lo interruppe bruscamente.
    -  Eh!  Uno "steamer" all'orizzonte!  - aveva gridato un pirata che si
    teneva a cavalcioni del gran pennone di maestra.
    - Un incrociatore, forse! - esclam Sandokan il cui sguardo si accese.
    - Da dove viene?
    - Dal nord - rispose il gabbiere.
    - Lo vedi bene?
    - Non scorgo che il fumo e l'estremit dei suoi alberi.
    - Se fosse l'"Helgoland"! - esclam Yanez.
    - E' impossibile! Verrebbe dall'occidente, non gi dal nord.
    - Pu aver toccato Labuan.
    - Kammamuri! - grid la Tigre.
    Il maharatto,  che si era issato sul coronamento di poppa,  si slanci
    gi correndo verso il pirata.
    - Conosci l'"Helgoland"? - chiese la Tigre.
    - S, padrone.
    - Ebbene, seguimi!
    Si  slanciarono verso i paterazzi,  s'inerpicarono fino alla estremit
    dell'albero di maestra e fissarono  i  loro  sguardi  sulla  verdastra
    superficie del mare.



















    7. L'HELGOLAND.


    All'orizzonte,  l dove il cielo si confondeva con l'oceano, era quasi
    improvvisamente apparso un  vascello  a  tre  alberi  che,  quantunque
    ancora  assai lontano,  s'indovinava essere di grandi dimensioni.  Dal
    fumaiolo usciva una striscia di fumo nero che il vento  portava  assai
    lontano.  La  sua  mole,  la  sua struttura,  i suoi alberi rivelavano
    subito che quella nave era un vascello da guerra.
    - Lo scorgi,  Kammamuri?  - chiese Sandokan,  che fissava il piroscafo
    con  estrema  attenzione,  come se volesse riconoscere la bandiera che
    sventolava sul picco della randa.
    - S - rispose il maharatto.
    - Lo conosci?
    - Aspettate... mi pare... l'"Helgoland"!
    - Non t'inganni?
    - No, Tigre, non m'inganno. Ecco la sua prua tagliata ad angolo retto,
    ecco l i suoi alberi tutti d'un pezzo,  ecco i suoi  dodici  sabordi.
    S, Tigre, s,  l'"Helgoland"!
    Un lampo sinistro guizz negli occhi della Tigre della Malesia.
    - L v' lavoro per tutti! - esclam il pirata.
    Si aggrapp ad una sartia e si lasci scivolare fino al ponte.  I suoi
    pirati,   che  avevano  brandite  le   armi,   gli   corsero   attorno
    interrogandolo con lo sguardo.
    - Yanez! - chiam.
    - Eccomi, fratello - rispose il portoghese, accorrendo da poppa.
    -  Prendi  sei  uomini,  scendi  nella  stiva  e  sfonda i fianchi del
    "praho".
    - Che? Sfondare i fianchi del "praho"? Sei matto?
    - Ho il mio piano.  L'equipaggio del vascello udr  le  nostre  grida,
    accorrer  e  ci  accoglier come naufraghi.  Tu sarai un ambasciatore
    portoghese in rotta per Sarawak e noi la tua scorta.
    - Ebbene?
    - Ebbene una volta sul vascello,  non sar difficile per  uomini  come
    noi  impadronircene.  Spicciati: l'"Helgoland" avanza.  Fratello,  sei
    davvero un grand'uomo!  - esclam il  portoghese.  Fece  armare  dieci
    uomini  e  discese  nella  stiva  ingombra  di  armi,  di barilotti di
    polvere,  di palle e di vecchi cannoni che  servivano  quale  zavorra.
    Cinque  uomini si misero a babordo e gli altri cinque a tribordo,  con
    le scuri in mano.
    - Animo,  ragazzi - disse il portoghese.  - Picchiate sodo,  ma che le
    falle  non  siano troppo grandi.  Bisogna affondare lentamente per non
    farsi mangiare dai pesci-cani.
    I dieci uomini si misero a picchiare contro i  bordi  della  nave  che
    erano  solidi  come  fossero di ferro.  Dieci minuti dopo,  due enormi
    getti d'acqua si precipitavano  fischiando  nella  stiva,  dirigendosi
    verso poppa.
    Il portoghese ed i dieci pirati si slanciarono in coperta.
    - Affondiamo - disse Yanez. - Saldi in gambe, ragazzi, e nascondete le
    pistole e i "kriss" sotto le casacche. Domani ne avremo bisogno.
    - Kammamuri - grid Sandokan, - conduci la tua padrona sul ponte.
    - Dovremo saltare in mare, capitano? - chiese il maharatto.
    - Non c' bisogno.  Se per sar necessario,  m'incarico io di portare
    la giovanetta.
    Il maharatto si  precipit  sotto  coperta,  afferr  fra  le  robuste
    braccia la sua padrona, senza che ella opponesse la minima resistenza,
    e la port sul ponte.
    Il piroscafo era lontano un buon miglio, ma si avanzava colla velocit
    di  quattordici  o  quindici  nodi  all'ora.  Fra  pochi minuti doveva
    trovarsi sulle acque del "praho".
    La Tigre della Malesia si avvicin ad un cannone e vi diede fuoco.
    La detonazione fu portata dal vento fino al vascello,  il  quale  mise
    subito la prua verso il "praho".
    - Aiuto! a noi! - url la Tigre.
    - Aiuto! aiuto!
    - Affondiamo!
    - A noi! a noi! - gridarono i pirati.
    Il "praho",  inclinato a tribordo,  affondava lentamente,  traballando
    come fosse ubriaco.  Gi nella stiva si udiva  l'acqua  penetrare  con
    sordo  rumore  attraverso  le  due  spaccature,  e  i barili urtarsi e
    spezzarsi contro i cannoni. L'albero di maestra, scavezzato alla base,
    barcoll un istante,  poi precipit in mare,  trascinando nella caduta
    la gran vela e tutte le sartie.
    - In acqua le artiglierie - comand Sandokan,  che sentiva mancarsi il
    "praho" sotto i piedi.
    I cannoni furono gettati in mare,  poi i barili di polvere,  le palle,
    le  ancore,  la zavorra che era in coperta,  le gomene e gli alberi di
    ricambio.
    Sei  uomini,  afferrati  alcuni  mastelli,  scesero  nella  stiva  per
    rallentare  l'impeto  delle acque che entravano con furia ampliando le
    falle.
    Il vascello era giunto allora a trecento metri di distanza  e  si  era
    arrestato.  Sei imbarcazioni montate da marinai si staccarono dai suoi
    fianchi dirigendosi a tutta velocit verso il "praho" che affondava.
    - Aiuto! aiuto! - grid Yanez, che si trovava in piedi sulla murata di
    babordo, circondato da tutti i pirati.
    - Coraggio - grid una voce partita dal battello pi vicino.
    Le imbarcazioni venivano avanti con furia,  fendendo rumorosamente  le
    acque.   I   timonieri,   seduti   a  poppa,   colla  barra  in  mano,
    incoraggiavano i  marinai,  i  quali  arrancavano  con  furore  e  con
    perfetto accordo, senza perdere un colpo di remo.
    In brevi istanti il "praho" si trov abbordato da due lati.
    L'ufficiale che comandava la piccola squadra, un buon giovanotto nelle
    cui vene doveva scorrere sangue indiano,  salt sul ponte di legno che
    stava per sommergersi.
    Vedendo la pazza, si scopr cortesemente il capo.
    - Spicciatevi - disse, - prima la signora, poi gli altri.  Avete nulla
    da salvare?
    - Nulla, comandante - disse Yanez. - Abbiamo gettato tutto in mare.
    - In barca!
    La Vergine della pagoda prima,  poi Yanez,  Sandokan e alcuni malesi e
    dayachi si precipitarono nell'imbarcazione dell'ufficiale,  mentre gli
    altri si accomodavano alla meglio nelle altre cinque.
    La  piccola  squadra  si  allontan  in  fretta,  dirigendosi verso il
    vascello che avanzava a piccolo vapore.
    L'acqua arrivava allora sul ponte del "praho",  il quale oscillava  da
    prua a poppa scuotendo il malfermo albero di trinchetto.
    D'improvviso  fu  visto piegarsi sul fianco dritto,  rovesciarsi,  poi
    scomparire sotto le onde,  formando un piccolo vortice che  attir  le
    imbarcazioni  per una ventina di metri,  nonostante gli sforzi erculei
    dei marinai.
    Una grande  ondata  si  distese  al  largo,  sollevando  i  rottami  e
    infrangendosi  contro  i  fianchi  del vascello,  il quale barcoll da
    babordo a tribordo.
    - Povera "Perla"! - esclam Yanez che prov una stretta al cuore
    - Da dove venivate?  - chiese  l'ufficiale  dell'"Helgoland",  rimasto
    fino allora silenzioso.
    - Da Varauni - rispose Yanez.
    - Si era aperta una falla?
    -  S,  a  causa di un urto contro la scogliera dell'isola Whale.  Chi
    sono tutti questi uomini di colore che conducete con voi?
    - Dayachi e Malesi.  E' una scorta  d'onore  datami  dal  Sultano  del
    Borneo.
    - Ma allora voi siete...?
    -  Yanez  Gomera  e  Marhanhao,  capitano di S.M.  Cattolica il Re del
    Portogallo, ambasciatore alla Corte del Sultano di Varauni.
    L'ufficiale si scoperse il capo.
    - Sono tre volte felice di avervi salvato - disse inchinandosi.
    - Ed io vi ringrazio,  signore - disse  Yanez,  inchinandosi  pure.  -
    Senza il vostro aiuto, a quest'ora nessuno di noi sarebbe in vita.
    Le imbarcazioni erano giunte presso il vascello. La scala fu abbassata
    e  l'ufficiale,  Yanez,  Ada,  Sandokan  e tutti gli altri salirono in
    coperta dove li attendevano ansiosamente il capitano e l'equipaggio.
    L'ufficiale present Yanez al  capitano  del  vascello,  un  bell'uomo
    sulla  quarantina  con  due grossi mustacchi e la pelle abbronzata dal
    sole equatoriale.
    - E' una vera fortuna, signore, l'essere arrivato in cos buon punto -
    disse il capitano stringendo vigorosamente la destra che il portoghese
    gli porgeva.
    - Certamente, mio caro capitano. Mia sorella sarebbe morta.
    - E' vostra  sorella,  signor  ambasciatore?  -  chiese  il  capitano,
    guardando la pazza che non aveva ancor pronunciato parola.
    - S, capitano, ma l'infelice  pazza.
    - Pazza?
    - S, comandante.
    -  Cos  giovane  e  cos  bella!  - esclam il capitano guardando con
    occhio compassionevole la Vergine della pagoda. - Forse sar stanca.
    - Lo credo, capitano.
    - Sir Strafford, conducete la signora nella migliore cabina di poppa.
    - Permettete per  che  il  suo  servo  la  segua  -  disse  Yanez.  -
    Accompagnala, Kammamuri.
    Il maharatto prese per mano la giovinetta e segu l'ufficiale a poppa.
    -  Anche  voi,  signore,  dovete  essere  stanco e affamato - disse il
    capitano, rivolgendosi a Yanez.
    - Non dico di no,  capitano.  Sono due lunghe notti che non  si  dorme
    affatto e due giorni che appena si assaggia cibo.
    - Dove eravate diretti?
    -  A  Sarawak.  A proposito,  permettetemi,  capitano,  di presentarvi
    S.A.R.  Orango Kahaian fratello del sultano di Varauni -  disse  Yanez
    presentando Sandokan.
    Il capitano strinse con entusiasmo la mano della Tigre della Malesia.
    -  Per  Bacco!  -  esclam.  -  Un  ambasciatore e un principe sul mio
    vascello? Ci  un avvenimento. Non occorre che vi dica, signori,  che
    la mia nave  a vostra disposizione.
    Mille grazie, capitano - rispose Yanez. - Siete anche voi in rotta per
    Sarawak?
    Precisamente,  e faremo il viaggio insieme.  Quale fortuna!  Vi recate
    forse dal rajah James Brooke?
    S, capitano, devo firmare un trattato importantissimo.
    Lo conoscete il rajah?
    No, capitano.
    Vi presenter io, signor ambasciatore. Sir Strafford, conducete questi
    signori nel quadro di poppa e fate servire loro il pranzo.
    - E i nostri marinai, dove li alloggerete, capitano? - chiese Yanez.
    - Nel frapponte, se non vi spiace.
    - Grazie, capitano.
    Yanez e Sandokan seguirono l'ufficiale che li condusse  in  una  vasta
    cabina fornita di lettucci e ammobiliata con molta eleganza.
    Le due finestre, riparate da grossi vetri e da cortine di seta, davano
    sulla  poppa della nave e permettevano alla luce e all'aria di entrare
    liberamente.
    - Sir Strafford - disse  Yanez,  -  chi  abbiamo  vicino  alla  nostra
    cabina?
    - Il capitano alla vostra destra, e vostra sorella a sinistra.
    - Benissimo. Scambieremo qualche parola attraverso le pareti.
    L'ufficiale  si ritir,  avvertendoli che sarebbe stato subito servito
    il pranzo.
    - Ebbene, fratello mio, come va? - chiese Yanez quando furono soli.  -
    Va  tutto  a  gonfie vele - rispose Sandokan: - quei poveri diavoli ci
    credono davvero due galantuomini.
    - Che cosa ne dici del vascello?
    - E' un legno di prima classe che far ottima figura a Sarawak.
    - Hai contato gli uomini di bordo?
    - S, sono una quarantina.
    - Accidenti!  - esclam il portoghese facendo una brutta smorfia.- Hai
    paura di quaranta uomini?
    - Non dico di no.
    - Siamo in buon numero e tutti scelti, Yanez.
    - Ma hanno dei buoni cannoni, gli Inglesi.
    -  Ho  incaricato  Hirundo di venirmi a dire di quali mezzi dispone il
    vascello. Il ragazzo  furbo e ci dir tutto.
    - Quando faremo il colpo?
    - Questa notte. Domani, a mezzogiorno, saremo alla foce del fiume.
    - Zitto, ecco il pranzo.
    Il garzone portava,  aiutato  da  due  mozzi,  un  lauto  pranzo:  due
    sanguinolenti  beefsteaks,  un colossale pudding,  scelte bottiglie di
    vino francese e di  gin.  I  due  pirati,  che  avevano  appetito,  si
    sedettero   a  tavola,   assaltando  bravamente  il  pranzo.   Stavano
    intaccando il pudding, quando al di fuori si ud un passo silenzioso e
    un leggero sibilo.
    - Entra, Hirundo - disse Sandokan.
    Un bel giovanotto, color del bronzo, ben piantato, con lo sguardo vivo
    entr chiudendo dietro di s la porta.
    - Siedi e narra, Hirundo - disse Yanez. - Dove sono i nostri?
    - Nel frapponte - rispose il giovane dayaco.
    - Che cosa fanno?
    - Accarezzano le armi.
    - Quanti cannoni vi sono nella batteria? - chiese Sandokan.
    - Dodici, Tigre.
    - Questi inglesi sono ben armati.  James Brooke avr un osso  duro  da
    rodere,  se gli salter il ticchio di abbordarci. Con una sola bordata
    manderemo a picco il suo famoso "Realista".
    - Lo credo, Tigre.
    - Odimi, Hirundo, e cacciati in testa le mie parole.
    - Sono tutto orecchi.
    - Che nessuno dei nostri si muova, per ora. Quando la luna tramonter,
    rovesciate i cannoni della  batteria  e  salite  in  massa  sul  ponte
    gridando: al fuoco!  al fuoco!  I marinai, gli ufficiali e il capitano
    saliranno  in  coperta  e  noi  daremo  loro  addosso,   se   non   si
    arrenderanno. Mi hai capito?
    - Perfettamente, Tigre della Malesia.
    -  Appena  uscirai  di qui,  entrerai nella cabina della Vergine della
    pagoda,  che  attigua a questa,  e dirai  a  Kammamuri  di  barricare
    solidamente la porta e di non uscire finch durer il combattimento.
    - Ho capito, Tigre della Malesia.
    - Vattene e obbedisci.
    Hirundo  usc  ed  entr  nella  cabina  della  Vergine  della  pagoda
    d'Oriente.
    - Li costringeremo ad arrendersi.  Mi  dispiacerebbe  uccidere  questi
    uomini che ci hanno accolto con tanta cortesia - disse Sandokan.
    I  due  pirati terminarono tranquillamente il pasto vuotando parecchie
    bottiglie,  sorseggiarono il th e si sdraiarono  nei  loro  lettucci,
    aspettando pazientemente il segnale per precipitarsi in coperta.
    Verso le otto il sole sparve sotto l'orizzonte e le tenebre si stesero
    sull'ampia superficie d'acqua.
    Sandokan diede uno sguardo fuori del finestrino.
    A babordo,  a grande distanza, gli sembr di vedere una massa nerastra
    ergersi verso le nubi: a poppa,  pure assai lontana,  una vela  bianca
    che radeva l'orizzonte.
    -  Siamo  in  vista  del  monte  Matang  - mormor.  - Domani saremo a
    Sarawak.
    Tese gli orecchi, avvicinandosi alla porta della cabina.
    Ud due persone scendere la scaletta,  un  bisbiglio,  poi  due  porte
    aprirsi e chiudersi; una a destra e l'altra a sinistra.
    -  Bene  -  torn  a  mormorare.  - Il capitano e il luogotenente sono
    entrati nelle loro cabine. Tutto va a meraviglia.
    Poco dopo ud suonare nella cabina del capitano le nove, poi le dieci,
    indi le undici.  Sussult come se fosse stato colpito  da  una  scossa
    elettrica. Balz dal letto.
    - Yanez - esclam.
    - Fratello - rispose il portoghese.
    La  Tigre della Malesia fece due passi verso l'uscio colla mano destra
    sull'impugnatura della scimitarra.  Un grido  terribile  rimbomb  nel
    ventre del vascello perdendosi sul mare.
    - Al fuoco! al fuoco!
    - Saliamo! - esclam Sandokan.
    I due pirati, aperta la porta, si slanciarono sul ponte come tigri.



















    8. LA BAIA DI SARAWAK.


    Al  grido  terribile di: al fuoco!  al fuoco!  l'ingegnere aveva fatto
    immediatamente arrestare il vascello,  il quale non avanzava  pi  che
    sotto l'impulso delle ultime battute dell'elica.
    Una  confusione indescrivibile,  all'apparire dei due pirati,  regnava
    sul ponte. Dal castello di prua, seminudi o in camicia,  uscivano alla
    rinfusa i marinai,  ancora mezzo assonnati,  in preda ad un indicibile
    sgomento,  urtandosi gli uni con gli altri,  sospingendosi,  cadendo e
    risollevandosi.  Gli uomini di guardia,  non meno atterriti,  credendo
    che il fuoco avesse gi preso allarmanti proporzioni,  s'affannavano a
    raccogliere le secchie sparse sul ponte.  Dai boccaporti, invece, come
    marea montante,  salivano in furia i tigrotti di Mompracem,  col kriss
    fra  i  denti e le pistole in pugno,  pronti alla battaglia.  Comandi,
    grida, imprecazioni,  esclamazioni,  domande,  s'incrociavano per ogni
    dove,  dominando  i muggiti della macchina e gli ordini dell'ufficiale
    di quarto.
    - Dov' il fuoco? - chiedeva uno.
    - Nella batteria, - rispondeva un altro.
    - Alla Santa Barbara! Alla Santa Barbara!
    - Formate la catena.
    - Tuoni! Alle pompe!
    - Capitano! Dov' il capitano?
    - Ai vostri posti!  - tuonava  l'ufficiale.  -  Animo,  ragazzi,  alle
    pompe! Ai vostri posti!
    D'un tratto una voce,  squillante come una tromba, risuona in mezzo al
    ponte del vascello immobile.
    - A me, tigrotti!
    La Tigre della Malesia si slancia fra i suoi uomini. Nella mano destra
    stringe come una morsa la scimitarra che scintilla  al  vago  chiarore
    dei fanali di prua.
    Un urlo feroce rimbomba:
    - Viva la Tigre della Malesia!
    I marinai del vascello,  sorpresi,  spaventati nel vedere tutti quegli
    uomini armati  pronti  a  gettarsi  contro  di  loro,  si  precipitano
    confusamente  a  prua  ed  a  poppa afferrando le scuri,  le aspe,  le
    manovelle, i boscelli, le gomene.
    - Tradimento! tradimento! - si urla da ogni parte.
    I pirati,  col kriss in mano,  si preparano a sfondare le due muraglie
    umane. La Tigre della Malesia con un fischio arresta lo slancio.
    Il  capitano era apparso sul ponte e si dirigeva coraggiosamente verso
    di loro, col revolver nella destra.
    - Che cosa succede? - chiese egli, con voce imperiosa.
    Sandokan usc dal gruppo movendo verso di lui.
    - Lo vedete bene, capitano - disse egli. - I miei uomini assaltano
    i vostri.
    - Chi siete voi?
    - La Tigre della Malesia, mio capitano.
    - Come!... Un altro nome dunque?... Dov' l'ambasciatore?...
    - L in mezzo, con la pistola in pugno, pronto a sparare su di voi, se
    non vi affrettate ad arrendervi.
    - Miserabile!...
    - Calma,  capitano.  Non si insulta impunemente il capo dei pirati  di
    Mompracem.
    Il capitano fece tre passi indietro.
    - Pirati!... - esclam. - Voi, pirati!...
    - E dei pi formidabili.
    - Indietro! - tuon egli alzando il revolver. - Indietro o vi ammazzo!
    - Capitano - riprese Sandokan facendosi innanzi;  - noi siamo ottanta,
    tutti armati e decisi a tutto,  e voi non avete  che  quaranta  uomini
    quasi  inermi.  Io  non vi odio e non voglio sacrificarvi inutilmente;
    arrendetevi dunque, e vi giuro che non vi sar torto un capello.
    - Ma infine che cosa volete?
    - Il vostro vascello.
    - Per corseggiare poi il mare?
    -  No,  per  compiere  una  buona  azione.   capitano;   per  riparare
    un'ingiustizia degli uomini.
    - E se io rifiutassi?
    - Lancerei i miei tigrotti contro di voi.
    - Ma voi volete derubarmi!
    Sandokan  si  slacci  una  cintura  ben  gonfia  che portava sotto la
    casacca e, mostrandola al capitano:
    - Qui vi  un milione in diamanti - disse: - prendete!
    Il capitano lo guard trasognato.
    - Non comprendo - disse.  - Avete  degli  uomini  coi  quali  potreste
    impadronirvi  del vascello senza troppi sacrifici e invece mi regalate
    un milione! Che uomo siete voi?
    - Sono la Tigre della Malesia - rispose Sandokan. - Ors,  arrendetevi
    o  sar  costretto  a  scatenare  contro di voi questi tigrotti che mi
    circondano.
    - Ma che cosa farete dei miei uomini?
    - V'imbarcheremo tutti nelle scialuppe e vi lasceremo liberi.
    - E dove andremo?
    - La costa del Borneo non  molto lontana. Spicciatevi, decidete.
    Il capitano esitava.  Forse temeva che,  deposte le armi,  i pirati si
    scagliassero contro i suoi uomini per massacrarli.
    Yanez indovin subito ci che passava nella mente di lui e,  facendosi
    innanzi:
    - Capitano - disse, - avete torto di dubitare della parola della Tigre
    della Malesia, poich mai egli manc alle promesse fatte.
    - Avete ragione - disse il comandante.  - Ol,  marinai,  deponete  le
    armi; ogni resistenza  inutile.
    I  marinai,  che  se  la vedevano molto brutta,  non esitarono un solo
    istante e gettarono sul ponte coltelli, scuri, manovelle e aspe.
    - Bravi ragazzi - disse Sandokan.
    Ad un suo cenno,  le due baleniere e tre scialuppe  furono  calate  in
    mare, dopo averle ben provviste di viveri.
    I marinai,  inermi, sfilarono in mezzo ai pirati prendendo posto nelle
    imbarcazioni. Ultimo rimase il capitano.
    - Signore - diss'egli,  arrestandosi dinanzi alla Tigre della Malesia,
    - non abbiamo n un'arma per difenderci, n una bussola per dirigerci.
    Sandokan stacc da una catenella che gli pendeva sul petto una bussola
    d'oro e, porgendola all'ufficiale:
    - Questa  per dirigervi - rispose.
    Si  lev  dalla cintura le due pistole e dal dito un magnifico anello,
    ornato di un diamante grosso come una nocciola,  e porse i tre oggetti
    al capitano.
    -  Queste armi per difendervi,  questo anello per ricordo,  e la borsa
    piena di diamanti per pagarvi il vascello che  vi  ho  preso  -  disse
    Sandokan.
    -  Siete  l'uomo pi strano che abbia incontrato in vita mia - osserv
    il capitano,  ricevendo i tre oggetti.  - E non pensate che io  potrei
    scaricarvi addosso queste armi?
    - Non lo farete.
    - Perch?
    - Perch siete un leale gentiluomo. Andate!
    Il   capitano   fece   un   leggero  saluto  con  la  mano  e  discese
    nell'imbarcazione, la quale prese subito il largo, seguita da tutte le
    altre, dirigendosi verso l'ovest.
    Venti minuti dopo l'"Helgoland" navigava lestamente verso la costa  di
    Sarawak che era lontana tutt'al pi un centinaio di miglia.
    -  Andiamo  ora a trovare Kammamuri e la sua padrona - disse Sandokan,
    dopo aver dato la rotta.  - Speriamo che non sia accaduto  nulla  alla
    povera Ada.
    Scese  la  scaletta di poppa assieme con Yanez e buss alla cabina del
    maharatto.
    - Chi ? - domand Kammamuri.
    - Sandokan.
    - Abbiamo vinto, capitano?
    - S, amico mio.
    - Evviva la Tigre della Malesia! - url il bravo maharatto.
    Tolse i mobili che aveva accumulato dietro la porta ed apr.  Yanez  e
    Sandokan entrarono.
    Il  maharatto  era  armato  fino  ai  denti.  Aveva  ancora in mano la
    scimitarra e la sua cintura era zeppa di pistole e di pugnali.
    Sdraiata su di una poltroncina stava la pazza,  occupata a  strappare,
    con mano nervosa, i petali ad una rosa di Cina, tolta poco prima da un
    vaso di fiori.
    Vedendo  entrare  Sandokan  e Yanez si alz di scatto,  fissando su di
    loro uno sguardo che rivelava un profondo terrore.
    - I Thugs!... I Thugs!... - esclam.
    - Sono i nostri amici, padrona - disse il maharatto.
    Ella  guard  Kammamuri  per  qualche  istante,   poi  ricadde   sulla
    poltroncina tornando a strappare il fiore che teneva in mano.
    -  Le  urla  dei  combattenti hanno prodotto qualche impressione sulla
    disgraziata? - chiese Sandokan al maharatto.
    - S - rispose egli. - Si  alzata tutta tremante gridando: I Thugs! i
    Thugs! Ma poi, a poco a poco, si  calmata.
    - Null'altro?
    - Null'altro, capitano.
    - Veglia attentamente su di lei, Kammamuri.
    - Non lascer il suo fianco.
    Yanez e Sandokan risalirono  in  coperta.  Proprio  in  quel  medesimo
    istante  gli  uomini  di  guardia  segnalavano,  verso  sud,  un punto
    rossastro che correva con rapidit.
    Yanez e Sandokan si  slanciarono  a  prua  guardando  attentamente  in
    quella direzione.
    - Dev'essere il fanale di una nave - disse il portoghese.
    - Lo  certamente. Ci mi inquieta assai - rispose Sandokan.
    - Perch, fratello mio?
    -  Quella nave pu incontrare le scialuppe.  - Corpo di una spingarda!
    Non ci mancherebbe che questa!...
    - Non spaventarti,  Yanez.  L'"Helgoland" ha dei buoni cannoni.  Ma...
    toh,  quella  nave    a  vapore.  Non  vedi,  Yanez,  quella striscia
    rossastra che si alza verso il cielo?
    - Per Giove! Hai ragione!
    - Ai cannoni, ragazzi! Ai cannoni!  - tuon la Tigre della Malesia.  -
    Che fai? - chiese Yanez, afferrandolo per un braccio.
    - E' la cannoniera, Yanez.
    - Quale cannoniera?
    - Quella che ci seguiva. La manderemo a picco.
    -  Ma  se  tu le spari addosso,  a Sarawak ci cannoneggeranno.  Se non
    andr a picco alla prima bordata,  correr da quel dannato di Brooke a
    denunciarci.
    - Per Allah! - esclam Sandokan, colpito da quel ragionamento.
    - Stiamo calmi, fratello - disse Yanez.
    - E se incontra le scialuppe?
    - Non  cosa facile,  Sandokan. La notte  oscura, le scialuppe filano
    verso ovest e la cannoniera,  se non erro,  ha la  prua  al  nord.  Un
    incontro, in simili circostanze, non  facile. Ho forse torto?
    - No, ma vedere quella dannata cannoniera...
    - Calma, fratello. Lasciamola filare al nord.
    La  cannoniera  che  con  tanta  ostinazione,  ma  probabilmente senza
    saperlo,  seguiva i pirati di Mompracem,  era  allora  vicinissima.  A
    babordo  e  a  tribordo  brillavano i due fanali verde e rosso e sulla
    cima del trinchetto il bianco.  A poppa si scorgeva il timoniere ritto
    accanto alla ruota.
    Pass  accanto all'"Helgoland" descrivendo una specie di semicerchio e
    sparve verso il nord, lasciandosi dietro una scia fosforescente.
    Non erano trascorsi dieci minuti che si ud al largo una voce gridare:
    - Ol, della cannoniera!
    Sandokan e Yanez,  nell'udire  quella  chiamata,  si  slanciarono  sul
    cassero guardando attentamente verso il nord.
    - Le scialuppe, forse? - si chiese Sandokan, inquieto.
    - Non vedo che la cannoniera l in fondo - osserv Yanez.
    - Ci terremo pronti e avanzeremo con precauzione.
    Sandokan  rimase  sul  ponte  qualche ora,  sperando di raccogliere un
    altro grido,  ma non ud  altro  che  il  rumore  dei  flutti  che  si
    infrangevano  contro  i  fianchi  del  vascello  e  i gemiti del vento
    attraverso l'attrezzatura.
    A mezzanotte,  tranquillo ma pensieroso,  scendeva  nella  cabina  del
    capitano dove Yanez l'aveva preceduto, stendendosi sul lettuccio.
    Tutta la notte l'"Helgoland" fil, avanzando nella baia di Sarawak che
    andava a poco a poco restringendosi. Dagli uomini di guardia nulla era
    stato avvertito di straordinario; soltanto verso le due del mattino, a
    cinquecento  metri  circa,  a tribordo,  era stata vista un'ombra nera
    passare con grandissima rapidit e sparire poco dopo.  Tutti l'avevano
    scambiata per un "praho" navigante senza fanali.
    All'alba,  quaranta  miglia  separavano  il  vascello  dalla  foce del
    Sarawak in riva al quale,  a poche ore di marcia,  sorge la  cittadina
    omonima.
    Il  mare  era  tranquillo  e  il  vento abbastanza buono.  Qua e l si
    scorgevano alcuni "prahos" e alcuni "giong", con le loro immense vele,
    e all'ovest,  un po' confusamente,  il monte Matang,  gigantesco picco
    che  si  leva  sino  a  2790  piedi  e i cui fianchi sono ricoperti da
    verdeggianti boscaglie.
    Sandokan, che non si sentiva tranquillo in quel mare battuto dai legni
    di James Brooke, lo sterminatore dei pirati malesi,  fece spiegare sul
    corno  la  bandiera  inglese,  la  grande striscia rossa sulla sommit
    della maestra,  fece caricare i cannoni,  ammonticchiare  bombe  nella
    batteria, aprire la Santa Barbara e arm i suoi uomini.
    Alle 11 del mattino,  a sette miglia,  appariva la costa, molto bassa,
    coperta di foreste lussureggianti e riparata da  larghe  scogliere.  A
    mezzogiorno  l'"Helgoland"  girava  la  penisola che si biforca,  e si
    spingeva per buon tratto nella baia: poco dopo gettava  l'ancora  alla
    foce del fiume, al di l della punta Montabas.















    9. LA BATTAGLIA.


    La  foce  del fiume,  che forma una specie di porto riparato da banchi
    sabbiosi e da scogliere contro le quali si rompe la  furia  del  mare,
    presentava  un  magnifico  spettacolo.  Lungo  le  rive  si stendevano
    magnifiche boscaglie di "pisang"  dalle  gigantesche  foglie,  le  cui
    frutta  hanno  un  color  giallo  dorato,  di stupendi mangostani,  di
    preziosi sag dai cui tronchi si estrae una fecola assai nutritiva, di
    gambir,  di betel e di colossali alberi della canfora,  sui  cui  rami
    urlavano bande di scimmie dal bel pelame verde,  e cicalavano bande di
    tucani dagli enormi becchi.
    Sul  fiume  andavano  e  venivano,  o  danzavano  all'ancora,  barche,
    barchette,  "prahos" malesi,  bughisi,  bornesi,  macassaresi,  grandi
    giong giavanesi con le vele dipinte,  giunche cinesi di forme barocche
    e pesanti,  piccole navi olandesi ed inglesi.  Alcuni navigli erano in
    attesa di un carico e altri del vento propizio che permettesse loro di
    prendere il largo.
    Sulle scogliere e sui banchi si vedevano dayachi seminudi  occupati  a
    pescare;  stormi di albatros, giganteschi volatili forniti di un becco
    robustissimo, e di fregate, rapidissimi uccelli marini, volavano sulla
    baia.
    Sandokan, appena l'"Helgoland" ebbe gettata l'ancora in un buon punto,
    proprio in mezzo alla fiumana che scendeva lentamente con la marea, si
    affrett a lanciare uno sguardo sulle navi che lo circondavano.
    I suoi occhi caddero subito su  di  un  piccolo  skooner,  armato  con
    numerose artiglierie,  che sbarrava il passo trecento metri pi in su.
    A quella vista una sorda imprecazione gli usc dalle labbra e  la  sua
    fronte si aggrott.
    - Yanez - diss'egli all'amico che gli stava vicino, - leggi il nome di
    quel legno.
    - Temi qualche cosa? - chiese il portoghese puntando il cannocchiale.
    - Chiss! Leggi, Yanez.
    - "Il Realista", sta scritto a poppa.
    -  Non mi ero ingannato.  Il cuore mi diceva che quello era proprio di
    legno che serv a James Brooke per sterminare i pirati malesi.
    - Per Bacco! - esclam il portoghese. - Abbiamo un vicino formidabile.
    - Che manderei a picco volentieri per vendicare i miei confratelli.
    - Non lo manderai,  se  non  ci  seccher.  Bisogna  essere  prudenti,
    fratello, e molto, se si vuole liberare il povero Tremal-Naik.
    - Lo sar.  - Toh, guarda, una barca che si dirige verso di noi. Chi 
    quel brutto uomo?
    Sandokan si curv sulla murata e guard.  Una  barchetta  scavata  nel
    tronco di un albero,  montata da un uomo dalla pelle giallognola,  con
    un perizoma rosso ai fianchi, anelli di rame ai piedi e alle mani,  un
    berretto  di  piume  in  capo  e  un  gigantesco becco di tucano sulla
    fronte, si avvicinava al vascello.
    - E' un "bazir" - disse Sandokan.
    - Che cosa vuol dire?
    - Un ministro di Dinata o di Giuwata,  le due divinit dei dayachi.  -
    Che cosa viene a fare a bordo?
    - A regalarci qualche stupido presagio.
    - Non sappiamo che farcene dei presagi.
    - Anzi,  lo riceveremo,  Yanez.  Ci dar precise informazioni su James
    Brooke e sulla sua flotta.
    La barchetta era giunta presso il vascello;  Sandokan fece gettare  la
    scala e il "bazir" sal sul ponte con un'agilit sorprendente.
    - Che cosa vieni a fare? - chiese Sandokan, parlando in lingua dayaca.
    -  A  venderti i miei presagi - rispose il "bazir",  scrollando i suoi
    numerosi anelli che tintinnavano graziosamente.
    - Non so che cosa farne. Ti domando altre cose.
    - Quali?
    - Odimi bene,  amico mio.  Io voglio sapere molte cose da te e  se  mi
    risponderai  bene,  avrai  un  bel  "kriss"  e  tanto "tuwak" (liquore
    inebriante) da bere un mese.
    Gli occhi del dayaco brillarono di cupidigia.
    - Parla - disse.
    - Da dove vieni?
    - Dalla citt.
    - Che cosa fa il rajah Brooke?
    - Si fortifica!
    - Ha paura di qualche sollevazione?
    - S, dei cinesi e del nipote di Muda-Hassim, l'antico nostro Sultano.
    - Hai mai lasciato Sarawak, tu?
    - Mai.
    - Hai visto condurre a Sarawak un prigioniero  color  del  bronzo?  Il
    "bazir" pens alcuni istanti.
    - Un uomo grande e bello? - chiese.
    - S, grande e bello - disse Sandokan.
    - Che aveva il colore degli indiani?
    - S, era un indiano.
    - L'ho visto sbarcare alcuni mesi or sono.
    - Dove fu rinchiuso?
    -  Non  lo  so,  ma pu dirtelo un pescatore che abita laggi disse il
    dayaco additando una capannuccia di foglie che  sorgeva  sulla  sponda
    sinistra. - Quell'uomo accompagn il prigioniero.
    - Quando potr vedere quel pescatore?
    - Ora si trova a pescare, ma questa sera torner alla capanna.
    - Basta cos.  Ol, Hirundo, regala il tuo kriss a quest'uomo e deponi
    nella sua canoa un bariletto di gin.
    Il pirata non se lo fece dire due volte.  Fece portare nella canoa  un
    barilotto di liquore e diede il suo "kriss" al "bazir", il quale se ne
    and contento, come se gli fosse stata regalata una intera provincia.
    -  Che cosa pensi di fare,  fratello?  - chiese Yanez appena il dayaco
    ebbe lasciato il ponte.
    - Agir immediatamente - rispose Sandokan.  - Fra un'ora sar notte  e
    manderemo a prendere il pescatore.
    - E poi?
    -  Quando  sapremo  dove  si  trova  Tremal-Naik  saliremo a Sarawak e
    andremo a trovare James Brooke.
    - James Brooke?
    - Non andremo  come  pirati,  ma  come  grandi  personaggi.  Tu  sarai
    ambasciatore olandese.
    -  Si corre un brutto pericolo,  Sandokan.  Se Brooke si accorge della
    gherminella ci far impiccare.
    - Non aver timore,  Yanez.  La corda che  impiccher  la  Tigre  della
    Malesia non  stata ancora intrecciata.
    - Capitano - disse in quell'istante Hirundo, avvicinandosi a Sandokan.
    - Arrivano delle navi.
    La  Tigre  della  Malesia e Yanez si volsero verso la foce del fiume e
    videro due brigantini da guerra  con  numerose  artiglierie,  battenti
    bandiera  inglese,  bordeggiare al largo,  cercando di girare la punta
    Montabas.
    - Oh! - fece Yanez. - Altri vascelli da guerra!
    - Ti sorprende, forse? - chiese la Tigre della Malesia.
    - Un poco, fratello. Qui, in questo fiume,  sotto gli occhi di Brooke,
    non mi sento sicuro. Dubito di tutti.
    - Hai torto, Yanez. Vascelli inglesi ve ne sono sempre qui.
    I  due brigantini,  dopo aver bordeggiato per una mezz'ora,  entrarono
    nella fiumana,  rimorchiati da  una  mezza  dozzina  di  imbarcazioni.
    Salutarono la bandiera del rajah con due colpi di cannone, passarono a
    tribordo dell'"Helgoland" e andarono a gettare l'ancora l'uno a destra
    e  l'altro  a  sinistra del "Realista",  ad una distanza di soli venti
    metri. Quando la manovra fu terminata, le tenebre calavano rapidamente
    coprendo le boscaglie, gli scogli, le barche, le giunche, i "prahos" e
    le acque del fiume.
    Era il momento scelto da Sandokan per inviare i suoi uomini a terra  a
    prendere  il  pescatore.  Un'imbarcazione  fu calata in mare e Hirundo
    assieme con altri tre pirati vi discese, arrancando verso la riva.  La
    Tigre   della  Malesia  osservava  con  attenzione  la  barca  che  si
    allontanava rapidamente: ad un tratto il portoghese gli corse incontro
    col viso stravolto e gli occhi pieni di spavento.
    - Sandokan! - esclam.
    - Cos'hai? - chiese il pirata. - Perch quella faccia atterrita?
    - Sandokan, si prepara qualcosa contro di noi.
    - E' impossibile! - esclam la Tigre,  girando all'intorno uno sguardo
    minaccioso.
    - S, Sandokan, si prepara un attacco. Guarda verso il mare.
    Sandokan, inquieto suo malgrado, diresse gli sguardi verso la foce del
    fiume.  Le  sue  mani  si chiusero attorno all'impugnatura del kriss e
    della scimitarra. Un sordo ruggito gli usc dalle labbra frementi.
    L,  presso  le  scogliere,  si  scorgeva  una  massa  nera,   enorme,
    minacciosa,  ancorata  in  maniera da sbarrare l'uscita.  Non ci volle
    molto  a  riconoscerla  per  un  vascello  di  grandi  dimensioni  che
    presentava il fianco all'"Helgoland".
    - Folgori del cielo!  - mormor con estrema rabbia. - Sarebbe vero?...
    Eppure non lo credo.
    - Ma non vedi che ci presenta la  bocca  dei  suoi  cannoni?  -  disse
    Yanez.
    - Ma chi ci pu aver traditi?
    - Forse la cannoniera.
    - Non  possibile. La cannoniera andava al nord.
    - Ma alle due del mattino gli uomini di guardia hanno veduto una massa
    nera, rapidissima, filare verso Sarawak.
    - E tu vuoi che...?
    -  La cannoniera ci avr traditi - termin Yanez.  - Forse ha raccolto
    gl'inglesi delle imbarcazioni e, chiss, forse l'uomo che grid: Ol,
    della cannoniera! era un marinaio inglese gettatosi in  mare  durante
    il combattimento.
    - Sandokan si volse e diresse gli sguardi verso il "Realista". La nave
    di  James  Brooke  era ancora al suo posto,  ma le due navi inglesi si
    erano considerevolmente avvicinate all'"Helgoland" che si trovava cos
    preso tra due fuochi.
    - Ah!  - esclam Sandokan - volete battaglia?  Ebbene,  sia!  Vi  far
    vedere chi sono, al baleno dei miei cannoni!
    Non  aveva  ancora terminato di parlare che un urlo acutissimo partiva
    dalla riva sinistra, verso la quale Hirundo si era diretto.
    - Aiuto! aiuto! - si era udito gridare.
    Sandokan,  Yanez ed i pirati balzarono come un solo  uomo  a  tribordo
    cercando di distinguere ci che accadeva sotto la tenebrosa foresta.
    - Chi grida? - esclam un pirata.
    - Che Dinata mi faccia tagliare la testa se non era la voce di Hirundo
    - disse un dayaco d'atletica statura.
    - Ehi! Hirundo! - grid Yanez.
    Due colpi di fucile scoppiarono sotto le boscaglie, seguiti da quattro
    tonfi.
    Quantunque l'oscurit fosse profonda, i pirati scorsero quattro uomini
    che nuotavano disperatamente dirigendosi verso la nave.
    - E' Hirundo! - esclam un pirata.
    - Oh! La cosa diventa seria! - esclam un altro.
    - Che ci si giuochi un brutto tiro? - chiese il terzo.
    - Silenzio - disse la Tigre. - Gettate delle funi.
    I quattro uomini,  che nuotavano come pesci, in pochi istanti giunsero
    sotto il vascello.  Aggrapparsi alle funi  e  arrampicarsi  fino  alla
    murata fu per essi l'affare di un solo istante.
    -  Hirundo!  - chiam Sandokan,  riconoscendo in quei quattro uomini i
    pirati inviati poco prima in cerca del pescatore.
    - Capitano - grid il dayaco,  scuotendosi di dosso l'acqua,  -  siamo
    circondati.
    -  Folgori del cielo!  - tuon la Tigre.  - Presto,  narra ci che hai
    veduto.
    - Ho visto l sotto,  in quei boschi,  soldati del  rajah,  armati  di
    fucili,  appiattati  dietro  i  tronchi  degli  alberi  e  in mezzo ai
    cespugli.  Pare che non attendano che un segnale per  incominciare  il
    fuoco.
    - Sei certo di non esserti ingannato?
    - Ci sono pi di duecento uomini e li ho veduti con questi occhi.  Non
    avete udito i due colpi di fucile che ci hanno sparato contro?
    - S, ho udito.
    - Che cosa facciamo, fratello? - chiese Yanez.
    - Ritirarsi non  possibile.  Ci prepareremo,  e alle prime  cannonate
    daremo battaglia. Tigrotti, a me!
    I pirati,  che si tenevano a rispettosa distanza,  alla chiamata della
    Tigre si fecero innanzi.  I loro  occhi  brillavano  e  le  loro  mani
    accarezzavano  le  impugnature dei kriss.  Sapevano gi di che cosa si
    trattava e fremevano d impazienza.
    -  Tigrotti  di  Mompracem  -  disse  Sandokan,  -  James  Brooke,  lo
    sterminatore dei pirati malesi, si prepara a darci battaglia. Migliaia
    di  uomini,  migliaia di Malesi e di Dayachi sono stati assassinati da
    quell'uomo;  essi  chiedono  ai  loro  confratelli  vendetta.  Giurate
    dinanzi a me di vendicare quegli uomini.
    - Lo giuriamo!  - risposero in coro i pirati, in preda ad un terribile
    entusiasmo.
    - Tigrotti di  Mompracem  -  riprese  Sandokan,  -  siamo  uno  contro
    quattro,  ma la Tigre della Malesia  con voi. Ferro e fuoco finch ci
    saranno polvere e palle a bordo,  poi  daremo  la  nave  alle  fiamme.
    Questa  notte  bisogner  mostrare a quei cani come sanno combattere i
    tigrotti della selvaggia Mompracem, guidati dalla Tigre della Malesia.
    Ai vostri posti, tigrotti, ai vostri posti! Al mio comando, fuoco!
    Un sordo urlo  rispose  alle  parole  incitatrici  della  Tigre  della
    Malesia.  I  pirati,  con  Yanez  alla  testa,  si precipitarono nella
    batteria drizzando le nere gole dei bronzi verso le navi nemiche.
    Sul ponte rimasero due pirati, ritti accanto alla ruota del timone,  e
    Sandokan  che  dal  castello  di prua spiava attentamente le mosse del
    nemico.
    Le quattro navi che si preparavano a  sfasciare  l'"Helgoland"  con  i
    loro quaranta cannoni sembravano che dormissero profondamente.  Nessun
    rumore si udiva sui loro ponti;  per si vedevano delle ombre agitarsi
    a prua e a poppa.
    -  Si  preparano  -  mormor  Sandokan coi denti stretti.  - Fra dieci
    minuti la baia s'illuminer sotto il fuoco di cinquanta e pi cannoni;
    e  questa  quiete  solenne  sar   rotta   dal   ruggito   dei   pezzi
    d'artiglieria,  dallo  scoppio  delle  bombe,  dal sibilo delle palle,
    dalle urla dei feriti,  dagli  urr  dei  vincitori!  Quale  magnifico
    spettacolo!
    D'improvviso la sua fronte si corrug.
    -  E  Ada?  -  mormor;  - se una palla la cogliesse?  Sambigliong!...
    Sambigliong!
    Il dayaco che portava quel nome accorse prontamente alla chiamata  del
    suo capo.
    - Eccomi, capitano - rispose.
    - Dov' Kammamuri? - chiese Sandokan.
    - Nella cabina della Vergine della pagoda.
    - Andrai a raggiungerlo e accumulerai intorno alle pareti della cabina
    quante  botti,  quanto  ferraccio  e quanti pagliericci troverai nella
    stiva e nel quadro di poppa.
    - Si tratta di difendere dalle palle la cabina della Vergine?
    - S, Sambigliong.
    - Lasciate fare a me, capitano. Il ferro non giunger l dentro.
    - Va', amico mio!
    - Una parola, capitano. Dovr rimanere nella cabina?
    - S,  e t'incaricherai di salvare la Vergine se  saremo  costretti  a
    lasciare  la  nave.  So che tu sei il miglior nuotatore della Malesia.
    Affrettati, Sambigliong; il nemico si prepara ad assalirci.
    Il dayaco si precipit verso poppa.  Sandokan torn a  prua  guardando
    attentamente il fiume.
    Dal  vascello  che  sbarrava  la foce del fiume si era improvvisamente
    alzato un razzo.  Quasi nel medesimo istante  un  lampo  balenava  sul
    ponte del "Realista", seguito da una formidabile detonazione.
    La  Tigre  della  Malesia  sussult,  mentre  l'estremit  dell'albero
    maestro,  smussata da una palla da otto,  cadeva in coperta  con  gran
    fracasso.
    - Tigrotti! - url egli. - Fuoco! Fuoco!
    Un urlo tremendo gli rispose:
    - Viva la Tigre della Malesia! Viva Mompracem!
    Successe un breve silenzio,  gravido di minaccia,  poi la piccola rada
    s'incendi da un capo all'altro.
    Dalle quattro navi nemiche uscivano vampe,  fumo e palle,  squarciando
    le  tenebre e turbando la pace della notte;  dalle foreste giungeva un
    fuoco  nutrito  di  moschetteria  che  si  estendeva  con  incredibile
    celerit lungo le rive.
    La battaglia era cominciata. I cinque vascelli combattevano con rabbia
    indicibile,  lampeggiando,  tuonando,  vomitando  uragani di ferro che
    fendevano l'aria con fischi stridenti.
    L'"Helgoland", in mezzo alla baia, solidamente ancorato,  si difendeva
    furiosamente contro i giganti che lo attaccavano.
    Tuonava  a  babordo,  tuonava  a  tribordo  senza  perdere  un  colpo,
    rispondendo con la mitraglia alla mitraglia,  con le bombe alle bombe,
    atterrando  gli alberi,  massacrando le manovre,  smontando i cannoni,
    sfondando le batterie, forando le carene, tempestando le foreste sotto
    le quali sparavano i soldati di James Brooke.
    Sembrava un vascello di ferro difeso da un esercito di titani.
    Sull'"Helgoland" cadevano i pennoni  e  tentennavano  gli  alberi;  il
    fuoco nemico sventrava le imbarcazioni,  demoliva le murate, sfasciava
    i suoi fianchi,  ammazzava i suoi uomini,  ma che  importava?  C'erano
    polvere  e  palle  per  tutti e l'"Helgoland" rispondeva con crescente
    furore, risoluto a perire piuttosto che arrendersi.
    Ad ogni colpo,  ad ogni scarica,  gi  nella  batteria  si  udivano  i
    tigrotti di Mompracem urlare:
    - Vendetta! Viva Mompracem!
    La  Tigre  della  Malesia,  in  piedi in mezzo alla nave,  contemplava
    l'orribile spettacolo.
    Quel formidabile uomo era immobile sul ponte del vascello, che tremava
    sotto i suoi piedi, fra il balenare di cinquanta cannoni,  cogli occhi
    in  fiamme,  i  capelli  sciolti  al  vento,  le  labbra  aperte ad un
    terribile sorriso, la scimitarra in pugno! Il pirata sorrideva, mentre
    la morte gli fischiava attorno,  gli alberi cadevano  dinanzi  a  lui,
    mentre  la  mitraglia  ruggiva rabbiosamente schiantando le tavole del
    ponte,  e le bombe scoppiavano,  lanciando a trecento  metri  le  loro
    schegge infuocate!
    Gli   stessi  suoi  nemici,   nel  vederlo  l  sull'eroico  vascello,
    impassibile fra l'uragano di ferro,  si sentivano presi da un senso di
    ammirazione.
    La  battaglia  durava  da  mezz'ora,  sempre pi tremenda,  sempre pi
    accanita. L'"Helgoland",  crivellato dalla mitraglia,  dilaniato dalla
    ininterrotta   tempesta   di  bombe  che  cinquanta  bocche  da  fuoco
    scatenavano su di lui, non era pi che una fumante carcassa.
    Alberi, manovre, murate,  madieri,  tutto era infranto.  L'"Helgoland"
    era  ridotto  ad  una  spugna:  attraverso  le  falle  si  precipitava
    fischiando l'acqua del fiume. Tirava ancora,  rispondeva sempre a quei
    quattro nemici che avevano giurato di colarlo a picco,  ma non era pi
    in grado di continuare a lungo la lotta.  Gi dieci  pirati  giacevano
    nella batteria,  senza vita;  due cannoni non tuonavano pi,  smontati
    dal fuoco infernale del nemico;  le bombe venivano  meno  e  la  poppa
    piena  d'acqua affondava a poco a poco.  Dieci,  forse quindici minuti
    ancora, e l'eroico "Helgoland" sarebbe andato a picco.
    Yanez,  che faceva bravamente il suo dovere scaricando un cannone  dei
    pi grossi, si avvide della gravit della situazione.
    A rischio di ricevere una scarica di mitraglia nella testa, si slanci
    sul ponte in mezzo al quale stava la Tigre della Malesia.
    - Fratello! - grid.
    -  Fuoco,  Yanez!...  fuoco!...  -  tuon  Sandokan.  -  Essi  corrono
    all'abbordaggio.
    - Non possiamo pi reggere, fratello! Il vascello va a picco!...
    Uno schianto formidabile segu queste parole.  Il  castello  di  prua,
    colpito da una bordata di granate,  era caduto,  sfondando parte della
    coperta e della camera dei marinai.  La Tigre della Malesia  emise  un
    grido di rabbia.
    - E' finita! A me, tigrotti, a me!...
    Si  precipit  nella  batteria  dalla  quale  i  tigrotti di Mompracem
    continuavano a bombardare i vascelli nemici.  Un  uomo,  il  maharatto
    Kammamuri, gli sbarr la via.
    -  Capitano - disse,  - l'acqua invade la cabina della Vergine.  Dov'
    Sambigliong? - chiese la Tigre.
    - Nella cabina.
    - E' viva la Vergine?
    - S, capitano.
    - Conducetela sul ponte e state pronti a gettarvi nel fiume. Tigrotti,
    tutti in coperta!
    I pirati scaricarono  un'ultima  volta  i  cannoni  e  salirono  sulla
    coperta ingombra di rottami.
    Le navi nemiche,  rimorchiate da alcune scialuppe, si avvicinavano per
    abbordare l'"Helgoland".
    - Sandokan! - grid Yanez, non vedendo comparire il terribile uomo.  -
    Sandokan!
    Risposero  le urla vittoriose degli equipaggi nemici e le carabine dei
    pirati.
    - Sandokan! - ripet. - Sandokan!
    - Eccomi, fratello - rispose una voce.
    La Tigre della Malesia si slanci sul ponte con  la  scimitarra  nella
    destra  e  una  torcia  accesa  nella sinistra.  Dietro a lui venivano
    Sambigliong e Kammamuri, portando la Vergine della pagoda.
    - Tigrotti di Mompracem! - tuon Sandokan. - Fuoco ancora una volta!
    - Viva la Tigre!  Viva Mompracem!  - urlarono i pirati,  scaricando le
    carabine contro i quattro vascelli.
    L'"Helgoland"  barcollava  come  un  ubriaco  e si fendeva rapidamente
    sotto le continue scariche del nemico.
    Pei fianchi squarciati entravano,  muggendo,  le acque,  trascinandolo
    rapidamente a picco.
    Da prua, da poppa, dai boccaporti, dai sabordi delle batterie uscivano
    dense colonne di fumo.
    La voce della Tigre della Malesia, squillante come una tromba, si fece
    ancora udire fra il rombo dei cannoni.
    -  Si  salvi  chi  pu!...  Sambigliong,  gettati  nel  fiume  con  la
    Vergine!...
    Il dayaco e Kammamuri balzarono in acqua assieme con la giovanetta che
    aveva perduto i sensi,  e dietro di loro si  precipitarono  tutti  gli
    altri,  nuotando  fra  le  navi  nemiche che si trovavano bordo contro
    bordo col vascello affondante.
    Sul legno era rimasto un uomo.  Era  la  Tigre  della  Malesia.  Nella
    destra  stringeva ancora la scimitarra e nella sinistra la torcia.  Le
    sue labbra erano atteggiate ad un terribile sogghigno: un lampo feroce
    balenava nei suoi occhi.
    - Viva Mompracem! - lo si ud gridare.
    Un urr formidabile echeggi nell'aria. Venti, quaranta,  cento uomini
    si   slanciarono   con   le   armi   in  pugno  sul  ponte  oscillante
    dell'"Helgoland".
    La Tigre della Malesia non li attese.  Con un balzo prodigioso  super
    la murata e sparve nelle acque del fiume.
    Quasi  nel  medesimo  istante  il  vascello  si apriva con un rimbombo
    orrendo, una fiamma gigantesca si levava verso il cielo illuminando il
    fiume, le navi nemiche,  i boschi,  i monti,  e scagliando all'intorno
    miriadi di rottami incandescenti.
    Vascelli   ed   equipaggi   sparvero   fra   il   fumo   e  le  fiamme
    dell'"Helgoland" saltato in aria per lo scoppio della polveriera!...











    PARTE SECONDA. IL RAJAH DI SARAWAK.


    1. LA TAVERNA CINESE.


    - Ol! Bell'uomo!
    - Milord!
    - Al diavolo i milord.
    - Sir!...
    - All'inferno i sir.
    - Monsieur?... Seor!...
    - Impiccati. Che pranzo  questo?
    - Cinese, seor, cinese come la trattoria.
    - E tu vuoi farmi mangiare alla cinese!  Cosa sono  queste  bestioline
    che si muovono?
    - Gamberi del Sarawak ubriacati.
    - E tu vuoi ch'io mangi i gamberi vivi? Corpo d'un cannone!
    - Cucina cinese, monsieur.
    - E questo arrosto?
    - Cane giovane, seor.
    - Che cosa? - Cane giovane.
    - Corpo d'una spingarda! E tu vuoi che io mangi del cane? E questo?
    - E' gatto, seor.
    - Tuoni e fulmini! Un gatto!
    - Un boccone da mandarino, sir.
    - E questa frittura? - Topi fritti nel burro.
    - Cane d'un cinese! Tu vuoi farmi crepare!
    - Cucina cinese, seor.
    - Cucina infernale,  vuoi dire.  Corpo d'un cannone! Gamberi ubriachi,
    frittura di topi,  cane arrosto e gatto in stufato per pranzo!  Se mio
    fratello  fosse  qui riderebbe tanto da scoppiare.  Ors,  non bisogna
    essere schifiltosi.  Se i cinesi mangiano questa roba,  pu  mangiarla
    anche un bianco.  Animo, portoghese mio! Il brav'uomo che cos parlava
    si accomod sulla sedia di bamb,  trasse dalla cintura  un  magnifico
    kriss  coll'impugnatura  d'oro ornata di magnifici diamanti,  e fece a
    pezzi il cane arrosto che mandava un profumo appetitoso.
    Fra un boccone e l'altro si mise a osservare il locale  nel  quale  si
    trovava.
    Era  una  stanzaccia  bassa,  sulle  cui  pareti  erano dipinti draghi
    mostruosi,  fiori strani,  lune  sorridenti,  animali  che  vomitavano
    fuoco. Tutto all'intorno v'erano sedili e stuoie sulle quali russavano
    dei cinesi dal volto giallo, il cranio pelato, la coda lunghissima e i
    baffi  pendenti;  qua e l,  senza ordine,  c'erano tavole di tutte le
    dimensioni,  occupate da brutti malesi dalla pelle olivastra e i denti
    neri  e da bellissimi dayachi seminudi con le membra coperte di anelli
    di ottone, armati di pesanti parangs,  coltellacci lunghi mezzo metro.
    Alcuni  di quegli uomini masticavano il "siri",  composto di foglie di
    betel e di noci d'areca,  lanciando  sul  pavimento  sputi  sanguigni;
    altri  bevevano  grandi  vasi  di  arak  o  di  "tuwak" e altri ancora
    fumavano lunghe pipe cariche di oppio.
    - Hum - borbott il nostro uomo sventrando  il  gatto.  -  Che  brutte
    facce!  Non  so  come  quel briccone di James Brooke riesca a dominare
    questi birbanti. Deve essere un gran volpone e un...
    Un fischio acuto, che veniva dall'esterno della taverna, gli tronc la
    parola.
    - Oh! - esclam.
    Accost due dita alle labbra e imit quel fischio.
    - Seor!  - grid il taverniere,  occupato a scuoiare un  grosso  cane
    appena scannato.
    - Che il tuo Confucio ti impicchi.
    - Ha chiamato, monsieur?
    - Silenzio. Scuoia il tuo cane e lasciami in pace.
    Un  indiano alto,  di belle forme,  quasi nudo,  con un laccio di seta
    stretto attorno alle reni e un kriss sospeso al fianco destro,  entr,
    girando  attorno  i  suoi grandi occhi neri.  Il nostro uomo che stava
    spolpando una zampa di gatto,  scorgendo il nuovo  arrivato  si  alz,
    mormorando:
    - Kammamuri!
    Stava per lasciare il suo posto,  quando un rapido cenno dell'indiano,
    accompagnato da uno sguardo supplichevole, lo arrest:
    - C' qualche pericolo in aria - torn  a  mormorare.  -  In  guardia,
    amico.
    L'indiano,  dopo aver un po' esitato,  si sedette di fronte a lui.  Il
    taverniere accorse.
    - Una tazza di "tuwak"! - chiese il nuovo avventore.
    Il cinese volse le spalle e fece  portare  una  tazza  e  un  vaso  di
    "tuwak".
    -  Spiati?  -  chiese  con  un fil di voce a Kammamuri,  continuando a
    divorare.
    L'indiano fece col capo un cenno affermativo.
    - Che appetito, signore! - esclam poi a voce alta
    - Non mangio da ventiquattro ore,  mio caro - rispose il  nostro  uomo
    che,  come il lettore si sar immaginato,  era il bravo Yanez, l'amico
    indivisibile della Tigre della Malesia.
    - Venite da lontano?
    - Dall'Europa. Eh! taverniere di casa del diavolo, un po' di "tuwak"!
    - Vi offro del mio, se non vi spiace - disse Kammamuri.
    - Accettato,  giovanotto.  Siedi vicino a me a da' un colpo di dente a
    tutta questa roba che mi sta dinanzi.
    Il  maharatto  non  si fece pregare e si sedette accanto al portoghese
    mettendosi a mangiare.
    - Possiamo parlare - disse Yanez. - Nessuno pu ora sospettare che noi
    siamo amici. Vi siete salvati tutti?
    - Tutti,  padron Yanez - rispose  Kammamuri.  -  Prima  che  spuntasse
    l'alba,  un'ora  dopo la vostra partenza,  lasciammo i fitti boschetti
    della riva e ci rifugiammo in una vasta palude. Il rajah aveva mandato
    soldati a perlustrare la foce  del  fiume,  ma  non  sono  riusciti  a
    scoprire le nostre tracce.
    - Sai, Kammamuri, che siamo stati bravi a sfuggire al rajah?
    - Mezzo minuto di ritardo e saremmo saltati in aria tutti quanti. Buon
    per  noi che la notte era tanto oscura che quei birbanti non ci videro
    nuotare verso la riva.
    - La povera Ada ha sofferto nulla?
    -  Nulla  affatto,  padron  Yanez.   Aiutato  da  Sambigliong,   potei
    trasportarla a terra con tutta facilit.
    - Dove si trova ora Sandokan?
    - A otto miglia da qui, nel mezzo di un fitto bosco.
    - Al sicuro dunque.
    - Non lo so. Ho visto delle guardie del rajah aggirarsi nella foresta.
    - Diavolo!
    - E voi, non correte alcun pericolo?
    -  Io!  Chi  sar  quel  pazzo che mi prender per un pirata?  Io,  un
    bianco, un europeo?
    - State per in guardia,  signor Yanez.  Il rajah deve essere un  uomo
    assai furbo.
    - Lo so, ma noi siamo pi furbi di lui.
    - Sapete nulla di Tremal-Naik?
    - Nulla, Kammamuri. Ho interrogato parecchie persone, ma senza esito.
    - Povero padrone - mormor Kammamuri.
    - Lo salveremo, te lo prometto - disse Yanez. - Questa sera mi metter
    all'opera.
    - Che cosa volete fare?
    - Cercare di avvicinare il rajah e diventare suo amico.
    - E come?
    -  L'idea  l'ho e mi pare buona.  Provocher un tafferuglio,  far del
    baccano, finger di voler accoppare qualcuno e mi far arrestare dalle
    guardie del rajah.
    - E poi?
    - Quando mi avranno arrestato inventer qualche amena storiella  e  mi
    spaccer per un nobile lord, per un baronetto...
    - E io che cosa dovr fare?
    - Nulla,  mio caro maharatto.  Andrai difilato da Sandokan e gli dirai
    che tutto cammina di bene in meglio.  Domani  per  verrai  a  ronzare
    attorno all'abitazione del rajah. Forse avr bisogno di te.
    Il maharatto si alz.
    -  Un  momento - disse Yanez,  traendo di tasca una borsa ben gonfia e
    porgendogliela.
    - Che cosa devo fare?
    - Per effettuare il mio progetto bisogna che non  abbia  un  soldo  in
    saccoccia.  Dammi anzi il tuo kriss, che non ha alcun valore, e prendi
    il mio che ha troppo oro e troppi diamanti.
    - Ehi! taverniere del demonio, sei bottiglie di vino di Spagna.
    - Volete ubriacarvi? - chiese Kammamuri.
    - Lascia fare a me e vedrai. Addio mio caro.
    L'indiano gett sulla tavola uno scellino e usc, mentre il portoghese
    stappava le bottiglie che certo costavano assai care.  Tracann due  o
    tre  bicchieri  e il rimanente lo diede a bere ai malesi che gli erano
    vicini,  ai quali non parve vero  di  aver  trovato  un  europeo  cos
    generoso.
    - Ehi,  taverniere! - grid ancora il portoghese, - portami dell'altro
    vino e qualche piatto di lusso.
    Il cinese,  tutto contento di fare cos grossi affari  e  pregando  in
    cuor suo il buon Buddha di mandargli ogni giorno una dozzina di simili
    avventori,  port  nuove bottiglie e una terrina di delicatissimi nidi
    di salangana,  conditi con aceto e sale,  un cibo che solo  i  ricconi
    possono gustare.
    Il portoghese, quantunque avesse mangiato per due, torn a lavorare di
    denti, a bere e a regalare vino a tutti i vicini.
    Quando  fin,  il  sole  era  tramontato da una buona mezz'ora e nella
    taverna  erano  state  accese  gigantesche  lanterne  di  talco,   che
    spandevano  sui  bevitori la loro scialba luce,  cara ai caudati figli
    del Celeste Impero.
    Accese la sigaretta,  esamin la batteria delle sue pistole e si  alz
    mormorando:
    - Andiamocene,  caro Yanez. Il taverniere far un baccano indiavolato,
    io ne far pi di lui,  accorreranno le guardie del rajah ed io  verr
    arrestato.  Sandokan,  ne  sono  certo,  non  avrebbe  ideato un piano
    migliore.
    Gett in aria due o tre boccate di fumo e si  diresse  tranquillamente
    verso  la porta.  Stava per varcarla,  quando si sent prendere per la
    giacca.
    - Monsieur! - disse una voce.
    Yanez si volse accigliato e si trov dinanzi il taverniere.
    - Che cosa vuoi, mascalzone? - chiese, fingendosi offeso.
    - Il conto, seor.
    - Quale conto?
    - Voi non mi avete pagato.  Mi dovete tre sterline,  sette scellini  e
    quattro pence.
    - Vattene al diavolo. Non ho un soldo in tutte le dieci tasche.
    Il cinese, da giallo che era, divenne cinereo.
    - Ma voi mi pagherete - grid aggrappandosi ai panni del portoghese.
    - Lascia il mio vestito, canaglia! - url Yanez.
    - Mi dovete tre sterline, sette scellini e...
    -  E  quattro pence,  lo so: ma io non ti pagher,  briccone...  Va' a
    scuoiare il tuo cane e lasciami in pace.
    - Siete un ladro, gentleman? Io vi far arrestare!
    - Prova!
    - Aiuto! Arrestate questo ladro! - url il cinese furibondo.
    Quattro sguatteri si precipitarono in aiuto del loro padrone armati di
    casseruole, di pentole e di schiumarole.  Era quello che desiderava il
    portoghese, che ad ogni costo voleva far baccano.
    Con mano di ferro abbranc il taverniere per la gola,  l'alz da terra
    e lo scagli fuori della porta a rompersi il naso sui  ciottoli  della
    via.  Indi  caric  i  quattro  sguatteri,  dispensando  con  rapidit
    meravigliosa tali calci che i disgraziati, in men che non si dica,  si
    trovarono stesi per terra accanto al padrone.
    Urla indemoniate scoppiarono tosto.
    - Aiuto, compatriotti! - urlava il taverniere.
    - Al ladro! All'assassino! Accoppalo! Ammazzalo! - urlavano gli
    sguatteri.



















    2. UNA NOTTE IN PRIGIONE.


    Quelle  grida  emesse  da  cinesi  in  un  quartiere cinese,  dovevano
    ottenere lo stesso effetto che ha un gong battuto in una via di Canton
    o di Pekino.
    Infatti, in meno di due minuti, circa duecento connazionali dell'oste,
    armati di canne di bamb,  di coltelli,  di sassi e  di  ombrelli,  si
    trovavano  riuniti  dinanzi  alla  porta  della  taverna mandando urla
    spaventose.
    - Dalli al  ladro!  -  gridavano  gli  uni,  roteando  minacciosamente
    bastoni e ombrelli.
    - Impicca il bianco! - urlavano gli altri mostrando i coltelli.
    - Gettalo nel fiume!
    - Ammazzalo! Annegalo! Abbrucialo! Impiccalo!
    I  bevitori,  spaventati da quel baccano e temendo di venire lapidati,
    sgombrarono  in  fretta  la  taverna,   chi  uscendo  dalla  porta   e
    mescolandosi   alla   banda,   chi   saltando   dalle  finestre,   che
    fortunatamente non erano troppo alte. Non rimase che il portoghese, il
    quale rideva a crepapelle,  come se assistesse ad  una  brillantissima
    farsa.
    - Bravi!  bene! bis! - gridava egli, armando per le pistole e tirando
    dalla cintura il kriss.
    Un cinese che parlava pi di  tutti,  in  prima  fila,  gli  tir  una
    sassata: ma il ciottolo and a spezzare un gran fiasco di sam sci, il
    cui liquore si sparse per terra.
    - Ehi! mariuolo! - grid il portoghese - tu rovini il taverniere.
    Raccolse  il  ciottolo e lo rimand all'aggressore che n'ebbe rotto un
    dente.
    Urla ancora pi acute rimbombarono nel  quartiere,  facendo  accorrere
    altri  cinesi,  alcuni  dei  quali  armati di vecchi archibugi.  Tre o
    quattro,  incoraggiati  dai  compagni  del  taverniere,  tentarono  di
    entrare,  ma  alla vista delle pistole che il portoghese puntava verso
    di loro si affrettarono  a  mostrare  le  suole  di  feltro  dei  loro
    zoccoli.
    - Lapidiamolo! - grid una voce.
    - E la mia taverna? - gemette il taverniere.
    Una  grandine di ciottoli entr nella taverna fracassando le lanterne,
    i fiaschi, i piatti, le terrine ed i vasi.
    Il portoghese, visto che il tumulto aumentava pericolosamente, scaric
    in aria le sue due pistole.
    Ai due spari tennero dietro sette archibugiate sparate nella  via,  ma
    senz'altro effetto che quello d'ingrossare il baccano.
    D'improvviso si udirono varie voci gridare:
    - Largo!... Largo!...
    - Le guardie del rajah!
    Il portoghese respir.  Quel frastuono,  i bastoni agitati in aria,  i
    coltelli,  le grandinate di ciottoli,  i  moschettoni  e  il  continuo
    affluire della folla cominciavano ad inquietarlo.
    - Facciamo fracasso, ora che non c' pi alcun pericolo - disse.
    Si slanci verso una tavola e la rovesci mandando in frantumi tutti i
    fiaschi, i vasi, i piatti che vi erano sopra.
    -  Arrestatelo!  Arrestatelo!  - url il taverniere.  - Quel bianco mi
    rompe tutto.
    - Largo! Largo alle guardie! - gridarono alcuni.
    La folla si divise e sulla porta della taverna apparvero due uomini di
    colore,  alti,  robusti,  con giacca e calzoni di tela  bianca  e  una
    draghinassa in pugno.
    - Indietro! - grid il portoghese, puntando su di loro le pistole.
    - Un europeo! - esclamarono le due guardie, meravigliate.
    - Dite un inglese - precis Yanez.
    Le due guardie ringuainarono le draghinasse.
    -  Non  vogliamo  farvi  alcun  male  - disse uno dei due.  - Siamo al
    servizio del rajah Brooke vostro compatriota.
    - E che cosa volete da me?
    - Liberarvi da questa turba.
    - E condurmi in qualche carcere?
    - A questo penser il rajah.
    - Mi condurrete da lui?
    - Senza dubbio.
    - Se  cos, vengo. Dal rajah Brooke non ho nulla da temere.
    Le due guardie  lo  presero  in  mezzo  e  tornarono  a  sguainare  le
    draghinasse,  onde  proteggerlo dalla rabbia dei cinesi che era giunta
    al colmo.
    - Largo! - gridarono.
    -  I  cinesi,   in  numero  grandissimo,   a  quella  intimazione  non
    ubbidirono: volevano ad ogni costo linciare l'europeo.
    Le due guardie per non si perdettero d'animo. Distribuendo piattonate
    a  destra  e a sinistra e vigorosi calci,  riuscirono a fare un po' di
    largo e trassero il prigioniero in una stretta stradicciola,  giurando
    di ammazzare quanti li avrebbero seguiti.
    I  cinesi,  dopo  aver  urlato su tutti i toni e lanciato imprecazioni
    contro  Yanez,  contro  le  guardie  e  contro  lo  stesso  rajah  che
    accusavano  di  proteggere i ladri,  si dispersero,  lasciando soli il
    taverniere e i suoi quattro sguatteri malconci.
    Sarawak non e una citt molto vasta: le due guardie, in meno di cinque
    minuti,  giunsero alla palazzina del rajah,  costruita in legno,  come
    tutte  le  abitazioni  dei  bianchi  che  coronano  le  collinette dei
    dintorni.
    Sul tetto ondeggiava una bandiera che al portoghese parve  rossa  come
    quella inglese: dinanzi alla porta stava impalato un indiano armato di
    fucile e baionetta.
    - Mi condurrete subito dal rajah?
    - E' troppo tardi - risposero le guardie. - Il rajah dorme.
    - E dove passer la notte?
    - Vi daremo una stanza.
    - Purch non sia una cantina.
    - Un compatriota del rajah non si mette in una cantina.
    Il  portoghese  fu  fatto  entrare:  salirono una scala,  poi Yanez fu
    introdotto in una stanzetta con le finestre difese da grosse stuoie di
    foglie di nipa,  il cui arredamento  era  costituito  da  un'amaca  di
    filamenti di cocco,  da qualche mobile di provenienza europea e da una
    lampada che era stata gi accesa.
    - Per Giove!  -  esclam,  stropicciandosi  allegramente  le  mani.  -
    Dormir come un babirussa.
    - Desidera nulla? - chiese una delle guardie.
    - Che mi si lasci dormire - rispose Yanez.
    Una guardia usc,  ma l'altra si sedette presso la porta mettendosi in
    bocca una noce di areca avvolta in una foglia di betel.
    - Ne approfitter per farlo cantare;  ci sono molte cose che ignoro  e
    che quest'uomo senza dubbio sa - pens Yanez.
    Arrotol  una  sigaretta,  l'accese,  aspir  alcune boccate di fumo e
    avvicinandosi alla guardia:
    - Giovanotto, sei indiano? - chiese.
    - Bengalese, sir - rispose la guardia.
    - E' da molto tempo che sei qui.
    - Due anni.
    - Hai udito parlare di un pirata che si chiama la Tigre della Malesia?
    - S.
    Yanez represse a stento un gesto di gioia.
    - E vero che la Tigre  qui? - domand.
    - Non lo so,  ma si dice che i pirati hanno assaltato  un  vascello  a
    venti o trenta miglia dalla costa e che poi sono sbarcati.
    - Dove?
    - Non si sa precisamente in qual luogo, ma lo sapremo.
    - In qual modo?
    - Il rajah ha delle brave spie.
    -  Dimmi,    vero  che  alcuni  mesi or sono  naufragato un vascello
    inglese presso il capo Tanjong-Datu?
    - S - rispose l'indiano.  - Era un vascello da guerra proveniente  da
    Calcutta.
    - Chi corse in suo aiuto?
    - Il nostro rajah col suo "Realista".
    - Fu salvato l'equipaggio?
    -  Tutto,  compreso  un indiano condannato alla deportazione perpetua,
    non ricordo pi in quale isola.
    - Un indiano condannato alla deportazione perpetua!  - esclam  Yanez,
    fingendo la massima sorpresa. - E chi era costui?
    - Si chiamava Tremal-Naik.
    - E qual delitto aveva commesso? - chiese Yanez, trepidante.
    - Mi si disse che aveva ucciso degli inglesi.
    - Che brigante! Ed  ancora qui questo indiano?
    - E' rinchiuso nel fortino.
    - In quale?
    - Quello che  sul colle. Non ve n' che uno a Sarawak.
    - Ha guarnigioni il fortino?
    - Vi sono i marinai del legno naufragato.
    - Molti?
    - Una sessantina al massimo.
    Yanez  fece una smorfia.  - Sessanta uomini!  - mormor.  - E forse vi
    saranno anche dei cannoni.
    Si mise poi a camminare per la stanza, meditabondo. Passeggi cos per
    alcuni minuti,  poi si  sdrai  sull'amaca,  preg  la  sentinella  di
    abbassare la fiamma della lampada e chiuse gli occhi.
    Quantunque  prigioniero  e con molti pensieri pel capo,  il portoghese
    dorm tranquillo come se fosse stato a bordo della "Perla di Labuan" o
    nella capanna della Tigre della Malesia. Quando si svegli,  un raggio
    di  sole  penetrava  attraverso  le  foglie  di  nipa che servivano da
    persiane.  Guard verso la porta,  ma la  sentinella  non  c'era  pi.
    Vedendolo dormire e fors'anche udendo russare,  se n'era andata, certa
    che un prigioniero di quel genere non sarebbe saltato dalle finestre.
    - Benissimo - disse il portoghese. - Approfittiamone.
    Balz gi dall'amaca,  fece un po' di "toilette",  alz la stuoia e si
    affacci  alla finestra,  respirando a pieni polmoni l'aria fresca del
    mattino.
    Sarawak presentava un bel colpo d'occhio con le sue palazzine di legno
    circondate da verdeggianti boschetti, col suo grande fiume ombreggiato
    da superbi alberi e solcato da piccoli "prahos", da svelte piroghe, da
    leggeri e lunghi canotti,  con le bizzarre casette dal tetto arcuato e
    dipinte a smaglianti colori,  del quartiere cinese,  con le capanne di
    foglie  di  nipa,  piantate  su  pali  di  rispettabile  altezza,  del
    quartiere  dayaco  e  le  viuzze affollate di cinesi,  di dayachi,  di
    bughisi e di macassaresi.
    Il portoghese percorse, con un rapido sguardo,  la citt e arrest gli
    sguardi sulle colline.  L,  in alto, si vedeva una graziosa chiesetta
    e,  a non grande distanza,  un forte solidamente costruito e con molte
    feritoie.
    Il portoghese lo guard con attenzione profonda.
    - E' la che vi  Tremal-Naik - mormor. - Come liberarlo?
    In quello stesso istante una voce dietro di lui diceva:
    - Il rajah vi attende.
    Yanez si volse e si trov dinanzi il bengalese.
    - Ah! siete voi, amico? - disse sorridendo. - Come sta rajah Brooke?
    - Vi attende, sir.
    - Andiamo a stringergli la mano.
    Uscirono,  salirono un'altra scala ed entrarono in un salotto,  le cui
    pareti scomparivano sotto un vero strato d'armi di tutte le  grandezze
    e di tutte le forme.
    - Entrate in quello studio - disse il bengalese.
    - Che cosa racconter? - mormor il portoghese. - Coraggio, Yanez. hai
    una volpe vecchia dinanzi.
    Spinse  la porta ed entr risolutamente nello studio in mezzo al quale
    davanti ad una tavola ingombra di carte geografiche,  stava seduto  il
    rajah di Sarawak.




    3. IL RAJAH JAMES BROOKE.


    James Brooke, al cui valore l'intera Malesia e la marina dei due mondi
    devono molto, merita alcune righe di storia.
    Discendeva,  quest'uomo  audace  che a prezzo di lotte sanguinose,  di
    sforzi terribili,  s'ebbe il soprannome  di  sterminatore  di  pirati,
    dalla  famiglia del baronetto Vyner,  che sotto Carlo secondo fu lord-
    mayor di Londra.  Giovanissimo ancora,  si era arruolato nell'esercito
    delle  Indie  come  alfiere  ma  ferito gravemente in un combattimento
    contro  i  Bornesi,  aveva  poco  dopo  date  le  proprie  dimissioni,
    ritirandosi  a  Calcutta.  La  vita  tranquilla  non  era fatta per il
    giovane Brooke,  uomo freddo e positivo,  ma  dotato  di  una  energia
    straordinaria e amante delle pi arrischiate avventure.
    Guarito della ferita torn in Malesia, percorrendola per ogni verso. A
    questo  viaggio  egli  deve  la  sua  celebrit,  divenuta  pi  tardi
    mondiale.
    Profondamente impressionato dall'incessante corseggiare e dalle stragi
    orrende che compivano i  pirati  malesi,  nonch  dalla  tratta  degli
    uomini  di colore,  si era proposto,  malgrado i grandi pericoli a cui
    andava incontro,  di rendere sicura la navigazione e  di  liberare  la
    Malesia.
    James Brooke,  nei suoi propositi,  era un uomo tenacissimo. Vinti gli
    ostacoli  oppostogli  dal  suo  governo   all'esecuzione   dell'ardito
    progetto,  armava  un  piccolo  schooner,  il  "Realista",  e nel 1838
    salpava per Sarawak,  cittadina del Borneo che allora non contava  pi
    di 1500 abitanti. Vi sbarcava in un brutto momento.
    La  popolazione  di Sarawak,  forse aizzata dai pirati malesi,  si era
    ribellata al suo sultano Muda-Hassin e la guerra  ferveva  con  rabbia
    estrema  Brooke  offr  tosto il suo braccio al sultano,  si mise alla
    testa delle truppe e,  dopo numerosi combattimenti,  in meno di  venti
    mesi dom la rivoluzione.
    Terminata la campagna,  usciva in mare contro i pirati e i mercanti di
    carne umana.  Agguerrito l'equipaggio con una crociera  di  due  anni,
    dava  inizio  alle battaglie,  alle distruzioni,  agli stermini,  agli
    incendi.  Non si pu calcolare il numero dei  pirati  da  lui  uccisi,
    delle  imbarcazioni e dei "prahos" colati a picco,  dei covi arsi.  Fu
    crudele, spietato,  fors'anche troppo.  Vinta la pirateria,  tornava a
    Sarawak.  Il  sultano  Muda-Hassin,  riconoscente per i grandi servigi
    resigli, lo nominava rajah della cittadina e del distretto.
    Nel 1856,  anno in cui accadono gli avvenimenti che  stiamo  narrando,
    James  Brooke  era al culmine della sua grandezza,  e con un sol gesto
    faceva tremare persino il sultano di Varauni, il pi vasto regno della
    grande isola del Borneo.
    Al rumore che fece Yanez entrando, il rajah si alz con vivacit.  Per
    quanto  avesse varcato la cinquantina da qualche anno e nonostante gli
    strapazzi di una vita agitatissima, era un uomo ancor vegeto, robusto,
    la cui indomabile energia traspariva dallo sguardo vivo  e  brillante.
    Certe  rughe  per che solcavano la sua fronte e i capelli gi bianchi
    annunciavano una vecchiaia precoce.
    - Altezza! - disse Yanez inchinandosi.
    - Siate il benvenuto,  compatriota - disse il  rajah,  restituendo  il
    saluto.
    L'accoglienza  era  incoraggiante.  Yanez,  che nell'entrare in quello
    studio aveva sentito  il  cuore  battere  con  maggior  frequenza,  si
    tranquillizz.
    -  Che  cosa  vi  accaduto ieri sera?  - chiese il rajah dopo avergli
    additato una sedia.  - Le mie  guardie  mi  narrarono  che  voi  avete
    sparato persino delle pistolettate. Non bisogna irritare i Cinesi, mio
    caro, che qui sono numerosi e non amano troppo i bianchi.
    -  Avevo  fatto  una  marcia lunghissima,  Altezza,  e morivo di fame.
    Trovatomi dinanzi ad una taverna cinese,  sono entrato a mangiare e  a
    bere, quantunque non avessi un solo scellino in saccoccia.
    - Come!  - esclam il rajah.  - Un mio compatriota senza uno scellino?
    Sentiamo da dove venite e qual motivo vi  guida  qui.  Io  li  conosco
    tutti i bianchi che abitano nel mio Stato, ma non vi ho mai veduto.
    - E' la prima volta che metto piede in Sarawak - disse Yanez.
    - E da dove venite?
    - Da Liverpool.
    - Ma con quale legno siete venuto?
    - Col mio yacht, Altezza.
    - Ma chi siete voi dunque?
    - Lord Gilles Welker di Closeburn - rispose Yanez, senza esitare.
    Il  rajah gli tese la mano,  che il portoghese si affrett a stringere
    molto calorosamente.
    - Sono felice di accogliere nel mio Stato un lord della nobile  Scozia
    - disse il rajah.
    - Grazie, Altezza - rispose Yanez inchinandosi.
    - Dove avete lasciato il vostro yacht?
    - Alla foce del Palo.
    - E come siete giunto qui?
    -  Percorrendo almeno duecento miglia per terra,  fra boschi e paludi,
    vivendo di frutta come un vero selvaggio.
    Il rajah lo guard con sorpresa.
    - Vi siete smarrito forse? - chiese.
    - No, Altezza.
    - Ha naufragato il vostro yacht?
    - No,   stato colato a picco a colpi di cannone,  dopo  essere  stato
    per spogliato di tutto ci che conteneva.
    - Ma da chi?
    - Dai pirati, Altezza.
    Il rajah,  lo sterminatore dei pirati, si alz di scatto con gli occhi
    scintillanti, il viso animato da una terribile collera.
    - I pirati! - esclam. - Non sono ancora sterminati quei maledetti?  -
    Pare di no, Altezza.
    - Avete visto il capo dei pirati?
    - S - disse Yanez.
    - Che uomo era?
    - Molto bello, coi capelli nerissimi, gli occhi scintillanti, la tinta
    abbronzata.
    - Era lui! - esclam il rajah con viva commozione.
    - Chi lui?
    - La Tigre della Malesia.
    -  Chi    la  Tigre  della Malesia?  Ho gi udito questo nome - disse
    Yanez.
    - E' un uomo potente,  milord,  un uomo che possiede il  coraggio  del
    leone e la ferocia della tigre,  che guida una banda di pirati che non
    teme nulla.  Quell'uomo tre giorni or sono gettava l'ancora alla  foce
    del mio fiume.
    -  Che  audacia!  -  esclam  Yanez  che fren a stento un fremito.  E
    l'avete assalito?
    - S, lo assalii e lo sconfissi. Ma la vittoria mi cost cara.
    - Ah!
    - Vedendosi circondato, dopo una lotta ostinatissima che cost la vita
    a sessanta soldati di Sarawak, diede fuoco alle polveri e fece saltare
    il suo legno insieme con uno dei miei.
    - E' morto, dunque?
    - Ne dubito,  milord.  Ho fatto cercare il suo  cadavere,  ma  non  fu
    possibile trovarlo.
    - Che sia ancor vivo?
    -  Io  sospetto  che  si  sia rifugiato nei boschi con buon numero dei
    suoi.
    - Che tenti di assalire la citt?
    - E' un uomo capace di tentare  il  colpo,  ma  che  non  mi  coglier
    indifeso. Ho fatto venire delle truppe dayache che mi sono fedelissime
    e  ho  mandato  parecchi  indiani  della  mia guardia a ispezionare le
    foreste.
    - Fate bene, Altezza.
    - Lo credo,  milord - disse il rajah,  ridendo.  -  Ma  continuate  il
    vostro racconto. In qual modo la Tigre vi assal?
    -  Avevo  lasciato  due giorni prima Varauni mettendo la prua verso il
    capo Sirik.  Avevo l'intenzione di visitare le  principali  citt  del
    Borneo, prima di tornarmene a Batavia e quindi in India.
    - Facevate un viaggio di piacere?
    - S, Altezza. Ero in mare da undici mesi.
    - Proseguite, milord.
    - Verso il tramonto del terzo giorno, lo yacht gettava l'ancora presso
    la  foce  del  fiume Palo.  Mi feci condurre a terra e m'inoltrai solo
    nelle foreste,  con la speranza di abbattere qualche babirussa  o  una
    dozzina  di tucani.  Camminavo da due ore,  quando udii una cannonata,
    poi una seconda,  una terza,  indi un  tuonare  continuo,  furioso  di
    artiglierie.  Spaventato,  tornai correndo verso la costa.  Era troppo
    tardi.  I pirati avevano  abbordato  il  mio  yacht,  ucciso  o  fatto
    prigioniero  l'equipaggio,  e  avevano iniziato il saccheggio.  Rimasi
    nascosto,  finch il mio legno and a  picco  e  i  pirati  si  furono
    allontanati,  poi  mi  precipitai  verso  la  spiaggia.  Non  vidi che
    cadaveri  che  la  risacca  rotolava  tra  gli  scogli,   rottami,   e
    l'estremit  dell'alberetto di maestra che usciva di mezzo piede dalle
    onde. Tutta la notte, disperato,  mi aggirai presso la foce del fiume,
    chiamando,  ma invano,  i miei disgraziati marinai. Al mattino mi misi
    risolutamente in marcia  seguendo  la  costa,  attraversando  foreste,
    paludi e fiumi,  cibandomi di frutta e di volatili che la mia carabina
    mi procurava.  A Sendang cedetti la mia arma e  il  mio  orologio,  le
    uniche  ricchezze  che  possedevo,   e  mi  riposai  quarantotto  ore.
    Acquistate nuove vesti da un colono olandese,  un paio di pistole e un
    kriss, mi rimisi in viaggio e arrivai qui, affamato, spossato e per di
    pi senza uno scellino.
    - Ed ora, cosa contate di fare?
    -  A  Madras ho un fratello ed in Iscozia ho ancora dei possedimenti e
    dei castelli.  Scriver per farmi mandare alcune migliaia di sterline,
    e col primo legno che giunger qui torner in Inghilterra.
    - Lord Welker - disse il rajah,  - io metto la mia casa e la mia borsa
    a vostra disposizione,  e far di tutto perch non dobbiate  annoiarvi
    durante il tempo che rimarrete nel mio Stato.
    Un lampo di gioia balen sul volto di Yanez.
    - Ma, Altezza... - balbett, fingendosi imbarazzato.
    -  Ci  che  faccio  per  voi,  milord,  lo  farei  per  qualunque mio
    compatriota.
    - Come potr ringraziarvi?
    - Se un giorno verr in Iscozia, mi contraccambierete.
    - Ve lo giuro, Altezza.  I miei castelli saranno sempre aperti per voi
    e per i vostri amici.
    - Grazie, milord - disse il rajah ridendo.
    Suon un campanello. Un indiano comparve.
    -  Questo  signore    mio  amico - gli disse il rajah additandogli il
    portoghese. - Metto a disposizione la mia casa,  la mia borsa,  i miei
    cavalli e le mie armi.
    - Sta bene, rajah - rispose l'indiano.
    - Dove vi recate ora, milord? - chiese il principe.
    - Visiter la citt e,  se me lo permettete, Altezza, far un giro pei
    boschi. Sono molto amante della caccia.
    - Verrete a pranzare con me?
    - Far il possibile, Altezza.
    - Pandij, conducilo nella sua stanza.
    Il portoghese usc dallo  studio,  preceduto  dall'indiano,  ed  entr
    nella stanza destinatagli.
    -Vattene  -  disse  all'indiano.  -  Se  avr bisogno dei tuoi servigi
    suoner.
    Rimasto solo,  il portoghese diede uno sguardo alla  sua  stanza.  Era
    vasta,  illuminata  da  due  finestre che guardavano verso le colline,
    tappezzata di bellissima carta  fiorita  di  Tung  e  ammobiliata  con
    ricercatezza.  C'erano un buon letto,  un tavolino, parecchie sedie di
    leggerissimo bamb,  sputacchiere cinesi,  una  bella  lampada  dorata
    proveniente   senza  dubbio  dall'Europa  e  parecchie  armi  europee,
    indiane, malesi e bornesi.
    - Benissimo - mormor il portoghese,  stropicciandosi le mani.  Il mio
    amico Brooke mi tratta come se fossi un vero lord.  Ti far vedere mio
    caro, che razza di lord Welker io sia. Ma prudenza,  Yanez,  prudenza!
    Hai da fare con una vecchia volpe.
    In  quell'istante un fischio acuto risuon al di fuori.  Il portoghese
    trasal.
    - Kammamuri - disse. - Questa  una imprudenza.


















    4. SOTTO I BOSCHI.


    And a chiudere la porta a catenaccio e si  affacci  con  precauzione
    alla finestra.  A quaranta passi dalla palazzina, alla fresca ombra di
    un'alta arenga  saccariferica,  stupenda  palma  dalle  lunghe  foglie
    piumate,  se  ne  stava  il  maharatto,  appoggiato ad un lungo bamb,
    munito all'estremit di  una  aguzza  punta  di  ferro,  probabilmente
    avvelenata.  Non  senza sorpresa,  il portoghese vide accanto a lui un
    piccolo cavallo carico di due grandi ceste di  foglie  di  nipa  piene
    fino all'orlo di frutta di ogni specie e di pani di sag.
    -  Il  maharatto  pi prudente di quanto credevo - mormor Yanez.- Mi
    sembra un provveditore delle miniere.
    Arrotol una sigaretta e l'accese.  Il bagliore della  piccola  fiamma
    attir subito lo sguardo di Kammamuri.
    -  Il  giovanotto  mi  ha  scorto  -  disse Yanez,  - ma non si muove.
    Comprende che bisogna essere prudenti.
    Gli fece un cenno con la mano,  poi rientr e  apr  un  cassetto  del
    tavolino.  C'erano dei foglietti di carta,  un calamaio, delle penne e
    una borsa ben gonfia che diede, urtandola, un suono metallico.
    - Il mio amico Brooke  ha  pensato  a  tutto  -  disse  il  portoghese
    ridendo.
    Lev un foglietto di carta,  lo lacer a met e scrisse in minutissimo
    carattere:
    - Sii prudente e  guardati  bene  attorno.  Va'  ad  aspettarmi  alla
    taverna del cinese.
    Arrotol  il  pezzetto  di  carta  e  stacc  dalla  parete  un  fusto
    cilindrico, di legno duro,  trapanato nel mezzo,  armato all'estremit
    di  un  ferro di lancia ben assicurato con strisce di rotang.  Era una
    cerbottana,  lunga metri 1,40,  con la  quale  i  Dayachi  lanciano  a
    sessanta  passi,  con  straordinaria  precisione,  frecce  intinte nel
    velenosissimo succo dell'upas.
    - Devo essere ancora abile - disse il portoghese, esaminando l'arma.
    Stacc una freccia lunga 20 centimetri, vi infil il foglietto scritto
    e la  fece  entrare  nella  cerbottana.  Un  forte  soffio  bast  per
    lanciarla  fino  al  maharatto,  il quale fu lesto a raccoglierla ed a
    staccare la carta. - Ed ora usciamo - disse Yanez,  quando ebbe veduto
    Kammamuri andarsene.
    Si  gett  a  tracolla  un fucile a due canne e usc,  rispettosamente
    salutato dalla sentinella.
    Percorrendo vie e viuzze puzzolenti,  fiancheggiate da capanne  posate
    su  pali  sotto  le  quali sonnecchiavano maiali e cani e saltellavano
    scimmie, in meno di un quarto d'ora giunse alla taverna,  dinanzi alla
    quale era legato il cavallo del maharatto.
    - Prepariamo delle sterline - disse il portoghese. - Prevedo una scena
    burrascosa.
    Guard nella taverna.  In un angolo,  seduto dinanzi ad una terrina di
    riso,  stava Kammamuri;  e dietro al banco,  con un paio d'occhiali di
    quarzo   affumicato  sul  naso,   stava  il  taverniere,   occupato  a
    scarabocchiare un gran foglio di carta  con  un  grosso  pennello.  Il
    celestiale era senza dubbio occupato a fare i conti.
    - Ol - grid il portoghese entrando.
    Il taverniere,  a quella chiamata,  alz la testa. Vederlo, balzare in
    piedi e slanciarglisi contro,  impugnando fieramente la sua  mostruosa
    penna intinta nell'inchiostro di Cina, fu tutt'uno.
    - Brigante! - url.
    Il portoghese fu pronto a fermarlo.
    -  Vengo  a  pagarti  -  disse,  gettando  sulla  tavola un pizzico di
    sterline.
    - Giusto Buddha!  - esclam il cinese precipitandosi sulle  monete.  -
    Otto sterline! Vi domando perdono, seor...
    - Sta' zitto, e porta una bottiglia di vino di Spagna.
    Il taverniere in quattro salti corse a prendere una bottiglia che mise
    dinanzi a Yanez,  indi si slanci verso un gong (1) sospeso alla porta
    e si mise a batterlo furiosamente.
    - Cosa fai? - chiese Yanez.
    - Vi salvo,  seor - rispose il cinese.  - Se non avverto i miei amici
    che  voi  avete  pagato,  non  so  che  cosa vi accadrebbe fra qualche
    giorno.
    Yanez gett sulla tavola altre dieci sterline.
    - Di' ai tuoi amici che lord Welker paga da bere - disse.
    - Ma voi siete un principe - grid il cinese.
    - Lasciami solo.
    Il cinese, raccolte le sterline, usc incontro ai suoi amici, i quali,
    allarmati da quei colpi precipitati,  accorrevano da  tutte  le  parti
    armati di bamb e di coltelli.
    Yanez si sedette dinanzi a Kammamuri sturando la bottiglia.
    - Che nuove, mio bravo maharatto? - chiese.
    - Brutte, signor Yanez - rispose Kammamuri.
    - Corre qualche pericolo Sandokan?
    -  Non  ancora,  ma  potrebbe venire scoperto da un istante all'altro.
    Nelle foreste ronzano guardie e dayachi.  Ieri sera sono stato fermato
    e interrogato e stamane mi  toccata la stessa cosa.
    - E tu cos'hai risposto?
    - Mi sono spacciato per un provveditore delle miniere di Poma.
    - Sei furbo, Kammamuri. Dove si trova Sandokan?
    -  A sei miglia da qui,  accampato presso un villaggio in rovina.  Sta
    fortificandosi perch teme di venire assalito.
    - Andremo a trovarlo.
    - Quando?
    - Appena vuotata la bottiglia.
    - C' qualche cosa in aria?
    - Ho saputo dove  imprigionato il tuo padrone.
    Il maharatto balz in piedi, fuori di s per la gioia.
    - Dov'? Dov'? - chiese con voce soffocata.
    - Nel fortino della citt,  custodito da  una  sessantina  di  marinai
    inglesi. Il maharatto si lasci cadere sulla sedia, scoraggiato.
    - Lo salveremo ugualmente, Kammamuri - riprese Yanez.
    - E quando?
    - Appena lo potremo.
    -- Grazie, signor Yanez.
    Uscirono  dalla taverna.  Il portoghese si mise dinanzi e Kammamuri lo
    segu, tenendo per la briglia il cavallo.
    - Evviva lord Welker! - grid una voce.
    - Evviva il lord! Viva il generoso bianco!  - urlarono parecchie altre
    voci.
    Il  portoghese  si volse e vide il taverniere circondato da una grossa
    banda di cinesi con le tazze in mano.
    - Addio, ragazzi! - grid.
    - Evviva il generoso lord! - tuonarono i cinesi.
    Usciti dal quartiere cinese,  i cui numerosi negozi erano ingombri  di
    rotoli di carta fiorita di Tung,  di balle di seta,  di scatole di th
    di ogni qualit, di ventagli, di occhiali,  di sputacchiere,  di sedie
    di bamb,  di code,  di lanterne microscopiche o gigantesche, di armi,
    di amuleti,  di vesti,  di  zoccoli,  di  cappelli  di  ogni  forma  e
    dimensione,  tutta  roba  proveniente  dai  porti  del celeste Impero,
    entrarono nel quartiere malese non molto dissimile da  quello  dayaco,
    forse pi sporco e pi maleodorante,  indi si arrampicarono su colli e
    di l raggiunsero i boschi.
    - Camminate con  precauzione  -  disse  Kammamuri  al  portoghese.  Ho
    incontrato parecchi serpenti pitoni stamane e ho visto anche le tracce
    di una tigre.
    -  I  boschi  del  Borneo li conosco,  Kammamuri - rispose Yanez.  Non
    tremare per me.
    - Siete venuto altre volte qui?
    - No, ma ho percorso pi volte i boschi del reame di Varauni.
    - Combattendo?
    - Talvolta s.
    - Eravate nemici del sultano di Varauni?
    - Nemici fierissimi.  Egli odiava terribilmente i pirati di  Mompracem
    perch in ogni scontro vincevano la sua flotta.
    - Ditemi, padron Yanez, la Tigre della Malesia fu sempre pirata?
    -  No,   mio  caro.   Una  volta  era  un  potente  rajah  del  Borneo
    settentrionale;  ma un inglese ambizioso  istig  alla  ribellione  le
    truppe  e  la  popolazione  e lo detronizz dopo avergli ucciso padre,
    madre, fratelli e sorelle.
    - E vive ancora questo inglese?
    - S, vive.
    - E non l'avete punito?
    - E' troppo forte. La Tigre della Malesia per non  ancora morta.
    - Ma voi, padron Yanez, perch vi siete unito a Sandokan?
    - Non mi sono unito a lui,  Kammamuri;  fui fatto  prigioniero  mentre
    navigavo verso Labuan.
    - Non uccideva i prigionieri Sandokan?
    - No,  Kammamuri.  Sandokan fu sempre feroce verso i suoi pi acerrimi
    nemici e generosissimo verso gli altri, specialmente verso le donne.
    - Ed egli vi tratt sempre bene, padron Yanez?
    - Mi am forse pi di un fratello!
    - Ditemi,  padron  Yanez,  quando  avrete  liberato  il  mio  padrone,
    ritornerete a Mompracem?
    - E' probabile,  Kammamuri.  Alla Tigre della Malesia occorrono grandi
    distrazioni per soffocare il suo dolore.
    - Quale dolore?
    - Quello di aver perduto Marianna Guillonk.
    - L'amava molto dunque?
    - Immensamente, alla follia.
    - E' molto  strano  che  un  uomo  cos  feroce  e  terribile  si  sia
    innamorato di una donna.
    - E di una donna inglese per di pi - aggiunse Yanez.
    - Dello zio di Marianna Guillonk avete saputo nulla?
    - Nulla, per ora.
    - Che sia qui?
    - Potrebbe darsi.
    - Avete paura di lui? - Forse, e...
    -  Alto  l  -  grid in quell'istante una voce.  Yanez e Kammamuri si
    arrestarono.










    5. NARCOTICI E VELENI.


    Due uomini si erano  improvvisamente  rizzati  dietro  a  un  cetting,
    arbusto  rampicante  il  cui  succo   talmente velenoso che uccide in
    pochi istanti un bue.  Il primo era un indiano alto,  magro,  nervoso,
    vestito  di  tela  bianca  e  armato  d'una  lunga carabina incrostata
    d'argento;  l'altro era un  dayaco  di  belle  forme,  con  le  membra
    straordinariamente cariche di anelli di ottone e di perle di Venezia e
    i  denti  anneriti  col succo caldo del legno siuka.  Un solo pezzo di
    stoffa di cotone copriva i suoi fianchi e un fazzoletto rosso  la  sua
    testa,  ma  portava indosso un vero arsenale.  La terribile cerbottana
    con le frecce intinte nel succo dell'upas gli pendeva da  una  spalla;
    al fianco aveva il formidabile "parang",  pesante sciabola dalla larga
    lama intarsiata con pezzi d'ottone,  della quale i Dayachi si  servono
    per  decapitare  i nemici;  il laccio,  che essi sanno adoperare forse
    meglio dei Thugs indiani,  gli stringeva la vita.  Non mancava nemmeno
    il kriss, dalla lama serpeggiante e avvelenata.
    - Alto l! - ripet l'indiano, facendosi innanzi.
    Il portoghese fece a Kammamuri un rapido gesto e si avanz con le dita
    della mano destra sulla batteria del fucile.
    - Che vuoi e chi sei tu? - chiese all'indiano.
    - Sono una guardia del rajah di Sarawak - rispose l'interrogato.
    - E voi?
    - Lord Gilles Welker, amico di James Brooke, tuo rajah.
    L'indiano e il dayaco presentarono le armi.
    -  Quell'uomo    al  vostro  servizio,  milord?  -  chiese  l'indiano
    indicando Kammamuri.
    - No - rispose Yanez.  - L'ho incontrato nella foresta e ha chiesto di
    seguirmi perch ha paura delle tigri.
    - Dove vai? - domand l'indiano al maharatto.
    -  Ti  ho  detto  anche stamane che sono provveditore dei "placers" di
    Poma - rispose Kammamuri. - Perch domandarmi anche adesso dove vado?
    - Perch il rajah cos vuole.  - Di' al tuo rajah che io sono  un  suo
    fedele suddito.
    - Passa.
    Kammamuri  raggiunse Yanez che aveva continuata la sua via,  mentre le
    due spie tornavano ad imboscarsi sotto l'arbusto velenoso.
    - Cosa pensate, signor Yanez, di quegli uomini?  - chiese il maharatto
    quando fu certo che non potevano n udirlo n vederlo.
    - Penso che il rajah  astuto come una volpe.
    - Deviamo?
    - Deviamo, Kammamuri. Quelle due spie possono avere qualche sospetto e
    seguirci per un buon tratto.
    - Faremo perdere le nostre tracce.
    Kammamuri  abbandon  il  sentiero  fino  allora  seguito  e  pieg  a
    sinistra,  seguito dal cavallo e dal portoghese.  La via  divenne  ben
    presto difficilissima.  Migliaia e migliaia d'alberi,  dritti gli uni,
    piegati e contorti gli altri,  e cespugli e rampicanti si  ammassavano
    in modo da impedire spesso il passaggio, se non agli uomini, almeno al
    cavallo.
    Qui  vi  erano  colossali  alberi della canfora,  che dieci uomini non
    sarebbero stati capaci di abbracciare;  l  arenghe  saccarifere  che,
    incise,   danno   un  liquore  zuccherino  e  inebriante  se  lasciato
    fermentare; pi oltre superbe palme pinang che piegavano sotto il peso
    dei grandi grappoli di noci; poi bellissimi mangostani, alti quanto un
    ciliegio,  le cui frutta sono gustose e delicate;  areche dalle foglie
    grandissime; "uncaria cambir" e "isonandra guta" e "guta wan", piante,
    queste ultime,  che danno il caucci.  E come se tutti questi vegetali
    non bastassero a rendere difficile il cammino, smisurati "rotang", che
    nel Borneo tengono il luogo delle liane e "nepentes" correvano  da  un
    albero  all'altro  formando  vere e proprie reti che il maharatto e il
    portoghese erano costretti a tagliare a colpi di kriss.
    Dopo aver percorso mezzo miglio descrivendo lunghi giri per trovare un
    passaggio,  saltando alberi atterrati,  sfondando cespugli,  tagliando
    radici  a  destra  e  a manca,  i due pirati giunsero sulle rive di un
    canale d'acqua nera e putrida.  Kammamuri tagli un ramo e  misur  la
    profondit.
    - Due piedi - disse. - Salite sul cavallo, padron Yanez.
    - Perch?
    -  Entreremo nel canale e lo risaliremo per un buon tratto.  Se le due
    spie ci seguono, non troveranno pi le nostre tracce.
    - Bravo, Kammamuri.
    Il portoghese sal in sella e dietro di  lui  sal  il  maharatto.  Il
    cavallo dopo aver un po' esitato, entr in quelle acque che spandevano
    un fetore insopportabile e rimont, traballando e scivolando sul fondo
    melmoso, la corrente.
    Fatti  ottocento  passi,  riguadagn  la  riva.  Yanez  e il maharatto
    discesero e stettero in ascolto coll'orecchio appoggiato a terra.
    - Non odo nulla - disse Kammamuri.
    - E nemmeno io - aggiunse il portoghese. - E' lontano il campo?
    - Un miglio e mezzo almeno. Affrettiamoci, padrone.
    Un viottolo, aperto fra i cespugli e i "rotang" dagli animali, spariva
    nel folto della foresta.  I due pirati lo  raggiunsero  allungando  il
    passo.  Una  mezz'ora  dopo,  altri  due  uomini s'alzavano dietro una
    macchia,  intimando ai due pirati di arrestarsi.  Kammamuri  gett  un
    fischio.
    - Avanti - risposero le due sentinelle.
    Erano  due  pirati  di Mompracem armati fino ai denti.  Vedendo Yanez,
    mandarono grida di gioia.
    - Capitano Yanez! - gridarono, correndogli incontro.
    - Buon giorno, ragazzi - disse il portoghese.
    - Vi credevamo morto, capitano.
    - Le tigri di Mompracem hanno la pelle dura; dov' Sandokan?
    - A trecento passi da qui.
    - Fate buona guardia, amici. Vi sono delle spie del rajah nel bosco.
    - Lo sappiamo.
    - Bravi, tigrotti.
    Il portoghese e il maharatto  raddoppiarono  il  passo  e  ben  presto
    giunsero all'accampamento piantato presso un "kampong" in rovina.  Del
    villaggio,  che un tempo doveva essere stato  abbastanza  grosso,  non
    rimaneva  intatta che una sola capanna di foglie di nipa,  posta sopra
    pali alti pi di trenta piedi,  fuori di portata dagli  assalti  delle
    tigri e anche degli uomini.
    I  pirati  per  stavano ricostruendo altre capanne e piantando solide
    palizzate per mettersi al coperto e, nel caso di un attacco improvviso
    da parte delle truppe del rajah di Sarawak, poter resistere.
    - Dov' Sandokan?  - chiese Yanez,  entrando nell'accampamento accolto
    dalle grida di gioia di tutta la banda.
    - Lass,  nella capanna aerea - risposero i pirati. - Avete incontrato
    i soldati del rajah, capitano Yanez?
    - Ci che ho detto alle sentinelle lo  dir  anche  a  voi,  tigrotti-
    disse il portoghese.  - State in guardia: vi sono delle spie del rajah
    nel bosco.
    - Che si mostrino!  - grid  un  malese,  impugnando  un  pesantissimo
    "parang ilang" con la punta fatta a doccia.  - I tigrotti di Mompracem
    non temono i cani del rajah.
    - Capitano Yanez - disse un altro, - se incontrate una di quelle spie,
    ditele che siamo accampati qui. Sono cinque giorni che non combattiamo
    e le nostre armi cominciano ad arrugginire.
    - Fra poco, ragazzi, avrete da lavorare - rispose Yanez.
    - Viva il capitano Yanez! - urlarono i tigrotti.
    - Ehi! fratello mio! - grid una voce che veniva dall'alto.
    Il portoghese alz gli occhi  e  vide  Sandokan  ritto  sulla  piccola
    piattaforma della capanna aerea.
    - Che cosa fai lass?  - grid il portoghese,  ridendo. - Mi sembri un
    piccione appollaiato su di un albero.
    Il portoghese si slanci verso una lunga pertica che presentava  delle
    tacche  e  con  sorprendente  agilit  giunse  sulla piattaforma della
    capanna,  ma qui si trov piuttosto imbarazzato.  Il suolo era formato
    da  bamb,  distanti  l'uno  dall'altro  un buon palmo,  e i piedi del
    povero Yanez non riuscivano a trovare uno stabile appoggio.
    - Ma questa  una trappola! - esclam.
    - Costruzione dayaca, fratello mio - disse Sandokan ridendo.
    - Ma che piedi hanno quei selvaggi?
    - Forse pi piccoli dei nostri. Un po' di equilibrio, diamine!
    Il portoghese, traballando e saltando di trave in trave,  giunse nella
    capanna.
    Era  discretamente  vasta,  divisa in tre camerette di cinque piedi di
    altezza e altrettanti di larghezza,  col  pavimento  pure  formato  da
    bamb  lontani  l'uno  dall'altro  parecchi centimetri,  ma coperto da
    stuoie.
    - Che cosa mi rechi? - chiese Sandokan.
    - Molte novit,  fratello mio - rispose Yanez sedendosi.  - Ma  dimmi,
    innanzitutto, dov' la povera Ada, che non ho veduta nel campo?
    - Questo luogo non  molto sicuro, Yanez. Le guardie del rajah possono
    assalirci da un istante all'altro.
    - Comprendo, fratello mio; tu l'hai nascosta in qualche luogo.
    - S, Yanez. L'ho fatta condurre verso la costa.
    - Chi ha con s?
    - Due uomini che mi sono fedelissimi.
    - E' ancora pazza?
    - S, Yanez.
    - Povera Ada!
    - Guarir, te lo assicuro.
    - In qual modo?
    -  Quando  si  trover  dinanzi  a Tremal-Naik prover una scossa cos
    forte che riacquister la ragione.
    - Lo credi?
    - Lo credo, anzi ne sono certo.
    - Possano le tue speranze avverarsi.
    - Dimmi ora, Yanez, che cos'hai fatto a Sarawak in questi giorni?
    - Molte cose. Sono diventato amico del rajah.
    - E come?
    Il portoghese in poche parole lo inform di quello  che  aveva  fatto,
    gli narr ci che gli era accaduto e ci che aveva udito.  Sandokan lo
    ascolt  attentamente,  senza  interromperlo,  ora  sorridente  e  ora
    pensieroso.
    - Dunque tu sei amico del rajah - disse, quando Yanez ebbe terminato.
    - Amico intimo, fratello mio.
    - Non ha alcun sospetto?
    - Non credo; ma, come ti ho detto, sa che tu sei qui.
    -  Bisogna  affrettarsi  a  liberare Tremal-Naik.  Ah!  se potessi nel
    medesimo tempo schiacciare per sempre quel dannato Brooke!
    - Lascia il rajah, Sandokan.
    - Egli fu troppo feroce,  Yanez,  verso i nostri fratelli.  Darei met
    del  mio  sangue  per  vendicare  le  migliaia  di  malesi  uccisi  da
    quell'uomo terribile e spietato (2).
    - Bada, Sandokan; non abbiamo che sessanta uomini.
    Un lampo sinistro balen negli occhi della Tigre della Malesia.
    - Tu sai,  Yanez,  di quanto io sia capace - disse con un tono di voce
    che faceva fremere. - Il mio passato tu lo conosci.
    -  Lo  so,  Sandokan,  che  tu  hai  sfidato  l'ira di regni ed imperi
    europei. Ma la prudenza non  mai troppa.
    - E sia: sar prudente. Mi accontenter di liberare Tremal-Naik.
    - Cosa forse pi difficile dell'altra, Sandokan.
    - Perch?
    - Ci sono sessanta bianchi nel fortino e molti pezzi di cannone.
    - Cosa sono sessanta uomini?
    - Il fortino  vicinissimo alla citt.  Al primo colpo di  cannone  tu
    avrai i bianchi dinanzi e le truppe del rajah alle spalle.
    Sandokan si morse le labbra e fece un gesto di dispetto.
    - Eppure bisogna salvarlo - disse.
    - Che cosa dobbiamo fare?
    - Giocheremo d'astuzia.
    - Hai un piano?
    - Sono bornese e,  come i miei compatrioti,  ho sempre amato i veleni.
    Con una sola goccia si uccide  un  uomo  per  quanto  sia  forte;  con
    un'altra goccia lo si addormenta,  lo si fa credere morto,  o lo si fa
    impazzire. Il veleno, come vedi,  un'arma potente, terribile.
    - So che durante il nostro soggiorno a Giava tu ti occupavi  molto  di
    veleni. E mi ricordo che una volta un potente narcotico ti salv dalla
    forca.
    - Ecco che i miei studi e le mie ricerche cominciano a fruttare- disse
    Sandokan. - Ascoltami, Yanez.
    Frug in una tasca interna della sua giacca e ne trasse una scatoletta
    di  pelle ermeticamente chiusa.  L'apr e mostr al portoghese dieci o
    dodici microscopiche boccettine, piene di liquidi bianchi, verdastri e
    neri.
    - Per Giove! - esclam Yanez.
    - Non   tutto  -  disse  Sandokan,  aprendo  una  seconda  scatoletta
    contenente piccolissime pillole che esalavano un acuto odore. - Questi
    sono altri veleni.
    - E cosa vuoi fare con quei liquidi e quelle pillole?
    - Ascoltami con attenzione,  Yanez.  Tu mi hai detto che Tremal-Naik 
    prigioniero nel forte.
    - E' vero.
    - Credi di poter entrare nel forte, chiedendo il permesso al rajah?
    - Lo spero. Ad un amico non si nega un favore cos piccolo.
    - Tu dunque entrerai e chiederai di vedere Tremal-Naik.
    - E quando l'avr veduto, cosa far?
    Sandokan lev dalla seconda scatola alcune pillole nere e gliele  mise
    in mano.
    - Queste pillole contengono un veleno che non uccide,  ma che sospende
    la vita per trentasei ore.
    - Ora comprendo il tuo piano. Io dovr farne inghiottire una a Tremal-
    Naik.
    - O scioglierne una nella brocca dell'acqua.
    - Tremal-Naik non dar pi segno di vita,  lo crederanno  morto  e  lo
    seppelliranno.
    - E noi, nella notte, andremo a disseppellirlo - aggiunse Sandokan.
    - Il progetto  stupendo, Sandokan - disse il portoghese.
    - Tenterai il colpo? Tu non corri, mi pare, alcun pericolo.
    - Io lo tenter, purch mi si permetta di entrare nel forte.
    - Se non te lo permettono, corrompi qualche marinaio. Hai denaro?
    Il portoghese apr la giacca,  il panciotto, alz la camicia, e mostr
    una fascia un po' rigonfia che gli cingeva i fianchi.
    - Ho sedici diamanti che tutti insieme valgono un milione.
    - Se ne vuoi altri, parla. La mia cintura contiene il doppio della tua
    e a Batavia abbiamo tanto oro  da  acquistare  la  flotta  intera  del
    Portogallo.
    - Lo so, Sandokan, che il denaro non ci manca. Per ora mi accontenter
    dei miei sedici diamanti.
    -  Nascondi  ora  queste pillole e anche quelle due boccettine - disse
    Sandokan. - Una,  la verde,  contiene un narcotico che non sospende la
    vita,  ma  che  addormenta profondamente per dodici ore;  l'altra,  la
    rossa,  contiene un veleno che uccide istantaneamente e senza lasciare
    traccia. Chiss: possono esserti utili.
    Il  portoghese  nascose  le  pillole  e  le  boccettine,  si  gett  a
    bandoliera il fucile e si alz.
    - Te ne vai?
    - Sarawak  lontana, fratello mio.
    - Quando farai il colpo?
    - Domani.
    - Mi farai subito avvertire da Kammamuri?
    - Non mancher; addio, fratello.
    Scese la pericolosa scala, salut i tigrotti e torn a cacciarsi sotto
    la foresta, cercando di orizzontarsi.  Aveva percorso sei o settecento
    metri, quando fu raggiunto dal maharatto.
    - Altre novit? - chiese il portoghese, arrestandosi.
    - Una e forse grave,  signor Yanez - disse il maharatto. - Un pirata 
    tornato or ora al campo ed ha riferito alla Tigre di  aver  veduto,  a
    tre miglia da qui, una banda di dayachi guidata da un vecchio bianco.
    - Se lo incontrer gli augurer buon viaggio.
    - Aspettate un po',  signor Yanez - disse il maharatto. - Il pirata ha
    detto che quel vecchio dalla pelle bianca somigliava all'uomo  che  ha
    giurato di impiccare la Tigre e voi.
    - Lord James Guillonk! - esclam Yanez, impallidendo.
    -  S,  padron  Yanez,  quell'uomo  somigliava  allo zio della defunta
    moglie di Sandokan.
    - E' impossibile!...  E' impossibile!...  Chi  il pirata  che  lo  ha
    visto?
    - Il malese Sambigliong.
    - Sambigliong!... - balbett Yanez. - Questo malese era con noi quando
    rapimmo  la nipote di lord James,  anzi,  se la memoria non m'inganna,
    affront lo stesso  lord  che  stava  per  spezzarmi  il  cranio.  Per
    Giove!... Io corro un gran pericolo.
    - Quale? - chiese il maharatto.
    -  Se  lord  Guillonk  viene a Sarawak io sono perduto.  Mi vedr,  mi
    riconoscer, quantunque siano trascorsi sei anni dall'ultima volta che
    ci siamo incontrati, e mi far arrestare e impiccare. Dirai a Sandokan
    che star in guardia e che cerchi d'impadronirsi di quel vecchio dalla
    pelle bianca. Addio, Kammamuri, domani mattina ti attendo alla taverna
    Cinese.
    Il portoghese,  molto  inquieto,  si  rimise  in  marcia,  guardandosi
    attentamente  attorno e tendendo gli orecchi,  timoroso di trovarsi da
    un istante all'altro dinanzi a quel  vecchio.  Fortunatamente  non  si
    udiva,  sotto  la  gigantesca boscaglia,  alcuna voce umana,  n alcun
    segnale.  I soli rumori che rompevano il silenzio erano le grida degli
    argus giganti,  magnifici fagiani che svolazzavano a centinaia, quelle
    non meno acute delle cacatue nere e quelle rauche  delle  scimmie  dal
    naso  lungo,  cos  chiamate  perch il loro naso  molto prominente e
    rosso come quello di Bacco.
    Cammin cos,  con grandi precauzioni,  fra cespugli  inestricabili  e
    gigantesche  macchie,  ora  piegando  a  destra e ora a sinistra,  per
    cinque ore. Non giunse a Sarawak che al calar del sole, affranto dalla
    fatica e affamato come un lupo.  Pens  che  fosse  troppo  tardi  per
    recarsi a pranzare dal rajah e si rec alla taverna del cinese.
    Dopo un lauto pranzo,  annaffiato da parecchie bottiglie, fece ritorno
    alla palazzina.  Alla sentinella,  prima  di  entrare,  chiese  se  un
    vecchio  dalla  pelle  bianca  fosse  giunto,   ma,  avutane  risposta
    negativa, sal nella sua camera.
    Il rajah si era ritirato nella sua stanza da qualche ora.
    - Meglio cos - mormor Yanez.  - Un cacciatore  che  torna  senza  un
    pappagallo pu allarmare quella vecchia volpe sospettosa.
    And poi a dormire mettendo le pistole e il kriss sotto il capezzale.


    6. TREMAL-NAIK.


    Quantunque  fosse  assai  stanco,  il buon portoghese non fu capace di
    chiudere occhio in tutta la notte.  Aveva  sempre  fissa  nella  mente
    l'immagine  di quel vecchio bianco che guidava un drappello di dayachi
    e somigliava tanto allo zio della moglie della Tigre,  e che era stato
    visto in vicinanza della citt dal malese Sambigliong.
    Invano cercava di tranquillizzarsi, ripetendosi che forse il malese si
    era  ingannato,  che  il  lord  doveva essere ancora lontano,  forse a
    Giava, forse in India, forse pi lontano ancora,  in Inghilterra.  Gli
    pareva  sempre di udire nel corridoio vicino la voce del vecchio;  gli
    pareva di sentire un rumor di passi avvicinarsi alla  sua  stanza,  un
    fragore d'armi risuonare nel palazzo.
    Pi volte, non sapendo dominare le sue inquietudini, scese dal letto e
    apr  prudentemente  le  finestre,  pi volte socchiuse la porta della
    stanza,  temendo che fossero  state  appostate  delle  sentinelle  per
    impedirgli la fuga. Si addorment verso l'alba, ma fu un sonno agitato
    da brutti sogni che dur un paio d'ore.
    Si dest udendo un gong strepitare per la via.
    Si alz,  si vest,  si cacci nelle tasche un paio di corte pistole e
    si diresse verso la porta. In quel medesimo istante qualcuno buss.
    - Chi ? - chiese egli con viva ansiet.
    - Il rajah vi aspetta nel suo studio - disse una voce.
    Yanez si sent un brivido correre  per  le  ossa.  Apr,  e  si  trov
    dinanzi un indiano.
    - E' solo il rajah? - chiese, coi denti stretti.
    - Solo, milord - rispose l'indiano.
    - Che vuole da me?
    - Vi attende per bere il th.
    -  Corro  da  lui  -  disse  Yanez,  dirigendosi  verso  lo studio del
    principe.
    - Il rajah era seduto dinanzi al suo  tavolino,  sul  quale  c'era  un
    servizio da th in argento. Vedendo Yanez entrare, si alz col sorriso
    sulle labbra, stendendogli la mano.
    - Buon giorno, milord! - esclam. - Siete rientrato tardi ieri sera.
    - Perdonate, Altezza, se ho mancato al pranzo; ma la colpa non  mia -
    disse Yanez, rassicurato dal sorriso del rajah.
    - Che vi  accaduto?
    - Mi sono smarrito in mezzo ai boschi.
    - Eppure avevate una guida.
    - Una guida!
    -   Mi  dissero  che  eravate  con  un  indiano  che  si  spaccia  per
    provveditore delle miniere di Poma.
    - Chi ve lo ha detto,  Altezza?  - chiese Yanez,  facendo  uno  sforzo
    straordinario per conservare la calma.
    - Le mie spie, milord.
    - Altezza, ai vostri servigi avete della brava gente.
    -  Lo credo - disse il rajah sorridendo.  - L'avete incontrato dunque,
    quell'uomo?
    - S, Altezza.
    - Sin dove vi ha accompagnato?
    - Fino ad un piccolo villaggio di dayachi.
    - Indovinate chi era quell'uomo.
    - Chi era? - chiese Yanez, pronunciando con fatica quelle due parole.
    - Un pirata - disse il rajah.
    - Un pirata!... E' impossibile, Altezza.
    - Ve lo assicuro.
    - E non mi ha ammazzato?
    - I pirati di Mompracem, milord, qualche volta sono generosi,  come il
    loro capo.
    - E' generosa la Tigre della Malesia?
    -  Cos  si  dice.  Mi  si  racconta che parecchie volte regal grossi
    diamanti ai poveri diavoli.
    - E' un pirata molto strano, dunque!
    - E' coraggioso e generoso insieme.
    - Ma siete certo, Altezza, che quell'indiano facesse parte della banda
    di Mompracem?
    - Sicurissimo,  perch le mie spie lo videro parlare con alcuni pirati
    della Tigre della Malesia. Ma non parler pi con loro, ve lo giuro. A
    quest'ora deve essere in mano dei miei.
    In quell'istante,  gi nella strada, si udirono delle grida acute e un
    forte colpo di "gong".
    Yanez pallido, agitatissimo, si precipit verso la finestra per vedere
    ci che accadeva, ma soprattutto per nascondere la propria commozione.
    - Per Giove!  - esclam con  voce  strozzata  diventando  maggiormente
    pallido. - Kammamuri!
    - Che cosa succede? - chiese il rajah.
    - Conducono qui il mio indiano,  Altezza - rispose con voce abbastanza
    calma.
    - Non mi ero ingannato, io.
    Si curv sul davanzale e guard.
    Quattro guardie,  armate fino ai denti,  conducevano verso il  palazzo
    l'indiano  Kammamuri,  al  quale  erano  state  legate strettamente le
    braccia con solide fibre di rotang. Il prigioniero non opponeva alcuna
    resistenza,  n  sembrava  atterrito.  Procedeva  con  passo  calmo  e
    guardava  tranquillamente la folla di dayachi,  cinesi e malesi che lo
    seguiva schiamazzando.
    - Pover'uomo! - esclam Yanez.
    - Lo compiangete, milord? - chiese il rajah.
    - Un po', lo confesso.
    - Eppure quell'indiano  un pirata.
    - Lo so, ma con me fu assai gentile. Che ne farete, Altezza?
    - Cercher di farlo parlare innanzitutto.  Se riesco a sapere dove  si
    cela la Tigre della Malesia... Raduner le mie guardie e l'assalir.
    - E se il prigioniero si ostina a non parlare?
    - Lo far impiccare - disse freddamente il rajah.
    - Povero diavolo!
    - Tutti i pirati hanno uguale trattamento, milord.
    - Quando lo interrogherete?
    -  Quest'oggi  non  ho  tempo,  perch  devo  ricevere un ambasciatore
    olandese, ma domani sar libero e lo far parlare.
    Un lampo balen negli occhi del portoghese.
    - Altezza -  disse,  dopo  un  po'  d'esitazione.  -  Potr  assistere
    all'interrogatorio?
    - Se lo desiderate.
    - Grazie, Altezza.
    Il  rajah  scosse  un  campanello  d'argento che stava sul tavolo.  Un
    cinese vestito di seta gialla, con una coda lunga un buon metro, entr
    portando una teiera di porcellana di "Ming", piena di th fumante.
    - Il th non vi spiacer, spero - disse il rajah.
    - Non sarei inglese - rispose Yanez, sorridendo.
    Vuotarono parecchie tazze della deliziosa bevanda, indi si alzarono.
    - Dove vi recate oggi, milord? - chiese il rajah.
    - A visitare i dintorni della citt - rispose Yanez.  - Ho  scorto  un
    fortino e, con il vostro permesso, lo visiter.
    - Troverete dei compatrioti, milord.
    - Dei compatrioti! - esclam Yanez, fingendo di ignorare ogni cosa.
    - Raccolti da me alcune settimane fa, mentre stavano per annegare.
    - Dei naufraghi dunque?
    - Precisamente.
    - E che cosa fanno in quel forte?
    -  Attendono  l'arrivo di una nave per imbarcarsi e nel medesimo tempo
    sorvegliano un Thug indiano che rinchiusi l dentro.
    - Che? Un Thug! Un Thug indiano! - esclam Yanez. - Oh!  vorrei vedere
    uno di quei terribili strangolatori.
    - Lo desiderate?
    - Ardentemente.
    Il rajah prese un foglio di carta, scrisse alcune righe, lo pieg e lo
    consegn al portoghese che lo prese con vivacit.
    -  Consegnatelo  al  luogotenente Churchill - disse il rajah.  Egli vi
    mostrer il Thug e,  se desiderate,  vi far visitare l'intero fortino
    che per non ha nulla di bello.
    - Grazie, Altezza.
    - Pranzerete con me questa sera?
    - Ve lo prometto.
    - Arrivederci, milord.
    Yanez,  che  non  vedeva l'ora di uscire da quello studio,  si diresse
    verso la propria stanza.
    - Ragioniamo, Yanez mio - mormor quando si trov solo. - Si tratta di
    fare un gran colpo senza essere scoperto.
    Si affacci poi alla finestra, immergendosi in profondi pensieri.
    Rimase l, immobile,  con gli occhi fissi sul fortino,  dieci o dodici
    minuti, corrugando di quando in quando la fronte.
    - Ci siamo! - esclam d'un tratto. - Mio caro Brooke, il buon Yanez ti
    prepara un giochetto che,  se ho tutto ben calcolato, sar bellissimo.
    Per Giove! Sandokan sar contento del fratello bianco.
    S'avvicin al tavolo, prese una penna e, sopra un pezzettino di carta,
    scrisse:
    Mi manda il tuo fedele servo Kammamuri per salvarti. Tremal-Naik,  se
    vuoi  essere libero e rivedere la tua Ada,  ingoia verso la mezzanotte
    le pillole che qui trovi, n prima n dopo, se puoi.  Yanez,  amico di
    Kammamuri.
    Vi  mise dentro due piccole pillole nere e fece un minuscolo cartoccio
    che nascose in un taschino della sua giacca.
    -  Domani  gli  inglesi  lo  crederanno  morto  e   domani   sera   lo
    seppelliranno  - mormor,  stropicciandosi allegramente le mani,  e ad
    avvertire il mio caro fratello manderemo Kammamuri. Ah! mio caro James
    Brooke,  non sai  ancora  di  che  cosa  sono  capaci  i  tigrotti  di
    Mompracem.  Si  cacci  in  testa un cappellaccio di paglia a forma di
    fungo,  si pass nella cintura il fedele  kriss  e  lasci  la  stanza
    scendendo lentamente le scale.
    Passando per un corridoio, vide dinanzi ad una porta un indiano armato
    di carabina con baionetta in canna.
    - Che cosa fai l? - chiese il portoghese.
    - Sono di guardia - rispose la sentinella.
    - A chi fai la guardia?
    - Al pirata arrestato stamane.
    - Bada che non ti sfugga, amico. E' un uomo pericoloso.
    - Terr gli occhi sempre aperti, milord.
    - Bravo ragazzo.
    Lo salut con la mano, scese la scala ed usc in strada con un sorriso
    ironico sulle labbra. Il suo sguardo subito si fiss sulla collina che
    gli  stava  di  fronte,  in  cima alla quale,  fra il verde cupo delle
    piante, spiccava la massa biancastra del fortino.
    - Animo, Yanez - mormor. - C' molto da fare.
    Attravers con passo tranquillo la citt, invasa da una fitta folla di
    superbi  dayachi,   di  orrendi  malesi  e  di  caudati   cinesi   che
    schiamazzavano  su  tutti  i  toni,  vendendo  frutta,  armi,  vesti e
    giocattoli di Canton,  e prese un sentiero,  ombreggiato da  altissimi
    durion e da areche, che menava al fortino.
    A  mezza  costa  s'imbatt  in due marinai inglesi che scendevano alla
    citt,  forse per ricevere qualche  ordine  del  rajah,  o  forse  per
    informarsi se qualche nave aveva gettato l'ancora alla foce del fiume.
    -  Ol,  amici  -  disse  Yanez salutandoli.  - E' lass il comandante
    Churchill?
    - L'abbiamo lasciato che fumava alla porta del fortino -  rispose  uno
    dei due.
    - Grazie, amici.
    Si  rimise in cammino e dopo un lungo giro giunse in un largo piazzale
    in mezzo al quale si levava il fortino. Sulla porta,  appoggiato ad un
    fucile, stava un marinaio, occupato a masticare un pezzo di tabacco, e
    a pochi passi,  sdraiato in mezzo alle erbe, fumava un luogotenente di
    marina, di statura alta, con lunghi baffi rossi. Yanez si arrest.
    - Toh! un bianco! - esclam il luogotenente scorgendolo.
    - E che cerca di voi - disse il portoghese.
    - Di me?
    - S!
    - E che cosa desiderate?
    - Ho una lettera per il luogotenente Churchill...
    - Sono io,  signore,  il luogotenente Churchill -  disse  l'ufficiale,
    alzandosi e muovendogli incontro.
    Yanez  estrasse  la  lettera dal rajah e la porse all'inglese il quale
    l'apr e la lesse attentamente.
    - Sono ai vostri ordini, milord - disse, quand'ebbe letto.
    - Mi farete vedere il Thug?
    - Se lo vorrete.
    - Accompagnatemi da lui,  dunque.  Ho sempre desiderato vedere uno  di
    quei terribili strangolatori.
    Il luogotenente si mise in tasca la pipa ed entr nel fortino, seguito
    da  Yanez.  Attraversarono  un  piccolo  cortile,  in  mezzo  al quale
    arrugginivano quattro  vecchi  cannoni  di  ferro,  ed  entrarono  nel
    fabbricato  costruito  con  robustissimo  legno  di  teck,  capace  di
    resistere ad una palla di sei e anche otto libbre.
    - Ci siamo, milord - disse Churchill, fermandosi dinanzi ad una solida
    porta sprangata. - Il Thug  qui dentro.
    - E' tranquillo o feroce?
    - E'  mansueto  come  una  tigre  addomesticata  -  rispose  l'inglese
    sorridendo.
    - Non occorre quindi entrare armati.
    -  Non ha mai fatto male ad alcuno di noi,  per non entrerei senza le
    mie pistole.
    Lev le due spranghe ed apr con precauzione la  porta,  sporgendo  la
    testa.
    - Il Thug sonnecchia - disse. - Entriamo, milord.
    Yanez   prov   un   brivido,   non  gi  perch  avesse  paura  dello
    strangolatore,  ma per tema che questi lo tradisse.  Infatti l'indiano
    poteva respingere il bigliettino e le pillole e svelare cos ogni cosa
    al luogotenente Churchill.
    - Coraggio e sangue freddo - mormor, - non  il momento di ritirarsi.
    Varc la soglia ed entr. Si trov in una cella piuttosto piccola, con
    le pareti di legno di teck, rischiarata da un finestrino a solidissime
    inferriate.
    In  un  angolo,  steso su di un letto di foglie secche e avvolto in un
    corto  mantello  di  tela,  stava  il  thug  Tremal-Naik,  il  padrone
    dell'indiano Kammamuri, il fidanzato dell'infelice Ada.
    Era  un  superbo indiano,  alto cinque piedi e sei pollici,  color del
    bronzo.  Largo e robusto aveva il petto,  muscolose le  braccia  e  le
    gambe,  fieri i lineamenti del volto e regolarissimi. Yanez, che aveva
    visto  cinesi,  malesi,   giavanesi,   africani,   indiani,   bughisi,
    macassaresi  e tagali,  non si ricordava di aver incontrato un uomo di
    colore cos bello e cos vigoroso.  Non c'era che Sandokan che potesse
    superarlo.
    Quell'uomo dormiva,  ma il suo sonno non era tranquillo.  Il petto gli
    si sollevava affannosamente, la sua ampia e bella fronte si corrugava,
    le labbra di un rosso vivo, ardente, fremevano e le sue mani,  piccole
    come  quelle  di  una  donna,  si  aprivano  e si chiudevano,  come se
    volessero afferrare qualche cosa e stritolarla.
    - Bell'uomo! - esclam Yanez.
    - Zitto, parla - mormor il luogotenente.
    Un rauco accento straziante era uscito dalle labbra dell'indiano.
    - Mia! - aveva esclamato.
    La sua faccia,  d'un tratto,  divenne burrascosa.  Una  vena  che  gli
    solcava la fronte s'ingross improvvisamente.
    - Suyodhana - mormor, con accento d'odio, l'indiano.
    - Tremal-Naik! - disse il luogotenente.
    A  quel  nome  l'indiano  si  scosse,  si  alz  di scatto e fiss sul
    luogotenente uno sguardo che scintillava come quello di un serpente.
    - Che cosa vuoi? - chiese.
    - Un signore vuol vederti.
    L'indiano guard Yanez che stava qualche passo indietro  a  Churchill.
    Un  sorriso  sdegnoso  sfior  le  sue  labbra mettendo a nudo i denti
    bianchi come l'avorio.
    - Sono una belva forse? - chiese. - Che...
    Si arrest e trasal.  Yanez che,  come  si  disse,  stava  dietro  al
    luogotenente,  gli  aveva  fatto  un rapido cenno.  Senza dubbio aveva
    compreso che gli stava dinanzi un amico.
    - Come ti trovi qui dentro? - chiese il portoghese.
    - Come pu trovarsi un uomo che nacque e visse libero nella  jungla  -
    disse Tremal-Naik con voce triste.
    - E' vero che tu sei un Thug?
    - No.
    - Eppure hai strangolato delle persone.
    - E vero, ma non sono un Thug.
    - Tu menti.
    Tremal-Naik si alz digrignando i denti e con gli occhi fiammeggianti;
    ma un nuovo gesto del portoghese lo calm.
    -  Se tu mi lasciassi alzare il mantellino,  ti mostrerei il tatuaggio
    che distingue i Thug.
    - Non accostatevi, milord! - esclam il luogotenente.
    - Non ho arma alcuna - disse l'indiano.
    Yanez s'avvicin al letto di foglie e si curv sull'indiano.
    - Kammamuri - mormor con voce appena distinta. Un rapido lampo brill
    negli occhi dell'indiano.  Con un gesto alz il mantellino e  raccolse
    il  biglietto  contenente  le pillole che il portoghese aveva lasciato
    cadere.
    - L'avete visto il tatuaggio? - chiese il luogotenente che aveva,  per
    precauzione, armato una pistola.
    - Non lo ha - rispose Yanez, raddrizzandosi.
    - Non  un Thug dunque?
    - Chi pu dirlo? I Thugs hanno tatuaggi in pi parti del corpo.
    - Non ne ho - disse Tremal-Naik.
    - Da quanto tempo si trova qui, luogotenente? - chiese Yanez.
    - Da due mesi, milord.
    - Dove lo si condurr?
    - In qualche penitenziario dell'Australia.
    - Povero diavolo! Usciamo, luogotenente.
    Il marinaio apr la porta. Yanez ne approfitt per volgersi indietro e
    fare a Tremal-Naik un ultimo gesto che significava obbedite.
    -  Volete  visitare  il  fortino?  - chiese il luogotenente quand'ebbe
    chiusa e sprangata la porta.
    -  Mi  pare  che  non  abbia  nulla  di  attraente  -  rispose  Yanez.
    Arrivederci dal rajah, signore.
    - Arrivederci, milord.




    7. LA LIBERAZIONE DI KAMMAMURI.


    Mentre Yanez,  lavorando con astuzia, preparava la salvezza di Tremal-
    Naik, il povero Kammamuri, in preda a mille terrori e a mille angosce,
    tentava vanamente di uscire dalla sua prigione.  Non  aveva  paura  di
    venire  impiccato o fucilato come un volgare pirata;  temeva di venire
    sottoposto a qualche spaventevole supplizio e di  essere  costretto  a
    confessare  ogni  cosa,  compromettendo contemporaneamente la vita del
    suo padrone, dell'infelice Ada, della Tigre della Malesia,  di Yanez e
    di tutti gl'intrepidi di Mompracem.
    Appena rinchiuso, aveva tentato di saltare dalle finestre, ma le aveva
    trovate  difese  da  solidissime sbarre di ferro,  che era impossibile
    rompere senza una potente lima o  una  mazza;  poi  aveva  cercato  di
    sfondare  il  pavimento,  sperando di cadere in una stanza disabitata,
    ma,  dopo essersi rotte le unghie,  era stato costretto a rinunciarvi.
    Da ultimo aveva tentato di strangolare l'indiano che gli aveva portato
    il  cibo,  ma,  sul  punto di riuscire,  altri indiani erano accorsi a
    liberare il compagno.
    Persuaso dell'inutilit dei suoi sforzi,  si  era  accoccolato  in  un
    angolo  della  stanza,   risoluto  a  morire  di  fame  piuttosto  che
    assaggiare i cibi che potevano contenere qualche misterioso narcotico;
    deciso a lasciarsi strappare le carni a brano a  brano  piuttosto  che
    pronunciare una sola parola.
    Erano  trascorse  dieci  ore  senza che egli si muovesse.  Il sole era
    tramontato, dopo un brevissimo crepuscolo, e le tenebre avevano invaso
    la stanza: a un tratto,  un sibilo  lamentoso,  seguito  da  un  colpo
    leggero,  fer suoi orecchi. Si alz senza far rumore, girando attorno
    uno sguardo indagatore,  e ascolt attentamente.  Non  ud  pi  nulla
    all'infuori  delle grida rauche dei dayachi e dei malesi che passavano
    per la piazza.
    Si avvicin silenziosamente  alla  finestra  e  guard  attraverso  le
    sbarre  di  ferro.  L,  presso  una  gigantesca areca saccarifera che
    stendeva la sua ombra su buona parte della piazza,  stava un uomo  con
    un  gran  cappello  in  testa  ed  una  specie di bastone in mano.  Lo
    riconobbe a prima vista.
    - Padron Yanez - mormor.
    Sporse un braccio e fece alcuni gesti.  Il portoghese alz le  mani  e
    rispose con altri gesti.
    - Ho compreso - disse Kammamuri. - Buon padrone!
    Lasci la finestra e cammin fino alla parete che gli stava di fronte.
    La osserv attentamente, poi si chin e raccolse una specie di freccia
    all'estremit della quale era appesa una pallottola di carta.
    - Qui dentro vi  la salvezza - mormor. - A quanto pare, padron Yanez
    sa adoperare bene la cerbottana.
    Spieg  la  carta  e  vi  trov  due pillole nere,  piccolissime,  che
    mandavano un odore particolare.
    - Veleno o narcotico? - si chiese. - Ah! la carta  scritta.
    Si avvicin alla finestra e lesse attentamente le seguenti righe:
    Tutto procede di bene in meglio.  Tremal-Naik,  se non sopraggiungono
    incidenti  imprevisti,  domani  sera  sar  libero.  Le pillole che ti
    unisco,  sciolte nell'acqua,  addormentano istantaneamente.  Cerca  il
    mezzo di addormentare il guardiano e di fuggire.  Domani a mezzogiorno
    ti attendo nei pressi del fortino. Yanez.
    - Buon Yanez - mormor il maharatto commosso. - Pensa a tutto.
    S'appoggi alle sbarre della finestra e si mise a meditare. Un leggero
    colpo dato alla porta lo tolse dai suoi pensieri.
    - Eccolo! - esclam.
    Si avvicin rapidamente,  ma senza far rumore,  ad un tavolo sul quale
    erano,  oltre a una zuppiera di riso e a parecchie frutta,  due grandi
    tazze di "tuwah",  e vi gett dentro le pillole che istantaneamente si
    sciolsero.
    - Chi  la? - chiese poi.
    - Guardia del rajah - rispose una voce.
    La  porta si apr e un indiano armato di una larga scimitarra e di una
    lunga  pistola  col  calcio  incrostato  di   madreperla   entr   con
    precauzione.  In una mano aveva una lanterna di talco, simile a quelle
    che usano i cinesi, e nell'altra un paniere pieno di provvigioni.
    - Non hai fame? - chiese la guardia, vedendo le tazze piene, le frutta
    intatte e la zuppiera ancora colma.
    Il maharatto, invece di rispondere, gli lanci uno sguardo torvo.
    - Coraggio,  amico - continu la guardia.  - Il rajah  buono e non ti
    impiccher.
    - Ma mi avvelener - disse Kammamuri con finto terrore.
    - E come?
    - Col cibo e con la bevanda che vedi.
    - E' per questo che non hai assaggiato nulla?
    - Certamente.
    - Hai torto, amico mio.
    - Perch?
    -  Perch  n il "tuwah",  n il riso,  n le frutta contengono veleno
    alcuno.
    - Berresti tu una tazza di quel liquore?
    - Se tu lo vuoi!
    Kammamuri afferr la tazza entro la quale aveva sciolto le pillole del
    portoghese e la porse alla guardia.
    - Bevi - disse.
    L'indiano, che non aveva alcun sospetto, avvicin la tazza alle labbra
    e bevve buona parte del contenuto.
    - Ma... - disse esitando. - Cos'hanno messo in questo "tuwah"?
    - Non lo so - disse il maharatto che lo guardava attentamente.
    - Un fremito strano agita le mie... membra.
    - Ah!...
    - Toh!  la testa mi gira,  mi mancano le forze,  non ci vedo  pi,  mi
    pare...
    Non fin.  Traball come fosse stato ferito in mezzo al petto, alz le
    mani,  sbarr  gli  occhi  e  cadde  pesantemente  a  terra  rimanendo
    immobile.
    Kammamuri  d'un  salto  gli  fu  sopra  e  gli strapp la pistola e la
    scimitarra.
    Cosi armato s avvicin alla porta e tese gli orecchi.
    Temeva che il fracasso  prodotto  dall'indiano  nel  cadere  attirasse
    altre   guardie.   Fortunatamente  nessun  passo  si  fece  udire  nel
    corridoio.
    - Sono salvo!  - esclam respirando.  - Fra dieci  minuti  sar  fuori
    della citt.
    Tolse  all'indiano  i  corti calzoni,  la giacca e la fascia,  e in un
    batter d'occhio si vest.  Sulla testa si annod un fazzoletto in modo
    da  nascondere buona parte della fronte e un po' gli occhi,  poi cinse
    la scimitarra e pass nella cintura la pistola.
    - Avanti - mormor. - Passer per una guardia del rajah.
    Apr senza far rumore la porta,  percorse il corridoio che era deserto
    e  oscurissimo,  scese  la scala e,  passando rapidamente dinanzi alla
    sentinella, usc sulla piazza.
    - Sei tu, Labuk? - chiese una voce.
    - S - rispose Kammamuri,  senza volgersi indietro per paura di venire
    riconosciuto da colui che lo interrogava.
    - Che Siva ti protegga.
    - Grazie, amico.
    Il  maharatto  procedeva  con  passo  rapido,  guardando  attentamente
    intorno a s e aguzzando l'orecchio: si teneva  presso  i  muri  delle
    case, celandosi quando in fondo alle vie e alle viuzze gli sembrava di
    scorgere una guardia del rajah.
    Dopo dieci buoni minuti giungeva ai piedi della collina sulla cui cima
    illuminato dalla luna,  biancheggiava il fortino.  Si arrest tendendo
    gli orecchi.
    Sul fiume si sentivano i battellieri  dayachi  e  malesi  canticchiare
    monotoni  ritornelli;  nel quartiere cinese si udivano gli acuti suoni
    dell'"yo",  specie di flauto a sei  buchi  e  il  dolce  tremolio  del
    "kine", una chitarra con le corde di seta.
    Dalla piazza, dove si ergeva il palazzo del rajah, non giungeva nessun
    rumore.
    - Sono salvo! - mormor dopo alcuni istanti d'angosciosa attenzione. -
    Non hanno ancora scoperta la mia fuga.
    Si cacci in mezzo ai boschi di mangostani altissimi,  di mangifere di
    bellissimo   aspetto   e   di   "cettings"   che   si    arrampicavano
    disordinatamente su per la collina.
    Ora  saltando  da un albero all'altro con l'agilit di una scimmia per
    far perdere le tracce,  ora guardando stagni di nere acque melmose  ed
    ora  sfondando cespugli,  in meno di un'ora giunse,  senz'essere stato
    scorto da alcuno, ad un tiro di fucile dal fortino. Si arrampic su di
    un albero altissimo  dal  quale  poteva  scorgere  chi  saliva  e  chi
    scendeva la collina e attese pazientemente l'arrivo del portoghese.
    La  notte  pass  senza  incidenti.  Alle  quattro del mattino il sole
    apparve improvvisamente all'orizzonte,  illuminando il  fiume  che  si
    smarriva  fra  ubertose  campagne  e  fitti boschi,  la cittadina e le
    piantagioni circostanti.  Dall'alto del suo osservatorio il  maharatto
    vide,  qualche ora dopo,  due bianchi uscire dal fortino e lanciarsi a
    tutte gambe gi per il sentiero.
    - Cosa succede? - mormor Kammamuri.  - Per mettersi a correre in quel
    modo  bisogna che sia accaduto qualche cosa di serio nel fortino.  Che
    quelli della citt abbiano segnalato a questi uomini la mia fuga?
    Si arrampic in mezzo al fogliame, per non essere scorto da quelli che
    passavano per il sentiero,  e attese,  in preda ad una  viva  ansiet.
    Un'ora  dopo i due inglesi risalivano verso il fortino,  seguiti da un
    ufficiale delle guardie e da un europeo vestito  di  tela  bianca,  il
    quale aveva una scatoletta nera appesa alla cintura.
    -  Che  sia un medico?  - si chiese Kammamuri diventando pallido.  Che
    qualcuno sia ammalato? L dentro c' il mio padrone!..  Signore Yanez,
    venite, fate presto!
    Si  lasci  scivolare  fino  a  terra  e  strisci  verso il sentiero,
    risoluto ad interrogare qualcuno.  Fortunatamente batterono le dodici,
    poi l'una,  le due,  le tre, senza che alcun marinaio o alcuna guardia
    passassero di l.
    Verso le cinque,  per,  un uomo con un largo cappellaccio di paglia e
    un  paio  di  pistole alla cintura apparve ad una svolta del sentiero.
    Kammamuri lo riconobbe subito.
    - Padron Yanez! - esclam.
    Il portoghese,  che saliva con passo lento  guardando  attentamente  a
    destra  e  a sinistra come se cercasse qualcuno,  a quella chiamata si
    arrest.  Scorgendo Kammamuri,  affrett il  passo  e,  quando  l'ebbe
    raggiunto, lo spinse nel fitto di un macchione dicendogli:
    -  Se  qualche  guardia ti scorgeva,  eri spacciato e questa volta per
    sempre; bisogna essere prudenti, mio caro.
    - E' successo qualche cosa di grave al fortino,  padron Yanez -  disse
    il maharatto.  - Un sospetto mi  balenato alla mente e ho lasciato il
    mio nascondiglio.
    - Un sospetto!... E quale?
    - Che il mio padrone sia moribondo. Ho visto un bianco recarsi lass e
    mi  sembrato un medico.
    - E' proprio il tuo padrone  che  ha  messo  in  moto  i  soldati  del
    fortino.
    - Il mio padrone!...
    - S, mio caro.
    - E sta male?
    - E' morto.
    - Morto! - esclam il maharatto barcollando
    - Non spaventarti, piccino mio. Lo credono morto, ma invece 
    vivo.
    - Ah! padron Yanez, quale paura mi avete fatto provare! Gli avete dato
    da bere qualche potente narcotico?
    - Gli ho dato delle pillole che sospendono la vita per trentasei ore.
    - E lo crederanno morto?
    - Fulminato.
    -  E  come  faremo  a salvarlo?  - Questa sera,  se non m'inganno,  lo
    seppelliranno.
    - Capisco  -  disse  il  maharatto.  -  Seppellito  che  sia,  noi  lo
    disseppelliremo e lo porteremo al sicuro. Ma dove lo porteranno?
    -Lo sapremo.
    -E come?
    - Quando usciranno dal forte noi li seguiremo.
    - E quando faremo il colpo?
    - Questa notte.
    - Noi due?
    - Tu e Sandokan.
    - Dovr avvertirlo dunque.
    - Certamente.
    - E voi non verrete con noi?
    - Non posso.
    - Perch?
    - Il rajah questa sera d un ballo in onore dell'ambasciatore olandese
    e, come capirai, non posso mancare senza destare dei sospetti.
    - Ecco! - esclam il maharatto, alzando vivamente la testa verso
    il fortino.
    - Che hai?
    - Degli uomini escono dal forte.
    - Per Giove!
    Scost  con  le mani i rami del fitto cespuglio e guard la cima della
    collina.
    Due marinai erano usciti portando sopra una  barella  un  corpo  umano
    chiuso  in  una  specie  di  amaca.  Dietro  a loro uscirono altri due
    marinai armati di zappe e di vanghe, e una guardia del rajah.
    - Prepariamoci a partire - disse Yanez.
    - Che strada prendono? - chiese Kammamuri, con viva ansiet.
    - Scendono il colle dal lato opposto.
    - Vanno a seppellirlo nel cimitero!
    - Non lo so. Giriamo il bosco, ma bada di non far rumore.
    Uscirono dalla macchia e si cacciarono sotto la boscaglia che  copriva
    quasi  tutta  la  collina.  Scavalcando  tronchi atterrati,  sfondando
    intricati cespugli e tagliando  lunghe  radici,  girarono  attorno  al
    forte e si trovarono sul versante opposto. Yanez si arrest.
    - Dove sono? - si chiese.
    - Eccoli laggi - disse il maharatto.
    Il  drappello infatti era in vista.  Scendeva uno stretto sentiero che
    menava ad una piccola  prateria  circondata  da  superbi  alberi.  Nel
    mezzo,  cinto da una bassa palizzata, c'era uno spazio irto di cippi e
    di tavolette di legno.
    - Quello dev'essere il cimitero - disse Yanez.
    - Si dirigono verso quel luogo? - chiese Kammamuri.
    - S.
    - Respiro,  padron Yanez.  Temevo che gettassero il mio povero padrone
    nel fiume.
    - Anche a me era venuto questo pensiero.
    I  marinai  erano entrati nel cimitero e si erano arrestati nel mezzo,
    deponendo a terra  Tremal-Naik.  Yanez  li  vide  girare  per  qualche
    istante fra i Cippi,  come se cercassero qualche cosa, poi uno di essi
    alz la zappa e cominci a scavare.
    - E l che lo sotterreranno - disse il portoghese al maharatto.  -  La
    terra smossa di fresco vi indicher il luogo dove  sepolto
    -  C'  pericolo  che  il  mio  padrone  muoia  asfissiato?  -  chiese
    Kammamuri.
    - No, amico mio. Ora corri subito da Sandokan, ordinagli di radunare i
    suoi, di venire qui e dissotterrare il tuo padrone.
    - E poi?
    - Poi tornerete nel bosco e domani verr a raggiungervi.  Domani  sera
    potremo lasciare questi luoghi per sempre. Va', amico, va'.
    Il  maharatto  non  se  lo  fece dire due volte.  Impugn la pistola e
    scomparve sotto gli alberi con la rapidit di un daino.






    8. YANEZ IN TRAPPOLA.


    Quando Yanez, verso le 10 di sera, rientr in Sarawak, rimase sorpreso
    dallo straordinario movimento che regnava in tutti i quartieri. Per le
    vie e per le viuzze passavano e ripassavano frotte di cinesi in  abito
    da festa,  dayachi,  malesi, macassaresi, bughisi, giavanesi e tagali,
    gridando,  ridendo e urtandosi gli uni con gli  altri.  Si  dirigevano
    tutti  verso  il  piazzale dove sorgeva l'abitazione del rajah.  Senza
    dubbio avevano avuto sentore della festa che dava il loro  principe  e
    vi  accorrevano in massa,  certissimi di divertirsi non poco e di fare
    delle buone bevute anche rimanendo in piazza.
    - Buono - mormor il portoghese, stropicciandosi allegramente le mani.
    - Sandokan potr passare presso la citt senz'essere  visto  da  alcun
    abitante. Mio caro Principe, ci aiuti molto bene. Te ne sono grato.
    Facendosi largo coi gomiti e non di rado coi pugni, dopo cinque minuti
    giungeva  nella piazza.  Innumerevoli torce resinose ardevano qua e l
    illuminando fantasticamente le case, gli alti e bellissimi alberi e la
    palazzina del rajah,  che era circondata da una doppia fila di guardie
    ben armate.
    Una  folla  considerevole,  in  parte ubriaca,  si accalcava in quello
    spazio mandando urla indiavolate e agitandosi continuamente.  I  buoni
    cittadini  di  Sarawak,  udendo  l'orchestra  che suonava nelle stanze
    della palazzina,  danzavano furiosamente pigiandosi contro le  case  e
    contro  gli alberi,  urtando e rompendo le file delle guardie le quali
    erano talvolta costrette a mettere le armi in resta.
    - Giungiamo un po' in ritardo - disse Yanez,  ridendo.  - Il  principe
    sar inquieto per la mia prolungata assenza.
    Si  fece  riconoscere dalle guardie,  sal le scale ed entr nella sua
    stanza per fare un po' di toilette e per deporre le armi.
    - Si divertono?  - chiese all'indiano che il rajah aveva messo  a  sua
    disposizione.
    - Molto, milord - rispose l'interrogato.
    - Chi sono gli invitati?
    - Europei, malesi, dayachi e cinesi.
    - Un miscuglio,  dunque. Non ci sar bisogno d'indossare l'abito nero,
    che del resto non ho.
    Si spazzol gli abiti,  depose le  armi  cacciandosi  per  una  corta
    pistola  in  una tasca e si diresse verso la sala da ballo,  sulla cui
    soglia si arrest con il viso atteggiato ad una viva sorpresa.
    La sala non era vasta,  ma il rajah l'aveva  fatta  addobbare  con  un
    certo gusto.
    Numerose  lampade  di  bronzo,  di provenienza europea,  pendevano dal
    soffitto  spargendo  una  viva  luce;  grandi  specchiere  di  Venezia
    ornavano le pareti,  stuoie dayache dipinte a vivi colori coprivano il
    suolo e sui tavolini facevano bella mostra grandi vasi  di  porcellana
    di Cina, contenenti peonie di un rosso vivissimo e grandi magnolie che
    profumavano, fors'anche troppo, l'aria.
    Gli  invitati  non  erano pi di cinquanta: ma quanti costumi e quanti
    tipi diversi!  Vi erano quattro europei tutti vestiti di tela  bianca,
    una  quindicina  di  cinesi  vestiti  di  seta,  con le teste pelate e
    lucenti che sembravano zucche, dieci o dodici malesi dalla pelle verde
    scura, insaccati in lunghe zimarre indiane;  cinque o sei capi dayachi
    con  le  loro donne,  pi nudi che vestiti,  ma adorni di centinaia di
    braccialetti  e  di  collane  di  denti  di  tigre.  Gli  altri  erano
    macassaresi, bughisi, tagali, giavanesi che si dimenavano come ossessi
    e  che  vociavano  violentemente  ogni  qualvolta  l'orchestra cinese,
    formata da quattro  suonatori  di  "piene-kia"  (strumento  di  sedici
    pietre  nere)  e da una ventina di flautisti,  intonava una marcia che
    non era possibile danzare.
    Entr nella sala e si diresse verso il rajah,  l'unico  che  indossava
    l'abito  nero,  il  quale  stava  chiacchierando con un grosso cinese,
    senza dubbio uno dei principali negozianti della citt.
    - Si divertono qui - disse.
    - Ah! - esclam il rajah volgendosi verso di lui. - Siete qui, milord?
    Vi aspetto da un paio d'ore.
    - Ho fatto una passeggiata sino al fortino e nel ritorno  ho  smarrito
    la strada.
    - Avete assistito al funerale del prigioniero?
    - No, Altezza. Le cerimonie lugubri non mi vanno troppo a sangue.
    - Vi piace questa festa?
    - C' un po' di confusione, mi pare.
    - Mio caro,  siamo a Sarawak. I cinesi, i malesi e i dayachi non sanno
    far di meglio. Prendete qualche dayaca e fate un giro di danza.
    - Con questa musica  impossibile, Altezza.
    - Ne convengo - disse il rajah ridendo.
    In quell'istante verso la porta echeggi un grido che copr il baccano
    che regnava nella sala.
    Il rajah si volse bruscamente e,  come lui,  si  volse  Yanez.  Ebbero
    appena  il  tempo  di  vedere un individuo vestito di bianco,  con una
    lunga barba grigiastra, il quale prontamente si trasse indietro.
    - Che cosa accade? - chiese il rajah.
    Alcune persone si diressero  verso  la  porta,  ma  ritornarono  quasi
    subito.
    - Aspettatemi qui, milord - disse il rajah.
    Yanez non rispose n si mosse.  Quel grido, che forse non udiva per la
    prima volta, gli era sceso fino in fondo all'anima. Un leggero pallore
    copr il suo viso e i suoi lineamenti, ordinariamente cos calmi,  per
    alcuni istanti si alterarono.
    -   Quale  grido!   -  mormor  finalmente.   -  Dove  l'ho  udito?...
    Scoppierebbe una catastrofe proprio ora che abbiamo tratto la nave  in
    porto?
    Cacci  una  mano  nella  tasca  dei calzoni e silenziosamente arm la
    pistola, risoluto a servirsene se fosse stato necessario.
    In quel momento rientr il rajah.  Yanez vide subito che una ruga  gli
    solcava la fronte. Trasal e divenne inquieto.
    -  Ebbene,  Altezza?  -  chiese  facendo  uno sforzo straordinario per
    sembrare calmo. - Che  successo?
    - Nulla, milord - rispose il rajah con pacatezza.
    - Ma quel grido?... - insist Yanez.
    - Lo emise un mio amico.
    - Per qual motivo?
    - Perch fu colto da un malore improvviso.
    - Eppure...
    - Volete dire?
    - Quel grido non era di dolore.
    - Vi siete ingannato, milord.  Ors,  prendete qualche dayaca e,  se 
    possibile, danzate una polka.
    Il rajah pass oltre,  mettendosi a discorrere con uno degli invitati.
    Yanez invece rimase l, seguendolo con uno sguardo inquieto.
    - C' sotto qualche cosa - mormor. - Sta' in guardia, Yanez.
    Finse di allontanarsi e and invece a sedersi dietro a  un  gruppo  di
    malesi.  Di  l vide il rajah volgersi indietro e guardare all'intorno
    come se cercasse qualcuno. Yanez torn a trasalire.
    - Cerca me - disse. - Ebbene, mio caro Brooke, ti giocher un bel tiro
    prima che tu possa giocarlo a me.
    S'alz affettando la massima calma,  gir due o tre volte attorno alla
    sala,  poi  si  ferm  a due passi dalla porta.  L c'era un servo del
    rajah. Gli fece cenno di avvicinarsi.
    - Chi ha gettato poco fa quel grido?- gli chiese.
    - Un amico del rajah - rispose l'indiano.
    - Il suo nome?
    - Lo ignoro, milord.
    - Dove si trova ora?
    - Nello studio del rajah.
    - E' ammalato?
    - Non lo so.
    - Posso recarmi a visitarlo?
    - No, milord.  Due sentinelle vegliano dinanzi alla porta dello studio
    con l'ordine di non lasciare passare nessuno.
    - E non conosci quell'uomo?
    - Di nome no.
    - E' un inglese?
    - S.
    - Da quanto tempo  a Sarawak?
    -  Arriv  subito dopo il combattimento avvenuto alla foce del fiume -
    disse poi.
    - Contro la Tigre della Malesia?
    - S.
    - E un nemico della Tigre?
    - S, perch lo cerc per i boschi.
    - Grazie,  amico - disse Yanez mettendogli in  mano  una  rupia.  Usc
    dalla sala e si diresse verso la sua stanza. Era pallido e pensieroso.
    Appena entrato,  chiuse per bene la porta, stacc dalla parete un paio
    di pistole e un kriss dalla punta avvelenata,  indi apr  la  finestra
    curvandosi sul davanzale.
    Una doppia fila di indiani, armati di fucili, circondava l'abitazione.
    Pi  in l,  un duecento o trecento persone danzavano disordinatamente
    emettendo grida selvagge.
    - La fuga per di qua  impossibile - disse Yanez. - Eppure bisogna che
    io lasci questo palazzo al pi presto.  Sento che un gran pericolo  mi
    minaccia e che... - Si arrest improvvisamente, colpito da un sospetto
    balenatogli  alla  mente.   -  Quel  grido...   mormor,  tornando  ad
    impallidire. - S,  deve averlo emesso lui...  s,  lord Guillonk,  il
    nostro  nemico...  Ora  mi  ricordo  che  Sambigliong  disse di averlo
    veduto, alla testa di una banda di dayachi, nella foresta dove si cela
    Sandokan... E lui, s,  lui!...
    Si precipit verso il tavolo e impugn le pistole dicendo:
    - Yanez non uccider lo zio di  Marianna  Guillonk,  ma  difender  la
    propria vita.  Si avvicin alla porta e tir il catenaccio,  ma non fu
    capace di aprirla.
    Vi appoggi contro una spalla e fece forza,  ma senza  miglior  esito.
    Una sorda esclamazione gli irruppe dalle labbra: M'hanno chiuso dentro
    - disse.  - Ormai sono perduto. Cerc un'altra uscita, ma non vi erano
    che le due finestre e sotto di esse stavano le guardie del rajah e pi
    oltre la folla.
    - Maledetta festa! - esclam con rabbia.
    In quell'istante ud battere alla porta. Alz le pistole, gridando:
    - Chi ?
    - James Brooke - rispose il rajah dal di fuori.
    - Solo o accompagnato?
    - Solo, milord?
    - Entrate,  Altezza - disse Yanez con  accento  ironico.  Si  mise  le
    pistole  alla  cintura,  incroci le braccia sul petto e a testa alta,
    con lo sguardo calmo, attese la comparsa del formidabile avversario.

    9. LORD JAMES GUILLONK.


    Il rajah entr.
    Era solo, senz'armi e ancora vestito di nero.  Per non era pi l'uomo
    calmo e sorridente di prima. Era pallido, non gi per la paura, ma per
    la collera;  aveva la fronte aggrottata,  lo sguardo scintillante,  un
    sogghigno ironico sulle labbra.  Non era pi il principe  di  Sarawak;
    era  lo sterminatore dei pirati che si preparava ad annientare uno dei
    pi potenti capi della pirateria malese.
    Per  alcuni  istanti  stette  immobile  sulla  soglia   della   porta,
    dardeggiando sopra Yanez uno sguardo acuto come la punta di una spada,
    poi  avanz  nella  stanza.  La  porta  fu subito chiusa dietro le sue
    spalle.
    - Signore - disse con accento duro.
    - Altezza - disse Yanez con egual tono.
    - Se non erro, avete gi compreso lo scopo della mia visita.
    - E' probabile, Altezza. Vogliate accomodarvi.
    Il rajah si sedette su  una  sedia;  Yanez  invece  si  appoggi  allo
    scrittoio quale, a portata di mano, c'era il kriss.
    - Signore - ripigli il rajah con voce tranquilla. - Sapete come mi si
    chiama a Sarawak?
    - James Brooke.
    - No, mi chiamo lo sterminatore dei pirati.
    Yanez s'inchin sorridendo.
    - Brutto nome, Altezza - disse poi.
    -  Ora  che sapete chi  James Brooke,  rajah di Sarawak,  gettiamo la
    maschera e parliamo.
    - Gettiamola, Altezza.
    - Se io approdassi a Mompracem...  - Ah!...  - esclam Yanez.  Voi  lo
    sapete...
    - Lasciatemi finire,  signore.  Se io,  ripeto, approdassi a Mompracem
    chiedessi ospitalit alla Tigre della Malesia o al suo luogotenente  e
    poi  essi  venissero  a  sapere  che io sono uno dei loro pi accaniti
    nemici, che cosa sarebbe di me?
    - Per Bacco! Se si trattasse di James Brooke, la Tigre della Malesia o
    il suo luogotenente non esiterebbero a passargli una coda al collo.
    - Ebbene, signor Yanez de Gomera...
    - Signor Yanez!  - lo interruppe il portoghese.  - Chi vi ha detto che
    io sono Yanez de Gomera?
    - Un uomo che ebbe a che fare con voi!
    - Sono dunque tradito?
    - Cio, siete scoperto.
    - Il nome di quest'uomo, James Brooke! - grid Yanez, facendo un passo
    verso il rajah. - Io lo voglio!
    - E se mi rifiutassi di dirvelo?
    - Vi costringerei.
    Il rajah proruppe in una risata.
    -  Voi  minacciate - disse,  - e non pensate che dietro a quella porta
    dieci uomini,  armati fino ai denti,  attendono  una  mia  parola  per
    entrare e gettarsi su di voi. Tuttavia vi accontenter.
    Batt  tre  volte  le  mani.  La  porta  si  apr e un vecchio di alta
    statura,  ancora robusto,  col viso abbronzato dal sole dei tropici ed
    una lunga barba bianca,  entr a lenti passi.  Yanez non seppe frenare
    un grido.
    Aveva subito riconosciuto quell'uomo. Era lord James Guillonk,  lo zio
    della  moglie della Tigre,  il nemico che aveva giurato di impiccare i
    due capi della pirateria.  Era infine lo stesso  uomo  che  il  pirata
    Sambigliong aveva visto sotto le foreste alla testa di un drappello di
    dayachi.
    - Mi riconoscete, Yanez de Gomera? - chiese egli con voce sorda.
    - S,  milord - rispose il portoghese,  che si era prontamente rimesso
    dal suo sgomento.
    - Una voce mi diceva che un giorno avrei trovato  i  rapitori  di  mia
    nipote Marianna: non m'ingannavo.
    - Avete detto rapitori, milord? Lady Marianna non fu rapita che dietro
    suo consenso. Ella amava la Tigre della Malesia, non lo abborriva.
    - Poco m'importa sapere se ella amasse od odiasse il pirata. Fu rapita
    a lord James Guillonk, suo zio, e ci mi basta. Yanez de Gomera, vi ho
    cercato per parecchi anni senza un istante di riposo. Sapete perch?
    - L'ignoro, milord.
    - Per vendicarmi.
    -  Vi  ho  detto  che  lady  Marianna  non  fu  rapita.  Di che volete
    vendicarvi dunque?
    - Del dolore che mi avete dato privandomi  dell'unica  parente,  delle
    umiliazioni  inflittemi  e  del  male che avete fatto alla mia patria.
    Rispondetemi ora: dov' mia nipote? E' vero ch'ella  morta?
    - Vostra nipote, o meglio la moglie della Tigre della Malesia,  riposa
    nel cimitero di Batavia, milord - disse Yanez con voce triste.
    - Uccisa forse dall'infame suo rapitore.
    - No,  milord, dal colera. E se voi lo ignorate, vi dir che Sandokan,
    il sanguinario pirata di Mompracem,  piange e pianger per molti  anni
    ancora lady Marianna Guillonk.
    - Sandokan! - esclam il lord con intraducibile accento d'odio.- Dov'
    quest'uomo?
    -  Vostro nipote,  milord,  si trova in un luogo sicuro sul territorio
    del rajah di Sarawak.
    - Che cosa fa qui?
    - Sta salvando un uomo ingiustamente condannato che ama Ada Corishant,
    vostra parente.
    - Tu menti - url il lord.
    - Chi  questo condannato? - chiese il rajah, balzando in piedi.
    - Non lo posso dire - rispose Yanez.
    - Lord Guillonk - disse il rajah. - Avete un parente che porti il nome
    di Corishant?
    - La madre di mia nipote Marianna aveva un fratello  che  si  chiamava
    Harry Corishant.
    - Dov'era questo Harry Corishant?
    - In India.
    - Vive ancora?
    - Mi  stato detto che  morto.
    - Aveva una figlia che si chiamava Ada?
    -  S,  ma  gli fu rapita dai Thugs indiani,  n si ud pi parlare di
    lei.
    - Credete che si ancora viva?
    - Non lo credo.
    - Allora...
    - Questo pirata c'inganna.
    - Milord - disse il portoghese,  alzando la  testa  e  guardandolo  in
    viso. - Se io giurassi sul mio onore che quanto vi ho detto  vero, mi
    credereste?
    - Un pirata non ha onore - disse con disprezzo lord Guillonk.
    Yanez impallid e la sua mano corse al calcio di una pistola.
    -  Milord  -  disse con voce grave.  - Se dinanzi non avessi lo zio di
    lady Marianna,  a quest'ora avrei commesso un omicidio.  E' la  quarta
    volta che io vi dono la vita, non dimenticatelo.
    - Ebbene, parlate. Forse prester fede alle vostre parole.
    -  Ripeto  ci che vi dissi poco fa.  La Tigre della Malesia  qui per
    salvare un uomo ingiustamente condannato che ama Ada Corishant.
    - Dov' mia nipote?
    - Ada Corishant si trova con la Tigre della Malesia.
    - Dove?
    - Non ve lo posso dire, ora.
    - Perch?
    -  Perch  voi  sareste  capaci  di  piombare  su  Sandokan  e   farlo
    prigioniero  od ucciderlo.  Promettete di lasciarlo partire libero per
    la sua isola ed io vi dir dove si trova e  ci  che  sta  facendo  in
    questo momento.
    -  Questa  promessa  non uscir mai dalle mie labbra - disse il rajah,
    intervenendo.  - E' tempo che la  Tigre  della  Malesia  scompaia  per
    sempre da questi mari, che per tanti anni ha insanguinato.
    - E nemmeno dalle mie - aggiunse lord Guillonk. - Sono cinque anni che
    attendo la vendetta.
    - Ebbene,  signori,  fatemi frustare,  fatemi arrostire a lento fuoco,
    fatemi soffrire mille tormenti,  dalla bocca di Yanez  de  Gomera  non
    uscir pi sillaba.
    Mentre  Yanez  parlava,  due indiani erano entrati dalla finestra e si
    erano  silenziosamente  avvicinati  allo  scrittoio.  Pareva  che  non
    attendessero che un segnale per slanciarsi.
    -  Dunque?  - disse il rajah,  dopo aver fatto un rapido cenno ai suoi
    uomini. - Dunque voi non parlerete?
    - No, altezza - rispose Yanez con incrollabile fermezza.
    - Ebbene, signore, io James Brooke, rajah di Sarawak, vi arresto!
    A quelle parole i due indiani si slanciarono sul portoghese che non si
    era accorto della loro presenza e lo  rovesciarono,  strappandogli  le
    pistole.
    - Miserabili! - grid il prigioniero.
    Con  uno  sforzo erculeo li atterr,  ma altri indiani balzarono nella
    stanza e prontamente lo legarono e lo imbavagliarono.
    - Dobbiamo ucciderlo? - chiese il capo di quegli uomini, sguainando il
    suo kriss.
    - No - rispose il rajah. - Quest'uomo deve farci delle rivelazioni.
    - Parler? - chiese Guillonk.
    - Subito, milord - rispose Brooke.
    Ad un suo cenno un indiano usc;  poco dopo  torn  recando  sopra  un
    vassoio d'argento una tazza colma di un'acqua verdognola.
    - Che cos' quella bevanda? - chiese il lord.
    - Una limonata - disse il rajah.
    - Per che farne?
    - Far parlare il prigioniero.
    - Ne dubito, rajah Brooke.
    - Lo vedrete.
    - Avete mescolato qualche veleno?
    - Un po' di oppio e alcune gocce di youma.
    - E' una bevanda indiana?
    - S, milord.
    Due  indiani,  ad  un  suo  cenno,  levarono a Yanez il bavaglio,  gli
    aprirono per forza la bocca e gli fecero inghiottire la limonata.
    - State attento,  milord - disse il rajah.  - Sapremo fra poco dove si
    nasconde la Tigre della Malesia.
    Il  prigioniero  era  stato  nuovamente imbavagliato,  malgrado i suoi
    morsi e le sue violenti scosse,  perch con le sue grida non  mettesse
    sottosopra gli invitati che continuavano a danzare e a bere nella sala
    vicina.
    Dopo  cinque  minuti  il  suo  viso,  pallido  per  l'ira,  cominci a
    colorirsi ed i suoi occhi a risplendere come  quelli  di  un  serpente
    irritato.  I  suoi  contorcimenti  e  i suoi sforzi scemarono a poco a
    poco, finch cessarono del tutto.
    - Lasciatelo ridere - disse il rajah.
    Un indiano torn a levare il bavaglio.  Cosa strana: Yanez,  che  poco
    prima  pareva  in  preda  ad  una  collera furiosa,  ora minacciava di
    scoppiare dalle risa!
    Rideva di un riso convulso,  e cos forte che pareva fosse  tutt'a  un
    tratto  diventato  pazzo.  E  come se ci non bastasse,  parlava senza
    arrestarsi, ora di Mompracem, ora dei tigrotti e ora di Sandokan, come
    se dinanzi a lui ci fossero degli amici, anzich dei nemici.
    - Quell'uomo  pazzo - disse lord Guillonk al colmo della sorpresa.
    - Non  pazzo,  milord - aggiunse il rajah.  - E' la limonata  che  fa
    ridere.   Gl'indiani,  come  vedete,  hanno  delle  bevande  veramente
    meravigliose.
    - Ci dir, dove si trova la Tigre della Malesia?
    - Senza dubbio. Baster interrogarlo.
    - Amico Yanez - disse il lord,  rivolgendosi  al  portoghese,  parlami
    della Tigre della Malesia.
    Il portoghese,  che era stato liberato dalle corde che gli stringevano
    i polsi e le caviglie,  udendo la voce del lord,  si  era  prontamente
    alzato.
    - Chi parla della Tigre?  - chiese.  - La Tigre,  ah...  ah!  La Tigre
    della Malesia...  Chi non la conosce?  Sei tu,  vecchio,  che  non  la
    conosci?...  Non conoscere la Tigre,  la invincibile Tigre?...  Ah!...
    ah!... ah!...
    - E' forse qui la Tigre? - chiese il rajah.
    - Ma s,  proprio qui,  sul territorio di James Brooke,  del rajah di
    Sarawak. E quello stupido di Brooke non lo sa... ah!... ah!...
    - Ma quest'uomo v'insulta, Altezza - disse Guillonk.
    - Che importa? - disse il rajah, alzando le spalle. - Insulta, ma dar
    nelle nostre mani il capo dei pirati di Mompracem.
    - Proseguite, dunque, Altezza.
    - Ditemi, Yanez, dov' nascosto Sandokan?
    -  Non  lo sai?...  ah!...  ah!...  Non sa dove sia Sandokan!  E' qui,
    proprio qui - disse Yanez, continuando a ridere.
    - Ma in quale luogo?
    - In quale?... ...
    Si arrest.  Forse un lampo  di  lucidit  gli  aveva  rischiarato  il
    cervello, nel momento in cui stava per tradire il suo fedele amico.
    -  Perch  ti  fermi?  - chiese il rajah.  - Tu non sai dunque dove si
    trovi?
    Yanez proruppe in una risata convulsa che dur alcuni minuti.
    - Ma s che lo so - rispose poi. - E' in Sarawak.
    - Tu non dici il vero, Yanez.
    - S, dico il vero.  E nessuno lo sa meglio di me...  ah!  ah!  Io non
    saper dove sia Sandokan... ah!... ah!... Ma tu sei pazzo.
    - Ebbene, dimmi, dov'?
    - In citt, ti ho detto... S, a quest'ora dev'essere giunto e andr a
    disseppellire il finto morto...  e noi rideremo;  s, rideremo di aver
    giocato quello stupido di Brooke... Ah! ah!
    Il rajah e lord Guillonk si guardarono in viso con stupore.
    - Il finto morto!  - esclamarono ad una voce.  - Chi    questo  finto
    morto?
    - Chi?... Non lo sai? E' Tremal-Naik, il thug indiano.
    - Ah!...  miserabile!  - esclam il rajah.  - Ora comprendo. Continua,
    Yanez, amico mio. Quando disseppellirete il finto morto?
    - Questa stessa notte...  e domani rideremo.  Oh s,  rideremo  Ah!...
    ah!... che bel tiro!... ah!... ah!...
    - E sar Sandokan che lo disseppellir?...
    -  S,  Sandokan,  e  questa notte stessa...  ah!  ah!  Ci divertiremo
    domani...  e Tremal-Naik sar  contento...  oh!  s,  contento,  tanto
    contento!...
    -  Basta cos - disse il rajah.  - Ora sappiamo ci che dobbiamo fare.
    Venite, milord.
    Lasciarono la stanza e si ritirarono nello studio dove li attendeva il
    capitano delle guardie,  un bell'indiano di alta statura,  di  provato
    coraggio, di grande sagacia, antico compagno d'armi del rajah.
    -  Kllooth  -  disse  il  principe.  -  Di  quanti uomini fidati puoi
    disporre?
    - Di sessanta, tutti indiani - rispose il capitano.
    - Fra dieci minuti siano pronti a partire.
    - Sta bene, rajah. E poi?
    - Metterai quattro sentinelle nella stanza di Yanez e  dirai  loro  di
    ucciderlo come un cane al primo tentativo di fuga. Va'!
    L'indiano salut e usc rapidamente.
    - Verrete anche voi, milord? - chiese il rajah.
    - Non occorreva chiedermelo,  Altezza - rispose lord Guillonk. Io odio
    la Tigre della Malesia.
    - Eppure  vostro nipote, milord - osserv il rajah, sorridendo.
    - Non lo riconosco.
    - Sta bene.  Domani,  se la sorte ci arride,  la pirateria malese avr
    perduti  per sempre i suoi due capi.  A noi due,  Tigre della Malesia:
    James Brooke ti sfida.





    10. NEL CIMITERO.


    Mentre nella casa del rajah accadevano gli avvenimenti or ora narrati,
    Sandokan che era stato,  due ore dopo il seppellimento di Tremal-Naik,
    raggiunto  dal  bravo  maharatto,  si  avvicinava  a grandi passi alla
    citt, seguito da tutta la sua terribile banda, armata fino ai denti e
    pronta a combattere.
    La notte era bellissima.  Miriadi di stelle luccicavano in cielo  come
    diamanti  e  la  luna  vagava nello spazio,  spandendo al di sopra dei
    grandi boschi una luce azzurrognola d'infinita dolcezza.
    Regnava un silenzio quasi perfetto,  rotto solo,  di quando in quando,
    dal  lieve  sussurrio  delle foglie degli alberi agitate da una brezza
    che veniva dal mare.
    Sandokan, con la carabina sotto i] braccio, gli occhi ben aperti,  gli
    orecchi  tesi  per  raccogliere  il  minimo  rumore  che segnalasse la
    presenza di un nemico,  camminava innanzi a  tutti,  seguito  a  breve
    distanza dal maharatto.
    I pirati marciavano in fila indiana col dito sul grilletto del fucile,
    calpestando  con  precauzione  le  foglie  secche  ed i rami morti,  e
    guardando attentamente a destra e a sinistra  per  non  cadere  in  un
    agguato.
    Alle dieci, nel momento in cui la festa da ballo del rajah cominciava,
    i  pirati  giungevano  sul  limite estremo dell'immensa boscaglia.  Ad
    oriente scintillava,  come un immenso nastro d'argento,  il  fiume,  e
    presso le sue rive biancheggiavano le case e le casette della citt.
    In mezzo a queste,  lo sguardo acuto di Sandokan distinse l'abitazione
    del rajah, le cui finestre erano illuminate.
    - Vedi nulla laggi, Kammamuri? - chiese.
    - S, capitano. Vedo delle finestre illuminate.
    - Si danza, dunque, a Sarawak.
    - E' certo.
    - Sta bene. Domani James Brooke si pentir!...
    - Lo credo, capitano.
    - Mettiti in testa e guidaci al cimitero. Bada per di tenerti lontano
    dalla citt.
    - Non temete, capitano.
    - Avanti, dunque.
    La banda lasci la foresta e s'inoltr attraverso  una  vasta  pianura
    coltivata,  sparsa  qua  e  l  di  bellissimi  gruppi di cetting e di
    aranghe saccarifere.
    Dalla citt,  quando il venticello soffiava  un  po'  forte,  venivano
    grida  confuse,  ma  per le campagne non si vedeva alcun abitante,  n
    drappelli di guardie.
    Il maharatto nondimeno prese un passo rapido e condusse la banda sotto
    un altro bosco che si stendeva attorno al colle  difeso  dal  fortino.
    Egli  sapeva  che  il  rajah  era estremamente sospettoso e che teneva
    delle spie attorno alla citt,  paventando un  improvviso  attacco  da
    parte dei pirati di Mompracem.
    Dopo  circa  venti  minuti,  Kammamuri  faceva  cenno  alla  banda  di
    arrestarsi .
    - Che cosa c' - chiese Sandokan raggiungendolo.
    - Siamo in vista del cimitero - disse il maharatto.
    - Dov'?
    - Guardate laggi, capitano, in quel prato.
    Sandokan guard nella direzione indicata e vide il  recinto.  La  luna
    faceva  biancheggiare  i  cippi  e  scintillare  le croci di ferro dei
    sepolcri europei.
    - Odi nulla? - chiese Sandokan.
    - Nulla - rispose il maharatto,  - fuorch il vento che sussurra fra i
    rami degli alberi.
    Sandokan  gett un fischio.  I pirati si affrettarono a raggiungerlo e
    lo circondarono.
    - Uditemi,  tigrotti di Mompracem - diss'egli.  - Forse non  succeder
    nulla,  ma  bisogna  diffidare.  James  Brooke,  io  lo so,   un uomo
    perspicace e sospettoso che darebbe il suo regno  per  schiacciare  la
    Tigre della Malesia ed i suoi tigrotti.
    - Lo sappiamo - risposero i pirati.
    -  Prendiamo  dunque  delle  precauzioni per non venire disturbati nel
    nostro lavoro. Tu,  Sambigliong,  prenderai otto uomini e li disporrai
    attorno al cimitero,  a mille passi di distanza.  Al primo segnale che
    odi, o al primo uomo che vedi, manderai uno dei tuoi ad avvertirmi.
    - Sta bene, capitano - rispose il pirata.
    - Tu, Tanauduriam, ne prenderai sei e li disporrai attorno al cimitero
    a cinquecento passi da noi.  Anche tu al primo fischio o al primo uomo
    che vedrai mi verrai ad avvertire.
    - Sar fatto, capitano.
    - E tu,  Aer-Duk, prenderai quattro uomini e salirai a mezza costa di
    quella collina.  Lass c' un  fortino  abitato  e  potrebbe  scendere
    qualcuno.
    - Sono pronto.
    -  Andate,  dunque,  e al mio primo fischio ripiegatevi tutti verso il
    cimitero.
    I tre drappelli si divisero,  prendendo  tre  diverse  direzioni.  Gli
    altri  pirati,  guidati  dalla  Tigre  della  Malesia  e da Kammamuri,
    scesero verso il recinto.
    - Sai precisamente dove fu sepolto? - chiese Sandokan a Kammamuri.
    - In mezzo al cimitero - rispose il maharatto.
    - Molto profondo?
    - Non lo so.  Io e il capitano Yanez eravamo ai piedi del colle quando
    i marinai lo sotterrarono. Lo ritroveremo vivo?
    -  Vivo  s,  ma  non  riaprir gli occhi che domani dopo mezzogiorno.
    Torneremo nei boschi e,  appena Yanez ci avr raggiunti,  ci recheremo
    da Ada.
    - E poi?
    - Poi partiremo subito.  Se James Brooke si accorge del tiro,  ci dar
    la caccia su tutto il territorio.
    Erano allora giunti al recinto,  Sandokan per primo,  il maharatto e i
    pirati poi.
    - Siamo soli, a quanto pare - disse Sandokan. - Avanti.
    Si  diressero verso il centro del cimitero e si arrestarono davanti ad
    una fossa riempita di fresco.
    - Dev'essere qui - disse il  maharatto  con  viva  commozione.  Povero
    padrone!
    Sandokan  estrasse  la  scimitarra e sollev con precauzione la terra.
    Kammamuri e i pirati col loro kriss, lo imitarono.
    - Era chiuso in una cassa o in un'amaca? - chiese Sandokan.
    - In un'amaca - rispose Kammamuri.
    - Scavate adagio; si potrebbe ferirlo.
    Scavando con prudenza e ritirando la terra con le mani, erano giunti a
    due piedi di profondit,  quando la punta di  un  kriss  incontr  una
    certa resistenza.
    - Ci siamo - disse un pirata ritirando prontamente il braccio.
    - Hai trovato il corpo? - chiese Sandokan.
    - S - rispose l'interrogato.
    - Leva la terra.
    Il  pirata  cacci  le  braccia nella fossa e fece volare a destra e a
    sinistra la terra. Subito apparve l'amaca che avvolgeva Tremal-Naik.
    - Prova ad alzarla - disse Sandokan.
    Il pirata afferr l'amaca e,  riunendo tutte le sue forze,  si mise  a
    tirare.  A  poco a poco la terra si alz,  poi si divise e il tumulato
    apparve.
    - Padron mio - mormor il maharatto con voce soffocata dalla gioia.
    - Deponetelo qui - disse Sandokan.
    Tremal-Naik fu collocato presso la fossa.  L'amaca  era  perfettamente
    immobile e umida.
    - Vediamo - disse Sandokan.
    Impugn  il  kriss  e  delicatamente squarci in tutta la lunghezza la
    grossa stoffa, mettendo allo scoperto Tremal-Naik.
    L'indiano aveva le apparenze di un morto. I suoi muscoli erano rigidi,
    la sua pelle lucente e di una tinta grigiastra,  invece  che  bronzea,
    gli  occhi  rovesciati  che  lasciavan solamente vedere il bianco,  le
    labbra aperte e macchiate  d'una  bava  sanguigna.  Chiunque  l'avesse
    visto,  avrebbe  detto  che  quell'uomo era stato ucciso da un potente
    veleno.
    - Padron mio!  - ripet Kammamuri curvandosi su di lui.  - E'  proprio
    vero, capitano, che non  morto?
    - Te lo garantisco - rispose Sandokan.
    Il maharatto appoggi una mano sul petto di Tremal-Naik.
    - Il suo cuore non batte - disse con terrore.
    - Ma non  morto, ti ho detto.
    - Non si pu farlo risuscitare ora?
    - E' impossibile.
    - E domani a...
    Il  maharatto  non fin la domanda.  Nella pianura era improvvisamente
    echeggiato un fischio acuto: il fischio d'allarme.
    Sandokan, che si era inginocchiato presso Tremal-Naik,  balz in piedi
    con l'agilit d'una tigre.  Il suo sguardo percorse d'un colpo solo la
    prateria.
    - Un uomo s'avvicina - disse. - Un pericolo ci minaccia forse?
    Un pirata s'avvicinava al recinto con la rapidit di un  cervo.  Nella
    destra  aveva  una scimitarra sguainata che la luna faceva scintillare
    come se fosse d'argento.
    In brevi istanti, dopo aver varcato con un solo salto la palizzata, fu
    presso Sandokan.
    - Sei tu, Sambigliong? - chiese la Tigre della Malesia, aggrottando la
    fronte.
    - S,  mio capitano - disse il pirata con  voce  rotta  per  la  lunga
    corsa. - Stiamo per essere assaliti.
    Sandokan fece un passo innanzi.  S'era tutto d'un tratto trasfigurato.
    I suoi occhi mandavano baleni,  le labbra,  ritrattesi,  mostravano  i
    denti,  bianchi come quelli di un carnivoro. La Tigre della Malesia si
    risvegliava.
    - Noi, assaliti!...  - ripet stringendo con frenesia la sua terribile
    scimitarra.
    -  S,  capitano.  Una banda d'uomini armati  uscita dalla citt e si
    dirige a rapidi passi verso questo luogo - disse Sambigliong.
    - Quanti uomini sono?
    - Una sessantina almeno.
    - E si dirigono qui?
    - S, capitano.
    - Che cos' accaduto dunque?... E Yanez?... Che sia stato scoperto?...
    Guai a te, James Brooke, guai a te!...
    - Che cosa dobbiamo fare? - chiese Sambigliong.
    - Radunare i nostri uomini, prima di tutto.
    Accost alle labbra un fischietto al  cui  suono  tutti  i  pirati  si
    raccolsero attorno a lui.
    -  Siamo  in cinquantasei - disse quindi,  ma tutti coraggiosi;  cento
    uomini non ci fanno paura.
    - Nemmeno duecento -  disse  Sambigliong  agitando  la  scimitarra.  -
    Quando la Tigre della Malesia dar il comando, piomberemo su Sarawak e
    la incendieremo.
    - Non domando, tanto, per ora - disse Sandokan. - Ascoltatemi.
    - Parlate, Tigre della Malesia.
    - Tu, Sambigliong, prenderai otto uomini e andrai a nasconderti dietro
    quegli  alberi.   Tu,  Tanauduriam,  ne  prenderai  altrettanti  e  ti
    nasconderai dietro quell'altro gruppo di piante,  proprio di fronte  a
    Sambigliong.
    - Bene - dissero i due capi.
    -  Tu,  Aer-Duk,  prenderai  tre  uomini e ti collocherai in mezzo al
    cimitero.
    - Va bene.
    - Ma fingerai di scavare una fossa.
    - Perch?
    - Per lasciare che le  guardie  si  avvicinino  senza  timore.  Io  mi
    nasconder cogli altri dietro al muricciuolo e,  quando sar giunto il
    momento propizio, dar il segnale dell'attacco.
    - Che sar?... - chiese Sambigliong.
    - Un colpo di fucile.  Dato il  segnale,  tutti  voi  scaricherete  le
    carabine sul nemico, poi lo assalirete con le scimitarre.
    - Bel piano! - esclam Tanauduriam. - Li prenderemo in mezzo.
    - A posto! - comand la Tigre.
    Sambigliong  con  i  suoi  uomini  and ad imboscarsi nella macchia di
    destra; Tanauduriam cogli altri in quella di sinistra.  La Tigre della
    Malesia s'inginocchi dietro al muricciuolo,  circondato dal grosso, e
    Aer-Duk coi compagni si mise presso Tremal-Naik fingendo  di  scavare
    la terra.
    Era  tempo.  Una  doppia  fila d'indiani sbucava allora nella prateria
    preceduta da  un  uomo  vestito  di  tela  bianca.  Si  avanzavano  in
    silenzio, coi fucili in mano, pronti ad assalire.
    -  Kammamuri  -  disse  Sandokan che spiava la banda nemica,  sapresti
    dirmi chi  quell'uomo vestito di bianco?
    Il maharatto aggrott le ciglia e guard con estrema attenzione.
    - Capitano - disse  con  una  certa  commozione,  -  scommetterei  che
    quell'uomo  il rajah Brooke.
    - Lui...  lui...  - esclam la Tigre con accento d'odio. - Lui viene a
    sfidarmi!... Rajah Brooke, sei perduto!
    - Volete ucciderlo!
    - Il mio primo colpo di fucile sar per lui.
    - Non lo farete, capitano.
    La Tigre della Malesia si volse verso Kammamuri mostrando i denti.
    - Capitano, Yanez  forse prigioniero.
    - E' vero.
    - Se noi c'impadronissimo del rajah, non sarebbe meglio?
    - Ti comprendo. Tu vorresti fare uno scambio.
    - S, capitano.
    - L'idea  buona,  Kammamuri.  Ma io odio quell'uomo che tanto male ha
    fatto ai pirati malesi.
    - Yanez vale pi del rajah.
    -  Hai ragione,  maharatto.  S,  Yanez  prigioniero,  il cuore me lo
    dice.
    Gli indiani erano giunti a quattrocento metri dal cimitero. Temendo di
    venire scoperti da Aer-Duk, che continuava a scavare imitato dai suoi
    tre compagni, si erano gettati a terra e avanzavano strisciando.
    - Ancora dieci passi - mormor Sandokan, tormentando la batteria della
    sua carabina,  - poi vi far vedere  come  si  batte  la  Tigre  della
    Malesia in mezzo ai tigrotti di Mompracem.
    Ma  gli  indiani,  invece di continuare ad avanzarsi,  ad un cenno del
    rajah si erano fermati volgendo  gli  sguardi  verso  le  macchie  che
    circondavano la prateria.
    Senza dubbio sospettavano un agguato.
    Dopo alcuni minuti si allargarono, formando una specie di semicerchio,
    e ripresero, ma con maggior prudenza, la marcia in avanti.
    Ad  un  certo  momento  Sandokan,  che  era  inginocchiato  dietro  al
    muricciuolo,  si alz.  Punt la carabina,  mir alcuni  secondi,  poi
    premette il grilletto. Un colpo rintron turbando il profondo silenzio
    che regnava nel cimitero. Un indiano, il capofila, cadeva all'indietro
    con una palla in fronte.
















    11. IL COMBATTIMENTO.


    La   detonazione   non   era  ancora  cessata  che  urla  spaventevoli
    rimbombavano nella prateria.
    Subito  dopo,  dieci,  quindici,  venti  schioppettate  partivano  dai
    cespugli con rapidit fulminea. Una quindicina di indiani, parte morti
    e  parte feriti,  era rotolata fra le erbe prima ancora di aver potuto
    far uso delle armi.
    - Avanti, miei tigrotti!  - url la Tigre della Malesia scavalcando il
    muricciuolo seguito da Kammamuri, da Aer-Duk e dagli altri. - Addosso
    a quei cani!
    Sambigliong  e  Tanauduriam  si  slanciarono fuori dai cespugli con la
    scimitarra in pugno, traendosi dietro i loro drappelli.
    - Viva la Tigre della Malesia! - urlarono gli altri.
    Gli indiani, vedendosi assaliti, si riunirono rapidamente scaricando a
    casaccio i loro fucili.  Tre o quattro pirati caddero insanguinando il
    suolo.
    - Avanti, tigrotti! - ripet la Tigre.
    I pirati, incoraggiati dal loro capo, si gettarono furiosamente contro
    le file nemiche, sciabolando senza piet quanti si trovavano dinanzi a
    loro.
    L'urto  fu cos terribile che gli indiani ripiegarono confusamente gli
    uni addosso agli altri, formando una massa compatta di corpi umani.
    La Tigre della Malesia vi penetr, come un cuneo entro il tronco di un
    albero, e la divise in due.
    Dieci pirati lo seguirono prendendo alle spalle gli indiani,  i quali,
    perduta  ormai  ogni  speranza,  si  gettarono  a  destra e a sinistra
    cercando nella fuga una via di salvezza.
    Alcuni di essi,  per,  tenevano duro: in mezzo  a  loro  stava  James
    Brooke.
    Sandokan  assal  furiosamente quel gruppo,  deciso a distruggerlo pur
    d'avere in mano il suo mortale nemico.
    Kammamuri,  Aer-Duk e Tanauduriam lo  avevano  seguito  con  parecchi
    altri,  mentre  Sambigliong  dava la caccia ai fuggiaschi per impedire
    loro di riunirsi e di ritornare alla carica.
    - Arrendetevi, James Brooke - grid Sandokan.
    Il rajah rispose con un colpo di pistola che abbatt un pirata.
    - Avanti,  tigrotti!  - url Sandokan,  rovesciando un indiano che  lo
    prendeva di mira.
    In un attimo, malgrado la disperata resistenza avversaria, un varco fu
    aperto  dalle  scimitarre  e  dai  kriss  avvelenati  dei  tigrotti di
    Mompracem.   Kammamuri  e  Tanauduriam   si   gettarono   sul   rajah,
    impedendogli  di  seguire  i suoi fedeli che fuggivano attraverso alla
    prateria inseguiti da Aer-Duk e dai suoi compagni.
    - Arrendetevi!  - gli grid Kammamuri,  strappandogli la sciabola e le
    pistole.
    -  Mi  arrendo  -  rispose  James  Brooke,  che  comprendeva come ogni
    resistenza fosse ormai inutile.
    Sandokan si fece innanzi con la scimitarra in pugno.
    - James Brooke - disse con accento beffardo, - sei mio.
    Il rajah,  che era stato atterrato dal pugno di ferro di  Tanauduriam,
    si alz guardando in viso il capo dei pirati che non aveva mai veduto.
    - Chi sei tu? - chiese con voce strozzata dall'ira.
    - Guardami in viso - disse Sandokan.
    - Saresti tu...
    - Sono Sandokan, o meglio, la Tigre della Malesia.
    - Ebbene, signor pirata, che cosa si vuole da James Brooke?
    - Una risposta, innanzitutto.
    Un sorriso ironico sfior le labbra del rajah.
    - E risponder io? - disse.
    - S;  dovessi impiegare il fuoco per farti parlare,  James Brooke. Ti
    odio,  sai,  ma ti odio come sa odiare la Tigre.  Tu hai fatto  troppo
    male  ai  pirati  della  Malesia,  e  potrei  vendicare quelli che hai
    spietatamente assassinati.
    - E non avevo forse il diritto di sterminarli?
    - Anch'io avevo il diritto di sterminare gli uomini  di  razza  bianca
    che  mi  avevano colpito al cuore.  Ma lasciamo i diritti e rispondete
    alla mia domanda.
    - Parlate.
    - Che avete fatto di Yanez?
    - Yanez! - esclam il rajah.  - Vi interessa molto quell'individuo?  -
    Assai, James Brooke.
    - Non avete torto.
    - L'avete fatto prigioniero?
    - S.
    - Lo sospettavo. E quando?
    - Questa sera. - E in che modo?
    - Siete troppo curioso, signor pirata.
    - Non volete dirmelo?
    - Anzi, ve lo dir.
    - Parlate dunque.
    - Conoscete lord Guillonk?
    Sandokan  nell'udire  quel nome trasal.  Una profonda ruga si disegn
    sulla sua ampia fronte, ma tosto si dilegu.
    - S - rispose con voce sorda.
    - Se non m'inganno, lord Guillonk  vostro zio.
    Sandokan non rispose.
    - Fu vostro zio che riconobbe Yanez e che lo fece arrestare.
    - Lui!... - esclam Sandokan. - Ancora lui!... E dove si trova Yanez?
    - Nella mia abitazione, solidamente legato e ben guardato.
    - Che farete di lui?
    - Non lo so, ma ci penser.
    - Ci penserete?  - esclam la Tigre della Malesia sorridendo,  ma d'un
    sorriso che faceva fremere.  - E non pensate,  James Brooke, che siete
    in mia mano?  E non pensate,  James Brooke,  che io  vi  odio?  E  non
    pensate che domani mattina potreste non essere pi rajah di Sarawak?
    Il  rajah,  quantunque possedesse un coraggio straordinario,  a quelle
    parole era diventato pallido.
    - Vorreste uccidermi?  - chiese con un tono di voce che  non  era  pi
    calmo.
    - Se non accettate lo scambio, lo far - disse freddamente Sandokan.
    - Uno scambio? E quale?
    -  Che  i  vostri  mi  restituiscano Yanez,  ed io restituir a voi la
    libert.
    - Vi preme dunque quell'uomo?
    - Assai.
    - Perch?
    - Perch mi ha sempre amato come se fossi suo fratello.  Accettate  la
    proposta?
    - Accetto - disse il rajah, dopo un momento di riflessione.
    - Dovete lasciarvi legare e imbavagliare.
    -  Perch?  -  I  vostri  potrebbero ritornare qui in maggior numero e
    darci battaglia.
    - Volete condurmi via?
    - In un luogo sicuro.
    - Fate quello che credete.
    Sandokan fece un gesto a Kammamuri.  Subito quattro  barelle  di  rami
    intrecciati,  portate da robusti pirati,  si fecero innanzi.  La prima
    era libera,  la seconda era occupata da Tremal-Naik e le altre da  due
    dayachi del drappello di Sambigliong, gravemente feriti.
    - Imbavaglia e lega il rajah - disse Sandokan al maharatto.
    - Sta bene, capitano.
    Con  solide  corde  leg il rajah,  lo imbavagli con un fazzoletto di
    seta, indi lo fece collocare nella barella vuota.
    - Dove andiamo, capitano? - chiese quand'ebbe finito.
    - Torniamo all'accampamento - rispose Sandokan.
    Accost il fischietto d'argento alle  labbra  e  ne  trasse  tre  note
    acute.
    I  pirati  che  stavano  inseguendo  gli indiani tornarono rapidamente
    indietro, con Sambigliong e Aer-Duk.
    Sandokan fece rapidamente l'appello.
    Undici uomini mancavano.
    - Sono morti - disse Tanauduriam.
    Il drappello si mise  rapidamente  in  cammino,  cacciandosi  sotto  i
    boschi  e descrivendo un semicerchio attorno alla collina dominata dal
    fortino.  Dieci uomini,  guidati  da  Sambigliong  e  da  Tanauduriam,
    aprivano  la  marcia  con  le  carabine  in mano,  pronti a respingere
    qualsiasi attacco,  poi venivano le barelle  dei  feriti,  quella  del
    rajah e quella di Tremal-Naik,  Aer-Duk,  con gli altri,  chiudeva la
    marcia.
    Il viaggio  fu  rapidissimo.  Alle  cinque  del  mattino,  senza  aver
    incontrato  nessuno,  giungevano  al villaggio abbandonato,  difeso da
    solide palizzate e da terrapieni.
    Sandokan lanci alcuni uomini in tutte le direzioni,  per  non  venire
    improvvisamente attaccato dalle truppe di Sarawak, poi fece slegare il
    rajah,   il  quale  durante  il  viaggio  non  aveva  mai  tentato  di
    pronunciare una parola.
    - Se non vi dispiace,  scrivete,  James Brooke -  gli  disse  Sandokan
    presentandogli un foglietto di carta e una matita.
    - Cosa devo scrivere? - chiese il rajah che sembrava assai calmo.
    -  Che  siete prigioniero della Tigre della Malesia e che per salvarvi
    bisogna porre immediatamente in libert Yanez, o meglio lord Welker.
    Il rajah prese il foglietto, se lo mise sulle ginocchia e si accinse a
    scrivere.
    - Un momento - disse Sandokan.
    - C' qualcosa d'altro?  -  chiese  l'inglese  inarcando  le  ciglia.-
    Aggiungete che se fra quattro ore Yanez non  qui, io vi impiccher al
    pi grosso albero della foresta.
    - Sta bene.
    - Un'altra cosa aggiungete - disse Sandokan.
    - Ed ?...
    - Che non tentino di liberarvi con la forza, perch al primo drappello
    armato che scorgo vi faccio egualmente impiccare.
    -  Pare  che  vi prema assai di vedermi impiccato - disse il rajah con
    ironia.
    - Non lo nego,  James Brooke - rispose Sandokan dardeggiando su di lui
    uno sguardo feroce. - Scrivete.
    Il  rajah  prese  la  matita  e  scrisse  la  lettera  che poi pass a
    Sandokan.
    - Va bene - rispose questi dopo averla letta. - Sambigliong!
    Il pirata accorse.
    - Porterai questa lettera a Sarawak - disse la Tigre. - La consegnerai
    a lord James Guillonk.
    - Devo prendere le mie armi?
    - Nemmeno il tuo kriss. Va' e torna presto.
    - Correr come un cavallo, capitano.
    Il pirata nascose la lettera  sotto  la  cintura,  gett  a  terra  la
    scimitarra, la scure ed il kriss e part di corsa.
    -  Aer-Duk  -  disse  Sandokan,  rivolgendosi al pirata che gli stava
    vicino. - Sorveglierai attentamente questo inglese.
    - Fidatevi di me, capitano - rispose il tigrotto.
    Sandokan arm la sua carabina, chiam Kammamuri che si era accoccolato
    presso il suo padrone addormentato e lasci il  villaggio  dirigendosi
    verso  un'altura  dalla  quale,  in lontananza,  si vedeva la citt di
    Sarawak.
    - Lo salveremo, dunque,  il capitano Yanez?  - chiese il maharatto che
    lo seguiva.
    - S - rispose Sandokan. - Fra due ore sar qui.
    - Siete certo?
    - Certissimo. Il rajah vale quanto Yanez.
    - State in guardia, per, capitano - disse il maharatto. - Gli indiani
    sono  capaci  di  attraversare  un bosco senza produrre il pi piccolo
    rumore.
    - Non temere, Kammamuri. I miei pirati sono pi astuti degli indiani e
    nessun nemico si avviciner al nostro villaggio senz'essere scoperto.
    - Ci inseguir poi il rajah?
    - Certamente, Kammamuri.  Appena sar tornato a Sarawak raccoglier le
    sue guardie e i dayachi e si lancer sulle nostre tracce.
    - Avremo quindi una seconda battaglia.
    - No, perch partiremo subito.
    Erano  allora  giunti sulla cima dell'altura che si alzava di parecchi
    metri sopra i pi alti alberi della boscaglia.
    Sandokan accost le mani agli occhi per difenderli dai raggi solari  e
    guard attentamente il paese circostante.
    A  dieci  miglia  era Sarawak.  Il fiume che passava vicino alla citt
    spiccava chiaramente fra il verde delle piantagioni e dei boschi, come
    un gran nastro d'argento.
    - Guarda laggi - disse Sandokan additando al maharatto  un  uomo  che
    correva come un cervo verso la citt.
    - Sambigliong! - esclam Kammamuri. - Se mantiene quel trotto sar qui
    fra due ore.
    - Lo spero.
    Si  sedette  ai  piedi  di  un  albero  e si mise a fumare,  guardando
    attentamente la citt. Kammamuri lo imit.
    Trascorse un'ora,  lunga quanto un secolo,  senza che nulla accadesse;
    poi  ne  pass  una  seconda,  che  parve  loro pi lunga della prima.
    Finalmente,  verso le 1O,  un drappello di persone apparve vicino a un
    boschetto di ippocastani.
    Sandokan  balz  in piedi.  Sul suo viso,  di solito impassibile,  era
    dipinta una viva ansiet. Quell'uomo,  quel pirata sanguinario,  lo si
    capiva,  amava straordinariamente il suo fido compagno,  il coraggioso
    Yanez.
    - Dov'? Dov'?... - lo ud mormorare Kammamuri.
    - Vedo una veste bianca in  mezzo  al  drappello.  Guardate!  -  disse
    Kammamuri.
    - S,  s,  la vedo!  - esclam Sandokan con indescrivibile gioia.- E'
    lui, il mio buon Yanez. Presto, fratello mio, fa' presto!
    Stette l,  immobile,  curvo,  con gli occhi  fissi  su  quel  vestito
    bianco,  poi  quando  vide  il  drappello  scomparire  sotto la grande
    foresta si slanci precipitosamente gi dall'altura correndo verso  il
    campo.
    Due pirati che guardavano il bosco giungevano nel medesimo istante.
    - Capitano - gridarono, - essi vengono col signor Yanez.
    - Quanti sono? - chiese Sandokan, che si dominava a stento.
    - Dodici con Sambigliong.
    - Armati?
    - Senz'armi.
    Sandokan  accost  il fischietto alle labbra e ne cav tre note acute.
    In pochi istanti tutti i pirati si trovarono attorno a lui.
    - Preparate le armi - disse la Tigre.
    - Signore!  - grid James Brooke,  che stava seduto  ai  piedi  di  un
    albero, attentamente guardato da Aer-Duk. - Volete assassinare i miei
    uomini?
    La Tigre si volse verso l'inglese.
    -  James  Brooke  -  rispose con voce grave,  - la Tigre della Malesia
    mantiene la sua parola. Fra cinque minuti voi sarete libero.
    - Chi va l?  - grid in  quell'istante  una  sentinella  appostata  a
    duecento metri dalle trincee.
    - Amici - rispose la voce ben nota di Sambigliong. - Abbasso il
    fucile.













    12. LA RESURREZIONE DI TREMAL-NAIK.


    Il drappello sbucava dal folto del bosco. Era composto da Sambigliong,
    da un ufficiale della guardia del rajah,  da dieci indiani disarmati e
    da Yanez che non aveva n le mani n le gambe legate.
    Sandokan, nello scorgere l'amico, non fu capace di vincersi. Gli corse
    incontro e,  allontanando violentemente gli indiani,  se lo strinse al
    petto con frenesia.  Eppure quell'uomo era la Tigre della Malesia, era
    il  feroce  capo  dei  pirati  di  Mompracem   che   da   tanti   anni
    insanguinavano i flutti del mare malese.
    - Yanez!... Fratello mio! - esclam con voce soffocata dalla gioia.
    -  Sandokan,  amico  mio,  finalmente  ti rivedo!  ..  - grid il buon
    portoghese,  che non era meno commosso.  - Temevo di non  abbracciarti
    mai pi!
    - Non ci lasceremo pi, Yanez, te lo giuro.
    - Lo credo,  fratellino.  Che bella idea hai avuto facendo prigioniero
    il rajah.  L'ho sempre detto che tu sei un grand'uomo.  E Tremal-Naik?
    Dov' quel povero indiano?
    - A pochi passi da noi.
    - Vivo?
    - Vivo, ma ancora addormentato.
    - E la fidanzata?
    - E' ancora pazza, ma torner in s.
    - Signore - disse in quell'istante una voce.
    Sandokan e Yanez si volsero.  James Brooke stava loro dinanzi,  calmo,
    ma un po' pallido, con le braccia incrociate sul petto.
    - Siete libero,  James Brooke -  disse  Sandokan.  -  La  Tigre  della
    Malesia mantiene la sua parola.
    Il  rajah fece un leggero inchino e si allontan di alcuni passi,  poi
    tornando bruscamente indietro:
    - Tigre della Malesia - disse, - quando ci rivedremo?
    - Volete una rivincita? - chiese Sandokan con ironia.
    - James Brooke non perdona.
    Sandokan lo  guard  per  alcuni  istanti  in  silenzio,  quasi  fosse
    sorpreso  che  quell'uomo osasse sfidarlo,  poi,  stendendo il braccio
    destro verso il mare, disse con un accento che faceva fremere:
    - Laggi c' un'isola: Mompracem.  Il mare che la  circonda    ancora
    rosso  di  sangue  e  ingombro  di  navi  colate  a  picco.  Quando vi
    avvicinerete a quelle coste udrete il ruggito della  Tigre  e  i  suoi
    tigrotti vi muoveranno incontro.  Ma non scordatevi, James Brooke, che
    la Tigre e i suoi tigrotti hanno sete di sangue.
    - Verr a trovarvi.
    - Quando?
    - L'anno venturo.
    Un sorriso sfior le labbra del pirata.
    - Sar troppo tardi - disse.
    - Perch? - chiese il rajah sorpreso.
    - Perch allora non sarete pi rajah di Sarawak. Allora la rivoluzione
    sar scoppiata nel vostro Stato e il nipote  del  Sultano  Muda-Hassin
    sieder al vostro posto.
    Il  rajah,  nell'udire  quelle  parole,  impallid  e  fece  un  passo
    indietro.
    - Perch  inventate  queste  cose?  -  chiese  con  un  tono  di  voce
    tutt'altro che calmo.
    - Non invento nulla, milord - rispose Sandokan.
    - Voi sapete qualche cosa, dunque?
    - E' probabile.
    - Se vi pregassi di spiegarvi, mi...
    - Non mi spiego di pi - interruppe Sandokan.
    - Non mi resta che ringraziarvi dell'avvertimento.
    Fece  nuovamente  un  leggero  inchino,  raggiunse le sue guardie e si
    allontan a rapidi passi, dirigendosi verso Sarawak.
    Sandokan con le braccia incrociate,  cupo in volto,  lo seguiva con lo
    sguardo. Quando non lo vide pi, un sospiro gli usc dal petto.
    - Quell'uomo mi porter sventura - mormor. - Lo sento.
    - Che cos'hai, Sandokan? - gli chiese Yanez avvicinandosi. - Mi sembri
    inquieto.
    - Ho un triste presentimento, fratello - disse il pirata.
    - Quale?
    - Fra noi e il rajah non  tutto finito.
    - Temi che ci assalga?
    - Il cuore me lo dice.
    - Non credere ai presentimenti, fratello mio. Fra due o tre giorni noi
    avremo  abbandonato queste coste e pi nulla avremo da temere da parte
    del rajah. Dove andiamo ora?
    - Alla baia e subito. Qui non mi sento sicuro.
    - Partiamo dunque. Ma... e Tremal-Naik!
    - Prima di mezzogiorno non si sveglier.
    Sandokan diede il segnale della partenza e il drappello,  coi feriti e
    con Tremal-Naik, malgrado la rapidissima marcia del mattino, si rimise
    in  cammino  seguendo  un piccolo sentiero aperto,  chi sa quanti anni
    prima, dagli abitanti della foresta.
    Sandokan e Yanez con dieci dei pi  coraggiosi  tigrotti  aprivano  la
    marcia con le carabine in mano: dietro venivano le barelle e poi tutti
    gli altri,  due a due,  con gli occhi volti ai due lati del sentiero e
    gli orecchi tesi per raccogliere il pi piccolo rumore.
    Avevano percorso mezzo miglio  circa,  quando  Aer-Duk,  che  si  era
    spinto alcuni passi pi innanzi per esplorare la via,  improvvisamente
    si arrestava armando il fucile.  Yanez  e  Sandokan  s'affrettarono  a
    raggiungerlo.
    - Non muovetevi - disse il dayaco.
    - Che cos'hai visto? - chiese Sandokan.
    - Un'ombra attraversare rapidamente quelle macchie.
    - Un uomo o un animale?
    - Mi  parso un uomo.
    - Pu essere un povero dayaco - disse Yanez.
    - E anche una spia del rajah - disse Sandokan.
    - Lo credi?
    -  Ne  sono  quasi certo.  Aer-Duk,  prendi quattro uomini e batti il
    bosco. Noi intanto andremo avanti.
    Il dayaco chiam quattro compagni e si cacci nella  fitta  boscaglia,
    strisciando fra le radici, i rami d'albero ed i cespugli.
    Poi la marcia fu ripresa attraverso filari di sontar,  specie di palme
    che danno,  incidendo  il  loro  tronco,  un  succo  zuccherino  assai
    gradevole,  e delle cui foglie anticamente si servivano i popoli della
    Malesia per scrivervi sopra.
    Poco dopo il  drappello  veniva  raggiunto  da  Aer-Duk  e  dai  suoi
    compagni.  Avevano  perlustrata  la  foresta in tutti i sensi,  ma non
    avevano trovato nulla fuorch tracce recenti di piedi umani.
    - Erano numerose? - chiese Sandokan che era ancora assai inquieto.
    - Quattro - rispose il dayaco.
    - Erano impronte di piedi nudi o calzati?
    - Di piedi nudi.
    - Forse quei due uomini erano dayachi.  Affrettiamoci,  tigrotti,  qui
    non siamo troppo sicuri.
    Per  la  terza  volta  il  drappello si rimise in cammino sorvegliando
    attentamente gli alberi ed  i  cespugli  e,  dopo  tre  quarti  d'ora,
    giungeva  sulle  rive  di  un  ampio corso d'acqua che sfociava in una
    vasta baia semicircolare.  Sandokan mostr al portoghese un  isolotto,
    alla  distanza  di  trecentocinquanta  metri  circa,   ombreggiato  da
    bellissimi gruppi di alberi  sag,  di  durion,  di  mangostani  e  di
    arenghe  saccarifere  e  difeso,  verso  la  punta meridionale,  da un
    vecchio ma ancor solido fortino dayaco,  costruito con panconi e  pali
    di  teck,  legno  duro  quanto il ferro,  che resiste alle palle di un
    cannone di medio calibro.
    - E' quello il rifugio della "vergine della Pagoda"? - chiese Yanez.
    - S, Ada  in quel fortino - rispose Sandokan.
    - Non potevi trovarle un posto migliore.  La baia  bella e l'isolotto
    ben difeso.  Se James Brooke verr ad assalirci,  avr un osso duro da
    rodere.
    - Il mare  a cinquecento passi dall'isolotto, Yanez - disse Sandokan,
    - e una nave pu bombardare il fortino.
    - Ci difenderemo.
    - Non abbiamo cannoni.
    - Ma i nostri uomini sono coraggiosi.
    - E' vero, ma sono pochi e...
    - Che cos'hai?
    - Zitto!... Hai udito?...
    - Io?... Nulla, Sandokan.
    - Mi  parso che un ramo si sia spezzato.
    - Dove?
    - In mezzo a quel macchione.
    - Che ci siano proprio delle spie?...  Comincio  ad  essere  inquieto,
    Sandokan.
    -   E   anch'io.   Affrettiamoci:   sospiro  il  momento  di  giungere
    all'isolotto. Aer-Duk!...
    Il dayaco s'avvicin alla Tigre.
    - Prendi otto uomini e accampati in questo luogo - disse  Sandokan.  -
    Se vedi degli uomini ronzare in questi dintorni verrai ad avvertirmi.
    Sandokan, Yanez e gli altri scesero verso la baia, le cui sponde erano
    coperte  da fitte boscaglie,  e giunsero ad una piccola cala presso la
    quale stava nascosta,  sotto un ammasso di canne e di rami di  alloro,
    una scialuppa.
    La Tigre gir all'intorno un rapido sguardo,  ma non vide alcuno.  Una
    viva inquietudine si dipinse sul suo volto.
    - Uno dei miei due uomini dovrebbe guardare la scialuppa, -disse.
    - Saranno tutti e due al fortino - disse Yanez.
    - E hanno lasciato qui la scialuppa!...  Yanez...  ho il cuore che  mi
    batte forte... temo una disgrazia.
    - Quale?
    - Che abbiano rapito Ada.
    - Sarebbe un colpo terribile!
    - Taci!
    - Ancora un rumore?...
    -  S,  capitano Yanez - confermarono i pirati impugnando le armi.  Si
    vedevano i rami di un macchione di cespugli  agitarsi  a  cento  passi
    dalla spiaggia.
    - Chi vive? - grid Sandokan.
    - Mompracem - rispose una voce.
    Poco dopo un pirata usciva dai cespugli. Era ansante e sudato, come se
    avesse fatto una lunga corsa, e stringeva un fucile.
    - Viva la Tigre! - esclam scorgendo il capo.
    - Da dove vieni? - chiese Sandokan.
    - Dalla foresta, capitano.
    - Dov' la Vergine?
    - Nel fortino.
    - Sei certo?...
    -  L'ho  lasciata  due ore or sono sotto la guardia di Koty.  Sandokan
    respir liberamente.
    - Cominciavo a temere - disse. - Come sta?
    -Benissimo.
    - Che cosa faceva?
    - Quando la lasciai dormiva.
    -Hai veduto qualcuno nei boschi?
    - Io no,  ma Koty stamane ha visto un uomo passare lungo la  sponda  e
    guardare  con  viva  curiosit  il  fortino.  Vedendosi  osservato  si
    affrett a scomparire.
    -E l'hai trovato quell'uomo?
    -L'ho cercato, ma non sono riuscito a scoprirlo.
    - Che sia una spia del rajah? - chiese Yanez.
    - E' probabile - rispose Sandokan che pareva preoccupato.
    - Che vengano ad assalirci qui?...
    - Chi pu dirlo?
    - Che cosa conti di fare?...
    - Lasciare questo luogo al pi presto. Imbarchiamoci.
    I due capi e i loro uomini salirono nella scialuppa, attraversarono il
    braccio di mare che era largo due o trecento  metri  e  sbarcarono  ai
    piedi della fortezza ove li attendeva Koty.
    - Dorme ancora la vergine? - gli chiese Sandokan.
    - S, capitano.
    - E' accaduto nulla di straordinario?
    - No.
    - Andiamo a vederla - disse Yanez.
    Sandokan gli addit Tremal-Naik che era stato deposto su di uno strato
    di erbe e di foglie verdi.
    - Mancano pochi minuti a mezzogiorno - disse. - Aspetta che si svegli.
    Ordin  ai  suoi  uomini  di  entrare nel fortino e si sedette accanto
    all'indiano che non dava ancora segno di vita.  Yanez si sdrai vicino
    a lui.
    -  Ci  vorr  molto,  prima  che apra gli occhi?  - chiese dopo alcune
    fumate a Sandokan che guardava attentamente il viso dell'indiano.
    - No, Yanez.  Vedo che la sua pelle a poco a poco riacquista il colore
    naturale. E' segno che il suo sangue ricomincia a circolare.
    - Gli farai subito vedere la sua Ada?
    - Subito no, ma prima di questa sera s.
    - E se non lo riconoscesse? Se ella non riacquistasse la ragione?
    - La riacquister.
    - Io dubito, fratello mio.
    - Ebbene, tenteremo una prova.
    - E quale?
    - A suo tempo te lo dir.
    - E perch?...
    - Taci!...
    Un  debole  respiro  aveva  improvvisamente sollevato l'ampio petto di
    Tremal-Naik e aveva mosso leggermente le sue labbra.
    - Si sveglia, - mormor Yanez.
    Sandokan si curv sull'indiano e gli pos una mano sulla fronte.
    - Si sveglia - disse.
    - Subito?
    - Subito.
    - Senza fargli alcuna puntura?
    - Non ce n' bisogno, Yanez.
    Un secondo respiro,  pi forte del primo,  sollev nuovamente il petto
    di Tremal-Naik e le sue labbra tornarono a muoversi.  Poi le sue mani,
    che erano aperte, lentamente si chiusero, le sue gambe pure lentamente
    si piegarono e infine i suoi occhi si aprirono dilatandosi assai e  si
    arrestarono su Sandokan.
    Rimase cos alcuni istanti, come se fosse sorpreso di trovarsi tuttora
    in vita, poi, con uno sforzo violento, si alz a sedere esclamando:
    - Vivo!... Ancora vivo!
    - E libero - disse Yanez.
    L'indiano guard il portoghese. Lo riconobbe subito.
    - Voi!...  Voi!...  - esclam. - Ma che cosa  successo? Come mi trovo
    qui? Ho dormito?
    - Per Bacco!  - esclam Yanez ridendo.  - Non vi ricordate  di  quella
    pillola che vi diedi nel fortino?
    - Ah!...  S,  s...  ora ricordo...  voi eravate venuto a trovarmi...
    Signore, signore, quanto vi ringrazio di avermi liberato!...
    Cos dicendo Tremal-Naik si era precipitato ai piedi di Yanez.  Questi
    lo rialz e lo strinse affettuosamente al petto.
    -  Come  siete buono,  signore!  - esclam l'indiano che pareva avesse
    subito ricuperato le sue forze,  e che era fuori di s dalla gioia.  -
    Libero! Sono libero!... Vi ringrazio, signore, vi ringrazio!...
    -  Ringraziate  quest'uomo,  Tremal-Naik  -  disse  Yanez additandogli
    Sandokan che, con le braccia incrociate sul petto, guardava con occhio
    commosso l'indiano. - E' a quest'uomo,  alla Tigre della Malesia,  che
    voi dovete la vostra libert.
    Tremal-Naik  si  precipit  verso  Sandokan  che lo accolse fra le sue
    braccia dicendo:
    - Sei mio amico!
    In quell'istante un urlo di gioia risuon alle loro spalle. Kammamuri,
    che era allora uscito dal forte, correva loro incontro urlando:
    - Padrone! mio buon padrone!...
    Tremal-Naik si slanci verso il  fedele  maharatto  che  pareva  fosse
    diventato pazzo.
    I  due  indiani si abbracciarono a pi riprese,  senz'essere capaci di
    scambiarsi una sola parola.
    - Kammamuri, mio buon Kammamuri!  - esclam finalmente Tremal-Naik.  -
    Credevo di non rivederti mai pi su questa terra. Ma come sei qui? Non
    ti hanno ucciso i Thugs, dunque?
    - No, padrone, no. Io sono fuggito per cercare te.
    - Per cercare me! Ma sapevi che ero in questo luogo?
    - S,  padrone,  l'avevo saputo. Ah! padrone! quanto ti ho pianto dopo
    quella notte fatale.  Io ti stringo fra le braccia,  ti sento,  eppure
    stento  a  credere  che tu sia ancora vivo e libero.  Non ci lasceremo
    pi,  vero?
    - No, Kammamuri, mai pi.
    - Vivremo assieme al signor Yanez e alla Tigre  della  Malesia.  Quali
    nobili uomini, padrone! Se tu sapessi quanto hanno fatto per te, se tu
    sapessi quante lotte...
    -  Alto  l,  Kammamuri - disse Yanez.  - Altri uomini avrebbero fatto
    quello che abbiamo fatto noi.
    - Non  vero, padrone.  Nessun uomo potr mai fare ci che hanno fatto
    la Tigre della Malesia e il signor Yanez.
    - Ma perch interessarsi tanto di me?  - chiese Tremal-Naik.  - Eppure
    non vi ho mai veduti, signori.
    - Perch siete il fidanzato di Ada Corishant - disse Sandokan,  e  mia
    moglie era cugina di Ada Corishant.
    A quel nome l'indiano aveva fatto un passo indietro,  barcollando come
    se avesse ricevuto una pugnalata in mezzo al petto.  Poi si copr  con
    le mani il viso, mormorando con voce straziante:
    - Ada!... o mia adorata Ada!...
    Un  singhiozzo sollev il suo petto e due lacrime,  forse le prime che
    stillavano da quegli occhi, gli rotolarono pi per le gote abbronzate.
    Sandokan gli si avvicin e, abbassandogli le mani, disse con dolcezza:
    - Perch piangete,  mio povero Tremal-Naik?  Questo    un  giorno  di
    gioia.
    -  Ah,  signore!...  -  mormor l'indiano.  - Se voi sapeste quanto ho
    amato quella donna!... Ada!... oh mia Ada!...
    Un secondo singhiozzo lacer il petto dell'indiano e nuove lacrime gli
    spuntarono sulle ciglia.
    - Calmatevi,  Tremal-Naik - disse Sandokan.  - La  vostra  Ada  non  
    perduta.
    L'indiano  risollev  il capo che teneva curvo sul petto.  Un lampo di
    speranza balenava nei suoi occhi neri.
    - Ella  salva?
    - Salva!... - disse Sandokan. - Ed  qui, in quest'isolotto.
    Un urlo inumano irruppe dalle labbra di Tremal-Naik.
    - Ella  qui... qui!... - grid gettando all'intorno sguardi smarriti.
    - Dov'?... Io voglio vederla, io voglio vederla!...  Ada!...  Ada!...
    Oh mia adorata Ada!...
    Fece l'atto di slanciarsi verso il fortino, ma Sandokan lo afferr per
    i polsi e con tale forza che le ossa scricchiolarono.
    - Calmatevi - gli disse. - Ella  pazza.
    - Pazza!...  la mia Ada pazza!...  - grid l'indiano.  - Ah!...  Ma io
    voglio vederla,  signore,  io voglio vederla fosse pure  per  un  solo
    momento.
    - La vedrete, ve lo prometto.
    - Quando?
    - Fra pochi minuti.
    - Grazie, signore! grazie!
    - Sambigliong! - grid Yanez.
    Il  dayaco,  che ronzava attorno al fortino esaminando attentamente le
    palizzate per assicurarsi se erano abbastanza solide per sostenere  un
    assalto, alla chiamata del portoghese accorse.
    - Dorme la "vergine della Pagoda"? - chiese Sandokan.
    - No,  capitano - rispose il pirata.  - E' uscita alcuni minuti fa coi
    suoi guardiani.
    - Dove si  diretta?
    - Verso la costa.
    - Venite,  Tremal-Naik - disse Sandokan prendendogli una mano.  Ma  vi
    raccomando di essere calmo: ricordate che  pazza.



















    13. LE DUE PROVE.


    Erano le due del pomeriggio.
    Uno splendido sole fiammeggiava nel cielo facendo scintillare le acque
    azzurrognole della baia,  e un fresco,  leggero venticello spirava dal
    mare sussurrando misteriosamente fra le foglie degli  alberi.  Non  si
    udiva  n  sull'isolotto  n  nella  baia alcun rumore all'infuori del
    monotono gorgoglio dell'onda che si  rompeva  contro  le  coste  e  lo
    svolazzare incessante e il cicaleccio delle cacatua nere e degli argus
    giganteus, splendidi uccelli della famiglia dei fagiani.
    Tremal-Naik,  in preda ad una vivissima eccitazione, Sandokan, Yanez e
    Kammamuri camminavano a rapidi passi  verso  la  punta  settentrionale
    dell'isolotto,  nascosta da una fitta cortina di alberi gommiferi e di
    piante rampicanti.
    A quaranta passi dalla costa, uno dei guardiani della pazza, che stava
    sdraiato dietro un cespuglio, si alz.
    - La mia Ada? - chiese Tremal-Naik, precipitandosi incontro a lui.
    - E' sulla sponda - rispose il pirata.
    - Che cosa fa? - chiese Sandokan.
    - Guarda il mare.
    - Dov' l'altro tuo compagno?
    - A pochi passi da qui.
    - Ritiratevi tutti e due nel fortino.
    Tremal-Naik, Sandokan, Yanez e il maharatto attraversarono rapidamente
    la  fitta  cortina  d'alberi  e  si  arrestarono  sul  margine   della
    boscaglia. Un grido soffocato usc dalle labbra dell'indiano.
    - Ada!... - esclam.
    Spicc  un  salto  per  slanciarsi  verso la spiaggia,  ma Sandokan fu
    pronto ad afferrarlo per i polsi.
    - Calmatevi - gli disse. - Non dimenticate che quella donna  pazza.
    - Sar calmo.
    - Andate dunque. Noi vi aspetteremo qui.
    - Sandokan,  Yanez e Kammamuri si sedettero sul tronco  di  un  albero
    rovesciato   e   Tremal-Naik,   in  apparenza  calmo,   ma  in  realt
    profondamente commosso, si diresse verso la spiaggia.
    l,  a pochi passi dal mare,  seduta all'ombra di un bellissimo albero
    di  garofani,  i cui fiori spandevano un inebriante profumo,  stava la
    "vergine della Pagoda" con le mani incrociate sulla splendida  corazza
    d'oro  che  scintillava  per i riflessi dei numerosi diamanti,  i neri
    capelli sciolti sulle spalle e gli occhi  fissi  sull'azzurra  distesa
    d'acqua  che  si apriva dinanzi a lei: le onde venivano ad infrangersi
    ai suoi piedi con dolce mormorio.
    Non parlava,  non si  muoveva:  sembrava  la  statua  superba  di  una
    divinit misteriosa.
    Tremal-Naik,  col  viso  alterato,  gli occhi fiammeggianti,  ansante,
    s'avvicinava alla fidanzata con passo rapido e silenzioso.  Si arrest
    a due passi dalla giovinetta che pareva non l'avesse udito.
    - Ada!... Ada!... - esclam d'un tratto l'indiano con voce soffocata.
    la pazza non si mosse. Forse non lo aveva ancora udito.
    - Ada!...  Oh mia diletta Ada!...  - ripet Tremal-Naik precipitandosi
    alle ginocchia di lei.
    La "vergine della Pagoda",  alla vista di quell'uomo che le tendeva le
    mani  con  gesto  supplicante,  s'alz  di  scatto.  Ella guard fisso
    l'indiano, poi fece due passi indietro mormorando:
    - I Thugs!...
    La pazza non aveva riconosciuto il fidanzato di un tempo
    - Ada!...  mia diletta Ada!  -  grid  Tremal-Naik  in  preda  ad  una
    terribile disperazione. - Non mi riconosci pi, dunque?
    - I Thugs!... - ripet ella, ma senza manifestare terrore.
    Tremal-Naik mand un grido di dolore e di rabbia.
    -  Ma non mi riconosci pi,  Ada?  - esclam l'infelice cacciandosi le
    unghie nelle carni.  - Non ti ricordi pi del disgraziato Tremal-Naik,
    del cacciatore di tigri della jungla nera? Ritorna in te, Ada, ritorna
    in te. Non ricordi pi i nostri incontri nella jungla? Non ricordi pi
    la  notte  in  cui  ti vidi nella pagoda sacra?  Non rammenti la notte
    fatale in cui i Thugs ci fecero prigionieri? Ada, o mia Ada, riconosci
    il tuo Tremal-Naik, riconoscilo!...
    La pazza lo aveva ascoltato senza batter ciglio,  senza fare il minimo
    gesto.  Evidentemente  non ricordava pi nulla.  La pazzia aveva tutto
    spento nel cuore della povera donna.
    - Ada - riprese Tremal-Naik  che  non  frenava  le  lacrime,  guardami
    fisso,  guardami,  o mia Ada.  Non  possibile che tu non riconosca il
    tuo Tremal-Naik..  Ma perch taci?  Perch non guardi?  Perch non  ti
    getti  fra le mie braccia?  E' forse perch hanno ucciso tuo padre?...
    S, ucciso... ucciso...
    Il disgraziato indiano a quel terribile ricordo scoppi in singhiozzi,
    nascondendo il viso fra le mani.
    D'improvviso  la  pazza,   che  aveva   assistito   impassibile   alla
    disperazione  di  quell'uomo che un tempo ella aveva adorato,  fece un
    passo innanzi,  curvandosi verso terra.  Il suo viso aveva  subito  un
    rapido  cambiamento: era diventata pi pallida e un lampo balenava nei
    suoi occhioni neri.
    - Dei singhiozzi - mormor. - Perch qui si piange?
    Tremal-Naik, udendo quelle parole, aveva rialzato il capo.
    - Ada!... - grid tendendo le braccia verso di lei. - Mi riconosci?
    La pazza lo guard per alcuni istanti in silenzio,  aggrottando a  pi
    riprese le ciglia. Pareva che cercasse di rammentarsi dove aveva visto
    il viso dell'indiano e udita la voce di lui.
    - Dei singhiozzi - ripet. - Perch si piange qui?
    - Perch tu non mi conosci pi,  Ada - disse Tremal-Naik.  Guardami in
    viso, guardami.
    Ella si curv verso di lui,  poi fece un passo indietro e diede in uno
    scoppio di risa.
    - I Thugs! I Thugs! - esclam.
    Poi  volse le spalle e si allontan rapidamente,  dirigendosi verso il
    fortino.
    Tremal-Naik emise un urlo di disperazione.
    - Gran Sivah! - esclam, scoppiando nuovamente in singhiozzi.  - Tutto
     perduto! Ella non mi riconosce pi!
    Ricadde in ginocchio,  ma poi si alz di scatto,  lanciandosi verso la
    pazza che stava per scomparire sotto un boschetto.
    Ma  non  aveva  fatto  cinque  passi  che   due   braccia   di   ferro
    l'arrestavano.
    - Calmatevi, Tremal-Naik - disse una voce.
    Era  Sandokan  che aveva lasciato il suo posto,  seguito da Yanez e da
    Kammamuri.
    - Ah! signore - balbett l'indiano.
    - Calmatevi - ripet Sandokan. - Tutto non  ancora perduto.
    - Non mi riconosce pi.  Ed io che credevo di stringerla ancora,  dopo
    tanto tempo,  tante angosce e tante torture, fra le mie braccia! Tutto
     finito, tutto! - mormor il povero indiano.
    - C' ancora speranza, Tremal-Naik.
    - Perch illudermi, signore? Ella  pazza, e non guarir pi.
    - Guarir, e questa sera stessa: ve lo dice la Tigre della Malesia.
    Tremal-Naik guard Sandokan con gli occhi pieni di lacrime.
    - Non  una speranza vana, dunque? - chiese.  - E' proprio vero quello
    che  dite?  Voi che vi siete mostrato tanto generoso verso di me,  che
    tanto bene mi avete fatto,  operate anche questo miracolo,  e  la  mia
    vita sar vostra.
    -  Questo  miracolo  lo  compir,  ve  lo prometto,  Tremal-Naik disse
    Sandokan con voce grave.
    - E quando?...
    - Questa sera, vi ho detto.
    - In che modo?
    - Lo saprete presto. Kammamuri!
    Il maharatto si fece innanzi. Il buon giovanotto, come il suo padrone,
    aveva le lacrime agli occhi.
    - Parlate, capitano - disse.
    - La notte in  cui  il  tuo  padrone  si  present  nella  caverna  di
    Suyodhana, eri anche tu nel tempio?
    - S, capitano.
    -  Sapresti  ripetermi  ci  che  dissero  il  capo dei Thugs e il tuo
    padrone? - S, parola per parola.
    - Ebbene, vieni con me al forte.
    - E noi che cosa dovremo fare? - chiese Yanez.
    - Per ora non abbiamo bisogno n di  te  n  di  Tremal-Naik  -  disse
    Sandokan.  -  Andate  a  passeggiare e non ritornate al forte prima di
    questa sera. Vi preparer una sorpresa.
    Sandokan e il maharatto si allontanarono in direzione del forte. Yanez
    pass un braccio in quello  del  povero  Tremal-Naik  e  si  misero  a
    passeggiare lungo la costa discorrendo.
    - Che cosa preparer? - chiese Tremal-Naik al portoghese.
    -  Non  lo  so,  Tremal-Naik;  ma  senza  dubbio  prepara  qualcosa di
    straordinario.
    - Riuscir a farle riacquistare la ragione?
    - Lo credo. La Tigre della Malesia sa molte cose che noi ignoriamo.
    - Ah! potesse riuscire!
    - Riuscir, Tremal-Naik. Ditemi,  ancora vivo questo Suyodhana?
    - Lo credo.
    - E potente?
    - Potentissimo,  signor  Yanez.  Comanda  a  migliaia  e  migliaia  di
    strangolatori.
    - Sar difficile colpirlo.
    - Dite impossibile.
    -  Per  tutti,  ma  non per la Tigre della Malesia.  Chiss,  forse un
    giorno la  Tigre  della  Malesia  e  la  Tigre  dell'India  potrebbero
    trovarsi l'una di fronte all'altra.
    - Lo credete?
    -  Ho  un  presentimento.  Ditemi,  Tremal-Naik,  credete  che i Thugs
    abbiano ancora la loro sede nell'isola di Rajmangal?
    - Non lo credo.  Quando gli inglesi mi processarono,  svelai il  luogo
    ove  abitavano  i  Thugs e alcune navi furono mandate a Rajmangal,  ma
    tornarono senza avere trovato un solo strangolatore.
    - Erano fuggiti?
    - Senza dubbio.
    - Sono ricchi i Thugs?
    - Ricchissimi,  signor Yanez,  perch  essi  non  si  accontentano  di
    strangolare. Saccheggiano carovane e paesi interi.
    -   Che   bel  nemico  da  combattere!   La  Tigre  della  Malesia  si
    divertirebbe. Chiss, un giorno forse, stanchi di Mompracem,  potremmo
    andare in India a misurarci con Suyodhana e le sue genti.
    - Avete intenzione di ritornare a Mompracem?
    -  S,  Tremal-Naik - disse Yanez.  - Domani manderemo alcuni uomini a
    Sarawak ad acquistare dei prahos e poi riguadagneremo la nostra isola.
    - Ed io verr con voi?
    - Vi daremo una  scorta  di  valorosi  pirati  che  vi  condurranno  a
    Batavia. L abbiamo una palazzina e l'abiterete con Ada.
    - Questo  troppo, signor Yanez - disse Tremal-Naik con voce commossa.
    - Non vi basta aver esposto la vostra vita per salvarmi, volete ancora
    darmi una casa?
    -  E  un  mucchietto  di diamanti che varr qualche milione,  mio caro
    Tremal-Naik.
    - Ma io non accetter.
    - Alla Tigre della Malesia nulla si deve  rifiutare,  Tremal-Naik.  Un
    rifiuto la irriterebbe.
    - Ma...
    - State zitto, Tremal-Naik. Un milione per noi  nulla.
    - Siete molto ricchi dunque?
    - Forse pi dei Thugs indiani.
    Mentre  discorrevano,  il sole era rapidamente tramontato e le tenebre
    erano calate.  Yanez  guard  l'orologio  all'incerto  chiarore  delle
    stelle.
    - Sono le nove - disse, - possiamo tornare al forte.
    Lanci  un  ultimo  sguardo  sull'ampia  distesa  d'acqua che appariva
    deserta fino agli estremi limiti dell'orizzonte,  poi lasci la  costa
    entrando  nel boschetto.  Tremal-Naik,  triste e pensieroso,  col capo
    chino sul petto, lo seguiva.
    Pochi minuti dopo i due  compagni  si  trovarono  dinanzi  al  fortino
    sull'entrata  del  quale  stava Sandokan che fumava flemmaticamente la
    pipa.
    - Vi aspettavo - diss'egli muovendo loro incontro. - Tutto  pronto.
    - Che cosa  pronto? - chiese Tremal-Naik.
    - Ci che  deve  far  riacquistare  la  ragione  alla  "vergine  della
    Pagoda".  Prese per mano i due amici e li condusse nell'interno di una
    vastissima capanna che occupava quasi l'intero recinto del  forte,  un
    tempo  destinato  a contenere una guarnigione e gran copia di viveri e
    di munizioni.
    Tremal-Naik e Yanez mandarono un grido di sorpresa.
    L'ampia sala,  in poche ore,  era  stata  trasformata,  per  opera  di
    Sandokan,  di  Kammamuri  e  dei pirati,  in un'orribile caverna che a
    Tremal-Naik ricordava, in parte, il tempio dei Thugs indiani,  dove il
    truce Suyodhana aveva compiuto la sua spaventevole vendetta.
    Una  infinit  di rami resinosi accesi spandevano all'intorno una luce
    azzurrognola, livida, spettrale. Qua e l erano stati accumulati massi
    enormi e rizzati tronchi d'alberi che potevano  passare  per  colonne,
    adorni  di  mostri d'argilla rozzamente plasmati rappresentanti Visn,
    il dio conservatore degli indiani,  il quale ha la sua  residenza  nel
    Vaicondu  o  mare  di  latte del serpente Adissescieu;  altri orribili
    idoli raffiguravano i cateri, giganteschi geni malvagi che,  divisi in
    cinque trib,  vanno errando per il mondo dal quale non possono uscire
    n meritare la beatitudine promessa,  se non  dopo  aver  raccolto  un
    certo numero di preghiere.
    Nel  mezzo si ergeva una statua,  pure d'argilla,  orribile a vedersi.
    Aveva quattro braccia,  una lingua smisurata e i suoi  piedi  posavano
    sopra  un cadavere.  Dinanzi a quel mostro era collocata una vaschetta
    entro la quale nuotava un pesciolino.
    - Dove siamo?  - chiese Yanez,  guardando con stupore  quei  mostri  e
    quelle torce.
    - In una pagoda dei Thugs indiani - disse Sandokan.
    - Chi ha fatto tutti questi brutti mostri?
    - Noi, fratello.
    - In cos poche ore?
    - Tutto si fa, quando si vuole.
    - Chi  quella brutta figura che ha quattro braccia?
    -   Kal,   la  dea  dei  Thugs  -  rispose  Tremal-Naik  che  l'aveva
    riconosciuta.
    - Vi sembra,  Tremal-Naik,  che questa pagoda improvvisata  somigli  a
    quella dei Thugs?
    - S, Tigre della Malesia. Ma che cosa volete fare?
    - Uditemi.
    - Vi ascoltiamo.
    -  Io  credo  che  solamente  una  straordinaria impressione possa far
    riacquistare la ragione a Ada.
    - Anch'io sono del tuo parere,  Sandokan - disse Yanez,  - e comprendo
    il  tuo piano.  Tu vuoi ripetere la scena che accadde nella pagoda dei
    Thugs quando Tremal-Naik si present a Suyodhana.
    - S, Yanez,   proprio cos.  Io sar il capo dei Thugs e ripeter le
    parole pronunciate dal terribile uomo in quella notte fatale.
    - E i Thugs? - chiese Tremal-Naik.
    -  I  Thugs  saranno  i  miei  uomini  - disse Sandokan.  - Sono stati
    istruiti da Kammamuri.
    - Avanti dunque.
    Sandokan accost alle labbra il fischietto d'argento ed emise un suono
    acuto. Subito trenta dayachi seminudi coi fianchi stretti da un laccio
    di fibre di rotang e con un serpente dalla testa di donna  dipinto  in
    mezzo  al  petto  entrarono  nella grande capanna schierandosi ai lati
    della mostruosa divinit dei Thugs.
    - Perch hanno quel serpente sul petto? - chiese Yanez.
    - Tutti i Thugs hanno un tatuaggio simile - rispose Tremal-Naik.
    - Kammamuri non ha dimenticato nulla a quanto pare.
    - Siete pronti? - chiese Sandokan.
    - Tutti - risposero i dayachi.
    - Yanez - disse allora Sandokan, - ti affido una parte importante.
    - Che cosa devo fare?
    - Tu che sei un bianco,  devi rappresentare il padre di Ada.  Guiderai
    gli  altri  pirati che fingeranno di essere i "sepoys" indiani e farai
    quanto ti dice Kammamuri.
    - Sta bene.
    - Quando io finger di assalirti fuori del forte, cadrai dinanzi a Ada
    come morto.
    - Fidati di me, fratello. Ognuno al suo posto.
    Tremal-Naik,  Yanez e Kammamuri uscirono,  mentre Sandokan si  fermava
    dinanzi  alla  statua  della dea Kal e i dayachi,  i finti Thugs,  si
    schieravano ai suoi lati.
    Ad un cenno della Tigre, un pirata percosse dodici volte una specie di
    gong che era stato trovato in un angolo del fortino.
    All'ultimo colpo la porta del capannone s'apr  e  la  "vergine  della
    Pagoda" entr sorretta da due dayachi.
    - Avanzati,  "vergine della Pagoda" - disse Sandokan con voce grave, -
    Suyodhana te lo comanda.
    A quel nome di Suyodhana, la pazza si era arrestata, liberandosi dalle
    braccia dei due pirati.  Il  suo  sguardo,  improvvisamente  acceso  e
    dilatato,  si fiss su Sandokan, che stava ritto in mezzo alla pagoda,
    poi sui dayachi che conservarono una immobilit assoluta e  da  ultimo
    sulla  dea  Kal.  Un  fremito  agit  il  suo corpo e alcune rughe si
    disegnarono sulla nivea fronte.
    - Kal - mormor con un accento nel quale si sentiva una vibrazione di
    terrore. - I Thugs...
    Si avanz di alcuni passi continuando a  volgere  lo  sguardo  ora  su
    Sandokan,  ora sui pirati, ora sulla mostruosa divinit dei Thugs, poi
    si pass due o tre volte la mano sulla fronte e parve che  facesse  un
    supremo sforzo per richiamare alla memoria qualche orribile scena.
    D'improvviso Tremal-Naik irruppe nella pagoda e le si slanci incontro
    gridando:
    - Ada!...
    La  giovinetta  si era arrestata di colpo;  il suo volto era diventato
    pallidissimo e manifestava una inesprimibile ansiet.  I  suoi  occhi,
    che  pareva  perdessero a poco a poco quella luce strana,  propria dei
    pazzi, si fissavano su Tremal-Naik.
    - Ada!... - ripet questi con voce straziante. - Ritorna in te!...
    In quell'istante si ud una voce gridare:
    - Fuoco !
    Alcuni spari rimbombarono sulla soglia della pagoda ed  un  gruppo  di
    uomini guidati da Yanez irruppe nell'interno, mentre i dayachi, come i
    Thugs in quella fatale notte, fuggivano in tutte le direzioni.
    Ada era rimasta immobile.  Ad un tratto trasal, poi si curv innanzi,
    come se cercasse di raccogliere il  rumore  di  una  nuova  scarica  o
    qualche altra voce.
    Sandokan si era fermato all'estremit della pagoda e non la perdeva di
    vista.  Comprese  ci  che aspettava ancora la disgraziata?...  Forse,
    poich con voce tonante si mise  a  gridare,  come  aveva  gridato  il
    feroce Suyadhama:
    - Andate!... Ci rivedremo nella jungla!...
    Aveva   appena  pronunciate  quelle  parole  che  un  urlo  acutissimo
    irrompeva dalle labbra della pazza.
    Fece un passo innanzi col viso sconvolto, le braccia alzate, barcoll,
    gir su se stessa e cadde fra le braccia di Yanez.
    - Morta!... morta!... - url Tremal-Naik con accento disperato.
    - No - disse Sandokan. - Ella  salva!
    Appoggi  una  mano  sul  petto  della  vergine.   Il  cuore  batteva,
    debolmente s, ma batteva.
    - E' svenuta - diss'egli.
    - Allora  salva - disse Yanez.
    - Fosse vero! - esclam Tremal-Naik che rideva e piangeva ad un tempo.
    Kammamuri ritornava con dell'acqua.  Sandokan spruzz a pi riprese il
    viso della giovinetta e attese che ella ritornasse in s.
    Passarono alcuni minuti,  poi un sospiro profondo  usc  dalle  labbra
    della fanciulla.
    - Sta per rinvenire - disse Sandokan.
    - Devo rimanere qui? - chiese Tremal-Naik.
    - No - rispose Sandokan.  - Quando noi le avremo narrato ogni cosa, vi
    manderemo a chiamare.
    L'indiano gett un lungo sguardo sulla "vergine della Pagoda"  e  usc
    soffocando un singhiozzo.
    - Speri, Sandokan? - chiese Yanez.
    -  Molto  -  rispose il pirata.  - Domani questi due infelici potranno
    unirsi per sempre.
    - E noi...
    - Zitto, Yanez: apre gli occhi.
    La giovinetta infatti ritornava in se.  Mand un secondo  sospiro  pi
    lungo del primo, poi apr gli occhi fissandoli su Sandokan e Yanez. Il
    suo  sguardo non era pi torbido;  era limpido,  era lo sguardo di una
    donna che non era pi pazza.
    - Dove sono? - chiese con voce debole, cercando di alzarsi.
    - Fra amici, signora - disse Sandokan.
    - Ma che cos' successo? - mormor.  - Ho sognato?  Dove sono?...  Chi
    siete voi?
    -  Signora  - disse Sandokan,  - vi ripeto che siete fra amici.  Cos'
    successo, mi chiedete? Vi dir che non siete pi pazza.
    - Pazza?... pazza?... - esclam la ragazza con sorpresa.  - Ero pazza?
    Non  ho  sognato,  dunque?  Ah...  mi  ricordo...  E'  orribile...  E'
    orribile...
    Uno scoppio di pianto soffoc la sua voce.
    - Calmatevi,  signora -  disse  Sandokan.  -  Qui  non  correte  alcun
    pericolo.  Suyodhana  non  esiste pi e Thugs qui non ce ne sono.  Non
    siamo in India, ma nel Borneo.
    Con uno sforzo Ada si rizz in piedi  e,  afferrando  strettamente  le
    mani di Sandokan, gli disse piangendo:
    - In nome di Dio, ditemi ci che  successo e chi siete voi. Mi sembra
    di non comprendere pi nulla.
    Erano  le  domande  che  Sandokan aspettava.  Allora con voce grave le
    narr succintamente tutto quello che era accaduto prima in India,  poi
    a Mompracem e da ultimo nel Borneo.
    -  Ora  -  concluse  Sandokan,  -  se  amate  ancora  Tremal-Naik,  il
    coraggioso indiano che per voi ha  compiuto  miracoli,  ad  un  vostro
    cenno egli sar alle vostre ginocchia.
    - Se lo amo!...  - esclam Ada.  - Dov'?  Lasciate che lo riveda dopo
    una cos lunga separazione.
    - Tremal-Naik!... - grid Yanez.
    L'indiano  si  precipit  nella  pagoda  e  cadde  ai  piedi  di  Ada,
    esclamando:
    - Mia!...  Ancora mia!... Dimmelo ancora una volta, Ada, che sarai mia
    moglie!...
    La giovinetta pos le mani sul capo del fidanzato:
    - S, sar tua moglie - diss'ella. - Mio padre mi ha promessa a te,  e
    i t'amo ancora.
    Nel  medesimo  istante  una  scarica di fucili rintronava sulle sponde
    della baia, seguita da una voce tonante che gridava:
    - All'erta!... pirati di Mompracem!... Ecco il nemico!...
















    14. LA RIVINCITA DEL RAJAH BROOKE.

    Nell'udire quei colpi di fucile e quelle grida, la Tigre della Malesia
    aveva fatto un salto verso la porta della capanna,  mandando  un  vero
    ruggito.
    -  Il  nemico qui!...  - esclam coi denti stretti.  - Qui,  in questo
    momento!... James Brooke, guai a te!
    Sguain la scimitarra,  terribile arma nelle mani di quel  formidabile
    uomo, e si slanci fuori del forte gridando:
    - A me, tigrotti di Mompracem!...
    Yanez,  i  pirati,  Kammamuri e persino i due fidanzati si slanciarono
    dietro a lui con le armi in pugno.  La "vergine  della  Pagoda"  aveva
    anch'ella  impugnato una scimitarra,  pronta a combattere a fianco dei
    suoi benefattori.
    Aer-Duk e i suoi otto uomini discendevano,  correndo,  la  china  che
    menava alla baia.
    Dietro di essi, fra gli alberi della foresta, Sandokan vide una grossa
    squadra d'uomini armati, alcuni bianchi, altri indiani e dayachi.
    -  All'erta,  pirati  di  Mompracem!  il  nemico!  -  grid  Aer-Duk,
    precipitandosi verso la barca che era arenata sulla riva.
    Sei o sette colpi di fucile rintronarono sotto la  foresta  ed  alcune
    palle caddero in acqua.
    -  Le  truppe  del  rajah Brooke!  - esclam Sandokan.  - E proprio in
    questo momento, quando io credevo che la mia missione fosse terminata!
    Ebbene,  James Brooke,  vieni pure a sfidarmi!  La Tigre della Malesia
    non ti teme!
    - Cosa facciamo, Sandokan? - chiese Yanez.
    - Combatteremo, fratello - rispose il pirata.
    - Vi bloccheranno.
    - Che importa?
    - Siamo sopra un'isola, fratello mio.
    - Ma dentro un forte.
    Aer-Duk  ed  i  suoi  uomini,  attraversato rapidamente il braccio di
    mare, erano sbarcati sull'isola. Sandokan e Yanez si slanciarono verso
    il bravo dayaco che aveva un braccio insanguinato.
    - Sei stato sorpreso? - gli chiese Sandokan.
    - S, capitano, ma riconduco tutti i miei uomini.
    - Quanti sono i nemici?
    - Trecento almeno.
    - Chi li comanda?
    - Un bianco, capitano.
    - Il rajah?
    - No, non  il rajah;  un luogotenente di marina.
    - Un uomo di alta statura con due lunghi baffi rossi? - chiese Yanez.
    - S - rispose il dayaco.  - E ha con s  una  quarantina  di  marinai
    europei.
    - E' il luogotenente Churchill.
    - Chi  questo Churchill? - chiese Sandokan
    - Il comandante del fortino che domina la citt di Brooke.
    - E non hai veduto il rajah? - domand la Tigre ad Aer-Duk.
    - No, capitano.
    Sandokan digrign i denti.
    - Che hai? - chiese Yanez.
    - Temo che il maledetto ci assalga dal mare - osserv il pirata.
    - Per Giove!  - esclam Yanez,  aggrottando la fronte.  - Saremo presi
    fra due fuochi!
    - Ma ci batteremo,  e quando non  avremo  pi  n  polvere  n  palle,
    andremo all'attacco con la scimitarra e col kriss.
    Il  nemico,  che  si  era  arrestato a seicento metri dalle rive della
    baia,  cominciava allora ad avanzare  tenendosi  nascosto  dietro  gli
    alberi ed ai fitti cespugli.  La moschetteria, per un istante sospesa,
    ricominci a scrosciare.
    - Per Giove! - esclam Yanez, - grandina!
    - Ritiriamoci nel forte - disse Sandokan. - E' solido e resister alle
    palle di fucile.
    I pirati, Tremal-Naik,  Ada e Kammamuri rientrarono nel recinto,  dopo
    aver per affondata la barca,  perch il nemico non potesse servirsene
    per passare il braccio di mare.
    La porta d'entrata fu barricata con enormi macigni,  numerose feritoie
    vennero  aperte  nella  palizzata  che  era  tanto alta da sfidare una
    scala, poi ogni combattente,  eccettuata la "vergine della Pagoda" che
    venne  condotta  nella  gran  capanna,  prese  il posto che meglio gli
    conveniva.
    -  Fuoco,  tigrotti  di  Mompracem!  -  tuon  Sandokan,  che  si  era
    arrampicato  con  Yanez e sette o otto dei pi arditi pirati sul tetto
    della gran capanna.
    Al comando rispose l'urlo di guerra dei pirati,  seguito  da  parecchi
    colpi di fucile. - Viva la Tigre della Malesia! Viva Mompracem!
    Il  nemico,  continuando  a  sparare,  era  giunto presso la spiaggia.
    Alcuni uomini cercavano di abbattere alberi, forse con l'intenzione di
    fare una zattera e approdare all'isola.
    Ben presto s'accorsero per che non era cosa tanto facile  avvicinarsi
    ad un fortino difeso dai terribili pirati di Mompracem.
    Scariche  micidiali  partivano dal recinto con una rapidit tale e una
    precisione cos matematica,  che in pochi  minuti  quindici  o  sedici
    uomini giacevano a terra senza vita.
    - Fuoco,  tigrotti di Mompracem!  - si udiva gridare, ad ogni istante,
    dalla Tigre della Malesia.
    - Viva la  Tigre!...  Viva  Mompracem!  -  rispondevano  i  pirati,  e
    scaricavano  le loro armi dirigendo le palle nel pi fitto della massa
    nemica.
    I soldati del rajah ben presto si videro costretti a retrocedere  fino
    al bosco e celarsi dietro i tronchi degli alberi.
    Quella ritirata si era appena effettuata,  quando dalla sponda opposta
    della baia apparve, all'incerto chiarore delle stelle, un'altra grossa
    truppa d'uomini.
    Una terribile grandinata di palle cadde quasi subito sul forte  e  sul
    tetto della gran capanna sulla cima della quale,  ritto, col fucile in
    mano, si teneva Sandokan.
    - Per Giove!  - esclam Yanez che ud fischiare alcune palle  ai  suoi
    orecchi. - Altri nemici!
    - E anche delle barche - disse Sambigliong che gli era vicino.
    - Dove?
    - Guardate laggi, all'estremit della baia. Sono due, quattro, sette,
    una vera flottiglia!...
    - Mille tuoni! - esclam il portoghese. - Ehi! fratello mio!
    -  Che  cosa  vuoi?  -  chiese  Sandokan  che  stava  caricando la sua
    carabina.
    - Stiamo per venir presi.
    - Non hai un fucile tu?
    - S.
    - E una scimitarra e un kriss?
    - Certamente.
    - Ebbene, fratello, noi ci batteremo.
    Sal sulla cima del tetto,  senza darsi pensiero delle palle  che  gli
    fischiavano attorno e tuon:
    -  Tigrotti  di  Mompracem,  vendetta!  Lo  sterminatore dei pirati si
    avvicina! Tutti sulle palizzate e fuoco su quei cani che ci sfidano!
    I pirati abbandonarono precipitosamente le feritoie e si arrampicarono
    come gatti sul recinto.
    Tremal-Naik,  Sambigliong,   Tanauduriam  e  Aer-Duk  li  dirigevano,
    incoraggiandoli con la voce e con l'esempio.
    Ben  presto  la  moschetteria ricominci con furia incredibile.  Sotto
    ogni albero della costa balenava un lampo, seguito da una detonazione.
    Centinaia e centinaia di palle  s'incrociavano  nell'aria  con  fischi
    lamentevoli.
    Di  quando in quando,  fra il crescente frastuono,  si udivano la voce
    tonante della Tigre della Malesia,  le imprecazioni  dei  tigrotti,  i
    comandi  degli  ufficiali del rajah e le urla selvagge degli indiani e
    dei dayachi.  Talvolta per non erano esclamazioni  di  trionfo  o  di
    entusiasmo: erano grida strazianti, gemiti di feriti e di moribondi.
    D'improvviso,  verso  il  mare,  si ud una fortissima detonazione che
    copr lo scrosciare della  moschetteria.  Era  la  possente  voce  del
    cannone.
    - Ah! - esclam Sandokan. - La flotta del rajah!
    Guard   verso   l'Oceano.   Una   grande  ombra  entrava  nella  baia
    accostandosi  all'isola;  due  fanali,  verde  l'uno,  rosso  l'altro,
    brillavano ai suoi fianchi.
    - Ehi! Sandokan!... - grid una voce.
    - Coraggio, Yanez! - rispose Sandokan.
    - Per Giove! Abbiamo una nave alle spalle.
    - Se occorre l'abborderemo e...
    Non  fin.  Una  fiammata  era  balenata a prua della nave che entrava
    nella vasta baia e una palla aveva abbattuto un pezzo di recinto.
    - Il "Realista"! - esclam Sandokan.
    Infatti quella nave che accorreva in aiuto  degli  assalitori  era  lo
    "schooner" del rajah Brooke, lo stesso che alla foce del Sarawak aveva
    attaccato e mandato a picco l'"Helgoland".
    - Maledetto - rugg Sandokan,  guardandolo con due occhi che mandavano
    fiamme.  - Ah!  Perch non ho un praho anch'io?  Ti farei vedere  come
    sanno battersi all'arma bianca i tigrotti di Mompracem!...
    Un  nuovo  colpo  di cannone rimbomb sul ponte del legno nemico e una
    seconda palla venne ad aprire un foro.
    La Tigre della Malesia mand un urlo di dolore e di rabbia.
    - Tutto  finito! - esclam.
    Si precipit gi dal tetto della capanna,  seguito  da  tutti  i  suoi
    compagni,  mentre un nembo di mitraglia spazzava la sommit del forte,
    sal sulla barricata che chiudeva l'entrata del fortino gridando:
    - Fuoco, tigrotti di Mompracem,  fuoco!  Mostriamo al rajah come sanno
    battersi i pirati della Malesia!...
    La  battaglia prendeva allora proporzioni spaventevoli.  Le truppe del
    rajah,  che fino allora si erano tenute nascoste sotto  i  boschi,  si
    erano spinte verso la spiaggia e di l facevano un fuoco infernale; la
    flottiglia,  tenutasi  sempre ad una rispettabile distanza,  vedendosi
    appoggiata dai cannoni del legno,  aveva ora fatto una mossa  innanzi,
    risoluta, a quanto pareva, ad approdare all'isola.
    La posizione dei pirati divenne ben presto disperata. Combattevano con
    rabbia estrema,  ora tirando sulla nave, ora tirando sulla flottiglia,
    ora  sparando  sulle  truppe  ammassate  sulla  spiaggia  della  baia,
    entusiasmati  dalla  voce  della Tigre della Malesia;  ma erano troppo
    pochi per tener testa a tanti nemici!
    Le palle cadevano fitte,  entrando per le feritoie e le fessure  della
    cinta,  e  facevano  cadere  a  due,  a  tre  alla  volta i pirati che
    sparavano dall'alto della  palizzata.  E  spesso  non  erano  semplici
    palle,  ma  granate  che  i  cannoni  del  "Realista vomitavano e che,
    scoppiando con terribile violenza,  aprivano  brecce  enormi,  per  le
    quali il nemico, una volta sbarcato, poteva penetrare nel fortino.
    Alle  tre del mattino un nuovo soccorso giungeva agli assalitori.  Era
    uno svelto "yacht" armato di un solo ma grosso cannone,  il quale apr
    subito il fuoco contro le ormai cadenti palizzate del forte.
    - E' finita! - disse Sandokan dall'alto della barricata, mentre con le
    dita  arse,  la  faccia  stravolta,  tirava  contro  la flottiglia che
    continuava ad avanzare. - Fra dieci minuti bisogner arrendersi.
    Alle quattro  del  mattino,  nel  fortino  non  rimanevano  che  sette
    persone: Sandokan,  Yanez,  Tremal-Naik, Ada, Sambigliong, Kammamuri e
    Tanauduriam.  Avevano lasciato la cinta che  non  offriva  pi  riparo
    alcuno  e si erano ritirati nella gran capanna,  una parte della quale
    era stata  gi  distrutta  dalle  cannonate  del  "Realista"  e  dello
    "yacht".
    -  Sandokan  -  disse  Yanez  ad un certo momento,  - non possiamo pi
    resistere.
    - Finch abbiamo polvere e palle non dobbiamo arrenderci - rispose  la
    Tigre della Malesia,  guardando la flottiglia nemica che, respinta sei
    volte di seguito, tornava alla carica per sbarcare i suoi uomini.
    - Noi siamo soli,  Sandokan.  Abbiamo con noi una donna,  la  "vergine
    della Pagoda".
    -  Possiamo ancora vincere,  Yanez.  Lasciamo che i nemici sbarchino e
    gettiamoci a corpo perduto contro di loro.
    - E se una palla cogliesse la vergine? Guarda, Sandokan, guarda!...
    Una granata lanciata dal "Realista" era  in  quel  momento  scoppiata,
    sfondando  un  lungo  tratto  della parete.  Alcuni frammenti di ferro
    entrarono nel camerone, fischiando sopra il gruppo dei pirati.
    - Ammazzano la mia fidanzata!...  - esclam  Tremal-Naik  che  si  era
    prontamente gettato dinanzi alla "vergine della Pagoda".
    - Bisogna arrendersi o prepararsi a morire - disse Kammamuri.
    -  Arrendiamoci,  Sandokan  -  grid Yanez.  - Si tratta di salvare la
    cugina di Marianna Guillonk.
    Sandokan non rispose.  Dinanzi ad una delle finestre col fucile fra le
    mani,  gli  occhi  fiammeggianti,  le labbra semiaperte,  i lineamenti
    alterati da una rabbia violenta,  guardava il nemico che si avvicinava
    rapidamente all'isola.
    - Arrendiamoci, Sandokan - ripet Yanez.
    La  Tigre  della  Malesia  rispose  con un rauco sospiro.  Una seconda
    granata entr da un  foro  e  cadde  contro  la  parete  opposta  dove
    scoppi, scagliando all'intorno schegge infuocate.
    - Sandokan!... - grid per la terza volta Yanez.
    - Fratello - mormor la Tigre.
    - Bisogna arrendersi.
    -  Arrendersi!...  - grid Sandokan con un accento che pi nulla aveva
    di umano.  - La Tigre della  Malesia  arrendersi  a  James  Brooke!...
    Perch non ho un cannone da opporre a quelli del rajah?  Perch non ho
    qui  i  tigrotti  lasciati  nella  mia  Mompracem?...   Arrendermi!...
    Arrendersi la Tigre della Malesia!...
    - Hai una donna da salvare, Sandokan!...
    - Lo so...
    - E questa donna  la cugina di tua moglie.
    - E' vero!  vero!
    - Arrendiamoci, Sandokan.
    Una  terza  granata  scoppi  nella  stanza mentre due palle di grosso
    calibro,  colpendo la sommit della capanna,  facevano rovinare  buona
    parte  del  tetto.  La  Tigre  della  Malesia si volse e guard i suoi
    compagni.  Avevano tutti le armi in pugno ed erano pronti a continuare
    la  lotta;  in  mezzo  ad  essi  la  "vergine della Pagoda".  Sembrava
    tranquilla, ma nei suoi occhi si leggeva la pi viva ansiet.
    - Non vi  pi speranza alcuna - mormor con voce cupa il pirata.  Fra
    dieci  minuti  nessuno  di  questi  prodi  rimarr  in piedi.  Bisogna
    arrendersi.
    Si prese il capo fra le mani e parve volesse schiacciarsi la fronte.
    - Sandokan! - disse Yanez.
    Un urrah fragoroso coperse la sua voce.  I soldati del  rajah  avevano
    attraversato il braccio di mare e si dirigevano verso il forte.
    Sandokan si scosse.  Impugn la sua terribile scimitarra e fece l'atto
    di  slanciarsi  fuori  della  capanna  per  contrastare  il  passo  ai
    vincitori, ma si trattenne.
    -  L'ultima  ora    suonata per le tigri di Mompracem!  - esclam con
    dolore. - Sambigliong, issa la bandiera bianca.
    Tremal-Naik con un gesto arrest  il  pirata  che  stava  legando  uno
    straccio  bianco  sulla  canna di un fucile,  e si avvicin a Sandokan
    tenendo per mano la sua fidanzata.
    - Signore - gli disse,  - se vi arrendete,  io,  Kammamuri  e  la  mia
    fidanzata  saremo  salvi,  ma voi,  che siete pirati e perci odiati a
    morte dal rajah,  verrete senza dubbio tutti impiccati.  Voi ci  avete
    salvati: noi mettiamo nelle vostre mani la vita di noi tutti. Se avete
    ancora la speranza di vincere, comandate l'assalto e noi ci slanceremo
    contro  il  nemico  al  grido  di:  Viva la Tigre della Malesia!  Viva
    Mompracem!
    - Grazie,  miei nobili amici  -  disse  Sandokan  con  voce  commossa,
    stringendo  vigorosamente  le mani della giovinetta e dell'indiano.  -
    Ormai il nemico ha approdato e noi non siamo che sette. Arrendiamoci.
    - Ma voi? - chiese Ada.
    - James Brooke non mi impiccher, signora - rispose il pirata.
    - La bandiera bianca, Sambigliong - disse Yanez.
    Il pirata s'arrampic sul tetto della  capanna  e  agit  lo  straccio
    bianco.  Subito  s'ud  uno squillo di tromba echeggiare sul ponte del
    "Realista", seguito da strepitosi urrah.
    Sandokan con la scimitarra in pugno usc dalla capanna,  attravers il
    piazzale  del  forte  ingombro di rottami e di cadaveri,  di armi e di
    palle di cannone, e si ferm presso la barricata sfondata.
    Duecento soldati del rajah erano sbarcati e  stavano  allineati  sulla
    spiaggia  con  le armi in mano,  pronti a slanciarsi all'assalto.  Una
    scialuppa montata dal rajah Brooke,  da  lord  Guillonk  e  da  dodici
    marinai  si  era  staccata  dal  fianco del "Realista" e si avvicinava
    rapidamente all'isola.
    - Lui e mio zio - mormor Sandokan con voce triste.
    Incroci le braccia sul petto, dopo aver ringuainata la scimitarra,  e
    aspett tranquillamente i suoi due pi acerrimi nemici.
    L'imbarcazione,  vigorosamente spinta innanzi, in pochi minuti approd
    presso il fortino: James Brooke e lord Guillonk sbarcarono, e, seguiti
    a breve distanza da un forte drappello di  soldati,  s'avvicinarono  a
    Sandokan.
    - Chiedete una tregua o vi arrendete?  - chiese il rajah salutando con
    la sciabola.
    - Mi arrendo,  signore - disse il  pirata  restituendo  il  saluto.  I
    vostri cannoni ed i vostri uomini hanno domato le tigri di Mompracem.
    -  Lo  sapevo  che  avrei finito col vincere la indomabile Tigre della
    Malesia - disse. - Signore, io vi arresto.
    Sandokan,  che fino allora non si era mosso,  nell'udire quelle parole
    rialz fieramente la testa, gettando sul rajah uno sguardo che lo fece
    fremere.
    -  Rajah  Brooke - disse con voce sibilante.  - Ho dietro di me cinque
    tigri di Mompracem,  cinque sole,  ma capaci di sostenere  ancora  una
    lotta  contro  tutti  i vostri soldati.  Ho dietro di me cinque uomini
    capaci di scagliarsi ad un mio cenno contro di voi e  di  stendervi  a
    terra  senza  vita.  Mi  arresterete  quando a quegli uomini avr dato
    l'ordine di deporre le armi.
    - Non vi arrendete?
    - Mi arrendo, ma ad un patto.
    - Signore,  vi faccio notare che le mie truppe son gi  sbarcate;  che
    voi  siete in sei e noi duecentocinquanta;  vi faccio notare che basta
    un mio cenno per farvi fucilare.  Mi sembra strano che la Tigre  della
    Malesia vinta voglia dettare ancora delle condizioni.
    -  La  Tigre  della  Malesia  non   ancora vinta,  rajah Brooke disse
    Sandokan con fierezza. - Ho ancora la mia scimitarra e il mio kriss.
    - Devo comandare l'assalto?
    - Quando vi avr detto ci che io chiedo.
    - Parlate.
    -  Rajah  Brooke,  io,  il  capitano  Yanez  de  Gomera  e  i  dayachi
    Tanauduriam a Sambigliong, tutti appartenenti alla banda di Mompracem,
    ci  arrendiamo alle seguenti condizioni: che ci si giudichi alla Corte
    Suprema di Calcutta e che si accordi ampia libert di  andarsene  dove
    meglio  crederanno a Tremal-Naik,  al suo servo Kammamuri e a miss Ada
    Corishant!...
    - Ada Corishant! Ada Corishant! - esclam lord Guillonk,  slanciandosi
    verso Sandokan.
    - S, Ada Corishant - rispose Sandokan.
    - E' impossibile che sia qui!
    - E perch, milord?
    - Perch ella fu rapita dai Thugs indiani e non se ne ud pi parlare.
    - Eppure  in questo forte, milord.
    - Lord James - disse il rajah. - Avete conosciuto miss Ada Corishant?
    - S, Altezza - rispose il vecchio lord. - La conobbi pochi mesi prima
    che fosse rapita dai settari di Kal.
    - Vedendola, la riconoscereste?
    - S,  e sono certo che anch'ella mi riconoscerebbe,  quantunque siano
    trascorsi da quell'epoca funesta ben cinque anni.
    - Ebbene, signori, seguitemi - disse Sandokan.
    Fece loro varcare la palizzata e li condusse nella  gran  capanna,  in
    mezzo alla quale stavano, riuniti attorno alla "vergine della Pagoda",
    coi  fucili  in  mano  e il kriss fra le labbra,  Yanez,  Tremal-Naik,
    Kammamuri, Tanauduriam e Sambigliong.
    Sandokan prese Ada per mano e, presentandola al lord, gli disse:
    - La riconoscete?
    Due grida gli risposero:
    - Ada!
    - Lord James!
    Poi il  vecchio  e  la  giovanetta  si  abbracciarono  con  effusione,
    baciandosi. Entrambi si erano riconosciuti.
    - Signore - disse il rajah volgendosi verso Sandokan,  - come mai miss
    Ada Corishant si trova nelle vostre mani?
    - Ve lo dir ella stessa - rispose Sandokan.
    - S,  s,  voglio saperlo!  - esclam lord James  che  continuava  ad
    abbracciare e baciare la giovanetta, piangendo di gioia. Voglio sapere
    tutto.
    - Narrategli tutto, dunque, miss Ada - disse Sandokan.
    La  giovanetta non se lo fece ripetere e narr brevemente al lord e al
    rajah la sua storia, che i lettori gi conoscono.
    - Lord James - diss'ella, quando ebbe finito - la mia salvezza la devo
    a Tremal-Naik e a Kammamuri; la mia felicit alla Tigre della Malesia.
    Abbracciate questi uomini, milord.
    Lord James si avvicin a Sandokan che,  con le braccia incrociate  sul
    petto e il volto lievemente alterato, guardava i suoi compagni.
    - Sandokan - disse il vecchio con voce commossa. - Mi avete rapito mia
    nipote,  ma mi ridonate un'altra donna che io amavo quanto l'altra. Vi
    perdono; abbracciatemi, nipote, abbracciatemi!...
    La Tigre della Malesia si precipit nelle braccia del vecchio e quegli
    accaniti nemici, dopo tanti anni, si baciarono in viso.
    Quando si separarono,  grosse lacrime cadevano dagli occhi del vecchio
    lord.
    - E' vero che tua moglie  morta? - chiese egli con voce rotta.
    A  quella  domanda  la  faccia  della  Tigre  della  Malesia si alter
    spaventevolmente. Chiuse gli occhi,  se li copr con le dita contratte
    e mand un rauco gemito.
    - S,  morta - disse la Tigre con un gemito straziante.
    - Povera Marianna! Povera nipote!
    - Tacete, tacete - mormor Sandokan.
    Un singhiozzo soffoc la sua voce. La Tigre della Malesia piangeva!
    Yanez si avvicin all'amico e, mettendogli una mano sulla spalla:
    - Coraggio,  fratello mio - gli disse. - Dinanzi allo sterminatore dei
    pirati, la Tigre della Malesia non deve mostrarsi debole.
    Sandokan si terse quasi con rabbia le lacrime e  rialz  il  capo  con
    fiero gesto.
    -  Rajah Brooke,  sono a vostra disposizione.  Io e i miei compagni ci
    arrendiamo.
    - Quali sono questi vostri compagni?  - chiese il rajah con la  fronte
    abbuiata.
    - Yanez, Tanauduriam e Sambigliong.
    - E Tremal-Naik?
    - Come!... Voi osereste...
    - Io non oso nulla - disse James Brooke. - Obbedisco e niente pi.
    - Che cosa volete dire?
    - Che Tremal-Naik rimarr prigioniero al pari di voi.
    - Altezza!... - esclam lord Guillonk. - Altezza!...
    - Mi rincresce per voi, milord, ma non sta a me accordare la libert a
    Tremal-Naik.  Io  l'ho  avuto  in  consegna  e  devo  restituirlo alle
    autorit inglesi, le quali non mancheranno di richiedermelo.
    - Ma voi avete udito tutta la storia di questo mio nuovo nipote.
    - E' vero, ma non posso trasgredire gli ordini ricevuti dalle autorit
    Anglo-Indiane.  A giorni un vascello di deportati toccher Sarawak  ed
    io dovr consegnarlo a quel comandante.
    -  Signore!...  -  esclam  Tremal-Naik  con  voce  rotta  -  voi  non
    permetterete che mi separino dalla  mia  Ada  e  che  mi  conducano  a
    Norfolk.
    - Rajah Brooke - disse Sandokan, - voi commettete una infamia.
    -  No,  obbedisco - rispose il rajah.  - Lord Guillonk potr recarsi a
    Calcutta,  spiegare le arti codarde dei Thugs  e  fargli  ottenere  la
    grazia ed io prometto, da parte mia, di appoggiarlo.
    Ada,  che  fino  allora  era  rimasta  muta,  oppressa  da un'angoscia
    mortale, si fece innanzi:
    - Rajah - diss'ella con voce commovente,  volete  dunque  che  ritorni
    pazza?...
    -  Riavrete  presto  il  fidanzato,  miss.  Le  autorit Anglo-Indiane
    rivedranno il processo  e  non  indugeranno  a  rimettere  in  libert
    Tremal-Naik.
    - Allora lasciate che m'imbarchi con lui.
    - Voi!... Eh via!... Scherzate, miss?...
    - Voglio seguirlo.
    - Su di un vascello di forzati!... In una simile bolgia infernale!...
    - Vi dico che voglio seguirlo - ripet ella con esaltazione.
    James  Brooke  la  guard  con  una  certa sorpresa.  Pareva che fosse
    impressionato della suprema energia di quella giovanetta.
    - Rispondetemi - disse Ada, vedendo che rimaneva muto.
    - E' impossibile, miss - disse poi.  - Il comandante della nave non vi
    accetterebbe. Sar meglio per voi che seguiate vostro zio in India per
    ottenere  la  grazia  del  vostro  fidanzato.  La vostra testimonianza
    baster per fargli rendere la libert.
    - E' vero,  Ada - disse  lord  Guillonk.  -  Seguendo  Tremal-Naik  io
    rimarrei solo e mi mancherebbe il testimonio principale per salvare il
    tuo fidanzato.
    -  Ma  volete che l'abbandoni ancora!...  - esclam ella scoppiando in
    singhiozzi.
    - Ada!... - disse Tremal-Naik.
    -  Altezza  -  disse  Sandokan  avanzandosi  verso  il  rajah.   -  Mi
    accorderete cinque minuti di libert!
    - Che cosa volete fare? - chiese James Brooke.
    - Voglio persuadere miss Ada a seguire lord James.
    - Fate pure.
    - Ma la vostra presenza non  necessaria: voglio parlare libero, senza
    che altri odano.
    Usc  dalla  capanna semidiroccata e condusse i suoi amici nella cinta
    del forte.
    - Ascoltatemi,  amici - diss'egli.  - Io possiedo ancora tali mezzi da
    far  impallidire  il  rajah  se  potesse  conoscerli.  Miss Ada,  lord
    James...
    - Non lord James, chiamatemi zio, Sandokan - osserv l'inglese.- Siete
    pur mio nipote.
    - E' vero, zio mio - disse la Tigre con voce commossa. - Miss Ada, non
    insistete oltre e rinunciate all'idea di seguire il  vostro  fidanzato
    all'isola  di  Norfolk.  Cerchiamo  invece  di  ottenere dal rajah che
    trattenga in Sarawak Tremal-Naik fino a che le  autorit  di  Calcutta
    avranno riveduto il processo e deciso della sua sorte.
    - Ma sar una lunga separazione - disse Ada.
    - No, miss, sar breve, ve l'assicuro. Cerco di ottenere ci dal rajah
    per guadagnare tempo.
    - Che cosa volete dire? - chiesero Tremal-Naik e lord Guillonk.
    Un sorriso sfior le labbra di Sandokan.
    -  Ah!  -  diss'egli.  -  Credete  che  io  ignori  la  sorte  che  mi
    attenderebbe anche a Calcutta?...  Gli inglesi mi odiano ed  ho  fatto
    loro  una  guerra  troppo aspra e feroce per sperare che mi lascino la
    vita. Voglio ancora essere libero,  scorrere il mare e rivedere la mia
    selvaggia Mompracem.
    - Ma che cosa vuoi fare? Su chi speri? - chiese lord Guillonk.
    - Sul nipote di Muda-Hassin.
    - Del sultano spodestato da Brooke? - chiese lord James.
    - S,  zio.  Io so che sta congiurando per riacquistare il trono e che
    mina, lentamente ma incessantemente, la potenza di Brooke.
    - Che cosa possiamo fare? - chiese Ada. - A voi devo la mia salvezza e
    dovr la libert di Tremal-Naik.
    - Andare a trovare quell'uomo e dirgli che le tigri di Mompracem  sono
    pronte ad aiutarlo.  I miei pirati sbarcheranno qui,  si porranno alla
    testa degli insorti e verranno ad assalire prima di  tutto  la  nostra
    prigione.
    - Ma io sono inglese, nipote - disse il lord.
    -  E nulla esigo da voi,  zio mio.  Voi non potete cospirare contro un
    compatriota.
    - Ma chi agir?
    - Miss Ada e Kammamuri.
    - Oh,  s,  signore - disse la giovanetta.  - Parlate.  Che cosa  devo
    fare?
    Sandokan  si slacci la casacca e trasse dalla fascia che teneva sopra
    la camicia di seta una borsa rigonfia.
    - Vi recherete dal nipote di Muda-Hassin e gli direte che Sandokan, la
    Tigre della Malesia,  gli regala  questi  diamanti,  che  valgono  due
    milioni, per affrettare la rivolta.
    - E io che cosa devo fare? - chiese Kammamuri.
    Sandokan si lev un anello,  d'una forma speciale,  adorno d'un grosso
    smeraldo e glielo porse dicendogli:
    - Tu andrai a Mompracem e farai vedere ai miei pirati  questo  anello,
    dirai  loro  che  io  sono prigioniero e che si imbarchino per aiutare
    l'insurrezione del nipote  di  Muda-Hassin.  Ritorniamo:  il  rajah  
    sospettoso.
    Rientrarono   nella   capanna  diroccata  dove  Brooke  li  aspettava,
    circondato dai suoi ufficiali che erano gi sbarcati.
    - Ebbene? - chiese brevemente.
    - Ada rinuncia all'idea di seguire il fidanzato, a condizione che voi,
    Altezza,  tratteniate prigioniero in Sarawak Tremal-Naik fino a che la
    Corte di Calcutta avr riveduto il processo disse il lord.
    - Va bene - disse Brooke dopo alcuni istanti di riflessione.
    Allora  Sandokan  si  avanz  e,  gettando  a terra la scimitarra e il
    kriss, disse:
    - Sono vostro prigioniero.
    Yanez, Tanauduriam e Sambigliong gettarono pure le loro armi.
    Lord James, con gli occhi umidi, si gett fra il rajah e Sandokan.
    - Altezza - disse, - che cosa farete di mio nipote?
    - Gli accordo ci che mi ha chiesto.
    - Cio?
    - Lo mander in India.  La Corte Suprema di Calcutta s'incaricher  di
    giudicarlo.
    - E quando partir?
    - Fra quaranta giorni, col postale proveniente da Labuan.
    - Altezza...  mio nipote, ed io ho cooperato alla sua cattura.
    - Lo so milord.
    - Ha salvato Ada Corishant, Altezza.
    -  Lo  so,  ma nulla pu fare colui che si chiama lo "Sterminatore dei
    pirati".
    - E se mio  nipote  vi  promettesse  di  lasciare  per  sempre  questi
    mari?... E se mio nipote vi giurasse di non rivedere pi Mompracem?
    - Fermatevi,  zio - disse Sandokan. - N io n i miei compagni abbiamo
    paura della giustizia umana.  Quando l'ultima  ora  sar  suonata,  le
    tigri di Mompracem sapranno morire da forti.
    S'avvicin  al  vecchio  lord che piangeva in silenzio e lo abbracci,
    mentre Tremal-Naik abbracciava Ada.
    - Addio,  signora - disse poi,  stringendo la mano alla giovanetta che
    singhiozzava. - Sperate!...
    Si  volse  verso il rajah che lo attendeva presso la porta e,  alzando
    fieramente il capo, gli disse:
    - Sono ai vostri ordini, Altezza.
    I quattro pirati e Tremal-Naik uscirono dal fortino  e  presero  posto
    nelle  imbarcazioni.  Quando queste presero il largo dirigendosi verso
    il "Realista", volsero gli sguardi verso l'isolotto.
    Sulla porta del recinto stava il lord con Ada a destra e  Kammamuri  a
    sinistra. Tutti e tre piangevano.
    -  Povero  zio,  povera miss - esclam Sandokan,  sospirando.  - Ma la
    separazione sar breve, e tu, James Brooke, perderai il trono!...





    15. A BORDO DEL REALISTA.


    Dieci minuti dopo quella  tremenda  lotta,  finita  con  la  sconfitta
    dell'invincibile  Tigre della Malesia,  il piccolo "schooner" di James
    Brooke lasciava la baia uscendo trionfante in mare.
    Le vele quadre del trinchetto e la grande  randa  dell'albero  maestro
    erano  state  spiegate  dal numeroso equipaggio del rajah,  e la nave,
    spinta da una fresca brezza che soffiava  da  terra,  scorreva  veloce
    sulle  azzurre  e  limpide  acque del Borneo,  lasciandosi a poppa una
    candidissima scia.
    Sandokan e Yanez erano in piedi a poppa,  guardati da quattro  soldati
    con  le  baionette  inastate,  e  tenevano  gli  sguardi  volti  verso
    l'isolotto dinanzi al  quale  si  trovava  ancora  lo  yacht  di  lord
    Guillonk.
    Pareva  che cercassero d'indovinare ci che accadeva a bordo di quello
    splendido legno e di discernere ancora i dolci  lineamenti  di  Ada  e
    quelli di Kammamuri.
    Quando  la distanza fu tale da non poter scorgere pi nulla,  la Tigre
    si volse verso il fedele compagno.
    - E' proprio finita!  - esclam.  - Ecco una buona azione che  abbiamo
    pagato ben cara, mio povero Yanez.
    Il portoghese si accontent di scrollare le spalle.
    - Tu non temi.
    - No - rispose Yanez.
    - Eppure siamo nelle mani dello sterminatore dei pirati.
    - Ma tu sei la Tigre della Malesia. Qual  il pi forte?...
    -  Se  tu  fossi  ancora  libero  e  avessi  al  fianco  la mia fedele
    scimitarra,   ti  direi  che  la  Tigre  potrebbe  ancora  vincere  lo
    sterminatore, ma ora...
    - Io ho fiducia in te, Sandokan.
    Un pallido sorriso sfior le labbra del capo dei pirati di Mompracem.
    -  Le Tigri che mi seguivano sono state spente dal ferro e dal fuoco -
    mormor con un rauco sospiro.
    - A Mompracem ve ne sono  altre  non  meno  tremende,  capaci  di  far
    mordere la polvere anche allo Sterminatore.
    - Mompracem  lontana e noi siamo prigionieri.
    -  Tu  sei  uomo da infrangere le catene ed abbattere le pareti di una
    prigione - disse Yanez.
    - Ecco James Brooke che si dirige verso di noi.
    Il rajah,  dopo aver conferito coi suoi  ufficiali,  era  risalito  in
    coperta  e si dirigeva verso i due prigionieri.  Fece segno ai quattro
    soldati di  scostarsi,  poi,  volgendosi  verso  Sandokan  ed  il  suo
    compagno, disse loro:
    - Seguitemi.
    - Che cosa volete da noi? - chiese con alterigia Sandokan.
    -  Prima  del  tramonto  lo  saprete  -  rispose  il  rajah.  - I miei
    ufficiali, radunati in consiglio di guerra, hanno ormai pronunciato la
    vostra condanna.
    - Io non riconosco loro questo diritto.
    - Lo riconosco io che sono il rajah di Sarawak.
    - James Brooke!...  La Tigre della Malesia non   ancora  morta!...  -
    grid Sandokan, mentre un lampo terribile gli guizzava nelle pupille.
    - E che cosa volete dire?...
    -  Che  un giorno potrei tornare sulle sponde del tuo reame alla testa
    delle tigri di Mompracem!...
    - Bah!  Mompracem sar ben lontana da voi quel giorno - disse il rajah
    con un sorriso ironico.  - Tra un mese vi sar il grande Oceano fra la
    vostra isola e quell'altra.
    - Quale altra?
    - Quella di Norfolk.
    Sandokan aveva fatto un gesto di stupore e di collera,  ma  poi  disse
    con voce ironica, tranquillamente:
    -  Ah!   Voi  volete  mandarmi  fra  i  forzati  che  l'Inghilterra  e
    l'Australia regalano a Norfolk?  La vostra idea non   stata  cattiva,
    James  Brooke!  E  sar il vostro "Realista" che intraprender un cos
    lungo viaggio?
    - La mia nave mi  pi utile qui che nei mari dell'Australia
    - Allora sar quella che doveva condurre laggi Tremal-Naik.
    - E' vero.
    - E' gi giunta a Sarawak? - chiese Sandokan sempre beffardamente
    - Da ieri sera incrocia dinanzi al Matany.
    - Andiamo a vedere Norfolk dunque, purch un caso imprevisto non me lo
    impedisca.
    - Quale caso? - chiese il rajah, guardandolo sospettosamente.
    - In mare non s' mai certi di giungere a destinazione, voi lo sapete,
    James Brooke.
    - Non era questo che volevate dire.  Se per sperate di fuggire  prima
    che la nave giunga a Norfolk v'ingannate assai.  Voi non sapete ancora
    che cosa sia una fregata destinata al trasporto dei forzati.
    - Lo sapremo presto, signore, giacch questa sera il vostro "Realista"
    sar certamente in vista del Matany.
    James Brooke lo guard fisso per alcuni istanti come se avesse  voluto
    leggergli nell'anima, poi disse:
    - Seguitemi.
    -   Volete   gi   metterci   ai  ferri?   -  chiese  Sandokan  sempre
    sardonicamente.
    - Finch rimarrete a bordo del mio legno vi tratter come miei  ospiti
    - rispose James Brooke con nobilt. - Venite.
    Scese  nel  quadro  seguito  da Sandokan e da Yanez e si ferm dinanzi
    alla tavola che era stata copiosamente imbandita.
    - Dopo un cos lungo e terribile combattimento, che non vi ha lasciato
    nemmeno un minuto di tregua, voi, al pari di me,  avrete fame - disse.
    - Se non vi rincresce, fatemi compagnia.
    -   Con   piacere   -  rispose  Sandokan,   mentre  Yanez  s'inchinava
    silenziosamente.
    Il rajah e i due capi della pirateria malese si misero a mangiare  con
    ottimo  appetito,  chiacchierando come se fossero i migliori amici del
    mondo, anzich acerrimi nemici. Gareggiavano in cortesie, parlavano di
    mare, di navigazione, di costruzioni navali,  di armi e di abbordaggi,
    senza  mai  fare  la  pi  piccola  allusione  alle loro rivalit,  n
    all'isola di Norfolk o di Mompracem. Chi li avesse veduti, non avrebbe
    mai supposto che tre  ore  prima  quei  formidabili  uomini  si  erano
    assaliti  con pari furore,  decisi ad annientarsi;  che uno di essi si
    chiamava lo sterminatore dei pirati e gli altri due erano i  capi  dei
    pi terribili scorridori del mare del Borneo.
    Quando  si alzarono da tavola la notte stava per calare.  James Brooke
    offr loro delle tazze di caff e degli eccellenti sigari  di  Manila,
    poi  li  condusse sul ponte continuando a chiacchierare familiarmente,
    con grande stupore dell'equipaggio del "Realista".
    La nave,  spinta da una brezza favorevole che gonfiava la randa  e  le
    vele  di  trinchetto e di parrocchetto ed i fianchi del bompresso,  si
    dirigeva velocemente verso il  Matany,  la  cui  cima  maestosa,  alta
    duemilanovecento metri,  giganteggiava verso ponente, illuminata dagli
    ultimi raggi del sole.
    Il mare perdeva a poco a poco i suoi riflessi di fuoco e prendeva  una
    tinta nerastra: qua e l, sullo specchio dell'acqua, si vedevano strie
    color  dell'acciaio  e  fugaci  bagliori d'oro.  Alcuni uccelli marini
    svolazzavano per l'aria tranquilla,  ora  piombando  in  mare  ed  ora
    alzandosi rapidamente con un gridio acuto.  Erano starne,  uccelli che
    s'incontrano dovunque fra i tropici e  l'equatore,  sule,  rondoni  di
    mare, petrelli.
    Il  rajah  e  i  due  capi  della pirateria passeggiavano da mezz'ora,
    continuando a chiacchierare,  quando il  primo  si  ferm  bruscamente
    guardando  verso  prora.  Fra  le  tenebre  che  erano  allora calate,
    addensandosi sul mare,  aveva scorto due punti  luminosi  brillare  in
    direzione del Matany
    La  sua  fronte  si corrug e la sua faccia,  fino allora sorridente e
    bonaria,  assunse tutto d'un tratto un  aspetto  quasi  terribile.  Si
    volse verso un marinaio dicendogli:
    - Accendi un razzo.
    Sandokan  e  Yanez  non  avevano  pronunciato una sola parola.  I loro
    sguardi per si erano fissati,  con una certa  ansiet,  su  quei  due
    punti luminosi,  uno rosso e l'altro verde, che indicavano la presenza
    d'una nave.
    Pochi istanti dopo un razzo s'alzava  dalla  poppa  del  "Realista"  e
    scoppiava  in  alto,  spandendo  all'intorno  una pioggia di scintille
    d'oro.
    Il rajah, ritto sulla prora della sua piccola nave,  guardava sempre i
    due punti luminosi.  Improvvisamente un razzo azzurrognolo fendette le
    tenebre verso il Matany.
    - La nave  l - disse James Brooke.
    Poi, volgendosi verso Sandokan e Yanez:
    - Voi non siete pi miei ospiti - disse con accento  quasi  duro.-  Io
    ridivento lo "sterminatore dei pirati".
    -  E' quella nave che deve condurci nei mari dell'Australia?  - chiese
    Sandokan con voce pacata.
    - S - rispose asciutto il rajah.
    - Noi siamo pronti.
    Una scialuppa era stata calata in mare dall'equipaggio del  "Realista"
    e vi avevano preso posto un ufficiale e otto marinai, armati di fucili
    e di scuri.
    Sandokan  prima  di  accostarsi  alla  scaletta  che  era stata subito
    abbassata si avvicin al rajah e,  guardandolo fisso,  gli  disse  con
    voce lenta e misurata:
    -  James  Brooke,  noi  un  giorno ci rivedremo ancora: il cuore me lo
    dice.
    Un sorriso ironico sfior le labbra dello "Sterminatore".
    - Ne dubitate? - chiese Sandokan.
    - S.
    - V'ingannate,  James Brooke.  Quel giorno guardatevi  dai  pirati  di
    Mompracem e anche dai dayachi.
    - Che cosa volete dire?  - chiese il rajah,  sul cui volto era passata
    un'ombra di inquietudine.  I dayachi di  Muda-Hassin,  il  nipote  del
    sultano, sono stati domati, e il pretendente  in mia mano.
    -  Vedremo  se  quel giorno Muda-Hassin lo sar ancora.  Addio,  James
    Brooke!...  La lotta fra me e voi non  finita,  e forse  avete  avuto
    torto a risparmiarmi la vita.
    Ci  detto,  Sandokan  scese  rapidamente  la  scaletta  e balz fra i
    soldati,  seguito da Yanez,  da Sambigliong e da Tanauduriam che erano
    stati condotti in coperta.
    La  scialuppa,  ad  un  breve  comando dell'ufficiale,  prese il largo
    dirigendosi verso i due punti luminosi che brillavano fra le tenebre.
    Prima per che s'allontanasse,  Sandokan alz il capo e vide il  rajah
    curvo  sul  bordo  che lo guardava.  Gli fece un gesto con la mano che
    poteva essere un addio, ma anche una minaccia,  poi si sedette accanto
    a Yanez dicendogli:
    - Andiamo a vedere la nave dei forzati.
    - Sar allegra come un funerale - rispose il portoghese sorridendo.
    -  Diventer  pi  tardi  allegra come una festa - mormor il capo dei
    formidabili pirati, in lingua bornese.
    - Che cosa vai meditando, Sandokan?
    - Un  colpo  superbo,  mio  buon  Yanez.  Dei  forzati  non  sono  dei
    galantuomini e tanto meno dei paurosi.  Saranno pronti a tutto, pur di
    riacquistare la libert. Zitto, ed aspettiamo gli eventi.
    La scialuppa,  spinta da tre paia di remi,  scorreva  rapida  su  quei
    flutti d'inchiostro.
    I  soldati,  coi  fucili  fra le ginocchia,  si erano seduti dinanzi e
    dietro ai  quattro  prigionieri  per  impedire  loro  una  fuga,  cosa
    d'altronde impossibile,  perch la scialuppa si trovava a pi di dieci
    miglia dalla costa.
    Un'ora dopo, la massa del vascello era visibile,  poich nel frattempo
    era  spuntata  la luna dietro le alte cime del Matany.  Era una grossa
    fregata a tre alberi, di forme gigantesche, una di quelle vecchie navi
    a vela che facevano  parte  delle  squadre  inglesi  del  1830,  buone
    veliere a quei tempi, ma ormai non pi usate.
    Sandokan  e  Yanez  la  osservavano tranquillamente,  ammirando l'alta
    alberatura e la vastit dello scafo, poi si guardarono sorridendo.
    - Saremo in numerosa compagnia - disse il primo.
    In quell'istante  urla  rauche  e  bestiali  rimbombarono  nel  ventre
    dell'enorme nave,  con uno scoppio che pareva il lontano ruggito di un
    branco di belve feroci,  poi bruscamente si spensero mentre una  voce,
    partita dal ponte, gridava:
    - Chi vive?
    - Scialuppa del rajah - rispose l'ufficiale di James Brooke.
    - Arresta!...
    La scialuppa con pochi colpi di remo abbord la fregata sotto la scala
    che era gi stata abbassata.
    - Seguitemi - disse l'ufficiale a Sandokan e a Yanez.
    I  due capi della pirateria obbedirono senza fare obiezione e salirono
    la scala scortati da quattro soldati.
    Giunti sulla coperta,  un ufficiale mosse  loro  incontro  proiettando
    dinanzi a s la luce d'un fanale.
    - Ecco gli uomini, signore - disse l'ufficiale del rajah. James Brooke
    ve li affida.
    - Sono questi i due famosi pirati?  - chiese il tenente della fregata,
    gettando uno sguardo scrutatore su Sandokan e Yanez.
    - S, signore.
    - Due uomini pericolosi.
    - Da sorvegliare attentamente.
    - Lasciate fare a noi, signore.  I miei saluti e quelli del capitano a
    Sua Altezza.
    - Partite?
    -   Subito.   Il   vento      favorevole  per  raggiungere  le  coste
    settentrionali del Borneo.
    Mentre l'inviato del rajah ed i suoi uomini tornavano nelle  scialuppe
    e  la  fregata  virava  di  bordo mettendo la prora verso il nord,  il
    tenente chiam quattro marinai e,  indicando loro  Sandokan  e  Yanez,
    disse:
    -  Incatenate  quei nuovi passeggeri e conduceteli sotto coperta: sono
    pericolosi.
    Udendo quelle parole,  Sandokan aveva fatto un gesto  che  tradiva  un
    imminente atto di ribellione, ma Yanez gli si era accostato dicendogli
    rapidamente:
    - Calma, fratellino, o manderai a male il tuo piano.
    - Hai ragione - rispose Sandokan coi denti stretti.
    Un  mastro d'equipaggio s'accost portando delle catene e le mise alle
    loro gambe in modo da impedire che facessero un  passo  troppo  lungo,
    poi li spinse ruvidamente verso la prora dicendo:
    - Venite, furfanti.
    Non  aveva  ancora  terminata  la parola che la destra di Sandokan gli
    piombava sulle spalle con tale impeto,  da  farlo  curvare  quasi  sul
    tavolato.
    - A me furfante? - grid con voce che sibilava. - Tu ignori dunque che
    fino  a  stamane  ero  il capo dei pirati di Mompracem,  e che sono di
    sangue reale? Bada!... Sono un uomo che uccide!...
    Il tenente,  vedendo quell'atto e udendo quelle parole,  era  accorso.
    Invece  di  rivolgersi  contro  Sandokan,  allontan  violentemente il
    mastro, dicendogli con voce severa:
    - Questi due uomini sono sotto la protezione del rajah  di  Sarawak  e
    non  sono  volgari  malfattori.  Far  mettere  ai  ferri  chiunque li
    insulter.
    - Io rinuncio alla protezione di James Brooke  -  disse  Sandokan  con
    fierezza. - Qui domando di essere pari agli altri, ma guai a colui che
    mi insulter! Andiamo!...
    Dopo aver fatto un cenno di saluto all'ufficiale,  segu il mastro, il
    quale si guardava di tanto in tanto alle spalle  come  se  temesse  di
    provare ancora la stretta di quella mano poderosa.
    Giunti a prora,  scesero una scaletta e passarono nel frapponte,  dove
    Sandokan e Yanez si arrestarono facendo un gesto di ribrezzo.
    - E' una bolgia questa? - disse il portoghese. - Vivaddio, non credevo
    di dover finire qui dentro. Questo  l'inferno dei dannati.
    - S,  ma un inferno che presto si muter in un vulcano in eruzione  -
    disse Sandokan.
    Poi, volgendosi al mastro, gli chiese:
    - E' questo il nostro posto?
    - Laggi, verso poppa - rispose il marinaio.
    - Andiamo!...


















    16. LA NAVE DEI FORZATI.


    Il  frapponte  di  quel  vecchio  trasporto  di  forzati  offriva  uno
    spettacolo orribile e ripugnante.
    Quell'immenso stanzone,  che si estendeva dalla camera dell'equipaggio
    al  quadro di poppa,  era tappezzato di corpi umani il cui aspetto era
    ributtante.  Trecento uomini,  la  schiuma  dell'Inghilterra  e  delle
    colonie  inglesi dell'Asia,  giacevano ammucchiati in quel luogo,  gli
    uni addosso agli altri, incatenati come bestie feroci.
    Vi erano giovani abbrutiti dal vizio e dai delitti,  uomini  di  mezza
    et  e  vecchi dai capelli bianchi,  ma che forse avevano commesso pi
    infamie   di   tutti   gli   altri.   Ladri,   incendiari,   ubriaconi
    incorreggibili,  assassini,  si trovavano insieme,  tutti in rotta per
    l'isola  di  Norfolk,   il  pi  terribile  penitenziario  dell'Oceano
    Pacifico.
    Vi  erano  colossi dai lineamenti bestiali,  giovani che parevano rosi
    dalla tisi o  consunti  dai  vizi:  individui  vigorosi  che  dovevano
    campare  lunghissimi  anni ancora e forse macchiarsi di nuovi delitti,
    ed esseri gi esauriti che si sarebbero forse spenti prima di vedere i
    giganteschi pini dell'isola maledetta.
    Un  tanfo  ammorbante  e  ferino,  emanato  da  quei  trecento  corpi,
    circolava  nel  frapponte;  si  udiva  un  russare  sonoro  che faceva
    vacillare  perfino  le  fumose   fiamme   delle   due   lanterne   che
    rischiaravano l'immensa prigione galleggiante. Di quando in quando una
    catena tintinnava lugubremente.
    Sandokan  e  Yanez  si  erano  arrestati,  guardando con ribrezzo quel
    carnaio orrendo.
    - E' orribile! - aveva esclamato per la seconda volta il portoghese. -
    Non avevo mai sognato una simile scena!  Meglio un campo di  battaglia
    bagnato  di  sangue  e  disseminato di morti e di moribondi che questo
    covo di banditi...
    - Venite - disse bruscamente il mastro.
    I due capi della pirateria e i loro  uomini  lo  seguirono  senza  pi
    parlare.  Passarono  accanto a quell'ammasso di dormienti,  badando di
    non calpestarne qualcuno, e giunsero a poppa.
    Il mastro li fece sedere presso altrettanti anelli  di  ferro  infissi
    nel tavolato ordinando loro di chiudere gli occhi e di dormire.
    - Non avete ordine di legarci? - chiese Sandokan.
    -  E'  inutile  -  rispose  il  marinaio  con un sorriso.  - Voi siete
    persone... rispettabili. Questo, per, sar il vostro posto.
    Quindi se ne and senza aggiungere altro.
    Sandokan e Yanez si guardarono in viso.
    - Questa libert favorir i miei disegni - disse il primo.
    - E la catena che teniamo ai piedi? - obiett Yanez.
    - Al momento opportuno cadr infranta.
    - Che cosa vuoi tentare dunque?  Stai maturando  qualche  disegno?-  -
    Penso alla libert, Yanez. Ah! Quel bravo James Brooke crede che io mi
    lasci  condurre a Norfolk.  S'inganna,  amico mio.  Succeder forse un
    terribile massacro,  ma,  prima che la nave giunga in vista  dal  capo
    Siriki, noi saremo padroni di questa vecchia carcassa.
    - Conti forse di sollevare questi galeotti?...
    - S, Yanez.
    - E credi che ti obbediranno?
    - Forse che non desiderano anch'essi la libert?
    - E l'equipaggio?
    -  Ceder  sotto  il  formidabile assalto di questi bruti scatenati da
    noi.
    - E poi?
    - Poi torneremo a Sarawak. - Ancora?...
    - Credi tu che la Tigre  della  Malesia  possa  rassegnarsi  alla  sua
    sconfitta?...  No,  Yanez.  Io  strapper il trono a James Brooke.  Ho
    pensato troppo tardi a Muda-Hassin; ma avremo occasione di sollevare i
    suoi dayachi contro James Brooke. -
    Conosci Muda-Hassin?...
    - L'ho conosciuto molti anni or sono.  -  E'  nipote  del  sultano  di
    Sarawak,  vero?...
    -  S,  di  quel  sultano  che  invece  di  cedere il potere a Muda ha
    preferito donarlo a Brooke.
    - E dove si trova quel pretendente?... - chiese Yanez.
    - A Sedang, guardato da alcuni fidi del rajah.
    In  quell'istante  una  voce  imperiosa,  partita  dall'estremit  del
    frapponte, tuon:
    - Silenzio, o vi far tacere col "gatto a nove code".
    -  E'  la  sentinella  che  veglia verso prora - dissero Sambigliong e
    Tanauduriam che stavano sdraiati dietro i due capi.
    - Chiudiamo gli occhi - aggiunse Sandokan.  - Non  ancora il  momento
    di rivelarsi.
    I  quattro  si  sdraiarono  sul  tavolato,   letto  non  molto  comodo
    certamente,  ma che non dava loro fastidio,  poich erano  abituati  a
    dormire sulla nuda terra delle foreste del Borneo;  chiusero gli occhi
    addormentandosi placidamente,  leggermente cullati dalle onde del mare
    che si infrangevano sui fianchi del vecchio vascello.
    Durante  la notte per,  Sandokan si svegli due o tre volte e si alz
    per osservare con particolare attenzione i forzati che  gli  dormivano
    accanto.  I suoi sguardi s'erano specialmente fermati su di un uomo di
    statura gigantesca,  dalle spalle larghe e dalle  braccia  enormemente
    sviluppate, indizio d'una forza straordinaria.
    Quel forzato aveva circa quarant'anni. Era un ercole dai capelli folti
    e  rossi,  dalla fronte assai spaziosa e dai lineamenti regolari,  che
    contrastavano con quelli contraffatti e feroci dei suoi vicini.
    Quantunque indossasse la divisa  di  tela  dei  forzati,  dalla  tinta
    abbronzata  del  suo  volto e dal modo in cui dormiva,  un osservatore
    attento avrebbe potuto indovinare  in  lui  un  uomo  di  mare  o  uno
    scorridore dei boschi.
    Pi  d'una  volta  Sandokan aveva provato la tentazione di svegliarlo,
    per poterlo esaminare meglio,  ma il timore  di  destare  l'attenzione
    della sentinella che vegliava all'estremit del frapponte,  appoggiata
    al suo fucile, lo aveva trattenuto.
    - Ecco un uomo che pu essere utile - mormor.  - Simili giganti  sono
    preziosi. A domani.
    Dopo  quest'ultima riflessione s'era riaddormentato a fianco di Yanez,
    tenendo i pugni stretti attorno alla fascia,  come era sua  abitudine,
    credendo ancora di avere le armi.
    Un fracasso assordante di catene,  misto a urla di dolore,  lo strapp
    bruscamente dal sonno.
    Due marinai percorrevano il frapponte facendo fischiare  in  aria  due
    staffili e gridando con voce rimbombante:
    - Su, canaglie!...
    Di quando in quando i due staffili cadevano, percuotendo vigorosamente
    qualche gruppo di forzati, e subito si levava una salva d'imprecazioni
    e di gemiti.
    I   due   marinai   maneggiavano   quei   terribili   strumenti  senza
    misericordia,  senza badare dove colpivano.  Abbiamo  detto  strumenti
    terribili;  la  frase non ha nulla di esagerato poich si trattava del
    famoso "gatto a nove code",  in uso fino a pochi anni  or  sono  nella
    marina inglese e nei penitenziari.
    Questo  staffile,  cos  chiamato  perch  si compone di nove corregge
    attaccate ad un corto manico  che  terminano  in  altrettante  piccole
    palle di piombo,   senza dubbio peggiore dello "knut" dei russi o del
    "courbasc" di pelle d'ippopotamo dei sudanesi e degli abissini.
    Ogni volta che cade,  le palle di piombo tracciano un solco sanguinoso
    sul  dorso  del  paziente e bastano cinquanta colpi,  e talvolta anche
    meno, per uccidere un uomo.
    E' incredibile la paura che ispirava ai marinai delle navi da guerra e
    ai malfattori dei penitenziari inglesi  questo  ordigno,  poich  dopo
    quindici  o  venti  colpi  riduceva  l'uomo  pi  robusto in uno stato
    compassionevole.
    Si pu dire che incuteva maggior terrore che  la  forca.  Infatti  per
    distruggere  la tremenda banda degli strangolatori londinesi,  che per
    parecchi anni continu a strozzare i pacifici viandanti che  tornavano
    tardi  alle loro case,  bast che i giudici minacciassero di applicare
    cinquanta colpi di  staffile  ai  colpevoli,  anzich  la  forca,  per
    vederla scomparire.
    Yanez,  Tanauduriam  e Sambigliong si erano prontamente alzati per non
    ricevere una di quelle brutali carezze.  Sandokan  invece,  dopo  aver
    guardato  di  che cosa si trattava,  era tornato a sdraiarsi chiudendo
    gli occhi.
    I due marinai, continuando la loro corsa,  giunsero ben presto dinanzi
    ai quattro pirati.  Vedendo che Sandokan non aveva obbedito all'ordine
    di svegliarsi, uno dei due si curv su di lui gridando:
    - In piedi!
    La Tigre della  Malesia  non  si  mosse.  Tanauduriam  e  Sambigliong,
    credendo  che  il  loro  capo  non avesse udito il grido del marinaio,
    stavano per urtarlo. Uno sguardo fulmineo di Yanez li trattenne.
    Il portoghese s'era ormai accorto che  Sandokan  non  dormiva:  doveva
    quindi avere il suo motivo per tener chiusi gli occhi:
    - In piedi, furfante... - ripet il marinaio facendo fischiare in aria
    lo staffile.
    Vedendo che la voce non otteneva alcun effetto, il "gatto a nove code"
    scosse  e  frust Sandokan in pieno petto,  lacerandogli la camicia di
    seta verde.
    Lo staffile aveva appena toccato, che la Tigre della Malesia scatt in
    piedi con uno slancio improvviso.  Afferrare di colpo il marinaio  per
    le reni e alzarlo in aria come se fosse un fanciullo, fu un lampo.
    La  voce  del  formidabile  uomo  tuon come lo scoppio di un pezzo di
    artiglieria facendo rimbombare il frapponte:
    - Miserabile!... e tu osi battere me, la Tigre della Malesia,  il capo
    dei terribili pirati di Mompracem?... Ti uccido!...
    Il marinaio, mezzo soffocato da quella possente stretta che gli faceva
    scricchiolare le costole,  aveva mandato un urlo di dolore e di rabbia
    impotente.  Il suo camerata si era precipitato verso Sandokan  con  lo
    staffile   alzato,   pronto  a  colpire.   Tanauduriam  e  Sambigliong
    vegliavano per sul loro capo.  Con uno sgambetto  mandarono  a  gambe
    levate  il  marinaio,   poi  lo  tennero  fermo  contro  il  tavolato,
    impedendogli di accorrere in aiuto del suo compagno.
    Il formidabile pirata,  che aveva dato una cos pronta prova  del  suo
    vigore  straordinario  e della sua audacia,  aveva fatto colpo su quei
    furfanti incalliti nei delitti  e  abituati  ad  ammirare  gli  uomini
    coraggiosi  e risoluti.  Per di pi l'abbigliamento pittoresco e ricco
    che indossava il capo della pirateria,  quel grande turbante  di  seta
    bianca e verde adorno d'un grosso diamante che mandava vividi bagliori
    sotto i riflessi rossastri delle lanterne, erano bastati per dare loro
    un'alta  considerazione del loro compagno di prigionia,  che pareva un
    principe bornese e non un volgare forzato.
    Grida di stupore e di ammirazione sfuggivano da tutte le labbra.
    - Che uomo!...
    - Che vigore!..
    - Bravo!... Accoppa quel gaglioffo!
    Una voce acuta grid ad un tratto:
    - Camerati!...  Vi propongo di proclamare quel bravo principe  re  dei
    forzati!...
    Uno  scroscio  di  applausi  accolse la strana proposta,  ma subito si
    spense in un tramestio di catene.
    La sentinella aveva dato l'allarme e una dozzina di uomini  armati  di
    fucili  con  le baionette inastate aveva fatto irruzione nel frapponte
    slanciandosi in aiuto dei due marinai. Un tenente, lo stesso che aveva
    accolto Sandokan la sera precedente, guidava il drappello.
    - Lasciate andare quell'uomo!  - grid impugnando risolutamente le sue
    pistole e puntandole verso Sandokan.
    Tanauduriam e Sambigliong,  ad un cenno di Yanez, avevano gi permesso
    al secondo  marinaio  di  alzarsi,  dopo  averlo  per  privato  dello
    staffile.
    Sandokan udendo l'intimazione del tenente, si era voltato.
    - Ah! siete voi!... - disse, - ecco il vostro uomo; badate per che se
    costui oser alzare ancora il suo staffile contro di me, lo uccido!
    Depose il marinaio, poi, spingendolo innanzi, gli disse:
    - Vattene!...
    -  Vi  prometto  che  nessuno vi toccher finch voi sarete a bordo di
    questa nave,  perch tale  l'ordine di  S.A.  il  rajah  -  disse  il
    tenente. - Io per sono costretto a farvi incatenare.
    - Fate - rispose freddamente Sandokan.
    - Vi posso per evitare questa umiliazione, se voi mi darete la parola
    di non ribellarvi mai pi ai miei uomini.
    - Non l'avrete mai.
    -  Eseguite  i  miei ordini - disse il tenente volgendosi verso i suoi
    uomini.
    Due marinai s'accostarono a Sandokan e passarono la catena, che questi
    portava alle gambe, nell'anello del frapponte.  Il pirata lasci fare,
    ma  poi,  afferrando la catena con ambe le mani la torse con violenza,
    quindi con una strappata irresistibile la spezz facendo  saltare  gli
    anelli per il tavolato.
    -  Ecco  le  vostre  catene  - disse.  - Per la Tigre della Malesia ne
    occorrono ben altre!
    I forzati, al colmo dello stupore, non fiatavano pi.  Essi guardavano
    con  una  specie di spavento quell'uomo che aveva dato,  in cos breve
    tempo,  due prove della sua terribile forza e che pareva  non  temesse
    quei  brutali guardiani che con la loro sola presenza facevano tremare
    tutti gli ospiti del frapponte.
    Anche il tenente,  vedendo rompere la catena,  era rimasto immobile  a
    guardare, col pi vivo stupore, il formidabile pirata.
    - Che cosa avete fatto? - gli chiese.
    -  Lo  vedete  -  rispose  Sandokan.  - La catena m'importunava e l'ho
    spezzata.
    Poi,  rizzandosi fieramente in piedi ed  incrociando  le  braccia  sul
    petto, disse con accento sdegnoso:
    -  Ho nelle vene sangue reale,  e simile umiliazione non la sopporter
    mai, dovessi impegnare una lotta suprema fra me e tutti voi.
    - Vi fareste uccidere...
    - La Tigre della Malesia non teme la  morte:  l'ha  sfidata  in  cento
    abbordaggi!...  D'altronde  mi  si  lasci  tranquillo  ed  io  non  mi
    ribeller  ai  vostri  uomini.   James  Brooke  non  vi  ha  detto  di
    maltrattarmi, n di ingiuriarmi.
    - Vi manterrete tranquillo?...
    - Lo spero - rispose Sandokan con un accento lievemente beffardo.
    - Vi prometto che nessuno v'importuner.
    - Sta bene.
    Sandokan torn a sedersi in mezzo ai suoi compagni,  mentre il tenente
    s'allontanava coi suoi uomini.
    I forzati non si erano  mossi.  Guardavano  sempre  con  un  misto  di
    stupore  e  d'ammirazione  il terribile pirata,  come se fossero stati
    ipnotizzati dallo sguardo ardente di lui.
    Dinanzi a tutti stava il gigante che Sandokan aveva notato durante  la
    notte.  Pareva  pi  sorpreso degli altri e non staccava gli occhi dal
    capo dei pirati di Mompracem.
    L'arrivo di alcuni marinai,  che portavano enormi pentoloni e numerose
    gamelle, ruppe quella specie d'incanto.
    - La zuppa!... - esclamarono i forzati.
    Un tramestio fragoroso di catene rimbomb nel frapponte.
    La  dispensa  del rancio mattutino era cominciata.  Le gamelle ripiene
    d'una zuppa  fumante  e  nerastra  circolavano  rapidamente  fra  quei
    disgraziati ed altrettanto rapidamente si vuotavano.
    Giunti  presso  i  quattro  prigionieri  di  James  Brooke,  i marinai
    deposero  presso  di  loro  quattro   gamelle,   aggiungendovi   per,
    certamente  per  ordine  del  comandante,  un  boccale di vino anzich
    d'acqua, delle gallette e un pezzo di prosciutto.
    - Perbacco,  che lusso!...  - esclam Yanez,  che  conservava  il  suo
    inalterabile  buon  umore.  -  I  nostri  compagni  di  galera saranno
    invidiosi della nostra tavola.
    - A suo tempo avranno qualche cosa di meglio -  rispose  Sandokan  che
    divorava la zuppa con un appetito ammirabile.
    - Pensi sempre al tuo piano?...
    -  E  che?...  Credi  che io abbia fatto poco fa tanto fracasso per il
    capriccio di sollevare  in  aria  quel  marinaio  e  di  buscarmi  una
    frustata?...  Era  necessario  ch'io mostrassi a questi forzati di che
    cosa sono capace,  e che essi sapessero che io  sono  la  Tigre  della
    Malesia.  Fra  un  pirata e un bandito il passo non  lungo,  fratello
    mio.  Vedrai che d'ora innanzi questi galeotti mi obbediranno tutti ad
    un solo cenno.
    -  Comincio  a  crederlo,  Sandokan.  Questi uomini non si piegano che
    dinanzi alla forza.
    - Vi  poi un uomo, forte forse pi di me, sul quale conto.
    - Il gigante che ci sta presso e che ci guarda in  bocca?...  Mi  pare
    che  quel  povero  diavolo  abbia  un desiderio ardente di dividere il
    nostro pasto tre volte pi abbondante del suo
    Sandokan s'era vivamente voltato. L'uomo dai capelli rossi li guardava
    con occhi che tradivano un'ardente bramosia di gettarsi sui viveri che
    essi stavano consumando.  Certamente a quel disgraziato non bastava la
    magra   razione   dei  forzati,   specialmente  data  la  sua  robusta
    costituzione.
    Sandokan comprese subito che  quella  era  la  miglior  occasione  per
    mettersi in relazione con lui.
    - Ne desiderate? - gli disse porgendogli una galletta.
    Il  forzato  esit  un  momento,  vergognandosi  forse che Sandokan lo
    avesse sorpreso in quell'atteggiamento  e  avesse  indovinato  il  suo
    desiderio,  poi  allung  rapidamente  una mano,  afferr il pane e lo
    port avidamente alle labbra, mormorando con voce strozzata:
    - Grazie, signore.
    Due lacrime gli spuntarono negli occhi e scesero sulle brune gote.
    -  La  razione  non  vi  basta,    vero?...  -  gli  chiese  Sandokan
    porgendogli altri biscotti ed un pezzo di prosciutto.
    -  No,  signore,  e  sono  sette lunghe settimane che soffro la fame,-
    rispose il gigante con sorda rabbia.
    - Dovevate dirlo agli ufficiali o al capitano.
    - Costoro hanno ben altro da fare che  occuparsi  di  miserabili  come
    noi. Ho supplicato pi volte i marinai di aggiungere qualche cosa alla
    mia  razione  e  m'hanno riso in faccia dandomi della canaglia.  Morte
    dell'inferno!... Eppure sono stato pi disgraziato che colpevole!...
    - Siete inglese?...
    - Gallese, signore.
    - Eravate marinaio forse?...
    - A bordo d'una fregata, la "Scotia".
    - E per quale  motivo  vi  trovate  qui,  in  rotta  per  l'isola  dei
    forzati?...
    Il  gigante  abbass  gli  occhi,  poi  con  voce rotta dai singhiozzi
    mormor:
    - Perch ho ucciso... un uomo...
    - Qualche camerata?
    - Un quartier-mastro, signore. Era un cattivo arnese...  un prepotente
    che tormentava i miei camerati.  Non lo so... una sera avevo bevuto...
    bevuto troppo...  egli ebbe l'audacia  di  schiaffeggiarmi...  battere
    me...  John Fulton...  l'uomo pi forte del Galles!.. Perdetti il lume
    degli occhi... non vidi pi nulla...  non compresi l'orrore di ci che
    stavo per commettere... alzai il mio pugno e lo lasciai cadere sul suo
    cranio...  L'uomo,  pochi  istanti dopo,  era morto!...  Sia maledetta
    quella sera che ha fatto di un  onesto  marinaio...  un  galeotto,  un
    forzato destinato a trascinare la catena dei miserabili!...
    Il  marinaio  aveva  lasciato  cadere  i biscotti che teneva in mano e
    s'era preso il capo fra le mani.  Il disgraziato singhiozzava,  mentre
    abbondanti lacrime gli scorrevano fra le dita.
    Sandokan e Yanez lo guardavano in silenzio.
    - Povera madre mia, alla quale ho causato tanto dolore e che forse non
    rivedr  pi  il suo unico figlio - riprese poco dopo il gigante,  con
    voce rotta. - Io sar la causa della sua morte!...
    - E non avete mai pensato alla libert?  - gli chiese  improvvisamente
    Sandokan.
    Il gallese alz vivamente la testa lanciando sulla Tigre della Malesia
    uno sguardo ardente.
    -  La libert!...  - esclam.  - Darei tutto il mio sangue per poterla
    riavere, per rivedere la mia vecchia madre, la mia bianca casetta,  il
    mio villaggio! Ma no, questo sogno non si avverer mai ed io finir la
    mia triste vita nell'isola maledetta dell'Oceano Pacifico.
    - E se vi fosse un uomo capace di darvela?...
    - E chi sar quell'uomo? La mia vita gli apparterrebbe...
    - Sar io - disse Sandokan.
    - Voi!  - esclam il gallese con stupore.  - Ma non siete anche voi un
    uomo condannato all'isola di Norfolk?
    - E che cosa importa?
    - Voi siete la Tigre della Malesia,  il terribile capo dei  pirati  di
    Mompracem.  Ho udito parlare pi volte delle vostre temerarie imprese,
    durante i miei viaggi al Borneo: ho veduto  or  ora  di  quanto  siete
    capace, ma... che voi possiate rendere a me la libert... perdonate...
    lo dubito.
    - Guardatevi intorno,  John Fulton - disse Sandokan. - Credete voi che
    gli uomini  che  ci  circondano  non  anelino,  al  pari  di  voi,  la
    libert?...
    - Lo credo, signore.
    - E che tutto tenterebbero pur di acquistarla?
    - E' vero.
    -  Scateniamo  questa  orda  di  furfanti  e  li vedrete fare prodigi,
    scagliarsi  contro  la  morte  come  i  miei  pirati  di  Mompracem  e
    gareggiare  con  essi  per  ferocia e per coraggio.  Mettete alla loro
    testa dei capi risoluti,  decisi a  tutto,  e  poi  mi  direte  se  vi
    sembrer impossibile la conquista di questa nave.
    Il  gallese lo aveva ascoltato in silenzio,  guardandolo con crescente
    stupore.  I suoi occhi,  poco prima umidi  di  pianto,  mandavano  ora
    lampi, mentre un'ondata di sangue gli coloriva le gote e la fronte.
    - La libert!  - rantol. - S, scatenare questi uomini, mettersi alla
    loro testa,  assalire l'equipaggio,  impadronirsi della nave!  Se  voi
    siete capace di fare questo, la mia vita sar vostra!
    -  Ditemi,  innanzitutto:  avete  dell'influenza  fra questi forzati?-
    chiese Yanez.
    - S, signore - rispose il gallese. - La mia forza prodigiosa,  che un
    giorno  li  protesse contro un marinaio che li martirizzava a colpi di
    "gatto a nove code" e che io  quasi  accoppai  con  un  pugno,  mi  ha
    procurato  una  certa  autorit!  Cos mi obbediscono come se fossi il
    loro capo.
    - Allora voi li avvertirete dei nostri disegni.  Spero che nessuno  ci
    tradir.
    -  Non  abbiate  questo  timore:  esiste  troppo odio fra condannati e
    guardiani.
    - Quanti uomini credete che vi siano a bordo?
    - Ottanta marinai e quattro ufficiali.
    - Vi sono cannoni in coperta? - chiese Sandokan.
    - Due sul cassero - rispose il gallese.
    - Quelli m'inquietano  -  mormor  Sandokan,  la  cui  fronte  si  era
    corrugata. - Al primo assalto l'equipaggio si trincerer sul cassero e
    ci mitraglier spietatamente. Bisogner inchiodarli.
    - E' impossibile, Sandokan - disse Yanez. - Vi  la guardia al timone.
    - Lo so, ma temo che quei due pezzi facciano un macello di noi.
    Ad un tratto si batt la fronte.
    - Accidenti! - esclam.
    - Cos'hai, fratello?
    -  Per  Allah!  -  esclam  Sandokan,  mentre  un sorriso sinistro gli
    sfiorava le labbra. - La nave andr forse in fiamme, ma il capo Siriki
    non sar allora lontano.  John Fulton,  mettetevi all'opera.  Fra  tre
    giorni tutti dobbiamo essere pronti per la lotta.









    17. LA RIVOLTA.


    Mentre  nel frapponte i forzati preparavano la tremenda ribellione che
    doveva  piegare  ogni  resistenza,   la   vecchia   fregata   navigava
    tranquillamente  nella spaziosa baia di Sarawak,  dirigendosi verso il
    nord-est.
    Spinta da una fresca brezza,  che soffiava regolarmente da terra e  si
    manteneva   abbastanza   favorevole,   aveva  gi  quasi  compiuto  la
    traversata di quel tratto di mare,  avvistando la foce del  Palo,  poi
    s'era  lanciata verso il nord per doppiare il capo Siriki e seguire le
    coste del sultanato di Borneo.
    Quella  rotta  avrebbe  potuto  sembrare  strana,   perch   allungava
    considerevolmente  il  percorso invece di accorciarlo,  ma lo scopo di
    quella  corsa  verso  le   coste   settentrionali   del   Borneo   era
    giustificato.  Quella  nave  era adibita a raccogliere tutti i forzati
    delle colonie indo-malesi soggette all'Inghilterra,  e doveva fare una
    punta anche a Labuan per imbarcare alcuni galeotti destinati all'isola
    di Norfolk.
    Se  Sandokan  e  Yanez  avessero potuto indovinare la vera rotta della
    fregata,  si sarebbero forse guardati dallo  scatenare  la  ribellione
    cos  presto,  poich  avevano  la probabilit di accostarsi alla loro
    isola. Ignorando ogni cosa,  e temendo anzi che la nave,  dopo il capo
    Siriki,  prendesse  definitivamente il largo,  decisero di precipitare
    gli eventi.  Avendo appreso che il Palo era gi stato  oltrepassato  e
    che  anche  la  piccola  citt  di  Reding era stata lasciata a poppa,
    risolsero di tentare senz'altro l'audace  colpo  di  mano  che  doveva
    renderli padroni della nave.
    La  rivolta  era  stata ormai abilmente e segretamente organizzata.  I
    trecento forzati,  nessuno eccettuato,  non avevano  sollevato  alcuna
    obiezione  agli arditi disegni dei due capi della pirateria e si erano
    dichiarati pronti ad impegnare la lotta suprema che avrebbe resa  loro
    la libert.
    Norfolk  godeva  troppo  triste  fama  per  non spingerli a tentare la
    rivolta.   Nessuno  ignorava  le  torture  fisiche  e  morali  che  li
    attendevano  in  quell'isola perduta fra le onde del Grand'Oceano,  in
    mezzo alla schiuma dei forzati dell'Australia.
    John Fulton,  che esercitava realmente su quei trecento miserabili una
    grande influenza,  dovuta alla sua statura gigantesca e alla sua forza
    prodigiosa,  aveva d'altra parte minacciato di accoppare con un  pugno
    chiunque  non  avesse  preso  parte  al  complotto  o chi avesse osato
    svelare la congiura.
    Quattro giorni dopo l'imbarco dei quattro pirati di  Mompracem,  tutto
    era  ormai  predisposto.  I  trecento  furfanti,  divisi in sei bande,
    avevano gi nominato i loro capi, scelti fra gli uomini pi vigorosi e
    noti per la loro  indole  risoluta  e  sanguinaria,  e  si  erano  gi
    destinati  i  posti  che  dovevano  invadere  al  primo  segnale della
    ribellione, per dividere l'equipaggio e vincerlo pi facilmente.
    - Sar per questa notte - aveva  detto  Sandokan  al  gallese  che  lo
    interrogava.  -  Avvertite  tutti  di  tenersi pronti;  poi vi dar le
    ultime istruzioni non appena suonato il silenzio.
    Il  gigante  aveva  fatto  passare  la  parola  ai  vicini  perch  la
    trasmettessero  a  tutti  gli  altri,  poi,  quando la tromba di bordo
    comand il silenzio,  si sdrai sul tavolato in modo per che  la  sua
    testa toccasse quella di Sandokan e di Yanez.
    I  trecento  forzati  s'erano  pure coricati presso i loro anelli,  ai
    quali stavano attaccate le catene,  e fingevano di russare,  di tratto
    in  tratto per alcuni si alzavano lentamente e fissavano ansiosamente
    il gruppo formato da Sandokan, da Yanez e dal gallese.
    - Ascoltatemi - disse la Tigre al gigante che fingeva  di  russare.  -
    Voi siete capace di rompere le catene dei vostri compagni,  vero?
    - Sara un semplice gioco per me.
    -  Cominciate  dalla  vostra  intanto,  poi  spezzate  quella  di quel
    giovanotto magro che vi dorme accanto.
    - Lo volete?
    - Lo esigo,  poich quel giovanotto mi  necessario.  Avete  avvertito
    gli altri di tenersi pronti alle nostre grida?
    -  S,  signore:  appena udranno echeggiare nel frapponte il grido al
    fuoco!..., saranno tutti in piedi, pronti ad agire.
    - Rompete le catene.
    Il gallese pieg le gambe, poi,  passando ambo le mani sotto il ventre
    per non farsi scorgere dalla sentinella che vegliava all'estremit del
    frapponte, con un colpo secco spezz gli anelli della catena.
    - E' fatto - disse conservando la sua posa.
    - Il compagno, ora.
    John Fulton guard prima la sentinella. Attese che volgesse le spalle,
    poi, curvandosi rapidamente sul giovanotto che gli stava a fianco, gli
    ruppe la catena, dicendogli:
    - Avvicinati al capo.
    Il  giovane forzato non s'era mosso.  Guardava con gli occhi socchiusi
    la sentinella che risaliva la corsia del  frapponte:  appena  per  la
    vide ritornare verso prora, strisci silenziosamente verso Sandokan.
    - Mi ascolti? - gli chiese la Tigre.
    - S, capo - rispose il giovanotto.
    - Ho bisogno di te.
    - Sono pronto a tutto.
    -  Il  tuo  corpo  pu  passare  per  il  pertugio che comunica con la
    dispensa del cuciniere? Essa si trova sotto il quadro.
    Il forzato alz la testa ed i suoi sguardi subdoli  come  quelli  d'un
    gatto  si  fissarono  su di una stretta apertura destinata a dare aria
    alla dispensa del cuciniere.
    - Con un po' di fatica passer - disse poi.
    - Hai un acciarino?
    - No.
    - Fortunatamente Yanez possiede tutto il necessario.
    Frug nelle tasche del portoghese,  il quale fingeva pure di  dormire,
    vi prese un acciarino ed un pezzo di esca e diede tutto al giovanotto.
    - Che cosa devo fare? - chiese questi, sorpreso.
    - Una cosa semplicissima - rispose Sandokan, - incendiare la dispensa.
    - Dite? - chiese il forzato che credeva di aver udito male.
    - Dar fuoco alla nave.
    - Ma bruceremo anche noi, capo.
    - Non occuparti di ci, per ora; obbedisci e null'altro.
    - Non discuto, per c' la sentinella.
    - Aspetta che ti volga le spalle ed agisci subito.
    - Sta bene.
    Il  furfante stette immobile,  tenendo per sempre gli occhi fissi sul
    marinaio che passeggiava all'estremit del frapponte con il fucile  in
    ispalla.
    Attese  che  girasse sui talloni,  poi,  strisciando come un serpente,
    attravers lo spazio che lo divideva dal pertugio.  Per alcuni istanti
    fu  veduto  contrarsi  come  se  facesse  degli sforzi disperati,  poi
    scomparire sotto il quadro.
    - E' riuscito? - chiese Yanez con voce soffocata.
    - S - risposero Sandokan e il gallese.
    Passarono alcuni minuti di angosciosa aspettativa.  Il marinaio era di
    nuovo  giunto  fino  a met del frapponte;  ma pareva che non si fosse
    accorto della mancanza del  giovanotto,  perch  quei  trecento  corpi
    formavano quasi una massa sola.
    Nel  momento  in cui tornava ad allontanarsi,  il forzato apparve alla
    bocca del pertugio. Scivol fuori con celerit incredibile e raggiunse
    il gruppo,  formato dai quattro pirati e dal gallese,  mormorando  con
    tono allegro:
    - E' fatto.
    - Avvampa il fuoco? - chiese Sandokan.
    - Ho acceso due casse di lardo ed ho sfondato un barile di petrolio.
    Aveva  appena  pronunciato  quelle parole che un'ondata di fumo nero e
    pesante irruppe dall'apertura invadendo il frapponte.
    I forzati,  stesi al suolo e tutti vigilanti,  si mossero  lievemente,
    facendo cigolare cupamente le catene.
    La sentinella, sospettando qualche cosa d'insolito, si era bruscamente
    voltata.  Una  lingua di fuoco era comparsa allora attraverso il foro,
    allungandosi smisuratamente verso il soffitto ed illuminando vivamente
    il frapponte.
    Un urlo era sfuggito alle labbra del marinaio.
    - Al fuoco!
    Quasi subito la voce tonante della Tigre della Malesia  echeggi  come
    un colpo di cannone:
    - In piedi!... Al fuoco!... Al fuoco!...
    A quel secondo grido aveva risposto un immenso urlo rauco,  selvaggio,
    cui aveva tenuto dietro un rombo assordante di catene.
    I forzati erano  balzati  in  piedi  come  un  solo  uomo,  pronti  ad
    impegnare   la   lotta   suprema.   I   loro   volti  avevano  assunto
    un'espressione di ferocia spaventevole: le tigri, fino allora tremanti
    sotto i colpi del gatto  a  nove  code,  si  risvegliavano,  lasciando
    libero corso alle loro passioni sanguinarie.
    Vedendo le fiamme avvampare a poppa della nave, avevano gi cominciato
    a torcere le catene per spezzarle, urlando ed imprecando.
    Al  grido  d'allarme  della  sentinella,  gli  uomini di guardia della
    coperta si erano precipitati nel frapponte. Erano una ventina,  alcuni
    armati di scuri, qualcuno di fucile, ma i pi inermi.
    Vedendo  i  forzati  in piedi,  si erano affrettati ad indietreggiare,
    credendo che si trattasse d'una  rivolta.  Scorgendo  per  le  fiamme
    irrompere sotto il quadro,  non esitarono pi,  e si slanciarono verso
    poppa calpestando i forzati che giacevano ancora al suolo.
    Era quello il momento atteso da Sandokan.
    - Addosso a costoro! - aveva urlato.
    Poi si era  scagliato  innanzi  seguito  dal  gallese,  da  Yanez,  da
    Sambigliong, da Tanauduriam e dal giovanotto.
    La sentinella, che si trovava a met del frapponte, vedendosi rovinare
    addosso quei cinque uomini, aveva puntato risolutamente il fucile.
    Il  colpo part ed il giovane magro che in quel momento si era gettato
    dinanzi al gallese,  impugnando un pesante pezzo di legno,  cadde  col
    cranio fracassato.
    Sandokan,   con  un  balzo  da  tigre,   era  piombato  sul  marinaio,
    afferrandogli l'arma,  e il gallese alzava il suo  formidabile  pugno,
    una vera mazza da fucina.
    Il marinaio, colpito al capo, si accasci su se stesso sotto il colpo,
    poi stramazz al suolo.
    Intanto  i trecento forzati avevano afferrato quasi al volo gli uomini
    di guardia che balzavano sopra quella distesa  di  corpi  umani  senza
    badare dove mettevano i piedi.
    In  un  baleno  i  venti uomini,  sopraffatti dal numero,  erano stati
    atterrati e disarmati,  anzi quasi spogliati.  Alcuni erano rimasti al
    suolo,  ma  altri  erano  riusciti  a  sfuggire  a quelle centinaia di
    braccia e si erano precipitati verso la scala di prora urlando a piena
    gola:
    - Al soccorso!...
    Un urlo feroce che si ripercosse tremendamente nel frapponte  e  nelle
    profondit della stiva salut quella prima vittoria.
    Mentre le fiamme,  da nessuno domate,  avvampavano con crescente furia
    trovando un facile alimento fra le materie grasse delle  dispense,  il
    lardo, gli oli ed i barili di petrolio gi scoppiati, i forzati con le
    scuri  strappate  agli  uomini  di  guardia  spezzavano rapidamente le
    catene.
    Non erano trascorsi venti secondi che gi duecento uomini si trovavano
    in piedi,  liberi dalle infami catene che per tanti  mesi  li  avevano
    avvinti.  Pochi  istanti  ancora  ed anche gli altri dovevano trovarsi
    pronti alla lotta.
    Le armi erano scarse,  poich non  possedevano  che  il  fucile  della
    sentinella,  una diecina di daghe, alcune scuri e una mezza dozzina di
    pistole, ma il numero doveva supplire.
    Sandokan,  Yanez,  il gallese e i due malesi,  il primo  armato  d'una
    scure,  il secondo del fucile della sentinella,  e gli altri di daghe,
    si erano messi alla testa della prima colonna di forzati liberi  dalle
    catene per slanciarsi in coperta.
    - Avanti! - aveva urlato Sandokan.
    Stavano per avventarsi verso la scala di prora, mentre altri cercavano
    di  sfondare,  a  colpi  di  scure,  la  grata di ferro del boccaporto
    centrale,  quando alcune scariche terribili echeggiarono all'estremit
    del frapponte.
    Quaranta  marinai,  armati di fucili e di scuri,  guidati dal capitano
    della nave e da uno dei suoi ufficiali,  avevano fatto  irruzione  nel
    frapponte aprendo immediatamente il fuoco.
    Urla di furore e di morte accolsero la loro comparsa.  Alcuni forzati,
    colpiti dal piombo, caddero insanguinando le tavole dello stanzone, ma
    gli altri si scagliarono come  una  fiumana  irresistibile  trascinati
    dalla Tigre della Malesia la cui voce echeggiava senza posa urlando:
    - Avanti! La nostra salvezza sta sul ponte!
    Ad  un  tratto  grida  di  terrore  risuonano  dietro  alle colonne di
    assalto,  poi si odono degli spari.  Sandokan,  Yanez ed  il  gallese,
    credendo di venire assaliti alle spalle, si arrestano e guardano verso
    il quadro.
    Quelle  cariche  non  partivano  dagli alloggi degli ufficiali,  bens
    dalla grata di ferro del boccaporto  centrale.  Alcuni  marinai  dalla
    coperta fucilavano i disgraziati che tentavano,  a colpi di scure,  di
    spezzare le sbarre per irrompere sulla tolda anche da quella parte.
    - Morte e sangue! - url la Tigre, - se non sbaragliamo gli uomini che
    ci stanno di fronte, siamo perduti.
    Realmente la situazione dei forzati  stava  per  diventare  disperata.
    Moschettati  dinanzi  e di sopra,  col fuoco alle spalle che avvampava
    spaventosamente guadagnando il quadro degli  ufficiali  e  l'estremit
    del  frapponte,  e il fumo che diventava sempre pi denso non trovando
    sfoghi sufficienti,  correvano il pericolo di morire o sotto il piombo
    avversario o soffocati.
    Fortunatamente  tutte le catene erano state allora spezzate e un'altra
    massa d'uomini si era precipitata in soccorso della prima colonna.
    - All'assalto!... - tuona la Tigre della Malesia.
    Quei torrenti umani,  resi feroci dalle crudeli perdite subite  e  dal
    fumo   che  li  investe  da  ogni  parte,   si  scagliano  con  impeto
    irresistibile. Nessuno pu ormai frenare quei trecento uomini pazzi di
    rabbia e anelanti di libert: sono pari per valore e forse  anche  pi
    tremendi dei formidabili tigrotti di Mompracem.
    Le  due  colonne  urtano i quaranta marinai che si sono raggruppati in
    fondo al frapponte.
    Le scariche si succedono alle scariche e fanno grandi  vuoti  fra  gli
    assalitori, per la maggior parte inermi.
    Cosa importa se molti rimangono distesi al suolo in un lago di sangue?
    Gli  altri  piombano  su  marinai  e impegnano in mezzo al fumo e alle
    scintille che invadono il frapponte una lotta disperata.  Combattono a
    colpi di pugno, a unghiate, a calci, a morsi, incoraggiandosi con urla
    feroci.
    La  scure  di  Sandokan  ed  il braccio possente del gallese hanno gi
    aperto un varco nella massa dell'equipaggio.
    - Avanti!...  Ancora uno sforzo!  - urla la Tigre della Malesia la cui
    arma  ormai intrisa di sangue.
    L'assalto    cos  impetuoso  e  irresistibile che i quaranta marinai
    vengono travolti.  Cercano di radunarsi alla base  della  scala  e  di
    respingere quella marea umana a colpi di baionetta, ma le armi vengono
    strappate  loro  di  mano  da  centinaia di braccia e sono costretti a
    rimontare precipitosamente la scala,  lasciando parecchi  camerati  al
    suolo, uccisi a colpi di pugno o strangolati.
    Sandokan,  vedendo il passo libero,  si slancia sulla gradinata. Anche
    il gallese ha potuto impadronirsi d'una scure  e  lo  segue,  agitando
    quella  formidabile  arma,  mentre  Yanez,  Sambigliong e Tanauduriam,
    tutte e tre armati di fucile, bruciano le loro cariche per allontanare
    i marinai che si trovano  sopra  la  grata  di  ferro  del  boccaporto
    centrale.
    I forzati,  ebbri di sangue e ormai certi della vittoria,  s'affollano
    dietro ai loro capi ed irrompono  sulla  coperta  della  fregata,  fra
    clamori spaventevoli.
    L'oscurit   completa sulla nave,  giacch sono stati spenti i fanali
    di prora ed anche quello di poppa.  Il cielo  coperto da fitte  masse
    di  vapori  che  impediscono  alla  luce degli astri di riflettersi in
    mare. Il tempo  minaccioso. Un vento caldissimo fischia attraverso il
    sartiame della vecchia nave e  la  infinit  di  corde  delle  manovre
    correnti,  mentre il mare mugghia sordamente e le onde percuotono, con
    cupo fragore, la carena.
    I forzati si sono fermati.  I  loro  occhi,  ancora  abbagliati  dalle
    fiamme che divorano il quadro, non distinguono pi nulla.
    Sandokan,  Yanez  e  il  gallese,  che  si sono riuniti,  si slanciano
    innanzi,  ma non incontrano  alcuna  resistenza.  L'equipaggio  sembra
    scomparso.
    - Dove sono fuggiti costoro? - si chiese Sandokan inquieto.
    - Guarda a poppa! - grid in quel momento Yanez.
    Alcune  forme  umane  si delineano confusamente attraverso il fumo che
    irrompe dalla grata di ferro del boccaporto centrale: i marinai  della
    fregata  si  sono  radunati  sul  cassero,  dietro  ai  due  pezzi  di
    artiglieria, per tenere il timone e poter meglio dominare la coperta.
    Sembra che non abbiano per pensato al pericolo che  li  minaccia.  Il
    quadro  arde  ormai  sotto  i loro piedi ed i puntelli possono,  da un
    istante all'altro,  cedere e  travolgerli  tutti  fra  le  fiamme  che
    sibilano nella dispensa.
    - Avanti! - grida Sandokan. - Essi sono l, di fronte a noi.
    Sta per scagliarsi, quando Yanez lo afferra bruscamente e lo fa cadere
    sulla tolda.
    Un istante dopo, due lingue di fuoco si sprigionano a destra e a manca
    del cassero, illuminando la notte, ed una grandine di mitraglia spazza
    la coperta da poppa a prora.
    Urla   terribili   fanno   eco  alle  detonazioni  dei  due  pezzi  di
    artiglieria. Alcuni uomini balzano indietro mandando gemiti e rantoli,
    poi cadono atrocemente mutilati.
    Sandokan si  rialzato con la scure in pugno.
    - Grazie, Yanez - disse.
    Poi la sua voce tuon:
    - All' assalto!...
    I forzati non esitano,  comprendono che se tardano  pochi  istanti  la
    mitraglia far strage di tutti loro e si rovesciano innanzi,  risoluti
    ad espugnare anche l'ultimo rifugio dell'equipaggio.  Ad un tratto  il
    loro slancio viene arrestato da un ostacolo imprevisto. Una gigantesca
    lingua  di fuoco irrompe attraverso la grata del boccaporto centrale e
    invade la coperta.  La grande vela dell'albero maestro e quella  della
    gabbia, che erano rimaste spiegate, s'incendiano formando una fiammata
    mostruosa.
    La  tela cade a brandelli,  bruciando i volti ed i capelli della prima
    linea di forzati.
    - Indietro! - grida Sandokan.
    Nel medesimo istante i due  pezzi  del  cassero  tuonano  con  fragore
    orrendo,  facendo  tremare la vecchia fregata,  ed un altro turbine di
    mitraglia attraversa la cortina di fuoco massacrando le prime  falangi
    degli assalitori.
    I  fucili  dell'equipaggio  fanno  eco  alle  due cannonate e le palle
    sibilano in tutte le direzioni, seminando la morte.
    I forzati mandano urla feroci,  agitano  pazzamente  le  armi,  ma  si
    vedono impotenti contro il nemico, difeso anche dal fuoco che continua
    a irrompere dal boccaporto, formando una barriera insuperabile.
    - In ritirata! - tuona la Tigre della Malesia.
    Gli  assalitori  ripiegano  confusamente  verso  prora,  lasciando  la
    coperta  disseminata  di  morti  e  di  moribondi.  Si  affollano  sul
    castello, mentre quelli che hanno la fortuna di possedere un fucile si
    celano  dietro  l'albero di trinchetto e dietro l'argano,  tentando di
    rispondere,  alla meglio,  alla grandine  di  palle  che  l'equipaggio
    lancia senza interruzione.
    La distanza non basta a salvare i forzati che si pigiano all'estremit
    della nave.  Il piombo nemico miete fra quella moltitudine e i morti e
    i feriti si accumulano dovunque.
    Sandokan, Yanez e il gallese, riparati dietro l'argano, si consigliano
    rapidamente.
    La situazione di quegli uomini,  ridotti a  duecento  per  le  crudeli
    perdite subite,  sta per diventare disperata. L'equipaggio tiene ormai
    una posizione inespugnabile e la nave sta per bruciare interamente.
    - Che cosa facciamo? - domanda il gallese.
    - Bisogna resistere a qualsiasi costo - rispose Sandokan.
    - La nave arde rapidamente - disse Yanez.
    - Mettiti alla testa di cento uomini e tenta di arrestare i  progressi
    dell'incendio. Vi sono due pompe qui e nella camera dell'equipaggio; i
    mastelli e le secchie non devono mancare.
    - Le pompe sono esposte al fuoco dell'equipaggio, Sandokan.
    -  Farai portare in coperta delle botti,  del legname,  degli ostacoli
    insomma, che possano servire per formare una barricata.
    - E noi? - chiese il gallese.
    - Appena domato il fuoco ritenteremo l'attacco.
    - Non abbiamo che una ventina di fucili, signore.
    - Il numero supplir alla deficienza delle armi.  D'altra parte  credo
    che l'equipaggio non resister a lungo.
    - E perch, signore?
    -  Il  fuoco  ha  ormai  invaso il quadro e se i marinai si ostinano a
    rimanere sul cassero, finiranno col precipitare nella fornace che arde
    sotto i loro piedi. Ors, innalziamo una barricata.
    Mentre Yanez,  alla testa di  cento  uomini  muniti  di  secchi  e  di
    mastelli,   affrontava   coraggiosamente  il  fumo  e  le  fiamme  del
    frapponte,  per domare l'incendio che ormai minacciava di  distruggere
    l'intera nave,  Sandokan e il gallese,  aiutati dagli altri, gettavano
    una barricata fra l'albero di trinchetto e quello maestro.
    Quest'impresa non era per facile poich i due pezzi di artiglieria di
    quando  in  quando  spazzavano  la  coperta,  e  dall'albero  maestro,
    completamente  in  preda  alle fiamme,  cadevano corde,  pezzi di tela
    infiammata, frammenti di coffa e di crocette.
    Anche la moschetteria dell'equipaggio causava perdite considerevoli. I
    cadaveri ormai non si contavano pi,  vi erano  cumuli  di  morti  nei
    luoghi pi esposti al tiro delle artiglierie.
    Malgrado  i  tiri  incessanti  dei  difensori ed il fuoco,  i forzati,
    incoraggiati da Sandokan e dal gallese,  riuscirono  ad  innalzare  la
    barricata accumulando pennoni,  travi, botti, brande, casse, catene ed
    ancore.
    Una ventina di uomini,  quelli che si erano  impadroniti  dei  fucili,
    subito  la  occuparono ed aprirono il fuoco contro il cassero.  Quelle
    scariche non dovevano per ottenere grande effetto,  poich la cortina
    di  fuoco ed i turbini di fumo irrompenti dal boccaporto impedivano di
    distinguere i marinai raccolti a poppa.
    Per di pi, il crescente rollio della nave rendeva assai malagevole la
    mira.  Durante la lotta il mare s'era fatto cattivo  e  grosse  ondate
    venivano  ad  infrangersi  contro  i  larghi  fianchi  della  fregata,
    spostando bruscamente lo scafo.
    Anche il vento  era  aumentato.  Raffiche  impetuose  si  rovesciavano
    sull'alberatura  fischiando  fra  i  cordami  e scombussolando le vele
    dell'albero  di  trinchetto  che  non  erano  state   imbrogliate   n
    orientate.
    Quei  colpi  di  vento  invece  di  spegnere  il fuoco che divorava le
    manovre dell'albero  maestro  lo  alimentavano.  Ormai  la  gigantesca
    antenna fiammeggiava dalla base al mostra-vento dell'alberello, simile
    ad una fiaccola enorme, lasciando dietro a s un turbine di scintille.
    Il mare, illuminato da quella fiammata, scintillava tutto all'intorno.
    L'equipaggio  intanto,  nonostante  la tenacia dei forzati ed il fuoco
    che divorava il quadro, non cedeva. Quantunque fosse ormai convinto di
    non poter pi domare la rivolta,  continuava a difendersi col coraggio
    della  disperazione,  cercando  d'infliggere  agli  assalitori perdite
    disastrose.
    Ormai non si preoccupava pi della  nave,  che  sapeva  di  non  poter
    riconquistare.  Anzi cercava di demolirla, di renderla inservibile, di
    cacciarla possibilmente sott'acqua, con la speranza di annegare,  come
    bestie feroci, l'orda dei galeotti.
    I  due  pezzi  del  cassero non tacevano un solo minuto.  Consumata la
    mitraglia,  tiravano a  palla  fracassando  le  murate,  sfondando  il
    castello di prora, danneggiando gli alberi, demolendo la camera comune
    dell'equipaggio che rigurgitava di forzati.
    Tre volte la Tigre della Malesia, furiosa di vedersi tenuta in iscacco
    da  quei  marinai,  che  non  erano pi di quaranta,  aveva tentato di
    lanciare le sue colonne all'assalto del  cassero,  ma  la  cortina  di
    fuoco  che irrompeva dal boccaporto,  nonostante gli sforzi di Yanez e
    dei suoi uomini per soffocarla, le aveva arrestate.
    Alcuni,  pi audaci,  erano bens riusciti ad  attraversarla  passando
    come  salamandre  in mezzo alla vampa,  ma tutti erano caduti prima di
    poter  giungere   sotto   il   cassero,   fulminati   dalle   scariche
    dell'equipaggio.
    La  lotta  durava  gi da due ore quando,  ad un tratto,  il fuoco dei
    marinai, dopo essere scemato gradatamente di intensit, cess.
    Temendo una sorpresa o un improvviso assalto,  Sandokan aveva chiamati
    in coperta tutti gli uomini disponibili per essere pronto a respingere
    qualsiasi attacco.
    Passarono per alcuni minuti senza che il temuto assalto avesse luogo.
    Il fuoco non era pi stato ripreso;  anzi un silenzio assoluto regnava
    verso poppa.
    - Che cosa si preparano a fare? - si chiese Sandokan con inquietudine.
    Si avanz fino all'albero maestro sfidando la pioggia di scintille che
    cadeva dai pennoni,  ma non pot scorgere nulla a causa del  fumo  che
    irrompeva dal boccaporto e che il vento spingeva verso poppa.
    Stava per slanciarsi in mezzo ai turbini di fumo, quando il gallese lo
    arrest gridandogli:
    - Indietro, signore!... L'albero sta per cadere!...
    Sandokan  balz  dietro  la barricata.  L'albero maestro,  privo ormai
    delle sartie e dei  paterazzi  e  consumato  alla  base  dalle  fiamme
    irrompenti  dal  boccaporto  centrale,  un  istante  dopo rovinava con
    immenso fracasso addosso alle murate  di  babordo,  tuffando  in  mare
    l'alberetto e i pennoni di pappafico e di contra pappafico.
    La fregata,  sotto quell'urto improvviso,  si pieg sul fianco, mentre
    le murate cadevano sfracellate,  ma subito  si  risollev  conservando
    solamente un leggero sbandamento.
    L'albero  di  mezzana,  ormai distrutta la scassa dal fuoco che ardeva
    nel quadro,  rovinava anch'esso mezzo minuto  dopo.  Disgraziatamente,
    invece di cadere verso l'una o l'altra delle murate, piombava lungo la
    tolda  abbattendo coi suoi pennoni una dozzina d'uomini e spezzando di
    colpo le manovre del trinchetto.
    Senza curarsi delle urla dei feriti,  Sandokan e il gallese  si  erano
    slanciati verso il cassero.  Attraversarono correndo i turbini di fumo
    che uscivano ancora dal boccaporto e si arrestarono  alla  base  della
    gradinata.
    - Sono fuggiti!... - aveva gridato Sandokan.
    Era  vero.   L'equipaggio,  approfittando  dell'inazione  forzata  dei
    ribelli e della cortina di fuoco che lo copriva,  aveva messo in  mare
    le  scialuppe calandole verso poppa,  poi,  riparato dalla massa della
    nave,  aveva preso il largo.  Prima per di abbandonare la nave  aveva
    inchiodato i due cannoni ed ammainata la bandiera.
    Sandokan  ed il gallese salirono rapidamente il cassero e si curvarono
    sulla murata poppiera.
    Alcuni punti luminosi,  ormai molto lontani,  brillavano in mezzo alle
    tenebre, verso il sud.
    - Cercheranno di raggiungere la costa - disse Sandokan.
    - E noi? - chiese il gallese.
    - E noi faremo altrettanto, se sar possibile - rispose la Tigre della
    Malesia.
    - Se sar possibile!...
    - Questa nave  ormai finita ed il mare sale.
    - Non sperate di poter domare l'incendio?...
    - Credo che Yanez sia gi a buon punto,  ma cosa importa? Non possiamo
    contare che sull'albero di trinchetto e sulle nostre braccia,  giacch
    i galeotti non s'occuperanno di certo della nave n delle manovre.
    - Non credo vi siano marinai fra di loro, pure spero che ci aiuteranno
    - disse il gallese.
    - Lo vedremo pi tardi - rispose Sandokan.
    Poi alzando la voce tuon:
    - La nave  nostra!... L'equipaggio  fuggito!...
    Un urlo immenso fu la risposta, poi una voce grid:
    - Ai barili!... Bisogna festeggiare la vittoria.
    - S, ai barili!... - risposero cento voci. - Beviamo.



















    18. IL NAUFRAGIO.


    La  vecchia  fregata  era  stata conquistata,  ma a quale prezzo!  Dei
    trecento   forzati,   centocinquanta   erano   rimasti   sulla   tolda
    orribilmente  mutilati  dalle  scariche di mitraglia dei due pezzi del
    cassero, ed altri sessanta erano gravemente feriti.
    Per di pi la nave,  ridotta  in  uno  stato  deplorevole,  era  ormai
    inservibile.  L'incendio  era  stato spento,  per in quelle poche ore
    aveva prodotto guasti irreparabili.
    La dispensa era stata interamente distrutta,  il quadro divorato dalle
    fiamme,  il  cassero minacciava di rovinare,  i madieri della poppa si
    erano screpolati e,  in alcuni luoghi aperti ma,  come se tutto questo
    non bastasse, gli alberi di mezzana e di maestra erano caduti.
    Anche  la  prora  aveva  subito gravi danni a causa dei proiettili che
    avevano infilato la coperta.  Il castello stava  per  crollare  perch
    erano  stati  spezzati  i  puntali di sostegno,  l'albero di bompresso
    aveva perduto la dolfiniera e le murate erano state sfondate  in  vari
    punti dalla caduta del maestro e della mezzana.
    Lo  spettacolo  che  offriva  la tolda,  disseminata di cadaveri,  era
    orrendo.
    Sandokan,  udendo le urla dei galeotti  che  preannunciavano  un'orgia
    ributtante,  si  era  slanciato impugnando minacciosamente la scure in
    mezzo alla turba che si precipitava nel frapponte per mettere le  mani
    sui barili di liquore destinato all'equipaggio:
    - Ai feriti, canaglie!... - url.
    Il gallese era accorso per prestargli man forte, stringendo una sbarra
    di  ferro,  arma  pi  terribile  d'un  pezzo d'artiglieria per quelle
    braccia possenti.
    I galeotti risposero con una risata.
    - Al diavolo i feriti!... - gridarono gli uni.
    - Che crepino!... - urlarono gli altri.
    - Gin?... Brandy?... Arak!... Beviamo camerati!...  Viva la galera!...
    Largo!... Largo!...
    La Tigre della Malesia aveva mandato un urlo di furore:
    -  Chi non obbedisce lo uccido!...  - tuon sbarrando loro il passo ed
    alzando la scure.
    - All'inferno quel negro!...  - grid un forzato.  - Voglio vedere  se
    m'impedir di vuotare un barile d'"arak"...
    Un omaccio dallo sguardo obliquo,  dai lineamenti angolosi e butterati
    dal vaiuolo e che aveva sulla fronte una larga cicatrice dovuta  forse
    ad  un  buon colpo di coltello,  un vero tipo di malfattore incallito,
    s'avanz verso Sandokan bestemmiando e tenendo in pugno  uno  di  quei
    larghi coltellacci che gli americani chiamano "bowie-knife":
    - Mi lascerai spillare l'"arak" oppure io spiller il tuo sangue.
    -  Indietro  o  t'uccido - rispose Sandokan,  fermando con un gesto il
    gallese che stava gi per alzare la sua sbarra di ferro sul galeotto.
    - Eh!... Mio bel selvaggio, non sono mica un ragno da accoppare- disse
    il galeotto sghignazzando.
    - Ben detto, Paddes!... - grid una voce fessa.
    Il forzato si era gettato verso Sandokan urlando:
    - Largo! Voglio bere!...
    Non aveva ancora finito che stramazzava al suolo fulminato.
    - Ai feriti!... - ripet Sandokan con voce minacciosa. - Io vi ho dato
    la libert e mi obbedirete!...
    Fra i galeotti  vi  fu  un  istante  di  esitazione,  ma,  considerata
    l'attitudine  risoluta della Tigre e del gallese,  e vedendo accorrere
    Yanez  con  Sambigliong  e  Tanauduriam,   tutti  armati  di   fucili,
    cedettero. D'altronde sapevano che senza il concorso di quegli uomini,
    i  soli  che  avrebbero  potuto condurli alla costa,  difficilmente si
    sarebbero tratti da quella situazione non troppo allegra.
    - Noi vi obbediremo,  capo - dissero alcuni.  - Camerati!  Pensiamo  a
    quei poveri diavoli che stanno forse per spirare.
    I  forzati  si dispersero per la tolda rimuovendo i cumuli di cadaveri
    ed  estraendo  i  loro  compagni  che  gemevano  disperatamente.  Quei
    disperati furono portati nel frapponte,  dove erano state collocate le
    brande dell'equipaggio,  e curati alla meglio.  Erano una sessantina e
    quasi tutti ridotti in cos gravi condizioni che non si poteva sperare
    nella loro guarigione, specialmente senza l'assistenza di un medico.
    Poi quei furfanti,  ai quali era ignoto ogni sentimento di umanit, si
    slanciarono in tutte le direzioni per saccheggiare la  nave,  cercando
    soprattutto dei liquori e dei viveri.
    Sandokan  non  ritenne opportuno intervenire,  perch non ignorava che
    avrebbe dovuto ricorrere a  nuove  violenze  col  pericolo  di  venire
    sopraffatto da quell'orda di canaglie.
    D'altra  parte  egli  doveva  occuparsi della nave,  che cominciava ad
    andare attraverso alle onde minacciando di rovesciarsi sui fianchi.
    Il mare,  durante il combattimento,  si era  maggiormente  agitato,  a
    causa  del vento caldo che soffiava dal sud aumentando gradatamente di
    violenza.
    Larghe  ondate,  con  le  creste  spumeggianti,   s'inseguivano  e  si
    accavallavano  con  sordi muggiti,  sollevando impetuosamente lo scafo
    della vecchia fregata ed imprimendogli tali  scosse  da  compromettere
    seriamente  la  sua  stabilit  e  da far temere che anche l'albero di
    trinchetto, privo dell'appoggio degli altri due, finisse col rovinare.
    Qualche lampo balenava a oriente,  mostrando enormi  nuvoloni  che  il
    vento  spingeva rapidamente verso ovest;  di quando in quando il tuono
    rombava cupamente nelle profondit del cielo.
    Sandokan,  aiutato dal gallese,  da Yanez,  dai due pirati e da alcuni
    volonterosi, aveva spinto in mare l'albero maestro per rialzare un po'
    il  babordo  della  fregata,  poi  aveva  fatto imbrogliare le vele di
    pappafico e del contra pappafico  per  non  forzare  troppo  l'albero,
    accontentandosi  di  mantenere  spiegata  quella  di  trinchetto e del
    parrocchetto.
    Anche sul bompresso aveva fatto spiegare due fiocchi e a poppa, con un
    pennone assicurato nella cassa della mezzana,  aveva fatto issare  una
    vela di gabbia per dare alla nave una maggiore stabilit.
    - Sperate di condurre la fregata alla costa? - gli chiese il gallese.
    - Lo credo - rispose Sandokan.  - Avremo da lottare,  forse,  tuttavia
    noi raggiungeremo egualmente le sponde del Borneo.
    - Sapete dove ci troviamo?...
    - Di fronte al capo Siriki, suppongo.
    - Un approdo pericoloso, mi hanno detto.
    - Pieno di scogliere,  ma a noi ormai poco  importa  che  la  nave  si
    sfasci.  Accontentiamoci  per ora di toccare terra;  pi tardi vedremo
    che cosa ci converr fare.
    - E l'equipaggio non ci attender per darci addosso?
    - Non m'inquieta; siamo ancora troppo numerosi per temerlo.
    - Che si sia diretto verso la costa?
    - Di questo sono certo.  Il  mare  si  fa  sempre  pi  cattivo  e  le
    scialuppe  non  servono  quando  le onde infuriano.  Ah!...  Ecco quei
    furfanti  che  ritornano.   Si  ubriachino  pure;   ci  saranno   meno
    d'impaccio.
    Urla  di  gioia  s'erano  udite  nel  frapponte.  I  galeotti  avevano
    certamente scoperto qualche botte di liquore e provvista di  viveri  e
    si  preparavano a festeggiare la riacquistata libert con un'orgia che
    sarebbe probabilmente terminata in una ubriacatura generale.
    -  Lasciateli  fare  -  disse  Sandokan,  vedendo  che  Sambigliong  e
    Tanauduriam  si  erano  affrettati ad afferrare i fucili.  Seguitemi a
    poppa e occupiamoci della nave.
    - E che cosa conti di fare di tutti questi furfanti? - chiese Yanez. -
    Io comincio ad averne abbastanza della loro compagnia.
    - Al momento opportuno ce ne sbarazzeremo - rispose Sandokan.  Non  ho
    alcuna  intenzione  di  condurmeli  a  Mompracem:  preferisco  i  miei
    tigrotti.
    - Gettiamoli contro James Brooke.
    - E credi tu che mi obbediranno? Appena a terra ci lasceranno.
    - Non saremo certamente noi che ci opporremo, fratello mio, il diavolo
    se li porti via tutti.
    In quel momento i forzati irrompevano sulla tolda come  un  branco  di
    belve.  Portavano trionfalmente quattro barili di gin scovati in fondo
    alla cala,  una botte di vino di Spagna e  una  notevole  quantit  di
    biscotti,  di prosciutti,  di salami,  di formaggi e di lardo sfuggiti
    miracolosamente all'incendio.
    Era tutto quanto avevano potuto trovare e si preparavano  a  consumare
    ogni  cosa,  senza  preoccuparsi  del  domani.  La  dispensa era stata
    interamente distrutta dal fuoco che aveva divorato tutti i  viveri  di
    bordo  necessari per una lunga navigazione: la prudenza avrebbe quindi
    insegnato a economizzare le provviste trovate, ma nessuno vi pensava.
    In un baleno quei furfanti improvvisarono delle  tavole,  accesero  un
    gran numero di torce e di lampade che fissarono alle murate e appesero
    ai cordami,  e cominciarono l'orgia fra urla,  risa, bestemmie, urrah,
    brindisi,  senza darsi alcun pensiero delle onde che  cominciavano  ad
    assalire  brutalmente  la  vecchia nave,  n dell'uragano che avanzava
    minaccioso.
    Divoravano come lupi famelici e  attingevano  senza  posa  nei  barili
    sfondati,  alternando  bicchieri  di gin a boccali di vino,  urlando a
    piena gola,  bisticciandosi,  abbracciandosi e ruzzolando talvolta nel
    sangue  che  s'era  raggrumato  lungo le murate non avendo trovato pi
    sfogo attraverso gli ombrinali.
    Yanez, Sandokan, il gallese e i due tigrotti di Mompracem,  radunati a
    poppa  attorno  alla  barra  del  timone,  assistevano  impassibili  a
    quell'orgia mostruosa.
    Tutta la loro attenzione si concentrava su di una  costa  che  avevano
    veduto  disegnarsi  vagamente  alla luce dei lampi verso oriente e che
    ignoravano se appartenesse ad un'isoletta o al Borneo.
    L'avevano scorta per un solo istante,  ma a Sandokan ed  a  Yanez  era
    bastato per misurare la distanza e rilevarne la direzione.
    - Pu essere il capo Siriki - aveva detto il portoghese,  - o qualcuna
    delle isolette che lo coprono verso il settentrione.
    - Lo suppongo anch'io - aveva risposto Sandokan.
    - All'alba noi possiamo giungervi;  il vento ci spinge verso il  nord,
    ma governeremo in modo da approdare a quella sponda.
    - Non sar per cosa facile,  Yanez; possiamo tenere spiegate soltanto
    poche vele,  il  timone  agisce  male  e  l'onda  diventa  sempre  pi
    impetuosa.
    - Tanto peggio per quegli ubriaconi.
    - Signori - disse in quel momento il gallese,  - il vento aumenta e il
    trinchetto d tali scosse da temere che rovini.  Le sartie di  babordo
    sono gi atterrate.
    - Se cade lo sostituiremo con dei pennoni - rispose Sandokan. Andate a
    prora  con  Sambigliong  e  Tanauduriam;  io e Yanez ci occuperemo del
    timone.
    - E quei disgraziati che non smettono di bere mentre forse stiamo  per
    naufragare?
    - Lasciateli fare, John; sarebbe pericoloso opporsi.
    - Bel momento se le scialuppe dell'equipaggio tornassero!...
    - Non inquietatevi per quelle;  forse hanno raggiunto la spiaggia. Eh,
    Yanez, governa sempre sotto vento!...
    Mentre i quattro  pirati  di  Mompracem  e  il  gallese  tentavano  di
    condurre la nave alla costa, i forzati continuavano l'orgia.
    Alcuni  avevano  organizzato  una festa da ballo formando un'orchestra
    diabolica con le pentole e i tegami del cuoco di  bordo,  e  danzavano
    all'impazzata, urtandosi e atterrandosi.
    Altri invece,  resi furiosi dall'alcool, litigavano, si percuotevano e
    si minacciavano coi coltelli e con le scuri, imprecando;  altri ancora
    non avevano trovato di meglio che improvvisare un tavolo da gioco, per
    derubarsi  a  vicenda  dei  denari che avevano trovato nelle casse dei
    marinai, nel quadro di poppa, nelle cabine degli ufficiali.
    Buon numero per,  vinti dall'ebbrezza,  russavano  gi  sul  tavolato
    della  tolda,  lungo  le  murate,  sul  castello  di  prora o sotto il
    cassero,  rotolando in mezzo ai cadaveri,  sotto gli sbandamenti della
    vecchia fregata.
    Una  nave  che  fosse  passata  a breve distanza si sarebbe certamente
    guardata dall'avvicinarsi,  temendo  di  trovarsi  di  fronte  ad  una
    congrega  di spiriti infernali sorti dalla profondit del mare a bordo
    di una vecchia carcassa naufragata.
    Mentre l'orgia ferveva,  la tempesta aumentava di furore.  Le onde  si
    succedevano  alle  onde,  incalzandosi  con  maggior  violenza  e  con
    crescenti muggiti.  Giungevano le une dietro alle altre accavallandosi
    e urtando rabbiosamente i larghi fianchi della fregata.
    Il vento fischiava con impeto attraverso il sartiame e fra le vele del
    trinchetto, minacciando di far rovinare l'albero.
    Verso sud lampeggiava sempre ed il tuono rombava sordamente.  Sandokan
    s'era messo alla ribolla del  timone  assieme  con  Yanez,  mentre  il
    gallese, Tanauduriam e Sambigliong manovravano la velatura.
    Quale  fantastico  aspetto  doveva  offrire  quella  grande nave quasi
    totalmente disalberata, in balia delle onde,  illuminata da fiaccole e
    da  lampade,  e  montata da quella turba di ebbri che parevano sfidare
    l'ira del mare e del cielo,  le cui urla si confondevano  coi  muggiti
    minacciosi delle onde!... Ad un tratto per le grida, le imprecazioni,
    i canti cessarono bruscamente.  Un'ondata, pi alta delle altre, aveva
    sorpassata la murata  di  babordo  e  si  era  spezzata  sulla  tolda,
    rovesciando tavole e uomini e spegnendo le fiaccole e le lampade.
    Solo in quel momento quegli ebbri s'accorsero del pericolo che correva
    la fregata. Alle urla di gioia ed agli schiamazzi era seguito un grido
    di terrore.
    Quelli che ancora si reggevano sulle gambe si erano alzati,  guardando
    con  spavento  le  onde  che  balzavano  fino  alle  murate   ruggendo
    paurosamente.
    Tutti  gli  sguardi  si  erano  fissati ansiosamente sulla Tigre della
    Malesia,  la cui figura giganteggiava sul cassero,  alla luce  di  due
    fiaccole.  Il formidabile uomo sfidava serenamente l'uragano e guidava
    intrepidamente la vecchia nave,  senza che un muscolo  del  suo  volto
    fosse alterato.
    I   suoi  occhi  non  si  staccavano  dalla  bussola  e  le  mani  non
    abbandonavano la ribolla, nonostante i violenti rullii dello scafo.
    Yanez,  seduto presso di lui su di un  mastello  rovesciato,  guardava
    tranquillamente le onde che lambivano le murate.
    Un grido immenso s'alz fra i forzati, pazzi di terrore.
    - Salvateci!...
    Sandokan  non rispose.  Aveva alzato gli occhi e li teneva fissi verso
    est,  dove alla luce d'un lampo aveva  veduto  il  mare  rompersi  con
    estrema violenza.
    Un galeotto si slanci sul cassero, gridandogli:
    - Salvateci, signore!...
    Sandokan lo guard di traverso dicendogli:
    - Va' a bere! Il tuo posto non  qui!...
    - La nave sta per affondare, signore.
    -  E  i  pescecani  nuotano  intorno  a  noi  -  disse  Yanez  ridendo
    beffardamente. - Hanno fame.
    - Noi non vogliamo morire! - grid il forzato impallidendo.
    - Ebbene, prendi la ribolla e guida tu la nave - rispose Sandokan.
    - Ma... signore!
    - Vattene al diavolo! - url Sandokan furioso.
    - S, va' a digerire il tuo gin - aggiunse Yanez.
    Il galeotto credette opportuno non insistere  e  fece  ritorno  fra  i
    compagni, dicendo:
    - Camerati, prepariamoci al gran tuffo.
    - Se si deve andare, beviamo finch scoppiamo! - grid una voce.
    - Ben detto, Burthon!
    - Cos i pescecani si ubriacheranno quando verranno a mangiarci!- url
    un altro.
    Uno scoppio di risa accolse quest'atroce scherzo.
    - S, beviamo ancora! - urlarono tutti.
    Stavano  per  riprendere  l'orgia  quando una seconda,  poi una terza,
    quindi una quarta onda si rovesciarono sulla nave spazzando la coperta
    da babordo a tribordo.
    - Tenetevi fermi! - aveva gridato Sandokan.
    La fregata ondeggiava spaventosamente, come se fosse stata presa da un
    immenso vortice.  Ora la  sua  prora  si  alzava  quasi  dovesse,  col
    bompresso,  toccare  le nubi;  ora invece la poppa sorgeva bruscamente
    dalle onde e poi ricadeva con un cupo  rimbombo  che  si  ripercuoteva
    nelle profondit della stiva.
    I  forzati,  travolti  dalle  onde  che  invadevano incessantemente la
    coperta, ruzzolavano in tutte le direzioni, urtandosi confusamente gli
    uni con gli altri;  mentre i cadaveri,  trascinati  da  quel  torrente
    impetuoso che si precipitava,  a seconda del beccheggio, verso poppa e
    verso prora,  rotolavano,  balzavano,  si piegavano come  se  avessero
    riacquistato la vita.
    Alcuni,  sollevati  fino  alle murate o trascinati verso le spaccature
    prodotte dalla caduta dell'albero maestro,  erano  gi  stati  portati
    fuori dei bordi.
    Il  mare  si  gonfiava,   si  contorceva,   muggiva,  lanciava  ondate
    spaventose in tutte le direzioni.
    Yanez si era alzato dicendo:
    - Che cosa succede, Sandokan?
    - Siamo in mezzo agli scogli - aveva risposto la Tigre  della  Malesia
    con voce tranquilla.
    - Ci fracasseremo.
    - Lo temo, fratello; il timone non governa pi!
    Il gallese, Tanauduriam e Sambigliong li avevano allora raggiunti.
    - Signore - disse il marinaio, - siamo in mezzo agli scogli.
    - Lo so - rispose Sandokan.
    - Ed il trinchetto sta per rovinare.
    - Lascialo cadere, John.
    - Ma la costa  lontana, signore.
    - Non pu distare pi di venti miglia, John; l'ho scorta ora alla luce
    d'un lampo.
    - E come la raggiungeremo se la nave si sfascia fra questi scogli? Non
    vi    che  il  piccolo canotto a bordo,  appena sufficiente per tre o
    quattro persone.
    - Basterebbe per noi - disse Yanez.
    - E questi poveri diavoli?  No,  non  dobbiamo  abbandonarli  -  disse
    Sandokan.  -  Ci hanno aiutato a liberarci,  e noi cercheremo a nostra
    volta di aiutarli.
    - Quegli ubriaconi! Meriterebbero un bel tuffo in mare.
    - Senza di essi noi saremmo in viaggio per Norfolk.
    - Questo  vero.
    - Cerchiamo dunque di non mostrarci ingrati. Ah!
    La vecchia nave,  sollevata dalle onde che si frangevano  furiosamente
    in mezzo alle scogliere,  aveva subito una scossa cos violenta da far
    credere che la chiglia avesse toccato un basso fondo.
    Yanez e il gallese si erano slanciati  a  prora,  dove  Sambigliong  e
    Tanauduriam, aiutati da alcuni forzati meno ebbri degli altri, stavano
    spiegando  la  trinchettina  ed  un  contro  fiocco per cercare di far
    virare la nave.
    A duecento passi  si  scorgevano  confusamente  delle  alte  scogliere
    disposte  su una doppia linea,  e pi lontano ne apparivano altre,  di
    dimensioni gigantesche, che formavano un piccolo arcipelago.
    Il mare, trovandosi dinanzi quegli ostacoli,  infuriava tremendamente.
    Montagne  d'acqua si precipitavano,  con impeto irresistibile,  contro
    l'arcipelago  e  rimbalzavano  con  muggiti  assordanti,   spaventosi,
    producendo quei pericolosi flutti di fondo cos temuti dai naviganti.
    La  nave,  spinta  dal vento,  nonostante gli sforzi di Sandokan e dei
    suoi compagni,  veniva trascinata  verso  le  scogliere.  Aveva  ormai
    imboccato  una  specie di canale aperto fra quel caos d'isolotti;  non
    aveva ancora toccato, ma non sarebbe andata molto lontano.
    I forzati, consci finalmente del grave pericolo che correvano, avevano
    perduto la loro spavalderia dinanzi alla morte imminente.
    Quelli che ancora si  reggevano  si  erano  affrettati  a  mettersi  a
    disposizione  di  Yanez e del gallese.  Gli altri urlavano come se gi
    avessero l'acqua alla gola e imploravano soccorso. Nessuno pensava pi
    a vuotare i barili che correvano all'impazzata per la coperta.
    Ad un tratto, in mezzo ai muggiti delle onde,  ai fischi stridenti del
    vento  e  alle  grida  di  terrore dei galeotti,  si ud echeggiare la
    tonante voce di Sandokan.
    - Attenti! - aveva gridato. - Stiamo per fracassarci!...
    La fregata,  spinta dalle onde,  correva fra le scogliere  rollando  e
    beccheggiando.  I  marosi  urlavano  ai  suoi fianchi e,  superando le
    murate rovinate e in parte divelte,  irrompevano in coperta atterrando
    ogni cosa sul loro passaggio.
    D'improvviso  si  ud un rombo formidabile e la nave scricchiol dalla
    chiglia alla cima del trinchetto. L'albero, gi malfermo, precipit in
    coperta con orribile fracasso.
    Poi avvenne un secondo urto, pi tremendo del primo, che si ripercosse
    cupamente nella stiva,  e la povera nave,  sventrata  di  colpo  dalle
    punte  rocciose  che  erano  penetrate  nella carena,  si rovesci sul
    tribordo appoggiandosi contro una roccia,  mentre  una  grande  ondata
    spazzava  la  coperta,  sfracellando  contro  le murate venti o trenta
    uomini.
    In mezzo alle urla di spavento dei disgraziati travolti dalle onde  si
    ud la voce della Tigre gridare ancora:
    - Attenti! La nave si  spaccata!








    19. SALVI!


    La vecchia nave era finita.
    Squarciata  dalle punte aguzze di quelle scogliere,  ormai non era pi
    che un rottame, destinato a venire demolito a poco a poco dalle onde o
    a sommergersi lentamente.
    La chiglia,  spezzatasi in due,  s'era staccata e l'acqua era  entrata
    bruscamente  nella stiva,  demolendo i puntali e smembrando i corbelli
    del fondo. L'enorme massa per, resa ancor pi pesante dal liquido che
    l'aveva invasa e trattenuta dallo scoglio contro cui s'era appoggiata,
    per il momento non correva alcun pericolo.
    Le oscillazioni erano cessate,  per le onde continuavano a balzare in
    coperta minacciando di spazzar via i naufraghi.
    Sandokan,  Yanez  e il gallese,  che non avevano perduto la loro calma
    nemmeno in quel terribile momento,  si erano affrettati  a  rifugiarsi
    sul cassero, il quale, essendo molto alto, non poteva essere raggiunto
    dai terribili assalti dei marosi.
    I forzati,  comprendendo che la salvezza stava lass, a poco a poco li
    avevano raggiunti,  senza occuparsi dei loro compagni ubriachi che  le
    onde  rotolavano  per  la  tolda  assieme con i cadaveri,  sbattendoli
    furiosamente contro le murate o scagliandoli fuori dei bordi.
    Erano rimasti in centotrenta, poich anche i feriti erano stati finiti
    dalle incessanti scosse della nave  o  affogati  dall'invasione  delle
    acque entro il frapponte.
    Tutta  la  notte  quei disgraziati lottarono angosciosamente contro la
    morte,  tenendosi stretti attorno ai quattro pirati di Mompracem e  al
    gallese, e resistendo tenacemente ai continui assalti delle onde.
    Fortunatamente,  verso le due del mattino, il vento aveva cominciato a
    diminuire di violenza e i marosi accennavano quindi a  diventare  meno
    pericolosi.
    Yanez e Sandokan,  dopo lunghi sforzi,  erano riusciti ad arrampicarsi
    sullo scoglio contro cui si  era  appoggiata  la  nave,  una  rupe  di
    dimensioni gigantesche che si elevava per circa un centinaio di metri.
    Di  lass  speravano  di  poter scorgere le coste del Borneo;  per si
    avvidero che a oriente altre scogliere,  assai  pi  alte,  impedivano
    agli sguardi di spaziare sul mare in quella direzione.
    -  Non importa - disse Sandokan.  - La costa non deve essere lontana e
    la raggiungeremo.
    - In che modo?  - chiese Yanez.  - Non c'  a  bordo  che  il  piccolo
    canotto.
    - Costruiremo una zattera.
    - Ed imbarcheremo con noi tutte queste canaglie?
    -  Non  possiamo  abbandonarli  fra  queste  scogliere deserte che non
    possono offrire alcun rifugio e dove non si trova selvaggina.
    - E credi tu di poter  trovare  sulla  costa  viveri  sufficienti  per
    centotrenta persone?
    -  Presso il capo Siriki vi sono delle trib di dayachi e spero che ci
    aiuteranno.
    - S, se non ci mangeranno, invece - disse Yanez.  - Non dimentichiamo
    che quei selvaggi sono antropofaghi.
    -  Se  avranno intenzioni bellicose daremo battaglia e saccheggeremo i
    loro villaggi.
    - Spero che non vorrai rimorchiarti dietro questi banditi.
    - Non ne ho  alcuna  intenzione  -  rispose  Sandokan.  -  Al  momento
    opportuno prenderemo il largo e cercheremo di tornarcene a Mompracem.
    - E James Brooke?
    - Credi tu che l'abbia dimenticato?  No,  Yanez, e avr da fare ancora
    con noi.  Armeremo una nuova spedizione  e  torneremo  a  Sarawak  per
    muovergli guerra,  assieme col nipote del sultano.  E poi sono curioso
    di sapere che cosa  accaduto di Tremal-Naik e di mio zio.
    - Noi li ritroveremo in Sarawak, Sandokan.
    - Lo spero.
    Mentre  discorrevano,  l'alba  cominciava  a  spuntare.   Il  sole  si
    accostava  rapido  alla  linea dell'orizzonte proiettando i suoi raggi
    sulle nuvole,  le quali perdevano le  loro  tinte  cupe  per  assumere
    splendidi riflessi rosei.
    Sandokan  e  Yanez  si  volsero  per  rendersi conto esattamente della
    situazione.
    La vecchia fregata era naufragata in mezzo ad un gruppo di scogliere e
    d'isolotti che circondavano una specie  di  laghetto  comunicante  col
    mare  per  mezzo  di due canali tortuosi,  cosparsi di bassifondi e di
    bacini coralliferi.
    Il caso aveva spinto la  fregata  in  quel  bacino,  fracassandola  di
    fronte  a un isolotto coperto da una fitta vegetazione che si rizzava,
    in forma di cono, per duecento e pi metri.
    - Di lass potremo forse scorgere la costa - disse Sandokan  indicando
    a Yanez l'isolotto.  - Appena le onde si saranno calmate noi andremo a
    esplorarlo e cercheremo di raggiungere la vetta.
    Quando ridiscesero sulla nave, il primo raggio di sole si stendeva sul
    mare, cospargendo le onde di pagliuzze d'oro.
    I forzati,  rassicurati sulla loro sorte,  si erano messi  al  lavoro,
    perch  ormai  sapevano  che si doveva intraprendere la costruzione di
    una zattera. Il gallese, abile in simili lavori, s'era messo alla loro
    testa per dirigere innanzitutto le opere di  demolizione,  poich  era
    necessario molto legname.
    Intanto Sandokan e Yanez, seguiti da Tanauduriam e da alcuni galeotti,
    avevano fatto una rapida ispezione nella stiva della nave e nel quadro
    per  cercare  altri  viveri: quelli rinvenuti la sera precedente erano
    stati consumati durante l'orgia.
    Le loro ricerche dettero un discreto risultato.  Bench la dispensa  e
    il  quadro fossero stati distrutti,  riuscirono a trovare alcune casse
    di biscotti nella camera comune dell'equipaggio e  vari  barilotti  di
    porco salato, sfuggiti miracolosamente all'incendio.
    Tutte  le  altre  provviste  conservate  nella stiva erano ormai sotto
    acqua,  e forse erano gi state  portate  via  dalle  onde,  sfuggendo
    attraverso le spaccature della carena.
    - Abbiamo appena di che sfamarci - disse Yanez. - Se quei furfanti non
    avessero  sprecato nell'orgia tutti quei barili e quelle casse ricolme
    di viveri, si sarebbe potuto tirare avanti per molti giorni.
    - Rimpianti inutili, Yanez - osserv Sandokan.  - D'altra parte domani
    raggiungeremo la costa.
    Verso  il  mezzod  le  onde  si  erano calmate entro quella specie di
    bacino e i  due  capi  dei  pirati,  con  Tanauduriam  e  Sambigliong,
    s'imbarcarono  nel  piccolo  canotto per approdare all'isolotto che si
    ergeva di fronte alla nave.
    Erano certi,  dalla cima di quel cono,  di poter distinguere la  costa
    del  Borneo,  poich  era  molto  pi  alto  delle  scogliere  che  si
    estendevano verso est.
    La traversata del bacino  fu  compiuta  in  pochi  minuti,  quantunque
    l'acqua  fosse  ancora  mossa  a  causa  delle  ondate  che giungevano
    attraverso i canali;  lo sbarco si  effettu  felicemente  su  di  una
    spiaggia in lieve declivio.  I rondoni, i petrelli e le aluste vedendo
    scendere quegli intrusi volarono  via  schiamazzando,  tuttavia  Yanez
    riusc ad abbattere un magnifico pelargopsis.
    - Ci servir da pranzo - disse il portoghese.
    Raccolta  la  preda  e  legato  il piccolo canotto,  Sandokan e i suoi
    compagni s'inoltrarono  in  mezzo  ad  una  boscaglia  cominciando  la
    scalata del cono.
    Mentre le altre scogliere erano aridissime,  quell'isolotto era invece
    coperto da una ricca e splendida vegetazione.  Lungo  i  suoi  fianchi
    crescevano felci arboree, piante di cycas, casuarine, palme ed ammassi
    sarmentosi  di  "gambir"  irti  di  spine;  tutte  piante per che non
    offrivano frutti commestibili.
    In mezzo al fogliame e ai festoni verdeggianti  non  si  vedevano  che
    lucertole,    le   quali,   fuggendo,   mandavano   grida   stridenti;
    rassomigliavano alle "geh-ko",  cos numerose a Giava  ed  a  Sumatra,
    dove ogni casa ne  invasa.
    Procedendo  lentamente  tra  la  fitta vegetazione,  Sandokan e i suoi
    compagni,  dopo mezz'ora,  riuscivano a raggiungere la vetta del  cono
    che  si  ergeva  brulla,  spoglia del pi piccolo filo d'erba.  Giunti
    lass volsero lo sguardo verso l'est e  distinsero  una  costa  bassa,
    difesa da un gran numero di isolotti, che si profilava all'orizzonte.
    -  Non    che  a  venti  miglia  da  noi  - disse Sandokan.  - Domani
    sbarcheremo.
    - Quella punta che si prolunga verso il nord dev'essere il capo Siriki
    - disse Yanez.
    - Lo suppongo anch'io - rispose Sandokan.
    Rimasero lass alcuni minuti osservando il  mare  all'intorno  con  la
    speranza  di  scoprire  qualche "praho",  poi scesero e si imbarcarono
    portando con s il grosso volatile.
    Tornati a bordo,  trovarono i forzati ancora intenti alla  demolizione
    della fregata.
    Quando il legname accumulato a poppa fu stimato sufficiente, Sandokan,
    Yanez  e  il gallese si misero alla direzione del lavoro per costruire
    una solida zattera capace di resistere alle contro-ondate della costa,
    violentissime in quei paraggi irti di banchi e di rocce coralline.
    Fecero gettare in acqua,  prima  di  tutto,  i  travi  dell'albero  di
    trinchetto  ed  i pennoni per formare lo scheletro,  poi tre o quattro
    piccoli galleggianti che furono tosto occupati da alcuni uomini scelti
    fra i pi pratici e i pi intelligenti.
    Il mare si era placato e la costruzione dello scheletro della  zattera
    fu  quindi  rapidissima.  I  travi  dell'albero  ed  i  pennoni furono
    solidamente legati formando una specie  di  parallelogramma  sostenuto
    agli  angoli  da parecchie botti vuote,  che erano state trovate nella
    camera comune dell'equipaggio, e da numerosi barilotti.
    Il legname strappato all'opera morta,  le  tavole  della  tolda  e  le
    murate  che  erano gi state sfasciate furono precipitate in acqua,  e
    quei carpentieri improvvisati,  sotto la direzione del gallese  e  dei
    due  capi  di  Mompracem,  diedero  principio  alla  costruzione della
    piattaforma.
    Avevano trovato la cassa del carpentiere,  sfuggita  all'incendio  del
    quadro  di poppa,  che conteneva numerosi attrezzi da falegname ed una
    provvista di chiodi d'ogni dimensione;  la seconda parte del lavoro fu
    eseguita  cos  rapidamente  che  prima del tramonto la zattera era in
    grado di ricevere i naufraghi della vecchia fregata.
    A poppa fu collocato il timone, una specie di lungo remo,  e al centro
    della  piattaforma  venne  issato  un  alberetto formato dall'asta del
    bompresso,  cui fu appeso un pennone di parrocchetto con  la  relativa
    vela.
    Alle otto di sera,  mentre la luna sorgeva sull'orizzonte,  rossa come
    un disco di ferro rovente, i forzati s'imbarcavano portando con s due
    casse di biscotti,  un po' di  porco  salato,  alcuni  barili  d'acqua
    dolce, una ventina di fucili con tre o quattrocento cariche, perch la
    Santa Barbara era rimasta sommersa,  ed una quarantina di scuri. Anche
    il piccolo canotto era  stato  calato  sulla  zattera,  perch  poteva
    rendere preziosi servigi durante l'approdo.
    Alle nove il galleggiante,  spinto da due dozzine di remi, abbandonava
    la carcassa della fregata avanzandosi lentamente fra le scogliere.
    Sandokan s'era messo al timone;  Yanez e il gallese con Sambigliong  e
    Tanauduriam stavano a prora per segnalare i bassifondi.
    La  traversata del canale che si dirigeva verso l'est fu pi facile di
    quanto avevano creduto i due capi della pirateria,  e mezz'ora dopo la
    grande  zattera,  con la sua vela tesa al vento,  filava lentamente in
    direzione della costa bornese,  oscillando pesantemente  sulle  larghe
    onde che correvano verso il nord.
    -  Se  questa brezza non viene a mancare,  domani mattina noi saremo a
    terra - disse Sandokan a Yanez che lo aveva raggiunto a poppa.
    - Mi domando come ce la  caveremo  quando  avremo  toccato  la  costa-
    rispose  il  portoghese.  -  Temo  che  l  ci  aspettino delle brutte
    sorprese.
    - E perch, Yanez?
    - Ho un pensiero che mi tormenta, Sandokan.
    - E quale?
    - Non so perch, ma penso sempre all'equipaggio delle scialuppe.
    - Sar ormai lontano.
    - E se invece ci aspettasse sulla costa?  Quegli uomini devono  essere
    furiosi per lo scacco sofferto.
    - Bah! se ne saranno andati a Sarawak o a Sedang.
    -  Peggio  ancora,  Sandokan.  Se  James  Brooke viene informato della
    nostra fuga,  lancer in mare il suo dannato "schooner" per  darci  la
    caccia.
    - Giungerebbe tardi, amico mio.
    - Hai intenzione di abbandonare presto i forzati?...
    - Domani sera, quando dormiranno, noi prenderemo il largo.
    - E con che cosa?...
    - Col canotto.
    -  Uhm...  Un  viaggio  un  po' lungo e non esente da pericoli.  Siamo
    lontani da Mompracem, fratello mio.
    - A Uri possiamo trovare  un  "praho"  che  ci  porti  almeno  fino  a
    Romades.
    -  Verr  anche  il gallese con noi?...  Sarebbe un acquisto prezioso,
    Sandokan.
    - Ha promesso di seguirci. Preferisce la nostra compagnia a quella dei
    galeotti.
    Intanto la zattera,  sospinta da una leggera brezza che soffiava  per
    irregolarmente,  continuava ad avanzare verso est,  in direzione della
    spiaggia che Sandokan e Yanez avevano scorto dalla cima dell'isolotto
    Il mare era ancora agitato,  per l'enorme galleggiante si  comportava
    bene.  Di quando in quando qualche onda veniva ad infrangersi sui suoi
    bordi, bagnando i forzati che si erano raggruppati attorno all'albero;
    per lo scheletro, solidamente costruito, e la piattaforma resistevano
    tenacemente agli urti.
    Verso mezzanotte la brezza cess e la zattera non  procedette  pi;  i
    marosi continuavano per a sollevarla scuotendola brutalmente.
    Quando  il  sole sorse all'orizzonte,  la costa era ancora lontana una
    quindicina di miglia e la calma non era stata rotta.
    Il mare era deserto. Nessuna vela si scorgeva all'orizzonte,  n alcun
    punto nero che indicasse la presenza di una scialuppa.
    Soltanto  qualche  uccello marino svolazzava per l'aria: erano fregate
    dal fulmineo volo,  eleganti volteggiatori del mare  che  s'incontrano
    solamente presso i tropici, le cui ali somigliano a quelle dei falchi;
    non  mancavano  per  i  soliti rondoni di mare e le starne,  volatili
    assai numerosi nei mari della Malesia.
    In acqua,  trascinati dalle onde,  si vedevano invece numerosi diodon,
    pesci assai strani che abitano le zone torride, i quali si divertono a
    navigare  col  ventre  in  aria  e  di  quando in quando assorbono una
    notevole quantit d'aria diventando rotondi.
    Sono bruttissimi a vedersi,  perch  hanno  il  corpo  irto  di  spine
    biancastre  chiazzate di nero e di violaceo che li fanno rassomigliare
    a ricci enormi.
    I forzati, le cui provviste erano scarse,  tentarono pi volte di dare
    la  caccia  ai diodon servendosi di alcune fiocine che avevano portate
    con s per usarle come armi di difesa, ed ebbero buoni risultati.
    Intanto, verso le tre pomeridiane,  la brezza torn a gonfiare la vela
    e  la  zattera,  dopo  parecchie ore di immobilit,  riprese la corsa,
    fendendo rumorosamente le onde che l'assalivano a prora.
    La costa ormai  si  distingueva  perfettamente.  Essa  descriveva  una
    specie  di  grande  arco che s'estendeva dal nord al sud,  ed appariva
    coperta da una vegetazione assai fitta.  In distanza,  una  catena  di
    montagne   si   profilava  sul  luminoso  orizzonte;   forse  era  una
    diramazione dei Monti di Crisallo, una delle principali ossature della
    grande isola,  che corrono per un  lungo  tratto  parallelamente  alle
    coste occidentali, nel territorio del sultanato di Varauni.
    Un  gran  numero  di  scoglietti ostruiva l'entrata della rada aperta,
    rendendo difficile e fors'anche pericoloso l'approdo,  soprattutto per
    un galleggiante cos imperfetto che non sempre obbediva all'azione del
    timone.
    - Tenetevi pronti ad ammainare la vela o la zattera si sfascer- aveva
    gridato Sandokan.
    Le  onde,  trovando  in quegli scoglietti un ostacolo alla loro corsa,
    rimbalzavano con grande violenza,  imprimendo al  galleggiante  scosse
    incessanti.  Spinte dalla brezza, si rovesciavano con furore contro la
    spiaggia  accartocciandosi,   accavallandosi   e   infrangendosi   con
    assordante  fragore.  A  volte  pareva  di  udire  una  salva di pezzi
    d'artiglieria.
    Sandokan e Yanez,  aggrappati al lungo remo  che  serviva  da  timone,
    facevano sforzi disperati per mantenere la zattera sulla buona via, ma
    gli ostacoli crescevano ad ogni istante. Oltre alle scogliere vi erano
    anche  dei  banchi  di sabbia che non sempre potevano scorgere a causa
    della spuma che li copriva.
    I forzati erano tutti balzati in piedi,  pronti a gettarsi  in  acqua.
    Alcuni avevano preso le armi e altri si erano caricati dei viveri, che
    non volevano assolutamente perdere.
    Le  scosse,  i sobbalzi della zattera diventavano sempre pi violenti.
    Le onde le imprimevano tali urti che  gli  uomini  erano  incapaci  di
    mantenersi ritti.
    Nondimeno  erano  gi  giunti a trecento metri dalla spiaggia,  grazie
    all'abilit di Sandokan e di Yanez.
    Ad un tratto per un'onda, pi alta delle altre,  afferr la zattera e
    la  scagli  innanzi  con violenza inaudita,  mantenendola per qualche
    istante quasi verticale.
    Un momento dopo,  un urto tremendo avvenne a  prora.  La  piattaforma,
    disarticolata  di  colpo,  si  sfasci  sotto i piedi dei forzati e le
    tavole furono travolte fra le scogliere.
    - Si salvi chi pu!... - grid il gallese.
    I centotrenta uomini si trovarono in acqua.
    Fortunatamente vi erano dei  bassifondi  in  quel  luogo.  I  forzati,
    aiutandosi  a  vicenda,  sospinti  dai  marosi,  pochi  minuti dopo si
    trovavano riuniti sulla spiaggia dove gi li avevano preceduti  Yanez,
    Sandokan e il gallese coi due tigrotti di Mompracem.

















    20. LA STRAGE DEI FORZATI.


    Quella  costa  sulla  quale  si erano miracolosamente salvati sembrava
    completamente deserta.
    Non si scorgeva traccia di vita umana.
    L'immensa foresta terminava sulla sponda bagnando fra le onde del mare
    le radici dei suoi ultimi alberi.  Era,  al pari  di  quasi  tutte  le
    boscaglie  vergini  del  Borneo,  composta  d'una  infinita variet di
    piante che potevano essere utilissime ai naufraghi.
    Abbondavano soprattutto le piante gommifere,  le "giunta wan",  grosse
    rampicanti  appartenenti alla famiglia delle apocinee,  dalle quali si
    estrae,  oltre ad una eccellente gomma,  anche una specie  di  vischio
    usato dai malesi per accalappiare gli uccelli, e gli "isonandra gutta"
    dai  quali si estrae il caucci facendo delle semplici incisioni nella
    corteccia; ma abbondavano anche i mangostani dalle frutta squisite,  i
    "pombo"  dagli  enormi  aranci,  i  "nepelium"  che  danno  dei frutti
    semitrasparenti e leggermente aciduli,  e  gli  alberi  del  pane  gi
    carichi di enormi involucri che, arrostiti, sono eccellenti.
    Anche  la  selvaggina non mancava e non si dimostrava spaventata dalla
    vicinanza di quegli uomini.
    In mezzo ai folti rami del "pombo" si vedevano agitarsi alcune  coppie
    di  "budeng",  belle scimmie grandi quanto un semnopiteco,  col pelame
    nero e lucentissimo, la pelle del muso e delle mani assai oscura, e la
    testa coperta da una specie di berretto villoso che si prolungava fino
    al mento, formando una specie di barba.
    Giocavano  tranquillamente  coi  loro  piccini  ed  eseguivano  ardite
    acrobazie, tenendosi aggrappate ai rami con le lunghe code.
    Sandokan e Yanez,  dopo aver dato ordine ai naufraghi di tenersi uniti
    e d'improvvisare dei ricoveri,  perch il sole era ancora  caldissimo,
    si cacciarono sotto la foresta, scortati dal gallese, da Sambigliong e
    da Tanauduriam, tutti armati di fucili.
    Volevano  prima accertarsi se quella costa era veramente deserta,  per
    non esporre i forzati ad un improvviso assalto da parte  dei  davachi,
    selvaggi audacissimi, dediti all'antropofagia, che sono numerosi sulle
    spiagge e nelle foreste occidentali del Borneo.
    La  loro  escursione  si  prolung fino al tramonto senza che avessero
    trovato alcun villaggio n alcuna traccia d'abitanti
    Ormai certi dell'assenza di quei pericolosi isolani, fecero ritorno al
    campo, improvvisato sul margine della foresta, in una specie di radura
    che si estendeva fino alla spiaggia.
    I forzati, durante la esplorazione dei tre capi, avevano gi costruito
    numerose capannucce adoperando le gigantesche foglie di alcuni  banani
    selvatici,  ed  avevano  anche  fatto un'abbondante raccolta di frutta
    d'ogni specie,  saccheggiando gli alberi che  crescevano  sul  margine
    della foresta.
    Altri  invece  s'erano  intanto  sparsi  fra  le  scogliere ed avevano
    trovato parecchie grosse ostriche dette di Singapore,  venti volte pi
    grandi  di  quelle comuni,  grossi cefalopodi e "haliotis",  splendide
    conchiglie  di  dimensioni  gigantesche  che  hanno  tutti  i   colori
    dell'iride  e  contengono un mollusco assai pregiato che si pesca e si
    esporta in grande quantit specialmente sui mercati cinesi.
    Anche un paio di tartarughe marine,  molto grosse,  erano state  prese
    mentre scavavano la sabbia per seppellire le loro uova.
    La  cena era assicurata e abbondantemente,  senza toccare la provvista
    di carne,  molto scarsa d'altronde,  perch era stata spazzata via  in
    gran  parte dalle onde che avevano demolito la zattera.  Quando per i
    forzati vollero accendere  il  fuoco,  s'accorsero  di  non  avere  un
    acciarino.
    Poich  era  necessario  un  po' di fuoco,  anche per tener lontane le
    fiere della vicina  foresta,  Sandokan  e  Yanez  diedero  incarico  a
    Sambigliong ed a Tanauduriam di procurarlo.
    La cosa non era cos difficile come i forzati avevano creduto. Come si
    pu   immaginare,   non   tutte   le   popolazioni   conoscono   l'uso
    dell'acciarino,  eppure riescono  egualmente  ad  accendere  il  fuoco
    necessario  per  cucinare  i  loro  alimenti e per scaldarsi quando le
    notti sono umide e fredde.
    I malesi hanno un metodo assai spiccio,  ma molto ingegnoso.  Prendono
    un bamb, pianta che si trova dovunque nelle loro foreste, lo tagliano
    a meta,  in senso longitudinale, e sulla superficie convessa fanno una
    piccola tacca.
    Il margine tagliente dell'altro si soffrega su quella  tacca  dapprima
    lentamente, poi rapidamente.
    Il  pulviscolo  generato dallo sfregamento ben presto si incendia e il
    fuoco si comunica ai filamenti di giunchi posti sotto il taglio.
    Accesi numerosi fal,  i forzati  cenarono  allegramente,  poi,  vinti
    dalla  stanchezza,  si  sdraiarono  sotto  i ripari improvvisati senza
    darsi la briga di disporre delle sentinelle attorno al campo, malgrado
    i consigli reiterati di Sandokan, di Yanez e del gallese.
    - Se avete paura,  veglierete voi - avevano risposto ai  loro  capi  e
    senz'altro si erano messi a russare.
    - Lasciamoli fare - disse Yanez a Sandokan.  - Se verranno assaliti si
    trarranno d'impiccio da soli.
    - Lo sapevo che da  questi  furfanti,  cessato  il  pericolo,  non  si
    sarebbe  pi  ottenuto  nulla.  Domani  ci  rifiuteranno  obbedienza e
    dopodomani ci accoltelleranno.
    - E' vero, signor Yanez - disse il gallese. - Ora che sono in salvo se
    ne infischieranno di noi e ci negheranno qualsiasi obbedienza.
    - Tanto peggio per loro - rispose Sandokan.  - La  nostra  missione  
    finita.
    - Partiremo, Sandokan? - chiese Yanez.
    -  Appena  si saranno tutti addormentati.  E' sempre sulla spiaggia il
    canotto?...
    - L'ho ripreso mentre le onde stavano per portarlo al largo  disse  il
    gallese.
    - Abbiamo delle munizioni?...
    - Una quarantina di cariche, signore.
    -  Ci  basteranno  per  giungere  fino  a  Uri  - disse la Tigre della
    Malesia. - Sdraiamoci anche noi e fingiamo di dormire. Se si accorgono
    della nostra fuga, sono capaci di assassinarci.
    - Peggio ancora, di scorticarci, signore - disse il gallese. Abbiamo a
    che fare con la schiuma dell'Inghilterra e dell'India.
    Si sdraiarono tutti e cinque sotto un durion gigantesco, che sorgeva a
    trecento passi dalla spiaggia, e finsero di dormire profondamente.
    Alcuni galeotti vegliavano ancora attorno ad un fal narrandosi storie
    atroci;  il sonno per  non  doveva  tardare  molto  a  colpire  anche
    costoro.
    Verso le undici tutti ormai dormivano nell'accampamento. I fuochi, non
    pi  alimentati,  a  poco  a  poco si spegnevano mandando ancora brevi
    bagliori.
    Sandokan,  per  essere  certo  di  non  venire  scoperto,   attese  la
    mezzanotte, poi scosse i suoi compagni dicendo:
    - L'ora  giunta, possiamo andarcene.
    - Sei certo che dormano tutti? - gli chiese Yanez.
    -  Non  vedo  pi  alcuno  attorno  ai  fuochi;   odo  invece  russare
    dappertutto.
    - D'altronde,  se vorranno impedirci di andarcene risponderemo a colpi
    di fucile - aggiunse Yanez.
    Il  gallese  s'era  alzato e,  tenendosi nascosto dietro il tronco del
    grande albero, guardava attentamente all'intorno.
    Nessun uomo vegliava attorno ai bracieri gi quasi estinti,  e nessuna
    sentinella  si scorgeva alle estremit dell'accampamento.  I galeotti,
    certi di non essere disturbati,  russavano placidamente sotto  i  loro
    ricoveri,  come  se  si  fossero  ancora  trovati  nel frapponte della
    fregata.
    - Partiamo, signori - disse il gigante impugnando il fucile.
    I due  capi  della  pirateria,  Sambigliong  e  Tanauduriam  si  erano
    rapidamente alzati.  Diedero un ultimo sguardo all'accampamento,  poi,
    guidati dal gallese,  si diressero silenziosamente verso la  spiaggia,
    tenendosi nascosti dietro alcuni monticelli di sabbia.
    Riparato fra due scogliere,  trovarono il piccolo canotto.  Il gallese
    l'aveva munito d'un alberetto, d'una vela e di due paia di remi, e, da
    uomo prudente,  vi aveva  messo  un  barilotto  d'acqua.  Mancavano  i
    viveri,  ma poich non intendevano prendere molto il largo, avevano la
    possibilit di procurarseli sulla sponda.
    - Imbarchiamoci - disse Sandokan.
    Stava per slanciarsi sul banco di poppa, quando ai suoi orecchi giunse
    un fischio acuto.
    - Che cos'? - si chiese arrestandosi.
    - Che sia stato qualche segnale? - disse Yanez.
    - Ragione di pi per affrettarci - rispose il gallese.
    - Forse qualche galeotto ci teneva d'occhio ed ha dato l'allarme.
    - Ai remi! - comand Sandokan.
    Sambigliong e Tanauduriam presero i remi e  si  misero  a  maneggiarli
    vigorosamente,   mentre   Sandokan,   Yanez   e  il  gallese  armavano
    precipitosamente i fucili per essere  pronti  a  respingere  qualsiasi
    assalto.
    Contrariamente  ai  loro  timori,  nessun galeotto fu veduto alzarsi e
    slanciarsi verso la riva.
    Il canotto,  spinto  rapidamente  innanzi,  raggiunse  ben  presto  le
    scogliere  contro  le  quali  si era sfasciata la zattera e si diresse
    verso un promontorio che nascondeva l'orizzonte verso il nord.
    Si erano allontanati  circa  mezzo  miglio  dall'accampamento,  quando
    vociferazioni  spaventevoli  scoppiarono  sulla  spiaggia  che avevano
    abbandonata.
    Sandokan, il gallese e Yanez erano balzati in piedi.
    Si vedevano dei punti luminosi,  forse  delle  fiaccole,  correre  sul
    margine  della  boscaglia,  mentre  dei lampi,  seguiti da detonazioni
    fragorose, balenavano intorno all'accampamento.
    Urla  feroci  e  invocazioni  disperate  echeggiavano  con   crescendo
    spaventoso.  Pareva  che  l'accampamento  fosse  stato improvvisamente
    assalito e che i disgraziati galeotti venissero trucidati sotto i loro
    ripari.
    - I forzati sono stati assaliti!...  - aveva gridato  la  Tigre  della
    Malesia.
    - O si scannano fra di loro? - chiese invece Yanez.
    - No: odi queste urla?...  Sono le grida di guerra dei dayachi. Amici,
    ritorniamo!...
    - Dove?
    - All'accampamento, Yanez.
    - Lascia che li uccidano, Sandokan.
    - No, Yanez. Noi, gente di guerra,  non possiamo assistere impassibili
    a quel massacro.
    - Se lo vuoi, torniamo. Temo per che giungeremo troppo tardi.
    Sambigliong  -  Tanauduriam,  aiutati dal gallese,  avevano ripreso la
    corsa verso il sud arrancando a tutta lena.
    Pareva proprio che l'accampamento fosse stato assalito da  un'orda  di
    quei  terribili selvaggi che popolano le coste occidentali del Borneo,
    uomini vigorosi e nemici feroci sia dei bianchi che dei malesi.
    Le loro vociferazioni assordanti, selvagge, rimbombavano lungo le rive
    dell'insenatura coprendo le detonazioni delle armi da fuoco.  Tra quei
    clamori,  ad  intervalli,  si  udivano  le  urla  di dolore dei poveri
    galeotti che venivano spietatamente trucidati.
    Forse i pi coraggiosi avevano tentato di organizzare  la  resistenza,
    poich  ad  un'estremit  dell'accampamento  si  scorgevano  dei lampi
    balenare e si udivano di quando in quando delle scariche,  ma le  urla
    degli assalitori,  urla di trionfo e di vittoria,  annunciavano che il
    peggio toccava ai forzati.
    Il piccolo canotto,  oltrepassate le scogliere,  si trov  ben  presto
    dinanzi all'accampamento.
    Soltanto  in quel momento Sandokan e i suoi compagni poterono rendersi
    conto esattamente della terribile situazione dei forzati.
    La spiaggia formicolava di selvaggi,  armati di lance e  di  "parangs"
    dalla  larga  lama.  Erano  parecchie  centinaia ed avevano circondato
    completamente  l'accampamento  tentando  di  disperdere  con   furiosi
    assalti i drappelli di galeotti.
    Questi,  ormai  decimati,  si  erano  raccolti attorno ad un gruppo di
    alberi e tentavano di opporre una disperata resistenza  con  le  poche
    armi di cui disponevano. Degli spari di tratto in tratto rimbombavano,
    ma  soltanto  un  cannone avrebbe potuto respingere quelle orde feroci
    che correvano all'attacco con cieco furore.
    La tigre della Malesia,  approfittando del momento  in  cui  le  grida
    scemavano d'intensit, aveva urlato:
    - Coraggio!... Veniamo in vostro soccorso.
    Poi  quattro  detonazioni  erano  rimbombate,  gettando a gambe levate
    quattro selvaggi.
    Il canotto stava allora per approdare.
    I dayachi, udendo quegli spari, avevano fatto un rapido dietrofront.
    Alla vista dell'imbarcazione, trenta o quaranta di loro si scagliarono
    verso la spiaggia per contrastare il passo a quei cinque uomini che li
    assalivano alle spalle.
    - Ferma,  Sambigliong!  - comand Sandokan.  - Teniamoci a distanza  o
    verremo anche noi sopraffatti.
    -  Bruciamo  le  nostre  cariche  senza risparmio - disse il gallese.-
    Probabilmente non riusciremo a  salvare  quei  disgraziati;  cerchiamo
    almeno d'infliggere perdite crudeli agli antropofaghi!...
    Tenendosi  riparati  dietro  al bordo del canotto per evitare le lance
    che piovevano da ogni parte,  Sandokan e i suoi compagni  aprirono  un
    fuoco accelerato, mirando nel pi folto degli assalitori.
    -  Fuoco!  -  gridava  incessantemente  Sandokan.  -  Quando li avremo
    respinti sbarcheremo.
    I dayachi,  per,  quantunque il vivo fuoco  di  moschetteria  facesse
    grandi  vuoti nelle loro file,  non accennavano a ritirarsi.  Mentre i
    loro compagni,  con un  ultimo  e  impetuoso  assalto,  sgominavano  i
    galeotti,  si gettarono risolutamente in acqua per assalire a nuoto il
    piccolo canotto.
    Per sfuggire a quel pericoloso abbordaggio,  Sambigliong e Tanauduriam
    furono  costretti  ad  abbandonare i fucili ed a riprendere i remi per
    portarsi nuovamente al largo,  mentre Yanez,  Sandokan  e  il  gallese
    moschettavano i nuotatori.  Veduti inutili i loro sforzi,  i selvaggi,
    dopo un  ultimo  tentativo,  ripiegarono  verso  la  spiaggia  urlando
    ferocemente.
    La  lotta  era  allora finita all'accampamento e le orde si ritiravano
    precipitosamente nella tenebrosa foresta.  portando seco le armi e  le
    teste  dei vinti,  perch i dayachi sono grandi collezionisti di crani
    umani.
    Quando le ultime bande furono scomparse sotto gli alberi,  Sandokan ed
    i suoi compagni sbarcarono.
    Un silenzio di morte regnava nell'accampamento, dopo tanto fragore.
    In  mezzo  ai  ripari  che  erano  stati  improvvisati  alla  sera dai
    naufraghi  giacevano  cumuli  di  cadaveri  atrocemente  mutilati  dai
    pesanti "parangs" e dalle mazze degli assalitori.
    I disgraziati, completamente denudati, erano tutti privi della testa.
    - Che orrendo massacro!... - esclam il gallese.
    - Neppur uno deve essere sfuggito alla morte - disse Yanez. - E' stata
    una fortuna aver avuto l'idea di prendere il largo.  Un'ora di ritardo
    e anche le nostre teste sarebbero  andate  ad  ornare  le  capanne  di
    quegli abominevoli mangiatori di carne umana.  Sandokan,  andiamocene;
    qui non abbiamo pi nulla da fare.
    - Non cos presto, Yanez - rispose la Tigre.
    - Che cosa speri?...
    - Che qualche uomo possa essere sfuggito al massacro e si tenga celato
    nella foresta.
    - Vuoi cacciarti in mezzo  a  quegli  alberi?...  Forse  vi  sono  dei
    dayachi nascosti.
    - Rimarremo qui,  presso il canotto,  pronti a prendere il largo se un
    pericolo ci minaccia. Se qualche forzato  riuscito a salvarsi torner
    di certo all'accampamento nella speranza  di  trovare  un  compagno  e
    qualche arma.
    -  E'  vero,  signore  -  disse il gallese.  - Che abbiano fatto anche
    qualche prigioniero i dayachi?...
    - E' improbabile - rispose Sandokan.
    - Ma quale motivo li avr spinti a massacrare quei poveri forzati  che
    non avevano fatto loro nulla?...
    -  Il  desiderio  d'impadronirsi  delle loro armi e di fare una grossa
    raccolta di crani umani. I dayachi sono peggiori delle bestie feroci e
    quando possono  sorprendere  un  nemico  lo  fanno  senza  esitazione.
    Possedere il cranio d'un nemico  per loro segno di valore,  e tutti i
    guerrieri gareggiano per averne un bel numero.
    - Sono come i pellirossa dell'America settentrionale.
    - Con una differenza per,  che i  pellirossa  si  accontentano  della
    capigliatura  del  vinto,  mentre  questi  selvaggi  vogliono la testa
    intera - aggiunse Yanez.
    - Credete che ritornino?...
    - Non mi sorprenderei,  John - disse Sandokan.  - Qui vi  sono  ancora
    molti  cadaveri  che  possono  offrire  dei  copiosi pranzi.  Quando i
    dayachi avranno divorato i corpi che hanno portato con loro,  verranno
    a fare una nuova raccolta.
    - Che canaglie!...  - esclam il gallese,  - ci sarebbero voluti i due
    cannoni della fregata per infliggere loro una dura lezione.
    - Non ci sarebbero serviti a nulla - disse Yanez. L'equipaggio,  prima
    di lasciar la nave, li aveva inchiodati. Eh!...
    - Che cos'hai, Yanez? - chiese Sandokan.
    -  Vedo  delle  ombre  scivolare  sul mare - disse il portoghese.  L,
    guarda!...
    Sandokan ed il gallese s'erano voltati vivamente,  guardando verso  il
    mare.  Due  forme  ancora  imprecise,  due scialuppe o forse due canoe
    scavate  nel  tronco  d'un  albero,   erano  improvvisamente   apparse
    all'estremit del promontorio che chiudeva l'insenatura verso il sud.
    - Devono essere due imbarcazioni - disse Sandokan.
    -  Che  i  dayachi si preparino ad assalirci dalla parte del mare?- si
    chiese Yanez. - Allora anche nel bosco vi sono dei nemici.
    - E forse stanno spiandoci - aggiunse il gallese con voce inquieta.
    - S,  sono due scialuppe - confermarono Sambigliong e Tanauduriam che
    si erano spinti verso la spiaggia.
    - Sandokan,  fuggiamo - disse Yanez. - Forse i selvaggi che si tengono
    celati nel bosco si preparano ad assalirci alle spalle.
    - Quelle due scialuppe ci daranno la caccia, Yanez - rispose Sandokan.
    - Un abbordaggio al largo non pu esserci favorevole.
    - Che cosa decidi di fare dunque?...
    - Prendere posizione su di uno scoglio  e  bruciare  tutte  le  nostre
    cariche.
    - Non abbiamo che una dozzina di colpi, signori - disse il gallese.
    -  Poi  ci  difenderemo  coi  calci  dei fucili e con le scuri rispose
    Sandokan. - Presto, nel canotto!...
    Stavano per slanciarsi verso  la  spiaggia,  quando  Tanauduriam,  che
    s'era gi imbarcato, grid:
    - Non sono scialuppe di selvaggi quelle!... Scorgo degli uomini armati
    di fucili!
    - Che siano naufraghi? - chiese Yanez, arrestandosi.
    - Preparate le armi e vediamo chi sono costoro - disse Sandokan.
    Le  due  scialuppe che s'avanzavano frettolosamente erano gi giunte a
    due o trecento passi dalla spiaggia.  Erano montate da due dozzine  di
    marinai armati di fucili e di scuri.
    Sandokan si era curvato rapidamente verso Sambigliong dicendogli:
    - Non abbandonare il canotto tu, e sta' pronto a tutto.
    Il  pirata  d'un  balzo  fu nella piccola imbarcazione e vi si nascose
    dentro.
    In quel momento,  una voce che partiva  dalla  prima  scialuppa  aveva
    gridato in inglese:
    - Chi vive?
    - Naufraghi, signore - aveva risposto prontamente Sandokan.
    - Siete stati assaliti dai selvaggi?  Abbiamo udito delle urla e degli
    spari.
    - S, siamo stati sorpresi mentre dormivamo, e tutti i nostri compagni
    sono stati massacrati.
    - Sono fuggiti i selvaggi?
    - Si sono ritirati nella foresta - rispose Sandokan.
    - Volete imbarcarvi con noi? - chiese l'uomo della scialuppa.
    - Non chiediamo di meglio. Avete solamente delle scialuppe?
    - Al largo abbiamo un "giong".
    - Se vorrete prenderci a bordo pagheremo il trasporto.
    Le  due  scialuppe  erano  allora  giunte  presso   la   spiaggia.   I
    ventiquattro  uomini  che  le  montavano sbarcarono portando con s le
    armi e si diressero verso il gruppo formato da Sandokan, da Yanez, dal
    gallese e da Tanauduriam.
    - Andiamo a incontrarli - aveva detto  Sandokan,  volgendosi  verso  i
    suoi compagni.
    Ad  un  tratto  i ventiquattro uomini si precipitarono bruscamente sui
    tre pirati e sul gallese puntando verso di loro i fucili,  mentre  una
    voce minacciosa gridava:
    - Arrendetevi o siete morti!
    Sandokan,  sorpreso da quell'improvviso assalto, era rimasto immobile,
    senza pensare a far uso del  suo  fucile.  Un  grido  del  gallese  lo
    avvert del grave pericolo che correva:
    - L'equipaggio della fregata!...
    Sandokan  aveva mandato un urlo di furore e si era scagliato addosso a
    quegli uomini impugnando il fucile per la canna,  per servirsene  come
    d'una  mazza,  ma  dieci  mani l'avevano subito afferrato ed atterrato
    strappandogli l'arma.
    Il gallese,  dal canto suo,  aveva alzato la scure,  pronto a colpire;
    Yanez,   rapido  come  il  lampo,  gli  aveva  arrestato  il  braccio,
    dicendogli:
    - Volete farvi uccidere?...
    I marinai avevano gi appoggiato alcuni fucili sul petto del gigante e
    stavano per fulminarlo a bruciapelo.
    - Noi ci arrendiamo,  giovanotti miei - disse il portoghese,  che  non
    aveva perduto un atomo della sua solita flemma.  Vivaddio!... Lasciate
    che mi congratuli con voi per questa sorpresa!...
    Un uomo si era fatto innanzi e,  alzando il  berretto  aveva  detto  a
    Yanez:
    - Mi conoscete?...
    - Per Giove! Il tenente della fregata!...
    -  In persona,  signor Yanez - disse ridendo l'ufficiale.  - Ero certo
    che su qualche spiaggia vi avrei ritrovati,  poich la  fregata  ormai
    non poteva pi tenere il mare.
    - Avete avuto buon naso, mio signore.
    - Ed anche un po' di fortuna. Sono stati tutti uccisi i forzati?...
    -  Ecco  quello  che  non  posso  accertare.  Se  per volete fare una
    passeggiata nella foresta  e  fare  conoscenza  coi  dayachi,  noi  vi
    aspetteremo qui, mio caro signore - disse Yanez con ironia.
    -  Mi  premeva  riaver  voi  nelle  mani,  degli  altri  non  mi curo.
    Penseranno i selvaggi a distruggerli.
    - Ah! Vi premeva riprendere noi? E perch, signor mio?
    - Per ricondurvi a Sarawak.
    - Nelle scialuppe?...
    - No,  abbiamo incontrato un "giong" che ci ha  raccolti.  Vi  avverto
    per  che  l dentro voi non troverete dei forzati da sollevare contro
    di noi
    - Forse troveremo qualche cosa di meglio.
    Yanez si guard intorno, poi,  alzando la voce in modo da essere udito
    da  Sambigliong,  che  non  aveva  lasciato il piccolo canotto,  disse
    ridendo:
    -  Forse  troveremo  il  nipote  di  Muda-Hassin  o  un  certo  signor
    Sambigliong.
    Poi, vedendo che il tenente lo guardava con stupore, aggiunse:
    -  Ho  voluto scherzare,  signore: andiamo a ritrovare quel caro James
    Brooke. Forse non gli spiacer rivederci.
    E si lasci condurre nella scialuppa pi grossa, dove gi si trovavano
    Sandokan, Tanauduriam e il gallese.






    21. LO YACHT DI LORD JAMES.


    Le due scialuppe non s'erano ancora scostate trecento  metri  che  una
    testa  umana emergeva bruscamente dall'acqua celandosi dietro la poppa
    del canotto rimasto sulla spiaggia, semiarenato fra due scoglietti.
    Quella testa era di Sambigliong.  L'astuto pirata,  approfittando  del
    momento  in  cui l'equipaggio delle due imbarcazioni si gettava contro
    Sandokan, Yanez, il gallese e Tanauduriam, s'era lasciato scivolare in
    acqua e si era nascosto dietro uno scoglio. Comprendendo che,  libero,
    sarebbe  stato  pi  utile  ai suoi capi,  invece di accorrere in loro
    difesa aveva preferito allontanarsi silenziosamente.
    Lo scoglio dietro a cui si era celato si trovava a soli quaranta passi
    dalla spiaggia,  ed egli aveva quindi perfettamente  udito  le  ultime
    parole di Yanez.
    - Il nipote di Muda-Hassin - aveva mormorato.  - Comprendo che cosa ha
    voluto dire il signor Yanez. S, il progetto della Tigre era quello di
    chiedere aiuto al pretendente  al  trono  di  Sarawak.  Sambigliong  
    astuto e presto dar sue nuove.
    Si  slanci  in  mezzo  all'accampamento  frugando  fra i cadaveri dei
    poveri forzati e specialmente sotto i ripari che avevano innalzato  la
    sera precedente.
    Le  sue  ricerche  durarono poco: fece quasi subito ritorno al piccolo
    canotto,  portando con s  della  frutta  e  una  provvista  di  carne
    conservata.
    Gett  tutto  nella  piccola imbarcazione,  poi afferr i remi e prese
    rapidamente il largo dicendo:
    - Prima andiamo a vedere la nave su cui si imbarcheranno i  capi.  Poi
    mi  metter  in  viaggio  per  Mompracem,  raduner tutti i tigrotti e
    piomberemo su Sarawak,  dopo aver  guadagnato  alla  nostra  causa  il
    nipote di Muda-Hassin.
    Le due scialuppe avevano ormai oltrepassato il promontorio meridionale
    e si spingevano sempre al largo con notevole rapidit.  Sambigliong si
    mise a seguirle,  tenendosi ad  una  grande  distanza  per  non  farsi
    scoprire,  cosa  d'altronde  poco  probabile perch la notte era assai
    oscura.
    Ben presto il pirata vide brillare due punti luminosi che si muovevano
    da nord  verso  sud,  poi  vide  delinearsi  confusamente  un  piccolo
    veliero.  Doveva  essere  il  "giong"  che aveva raccolto l'equipaggio
    della fregata. Sambigliong depose i remi ed attese tenendo gli sguardi
    fissi sul piccolo bastimento.
    Poco dopo scorse le due scialuppe abbordarlo ai lati,  poi  le  grandi
    vele spiegarsi.
    -  Va  verso il sud - mormor il pirata.  - Riconducono la Tigre ed il
    signor Yanez dal rajah.
    Quando il veliero riprese la corsa,  spingendosi al largo con la prora
    rivolta  verso  la costa di Sarawak,  Sambigliong si mise a vogare con
    vigore supremo dirigendosi invece verso il nord.
    - Domani sera posso forse giungere a Uri - disse. - L trover qualche
    "praho" in rotta per le Romades o per Labuan.  Se tutto va  bene,  fra
    due  settimane  James  Brooke  rivedr  le  tigri di Mompracem nel suo
    regno.
    Tutta la notte il bravo e fedele Sambigliong rem  non  prendendo  che
    qualche brevissimo riposo,  e all'alba gi giungeva al capo Siriki, un
    grande promontorio che segna uno dei due  punti  estremi  della  vasta
    baia di Sarawak.
    Completamente  esausto  da quel lungo e faticoso esercizio,  stava per
    dirigersi  verso  una  delle  isole  che  si  trovavano  a  nord   del
    promontorio  per far colazione all'ombra di qualche banano,  quando la
    sua attenzione fu attirata da un bellissimo veliero che s'avanzava dal
    sud cercando di superare il capo con una lunga bordata.
    - Dove va quel legno?  - si chiese Sambigliong.  - Pare che  venga  da
    Sarawak ed abbia intenzione di filare verso il nord.
    Lo guard con maggior attenzione, poi un grido gli sfugg.
    - E' uno "yacht"!...  che sia quello di...  Possibile!...  Sarebbe una
    straordinaria fortuna!...
    Aveva afferrato i remi e s'era messo ad arrancare con  lena  disperata
    per  tagliare il passo al veliero.  Un lampo di gioia immensa brillava
    negli occhi del pirata.
    - S,  lo "yacht" di lord Guillonk!  - esclamava di tratto in tratto.
    -  Forse  a  bordo  vi  sono  anche  Ada  e  Kammamuri.  Quale fortuna
    inaspettata!...  La  Tigre  della  Malesia  e  il  signor  Yanez  sono
    salvi!...
    E remava con accanimento, facendo appello a tutte le proprie forze. Il
    piccolo canotto volava sulle larghe ondate.
    Lo  yacht  con una seconda bordata aveva gi superato il promontorio e
    stava per mettersi in rotta verso il sud.  Temendo di non giungere  in
    tempo per abbordarlo,  Sambigliong abbandon i remi,  arm rapidamente
    il fucile e lo scaric in aria.
    Subito vide alcuni uomini apparire sul cassero ed alcuni  cannocchiali
    puntati.  Ricaric il fucile e spar un secondo colpo,  poi, levandosi
    il sottanino, lo appese alla canna agitandolo disperatamente.
    Era un segnale di soccorso e fu compreso dall'equipaggio dello  yacht.
    Forse  lord  James  o  Kammamuri  avevano  gi  riconosciuto il fedele
    tigrotto di Sandokan.
    Le due rande del veliero furono contro-bracciate  e  la  piccola  nave
    mosse rapidamente verso il canotto.
    Giunto a cento metri, una voce grid:
    - Ehi!... Non sei tu Sambigliong?
    - Sono io, Kammamuri - url il pirata.
    - Morte di Sivah! Sambigliong!
    Sul ponte si vedevano lord James e Ada.
    Una corda fu subito gettata a babordo.
    -  Come ti trovi qui,  solo,  in quel canotto?  - chiesero ad una voce
    lord James e Kammamuri.
    - E di Sandokan che cosa  avvenuto? - chiese Ada.
    - E del signor Yanez? - domand Kammamuri.
    - Sono in viaggio per Sarawak, signori - disse Sambigliong.
    - Per Sarawak! - esclamarono tutti.
    - Ma ancora prigionieri.  Sono stati ripresi  ieri  sera,  quando  gi
    stavano per recarsi a Mompracem.
    -  Erano  dunque  fuggiti  dalla  nave che doveva condurli a Norfolk?-
    chiese lord James.  - Lo vedete amici?  Io  ero  certo  che  sarebbero
    riusciti  a  prendere il largo e che li avremmo ritrovati a Mompracem.
    Su, narra ogni cosa, Sambigliong.
    Il pirata in poche  parole  li  mise  al  corrente  degli  avvenimenti
    accaduti  dopo  la  loro  partenza  da  Sarawak a bordo della fregata.
    Quando Ada e Kammamuri seppero che i loro valorosi salvatori  venivano
    ricondotti prigionieri nella capitale del rajah,  un grido solo sfugg
    alle loro labbra:
    - Bisogna salvarli.
    - Non precipitiamo le cose, miei cari - disse lord James. Brooke non 
    un uomo da lasciarsi giocare due volte.
    - Milord - disse Sambigliong. - L'intenzione della Tigre della Malesia
    era di tornare a Sarawak con  tutti  i  tigrotti  di  Mompracem  e  di
    valersi del nipote di Muda-Hassin per strappare il trono al rajah. Voi
    sapete che i malesi sono ancora fedeli al legittimo erede del sultano.
    - Lo so.
    - Ebbene,  mettiamo in esecuzione il progetto di Sandokan - disse Ada.
    - Quel fiero e  leale  uomo  m'ha  dato  Tremal-Naik  e  mi  ha  fatto
    riacquistare  la  ragione,  e noi pagheremo il nostro debito liberando
    lui e i suoi compagni.
    - S, noi tenteremo ogni cosa - disse Kammamuri.
    - Per senza le bande di Mompracem non si  potr  fare  nulla  osserv
    lord James.
    -  Ebbene,  mettiamo  in  esecuzione  il  progetto di Sandokan - disse
    Sambigliong. - Datemi una delle vostre scialuppe,  alcuni marinai,  ed
    io  vado  a  radunare  tutti i pirati per condurli dal nipote di Muda-
    Hassin.
    - Ho una scialuppa a vapore; la metto a tua disposizione.
    - Partir subito, milord.
    - E noi, che cosa faremo intanto? - chiese Ada.
    - Torneremo a Sarawak.
    - Una parola, milord - disse Kammamuri.
    - Parla.
    - Ritornando a Sarawak,  non metteremo in sospetto il  rajah?  Sarebbe
    meglio fargli credere che noi abbiamo continuato il nostro viaggio per
    l'India.
    -  E'  vero  -  disse il lord colpito da quella riflessione.  Potrebbe
    credere che noi tentiamo la liberazione di Sandokan e di Yanez.
    - Milord - disse Sambigliong.  - Sapete dove si  trova  il  nipote  di
    Muda-Hassin?
    - A Sedang.
    - Libero?
    - Guardato a vista.
    - Sedang  sul fiume omonimo, se non m'inganno.
    -  Andate  ad  ancorarvi alla foce di quel corso d'acqua e vi prometto
    che fra due settimane io verr a raggiungervi  con  la  flottiglia  di
    Mompracem.  Intanto  vi  potrete avvicinare il nipote di Muda-Hassin e
    metterlo al corrente degli avvenimenti che si preparano.
    - Harry - grid lord James.
    Il secondo di  bordo,  un  bell'uomo  di  alta  statura,  dalla  pelle
    leggermente  abbronzata,  che  tradiva  l'incrocio  del sangue indiano
    coll'europeo,  cogli occhi nerissimi ed intelligenti ed  i  lineamenti
    energici che avevano una fierezza selvaggia, si fece innanzi dicendo:
    - Sono ai vostri ordini, milord.
    - Fate calare in acqua la scialuppa a vapore,  mettetevi viveri, armi,
    il  carbone   necessario   per   cinque   giorni   ed   equipaggiatela
    convenientemente.
    L'ordine  fu  immediatamente eseguito.  Quattro uomini ed un fuochista
    scesero nella scialuppa e la macchina fu subito accesa.
    - Le vostre ultime istruzioni,  milord?  - chiese Sambigliong prima di
    scendere la scala.
    - Armare l'intera flottiglia di Mompracem e venire a raggiungerci alla
    foce del Sadang. Quanti uomini sono rimasti a Mompracem?
    - Duecento, milord.
    - Avete "prahos" bastanti?
    -  Ve  ne  sono  trenta,  armati  di  quaranta  cannoni  e di sessanta
    spingarde.
    - Nel ritorno cercate di non farvi sorprendere dalla flotta del rajah.
    - Agiremo con prudenza.
    - Parti: i minuti sono preziosi.  La  scialuppa  percorre  dieci  nodi
    all'ora ed in due giorni puoi essere a Mompracem.
    - Arrivederci presto, milord.
    Sambigliong discese nella scialuppa dove l'attendevano due fuochisti e
    diede il comando di prendere il largo.  Un quarto d'ora dopo la rapida
    imbarcazione non era che un punto nero  appena  visibile  sull'azzurra
    superficie del mare.
    Lo "yacht" aveva ripreso la corsa verso l'est tenendosi al largo dalla
    foce  del  Sarawak  per  non venire scorto dai piccoli guardacoste del
    rajah. Al lord premeva di giungere a Sedang inosservato.
    Durante la notte  il  rapido  veliero  oltrepassava  la  piccola  baia
    racchiusa  fra  le  due  lunghe penisole che formano l'avamporto della
    citt, e all'indomani poggiava verso la costa.
    Alle sette  di  sera,  essendosi  il  vento  mantenuto  assai  fresco,
    giungeva  alla foce del fiume sulle cui rive sorge la piccola citt di
    Sedang.
    L'ancora fu calata a picco entro una piccola darsena,  seminascosta da
    altissimi  "duriam" e da splendide "arenghe saccarifere" le cui foglie
    piumate proiettavano sulle rive una cupa ombra.
    - Si vede nessuno, zio? - chiese Ada, che era salita in coperta.
    - La foce  deserta - rispose il lord.  -  Sedang    una  citt  poco
    frequentata.
    - Quando ci recheremo dal nipote di Muda-Hassin?
    - Domani; ma bisogna cambiar pelle.
    - Che cosa volete dire?
    -  Degli  uomini  bianchi  sarebbero  subito  notati  ed  il rajah non
    tarderebbe ad esserne informato.
    - Che cosa dobbiamo fare?
    - Travestirci da indiani e lasciarci dipingere il viso.
    - Per salvare Sandokan e i suoi valorosi amici sono  pronta  a  tutto,
    zio.
    - A domani, Ada.

















    22. IL GOVERNATORE DI SEDANG.


    Dodici ore dopo,  una scialuppa montata da sei bughisi dell'equipaggio
    dello "yacht", da lord Ada e Kammamuri, saliva il fiume per giungere a
    Sedang.
    I marinai avevano indossato i loro costumi nazionali,  consistenti  in
    gonnellini variopinti e un piccolo turbante,  e il lord e Ada,  la cui
    pelle aveva assunto un bel color bronzeo,  si erano avvolti in  ricche
    vesti  a  tinte  vivaci,  strette alla cintola da larghe fasce di seta
    rossa,  per farsi credere principi  indiani  in  viaggio  di  piacere.
    Solamente Kammamuri aveva conservato il suo costume maharatto, che non
    poteva  far  nascere alcun sospetto.  Il fiume,  angusto e dalle acque
    assai torbide,  era quasi deserto.  Di tratto in tratto appariva sulle
    sue  sponde una grande capanna dayaca piantata sopra file di pali,  ad
    una altezza di quindici o venti piedi.
    Grandi boscaglie si stendevano lungo il corso d'acqua: v'erano  alberi
    gommiferi  di  "giunta  wan";  piante di "piper nigrum" gi coperte di
    bacche rossastre che danno un granello  assai  aromatico;  di  "gluga"
    dalla cui corteccia macerata si estrae una specie di carta;  d'immensi
    alberi della canfora esalanti un acuto profumo e di banani,  di areche
    e di "rotang", piante sarmentose queste, che in quelle regioni tengono
    il  luogo  delle  liane  e  raggiungono lunghezze straordinarie poich
    toccano sovente i trecento metri.
    In mezzo a quella ricca vegetazione si  vedevano  talora  scimmie  dal
    naso  lungo dondolarsi sulle pi alte cime degli alberi o svolazzare i
    "calaos giganti",  stravaganti  volatili  dai  becchi  enormi,  grossi
    quanto l'intero corpo, il cui capo  sormontato da un bizzarro elmetto
    a  forma  di  virgola.  Apparivano  pure  stormi di splendidi "argus",
    adorni di lunghissime penne, di kakatue nere, e anche qualcuno di quei
    pipistrelli enormi che gl'indigeni chiamano "kulang",  grossi come  un
    piccolo  cane,   le  cui  ali  misurano  perfino  un  metro  e  trenta
    centimetri.
    A mezzogiorno,  la scialuppa,  che risaliva il fiume col favore  della
    marea,  giungeva  dinanzi  a  Sedang  ancorandosi alla estremit della
    borgata.
    Quantunque vanti il nome di citt,  Sedang non  che un  villaggio  al
    pari  di  Kutsching,  la seconda cittadina per importanza del reame di
    Sarawak.  A quell'epoca  si  componeva  di  un  centinaio  di  capanne
    piantate  su  pali,  quasi  tutte abitate da "dayachi-lant",  ossia da
    dayachi costieri,  di alcune casette coi tetti arcuati appartenenti  a
    pochi  cinesi,  e  di due edifici in legno,  uno abitato dal nipote di
    Muda-Hassin,  che veniva guardato come un prigioniero  perch  non  si
    ignorava  che egli aspirava alla riconquista del trono,  e l'altro dal
    governatore,  creatura devotissima al rajah,  che aveva ai suoi ordini
    una ventina d'indiani armati.
    Poich  a  Sedang  non  v'era  nemmeno una modesta trattoria,  il lord
    acquist una delle pi belle casette cinesi situata presso  il  fiume,
    alla  estremit  settentrionale  della  cittadina;  vi  condusse Ada e
    Kammamuri, poi disse alla nipote:
    - La mia missione finisce qui. Tutto quello che ho potuto fare per te,
    senza compromettere il mio onore di marinaio inglese e di compatriotta
    di James Brooke,  io l'ho fatto.  Alla guerra che tu e i pirati  state
    per scatenare io non posso partecipare, quantunque lo Stato di Sarawak
    sia  assolutamente indipendente,  non abbia legami con l'Inghilterra e
    io abbia avuto a dolermi ultimamente  della  eccessiva  rigorosit  di
    Brooke  nei  riguardi  di  Tremal-Naik.  Io  rimango  tuo  zio  e  tuo
    protettore, ma come inglese devo serbarmi neutrale.
    - Dunque voi ci lasciate gi? - disse Ada con dolore.
    - E' necessario.  Ritorno al mio "yacht",  ma non lascer la foce  del
    fiume  prima  che  siano aperte le ostilit,  per potere eventualmente
    proteggerti.  Tu non hai dimenticato di essere  una  donna  abbastanza
    energica per agire anche da sola.
    - Oh s, zio!... Sono risoluta a tutto.
    - Ti lascio quattro dei miei marinai con l'incarico di difenderti e di
    aiutarti.  Ti obbediranno come a me stesso, e sono uomini d'un provato
    coraggio  e  d'una  fedelt  sicura.  Addio!   Qualunque  pericolo  ti
    minacciasse,  manda a me uno dei miei marinai. Il mio "yacht"  armato
    e ad ogni tua richiesta salir prontamente il fiume.
    Si abbracciarono a lungo,  poi il lord torn ad imbarcarsi e ridiscese
    il  fiume.  La  giovinetta  era  rimasta  sulla  riva  e  lo  guardava
    allontanarsi: non  si  accorse  che  una  guardia  del  rajah  si  era
    avvicinata,  osservandola con viva curiosit,  non esente da una certa
    diffidenza.
    Se ne avvide soltanto quando l'uomo fu al suo fianco.
    - Chi siete voi? - chiese la guardia.
    La giovinetta gett su quell'indiano uno sguardo acuto ed altero.
    - Tu che cosa vuoi? - gli chiese.
    - Sapere chi siete - rispose l'indiano.
    - Ci non ti riguarda.
    - E' l'ordine, poich voi siete una straniera.
    - L'ordine di chi?
    - Del governatore.
    - Non lo conosco.
    - Ma egli deve sapere chi sbarca a Sedang.
    - E il motivo?...
    - Qui vi  il nipote di Muda-Hassin.
    - Non so chi sia.
    - Il nipote del sultano che prima regnava in Sarawak.
    - Non conosco sultani.
    - Non importa: io devo sapere chi siete.
    - Sono una principessa indiana.
    - Di quale regione?...
    - Della grande trib dei  maharatti  -  disse  Kammamuri  che  si  era
    silenziosamente avvicinato a loro.
    - Una principessa maharatta!...  - esclam l'indiano,  trasalendo.- Ma
    anch'io sono maharatto.
    - No,  tu sei un rinnegato - disse Kammamuri.  - Se tu fossi  un  vero
    maharatto saresti libero come me,  e non schiavo o servo d'un uomo che
    appartiene alla razza dei nostri oppressori, d'un inglese.
    Il soldato del rajah ebbe negli occhi un lampo d'ira,  che  subito  si
    spense, e chin il capo, mormorando:
    - E' vero.
    -  Vattene  -  disse  Kammamuri.  -  I  liberi maharatti disprezzano i
    traditori.
    L'indiano trasal, poi, alzando gli occhi velati di lacrime, disse con
    voce triste:
    - No,  non ho dimenticato la mia patria,  non ho  dimenticato  la  mia
    trib,  non  si    spento  nel  mio cuore l'odio verso gli oppressori
    dell'India: sono ancora maharatto.
    - Tu!...  - disse Kammamuri,  con maggior  disprezzo.  -  Dammene  una
    prova!...
    - Comanda.
    -  Ecco  la  mia padrona,  principessa d'una delle nostre pi valorose
    trib. Giurale obbedienza come le giurarono tutti i liberi figli delle
    nostre montagne, se osi!...
    L'indiano gir intorno un rapido sguardo per accertarsi di non  essere
    osservato,  poi  cadde  ai  piedi  di Ada con la fronte nella polvere,
    dicendo:
    - Comanda: per Sivah, Visn e Brahma, divinit protettrici dell'India,
    io giuro di obbedirti.
    - Ora ti riconosco per un compatriota - disse Kammamuri. - Seguici!...
    Entrarono nell'abitazione cinese guardata dai  quattro  marinai  dello
    "yacht", i quali tenevano alla cintura delle rivoltelle per proteggere
    la  nipote del padrone contro qualunque attentato,  e s'arrestarono in
    una stanzuccia con  le  pareti  coperte  di  carta  fiorita  di  Tung:
    leggerissime  sedie  di  bamb e alcuni tavoli ingombri di teiere e di
    chicchere di porcellana color del "cielo dopo la  pioggia",  la  tinta
    favorita dai figli del Celeste Impero, ammobiliavano la camera.
    - Comanda - ripet l'indiano prostrandosi nuovamente dinanzi ad Ada.
    Allora  la  giovinetta,  fissando su di lui un lungo sguardo,  come se
    volesse leggergli nell'animo, gli disse:
    - Sai che io odio il rajah?
    - Tu!...  - esclam l'indiano,  rialzando il capo  e  guardandola  con
    stupore.
    - S - disse la giovinetta con energia.
    - Hai forse da lagnarti di lui?
    - No,  ma lo odio perch  inglese, lo odio perch io sono maharatta e
    lui appartiene alla stirpe degli oppressori dell'India,  e  perch  un
    giorno  appartenne a quella compagnia che distrusse l'indipendenza dei
    nostri rajah.  Noi popoli liberi  abbiamo  giurato  odio  eterno  agli
    uomini della lontana Europa.
    - Ma tu dunque sei potente? - chiese l'indiano con maggior stupore.
    - Ho uomini valorosi, ho navi e cannoni.
    - E vieni a portare la guerra qui?
    - S, perch qui trovo un oppressore della nostra patria che ora cerca
    di opprimere altri uomini di colore al pari di noi.
    - Ma chi ti aiuter nell'impresa?...
    - Chi?... Il nipote di Muda-Hassin.
    - Lui!...
    - Lui.
    - Ma se  prigioniero!
    - Noi lo libereremo.
    - E lo sa lui che tu ti prepari a lottare in suo favore?...
    - No, ma lo vedr.
    - Ti ho detto che  prigioniero.
    - Eluderemo la vigilanza delle guardie.
    - In che modo?...
    - Lo troverai tu il modo.
    - Io!...
    - Ecco la prova che attendo da te, se sei veramente un maharatto.
    -  Ho giurato di obbedirti e Bangawadi non mancher alla parola data -
    disse l'indiano con voce solenne.
    - Sentiamo - disse Kammamuri che fino allora era rimasto silenzioso. -
    Quante guardie vegliano su Hassin?
    - Quattro.
    - Giorno e notte?
    - Sempre.
    - Senza mai lasciarlo?
    - Non lo abbandonano mai.
    - Vi  qualche maharatto fra quegli indiani?
    - No, sono tutti del Guzerate.
    - Fedeli al governatore?...
    - Incorruttibili.
    Il maharatto fece un gesto di stizza e parve  immergersi  in  profondi
    pensieri.  Poi  frug nell'ampia cintura che gli stringeva i fianchi e
    ne trasse un diamante grosso come una nocciuola.
    - Recati dal governatore - disse rivolgendosi  all'indiano,  -  e  gli
    dirai  che  la principessa Raibh gli offre questo regalo e lo prega di
    accordarle udienza.
    - Ma che cosa intendi fare, Kammamuri? - chiese Ada.
    -  Ve  lo  dir,  poi,  padrona.  Va',  Bangawadi:  contiamo  sul  tuo
    giuramento.
    L'indiano  prese il diamante,  si prostr un'ultima volta dinanzi alla
    giovinetta e usc a rapidi passi.
    Kammamuri lo segu con lo sguardo fino a  che  pot,  poi,  volgendosi
    verso Ada, le disse:
    - Spero, padrona, che riusciremo.
    - A fare che cosa?
    - A rapire Muda-Hassin.
    - Ma in che modo?...
    Kammamuri,  invece di rispondere,  lev dalla cintura una scatoletta e
    mostr alcune pillole piccolissime, che esalavano uno strano odore.
    - Me le ha date il signor Yanez - disse - e so per  esperienza  quanto
    siano  potenti.  Basta lasciarne cadere una in un bicchiere di acqua o
    di vino o di caff per addormentare  istantaneamente  la  persona  pi
    robusta.
    -  E  a  che cosa possono servire?  - chiese la giovanetta con maggior
    sorpresa.
    - Per addormentare il governatore e le guardie che vegliano nella casa
    di Hassin.
    - Non riesco a comprenderti.
    - Col regalo che gli abbiamo  mandato,  il  governatore  c'inviter  a
    pranzo,  o  lo  inviteremo  noi.  M'incarico  io  di  fargli  bere  il
    narcotico,  e quando lo vedremo addormentato andremo da Hassin,  e  l
    ripeteremo il giuoco con le guardie.
    - Ma ci lasceranno entrare dal prigioniero, quegli indiani?...
    -  Penser  Bangawadi  ad  aprirci il passo,  fingendo d'aver ricevuto
    l'ordine del governatore di farci visitare Hassin.
    - Ma dove condurremo il prigioniero?...
    - Dove vorr lui,  dove avr i suoi partigiani.  M'incarico io di  far
    comprare dei cavalli dai nostri uomini.
    Stava  per  uscire  quando vide ritornare Bangawadi.  L'indiano pareva
    contento perch aveva il sorriso sulle labbra.
    - Il governatore vi attende - diss'egli, entrando.
    - Ha gradito il dono?... - chiese Kammamuri.
    - Non l'ho mai veduto cos di buon umore come oggi.
    - Andiamo, padrona - disse il maharatto.
    Uscirono preceduti dalla guardia e seguiti dai quattro  marinai  dello
    "yacht"  che avevano ricevuto dal lord l'ordine di non lasciare Ada un
    solo istante.  Pochi minuti dopo giungevano alla sede del  governatore
    di Sedang.
    Quel fabbricato, chiamato pomposamente palazzo dagli abitanti, era una
    modesta  casa  di  legno,  a  due  piani,  col tetto coperto di tegole
    azzurre come le abitazioni del quartiere cinese di Sarawak,  cinta  da
    una palizzata e difesa da due pezzi di cannone arrugginiti,  tenuti l
    per spauracchio,  poich non avrebbero potuto  sparare  due  colpi  di
    seguito  senza  scoppiare.  Una  dozzina  d'indiani,  vestiti  come  i
    "sepoys" del Bengala,  con la giacca  rossa,  i  calzoni  bianchi,  il
    turbante  in  capo,  ma  i piedi nudi,  stavano schierati dinanzi alla
    cinta e presentarono  le  armi  alla  principessa  dei  maharatti.  Il
    governatore  attendeva  la  giovanetta  ai  piedi  della scala,  segno
    evidente che quel regalo di grande valore aveva fatto il suo effetto.
    Sir Hunton, comandante di Sedang, era un anglo-indiano che aveva preso
    parte alla sanguinosa crociera del  "Realista"  contro  i  pirati  del
    Borneo in qualit di mastro d'equipaggio.
    Aveva  quarant'anni,  ma  ne dimostrava di pi perch il clima non era
    troppo propizio per gli stranieri. Era alto come tutti gli indiani, ma
    tarchiato; aveva la pelle leggermente abbronzata con sfumature dorate,
    gli occhi nerissimi,  la barba pi folta  dei  puri  indostani  e  gi
    brizzolata.
    Poich  aveva  dato  prove  di  grande coraggio e di fedelt era stato
    destinato al comando di Sedang coll'incarico di  esercitare  un'attiva
    vigilanza  sul  nipote  di  Muda-Hassin.  James Brooke non ignorava di
    avere un potente e  pericoloso  rivale  nel  discendente  del  defunto
    sultano.
    Sir  Hunton,   vedendo  la  principessa  indiana,  le  mosse  incontro
    tendendole la mano: si scopr il capo,  poi le offerse galantemente il
    braccio  e  la  condusse  in un salottino arredato con eleganti mobili
    europei.
    - A quale evento fortunato devo l'onore della vostra visita,  Altezza?
    -  chiese egli,  sedendosi di fronte alla giovanetta.  E' un caso raro
    veder giungere in questa sperduta cittadina alle frontiere  del  reame
    una persona distinta come voi.
    -  Compio  un  viaggio di piacere nelle isole della Sonda,  sir,  e ho
    voluto visitare anche Sedang,  perch solamente qui  possibile vedere
    i dayachi, i formidabili tagliatori di teste.
    -  Siete venuta qui per pura curiosit?  Credevo che lo scopo fosse un
    altro. - E quale?...
    - Vedere il nipote di Muda-Hassin.
    - Non so chi sia.
    - Un rivale del rajah Brooke, che passa il suo tempo sognando continue
    cospirazioni.
    - Un uomo interessante, dunque?
    - Pu essere.
    - Col vostro permesso non mancher di visitarlo.
    - A qualunque altra persona non lo permetterei, ma a voi, Altezza, che
    venite dall'India e perci non potete avere alcun interesse se non una
    certa curiosit, non negher questo favore.
    - Grazie, sir.
    - Vi tratterrete molto qui?...
    - Alcuni giorni, finch il mio "yacht" avr riparato alcuni guasti.
    - Siete giunta con uno "yacht"?...
    - S, sir.
    - E andrete poi a Sarawak?
    - Certamente; voglio vedere il famoso sterminatore dei pirati. Io sono
    una delle sue pi ardenti ammiratrici.
    - E' un valent'uomo il rajah!
    - Lo credo.
    - Ritornate allo yacht questa sera?...
    - No, ho preso a pigione una piccola casa.
    - Allora spero che mi farete l'onore di accettare la mia ospitalit.
    - Ah!... Signore!...
    - E' la migliore di Sadang.
    - Grazie, sir, ma amo meglio essere libera.
    - Vi tratterrete oggi presso di me, almeno.
    - Non potrei rifiutare una simile cortesia.
    - Far il possibile perch non abbiate ad annoiarvi, Altezza.
    - Intanto mi farete vedere il vostro regale prigioniero -  disse  Ada,
    ridendo.
    - Dopo il pranzo, Altezza, andremo a bere il t da Hassin.
    - E' un uomo gentile o un selvaggio?...
    - Un uomo astuto ed educato che ci far buona accoglienza.
    - Conto su di voi, signore. Questa sera sar vostra commensale.
    Si  era  alzata  ad  un  cenno di Kammamuri,  il quale l'aveva seguita
    tenendosi in un angolo del salotto.  Il  governatore  la  imit  e  la
    condusse fino alla porta,  dove il drappello indiano le rese gli onori
    spettanti al suo grado di principessa indostana.
    Ritornata alla propria abitazione,  seguita sempre da Kammamuri e  dai
    quattro  indiani  dello  "yacht",   ritrov  l'indiano  Bangawadi  che
    l'attendeva sulla porta dimostrando una certa impazienza.
    - Ancora tu? - chiese la giovanetta.
    - S, padrona - rispose.
    - Hai delle novit?...
    - Ho parlato con Hassin.
    - Quando?
    - Pochi minuti or sono.
    - E che cosa gli hai detto?...
    - Che alcune persone s'interessano della sua sorte e cercano di  farlo
    evadere.
    - E che cosa ti ha risposto?
    - Che  pronto a tutto.
    - Sei un brav'uomo, Bangawadi.
    -  Ti  saremo  maggiormente  grati  se  tornerai  da  lui  -  aggiunse
    Kammamuri.
    - Sono a vostra disposizione.
    - Va' allora, e gli dirai che questa sera la principessa Raibh andr a
    visitarlo in compagnia del governatore,  e che cerchi di essere  solo,
    almeno  nelle sue stanze.  Gli raccomanderai inoltre che lasci a me la
    cura di preparare il th per il governatore.
    Poi,  levandosi  dalla  cintola  un  piccolo  diamante,  glielo  porse
    aggiungendo:
    -  Questo    per te,  e pagherai da bere alle sentinelle che vegliano
    sulla casa di Hassin. Questa sera poi offrir io!...






    23. LA FUGA DEL PRINCIPE HASSIN.


    Sir Hunton, che non dubitava di aver invitato un'autentica principessa
    indiana e non aveva il minimo  sospetto  della  trama  cos  abilmente
    ordita  dall'astuto  maharatto,  fece  gli  onori  di  casa con la pi
    squisita cortesia e senza risparmi,  poich gli era  stato  donato  un
    diamante di grande valore.
    Il  pranzo  offerto  alla  principessa non poteva essere migliore.  Il
    cuoco aveva saccheggiato la dispensa,  i pollai dei dayachi e i  vivai
    di pesce. Non mancavano nemmeno autentiche bottiglie di vino di Spagna
    che  il  governatore  aveva  ricevuto  in  dono  da un suo amico delle
    Filippine e aveva serbato con cura per le grandi occasioni.
    Quando i commensali ebbero terminato  il  tradizionale  "pudding",  la
    notte incominciava a calare.
    -  Il principe Hassin si inquieter non vedendoci - osserv Ada,  dopo
    aver  gettato  uno  sguardo  all'esterno.   -  Le   tenebre   scendono
    rapidamente, signor governatore.
    -  E'  gi  stato avvertito che andremo a prendere il th in casa sua,
    Altezza - rispose sir Hunton.
    - Non facciamoci aspettare troppo.
    - Se credete, alziamoci.
    - Una passeggiata in riva al fiume ci far bene.
    Si era alzata,  gettandosi sul capo una ricca mantiglia  di  seta  per
    difendersi  dall'umidit  della  notte,  assai  pericolosa  in  quelle
    regioni.
    Kammamuri,  che aveva preso parte  al  pranzo  nella  sua  qualit  di
    segretario dell'amabile principessa, era gi uscito.
    Due marinai dello "yacht" lo attendevano in riva al fiume.
    - E' tutto pronto? - chiese loro.
    - S - risposero.
    - Quanti cavalli avete acquistati?
    - Otto.
    - Dove ci attendono?
    - Sul margine del bosco.
    - Va bene: raggiungete i compagni.
    Ada  usciva  in quel momento al braccio del governatore.  Kammamuri la
    raggiunse e con un rapido gesto lo  fece  comprendere  che  tutto  era
    pronto.
    La  notte  era  splendida.  Ad  oriente una nube rosea,  che diventava
    rapidamente grigia,  indicava il luogo dove era scomparso il sole.  Il
    cielo  si  copriva  rapidamente  di  stelle  che si specchiavano nelle
    placide acque del fiume.
    Per l'aria svolazzavano i pipistrelli giganti,  e fra i cespugli e gli
    alberi  erravano  miriadi di lucertoline volanti,  mentre le "to-chi",
    altre  lucertoline,   ma  simili  alle   tarantole,   uscivano   dalle
    screpolature  delle  case per cominciare le loro ardite evoluzioni sui
    soffitti delle stanze emettendo le  loro  lievi  strida:  "to-chi"!...
    "to-chi"!...
    Sul fiume qualche battelliere cantava una monotona canzone,  mentre le
    giunche cinesi, le sole navi che salgano fino a Sedang, accendevano le
    loro monumentali lanterne di carta oliata o di talco.
    Mille profumi  giungevano  dalle  vicine  foreste:  gli  alberi  della
    canfora,  le  noci  moscate,  gli  alberi  dei garofani e i mangostani
    esalavano i loro acuti aromi.
    Ada non  parlava,  ma  cercava  invece  di  affrettare  il  passo;  il
    governatore,  che  aveva  bevuto  un po' troppo,  la seguiva,  facendo
    sforzi per mantenersi ritto.
    Fortunatamente la via  era  breve.  Pochi  minuti  dopo  si  trovavano
    dinanzi alla reggia dell'erede del sultano;  una reggia molto modesta,
    poich era una casetta a  due  piani,  circondata  da  una  veranda  e
    guardata   da   quattro   indiani  armati  incaricati  di  sorvegliare
    attentamente il prigioniero.
    Il governatore, dopo essersi fatto annunziare, condusse la principessa
    in un salottino adorno di divani  e  di  tappeti  gi  in  gran  parte
    consunti,   di   alcuni  specchi  e  d'un  tavolo  sul  quale  stavano
    ammucchiati, in completo disordine, gingilli cinesi, chicchere, teiere
    e palle d'avorio traforate.
    Il nipote di  Muda-Hassin  li  attendeva  seduto  su  di  una  vecchia
    poltrona  mezzo  sgangherata,  sormontata  da  un  piccolo gaviale (3)
    dorato, emblema dei sultani di Sarawak.
    Il rivale di James Brooke non aveva in quell'epoca che trent'anni. Era
    di alta statura,  di portamento maestoso,  con una bella testa coperta
    da lunghi e neri capelli,  un viso leggermente abbronzato adorno d'una
    barba fuligginosa ma rada, e due occhi ardenti e intelligentissimi.
    Portava in capo il turbante verde dei sultani del Borneo  e  indossava
    una  lunga  zimarra di seta bianca,  stretta alla cintola da una larga
    fascia di seta rossa,  dalle cui pieghe uscivano le impugnature di due
    "kriss",  distintivo dei grandi capi,  mentre al fianco gli pendeva un
    "golok",  pesante sciabola  malese,  lunga,  affilatissima,  di  ferro
    battuto.
    Vedendo entrare il governatore, s'alz facendo un piccolo inchino, poi
    fiss i suoi occhi sulla giovanetta con viva curiosit, dicendo:
    - Siate i benvenuti nella mia casa.
    -  La  principessa Raibh aveva mostrato il desiderio di visitarvi e ve
    l'ho condotta  nella  speranza  di  farvi  un  piacere  -  rispose  il
    governatore.
    -  Vi  ringrazio  della  vostra cortesia,  signore.  Sono cos rare le
    distrazioni in questa citt e ancora pi rare le visite!...  Il  rajah
    Brooke ha torto a lasciarmi in questo isolamento.
    - Voi lo sapete che il rajah diffida di voi.
    -  Senza  ragione,   poich  io  non  ho  pi  partigiani.  La  saggia
    amministrazione del rajah Brooke me li ha staccati tutti.
    - I dayachi s, ma i malesi...
    - Anche quelli,  sir Hunton...  ma lasciamo la politica,  e permettete
    che vi offra un buon th.
    -  Si  dice  che  voi  ne  abbiate  di veramente eccellente - disse il
    governatore ridendo.
    - Vero th fiorito,  ve lo assicuro: il mio amico Tai-Sin me ne regala
    sempre, quando approda a Sedang. Servite il th - disse poi.
    Kammamuri  fu  lesto  a passare in una stanza attigua dove si udiva un
    rumore di chicchere e  poco  dopo  rientrava  seguito  da  un  piccolo
    malese,  il  quale  recava  un  servizio  completo  su  di  un vassoio
    d'argento.
    Il furbo maharatto  vers  la  deliziosa  bevanda  e  nella  chicchera
    destinata  al  governatore  lasci  cadere una pillola,  che subito si
    sciolse.
    Offr la prima tazza alla sua padrona,  la seconda a sir Hunton  e  la
    terza al nipote del sultano, poi ritorn nella stanza vicina.
    Riemp rapidamente quattro tazze,  vi sciolse altrettante pillole, poi
    disse al piccolo malese:
    - Seguimi col vassoio.
    - Vi sono altri invitati, signore? - chiese il servo.
    - S - rispose il maharatto con un misterioso sorriso. - Vi  un'altra
    uscita senza passare per il salotto?
    - S.
    - Precedimi.
    Il malese lo fece passare in una terza stanzetta la cui porta  metteva
    sulla via. A pochi passi vegliavano le quattro sentinelle.
    -  Giovanotti  -  disse il maharatto muovendo verso di loro.  - La mia
    padrona,  la principessa Raibh,  vi offre il th di Hassin.  Gi tutto
    alla sua salute, ed ecco un pugno di rupie che vi prega di accettare.
    I  quattro  indiani  non  si  fecero  pregare  due volte.  Intascarono
    sollecitamente le rupie e tracannarono d'un fiato il th,  alla salute
    della munifica principessa.
    - Buona guardia,  giovanotti - disse Kammamuri,  ironicamente. Ritorn
    nel salotto del  nipote  del  sultano.  Proprio  in  quel  momento  il
    governatore,   vinto  dal  potente  narcotico,  rotolava  dalla  sedia
    stramazzando pesantemente  sui  tappeti.  -  Buon  riposo-  augur  il
    maharatto.   Ada  e  Hassin  si  erano  alzati.  -  Morto?...-  chiese
    quest'ultimo con accento selvaggio.
    - No, addormentato - rispose Ada.
    - E non si sveglier?...
    - S, ma fra ventiquattro ore e noi allora saremo molto lontani.
    - Dunque  vero che voi siete venuta qui per rendermi la libert?...
    - S.
    - E per aiutarmi a riacquistare il trono dei miei avi?
    - E vero!
    - Ma per quale motivo?... Che cosa potr fare io per voi, signora?...
    - Lo saprete pi tardi: ora si tratta di fuggire.
    - Sono pronto a seguirvi: ordinate.
    - Avete dei partigiani?
    - Tutti i malesi sono con me!
    - E i dayachi?...
    - Si batteranno sotto le bandiere di Brooke.
    -  Conoscete  un  luogo  sicuro  dove  possiate  attendere  i   vostri
    partigiani?
    -S, il "kampong" del mio amico Orango-Tuah.
    -E' lontano?
    -Presso la foce del fiume.
    - Andiamo: i cavalli sono pronti.
    -Ma le guardie?
    - Dormono come il governatore - disse Kammamuri.
    - Andiamo - ripet Ada.
    Il  giovane  principe  raccolse  le  gemme  racchiuse  in  un  piccolo
    forziere, stacc da una parete un fucile e segu Ada e Kammamuri, dopo
    aver lanciato un ultimo sguardo sul governatore.  Dinanzi  alla  porta
    giacevano   i   quattro  indiani,   l'uno  sull'altro,   profondamente
    addormentati.  Kammamuri prese loro le carabine  e  le  cartucce,  poi
    emise  un  fischio.  Dal bosco vicino uscirono i quattro marinai dello
    "yacht" e Bangawadi. Essi conducevano otto cavalli. Kammamuri aiut la
    sua padrona a salire su uno  dei  migliori,  poi  balz  agilmente  in
    groppa a un altro dicendo: - Al galoppo!...
    Il  drappello,  guidato  dal  principe  che conosceva la via meglio di
    Bagawadi,  si mise al galoppo seguendo il margine della grande foresta
    che si estendeva lungo la sponda destra del fiume.
    I  cavalieri  erano  giunti  di  fronte alla citt,  quando sulla riva
    opposta si ud una voce gridare:
    - Chi passa?...
    - Che nessuno risponda - disse il principe.
    - Chi passa? - ripet la voce con accento minaccioso.
    Non ricevendo risposta,  la sentinella che  doveva  aver  scorto  quel
    gruppo  di  cavalieri,  quantunque  la notte fosse oscura,  fece fuoco
    gridando:
    - All'armi!...
    La palla pass fischiando sopra  il  drappello  e  si  perdette  nella
    vicina foresta.
    - Sprona!... - grid Kammamuri.
    I  cavalli partirono di carriera,  mentre verso la citt si udivano le
    guardie del palazzo del governatore gridare:
    - All'armi!...
    Il drappello percorse buon tratto della  riva  destra,  poi  guad  il
    fiume  ad  un  miglio  dalla  citt  e pass sulla sponda sinistra per
    percorrere la via che conduce alla costa.
    - Credete che c'inseguiranno? - chiese Ada al principe.
    - Lo temo, signora - rispose il pretendente. - A quest'ora avranno gi
    trovato il governatore e,  accorgendosi della mia fuga,  si lanceranno
    tutti sulle nostre tracce.
    - Ma sono solamente venti.
    - Sedici, signora, poich quattro dormono.
    - Tanto meglio. Potremo respingerli facilmente.
    -  Ma  andranno a cercare soccorsi nei villaggi dei dayachi e prima di
    dodici ore avremo ai talloni due o trecento armati.
    - Giungeremo prima al "kampong"?
    - Fra due ore ci saremo, e se verranno ad assalirci troveranno un osso
    duro da rodere.  Fra due giorni spero di radunare cinque  o  sei  mila
    malesi e un centinaio di "prahos".
    - Armati di cannoni, i "prahos"?
    -  Alcuni  solamente,  e saranno sufficienti per assalire la flotta di
    Brooke.
    -  Fortunatamente  fra  quattro  o  cinque  giorni  giungeranno  molte
    artiglierie.
    - Delle artiglierie,  avete detto?...  - esclam il principe, al colmo
    dello stupore.
    - S, servite dai pi formidabili pirati del Borneo.
    - Da quali?
    - Da quelli di Mompracem.
    - Di Mompracem?... Sandokan, la invincibile Tigre della Malesia, viene
    dunque in mio soccorso?...
    - Lui no,  ma le sue bande forse a quest'ora navigano verso la baia di
    Sarawak.
    - Ma dov' Sandokan?
    - Nelle mani del rajah.
    - Lui prigioniero?... E' impossibile!...
    -  E'  stato  vinto  da forze venti volte superiori alle sue,  dopo un
    terribile combattimento,  e  fatto  prigioniero  assieme  con  il  suo
    luogotenente  e  il mio fidanzato.  E' per salvarli che io vi ho fatto
    fuggire.
    - Ma dove sono ora?
    - A Sarawak.
    - Li libereremo, signora, ve lo giuro. Quando i malesi sapranno che le
    bande di Mompracem prendono parte alla lotta insorgeranno tutti. James
    Brooke non ha che pochi giorni di potere.
    - Alt! - grid in quell'istante una voce.
    Il principe rattenne  violentemente  il  proprio  cavallo  e  si  pose
    davanti alla giovanetta snudando il "golok".
    - Chi vive? - grid.
    - Guerrieri di Orango-Tuah.
    -  Va'  a  dire  al  tuo  capo  che  il  nipote di Muda-Hassin viene a
    visitarlo.
    Poi volgendosi verso la giovanetta e indicandole una massa oscura  che
    s'ergeva sull'orlo d'una grande foresta, le disse:
    -   Ecco  il  "kampong"!...   Ora  possiamo  sfidare  le  guardie  del
    governatore.








    24. LA SCONFITTA DI JAMES BROOKE.


    Il  "kampong"  di  Orango-Tuah  era  un   grosso   villaggio   malese,
    fortificato  come  lo  sono  in  generale  tutti quelli del Borneo per
    difendersi dalle scorrerie dei popoli dell'interno, e specialmente dei
    dayachi, coi quali sono sempre in guerra.
    Si componeva di trecento capanne di  legno  con  i  tetti  coperti  di
    foglie di nipa, difese da alte e solide palizzate e da fitti macchioni
    di bamb spinosi,  ostacoli quasi insuperabili per i piedi e le membra
    nude degli indigeni.
    Gli abitanti potevano inoltre contare su una mezza dozzina di "prahos"
    armati da spingarde che stazionavano in un  piccolo  lago  comunicante
    col mare per mezzo d'un canale.
    Orango-Tuah,  un malese robustissimo,  dalla tinta fosca,  cogli occhi
    obliqui e gli zigomi assai sporgenti,  scorridore del mare prima delle
    sanguinose   repressioni  di  James  Brooke,   prontamente  avvertito,
    s'affrett a recarsi incontro  al  suo  principe,  seguito  da  grande
    numero di sudditi che recavano rami resinosi accesi.
    L'accoglienza  fu  festosa.  Tutta la popolazione,  svegliata dai "tam
    tam", accorse in massa a felicitare il futuro signore di Sarawak.
    Orango-Tuah condusse gli ospiti nella migliore capanna del  villaggio,
    poi,  avendo  appreso  che  le guardie del governatore li inseguivano,
    fece appostare una cinquantina d'uomini armati di  fucili  nei  vicini
    boschi per respingerle.
    Prese  quelle  misure,  fece radunare i suoi sottocapi a consiglio per
    promuovere  rapidamente   l'insurrezione   nei   villaggi   malesi   e
    raccogliere  un  corpo considerevole,  prima che la notizia della fuga
    del principe giungesse a Sarawak.
    La stessa notte  quaranta  emissari  partivano  per  l'interno  e  tre
    "prahos"  uscivano  in  mare  per  avvisare i malesi della costa della
    grande lotta che si preparava,  mentre due altri venivano  mandati  ad
    incrociare al capo Siriki per far poggiare le bande di Mompracem verso
    il "kampong".
    Ada invece invi uno dei marinai dello "yacht" alla foce del fiume per
    avvertire lord James di ci che si preparava.
    L'indomani  i  primi  rinforzi cominciarono ad affluire nel "kampong".
    Erano bande di malesi, per lo pi armate di fucili, che accorrevano da
    tutte le parti per combattere sotto le bandiere del loro principe.
    Anche dal mare giungevano ad ogni istante "prahos" montati da numerosi
    equipaggi e armati di qualche pezzo d'artiglieria.
    Tre  giorni  dopo,   settemila  malesi  erano  accampati  intorno   al
    "kampong".  Non  attendevano che le bande di Mompracem per mettersi in
    marcia verso Sarawak e piombare improvvisamente sulla citt.
    Gi tutte le vie dell'interno erano state  occupate  per  impedire  ai
    dayachi  di recare notizie sull'estendersi dell'insurrezione al rajah,
    il quale doveva ancora ignorare la fuga del suo avversario.
    Il quinto giorno la flottiglia di Mompracem si ancorava  davanti  alla
    spiaggia del "kampong".  Era composta di ventiquattro grossi "prahos",
    armati di quaranta cannoni e  di  sessanta  spingarde,  e  montata  da
    duecento  combattenti  che  per  coraggio e abilit guerresca valevano
    mille malesi.
    Appena sbarcato,  Sambigliong si rec da Ada che era stata  alloggiata
    nella stessa abitazione di Orango-Tuah.
    -  Signora - le disse,  - le tigri di Mompracem sono pronte a piombare
    su Sarawak.  Hanno giurato di liberare Sandokan e i suoi  amici  o  di
    farsi uccidere tutti.
    -  I  malesi  non  aspettavano  che  voi  -  rispose la giovanetta.  -
    Giuratemi per,  innanzi tutto,  che non farete  alcun  male  a  James
    Brooke e che, se lo vincerete, lo lascerete libero.
    - Proteggeremo la sua fuga, giacch lo volete. Voi parlate in nome del
    nostro capitano e noi vi obbediremo.
    Due ore dopo l'esercito malese,  guidato dal futuro sultano,  lasciava
    il "kampong" percorrendo la via  costiera,  mentre  la  flottiglia  di
    Mompracem sulla quale si erano imbarcati Ada e Kammamuri,  prendeva il
    largo seguita da altri cento "prahos"  accorsi  da  tutti  i  villaggi
    della vasta baia di Sarawak.
    Tutte  le  misure  erano  state  prese  per  attaccare  di sorpresa la
    capitale del rajah ed  era  stato  fissato  il  giorno  per  assalirla
    contemporaneamente dalla parte di terra e dalla parte del fiume.
    La flottiglia che navigava lentamente per lasciar tempo alle truppe di
    ordinarsi  e  di  avanzare,  ogni  sera si radunava sotto la costa per
    attendere i corrieri di Hassin. Sambigliong per doveva faticare assai
    per calmare l'impazienza dei tigrotti di Mompracem,  i quali  ardevano
    dal desiderio di vendicare la sconfitta toccata al loro capo.
    Quattro  giorni dopo,  verso il tramonto,  la flottiglia giungeva alla
    foce del fiume.  Quella stessa notte  le  truppe  di  Hassin  dovevano
    piombare sulla capitale.
    Aer-Duk,  che  comandava  i tigrotti di Mompracem,  ordin al "praho"
    montato da Ada di tenersi celato in una piccola cala della  foce,  per
    non  esporre  la giovanetta agli orrori della battaglia;  ma Kammamuri
    pass sul legno del capo,  non  volendo  rimanere  inoperoso  in  quel
    supremo momento.
    - Riconducimi Tremal-Naik - gli disse Ada prima che si separassero.
    -  Mi  far  uccidere  ma  il  padrone  sar  salvo - rispose il bravo
    maharatto.  - Appena sbarcato andr a circondare il palazzo del rajah,
    poich sono certo che i prigionieri sono tenuti l dentro.
    - Va', mio valoroso, e che Iddio ti protegga!
    Aer-Duk  aveva  dato  gli  ultimi ordini per il combattimento.  Aveva
    messo alla testa della  squadra  i  "prahos"  pi  grossi,  armati  di
    cannoni e montati dai pi intrepidi pirati di Mompracem.
    Alle dieci di sera la flottiglia si mise in moto risalendo rapidamente
    il  fiume.  Tutte  le  vele  erano  state ammainate per tenere i ponti
    sgombri, e le piccole navi avanzarono a forza di remi.
    Il fiume pareva deserto: nessuna nave nemica appariva presso le  rive,
    e nelle foreste, facili a difendersi, non era imboscato alcun soldato.
    Quel  silenzio  per non rassicurava Aer-Duk.  Gli pareva impossibile
    che nulla fosse trapelato della  insurrezione  che  da  cinque  giorni
    dilagava  attraverso il reame,  e che il rajah,  uomo astuto,  audace,
    fedelmente servito dai dayachi e dalla guardia indiana,  si  lasciasse
    sorprendere.  Temeva  invece un agguato presso la citt e aguzzava gli
    sguardi e tendeva gli orecchi.
    A mezzanotte la flottiglia non era che a mezzo miglio da  Sarawak.  Si
    cominciava   a   distinguere   le   prime   case  sulla  oscura  linea
    dell'orizzonte.
    - Odi nulla? - chiese Aer-Duk a Kammamuri che gli stava a fianco.
    - Nulla - rispose il maharatto.
    - Questo silenzio mi inquieta.  Hassin dovrebbe gi  essere  giunto  e
    avrebbe dovuto cominciare l'attacco.
    - Forse aspetter di udire i nostri cannoni.
    - Ah!...
    - Che cos'hai?
    - La flotta!...
    Ad  una  svolta  del fiume erano apparse le navi del rajah in linea di
    battaglia, pronte a respingere l'attacco.
    D'improvviso quindici o venti lampi ruppero le tenebre,  seguiti da un
    orribile  rimbombo.  La  flotta  di  Brooke  aveva cominciato un fuoco
    infernale contro la squadra degli assalitori.
    Un urlo immenso echeggi sul fiume:
    - Viva Mompracem!...
    - Viva Hassin!...
    Quasi nello stesso momento al nord della  citt,  si  udirono  furiose
    scariche  di  moschetteria.  Le  truppe  di  Hassin  piombavano  sulla
    capitale.
    - All'abbordaggio, tigrotti di Mompracem!... - tuon Aer-Duk. Viva la
    Tigre della Malesia!
    I "prahos"  si  gettano  contro  le  navi  del  rajah,  nonostante  la
    mitraglia  che  spazza  i  ponti e le palle che massacrano le manovre.
    Nessuno resiste alla furia di quell'assalto.
    In un baleno le navi sono circondate da numerosi legni montati dai pi
    intrepidi  scorridori  del  mare  della  Malesia!  Tigrotti  e  malesi
    s'inerpicano su pei fianchi delle navi, superano le murate, invadono i
    ponti,  circondano  gli equipaggi impotenti a resistere a tanta furia,
    li disarmano e  li  rinchiudono  nelle  stive  e  nelle  batterie.  Le
    bandiere  del rajah vengono ammainate ed in loro vece si alzano quelle
    rosse di Mompracem adorne di una testa di tigre.
    - A Sarawak!... - tuonano Kammamuri e Aer-Duk.
    I "prahos" riprendono il largo per piombare sulla citt.  La battaglia
    impegnata  dalle  truppe malesi ferve intanto accanita nelle vie della
    capitale.
    In tutti i quartieri la moschetteria tuona e perfino  sui  canali.  Si
    odono  le  urla  dei malesi che avanzano verso la piazza dove sorge il
    palazzo del rajah.
    Alcune  case  bruciano  in  diversi  luoghi  della   citt   spandendo
    all'intorno  una  luce sanguigna,  mentre in alto volteggiano nembi di
    scintille che il vento porta lontano attraverso le campagne.
    Aer-Duk  e  Kammamuri  approdano  sulla  calata  e  alla   testa   di
    quattrocento uomini irrompono nel quartiere cinese i cui abitanti sono
    pure insorti.
    Drappelli  di  indiani  della  guardia,   appostati  allo  sbocco  del
    quartiere,  cercano di respingerli con due scariche,  ma le  tigri  di
    Mompracem li assaltano con le scimitarre in pugno e li mettono in fuga
    disordinata.
    - Al Palazzo!... - urla Kammamuri.
    E,  trascinandosi dietro quelle bande formidabili, giunge sulla grande
    piazza.  Il palazzo del rajah non  difeso che da un pugno di  guardie
    le quali, dopo una breve resistenza, si disperdono.
    - Viva la Tigre della Malesia! - tuonano i pirati di Mompracem.
    Una  voce,  squillante  come  una  tromba,  echeggia  nell'interno del
    palazzo:
    - Viva Mompracem!...
    E' la voce di Sandokan. I tigrotti l'hanno riconosciuta.
    Irrompono su  per  le  scale,  abbattono  le  porte  che  erano  state
    barricate,  percorrono  all'impazzata  le stanze e finalmente,  in una
    cella difesa da solide inferriate,  trovano Sandokan,  Yanez,  Tremal-
    Naik e Tanauduriam.
    Non  lasciano loro il tempo di parlare.  Li sollevano fra le braccia e
    li portano in trionfo sulla piazza, fra urla assordanti.
    Proprio in quel momento un'onda d'indiani fuggiaschi,  respinti  dalle
    truppe di Hassin, si riversa sulla piazza.
    Sandokan  strappa  la scimitarra ad uno dei suoi fedeli e si lancia in
    mezzo ai fuggiaschi, seguito da Yanez, da Tremal-Naik e da una ventina
    dei suoi.
    Gli indiani si disperdono,  ma un uomo rimane:  James Brooke,  con le
    vesti stracciate,  la sciabola insanguinata ancora in pugno, gli occhi
    torvi.
    - Siete mio!... - grida Sandokan afferrandogli la sciabola.
    - Voi! - esclama il rajah con voce cupa. - Ancora voi!
    - Mi dovevate questa rivincita, Altezza.
    - Il mio regno  finito ed io non sono che un  prigioniero,  riservato
    alle  vendette del nipote di colui ch'io difesi con la mia spada e che
    mi diede, in ricompensa, un cos malfermo trono.
    - Non un prigioniero,  James Brooke: voi siete libero - dice Sandokan,
    facendogli largo fra i pirati. - Aer-Duk!... Conduci Sua Altezza alla
    foce del fiume e veglia sulla sua vita.
    L'ex-rajah guarda Sandokan con stupore,  poi,  vedendo irrompere nella
    piazza i malesi di Hassin che emettevano grida di morte contro di lui,
    segue rapidamente Aer-Duk il quale  ha  radunato  attorno  a  s  una
    trentina di uomini.
    - Ecco un uomo che non ritorner mai pi su queste spiagge - soggiunge
    Sandokan.  -  La  potenza  del  rajah  James  Brooke   tramontata per
    sempre!... (4).






    CONCLUSIONE.

    L'indomani,  il nipote di Muda-Hassin entrava,  con grande pompa,  nel
    palazzo di James Brooke, l'antica sede dei sultani di Sarawak.
    La  popolazione  intera  della  citt,  che non aveva mai perdonato al
    fuggiasco  rajah  la  sua   origine   europea,   malgrado   i   grandi
    miglioramenti introdotti da quell'uomo energico,  coraggioso e saggio,
    aveva fraternizzato con le truppe insorte.
    Il nuovo sultano  non  fu  ingrato  verso  i  suoi  alleati:  offr  a
    Sandokan,  a  Yanez  e a Tremal-Naik onori e ricchezze,  pregandoli di
    rimanere nel suo regno, ma tutti rifiutarono.
    Due giorni dopo Tremal-Naik e Ada,  sposi  felici,  s'imbarcavano  con
    Kammamuri  sullo "yacht" di lord James per recarsi in India,  portando
    con s preziosi regali;  Sandokan e Yanez s'imbarcavano  con  le  loro
    bande per far ritorno a Mompracem.
    -  Ci  rivedremo un giorno?  - chiesero Ada,  Tremal-Naik e lord James
    alla Tigre della Malesia, prima di separarsi.
    - Chiss! - rispose Sandokan, abbracciandoli uno dopo l'altro. L'India
    mi tenta,  e pu darsi che un giorno la Tigre della Malesia e la Tigre
    delle   Sundarbans  s'incontrino  fra  le  deserte  isole  del  Gange.
    Suyodhana!...  Ecco un nome che mi fa battere il cuore: ecco  un  uomo
    che vorrei vedere. Addio, zio; addio, amici: sperate!...



    NOTE.

    NOTA 1: Larga piastra di ottone che si batte con una piccola mazza.
    NOTA 2: James Brook fu infatti spietato verso i pirati malesi.  I suoi
    stessi compatrioti biasimarono la sua crudelt.
    NOTA 3: Specie di coccodrillo molto comune nei fiumi del Borneo.
    NOTA 4: Sandokan fu profeta;  James Brooke non ritorn pi a  Sarawak.
    Roso  dalle febbri,  colpito da paralisi privo di mezzi,  si ritir in
    Inghilterra,  dove sarebbe morto di miseria se  i  suoi  compatriotti,
    dopo un "meeting" tenuto in suo favore,  non avessero aperto pubbliche
    sottoscrizioni che gli resero parecchie migliaia di sterline. Mor nel
    1868 a Devon quasi ignorato,  dopo aver fatto parlare il mondo  intero
    di s durante il suo regno.
