Questo e-text  stato gratuitamente scaricato da
www.liberliber.it
e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

Giuseppe Rovani.

CENTO ANNI.

Trascrizione elettronica ad esclusivo uso dei non vedenti curata da:
Marina De Stasio, Clelia Mussari, Claudio Paganelli.

Parte terza.

LIBRO DECIMOTERZO.
Roma e Chateaubriand. Voltaire e Shakespeare. Massena e donna Paolina. Padre e
figlia. L'attore Rosier. La statua di Pompeo. L'antico Cesare e il
repubblicano Bonaparte. I colonnelli Paoli e Ballabio. Il sepolcro di Cecilia
Metella.

I
Siamo ancora in Roma, la citt eterna; che consolazione! il solo dolore  che
non ci siamo che colla fantasia. O Roma, al pari e pi di Venezia, com'
naturale, tu fosti descritta e illustrata, e ben trattata e maltrattata, e
contraffatta e svisata da migliaja di scrittori. Degli eruditi non parliamo;
dal pi al meno s'attennero al positivo e ai documenti; ma gli
scrittori-poeti! che scempio ne han fatto... ovvero sia, come si mostrarono
amanti infidi e bugiardi, forse per eccesso d'entusiasmo! L'ultimo dei
celeberrimi e dei pi immaginosi fu Chateaubriand, il quale, di certo, col suo
largo pennello e co' suoi colori smaglianti ne ritrasse la prospettiva,
lasciandone sulla tela la macchia generale forse con pi verit di tutti; ma
nei particolari, ma nelle considerazioni poetico-istoriche, quante falsit,
quante alterazioni, quante allucinazioni, crediamo, involontarie!
Allo scopo di esagerare, per l'amore delle antitesi, che sono il delirio dei
poeti, la decadenza materiale di Roma, incaric persino il Tevere di essere
afflitto e di aver voluto ritirarsi, per la gran vergogna, in un angolo della
citt, non d'altro occupato che di somministrare le sue acque, che, sole,
rimasero bionde come in antico, a lavare i lini sudici dei neonati Quiriti. Ma
noi ci siam recati a bella posta sul luogo, come un ingegnere di campagna, per
verificare co' nostri occhi se davvero il Tevere avesse assunto le passioni e
i dolori di un poeta sentimentale; ma possiamo assicurare che il Tevere, nei
diciotto secoli che sono decorsi, non ha fatto altro che rimanere un fiume, e
non sent nessuna vergogna, forse presago del possibile risorgimento della sua
citt; e non si ritir in nessun angolo e non divent pi piccolo. Visto dal
ponte Elio e dal ponte Senatorio,  ancora il pi maestoso fiume d'Italia che
attraversi una citt. A ripa Grande, la selva delle antenne e il biancheggiar
delle vele e i fumi densi delle vaporiere lo fanno parer davvero un porto di
mare; il che  ben altra cosa dall'esser ridotto un rigagnolo avvilito, non
visitato che dalle lavandaje!
Diciam questo perch quei che si impennarono alla idea di dover portare la
capitale a Roma, e la chiamarono un'idea stracca di rettorica ammuffita, e una
specie di regresso al paganesimo e al classicismo spento; e credettero opporsi
e vincer l'onda impetuosa di tutta Italia concorde nel tendere le braccia
affannate alla sua capitale, potrebbero inorgoglire e fidarsi d'aver un
confederato onnipotente in Chateaubriand, che vedeva anche il Tevere
impicciolito.
Ma Roma dissanguata dal malgoverno, nella sua terza parte abitata ha ancora
pi di 200.000 persone; e in pochi anni, sotto il nuovo sole della libert e
dell'indipendenza, espandendosi a riconquistare, per dir cos, le parti
desolate, potrebbe toccare facilmente la popolazione di 600.000 anime. Ci pare
che per una capitale possa ben bastare. La popolazione di Londra, eguale a
quella di tutta Lombardia,  un'esagerazione inutile, e provocatrice di
disordini non possibili che in quella incondita vastit. Ma lasciando la
popolazione, e trascurando anche le maestose antichit che pur fecondano
intelletto e cuore, quantunque a molti, segnatamente a qualche ingegnere della
citt di Milano, sembrino incomodi ingombri di utili spazj; in quante e quante
cose Roma  superiore a tutte le altre citt d'Italia! Equidistante dai punti
estremi d'Italia, essa, per Civitavecchia,  in comunicazione diretta col
Mediterraneo, che ritorner, per l'istmo di Suez, il gran lago storico romano,
datore di ricchezze infinite.  dunque vicina allo scalo marino per tutti i
vantaggi che le possono derivare; e ne  abbastanza lontana perch, in una
guerra o in un assalto fortuito, i primi colpi non debbano toccare a lei.
Tutte queste cose, se possono andar bene anche adesso; se andavano tanto bene
ai tempi degli antichi Romani, che piantarono in quel sito fatale le loro
tende, perch l'istinto felice e la sapienza spontanea loro fecero comprendere
che non v'era punto migliore per dominare da tutte le parti la penisola della
media e della bassa Italia; come ai Galli fece comprendere che non v'era punto
migliore del sito di Milano, bench dalla natura paresse in ispecial modo
maledetto; perch, diciamo, non dovranno andar meglio in un prossimo avvenire,
quando, per le ferrovie, dal Po al Tevere si voler in un giorno? Ma la
questione  cos chiara,  cos nettamente veduta da tutti,  cos risoluta,
che non sappiamo perch noi l'abbiamo ritentata ancora; se non fosse che,
trovandoci in Roma, il discorso doveva cadere spontaneamente su Roma, prima di
recarsi al Colosseo dove uno spettacolo insolito, dopo quasi sei secoli che
non se ne davan pi in quell'anfiteatro, chiam da tutte le vicinanze
dell'eterna citt, e da altre citt d'Italia, una folla infinita di popolo
italiano, invitata, anzi attratta per quell'occasione, anche allora, come
adesso, a respirare in quella luce, in illa luce, per ripetere il motto di
Cicerone, un'aura pi libera, pi forte e pi feconda.
Il lettore conosce per qual ragione entriamo nel Colosseo e ci occupiamo di
descrivere l'ultimo spettacolo che l siasi dato.
Il giorno 17 ottobre dell'anno 1798, intorno alle ore ventuna, tutta la citt
pareva che si fosse versata nelle adjacenze del Colosseo. Una compagnia
drammatica francese, diretta dal capocomico Rosier, di quelle compagnie che
fiutano da tutte le parti la pubblica passione, per atteggiarsi a quella, e
saziarla, e cavar denari e applausi anche senza il prestigio di una grande
abilit, aveva ottenuto dal generale Massena il permesso di rappresentare nel
recinto dell'anfiteatro Flavio La morte di Cesare, di Voltaire. Tutto fremeva
di repubblica allora; chi avesse osato manifestare delle simpatie monarchiche,
sarebbe stato pugnalato in piazza. Lo stesso Bonaparte, che, fremente,
chiudeva in s l'esagerazione del dispotismo, pur s'inchinava al simbolico
berretto, e gridava repubblica anch'esso; che, chi vuol dominare la
moltitudine, comincia dall'accarezzarla e accontentarla in tutto, col sistema
onde i seduttori blandiscono le amanti, per ottenerle, e disprezzarle dopo, se
mai d il caso. Se dunque fra le tragedie di Voltaire, allora tanto in voga,
fu scelta La morte di Cesare, la cosa  naturale. Non ci poteva essere
argomento pi di quello adatto all'onda dei tempi e alla pubblica aspirazione.
Peccato che Voltaire, dopo aver usufruttato Shakespeare e spogliatolo di
tutto, abbia avuta tanta malizia di gettare a piene mani il disprezzo su quel
barbaro che non mancava d'ingegno, onde la tragedia originale, mal nota al
pubblico, fu riposta negli scaffali, e l'imitazione scaltra ma servile, ma
guasta dal convenzionalismo, non permise che il pubblico assistesse alla
rappresentazione del capolavoro del sommo Inglese. Che spettacolo grande e
compiuto sarebbe stato! Come Roma antica, per quel miracolo di poetica
divinazione, sarebbe riapparsa viva e vera e moventesi, agli occhi degli
spettatori!
Nell'anno 1798 il Colosseo era nella pi deplorabile condizione di un
monumento rovinato nella massima parte, e che minaccia di rovinare anche nelle
parti superstiti. La prima scarpa che ferm la grande muraglia rimasta
intatta, non fu eseguita che nel 1805 per volont di Pio VII; l'altra venne
ordinata da Leone nel 1813. Tutta la parte esterna adunque, che anche oggi
permette di misurare l'altezza di quell'edificio unico al mondo, abbandonata a
s stessa, faceva paura a' riguardanti, perch visto da lontano e dal basso in
profilo, non parea vero che quell'enorme paravento di trentatr archi a tre
piani, a non contare l'attico gigantesco, non dovesse crollare da un momento
all'altro. La descrizione del Colosseo, cos in istato di rovina, come negli
studj architettonici che ne porgono il ristauro completo, venne fatta da tanti
scrittori, tante volte e in tanti modi, che ci par tempo gettato il rifarla
oggi per quei pochi lettori che in proposito non sapessero nulla. Soltanto
ripeteremo quello che fu detto da coloro che si recarono a visitare quel
prodigio architettonico dell'antichit; che cio, per quanto uno ne abbia
un'aspettazione immensa, essa  sempre di gran lunga superata dallo stupore
che colpisce anche l'uomo il pi freddo e pi preparato.
Per darne un'idea a chi non l'avesse mai veduto, basti il dire, che osservando
la parte superstite, dall'esterno e dal basso, l'occhio difficilmente arriva
al fastigio; che ciascuno dei grandi archi (e degli ottantasette non ne son
rimasti che trentatr)  d'un terzo pi alto della porta maggiore dell'Arena
milanese; che con questi archi s'innalzano tre piani a diversi ordini, dorico,
jonico, corinzio; e che l'attico coi clipei  alto quanto ciascuno degli altri
piani; tanto che si pu asserire, che l'Arena milanese ripetuta in altezza sei
volte, appena darebbe l'altezza del Colosseo.
Quando, in fantasia, si arriva a immaginare il ristauro completo di questa
mole, e si ricostruiscon in mente gli ottantasette archi completi, e le
colonne dorate del secondo e del terzo piano, e le statue d'oro che posavano
in mezzo a ciascuna di quelle arcate; e nell'interno la fuga delle gradinate
dal basso in alto delle tre precinzioni; colle pareti del podio tutte
rivestite di marmo, e i baltei, che dividevano le precinzioni stesse, tutti
coperti di smalto e d'oro e di gemme,

Balteus en gemmis, en illita porticus auro, etc.

e al sommo della cavea un portico tutto a colonne, e statue di marmo bianco, e
di porfido, e di verde antico, e di bronzo dorato, disposte sparsamente lungo
i baltei; e vasi e tripodi diffondenti odori di essenze bruciate;... davvero
che la mente calma si rifiuterebbe a dar fede al volo della fantasia, se i
poderosi avanzi non fossero un documento fedele per le indagini dell'arte e
della scienza.
Ma lasciando la fantasia e gli splendori antichi per venire agli avanzi
presenti,  certo che torna assai pi difficile descriver questi che quelli;
perch l'arte completa ha misure e contorni e linee e forme determinate;
mentre i disastri del tempo, e della barbarie, e degli smantellamenti, e dei
cataclismi lasciano un tal disordine caotico, che s'invola ad ogni descrizione
precisa.
Al tempo in cui nel Colosseo si rappresent La morte di Cesare di Voltaire, il
disordine era ancora maggiore. In molti spazj interni, dove le cavee e le
gradinate eran cadute nella massima rovina, i monaci, custodi dell'edificio,
avevano coltivato e broli e giardini, e innalzate capannuccie e pagliaj. Se
non che tutti questi ingombri, che parevan voler nascondere l'origine e la
destinazione dell'anfiteatro, vennero fatti scomparire dall'appaltatore dello
spettacolo. Cos furon poste gradinate di legno dove quelle di sasso non eran
pi servibili in verun modo; cos con drappi e sostegni e pulvinari si resero
ancora praticabili le gradinate pi basse del lato dell'edificio men rovinato.
Allorch il pubblico penetr nell'anfiteatro, e venne quel momento vicinissimo
alla rappresentazione, in cui tutte le parti occupabili si videro gremite di
gente; certo che, se la architettura non aveva a lodarsi di quelle rovine, la
pittura non poteva trovare spettacolo pi fantastico, pi grandioso, pi
vario, pi strano di quello. Nelle prime gradinate pi vicine al circo, dove
Bruto doveva congiurare contro Giulio Cesare, v'erano le gerarchie militari
del presidio comandato da Massena. Generali, colonnelli, capi-squadroni;
dragoni, usseri, artiglieri, granatieri; gi s'intende la sola ufficialit;
perch la repubblica democratica,  aristocratica al par di chicchessia.
Presso gli ufficiali, e insieme con essi, le matrone e le donne romane della
classe pi elevata; ma di quelle che, o per amore di s stesse, o per
inclinazione agli alunni di Marte, che, guerrescamente gentili, avevano invaso
tutte le case, o per una tendenza spontanea alla libert pubblica e privata,
avevano applaudito all'ingresso delle armi repubblicane in Roma; e tutte in
costume press'a poco come le tre dive che abbiam ammirato nei palchetti del
Teatro alla Scala, in occasione del ballo del papa. Mescolati ai soldati ed
insieme colle donne, i buoni mariti borghesi, coi capelli alla Brutus sulla
fronte e sul ciglio; coi cravattoni nascondenti mento e orecchio, e colla gran
coccarda sul cappellone tondo. In altra parte, per far contrasto, uomini e
donne di Frascati e d'Albano e di Tivoli, coi loro costumi invariabili; e
altrove le Trasteverine coi loro uomini in giacchetta di velluto e le faccie
in cagnesco; una folla poi di ragazzi seminudi, a dispetto dei custodi, in
quel parapiglia, s'erano introdotti ed erano iti ad arrampicarsi sulle parti
pi alte dell'edifizio. In mezzo a tutta questa moltitudine variopinta, un
venti o trenta di que' cari originali, che comprendendo meno di tutti,
sembrano i pi caldi e fanatici di tutti, vestivano, come dicemmo, in costume
di antichi Romani, e facendo da Collatino e da Muzio Scevola e da Curzio,
parevano aver la speciale incombenza di ravvicinare in quel recinto le
distanze di venti secoli.

II

Il palco scenico, dove gli attori della compagnia Rosier dovevano declamare
stentoreamente i versi di Voltaire, per farsi sentire da chi stava sulle pi
alte gradinate, non era che un impalcato di forma ellittica, inscritto nella
proporzione di due terzi nell'ellissi dell'anfiteatro. Era dunque un palco che
si vedeva da tutti i lati, senza siparj, senza scenarj, senza nulla di tutto
ci che, comunemente, costituisce un palco scenico. Bens quell'impalcato,
dovendo rappresentare il Campidoglio, aveva delle gradinate di legno, e dei
portici rivestiti di tela imitante il marmo, e sotto agli archi, delle statue
con pallj di canovaccio spalmati di gesso e di creta. Gli attori dovevano
aggirarsi tra quei portici, intorno a quelle statue, discendere da quelle
gradinate. Per verit che c'era qualche cosa di nuovo, e, se vogliamo, anche
di pi naturale del solito. La cosa poi che pi di tutto giovava a crescere
quel che si chiama l'illusione teatrale, e a ravvicinare pi che mai il finto
al vero, era la statua colossale di Pompeo, quella veramente, ai piedi della
quale, come voleva e vuol la fama, venne ucciso Giulio Cesare, e che  la
stessa che oggi ammirasi ancora in una delle sale del palazzo Spada. Essa era
stata collocata presso al portico costrutto appositamente; e l'importanza che
le si volle dare, e le lettere cubitali con cui nell'avviso al pubblico venne
accennata, quasi ci trarrebbe a credere che siasi voluto rappresentar la
tragedia per usufruttare la statua.
Ma, domander taluno, i signori comici che dovevano per un pajo d'ore
trasmutarsi in Giulio Cesare e Marcantonio e Bruto e Cassio e Dolabella, da
qual parte, in mancanza di quinte, dovevano uscire per fare i colpi di scena
con qualche illusione degli spettatori? A questo bisogno si ademp con pi
naturalezza e spontaneit che non si crederebbe; sotto all'impalcatura delle
gradinate e dei portici avevano il loro dietro le scene, e l aspettavano il
momento opportuno di uscire sul palco e far la loro parte.
Lo spettacolo finalmente incominci in mezzo al silenzio generale, che dur
pochissimo; perch dei trentamila spettatori accorsi, ventimila, ad essere
cortesi, non comprendevan nulla; altri perch non capivano il francese, altri
per l'inevitabile rumore che vi si faceva. I ragazzi del popolo, che s'eran
arrampicati fin sulle ultime gradinate, dopo essere stati attenti un momento,
per l'istinto della novit, al comparire di Antonio, che aveva il manto
turchino filettato in bianco, e di Giulio Cesare che lo aveva color porpora,
si diedero a schiamazzare senza tanti rispetti, e a correr innanzi e indietro,
a sfoggio di agilit e di coraggio, sui cornicioni praticabili. Ad ogni modo.
Antonio pot declamare la prima parlata:

Csar, tu vas regner...

sino al verso:

Qui peut  ta grande me inspirer la terreur?

e Cesare pot rispondere quasi d'un fiato:

L'Amiti, cher Antoine:

e attraverso a sessanta e pi versi conchiudere, abbracciando Antonio:

Ta promesse suffit, et je la crois plus pure
Que les autels des dieux entours du parjure.

Quelli tra gli spettatori che avevano un posto, abbastanza vicino per sentire
le voci, e intelligenza sufficiente per afferrare il concetto delle parole, e,
quel che pi importa, la conoscenza della lingua francese, ascoltarono tutta
la prima scena senza annojarsi e senza divertirsi, e senza dar segni n
dell'una cosa n dell'altra. Necessariamente, quand'anche Giulio Cesare fosse
stato rappresentato da Garrik, da Kean, da Talma, da Modena, un buon
repubblicano non poteva applaudirlo in coscienza, e meno ancora quello
scellerato adulatore di Marcantonio. L'indifferenza continu fino alla scena
terza, quando Cassio, Cimbro, Cinna, Casca e Bruto entrarono in iscena, e
schieraronsi innanzi a Giulio Cesare assiso sotto ad uno degli archi.
Bruto avrebbe dovuto uscire insieme cogli altri colleghi ed amici, ch non
v'era nessuna necessit drammatica di far diversamente; ma Bruto era il primo
attore della compagnia; doveva produrre un grande effetto soltanto col farsi
vedere; usc dunque ultimo, dopo qualche momento d'aspettazione ad arte
prolungata. I battimani scoppiarono strepitosi, lunghi, susseguiti da migliaja
di grida: Vive la rpublique, vive la libert, vive l'galit. Perfino i
seminudi birichini correnti e ricorrenti sulle cornici dell'anfiteatro, si
arrestarono anch'essi schiamazzando, evviva! E Bruto, che non s'inchin mai
nemmeno a Giulio Cesare, fece un inchino a tutti costoro, e li ringrazi.
Cessato lo strepito e gli evviva, ricominci la recita. Anche il Camillone,
che pur non sapeva il francese, ma che aveva per interprete uno scultore di
Parigi che da pi anni dimorava a Roma, ci racconta che si sent trasportato a
tutto ci che Bruto nella scena terza disse a Giulio. Aggiunge poi che
l'entusiasmo di tutto il pubblico, anzi la frenesia, and al colmo a quei
versi onde si chiude, la scena:

Tout mon sang est  toi, si tu tiens ta promesse;
Si tu n'es qu'un tyran, j'abhorre ta tendresse:
Et je ne peux rester avec Antoine et toi.
Puisqu'il n'est plus Romain, et qu'il demande un roi.

Dopo una tal scena, non ci fu pi interesse di sorta; e il primo atto si
chiuse tra una specie di bisbiglio sedizioso, soverchiato dalla voce sonora di
un uomo del Trastevere il quale, allorch Cesare e Antonio uscirono dalla
scena:
 E che ve pigli un accidente, grid tra le risate universali e le
interrogazioni dei soldati francesi, che domandavano che cosa significasse
quel motto.
Tra il primo e il secondo atto ci fu un intermezzo abbastanza lungo, il quale,
pur troppo, per la nostra storia, ha un interesse assai pi grave che la
recita del Giulio Cesare e l'esposizione della statua di Pompeo Magno.
In mezzo all'ufficialit, presso a Massena e al generale Cervoni, sedeva colui
che il lettore forse desidera di conoscere da un pezzo: il colonnello Achille
S...
Vestiva la divisa d'ussaro, tutta coperta di argento; stava seduto
militarmente, senza tanti rispetti forse per essere seduto a mal agio, teneva
con un braccio il ginocchio della gamba destra, che era piegata sin quasi a
toccargli il mento; la gamba sinistra, stretta nei calzoni rossi e negli
stivali succinti, si stendeva quant'era lunga a toccare il gradino sottoposto.
Un raggio importuno di sole, attraverso una tenda stata innalzata per far
ombra, annaspandogli la vista, lo aveva costretto a piegare innanzi il
caschetto piumato e a tirar l'ala fin quasi sul naso. Della faccia si
scorgevano perci soltanto i baffi enormi congiunti a delle enormi fedine, che
finivano precisamente alla regione della bocca, lasciando rasa la parte
inferiore delle mascelle e il mento. Chi lo guardava dal basso in alto vedeva
a girare di sotto all'ala del caschetto un pajo di pupille piene di lampo
provocatore e protervo, al quale aggiungevano una tinta sinistra tutte le
parti alterate della cassa dell'occhio, come di chi, non ostante una tempra
robustissima, deve adattarsi a portare in qualche parte le impronte degli
stravizj, delle veglie abusate, degli abusati liquori. Quell'uomo aveva allora
quarantotto anni, ma non ne dimostrava quaranta, perch la barba foltissima e
perfettamente nera faceva le spese delle parti alterate del viso, e la
corporatura lunga, elegante, forte, asciutta, come quella di un tigre reale
maschio, con delle coscie atletiche di cui i muscoli si pronunciavano di sotto
alla pelle di daino tinta in rosso, faceva le spese di tutto il resto. Egli,
durante l'intermezzo dal primo al secondo atto, senza cambiare posizione,
teneva fisso lo sguardo, dove lo tenevano fisso quasi tutti gli spettatori che
si trovavano presso a lui o in quel raggio di veduta. Ci che attirava quegli
sguardi e provocava le domande, i discorsi e i commenti di tante persone,
erano due persone.  quasi inutile il dire chi fossero. Il Baroggi, in
completa divisa di capitano dei dragoni, a non molta distanza del colonnello
S..., stava seduto vicino ad un milite, che a tutta prima sembrava un
giovinetto, ma che ciascuno, dopo un'occhiata, riconosceva benissimo per una
fanciulla; ed era infatti donna Paolina in assisa di dragone. Il veder
fanciulle travestite militarmente, seguaci di mariti ed amanti, era un fatto
cos comune allora, che per s solo non avrebbe fermato l'attenzione di
nessuno. Ma se un vestito portato da una persona non fa n freddo n caldo,
portato da un'altra pu mettere l'entusiasmo, le vertigini e il capogiro anche
negli uomini pi calmi. Un effetto di questo genere produceva appunto su tutti
la giovinetta compagna del capitano Baroggi. Donna Paolina, noi l'abbiamo gi
delineata in addietro; ma il ritratto si risolse piuttosto in quattro segni
generali, tirati gi colla matita tanto per fermar la macchia e il contorno,
che in un quadro disegnato e colorito coll'intenzione che debba essere messo
in una cornice. Chi ci fece a voce la descrizione della figura di donna
Paolina S..., ci mostr anche la copia a lapis rosso di un ritratto che il
giovine Pinelli fece di lei dal vero in Roma stessa. Quello che dunque noi
stiamo per delineare colla penna, non  altrimenti una creazione di fantasia;
ma una riproduzione esatta del vero, sebbene sia una copia di un'altra copia.
Il lettore si ricorder, che, essendo essa della statura di un uomo comune,
paresse eccessivamente alta come donna, anche per la piccolezza della testa,
la quale, a misurar la figura intera, sarebbe stata un'eccezione a quella
regola che decret dover essere la settima parte del corpo umano. Ma tutta la
persona s'illeggiadriva dominata da quella testina elegante, aerea; sebbene le
forme del corpo, al primo, sembrassero sottili e quasi gracili, osservata poi
parte a parte apparivano consistenti e ampie pi di quello che comunemente
suol presentare una fanciulla di diciott'anni. Vestita da dragone coi calzoni
di daino stretti alle coscie, e gli stivaloni pei quali riusciva ancor pi
attraente il contrasto del piccolo piede muliebre, vi assicuro, i miei cari
amici, i quali ponete ancora qualche interesse in questo genere di studj, che
c'era da perdere la testa. Seduta sugli scaglioni del Colosseo, teneva cos a
bardosso su d'una spalla il mantello verde; aveva l'elmo in testa piantato
assai indietro colla criniera che le cadeva sullo spallino sinistro. Colla
gamba destra sormontata dall'altra stava movendo macchinamente il piccol
piede. Quello per che pi di tutto fermava gli sguardi altrui, era il volto
dilicato e fino incorniciato dall'elmo; volto pallido con linee squisite,
sebbene accentatissime, segnatamente alla linea del mento; con un giro di
bocca di eleganza ineffabile e con un naso (il naso ha un gran posto nelle
quistioni della simpatia), con un naso che, sebbene piccolo ed elegante, aveva
per una forma speciale, perch le nari si disegnavano pi alte del setto
divisore, il quale mostravasi troppo pi di quello che avrebbe voluto la
regola perfetta.
Ma che mestizia meditabonda e accorata era su quel volto; ma quante e quante
cose pareva volesse dir l'occhio eloquentissimo ogni qual volta lo girava a
guardare il suo Baroggi!
O perch tanta mestizia? e non eran forse marito e moglie?
Oh no... non lo erano; non si volle che lo fossero... Avevan dovuto fuggire, e
viaggiavano incalzati da timori e da sinistri presagi. Da Bologna eran giunti
a Roma in quel d che il Baroggi aveva ottenuto dal suo colonnello alquanti
giorni di permesso.
E qui  necessario che col racconto noi ritorniamo indietro... Oh come la
commozione ci assale pensando a quanto era avvenuto, a quello che avverr di
loro! Davvero che la fortuna scellerata par che provi una compiacenza crudele
nel perseguitare quelle esistenze squisitamente infelici, che la natura, la
sola natura, non la legge umana inesorabile, ha mostrato per mille indizj
d'avere voluto espressamente avvicinare e legare in nodo non dissolubile.


III

La condizione in cui, nell'ultimo libro, lasciammo il Baroggi e donna Paolina
rispettivamente all'ava e alla madre, erasi presentata come una delle pi
felici risoluzioni di una crisi pericolosa. Pareva che l'intromissione del
vecchio Lorenzo e di Giocondo Bruni avesse in realt fatto un miracolo.
L'orgoglio di donna Clelia, che in lei era andato crescendo colla vecchiaia al
pari delle sue folte sopracciglia; la paura che Ada avea de' suoi rimbrotti, e
peggio del lontano marito, aveano ceduto innanzi allo spettacolo presente
della figliuola, che avrebbe potuto soccombere all'affetto e al dolore e, pi
ancora, al fatto del grave pericolo in cui ella s'era messa, fuggendo cos
imprudentemente dalla casa. Sotto all'azione di una gioja inaspettata, e nel
primo istante che cessa la causa di un grande dolore, tutti gli uomini, anche
i pi ostinati, sono disposti a concedere quello che mai non vorrebbero in
nessun altro momento della vita; un avaro pu fare un atto di carit; un uomo
aspro e intrattabile pu diventar pietoso; a un padre snaturato pu essere
strappata una parola indulgente. Tuttavia, se questo  vero,  anche verissimo
che quegli atti, imposti dalla violenza, diremo cos, del fatto eccezionale,
portano con s il carattere della violenza stessa, che  quello di non poter
durare. Cessate le cagioni che agli uomini fecero come cangiar natura, la
natura ritorna tosto alla prova, e spesso con pi fierezza di prima; quasi a
vendicarsi di chi avea saputo sopraffarla e domarla.
La contessa Clelia, dopo aver concesso che il capitano Baroggi sposasse donna
Paolina, tent ogni cosa per trarre in lungo l'atto indiscutibile del
matrimonio. Sperava che il tempo e la fortuna potessero improvvisare e mettere
innanzi qualche ostacolo ugualmente indistruttibile. L'orgoglio del sangue,
pur troppo, era in lei tenacissimo. Diremo di pi: la rivoluzione di Francia e
le nuove idee e le leggi nuove che decretarono l'abolizione della nobilt, le
avevano inasprito quell'orgoglio stesso; come avviene sempre di un sentimento
antico e profondo che vien contraddetto e vietato dal comando della forza
pubblica.
Donna di forte ingegno, convalidava l'opposizione al nuovo ordine di cose con
tutto l'apparato del sofisma scientifico. Per sosteneva le idee vecchie delle
caste privilegiate col duplice elemento, e del sentimento naturale che non pu
distruggere s stesso, e dell'amore del sistema, che, nelle persone di
scienza, si pone innanzi a tutto il resto, con ostinazione e persino con ira.
Non si ricordava, la vecchia contessa, diventata crudele, che nei giovani anni
non aveva consultato il blasone allorch la voce di un tenore, figliuolo di un
sarto, le sussurr all'orecchio parole d'amore. Quando pensiamo alla tenerezza
speciale che noi sentivamo per questa donna allorch aveva venticinque anni;
quando pensiamo che avremmo fatta moneta falsa per lei onde aiutarla in
quell'amore di contrabbando, non ci par vero che dovesse venir il tempo
d'odiarla; di odiarla, s, perch noi odiamo con tutta l'enfasi di un odio
implacabile tutti coloro che vogliono distruggere, colla violenza di una falsa
legge, l'unica legge legittima della natura, che suscita gli affetti, e li
riscalda e s'affanna perch trovino il loro adempimento. Ah! vecchia contessa
scellerata, e come, riandando nella memoria tutti gli spasimi atroci della tua
violenta passione, non imparasti ad avere piet delle passioni altrui! come
anzi imparasti a farti torturatrice longanime di due cuori predestinati ad
intendersi! E doveva egli esser questo il modo di compensarci della cura
assidua che ponemmo nel tentare di renderti in addietro cos cara e attraente
ai lettori?
Ma ella, che comandava in casa e dominava la figliuola, e quando parlava
metteva a tacere tutti quelli che non volevano quel ch'ella voleva, trov
dunque il modo di trarre in lungo il matrimonio, senza quasi accorgersi,
perch la crudelt pregiudicata  cieca, che la povera Paolina languiva e
consumava in quella comandata aspettazione di ci che era la condizione della
sua vita. Del rimanente, le considerazioni della contessa non in tutto
derivavano da male intenzioni; bens da quella consueta falsissima credenza,
che il tempo, se mai si riusciva a dividere quelle due creature, avrebbe fatta
la cura radicale d'ogni piaga, e impedito chi sa quanti guai possibili
nell'avvenire. Modo assurdo di ragionare, che  invalso nei padri, nelle
madri, negli zii e nei tutori, onde s'affannano a provocare nel presente un
dolore fortissimo e inevitabile, per stornare dei dolori futuri ipotetici, che
forse non nasceranno mai, e che non vivono se non nell'immaginazione di quanti
abusano dell'autorit che la legge umana loro ha accordato. Ma il fatto 
tale, e per ora non c' rimedio.
E la contessa si appose nelle sue speranze, ch l'accidente prepar infatti
l'occasione di prolungare di pi quel matrimonio.
Siccome eran tempi di guerra, venne al capitano Baroggi l'ordine improvviso di
partire col reggimento entro ventiquattr'ore per Piacenza. Oh Dio! che colpo
orrendo fu quello per la fanciulla, che colpo per il Baroggi, quantunque se
l'aspettasse.
Quel distacco sembr loro non una sospensione pi o meno lunga dei loro
desiderj, ma un colpo di scure, una condanna di morte; e si tennero perduti,
perduti irremissibilmente. Chi considera codesti affanni nella calma di
un'anima indifferente, pu riderne e crollare il capo di piet sprezzante, ma
chi soffre e si tormenta, non per questo cessa di soffrire e di tormentarsi.
Il mondo ha pattuito di sentir compassione e di attestarla perfino in
pubblico, anche fingendo, se uno  assalito da una fiera malattia corporale;
ma le malattie dell'animo, il mondo ha stabilito di pigliarle in canzone; a
meno che la portantina dell'infermiere non venga a trasportare al desolato
manicomio chi ha smarrita la ragione spaventata dal peso insopportabile della
sventura.
Un ordine di guerra non potendosi trasgredire per nessun conto, il capitano
Baroggi dovette partire, e part. Al pari dell'accusato innocente, che sente
chiudersi dietro l'uscio del carcere, dove ha da rimanere Dio sa per quanto
tempo, cos rimase donna Paolina nella casa materna, disperata, trasognata,
quando all'ora consueta della visita quotidiana non vide entrar pi il suo
giovane amico dalla solita porta, alla quale il suo sguardo irrequieto
volgevasi pi e pi volte, se la sfera dell'orologio mai avesse segnato un
minuto di pi!
Prima di partire, com' naturale, ella e il Baroggi fermarono di scriversi,
per trovarsi in quella comunicazione spirituale e d'immaginazione, che 
l'unico sollievo nel dolore della lontananza. Ma anche qui nacque un incaglio,
che la nonna pretese di legger prima le lettere cos del capitano, come della
nipote. Pretesa assurda e tirannica, e tale da rendere illusoria ai fidanzati
la consolazione dello scrivere. Le lettere ove due innamorati si versano
interi nell'effervescenza dell'affetto e dell'affanno, possono elle subire
prima la censura dei vecchi rugiadosi e dei giudici indifferenti e spietati?
Di quelle lettere adunque non ne furono scritte che un pajo, e anche queste
per obbedienza; poi donna Paolina, nella pi fiera desolazione dell'animo, si
concentr in s stessa e si tacque. Piuttosto che scrivere quello che non
pensava e non sentiva, piuttosto che distruggere la parte pi viva di ci che
le dettava il sentimento in tumulto, si accontent del silenzio. Ma che nacque
da ci? Nacque che il Baroggi, per molti e molti giorni aspettando lettere
indarno, colla immaginazione inesausta dell'amore che, non pago de' suoi
naturali affanni, inventa sciagure e miserie che non ci sono e fantastica
sospetti d'ogni sorta, si mise in testa che donna Paolina, in quel breve lasso
di tempo, si fosse cangiata a suo riguardo. Gi qualcuno che praticava in casa
V..., ed altri che conoscevan lui e la famiglia, avevangli sussurrato
all'orecchio qualche amoretto che la fanciulla aveva avuto fin da quando
trovavasi in collegio; gli avevan nominato qualche giovane patrizio, che,
nelle vacanze autunnali, trovandosi a villeggiare sul Lario, s'era inteso con
lei molto bene, onde eran corse lettere, e si erano ricambiati saluti e
sospiri e addii.
Qualcuno pretese persino d'essere stato testimonio accidentale di colloquj
furtivi, e d'aver visto la fanciulla a notte alta uscire clandestinamente
sull'aereo terrazzo ad aspettar l'amante. Avevano esagerato l'indole troppo
espansiva e tumultuosa della fanciulla, e i bollori del suo sangue
adolescente, pi forti di quello che comportasse l'et e l'educazione
casalinga. Avean gettato sospetti di una eccessiva volubilit, per cui la
fanciulla pot avere molti amanti in poco tempo. Il bel mondo, insomma, com'
suo costume, non avendo a far altro, si dilett anche allora, come sempre, a
passare il tempo lacerando, senza darsene per inteso, quella giovinetta
riputazione; come una mano villana, quasi senza saperlo, va sfogliando una
rosa appena sbocciata.
Il Baroggi, finch s'era trovato in compagnia della fanciulla, bevendo la
volutt dell'affetto corrisposto non aveva mai dato importanza a quelle
dicerie, solo accagionando di mal animo e d'invidia quelli che gli avevan
parlato in quel modo. Ma tutte quelle accuse, che non gli avevan lasciato che
una traccia lieve nella memoria, quando vennero a mancar le lettere, levarono
il volo repentino, come augelli di sinistro augurio, ad oscurargli la vista e
a circondarlo di sospetti orrendi. Un sospetto basta che appena spunti, che
tosto  gigante e veloce, e trascina la immaginazione spaventata a inventar
fatti, che non stanno nemmeno al possibile.
La cosa si prolung per qualche tempo. Il capitano non scrisse pi lettere
nemmeno lui. Il silenzio del Baroggi provoc in donna Paolina i medesimi
sospetti ch'egli provava per lei. Ella ricordavasi degli amori galanti che
aveva avuto colla contessa A..., colla R..., con altre di Milano. Quel che ha
fatto qui, potr farlo altrove, pensava; e si tormentava pensandolo, e non
aveva requie e non mangiava e non dormiva, e dimagrava un giorno pi
dell'altro... ma continuava in lei l'ostinazione di tacere e di non scriver
pi lettere... Codesta ostinazione era generata dall'idea che il suo Baroggi
(e ci avveniva nei momenti meno infelici, che non dubitava di lui), stanco di
quella lontananza senza corrispondenza, avrebbe preso qualche partito
disperato e risolutivo.
In casa, intanto, la contessa Clelia, vedendo quella sosta delle lettere, quel
silenzio della fanciulla, che non parlava mai, che non si lamentava mai,
perch il dolore, quand' profondissimo,  muto, si argoment di poter
finalmente tentare una parola per dissuaderla da quel matrimonio.
Ma lo sguardo onde la disgraziata fanciulla saett la nonna, appena si accorse
dove andava a finire il suo discorso, fu tale, che la contessa non ebbe pi il
coraggio d'andare avanti, e non ne fece altro per allora, senza per dimettere
la speranza che un giorno o l'altro si sarebbe piegata al suo volere.
Quanto al Baroggi, dopo aver continuato per tanti giorni a sopportare un
dolore morale superiore a qualunque spasimo fisico, risolse di mandare a
Milano un giovane, col quale erasi stretto in amicizia a Piacenza e al quale
aveva confidato la condizione deplorabile in cui trovavasi. L'amico accett
l'incarico, e venne a Milano. Recossi in casa V..., perch non c'era nessuna
ragione che la visita fosse clandestina. Trov le tre donne insieme.
Naturalmente il discorso cadde sul Baroggi, e sul quando sarebbero finite le
pratiche per conchiudere il matrimonio. La contessa Clelia colse un pretesto
per far uscir di camera la fanciulla, la quale obbediente in apparenza, come
una pecora avvilita, usc senza far motto. Ma quanta disperazione l'amico del
Baroggi lesse in quell'obbedienza muta!
Questa volta per la contessa, volendo troppo, ruppe l'incantesimo della sua
inesorabile autorit. Se donna Paolina non fosse uscita in quel punto, non
sarebbe nato quello che nacque.


IV

Quando donna Paolina fu uscita, si ritir nella propria stanza, e prese subito
il partito di scrivere questo letterino al Baroggi:
Se Dio mi ajuta, spero che potr consegnare all'amico che qui hai mandato
queste righe, che finalmente scrivo perch non saranno lette che da te, il
solo che abbia diritto di leggerle, ed il cuore per comprenderle. Non valgo a
dirti quello che ho sofferto in questi orribili giorni; credo che le pene
dell'inferno possano essere un sollievo in confronto. Ho perfino dubitato
anche di te. Chi molto ama, molto dubita. Tra mia nonna che non sa vietare, ma
che non vuole il nostro matrimonio, e la povera mia madre che vorrebbe, ma non
ha il coraggio di opporsi alla nonna, io ho vissuto in continuo silenzio, nel
quale il mio cuore lacerato non trov mai riposo un istante.
E' questo il primo minuto che un raggio improvviso illumina il mio cuore e la
mia mente. Ho risoluto. Lascer questa casa; il come e il quando non lo so. Ma
ho risoluto, e nessuno potrebbe distruggere gli effetti del mio proponimento
se non coll'ammazzarmi. Per Dio, vorr ben vedere sino a che punto sapr
giungere la crudelt di una vecchia testa piena di pregiudizj. Che nobilt,
che ricchezze, che leggi, che autorit! Soltanto il mio cuore ha la autorit
legittima di comandarmi di amarti e di seguirti e di distruggersi per te.
Degli altri tutti respingo ogni comando. Sfiderei Dio stesso, se mi
ingiungesse di dimenticarti e di fuggirti. Ma Dio  buono; cos lo fossero i
padri e le madri, che, pur troppo, credono di fare il nostro bene col farci
morire, per piangerci poi quando non si pu pi risuscitare. Sento, rumore. Oh
Dio! Non posso continuare. Ripeto dunque il giuramento di fuggire di qui e
venire da te, e nasca quel che vuol nascere.
Intanto che donna Paolina scriveva, il discorso tra l'amico del Baroggi e la
vecchia contessa Clelia era tenace, forte ed eloquente dall'una parte e
dall'altra. La contessa colla sua dialettica fredda ed inesorabile come
l'algebra e la geometria, che rimasero le consolatrici estreme della sua tarda
et, si prov a dimostrare coll'amico del Baroggi, che se si fosse riuscito a
togliere di mezzo quel malaugurato matrimonio, si sarebbero scansati infiniti
guai; ch, essendo tempi di guerra, e il Baroggi essendo un soldato, ed un
valorosissimo soldato (qui la lode fu abbondante perch giovava al suo
intento), le probabilit della morte erano tante e cos vicine, che la povera
fanciulla, dato che avvenisse quel che tutti i giorni avveniva, certo ne
avrebbe dovuto soffrire assai pi che col cercar di dimenticare quel giovane.
Parl inoltre della mancanza dell'assenso del padre della fanciulla, il conte
colonnello S..., del carattere suo, onde non si sarebbe mai piegato a
concedere quel permesso; degli affanni interminabili che sarebbero sorti per
la fanciulla, pel Baroggi, per la famiglia, quand'anche la fortuna avesse
conservata la vita al giovane capitano.
L'amico del Baroggi rispose di conformit, con abbastanza eloquenza anche lui,
anzi con un'eloquenza pi liscia, pi spontanea e pi naturale, perch la
ragione era dalla sua parte; ma la contessa Clelia non si lasci smuovere per
questo, e:
 Lasciate fare a me e al tempo, disse, e tra pochi anni la fanciulla mi
benedir, e il capitano, o sar morto, o ne avr sposata un'altra, e della
figlia di mia figlia appena si ricorder.
 Che cosa dunque devo dire al capitano? conchiuse il di lui amico.
 Tutto quello che avete udito.
 Ma la fanciulla, signora contessa, non deve essere sentita per nessun conto
in una cosa che tanto la riguarda?
 Le ragazze devono obbedire e lasciar fare a chi ha la sapienza e
l'esperienza. In ogni modo,  giusto che mia nipote v'incarichi de' suoi
saluti al giovane capitano...; e cos dicendo, diede ordine alla cameriera che
andasse a chiamar la fanciulla.
La fanciulla entr lenta e pallida, col letterino gi piegato fra le mani.
 Il signore parte per Piacenza; se hai qualche cosa da dire al capitano, egli
s'incarica di esserne il relatore.
Donna Paolina tacque un momento, irresoluta e tremante; poi, come animata da
un coraggio insolito:
 Quello che dovrei dirgli, l'ho scritto qui; e cos dicendo diede la lettera
all'amico del suo Baroggi; indi soggiunse con significanza che aveva del
terribile: Nessun altro che lui deve e pu leggere queste parole.
Quegli prese la lettera, e senz'altro la ripose. Aveva capito tutto.
La contessa Clelia fulmin la fanciulla d'uno sguardo minaccioso. Ma non os
dir nulla. Sentiva d'aver torto a domandar di voler leggere prima lei quella
lettera.
L'amico part, promettendo di ritornare il giorno dopo; part, e il primo suo
atto fu d'impostare tosto quella lettera per Piacenza alla direzione del
capitano Baroggi.
Se donna Paolina, sempre silenziosa ma risoluta, dovette sostenere una
tempesta di rimbrotti, ottenne per il suo fine. La lettera giunse a Piacenza;
annunciata da quella dell'amico, il capitano l'aperse tremando; perch chi ha
l'animo agitato teme sempre sventure! Ma qual fu la sua gioja nel leggerla,
quanta allorch l'ebbe letta! Un primo raggio di sole che compaja, dopo molti
giorni di una pioggia inclemente, a rischiarare la terra,  un paragone ben
misero per dare una minima idea del trasmutamento che avvenne nel cuore
accasciato del giovine capitano. Baci e ribaci quella lettera, chiam mille
volte cara cara cara la sua Paolina, con una espansione delira che non pu
descriversi a parole, e che  troppo sublime perch il mondo indifferente
meriti di conoscerla appieno; si rimprover dei tanti sospetti avuti e
ingranditi ed esasperati con quell'affanno onde il sofferente sfrega la piaga
che lo tormenta. Giur di volare in soccorso della sua Paolina, di mettere
sossopra cielo e terra per riuscire nell'intento. E vi riusc. Allorch due si
amano intensamente, ed hanno fermo di scuotere il giogo che li tiene in
schiavit, su cento tentativi, in novanta trovano la fortuna propizia. E donna
Paolina e il Baroggi furono tra i suoi protetti.


V

L'amico del Baroggi, che era partito per Piacenza, ritorn presto a Milano;
una vecchia portinaja, la quale era stata sgridata da donna Clelia, non
sappiamo per quali mancanze e minacciata di espulsione, fu proposta da donna
Paolina, tutt'altro che tarda ne' suoi concepimenti, come assai adatta a far
da manutengola. L'amico del Baroggi pag la portinaja in modo da lasciarla
sbalordita. Una mattina, mentre suonavano le prime ave marie a San Pietro
Celestino, donna Paolina discese, trov la porta chiusa, ma lo sportello
spalancato per dimenticanza pensata; e di l, pi lesta di una capriola, corse
ad una vettura che la stava attendendo a pochi passi dalla casa. Quando la
fanciulla si present, la portiera si aperse per chiudersi tosto, e via di
furioso trotto.
Ed ora ritorniamo a Roma, e rientriamo nel Colosseo.
Coloro i quali sono d'opinione che tra figli e genitori corra quel senso
arcano, che volgarmente passa sotto il nome di moto del sangue, in virt del
quale essi si presentono e s'indovinano mutuamente, anche allorquando non si
conoscono; coloro, a nostro debole parere, possono essere messi in compagnia
di quanti credono nella bollitura del sangue di S. Gennaro. Il colonnello
S..., intanto, per parte sua, sentiva cos poco i moti del sangue paterno, che
adocchiava la giovinetta militarmente vestita, con un senso di desiderio, ci
rincresce a dirlo, di desiderio sensuale, il quale in ogni modo ben poteva
essere perdonato dal momento ch'egli avrebbe creduto, non sappiamo qual'altra
cosa piuttosto che quella potesse essere sua figlia. Dalla curiosit che per
qualche tempo si limit al guardare, pass a quella di voler sapere chi fosse
quella bella ragazza, e come si chiamasse il giovane capitano che stava con
essa. Interrog alcuni ufficiali che stavangli intorno, ma nessuno aveva il
piacere di saperne di pi. Quel desiderio si comunic allo stesso generale
Massena, il quale, sebbene amasse le doppie di Genova pi delle fanciulle,
pure non pot essere indifferente all'aspetto di donna Paolina.
La domanda fece in breve il giro di tutto l'anfiteatro, ma rimase senza
risposta, perch non v'era spettatore che conoscesse il capitano Baroggi,
arrivato in Roma la sera prima. Allora il general Massena, che, in tutto,
anche nelle inezie, voleva quel che voleva ed era irrequieto e impaziente,
ordin a un ufficiale di prender notizia di quel capitano non appartenente a
nessuno dei reggimenti di presidio in Roma; e gli ingiunse, ad un bisogno,
d'interrogare il capitano medesimo sull'esser suo.
L'ufficiale, nell'intermezzo tra il secondo e il terzo atto, senza aspettar
altro, si rec presso il Baroggi, e fattogli il saluto militare:
 Scusate, ma il generale desidera sapere chi siete, e sono qui per ordine suo.
 Io sono il capitano Geremia Baroggi di Milano, del 7. dragoni, che ora sta
di presidio a Bologna; sono qui in permesso, e ho gi presentato i miei
recapiti al comando militare di Roma.
 Non  per questo, capitano; gi si sa che un bravo soldato fa il suo dovere;
ma  perch il generale vorrebbe conoscervi.
 Io mi presenter al generale domani... Credo che i suoi alloggiamenti siano
in piazza Cavallo.
 Al Quirinale, capitano.
E l'ufficiale s'indugiava, adocchiando avidamente la giovinetta, che
affettava, per togliersi d'impaccio, di stare attentissima ai cambiamenti che
si stavano facendo sul palcoscenico.
  per voi, prosegu l'ufficiale, una combinazione fortunata, che il
colonnello del mio reggimento sia un vostro compatriota.
Il Baroggi guard l'ufficiale, senza riuscire del tutto a nascondere
l'espressione di un sospetto, che a quelle parole gli balen d'improvviso.
Donna Paolina, senza volgere la testa, anzi continuando a fingere di essere
attentissima a tutt'altro, fu scossa anch'essa a quelle parole di colonnello e
di compatriota.
 strano che lungo il viaggio, tra le tante agitazioni e paure a cui furon
sempre in preda, non avevano pensato mai alla possibilit di avere a trovarsi
un d o l'altro col colonnello S..., che essi credevano in Francia o al Reno.
Ma il Baroggi, ricomponendosi, interrogava alla sua volta l'ufficiale:
 Io non posso conoscere tutti i miei compatrioti che entrarono a far parte
dell'esercito repubblicano; ma come si chiama questo colonnello?
  il colonnello S..., ed  quello l precisamente che sta seduto alla
sinistra del generale comandante. Esso avr gran piacere di conoscervi, e per
non tardate domani a presentarvi... Ma il generale m'aspetta, ed io vi lascio.
E cos dicendo, salut militarmente il capitano e la sua giovinetta compagna,
intorno alla quale non gli era bastato l'animo di chieder nulla.
Ora il lettore s'immaginer facilmente lo scompiglio che si mise nell'animo e
del Baroggi, e pi ancora di donna Paolina, a quella improvvisa rivelazione;
scompiglio stranissimo e che era fatto di spavento, di curiosit, ed anche di
qualche gioja. Ella non aveva mai visto suo padre, almeno non se ne ricordava;
e il ritratto di lui, dipinto ad olio, fatto venti anni addietro, e che era
stato appeso alla parete della sua camera da letto, se il lettore se ne
rammenta, non aveva quella perfetta somiglianza, da far tosto ravvisar
l'originale, se altri non ci mette in sull'avviso. Ella, intanto che
l'ufficiale s'accomiatava dal Baroggi, guard con curiosit intensa il conte,
e, per quanto lo permetteva la distanza e la posa in cui esso era adagiato,
andava come spiando nel volto di lui, se ad onta di tutto il male che ne aveva
sentito dire, vi era ancora qualche traccia di quella bont che la povera sua
madre Ada pi e pi volte le avea assicurato trovarsi in lui. E, senza ch'ella
medesima quasi il sapesse, pensava gi a tener conto di quella bont, a
tentare di rivolgerla tutta a proprio vantaggio; ma, pur troppo, in quello
sguardo fiero e saettante del colonnello, in quell'attitudine troppo
militarmente spavalda e come provocatrice, non gli parve ravvisare un segno
solo che la incuorasse.
 Ed ora che si fa? disse rivolgendosi al Baroggi quando l'ufficiale fu
partito. Io mi sento opprimere... Oh Dio, che cosa abbiamo mai fatto?...
Il Baroggi, pi che per lo sgomento, rabbrivid a quelle parole, che
rivelarono per la prima volta un sintomo di pentimento nella sua Paolina.
 Che si ha a fare? soggiunse poi con calma ostentata; partire senza perder
tempo. Io non ho nessun obbligo di presentarmi al generale.
Donna Paolina tacque, e pieg la faccia sul petto.
E il suo volto erasi coperto di quel pallore madido, che accusa un vicino
abbandono dei sensi.
L'ufficiale intanto aveva fatto il giro dello scaglione, e stava gi parlando
al generale Massena. Il Baroggi guardava attento, e vide dopo brevi istanti
alzarsi il colonnello.
Questi infatti, sentito dall'ufficiale che quel capitano dei dragoni era un
Baroggi di Milano:
 Oh  gran tempo, troppo tempo che non vedo la faccia di un Milanese; son
curioso di sapere da lui molte notizie di laggi: vorrei sapere anche qualche
cosa della mia famiglia; cos mi si risparmier la noja dello scrivere, e la
peggiore di ricevere delle risposte.
 Ha paura di annojarsi, prese allora a dire ghignando un colonnello di
fanteria che gli stava presso, e sono pi di tre anni che non scrive una riga
a sua moglie; e l'unica sua cura, quando cambia di guarnigione,  di non far
mai sapere a casa dove  stato traslocato il suo reggimento.
 Ed oggi invece mi viene una strana tentazione di saper qualche cosa.
 Va la, va l, colonnello, che ho gi capito tutto: a te non dispiace niente
affatto quel caro dragoncino l... Per ti avviso, caro il mio colonnello, che
hai passato da un pezzo la linea equinoziale, e quella ragazza l, se ha
diciott'anni  molto; e per quanto io giri gli occhi sugli ufficiali che ci
stanno qua intorno, non vedo giovane pi bello di quel capitano.
 Chi giuoca di giovent, chi giuoca di astuzia... e in questo genere di cose
chi ultimo arriva meglio alloggia. Ma e poi, chi ha detto a te ch'io abbia di
queste intenzioni?... oib... quel che mi preme  di saper nuove di Milano e
di casa mia... Ma guarda che colei si alza... Davvero, che ragazza pi bella
non ho mai veduta al mondo.
 Si direbbe per che  ammalata...
 Ammalata o sana, non so cosa dirti; ma la vista di costei mi d quel tal
genere di noja che... Ah, capisco che io non ho mai da diventar vecchio.
Cos dicendo il conte si alz, rifece il giro dello scaglione percorso prima
dall'ufficiale di ordinanza, e si ferm presso al capitano Baroggi. Messi in
rispetto dalla sua divisa tutta a ricami d'argento, gli spettatori ch'erano l
affollati, provarono la felicit di potergli dar luogo.
Donna Paolina erasi riavuta dal suo malore istantaneo, e per raccolse tutte
le sue forze quando, avvisata dal Baroggi, vide il conte lasciare il suo posto
e farsi alla loro volta.
 Caro capitano (il primo a parlare fu il conte), ho piacere di stringere la
mano di un compatriota.
Il Baroggi, stando in piedi, in quell'atto militare che vuol dire che un
inferiore sta davanti al suo superiore:
 Io ringrazio, disse, la degnazione e la bont del signor colonnello.
 Sedete, sedete, mio caro, e parliamo un po' tra noi, finch cada morto questo
Giulio Cesare, che io odio non tanto per quello che ha fatto, quanto perch
oggi mi ha condannato a tante ore di noja.
E cos dicendo, si gett trascuratamente a sedere sui cuscini dello
scaglione...
  di Milano anche la signorina che sta con voi? Credo bene di non sbagliarmi
a crederla una signorina... Ah! andate poi a dire che le donne non stanno bene
che colle sottane... Davvero che v'invidio, il mio caro capitano, v'invidio la
fortuna d'avere con voi una cos leggiadra recluta... Ne tenevo una anch'io,
vedete, due anni fa, una fanciulla di Bordeaux, che ho vestito all'ussara come
me... una ragazzotta stupenda, che ferm l'attenzione perfino del general
Bonaparte... Peccato che una bella mattina non siasi lasciata trovar pi,
essendo fuggita con un giovane caporale del 17. Ah! cara la mia ragazza,
credo per bene ch'ella vorr mantenersi un po' pi fedele. Ma  di Milano
anche lei?
 Di Milano, veramente, no, fu presto a rispondere il Baroggi, ma dei dintorni.
 Ah, ah,  poi lo stesso... ma ditemi dunque qualche cosa di Milano... Vive
ancora quel bestione del conte Mellerio? Che cosa ha detto, eh?... quando il
suo caro arciduchino ha dovuto pigliare il dazio... Gran brava gente c' a
Milano... gran bravi giovinotti... Ma, siamo sinceri, ci sono anche delle gran
carogne... Tuttavia desidero di vedere gli amici vecchi... Ma sapete voi da
quanti anni manco da Milano?... ecco qua.... uno, due, tre... sicuro,
quattordici anni... una piccola bagatella...; e s che vi ho moglie e figlia e
suocera. Ma che cosa volete? vivendo alla lontana, i matrimonj vanno meglio...
Non c' il tempo d'odiarsi. Mi dicono infatti che mia moglie mi voglia ancora
bene... povera donna...  una bella donna, vedete, la mia moglie... Ma voi,
caro capitano, avete un certo cognome che... Di qual ceppo di Baroggi uscite
voi? ci sono i Baroggi banchieri... quelli li conosco; c' un altro Baroggi...
un uomo della mia et, che fu con me guardia d'onore dell'arciduca. C'...
quel Baroggi per cui  nato tanto scompiglio per l'eredit del marchese F... A
proposito, come va quella faccenda?...  una faccenda curiosa, vedete... Ma, e
quel birbone del Suardi, vive ancora?... dev'esser vecchio, perdio!... gran
bel birbone per... vi assicuro che un uomo di quella fatta pu far l'onore di
qualunque capitale.
Il Baroggi taceva, donna Paolina non parlava e tremava; guardando per sempre
in faccia al conte con un sorriso artificiale, che le costava tutti i sforzi
dell'animo.
Cessata quella tempesta di parole del conte S..., la quale significava una
gran baldanza:
 Io, rispose il Baroggi, sono appunto il figlio di colui pel quale nacque lo
scompiglio dell'eredit F...
 Ah, ah!... ho capito; disse il conte.
Il modo onde il conte profer queste parole, dinotava manifestamente un senso
di disprezzo.
  morto vostro padre? continu poi.
  morto in Milano dieci anni or sono, poverissimo; e mia nonna mor l'anno
passato... e il marchese F... intanto sciupa milioni a mantenere preti e frati
e spie.
 Ma e come siete entrato soldato, e in cos giovane et siete gi capitano?
 Io fui pi fortunato di mia nonna e di mio padre. E se la verit non
dev'essere nascosta, guai per me, se tutti a Milano fossero stati
galantuomini!
 Vale a dire?...
 Vale a dire che, senza gli ajuti del banchiere Suardi, io avrei dovuto
passare qualche anno a San Pietro in Gessate.
A questo punto, le trombe della banda militare avendo annunziato che
incominciava il terzo atto, e tosto essendo usciti sulla scena Cassio, Cimbro,
Decimo e gli altri congiurati, il dialogo necessariamente fu sospeso. Cos lo
fosse stato per sempre!


VI

Il colonnello, al ricominciare dell'azione, si alz, e detto al capitano che
lo consigliava a recarsi la sera a veglia negli appartamenti del generale,
dove per consueto si raccoglieva il fiore de' cittadini e dei forestieri, si
allontan lentamente, e ritornato al suo posto presso al general Massena, gli
parl in modo, che questi impose all'ufficiale d'ordinanza di recarsi, prima
che finisse lo spettacolo, a invitare formalmente il capitano Baroggi e la sua
donna.
Proseguiva intanto l'azione. Gi, Cassio aveva declamato tra gli applausi
generali que' versi:

Enfin donc l'heure approche o Rome va renatre:
La matresse du monde est aujourd'hui sans matre.

Gi Bruto, nel dialogo con Giulio Cesare, aveva destato entusiasmo, e
strappato le lagrime ai veraci repubblicani, segnatamente a quel passo dove,
gettandosi ai piedi di Cesare, esce in quelle parole per verit sublimi:

Csar, au nom des dieux, dans ton coeur oublies;
Au nom de tes vertus, de Rome et de toi-mme,
Dirai-je, au nom d'un fils qui frmi et qui t'aime,
Qui te prefre au monde, et Rome seule  toi,
Ne me rebute pas!...

Il terz'atto adunque, fino a questo punto, piacque assai pi degli altri due,
e lo spirito repubblicano si era talmente impadronito di tutti gli spettatori,
che anche alcuni patrizj delle pi illustri case di Roma, e che non era usciti
senza fede in nessun Dio, ma per non sapere a che appigliarsi; anche qualche
dotto memore ancora della protezione pontificia e cardinalizia; anche qualche
pagnottista, di quelli che hanno l'intelletto e il cuore nel ventre, pur si
sentirono scossi a quelle parole; e colti all'improvviso in quel momento, e
costretti a votare, certo avrebbero messa la palla bianca nell'urna
repubblicana. Se non che, tutto questo entusiasmo fin per produrre un
uragano, non molto piacevole al capocomico Rosier e all'appaltatore.
Come fu gi detto, dal palazzo Spada era stata trasportata sulla scena, che
rappresentava il Campidoglio, la statua di Pompeo.
La parte men colta del popolo, la quale costituiva, com' naturale, i quattro
quinti del pubblico, non avendo letto prima la tragedia di Voltaire, credeva,
e per verit ne aveva tutte le ragioni (ch per una semplice esposizione
poteva bastare il palazzo Spada), che la statua di Pompeo non a caso fosse
stata trasportata sul palco; e per, nell'estrema accensione della sua ira
repubblicana, aveva rivolta tutta l'aspettazione al momento in cui i
congiurati avrebbero trafitto il tiranno, ed esso, dignitosamente avvolto
nella toga, sarebbe caduto a' piedi del simulacro del rivale.
Ma Voltaire aveva troppo studiato Orazio, ed essi non conoscevano quel passo:

.........Non tamen intus
Digna geri promes in scenam......
Nec pueros coram populo Medea trucidet. -

Come dunque sanno tutti coloro che hanno letto la tragedia di Voltaire,
questi, colto il punto in cui Dolabella intrattiene i Romani colle lodi di
Cesare, fa scoppiare di dietro alle scene le grida dei congiurati:

Meurs, expire, tyran; courage, Cassius;

e fa uscire, momenti dopo, questo Cassio appunto col pugnale in mano a gridare
come un invasato:

C'en est fait, il n'est plus;

e impegnasi tra Cassio e Dolabella una gara a chi pi riesce a tirare a s il
popolo:

 Peuples, secondez-moi, frappons, perons ce tratre.
 Peuples, imitez-moi: vous n'avez plue de matre.

Ma il popolo vivo e presente, ch'era assai pi repubblicano del popolo romano
della storia e dell'archeologia, dando ragione a Cassio e a tutti i suoi
amici, non voleva per che dell'uccisione di Giulio Cesare se ne facesse un
segreto di consorteria; onde da un punto all'altro dell'anfiteatro cominci
una tempesta di grida:
 E muoja dunque Giulio! muoja, muoja!
  morto! grid allora stentoreamente uno del popolo.
 E risorga, per Cristo... vogliamo vederlo noi a morire... vogliamo.
Gli attori si arrestarono a quel tumulto inaspettato, senza conoscere di che
si trattasse. Qualcuno s'interess a far loro sapere la cagione dell'ira
pubblica. E qui si avvi un dialogo tra pubblico e attori. Gli attori eran
forti dell'autorit di Voltaire; il pubblico accennava la statua di Pompeo, e
voleva che Cesare fosse trascinato l, e l fosse trafitto...
E in quella un uomo di Trastevere, tarchiato e terribile e con una testa da
Caracalla:
 E son qua io, grid, per Cristaccio! dov' sto Giulio? dov'? ch'io lo
spaccer io, lo spaccer.
Quel popolano di Trastevere fu in breve seguito da gran moltitudine di
compagnoni, che tutti si misero a gridare ad una voce: morte a Cesare! vogliam
vedere Cesare morto!
Il tumulto and tant'oltre, che l'appaltatore si rec dal generale Massena,
supplicandolo perch provvedesse a metter fine colla forza a tanto disordine.
 E che ci ho a far io? Tocca a voi a tirarvi di impaccio, rispose il generale.
Dopo tutto, che difficolt avete a improvvisare in vista del pubblico e ai
piedi della statua di Pompeo la scena che avete gridato di dentro?
 Nessuna difficolt, ma Giulio Cesare  fuggito.
 Come fuggito?
 Per paura che il popolo lo pigliasse davvero per il Cesare di diciotto secoli
fa, lasci andar gi in fretta e toga e manto, rivest i proprj panni e se ne
and.
 Ma in che modo se ne and, se il palco  nel mezzo dell'anfiteatro?
 Tanto fa, non c' pi. Bisogna che il popolo non l'abbia riconosciuto.
Il fatto strano fece ridere anche il generale, che rideva poco e aveva
tutt'altro per la testa; poi soggiunse:
 Se l'antico e vero Cesare avesse fatto come costui, forse il mondo avrebbe
pigliata un'altra strada.
 Ma or che si fa, generale? Sentite come il popolo urla laggi. Guardate che
gi piglia d'assalto il palco scenico.
Il generale non si moveva, e guardava, e non dava ordini. Pareva che prendesse
gusto a quella scena.
Difatto il popolo penetr a furia nell'edificio capitolino, innalzato con
trabacche per far scena; ne snid tutti i congiurati in toga: Cassio, Casca,
Cimbro, il medesimo Bruto, che  tutto dire; investendoli e lor domandando
fieramente che cosa avevano fatto di Giulio Cesare.
Se non che a un altro uomo del popolo scapp detto:
 Ebbene, se  fuggito il tiranno, pigliamoci questo Marc'Antonio che sta qui e
ammazziamo lui.
Non l'avesse mai detto! Tutta la furia del popolo si rivolse di colpo contro
il povero comico incaricato di quella parte odiosa; il quale cadde svenuto per
la gran paura.
Fu allora che il general Massena mand tosto col un picchetto di granatieri a
far finire l'atroce burla.
Per chi dall'alto del Colosseo avesse guardato con intento filosofico quella
scena, quel miscuglio d'antico e di moderno; quella statua di Pompeo che parea
davvero far retrocedere tutti gli spettatori a diciotto secoli addietro;
quelle toghe e quei manti misti alle giacchette de' Trasteverini; in ultimo i
granatieri della repubblica nuova che vennero a spianar le bajonette contro un
popolo che mostrava d'amar tanto la repubblica vecchia, e che voleva saziar la
vista nello spettacolo della morte di Cesare, ben poteva trovare. argomento di
peregrine considerazioni.
Or chi avrebbe mai pensato, tra quanti erano congregati in quel famoso
ricinto, che, nonostante la memoria di Giulio Cesare fosse tanto odiata da
destare un commovimento per tutta Italia, e un rigurgito di tutti gli Italiani
repubblicani in Roma, per assistere ad uno spettacolo, che, dato nel Colosseo,
pareva dovesse riuscire solenne e pieno di grande significanza; chi allora
avrebbe pensato, ripetiamo, che fra poco stava per scaturire dal repubblicano
Bonaparte la seconda edizione del Cesare antico?
Ma lasciando le inutili considerazioni, e tornando ai nostri personaggi,
l'ufficiale d'ordinanza, nel momento che i granatieri del general Massena
comparvero sul palco scenico a respingere i popolani inferociti, si rec di
nuovo presso il capitano Baroggi, al quale richiam in prima le parole del
colonnello; poi si rivolse a donna Paolina, per significarle che il generale
Massena invitava anche lei a volere onorare la consueta veglia, ch'esso
offriva ne' suoi appartamenti ai repubblicani di Roma, d'Italia e di Francia.
Ora quando il Baroggi e donna Paola lasciarono il Colosseo e si trovarono
districati dalla folla, che a vortici li aveva circondati e oppressi finch si
trovarono in quelle vicinanze, ricominciarono pi seriamente che mai la loro
consulta.
 Il mio partito, diceva il Baroggi,  che si debba partire, e senza perder
tempo, e meglio stasera che domattina.
 Cos si fugge il pericolo presente, questo  vero; ma nemmeno si provvede
all'avvenire.
 Ma com' che non dividi, mia cara, il mio pensiero, se pure alla sola vista
di tuo padre minacciavi di cadere in isvenimento?
 E che vuoi? Questo mio padre, ho un presentimento che pure debba esser lui
quello che ci debba far uscire da questa condizione di pena e di paure
continue. Egli mi pare uomo pi bizzarro che cattivo.  un soldato valoroso,
questo lo dicon tutti; di pi  un repubblicano caldissimo, e fu dei primi a
far guerra alla nobilt. Ora, qual fu la nostra pi gran nemica? codesta
nobilt appunto che alla contessa Clelia sembra Vangelo.
 Tu parli benissimo: ma io ne ho conosciuti assai di questi repubblicani stati
ricchi e stati nobili... Ho provato anche a stuzzicarli. Or piglia la pi
superba e pinzochera damazza del biscottino, e credi, che in confronto pu
parere un sanculotto. Non hai veduto come egli si scontorse, quando gli dissi
ch'io non era altrimenti n il Baroggi figlio del banchiere, n un parente del
Baroggi guardia d'onore? Anche a te  riuscito di veder questo?
Il Baroggi in quel breve colloquio col conte aveva perfettamente indovinato il
vero; ma donna Paolina, per sua disgrazia, non fu dello stesso parere, e tanto
disse e ridisse, che la sera e l'uno e l'altra furono nelle sale del general
Massena.
Il lettore non si metta in isgomento, ch noi non descriveremo quelle gioconde
veglie. Gi quasi tutte le grandi celebrit artistiche, come letterarie, e
patrizie, e muliebri, erano uscite di Roma. Il Canova era andato a pigliar
aria nel Veneto: Pompeo Battoni stava godendo il fresco alla Riccia: il
Piranesi erasi riparato a Ercolano: Vincenzo Monti, mutati i panni, gi
assisteva a Milano al rogo cui venne condannata la sua Basvilliana: Winkelmann
moriva asfissiato per non poter pi bere l'acqua di Trevi. Solo era rimasto in
Roma a far il triumviro l'archeologo Visconti. In quanto ai cardinali
(parliamo dei dotti e dei celebri, e di quelli che si ha la curiosit a
vederli e a sentirli a parlare), innanzi tutto non sarebbero mai andati a far
la loro corte quotidiana a un soldato; ma quel che meglio si dee sapere,  che
in Roma non ce n'era pi nemmeno uno, anche a metter fuori la mancia d'un
milione di scudi romani. Delle donne, celeberrime per casato e per belt, le
Braschi, le Borghesi, le Massimi, le Buoncompagni, le Santa Croce, le
Rezzonico, ecc., ecc., avevan tutte preso il volo ben lungi, in coda ai loro
zii e cognati e fratelli principi; non rimaneva dunque che la nobilt dei
gradi pi bassi; poi le bellezze borghesi nate in seno alla ricca mercatura, e
che vedute dall'occhio dell'artista e da un amante sincero delle belle donne,
facevan lo stesso effetto delle assenti. Diciam tutto questo perch il lettore
comprenda il motivo della descrizione mancata. Se presentassimo l'elenco di
tutti gli intervenuti, egli non conoscendo nessuno di costoro, non potrebbe
prendervi interesse di sorta.
In ogni modo, colle belle donne patrizie e mezze patrizie, e colle altre, gli
ufficiali dell'esercito repubblicano passavano le loro notti lietissimamente,
prolungando i giuochi e le danze ad ora tardissima. N il colonnello S...,
sebbene avesse toccato i suoi quarant'otto anni, si era ancora ritirato dal
campo sdrucciolevole della danza e della tresca amorosa. La cosa 
precisamente cos; n serve, o lettori, crollar la testa in aria d'increduli.
Ma egli era ancor bello ed elegante della persona; ma egli era snello e
nerboruto; ma, a lume di sera, due lustri buonamente scomparivano dalla sua
faccia; ma innanzi tutto, si credeva giovane; e a questo mondo ognuno  quello
che crede di essere. Intanto gi qualche belt di prima fila, sebbene non pi
celibe, guardate che errore! gli si era sfregata presso lusinghiera e
carezzosa; intanto gi qualche ufficialetto, che contava venti o venticinque
anni meno, aveva ricevuto da lui qualche colpo invincibile, ed era stato messo
fuori di partita. Intanto... ma intanto fece senso a tutti, che donna Paolina,
l'angelico dragone che aveva fermato l'attenzione di tutti gli spettatori del
Colosseo, la prima sera stessa che venne a quella veglia, bella di quella
bellezza fatale che fa classe da s e non appartiene a nessuna scuola, come il
genio, avesse mostrato gi tanta propensione per quel colonnello, che poteva
essere chiamato la Ninon del suo sesso e della sua classe; tanta inclinazione
da ballare con esso lui quattro contraddanze in due ore; e da lasciare in un
canto il bellissimo capitano Baroggi.


VII

Uno dei pi grandi spropositi, o, per dir meglio, uno dei tiri pi assassini
che la natura ha fatto all'umanit,  quello di non aver voluto, attraverso
alla vita, tener sempre in accordo le facolt della mente e del sentimento
colle qualit appariscenti del corpo. Il corpo invecchia e perde d'anno in
anno tutte le sue seduzioni; e perch la crudelt riesca ancora pi squisita,
il volto, che  sempre in vista, le perde ancor pi presto. Nel tempo istesso
che l'intelletto pu sfolgorare in tutta la sua forza giovanile, e il
sentimento pu ancora esaltarsi colla foga di un'esistenza che s'affaccia per
la prima volta al tumulto della vita, il corpo mostra i segni della
dissoluzione, che stornano ogni simpatia. Allorch un uomo viene a trovarsi in
codesto funesto sbilancio tra le attrattive corporee e i desiderj dello
spirito, pu ben dire d'esser tisico in quarto grado. Una tale condizione si
rende sempre pi grave, quando negli anni della giovinezza abbia avuto il dono
o il malefizio della belt, che  il biglietto d'ingresso al teatro delle
seduzioni, degli incanti, della volutt dell'esistenza; e diventa ancora
peggiore, pericolosa e inquietante, quando un uomo, pur in quell'et in cui
non sono permessi che gli affetti per i beefsteak e il vino di dieci anni,
conserva tuttavia qualche raggio della giovent. Quei raggi, se pur vibrano
splendidi e ardenti quando vibrano, serbano per la pessima qualit dei soli
di temporale, che vengono, ma vanno tosto, e lasciano lo spettacolo della
natura pi desolante di prima. Nell'istante che quei raggi brillano, la
giovinezza inesperta e ardente pu mostrare per essi delle tendenze
affettuose; e allora chi ha avuto la disgrazia di non saper stare sul proprio,
se pure riesce a sentir rinnovate per un momento le gioje degli anni
giovanili, pu anche, quando non sia uno stordito, contare sulla certezza di
essere in brevissimo tempo abbandonato e soppiantato. Il conte Achille S... si
trovava nel colmo di tutte le condizioni suaccennate; e per disgrazia aveva
anche l'ultima, di non essere uno stordito, e di essere espertissimo della
vita. Sapeva di aver passata la giovent; sapeva che, tutt'al pi, poteva far
l'effetto di un fuoco d'artifizio; ma conoscendo di possedere ancora dei bei
momenti, per usare una frase da teatro, cercava le tentazioni, e si adagiava
in quelle, e amava illudersi.
D'indole irritabilissima e bisbetica fin dalla prima giovinezza, ossia fin da
quel tempo che tutto gli andava a gonfie vele, quei caratteri gli si
inviperirono durante la sua pi matura virilit, e tra le cause di ci vi fu
appunto quella particolare condizione in cui venne a trovarsi ad onta della
sua vita distratta in molte occupazioni e specialmente nelle cure della
milizia e della guerra, la quale era in lui una vera passione. Lusingato
ancora dalle donne perch gli rimanevano delle qualit attraenti e brillanti,
egli sentendosi del sangue e della foga giovanile, si lasciava attirare nel
loro vortice; ma poi, pensando ai proprj anni e alla distanza che intercedeva
tra l'et e l'impeto del sentimento, non si fidava della sorte che gli era pur
sempre cortese di lusinghiere avventure, e viveva continuamente in timore del
domani e sempre iracondo e geloso. Il fatto dell'abbandono della bella
vivandiera di Bordeaux, che lo aveva posposto ad una recluta del 17, fin a
renderlo sempre pi diffidente. Ma il decrepito e volgarissimo adagio, che il
lupo lascia il pelo e non il vizio, basti a spiegare, come, nonostante l'et e
la recente sconfitta, e la sfiducia di s e d'altrui, non sapesse resistere
alla tentazione di avvicinarsi alla fanciulla Paolina, e non potesse poi
raffrenare l'esaltazione della gioja e della vanit soddisfatta, quando nel
contegno di colei gli parve di scorger tutti i segni di una vera simpatia.
Chiunque in fatti si fosse trovato ne' panni del conte S... poteva avere
ragionevolmente tutto il diritto di creder che donna Paolina gli si fosse
repentinamente incapricciata dietro.
Tanto  ci vero, che tutti gli astanti credevano lo stesso, sebbene alla
maggior parte non paresse n naturale n giusto.
Alla stessa fanciulla, una notte, per una sola parola che le disse il conte,
il quale del resto, in ogni cosa, sempre erasi comportato seco coi pi
squisiti riguardi, balz repentinamente un sospetto, che le fece gelare il
sangue, e che la persuase senza pi a mettere in esecuzione il proprio
disegno.
Quando la fortuna ci  nemica, di quanti elementi si ajuta, e come sa
convergerli tutti a danno nostro!
Donna Paolina, staccatasi dal conte S... un momento dopo sentita quella parola
che la mise in iscompiglio, s'avvicin al capitano Baroggi, e gli disse in
tronco:
 Stanotte quando partiremo di qui, voglio finir tutto e palesarmi a mio padre.
 Bada a te, che ci non sia per il peggio.
 Continuar questa vita non  sopportabile in nessun modo. Meglio star peggio
che star cos.
Detto questo, si distolse da lui e si gett a sedere, pensando seriamente
quello che doveva fare.
Ella, quantunque fosse assai giovine, pure aveva gi quel che si dice un
carattere, e quell'altra dote ancor pi rara nell'adolescenza, la sicurezza
determinata delle azioni.
Ferm dunque risolutamente il partito di palesarsi in quella notte stessa al
padre; pens al modo pi conveniente di prepararlo; s'immagin il dialogo che
ne sarebbe derivato; le conclusioni che si sarebbero sviluppate. Egli ha per
me una deferenza speciale, pensava; di questo posso esser certa; d'indole
bisbetica, iraconda, insofferente, come lo vuole il giudizio comune; con me,
con me sola  gentile, amabile, quasi direi cedevole, obbediente. Quando
sentir, quando sapr ch'io sono la sua figliuola, naturalmente dovr crescere
in lui, in forza di questa rivelazione, quell'affetto che senti spontaneamente
senza conoscermi. Non si protragga dunque pi oltre un tempo cos prezioso, e
forse domani sar felice.
Ma qui si ferm, e ripensando l'ultima parola che il conte le aveva rivolta,
si andava conturbando, e diceva fra s stessa: Io ho tardato forse un po'
troppo. Dovevo parlargli jeri l'altr'jeri. Ma forse a quella parola io ho dato
un significato di cui egli non aveva l'intenzione. Ma, in ogni modo,
quand'anche fosse vero quello che penso, non  possibile che si converta a mio
danno. Non  possibile. -
Non sapeva la fanciulla, perch la naturale acutezza non poteva tener luogo
d'esperienza, che l'amore  l'ideale dell'egoismo e dell'avidit; che vuol
tutto per s e a modo suo; che esso, fintantoch gli affari vanno a seconda, 
lieto,  caro,  soave,  condiscendente,  tutto quello che si vuole che sia.
Ma se la fortuna gli volta l'occhio e gli succede un rovescio, le medesime
furie sono lente ministre ai suoi comandi, e diventa un tiranno crudele,
vendicativo, implacabile.
Or continuando, donna Paolina, mentre stava meditabonda e grave in quel modo,
era, senza che se ne accorgesse, l'oggetto degli sguardi di tutti.
 Oh beato colui, diceva uno, che la rende cotanto pensierosa!
 Oh come  cara, seduta cos in quell'abbandono!
 Oh guarda com'ella sembra la meditazione travestita da soldato!
E il conte che la vide in quella posa e la contempl a lungo, lentamente poi
le si accost, e: A che pensate? le disse.
 Pensavo a una cosa, rispose donna Paolina, per cui mi  necessario parlare
con voi a lungo.
 Io sono sempre disposto all'obbedienza. Partendo di qui con vostro marito e
col resto della compagnia, faremo la via pi lunga del solito, e avremo tempo
di parlarci.
Il conte S..., dando all'aria estremamente pensosa e preoccupata della
giovinetta un'interpretazione troppo lontana dal vero, credette che le parole
di lei non fossero altro che un piano inclinato ad una dichiarazione
esplicita. L'amore  poeta lirico, e i suoi voli sono spesso temerarj.
Or venne l'ora che gl'intervenuti alla veglia lasciarono gli appartamenti del
general Massena. Come avviene in tali ritrovi, nel partire si univano in varie
compagnie, a seconda che portava il bisogno di far la medesima via per la
vicinanza delle dimore. Il capitano Baroggi diede il braccio ad una
Aldobrandini, bellissima donna, la quale credendo che donna Paolina si fosse
incapricciata del colonnello, e ci al capitano non desse molt'ombra, aveva
messo l'occhio a quel posto, quando mai fosse rimasto vacante; anzi aveva gi
inoltrato la sua petizione ambidestra, con quel garbo astuto e insidioso di
cui le donne sono maestre inarrivabili. Altri s'erano uniti ad altre. E donna
Paolina s'era appoggiata al braccio del conte S..., il quale, rallentando il
passo, lo misur in modo da rimanere l'ultimo della processione.
 Dunque, o cara, che cosa avete a dirmi? Cos il conte pel primo cominci un
dialogo, dal quale si attendeva di esser fatto retrocedere al mondo primiero
della sua fortunata giovent.
 Oh! io sono infelice, rispose donna Paolina.
Tanto le donne esperte quanto le fanciulle inesperte vanno sempre d'accordo
nel mettere innanzi quest'antifona, allorch vogliono stringere qualcuno nella
loro rete. E per il conte S..., che in tanti amori passati ricevette sempre
quelle petizioni muliebri, segnate appunto col perpetuo bollo dell'infelicit,
non ebbe torto se a quell'esordio del dragone angelico: Or ci siamo, pens; ma
non poteva andare altrimenti! Tanto si teneva certo!
 Io sono infelice, continuava la fanciulla, e voi solo, una vostra parola pu
farmi la pi felice delle donne.
A queste parole fece succedere alcuni istanti di pausa, perch un grande
spavento l'assal nel punto di avviare un discorso con cui giocava, a dir
cos, tutta la sua fortuna. Alla sua volta, il conte S... stava in sull'ale,
nell'aspettazione ansiosa di quella sentenza risolutiva che, secondo lui,
doveva cangiare in certezza il suo desiderio e la sua speranza.
 Perdonatemi, colonnello, riprese poi donna Paolina, se oso farvi una domanda:
Che cosa avete pensato di me la prima volta che mi vedeste?
 Che cosa ho pensato... non saprei dirvelo: cento cose e nessuna. Ma
spiegatevi meglio.
 Voglio dire, che giudizio avete fatto di me, vedendomi in compagnia di un
giovane capitano?
 Ma non siete voi sua moglie?...
Donna Paolina taceva.
 Il mio giudizio dunque fu, proseguiva il conte, che il capitano fu il pi
fortunato degli uomini nel trovare una cos avvenente e cara sposa.
Donna Paolina tacque a lungo; poi, tutto a un tratto, fermandosi e stringendo
fortemente la mano al conte:
 Ah, non  vero che noi siamo marito e moglie! Non lo si volle da chi aveva
l'autorit di volerlo. Noi siamo fuggiti insieme, per non morire d'affanno.
Il conte cominci a non capire, e a turbarsi senza sapere perch.
 Questa nostra condizione, seguiva la fanciulla,  tale che non pu
continuare. Io mi figuro un giorno o l'altro di venir staccata per forza da
lui; Dio! che sarebbe mai di me, se ci avvenisse. Certo che non potrei pi
vivere.
Il conte pensava intanto fra s: Dunque mi sono ingannato!
Il pensiero formulato non fu che questo, ma l'animo del conte era rimasto
stranamente percosso; tanto il colpo era stato inatteso; n sapeva trovare una
parola per risospingere il discorso della fanciulla, che ancora s'era messa a
tacere.
Alfine, per non sembrar dappoco e anche per tirare indietro, se fosse stato
possibile, quel po' di sospetto che gi aveva gettato nell'animo della
fanciulla con quella tal parola che il lettore sa, riassunse il consueto suo
fare disinvolto e bizzarro, spingendolo fin quasi alla caricatura:
 Cara la mia ragazza, disse poi, vi siete messa in un brutto impiccio; brutto
assai, cara. E in un impiccio ancor peggiore si trova il capitano perch, in
conclusione, voi siete minorenne, e il capitano, volere o non volere, vi ha
portato via colla forza della seduzione. Capisco che sar stato colla migliore
intenzione. Diavolo! sono incapace di dubitarne. Capisco che il capitano non
avr dovuto pregar troppo; non  vero, cara mia? Siamo sinceri qualche volta.
Voglio anche ammettere che i parenti avranno tutti i torti, e che l'autorit
farebbe meglio a non impicciarsi in queste cose; ma i parenti ci sono, e
l'autorit d sempre ragione ai parenti. Povero capitano! Mi rincresce, mi
rincresce davvero. Mi rincresce per voi, mi rincresce per lui, tanto mi 
simpatico. Ma ora, alla mia volta, devo domandarvi per che ragione avete detto
tutto questo a me?
 Per che ragione? perch so che voi conoscete quei di casa mia, e che...
 Che cosa?
 E che siete conoscentissimo di mio padre.
 Io conosco vostro padre?... Ma chi  vostro padre?... Ma perch non mi avete
mai detto niente?...
 Perch avevo paura, come ho paura...
 Paura di che?
Qui la fanciulla ferm il passo. Erano ai piedi della scalea di Trinit de'
Monti. Gli altri della compagnia erano gi saliti.
Ella tir a s d'improvviso il braccio che il conte teneva sotto il proprio;
con ambe le mani prese e strinse la mano del conte; poi, gettandosi in
ginocchio, la baci bagnandola di lagrime.
 Ma che  questo? ma che fate? diceva il conte. Ma badate che potete esser
vista...
 Ah! prima ch'io continui a parlarvi, datemi una promessa.
 Ditemi di che si tratta, e vedr...
 Promettetemi di aiutarmi, e di far tutto dal canto vostro, perch io e il
capitano possiamo diventar marito e moglie.
 Ma come posso dare una promessa senza conoscere alcuna delle circostanze
che...
 Vi assicuro che voi potete tutto; vi assicuro che una parola vostra pu
bastare a renderci felici..
E continuava a stare in ginocchio, ad onta degli sforzi del conte per
rialzarla. Ma il conte, a un tratto, ritir a s le mani che la fanciulla
stringeva, lasciandosela cadere ai piedi come una Maddalena penitente.
Un lampo, come quello che viene dal fulmine, aveva di repente solcato il bujo
del suo pensiero.
Spesse volte, nelle vicende umane, un fatto istantaneo, un motto, un gesto,
rischiara a un tratto una successione di accidenti, sui quali per gran tempo
il pensiero era trascorso inavvertitamente. Quando il conte sent dalla bocca
del capitano Baroggi ch'esso era nativo di Milano, e che era di Milano anche
la fanciulla che avea seco, dovendo pure risovvenirsi d'avere una figliuola di
quella et, non par vero, come un tal pensiero non lo dovesse grado grado
guidare a scorgere nel volto della fanciulla le traccie evidenti della
somiglianza propria e della materna; non par vero, come non abbia sentito la
tentazione di domandare qual era il cognome della famiglia di lei; non par
vero, come lo stesso attaccamento eccezionale e straordinario ch'essa avea
mostrato per lui, non dovesse, insieme colle altre circostanze, condurlo sulla
via giusta per la quale si poteva arrivare a scoprire la verit.
E certo, se non ci fossero stati gli estremi avanzi della giovent che lo
portarono issofatto su di un altro terreno, egli avrebbe saputo ogni cosa
prima che altri avesse parlato. Ora gli ultimi atti di donna Paolina,
rimovendo appunto ogni idea d'amore, gli fecero di colpo balenare dinanzi
quella verit che non aveva mai cercata; di modo che, quando donna Paolina
tremante singhiozzante gli confess di essere sua figlia, la rivelazione fu
inutile, perch egli aveva gi tutto indovinato. Se non che quella parola
pronunciata tolse il conte dall'affannoso stupore in cui trovavasi, e, senza
alcun riguardo, mandando un grido, che era tra l'esclamazione dell'uomo e il
fremito della fiera, respinse di forza la figlia, che cadde stramazzoni sul
terreno, ed egli fugg.


VIII

Non essendoci noi mai trovati nella condizione del conte S..., la sua ci si
presenta come una malattia affatto nuova del cuore umano, sulla quale non
abbiamo mai avuta l'occasione di esercitare nessun studio anatomico. Bisogna
adunque che tiriamo ad indovinare e a congetturare e a slanciare ipotesi; e
poi, colla sfacciataggine di un filosofo che si diverte ad andare a caccia del
vero primo, vendere per cose provate le persuasioni del nostro pensiero.
Quando il conte S..., lasciata cadere la propria figliuola, si diede a fuggire
come un uomo uscito di senno, bisogna confessare che le cagioni di quella
repentina esaltazione erano state cos forti, cos eccezionali, da rimanere in
dubbio chi fosse in quel momento pi degno di piet, se lui o la figliuola. E
tra le cagioni mettiamo anche quelle che procedevano dalle cattive e
inveterate abitudini della sua vita, dal carattere speciale della sua mente e
del suo cuore, dai pregiudizi naturali e avventizj della sua educazione, dalle
medesime sue colpe. Al cospetto di un morbo fisico, grave e doloroso, il
paziente desta sempre compassione in chiunque non appartenga al tribunale
della Santa Inquisizione. Pel filosofo che osserva i dolori umani
coll'intendimento della cura e non della vendetta, il primo suo sentimento 
la piet e il desiderio di alleviar le pene. Egli assomiglia al medico
razionale e galantuomo, che non abbandona l'ammalato, n lo maltratta,
quand'anche sia stato la cagione del proprio male.
Un padre anche il pi mite di carattere, che trovi una propria figliuola nella
posizione di donna Paolina, certo che non potr mai reprimere, a tutta prima,
il dolore e l'indignazione. Ora il conte S... era tutt'altro che mite. In
aggiunta, quantunque egli ostentasse il pi radicale repubblicanismo, pur
s'indispettiva quando alcuno affettava di non sapere ch'egli era nobile. Era
un fatto interno, ch'egli medesimo quasi ignorava, ma non per questo era men
forte. Amava la nobilt, e con dispiacere vedeva abbattuti i suoi privilegi; e
se in una gara, in un duello tra un nobile ed un uomo senza titoli, vinceva o
perdeva il primo, senza sapere il perch, ei gioiva o s'indispettiva per lui.
Era quella una malattia del sangue insieme e dell'educazione.
Ora la sua figliuola, secondo lui e secondo tutti, s'era disonorata fuggendo,
e si sarebbe disonorata anche fuggendo col pi illustre personaggio; ma ci
non bastando, per rendere ancor pi grave la colpa, essa era fuggita con un
giovane di tanto inferiore alla sua condizione; con un figlio di una guardia
di finanza.
N qui finivano le esacerbazioni; ma al dolore paterno, che ha una maniera
affatto propria di manifestarsi, veniva, nell'istante fuggitivo almeno, a
mescolarsi un altro dolore, affatto nuovo, acuto e spasmodico pi ancora del
primo; e, ci che  peggio, un dolore che si vergognava di s stesso, per
trovarsi al cospetto e in compagnia di quell'altro dolore, il quale almeno, se
era acuto, era anche legittimo. Oh! mettiamoci un momento ne' panni del conte,
e se non siamo farisei, confessiamo che era ben degno di compassione, e che
nessuno pi di lui poteva rendere verosimile l'iperbolica similitudine del
poeta, che, per rinfrescarsi, si sarebbe gettato in un vetro bollente.
Lasciando ora da parte le cagioni, e concentrando tutta la riflessione sugli
effetti che prov il conte S... quando da Trinit de' Monti volse il passo
accelerato alla caserma dove aveva l'alloggio, possiamo assicurare che la
conflagrazione del suo cervello fu tale, che un minimo grado al di l di
quella misura sarebbe bastato per farne un caso interessante per lo studio di
un alienista psicologo. La caserma era presso San Pietro in Vincoli; quel
lungo tratto di strada lo fece senza accorgersi, portato macchinalmente dalle
gambe. La sentinella che gli grid il chi va l, lo fece fermare dinanzi alla
porta. Qui stette un momento sopra di s, poi rifece quasi di corsa tutta la
strada gi fatta. Nel silenzio della notte produceva uno strano effetto in chi
vegliava il tintinnio de' suoi grossi sproni, che fioco si annunziava da
lungi, facevasi forte e aspro da vicino, e tosto decresceva e moriva nell'aere
lontano.
Nel primo tumulto e nel primo scoppio dell'ira, senza quasi la coscienza di
quanto operava, era fuggito lasciando la figliuola svenuta; ma, lungo il
cammino, quel nodo orrendo di tanti affetti si venne come sciogliendo ne' suoi
diversi elementi, tanto che presentandoglisi ad uno ad uno alla riflessione
che ritornava, egli pot raccogliere qualche idea, e pensare e prendere alcun
partito.
Abbiamo detto in altra occasione, che sotto al cumulo di tante male tendenze
ond'era viziato il carattere del conte S..., in fondo in fondo, si poteva
rinvenire anche qualche bont e qualche affetto generoso; egli  per questo
che, dopo il primo schianto dell'ira, gli entr nel cuore un impeto di piet.
Allora, come a rifascio, dietro al pensiero della figliuola conosciuta in cos
strana guisa, gli si schierarono nella memoria e l'immagine dell'angelica sua
Ada, e i tanti affanni che quella poveretta ebbe a provare per lui, e l'idea
della disperazione in cui essa doveva trovarsi in quel punto per la fuga della
figliuola; e per questa medesima figliuola, attraverso al dolore e all'ira,
metteva in lui una affannosa mescolanza di compiacenza paterna e di
compassione, la quale grado grado crebbe al punto che fu tutto in affanno pel
timore ch'ella avesse dovuto soffrire troppo e per la caduta e pel deliquio, e
che, abbandonata e respinta da lui in quel modo spietato, dovesse poi morirne
d'angoscia.
Ritorn dunque fino al piede della scala della Trinit de' Monti, ma non vi
trov pi, come avrebbe dovuto aspettarsi, se fosse stato pi in calma, n la
figlia, n altri. Pens allora di recarsi alla casa di lei; ma fu il pensiero
d'un istante, perch, subentrata l'ira, lo risospinse alla caserma, dove entr
a notte altissima, aspettato dall'ordinanza che da tante ore sonnecchiava,
svegliandosi spesso di soprassalto, per tema dei rimbrotti di lui.
Egli entr, e:
 Va, e chiamami qui subito, disse all'ordinanza. il colonnello Paoli e il
Ballabio.
 Essi sono gi a letto da pi ore.
 Va e svegliali, ti dico! Ma, aspetta che ci andr io.
Detto questo, usc seguito dall'ordinanza che gli faceva lume. Buss alla
porta dell'alloggio del colonnello Paoli. Non essendogli risposto, picchi
forte, tanta era l'impazienza ond'era agitato. Alfine s'apr l'uscio, e
comparve l'ordinanza del Paoli; e si sent la voce iraconda di lui che
gridava:
 Che cos'? chi batte a quest'ora?
 Abbi pazienza! grid allora colla sua voce sonora il colonnello S...; abbi
pazienza; ho bisogno di te.
Le parole contrastavano col tono alto, aspro, iracondo.
Nondimeno il colonnello Paoli:
 Evvia, entra, rispose.
Il conte entr.
 Scusami, ripet poi. Domani avr un duello. Lo voglio io; faccio conto su di
te e sul Ballabio. Sarete, come tante altre volte, i miei padrini.
 Va bene; ma che diavolo  successo? Due ore fa eri l'uomo pi gajo e pi
lieto del mondo.
 Gajo, s gajo sentirai. Ma il duello sar a morte; a morte, capisci tu?
Voglio che Roma ne abbia a inorridire. Ora, disse all'ordinanza, va a chiamare
il colonnello Ballabio. Digli che venga qui subito.
L'ordinanza partiva, e un quarto d'ora dopo entrava il Ballabio in mutande,
cogli stivali alla dragona e il mantello sulle spalle. Intanto il colonnello
Paoli, seduto sul letto, seguiva coll'occhio il conte S..., che passeggiava
fremebondo.
 Che cosa  successo? chiedeva il giovane Ballabio alla sua volta, messo in
apprensione da quella scena muta.
Il conte si ferm guard fisso il colonnello macchinalmente, tanto era
sprofondato ne' propri pensieri:
 Siedi, gli disse poi, siedi. Domani il capitano Baroggi morir o morir io.
Tu, come al solito, farai da secondo insieme col Paoli.
 Sempre disposto. Ma che cosa  avvenuto?
  quel che voglio sapere anch'io, prese allora a dire il Paoli.  mezz'ora
che il colonnello  qui, e non m'ha ancor detto di che si tratta. N vorrei
che fosse poi un nonnulla, un affare da ragazze; perch allora, caro
colonnello, scusami, ma  tempo di finirla.
 Tempo di finirla?
 S, colonnello, se mai quella fanciulla cogli stivali e gli sproni t'avesse
riscaldato il cervello...
Il conte si piant allora nel mezzo della stanza, e:
 Sapete voi altri chi  quella ragazza? Voi altri non lo sapete.
 No.
 Essa  mia figlia.
 Oh!!...
 Essa  mia figlia e il capitano l'ha sedotta a fuggire. Ma il capitano
morir, morir, morir...
E nel ripetere quella parola, la voce gli si and innalzando fino all'urlo...
dopo di che, spossato dall'angoscia, cadde a sedere sul letto dell'amico.
I colonnelli Paoli e Ballabio, passate alquante ore della notte in compagnia
del conte Achille, e tentato indarno di ridurlo a pi miti e ragionevoli
consigli, alla mattina del d successivo, nella loro qualit di padrini, si
recarono dal capitano Baroggi, che alloggiava in piazza del Popolo.
Il capitano e donna Paolina, in quella desolata condizione che  facile
imaginare, stavano risolvendo di lasciar Roma in quel d stesso, quando i due
colonnelli si fecero annunciare. Non era il caso di rimandarli, per quanto i
due giovani desiderassero di star soli, e cos furon fatti entrare. Donna
Paolina era in veste femminile, e sul viso portava i segni del pianto recente.
Il giovane capitano era tutto scombujato e stravolto; per, infilata in fretta
l'assisa di dragone, accolse i due venuti con tutta quella cortesia che gli fu
possibile, e li fece sedere.
 Signor capitano, disse il Ballabio, credo che indovinerete il motivo della
nostra visita.
 Potrei sospettare qualche cosa; ma cogliere nel punto giusto non saprei
veramente. Sareste forse colleghi ed amici del conte S...?
 Per l'appunto, capitano, e ci rincresce di esser qui con un'altra veste, di
cui volontieri avremmo fatto senza.
 Parlate, signori.
 Il conte colonnello S... si crede e si chiama offeso e disonorato da voi;
disonorato nei rapporti della famiglia e nella fama dell'unica sua figliuola.
Perdoni, signora, disse poi il Ballabio rivolgendosi a donna Paolina, s'io mi
faccio lecito di parlare cos. Ma pur troppo abbiamo dovuto accettare da
vostro padre il delicatissimo mandato. La fortuna potrebbe per fare in modo
che ci sia per il meglio.
 Comprendo tutto, rispose accigliato il Baroggi. Ma il conte avrebbe almeno
dovuto sentir noi due prima. Io non ho disonorato nessuno, e fu appunto per
conciliare ogni cosa col decoro del casato, che in faccia a Dio e alla santit
delle intenzioni ed alla sapienza degli uomini non guasti dagli infesti
pregiudizj di casta, io solennemente dichiaro costei mia moglie;  appunto,
ripeto, per conciliar tutto col dovere, col decoro della pubblica opinione,
che noi intercediamo il perdono e l'ajuto del conte colonnello.
 Il nostro mandato non ci permette di entrar giudici in materia. Soltanto devo
dirvi, e potete immaginarvi se ci mi addolora, che il conte colonnello S...
vuole da voi una riparazione d'onore, e col solito mezzo delle armi.
Donna Paolina, a queste parole, si alz di slancio, fece due passi verso il
colonnello Ballabio, tent di parlare, ma si mise di nuovo a sedere, mandando
un lungo sospiro e premendo la fronte sul palmo della mano destra.
Il Ballabio, dopo aver sogguardato a lungo quell'infelice, fece segno al
Baroggi che desiderava continuar a parlare fuori della presenza di lei. Ma, il
giovine capitano, sempre ad alta voce:
 Vi comprendo, vi ringrazio, esclam. Ma ella pu e deve sentir tutto. Non a
caso veste l'assisa e cinge lo squadrone; ha l'intelletto e l'anima affatto
virili, e pu sentir tutto. Che c' altro adunque di cos grave, ch'ella,
s'ella non fosse, dovrebbe lasciarci soli?
 Giacch lo volete, devo dirvi che il duello porta una condizione.
Donna Paolina alz la testa e stette attenta.
 E quale?
 Che il duello dev'essere...
 All'ultimo sangue?
 A morte!
 N ci basta, soggiunse l'altro, padrino.
 Proseguite.
 Dobbiam dirvi che il duello, quando non avesse un esito definitivo la prima
volta, dovr ripetersi finch uno dei due combattenti rimanga morto sul
terreno.
 E cos sia, proruppe eccitata donna Paolina; ma dite a colui, il quale non
solo non  padre, ma non  uomo, che a questa condizione se ne contrappone
un'altra (e qui donna Paolina si alz terribile nell'atteggiamento e nella
guardatura), e questa , che se il capitano rimanesse ucciso, la figlia, sul
medesimo terreno, debba combattere col padre. Cos faremo inorridire anche
Roma, che fu la patria d'ogni pi mostruosa virt.
Il Baroggi guard a lungo la sua Paolina con un atteggiamento, che non si pu
rendere a parole; la prese per mano, la baci sulla fronte; poi si rivolse ai
due padrini, come per volger loro la parola, ma stato un momento sopra
pensiero, si cav l'assisa, aperse la camicia sul petto, e:
 Guardate qui, signori, disse... Tolga il cielo, e spero che voi mi crederete,
ch'io voglia adesso vantarmi di ci che non  altro che la conseguenza del mio
pretto dovere; ma soltanto mi preme farvi sicuri che io non fui mai un vile, e
che non temetti e non temer mai i pericoli. Tre volte io caddi ferito...
 Non abbisogna che lo diciate. Basta, guardarvi in viso...
 Vi ringrazio... ma ora, in questo momento, al cospetto di codesta circostanza
affatto nuova e inattesa e inaudita, non si tratta gi di affrontar pericoli
vantaggiosi all'umanit, pericoli che possono essere una virt e una
gloria...; si tratta bens di acconciarsi a diventar un assassino... un
parricida... qualche cosa di ben abbominevole...
 Che dite... capitano? interruppe il Paoli; vi prego a non ripetere quanto
avete detto, perch...
 Vi comprendo, colonnello, e vi domando perdono!... Ma vi supplico nel tempo
stesso a ponderare seriamente il caso in cui ci troviamo.
 Ho pensato, abbiamo pensato a tutto; potete ben crederlo; ma vi sono
circostanze e consuetudini e leggi speciali alle quali bisogna piegarsi e
obbedire.
 Consuetudini e leggi dell'arbitrio e del pregiudizio, che sono un'offesa
dell'ingenua natura e della ragione assoluta... Dite adunque al colonnello
S... che mi domandi un'altra riparazione, e sar sempre disposto a fare il suo
desiderio.
A queste parole, il Ballabio guard in faccia all'altro padrino, quasi a dire:
Pur troppo, costui ha ragione. E quegli si alz, e dopo aver misurato la
camera innanzi e indietro, si accost al Baroggi e dolcemente lo prese per
mano.
 Molte campagne ho fatte, gli disse poi; ho quarant'anni, attraversai la vita
di affanno in affanno, ed ebbi nove duelli, sempre provocato dagli altri, e
colla persuasione di essere sempre io dalla parte della ragione; una volta poi
mi son trovato in una circostanza pressoch uguale alla vostra. Ci ho pensato,
chiesi consigli, volli e disvolli... ma alla fine... mi sono battuto. Io
abborro il duello e i duellanti, e il mondo che chiama vile chi rifiuta di
battersi... ma non importa che un uomo sia o non sia un vile; importa che sia
creduto tale. Ascoltate dunque me, capitano; non rifiutate; battetevi, e
mettete ogni cosa nelle mani della fortuna.
 Se si hanno ad osservare i patti come furono posti dal conte, alla fortuna
non rimane a far nulla. Uno dei due ha da morire, e le condizioni non sono
uguali tra noi. S'io vengo ucciso, che sar mai di questa mia donna? S'io
uccido il conte, come potr patire costei di vivere coll'uccisore di suo
padre? Egli  per questo, o signori, ch'io non potr mai battermi a giusta
gara con lui. Non  questo il momento delle vanterie; ma costei lo sa, nelle
sale di scherma io fui chiamato l'invincibile. Non credo che ci costituisca
nessun merito, ci vuol ben altro;  un'abilit affatto materiale, e di cui non
tenni e non tengo nessun conto; ma  per una circostanza per la quale,
secondo tutte le probabilit, io posso dire di portar sicuri i miei colpi.
Ora, accettando di misurarmi col padre di costei, io sentirei obbligo di
lasciarmi ammazzare, e di condurre l'orribil gioco in modo, come se io non
sapessi tener ferro in mano. Ecco perch mi rifiuto. Vi prego adunque di
riferire tutto ci al conte; vi prego di protestargli, ch'io non ho mai
creduto di portar offesa n all'onor suo, n a quello della sua casa. Credevo
inoltre che un prode soldato della repubblica francese non dovesse avere
gl'illiberali pregiudizj di quella casta, per distruggere la quale una falange
gloriosa di pensatori e di eroi riput azione santa il versar torrenti di
sangue sull'altare della patria. Vi ripeto di ripetere ci al conte; e mi
lusingo che vorr cambiar propositi.


IX

Il Ballabio e il Paoli, ammirati dalle parole del capitano Baroggi, riferirono
tutto al conte S..., e si giovarono dell'influenza che sapevano di potere
esercitare sull'animo di lui per placarlo e distoglierlo da quel partito
disperato ed inumano; e ci fu un momento in cui il conte parve piegarsi a
tante rimostranze; e davvero che se i padrini avessero in quel punto troncato
ogni discorso, forse ogni cosa sarebbe finita; ma il Ballabio, e fu una
mancanza di tatto, che non  possibile perdonargli, venne a toccare al conte
dell'incomparabile bravura che il Baroggi aveva nell'uso della spada e dello
squadrone, e che per ci appunto esso aveva protestato di voler piuttosto
lasciarsi ammazzare che opporre colpo ai colpi del conte. Un razzo scagliato
in una polveriera non pu eccitare incendio e rovina pi di quello che le
parole del Ballabio provocarono nell'animo eccitabile del conte.
Esso balz da sedere, come se un colpo di scudiscio gli avesse tagliata la
faccia; quasi fu per avventarsi e pigliar per il collo il colonnello collega;
poi si scaric con una tempesta tale di ingiurie, di villanie, di bestemmie
plebee, di grida, di strepiti bestiali, che chiunque avrebbe potuto credere
fosse impazzito di tratto; non per i colleghi suoi, che lo conoscevano troppo
bene e, continuando a fumar le loro pipe, aspettarono in silenzio che desse
gi la bufera.
E il conte infatti alla fine si calm, e incrociando le braccia, e
accostandosi a lento passo al colonnello Ballabio, che stava seduto:
 Giacch dunque, gli disse con sarcasmo, colui  un Achille senza il tendine;
e un Orlando prima di esser diventato furioso, ho piacere di toccar io stesso
con mano se ci  vero. Per il duello deve andare, ed ora pi di prima; e
perch non si vada in cerca di altri pretesti, sia desso al primo sangue. Cos
la vita e la morte, come allo scacco, come al bigliardo, come al tiro a segno,
star nelle mani dell'abilit e della fortuna. Va bene cos? Siete contenti
ora?
 Siccome  a tutti noto che tu sei la prima sciabola della divisione, cos non
si  creduto d'offenderti a dirti ogni cosa. Se colui fu chiamato
l'invincibile, nessuno pu ancora vantarsi d'averti vinto. Ed ora quasi
attendo con impazienza un tale duello; e giacch  al primo sangue, mi confido
che colui accetter.
 Quand' cos, giacch aveste una volta la compiacenza di recarvi al suo
alloggio, non vogliate ora perder tempo, e tutto sia concluso dentr'oggi.
 Dentr'oggi tutto sar concluso. In quanto alla scelta dell'arma...
 Il capitano scelga:  il suo diritto; per me, spada, sciabola e squadrone son
tutt'uno.
Sul finire di questa giornata, un'ordinanza entr nell'alloggio del colonnello
S... a comunicargli di recarsi subito al Quirinale, dove il generale Massena
lo chiamava. Il conte non mise tempo in mezzo, sal a cavallo, e fu dal
generale. Questi, allorch il colonnello entr, stava seduto su di un'ampia
poltrona tutta a oro e a velluto rosso, sormontata dallo stemma pontificio;
era in manica di camicia, coi calzoni di daino e gli stivaloni alla dragona.
Il generale era s piccolo e mingherlino, che poteva smarrirsi tra gli stivali
e la poltrona; ma aveva una faccia sanguigna, accentata, gelosa, con due occhi
neri e lampeggianti, che ben si faceva scorgere nonostante la sua piccolezza.
 Vi ho mandato a chiamare perch ho da parlarvi, e non  il generale Massena
che d degli ordini al colonnello S..., ma un borghese nato a Nizza, che, da
uomo di mondo e d'esperienza, e che ha riconosciuto tutto quanto fu promulgato
dal giudizio universale dell'ottantanove, parla, parla a un conte nato a
Milano; il quale, credendo forse che i suoi avi sieno pi antichi del padre
Adamo, pare che non voglia capire sin dove giunga la portata della parola
repubblica.
 Generale...
 Vi ho detto che in questo momento non sono generale... ma un semplice
repubblicano... Voi domani dovete battervi.
 Battermi?
 S, battervi col marito di vostra figlia. Voi vi stupirete ch'io sappia
tutto, malgrado il gran segreto in cui vi siete celati tutti quanti. Ma sapete
come vanno queste cose... Parlano anche i muri, e allora non serve pi che gli
uomini tacciano. Ma di ci poco importa... il consiglio dunque che vi d,  di
non battervi... di riconoscere per marito di vostra figlia il giovane
capitano, che mi si dice essere un valoroso soldato e un perfetto cavaliere...
e di finir tutto senza scandalo.
Il generale, detto questo, s'appress al colonnello, ed era s basso che non
gli arrivava agli spallini:
 Questo che vi d non  che un consiglio: io non comando che nelle cose della
guerra e sul campo di battaglia; non crediate nemmeno ch'io pensi a punirvi,
quando mai foste per far tutt'all'opposto di quel che v'ho detto; fate quel
che volete; tutto quello che mi riserbo  di continuare a stimarvi o di
cessare di farlo. Ora andate. N sappia alcuno per che oggetto siete venuto
qui.
Le parole del generale erano uscite decise, secche, a intervalli, come palle
da fucile.
Il conte, il quale sapeva che il generale non amava n chiacchiere, n
repliche, e una parola detta in fallo lo poteva far salir tosto in furore, non
os rispondere, fece il saluto del soldato e part.
Or non occorre il dire, che in quel giorno la stessa donna Paolina in persona
erasi recata dal generale Massena, ed aveva saputo s ben fare e s ben dire,
che il terribile generale si lasci penetrare, sebbene fosse fatto a scaglia
di coccodrillo, e, pur essendo alienissimo dall'impacciarsi negli affari
altrui, credette opportuno di far quel che fece.
Uscito dal palazzo del Quirinale, il conte pensava tra via chi mai avesse
potuto parlare del duello al generale; ma presto si appose al vero, onde sent
crescersi l'ira contro la figlia, la quale avealo esposto ad essere trattato
dal generale come una recluta. Punto da quell'accoglimento da caserma che lo
feriva nell'orgoglio, e ripensando alle lodi che il Ballabio incautamente
aveva fatto della valentia del capitano Baroggi, fermo di mettere sotto i
piedi i consigli di Massena, al quale, bestemmiando tra s e s, scagli tali
ingiurie, che guai se fossero state sentite da quel tremendo repubblicano
nizzardo; e ridottosi al proprio alloggio, si rec nelle camere dei due
padrini, per sentire se tutto era stabilito. Essi gli risposero, che il
Baroggi accettava le nuove condizioni, ch'esso aveva scelto i proprj padrini;
che l'ora erasi fissata al primo sorgere del d successivo, e il luogo a due
miglia fuori di porta S. Sebastiano, dietro il sepolcro di Cecilia Metella.
Le due parti non avevano che a far altro che aspettar l'alba. Ma non era cos
di donna Paolina. Essa tenevasi certa che l'autorit del general Massena
sarebbe stata pi che sufficiente a mandar a vuoto il duello, e forse ad
ottener dal conte che di nemico si facesse amico e protettore, e, pi che gli
orgogli di casta, sentisse i doveri di padre. Ella dunque prov fino allo
spasimo il martirio dell'aspettare; ad ogni scalpito di cavallo, ad ogni rumor
di ruote, ad ogni aprirsi di porte, stava in sull'ale tremante, convulsa,
nella credenza che fosse un messo benefico, apportatore di una felice notizia.
Ma pass tutto il giorno, pass la sera, la notte si fe' alta, e nessuno
venne, e il suo tormento era accresciuto dal non poterlo manifestare altrui,
essendosi ella recata dal general Massena all'insaputa del capitano. In quanto
a quest'ultimo, ei non s'inquietava che dell'irrequietudine di donna Paolina,
la quale, per quanto si sforzasse, non sapeva vincersi e non aveva posa un
momento; per s era tranquillo, avendo una ragionevole coscienza della
straordinaria sua perizia nel maneggio dello squadrone, che era l'arma scelta;
e pensando che il conte S...., pi abituato alla sciabola, doveva, secondo la
probabilit, aver la peggio, per la differenza, bench minima, che passa tra
l'uso dell'una e dell'altra arma. Oltrecci poi lo rassicurava l'idea di
potere, appunto per la propria bravura, misurare i colpi in modo da portare la
pi lieve ferita al suo avversario.


X

Venne l'alba; il capitano e donna Paolina si alzarono. Di l a pochi minuti
due carrozze entrarono nell'albergo dov'essi alloggiavano. I due padrini
salirono. Donna Paolina, indossata l'assisa di dragone, pass nel salotto dove
il Baroggi erasi gi recato a salutare e ringraziare e stringer la mano ai due
ufficiali. Donna Paolina ebbe moti e accenti tranquilli e solenni. Perduta
ogni speranza di riconciliazione, in lei era cessato l'orgasmo
dell'aspettazione e dell'incertezza; d'altra parte, anche l'affanno avendo la
sua stanchezza, aveva dato luogo a un sentimento tutto interno e senza
espansione, a un sentimento molto simile a quello di un ammalato che,
essendosi illuso di poter riacquistare la salute, sente invece che per lui non
ci sono che pochi giorni di vita; e in questo pensiero, per le arcane leggi
della natura compensatrice, s'adagia in silenzio, e aspetta l'ora del proprio
fine. Essa dunque era muta e immobile. I due ufficiali la guardavano con
ammirazione e con piet; nulla v'ha di pi bello e affascinante della bellezza
femminile e della giovent, quando, ad onta della calma, rivela nel proprio
aspetto le impronte di un immenso dolore.
 Vedrete che tutto finir bene, le disse uno degli ufficiali.
 Non spero nulla. Soltanto vi supplico a ottenermi qui dal capitano il
permesso di venir anch'io presso al luogo del duello. Vi prometto che star
immobile al mio posto, come uno de' sepolcri che stanno lungo la via Appia.
Qui sola non potrei resistere allo spasimo. L, a due passi dal sito fatale,
la notizia dell'esito potr essermi recata da voi in pochi minuti. Non credo
che ci sia nessuna sconvenienza in ci.
 Capitano, soggiunse allora, uno de' due padrini, noi portiamo la persuasione
ch'ella possa ben venire a pochi passi di distanza da noi. Costei  una
donna-uomo. Vi supplichiamo a concederle quanto ella chiede.
 Essa faccia quel che pi desidera, rispose il Baroggi, prendendo per mano e
baciando la sua Paolina. Costei non sar mai per far cosa che possa
compromettere d'un punto la fama dell'uomo di cui ebbe la generosa bont di
voler dividere i destini.
Proferendo queste parole, preceduto dagli altri, usc e discese; poi, quando
fu al piede dello scalone, riabbracciando e ribaciando e salutando la sua
donna, la mise a star sola in una carrozza, ponendo a' suoi ordini un uomo che
serviva nell'albergo, ed egli sal nell'altra, insieme coi due ufficiali
padrini.
Da porta Pinciana dovendo attraversar tutta Roma per andare a porta S.
Sebastiano, e poi percorrere quasi due miglia e mezzo della via Appia per
recarsi al sepolcro di Cecilia Metella, il viaggio dur qualche tempo. Il
capitano Baroggi, ad ostentare indifferenza, la quale nelle ore che precedono
un duello  comandata dalla consuetudine e dalla prammatica, per quanto le pi
legittime apprensioni debbano travagliare un animo giusto e non spensierato,
s'intrattenne con gran disinvoltura, lungo il cammino, delle rovine di Roma;
del come, in poco tempo, dovendo essa diventare la capitale d'Italia, la
popolazione avrebbe potuto ascendere facilmente a cinquecento, a seicento mila
anime, e tutta la parte desolata dell'eterna citt, che dal suo centro per pi
di due miglia si prolunga fino alla porta Appia, avrebbe potuto empirsi di
grandiose abitazioni. Fuori di porta, poi, consider poeticamente e
storicamente, come sullo stesso acciottolato su cui rumoreggiava la carrozza
in cui esso trovavasi, avevano gi rotolato i carri degli antichi Romani, e le
bighe e le quadrighe trionfali di Cesare e di Pompeo; e, dimenticandosi per
poco della propria condizione, fece voti che la grandezza futura di Roma e
dell'Italia potesse divenir tale, che a poco a poco dovesse poi scemare il
culto idolatra che si aveva per ogni minima pietra infranta del suo passato.
Di tal modo esso giunse a distrarre e a dissimulare l'intima preoccupazione.
Ma non pot fare altrettanto donna Paolina; sola nella propria carrozza, dalla
campagna solitaria che le si stendeva dintorno, e dai ruderi e dai cippi e
dagli avelli infranti, che ad ineguali intervalli profilano la vetusta via,
non le derivavano che tetre sensazioni che sempre pi l'accasciavano;
oltredich l'abbattimento fisico per la notte vegliata nell'irrequietudine del
pensiero l'avevan ridotta sin quasi alla condizione febbrile; e presto sul
cielo essa vide staccarsi l'antico sepolcro di Cecilia in sembianza di un
torrione merlato, e pochi momenti dopo vide due carrozze ferme nella campagna
a sinistra del mausoleo. Mand un lungo sospiro, volse gli occhi al cielo, si
contorse le mani, colle quali poscia si cinse le tempia, e si rannicchi, come
per spavento, in un angolo della carrozza.
Il Baroggi e i due ufficiali discesero, e fecero fermare la carrozza presso
all'altra dove stava donna Paolina, alla quale il capitano strinse fortemente
la mano incoraggiandola collo sguardo senza aggiunger parola. S'avviarono nel
campo dove eran gi gli altri. I padrini delle due parti si salutarono,
stettero insieme a consulta qualche momento; uno dei padrini del conte S...,
presi due squadroni di identica forma e lunghezza, li porse ad uno dei padrini
del capitano Baroggi dalla parte dell'elsa, perch a caso scegliesse il suo. I
due avversarj, svestita l'assisa, levato il fazzoletto dal collo, rimboccate
le maniche della camicia, si piantarono rimpetto l'uno dell'altro nei due
punti della zona determinata dai padrini. Un medico, un chirurgo, due soldati
d'ordinanza delle due armi dei dragoni e degli usseri stavano a qualche
distanza.
Se lo spettacolo di un duello, per minima che sia la cagione che l'ha
provocato, per indifferenti che sieno i combattenti, per poca o nessuna che
sia la valentia ch'essi abbiano nell'uso dell'arma, desta sempre un vivo
interesse, e tiene sempre gli astanti in affannosa apprensione,  facile
immaginare che interesse, che ansia, quali emozioni debba suscitare quando le
cagioni onde nacque sieno gravissime, quando sia noto che gli avversari devono
essere agitati da fortissimi sentimenti; quando per di pi la fama ch'essi
hanno di valentissimi, comunichi all'interesse consueto l'interesse e
l'aspettazione, quasi diremmo, di uno spettacolo d'arte! Di questo genere era
il duello che sotto il cielo di Roma, presso ad uno dei pi famosi e vetusti
monumenti di quella classica terra che delle proprie memorie investe e fa
grandeggiare anche il presente, stava per incominciare.
Un amante, anzi un marito, marito in faccia alle eterne leggi della natura, se
non in cospetto delle transitorie consuetudini sociali, stava a fronte al
padre della propria sposa; la giovent nel primo suo vigore, la bellezza nel
massimo suo splendore, di contro alla virilit che, presso alla sua decadenza,
sembrava riassumere in un estremo sforzo i varj momenti dell'et trascorsa, e
celare i guasti del tempo sotto un aspetto affatto eccezionale di jattanza
poderosa. Da un lato un raggio calmo di onesta bont, che rendeva pi
interessante la giovent, la bellezza, la sventura; dall'altro un'apparenza
fiera e provocatrice, che stornava da s ogni simpatia ed ogni indulgenza.
Dato e ricambiato il saluto di costume, gli squadroni si toccarono. Il
tintinnio risuon nella profondit del silenzio generale. Quel sonito pass il
cuore della sciagurata Paolina, che si gett in ginocchio, fermandosi in
questa posa come un'estatica.
Ma noi non riferiremo tutti gli accidenti del duello, tutti i colpi, le mosse,
le gare tra la forza e la destrezza. Soltanto diremo che, senza ferir colpo, i
combattenti dovettero riposarsi fino a cinque volte, riuscendo manifesto agli
astanti ed allo stesso conte S..., che il capitano avrebbe potuto percuoterlo
gravemente una volta alla testa, un'altra al petto. Gli squadroni al sesto
assalto si toccaron di nuovo.
Il Baroggi, in tanti assalti rinnovati, aveva studiato i tiri abituali del
conte, e scoperto le vie d'entrata per aggiustargli quel colpo che lo ferisse,
senza fargli gran danno; ed in ci consisteva quella suprema e quasi gi
prodigiosa valentia nell'arte, di cui nessuno pu esser sicuro... e l'ingresso
fu lasciato aperto, ed egli fu lesto ad approfittarne; ma, nel misurargli il
fendente con tal arte da scemargli la gravezza del colpo, perdette quel
prezioso minuto secondo che pu dar la vittoria; e il conte in quel punto gli
cal sulla spalla un forte colpo, pur riparato in tempo, ma non cos che non
gli ferisse la spalla destra.
 Sangue! gridarono ad una voce i padrini; fermi, basta.
Il conte abbass lo squadrone, il capitano fe' altrettanto, e si volse verso
il padrino che gli denudava la spalla. Macchinalmente alz poi gli occhi al
cielo con quell'atto che dinota ira e disprezzo, e lasci cadere a terra lo
squadrone. Accorsero il chirurgo e il medico, e il conte, appoggiato sull'elsa
del proprio squadrone, guardava e non si moveva, e quasi non respirava. Vi fu
un momento solenne di silenzio generale... ma a romperlo con violenza, dal
ciglio della via balz nel campo donna Paolina... fu tosto presso al capitano,
guard la ferita, guard nella faccia del chirurgo, e lettavi la espressione
di chi teme pi che di chi spera, balz in piedi come una demente, e,
sguainato lo squadrone, fu s prestamente addosso al padre, che questo appena
ebbe il tempo di parare il colpo, e certo avrebbe dovuto pararne altri, se la
figliuola nel gridare: Morite ora voi, scellerato, non fosse caduta sul
terreno istantaneamente e priva di sensi; caduta come piombo, come una statua
marmorea che d'improvviso si rovesci; e col stette.
Ad eccezione del medico e del chirurgo, che non si staccarono dal capitano
ferito, tutti furono allora intorno a quella sventurata. Solo il conte...
puntato lo squadrone a terra, si appoggi di nuovo sull'elsa, e stette
immobile cos. Se non che, venuto a lui, dopo alcuni secondi, il colonnello
Ballabio, questi con pietosa meraviglia vide che dagli occhi fissi e attoniti
cadevangli a dirotta le lagrime sulla corrugata faccia, ancora atteggiata alla
fierezza. Il cuore, impietrito, gli si era come smosso e squagliato sotto a
quel colpo estremo. Le emozioni provate da tante ore continue, perfino il suo
orgoglio lusingato dall'apparente vittoria, avendogli ammorbidita la fibra,
aprirono di repente un varco a que' sentimenti che la natura pareva avergli
negati. In un baleno il suo pensiero percorse infinite cose; si rifece
indietro tanti e tanti anni; comprese tutti i proprj torti; avrebbe voluto
aver l presente la dolce e pur sempre a lui cara Ada; avrebbe dato tutto il
suo sangue perch non fosse avvenuto tanto disastro; si tormentava di non aver
consolata la propria figliuola nel punto ch'ella, supplicante, erasi gettata
a' suoi ginocchi; di non averle detto: Sii la moglie felice del tuo felice
marito. Pens a tutte queste cose, che in folla gli si addensavano in petto
tremendamente affannose. Pens e pianse, e dopo aver fissato per qualche
istante il Ballabio:
  viva? esclam. Oh, faccia Dio ch'ella sia viva!
Ogni cura possibile in que' momenti fu amministrata. La fanciulla, dopo assai
tempo, di segni di vita. Era stata una sincope pericolosa e quasi mortale...
Ma il padre non os avvicinarsi a lei... Soltanto, con parole che non parevano
compatibili con quella sua natura di ferro e di fuoco, preg il Ballabio di
chiedere al ferito capitano se gli permetteva di stringergli la mano. Il
Baroggi, alla domanda del Ballabio, il quale prima aveagli detto che la donna
sua stava riavendosi, n presentava pericolo alcuno, chin la testa in segno
di adesione. Il conte S... si avvicin, s'inchin a lui, gli prese la mano...
Il Baroggi se la lasci stringere, ma non disse nulla.
Il conte interrog poscia il chirurgo sulla condizione della ferita.
 La ferita  grave... forse sar indispensabile la disarticolazione, che  una
delle pi difficili operazioni.
Il conte tacque e si fe' cupo.
Donna Paolina fu messa in carrozza; in una lettiga fatta venire dalla citt fu
posto a giacere il Baroggi.
Cos fin quella triste giornata.
Ed ora dovr passare assai tempo prima di trovarci ancora con questi
personaggi.

LIBRO DECIMOQUARTO


Una festa a palazzo di Corte a Milano nell'anno 1810. Il vicer Beauharnais.
La principessa Amalia. Ministri, soldati. Letterati. Poeti. Il pittor Bossi.
Il conte e la contessa Aquila. L'avvocato Falchi e l'infernal Dea.


Nel punto di affidare a un libro stampato tutte le notizie arcane che si
riferiscono all'estremo periodo del regno italico che tramont cupamente
coll'eccidio del ministro Prina, ci tenne sospesi il timore che la rivelazione
di alcuni fatti straordinarj potesse suscitare qualche scandalo e turbare la
quiete di alcuni uomini ancor vivi che non ebbero una parte troppo netta in
quella orrenda tragedia. Un altro motivo per cui fummo in forse, stava nella
qualit di alcuni documenti che abbiamo tra mano; documenti scritti, ma di
natura al tutto privata e, per dir cos, non ufficiali; documenti, per
conseguenza, non bastevoli a convertire le congetture storiche in legale
certezza. Se non che abbiamo pensato che anche le semplici congetture, anche
le sole opinioni e le credenze degli uomini che furono testimonj di grandi
fatti, sono materia legittima alla storia, perch rappresentano tutto intero
il pensiero, il giudizio dei contemporanei; e perch d'altra parte si danno
certe verit che non si consegnano ai pubblici ed officiali documenti, e delle
quali tuttavia la posterit non dev'essere defraudata. Se la storia non pu
giurare sulla verit di alcuni fatti e sulle loro cagioni, ha per l'obbligo
di pubblicare e mettere in ordine tutti gli indizj, i quali, se sono
moltiplicati, possono talvolta, nella sfera morale almeno, quasi far vece di
prova.  il caso di un tribunale che non pu condannare un colpevole perch
gli manca la suprema prova irrefragabile; ma tuttavia dal cumulo e dalla
qualit degli indizj gli  imposta la convinzione che l'accusato  reo del
delitto imputatogli.
Persuasi di questo, ci siam determinati a pubblicare questa parte del nostro
libro, sopprimendo i nomi, e talvolta anche le iniziali che possono condurre a
indovinarli. Se i lettori, tenendo dietro a quanto pubblicheremo, daranno il
vero nome ai personaggi che noi nasconderemo sotto artistici pseudonimi, ci
vorr dire che anche a loro di padre in figlio son pervenute quelle verit che
nessuno ebbe sin qui il coraggio di manifestare, se altri poi non comprendesse
nulla, e fosse per rimanere spaventato da certi caratteri troppo infernali e
da alcune perfidie che, anche essendo vere, sembrano inverosimili, si dia pace
e si consoli col credere e col dire che tutta la nostra storia non  che un
romanzo.


I

Siamo nel carnevale dell'anno 1810. Anche la storia, in carnevale, assume
qualche cosa di giocondo e di rumoroso, per cui, smesso l'eccessivo suo rigore
e le sue cautele che non si tranquillizzano se non sugli atti notarili e sui
documenti degli archivj aspersi di molta goccia, si fa pi sincera, pi alla
mano, pi ciarliera.  un momento prezioso questo di starle ben presso,
d'interrogarla e di farla cantare.
Son corsi dodici anni dagli ultimi avvenimenti a cui abbiamo assistito. Grandi
cose sono avvenute in questo intervallo. Prima la repubblica cisalpina si
trasmut attraverso al diaframma degli Austro-Russi e della battaglia di
Marengo, in repubblica italiana; poi il 18 brumajo port di punto in bianco
Bonaparte ad essere il padrone del mondo; ed  strano come la fortuna, quasi a
vendicarsi della prepotenza onde il genio di lui la ebbe costretta ad
impegnarsi al suo servizio, si dilett di farlo parer minore di s stesso in
quel giorno appunto, quasi volesse mostrare che senza l'ajuto di lei sarebbe
forse caduto per sempre; e infatti, allor fu chiaro come il sole che quando
essa si fa l'alleata del destino, il male partorisce il bene; gli errori
sembrano ardimenti di intelletto; l'ignoranza e l'imprevidenza risolvono
problemi non possibili alla ragione calcolatrice. Quell'oca di Berthier
scongiur Bonaparte a tacere, per non provocare l'ilarit ed il disprezzo dei
Cinquecento. Quel gallo borioso di Murat, non comprendendo nulla e per
facendo entrare i granatieri a bajonetta in canna a far saltar gi dalle
finestre i membri rappresentanti la maest della repubblica, tagli il nodo
inestricabile, e liber il volo all'aquila di Bonaparte.
Al 18 brumajo avea tenuto dietro il consolato, e l'imperatore di fatto erasi
gi rivelato nella unit di Bonaparte collocato fra gli zeri di Cambacers e
Lebrun; e in seguito venne l'impero e il regno, e l'annuncio di una monarchia
universale, e il Giove Ottimo Massimo, cogli stivali alla dragona, e la non
olimpica ventraja, ed il capolavoro della battaglia d'Austerlitz, che, al par
di tutti i capolavori dell'arte, infranse le regole della grammatica campale,
fin quella che ingiunse agli eserciti di non prendere le mosse che in
primavera. Al capolavoro d'Austerlitz e alle altre battaglie prodigiose avea
seguito quella pace di Tilsit, che segn il punto pi eccelso dell'ascensione
di Napoleone; e l, se egli si fosse fermato, ben altri avvenimenti la storia
avrebbe avuto da raccontare ai posteri, ed il cammino dell'umanit avrebbe
forse dovuto piegare per sentieri non sospettati da noi. Ma l'eccessiva
altezza mise il massimo degli uomini troppo presso alla fonte della luce, ed
ei ne rimase cos abbagliato da non vedere pi le proporzioni degli uomini e
delle cose.
Siamo in Milano, la capitale del regno italico, la regina di settantanove
citt, la sede del governo, la gran fiera dei pubblici impieghi, il convegno
di tutti gli ambiziosi d'Insubria, il palco scenico di tutti quelli che devono
o vogliono rappresentare qualche parte nella grande epopea drammatica di quel
tempo; la Babylo Minima, in una parola, di Ugo Foscolo, la quale faceva da
succursale alla Babylo Maxima di Parigi. Ci troviamo confusi nella folla
davanti al palazzo di corte, in una notte di febbrajo. I dragoni reali
rasentano la punta dei piedi dei curiosi, che si accalcano per vedere gli di
e gli eroi, le dee e le semidee a discendere dai cocchi. L'aere nebbioso
risuona dei boati plebei di cocchieri impacciati a stare in fila, periglianti
nelle voltate, attraversati dai gendarmi a cavallo, urlanti e minaccianti come
Argivi e Trojani nel fitto della mischia.
Ed or s' fatto un po' di largo; procedono le carrozze. Ecco quella del duca
Melzi, il guardasigilli della Corona. Le due livree gallonate e passamantate
balzano a terra. Si spalanca la portiera, la gradinata si snoda, e si riversa
sino a terra. Sua Eccellenza lentissimamente discende a mostrare una testa
veneranda, che nasconde la santa calvizie sotto una crosta fatta di cipria a
ricordare i tempi lieti del top; S.E.  coperta da una assisa ampia, larga,
lunga, tesa, non suscettibile di piegatura, come se fosse foderata di legno;
tutta quanta aspra di ricami d'oro a rilievo, a somiglianza d'un piviale del
Corpus Domini. Egli ascende lo scalone; parte la sua carrozza; altre
subentrano. I generali Pino e Solaroli smontano e ascendono a lievi salti.
Arriva Fontanelli, il ministro della guerra; arriva il marchese Cagnola nella
duplice sua qualit di signore e di artista. Arrivano in un fiacre di gala il
medico Monteggia e lo speziale Porati. Arriva il gran giudice Luosi, tutto
sprofondato nel suo immenso cravattone bianco. Vaccari e Bovara e Birago e
Marescalchi sono gi saliti da mezz'ora, dicono gli spettatori irremovibili,
indarno ammaccati dal calcio del fucile del granatiere.
Arriva la carrozza del conte Aquila con sua moglie (diciamo Aquila per non
dire il vero nome di questo conte), il quale dell'aquila aveva l'occhio, il
naso e la tendenza a volare in altissimo. Sua moglie (che chiameremo la
contessa Amalia)  una leggiadra giovinetta di vent'anni. Essa porta un
berrettoncino alla greca, di seta pons, con una stella nel mezzo, di raso
bianco, dove un grosso diamante rifrange la luce in iridi fuggitive. Ha un
soprabito di velluto pons ricamato in argento, da cui trapela un sottabito
bianco di stoffa alla greca, tutto con righe a lama, pure d'argento. Il conte
Aquila ha l'abito nero di seta, con ricamo color verde a foglie di quercia,
con bottoni e spada in acciajo; cappello con piume bianche, bottone e cappio
in acciajo e fibbie d'argento.
Questa coppia giovane, che ben potea rappresentare la forza e la grazia, la
violenza e la sommessione,  trattenuta in sull'ingresso dello scalone da
un'altra coppia discesa allora allora. Era l'avvocato Falchi con sua moglie
detta: l'Avvocatessa. Codesto Falchi  un pseudonimo; se il lettore ci sa
pescare, ci peschi, e si diverta. Del rimanente questa donna noi l'abbiamo gi
vista al teatro della Scala la sera del ballo del papa, ed era una delle tre
dive seminude. Essa in poco tempo, insieme col suo marito, era ascesa

Dal nulla avito al milionario onore.

L'avvocatessa Falchi, dette alcune parole alla contessina Aquila, e chiesto a
una guardia se S.E. il ministro Prina era gi venuto, ed avutane la risposta
affermativa, ascese con ostentata lentezza le scale, guardando con invidia la
giovane contessina. La Falchi aveva passati quei trentacinque anni, che per
l'uomo sono il mezzo della vita, secondo il computo dantesco, ma per la donna
ne son quasi i due terzi. Bella veramente non era mai stata; ma le forme del
corpo ebbe maestose e dense e appetitose; e nel volto, dal naso adunco e dagli
occhi grifagni, scorreva una certa protervia salace, che non dispiaceva agli
uomini poco esteti e frolli, i quali antepongono lo strutto all'olio di Nizza!
E altre dame dell'antica e della recente aristocrazia vennero in seguito; e
per pi di mezz'ora la processione delle carrozze sostava ogniqualvolta c'era
da deporre o qualche principe, o qualche marchese, o conte, o generale, o
colonnello, o capo squadrone, o tenente, o sottotenente che appena avesse
avuto da pagare il fiacre.
Ma  tempo di uscir dalla folla esclusa dalle aule regali; e d'involarci alle
morbose influenze dell'aere nebbioso e rigido, e di approfittare del nostro
invito e del nostro frack per salire al piano superiore, a diguazzarci nel
mare luminoso, dove la storia pu fare i suoi riassunti ballando la
contraddanza o bevendo un bicchiere del napoleonico Chambertin.
Entrando nelle sale del palazzo reale di Milano nel 1810, la recente
magnificenza era tale, che per alcuni momenti lo sguardo si fermava alle
vlte, alle pareti, agli arazzi, agli specchi, alle statue, ai dipinti prima
di guardare alle persone che l'affollavano. Fra tutte poi, la sala del trono
era quella per entrar nella quale bisognava attender qualche ora, perch da
non molto tempo erano stati scoperti i dipinti a fresco dell'Appiani,
rappresentanti l'Apoteosi di Napoleone colle figure simboliche che le fanno
corredo. Il cav. Lamberti ne aveva stesa l'illustrazione, che, stampata in una
splendida edizione italo-francese e filettata in oro e rilegata in raso e
velluto, passava a migliaja di esemplari per le mani degli intervenuti. Allora
quell'illustrazione del letterato, professore, bibliotecario, cavaliere e
cortigiano parve degna dell'opera pittorica; oggi fa compassione a leggerla,
tanto dal linguaggio convenzionale e dalle frasi adulatorie e dalle generalit
estetiche trapela l'ignoranza di chi parla d'arte senza averne la cognizione.
Ugo Foscolo in abito nero civile, col cappello piumato sotto il braccio, e
spada coll'elsa d'acciajo, confuso tra i moltissimi, guardava i dipinti e
leggeva l'illustrazione e parlava sommesso al cavaliere Brunetti e
all'avvocato Marliani. Ma la sua voce era di quella tempra leonina, sonora e
profonda, che le sue parole non si fermavano all'orecchio degli amici a cui le
volgeva in confidenza; tanto che i Creonti ne approfittarono per riferirne il
sunto al medesimo cavaliere Lamberti, che insieme col cavaliere Vincenzo Monti
stava in un angolo di quella sala stessa.
 Lascia gracchiare Nicoletto, disse allora Monti a Lamberti, il quale si
scontorceva per le parole sprezzanti di Foscolo che gli erano state riportate.
Ben io scuoter la polvere de' suoi Sepolcri a suo tempo, e vedrete che quella
fama ch'egli s'ebbe per me, per me dileguer.
 Anche senza che voi scuotiate quella polvere, il vento la porter seco. Or
finalmente venite tutti nel mio parere, non essere costui che un gran
ciarlatano, e non essere poeta chi ha potuto dettare quell'intralciato e
indigesto e fumoso carme dei Sepolcri. Lascia dunque, Lamberti, ch'egli
disapprovi la tua prosa. Egli non avr mai n la tua lingua, n la tua
correzione, n la proporzione del tuo disegno.
Cos parlava l'arcigno e livido ed esagerato Giordani, che nella critica non
aveva n misura, n giustizia rigorosa, ma si lasciava prendere dai consigli
che gli venivano dal fegato morboso. E questo fegato stillava un fiele tutto
speciale ai danni di Foscolo, perch questi nella sua prolusione sull'ufficio
della letteratura, professando il proprio disprezzo ai panegirici,
implicitamente aveva condannato anche quello con cui Giordani, il libero
Giordani, prosternandosi innanzi a Napoleone, aveva sfoggiato un'adulazione
che avrebbe fatto ribrezzo anche ai tempi di Roma imperiale.
Al crocchio di Monti e di Lamberti e di Giordani si unirono il frate-prete
spretato Lampredi, e Mario Pieri, il quale era indignato con Foscolo perch
non gli aveva mai accordato l'ingegno ch'ei pretendeva di avere; e vi si
aggiunse Brunacci ancora sbuffante degli schiaffi che Ugo, sotto gli atrj
dell'Universit pavese, gli aveva promessi; e fecero circolo don Marzio Anelli
e una mezza dozzina di membri dell'Istituto nazionale.
Ugo Foscolo in quell'anno aveva perduta la cattedra, era in ira al vicer, era
lautamente indebitato, disperatamente innamorato: avverso era al mondo e
avversi a lui gli eventi. Irritato dalle recenti offese, sparlava del governo;
onde tutti coloro che speravano e temevano tutto dall'alto, ed erano protetti
e ricompensati ed onorati, lo scansavano come pericolosissimo. E ad
accrescergli tanta indignazione s'aggiunse precisamente a quei d la sua
rottura con Vincenzo Monti. La causa era stata Omero. Chi mai lo avrebbe detto
al cieco d'Ascra? I pi allora accusarono Foscolo d'invidia. Ma oggi possiamo
noi dir questo? oggi che, confrontando i sei canti dell'Iliade da lui tradotti
con quelli del Monti, si vede quanta differenza interceda tra i due lavori, e
come sia stato un vero danno che la eccessiva facilit di Monti abbia
scoraggiato il suo rivale di perdurare lunghi anni in quell'impresa, che
davvero pareva fatta per lui solo; per lui che era poeta per lo meno quanto
Monti, ed aveva pi passione e pi viscere, e possedeva il privilegio di
essere davvero italo-greco.
Ma lasciamo la sala del trono e dell'apoteosi, e rechiamoci a vedere altre
sale ed altre faccie.


II

Nella sala delle Cariatidi, non al tutto allora compiuta, ma cos ornata di
velluti e veli e frange auree e festoni e fiori, che a nessuno appariva qual
parte di essa avessero lasciato in sospeso l'architettura e le arti sorelle,
fervevano le danze, ma fervevano pi nei cuori caldissimi degli ufficiali e
delle dame sospiranti in segreto agli spallini ed ai petti onorati di aquile
ferree, che nel muover dei passi misurati a convenzionale lentezza. La musica
era diretta da Alessandro Rolla e dal Pontelibero.
I vecchi, che erano vivissimi nel 1810, e vivono ancora oggi, e tennero dalla
natura una tempra cos robusta, e il tubere della giovialit cos pronunciato,
e pilori a macina di costruzione cos prodigiosa che ancora s'arrischiano a
vegliare ad ora tardissima; e se c' una festa che esca dalla sfera comune,
son l pronti in cravatta bianca prima dei giovani ad assaporarla, ci
assicurano colle mani sul petto, che se le belt femminili, per qualit e
quantit, sono oggi in una condizione ancor molto prospera, mezzo secolo fa
fiorivano con insuperabile rigoglio; ma sopratutto ci assicurano che oggid la
razza grande  quasi spenta affatto la razza delle donne, vogliamo dire, dai
colli e dalle braccia di Giunone; o che, volendo lasciare in pace le olimpiche
deit, potrebbero servire allo statuario per modellare qualcuna delle virt
teologali.
Di quel tempo splendeva una Falchignoni, che poi fece da Semiramide in teatro
per usufruttare i grandi occhi e il naso d'antica perfezione e le ineffabili
spalle; splendeva una Doria alta trentasei oncie, come una cavalla normanna;
splendeva o, per dir meglio, nereggiava una R..., che al pari di Cleopatra
avea fermata l'attenzione di Cesare. Splendeva una donna che vive ancora, e
serba nella faccia settantenne, pi che l'arco di Tito e di Costantino, le
prove irrefragabili d'una sontuosit senza esempio. Ella partor a tutto
vantaggio delle arti belle un'inclita figlia, che prosegu poi alla sua volta
il lavoro e le benemerenze materne.
Splendevano due contesse, il cognome delle quali cominciava dalla lettera
A..., sacerdotesse assidue alle are di Cipro, e velate di devota incontinenza
nei riti notturni della pallida Diana.
In quella parte della sala delle Cariatidi, che veramente poteva chiamarsi il
dipartimento olimpico della reggia, circondata dalle dame di palazzo, che
erano la marchesa Parravicini, la contessa Carcano, la contessa Montecuccoli,
la contessa Gallo d'Otimo, la contessa Aquila, sedeva la viceregina
principessa Amalia, leggiadra e soavissima d'aspetto:

Novella speme
Di nostra patria, e di tre nuove Grazie
Madre e del popol suo; bella fra tutte
Figlie di regi e agli immortali amica;

come allora, ad onta dei rancori col vicer e dell'opposizione che esercitava
contro il governo imperiale, aveva dettato Foscolo inspirato e placato dalla
bellezza e dalla virt.
Affollatissimi intorno a quel gruppo di stelle si vedevano i senatori, i
conti, i baroni, i commendatori di fresca data. Dei senatori si distinguevano
Veneri, Boara, Prina, Borioli arcivescovo d'Urbino, giovane di bell'aspetto,
trasmutato nelle vesti in modo che di vescovile non mostrava pi nulla se non
forse il bianco della camicia trinata; Boara e Brme portavano il gran cordone
della corona di ferro. Cavalieri recentissimi erano il marchese Trivulzi, il
cugino del ministro Prina, che era provveditore del liceo di Novara, il
ciambellano Martinengo, i professori Borda e Tamburini brevettati tutti nella
grande sfornata dell'ottobre 1809, insieme con tanti altri che avevano avuto
il merito di essere arrivati in tempo. A costoro e dalla sala e dalle tribune
guardava la curiosit maschile; ma la femminile pareva concentrasse il fuoco
collettivo delle sue pupille sull'alta maestosa figura del pittore Giuseppe
Bossi, che in assisa di panno color caff a bottoni d'acciajo volgeva la
parola ad un ometto piccolo, tutto vestito di nero con eletta semplicit.
Il pittor Bossi poteva contare trentadue anni, e quantunque fosse tanto
trasandato nel vestito, che comunemente lo chiamavano il foldone, era caro
alle dame; caro tanto, che i mariti ringhiavano sordamente alla sua comparsa
come cani sospettosi. Ma egli era bello di una bellezza all'antica, in istile
greco-romano. Portava i capelli alla brutus, fitti, lunghi, ricci, fulvo-cupi,
cadenti a ciocche pittoresche sulla fronte fino a toccare la regione dei
sopraccigli, che aveva folti e piegati in cos elegante arco, come se Fidia ci
avesse messo lo stecco. E come augusto era l'arco del sopracciglio, insigni
erano la linea del naso e i contorni della bocca e del mento; dalla qual cosa
ognuno pu farsi capace guardando uno studio fatto sul vero dal pittore
Appiani. Ad una bellezza cos eccezionale dava risalto, e fors'egli lo sapeva,
la negligenza medesima che metteva nell'acconciatura; negligenza portata a tal
segno, che molti sospettavano costasse molto pensiero precisamente a lui che
ostentava di non pensarci; ma anche noi, ai nostri giorni, abbiamo conosciuto
un elegante giovane, che poi usc dalla folla, il quale faceva tali studj
sulla negligenza del vestito, che tutti i giorni rinnovava sempre lo stesso
sbaglio nell'abbottonarsi il bianco panciotto alla Robespierre.
Con tutto ci le fisiche qualit del pittor Bossi non avrebbero bastato a
mettere il capogiro nel bel sesso, se non ci fosse stata in lui quella
prodigiosa versatilit di intelletto e di attitudini, che ne costituivano
un'individualit veramente distinta. Dopo Leonardo, sebbene in una sfera meno
eccelsa, egli fu il primo fra gl'illustri italiani, che abbia rappresentato in
s solo i caratteri di cinque o sei uomini. Pittore, poeta, scrittore,
oratore, musico. Come pittore ci diede il disegno del Parnaso; come scrittore
i suoi studj d'alta critica intorno a Leonardo; come oratore i suoi discorsi
accademici; come poeta, segnatamente nel vernacolo, fu emulo di Porta, e tale
emulo che Porta medesimo ne ingelos; della musica sapeva quanto potea bastare
per innestare sul piano delle variazioni leggiadre a quelle poesie che, nel
crocchio amico e per puro passatempo, improvvisava declamando.
A ci si aggiunga una vena inesauribile di epigrammi arguti e di buon genere,
una grande scorrevolezza di spirito, un fare penetrante e lusinghiero,
un'amabilit continua. Ma rare volte  inamabile chi fu il prediletto della
natura e della fortuna. Ci vorrebbe un'indole da cannibale per essere arcigni
e rozzi sotto alla pioggia dei dolci sguardi e dei cari sorrisi e delle lodi e
dell'ammirazione universale. Diciam questo perch non si creda che noi
facciamo il panegirico al pittor Bossi, il quale aveva poi un gran difetto,
quello di lasciarsi troppo facilmente vincere dalle continue tentazioni; anzi
se ne gloriava e vantava, e ci annetteva tanta importanza, da tener nota delle
sue pi minute avventure e speranze amorose, in un diario ch'egli giorno per
giorno scriveva, e che noi abbiam potuto vedere. Eccone un saggio: Questa
sera, al teatro della Scala, nel corridoio dei palchi, ho baciato la marchesa
P..., ed ella mi strinse fortemente la mano: All'erta adunque e avanti. La
moglie del comandante Baraguais d'Hillier  tanto bella e cara quanto  odioso
il marito. Ieri sera mi ha pregato e ripregato di lasciarmi rivedere. Io
dunque la rivedr, ma non per niente. La principessa D.... di Roma fu ieri la
regina della festa. Che maest, che orgoglio! Mi si dice che sia invincibile;
ma altre fortezze capitolarono, ed io le ho da fare il ritratto. Esco adesso
dalle stanze della Grassini divina. Chi me lo avesse detto! Ed ora sono
cognato di sua Maest.
Non oziosamente ci siam diffusi nel parlare del pittor Bossi; anzi preghiamo
il lettore a tener nota di quanto abbiam detto, per tutto quello che accadr
in avvenire. Ma egli continuava a parlare col suo amico e collega, il cav.
Zanoja, canonico di S. Ambrogio, predicatore, professore d'architettura in
Brera, e poeta satirico. La saetta dell'epigramma mordace e l'acredine della
satira gli si vedevano in volto, segnatamente nel labbro inferiore pi
sporgente del superiore.
 Sua Altezza pare di buon umore, diceva Bossi.
 Tutte le cingallegre son liete.
 Egli non ha motivo d'esser triste.
 Colla sua testa e col suo cuore no.
 Voi alludete al divorzio cui fu costretta sua madre; ma gi era
indispensabile.
 Lo so, ma non toccava a lui a far in Senato l'elogio dell'imperatore perch
ripudiava la madre.
 Ora, credete voi che il divorzio avr per tutti un posto nella legislazione?
 Toccher al ministro Prina a pensarci.
 Volete dare al dicastero delle finanze gli attributi del culto?
 Quando occorreranno altri danari, e col sistema corrente non c' oro che
basti, il ministro Prina consiglier la sanzione del divorzio; e valutando la
consolazione di tanti mariti liberati una volta per la virt d'un paragrafo
dai ceppi sacramentali, metter sulla universale consolazione tali tasse da
empire due erarj. Avete visto come egli ha fatto l'anno scorso colla caccia?
Prima era un privilegio di pochi, che nessuno osava toccare; ma al ministro
occorrendo danari, Il tempo dei privilegi  finito, proclam; tutti gli uomini
sono eguali, tutti devono dunque andare a caccia, e mise una tassa enorme
sulle licenze. Quando una misura finanziaria pu comparire in maschera di
salute pubblica e di umanit,  certo che prospera. Cos il divorzio entrer
nel regno italico sotto il braccio del ministro di finanza e il settimo
sacramento ricever scacco matto dall'erario esausto. E chi sa che il primo ad
imitare S. M. non debba essere Sua Altezza?
 Bisogna bene che il divorzio gli abbia dato alla fantasia, per dimenticare
cos indegnamente i riguardi dovuti alla propria madre. Se poi al fatto del
divorzio aggiungete l'aumento di un milione all'anno con cui S. M. gli pag la
perfida mediazione,  facile a comprendere l'allegria che brilla sulla faccia
del vicer.
 Caro cavaliere professore, non deve esser questa la ragione, io ci vedo
altro. Ma io posso penetrare in luoghi che son vietati a un canonico di S.
Ambrogio. Or fatemi un piacere. Per qualche tempo tenete d'occhio il vicer e
la contessa Aquila, che oggi ha ricevuto la nomina di dama di palazzo, e
sappiatemi dire il vostro parere. Or va ad avviarsi una monferrina, e il
vicer sta invitando la contessina a volere ballar seco. Credetemi che
l'allegria di questa notte non gli deriva n da Giove, n dal tesoriere
Plutone.
 Fauni, Satiri, Silvani, Dei cornuti... e che cosa dir il conte Aquila.... il
Vice-Lucifero?
 L'osso da rodere sar pi duro degli. altri. Ma l'orgoglio del conte lo
salver da qualunque sospetto.
 Ma guai se il sospetto romper nel suo orgoglio!
 Io mi meraviglio per come esso abbia concesso alla propria moglie di
accettare la carica di dama di palazzo.
  presto pensato.
 Cio?
 Perch facesse pi rumore il suo rifiuto alla carica di ciambellano. Siccome
poi  voce che circola in piazza, che il vicer  il gallo della Checca, il
conte avr pensato di stornare la taccia di marito geloso coll'ostentare
noncuranza e disprezzo. Costui  giovane della pi strana e straordinaria
natura.  un miscuglio di Catilina e di Giulio Cesare. Ora ei si tiene in
disparte dalla cosa pubblica, rifiuta cariche, respinge onori per il solo
motivo che non  vacante un posto d'imperatore. Per quello presenterebbe
volentieri le sue petizioni. Io lo conosco benissimo.
 Lo conosco anch'io assai bene; e tanto che, se sua moglie fosse mia sorella o
mia figlia, io vivrei d e notte in continuo timore.
 Vada per la moglie, ma la cosa pi pericolosa  il nascere suoi figli.... il
suo primogenito lo ha provato.
 Possono esser calunnie.
 L c' il dottor Monteggia. Interrogate lui. La cosa fu messa a tacere; ma
quel che  avvenuto non si pu negare. Pare che il conte abbia voluto imitar
Giovanni de' Medici, quando per interrogar l'avvenire ed esplorare a che cosa
era destinato il suo unico figliuolo, ingiunse alla moglie di gettarglielo gi
in braccio dalla finestra. Ma se Cosimo bambino fu accolto sano e salvo dalle
braccia paterne, perch doveva diventare il Tiberio della Toscana, al figlio
del conte non tocc la stessa fortuna.
 Il conte per non fece come il Medici...
 No; ma gettando egli stesso in alto il bambino, come se fosse una palla, e
ripetendo, ad onta degli strilli infantili, il giuoco spietato, venne la volta
che gli cadde in terra, e l giacque.
Mentre costoro parlavano, avendo il maggiordomo di corte fatto segno al
direttore d'orchestra Alessandro Rolla che annunciasse una monferrina, primo
il vicer, dando braccio alla bella contessina Aquila, s'avanz nel mezzo
della sala per aprire la danza.
Beauharnais, quantunque contasse appena ventinove anni, non aveva nessuna
fisica attrattiva; era gi calvo, era atticciato. Ma, per compenso, aveva modi
gentili e insinuanti, e una grand'arte nel darla ad intendere, specialmente
alle donne. Era francese in tutta l'estensione della parola, con un viso a
zigomatici rilevati e a naso rivoltato, di quelli che tanto abborriva
l'italico Alfieri; ma, per sua fortuna, le donne, non essendo sempre profonde
in estetica e lasciandosi lusingare troppo facilmente dalla possanza, dalla
gloria o dalle sue apparenze, dalle vesti pompose, lo giudicavano assai
favorevolmente. Egli poi aveva la prerogativa di essere, sul terreno d'amore,
un cacciatore instancabile; ben potevano le beccaccie e le beccaccine deviare,
nascondersi, tentar voli subdoli, fargli perdere interi giorni; egli non
abbandonava la preda, finch veniva il punto d'aggiustar bene il tiro, e di
lasciar la fuggitiva con qualche ala infranta.
 Queste sale, contessa, posso giurare d'averle aperte espressamente per voi
(cos nel suo francese diceva Beauharnais alla contessa Amalia). In febbraio
io vi attesi invano tutta la notte al ballo che mi diede il Senato: per,
quantunque fosse mia intenzione di non dar feste altrimenti in quest'anno,
perch devo partir subito per il matrimonio di S. M., pure ho cambiato
consiglio, sapendo che la vostra novella carica vi costringeva a intervenire
alle feste di corte.
 Se sono venuta, disse gentilmente la contessa,  perch mio marito me lo ha
permesso.
 Se vostro marito ve lo ha permesso,  perch non poteva impedirlo.
 Poteva impedirmi di accettare la carica di dama di palazzo.
 Io dunque non ringrazier che vostro marito.
 Oh.... ma non fate, altezza, ch'io debba lamentarmi della sua
condiscendenza....
Il vicer si sent esaltato da queste parole, dando loro la pi ampia
interpretazione.
Dallo sguardo che solo aveva insinuante ed espressivo, gli traspariva l'intima
gioja. Nel passare in mezzo alle vive cariatidi dell'impero e del regno,
volgeva parole amabili a tutti e loro comunicava quelle notizie che potessero
dar piacere e soddisfazione.
 Eccellentissimo signor duca, diceva, passando dinanzi al gran ciambellano
Litta, da questo momento ho finito di chiamarvi marchese. Il governo di S.M.
ha riconosciuta la dote che voi avete assegnata al ducato cui foste innalzato
fin dall'ottobre passato. Caro marchese Trivulzi, oggi  venuta per voi la
nomina di ciambellano; preparate le chiavi. Il signor conte Annoni permetter
che lo saluti commendatore; e via su quest'andare.
Ma Rolla diede il segno, e il vicer apr la monferrina. Assai presso al
vicer e alla contessa Aquila, trovavasi madama Falchi, atteggiata anch'essa
per la danza. Il pittor Bossi, amico suo di casa, staccatosi dal collega
Zanoja, s'era messo a sedere al posto di lei, intanto che ella erasi alzata.
Appena la monferrina fin, il pittore fu presto a levarsi per restituire il
posto a madama.
 Ma, non ho volont di sedere, essa gli disse; piuttosto accompagnatemi a fare
un giro per le sale. Se il pittore, ch'era ottimo di cuore, avesse saputo di
che si trattava, certo non avrebbe accompagnata quella donna. Per non
lamentiamoci della sua condiscendenza fatale; la Falchi in ogni modo avrebbe
trovato l'accompagnatore. In quanto a noi, stiamo attenti a ci che sar per
fare colei, che fu davvero in quell'occasione:

L'infernal dea ch'alla vedetta stava.


III

Mentre la pantera, fiutata l'orma della gazzella, si appiatta adocchiando ed
aspettando, diciamo qualche cosa della contessa Aquila; teniam conto de' suoi
diporti in casa e in collegio; interroghiamo i suoi maestri, la sua
governante; tentiamo di eccitare il suo confessore a svelar qualche segreto;
sopratutto vediamo di far cantare qualcuna delle sue pi intime amiche, di
quelle che dall'infanzia l'accompagnarono fino ai quindici, fino ai vent'anni.
Che interesse desterebbe il nostro racconto se ci fosse concesso di
manifestare il nome e cognome di questa nuova eroina! Quando si pensa che
vivono ancora tante persone che l'hanno conosciuta pi o meno dappresso, ed 
infinito il numero di quelle che la conobbero di vista,  un dolore per noi,
che siamo artisti nemicissimi del convenzionale, l'essere costretti a trattare
questo personaggio come se fosse un ideale, mentre fu vivo e vero e
realissimo. Ma se  un dolore, non  un ritegno; anzi, per consolarci, 
un'occasione di pi per lasciar libera l'uscita a tutta quanta la verit e per
mettere allo scoperto tutti i segreti. Per, se non potr essere appagata la
curiosit del bel mondo, trover maggior pascolo il filosofo investigatore,
che, al pari del medico, ha bisogno di conoscere i pi minuti elementi che
produssero ed esacerbarono malattie ed ammalati celebri.
Cominciamo intanto dal dire, che il titolo di contessina, essa lo trov in
casa, bell'e fatto da molti secoli. Il suo casato, se non ricchissimo, era
cospicuo. I suoi genitori, tanto il maschio che la femmina, furono buoni, per
taluni anche ottimi, e di costumi assai rigorosi: cos rigorosi, da non parer
contemporanei di quella generazione lieta e gaudente che invent il top e la
cipria. Le amiche della fanciulla, che vissero con lei gli anni dell'infanzia
nel monastero di S. Giuseppe (d'una delle quali noi abbiam conosciuto il
figlio, che dalla madre tenne molte notizie), furon tutte d'accordo nel dire,
che indole pi mite, pi soave, pi angelica della sua non ci fu mai;
aggiungendo per che tutte queste qualit erano mantenute nel loro pi
perfetto stato di conservazione da una gran dose di ghiaccio nativo: press'a
poco come avviene di alcuni prodotti vegetali, che, se non si tengono in
fresco, si corrompono.
Non era per altro del parere comune la madre di quel tal figlio che noi
conoscemmo, la quale per combinazione fu la sua amica pi intima e pi
costante. Per suo mezzo potemmo raccogliere che la calma serafica era tutta
nell'apparenza di quella creatura, ma di sotto all'onda gelata, non ostante
una gran bont e gentilezza di natura, ferveva e bolliva e scorreva la lava.
Di questo per il mondo non ne seppe nulla. Bens quand'ella fu uscita di
monastero, e dopo che, avuta in casa una educazione di perfezionamento pi
varia, pi ampia e pi squisita, tocc i quindici anni, fu generale la voce
che, tra le adolescenti da marito, non v'era in tutta Milano fanciulla pi
educata, pi bella, pi santa. Ora, in quel periodo appunto, tra i giovani
patrizj milanesi, per vigore d'intelletto, per suppellettile di cognizioni,
per energia di volont, per prepotenza d'orgoglio aveva un assoluto primato il
giovane conte Aquila. E poich in tutto ei voleva essere il primo mise gli
occhi su quella che si diceva essere la pi eletta tra le maritande del
patriziato milanese.
Ma pi che tutte le distinte qualit della contessina, ci che davvero aveva
determinata la scelta del conte Aquila, era la giovinezza di lei. Tra le
fanciulle da marito ch'ei conosceva degne di lui, era la sola che avesse
compiuto da pochi giorni gli anni quindici, l'et legale. Se la legge, come in
Sicilia, in Egitto, in Arabia, avesse permesso di sposare una fanciulla a
dodici anni, egli avrebbe scelta quella che non avesse sorpassata quell'et. E
a ci era portato, non gi perch fosse amante dell'eccessiva giovinezza: il
suo gusto lo portava anzi a vagheggiare la donna che, al pari di una mela e di
una pesca, avesse tocca la pi completa maturanza; ma s perch, conoscendo il
mondo e gli uomini ed anche le donne, pensava che, a sorprendere in sui primi
albori una rosa sbocciata di notte, ancor madida delle gemme della rugiada, si
poteva quasi esser certi che altri non aveva potuto accostarvi le nari.
Era sempre l'orgoglio che lavorava; era il tormento del primato. Il conte
poneva lo sguardo alla futura sua sposa, press'a poco come un bibliomane lo
pone a un libro, che  avido di acquistare non gi per la materia che
contiene, n per il pregio del dettato; ma perch sa che dell'edizione
principe, fatta in pochi esemplari e involata dal tempo,  l'unico che sia
rimasto. Quando una ragazza che va a marito  destinata a far la figura di un
libro in cartapecora, il lettore pu ben comprendere che nemmeno la prima luna
abbonder di miele.
Ora, per disgrazia della giovinetta, il signor conte Aquila, ricco di tutte le
doti che possono rendere appetitoso uno sposo, pi ai padri e alle madri, gi
s'intende, che alle figliuole, chiese la mano di lei, che senza un ostacolo al
mondo gli venne concessa dai parenti, e cos fu conchiuso e stretto il
matrimonio; matrimonio modello, perch, come un contratto di compra e vendita,
come un atto ipotecario, come un passaporto, recava tutte le firme e tutti i
bolli voluti dall'autorit.
Gli uomini che portarono dalla natura il dispotismo e la gelosia, ed hanno s
poca fiducia nelle donne, che se la civilt lo permettesse, adotterebbero
volentieri il sistema orientale degli eunuchi custodi e spie; o rimetterebbero
in vigore le consuetudini dei baroni del medio evo, che chiudevano sotto
chiave la fedelt muliebre, hanno sempre fatto malissimo i loro conti. Essi
non hanno pensato, che non  il possesso materiale della donna che importa; ma
il suo affetto. Ora l'affetto non s'impone, non s'imprigiona, non s'ipoteca;
come tutti gl'imponderabili, esso non pu essere contenuto in nessun
recipiente. I poeti e gli storici ci hanno assicurato, che la donna non fu mai
tanto idealizzata, rispettata, idolatrata come nel medio evo, perch in quel
tempo s'introdusse l'invenzione delle cos dette regine delle feste e dei
cuori. Ma se i nomi sono speciosi e lusinghieri, e se le apparenze sono belle
e buone, cari i miei poeti sempre pronti a scaldarvi d'entusiasmo, storici
egregi sempre corrivi a far dei sistemi, abbiate la bont di considerare che
invece non fu mai tanto materializzata la donna come dal giorno che, per
assicurare la loro fedelt corporea, fu messa la ceralacca sul loro pudore,
come se si trattasse di uno scrigno da consegnarsi al tribunale. Non  cos
che si rispetta la donna, signori storici e poeti.
Gli uomini del mondo romano, che voi avete condannati come dispregiatori e
conculcatori della dignit delle donne, si fidavano, o fingevano almeno di
fidarsi, della loro parola.  un bel tratto di cortesia. Le donne, sul terreno
dell'amore e della fedelt, eran le sole custodi responsabili di s stesse. 
a questo patto che si rispettano. Ora il conte Aquila era un vero barone del
medio evo. In attestato della pi profonda devozione all'onore di sua moglie,
se avesse dovuto fare un viaggio armato in Terra Santa, avrebbe prese tutte le
misure per assicurarsi che non sarebbe stato violato il casalingo tesoro. Ma
il signor conte, al pari di qualunque cavaliere della spedizione di Palestina,
faceva i conti senza l'oste. Considerando la donna come se fosse una statua
d'inestimabile pregio, ma senz'anima e senza sangue, non pensava che la
fedelt si pu rompere con un desiderio, con uno sguardo; non parliamo dei
baci, Dio ci liberi; e che i desiderj vengono e che gli sguardi si comincia a
mandarli in giro allora appunto che si sente il peso delle catene. Non c'
nessuno che pi del prigioniero sia avido di cielo e d'aria. Ben  vero che il
proverbio: l'occasione fa l'uomo ladro, consigli molti mariti a non lasciar
mai sole le proprie mogli, a vegliare dappresso, a farle vegliare. Ma se
questo proverbio pu dar molto da pensare, non fa minor senso quell'altro: la
proibizione genera l'appetito. Comprendiamo assai bene che un marito,
collocato tra questi due proverbj, sta peggio di un soldato collocato tra due
fuochi. Ma bisogna pur pensarci e prendere una risoluzione. Il conte Aquila
non rumin che il primo proverbio, e a quello s'attenne, e non ascolt che le
sue inspirazioni, e qui fu il danno. Quanti guai di meno se da filosofo
indulgente, che vive e lascia vivere, non si fosse regolato che col secondo!
Quando la contessina entr sposa nella casa di lui, oltre ad essere giovine
come l'acqua, aveva tutte le virt di cui pu andar fornita una fanciulla. Ma,
se la soave timidezza del suo contegno poteva far sospettare quel ghiaccio di
cui abbiamo parlato, il ghiaccio non c'era. Noi confessiamo di portare una
avversione speciale, accanita, per tutti gli uomini, per tutte le donne che
son bravi e virtuosi perch sono gelati, che non bevono perch non hanno mai
sete. Ora la contessina aveva la sua sete, come il suo sangue aveva i suoi
bollori, come il suo cuore i suoi sussulti e i suoi slanci.  appunto per
questo che ella era una cara fanciulla; una fanciulla, cio secondo natura, e
secondo la pi perfetta e la pi florida natura. Tutto per era in germe,
nulla v'era di sviluppato. Quindici anni son pochi; e un marito che si piglia
in casa una creatura da far crescere e sviluppare, se non ha una dose
abbondante d'intelligenza e d'esperienza, ma sopratutto di bont e
d'amabilit,  un affar serio tanto per il coltivatore che per la pianta.
L'intelligenza nel conte c'era, c'era l'esperienza; ma la bont mancava
affatto, e l'amabilit. Il conte era un uomo, lo ripetiamo, orgoglioso ed
ambizioso; sempre tormentato dall'idea che in tutto il regno, per quanto
girasse lo sguardo, non v'era un posto degno di lui; sempre pensieroso del
fatto che, fin che durava quell'ordine di cose di cui Napoleone era stato il
generatore e il padrone, la fortuna stava tutta per quegli uomini che erano
sorti con lui e per lui. Codesto tormento ei lo sentiva tanto pi forte in
quanto non vedeva per allora nessuna nube, nessun lampo, nessun segno
atmosferico che accennasse a un cambiamento di tempo. Il barometro segnava
sereno costante. Guai per chi desiderava un temporale! Fantasticava ei dunque
continuamente, trasportato da strani desiderj in campi ignoti; press'a poco
come chi ambendo vivamente una prodigiosa ricchezza, pensa a fortune ed
eredit, senza sapere da che parte gli possano venire.
Sempre pieno di queste idee, era meditabondo e cupo. Non era cortese se non
con quegli amici che, tirati nel vortice delle sue idee, la pensavano come
lui, e lo applaudivano quando, mettendo l'ipotesi d'una possibile caduta di
Napoleone, con quella fantasia e quell'eloquenza che deriva dal pensiero pi
costante della vita, accennava a future combinazioni europee, alla caduta di
tutti quelli che chiamava adulatori e satrapi e schiavi e vili. Una fanciulla
di quindici anni che abbia un simile marito, si trova ben peggio che in
monastero o in casa. Esso non si pigliava veruna cura della felicit della
contessina: a lui bastava che fosse virtuosa, fedele, intangibile. Credeva che
non avendo mai conosciuto il mondo non l'avrebbe desiderato; ma spesso la
vegetazione prospera in s stessa e per le occulte virt della natura; ma il
non aver mai provato le passioni prima di quindici anni, non vuol dire che non
si debbano provar dopo, perch l'isolamento non basta a prevenire dei mali,
che sono sfoghi necessarj nella vita morale, come certi esantemi nella vita
fisica. Il vajuolo pu investire anche chi vive da molto tempo isolato dagli
uomini; e spesso l'elemento venefico vien recato da regioni nemmen sospettate.
E cos fu della contessina. Se il conte avesse saputo da che periglio ell'era
attesa, l'avrebbe piuttosto gettata nelle braccia di mille spasimanti volgari.

LIBRO DECIMOQUINTO


SOMMARIO

Il figlio del conte Aquila. L'anno 1809 e il vicer Beauharnais. Una festa in
casa Litta. Don Giovanni e fra Cristoforo. Il vicer, le classiche
reminiscenze e il medio evo. Beauharnais e la Falchi. Il conte Aquila e il
vicer. Ugo Foscolo. Il colonnello Baroggi. Un bacio e un colpo di scudiscio.
Il ministro Prina.


I

Il conte Aquila, orgoglioso di posseder la contessina Amalia, in quella guisa
onde un Arabo, nell'idea di perpetuare la celebrit della razza, tien preziosa
una puledra nata in incliti presepj da inclita coppia, non desider altro che
di avere un figliuolo: maschio, gi si intende, forte, bello, ingegnoso,
straordinario. Se gli avessero detto: per adunare nel tuo primogenito tutte
codeste qualit,  necessario che la madre muoja nel parto, ei non avrebbe
esitato un istante a rispondere: Muoja. In simile maniera un possidente non ha
nessuna piet del baco morituro, per l'aurifera seta che gli dee produrre.
Da vero fisiologo e teologo, ei non considerava il matrimonio in s stesso, ma
pel suo fine. Il multiplicamini della Bibbia non fu mai interpretato con pi
spiegato rigore scientifico. La scienza non ha viscere. E il suo desiderio fu
presto appagato; appagato in massima; e perch il figliuolo fu esatto nel
venire in luce nel pi breve tempo possibile, e perch fu un maschio. Ma la
forza, fin dal primo momento che il fanciullo fece capolino dal nulla, non si
rivel n al padre ansioso, n all'ostetrico esperto. Non la forza e non la
bellezza: due cose che, ad onta della speranza che stava sempre in aspettativa
di qualche benefica sorpresa della natura onnipotente, non comparvero nemmeno
in un anno, nemmeno in due.
Il conte Aquila cominci allora ad amar la madre pi del figliuolo, il quale,
per dispetto, non accusava neppure svegliatezza di spirito. Il conte divent
cupo pi che mai, e bisbetico, ed anche un po' inumano. Voleva come sciogliere
e disnodare quella natura inerte e disadatta.
Senza volerlo, egli sfogava l'interna stizza quando al fanciullo, con intento
ortopedico, stirava e gambe e braccia e collo, per vedere di migliorare
coll'arte lo scarto della natura. Il lettore si ricorder del dialogo tra il
pittor Bossi e il canonico Zanoja, dove vennero a toccare della morte di quel
fanciullo. Pur troppo il fatto era vero. Avendo egli l'abitudine di far subire
al fanciullo una ginnastica intempestiva, qualche volta lo palleggiava, lo
forzava a star dritto sul palmo della mano, lo gettava in alto per riprenderlo
nelle proprie braccia. La contessina Amalia tremava e pregava e piangeva a
que' giuochi perigliosi; il fanciullo strillava; ma il padre era irremovibile,
perch tenevasi certo di giovare allo sviluppo del figliuolo. E venne il d
che, siccome sappiamo, gli cadde in terra, e l giacque. La nutrice accorse,
ma indarno; la madre svenne; il conte rimase attonito e atterrito. Fu mandato
a chiamare il dottor Monteggia. Ma la scienza non risuscita i morti. Al
racconto che fecero e nutrice e madre e astanti, il celebre chirurgo, preso di
sdegno, stette per rimproverare acerbamente il conte. Ma il conte lo saett
collo sguardo in modo, che al professore non bast l'animo di parlare. D'altra
parte, dal rimprovero non scaturiva un rimedio.
Dopo questo caso funesto, la contessina Amalia sent nascersi in cuore
un'irresistibile avversione; per il conte, prima, non aveva provato che
rispetto, stima, soggezione, amore non mai; nemmeno quell'attrazione istintiva
e, quasi a dire, meccanica, che una giovinetta pu sentire qualche volta per
un uomo giovane perfettamente costituito. In ogni modo quando, dopo qualche
tempo, venne diminuendo in lei il rammarico per la morte dell'unico figliuolo,
diminu anche l'avversione. Le rimase per nell'animo quanto basta per
renderle incresciosa la vita maritale. N il conte desisteva dal suo contegno
ottomano; la contessina era tenuta in casa il pi del tempo; quand'ella
riceveva visite cos d'uomini come di donne (e a ci v'era l'ora stabilita),
egli non la lasciava mai sola; segnatamente colle donne, che dal punto di
vista dei cattivi consigli e delle tentazioni, ei credeva assai pi pericolose
degli uomini stessi; e in questo non aveva forse torto. Quand'ella poi usciva
di casa senza il signor consorte, per l'igienica necessit da lui ben compresa
di cambiar aria, c'era l'obbligo della carrozza. Guai s'egli avesse saputo
che, per snodare un po' le gambe, ella avesse osato far qualche passo nei
pubblici giardini o sulle mura!
Per questa operazione era indispensabile l'accompagnatura maritale. Il tempo
per, che cambia tutte le cose di questo mondo, e induce qualche lassitudine
perfino negli uomini pi rigidi e pi tenaci, allent le redini anche nelle
mani del conte. Della sua giovane moglie egli non ebbe mai a lagnarsi; non mai
una disobbedienza, non un atto di malavoglia, n un segno, fosse pur fuggitivo
e involontario, di malumore. Ben rassicurato adunque di avere per compagna una
donna marmorea, cominci a lasciarla sola qualche volta in conversazione; le
permise d'andare a trovar sola qualche amica. Nell'occasione di alcune feste
straordinarie, non gi permise, perch ella non gli domand mai nulla, ma le
ingiunse espressamente di comparire in esse pomposamente foggiata. Assaporando
il trionfo di sentirla lodata e ammirata e citata dagli uomini e dalle donne,
perfino dai galanti ufficiali, come un modello insuperabile di virt, anzi
come un'eccezione, rinnov quei comandi. Era sempre la smania del primato che
lo consigliava. N la contessa, sebbene qualche volta girando lo sguardo
sentisse qualche lampo istantaneo di desiderio, poteva correre nessun
pericolo. Quantunque bella e leggiadra e soave e simpaticissima, ella, in
quanto agli effetti, era nella condizione di una donna diabolicamente deforme;
ch nessuno dei giovinotti pretendenti e battaglieri osava accostarla con
intenzioni oblique; nessuno si sarebbe fatto lecito di rivolgerle una di
quelle frasi, che sono gli scandagli, gli ami e le reti della galanteria.
Non si spera se non ci che  possibile, anche dando alla possibilit il pi
esteso confine. Ma l'impossibile non entra mai nel giro delle nostre
ambizioni. Bonaparte quand'era colonnello a Tolone non sogn mai di diventare
imperatore; ma lo sogn, lo desider e pot sperarlo quando fu console. Ora la
conquista di quella donna era considerata dal bel mondo fuori affatto di ogni
sfera di probabilit. Ella era forte e impenetrabile come il diamante; e,
d'altra parte, il marito faceva assolutamente paura; paura mescolata di
ammirazione, quando anche non voluta. Egli era uno di quegli uomini rari, che
esercitano sugli altri un fascino arcano, sebbene potesse essere un fascino
odioso. Anche il duellista pi intraprendente, pi sfacciato e provocatore,
non avrebbe mai voluto aver brighe con quell'uomo l.
E il conte si accorse di tutto ci; ed anche la contessina leggiadra se ne
accorse, e, diciamolo pure, con un certo rammarico. Aveva toccati i venti
anni; lo sviluppo fisico avea raggiunta la sua massima pompa; il sangue, che
non domanda il permesso al signor curato, cominciava a bollire fieramente, ned
ella conosceva il segreto del ghiaccio, tanto usufruttato da S. Francesco.
Vedeva pertanto e guardava e contemplava gli attraenti splendori della vita
viva, come il povero Mos condannato a vedere in lontananza i grappoli della
terra promessa, ed a morire senza poter mettervi il labbro. Povera contessina
Amalia!
Per qualche tempo i nuovi pensieri passavano e ripassavano nella mente di lei
senza fermarsi. Ella versava in quello stato di apatia incresciosa, senza
gioja e senza dolore, che lascia gli occhi oziosi al pianto e rende il labbro
incapace al riso. Stato molto simile a quel malessere indefinito, che alla
lontana suole annunziare nel corpo umano lo sviluppo di una malattia di
carattere. Ma se la cura profilattica e l'acqua imperiale pu giovare talvolta
nei turbamenti fisici a far dileguare il germe d'una infiammazione futura, pei
turbamenti del cuore, che sono necessit della fisiologia sentimentale, non
v' acqua imperiale che giovi. Se non  oggi sar domani; ma il giorno
dell'eruzione  inevitabile.
Senza annojare il lettore col richiamargli alla memoria le grandi battaglie e
le vittorie luminose ottenute da Napoleone nel 1809, gli diremo soltanto che
quelle vittorie dovevano portare il disastro nel cuore della contessa. Che
colpa ne avea Napoleone? D'altra parte, che relazione pu avere la tattica e
la strategia e il valor militare con una donna che vive in ritiro? In
apparenza, nessuna. Se non fosse che, verso la fine del 1809, il vicer
Eugenio Beauharnais ritorn in Italia. Questi, per quanto ne port la fama e
per attestazione concorde dei prodi che avevano militato sotto di lui, si era
coperto di gloria. I cittadini e gli uomini della pace, che da qualche tempo
avevano cominciato, per delle cagioni anche giuste, ad avere in qualche uggia
il vicer, dovettero subire, volere o non volere, quel fracasso di gloria.
Gli uomini, che si erano intiepiditi a suo riguardo, lo celebrarono; i
maldicenti cangiarono argomento; gli odiatori compresero le ire. Tutto questo
in quanto al sesso forte. Rispetto al sesso debole, le cose avean proceduto e
procedevano diversamente. Talune delle cagioni giustissime per cui i mariti,
gli amanti, i fratelli, i cognati avean preso avversione per il vicer, eran
quelle cagioni medesime per cui alle donne invece era riuscito e riusciva
tanto simpatico. La cosa  naturale. Il difetto capitale nel vicer, lo
abbiamo gi detto, consisteva in un sistema continuo ed esagerato d'infedelt
conjugali. Il suo lato vulnerabile si scopriva ogni volta che veniva alle
prese col nono comandamento. Ma le donne, in generale, che sono dispensate da
quel paragrafo del decalogo, hanno un gusto matto che esso venga infranto
dagli uomini. Le donne hanno tutti i torti; ma  una questione di gusto come
un'altra, e bisogna lasciar andare.
La gloria esercita sulle donne un fascino speciale. Sia dessa d'oro o di
princisbecco, fa sempre su di loro il medesimo effetto. Se poi  una gloria
cogli spallini e gli sproni, non c' pi nessuno che le tenga. Povere donne,
noi almeno le sappiamo compatire! Ad un uomo circondato di gloria, purch sia
un po' giovane (qualche cosa gi ci vuole), le donne sono capaci di perdonare
la calvizie incipiente, la ventraja incipiente, i labbri grossi, un naso che
non sia perfettamente in regola col codice dell'arte greca, ecc., ecc. In
questo esse sono assai pi soprasensibili e spirituali degli uomini, i quali
di solito preferiscono la bella faccia, la pelle fresca, e delle linee curve
afrodisiache.
Premesso tutto ci, quando Beauharnais fece, dopo il suo ritorno, la sua prima
rivista in piazza Castello, gli istoriografi notarono che le mani che pi
applaudirono furono di femmine; notarono che la loro maggioranza aveva
conchiuso col dire, che le fatiche delle battaglie lo avevano reso pi
simpatico; sopratutto che lo avevano fatto dimagrare. La magrezza  un altro
ingrediente che, in generale, non dispiace alle donne. Paride era magro,
Leandro era magro, Abelardo era magro, Romeo era magro, Jacopo Ortis non
lasci nemmen tempo al tempo di farlo ingrassare; se poi il Petrarca era
grasso,  perch non doveva essere corrisposto; ma andiamo innanzi.
Alle riviste militari tennero dietro le feste a corte; le feste in qualche
casa patrizia, dove il vicer si compiaceva d'intervenire. Fra tutte egli
preferiva la casa Litta: casa proverbiale allora per la ricchezza e la
cordialit. Il marchese Litta gran ciambellano, creato duca nel 1809, aveva
una sostanza di pi di 30 milioni, che oggi equivarrebbero a 60. Aveva il
primo guardaportone del regno italico; il primo cuoco con nove mila lire di
stipendio (la paga di un capo divisione di ministero); sopratutto possedeva il
pi sontuoso vasellame d'oro e d'argento che allora si conoscesse. La casa
reale non arrivava a tanto. Baldassare avrebbe dovuto ricorrere a lui per
adornare il suo festino. Il vicer, che amava le pompe e gli sciali, e teneva
dall'imperatore la commissione di eccitare il ricco patriziato a spendere e a
rovinarsi, affettava per il duca Litta un'assoluta predilezione, allo scopo di
far nascere imitatori e gare. Il vicer si rec pertanto una notte ad una
festa in casa Litta. Il conte Aquila che, sdegnando le aure di corte, si
faceva sempre desiderare alle feste vice-reali, ostent di figurare in casa
Litta tra i primi amici del duca, non solo facendovi intervenire la moglie, ma
adornandola con tanta pompa di gemme e di trine, che fu proclamata la regina
della festa. Il vicer che l'aveva vista altre volte in occasioni comuni e
partecipava per lei al sentimento generale, e, diciamolo pure, anche un po'
alla paura del marito, in quella notte si sent fieramente colpito dalla
contessa Aquila; non gli era mai sembrata cos bella; era la prima volta che
la vedeva splendida di vesti, ben si poteva dire, regali.
Il rispetto e la paura, che quasi sempre trattengono dal voler conquistare le
cose che piacciono indifferentemente, si trasmutano di tratto in incentivi,
che inviperiscono ed esacerbano il desiderio, se l'oggetto altre volte veduto
ci sembra diventato prezioso oltre l'usato. Ed il vicer sent il coraggio e
la irritazione degli ostacoli; e portata repentinamente l'indole sua, gi
baldanzosa e temeraria, all'estrema sua espressione, colse un momento che il
conte non trovavasi nella sala dov'era la contessa: fu guardingo anche nel
cogliere il punto che altri non potesse sentire; e con quell'accento francese
pieno di fascino e di grazia ch'egli aveva ereditato dalla madre Giuseppina e
teneva in serbo nelle grandi occasioni, le rivolse poche parole: poche e
tronche e dove l'audacia d'una dichiarazione non preparata da nessun antefatto
e che poteva anche venir giudicata come una scortesia, raggiunse invece
quell'effetto che viene dall'ispirazione; press'a poco come certi trovati del
genio, che sembrano spropositi, e sono miracoli.
Il vicer parl e part e lasci la festa, ed anche questo fu un capolavoro
d'astuzia. Egli conosceva le donne. Povera contessa Amalia! Quelle parole essa
non le aveva mai sentite da nessuno. Il superbo marito non ne ebbe mai. Quelle
parole furono come un raggio azzurro di cielo, che si rivela dopo una lunga
aspettazione a delle pupille desiose! Oh fatalit! Oh tradimento della nemica
fortuna!


II

La gioja pi intensa e sopracuta che fa provare l'amore, cos almeno ci
assicurano i professionisti e i dilettanti, succede quand'esso fa la sua
annunciazione, come l'arcangelo Gabriele; quella gioja  d'un prezzo
inestimabile, perch in quella prima ora non vedendosi che la faccia radiante
della novella condizione in cui l'ingaggiato viene a trovarsi, quella gioja
non  alterata da nessun elemento eterogeneo; non ha lega nessuna n di rame,
n di zinco;  oro puro a mille. Ma l'oro puro a mille convertito in moneta si
piega nelle mani, e va soggetto a delle avarie. Gli usurai tosarono senza
piet gli zecchini di Venezia. Ora anche la prima gioja dell'amore si riduce
presto ai minimi termini. La gioja, intendiamo bene, non l'amore; questo anzi
cresce a dismisura e in ragione inversa della gioja stessa. L'amore s'alimenta
d'affanni e di spasimi. Chi ci ha trasmessa quest'asserzione, ci disse altres
di fidarci della sua parola, senz'altre indagini. Dunque proseguiamo. La
contessa Amalia, appena il vicer fu partito, si sent come tutta inondata dal
calore e dalla luce di quella gioja. Fu una rivelazione, fu una scoperta, fu
un genere di sensazione intorno a cui ella aveva potuto in addietro far delle
congetture in via filosofica. Ma quando quella sensazione si rivel e la
invase, la contessa si accorse che la filosofia era stata assai lontana dal
vero. Per dare una giusta idea di quella sensazione, noi avremmo in pronto una
similitudine precisa e calzante, ma non potremmo dirla che all'orecchio di un
professore di fisiologia. Essa poi  tale che produce per consueto un fenomeno
speciale, migliora cio di tratto l'indole di quanti la subiscono; chi 
chiuso diventa loquace e aperto; chi  acre e mordace diventa alla mano e
indulgente; chi odia si placa e transige. Per la contessina, quando si trov
col conte marito, fu dolce seco e piena di grazia e pazzericcia anche un poco.
Il conte non aveva mai trovata la moglie tanto cara e carezzevole come in
quella sera.
Quando le mogli si mostrano cortesi coi mariti oltre l'usato, non  sempre una
ragione perch questi debbano rallegrarsi.
Una tale esaltazione continu nella contessa tutta la notte; nel tempo
dell'apatia e della noja matrimoniale ella aveva sempre dormito le sue otto
ore saporitamente e d'un fiato solo; diciamo ore otto, perch il conte, che
s'intendeva d'igiene, decret che la moglie non dovesse dormire che quelle
ore. Se la cameriera l'avesse svegliata qualche momento dopo, poteva correr
pericolo di essere scacciata. Tuttavia se esso poteva impedire alla moglie di
dormire nove ore, se la sua giurisdizione era implacabile sul pi, bisognava
pure che si adattasse sul meno. Se gli occhi si fossero potuti chiudere e
mettere sotto custodia, certo ch'egli ne avrebbe ritirata la chiave; ma per
combinazione la natura decret diversamente. Ecco perch la contessa ebbe
diritto in quella notte esagitata di non consumare nel sonno nemmeno una di
quelle ore statele concesse, e di lasciar vagare liberissimamente il pensiero
per campi che non aveva mai n percorsi, n sospettati in addietro, ed anche
di gettare, durante la veglia rischiarata dalla notturna e opaca lampada,
qualche occhiata sulla faccia del conte addormentato. Vi sono dei casi in cui
tanto pi si guarda un oggetto quanto pi dispiace; questo fenomeno strano 
forse fratello di quell'altro per cui chi soffre il mal di denti, ritorna
spesso colla mano quasi ad esacerbare la parte addolorata. Ella dunque guard
e riguard e ritorn a guardare il conte; e che frutto ne ricavasse, ognuno lo
pu pensare. Fu per quella vista e, per quell'esame ripetuto che la prima
gioja solenne, sopracuta, completa, quell'oro a mille, senza lega, non potendo
snaturarsi affatto, s'accartocci, si raggrinz; fece come il sole, che non si
oscura, ma le nubi temporalesche non lo lasciano pi vedere. Ed infatti sul
sereno tutto raggiante del suo pensiero si alz una fitta nube d'affanno e di
spavento. La contessina prov quello che tutte le anime calde, appassionate,
ma generose ed oneste, provano ogni, qualvolta sono assalite da uno di quegli
amori per cui i mariti e le mogli possono gettare e gettarsi dalla finestra;
per cui il confessore non suol dare l'assoluzione alle sue divote; per cui
gl'interessati possono adoperare i fulmini delle leggi: gli uomini e le donne,
i quali non hanno altro pensiero che quello della digestione, adoperano parole
d'ironia e di scherno; e i bigotti inquisitori avventano maledizioni e saette;
di quegli amori per cui non sente piet che qualche uomo il quale tenga un
piede nella filosofia e l'altro nel bel mondo, ed abbia potuto essere a un
tempo e don Giovanni e fra Cristofaro.
Quando le donne vengono assalite dal tifo erotico, si trovano sempre in una
condizione molto pi grave e allarmante degli uomini. Questi possono far
nascere gli avvenimenti; le donne devono aspettarli: d'altra parte, a meno che
non siano vedove, il quale stato dev'essere, a parer nostro, il non plus ultra
della felicit muliebre, non possono n andare, n stare, n uscire quando
vogliono, n penetrare in certi luoghi, n passeggiare sub luna, ecc. Le pene
cos dette dell'inferno debbono avere qualche analogia con quelle di una
donna, che, sia essa nubile o maritata, non aspira che a vedere e trovarsi con
colui che gli sta sempre in pensiero. N la contessa Amalia pot andar sciolta
dalla legge comune. Sebbene in sul principio, come avviene sempre delle donne
che non fanno all'amore per capriccio e passatempo, ella avesse fatto
proponimento di non dare alcun alimento a quella passione, di troncare di
colpo ogni via di comunicazione tra il desiderio e il suo adempimento, di
fingersi ammalata, di non uscir pi di casa, di non recarsi pi a nessuna
festa, perfino di palesar tutto al marito, onde terminar ogni cosa in un
momento; pure non fece nulla di tutto ci. Certo che avrebbe fatto assai bene
a mettere in atto quei propositi, e chi non lo sa? Ma la cagione del non
esserci riuscita sta nel fatto che erale davvero entrato in petto il demonio
della passione, il quale vuol quel che vuole, ed  onnipotente. Taluno
potrebbe domandare in che modo alcune poche parole, dette in un momento
fuggitivo, abbiano potuto suscitare un incendio cos pronto e cos generale;
ma noi risponderemo appunto colla teoria degli incendj. Una favilla di sigaro
acceso, la quale voli per caso in un covone di paglia, basta a distruggere un
villaggio; mentre talvolta, se ci proviamo ad accender fuoco per il bisogno di
riscaldarci, un mazzo di zolfanelli  poco per arrivare a far sorgere qualche
fioca fiammella dalla catasta indarno disposta con arte sugli alari. Quel che
 degli incendj materiali  degli incendj morali.
Or continuando, se la contessa non aveva nessuna virt di far nascere una
combinazione per cui potesse rivedere il vicer, questi non istette ozioso, e
dispose le reti in maniera che non dovessero rimaner sempre vuote. Egli aveva
bisogno di avvicinarsi alla contessa; di avvicinarsi al conte; di trovarsi un
po' a lungo e coll'uno e coll'altra; aveva bisogno che il luogo del ritrovo
fosse numerosissimo di persone come una festa; ma che avesse anche una base
d'operazione infinitamente pi estesa. Pens quindi ad una partita di caccia.
In una partita di caccia c' rumore e disordine: le compagnie dei cacciatori
si sparpagliano; chi va da una parte, chi dall'altra; la maggior parte degli
amori del medio evo si manipolarono a caccia sotto gli auspicj degli alani e
dei falchi. Virgilio non trov miglior modo di mandare a perdizione Didone,
che con una partita di caccia ajutata da un buon temporale. Noi non sappiamo,
se Beauharnais fosse ben forte nelle classiche reminiscenze, n se avesse
pensato ai baroni e ai trovatori dell'evo medio, che ingaggiavano amori col
corno da caccia, il fatto sta che preg il suo carissimo duca Litta a dare un
invito per una partita di quel genere a Lainate.
Il duca Litta, che era felicissimo quando poteva appagare un desiderio del
vicer, non si fece pregare due volte; e mand fuori gl'inviti. Anche il conte
Aquila lo ricevette e lo accett, per la solita ragione di far vedere a tutti
che egli non odiava n le feste, n i numerosi convegni, ma che soltanto si
asteneva da quelli che si davano a corte.
Ora se, invece di scrivere oggi, fossimo addietro quarant'anni, quando Walter
Scott era l'autore pi avidamente letto in Europa e gli scrittori di Francia e
d'Italia se la godevano ad imitarlo, ce la godremmo anche noi a descrivere
quella caccia in ogni suo momento, in ogni suo accidente; a fare il nome di
tutti i cacciatori illustri che v'intervennero, di tutte le Diane seguaci col
cappellino alla Bolivar; a dar l'elenco di tutti i levrieri pi celebri che
addentarono l'orecchio alle lepri fuggitive.
Sopratutto poi non ci lasceremmo sfuggire la bella occasione di descrivere
parte a parte la villa di Lainate, che allora era in tutta la sua voga e la
sua celebrit. Ma, per nostra fortuna, la moda delle descrizioni interminabili
 passata; onde, lasciando ai lettori il permesso di dipingersi il fondo, ci
occuperemo soltanto delle macchiette e dei gruppi che staccano su di esso.

III

Ci siamo diffusi a far la storia dei principj e del processo della malattia di
cuore sofferta dalla contessa Aquila non per altro motivo, che perch fu una
delle cagioni che prepararono e resero irreparabile uno dei pi funesti
avvenimenti che mai abbiano contristata la citt di Milano.
Quando di un fatto storico segnalato e celebre s' rintracciata una delle
prime cause, questa, sebbene possa essere lieve in s stessa, assume di tratto
un grande interesse per le conseguenze che sono derivate. N crediamo di
offendere menomamente la memoria del personaggio reale, che, per la necessaria
delicatezza, abbiamo nascosto sotto il pseudonimo assunto. La contessa Aquila,
come noi l'abbiamo rappresentata, ci pare sia un modello della donna completa,
della donna cio che, ad onta e della virt nativa e della educazione squisita
e della vita senza rimproveri, ebbe tale esuberanza di sentimento, da
accogliere in petto la pi possente delle umane passioni.
Gl'ipocriti, che biasimano le anime passionate, pronti a far sempre da Tartufi
ed a nascondersi sotto il tavolino dei perpetui Orgoni, dovrebbero compiangere
ed ammirare invece la condizione di una donna che, ardente di fantasia,
d'affetto, di sangue, pur riesce, dopo lunghe battaglie, a star salda nella
propria virt.
Queste cose le abbiam dette altre volte; ma pare che non sia bastato l'avviso,
n baster mai. I corvi calanti alle carogne, condannano sempre le donne fatte
di carne, di sangue e di cuore.
Quando il duca Litta mand a invitare per la grande caccia da darsi presso la
villa di Lainate, quanti conoscenti patrizj e non patrizj aveva in Milano, si
dimentic, o espressamente omise di comprendervi l'avvocato Falchi con sua
moglie, quantunque li conoscesse assai bene.
Siccome gl'inviti furono mandati fuori molti giorni prima, e l'avvocatessa
pot vederne alcuni, ella sal in furore per essere stata dimenticata; ed a
questo punto giova che il lettore abbia una idea dell'indole di una tal donna.
L'ambizione di lei era di quella natura che non riposa mai, n si accontenta
di un ordine solo di cose. Ella pretendeva di essere la pi bella, voleva
essere la pi corteggiata, ambiva d'essere la pi ricca; voleva essere tutto e
comandare in tutto. Dava consigli al marito, e guai se non l'obbediva; e il
marito, che era volpe e lupo, faceva qualche volta anche l'asino, ostentando
di adattarsi a fare assai cose per un'eccessiva condiscendenza alla moglie, ma
in fatto, perch eran atti che gli piacevano, atti d'avidit e rapacit; ella
dava consigli anche non pregata, anche allorquando era scansata, a quanti le
andavano per casa.
Se poi qualcheduno aveva avuto con essa e coll'avvocato qualche rapporto
d'interesse, di clientela, di sudditanza, comandata dalla necessit degli
affari, ella era la padrona di tutti loro, faceva la padrona in tutte le loro
famiglie; negava l'assenso ai matrimonj, imponeva ella le mogli; teneva la
giurisdizione persino sulle vesti e sulle foggie. Conoscere l'avvocatessa
Falchi significava aver rinunziato alla libert personale.
Siccome per era stata assai bella, bella nel senso mercantile e carnoso, non
gi nella sfera dell'accademia e dell'arte, ed era ancor bella, e veniva molto
corteggiata; cos quando la sua vanit e i suoi appetiti venivano lusingati e
soddisfatti, aveva dei momenti di lieto umore, ed anche, ma questo avvenne
rarissime volte, qualche lampo di bont, di generosit, di cortesia. Appena
per la si contrariasse, diventava a un tratto una tigre reale ferocissima, di
quelle del Senegal. Anche il marito aveva un bel da fare in quei giorni per
sopportare quel temporale in casa. Persino il ministro Prina, che era di
Novara, come l'avvocato, ed era suo intrinseco, e frequentava quotidiano
quella casa, e perch aveva molti affari con lui, e perch anche si giovava
dell'acutezza pratica di quell'uomo, spesse volte ebbe a subire le tempeste
dell'avvocatessa, che, da uomo di mondo e da uomo superiore, sopportava e
compativa, ed anche derideva.
Questa donna singolare era stata sposata in seconde nozze dall'avvocato
Falchi, auspici l'avvocato Prina appunto e l'avvocato conte Gambarana. Il
Falchi fece passar brevi ma amarissimi giorni alla prima moglie, che era
nativa del Genovesato, e che gli avea recate in dote lire d'Italia
trecentomila, la spina dorsale deviata, e quella bont che deriva dalla natura
e si fortifica cogli abiti religiosi. Quantunque non si possa ben asserire,
pare per che l'avvocato Falchi abbia avuta l'intenzione, fin dal giorno che
accett quel partito, di svincolare le lire trecentomila dalla servit della
rachitide e dalla noja delle giaculatorie. Quando un uomo giovine sposa per la
dote una vecchia o una rachitica, si pu giurare che quell'uomo  perverso.
Intanto che all'altare, in abito festivo, mette l'anello in dito alla
compagna, e ode dal curato la figura rettorica del crescite, egli pensa gi ai
buoni servigi della morte, e in quel crescite mendace sente invece in embrione
il requiem ternam. Questo sia detto in via di passaggio, come diciamo di
passaggio che la morte fu lesta a servire l'avvocato Falchi, quasi avesse
ricevuto una mancia anticipata.
 un fatto strano, ma pur degno della riflessione dei legislatori, che dalla
casa della maggior parte di coloro che sposano per la dote una donna o vecchia
o deforme, in pochissimo tempo la donna scompare. Noi abbiamo conosciuta una
mezza dozzina di cacciatori di doti, che arrivarono giovani ancora alla
seconda od alla terza moglie. Sar una combinazione, sar un fenomeno puro e
semplice; ma, a buoni conti, se noi avessimo una sorella od una figlia, ci
guarderemmo bene di gettarla alle bramose canne di questi galantuomini, al cui
confronto noi sentiamo quasi una certa simpatia pei famigerati Scorlini.
Vivente ancora la prima moglie, l'avvocato Falchi avea adocchiato sulle rive
del Verbano quella che divent poi la seconda, la quale, a soli quindici anni,
veniva gi chiamata quella bella giovinotta, alta qual'era e rigogliosa e
densa e proterva, e che aveva gi tenuta a bada la sua mezza dozzina di
amanti. L'avvocato se ne invagh, e appena fu libero la spos. Era il rovescio
della medaglia della sua prima moglie; era una tacchina grassa e appetitosa e
fragrante di rosmarino, in confronto di un osso gi gettato a' cani. Il d
delle nozze, la combinazione volle ch'egli in un affare guadagnasse trenta
mila lire italiane per fortuito intervento della sposa. La freschezza, i
fianchi baldanzosi, la petulanza allettatrice di lei, e quella specie di buon
augurio ch'entr seco in casa, fecero s ch'ei si gettasse corpo ed anima, per
allora e per sempre, nelle ampie sue braccia. Per dare un'idea del genere
d'accordo che pass sempre tra l'avvocato Falchi e la nuova moglie, la quale
dalla sua ciarla perpetua e dal suo ficcar il naso in tutto, venne dai
conoscenti cognominata l'avvocatessa, noi non possiamo che richiamare alla
memoria dei lettori i coniugi Macbeth; con questa differenza, che se lady
Macbeth per riuscire nei suoi intenti ebbe l'ajuto di Ecate e di tre streghe,
l'avvocatessa Falchi fece anche la parte delle streghe di Ecate.
Ora  da ricordare un fatto. Nel primo anno che il principe Beauharnais fu
installato vicer d'Italia, e cominci, nel tempo che risiedeva in Milano,
quel sistema di vita discola e donnajola che, grado grado, doveva poi
addensargli contro tanti nemici, ebbe ad adocchiare anche l'avvocatessa
Falchi. Allora ella poteva contare ventinove anni, ed era nel massimo fiore
della sua belt da baccante, senza linee greche, n etrusche; linee, come
tutti sanno, caste e severe, e che non possono far nascere che amori seri; ma
pomposa invece di quelle forme portate dall'arte carnale della decadenza; la
quale se sarebbe fuor di posto nei riti di Vesta, potrebbe fare da
frontispizio ad una illustrazione delle feste lupercali. Il vicer dunque la
adocchi e l'avvicin, ed ella, quantunque fosse orgogliosa come una Gezabele,
fu benigna e cortese con quell'Acabbo, gran cordone della Legion d'onore e
della Corona ferrea. Che a lei piacesse il vicer, come uomo, come giovane,
come cavaliere, nessuno lo voglia credere. Ella sorrise al vicer perch era
il vicer, senza considerare che avesse piuttosto ventiquattr'anni che
sessanta. Il vicer poteva essere cagione che la ricchezza gi considerevole
dell'avvocato Falchi crescesse a dismisura. Per suo mezzo infatti, nella
compra e vendita di beni nazionali, nel giro delle carte pubbliche, negli
appalti, l'amicizia del vicer equivalse ad una lauta eredit.
Il Falchi era un po' geloso di sua moglie; specialmente se i giovinotti, per
cui ella poteva avere qualche debolezza, non presentavano alcuna speranza di
speculazione, n assomigliavano a carte di rendita, n a beni demaniali. Per,
quando si accorse che le maritali corna potevano fruttare qualche migliajo di
pertiche di prati irrigatorj, egli tosto offerse il fenomeno di un amore
eccezionale, di un amore cio che cresce col cessare della gelosia. Lasci
pertanto andare, chiuse un occhio, anzi tutti e due, e solo si accinse a
cavare il maggior profitto possibile da quella nuova posizione. Tutto questo
in quanto ai conjugi; in quanto al vicer  facile comprendere com'egli non
desse nessuna importanza a quella relazione, come per conseguenza, placato il
capriccio e satollato a piena gola, sentisse tedio di quella vivanda pi
nutriente che pruriginosa. La Falchi, insieme al pensiero dell'utile che potea
ritrarre dai rapporti col vicer, si sentiva anche lusingata dalla vanit.
Ella non aveva avuta nessuna educazione squisita, e la sua stoffa morale era
volgarissima; simili nature sentono la vanit pi di tutte; a lei pareva di
essere la viceregina. Bench tanto astuta e perversa, convien confessare che
in ci era stolida la sua parte. Pavoneggiandosi dunque come se fosse una
viceregina, non pensava a quel che era davvero, a quel che si diceva di lei,
alla trista figura che faceva il suo signor marito. Una donna volgare
amoreggiata da un alto personaggio, da un vicer, da un imperatore, al
giudizio degli uomini onesti appar pi triviale e disonorata che se fosse
amoreggiata da tutt'altra persona.
La grandezza in questo caso e la possanza, invece di dar la luce, ottenebrano
e corrompono. La ragione  che la donna non sembra attirata che
dall'interesse; la ragione  che l'amore pare una cosa imposta come un
tributo, come una tassa. Il sentimento reciproco, che spesso comanda
l'indulgenza anche sui trascorsi e sulle colpe, in questi casi non  nemmeno
sottinteso, pur se fosse vero.
Tornando a Beauharnais, sebbene colle donne fosse ognora gentile e cortese fin
a toccare le linee barocche del Galateo, avvenne che arriv il tempo che non
pot pi nascondere il senso d'uggia e di noia che gli destava la presenza
dell'avvocatessa Falchi. Com' naturale, ella se ne accorse, e fremette.
Diciamo fremette, perch'ella non era capace di altra sensazione; non fu
abbattimento il suo, n dolore; non sent che quell'ira, la quale  capace di
ulcerare e tormentare come la pece greca.
Non sappiamo in che dramma Metastasio abbia detto che:

.......L'offensore oblia
E non l'offeso il ricevuto oltraggio.

Questo  s vero, che il vicer, il quale in cinque anni ebbe tante volte a
lasciar Milano, dovette combattere in tante battaglie, adempire a tanti
mandati dell'imperatore, si dimentic quasi affatto della signora Falchi,
anche perch la combinazione volle che non si avessero mai a vedere. Ma se il
vicer che, per certi principj strani di diritto privato, era l'offensore, si
dimentic di tutto, non se ne dimentic l'avvocatessa.  certo che non
dimagr, anzi ingrass vistosamente;  certo che continu a godere
giocondamente il bel mondo e il bel tempo e le ricchezze che crescevano in
proporzione geometrica; ma  certo altres che, se anche in mezzo alla gioja
convivale, se anche nell'ebbra vivacit provocata dal Gattinara, per cui, da
vera laghista, ella aveva una passione dichiarata, un discorso fortuito le
richiamasse in memoria quel fatto, ella sentiva ancora fitto in gola
quell'osso, che non voleva andar gi, per quanto Lieo ci versasse sopra.


IV

Uditi gli scalpori della Falchi per quella fortuita omissione del duca Litta,
il ministro Prina, che stava una sera giuocando all'ombretta spagnuola
coll'avvocato:
 La si tranquillizzi, signora Teresa, diss'egli, cos tra il buffo e il serio;
il signor duca la inviter. La caccia deve essere dopodomani; dunque a
quest'ora tutti gl'inviti non possono esser fuori. Che, se mai fosse stata
dimenticata, gi ella sa che chi manda fuori gl'inviti  il maggiordomo della
casa, il quale  un balordo, e si regola cos a vista di naso, e pu benissimo
essersene dimenticato. Il maggiordomo ha passato i sessantacinque anni; ha
altro per la testa che le belle donne della citt (il ministro calc su questa
frase, perch, ridendo fra s stesso, sapeva che quello era il lato da
solleticare per far cessare il temporale). Ma in ogni modo, signora Teresa,
faccia conto di essere bell'e invitata. Prima di andare a letto devo passare
dal duca, e tutto ander a suo posto.
 Ma che il signor duca non creda poi che io faccia impegni...
 Il duca non creder niente... lasci fare a me, signora Teresa, e cessi di
riscaldarsi.
 E non vorrei che quelle smorfiose dei quattro quarti venissero a sapere...
 Ma, e che vuol mai, che si venga a sapere?... Cara la mia signora, m'accorgo
in conclusione che ha ragione Andrea, il cameriere, quando dice che la signora
padrona ha buon tempo...
 Come, come, il cameriere ha avuto coraggio?... Ma io lo scaccer su due
piedi.
 La signora Teresa non verrebbe con ci che a dare ragione a quel buon diavolo
di Andrea, il quale disse per giunta che tutte le belle donne dal pi al meno
hanno un poco del matto e che chi le rovina sono i cicisbei che lor dnno
l'incenso.
L'avvocatessa Falchi si plac di colpo; il ministro part, pass al duca
Litta, il quale, essendo buonissimo e non dando molta importanza a cosa
nessuna, accontent i desiderj e dell'amico e dell'avvocatessa.
Sorse il giorno della caccia: al mattino di quel giorno, dal palazzo di corte,
da quasi tutti i palazzi della citt uscivano le carrozze col tiro a sei, col
tiro a quattro, col tiro a due; uscivano a cavallo i giovinotti ufficiali e
non ufficiali, in costumi strani, cosidetti alla cacciatora, come allora
portava il Corriere delle Dame del Lattanzi; il poeta Monti sorse anch'egli
mattutino, e venne a pigliarlo la carrozza del conte Paradisi; il Foscolo, che
allora corteggiava la contessa A..., galopp a cavallo in soprabito di panno
verdolino con pantaloni di casimiro color piombo e stivali a trombini.
La contessa A..., bellissima fra le belle, aveva molto spirito, molto ingegno,
molta coltura (parlava quattro lingue); era buona, generosa e affabile;
costituiva insomma il complesso rarissimo di egregie qualit; ma tutte
parevano sfasciarsi sotto all'uragano di un difetto solo. Ella faceva
dell'amore l'unico passatempo; ma un passatempo tumultuoso, fremebondo,
irrequieto; n occorre il dire che quell'amore era parente di quello rimasto
nudo in Grecia e nudo in Roma, come disse Foscolo; e che, mancando di un
candido velo, non era stato meritevole di riposare in grembo a Venere celeste.
Ma Foscolo, nonostante la sua poetica distinzione, si trov un bel giorno
avvolto e impigliato nell'ampia rete che la contessa teneva sempre immersa
nella grande peschiera della capitale lombarda.
Il lettore non pu immaginarsi quanti belli e cari giovinetti si trovarono a
sbatter le pinne convulse in quella rete ognora protesa: giovani cari e belli,
e, ci che fu il danno, senza punto d'esperienza, che pigliando fieramente in
sul serio le care lusinghe di quella sirena, ebbero poi a subire disinganni
orridi e desolazioni lipemaniache! Ma non solo i giovinetti di prima cottura,
non solo i paperi innocenti del ruscelletto; ma frolli don Giovanni, stati pi
volte immersi nel fiume Lete; ma grossi topi veterani del Seveso, dovettero
sovente parer novizj al contatto maliardo di quella donna. Colei, lo
ripetiamo, non era cattiva, ma nel suo intelletto e nel suo cuore non era mai
penetrata l'idea della costanza in amore. N  a credere che non amasse; amava
assai, amava ardentemente; e nei primi istanti che le entrava nel sangue la
scintilla incendiaria, ella non aveva pace, e si struggeva finch non avesse
potuto accostare l'oggetto de' suoi desiderj. Ma un amante nelle sue mani non
era n pi n meno di un cappone messo in sul piatto di un ghiotto. In pochi
momenti non rimanevano che le ossa, e la fame chiedeva tosto altro cibo.
Povero Foscolo! indarno ti stettero intorno le sante muse

Del mortale pensiero animatrici.

A ogni modo quella contessa, sebbene fosse cos eccezionalmente volubile e
cangiasse gli amanti come i guanti e le scarpe, aveva per le sue
predilezioni. Nella lunga sfilata dei suoi adoratori, ella si rammentava di
taluno che davvero am, e che forse avrebbe voluto aver sempre seco, sotto
condizione peraltro che si adattasse ai capricci suoi, e chiudesse un occhio
quando ella sorrideva agli altri. Com' naturale, non trov mai nessuno che si
acconciasse a codesto patto. Ella era tanto bella e cara e seducente, e nel
periodo acuto del suo innamoramento faceva provare tali estasi a chi ne era il
passeggiero oggetto, che questi subiva tosto quella passione acuta che non
soffre commensali alla medesima tavola. Ognuno voleva essere il solo
possessore di quel caro bene. Ma il caro bene non volendo vincoli di sorta, e
dando accademia d'amore, come la si darebbe di poesia estemporanea, metteva
tosto alla porta i pretendenti che ambivano un trono assoluto, ed erano
avversissimi alla monarchia mista.
Ugo Foscolo, che aveva una predilezione particolare pei grandi occhi lucenti,
guard spesso in teatro colei, che in vero ne possedeva un pajo di primissima
qualit. Egli, sentendo a sparlare di quella divinit volubile da coloro che
erano stati e trionfatori e vittime, ne assunse la difesa con quella sua
eloquenza procellosa e invadente, fatta di sentimento e d'erudizione classica.
Tuonava in favore del genere di vita ch'ella conduceva, e la raffrontava alla
greca Aspasia, che diede lezioni d'amore anche a Socrate. La contessa seppe di
quelle arringhe di Foscolo, e come donna di vivacissimo ingegno e di molta
coltura, essendo innamorata dell'Ortis e dei Sepolcri e dell'Ode per la
Pallavicini, un giorno scrisse un letterino a Foscolo, pregandolo a passare da
lei. Foscolo ci and; le prime parole che la contessa gli rivolse, appena esso
comparve sulla soglia del gabinetto, furono precisamente queste: Ho sentito
che voi mi chiamate Aspasia; accetto la lode e, purtroppo, anche il biasimo;
ma voi, che siete greco, dovreste fare assai bene la parte di Pericle; se ci
state, rinnoveremo i bei tempi di Atene; fra tanti asini che le stanno
intorno, se Aspasia  volubile non  poi da condannarla; si provi adunque
Pericle a far miracoli.
Certamente che una dichiarazione cos esplicita e pi che audace, fatta da
donna ad uomo, era un fatto che doveva peggiorare il concetto ch'altri potesse
avere di lei, e anche a Foscolo avrebbe dovuto non far buona impressione. Ma
se avrebbe dovuto, non lo fu. Con quell'animo ardente di Ugo, con quel
temperamento in esaltazione, con quell'entusiasmo per la bellezza, con quel
naturale orgoglio che gli fece tosto trovar spiegabile e giusto quella specie
di privilegio in cui la contessa costituiva lui solo a petto di tanti; alle
lusinghiere parole della contessa, ei si sent di punto in bianco preso
d'amore; uno di quegli amori roventi che lasciano segno e solco e piaga.
Povero Foscolo!
Quando ci fu la caccia a Lainate, gi da quasi un mese era egli l'assiduo
cavalier servente della A..., e in quel tempo non era mai comparsa nessuna
nube ad intorbidare quel nuovo cielo in cui la procellosa anima di lui erasi
rasserenata. La contessa in sul principio sent l'orgoglio di avere nel
proprio dominio quella fiera generosa e indomita; si compiacque di quei
tte--tte, che per lei riuscivano una rivelazione. I dialoghi erano veri
capolavori di eloquenza, di poesia, di sentimento.  facile immaginarlo. Se
Foscolo non aveva quella che comunemente si chiama bellezza; anzi, allorch
stava immobile e taciturno, potesse sembrare passabilmente brutto alle ragazze
che prediligono il bel nasino e i mustacchietti; assumeva, per dir cos, una
bellezza transitoria, allorch animavasi, la quale gli derivava dal raggio
dell'intelletto che gli balenava tra ciglio e ciglio; oltredich era ancor
giovane d'anni e ben costrutto di membra, e una selva pittoresca di capelli
fulvi e inanellati gli comunicava un aspetto poeticamente selvaggio, che lo
faceva diverso da tutti gli altri.
Lungo lo stradale egli galopp accanto al carrozzino della contessa. Altri
cavalieri avrebbero assai volontieri fatto corteggio a lei; ma dal giorno che
Foscolo fu in carica, nessuno os pi accostarsi, perch era nota l'indole del
poeta soldato, e il suo coraggio e le sue furie e la storia dei duelli, ne'
quali a' suoi avversarj non era mai riuscito di ferirlo. Tra via furono
raggiunti dalle carrozze del vicer, che salut cortesemente la contessa, e
non rispose al saluto di Foscolo. Di l a poco pass la carrozza della
contessa Aquila. Il conte la seguiva a cavallo insieme con altri suoi amici.
La contessina Aquila e la A... si salutarono gentilmente nell'avvicinarsi
delle carrozze. Quando la A... torn ad esser sola con Foscolo:
 Conoscete voi la contessina? gli disse.
 Non la conosco, ma la vidi pi volte, e mi piace, e mi commove la sua santa
virt...
 Siete tanto devoto dei santi?
 Ammiratore, non devoto. Quella donna non mi farebbe mai impazzire d'amore; ma
la onoro e l'ammiro e sento una piet profondissima quand'odo a dire che il
marito la tiene in dominio di tirannia. Essa mi fa piet anche perch mi son
fitto in testa che sia una di quelle creature nate sotto alla cattiva stella!
Cos parlava Foscolo, ed era cos difatto; chi avrebbe pensato allora che
persino la generosa piet dell'autore dei Sepolcri doveva riuscire a danno di
lei?


V

La caccia era incominciata fin dall'alba. Anzi i cacciatori entusiasti, della
specie di coloro che opprimono gli amici obbligandoli a star sempre in ascolto
di racconti venatorj, e darebbero dei punti ad Esa, pronti a cedere un regno
per una starna, s'eran trovati sul posto che era notte ancora. Per quando i
personaggi di nostra conoscenza arrivarono a Lainate, giunsero pi in tempo
per far colazione che per empire il carnajo. Tra questi personaggi non si
poteva defraudare il primato al conte Paradisi, a Vincenzo Monti, al
librettista legulejo Anelli, e ad altri dell'inclita classe dei letterati, che
il duca Litta voleva invitar sempre. In quanto al vicer ed ai giovani
ufficiali del suo stato-maggiore, sebbene sentissero l'obbligo di fare entro
la giornata la loro mezza dozzina di fucilate, avevano altro per la testa.
Essi erano cacciatori in ogni modo; ma cacciatori di cacciatrici. Le pi
eleganti e desiderate di queste, dalle carrozze passarono sulle selle
inforcate dei leardi pi o meno docili ed ammaestrati, che il duca Litta aveva
fatto loro apprestare.
Cos venne preparandosi una cavalcata, che poteva assomigliare a qualcuna
delle pi pittoresche del medio evo. Dopo qualche tempo la schiera, che era
numerosa, cominci a scomporsi, a dividersi, a sciogliersi in vari gruppi di
otto, di sei, di quattro...
Dopo qualche tempo ancora si pot notare che non v'erano pi gruppi ma coppie,
e che taluna di queste coppie, a scoprir nuovo terreno e a veder nuovi
accidenti di prospettive, s'era sbandata senza domandare il permesso a
nessuno. Il vicer per lungo tratto di via s'era sempre intertenuto a parlare
col ciambellano marchese conte Pallavicini; poi a un certo punto, come se
fosse per caso, si port di slancio vicino al conte Aquila. La contessina
Amalia, che cavalcava anch'essa, erasi dilungata di tanto quanto misura un
cavallo, perch un suo fratello l'aveva soffermata per raccorciarle la staffa.
Il vicer disse una parola di complimento al conte, e fece fare nello stesso
tempo al cavallo due o tre impennate, che lo portarono innanzi d'un gran
tratto e si volse come ad attendere il conte; il quale, sebbene di malavoglia,
si trov costretto a portarsegli di fianco. Cos l'uno e l'altro si trovarono
lontani dalla schiera comune.
 Giacch i cavalli, disse allora il vicer al conte Aquila, ci han tratti fin
qui, assecondiamo il loro capriccio, e teniamoci un po' in disparte dagli
altri.
Il conte non rispose, perch non comprese. Beauharnais mise allora il cavallo
a un trottino sollecito, che costrinse il conte a far lo stesso. Cos in pochi
secondi furono fuori affatto della vista altrui, e si trovarono in solitudine
perfetta.
 Perdonate, signor conte, se vi ho tratto fin qui.
Il conte volse al vicer uno sguardo, in cui la sorpresa non bastava ad
ammorbidire l'orgoglio e un non so che di sdegnosamente imperioso da far
dubitare chi dei due fosse il vicer.
Questi continuava:
 Sapete, signor conte, perch oggi il duca Litta ha dato questa caccia?
 No, rispose asciutto il conte.
 Perch io ne l'ho pregato, soggiunse il vicer.
Il conte fece un movimento lieve colle spalle, quasi pensasse: E che
m'importa?
 E sapete perch l'ho pregato, e a qual condizione?
Il conte taceva.
 L'ho pregato perch desiderava di trovarmi con voi; e la condizione fu
appunto che egli facesse di tutto perch voi non mancaste. Mi rincresce che la
illustrissima signora contessa abbia dovuto affrontar l'aria del mattino; ma
io credevo che aveste a venir solo.
Il conte capiva sempre meno; ferm uno sguardo acuto sulla faccia del vicer,
e nel punto stesso, per un movimento spontaneo, ferm il cavallo. Beauharnais
fece altrettanto, mentre continuava:
  precisamente cos, caro signor conte. Egli  da qualche tempo ch'io doveva
parlarvi. Voi siete stato un mese fa il soggetto interessante di un lungo
dialogo tra me e l'imperatore, che dur pi di due ore.
Il conte, sebbene non amasse l'imperatore e tenesse in basso conto il vicer,
prov a quelle parole una soddisfazione d'orgoglio che non aveva mai provato
in tutta la vita. La sua faccia si color, la circolazione del sangue gli si
acceler.
 Per cagion vostra ho dovuto sentir dei rimproveri da Sua Maest.
 Per cagion mia?
 Vi ripeto le sue parole testuali: Io so che a Milano, nella classe dei
nobili, c' un giovine di una straordinaria capacit e di un carattere antico.
Perch non me ne avete mai parlato? L'imperatore mi disse precisamente cos.
Io gli risposi che non glie ne ho mai parlato perch sarebbe stato inutile, e
gli toccai del tenore della vostra vita e dell'ostinazione a tenervi in
disparte da ogni pubblico ufficio. So anche questo, mi replic allora
l'imperatore, e ne so anche la ragione, aggiunse. Ditegli adunque che egli
giri uno sguardo per tutto l'impero e tutto il regno; consideri i seggi pi
difficili, e ne scelga uno. Questo ebbi io l'incarico di riferirvi.
Gli odj e le antipatie bene spesso non sono altro che una conseguenza
dell'amor proprio offeso. L'uomo che  avido della stima altrui, sente
un'avversione invincibile, per chi egli sospetta non ne abbia punto per lui.
Quando uno dice: quel tale mi  orribilmente antipatico, e non so il perch;
non gli credete; il perch lo sa benissimo; egli teme che colui non lo tenga
in quel conto a cui egli aspira. Ma in conseguenza di ci appunto, se per caso
quel tale, contro l'aspettazione, si fa innanzi con degli attentati di grande
considerazione, l'antipatia scompare di colpo e si converte nel suo contrario.
Ecco perch soventi volte vediamo diventare amicissimi due che si scansavano
per antipatia. Dopo tutto, non  facile dar l'idea della repentina
trasformazione che avvenne non solo in tutti i pensieri, ma, quasi diremmo,
nello stesso carattere del conte Aquila, durante lo strano colloquio avuto col
vicer. Il suo orgoglio non fu mai s appagato, lusingato, gonfiato, come in
quel giorno. Quello fu per lui il pi grande dei suoi trionfi; fu un trionfo
inatteso che lo mise sossopra tutto quanto. Fece l'effetto di quei poderosi
agenti chimici che improvvisamente decompongono e snaturano una sostanza.
Nulla per ne traspar al di fuori; il conte Aquila si contenne, e rispose
pacato:
 Mi fa meraviglia, altezza, come l'imperatore abbia potuto avere il tempo di
pensare a me; come altri abbia osato fargli perdere il tempo parlandogli di
me. Mi rincresce per che ci sia avvenuto; che S.M. mi abbia dato un valore
mille volte superiore al vero. Il fermo proponimento di rimanere nell'oscurit
in cui mi trovo potrebbe parere scortesia e peggio; mentre non  che un
bisogno, una necessit della mia vita fisica, morale, intellettuale. Io amo
l'oscurit.
 Perdonate, conte; ma lasciatemi dire che  l'oscurit dell'orgoglio.
 Siete in errore, altezza. Dite piuttosto: della disperazione.
 Disperazione... ma di che?
 Dispero degli uomini e delle cose. Gli eventi che la fortuna onnipotente ha
scatenati nel mondo da gran tempo, non appagano la mia natura; n io ho tanta
forza da mettere, per trattenerla, le mie braccia tra i razzi della sua ruota.
Se per io vivo nell'oscurit e nell'inazione, S. M. mi deve ringraziare.
 E perch?
 Perch sarei pericoloso se operassi. Pericoloso a lui, pericoloso alla
patria.
 Non vi comprendo.
 Vi dir tutto. Ancora io dubito... se le mie opinioni avessero raggiunta la
certezza, io sarei gi stato un ribelle. Cos versando ancora e
nell'incertezza e nell'investigazione affannosa di chi cerca e ancora non
trova, faccio atto di sapienza a star celato in casa nell'aspettazione della
parola estrema che mi spieghi tutto il passato; nell'aspettazione dell'ultima
pagina, in cui sia consegnata la prova e la riprova dell'idea madre di tutto
il libro. Se domani io potessi convincermi che il costrutto architettonico
dell'edificio napoleonico  perfetto, io sarei il pi operoso capomastro
dell'architetto sovrano. Spero, altezza, che voi mi saprete grado della mia
sincerit. Io non potrei mai essere uno strumento nella mano di chi non
comprendo.
Se il lettore  stato attento alle parole del conte Aquila, si sar accorto
come il disegno del suo edificio, ch'egli improvvis dopo che la sua ambizione
venne lusingata dal discorso del vicer, fosse fatto in modo da lasciare
l'addentellato per un edificio di tutt'altro stile.  carattere
dell'ambizione, quello di non aver nessun sistema prestabilito e inconcusso,
ma di odorare il vento e virare e atteggiarsi a seconda degli avvenimenti e
dell'invito delle circostanze. Al conte Aquila non parea vero che Napoleone
avesse potuto parlare di lui in quel modo e avere di lui quel concetto; per,
quando ebbe quella rivelazione inattesa, il suo pensiero fu tosto di
approfittare della fortuna e di giganteggiare con Giove, giacch era assai
arduo il rinnovar l'impresa dei Titani. Cos parl in guisa da innalzarsi
sempre pi nel concetto di Beauharnais; facendo vedere, coll'apparenza della
massima sincerit, quanto egli poteva essere pericoloso, e per conseguenza che
magnifico e solenne compenso ci sarebbe voluto per renderselo amico; nel tempo
stesso poi lasci aperto un varco ad una nobile ritirata in quelle parole:
Ancora io dubito. Il vicer rispose:
 Io vi ringrazio, conte; ma posso sapere se questi vostri sentimenti li avete
manifestati ad altri prima che a me?
 Ad altri sarebbe stato inutile; con voi, altezza, era indispensabile.
 Io dunque vi ringrazio: ma ben pi vi ringrazier il giorno che vi
compiacerete di uscire da una oscurit dannosa. Tutto quello che mi avete
detto oggi stesso, lo scriver all'imperatore, e mi lusingo che ci rivedremo
presto. Ma ora ci conviene raggiungere il campo di battaglia. Sento le
fucilate. Ecco l'Ajace dei cacciatori: il marchese Sannazzaro...  meglio che
ci dividiamo, caro conte; questa dev'essere l'ala destra della caccia. Io vado
a capitanare la sinistra; a rivederci in casa Litta.
Il marchese Sannazzaro, giovinotto alto, forte, bruno, peloso come un Esa,
era assai intrinseco di Beauharnais, e suo ajutante di campo nelle battaglie
di Pafo e di Cipro. Beauharnais, senza dirgli il perch, lo aveva incaricato
di non lasciar pi in libert il conte Aquila, quando gli fosse comparso
innanzi. Il vicer, che era stato tante volte a caccia nei dintorni di
Lainate, e conosceva benissimo i luoghi, era andato d'accordo col Sannazzaro,
il quale co' suoi cani lo attendeva da qualche tempo a un posto determinato
della campagna. Il conte Aquila, che era amico del Sannazzaro, rimase cos
dunque con lui.
 Se vuoi fare qualche colpo, disse il Sannazzaro al conte, questo  un bel
posto. I cani sono in lavoro. Discendi da cavallo, e dllo l al palafreniere,
che lo condurr in quel pagliajo.
Il vicer intanto, di generoso trotto, preso per una scorciatoia che
conosceva, raggiunse il grosso della comitiva.
Al generale Saint-Hilaire, suo ajutante di campo, aveva dato incombenza di
farsi presso al cavallo della contessa Aquila, di allontanarla, con qualche
pretesto, dal resto della schiera. Non vedendo adunque n il Saint-Hilaire, n
la contessa, chiese agli altri dov'era il suo ajutante.
La contessa A..., che parlava enfaticamente con un colonnello dei dragoni
reali:
 Sono andati per di qui, rispose; c' il poeta Foscolo con loro.
Il motivo per cui Foscolo s'era staccato dalla contessa A... fu perch vide
che il generale Saint-Hilaire s'era fatto a parlare colla contessa Aquila, e
manifestamente aveva voluto allontanarla dal resto della compagnia. Come sa il
lettore, egli aveva espresso all'amica un grande interesse per quell'infelice
signora. Vedendola cogitabonda e mestissima, gli parve che fosse quel genere
di mestizia a lui troppo noto: al vedere poi il vicer parlare al conte Aquila
e trarlo seco, gli entr il sospetto e si conferm in esso quando osserv
l'ajutante di campo di Sua Altezza fare altrettanto colla contessa. Non sapeva
nulla, non capiva nulla, ma deliberatamente spron il cavallo, e si port ai
fianchi della contessa Aquila, la quale un momento prima gli aveva domandato
qual'era l'edizione pi compiuta e pi corretta dell'Ortis. Egli non poteva
spiegarlo a s stesso, ma conoscendo il vicer e sapendo che l'ajutante lo
serviva nelle tresche amorose pi che sul campo di battaglia, quei movimenti
lo misero in apprensione. Ugo Foscolo poteva essere rimproverato di tutti i
peccati, ma era generoso; generoso oltre la sfera comune, generoso e
cavalleresco.
Or continuando, Beauharnais mise il cavallo al galoppo. Dopo pochi secondi
vide infatti la contessa tra Saint-Hilaire e Foscolo, li raggiunse, saett con
occhio iracondo l'ajutante; non os far nessun atto dispettoso con Foscolo;
disse alla contessa:
 Il signor conte vostro marito vi chiama.
Saint-Hilaire rallent il cavallo: Foscolo, incerto, lo rallent esso pure, e
si fece a parlare con Saint-Hilaire.
Il vicer si pose a lato della contessa. Foscolo l'avea veduta smarrirsi alla
comparsa di lui. Stette attentissimo durante il breve tempo che si trov con
loro. Quando Foscolo torn presso alla contessa A...:
 Sentite, le disse, se voi siete pentita di qualche vostro peccato, oggi
potete acquistarvi mille anni d'indulgenza, facendo una carit.
 Di che si tratta?
 Quel che vidi e quel che sospetto, lo terrei chiuso in me per sempre; ma
tacendo si pu lasciar aperta la via ad un gran disastro. Voi siete amica
della contessa... Se le siete amica, ditele dunque che stia in guardia. Ditele
che quel gallo furfante di vicer vuol disonorarla; che per sappia ritirarsi
a tempo da un vergognoso abisso. Io abborro il conte; ma pi di lui abborro il
vicer.
 Ma come ora potete dirmi tutto questo, mentre un momento fa non sapevate
nulla?
 Ho l'occhio medico, madama, e quando lo fermo sulla faccia altrui, tutto
quello che  di dentro m'appare di fuori. Avvisate dunque la contessa. Ma che
ogni cosa stia segreta fra me e voi. N che la contessa venga a sapere mai
ch'io ho parlato. Siete voi che avete visto, voi che date i consigli. Intanto
fate in modo che la contessa ed il vicer non stiano pi soli. A me non
conviene accompagnarvi. A rivederci alla villa.
Ugo Foscolo avrebbe fatto molto meglio a tenere in s il sospetto, e non a
incaricare una donna di dar consigli a una donna.  sempre un'impresa
pericolosa. Ma  l'indole degli uomini generosi di mettere tutta la propria
confidenza nella persona amata, di metterla a parte di tutti i proprj segreti,
di desiderare che, in loro vece, s'innalzi con azioni gentili nell'altrui
concetto. Ugo Foscolo della contessa A... volea farne una gentildonna
perfetta; ma era arrivato troppo tardi.
In ogni modo, essa che non amava il vicer (la ragione gi ci sar stata),
acconsent al desiderio di Foscolo, gir intorno gli occhi, chiam il
colonnello dei dragoni reali che gi abbiam visto seco: Mettete gente insieme,
gli disse, e seguitiamo il vicer.
E molti si misero al galoppo. Il colonnello stava ai fianchi della contessa
A...
Ed ora  certo che il lettore far gli occhi attoniti, ad onta di tutto quello
che abbiam detto sul conto della A...; ma pur troppo le faccende non eran
nette con quel colonnello; Jacopo Ortis e all'Ombra dei cipressi non furono
rimedj abbastanza eroici per far la cura radicale di colei. Essa in quel
giorno sent per il dragone, che aveva visto altre volte, una di quelle
accensioni di cui gi parlammo; di quelle accensioni che le facevano cacciar
dietro le spalle ogni rispetto. Senza perder tempo, secondo il suo costume,
con quei suoi modi, dove la sfacciataggine (gi non c' altra parola) si
rendeva amabile per un garbo tutto suo proprio, aveva fatto la sua
dichiarazione al colonnello, il quale dal canto suo pare che abbia voluto
tener conto del proverbio che a caval donato non si guardi in bocca.
Raggiunsero il vicer, che rimase sconcertato, e a tale che a un certo punto
dovette lasciar la contessa. Questa si mise con altre dame. La A... era tanto
infervorata del colonnello, che non si cur pi della raccomandazione di
Foscolo. L'ora si fece tarda. Scavalcarono alla villa Litta a Lainate. La
contessa A... condusse le cose in modo da rimaner sola sotto un androne col
colonnello. Questo, tirato nel vortice, baciato, baci; ma in quella una
scudisciata da cavallerizzo infierito fischi e piomb sul tergo afrodisiaco
della contessa A... Era Foscolo, il quale avea visto, e che accompagn la
scudisciata che fu il fulmine, con parole orride d'ingiurie che furono la
gragnuola.
Il colonnello guard Foscolo, che lo guardava furibondo.
Vi fu un momento di silenzio.
 Io sono il colonnello Baroggi.
 Ed io sono Ugo Foscolo.
 Allora a domani.
 A domani.
Fu un parapiglia di un istante, nessuno vide. La A... entr nelle sale
infuocata di erotismo insaziato, di vergogna e di rabbia.
Ma  possibile e probabile questo fatto che abbiamo narrato?  codesta una
questione inutile. Dal momento che un fatto  realmente avvenuto, potr essere
strano, inverisimile, incredibile; tutto ci che si vuole, ma non cessare per
questo d'essere avvenuto.
Foscolo, poeta sentimentale; Foscolo, cavaliere degno della Tavola Rotonda;
Foscolo che aveva tuonato nei caff per difendere la rediviva Aspasia, ha
potuto percuoterla come una cavalla da maneggio?  un tormento a pensarci, ma
non c' rimedio. Egli  certo che non fece bene;  certo che egli doveva
appagarsi di disprezzarla e di abbandonarla.  certo che anch'egli se ne pent
e se ne vergogn nel punto stesso che vide contorcersi sotto il flagello
spietato le bianche spalle tanto care un minuto prima. Ma si pu disfare e
rifare un verso; non distruggere una battitura. D'altra parte, volendo
metterci un istante ne' panni di Foscolo; volendo considerare che il suo
temperamento era tutto di materia incendiaria, non  possibile pretendere che
all'inatteso spettacolo dell'amante che bacia un dragone dovesse imitare quel
professore di diritto romano che si accontent di mostrare al ganzo della
moglie infedele che cosa un marito offeso avrebbe potuto fare se si fosse
attenuto al codice Giustiniano.
Ma che Foscolo abbia avuto ragione o torto,  una questione affatto
secondaria. Le serie conseguenze furono che il segreto ch'esso per generosit
comunic alla A... cess di essere un segreto; che la contessa in quel d
stesso lo comunic alle altre sue amiche e alla Falchi e...
Vedremo in seguito quel che avverr di questa istoria.


VI

Dopo la caccia, verso sera, vi fu un sontuoso banchetto nella gran sala
terrena del palazzo di Lainate. Uno di quei banchetti che, per consueto,
facevano ombra ai medesimi di corte, e che contribuirono tanto a dare alla
casa Litta quella fama di ricchezza stragrande, che pass persino in
proverbio.
Il pranzo fu dei pi fracassosi e giocondi. Solo quattro faccie erano
aggrondate e scomposte: quella del vicer, quella della contessina Amalia
Aquila, quelle di Ugo Foscolo e della contessa A... I loro volti erano
trasvolti e abbattuti al punto da dar nell'occhio anche dell'osservatore meno
esperto. Altri aspetti non troppo lieti, e che non parevano partecipare della
gioja comune, erano quelli del colonnello Baroggi, per una ragione gentile che
sapremo dopo, e quello dell'avvocatessa Falchi. Non era per altro malinconia
quella di costei; ella non sapeva dove stesse di casa; non era nemmeno
malumore. La Falchi aveva precisamente quella che i Milanesi, non sappiamo con
quanta propriet, chiamano luna; luna bisbetica che la spinse fino al punto di
uscire in qualche espressione scortese col vicer, che, stralunato qual era,
la mise a tacere con delle parole che manifestamente valevano un insulto.
L'avvocato sent e non sent; il ministro Prina sent e croll la testa; tutti
i commensali sentirono ed ebbero un gusto matto di vedere umiliata quella
superba sfrontata.
Allorch si levarono le mense (questa frase  di conio classico) e tutti i
convitati passarono nelle altre sale, l'avvocatessa Falchi, simulando
indifferenza e disinvoltura, si accost alla contessa A... e:
- Che diamine vi  capitato oggi? le disse: siete infuocata come un basilisco
e mandate saette dagli occhi. E che diavolo ha in corpo il vostro Foscolo, che
non disse una parola in tutto il tempo del pranzo? Qualche cosa vi dev'essere
successo. Gi ve l'ho detto che non  possibile vivere in pace con quello
stravagante.
La A..., buonissima in fondo, e di quelle nature aperte che non sanno tener
nascosto nulla anche a loro danno, senza rispondere alle parole della Falchi,
si volse, e alzando lo scialle di casimiro, ond'erasi coperte le spalle:
 Guardate, disse.
 Che diamine  questo? chiese la Falchi; avete tutta quanta sollevata la prima
pelle, come se vi avessero messo un settone. Ma che cosa  stato?
 Vi dir piuttosto chi  stato.
 Chi dunque?
 Foscolo.
 Ma perch?
 Per niente.
 Oh!...
 Non vogliono capirla questi uomini pretensiosi, che da noi si vuole avere la
nostra libert. Curiosa davvero. C'era forse un patto scritto tra me e lui?
Eppoi che patti, che scritti! Oggi mi piace un poeta coi capelli rossi, perch
in tutto c' il suo buono; ma se l'ingegno e la fantasia e il sentimento e
l'eloquenza e il diavolo che li porta possono piacere un giorno, una
settimana, un mese; viene poi quel d che si sente proprio la necessit d'un
bel giovane e d'una bella faccia e di una bocca con dei baffi su cui dare dei
baci; io gi son fatta cos, e non posso cambiarmi.
 Ma insomma, che cosa avvenne?...
 Una cosa naturalissima. Il colonnello Baroggi mi piace da un pezzo
immensamente. Gi  un gran bel giovane. Oggi mi son trovata con lui. Ci siamo
subito intesi. Gran difficolt, eh? Qui presso l'uscio dell'anticamera grande
l'ho baciato... Ecco tutto. Gi tu sai che i baci sono la mia morte...
 Ma e cos?...
 E cos, Foscolo ha veduto. Se avesse avuto la sciabola, certo che m'avrebbe
tagliata in due. No, no, con tutt'altri potrei fare la pace... Con lui, no. La
vita  in pericolo. Che pazzia fu la mia di mettermi a far all'amore con un
leone in frac... Ma osserva il colonnello! Come  caro! Oh! guardando e
pensando a lui, non sento pi nemmeno il dolore della pelle.
In questo mentre la Falchi fece notare alla A... che il principe Beauharnais
da qualche tempo era stretto in colloquio col conte Aquila.
 C' un mistero che non so comprendere, soggiunse poi.
 Il conte fu sempre nemico e denigratore del vicer, ed oggi pare che sia
tutt'altro. Questa mattina cavalcarono in disparte e soli per lungo tempo.
Adesso mi sembrano pi amici che mai. Come pu essere questa faccenda?
 Come pu essere... volete saperlo?...
 Il conte, con tutta la sua prosopopea,  caduto nella rete come un
barbagianni... La contessa, con tutta la sua santit... sta per abbracciare
un'altra religione... Vi dir anzi che perci appunto io ebbi un incarico
da... da Foscolo... s, da Foscolo, il quale volea che io facessi l'angelo
custode di questa donna che  alle prese col diavolo...
 Ma in conclusione, di che si tratta?...
 In conclusione, il vicer desidera una delle solite conclusioni, e Dio sa che
cosa d ad intendere al marito per incantar la moglie. Ma non sar mai che
alla contessina io stia a dare i consigli di Foscolo... Gi questi letterati,
con tutta la loro pretesa, non hanno nessuna esperienza di mondo... Adorano le
donne inginocchiate, ma per farne delle schiave... Bella maniera di
compensarle... Chi sono le donne? C' libert per tutti, ci sia dunque anche
per loro. E in piena regola. Se, per esempio, la contessina Amalia  sazia di
quell'originale di suo marito, fa bene a volgersi a un altro; e perch no?
Certamente che io non avrei scelto il vicer, ma se a lei piace... tocca a me
a dirle: fate male? Fa benissimo. Gi, io abborro tutte le marmotte superbe,
che, perch sono di sasso, credono di essere sante... Ora sapete, signor
Foscolo, cosa dir alla contessa? Le far innanzi tutto i miei complimenti,
poi mi lamenter con lei perch non abbia incominciato prima... poi se le
mancasse il coraggio... le far animo io... e..., in un bisogno, le prester
anche mano.
La Falchi stette un momento senza parlare; poi disse:
 Non credo niente di tutto ci. Il conte Aquila non  un uomo come un altro.
In quanto al vicer, non sono le donne di tale stampo quelle che piacciono a
lui...; che cosa volete che ne faccia di questa santa Cecilia in
convalescenza, cogli occhi sempre rivolti al cielo? Finch ci sono donne della
nostra struttura, mi fanno piet codeste etiche sparute, buone tutt'al pi per
i collegiali che hanno il capo nella Teresa e Gianfaldoni.
La Falchi, che aveva importunato il ministro Prina per essere invitata del
duca Litta, colla speranza di trovarsi ancora col vicer e ritessere la calza
di cui eran cadute le maglie, si sforz a non voler credere alle parole della
A...; ma in conclusione cap che ci doveva essere qualche cosa davvero; e
diede il giusto valore ad alcune circostanze che dapprima le erano sembrate
enigmi; infine ne ebbe un tal dispetto, che le si converse in arsenico tutta
l'abilit del cuoco di casa Litta.
Gli uomini e le donne che hanno l'indole della Falchi non  facile misurare
fino a che punto possono riuscire infeste al prossimo. Le bestie feroci c'
l'usanza di chiuderle in gabbia. I delinquenti si mettono in prigione; ma che
provvidenza sarebbe se si potesse fare altrettanto cogli uomini, la cui
ferocia  di quel genere latente che dilania e divora alla sordina e salta a
pi pari, senza nemmeno rasentarli, tutti i paragrafi del codice criminale? La
Falchi era ignorante e triviale, ma aveva ingegno acuto e forte; ingegno fatto
di perfidia e di veleno, ma ingegno sempre. La sua indole l'abbiamo analizzata
alquante pagine addietro, e il lettore si ricorder come l'ambizione e la
smania di soverchiare altrui in tutto fosse la febbre acuta che non la
lasciava mai tranquilla. Cos fosse stata una febbre acuta da gettarla in un
letto e da metterla presto nelle braccia d'una morte benefattrice. Ma se, come
la tigre reale, ella aveva indosso una rabbia cronica, come la tigre reale
aveva una forza poderosa e una salute inalterabile e un piloro di porfido da
macinare anche il diamante. Ella viveva di rabbia mantenutagli costantemente
dalla sua eccessiva vanit. Questa vanit che, ad onta della mente svegliata,
la vediamo sovente nelle persone ignoranti e presuntuose e che hanno la
villania nell'intelletto, fu tale che, quando il vicer gett gli occhi sulla
sua faccia rosea e sulle sue spalle classiche, ella sogn addirittura e troni
e dominazioni e sa Dio che altre strane cose.
Ecco perch le riusc cos amaro l'abbandono del vicer; ecco perch,
ammirando s stessa nello specchio e parendole di veder conservata tutta
quanta la propria freschezza voluttuosa, coll'aggiunta di certe rotondit
recategli in dono dalla completa maturanza, si tenea certa che un giorno o
l'altro il vicer sarebbe ricascato; ecco perch quando invece pot
convincersi che Beauharnais avea messo gli occhi su di un'altra, e s'accorse
(perch una volta messa in via aveva l'occhio acuto) ch'esso era sollecitato e
riscaldato ed esaltato da qualche cosa di diverso dal solito, ella avrebbe
dato scacco matto anche a Medea per vendicarsi di quel nuovo Giasone.
Ma ora, tralasciando tutte le cose inutili, dobbiamo ritornare alla festa di
corte, con cui abbiamo incominciato questo episodio.


VII

Giova intanto sapere che questa festa fu posteriore di qualche mese alla
caccia di Lainate. In tale frattempo le passioni dei personaggi principali del
nostro dramma subirono quelle modificazioni e alterazioni che il tempo suol
sempre produrre. La contessina Amalia Aquila era stata fatta dama di corte,
annuente il marito che non volle nulla per s, ma che attendeva ben altre cose
dall'avvenire, e fiutava gli eventi come il leone fiuta il vento che investe
la selva; la viceregina Amalia Beauharnais supplic ella stessa il conte
Aquila perch concedesse alla moglie di accettare il posto di dama di corte.
Veramente fu il vicer che indusse la vicereale consorte a far quella
preghiera; ma anche essa ebbe piacere di accondiscendere al marito, perch,
ingenua e virtuosissima qual era, vedeva nella contessina Aquila una delle pi
splendide e gloriose eccezioni in quella schiera di voluttuose donne che
stavano alla contessina come le abitatrici olimpie a qualcuna delle martiri
cristiane.
Quella martire per, degna d'essere dipinta dal Beato Angelico, da qualche
tempo volgeva e rivolgeva nell'animo pensieri ed aspirazioni e desii e voti
che non eran certamente quelli del paradiso celeste, ma di quell'altro
paradiso che si trova dappertutto, anche in un tugurio, anche nelle lande
della pianura, anche in una risaja, purch vi siano un uomo e una donna che si
vogliano bene con ardore e con gentilezza. Davvero che la contessina fece
malissimo a riposarsi troppo su quei pensieri; davvero ch'ella avrebbe fatto
meglio a gettarsi ai piedi di un confessore oblato, e a flagellarsi sette
volte al giorno per trenta giorni; ma in conclusione ella non usc mai dal
segreto de' suoi pensieri; ma in tutto e per tutto si ridusse a far dei conti
senza l'oste.
Tornando indietro, abbiamo vista la contessina a ballare la sua quadriglia
d'obbligo col vicer; per possiamo congetturare le parole che il vicer le
deve aver dette all'orecchio nei riposi alternati della danza.
Quando una donna ha pensato molto ad un uomo nella solitudine non mai
svegliata della casa; ed  stata gran tempo senza vederlo, e col desiderio di
vederlo, la prima volta che si trova con lui subisce una tale ebbrezza
vertiginosa, che non  pi capace di governare s stessa, malgrado di tutta la
sua virt nativa. Ella si lascia trascinare dal suo affascinatore come una
bambina infatuata. La stessa innocenza della vita, la stessa ingenuit
dell'indole, invece di essere armi di difesa, espongono i lati pi deboli alle
ferite. La contessina dunque danz e ascolt le parole del vicer senza sapere
quel che si facesse; senza ricordarsi pi in che mondo si fosse. Vi fu persino
un momento in cui si lasci andare ad un abbandono cos spensierato, che il
vicer medesimo si fece guardingo e riservato per paura che troppi se ne
accorgessero. Tanto l'innocenza assume talvolta la sembianza del suo opposto.
Alle altre dame e alla Falchi non sarebbe mai capitato di trovarsi come la
povera Amalia nella condizione del rosignuolo che trepidando e inconscio
sbatte l'ali per volare sulla lingua del crotalo. Ma non si scansa che chi
conosce il pericolo; e se  un pericolo ambito, lo vuol rendere pi appetitoso
protraendolo!
Pi d'una volta, anche senza essere stati il vicer, n avere avuta un'assisa
tutta carica d'oro, sar capitato a voi tutti, i miei cari giovinetti, che
oggimai, al pari di me, siete in liquidazione, d'avere avuto sotto il braccio
o tra le braccia taluna di quelle care giovinette o donne sature di sentimento
e d'indole ingenua, che per un momento, nell'entusiasmo dell'affetto, vanno
soggette ad una specie di sincope mentale; e, se siete stati galantuomini, non
avrete abusato di quei momenti, perch non c' n coraggio n gloria a vincere
chi non  in parata. Ebbene, la contessina Amalia, alla festa del 1810,
assomigli appunto per un istante ad una di codeste donne; nel medesimo tempo
che il vicer non pens nemmeno per un minuto a sfoggiare quel galantomismo
del quale voi ed io, probabilmente, avremmo dato un cos bel saggio. Egli si
mise soltanto in gran riguardo, finch stette nell'affollatissima sala delle
Cariatidi, ma appena cess la musica, e i danzatori ricondussero agli aurei
sedili le sudate Alfesibee, egli passo passo, dopo aver dette due parole al
generale ajutante, tir di lungo colla bella contessina sotto il braccio e,
adagio adagio, scivol con essa attraverso ad una delle porte e pass nelle
altre sale. Fu allora che l'avvocatessa Falchi, come fu gi detto, attaccatasi
sotto al braccio del pittor Bossi, seco lo trasse sui passi della povera
contessina.
 Venite con me un momento, avea detto la Falchi al Bossi.
 Dove?
 Si sa; a far un giro per le sale.
 Rechiamoci allora nella sala del buffet, che ci ristoreremo di questo caldo
africano.
 Al buffet ci andremo dopo. Venite ora con me...
 Sempre disposto all'obbedienza. Ma di che si tratta?
 Di nulla o di molto. Ma non vorrei che stanotte nascesse qualche tragedia.
 Tragedia?
 Il conte Aquila  qui, e non  cieco; la contessina ha perduta la testa; e
quella frasca di vicer vuol comprometterla in ogni modo.
 Vivere e lasciar vivere, cara signora. Che cosa vuol ella fare? Il conte  l
che parla con Marmont da pi di un'ora. Ella sa ch'ei non bada pi a nulla
quando  sprofondato in una disputa. Lasci dunque andare.
Il pittor Bossi conosceva troppo la Falchi e non si fidava, e comprendeva che
tutte quelle premure non derivavano da buone intenzioni.
 Sa ella che cosa dovremo fare piuttosto? soggiunse poi.
 Sentiamo.
 Recarci l presso al conte, e quando Marmont si staccasse da lui, metterci
tosto al posto del generale; e non lasciar solo il conte, e trattenerlo e
annaspargli la vista, e dar tempo al tempo per lasciare che chi vuol cavarsi
un piacere se lo cavi senza pericolo e senza conseguenza.
 Ma che propositi son questi, signor pittore? Per chi mi credete?
 O propositi o spropositi, io non disfaccio mai il piatto altrui. Chi ha
appetito mangi, e buona notte. Ho altro per la testa io.
Il pittor Bossi non parl certo con gentilezza cavalleresca, ma disprezzava la
Falchi, di cui non poteva sopportare la capricciosa e vanitosa burbanza. In
quanto a lei, con sgarbo plebeo e da fantesca si stacc da lui, lo piant in
mezzo alla sala, e mosse incontro, imponendo il proprio braccio a un giovane
patrizio, il quale allora poteva avere dai ventiquattro ai venticinque anni, e
oggi vive ancora con quasi sessant'anni di pi, e sta benone di salute.
Questo vecchio, che nel 1810 era un giovane, veniva da' suoi conoscenti
soprannominato il Milordino, perch aveva fatto due volte il viaggio di
Londra, perch aveva portato dall'Inghilterra tutte le caricature che l si
erano diffuse contro Bonaparte generale, console, imperatore; perch preferiva
il roast-beef alla nostrana coppa di manzo, e perch portava nel taschino del
panciotto, che aveva dovuto far ingrandire, un grosso orologio inglese da
capitano di nave, comperato a Londra da un ajutante di Nelson. Non era troppo
ben veduto dal governo; ma siccome era tutto dato a cavalli, a donne, al
giuoco, cos non era per nulla temuto, e lo lasciavan fare, o, per esprimerci
pi giusto, lo lasciavan dire. Fra tutti quelli che da qualche tempo avevano
sulle corna il vicer, egli primeggiava incontestabilmente, e ci per il
disdoro toccato d'essere stato messo alla porta, senza nemmeno il ben servito
n la concessione degli otto giorni di pratica, dalla sua troppo bella amante,
che riusc troppo cara a Beauharnais. La Falchi sapeva questi antecedenti,
onde quando lo vide spuntar da una porta, pens tosto di abbandonare il buon
Bossi per attaccarsi a un confederato pi disposto ad una lega offensiva e
difensiva. N ancora la sua mano era appoggiata al braccio del Milordino, che
gi questi le aveva detto:
 Ha visto, madama? quasi quasi sarei tentato di andare ad avvisare il conte e
di farlo venir qui.
  facile ingannarsi, caro conte.  meglio prima accertarsi...
 Accertarvi?.. ecco... avete visto?
 Davvero che ho visto... Ma, sapete che se da una parte la petulanza ha
passato ogni ritegno, dall'altra l'inesperienza e la leggerezza sono tali che
una collegiale di S. Filippo potrebbe darle dei pareri!...
Queste parole furono provocate dal fatto che il vicer, quando fu in quella
camera che precede l'attuale stanza da letto, nonostante che le livree di
corte stessero immobili a guardia delle porte, nonostante che alcuno degli
intervenuti fossero l per trovare qualche ristoro al caldo soffocante delle
sale affollate, non seppe vincersi cos, che non baciasse sulla gota la
trasognata contessina Amalia. Fu l'atto di un minuto secondo; ma fu tale che
la contessina parve come svegliarsi di colpo da quello stato di trasognamento
deliro in cui versava da qualche tempo. Si svegli, sottrasse la gota alla
bocca del vicer, e si sciolse dalle braccia di lui con un movimento cos
risoluto e quasi guerriero, che il vicer non valse a trattenerla. I servitori
di corte che stavan l immobili addossati agli stipiti delle porte, come
statue di terra cotta, videro ogni cosa; ma gl'intervenuti, i quali erano
aggruppati in un angolo confabulando in crocchio, non ebbero il tempo di
voltarsi, che la contessina, inseguita dal vicer, era gi uscita. La Falchi e
il lord-contino tirarono di lungo come se fossero dell'altro mondo, e,
ritornando nelle sale affollate, si confusero al mare magno.
Un'ora dopo la contessina Aquila, dama di corte, era seduta presso la
viceregina Amalia; che, nella sua angelica bont, le diceva le pi gentili
parole, le faceva le pi affettuose carezze. Il vicer, in altra parte,
diventato di mal umore e asprissimo, si rendeva, senza volerlo, antipatico e
uggioso a quanti ebbero a parlar seco. La Falchi, seduta col ministro Prina,
gli stava narrando e descrivendo quanto aveva veduto, e il ministro, crollando
la testa:
 Che queste cose, osservava, le diciate a me, cara signora Teresa, sta bene,
ma per carit non vi venga la tentazione di dirle ad altri...  gi una
disgrazia che abbiate avuto un testimonio, e che testimonio!... A proposito,
voi dovreste fare una cosa: pregare il conte a non dir niente a nessuno di
quanto ha visto. Capisco che sar difficile chiuder la bocca a un farfallino
tale... In ogni modo, giacch voi avete dell'ascendente su costui, perch le
belle donne fanno fare tutto quello che vogliono ai giovanotti, potreste
indurlo, per lo meno, ad essere un po' circospetto... In conclusione, quando
avesse parlato e avesse fatto in modo che il conte venisse a saper tutto... su
chi verrebbe a cadere la tempesta?... Sulla pi innocente di tutti... N stia
mai a credere di poter vendicarsi del vicer... Pretendereste che il vicer
potesse aver paura del conte? Ma non state mai a credere una simile
corbelleria. Tutto quello che potrebbe succedere, avuto riguardo all'indole
superba e terribile del conte, sarebbe di far nascere uno scandalo inaudito da
far parlare tutto il paese; il conte potrebbe sfidare il vicer... e il
vicer, come vicer, non accetterebbe, e lascerebbe il conte scornato pi che
mai, e in tale stato d'esacerbazione da far nascere una tragedia domestica. 
sempre la povera contessina che ne va di mezzo; la sola contessina. Abbiate
piet di lei, per carit; fate capire al Milordino che a parlare commetterebbe
un atto di vilt inaudito... Pigliatelo da questo lato... Lusingatelo nel suo
carattere di gentiluomo e di cavaliere... Vedrete che vi ubbidir; facendo
credere agli uomini che noi siamo intimamente persuasi che essi possedono
qualche virt che non hanno, finiscono ad assumerla, per il momento almeno.
Ditegli adunque che un cavaliere onorato e squisito come lui non pu trovare
nessuna compiacenza a compromettere una povera donna, che  gi infelice
abbastanza. Che se poi volesse vendicarsi del vicer...  subito fatto. Si
faccia innanzi, e gli rubi alcuna delle sue amanti...  questo il solo genere
di sfida e di duello che il vicer non pu rifiutare. Guardate che il contino
 l. Non perdete tempo. Attendete ch'io gli faccia cenno. Eccolo...
parlategli chiaro e forte, come sapete far voi. Addio siamo intesi; e si
alzava dicendo al contino che si avvicinava:
 Madama ha bisogno di parlarvi. Io vi lascio con lei.
Il ministro Prina, da uomo di mondo e di retto senso e buono di quella bont
che non vuole gli scandali e le sventure inutili, peror cos fortemente
perch l'avvocatessa serbasse il silenzio, che ella infatti, quantunque fosse
d'una caparbiet per lo pi invincibile, obbed per allora e indusse anche il
Milordino ad obbedire. Egli  vero che il giovinotto aveva gi detto qualche
cosa a taluno de' suoi amici, egli  vero inoltre che anche altri in quella
notte s'accorsero che qualche cosa c'era stato tra il vicer e la contessina.
Ma le dicerie si fermarono tutte a molti passi di distanza dal conte; ma se il
bel mondo parl e sparl dell'avvenuto, il conte per assai tempo visse nella
pi profonda oscurit, e la contessina, ritornata nei silenzj casalinghi, dopo
aver ripensato con orrore al pericolo fuggito, giur, per quanto il cuore le
gemesse e la passione la straziasse in mille modi, di non mettersi mai pi al
punto di trovarsi da sola a solo col vicer. E attenne la promessa e il
giuramento; e non ebbe in seguito ad incolparsi d'altro che di pensieri ed
aspirazioni sentimentali, e fu tanto modesta seco, che non si ascrisse a
merito, come bene avrebbe potuto, l'essere fuggita cos deliberatamente dal
vicer che volea trarla a perdizione. Tutto adunque sembr finito in quella
notte. Il dramma incominciato con grande aspettazione erasi sciolto in nulla,
tra un pentimento, un dispetto fuggitivo, uno sbadiglio e un consiglio
prudenziale. Ma sinch si  vivi, se durano le speranze, sono anche incessanti
i timori e ognor presenti i pericoli: e dovevano trascorrere due anni prima
che quel bacio fatale, come una morsicatura di cane idrofobo, avesse a
ricomparire nelle sue conseguenze con sintomi i pi esiziali.
Chi avrebbe detto al ministro Prina, quando peror a vantaggio della felicit
domestica dei conjugi Aquila, che pi che mai aveva perorato per s? Chi
avrebbe detto ai pi veggenti, che la prima volta che fosse giunta
all'orecchio del conte la notizia di quell'avventura galante, il destino
avrebbe in quel d stesso segnata una sentenza di morte; e che del famoso
eccidio sarebbesi in quel giorno cominciata a tessere la prima trama? Saltiamo
ora dunque due anni di pi pari, per trovarci in sul principio dell'anno 1813,
sotto la luce sinistra della stella tramontante di Napoleone.

LIBRO DECIMOSESTO



SOMMARIO

Il genio di Napoleone. Spagna e Russia. Il corriere Barbisino. Le satire
milanesi. Il conte Aquila e madama Falchi a Parigi. Il colonnello Baroggi e il
vicer. Il testamento del marchese F... e il tribunale di Milano. I nemici di
Beauharnais. Una vittoria di Napoleone. I vecchi e i giovani. La famiglia
Baroggi. Il maestro Galmini. L'Europa e il Nihil. Il ministro Prina e il dott.
Scappa. Due milioni. I coniugi Falchi nella camera da letto. Ricomparsa del
vecchio Galantino.

I

Nel tempo in cui Beauharnais diede quella festa, che fu l'ultima del regno
italico, la gloria e la potenza di Napoleone avevano raggiunto il loro apogeo.
L'adulazione dei letterati cesarei, che si eran fatti imprestare dal Giove
d'Omero i classici predicati d'Ottimo e di Massimo, per darli a Napoleone,
rappresenta compiutamente quel periodo. Al pari e pi di Nabuccodonosor, esso
allora poteva dire: Non son pi re, son Dio. Ma  una legge eterna della
natura e dell'umanit che il grado massimo delle cose sia transitorio.
Bonaparte impieg quindici anni a toccare il vertice supremo d'una onnipotenza
umana, che quasi rendea l'ideale dell'onnipotenza divina; ma in quindici mesi
tutto precipit. Il simbolo biblico del colosso dal capo d'oro e dai piedi di
creta  la formola perpetua che riassume la biografia di coloro, i quali
abusarono d'un genio smisurato per far violenza ai minori viventi, andando a
ritroso delle leggi economiche della societ. Con ventotto mila uomini in
ciabatta, e dodici cannoni stracchi, Bonaparte in tre mesi spavent l'Europa.
Con ottocentomila soldati e milleduecento cannoni provoc il barbarico ghigno
dei pidocchiosi Cosacchi.
Ma coi laceri e mal pasciuti battaglioni il genio aveva operato miracoli,
perch trov un ausiliario nelle aspirazioni dell'universalit. Armato di una
forza materiale quale non s'incontr mai nella storia, il genio si degrad e
fu umiliato perch pretese di soffocare i desiderj legittimi delle nazioni.
Assecondando le leggi della natura, un fanciullo pu far portenti, movendo una
macchina ben congegnata; ma un braccio d'atleta si spezza se pretende
arrestare una ruota mossa dal vapore.
Il genio, essendo l'espressione massima della potenza delle facolt mentali
che si corroborano e si esaltano a vicenda per la virt di una conflagrazione
eccezionale che quasi esce dalla condizione fisiologica, se appena d'un grado
sorpassa quell'espressione, tosto si altera in modo da diventare un accidente
patologico. L'ingegno e il genio, gi lo scrisse il Sarpi, non sono altro che
una lenta infiammazione del cervello. Concesso che ci possa esser vero,
appena quell'infiammazione cresca di qualche poco, siamo gi allo stato
dell'encefalite. Romolo, che senza dubbio fu un uomo di genio, negli ultimi
anni del suo regno ebbe tali afflussi di sangue alla testa e divent cos
prepotente e insoffribile, che i padri coscritti, tanto per respirare,
cogliendo l'occasione di un temporale, lo fecero scomparire dalla terra e lo
trasmutarono in una stella meno incomoda a loro e ognor cara alle credule
plebi. Il genio di Alessandro il Grande sub a trent'anni una cos tremenda
flogosi, che trucidava gli amici a titolo di passatempo. Alla possibile
encefalite di Giulio Cesare apprestarono i congiurati la cura preventiva di
ventitr salassi.
Tornando a Napoleone, come  noto che a Parigi vi fu un momento critico in cui
si pens a farlo scomparire al pari di Romolo, cos  un fatto che dopo la
pace di Tilsit, quando si vide ai proprj piedi i troni degli altri re, e
ricevette fumate di incenso adulatorio dal fallace Alessandro; e vest la
polacca di velluto verde coll'ermellino e l'oro e i rubini per sembrare pi
avvenente alla malfida di Varsavia, ei ritorn a Parigi tutto trasmutato e
cos furioso d'orgoglio che gli si oscur la vista e non discerse pi il vero.
Nelle spedizioni fatali della Spagna e della Russia son consegnate le prove
della non breve malattia del suo genio. Ognuno sa come i suoi luogotenenti ad
una voce si lamentassero ch'egli fosse diventato inerte e torbido e strano sui
campi di battaglia. Ognuno sa come Ney abbia detto che sarebbe stato ben
meglio ch'esso si fosse fermato a Parigi a far l'imperatore. Bens la sventura
doveva risanarlo; il ghiaccio di Russia e i disastri di Spagna dovean
ricondurre la calma e l'equilibrio nelle sue prodigiose facolt mentali,
sebbene sia stato indarno, perch fu troppo tardi. Il sansone ricuper la
forza fatale, ma non gli valse che ad infrangere le colonne per rimanere
anch'egli schiacciato sotto alle rovine del tempio.
Piegando al concreto delle cose, tutt'Europa, negli ultimi giorni del 1812,
era variamente attonita per la notizia degli orrendi disastri di Russia. Pi
di settecentomila famiglie gemevano in quei giorni o sconsolate o tementi; in
quanto all'esercito d'Italia, sapevasi come fosse ognora avvolto in tutti i
pericoli d'una disastrosa ritirata. Tutta Milano era in lutto; disotto al
lutto scoppiavano gli odj e le ire in addietro compresse. I lodatori del nome
napoleonico tacevano per paura; i giusti estimatori, che non si lasciavan
vincere nemmeno dalla mutata fortuna, si chiudevano in se stessi, per non
insultare alle piangenti famiglie; e tutti, stanchi delle voci vaghe e
generali che accrescevano le proporzioni della sventura, col non definirla,
aspettavano notizie pi particolari, pi esatte; aspettavano lettere di
qualche attore del sanguinoso dramma; aspettavano con impazienza carriaggi di
feriti. Il primo di gennajo del 1813 verso sera si sparse finalmente la voce
che era giunto a Milano, insieme collo scudiere Alemagna, il notissimo
corriere Barbisino, famosissimo allora per la sua robustezza fisica e per aver
fatto pi volte quasi d'un fiato il viaggio da Parigi a Milano. Durante la
notte, il cortile dell'albergo dei Tre Re, dove il Barbisino alloggiava, fu
per pi ore gremito di gente che si rinnovava ogni minuto. Il corriere, mentre
cenava, descriveva, raccontava, rispondeva a cento domande.
La tavola a cui esso sedeva, era tutt'all'ingiro circondata da una folla
stipatissima di ascoltatori.
 Senti, Trasella (cos parlava il corriere, e Trasella era il nome del
maneggione dei Tre Re), giacch l'ora  tarda, dovresti far chiudere l'osteria
e mandar a casa tutta questa santa croce di gente, che con tanto freddo sta l
ad aspettare in corte. Gi  impossibile che io abbia potuto veder tutti i
loro parenti e figliuoli che hanno militato in Russia... Bisogna dir loro che
si preparino a non veder pi nessuno. Di seicento o settecento mila uomini 
molto se rivedranno le loro case da dieci a dodici mila giovani. Per duecento
leghe continue io non ho visto che morti. Morti di freddo, di fame, di
malattia. Chi  morto  morto, e non c' rimedio. Io credo che, dal diluvio in
poi, non sia mai successo un disastro cos spaventoso. Il mio collega Brioschi
 morto di freddo poco lontano da Vilna, e il corriere Rampini che viaggiava
con lui ha dovuto di propria mano scavargli la fossa e seppellirlo. Bisogna
averle viste e passate a cavallo quelle pianure sterminate di ghiaccio e di
neve. Bisogna aver provato l'effetto di quelle solitudini immense, e di quel
silenzio profondo e misterioso, che mi faceva credere d'esser fuori di questo
mondo. Vi basti il dire che persin la vista dei cadaveri mi alleggeriva dallo
spavento e mi faceva compagnia. Era per essi se m'accorgevo d'essere ancora a
questo mondo.
 Ma, e Napoleone?... chiedeva un ascoltatore.
 E di tanto in tanto quell'orrido silenzio veniva rotto da scoppj violenti, i
quali mi facevan credere che da lontano continuasse ancora la battaglia... E
dite un po', che cosa era? Erano i tanti e tanti cavalli morti, che
imputriditi e gonfiati e ingrossati come elefanti, crepavano per dar sfogo ai
gas in fermentazione...
 Ma, e Napoleone? chiedeva per la seconda volta il solito ascoltatore.
 Questo signore l'ha sempre con Napoleone. Napoleone sta ora scaldandosi al
caminetto... Per adesso non le posso dir altro... Ma a Parigi si sparla assai
del suo contegno, e dell'aver abbandonato l'esercito, e dell'aver lasciato
tutto nelle mani di Murat, che poi se la cav per lasciar nell'impaccio il
vicer... Ma, a proposito di caminetto, Napoleone ha detto una parola che
irrit tutti i Parigini, e segnatamente coloro che hanno perduto e piangono, o
aspettano i loro figliuoli assassinati.
 E che cosa ha detto Napoleone?
 Ha detto, fregandosi le mani, ch'ei si trovava assai meglio al caminetto di
Parigi che al ghiaccio di Russia...
 Fin qui non poteva dir altrimenti. Sfido io!
 Certe cose si pensano, e non si dicono... Ma, dopo tutto, non sarebbe mai
escito in quelle parole se fosse stato in mezzo ai soldati. Sapete, a
proposito, che cosa mi raccont lo scudiere Alemagna, che ho trovato a Parigi,
e che ha perduto a Brescia i dispacci del vicer? Mi raccont, dunque, che
l'ira e la disperazione e l'insubordinazione erano a tal punto fra gli stessi
soldati della guardia, i quali per il freddo soffrivano fino allo spasimo, che
non seppero tollerare che Napoleone stesse chiuso in carrozza, e gli gridarono
minacciosi: Gi dalla carrozza! e Napoleone, atterrito di quella dimostrazione
per lui strana e nuovissima pi che del pericolo di cadere nelle mani di
Pultow (il quale, se non lo sapete,  un generale cosacco tutto pieno di
pidocchi e in tanta famigliarit con essi che allorquando sta riposando si
diverte a farne la caccia sulla propria testa)... Dunque... che cosa dicevo?
Ah, dunque Napoleone fu cos atterrito da quel grido d'indignazione disperata,
che discese a piedi, calcando la neve, insieme cogli altri. Ma nemmeno questo
bast, perch essendo tutto imbacuccato nella pelliccia, i soldati tornarono a
gridare: Fuori la pelliccia! Ed egli si mise in redingote, perch i soldati lo
guardavano come chi ha volont di metter altrui le mani addosso. Questi fatti
precisi li seppe il conte Alemagna dall'ajutante del vicer.
 E che cosa dicono i Parigini?
 Che cosa dicono? Se non fosse per la lingua, un forastiero potrebbe credere
di essere piuttosto a Londra che e Parigi.
 Cio?...
 Cio... non mi capite? Voi altri sapete quanto Napoleone sia odiato dagli
inglesi. Ebbene, fate conto che, in confronto dei Parigini, gli Inglesi
possono passare per adulatori. In quarantott'ore che mi son fermato a Parigi,
non ho sentito che bestemmie, e ingiurie e satire. In ogni modo, torneranno a
tacere, perch il ministro Fouch  l'uomo dei miracoli, e fra pochi d chi
non sapr parlar bene, star in silenzio. Intanto  pericoloso a pigliar le
difese di S. M. nei pubblici convegni, tanto  vero che (e questa che vi vendo
 nuova di zecca) il nostro conte Aquila che trott a Parigi, per vedere pi
dappresso il temporale, cos almeno mi fu detto, e in un caff, con quel suo
fare altero e dispotico, diede sulla voce a un Francese perch insultava alla
sventura (tali erano le sue parole), poco manc non venisse maltrattato da
quanti erano presenti. E vi dir inoltre che fu esclusa da qualche casa
quell'intrigante petulantissima della moglie dell'avvocato Falchi, la quale
and a Parigi invece del marito; e col faceva da profetessa, e assicurava
vittorie grandi e prossime, e tutto ci perch le premeva di smerciar i boni
del tesoro che l'avvocato ebbe troppa premura di acquistare. Queste cose io le
sentii a Parigi da un commesso viaggiatore, e vi ripeto che due o tre case di
banchieri, dove probabilmente ci sar stato da piangere qualche giovane
soldato morto sotto il ghiaccio, la misero sgarbatamente alla porta.
Queste parole franchissime, pronunciate in una pubblica osteria da un corriere
pagato dal governo, dimostrano come fosse cessata, per il momento almeno,
l'idea della sterminata autorit napoleonica, e come ognuno desse libero sfogo
ai proprj sentimenti, avendo ritornato il dio alle proporzioni dell'uomo. I
cittadini milanesi, seguendo l'impulso di quell'indole che ne costituisce il
carattere speciale (ed  quello di trar materia di ridere anche da qualunque
sventura), ricamavano di barzellette e dicerie ed epigrammi la tremenda epopea
tragica di Napoleone; ma perch non si creda che fossero spietati dell'altrui
sventura, convien dire che continuavano le celie anche allorquando del gran
disastro napoleonico, essi insieme col resto dell'impero, dovettero adattarsi
a pagar le spese per tentar di rifare il disfatto colosso.
Ognuno sa come, appena Napoleone fu giunto a Parigi, a tutt'i sudditi del
vasto impero fu fatto intendere dai ministri, dai prefetti, dai sottoprefetti,
la necessit di fare a Sua Maest delle oblazioni volontarie. Per fermarci a
Milano, tutti i corpi pubblici mandarono copiosi doni all'imperatore; tutti i
magistrati, tutti gli impiegati, tutte le classi cittadine, i banchieri, i
negozianti, i giojellieri, gli orefici; gli ordini degli avvocati, dei notai,
dei ragionieri, dei medici fecero a gara nell'offrir danari e doni, in virt
di quella volont comandata, che spesso  pi forte della volont spontanea.
L'Ospedal Maggiore e quello di S. Corona concorsero anch'essi, per mezzo degli
amministratori, ispettori e gi gi fino agli infermieri, a quello scopo. Gli
stessi preti in cura di anime nei due nosocomj si tassarono soldi quindici per
ciascuno. L'impresario della Scala diede una serata a beneficio di S.M., e in
quella sera tutti i virtuosi di canto e di ballo fecero una colletta, che
trasmisero alla direzione del R. Teatro. Mad. Ribier, modista della
viceregina, mand al ministro la oblazione di franchi trecento. Ma, come
dicemmo, se i Milanesi si distinsero per l'abbondanza delle elargizioni, nel
tempo stesso se ne ricattavano con satire. Una mattina di gennajo molta folla
s'accalcava per leggerne una, che a grandi caratteri era stata impastata sul
portone di mezzo della Metropolitana. La satira era questa:

Milan l' de vend:
In quaresma l'istrument.
General e uffizial
Hin tucc all'ospedal:
De soldaa ghe n' p;
Bonapart el cerca s.

Questa era l'espressione comica del sentimento generale dei Milanesi,
segnatamente della classe operaja e della gente minuta. Ma se l'espressione
era comica, conteneva nella sostanza qualche cosa di terribilmente profetico,
che potea dar da riflettere agli uomini serj. Il verso Milan l' de vend -,
come un'effemeride astronomica, annunciava gli accidenti dell'anno successivo.
A queste satire in vernacolo, rappresentanti l'acume popolano che riassumeva
il vero senz'odio e senza menzogna, facevano contrapposto altre satire che
circolavano manoscritte e si leggevano ne' crocchj del teatro, nelle
conversazioni, nei caff; ed erano l'espressione delle ire e delle antipatie
di qualche patrizio incarognito pel passato, di qualche letterato testardo, di
qualche prete che aveva perduto la prebenda.
Gi fin dal dicembre, quando Napoleone a grandi giornate s'affrettava a
Parigi, erano corsi per tutte le mani i seguenti distici:

Napoleon quondam Magnus cognomine dictus,
Nunc merito in castris dicitur exiguus.
Coelo ipsum petiit furibunda superbia regis,
Dementem regem deprimit ipse deus.
Funditus absorpta est, Bonapars, victoria; avitos,
Si poteris, satis est, tutus adire lares.

Nei primi mesi dell'anno 1813 il cavaliere Aldini scriveva incessantemente ai
ministri del regno italico, perch sollecitassero indirizzi da tutte le parti
a felicitare l'imperatore, ad assicurargli attaccamento e fedelt, a lodarlo
dell'avere saputo scappare perfino all'ira degli elementi, a far voti per
nuove e pi gloriose vittorie; e tosto corse per Milano un epigramma, che si
disse mandato da Roma da Alessandro Verri al fratello Carlo, che fu poi
presidente della reggenza. Il conte Carlo lo lesse in privato a pochi e
fidatissimi amici, coll'esortazione preliminare di non parlarne in pubblico, o
almeno di tacerne l'origine. Ma, come al solito, il segreto fu sparpagliato ai
quattro venti, e l'epigramma lo ebbero anche i cioccolattieri, che se lo
fecero tradurre da qualche canonico. Eccolo nell'originale latino:

Napoleon Regum dedecus, furumque magister,
Quem tota abhorret progenies hominum.
Attamen a cunctis laudari mandat et ambit.
Nec pudet heroem se celebrare virum.

A poco a poco per le satire scomparvero; un po' gl'indirizzi, un po' i
giornali, un po' le notizie che venivano da Parigi, un po' il falso, un po' il
vero; ma pi di tutto il fatto che Napoleone delle oblazioni dei sessanta
milioni di sudditi e dei mezzi finanziarj improvvisati per miracolo, e del
novello esercito che si vedeva a comparire da tutte le parti, accennava di
ristaurare il crollante edificio; tutte queste cagioni insieme fecero tale
effetto, che l'ammirazione compressa ricominci ad espandersi, che gli amori
che parevano spenti si rinfocarono, che i suoi nemici vecchi si rintanarono,
che i suoi devoti intiepiditi si riscaldarono ancora. E di giorno in giorno
ritornavano gli avanzi dell'esercito italiano. Il popolo andava ad incontrarli
alle porte; erano ovazioni, erano sfoghi d'affetti. Alcuni mesi prima
Napoleone veniva maledetto; mentre, ad onta di tanti antecedenti avversi, il
principe Beauharnais veniva esaltato pei suoi sagrifizj, per la sua costanza,
perch solo era rimasto a proteggere la ritirata degli estremi avanzi del
grand'esercito.
Ma i convogli dei reduci feriti vennero a cambiare il favore popolare in odio;
si raccontarono le ingiustizie fatte da Beauharnais ai soldati italiani, si
raccontavano le controversie avute col general Pino; l'iniqua malizia con cui
imped alla divisione di quel generale di segnalarsi in pi fatti d'armi ove
il suo aiuto sarebbe stato tanto salutare. In una parola, Napoleone fu rimesso
sul piedestallo, e il vicer fu generalmente detestato. Ad accrescere
quest'odio giunsero da Parigi a Milano il conte Aquila e la moglie
dell'avvocato Falchi. Essi avevano fatto il viaggio in compagnia. L'ambizione
che aveva spinto a Parigi il conte Aquila, e i boni del tesoro per cui la
moglie dell'avvocato erasi recata a scandagliare le banche francesi, furono le
cause funeste degli avvenimenti che racconteremo.

II

Come dunque abbiam sentito dal corriere Barbisino, il conte Aquila e
l'avvocatessa Falchi erano andati a Parigi sulla fine dell'anno 1812, quando
appunto sapevasi che Napoleone a grandi giornate vi ritornava dalla Russia.
Essi eransi recati nella capitale dell'impero per diversi intenti, e senza che
l'uno sapesse dell'altra. Il conte Aquila, che non erasi mai pi trovato col
vicer ed era stracco di fiutare l'avvenire, ed era pi stracco di vivere in
un non glorioso riposo, alla notizia dei disastri inauditi del grande esercito
che in pochi mesi aveva rovesciato l'edifizio miracoloso di tanti anni, si
affrett a Parigi per vedere pi dappresso le cose, per affiatarsi coi
personaggi pi vicini al trono e pi addentrati nella cosa pubblica. L'uomo
ambizioso che non aveva potuto trovare un seggio abbastanza alto per s finch
dur la gloriosa fortuna di Napoleone, sper che quel repentissimo cambiamento
di cose, quella procella furiosa che aveva soffiato nelle viscere del mare,
avrebbe slanciato alla superficie tutto ci che per le circostanze era rimasto
al fondo. Le sue idee e le sue aspirazioni per erano tutt'altro che
determinate.
Pi anguste, pi mercantili, ma pi precise, erano le cagioni per cui
l'avvocatessa Falchi erasi anch'essa recata a Parigi. L'avvocato, speculando
sul cattivo andamento delle cose di Spagna, aveva comperato per bassissimo
prezzo una grande quantit di boni del tesoro. Secondo il suo modo di vedere,
avvalorato assai dai consigli del ministro Prina, erasi tenuto certissimo che
le continue disfatte della guerra di Spagna sarebbero presto state riparate
dai trionfi del Nord; si gett dunque audacemente in quella speculazione, la
quale, se avessero clto nel vero le sue previsioni, avrebbegli portato in
cassa un pajo di milioni. Ma per le inattese rotte di Russia, che
nell'opinione degli uomini non avrebbero dovuto succedere colla presenza di
Napoleone, che era mancato in Ispagna, la carta-moneta correva pericolo di
rimaner carta semplice. L'avvocatessa che, siccome suol dirsi, era una donna
coi calzoni, e voleva far l'uomo, e l'uomo d'affari, e ajutava il marito in
tutti i modi, si profferse a fare il viaggio di Parigi, e perch l'avvocato
era pi necessario a Milano, e perch a lei, donna ancora avvenente, e,
secondo la sua particolare opinione, ancora tale da trovar aperte le porte che
comunemente si chiudono in faccia agli uomini, il cmpito sarebbe riuscito
assai pi facile che al marito. A Milano, se il conte Aquila conosceva la
Falchi e s'era trovato secolei in qualche pubblico convegno, non era per
null'affatto n suo amico n intrinseco; di pi, il suo orgoglio e il suo
rigore aristocratico gli rendeva spregevole quella donna di plebeo casato e di
modi pi ancora plebei, al punto che viet alla propria moglie, ch'era
d'indole gentile e affabile oltre l'ordine consueto, di non far troppe parole
con quella donna, quando per combinazione si fosse trovata seco in qualche
ritrovo.
Quest'avversione superficiale sembr scomparire quando il conte, per caso,
ebbe ad incontrarsi colla Falchi a Parigi. Un uomo che in patria appena si
conosca di vista, quando s'imbatte a vederlo in terra lontana tra faccie
straniere, improvvisamente si trasmuta in vecchio conoscente. Se una persona
di consueto la si scansava per antipatia invincibile, diventa per lo meno
tollerabile alla distanza di cinquecento o seicento miglia. Se con un amico ci
siam guastati il sangue e s' venuti alla risoluzione di levarci il saluto,
appena lo si vede spuntare da una via d'un paese lontano, ogni rancore
scompare, senza bisogno d'intermediarj, e tutto finisce con una risata sonora,
che vale per cento scuse e cento dilucidazioni. In virt di questo fenomeno
umano, che si ripete e si verifica costantemente, allorquando il conte vide la
Falchi al teatro imperiale, malgrado il proprio orgoglio e la nessuna stima
che aveva di quella donna, si rec a farle una visita.
L'avvocatessa, naturalmente, politicava e spoliticava, trinciava sulle
questioni le pi ardue con una sfacciataggine beata, che qualche volta le
permetteva persino di dir qualche cosa di buono. Il conte si sarebbe turate le
orecchie per non sentirla; ma quella rosea facciotta, e quel dialetto, e quel
pezzo di patria vivo e vero, che valeva almeno come una veduta del Duomo di
Milano, gli faceva sopportabile e persino amabile quella compagnia. Siccome
poi, sempre in virt di quella sfacciataggine beata, ella si mescolava a tutti
i crocchj e recavasi dappertutto e un po' per commendatizie del ministro
Prina, un po' per l'amicizia del cavaliere Aldini, aveva potuto parlare e
avrebbe parlato ancora con qualche alto personaggio, e anche con taluno di
quelli che stavano vicinissimi all'imperatore, cos amava di sentire da lei
che cosa aveva pescato nel mare della politica ancor burrascosa; e con tanto
pi di interesse faceva questo, in quanto considerava che quei personaggi si
sarebbero abbottonati con lui che era patrizio ed elettore e tenuto in conto
d'uomo di gran levatura, mentre si sarebbero lasciati cogliere spensierati
dalle interrogazioni di una donna che a tutta prima pareva una chiacchierona
insulsa, ma che all'ultimo era scaltra e svegliata fino a non lasciarsi
sopraffare dai monosillabi di Talleyrand.
Per queste ragioni quotidianamente egli andava a visitarla, e pi spesso
quando l'imperatore torn a Parigi.
 inutile il dire che il conte si accontentava delle sole notizie, nel tempo
stesso che, se il galateo lo avesse permesso, si sarebbe licenziato tutte le
volte che cominciavano le di lei considerazioni e congetture e ipotesi e
profezie. Era ben contento d'imparar la storia da lei, ma la filosofia della
storia assolutamente non poteva mandarla gi, tanto pi ch'egli era di
opinioni affatto opposte. Ad ogni modo, e l'uno e l'altra, nonostante una cos
diverga tempra d'ingegno, si sarebbero anche avvicinati nelle vedute se l'uno
e l'altra si fossero posti a giudicare a sangue freddo; ma l'avvocatessa
dovendo smerciare quel milione di boni del tesoro, avendo urgente bisogno che
tutto piegasse in bene, si sforzava cos a non vedere che rose nell'avvenire:
mentre il conte, a cui premeva che il disastro napoleonico continuasse,
nemmeno un momento seppe credere che l'edifizio in isfacelo potesse
ricostruirsi. In due altre cose inoltre differivano affatto. Ella voleva che
Napoleone si rimettesse sul piedestallo, e cadesse Beauharnais, senza che a
ci vi fosse ragione di sorta, ma soltanto perch lo desiderava; laddove il
conte, vedendo inevitabile l'ultima rovina dell'imperatore, faceva dei conti
su Beauharnais, dopo le parole avute con esso lui, e su Milano e sul regno
italico.
Or fermiamoci qui, in quanto a pubblici affari, e vediamo come una lieve
notizia, di indole affatto privata, cambiando le passioni, abbia influito con
tanta efficacia a cangiare anche le opinioni e le simpatie politiche del
conte.
Una sera il conte Aquila discese, insieme con madama Falchi, alla tavola
rotonda dell'albergo di Marengo, dov'era alloggiato e dove erasi trasferita
anche madama, per essere stato chiuso, per ordine del ministro di polizia,
l'albergo di Montmorency, dove alloggiava prima, perch l'albergatore fu
indiziato di aver avuto parte nella congiura Malet. Fattasi ora tarda,
l'avvocatessa, che beveva forte come un'ostessa del lago Maggiore, alz la
mano pi del consueto, eccitata da un eccellente chambertin vecchione,
soprannominato il vino Napoleone, dall'uso che ei ne faceva di preferenza ne'
suoi pasti campali. Il discorso naturalmente era la politica del giorno. Il
conte, per le ragioni addotte, ne sopportava la chiacchiera intemperante,
perch tra tante cose nojose e strambe, ne raccoglieva qualcuna che faceva per
lui.
 Mi fa senso, ella venne a dire a un certo punto del suo articolo di fondo
improvvisato, come il signor conte non abbia nessuna fiducia in un completo
risorgimento della potenza napoleonica. Mi fa pi senso ancora, come un uomo
del suo talento possa mettere gli occhi addosso a quel gallo insuperbito di
Beauharnais, nel caso che dovendo andar per aria il trono di Francia, debbano
gl'Italiani pensare seriamente ai casi proprj, e piantare il regno d'Italia su
delle fondamenta ben solide.
Il conte non rispondeva quasi mai alle continue domande di madama Falchi, e la
propria politica se la teneva per s. Ma in quella sera non avendo saputo
schermirsi abbastanza ogni qualvolta l'avvocatessa gli aveva colmato il
bicchiere di vin Napoleone, fu espansivo e men chiuso del solito: per a
quelle parole della Falchi, ridendo e celiando ed esprimendosi con modi
affatto nuovi in lui:
 Gi io so il perch, disse, a lei sta tanto a cuore la fortuna
dell'imperatore.
 Perch?
 Quando glielo avr detto, ella avr la bont di confessare che ho clto nel
segno. Ma non vada in collera. Se ella non avesse nello scrigno tanta carta,
il cui valore non aspetta l'esito delle cannonate, non spasimerebbe tanto per
S. M. Vorrei vedere, cara signora napoleonista, se suo marito, invece di
acquistare dei boni del tesoro, avesse, prima del sistema continentale,
investito un grosso capitale in qualche fabbrica di Londra; vorrei vedere se
adesso si tormenterebbe tanto a veder tutto bello e lucido e sereno.
 Cosa c'entra il tormentarsi?
 Ma la mi lasci finire... Io gi so come sono i capitalisti che fanno
speculazione di borsa. Le loro opinioni politiche durano dalla mattina alla
sera, e al d dopo se soffia una inattesa notizia, volano via tutte le
simpatie del d prima.
 Questo va bene, ma....
 Altro che andar bene! ma se mi ascolta andr meglio. Io dunque credo
fermamente che Napoleone non pu pi star in piedi: prima per ch'ei cada
affatto ella ha tempo di vendere benissimo tutti i suoi boni.  probabilissimo
che Napoleone, rientrando in campagna, abbagli ancora il mondo con qualche
brillante vittoria. Quello  il momento, cara signora, di vender bene la sua
carta. Tutto il mondo creder che a una vittoria terr dietro un'altra, come
una volta; ma le vittorie non saranno molte, si fidi di me. Ho parlato a due o
tre generali dei pi intimi di Napoleone: ebbene? crollano la testa, cara
signora, e criticano il padrone, perch son sazj. Non c' pi entusiasmo,
perch non c' pi fede, e, peggio ancora, perch non c' pi speranza, ossia
perch la speranza non ha pi niente da fare. L'uomo mette in pericolo la
vita, finch la vita non val nulla, e colla lusinga, che, se la fortuna 
propizia, possa col tempo valer molto. Ma quand'uno ha raggiunto quello che 
al di l d'ogni desiderio, che volont si ha ad avere di farsi ammazzare per
un uomo il quale  persuaso che le donne debbano sciuparsi a fabbricar
soldati, per dare a lui solo lo spettacolo di una strage perpetua?... Vedrete
quel che vi dico io. Vi do tempo sei mesi, un anno; e poi gi, e per sempre.
 In ci ch'ella dice, c' del vero. Ma io mi son limitata a credere e a dire
che Napoleone far ancora tremare l'Europa. Non ho parlato della durata io...
 Ah, dunque siamo d'accordo! Lei s'accontenta del tempo che  necessario per
liberarsi di tutta la sua carta. Voglia dunque esser sincera; gi io non vado
a dirlo all'imperatore, e nemmeno al ministro Prina.
La Falchi era esaltata, e un pochino ebbra, e per aggiunse quello che
coll'acqua fresca non avrebbe mai detto.
 Al ministro Prina ella pu dire benissimo quello che ha detto a me. In fin
dei conti, pi della met di questi boni  propriet del ministro.
 Passa il milione?
 Son pi di due milioni...
 Me ne congratulo tanto.
 Era un avvocato... fu messo a fare il custode della pubblica ricchezza...
Doveva starsene forse colle mani in mano?
 Va benissimo, e buon pro gli faccia. Pur farebbe meglio a non rovinare il
proprio paese... Dato un rovescio napoleonico... quando noi fossimo per
riuscir ad aggiustar le cose a casa nostra... quest'uomo potrebb'esser
utilissimo. Ma  necessario che si stacchi da Napoleone e appoggi il vicer.
 Ella, signor conte, l'ha sempre col vicer. Per me dico, e ora non parlo per
l'interesse, che vorrei che andasse tutto a soqquadro anche per noi, piuttosto
che veder quell'uomo a diventare il nostro padrone.
 Non  necessario che sia il padrone.
 Voi non lo conoscete.
 Lo conosco benissimo.
 Scusi, signor conte, ma certe cose noi donne le sappiamo meglio di loro
signori. E se le dicessi quello che io so, certo che il signor conte
cangerebbe d'opinione, qui sull'istante.
Il Conte Aquila, essendo in quella sera di un umore eccellente fuor
dell'usato, erasi divertito a discorrere colla Falchi, e rideva nel vederla
cos un poco ebbra ed espansiva. Pure all'ultima sua parola cess di pigliarla
leggermente:
 E che cosa sapete ch'io non sappia? domand con una certa apprensione.
Senza saper nulla, ei sent corrersi qualche brivido per le ossa, come
allorquando, anche sotto il limpido sole e il ciel sereno, il corpo fa le veci
del barometro e presente che il tempo vuol guastarsi.

III

La Falchi era in quella condizione di mezza ebriet, che non concede pi alla
lingua di esser cauta, che addensa le tinte ad ogni nostra qualit
caratteristica, e, se un'indole non  buona, la fa diventar bieca e
pericolosa:
 Cos , caro signor conte, essa continuava: se io arrivo a dire che
Beauharnais sarebbe un pessimo re, bisogna proprio che questa sia una verit
chiara come la luce del sole, la quale non si pu negare, qualunque sia il
colore degli occhiali che portiamo; perch, se dicesse questo il mio signor
marito, vada, si potrebbe dire che parla per dispetto... Ma son io che parlo;
io che, siamo sinceri, non mi sono poi fatta pregar tanto allorquando... Il
signor conte ride... pure non vorrei per tutto l'oro del mondo che un soldato
petulante, un francese che ci disprezza, un re nominato da noi avesse il
diritto di penetrar nelle famiglie a mettere sottosopra la pace domestica, a
canzonare i mariti, ad insultare i fratelli, a farsi beffe degli amanti... e
che so io. Torno a ripetere che non parlo per me; n me la piglio calda per il
mio avvocato... che  il marito pi caro e pi comodo di questo mondo... un
vero scaldaletto... che quando annoja lo si d alla cameriera da portare in
cucina...
Il conte Aquila, contro il suo solito, non pot trattenersi dal ridere a
queste parole.
 Or tornando alla prima mia idea, quantunque io non abbia studiato molto, e
non conosca molto la storia, pi d'una volta ho sentito a dire che fu sempre
per cose di donne che i principi e i tiranni furono creduti impossibili, e
furono messi fuori di combattimento, da chi non pativa che venisse offesa la
nazione nella sua parte pi viva e pi delicata.
  vero, o non  vero?
 Dunque, in questo genere, relativamente al vicer, io so tante e tante cose,
che sarebbe veramente pericoloso per noi il mettere nelle sue mani il nostro
paese. In questi ultimi anni poi, fors'anche perch i Milanesi s'inasprirono
seco, egli  diventato manifestamente nemico degli Italiani. A tutti  noto
quel che avvenne col general Pino: tutti sanno le ingiustizie d'ogni sorta
fatte da lui ai soldati italiani, quando per qualche cosa si trovavano in
competenza coi soldati francesi. E da qualche tempo, per coronar l'opera, 
diventato anche avaro fino alla spilorceria. Il signor conte si ricorder bene
del modo saporito con cui l'incisore Rosaspina si vendic della di lui
avarizia.
 Non me ne ricordo.
 Oh  bella, bella davvero. L'incisore dedic due anni fa una sua stampa al
vicer, il quale non si degn nemmeno di far rispondere all'artista, n di
mandargli quel dono consueto per il quale, in conclusione, si fanno le
dediche. Or che cosa fece il Rosaspina? quando pubblic ultimamente una nuova
incisione, dica un po', signor conte, a chi ne fece la dedica?
 A chi?
 A Sua Altezza l'uomo di Pietra. Vi piace?
 Davvero che  saporita. Ma, tornando a noi, se le troppo frequenti
ingiustizie fatte dal vicer ai nostri, se l'ostentazione di un disprezzo che
sinceramente non pu sentire, se la grettezza e l'avarizia, delle quali per 
la prima volta che sento a parlare, possono e devono dar da pensare seriamente
a chi volesse mettere quest'uomo sul trono d'Italia, per il resto non state a
darvi un pensiero. Cara signora, se voi stessa non mi aveste preceduto col
dirmi, che sarebbe toccato al vostro signor marito a far di questi lamenti,
davvero che mi fa senso come una bella signora come voi, tutt'altro che
disposta a imitar le sante, siasi messa a sfoggiar tanta morale sul fatto che
al vicer piacciono le dame. E a chi non piacciono? Bisogna poi tener conto
della posizione e delle tentazioni. Se, per un supposto, al luogo del vicer
si potesse mettere S. Luigi Gonzaga o S. Francesco d'Assisi, in meno d'un mese
vedremmo impegnati l'uno e l'altro in qualche avventura galante. Sono cose da
non badarci nemmeno. Eppoi bisogna considerare che il principe venne
giovanissimo a Milano, e col tempo daranno gi i bollori; d'altra parte,
sentite, chi  padre, o marito, o fratello, o amoroso, ci pensino loro. State
tranquilla, che chi sa fare il padre e sa fare il marito, pu mettere alla
porta anche il vicer. Diavolo! non  pi il tempo del diritto di coscia.
 Caro conte, io sono disposta a credere e a giurare in tutto quello che ella
dice; perch fui assicurata da chi ne sa, che ella  una gran testa; mi
accorgo per che in queste faccende la sua sapienza non vale la mia. Oh... 
un pezzo ch'io sento a dire che i buoni mariti fanno le buone mogli, e che
quando essi custodiscono bene la casa, non c' ladro che possa introdursi...
Ma c' un male, caro signor conte, un gran male; ed  che questa sentenza
venne pronunciata dai soli uomini, senza sentire il parere delle donne, che in
tali argomenti hanno voce in capitolo... Ora io le so dire che  precisamente
quando i mariti stanno sempre intorno alle loro mogli, che a queste viene una
gran voglia di cambiar aria, e ai cacciatori di professione entra la smania
addosso di tentare la caccia proibita. Mi ricordo del mio primo anno di
matrimonio, quando anche il mio signor avvocato si mise in testa di fare il
cane da pagliajo, e ringhiava se qualche altro cane di razza pi fina entrava
in casa; ebbene, posso assicurarla, che se ho lasciata passare la luna di
miele fu un vero miracolo, e che appena spirato quel termine, proprio in un
giorno che mio marito mi fece una scena tragica, che mi pareva il Blanes
quando ha il turbante di Frosmane, proprio allora gli piantai il mio primo
corno; carissimo corno, saporito tutto quel mai che si pu dire. Fu
precisamente cos; e ancora mi vien voglia di ridere quando penso a
quell'avventura.
 Tutto va bene, rispondeva il conte ridendo e divertendosi molto dello
spettacolo di quella insolita sfacciataggine; ma pensate che, parlando, siete
uscita di strada, e avete trovato la maniera di darvi torto da voi stessa.
 In che maniera?
  presto capito. Se voi trovate tanto giusto che le donne facciano il loro
comodo...
 Io non ho detto questo...
 Ma all'entusiasmo con cui ne parlate... bisogna conchiudere...
 Io parlo di quello che ho fatto io... eppoi s... giacch  detta... la
lascio andare... Le donne hanno tutto il diritto di fare il loro piacere; e in
ogni modo, anche senza avere l'approvazione del ministro di giustizia e
dell'arcivescovo, non verranno mai da voi altri a chiedervi il permesso
quando...
 Ebbene, vi piglio in parola; e tornando al punto da cui siamo partiti, il
principe Beauharnais  nato fatto per convertire in obbligo legale i vostri
desiderj.
 Ed ecco ci che non voglio. Credevate, signor conte, che queste tre bottiglie
da me vuotate mi avessero fatto uscire di testa il mio argomento...
Tutt'altro... Anzi sento che lo chambertin mi ha rischiarato mirabilmente le
idee... Torno adunque a dirvi che con quella facilit che abbiamo noi donne di
fare spuntar le corna anche sulla testa la pi grande, la pi nobile e la pi
perfetta,  necessario che il vicer vada all'inferno...
 Ma non vi accorgete della contraddizione?
 Che altri non mi abbia a comprendere, pu esser possibile... ma che voi,
signor conte, col vostro ingegno non mi arriviate,  assai strano.
 E vi capisco sempre meno, continuava il conte con quel sorriso tra lo sprezzo
e l'indulgenza onde si tien conto delle parole di chi sembra soverchiamente
esaltato dai vapori vinosi.
 Oh adesso poi mi sentirete a sfoggiare eloquenza; mi sento in vena, e voglio
ripetervi le parole dette una sera da Ugo Foscolo... A proposito del quale mi
fanno ridere gli asini che pretendono gli sia stata tolta la cattedra per
incapacit. Altro che incapacit! Badate: io che non ho fatto nessun studio e
non ho mai potuto pigliar gusto a nessuna lettura, pure ho imparato infinite
cose quella sola volta che per tutta una sera l'ho sentito parlare, e a
gridare, e a tuonare, e a mettere in un sacco tutti quelli che stavano in
conversazione, compresi i chiacchieroni di mestiere, e i colleghi di mio
marito, che per la smania di contraddire, non so che cosa direbbero. Ebbene,
sapete che cosa ha detto Foscolo? mi pare d'avervene gi parlato; ha detto,
dunque, che un principe donnajuolo e che pretende abusare della condizione
regia nel fatto di donne,  il pi detestabile tiranno che mai possa darsi...
e cit non so che fatto della storia romana, per cui i re se ne andarono a
spasso per una bricconata di un giovinotto che aveva tutto il carattere di
Beauharnais.
Oh guardate che cosa vi arrivo a dire... Vi arrivo a dire che se mio marito,
fingendo di conoscere il vicer, gli avesse regalato un carico di legnate,
quando mi faceva la corte, quella sarebbe stata la prima e la sola volta che
la gelosia d'un marito, che di solito mi fa ridere, mi avrebbe dato piacere.
Un marito pu, anzi deve chiudere gli occhi su tutti gli zerbinotti che
pizzicano sua moglie... ma quando  il vicer che pizzica... e il marito
lascia fare... il marito  un asino se non  un... voi mi capite.
 Qui cominciate ad aver ragione... Ma voi, che sfoggiate delle teorie cos
splendide... perch non avete messo alla porta il vicer, quando...?
 Oh bella! perch tutte le cose lasciate sono perdute... e perch le donne
hanno l'obbligo di esser deboli... Ci chiamate il sesso debole per disprezzo,
e poi pretendete che si debba esser forti soltanto allora che preme a voi.
Siete veramente curiosi, i miei cari uomini... Ma ripigliando il filo, ecco
perch  da mandar al diavolo chi, abusando della debolezza delle donne, vuol
schiaffeggiare sfacciatamente tutta la nazione nelle persone dei mariti e
degli amanti... Ho parlato bene adesso?
 Benissimo... ma mi permettete di dirvi una insolenza?
 Questa sera permetto tutto.
 Ma non andar poi in collera...
 State tranquillo...
 Se molte donne, senza aver le vostre teorie, vi assomigliano in pratica, ve
ne sono per alcune, e non poche, di tale e tanta virt e tanta dignit, da
far arrossire e indietreggiare anche un principe il quale avesse tutte le
voglie e tutta la forza di farle valere.
 Non sono del vostro parere; in coscienza non posso esserlo. Tutte le donne,
dal pi al meno, sono le stesse; la virt che oggi fa meraviglia, cade domani,
e non c' da farsene stupore. Nella mia esperienza, tutte le donne che ho
conosciuto, d'ogni risma e d'ogni conio, anche di quelle che parevan nate per
far la madre badessa, la santa Teresa, la santa Cecilia, e che so io...
ebbene, venne il loro giorno... e alle tentazioni, quando furono fatte da un
diavolo simpatico, non seppero resistere e...
 Oh... qui poi vi sfido.
 Accetto qualunque sfida.
 E torno a dire che chi fa la moglie  il marito...
 Davvero?
 S.
 Ebbene... io mi do vinta..: se per mi saprete accennare una sola di queste
eccezioni, una sola di queste donne che nacquero sante e rimasero sante per la
virt del marito.
Il conte Aquila, quantunque tenesse conto della sbilanciata loquacit della
Falchi, pure fu punto da quell'insistenza. Non gli pareva vero che, almeno per
complimento, quella donna non avesse fatto eccezione della moglie di lui.
Stette cos alquanto in silenzio, perch avrebbe voluto sentire da altri
quello ch'ei fermamente pensava; ma poi, ad onta del suo carattere orgoglioso
e duro, non seppe dominarsi cos che non prorompesse con accento severo e con
voce alterata:
 Ebbene, signora, che cosa mi sapreste dire, per esempio, di mia moglie?
A queste parole la Falchi diede in uno scroscio di risa sfacciato e infernale;
cos infernale che il conte impallid in modo da parere un cadavere.
Succedette un terribile silenzio. La Falchi vuot un altro bicchiere di
chambertin.


IV

Quand'ella lo ebbe vuotato e deposto sulla tavola, e, tornando a guardare il
conte con occhi lucentissimi, accennava di voler continuare a parlare:
 L'ora  assai tarda, disse il conte, con una calma profonda, e come se avesse
assistito ad un discorso indifferente.  tardi, e ho bisogno di riposo.
 Ma aspettate, caro conte, ch a me pare d'incominciare adesso la mia
giornata, tanto sono in lena...
 Voi potete aver ragione, ma io devo andare a dormire e tir furiosamente il
campanello per chiamare il cameriere.
A sentire la voce bassa e lenta e quasi dolce del conte, e a vedere il furore
convulso con cui non tir ma strapp il campanello, non parea vero che quei
due diversi atti venissero da lui solo.
Il cameriere entr.
 Fatemi lume, che voglio salire in camera, gli disse; e anche voi vogliate
fare altrettanto, soggiunse poi piegandosi tranquillamente verso la Falchi. E
si alz e part. Buona notte, madama, esclam quando fu sulla soglia del
salotto.
La Falchi, uscito che fu il conte: Che originale  costui! pens tra s. Un
altro mi avrebbe tempestato di domande... Egli invece se ne va a letto... Non
avrei mai creduto che un uomo cos duro e severo, come mi dicono, fosse
anch'esso una cos buona stoffa di marito!; e fermandosi su quest'idea, e
pensando ad altre cose, a poco a poco il vapore dello chambertin le lavor
sugli occhi in modo, che chin il capo e s'addorment e cos profondamente,
che la donna di servizio, avvisata dal cameriere, che era stanco di far la
guardia fuori dell'uscio, dovette entrare per svegliarla e condurla poscia in
camera.
Ma seguiamo il conte Aquila nella sua camera.
L'orgoglio gli aveva comandato di far tutto perch non uscissero altre parole
dalla bocca oscena della Falchi, ed in sul primo, era come fuggito da colei.
Non pertanto, quando fu solo, ripensando a quelle risa infernali, si sent
assalito da un desiderio furibondo di appurarne le vere cagioni; e fu per
uscire ed entrare dalla Falchi per chiederle conto de' suoi modi
oltraggiosi... ma si trattenne e un raggio lieve e fuggitivo di consolazione
gli rischiar l'anima affannata. Si consol pensando che la Falchi era
manifestamente ubbriaca; che, per conseguenza, non era a far caso nessuno
delle di lei parole; ch'egli era stato un pazzo a darci peso; che non meritava
la pena di pi oltre pensarvi. Ma quel lampo, lo ripetiamo, dilegu nel punto
che aveva guizzato, e:
 Se non fosse stata ubbriaca, avrebbe taciuto, pens... e una tale idea lo
percosse in modo, e il dolore che ne prov fu di quel genere che mette gli
uomini nella tentazione di ammazzarsi.
Si mise a sedere, e fece ogni guisa di congetture. Riandava colla memoria
tutta la vita della contessa sua moglie e non giunse a trovare un momento solo
in cui gli sembrasse avere colei meritato un rimprovero; considerava che il
metodo rigoroso ch'egli avea imposto alla vita di lei, che il non averla mai
perduta di vista un momento, e il non averle mai lasciata libert di sorta,
rendeva assolutamente impossibile che quella donna desse esca alla calunnia e
alla maldicenza. E si confortava un istante, ma per immergersi poi subito nei
pi disperati e strani pensieri. L'indole dura e fortissima del conte Aquila
pieg in quella notte allo spasimo del sospetto del sospetto che  sovente
ancora pi tormentoso della pi crudele verit appurata. Eppure non amava sua
moglie; non l'aveva mai amata. Non era mai stata per lui che la donna
incaricata di portargli dei figli; il solo sentimento ch'essa ingenerava in
lui non era che l'orgoglio di chi possiede una rarit universalmente
apprezzata e desiderata. Ma  appunto l'orgoglio, ma  l'amor proprio offeso
che alimenta la pi tremenda gelosia... perch la gelosia che non deriva
dall'amore, non potr mai essere placata dalla piet.
Il giorno dopo, nell'ora della colazione, in cui il conte soleva vedere la
Falchi alla table d'hte, aveva pensato di non vederla altrimenti, e giacch
non c'era pi nessun motivo di trattenersi a Parigi, aveva presa la
risoluzione di partire senza nemmeno salutarla, per rompere di colpo ogni
relazione con quella donna perversa. Ma la puntura tormentosa del dubbio non
gli permise di fermarsi in quella risoluzione; e si venne anzi cambiando al
punto da sentire irrequietudine ed impazienza nell'aspettazione dell'ora
consueta. Giacch la Falchi aveva lanciato un primo motto, egli voleva saper
tutto il resto, e si affannava nel desiderio di conoscere ogni cosa con
certezza. E venne l'ora, vide la Falchi, sedette a tavola con lei; ostent
umore lieto e cortesia; e l'impazienza lavor tanto sull'animo di lui, che fu
il primo a riappiccare i fili del discorso lasciato sospeso la notte prima.
 Sono contento, madama, che le vostre belle guance abbiano ripreso il loro
incarnato naturale, e che beviate acqua fresca. Jeri notte, bisogna
confessarlo, eravate un po' sostentata, e ho troncato la continuazione di un
certo discorso che... voi mi capite... jeri notte c'era pericolo di sentir le
cose alterate... mentre  la verit rigorosa e intera ch'io voglio conoscere.
Voi siete una dama piena d'esperienza. Io sono un uomo di mondo e filosofo, e,
in quanto alle donne, so compatirle ed amo l'indulgenza. Abborro i mariti che
vanno in furore e sono capaci di commettere delle violenze, se, per
combinazione, le loro mogli hanno guardato piuttosto a dritta che a sinistra.
Catone il Censore, uomo duro e inesorabile in tutto, e un modello di virt
romana perfino coi Romani, nelle cose che interessavano sua moglie, non
guardava tanto per il sottile; bens amava di sapere, per poter perdonare e
sapersi regolare. Era un vero filosofo. Dunque vogliate spiegarmi. madama, la
ragione del vostro strano ridere di jeri sera.
La Falchi tacque un momento, poi disse:
 Mi rincresce, caro signor conte, di non aver saputo trattenermi. Ma anche voi
un momento fa avete detto ch'io era un po' sostentata. Quando si  un po'
allegri, non si misurano le parole, e fanno male a chi le sente. Ma ora non
vogliate dare alcuna importanza a quanto io dissi jeri sera. In una certa
sfera di cose, non avendo nessuna opinione delle donne, cominciando da me, ho
osato di tirar dentro nel coro anche la vostra signora. Ecco tutto. Sia dunque
per non detto quello che fu detto, e cambiamo discorso.
Il conte, stato un momento perplesso, soggiunse poi:
 Jeri notte avete fatto male a ridere in quel modo; ma oggi fate peggio a
tacere. Se non parlate, io andr fantasticando cose che forse non son vere, e
che possono aggravare la condizione di chi pu essere l'oggetto de' miei
dubbj.
 Un momento fa mi avete detto che siete filosofo, ma ora parlando cos, mi
fate vedere che siete un uomo come gli altri.
 Il filosofo non ama l'ignoranza; bens, quando intravvede un fatto qualunque,
vuol conoscerlo appieno, per sapersi regolare con calma e con sapienza.
Parlate dunque e dite tutto.
La Falchi stava per rispondere, quando entrarono nella sala comune altri
forestieri, coi quali cos il conte come la Falchi avevano in quei giorni
fatto conoscenza. Il colloquio adunque fu sospeso, e per pi di un'ora il
conte dovette adattarsi a parlar di cose, che deviandolo dal suo pensiero
fisso, lo annojavano terribilmente. Tra quei forestieri v'era l'avvocato
Gambarana, venuto da Milano e chiamato a Parigi dal marchese F... che ci
stanziava da qualche tempo.
 E cos, avvocato, gli chiese la Falchi, che effetto ha fatto al marchese F...
la notizia del testamento trovato?
 Quando un ricco signore  in pericolo di perdere la met di quello che
possiede, vedete bene che non pu essere molto tranquillo.
 Ma, e credete voi?...
 Io non posso parlare, madama, e molto meno con voi; gi vi sar noto che il
colonnello Baroggi scelse per avvocato patrocinatore il vostro signor
marito?...
 Avete ragione, e non vado innanzi.
 Ma questo testamento da che parte  saltato fuori? chiese il conte Aquila che
conosceva il marchese F...
  quello che non si sa. Il giorno 14 del passato gennajo, il presidente del
tribunale civile di Milano riceve un grosso piego, lo apre, e nell'interno
dell'involto trova scritto: Testamento olografo del marchese F... morto il 21
febbraio dell'anno 1750.  una bagatella di sessantatr anni fa. Da questo
testamento appare che l'erede universale del marchese defunto  un tal
Baroggi, che mor nel 92 caposquadra delle guardie di finanza, e che fu il
padre del colonnello Baroggi che noi tutti conosciamo.
Tra i forastieri che alla tavola comune mangiavano, sentivano e non parlavano,
v'era il noto giojelliere e minutiere Giovanni Manini di Milano, il quale
aveva bottega sotto il coperchio de' Figini e serviva la Corte. Era venuto a
Parigi per liquidare de' conti arretrati, e il giorno prima avea parlato al
vicer Beauharnais, tornato allora allora dalla Russia a Parigi.
Egli dunque ascolt per un pezzo; poi disse con quell'accento di compiacenza
orgogliosa d'un negoziante alla moda che per la sua condizione  ammesso alla
confidenza dei grandi che serve:
 Di quest'affare me ne parl jeri il vicer stesso. Loro signori gi mi
conoscono. Io sono il giojelliere di corte.
 Ah s!... disse il conte Aquila.
 Io ebbi l'onore di fornire le gioje all'illustrissima contessa sua moglie.
 E come ha fatto il vicer a sapere e a interessarsi gi di questa notizia?
 Pochi giorni fa ritorn di Russia lo stesso colonnello Baroggi colla bella
sua moglie. Il vicer ha della predilezione per questo colonnello; le male
lingue dicono che sia per la moglie; ma io non so niente. Quello che so  che
il vicer mi disse jeri queste precise parole: Voi, che non siete pi
giovane, dovreste sapere qualche cosa di un testamento stato rubato dallo
scrigno del marchese F... nel 1750, la notte stessa della sua morte. Nel 50,
io non ero nato, gli risposi, ma di questo fatto mi parl cento volte mio
padre, nominandomi il preteso autore del furto.
 E chi sarebbe questo autore preteso? domand il vicer.
 La cosa  delicata, altezza, allora io dissi. Le dicerie fanno presto a
compromettere un galantuomo, e non vorrei che un vecchio, il quale deve aver
passato di un pezzo gli ottant'anni, dovesse, per cagion mia, avere dei
dispiaceri in sull'orlo del sepolcro.


V

I nuovi interlocutori che nella sala dell'htel Marengo interruppero il
dialogo tra madama Falchi e il conte Aquila, secondo le consuetudini
dell'arte, avrebbero dovuto essere introdotti in altra occasione, quando,
almeno, il dialogo avesse toccato la sua conclusione. Ma noi non amiamo le
consuetudini, e spesso ci piace d'andare a ritroso delle stesse leggi. In
questo caso poi, siccome nella realt storica le cose camminarono precisamente
come le abbiamo esposte, e l'innesto inaspettato della nuova notizia relativa
a quel testamento, fu ed  il perno maestro di questo lavoro, ebbe una grande
influenza su altri fatti importantissimi; cos siamo perfettamente in regola
se abbiamo obbedito alla legge razionale del vero piuttosto che all'arbitraria
dell'arte. Intanto, prima di trovarci soli col conte e colla Falchi, e prima
di assistere ai loro intimi discorsi, giova sapere che il conte Aquila, che
s'era spesso congratulato col marchese F..., perch una grande ricchezza,
forse destinata a una famiglia oscura e plebea, fosse rimasta in quella casa
patrizia, sent con dispetto, che il vicer, contro il suo istituto, volesse
far pesare la sua autorit nelle decisioni giuridiche che i tribunali
avrebbero proferite per la inattesa ricomparsa d'un documento stato smarrito.
Il discorso intorno al testamento del marchese F... si prolung pi tempo che
al conte Aquila sarebbe piaciuto, tanto egli era impaziente di trovarsi da
solo a solo colla Falchi; tuttavia vi prese abbastanza interesse per dire
all'avvocato Gambarana, quando la compagnia si sciolse, che avrebbe desiderato
di trovarlo il giorno dopo nell'alloggio del marchese F..., nel desiderio di
conoscere con precisione quel fatto, e di far sentire in proposito il proprio
parere. Dopo di ci, quando tutti furono usciti, e la Falchi stava per salire
nella propria camera:
 Permettetemi, disse il conte a madama, che io vi segua. Ho bisogno di
parlarvi a lungo.
 Signor conte, sono ai vostri ordini.
In silenzio salirono le scale; in silenzio entrarono nell'appartamento di
madama Falchi, si misero a sedere in silenzio. Finalmente cos prese a dire il
conte:
 Vi ripeto, madama, che so di parlare con una signora di grande esperienza, e
che sa dare il giusto valore e alle cose...
 Vi ringrazio, signor conte.
 Fate in modo che piuttosto io debba ringraziar voi; intanto comprenderete che
io ho ragione di non lasciar cadere in terra il tema che ieri notte, forse
contro la volont vostra, avete messo sul tappeto.
 Voi ne avete tutte le ragioni; ma devo anche dirvi che voi avete data
soverchia importanza alle mie parole, e che io sono sicura di vedervi
tranquillo, quando conoscerete i fatti precisamente come stanno.
 Dunque?
 Dunque comincio a dirvi che ho avuto torto di ridere quando mi parlaste della
virt di vostra moglie; io non so nulla e non posso dire nulla contro di lei.
Il conte, a queste parole, che per verit dovevano essere tranquillanti, si
turb e si sconvolse invece come se avesse udita una verit crudele. La
dissimulazione della Falchi gli fece pensare che trattavasi di una cosa assai
pi grave de' medesimi suoi sospetti. Egli si alz agitatissimo:
 Per carit, madama, parlate. Col tacere, sapete che cosa fate voi?... Mi
costringete a partir subito per Milano... e l... Non credo che, per quanto
abbiate poca stima di mia moglie, voi desideriate ch'io l'ammazzi.
La Falchi, ad onta del suo animo perverso, rimase percossa a queste parole del
conte, e:
 Ma io non vi ho detto che avrei taciuto; vi ho detto soltanto che non
trattavasi di una cosa seria... e aggiungo adesso, per mettervi tosto in sulla
via giusta, che tutta la colpa  del vicer.
 Del vicer?... ma come c'entra il vicer?...
 Se credete alle mie parole, non cominciate a contraddirmi. Vi ripeto adunque
che se la fama di vostra moglie fu in pericolo di essere appannata, la colpa
non  di lei, povera donna, ma di quell'imbecille impudente e invanito.
 Ma che diavolo pu essere avvenuto, che nulla me ne sia trapelato? Ci 
inverosimile.
 Vi ricordate, signor conte, dell'ultima festa di corte?
 Sono gi trascorsi tre anni.
 Ci non importa...
 Ebbene...
 Ascoltatemi tranquillo... Il vicer in quella notte diede un bacio a vostra
moglie; ecco tutto.
 Il vicer baci mia moglie?...
 Un vostro amico era con me, e vide con me tutto... egli  il conte X che
potete interrogare.
 Dunque fu uno spettacolo pubblico?...
 No, il fatto avvenne nelle sale pi interne del palazzo. Noi due soli abbiamo
veduto, e si voleva in quella notte stessa farvene avvisato... appunto perch
vostra moglie era innocente dell'avvenuto... e forse occorreva che voi, per
vostra norma, aveste a saper tutto.
 E perch non avete parlato?
 Perch si  poi creduto di far meglio a tacere. E si tacque...
scrupolosamente... tanto io che il conte... E ci  cos vero, che il fatto
rimase sepolto in modo che non ne trapel mai nulla a nessuno...
Il conte Aquila si alz, e passeggi qualche tempo senza parlare; poi:
 Oh fossi precipitato dal Cenisio col corriere, piuttosto che metter piede qui
e veder voi e aver sentito quel che ho sentito!...
E indi dopo qualche pausa:
 E ora che si fa? soggiunse.
 Vendicarsi di quel furfante vicereale, e mandarlo colle gambe in aria...
 Vendicarsi di un uomo perch ha baciato una donna? la avrebb'egli baciata se
lei...
E sedette innanzi ad una tavola, appoggiando su quella i due pugni stretti, e
tenendo fissi gli occhi sulla parete opposta come se guardasse un oggetto.
 Quando il vicer os baciarla, continuava la Falchi, ella si sciolse da lui
con violenza, e lo lasci senz'altro, e retrocesse sola. Questa  la pura
verit.
 S?...
E il conte guardava macchinalmente la Falchi, come chi sembra inteso ad una
cosa e ne pensa un'altra.
 Davvero, essa continuava, che non avrei mai creduto che un fatto simile fosse
per darvi tanto fastidio... Gi si sa che quando uno sfacciato s' messo in
testa di baciare una donna, non ha bisogno d'interpellare il suo consenso... 
come se un borsaiuolo vi rubasse l'orologio... Sarebbe strano se si pensasse
che il derubato  complice.
Stato assai tempo sopra pensiero, il conte a poco a poco si ricompose, si fece
dignitoso e quasi solenne:
 Voi avete ragione. So chi  mia moglie e di lei non faccio alcun sospetto...
Ora soltanto vorrei che il vicer fosse un uomo che a ricevere uno schiaffo,
mandasse il d dopo i padrini a casa mia.
 Sarebbe uno schiaffo gettato. Egli  il vicer... voi siete un privato...
quindi, perdonatemi, sareste trattato come un pazzo... E non avreste nemmeno
la compiacenza d'andare in prigione... perch per qualche tempo dovreste
assoggettarvi all'aria malsana della Senavra, e a sentire gli urli dei
furiosi... Il povero Celestino Marelli, mercante di pannine (credo bene che vi
sia nota quella storia), il quale baston il vicer in borghese, fingendo di
prenderlo per un altro quando usciva dalle stanze di sua moglie... ha dovuto
adattarsi a vivere coi matti sei mesi. Capisco che voi appartenete ad uno dei
primi casati di Milano... Capisco che siete riverito in paese pel vostro
nobile carattere e per la vostra sapienza... ma, in faccia a chi  padrone
d'uno Stato, ed ha la forza ed  prepotente, cos i grandi come i piccoli,
quando stanno al disotto ed hanno ragione, son tutti eguali.
 Di che paese  padrone il vicer?... Vorrei saperlo. Noi siamo i padroni,
perdio, e con un calcio io sbalzer colui lontano mille miglia.
 Ah, adesso parlate bene, e cominciamo ad intenderci.
 Fra un anno Napoleone sar all'inferno; e fra un anno il vicer non sar pi
n padrone n servo.
 A questo solo si deve provvedere.
 Ma i servi del servo devono tutti andar a spasso con lui.
 Purch si sappia fare.
 E cominciando da uno dei pi cari e pi assidui amici di casa vostra...
 Io non ho amici.
 Se non voi, che non amate i vecchi, si sa per che vostro marito accende
tutti i giorni la sua candela all'altare del Prina.
 Se la accende, non  per devozione, fidatevi di me. Eppoi ci sono delle
novit. Ecco quel che mi scrive mio marito... guardate qui, leggete: da qui a
qui.
Il conte, dopo aver letto un brano di lettera, lev gli occhi in faccia alla
Falchi e disse:
 Io me l'aspettavo. Tuttavia, conosco i Milanesi, e i loro malumori sono
fuochi di paglia.
 Ma voltate la carta e vedrete di peggio...
 S... vedo che due volte hanno affisso sulla porta della sua casa in S.
Fedele...
 Avete visto?... un cartello colle parole. Prina, Prina, il giorno si
avvicina.
 Oh... ci d poco valore. Son le solite pasquinate... i Milanesi in ci son
famosi, ma cane che abbaia non morde.
 Sar come voi dite. Ma io ho scritto a mio marito di pregare il Prina a star
lontano da casa nostra.
Intanto che la Falchi parlava, il conte, a caso scorrendo il resto della
lettera, s'imbatt in queste parole che gli fecero senso: Oh se andasse al
diavolo prima della scrittura.
La Falchi, vedendo che il conte fermava l'occhio oltre il passo della lettera
da lei segnatogli, fu presta a cogliere un pretesto per levargliela di mano;
ci che accrebbe la prima sorpresa di lui. Per verit egli non aveva
traguardate che quelle sole parole; ed esse potevano riferirsi a tutt'altra
persona che al ministro Prina, ma uno strano sospetto gli era penetrato in
mente; sospetto che noi ora non possiamo n distruggere n accertare, e
intorno al quale lasceremo che il lettore pronunzii spontaneo il proprio
giudizio, quando si trover in cospetto di altri fatti.

VI

Lasciando questo incidente, e tornando al tema del precedente dialogo:
 Domani andr a Milano, prosegu il conte. L'umore d'una popolazione non si
pu conoscere davvero se non le si vive in mezzo. Vedr e sentir. Tutto per
altro dipende dall'esito delle nuove battaglie; l'esito momentaneo,
intendiamoci, perch del finale mi tengo sicuro.
 Se andate a Milano, fate di vedere il Milordino che fu con me testimonio
della sfacciataggine del principe. Sentendo lui prima di parlargli di me,
vedrete che alla pura verit non ho aggiunta n levata una sillaba. Ed ora
vorrei pregarvi di una cosa.
 Che cosa?
 Che la buona e brava signora contessa non debba avere nessun dispiacere per
quello che vi ho riferito.
 Siate tranquilla; io sono sicuro della sua innocenza. Io non le parler
giammai di questa avventura. E voi, madama, dovete promettermi di non parlarne
mai con nessuno. Il vostro silenzio vi sar compensato... con usura... quando
si tratteranno cose di ben pi grave momento.
 Ho taciuto tre anni, posso ben tacere tutto il resto della mia vita.
 Mi annoja per che il Milordino siasi trovato con voi quella notte.
 Esso  vostro amico, ed  nemico del vicer. Quando io lo pregai di tacere,
mi rispose che se si fosse risolto di parlare, non lo avrebbe fatto che con
voi solo.
Dopo queste parole, il conte Aquila, serio ma tranquillo in apparenza, si
licenzi da madama Falchi.
Abbiamo detto in apparenza; e in fatti quando fu solo passeggi agitatissimo
lungo la Senna. Il suo orgoglio non gli aveva permesso di dare alla Falchi lo
spettacolo d'un marito geloso, furioso e tradito. Egli, come Alboino, non
voleva degnarsi di domandar conto ad altri della fedelt della moglie; egli lo
diceva, e doveva bastare. Ma quell'orgoglio, in ragione che gli avea comandato
di atteggiarsi da uomo calmo, gli avea addensato tanto livore e fiele nel
fegato, che sentiva la tentazione di mordersi le mani per dargli uno sfogo
meccanico qualunque. Egli pensava che se sua moglie fosse stata innocente,
sarebbe stata e avrebbe dovuto essere la prima a manifestargli l'atto
sfacciato del vicer; pensava che questi doveva avere troppo timore di lui,
per osare quell'atto, se non fosse stato certo che la contessa avrebbe
taciuto. E qui, richiamandosi in mente le parole del vicer, e le lodi da lui
ricevute a nome dello stesso imperatore, si sentiva doppiamente umiliato,
perch sospettava che quella grande stima di S.M. poteva essere invenzione del
vicer stesso per abbonirlo e ingannarlo e tradirlo.
Sentiva, per conseguenza, che non solo il vicer non lo stimava, ma lo
disprezzava come qualunque altro uomo volgare, credendolo degno di prenderlo
al laccio e di scornarlo poi. E qui, invece di provare compassione per s, che
si era lasciato ingannare; di nutrire ira pel vicer, che lo aveva
disprezzato, sentiva colmarsi il petto di un veleno e di un odio mortale
contro la propria moglie; argomentando che per sola sua colpa era nato tanto
scandalo. Povera donna! ed era innocentissima!...
Il giorno dopo si rec a far visita al marchese F..., nella cui casa trov
anche l'avvocato Gambarana di Pavia:
 Prima di tornare a Milano, sono venuto a trovarti, marchese.
 Ti ringrazio, e ti prego di un piacere. So che qui l'avvocato t'ha informato
della lite che m' stata intentata dal Baroggi. Ebbene, avrei bisogno che tu
parlassi al ministro di giustizia; so che lo conosci... e che ti mettessi in
comunicazione coi due presidenti del tribunale e con quanti giudici tu puoi.
Qui all'avvocato fu scritto che il vicer, in tono minaccioso, ha gi fatto
sapere a quei signori ch'egli voleva essere informato dell'andamento di tutta
la procedura, e che avrebbe vegliato perch si adempisse alla pi scrupolosa
giustizia. E anch'io voglio la giustizia; ma dico nello stesso tempo che il
vicer comincia ad infrangerla col far pesare la propria autorit
sull'opinione dei giudici.
 Il ministro di giustizia  pi tremante del vicer che dell'imperatore. I due
presidenti poi tremano del ministro. Dunque per quella via non c' da fare
nulla, marchese: ma io me ne occuper in ogni modo;  tempo di farla finita
anche con questo asino prepotente di vicer. Eppoi, eppoi... le liti
giuridiche sono solite ad andare fino alle calende greche. Dio sa dove sar
Beauharnais quando uscir la sentenza finale dei tribunali!
 Ma non vorrei che intanto mi si sospendesse l'amministrazione della sostanza
in quistione... Starei fresco, caro conte!
  qui il nodo, soggiunse l'avvocato.
E su questo tema quei signori continuarono a parlarne per un pezzo, e ne
parlarono ancora quando accompagnarono il conte fino all'Ufficio delle
Messaggerie del Moncenisio, il giorno della partenza di lui per Milano.
Come allorquando vediamo un piccolo nuvolo in sull'orizzonte, che non sembra
dover turbare per nulla la tranquillit del cielo; ma poi quasi facendosi
incontro ad altro nuvolo che non si sa donde siasi spiccato, si congiunge e
s'ingrossa con quello, e a poco a poco altri si accumulano in modo che chi
guarda pu benissimo aver timore di un temporale; cos, per caso, vennero a
congiungersi in Parigi e il conte Aquila e la Falchi, poi l'avvocato Gambarana
e il marchese F... e il vicer, e il colonnello Baroggi, che rimasto pochi
giorni a Parigi, era tosto partito per Milano.
La rivelazione di un fatto improvvis di punto in bianco un nemico implacabile
a Beauharnais; una quistione giuridica di indole puramente privata, per
influenza onnipotente dell'interesse, avvicin un altro patrizio al conte
Aquila, nel desiderio di vedere in rovina il figlio adottivo di Napoleone; la
Falchi, sollecitata dall'auri sacra fames, ci fece presentire un altro
temporale, che dovr scaricarsi su altre teste. Vedremo, tornando a Milano, di
che qualit sar la grandine.


VII

La sera del 12 aprile il conte Aquila entrava in Milano da Porta Vercellina.
Egli aveva gi dato avviso al maggiordomo del proprio arrivo e indicatone
anche il giorno e approssimativamente l'ora. Dopo il dialogo avuto colla
Falchi non aveva pi scritto alla moglie; soltanto nelle lettere dirette al
maggiordomo, gli aveva sempre lasciato l'incarico di porgere alla contessa i
proprj saluti. Come un re di Spagna non poteva mancare a nessuna legge del
cerimoniale domestico; d'altra parte non voleva tradire alle persone di
servizio i proprj segreti. La carrozza di casa era a pigliarlo all'Ufficio
delle Messaggerie. Era notte tarda quando l'androne del suo palazzo risuon
del rumore delle ruote e dello scalpito dei cavalli.
La contessa si sent rimescolare il sangue a quel rumore. Era gioja? era
dolore? Non lo sappiamo. Probabilmente era l'effetto d'uno di quei sentimenti
indefiniti che da qualunque cagione derivino, non fanno mai bene alla salute.
Per quanto ci d la nostra esperienza, ben di rado avviene che al ritorno d'un
marito in casa propria da una lunga assenza, risvegli il buon umore in coloro
che hanno l'obbligo di aver sentito un gran vuoto per la sua lontananza.
Spesso noi abbiamo assistito al ritorno pi o meno atteso di qualche marito, e
sempre abbiam dovuto conchiudere che colui avrebbe fatto un gran buon effetto
a non ritornare cos presto. Per caro che sia un marito, per quanto penelopea
possa essere una moglie, la presenza di lui implica sempre sudditanza,
obbedienza, impaccio. Perfino gli amici e le amiche di casa se ne risentono.
Quante volte, seduti a lieta mensa, a mensa innocente, intendiamoci bene, dove
l'allegria la pi schietta animava la brigata invitata dalla vice-gerente
moglie; a un tratto vedemmo dileguare la generale festivit all'improvviso
annunzio recato in tavola insieme colla zuppiera:  arrivato adesso il signor
padrone!
Ben  vero che all'entrare che fa il padrone nella sala comune, la moglie gli
si fa tosto incontro con mille gentilezze, ed  perfino capace di baciarlo;
gli amici e le amiche di casa vanno in cerca delle pi belle espressioni per
festeggiarlo; ma non bisogna fidarsi delle apparenze; ma dopo pochi minuti i
visi sono tutti aggrondati, cominciando da quello del marito, che non era
preparato a trovar tanta gente in casa. Il lettore non pu immaginarsi
l'avversione che, in generale, noi abbiamo per i mariti; essi sono i veri
autocrati della vita intima, senza sindacato e senza equilibrio di poteri; 
tanta la paura che abbiamo di loro, che abbiamo paura persino di noi stessi;
giacch il lettore deve sapere, e lo diciamo perch si accorga che siamo in
buona fede, che anche noi, sebbene senza vocazione, ci troviamo ascritti alla
sterminata camorra di coloro che hanno rinunziato alla libert, per il barbaro
diletto d'impacciare l'altrui.
Non  dunque ad immaginare come si respir in casa Aquila durante la
lontananza del conte; come la servit sent tutta la beatitudine
dell'obbedienza volontaria che avea prestato a quell'angelo della contessa;
come questa fosse lieta di trovarsi in mezzo a tanta gente che la servivano
adorandola; come ella poi, trovandosi a tutto suo agio e libera dall'orrido
incubo maritale, avesse gi messo sulle guancie, fatte pi piene, un lieve
color di rosa, il quale era scomparso dal giorno che dal collegio pass nelle
spire del suo serpente sacramentale, stato benedetto dal signor curato!
Quando si pensa alla leggerezza crudele onde i genitori gettano le loro
figliuole inesperte nelle mani del primo che capita, senza esaminare
previamente il carattere intimo, senza conoscere le abitudini, spesso anzi non
curando la pubblica fama che, se non sempre, qualche volta  un surrogato
delle leggi impotenti: quando si pensa al numero sterminato di agonie
tormentose e lunghissime subite da tante e tante infelici che i mariti hanno
ammazzato in tutta pace, e persino nell'apparente e recitata bonomia delle
pareti domestiche, e senza nessuna revisione legale; quasi si dura fatica a
trovare indispensabile l'instituzione del matrimonio; e senza quasi, la
coscienza spaventata si ribella ai codici invalsi.
Allorch il conte Aquila, salito lo scalone, fu per entrare nel proprio
appartamento, la contessa, insieme colla propria madre, che per caso quel
giorno trovavasi l, fu sollecita a muovergli incontro. Ma il conte la salut
severamente, secondo il suo costume; salut la madre secco, e comand al
maggiordomo, ch'era l anch'esso, di seguirlo in camera. Dopo alcuni minuti,
stando la madre e la figliuola nel gabinetto di questa ultima, sentirono la
voce del conte alterata e iraconda, e il maggiordomo che di l a poco uscendo
dalle stanze del padrone, diceva sottovoce:
 Non si pu pi vivere in questa casa.
S'egli  vero che, per consueto, i padroni di casa, come tutti coloro che
esercitano un'autorit qualunque, provocano in chi li avvicina un sentimento
il quale, anche allorquando le indoli son buone, insieme coll'amore e col
rispetto, tien tuttavia in deposito qualche elemento di tedio e di pena;
figuriamoci poi che tristissimo effetto essi sono destinati a produrre quando
i caratteri sono orgogliosi, acri e tempestosi, e l'affetto non li riscald
mai nemmeno durante il fuggitivo corso della luna di miele: un senso assiduo
come di paura impaccia ogni pensiero, ogni gesto, ogni atto della povera
moglie e di quanti sono condannati ad obbedire ed a servire in casa. Il conte
Aquila, gi lo sappiamo, apparteneva a questa gena spaventosa dei tiranni
domestici. Il maggiordomo non aveva ricevuto dal padrone che rabbuffi e parole
crude per ogni menoma cosa che non gli fosse piaciuta; o un avaro ed un
austero silenzio quando ne aveva indovinata ogni volont. I servi e le
cameriere si presentavano ai suoi ordini con pauroso rispetto; la moglie non
differiva dai servi che per il posto gerarchico, il quale per contribuiva ad
accrescere la sua rispettata servit.
La contessina chiam in gabinetto il maggiordomo:
 Che cosa ha il conte? gli disse.
 Io non so pi, signora contessa, che cosa fare. Nemmeno il Padre Eterno, se
venisse al mio posto, potrebbe accontentarlo.  andato in sulle furie perch
ho affittato al colonnello Baroggi l'appartamento del secondo piano. E
consideri, signora contessa, che prima di partire, fu egli stesso a darmi
l'ordine di affittarlo anche a qualche ufficiale dell'esercito, se si fosse
presentato. Adesso si lamenta perch ci sar l'incomodo delle ordinanze e dei
cavalli che vanno innanzi e indietro. Ma doveva saperlo anche prima, mi pare.
 Abbiate pazienza. Domani non si lamenter pi, quando sapr che il colonnello
e sua moglie sono due buonissime e gentilissime persone... Ora andr l io a
dirgliene qualche cosa.
 Signora contessa, la consiglio a non andarci. Mi ha detto che era stanco, e
voleva andar subito a letto, e mi ordin di non lasciar entrar nessuno da lui:
chiunque sia.
 Ma io non sono un conoscente qualunque che venga a fargli visita.
 Questo lo so... ma volevo dire, che nemmeno lei lo troverebbe di lieto umore.
La contessa stette in forse perch, pur troppo, conosceva suo marito; ma
d'altra parte pens che a non farsi vedere la prima ora del di lui arrivo, era
un atto di trascuranza non perdonabile ad una moglie; si rec dunque al di lui
appartamento; buss leggermente alla porta, e con quel suo accento
naturalmente soave, e in quel punto fatto pi tenue e gentile dalla titubanza:
 Si pu entrare? domand.
 A domani, contessa, rispose bruscamente il conte; sono gi a letto, e voglio
dormire.
Ella tacque: stette ancora in forse; poi con voce che quasi non si poteva
sentire:
 Felice notte, disse, e part assai pensierosa, perch il conte non si era
mostrato mai come allora tanto scortese con lei.


VIII

Il giorno dopo il conte ricevette molte visite di conoscenti, e fu con loro
affabile e loquacissimo; tra le altre ebbe anche quella del conte X.
 Chi mi avvis del tuo arrivo fu la moglie dell'avvocato Falchi, la quale mi
scrisse da Parigi. M'annunzia che s' gi messa in viaggio, e mi prega di
passare da te.
 Non ti scrisse altro?
 Null'altro. Di che si tratta?
 Di un'inezia. Siedi. Madama a Parigi mi raccont la scena comica dell'ultima
festa da ballo data a corte.
 Che scena comica? Non so niente io...
 Allora vuol dire che sar tragica. Tutto dipende dal modo con cui si piglian
le cose.
 Ti prego a spiegarti.
 Diavolo! non hai tu visto il vicer a far la corte a una dama e a darle un
bacio?
 Ah... s... ma pass tanto tempo, che quasi non me ne ricordava pi...
  dunque vero?
 Quello che  vero  vero. Ma la moglie dell'avvocato ha fatto male a
mettertene a parte.
 Ha fatto benissimo. E tu, come amico, avresti dovuto essere il primo a
parlarmene. Vedi bene che mia moglie non ci ha n colpa n peccato, n io non
avrei mai potuto adirarmi con lei; per, credimi, che se tu avessi detto tutto
quella notte stessa, sarebbe stato meglio.
 Son sempre cose che fanno dispiacere... Ma tua moglie non te ne disse nulla?
 Veramente no... cio... mi diede a capire qualche cosa... e pi d'una volta
mi fece sentire la sua avversione per il vicer, e un'altra volta si rifiut
di venire a un pubblico convegno dove il principe doveva venire... Ma io ci
passai sopra, n feci domande... e se non era madama Falchi, non avrei saputo
precisamente com' corso il fatto. In ogni modo, bada di non parlar mai di ci
a mia moglie. Il tempo stringe, gli avvenimenti incalzano; e si vuole mandare
colle gambe in aria il vicer; n vorrei mai che mia moglie e i suoi parenti e
gli amici credessero che io sono diventato un nemico del vicer per
quest'avventura tutta da ridere. Zitto adunque, caro conte, e pensiamo a far
cambiar faccia al paese. Fra due o tre settimane l'imperatore entra in
campagna. Dei prodigi ne far ancora, ne son certo; ma sar per poco. Il suo
tempo  finito, e deve cominciare il nostro. Gli elementi devono essere al
tutto nuovi. Nessun uomo dovr salire al potere, il quale sia stato adoperato
e straccato dal governo imperiale.
In questo mentre un servitore buss alla porta, entr, e disse:
  in anticamera il signor colonnello Baroggi, il quale prega di essere
introdotto.
 Digli che sto chiuso con un amico per affari, e che se vuol ritornare... Ma
no,  meglio farlo entrar subito.
 Pare anche a me.
 Ma  il Baroggi dell'eredit?
 Non ce n' altri;  il colonnello.
 Ma sai tu che tutta Milano parla di questa faccenda?
  naturale... Ma il testamento ander in fumo... Sono passati sessantatr
anni; e come si fa ad asserire che il documento presentato in tribunale non
sia una mistificazione, una contraffazione, una commedia?
 Sono curioso di vedere in faccia questo signor colonnello.
 Fermati, e lo vedrai.
 Esso  il marito della contessina S...
 E chi non lo sa?
 Quella ragazza stravagante e pazza, degna veramente di esser figlia di quello
scavezzacollo del conte S..., porta ancora l'elmo e gli stivali alla dragona?
 Essi abitano in casa mia al secondo piano. Capitando qui potrai vederla.
Il servitore spalanc la porta, e si present il colonnello Baroggi col
braccio destro avvolto in una custodia di cuojo e appeso al collo, e tenendo
l'elmo nella sinistra.


IX

Il lettore che, dopo i fatti di Roma, vide gi il Baroggi alla caccia di
Lainate impegnato in un grave alterco con Foscolo, che fin poi colla pi
calda amicizia per parte d'ambedue, ed oggi lo rivede in casa Aquila; avr
desiderio di sapere che cosa  avvenuto di lui e di donna Paolina in tutto il
tempo decorso. Il Baroggi, subita l'operazione della spalla, guar
compiutamente in capo a due mesi. Il colonnello S... in quell'occasione fu pi
volte a visitarlo, e ne' giorni che, dopo l'operazione chirurgica, parve che
il capitano versasse in grave pericolo di vita, esso fu il primo a proporre,
sposasse dal letto donna Paolina. Le destre furon congiunte, tra le lagrime
degli sposi e degli astanti e il dolore pi cupo del conte S...; ch in quel
d appunto, infierendo l'infiammazione, il chirurgo avea quasi tolta ogni
speranza di guarigione. Ma tante angosce si rivolsero nella pi schietta gioja
quando il pericolo cess. Il conte S... parve trasmutato in tutt'altr'uomo e
non v'erano carezze che non facesse alla figliuola. Ma venne il d del
distacco. La divisione del general Massena lasci Roma; e il colonnello S...
dovette partire col reggimento.
Il capitano Baroggi, perfettamente ristabilito in salute, raggiunse il
presidio di Bologna, lasciando la moglie in Roma, dove diede in luce un
figliuolo. Nei rovesci del 99 lasci l'Italia con lei. Nel 1800 pass il gran
San Bernardo col primo console; alla battaglia d'Austerlitz ebbe il piacere di
rivedere il suocero, allora generale di brigata, ma dal d stesso divise colla
moglie il dolore per la morte di lui sul campo di battaglia, dove una palla da
cannone lo rovesci da cavallo. Venuto a Milano, nell'occasione che Eugenio
Beauharnais fu fatto vicer d'Italia, entr nel suo stato maggiore. In quel
tempo colloc a pensione nel collegio Calchi-Taeggi il proprio figlio,
raccomandato alle cure speciali della contessina Ada, che, rimasta sola a
Milano, per esser morta nel 1801 in vecchissima et la contessa Clelia, ripose
in quel fanciullo ogni affetto, ed ebbe per lui tutte le sollecitudini.
Seguito il vicer in tutte le battaglie in cui questo si trov, ebbe parte con
esso anche nella campagna di Russia, dove fu colto nel braccio da una palla di
fucile rimbalzata.
L'accoglimento che il conte fece al colonnello fu quello di un re non
costituzionale e affetto dal mal di fegato, che adempie all'etichetta, senza
dire nessuna parola confortevole a chi si presenta all'udienza. Discorsero
della campagna di Russia; del generale Pino e de' suoi disgusti col vicer; il
conte domand al colonnello in che luogo e in che modo egli era stato ferito;
parlarono anche del testamento, e il conte non manc di significare al
colonnello che la protezione del vicer gli pareva dover riuscire pi di danno
che di vantaggio; gli chiese inoltre se esso sapeva da che parte e da che mani
quel testamento aveva potuto sbucar fuori. Dal lato suo il Baroggi, disgustato
di quell'accoglimento, rispose secco e stando sempre sulle generali, e infine
si accommiat, soggiungendo che si recava negli appartamenti della signora
contessa a levare la propria moglie. Il conte allora, spinto dalla curiosit
pi che dai riguardi del galateo, si alz anch'esso, e segu il colonnello,
dicendo che gli piaceva di far la conoscenza di una donna ch'era stata di s
forte animo da seguir sempre il marito alla guerra.
Donna Paolina, vestita nella sua completa divisa di dragone, stava seduta
accanto alla contessina Aquila, e teneva la mano di lei nella propria, quando
il conte ed il colonnello entrarono. Chi non avesse conosciuto l'esser suo,
l'avrebbe creduto un giovinotto amante, tutto intento a corteggiare la propria
dama. Donna Paolina si alz all'improvvisa comparsa del conte; alta e snella e
leggiadra, e cogli occhi saettanti come quelli della Camilla di Virgilio. Il
conte, che non l'aveva mai veduta, fu colpito da quello spettacolo. Esso era
duro e non avea cuore; ma il sangue lo aveva, e quella donna, vestita in
quella foggia e cos diversa da tutte le altre, gli mise sossopra il sangue.
Se non che, considerandola una conquista impossibile, l'ebbe tosto in
avversione, come un fatto che umiliava il suo orgoglio; e parendogli, sotto il
lavoro di quella stessa umiliazione, ch'ella fosse altera e sprezzante, sent
crescere la tentazione di nuocere a lei e a suo marito in quanto poteva. Il
conte Aquila era un perfetto cavaliere, n mai sarebbesi degnato adoperare
armi oblique e insidiose a danno di chicchessia; ma in quell'occasione, anche
perch gli premeva che la ricchezza rimanesse al patriziato e non alla gente
oscura, si sent irresistibilmente portato a volere il loro danno.
In quel giorno non avvenne altro di considerevole; i coniugi Baroggi si
recarono dall'avvocato Falchi, per sentire in che posizione si mettevano i
loro interessi; l'avvocato Falchi diede loro le pi belle parole del mondo; ma
in quel d stesso invit a pranzo l'avvocato Gambarana, perch non c' legge
la quale proibisca ad un avvocato di mangiare un boccone in compagnia
dell'avversario.
Il conte Aquila, incumbenzato dal marchese F..., fece una visita al giudice a
cui dal presidente del tribunale era stata affidata la trattazione
dell'eredit Baroggi; quel giudice, che era il cavaliere F..., aveva tanto
ingegno e criterio e sapere legale quant'era scialacquatore e dissestato ne'
proprj affari; circostanza di cui il conte Aquila era stato informato, e della
quale avea pensato di trar profitto. Il signor giudice fece intendere al conte
che quell'affare era stato chiamato espressamente dal ministro Luosi; non
ommettendo per di conchiudere, con quell'arte fina che accenna senza lasciar
traccie le quali possano compromettere, che il Luosi doveva pensare ai casi
proprj, per la medesima ragione onde il vicer non era ben sicuro sul proprio
cavallo. Per questo affare privato, che pure doveva avere la sua influenza
sulla pubblica cosa, il conte non ebbe dunque motivo di lagnarsi in quel
giorno; come ebbe assai ragioni di portar la testa pi alta e di avere gli
occhi pi provocanti del solito, allorch, parlando cogli amici, sent da
tutte le parti che gli elementi del pubblico malumore erano sufficienti a
rovesciare due governi, non che uno. Sent con gioja i fallimenti colossali di
tre o quattro case commerciali, che avevano rovinato per consenso tutto il
piccolo commercio dipendente; tra gli altri quello del negoziante Bignami, che
dovette fuggire perch gi da un anno era creditore verso il governo di pi di
un milione, e il suicidio d'un fratello di lui; sent con piacere come il
ministro Prina, con acutissimo ingegno, inventando sempre nuovi modi vessatorj
per cavar danaro, fosse stato cagione che in quei giorni una grossa mano di
popolo tumultuasse minaccioso innanzi al palazzo del Broletto; e in pi
borgate e villaggi contemporaneamente i contadini insorgessero, e si
presentassero al Comune armati di badili e forche per l'accrescimento del
testatico.


X

Il cielo rimase cos per molto tempo ingombro di nubi minacciose al governo
francese; ma un giorno, e fu il 5 maggio, corse una voce che, del resto, da
molti era aspettata; la voce di una clamorosa vittoria riportata da Napoleone;
essa venne confermata dal bullettino della grande armata, e cento colpi di
cannone annunciarono officialmente la vittoria di Lutzen. Il cielo si
rischiar. Il vicer Beauharnais ebbe l'accorgimento di ritornare a Milano
subito dopo i cento colpi. Il negoziante Bignami, che era fuggito a Parigi e
che era stato visto dal vicer stesso, fu da questo confortato a ritornare
subito a Milano, colla promessa che tosto il governo lo avrebbe rimborsato; e
Beauharnais mantenne la promessa ed ajut la casa Bignami; lo che fece pure
con altre ditte commerciali, che avevano dovuto soffrir danno per i mancati
pagamenti delle casse governative.
In que' giorni avvenne a Milano un rivolgimento strano.
Non pochi dei vecchi padri di famiglia, che nel 96 potevano contare dai
quaranta ai cinquant'anni, avevano serbato qualche simpatia per il governo di
Maria Teresa sotto cui eran nati, per il governo di Giuseppe II e di Leopoldo
sotto cui eran cresciuti. Parliamo della parte meno squisita della
popolazione; di quegli uomini di pasta volgare, onesti ma pregiudicati,
inaccessibili alle idee nuove, testardi nelle loro consuetudini; di quelli che
andavano ancora in calzoni corti, in calze e scarpe con fibbie; che portavano
ancora la coda col chiodo, che per lungo tempo avevan serbato un austero
silenzio con quei figliuoli che l'avevan tagliata senza il permesso; e che
avean minacciato di scacciare il giovine di banco se mai avesse osato lo
stesso: presso a poco come, in tempi a noi vicinissimi ed anche oggid,
sebbene rarissimamente, non si vuole da qualche padrone di negozio che il
maneggiante porti i baffi, perch crede incompatibile colla onest il labbro
coperto di peli. I figliuoli di costoro, cresciuti nelle idee nuove e attratti
dallo splendore della gloria di Napoleone, non avean parole che d'entusiasmo
per lui, e avean costretto a tacere i padri incorreggibili che crollavano la
testa, ma che avean paura di compromettersi a parlar chiaro. Ora, pel
cambiarsi dell'orizzonte politico dalla fine del 12 ai principj del 13, s'era
cangiato scena anche nell'interno delle famiglie. I padri che credevano d'aver
sempre avuto ragione, cominciarono a investire con sarcasmo e peggio i
figliuoli. Questi, che per tanti anni s'erano avvezzati a non aver mai torto,
non voleano lasciarsi soverchiare dalle vecchie ostinazioni ricalcitranti.
Insomma l'ora del pranzo, che per consueto  consacrata alle consolazioni
dello stomaco e alla pace domestica, divent invece l'ora pi tempestosa della
giornata.
Non eran molte quelle case dove ogni giorno non succedessero liti d'inferno
per argomento politico. E per vero, il pubblico disastro in quegli ultimi
giorni era andato tant'oltre, che a poco a poco ai giovani venne a mancar
l'eloquenza, crescendo, di rimpatto, la petulanza dei vecchi e dei codini
(allora questo vocabolo era in senso proprio e non traslato), al punto che non
si poteva pi vivere nelle loro mani.
Ora pu immaginarsi il lettore come le acque che s'eran gonfiate per deflusso
retrogrado, rifiorirano impetuose e rumoreggianti quando venne la notizia
della vittoria di Lutzen, quando s'udirono dal Castello i cento colpi di
cannone; quando ritorn il vicer; e come questi ebbe medicate, coll'intento
di abbagliare il facile volgo, molte piaghe pubbliche e private, venne
vivamente applaudito da quella parte di pubblico che gli stava d'intorno
nell'occasione che comparve a una rivista militare. I giovani tornarono ad
avere il sopravvento sui vecchi; i gallomani fecero tacere tutti quelli che
erano affetti dalla tabe austriaca. E il medesimo avvenne in seno alla terza
fazione, la quale era men frequente di uomini di vero ingegno: la fazione di
coloro che ripugnavano dai ricordi austriaci come da un cadavere; e volevano
sferrarsi dalle braccia della Francia imperiale come da un prepotente. Il
conte Aquila, che era il capo di una dozzina di patrizj i quali costituivano
appunto il nerbo di questa fazione, ricevette un colpo mortale dagli ultimi
fatti, sebbene gli avesse e preveduti e pronosticati, e fosse persuaso che non
dovessero aver che l'effetto di una meteora. Ma non s'era aspettato che il
pubblico dall'oggi al domani si trasmutasse cos repentinamente, ma non s'era
immaginato che il vicer, del quale negli ultimi mesi si era detto tutto il
male possibile, e che partendo nel 1812 per la guerra, aveva attraversata la
folla in mezzo al pi cupo silenzio, dovesse al suo ritorno essere ricevuto da
cos festose acclamazioni.
All'intento di scrutare il pubblico pensiero, egli s'era confuso nella folla
quando il vicer si mostr alla rivista. Insieme col seguito di lui aveva
veduto il colonnello Baroggi con accanto la moglie in assisa militare: gli
parve il vicer guardasse troppo spesso a quella virago, ricordante i tempi
greci e romani; e allora, ricordandosi di ci che aveva udito a Parigi dal
giojelliere Manini relativamente alla protezione che Beauharnais avea
accordato al Baroggi, sent un nuovo e fortissimo dispetto per tal fatto. Non
aveva veduto che una volta sola la moglie del Baroggi, e sarebbe morto
piuttosto che rivolgere a lei una parola sola che significasse ammirazione e
simpatia, tanto egli era superbo e duro e strano; pure il pensare che quella
donna poteva essere posseduta precisamente da colui ch'egli da un mese
abborriva con tutta la forza di un odio rovente, gli fece provare una
sensazione indicibile.
La moglie del Baroggi apparteneva a quel genere di donne fatali, che per dove
passano lasciano il segno, anche a loro insaputa, anche contro l'espressa loro
volont. Il suo fascino consisteva non nell'esser pi bella delle altre; ch
anzi, a rigore di regole accademiche, parecchie potevano superarla; ma
nell'essere una specialit che si distingueva da tutte; specialit accresciuta
dal suo vestire soldatesco, e dall'elmo e dagli stivali alla dragona.
Ad un maestro di pittura e scultura che avesse voluto far la critica artistica
di quella donna, si poteva rispondere quel che rispose Cherubini al suo
allievo Halvy, quando questi diceva che Rossini non sapeva l'armonia: Se non
la sa, la inventa.
Il lettore per non voglia accogliere le dicerie che allora corsero sul conto
di lei. Donna Paolina non aveva amato che il suo Baroggi; esso era stato il
primo e l'assiduo amor suo; era stata la liberissima scelta del suo cuore; il
matrimonio venne fatto senza interrogar l'interesse, il dio consueto dei
connubj; la simpatia reciproca di quei due giovani fu cos forte e legittima e
onnipotente, ch'era riuscita a superare tutti gli ostacoli che il mondo si
affanna ad inventare, quasi iracondo che la natura possa qualche volta avere
il suo libero corso. La vita del campo, e i pericoli continui delle battaglie,
che alimentano tra i soldati le pi profonde amicizie, contribuirono a
mantenere ed accrescere quel santissimo affetto. Per quanto e per quante volte
quella donna fosse stata tentata, e per quante splendide e geniali apparenze
di amatori le fossero comparse dinanzi, ella non sent per nessuno mai neppure
una simpatia leggera; a Roma un ufficiale francese s'era gettato nel Tevere,
disperato ch'ella non volesse corrispondere all'amor suo; ella fu dolente di
quella sventura, ma non si cangi. A Dresda un giovane generale di brigata,
dopo averle indarno protestato amore, minacci di vendicarsi, le giur che
avrebbe trovato il modo di rovinare la carriera di suo marito; se non che
avendo tentato di mettere su di lei le mani villane, essa col piatto della
sciabola gli ammacc il viso in modo, che comparve deriso fra gli squadroni di
cavalleria, e fu poscia degradato.
In quanto al vicer,  facile imaginarsi come, con quella sua indole procace e
sulfurea, rimanesse preso la prima volta che vide quella donna, e, misurato il
terreno in lungo e in largo con sguardo rapidissimo, facesse mille disegni di
vittoria, di conquiste e d'impero; perci promosse il Baroggi da capo
squadrone a colonnello; gli fece tenere la Corona ferrea che, per verit, avea
meritata pi volte, ma che allora come adesso e come sempre, quando si tratta
di decorazione, se non c' chi la cerchi e la voglia per forza, non cade mai
spontaneamente dall'alto come l'acqua piovana. Ai bivacchi militari e alla
tenda vicereale invit sempre lui, perch c'era lei. Venne per a sapere le
storie di Roma e gli fu poi riferita quella di Dresda, la quale gli fece
l'effetto come di chi ha comperato uno stupendo cavallo e poi sente che ha il
mal del montone; ed accostatosi a lei e tenutole pi d'un discorso e calato
qui e l lo scandaglio, non tard molto ad accorgersi di fenomeni insoliti;
d'un clima straordinario; della presenza, insomma, del diamante che taglia, ma
non si lascia tagliare.
N il vicer, in questa circostanza, si comport come tutte le altre volte che
gli era riuscita a male una conquista. Non si sent offeso; non si allontan
dispettosamente dalla donna desiderata; non si vendic gettando insidie ai
parenti, ai fratelli, al marito, o col sospenderli da qualche impiego, o
coll'impedire una promozione. Per la prima volta non fece nulla di tutto ci,
e stette contento a poter veder spesse volte quella donna eccezionale, a
sentirla parlare, a vederla sorridere. Siccome poi gli giunse all'orecchio che
qualche voce maledica aveva messa anche colei nel novero delle donne ch'esso
aveva corteggiate e gli avevano corrisposto, si sent completamente appagato
nell'orgoglio, e non cerc altro, senza tentare di distruggere quelle dicerie;
che anzi fece di tutto, per quanto era in lui, onde accrescere le apparenze
che potessero ajutare l'altrui credulit.
In quanto a donna Paolina, ella si sentiva cos in regola colla propria
coscienza, cos forte e superiore, che non si dava un pensiero al mondo dei
sospetti e delle dicerie; n altrimenti si comportava il colonnello suo
marito. Egli, come Bajardo, era un cavaliere senza paura e senza macchia,
malgrado quel tal bacio ricevuto dalla contessa A..., che per certe leggi del
galateo mascolino non aveva potuto rifiutare; e ai pi caldi tra i suoi amici,
che, presente donna Paolina, gli avevano fatto osservare come taluno avesse
notato la eccessiva deferenza che il vicer mostrava per loro, rispondeva che,
a voler tener dietro a tutte le fluttuazioni dell'opinion pubblica, non era
sperabile di avere tregua mai; ch'egli non aveva altro fine al mondo che di
essere contento di se stesso; che tutt'al pi, se qualche voce pi precisa gli
fosse andata all'orecchio, e avesse conosciuto l'uomo che avesse parlato di
loro, il suo squadrone avrebbe fatto giustizia.
Ma lasciando il sereno ambiente della famiglia Baroggi, passiamo a delinear le
scene dell'estrema catastrofe del regno italico.


XI

Siamo ai 27 dicembre dell'anno 1813. Il teatro della Scala  aperto al
pubblico;  incominciata la stagione di carnevale; non ostante la notte chiusa
e nera, e la neve che cade a larghi fiocchi, il pubblico vi si  affollato, e
la fila delle carrozze non manca di far ingombro alle vie del Giardino e di S.
Giovanni alle Case. L'opera  l'Aureliano in Palmira del maestro Gioachino
Rossini; il ballo  l'Arsinoe del coreografo Gioja. Calata la tela dopo il
primo atto, fra clamorosi applausi alla Correa ed al Velluti, qualche frazione
della platea e alcuni palchettisti si versano nelle sale del Ridotto dove, fin
dalle sette, accigliati e cupi, stanno i professionisti e i dilettanti della
rolina, indifferenti ai progressi della musica ed alle coscie della ballerina
Millier.
In quella sala del Ridotto che sta dietro alla sala maggiore, e che,
nell'inverno,  confortata dalla presenza del camino, un cerchio di persone
tutte in piedi stavano intorno ad un cerchio minore di persone sedute al
camino, sul quale ardeva della bragia in consunzione. Tra le persone sedute,
chi attirava l'attenzione di tutti era un vecchio di anni 127 (diciamo
centoventisette anni), ed era quel maestro Galmini, di cui parlammo gi
indietro, che, nato nel 1687, doveva morire 138 anni dopo; e fu il caso pi
straordinario di longevit che siasi presentato nell'evo moderno. Ancor sano e
vegeto, sebbene un po' indebolito nelle gambe, da Parigi era venuto a Milano
nell'autunno, ed aspettava la primavera per ridursi finalmente a Firenze sua
patria.
Non aveva mai sentito la musica di Rossini, e quella sera volle recarsi in
teatro per farsi un'idea del genio del maestro ventiquattrenne, di cui si
pronosticavan prodigi.
 Mi ricordo, diceva quel vecchio, con voce un po' fievole, mi ricordo dello
scalpore che si fece quando il maestro Monteverde, io allora era un
ragazzotto, mise in rivoluzione tutta la musica; son passati pi di cento anni
da quel tempo. In confronto di questo giovinotto, che  come l'organo di una
cattedrale, quel maestro assomigliava agli organetti che insegnano il canto
agli uccelli; eppure allora era detestato da tutti i suoi colleghi per il
troppo rumore che aveva introdotto nella musica. Ora io sento a dire lo stesso
di questo giovane, e i vecchi gli sono tutti avversi, e anch'io lo sarei, se
avessi la met degli anni che ho. Ma a questa et trovo giusto quello che non
mi sarebbe sembrato mezzo secolo fa. In che modo stia quest'affare, non so. Ma
forse avendo vissuto il doppio degli, altri, or mi trovo d'accordo coi
giovani; press'a poco come chi, alla corsa dei fantini, avendo avanzato gli
altri d'un giro intero, finisce col trovarsi in compagnia degli ultimi. E
questo non avviene soltanto in musica; parlo della musica perch sono in
teatro, e perch fu la mia professione; ma in tutto il resto m' riuscito
cos. Mi ricordo quando giunsero in Italia le prime opere di Rousseau e di
Voltaire. Io allora viaggiavo dai cinquanta ai sessant'anni, e quei libri mi
scandolezzavano assai mentre la giovent vi spasimava dietro. Or venne il
famoso 89; io aveva vedute a quel tempo tante e cos orrende cose nel mondo, e
comprendendo tutt'intera la verit, compresi anche quello che non piaceva agli
uomini di 60 anni e metteva in esaltazione i giovani di venti. I giovani
capivano per istinto, io per esperienza. Avevo fatto mezzo giro di pi che
tutti gli altri uomini. Il sangue che si versava in Francia allora, trovavo
che non era una strage inumana, ma bens la cura dei salassi abbondanti fatti
all'umanit minacciata di apoplessia. Io mi trovai d'accordo coi giovani in
quest'idea. E adesso, anche adesso mi accorgo che io non vado d'accordo che
colla giovent, sempre per la medesima ragione. Tutti i giovani, meno i
coscritti che scappano perch son fatti scappare dagli uomini maturi e dai
vecchi, tutti i giovani vedono con dolore i disastri dell'imperatore, mentre i
vecchi e gli uomini maturi, anche allorquando non lo dicono, danno a divedere
che non hanno altro desiderio che di vederlo caduto, e per sempre. Vissi in
questi ultimi mesi a Parigi; nel ritorno ho attraversato lentissimamente la
Francia; mi accorsi che dappertutto  cos. Ora io domando: che cosa sar per
succedere di bello quando Napoleone sar caduto? Se adesso mi sento giovane
colle idee, allora ritorner giovane di fatto, perch il mondo avr fatto un
passo indietro di cento anni. Mi si dice che Napoleone  un tiranno. Ma si
diceva lo stesso anche di Giulio Cesare; e vorrei sapere che cosa avvenne di
bene nel mondo dopo che quelle teste esaltate di Bruto e Cassio e compagnia,
lo han mandato al diavolo?
 Ma se egli cade, perch i suoi nemici sono pi numerosi di lui e perch
l'Europa  stracca, di chi  la colpa, signor maestro?
Chi parlava era il conte Aquila. Il vecchio Galmini volse a quelle parole la
testa verso il conte che stava dietro di lui, e gli disse:
 Il signore che parla, quanti anni ha, se  lecito?
 Trentasette, maestro.
 E allora  troppo vecchio per me. Non  possibile che c'intendiamo; e si
alz, un po' tremolante, e dicendo al giovane che gli stava presso e lo
ajutava del braccio:  tempo di ritornare in palco, perch il secondo atto
sar incominciato, e la musica  men pericolosa della politica.
La maggior parte degli astanti tennero dietro a quel vecchio degno dei
patriarchi e della Bibbia, e che faceva l'effetto di un indice e di un
sommario storico. Non rimasero vicino al camino che il conte Aquila con cinque
o sei amici, tra i quali trovavasi quel Giocondo Bruni di nostra antica
conoscenza, che in quel giorno stesso era arrivato da Parigi e da quel tal
conte, cognominato il Milordino, era stato presentato all'Aquila.
Tra il conte Aquila e il Bruni si avvi allora un dialogo, che noi abbiamo la
fortuna di poter riportare quasi testualmente perch ci fu riferito dal Bruni
medesimo.


XII

 E cos, incominci il conte Aquila, che cosa ci porta di bello da Parigi?
 Le porto un NIHIL, signor conte.
 Che cosa significa questo nihil?
 La vera posizione dell'Europa, della Francia e dell'Italia in tal momento.
 Vale a dire?
 La parola nihil  composta di cinque lettere, ciascuna delle quali
rappresenta un regnante che se ne va a spasso. Questa nuova interpretazione
della parola latina fu fatta a Parigi in questi ultimi giorni. Dieci d fa, in
tutti i caff di Parigi, una tale parola metteva in esercizio l'acume di tutti
gli avventori.
 Or che cosa le pare, signor conte, che possa significare N?
 Oh! Napoleone.
 Benissimo, ella  gi in via, e pu andare avanti da s... dunque prosegua:
che cosa significa I?
 Re che comincino coll'I non ne conosco.
 Traduca il nome in latino.
 Allora sar un fratello di Napoleone.
 Benissimo.
 Joseph.
 Joseph, re di Spagna; poi viene un'H.
 S'ha ancora a far la traduzione latina?
 Mi pare.
 Dunque sar l'altro fratello: Hieronimus, il re d'Olanda.
 Ottimamente.. e l'altro I?
 L'altro fratello  Luigi... Ludovicus.
 Lo tengo per l'ultimo, e avremo provveduto alla lettera L. Or rimane l'I di
mezzo.
 Non pu essere che Murat, Giovachino, Joachim.
 Ecco fatta la spiegazione del nihil, l'estremo risultato di tanta potenza, e
di tanti re sfumati in nebbia. Queste satire bastano a dimostrare qual  lo
spirito pubblico di Parigi. Ma qui ne tengo un'altra, ed  il ritratto
dell'imperatore.
 Oh vediamo!
 Ecco qua.
 Come? l'imperatore con quattro gozzi?
 Bisogna guardare a quello che ' scritto su ciascuno di essi.
 Veggo un S, un I, un R, un E.
 Che vuol dir Sire.
 Il sale non abbonda in questa combinazione di lettere.
 Adagio, signor conte. Tutte insieme significano Sire, ma ad una ad una hanno
altri significati: S vuol dir Spagna, I Inghilterra, R Russia, E Egitto, ossia
tutti i regni e imperi che Napoleone s' provato di ingojare, e gli si
fermarono nella gola, trasformandosi in quattro enormi gozzi.
 Caro signor Bruni, la ringrazio dei nihil e dei quattro gozzi imperiali.
Queste satire sono pi fedeli del barometro. I giornali possono dir quello che
vogliono; i bullettini dell'armata possono divertirsi ad alterare le cifre del
dare e dell'avere come un contabile del demanio; ma la gran voce del pubblico
europeo non inganna e non s'inganna quando appende sui canti delle pubbliche
vie le sue sentenze capitali in istile bernesco. Anche la mano di Meneghino
pu scrivere il suo mane thechel phares, e consacrare a morte i contemporanei
Baldassari. Oggi, allorch il domestico venne a riferirmi quel che fu scritto
sulla porta della casa del ministro delle finanze, ho pensato che per
quell'uomo tutto  finito.
 Io giunsi in tempo di leggere il cartellone.
 Che cosa vi si diceva precisamente?
 Oh, uno scherzo semplicissimo, ma tremendo. V'era scritto: Casa d'affittare:
Ricapito al dottor Scappa.
 Il pubblico, malgrado di tutte le bugie del Giornale Italiano; malgrado
ch'abbia sempre sentito a magnificare le luminose e continue vittorie
dell'esercito francese,  riuscito a comprendere, senza tanti studj, che un
esercito di 500 mila uomini che dalla Slesia ritorna al Reno e si concentra
nelle fortezze della Francia, non va innanzi ma indietro; e nel tempo stesso
ha capito che  un modo affatto nuovo di vincere quello del vicer, il quale a
forza di battere il generale Hiller, ha dovuto cedergli il Tirolo, il Mincio e
il territorio Veneto. E la viceregina fu fatta partire immediatamente,
nonostante il suo stato di salute. Ho sentito dire che il ministro Veneri s'
messo gi colla febbre; che Luosi  diventato graziosissimo co' suoi
subalterni. Soltanto il ministro Prina  insensibile a tutto, e ride dei
colleghi tremanti; e questa sera ha voluto perfino mostrarsi dal suo
palchetto.
 Egli si diletta a sfidare l'opinione pubblica. Ultimamente, quando si trov
scritto su tutti i muri: Prina, Prina, il giorno si avvicina; poco tempo dopo
invent la tassa sui capitali ipotecarj. Ora non mi farebbe gran senso, se
presto mettesse una tassa sugli affitti, a proposito della sua casa
d'affittare.
  una gran testa per, bisogna confessarlo.
 Una gran testa! e chi non saprebbe fare altrettanto? non  questione di testa
qui, ma di coscienza. Allorch la forza costringe all'obbedienza i cittadini,
non c' sacrifizio che lor non si possa imporre. Il talento d'un finanziere
non consiste in un sistema perpetuo d'espilazioni vessatorie; ma bens
nell'aprire nuove fonti di pubblica ricchezza, giovando allo Stato senza
nuocere al cittadino. Ora il ministro Prina fece tutto all'opposto: non ha
servito che ai capricci istantanei dell'imperatore, senza pensare alle
conseguenze; egli ha fatto come quegli agenti che, per non sentire i
rimproveri del padrone giocatore e violento, invece di pensare a migliorare le
campagne, mettono mille angherie sui contadini, i quali un bel giorno
finiscono poi col dar fuoco al fienile e col mettere la falce al collo
dell'agente. Ora se qui sta la testa, io non so che cosa dire. Ma oramai siamo
allo stringere del nodo.
 Dopo tutto, se c' un uomo al quale il regno d'Italia dovr render grazie
infinite,  appunto il ministro Prina.
 In che modo?
  presto capito. Avendo messo le mani in tasca a tutti, ha disgustato tutti;
e cos dato un disastro, ha reso impossibile la durata del governo.
 Per questo lato merita una statua,  verissimo.
 Ma ora mi permetta, signor conte, di fare alcune considerazioni. Quand'io
sento parlare d'un governo che cade, domando sempre qual sar il suo
successore. Io vengo da Parigi. A Parigi gi si pensa ai Borboni. Posso dire
che non v' altro pensiero col. Ma c' una cosa che mi rincresce, ed  che
vogliono intrigarsi dei fatti nostri; e pretendono non ci sia altri che
l'Austria, la quale possa sanare le nostre piaghe. A Parigi ci sono degli
agenti austriaci. Io ne ho conosciuto uno, che, se non mi sono sbagliato, mi
pare d'averlo visto l in fondo a un tavolino da giuoco. Sarebbe bene che
ciascuno di noi lo avvicinasse. Egli va facendo reclute.
 Fatemelo conoscere, che lo taster io, disse il conte Aquila.
 Or vado ad assicurarmi se  lui; dopo il signor conte potr fare il resto.


XIII

Nel mentre costoro lasciavano il camino, entrava il ministro Luosi,
accompagnato dal giudice cavaliere F...
  arrivato oggi; e stasera  a teatro; diceva il secondo.
 In teatro?
 Ritenete che questo  stato un felicissimo pensiero; fu l'avvocato Strigelli,
che lo ha suggerito.
Egli conobbe assai dappresso il Suardi, e non  la prima volta che gli ha teso
le reti. L'uccello per  di rapina, e ha sempre rotte le maglie col becco.
 Stando a quello che mi disse lo Strigelli, quest'uomo dovrebbe essere ben
vecchio.
 Credo che possa avere da 83 a 84 anni.
 A questa et la testa si confonde; e se la cosa viene da lui, parler, lo
vedrete.
 Non  facile per a capir la ragione dell'avere esso tenuto presso di s il
testamento per tanti anni.
 La ragione, se non  chiara per gli altri, egli l'avr avuta.
 E allora, per che motivi ha pensato di mandare il testamento al tribunale?
 Il motivo, secondo l'avvocato Strigelli, ci sarebbe.
 E quale?
 Una vendetta.
 Converrebbe ch'io parlassi allo Strigelli.
 Vi dir io tutto. Il marchese F... possedeva nel Piacentino un fondo
limitrofo a un altro del Suardi. Ora ci fu tra loro una lite per un diritto
d'acqua che importava la somma di un mezzo milione; il marchese vinse la lite,
e fu lo stesso avvocato Strigelli che lo ha assistito. Il Suardi, il quale,
non so per che ragioni, ha sempre fatto dei dispetti al marchese, rimase
scornato e indignato per il mal esito della causa; e, com' probabile, avr
pensato a rovinarlo col far saltar fuori il testamento trafugato. Cos almeno
la pensa l'avvocato Strigelli.
 La congettura  acuta. Ma non posso credere che un banchiere in ritiro, un
vecchio di 80 anni, padrone di due o tre milioni, voglia rischiar d'andare in
galera, dopo averla cansata tante volte e con tanta abilit, se almeno si vuol
credere a quel che si raccontava e si racconta, per il dispetto d'aver perduto
mezzo milione.
 Sapete, signor giudice, cosa dovreste fare?
 V. E. comandi.
 Tentar di parlare al Suardi questa notte medesima. L'ora tarda, la
confusione, lo sbalordimento del teatro, la vecchiaja che cede alla
stanchezza, il trovarsi con voi non preparato... potrebbe finalmente vincere
la natura della volpe, e lasciar aperto uno spiraglio alla verit.
 Davvero che ci ho pensato.
 Se riuscite a fare il colpo, voi fate sbalordire tutta la citt, e non so che
ricompense potreste aspettarvi dal vicer...
 Il mio attuaro  in platea; per suo mezzo mando pregare il Suardi a darmi un
abboccamento.
 Fate; io ritorno nel mio palchetto.
Partiti che furono il ministro Luosi e il giudice F..., entrarono nella sala e
sedettero al camino il ministro Prina e l'avvocato Falchi.
 In questa lite tra il marchese F... e il colonnello, diceva il Prina
continuando un discorso incominciato prima, un avvocato, credetelo a me, pu
farsi un onore immortale.
Il Falchi ascoltava e taceva, ma con una certa espressione del volto, da
indicare che era tutt'altro che disposto a far tesoro degli altrui consigli.
Non per sappiamo se il ministro se ne fosse accorto.
 Tutta Milano parla di questa lite; l'importanza le viene innanzi tutto dalla
ingente ricchezza che  in controversia; poi dalle persone che sono in
conflitto. Il marchese F... colle sue originalit, col suo carattere duro e
pretino, co' suoi viaggi in Europa, colla sua antipatia al governo, ha dato
nell'occhio a tutti i suoi concittadini; il colonnello Baroggi, per le sue
storie passate, per le scene tremende avvenute col suocero, per l'indole
romanzesca di sua moglie e per la sua bellezza, ha provocato l'interesse e la
simpatia dell'universalit.  una vera fortuna che a voi sia toccato di
patrocinarlo. Ma ci che rende ancor pi interessante questo fatto,  la
storia antica, e che si credeva dimenticata, di questo testamento; ed oggi 
l'improvvisa comparsa a Milano del banchiere Suardi, che sessanta o
settant'anni fa era lacch in casa F..., ed ebbe poi a sostenere un lungo
processo per essere stato fortemente indiziato d'aver fatto scomparire il
testamento del suo padrone.
 Causa pi bella e pi strana e pi atta a far rumore di questa non mi  mai
capitata... Voi dite benissimo, Eccellenza. Ma la decisione di essa non pu
dipendere che da una perizia calligrafica. L'avvocato ci ha poco o nulla a
fare. Aggiungete che questa medesima perizia sar difficile a compirsi; perch
non si pu dare una perizia senza confronto; e del marchese F..., il quale si
presume aver lasciato un testamento olografo, non rimangono scritture di
sorta. Esso era un gaudente ignorantissimo e fannullone, che non adoper quasi
mai n penna n calamajo.
 Ma qui appunto pu mettersi in mostra l'abilit dell'avvocato.
 Qui.... dove?
 Nel tentar la via per venire al possesso di qualche sua scrittura; intanto fu
un pensiero quello del cavaliere F...
 Quello forse d'aver intimato al Suardi di comparire in tribunale? Scusate,
Eccellenza, ma a me sembra un'idea assai storta. Il vecchio Suardi (io ebbi a
che fare con lui)  tal volpe da metterci tutti in sacco.
 L'avvocato Strigelli non  del vostro parere.
 Mi piacerebbe tanto a sapere che cosa sia riuscito a far lo Strigelli, quando
fu alle prese col Suardi. Costui era un lacch... ed ora  un milionario beato
e trionfante... e se ha qualche cosa di cui debba lamentarsi...  la
vecchiaja, la quale non gli fu inflitta n per l'acume giuridico dello
Strigelli, n per sentenza del tribunale.
 Caro avvocato, io non ho fatto che mettervi in sull'avviso; voi sapete che
questa causa sta molto a cuore al vicer... Egli stesso ha saputo dalla mia
bocca che era nelle vostre mani... e Vedremo, mi disse, se colui ha l'abilit
che tutti dicono.
 Eccellenza, voi potete bene imaginarvi s'io ho volont di farmi onore in
questa faccenda...
 E allora sono sicuro dell'esito. Or venendo ai fatti nostri, domani verr a
casa vostra. Abbiamo da ultimare quell'affare dei boni del tesoro che la
vittoria di Lutzen ci ha fatti vendere cos bene... C' poi anche quel
capitale... non indifferente... che  l da un pezzo... fin da quando i fondi
del monastero di S. Giuseppe e di S. Prassede furono incamerati.


XIV

Come chi, dovendo governare una operazione di guerra, spedisce una divisione
in un dato punto, un'altra in un altro; dispone una brigata a dominare una
via; un distaccamento a proteggere un passo; ciascuno dei quali corpi, in sul
primo, sembrano non aver relazioni tra di loro, n mirare ad un intento
comune; ma, a suo tempo, dovranno congiungersi per spiegare le loro forze
riunite in una battaglia decisiva, cos dobbiamo fare anche noi coi diversi
drappelli dei nostri personaggi.
Nell'ultimo capitolo abbiamo spediti il conte Aquila co' suoi aderenti a
vegliare i passi di un emissario austriaco. Poi abbiamo messo il lettore
nell'aspettazione di due colloquj: l'uno tra il giudice F... e il decrepito
Galantino; l'altro tra il ministro Prina e l'avvocato Falchi. Abbiamo inoltre
accennato a nuove cose e nuove persone.
Queste disposizioni sembrano estranee affatto l'una all'altra; ma se il
lettore avr pazienza e star attento, vedr esservi un punto in cui tutte
verranno a convergere e ad unirsi.
Cominciamo intanto dal promesso colloquio tra il ministro Prina e l'avvocato
Falchi. Il fatto che ne costituisce il tema non risulta legalmente provato da
documenti scritti e d'irrefragabile autorit, ma soltanto dalle relazioni di
testimonj auricolari e d'uomini degni di fede. Noi sentiamo l'obbligo di
avvisare di ci il lettore dichiarando che lasciamo a lui la piena libert di
dare al fatto stesso quella valutazione che gli parr meglio; solo bastando a
noi di consegnare alla storia nuovi dati, che possano condurre a trovare il
valore di alcune incognite da essa contrapposte, per tutta risposta, alle
domande dei contemporanei e dei posteri.
Secondo l'intelligenza, la sera dopo il dialogo nel ridotto della Scala, il
ministro Prina, poco oltre le undici di notte, s'incammin pedestre alla casa
dell'avvocato Falchi, che non era lontana n dal teatro della Scala, n dalla
piazzetta di S. Fedele.
L'avvocato lo attendeva nel proprio studio. Madama Falchi era ancora in
teatro.
Nell'anticamera sedeva un servitore, che si chiamava Camillo Guerrini, uomo
obbediente, paziente, fedele, imperturbabile agli strapazzi di madama; ma
curioso fino all'indiscrezione, e che senza volerlo, ma solo per un bisogno
dell'indole sua, aveva l'abitudine di raccontare a' suoi amici, tutta gente
inscritta nella camera dei cocchieri e dei cuochi, ogni minimo interesse de'
suoi padroni; e, perch non mancasse mai materia alle sue chiacchiere, non
perdeva mai n d'occhio n d'orecchio tutto quanto si faceva e si diceva in
casa Falchi.
Quel servo apr la porta al ministro, dopo averlo annunciato. Indi ritorn in
anticamera e si mise a sedere con quell'atteggiamento floscio e cascante di
chi, non potendo mai dormire abbastanza, ha sempre sonno e sempre dorme. Il
lettore per voglia ricordarsi del proverbio: Uomo che dorme, gatto che
sbircia. E per ora basti di lui.
Il ministro entr e disse:
 Bravo, avvocato, siete stato di parola.
 E quando ho mancato?
 Sono venuto a piedi, e non mi son fatto accompagnare da nessuno, nemmen dal
servitore. Di pi ho lasciato il teatro prima dell'arione di Velluti, perch
so che vostra moglie da quel momento non si potrebbe staccarla dal parapetto
del palco nemmen cogli argani.  necessario che siam soli, affatto soli.
 Qui non c' nessuno.
 Voglio che mi promettiate inoltre che vostra moglie non debba saper nulla
degli affari nostri. Ecco perch ho lasciato il teatro un'ora prima.
 Io non dir nulla; ma sapete com' quella donna; eppoi bisognerebbe che non
avesse saputo mai nulla...
 Allorquando abbiam comperato per un milione e mezzo in tanti boni del
tesoro...
 Non dovete ignorare, eccellenza, ch'ella stessa and per quest'oggetto a
Parigi...
 Lo so... ma vi avevo raccomandato di farle credere, che erano o propriet
vostra, o di qualche altro vostro cliente.
 Ho fatto quello che ho potuto... ma non posso assicurarvi, eccellenza,
ch'ella non abbia sospettato sieno roba vostra.
 Ebbene, fin qui non c' gran male; soltanto  necessario che non sappia il
resto. Ed ora veniamo a noi: per quell'affare si  quasi raddoppiato il
capitale, non  vero?
 Ve l'ho gi detto: io tengo in deposito due milioni e centocinquantamila
lire, che ho collocate sul banco di Genova. Ecco qui la regolare ricevuta e i
documenti relativi ch'io depongo nelle vostre mani, per tutto quello che pu
succedere.
 Se li avessi voluti, ve li avrei gi cercati; ma per ora non voglio tener
nulla presso di me. Vi conosco per uomo onesto e rettissimo, e mi fido, starei
a dire, pi di voi che di me.
 Eccellenza, vi ringrazio... ma dalla vita alla morte...  sempre bene...
 Come avvocato dovete avere il vostro repertorio; per conseguenza non potr
esser mai che il mio possa parer vostro...
 Questo  vero... ma... per tutto quello che pu succedere... torno a
ripetere... amerei di essere in regola.
 Questi sono altri ricapiti.
 Che cosa avete qui, eccellenza?
 Guardate.
 Un vaglia del banchiere Bignami per lire quattrocentosessantamila. Un mese
fa, eccellenza, potevate accendere la candela con questo vaglia.
 Ma oggi invece lo d a voi, perch domani mandiate al suo banco a riscuotere
il denaro. Se la casa Bignami s' rifatta da morte a vita, lo deve a me. Sono
io che ho scritto al vicer. Sono io che ho consigliato ad ajutar quella casa.
Se il fratello del Bignami avesse domandato prima il mio parere, non avrebbe
fatto la corbelleria di bruciarsi il cervello. Voi dunque domani vi farete
sborsare il denaro: il signor Bignami  gi avvisato.
 Sarete obbedito, eccellenza!
 Or veniamo alla conclusione. Io ho potuto salvare la casa del Bignami ed
altre case bancarie e commerciali, perch il vicer ha eseguito il mio
consiglio. Ma non ho potuto salvarle tutte. Il tempo dei miracoli  passato.
La casa Bonel ha dovuto fare un capitombolo. Gorio, per le sue prodigalit, 
stato messo sotto amministrazione. Raschisi ha rassegnato tutti i suoi beni.
Guglietti vuol vendere la sua villa e i suoi fondi sul lago Maggiore. La somma
che tenete in mano e i danari che riscuoterete domani, dovrebbero bastare per
far l'acquisto delle case e delle campagne di costoro, prima che vadano
all'asta pubblica. I danari pronti e sonanti potrebbero essere un'esca alle
amministrazioni, e noi potremmo fare un buonissimo affare. Pensate voi a
questo, e comperate tutto a nome vostro, o per persona da dichiararsi. Di me
non voglio che si sappia e si dica nulla. Non  il momento.
 Eccellenza, con queste vostre disposizioni, che quasi mi sembrano
testamentarie, voi mi mettete in grande timore. Ma, in conclusione, che cosa
pensate sar per nascere da questo orrendo temporale che ci minaccia e
continua da tre mesi?
 Quello che suol sempre succedere dopo i temporali. L'aria pi fresca, il
sereno pi netto, il sole pi ridente.
 Uhm!!! Vorrei crederlo anch'io. Ma intanto, perch mi avete dato gli ordini
che mi avete dato?
 Ma per potere appunto godere a suo tempo dell'aria, del sereno e del sole che
verr. Ora non posso dissimularmi ch'io sono detestato dai Milanesi.  fuoco
di paglia, lo so; com' un fuoco di paglia l'odio che si porta all'imperatore
e al vicer. Ma intanto convien mettere al sicuro quella ricchezza colla quale
si  tutto quello che si vuole, e senza della quale si  nulla.
 Ma che cosa dunque, eccellenza, sar per succedere?
 Io voglio pensare al peggio possibile...
 Ebbene...
 L'imperatore sar battuto e costretto a ritirarsi in Francia.
 E poi....
 Non vi basta? Ma credete voi che l'imperatore d'Austria voglia lasciar senza
regno il marito di sua figlia? Tutto ci adunque che pu accadere di peggio 
che Napoleone debba accontentarsi della Francia, e restituire quanto ha tolto
agli altri. In questo caso le sconfitte frutteranno a lui e ai sudditi un
benessere che non si sarebbe mai potuto ottenere colle vittorie. Le vittorie e
le conquiste sono acque di fiume che straripa; tutto  minacciato, tutto va
sossopra. Solo la calma ritorna quando le acque si acquietano nel loro letto
naturale.
 Ci potr andar bene per la Francia. Ma il regno d'Italia? Questa  roba
rubata.
 Rubata? a chi?
 All'Austria, che la reclamerebbe per diritto.
 Essa non pu vantar diritti n maggiori n minori di quelli di Napoleone; ma
non parliamo di diritti. Non ci sono diritti a questo mondo. Soltanto
s'insegnano nelle Universit e si parla d'essi nei codici; e anche alle
Universit ed anche nei codici, vediamo che non sono altro che un complesso
dei fatti stati imposti primitivamente dalle autorit arbitrarie e della forza
e della scienza. Ma, tornando al regno d'Italia, se Francesco II non vorr che
sua figlia rimanga senza corona, la viceregina Amalia star garante perch suo
marito non resti n a piedi n a cavallo. Soltanto  necessario che
gl'Italiani, e segnatamente i Milanesi, non facciano l'asino e che, per
giuocar di puntiglio, non si rovinino per sempre. Ma ci non accadr, lo
spero; essi saranno fortunati a loro dispetto. Napoleone sar l'imperator
della Francia, Beauharnais sar il re d'Italia. Fate che vada questa
combinazione di cose, ed avremo una pace lunga e beata. Allora si accorgeranno
i Milanesi che ho adoperato i loro danari per fare la loro fortuna. Oggi
Napoleone dee essere sostenuto. Il pubblico danaro  indispensabile a ci.
Solo allora che l'imperatore star chiuso nella sua Francia, e Beauharnais
sar il re d'Italia, tutte le tasse saran diminuite della met e pi, se sar
bene. Tutte le classi dei cittadini ad un tratto si troveranno allora pi
ricche, e proveranno la consolazione di quei pupilli sempre torbidi e
malcontenti, i quali, giunti all'et maggiorenne, si accorgono finalmente che
il tutore aveva ragione di non aver lasciato loro troppo denaro in tasca, e
d'averlo invece impiegato a lauto frutto. I Milanesi mi benediranno, ne son
sicuro. Ma intanto bisogna aver pazienza e stare in guardia, perch se l'amore
 futuro, l'odio  presente.
Dette queste parole, il ministro si alz, salut l'avvocato Falchi e part.
L'avvocato usc con lui dallo studio, ordin al domestico che sonnecchiava in
anticamera di far lume a sua eccellenza; l'accompagn egli stesso fin sul
pianerottolo della scala, poi si ritir nella stanza da letto. Guard le ore:
erano le dodici e mezzo.


XV

Madama pu tardar pochissimo a tornare, pens tra s.  inutile ch'io vada a
levarla. Una buona fiammata, e andiamo a letto.
Ravviv il fuoco; mise due fascinetti sugli alari, sedette, scorse le ultime
notizie del Giornale Italiano, si alz, e colle spalle rivolte al camino,
stette pensando molte cose; infine si spogli, si calc fin sotto le orecchie
la berretta da notte, e si cacci sotto le coltri.
Mezz'ora dopo entrava madama.
 Gi a letto, eh? disse ella all'avvocato con accento agro. Potevo dormire in
teatro stanotte se aspettavo te.
 Con tanti cavalieri serventi che ti fanno avanguardia e retroguardia, era
certo che non avresti dormito in palchetto. E cos come ha cantato il musico
Velluti?
 Sempre come un dio. La R... ne  innamorata.
 Davvero? Bravissima! questo  un buon affare per suo marito, che si lamentava
d'aver troppi figli. Il Velluti  un amante da coltivare; per lui non crescer
la famiglia.
 Che maniera di parlare!
 Sta a vedere che madama si scandalizza...
Madama non rispose, perch nello spogliarsi e nello slacciarsi il busto,
s'incontr in un nodo cos fisso e testardo che la fece prorompere in una
filza di bestemmie degne di qualunque briffalda.
Vista discinta a quel modo, malgrado le bestemmie e la faccia proterva e la
belt assai matura, non era niente affatto una donna da gettar via.
Alla fine diede una strappata robusta e violenta alla cordicella, che si
spacc, e pot levarsi il busto.
Allora s'accost al camino; con un movimento affatto virile e plebeo, pest
con un piede sulla legna, per accostarla e riadattarla; fece un po' di fiamma;
poi:
 Stasera, disse,  stato qui il ministro, eh?
 Chi te l'ha detto?
 C' stato o non c' stato?
 S che c' stato.
 Dunque, che fa a te se l'ho saputo piuttosto dal Biggia che dal portinajo.
 Niente mi fa.
 Ma quando, stando nel tuo studio, ti capiter qualche sassata nei vetri,
allora ti far qualche cosa.
 Faremo aggiustare i vetri.
 E la testa te la farai aggiustare quando te l'avran rotta bene?
 Se ho da dirti la verit, non ti capisco.
 In teatro pi d'uno e pi di due e pi di tre, mi han detto che tu fai
malissimo a continuare questa maledetta relazione col ministro; m'han detto
che perderai ogni clientela e diserterai lo studio; e quando tutti i
leccazampa imperiali e vicereali dovranno far fagotto e mettersi in coda ai
carriaggi del vicer, anche tu dovrai fare i tuoi bauli, perch l'aria di
Milano diventer assai malsana per te. E queste son cose che io gi ti dissi
mille volte.
 S'io dovessi ascoltar te, farei dei bellissimi affari.
 Come sarebbe a dire?
 Sarebbe a dire che, tanto a te che a' tuoi calabroni, s' riscaldato un poco
il cervello.
 Se io ho il cervello riscaldato, tu hai un cervello d'asino.
 Obbligatissimo alle sue grazie. Deve sapere per, madama, che se il ministro
 stato qui,  perch si tratt d'affari importantissimi; la mia professione
la conosco discretamente, e non son di quelli che piglian mosche.
 Cogli altri lo so... ma col ministro, in tanti anni che lavori per lui, non
ho sentito che aria ed odor di fumo. Non v' al mondo uomo pi sordido, pi
avaro e indiscreto di lui.
 Tu parli perch hai la bocca.
Qui madama invest il marito con parole della pi insolente trivialit.
L'avvocato sentiva e non parlava. Madama continu per un pezzo a sagrare con
la rapidit di un mulino a vento.
L'avvocato, che subiva al pari di uno schiavo l'influenza e il dominio di
quella donna-uomo:
 Via, le disse per calmarla, vieni a letto, e dormi tranquilla, che domani ti
dir qualche cosa che non ti spiacer.
Madama tacque un momento, si mise la cuffia da notte, gett la cenere sulla
bragia del camino, ed entr nel letto maritale.
L'avvocato dormiva gi. Ella stette un momento tranquilla, poi riscosse il
marito... che si svegli.
 Quello che volevi dirmi domani, puoi dirmelo adesso.
 Che cosa? domand l'avvocato tra sonno e veglia.
 E che hai detto un momento fa?
 Oh lasciami un po' dormire!... che impazienza! da qui a domani non ci sono
che poche ore.
 Non dormo sinch non so tutto.
 Oh che tormento!
 Parla dunque.
L'avvocato, che avea promesso al ministro di non dir nulla, stette un momento
in forse; poi, come sempre aveva fatto, mise a parte la moglie d'ogni segreto,
e concluse con queste parole:
 Se il ministro fin qui non ha mai compensato le mie prestazioni, bisogna per
considerare quanti affari vantaggiosissimi ho fatti per suo consiglio e per
suo intervento; in quanto poi alla faccenda di stasera, tu vedi che a far
passare per le mani pi di due milioni e mezzo, deve ad esse restare attaccato
qualche cosa; perch bisogna anche confessare che, se quell'uomo  avaro, fa
eccezione fra tutti gli avari in questo, che non  per nulla diffidente e, se
si mette nelle altrui mani, lo fa occhi chiusi. Ne vuoi una prova, e una prova
incredibile? Non ha voluto nemmeno la ricevuta de' suoi capitali che ho nelle
mani; e la compera dei beni stabili, fino all'ammontare della somma che tengo,
devo farla in testa mia. Vedi or tu che, s'io fossi un birbante, potrei fare
un brutto tiro al ministro, e senza un timore al mondo e senza nemmeno il
pericolo ch'egli avesse a parlare; egli ha troppa paura del pubblico in questi
momenti, e non vuol che si sappia ch'egli ha accumulato tanta ricchezza. Credo
persino che, se ha rifiutato la ricevuta, gli  perch teme possa mai essere
veduta da qualcuno. Quell'uomo, che ha tanto ingegno e acume veramente
straordinario, in certe cose  piccolo come una donnicciuola. Ma  il solito
sistema di compensazione che va.
Madama Falchi ascolt tutto attentamente, e non disse nulla; ma quando
l'avvocato dormiva profondamente, ella vegliava ancora, e colla sua mente
infernale and almanaccando sinistri disegni.
A quel modo che lady Macbeth fu la rovina del re Duncano, per una ragione
della stessa natura il ministro Prina sarebbe forse morto a suo letto se
l'avvocato Falchi avesse taciuto quel fatto alla perfida moglie. Diciamo
forse, perch altre detestabili furie entraron seco in concorrenza.


XVI

Ritornando tre ore indietro, e rientrando nel teatro della Scala, saliamo le
scale de' palchetti fino alla quarta fila e facciamo capolino all'ingresso del
N. 18 di facciata. Per una strana combinazione le tappezzerie, gli specchi, le
dorature di quel palco anche oggi sono ancor quelle dell'anno 1813, e se il
lettore se ne vuol persuadere, ne esamini lo stile decorativo, guardi gli
specchi pallidi, e smonti, consideri l'oro ridotto al punto da sembrare un
signore decaduto. Al parapetto di quel palco sedevano il colonnello Baroggi,
che per la ferita ostinata e ribelle non aveva potuto seguire al campo il
reggimento; sedeva donna Paolina femminilmente abbigliata, con gran dispiacere
di chi amava vederla sempre in assisa di dragone, ma rilevante la nudit delle
sue olimpiche braccia in compenso delle gambe scomparse sotto la veste
prolissa. Vicino a donna Paolina stava il vecchio Andrea Suardi, il Galantino
del 1750. Sessantatr anni eran passati sulla sua persona; ma nella lunga
lotta con essi egli era rimasto in piedi, tutt'altro che disposto a lasciarsi
atterrare. Gli occhi aveva vivissimi e viperini, e l'abitudine a volgerli
obliqui, per quell'espressione indefinibile di astuzia maligna e sardonica che
fu sempre il carattere dominante della sua bella faccia, erasi impadronita dei
muscoli al punto, che quel modo di guardatura, in giovent fuggitivo e a
guizzi, in vecchiaja era divenuto costante.
Il colore della sua pelle che, se il lettore se ne ricorda, si protrasse con
molle freschezza quasi muliebre fino agli anni virili, aveva cessato di essere
equabilmente diffuso su tutta la faccia, ma s'era invece come rappreso e
ritirato agli zigomatici, con lievi screpolature salsedinose. Le guancie si
erano emunte, mancato il sostegno di parecchi denti molari; a malgrado di ci,
la bocca avea conservata qualcosa della prisca eleganza. I capelli avea
bianchi come l'argento, ma lucidi come quello, ma ancor fitti e inanellati e
cadenti in una ciocca tra le tempie, a lambire la divisione de' sopraccigli.
Era insomma un bellissimo vecchio, com'era stato un bellissimo giovane; n, in
quanto alla foggia del vestire, s'era dimenticato dell'eleganza onde gli venne
il soprannome. Portava una giubba color oliva a larghe falde, giusta le
prescrizioni dell'antipenultimo figurino di Parigi; calzava stivali di
sommacco con fiocco agli orli delle gambiere e increspature al collo del
piede. Dai taschini gemelli de' calzoni uscivano, di sotto al panciotto di
casimiro bianco, due catenelle con suggelli di corniola e d'ametista, ad
indicare il costume non ancora cessato dei due orologi in vicendevole
controlleria.
Il musico Velluti aveva finito di cantare il suo arione, quando entr in palco
un servitore di teatro per dire al Suardi che un signore desiderava di
parlargli, e domandava il permesso di entrare.
 Ma entri pure, disse Galantino.
Poco dopo entr infatti il signor attuaro Tagliabue, che il Galantino si fece
seder vicino, col solito:
 In che posso servirla?
 Ella avr ricevuto dal tribunale civile di Milano l'invito a comparire
innanzi al signor giudice cavaliere F...
 Per l'appunto, signore; sono arrivato oggi stesso e domani mi lascer vedere.
 Il signor giudice, che  in teatro e ha saputo che V. S. era qui, a guadagnar
tempo e a levarle il disturbo, mi ha mandato a dirle, ch'egli era disposto a
parlarle questa sera stessa, e che perci l'attendeva nella sala del Ridotto.
 Per me tutti i momenti son buoni.
 Allora io l'accompagner.
 Mi rincresce che l'opera non sia finita...
 Ella faccia come crede...
 No, no andiamo pure a Milano mi fermer alcuni giorni, e avr tempo di
sentire il resto un'altra volta.
Con queste parole il Galantino si alz; disse a donna Paolina: torno subito e
part coll'attuaro.
Il cavaliere F... era seduto al camino nella solita sala del Ridotto; mosse
incontro al Suardi, quando questi entr in compagnia dell'attuaro, se lo fece
sedere vicino e:
 Ella mi perdoner, disse, se l'ho costretto a mettersi in viaggio di questa
stagione.
 Non stia a darsi fastidio, signor giudice, fu anzi per me una buona occasione
di scuotermi d'addosso la poltroneria.
 Quand' cos, tanto meglio. Intanto mi figuro che ella avr gi indovinato il
motivo per cui l'ho fatto chiamare.
 Avendo saputo che la causa del colonnello Baroggi era stata affidata a lei,
cavaliere, tosto ho imaginato che la mia chiamata dipendesse da questo
oggetto. Le dir anzi, che sarei venuto a Milano anche senza essere chiamato;
perch ho pensato che avrei forse potuto gettare qualche luce in quella
materia imbrogliata. Or dunque, come stanno le cose? Ho sentito dal
colonnello, che il suo avvocato non gli d troppe speranze.
 Non so che dire. Se non si sa da qual parte  saltato fuori il testamento,
tanto fa che avesse continuato a dormire dove dorm per sessant'anni.
Qui il giudice diede al Suardi una di quelle occhiate che assomigliano agli
specilli dell'arte chirurgica. Esso, dal marchese F... per mezzo del conte
Aquila, recentissimamente aveva ricevuto una lauta caparra, in anticipazione
d'un pi lauto compenso finale; di maniera che le bilancie della Giustizia
nelle sue mani eran ridotte alla condizione di un orologio le cui sfere si
menano a dito, a seconda dell'ora che meglio si desidera. Ma contuttoci,
siccome era stato criminalista e aveva sortito dalla natura la smania
dell'indagine legale, e aveva sempre riposta tutta la sua compiacenza
nell'abilit di far cantare un delinquente; cos e per impulso naturale e per
abitudine di mestiere, sent la tentazione di gettare un laccio al vecchio
Galantino. Ma siccome le trappole anche meglio dissimulate sono viste alla
lontana e scansate dai topi veterani, cos il Galantino, ridendo fra s e
delle parole e dell'occhiata del giudice:
 Eh... pur troppo, rispose, sono anch'io del suo parere, signor cavaliere, e
mi rincresce pel colonnello che ho visto nascere e a cui voglio bene; il
quale, bench siasi imparentato con una delle pi nobili famiglie di Milano,
il fumo non gli ha lasciato mai veder l'arrosto, perch quello scavezzacollo
di suo suocero ha portato via tutto ed ha mangiato tutto. Ma capisco anch'io
che tutti i buontemponi, che si divertono alle spalle del prossimo, potrebbero
tutti i giorni inventare dei testamenti, cos a titolo di passatempo, mettere
la confusione nei tribunali e la disperazione nelle famiglie.
 In questo caso per dovrebbero essere stati i buontemponi di sessant'anni fa.
E il giudice scandagli ancora acutissimamente il Galantino.
 Questo io non lo posso sapere. Bisognerebbe che, al pari del signor giudice,
avessi potuto vedere il testamento. La carta, il carattere, l'inchiostro...
che so io... Io ho delle scritture di quaranta, di cinquant'anni fa, che
nessuno direbbe essere di quest'anno. Una tale diversit, secondo me, dovrebbe
gi costituire un indizio...
 Come fa ella a dir questo?
 Io sto alle parole del signor giudice; per qual cosa ella ha parlato dei
buontemponi di sessant'anni fa?
 Cos per modo di dire...
Qui il Galantino diede al giudice una di quelle sue occhiate oblique,
saettanti, lunghe. Parve, per un momento, che si fossero scambiate le parti.
Il cavaliere F... taceva.
 Ora, se  lecito, continuava il Galantino, domanderei a che oggetto ella mi
ha fatto venire a Milano?
 Per sentire da lei tutto quello che potrebbe sapere in proposito.
 Ci che so io  ci che dovrebbero sapere tutti quelli che possono vantare
una fede di battesimo al pari della mia...
 Ella per...
 Continui pure; cavaliere, e non abbia paura d'offendermi. S... io ebbi pi
volte dei replicati incomodi per questo malaugurato testamento... e parrebbe
di dovere ch'io dovessi saperne pi di tutti... ma in conclusione, io non
posso dir altro se non che i giudici e avvocati e criminalisti sono come i
medici, i quali in presenza di certe malattie, si trovano imbrogliati al pari
di qualunque idiota.
 Come sarebbe a dire?....
 Mi perdoni, signor giudice; ma che in sessant'anni non si abbia mai potuto
scoprirne nulla...  cosa che fa senso... per cui devo dire che quell'avvocato
e quel giudice, il quale in tale occasione arrivasse a coglierne qualche filo,
meriterebbe un posto d'onore vicino a quel professore di Pavia che ha
inventato la pila.
 Non occorre che sia n giudice n avvocato... Ella che fu contemporaneo alla
scomparsa inesplicabile di quel testamento, ella solo potrebbe avere i mezzi
di acquistare tanta gloria...
E qui un'altra occhiata acuta e profonda.
 Tutto quello che potr fare, lo far, perch mi sta veramente a cuore la
sorte del Baroggi e di sua moglie; ma avrei bisogno di essere ajutato.
 Si spieghi.
 Intanto non reticenze.
 Vale a dire?
 Vale a dire che io vorrei sapere da lei se il testamento che tiene in sua
mano ha i caratteri di essere stato fatto sessant'anni addietro o adesso? Un
momento fa mi pare d'averglielo domandato, e non mi ha risposto.
 Davvero che non dovrei parlare. Ma a lei dir, che quel documento ha tutti i
caratteri della vecchiaia. La carta  ingiallita, l'inchiostro  svanito.
 Allora siamo in casa.
 Cio?
 Bisogna cercare altre carte dell'autore del testamento.
  un provvedimento che viene in testa a chicchessia... Ma non c' pi nulla,
e non s' trovato nulla...
 Io m'impegnerei a trovarne.
A queste parole, sul volto del cavaliere F... si svolse un'espressione
involontaria che fu notata dal Galantino; non era l'espressione di un giudice
che deve essere soddisfatto nel sentire che c' uno spiraglio per riuscire a
scoprire la verit.
Per il Galantino, che conosceva il marchese F..., ed aveva l'idea fissa che i
giudici fossero tutti venali, si mise in sospetto.
 Suvvia dunque, continuava il cavaliere, sentiamo i suoi disegni.
 Sono semplicissimi, e non mi par vero non siano gi venuti in mente ad altri.
 Ebbene, sentiamo.
 Tutta Milano sa, perch  un fatto che fece gran rumore, e perch, se la
maggior parte dei padri sono morti, i figli hanno sentito a parlare i padri di
tutte le circostanze di quel fatto stesso; che il notajo che assisteva il
marchese F.... era il dottor Macchi, morto nel 1802, e di cui ogni due anni
vedesi il ritratto esposto sotto i portici dell'Ospedale Maggiore. Io so, e
tra gli altri deve saperlo anche l'avvocato Strigelli, il quale ora  conte
del Regno, che fu lo stesso Macchi che stese il testamento, perch il marchese
lo copiasse di proprio pugno. Quel notajo era tanto esatto che,
certissimamente, deve aver tenuto copia di quello scritto; di pi,  assai
probabile che nelle cartelle abbia serbato anche qualche lettera del marchese
defunto.
 Tutto va bene, ma se il notajo  morto...
 Mi lasci dire: io so che il notajo Agudio, nipote del famoso avvocato, che
fece pratica presso il Macchi, acquist tutti i libri e tutte le carte di lui.
C' dunque da mettere cento contro uno che presso l'Agudio si deve trovare
quanto basta per distruggere ogni dubbio.
 Se tutti i disegni di lei stanno qui, rispose il cavaliere F... accigliato,
non ne faremo nulla, caro signore. L'Agudio avr conservato le carte di
qualche valore, non delle lettere inutili, n una minuta inutile di
testamento. In ogni modo vedremo.
E il giudice si alz, assumendo, per la prima volta in faccia al Suardi,
quella dignit gerarchica che prima non aveva mostrato; e dicendo per
conclusione del suo discorso:
 Nonostante le parole che abbiam tenute questa sera, avr ancora ad
incomodarla, signor Suardi; per la pregherei a volersi trattenere a Milano
per qualche giorno ancora.
 Per un pajo di settimane io mi fermer qui.
 Spero che baster; e intanto le do la buona notte.
Ci detto, part.


XVII

Il Suardi si alz, lo inchin, e pensando fra s:
 Vedo che siamo nel bosco della Merlata, e converr tenere il pollice sul
grilletto usc anch'esso a lenti passi dal Ridotto e risal in palco.
Il giudice F...,appena partito, si rec nel palco del ministro Luosi a
riferirgli il colloquio avuto col Suardi del quale per soppresse tutta
l'ultima parte relativa al notajo Macchi ed al notajo Agudio. Lasciato il
ministro and poi subito in traccia dell'avvocato Gambarana, che era in
teatro. Trovatolo, lo inform del dialogo avuto col Suardi, ma esponendogli
invece esattamente quella parte che aveva taciuto al Luosi.
 Questo  un contrattempo, disse il Gambarana.
 Io non credo per che possano essere rimaste delle carte presso il notajo
Agudio.
 Pu essere e non essere; in ogni modo converrebbe che noi fossimo i primi a
poter esplorare l'archivio del defunto Macchi.
 Fatelo.
 A me, non conviene.
 Con dei denari...
 Non mi conviene.
 Dunque?...
 Dunque tocca all'avvocato Falchi a tentare le indagini col. Fatto da lui,
nella sua qualit di patrocinatore del Baroggi,  un atto giusto e naturale.
 Ma non bisogna perder tempo.
 Domani mattina parler all'avvocato.
Scambiatisi di fuga tali disegni, il giudice e l'avvocato si lasciarono,
entrando l'uno in un palchetto, l'altro in un altro.
Il giorno dopo, nelle ore pomeridiane (notiamo questo perch, se fosse stato
di mattina, i fatti avrebbero forse avuto altro avviamento), il Suardi si rec
dal notajo Agudio.
Si fece annunziare, fu ricevuto, com' naturale; ma trov un uomo di
un'agrezza quasi villana.
 Ella mi conoscer.
 Non lo conosco niente affatto.
 Allora le dir che  il medesimo signor giudice F... che m'ha fatto
espressamente venire a Milano, per l'oggetto di cui le parler; e che sono qui
perch  gi corsa intelligenza con lui.
 Dica presto, dunque, in che cosa posso servirla, perch non ho tempo da
perdere.
 So che ella ha conservato tutto il repertorio lasciato dal dottor Macchi.
 Ho conservato quel che ho conservato.
  probabile per, che, avendo il Macchi prestato per molto tempo l'opera sua
al marchese F... defunto sessantatr anni fa, sieno rimaste nelle sue cartelle
e lettere e carte e documenti di spettanza di quella casa.
 Pu essere benissimo. Ma io non so, n ho tempo di far ricerche. D'altra
parte, siccome tutto quello che ho acquistato  di mia propriet, cos io non
ho nessun obbligo n di conservare quello che tengo, n di mostrarlo altrui,
n di cederlo.
 Non c' nessuno che voglia venir qui a fare il padrone in casa sua, signor
dottore; ma  affare di coscienza, e una sola carta trovata pu far saltar
fuori quello che si pena a trovare da sessant'anni.
 La prego, signore, a non pigliarsi briga della mia coscienza, perch di
questa ne sono il custode io.
 Non voglio farmi padrone nemmeno della sua coscienza, caro il mio signor
dottore; ma, siccome non deve costar molta fatica a guardare o a far guardare
nelle cartelle che devono portar la data dell'anno, cos pregherei la sua
gentilezza, che, del resto, verrebbe pagata come si merita e profumatamente, a
fare questa ricerca, la quale, in un minuto, potrebbe risolvere tutto, e
determinare la sentenza dei tribunali intorno alla causa ch'ella ben
conoscer.
 La risposta che io ho dato a lei, che in faccia mia non ha veste nessuna n
di giudice, n d'avvocato, n di parte interessata, la darei anche
all'autorit se venisse qui ad impormi quello che non ha il diritto d'impormi.
Il contegno e i detti dell'Agudio parvero, pi che strani, inverosimili al
Suardi; per, dopo aver taciuto un istante:
 Dunque, ho capito tutto, signor notajo, proruppe, alzandosi; ho capito tutto.
 Che cosa ha capito?
 Che  vero quel che mi fu detto. Sappia adesso ch'io non sono venuto qui che
per fare una verificazione. Ora so di che si tratta... Le carte ed i documenti
di cui le parlava, ella li ha gi cercati e trovati e ceduti stamattina a chi
non si doveva...
Il notajo Agudio fu scosso da queste parole, e si confuse al punto da farne
accorto il Galantino, che rimase sorpreso alla sua volta, perch avendo
slanciata quell'asserzione all'avventata, e soltanto per tentare il terreno,
non avrebbe mai creduto di dover cogliere cos preciso nel segno. Ma rimase
ancor pi stupito per l'improvvisa scoperta di un turpe intrigo, di cui gli
parve complice anche l'autorit.

LIBRO DECIMOSETTIMO


Giocondo Bruni, il conte Ghislieri e il conte di Domodossola. Un'adunanza in
casa del conte Aquila e il regno d'Italia. Milano nel 1813. I partiti. Un
dialogo tra il conte Aquila e madama Falchi. Il vetturale Bernacchi Giosu e
il colonnello Annibale Visconti. Il giorno 20 aprile 1814 e il ministro Prina.
Il capomastro Granzini, il ritratto di Napoleone dipinto dall'Appiani e il
busto in gesso di Beauharnais.

I

Abbiam lasciato i coniugi Falchi al loro sonno, che non fu certamente quello
del giusto, per ritornare in teatro onde assistere al colloquio tra il
Galantino e il giudice F... e tener dietro alle sue conseguenze; ed ora ci
convien staccarci dal notajo Agudio e dal Galantino per rifarci
ventiquattr'ore addietro e ritornare di nuovo nelle sale del Ridotto.
Il nostro amico Giocondo Bruni erasi fatto guida al conte Aquila, al
conte-milord, ed agli altri che costituivano il partito italico assoluto, per
vedere la faccia di un conte, che il Bruni aveva conosciuto a Parigi come
emissario austriaco.
  lui, assolutamente lui, disse il Bruni al conte Aquila, allorch furono
vicini a un tavolino da giuoco,
 Quell'ometto l piccino?
 Quello l appunto.
 Con quella faccia da coniglio?
  una maschera naturale, che a lui serve benissimo.
 Gli avete parlato voi qualche volta?
 Non ho mai voluto mangiare di quella carne; per l'ho sentito a parlare molte
volte, n egli lo sa, n mi conosce.
 Che cosa credete voi che sia qui per fare?
 Quello che faceva a Parigi: giuocare, perdere spesso, e mettersi al paretajo
come la civetta, per attirare gli uccelli di brocca. Adesso giuoca, poi
perder. Scommetto che  gi in perdita... Ecco qui, sentite, signor conte?...
Questa interruzione deriv dalle parole di due astanti, i quali dicevano:
 Ha un gran sangue freddo, colui...  gi la terza volta che mette sul tappeto
cento napoleoni d'oro; e al risolino continuo che fa si direbbe che  in
guadagno.
 Vedete se ho detto vero, signor conte?... ebbene, fra un'ora va a cena con
tutti quelli a cui ha riempito le saccoccie; e l parla di politica; compera
per un pezzo; poi vende e fa propaganda. Alla mattina, poi, credo che
riferisca il risultato dell'opera sua e mandi la cacciagione a Metternich e a
Bellegarde.
 Converrebbe renderne avvertita l'autorit.
 Converrebbe certo. Ma chi se ne piglierebbe l'incarico? Io, no davvero, che
stetti fuor di paese troppo tempo.
In questo punto entr nella sala un personaggio ancor giovane, bene
incravattato, che il conte Aquila salut ed avvicin.
 Guarda un po', gli disse questi, tu che sostenevi avere l'Austria deposto
ogni pensiero della Lombardia.
 Che cosa?
 Vedi quell'ometto l, che giuoca, perde e ride?
 S che lo vedo... lo vedo e lo conosco.
 Oh!... Lo conosci davvero?
 S...  un prodigo senza testa.  venuto a Milano da poco tempo, e s'
innamorato della citt nostra. Ha voluto persino farsi inscrivere nella
guardia civica; per la sua generosit, lo si voleva nominare ufficiale; ma
egli si accontent di essere sergente.
Il conte Aquila guard il Bruni come se pensasse: or chi di voi due dice il
vero? Il Bruni non disse parola.
Questo ci raccont poscia, tanti e tanti anni dopo, come ebbe a scoprire
esservi stato accordo, tra quell'emissario austriaco, e colui al quale il
conte Aquila aveva parlato. Chi poi fosse quel personaggio,  subito fatto
intendere al nostro lettore, se appena egli ha l'abitudine a sciogliere
sciarade e logogrifi.
Colui, dunque, noi lo abbiamo visto molte volte; e alla processione del Corpus
Domini e ai Te Deum per gli anniversarj ed i giorni onomastici austriaci, col
suo collo torto, colla sua aurata assisa di consigliere intimo, e colla sua
fascia traversale bianco-rossa dell'Ordine di Maria Teresa. Egli era conte,
quantunque i suoi avi di sessant'anni prima avessero fatto carbone presso
Ossola. Era ricchissimo, e di una ricchezza ereditata da un padre che, pur
avendo usufruttata la pubblica fame, ebbe fama di uomo onesto, forse per
l'effetto dei confronti. Ma siccome dev'essere vero che la farina del diavolo
si converte in crusca, cos tutta quella ricchezza fu da esso adoperata per la
massima parte ad alimentare i magazzinieri delle indulgenze plenarie, ad
ammorbare le pusille coscienze di pregiudizj e di bigottismo, a scapito della
religione vera e del sincero progresso.
E il conte Aquila continuava ad interrogarlo:
 Sai tu almeno come si chiami questo prodigo sventato?...
 Il nome non me lo ricordo. Ma non credo ne valga la pena.
 E voi lo sapete? domandava poscia al Bruni.
 Sto appunto tormentando la memoria per richiamarmelo, ma non mi riesce. So
per altro che  un conte, e un conte che conta assai poco in quanto a
ricchezza; per ci non si sa bene a che tesoreria vada a prender il danaro che
sparpaglia a piene mani.
 Mi sembra, caro mio, continuava il conte Aquila rivolto all'altro conte, che
questo signore, venuto or ora da Parigi, ne sappia pi di te.
 Pu darsi anche questo; ma torno a ripetere che non vale la pena di far tante
indagini sul conto suo. Gli ho parlato due o tre volte, ed  un uomo
perfettamente nullo.
Qui, un'onda di pubblico entr nella sala, e scompagin quei gruppi di persone
che stavano intorno ai tavolieri.
L'Aquila, il Bruni e gli altri si trovarono divisi dal futuro consigliere
intimo, e lasciarono il Ridotto.
Di l a poco, il conte Ghislieri (che cos chiamavasi quella civetta al
paretajo):
 Per questa notte, disse, possiamo spegnere i lumi: ch s' perduto
abbastanza. Ora, se questi signori mi favoriscono, potrem passare il rimanente
della notte al Gallo.
Il futuro consigliere intimo trasse allora per un momento in disparte il conte
emissario, e:
 Stanotte, gli disse, continuatela pure in compagnia di quest'allegra brigata,
ma domani partite.
 Perch?
 Qualcuno ha messo gli occhi su di voi.
 Davvero? ma come mai?
 Il come non lo so; ma se vi avviso,  perch desidero che le cose ben avviate
non si guastino.
 Se parto, parto per ritornare.
 Ritornate, ma a suo tempo, ma quando il frutto sar maturo. Intanto vogliate
passar da me, prima di lasciar Milano.  arrivato da Parigi il marchese F...,
che, quantunque sia un consigliere di Stato,  dei nostri. Troverete pure in
casa mia alcuni de' meglio pensanti. Or vi saluto.
E il piccolo contino Ghislieri, emissario, spia di prima classe, anzi Gran
Cordone di quell'Ordine, e sergente intruso della guardia civica, ritorn alla
sua brigata e lasci il teatro.
Il conte Aquila intanto, accompagnato da dieci o dodici del suo partito, era
ritornato a casa. Com'era suo costume far sempre colla servit, entr
accigliato e burbero nella stanza del guardaportone, che stava inferraiuolato
innanzi ad un gran braciere:
 Tirate la campana, e chiamate i domestici di settimana. Presto.
Il guardaportone obbed, s'affrett, suon la campana. Discesero i servi.
 Accendete fuoco nel camerone terreno. Presto.
I due servi obbedirono.
Il conte entr coi colleghi nel camerone. Dopo alcuni momenti, una gran
catasta di legna crepitava gi e mandava scintille su per la cappa di un
camino monumentale, con iscolture rappresentanti gli stemmi del casato.
 Andate a dormire, disse il conte ai due domestici. Solo il guardaportone stia
sveglio finch questi signori partiranno. Andate ad avvisarlo.
Quella societ che s'era adunata in casa del conte Aquila, era composta da
dodici a quindici persone, la maggior parte patrizj, quasi tutti ricchissimi,
e per ci influenti sul popolo della citt e sugli abitanti della campagna.
Tra essi v'era un B..., capo battaglione della guardia civica; un E... V...,
giovane di straordinario ingegno e di altrettanta coltura, ma eccentrico e
strano; un G... di Como; un V... di Lodi; il conte-milord, l'avvocato
Gambarana, ecc. ecc. Il nostro Giocondo Bruni, dal quale sappiamo tutto quanto
verremo raccontando, fece parte anch'esso della comitiva, e come amicissimo
del conte-milord, e perch aveva espresso degli intendimenti assai conformi a
quelli del conte Aquila.
Intorno al gigantesco camino eran state disposte in semicerchio delle vecchie
sedie di bulgaro a bracciuoli. Tutti sedettero. La catasta accesa illuminava
la scena. La parte accessoria e pittorica di quell'adunanza pareva ne
accrescesse l'importanza e il mistero.
L'E... V..., che era un ingegno letterario e caustico, e soleva parlare con
epigrammatica amenit anche delle cose gravissime:
 Chi ora ne sorprendesse, cominci a dire, ci piglierebbe per altrettanti
personaggi del Noce di Benevento. Per sarebbe bene per un'altra volta
radunarci pi presto e scegliere un luogo men fantastico.
 Pi presto non  possibile, osserv il conte Aquila, perch ci bisogna a noi
tutti di lasciarci vedere in teatro. In quanto al luogo, non fu fabbricato
apposta, e poi ha il vantaggio di essere lontano da chi pu vedere e sentire.
Ma veniamo a quel che importa. Che cosa, o signori, pensate di fare? Jeri non
si trattava che di cogliere l'opportunit che la Francia si sfasci, per
liberarci di lei e fare da noi le cose nostre: oggi ci siamo accorti che, di
dietro alla Francia che si va sprofondando come un fantasma da palco scenico,
torna a spuntare lo spettro dell'Austria.
 L'affare  spinoso, osserv l'E... V...; pure, se il duca di Lodi avesse
vent'anni di meno e non soffrisse di gotta, potrebbe raccogliere nelle proprie
mani il supremo potere nel punto che tutte le acque fossero in alluvione. Il
fatto di Bernadotte, che era un mangia-carte e divent re di Svezia, non
farebbe parer strano che un privato, il quale  stato il vice-Napoleone
durante la Cisalpina e il Consolato, possa un bel giorno, dal voto nazionale,
essere eletto re d'Italia.
 Il duca di Lodi, osserv il conte Aquila, sarebbe sempre un uomo stracco,
quand'anche fosse sano e contasse vent'anni meno.
 Questo non sarebbe un ostacolo, basterebbe che piacesse al popolo.
 Ma se non pu piacere, non se ne parli pi.
 Per tener lontana l'Austria, e per disfarci di Beauharnais, bisognerebbe
almeno che ci fosse un italiano, il quale, o negli ordini civili o nei
militari, avesse talmente fermata l'attenzione dei suoi connazionali, che
l'imitazione dei Longobardi che innalzavano sugli scudi il loro re eletto non
sembrasse una burattinata. Ma dov' quest'italiano? Lo domando a te, che, per
un mal inteso orgoglio, come ti dissi mille e mille volte, hai voluto sempre
vivere in disparte.
Il conte Aquila tacque, ma il petto gli ans forte per la sistole e la
diastole dell'ambizione.
Chi aveva parlato non era adulatore, e sebbene per ingegno non fosse inferiore
al conte, pur aveva di lui una stima gigantesca.
Questo fenomeno avviene spesso tra gli uomini, che taluni vengono apprezzati
in ragione del nulla che fecero, e solo perch alcune loro attitudini, viste
in iscorcio e sotto ad una luce passeggera, lasciarono un'impressione di una
grandezza virtuale non provata mai alla cote dell'azione e dei fatti. A ci si
soggiunga che, se essi hanno dato segno di qualit incontestabilmente
superiori, e pur tuttavia, in opposizione della tendenza del pi degli uomini,
si tennero celati o comparvero in pubblico qualche volta per iscomparir
subito, come il sole temporalesco; il buon prossimo se ne esagera talmente la
potenza, da crearne tosto una divinit in fieri. Questo era veramente il caso
del conte Aquila. Il suo carattere altero, la sua coltura ampia, la sua parola
forte, cruda, tagliente, e quel mai non aver voluto imbrancarsi col resto dei
viventi, avevano fatto concepire di lui un'idea cos alta, che qualunque pi
eccelsa opposizione non pareva soverchia per lui.
 Io non credo, disse egli poi all'E... V..., che tu voglia pigliarmi in
canzone: ma se hai la persuasione che, se io mi fossi accostato alle cariche o
civili o militari, avrei fermata l'attenzione de' miei connazionali, pensa che
non avrei potuto farlo se non imitando tutti quelli che diedero nell'occhio al
pubblico: col girare, cio, come un satellite intorno al sole di Napoleone. Ed
 ci appunto che non ho voluto fare. Se ci ha ad essere un capo italiano, un
presidente, un dittatore, che so io? la parola re mi fa ribrezzo (il lettore
non ci creda), deve essere appunto un uomo nuovo, che non abbia servito a
nessuno, che non abbia avuto onorificenze da nessuno, che non sia stato n
Gran Cordone, n Grande Ufficiale di nessun Ordine. Tu mi dirai che pure 
necessario aver fatto qualche cosa in passato, a saggio e a prova
dell'avvenire. Ma in questo caso ritieni che una pagina bianca vale meglio di
una pagina tutta coperta di caratteri, dove alcuni luminosi pensieri sieno
deturpati da propositi e da concetti servili.
 Tu parli bene, ma bisognerebbe farla intendere al popolo; ma bisognerebbe che
Iddio volesse di nuovo pigliarsi l'incarico di ungere i re per mano di qualche
Samuele. Anzi, il popolo oggid non crede pi nulla ai sacerdoti, poco a Dio,
e vuol fatti e fatti e poi fatti. Non occorre che essi siano meraviglie
sostanziali, ma che abbiano almeno la virt di abbagliare il mondo.
 Tu hai ragione, e parli da quell'uomo che sei. Ma io ti so dire, che se in
questi giorni io fossi eletto, per esempio, colonnello della guardia civica,
con questa semplice carica, io saprei far miracoli.
 Lo credo, ma il colonnello non  morto e non vuol morire; n vuol nemmeno
cedere il posto.
 Io so, entr allora a parlare il B..., capo battaglione della civica, io so
che tu sei nella terna per essere nominato capitano del mio battaglione...
 E domenica, nell'occasione della rivista, una fascia ricamata in oro da mia
moglie sar appesa alla vostra bandiera e benedetta in piazza Castello...
 Ebbene, allorch tu sarai nominato capitano, ti cedo subito il mio posto di
capo battaglione. Io non faccio nessun sacrificio; e nelle tue mani pu essere
utile ci che nelle mie non giova a nulla.
A queste parole succedette un po' di silenzio; l'avvocato Gambarana, uomo
torbido, non amico, n ammiratore di nessuno, e istintivamente oppositore:
 Faccio osservare, usc a dire, che nelle osterie e nelle bettole si parla
talvolta degli interessi del paese con pi acume che altrove.
Egli pronunci queste parole con una certa asprezza sardonica, perch era
stato nauseato dall'eccessiva ammirazione che l'E... V... avea mostrato pel
conte Aquila; e perch, pi che strane, gli erano sembrate ridicole (e non
aveva tutti i torti) le mal dissimulate aspirazioni di quest'ultimo.
 Allora tocca a voi, caro avvocato, soggiunse tosto l'E... V... colla sua
causticit consueta, a fare in modo che noi possiamo aver l'onore di pensare
come i frequentatori delle bettole e delle osterie.
 Vi  andata la mosca al naso pi che a un filosofo non convenga, soggiunse il
Gambarana, ma io non ho fatto che ripetere un passo d'oro di quel Rousseau pel
quale voi andate in deliquio.
 Non mi ricordo del passo d'oro; ma quand' cos, continuate.
 Una di queste sere, mi trovavo all'albergo del Gallo col mio praticante
Valesi. V'era gente di tutte le qualit; ma il pi eran mercanti, giovani di
banco, bottegaj, gente che voi altri signori avete il torto di non voler mai
n avvicinare, n sentire. Parlavan tutti alla distesa e alla libera; e
parlavano appunto del tema corrente; si venne persino, come abbiam fatto noi
stanotte, a mettere in questione: Chi mai fra gl'Italiani avrebbe avuto le
qualit necessarie per tenere in mano, pel momento almeno, le redini del
governo, quando mai le grandi potenze, troppo caricate d'affari, ci avessero
lasciati in vacanza. Tutti tacevano e pareva che nessuno sapesse dove dar la
testa, quando usc a dire un giovinotto:
Diavolo! a me pare poi che d'uomini adatti ce ne sia pi d'uno. Ma, a caso
disperato, v' un tale che non pu a meno di saltare agli occhi di tutti.
Sentiamo, sentiamo, gridavan gli altri. Non  vero, proseguiva colui, che
Murat, il quale nacque in casa di un oste e fece il postiglione per qualche
tempo, divent poi re di Napoli? I tempi si sono cambiati, e Napoleone ha
fatto vedere che non  pi necessario di trovar la corona bella e fatta nel
ventre della madre. Or bene, noi in casa nostra abbiamo un tal uomo, che
nacque di casato distinto, che ebbe un'educazione compiuta, che fece prodigi
di valore, non in una n in due, ma in una dozzina di battaglie, al punto da
destare l'invidia persino del vicer; un uomo, un soldato, un generale che 
adorato da tutto l'esercito italiano. E non potrebbe dunque costui essere il
re d'Italia? Viva il re Pino, grid allora un altro... Viva, viva, gridarono
tutti. Finalmente abbiamo trovato il re, e un re di cavalli!
 un gran difetto che abbiam noi Italiani, quegli proseguiva, di disprezzare
tutto ci che  nostrano, e di volere a tutti i costi fare acquisto della roba
forastiera. E com' degli uomini, cos  delle mercanzie e di tutto. Il vino
di Francia ci avvelena, ma si paga mezzo marengo al boccale: noi con sedici
soldi si beve un vino che fa resuscitare i morti: se venisse di Francia, non
lo beverebbero che i gran signori. Ma vivaddio, che il re  trovato, e se il
nostro disgraziato paese arriver finalmente ad avere e ad apprezzare un re
nostrano, tutto il resto verr da s e tutte le piaghe si chiuderanno. Cos
diceva quel giovine, non so se mercante o lavorante; ed ora domando a voi
tutti se non parlava con fior di senno?
 Molte volte ho pensato anch'io al general Pino, osserv il conte Aquila; ma
senza giro di frasi, vi dichiaro schiettamente che io abborro il regno della
sciabola. Quando un soldato si fa capo di uno Stato, tutti gli ordini della
societ vanno a fascio e la caserma diventa il Sancta sanctorum.
Del rimanente (continu) qui non si tratta di andare a cercare dei re; si
tratta di provvedere al modo di tener lontana l'Austria; e d'impedire che
l'incapacissimo Beauharnais abbia ad acquistare un regno nel punto stesso che
Napoleone perde un impero. Pino sia pure, ch lo merita, il generalissimo
delle truppe italiane; ma lo Stato deve essere governato dalla toga e non
dalla spada. Che se si volessero ancora dei re o, se anche non volendoli, ci
fossero imposti dalle grandi potenze vittoriose e tutte monarchiche e tutte
paurose d'altre forme di governo; v' pure in Italia e a poche miglia da noi
un re di antichissimo ceppo italiano, la storia della cui dinastia  una
epopea continua di battaglie, di vittorie e di gloria. Ma questo, per ora, 
un discorso immaturo. Ci solo che dobbiam pensare a far oggi  di premunirci
contro gli attentati dei servili, i quali rappresentando la nazione senza
regolare mandato, potrebbero, data l'opportunit, mercanteggiarla a loro
beneplacito e per loro uso e consumo. Ma per ci fare, conviene appunto
metterci in possesso di qualche forza, di una forza materiale, voglio dire, di
una forza armata; questa noi l'abbiamo in una istituzione a cui oggi nessuno
pensa, perch  considerata come uno spettacolo da parata e da teatro; ma che
nelle mani di chi avesse la virt di pensare, di calcolare e sopratutto di
volere, potrebbe diventar poderosa e onnipotente da un momento all'altro. Ecco
perch desidero che voi altri tutti entriate a far parte della guardia civica;
ecco perch m'affannai per avervi grado di capitano; ecco perch da mia moglie
feci trapuntare una ciarpa da consacrarle in dono; ecco perch avrei carissimo
se potessi essere capo battaglione o colonnello. Or m'avrete compreso, o
signori, e a rivederci domani.
La seduta fu sciolta; tutti partirono; il conte stesso li accompagn al
portone. Disse al custode, sempre in tuono burbero: Ora puoi andare a
dormire; e senza pi altro, sal nei proprj appartamenti. Quantunque fosse
ora tardissima, il conte, entrato in camera, non and a letto. L'opposizione
dell'avvocato Gambarana gli aveva dato gran noja, e in quanto a s, pentivasi
di aver messo innanzi il nome del re di Piemonte. All'intento di mascherare le
proprie aspirazioni, pi che temerarie, strane ed incredibili, egli aveva
giuocato di dissimulazione e d'astuzia. Ma gli pareva d'essere andato troppo
oltre, tanto pi che quella proposta ei la stimava di tal natura da mettere
d'accordo tutte le opinioni controverse. Esso aveva l'ingegno robusto e la
veduta sicura e, quasi diremmo, infallibile, ogni qualvolta pensava e
giudicava senza passione. In quel momento che, per mettere a tacere
vittoriosamente l'avvocato, gli era occorso dimenticarsi di s stesso, la sua
mente sgombra gli aveva fatto vedere d'un colpo ci che nessuno allora avrebbe
pensato, e che doveva poi sembrare una scoperta tanti anni dopo; ma appena fu
solo e lasci le verit generali per l'interesse proprio; e l'ambizione che in
lui quasi toccava il grado di quel che si chiama ramo di pazzia, torn ad
esaltarlo, non sappiamo qual cosa avrebbe fatto per ritirare quella proposta.
Ai nostri lettori, al pari che a noi, un tal fatto potr sembrare, pi che
incredibile, assurdo: ma quanti abbiamo interrogato di coloro che avvicinarono
il conte e poterono leggergli in fondo all'anima, alla quale di tanto in tanto
eran guida ed interprete alcune sue fuggitive espressioni, ci assicurarono che
l'idea di poter mettersi alla testa degli Italiani e di recarsi in mano la
somma del potere, lusing davvero per qualche tempo l'amor proprio di
quell'uomo strano, le di cui pi alte e pi nobili attitudini vennero turbate
dall'eccesso dell'orgoglio e dalla mancanza di cuore.
Quando il conte fu per mettersi a letto, rammentandosi della ciarpa destinata
per la guardia civica; si rec nel gabinetto della contessa, scoperse il
telajo, e gli sembr che il lavoro fosse in ritardo e mancasse il tempo
necessario ad apprestarlo pel d della rivista. Il sangue a tal pensiero gli
and al capo; tir, strapp pi volte il campanello. Comparve un servitore in
mantello e mutande, tutto rabbuffato.
 Chiama qui la Maria, presto! gli disse il conte.
Venne una donzella discinta e sgomenta.
 Tu e la tua padrona, che avete fatto in questi giorni? Nemmeno in un mese
avrete finito.
Le parole non eran che queste; ma l'aspetto del conte faceva paura, ma la sua
voce era cos forte, cos furibondo l'accento, da mettere a rumore tutta la
casa.
Destata infatti da tutto quello schiamazzo, comparve la contessa frettolosa e
tremante, e avvolta in un ampio scialle.
Il conte la guat, la saett, la coperse di contumelie.
Ella diede in un dirotto pianto; piangeva la donzella, l'una e l'altra
supplicavano e promettevano.
Tutta la famiglia era in iscompiglio.
Quasi ci fu men terrore nelle case di Priamo, quando le fiamme avvolsero
Troja.
Tanto  feroce e spietata e demente un'anima ambiziosa!


II

La condizione della citt di Milano, nel dicembre dell'anno 1813, presentava i
sintomi di una malattia, come suol dirsi, di carattere, ma di cui era
difficile a prevedersi e a prefinirsi la qualit, la gravezza, la durata e la
riuscita. Lavoravano in lei molteplici elementi occulti, che ad esplodere o a
ritirarsi inoffensivi aspettano l'esito di circostanze superiori e fatali.
Nei primi mesi dell'anno successivo, quei sintomi si vennero sempre pi
aggravando. Le cause nascoste di tanti effetti futuri e contingenti a seconda
delle funeste notizie che venivan dal campo della guerra, uscivano dallo stato
d'aspettazione nel quale ad intervalli si adagiavano, per agitarsi nel campo
dell'azione ed accelerare i desiderati rivolgimenti.
Abbiamo detto che molti partiti in quel frattempo si vennero costituendo in
Milano. V'era quello di chi voleva un regno d'Italia indipendente con
Beauharnais sul trono. E chiamavasi il partito delle marsine ricamate; ma vi
appartenevano tutti coloro che, per combinazioni dirette e indirette, avevano
potuto raccogliere molte ricchezze sotto al governo francese. A tale partito
(ci che a tutta prima pu destar meraviglia, ma che diventa chiaro dopo
qualche esame) appartenevano, pure sebbene col semplice desiderio e senza
azione efficace, tutti quelli che dalla natura avevano sortito il senso retto
dello cose, che nella vita avevano imparato a fare i conti sempre in compagnia
dell'oste; e che, vivendo di libere entrate o di pensioni molto ipotecate, o
di proventi non attaccabili dal flusso e riflusso degli eventi sociali,
potevano vedere la condizione della patria, come spettatori seduti in platea,
i quali giudicano il dramma senza essere n parenti n amici dell'autore.
Ma costoro, com' naturale, non solo erano in pochissimo numero, ma
conducevano una vita, che equivaleva al non essere, perch non parlavano mai
con nessuno, non dicevano mai il loro parere a nessuno; e se al teatro,
all'osteria, al caff venivano trascinati repentinamente nel vortice del tema
consueto, sfoggiavano tosto tutta la loro bravura nella cos detta arte delle
cavatine. Care persone, ma meno utili delle cariatidi di molera; orologi
perfetti e precisi, ma senza sfera che indichi l'ora.
Un altro partito era quello dei vili, degli indifferenti, degli immobili, dei
materialoni, degli imbecilli e dei bigotti; per conseguenza era il partito
monstre e, pur troppo, era quello che aspettava l'Austria come un tocca e
sana.
Quasi tutte le casane milanesi che avevano i servitori coi passamani; quasi
tutti i monsignori, i mezzaconici, i canonici, i cappellani corali del Duomo,
di S. Ambrogio, di S. Babila e di S. Celso vi erano naturalmente aggregati. Un
terzo era il partito di cui abbiam gi parlato e del quale conosciamo i
personaggi: il partito italiano puro; puro per sino ad un certo segno; perch
il suo agitatore principale, se aveva la mente sana, aveva il cuore guasto.
Gli uomini poi di grande ingegno, di gran cuore, infervorati dell'amor di
patria, non costituivano veramente un partito; tanto era scarso il loro
numero! Essi vedevano l'Italia in quel periglio che avevano preveduto, ma non
nutrivano speranze per l'avvenire e non si attentavano di suggerir rimedj.
Erano irritati di tutto e contro tutti, e, sebbene lor paresse che delle
sventure la men grave fosse ancora il principe Beauharnais fatto re d'Italia,
pure non osavano consigliare ai mali d'Italia un rimedio non italiano. Ugo
Foscolo era tale da rappresentare la schiera meditabonda e disdegnosa di
questi solitari.
Tornando al primo partito, a quello che veniva generalmente chiamato il
partito delle marsine ricamate; dobbiamo aggiungere che se l'appellazione era
giusta, era pur vero che in mezzo a quelle marsine v'erano degli odiatori
accanitissimi del vicer e del nome francese e di quanti venivan denominati i
servili. Odiatori non liberi n indipendenti n equi, ma sovreccitati da
interessi privati, da offese ricevute, da speranze frustrate.
Tutti gl'impiegati che non erano stati nominati al posto ambito; che s'eran
presentati inutilmente a qualche udienza vicereale; che dal principe o da
qualcuno dei ministri avevano ricevuto, o credevano d'aver ricevuto, delle
ingiustizie, tutti costoro soffiavano a piena gola nel pubblico malcontento,
per tenerlo sempre desto e perch si risolvesse alfine in un vasto incendio.
Per citare qualche esempio, il giudice cavaliere F... da qualche tempo era
diventato il pi feroce e il pi impaziente di tutti. E la ragione ne era
chiara. Egli era stato chiamato dal Luosi a dar conto del suo operato nel
fatto della causa Baroggi: con sorpresa ud dal ministro, come il vicer
avesse scritto, che, al suo ritorno a Milano, avrebbe dato corso rapidissimo
alla giustizia; con terrore apprese inoltre che il colonnello Baroggi e il
signor Andrea Suardi s'erano espressamente recati a Lubiana per parlare al
vicer, al quale avean esposto, come nello studio del notajo Agudio dovevano
esser state acquistate, allo scopo di farle scomparire, delle carte
d'importanza, sufficienti a comprovare l'autenticit del testamento; del qual
fatto forse consigliatore e complice, per pi indizj, pareva essere lo stesso
giudice del tribunale.
Bene avea dovuto accorgersi che il Luosi, timoroso di s per le future
contingenze, mentre con insolita severit gli avea parlato della collera del
vicer, avea tuttavia dato a divedere di non voler farsene l'interprete n il
pi attivo n il pi sollecito; e a prova di questo gli bast avere il gran
giudice lasciato passare alcuni giorni prima di chiamare a s e d'interrogare
il notajo Agudio; forse per dar tempo di far scomparire le traccie del fatto a
chi aveva potuto aver mano in esso. Ma se il vicer tornava, ma se quelli che
lo volevan re d'Italia avessero avuto il sopravvento; in che tremendo spineto
egli veniva a trovarsi! E nello stesso pericolo trovavansi pure avvolti e
fatti compagni solidali l'avvocato Falchi, e, pi di tutti, il marchese F...,
avuto riguardo alla sua carica di consigliere di Stato, cui era stato nominato
dallo stesso Napoleone, a dispetto e all'insaputa di Beauharnais che, non si
sa per quali ragioni, avea sempre detestato quel patrizio milanese.
Immaginiamoci ora dunque quale efficace e terribile influenza dovessero
esercitare tutte queste persone variamente autorevoli e potenti su tutto il
pubblico vessato ed espilato in cento modi, e pi recentemente percosso da
un'ultima requisizione sterminatrice, che fu l'uno per cento messo ai capitali
impiegati con ipoteca sui fondi dei debitori, e da pagarsi dai medesimi in
proporzione che si spogliavano i registri; requisizione che doveva involare al
popolo altri sessanta milioni. Al cospetto di questo fatto enorme, tutti i
partiti, tutte le classi si fondevano in una massa sola, vasta, cupa e
mugghiante. E il ministro Prima, che era l'autore spietato e imperterrito di
quelle tasse, riceveva sopra di s, perch era presente, tutti i colpi
dell'odio pubblico preparati per il vicer assente, in nome del quale venivano
estorte.
La cosa pubblica e le vicende private de' nostri, personaggi versavano in
queste condizioni alla seconda met del mese di marzo dell'anno 1814. La
campagna di Francia, nella quale Napoleone inutilmente era stato
soprannominato il Centomila uomini, precipitava al suo fine. Il cielo
politico, lungo tutta la zona d'Italia e Francia, andava sempre pi
tempestosamente annottando. In quella notte buja gli uomini dell'azione
lavoravan celati. La guerra dei partiti e degli uomini individui che
capitanavano opposte fazioni veniva fatta all'oscuro. Il conte Ghislieri sotto
mentite spoglie era tornato a Milano in fretta e in furia. Era il corvo che
chiamava altri corvi, per calar tutti insieme e d'accordo dello Stato alla
carogna. Il conte Aquila coi suoi aderenti, dal proprio palazzo avea
trasportato la sede dei convegni in casa Falchi, specie d'albergo politico,
molto simile a quelle osterie sinistre, dove l'oste e l'ostessa fanno da
manutengoli ai contrabbandieri, e in un bisogno scannano anche gli avventori.
Una sera appunto del marzo di quell'anno fatale, il conte Aquila trovavasi in
casa Falchi, solo con madama.
 Sono gi le undici e non si vede nessuno, ella diceva.
 N verr nessuno per questa sera. Ho detto ai soliti amici, ch'era meglio
sospendere questi ritrovi serali. Nel pubblico  trapelato qualche cosa. 
meglio stornare ogni sospetto. D'altra parte, gi son gente che bisogna
condurli a mano, e non c' nessuno che abbia iniziativa.
 Me ne sono accorta anch'io. Son brave persone, ma da adoprar solo al momento,
senza preavvisi. Ma intanto, signor conte, come vanno le cose e come stiamo a
notizie? Lo sparo del cannone di jeri mattina ha fatto cessar per un istante
il fermento della popolazione.
 Non ci credete.
 Non ci credo.
 Sono gli estremi giuochi del bussolottiere. Si ha bisogno che il pubblico
rimanga sopraffatto dalla notizia di nuove vittorie, e creda in Napoleone
sempre morto e sempre vivo. Ma la Pasqua di risurrezione non fu che una
privativa di Ges Cristo. Intanto con questi stratagemmi, la popolazione
pagher senza andare in collera la tassa dei capitali ipotecati che ci ruba
una cinquantina di milioni, e la nuova contribuzione di sette milioni, posti
sull'estimo, sui piccoli mercanti, e sui possidenti. Intanto la campagna
provveder le recenti requisizioni di frumento, fieno e biada, senza osare di
rispondere colle forche e colle zappe.
 Jeri io fui in campagna.
 E cos?
  tutta una polveriera. Un po' di paglia accesa, e lo scoppio si ha da sentir
fino a Parigi. Quei villani irritati hanno detto che alla prima mia parola
saran tutti qui.
 Lo stesso succede nelle campagne degli altri nostri amici. Ma non basta.
 Come non basta?
 Se io fossi il general Pino, o soltanto il colonnello della Civica, allora
direi d'aver le redini in mano e di poter frustare i cavalli per dove meglio
mi parrebbe.
 Ma non fate voi le funzioni di capo battaglione?
 S... finch B... si trattiene a Parigi. Ma ci non basta; caporale e capo
battaglione vale lo stesso. Bisognerebbe che tutta la Civica dipendesse da me.
 Se il colonnello Visconti fosse dimesso, o si ritirasse, o gli venisse un
accidente, dico cos per dire, voi sareste sicuro di salire a quel posto?
 Avrei per me il novanta per cento.
 Allora bisogna pensarci.
 Non c' via nessuna;  un'idea da mettere in disparte.
Madama Falchi non rispose nulla a quelle parole del conte, perch non c'era da
risponder nulla. Ed in quella sera divagarono ad altri argomenti; n forse
avrebbero pensato mai pi alla carica di colonnello, n al marchese Visconti
che la sosteneva, n alla possibilit di rimoverlo con qualche stratagemma, se
non fosse sopravvenuto un accidente dei pi strani, e fuori affatto da ogni
previsione. Ecco ci che avvenne.
Tre o quattro giorni dopo, madama Falchi ebbe occasione di far delle visite.
Non avendo ancor messo carrozza, ogni qualvolta non voleva andar a piedi,
prendeva a nolo un fiacre di lusso da un tal vetturale che stava in Santa
Maria Podone e si chiamava Bernacchi Giosu. Era questi un bel giovinotto di
trent'anni; sedeva egli stesso a cassetta quand'era ai comandi di madama e,
quantunque fosse il padrone, indossava in quelle occasioni una magnifica
livrea con lavorini, panciotto rosso, lucerna con passamani e stivali a
trombini. Quando madama mandava a chiamarlo, soleva egli stesso, due o tre ore
prima del bisogno, andare in persona a prendere gli ordini da lei.
Quest'incomodo che si pigliava non era indispensabile, ma a quel vetturale
giovinotto e benissimo piantato piaceva moltissimo madama. Era una bizzarria
come qualunque altra; ma anche le bizzarrie hanno le loro origini prime e le
loro cause remote.  dunque a sapersi, che, molti mesi addietro, intanto che
madama stava abbigliandosi, il Bernacchi venne a prender gli ordini; ed ella,
trasandata com'era e proterva, lo aveva fatto entrar senza tante cerimonie.
Colui stuzzicato da un certo spettacolo voluttuoso, ebbe l'ardire di far dei
complimenti a madama con certe frasi involute di scherzo e di rispetto, ma non
senza qualche presa di petulanza. Madama sorrise, gli diede del matto, ma non
and in collera. Ella era di quella medesima stoffa carnale onde la natura
avea largheggiato allorch mise al mondo colei che doveva diventar la donna
dell'impero vasto, che fu l'eroina del Poema tartaro di Casti, e per le solite
vilt degli uomini abbacinati, doveva dalla storia venire giudicata una
sovrana di genio. E la Falchi, meno l'impero e meno i granatieri, andava molto
soggetta agli estri di Caterina la Grande.
Tornando al fatto, madama Falchi mand a chiamare il vetturale. Questi,
secondo il solito, venne di mattino a prendere gli ordini. Fu fatto
introdurre. Essa era a letto.
 Oggi, gli disse, verrai alle due dopo mezzod col tuo pi bel fiacre.
 Alle due io sar a' suoi comandi.
 Hai molto a fare in questi d?
 La miseria va crescendo tutti i giorni, signora, e chi non ne ha molti, ama
d'andar a piedi. Perfino i gran signori, quando hanno bisogno di me, non
vogliono pagar quasi pi nulla. Anche ieri poco manc non venissi alle mani
con un prepotente.
 Oh, com' stata? racconta.
 Se mi son frenato,  perch colui aveva le spalline.
 Qualche generale francese?...
 No... un nostro milanese... il marchese Visconti...
 Quale?
 Il colonnello della guardia civica.
 Hai fatto male a non lasciargli un ricordo.
 S, per andare in galera...
La Falchi tacque un momento; era sopra pensiero... infine si alz in sui
gomiti, come per cambiar positura; in quell'atto le trine della camicia si
scomposero alquanto.
 Signora, io vado via subito.
 Che diavolo hai?
 Quando mi trovo in questa stanza, mi par di girar sullo spiedo e mi sento
bruciare...
 Oh diamine!
 Voglia almeno aver la bont di nascondersi nella coltre, sino alla testa. Ah
signora, che cosa io farei per...
 Bada, briccone, che tiro il campanello; e qui avendo ella steso il braccio e
la mano verso la corda, rivel delle proporzioni romane e delle tinte venete.
 Senti, continu poi, se io venissi a sapere che tu hai data una buona
bastonatura al colonnello, e fosse tale da obbligarlo a letto per qualche
mese, ti assicuro che verrebbe la mattina in cui tu saresti contento di me.
Dette queste parole, alz dietro il capo simmetricamente ambe le braccia,
quasi per accomodarsi le treccie; il qual movimento le rovesci fin alle
spalle le maniche della camicia.
 Tu dunque devi avermi compreso, proseguiva intanto; e lo guard a lungo, come
chi adopera gli occhi invece delle parole.
La faccia del giovane vetturale erasi infuocata come quella di un ubbriaco.
 Ora puoi andare, soggiunse. Alle due non mancare; domani o dopo avr ancora
bisogno di te, e ti mander a chiamare.
Egli la salut e part, e quando fu per lasciar la casa, sbagli l'uscio e si
trov in cucina, tanto era attonito e fuori di s.
Questo colloquio tra il Bernacchi Giosu e la Falchi avvenne il 19 marzo. La
sera del 25 la bottiglieria del Cambiasi dirimpetto alla Scala era piena zeppa
di curiosi che parlavano e s'interrogavano a vicenda.
 Ma dove avvenne l'aggressione? chiedeva uno.
 Precisamente sulla piazzetta del Bocchetto presso al Demanio.
 Il ladro si avvent con uno stilo.
 E il colonnello?
 Il colonnello era stato ad ispezionar le ronde e le pattuglie, e se n'andava
pei fatti suoi. Sebbene colto all'impensata, fu lesto a cavar la pistola che
mise alla faccia del ladro, il quale venne ferito in una mandibola.
Queste voci corsero la sera del 25 marzo; e il d successivo, dopo che il
chirurgo Monteggia ebbe estratta la palla dalla guancia del presunto ladro, si
seppe che l'aggressore non era un ladro altrimenti, sibbene un vetturale che
faceva buonissimi affari, e si chiamava Bernacchi Giosu.

III

Quando la notizia dell'aggressione del colonnello Visconti e del colpo andato
a vuoto e della pronta di lui difesa, insieme colla pi grave che l'aggressore
era stato il vetturale Giosu Bernacchi, vennero all'orecchio della Falchi,
ella, per quanto fosse perversa e imperterrita, ne ebbe un tale sgomento da
sentire per la prima volta in vita sua che cosa fossero le irrequietudini
convulse. Per un momento ella si tenne perduta, pensando che l'aggressore,
sottoposto a un esame criminale, probabilmente avrebbe messo fuori il suo
nome, esponendola ad uno scandalo inaudito e facendola segno dell'ira
pubblica. Ma la fortuna maledetta, che si compiace di far l'interesse dei
malvagi, condusse le cose in maniera che il Bernacchi, o fosse veramente in
una violenta alterazione mentale, provocata da una eccezionale esaltazione
erotica, quando pens di assalire il colonnello; o l'operazione chirurgica
della mandibola fracassata, interessando le parti pi delicate del capo e
affini del cervello gli avesse prodotta una infiammazione violentissima, il
fatto sta che ei diede in tali escandescenze delire, che dalla perizia medica
fu giudicato essere in istato di alienazione mentale; e per, tolto al
processo criminale, venne trasportato al manicomio della Senavra, per essere
assoggettato a cura normale. La Falchi a questa notizia si riebbe, respir, e
riacquist quell'appetito vorace ch'erale abituale, e che l'oppressione
patologica delle facolt digestive le aveva per alcuni giorni sospeso.
 inutile il dire che il conte Aquila in quella congiuntura, come di consueto,
venne a farle visita, e solo e insieme con qualche suo collega;  inutile il
dire che il ferimento del colonnello Visconti fu pi d'una volta il tema dei
loro discorsi. Ma giova che il lettore sia messo a parte della seguente
frazione d'uno di quei dialoghi.
 Anch'io, disse un d il conte Aquila alla Falchi, vo d'accordo in questo con
Napoleone. Voglio dire che ho una grande credenza nel destino. Per questo
fatto del colonnello mi ha messo sottosopra. Si vede che il destino ha fatto
di tutto per giovarmi, e tent quella via appunto che a me pareva la sola
efficace. Ma non c' riuscito nemmeno lui. Bisogna dunque cambiar strada. Oggi
mi dimetto dalla supplenza di capo battaglione, e rassegno anche il grado di
capitano. O tutto o niente gi lo dissi. O aver la Civica in pugno, o uscir
dalle sue file, perch non voglio trovarmi obbligato all'altrui comando, n
essere impedito di tentare quel che ho in testa.
E il conte fece infatti come disse. Prodotta una ragione plausibile, lasci il
grado di capitano, e si rec per alcuni d in villa a meditare un nuovo piano
di battaglia.
Intanto i tristi giorni si venivano avvicinando. Si era gi oltre la met
d'aprile; il conte Aquila fece venire a Milano a proprie spese alcuni uomini
che vivevano di contrabbando, furiosi tutti contro il governo, e segnatamente
contro il ministro Prina, perch da qualche tempo faceva esercitare dalle
guardie di finanza che stavano al confine svizzero una vigilanza cos
insistente e rigorosa, che a coloro non rimaneva pi che consegnarsi o morir
di fame. Il conte che, e per il fatto del colonnello Visconti e per altri
ostacoli che non gli pareva di poter superare a seconda delle proprie vedute,
s'era venuto attiepidendo, si sent riardere d'ira e di vendetta a certe
parole della Falchi che astutamente gli torn a parlare dell'offesa fatta dal
vicer alla povera contessa di lui moglie.
Alla sua volta, l'avvocato Gambarana avea fatto venire in citt alcuni
barcajuoli del Ticino, che dalle nuove gabelle erano stati ridotti a mordersi
le mani per mangiare. La vasta polveriera dell'ira pubblica era dunque tutta
spalancata ai quattro venti, quantunque i tizzi incendiarj stessero in mano di
pochi. Non si aspettava che un'estrema notizia da Parigi, la quale, come un
colpo di cannone, fosse il segnale di lasciarveli cader dentro. E il colpo
alfine tuon, che doveva provocare il d nefasto del venti aprile.
Gi noi ci siam diffusi intorno ai varj partiti che s'eran costituiti in
Milano durante la rovinosa guerra di Francia i quali, nell'aspettazione quasi
generale di una catastrofe che inghiottisse l'imperatore e l'impero, stavan
tutti in agguato, coll'arme al braccio, pronti a balzar fuori improvvisi e ad
operare giusta i preparati disegni e i diversi intenti, all'estremo segnale
che fosse venuto da Parigi. Codesto segnale, sebbene per Napoleone fosse tutto
finito sin dal giorno 11, non giunse a Milano con tutti i caratteri della
certezza che il 16 aprile. I partiti principali e d'azione, il lettore non se
lo sar dimenticato, erano tre. Quello delle marsine ricamate, ossia dei
sostenitori del vicer; quello del regno d'Italia indipendente con un re
italiano; il partito austriaco. Il pi numeroso era l'ultimo,  inutile
dissimularlo. Il pi possente avrebbe potuto essere il primo. Ma il secondo
partito, non avendo un piano ben determinato e negli estremi giorni essendosi
ingrossato di uomini pi odiatori del nome francese che desiderosi del bene
della patria, non serv che a togliere ogni potenza al primo partito, per
darla tutta al terzo, il quale essendo gi il pi numeroso, divent presto il
pi potente. Il partito italiano puro ebbe inoltre a subire delle defezioni in
sull'ultimo. Tra gli altri, l'avvocato conte Gambarana, o perch non patisse
la preponderanza soverchiatrice del conte Aquila, o perch veramente avesse
cangiato opinione, s'era staccato da esso e dai colleghi, per unirsi al
consigliere di Stato Marchese F... suo cliente, ed al conte di Domodossola.
Nella casa di costui iva e rediva, colla alterna prestezza di un postiglione,
quel marchese o conte Ghislieri di Bologna, il quale metteva in comunicazione
la tenda campale di Bellegarde, col quartier generale del partito austriaco
residente in Milano, e capitanato appunto da due patrizj, per stortura
d'intelletto funestissimi rinculatori del secolo e ristauratori inclementi di
ogni ordine antico che la libert redentrice del pensiero aveva respinto.
N questo partito era destinato a prevalere per le sole ragioni suaccennate;
ma pi ancora perch l'azione impaziente e furibonda dei capi del secondo
partito doveva cadere a suo totale beneficio.
Ognuno sa come il duca Melzi, nella notte del 16, mandasse invito ai senatori
perch si radunassero il d dopo, affine di deliberare intorno ad un suo
progetto di decreto, e spedire una deputazione alle alte potenze per chiedere
la cessazione delle ostilit, l'indipendenza del regno, ed un re nella persona
di Beauharnais. Ognuno sa che Prina e Paradisi, nel desiderio del Melzi e di
tutti i fautori del principe, dovevano essere i deputati. Ognuno sa che il
conte Guicciardi fu il pi fiero impugnatore del progetto del duca Melzi; e
che il conte Carlo Verri esplicitamente dichiar in Senato, che il principe
non avrebbe mai avuto il suffragio della nazione, ch troppi e da troppo lungo
tempo erano i dolori e i lamenti e gli odj che aveva provocati in paese.
Ognuno sa inoltre che, sebbene il presidente del Senato Veneri avesse
raccomandato che ogni discussione e deliberazione rimanesse nell'alto segreto
dell'aula senatoria, pure il pubblico venne invece a sapere tutto quello
ch'era avvenuto l dentro, al punto che alla sera, nel ridotto, nella platea,
nei palchetti del teatro della Scala, nei caff, nelle osterie, nelle bettole,
la condotta del Senato, il carattere, i diportamenti, le parole di ciascun
senatore furono i temi generali di tutte le discussioni e di tutti gli
alterchi.
Dai diffusi rumori di questa gran voce del pubblico si pot allora comprendere
che il senatore Carlo Verri aveva avuto ragione; si pot comprendere che la
maggioranza assoluta dei Milanesi era cos avversa al nome di Beauharnais, che
i suoi nemici dovevano avere facilissimo il giuoco nell'abbatterlo; e che i
due partiti, quello dell'indipendenza e l'austriaco, cos contrarj negli
intenti, s'eran trovati, senza saperlo, confederati ed uniti nel tentar
l'ultima prova sul campo di battaglia. I villici e i barcajuoli del Ticino
assoldati dal conte avvocato Gambarana furono per tal modo sostenuti dai
contrabbandieri del conte Aquila, e da un capomastro guidatore di una coorte
di muratori pagati dalla Falchi.
Sorse cos il giorno 20 aprile. Era un giorno cupo e piovigginoso. Si sapeva
che il Senato doveva adunarsi, secondo il consueto, verso un'ora dopo mezzod.
Lungo i boschetti vicino al palazzo del Senato da qualche tempo prima di
quell'ora passeggiavano sparsi drappelli di persone. Quegli sparsi drappelli
rappresentavano tutte le gradazioni della societ, tutti i toni dello spirito
pubblico; dall'apprensione calma e ragionevole di chi pensa e pondera il male
ed il bene senza passione e senza ira, fino all'impazienza e alla concitazione
fremebonda di chi vuol tagliare ogni nodo senza indugio e senza ponderare n
il meglio n il peggio. Si vedevano uomini ben vestiti, giovinotti eleganti,
parecchi ufficiali della guardia civica in uniforme; si vedevano gironzare
lungo la roggia che lambe il giardino della Villa Reale alquante giacchette di
velluto e di fustagno, che di tant'in tanto si fermavano ad adocchiare
d'intorno, con guardature sinistre e provocanti.
Alcune persone d'aspetto tranquillo e signorilmente vestite, tenendosi
discoste dagli altri crocchj, discorrevano fra di loro.
 La giornata vuol essere torbida.
 Oggi i senatori pagheranno anche la sopratassa del loro stipendio.
 Pare anche a me. Pi d'un'uniforme deve andare all'aria.
 Ma quel che pi mi fa senso  che, mentre da noi tutti si sente il temporale
nelle ossa, l'autorit non se ne dia punto per intesa.
 E a me par tutto il contrario.
 Come?
 Pu darsi che io mi pigli un abbaglio; ma l'autorit... voglio dire la
polizia e il comando militare... par che desiderino dar mano a quelle berrette
e cappello che vedete laggi. Stamattina dunque tutta la gendarmeria  uscita
da porta Orientale; perch? in Milano non vi  un mezzo battaglione di
coscritti; perch? mentre a Cremona ci son due reggimenti di granatieri e due
squadroni di cavalleria, non si potevano far venire a Milano, dopo tutto
quello che, in seguito all'ultima seduta del Senato, ad alta voce si disse in
pubblico?
 Il general Pino  venuto jeri.
 Questo lo so; ma a far che?
 Che sia stato lui a fare uscire la gendarmeria di citt?
 Potrebbe darsi, ma a qual fine?
 Gli avranno scritto che tutta la popolazione di Milano  avversa alla nomina
di Beauharnais e vuol fare una tumultuosa dimostrazione al Senato; ed egli
avr pensato di lasciarla in piena libert di tentar tutto quello che vuole.
 Chi sa che cosa rumina nella sua testa il general Pino?
 Che abbia preso sul serio il progetto di alcuni matti?...
 Non sarei lontano dal crederlo, quantunque ei sia buono, semplice e liberale;
ma egli ha tanto il vicer sulle corna, che per potergli dire: Io, che tu
volevi umiliare, sono diventato il re d'Italia, e tu sei una livrea in fuga,
potrebbe perdere la tramontana e mettersi a discrezione dei matti.
 Frattanto, in tutto ci che si sta preparando, io vedo una rovina
irreparabile.
 Prima di far cattivi pronostici, stiamo a vedere il risultato della
deputazione.
 Che risultati vuoi tu attendere? se oggi il Senato va all'aria, domani i
Tedeschi son qui. Quel capitano dalmato, col quale fummo jeri sera al caff
dei Servi (mi pare che si chiamasse Radonich) e mi ha tutta l'aria d'essere un
emissario e un emissario astuto ed esperto, ha detto che vi  un patto segreto
d'alleanza tra l'Austria e le alte potenze, pel quale, quando la pace fosse
fermata, essa pu conservare dell'Italia soltanto la parte che avrebbe
conquistata durante il tempo della guerra.
 Ma questo mi parrebbe un vantaggio per noi.
 Se si stesse queti, s... e se il Senato avesse ottenuto di proclamare
Beauharnais a re d'Italia. Quel Dalmato rivel il passo del trattato segreto,
per stornare ogni sospetto d'ingerenza austriaca. Ma quando parla un agente
prezzolato, un emissario, una spia, si coglie la verit a interpretare tutto
al rovescio. Bellegarde ha dunque bisogno di trovarsi a Milano prima che la
pace sia conchiusa. Vi pare che ci sia chiaro?
 Fino a un certo punto s. Ma se Beauharnais si  reso odioso e insopportabile
a tutti; che pro se ne avrebbe ad assumerlo per re?
 Allora non si parli d'indipendenza; giacch per scartare Beauharnais,
bisognerebbe che noi avessimo in guardaroba una scorta di re italiani belli e
fatti, perch le alte potenze potessero scegliere. Mi fanno ridere quelli che
propongono il general Pino; ma ci vogliono dei precedenti, i miei cari, e il
solo Beauharnais sarebbe possibile, e perch ha ancora un esercito, e perch 
parente di re, e perch si sa che  carissimo all'imperatore di Russia. Molti
dicono: Murat era un postiglione, Bernadotte era un avvocato, ed hanno potuto
diventar teste coronate; e il general Pino, se si guarda alla schiatta,  in
miglior condizione di loro. Ma fu una mano onnipotente che coron quei primi,
non un popolo in ribellione, che non sa nemmeno quel che si vuole.
Intanto che questi tre galantuomini parlavano tra loro con tutte le doti che
dovrebbe avere lo storico di Quintiliano, ossia con tanta tranquillit e
freddezza che, se tutti gli abitanti di Milano fossero stati della loro tempra
non sarebbe mai avvenuto nulla di sinistro; gli altri sparsi drappelli avean
lasciati i boschetti solitari. E a un tratto s'udirono alquanti fischi
acutissimi che venivano dalla parte del naviglio, interrotti da alcuni
fuggitivi battimani. Quelle persone accorsero allora per vedere di che si
trattava. Dinanzi alla porta del Senato era addensata una mediocre folla di
popolo. Coloro si avvicinarono, e per quanto fossero amici del quieto vivere,
attratti dalla curiosit, s'internarono fra quella al punto da mettersi in
prima fila. Da varie parti venivano i carrozzoni dei senatori. La folla faceva
ala alla lor venuta. Un uomo che alcuni affermarono essere un cameriere del
conte Aquila, altri un servitore del conte Castiglioni, teneva tra mano uno
scaleo da sagrestia, e ad ogni carrozzone che si fermava, vi saliva, guardava
dentro lo sportello, e diceva ad alta voce i nomi dei senatori che ad uno, a
due, perfino a tre vi eran seduti. Presidente Veneri gridava quello con voce
stentorea. Un lungo fremito, con fischi lacerati e tali da passar le orecchie,
fu l'ora pro eo di quella nuova litania. Conte Armaroli, Condulmer, Bruti
altri fischi come sopra. Conte Cavriani nuovi fischi con esacerbazione.
L'astronomo Oriani battimani d'entusiasmo. La gloria della scienza non aveva
lasciato tempo di pensare al colore politico. Conte Carlo Verri qui la folla
non solo batt palma a palma, ma quando il Verri discese, molti gli furono
intorno a complimentarlo in cento maniere e a raccomandargli la salute del
paese, e che continuasse a tener le redini a tutta quella canaglia di
senatori.
Di tal modo e con tal processo e successo sfilarono quasi tutti i carrozzoni
senatorj. A questo punto la folla era cresciuta. A questo punto quel
capo-mastro, di cui un nostro amico ci diede il nome e cognome, ed era un
Antonio Granzini, staccatosi di mezzo a' suoi compagnoni, and chiedendo a
tutti se non era ancor venuta la carrozza del ministro Prina. A questa
domanda, chi si alzava nelle spalle come a dire: ne so molto io? Chi
rispondeva: sar entrato cogli altri senatori. Ma dalla maggior parte de'
discorsi e delle risposte colui pot arguire che il ministro Prina non era
venuto altrimenti, come non era venuto nemmeno il conte Paradisi, forse
perch, essendo stati esclusi dall'incarico della deputazione, alla quale
avevali proposti il duca di Lodi, e avendo trovato una concorde opposizione in
tutti i colleghi, avevano creduto bene di non presentarsi in Senato. Quel
capomastro rimase assai sconcertato a tale notizia, e ritorn accigliato in
mezzo al drappello dei suoi. Questo gruppo d'uomini, che per la qualit
speciale del vestito furono dagli astanti giudicati muratori e facchini,
finch non avvenne nulla di nuovo in quella folla ognora crescente, eran
l'oggetto degli sguardi e delle congetture universali. Ma a un tratto ogni
attenzione si distolse da loro, perch da Sant'Andrea sbocc sulla piazzetta
una compagnia di guardia civica a farsi strada fra la turba, a collocarsi
davanti al portone, a dire al capitano di piazza Marini, che volevano essi far
la guardia al palazzo, e che per venissero rimandati i soldati di linea, per
la maggior parte coscritti, a cui erasi dato quell'incarico.
Il capitano di piazza sal allora nell'aula senatoria a presentare quella
domanda al presidente Veneri, il quale subito accord che il palazzo venisse
custodito dalla guardia civica piuttosto che dalla truppa di linea. In questo
frattempo il conte Durini, podest di Milano, aveva spedito al presidente del
Senato quella famosa dichiarazione, che venne firmata da pi che 140 persone,
nella quale si rappresentava al Senato stesso che nelle straordinarie vicende
in cui versava il paese, era necessario invocare straordinarj provvedimenti, e
che per i sottoscritti credevano necessario, in coerenza dei principj della
costituzione, che fossero convocati i collegi elettorali, nei quali solamente
risiedeva la legittima rappresentanza della nazione. La notizia di questo
messaggio del podest corse tosto tra la folla. Si dicevano i nomi dei primi
che comparivano in quella lista, e fece senso che il general Pino fosse in
testa a tutti.
A questo punto, disceso il capitano Marini col permesso del presidente, la
guardia civica scacci bruscamente dai loro posti i soldati di linea, e
strapp i fucili a quelli ch'erano alla porta immediata della sala della
seduta. Avvenuto questo, come quando il temporale s'addensa ed  prossimo lo
scroscio della gragnuola, corse un orribile fermento nella folla, che
s'addensava sempre pi e si stringeva presso alla porta del palazzo. Al di
sopra del vasto mormorio della moltitudine si faceva sentire la voce tuonante
del conte Aquila: Noi vogliamo la convocazione dei collegi elettorali; noi
vogliamo che si richiami tosto la deputazione del Senato. E qui tra il
capitano Marini e lui avvenne un fiero alterco. Diceva il capitano al conte,
che il Senato era gi entrato in seduta, e che invece d'innalzare delle grida
plebee, manifestasse i suoi voti ai senatori stessi. Rispose il conte che ci
non potea fare, per non avere nessuna veste di rappresentanza; e senza dar pi
retta al capitano Marini, continu per un pezzo a parlar alto al popolo, il
quale, eccitato dalle sue parole, irruppe a furia nel palazzo, per impedire
che il Senato continuasse nelle sue deliberazioni.
Al rumore che si udiva nell'aula senatoriale, agli urli di minaccia, il conte
Verri, come quello ch'erasi accorto d'essere in molta grazia del popolo, si
offr di uscire a parlargli e acquietarlo. Prima comparve accompagnato dai
senatori Massari e Felici. Alla vista di lui scoppi un applauso generale;
egli tent parlare, ma il rumore vasto copriva la sua voce. Rientr allora
nell'aula; e crescendo gli urli e le minaccie, torn ad uscir solo. Ma parl
ancora inutilmente, perch non era possibile intendersi tra chi aveva bisogno
di calma e una turba d'uomini che schiamazzava per tirar tutto al peggio.
Questa intanto, che per un pezzo si era trattenuta nel gran cortile, animata
dalla stessa guardia civica, ma pi che mai dal conte Aquila, che pallido e
tremendo come Catilina, la eccitava a salvare il paese dall'assassinio dei
ladri togati che tentavano di scavare l'ultimo abisso alla patria col volerla
prostituita al pi scellerato di tutti, ascese irruente le scale, invase i
corridoj, si addens nell'anticamera dell'aula. I senatori tremavano; le
parole di minaccia erano esplicite. Allora col conte Verri entrarono nella
sala della seduta il capo-battaglione Ballabio, l'amico del conte Aquila, e il
quale, come uomo di mite animo, tremava di dover essere complice di una
strage; ed entr con lui il capitano Bossi. Gridavano molti senatori: Che cosa
infine si vuole da noi? Rispose il Bossi: Richiamate la deputazione. Convocate
i collegi.
Il conte presidente Veneri non era della tempra del senatore Romano che
percosse quel Gallo il quale aveva osato toccargli la barba; ned era disposto
a morire con arte come un gladiatore. Tremava come una foglia, e si voleva
salvare senz'arte e a qualunque costo. Alle parole del capitano scrisse dunque
tosto, e senza nemmeno interpellare i colleghi: Il Senato richiama la
deputazione e riunisce i collegi e consegn il foglio al Bossi; e allorch
questi rientr, dichiarando al presidente che il popolo voleva sciolta la
seduta, il presidente, a cui tardava di respirare un po' d'aria aperta e sana,
incontanente torn a scrivere con una rapidit desiderabile in uno stenografo:
Il Senato richiama la deputazione, riunisce i collegi elettorali e scioglie
la seduta. Di questo decreto trenta copie furono fatte in sull'istante dai
segretarj e distribuite al popolo.
I senatori allora usciron tutti queti queti per una porta segreta. Il Verri
prese con s tre o quattro dei pi odiati, e per conseguenza dei pi tremanti;
li raccolse nel proprio carrozzone, e come il Ferrer di Manzoni aveva fatto
col povero vicario di provvisione, raccomand loro di rannicchiarvisi in fondo
in fondo, mentre egli, affacciandosi alternativamente ai due sportelli,
avrebbe tentato di stornare la vista del pubblico.
N alcun senatore ebbe a patir violenze n offese, se non ai timpani delle
orecchie, orribilmente percosse dai fischi estremi.
Tutto adunque pareva che dovesse esser finito; ma il popolo, quando si 
acceso,  come un ebbro: pi si tenta di placarlo e pi gli si d ragione, e
pi s'infuria, peggio poi se c' qualcuno che ad arte lo riaccenda.
Il conte Aquila, appena irruppe nell'aula senatoria, in capo alla folla
ululante, si avvent percuotendo col pomo di uno scudiscio la testa del busto
in gesso di Beauharnais, che rotol gi per i gradini dell'impalcamento
dov'era il tavolone presidenziale; e mentre altri, salendo sul tavolone
stesso, strapp dalla parete da cui pendeva e trapass con un colpo d'ombrello
il ritratto ad olio di Napoleone dipinto dall'Appiani, egli stette a
contemplare quella testa divelta dal busto, la fracass d'un colpo di piede, e
disse: Or regna e bacia le donne altrui. Il Bruni eragli al fianco e ud
quelle parole, e supplicandolo di rimettersi in calma, quegli invece, pi
esasperato che mai, afferr alcune suppellettili dorate e le scagli fuori
delle finestre. Il popolo lo imit. Sedie, tavole, specchi, stufe, orologi,
perfin le vetriere, perfin le porte, tutto fu manomesso, fracassato, gettato
nella strada sottoposta.
N bast ancora; il furore aveva messo la benda a tutti; i pi scellerati
approfittarono di quella cecit ubbriaca. Gli emissarj austriaci, che non
pochi erano gi in Milano, ghignavano che gli uomini dell'indipendenza
lavorassero cos efficacemente a pro dell'Austria.


IV

Appena l'aula senatoria fu smantellata, e le suppellettili, state gettate
sulla via che rade i boschetti, furon raccolte da coloro che non mancano mai
alle dimostrazioni tumultuose, come gli stelloni alle aste, la folla si dirad
e si disperse affatto. Ma c'era quel drappello d'operai in giacchetta, che
lasciando il palazzo del Senato e prendendo per la via di S. Andrea, camminava
di mala voglia perch non pativa che il tumulto dovesse finire cos presto; e
ci che pi loro cuoceva, che l'oggetto principale a cui volevano dar la
caccia, miracolosamente non fosse comparso in iscena. Giunti nella via della
Sala, trovarono altri sparsi drappelli che si fermavano di tant'intanto.
Avevano anch'essi quell'aspetto, quell'andatura, quel piglio tra il tediato e
l'iracondo che di solito assumono i bassi operaj quando hanno abbandonato il
lavoro consueto e quotidiano, e aspettano impazienti di poter dar opera a
qualche cosa di straordinario e di sedizioso. Il capo-mastro Granzini, che, in
mezzo a dieci o dodici uomini suoi dipendenti, vide coloro da lunge, cap che
eran pasta da usufruttare assai bene e da mescolare a quella ch'egli aveva gi
sotto mano: affrett quindi il passo, e come fu loro presso:
 E che si fa? grid.
Quelli si volsero, e si fermarono, guardando biechi chi loro parlava a quel
modo.
 E che si ha da fare? Quel che fatto  fatto.
 Il bello non  ancor venuto, galantuomini. Su, dunque, andiamo a fare una
visita al ministro Prina; e se il ministro non c', andiamo a vedere il suo
appartamento.
Allorch quella squadra d'uomini fu allo sbocco della via della Sala, un'altra
accozzaglia. procedente dalla corsia dei Servi, s'addensava nella via
dell'Agnello. Quantunque fossero persone di apparenza civile e tenessero
spiegati gli ombrelli, pur camminavano concitati coll'irruenza di un torrente
in alluvione. Grid allora il capo-mastro in mezzo a suoi: Alla casa del
Prina! Al qual grido, come se fosse una parola d'ordine: Alla casa del Prina!
fu risposto da una voce sonora, e che molti asseriscono essere la voce del
conte Aquila. Questo grido ebbe l'effetto di un comando militare; tutti si
mossero uniti come ad assalto determinato: Il ministro non  in Milano s'ud
allora a gridare un'altra voce. Nessuno seppe da chi fossero pronunciate
quelle parole, ma dev'essere stato un cocchiere dello stesso Prina, che,
uscito un momento prima dalla casa in cui serviva, e sentendo quelle minaccie,
ritorn a corsa indietro e giunse in tempo per avvisare il portinajo di
sbarrar subito le imposte. Ecco perch quando quella torma si present e si
ferm innanzi alla casa del ministro, ognuno si meravigliava che fosse gi
chiusa a quel modo. Le persone dalle seriche ombrelle, stettero allora
irresolute, quasi pensando che non c'era a far altro. Ma, con sorpresa
generale, quei dieci o dodici uomini in giacchetta, a guisa di soldati che
sfoderano le armi al comando del capo, prima agitarono in alto i martelli, che
seco avevano portato con premeditato proposito; poi si scagliarono percuotendo
di conserva sui battenti della porta e gridando: Aprite. E in quel punto per
disgrazia venne loro un ajuto inaspettato. D'improvviso fu vista la figura di
un vecchio alto, in maniche di camicia, col capo scoperto, canuto ed
arruffato. Egli s'era fatto largo tra la folla con impeto giovanile. Volgeva
intorno sguardi da ossesso, e colle due braccia alzate mostrava a tutti una
spranga di ferro, di quelle che servono di leva; una tanaglia, dei chiodi, e
una corda, e gridava a tutti con una concitazione furibonda, che faceva
sgomento e ribrezzo a un tempo: Lo inchioderemo qui su questo battente, appena
lo avremo ammazzato. Avanti or dunque e sfondiamo la porta.
Vorremmo sapere se Manzoni, quando con tanta efficacia di pennello descrisse
quel vecchio vituperoso che aveva proposto di fare altrettanto collo
sventurato vicario di provvisione, abbia disegnata l'orrida figura colla
reminiscenza di questo modello tolto dal vero.
Ma che cosa avveniva nell'interno del palazzo? Una di quelle scene che
rinnovano sempre i brividi nel ripensarle. I servi erano entrati nello studio
del ministro, tremanti anche per s stessi. Signor padrone, gli dicevano, si
nasconda, si salvi scappi. Insieme col ministro era un suo cugino, che per la
piet del parente aveva assunto un aspetto minaccioso con tutti: minaccioso ed
iracondo persino col ministro. Ecco il frutto della vostra ostinazione
maledetta. Ecco a che ci troviamo per non aver voluto partire. Vi fu un
momento di silenzio. Si sentiva dal basso la furia dei martelli percuotenti la
porta. La figura alta e scarna del ministro era appoggiata allo scrittojo.
L'atteggiamento rivelava uno sforzo di dignit superstite; ma tremava come una
foglia dalla testa ai piedi. E in quel punto stesso, perch un lampo fuggitivo
di speranza venisse ad accrescere l'orrore di quella scena, cess a un tratto
nella via il rimbombo dei colpi di martello, tacque il mugghio della folla, e
si sent invece a qualche distanza lo scalpito prolungato della cavalleria.
Erano infatti i dragoni della guardia reale che attraversavano la piazzetta
della Scala. Come la folla erasi dileguata al sonito della cavalleria, e i
manigoldi avevano per poco abbandonata l'infame impresa, cos il ministro ebbe
un tremito di reazione e si credette salvo. Ma i dragoni della guardia reale
procedettero quieti per S. Margherita come se nulla fosse; laonde la folla
torn indietro, e i manigoldi con pi furore di prima tornarono all'assalto. I
colpi spesseggiarono con pi orrendo frastuono. Il ministro usc allora in uno
di quei gridi soffocati che mandano gli epilettici quando vengono assaliti dal
loro malore; pieg le ginocchia e sembr svenire. Il cugino e i servi lo
presero, lo trassero fuori dello studio, a braccia lo portarono all'ultimo
piano. Incuorato dai servitori, il ministro si riebbe alquanto e torn in s.
Ma in quel momento tutti si accorsero al rumore pi intenso e vicino che il
palazzo era invaso. I servi fuggirono. Il cugino disse al ministro:
Nascondetevi l in quel camino, presto. Poi usc anch'esso, calcandosi il
cappello in testa, e, senza essere notato da nessuno, s'imbranc poscia colla
marmaglia che ululante saliva per le scale come fiamme di un incendio che gi
raggiunge e soverchia il tetto.
Quando il popolo invase la casa del Prina, si credeva generalmente che il
ministro non fosse in Milano; tanto  vero che in sul primo, senza pi darsi
pensiero del ministro, tutti quelli che erano entrati si diedero tosto ad
abbattere usci ed antiporti, a fracassar vetriere, a gettar nel cortile e
nella via tutte quelle suppellettili che non eran portabili a mano, a
depredare e ad appropriarsi le pi preziose. Quei manuali poi, muratori o
fabbri che fossero, capitanati dal Granzini e da quel vecchio vituperoso che
si chiamava Fontana, e da un figlio di costui feroce come il padre e notissimo
a Milano per la sua vita di prepotenze e di misfatti, salendo sul terrazzo
della casa costrutto a giardino pensile e tutto all'intorno circondato da
grandi vasi d'agrumi, si diedero tosto a lavorare per demolire, precisamente
come se fosse loro stato ordinato da qualche autorit di atterrare quel
palazzo per lasciar sgombra un'area. Cominciarono dal levare l'inferriata che
circondava il fastigio, dallo smuoverne le pietre che servivano di tetto e di
pavimento, dallo scoprirne e denudarne la travatura. Compiuta quest'opera con
rapidit non credibile, discesero agli altri piani a levar tutte le inferriate
delle scale, delle ringhiere, dei poggiuoli. In questo frattempo il general
Pino, chiamato dalla gravit enorme del fatto, pedestre era accorso col ed
era entrato in palazzo. Egli sapeva che il Prina era a Milano, credeva inoltre
che fosse in casa, onde s'affrett per salvarlo; ma dopo aver sfidato tutto
l'urto spaventoso della folla, dalla quale, per quanto ei fosse carissimo ai
Milanesi, ebbe pure qualche insulto, part per avere sentito che il Prina era
altrove. Una orrenda fatalit avea davvero decretato l'eccidio dello
sventurato ministro, perch se il Pino si fosse indugiato appena alcuni
minuti, forse colui sarebbesi potuto strappare al furore del popolo. Ma il
Pino non poteva esser giunto in fine della via del Marino, che una voce grid:
Badate che il Prina  in casa nascosto.
Questa voce in un baleno pass di bocca in bocca. Il Granzini capo-mastro la
sent e grid subito ai suoi: Se c', si ha a trovare. Cercate e frugate
dappertutto. Il Fontana padre e figlio stavano in quel punto strappando
l'inferriata della scaletta che metteva alla camera dove il Prina erasi
rifugiato. Giunsero in capo alla scaletta, l v'era un uscio: l'uscio era
chiuso, chiuso per di dentro; l'atterrarono di un colpo; pareva che quelle
belve avessero sentito l'odore della preda. Pochi uomini erano l. Una persona
civile, che i Fontana non conoscevano, entr quasi nel medesimo tempo in
quella camera con loro. Entr nel punto che il ministro stramazzone stava per
essere azzannato. Quell'uomo con voce soffocata: Centomila franchi, disse,
duecentomila, un milione per voi, se tacete e lo salvate.
Il Fontana figlio mand un grido feroce a quelle parole; lo sconosciuto
atterrito fece in due salti la scaletta e fugg. (I due Fontana narrarono quel
fatto qualche tempo dopo, vantandosi d'aver rifiutato un milione. Chi fosse
poi quello sconosciuto non si pot mai sapere; forse era lo stesso cugino del
ministro.) Scoperto il Prina, afferrato da quei feroci, tutto fu finito per
lui. Lo fecero discendere. Alle grida:  trovato,  trovato, si emp di gente
il corridojo che metteva alla scala ed alla stanza fatale. Contemporaneamente
il general Pino, sentito da altre voci che il Prina non era uscito, aveva
tosto spedito il general Peyri, mantovano, per placar la folla e salvare il
ministro. Ma lungo la via, il generale, raffigurato da taluni per lo stesso
Prina a cui somigliava, non sarebbe riuscito a salvarsi, se non fosse accorso
lo stesso Pino per toglierlo all'ira pubblica col testimoniare chi esso era
veramente.
N pi nessuno ormai avrebbe potuto stornare la catastrofe della tragedia
orrenda. Nell'interno del palazzo aveva gi cominciato a sfogarsi l'ira
pubblica, diventata repentinamente una furiosa demenza. Cogli ombrelli, coi
bastoni, coi pugni, coi piedi percuotono il ministro, lo strascinano nel
cortile, lo denudano dai panni ond' coperto, lo portano in una stalla, tutto
sudicio e immelmato, lo mostrano per ischerno alla folla da una lurida
finestra della stalla medesima. Un urlo spaventoso di gioja diabolica alza la
turba a quella vista, mentre quelli che lo tenevano lo lascian cadere a capo
in gi tra quella turba istessa.
Nell'atroce parapiglia, alcuni uomini forti e generosi, insieme con altri che
forse avevano altro fine, lo strappano alle mani della folla e lo trasportano
nel palazzo Blondel gi Imbonati. Ma i due Fontana e gli assassini, vedendo
quel fatto, furibondi discendono sulla via, spezzano la calca a minaccie di
martelli, s'avventano alla porta di casa Blondel. La porta si riapre, succede
una mischia; i pi feroci vincono, e preso ancora il ministro, lo trascinano
di nuovo tra la folla che mugghiante prende per piazza S. Fedele e S. Giovanni
alle Case Rotte. Il Prina domandava il confessore. Lo si consegna per questo a
un vinattiere, che aveva bottega sull'angolo delle Case Rotte. Succede un po'
di tregua. Qualche piet si fa strada negli animi della moltitudine. Il
padrone della bottega nasconde il Prina sotto un tino, colla speranza di
salvarlo. Ma il vecchio Fontana, che per poco s'era allontanato, ritorn tra
la folla e sembra che della propria rabbia inesplicabile riaccenda tutti
quanti. Si chiama a gran voce il Prina, si assalta l'uscio della bottega, si
minaccia ferro e fuoco al proprietario la bottega  aperta entra il Fontana
cogli altri, cercano dappertutto e trovano il Prina che loro si offre
semivivo. Qui ebbe fracassata la testa, vuotata una occhiaja, sfiancate le
reni e qui spir.
Il cadavere fu preda della bordaglia inferocita per altre quattr'ore. Nelle
vie per dove esso veniva trascinato, le donne che s'affacciavano esterrefatte
cadevano svenute.
Battevano le ore nove all'orologio della piazza dei Mercanti, e il cadavere
stava ancora nelle mani della folla. Allo sbocco della via dei Bossi... una
squadra di guardie civiche sent il lungo ululato, e vide le fiaccole che
rischiaravano l'orribil scena. Deliberarono di farla finita; incrociarono le
bajonette, respinsero la folla, s'impadronirono del cadavere.... lo
trasportarono nel Broletto; di qui a notte alta fu trasferito e deposto nella
chiesa del Carmine; verso l'alba nel Campo Santo detto La Mojascia.
E in quella sera stessa, e non molti se lo rammentarono, si videro gi in
volta per la citt alquante assise bianche d'ufficiali austriaci. Il conte
Aquila si rincas in preda alla pi cupa costernazione. Ma la Falchi, anche
dopo aver veduto a passare pi volte sotto le proprie finestre la folla
assassina, pot tuttavia dormire indifferente la consueta sua notte.
Fidi al nostro intento di non rivelar che cose nuove o assai poco conosciute,
avevamo divisato di omettere la relazione di questa famosa giornata; ma assai
ragioni ci determinarono a scriverla. Di quella funesta sommossa usc a
Parigi, come i pi devono sapere, una memoria storica con documenti fin dal
novembre del 1814; nella stupenda lettera apologetica del Foscolo vi sono
alquante pagine dedicate a quel fatto; esiste una relazione di esso stesa
dallo stesso Carlo Verri, che fu presidente della Reggenza; sul fine dell'anno
1859, quando la verit della storia pot uscire all'aperto, venne pubblicato a
Milano un breve racconto di quell'avvenimento, scritto da un cittadino
bresciano, che ne fu testimonio oculare; a Novara, nel 1860, coi tipi di
Agostino Pedroli, venne in luce un volume intitolato: Milano e il ministro
Prina, narrazione storica tratta dai documenti editi ed inediti per M. Fabi.
Libro commendevole come riassunto, nel quale senza rivelazioni nuove venne
raccolto in fascio tutto quello che prima era stato scritto sparsamente. In
tutti questi lavori  deposto, per cos dire, il processo verbale di quanto
succedette all'aperto e sotto i medesimi occhi del pubblico, ma non si penetra
nella vita intima degli uomini e delle famiglie. Sono vedute prospettiche
della parte ortografica dell'edificio: ma l'occhio non intravede spaccati; vi
si narrano gli effetti e le conclusioni ultime, ma delle origini prime non si
tocca, ma non si risale alle cause; o se qualche volta loro si accenna, sono
esse volgarissime e gi da molti anni di dominio pubblico, nel medesimo tempo
che non bastano a sciogliere nessun nodo, n a distruggere nessun dubbio; n
per loro, rimanendo pur sempre alla superfice delle cose, ci  dato di gettar
mai uno scandaglio nel profondo del terreno, che non fu nemmeno smosso. Colla
varia forma d'arte, noi dunque abbiam tentato di adempire a ci che in quelle
memorie indarno si cerca.
Ed ora dobbiamo aggiungere, che il sig. Giocondo Bruni seppe da quel Guerrini,
domestico in casa Falchi, che all'alba di quel d stette a lungo colla padrona
un uomo mal vestito e di tristo aspetto; che alla sera di quel d medesimo,
allorch l'orribile tragedia era finita e il cadavere del ministro Prina gi
stava nella sala anatomica della Mojascia, quell'uomo ritorn in casa Falchi;
ch'egli ebbe un lungo alterco colla padrona; che per parte di lei e di
quell'omaccio s'udirono frasi e parole che pareva di essere all'ergastolo; e
che tutto fin in un lungo silenzio, non rotto che dal suono, per alcuni
istanti continuato, come di monete che si contassero.
E qui, se si chiude il periodo storico che potrebbe intitolarsi dal ministro
Prina, ci rimangono per a fare altre rivelazioni, per mettere a nudo alquanti
misteri ond' ancor buja la catastrofe di quella tragedia. Ma, come vedr il
lettore, la sede naturale di tali rivelazioni non pu essere questa, ma la
successiva, che potr essere designata sotto il nome della COMPAGNIA DELLA
TEPPA. In essa verr in iscena l'uomo ignoto che all'alba ed alla sera del 20
aprile ebbe colla Falchi lunghi e torbidi colloqui; in essa far una nuova
comparsa il vetturale Giosu Bernacchi, nell'occasione che dal manicomio della
Senavra sar licenziato come ristabilito in salute; in essa verranno
ripigliate tutte le fila che in questa rimasero sospese.
Intanto, come conclusione al presente episodio, noi faremo al lettore le
domande seguenti:
Il conte Aquila sarebbe diventato un cos fiero nemico di Beauharnais, se
questi non avesse baciato la moglie di lui alla festa di corte dell'anno 1810?
Senza di ci, non pare al lettore che il conte sarebbe stato invece un gran
sostenitore del vicer?
Se colui, sempre per avversione al vicer, che aveva il brutto vizio
d'impacciarsi per simpatie ed antipatie degli interessi privati e influire
arbitrariamente sul corso della giustizia, non avesse subornato un giudice
assai autorevole allora a Milano, e ridottolo al punto di abusare della
propria carica, avrebbe trovato in esso un complice tanto attivo da rivoltare
contro al governo francese quasi tutta la massa dei pubblici funzionarj di
secondo e terzo ordine?
Se il conte Aquila avesse adoperato per sostenere il vicer tutta
quell'energia di volont che adoper contro di lui, il principe Beauharnais
sarebbe caduto? il regno d'Italia sarebbe andato a fascio? gli Austriaci
sarebbero ritornati?
Se i due milioni e mezzo del ministro Prina non fossero stati affidati nelle
mani dell'avvocato Falchi; oppure se questi avesse serbato il segreto colla
moglie, il ministro avrebbe potuto scampare dall'ira pubblica?
Per quanto lo sdegno pubblico fosse generale e forte, esso avrebbe potuto
scoppiare ed operare nel modo onde oper, senza i pochi che lo governarono a
loro voglia e per i proprj interessi?
Se il vicer, dai collegi elettorali e dal voto della popolazione, fosse stato
proclamato re d'Italia, e le potenze europee, rispettando tal voto, lo
avessero confermato, v'erano poi gli elementi duraturi di un governo forte e
sapiente, di una nazione risorta e felice?
La teoria inflessibile della provvida sventura non verrebbe qui opportuna per
giudicare quei tempi e quegli avvenimenti?
Noi poniamo tali quesiti al lettore, senza comunicargli le nostre soluzioni.
Egli deve esser libero di valutare i fatti e di profferire la sua sentenza.
A noi bast d'aver recato in mezzo nuovi dati, che chiameremo storici,
quantunque non sieno desunti che dalla tradizione orale e dal vago mormorio
del pubblico contemporaneo, e da relazioni private e da racconti di testimonj.
Non sempre i documenti legali e deposti negli archivj svelano intera la
verit. Talvolta la intorbidano, perch la loro serie non  completa.
L'induzione soltanto  un documento razionale e perpetuo, che, al pari di un
grimaldello, pu aprir tutte le porte.

LIBRO DECIMOTTAVO


La notte del 9 marzo 1820. Una serenata. Stefania Gentili e la Giulietta e
Romeo di Zingarelli. Giunio Baroggi. Il figlio del Galantino. Una notte nella
casa di Giocondo Bruni. Il marchese F. Monsignore Opizzoni. Waterloo. Prometeo
e lo scoglio. Francesco I e la citt di Milano. La giovent lombarda. Origine
della Compagnia della Teppa. Sue gesta.


Dei Cento anni, quasi sessanta hanno ormai compiuta la loro evoluzione innanzi
a noi. Tre generazioni sono scomparse; tre periodi storici esaurirono il loro
processo; a chiudere il centenario ci rimangono poco pi di trent'anni, una
generazione e un periodo. Chi scrive potr dunque aver la consolazione di
declamare tra poco quei versi con cui il maledetto Oreste inaugur il suo
ritorno in patria; e l'altra non men dolce compiacenza di ripetere il distico
famoso che l'autore della Secchia rapita fece incidere sotto al proprio
ritratto:

Dextera cur ficum quris mea gestet inanem?
Longi operis merces hc fuit, etc.

Ma passiamo al nuovo periodo, che, in mancanza di un altro battesimo pi
complesso, abbiamo intitolato dalla Compagnia della Teppa.
Di questa compagnia, che fece gran rumore in Milano dal 1818 al 1821, non
rimane altra memoria che nella tradizione orale o nella testimonianza di
alquanti galantuomini ancor vivi, sebbene non pi giovani, che nella loro
diversa qualit di bastonatori o di bastonati, furono o parte attiva di essa o
vittime tragicomiche. Non v' libro stampato, nemmeno tra i pi fuggitivi di
quel tempo, dove se ne tenga parola; soltanto ne esiste il processo firmato
dall'attuaro Lomazzi; vi  una relazione scritta da un tal Milesi, che abbiamo
tra mano; e se ne parla nel diario manoscritto del canonico Mantovani. Sul
Giornale di Napoli, appena quel periodico venne a sapere (com'egli disse con
parole per noi lusinghiere) che noi attendevamo a trattarne distesamente, usc
un articolo sulla Compagnia della Teppa. Quasi contemporaneamente ne usc un
altro sul Pungolo, milanese.
Ma noi, ringraziando que' due periodici delle parole gentili espresse a nostro
riguardo, osiamo asserire che il ritratto che essi fecero della famosa
compagnia non  conforme all'originale, e che per siamo indotti a credere
l'abbiano confusa con qualche altra. Essi la fanno scaturire come una guasta
propaggine della Carboneria, e pongono la sua durata dal 1821 al 1829. Ma non
c' nulla di men vero; ch, sorta invece nel 1817, essa era gi dispersa e
soffocata nell'anno 1821. E fu precisamente nei giorni estremi della sua vita
che la parte pi generosa di quel corpo immorale, sotto la falsa luce delle
orgie e delle prepotenze (che il governo austriaco tollerava e forse ajutava),
si convert repentinamente, prestando mano a quella societ segreta che si
costitu allora tra noi non gi col nome di Carbonari, ma di Federali, e
tramutando le cos dette Vendite in altrettante Chiese, di cui la principale
era a Milano, le figliali in tutte le citt dell'Alta Italia e dell'Emilia.
Se la Compagnia della Teppa non avesse avuto un tale esito, per verit che non
meritava la pena che la storia e l'arte se ne occupassero. Come episodio
comico avrebbe forse potuto provocare qualche ilarit; ma gl'intenti quasi
sempre bassi e triviali, a lungo andare, avrebbero soffocato anche il riso
nelle bocche dei lettori onesti. Soltanto essa diventa un fatto assai degno
della riflessione dei pensatori, quando la si considera come una occasione,
sebbene fortuita, di gravi avvenimenti.
Dei periodi storici onde constano i Cento anni, questo  forse il pi
importante;  il punto massimo della parabola. In tutte le sfere e le forme e
gli svolgimenti del pensiero e dell'azione, tutto si rinnova, si nobilita, si
rafforza. Sorgono nuovi pensatori; una rivoluzione mirabile si compie nella
letteratura; le altre arti, quelle del disegno e dei suoni, procedono con essa
e per essa. In poche parole, la forza espansiva del corpo italiano tanto pi
si fa poderosa, quanto pi  violenta la pressione del governo straniero.
Il 21  il padre del 48,  l'avo del 59. Per, ond'essere fedeli al programma
del nostro lavoro, noi terremo conto anche di questi elementi. Inoltre, col
sistema empirico dell'azione drammatica e senza avvilupparci nel paludamento
scientifico, proporremo al lettore alquanti problemi sul diritto di testare,
sul matrimonio, sulla patria podest, sulla maritale. La nuova imbandigione
adunque, per la qualit della materia, e per il buon volere, ci lusinghiamo
vorr esser presa in qualche conto dai lettori, i quali vorranno fingere
almeno di non essere malcontenti di noi. Non si  mai sentito a dire che un
Anfitrione sia stato bastonato dai commensali, nemmen quando il pranzo 
riuscito cattivo.

I

Le prime scene dei periodi storici fin qui da noi rappresentati, si aprirono
sempre, per combinazione, o in teatro o in qualche festa da ballo, tra la
musica, la danza e la bellezza. Sempre si cominci coll'allegria e il geniale
buon tempo, per finir sempre coll'affanno, colle sventure e col beccamorto.
Possiamo assicurare che questo per noi non fu mai un sistema adottato. Bens,
contro ogni disegno, fu una riproduzione spontanea della maggior parte delle
vicende onde  contesta la vita pubblica e privata degli uomini. Troppo spesso
si comincia colla giocondit, colle speranze e coi castelli in aria; quasi
sempre si finisce coi disinganni e colla disperazione.
E anche questa volta, se precisamente non ci  dato rimetterci a sedere o in
teatro o all'osteria, dobbiamo per incominciare il preludio della nuova opera
seria con un andantino allegro, ma che, pur troppo,  destinato a preparar
dalla lunga e attraverso a processi e a successioni inattese di toni, le frasi
strazianti di una catastrofe degna di un Romeo moltiplicato per tre. A noi
vengono i brividi al solo pensarci.
La notte del 19 marzo 1820, giorno consacrato a San Giuseppe, il santo nel cui
nome l'autore dei Cento anni  stato battezzato; sulla piazzetta dei santi
Pietro e Lino, due inservienti dei Regi Teatri prepararono in gran segreto una
orchestrina sotto al balcone di un primo piano d'una delle case che
rispondevano su quella piazzetta.
Quasi contemporaneamente vennero l portati un contrabbasso, un violoncello,
quattro cassette da violino e viola, ecc. Di l a non molto sopraggiunsero gli
egregi suonatori, o professori, quasi tutti appartenenti all'orchestra della
Scala: Merighi il violoncellista, Rabboni il professore di flauto, Yvon
d'oboe, Corrado il suonatore di clarinetto, Cavinati e Migliavacca incliti
violini di spalla, Majno prima viola. Tra una schiera eletta di dilettanti,
vennero in ultimo il tenore della stagione, Claudio Bonoldi, cantante insigne,
e pi insigne bastonatore di uomini e di giornalisti. Tra lui e il basso
Fioravanti, stretti in grande dimestichezza, comparvero due belli ed eleganti
giovani; uno era il conte Emilio Belgiojoso, l'altro il figlio del colonnello
Baroggi e di donna Paolina S..., che noi non conosciamo ancora, e che era nato
nel 1798 a Roma, dopo le luttuose scene dell'avo, d'ingrata memoria. Il suo
nome di battesimo era Giunio, perch, essendo stato battezzato nella chiesa
d'Ara Coli, sul Colle Capitolino, sventolando gli stendardi repubblicani, si
volle dargli un nome che ricordasse l'eterna citt e l'instauratore della
repubblica romana. Questo sia detto di passaggio, e torniamo all'orchestra.
I professori e i dilettanti, messisi al loro posto, diedero principio alla
serenata colla sinfonia dell'Aureliano in Palmira, di Rossini, che d'allora in
poi, per pi di trent'anni, continu ad essere la sinfonia d'obbligo di tutti
i ritrovi musicali. Come avviene in tali occasioni, la piazzetta e la via dei
Meravigli, che in principio erano al tutto solitarie per la notte assai
inoltrata, a poco a poco si animarono di tutte quelle persone che, avvezze a
rincasarsi ad ora tardissima, s'erano accorte, chiamate dai suoni lontani, che
la loro giornata non era ancor finita. Le finestre e i balconi delle case
rispondenti sulla piazzetta si popolarono d'uomini e donne, che staccavano
come ombre sul fioco albore degl'interni lumi trapelanti dalle aperte imposte.
Curiosa platea e pi curiosi ordini di palchetti, dove le acconciature pi
appariscenti erano bandeaux e berrette da notte, sottanini e mutande. La
sinfonia dell'Aureliano fu applauditissima dal pubblico, che cominci a
diventare affollato, perch molti giovinotti che abitavano nelle vie
circonvicine ebbero il coraggio, giacch era una bella notte di marzo, di
rivestirsi e discendere in istrada. Il tenore Bonoldi cant di poi l'arione
dell'Otello: Vincemmo, o padri. Il conte Emilio, che divent in seguito il
principe Emilio Belgiojoso, esegu in unione col basso Fioravanti il duetto
del Mos: Parlar, spiegar non posso. Ad ogni pezzo gli applausi erano
strepitosi e meritati. E negli intermezzi d'aspettazione, il pubblico faceva
le chiose, non tanto ai motivi dei pezzi eseguiti, quanto al motivo di quella
serenata.
  strano (notava uno degli ammiratori) che la signorina non si faccia vedere.
 Che signorina?
 Diavolo! quella per cui si canta e si suona. Credi tu che si voglia
compromettere la trachea di un tenore di cartello, e far gettare il tempo ai
professori della Scala, per solo amore dell'arte? L al primo piano, dove c'
quel poggiuolo, abita quella giovinetta che in queste ultime tre sere ajut
l'impresario del teatro Re e il Don Giovanni, che faceva fiasco, col cantare
in costume l'ultima scena della Giulietta e Romeo di Zingarelli.
 Ah! la Gentili!
 Madamigella Stefania Gentili, sissignore, la quale, se continua come ha
cominciato, che Pisaroni e che Colbrand e che Catalani! Ed  la prima volta
che mette piedi sulla scena. Qual voce e qual sentimento!
 E quanta bellezza!
 Per carit, non tocchiamo questo tasto, perch mi va il sangue alla testa; in
costume di Romeo, coi capelli cadenti... con quella figura divina, con quelle
gambe, con quelle maglie di seta bianca... torno a pregarti..., cangiamo
discorso.
 Ma, di ragione, sar il suo amante quello che avr fatto allestire una tal
serenata.
 Amanti son tutti quelli che l'hanno sentita. Quando penso che, nel momento in
cui, disperata, ella si lascia cadere sulla tomba di Giulietta, io ho visto a
piangere perfino il barone Gehausen, direttore di polizia! Che cosa vuoi di
pi? Questo  il suo massimo elogio.
 La presenza per del conte Emilio Belgiojoso mi darebbe a credere...
 No. A quanto mi disse ieri in teatro il primo oboe dell'orchestra, che  quel
giovinotto l coi baffi neri, chi avrebbe dato in qualche furore per lei
sarebbe quel giovane l che sta presso al conte Emilio Belgiojoso, e che ora
prende in mano la viola... probabilmente suoner un a-solo...  uno dei pi
bravi dilettanti, allievo del professore Majno che gli siede l presso. 
figlio di quella tale che segu il colonnello Baroggi in Russia e che vestiva
l'uniforme di dragone come il marito... Te ne devi ricordare...
 S, s, ne ho qualche barlume...
Ma qui, i zitto! e i silenzio! della folla, troncarono di tratto questo
dialogo; e il Baroggi incominci il suo a-solo sul tema della romanza di
Garcia, innestata nel Barbiere di Rossini.
L'a-solo fu suonato a meraviglia, perfino a compiacersene lo stesso maestro
Majno; se non che, proprio nel punto che si era alle ultime cadenze delle
variazioni, dal vicino vicolo Porlezza una schiera di dodici o quattordici
giovinotti irruppe nella via, si rovesci come una tempesta maggenga sulla
piazzetta, improvvisando una cadenza di legnate formidabili, dedicate al
merito insigne di quei filarmonici notturni.
Il tenore Bonoldi, che era alto, nerboruto e prepotente, e che, figlio di un
vetturale di Piacenza, era avvezzo alle baruffe fin da ragazzo, non si lasci
smarrire, e lavor di rimando colla sua canna d'India; la sua canna d'India
fedele ch'egli avea sempre seco per tenere in soggezione la critica. Il suo
esempio anim tutti. Il conte Emilio armeggi benissimo con una sedia di
bulgaro. Il Baroggi con un leggo. I pi offesi furono i suonatori, che erano
seduti; e in modo speciale se ne risent la schiena del professore Majno;
perch l'amore sviscerato, del genere dell'amor materno, che egli portava alla
sua viola di Stradivari, lo rese dimentico di s stesso; onde, incurvatosi su
di essa e strettasela al seno, non pens pi che la schiena rimaneva affatto
senza difesa e tutta esposta alle percosse nemiche. Tutto questo parapiglia
avvenne in un minuto. Strillavano le donne dai poggiuoli e dalle finestre;
piangevano i ragazzi che si erano alzati colle mamme; tumultuavano e si
scompaginavano e fuggivano molti della folla raccolta in piazza.
Ma ad un tratto grid uno della schiera degli assalitori: Fermi tutti! e fu
una voce sonora, piena, autorevole; tutti si fermarono infatti. Esso guardava
il Baroggi, e il Baroggi lui.
 Ma come sei qui tu fra costoro?
 Diavolo, non  permesso fare una serenata, tanto per goder le stelle e provar
l'istrumento? Ma costoro poi, che cosa hanno fatto a te?
 Nulla m'han fatto; non li conosco nemmeno se ne togli qui il tenore della
Bianca e Faliero che canta bene e bastona meglio.
 Dunque?
 Dunque si era l all'osteria del Galletto fuori di porta Vercellina, annojati
tutti maledettamente, perch son gi tre giorni che non s' rotta nemmeno una
testa... e ve ne sono centotrentamila in Milano. Io dico: che cosa si fa
stanotte?  una vergogna per la compagnia... guai s'ella va perdendo del suo
credito. Allora questo signore, che  il conte Alberico B... ed  il nostro
decano, perch ha trentasett'anni compiuti... ci sarebbe una serenata da
mandar all'aria, ci dice una serenata sulla piazzetta di San Pietro e Lino.
Bast la proposta. Non si stette nemmeno un minuto a far consulta; e via
tutti, senza nemmen pagare l'oste... La cosa  semplicissima, e non ho ad
aggiunger altro.
Dette queste parole all'amico Baroggi, del quale teneva stretta una mano nella
propria, colui si rivolse alle due schiere nemiche che avevano abbassate le
armi, come quando sui campi trojani Ettore o Ajace davan segno alle falangi di
sospendere la pugna:
 Tutto quello che fu detto e fatto, soggiunse poi, sia per non fatto e non
detto. Questo  un mio caro amico, e costoro si sono difesi in modo che hanno
diritto a tutta la nostra stima e considerazione. Gi dunque le armi, via gli
strumenti e ritorniam tutti insieme a santificare la pace all'osteria...
Siccome non v'erano antecedenti rancori n cagioni di odio profondo,
l'aspetto, la voce, il contegno del giovine amico del Baroggi, cos fra il
farabutto e il bizzarro, mise in un istante la pace e l'allegria, dove un
momento prima aveva infuriato la tempesta.
Essi partirono. L'orchestra e gli strumenti furon levati, i rimasti della
folla si allontanarono, le finestre si chiusero, le virili berrette da notte
tornarono a comprimere i guanciali accanto ai muliebri bandeaux; e i silenzj
profondi di quella notte non furono pi turbati da rumori n lieti n tristi.
Giunte che furono le due schiere rappacificate al canto dei Meravigli, che
risponde al corso di porta Vercellina:
 Per andare all'osteria, disse il professore Majno, l'ora  troppo tarda.
Domani alle 9 debbo dar la solita lezione al Conservatorio. Proporrei dunque
di trasportare ad altro giorno la celebrazione della pace.
 Allora troviamoci tutti domani alle ore quattro all'osteria del Galletto,
soggiunse il conte Emilio Belgiojoso.
 Domani, signor conte,  l'ultima sera della stagione, osserv il tenore
Bonoldi. Ella sa che in queste benedette ultime sere bisogna cantar due volte
lo spartito, e contendere colla Camporesi la mia parte di corone e di fiori.
 Ebbene, dopodomani.
 Dopodomani, ripet il conte Alberico B..., e prego tutti questi signori ad
accettare il pranzo da me. La proposta di mandare all'aria la serenata,
disgraziatamente, fu mia, tocca dunque a me a pagar la multa.  giusto?
  giusto. E qui vennero i saluti, i buona notte, gli a rivederci, gli addio.
Il conte Alberico prese per via di Brisa; alcuni pel corso; altri per Santa
Maria Porta. Il Baroggi, col suo amico, col conte Belgiojoso, con Bonoldi e i
professori d'orchestra, ritornarono nella via dei Meravigli. Sulla piazzetta
della Scala, Bonoldi diede un fischio, e un servo facendogli lume da una
finestra della casa dove ora  la spezieria del Riva Palazzi, gli gett gi la
chiave. Altri saluti ed altri buona notte come sopra. Il conte Emilio fu
accompagnato al suo palazzo in piazza Belgiojoso. Ultimi rimasero il Baroggi
col suo amico, i quali s'avviarono per San Paolo, tirarono innanzi per San
Martino, svoltarono in San Zeno, e qui si fermarono davanti al portone d'una
casa molto vecchia.
 Abiti qui?
 S... sto in casa del signor Giocondo Bruni, che tu conosci; un caro vecchio,
che mi fa da padre, da tutore, da amico e da consigliere. Mia madre, ch'
andata a Parigi, lasci a lui in custodia tutta la nostra roba, con cui c' da
empire un magazzino da rigattiere e da fare una pinacoteca sussidiaria alla
raccolta dei quadri dell'Ospedal Maggiore. Anche il signor Bruni ha una
raccolta di oggetti curiosissimi. Anzi ha un ritratto di tuo padre... eseguito
a pastello da uno scolaro del pittore Porta... quando tuo padre non aveva che
venti anni... Esso  in costume di...
 Di che cosa? Mio padre faceva il lacch a venti anni. Credi tu ch'io abbia
paura di perdere la nobilt? Ma davvero che vedrei volontieri quel ritratto...
mi somiglia?
 Un gemello non somiglia all'altro come tu a lui...
 Gi il sangue non traligna mai nella porca plebe... a cui mi vanto
d'appartenere... Mio padre era bello come un angelo, era forte come un leone,
era veloce come un cervo... Ed io non canzono... Mi fanno ridere questi nobili
che piangono sui casi della Fuggitiva del Grossi, e si purgano tutti i giorni
per diventare interessanti... Ma giacch siamo giunti fin qui... si potrebbe
dormire da te questa notte?... Mi rincresce di andar laggi sino a
Sant'Ambrogio; d'altra parte ho bisogno di star teco a lungo.
 Letti non ne mancano. Aspetta che apro lo sportello, e fa conto di entrare in
casa tua.
Giunio, aperto lo sportello:
 Va innanzi, disse all'amico.
  meglio che tu mi preceda. Fino al primo d'aprile la mia coscienza non  mai
tranquilla abbastanza per quel che riguarda la cura delle mie gambe.
 Perch?
 Perch in quel giorno c' una corsa di fantini a piedi da porta Orientale
fino a Loreto. Ho fatto una scommessa, e gi sono venute a Milano le gambe pi
veloci del regno Lombardo Veneto. In questi giorni si concertarono due prove e
cos nell'una come nell'altra, quand'io era gi di ritorno alla porta, i miei
competitori arrivavano allora a Loreto. Or si aspettava un Vicentino, del
quale si raccontan meraviglie; ma io sono figlio di mio padre, come Achille
era figlio di Pelo, e me ne rido.
Giunio and innanzi, accese un cerino, rischiar la scala all'amico, e aperse
l'uscio della casa. Entrarono ambidue, e passate due o tre stanze, si
fermarono in una sala. Giunio accese una fiorentina d'argento.
 Vedi tu questa fiorentina? disse. Ebbene, essa rischiarava le veglie dotte
della madre della madre di mia madre. Eccola l viva e parlante in quel
ritratto. Guarda...
 Se questa fiorentina avesse la parola, chi sa che corriere delle dame!...
 Zitto, e rispetto ai morti...
 Ma sai tu che questa tua bisnonna aveva una faccia da far girare la testa
anche ad un mazzaconico?
 Lo so bene. E quella l?
 Oh... cara...
 Questo cara lo disse un altro prima di te trenta o quarant'anni sono.
 Zitto, e rispetto ai morti.
 Questa poi  mia madre.
 Non ha la regolarit n dell'una n dell'altra... ma con quell'elmo alla
dragona...
 Rispetto ai vivi: ella  una santa.
 Intercede pro nobis.
 E quello l?
  il conte colonnello V...
 Quegli che avrebbe dovuto essere il padre di tua nonna... se...
 Che faccia curiosa, non  vero?
  un testone bovino... Nel contemplarlo, il pensiero corre pi facilmente al
macello che alla caserma, siamo sinceri, caro Giunio, e lasciando da parte i
pregiudizj... Dimmi dunque: se tu, dopo di me, sei il pi bel giovane che
abbia conosciuto... a chi ne vai debitore? Vien gi liscio. Fu un peccato in
cipria e parrucca che si introdusse con garbo nella casa del conte colonnello
a far le veci della commissione d'ornato, e aggiust i profili ai posteri.
Guarda che bel naso hai tu! Greco d'alta scuola. Che mai sarebbe stato di te,
se questo faccione da profosso, gi per il naviglio del tempo fosse rotolato,
come un pioppo del lago Maggiore, fino in casa Baroggi?... Ma tu fai delle
smorfie, e mi fai capire che questi discorsi non ti piacciono punto... Ah!...
ora comprendo tutto... Qui vedo gli Inni sacri di Alessandro Manzoni.
 E che c'entrano adesso gli inni? ma taci, che sento la voce del signor
Bruni...
E il signor Bruni, in vesta da camera e in berretta da notte, comparve sulla
soglia d'uno degli usci della sala.
 Sei tu, Giunio? egli disse.
 Son io...
  tardi, caro, troppo tardi. Manca un quarto alle quattro... Guaj se tua
madre sapesse...
 Chi ha imparato a suonar la viola (e questo fu col permesso di mia madre) si
espone al pericolo delle serenate... e le serenate cominciano sempre dopo
mezzanotte. E oggi ce ne fu una colla coda...
 La coda del diavolo, soggiunse l'amico di Giunio.
 Ma chi  questo bel giovinotto?
 Non lo ravvisa?
 Ah... il figlio del Galantino... oh come mi fa diventar vecchio questo
diavolo... Ma da quanto tempo siete a Milano?
 Da pi d'un mese.
 E perch non siete mai venuto qui?
 Precisamente per la grande necessit che ho di intrattenermi con voi e con
Giunio a lungo.
  una ragione curiosa.
  naturalissima. Ogni qualvolta c' un affar grave, difficile e disgustoso da
disbrigare, lo si tira sempre per le lunghe. Gli  come quando c' la
necessit di un'operazione chirurgica. Si teme pi la guarigione che viene
collo spasimo, che la cancrena che si sviluppa senza dar tropp'incomodo. Ho
trovato due o tre volte Giunio, e sempre l'ho lasciato andar pe' fatti suoi
senza dirgli nulla... E se non fosse stata la bell'occasione di questa
notte...
 Oh bella davvero... (disse Giunio ridendo), ed io non so trovar le parole per
ringraziarti come meriti. Sa ella, signor Giocondo, in che modo ci siamo
incontrati stanotte? Non lo indovinerebbe in cento anni. Intanto che io
suonavo le variazioni del professor Majno su un tema di Garcia, costui, in
compagnia di altri dieci o dodici ammiratori, mi attest il suo entusiasmo a
colpi di bastone.
 Ma tu non sei ragionevole, il mio caro Giunio. Dal momento che uno appartiene
ad una corporazione, bisogna bene che ne adempia le leggi. Questa notte tocc
a te e a' tuoi amici. Un'altra notte potrebbe toccare allo stesso signor
Giocondo, se non si facesse conoscere in tempo. La Compagnia della Teppa
bastona tutti quanti, e non ha nessun obbligo di assumere informazioni
preventive.
 Ah, siete anche voi uno della compagnia? domand il Bruni.
 Diavolo!
 Me ne congratulo tanto;  per una gran vergogna per la citt di Milano..., e
mi fa meraviglia come l'autorit e la polizia non ci provvedano. Ma, in
conclusione, a che oggetto questa compagnia s' instituita, e in che modo va
ingrossando tutti i giorni?
 La cosa  semplicissima. Domeneddio, pentito d'aver creato gli uomini, mand
il diluvio per sterminarli tutti, senza aver riguardo ai tanti innocenti che,
senza dubbio, ci saranno stati anche allora; perch la cura doveva essere
perentoria, radicale, assoluta, inesorabile. Se il Padre Eterno avesse dovuto
istituire prima delle commissioni di scelta, sarebbe stato fresco lui pi che
le vittime del diluvio... vi pare o non vi pare?
 Va bene... e cos?
 E cos la Compagnia della Teppa, umilmente, si  proposto il santo scopo di
bastonare senza distinzione tutti gli uomini che di notte trova per istrada.
Non vi sembra giusto?
 Ma se  cos, perch non cominciate a bastonarvi tra di voi, o membri
effettivi della compagnia?
 Potr darsi che a ci si provveda in seguito... il progresso va per gradi.
Per ora bastoniamo gli altri. Ed io non stetti in dubbio un minuto, quando fui
invitato a far parte della nobile compagnia.
 Ma non pensate quante brave persone, quanti padri di famiglia che hanno
bisogno di essere lasciati vivere in pace, saranno vittima della vostra
brutalit, ben pi facilmente che i beoni, gli oziosi, i prepotenti?
 Idee piccole, caro signor Giocondo, idee storte;  impossibile giudicare i
tristi dalle apparenze. Chi sa quante ingiustizie un padre collo-torto
commette in famiglia? Chi sa quanti stranguglioni costa alla moglie un marito
che logora il confessionale? Chi sa come alla sordina succhia il sangue dei
pupilli un tutore che porta il baldacchino? La legge non ha gli occhi d'Argo
n le braccia di Briareo; non pu veder tutto, non pu toccar tutto... Ora un
buon bastone che alla cieca e indistintamente cada sulla testa di quanti
s'incontrano a caso,  l'imagine nodosa e reale della fatalit vendicatrice,
tanto rispettata dagli antichi, perfino dagli di, perfino da Giove.
 Io sarei disposto ad accettare, disse Giunio, tutti questi tuoi principj di
filosofia comica, se nella Compagnia della Teppa non vi fossero che
buontemponi colla fedina criminale netta; ma ognuno sa che vi sono furfanti
d'ogni risma e d'ogni conio.
  un errore. Sicuro che nessuno di noi aspira a morire in odore di santit.
Una certa inclinazione al buon vino e alle belle donne non mostrerebbe in noi
alcuna vocazione ad accettar la regola di S. Francesco; ma furfanti, nel senso
che comunemente si suol dare a questa parola, non ne conta la compagnia.
 Ti convinco subito del contrario... Qui il signor Giocondo ti potr dire chi
sia quel conte Alberico B...i che tu m'hai presentato come uno dei vostri
decani.
 Che cosa so io...?  nobile,  milionario... paga pranzi e cene...  prodigo,
fa il democratico, aspira alla popolarit... giuoca alla morra anche coi
facchini e coi toffi... racconta frottole con garbo...  stato a
Costantinopoli,  stato in Egitto... fu impresario di virtuosi, fu direttore
di palchi scenici...
 Fu cortigiano, lasciate che continui io adesso, soggiunse il Bruni, fu
cortigiano e galoppino di biglietti amorosi al servizio di Beauharnais. Fu
spia per diporto. Fu Creonte e Jago e Tersite tutt'in una volta. Fu
manipolatore di discordie tra amici e amici. Libertino e osceno come Tiberio,
come il re di Bitinia, a trent'anni avea gi i denti spazzati via dal
calomelano. Prepotente e crudele con quelli che hanno bisogno di lui, vile e
tremante coi generosi e coi forti; spos due mogli... che morirono, l'una e
l'altra, assassinate da lui alla sordina, senza coltello, senza veleno, senza
laccio; perch in maschera spesso d'onesto uomo, essendo volpe astutissima,
teme la legge e sa scansarla; ha sentito parlar della forca, e sa come le si
gira d'intorno senza toccarla.
 Vi faccio i miei complimenti, signor Giocondo. D'ora innanzi verr da voi a
imparare lo stile delle lettere commendatizie.
 Dunque?... disse Giunio.
 Dunque, anche in questo caso non voglio discostarmi da una mia teoria... ed 
che quando si scopre che un conoscente, un collega, un amico,  uno
scellerato, bisogna fingere di non saper nulla, bens tenerlo d'occhio e
averlo sottomano.
 Non si pu esprimere con parole, proseguiva Giunio, la ripugnanza ch'io sento
per colui. Senza conoscere affatto i suoi antecedenti, mi ricordo che mi
rifiutai di sedere ad una mensa comune, per la sola ragione che anch'esso era
fra gli invitati. N sapendo trovar ragione ad un'antipatia cos invincibile,
e nel medesimo tempo fidandomi assai delle antipatie, che per me son come
avvisi del cielo, ne chiesi conto qui al signor Giocondo, il quale press'a
poco mi disse quello che ha ripetuto un momento fa.
 Eh, caro mio, se si dovesse sempre far caso alle antipatie, e respingere da
s tutti quelli che per un verso o per un altro hanno bisogno d'un bagno di
zolfo o di acqua ragia, sarebbe necessario di ritirarsi in una grotta a viver
di radici come i santoni della Tebaide. Ma lasciamo da parte costui; e
parliamo piuttosto di ci che ben pi ti deve interessare.
E a questo punto, dopo una lunga pausa, il figlio di Andrea Suardi si cav di
tasca un portafoglio; lo apr, lo svolse, ne trasse un involto che spieg,
levandone una carta.
 Vedi questa carta, Giunio? disse poi; la vede, signor Giocondo? Ebbene, darei
la met della mia fortuna perch non mi fosse mai stata consegnata da mio
padre. Sono sei anni che l'ho con me, ed  dal giorno precisamente in cui esso
mor. Appena l'ebbi letta, il mio primo pensiero fu di volar subito a Milano
per consegnarla a' tuoi parenti; ma mi trattenni. Dopo sorvennero gli intrighi
dell'eredit; e la storia d'una famiglia e d'una ragazza che pretendeva avere
dei diritti al pari di me: poi la vendita ch'io feci dei possedimenti che mio
padre aveva sul Modenese, perch non volevo in nessun modo aver a che fare con
quel duca infame che fa da despota, da papa e da boja; poi vennero i miei
viaggi... e sapete perch ho viaggiato per tanto tempo? per togliermi appunto
alla tentazione di cavar fuori questa carta e farla di pubblica ragione...
 Ma e che diavolo c' in quella carta?
 La tua fortuna e il mio disonore.
Il Bruni si alz aspettando e indovinando. Il giovane Giunio, per un movimento
naturale, stese la mano su quella carta, ma la ritrasse subito, quasi
vergognandosi di un tale atto.
 Molte volte io fui per abbruciarla, continu il Suardi; e se non ti avessi
conosciuto davvicino... se non mi facesse dispetto quel marchesone, gesuita,
ipocrita, scellerato, che fu tra quei ch'hanno ajutato i Tedeschi a tornar
qui, e il cui avo fu la rovina della tua casa, e il disonore della tua bisava,
e la cagione per cui mio padre fu messo alla tortura, certo che l'avrei
abbruciata. Ora leggete. Sono tre facciate, scritte tutte di proprio pugno da
mio padre... e qui c' la sua firma...
Giunio prese la carta, e la lesse con attenzione, con affanno e con
impazienza. Il signor Giocondo Bruni, messisi gli occhiali, si colloc dietro
la testa del giovane Giunio per tentare di leggerla anch'esso. Il giovane
Suardi intanto s'alz, e dopo aver fatti alcuni passi per la sala, si piant
innanzi al ritratto di donna Clelia colle braccia incrociate sul petto. La
baldanza provocatrice e gioviale che abitualmente saettava da tutti i muscoli
della sua bella faccia era scomparsa affatto, per dar luogo ad una
concentrazione accigliata e cogitabonda. S volse poi di tratto a queste
parole del signor Giocondo:
 E dire che ci vollero settant'anni per verificar quello che mio padre gi
aveva indovinato il d dopo il fatto avvenuto!... ma or venite un momento
nella mia camera da letto.
I due giovani seguirono il signor Giocondo.
 Quello l  il ritratto di mio padre, disse il Bruni additando un dipinto ad
olio dentro una gran cornice barocca. Quell'altro  il ritratto della celebre
Gaudenzi, mia madre, quella per cui fu creduto avesse il tenore Amorevoli
scavalcato il muro di cinta del giardino del palazzo V... in contrada
Velasca... la notte che vostro padre trafug...
Il giovane Suardi si scosse.
 Vostro padre, eccolo l... continu il Bruni. Guardate che bell'aria di
testa. Aveva vent'anni allora. E adesso vi far vedere una cosa rara... molto
rara oggi, e aperto un armadio e trattane una scatola:
 Questa, disse,  una maschera-ritratto, di quelle ch'erano in gran voga a
quel tempo;  della pi perfetta somiglianza, come fui assicurato; mio padre
se la mise sulla faccia a un veglione del teatro ducale per ingannare la
contessa Clelia... e costringerla a palesar la verit.  il ritratto del
celebre tenore Amorevoli. Guardate bene!  opera del pittore Clavelli, famoso
allora in questo genere di lavori.
Cos dicendo, il Bruni, gettatosi un ferrajolo intorno alle spalle, si adatt
quella maschera al volto. Pareva un'ombra evocata e riplasmata di forme, di
carne e di vita.
I due giovani provarono una sensazione che non era di piacere.
  questa un'ora ben solenne, esclam il Bruni. Vivi e morti, ci ritroviamo
qui tutti uniti, come in un consulto di famiglia.


II

Il Galantino, come abbiamo udito dal giovane Suardi,  dunque morto,
assolutamente morto. Gl'impazienti della lunga e, per essi, troppo lunga sua
parte sulla scena di questi Cento anni, possono ora consolarsi. Noi qui
aggiungeremo che, nato nel 1730, mor nel 1815 a Modena, d'anni 85, lasciando
quel figlio che abbiamo conosciuto; figlio naturale, ma ch'ei volle battezzato
col proprio nome e cognome, e al quale lasci tutto il proprio avere,
ammontante in terre e capitali a quasi tre milioni di lire milanesi.
E un altro schiarimento  pi che mai necessario a questo punto. Che cos'era e
che mai stava scritto in quella carta che il giovane Suardi aveva mostrato a
Giunio Baroggi e al Bruni?
Il testamento che fin dall'anno 1813 Andrea Suardi, senza scoprirsi, aveva
spedito in originale al giudice del tribunale civile nelle cui mani era stata
posta la causa tra il Baroggi e il marchese F..., non aveva ottenuto l'effetto
che il Suardi se n'era aspettato. I denari del marchese avevano corrotto il
giudice, avevano corrotto il notajo Agudio, che a prezzo d'oro aveva vendute
le carte e i documenti relativi a quel fatto, e che si trovavano da
sessant'anni nell'archivio privato del dottor Macchi. I periti calligrafi non
avevano potuto, per mancanza di sufficienti confronti, constatare che la
scritturazione di quel testamento fosse di proprio pugno del defunto F... In
conseguenza di tutto ci, per sentenza del tribunal civile venne dichiarato,
che in mancanza di prove assolute, non potendosi asserire essere quel
testamento olografo, ed autografo del marchese F...; ed anzi, dovendosi
ragionevolmente sospettare fosse una carta ad arte falsificata, a tale
sospetto dando fondamento il modo misterioso onde quel documento era stato
presentato al tribunale; ripugnando inoltre l'idea che potesse essere in buona
fede e avesse in petto i sacrosanti fini della verit e della giustizia chi
aveva pensato a stare occulto con tanta circospezione, si respingeva fino a
nuove dilucidazioni l'atto di petizione del colonnello Baroggi, rimanendo
intanto legittimo possessore dell'eredit F... il marchese F... ecc., ecc.
Il Suardi che, nell'auge della propria fortuna e negli anni della virilit e
della ancor verde vecchiezza, aveva tenuto gelosamente presso di s il
prezioso documento, sempre col pensiero e col proposito di farlo comparire
all'aperto inaspettatamente, quando si fosse presentata l'occasione
favorevole, e quando il molto tempo trascorso avesse potuto ragionevolmente
stornare da lui ogni sospetto, si era accorto in che pericolo erasi messo
nello spedire al tribunale di Milano quel documento, e come, dato un altro
giudice ed altri avversarj e men corrompibile la giustizia, avrebbe potuto
scontare sessant'anni dopo la pena scansata con tanta accortezza, arte e
fortuna; onde, dopo la sentenza del tribunale, senza darsene per inteso, e
proponendosi di non mettere pi le mani in quell'intrigo, ritorn alle proprie
terre che aveva acquistate nel Parmigiano e nel Modenese, per vivere fuor
della cerchia e della vista di Milano che lo aveva conosciuto ciliegia, come
dice la frase paesana, e dove vivevano ancor troppi de' suoi coetanei a
rinfacciargli, soltanto col guardarlo, la sua origine, la sua vita e il libro
nero delle sue azioni.
Rincresceva per al Galantino che la fortuna del Baroggi dovesse rimanere cos
inevitabilmente rovinata, e tanto pi che delle ricchezze del conte V..., il
marito di donna Clelia, per le dilapidazioni continue e forsennate del marito
di Ada, non era rimasto quasi pi nulla. Come il lettore deve ricordarsi, il
Galantino aveva protetto il Baroggi, capo delle guardie di finanza, ed erasi
preso cura del figlio di lui, e in ogni occasione aveva dato a divedere di
desiderare il loro vantaggio: al punto che, per rimediare al fatto del
testamento, era una volta venuto in pensiero di lasciare a loro tutta la
propria sostanza. Ma, per una delle pi consuete combinazioni della vita, a
Parma conobbe una donna e da questa ebbe un figlio, il quale, com' naturale,
gli fece cambiar proposito.
E fu precisamente in quella occasione che, almanaccando d e notte, non
sapendo in che altro modo giovare al Baroggi, venne nella determinazione di
spedire il testamento olografo al tribunale. La natura del Galantino non era
al tutto perversa; egli non aveva fatto e non faceva il male per il male.
L'arte per l'arte veniva detestata da lui. Egli era stato uno scellerato, ma
per un fine, ma con logica. La sua individualit lo aveva portato ad amar
l'eleganza, a volere la ricchezza e il fasto; per raggiungere questo scopo
avrebbe sacrificato tutto il parentado, compreso il padre e la madre; ma
appena l'ebbe toccato, e con quella solidit da non fargli pi temere un
capitombolo, egli divent, quasi potrebbe dirsi, un buon uomo: generoso,
caritatevole, affabile, cortese. Non era di quegli scellerati che, pur nel
mezzo dell'abbondanza e di tutte le cortesie della fortuna, pur nel fasto e
tra le grandezze, sono sempre rabidi di far male altrui, al pari delle tigri
che, anche nella piena saziet del cibo e colle zanne ancora insanguinate di
preda recente, si avventano tuttavia sul primo che passa, non per altro, che
per metterlo in brani. Il Galantino, crediamo di averlo gi detto,
assomigliava al leone che, quando ha ben mangiato, vive e lascia vivere.
Per tutte queste cose, il Suardi ebbe amareggiata la vecchiaja da questo
assiduo pensiero di una famiglia che amava, e che, per colpa sua, trovavasi
sul pendio della povert, senza ch'egli potesse venire in suo soccorso. Pi
volte aveva pensato di istituire eredi in due eguali porzioni il proprio
figlio e la famiglia Baroggi. Ma quando il figlio divenne adulto e crebbe in
modo da lusingargli ed esaltargli il paterno orgoglio, naturalmente mise da
parte anche quel disegno, e provvide ad accrescere anzich a diminuire le
ricchezze da lasciargli. Godeva di vedersi cos fedelmente riprodotto
nell'aspetto fisico del giovane Andrea; si esaltava all'idea che questo,
simile a lui per tutti i doni materiali, pi attraente per quelli di una
educazione compita, non aveva bisogno di lacerarsi la fama onde mettere
insieme quella ricchezza che a lui era costata l'intero sacrificio del buon
nome. Cos il Suardi pass gli ultimi anni della vita. E nell'ottantesimoterzo
cominci a guastarsegli la salute. Allorch la salute diventa mal ferma, e gli
organi della digestione vengono ad infiacchirsi, l'uomo si fa pi apprensivo,
il mondo gli si scolora; retroguardando sul proprio passato, ha noia e
pentimento e rimorso di quegli atti perversi che in una eccezionale vigoria
fisica e nella baldanza di una natura ambiziosa non ha avuto il minimo dubbio
di commettere, e tanto pi questo rimorso si fa acuto, in quanto vede
perdurare ed esacerbarsi in altri le tristi conseguenze di quegli atti stessi.
Fu allora che, dopo avere stancata la propria mente in cento consulte, medit
di fare un'ammenda postuma, collo stendere, cio, la storia del fatto
clamoroso togliendola dal mistero in cui era ancora avvolta, e col fare la
confessione pi ampia della parte principale che in essa egli aveva avuto.
Questo disegno lo esegu compiutamente; scrisse con brevit e con chiarezza la
storia del fatto, la convalid colla formula del suo giuramento, e la suggell
con questa soprascritta: A mio figlio Andrea, mio erede universale, perch la
spedisca al tribunale civile di Milano.
Nello stendere e nel suggellare questo scritto, egli, a tutta prima, aveva
fermato di non farne parola al figlio; ma quando fu colto dall'ultima
malattia, cangi d'avviso; chiam il giovane Andrea presso di s, e dopo
avergli detto che, come avrebbe trovato nel testamento, lo instituiva erede
universale di tutte le proprie sostanze, lo mise a parte dell'alto segreto;
dissuggell la scritta, e gliela diede a leggere, soggiungendo: Il mio
desiderio sarebbe che tu spedissi, appena sar morto, questo documento al
tribunale civile di Milano, o alla famiglia Baroggi. Un desiderio per non 
una volont. Lascio a te dunque di fare di questa carta quello che ti parr
meglio.
Al giovane Andrea era nota in gran parte la vita del padre; era noto il famoso
processo (non poteva essere altrimenti) in cui esso era stato avvolto; ma
ripugnandogli l'idea che avesse dovuto trafugare un testamento chi non poteva
vantare alcun diritto all'eredit della casa F..., egli avea creduto che il
padre fosse al tutto innocente di quell'imputazione. Per  facile imaginarsi
qual colpo gli desse la rivelazione inattesa. La tempra del giovane Andrea era
di quelle cos eccezionalmente sane e rigogliose, che per la via della
robustezza e della, a dir cos, baldanza fisica, esercitano una influenza
sullo spirito, sul sentimento e sulle idee morali, inducendovi quel cinismo e
quell'indifferentismo che fa guardare con eccessiva indulgenza tutte le azioni
umane, e definisce per scrupoli e idee piccole e cavilli quei principj di
squisita moralit che rendono inesorabili i giudizj e le sentenze; laonde non
si affannava troppo al pensiero che suo padre avesse accumulato tanta
ricchezza, senza aver troppo sottilizzato sui mezzi; e che in un mondo cos
pieno di bricconi e di raggiratori e di ipocriti e di ladri larvati, egli si
fosse sempre regolato in modo da non cader mai nelle altrui reti, adottando
invece il sistema di tenderle egli stesso a tutti, per ogni buon conto. Nei
giocondi ritrovi, quando egli, studente all'universit di Pavia, spendeva e
spandeva a manate le laute mesate che il padre gli mandava, pel desiderio
ch'ei facesse la prima figura pure tra i giovani delle pi ricche famiglie
patrizie, egli non si era mai acceso d'ira contro chi pi volte, quasi a
ricattarsi della propria inferiorit, avevagli ripetuto il noto adagio:
Benedetti i figli dei padri che vanno all'inferno. Invece avea presa la celia
pel suo verso e, rincarando la dose, aveva esternata la propria piet per quei
poveri giovinotti che avevano i parenti in paradiso.
Nonostante per una coscienza cos elastica, si corrug e fremette quando il
vecchio padre gli affid l'inattesa scritta. Il mondo si abitua allo
spettacolo di quelle tante azioni che, turpi e vergognose e infeste al pari di
qualunque delitto percosso dalla legge, pure non furono contemplate in nessun
codice del mondo; ma non soffre la compagnia di coloro che ne abbiano commessa
alcuna di quelle le quali figurano nella tariffa delle leggi criminali. Quasi
si crederebbe che agli uomini, in generale, non faccia orrore n l'idea della
colpa, n la colpa in s stessa e per s stessa; ma sibbene per la pena che
deve subire.
Un fornitore d'armata che, somministrando vettovaglie avariate e corrotte,
espone un esercito al flagello dei morbi castrensi ed  la causa certa di pi
migliaja di morti, non fa quel ribrezzo che comunemente suol eccitare uno
sciagurato che sia stato cinque anni in galera, per avere, nel furore d'una
passione o nell'impeto di una rissa, ammazzato un uomo.
Il giovine Andrea, il quale considerava senza turbamento, come suo padre,
allorch imperversava il sistema delle ferme, aveva espilato il pubblico a
proprio vantaggio; e come in quindici giorni sotto Mantova, pel tritello
guasto da lui somministrato, eran morti di colica pi di cinquecento vigorosi
giovani; non seppe vincere il ribrezzo all'idea che esso aveva trafugato un
testamento, e ci per il pensiero che un tal delitto, prima del codice
Giuseppino, era punito colla forca.
Or ripigliando i fatti, il Galantino mor: e dalla straordinaria acutezza
della mente, alla quale era stato debitore della propria fortuna durante una
lunghissima vita, pot dipendere se la cura che lo aveva affannato negli
ultimi anni, gli si allegger al letto di morte, perch colla condizione di
lasciar arbitro il proprio figlio intorno alla decisione di quell'affare
intricato, esso aveva trovato il modo di liberar la propria coscienza, e
d'impedire nel tempo stesso che il figlio gli portasse un postumo odio.
Il giovane Andrea, infatti, se gli fosse venuta la volont, avrebbe potuto
dare alle fiamme il misterioso documento, e lasciare che la fortuna e la
contingenza dei casi portassero una decisione definitiva sull'avvenire della
famiglia Baroggi.
E come abbiamo sentito da lui stesso, fu sovente tentato di liberarsi e di
quel documento e delle cure conseguenti; e la lotta tra il desiderio del buon
nome paterno, da cui dipendeva anche il proprio, e la coscienza che gli
mostrava trovarsi tutta nelle sue mani la fortuna di un'intiera famiglia, fu
cos forte e cos lunga, da lasciar trascorrere sei anni prima di prendere una
risoluzione. E se, nella notte del 19 marzo, ei non si fosse incontrato col
giovine Giunio Baroggi in quello strano modo che sappiamo; se l'aver fatto
offesa all'amico non gli avesse ingenerato il desiderio di ripararvi; se la
stessa esaltazione mentale provocata in lui dall'orgia antecedente e dal
tafferuglio notturno non lo avesse tolto a quell'eccessiva cautela che,
mantenendo l'uomo nell'egoismo, lo fa spesso autore di molte ingiustizie;
forse sarebbe trascorso assai tempo ancora prima che il segreto si
sprigionasse da lui e tutto fosse rivelato al Baroggi e al Bruni.
E a quest'ultimo egli disse, dopo un lungo silenzio:
 Ora cessate di fare il morto risuscitato, e provvediamo a regolar
quest'affare, che  grave, tanto grave, che a dispetto della mia natura che
sfiderebbe a duello anche il diavolo, e troverebbe la volont di ridere anche
nel d del giudizio, pure di tanto in tanto mi sconvolge il buon umore e mi
amareggia l'esistenza.
Il Bruni si tolse il ferrajuolo e la maschera; ripose questa nella scatola, la
rimise nell'armadio, e:
 Non c' poi tanto da amareggiarsi la esistenza, rispose; i figli non sono
solidali delle azioni paterne; e voi avete fatto il vostro dovere.
 E se poi tu fossi pentito, soggiunse con slancio il giovane Giunio, tutto si
pu finir qui colla fiamma di questa fiorentina. Per campar la vita a mia
madre  rimasto quanto basta; in quanto a me...
 In quanto a te mi farai il favore di deporre quella carta nelle mani del
signor Bruni. Nelle tue non  sicura, e so bene che saresti capacissimo di
commettere anche questa pazzia. No. La giustizia deve avere il suo corso; e
penso poi che se a me deve dolere della fama paterna... anche il marchese F...
dovr adattarsi a veder messi alla berlina tutti i suoi quarti di nobilt...
Che cosa vuoi? questo pensiero mi consola dell'altro, e mi rimette in
allegria.
 Ed or mi viene un'idea, disse il Bruni.
 Quale?
 Che si potrebbe finir tutto alla sordina, senza rumori e senza scandali, e
senza che nulla ne trapeli al pubblico.
 In che modo?
 Con una transazione.
 Parlate.
 Da questa relazione risulta che fu il conte F... a tentar vostro padre ed a
spingerlo a far quel che ha fatto.
 Ebbene?
 Andate dunque voi stesso in persona dal marchese e lasciategli andar di tutto
peso sul capo la notizia di questa carta. Voi avete detto benissimo: se a voi
preme la fama del nome vostro, a colui deve premere quella del suo... e tanto
pi che essendo gesuita e sanfedista, ha bisogno d'ingannare il mondo e
d'imbiancare i sepolcri.
 Caro signor Giocondo, meritate un bacio per questo consiglio: ed  cos
semplice ed ovvio, che non capisco come non mi sia gi venuto in testa. Domani
vado dal marchese.  in Milano?
 Lo credo.
 Come voglio divertirmi allo spettacolo della sua umiliazione!...
 Per questo non sperate molto... Bisogna conoscerli costoro... Ma or mi viene
un'altra idea... Io conosco un tale che ha delle ruggini colla moglie
dell'avvocato Falchi... Quest'avvocato e l'avvocatessa devono sapere il come e
il quando dal notaio Agudio furon venduti i documenti che si trovavano
nell'archivio Macchi, e forse anche essi ne furon complici... Questo tale ha
un segreto da spaventar l'avvocatessa; cos egli mi disse. Or se una scoperta
aiutasse l'altra, che bel colpo!
 Ma chi  questo tale?
  un tal Granzini, gi capomastro, ed ora appaltatore. Un birbone matricolato
che ebbe mano nel fatto del Prina. Ma non bisogna aver paura d'imbrattarsi, e
tutto serve.
 Io lo conosco.  un socio della compagnia della Teppa.


III

Siamo in casa del marchese F... nella via di... (quasi ci dimenticavamo ch'
proibito il dirlo). La stanza dove siede il marchese in mezzo a cinque o sei
persone,  la stessa che mezzo secolo addietro aveva servito di camera da
letto al conte F...; dove era morto imitando Cosimo de' Medici, il quale,
piuttosto che abdicare al potere per ricevere l'assoluzione dal confessore
Savonarola, volse la testa dall'altra parte, non parl pi, e rinunzi
all'assoluzione. Il conte F..., infatti, nel punto di svelare al curato di
Santa Maria Podone il segreto del testamento fatto trafugare, udendo la voce
del proprio figlio, tacque, e si risolse a partire per l'inferno, piuttosto
che scemare di tanti milioni la ricchezza dell'unico erede. Rammentiamo queste
cose alla memoria di chi legge, perch, attraversando tanti anni,  permesso
non ricordarsi pi della pagina dove si parla di questo fatto.
Il marchese F..., in presenza del quale or ci troviamo,  dunque figlio del
figlio di quel conte F..., e pronipote del marchese F... che per insinuazione
del prevosto di S. Nazaro, prevosto galantuomo, aveva lasciato erede l'unico
figliuolo natogli dalla sventurata Baroggi, con testamento olografo steso
sull'abbozzo minutato dal notajo Macchi. Questo marchese, come aveva riunita
in s solo la ingente ricchezza provenutagli da due larghe sorgenti, cos
aveva congiunti nel proprio esteriore fisico, in un complesso che non mancava
di una tal quale unit di stile, i varj tratti della fisonomia del padre e dei
due avi: l'occhio grigio del marchese senza cuore, il mento quadrato ed ampio
del nonno, il naso aquilino del padre. Rispetto alle qualit morali, insieme
coll'occhio bigio aveva ereditato dal prozio l'indifferenza spietata; col
mento quadrato l'ostinazione del nonno; col naso aquilino l'orgoglio paterno;
superando poi tutti e tre gli antenati per le facolt intellettuali, e pi per
la coltura letteraria e scientifica.
Onde non dilungarci in una troppo lunga e minuta analisi, e rendere
tutt'intera la sua fisonomia con una pennellata a guazzo, diremo che, s'egli
fosse nato re o duca, sarebbe riuscito il facsimile del presente re di
Prussia, o di Ferdinando IV di Modena. Ci pare che non ci sia molto da
consolarsi. Viaggiatore, politicante, economista, bibliofilo, aveva scritto e
stampato parecchi opuscoli; aveva raccolta una biblioteca. Era ambiziosissimo,
e desiderava che il mondo si occupasse di lui. Parlava di tutto con sentenze
recise. Radunava intorno a s alquante notabilit del terzo e del quarto
ordine. Come dotto, l'oblato bibliotecario dell'Ambrosiana; come bibliofilo,
il librajo Brizzolara; come direttore di coscienze, monsignore Opizzoni; come
letterato, Francesco Pezzi, estensore della Gazzetta di Milano; per la parte
poi che potevano avere nella cosa pubblica e nella milizia accoglieva nel
proprio palchetto il generale Bubna e il barone Gehausen.
La conversazione enciclopedica quasi quotidianamente ei l'apriva in propria
casa dopo il mezzod, e la chiudeva verso le ore tre, per uscire in carrozza o
a piedi, onde dar aria al polmone, mettere in movimento il sangue, e preparare
lo stomaco a trovare eccellente l'opera del cuoco.
Nel giorno in cui ci troviamo, che  il successivo alla tragi-comica serenata
di S. Pietro e Lino, la conversazione verteva su cose d'ordine privato, e il
marchese, continuando un discorso coll'Opizzoni, veniva alle conclusioni
seguenti:
 Insomma, caro monsignore, giacch ella  l'uomo della religione e della
carit,  necessario si pigli il fastidio di finir questa faccenda. Mio cugino
 stato quel ch' stato; pur troppo non  possibile dimenticarsene. Ma ella
m'insegna che il futuro fa spesso l'emenda del passato. Perch mio cugino
metta la testa a partito e diventi un uomo come tutti gli altri, non c'
rimedio migliore che questo matrimonio. Il mondo potr dire che c' la figlia
dell'ultimo letto, e con un nuovo matrimonio si verrebbe a danneggiare la sua
condizione pecuniaria. Ma a queste cose monsignore non suole, come non deve,
aver nessun riguardo. Val pi un'anima salvata che la prosperit materiale di
cinquanta figliuoli. C' la morte, pur troppo, e la ricchezza  una larva.
D'altra parte, a rifletterci bene, io, come tutore della fanciulla, penso che
con un matrimonio fatto fare a tempo a questo stranissimo uomo di mio cugino,
si pu arrivare a salvare qualche parte di quei due milioni che ancora gli
rimangono e che, col suo sistema di prodigalit forsennata, e colle cappellate
colme di zecchini che profonde sul capo di tutte le donne che gli danno in
fantasia (lascio da parte i peccati mortali), finiranno a svanir tutti ben
presto, ed a lasciare a me l'obbligo di fargli la carit di due o tremila lire
all'anno, perch non abbia a correre in pubblico la voce che un cugino del
marchese F... fu ricoverato a San Marco.
 Caro signor marchese, rispose l'Opizzoni, se io mi lascio indurre a
frammettermi in quest'affare, non  tanto (mi perdoni se dico tutto quel che
penso) non  tanto per riguardo del conte Alberico suo cugino, quanto per
riguardo di quella povera ragazza. Quella ragazza nacque sott'al Duomo, e l'ho
battezzata io... una pasta eccellente, ben avviata, religiosa, timorata... Or
che va a saltar in testa a suo padre e a sua madre (che pur sono bravissima
gente), di farle imparar la musica e di metterla sul teatro?... Fu una vera
ispirazione del diavolo... ed ebbi perci un alterco vivissimo col maestro
Brambilla, quello che  organista a San Simpliciano; perch fu lui che
consigli i parenti a far fare quel pericoloso passo alla figliuola. Il
maestro che mi sent a sgridare di ci i parenti, ebbe un d il coraggio
d'apostrofarmi con ingiurie... Io gi gli ho perdonato tutto...  il mio
dovere,  questa una condizione del nostro carattere e del nostro istituto...
ma da quel giorno tra me e lui s'impegn una lotta, una lotta terribile, una
di quelle che, se non fosse superbia il dirlo, e tanto pi ad un ministro di
Dio meschino e indegnissimo come io sono, si vedono impegnarsi nelle sacre
istorie tra Satanasso e san Michele; ma voglio vedere chi la vincer, se un
monsignore del Duomo, o un suonatore di organo che, di sopramercato, scrive la
musica per i balli di Vigan.
Presente a questo dialogo trovavasi Francesco Pezzi, il proprietario ed
estensore della Gazzetta di Milano, e il critico teatrale pi in voga e pi
temuto e, in gran parte, pi indipendente che allora si conoscesse. Avendo
esso officiato qualche tempo addietro il marchese F..., perch lo
raccomandasse al Governatore di Milano, quando appunto la Gazzetta era stata
messa al concorso, il marchese ammise in seguito il giornalista alla propria
intimit, per averne ammirata la coltura e lo spirito, e pi di tutto, per
essere stato preso dalla di lui cortigianeria, molto lusingatrice del suo amor
proprio letterario e scientifico. In quanto al Pezzi, se adoper tutti i mezzi
e tutte le seduzioni per rendersi sempre pi accetto al facoltoso ed
autorevole marchese, la cosa era naturale. La Gazzetta gli rendeva da trenta a
quarantamila lire all'anno, ed egli aveva bisogno di tutti coloro che lo
tenessero sempre raccomandato presso la presidenza del governo.
Il marchese, quando l'Opizzoni si tacque:
 Ma ella, disse rivolgendosi al Pezzi, ella come giornalista e critico
teatrale, di ragione deve conoscere la signora Stefania Gentili.
 La conosco benissimo, ed  un prodigio di natura e d'arte. Ma  costei che il
conte Alberico vorrebbe sposare?
 Costei per l'appunto.
 Ed  contenta la ragazza?
 Il conte direbbe di s... ma ella, caro signor Pezzi, conosce mio cugino... e
sa bene che per conoscere la verit, bisogna sempre pigliare a rovescio le sue
parole. Ha sempre avuto questo difetto, e convien regolarsi... Ma in
conclusione, che ne penserebbe lei di questa idea di mio cugino?...
Il Pezzi stette qualche momento senza parlare... Egli conosceva abbastanza il
conte Alberico; al pari di chicchessia, lo disprezzava e detestava; inoltre,
come intelligente ed amantissimo dell'arte teatrale, essendo anch'egli preso
d'ammirazione per le doti straordinarie di madamigella Gentili, gli aveva
fatto addirittura un senso di dispetto e di ribrezzo, che precisamente al pi
spregevole uomo tra quanti ei conosceva, fosse venuta l'idea d'impadronirsi di
quel vago e rarissimo fiore di bellezza, di bont e di ingegno. Ma non era il
caso di manifestar per intero la propria opinione. Relativamente a monsignor
Opizzoni, bisognava diportarsi con gran riguardo; e se il marchese tagliava
spesso a dritta e a sinistra sul carattere e sulle qualit del suo nobile
cugino, facilissimamente si sarebbe adontato di chi, senza essere un pari, si
fosse messo a fare altrettanto in sua presenza.
 Non crederei, disse poi, che madamigella Gentili, alla quale ho parlato sul
palco scenico del teatro Re, possa per ora avere volont di prendere marito.
Non ha che diciasette anni, ed  tutta assorta nelle cose dell'arte...
Tuttavia... trattandosi d'un milionario, d'un uomo che ha tante parentele
cospicue... potrebbe benissimo... Ella sa bene, signor marchese, come vanno a
finir queste cose...
Il Pezzi, che aveva incominciato il suo discorso coll'intenzione di dargli una
conclusione ben diversa di quella che gli diede, cangi intonazione, essendosi
accorto che il marchese erasi gi rannuvolato.


IV

Ma non aveva ancora finito di dir queste parole, che un servitore annunci il
lupus in fabula: il conte Alberico B...i.
 Addio, marchese, disse questi entrando... Ah! Bravo, monsignore... Spero che
il marchese le avr detto che mi occorre di lei... Signor Pezzi, la riverisco.
Sono contento di vederla qui per poter farle i miei complimenti pei suoi
bellissimi tre articoli contro il Carmagnola di Alessandro Manzoni. Oh quella
 la maniera giusta di adoperar la critica! Coloro che, per avere assistito al
parto e aver fatto da levatrice, pretendevano che la nuova creatura fosse una
divinit non mai pi veduta, a quest'ora sono tutti ammutoliti... A proposito,
conosce lei, signor Pezzi, l'epigramma che su quest'argomento ho scritto e
fatto inserire nel Corriere delle Dame?
 Un epigramma l'ho visto infatti... ma, se  quello ch'io lessi... mi fu detto
essere di Davide Bertolotti...
 Il mio  questo...

Si leggeva il Carmagnola,
Gran tragedia al mondo sola:
Chi dormia, chi sbadigliava,
Uno solo lagrimava;
Piango, disse quel buon sere,
Per quel prode cavaliere,
Che, da quanto or qui si sente,
Messo  a morte malamente.

  questo appunto l'epigramma che mi fu detto...
 Essere mio... Quello di Bertolotti non lo conosco.
Il Pezzi tacque.
 Eppure alcuni pretendono, proseguiva don Alberico, che il signor Alessandro
Manzoni, per questo sistema di poesia tragica ad uso oppio, sia destinato a
diventare il Dante Alighieri del nostro secolo... Povero secolo, se il
pronostico andasse bene!...
 Di questa tragedia, entr allora a parlare il marchese, rivolgendosi
segnatamente al Pezzi, ieri sera ebbi a discorrerne lungamente nel palchetto
del governatore.
 Del governatore...?
 Del governatore, s, che ha voluto leggerla da capo a fondo, perch qualcuno
gli aveva sussurrato all'orecchio, contenere dei passi pericolosi e offensivi
al governo. Or sapete che cosa mi disse sua eccellenza?... L'ho trovata tanto
cattiva, mi disse, che sebbene ci sia da notar qualche cosa sulla maniera di
pensare dell'autore, pure non ho creduto di dare alcun rimprovero al censore
che gli ha accordato l'Admittitur.  una produzione nata morta; a proibirla si
correva pericolo di farla vivere, anche in mancanza di fiato.
Cos nell'anno 1820 venne accolto e giudicato tanto dall'autorit censoria
quanto dalla critica superficiale e sistematica quel lavoro letterario, che
piantava in Italia le prime basi di una letteratura nuova, la quale,
ripudiando le leggi del convenzionalismo arbitrario, si proponeva di non
essere fedele che alla ragione e alla verit; ma per tal modo fu lasciata
uscire in pubblico, col famoso coro della battaglia di Maclodio, la lirica pi
alta, pi indipendente, pi rivoluzionaria che mai abbia avuta l'Italia.
Quel coro fu la prima protesta scritta e divulgata, sotto gli stessi occhi
dell'autorit, contro il dominio straniero. Da quella poesia, per la prima
volta, spicc il volo il pensiero emancipatore, che non si ferm pi. Una
fatalit provvidenziale avea decretato che la stolidezza di un governatore e
l'ignoranza di un censore proteggessero quel volo inaspettato e incompreso.
Ma questa breve discussione letteraria fu troncata di colpo dal solito
domestico, che entr a dire al marchese:
 C' un signore che ha bisogno di parlarle.
 E chi ?
 Ecco il suo biglietto di visita.
 Diamine! esclam il marchese gettandovi l'occhio e rivolgendosi al conte
Alberico: ma non  morto il vecchio Suardi?
 Il vecchio Suardi? Che dite mai? Chi sa da quanti anni non c' pi nemmeno la
polvere!
 Ma qui leggo Andrea Suardi.
 Andrea Suardi, va bene:  suo figlio.
 Ma aveva un figlio il vecchio Suardi?
 Chi sa quanti ne avr avuti! Ma questo  il solo che si conosce.
 E che mai pu volere da me? Io lo rimando, che te ne pare Alberico?
 Uhm...  un furfante prepotente e manesco, che potrebbe mettere sossopra
tutto il palazzo, se gli negaste di riceverlo.
 Allora gli faccio dire di tornare un altro giorno.
 Fate quel che volete, ma io conosco la bestia;  razza di stalliere, di
lacch e d'ergastolo. Non si sa mai quel che pu succedere.
 Ma tu lo conosci?
 Lo conosco benissimo. Chi vive in pubblico, come faccio io, bisogna bene che
si trovi spesso questa canaglia fra le gambe.
 Allora va tu stesso a dirgli di tornare un altro giorno.
Il conte B...i, ch'era intrigante e curioso per natura, e avrebbe voluto
sapere a ogni costo il motivo di quella strana visita del consocio della
Teppa, si pigli l'incarico di fare l'ambasciata egli stesso.


V

Il Suardi, intanto, fatto entrare in una antisala, stava guardando i ritratti
della casa F... Marchio F... leggeva in uno scudo dipinto nell'angolo destro
al basso del ritratto ad olio, ed era il marchese nella cui casa suo padre era
nato e aveva servito. Comes F... lesse sotto a un altro ritratto, ed era il
conte rapace, il vero ladro, il fur magister: stette poi a guardare a lungo il
ritratto del nonno del marchese a cui doveva parlare.
 Se l'erede ha il muso di costui, pensava tra s, ora capisco perch mi si
costringe a un'anticamera cos lunga; e fece due o tre giri per la camera
impaziente. In questa entr il conte Alberico.
 Tu qui?
 Qui tu? domander piuttosto. Il marchese  mio cugino ed  tutore di una mia
figliuola. Ecco perch troppo spesso devo sopportar la presenza di questo
gesuita in cravatta bianca. Ma tu, che puoi vivere lontano da questi, che son
come i succursali del Sant'Uffizio, che pessima tentazione hai avuta? Ora il
marchese  l con un monsignore del Duomo: un bacchettone inferocito, che
farebbe abbruciare tutte le ragazze quando son belle... e non darebbe
quartiere che alle sciancate, alle gobbe, alle oppilate. Per accrescere il
divertimento, c' anche un oblato di S. Sepolcro, un erudito che non parla
mai; e affinch poi l'intingolo riesca pi saporito, c' quel chiacchierone
superficiale di Francesco Pezzi, che mentre d gi botte da orbo a quei poveri
diavoli che cantano e ballano per cavarsi la fame, vien qui tutti i giorni a
dare il turibolo sotto al naso del marchese... il quale l'ha preso a
proteggere presso il direttore di Polizia. Figurati che societ! Ti consiglio
a tornare un altro giorno.
 Non ho tempo d'aspettare; devo parlare al marchese oggi.
 Ma dimmi tutto a me. Di che si tratta?
 Si tratta che devo parlare al marchese, a lui, a lui solo, a lui subito, per
un affare della pi grande importanza... e sono stanco di fare anticamera; ma
che diamine aspetta a tornare il servitore che mi ha annunziato? Teme forse il
marchese che io lo mangi?... Non lo manger... Va dunque tu stesso a
dirglielo.
Il modo riciso ed aspro, onde il Suardi aveva risposto al conte Alberico,
determin quest'ultimo a far l'ambasciata presso il marchese, in maniera da
sollecitarlo ad accordare l'udienza domandata; e ci anche pel desiderio di
venire a saper subito egli stesso di che grave affare potesse trattarsi. Il
marchese disse dunque al domestico di far passare in un'altra sala quel
signore che aspettava.
Il servo fece il suo dovere; il Suardi fu introdotto in un'altra camera; poco
di poi v'entr anche il marchese.
La presunzione, che il vecchio Galantino avesse avuto la parte esecutiva in
quella faccenda del testamento, che era la storia arcana di famiglia; e
l'altra presunzione, che il conte F... ne fosse stato la parte principale e
direttiva, per cento ragioni e cento indizj e per delle rivelazioni sfuggite
ai vecchi servitori di casa, eransi radicate nella mente del marchese; ed eran
passate al grado di convinzione, allorch venne presentato al tribunale il
testamento in originale. Un'altra sua convinzione poi era, che fosse stato lo
stesso Galantino a metter fuori quel documento. A tali presunzioni e
convinzioni s'aggiungeva la coscienza, per la quale ben sapeva il marchese di
avere, a forza di corruzione, fatta violenza alla giustizia; e che per il
vecchio Suardi, con cui era gi stato in lizza per altre vertenze private,
avrebbe potuto, sollecitato dal puntiglio, che  implacabile pi del medesimo
interesse, trovare il modo di far saltar fuori, senza proprio danno, tutta la
cabala ascosa. Per tutte queste considerazioni, allorch venne a sapere che il
vecchio Galantino era morto, respir e si tenne salvo, alla scomparsa di
quella spada di Damocle, che per tanti anni gli era rimasta sospesa in sul
capo.
Non ci vuole pertanto un eccessivo sforzo d'induzione, per imaginarsi che
effetto dovesse produrgli quel biglietto sul quale era il nome e cognome di
Andrea Suardi; che effetto ancor peggiore l'avere appreso dal conte Alberico
B...i che quel nuovo Andrea era figlio del famoso Galantino, e che in un
bisogno, poteva riuscire assai pi formidabile dell'antico.
Questi effetti per, se furono acuti e lancinanti come le fitte di un dente
molare guasto, investito da un colpo d'aria, furono anche passeggieri. Era
troppo l'orgoglio suo, troppo grande l'idea che aveva della propria autorit e
del nome influentissimo del proprio casato, troppo tenace la sua ostinazione,
troppo profondo lo sprezzo che sentiva per chiunque fosse sorto dall'infima
plebe, perch egli pensasse in prevenzione a metter gi le armi in faccia a
quel nuovo nemico. Tuttavia, se non ebbe questo pensiero in prevenzione, sent
per un astio furioso per quello che era un giovinastro, secondo le
informazioni del maldicente Alberico; che era sorto dal pi corrotto fango, ma
che era milionario al par di lui; milionario e prepotente, e che veniva
d'improvviso a turbare i nobili ozj del suo fastoso e rispettato ritiro.


VI

Il marchese, entrando, percorse con una rapida occhiata riassuntiva tutta la
persona del Suardi dalla testa ai piedi.
Il giovane Suardi, ad un aspetto bellissimo, univa una eleganza naturalmente
signorile, accresciuta dal suo vestito all'ultima foggia. Portava un abito di
panno turchino con bottoni di metallo dorati; un panciotto di velluto verde a
stelline d'oro; pantaloni di casimiro color persico. Il cappello che teneva
fra le mani era di felpa plume. Era questo un distintivo di tutti gli addetti
della Compagnia della Teppa. La differenza dei loro cappelli non consisteva
che nella preziosit della stoffa, la quale dipendeva dalla varia facolt di
ciascuno; ma di qualunque colore fosse la felpa, il pelo ne doveva esser lungo
e sollevato e scomposto. Secondo alcuni etimologisti,  anzi da questa usanza
che deriv l'appellativo alla compagnia; i quali etimologisti stanno contro ad
una schiera pi numerosa, la quale pretende che un tale appellativo sia invece
derivato dai verdi prati di piazza Castello, situati presso i palazzi Dal
Verme e Litta, dove i socj avevano cominciato a tenere le loro adunanze.
Quando il marchese entr, il Suardi stava in piedi. L'uno salut l'altro con
modo assai contegnoso; era evidente come adempissero alla prammatica del pi
vetusto galateo, ma nel tempo stesso come la loro espansione cordiale fosse
molto simile a quella di due duellanti che si salutano prima di uccidersi. Il
marchese per non disse nemmen di sedersi al Suardi, dopo di avergli domandato
in che cosa poteva servirlo.
 Il discorso che ho da fare, illustrissimo signor marchese, rispose il Suardi
con ostentata gravit, dev'esser lungo, perch la materia  intralciata e
seria; per, se mi permette, mi metto a sedere.
Il marchese non disse parola, non fece nemmeno alcun cenno; lasci fare, ma
rimase in piedi.
 Ella mi ha chiesto in che cosa pu servirmi? continuava il Suardi. La
ringrazio della domanda, ma le dir che ho dei motivi di credere d'essere
invece venuto io stesso a fare un buon servizio al signor marchese. Vostra
signoria sa chi sono. Sa inoltre, lo credo almeno, di chi sono figlio. Mio
padre poi  conosciuto dalla illustrissima casa F... da pi di novant'anni...
 una bella tirata!  dunque per questa vecchia conoscenza ch'io son qui; per
dei rapporti intimi, troppo intimi, e cos non fossero mai esistiti, passati
tra mio padre e il nonno di vostra signoria illustrissima.
 Io non so nulla e non capisco nulla, rispose il marchese appoggiandosi ad una
poltrona, senza per sedersi.
 Eppure, ella dovrebbe saper tutto e capir tutto... Io non era nato quando
vostra signoria avr sentito a parlare di cose ch'io venni a conoscere tanti e
tanti anni dopo. Io non era nato quando la casa F... era gi in questione
colla casa Baroggi per una eredit contestata... Questo vossignoria lo sapr,
come sapr che nel 1813 fu presentato al tribunale il testamento olografo in
originale del suo prozio marchese... Ella poi deve conoscere pi di me e pi
di tutti in che strano modo e per che vie arcane siasi riuscito a far
sentenziare dal tribunale che quel testamento era una carta falsificata.
 Di tutto questo io ne so tanto quanto gli altri. La sentenza non l'ho
proferita io. Se quel testamento fu giudicato essere un documento falso, fu
perch le prove ne risultarono numerose, chiare, palmari. Per non comprendo a
che conclusioni il signor Suardi voglia tirare le sue parole.
 Le conclusioni sono che oggi saltarono fuori dei fatti da cui risulta che
quel testamento era tutt'altro che un documento falso; e che per conseguenza,
dopo settant'anni, la casa Baroggi deve andare al possesso di quanto le
appartiene per diritto.
 Se ci , rispose con agrezza e con sarcasmo il marchese, non so per che cosa
V. S. sia venuta da me. Io non sono il tribunale.
 Se V. S. non  il tribunale,  per il marchese F...; vale a dire che  il
pronipote del conte F..., del quale le deve premere la fama.
 La fama del mio avo?
 Se quello che oggi io so... e che domani, occorrendo, potr esser fatto noto
all'autorit, si fosse conosciuto settant'anni sono, l'illustrissimo signor
conte F... avrebbe perduta la nobilt per s e pei suoi discendenti, e sarebbe
stato condannato ad una pena infamante.
 Signor Suardi, disse il marchese alteratissimo, mi lusingo ch'ella non vorr
abusare della mia tolleranza.
 Voglio vedere invece s'ella sapr far uso della sua sapienza. Io non venni
qui per insultar nessuno. Che pro ne avrei per me e per gli altri? Venni
invece per proporre al signor marchese i modi di ovviare a tutti gli scandali.
 La mia coscienza mi dice di non avere nessun timore d'affrontar scandali. Chi
li teme, provveda a scansarli.
 Ma qual compiacenza, disse il Suardi indignato, pu trovare il signor
marchese nel sentire che si abbia a sapere da tutto il mondo che il suo signor
nonno  stato un ladro!
 Mi stupisco come questa parola debba uscire dalla bocca del figlio del
Galantino. Vostro padre fu scacciato dalla casa del mio prozio per infedelt.
 Ed io so che il vostro nonno eccit mio padre a togliere il testamento dallo
scrigno del defunto fratello. So che per spingerlo a ci gli fece tenere del
denaro; so che, per mezzo del suo maggiordomo, gli promise ventimila lire
milanesi di regalo ad opera compiuta, e quando fossero superati tutti i
pericoli. So che, scomparso il testamento e rimasti in casa F... quei milioni
che dovevano passare in casa Baroggi, il signor conte vostro nonno non si
ricord pi nemmeno della promessa, considerato che a mio padre non rimaneva
modo di far valere le proprie ragioni innanzi alla giustizia; motivo per cui
mio padre tenne sempre presso di s il testamento involato, nel pensiero che
col tempo si sarebbe presentata una occasione di punire la vilissima azione
del signor conte. Durante la sua vita, l'occasione non si present mai; ma il
vostro nonno, accecato dall'avarizia, non fu previdente, ed io sono qui a far
le veci di mio padre. Questi lasci scritta la relazione ampia e
circostanziata di tutto ci che  avvenuto; in essa espone e confessa la parte
che ebbe in quel fatto; convalida il tutto con giuramento, e medesimamente
asserisce e giura che il testamento stato depositato presso il tribunale  il
vero testamento scritto di proprio pugno dal prozio di V. S. Ill...
Una tale relazione mio padre la rimise nelle mie mani al letto di morte,
lasciando a me piena facolt di fare di essa quello che mi fosse parso pi
conveniente. Ora il signor marchese pu dire di essere al fatto di ogni cosa;
pu indovinare il motivo per cui sono qui; pu pensare a condurre le cose in
modo perch un tale mistero, che per settant'anni rimase nel bujo, continui a
rimaner nel bujo per sempre. Il signor marchese conceda alla famiglia Baroggi
la met dell'eredit contestata. I tribunali non devono saper nulla, perch 
una transazione da farsi e compirsi in via amichevole. Io tacio, il signor
marchese tace, la casa Baroggi tace, e tutto resta finito colla soddisfazione
e l'utile di tutti. Che ne pensa il signor marchese?
 Penso, rispose il marchese dopo qualche tempo, che chi ha potuto inventare il
testamento e presentarlo al tribunale come un documento autentico, pu bene
avere inventato anche il romanzo di cui vossignoria, cos in digrosso, mi ha
dato il sunto, e che mi sembra degno della fantasia dell'abate Chiari.


VII

Il Suardi rimase muto; l'ira che lo invest alle parole del marchese fu di
quel genere che pel momento toglie al labbro la facolt di parlare.
Ma, oltre il dispetto che gli venne dall'imperterrita tracotanza del marchese,
ci che lo fece ammutolire fu il ritorno di un pensiero che gi gli si era
sollevato in mente; che, cio, l'autorit giudiziaria, come aveva sentenziato
essere falso il testamento, poteva per le ragioni medesime sentenziare essere
una invenzione perversa anche la relazione e la confessione di suo padre. La
pessima fama paterna, l'antecedente giudicato, la riputazione, la nobilt,
l'autorit di casa F... costituivano degli antecedenti e delle circostanze
tutte favorevoli al marchese, tutte contrarie al Baroggi.
Allorch si  convinti che un fatto  vero; che una ingiustizia si compie; che
altri stanno commettendo un'azione iniqua, a gravissimo danno di qualcuno, e
nel tempo stesso si considera come la legge non sia sufficiente a venire in
soccorso di chi ha ragione, come la fortuna abbia saputo congiurare in tutti i
modi perch la verit stessa e la stessa giustizia si presentino sotto una
falsa luce, l'animo riman colto da una specie di disperazione che scompiglia
lo spirito e fa dare in tali schianti d'ira da farci uscire dalla necessaria
moderazione e da spingerci a commetter degli atti che quasi ci costituiscono
in colpa.
Infatti il Suardi, dopo aver taciuto per un pezzo:
 Or ben mi accorgo, proruppe alzando e guatando con occhi biechi il marchese
dal capo alle piante; ben mi accorgo che ella  il degnissimo figlio di suo
padre e il pi degno nipote di suo nonno, razza d'infami e di ladri, che
protetti dalla nobilt, dalle apparenze, dai milioni, dalle parentele, dagli
amici satelliti, dai clienti vili, dalla stessa autorit che si lascia
corrompere volontieri; che facendo l'ipocrita, biasciando ostie sugli altari
per dare pubblico spettacolo di religione e di santit al popolo credenzone,
commettono impunemente ogni sorta di colpe. Ladro fu il vostro nonno, ladro il
padre vostro e pi ladro di tutti, voi, signor marchese; e ve lo dico a chiare
note, e se vi credete offeso, vi sfido. In questa faccenda io non ho interesse
di sorta. Anzi  a mio danno se mi son lasciato indurre a mettere nelle mani
dei Baroggi quella carta di cui io poteva disporre a mio beneplacito. Ma
l'idea di una iniquit rimasta impunita per tanti e tanti anni; ma il pensiero
che quella povera donna stata tradita dal vostro infame prozio meritava una
vendetta postuma; ma il considerare che il vostro padre scellerato non ha mai
saputo dare nemmeno un soldo di carit a chi era stato defraudato di tanti
milioni; ma pi di tutto, il vedere che anche oggi l'ultimo dei Baroggi, che 
un mio amico,  sul pendo della povert insieme colla madre, nata di famiglia
nobilissima e che s'illustr gloriosamente insieme col marito sui campi
napoleonici; tutte queste cose mi han fatto risolvere a dar corso a questa
giustizia, mi han fatto risolvere, perfino a turbar la memoria del padre mio.
Or vede, signor marchese, che disprezzo ella mi deve inspirare; ma gi dovevo
sapere che non era a sperar nulla da un nemico del paese, da uno che ha fatto
tornar qui quella maledetta peste dell'Austria, da uno che congiura coi
Gesuiti a infestar le coscienze, a guastare la giovent, a corrompere la
generazione. Razza di ladri siete voi tutti; razza di ladri e, in un bisogno,
anche di spie.
Il marchese aveva gli occhi fuor delle orbite; spalanc l'uscio, chiam i
servi a gran voce.
Tutta la famiglia, accorse.
 Scacciate, grid il marchese, questo furfante dalla mia casa.
I servi, in quattro o in cinque, si accostarono al Suardi; ma esso non ci
vedeva pi; e al primo sentirsi tocco dalle loro mani, alz il nodoso bamb,
lasciandolo cadere come un flagello sulle loro schiene passamantate. Nacque un
parapiglia e uno strepito che mise a rumore tutta la via.
La folla si ferm sotto le finestre e innanzi al portone.
Molti salirono le scale ed entrarono nell'appartamento. E di l a non molto un
picchetto di poliziotti, di quelli che vennero chiamati in seguito, con poco
gloriosa antonomasia i solda della sgiaffa, capitanati da due gendarmi,
entrarono presso il marchese; e, dopo aver sopportate alquante percosse
dall'inferocito Suardi, s'impadronirono di lui e lo trassero a Santa
Margherita.


VIII

Taluno potrebbe lamentarsi che, dopo sette capitoli, la Compagnia della Teppa,
che fu messa in cima a questo libro come un frontespizio appetitoso per
attirar gente, non sia ancora entrata regolarmente in fazione. Ben  vero che
nel bel primo capitolo ella  comparsa al mostrone, e ha fatta anche qualche
evoluzione colle sue armi di precisione, quantunque non dotte; ma conosciamo i
lettori e bisogna accontentarli.
Se non che, siccome abbiam dovuto segnare i contorni delle figure principali
del quadro, prima di arrischiare le linee del fondo; e in un angolo, per le
nostre buone ragioni, ci convenne far trapelare di gi il gruppo futuro
dedicato ai sentimenti del cuore; e nel mezzo alcune aspre figure incaricate
di rappresentare tre o quattro de' pi formidabili peccati capitali; e in
altro lato, per l'equilibrio necessario della linea, alcune facce di
diversissimo carattere, onde obbedire alla legge estetica dei contrasti; cos
ora ci sar necessario di metter gi la tinta generale dell'ambiente storico,
prima di far sfilare regolarmente innanzi a noi le macchiette pi o meno
strane e bizzarre di coloro onde si venne costituendo la veramente brusca
Compagnia della Teppa.
Caduto Napoleone a Waterloo, tradito sul Bellerofonte, incatenato come
Prometeo allo scoglio di Sant'Elena, tutt'Europa in un giorno si trov
arretrata d'un secolo. La fortuna porgendo ajuti inattesi agli errori militari
del mediocre Wellington, aveva fatto cadere il capolavoro campale
dell'inarrivabile Bonaparte. Il progresso del mondo che, venuto nelle mani di
un genio armato e inesorabile, pareva non dovere trovar pi ostacoli
nell'avvenire, di improvviso si mostr al sole come un mucchio di rovine, al
pari della Roma di Nerone distrutta dalle fiamme in una notte. Tre secoli di
preparazione coraggiosa, insistente, indomabile, una schiera di genj
emancipatori, sempre decimata e sempre rinnovata, come il drappello della
morte, erano trascorsi indarno, avevano lavorato indarno. Wellington,
Schwartzenberg, Blcher, vale a dire un uomo di second'ordine, ajutato da un
bue e da un cignale, aveano bastato a tanto. Davvero che a pensarci cadon le
braccia, e i supremi concetti della verit, della giustizia e della grandezza
sembran larve e menzogne.
Pio VII, rinnovatore di tenebre, era tornato a Roma per ispegnere,
riabilitando i Gesuiti, la luce feconda uscita dal Breve Dominus ac Redemptor
di Clemente XIV. A Vienna l'alleanza dei nemici dell'umanit s'era chiamata
santa, quasi a compromettere il calendario e il martirologio. Il parricida
Alessandro era diventato il dittatore d'Europa, Francesco d'Austria, Tiberio
casto e bigotto, ma pi crudele dell'antico, ricuperava la facolt di
assicurare al suo impero la fama di spavento della civilt. Tutti i Borboni,
in Francia, in Spagna, in Italia, erano ricomparsi, come il ritorno di un
contagio, come la peste del bubbone, come il colra.
Quello di Napoli, morto che fu Murat, s'affrett a decretar onori a' suoi
assassini. Ristaurato era il granducato di Toscana, ristaurato il ducato di
Modena. Gi il re Emanuele di Piemonte aveva con un decreto fatto scomparire
tutto quanto il sedimento fecondo lasciato gi dal regno italico. Gi
Francesco d'Austria e il re di Napoli s'eran trovati a Roma intorno al papa.
Gi la citt di Milano era stata visitata dall'Imperatore, che aveva nominato
il vicer del regno Lombardo-Veneto. Il governo austriaco in Lombardia era
compiutamente costituito e ordinato e di qui influiva direttamente e
indirettamente su tutta Italia.
Gi la popolazione nella sua pi larga generalit, stanca di cos lungo e
incomodo scombussolamento, si era adagiata, intenta ai proprj interessi
individuali, nel nuovo ordine di cose. Gi nella classe dei pubblici
funzionarj, dei nobili, dei negozianti, fatte sempre le debite eccezioni,
erasi svegliato un germoglio, se non di simpatia, di tolleranza almeno, verso
il ritornato dominio. Ad omettere i frequentati Tedeum ufficiali, comandati
sempre dai dispacci governativi, i ciambellani abbondavano intorno al
sorridente vicer Ranieri; le dame di corte affluivano intorno alla
viceregina, giovane, bella ed alta come un granatiere. La popolazione
accorrente alle processioni della Santa Croce e del Corpus Domini, trovava
ameno e soave l'eterno sorriso dell'arcivescovo Gaisruck.
In altra parte e in altro tempo era una gara per ottener biglietti onde
assistere alla lavanda dei piedi nella sala delle Cariatidi a corte. Il
popolo, stanco di disinganni, aveva trovato il modo di mettere in pratica il
detto vetusto: accontentati di quello che hai; onde pot acconciarsi a
mangiare di buon appetito anche le semplici patate, mentre in addietro gli
erano venuti a noja perfino i pruriginosi tartufi.
La platea del teatro della Scala, pur troppo, batteva le mani al comparire
delle Loro Altezze nel duplice palchetto.
Le faccende del mondo teatrale, segnatamente dell'opera in musica, avean
cominciato a diventar l'occupazione principalissima del bel mondo; per se
otto e dieci anni prima era un assiduo tener dietro ai movimenti delle truppe,
alle nomine dei marescialli, ai bullettini della grand'armata, questo medesimo
interesse erasi tutto rivolto a sapere invece, se, per esempio, Gioachino
Rossini scriveva piuttosto per la fiera di Sinigaglia che per il Tordinona di
Roma; a disputare se Mozart aveva avuto pi fantasia di lui; a domandare se
Filippo Galli era di nuovo stato scritturato per la Scala; se si poteva
sperare che Tacchinardi avrebbe cantato al teatro Carcano; e sopratutto, per
qualche tempo, a chieder notizie sull'incendio del teatro San Carlo di Napoli;
e se una volta nelle osterie e nei caff nascevan feroci dispute per dare la
preminenza piuttosto a Ney che a Massena, piuttosto a Murat che a Bessire,
caricatori incliti di cavalleria, or quasi venivasi alle mani per la
preferenza da darsi piuttosto alla Catalani che alla Pisaroni, piuttosto a
Nozari che a David.
Ci in quanto alla generalit del bel mondo; rispetto agli specialisti, tra
chi portava un certo amore, per esempio, all'arte drammatica, era un
discorrere assiduo di De Marini e Modena e Barlaffa, e della esordiente
Marchionni e dei due Righetti, il milanese e il veronese; e del caratterista
Pertica e del padre nobile Verzura, ecc. ecc.; e un discutere alquanto
appassionato se i dilettanti del Filo-drammatico fossero migliori di quelli
del Filo-Gambaro o del Filo-Fuston o del Filo-Navasc, teatrini di dilettanti
allora in gran voga in Milano, ed ora scomparsi tutti. Se poi erano antiquari,
o proprietarj di quadri, o incettatori di nummi e cammei, non facevano che
parlare del ritorno di Canova a Roma cogli oggetti di belle arti restituiti
dalla ristorazione francese, e della fondazione del Museo borbonico a Napoli,
o del Leone alato rimesso sulla colonna della piazzetta di Venezia. Di tutti
costoro, che formavano i quattro quinti del mondo colto e gli undici
dodicesimi della popolazione, non v'era chi punto si occupasse delle cose di
politica; era un terreno che avea scottato e disgustato troppo: per era molto
se correva sottintesa la nozione della Carboneria; quasi ignote eran le stte
dei Sanfedisti e dei Calderari; il nome poi di Adamo Weishaupt e del suo
Illuminismo, chi lo avesse proferito, poteva essere compreso come un
professore di meccanica celeste da quelli che appena conoscono le quattro
operazioni aritmetiche.


IX

Questo fenomeno storico s'era prolungato dal 15 al 18; soltanto i movimenti di
Rimini avevan fatto nascere alquante bolle fuggitive sull'ampia gora
stagnante; il tentativo di Macerata aveva per poco sospesa l'attenzione
esclusiva per la Gazza ladra di Rossini. Gli arresti dei Carbonari di Rovigo
avevan fatto pi senso della misera fine di Aristodemo. Ma la calma
rimettevasi presto.
Codesta calma tuttavia non piaceva alla giovent, a qualunque classe
appartenesse; a quella giovent che, nell'infanzia, dalle scuole, dai collegi,
dal recinto domestico aveva assistito, con prepostera alacrit, ma senza poter
avervi parte, alla turbinosa epopea napoleonica; e nell'assiduo desiderio di
uscire una volta dalla condizione di fanciulli e di adolescenti, d'improvviso
trovarono che tutto era finito, quando appunto anche per essi parea venuto il
momento di pigliar le armi, di aspirare alle spallette, alla Corona ferrea,
alla Legion d'onore. I pi ardenti che, non sospettando un cos repentino
cangiamento di cose, aveano adoperato ogni cura per essere pi preparati alla
lotta, nella delusione rimasero iracondi. Quel che avviene nell'ordine fisico,
avviene nell'ordine morale: se un giovane di tempra robustissima,
abbisognevole di moto e attivit ed espansione, vien condannato, per
circostanze non prevedute, ad un tenore di vita sedentario e tranquillo e
chiuso,  facile assai che da quella medesima robustezza, da quel medesimo
rigoglo del sangue compresso e respinto, gli derivi qualche malore, che lo
renda dannoso a s e agli altri, mentre sarebbe stato utilissimo, se l'indole
sua naturale e le occupazioni a cui si era preparato fossero state assecondate
e adempiute. Cos press'a poco avvenne di moltissimi tra i giovani lombardi,
che, nel punto di lasciare il collegio e l'universit per vestir l'assisa
militare e passeggiar l'Europa militando, si trovarono condannati
all'immobilit, senza sapere a che appigliarsi.
Tutti questi giovinotti, che per essere naturalmente accattabrighe e
turbolenti e maneschi, avevan tutta l'attitudine, se fosse continuato il tempo
delle guerre, a saltar in mezzo a un battaglione quadrato, ed afferrare un
caporale austriaco per la cravatta, a far prodigi investendo il nemico a
bajonetta in canna; costretti invece a rimaner chiusi in casa, bisogn pure
che sfogassero il loro prurito in qualche modo; in quella guisa onde spesse
volte le adolescenti monacande, nei silenziosi chiostri, non essendo mai
consolate da nessun bel viso di giovane, eccitate dall'istintivo ardore del
sangue, arrivano a trovare appetitoso perfino il faccione dell'ortolano e
dello spaccalegna del convento. Se a un torrente si chiude lo sbocco da una
parte, esso irrompe da un'altra.  antico l'adagio, che quanto non va nella
suola, va nel tomajo. Tra gli anni 1816 e 1817 non pochi di codesti giovani,
attratti da un'indole congenere, si trovarono insieme e si confederarono; e
non avendo un nemico propriamente detto da combattere, si accinsero, per
passatempo e a sfogo di umori acri, a tribolare il prossimo. Cominciarono
dapprincipio con alcune risse, spontaneamente offerte dall'occasione; di poi,
l'esito pi o meno fortunato di quelle li venne impegnando grado grado a un
sistema di offesa e di difesa; in seguito, acquistatisi qualche fama per
frequenti e chiassose vittorie, si diedero, come avevan fatto un tempo i
paladini e poscia i capitani di ventura, a fiutare dappertutto dove vi fosse
da menar le mani, da metter la via in rumore, da portar lo scompiglio in
qualche pubblico o privato convegno, da disturbare qualche crocchio di
persone. Codeste loro imprese, al pari dei melodrammi, si dividevano in serie,
semiserie e buffe. In generale per, nella loro intenzione, meno qualche caso
di vendetta, non avevano mai fini n serj, n colposi; bens avveniva spesso
che una soperchieria fatta da essi per ridere e passare il tempo, producesse
poi degli effetti gravi, e qualche volta anche funesti.
Per trovar le prove di ci in un fatto a cui abbiamo assistito; se il bastone
della compagnia brusca avesse fracassata la viola-Stradivari del professor
Majno, che a lui era costata lire tremila, per metter insieme le quali aveva
dovuto sottostare a mille privazioni e tenere allo stecco tutta la famiglia;
il mondo poteva ridere fin che voleva, ma l'egregio professore del
Conservatorio avrebbe dovuto passare lunghi giorni di lutto e ritornare alle
privazioni di prima, e far gemere di nuovo la famiglia; ch non per nulla
aveva sagrificata la schiena al troppo caro istrumento. Ma questo  ancor
nulla; ma i socj della Teppa avevano un gusto matto di bastonare i mariti per
toglier loro le mogli. Non sar stato frequente il caso che un marito
idolatrasse la moglie come il Majno idolatrava la viola; ma, in ogni modo,
essere assalito di notte all'impensata, sentirsi bastonato molto, trascinarsi
a casa a passo lento come il Cucullino di Ossian, tastarsi le doglie,
prepararsi l'empiastro d'olio e cera, applicarsi le fasciature; in ultimo, tra
le fitte in crescendo del dolor fisico, volgere intorno lo sguardo, e trovar
la casa deserta, e non veder pi la moglie, e domandarla indarno, come Enea
aveva fatto colla sua Creusa; e poi pensare, oh orrore! che i rapitori eran
tutti giovani e anche belli, e che la cara moglie era bella e molto giovane e,
per certi sintomi,

Forse non nata a fedelt modello;

caro lettore, siamo giusti e non neghiamo la nostra piet a quel migliajo di
mariti, de' quali il citato non  che uno smorto ideale.
Queste soperchierie quotidiane avevano suscitato un certo spirito guerriero
anche in molta parte di quella popolazione che non apparteneva alla Teppa; ch
non creda il lettore che i compagnoni di essa fossero invulnerabili come
Achille, concessa la sanatoria anche del tendine. No le rappresaglie
nascevano, e frequenti e feroci. E molte volte quelli che s'eran mossi per
rompere la testa altrui, eran andati a casa colla testa rotta. Per aver
un'idea di codesto spirito guerriero passato di quel tempo dai campi aperti
delle battaglie europee nelle anguste vie della tortuosa citt nostra, basta
dare un'occhiata ai bastoni dei nostri padri: bastoni che da quarant'anni
giacciono polverosi e dimenticati in qualche angolo di qualche vecchia casa;
bastoni di frassino o di spino o del pi formidabile corniolo, con pomi
d'avorio grossi come biglie, e puntali lunghi di ferro. In quella guisa che
gli spadoni a due mani, adoperati dai catafratti, che si trovano in qualche
polverosa armeria, ci danno idea dei feroci costumi del medio evo; cos que'
bastoni ci insegnano senza parlare la storia di quarant'anni fa. Un nostro
amico pi che ottuagenario, il quale ebbe il vanto di conservare una
fanciulla, che si chiamava la bella Celestina, all'affetto di un celebre
suonatore di flauto, lavorando senza piet sulle terga dei rapitori, ci mostr
il suo storico bastone che aveva servito a quell'impresa, e che noi abbiamo
guardato ed ammirato e palleggiato con quella divozione onde i visitatori
della cappella di Aquisgrana toccano e sollevano la Giojosa di Carlomagno.


X

Per la Compagnia della Teppa, fra tante ribalderie poteva anche, a
intervalli, vantarsi d'aver compiuto qualche fatto che collimava persino cogli
intenti supremi della giustizia assoluta. I suoi mezzi, come al solito, non
furono mai n legali n legittimi, e nemmen lodevoli; ma per quanto un
filosofo sentimentale avesse pensato e ripensato, non avrebbe mai trovato il
modo di far la giustizia pi prontamente e pi compiutamente che con quei
mezzi. Siamo sempre alla vetusta teoria della giustizia sommaria, che sola
riesce a tagliare dei nodi che nessun codice umano si attenta nemmen di
toccare. Per pi di un birbone sotto mentite spoglie, di quelli che alla
sordina rovinano la societ come fanno i topi nei bastimenti; pi d'un
funzionario pubblico noto per abusi di potere non intaccabili dalla legge; pi
d'un padre tiranno, pi d'un marito assassino fu messo al dovere dalla
minaccia e dall'assaggio del notturno bastone. Queste imprese eccezionali non
avvenivano per merito dell'instituzione, ma bens per la inclinazione speciale
di alcuni pochi individui che ne eran membri: giovinotti ardenti, ma acuti e
generosi, ma dotati di tempra e d'ingegno affatto eccezionali.
Nessun di costoro erano, come si suol dire, persone serie. Tutt'altro: non
avrebbero potuto appartenere alla Compagnia della Teppa; eran tutti uomini
dediti al buon tempo, ai bagordi, al fracasso. Taluno, fornito ad esuberanza
del tubere della giovialit e della potenza comica e della virt della satira
empirica, per distinguerla dalla poetica, tutti i giorni inventava qualche
stranezza, gettava qualche insidia che con modi berneschi andasse a ferire in
sul serio qualche mala bestia della societ patrizia o della burocratica; o
mettesse in ridicolo qualche fatto del pubblico o del privato costume, qualche
stolta consuetudine, qualche provvedimento sciocco.
Di tal tempra era, tra gli altri, un certo Mauro Bichinkommer, incisore di
cifre, milanese, che aveva dimorato per molti anni a Torino, e poscia di l
aveva dovuto ridursi a Milano, in conseguenza di alcuni scherzi serj fatti
subire a personaggi collocati in alto. Costui era un famoso imitatore d'ogni
mano di scritto. Usando di tale singolarit, una volta, a Torino, aveva
spedito un ordine, come se fosse del primo ministro di corte, con cui
comandava al castellano di recarsi sulla piazza di Madama Reale nel mattino
colle truppe, volendo il re fare una rivista generale. (Il re, contro il genio
storico della dinastia Sabauda, s'intendeva di milizia come d'astronomia). La
seconda burla fu un invito segnato dal principe di Carignano al provinciale
dei Cappuccini, di recarsi alla casa del principe per trasportare alla chiesa
la povera principessa sua moglie morta di parto. (Il Carignano non aveva
ancora avuto figli). La buffonata ebbe luogo con grande scandalo della casa
principesca ed infinite risa del pubblico. La terza burla fu un invito a
pranzo fatto a diciotto curati della citt e sottoscritto dal segretario di
quell'arcivescovo con ordine contemporaneo ai pasticcieri, ai pizzicagnoli,
agli osti di mandar dolci, salsiccie, manicaretti. (L'arcivescovo era famoso
per la sua sordida avarizia, e i diciotto curati erano stati scelti fra i pi
ghiottoni).
Vedremo in seguito come i fili della nostra azione drammatica si verranno
arruffando per la bizzarria della sua indole e del suo ingegno.

LIBRO DECIMONONO

Mauro Bichinkommer. Francesco I e i Milanesi. Il conte Alberico B...i. I
genitori della Stefania. Monsignore Opizzoni e il filosofo Cardano. Ritratto
di Giunio Baroggi. L'impresario Barbaja. Il Monte Tabor. L'Ildegonda di
Tommaso Grossi e il Coro della battaglia di Maclodio. Rossini e Carlo Porta.
Gaetano Donizetti. Giunio Bazzoni, Pozzone e Redaelli di Cremona. Francesco
Hayez e Pompeo Marchesi. La viceregina e Stefania Gentili. La Compagnia della
Teppa e i conjugi Falchi. Il Palazzo della Simonetta. Rapimento di dodici
nani. Vendetta longobarda. I Federati. Conferenza in casa del calzolajo
Ronchetti.


I

Di Mauro Bichinkommer giova delineare e colorire il ritratto pi accuratamente
che ci sar possibile, tenendo conto di tutte le notizie che intorno a lui ci
diede il vecchio Giocondo Bruni che fu suo amicissimo.
Il suo cognome strano, aspro e di germanica desinenza, potrebbe a tutta prima
indisporre il lettore italiano contro di lui. L'Austria ci ha talmente guasto
il sangue, che ogni qualvolta ci compare innanzi un galantuomo con cognome
tedesco, il cuore, invece di espandersi, imita le corna delle lumache quando
sentono il tatto di un corpo straniero. Ci ricorda che, viaggiando in Italia
nel 1848 in compagnia d'un nostro caro amico italianissimo, ma che aveva la
disgrazia di un cognome che finiva in er, ogni qualvolta ei presentava la
carta di passo alla porta di qualche citt, tosto era un aggrinzar di ciglia
nell'impiegato che guardava la carta, un rientrare sollecito per darne avviso
al capo d'ufficio, e quasi un batter a raccolta prima che l'amico indispettito
e fuor de' gangheri non avesse dato conto dell'esser proprio, e mostrato di
essere nientemeno che un incaricato del governo provvisorio di Venezia.
Non mettiamoci dunque in agitazione se il nuovo nostro personaggio si chiama
Bichinkommer. Egli era di origine svizzero; il suo bisavo per commerci era
venuto a Milano nella prima met del secolo passato; qui si era fermato, qui
aveva preso moglie, e come di cosa nasce cosa, cos d'uno in altro parto venne
la volta anche per il nostro eroe, che nacque a Milano in via de'
Pennacchiari. Anche la via giova a provare ch'esso era milanese in tutta
l'estensione onde si pu esserlo. Messo a scuola, erasi distinto nella
calligrafia e nell'imitare con straordinaria esattezza ogni sorta di caratteri
s stampati come manoscritti; era passato poi nelle scuole di Brera a studiare
l'ornato sotto Giocondo Albertolli: in seguito sotto a Longhi a imparare
l'incisione; ma nel 1808, colto dalla coscrizione, abbandon l'arte grande ed
entrato negli ufficj del genio militare, si applic a disegnar mappe, piani,
ad incidere carte geografiche e topografiche. Nel 1814, tornato a Milano da
Laibach, dove erasi trovato collo stato maggiore di Beauharnais, si diede
all'incisione di caratteri e d'ornamenti per indirizzi, per cifre, per oggetti
d'oreficeria e d'argenteria. Lavorando per tutto e per tutti con inarrivabile
prontezza e bravura, guadagnava spesso la sua mezza sovrana al giorno,
impiegando tre o quattr'ore soltanto della mattina; a mezzod, sgombro di cure
e libero e colla borsa piena, trovavasi gi nel cortile del Falcone a bere la
sua mezzetta di vino bianco razzente. All'esercito aveva acquistato una certa
celebrit per i suoi talenti come incisore topografico; poi perch a Wagram
nel 9, a Fortolivo nel 12, quando occorse anche a lui di spianare il fucile,
erasi meritate le lodi speciali dei capi, ed era anche stato proposto per la
Corona ferrea, se per una delle tante combinazioni che avvengon sempre in tali
cose, il suo nome non fosse stato dimenticato sotto lo spolverino del
quartiermastro. Ma la dote per cui era prediletto dai camerati e dai colleghi,
e benvoluto e festeggiato perfino da' suoi superiori, era la perpetua sua
piacevolezza, erano i suoi trovati strani messi innanzi ad ogni occasione per
tenere allegri bivacchi e caserme. Sopratutto aveva un'attitudine
specialissima ad imitare altrui; e copiava le scritture d'ogni genere da parer
facsimili i pi perfetti; cos contraffaceva la voce, il gesto, l'incesso, lo
stile, le frasi, le smorfie caratteristiche di chicchessia. Allorch gli
ufficiali superiori sedevano a qualche banchetto, nell'allegria dei bicchieri,
non isdegnavano di mandare ad invitare il sergente Bichinkommer dell'ufficio
topografico. Brilli e un po' fuori di bilico, applaudivano a furia quando ei
metteva in caricatura qualche generale assente, il vicer Beauharnais, Murat,
qualche volta perfin l'imperatore.
Notissimo per tutte queste cose ai generali dell'esercito italiano, esso ebbe
occasione di trovarsi frequentemente con loro, quando ripatriarono.
Nella congiura militare del 1815, essendo conosciuto come uomo di scaltrissimo
ingegno e fermezza di carattere (ch questa rara qualit bene spesso si trova
nelle nature apparentemente pi bizzarre), venne adoperato dai generali
Bellotti e Fontanella per missioni di grande delicatezza. Veramente ei non era
stato messo a parte della congiura; ma aveva compreso tutto, e i suoi
committenti sapevano che, avendo gli occhi di lince, avrebbe penetrato
qualunque bujo; segnatamente poi lo avevano caro e prezioso perch, mentre
nelle loro mani era un congegno che lavorava mirabilmente, non correvano
pericolo di compromettere e di compromettersi. Quando la congiura venne
scoperta per opera di quel falso personaggio parente del Bellegarde, che
costui con astuzia felina aveva fatto venire espressamente a Milano a
rappresentare la parte di un messo del governo francese onde riscaldare ed
incoraggiare i congiurati all'intento di scoprirli, il Bichinkommer, che era
stato il primo a sussurrare all'orecchio del Fontanella come colui avesse
faccia da traditore, fu anche il primo ad evadere da Milano, allorch s'avvide
che la polizia militare era stata informata di tutto. Da Milano pass a
Torino, dove si ferm qualche tempo; poi torn a Milano come negoziante di
minuterie per vedere che aria tirasse, e per fiutare davvicino la polizia nel
punto di lasciarsi fare un passaporto in regola pei suoi viaggi commerciali.
Accortosi, con sua grande consolazione, di essere perfettamente ignoto
all'autorit, ripart, ma per ritornare e rifermare a Milano la sua dimora,
ripigliando la vecchia professione.
Quest'uomo detestava la nazione tedesca quant'altri mai poteva detestarla.
Aveva dapprincipio cominciato col disprezzarla considerandone gl'individui
dall'unico lato di una caricatura goffa, dura, sciocca e ridicola. Quando egli
imitava i modi, la lingua e l'accento di un ufficiale austriaco, se di ci
avesse dato accademia, avrebbe potuto mettere a un tallero il biglietto
d'ingresso. Ma il suo disprezzo si convert in un ben diverso sentimento dopo
l'astuzia onde l'Austria aveva ripigliata la Lombardia dopo la sconfitta
degl'Italiani di Murat, dopo le inqualificabili canzonature diplomatiche con
cui si era promesso tanto per non mantener nulla; segnatamente, dopo la
trappola tesa con s pieno esito dal maresciallo Bellegarde. Non poteva
capacitarsi che gl'Italiani avessero potuto acconciarsi a vivere tranquilli
sotto il dominio di gente che aveva apparenza pi di bestie che d'uomini. Si
rodeva entro s stesso pensando che alcuni uomini italiani, e specialmente
alcuni Milanesi, avevano potuto pensare al modo di far risorgere il governo
dei buoi della Carinzia, com'egli lo chiamava; e rodevasi tanto pi quando
vedeva che tutta quella immensa mandra di buoi ch'era venuta a provocare colle
inerti e antiestetiche figure le pi grasse risa dei Milanesi rifatti lor
schiavi, era dominata da due o tre uomini che, senza meriti reali, senza
nessun vero ingegno, n virt nessuna, n diritto a stima di sorta; pure a
forza di ostinazione, di dissimulazione, di taciturnit, colle doti del gatto,
in una parola, erano riusciti a canzonare i pi scaltri e ad averli sottomano.
Queste idee ei le teneva per s, e non si sprigionava con nessuno, perch
conosceva il mondo, e degli uomini, in generale, non aveva buona opinione, e
non si fidava di chicchessia. Per, valendosi della sua giovialit sarcastica,
alimentata dal suo cervello sano in perfetto accordo con un fegato di
diamante, si vendicava di tutti, mettendo tutti in canzone.


II

Nel tempo che Francesco I venne in Italia, egli, come tutti i Milanesi, aveva
di quell'imperatore quel concetto che si esprime col disprezzo. Ancora non
sapevasi nel mondo quanto, rimanendo pur sempre ignorante e inetto a qualunque
lodevol cosa, colui fosse astuto e crudele. Prima del 1820 tutte le qualit
morali e intellettuali dell'imperatore vennero espresse con inarrivabile
breviloquenza da quella parola che finiva in on, uscita dalla bocca dell'ombra
di Prina. A questo giudizio dei Milanesi dava appoggio il giudizio stesso
degli Austriaci e dei Viennesi. Nel tempo che l'Austria era stata messa al pi
duro partito dalle vittorie di Napoleone, sul piedestallo della statua
equestre di Giuseppe, nella piazza di questo nome a Vienna, fu posta una
iscrizione che diceva cos: Discendi, o imperatore Giuseppe, dal tuo cavallo
di bronzo, e riprendi le redini del governo. Francesco star seduto immobile
al tuo posto finch dureranno i travagli dell'impero. Or quando Francesco
fece il viaggio in Italia, venne, vide e non fece nulla; onde i Milanesi
ribadirono il giudizio della Prineide di Grossi. Molti epigrammi corsero
allora in pubblico intorno a lui, e il nostro Bichinkommer, che non conosceva
l'arte di fare versi giusti, ma che facilmente infilava la rima ed era poeta
nell'intimo, senza palesarsi mai con nessuno, come al solito, ne fece parecchi
che fecero ridere tutta la citt. Per citarne alcuni, egli attacc una notte
al piedestallo dell'uomo di pietra questo distico, che fu letto a lume di
sole:

Tutti si lagnano; io non mi lagno
Perch ho Francesco per compagno.

Un altro d, quando si seppe che Francesco I, dopo avere visitato tutti gli
stabilimenti di Milano, aveva lasciato ogni cosa come prima, scrisse egli
stesso sui muri delle vie pi frequentate:

Nuova aritmetica di fresco:
Zero e zero fa Francesco.

Medesimamente, ad un serraglio di belve ch'era stato aperto al pubblico in San
Romano, appose per affisso il motto:

CONSIGLIO AULICO IN VIENNA.

Ma quel che maggiormente fece chiasso e corse di bocca in bocca per gran
tratto di paese, fu il seguente epigramma ch'egli dett quando, partito
Franceschino dall'Italia, ognuno commentava l'accoglimento che gli era stato
fatto alla sua venuta ed alla sua partenza.
L'epigramma era questo:

Verona, citt giuliva,
L'applaude quando arriva;
Milano, che sa l'arte,
L'applaude quando parte;
Le altre citt, che la pensan bene,
L'hanno in c... quando parte e quando viene.

I versi non sono tutti versi; ma le rime ci sono e la sostanza fa le spese
della forma. N si limitava ai versi, ma metteva gli scherzi in pratica, e
sempre con qualche intento che racchiudesse una lezione.
A una festa che il Casino dei negozianti aveva sfoggiato, per festeggiare
l'arrivo delle LL. AA. il vicer e la viceregina, le carrozze di corte tenendo
ingombra tutta la via di San Paolo con insopportabile disagio degli
accorrenti, egli si present al battistrada, e parlandogli in lingua tedesca,
ch'egli aveva imparato fin da fanciullo, appartenendo, come sappiamo, ad una
famiglia d'origine svizzera tedesca; gli ingiunse, mettendo innanzi un ordine
del conte Settala, gran cerimoniere, di far tornare tutte le carrozze al
palazzo di corte. Il battistrada, sentendosi parlar tedesco e col piglio
autorevole di chi comanda perch sa di poterlo fare, obbed e con tanta
esattezza, che il vicer e la viceregina col seguito, quando uscirono dal
Casino, non trovarono pi le carrozze. Non si pu immaginare il furore in cui
sal l'ispettore delle stalle vice-reali, e il rabbuffo che ne ebbe il
battistrada; e il pestar dei piedi onde si sfog l'impazienza della viceregina
italica, indarno tentando d'acquietarla quel sornione ipocrita dell'arciduca
Ranieri, che, aspettando senza far motto, andava dondolando il capo come un
orso bianco del Baltico.
N solo esso prendeva di mira il governo e i personaggi pubblici, ma si
dilettava di ferire colle sue canzonature anche le persone d'ordine privato.
Infiniti aneddoti potremmo raccontare in proposito da farne un opuscoletto, ma
li teniamo in serbo per qualche compilatore d'almanacchi, e tiriamo innanzi.
Allorch, nel 1818, ei torn a Milano, la Compagnia della Teppa era gi salita
in qualche fama, ed egli, mentre si meravigliava che la polizia le lasciasse
commettere tante soperchierie impunemente, e, mentre in cuor suo disapprovava
che la tranquillit pubblica venisse turbata a quel modo senza ragione e senza
scopo, volle nondimeno aggregarvisi, nella persuasione che col tempo avrebbe
forse potuto recare anch'essa qualche utile. Sono i pi prepotenti e pi
maneschi della citt, egli rifletteva, che imparano la solidariet
dell'associazione; quantunque per fini indegni, pure si avvezzano ad una
scuola perpetua di coraggio e di pericoli; e con tutto ci l'autorit e la
polizia li lascia fare, nell'idea che, finch la parte pi giovane e pi
ardente del paese spreca le proprie forze nei vizj, nei bagordi e nei
tafferugli, il governo pu dormire pi tranquillo i suoi sonni. Ma il governo
s'inganna; e quando venisse il bisogno, questi giovani educati a dare alle
gambe dei passeggieri come cani da presa, possono diventar formidabili per
qualche cosa migliore. Tutto dipende dal comando e dal fischio del padrone.
Cos il Bichinkommer la pensava, e cos una sera, trovandosi a mangiare
all'osteria del Galletto fuori di porta Vercellina, dove quei della Teppa
solevano radunarsi quando in estate tornavano dal bagno o dal nuoto nella
vicina Olona, egli fece conoscenza con essi, e fu giudicato da tutti loro aver
tali qualit da meritare di essere piuttosto un generale che un gregario.
Nei primi giorni ch'egli entr in fazione con alcuni di loro, diede un diverso
avviamento alle imprese, e avvennero cose che non dispiacquero nemmeno ai
cittadini pi tranquilli e pi timorosi della bastonatura notturna. Fu per lui
infatti se una mattina la folla si accalc alle sbarre di quel tratto di
naviglio che corre dal Palazzo del Senato a Porta Nuova, per vedervi
galleggiar sull'onde, come se fosse un canotto americano, una garitta dipinta
in giallo e nero. Quella navicella di nuovo genere non voleva dir nulla per
s; ma il gran ridere che faceva il pubblico accorso, dipendeva da ci, che
sapevasi come quei della Compagnia della Teppa, colta l'occasione che la notte
era stata piovosa e che la sentinella col suo cappotto erasi messa al coperto,
presero la garitta e la gettarono con gran disinvoltura nel naviglio,
tutt'insieme, guscio e lumaca; con gran stupore di quel biondo gregario del
Baumgarten, il quale, temendo l'acqua piovana, si trov invece inzuppato in un
bagno pi fitto, e buon per lui che nelle acque del patrio Inn aveva imparata
l'arte del nuoto!
Esposti questi preliminari, con cui il lettore pu farsi un'idea abbastanza
compiuta del carattere eccezionale di questo Bichinkommer, aggiungeremo qui,
che egli, nello stato maggiore di Beauharnais, per motivi di servizio, aveva
avute intime relazioni col colonnello Baroggi, con sua moglie e col figlio;
che nel 1815, avendo il colonnello avuto parte nella congiura militare, fu per
un consiglio avuto dal Bichinkommer, se pot fuggire in tempo e riparare a
Parigi. Aggiungeremo altres, ed  ci che pi monta, che a Milano spesse
volte andava a far visita al figlio del Baroggi, in casa del Bruni; ch'egli
era per i rapporti della Compagnia della Teppa in grande intimit col giovine
Suardi. Ora, senza dilungarci a dipanare tutti i fili accessorj della matassa,
diremo che, dopo il fatto dell'arresto del Suardi, egli ebbe a trovarsi
insieme col Bruni e col Baroggi appunto; che, saputo da essi com'era corso il
fatto, e le cagioni che l'avevano provocato, e tutti gli antecedenti del
marchese F..., dell'avvocato Falchi, del consigliere F..., del notajo Agudio,
medit un piano di guerra affatto nuovo, il quale ci lusinghiamo far
strabiliare anche il lettore pi preparato alle sorprese.


III

Come quando, appena alzato il sipario, alla rappresentazione di un'opera in
musica, si sente al di l delle quinte, come se venisse da un camerino, il
vocalizzo di una voce femminile, che si sospetta esser quello della prima
donna e della quale il pubblico  in grande aspettazione; cos, senza vederla,
noi abbiam gi sentita la presenza della giovinetta Stefania Gentili; ne
abbiamo udito gli elogj; e in parte, per bocca del pubblico, ne abbiam
conosciute anche le qualit dell'ingegno e del cuore. Ma ora  tempo che
anch'essa compaja in iscena, col privilegio quasi sempre accordato dai
drammaturghi convenzionali al protagonista, di lasciarsi vedere, cio, dopo
che tutti gli altri personaggi hanno fatta la loro comparsa, e piuttosto al
second'atto che al primo, per dar tempo al pubblico di condensare la propria
impazienza.
Nella via dei Mercanti d'oro, in una di quelle case dove il portinajo 
impossibile; case vecchie, sudice e fetenti; piene zeppe d'inquilini da
sembrare alveari, la notte del 10 luglio dell'anno 1803, Caterina Frigerio,
ricamatrice in oro, moglie di Giacomo Gentili, impiegato d'ordine presso il
tribunale civile di Milano, diede in luce una bambina. Una certa Stefania
Corali, cantante in quiescenza, e che alloggiava i virtuosi e le virtuose di
terzo ordine che venivano a cantare nei teatri di Milano, fu la matrina che la
tenne a battesimo. Il battezzatore della neonata, gi lo sappiamo, fu
monsignor Opizzoni parroco della metropolitana, notissimo fin d'allora per la
sua vita rigorosamente ascetica e per l'instancabile zelo adoperato nella cura
delle anime. Monsignore volle egli stesso battezzar la fanciulla, per una
predilezione speciale in cui aveva i conjugi Gentili; due ottimi cristiani, di
costumi irreprensibili e di esemplare piet. Essi si confessavano e si
comunicavano una volta al mese; piuttosto che mangiare una fetta di salame in
venerd o in sabato, si sarebbero messi in nota per la palma del martirio;
astinenza che praticavano rigorosamente tutte le vigilie dei santi di gran
riguardo, nelle quattro tempora, tutta la quaresima, tutto il mese di Maria,
ecc. Della settimana santa non parliamo; il signor Giacomo, che era piuttosto
gracile e cui lo star tante ore al tavolino dell'ufficio a trascriver minute,
aveva fiaccato lo stomaco, ebbe spesso in quella settimana turbate le
digestioni dal troppo olio. Ascritto alla confraternita del Santissimo,
sospir, con un ardore che non  facile concepire, il felice momento di poter
essere uno degli otto che portano il baldacchino; e per un intero anno si
astenne dal bere vino, mettendo tutti i giorni nel salvadanaio i risparmiati
otto soldi onde in capo all'anno avere i danari per farsi un completo abito
nero. Il primo giorno che vest quell'abito, e che, nella sacrestia
occidentale del Duomo, infil i guanti bianchi di filugello colla rosetta
ricamata, la sua gioja fu una di quelle che non comprende umana idea.
La signora Caterina era perfettamente della stoffa del marito, e basta cos.
Queste due perle, che avevano quasi la medesima et, s'eran sposati trentenni.
Avevano passati tre anni senza aver prole, con vero rammarico di tutti e due;
ma il d della Madonna della Ceriola, avendo fatto accendere in Duomo due
candele, di quelle di cera fina miniate, una mattina la signora Caterina, cos
tra il pudore e la soddisfazione, sussurr all'orecchio del suo Giacomino,
ch'ella credeva finalmente d'avere avuta la grazia per cui tanto erasi
rallegrata la moglie d'Abramo. In quel giorno i colleghi di ufficio del
Gentili s'accorsero ch'egli aveva in corpo una allegrietta insolita, e si dava
spesso delle vivacissime fregatine di mano; onde taluno dei pi celiatori si
fe' di domandargli se aveva vinto al lotto. E veramente la signora Caterina
aveva indovinato; la gestazione fu delle meno incomode; il parto fu un
capolavoro di spontaneit; e venne in luce una bambina che si chiam Stefania;
fu data a balia, e dopo venti mesi torn a casa, bella, tonda e grassina come
un puttino dell'Albani; bianca e rasata che parea carta da scrivere, con due
occhi poi che parevan due stelle. Siccome il signor Giacomino era piuttosto
brutto, fors'anche per le abitudini devote che gli avevan tolto ogni
attraenza; e la signora Caterina, ad eccezione di una certa aggiustatezza
d'ossatura, non aveva nulla di straordinario, cos avrebbero dovuto esultare
di quel piccolo prodigio; ma, tant'egli  vero che se si ottiene molto, subito
si vuole aver di pi, essi trovarono d'affliggersi perch, in mezzo a tante
bellezze, la ragazzina avesse il nasino troppo piccolo e alquanto
schiacciatello. Bene le donnicciuole blaterone del vicinato li assicuravano
che tutti i nasi, quando sono destinati a diventar belli, i fanciulli debbono
averli a quel modo. Bene lor citavano molti quadri di chiesa, dove gli
angiolini avevano il naso simile a quello della loro bambina; ma essi non si
capacitarono di ci se non allorquando, verso gli anni otto, il nasino di
Stefania si mise nel pi perfetto accordo colle altre parti del suo viso, e, a
tutti i sintomi, dava indizio di diventar ancora pi bello.
 Che te ne pare, Caterina? disse un d il marito a sua moglie; avevan proprio
ragione quelle donne.
 S davvero, Giacomino. Ma bada che Stefania non ci senta, perch comincia a
mettersi in superbia.
Non ancora tredicenne, Stefania aveva raggiunta una s compiuta armonia di
bellezza e di leggiadria, con tale espressione nello sguardo, innocente e
affatto inconscia, ma per ci stesso esercitante un caro fascino su quanti la
vedevano, che divenne l'oggetto della predilezione di tutti. A ci si
aggiunga, che, trovandosi nella casa dell'ex-cantante Corali, dove provavansi
ogni giorno sul pianoforte i pezzi delle opere in musica allora pi celebri,
ella, per sola virt d'imitazione, ripeteva tutto quello che sentiva, con una
voce cos toccante nella sua acerbezza, con una intonazione s perfetta e una
espressione tanto superiore alla sua et, da fermar l'attenzione di quei
medesimi cantanti che nelle stanze della Corali attendevano alle loro
esercitazioni mattinali. Se non che, dobbiamo qui tener conto di un fatto
strano, ed  che, in ragione che ella diventava sempre pi cara e interessante
a quanti la vedevano, veniva per contrapposto a perdere sempre pi della
benevolenza di un uomo.


IV

Monsignor Opizzoni aveva l'abitudine di visitare una volta o due alla
settimana quelli tra i suoi devoti che pi aveva in petto. I conjugi Gentili
erano tra gli eletti, e come esso prediligeva i genitori, cos per qualche
tempo prodig le sue gentilezze sante anche alla bambina, regalandole Agnus
Dei, immagini di santi, libretti da messa, ecc. ecc.; ma, di tratto, e quasi
senza accorgersene, egli prov una certa avversione per lei, quando appunto si
vennero in essa sviluppando tutte quelle qualit per cui era diventata tanto
cara agli altri. Quell'uomo aveva sortito dalla natura, e aveva avvalorate
colla pi rigida costanza nelle abitudini della vita, tutte le qualit che
costituiscono i santi; ma i santi senza talento. Il sentimento, il cuore, le
intenzioni erano mirabili; ma la mente non era di quelle che Romagnosi, a
scrupolo di scienza, chiam sane.
Egli aveva preso con soverchio rigore matematico il detto e il fatto, che il
mondo non  che un luogo di passaggio. Per questa ragione, riputando che
l'uomo non deve mai n pensare n operare se non nell'intento supremo di
meritarsi un posto nel regno de' cieli, aveva sgomento e avversione di tutto
ci che pu rendere pi cara e pi attraente ai mortali la vita mondana; in
certi momenti in cui lo invadeva pi del consueto il sacro furore
dell'ascetismo, avrebbe voluto che la luce del firmamento fosse lugubre e
uggiosa, che le stelle inviassero sulla terra un raggio sinistro, che i fiori
non avessero fragranze, che le donne non avessero avvenenza. A forza d'adorare
Iddio, di non pensare che a lui, di credere che ogni cosa si dovesse fare
quaggi onde glorificarlo, per uno strano pervertimento del suo giudizio, di
cui non aveva la consapevolezza, veniva di tal modo ad offendere Dio stesso,
rifiutando e biasimando gran parte delle opere sue mirabili. Non arriv mai a
sospettare che il fattore del mondo, se ha dato alla pi squisita delle sue
creature tanti doni seducenti, non lo deve aver fatto a caso; che il rifiutare
quei doni stessi era un cessare dalla sua adorazione. Ma sopratutto egli aveva
un'istintiva ripugnanza per le donne, sempre inteso, quand'erano giovani e
belle; aveva paura di loro, come di un serpente insidioso; paura non egoistica
ma tutta oggettiva, convinto come era che la maggior parte dei peccati
ricevevano da esse il pi succoso loro alimento, che esse erano le confederate
pi attive e pi fedeli del diavolo; che, pur senza volerlo ed anche colle pi
virtuose attitudini del mondo, ma soltanto collo spettacolo inevitabile delle
loro grazie e delle loro attrattive, riuscivano funeste agli altri e, per
consenso, anche a se stesse. Dopo la bellezza egli temeva l'ingegno, sempre
inteso quando usciva dalla misura vulgare. Ei soleva dire che per amar Dio non
occorreva tanta sublimit di mente n tanto slancio di fantasia; senza aver
lette le opere del Cardano, e con tanta discrepanza di intelletto e
d'intendimenti, egli concordava con lui in quella balzana e audace opinione,
che le condizioni della societ furono sempre peggiorate dalla comparsa degli
uomini di gran talento.
Con tutto ci egli era un lettore indefesso di quanto si veniva pubblicando
per le stampe; non v'era opera o brochure francese, per quanto eterodossa, e
rivoluzionaria, e diabolica ch'egli non raccogliesse nel proprio studio. Chi,
senza conoscerlo, avesse dato un'occhiata alla sua libreria segreta avrebbe
detto ch'essa apparteneva a qualche volterriano libertino. N in ci v'era
contraddizione. Per far la caccia al demonio, ei lo inseguiva dappertutto,
onde non perderlo di vista, e attraversarsi in un bisogno alle sue insidie
perverse; e come un processante attivo e inesorabile, teneva sempre i corpi
del delitto sul suo tavolino. Paventava dunque l'ingegno e non amava la
bellezza. Delle arti poi, fra tutte, detestava la musica, quella che usciva
dalla sfera del canto fermo e del Pange lingua. E, pi della musica da camera,
abborriva la teatrale, tanto che, per questo lato, aveva fieramente in sulle
corna l'Italia stata inventrice di quel mostro infame del melodramma.
Con questi precedenti il lettore pu immaginarsi con che cipiglio monsignore
si trattenne stupefatto sulla soglia della casa dei conjugi Gentili, quando
sent la loro figliuola cantare quell'aria fatta celebre dalla Gafforini

Chi vuol la bella Rosa
L'ortolanella  qua.

Aria che pi volte la fanciulletta aveva sentito a cantare da un mezzo-soprano
in casa Corali, e che, inconscia e innocentissima, ma solo eccitata
dall'istinto prepotente per l'arte, ripeteva a perfezione con un certo garbo
pieno di smanceria onde risultava lo stile di quell'aria proterva. Cogli occhi
aperti, come chi  colpito da una scena d'orrore, esso lasci che la tenera
cantatrice terminasse l'aria fino all'ultima sua cadenza per vedere fino a che
punto il diavolo l'aveva assassinata; poi irruppe nella casa, con voce
asprissima intim alla fanciulla di tacere e di non cantare mai pi
quell'aria; il suo rabbuffo fu cos violento, che la ragazza si mise a
piangere, e tanto pi ch'ella aveva una terribile soggezione di monsignore, il
quale da qualche tempo non aveva pi avuto n un sorriso n una parola dolce
per lei, per la ragione che non gli piaceva niente affatto quel suo modo di
volgere gli occhi pieno di grazia e di mollezza affettuosa.
N l'Opizzoni si ferm qui, ma diede una tremenda lavata di capo ai genitori,
e tenne loro sospesa l'assoluzione quando gli si presentarono al
confessionale. Ebbe anche il coraggio (il vero zelo  imperterrito) di entrare
dalla signora Corali a intimarle che proibisse ai suoi alloggianti di
scandolezzare il vicinato con quelle invereconde canzoni. La signora Corali,
com' naturale, gli rispose che aveva buon tempo; da quel giorno monsignore
circu la casa Gentili e la piccola Stefania di mille precauzioni vessatorie.


V

Alcune egregie persone che conobbero dappresso questo personaggio, distinto
per celebrit municipale, ci dissero molte cose in lode sua. Esse ci fecero
sapere che monsignore, nei penetrali domestici, era tutt'altro che un uomo da
spaventare col suo rigoroso ascetismo, ma che anzi si mostrava sovente pieno
di amabile gajezza; ci assicurarono inoltre che, per quanto a loro const, non
era per nulla avverso alle cose mondane, in prova di che addussero che era
contrario al monachismo; e, in quanto alle fanciulle, desiderava che si
maritassero e presto. Ma ora noi vorremmo pregare quelle egregie persone a
voler credere che, a tutto rigore di coscienza, noi abbiamo appurato sul vero
le nostre asserzioni, a tener conto delle considerazioni che faremo in
proposito, a valutare i fatti che ci furono riferiti da uomini degnissimi di
fede, e che da noi stessi furono verificati. Abbiamo detto che quel
personaggio, se aveva il cuore, il sentimento e le intenzioni ottime, non
aveva poi quella che il Romagnosi chiam mente sana. Ci lasciando intatta la
santit dell'uomo, non viene a toccare che i suoi errori di giudizio, i quali,
per loro natura, come ognuno sa, non lo costituiscono in colpa. A mostrare
com'ei fosse eccessivamente rigoroso nel suo ascetismo e nel mettere in
pratica gli assunti del suo arduo ministero, annunciamo questo fatto, che
siamo sicurissimi di poter garantire. Ad una ragazzetta di dieci anni,
nell'occasione che si present per fare la prima comunione, ei neg
inesorabilmente il permesso di presentarsi alla mensa eucaristica insieme
colle altre sue coetanee, per la sola ragione ch'ella era avviata ad una delle
carriere teatrali. Noi non facciamo commenti: giudichi il lettore.
Se l'et infantile, se l'innocenza, se l'adempiuto sacramento della penitenza,
se l'assoluzione ricevuta permisero ad essa di ricevere l'ostia santa a un
altro altare, perch ci le doveva essere conteso all'altare apprestato per le
sue giovinette compagne? Un fatto pu bastare a svolgere un ordine completo di
principj, e in questa circostanza i principj dell'Opizzoni, per un errore
della sua mente, lo portarono all'ingiustizia, lo portarono a fare un
privilegio d'un sacramento; a far credere che vi fossero due Cristi e due
ostie diverse. Esso era avverso al monachismo, ci vien detto, e consigliava le
fanciulle a prender marito piuttosto che farsi monache. Questo  vero. Ma, in
troppi casi, per lo sgomento che aveva della pericolosa condizione delle
fanciulle troppo a lungo lasciate nubili, influ, bench ognora coll'intento
del bene, a combinare e ad accelerare matrimonj, che qualunque altro uomo pi
esperto di lui della vita e pi scaltrito dalla scuola delle umane passioni e
degli interessi umani, avrebbe fatto di tutto per stornare e rompere a mezzo,
scorgendo in essi i germi di disastri futuri inevitabili. In quanto alla sua
amabile gajezza, questa non  sempre il sintomo della spregiudicata
indulgenza. La coscienza tranquilla pu dare la contentezza e l'amabilit. Ma
la coscienza scrive sotto la dettatura del criterio. Se questo sbaglia, la
coscienza si atteggia alla sua misura. San Carlo, quando comand i roggi della
Valtellina, era tranquillo e pago.


VI

Premesse queste considerazioni, proseguiamo con fiducia la nostra narrazione.
Non per obliquo desiderio di offendere un uomo di chiesa, abbiamo stimato a
proposito di mettere in iscena quel monsignore di popolarissima fama, ma per
un intento che, a parer nostro, ben ci pu dare il permesso di rinnovare il
sindacato su tutti gli uomini che esercitarono una forte influenza sul
pubblico e privato costume, sulla pubblica e privata felicit.
Or tornando alla fanciulla Stefania, essa per molto tempo stette zitta e non
cant pi. Il signor Giacomo e la signora Caterina, dopo che eran rimasti in
asso una volta coll'assoluzione, provarono una specie di terrore nel pensiero
che quel fatto potesse mai ripetersi. In casa della signora Corali per
continuavasi a far musica, come suol dirsi; ed or dall'una or dall'altra
cantante venivan ripetute, per esercizio, tutte le cavatine e tutte le arie
del repertorio musicale allora pi in voga.  inutile il dire che trattavasi
quasi sempre di qualche pezzo di Rossini. La piccola Stefania poteva bens,
per obbedienza, tener chiusa la bocca; ma l'orecchio era indipendente da
qualunque comando, precetto e volont, e non poteva rifiutarsi a sentire; e la
memoria, per suo mezzo, non poteva rifiutarsi a ricevere le successive
impressioni delle note e delle frasi e dei concetti musicali. Ora avvenne che
quando la sua memoria fu piena di quella folla di motivi deliziosi onde
rigurgitano le opere di Rossini della prima maniera, ella provasse come una
specie di replessione dolorosa a contenerle con violenza entro di s. Allora
si verific anche in lei quella legge di natura espressa cos bene
dall'expellas furca del poeta. Seguendo cos il sistema delle capinere e delle
filomele e di tutti gli augelli canori, che stanno muti e muti un pezzo, per
dar fuori poi tutt'a un tratto con una piena repentina di pipillamenti e di
gorgheggi e note tenute, a svegliare il vicinato; la fanciulla una sera,
essendo salita su un terrazzo insieme con alcune sue amiche, credendo di non
essere sentita dai genitori, si mise a eseguire per la prima volta, quasi a
titolo di prova, la famosa aria del Tancredi:

Di tanti palpiti,
Di tante pene,
Dolce mio bene, ecc.

E la prova le riusc cos a meraviglia, che tutte le sue giovinette amiche
smisero ogni lor giuoco, per stare attente a udirla a bocca aperta; i
casigliani che avevano qualche pratica del teatro e del loggione della Scala,
e vi avevano spesso fatto capolino per sentire o la Belloc o la Camporesi o la
Catalani, ecc. ecc., si fecero tutti alle finestre e alle loggie, attratti
irresistibilmente dall'incanto che esercita una voce soave quando esprime
soavi concenti musicali. E il signor Giacomo e la signora Caterina ascoltarono
anch'essi, e come no? In que' sei mesi che la fanciulla aveva taciuto, dal
gennajo al giugno circa, essa aveva varcati i tredici anni e s'innoltrava ai
quattordici; in tutto il suo organismo era avvenuto, sebben precocissimo, uno
sviluppo completo; la voce non era pi acerba, ma erasi fatta rotonda e
flautata. Quel riposo di sei mesi fece s che il suo svolgersi non venisse
menomamente offeso da un soverchio esercizio, che poteva riuscire funesto in
que' mesi della crisi corporea. Il pi guardingo maestro di canto non avrebbe
potuto essere pi sapiente del semplice caso. Monsignor Opizzoni,
condannandola al silenzio, ottenne effetti non sempre concessi al prof.
Bordogni. Quando la fanciulla cess di cantare, uomini, donne, vecchi,
fanciulli, dalle finestre, dalle loggie, dai poggiuoli, si diedero a batter le
mani con quella sincera esplosione d'entusiasmo, cos raramente accordata
anche agli artisti di professione. In quanto al signor Giacomo e alla signora
Caterina, avvenne un fatto singolare. Al primo udir la voce della figliuola,
si sentiron tentati a salire per sgridarla; ma Stefania aveva cantato in modo,
che essi, contro voglia, stetter fermi al loro posto; poi, quando risuon per
il recinto della casa quello strepitoso e concorde applauso, l'uno e l'altra,
guardandosi scambievolmente in faccia, si trovarono gli occhi pieni di
lagrime.


VII

Quando la fanciulla discese, non la sgridarono, ma tacquero e stettero chiusi
come se non avessero sentito nulla.
La signora Corali, che, pi di tutti quegli uditori, poteva apprezzare quella
straordinaria vocazione della fanciulla all'arte del canto, ne parl un giorno
al maestro Brambilla, il quale, per caso, avendola sentita, anche lui, senza
aspettar altro, sal in compagnia della Corali a fare una visita ai genitori
di Stefania, per proporre loro di farle studiar la musica e il canto; e, a
distruggere tutte le objezioni che a quella proposta essi gli fecero, egli
stesso si esib ad istruirla gratuitamente fintanto che fosse stata al punto
di salir le scene; ch allora soltanto avrebbe richiesto un compenso delle sue
fatiche. Ma nemmeno a questa generosa esibizione i signori Gentili per allora
si lasciarono persuadere.
 Io non comprendo, diceva il maestro Brambilla, maravigliato di tanta
ostinazione; non comprendo come si possa dir di no a chi in poche parole vien
loro a proporre nientemeno che di diventare ricchissimi. Loro signori saranno
contenti del loro stato; ci va bene; ma se hanno il diritto di far tutto
quello che vogliono per s, non hanno poi quello di rubare alla loro figliuola
quella ricchezza che la natura le ha dato. Mi perdonino se, non avendo il bene
di essere un loro amico intimo, parlo con tanta franchezza. Ma, ripeto, che 
un peccato, un sacrilegio il lasciare che vada perduto un talento cos
straordinario. Questa ragazza, in un anno di tempo (so quel che dico e non
posso ingannarmi, n voglio ingannar nessuno) pu essere in grado di
guadagnare venti, trenta, cinquantamila lire all'anno. Mi pare che non sia una
bagatella da guardare con occhio indifferente.
  vero, rispose il signor Giacomo; ma  quella benedetta carriera teatrale
che mi fa paura.
 Bisogna che sappiate, caro maestro, entr allora a parlar la Corali, che
queste due perle hanno la disgrazia di conoscere un prete, un monsignore del
Duomo, che viene spesso a scompigliar loro la testa e a spaventarli con cento
scrupoli.
 Non dica cos, che  anche troppo un sant'uomo monsignore, osserv la signora
Caterina.
 Sar un santo, voglio crederlo; sar tutto quel che volete, ma meno preti
vengono per casa, e meglio si sta. Figuratevi, caro maestro, che un bel giorno
m'entr in casa a farmi la dottrinetta e pretendeva nientemeno che proibissi
a' miei dozzinanti di cantar le arie amorose per non scandolezzare il
vicinato.
 Ma  dunque perch hanno paura di questo monsignore che non sanno risolversi
a fare quel che ho proposto? Ma non  possibile che, se loro vuol bene, esso
non veda di buon occhio la loro fortuna. E non  poi sempre vero che il teatro
sia tanto pericoloso, come generalmente si crede. Quando poi una prima donna
diventa di gran cartello, pu passeggiar sicura su tutti i trabocchetti.  ben
pi pericolosa la povert per una fanciulla, che, come sento dire,  di una
bellezza straordinaria.
 Ebbene, faremo cos, rispose allora il signor Giacomo; domani probabilmente
monsignore verr qui; sentiremo lui.
 E se dicesse di no?
 Allora bisogner aver pazienza.
 Allora gli far dir di s io, conchiuse il maestro Brambilla, e part colla
signora Corali.


VIII

Allorch monsignore Opizzoni capit in casa dei conjugi Gentili, questi, dopo
una lunga titubanza, gli fecero motto della proposta del maestro Brambilla.
L'Opizzoni sal sulle furie al sentire quello, per lui, pi che strano
progetto; e disse cose che persino al signor Giacomo parvero eccessive. In
altri casi, se il reverendo personaggio avesse trasmodato nel suo rigoroso
ascetismo, egli non si sarebbe mai accorto della stortura di quel cervello; ma
nel caso presente, il paterno orgoglio e le straordinarie attitudini della
figliuola e la conseguente idea della ricchezza stata cos asseverantemente
promessa dal maestro Brambilla (le informazioni assunte sul quale lo avevano
pienamente rassicurato) gli servirono come di lume e di scorta per distinguere
il vero dal falso, e per comprendere che nel modo di vedere del venerabile
uomo c'era qualche cosa di esagerato e di stravolto. Quest'idea lo padroneggi
al punto che per la prima volta da che era nell'intimit di monsignore, si
fece lecito, quantunque rimessamente, di fare qualche opposizione alle sue
parole.  facile immaginarsi come siasi risentito monsignore a quell'inattesa
resistenza; se non che a portare un improvviso ajuto al signor Giacomo gli
entr in casa il maestro Brambilla, il quale, avendo visto salir l'Opizzoni in
un momento ch'ei trovavasi in casa Corali, pens, franco com'era e risoluto, a
coglier subito quell'occasione per trovarsi col prete e giungere in tempo ad
impedire che per eccesso di zelo rovinasse una famiglia.
 Ecco il maestro Brambilla, disse tosto il signor Giacomo all'Opizzoni, felice
di vedere un soccorso inaspettato in un momento che non sapeva pi cosa
rispondere alla tempesta dei rimproveri e delle argomentazioni onde l'Opizzoni
lo andava soffocando.
Nel loro genere, cos il maestro come monsignore, avevano quell'individualit
distinta e caratteristica, da meritare di essere collocati, secondo
l'espressione volgare, nella classe degli originali.
Tanto l'uno quanto l'altro erano due galantuomini della pi specchiata onest;
tanto l'uno quanto l'altro erano continuamente sovreccitati dagli slanci del
cuore, al punto da uscire quasi sempre da quei confini che la prudenza
dell'egoismo suole imporre agli uomini: ma l'uno era agli antipodi dell'altro
in quanto al modo di pensare. Questi due originali, se non si conoscevano
ancora di vista, si conoscevano per fama, onde al primo trovarsi a contatto,
si diedero un'occhiata vicendevole lunga ed acuta. Come tutti gli uomini di
cuore, che sono convinti delle proprie idee, essi erano intrepidi, per cos
dire, ed espansivi, e non balbettavan mai quando si trattava di esporre il
loro pensiero, n si lasciavano imporre da nessun ostacolo, da nessun rispetto
umano, da nessuna autorit. Per non  a fare alcuna meraviglia se alle prime
parole l'Opizzoni invest il maestro ex-abrupto e senza flessuose
circonlocuzioni.
 Ella  il signor maestro Brambilla?
 Per l'appunto.
 Ella ha dunque voluto togliere a questa buona famiglia quella pace modesta,
che nella vita mondana si cerca sempre e non si trova quasi mai?
 Io faccio il maestro di musica, e non faccio il prete; ma avendo, con grande
mia soddisfazione, scoperto nella loro figliuola un vero prodigio di natura,
cos ho creduto mio dovere di avvisarne i genitori, i quali lo avrebbero
certamente trascurato.
 E adesso questi due cristiani hanno gi per la testa dei grilli che non
ebbero mai; e gi son tutti agitati da cento desiderj e certe speranze, e
vedono gi la loro figliuola diventare una principessa. Se poi tutto questo
andasse in fumo, ella avrebbe fatto veramente un'opera meritoria.
 Io non ho detto a questi signori che la loro figliuola diventer una
principessa; ho detto che, mettendo a buon partito le qualit straordinarie
che la natura le ha dato, diventer certissimamente, collo studio e col tempo,
una grande artista: questo io ho detto e promesso, e questo oggi ripeto e
mantengo.
 E quando, concedendo pure tutto ci ch'ella dice, costei sar diventata una
grande artista, che cosa crederebbe lei d'aver fatto?
 Che cosa ho da credere?... Credo che se io fossi venuto in questa casa, e
dopo aver sentito a cantare questa ragazza, avessi taciuto e non avessi fatto
quel che ho fatto, sarei stato o un grand'asino, o un gran birbone; sempre,
inteso, nella mia qualit di maestro di musica, che conosce l'arte propria, e
l'ama, e desidera il suo maggior progresso.
 Sarebbe ben meglio che quest'arte non fosse mai venuta nel mondo.
 La musica?
 La musica, s, la musica.
 Ma davvero che ella, monsignore, non mi sembra quel prete dotto che ho
sentito tanto a decantare! Ma la creazione non  forse un'armonia sola? E non
si suol sempre dire: il concento, l'armonia delle sfere? Ma gli angioli non
cantano in cielo? E non si vedono a suonare la viola e il violoncello in tanti
quadri di chiesa? Il re Davide non cantava? Santa Cecilia non ha un posto
riservato in paradiso come suonatrice d'organo emerita? Ma cosa dice mai,
monsignore? bestemmiar la musica, volerla proscrivere, crederla funesta al
mondo!... Ma so bene che mi canzona... A questi patti bisognerebbe mettere in
pensione anche il Padre Eterno, che  il primo maestro di musica!
 Ella ben sa, signor maestro, ch'io non parlo della musica sacra. Cos la
musica non fosse mai uscita di chiesa! Parlo della musica teatrale; parlo
dell'arte melodrammatica. La corruzione del costume, l'effeminatezza, i
peccati divenuti oggetti di moda e di gara nel bel mondo, datano precisamente
dal giorno che la pi pericolosa delle umane passioni fu portata sul palco
scenico, e, vestita di melodie maliarde, accese di pi fatali ardori il sangue
della giovent.
 Ma, in questo caso, monsignore, bisogner incolparne il sangue che si lascia
accendere, e non la musica. Del rimanente, quando la pioggia di fuoco cadde
sovra Sodoma e Gomorra, il melodramma era forse stato inventato da Peri? la
Gafforini aveva cantato? Rossini aveva scritto il Barbiere di Siviglia? Se si
dovessero abolire e manomettere e distruggere tutte le cose che possono
diventare pericolose, non so pi che cosa dovrebbe conservarsi. Taglieremo i
vigneti perch vi sono degli uomini che si ubbriacano? Estirperemo i gelsi
perch vi sono delle donne che vestono di seta a scapito della saccoccia dei
mariti? Romperemo la faccia a tutte le belle ragazze, perch i giovanotti
corron pericolo d'andar in rovina per loro? Idee piccole, monsignore, idee
false, idee storte.
 Io sto in confessionale, caro signor maestro, e lei sta all'organo. Dal
confessionale io vedo tutto il mondo sotterraneo che agli altri non  dato di
penetrare. Io posso sapere quali sono le classi sociali, quali le professioni,
quali le condizioni, dove il cattivo costume si fa strada pi facilmente. Ora
devo dirle, signor maestro, che per la mia esperienza ormai lunga, mi riesce
provato che la corruzione imperversa colla sua massima forza appunto in
quella, ora pur troppo numerosissima, schiera d'uomini e donne che, o cantando
o recitando o ballando, divertono il pubblico in teatro. Queste orecchie hanno
sentito orrori da far fremere non solo un prete, ma anche un libertino a cui
fosse rimasto appena un barlume di onest. Se pertanto, conoscendo questa
buona famiglia; se assistendo con vera e continua mia gioja ad uno spettacolo
quotidiano e veramente esemplare di pace domestica, di onest, di modestia, di
abitudini religiose, e per conseguenza d'inalterabile contento, desidero col
pi intenso ardore, e Iddio mi  testimonio, che ci si mantenga, mi pare
d'aver ragione. Onde far uso di tutte le mie forze e di tutta la mia fermezza
affinch, per un apparente fortuna, che io ritengo invece una disgrazia
sostanziale, per la porta dell'arte corruttrice e della ricchezza non entrino
in questa casa tutte le miserie di cui il mondo si lagna, e che sino ad oggi
questa casa, per una benedizione speciale del cielo, affatto non conosceva.


IX

Queste parole monsignore le profer senza quel consueto impeto acre onde
soleva esprimersi allorch, colla convinzione di aver ragione, credeva di
combattere il male; ma le porse invece con mansuetudine, con emozione, e con
un certo tremito nella voce; il quale significava che quanto diceva, lo
sentiva con vivissima passione.
Lo stesso maestro Brambilla ne fu commosso; onde si tacque per un momento,
pensando al bene che quel reverendo personaggio avrebbe potuto fare, se la sua
testa avesse sortita la forza e la virt del suo cuore.
 In ci ch'ella dice, monsignore, ci pu essere qualche cosa di vero. Ma
risponda intanto ad una mia domanda: se questi signori avessero fatto una
pingue eredit, li consiglierebbe forse a rifiutarla, per la paura che la
ricchezza potesse mai spostare ed alterare la loro beata condizione di adesso?
 La ricchezza nelle mani di questa buona gente non potrebbe essere che un
mezzo felice di beneficare largamente il prossimo.
 Dunque non  sempre vero che la ricchezza sia corruttrice. Dunque l'essere
essa di vantaggio o di danno non dipende che dalla qualit delle persone che
la posseggono. E quale  della ricchezza, tale  pure d'ogni altra cosa del
mondo. L'abuso che si fa di tutto, non vuol dire che sia impossibile un uso
ragionevole e lodevole. Io conosco delle donne di teatro, che non sono certo
un esempio da proporsi; ma ne conosco anche di tali che, se fossero imitate da
tutte le donne delle altre classi, il mondo sarebbe una meraviglia di
costumatezza. E son qui con un esempio, monsignore. In questi due anni,
nell'arte drammatica,  divenuta celebre una giovinetta, quella che l'anno
scorso recit con grande successo al Lentasio la Francesca da Rimini di Silvio
Pellico: Carlotta Marchionni, insomma. Questa giovinetta  un modello di
virt, e il suo esempio frutta alle altre sue compagne; perch il proverbio
dice che i buoni fanno i buoni, e perch anche la virt, per fortuna, 
attaccaticcia. Siccome questo teatro c', perch ci dev'essere ed  una
necessit inevitabile della convivenza sociale; cos, per purgarlo della
corruzione che ella teme tanto, il miglior mezzo  quello di avviarvi anche le
persone che, avendo un talento fatto apposta per far prosperar l'arte, hanno
anche sortito un'indole cos buona, ed hanno avuta un'educazione cos
costumata, da far venir di moda la virt anche l dove, secondo quello che
troppo facilmente crede il mondo, sarebbe impossibile.
 Di questa Marchionni ho sentito anch'io parlar con gran lode. Ma so anche che
ella non ha il dono funestissimo dell'avvenenza. Quanti guai si stornano
allorch una ragazza non fa n freddo n caldo! ma la bella ragazza provoca la
tentazione; e la tentazione, se non trionfa oggi, trionfa domani...
 Per la medesima ragione trionfer sulla figliuola di costoro qualunque fosse
il tenore di vita che dovesse seguire, anche rimanendo in casa, anche fuggendo
il teatro, anche trascurando quel talento straordinario che la natura le ha
dato. Queste due oneste persone, senza loro colpa, non sono ricche. Lei,
monsignore, m'insegna che la povert  l'ausiliaria pi obbediente della
tentazione. Se la fanciulla avesse a far la ricamatrice, come sua madre, o la
sarta, o la modista, crederebbe, monsignore, di poterla salvare da tutti i
pericoli del mondo?
 C' il matrimonio per questo... basta ch'ella trovi un uomo della sua
condizione... e tutto  aggiustato; e per questo m'impegner sempre io.
 Mi pare che dovrebbe toccare alla fanciulla a scegliersi il marito... non al
parroco della metropolitana. Non mancherebbe altro che i preti dovessero avere
il diritto di far da arbitri anche nelle questioni dell'affetto! Ma ella,
insomma, a forza di zelo, vuol condannare alla miseria questa famiglia; vuol
negare alla fanciulla il diritto pi incontrastabile che ha di non sprecare
quel talento onde la Provvidenza le fu benefica; vuol, infine, impacciarla
anche nel fatto del suo marito futuro, e condannarla, se le venisse mal
scelto, ad una vita perpetuamente scontenta e infelice.


X

A questo punto s'impegn pi viva che mai la lotta tra monsignore e il maestro
Brambilla, dopo la quale, nessuno dei due si smosse dalle proprie idee.
Monsignore dichiar solennemente ai conjugi Gentili, che se essi avessero
avviata la loro figliuola sul teatro, non avrebbero mai pi veduta la sua
faccia; perch egli non voleva essere testimonio inerte e complice indiretto
di tanta disgrazia... Cos dicendo, part, lasciando i signori Gentili immersi
nella costernazione, nell'esitanza e nell'imbroglio; e raddoppiando nel
maestro Brambilla la voglia e il proposito di liberare quella buona famiglia
da una protezione che, se era santa nel desiderio, poteva riuscire
dannosissima nelle conseguenze.
Passarono pi mesi. La fanciulla comp i quattordici anni. Siccome aveva assai
svegliatezza d'ingegno, cos cominci a comprendere di avere il diritto di
esprimere la propria volont. I genitori non le avevano mai detto del diverbio
avvenuto per lei tra l'Opizzoni e il maestro Brambilla; ma ella seppe ogni
cosa dalla signora Corali, onde un giorno ebbe il coraggio di risentirsi con
sua madre, e lamentarsi che la si sacrificasse in quel modo, col rifiutare le
generose esibizioni del maestro Brambilla d'istruirla nel canto. Era quella la
prima volta che essa, buona qual'era e sommessa per indole e per educazione,
parlava in tuon s alto a sua madre, laonde questa, pel dispetto, sebbene la
mattina si fosse confessata e comunicata, le diede due sonori schiaffi. Non ci
mancava altro! lo seppe la signora Corali, la quale fece gran chiasso; lo
seppe il maestro Brambilla, che rimprover la madre, gi pentita d'aver
percossa la propria figliuola; la quale, alla sua volta, tenne il broncio per
un pezzo, dicendo e ripetendo e gridando, che se avessero continuato ad
attraversarsi cos ostinatamente alla sua inclinazione, un bel giorno sarebbe
fuggita di casa.
Queste non erano che parole, ed ella era tanto buona, che non so che cosa
avrebbe fatto piuttosto che abbandonare i genitori. Ma alla fine i parenti si
risolsero a prendere un partito. Mandarono a chiamare il maestro Brambilla;
questi, per tranquillare la loro coscienza, li consigli a sentire anche
qualche altro prete, un uomo di vaglia, e propose loro il prevosto di San
Simpliciano, della qual chiesa egli era l'organista. Per tagliar corto, una
mattina il maestro Brambilla fece portare un pianoforte in casa Gentili, e
cominci le sue lezioni. I progressi furono rapidi e straordinarj. Di l a un
anno fece sentire la sua allieva in varie accademie: la giovinetta sorprese
tutti. Cant al Casino dei Negozianti, e la vice-regina le regal uno smeraldo
e la baci in volto; ch la bellezza di quella fanciulla era di quel genere
che eccita la simpatia e l'ammirazione perfino nelle donne. Cant pi volte al
teatro Filodrammatico; l i giovinotti galanti cominciarono a farle intorno le
loro evoluzioni d'idolatria e di spasimo; i socj del Casino s'addensarono sul
palco scenico, per vederla dappresso e farle i loro complimenti nel punto che
rientrava nelle quinte. I mercanti della via dei Pennacchiari s'accorsero
presto che pi d'un damerino passava e ripassava per di l, onde cogliere il
momento fortunato ch'ella s'affacciasse; e molti s'accontentavano persino di
far la sola conoscenza dalla finestra.
Di tutte queste evoluzioni galanti, ella, assorta come era nell'arte sua, e
naturalmente modesta, non se ne dava nemmen per dedita. Bens, di quanti
complimenti le avean fatti i giovani nelle sale accademiche dove aveva
cantato, ella non tenne a mente che quelli d'un solo; non ci fu nulla di
serio, per; ella vide colui pi volte, e lo sent a suonar la viola con un
interesse speciale, ma vago e non profondo; colui le rivolse pi volte la
parola, ma ella, contegnosa e riservata, non ademp, rispondendogli, che alle
leggi imprescindibili del galateo.
N si ricord di lui solo, ma con pi frequenza, sebbene con suo gran
dispetto, si ricord delle parole enfatiche, in cui eran trascorse pi gocce
corrosive di lubricit, che le aveva rivolte il conte Alberico B...i sul palco
scenico del Teatro Filodrammatico.
E qui dobbiamo occuparci un po' a lungo di questo conte: il crotalo infesto,
destinato a spander bava e veleno su quanti lo avvicinano.


XI

Di questo personaggio abbiamo gi avuto un abbozzo fatto alla sfuggita dal
signor Giocondo Bruni. Ora tocca a noi, se ci riuscir, a farne il ritratto
compiuto.
Vi sono famiglie, segnatamente patrizie (e ci per la ragione che dnno pi
nell'occhio, e il pubblico ha il modo di seguirle coll'attenzione), nelle
quali s' potuto notare, essere ereditarie certe tempre di carattere, certe
qualit morali, certe attitudini d'intelletto. La dinastia sabauda conta una
serie non interrotta d'uomini di studio. La casa Capponi, da colui che fece
cader la cresta dello spavaldo Carlo di Francia al vivente Gino, non annovera
che uomini di gran senno e di gran propositi.
In casa Belgiojoso si pu far conto del perfetto gusto musicale, delle voci di
basso e di tenore sempre avvicendate e di una intonazione impuntabile, che in
questi tempi pu diventare un oggetto d'affezione. In certe case 

D'et in et
Ereditaria
L'asinit.

In alcune l'avarizia, in altre la prodigalit; in queste l'orgoglio, in quelle
la modestia, ecc. ecc. Il contino Alberico B...i nacque in una casa dove dal
capostipite fino a lui si alternarono, col sistema delle piastrelle e della
pila voltaica, un birbone d'ingegno e un birbone volgare; un ramo
pronunciatissimo di pazzia esaltata dalla protervia era poi stato comune a
tutti, e fu, come il cartone bagnato, mantenitore della corrente elettrica. Il
contino, fin da ragazzo, a chiarissimi segni mostr di non essere un bastardo;
mostr di poter appartenere alla classe dei birboni volgarissimi. Manesco e
crudele coi fanciullini pi piccoli e pi deboli di lui, per trafugar loro un
balocco, fu colto spesso dai servitori e dall'ajo a commettere tali atti da
far raccapricciare, e quando questi venivano riferiti alla madre, piuttosto
severa, allora dava saggi cos cospicui d'indole bugiarda, che non era
possibile cavargli di bocca la verit nemmeno a strozzarlo. Ma, ci che 
peggio, questa sua avversione a confessare la verit non si limitava a
difendere s stesso, ma invadeva il campo dell'invenzione; per vendicarsi, si
godeva a raccontar cose gravissime a danno dei servitori, e con tale malizia e
astuzia, che, a tutta prima, non era possibile negargli fede; quindi, pi
d'una volta, accadde che qualche servitore venne scacciato, che qualche
frequentatore della casa si vide, senza poter mai indovinare il perch, male
accolto dai padroni, e anche messo alla porta.
Collocato in un collegio di gesuiti, primeggi fra i condiscepoli per una
memoria straordinaria. Delle facolt dello spirito, in quell'et che esse si
spiegano e si sviluppano, diede poi a divedere di non avere di distinta che
quella sola; le altre erano tutte mediocrissime. Per, quando fu a quel punto
degli studi che non basta soltanto imparare e ritenere, ma bisogna produrre;
pi di un condiscepolo lo sopravanz e di molto; e allora quell'orgoglio, che
in lui non aveva potuto destarsi prima, balz fuori di colpo, e insieme
coll'orgoglio anche l'invidia; bugiardo com'era, e in quel modo pi infesto
che abbiamo detto dianzi, mise sovente i condiscepoli in gravi condizioni al
cospetto dei maestri. Scoperto, ebbe pi d'una volta, dai compagni pi
generosi e pi espansivi, delle formidabili tambussate, ch'egli subiva a capo
chino senza far motto, per rapportare poi tutto ai superiori. In un collegio
di gesuiti poteva essere tollerata la bugia, la calunnia, la vilt, la
denunzia; ma i cazzotti dati a buona guerra non potevano figurare mai nella
tabella delle cose permesse: onde esso riusciva sempre a trionfare, e i
generosi a portar sempre la pena di tutto.
Uscito di collegio, passato all'universit, risparmiato dalla coscrizione
militare per esser figlio unico; studi legge dapprincipio, poi si ascrisse
alla facolt medica, sollecitato non gi dal nobile amore della scienza, ma da
un intento stranissimo e turpe, che noi non troviamo la parola per poter
definirlo. Egli nella sala anatomica si pasceva della vista dei cadaveri
muliebri sottoposti alla sezione; n l'indole sua simulatrice bast a
nascondere ai condiscepoli quella orrida sua bramosia; perci un suo compagno,
osservatore acuto, lo chiam la satiriaca jena. E questo fu l'altro istinto
che si svilupp tra gli anni dell'adolescenza e della giovinezza; ch ad ogni
fase della vita era destino che gli desser fuori tutte le prave tendenze onde,
nei tristi, ciascuna et dell'uomo pu essere contaminata. Fu dunque un
libertino dei pi dissoluti e osceni, e dello spettacolo delle donne andava s
preso, che le divorava cogli occhi, e i suoi occhi assomigliavano, nella
movenza maligna e procace e in quel senso d'ineffabile disgusto che eccitava,
a quelli dell'ourang-outang e del mandrillo. A ventun anni s'invagh d'una
bellissima giovinetta di nobile casato. Il suo non fu l'amore che deriva dalla
squisitezza del sentimento; ma quel furore voluttuoso fatto di grascia
bollente; quel furore ributtante che, in alcuni quadri barocchi, vediamo nei
fauni che inseguono qualche ninfa.
Siccome era profondamente dissimulatore, e nel collegio dei gesuiti aveva
condotta all'ultima perfezione quella sua qualit, cos nella casa di lei
recit cos bene la parte di bravo giovine, che alla fanciulla non dispiacque
del tutto, e i parenti furono contentissimi di dargliela in isposa, quand'egli
ne fece la domanda. Povera giovinetta! Un canarino gentile dato in dono a un
fanciullo perverso, che in sul primo lo accarezza e lo bacia per la novit,
poi gli strappa la coda, poi gli spenna le ali, poi gli cava un occhio con uno
spillo, pu dare qualche idea del come si trov quella disgraziata nelle mani
di quel tartufo maniaco inferocito. Di tal modo ella visse con lui cinque
anni, e, per sua fortuna, mor di febbre perniciosa. Egli stette solo per
assai tempo, durante il quale gett dietro alle donne danari a manate; poi,
venutogli un altro capriccio indomabilmente rapido, prese in moglie un'altra
giovine e ricca. Contava allora ventisette anni, e di fresco aveva accresciuto
l'asse paterno, alquanto dilapidato, coll'eredit di un grosso milione. Questa
seconda moglie era di carattere altero e forte, ed a coloro che si fecer
lecito di dirle, si guardasse bene di unirsi a quella bestia feroce, rispose:
la domer io.


XII

Quando al conte B...i mor la prima moglie, si disse da taluno che quella
morte immatura era stata la conseguenza degli assidui patimenti onde il marito
l'aveva torturata. Questa diceria per era corsa vagamente pel mondo; chi lo
conosceva intimamente, non si rifiutava a prestar fede a quanto si andava
buccinando; quelli che lo conoscevano superficialmente, e che al teatro, al
caff, nelle liete brigate lo trovavano uomo compagnevole e festoso,
credettero e non credettero; nessuno per diede a quella voce l'importanza che
meritava. Nessuno sapeva immaginarsi in che modo l'avesse potuta torturare al
punto da farla morire. Agli egoisti gaudenti del bel mondo non pareva vero che
si potesse uccidere una donna senza pistola, senza coltello, senza corda,
senza veleno... La novella sposa pens anch'essa come costoro, e piena di
fiducia entr nella casa maritale. Per qualche tempo le cose camminaron bene;
anzi trionfalmente, al segno che essa ebbe a dire che tutti gli uomini possono
essere e buoni e cattivi, e che dipende dalle donne il farli piegare piuttosto
in un verso che nell'altro.
Ma i gaudj non si protrassero nemmeno un anno. La nuova donna aveva cessato di
piacere al conte; per dalle gentilezze ei pass tosto alle persecuzioni.
Queste persecuzioni non erano gravi; anzi eran minute; ma quotidiane, assidue,
incessanti, e non lasciavan tempo al fiato di rifarsi nel polmone. L'indiano
si difende e si salva dal leone e dalla tigre, ma cade affranto se nugoli di
vespe lo assalgono e gli avventano senza tregua il loro pungiglione. Il conte
Alberico contraddiceva a tutto: il suo studio maligno consisteva
nell'osservare che cosa piacesse o non piacesse alla moglie, per far sempre
tutt'all'opposto; se essa prediligeva la compagnia di qualche cara amica, egli
si comportava in modo che questa fosse costretta a non entrargli pi in casa.
Se a lei era antipatico qualche omaccio parassita e vile, che facesse la corte
a lui per scroccargli i pranzi, ei gli prodigava ogni maniera di gentilezze, e
sopratutto lo voleva aver sempre seco in casa, in carrozza, in palco, in
villa.
Ma, quello che costitu il tormento massimo di quella donna che, nonostante la
sua forza d'animo, cominci a perdere l'allegria, la freschezza e la
rotondit, fu la continua burrasca in cui venne a trovarsi avvolta per ci che
riguardava la servit. Egli pretendeva, senza dirlo (ma ciascuno se ne
accorgeva) che la servit odiasse e trattasse male la padrona; e siccome ci,
se avveniva per qualche poco, non poteva continuare, allora egli si rivoltava
contro la servit, ed or con un pretesto, or con un altro, scacciava la
cameriera, scacciava il cocchiere, scacciava il cuoco. I servi si rinnovavano;
sobillati da lui, in sul principio si comportavano indegnamente colla padrona,
ma presto, accorgendosi della tristizia inqualificabile di lui, piegavano
pentiti verso di lei, e si studiavano di risarcirla dell'offese. E allora egli
ricominciava le persecuzioni, gridava, strepitava, qualche volta percuoteva; e
i servi si licenziavano uno dopo l'altro, ed altri comparivano, e si tornava
sempre al medesimo barbaro giuoco. In un mese si cambiarono tanti servi e
camerieri e cuochi, che la casa del conte B...i pareva l'ufficio d'indicazione
del mediatore Mustorgi. N le vessazioni dovevano fermarsi qui. La signora si
trov incinta. In quella circostanza i suoi portamenti furono tali, a giudizio
dei servi impietositi, da far sospettare che egli, intendente com'era di
medicina, cogliesse ogni occasione per sconcertarla nella gestazione.
Quando giunse il giorno che la signora si sgrav, egli col pretesto che,
invece d'un maschio, era venuta in luce una bambina, s'infuri, grid, ulul,
sbatt imposte, e, a tutti gl'indizj, parve che, coi sussulti e gli sgomenti
tanto pericolosi alle puerpere, mirasse a provocare una flogosi violenta che
gli portasse via la moglie in poco tempo. Il professor Strambio, chiamato
dalla levatrice inorridita, prese allora di fronte il conte Alberico, e gli
diede un lavacapo con minaccia di peggio. E allora colui a infingersi, a
umiliarsi, a protestare un immenso affetto per la sua cara moglie, a
dichiarare ch'egli era tutto stravolto pel timore che aveva di perderla;
laonde il dottor Strambio, non sapendo a chi credere, se ne and crollando il
capo, e non si fece pi vedere.
Queste scene atroci si ripeterono: la madre e la sorella di quella povera
donna stavan sempre in timore di qualche sventura quand'ella trovavasi
incinta; condizione gi pericolosa per s stessa, ma che in quella casa e con
quel marito assomigliava ad una sentenza di morte sempre sospesa sul capo. Di
tre figlie che ebbe, l'ultima nacque morta, e la disgraziata madre ebbe a
subire una malattia lunga, che le guast al tutto la complessione.


XIII

In questo tempo, il conte parve pi sopportabile in casa; ma ci pot
dipendere da un nuovo vizio datogli fuori: il vizio dell'ambizione. Presentato
a corte, desider di essere qualche cosa, di esser fatto ciambellano, di aver
decorazioni, di aver titolo di duca come il Litta, di esser fatto consigliere
di Stato. E, a quest'intento, perch quando una passione l'invadeva, ei le si
dedicava corpo ed anima, si accost al vicer, e fu il suo lecca-zampa pi
fedele, pi obbediente e pi vile. Indovinando le voglie di lui, spesso, con
impudenza codarda, fu il suo manutengolo in tresche amorose; spesso, e ci con
maggior danno del prossimo, o riferendo il vero che non poteva piacere al
vicer, o inventando cose compromettenti, con ingegno diabolicamente astuto
mise in gravissimi imbarazzi conoscenti e amici. Ma il vicer se lo adoperava,
lo disprezzava anche, e non gli concesse mai nulla di ci che con insistenza
domandava; laonde nel 1814 il conte B...i se gli volt contro, e sebbene
respinto dai galantuomini, nondimeno, scaltro com'era e matricolato nella
simulazione, riusc a ingraziarsi al partito italico.
Nella famosa giornata del Prina, a rendersi accetto al popolaccio inferocito,
fisse e rifisse nel cadavere sfigurato il puntale dell'ombrello. Ritornati gli
Austriaci, fu presto ai pranzi di Bellegarde; poscia alle feste di corte,
quando vennero il vicer e la viceregina. Nel tempo stesso per aveva fatto di
tutto per aver parte nella congiura militare del 15; continuava a infastidire
con proteste di devozione gli uomini del partito italico. Era una pecora
codarda ed importuna, che ad ogni costo voleva introdursi tra le gambe dei
cavalli generosi.
Quando quelli di cui si vantava amico, lo respingevano con qualche sgarbo;
quando non trovava il modo di ficcarsi dov'egli voleva, allora i malumori e le
procelle e le tempeste casalinghe ricominciavano.
Nel 1817 ci fu altro cambiamento di scena. Esso venne ad incapricciarsi
bestialmente di una giovine cortigiana di meravigliosa bellezza, venuta allora
a tender le sue reti ai paperi milanesi della classe nobile e ricca. Al
solito, quel capriccio fu una mania e un furore. Mantenne lei, il padre, la
madre, le sorelle di lei; le apprest carrozze, cavalli, palco in teatro,
villa sul lago di Como. Ma in breve venne a mancare il denaro per la moglie e
per le figlie; ma i servi non eran pagati puntualmente; ma il fieno fatto
passar nelle stalle della cortigiana, venne meno al servizio della casa. E qui
i lamenti della moglie e le querele dei parenti di lei; e i furori di lui e
minacce ogni sorta, e pi che minacce, perch una notte misur sulla testa
della disgraziata moglie un colpo colle molle del caminetto, intanto che vi
stava attizzando il fuoco.
Questo fatto, saputo dai parenti di lei, li determin a procedere per una
divisione legale di mensa e di letto. La petizione fu presentata ai tribunali.
Chiamato a dar conto di s, esso calunni la moglie con oscenissime
invenzioni; ma non oper che a danno proprio, perch i giudici indignati
sentenziarono per la divisione legale, per la pensione alla moglie, per
l'interdizione di lui. Questa volta tutto cammin col trionfo della giustizia.
Ma fu per poco. Essa mor in capo all'anno, lacerata d'animo, disfatta di
corpo, ridotta a tal condizione che pareva una larva, anzich una persona
viva. Quando gli giunse la notizia della morte di lei diede un banchetto ai
contadini della villa dov'egli erasi ritirato colla concubina, e la notte
volle che il palazzo fosse illuminato a giorno.
Vedremo in seguito, come, nonostante questi orribili precedenti, quest'uomo,
in conseguenza di pessime istituzioni sociali, per alcune leggi improvvide,
per una podest lasciata con soverchio abbandono a chi non deve averla e non
la merita; per l'onnipotenza del denaro che d la ragione a chi ha torto; per
la vilt degli uomini, complice troppo spesso l'autorit stessa, fu lasciato
ancor padrone del campo: come un lupo, che, dopo essere stato lo spavento
delle madri e dei bambini nel villaggio remoto, non si provvede a prenderlo
nel laccio, n a coglierlo coll'archibugio, ma lo si lascia ancora vagar
liberamente per le campagne.


XIV

Quando vedemmo il conte Alberico mescolato ai soci della Compagnia della Teppa
sulla piazzetta di San Pietro e Lino, egli era nella massima esaltazione di un
furore amoroso per madamigella Gentili; aveva gi mandato persone a parlare ai
parenti di lei, a far proposte di matrimonio. Aveva anche ricevuto due
rifiuti, che sempre pi gl'irritarono quel suo desiderio ardente; era inoltre
tutto sossopra per le smanie gelose che alcuni suoi conoscenti gli avevano
messo in cuore, col dirgli che la fanciulla era innamorata di un altro. Fu
allora che avendo sentito a parlare di una serenata, aveva eccitato i compagni
per scompaginarla a suon di bastone, nella speranza che si sarebbe potuto
spezzar la testa anche al rivale, dal quale presuntivamente quella serenata
doveva essere stata ordinata. Le cose camminarono come camminarono: avendo
scorto tra i suonatori e i cantanti il conte Emilio Belgiojoso, a tutta prima
s'era perduto di coraggio, vedendo in lui un rivale formidabile; ma poi,
assicurato dal suonatore d'oboe, Yvon, il quale aveva una speciale
predilezione per la cronaca urbana e s'interessava d'ogni fatterello privato,
che il conte aveva tutt'altro per la testa, e che invece il presunto amante
doveva essere quel Giunio Baroggi dilettante di viola, il conte Alberico a
tale notizia si sent riposto in sella, perch comprese che coi milioni non
era difficile a scavalcare un giovine non ricco. Torn pertanto a tempestare
il cugino marchese F..., tutore delle sue figlie, perch s'interessasse a tal
faccenda; il marchese aveva creduto bene, come sappiamo, di parlarne a
monsignor Opizzoni, suo conoscente intimo, siccome all'unico personaggio
adatto a compor simili negozj. Le cose erano a questo punto, quando avvenne la
scena procellosa tra il giovine Suardi e il marchese F...
Questa scena, non tanto per s stessa, ma per le sue conseguenze, venne a
sconcertar le speranze e i disegni di Alberico. Ma prima di spiegarne il modo,
dobbiamo intrattenere il lettore d'altri fatti.
Monsignore Opizzoni erasi assunto l'impegno di parlare coi conjugi Gentili,
dimentico, nella sua qualit di santo, di ogni rancore avuto secoloro, e certo
d'altra parte di fare un'opera meritoria, col salvare cio un'anima gi
ipotecata al diavolo, e col togliere con un colpo maestro una fanciulla ancora
innocente dagli orrendi pericoli che la carriera del teatro le veniva
minacciando. Salvare un'anima perduta, e assicurare il paradiso a un'anima
nata fatta per esso, furono le due idee che esaltarono la carit entusiasta di
monsignore. A ci s'aggiunga una specie di puntiglio, che, a sua insaputa, gli
si era fitto nell'animo, e nol lasciava tranquillo da un pezzo, di riuscire ad
avere il disopra su quel petulante di maestro Brambilla. Il conte Alberico,
dal canto suo, avendo recitato maravigliosamente con lui la parte d'impostore,
col protestare d'essere stanco e pentito della propria vita peccatrice,
coll'assicurare di sentirsi purificato da quell'amore, e di non scorgere per
s altra via di salvamento che nel matrimonio con quella fanciulla santa, era
pervenuto a far veder chiaro a monsignore che la Provvidenza in quella
occasione avea voluto dar la pi evidente prova della sua presenza, e che per
bisognava assecondarla con tutta l'anima e con tutto lo zelo.
Quando monsignor Opizzoni riprese le sue visite ai conjugi Gentili per fare
quella proposta che, secondo il suo concetto, doveva riuscir salutare come un
miracolo di Ges Cristo; madamigella Stefania stava per conchiudere una
scrittura coll'impresario Barbaja. Quest'uomo, che avea cominciato la sua
carriera col fare il guattero nei fondaci delle bottiglierie, poi, spinto dal
suo genio, nell'anno medesimo che Volta invent la pila, scoperse l'alto
segreto di mescolare la panna col caff e colla cioccolata onde
nell'imperitura parola di barbajata si fece un monumento pi saldo del
granito; poi, diventato appaltatore dei giuochi d'azzardo nel ridotto della
Scala, arricch straordinariamente, di modo che presto assunse l'impresa del
teatro stesso e quella del San Carlo di Napoli; quest'uomo dunque, meno le sue
speciali cognizioni sul cacao e sul moka, era di una ignoranza mitica; ma
aveva il genio del far danaro, senza guardare ai mezzi, senza idee di onest,
non fido che all'ultimo intento; come un condottiero il quale divorato dal
furore delle conquiste, move innanzi senza badare al diritto, calpestando le
popolazioni e moltiplicando le stragi. Nella sua condizione d'impresario era
perci uno strozzino inesorabile di maestri, di cantanti e di ballerini.
Fiutava cos in di grosso il vero merito, come una volpe che, cos anche da
lontano, alzando il muso nell'aria, sente odor di pollastro; e tosto gli era
sopra per impadronirsene e divorarlo. Quando sent l'entusiasmo che
madamigella Gentili aveva destato al teatro Re, senza por tempo in mezzo,
pens ad ipotecarla a suo vantaggio. Si rec dalla fanciulla, la lod, ma in
modo da farle capire che valeva molto meno di quello che essa potesse credere;
le fece capire cos vagamente che, se possedeva una voce simpatica, essa era
per debole, segnatamente nelle corde di mezzo, e per di pi, aveva un certo
tremulo che a lui, pratico del mestiere, accusava i sintomi di un facile e
vicino scadimento. Dietro questo esordio le propose una scrittura per sei
anni, nel primo dei quali le avrebbe corrisposto lire cinque mila, sei nei tre
successivi, otto mila negli ultimi due.
I genitori rimasero sbalorditi di cos misere proposte, e si guardarono in
faccia quasi a dire: Il maestro Brambilla ci ha dunque ingannati. E
madamigella Stefania rispose che non poteva accettare quei patti in nessun
modo, e che piuttosto avrebbe rinunziato per sempre alla carriera teatrale:
l'impresario replic, ragion e sragion, e conchiuse che sarebbe tornato
entro tre giorni a sentir la risposta definitiva. Ma nel secondo di questi
giorni comparve invece monsignor Opizzoni, impresario d'anime, a fare la sua
proposta inaspettata. I parenti della ragazza conoscevano il conte B...i
appena di nome; tuttavia, per quanto vivessero fuori del mondo, era giunta
fino a loro la notizia della torbida vita di colui, e ne fecero motto a
monsignore; ma egli tosto lor contrappose. che se esso aveva avuto un cattivo
passato, era da ascriversi al bollore della giovent, all'inesperienza,
all'essere stato disgraziato nella scelta delle mogli; che, di presente,
quantunque fosse ancora in freschissima et, non era per pi in quella
procellosa stagione della vita, in cui tutti gli uomini, quelli eziandio
destinati a diventare sapientissimi, non mancano di fare sovente i loro
stramazzoni; che esso avea parlato in modo, aveva espressa una tale deferenza
per la fanciulla, aveva cos altamente protestato che soltanto per quel
matrimonio avrebbe ottenuta quella tranquillit d'animo che non ebbe mai prima
e per mancanza della quale pot far cose di cui tanto si vergognava e si
pentiva; che meritava assolutamente di esser preso in considerazione; e per
conseguenza, dal lato di loro e della ragazza, l'annuire a una tale proposta,
non era soltanto un colpo di fortuna inaspettato, un beneficio della
Provvidenza, la quale esibiva alla ragazza tutti gli agi della vita, mentre le
faceva scansare tanti pericoli; ma era una buona azione, un'opera meritoria,
un mettersi sicuramente sulla via del Signore. I genitori guardarono alla
figlia, come a dire: Che te ne pare? Ma la figlia non rispose nulla: onde
monsignore, conchiudendo che, in ogni modo, la questione di un matrimonio
essendo sempre una cosa gravissima, meritava il pi maturo consiglio, si
licenzi dicendo ai genitori che sarebbe ritornato a sentire le loro
deliberazioni, e che intanto egli avrebbe pregato il cielo perch volesse
inspirarli.


XV

L'idea della ricchezza possibile aveva in addietro lavorato cos fortemente
nella testa di quelle due sante persone del signor Giacomino e della sua met,
ch'eransi rassegnati a non pi veder monsignore per casa, e a lasciar che la
fanciulla seguisse la propria vocazione. Ma l'idea della ricchezza certa,
subentrata in un momento che l'impresario Barbaja aveva ridotta ad una
inaspettata diminuzione di prezzo il merito vocale di Stefania, fu cos forte
e formidabile da far loro conchiudere, che i figliuoli devono sempre obbedire;
che la giovinezza non sa quel che si fa; che se Stefania aveva tanta passione
per il canto, poteva continuar a cantare anche in casa del conte B...i. Ma
Stefania, interrogata, rispose ricisamente che non voleva maritarsi; che quel
signore lo conosceva di vista, e non gli piaceva niente affatto, perch era
brutto e perch, per certe parole che aveva avuto la sfacciataggine di
rivolgerle sul palco scenico del teatro Filodrammatico, doveva anche essere
disonesto. Allora il signor Giacomino che frequentava le quarant'ore mont
sulle furie; disse che il conte Alberico era abbastanza un brav'uomo ed anche
un bell'uomo, senza essere una meraviglia; che in quanto alle parole dette o
non dette, tutti i giovanotti quando parlano a donne di teatro hanno sempre
quei modi e quello stile, e che era ridicolo il pigliarne scandalo.
Stefania rispose con un certo slancio stizzoso, che all'uomo delle quarant'ore
parve insopportabile, e al tutto sconveniente col rispetto che i figliuoli
devono ai genitori; onde su quella cara e leggiadra testina lasci andare uno
scappellotto plebeo, che fece dar la fanciulla in un dirotto pianto di dolore
e di rabbia. Il diavolo insomma era rientrato in casa Gentili, nascosto sotto
la sottana del suo gran nemico Opizzoni.  difficile immaginare le vessazioni
assidue che quei due santi fecero soffrire alla loro figliuola. Una mattina la
madre la prese alle strette, perch confessasse se mai avesse un altro amante:
Stefania rispose di no; e alle repliche materne protest e giur, per finire a
piangere come una disperata. Nel frattempo monsignore torn pi volte in casa
Gentili. I genitori parlarono sempre in nome della figliuola; e questa sent
una mattina che monsignore tutto beatificato: Ah son ben contento, esclam,
ch'ella sia felice d'accettar la mano di colui. Il conte B...i ebbe cos il
permesso d'andarle in casa. E i modi di lui, siccome aveva dell'ingegno ed era
educatissimo ed ipocritissimo, furono cos cortesi ed anche cos ameni e
disinvolti che, per la prima volta, Stefania si sent alquanto placata e
risolse di dir di s, anche per fuggire le domestiche torture, e bench non le
paresse vero di dover sposare un uomo la cui bocca, allorch s'apriva,
presentava il desolante spettacolo dei troppo felici esperimenti dell'in
allora celebrato dentista Bonella.
I parenti di Stefania che, finch dur l'opposizione di essa, avean sentito in
fondo alla coscienza certe fitte intermittenti di rimorso, pur
nell'esaltazione e nel dispetto che provavano nel trovare la figliuola tanto
indocile e nella certezza di far l'uso il pi legittimo della potest paterna;
assaporarono l'ebbrezza di una felicit non mai provata prima, nel vedere che
finalmente non solo ell'erasi piegata al loro desiderio, ma pareva anche
contenta: onde diede lor fuori un amor paterno e materno cos sviscerato che
le prodigarono ogni sorta di carezze, di gentilezze, di delicatezze. Pareva
quasi ch'ella fosse diventata la padrona di casa, perch la madre adempiva ad
ogni suo desiderio colla sollecitudine e la sommessione quasi d'una fantesca;
e il padre era diventato dell'umore il pi gajo, e al desco quotidiano era
sollecito di servir la figliuola per la prima, chiamandola gi contessa
Stefania, cos tra il serio e il buffo. Monsignor Opizzoni, che, essendosi
accorto in principio dell'avversione della fanciulla per quel matrimonio,
rigorosamente coscienzioso com'era, aveva gi pensato di non parlarne altro;
prov una soddisfazione ineffabile quando fu convinto che la fanciulla era
contenta. Ringrazi il cielo con tutta la espansione del suo animo santo, e
recatosi in casa del conte Alberico, gli fece, come suol dirsi, una paterna
cos calda, cos eloquente, nel mettergli innanzi tutti gli obblighi a cui
andava incontro nel legare per sempre alla propria vita quella della
fanciulla; gli parl con tanta effusione delle qualit squisite e maravigliose
di lei, gli raccomand con un fervore cos appassionato, perfino colle lagrime
agli occhi di provvedere con ogni sforzo, con ogni cura a farla felice, che
per verit, chi avesse ascoltato quel discorso, avrebbe dovuto piangere di
tenerezza.


XVI

In quanto al conte, il delirio che lo invase nel pensiero che avrebbe
realmente posseduto quel capolavoro di bellezza femminile, fu tale che in
realt era diventato quasi buono; non era pi invidioso di nessuno, aveva
smesse le menzogne e le calunnie; e stette intorno alla fidanzata con ogni
maniera di gentilezze. Chicchessia pertanto (non chi scrive per, perch di
tali cose se ne intende troppo) avrebbe dovuto invidiare quella giovane
creatura cullata dai genitori come se fosse una neonata, raccomandata
espressamente al cielo dalle preghiere di un venerando sacerdote, idolatrata
dal futuro sposo; al che si aggiunga la splendida prospettiva del cocchio, del
palco in teatro, delle livree, dei viaggi a Parigi, a Londra, a Madrid, delle
conversazioni serali e vocali, dov'ella necessariamente sarebbe stata la
regina legittima e perpetua della festa.
Esultavano dunque tutti, ma tutti a danno di una sola, e precisamente quelli
che, esaurita la maggior parte della vita, avean raggiunta l'et in cui gli
uomini non dovrebbero avere altro obbligo che di provvedere al bene della
giovent che sorge, di apprestarle tutte le occasioni della felicit
possibile, di soccorrerla, di salvarla, di colmarla di beneficj. Esultavano
tutti a danno di una sola. La giovinetta Stefania, leggiadra, bella fra le
bellissime, dotata di un talento straordinario e in quella sfera dell'arte che
 la pi lusinghiera e la pi affascinante di tutte; essendo alimenti naturali
di questo medesimo ingegno il sentimento, l'entusiasmo, l'amore ardente del
bello, e attraverso e intorno e dentro a tutte codeste attitudini, una
serpigine occulta, persino a lei stessa, ma prepotente e fortissima, di una
sensualit gentile, che non offendeva la castit nativa, ma le metteva in
ebollizione il sangue con tentazioni arcane; l'unica figliuola di due santi
testardi e inconsciamente spietati, eletta creatura che cresceva allora e per
la quale quanti le stavano intorno avean l'obbligo di sacrificarsi, era
predestinata invece, come Ifigenia, per i fatali responsi di un sacerdote, ad
essere immolata sull'ara paterna, e a diventare, come Andromaca o come
Angelica, pasto consacrato alle zanne d'una belva affamata.
E la belva affamata, divenuta transitoriamente mansueta nell'aspettazione del
pruriginoso cibo adocchiato e presentito, si rec una mattina dal suo nobile
cugino marchese F..., amministratore della di lui sostanza e di quella delle
sue figlie, per pregarlo di anticipargli un centinajo di mila lire per le
spese degli sponsali. Ma il marchese, contro ogni sua aspettazione e con sua
dolorosa sorpresa:
 Io non ti anticipo nulla, disse. Ho altro per la testa in questi d.
 Ma, e che  avvenuto?
  avvenuto che non ho danari da dare altrui: segnatamente quando si tratta di
soddisfar capricci, e probabilmente di far nascere dei disordini.
 Disordini?
 Peggio che disordini, perch una bellissima ragazza di diciott'anni,
vagheggiata e desiderata dalla pi avvenente giovent di Milano, e che si
adatta a congiungersi con un tuo pari,  una tale anomalia da non potersi
comprendere. Io ti ho raccomandato a monsignore, perch credevo che quel
sant'uomo, liberando me dal fastidio di fare il sensale di matrimonj, avrebbe
detto tutto ai parenti della fanciulla; non omettendo di far loro presente che
a soli trentasei anni ti son gi morte due mogli, giovanissime l'una e
l'altra.
 Ma che discorsi son questi, caro marchese? Ma quando uno sposa una donna, ha
forse l'obbligo di garantirle la vita?
 Non so nulla. Ma io non darei mai mia figlia ad un uomo ancor giovine, che si
 gi trangugiato due mogli come due uova fresche. Ma queste sono parole; il
fatto  che i danari non te li do.
Questo repentino cangiamento nell'umore del marchese F..., che in quella
mattina si mostr col conte Alberico bisbetico fino alla provocazione e
all'ingiuria, e che il conte Alberico sopport per quella vilt che lo faceva
tacer sempre innanzi a quelli che potevano pi di lui e non dipendevano da
lui, era stato provocato da un incidente tutt'altro che atteso dal marchese,
il quale si trov risospinto nel mare pericoloso del tribunale, e si vide di
nuovo nel pericolo di perdere quei tanto contestati milioni della lite
centenaria, per una lettera che il notajo Agudio da una sua campagna presso
Varese, dove era gravissimamente ammalato, aveva scritto al Direttore di
polizia.
Il marchese nell'ozio fastoso della sua ricchezza non contrastata, nella
compiacenza beata d'essere un gran facoltoso rispettato e temuto, soleva
assecondar volontieri chi gli si raccomandava, e non si lasciava troppo
pregare nel far piaceri a parenti ed amici, e perci aveva trovato giustissimo
che suo cugino si preparasse ad assassinare un'altra moglie. Ma l'inatteso
pericolo sorgiunto gli rovesci l'animo, lo fece diventare bisbetico e
intrattabile. Parendogli che tutti fossero in miglior condizione di lui, sent
il morso della pi dispettosa invidia pur contro quel vile briccone di
Alberico che, senza cure di nessun genere, pensava a soddisfare a nuovi
capricci. Non sperar nulla per, o lettore di buon cuore; bens preparati a
fatti strani.


XVII

Una quarantina d'anni sono, il corso festivo del popolo milanese, disertato
dall'antica via Marina, e poscia dai giardini e dal bastione di porta
Orientale, erasi ridotto a porta Romana. Pare che questa deviazione, che
infranse per cinque o sei anni la secolare consuetudine, sia stata occasionata
da un tale, che, avendo viaggiato in Russia, introdusse nell'osteria del Monte
Tabor, posta ai fianchi della porta Romana, il divertimento della slitta.
Costui, traendo profitto degli accidenti di giacitura di quella parte di
bastione che si venne col tempo addossando ed innalzando sulle vetuste mura di
Milano, vi pratic una discesa precipitosa di centocinquanta passi,
pavimentata in legno liscio con solchi paralleli, in cui scorrevano delle
ruotelle in ferro portanti una seggiola per una persona, od anche per due,
quando l'una avesse caro di sedere in grembo all'altra.
Questo divertimento, per quanto fosse puerile, come dicevano gli uomini gravi
e non pi giovani d'allora, fu potente a far cambiar direzione a centomila
gambe. Fosse la novit della cosa; fosse che (siccome si usa nelle feste da
ballo, che il cavaliere si piglia seco la dama o la damigella, e anche senza
conoscerla, dalla usanza tiene la sanatoria di danzare con essa e di
abbracciarla a suon di musica), fosse dunque che i giovanotti e i cacciatori
d'amore avessero il permesso di tirarsi in grembo le signore pi o meno
maritate, le fanciulle pi o meno custodite, e che alle fanciulle e alle
signore non dispiacesse niente affatto di sedere a quel modo, il fatto sta che
l'insolito gioco ebbe un successo di entusiasmo e di delirio. Nelle giornate
di giugno il concorso cominciava all'alba e finiva a mezzanotte; cosa che si
comprende facilmente quando si sappia che con soli 50 centesimi si pagava
l'ingresso e tre slitte.
Nei giorni di festa e di gioved l'affluenza delle carrozze era tale, che dal
ponte alla porta dovevano procedere lentissime in due file, ed anche far
lunghe soste. Il fortunato importatore di questa slitta senza ghiaccio
guadagn per molto tempo pi di mille lire al giorno. Quando uno, nel caso di
metter fuori una ditta, sceglie per socio il peccato,  quasi sempre sicuro di
far fortuna. In conseguenza per di parecchi disordini avvenuti, la polizia
dovette sospendere quel divertimento per qualche tempo; e non ne concesse di
nuovo l'esercizio che col primo maggio del 1820. Fu allora che il Monte Tabor,
abbellito di nuove piantagioni, ornato di pergolati e padiglioni, rallegrato
dalle bande musicali, col libero ingresso alla slitta accordato a chi desinava
in quell'osteria, torn ad attirare a s tutta la folla gaudente della citt
di Milano.
Nel dopopranzo del 24 settembre, giorno di domenica, era, come di consueto,
affollatissimo lungo il corso di porta Romana il passaggio dei pedoni,
prolungato e lento e ad ogni istante interrotto il procedere delle carrozze,
dei pesanti e maestosi land, dei bomb non ancora scomparsi, dei birbini, dei
cabriolets; piena la corsia interposta tra le due file di eleganti cavalieri,
che si fermavano al fermarsi de' cocchi, a' cui sportelli apparivano tutte le
foggie dei cappelli femminini che in quei giorni erano stati incisi e dipinti
sul Corriere delle Dame, redatto allora da Angelo Lambertini; cappelli di
crepon, di raso, di treccie di cotone, di paglia di Firenze con penne di
struzzo, con marabouts, con piume scozzesi, ecc., ecc. Presso all'osteria del
Monte Tabor era un ingombro inestricabile di cocchi, di cavalli tenuti a mano
dai palafrenieri, dalla pi minuta gente del popolo, la quale, mancante degli
indispensabili cinquanta centesimi per entrare, si accontentava di vedere lo
spettacolo esterno e di sentire la musica delle due bande militari, che,
collocate alle parti estreme dell'osteria, si alternavano nell'eseguire i
pezzi delle opere teatrali allora pi in voga. In quel dopopranzo, il concorso
alla slitta era forse maggiore del solito, perch si sapeva che, per la prima
volta, vi dovevano intervenire il vicer e la viceregina, i quali tenevano
dall'imperiale parente il mandato di aspirare alla popolarit, mescolandosi ai
cittadini e al popolo.
L'interno dell'osteria, dai bassi piani, dalle falde sino all'ultima vetta del
Tabor, era un vero alveare rumoroso e gozzovigliante, percorso e ripercorso
senza posa da camerieri trafelati. Verso le ore sei arrivarono, preceduti dal
giallo battistrada, i due tiri a sei vicereali, il che se, pel momento,
produsse una sosta nella agitata faccenda della cucina e della cantina,
accrebbe il movimento e il fracasso del pubblico accorso, e non mancarono, pur
troppo, i battimani prolungati all'entrare delle loro Altezze Imperiali nel
locale della slitta. Vi fu, com' naturale, qualche faccia pesta, qualche
costa indolenzita, allorch i curiosi pretesero tutti di vedere dappresso la
viceregina ad assidersi nel calessino della slitta, ed a fare i suoi cinque o
sei giri in pochi minuti. Possiamo assicurare che la viceregina ebbe un
successo di fanatismo anche perch era una bellissima donna, pi alta di una
Patagona, e perch forse nella rapida discesa, squarciando il vento, permise
che le candide gonne, alzandosi in barocchi svolazzi, lasciassero vedere un
pajo di gambe dense e poderose, di quelle che di solito non sembrano concesse
alle Altezze Imperiali. Non mai artista, n cantante, n ballerino o
cavalcatore, nemmeno la Malibran, nemmeno la Elssler, nemmeno Miss Ella,
fecero girar la testa al pubblico, affrontando tutte le difficolt dell'arte e
il pericolo di rompersi il collo, come la viceregina sedendo comodissimamente
in slitta.
Qualunque straniero, di quelli che non stancano gli occhi sui giornali e non
tengon dietro alle politiche altalene, se si fosse trovato allora in Milano
raggirato nel vortice di quella baraonda, avrebbe dovuto dire che l'et
dell'oro era tornata fra noi; che i sudditi italiani andavano in amore per i
sovrani tedeschi; che questi non avevano a temere pi nulla; che il barometro
della storia assicurava un sereno dei pi costanti; che una specie di
beatitudine asinesca aveva avvolto nella sua tepida atmosfera tutta la nostra
popolazione. Eppure non era cos, anzi era precisamente il contrario. Pochi
giorni prima era stata mandata ai parroci una notificazione da leggere in
pubblico, portante obbligo a tutti di notificarla, pene gravi ai delinquenti,
perdono e impunit ai complici che li denunziassero.
Numerose truppe e treni d'artiglieria arrivavano e passavano per Milano,
diretti a Pavia a guardare il Ticino ed il Po. Al console di Napoli era stato
ingiunto di partire immediatamente da Milano, quasi che la costituzione
imposta al suo re, per suo mezzo dovesse diventar contagiosa qui come la
febbre gialla e il vajuolo nero.
In quanto all'ordine interno e alla sicurezza pubblica, le strade suburbane
eran continuamente infestate da bande di assassini; nella citt quasi
quotidiani gli assalti notturni, le uccisioni e i furti. L'allegria cittadina
assomigliava dunque alla luce del sole, che rischiara indifferentemente tanto
il male quanto il bene.
Come quando il corpo umano dev'essere travagliato da qualche malore critico,
che porter lo scompiglio in tutte le sorgenti della vita, per ispegnerle o
per rinnovarle tutte, che il colore vivace della salute  mantenuto in viso
pur dalle stesse accensioni della febbre, cos appariva alla superficie lo
spirito della societ di quel tempo, in cui diedero fuori i primi sintomi di
una profonda trasformazione in tutte le sfere della vita pubblica e privata,
del pensiero e delle aspirazioni nazionali, in tutti i rami della scienza, in
tutti i campi dell'arte.
In quella stessa gazzarra del Monte Tabor erano ostensibili tutti gli elementi
vivi della rigenerazione che stava per succedere in tutto l'organismo della
societ.
Giunio Baroggi, salito sur uno dei poggi pi elevati dell'osteria, da cui si
poteva dominare tutta la scena che gli si svolgeva dintorno e di sotto,
guardando ora a un gruppo ora all'altro, stava immobile riflettendo appunto al
contrario tra l'apparenza e la realt di quello spettacolo.


XVIIII

Ma di questo Giunio, che  destinato ad essere una specie di Childe Harold, ed
avr poi l'incarico di congedare i cari lettori del nostro libro, ne pare, che
prima di continuare ad accompagnarlo ad ogni passo, sia necessario sapere
minutamente com'egli era fatto di fuori e di dentro.
Gi ne usc dalla penna la notizia ch'egli era un bel giovane; bello al punto
che l'Accademia di belle arti e l'Ateneo delle donne e delle fanciulle
milanesi avrebbero dovuto disputare assai, prima di conchiudere se il primo
premio in belt doveva concedersi a lui o al conte Emilio Belgiojoso o al
Marliani.
Coloro che propendevano per le proporzioni atletiche, avrebbero scelto il
conte Emilio; quelli per cui non v' bellezza se non  garantita dai capelli
neri e dagli occhi neri stavano pel Marliani; ma quanti propendevano per
quella belt che riceve tutta la sua espressione dal sentimento e dallo
spirito, non avrebber tardato un minuto a dar la palma al nostro Giunio.
Concepito nel 1798, quando la giovinetta sua madre era tenuta in continuo
sussulto da cento ansie e paure, erasi insinuato nel suo organismo una tale
eccentricit che, sebbene ei fosse sanissimo e perfettamente costituito, pur
gli dava talvolta l'apparenza di un giovane travagliato da qualche malore. Ma,
per sua fortuna, col tramontare del classicismo carnale, allora era gi
incominciata la moda delle faccie languenti; la sua poi era di quelle che non
son sempre eguali; la mobilit dello spirito e le varie impressioni
l'alteravano in un momento. I pensieri si vedevano a passare tutti su di essa,
come le nubi sul cielo. Codeste alterazioni erano tali e s forti, che in
certi istanti il suo volto, tanto era lo spostamento e la battaglia dei
muscoli, poteva persino parer brutto, per lo meno disgustoso. Se per una
subita gioja lo esaltava, s'egli animavasi in qualche disputa gentile, se
trovavasi al contatto di una persona cara, se una musica agitante gli metteva
il tumulto nel sangue, tosto pareva che gli si togliesse dinanzi come un velo
cupo; tutta la sua fisonomia si esilarava, le linee quasi sgominate
ripigliavan di tratto il loro posto regolare; gli occhi mandavano lampi ed
esercitavano un tal fascino, che quanti lo vedevano e lo ascoltavano, si
animavan seco.
Codesta eccitabilit, che alterava s facilmente il suo aspetto, alterava e
modificava, com' naturale, anche le manifestazioni della sua mente e
dell'animo suo.
Talvolta era chiuso, taciturno, triste, timido, circospetto; talvolta ilare,
espansivo, loquace, epigrammatico, imperterrito. Talora il suo ingegno era
riflessivo, preciso, misurato come la geometria: pi spesso traboccante,
disordinato, concitato, pieno di voli audaci come la poesia lirica.
Impressionabile qual era al pari di un barometro, riceveva e riteneva
tenacemente in s le impronte di tutte le parvenze anche fuggevolissime del
mondo oggettivo. Dotato di uno spirito d'osservazione acuto e penetrante,
un'occhiata dal capo al pi bastava sovente a rilevargli un uomo; da ci una
straordinaria facilit, che potea parer precipitazione, a portar giudizio
degli altri; da ci altrettanta facilit a sentire propensione o avversione
per quelli che avvicinava; propensione che si cangiava tosto nella pi calda
amicizia; avversione che lo portava spesso a non dissimulare le pi violenti
antipatie. Nei lunghi e frequenti viaggi in compagnia del padre e della madre,
aveva acquistata esperienza di mondo oltre il diritto dell'et sua. Datosi
agli studj con intensit quasi febbrile, ne' due anni che dimor a Parigi (ch
era nell'indole sua il portar tutto all'eccesso nel tempo che applicava la
mente e il cuore a qualche cosa), s'era cos arricchito di cognizioni, che in
una compagnia di letterati e di dotti potea giocar buonamente la sua partita
con chicchessia.
La tempra per del suo ingegno e del suo sentimento lo inclinava pi al culto
dell'arte che a quello della scienza. La sua era anima di poeta, e idolatrava
il grato della belt spettacolo, e credeva che i prodotti dell'arte
consolassero l'umanit pi direttamente e pi istantaneamente che quelli della
scienza. Nella sua mente aveva spinto fino alle pi esagerate conseguenze quel
detto di Foscolo che le discipline pi utili ai mortali son quelle che
diradano gli affanni e le noje della vita. La sua eccitabilit stessa, che lo
rendeva sensibilissimo ai patimenti altrui, e per conseguenza manteneva lui
medesimo quasi sempre in uno stato di dolore morale, lo aveva confermato
sempre pi in quell'opinione. Val pi, egli solea dire, la corrente elettrica
messa in movimento in tutti i teatri dei due mondi dalla musica poderosa di
Rossini, che quella eccitata dalla pila di Volta.
Colla scienza arida e sola, l'umanit rimane sempre infelice; soltanto per
mezzo dell'arte pu avere dei quarti d'ora passabili.
Riferendo questi suoi detti, non crediamo di metterci la nostra firma;
intendiamo soltanto a mostrare che strana tempra di giovane era il nostro
Giunio.
Essendosi trovato pi volte in compagnia di Ugo Foscolo, quando questi, al
pari di tanti altri, sebbene indarno, aveva fatto la corte a donna Paolina, la
sua fantasia adolescente era stata scossa e penetrata dalla fiera e generosa
misantropia di colui. Per, fosse che l'indole sua lo avesse portato
spontaneamente a pensare come Foscolo, o un po' di vanit giovanile lo avesse
spinto ad ostentar d'imitarlo, abborriva romanamente ogni sorta di tirannide;
sentiva un'avversione invincibile per l'invadente autorit, fosse pur quella
che deriva dalla superiorit dell'ingegno. Degli uomini, in generale, avea
disistima e sgomento, salvo i pochissimi che gli paressero egregi; questi poi
amava con entusiasmo e con efficacia operosa, e credeva con ci di confortarli
ed ajutarli, e di stringersi ad essi quasi in lega di mutua difesa contro
all'attentato dell'universalit.
Allorch gli pareva che uno fosse buonissimo, lo frequentava con intimit,
fosse il falegname, fosse il calzolajo, segnatamente se mostrava d'avere
abbondanza d'ingegno naturale: ch l'ingegno spontaneo e il vergine buon senso
anteponeva a qualunque dottrina.
Portato a studiare gli uomini, come un medico che si affanna nello studio di
una malattia creduta incurabile, li andava a cercare in tutte le classi della
societ. Oggi passeggiava sotto al braccio del duca Litta, del conte
Belgiojoso, dell'Archinto; domani sedeva nel cortile del Falcone a bere il vin
bianco magro col Bichinkommer, che prediligeva in modo particolarissimo. Dopo
aver passata qualche ora in discussioni letterarie al caff della Palla, dove
convenivano parecchi professori del ginnasio e del liceo di Sant'Alessandro,
lo si vedeva al caff della Cecchina a intrattenersi a lungo con cantanti e
ballerini. Rimaneva spesso delle intere giornate nella Biblioteca Ambrosiana a
leggere, a studiare, a consultare gli Oblati che ne erano i dottori. Un altro
giorno, ammesso a suonare il quartetto in casa Castelbarco, si, deliziava
colle composizioni di Beethoven, di Kromer, di Haendel, di Boccherini, ecc.
Sosteneva lunghe discussioni estetico-musicali col maestro Soliva, con Minoia,
con Federici, con Alessandro Rolla, con Lichtenthal, coll'energumeno
Prividali, agente, giornalista-librettista, che dalla cronica bolletta e dal
fegato guasto era mantenuto in continua esacerbazione, e nella disputa
schizzava veleno e acido solforico. Un altro d, assistendo alle prove del
circo equestre ai Giardini pubblici, perch era grande conoscente di
Alessandro Guerra, allora primo cavallerizzo della compagnia di Bach di
Vienna, vi si tratteneva a lungo, suggerendo pose eleganti alle belle amazzoni
cavalcanti, e incoraggiando il Guerra al non ancora tentato Non plus ultra.
Codesta variet di studj vivi e di divagazioni gli era imposta non tanto dalla
mobilit dell'indole che non gli permetteva di fissarsi troppo a lungo in una
occupazione esclusiva, ma dal proposito che vagamente gli era sorto in mente,
dopo aver letta la traduzione squisita del Viaggio sentimentale di Sterne
fatta dal Foscolo, di portare cio alle pi ampie proporzioni possibili quel
modo di componimento, e di fare un lavoro letterario che riflettesse gli
infiniti colori dell'umanit.
A Venezia, dove noi conoscemmo il Baroggi del 1849, abbiam potuto vedere
l'abbozzo ed alcune parti compiute di quell'opera vasta. E, secondo il parer
nostro, quel lavoro condotto a compimento, avrebbe fatto un gran rumore nel
mondo letterario; l'Italia avrebbe certissimamente avuto un uomo illustre di
pi, se eccezionali sventure e dolori fierissimi non avessero affranto quel
generoso ed originalissimo ingegno.
Intanto che il Baroggi stava, come fu detto, guardando ora una parte, or
l'altra, or l'altra del fracassoso spettacolo del Monte Tabor, sent battersi
una spalla, e contemporaneamente ud la voce di Andrea Suardi. Con questi
trovavasi un giovane di aspetto e di modi assai distinti.
 Eccovi il vostro amico, gli disse questi. Stando laggi, vi abbiam
conosciuto. Si veniva in cerca di voi appunto... Siamo gi stati alla vostra
casa, e non avendovi trovato, abbiam detto che, siccome tutto il mondo corre
qui, cos vi sareste venuto anche voi. Non  un'ora del resto che il vostro
amico ha potuto lasciare, e speriamo che sar per sempre, la sua cella di
Santa Margherita. Io mi lodo di aver potuto giovare tanto a voi che a lui, e
mi lodo tanto pi che avendovi promessa la mia assistenza, questa ha portato
il miglior frutto possibile.
Ed ecco un altro personaggio, dir il lettore. S, un personaggio, e di che
importanza e di che natura fatta apposta per esercitare lo spirito d'indagine
di chi studia gli uomini nella vita viva!


XIX

Il giovine che con tanta gentilezza di modi e di parola present il Suardi al
nostro Giunio, era impiegato nell'alta gerarchia della polizia di Milano.
Bench fosse noto che egli era ammesso alla famigliarit del barone Gehausen,
allora direttore di quel dicastero, e amico intrinseco del Pagani, consigliere
di governo e vicem-gerens del Gehausen, pure la sua presenza non solo era
tollerata, ma ricercata nelle conversazioni delle case pi distinte e nei
crocchi degli uomini pi intemerati e illustri. Per assai riguardi noi non ne
diremo il nome, quantunque crediamo che riuscir ben facile d'indovinarlo a
quei lettori che non sono pi giovani, ed hanno chi sa quante volte parlato
con lui. Di aspetto simpaticissimo ed attraente, di modi gentili ed
insinuanti, di ampio ingegno e di eguale coltura, segnatamente nelle cose
della giurisprudenza, che era stata prima e divent poscia la sua professione,
era uno di quegli uomini che dalla natura tengono una specie di sanatoria di
poter fare tutto ci che vogliono, senza incontrare la cos pronta e
inesorabile censura pubblica. Chi avesse occupato il suo posto, anche senza il
pericolo d'incontrar l'odio altrui (perch quel posto era nella pianta del
dicastero, e qualcuno bisognava pur che l'occupasse), sarebbe stato per lo
meno gentilmente sfuggito da quanti non amavano il governo austriaco, e
guardavano il palazzo della polizia con quell'apprensione indefinibile, ma
molto simile all'istinto onde la lepre scansa il levriere; chiunque poi avesse
avute le pratiche cittadine ch'esso aveva e fosse stato come lui tanto intimo
delle persone ch'erano in uggia al governo, certissimamente che non
l'avrebbero scelto a sedere tra il barone Gehausen e il consiglier Pagani. Ma
egli aveva quel parlar facondo lusinghiero e scorto ond' caratteristico
l'Alete della Gerusalemme, sebbene non fosse sorto come Alete tra le brutture
della plebe, ch anzi era nato da una famiglia onestissima e stimata, e non
fosse perverso e calunniatore come quel personaggio del Tasso.
Ma il suo parlar facondo e i suoi modi flessuosi e un viso dove pareva che la
sincerit e il candore avessero posta la loro sede preferita, facevan di
specchietto incantatore con tutti, e lo mettevan tosto nelle grazie di quanti
avvicinava. Avendo fatto letture svariate, essendo fornito di straordinaria
memoria, di percezione prontissima e sagace, parlava d'ogni cosa e in
qualunque ramo, come se quello fosse l'oggetto appunto della sua professione.
Dato il caso che, per modo d'esempio, il discorso fosse caduto sui cinti
elastici, avrebbe dato da pensare anche al Pioroni, anche al Corbetta. Questa
eccezionale qualit gli metteva nelle mani quasi a dire il biglietto
d'ingresso per tutte le classi, per tutte le professioni, per ogni qualit di
persone, sapendo opportunamente toccar le corde che oscillavano pi grate
all'orecchio di ciascuno. E codesto ei faceva anche senza intenti speciali, ma
soltanto per appagare un bisogno spontaneo della sua mente e dell'indole sua.
Se ne vogliamo una prova, possiamo ottenerla subito a proposito del nostro
Baroggi.
Dopo avere intrattenuto quest'ultimo colla relazione delle pratiche ch'egli
aveva fatto presso il marchese F..., affinch questi si piegasse a levar la
querela mossa contro il Suardi; dopo avergli detto come la prima volta lo
aveva trovato inesorabile, e la seconda invece, con sua gran meraviglia,
arrendevolissimo, al punto che gli parve avesse pi volont il marchese di far
mettere in libert il Suardi, che questi di uscire all'aperto; dopo aver dato
le pi belle speranze al Baroggi relativamente all'eredit in contestazione
pel fatto inatteso che il notajo Agudio aveva scritto una lettera al direttore
Gehausen, e un'altra al presidente del Tribunale Civile, informandoli come
egli avesse consegnati nelle mani dell'avvocato Gambarana e dell'avvocato
Falchi dei documenti importanti trovati nell'archivio del defunto dottor
Macchi, dopo aver risposto ad alcune domande del Bichinkommer, che in quel
punto erasi presentato per congratularsi e stringer la mano al Suardi:
 Ma io scommetterei, concluse, che con quell'anima di poeta che avete e
coll'amore che portate all'arte e alla gloria, voi cedereste tutti i vostri
diritti alla ricchezza che probabilmente vi aspetta, per assaporare un giorno
solo di compiacenza letteraria simile a quella onde oggi esulta il nostro
Tommaso Grossi, che siede laggi, come potete vedere, in mezzo a quella
schiera numerosa di donne che gli fanno crocchio intorno, e lo guardano e lo
esaminano e lo perlustrano da tutte le parti per vedere se chi ha scritto
l'Ildegonda, e in questi giorni ha saputo far versare tante lagrime alle
nostre belle impietosite, abbia gli occhi, o il naso, o la bocca diversi da
quelli di tutti gli altri. Sono tre d che la novella  uscita, e l'edizione 
quasi tutta smaltita. Ben m'immagino che voi l'avrete letta e straletta.
 L'albero del Conciliatore, osserv il Baroggi, sebbene vandalicamente
troncato, comincia a dare oggi frutti saporiti e maturi; in aprile usc il
Carmagnola, in settembre l'Ildegonda. Due battaglie e due vittorie in un anno
solo, non  poco, per Dio; e non so che cosa dir il Monti, che vedo laggi in
carrozza in compagnia dell'avvocato Marliani.
 Il Carmagnola non fu che una battaglia indecisa. Ma la vittoria compiuta 
dell'Ildegonda.
 Il genio di Napoleone sfolgor pi assai nei capolavori sventurati delle
battaglie di Francia che nell'orbata fortunatissima di Marengo.
 Che cosa vorresti dire?
 Ch'io vorrei aver fatto fiasco con Manzoni, piuttosto che aver trionfato con
Grossi. Mi conforta per che il campo dell'arte non  quello della politica e
della guerra. Qui l'esito momentaneo  tutto; l, se non  duraturo, non pu
deporre nessun germe che fecondi l'avvenire.
 Dunque voi non siete, un ammiratore dell'Ildegonda.
 Immensamente l'ammiro, e mi godo che l'esito suo fortunatissimo troncher
tutte le questioni di colpo; ma sostengo altres che gli elementi legittimi
del trionfo completo della rivoluzione letteraria son deposti soltanto nel
coro del Carmagnola.
 Potete aver ragione, ed io non m'attento di confutarvi. I paragrafi del
codice non mi danno tempo di percorrere da padrone il campo vostro; per,
senza poter percorrerlo, mi basta la vista per misurarlo, e da tutti i sintomi
mi par di vedere che in tutte le cose nostre  incominciata una primavera
novella. Guardate l a quel circolo di persone che stanno intorno al Grossi...
La combinazione ha voluto che in questo momento si trovino riuniti tutti i
portabandiera del nostro avvenire; parlo del pensiero, e delle arti, e della
civilt.
 Se mai vi fosse Manzoni, vi prego a farmelo conoscere
 Il Manzoni non c'. Ma v' uno de' suoi pi grandi amici, Giovanni Torti; e
v' Pietro Borsieri, giovane di altissimo ingegno e che, come saprete meglio
di me, sta attendendo a un gran lavoro letterario... una trilogia intitolata:
Torquato Tasso.
 Che non compir mai. Io ebbi a parlar seco pi volte, ma non mi sembr di
trovare in lui le pi legittime qualit dell'ingegno. Ha molta memoria, molta
facilit di parola, una grande smania di primeggiare nel crocchio e di
brillare contraddicendo a tutto e a tutti. Posso sbagliare, ma costui non far
mai nulla di veramente grande in letteratura. L'opuscolo che pubblic qualche
tempo fa, ha spolvero, e chiacchiera superficiale; ma nulla pi. All'et sua
(credo bene ch'egli abbia passato i trentacinque anni), bisognerebbe aver gi
dato fuori qualche frutto maturo. Costui  uno di quelli che han l'arte di
metter in movimento la fama, facendo poco o nulla, e tenendo sospeso il mondo
con grandi promesse e colossali frontispizj. Sapete piuttosto, egregio
signore, chi, a mio parere, sar per far parlar molto de' fatti proprj?... 
Giovanni Berchet.
 Anch'egli ha i suoi trentasei anni, e secondo la vostra opinione, non avendo
ancor fatto nulla, non potr pi far nulla in avvenire.
 Badate per a tutto quello che ha scritto nel Conciliatore sotto il
pseudonimo di Giovanni Crisostomo, e forse sarete per dir meco ch'egli ha gi
fatto moltissimo; nella sfera almeno della teoria, se non in quella
dell'esempio pratico. Ermes Visconti e lui sono i veri evangelisti della nuova
legge che si promulg nel mondo letterario; Manzoni  il Cristo che illumina
coll'esempio, lasciando agli altri l'incarico di dettar la legge.
 Per questa parte io credo che il Visconti sia il pi grande di tutti.
 Divido perfettamente la vostra opinione; ingegno straordinario, conoscitore
di tutte le letterature, acuto, penetrante, intollerante, dalla stessa
eccentricit dell'indole portato necessariamente al novo e all'intentato, egli
 forse quegli che primo grid l'en avant a tutta la nostra giovent. Ma temo
ch'ei sia per somigliare a quegli eroi che cadono sotto alle mura prima che
sia compiuto l'assalto; o a quegl'infusorj che rimangono estinti nell'atto
della fecondazione.
 Vi sono gl'ingegni che additano, e gli ingegni che fanno. I primi hanno il
merito, i secondi la ricompensa.
 Benissimo detto. Ma, senza i secondi, i primi sarebbero inutili. A che
sarebbe valso 1'Orlando del Bojardo, senza il Furioso dell'Ariosto; a che la
leggenda del Faust senza il dramma di Goethe; a che il crescendo di Generali,
senza Rossini che lo ha fatto trionfare?
 A proposito di Rossini, guardate che entr adesso Carlo Porta.
 Mi piace quell'a proposito. Carlo Porta  davvero il Rossini della nostra
poesia vernacola. Questi due ingegni si assomigliano cos negli ultimi
risultati a cui portano l'arte loro, come nelle precedenze storiche che li
hanno preparati. Il Maggi, per l'originalit e la potenza dell'invenzione, 
il pi grande poeta in vernacolo che mai sia esistito; come in musica il
Marcello, che viveva contemporaneo al Maggi,  il pi sublime, il pi
originale e il pi lirico. Ma Rossini e Porta sono pi trasparenti, pi
veloci, pi lusinghieri, pi popolari. L'arte, che non  accessibile alla
moltitudine, quasi cessa di essere arte e per rimane solitaria e non
compensata. Se alcuno ci udisse, forse si riderebbe nel sentirci a mettere in
compagnia Maggi e Marcello, Porta e Rossini. Ma l'arte  sempre la stessa,
nonostante l'infinita variet de' suoi mezzi; e chi si sgomenta dei troppo
arditi ravvicinamenti, non  nato n all'arte n alla critica. Ma chi  quel
caporale dei granatieri del Bellegarde, che ora sta parlando con Grossi?
  un giovanotto di Bergamo, che ha studiato musica sotto Simone Mayr. Egli,
non potendo andar d'accordo col padre, il quale non voleva assolutamente che
si dedicasse alla musica teatrale, usc di casa e si fece militare un anno
prima della coscrizione. Il Mayr per, che  il pi buon tedesco del mondo ed
 il padre dei suoi scolari, lo ha raccomandato caldamente al general Bubna, e
questi ha dato ordine che si desse tempo e modo al giovane granatiere di
scrivere pel teatro.
 Ma sarebbe mai quel Donizetti, che scrisse gi il Falegname di Livonia per il
San Mois di Venezia; e che, quest'inverno, fece fanatismo a Mantova colle
Nozze in villa?
  lui appunto.
 Il Falegname di Livonia l'ho sentito, ed  una musica piena di vivacit e
d'estro.
 Or chi direbbe che un granatiere s grande e grosso e rubicondo, possa essere
un maestro melodrammatico? ma la musica dev'essere un'arte che ingrassa come
il lichene. Cimarosa era tondo al pari di un pallone; Jomelli aveva parti cos
colossali, che ci volevan due scranne per dargli agio a sedere. Rossini ha un
faccione s paffuto e lucente, che non si sa capire come abbia potuto far
piangere Desdemona a quel modo, e dar tinte cos terribilmente tragiche a
tutto il terzo atto dell'Otello.
 Le battaglie dello spirito possono essere dissimulate anche dalla pi
gioconda maschera carnale. Al genio basta anche un momento fuggitivo, in cui
gli si riveli il dolore, o un altro sentimento, per comprendere tutta
l'estensione ed applicarlo all'arte. Anzi, la condizione essenziale del vero
genio artistico  questa. Il genio  un'arpa a mille corde. Ciascuna, alla sua
volta, manda il suo suono. La luce dell'umanit si decompone nell'anima sua in
raggi infiniti, o, per dir meglio, i raggi infiniti dell'umanit vanno tutti a
metter capo nell'anima sua, che li rimanda e li riverbera e li restituisce al
mondo sotto le molteplici forme dell'arte.  a questo modo che si comprende
Shakespeare.  a questo modo che si dee comprendere Rossini.


XX

Il Baroggi non aveva finito di pronunziare il nome di Rossini, che la banda
del reggimento Bakony, per indulgenza al gusto pubblico, si mise a suonare la
sinfonia della Gazza ladra; diciamo per indulgenza, perch il maestro
direttore di quella banda, cresciuto alla scuola esclusivamente germanica e
alla frazione di quella scuola stessa che farebbe inscrivere la disciplina dei
suoni tra i rami della facolt matematica, detestava Rossini, e perch questo,
alle prove della Bianca e Faliero, colla sua celia mordace lo aveva preso di
mira, e aveva fatto ridere alle sue spalle tutto il palco scenico. Allorch si
fu al passo di carattere della celebre sinfonia, dove l'immaginazione, la
forza, l'eleganza, la grazia si fondono in quel complesso maraviglioso, non
raggiunto fin qui che da Rossini, e, mettendo in effervescenza il sangue, par
che comunichi allo spirito insolite attitudini:
 Ecco l'arte, esclam il Baroggi, alzando gli occhi e sorridendo
coll'esaltazione dell'ebbrezza; ecco l'arte, l'arte vera, l'arte sola; quella
che, costringendo a commuoversi anche il maestro della cantoria del Duomo,
perch i sensi non hanno scuola n sistemi e si esaltano a loro beneplacito
senza domandare il permesso a nessuno, arriva ad agitare, senza che ne abbia
neppur la coscienza, anche il facchino di dogana, anche il beccajo. Se l'arte
non arriva a tenere nel proprio dominio gli estremi della scala intellettuale
dall'alfa fino all'omega,  una cosa bastarda, che importuna i galantuomini, e
non ha nessuna ragione di essere; un maestro che tedia e disgusta e tormenta
gli uditori in nome della dottrina e del diploma ottenuto dal padre Mattei,
vorrei che fosse contemplato da qualche paragrafo del codice penale.
Cos parlando, si misero a passeggiare in su e in gi pei viali, in mezzo alla
folla ognora crescente, tra la quale incontrarono Pompeo Marchesi.
 Addio, Giunio.
 Addio, Pompeo, come va coll'arte?
 Potr andar bene col tempo, ma ora le acque son basse; vengo anch'io al Monte
Tabor, perch con cinquanta centesimi mi par di esser ricco.
 Canova  morto; e tutte le arti si rinnovano.  il momento questo di tirare
alla fortuna che passa veloce. Quel diavolo che ha fatto questa musica, ha
sfidato il passato che pareva insuperabile, e ha vinto. Tutta Milano 
sottosopra; e le ragazze singhiozzano e si tormentano se han le guancie
rubiconde, perch Ildegonda doveva averle pallidissime; Hayez quest'anno ha
trionfato nelle sale di Brera, e, lasciando l'antichit, ha fatto il suo
ingresso nel medio evo. Non si parla pi d'Appiani, meno di Bossi. Camuccini 
un pedante; Benvenuti  convenzionale. Landi e Serangeli fanno piet; Palagi
si arrabatta nel circo per atterrar l'avversario di Venezia; ma non ci
riuscir; or dunque tocca a te a dar le mosse al terremoto; e va pur l, che
non sei uomo da perderti nella polvere.
 Non pare nemmeno a me; e Pompeo Marchesi, coi capelli dietro l'orecchio,
cadenti sulle spalle, colla testa alta e come fiutante l'aria del proprio
avvenire, tir innanzi facendo far la ruota a un modesto bastone, di quelli
che si chiamavano pagadebiti, perch anch'esso, insieme col pittore Comerio,
apparteneva alla Compagnia della Teppa; memori e orgogliosi entrambi delle
pericolose fazioni compiute quand'erano studenti a Roma, dove per aver
insultato un cardinale, sarebbero stati chiusi in Castel Sant'Angelo, se il
console di Francia non li avesse fatti fuggir nottetempo.
E il Baroggi tir innanzi passeggiando e chiacchierando, e di l a poco
s'incontr in due giovani da lui amatissimi: il Bazzoni Giunio di Milano e
l'abate Giuseppe Pozzone; nato il primo a lasciar traccie luminose nella
poesia italiana, se l'indole austera, e una modestia eccessiva, e una
misantropia selvaggia non gli avessero impedito di alzare pi audace e pi
lungo il suo volo; e il secondo, carissimo anch'egli alle Muse, di gusto pi
squisito, e che se l'abito sacerdotale non gli avesse contristata la vita,
avrebbe avuto salute pi florida, vita pi lunga e fama poetica pi duratura.
Con questi il Baroggi continu parlando di letteratura e discutendo sul merito
del poeta Redaelli di Cremona, morto giovanissimo due anni prima, e gi
celebre allora per alcune anacreontiche leggiadre, per delle terzine sui
disastri della campagna di Russia; ma specialmente per un componimento a tinte
lugubri, in cui si cominciava ad aprire il varco alle nordiche influenze, alla
moda dei singulti disperati, e dove si accennava che il chiaro di luna, le
ombre, le upupe e le strigi immonde, dovevano essere i novelli ingredienti
dell'estro poetico; di quell'estro per che non  genio, ma una specie di
convulsione intellettuale e di lusinghiero pervertimento del gusto.
Intanto che il Baroggi e il segretario di governo e gli altri passeggiavano
discutendo, dietro di loro venivano il Suardi e il Bichinkommer, tutt'intesi
essi pure a parlar di cose, che, se non erano tanto ideali ed alte, avevano
per un'importanza pi vicina, pi diretta e pi necessaria. Il motivo, anzi,
per cui il Baroggi si lasci andare alle sue volate letterario-artistiche
senza intrattenersi col suo amico uscito allor allora di Santa Margherita, era
perch il Bichinkommer lo aveva tratto da parte come per comunicargli cose
d'interesse privato.


XXI

Il lettore che sia avvezzo al metodo onde generalmente son fatti i libri come
il nostro, si sar annojato delle digressioni del Barogg, e avr fatto le
meraviglie nel trovarsi invitato all'osteria del Monte Tabor per sentir poi a
parlare di letteratura e d'arti, come se si fosse a qualche ateneo od
accademia; ma gli elementi della vita pubblica e privata sono infiniti, e noi
ci siam proposti di tener dietro alla maggior parte di essi ogni qualvolta ci
si presentan spontanei. Nella societ, i fatti pi disparati succedono
simultaneamente, e senza che l'uno attraversi all'altro. Intanto che un
negoziante rimane atterrito alla notizia di un fallimento, un verseggiatore 
capace di essere infelice perch non gli vien spontaneo un tronco che gli
chiuda la strofa.
 Hai fatto malissimo, diceva il Bichinkommer al Suardi, a venir qui in
compagnia di questo signor segretario.
 Fu egli stesso che venne a levarmi dalla mia cella; fu lui che mi us tutte
le gentilezze di cui pu esser capace il pi compto gentiluomo; fu lui,
infine, che si esib di accompagnarmi fino alla casa del Baroggi e fin qui.
 Di costui non ho sentito che parole di elogio dappertutto e da tutti. Ma io
non posso capire come il mondo trovi giusto che uno oggi passeggi sotto a
braccio del diavolo, domani di Sant'Antonio. Non ti par egli che, per riuscir
gradito tanto al diavolo che al santo, bisogna che di necessit inganni
qualcuno?
 Generalmente parlando, s; ma costui mi sembra qualche cosa di eccezionale.
D'uomini me ne intendo anch'io, e ti assicuro che io vidi sulla sua faccia i
segni pi manifesti della soddisfazione e della contentezza, quando mi lesse
la lettera con cui il notajo Agudio domandava la mia liberazione, ed esponeva
il fatto d'aver ceduto al marchese F... i documenti trovati nell'archivio del
dottor Macchi. Ma, a proposito di questo Agudio, come spieghi tu, ch'egli
siasi preso tanta cura di me, mentre io non so nemmen chi egli sia?
 In che modo la lettera venne nelle mani di questo segretario, mentre fu
indirizzata al direttore di polizia?
 Il direttore lascia far tutto al consiglier Pagani. E questi, per certe
materie, lascia far tutto al segretario. Ecco spiegata la cosa.
 Costui ha detto un momento fa ch'erasi recato dal marchese F... per
officiarlo a tuo vantaggio.
  cos, infatti; e col mostrare la lettera al marchese, ottenne tutto quello
che domand. Il marchese ne fu spaventato, e si rec issofatto dal barone
Gehausen a levar la querela contro di me, e a intercedere perch fossi tosto
rimesso in libert.
 Ma che si fece della lettera spedita dal notajo Agudio?
 Io non so pi niente.
 Qui c' sotto un nuovo imbroglio. Son due giorni che la lettera venne
recapitata al direttore, contemporaneamente ad un'altra che fu spedita al
tribunale civile; ma, ad eccezione della tua liberazione, non vedo gli effetti
che quelle lettere dovevano produrre. Pur troppo il marchese  onnipotente,
e...
 Pare che questo segretario voglia avviare un aggiustamento tra il marchese e
il Baroggi...
 Che aggiustamento! Se i documenti saltan fuori il Baroggi deve ottenere tutto
il fatto suo, senza bisogno di transazioni.
  vero... e allora posso prepararmi a godere una parte dello spettacolo tutto
a mio beneficio...
 Quale?
 Lo spettacolo d'un marchese collarone e gesuita che per combinazione possa
aspirare alla berlina. Che cosa vuoi? Io amo il Baroggi, e desidero che si
volti e rivolti in mezzo a zecchini... ma ci che pi esalta la mia fantasia,
e mi mette la smania in corpo  il progresso dell'umanit...
 E che c'entra adesso il progresso dell'umanit?
 Nel trovare il modo che i titoli, le aderenze, la ricchezza, non bastino pi
a coprir le magagne degli uomini e a far chiudere la bocca anche alla legge.
 Il desiderio  bello e buono; ma i titoli e la ricchezza avran sempre in
saccoccia il ventun di tarocco.
A questo punto i quattro passeggianti salirono fin sulla rotonda a
piattaforma, dove si entrava nella slitta e da cui si poteva dominare la sua
discesa precipitosa. Quella rotonda era quasi sempre affollata; in quel
momento poi era stipatissima di spettatori perch le Loro Altezze Imperiali
trovavansi l. Ci pare di aver detto come, in una delle accademie vocali date
a Milano, dov'era intervenuta la viceregina, questa aveva donato a madamigella
Gentili un grosso smeraldo, accompagnando il dono con parole cortesi e carezze
senza fine. Ora in quel dopopranzo del 24 settembre, i coniugi Gentili vollero
condurre la loro figliuola a quel divertimento popolare. Come dicemmo, la
notizia dell'intervento delle Loro Altezze aveva fatto accorrere al Monte
Tabor quasi tutta Milano, e la madre di Stefania, a cui, dopo il fatto dello
smeraldo, pareva d'essere diventata un po' parente della viceregina e sentiva
un segreto orgoglio di avere una figlia stata onorata di tanta distinzione,
preg il docile marito a non lasciar passare quell'occasione. Il conte
Alberico B...i, che aveva saputo la cosa, erasi trovato l colla carrozza, e
nella sua qualit di futuro sposo, quantunque i parenti, per certi riguardi
portati all'esagerazione, lo tenessero alquanto discosto dalla figliuola,
erasi tuttavia accompagnato seco loro. In una parte della rotonda v'eran delle
sedie privilegiate, che si pagavan due lire austriache l'una; e il conte
Alberico, com' naturale, ne pag tre, perch madamigella potesse sedere tra
il pap e la mamma, e godere agiatamente lo spettacolo.


XXII

Ora avvenne, che quando la viceregina torn colass per assistere alla corsa
che dovevan fare alcune sue dame di compagnia, girando l'occhio intorno, vide
madamigella Gentili, e ravvisandola, le si accost, rinnovando seco le
affabili cortesie della prima volta. La folla s'era stipata in giro a quel
gruppo, e madamigella divenne l'oggetto dell'attenzione universale. Essa
vestiva un bianco abito semplicissimo di mussola d'India con guarnizione
ricamata e forata, e con una lieve orlatura di raso celeste; un nastro
parimente di raso celeste le cingeva la vita, una vita sottile, leggiadra,
come snodata, di quelle che i francesi chiamano  gupe. La testa della
Gentili (noi abbiam visto il suo ritratto miniato dal Romanin) era di quelle
che disarmano anche la critica; aveva capelli neri lievemente crespi,
pettinati come portava la pi semplice delle mode d'allora, e press'a poco
come li ha la Tersicore o l'Ebe di Canova; bianchissima avea la pelle, di
quelle che non hanno color fisso, ed ora impallidiscono, come il chiaro di
luna, ora s'invermigliano come il carmino; agli occhi neri e vellutati, dove
di tanto in tanto pareva scorresse una lieve scintilla quasi a scuotere un
languore abituale, che poteva essere desiderio e poteva essere noncuranza,
sovrastavano due sopraccigli neri e folti oltre le leggi della bellezza
accademica, ma per ci stesso produttori di quel fascino che deriva dal
contrasto: sopraccigli neri e folti, e di quelli che fan fare dei computi
indiscreti. Su quel caro viso era soffusa una tinta di bonariet che, nel
momento del massimo languore, potea parer persino melensa, ma che in certi
istanti scompariva di tratto, e dava luogo a una vivacit, che parea perfin
maliziosa.
La Gentili, insomma, era di quelle belt che non vanno soggette a scrutinio,
ma ottengono la maggioranza assoluta di voti e vengono prescelte per
acclamazione; di quelle, inoltre, che, se lo abbiam gi detto, lo ripetiamo,
piacciono anche alle donne. Alla viceregina, poi, che aveva diciannove anni
appena, ed era bella anch'essa, e non poteva sentire invidia, quella fanciulla
aveva fermato l'attenzione in un modo particolarissimo, onde le carezze che le
aveva prodigate e la prima volta e questa erano affatto naturali e
cordialissime. Per le fece molte domande; tra le altre, se pensava ad
accasarsi; al che la madre rispose tosto di s, parlando in luogo della
figlia, come le madri fan sempre, e additando nel tempo stesso il futuro sposo
Alberico B...i, ch'era l presente. La viceregina diede dall'alto al basso una
rapida occhiata a colui, e a' segni manifesti ne rimase disgustata, quasi
sdegnata. Non disse nulla per, quantunque fosse vivacissima e balda, e, ad
onta della educazione principesca, ancora in quell'et che si lascia
trasportare alle imprudenze. Ma, fosse che anch'ella avesse dovuto, per
obbedire ai regi parenti, sposare un marito che, quantunque grande, grosso e
sano, non erale mai entrato in fantasia, e perci le venisse agevole il
sospetto che alla povera fanciulla si facesse forza; fosse che il conte
Alberico le riuscisse in ispecial modo antipatico per istintivo presentimento,
il fatto sta che, accostando il labbro all'orecchio della giovinetta, le
domand s'ell'era contenta di quello sposo.
La viceregina aveva sempre a' fianchi il marito arciduca, che, stando alla
stregua del volgo, era un bell'uomo dal lato della salute e del trabucco.
Grande, florido, robusto, con un volto in cui la fisonomia caratteristica
della dinastia lorenese aveva trovato il modo di ridurre alla maggior
possibile regolarit le sue forme; l'ogivale della sua faccia non era cos
eccezionalmente oblungo come quello di Francesco I; il labbro inferiore non
era s grosso come quello di tutti gli altri arciduchi fratelli; ma questa
regolarit era tutta a spese dell'intelletto e dello spirito; egli era un uomo
semplice e melenso; piacendogli assai quella sua giovane sposa, alta, bella,
rigogliosa, vivace, si compiaceva a far da testimonio a tutto quello che ella
faceva, anche allorquando uscisse dalla misura che l'etichetta impone alle
Altezze Imperiali. Egli teneva dietro a tutti i passi di lei, con
quell'apparente bonariet onde il can bracco, quando non  preoccupato dalla
caccia, segue obbediente il padrone, s'adagia tra le sue gambe, cambia
posizione ad ogni suo movimento, e gli tien sempre l'occhio in volto con un
misto di amorevolezza e d'indolenza. La viceregina non poteva adunque aver
soggezione alcuna di quel placido ed annuente marito, e nei pubblici convegni
ella si prendeva sempre l'iniziativa di tutto. Quando pertanto s'accost alla
Gentili, il vicer non fece altro che stare un passo indietro di lei, e
guardare anch'esso, non senza un certo piacere, quel caro volto di fanciulla;
n trov da opporsi in nulla quando la viceregina disse a colei:
 Ora vi trover io chi vi far da cavaliere in slitta.
Invitata dalla folla, la folla sempre pi cresceva e s'accalcava per vedere
che cos'era avvenuto di nuovo. Anche il Baroggi in compagnia del signor
segretario, anche il Suardi in compagnia del Bichinkommer, s'introdussero tra
gente e gente, e si portarono sulla prima fila del semicerchio fittissimo di
spettatori. Il Baroggi, animato dall'artistico colloquio avuto col segretario,
concitato dalla musica rossiniana, pi concitato dalla vista inattesa della
Gentili, era in uno di quei momenti in cui gli occhi e il volto gli
folgoreggiavano di sensazioni vivissime. La viceregina, che volendo soddisfare
un capriccio quasi infantile, ma pur generoso, di fare un dispetto a chi le
pareva indegno di metter le mani su quel fiore vaghissimo e fragrante, voleva
scegliere il pi bel giovane che per avventura si trovasse l tra gli altri,
sent fermarsi lo sguardo dallo sguardo lampeggiante e da certa audacia piena
di onest ch'era improntata in viso del giovane Baroggi, il quale, per
soprappi, aveva aspetto assai signorile, e vestiva con eleganza e all'ultima
foggia.
Fissato adunque il viso del Baroggi, che avrebbe assai di buon grado trascelto
anche per s, perch tra gli occhi del giovane milanese e quelli del vicer
passava la differenza che esiste tra un carbonchio e un opale,
coll'avventatezza che d l'inesperienza giovanile e col piglio autorevole che
l'alta sua posizione e la maritale condiscendenza le concedeva:
 A voi, disse rivolgendosi al giovane; vogliate essere il cavaliere di questa
fanciulla, e accompagnatela in slitta.
La strana proposta, messa innanzi colla solennit del comando, fece senso a
tutti gli astanti, stupore ai genitori bigotti della Gentili, dispetto al
conte Alberico, e mise in un grande imbarazzo il Baroggi, il quale, assalito
repentinamente in quel punto da quella timidezza passeggiera che talvolta lo
rendeva impacciato e inerte, ed era cos in opposizione col fondo dell'indole
sua franca, coraggiosa e talvolta persino audace, non seppe n muoversi, n
rispondere. In quanto alla giovinetta Stefania, or guardava perplessa la
viceregina, ora interrogava coglii occhi i parenti, ora fissava il Baroggi,
con una espressione indefinibile. Solo il crotalo Alberico rimase dimenticato
da lei, dalla viceregina, da tutti, fuorch dai parenti, che lo guardavano
come a dirgli: Provvedete ora voi ad impedire questo scandalo. Ma il crotalo
si rannicchi in se stesso, condensando veleno e bava per il futuro, e lasci
fare.


XXIII

Il Bichinkommer, che stava seduto dietro al Baroggi:
 Su via, coraggio, gli disse; mi sembrate un collegiale: lasciatevi ajutare da
questa pollastrona di sangue reale, che mentre non sa quel che si fa, pare
incaricata dal destino a strappare la tortorella dagli artigli del nibbio.
Avanti, e disinvoltura, e siate quel che siete.  una viceregina che vi fa da
mezzana. Il gran Luigi di Francia non poteva pretendere di pi.
Come accade quasi sempre degli uomini eccitabili, allorch vengono sopraffatti
da quella timidezza che pu chiamarsi fisica, che, se arrivano a dominarla
colla volont, passano di punto in bianco al suo eccesso opposto; cos fu del
Baroggi, il quale, uscito di tratto dalla sua immobilit, ringrazi
inchinandosi alla viceregina, si volse alla Gentili, le porse la mano, le
disse molte cose cortesi ed eleganti; eppoi, quando il calessino della slitta
fu apprestato, la invit ad entrarvi. Dopo i disordini avvenuti, quando si
riaperse il giuoco nel 1820, non venne pi permesso agli uomini di farsi
sedere le donne in grembo lungo il corso della slitta; bens le donne
s'assidevano sole nel calessino e gli uomini, come i napoletani guidatori del
curricolo, o come i cosacchi, stavano in piedi di dietro. Madamigella Gentili
s'assise, come voleva l'usanza, e il Baroggi le si pose a tergo, e di tal modo
discesero insieme lungo la precipitosa curva. Egli aveva ventidue anni ed ella
diciasette; l'affare era piuttosto serio. Il termometro, immerso nel sangue di
quei due giovani, in due secondi sarebbe di certo salito al grado della
massima ebollizione. Al di fuori per non appariva nulla. Egli, colla faccia
inclinata sul capo leggiadro della fanciulla, inspirava con ineffabile volutt
la fragranza che usciva dalle sue chiome inanellate. Non si sa da che dipende,
ma l'odore che esala da una giovane chioma femminea pu assassinare un
galantuomo pi che la punta di un pugnale di Damasco vibrata da un traditore.
Il giovine s'inchin ancora di pi; os varcar la linea della convenienza;
baci quei capegli; la fanciulla tacque, ma un brivido sacro la percorse tutta
lungo la colonna vertebrale.
In pochi minuti due o tre giri furono compiuti. Nel discendere dalla slitta:
Fate di svincolarvi da quello scellerato! disse il Baroggi alla fanciulla,
accennando al conte Alberico. Ah, non s' pi in tempo! rispose Stefania,
senza guardare in volto al Baroggi, perch era gi in presenza dei genitori e
del futuro sposo. La viceregina, che era gi in pronto per partire col
seguito, quando Stefania fu di ritorno, le mise in dito un anello di
brillanti, la baci in fronte e le disse sommessa: Se qualcuno vi facesse
violenza, e vi costringesse, contro il vostro genio, a sposare quell'uomo l,
fate conto della mia protezione. Stefania non fece motto, la Corte part. I
signori Gentili e il conte Alberico, chiudendo in mezzo la fanciulla, quasi
temessero che qualcuno la trafugasse, la tempestarono di cento interrogazioni.
Sulla faccia del conte, alterata dal dispetto e dalla gelosia, si poteva
leggere, come su di una tabella, l'elenco di tutte le sue perfide qualit.
Stefania lo guard con ribrezzo, e quasi contemporaneamente rivolse e pos uno
sguardo lento sul gruppo di persone in mezzo alle quali spiccava ancora la
bella figura del Baroggi. N altro avvenne per allora, ma quel complesso di
accidenti, ben lievi in s stessi, bast a gettar le fila d'altri accidenti
futuri.


XXIV

Frattanto il sole era tramontato, e cominciava ad imbrunire. Due uomini
s'accostarono al Bichinkommer, e lo trassero in disparte:
 Ci sono, gli dissero ad una voce.
 Chi?
 La Falchi e l'avvocato, ma sono in compagnia di molti altri.
 Son venuti a piedi o in carrozza?
 In carrozza.
 Dei socj chi  con voi?
 Il Milesi, che  disposto a fracassarli a stangate. Il Paltumi, che non pu
pi dalla smania di pigliare a schiaffi quella sfacciata pu... L'Inverningo,
il Carulli, il Besozzo, ciascuno dei quali val per tre e per quattro.
 Le stangate e gli schiaffi bisogna tenerli in serbo. Altre occasioni non
mancheranno; quel che oggi pi importa  di aver l'avvocatessa tra le mani.
I due che parlavano col Bichinkommer erano nientemeno che quel vetturale
Giosu Bernacchi, che in un momento di esaltazione encefalica, provocata in
lui dalle messaliniche promesse della Falchi, aveva tentato di assassinare il
maresciallino Visconti, ed era stato s fortunato, che la perizia medica,
involandolo alla forca, lo aveva fatto passare al manicomio della Senavra.
L'altro era il capomastro Granzini, che nella notte successiva all'eccidio del
ministro Prina aveva avuto quel misterioso alterco coll'avvocatessa nella
medesima sua casa.
Costoro appartenevano alla Compagnia della Teppa, e in diverse occasioni
quando il tema s'era offerto spontaneo, parlando col Bichinkommer, gli
manifestarono tutte quelle cose che credettero di non tacere relativamente
all'avvocato Falchi e sua moglie. Sopratutto espressero il desiderio di
vendicarsi di lei. Il Bernacchi disse i fatti come stavano; ma il Granzini,
capomastro, diventato appaltatore e ricco, non disse che quanto gli
accomodava. Tanto per bast perch il Bichinkommer facesse assegnamento su di
loro. Egli sapeva come nel fatto dell'eredit contestata, l'avvocato Falchi,
sebbene patrocinatore del Baroggi, aveva avuto mano nel far scomparire
dall'archivio del dottor Macchi, passato in propriet del notajo Agudio, i
documenti che potevano risolvere definitivamente la questione. Sapeva come
l'avvocatessa fosse a parte d'ogni segreto del marito. Aveva dunque, per
l'amore che portava alla casa Baroggi e per l'avversione profonda che nutriva
naturalmente contro i birbanti fortunati, pensato pi volte alla possibilit
di fare una sorpresa a colei, di averla tra le mani, di costringerla, col
timore, a confessare e a rivelare quello che in nessun altro modo legale s'era
potuto verificare.
E prima di ci, per preparar meglio la strada, aveva messo gli occhi sul
medesimo notajo Agudio. Essendo riuscito a poter vedere e tener presso di s
due o tre lettere che quel notajo, per gli elementi preliminari di un rogito
di compra e vendita, aveva scritto al fittabile signor Mario Bosio, suo grande
amico; con quell'attitudine straordinaria che aveva ad imitare tutti i
caratteri calligrafici, come il lettore ben sa, studi attentamente anche la
scrittura e la firma del dottor Agudio; scrisse quelle due lettere, di cui pi
volte abbiamo parlato, una diretta al direttore di polizia Gehausen, l'altra
al presidente del tribunale. Per, se il lettore avesse potuto credere che
quelle fossero di mano dello stesso Agudio, ora pu accorgersi d'essersi
ingannato a partito. Il notajo da qualche tempo giaceva malato in una sua
villa presso Varese, e il Bichinkommer approfitt anche di questa occasione
per colorir meglio il proprio disegno; del qual disegno egli non fece parte a
nessuno, nemmeno al Baroggi; fido al vetusto adagio:

Non lo saprai perch son solo.

Ei sapeva assai bene che quelle lettere a suo tempo sarebbero state
disconfessate dall'Agudio; ma pensava anche che cento inattese combinazioni
potevan sorgere dalla comparsa di esse; che gli aventi interesse alla
perpetrata frode, sgomentati dall'apparente confessione del notajo, potevano
essere indotti a fare una confessione sostanziale e decisiva; che, infine, la
perizia calligrafica avrebbe dovuto penar molto per trovar il modo di dar
ragione al notajo, quando questi, chiamato in giudizio, avesse sconfessate
quelle lettere, anche colla formalit del giuramento.
Non si pu negare che un tal piano di battaglia era degno dell'astuzia di
Annibale e di Napoleone, colla differenza, che accresce sempre pi in loro
confronto il merito del Bichinkommer, che cio questi lavorava in segreto e
alla sordina, senza pretesa n di fama n di gloria, ma pel solo desiderio di
fare il vantaggio di un altro, senza che quest'altro potesse nemmen
ringraziarlo; per l'intento ancor pi nobile di tentar che la giustizia,
svincolata dagli ostacoli, dalle insidie e dai trabocchetti dei tristi,
potesse finalmente avere il suo libero corso; e nel pericolo, sebben lontano e
improbabile, ma che stava pur sempre nella sfera del possibile, di essere
condannato per falsario, se, per circostanze fatali, l'opera sua avesse mai
potuto venire scoperta.
Giusta le informazioni, che, adoperando que' mezzi che erano in sua mano,
aveva potuto assumere, quelle lettere non avevano prodotto tutti gli effetti
ch'egli erasene aspettato. Gi prima che il Suardi avesse parlato, seppe come
il segretario del consigliere Pagani aveva fatto una visita al marchese F...;
seppe che il marchese erasi recato tanto dal direttore di polizia quanto dal
Presidente del Tribunale; da un giovane di studio dell'avvocato Falchi venne a
conoscere, che il marchese aveva invitato a pranzo l'avvocato medesimo; dal
cavallante del borgo dove il notajo Agudio teneva la villa e giaceva ammalato,
seppe che presso colui erasi recato un attuaro del tribunale civile; ma che il
medico, per la gravezza del male, non aveva permesso che il signor notajo gli
desse udienza. Tutti questi fatti indicavano, che per quel sasso da lui
scagliato nel torbido stagno, la belletta era venuta a galla; ma ci non
poteva bastare, onde credette che per dare una risoluzione pronta a quella
malattia misteriosa, lunga ed ostinata, la Falchi poteva riuscire
opportunissima se, cedendo alla necessit, avesse cantato e fatto cantar
altri.
Da due o tre giorni egli e i compagnoni sunnominati stavan sulle peste dei
signori Falchi per coglierli alla impensata, e, previo un buratto pi o meno
incruento all'avvocato marito, pigliar lei di forza, come erasi fatto dalla
Compagnia della Teppa con tante altre mogli e amanti; e tirarla in luogo, dove
l'ingiustizia, l'illegalit e l'arbitrio, divenuti onnipotenti, potessero far
le veci della giustizia troppo spesso nominale e invalida.
Con questi pensieri, a guisa di un generale che ha da comandare una difficile
e importante fazione, disse ai due: aspettatemi fuori dell'osteria,
raccoglietevi prima intorno tutti gli altri, e, confusi nella folla, non
perdete mai d'occhio la carrozza della Falchi.  bene che, per ora, io non sia
visto con voi. In ogni modo, qualunque contrattempo possa nascere, sapete che
il luogo dove ella dev'essere condotta  alla Simonetta, dove quel pazzo di...
ha organizzato un'altra strana burla, la quale giover anche a noi, perch,
dato mai che la Falchi strillasse e, lasciata poi in libert, facesse chiasso
presso le autorit, di cui conosce tutti gli aditi, l'apparenza della pazzia e
dello scherzo e del disordine senza costrutto e senza scopo, potr dare un
altro colore ad un'impresa fatta sul serio e per un intento serio. Andate, che
vengo subito.
Quelli partirono, e il Bichinkommer s'accost al Baroggi, il quale parlava
ancora col Suardi e col segretario del Pagani. La Gentili era partita co'
proprj genitori nella carrozza del futuro sposo. Questi erasi fermato, e
simulando il pi lieto umore del mondo, erasi avvicinato a quel crocchio,
sotto pretesto di fare le pi sentite congratulazioni allo scarcerato Suardi.
Il Baroggi, visto il Bichinkommer, gli disse piano all'orecchio: Stasera non
ci vedremo. Nemmeno io posso vedervi.
 Ho gi parlato di te al conte; oggi sarai formalmente accettato; domani
verrai anche tu, e farai la nota di tutti quelli della Compagnia della Teppa
che sono degni di lasciare le birbonate per le grandi azioni.
 Va bene; e dov' il luogo del convegno?
 Stasera in casa del calzolaio Ronchetti. Domani in casa del conte. Il luogo
si cambia sempre. Addio.
E si lasciarono.
Quanta carne a bollire! dir il lettore. Ma non si sgomenti, ch la legna non
manca.


XXV

Il Bichinkommer, congedatosi dal Baroggi, discese all'ingresso dell'osteria,
per vedere co' propri occhi dov'erasi fermata la carrozza dell'avvocato
Falchi. Era quella un phaton, foggia di cocchio estivo venuto allora
dall'Inghilterra. Non aveva cocchiere a cassetta, ma un jockey in livrea di
postiglione con calzoni di daino bianco teneva i cavalli.
Il Bichinkommer disse al Bernacchi vetturale:
 Sarebbe stato assai meglio se fossero venuti a piedi.
  facile a capirsi.
 Voglio dire, che bisogna governarsi in modo, da rendere questa carrozza
inservibile.
 Come si fa?
 Far nascere qualche scompiglio... spaventare i cavalli... qualche cosa,
insomma; i milionarj non amano di affrontare i pericoli.
 Questo si sa...
 Per combinazione, ci sarebbe qui tra gli altri qualche fiacre guidato da
qualcuno de' tuoi uomini?
 Pi d'uno ce ne sar.
 Fa dunque in modo che si trovi un fiacre fuori della porta, sulla strada di
circonvallazione che mette a porta Tosa.
  presto fatto.
 Ora io rientro nell'osteria, e mi metto sui passi loro.
 Son l seduti, presso la banda militare... Ella momenti fa parlava col
general Bubna.
 Per fortuna non mi conoscono, e potr tenerli d'occhio senza metterli in
sospetto. Or lascia ch'io dia una occhiata al postiglione.
Detto ci, fece tre o quattro passi, attravers il bastione, e si piant
presso la carrozza, ambe le mani nelle saccoccie e il cappello bianco plum in
sugli occhi. Pareva un mercante di cavalli che esaminasse le sue bestie, per
accertarsi se potevasi fare un negozio, ma di sott'occhio egli sbirciava il
postiglione.
 La faccia  abbastanza di mammalucco, ei diceva fra s. Va benone. Questi
milionarj di nova data si fan sempre scorgere a qualche indizio: il phaton 
inglese, ma il jockey  tolto di certo al cavallo dell'erpice. L'abito  nuovo
e ben tagliato, ma la schiena tradisce l'abitudine della vanga. Pu darsi che
mi sbagli, ma questo villanzone deve sgomentarsi per nulla.
Ci detto, o meglio, pensato, si ritrasse lentamente, e come chi va
almanaccando tra s, diede di nuovo un'occhiata d'intelligenza al Bernacchi,
al Granzini e agli altri; rientr nell'osteria, e si port sull'ingresso della
cucina. Col, senza perder mai di vista il pergolato presso la banda militare,
dove trovavasi la Falchi, disse alto al cuoco:
 Avresti ancora del fegato crudo?
 Aspetti... s... c' quest'ultimo pezzo... Vuol forse una buona frittura?
 Dammelo come sta. Ognuno ha i suoi gusti.
 Ma...
 Te lo pagher come se fosse fritto e rifritto; sta di buon animo.
 Si serva; badi a non imbrattarsi.
E il Bichinkommer, nascosta la mano che teneva l'involto sotto la falda della
giubba, usc di nuovo.
L'osteria del Monte Tabor, alle ore sette, quando cess il giuoco della
slitta, cominci a versar fuori gente, gente e gente, con quel rigurgito
profluente onde la birra in fermentazione, tolto il turacciolo, si versa in
quella misura che par superare le proporzioni della bottiglia. Il fiacre del
vetturale Bernacchi era gi fermo fuori della porta; e un altro fiacre fu
mandato ad aspettare sul bastione per il caso che d'improvviso si dovesse
cambiare il piano di battaglia. Presso alla carrozza della Falchi, a
conveniente distanza, stavano quelli fra i compagnoni della Teppa ch'erano men
noti al pubblico. Altri s'eran recati a bere ad un'osterietta posta allo
sbocco della strada di circonvallazione, e che serviva di succursale al Monte
Tabor, quando questo minacciava di lasciar morire di sete la folla
soverchiante. Il Granzini capo mastro passeggiava sul bastione a dritta, il
Bernacchi sul bastione a sinistra della porta. Il Bichinkommer, col cappello
sugli occhi, teneva tutto nel dominio del proprio sguardo, lasciandosi
sospingere e respingere dalla folla, come uno di quei ceppi del lago, a cui
fan capo le reti, e che vengon di continuo sobbalzati dall'onda. A misura che
i signori proprietari delle carrozze uscivan dall'osteria, i cocchieri,
avvisati dal noto fischio delle livree che ricevevan l'ordine dai padroni,
facevano avanzare i cavalli. In quel momento adunque l'ordine delle file non
poteva essere molto rispettato. E venne anche la volta del phaton di casa
Falchi. Il jockey venne chiamato. Questi d'un tratto fu al suo posto. Il
Bichinkommer, colto a volo quell'istante, s'era recato presso al cavallo che
doveva portare il jockey, e intanto che questo, messo il pi sinistro nella
staffa, colla gamba dritta girava la sella, per mettervisi a sedere, ei
gl'intromise di volo l'involto del fegato insanguinato, senza che colui n
altri se ne avvedessero. Il jockey fece avanzare i cavalli; il Falchi colla
moglie salirono; il phaton si rimise nella fila de' cocchi che procedevano
non senza disordine. Ma a un tratto i monelli spettatori gridano: Ferma,
ferma. Guarda, guarda.  ferito. Siete ferito; versate sangue da tutte le
parti. Il jockey, alla luce crepuscolare, si volge, guarda, si spaventa, si
smarrisce, grida ajuto, e governa s male le briglie, che i cavalli
s'impennano, sconvolgono le file, fanno urlare donne e ragazze, che si mettono
in fuga, mentre altri accorrono. Nel disordine, nella confusione e nel
parapiglia, alcuni, ed eran socj della Teppa, pigliano nelle braccia il jockey
quasi svenuto, fermano i cavalli, fingono di far coraggio ai seduti in
carrozza; intanto il Bernacchi, dietro consiglio improvvisato l per l dal
Bichinkommer, monta in sella, guida i cavalli, li fa uscir di fila, e
approfittando dello scompiglio generale, li spinge a gran carriera fuori di
Porta Romana.
Senza perder tempo, il Bichinkommer d ordine al Milesi e a due altri di salir
nel fiacre che stava fermo sul bastione, e di uscir tosto per mettersi in coda
al phaton, e di concerto coll'altro fiacre, far nascere un nuovo parapiglia,
simulare un alterco, una rissa, un qualche inferno, per ottener l'intento di
tagliare in due il matrimonio seduto in cocchio, trasportando la Falchi alla
Simonetta, e lasciando per una notte in piena e desolata vedovanza il
milionario avvocato. Audaces fortuna juvat; le cose camminarono a seconda
delle previsioni e dei desiderj. Il fiacre situato sul bastione tenne dietro
al phaton; dopo qualche istante, il fiacre che attendeva sulla strada di
Circonvallazione, avvisato in tempo debito, si mise a carriera, come per
inseguire le altre due carrozze, sotto pretesto d'esser stato attraversato e
insultato. In quest'ultimo erasi gettato il Bichinkommer. Egli vomita ingiurie
contro quelli dell'altro fiacre; questi rispondono di conformit, e versano
tutta la colpa sul guidatore del phaton. Il Bernacchi, recitando benissimo la
propria parte, si mette a sagrare come un indemoniato. Tutte e tre le carrozze
si fermano. Gli uomini nei due fiacres discendono, e fanno le viste di
assalire il Bernacchi. La Falchi grida, l'avvocato strepita, e tutti si
volgono a quest'ultimo, portandolo di viva forza fuori della carrozza. Il
Bernacchi, avvertito dal Bichinkommer, finge allora di svincolarsi
dall'impaccio dei due fiacres, e mette i cavalli alla pi precipitosa
carriera, indarno gridando la Falchi che il marito era rimasto a terra. Il
qual marito, dopo essere stato urtato e riurtato e anche tambussato, fu
lasciato solo in mezzo alla strada e all'oscurit della notte gi caduta; e i
compagnoni della Teppa risalirono tutti nei fiacres e via di gran galoppo.


XXVI

Tutti questi fatti seguirono con tanta rapidit, che coloro i quali dovettero
subirli per forza, non ebbero il tempo necessario n di fermarli, n di
comprenderne lo scopo, n di conoscerne gli autori. Tanto il Falchi quanto sua
moglie rimasero cos sbalorditi e confusi, che non raffigurarono il Bernacchi
quando questi mont in sella, e non s'accorsero d'essere portati piuttosto
fuori che dentro la citt. E dopo il simulato alterco, a tacere dell'avvocato
che, restato solo nella solitudine e nell'oscurit della Circonvallazione, non
mise in iscritto per nostro uso le sue impressioni, la paura s'era per
siffatta guisa impadronita dell'animo di madama Falchi, che la sua carrozza
svolt entro il portone di un palazzo, prima che si fosse riavuta; sebbene
confidasse nelle parole del Bernacchi, da lei non ravvisato, il quale, lungo
la precipitosa corsa, and ammonendola e persuadendola ch'ei l'avrebbe tratta
in salvo. Al rumore della carrozza accorsero i famigli del palazzo, che era
quello della Simonetta appunto, situata tra porta Tenaglia e porta Comasina, e
celeberrima per il suo eco. Parve che quella visita fosse aspettata. La Falchi
fu fatta discendere. Giosu Bernacchi allora le si present, e dandosi a
conoscere: Ringraziatemi, le disse, se ho saputo trarvi di pericolo.
Di l a poco giunsero gli altri due fiacres. Ne uscirono nove uomini, fra i
quali il Bichinkommer. Tutti fecero cerchio intorno alla Falchi che, vedendo
il capomastro Granzini, si smarr, senza che per potesse comprender nulla.
A rendere pi ampia la linea del semicerchio discese un uomo alto e di forme
robuste, affatto calvo, quantunque ancor giovane, tinto fortemente di quel
color di mattone, che di consueto  il deposito della triplice concorrenza
della salute, del sole e del vino. Sebbene in abiti da caccia, aveva aspetto e
modi signorili, indarno dissimulati da una, poteva dirsi, abitudine di
prepotenza ostentata e da uno sguardo particolarissimo, nel quale un
osservatore esperto poteva vedere a lampeggiare un duplice raggio di sinistra
gravit e di vivezza comica. Pareva un miscuglio d'innominato e di don
Giovanni, col naso pavonazzo di Falstaff e il ghigno provocatore di don Cesare
di Bazan. Colui aveva due soprannomi; da' suoi pari e in citt veniva chiamato
il barone Bontempo; in villa e dai contadini era denominato El Mazzases, per
aver ucciso sei aggressori, mentre viaggiava affatto solo in sediolo. Non era
il padrone della Simonetta; ma la teneva soltanto a pigione e da poco tempo; e
ci sia detto a scanso d'equivoci.
 Quantunque non abbia il bene di conoscervi, disse egli alla Falchi, n voi
sappiate ch'io mi sia, ho caro siate venuta a trovarmi. Qui avrete buonissima
compagnia d'uomini e donne; donne degne di voi, uomini superiori ai vostri
desiderj, sebbene forse contrarj ad ogni vostra aspettazione. Non parlo di
quelli che vedete qui, noi siamo uomini volgari.
La Falchi, bench fosse compresa di sgomento, fiss in volto l'interlocutore
con una cert'aria di sussiego.
 Voi dite di non conoscermi, disse poi, ed io pure non vi conosco. Abbiate
dunque la bont di dirmi per qual ragione adesso io mi trovo in questa casa,
che, a quanto mi sembra,  casa vostra.
 Parlate voi, signor Giosu, disse il barone al Bernacchi.
 Mi riconoscete voi? chiese allora il vetturale alla Falchi.
 S, ella rispose.
 Per colpa di chi un certo tale ha dovuto passare due anni nel manicomio della
Senavra?
 La colpa dovrebbe essere di quel tale, se i pazzi fossero colpevoli.
 Se dunque i pazzi non sono colpevoli, la colpa sar di chi con arti
diaboliche incaric un pazzo di ferire un uomo. Signori, ecco la strega infame
che spinse un giovane onesto a vibrare il colpo dell'assassino. Il resto lo
sapete.
 Avete dunque capito, o signora, esclam il barone; siete qui per essere
giudicata e condannata.
 Mi riconoscete voi, signora? le chiese allora ad alta voce il capo mastro
Granzini.
 S, vi riconosco.
 Ebbene?
 Non so che vi vogliate dire.
 A poca distanza di qui c' il cimitero della Mojascia. Fra i mille cadaveri
che giaciono col, non ve n' uno che vi tolga il sonno la notte, e vi assedii
con paure e con rimorsi?
 Non vi comprendo, e non so nulla.
 Si tratta dunque di far sapere a tutti quello che voi dite d'ignorare.
 E noi la giudicheremo e la condanneremo, esclam il barone con voce profonda
e con gravit ostentata.
 Conoscete voi, entr allora a parlare il Bichinkommer, conoscete voi il
notajo Agudio?
 Non lo conosco.
 Voi lo conoscete, e sapete anche in qual modo si comperarono da lui delle
carte preziose, a danno di una povera famiglia, e a vantaggio di un ricco
potente.
 Io non so nulla.
 Allora si trover il modo di farvi confessare la verit, vostro malgrado.
 E noi la giudicheremo e la condanneremo, concluse il barone, caricando la
profondit della voce e mettendo fuori le parole come se fossero una formola
tremenda della Santa-Vehme.
La notte era profonda; i fanali dei fiacres, portati a mano da quattro socj
della Teppa, rischiaravano lugubremente quella scena. La Falchi pareva la
Lucrezia Borgia nel famoso sestetto dell'opera di Donizetti.
Ma la variet del finale del sestetto consistette in ci, che la Falchi venne
condotta in una gran sala terrena tutta illuminata, dove alcune belle donne,
mostranti tutt'altro che allegria, sedevano in mezzo a dodici mostruosissimi
nani. Ed ora narreremo la storia dei nani.
Una notte s'impegn un vivissimo alterco tra alcuni soci della Teppa e un nano
assai noto nella via dei Pennacchiari, soprannominato el nan Gasgiott, il
quale lavorava a far fiori artificiali. Apparteneva esso alla specie
superlativa di que' nani che, nel dialetto milanese, con vocabolo
intraducibile, si chiamano besios: forti di salute, tarchiati di spalle,
presuntuosi e maneschi, e che diventan feroci se alcuno ha l'audacia di
arrischiar qualche critica sul sistema delle loro gambe. Questo nano era
prepotente anco non provocato, e faceva professione di tentar tutte le donne
del circondario con parole e con fatti, pe' quali avvennero innumerevoli
risse, e si appoggiaron randellate famose, e corse anche qualche coltellata.
Tra i socj della Teppa che s'incontrarono in costui quella tal notte, v'era
l'atletico Milesi, il quale amoreggiando una servotta che stava ne'
Pennacchiari, aveva sentito da lei che el nan Gasgiott le aveva dette parole
non mica belle. Ognuno pu immaginarsi che tempesta di cazzotti cadde
sull'ampia schiena del nano, e come esso non riuscisse a svincolarsi dalle
ferree mani del Milesi, che lo trasport seco all'osteria del Falcone, e qui,
incontratosi coi barone Bontempo, questi propose al Milesi di portare il
famoso nano in campagna e col sottoporlo ad un regime severo, che lo
preparasse a diventar pi calmo e trattabile per l'avvenire.
Siccome da pensiero nasce pensiero, cos nelle teste di quei giovinotti
buontemponi, che talvolta spingevan le pazzie fino all'ingiustizia ed alla
crudelt, nacque la idea di organizzare un rapimento di tutti i nani pi
vistosi della citt. I Romani fecero il ratto delle Sabine; i pirati greci e
turchi rapivano le belt delle isole greche e dell'Eritreo o della Cascemira
per provvedere odalische ai voluttuosi emiri. La Compagnia della Teppa tese
invece i suoi agguati a quanti ebbero gambe tortuose e menti da gnomo. Se il
fatto fosse continuato per molto tempo, i nani, diventati oggetti di lusso,
sarebber saliti a prezzi d'affezione.


XXVII

Come gi fu detto, la polizia austriaca, cos instancabile e vessatrice nel
sorprendere e punire le azioni che pi o meno le paressero dannose al governo,
chiudeva poi un occhio, con iscopo deliberato, su tutti quegli atti che
turbavano la pace e la sicurezza cittadina. Non  possibile ammettere che la
polizia austriaca non abbia repressa e distrutta in sul primo suo nascere la
Compagnia della Teppa per aver trovato degli ostacoli insormontabili. Come
vedremo, appena lo volle, pot farlo. Ma a lei premeva di deviare la giovent
dalla seriet della vita; e godeva che si fiaccasse nella corruzione e nel
disordine; e per, per tre anni consecutivi, permise che i placidi cittadini
fossero esposti ad ogni sorta d'insulti e di soperchierie, le quali, se non
toccavano la sfera rigorosamente criminale, offendevano per il pubblico e
privato costume, e pi d'una volta furon cagione di mali assai gravi.
N ai reclami de' cittadini la giustizia provvide mai a soddisfare
compiutamente. A ci s'aggiunga, che le ingiurie e le persecuzioni di cui
tante buone persone eran fatte segno, appartenevano a un ordine di cose che
insieme colla piet provocavano anche il ridicolo.
Quindi nella maggior parte un'invincibile ritrosia a mettere in pubblico gli
scandali ch'erano avvenuti nelle tenebre; perch pi d'una volta accadde che,
portate ai circondarj le querele, i pubblici funzionarj, per quanto fossero
onesti e disposti a far giustizia, non seppero sempre comprimere gli scopp di
risa, allorch gli offensori, quasi tutti giovinotti senza pensieri e senza
cure, pieni di salute e di allegria e di comica giovialit, esponevano le loro
storie di fatto, a rettifica delle querele avversarie; onde succedeva che, a
processo chiuso, chi aveva avuto il danno in segreto, non avea ottenuta altra
soddisfazione che di trovare anche le beffe in pubblico. Per questa condizione
di cose, i disordini vennero ad aggravarsi ed a moltiplicarsi sempre pi.
Quasi tutta la giovent di Milano, quella eziandio che era portata alla vita
ragionevole e tranquilla, trov opportuno di aggregarsi alla Compagnia della
Teppa, se non foss'altro, per essere rispettata dai colleghi prepotenti;
laonde sempre pi vennero a mancare i difensori alle persone oltraggiate. Una
tale comodit imbaldanz ad affrontar imprese d'un ordine pi pericoloso e pi
alto; si pens a maltrattare anche persone distinte; si concertarono vendette
d'ogni genere, contro uomini e donne della classe ricca e patrizia; se non
che, per fortuna, la famigerata compagnia, in questo medesimo eccesso, venne a
trovare il germe della propria distruzione. E un fatto curioso  da notare,
che negli ultimi mesi della sua vita, per insinuazione dei migliori, tra'
quali il Bichinkommer, essendosi voluto assegnare qualche scopo utile alle
imprese bizzarre e violenti, e quasi tentar di giustificare col fine
l'iniquit dei mezzi, questa per avventura fu la causa principalissima che le
diede il tracollo, perch avendo essa preso di mira alcuni uomini tristi e
potenti, incontr in essi quella reazione valida e distruttrice che non trov
mai nel tribolare il prossimo innocente e tranquillo. Tra le ultime imprese
bizzarre e comiche, ma nel tempo stesso violenti e turpi, quella che abbiamo
incominciato a raccontare fu probabilmente la pi efficace ad accelerare il
suo termine; e fu precisamente allora che si adoperarono i mezzi pi strani ed
iniqui coll'intento di fare la giustizia pi generosa.
Il rapimento del nano fiorajo della via dei Pennacchiari e la sua deportazione
alla Simonetta, sugger dunque a quei capi strani il ratto dei nani pi noti e
pi velenosi che possedeva Milano. La caccia dur qualche tempo; le imboscate
furono molte; i nani celebri, i quali sapevano che si volevano metter le mani
su di loro, giocarono per un pezzo di astuzia onde involarsi e trafugarsi; ma
i monelli della citt tenevan bordone alla compagnia, e al pari dei levrieri e
dei bracchi che avvisano il cacciatore della presenza del selvatico, svelavano
il nascondiglio dei nani inseguiti, il come e il quando ne uscivano, e, colto
il punto, eran tutti addosso, come sul cignale, quando, tentato e ritentato,
finalmente sbuca infuriato dal covo. Allorch i compagnoni ebbero messo
insieme una cacciagione di una dozzina di nani, pensarono di non farne altro,
e di raccoglierli tutti in un luogo solo per dar loro un lauto banchetto, e
poi rinviarli in pace alle loro dimore. Ma il Bichinkommer fu causa che di
quella schiera di gnomi si cavasse un partito, e si venisse in seguito a
stabilire il modo onde poter dare una pratica applicazione a quella stramberia
che non aveva nessun fine in se stessa.


XXVIII


 Molte volte ho pensato fra me, disse un giorno il Bichinkommer al barone
Bontempo, come si potrebbero punire quelle donne che fanno uso della propria
bellezza per tormentare e tener continuamente in sulla corda i giovani
inesperti; quelle tra le elegantissime patrizie, che, dopo aver dato un calcio
al marito, all'amante italiano, fanno sfacciatamente all'amore
coll'ufficialit austriaca; come si potrebbero punire quelle, che, sebbene
agiate, permettono che i giovani vadano in malora per soddisfare alla loro
ambizione e ai loro capricci, e, rovinati, li abbandonano poi alle risate,
alle fischiate del bel mondo. Come si potrebbe, tanto per venire a qualche
caso pratico, far piangere a calde lagrime, siano poi d'ira o di pentimento
non importa, quella signora C... (e qui nomin una famosissima belt perfida,
della quale noi dobbiamo tacere il cognome) che fu vista a ridere in palchetto
il d dopo che il suo adoratore erasi abbruciato il cervello per lei; e ballar
tutta notte al veglione con un ulano, il quale sparlava poi animalescamente di
tutte le nostre donne, facendo un sol fascio delle Messaline e delle Lucrezie?
E non converrebbe una lezione tremenda a quella contessina che rub il
fidanzato alla figliuola dell'avvocato B... e fu causa che si sciogliesse un
matrimonio, quasi pervenuto alla presenza dell'altare, non per altra ragione
che perch quell'innocente ragazza aveva meritate le lodi del suo cavalier
servente? La legge non arriva e non pu arrivare sin qui, ma nel tempo stesso
 duro che certe colpe speciali non debbano aver pene speciali e
proporzionate. Queste donne io vorrei che si potessero condannare a un
perpetuo disonore, ma a un disonor fisico e materiale, non ideale; ci vuol
altro. Io, per esempio, le metterei in compagnia di questi gnomi ributtanti e
furibondi, farei chiudere le porte, e buona notte. Non capisco, come
nell'Inferno di Dante, che, sebbene ignorante, ho voluto leggere per averne
un'idea, non siasi immaginata una pena consimile per tormentare sino alla
disperazione l'orgoglio e la crudelt di tali scelleratissime carogne.
Questa strana idea il Bichinkommer la mise fuori cos per passatempo e senza
credere che si potesse in nessun modo attuare; ma il barone Bontempo:
  un peccato, soggiunse, che un progetto simile non abbia ad effettuarsi.
Per bisogna pensarci, caro mio; come si son trafugate altre donne e ragazze,
trafugheremo anche queste; cos rideremo noi e vendicheremo gli altri.
 La cosa  pericolosa pi di quel che sembra. Son tutte signore altolocate, e
che hanno aderenze cospicue e potenti.
 Tanto meglio; l'auto-da-f sar cos pi segnalato e meritorio.
E qui adesso non istaremo a raccontare minutamente come questo disegno, messo
l per bizzarria, fu poi maturato seriamente e messo in esecuzione con tutti i
mezzi necessarj perch riuscisse. Le insidie, gli agguati, i trabocchetti, i
rapimenti hanno un modo quasi sempre uguale di processo e di sviluppo, onde,
senza annojare il lettore, lasceremo la sua fantasia in piena libert di far
le nostre veci, concludendo solo che quando la Falchi fu tratta alla
Simonetta, quelle donne di cui parliamo pi sopra, vi erano state trasferite
fin dal giorno prima.
Esse erano tutte della classe pi alta e pi ricca; scelte tutte fra le pi
orgogliose e beffarde che avevano abusato della belt, come i pi tristi dei
dodici Cesari avevano abusato del potere. Non parliamo delle tre nominate dal
Bichinkommer, e che furono le prime ad esser rapite e trasportate alla
Simonetta. Quelle eran gi famigerate in Milano per le colpe che sappiamo, le
altre avevan tutta la capacit a delinquere, e se non si erano segnalate per
la profondit della perfidia, era estesissimo il terreno sul quale l'aveano
esercitata. Una poi era stata amante riamata del barone Bontempo; ma, dopo le
pi fervide proteste, dopo il pi infuocato epistolario, dopo l'assicurazione
di un amore duraturo vita natural durante, un bel d il barone si trov
accolto come un estraneo, licenziato su due piedi, senza nemmeno il beneficio
degli otto giorni che suole accordarsi ai servitori; e tutto ci perch un
principe di Lichtenstein, che vestiva la sfarzosa uniforme d'ussero, sembr
pi conveniente alle mire della damina.
Il barone Bontempo, quantunque avesse fermato di non vendicarsi altrimenti di
quell'ingiuria, riputando essere la vendetta indegna d'un gentiluomo, non
seppe poi resistere alla tentazione di metter colei nel novero delle
condannate, quando il Bichinkommer con fantasia ariostesca gl'improvvis lo
strano progetto. E cos anch'essa, come una starna ferita, fu messa nel
carnaio ed inviata al cuoco perch l'acconciasse in salm. Allorch la Falchi,
condotta a mano dal barone, con apparenza di cortesia cavalleresca, comparve
sulla soglia della sala, quelle donne avevan l'aspetto di altrettante regine
Zenobie trascinate dietro al carro del trionfatore; ed eran cupe ed acide come
le Longobarde quando videro le proprie dimore invase dai Franchi. I dodici
nani, per un'altra idea bizzarra, erano stati travestiti in abiti teatrali,
somministrati dal vestiarista della Scala, e potevan benissimo far la prima
figura in qualunque cenacolo di Paolo Veronese.
 Eccovi, o nobilissime signore, disse allora il barone, un'altra compagna
assai degna di voi. Credo bene ch'ella vi sia nota. Fu per aspettar lei che vi
ho fatto attendere quarantott'ore in questa casa. Non credo per che vi
possiate lamentare. Ora vi annunzio che domani potrete far ritorno alle vostre
case, e intanto vi prego ad accettare una cena. Ho anche pensato a non
lasciarvi sole; ma siccome n io n questi miei amici non siamo abbastanza
degni di voi, cos, come vedete, ho fatto ricerca dappertutto per mettervi in
mezzo ad una schiera d'uomini rari e sperati come ova di Pasqua. Ci che
determina l'alto prezzo delle cose, pi che la bont e la bellezza,  la
rarit. Tutto quello adunque che si  potuto fare per voi, s' fatto con amore
e con coscienza, e mi lusingo che ci sarete grate. Questi signori, che per
renderli sempre pi degni delle vostre signorie ho fatto vestire in costumi di
re, di duchi, di baroni, spero sapranno rendersi amabili al vostro gusto
squisito; e tanto pi quando si saran diguazzati come anitre nel fumoso
liquore spremuto da' miei vigneti, e quando sentiranno gli effetti di un certo
ingrediente gentile, che  tratto da quell'insetto che i naturalisti
iscrissero nell'elenco dei Coleotteri, ed appartiene alla famiglia degli
epispastici. Or vi lascio alle gioje che vi ho preparate, e la fortuna vi sia
propizia.
Quando il barone ebbe ci detto, un servo gallonato spalanc una porta, da cui
trapelava un gran chiarore; vi si ferm, e disse ad alta voce: In tavola,
signori.


XXIX

Il precetto di Orazio Nec pueros coram populo Medea trucidet, ci comanda di
calar il sipario e d'impedire che l'occhio del pubblico penetri ad assistere
all'orrenda cena che i compagnoni della Teppa imbandirono alle colpevoli dame
che fecero parlar troppo di s nell'anno 1820, e delle quali non vogliamo che
oggid si sospetti nemmanco il nome. La cena d'Alboino e il cranio di
Cunimondo poterono esser narrati e descritti e dipinti; ma la vendetta dei
Teppisti non potrebbe trovar grazia presso nessun'arte, n posto in alcun
libro che non venisse inspirato dalla nefaria musa dell'Aretino. Che se noi
l'abbiamo accennata di volo e in ombra, fu solo per mostrar come un governo
corruttore, lasciando libero il freno al disordine ed alla scostumatezza per
avvelenare tutte le fonti della virt, sia occasione che anche degli uomini
non perversi e perfino onesti, tentati dall'invito o dalle circostanze,
possano di cosa in cosa e di abuso in abuso pervenire a tali eccessi, che essi
medesimi ne debbano poi rimaner pentiti. Il Bichinkommer fu il primo ad
accorgersi che si era andato troppo oltre nell'esecuzione di quel disegno,
ch'egli avrebbe voluto non aver mai pensato; e fu anche il primo, quando, per
molti indizj, pot intravedere che la barbara commedia, in quella notte
minacciava di convertirsi in un'atrocissima tragedia, a consigliare di entrare
presso le dame e i loro commensali onde impedir conseguenze ancor peggiori.
Per fortuna esso fu ascoltato ed obbedito; le dame furon fatte uscire, e i
nani inferociti si dovettero placare a bastonate; tanto  vero che troppo
spesso una serie di violenze non pu essere troncata che da una violenza
estrema.
Il giorno dopo, tutte le signore, in altrettanti fiacres che furono fatti
venire dal Bernacchi, vennero rinviate a Milano, con tutte le precauzioni
necessarie perch non potessero sapere in che luogo erano state. Madama Falchi
fu trattenuta per l'ultima alla Simonetta, onde sottoporla alle interrogazioni
del Bichinkommer ed alle intimazioni del Granzini e del Bernacchi, e cavarle
di bocca come furon fatti sparire i documenti appartenenti all'archivio dello
studio Macchi-Agudio. Se non che la Falchi, dotata, come sappiamo, d'una
natura assai affine a quella delle tigri, invece di subire l'effetto delle
umiliazioni e degli insulti, s'era venuta inferocendo pel dolore stesso delle
ferite. Cos stette forte e chiusa e imperterrita, e perfino minacciosa, tanto
che fu rimandata anch'essa in citt senza nessun'utile conclusione. I
compagnoni tornarono a Milano; il barone Bontempo, che, ad eccezione del
Granzini e del Bernacchi, era il solo conosciuto dalle dame, lasci a buoni
conti il Palazzo della Simonetta, e si rec nel Cantone Ticino ad aggiustare i
conti col fattore delle terre che possedeva a Mendrisio, e ad informarsi come
era andata la vendemmia in quelle parti l. Ma se il palazzo della Simonetta e
il suo eco rimasero silenziosi, un rumor sordo era gi corso per tutta Milano.
I padri, i mariti, i fratelli, i parenti delle dame malcapitate, sebbene
queste avessero volont di tacere, le costrinsero a parlare, e il poco che
palesarono di quel ch'era loro seguito, bast perch tutte quelle famiglie
strepitassero: e rimostrando questi e tanti altri disordini avvenuti di quei
giorni per opera della Compagnia della Teppa, con un ricorso sottoscritto da
molte persone, invocarono dalle autorit competenti un provvedimento che
mettesse fine a quel flagello pari e peggiore d'ogni altra peste.  poi facile
immaginare ci che fece l'avvocato Falchi, sebbene la reduce avvocatessa, per
timore delle rivelazioni del Granzini intorno all'assassinio del ministro
Prina, raccomandasse il silenzio e la prudenza.
E questa volta, tutta l'astuzia e il talento e il fervore generoso del
Bichinkommer non valsero che ad accrescere le disgrazie vecchie ed a crearne
delle nuove, come gi era accaduto al grande Napoleone, che nelle battaglie di
Francia, che sono il capolavoro del suo genio, non trov che disastri e
l'ultima rovina.
Il notajo Agudio, migliorando di salute e fatto interrogare dal marchese F...
sul fatto delle lettere che aveva scritto al barone Gehausen, mand a dire e a
protestare ch'egli non sapeva nulla, e che quegli scritti presentati in suo
nome e colla sua firma non potevano essere che una falsificazione. Le minaccie
fatte dal Bichinkommer alla Falchi e riferite da lei al marito, mostrarono che
ci doveva essere un piano prestabilito, in cui pi d'una persona poteva aver
parte a danno del marchese F... e a vantaggio del Baroggi; e per ultima
conclusione si venne a sospettare di quest'ultimo, siccome della sola persona
interessata in quest'intrigo. Il crotalo Alberico, che strisciava sott'erba e
tirava a farsi prestare i centomila franchi dal marchese; e che dopo la scena
del Monte Tabor, volentieri, data l'occasione, avrebbe messo l'arsenico nel
bicchiere del Baroggi, lavor con perfidissima e vile astuzia contro di lui,
per rovinarlo in tutti i modi.


XXX

Quel d stesso il Bichinkommer e il Baroggi pranzarono insieme all'osteria
della Stadera. Il secondo non sapeva nulla di quello che aveva fatto il primo,
e tutto sprofondato com'era da qualche giorno nei pensieri e nelle cure del
paese, non conosceva nulla affatto del cos detto Gazzettino di quel mondo
che, quando non fa nulla, fa peggio. Ma alla tavola ove pranzavano e a tutti i
tavolini che lor stavano intorno e dappresso, non si parlava che del rapimento
dei nani e dello scandalo fatto subire ad alcune dame milanesi. Queste, com'
naturale, avevan taciuto quello che ai nani premeva invece di raccontare,
perch un certo senso d'orgoglio e l'idea di una specie di trionfo aveva fatto
passare il dolore e l'avvilimento delle bastonate ricevute. Tenuto conto di
tutto, e messo insieme il dare e l'avere, all'ultimo essi furono ben contenti
d'essere stati rapiti; onde fu precisamente per opera loro se lo scandalo
venne a propalarsi. Il Baroggi, che non comprendeva nulla di quei discorsi, ne
domand la spiegazione all'amico, che gliela diede amplissima, confessando la
brutta parte che, colle buone intenzioni del mondo, esso aveva avuto in quel
fatto.
 Oh mi pento davvero, esclam allora il Baroggi, di aver dato ascolto al
Suardi e d'essere entrato a far parte di questa compagnia; ma come ti dissi
gi altre volte, per ammenda degli altrui falli e dei nostri, come si pensa a
convertire in medicina anche i veleni, bisogna provvedere a convertire in
qualche bene anche questo malanno. Molti giovani gli ho gi convertiti, e
trovai buonissimi terreni. Adesso bisogner pensare a cavar partito anche
dalle schiume pi ribelli. Tu ci penserai. Stasera verrai con me, e ti
presenter alla societ. Ti far conoscere a suo tempo anche il conte, che 
quello che sta al timone e governa tutti gli avvenimenti. Abbiamo bisogno di
qualcuno che conosca il Piemonte come la Lombardia, e sia pronto a viaggiare
innanzi e indietro per tutto quello che pu abbisognare. Ho gi parlato di te,
sei gi noto ed accettato; per cui stasera non ci sar che la formalit della
presentazione. Intanto  bene che sappi quali sono tra noi i segni di
riconoscimento. Eccoti spiegato il tutto in poche parole: Tu vai, per esempio,
in un luogo ignoto, e ti trovi tra persone ignote, nel tempo stesso che
desideri sapere che aria tiri e che discorsi si possono arrischiare e che reti
gettare: ebbene: se tu adocchi uno che ti dia nel genio pi degli altri, e ti
venga in sospetto che per avventura sia un affigliato alla Societ dei
Federati, non devi far altro che unire ambe le mani nell'atto di salutarlo; se
l'altro non ti comprende,  indizio che bisogna parlar di cose indifferenti, e
troncare ogni discorso pericoloso; ma se invece quegli a cui tu guardi si pone
la mano destra al fianco, come facendo mostra di mettersela sulla spada,
allora  segno che  un federato, e che, all'occorrenza, puoi far capitale di
lui.
 Ma questa societ che, siccome ho sentito dire,  assai diversa da quella dei
Carbonari e dei Frammassoni, ha per, al pari di quella, una gerarchia?
 La Societ dei Federati non ha che due gradi: quello di capitano e quello di
semplice addetto.
 Ma in che differisce il capitano dal semplice federato?
 In ci, che il primo ha il diritto o l'obbligo, come tu vuoi, di far quattro
proseliti. Io, per esempio, son capitano, e tu sei il quarto dei proseliti che
ho fatto.
 L'altro d m'hai detto che la Societ si convoca in casa del calzolajo
Ronchetti?
 Le adunanze generali si tengono sempre in un sito; le speciali in varj
luoghi. La casa del calzolajo Ronchetti  uno di questi. Devi inoltre sapere
che questa Societ si divide in due centri, quello dei nobili e quello dei
plebei.
 Ahim, caro Giunio, si comincia male.
 Comprendo che cosa vuoi dire, e sono anch'io del tuo sentimento; ma ho dovuto
accorgermi che, per ora, questa distinzione era necessaria.
 Ma, e perch?
 Gli uomini che amano la patria sono pi frequenti di quelli che odiano i
privilegj. Ecco perch, onde attrarre nell'ardua impresa anche i nobili,
bisognava far loro toccar con mano che coll'entrare nella nuova Societ e col
far parte dei lavori che devono concorrere alla creazione vera e non fittizia
della nostra patria, i blasoni rimanevano intatti. Col tempo andranno per aria
anche questi. Un tal tempo per sar lungo, lungo assai; press'a poco come uno
dei sette giorni o delle sette epoche della creazione. Noi, i nostri figli, i
figli dei nostri figli, e continua pure colla litania delle generazioni,
saremo morti tutti, e ancora ci saran duchi e marchesi e conti. Bisogna
adattarsi, caro mio; ch, se cominciamo a prender ombra dei titoli, addio
speranze; non si fa pi nulla.
Continuando su quest'andare, essi finirono di desinare, lasciarono l'osteria,
passeggiarono per qualche ora, si recarono fuori di Porta Orientale
all'osteria dei Tre Merli, allora famosissima, a bere un bicchiere di
Villacortese, pure di quel tempo in gran voga; finalmente, verso le ore otto,
entrarono nella casa Ronchetti, in via della Cervia, situata in quell'angolo
vicino alla chiesa, che, per il consueto alto e basso delle cose umane e
divine, ora somministra le legna a quanti fanno bollire pentole in casa, e si
riscaldano al caminetto ed alla stufa.


XXXI

Milano, nel principio di questo secolo, forse per essere stata la capitale del
regno italico, ebbe il privilegio di raccogliere in s i prototipi
dell'intelligenza italiana in tutte le sue sfere e manifestazioni, dall'alfa
all'omega, dalla testa ai piedi: da Vincenzo Monti e Romagnosi e Sabatelli e
Appiani e Carlo Porta, ecc., sino al calzolajo Ronchetti, prototipo
dell'intelligenza operaja, dell'onest plebea, dell'espansione popolana. 
noto come questi, nato a Parabiago, per infortunj domestici sia stato
costretto a riparare a Milano, e qui, sotto la scorta di una madre tanto bella
quanto virtuosa, per trovar pane pronto, abbia dovuto acconciarsi alla
professione di calzolajo, la quale per sua virt merit quasi di ottenere un
posto nell'Istituto e nell'Accademia delle Belle Arti; dell'Istituto di
Scienze, perch coll'invenzione delle forme e con appositi congegni consol le
conformazioni viziate, le perfide gotte, i calli inclementi; dell'Accademia,
perch, facendo risaltare tutta la bellezza che pu avere la linea di un piede
s maschile come femminile, l'occhio impar ad innamorarsi di qualche cara
persona cominciando dai piedi, invece che dalla testa.
Ma, lasciando da parte la calzoleria, ci che rendeva distintissimo il
Ronchetti era la svegliatezza del suo ingegno, e l'amore quasi febbrile per
tutto che v' di grande tra gli uomini, le idee e le cose: per codesta
qualit, siccome egli ambiva di avvicinare le persone pi eminenti del suo
tempo; cos queste facevano a gara nell'avvicinar lui, nel complimentarlo,
nell'esaltarlo; i poeti gli mandavavano le loro opere; i pittori e gli
scultori le produzioni del loro pennello e del loro scalpello; gli alti
dignitarj lo onoravano di lettere; cos che la raccolta degli autografi
posseduti dal Ronchetti parrebbe quella di Voltaire, dell'Algarotti, di
Talleyrand, di Nesselrode; tanto  vero che un primato, qualunque sia la sfera
delle umane discipline, pu mettere un individuo al livello e al disopra di
chicchessia. Aveva ragione il ciabattino del Giulio Cesare di Shakespeare,
quando esclam, pieno di giusto orgoglio: Io sono il primo cittadino di Roma;
tutta Roma passeggia sull'opera delle mie mani. Ma, tagliando corto, la sua
umile casetta fu scelta anzi da lui stesso, tanto amava il progresso e il bene
del paese, fu esibita per conventicolo segnatamente dagli operaj ed
industriali, e di quanti s'erano incaricati di fare entrare anche costoro
nella santa impresa di rigenerare la patria comune. In quella sera molti
eransi l raccolti, compresi il padre Ronchetti e il maggiore dei suoi figli,
ancora adolescente, ma di tale ingegno e di tempra cos severa, che quanti lo
conoscevano tra i Federati frequentatori della casa Ronchetti, permisero che
anch'egli assistesse alle conferenze.
E noi adesso, come parrebbe farci invito l'argomento, non ci dilungheremo a
parlare dei Federati, n della loro origine e dei loro intenti. Sul movimento
italiano fu parlato con tanta abbondanza e da tanti autori, che non c'
lettore, per quanto scarsamente istruito, che non ne conosca tutte le vicende
e le fasi principali. Qualche cosa per, che non  senza importanza, fu omessa
nelle opere stampate. La conferenza, per esempio, che si tenne quella sera in
casa Ronchetti, e che a noi fu riferita oralmente dal Bruni che vi assistette,
mette in luce qualche fatto sfuggito altrui; ed ecco perch amiamo
accompagnarci col insieme col Baroggi.


XXXII

Dopo i preliminari d'ordine e dopo alquanti discorsi vaghi e varj, Giunio
Bazzoni, che trovavasi l insieme col Marliani, col prete Camisana, che fu poi
vice-prefetto del ginnasio di Sant'Alessandro, e con altri giovani ingegni i
quali volevano che il progresso si facesse forte attraversando le vie delle
classi operaje, cos prese a parlare:
Siccome alcuni son d'opinione che a scacciare i Tedeschi  cosa facile, e che
tutto il difficile sta nel trovare gli uomini che poi sappiano governare il
paese, cos, in pi conferenze tenute in casa del conte, abbiamo passato in
rivista tutti i nostri uomini pi distinti, e, fatte le debite valutazioni, e
tenuto conto di ciascuna specialit, siam venuti redigendo questo elenco della
reggenza o governo provvisorio, come lo volete chiamare, che dovr succedere
al governo austriaco, appena questo sar decaduto.
Ministri per gli affari esteri sarebbero dunque il marchese Giorgio Trivulzio
e il conte Federico Confalonieri. Per gli affari interni l'avvocato Carlo
Marocco e il consigliere aulico Paolo De Capitani. Per la giustizia e la
legislazione il consigliere Alberti e il Bellani. Per le finanze il Pecoroni.
Per la guerra il colonnello Arese e il Locatelli, gi commissario generale nel
ministero della guerra. Pel culto monsignor Sozzi, vicario della
Metropolitana.
Per la sicurezza pubblica si  pensato al barone Smancini, gi prefetto del
dipartimento dell'Adige; oppure al Luini, gi direttore generale di polizia.
Segretari degli ordini e della corrispondenza sarebbero poi Carlo De
Castillia, Pietro Borsieri, ora protocollista di consiglio all'Appello,
Tagliab e Berchet.
Il Bazzoni fece pausa, e invit gli astanti a fare le loro osservazioni.
Allora sorse il Baroggi, e disse:
Non si pu negare che quest'elenco sia stato redatto con sapienza e con
sufficiente cognizione degli uomini, ma mi sembra che siasi data pi
importanza alla posizione gi occupata dai diversi nominati, all'alta loro
condizione sociale e alla ricchezza, che alla prevalenza dell'ingegno, avuto
riguardo segnatamente a coloro che godono gi di una gran fama in Europa e in
Italia. Mi fa senso, per esempio, come pel ministero di giustizia e
legislazione, nessuno abbia pensato a Romagnosi, per i consigli e l'assidua
collaborazione del quale il mediocrissimo Luosi sembr l'ideale del
giustiziere; e invece che a lui, siansi gettati gli occhi sovra un semplice
amministratore d'ospedale. Non comprendo perch siasi dimenticato il barone
Custodi, tanto amato e stimato da Pietro Verri, e il quale fu presidente del
Magistrato camerale e l'innovatore pi coraggioso, pi fecondo e pi utile che
abbia avuto la Lombardia in tutto ci che riguarda l'erogazione della
ricchezza pubblica. Il consigliere Pecoroni  un uomo di pratica e non di
teoria, e se la seconda non va senza l'ajuto della prima, negli alti ordini
dell'amministrazione finanziaria non  possibile che chi  sprovveduto di
apparato scientifico riesca mai a far cose grandi. Cos come non comprendo
l'omissione del Romagnosi e del barone Custodi, non comprendo la dimenticanza
di Melchiorre Gioja.
Del ministero della guerra non parlo, perch bisogna star paghi di quello che
si ha in casa; non parlo dell'interna amministrazione, per la quale per
l'avvocato Marocco e il De Capitani mi sembrano pi che sufficienti. In quanto
al culto, perch far capo a monsignor Sozzi? Non sarebbe forse pi adatto il
professor Prina dell'Universit di Pavia o il consiglier Giudici? Un'altra
ommissione mi fa senso, ed  quella del ministero importantissimo d'istruzione
pubblica. C' forse mancanza d'uomini per questo? Vincenzo Monti  forse
morto? Ermes Visconti non ha forse dato il pi vigoroso impulso a tutta la
nostra giovent studiosa? Dunque io penso che si debba provvedere anche ad
instituire il Ministero della pubblica istruzione.
 Di tutte queste osservazioni sar tenuto conto, rispose il Bazzoni, e le
svilupperete di nuovo in una delle adunanze generali. Ora vi legger l'elenco
della guardia nazionale.
Il comandante in capo sarebbe dunque ancora il marchese Annibale Visconti;
l'Arese il quartier mastro generale; colonnelli sarebbero il cavalier Vacani
barone di Fortolivo, Galeazzo Fontana, Bianchi d'Adda e Litta Pompeo;
tenenti-colonnelli, i banchieri Soresi, Ciani e Ballabio; capi-battaglioni, il
marchese Arconati, D. Benigno Bossi, Emilio Belgiojoso, Renato Borromeo,
Giorgio Pallavicini e Raffaele Bossi; capitani sarebbero, tra gli altri, il
visconte d'Aragona, Leopoldo Incisa, il Prinetti, figlio del banchiere, i due
Negri banchieri, il Manzi, il Zoppis, il figlio dell'avvocato Marocco, ecc.,
ecc.
Dopo alquanti commenti fatti dal Bichinkommer, perch aveva appartenuto alla
milizia, sul carattere e sui meriti degli ufficiali superiori della guardia
nazionale, la conferenza politica si sciolse in una conversazione comune, e il
discorso cadde segnatamente sugli ultimi fatti della Compagnia della Teppa.
 Pur troppo, disse il Baroggi, questa compagnia, alla quale io e molti di
quelli che stanno qui apparteniamo, in questi ultimi tempi raggiunse l'estremo
della prepotenza, dell'arbitrio e della violenza.
Al pari di molti uomini generosi, i quali rimediarono alle intemperanze della
giovent colla virt, coi nobili propositi e con altre imprese degli anni
maturi, cos dovremo fare anche noi. Propongo pertanto si conducano le cose in
modo che un massiccio numero di compagnoni si riunisca in uno dei soliti
convegni, per tentare di dare un nuovo indirizzo alla nostra esistenza. La
Societ dei Federati ha bisogno cos delle forti intelligenze come delle
braccia robuste e dei cuori imperterriti. Nella nostra compagnia vi ha un gran
numero di giovani che, bene indirizzati, potranno essere di gran vantaggio
alla patria comune. E con queste parole, se l'egregio Bazzoni lo vuole,
possiamo chiudere l'adunanza di questa sera.
Ed essa si chiuse di fatto, e tutti uscirono e si dispersero.
E in quella sera, nell'umile casa dell'ottimo Ronchetti, con quell'adunanza si
venne a rappresentare la crisi che subiva la societ milanese in quel periodo
storico. I membri della Compagnia della Teppa, che pure si erano ascritti alla
Societ dei Federati, rappresentavano in s medesimi la lotta tra gli sforzi
di un governo che voleva portare in tutto la corruzione, e l'elemento antico,
indistruttibile, ognora risorgente sotto la medesima pressione della
tirannide, che si opponeva a questi sforzi con altrettanti e pi tremendi; e
che a lungo andare dovevano rimaner vittoriosi sul troppo a lungo conteso
campo di battaglia.
Se non che, i rimedj che il Baroggi allora aveva proposti, riuscirono
intempestivi. Gli ultimi arbitrj, probabilmente il fatto enorme delle dame
disonorate provoc una tale tempesta, che il governo e la direzione della
polizia stabilirono finalmente di distruggere quella compagnia con un colpo
improvviso e decisivo. Allora fu manifesto che l'autorit non aveva mai voluto
quello che poteva, perch in una giornata sola fece eseguire l'arresto di pi
che sessanta individui, i quali, per mancanza d'altro locale adatto, furono in
prima tutti chiusi nel convento di San Marco, e in seguito inviati a Szegedin
e a Komorn, o costretti al servizio militare. Altri molti arresti si compirono
dopo, a non contare un numero straordinario di giovanotti che, avvisati in
tempo, ripararono altrove fuggendo. In quanto al Baroggi, una mattina il suo
amico e tutore Giocondo Bruni ricevette un letterino, non firmato da alcuno,
nel quale gli si raccomandava di far fuggir lui e i suoi amici. Baroggi
conobbe, esaminando la lettera, il carattere del segretario di governo presso
la polizia, che aveva agevolata la liberazione del Suardi.
Esso pertanto lasci Milano, e il Bruni venne a saper poi che il conte
Alberico B...i aveva ajutato il marchese F..., facendo ci che il marchese per
se stesso non avrebbe mai voluto fare. Quale altro dei compagnoni della Teppa,
sotto colore di essere indignato di tanti scandali e di sentir l'obbligo di
farli cessare, in una conversazione tenuta nel palazzo del governatore,
parlando col consiglier Pagani e simulando di raccomandargli molti giovani sui
quali la polizia avrebbe potuto far pesare la propria severit, li venne
nominando tutti, e calc principalmente sul Baroggi, il solo che gli premeva
fosse tolto di mezzo, e per odio del quale non ebbe ribrezzo di commettere
quella vile perfidia.

LIBRO VENTESIMO


La citt di Parigi. La lingua e l'indole francese. L'Italia e gli Italiani
illustri. Detto di Ugo Foscolo. Chateaubriand e gli scolari della Politecnica.
Heine e Rossini. Il Guglielmo Tell. Serenata a Rossini sul boulevard des
Varits. Giunio Baroggi e i suoi amici d'Italia e Francia, al caff Tortoni.
Parole di Giunio Baroggi sull'arte italiana. L'avvocato Montanara e l'eredit
F... La contessa Stefania B...i Gentili. Del divorzio. I giuristi e i teologi.
Il quarto piano e il cannocchiale. Il dott. Broussais. Il biglietto della
lotteria di Baden-Baden. Il Viatico. Il Baroggi e il conte B...i.


I

La massima parte della nostra storia si svolse a Milano, una parte a Venezia,
un'altra a Roma, n ci per sfuggire all'accusa di non presentare che un
interesse municipale, ma veramente perch quanto avvenne a Roma e a Venezia
non avvenne altrove; e perch la necessit del vero e del reale ci comand di
tramutarci ora in un luogo, ora nell'altro. Ed ora per la medesima ragione,
correndo l'anno 1829, dobbiamo recarci a Parigi e dimorarvi per qualche tempo.
Milano, Venezia e Roma, senza nessun merito nostro, bastano a far s che il
presente lavoro assuma un interesse quasi italico. Ed ora, se dall'onda
impetuosa degli avvenimenti ci troviamo trasportati a Parigi ci significa che
la fortuna sospettando che non ci bastassero i confini italiani, ha fatto di
tutto per metterci in comunicazione con tutt'Europa.


II

Parigi  la capitale del mondo; anche senza essere francesi bisogna
confessarlo. Essa, in questo primato,  succeduta alla vetusta Roma. N vale
che Londra abbia un milione d'abitanti pi di lei; se il numero degli abitanti
fosse il sintomo della superiorit d'una capitale, i Chinesi, gi orgogliosi
d'aver avuto un Adamo di dieci millenarj pi vecchio del nostro, potrebbero
contendere questo vanto cos a Londra come a Parigi. Ma questa  la capitale
del mondo per il fatto della lingua; della sua lingua, che successe alla
latina. Quand'essa divent l'indispensabile interprete nei bisogni della
diplomazia, nella necessit delle comunicazioni del sapere universale, allora
Parigi fu dichiarata erede della fortuna di Roma. Un dotto, un letterato,
anche senza l'obbligo di rinnovare il miracolo di Mezzofanti, pu conversare
con tutti i tesmofori dei due mondi, i quali in quella perpetua fornace del
pensiero, spogliati della vesta nativa, lasciano vedere trasparente la
sostanza dell'idea, che talvolta si migliora col, rendendosi meno scabra e
pi accessibile. Il longanime alemanno che, nelle ricerche ostinate della
scienza e dell'arte, e pi dell'erudizione, mostra tutti i caratteri d'una
affannata monotonia, non varcherebbe i patrj confini, se l'agile francese,
liberandolo delle scorie importune, non ne presentasse al mondo il carbonchio
lucente.
L'altra ragione del suo primato sta nel sapersi espandere compenetrando.
Parigi, nella schiera delle citt illustri, assomiglia a quegli ingegni
fortunati che sanno approfittare delle fatiche altrui, e riproducono
assimilando e completando. Se la si considera come un individuo, non ha il
genio della invenzione, ma della perfezione. Non  il Boiardo che inutilmente
per s crea e trova i personaggi dell'Orlando, ma  l'Ariosto che, adottandoli
e trattandoli come figli proprj, li rende immortali, e appena permette che il
suo antecessore abbia un posto fra i poeti di terz'ordine.
Parigi non  l'ignoto autore della prima leggenda del Faust, ma  Goethe, che
trovando un edificio compiuto, ma chiuso da tutte le parti, lo apre, lo
adorna, lo illumina e lo rende accessibile a tutt'Europa leggente. Non 
Galvani, ma  Volta. Nell'89 essa non ha fatto che dar consistenza e
attitudini pratiche al pensiero rivoluzionario, annunciato gi tre secoli
prima da altre nazioni che maltrattarono i loro veggenti, e dai veggenti che
pagarono le divinazioni colla testa. Rousseau e Voltaire, preparatori dell'89,
non dissero nulla di nuovo; ma il loro eco poderoso perfezion i rauchi suoni
dei loro predecessori e li converse in una vasta e tremenda armonia che, come
la Marsigliese, conflagr tutte le menti, le quali, trovandosi confederate,
diventarono invincibili.
Parigi  la capitale del mondo, perch in ogni tempo e per qualunque
circostanza, si fece il suo interprete perfino del male, e s'affrett a
mettere in esecuzione gli sparsi e mal repressi desiderj della societ.  la
capitale del mondo, perch il suo genio  tale da spingerla a maltrattare
anche s stessa, per l'ambizione d'essere la prima a convertire in fulmine
l'elettricit che ognora serpeggia nel serbatojo terrestre. Nel 1815 essa, al
pari di Saturno, divor il proprio figlio onde placare tutta Europa allora
fremente. La borghesia mercante di Parigi comprese la classe usuraja di tutto
il mondo, e sacrific la gloria all'interesse e alla certezza di un tanto per
cento.
Oltre a ci,  la capitale del mondo, perch seppe costituirsi in patria
universale di tutti i grandi ingegni.
Parigi venera l'intelligenza da qualunque parte venga, comunque si presenti;
gi s'intende, quando esca dalle mediocri proporzioni, e quando la sua virt
non stia soltanto nella forma, ma nella sostanza.
Heine, scacciato da Berlino, povero ed ammalato ricovera a Parigi; e qui 
provveduto di quattro mila lire all'anno, malgrado che nella Lutezia egli
sfoghi la sua gratitudine dicendo tutto il male possibile de' parigini.
Un'altra nazione non l'avrebbe tollerato.
Mentre un critico in Sicilia ostentava, or non son molti anni, di appena
conoscere Manzoni; mentre il napoletano Emiliani-Giudici lo insultava
obbliquamente in un libro che ebbe spaccio in Italia; e il toscano Ranalli lo
copriva d'ingiurie; a Parigi Artaud l'aveva gi chiamato il primo de' poeti
viventi; Chateaubriand l'aveva dichiarato pi grande di Scott; Dumas diceva
che da Davide a lui non aveva mai trovato inspirazione lirica pi potente
della sua. Apprendete, o Italiani, a rispettare gl'ingegni, tuonava Foscolo
mezzo secolo fa, e mezzo secolo dopo si  ancora condannati a dire che a
Parigi trova ricovero e giustizia chi  svillaneggiato o maltrattato in casa
propria. N giova che altri c'interrompa mettendo innanzi il pretesto delle
credenze, delle scuole, delle fazioni. Questo pretesto sarebbe una colpa di
pi; e quando pure non fosse, il vero merito copre e scuole e stte, ed una
nazione deve rispettare sempre il merito dell'ingegno e della virt, in
qualunque fede ei versi. Nelle tre giornate di luglio gli studenti della
Politecnica portarono sulle braccia in trionfo Chateaubriand, che pure aveva
parlato contro di loro.  a questi patti che una nazione  una Nazione. O
Italiani, rispettate gli ingegni! ripetiamo le parole di Foscolo, senza delle
quali le nostre andrebbero disperse o fraintese.
Rossini in dodici anni scrive quaranta spartiti che fanno di lui il pi
rivoluzionario, il pi immaginoso, il pi versatile, il pi grande dei maestri
melodrammatici d'Italia e d'Europa; ma presto la sua patria, volubile come
l'antica Grecia, annojata di lui e de' suoi trionfi, lo coglie al varco in un
momento di stanchezza e d'indolenza, e lo umilia con quel trasporto onde in
addietro lo aveva esaltato; poscia ostenta di non comprenderlo nel punto
massimo della sua sterminata abbondanza, allorch nella Semiramide aveva
gettate a profusione le ricchezze della sua fantasia, come i principi del
medio evo in un giorno di corte bandita; e lo lascia deluso, iracondo e ancora
povero.
Gli Italiani trattano gl'ingegni come gli agricoltori i filugelli:
arricchiscono della loro seta e li gettano poi, conversi in bruchi, nel
letamajo. Ma Parigi accoglie Rossini, il quale in quella Babilonia era andato
a cercar nuovi amori per divagare gl'importuni pensieri, al pari di un amante
che ha trovato la sua donna infedele; e la capitale del mondo lo vendica, lo
esalta, lo tratta come un trionfatore coronato, erigendo simulacri marmorei a
lui vivo, e intitolando le pubbliche vie del nome suo.
Parigi  la capitale del mondo, perch nelle cose della scienza e dell'arte
l'entusiasmo sempre sveglio non permette mai di sconfessare la verit che
sfolgora. A Vienna, in tanto oceano di note rossiniane, appena si trov grande
la prima met della sinfonia del Guglielmo Tell: a Berlino, un'accademia di
maestri algebristi quasi fu per negargli l'onor del ritratto nella serie dei
grandi compositori, e stette in procinto di punirlo come Marin Faliero.
Ma vediamo Parigi nel momento appunto che a Rossini si tributano onori pi che
a un mortale, e l'Italia, per consenso, viene esaltata nel trionfo di lui.


III

Era la mezzanotte del 10 agosto 1829; una folla immensa erasi raccolta sul
boulevard des Varits, innanzi alla casa di Rossini, essendo corsa la voce
che gli artisti dell'Opra volevano offrire una serenata al re della musica
contemporanea, all'autore del Guglielmo Tell. A mezzanotte infatti cantanti e
suonatori occupavano una delle terrazze dell'elegante abitazione di Rossini, e
allora al tumulto popolare della folla impaziente successe il pi profondo
silenzio. L'orchestra incominci coll'eseguire la stretta della sinfonia del
Guglielmo Tell, che, ridomandata a forti grida, venne di nuovo eseguita e di
nuovo ricoperta d'applausi. Dopo questo pezzo fu cantata la tirolese Un oiseau
ne suivrait pas, che rap di piacere la platea a cielo aperto, e i cantanti
dovettero ripetere questa musica, tanto avea infuriato la tempesta del bis. In
seguito fu cantato il coro dei balestrieri, e quello, senza accompagnamento,
del Conte Ory: Noble Chtelaine, che le voci sonore di Nourit, della Debadie e
di Levasseur fecero giungere fino all'orecchio dei pi lontani spettatori.
La notte molle, il cielo stellato, la musica incantevole eseguita con amore
speciale, l'attenzione religiosa di un intero popolo di dilettanti entusiasti,
tutto concorse a rendere straordinaria e solenne quella festa del genio, la
quale era nel tempo stesso la festa dell'addio; ch Rossini doveva fra poco
lasciar la Francia.
Giunio Baroggi, che dimorava a Parigi da qualche tempo, trovavasi compreso tra
quella folla, insieme co' suoi amici di Parigi e d'Italia. Vi era Nodier,
Ingres, Halvy, Marliani, Suardi. Dopo la serenata si recarono tutti al caff
Tortoni. Com' naturale, il discorso cadde sull'arte e su Rossini e
sull'Italia. Halvy sosteneva che il Guglielmo Tell era il capolavoro di
Rossini, e che se questi non avesse dimorato a lungo in Francia, il suo genio
sarebbe rimasto incompleto.
Baroggi, esaltato dalla serenata, versava in uno stato eccezionale di
vivacit, d'estro e di vena. Si mise a parlare per rispondere ad Halvy ed
agli altri:
 Non  possibile, ei disse, non dividere in gran parte la vostra opinione il
Guglielmo Tell  un serbatoio d'inesauribile arte e di scienza musicale, dove
un'intera generazione di maestri potranno attingere la loro parte di melodia e
d'armonia per acquistar fama e denaro; dove anche un maestro di scarsa
levatura, in un momento di peritanza e di dubbio, potr pigliarsi quello che
far pel caso suo, senza nemmeno parere un copista. S, io sono felice che
codesta specie di Bibbia dell'arte musicale sia uscita dalla testa prodigiosa
di Rossini; ma non sar mai per sacrificarle il Mos, dove il genio lampeggia
di una luce ancora pi abbagliante, abbagliante s che par quasi eccedere la
natura umana. Ma tra il Guglielmo Tell e le altre opere della scuola
germanico-francese e i capolavori della scuola italiana corre quella
differenza che intercede fra il dramma diffuso, fatto per la lettura, e il
dramma concentrato, fatto per la rappresentazione. Ma io non posso ammettere
che s debbano far drammi per la sola lettura, perch allora vien pi
opportuna un'altra forma dell'arte; e per la stessa ragione non posso
ammettere che ci debbano essere opere in musica che condannino il pubblico a
star confitto sulle panche cinque o sei ore; perch la lunghezza non  una
condizione dell'arte, perch nemmeno il genio sa scongiurare la noja, e la
stessa bellezza genera saziet quando non sappia scomparire a tempo.
 Voi altri Italiani, disse allora Halvy col modo il pi educato, ma con tale
accento che rivelava qualche dispetto; voi altri Italiani avete ragione di
aggrapparvi unicamente e sempre al gigante Rossini, come alla nave ammiraglia,
perch egli  il solo che anche oggid rappresenti l'Italia con antica
grandezza.
 No, rispose il Baroggi, colla prontezza e l'impeto onde Massimo soleva
rimettere un pallone traditore. Non posso ammettere che l'Italia non abbia
nelle altre arti un genio che faccia degno corteggio a Rossini. Intanto, tra
le spire della colonna Vendme, il bassorilievo della battaglia d'Austerlitz,
scolpito da Bartolini,  il vanto di quella colonna, e la pi gran cosa che in
scoltura siasi fatto in Europa dopo la morte di Canova, anche a fronte della
grandezza di Thorwaldsen. Ma nella poesia e nella letteratura v' un uomo in
Italia che pu benissimo far degno riscontro a Rossini; ed  Manzoni; e se la
fama di quest'ultimo non risuon cos rapidamente e vastamente come quella del
primo, bisogna trovarne la ragione nell'indole e nella diversa fortuna delle
due arti. Il primo fatto intanto per cui Rossini e Manzoni si fanno riscontro
l'un l'altro  il primato che ciascuno occupa in Italia e fuori per consenso
universale e concorde. Ma lasciando da parte la fama e la gloria, che sono le
conseguenze e i compensi del merito, anzich il merito stesso;  nella
sostanza,  nell'originalit,  nella grandezza che Rossini e Manzoni sono
veramente i re di due diversi regni. Un'altra virt caratteristica poi che
hanno in pari grado (ed  il distintivo dei veri genj nell'arte, perch li fa
esser varj e vasti come il pensiero e la vita),  la potenza di esercitare il
riso ed il pianto, come se in ciascuno fosse unita la natura di due uomini
diversi. Gl'ingegni i quali non sanno fare altro che ridere o piangere, non
sono completi, sono uomini a mezzo, perch della vita non riflettono che un
lato solo Dante piange e ride, alla sua foggia, s'intende;  sublime ed 
grottesco; accanto alle creazioni pi pure e celestiali pone le pi strane
figure; Michelangelo nel suo Giudizio sotto al Cristo ha messo in caricatura
il diavolo; Ofelia e Falstaff uscirono dall'unica mente di Shakespeare. Il
largo al factotum e il pianto di Desdemona da quella di Rossini. Cos  il
Manzoni; l'elemento comico corre e serpeggia per tutto il suo romanzo,
sbizzarrisce persino tra le lugubri scene del Lazzaretto.  alle spalle di don
Abbondio che un'intera generazione ha riso e rideranno i futuri. Ma se questa
figura ci allarga i precordi di giovialit, Cristoforo e Federico ci appianano
il volto di una severit compunta; e nell'Adelchi il dolore raggiunge una
grandezza tragica, che non si trova nemmanco in Alfieri, ma  quella medesima
altezza tragica che, allorch vien raggiunta dal gioviale Rossini, lo fa
superiore allo stesso Gluck appassionato.
Un'altra qualit caratteristica per cui Rossini e Manzoni non possono
confondersi cogli altri ingegni che fioriscono in questo tempo, sta in
quell'originalit indipendente, per la quale diedero un movimento affatto
nuovo all'arte loro; sta in quella pienezza di facolt per la quale, anche
allorquando non riformarono del tutto un ramo dell'arte, lo completarono
almeno. Monti riprodusse, non complet, non riform.
In esso vedonsi distinti tutti gli elementi coi quali eran nati molti poeti,
prima di lui; ma non ebbe mai la virt di assimilare tanta variet di
caratteri in una pasta unica, da cui potesse uscire, se non la novit
assoluta, almeno l'apparenza della novit. Non cos fu di Manzoni; egli fece
in letteratura precisamente quello che fece Rossini in musica. Mise a
contribuzione tutti quanti, ma lo fece in modo che non apparisse pi traccia
d'essi nel nuovo edificio letterario ch'egli costrusse sulle loro fondamenta e
coi loro materiali; egli non invase alla spicciolata i dominj altrui per
trasportare in casa propria un'ibrida variet di maniere e una veste screziata
di pi colori, ma trasse gli altri nel proprio dominio e li sottomise alle
proprie leggi, unificandoli.  precisamente la stessa grande elaborazione che
oper Rossini in musica. Ecco perch questi uomini nella storia del pensiero
vanno collocati a paro. La musica fu condotta all'ultima maturanza da Rossini,
come da Manzoni fu condotta all'ultima maturanza la letteratura.
Gli astanti applaudirono vivamente alle parole del Baroggi. L'Italia in quel
punto veniva glorificata in Francia.


IV

A notte altissima (erano le tre passate) il Baroggi, accompagnato da Musset,
da Vigny, da Nodier, da Armand Carrel, da Vernet, da Delaroche, da Rossetti,
dal milanese Berchet, dall'amico Andrea Suardi, torn al suo alloggio che era
un terzo piano d'una casetta semplice ed elegante situata nella Cit presso al
ponte Double. Al caff Tortoni egli aveva comandata l'attenzione e spesso
l'ammirazione a quanti lo circondavano, colla sua faconda ed inspirata parola.
Al pari di un termometro che, secondo le circostanze, discende sino al freddo
di Danzica o sale fino al calore del Senegal, in quella notte, esaltato dalla
musica di Rossini, dallo spettacolo dell'entusiasmo frenetico che tutta Parigi
aveva mostrato al Maestrone con quella serenata musicale, e, non possiamo
tacerlo, esaltato dal vapore generoso di un bordeaux che un segretario
d'ambasciata aveva potuto avere dalle stesse cantine di Carlo X; le sue
facolt intellettuali avevano raggiunta la massima effervescenza. La mente del
Baroggi assomigliava a que' fogli bianchi sui quali  stato scritto con
inchiostro simpatico; perch sul bianco risaltasse il nero e perch se ne
potessero leggere i caratteri, era necessario un reagente chimico. Toccato da
circostanze speciali, il suo ingegno, chiuso nel silenzio, e nella mestizia,
erompeva di tratto come un congegno pirotecnico che d'improvviso mandi
un'eruzione di razzi e stelle e colori bengalini. Accompagnato fino alla porta
della sua casa, fu salutato con trasporto e lasciato coll'amico Suardi quando
battevano le tre e mezzo all'orologio di Notre-Dame.


V

Entrato nella propria camera, una voce dalla vicina gli grid:
 Ben venuto! Pare che manchi poco all'alba; e s che ho sentito che a Parigi
c' l'abitudine di rincasarsi per tempo.
 Caro mio,  stata una notte eccezionale questa. Ho assistito al trionfo
dell'Italia in Francia, e se tu, uscendo dal teatro, m'avessi accompagnato
alla serenata fatta a Rossini e al brindisi del caff Tortoni, non avresti
perduto il tuo tempo.
E dicendo questo entr col Suardi nella camera di chi aveva aperto il dialogo.
Quegli che stava a letto era l'avvocato Montanara di Milano, venuto
espressamente a Parigi, come arbitro nelle ultime vertenze della causa
F...-Baroggi.
 Hai gli occhi che mandan raggi e la faccia color di carmino, disse l'avvocato
al Baroggi. In che felice maniera  scomparsa la tua pallidezza abituale?
 Attendi un momento, rispose Giunio, e la pallidezza ritorner. Questo rosso
fuggitivo che mi riscalda le guance, assomiglia ad una maschera modellata al
riso, e gettata per passatempo sopra una testa da morto. Sento gi gli effetti
della reazione nervosa. Il tempo di far sei scale e due minuti di silenzio
bastarono per ritornarmi al tristissimo vero dond'era uscito:

Sento gli avversi numi e le segrete
Cure che al viver mio saran tempesta.

 Io so che tu dici la verit, povero Giunio; eppure qui in Parigi quanti mi
han parlato di te, credono che tu sii uomo piuttosto strano che infelice,
piuttosto spensierato che cogitabondo.
 Lo crede questo volgo elegante e ricco del caff Tortoni, ch'io rallegro
spesso coll'epigramma che mi  abituale; ma non i pochi che hanno l'attitudine
del pensare, e coi quali alcuna volta mi sprigiono.
 Eppure cagioni reali e visibili d'infelicit tu non ne hai. Sei nel fiore
della giovinezza, sei avvenente, e di quell'avvenenza non pomposa la quale
tanto piace al sesso gentile che tu non odii; sei d'ingegno acutissimo e di
facile e simpatica facondia. Per di pi, se in addietro non hai conosciuto la
povert, sebbene costretto a viver parco, d'ora innanzi ti adagerai nella
ricchezza.
 Ventimila lire di rendita!... esclam il Suardi.
 Dite trentamila, osserv il Montanara. Ma questo Giunio  sempre stato dello
stesso umore. Ci siam conosciuti a Pavia; io studiavo il quarto di legge, lui
il primo. E fin d'allora vedendolo s tristo e sospettandone la cagione:
Quando sar laureato, gli dissi, e passer avvocato, penser io a distrigarti
di tutto. E cos fu.
 Ma, e come mai, domandava il Suardi all'avvocato, a voi riesce nella vostra
professione di ottener cose che per gli altri son dichiarate quasi
impossibili?
L'avvocato Montanara in fatti, come sapranno tutti i nostri lettori che lo
hanno conosciuto o ne han sentito parlare, oltre a una gran dottrina legale,
possedeva un tatto cos squisito e acuto, che a lui riusciva spesso di dipanar
matasse credute inestricabili.
 Un avvocato  come un generale, rispondeva il Montanara. Egli non dee
limitarsi a conoscere la propria professione; ei dev'essere versatile, deve
conoscer gli uomini, deve trar partito da tutte le circostanze anche non
legali che gli si presentano. Ad un avvocato non dee bastare d'esser reputato
un gran giureconsulto. In questo caso scriva opere giuridiche, si sfoghi nella
teoria, ma non s'impacci della pratica. Egli, precisamente come un generale,
innanzi deve vincere. Giulio Cesare a Farsaglia, sapendo che i giovani patrizj
che appartenevano alla cavalleria romana avevano cara la freschezza del viso,
disse a' proprj veterani: Abbiate cura di rivolger l'arme alla faccia di
costoro; e la cavalleria fu tosto sgominata, perch i bellimbusti d'allora
avrebber fatto qualunque sacrificio piuttosto che avere il volto sfregiato.
Ora questa regola non la troverete in nessun trattato di strategia e di
tattica. Tornando ora all'avvocato e tornando a me, anche senza la conoscenza
del codice, avrei ottenuto quel che ottenni; perch pi di tutto mi valse il
conoscer gli uomini e l'arte di saper pigliarli dov' il loro lato debole. Nel
caso qui del mio Baroggi, saputo che il marchese erasi piegato verso la
chiesa, e pi ancora, saputo che il suo pi intrinseco amico era pi bigotto,
e diciamolo pure, pi galantuomo di lui, mi rivolsi ad esso innanzi tutto,
schierandogli innanzi tutta la batteria buona e non buona dei miei argomenti
legali, e dei tanti indizj che sussistevano, ma che tutti insieme non
costituivano una prova. Chiesi inoltre un'udienza privata al presidente
Mazzetti, che fin dal 1820 era stato a Milano, credo come ispettore dei
tribunali. Gli parlai in modo che rimase convinto, perch l'esistenza del
testamento, tuttoch giudicato apocrifo, e parecchie deposizioni di due
scrivani del notajo Agudio, sebbene insufficienti a far prova rigorosamente
legale, non potevano a meno di piantarlo nella persuasione, che l'edificio che
durava da tanti anni, non doveva essere affatto un edificio immaginario.
Dichiarai inoltre ch'io era disposto a trattar la causa ab ovo, e che infinite
cose avrei rivelate, che al marchese non sarebbero certo piaciute. Il
Mazzetti, nelle sale del governatore, parl all'amico del marchese, e questi,
dopo alcuni giorni, mand a chiamarmi, e sotto colore di cedere alla gran
bont dell'animo suo, mi invit a far delle proposizioni: siamo a casa, dissi
fra me, e cominciai dal chiedere moltissimo. Il marchese s'impenn di nuovo.
Io stetti forte e irremovibile, e non mi lasciai pi vedere. Ma un bel giorno
ricevo un bigliettino dal conte amico del marchese, col quale mi invita a casa
sua. Ci vado senza farmi aspettar troppo. Il conte mi dice: il marchese 
pronto a pagare settecentomila lire milanesi al signor Giunio Baroggi. Per
finirla, rispondo, giacch vi spaventa la cifra del milione, aggiustiamola in
novecentomila lire. Il conte non disse n s n no per allora; ma, dopo molto
tempestare, si concluse che stava egli garante di tutto, e si sarebbe finito
l'affare a quel modo. Ora sai tu, caro Suardi, perch ho dovuto venire a
Parigi? Perch dalle lettere di risposta di questo originale di Giunio io non
poteva raccogliere nessun costrutto. Mi trovavo d'aver fatto un miracolo, e
costui quasi lo rifiutava. Per appena giunsi a Parigi, lo costrinsi a farmi
la sua buona procura, e cos sar ricco a suo dispetto; non  vero, il mio
caro originale?
 Se tu ti trovassi continuamente, al pari di me, disse il Baroggi, sotto
l'incubo di un affanno al quale non c' rimedio, non diresti cos, caro
avvocato.
 Ma, in conclusione, domand l'avvocato, che diamine t' mai capitato che
l'animo tuo, ad eccezione di alcuni istanti di giocondit, che dir
artificiale e meglio ancora morbosa,  avvolto in una perpetua tetraggine?
Negli otto giorni che son teco, non mi  riuscito di cavarti una parola. Parla
dunque una volta. Io ho l'abitudine di vedere e giudicar le cose non colla
stregua volgare del mondo incarognito ne' pregiudizj, ma coi criterj del buon
diavolo che  filosofo e nel tempo stesso ha viscere. Parla.
 Dunque vi dir tutto, i miei cari amici, ma se ne avrete tedio, non incolpate
me.
 Sta pur tranquillo su ci. Noi non desideriamo che di poterti giovare in
misura del poter nostro.


VI

 E allora ascoltate: Io vivo come un uomo che, per necessit di circostanze,
deve attendere di essere percosso da un d all'altro da una sventura suprema e
irreparabile; da una di quelle sventure che fanno incanutire in
ventiquattr'ore. La mia vita  attaccata alla vita ognora in pericolo di una
donna bella e leggiadra fin dove pu immaginarsi; virtuosa sino ad essere in
assidua violenza tra le aspirazioni pi legittime del cuore e le leggi crudeli
di un dovere arbitrario; infelice in tutta quell'intensit ed estensione che
pu derivare dalla pi sensitiva indole propria e dalla pi spietata
persecuzione altrui. Io amo questa donna; ed ella, pur senza volerlo, mi ama;
dico senza volerlo, perch'ella condanna codesto amore e vorrebbe liberarsene,
ma deve subirlo come un morbo affannoso, come uno spasimo fisico, perch i
preti le spaventarono la coscienza fino a farle credere ch' vietata ogni
spontanea affezione, pur se rimanga nella sfera pi alta ed immateriale. I
preti hanno fatto il sensale di matrimonio nella sua casa. I parenti le han
fatto violenza perch sposasse un uomo che i preti hanno scelto; i preti
l'avvolsero in una rete di paure inestricabili. E l'uomo alla cui vita essa fu
legata, come quando s'intrecciavan le membra de' condannati nella ruota del
tormentatore, quest'uomo  un assassino; ma un assassino protetto dalla legge,
titolato milionario; che ha voluto impadronirsi di questa donna divinamente
bella, non per altro che per placare i momentanei ardori del senso lascivo, e
punirla poi di morte, saziata la fame; press'a poco come quando l'orrida
Caterina si faceva accarezzare dall'improvvido coscritto, per consegnarlo poi
al boja.
Quest'uomo aveva gi ammazzate due donne prima di sposare
quest'infelicissima. Per il complesso delle sue abitudini perverse, nel
momento d'andar all'altare, era l'oggetto dello schifo e del ribrezzo
generale. Or sai tu per che strano motivo i preti non solo permisero ma
vollero questo? il motivo  specioso e acuto. Con un matrimonio
provvidenziale, pensarono, placando la torbida natura di un tal uomo, potremo
salvare un'anima. A queste possibilit fu sacrificata l'innocenza, come quando
nella gabbia del leone febbricitante, per tentar di placarne le
irrequietudini, si mette una gazzella, nella presunzione che il leone la
risparmii e faccia amicizia seco.
 Ma, domand il Montanara, conosco io le persone di cui parli?
  facilissimo che tu le conosca. L'assassino  il conte Alberico B...i La
vittima infelice  quella Stefania Gentili che avrete sentito a cantar al
teatro Re, se siete arrivati in tempo, perch non vi cant che due o tre sere
sole, non avendo i preti permesso che si contaminasse sul palco scenico.
 Ma chi sono questi preti?
 Ho detto i preti, ma il prete veramente fatale fu uno solo: un monsignore del
Duomo.
 Ma ora dove stanno costoro?
 Il monsignore  a Milano, vivo e vegeto e santo; tutt'intento, senza saperlo,
a rovinar famiglie, a guastar teste, a spaventar coscienze. Il conte Alberico
 qui in Parigi con sua moglie; se voi spingete l'occhio oltre il ponte e,
saltando due case, lo fermate all'angolo della terza, potete vedere dove
abita.  al terzo piano di quel palazzo barocco. Col cannocchiale io posso
vedere la leggiadra figura di quella vittima moribonda. Egli la condusse qui;
innanzi tutto perch, fuori dell'aria nativa, ella non pu avere il pi
efficace dei rimedj al male che l'affligge; in secondo luogo perch, sotto
colore di viaggiare, non ha preso con s n servi, n cameriere, che la
proteggessero e curassero; poi perch, non essendo conosciuto a Parigi, pu
dar ad intendere tutto quello che vuole, pu persino calunniare sua moglie ed
essere creduto; infine per non aver testimonj agli assidui maltrattamenti
ond'egli, esacerbando di continuo il malore di lei, riuscir a troncare
prestissimo quel tenue filo di vita che ancora le  rimasto. E nemmeno vuol
permettere che ella si ponga sotto la cura di un medico valente. Men danno che
io la faccio visitare dal dottore Broussais; ma ella  condannata a medicarsi
di nascosto, perch il conte, dopo aver scialacquato due o tre milioni, ora 
diventato avaro fino alla demenza, e mette a rumore tutta la casa e rovescia
tavole e sbatte usci e minaccia tutti, se gli  posta tra le mani la polizza
dello speziale.
 Ma in che relazione sei tu con lui?
 Ora in nessuna; bench egli sappia che io mi trovo a Parigi, e fors'anche per
qual ragione son qui.
Per amor di lei io ebbi in addietro la debolezza di farmi intrinseco suo,
sebbene sapessi quant'egli mi fosse avverso, e come in pi circostanze avesse
tentato di rovinarmi in tutti i modi possibili. Ma trovatomi seco
nell'occasione d'un viaggio che insieme colla moglie ei fece a Firenze,
accolti come buona moneta i complimenti della sua bocca bugiarda, finsi di non
sapere nulla; e per piet di lei e, dir anche, per l'estrema simpatia, che,
come sempre ella mi aveva ispirata, m'ispirava ancora, ebbi per molto tempo
l'abitudine della sua casa, dove con tutti gli sforzi dell'animo ond'io ero
capace, comprimeva gli sdegni, per tentar colla mia presenza di rendere pi
ammansata quella bestia feroce.
 E cominci allora il tuo amore con lei?
 Amore no. Ella mi pareva troppo bella e troppo preziosa per me. Non era che
amicizia e piet. Bens il mondo, considerando le apparenze, credette
altrimenti, ma s'ingann... e se voi non mi credeste ora, ascoltate, e ne
avrete le prove. Lasciata Firenze per certi miei affari, e passato a Napoli,
qui la mia avversa fortuna mi diede a conoscere una giovinetta; infelicissima
quando io la conobbi, perch ci avvenne nel punto che il fidanzato l'aveva
abbandonata.  il mio destino di non interessarmi che agli infelici. Questa
fanciulla, dopo qualche tempo, mi fece capire che, per trovar pace, ella
riponeva ogni sua speranza in me. Bellissima qual'era e d'indole straordinaria
e di cuore ardentissimo, mi mise addosso un s terribile incendio, che allora
per la prima volta compresi l'antica sapienza, la quale invent la formola
della camicia di Nesso che arse ed esulcer le membra del fortissimo Ercole.
Tutto l'entusiasmo che pu suscitare l'amore, lo provai a quel tempo. Credetti
di avere finalmente raggiunto un lato della possibile felicit.
Ma fu per poco; e quella felicit, cotanto acuta, sembra che la nemica
fortuna abbia voluto farmela assaggiare compiutamente, perch mi dovessero poi
riuscire pi terribili le amarezze del disinganno. Assentatomi da Napoli per
poco tempo, quando ci tornai, tutto era cangiato. Quella fanciulla erasi
lasciata cogliere dalle insidie di un altro, che pure l'abbandon prestissimo;
e fu s procelloso il travolgimento, che quando ella mi rivide ne fu
atterrita, e non ebbe nemmeno le forze di dissimulare un istante. Io mi trovai
cos posposto ad uno scalzacane mentitore, che a lei si era annunziato
addirittura come sposo, e ai parenti di lei come milionario, senza voler far
l'una cosa ned esser l'altra. Chiusi dentro di me tutto il mio tormento, e mi
affrettai per le poste, onde parteciparlo a colei che, sentendo per me la
santit dell'amicizia, sola mi poteva consolare. Quell'angelo di donna mi
confort, e mi disse ch'ella non mi avrebbe di certo trattato cos; e me lo
disse in modo da farmi comprendere ci che mai non avrei sospettato. Ti ripeto
che io non sapeva credere che quella donna potesse degnarsi di amar me.
La cosa si rinfuoc sempre pi, sebbene ella non esprimesse chiaramente, n
io parlassi. Pass qualche anno. Io frequentava la casa. Il conte perdurava
nelle sue assidue vessazioni, ed io gli venni in odio, non per altro motivo
che perch vedeva in me un naturale protettore di sua moglie; ch di me e di
lei non poteva, per altre ragioni, lamentarsi in nessun modo. Un d si venne a
un s fiero alterco, che non mi fu pi permesso di vegliar da vicino quella
cara ed infelicissima donna. Il conte abbandon Firenze, licenzi tutti i
servi; seppi dappoi da un amico che egli pretese che ella viaggiasse affatto
sola con lui a Parigi, per fermar in questa citt la loro dimora. Ed ecco
perch son qui. Ed ora voglio tu mi dia il tuo parere in una grave questione,
tu che sei fortissimo in giurisprudenza.


VII

Il pensare continuamente, proseguiva il Baroggi, alla condizione orrenda di
quella infelicissima donna, mi popol la mente di tante idee, per le quali io
mi attenderei di scrivere un libro cos logico, cos facondo, cos rovente
d'ira generosa e tenero di piet, da costringere tutti quanti a riconoscere la
necessit del divorzio. Se ci fosse il divorzio, quella donna sarebbe salva; e
chi sa quante e quante migliaja di donne vanno consumandosi nel perpetuo
tormento di questa vera Gehenna del matrimonio indissolubile, dove l'uomo  il
tiranno protetto dalla legge, e la donna  la schiava in lagrime, a cui la
legge non si degn mai di volgere uno sguardo affettuoso. Ah pur troppo, e gi
altri lo disse, dopo tante migliaja di volumi compilati dai giuristi, manca
perfino la definizione esatta dei diritti e dei doveri degli uomini; restano
ancora da determinare l'origine e i limiti della patria podest; e l'autorit
coniugale vacilla in mezzo alle eterne dissensioni dei legisti, i quali, per
consueto, trattando le pi gravi quistioni dell'umanit, studiandola
nell'interminabile apparato d'una fossile dottrina, e non nella vita e non
nella verit che, cercandola con amore, si presenta continuamente agli occhi
nostri.
Che ne pensi or tu?
 Io concordo perfettamente nella tua opinione; ma le persone di carattere
severo e d'imaginazione paurosa si schierarono tutte a difesa del matrimonio
indissolubile. Esse credettero che, gettato il divorzio in mezzo alla societ,
dovessero tosto sciogliersi tutte le famiglie e brulicar le piazze di vedove
afflitte e di figli abbandonati; il timore tenne luogo di ragione, e fu
riguardato come la miglior risposta alle objezioni degli avversarj. I vecchi,
in cui tutte le abitudini sono catene infrangibili e che guardano con invidia
i piaceri che non possono pi gustare, senza rammentarsi che spesso la sola
stanchezza della vaga venere li condusse al talamo nuziale; i vecchi
tacciarono il divorzio di novit scandalosa, e credettero che questa taccia
bastasse per proscriverlo. I teologi, senza pensare che altro  lo stato,
altro la ragione, pretesero che le loro idee fossero norma a tutto l'universo.
 Ma, pi che coi giuristi (disse il Baroggi), io l'ho coi teologi, i quali
audacemente si misero a trattare quest'arduo e delicato argomento senza
conoscerne la materia. Solitarj, senza famiglia, senza affetti, essi non
seppero e non poterono contare la somma de' tormenti che portava seco il
matrimonio indissolubile.
Non  l'ordine domestico che predicano i teologi, ma l'assoluta tirannia. Non
s'accorsero che, in quel modo che l'esservi il padrone in casa, non porta la
conseguenza che i servi debbano star sempre sotto il suo dominio quando egli
viola i diritti della servit, cos la donna, la moglie, che  qualche cosa
pi di un domestico, dovrebbe per lo meno essere costituita nei diritti di un
servo volgare.
Il contratto matrimoniale racchiude un impegno di protezione e d'obbedienza.
Se il marito cessa di proteggere la moglie, questa dovrebbe essere dispensata
dall'obbedire. Se la protezione si cangia in tirannia, non si dee condannar la
donna ad essere perpetuamente la vittima.
La coscienza respinge tra ira e piet quella legge che riduce allo stato
passivo di schiavit quel sesso, a cui, attesa la debolezza e i bisogni, 
necessaria la protezione della giustizia pi che all'uomo, pi forte e
naturalmente soverchiatore. I teologi parlano delle donne come un sultano in
mezzo al serraglio.
Ma giacch parliamo di teologi, che sono gli avversarj pi ostinati del
divorzio, io voglio per un momento mettermi nei loro panni, e far da teologo.
Per, al pari di un uomo in cura d'anime, come un sacerdote pio e casto, che
cosa mi dovrebbe premere di pi, se non che le leggi divine e umane siano tali
da rendere meno ovvio il sentiero de' peccati? Avendo perci in orrore
l'adulterio, io devo dunque suggerire una legge, che spontaneamente gli tolga
le occasioni pi tentatrici. E appunto col divorzio ottengono questo. I
teologi, ajutati dai giureconsulti teoristi e senza viscere, hanno creduto di
accordar molto proponendo e sancendo la semplice separazione a mensa et thoro.
E nella loro cecit non si sono accorti che hanno aperto con questo mezzo un
varco sterminato all'adulterio. In generale i teologi, atrofizzati
dall'ascetismo, perch voglio concedere che non sieno impostori; e i legulej,
sotto l'inspirazione di una coscienza senile, hanno meditato sugli interessi
pi gravi dell'umanit senza tener mai conto del fatto capitale che l'uomo
innanzi tutto  fatto di carne e d'ossa; che, per una legge naturale,
necessaria, irrevocabile, ha delle tendenze che non dipendono dalla sua
volont, ma dall'economia fisiologica del corpo umano...
 Tanto  ci vero, osserv l'avvocato, che questi avversarj del divorzio
ebbero la franchezza di dir seriamente, che ogni donna separata dal suo sposo
dovrebbe ritirarsi in una societ religiosa, che  la sola alla quale possa
ancora appartenere. Essi dissero che questo asilo aperto al pentimento, alla
debolezza, alla infelicit, le offrirebbe nell'unione pi intima colla
divinit la sola consolazione che debba ricercare e che debba gustare una
donna virtuosa che si  disgiunta da un marito ingiusto; cos si farebbe
sparire dalla societ lo scandalo di un essere che  fuori del suo posto
naturale, d'una sposa che non  pi sotto la dipendenza del suo sposo, d'una
madre che non ha pi autorit sopra i propri figli.
 Ma sai tu che cosa fu gi risposto a questi sragionatori di professione? fu
risposto che essi sentenziano colla logica di quel chirurgo, il quale facendo
un'operazione sopra una mano fratturata, dopo aver tagliato quattro dita,
tagli in seguito anche il quinto affatto illeso, adducendo per ragione che
quel dito, rimanendo solo, potea sembrar ridicolo. Ma, continuando il nostro
discorso, se la filosofia razionale apr le porte dei monasteri alle vittime
della superstizione, e ricus di sancire dei voti eterni che, dettati da un
momentaneo entusiasmo, sono quasi sempre seguiti da un lungo pentimento;
perch ci non dee succedere anche per lo stato conjugale? La debolezza,
l'errore, le passioni inseparabili dell'uomo sembrano annunziare che un
contratto conjugale, che tiene il marito congiunto indissolubilmente alla
moglie per tutta la vita, in tutte le vicende variabilissime della fortuna, 
imprudente, e crudele,  assurdo.
N la semplice separazione distrugge tanto male. Essa vieta ad una donna
onorata, disgiunta da un marito brutale, i sentimenti d'un nuovo matrimonio,
che soli possono consolarla; per essa ciascuno degli sposi isolato, in preda
alla noja, al dolore, al vuoto dell'animo, respinto da una nuova legittima
unione, costretto a fuggir s stesso, a cercar distrazioni, si trova
insensibilmente trascinato in mezzo alla dissipazione ed alla dissolutezza,
giacch sussiste in esso ed agisce con tutta forza ci che Tacito chiama
irritamenta malorum.
 Mi ricordo d'aver letto in un libro, dove tra l'altre cose si svolgeva tale
questione, queste parole che tenni a memoria, dove c' il rigore scientifico e
la filosofia del sentimento: Se la legislazione si propone il problema: dato
un desiderio costante negli uomini, fare in modo che venga soddisfatto con
pubblico vantaggio, senza pubblico pregiudizio, o col minor pregiudizio
possibile, il divorzio viene appunto a soddisfare i desiderj pi costanti del
cuore umano, non solo senza pubblico pregiudizio, ma in modo vantaggioso alla
societ; mentre la semplice separazione, tormentando questi desiderj, nel
soffocarli li costringe a sfogarsi in un modo scandaloso e nocivo.
 E ad onta di tale evidenza, rimane ancora nel mondo questa piaga tremenda
della societ; n valsero i consigli della storia, che ha sempre dato ragione
ai propugnatori del divorzio. Percorrendo in questi giorni, alla biblioteca
reale, un libro che parlava della giurisprudenza romana, lessi, che, avendo
l'imperatore Giustino ristabilita la legge che autorizzava il divorzio di
buona grazia, dopo aver protestato che operava contro il proprio volere, che
riconosceva giusta l'abrogazione fattane da Giustiniano, conchiudeva d'esser
stato costretto a ripristinarla, per i mali che immediatamente erano avvenuti
dopo l'abrogazione.
L'esperienza lo aveva persuaso che quando i conjugi avevan concepito vero
odio l'uno contro l'altro, era impossibile riconciliarli, e che un tal odio
cagionava una guerra domestica, crudele e perpetua.
 In coda al divorzio viene poi la tremenda questione del celibato.  grande il
numero dei celibi, perch sono spaventati dall'indissolubilit del nodo
conjugale, e perch, in generale, sia che si parli di matrimonj, di servigi,
di condizioni, o di paesi, la proibizione d'uscire equivale alla proibizione
d'entrare.
 E ci  tanto vero, che voglio raccontarvi un fatto, lievissimo in s, ma che
viene a provar molto, e si pu riferire a un infinito ordine di cose.
Nell'occasione di una vittoria napoleonica, a Fontainebleau si doveva dare uno
spettacolo di fuochi d'artificio. La quantit della popolazione accorsa fu
tale, che un segretario di Corte propose all'imperatore di chiudere l'ingresso
ai nuovi accorrenti. Non  giusto, rispose Napoleone; piuttosto fate una cosa:
alle porte di Parigi i gabellieri dicano ai cittadini che, chi vuol uscire,
per tutta la notte non potr rientrare. Quest'ordine bast. Una folla
innumerevole ritorn indietro, anzi che divertirsi a quella condizione.
 Un tal fatto rivela la penetrazione e il tatto sicuro di quel genio
universale.
 Se la giurisprudenza avesse i mezzi di prova che ha la matematica, il
matrimonio indissolubile non sarebbe entrato nel mondo ad accrescere le
miserie dell'umanit. Ma, dopo tutto, se i pi ostinati avversarj del divorzio
potessero, anche per pochissimo, assistere alle scene che tuttod avvengono
nella casa del conte B...i, scommetterei che non rimarrebbe pi un sostenitore
del matrimonio indissolubile.
 E intanto quella donna non pu essere strappata al suo destino, ed io devo
tormentarmi senza speranza di poter alleviare tanta miseria; ora invidiatemi,
se potete, e continuate a dire che sono un capo strano, un uomo
incontentabile. Anche senza tener conto di questa piaga speciale e tutta mia,
non potete immaginarvi che strazio orrendo mi d lo spettacolo di tante
miserie che la societ ha inventate, che l'ingegno umano si affatic ad
accrescere, e per le quali il buon senso impietosito non pu versar che
lagrime impotenti.
Il Montanara e il Suardi non seppero che cosa aggiungere. Il discorso langu.
Il Suardi and a dormire. L'avvocato usc a prender aria e a veder com'era
fatta una bell'alba di Parigi.


VIII

Trattenutisi in questa citt parecchi giorni ancora, il Suardi part poscia
per Londra in compagnia di Giovanni Berchet; e l'avvocato Montanara torn a
Milano.
I soli intimi amici che rimasero al Baroggi tra i Parigini erano il dottor
Broussais, autore del celebre libro Della Irritazione e della Pazzia, allora
medico in capite e professore all'Ospedale militare, uomo d'ingegno
sterminato, di costumi semplici e di cuore eccezionalmente buono. Esso era a
parte d'ogni segreto del Baroggi insieme col poeta Musset, giovanissimo allora
e di una tale, quasi diremmo, ammalata squisitezza di sentimento, che
accresceva anzich alleggerire le pene del nostro Giunio.
Questi, per coloro che si accontentavano di giudicare un uomo dal di fuori e
nella sola stima della condizione fisica e materiale, pareva invidiabile. Il
bel mondo parigino, tra cui qualche volta egli si mescolava, facea le
meraviglie nel vederlo cos spesso meditabondo e chiuso, e talora stravolto.
Anche i pi leggieri e increduli osservatori dovevano persuadersi ch'egli
soffriva sinceramente, ed era ben lontano dal recitar la parte dell'infelice,
come allora correva la moda tra' giovani, per rendersi pi interessanti ed
andare a seconda di quel dolor tragico che allora s'era accampato nelle
produzioni dell'arte, specialmente della musica e della letteratura.
Allorch, un mese dopo che l'avvocato Montanara era venuto a Milano colla
procura di conchiudere amichevolmente ogni controversia col marchese F..., ei
ricevette, insieme coll'avviso che tutto era finito, anche le credenziali per
ritirare dal banchiere Aguado le convenute novecentomila lire; si diede,
com'era naturale, a pi largo vivere, e si acconci d'un cavallo da sella e
d'un calessino; ma i suoi conoscenti, i quali avevan sospettato prima che
qualche angustia domestica potesse, fra l'altre cagioni, avere influenza
sull'umor suo, tanto pi si meravigliarono, quanto pi videro accrescersi la
sua tristezza insieme collo spettacolo di quella nuova ricchezza.
In sul principio, a dir tutto, egli ne aveva provato qualche soddisfazione e
contento; ma fu per poco. Egli si era illuso un istante che con quella
ricchezza avrebbe potuto di punto in bianco cangiar la propria e l'altrui
condizione; ma  anche vero che non sempre l'oro  onnipotente, perch con
esso non si piegano certe volont inflessibili, come non si scongiura la
morte.
Trovandosi, qualche volta, insieme colla contessa Stefania, manifest a lei
con una certa gioja le conclusioni definitive di quella tanto a lungo
disputata lite giuridica; ma la sua gioja derivava solo dalla speranza di
poter finalmente tradurre in atto alcuno almeno di quei tanti castelli in aria
fantasticati durante l'aspettazione di quella ricchezza.
Egli aveva pensato: se la contessa fosse ricca del proprio, se un'improvvisa
eredit, se qualunque altra inattesa fortuna le desse il modo di svincolarsi
dal marito, e di provvedere col proprio denaro al mantenimento dei proprj
genitori, le cui pensioni, per l'arte infesta di un notajo, servo devoto della
ricchezza e nemico naturale dei poveri, erano state vincolate in modo nel
rogito insidioso che tutti, padre, madre e lei, dovessero ripiombare nella
miseria, senza l'adempimento di certi patti; se dunque fosse ricca del
proprio, egli aveva pensato, cesserebbe di tratto ogni cagione di tormento;
ora non potr io, ripens poi, quando ricevette le credenziali sulla banca
dell'Aguado, condurre adesso le cose in modo che, salvando tutte le apparenze,
ella raggiunga quell'agiatezza sufficiente per diventar libera e padrona
assoluta della propria volont? Nel punto per che il Baroggi manifest alla
contessa l'avvenimento della sua mutata fortuna, sorpreso di colpo da un
pensiero della pi scrupolosa delicatezza, e sapendo quanto ella fosse
naturalmente dignitosa e fiera, non os al primo farle quella proposta, ed
aspett si presentasse un'occasione, che rendesse l'animo di lei pi
accessibile ad accoglierla: e l'occasione venne.


IX

Il Baroggi dimorava, come sappiamo, presso al ponte Double che mette in
comunicazione l'atrio di Notre-Dame col Quai Montebello; egli aveva scelto
quel luogo e s'era acconciato in un terzo piano, perch di l poteva spingere
lo sguardo fino all'angolo della Rue du Pltre, dov'era la casa in cui abitava
il conte Alberico; e ad una delle cui finestre poteva, col cannocchiale,
vedere la contessa, la quale, alla sua volta, allorch era sicura di non
essere sorpresa dal marito, faceva lo stesso per vedere il Baroggi quando
s'affacciava. Questi fervidi e gentili sotterfugi, che fanno tanto ridere i
cuori adiposi e le menti obese, e provocano le sacre escandescenze nelle
persone rese crudeli dalla falsa piet, costituivano il solo conforto di
quelle due anime addolorate; tutte le domeniche poi, quando la contessa
recavasi a sentir messa in Notre-Dame, egli l'attendeva in una viuzza poco
frequentata, onde parlare per alcuni minuti fuggitivi; e codesta era per loro
la sola e la suprema consolazione. Ora avvenne che una domenica ella non
comparve in Notre-Dame, e il povero Baroggi, che viveva continuamente
nell'affannosa aspettazione di una qualche disgrazia, rimase percosso da quel
senso profondo di desolazione, che nell'ordine morale assomiglia allo spasimo
fisico.
Risal in camera; s'affacci alla finestra, appunt il cannocchiale, n in
molte ore gli venne fatto di veder mai la desiata figura di Stefania. Temette
il peggio fece mille congetture e mille disegni; e sebbene riguardoso fino
allo scrupolo per non compromettere in nulla la sua cara donna, si rec sino
alla casa dov'era l'abitazione del conte, con quella speranza irragionevole,
ma che  appunto un delirio del desiderio irrequieto, che i muri, le porte, le
finestre, i balconi avessero in loro qualche cosa che valessero a dargli
alcuna notizia. Abbandonata ogni idea di precauzione, si sent persin tentato
di aspettare ed affrontare il conte; lo scandalo che con ogni arte aveva
sempre scansato, e del quale era in una continua apprensione, in quel momento
gli parve assai desiderabile, in confronto di quell'orrido ignoto in cui
dibattevasi indarno. Tornato pi volte in quella via, quando Dio volle, vide
finalmente uscir dalla casa del conte il dottor Broussais. La vista del
medico, sebbene recasse con s l'annunzio di una disgrazia, pure gli fece
provare un soprassalto di gioja. Il dottore lo scorse e, senza aspettare
d'essere interrogato, leggendo tutto nel volto stravolto di Giunio:
 Tranquillatevi, disse, la contessa  a letto, ma non c' nulla di veramente
serio.
Il Baroggi respir, e trasse di lungo in compagnia del dottore.
 Non c' nulla di serio, continu questi, ma se non si rimove la causa, la
gravit del male pu diventare irreparabile. Quell'infelicissima donna ha
bisogno del ristoro della pace domestica. Vi assicuro che con sei mesi
d'inalterata tranquillit essa potrebbe guarire radicalmente. Bisogna dunque
che pigliate una risoluzione, se volete salvarla. Siete ricco, involatela a
suo dispetto; l'amore che vi porta  immenso; l'occhio medico me ne avvisa; ma
 un ardore che la divora, perch  combattuta da una trascendente idea del
dovere.
 Lo so.
 Dunque ci vuole una risoluzione e un colpo inaspettato. La mano del chirurgo
assale spesso a tradimento l'ammalato che si rifiuta a sottoporsi ad
un'operazione dolorosa. Io parlo da medico; il solo modo di guarire colei, 
di trasportarla violentemente da un ordine ad un altro d'idee, e di toglierle
d'attorno la vista abborrita di quell'uomo infame di suo marito, il quale,
nonostante le sue inconcepibili stranezze e una morbosa volubilit di
carattere, in un certo ordine di cose e d'intenti,  longanime e irrevocabile.
Quel che voi mi avete detto, l'ho gi verificato. L'odio ch'ei sente per
quella donna gli prorompe da tutti gli atti, da tutti i movimenti, da tutti i
muscoli della sua laidissima faccia, sebbene talvolta, fisicamente, ei
l'adocchi ancora con bramosia. Pare che voglia disfarsi di lei in ogni modo;
ma essendo vilissimo senza essere scemo, sa trattenersi sempre con astuzia
d'inferno entro i limiti di certe azioni, che sembrano imposte dall'autorit
maritale; ma non abbandona mai un momento la sua vittima, che investe e solca
e scava col lento, ma certo lavoro della sega e della goccia.
A queste parole il Baroggi si scolorava e rabbrividiva.
 Fra pochi giorni potrete riveder la contessa, proseguiva il dottor Broussais;
il solo rimedio efficace, ve lo ripeto, sta in un atto di violenza, che si
risolver in un atto supremo di piet e di carit.
Il Baroggi accompagn il dottor Broussais fino alla porta dell'ospedale
militare, e, messo sulla via delle speranze, and tutto solo a passeggiare ai
Campi Elisi, ingolfandosi in una fitta di pensieri e di progetti.


X

Passarono sei giorni; rivide la contessa.
 Se il dottor Broussais non mi avesse ogni d informato dello stato della tua
salute, certo sarei morto di affanno.
La contessa, guardando il suo Giunio coll'espressione indefinita di un'anima
innamorata che sente la pi profonda gratitudine, gli strinse la mano.
 Or vedo che stai meglio.
 Sto meglio di fatto.
 E come si porta colui?
 Da qualche giorno sembra un po' ammansato; il dottor Broussais ebbe un lungo
dialogo con lui; non so che cosa gli abbia detto, ma mi pare gli abbia messo
qualche spavento nell'animo...
 Ammansato per un giorno o due, ritorner presto, come di consueto, alle sue
demenze omicide.
 Pur troppo!
 Dunque bisogna prendere un partito.
 Gli  un pezzo ch' preso.
 Quale?
 Aspettar la morte.
 Ed  cos che cerchi la via di consolarmi?
 Piuttosto che vivere d'inutili speranze,  meglio tener l'animo preparato.
 Se al tuo male non ci fosse un rimedio, avresti ragione di dir cos; ma il
rimedio c'; e se tu lo rifiuti, ti fai rea di suicidio.
 E dunque?
 Dunque, dimmi se il tuo amore per me  sincero e profondo.
 Non farmi ridire quello che sai: sentire una affezione  un fatto
irresistibile del cuore, che pu essere perdonato; esprimerla, spiegarla,
riposarvi sopra colle parole  un accrescere la colpa.
 Non parlare di colpa; e che cosa hai, da rimproverarti?
 Guarda al modo onde tutti quelli che passano ci guardano. La loro curiosit
indiscreta e beffarda ti avvisa, che hanno gi compreso quel che passa tra me
e te. Pensa a quel che direbbero se sapessero chi sono io, chi sei tu...
Spesso tu tenti di fare opposizione alle mie convinzioni religiose... Il mondo
vuol le cose a modo suo, ed  pi inesorabile dello stesso Iddio che punisce i
peccatori coll'inferno. Tutti quelli che entrarono nella mia casa e conoscono
il conte, sono convinti che sono stata spietatamente sacrificata; ma non mi
risparmierebbero per nessun biasimo se sapessero in che condizione il mio
cuore  verso il tuo; ma c' di pi: essi m'insulterebbero, nel loro pensiero
almeno, sospettando cose che non avvennero e non avverranno mai. Voi altri
increduli l'avete sempre col Dio inesorabile e colla religione di spavento e
coi sacerdoti funesti; ma se Dio punisce le sole colpe consumate, il mondo va
pi innanzi di Lui; esso inventa e punisce le colpe che non furono mai
commesse.
 Dunque non bisogna curarsi del mondo, e non pensare ad altro che ad essere in
regola con noi stessi. Il tuo confessore, quando non sia un cretino
inferocito, credo non avr potuto rimproverare la tua condotta.
 Mi rimprovera la debolezza onde son troppo indulgente col mio cuore; mi
rimprovera questa pratica, quantunque non sia mai uscita dalla sfera della pi
pura simpatia, perch dice che  un atto d'orgoglio l'affrontare i pericoli, e
il tenersi certi di poterli sempre superare... mi riprovera...
 E non ti ha rimproverato il disprezzo che hai per la tua salute? e non ti ha
detto che non a caso Iddio deve averci fatto dono della vita, e che  nostro
primo dovere il conservarla con ogni cura, e che  un disprezzar Dio il non
tener conto di tutto ci che ci diede in dono? Io parlo adesso come un prete,
e vorrei ben sapere come farebbe il tuo confessore a rispondermi. Ma lasciamo
codeste inutili discussioni, e pensa a prendere un partito, e a lasciar la
casa di tuo marito. Tra me e te c' una tale solidariet di affetto purissimo
e fuori affatto d'ogni ordine volgare, che non devono esistere tra noi quei
miserabili rispetti umani per cui talvolta si respingono gli ajuti fraterni
per un mal inteso orgoglio. Tu avrai dunque da me centomila franchi; nessuno
sapr mai da chi li hai avuti. Scegli per tua dimora quella citt che ti parr
meglio, fai venir teco i tuoi parenti. Avrai giorni tranquilli, se non
giocondi, e il mondo che tanto temi, non avr mai nulla a dire contro te... Io
mi riserber soltanto il puro diritto di venire a vederti qualche volta, come
un amico che non si dimentica degli amici.
Nel dir queste cose, gli occhi del Baroggi s'inumidirono, e due lagrime lente
gli corsero sulle guancie.
Stefania non seppe rispondere che versando altre lagrime uguali.
 E che risolvi?
 La tua immensa bont ti fa prestar fede a cose impossibili.
 Possibili non solo, ma di facilissima esecuzione. Tutto dipende dal tuo
volere; per carit, rispetta e pensa a conservare quella vita da cui dipende
la mia. Se tu persisti nel rifiuto,  indizio manifesto che credi di amarmi,
ma non  vero. L'amore  imperterrito, e non trova ostacolo in cosa nessuna.
Quella proposta di Giunio aveva sollevato nell'anima di Stefania una folla di
speranze nuove. Compresa d'una insolita gioja, e parendole d'intravedere un
avvenire del quale non aveva mai sospettato nemmen la pi lontana possibilit,
sent la tentazione di accettarla e di far pago il generoso desiderio di
Giunio; ma assalita da nuove paure, si tacque crollando la testa.
 E che pensi di fare?
 Non so che cosa risponderti; la mia testa  confusa. Lasciami tempo a
riflettere. Domani uscir di casa; alle ore due mi trover nel tempio della
Maddalena.
E si lasciarono.
Il d dopo venne; ma Stefania era tutta mutata; non vedeva che i pericoli ed
occasioni di disonorarsi in faccia al mondo..
Il Baroggi si aperse allora col dottore Broussais, e lo supplic d'adoperare
la sua autorevole parola di medico e di filosofo per indurre quella donna a
salvare se stessa.
Il dottore parl, ma con poco frutto; e Stefania trasse innanzi assai tempo,
sempre tentennando tra il desiderio ardente di appagare il suo Giunio, e lo
sgomento di compromettersi e di fare un passo falso.


XI

Una mattina il Baroggi sente picchiare all'uscio dell'abitazione. Era il
dottor Broussais.
 Caro Giunio, forse ho trovato il mezzo di poter indurre quella vostra
infelice donna ad accettare la proposta. Un tal Samuele Mircki, banchiere di
Berlino, si ammal a Parigi, ed  in mia cura da un mese. Della lotteria di
Baden-Baden possiede, tra gli altri, il biglietto che gli d la vincita di
quarantacinque mila fiorini. Stamattina mi parl egli stesso di questa
vincita. Questo fatto mi fece balenare un pensiero. Voi pagate al banchiere i
quarantacinque mila fiorini, e ritirate il biglietto. Siccome  da un anno che
su tutti i canti di Parigi l'avviso gigante di tal lotteria offende gli occhi
anche dei ciechi, e la contessa pu benissimo aver preso di que' biglietti;
cos voi lo passate a lei; ella lo mostra al marito; niente di pi naturale
che chi ha comperato un biglietto, possa anche vincere. Il segreto rimane fra
noi due. Nessuno potr sospettar nulla. Ed ella si capaciter che a questo
modo non c' pi nessun pericolo di provocare n dicerie n scandali.
 La vostra fu un'inspirazione del cielo!!
 E cos?
 Tutto  fatto. Ora esco per prendere i danari che tengo presso Aguado.
 Portateli a codesto signor Mircki, e ritirate il biglietto.
 E quella povera troppo squisita mia donna vedr in questa strana combinazione
un espresso ajuto del cielo, e si piegher. Oh quante obbligazioni vi ho, caro
dottore; ma voi avete l'ingegno sterminato come immensa la bont del cuore!
Quest'affare, com' facile a comprendere, fu tosto combinato e conchiuso;
Baroggi ritir il biglietto, e quando pot parlare alla contessa:
 La fortuna, per un indizio manifesto, ha voluto ajutarci. Ecco di che si
tratta; e mostrando il biglietto, le raccont com'era corsa la cosa.
 Or vedi che non  possibile salvar le apparenze pi di cos. Il conte non
potr nemmeno far le meraviglie. Di queste vincite a Parigi se ne fanno ad
ogni momento. L'anno passato la modista che sta presso il teatro delle
Varits guadagn centomila lire a questo modo... Che mi rispondi adunque...?
 Mi par di sognare.
 Accetti? per carit, parla... bada che se tu stai ancor forte in sul negare,
io far certissimamente quello che potr gettarti nella disperazione...
 Accetto...
 Che tu sii ringraziata... sei libera finalmente... potrai svincolarti dai
nodi del tuo serpente... Per carit, non pentirti di nuovo; prendi il
biglietto e provvedi tosto a convertirlo in danaro.  un'operazione che devi
far tu, perch cos  chiusa ogni via al bench minimo sospetto; puoi andare
da qualunque banchiere. Addio, per ora; non puoi immaginarti la mia gioia...
Riavrai la salute; sarai felice, meno infelice almanco.


XII

Stefania, sbalordita, confusa, commossa, si avvi a casa. Mille volte aveva
pensato, che se fosse stata ricca, avrebbe potuto esser padrona di s e
ridursi a viver sola; ed ora che aveva in mano la facolt di farlo, non sapeva
come risolversi; non sapeva come dirlo al conte; le pareva che questi dovesse
leggerle in volto ogni mistero, ogni segreto. Venne l'ora del pranzo..
Il conte e la contessa sedettero a tavola.  inutile dire che il conte da anni
non aveva mai una parola cortese per lei. Nelle occorrenze quotidiane della
casa, quando la necessit voleva che si parlassero, eran risposte tronche e
acerbe per parte di lui, erano sguardi obliqui e severi. Sedettero adunque a
tavola, la contessa taceva; il tumulto che aveva nell'animo le aveva colorite
le guancie straordinariamente, ond'essa pareva tornata alla soave freschezza
de' suoi diciott'anni. La leggiadria del suo volto e della sua figura era un
incanto anche allorquando il pallore del patimento investiva le sue guancie;
possiam dunque immaginare quel che dovesse parere con quelle rose ricomparse,
sebben fittizie.
Il conte la guard di sott'occhio, e la riguard pi volte:
 Che cos'hai oggi che sei cos rossa? le disse. So che il principe Demidoff,
che ha dieci milioni di rendita ed  un bel giovane, ti ha lodata... Sei stata
forse a fargli visita?...
 Non so nemmen chi sia questo principe Demidoff, e non capisco che cosa tu
voglia dire...
Il conte si diede a ghignare con disprezzo.
La contessa si alz da tavola, saettando il conte con uno sguardo di
nobilissimo sdegno. L'esordio strano con cui il conte l'aveva interrogata
relativamente al suo rossore, diede a lei il coraggio di parlare.
 Sai tu perch sono infuocata in viso?
 Che?
  la gioia che provo nel doverti dare una consolazione.
 Oh!
 S, signore; potr finalmente liberarti della mia presenza odiosa...
 Diamine! che cosa  successo?
  successo che, siccome non passa giorno che non ti lamenti d'aver dovuto
spendere e spandere per me, al punto da ridurti quasi in miseria per colpa
mia, il cielo ha voluto ajutar te e me.
Il conte, senza parlare, guardava fissa la contessa.
 Su tutti gli angoli di Parigi avrai visti gli avvisi della grande lotteria di
Baden-Baden...
Il conte si alz, protendendo il collo e il muso, e strabuzzando l'occhio
felino...
 Un d, saranno or due mesi, entrai da un cambiavalute che teneva
quell'affisso a' lati della bottega, presi un biglietto di quindici franchi.
Stamattina passando da quello stesso cambiavalute seppi d'aver guadagnato
quarantacinque mila fiorini novantamila franchi circa. Ecco tutto. Ora posso
cessare di vuotare la povera tua cassa.
Il conte si stacc dalla tavola repentinamente, e misur tre o quattro volte
innanzi e indietro la camera, come una jena in gabbia.
 Perch non m'hai detto mai nulla? grid poscia.
 Perch era inutile, e, secondo il tuo costume, potevi rimproverarmi d'aver
sciupato quindici franchi; or te lo dico, perch ti deve far piacere che
anch'io possieda un capitale che d un'entrata sufficiente per vivere con
decoro.
La risposta che diede il conte fu un calcio nella tavola che rovesci in terra
piatti e bottiglie.
Accorse una fantesca.
 Che volete voi qui? le grid il conte; e accompagn l'urlo ferino collo
scagliarle dietro una terrina, che le s'infranse sulla schiena.
La contessa dignitosamente e fieramente atteggiata, era riparata dietro una
poltrona; teneva fra le mani un trinciante, non a caso ma ad arte, perch
sapeva che al conte, tanto vile quanto perverso, bisognava far paura in
qualche modo. La sventurata per tremava dal capo a' piedi come una foglia
investita dal vento.
Ed ora chieder il lettore: come si pu spiegare quella repentina
escandescenza del conte?
Una infesta mescolanza di cause tutte morbose aveva fatto impeto sul suo
sangue.
Egli aveva bisogno di una vittima su cui sfogare i suoi perversi umori; quella
povera donna, e perch era moglie e perch era inesorabilmente avvinta alla
povert dei genitori, era la sola su cui potesse esercitare un'autorit
assoluta e continua; i domestici potevano schiaffeggiarlo e piantarlo su due
piedi, com'era successo tante volte. Ma la moglie bisognava che s'acconciasse
a star l sempre stretta a quella catena d'inferno.
C'era un altro fenomeno stranissimo, ma vero. Egli, nei momenti men truci e
quando nel corpo incarognito gli si ridestava il titillamento erotico,
considerando la bellezza sempre superstite della moglie e udendola lodare da
quanti la vedevano, sentiva l'orgoglio di essere nel pieno dominio di quella
creatura; per mentre la martoriava di continuo, pur talvolta si compiaceva di
possederla, e nei giorni che, per il malore, la bellezza di lei scompariva
nella pallidezza eccessiva, la insultava con parole di spregio, ma non perch
la spregiasse, s perch, sebbene ei ne fosse la causa volontaria, vedeva che,
continuando ella a dar gi a quel modo, ei non avrebbe potuto pi dire: Fra
quante donne conosco, la mia  ancora la pi leggiadra di tutte. Ora
all'annunzio inaspettato ch'ella possedeva quasi centomila franchi, comprese
di colpo tutto quello che poteva nascer da ci. Non poteva pi insultarla,
perch'ella era in condizione di abbandonarlo quando voleva; vedendola, per
quel rossore che aveva provocate le sue prime strane interrogazioni, pi
attraente del consueto, le parve pi tormentosa l'idea di doverla perdere, e
per conseguenza di essere costretto a deporre le armi ai piedi di lei, se pur
voleva conservarla; oltre a ci sent anche la fitta dell'invidia nel pensiero
ch'egli non poteva pi umiliare la moglie col richiamarle la sua povert; e
prima e dopo e in mezzo a tutto ci serpeggiava anche il truce pensiero che
ella, mettendosi in salvo, poteva guarire, onde a lui non rimaneva pi mezzo
di disfarsene. Queste cause che noi designiamo ad una ad una, lo assalirono
insieme e lo irritarono sino a quell'estremo da dar prova di tutti i fenomeni
della vera pazzia. Ma egli non era pazzo n sempre n abbastanza per essere
chiuso in un manicomio; come non era cos legalmente scellerato da poter
essere appeso ad una forca.
Ah! pur troppo quell'improvvisa scoperta del dottor Broussais e l'atto
delicato e generoso ed eccezionale del Baroggi, che pareva dovesse togliere di
mezzo ogni ulteriore occasione di sventure possibili, fu invece la causa
definitiva di altri e irreparabili disastri.


XIII

Quelle espressioni dei fatalisti, trovate al tempo dell'astrologia: Egli 
nato sotto la cattiva stella. Ella  la vittima degli astri -, e che tanto
ripugnano al buon senso ed alla schietta ragione, troppo spesso par che
abbiano la loro riprova nel labirinto delle miserie umane.
Il conte non fu pi sopportabile; la contessa in quella casa fatale si trov
condannata ad una specie di quaresima di Galeazzo applicata all'ordine delle
pene morali. Ci che il conte ebbe detto per uno scherzo atroce allorch
domand alla contessa s'ell'erasi forse recata a far visita al principe
Demidoff, lo replic sempre e con tutta l'apparenza di parlar sul serio in
tutti i momenti delle sue furiose escandescenze. Gridava come un ossesso, e in
modo da farsi udire da quanti abitavano nella sua medesima casa, e adoperando
l'idioma francese, nell'intento di passar egli per vittima e di render la
contessa dispregevole ed obbrobriosa in faccia agli altri.
Ella raccont tutto al Baroggi, il quale rimase costernato e incertissimo su
quel che dovesse consigliarle; tuttavia continu ad esortarla perch si
determinasse all'unico partito utile e si staccasse dal marito carnefice. Ma
ella non ebbe mai il coraggio, e sotto al lavoro assiduo di quell'orribile
contrasto, il suo fisico, sempre sofferente e sempre pi indebolito, non
resse. Non pot pi uscire di casa; il malore aveva ripresa la sua invasione
devastatrice, ed ella non si alz pi dal letto.
Il dottor Broussais, chiamati a consulta anche i suoi pi riputati colleghi,
non omise studio di sorta per vedere di salvare quella povera e preziosa
esistenza.
E noi possiamo immaginarci come il Baroggi disperatamente traesse la vita in
que' lunghi giorni, senza poter veder mai la contessa; e col solo malinconico
conforto delle quotidiane informazioni del dottore, il quale, mentre
desiderava sostenere le di lui speranze, non voleva nel tempo stesso far s
che, colpito, non preparato, da una estrema sventura, dovesse poi rimaner
vittima di un'angoscia insopportabile.


XIV

Dall'agosto, in cui c'incontrammo per la prima volta a Parigi col Baroggi, si
venne sino al giorno sette novembre. Era un'alba parigina dell'estremo
autunno, nebbiosa e fuliginosa. Il Baroggi dormiva, ma di quel sonno che 
piuttosto un sopore patologico, e si direbbe prodotto pi dalla virt di un
narcotico che dall'intima legge del corpo tranquillamente stanco. Era da molte
notti ch'ei non poteva chiuder occhio, e da molti albori che sonnecchiava per
qualche istante in quell'ora appunto.
A un tratto si sveglia e balza gi dal letto: un suono speciale lo aveva
scosso, ma egli non lo sapeva. Stette cos un poco su due piedi come
smemorato, ma nella via, intercalato a un sordo mormorio come di vento che
mugghia in basso tono, sente lo squillo di un campanello. Un brivido gelato lo
percorre tutto... Spalanca i vetri della finestra e s'affaccia. Era il
viatico, che venendo da Notre-Dame passava sul Pont Double. Molte volte il
viatico era passato per di l, e non c'era ragione ch'egli ne rimanesse tanto
atterrito; ma l'irrequietudine convulsa che lo agit fu tale, che quasi senza
mettere a consulta i proprj pensieri, si vest frettolosamente per uscire, e
le mani gli tremavano come a paralitico, nell'abbottonarsi il pastrano. Esce,
e dette alcune cose al domestico, discende le scale a saltelloni. Pareva
uscito di ragione affatto. Segue la processione del viatico. Ah, pur troppo
tra l'affannosa alternativa di un baleno di speranze che rischiarava il suo
sgomento, ei vede che il viatico tien la via che dal Pont Double mette alla
Rue du Pltre. Tende l'orecchio con faticosa attenzione alle voci delle devote
del Santissimo, che rispondevano in lugubre cadenza alle litanie intuonate da
una vecchia:
 Consolatrix afflictorum Ora pro ea.
 Refugium peccatorum Ora pro ea.
Si fa ancor pi attento per accertarsi se le devote mormorassero pro eo o pro
ea; ma nell'afferrare quell'orrenda certezza, collo scarso lume degli occhi
che per lieve deliquio gli fuggiva, vede nel tempo stesso piegare il
baldacchino verso la casa del conte.
Non era pi il caso d'attenersi a quella scrupolosa osservanza d'ogni
riguardosa cautela per non scoprire s stesso e per non compromettere la
contessa. Il dolore soverchiava. Egli entr nel cortile della casa, in coda
alle devote. Stette un momento perplesso sul limitare, e fece alcune confuse
domande al portinajo, che, indifferente come lo stipite di sasso al quale si
appoggiava, rispose che il viatico era per la contessa B...i. gravemente
ammalata. Intanto il parroco di Notre-Dame era salito. Il Baroggi, senza
pensare ch'era in mezzo a una fitta di persone che lo vedevano, misurava a
gran passi il cortile. A un tratto si ferma parlando tra s, e facendo gesti
come se fosse impegnato in un discorso con qualcuno; poi, risoluto, a due, a
tre gradini per volta, ascende le scale.  all'uscio dell'abitazione del
conte. Era spalancato, ma alcune donne in ginocchio ne ingombravan l'ingresso.
Egli va oltre, passa d'un'in altra camera. Le donne di casa, vedendolo e
conoscendolo, perch i domestici sanno tutto, non sapendo che si pensare, lo
lasciano fare e andare innanzi. Quando il Baroggi s'accorse d'esser presso la
camera dove la contessa giaceva a letto, e dove era entrato il parroco, si
ferm quasi colpito da un sacro spavento.
Alla fine entr; la contessa travide e vide, s'alz in sul gomito raccogliendo
tutte le sue forze, mand un gemito nel quale pur si ripercuoteva un suono
ineffabile di gioja, e ricadde col capo indietro sul guanciale. Il Baroggi
s'accosta al letto, cade in ginocchio, le prende la mano, che bacia e ribacia
e torna a baciare.
Il parroco, che era un prete gallicano dei pi tremendi, e che rappresentava
la vendetta di Dio pi della misericordia: Che  questo? grid; e afferr un
campanello.
Accorse la servente; dopo alcuni istanti si ferm sulla soglia il padrone di
casa, il conte B...i.
La contessa aveva la testa abbandonata sul guanciale, e di traverso fissava
uno sguardo lento e profondo in volto al Baroggi, che, tenendo il labbro sulla
mano di lei, la fissava terribilmente immoto.
D'improvviso grida il conte: Chi  l'infame che profana la mia casa, che
profana la dimora di una moribonda? Lei, che rappresenta Iddio qui, scacci
l'abbominando sacrilego. Il prete, che aveva l'aspetto di un Domenicano
inquisitore, colla pretenziosa prepotenza di chi ha fede di tenere dall'alto
un mandato sacro, santo, mise la scarna sua mano, come se fosse quella di
Samuele, sulla spalla del Baroggi, e lo rovesci sul pavimento. Ma il Baroggi,
rovesciato, si rialz di tratto... Il conte intanto aveva aperta la finestra e
gridava all'accorr'uomo. Cess il mormorio devoto nelle anticamere e nel
cortile. Il conte continuava a gridare.
La campana minore di Notre-Dame suonava a lenti rintocchi. Stefania spir in
quel punto.
Il parroco, nel benedirla: Voi avete forse impedito, disse al Baroggi, che
quest'anima volasse in cielo.
L'appartamento del conte erasi affollato di gente accorsa alle grida.
 Questo scellerato, diceva il conte a quanti gli entravano in casa,  venuto
ad assassinare la povera mia moglie.
Il Baroggi non si moveva guardava attonito; sentiva macchinalmente, e taceva.
Il conte ebbe l'audacia di accostarsegli, e di mettergli una mano sul braccio,
come per iscacciarlo.
A quell'atto il Baroggi si scosse, afferr il conte per il collo, e di peso
l'alz, trasportandolo presso la finestra. Il suo primo pensiero fu di
rovesciarlo nella via sottoposta. Ma si trattenne.
Le persone astanti, imprecando al Baroggi, gli si serrarono intorno, tentando
di strappare il conte dalle sue mani.
Egli taceva e guardava, e tenendo colla sinistra sempre il conte per il collo,
colla destra vibr a rovescio uno schiaffo furibondo ad un giovinotto che os
toccarlo, e lo respinse fino a percuoter la testa in una delle pareti della
stanza.
Scorsero alcuni minuti d'immobilit generale, quando il Baroggi trasse
violentemente il conte nella camera attigua. Tutti lo seguirono, ma nessuno
osava n farglisi presso, n parlare.
 Assassino di tre mogli, url allora il Baroggi, oggi tu pagherai tutti i tuoi
misfatti. E in te sia punita la legge che permette ai tuoi pari di vivere e di
operare impunemente a danno di tutti; e in te sia punita la vile umanit che
alla sola ricchezza si prostra e si fa complice d'ogni suo delitto; e in te
sia punito il prete funesto che leg quella povera vittima al tuo corpo
infracidito, e all'anima tua pi laida del tuo corpo. Una lezione voglio io
oggi dar qui a tutti, e sia di me quello che vorr essere.
E accostatosi a un caminetto su cui ardevano tre pezzi di legno, ne prese uno
pel capo ancora intatto, e prima che alcuno sospettasse quel che fosse per
fare, compresse la parte infuocata con violenza repentina nelle occhiaie del
conte, che grugn come una scrofa scuoiata; e cadde, abbandonato che fu dalla
ferrea mano del Baroggi, ad arrotolarsi urlando sul pavimento.
Entr in quella il dottor Broussais.

CONCLUSIONE


Venezia nel 1849. La Germania e l'Italia. Hegel e i suoi proseliti. La scienza
e il senso comune. La camera di Winkelmann a Roma. Un'iscrizione latina nel
cimitero del Pre Lachaise.


I

Nell'agosto dell'anno 1849, dimorando a Venezia, entrai una notte, in
compagnia di alcuni amici, nell'osteria del Cavalletto. V'erano l ufficiali
di tutte le armi, costituenti il presidio di quella gloriosa e sventurata
citt, che, in que' giorni, stava dibattendosi tra la vita e la morte. V'erano
Italiani di tutta Italia: Polacchi, Ungheresi, Dalmati, Greci, militanti per
noi.
Venezia in que' d offeriva uno spettacolo sublime insieme ed angoscioso.
Milano era ricaduta sotto il gioco austriaco; Toscana erasi ridata al
granduca; Roma, indarno difesa da Garibaldi, era stata occupata da Oudinot:
Italia tutta era sommersa. Venezia sola sporgeva ancora il capo dall'onda
mugghiante, ma le braccia spossate pi non potevan reggere contro all'impeto
di essa.
In quell'osteria era incessante il fracasso di chi andava e veniva, dei tanti
che parlavano, dei camerieri che servivano e gridavano: a tutti i tavolini,
pur fra tanta variet di discorsi, campeggiava sempre il tema unico della
patria in pericolo. A una tavola stavano il colonnello Belluzzi e il
colonnello Morandi, mio amico. Sedeva con loro un uomo tra i quarantacinque e
i cinquant'anni, in abito nero. La figura di lui, le pose, il piglio erano
giovanili ancora; ma i capelli prolissi erano sparsi di striscie senili, la
fronte solcata da lunghe rughe, l'occhio, sebben di linee grandiose e pure,
era patito e stanco.
Salutato il colonnello Morandi, sedetti lor presso; feci portar un pan fresco
di tritello, che in quell'estreme traversie del blocco, poteva dirsi un pane
di lusso; e un bicchiere di vino di Barletta, il quale costava quanto lo
Chteau-Lafitte delle cantine dell'imperatore dei Francesi; e stetti cos
ascoltando i discorsi avviati.
 A quanto m'avete raccontato, diceva quel signore in abito nero, vedo che la
difesa non potr prolungarsi molto.
 Due o tre settimane al pi, e non c' altro, disse il Morandi.
 Purtroppo! soggiunse il Belluzzi.
  una fatalit, osserv quel signore, che in quest'anno, dovunque io capiti,
debba sempre essere l'augello del malaugurio. Arrivai a Torino due giorni
prima del disastro di Novara. Giunsi a Roma e mi son messo con Garibaldi poco
tempo innanzi la sua caduta. Or venni qui per mettermi con voi, colonnello
Morandi...
 E non c' a far altro, credetelo a me. La difesa poteva protrarsi molto pi a
lungo; ma il Governo non seppe e non volle.
 Manin, rispose quel signore, era convinto (e lo provano le sue note alla
Francia e all'Inghilterra) che Venezia, per un riguardo dovutole dalle
potenze, sarebbe stata costituita come citt anseatica: e questa speranza fu
appunto cagione degli errori del governo. La conveniente posizione politica
che Manin era certissimo sarebbesi data a Venezia, gli ha fatto credere
impossibile un lungo assedio;  per ci se la marina non fu allestita in
tempo; se l'esercito non fu bene organizzato; se la guardia civica non fu resa
abbastanza numerosa; se le provvigioni da guerra non furono accumulate in
tempo e in quantit sufficiente a sostenere l'assedio anche per qualche anno.
 E cos, osserv il colonnello Belluzzi, di questa popolazione straordinaria
nella costanza; dei soldati venuti da tutt'Italia, gloriosi per prove di
coraggio uniche nella storia, non si trasse il vantaggio che certamente si
sarebbe potuto; ed oggi le cose sono al tutto disperate.
Il colonnello parlava ancora, quando entr a cercarmi il filologo e poeta
Sternitz, prussiano, col quale io m'era stretto in amicizia; uomo di grande
ingegno, di vasta dottrina e d'abitudini semplicissime, sebbene talvolta
alquanto strane ed eccezionali. Dimorava da anni a Venezia, ed era innamorato
dell'Italia, della quale conosceva profondamente la letteratura, ed era
iracondo verso i proprj compatrioti.
 E che fate qui, mi disse, con questa caldura che opprime? Usciamo all'aperto.
Io chiesi al colonnello Morandi s'ei voleva uscire.
 E si esca, ei mi rispose, con quel suo fare schietto e soldatesco.
Belluzzi e il signore vestito di nero uscirono del pari; e cos tutt'insieme,
collo Sternitz, il capitano De Luigi della legione lombarda, ed altri, ce ne
andammo a passeggiare sul molo.


II

Io chiesi allora al Morandi, chi era quel signore vestito di nero.
  un lombardo; io l'ho conosciuto prima a Parigi, poi in Atene;  un signore
assai distinto, e si chiama Giunio Baroggi.
 Che? io esclamai commosso; io so la storia della sua vita; io conobbi un
vecchio che fu amicissimo suo. Quasi glielo nominerei, ma non so che ben fare;
non potete immaginarvi, colonnello, il vivo interesse che m'ha inspirato e
m'inspira questo signore.
 Comportatevi con gran riguardo, mi disse allora il Morandi, perch a
toccargli certi tasti del suo passato, si riscuote tutto e si conturba e si
sprofonda in una tristezza senza pari. In conseguenza d'un fatto orribile, 
stato rinchiuso un anno nel manicomio di Parigi; e fu il celebre dottor
Broussais che di tal modo lo ha salvato, facendolo passar per demente onde
liberarlo da un processo criminale.
 So tutto, io dissi, e so anche che lo scellerato che egli pun abbruciandogli
gli occhi, mor nel 1839.
 Nel '31 io vidi colui, affatto cieco, trascinarsi lento per le vie di Parigi,
appoggiato a un servo.
 Un fatto orribile, ma fu anche una giustizia.
 Ad ogni modo, abbiate gran riguardo nel parlargli.


III

Passeggiando lungo il molo, i discorsi continuarono sempre sul medesimo tema
di Venezia. Si parl dell'origine e del procedimento della sua rivoluzione; si
parl di Daniele Manin e di Tommaseo. Il colonnello Morandi non aveva grande
stima di Manin, ed essendo venuto a Venezia assai tardi, non conosceva i
precedenti storici, e giudicava con troppa severit il popolo veneziano. Su
tal proposito udii il Baroggi a fare le seguenti osservazioni:
 Avendo io, egli disse, viaggiato tutta Italia, prima che scoppiasse la
rivoluzione, all'intento di veder dappresso le popolazioni e di esplorare i
sintomi della crisi italiana, mi trovai a Venezia nei primi mesi del 1848;
quel che avvenne in que' mesi di preparazione, fuori di Venezia non  noto che
in parte. Le carneficine di Milano e quelle di Padova assorbivano allora
l'attenzione generale. Ma io, che in quel tempo ho potuto osservar da vicino
quel che qui si oper, debbo dire che i Veneziani, una volta messi in via,
guadagnarono con alacrit straordinaria il tempo prima perduto. A mantener
vivo lo spirito pubblico e ad incuorare Venezia ad operare pi che a far
dimostrazioni, contribu principalmente la prigionia di Manin e di Tommaseo, e
la loro dignit affatto antica in faccia alla ingiustizia e alla sventura.
Crocchi segreti d'uomini pronti se ne improvvisarono molti; alcuni, pi
esperti dei mezzi speciali che Venezia aveva in s, guardavano alla marina
veneta; considerando quello che, volendo, avrebbe potuto, vedevano facile la
riuscita, se si fosse tentata qualche impresa audace. A tale intento, alcuni
pi astutamente volonterosi, s'accomunavano, quantunque la diversa condizione
non paresse comportarlo, ai soldati della fanteria di marina; e versando con
essi in famigliare colloquio nelle taverne del buon popolo, e mescendo loro
con mano liberale, li mettevano a parte de' proprj pensieri, li istruivano
intorno alle pubbliche faccende, e li esortavano a star pronti. E cos
facevasi cogli arsenalotti, siccome quelli che potevano, all'occasione,
impadronirsi del punto pi importante della citt.
Di questi sforzi veneziani e di questo senno che mostrarono nell'adoperare
quei mezzi,  tempo che si parli, perch fin qui si  creduto e si crede anche
da parecchi che dappresso esplorarono il movimento italiano, che la
rivoluzione di Venezia sia stata l'affare d'un giorno; e che la sua riuscita
cos felice e completa sia dovuta a fortuna pi che a fatica. Credetelo a me:
in que' giorni pieni di vita e di speranza, il popolo veneziano e i suoi capi
fecero prodigi. Tommaseo e Manin furon veramente benemeriti, e Manin ebbe
istanti luminosi ed eccezionali di prontezza, di sagacit, di coraggio.
 Ma, a parer mio, osserv il Morandi, fu atto improvvido l'aver proclamata la
repubblica prima di sentire il voto delle altre citt d'Italia.
 Oggi  facile dir cos, rispose il Baroggi, ma bisognava trovarsi qui allora.
 necessario tener conto delle tradizioni speciali di questa citt, e allora
converrete che, se quello fu un errore, fu per un errore sublime.
Il Baroggi tacque un momento, e, fermatosi tra le colonne di Todero e del
leone, gir l'occhio sugli edifizj augusti della piazzetta e della piazza.
Muggiva cupo il cannone di Campalto e Campaltone. Nel silenzio e nella
solitudine della notte si sentiva ad intervalli quel suono particolare, come
di stoffa serica lacerata, che produce l'aria quand' investita da una palla.
Da un mese i cannoni alla Pexens, collocati a quarantacinque gradi,
percorrevano quattromila e cinquecento metri di spazio, e tenevano in assiduo
pericolo due terzi della citt.
Il Baroggi era come assorto e gli altri per un istante lo guardarono in
silenzio.


IV

 Oh! voi, proruppe di poi, non eravate qui nel marzo dell'anno scorso. Che
giorno sublime fu il 22 di quel mese!
Qui fece ancora una breve pausa; poi, come se leggesse una pagina, con accento
d'entusiasmo continu:
 Allorch Manin fu padrone dell'arsenale, e fu sicuro dell'ajuto di tutti i
soldati della marina veneta, che avevano saputo uccidere il maggior Bodai
quando loro comand di far fuoco sulle guardie cittadine; infiammato
d'entusiasmo per un concorso d'accidenti cos fatale, che parve davvero che in
questa citt si fosse allora rinnovato il prodigio delle trombe di Gerico;
alla testa delle sue guardie portanti un'asta sormontata dal simbolico
berretto, venne in piazza, e l, salito su d'una tavola, alla presenza di non
molto popolo, proclam la repubblica. Alla parola repubblica di San Marco,
fatta risuonare dalla poderosa e veramente rivoluzionaria voce di Daniele
Manin, una vertigine sublime occup tutte le menti. Non era quello il momento
delle misure prudenziali. La realt aveva sembianza di una visione. Questa
repubblica gloriosa di una vita di quattordici secoli, fatta segno,  vero, di
gravi accuse dalla storia troppo severa, ma per le stesse colpe imputate,
poeticamente misteriosa, e, non ostante, ammirata da' suoi detrattori e
idoleggiata poi dalle pi squisite intelligenze, era scomparsa in un giorno
obbrobrioso; caduta e scomparsa, erasi detto, per sempre dalla faccia del
mondo politico: e invece la si udiva proclamata, e la si vedeva risorta.
Allorch disotto alle aquile tedesche, in un baleno atterrate e sparite quasi
per virt d'incanto, si vide balzar fuori l'alato leone di bronzo che non
s'era osato distruggere; e sulle antenne, a un punto rovesciate e svestite
dalla bandiera non nostra, e a un punto rialzate, sventol il vessillo del
vetusto San Marco, e tutte le campane delle chiese di questa tanto storica
Vinegia risposero in giocondo e vasto concento ai pi profondi rintocchi del
campanone maggiore, che prima aveva comunicato ai venti la novella
inaspettata; e sulla piazza un popolo fittissimo si vide inginocchiato innanzi
alla metropolitana, perch nell'avvenimento straordinario, forse gli parea
vedere il Dio degli eserciti; in presenza di questo continuo prodigio,
credetelo a me, l'entusiasmo, il delirio non poteva pi aver misura; ed oggi,
pensandovi nell'aspettazione in cui siamo dell'estrema sventura, il sangue si
gonfia nel cuore, e la memoria ha bisogno di velarsi un tratto, perch il
giudizio riprenda la sua calma.


V

Il Baroggi a queste parole s'interruppe; e, dopo un breve silenzio, continu:
Da quel giorno gli errori si accumularono agli errori. Ma tutti i governi
d'Italia ne commisero. A Milano si lasciarono in ingiusta dimenticanza gli
uomini che, per la vastit della mente, pi eran fatti per governare la cosa
pubblica. Il popolo sapiente ebbe col dei capi incompleti. Quando,
nell'aprile da Venezia passai a Milano, la piaga pubblica era gi per
incancrenirsi l. A Firenze invece un popolo troppo simile alla garrula e
volubile Atene, non volle aver fiducia nel fortissimo ingegno di Guerrazzi.
Qui in Venezia i ladri si introdussero a manomettere il pubblico danaro, non
accorgendosene l'intemerato Manin, dall'ideale della sua onest fatto incapace
a sospettare l'altrui perfidia. In pochi giorni scomparvero diciasette milioni
dalla cassa dell'erario: a Parigi vive un ricco che prima era un povero
operajo qui, e non si sa dove abbia preso i denari. Io non lo nomino, ma voi
gi sapete a chi accenno. Io vorrei che i giuristi inventassero una pena
speciale, infamante, straziante, per questi ladri del pubblico patrimonio. In
quanto a Manin e Tommaseo, certo che furono i primi, i pi coraggiosi e pi
virtuosi cittadini di Venezia; ma la fatalit volle che tra loro ci fosse uno
strano squilibrio di pensiero e d'aspirazioni. Manin innamorato di questa sua
cara Venezia smarr nell'intensit dell'affetto municipale l'estensione
dell'ambito italiano; ecco perch respinse in principio la proposta di un
governo lombardo-veneto; poi di far centro Venezia di un governo italiano; in
ultimo di aderire alla Costituente. Tommaseo invece, portato, dalle contratte
abitudini della sua mente e de' suoi studj, a percorrere le indefinite regioni
dell'ideale, ed a considerare l'umanit nel suo pi vasto significato, non
istette contento ai limiti della sua cara Italia; ma delle affezioni sue am
far parte a tutti i popoli della terra. Scrisse note diplomatiche di consiglio
e d'amore a tutti, perfino alla Germania. Non vi scuotete, signor Sternitz, io
vi conosco, vi amo, e vi ammiro, perch non mi sembrate un uomo nato in quelle
parti l; ma io non amo la Germania, l'incorreggibile Germania, incorreggibile
perch la sede del suo morbo cronico sta nella testa de' suoi pensatori e
nella sua filosofia. Quasi dappertutto la scienza va innanzi beneficando; l
invece si affatica a' danni dell'umanit.


VI

Agli indirizzi, proseguiva, che l'anno scorso i pi generosi Italiani, pur
nell'impeto del combattimento e nell'odio implacabile del dominio austriaco
inviarono a tutti gli Stati di quella nazione a proposta di fratellanza; la
patria di Schiller, il poeta pi innamorato dell'umanit, lasci cadere
indifferente quelle parole d'invito, e si chiuse sospettosa in s stessa. Il
canto di Manzoni dedicato a Koerner, il Tirteo della Germania, non trov un
eco in mezzo ai cuori fatti muti dalla passione e dall'egoismo.
Il nostro popolo, che ha sentito a parlare della Germania come dell'officina
pi operosa della scienza e del centro pi fitto d'instancabili cercatori del
vero, domanda come un s tristo frutto abbia potuto uscire da cos faticose
preparazioni.
Questa domanda del popolo incolto rivela che, nella sua intuizione spontanea,
ha compreso ci che gli uomini dotti non seppero scorgere nell'abbagliata
ammirazione per una scienza che, nelle sue intemperanze e nelle sue improbe
elucubrazioni, ha smarrito il senso retto, ed  rimasta senza viscere.
In Germania  la cos detta filosofia quella che governa e impiglia la
politica. Filosofia e politica si abbracciano col e si compenetrano. Guai se
la prima si contorce nell'indeterminato e nel falso! la politica ne risente il
contagio, e il senso giusto e pratico della vita si adultera e si smarrisce.
Hegel, il Maometto della Germania, le comunic un sentimento cos entusiasta
per s stessa, un'idea cos orgogliosa della sua missione nel mondo, che tutte
le altre nazioni, specialmente quelle del mezzod, debbono parere agli occhi
di lei come nazioni diseredate e decadute, e perci indegne di risorgere a
rifare una grandezza che comprometterebbe il nuovissimo genio del Nord, al
quale, secondo le enfatiche parole del suo falso profeta,  assegnato
l'incarico nientemeno che di rifare Iddio.
Dopo Hegel, i suoi proseliti, dilungandosi da lui e pi che mai
compromettendo le teorie del maestro, si divisero in pi stte, le quali,
sforzando a sempre nuove trasformazioni i principj raccolti dalla bocca di
lui, misero dapprima il capogiro nelle menti giovanili, per non lasciar poi
negli animi che aridit e indifferenza.
L'ateista Feuerbach giunse a combattere perfino il sentimento della patria, e
di cosa in cosa a propugnare principj che derivano dall'infame teoria
dell'homo sibi deus.
Nelle teorie di Stirner, che sono un tessuto cangiante delle enormit di
Feuerbach, sta il codice completo dell'egoismo.
Rouge prov come due e due quattro che l'amore della patria  un sentimento
ipocrita ed una virt impossibile; perch l'amore, secondo lui, ha orrore
delle astrazioni e vuole delle vive realt. E cos d'argomento in argomento,
venne a santificare l'inesorabile tornaconto.
Nel campo dell'economia politica, Federico Lizt; il pi celebrato della sua
nazione perch ne lusing pi di tutti l'egoismo, colla sua dottrina
isolatrice, rinserr la Germania in s medesima, barricandola colle dogane
protettive, ed ammonendola a non ammettere sul suo mercato roba straniera, per
non introdurre nelle mura della patria il perfido cavallo di Troja (son sue
parole).
La giurisprudenza respinse col dalle cattedre il diritto naturale e
razionale, incatenandosi schiava dell'unico diritto storico.
Perfino la filologia, nel labirinto di una prodigiosa, ma gelida dottrina,
affogando le pi care e generose aspirazioni della fantasia inventrice e del
sentimento, tolse allo studio dell'arte classica l'intento suo pi legittimo:
quello di educare al bello estetico, che, ingentilendo gli animi, li prepara
al bello morale.
L'Eneide di Virgilio non fu pi il poema latino-italico per eccellenza, il
modello eterno del pi perfetto stile, ma un'occasione di sommovere questioni
di geografia e di etnografia.
L'Iliade di Omero parve pi preziosa ai filologi tedeschi per il catalogo
delle navi che per la preghiera di Priamo ad Achille, o per l'addio di Ettore
ad Andromaca.
E nella storia e nella letteratura e nella poesia, lo studio del medio evo,
che in Italia, evocando le memorie della Lega Lombarda, prepar le libere
aspirazioni del periodo in cui viviamo, l invece non serv che ad innamorare
le menti delle consuetudini feudali, a far desiderare il ritorno di un passato
impossibile, e a consigliare l'anacronismo dell'immobilit delle caste.
Questo hanno fruttato le intemperanze di una dottrina, che del proprio
eccesso fa velo ai limpidi giudizj del senso comune.
Ora voi, signor Sternitz, che tanto amate l'Italia, e avete tanto ingegno,
dovreste parlare in questo tono a' vostri. Un Tedesco di mente e di cuore, che
severamente ammonisse i suoi compatrioti, potrebbe finalmente ridestare
qualche eco generoso.


VII

Spuntavano i primi crepuscoli; lo Sternitz che era un Tedesco straordinario,
strinse lagrimando la mano al Baroggi.
 Piango, esclam poi, per la mia patria che abborrite, e per questa Italia
tanto sventurata!
Una tal scena ci commosse tutti. Si part muti e pensosi, e per quella notte
dai nostri labbri non uscirono che le parole ultime dei vicendevoli saluti.
Il d dopo io fui sollecito di vedere ancora il Baroggi. M'intrattenni a lungo
con lui. Mi sprigionai; si sprigion; e quantunque io fossi giovinissimo e di
tanto inferiore a lui nell'esperienza e nella dottrina, venne spesso a
cercarmi, e si degn molte volte di parlar meco a lungo. Fu in una di queste
volte che, discorrendo, tra le altre cose, della condizione della letteratura
in Italia, mi fe' cenno di quel suo lavoro del quale abbiamo parlato alquante
pagine addietro. Pregato e ripregato, mi diede un d a leggerne gli sparsi
frammenti. Che originalit, che grandezza, che vastit, che sentimento! Io
passavo continuamente dalla meraviglia al dolore, dal dolore alla meraviglia;
perch, esaltandomi in una sfera altissima di bellezze, consideravo poi che,
per la condizione infelice dell'animo suo, non gli sarebbe mai stato
possibile, com'egli disse molte volte, di condurre a termine quel lavoro.
La sventura lo aveva percosso in modo, che il dolore per lui erasi fatto
natura. Bens, facendo uso di liquori generosi, con abitudine che pareva
toccare il soverchio, talvolta assumeva l'apparenza della giocondit, che si
espandeva in un profluvio d'epigrammi. Ma, di tratto, a una svolta inattesa di
qualche parola che gli facesse risentire la fitta del dolore inclemente, si
concentrava in s stesso, si faceva cupo e taciturno, e qualche volta dava
anche in lagrime dirotte. Un d, essendogli ci avvenuto in mia presenza: Non
vi faccia meraviglia, mi disse;  questo una specie di vomito morale che,
prorompendo dagli occhi a furia, permette poi allo spirito di rifarsi
alquanto, e di respingere la tentazione del suicidio.


VIII

Vennero i giorni estremi per Venezia libera, il cannone tacque per la prima
volta, dopo tanti mesi che aveva tuonato incessantemente. Quel silenzio
insolito, come il silenzio della morte, piomb sugli animi di tutti,
producendovi un'angoscia che non ha riscontri. Una commissione veneta gi
erasi recata al quartier generale austriaco ad offrirvi la sommissione dei
Veneziani. La capitolazione venne segnata. Il d 27 agosto, per la via di
terra io uscii da Venezia per ridurmi a Genova. Il Baroggi m'avea salutato ed
abbracciato prima di salire a bordo d'un vapore da guerra inglese; ch aveva
stabilito di recarsi in Inghilterra. N pi lo vidi. Seppi in seguito che da
Londra erasi tramutato a Roma, per applicare di nuovo l'ingegno alle lettere e
alle arti, a sollievo dei proprj dolori e delle sventure della patria. Nel
1850 ebbe un duello, se non erro, col segretario dell'ambasciata di Russia; e
nell'ottobre di quell'anno stesso mor di febbre intermittente.
Ai 27 di quel mese, un nostro amico di Roma ci dava il doloroso annunzio della
morte di quell'uomo straordinario. Ecco un brano di quella lettera:
...Ieri  morto Giunio Baroggi in et di 52 anni. La sua camera che, come
sapete, era quella che gi aveva appartenuto a Winkelmann, era ieri piena
d'amici e d'ammiratori, che piangevano nel vedere vicinissimo il termine di
quell'uomo raro. Negli estremi momenti, fece aprir le finestre per vedere il
sole che dietro la cupola di San Pietro tramontava in globi di fuoco; le
ultime sue parole furono: Il sole di Roma vecchia  in tramonto; sorger il
sole di Roma nuova, e tutta Italia verr a riscaldarsi in hac luce Exoriare
aliquis.


IX

Nell'anno 1862, trovandoci noi a Parigi, ci recammo al Pre Lachaise, e l,
cercando con insistenza una lapide di cui ci aveva parlato il Bruni, ci venne
fatto finalmente di rinvenirla tra quella selva di tombe e cippi e statue. Su
quella pietra leggemmo la seguente iscrizione:

STEPHANIA GENTILI
COMITISSA B...
DECORA FORMA
ANIMA SUAVI
INGENIO IN MELODIA PRAECLARO
LIBERALIS EAM FECIT NATURA
INTERFECIT DIRA FORTUNA
ANNO MDCCCXIX

E qui la nostra storia si chiude. Ripetere gl'intenti che si sono avuti nello
scriverla, e le lezioni che se ne volevano far scaturire,  inutile. Se il
lettore non le vede, non vale che l'autore le manifesti.

FINE.
