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Giuseppe Rovani.

CENTO ANNI.

Trascrizione elettronica ad esclusivo uso dei non vedenti curata da:
Marina De Stasio, Clelia Mussari, Claudio Paganelli.

Parte seconda.

LIBRO SETTIMO.
Ada. Il Galantino e l'ortolano del monastero di San Filippo Neri. Guglielmo
lord Crall. La casa Ottoboni-Serbelloni. Pietro Verri e il bilancio dello
stato del commercio nel ducato di Milano. I commissarj della Ferma. Una loggia
di Liberi Muratori nella contrada di san Vittorello. Il Galantino e il figlio
della Baroggi. La madre priora di San Filippo. I commessi della Ferma e i
Liberi Muratori.


I

Il giorno dopo (e correva la prima met del mese di giugno, del che non a caso
facciamo avvertito il lettore) il Galantino ritorn, com' naturale, a quella
sua vedetta.
Ritorn, ma non usc sul balcone, bens stette nascosto dietro le griglie. Per
quanto ei fosse fiducioso di s e della propria avvenenza, e fosse reso baldo
dalle molte e continue e facili sue vittorie, pure non avrebbe saputo giurare
a se stesso d'aver fatto nella fanciulla quella profonda impressione, da cui
dovesse poi prorompere la necessit d'una corrispondenza. Era ingegnoso e
acuto, lo abbiam detto cento volte, e conoceva le anomalie dei cuori
femminili; ma d'altra parte, nella interminabil lista delle sue avventure, non
ancora era comparsa una figura s giovane, s olezzante di fragranza virginea.
Era quella la prima volta ch'ei trovavasi al cospetto d'una innocenza tanto
pura, mentre egli era di tanto pi provetto di lei, che avrebbe potuto essere
suo padre. E congetturava che l'innocenza pu parere audace, pu sembrar
perfino d'esprimere desideri non puri, e ci per l'eccesso appunto della
illibatezza, la quale procede spensierata e confidente; e pensava che poteva
essersi ingannato, e l'apparizione repentina della fanciulla e la repentina
sua scomparsa riuscirne una prova fedele. Per disse tra s, quando si pose ad
aspettare in silenzio dietro le griglie: Se ella oggi ritorna, allora non c'
dubbio, sar quel che sar, e nessuno m'incolpi se far quel che sar per
fare. Se poi non ritorna...
E la fanciulla Ada ritorn e s'affacci: s'affacci e si ritrasse, per
affacciarsi e ritrarsi ancora, come fa la capriuola che, irresoluta, sporge la
testa dalla rupe, quasi odorando il vento se gli porta rumor di cacciatori, e
fugge precipitosa, per ritornar tosto a rigirar l'occhio sospettoso finch,
rassicurata, spicca il salto e procede. E anche Ada ritorn l, e girato
l'occhio intorno e non vedendo nessuno, si ferm e alz lentamente lo sguardo
al balcone poco discosto lasciandovelo riposare a lungo, e quasi
dimenticandolo su di esso, assorta in una immobile contemplazione! Oh divino
spettacolo della giovinezza, della belt e della innocenza! Oh spettacolo
doloroso della tentazione, che sorge lenta lenta, e inavvertita si associa a
cos dolci compagne!
O voi che avete i cuori fatti d'agata, e dal gelo del sangue vi fu reso
arcigno e spietato il giudizio, non vogliate abborrire in anticipazione, quasi
fosse una figliuola del diavolo, questa leggiadra figura che, senza sua colpa,
port dalla natura strani fervori nel sangue. Costei, credo bene di dirvelo
anche a costo di prevenire gli eventi, perch se avete degli odj a
usufruttare, ne scagliate altrove il veleno; costei, pur attraverso a un
doloroso tramite di pericoli,  predestinata alla sincera virt, se la virt
sta nel far violenza a se stessi, e non nel portarne la maschera senza volere
il vero bene, anzi senza nemmeno comprenderlo. Questo sia detto senza andare
in collera, perch non veniate a turbarci coi vostri obliqui affanni, o lividi
farisei, e coi sospetti di chi non vede che colpa e maledizione in ogni
spontanea effervescenza dell'affetto.
Or continuando, il Suardi usc sul balcone, e contemporaneamente alla sua
comparsa gett una carta entro alla finestra, dove Ada stava in
contemplazione; ed ella, arrossendo, ancora si ritir, raccogliendo per la
carta, nella quale era quel fiore, quel fiore che noi l'abbiam gi vista a
levare di sotto alla tela del guanciale del suo lettuccio collegiale, ed a
fiutarlo, coll'olfatto, diremo, dell'anima. Allora il Suardi si tenne certo di
essere rimasto nel cuore della fanciulla, e su tale certezza ord un disegno
che mai non gli era venuto in mente sino a quel punto. E, uscito di l, e
recatosi alla sua casa civile in Pantano, mand, senza perder tempo, un suo
uomo di studio a cercare dell'ortolano del monastero di San Filippo, con
ordine che gli desse qualche danaro a persuadergli d'andare a lui, quando per
caso si fosse mostrato resto. Ma l'uomo di studio si port bene, e
l'ortolano, senza farsi troppo pregare, si accompagn con esso, e venne alla
presenza del Suardi, nel suo gabinetto segreto.
 Oh bravo! cos disse il Suardi seduto all'ortolano che stava in piedi, quando
l'uomo di studio usc dal gabinetto; ti ringrazio dell'essere stato cos
sollecito. Ma prima di tutto... ti piace il vin di Cipro?
 Per dire che mi piace penso che bisogna aver buona memoria. Me ne ha dato un
bicchiere tre anni fa il cameriere della marchesa Ottoboni, quando portai in
quella casa un mazzo di fiori, nell'occasione che si faceva sposa la
marchesina ch'era stata educata in convento.
 Rinfresca dunque la memoria e riscalda lo stomaco con questo.
 Obbligato alle sue grazie... buono! Ma ora posso sapere per cosa vossignoria
mi ha fatto chiamare?
 Dimmi un po', il mio uomo, sei tu ammogliato?
 Mancherebbe anche questa, caro signore, con quella miseria di salario che si
ha in convento.  gi molto se posso provvedere a me e alla mia vecchia madre.
Per la moglie e per i figliuoli non c' posto davvero.
 Guarda mo, il mio uomo, io credevo che tu stessi benissimo col... perch
conosco molti altri ortolani e giardinieri che hanno il tuo e poi ancora il
tuo. Ma come va dunque la cosa?
 Come vada ora lo so io... come  andata una volta non lo so... Ma pare che
non si sia pensato all'ortolano, quando si fond il monastero... Tanto che la
dama conservatrice mi d qualche cosa del suo... e del resto vivo d'incerti
che capitano quando capitano; e se mai d il caso d'un'annata in cui le
educande non escano in molte dal convento, per ritornare, fatte grandi e brave
nelle loro famiglie, non c' nemmeno il pretesto di far loro qualche bel
regalo coi fiori del giardino che  il solo mio vantaggio, dal momento che,
non per superbia, ma son pi giardiniere che ortolano, ed  questa ancora una
fortuna; perch fagiuoli, cavoli, carote e cipolle van tutte a finire nella
cucina del convento, dove il cuoco par che mangi anche la parte delle
reverende e delle educande.
 Quand' cos, va benone. La mia paura era che col tu stessi troppo bene.
 Paura? ma perch paura?
 Perch, per una villa che ho in Brianza, ho bisogno di un giardiniere, ma di
un bravo giardiniere. Io lo pagherei bene. Oltre a ci avrebbe i proventi
dell'ortaglia per lui, e le mance de' mazzi di fiori che di tanto in tanto si
mandano a regalare alle belle che escono a villeggiare. Io t'ho visto, e mi
sei parso il mio uomo. Non vecchio, non giovane, buone spalle, cera lustra,
occhio furbo ma galantuomo. E allora potresti prendere anche moglie. Scommetto
che pi di una volta t' venuto il ghiribizzo di prender moglie...
 Il signore scherza.
 Io non ischerzo, il mio uomo. Ma se ti piacciono i patti, domani o dopo esci
in campagna con me... ed oggi, anzi adesso, prima che tu esca di qui, ti do, a
titolo di caparra, una mezza dozzina di zecchini. Ti piacciono i zecchini?
 Pi ancora del vin di Cipro.
 Dunque ci stai?
 Ci sto.
 Ecco i zecchini. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Va bene?
E licenzi l'ortolano; n per quel d gli disse altro; ch'ella  astuzia
antica e greca il non parlar mai in sulle prime della cosa che pi importa.
Intanto il giorno successivo, all'ora consueta, il Suardi fu al balcone
consueto, o, per dir meglio, stette ancora nascosto, per vedere se la
fanciulla ricompariva, e per non darle soggezione, quando mai ricomparisse. E
Ada ricomparve, e si ferm, e il Galantino le rivolse una parola, una parola
vaga e insignificante, tanto per provar la voce; e Ada rispose una parola
anche essa, ma non intera; e soltanto per far sentir la voce; una voce di
mezzo-contralto vellutata, la quale comp l'opera, mettendo alla massima
bollitura il sangue di Galantino.
E in quel d stesso egli fece chiamare di nuovo l'ortolano del convento, e:
 Senti, gli disse, prima che ce n'andiamo in campagna, ho bisogno che tu mi
faccia un piacere.
 Vossignoria non ha che a comandarmi.
 Prima di tutto, hai tu accesso libero in convento?
 Fino ad un certo punto, s.
 Gi s'intende, sino ad un certo punto. Ma fin dove, per esempio?
 In cucina, in legnaja, in cantina... e qualche volta, quando le monache sono
in refettorio o in giardino, si va a far pulizia ne' dormitoj; e quando le
ragazze sono a letto, si va a farla in refettorio.
 Sei tu solo a far questo?
 Io e il facchino del convento.
 Ma va benone. Or vedi che si ha a fare. Vieni intanto con me.
E l'ortolano segu il Suardi in un camerone terreno.
 Vedi tu tutta questa roba?
 Vedo e sento.  un tale odor di tabacco che si starnuta anche senza annasare.
 Ebbene, ho bisogno che tutta questa roba, gi non  poi gran cosa, tu la
distribuisca, un po' per giorno, in molte parti del convento, in quelle parti
che sono fuori della vista giornaliera.
 Oh... questo  impossibile.
 Per chi ha buona volont non c' niente di impossibile.
 Anche questo pu esser vero... ma...
 Che ma?
 Vossignoria sa cosa c' di nuovo.
 Vuoi tu che non lo sappia? Sono uno di quelli che hanno fatta la legge.
 Capisco.
 Non c' dunque per me nessun pericolo a contravvenirvi.
 Per vossignoria, no; ma per quelle del convento...
 Ma sei forse innamorato delle monache?
 Io? oh!...
 Lascia dunque andare, e piglia questi due zecchini che cogli altri faranno
otto... Finita la cosa, te ne dar altri quattro, e cos faranno dodici.
Trovami fuori or tu un ortolano in tutto il Ducato che in ventiquattro ore
guadagni dodici zecchini.
 A far l'ortolano, no; ma nemmeno io ci riesco, perch mi pare ch'oggi non si
tratti n di cipolle n di lattughe.
 Dunque...
 Eh... basta... quando si tratta di cambiar stato, si pu fare un tiro anche
alle monache.
 Sicch?
 Sicch... se vossignoria ha altri affari a cui pensare, ci pensi pure... che
in quanto a questo  bell'e spicciato.
 L'ho detto io. Cera lustra, occhio furbo e galantuomo.
 Furbo s... galantuomo non si pu sempre viver sicuri di esserlo...
 Va l, va l... e non farmi lo scrupoloso, ch son tutte inezie, e gi non si
ha a far male a nessuno. Del resto, fatta la cosa, tu viaggi in collina, e un
altro verr al tuo posto. Anzi, dovresti pensare fin d'ora al sostituto.
 Oh non occorre pensarci. Ci sono aspiranti a trentine, ch tutti credono che
il convento ingrassi e l'orto delle monache sia un bel zapparlo...
 Ah furbo che tu sei... dunque siamo intesi.
E l'ortolano part.
Ora per non trarre il lettore per le lunghe, gli basti sapere che, siccome il
Suardi volle, cos venne fatto; ch l'ortolano distribu il tabacco tanto
equabilmente in tutte le parti del convento, che non ne andarono senza n il
refettorio n i dormitoj.
E il lettore durerebbe fatica a prestar fede a questo, se non lo avessimo
informato appuntino degli abusi e delle enormezze ribalde che si commettevano
in Milano per mettere i cittadini in contravvenzione rispetto al nuovo editto
sulla Ferma. N soltanto si faceva entrar di soppiatto il tabacco nelle case
de' gran signori e dovunque si presentava una facile occasione, o un servo
venale o un portinajo pi venale ancora che facesse il manutengolo; ma ne'
giardini si buttavan da' muricciuoli di cinta anche sacchetti di sale, onde
poter cos gettar la colpa sul padrone di casa, sul prevosto della parrocchia,
sul priore del convento: perch la voracit de' fermieri s'era diffusa a tutta
la folla de' loro satelliti, i quali, anche senza averne il comando,
commettevano inaudite nefandit per intascare le quote che loro eran dovute
sulla esazione delle multe; e, sovente ancora, per altri fini indiretti che
sapevano iniquamente dissimulare sotto colore di dover fare inesorabili
perquisizioni nelle interne dimore; delle quali esorbitanze or appunto ci
porse un saggio il Galantino. Ma che intenzioni aveva egli? ma perch, sotto
pretesto di frugare onde cercare il tabacco di contrabbando, aveva pensato di
mandar volpi e faine nell'ovile intemerato?
Questo  ci che vedremo in seguito. Intanto ci convien recarci in casa di
donna Paola, negli appartamenti del suo figlio maggiore, di quel Guglielmo
lord Crall che noi abbiamo gi visto a venir di gran trotto per via Nuova,
verso le parti appunto del monastero di San Filippo. E ci convien far la sua
conoscenza intima, perch non dobbiamo attenderci cose indifferenti da questo
bel giovane biondo, costituito dalla duplice natura d'italiano e d'inglese,
nato da genitori di tempra fuor dell'ordine comune, caldo di mente, caldo di
cuore, scolaro di Parini, lettore di Rousseau, entusiasta, misantropo, che
dovea presentire quella melanconia destinata dal secolo a certi spiriti
eccezionali, donde poi scatur il concetto del Werther di Goethe, e quella che
si potrebbe chiamare la moda del suicidio.


II

Questo Guglielmo lord Crall lo abbiam gi veduto adolescente di dieci in
undici anni a tradurre, in compagnia del suo minor fratello, una satira
d'Orazio, essendone istitutore-ripetitore il giovane abate Parini.
Ora devesi sapere che il marito di donna Paola lasci morendo una ricca
facolt ai due figli; che mancato a Londra nel 1762 un fratello di esso,
accrebbe di tanto gli averi dei due suoi nipoti, che questi potevano stare a
fare coi pi ricchi di Milano; che il minore di loro, due anni prima del tempo
a cui ci troviamo, si rec a Londra per compiacere alla tendenza che sentiva
in s irresistibile per i viaggi e la vita avventurosa; e che il maggiore
prescelse di starsi invece con sua madre a Milano, tutto infervorato com'era
di lettere e poesia e speculazioni filosofiche. Di questo Guglielmo lord Crall
abbiamo anzi sott'occhio un volumetto, stampato del Galeazzi, di poesie latine
(Carmina Latina Domini Gulielmi Cralii E Londino oriundi Mediolani, typ. Jos.
Galeatii 1765), poesie tibulliane assai pi che oraziane, sebbene di
mestissima vena, e qua e l soffuse di una mistica nebbia che non poteva
appartenere al genio di nessun poeta pagano e latino. Ma de' suoi versi
tibulliani modificati dallo spleen inglese, il quale dal sangue del padre era
passato nel suo, parleremo in altra circostanza. Per ora ne basti sapere che,
mentre egli attendeva alla stampa de' proprj versi, s'innamor, come pu
innamorarsi un italiano moltiplicato per un inglese, di una fanciulla, la
quale, e chi non l'ha indovinata prima? era appunto la crescente Ada.
Vi sono persone, per lo pi femminili, qualche volta maschili, le quali,
trovandosi giovani in presenza di giovani dell'altro sesso, non possono n
muoversi n respirare n guardare senza nuocere all'altrui buon umore, ossia
senza destare qualche furente passione, la quale poi, allorquando non 
corrisposta, finisce per essere incomodissima e molesta, e qualche volta
persino pericolosa a chi l'ha innocentemente provocata. Egli  perci che sono
talora degni d'invidia quelli che dalla natura fisica non ricevettero
tutt'intero n perfetto il loro appannaggio, ed ebbero qualche occhio di meno,
o qualche protuberanza di pi, e dalla rachitide e dalla scrofola furono
preparati in modo da servire di controstimolo a chi  nato per amare. Costoro
almeno, se hanno il diritto di lagnarsi di molte cose, non hanno a subire la
sorte di esser vittima dell'altrui simpatia!
Tornando ora al giovane Guglielmo e alla fanciulla Ada, la disgrazia fu che
egli stette assente da Milano, per essere stato alle pi celebri universit
d'Italia, una mezza dozzina di anni; e che non pot assistere al graduato
sviluppo della fanciulla; bens, lasciatala ragazzetta, la rivide adolescente,
anzi con tutti i prestigi d'un'adulta. Noi non pretendiamo che sia un rimedio
sicuro per non innamorarsi di una fanciulla, l'averla vista a nascere, a
crescere, a piangere colle lagrime dell'infanzia. Gli uomini non vedono
all'ultimo che il frutto maturo, e non rinunciano a mangiarlo per averlo visto
acerbo. Tuttavia, qualche volta, giov questa circostanza a serbare illesi de'
giovani maturi dai tormentosi affetti per fanciulle adolescenti, e forse
avrebbe giovato anche al giovane Guglielmo. Ma per fatalit quando ei ritorn,
a ventisei anni, vide Ada che ne aveva quattordici, con tutti gli attributi
esterni dei quindici e quasi anche dei sedici anni. Allorch la vide, e fu
appunto un gioved di vacanza, la prima di lui sensazione fu di rimanere
abbagliato e scosso; la seconda, di non credere che fosse quella stessa Ada
che l'avea spesso frastornato co' suoi trastulli infantili. Se non che,
passando il tempo, e vedendola altre volte, e sentendola parlare con garbo
assai, e ascoltandola cantare e suonare, con quella voce di mezzo contralto
velata di volutt, con quelle mani bianche, lunghe, sottili, intellettuali, se
pu passar la parola, l'incanto cess di esser passeggiero. Per di pi,
movendo ella gli occhi con una espressione di guardatura tenerissima, egli si
confid d'interpretare quell'espressione a proprio vantaggio ogni qualvolta i
lenti e grandi occhi di Ada riposavano inconscj su di lui. Ma non bisogna
fidarsi dei begli occhi delle belle, ch il loro linguaggio somiglia molto a
quello della musica, la quale possiede un linguaggio universale che pu dir
tutto e pu dir nulla, e guai se le parole del libretto non vengono in
soccorso delle note. Per, cari i miei giovinotti, che cantate vittoria perch
un'occhiata v'ha lusingato, vogliate credere a chi ha pi esperienza di voi:
Non vi fidate. E a buoni conti, per la vostra tranquillit, fate venire in
soccorso degli occhi una esplicita dichiarazione, la quale, se sar scritta e
in carta bollata, meglio.
Ma se oggi possiamo venire in aiuto de' nostri giovani amici, ci stringe il
cuore di non aver potuto aiutare il cogitabondo Guglielmo lord Crall, il quale
prest una fede cos illimitata agli occhi di Ada, che ne rimase ferito
incurabilmente; gli occhi di Ada, i quali erano ben lontani dal credere di
doversi compromettere adempiendo alla necessit del loro ufficio. Ned egli
confid a nessuno il suo segreto; onde la passione tanto pi fremeva quanto
pi era compressa di dentro. N mai pens di farne motto alla fanciulla. Le
pareva di troppo acerba. E quando pure avess'egli saputo passar sopra a tal
fatto, lo faceva ritroso la condizione di educanda in cui Ada trovavasi
ancora. Ma il suo silenzio se valse con tutti non valse con donna Paola. Gli
occhi delle madri, quando trattasi di figli amatissimi, comprendono cose che
nessun occhio acuto non potrebbe mai decifrare. Ma ella pure, dal canto suo,
non solo non ne fece motto al figlio, ma dissimul profondamente d'essersene
accorta. Ella non poteva veder di buon occhio quest'affetto, e si crucci
amarissimamente appena ne ebbe sentore. Le parea come di farsi rea di lesa
delicatezza, soltanto a pensare alla possibilit che, ritornando a Milano la
contessa Clelia, la quale con s fiducioso abbandono le avea lasciata la cura
della figlia, trovasse poi nella casa medesima di donna Paola gi adulto un
amore tra la propria figliuola e il figlio di lei. Perci taceva e sperava, e
quando la nobil donna conservatrice del monastero di San Filippo, le parl
dell'indole troppo vivace e risentita dell'educanda Ada, e le propose di
ritirarla dal collegio, ella am di lasciar cadere quel discorso, perch tutto
avrebbe voluto anzich tenersi in casa quell'occasione di contrattempi e di
sciagure possibili.
A tal punto eran dunque le cose, quando Ada alle tentatrici parole del Suardi
ebbe risposto pi col suono della voce che con altre parole. Ma il dramma
sollecitava il suo gran colpo di scena.
Tutti i giorni, essendo entrata l'estate, il giovane Crall soleva recarsi in
sul tramontare della giornata in casa della marchesa Serbelloni-Ottoboni,
dov'era il convegno di tutti i begli spiriti della citt di Milano. Il d
stesso in cui il Suardi, per ingiunzione dei capi della Ferma, e per decreto
della magistratura, e con permesso della sacra congregazione, trattandosi di
luogo eccezionale, aveva stabilito di mandare la solita sgherraglia a
perquisire il monastero di San Filippo Neri; quel d stesso lord Crall non
credette di rompere le sue abitudini e si rec in casa Ottoboni. Era l'ora in
cui cominciava, a dir cos, la processione delle carrozze patrizie dirette al
corso di via Marina; e dal terrazzo di casa Ottoboni vedendosi le carrozze che
di tanto in tanto si soffermavano, e i cavalcatori eleganti che facevano pompa
di s e dei preziosi puledri, e i passeggieri pedestri, si traeva partito da
questa congiuntura per passare quelle ore che precedevan la cena, dimezzando
cos il tempo tra la conversazione in sala e lo spettacolo del pubblico che
moveva a diporto.
In quel giorno, tra gli altri, v'era l l'abate Parini, v'era Pietro Verri,
v'era il suo intrinsicissimo Padre Paolo Frisi, v'era Cesare Beccaria, il
segretario Cesare Larghi, v'era la sorella di Gaetana Agnese, la non meno
rinomata, almeno allora, Maria Agnese, la sola compositrice di musica
drammatica ricca di fantasia e di dottrina che vanti ancora la storia
dell'arte; v'era quel maestro Galmini destinato a fare il quarto con Adamo,
Matusalem e No; ch di quel tempo aveva settantanove anni, e tenne dalla
natura un piloro di bronzo cos poderosamente costrutto, che per morire
dovette aspettare altri cinquantanove anni ancora, essendo morto nel 1825 di
centotrentotto anni, e avendo cos potuto abbracciare in un amplesso quasi
tutta la scala ascendente delle vicende progressive dell'arte sua, dal
rivoluzionario Monteverde al rivoluzionario Rossini. V'era il pittor Londonio,
il tormento dei preti, dei frati, dei vecchi, di tutti, e che, per farlo stare
alquanto in riga a quella conversazione quotidiana, non ci voleva che la
graziosa dignit della marchesa padrona, e l'occhio fulminante dell'austero
Parini. Era quella insomma una bella e buona compagnia, e non sapremmo se oggi
se ne potrebbe mettere insieme una migliore.
Il Parini aveva allora trentasette anni, e quantunque, per mangiare, dovesse
ancora arrabbattarsi a dar lezione, ch assai poco gli fruttava l'avere avuto
dal conte Firmian l'incumbenza di stendere la Gazzetta Ufficiale di Milano,
pure era gi la figura pi gloriosa della citt. Erano usciti il Mattino e il
Mezzogiorno; e risuonava delle sue lodi tutta Italia, ed avea gi ottenuto di
frenare il mal gusto che aveva straripato a furia per un secolo e mezzo; di
ricondurre l'arte alle sue limpide e severe sorgenti, e di farsi odiare da una
mezza dozzina di nobilissimi milanesi, che ebbero l'orgoglio di voler vedere
s stessi nell'ideale dipinto dell'immortale poemetto; tra' quali spiccava
quel conte Alberico F..., con cui ci troveremo; il qual conte Alberico volle
disputare al principe B... il vanto di aver tentato di consacrare ad una
vindice bastonatura le povere spalle dell'abate scellerato.
Ma l'abate impaziente, irrequieto e versatile, passava cos zoppicando da un
crocchio all'altro, parlando di musica colla bella Agnese, e digredendo, a
proposito della mano di lei che scorreva sui tasti di un gravicembalo, sulle
qualit indispensabili, costitutive d'una bella mano; e contraddicendo
Londonio che voleva sfoggiare la sua dottrina in ci, e contraddicendolo con
apparenza di violentissima enfasi, per finir tutto in celia e lasciar scornato
l'avversario comico, il quale, quell'unica volta, avea parlato sul serio; ch
era codesto un modo caratteristico del conversare di Parini, come ci vien
riferito anche dal suo scolaro e biografo Reina. E dalla musica e
dall'estetica delle mani egli passava a parlare col Larghi, schizzando spirito
e bile in qualche fuggitiva questione di letteratura e poesia; anche qui
alzando la sonora sua voce a far tacere quanti parlavano nella sala, i quali,
sebbene conoscessero quella sua abitudine bizzarra, si mettevano in grave
apprensione, non fosse mai per impegnarsi qualche lotta violenta e scandalosa.
Soltanto tra Parini e Pietro Verri i ragionari correvano in un modo speciale.
Quel venerabile vecchio Bruni, che abbiam conosciuto a Pusiano, e che fu per
noi il libro parlante che pi ci istru intorno a buona parte delle cose gi
descritte, ci disse pi volte, parlando di Parini e Verri coi quali e tra'
quali si trov sovente, ch'eglino si stimavano assai vicendevolmente, ma si
temevano forse pi di quello che si amassero, e che per ei sarebbe stato
disposto a credere, frugando in fondo a' penetrali della coscienza di ambidue,
che qualche spruzzo di celata antipatia avesse leggermente inacidito il loro
sangue. Parini primeggiava, e, avea il diritto di primeggiare. Verri voleva
primeggiare, e ne avea il diritto. Era dunque invidia, era gelosia?... chi lo
sa?... Ma anche gli uomini pi intemerati e santi sono uomini; e non ponno
frugar ne' cuori de' benemeriti mortali se non gli acuti contemporanei che
hanno potuto leggere attentamente ne' loro occhi. Or mentre Parini tuonava, il
conte Verri era impegnato in un discorso colla marchesa Ottoboni, alla quale
proponeva, essendo essa letteratissima, di tradurre il teatro francese
applaudito, e segnatamente le ottime commedie di Molire, per tentare in tal
guisa di purgare anche il teatro comico a Milano dalle scipite laidezze
ond'era contaminato, chiamando cos il Verri in ajuto delle sue idee
innovatrici l'opera altrui; applicando la sua immensa attivit a infondere
vita nuova a tutto quello che invocava una riforma nella sua patria, e amando
che fosse applicato a s quel passo di Sofocle:

Per me, per voi, per tutta
La citt mi travaglio ......

In altra parte poi, Cesare Beccaria, seduto solo, anzi sdrajato su d'un
canap, gi annojato del peso della sua precoce corpulenza e della gloria che
non aveva cercato, dissimulava, sotto l'aspetto d'una indolenza invincibile,
l'attivit prodigiosa ma intermittente di uno spirito che conflagrava a
sbalzi, e prorompeva poi come la lava; e, inerte, pareva non avesse n
pensieri n volont di pensare, e non badasse a nessuno dei discorsi che si
facevano intorno a lui; ch girava vagamente la semichiusa pupilla di cosa in
cosa, come uno che abbia piuttosto volont di dormire che d'operare; ma in
realt ascoltando tutto, e avvicinando le idee estreme che tumultuavano in
quella sala nel cicaleccio di tante persone, e di ciascuna idea che gli
paresse non rigettabile facendo base alla feconda generazione di tutte le idee
conseguenti, colla prontezza d'una facolt induttiva prodigiosa.
Ora nel punto che codesto quadro animato si moveva in sala, sul terrazzone
agitavasi un altro quadro animato, pi attraente di quello che stava in sala,
essendo costituito di belle e giovani gentildonne.
I discorsi che volavano all'aria dalle lor bocche leggiadre non assomigliavano
a quelli che facevansi al di dentro. Non un tma industriale, non un tma
scientifico, non uno di belle arti, nemmeno di musica; se pure alle arti non
si volessero ascrivere i bei giovinotti attillatissimi che passavano a cavallo
per di l. Tenendo dunque dietro quelle care donne ai cari giovani,
d'improvviso chi stava in sala sent esclamare da mezza dozzina di bocche:
Guarda, guarda guardate il Galantino. E tutti, meno il Beccaria, che non
avrebbe lasciato il molle canap per tutto l'oro del mondo, si fecero al
terrazzo, ai balconi, alle finestre, tanto quel Galantino era diventato un
oggetto di moda, un capo d'arbitrio, come suol dirsi; tanto era esso presente
alla memoria di tutti, poich l'eccesso della sua famigerata ribalderia, quasi
redenta da una smodata fortuna, la quale pareva si dilettasse a camminar
sfacciatamente sul collo alla virt; e l'origine abbiettissima di lui, come
veniva giudicata dalla casta patrizia preponderante e trionfante in quel
secolo, dissimulata dalla pi bella faccia di giovine che mai abbia adornato
corpo di duca o di marchese, e dalle pi belle gambe che mai abbiano fatto
risaltar forme greche e guizzar muscoli gladiatorj sotto a maglie di seta
bianca, producevano un tale imbroglio e generavano una confusione nelle teste
di quelle giovani dame, le quali cavavano pure il fazzoletto canforato se mai
bottegajo o bracciante lor passasse d'accosto, che a vantaggio del Galantino
avrebbero rinnovate le sommosse cruente di Roma antica per mettere la plebe
sulla testa dei patrizi.
Il nostro vecchio amico Bruni, che conobbe il Galantino e lo vide pi volte in
Milano tanto a cavallo che a piedi, un d, mentre stava raccontandoci i suoi
fasti pi celebri, ci fece il suo fisico ritratto senza trascurare la
ricchezza degli accessorj. Io non mi ricordo riportiamo le precise parole del
Bruni d'aver mai veduto pi bell'uomo vestito pi sfarzosamente; e quando esso
cavalcava per la citt, preceduto da un servo gallonato, il suo nobile
aspetto, lo sfarzo de' suoi abiti, la ragazzaglia che spesso gli traeva
dietro, tutto questo, ad un forastiero che lo avesse visto la prima volta
senza conoscerlo, potea facilmente darlo a credere pel governatore della citt
o per qualche altro distinto personaggio. Eppure era quello che era, e mio
padre, col quale mi trovavo a Milano nel '66, mi disse d'averlo veduto pi
volte aiutare il mozzo di stalla dell'albergo dei Tre Re ad attaccare i
cavalli alle vetture.
Venendo ora al fatto nostro, la comparsa del Galantino sotto i balconi di casa
Ottoboni-Serbelloni diede una repentina diversione a tutti i discorsi che si
facevano dalle persone l convenute, associandole tutte in una discussione
sola. Pochi momenti prima era entrato in sala lord Crall. Il fasto del Suardi
fece mettere sul tappeto l'editto del '66. Parl il Verri, parl il Parini,
parl Beccaria, parl il giovane Guglielmo. E il dibattimento fu tale, che
merita la pena che noi lo riproduciamo, tanto pi che la conseguenza di esso
fu una pericolosa risoluzione presa dal figlio di donna Paola, risoluzione che
aggrupp, facendolo pi serio, il dramma.


III

 Bello eh?... disse ironicamente il segretario Cesare Larghi, il celebre
villottista, alla figlia maggiore della contessa Marliani che somigliava alla
madre.
 Altro che bello, bellissimo... rispondeva la contessina; guardate l il
marchese Sannazzaro e don Glicerino Brebba che figura fanno, cavalcando poco
discosti da lui.
 Io scommetto, entrava a dire una assai matura dama, la quale era per stata
molto giovane e molto bella, e s'era giovata troppo bene e della giovent e
della bellezza; io scommetto che venne fatto uno sbaglio o dalle comari o
dalle balie, e che colui fu tramutato in cuna con qualchedun altro... perch
il sangue sopraffino si conosce alla sua pelle. Guardate l il conte V... che
gli passa accosto galoppando... Chi venisse oggi a Milano per la prima volta,
e non sapesse niente di niente, come mai potrebbe dire che colui  un grande
di Spagna, a dispetto di tutto quell'oro... e che il Galantino  quello che ?
 Sapete cosa c' di nuovo, cara contessa?
 Sentiamo.
 C' di nuovo che tanto il conte V... quanto il Sannazzaro e don Glicerino e
il conte Alberico che vedo laggi e gli altri, farebbero assai bene a studiare
un certo epigramma che so io, e a metterlo in pratica, gi s'intende colle
opportune varianti...
 Sentiamo l'epigramma...
 Scusate se vi richiamo un nome che puzza di scandalo... ma chi non ha
conosciuto la Valaperta?...
La dama torse il viso con un lezio della bocca che significava schifo e
ribrezzo...
 Eh, non occorre che mi facciate quel viso, amabile contessa. Ma volere o non
volere, se la Valaperta gir da una mano all'altra per vent'anni e su tutte le
piazze come una cambiale tempestata di accetto e di firme; ci non vuol dire
che non fosse molto bella e in ultimo molto ricca, e che scarrozzasse su e gi
per di qui e per il corso di via Marina con gran treno e livree rosse...; ma
un bel giorno si videro scritte su tutte le cantonate della citt queste
parole chiare e tonde:

La Valaperta infame
Oggi trionfa in cocchio.....
Andate a piedi, o dame.

E l'epigramma fu cos efficace, che una grida, con minaccia di multa e
prigionia e corda, non poteva essere eseguita pi puntualmente; tanto che per
una quindicina di giorni non si videro pi carrozze al corso, n dame in
volta... e la Valaperta, vedutasi sola e saputa la congiura, lasci Milano e
spar... Ecco dunque quel che dovrebbero fare questi cavalierini sciocchi...
 Scusate, ma se le dame avevano ragione, i cavalieri avrebbero torto;
credereste forse voi che, scomparendo i cavalieri, il Galantino volesse
scomparire per puntiglio?...
 Per puntiglio, no certo... non  un uomo tanto sottile di pelle. Tuttavia la
ribalderia scornata in pubblico farebbe sempre il suo buon effetto...
 Caro il mio Larghi, entrava a dire il Londonio pittore, non  troppo facile a
scornare la ribalderia quando mette gli speroni e va a cavallo; e cavalca
meglio della virt....
 Vi prego di andare adagio colla virt, faceva osservare il Parini, perch non
mi pare che nel conte V..., per esempio, e nel conte Alberico F... e nel
principe B... ella abbia dei rappresentanti troppo legittimi. Quando si nasce
sul materasso trapuntato di zecchini, a non commettere ladrerie e trufferie
non occorre di essere n sant'Ambrogio, n san Carlo...
 Sono anch'io del vostro parere... ma giacch si parlava di scornare i
ribaldi... io li ho ben tratti nell'agguato l'altro jeri... e senza pigliar le
cose sul serio... anzi...
Il vecchio Galmini, amicissimo di Londonio, proruppe in una risata a queste
parole, soggiungendo poi:
 Questo l'ha proprio trovata fuori di conio; e dimostr l'inutilit delle
dimostrazioni in pubblico... e la sciocchezza dell'astenersi dal piacere di
tirar tabacco per farla ai fermieri.
 Ma cos'ha fatto? dissero molti ad una voce, cos'ha fatto?... qualcuna delle
sue, gi m'immagino... Ors, raccontate...
 Ma non san nulla... lor signori?...
 Davvero che  stata bella, diceva il Larghi, ma non tutti hanno il coraggio e
la vena e il buon tempo di questo bel matto qui...
 Raccontate dunque...
 Ma io stupisco, diceva il Londonio, che non se ne sappia ancora niente...
Per m'accorgo che quelli stessi che furono presi in trappola sono andati
d'accordo nel non lamentarsi in pubblico... Ah ah ah!!
 Sentiamo dunque...
 Care damine gentili... abbiano pazienza, ma non son cose da dire a loro... I
loro nasi ne soffrirebbero pi che i loro cuori; e altro che canfora ci
vorrebbe...
Ma continuando il Galmini a sganasciarsi dal ridere, cresceva nelle dame la
volont di ascoltare, mentre il Londonio si faceva serio, di quella seriet
comica che mette il buon umore negli astanti, e accennava di non rompere il
silenzio.
 Suvvia, dunque, parlate...
 Ma e poi, se mi fan mettere alla porta?
 Non lo faremo.
 E poi, se venendo per far loro una visita, ordineranno ai servi di dirmi che
non sono in casa?
 Non lo faremo.
 E poi, se non permetteranno mai pi ch'io parli alla loro presenza?...
 Lo permetteremo sempre.
 Sempre?
 S.
 Lo promettono?
 Lo promettiamo.
 Ebbene... si tratta di...
E tutte le dame, a sentir la parola che noi non vogliamo trascrivere, ma che
usc dalla bocca di Londonio, fuggirono chi in un lato, chi in un altro della
sala, gridando ad una voce: Uh!...
 Or basta cos, disse allora seriissima la marchesa Ottoboni, ma nascondendo i
guizzi del riso sotto a muscoli protesi a gravit. Basta cos...
 Adesso poi, mi permetta, marchesa, ma voglio andare innanzi io... Sappiano
dunque che luned, la direzione dell'ufficio della Ferma generale ricevette
una lettera anonima, che io naturalmente avevo letto prima che fosse
ricapitata. Nella qual lettera era fatta la denuncia Qualmente che in casa
del pittore Londonio fosse nascosta una quantit considerevole di tabacco da
naso, tabacco di Spagna di prima qualit... e che era nascosta nei tali e tali
luoghi... Ora la lettera anonima fece presa... e tanto, che nell'ora in cui
si stava a tavola, tre commissarj della Ferma, due tenenti della giunta, due
bargelli del capitano di giustizia si presentano al portinajo di casa, il
quale tutto scalmanato entra e dice:  qui la forza... coll'ordine di fare una
perquisizione in tutti i locali della casa... Or viene il buono. Dietro la
scorta di una carta che avevano tra mano, si dirigono a luogo sicuro... e in
un sottoscala vicino al mio studio trovano una dozzina di boette, o almeno
d'involti che a loro pareano boette forestiere; e insieme con quelle tre
grandi vasi coperti; e dal sottoscala passando in giardino trovano altre
boette e altri vasi in un ripostiglio del corridojo... e cos altrove.
Scoperto il corpo del delitto, fatta portar penna, carta e calamajo, due de'
commissarj della Ferma e un tenente della giunta si accingono a stendere il
processo verbale... ma prima, a constatare la qualit del tabacco, que' tre
personaggi gravi, arcigni, terribili, fatto scoperchiare un vaso, immergono le
loro sei dita contemporaneamente come se facessero l'esercizio, portando poi
ciascuno le due dita al loro naso magistrale; se non che, pur
contemporaneamente, si guardarono in faccia con un tale scontorcimento del
viso e tali smorfie strane, che per quanto io fossi preparato, non potei
trattenere gli scoppj del ridere... Allora... quei tre minossi, compromessi
nel decoro, proruppero in basse villanie contro di me... ma io intimai loro il
rispetto alla casa altrui, mentre li invitava a spiegarmi il motivo della loro
venuta... E cos, dopo molto tempestare, dovettero partire scornati; ch in
conclusione non era tabacco, ma fimo polverizzato di stambecco e di bue e di
cavallo, ecc., ecc., e quei signori credo che avranno dovuto consumar molto
ranno e sapone per lavarsi le mani, e purgare le narici autorevoli. Del resto,
la cosa mi pare che abbia fatto un cert'effetto... perch  da tre giorni che
non si sente a parlare di perquisizioni domiciliari.
Cos parl il Londonio, tra il riso mal celato delle dame permalose e curiose;
e noi lo abbiamo lasciato dire perch il lettore sapesse un fatto che,
propalato allora dal Londonio stesso, men rumore per tutto il Ducato. Del
rimanente, quando mai avessimo offesa la delicatezza squisita de' nostri
lettori, la colpa non  nostra, se dovendo porre in iscena la vena
epigrammatica del pittor Londonio, il quale fece tanto ridere il suo secolo,
non abbiam potuto far peccare quest'uomo per abuso di acque nanfe, mentre fu
una sua abitudine costante il non lasciar mancare mai l'odor d'ammoniaca negli
intingoli delle sue incessanti celie, che mettevano di buon umore anche le
dame pi accigliate.


IV

 Bravo il nostro pittore, disse lord Crall; il vostro spirito, per maturare,
ha bisogno, come i cavoli dell'agro lombardo, di essere ingrassato dal
concime. Voi avete trattato da pari vostro questa faccenda, ma io la tratterei
da par mio, ossia con tutta la seriet di cui pu essere capace un uomo che
ride due o tre volte in un anno; e vorrei che i signori commissarj della Ferma
venissero una qualche volta in casa mia; una volta sola, e vi assicuro che,
senza tener conto delle conseguenze, io farei tal cosa da insegnar la
giustizia col mezzo della violenza. Giacch pur troppo mi accorgo che contro a
certi mali ci vogliono rimedj speciali. Ma intanto mi scusi l'abate Parini, se
questa volta me la piglio anche con lei.
 Con me?
 Precisamente con lei per quanto io le sia obbligato da tanta gratitudine.
Prima di tutto, a che essere ammesso, pe' suoi meriti straordinarj alla
confidenza del conte Firmian, che mi dicono avere l'istinto del bene, senza
parlargli chiaro, e senza dimostrargli lo scandalo dell'ultimo editto? In
secondo luogo, a che avere tra le mani l'arme onnipotente di una gazzetta,
lasciata in suo arbitrio, senza adoperarla quando pi freme il bisogno? A Roma
la Ferma venne abolita in virt delle gazzette;  una gazzetta che fuori di
qui scarica assiduamente le sue armi per ferire la Ferma. Ma le armi degli
ignoti valgono poco. Vuolsi che la verit sia fatta risuonare da un uomo
venerato dal pubblico e rispettato dagli stessi uomini del potere, perch sia
riconosciuta siccome tale da tutti; ed io sono certo che se nel gazzettino di
Milano uscisse una catilinaria dell'autore del Giorno contro agli arbitrj de'
fermieri, questi si conterrebbero alquanto, o l'autorit penserebbe a
contenerli.
 Mi piace la vostra franchezza, giovane generoso, rispose il Parini, ma quel
che torna inutile non va fatto. L'autorit che un uomo d'ingegno e di cuore
s' legittimamente acquistata, finisce a spuntarsi quando il pubblico
s'accorge che, per quanto ella sia generosa, non viene ascoltata. Avete veduto
che risultamenti ebbe la notizia che ho spacciato sull'abolizione de'
castroni. Lodi da Voltaire, lodi da Federico di Prussia, lodi da tutte le
teste quadre d'Europa. Fin qui va benissimo. Ma gli elefanti canori continuano
a contaminare le scene; e tutti gli anni genitori spietati offrono sul bacile,
in sacrificio all'arte musicale, la parte migliore de' loro figliuoli... ed
io... io son posto nella schiera di coloro che tengono, da quelli che in
apparenza lodano l'ingegno, sprezzandolo in fatto, il permesso di garrire a
deserto. Del rimanente ho parlato al conte Firmian di quello che tanto vi
cuoce, e per consolarvi, vi dir che qualche cosa si far, e l'editto verr in
gran parte riformato; e poi c' qui il consigliere Verri che...
 Io spero, prese la parola il Verri, di poter venir in aiuto dello scherzo
serio del nostro pittor Londonio e della vostra giusta indignazione, lord
Crall. L'abate Parini, protestando sul gazzettino e contro l'autorit di chi
ha fatto l'editto e contro i fermieri che lo usufruttano colla pi schifosa
interpretazione, sapete che avrebbe raccolto gran lode dai buoni, e basta
l... ma si sarebbe inimicato il governatore, e sarebbe stato perseguitato,
Dio sa in che modo, dagli interessati alla Ferma; e il pubblico non ne avrebbe
avuto nessun vantaggio. Queste cose, caro mio, bisogna pigliarle blandamente;
e poi quando si vuole inoculare ai grandi e ai piccoli, a chi comanda e a chi
obbedisce il senso della giustizia e della moralit, sapete che cosa bisogna
fare? bisogna far s che la giustizia e la moralit trovi un posto sul libro
mastro del dare e dell'avere, e farle comparire non pi austeramente vestite e
colle mani vuote, ma addobbate sfarzosamente, e col cornucopia versante
dobloni nelle casse dell'erario. Non  che la finanza, la quale in certi casi,
confederandosi colla giustizia, pu, facendo i proprj, far anche gl'interessi
della povera compagna, quasi sempre derelitta.  un pezzo che lavoro a queste
cose, e gi ho aperto gli occhi a chi li aveva chiusi naturalmente e a chi li
teneva chiusi per convenienza. Persuaso di questo, ho cominciato a fare
indagini insistenti per redigere un bilancio dello stato del commercio nel
ducato milanese, che feci pubblicare senza perder tempo. Io sapevo benissimo
che, a discoprire gli altari e a togliere il velo ai misteri, pi di uno
avrebbe guaito, e qualcheduno anche di quelli che stanno pi in su. Il che di
fatto avvenne, ed ebbi accusa d'avventato e d'imprudente; perch non si voleva
che io mettessi il pubblico a parte delle mie rivelazioni; e si amava
piuttosto che dalla mia testa le versassi nella testa altrui, senza che nemmen
l'aria se ne accorgesse. Ma io sapevo quel che mi facevo, prima di tutto
perch fatto palese il falso movimento di un congegno della gran macchina
civile, chi la governa  costretto ad operare a suo dispetto, e a suo dispetto
spesse volte s'incammina a raccogliere gli applausi della moltitudine; poi,
perch di questi applausi, giacch avevo fatto la fatica, desideravo averne
anch'io la mia quota; e ci mi pare che sia ragionevole. Intanto sono riuscito
a far comprendere che l'innocente diletto di far strillare il pubblico sotto
alle battiture dei fermieri costava allo Stato due milioni all'anno, e che
per l'abolizione d'infinite vessazioni ne faceva entrar due nelle casse
erariali. Quando gli atti magnanimi fruttano danari  facile a farli diventare
contagiosi. Ecco perch senza perdere gran tempo, sono riuscito a insinuare
l'idea della Ferma mista. Questo  il primo passo, ed era il pi difficile; il
resto verr da s.
 Ma come avvenne, domandava il Parini, che i ventotto capitoli dell'editto del
mese d'aprile, i quali hanno messo la costernazione in tutto il popolo, sono
posteriori alla vostra nomina di consigliere del Consiglio d'economia, e alla
vostra elezione a rappresentare il Governo nella Ferma mista?
 L'editto era gi steso, e per quanto io abbia strepitato, lo si volle far
impastare sulle cantonate della citt, perch i fermieri furono pi forti
d'ogni pi forte ragione.
 E perch, per il momento, soggiunse il Beccaria colla solita sua aria
sbadata, due mila ducati nelle saccocce di chi porta l'armellino sotto la
toga, pesano di pi che due milioni nelle casse forti della finanza. In ogni
modo puoi chiamarti fortunato, il mio Pietro, perch appunto hai trattato una
questione, in cui l'amore per il pubblico bene si trasmuta in oro sonante.
Cos potessi anch'io provare che la riforma del diritto penale  un buon
affare di commercio da convertirsi in danaro; che in quarantott'ore
scomparirebbero dai crocicchj gli squallidi apparati della tortura... Cos qui
il nostro abate Parini avesse potuto dimostrare che l'abolizione de' castroni
 un lauto affare di finanza; ch allora avremmo veduto un decreto del
Ganganelli a precedere gli encomi di Voltaire. Cos il suo Giorno e le sue
Poesie... Ma che cos' successo che lord Crall grida come uno spiritato?
Codesta repentina diversione del discorso di Beccaria era infatti provocata
dalla voce di lord Crall, che tuon improvvisa, come allorch sorviene qualche
disastro, o corre qualche ingiuria tra gl'interlocutori.
Che , che non , tutti si misero ad ascoltare. Un giovinotto, entrato allora
in casa Ottoboni, avea raccontato che, cavalcando lungo il corso di porta
Romana, e piegando, per la strada del naviglio, verso san Barnaba e le vie l
presso, avea veduta accorrere gran folla di gente per quei luoghi quasi sempre
abbandonati; ed egli per curiosit tenne dietro alla moltitudine, e venuto al
monastero di San Filippo, avea sentito come i commissarj della Ferma colla
sbirraglia erano entrati a perquisire in convento; e siccome ad onta delle
mille esorbitanze de' fermieri, pur era quella la prima volta che si
attentavano di introdursi in un monastero, cos la voce corsa v'avea chiamato
e vi chiamava gran gente.
Lord Crall a quel racconto, in prima era rimasto immobile, poi non avea potuto
trattenersi dal rompere in parole della pi violenta esasperazione: e Spada e
pistola ci sono, grid... e qualcuno oggi la pagher per tutti, e cos
dicendo, calcandosi il cappello a tre punte in testa, usc come un invasato
dalla casa Ottoboni.

V

Il giovane Crall, uscito dal Palazzo Ottoboni-Serbelloni, fece la via con
quell'affannosa sollecitudine di chi non ha altro timore che d'arrivar tardi.
Passando a volo tra gente e gente, venuto alla corsia de' Servi, svolt a
sinistra nella contrada de' Pattari, pass per piazza Fontana, venne in
contrada Larga, attravers la contrada Velasca e, riuscito a Porta Romana,
pieg a destra, e svolt infilando la viottola di san Vittorello, giunto alla
met della quale entr in una porta larga e tozza, quella porta medesima su
cui oggi si legge Vettura per citt e per campagna. Attraversato il cortile,
si ferm davanti ad un ingresso chiuso da due imposte, nella destra delle
quali era infisso un pendulo martello a serpente. Diede due gran colpi, l'uno
vicinissimo all'altro, poi attese alquanti secondi, e diede un terzo colpo pi
deciso e pi sonoro dei due primi. Allora le imposte si spalancarono, come se
un nascosto congegno le avesse fatte girare, e com'egli fu entrato, quelle si
chiusero dietro lui. Il luogo dove lord Crall avea inoltrato il piede, era
un'aula vasta; tre lampade pendevano dalla vlta. Questa e le pareti eran
tutte tappezzate di drappo nero; scheletri interi e frammenti di scheletri
umani, costati, braccia, stinchi, teschi erano appesi intorno intorno come
trofei. Una gran tavola coperta di panno nero era ad un'estremit dell'aula.
Assiso innanzi ad essa stava un vecchio, d'aspetto grave, con due altri seduti
alla destra ed alla sinistra di lui. Sulla tavola, davanti all'uomo seduto nel
mezzo, era un teschio, uno squadro, una cazzuola ed altri ordigni. Dietro a
lui, molto in alto, pendeva dalla parete un quadro che rappresentava i ruderi
di un gran tempio, sulle due colonne anteriori del quale si leggevano queste
parole: Iachin e Booz. Sotto ad esso era un tripode, e sul tripode una lampada
funeraria, da cui guizzava una gran fiamma verde-azzurra che rischiarava
misteriosamente quel quadro e tutta l'aula e le faccie dei tre che stavano
innanzi alla tavola, e le trenta o quaranta faccie degli altri, seduti in
ampio cerchio rimpetto ai tre. Quando il giovane Crall fu entrato, pronunci
le stesse parole che si leggevano sul quadro Iachin e Booz, e tutti si
alzarono, ed egli prese posto tra gli altri. Ma ora, perch il lettore non
sospetti che lo si voglia divertire colle fantasmagorie della lanterna magica,
sappia che era quella un'adunanza di uomini appartenenti a quella societ
segreta, i cui fasti, giusta la credenza di alcuni dei suoi pi fanatici
seguaci, si sprofondavano nella pi remota antichit, societ che si vantava
discendente persin dai vetusti Bramini, dai Ginnosofisti, dai Druidi remoti;
che credeva procedere dai misteri eleusini; che venerava qual suo gran maestro
capostipite l'architetto Hiram, il costruttore del tempio di Salomone; ed ecco
perch sulle due colonne superstiti del portico del tempio distrutto, cui
figurava il quadro che abbiam descritto, vedevansi le parole Iachin e Booz, le
quali vennero fatte scolpire da Hiram sul tempio di Gerusalemme, per accennare
alle idee della edificazione e della forza. Mentre per quella societ
gloriavasi d'una nobilt tanto antica, che all'uopo non bastandole di fermarsi
ad Hiram, risaliva a trovar le sue origini fin nella torre di Babele,
compiacevasi pure di procedere da pi umile ma pi prossimo e pi sicuro
stipite; ch dopo il secolo VIII e nei secoli XII e XIII, nell'occasione
segnatamente che fu innalzato il tempio di Strasburgo, fu dessa rappresentata
e diffusa vastissimamente da quella confraternita di capimastri e muratori che
lavorarono ai pi cospicui edificj di tutte le parti d'Europa, e impressero
dappertutto con opera continua ed uniforme, quello stile d'architettura che,
falsamente detto lombardo in Italia e falsamente gotico in Francia, non fu
altro che il neogreco, il quale, abbandonato il Partenone, si era appreso al
tempio cristiano. Se non che il fatto dell'architettura murale s'era
convertito in simbolo dell'idea di civilt e di progresso; epper tutt'Europa
avea brulicato di tante figliazioni di quella societ, quanti erano uomini
invaniti della persuasione di poter essere illuminatori del loro secolo.
Una tale societ che, senza essersi mai spenta del tutto, ebbe per de'
periodi del pi inerte languore, si ridest tutt'a un tratto verso la met del
secolo passato in Inghilterra prima, poi in Francia, e colla pi rapida
moltiplicazione poi in Italia. Nel 1732 avea stabilita una loggia a Roma. Nel
1747 ne piant una a Milano (si chiamavano logge i luoghi delle sue adunanze).
Nel 1766 ella viveva ancora ed avea residenza appunto nella contrada di san
Vittorello. L'autorit conosceva l'esistenza sua, ma non ne pigliava gran
fastidio perch da essa non era mai derivato danno di sorta; d'altra parte
sapeva che la moltitudine, alla quale era pur nota l'esistenza di lei, la
derideva manifestamente, e perch non avea mai veduto procedere da essa atto
veruno che, in poco o in tanto, influisse sul bene pubblico; e perch sapeva
come quelle serali e notturne conventicole si sciogliessero spesso in pranzi
lauti e cene prolungate. Comunque del resto fosse di ci, nel tempo a cui ci
troviamo colla nostra storia, quella societ, ingrossata di fresca schiera e
sollecitata da qualche spirito fervoroso, avea preso un avviamento un po' pi
determinato e serio. A noi non consta che il Verri v'appartenesse. Il suo
ingegno acuto e pratico e consistente gli avr fatto riconoscere e deridere
l'inutilit di tali riunioni. Ma vi appartenevano molti suoi amici, e di
quelli ch'egli stimava e che stimavano lui, tra' quali il giovane Crall,
ch'era il pi caldo di tutti.
Questi, domandata ed ottenuta la parola dal gran maestro presidente, cos
parl a quell'adunanza:
 Venerabile maestro del grand'Oriente, maestri fratelli, compagni ed iniziati,
la causa che qui m'ha oggi mandato  della pi alta importanza, ed ha bisogno
della vostra forte e pronta cooperazione. Nelle ultime adunanze, a voti
unanimi, fu determinato che la nostra loggia sarebbe d'ora innanzi intervenuta
immediatamente a soccorrere il prossimo in pericolo, non soltanto coll'opera
del pensiero, ma anche con quella della mano, esponendo al bisogno anche la
vita, quando l'occasione fosse stata grande ed urgente. Venerabili fratelli,
quest'occasione  venuta! Tutte le case, tutti i ceti, tutte le confraternite,
tutti i corpi sacri e morali della citt di Milano sono da pi giorni esposti
alle violenti soperchierie, ed alla rabida fame de' fermieri. Sono esposti
eziandio agli arbitrj, ai capricci, alle voglie talvolta oscene degli sgherri
della Ferma. Finora vennero risparmiati gli asili delle sacre vergini, dove si
raccolgono per educazione le fanciulle delle pi distinte famiglie della
citt. Ma oggi per la prima volta si penetr in essi. Il monastero di San
Filippo Neri fu, momenti sono, invaso dalla sbirraglia de' fermieri, sotto
pretesto che vi sia nascosta mercanzia di contrabbando. Propongo adunque che
quanti siamo qui tra i pi giovani e i pi avvezzi all'arme, usciam tosto per
recarci col a respingere la violenza colla forza.  necessario un esempio, 
necessario che qualche vita si sacrifichi alla giustizia,  necessario che
qualche fatto enorme scuota dal colpevole letargo coloro che pur tengono il
mandato del pubblico bene, ma che, impinguati dalle volpi, chiudono gli occhi
e lasciano fare. Quelli che sono del mio avviso, permettendolo il maestro
venerabile, si alzino dunque e mi seguano.
A queste parole cos determinate, proferite con voce sonora e con accento
caldissimo, successe un bisbiglio fra quanti erano l radunati nell'aula. Il
maestro venerabile, con placido discorso, tent dissuadere il fratello Crall
da quell'impresa arrischiata; il maestro oratore venne in soccorso del
venerabile, cos pure il maestro tesoriere e il segretario, tutte persone che
probabilmente non volevano compromettere i pranzi e le cene future con qualche
passo arrischiato.
 Ma a che, grid allora il giovane Crall, abbiamo pronunciato con tanta
solennit il giuramento dell'ordine? Dimmi tu, e qui si rivolse ad un giovane
vicino, dimmi tu che l'altro giorno non eri che un lupicino venuto a cercar
qui la luce (si chiamavan lupicini i candidati prima di essere ricevuti in
quella societ), dimmi ora dunque: che cosa hai giurato quando fosti trovato
degno di essere ammesso fra gli adepti? Parla, che cosa hai giurato su questa
spada?
 D'amare i miei fratelli, e soccorrerli a norma delle mie facolt.
 E a che hai acconsentito quando mai tu non sapessi mantenere il giuramento?
 Che mi sia troncato il capo, strappato il cuore, abbruciato il corpo e
gettate le ceneri al vento.
 E perch dunque una cos atroce sentenza?... soltanto forse per togliere la
possibilit che qualcuno di noi manchi al convegno, quando si tratta di sedere
a mensa per divorare con formidabili ganasce le pi saporite imbandigioni? 
forse ai cuochi soltanto o ai vinattieri che abbiam giurato di esser utili? e
per cos poco mettere a repentaglio e testa e cuori e ceneri? Suvvia, dunque,
che si fa?
Al venerabile manc la parola, tacquero l'oratore e il tesoriere. Una dozzina
di giovinotti si alzarono, sfoderando le spade e gridando: Noi siam tutti
pronti, se lo permette il venerabile. Questi croll il capo, e disse: Andate,
che la fortuna vi salvi, ma ricordatevi del segreto. L'adunanza si sciolse, e
ne uscirono una decina di giovani armati di spada e di proposito deliberato.
Or lasciamo che costoro s'avviino verso il monastero di San Filippo,
prontissimi a cavar dal fodero di pelle bianca inverniciata la spada non ancor
molto cruenta, e in procinto di produrre un tal disordine, da far strillare di
spavento la madre badessa, le monache e le educande e da costringere le leggi
tapine a dar la testa nelle muraglie per la novit del caso. In questo
frattempo noi dobbiamo recarci altrove ad assistere a un dialogo tra il
Galantino ed un personaggio che comparir per la prima volta in iscena, ma che
fu da noi tante volte nominato, e che, a tutto rigore, potrebbe reputarsi il
primo personaggio del dramma, o per lo meno il personaggio indispensabile;
perch se costui non fosse nato, non sarebbe avvenuto nulla affatto di tutto
quanto abbiamo raccontato e racconteremo. Egli  il figlio della Baroggi, il
pupillo patrocinato indarno dal galantuomo Agudio. Noi l'abbiamo nominato pi
volte quand'esso non aveva che cinque anni, ed ora che dobbiamo conoscerlo di
presenza ha compiuti gli anni ventuno, ed  sotto-tenente nelle guardie di
confine della Ferma generale; carica che press'a poco ora corrisponderebbe a
quella di sergente nelle guardie di finanza. Ma in che modo questo
disgraziatissimo giovane, che pure fu a due dita di essere uno tra i
pochissimi benedetti dalla fortuna e dalla ricchezza, pass i sedici anni dal
1750 al 1766? in che modo il Galantino, per le sue buone ragioni, and a
soccorrere la povert infelicissima della madre di lui e ad offrire al
figliuolo un posto tra le guardie della Ferma? a che cosa or lo vuole
adoperare, per usufruttuare il beneficio, nel colpo che sta per tentare? che
effetto sar per fare in convento la comparsa d'una dozzina di giovani guardie
della Ferma, protette dalla legge, prepotenti e viziate? che sar per nascere
dal parapiglia guerresco tra i compagni della loggia di san Vittorello
capitanati da lord Crall, e che stranissimo qui pro quo potr generarsi da
tutta questa arruffatissima matassa?


VI

Intanto, prima di assistere al dialogo tra il Galantino e il figlio della
Baroggi, e a sapere in che modo incominci la relazione tra l'uno e l'altro ed
inoltre com'erano riuscite infruttuose le cure del prevosto di san Nazaro e
dell'avvocato Agudio per far constare la paternit del defunto marchese F... a
favore del fanciullo stato battezzato nella parrocchia di san Nazaro sotto il
nome della madre; cos avendo voluto il marchese stesso, previa una
dichiarazione orale fatta dal medesimo al prevosto, colla quale avea promesso
di volere a tempo migliore dargli il proprio nome.  a sapere altres come la
testimonianza solitaria del prete non avea avuto nessun peso in giudizio,
perch la consuetudine voleva che insieme col parroco testimoniasse anche il
padrino il quale manc; e nemmeno ebbe valore la testimonianza del notajo
Macchi, quello ch'era stato chiamato a stendere il testamento nel quale veniva
istituito erede il figlio della Baroggi, pur nominato qual figlio dal marchese
testatore, ed assunto al diritto e all'obbligo di portarne la parentela; e
tutto questo ad onta del patrocinio dell'avvocato Agudio, che invano aveva
adoperato tutta la sua sapienza e sagacia legale per far che quelle due
testimonianze avessero valore a provare la paternit che si negava dagli
avversarj. Ma gli avversarj erano riusciti a convincere i giudici, o almeno i
giudici avevano avuto il loro interesse a lasciarsi convincere, come quelle
testimonianze dovessero valutarsi separatamente e al cospetto di due
circostanze diverse e che per, prese isolatamente, non dovevano e non
potevano avere nessuna forza di prova; e tanto meno, in quanto il registro
battesimale era il solo atto scritto legittimo e pubblico a cui doveva aversi
riguardo nella trattazione di quella causa. Bene l'Agudio aveva insistito
nella dimostrazione che, sebbene fosse vero, per essere la testimonianza del
notajo Macchi relativa alla scritturazione d'un testamento, e quella del
parroco relativa ad una dichiarazione orale fatta dal marchese in tutt'altra
circostanza e per tutt'altro intento, che dovessero prendersi isolatamente;
non di meno venivano esse come a confederarsi ed a costituire la validit
della duplice testimonianza quando si guardava al solo ed esclusivo fatto
della paternit.
Perduta adunque la lite dalla Baroggi, sentenziate insussistenti le sue
pretese a favore del di lei figlio, ella si venne a trovare nella pi
deplorabile condizione.
Il prevosto che l'avea presa a proteggere, erale sempre stato liberale di
qualche soccorso, anche dopo svanita ogni speranza; ed avea provveduto
eziandio a far educare convenientemente il fanciullo. Ma, per disgrazia,
venuto a morte anch'esso, nel 1761, la Baroggi si trov derelitta del tutto,
con un figlio che avea sedici anni, non in posizione di continuare
nell'educazione incominciata, non atto a guadagnarsi tosto il vitto per s e
per la madre, dimostrando bens le pi belle attitudini, ma nell'incapacit di
poterle far maturare e condurre a perfezione.
Allora la sventurata Baroggi erasi rivolta allo stesso conte Alberico, il
quale, per levarsi l'importuna d'attorno, ordin che il maggiordomo le
contasse qualche danaro. Ma il maggiordomo, sborsato per quella volta la somma
di che aveva avuto l'ordine, provvide da quell'ora in poi a sbarrar la porta
alla sventurata, e a spuntare gl'improvvisi affetti di quella piet
superficiale e sbadata che pur sorgeva in petto al giovine conte ogni
qualvolta gli perveniva qualche supplica straziante di quella povera donna.
Questo fatto provoc un certo rumore nella citt, tanto che giunse
all'orecchio anche del Galantino, il quale di quella faccenda ne sapeva
qualche cosa pi di tutti. Ora la notizia della condizione deplorabile in cui
versavano la Baroggi e il figlio di lei (e difficile a dire se per un senso di
piet spontanea, o per qualche altra causa meno generosa bench pi forte),
gli fece una profonda impressione, tanto profonda che pens di mandare un suo
commesso dalla madre a proporle se voleva impiegare in qualche modo il figlio
presso gli ufficj della Ferma, che gli sarebbe dato un salario sufficiente
onde provvedere a s ed alla madre. In tal guisa il giovinetto Giulio Baroggi
fu impiegato in prima siccome scrivano; poi avendo mostrata assai svegliatezza
e solerzia, venne promosso a commesso delle esattorie, infine a sotto-tenente
nelle guardie della Ferma; carica che gli fruttava un non dispregevole
salario, una bella divisa, e molti di que' guadagni che soglionsi chiamare
incerti, sia per le quote che gli eran contate sulle perquisizioni e
contrabbandi, sia pel soprassoldo che toccava quando aveva il mandato di
percorrere alla testa di un numeroso drappello di guardie tutta la linea del
confine.
Se non che la necessit di vegliare le notti, di vivere tra la pi rozza
gentaglia, e pi di tutto, i tristi pensieri che gli derivavano dal confronto
tra quello che era e quello che avrebbe potuto essere, gli fecero contrarre la
mala abitudine della gozzoviglia, del bere, dell'uso e dell'abuso
dell'acquavite, per dar tono alla vita, per mettersi all'unisono e acquistar
baldanza tra quelli a cui comandava, e pi ancora per scacciare i molesti
pensieri, che si facevano sempre pi intensi quando la reazione che succedeva
all'esaltazione provocata dalle bevande spiritose, gli lasciava infiacchita la
fibra e pi disposta a subir l'influenza della tristezza. Codeste sue
abitudini non gl'impedivano per di essere zelantissimo alle sue incumbenze,
perch la natura gli aveva pur concesso saldezza di mente e saldezza di
carattere. Bens lo avevano condotto al punto d'impegolarsi nei debiti e
tanto, che non sempre i suoi guadagni poteano bastare a conservare alla madre
quella vita modestamente provveduta che pure fervorosamente egli desiderava
nella quiete dell'animo suo, ma di cui si dimenticava tra i bicchieri e tra i
compagni. Da ci dovettero originare disgusti e malumori e alterchi tra lui e
la madre, la quale finiva in pianto le sue querele, lasciando il figlio
desolato e pentito e pieno di proponimenti di cangiar vita. Per la tristezza
gli si era confitta nell'anima al punto, che la giocondit anche passeggiera
non era pi una condizione naturale del suo spirito, ma un effetto artificiale
delle bevande spiritose, delle quali ormai non poteva pi far senza, perch
erano il solo mezzo che gli era rimasto a dar qualche istante di requie
all'anima travagliata, press'a a poco come chi fa tacere lo stridore dei denti
col versarvi sopra l'alcool addormentatore.
Insistendo sul qual fatto, egli  a considerare come dall'infanzia alla
fanciullezza, alla giovinezza, avendo egli sempre avuta dinanzi la figura
turbata e piagnolosa della povera sua madre, necessariamente gli si venne
invelenando l'esistenza; sentendo a parlar sempre di miserie, e vedendo sempre
la disgrazia in casa, il suo spirito avea, per questo lato, contratta quasi
l'abitudine del timore, come que' fanciulli che, percossi continuamente da
madri spietate, si rannicchiano tremanti ad ogni alzar di braccio che pur si
mova per tutt'altro. Cos anche allora che non v'erano occasioni che potessero
presagire infortunj, egli viveva col sangue agitato, e paventava miserie che
non solo non eran probabili, ma impossibili. Su questa condizione, diremo
fondamentale, della sua esistenza, si vennero poi radicando altri sentimenti
profondi. Un odio implacabile contro ai ricchi e ai nobili, che usciva affatto
dalla ragionevolezza e dalla giustizia, ma che pur troppo era spiegabile in
chi era stato ed era ancora la vittima d'uno di loro, e pareva dovesse
portarne le conseguenze in perpetuo. Il marchese F... aveva ingannato sua
madre, e sebbene il Baroggi credesse che colui avesse testato a favor suo,
temeva tuttavia non fosse stato anche quello un giuoco ingannatore per
togliersi d'attorno gl'importuni, i quali volevano impedirgli di lasciar tutte
le sue ricchezze al fratello, e di appagar la boria coll'accrescer sempre pi
l'importanza del casato. In quanto al conte Alberico,  inutile a dire
com'egli lo abborrisse con tutta l'esaltazione di un sentimento implacabile.
Se non che d'accosto a tant'odio contro di un ceto in genere e di que' due
uomini in ispecie, quasi per concedere un po' di riposo al suo spirito, il
quale sarebbe stato consumato da quell'assidua acredine, venne spuntando, lo
abbiamo gi detto, il sentimento della gratitudine per colui che solo fra
tutti egli poi ne ignorava la vera cagione aveva pur provveduto a sostenerlo,
ad ajutarlo, a beneficarlo. E questa potrebbe parere una fortuna, se la
disgrazia non avesse fatto che un tal protettore fosse di quelli appunto che
si chiamano piaghe e vituperi dell'umanit.
Questi poi alla sua volta tenevasi caro il Baroggi, perch si valeva di lui in
quelle circostanze dove era necessaria una stoffa d'uomo pi sopraffina del
consueto, una cera pi gentile e modi pi delicati di quelli che mostravano
comunemente i bassi impiegati e le guardie della Ferma. Dopo tutto alfine  a
confessare che il Suardi si compiaceva dei beneficj che faceva al suo giovane
protetto, e che in cuor suo lo compiangeva, e non pensava e non guardava a
quel giovine senza sentirsi tanto quanto commosso. La natura del Galantino era
tristissima, il lettore ne ha delle prove per fin soverchie; ma avendo il dono
di una mente svegliata, questa di tanto in tanto mandava sul cuore di lui un
raggio benefico, che lo rendeva migliore. Si addomestica il leone e l'orso
nero, perch un certo loro istinto d'intelligenza permette all'uomo di
ammansarne la ferocia. Ma l'orso bianco  implacabile, perch  il pi torbido
di tutte le fiere. Il Galantino tristissimo aveva pur pensato a cercare e
della Baroggi e del figlio suo. Il conte Alberico invece, dopo un pugno d'oro
concesso per forza, li aveva lasciati alla loro miseria.
Ben  vero che il Galantino pi di tutti doveva misurare l'infortunio di
quella madre e di quel figlio. Ma il conte Alberico sapeva pure che il defunto
marchese ne era il padre, sapeva pure che un testamento era stato scritto a
suo favore, sapeva pure che quel testamento era stato trafugato, e che credeva
che fosse distrutto; sapeva pure che la fortuna, il solo giuoco della fortuna
aveva messe a sua disposizione le ricchezze che avrebbero dovuto appartenere
al figlio Baroggi. Ma una volta che si sent protetto e salvo e assolto dalla
legge, e che la legge avea alzato un muro di divisione tra lui conte e il
Baroggi finanziere, non pens mai che dalle sterminate sue rendite che
ascendevano a lire milanesi seicentotrentamila, poteva levarne,
senz'accorgersi, una lievissima annata, che pure avrebbe bastato a sostentar
due vite e a stornare la maledizione dal capo dello zio defunto, e da quello
del padre e dal proprio. Or chi dunque pu dirsi pi tristo, tra l'ex-lacch
Galantino e il conte Alberico F...?


VII

Tornando ora al racconto, quando il Galantino, passando a cavallo sotto al
balcone di casa Ottoboni, attrasse gli sguardi e provoc i parlari delle donne
allegre e voluttuose che vi stavano radunate; in quel punto, agitando molti
disegni in capo, pensava di volgere la corsa verso la casa propria, dove avea
fatto dire al sotto-tenente della Ferma, Giulio Baroggi, che si trovasse in
sul tramontare della giornata, che egli avea gran bisogno di parlargli. E il
Baroggi fu pronto alla chiamata, tanto che, quando il Suardi scavalc nel
cortile della propria casa, quello lo stava aspettando da quasi mezz'ora. Il
Suardi sal appena il portinajo gli nomin il sotto-tenente, ed entrato
nell'anticamera, e vistolo a passeggiare innanzi e indietro:
 Attendi un istante che vengo subito, gli disse.
 Faccia i suoi comodi, rispose quegli, levandosi il cappellino, e calcandoselo
di nuovo in testa quando il Suardi si ritir.
Vestito della sua verde assisa, coi rivolti bianchi al petto, alle maniche ed
alle falde, colle uose di panno nero che gli giungevano a mezza coscia, colla
sciabola cinta non senza una certa trascuratezza che aveva il suo vezzo, col
cappellino a tre punte tanto piegato in sulla banda destra, che il
sopracciglio veniva quasi tagliato a met; nel passeggiare innanzi e indietro
per l'anticamera presentava quell'aspetto eteroclito che, assunto per una
consuetudine indeclinabile, sembra farsi quasi una seconda natura in tutti
quelli che, senza appartenere alla milizia regolare, portano divisa ed armi in
servizio degli ordini civili, e nelle frequenti scaramuccie coi
contrabbandieri, sono esposti ai pericoli della guerra, essendo ascritti al
men glorioso esercito della pace. Tuttavia le mosse ch'ei faceva nel
passeggiare, pi che quelle di una guardia di finanza vera e reale, parevano
quelle di un attore che ne caricasse le apparenze per rappresentare un
personaggio. Ch di tanto in tanto, e per atti fuggevolissimi, la trivialit,
quasi assunta per proposito, tradiva una certa eleganza nativa, avendo esso la
taglia spigliata e leggiadramente costituita, e la fisonomia e i contorni e i
tratti del volto belli e gentili. Bens sul fondo bianco e pallido della
faccia, nella regione dei zigomatici segnatamente, si vedea soffusa una tinta
come di rosso di mattone, la quale non pareva naturale, sibbene
artificiosamente sovrapposta, ed era infatti l'insegna dell'acquavite e del
rack di cui faceva tanto abuso. Esso non contava che ventun anni, ma ne
dimostrava buonamente una mezza dozzina di pi, perch'era torbida la tinta
dell'occhio, il quale per, sotto all'ampio e puro arco del sopracciglio,
girava con guardatura intelligente ed espressiva e soave, quando era in calma.
Dopo brevissimi istanti rientr il signor Suardi, e disse lesto e sommesso al
Baroggi:
 Andiamo di l che t'ho a parlare di un affare urgentissimo... Quante ore
abbiamo? aspetta, e gi tardi... e cos dicendo condusse il Baroggi in un
gabinetto vicino.
 Sai, continuava il Suardi, che in sull'imbrunire i commessi della Ferma
devono fare una minuta perquisizione nel convento di San Filippo Neri, perch,
per sicurissime informazioni, sappiamo che v' nascosto in gran quantit del
tabacco forastiero.
Il Baroggi guard il Galantino con un lezio del volto significantissimo.
 Chi ve l'abbia gettato non si sa... perch non par vero nemmeno che la madre
badessa, per il suo privato consumo e per quello delle suore coadjutrici...
basta... qualcuno sar stato... e a noi non importa n di chi n del come n
del quando; quel che preme si  che la perquisizione non torni inutile... E
voglio che anche tu sii presente... essendo necessario che quella gentaglia di
commessi e guardie e sbirri sia tenuta in freno... tu mi capisci.
 Capisco benissimo. Ma capisco anche che si pu fare un buco nell'acqua.. e
che questa volta era meglio chiudere un occhio e lasciar che il tabacco
marcisse in convento, anzich liberare il volo ai falchetti e gettarli tra
quelle povere rondini. Il malumore della citt  al punto, che un minimo fatto
di pi basta a convertirlo in una tempesta da ammaccar il capo di chi si
lascer cogliere. Figuratevi poi questa bagattella. Fin ad ora non fu mai
fatta perquisizione in nessun monastero... Torno a ripetere, mi pare che
questo voglia essere un colpo falso, di quelli che feriscono e fanno saltar le
dita a chi tiene l'archibugio.
Il Galantino tacque un momento, con un certo atto di preoccupazione, poi
soggiunse:
 Ma, caro mio, la legge c', e se ci fu pel convento dei Cappuccini, e per
quello dei Barnabiti... e per casa Visconti e per casa Arconati... ci pu e ci
dev'essere anche per la casa delle monache. Chi sono infine quelle pettegole?
i signori che hanno fatta la legge dovevano pensarci loro...
 Ma sapete, signor Galantino... gi qui si pu parlar chiaro, che nessuno ci
sente... sapete che quell'editto fu una grande iniquit... e dacch Milano 
Milano non s' mai vista la magistratura a tenere il sacco ai... che cosa si
ha da dire?... ai birboni e ai ladri... come in quest'occasione?...
 Come? ai birboni e ai ladri?
 So quello che dico... e quand'esce una legge di quella conformit, chi ha
l'incarico di farla eseguire ha naturalmente il mandato di fare il ladro e il
birbone... Ed io dichiaro di aver dovuto essere e l'uno e l'altro, quantunque
a mio dispetto. E, giacch si ha a dire la verit tutta quanta, ho avuto caro
che voi m'abbiate fatto chiamare, dal momento che avevo un ardente desiderio
di parlarvi...
 Parlarmi? e di che?
 Di questo, che se fosse possibile farmi passare dal corpo delle guardie negli
ufficj d'amministrazione, a me parrebbe di toccare il cielo col dito.
 Io t'ho fatto nominar sotto-tenente perch sapevo che un tal posto impingua
le saccocce.
 E ve ne ringrazio e tanto, ch, dopo mia madre, siete voi il solo uomo a cui
mi professi obbligato in tutta questa mia vita maledetta...
 Maledetta... perch tu l'hai voluto... tu bevi, tu giuochi, tu gozzovigli, tu
spendi e spandi, e poi tua madre piange... ed io...
 Voi mi avete sempre soccorso, e torno a ripetere che a voi solo io sento
l'obbligo della pi profonda gratitudine... ma...
 Che?
 Quando un uomo  nato per correre ad un fine e riesce ad uno opposto; quando
un uomo si sente la mente e il cuore fatti per riuscir bene in una certa vita,
e dal bisogno  invece costretto a far quello che gli ripugna... allora 
necessitato a violentar la natura propria, ubbriacandola, affinch non si
risenta del peso insopportabile che gli  imposto. Quando ho bevuto e la testa
mi si esalta, posso vivere tra quella masnada di briganti che ho d'attorno.
Quando ho bevuto, e il mio cuore  addormentato e i miei sentimenti sono
soffocati, posso anch'io dar mano alle nequizie che si compiono per obbedire
la legge. Del rimanente, sarebbe ora minor male se ci fosse il pericolo di
affrontarla: ci sarebbe almeno il merito del coraggio. Ma cos  una
vigliaccheria senza esempio. Io so che il boja  pi abborrito
dell'assassino... il mondo almeno la pensa cos, e c' il suo perch... Ora
noi siamo ancor peggiori di lui, ch, se non altro, egli uccide i colpevoli,
mentre noi ci facciamo il pi tristo giuoco de' galantuomini.
 Non so che dire, e pu darsi benissimo che tu abbia ragione, ma se domani
vuoi lasciar gi questa giubba color pistacchio e questa sciabola, bisogna che
tu stasera, anzi fra pochi momenti, lor faccia guadagnare il ben servito.
 Vale a dire?... Non afferro bene.
 Vale a dire che tu devi far parte della spedizione del monastero.
 Io?
 Tu.
 Ma perch?
Il Galantino stette un momento perplesso, poi soggiunse:
 Perch voglio che il conte Alberico F... vada al diavolo e crepi di bile.
Il Baroggi si fece attento.
 Caro Giulio, tu sei il primo al quale faccio una tale confidenza; ma in
conclusione ho stabilito di prender moglie...
 Niente di pi naturale e di pi facile.
 Naturale s, facile no... Non per la moglie, ma per quella che voglio io; e
quella che voglio io  nientemeno che la promessa sposa del conte Alberico (il
lettore comprender come questa fosse un'invenzione del Suardi), e tutto 
pronto, e si dice che il bello e leggiadro e profumato e viziato conte, messi
da parte i suoi cento amori, e lasciatine gli avanzi alla servit come si fa
cogli stivali e colle calze smesse, siasi innamorato perdutamente di quella
che piace a me. Ma il conte non l'avr e non la sposer... e tu mi devi
ajutare.
 Io?... Ma che cosa posso far io?
 Sai tu dove sta di casa quella che piace al conte e piace a me?... non lo
sai? ebbene te lo dir io: sta di casa nel monastero di San Filippo, ed 
piaciuta anche a te...
 A me?
 Tu l'hai veduta e guardata e lodata un giorno in cui, mentre passeggiavi con
me, ella mi pass vicino, accompagnata dalla livrea di casa Pietra-Incisa.
 Chi?... quell'angelo?...
 Quello appunto... ma oggi ha da volar via, e sei tu quello che gli dee fare
spiegar l'ali e farlo uscire, non dalle finestre... guai! ma da un uscio che
t'indicher.
 Ma che vi pensate? Io non sar mai per far questo.
 Tu lo farai.
 E quand'anche avessi tutta la miglior volont di obbedirvi, non vedo nessuna
via da poterne uscir fuori ... Prima non la conosco, colei... ed ella non
conosce me ... e poi una fanciulla non  una puledra da farsela venir dietro
passo passo soltanto col darle a veder lo zuccaro.
 Senti, Giulio; la cosa non  facile e, se vuoi, nemmen troppo probabile;
possibile per mi pare che sia. Forse, da che ci sono al mondo conventi di
monache,  la prima volta che un decreto della magistratura ingiunge ad una
truppa di giovinetti armati e caldi d'acquavite, di entrare tra la santit e
l'innocenza, come se fosse in caserma; non s' mai sentito che il pastore il
quale ha in custodia le pecore si confidi alle volpi ed ai lupi per guardarle
dai cani. Non c' che dire. L'autorit ha perduta la testa... ma conviene
approfittare di questo capogiro, di questa ubbriachezza non mai udita, perch
scommetto che ci non sar mai per avvenire una seconda volta. Ora tornando a
noi, la novit del caso metter una tal confusione nella testa di quella
povera badessa, e di quelle semplici e buone suore maestre e coadjutrici e
sorveglianti, che le monache e le monachelle giovani e le educande si
spanderanno per i corridoj e per i cortili con un gusto matto. Tu un momento
fa hai parlato di puledre: ebbene... metti che il fuoco s'appigli ad un
fenile, e da quello ad una scuderia.  gi molto che i palafrenieri pensino a
salvar la pelle, senza tener dietro ai cavalli che, rotta la catena e la
cavezza, si spanderanno per la citt con trotto vivace e allegro, e coi
nitriti della libert. Ho tenuto conto di tutto, e il mio piano non  una
pazzia.
 Quasi.
 La possibilit della riuscita c', e ci mi basta. Dunque cosa intendi di
fare? Bada intanto che  un affare d'urgenza e non c' tempo da perdere.
 Non so che dire... io non mi prendo questo impegno.
 Che?
 Dite quel che volete, chiamatemi ingrato... sconoscente. Dir che avete
ragione, ma per quest'impresa io non mi movo. Mi son dato alla crapula per
stordire la testa e far il callo alle bricconate legali....figuratevi se nel
giorno stesso che voglio cangiar professione e vita... posso commettere una
vilissima scelleraggine... posso ingannare... trafugare una povera ragazza...
per metterla nelle mani di chi... domando mille perdoni, ma di chi non 
certamente un santo.
Il Suardi, a queste parole, guat in prima torvamente il Baroggi, poi fece due
o tre passi per la camera concitato e convulso; poi si piant in faccia al
sotto-tenente, pigliandolo per mano colla sinistra, e mettendogli la destra
sulla spalla.
 Tu credi, Giulio, che di questa fanciulla io voglia farmi un giuoco osceno e
crudele. T'inganni. Pure mi piaci, e ti voglio bene ancor pi di prima, e
ammiro il coraggio onde rifiutasti di dar mano a un'azione, perch temevi
fosse per essere scellerata. Ma t'inganni, Giulio. Io ho trentacinque anni...
e in parte puoi immaginarti e in parte lo sai, quante e quante donne mi
corsero dietro... semidee e semidonne; la lista di Don Giovanni potrebbe parer
la polizza del tuo pranzo in confronto. Ebbene... questa  la prima volta
ch'io mi sento innamorato, innamorato alla follia, innamorato al punto da
compromettere tutta la mia esistenza, e tutta la mia ricchezza accumulata con
tanti pericoli e con tanta fatica, per il desiderio che mi tormenta di poter
avere in moglie questo angelo del paradiso, che  venuto quaggi per fare il
miracolo di convertire al bene i demonj dell'inferno. Io non vanto nessuna
nobilt, ma, siamo sinceri, il mio blasone potrebbe sempre essere la coda del
diavolo in campo rosso. Eppure, da qualche tempo, io mi sento
tutt'altr'uomo... e se questa fanciulla potesse mai diventar mia moglie...
certo che il mio avvenire sarebbe la pi luminosa ammenda del mio passato.
Dunque?...
 Posso ammirarvi, posso anche compiangervi, ma non posso ubbidirvi... ve l'ho
gi detto. Sono stanco di fare il servitore d'anticamera nel palazzo
dell'iniquit. Io non nego che voi abbiate delle buone intenzioni... ma
ingannare, insidiare una fanciulla... perch, in fin dei conti, voi siete
padrone di essere innamorato di lei, ma ella non  poi obbligata a diventar
vostra moglie.
 Quella fanciulla  innamorata di me, come non lo fu mai nessuna delle tante
donne e fanciulle che ho conosciute....
 Quand' cos, andate voi stesso; la vostra presenza far certo pi effetto
della mia. Tutto quel che si pu fare...  che... indossiate la mia montura, e
facciate suonar questa sciabola sul lastrico del convento; giacch mi sembra
che vi prema di non essere riconosciuto... e ci  troppo naturale.
 Caro mio, tu hai studiato pi di me, ma sei pi giovane di me... e sarai
sempre men dritto, meno esperto e men ragionevole di me. Sei contento a
prestarmi sciabola e montura, e non vuoi prestarmi la mano. Ma giacch abborri
il male, e non vuoi commetterlo credendolo tale, se ritiri la mano devi
ritirare anche la sciabola. In conclusione hai paura di esporti per me.
 Paura? lo sanno i contrabbandieri di confine... lo sanno gli spalloni che
sono armati di tutto punto, quasi come i soldati del reggimento Clerici.
 Se dunque non hai paura... prestami mano, ch a far riuscir bene l'impresa
non basto io solo; ma guarda come sei caparbio e a torto. Tu facendo il mio
piacere fai quello della fanciulla, fai crepare di rabbia il conte Alberico;
tu che l'hai tanto colla casta dei nobili, fai s che un ramo d'un loro
antichissimo albero s'innesti su d'un albero plebeo, bench carico di frutti e
di fiori: tutto ci tu fai ajutandomi.
E qui si ferm come colpito da un forte pensiero, poi continu:
 Infine... sai tu quel ch'io posso fare per te?... sai che da un atto, da un
atto solo e rapido della mia volont, dipende che tu dall'oggi al domani
diventi a un tratto uno de' pi gran ricchi del ducato di Milano...!
Il Baroggi si scosse a tali parole, e lo guard fisso, e colla pupilla
penetrativa parve addentrarsi in quella del Suardi, che si ferm ad un tratto
impallidendo, poi:
 Vieni con me, soggiunse; e lo trasse in una camera attigua.
Il Suardi si tolse allora una piccola chiave che aveva in uno dei due taschini
dei due orologi; sal su di un seggiolone di cuojo, accost la mano per alzare
un lembo della tappezzeria di damasco verde, foggiata a tenda; poi si rivolse
ancora pi pallido di prima, e ridiscese... e accost la bocca all'orecchio
del Baroggi. Questi era muto, e il cuore gli batteva per l'affanno della
curiosit e dell'aspettazione.


VIII

Quando il Suardi ebbe messo il labbro all'orecchio dei Baroggi, si trattenne
di colpo, come se un secondo pensiero avesse istantaneamente distrutto il
primo; si trattenne, e a colui che stava in sull'ale:
 Quel che ti volevo dire te lo dir domani. Il tempo passa, e se si giunge
tardi non si fa nulla. Per ora, affinch tu metta il cuore in pace riguardo
alla purezza di quella fanciulla, ti propongo questo partito: se mai si
riesce, come spero (ch allorquando una cosa la si vuole la si ottiene, purch
la volont sia quella tale), se mai si riesce dunque a trarla dal monastero,
ella rimanga, finch sar bisogno, presso tua madre. Tua madre che colle
ginocchia logora i gradini degli altari, e si macera, poveretta, nelle
preghiere e nei digiuni, pentita e strapentita e troppo pentita di avere... ma
non richiamiamo il tristo passato, che, del resto, s'ella fu ingannata, non ha
ragione di credersi colpevole, mentre non fu che una vittima. Tua madre sia
dunque la sua custodia. Cos tu non potrai avere pi scrupoli... e mi
presterai quell'ajuto, senza del quale non si pu far nulla. Suvvia,
coraggio... e pensa al tuo avvenire.
Capit a molti, anche tra uomini i pi tenaci del loro proposito, di avere a
lungo respinte le insidiose insinuazioni degli scaltri con franchissimo
coraggio, e che poi, o per qualche accidente inaspettato o per la stanchezza
della lotta, si sentiron costretti a lasciarsi trarre nel laccio senza dir di
s e senza dir di no, e di seguire, sebbene contro genio, la volont altrui. 
sempre la storia del diavolo e delle sue tentazioni. Un tal fenomeno lo
dovette subire anche il Baroggi. Quella uscita inaspettata del Suardi sulla
facolt che aveva detto d'avere, di poter cambiare dall'oggi al domani la
fortuna di lui; le parole e i modi misteriosi onde egli avea toccato quel
tasto, la tappezzeria rimossa dalla sua mano, quasi fosse per discoprire cosa
della pi alta importanza, e fino a quel punto gelosamente celata; tutto ci
gli mise una tale agitazione nel sangue, una tal commozione nel cuore, una tal
confusione nella mente, che, in una parola, non si trovava nella condizione di
prima. Egli sapeva la storia del Galantino, e la sua prigionia e la tortura
subita e sopportata, e le carte importanti trafugate al defunto marchese,
sicch a queste cose egli corse di slancio col sospetto, appena il Galantino
gli parl con quel piglio misterioso. Allorch poi quegli tronc il discorso,
e, svoltandolo in un altro, propose al Baroggi di affidar la fanciulla a sua
madre; non ebbe in quel momento il coraggio di costringerlo a palesar tutto, e
d'altra parte non seppe persistere nel rifiutargli il proprio ajuto, perch
non voleva lasciarsi fuggir di mano l'occasione e il merito di poter penetrare
in quel segreto, che era stato ed era, e, sino a quel punto, gli pareva che
avesse dovuto continuare ad essere, il segreto di tutta la sua vita. Non
rispose dunque nulla all'ultimo eccitamento del Suardi, bens, come questi si
mosse, gli tenne dietro sbalordito e pensoso e disposto a far tutto quello che
colui avrebbe voluto in quel giorno. Cos usciti dalla stanza, discesi in
cortile, salirono nella carrozza che li aspettava, dicendo il Suardi:
 Strada facendo ti spiegher il mio piano.
Mentre il signor Suardi, al pari di un comandante in capo, insieme col suo
ajutante di campo, guardando di tratto in tratto l'orologio, si recava al
quartier generale, lontano dalla mischia, e nel tempo stesso in situazione di
accorrere al riparo, e d'improvvisare sul medesimo campo di battaglia un nuovo
colpo strategico, quando mai un rovescio inaspettato fosse per mandare in
dileguo il primo piano gi da lungo meditato; i commessi incaricati della
perquisizione, le guardie, gli sbirri, quelle col loro archibugio ad
armacollo, questi colla sola sciabola girata dietro le reni, erano usciti dal
palazzo della Ferma generale, e si avviavano difilati alla volta del monastero
di San Filippo Neri. Le ventiquattro erano passate, e gi stava per compirsi
l'ora che ad esse succedeva. Il sole primaverile illuminava per carit qualche
camerotto al quinto piano, dove degli estremi raggi stava approfittando con
ansiosa sollecitudine qualche povera cucitrice, la quale voleva compir l'orlo
di qualche camicia per risparmiare i tre soldi della popolana candela di sego.
In quell'ora, nella chiesuola del monastero di San Filippo, nella parte ch'era
segregata dal pubblico, erano discese la madre badessa, le suore maestre, le
monache semplici, le converse, le incipienti, e il drappello delle educande.
Il mantice dell'organo veniva caricato d'aria da due grosse e ottuse converse;
intanto che, quasi a provare la quantit d'aria che era entrata nelle canne, e
la propria valentia nell'arte, una mano percorrendo agilissimamente i tasti,
ai profondi suoni della canna maggiore, con netta e rapidissima decrescenza,
faceva succedere il sibilo acuto e flautato della canna ottavino. L'organo,
come al solito, dava in sulla parte della chiesa aperta al pubblico, e i pochi
che a quell'ora erano intervenuti, guardando attraverso la griglia di legno
che dal parapetto dell'organo si alzava fino a due terzi della canna maggiore,
vedevano per la luce di due ceri, i quali erano accesi al disopra della
tastiera, muoversi tre teste. Ed eran le teste della suora maestra di canto
fermo e d'organo, e di due fra le allieve pi distinte in quell'arte. Di
queste due, quella che, seduta alla tastiera, sbizzarriva colla mano
velocissima, era la giovinetta Ada. Poco dopo, dall'altare, collocato dietro
al muro che divideva la chiesa in due parti (e faceva riscontro all'altro
posto oltre il muro, ed al quale si ufficiava per il pubblico), una suora
intuonava le litanie della Beata Vergine; ad essa, le altre monache, le
educande, il pubblico rispondevano, mentre l'organo colle sue echeggianti
variazioni interpolava ogni tema di que' predicati, coi quali la pi sublime
poesia sgorgata dall'entusiasmo della fede e dell'amore decor il nome di
Maria.
Di qui passando altrove, il lettore pu accompagnare di nuovo i commessi della
Ferma, usciti dal palazzo dell'amministrazione generale per recarsi al
convento, quando le litanie potevano essere al loro termine. Allorch dunque
il primo dei commessi, lasciati i compagni nella via di san Barnaba, entrava
nell'ortaglia dov'era il nuovo casino del signor Suardi, per abboccarsi con
lui, come aveva avuto ordine; la suora inginocchiata all'altare cantava gi il
concede nos famulos tuos, ecc., e quando, dopo avergli parlato, il commesso
usciva frettoloso, in compagnia del sotto-tenente Giulio Baroggi, aveva gi
rintronato sotto alle vlte della chiesa il sub tuum e l'a periculis cunctis
libera nos semper.
Una mezz'ora dopo, il commesso e il Baroggi e gli altri erano gi entrati in
monastero, e fu allora che quel gentiluomo amico di casa Ottoboni, galoppando
per diporto in quei luoghi, e saputa la cosa, s'era affrettato a raccontarla
agli amici, e innocentemente a mettere la tempesta nell'anima del giovane
Crall, che divorando e tempo e strada, corse alla loggia dei compagni
Frammassoni di San Vittorello.
Il sole era scomparso, da qualche tempo, e anche i luminosi crepuscoli di
quella serena giornata s'erano spenti affatto, e qua e l lasciavasi veder nel
cielo qualcuna delle stelle pi premurose, allorch sbocc dalla contrada di
San Vittorello quella scelta schiera di Frammassoni giovani e frementi, armati
tutti di spade e qualcuno anche di pistola; dispostissimi tutti a far nascere
un tale scompiglio e un tal disordine, che fosse poi atto a provocare un
ordine. Ed ora dobbiamo dire quello che, sebbene non sia indifferente, pur ci
fugg di memoria allorch parlammo di quella loggia di Muratori; ed  che fra
coloro i quali si trovavano presenti alla tornata, v'era un uomo che abbiamo
conosciuto fin dall'anno 1750, e che, se non fu il primo, non fu nemmeno
l'ultimo ad aver parte attiva negli avvenimenti d'allora; vogliamo dire il
signor Lorenzo Bruni, violino di spalla per l'opera, e primo violino del ballo
al teatro Ducale. Il lettore deve ricordarsi e della lettera che lo stesso
Bruni scrisse da Milano al signor Amorevoli, tenore al teatro di Dresda, per
dargli informazioni intorno alla figliuola della contessa Clelia V...; e
com'egli fosse venuto a Milano onde conchiudere di presenza, co' signori
ispettori del teatro Ducale, la scrittura di sua moglie, madama
Gaudenzi-Bruni, per la prossima stagione di carnevale.
Or dunque si aggiunga al resto che il Bruni, venuto a Milano solo, era stato
poi raggiunto dalla moglie e da un suo figlio giovinetto, il quale non aveva
ancora tre anni (Chi avrebbe detto a noi che questo fanciullo, figlio di un
tal uomo, dovevamo poi conoscerlo vecchio novantenne in riva al lago di
Pusiano, perch ci fosse anello di comunicazione tra il passato e il
presente!) Aggiunga inoltre il lettore, che il Bruni, per esser diventato
marito e padre, non aveva cangiato carattere, idee, aspirazioni, abitudini.
Che anzi in quegli anni, avendo percorso mezz'Europa, pi e pi s'era
infervorato nelle sue opinioni; che, siccome voleva la nuova onda delle cose,
s'era ascritto alla loggia dei Frammassoni di Parigi, che s'era messo in
comunicazione colle logge erette nelle principali citt d'Europa, e che
arrivato a Milano, e saputo della loggia milanese, avea sollecitato di
mettersi in comunicazione con essa; ch'era stato de' pi caldi ad esortarla
perch dall'inerte discussione passasse all'azione pratica. Infine che,
sebbene non avesse pi trentacinque anni, ma cinquant'uno, pure alla proposta
di lord Crall, s'era messo in compagnia de' giovani pi deliberati, sfoderando
anch'esso la spada, e giurando su quella, come voleva il formulare.
Ed or presto vedr il lettore fino a che punto sappiano giungere i maledetti
ghiribizzi della fortuna e gli strani giuochi della combinazione; e come il
signor Bruni ogni qualvolta inciampava nei ciottoli delle contrade di Milano,
avesse a dar della testa anche nelle corna del diavolo, occasionando trambusti
serj, e dovendo alla sua volta rimanerne vittima.


IX

Il generale in capo, ossia il Galantino, che, al pari del duca di Wallenstein,
combatteva per proprio conto, aveva dato ordine al suo ajutante di cogliere,
senza sgarrare d'un minuto, quell'istante in cui le monache e le educande,
uscite appena dalla chiesuola, si sbandavano per diporto, a sparsi gruppi,
lungo i corridoj ed i portichetti del monastero, aspettando che la campana le
chiamasse in refettorio per la cena. E un tal ordine venne di fatto eseguito
puntualmente; ch il giovine Baroggi era di quella tempra d'uomini che ponno
dubitare a lungo prima di accettare un incarico; ponno anche averlo accettato
contro la propria convinzione: ma una volta che hanno promesso di mandarlo ad
effetto, non disputano pi se sia buono o cattivo, onesto o turpe, utile o
dannoso; si dimenticano delle proprie persuasioni e di se stessi, non da altro
sollecitati che dal desiderio di farsi riconoscer degni dell'altrui fiducia.
Avea insomma le qualit d'un perfetto soldato, il quale pu disapprovare una
battaglia, una mossa strategica, ma si lascia tagliare a pezzi piuttosto che
mancar menomamente ad un comando ricevuto; con tali norme erasi comportato
infatti nella sua condizione di sotto-tenente della Ferma; disapprovava
quell'istituzione, e vituperava le malversazioni legali; ma quando al confine
comandava un picchetto di guardie, i contrabbandieri avevano con lui un
malissimo giuoco. Allorch dunque il piccolo esercito che era sotto la sua
direzione fu alla soglia della porta del convento, la prima cosa fu di posare
due guardie rappresentate dal loro fucile, ai due lati di essa; poi il primo
commesso, seguito da tutti gli altri, entr nel camerotto della vecchia
custode del convento, che trasal nel veder quell'uomo seguito da tanti altri
armati. Ma il commesso, alla vecchia che, per un movimento istintivo, si alz
da sedere e fece alcuni passi per piantarsi in luogo da sbarrar loro
l'entrata:
 Siamo i commissarj della Ferma, precedeteci, ch vogliamo parlare alla madre
priora del convento. Fate presto e non temete, ch non si vuol mangiarvi, n
voi n la madre priora n le monache; e senza dir altro, sforz, a cos dire,
il passo e varc la soglia, ed entr procedendo fino al secondo cortiletto del
monastero, seguto dal secondo commesso, da un sergente, dalle guardie, dagli
sbirri e dal sotto-tenente Baroggi che veniva ultimo e colla testa bassa.
Chi avrebbe detto alla pia fondatrice di quelle sacre mura che doveva venir
giorno in cui, senza un rispetto al mondo, avevano ad essere violate da uomini
profani, anzi dalla pi ribalda feccia degli uomini profani? Ma la vecchia
custode, volendo essere la prima a comparire innanzi alla reverenda madre
priora, stupita e barcollante s'affannava a precedere que' giovinotti, di cui
sentiva gli sghignazzi protervi.
Le monache e le fanciulle educande sfilavano in quel punto lungo un
portichetto, per dove avevasi a passare. La vecchia, con quello spavento di
chi ha in cura una nidiata di pulcini e osserva un gatto che li guarda e li
fiuta:
 Aspettate! esclam con un certo accento, nel quale si sentiva che il tremito
della paura materiale era confuso all'indignazione. Aspettate! ch la
reverenda madre priora viene in coda a queste.
V' una certa specie di rispetto e di riguardo che  provato anche da' pi
ribaldi, persino allora che sono ubbriachi. Tutti adunque si fermarono, mentre
il Baroggi, che stava dietro a tutti, si port anch'esso in linea per guardar
le fanciulle che passavano: e guard infatti, e vide quella che cercava.
Intanto, allo spettacolo nuovo e inaspettato di quelle faccie, di quelle armi,
di quelle canne lucenti d'archibugi, s'era messo uno strano bisbiglio e
scompiglio tra quella lunga fila di monache e ragazze; e s'udirono anche
esclamazioni di sgomento; e si videro anche alcune uscir dalla fila, e
affrettare il passo, e svoltare chi per una parte, chi per l'altra.
Sostati i commessi e il sotto-tenente Baroggi alla testa delle guardie, la
vecchia portinaja volgendosi alla madre priora, che gi aveva intraveduto
quegli uomini armati, con quel senso di stupore che non era e non poteva
essere sgomento, ma somigliava piuttosto al turbamento confuso di un cattivo
sogno:
 Reverenda madre, le disse con voce gutturale e pecorina, questi uomini sono
entrati, perch hanno voluto entrare e perch tengono un ordine da quelli che
comandano.
La madre priora, fattasi presso ai commessi della Ferma, che alla lor volta si
avanzarono verso di lei:
 Che cosa vogliono, loro signori? disse.
Le parole non erano che queste, ma le pronunci con quel piglio grave, severo,
burbero, di chi, preposta da trent'anni al governo del monastero, teneva
l'abitudine del comando pi assoluto e inesorabile, ed era avvezza ad essere
impreteribilmente ubbidita.
Se la madre priora avesse avuto maggior pratica di mondo,  certo che non
avrebbe parlato con quell'accento a quei rozzi uomini, i quali erano usi
anch'essi a non sentirsi contraddetti.
 Noi siamo i commissarj della Ferma, rispose con piglio pi rozzamente burbero
il primo dei commessi; e se siamo qui, vuol dire che ci possiamo stare; del
resto, per un di pi, veda vostra maternit l'ordine che teniamo dai nostri
padroni.
La reverenda madre lesse l'ordine scritto, poi soggiunse: Questo non sar mai.
Il primo commesso guard in faccia al collega a quell'uscita inaspettata della
priora; il secondo commesso guard al sotto-tenente Baroggi, il quale,
levatosi gi da qualche tempo il cappellino a tre punte, si avanz facendo un
profondo inchino alla reverenda.
La giovent, il bell'aspetto e gli atti di cortesia costituiscono sempre una
buona raccomandazione in quasi tutti i casi della vita: e tanto ci fu vero in
quell'occasione, che alla reverenda, senza ch'ella il volesse, anzi senza che
nemmeno pensasse a volerlo, si spianarono di tratto gli aggrottamenti del
ciglio, e si sciolsero due profonde rughe che le si eran fatte ai lati della
bocca contorta.
 A vostra maternit, continuava il Baroggi, raddolcendo pi che poteva la
voce, dev'essere noto l'editto pel quale  data facolt alla Ferma generale
del tabacco di mandare i suoi commessi anche nell'interno de' monasteri a fare
perquisizioni, quando vi sia presunzione che in qualcuno di essi siasi
nascosto del tabacco proibito.
 Che... che cosa... cosa mi tocca di sentire?
 Vostra maternit si degni ascoltarmi; la colpa non  n della Ferma n di
noi, e molto meno della vostra maternit reverenda se fu riferito trovarsi
appunto nascosta in questo convento una grande quantit di tabacco proibito.
Io sono persuaso che questa possa essere stata una denuncia infondata...
fors'anche la calunnia di qualche malevolo: ma siccome la legge parla chiaro,
e parla chiaro e forte anche contro di noi se ci rifiutiamo a fare il nostro
dovere; cos vostra maternit deve permettere che la legge venga in tutto e
per tutto eseguita.
Quantunque il Baroggi parlasse a voce alta, veniva essa per soverchiata dal
bisbiglio e dalla pispilloria di tutte le monache e fanciulle che si erano
affollate sotto al portico, tanto che le arcate echeggiavano di quell'insolito
frastuono raccolto in un sol punto. Le monachelle pi paurose, in prima
fuggite, eran tornate, attratte dalla curiosit irresistibile; le pi audaci
s'erano stipate in densa schiera presso ai nuovi venuti; le pi adulte fra le
semplici educande facevano luccicare, mentre parlavano, i loro vivaci e non
pi timidi occhi sul bello e giovane soldato che parlava. E non si pu nemmeno
sgridarle, poverette, giacch dal momento che non erano destinate alla vita
claustrale, la figura del giovane colla sua assisa brillante e la sciabola
lucente, che staccava sovra di un fondo cupo occupato dalle figure severe
della priora e delle suore maestre e dalle nere loro vesti, quasi somigliava
all'effetto che un cielo azzurro, riflesso da un lago, produrrebbe su chi
uscisse da un luogo tenebroso, dove sia stato a lungo per altrui volont.
Ma la reverenda, dopo aver girato un severissimo sguardo su quella truppa di
giovinette che facevano tanto rumore, e intimato loro il silenzio:
 Non nego la legge, disse, n l'ordine che tenete da chi l'ha fatta; ma prima
che io vi permetta di passar oltre, dovr parlare alla nobil donna
conservatrice di questo sacro asilo. L'autorit sar informata di tutto... e
allora... quando essa persista nel suo comando... voi potrete adempire al
debito vostro.
Il primo commesso a queste parole si permise di ridere villanamente; e per
ispirito d'imitazione fecero lo stesso e il secondo commesso e le guardie e
gli sbirri. Per verit che la reverenda madre l'aveva detta grossa; ma ella
non era poi obbligata ad intendersi molto dei diritti della finanza.
 Madre reverenda, soggiunse allora il Baroggi, mentre saettava un'occhiata
come di rimprovero a quei profani irrisori, noi non siamo obbligati ad
aspettare altri ordini dell'autorit; anzi il nostro obbligo preciso  di non
aspettarne alcuno. Bens vostra maternit potr sempre raccontar l'accaduto
alla nobile conservatrice del monastero, perch essa provveda a far mettere
questo convento sotto la protezione di un privilegio straordinario.
Il sotto-tenente non avea quasi finito di pronunciare queste parole, che il
commesso, perduta la pazienza:
 Ors, andiamo! disse al collega ed alle guardie. Noi sappiamo, madre
reverenda, dove fu nascosto il tabacco; non abbiamo nemmeno bisogno di scorta;
e cos dicendo varc l'arcata del portico, seguito dai soldati.
Il Baroggi lasci fare, e si ritrasse in coda. La madre badessa, coraggiosa
della propria autorit e di quello zelo ardentissimo di religione che mette
agli ultimi gradi tutti gli altri rispetti, fece, quantunque vecchia, due
passi rapidi e si piant innanzi al commissario, e:
 N voi n i vostri passerete per di qui, disse. Ma in quella le suore maestre
e coadjutrici le si fecero intorno come per trattenerla onde il commissario e
le guardie passarono oltre, fulminati dai solenni anatemi di lei, fino a che,
nell'eccesso dell'affannosa sua indignazione, ella cadde come spossata e
svenuta nelle braccia di quelle che la circondavano. Allora crebbe pi che mai
il susurro delle suore atterrite e indignate; allora s'udirono voci alte e
querule; e persino qualche scoppio di pianto di qualche fanciulla commossa;
allora, chi si fosse trovato l, avrebbe potuto assistere al vario modificarsi
delle varie indoli delle fanciulle ivi raccolte: ch alcune eran passivamente
atteggiate; altre, non trattenute da nessun riguardo, si sentivano tratte a
seguir quelle guardie per ispiare i loro passi; altre osavano perfino di far
sentire qualche mal compresso cachinno di riso; ed eran forse le pi riottose
tra le educande, quelle che pi spesso avevan subita la severit della madre
superiora, ed erano incoercibili dai castighi, e sospiravano di uscire a
respirar l'aria libera del mondo.
Quando i perquisitori si trovaron soli in un androne, il Baroggi li trattenne,
e disse:
 Or che volete fare senza la presenza di tre o quattro di codeste suore
maestre, giacch alla reverenda superiora  venuto un deliquio? Sapete bene
che, affinch la perquisizione sia legittima e non dia luogo a recriminazioni
ed a gravami per parte de' perquisiti, bisogna che il processo verbale venga
sottosegnato da qualcuno di loro. Perci  necessario che faccian
testimonianza del nostro operato tre o quattro di codeste suore, le quali, se
sono ragionevoli, non devono ritenersi in pericolo per trovarsi in mezzo a
noi, protette come sono naturalmente dalla loro vecchiaja e dalle grinze
impresse nella loro faccia dalla devozione e dalla penitenza. Or lasciate che
io vada a supplicarle perch vogliano seguirci, intanto che la reverenda
superiora attende a ricuperare i sensi smarriti.
E coloro, a tali parole, si fermarono, ed il Baroggi retrocesse per far quanto
aveva detto, ma pi ancora per ripassare tra la schiera delle giovinette
educande, in mezzo alle quali il suo occhio acuto aveva gi scorto quella per
cui era stata ordita una trama tanta complicata e pericolosa. Ritornato cos
nell'atrio, diede un'occhiata ai varj gruppi che s'eran sparpagliati qua e l
sotto ai portici; s'accost a quello dove rivide l'Ada; rispettosamente e col
miglior garbo s'accost, e:
 Dove si son ritratte le reverende suore maestre? domand.
Pi d'una rispose a quella domanda; e il Baroggi sent anche la voce della
fanciulla Ada; e pi d'una si mosse per andar a cercare di quelle venerande
che, nella confusione e nella preoccupazione del deliquio della madre
superiora, non avean pensato a non lasciar sole le loro giovinette allieve; e
si mosse anche Ada. Se non che il Baroggi, colto il punto, lesto e sommesso:
Ella aspetti... le disse; nell'ortaglia v' chi dee parlarle. Si volga per di
l, la supplico..., e via ratto come se nulla fosse, camminando sui passi
delle giovinette che s'eran mosse in cerca delle maestre.
Ada, a quelle parole del Baroggi, trasal e stette immobile alcuni istanti, e
pareva un leggiadro simulacro marmoreo che rappresentasse l'incertezza. Se non
che, allorch vide ritornar il Baroggi seguito da tre fra le venerande madri,
ella usc dalla immobilit, senza per uscire dalla perplessit affannosa.
In quel punto la confusione nel convento era giunta a quel grado che non
pareva potersi dar la maggiore. Chi andava da una parte, chi dall'altra; chi
stava origliando presso l'androne dov'erano entrati i perquisitori; chi,
salito che fu il Baroggi coi compagni e colle tre suore nella parte superiore
del monastero, tenne lor dietro per non saper vincere la curiosit; chi si
recava a domandar della salute della madre superiora; chi, tra le giovinette
pi ottuse, pi apatiche e pi sensuali, giacch era l'ora della cena, aveva
messo il piede in refettorio, sollecitata dal giovanile appetito che non
lasciava scorgere al mondo cosa veruna, la quale avesse maggior importanza
d'una buona minestra; chi tra le pi maliziose e ribaldelle s'ingegnava a far
chiose astute ed epigrammatiche sull'avvenuto. Solo Ada non faceva parte n
dell'una n dell'altra schiera.
Da molti e molti giorni ella avea cessato di mettere in comune i proprj coi
pensieri, colle cure e colle abitudini infantili delle compagne. Ella avea
smarrita l'allegria delle amiche spensierate, avea perduto l'appetito delle
amiche prosperose e placide; non sentiva la tentazione d'imitare le pi astute
e le pi riottose; in una parola, non trovavasi pi in monastero che colla
presenza materiale, perch col pensiero e col cuore trovavasi assiduamente
altrove.
Da alquanti giorni non aveva potuto vedere il giovane Suardi, perch, siccome
sa il lettore per le parole che la nobil conservatrice del monastero disse gi
a donna Paola, era trapelato qualche vago sospetto alle monache maestre, e
queste, tenutala d'occhio, non l'avean mai lasciata sola; per la fanciulla si
crucciava, e continuamente andava almanaccando sul modo di poter eludere
quell'assidua vigilanza. N mai si era attentata di affidare il suo pericoloso
segreto a nessuna delle compagne, nemmeno ad una che, pari a lei d'et e sua
vicina nella camerata, avea preso ad amarla svisceratamennte, sebbene
coll'amore pi d'una madre o d'una sorella maggiore che d'una compagna.
Codesta sua amica, figliuola d'un marchese Crivello, era piuttosto cagionevole
di salute, graziosa nel volto, ma tanto quanto deformata dalla rachitide,
fornita d'ingegno fuor dell'ordine comune, e infervorata di cos religioso
zelo, che quasi parea tramutarsi in quello che suol chiamarsi abito bigotto e
scrupoloso. Essa erasi accorta del segreto di Ada, ma avea taciuto. Amorosa,
previdente e prudente, pensava di vegliarla dappresso e di fare, per quanto
era in lei, la cura di quel male senza avvisarnela. Interrogata dalla
superiora e dalle maestre sul conto di Ada, quando s'eran messe in qualche
apprensione, e interrogata appunto perch la conoscevano come la miglior sua
confidente, ella tacque, ed anzi cerc stornare i sospetti, per stornare i
castighi dall'amica. Bens coi modi pi gentili nel discorso abituale, avea
tentato distogliere i pensieri di Ada da quella direzione che loro avea
comunicata la passione. Sempre adunque trovandosi seco, perch anche Ada la
ricambiava d'affetto sincero, e in que' giorni le stava pi del solito
accosto, accadde che, nel momento in cui il Baroggi s'era avvicinato al gruppo
delle educande dove di volo avea veduto la fanciulla Ada, questa parlasse
precisamente colla Crivello. Bene l'inchiesta del Baroggi aveva diviso quel
gruppo di fanciulle, ed Ada era rimasta sola un istante fuggevolissimo con
lui, ma la Crivello s'avvide che era corsa qualche parola. S'avvide e tacque,
e si dilung facendo mille pensieri, e fermandosi non veduta a guardare Ada
rimasta immobile e concentrata.
A questo punto eran le cose nel monastero, quando un sordo muggito di voci
confuse di popolo affollato e battimani e fischiate, contemporaneamente
rintronarono nel monastero; poi fu sentito un colpo secco d'archibugio
squarciar l'aria, ripercosso in degradate oscillazioni.


X

Quelle grida, quello scoppio di fucile giunsero fino al dormitorio delle
maggiori educande, dove i commessi della Ferma avevano gi trovato, lungo il
cornicione che lo rigirava, buon numero di boette di tabacco, con gran
meraviglia delle tre suore vegliarde che assistevano, dichiarando ad ogni
minuto la loro assoluta ignoranza di quella contravvenzione; e le grida e la
detonazione inaspettata colpirono di vario stupore i commissarj, le monache e
il Baroggi, che, senza dir parola, usc e discese precipitoso nel cortile.
Accorreva in quel punto la vecchia portinaja, accorreva una delle due guardie
state collocate ai lati della porta del monastero. Sotto l'androne della porta
si sentiva un crescente frastuono, in mezzo al quale spiccavano voci d'ira
veementissime; e quasi contemporaneamente fu invaso il cortile dalla folla. Il
Baroggi stupefatto si guard intorno e cerc la via dell'ortaglia che gli era
nota, e, quando fu in quella, vide una fanciulla che fuggiva seguita da
un'altra che cercava trattenerla. Egli credeva che Ada si fosse gi recata
nell'ortaglia, ma la ravvis in quella che affannata correva precipitosa,
quasi si schermisse dall'altra, e la raggiunse.
 Siete la signora Ada, disse quando le fu presso. Suvvia, affrettatevi. Un
gran precipizio vi sta sopra. Ma chi  costei?
L'Ada e la Crivello non parlavano. Allora il Baroggi prese la prima per mano e
la trasse con s.
 Che tentate di fare? disse allora la Crivello.
 Zitto... voglio salvarla.
Allora la Crivello afferr con quanta forza aveva la veste dell'amica. Questa
tent sciogliersi, esclamando sommessa: Deh lasciami, per carita! Ma la
Crivello si avvinghi ad Ada con invincibile tenacit, e:
 Bada a te, diceva, la mia povera Ada. Ma, intanto, l'una fuggendo, l'altra
trattenendo, il terzo inseguendo, eran tutti pervenuti nell'ortaglia. Una voce
maschile fu udita in quel punto. Il Baroggi la riconobbe; Ada ne trasal.
 Sei tu? ripeteva quella voce: era il Suardi.
 Son io, rispondeva il Baroggi.
 Or che avvenne di Ada?
 Zitto. Ella  qui; e il Baroggi, non sapendo che fare, giacch la fanciulla a
lui ignota teneva strettamente abbracciata Ada, le prese ambedue in un fascio,
e di peso le port fino a quella parte del muro di cinta dove era un uscio. L
stava in piedi il Galantino, tra il muro e un'imposta semichiusa.
 Siete voi? esclam allora il Baroggi, ecco qui. Ma sono due invece d'una
sola. E dal peso mi pare che sieno svenute e l'una e l'altra.
 E che vuol dir ci?
 Che quando si vuol strappare una rosa di furto e in fretta, due o tre se ne
strappano in una volta, e si rovina l'arbusto. Ecco qui, ed or prendete,
chiudete, mettetele in carrozza e via come il fulmine; se no va a succedere un
gran precipizio.
 Ma che vuol dire che ho sentito un colpo di fucile?
 Vuol dire che la faccenda  seria pi di quel che pare, e v' un mistero che
non comprendo... m a sostenete queste ragazze, e salite in carrozza, e
sopratutto badate a non passare innanzi alla porta del convento. Il popolo par
che sia uscito dai gangheri affatto, ed  penetrato in convento.
Il Galantino non rispose, prese in braccio quel fascio di due fanciulle, e
quando fu per richiuder l'uscio di cui gli aveva data la chiave il ribaldo
ortolano:
 Vieni anche tu, disse al Baroggi.
 Non sar mai, rispose questi; il Baroggi non  mai fuggito innanzi al
pericolo, e or vedo che si ha a menar le mani. Addio dunque, e se nella
mischia si dovesse lasciarci la pelle... chi sa mai? fate che quella fanciulla
non mi maledica... rispettatela e fatela felice... Poveretta!... Addio dunque.
Il Galantino non aggiunse verbo, e chiuse l'uscio del muro di cinta. Il
Baroggi stette fermo un istante ancora a quel posto. Tese l'orecchio... e
raccapricci nell'udire una confusione di strilli femminili; e gli parevano
ululati di naufraghe che si mescolassero al muggito di un mare tempestoso.
Tese l'orecchio, e sent il precipitoso trotto di due cavalli e il rumore di
una carrozza. Allora volse gli occhi al cielo tutto stellato: Oh Dio, esclam,
che mai feci? Oh povere ragazze! e ripet la via dell'ortaglia desolato e
cupo.
Allorch poi dall'ortaglia ei mise piede entro il recinto del monastero, que'
dieci o dodici campioni della frammassoneria che, seguiti da una densa onda di
popolo, avevano forzata la porta del monastero e atterrata, anzi uccisa quella
guardia che aveva lasciato partire il colpo d'archibugio, si trovarono
dirimpetto alle guardie della Ferma, le quali, partito il Baroggi e sentito
crescere il tumulto, erano discese a furia sotto il portico. Impegnatasi una
fiera mischia, come se il cortile del monastero fosse un campo di battaglia,
le monache e le fanciulle atterrite affacciandosi agli ingressi, fuggendo su e
gi per le scale, attraversando i corridoj continuavano ad assordar l'aria di
grida di spavento. Il Baroggi, vista quella scena e osservando i proprj
compagni impigliati in quella lotta disuguale, ch il popolo ajutava gli
assalitori, onde le guardie della Ferma erano percosse da tutte le parti,
sent il sangue salire alla testa, e cieco di furore, sfoderando la sciabola
si fece largo tra il popolo, dando gi a dritta e sinistra; ma qual fu la sua
meraviglia, quando si vide dirimpetto que' gentiluomini, dei quali conosceva
alcuni che erano delle prime famiglie di Milano! I colpi erano corsi senza
piet, onde il sangue non mancava; vide cadere due dei proprj, vide atterrati
tre degli avversarj. Ed egli, parando colla sciabola un colpo di spada che gli
veniva calato dal giovine lord Crall, ch'ei conosceva benissimo:
 Ma che demonio v'ha inspirato? grid. Che c'entrano le guardie della Ferma se
adempiscono gli ordini della superiorit? Dovevate andare al palazzo
dell'ammistrazione, se avevate senno e coraggio e...
E in quella si sent gridare: lasciate il passo, il passo, il passo. Poi una
voce sgangherata che tuonava: Fermi tutti, o vi faccio abbruciare in questo
cortile a schioppettate.
Il popolo naturalmente fece ala. Due padri cappuccini entravano insieme con un
grosso picchetto di soldati del reggimento Clerici, comandati da un tenente,
che era quello che gridava stentoreamente.
Quella quarantina di soldati di milizia regolare, che i cappuccini, saputo lo
scompiglio, erano andati a prendere alla vicina caserma di San Barnaba,
circondarono le guardie assalite e i gentiluomini assalitori, e i colpi
cessarono, se non cess il sangue di scorrere. La folla che, allorquando i
soldati fecero largo, ebbe teste e stomachi e ventri percossi e scompigliati
spietatamente dai colpi di calcio, di necessit si fece pi rada. Un po' di
calma sottentr al tafferuglio inaudito di prima, un po' di silenzio successe
al frastuono che parve aver voluto far crollare le mura del monastero. Cinque
uomini erano stesi sul selciato del cortile; n in quel primo istante si ebbe
tempo di vedere se erano morti o feriti.
 Che cosa dunque  stato tutto questo fracasso? domand il tenente a quelli
ch'eran l accerchiati.
 Noi non possiamo saper nulla, rispose il Baroggi. Noi siamo qui per ordine
della superiorit. E s' scoperto molto tabacco proibito in convento. Ecco
tutto. Cosa poi sien venuti a fare questi signori non si sa.
 Siamo venuti a far giustizia noi, grid lord Crall, giacch nessuno non sa
pi farla qui. Siamo venuti a dare un esempio, e a lasciare un segno che
faccia risensare gli stolidi che hanno voluto sguinzagliar questa canaglia
nell'asilo delle sante vergini. Ecco cos' stato.
Il tenente del reggimento Clerici non rispose nulla n al Baroggi, che nella
sua qualit di soldato urbano al servizio della Ferma era tenuto in dispregio
dagli ufficiali della milizia regolare; n a lord Crall, che conosceva e
stimava, ma al quale non poteva dar ragione, per la gran ragione che in faccia
alla legge colui aveva torto. Soltanto si limit a dire:
 Io non sono un auditore, n un attuaro del Capitano di Giustizia, e non
c'entro a metter parole in questa faccenda. Bens  mio dovere di farli
scortar tutti, illustrissimi signori, e di farli consegnare al Capitano di
Giustizia per l'appunto. Mi rincresce che sia toccato a me un cos odioso
incarico. Ma lor signori farebbero lo stesso se fossero ne' miei panni.
  giusto, disse lord Crall; e noi promettiamo di consegnarci al Capitano, e
diamo perci la nostra parola d'onore. Soltanto vi prego di prestare soccorso
a questi carissimi miei amici che sono l distesi per terra. L'uno  don
Giorgio Porro, l'altro  un conte Rusca, quello l, che mi par morto,  uno
Stefano Pecchio.
I Frammassoni superstiti partirono poco dopo, seguiti alla lontana da una mano
di soldati. Le guardie della Ferma, i commessi, il Baroggi uscirono anch'essi,
con promessa di esser pronti alla chiamata del capitano.
I cinque stesi per terra, assistiti dai due cappuccini, vennero fatti porre su
altrettante barelle, e trasportati nel loro convento.
Quella medesima notte nel palazzo del Capitano di Giustizia furono esaminati
coloro che si consegnarono e fu steso il processo verbale, presente il signor
tenente del reggimento Clerici, che nel processo, veduto da noi,  firmato
tenente Angelo Birago di Casal Monferrato. Il processo reca anche i nomi degli
accusati, e sono i seguenti: don Giorgio Brentani, Guglielmo lord Crall
Pietra-Incisa, Gaspare Antolini avvocato, Carlambrogio Negri negoziante,
Lorenzo Bruni professore di violino, Amilcare de Brme, Vincenzo Ghisalberti.
Nella medesima notte, uno dei due cappuccini accorsi al trambusto, per ordine
della reverenda superiora del monastero di San Filippo Neri, rifer al
Capitano, con nota scritta e firmata dalla madre priora e da tre suore
maestre, come non s'eran pi trovate in convento due tra le maggiori educande
del monastero. Donna Giacoma Crivello dei marchesi Crivello, e donna Ada V...,
figlia della contessa Clelia V..., tutelata, per esser assente la madre, da
donna Paola Pietra-Incisa.
Il giomo dopo, tutta Milano, anzi tutto il Ducato, fu pieno di codesto
avvenimento, e, com' naturale, fu portato a cielo il coraggio di quelli che
avevano affrontata la guardia della Ferma per dare un esempio solenne. Ma
insieme colle grandi lodi e coi lamenti pel loro arresto, corse anche la voce
che coloro erano frammassoni; perch, ad onta che il cardine fondamentale
della frammassoneria fosse il segreto, pure, nei tre periodi dell'esistenza di
quella societ in Milano, anche per testimonianza di molti vecchi che vivono
oggi, il pubblico conosceva molti degli ascritti ad essa, ond'erano additati
comunemente siccome oggetti di speciale osservanza, a dispetto del tanto
raccomandato segreto. Se non che una tale notizia fu un lampo che sugger al
Suardi il modo di gettar la confusione nelle teste del pubblico e
dell'autorit.
In quel d stesso trovatosi insieme col Baroggi, dopo aver parlato molto di
molte cose con esso lui, il Suardi, cacciandosi di tratto a ridere:
 Ma sai tu, disse, che quegli originali pare che siano stati pagati
espressamente da noi?
 E in che modo?
  presto capito. All'autorit ora  noto che coloro sono Frammassoni. Tu sai
che se molti dicevano che la loro esistenza avea per iscopo la propagazione
dei lumi e il vantaggio del popolo, altri assicuravano che celavano, sotto
questa bella apparenza, fini turpi e disonesti. Or  facile far pendere tutti
i sospetti da questa parte. A che sono venuti ad assalirci? per cogliere
l'occasione di gettar lo scompiglio in tutti e trafugar due fanciulle. Va
benissimo; ci almeno par assai chiaro. Ma c' di pi; e un sospetto ne genera
sempre degli altri. Sappi dunque, che quel lord Crall lo vedevo a galoppar di
frequente nelle vicinanze del monastero. Ora ho pensato che potesse essere
innamorato di Ada... e ci  naturalissimo, essendosi egli trovato seco spesse
volte nella casa della propria madre. Del resto, che ci sia o non sia, non
importa; basta che sembri, e che l'accusa lanciata contro lui d'aver tese le
insidie per farla trafugare, abbia tutte le apparenze della verit... Una nota
di tal genere, senza firma di nessuno, sta da qualche ora nelle mani del
signor Capitano... Ah! ah! va benissimo... E a te, che ne pare?  bella s o
no? Ma davvero che la fortuna  la mia schiava pi devota... e t'assicuro che
darei del capo nel muro, quasi incredulo di cos strana combinazione! Or che
fai tu che stai cos serio?
 La rete  lunga e larga, rispose il Baroggi, e ci siam dentro anche noi... e
quella povera mia madre. Ah no, per Dio, che non c' tanto da ridere.
 Sta tranquillo, Giulio, te l'ho gi detto jeri: il mio blasone  la coda del
diavolo in campo rosso.

LIBRO OTTAVO


I discorsi di casa Ottoboni. Parole di donna Paola Pietra intorno all'impresa
dei Liberi Muratori contro i commessi della Ferma. La contessa Arese e le dame
del biscottino. Dialogo tra l'Arese e donna Paola. La calunnia. Il caff
Demetrio e il maggiordomo Carlantonio Baserga. L'abate Parini. Il pubblico e
il Galantino. Donna Ada V... e donna Giacoma Crivello. Il conte V... e il
decreto del Senato. Un sermone morale. Il lago di Como. La contessa Clelia
V... L'abate Frugoni e Condillac. Da Casal Pusterlengo a Lodi. Il figlio di
Lorenzo Bruni. Suo racconto. Donna Paola, la contessa Clelia e la Gaudenzi.
L'avvocato Strigelli. Cattura de' Liberi-Muratori. Il Galantino e il Baroggi.


I

Nella notte in cui avvennero i gravissimi disordini raccontati, la
conversazione di casa Ottoboni, che sul tramonto era sparpagliata in varie
sale e sui terrazzi, si raccolse tutta in due salotti, in uno dei quali
continuarono i discorsi; nell'altro gli abitudinarj si unirono per giuocare
all'ombretta spagnuola, all'arduo tarocco, allo scientifico scacco.
A quei convegni serali interveniva anche donna Paola Pietra, e nella sua tarda
et, per consueto, sedeva al tavoliere e giuocava a tarocco col padre Frisi,
col questore conte Pertusati, che allora era il prefetto della nobilissima
scuola di san Giovanni alle Case Rotte, col maestro Galmini, ed altri; e
qualche rarissima volta si faceva al pianoforte colla contessa Agnese, la
maestra di musica gi da noi nominata, sorella della celebre Gaetana, quando
quella supplicava d'eseguire qualche pezzo celebre o dell'abate Stefani, o di
Scarlatti, o dell'abate Clari, o di Hasse, o d'altri. Ci pare di aver detto
pi d'una volta come tutta la citt di Milano, tanti anni addietro chiamata
dalla valentia straordinaria di donna Paola, aveva avuta l'abitudine di
accorrere in folla alla chiesuola del monastero di santa Radegonda, quand'ella
monaca professa o cantava mottetti e responsorj, o suonava l'organo. Per ella
non aveva dismessa affatto la pratica di quell'arte, e anche nella sua vecchia
et, nei ritrovi pi intimi, si lasciava indurre a dar saggio della sua ancor
abile mano, quando ne veniva pregata o importunata.
Quasi dunque ogni sera ella interveniva in casa Ottoboni; vi si fermava fino
al tocco della campana, alla qual ora o veniva a prenderla la carrozza, o se
il tempo era bello e l'aria mite, veniva a pigliarla il suo figlio Guglielmo,
il quale viveva con essa nel pi ammirabile accordo; e cos pedestri, seguiti
dal servitore col lampione, si rincasavano, per ritirarsi, ella a riposare,
lord Guglielmo a studiare fino a notte tardissima.
Anche in quella sera donna Paola Pietra, sul tardi, come soleva, recossi in
casa Ottoboni. Essendo stata bellissima la giornata, lord Guglielmo aveva
detto al carrozziere di non attaccare per quella sera, ch'egli stesso avrebbe
accompagnato a casa sua madre. Spesse volte poi il padre Frisi e il Parini e
l'avvocato Fogliazzi si facevan con loro, e cos lentissimamente passeggiando
e qualche volta scegliendo apposta la strada pi lunga, continuavano la
conversazione e qualche volta anche salivano tutti in casa Pietra-Incisa a
bere l'acqua cedrata. La partenza precipitosa di lord Crall, all'annuncio che
il monastero di San Filippo era stato invaso dalle guardie della Ferma aveva
provocato i parlari e messo in movimento le congetture fra quanti erano l
radunati in casa Ottoboni. Per, quando venne donna Paola, fu un accordo
tacito di tutti di non farle motto alcuno di quel ch'era successo.
Soltanto quand'ella si fu adagiata nel salotto da giuoco a farvi una partita
al tarocco coi soliti suoi competitori, la ciarla continu pi abbondante e
pi investigatrice e pi fiscale di prima nella sala della conversazione. In
tal modo era trascorsa qualche ora di notte, allorquando entr l'avvocato
Rejna, il padre, crediamo, del noto bibliofilo, che di quando in quando aveva
l'abitudine di frequentare quella casa. Entr circospetto e, con un'aria di
mistero che svegli la curiosit in tutti quanti, chiam in disparte l'abate
Parini, e:
 Guai, caro abate, guai serj. Un disordine, un parapiglia da non imaginarsi il
secondo in mille anni.
 Che cosa  successo? domand il Parini.
 Prima di tutto...  qui donna Paola?
  qui.
 Male. Avrei voluto che fosse a casa sua.
 Ma di che si tratta?
 Una compagnia di cavalieri e d'uomini civili con spade e pistole sono entrati
nel monastero di San Filippo.
 C'era lord Crall?
 S... e sono entrati coll'intento di dare alle guardie della Ferma una
lezione che loro lasciasse il segno, e da far nascere un tale scompiglio da
costringere l'autorit ad abrogare l'editto del mese di aprile; e lo
scompiglio  nato in fatti, ma di tal sorta che sono rimasti in terra cinque
tra morti e feriti, e dovettero accorrere i soldati del reggimento Clerici...
e lord Crall...
 Che?  forse morto?
 No, ma fu condotto, anzi scortato al Capitano di giustizia insieme con altri
sei o sette... tra cui vi sono due che furono vostri scolari, e v' il figlio
del banchiere Negri... quell'accattabrighe...
 Oh che caso!
 Or cosa credete di fare? Dobbiamo dire il fatto a donna Paola?...
 Domando a voi come si fa a serbare il segreto con quella donna; con quella
donna che avanza gli uomini in consiglio e prudenza e fermezza. E poi gi...
quello che non saprebbe stasera, saprebbe domattina, e avrebbe ragione di
lamentarsi con noi; e poi, non vedendo a comparire suo figlio, passerebbe una
notte di spasimo. Un male che si conosce  sempre meglio di un disastro che si
teme e si ingrandisce coll'imaginazione.
La faccia espressiva del Parini, e il suo grand'occhio, in quel punto
insolitamente espanso, e la fronte spaziosa e pura su cui appariva, quasi a
dir, la fuga dei veloci suoi pensieri; e ci, dopo quell'aria di mistero onde
lo aveva chiamato in disparte l'avvocato Rejna, provoc l'attenzione di quanti
stavano parlando nella sala; di modo che la marchesa Ottoboni s'accost ai due
interlocutori, chiedendo che cosa era avvenuto; e quasi contemporaneamente
quanti eran seduti si alzarono, e alle loro domande l'avvocato dovette
ripetere quello che aveva detto al Parini.
 Ah me l'era imaginato, diceva uno.
 In quanto a me avrei sospettato qualunque cosa fuorch questa...
 Ma che interesse... che desiderio... che smania... Non ci capisco niente
affatto io...
 Quello che non avete capito voi aveva capito io da un pezzo... (e chi parlava
era una dama).
 Che cosa avete capito?
 Lord Guglielmo ha ventisei anni ed  letterato... ed  fantastico... e in
monastero c' qualche ragazza che ha pi di quindici anni.
 E che?... Volevate che fosse geloso delle guardie della Ferma?...
 Altro che gelosia... paura e spavento... e fin qui non ha torto... Da soldati
in convento non c' da attender nulla di buono.
 Donna Gioconda egregia, disse il Parini con ironia severa alla bella e
giovane e maliziosa dama che parlava sommesso, ma non abbastanza perch non
fosse intesa da quelli che le stavano vicino; donna Gioconda egregia, abbiate
la bont di credere che qualche rara volta gli uomini, e specialmente i
giovani, affrontano il pericolo per impulso spontaneo ad operare il bene e ad
operarlo a vantaggio altrui, anche senza il secondo fine di qualche interesse
proprio che toglie merito a qualunque bella e coraggiosa azione; e mi pare che
questo sia precisamente il caso. Vogliate dunque essere cortese con lord
Guglielmo, concedendogli la virt del disinteresse.
 Chi affronta il pericolo, foss'anco per il solo intento di proteggere
dall'altrui violenza qualche cara persona, mi pare sia degno d'ammirazione
anche senza andare a cercar altro, rispose donna Gioconda punta, ed arrossendo
di dispetto sotto il minio e i due ni posticci che, appiccicati all'angolo
dell'occhio sinistro e sulla pozzetta della sinistra guancia, le alteravano
l'armonia del bel volto, rendendolo per pi piccante.
 Donna Gioconda  tanto spiritosa, che mi obbliga a concedere questa gentile
interpretazione a' suoi arguti sospetti.
E a questo punto successe nella sala un generale silenzio che lasci sentir le
voci di quelli che giocavano nell'altra.
 Abbiamo tempo di far la pace, diceva il padre Frisi. Lord Guglielmo non 
ancora venuto.
 Come volete... ma non capisco perch stasera tardi tanto.
Il Parini sent e, senza dir nulla, dignitosamente zoppicando, attravers la
sala e si rec nell'altra dov'era donna Paola Pietra.
La marchesa Ottoboni gli tenne dietro.
Fattosi presso al tavoliere, dove stava seduta donna Paola:
 Lord Guglielmo, le disse il Parini, non pu venire stasera per essere
trattenuto altrove da un affare urgentissimo, che le dir dopo.
 Che novit? ha mandato qualche servitore?
 No... ma finisca la partita e dopo le dir di che si tratta. Spicciatevi, il
mio caro padre Paolo, che quand'anche foste per commettere uno sbaglio,
gettando gi una cattiva carta, non si tratta di un calcolo matematico.
 Un poeta non ci perde nulla se confonde il re di spade col re d'oro, rispose
il padre Frisi, colla sua consueta facezia; ma un professore di matematica...
ci va dell'onor suo... Ah!.... Donna Paola... non avrei mai pensato ch'ella
avesse il ventuno... Caro abate, mi sono comportato da poeta questa volta...
La partita fin, il padre Paolo Frisi si alz, si alzarono gli altri e donna
Paola con essi, la quale voltasi impaziente al Parini:
 E che cos' quest'affare di tanta urgenza?
 Lord Guglielmo ha voluto impegnarsi, d'accordo con alcuni altri gentiluomini,
e metter mano in quella brutta pasta dei fermieri, per l'utilissimo intento di
convincere l'autorit, con qualche atto clamoroso, dei pessimi provvedimenti
da lei presi. Per, trattandosi stasera di una perquisizione in luogo dove la
Ferma non aveva mai osato penetrare...
 Ah... me l'aspettavo... Ho compreso tutto, si  dunque voluto assolutamente
far resistenza alla forza pubblica, e Guglielmo...
 Guglielmo si trov impegnato cogli amici e... gi  facile imaginarsi che
queste cose non vanno via lisce... insomma... hanno dovuto tutti quanti
presentarsi al Capitano di giustizia.
Il Parini che, in prima, aveva proceduto con lentezza guardinga nel dar quel
tristo annuncio alla madre di Guglielmo, continu pi spedito e pi franco
quando si accorse che ella non ne era gran che percossa. Tutti poi rimasero
assai meravigliati allorch donna Paola, sentito il fatto, sul volto,
conservatosi calmo e sereno, mostr gl'indizj di qualche cosa che somigliava
alla compiacenza.
 Cari amici, soggiunse ella poi, giacch le soperchierie eran procedute al
punto che, a sopportarle, potevano col tempo generar malanni ancora pi
terribili, ed era necessario che qualche uomo coraggioso e fermo protestasse
forte e senza quelle benedette mezze misure che finiscon quasi sempre a
lasciar le cose peggio di prima; cos vi confesso la verit, sebbene qui
questa cara ed ottima marchesa mi guardi stupita, che ho gran piacere ci sia
entrato mio figlio. Prevedo, pur troppo, che ci saranno travagli seriissimi da
incontrare; ma... penso che il mondo sarebbe cento mila volte peggio di quello
che , se di tant'in tanto non ci fossero quelle felici e generose tempre
d'uomini che danno da pensare alla prepotenza e spaventano i pregiudizj. Cos
... sono contenta di Guglielmo... Pur troppo l'audacia gli coster cara... ma
verr il buon mercato... e gli altri godranno...
Cos esprimevasi quella donna forte e singolarissima, e tra ciglio e ciglio le
brillava quel raggio antico dell'intelligenza coraggiosa che si conforta nella
convinzione del giusto quell'intelligenza coraggiosa onde aveva saputo vincere
e far piegare innanzi a s consuetudini e pregiudizi inveterati, siccome sa il
lettore.
 Ed ora, continuava donna Paola,  necessario ch'io mi riduca a casa, perch 
probabile che l vi sia qualche lettera del signor capitano di giustizia, o
qualche avviso di Guglielmo... Vedremo. Chi dunque mi accompagna?
Tutti si offersero. Ma il Parini, il padre Frisi e il conte Pertusati,
prefetto della confraternita di san Giovanni alle Case Rotte, si disposero a
farle seguito di fatto, dandole braccio l'avvocato Fogliazzi. Quando poi tutti
furono per uscire, la marchesa Ottoboni, la padrona di casa, che aveva
coltissimo l'ingegno come ottimo il cuore:
 Donna Paola, permettete che v'accompagni anch'io. Verr pi tardi a prendermi
la carrozza a casa vostra.
E cos se ne partirono tutti, facendo la via lentissimamente: donna Paola tra
la marchesa Ottoboni e l'avvocato Fogliazzi, e il Parini che incedeva lor
presso, appoggiato al braccio del Padre Frisi.
Quando, venuti a santa Maria Podone, attraversarono la piazza, videro fermato
un carrozzone innanzi al portone di casa Pietra. Il lacch, col piede sullo
scalino del cocchio, tenendo nella sinistra la torcia accesa che rischiarava
di una luce rossastra gran tratto di quella buia contrada Borromeo, attendeva
a far chiacchiere col cocchiere. I servitori, che precedevano coi lampioni i
nostri personaggi, furono i primi a dire, ravvisandola a quel chiarore:  la
livrea di casa Arese.
 Ahi, disse donna Paola, questo mi  di cattivo augurio.  la contessa.
E in fatti, quando furono al punto da svoltar nel portone, mettendosi in fila,
per passare tra la carrozza e il muro di casa Pietra, il lacch, ritraendo il
piede dallo scalino, e cavandosi il cappello a tre punte:
 La signora contessa mia padrona  entrata, ed aspetta da quasi mezz'ora...
 Ahim... replic donna Paola... davvero che prevedo disgrazie...
Se il lettore si ricorda, la contessa Arese, dama della croce stellata, priora
di molte congregazioni, era la protettrice e conservatrice del collegio di san
Filippo Neri.


II

Questa nobil dama, supplicata per lettera, qualche ora prima, dalla reverenda
badessa a recarsi al monastero, senza perdere un minuto di tempo, aveva
sentito con grande indignazione il gravissimo disordine avvenuto, e con
stupore la scomparsa delle due fanciulle educande.
 E l'avea pur avvisata io quella signora donna Paola, esclam al racconto;
l'avea pure avvisata a ritirare la fanciulla dal convento. Ma colei vuol
sempre fare a modo suo, e non m'ha dato ascolto, ed ora ecco che cos'
avvenuto.
 Questo pu andare per donna Ada, nobilissima contessa, avea risposto la madre
badessa, ma chi pu spiegare la scomparsa della Crivello, la perla delle
educande? Ah, che disonore, che smacco per il convento, nobile contessa, per
questo convento che godeva di una cos grande e meritata riputazione!
 Pur troppo, madre reverenda, pur troppo! Ed or che si fa?... Quella signora
donna Paola, che entra dappertutto, che d consigli a tutti, che dispensa
grazie e favori e soccorsi a tutti, vedremo, vedremo ora quel che sapr fare.
Senza perder tempo io mi recher da lei. Voi intanto, madre reverenda, spedite
tosto qualcuno del convento de' cappuccini ad avvisare i signori Crivello...
Oh che diranno mai quegli egregi signori, quell'ottima marchesa! ah,  questo
un grande scompiglio, madre reverenda! E cos dicendo, aveva lasciata la
superiora e le altre suore in lagrime; e messasi in carrozza, se ne venne alla
casa Pietra.
Donna Paola era veduta con segreto rancore dalla contessa Arese, e da tutte
quelle altre dame segnalate per titoli, e investite di qualche importante
incarico relativo alla carit od alla beneficenza pubblica, priore di sacre
congregazioni, protettrici d'orfanotrofj, raccoglitrici di largizioni della
carit privata, e che, in virt di tali incarichi, erano ossequiate,
supplicate, temute. La cagione di quel segreto rancore era che quella donna
singolare non aveva mai voluto appartenere a nessuno di quei corpi morali,
avendo sempre preferito di esercitare la beneficenza in un modo eccezionale e
ne' casi eccezionali, perch soleva dir sempre: ai bisogni e alle disgrazie
comuni e di tutti i giorni v' chi ci pensa; e perci  necessario che
qualcuno provveda a quei casi a cui, per essere insoliti o per trovarsi in
contrasto con qualcuno dei pregiudizi pi radicati nel mondo, nessuno vuol
pensare. Sin qui per quelle donne esimie si sarebbero anche tranquillate, ma
il loro dispetto pi forte nasceva da ci, che sebbene donna Paola non avesse
veste nessuna di pubblico incarico, n titolo sonoro che la distinguesse fra
le dame, n croci stellate, n altro, pure ogni qualvolta si mostrava in
pubblico o appariva tra la minuta gente, a preferenza di tutte loro,
raccoglieva le pi segnalate dimostrazioni d'affetto; e spesse volte i poveri
e gl'infelici che ricorrevano ad esse, se mai insorgeva qualche difficolt di
soccorso, mettevano innanzi il nome di donna Paola, quasi lor domandando
consiglio, se era il caso di ricorrere a quella come a suprema autorit.
Codesto fatto era il colpo pi crudo per quelle esimie dame; e spesso i
poveretti che, per inesperienza ingenua, avevano proferito quel nome venerato,
si sentivano licenziati con solenni rabbuffi e peggio. Tanto s'infiltra
ovunque il perfido amor proprio, e, quand' offeso, mette il turbamento
persino negli atti di carit!
Ma tornando ai fatti, donna Paola, affannata ed ansiosa, sal le scale
preceduta da tutti gli altri. Il servo gallonato della contessa Arese era in
anticamera, e con esso un servo di donna Paola, alla quale e l'uno e l'altro
contemporaneamente dissero:
 La signora contessa Arese  nella sala di ricevimento.
Il rumore dei passi e delle voci fecero alzare la contessa dal seggiolone, ove
erasi messa per meditare la formola migliore da dare al tristo annuncio, di
modo che, quando donna Paola entr, quella gli moveva incontro:
 Qual grave motivo vi ha costretta a venire da me in ora cos tarda?
La voce di donna Paola, la qual non s'era per nulla turbata quando il Parini
le aveva narrato il fatto di suo figlio, tremava nell'esprimere quella
domanda.
Un vago presentimento l'affannava e, per di pi, vedevasi innanzi una donna
colla quale non s'era mai trovata d'accordo un momento solo. V'hanno persone
che, relativamente o assolutamente, nella faccia, nei modi, nelle parole,
serbano un'impronta indefinibile che arrovescia l'anima di chi, senza volerlo,
 costretto a trovarsi con esse. E donna Paola era precisamente in questa
condizione al cospetto della contessa, e per quell'impulso naturale ed
invincibile dell'antipatia, la quale spesso  un'ingiustizia, ma qualche volta
 pur salutare come l'istinto; ed anche perch sapeva come l'Arese, di cheto e
sott'acqua, fosse la sua perpetua avversaria, e si adoperasse a mantenere
contro di lei i rancori delle dame vegliarde sue degne consocie, e soffiasse
astutamente nelle ire, velate di pretesti devoti.
Quando una persona versa in tali relazioni affettive con quella a cui deve
annunciare una disgrazia, non  possibile che trovi in quel punto il modo da
farsi ben volere.
 Donna Paola si ricorder dell'ultima mia visita, rispose dopo qualche pausa
la contessa.
 Me ne ricordo, s, soggiunse con impazienza donna Paola.
 Si ricorder anche del consiglio che rimessamente mi son permessa di darle...
Ahi!... perch mai, nella sua saviezza, donna Paola, non ha creduto bene di
ascoltarmi! e mand un grave e lungo sospiro.
Davvero che si potrebbe forse scommettere che in fondo all'animo della
contessa c'era un sentimento di compiacenza, che le faceva trovare una, quasi
diremo, vendetta nel dar quell'annunzio a donna Paola; un sentimento
irresistibile e che, per mancanza di espressioni pi proprie e precise, si
potrebbe chiamar fisico. Infatti, se non fosse cos, perch incominciare il
suo discorso a quel modo?
 Ma in nome di Dio, parlate, continuava donna Paola; che cosa c'entra il
vostro consiglio di tanti giorni fa, colla vostra visita di quest'oggi?
 Se quella fanciulla da voi protetta fosse stata ritirata dal monastero in
tempo...
 Che?...
 Quest'oggi non sarebbe scomparsa...
 Scomparsa!... Ma chi scomparsa? ma da dove? ma parlate pi chiaro e pi
spiccio.
 Donna Paola si tranquillizzi... Vi deve essere nota la visita de' fermieri in
convento e il parapiglia con alcuni... non dir cattivi, ma certo turbolenti e
avventati giovinotti... Lord Guglielmo, vostro figlio, ha voluto onorarli
della propria complicit... e ci mi rincresce, mi rincresce davvero... un
cos distinto giovane! Ma per non lasciarvi in pene, vi dir che, mentre
avveniva il pi strano e terribile caso che mai abbia sconvolta e funestata la
santa tranquillit di un convento, scomparvero due educande; donna Ada, figlia
della contessa Clelia, e una Crivello... della quale poi non mi so far capace
in nessun modo... perch era chiamata la perla delle educande.
 Scomparsa!!!... esclam donna Paola, lasciandosi cadere sul seggiolone, e
girando lo sguardo attonito su tutti gli astanti che, percossi e muti e
immobili, guardavano lei.
Allora il pi profondo silenzio si prolung sino al punto che donna Paola,
alzandosi da sedere e stringendo le mani della marchesa Ottoboni colle proprie
convulse e tremanti:
 Povera infelice contessa proruppe... or che le diremo?... Ah!  una disgrazia
maggiore di tutte le disgrazie!
E il silenzio continu ancora, finch fu rotto dalle parole della contessa
Arese:
 Donna Paola, non v' chi misuri e trovi giusto il vostro dolore pi di me...
ma se  permessa una riflessione in cos tristo punto, lasciate ch'io ridica
quello che ho sempre pensato e detto. Non era conveniente, per nessun conto,
che una donna vostra pari si desse tanto pensiero della contessa, che Dio per
le perdoni; n che vi pigliaste tanta cura di quella fanciulla... molto meno
poi fu conveniente il metterla ad educare nel monastero... La nobil donna che
m'antecedette come protettrice e conservatrice di quel santo luogo... ha
voluto fare a modo suo... ha trovato giusto che voi... che la contessa... ma
in conclusione fu uno scandalo, uno scandalo inaudito che... e molti infatti
dei nobili ed ottimi genitori che misero ad educare le loro fanciulle l
dentro... se ne lamentarono e se ne lamentano.
Donna Paola, sprofondata nel doloroso suo pensiero, a tutta prima non aveva
prestato orecchio alla contessa Arese; ma arrestata da quella parola scandalo,
si scosse e comprese e si mise a guardar fissa la contessa, aspettando
attonita la conclusione delle sue parole; se non che non le bast la pazienza
di lasciarla finire, e:
 Che mi tocca di sentire? proruppe; di che scandalo mi parlate, di che
lamenti? Vorrei che parlassero a me questi signori padri e queste signore
madri che voi mi nominate! Ma dov' la legge del perdono? ma che nuova
dottrina  la vostra, ma chi ve l'insegna? La contessa Clelia  oggi un
esemplare di virt e di scienza. Ella ha provato al mondo che, se si pu
fallire, ben si pu rompere una mala pratica, ed oggi, esponendo altrui il
tesoro faticoso de' suoi studi severi,  pi utile al mondo che voi tutte
colla vostra carit falsa, per la quale vorreste messa alla gogna anche in
fasce una creatura innocente perch... ma che perch? La fanciulla Ada  la
figlia del conte V..., chi pu negarlo? voi sole, egregie dame della carit,
siete state a far sorgere gli scandali, gettando nel mondo le avventate
congetture che la coscienza, l'onest, la bont dovrebbero sempre respingere.
Ma sta a vedere, contessa, che voi sareste capace di pensare, e anche di
volerlo far credere a me, che questa sventura possa essere un indizio
dell'ammonizione, della punizione del cielo; perch tra le altre vostre
abitudini avete anche quella di dar ad intendere di essere confederata al
cielo in tutto quello che dite e fate, e siete per dire e per fare; cos il
cielo, al cospetto del povero vulgo ingenuo, ingannato dalle false apparenze,
quasi parrebbe complice della cecit, per non dire del pervertimento del
vostro giudizio. Ed ora vi debbo dire, che, dacch il monastero di san Filippo
Neri fu eretto dalla sua pia fondatrice, la vigilanza fu sempre cos esemplare
che non  mai avvenuto che scomparissero o vi si trafugassero fanciulle.
L'esimia signora che vi ha preceduto nell'incarico di proteggere quel sacro
asilo, lo mise in tanta floridezza, che da tutte le parti del Ducato fu una
gara il mandarvi ad educar fanciulle. Ora  sotto la vostra tutela, ed  per
la prima volta che avviene una sventura di tal fatta, una sventura la quale
non pu ascriversi che a disordine di regolamento, a incompleta sorveglianza,
a incapacit tollerata nelle superiore, alla insufficiente custodia del luogo,
cose tutte di cui voi, voi sola dovete render ragione... Ed ora che diremo,
che dir io a quella povera contessa Clelia, la cui vita travagliata e,
adesso, di tutto sacrificio, non aveva altro conforto che l'esistenza di
quella sua unica ed angelica figliuola?... che le dir io? con che parole le
scriver? Ah!... avrei voluto morir prima, piuttosto che sentire una simile
disgrazia...
E cos dicendo, cadde spossata sulla seggiola.
 Condono al dolore, disse la contessa rivolta agli astanti, dignitosamente
burbanzosa, l'amarezza delle sue espressioni; e additava donna Paola; ma n la
conservatrice del monastero n la priora, n le suore maestre potevano
rispondere dell'ordine consueto del monastero in una notte di tanto trambusto.
Chi poteva prevedere una perquisizione in convento?... chi, e fu il peggio, la
venuta di que' giovani armati che tramutarono il monastero in un campo di
battaglia? E non posso tacere la voce che ormai circola per Milano... che quei
giovani siano entrati in quel sacro asilo per coprire un colpevole intento con
un atto coraggioso... Non posso dissimulare essere generale la persuasione che
quei giovani fossero appartenenti alla pericolosa e iniqua societ dei
Liberi-Muratori... Vi fu perfino chi... ma io non voglio credere... vi fu
dunque chi mise innanzi a tutti il nome di lord Crall...
Donna Paola si volse a quelle parole, e un lampo le balen nel pensiero e un
sospetto. Ella, avendo letto in cuore al figlio Guglielmo l'amore per Ada, era
la sola che di necessit doveva essere pi vicina ad ammettere quell'accusa,
ripensando la quale e misurandola in tutta la sua gravezza si trasmut in
viso, ed essendosi sforzata a parlare, non pot.
Allora corsero diverse parole tra la marchesa Ottoboni, la contessa Arese, il
Parini, il Frisi e gli altri. In fine la contessa, avvicinandosi a donna
Paola, con accento dignitoso, ma in cui fremeva l'aria del trionfo:
 Io ho fatto il mio dovere, le disse, se fui sollecita nel venirvi ad avvisare
di tutto. Credo che non avrete rancore con me, se ho manifestato le mie
opinioni, come io non ho nulla con voi se avete manifestate le vostre. Io vi
lascio intanto, pregando il cielo perch vi dia buoni pensieri e la calma di
sostenere un tal colpo.
 Abbiate i miei ringraziamenti, rispose donna Paola, alzandosi e stringendo
sbadata la mano che quella le porse. E la contessa usc accompagnata dalla
marchesa Ottoboni sin sulla soglia della sala. Quando la marchesa torn
indietro, donna Paola stava interrogando il Parini se fosse conveniente o no
avvisare la contessa Clelia di quella sventura.
 Bisogna scriverle senza perder tempo, rispose il Parini, anzi supplicarla di
venir tosto a Milano. Io non m'arrogo, donna Paola, di dar consigli a voi; ma
per quanto segnalata sia la vostra prudenza e feconda di consigli la vostra
esperienza e operoso il vostro amore, pure  necessario che in tal caso la
madre sia qui. L'amor materno serba delle virt arcane, che talvolta arrivano
ad ottenere quel che parrebbe impossibile ad ogni altra volont intelligente e
infervorata. Io ho un presentimento, torno a ripeterlo, che soltanto la madre
trover sua figlia.
 Scrivetele dunque subito, disse donna Paola, ma non spaventatela. Un
pretesto... una malattia... che so io?... ma badate di non spaventarla...
Povera Clelia!! ed abbassando la voce e facendosi all'orecchio di Parini: Ed
ora, soggiunse, io sono pi povera di lei!
Poco tempo dopo, la carrozza venne a prendere la marchesa Ottoboni, a cui
donna Paola diede un bacio; anche gli altri partirono; e noi pure usciremo
all'aperto.


III

La calunnia  un tema inesauribile, press'a poco come quello dell'amore. Si
credeva che essa, dopo essere stata svergognata nell'ideale di don Basilio, e
messa in musica da Rossini, avrebbe cessato di somministrar nuovi concetti al
filosofo ed all'artista. Ma siccome gli uomini, se appena appena si elevano di
tanto, quanto basta a destare invidia, ne hanno sentito nelle reni il coltello
traditore, cos, anche dopo il fa diesis che Rossini applic al colpo di
cannone, vi si fecero intorno degli studj, i quali se non valgono ad esprimere
con novit il concetto generale della calunnia, ne mostrano per sempre
qualche nuovo carattere speciale e peregrino degno sempre di un paragrafo in
un trattato di patologia sulla natura intellettuale e morale degli uomini.
Il figlio di Lorenzo Bruni che fanciullo conobbe donna Paola di persona, ci
raccont come anch'essa, a sessantasei anni, dovette sentirsi avvolta dalla
bufera della calunnia. Un nuovo modo della quale, e si manifest la prima
volta allora per ferire quella donna singolare, consistette in ci che, ad
assalirla, colse il punto in cui la virt di lei aveva mandato il suo raggio
pi vivo e pi caratteristico. Noi abbiamo veduto che, allorquando l'abate
Parini le annunci guardingo la cattura di lord Guglielmo, ella, invece di
provare quella costernazione che tutte le madri nella sua condizione avrebbero
provata a quella notizia, mostr invece un vivo soddisfacimento, e disse tali
parole, per cui fu manifesto che posponeva la tranquillit del suo carissimo
figlio all'idea generosa di vederlo in pericolo per essersi adoperato a
vantaggio altrui. In quel secolo, o per dir meglio, in quel periodo di secolo
poltrone, la madre romana che uccise il proprio figlio in punizione d'aver
gettato lo scudo in battaglia non potea avere dall'opinione codarda dei pi
che un grado distinto tra le pazzie celebri; e per doveano fare uno strano
senso le parole di donna Paola. Gli intelletti e i cuori squisiti, che, come
sempre e dovunque, costituivano una desolata minoranza anche nella societ di
casa Ottoboni, rimasero ammirati e commossi a tanto slancio d'insolita
magnanimit; ma gli altri, ovvero sia i nove decimi di quella societ stessa,
subirono una meraviglia ottusa e cretina, per la quale non poteano capacitarsi
che una madre, e una madre di quel senno tanto decantato, dovesse esprimere
cos avventati sentimenti.
Guai se un atto qualunque, sia pur originato dal pi generoso impulso e venga
dall'uomo pi incorrotto, si eleva oltre la sfera delle abitudini vulgari, in
modo da non poter essere pi seguito dall'ala del senso comune! quell'atto, di
repente, girando di bocca in bocca,  soggetto a mille esami fiscali; i pi
vili, che non possono nemmeno concepire le buone azioni comuni, si rivoltano
come serpenti alla buona azione eccezionale, la quale  gettata innanzi al
tribunale della pubblica opinione come una colpa vituperosa.
Ma per vedere come la calunnia abbia lavorato ai danni di quella donna
insigne, entreremo nel caff Demetrio per assistere al processo con cui
l'ozio, onde canzonare il tempo, si spassa a far rotolare innocentemente le
accuse a cui diedero la prima spinta i vili.
Dopo quella tal giornata memorabile del mese di marzo del 1750, noi non siamo
mai pi entrati nel caff del Greco o Demetrio. Bens, in sedici anni, non
mancarono di intervenirvi quotidianamente quasi tutti coloro che abbiamo udito
a far commenti intorno al tenore Amorevoli, stato colto dal barigello nel
giardino di casa V... Continuava ad intervenirvi anche quel tal che, fin
d'allora, abbiam veduto sedere, quasi al banco presidenziale, in
quell'assemblea di sfaccendati, a tener la paletta e a ventilare il braciere
delle novit e della maldicenza. Colui, se nelle rughe agli angoli esterni
degli occhi, spiegatesi in forma di ventaglio, mostrava che i tre lustri non
avevano mancato di fare il loro dovere, nel rimanente, per salute, abitudini,
spirito e parlantina, si conservava perfettamente lo stesso. Ai vecchi
avventori se ne erano poi aggiunti di nuovi, tra gli altri un tal Carlantonio
Baserga, stato gi ragioniere-maggiordomo in casa Origo, poi venuto agli
stipendj del monsignor G..., ricchissimo prelato, primicerio della
Metropolitana. Quel signor Baserga veniva dopo mezzod a sorbire la cioccolata
al caff Demetrio, e per essere un collo torto, e per aver fama d'essersi
arricchito nell'amministrare le altrui sostanze, ingannando i buoni padroni
coll'ostentazione delle pi devote pratiche, coll'abbandonare, per esempio, un
pranzo in venerd o in sabato, se mai avesse veduto qualche cappone mostrare i
suoi pingui gheroni sulla tavola di un ricco gaudente; per essere, insomma,
tenuto in conto d'astuto ipocrita e d'indefesso procacciatore d'acqua pel suo
mulino, era malissimo veduto da quella societ di gente allegra e un po'
libertina.
Con tutto ci, guardate caso strano, la prima volta che colui, sentendo a
commentare in caff l'avvenimento del monastero e a parlare di lord Crall e
degli altri, pronunci blandamente una parola, che cangiando di punto in
bianco tutta la direzione delle congetture, schizz uno spruzzo di veleno
risolvente sulla riputazione del figlio di donna Paola e su quella di lei
medesima, in quell'occasione tutti, o quasi tutti, aguzzarono l'orecchio e lo
ascoltarono ansiosi e, osiamo dire, con piacere; con tanto piacere che tacque
pel momento l'invidiabile antipatia che avevano per esso.
Donna Paola dovette allo slancio pi luminoso della sua generosa indole, se
nella maggior parte che l'ascoltarono nacque un primo senso di maraviglia
diffidente e di ripulsione. Il collarone Baserga, esoso a tutti, nel punto che
con pi ardimento spiegava la sua mala natura, precisamente in quel punto i
credenzoni gli si volsero pi benigni. A seguire colla riflessione codeste
bizzarre contraddizioni della societ che si piega ad ogni vento, chi vive
d'entrata pu divertirsi tanto, quanto basta per purgarsi delle amarezze che
vi si raccolgono ad ogni minuto!
Un'ora dopo mezzod, i nostri vecchi avventori erano dunque tutti seduti in
caff; il nostro amico presidente passeggiava innanzi e indietro, colle
braccia conserte al petto, come se il mondo posasse tutto quanto sovra i suoi
larghi omeri. Solo in un angolo l'amico collarone, il signor ragioniere
Baserga, sorseggiava la cioccolata.
A quell'ora, com' naturale, tutta la citt era piena dei fatti avvenuti la
notte antecedente, figuriamoci poi se non ne doveva essere completamente
informata quella societ di compagnoni, cacciatori instancabili di notizie e
di pettegolezzi.
 Avete ragione, diceva il presidente; il fatto, anzi l'intreccio de' fatti, 
strano,  curioso,  avviluppato fino a parere inverosimile, ma  ancora un
niente per s stesso. Quel che fa strabiliare si  che, per questi fatti,
tornino oggi in ballo precisamente coloro che tanti anni fa provocarono tali e
tante ciarle da andarne sottosopra tutto il Ducato. Che la signora contessa
Clelia abbia dato al mondo una bella figliuola... niente di pi naturale. Ma
quel che fa senso , che da un monastero dove non  mai avvenuto scandalo di
sorta, debba scomparire una fanciulla, e che questa fanciulla sia precisamente
la figlia della contessa! Se ci fosse successo nel monastero di Santa
Radegonda... non poteva andar meglio... Donna Paola lo rese celebre per
esserne fuggita, e per aver avuta tanta drittura di cervello e forza e
coraggio da farsi dar ragione anche dal papa... onde la fuga della figliuola
di donna Clelia avrebbe fatto di quel monastero un istituto sui generis, da
essere di preferenza visitato dai forastieri.
 Se mi permetti di contraddirti, soggiungeva un altro, sarebbe stato ben pi
strano e inconcepibile che donna Paola avesse mandato ad educare la sua, dir,
pupilla in quel convento stesso, dove ella aveva passata una giovent tanto
infelice, e che la pupilla fosse poi fuggita di l appunto per imitare chi
l'aveva in tutela.
 Come vuoi tu...? Ma tornando alla scomparsa o alla fuga della ragazza, non
poteva al certo avvenire in un modo pi clamoroso; perch gli ingredienti e
della Ferma e delle guardie e delle schioppettate nel recinto, e
dell'intervento dei Frammassoni, se sar vero, e del giovane lord Crall,
precisamente di un figlio di donna Paola, fanno un tal garbuglio e un tal
nodo, che sfido la fantasia del prete Passeroni a inventarmene uno pi
intricato... e scommetto che, coll'andar del tempo, qualche bizzarro ingegno,
se mai verr a conoscere tutta questa matassa, e sia di quelli che o bene o
male sanno tenere una penna in mano, ne stender la storia in modo, che i
nipoti dei. nostri nipoti sentiranno il desiderio di essere nati tanti anni
prima.
 Ah,  una gran donna quella donna Paola...
 Cosa c'entra adesso la gran donna?
 C'entra tanto che, senti un po', caro mio, giacch ti dispiace che una
notizia venga da una bocca che non sia la tua, ma l'ho sentita stamattina
nello studio dell'avvocato Fogliardi....
 Sentiamo; che cosa?
 Che invece di lamentarsi della disgrazia toccata al figliuolo, donna Paola,
jeri sera, in casa Ottoboni, se ne gloriava. e diceva che esso aveva fatto
benissimo a comportarsi a quel modo...
Colui che parlava non incontrava di solito l'approvazione dei compagnoni
affaccendati. Pu darsi che forse rappresentasse il solitario buon senso in
perpetua lotta col senso comune; per fu contraddetto anche in questa
occasione.
 Oh... tu la dici grossa... bada che donna Paola non avr detto cos... non 
possibile....
 Se lo dico,  perch lo so....
 Allora si vede che anche donna Paola pu dir delle sciempiaggini... e che,
per distinguersi dalle altre dame, ha voluto far la parte di Spartana. Io
abborro tutto ci che sa di ostentazione...
 Ma che ostentazione?...
 Rallegrarsi perch il figliuolo va in galera... ma sai tu che  nuova di
conio?
 Cosa c'entra la galera?...  motivo che la si deve guardare.
 Che motivo?... Gi io non sar mai per approvare che coloro siano andati con
violenza a portar il campo di battaglia in un monastero, per fare il bulo coi
finanzieri. Non si potevano aspettar in istrada... od assalirli nel loro nido?
 Bravo! per rimanere schiacciati dal numero. Saresti un generale assai
astuto... Bravo!
 Ma che bravo! Credi tu ch'io solo sia di questo parere?... tutti lo dividono
con me... E sfido io a pensar altro, chi ha la testa sulle spalle....
 Grida pure a tua posta; ma intanto ti prego a considerare che non basta aver
la testa sulle spalle... quel che importa  di avere una buona testa.
 Signor buona testa... mi perdoni, dunque.... ma quando tu mi proverai che la
prepotenza di quei giovinotti...
 Ma ho da sentir a parlar di prepotenza, quando si trattava di sbarrar le
bocche a quei cani de' fermieri...
 La questione non  sui fermieri... la questione  se sia stato bene entrar in
un monastero a fare il gradasso... e a far strillar le monache... bel
gusto!... bell'onore!...
 Sono andati a cercarli dove si trovavano, e per coglierli nel punto che, per
la prima volta, ebbero la sfrontatezza di entrar in un luogo consacrato alle
sante vergini.
 Ma che sante vergini!...
 Sta a vedere che adesso l'hai colle sante vergini!... mentre prima
disapprovavi chi aveva loro turbato il sonno. Ma dov' la connessione delle
idee?
Il presidente, messo alle strette, faceva gli occhiacci all'avversario, quando
l'amico collarone entr a parlare:
 Con buona pace di loro signori... se mi permettono, dir anch'io il mio
parere.
Tutti si volsero.
 Trovo che il signore ha ragione nell'asserire che donna Paola non aveva poi
tanto a gloriarsi che suo figlio siasi cacciato in monastero per calar la
spada sulla testa de' fermieri.
 Diavolo!... si pu pensar diversamente?... e il presidente chiacchierone
guard con amabilit insolita l'ipocrita collarone, a cui aveva pur sempre e
fatto e detto delle scortesie. Ma, per un'altra delle tante debolezze umane,
quando uno  a capegli con un avversario in una disputa qualunque, e, volendo
aver ragione ad ogni costo, si sente a dar torto con virulenza, non tarda un
minuto a farsi amico del primo che venga in suo soccorso, fosse pure colui il
peggiore suo nemico.
 E trovo inoltre di dire, continuava il signor Baserga, che lord Crall
nell'entrare armata mano in monastero ha commesso una solenne prepotenza.
 Diavolo, non si pu avere un'altra opinione.
 E i fermieri, che Dio per li tenga lontani dalla mia casa, dovevano essere
attratti in altro modo, e sfidati, se pur si volevano sfidare, in altro luogo.
 Cos  certissimamente; allora avrebbe potuto dire di aver saputo respingere
la violenza stando sul terreno della legge.  chiara come il sole.
 Sicuro, certo, non c' che dire, soggiunsero allora tutti in coro.
 Non c' che dire? Adagio, soggiungeva l'uomo del buon senso; c' da dir
qualche cosa, perch quando sento a parlar di legge, ho l'onore di dire che a
bastonare le guardie della Ferma anche in un'osteria, il terreno della legge
sarebbe stato invaso tanto, quanto ad averli percossi in convento... e che
dall'istante che si doveva dar di cozzo e nella legge e nell'autorit viva e
recente e calda di un editto che non parla a mezzabocca, tanto valeva
un'osteria quanto un monastero; anzi il monastero spiega la ragione e della
difesa e della protezione dei deboli; e l'osteria invece avrebbe presentato il
sospetto di una rissa plebea e villana, e tutt'altro che degna di
gentiluomini...
 Se il signore mi ascolta... sentir che non si trattava di difesa... bens
era una trappola tesa da lontano...
 Che? come?
 Ma innanzi tutto devo dire che, se loro signori sono tra i caldi ammiratori
di donna Paola, io ho l'obbligo di tacere.
 Ma parli, ma parli, gridava il presidente. Oh, sarebbe bella che... Vi
rammentate quel che ho detto un giorno in cui abbiam veduto donna Paola nel
carrozzone scoperto, seduta insieme colla figlia della contessa Clelia che le
stava presso, e col giovane lord sdraiato dirimpetto?... Io le vedo da lontano
le cose... Ma se sta il sospetto, la contentezza mostrata da donna Paola deve
aver bene la sua ragione.
 In fatti non  senza ragione. Ascoltino.


IV

Non so se loro signori conoscano il fatto della lite intentata dal signor
conte V... alla contessa sua moglie, riguardo alla figliuola che fu messa ad
educare nel monastero di San Filippo.
 Altro che conoscerlo, rispose il facente funzione di presidente degli
avventori del caff; per non esserne al fatto bisognerebbe aver viaggiato
tutti questi anni lontano da Milano.
 Tanto meglio... ma forse non conosceranno la parte attiva, continua, calda,
instancabile che donna Paola ha avuto in questa faccenda; tanto che, sebbene
il conte fosse dalla parte della ragione, e per quanto la contessa fosse
convinta... del suo, non si pu a meno di dire, vergognoso trascorso...
pure... l'illustrissimo signor conte, per sentenza del Senato, venne, or non
sono molti giorni, costituito nei diritti e negli obblighi della paternit
verso la figlia della contessa... Questo forse loro signori non lo sapevano.
 Lo si sapeva assai bene, e quasi avevam stabilito di fare una serenata di
congratulazione al signor colonnello...
 Ella ride, signore; e fa bene, perch non si trova ne' panni del colonnello;
ma lasciando lo scherzo, che ne pensa ella della sentenza del Senato?
 Che pu far numero colle tante e tante altre ingiuste e assurde che ha
pronunciate in trecento anni.
 Bravo!
 Chi bravo? il Senato? disse l'uomo dalle opinioni solitarie, sorridendo
ironicamente.
 Cosa vorresti dire tu?
 Che non divido il tuo parere, n il parere del signore, e che il Senato...
 Or sta a vedere che costui  capace di farci il panegirico anche del
Senato...
 Va adagio, caro mio, e se hai buona memoria, devi ricordarti che ad odiare il
Senato t'ho insegnato io... Dunque non c' pericolo ch'io voglia lodarlo
adesso... Ma altro  avergli avversione, altro  dire che siano ingiusti tutti
quanti i suoi atti. Diavolo! non volete voi che qualche volta, per isbaglio,
non possa anche il Senato servire alla giustizia? Questo, per esempio,  un
caso.
 Giustizia l'aver dichiarato che il padre della figlia... s, insomma, ci
comprendiamo, deve essere il signor colonnello?...
 Giustizia, s... e chi non lo crede si diverta; ma se tutti hanno gli occhi
nella testa, non tutti li hanno nella mente... e se voi altri...
 E che fa a noi il vederci, se tu ci vedi per tutti?
 Non andare in collera, e ascolta: gi la giornata  lunga, e al terzo pasto
ci mancano molte ore; ascolta dunque, e si compiaccia d'ascoltare anche quel
signore, e prima di tutto vorrei pregarlo a provarmi che la sentenza del
Senato  ingiusta.
  una cosa cos chiara e lampante, che  pi facile vederla che dimostrarla.
Come far io a dimostrare e a provare a lei che oggi  una giornata calda, se
ella mi dice d'aver freddo?...
 Il signore conosce l'arte delle anguille... me ne congratulo tanto... ma qui
non si tratta n di caldo n di freddo... si tratta di torto e di ragione, e
di un fatto in cui ci son gli indizj e le prove palmari e dell'uno e
dell'altra... Ho dunque l'onore di dirle che nelle consuetudini, e negli
statuti, e negli interpreti, i figli di un matrimonio appartengono tutti a
quel padre che non s' mai diviso dalla moglie in faccia alla legge, e che
dalla legge non fu dichiarato prosciolto dai vincoli di marito... Ora, durante
l'intero anno 1750, il signor colonnello non fu mai legalmente diviso dalla
signora contessa.
 Questo  vero... ma...
 Che ma? in aggiunta poi ho il piacere di dirle che il signor colonnello,
tanto  pi grande e grosso quanto meno acuto, per paura forse che la pratica
del foro milanese non bastasse a salvar la riputazione della moglie, and
espressamente a visitarla in Venezia... e pi d'una volta fu alla casa
dov'ella alloggiava; il che venne constatato dalle testimonianze e di quei
padroni di casa, e dei servi, e del guardaportone...  contento ora?....
 Tutt'altro; bens le dir che il signor conte, difeso dall'avvocato
Rapazzini, che  l'avvocato di monsignore mio padrone, ha opposto al fatto
dell'essersi presentato due volte alla casa della contessa in Venezia, quello
del non essersi mai trovato davvero con lei.
 Davvero?... cosa significa davvero?... Ha prodotte testimonianze il conte?
 No.
 Dunque?
 I testimonj furono interrogati capziosamente...
 Cio?
 Cio... cio... S'ha proprio a dir tutto?
 Se ci dobbiamo intendere!
 Dunque le dir, che la formola dell'interrogatorio fu regolata in modo da
voler manifestamente giovare alla contessa...
 Chi lo ha detto a lei?
 Dal processo verbale appare che i testimonj non dovettero rispondere che a
questa semplice domanda:  vero che il conte si present in Venezia alla casa
della contessa? e i testimoni, naturalmente, anche senza pericolo di dire il
falso, hanno risposto di s... e su questo s venne innalzato tutto
l'edificio della ragione della contessa e del torto del conte. Ed ecco come si
fa a dar di gambetto alla giustizia... E fu donna Paola a subornare i giudici;
ella che li invitava a pranzo e li regalava, e...
 E perch doveva far tutto questo, se anche senza le visite del conte alla
casa della contessa in Venezia la pratica del foro lo dichiarava padre della
nata... e per conseguenza...
 Che conseguenza?...
 Una bellissima conseguenza, ed  questa, che la figlia della contessa sar un
giorno una delle pi ricche dame della citt.
 Ah... qui ci siamo e qui lo volevo! grid allora il maggiordomo Baserga con
un impeto che tradiva la sua natura chiusa, subdola e circospetta.
 Ecco perch donna Paola s'interess tanto in questa faccenda... La cosa che
pi di tutto premeva a quella donna era, che la figliuola della contessa
potesse recare una pinguissima dote al futuro marito. Comprendono ora loro
signori?
 Guarda un po' se io mi sono apposto bene? soggiungeva il facente funzione di
presidente. Or ecco com' la cosa...
  vero...
 Non pu essere diversamente...
 Per, o in un modo o nell'altro, quella donna  sempre una donna di gran
testa.
 Questo  un altro pajo di maniche; altro  l'essere una gran testa, altro 
l'essere una santa, un'eroina... una, che so io?... perch qualche volta il
mondo impazzisce... e c' da stupire pensando che doveva meritarsi il nome di
venerabile, di santa, di miracolosa, chi avea saputo fuggir da un convento, di
notte e coll'amante!
 Mi stupisco molto di lei, rispettabilissimo signor maggiordomo, diceva il
solito contraddittore, mi stupisco molto di lei che, mentre con tanta
edificazione del pubblico suda a tenere uno degli otto bastoni del baldacchino
del Duomo nell'ottava del Corpusdomini, parli in tal modo di una dama che
merit s distinti riguardi dal santo padre e dal suo concistoro...
 L'astuzia pu arrivare ad ingannare chicchessia, mio signore.
 Non il pontefice per... badi che, a contraddirmi, ella incorre in eresia...
 Ma lasciagli continuare il discorso, seccatore eterno che sei!
 Continui pure... Son curioso anch'io di sentire a che conseguenze ei ci vorr
tirare.
 E non ha gi compreso ogni cosa la tua buona testa?
 Questa volta non ci arrivo proprio; ho bisogno che il signore si spieghi in
lungo e in largo.
 Il signor maggiordomo vuol dire, che alla esimia donna Paola premeva che la
figlia della contessa fosse dichiarata legittima figliuola del signor conte
colonnello, perch cos sarebbe stata ricchissima; e ci, com' ovvio a
credere, per aver in tutela la futura moglie del proprio figliuolo. Hai capito
adesso?
 Precisamente, cos..., soggiunse il maggiordomo, ed io, per poter dir questo,
ho dei riscontri che non sbagliano.
 Ma volendo pur concedere che la cosa sia come ella dice... io non trovo poi
che nel desiderio di accasar bene il figliuolo ci sia colpa di sorta; nobile e
ricco l'uno, nobile e ricca l'altra, giovani e belli ambedue. Che ci trova
ella a dire in contrario?
 Quando il signore sia capace di provarmi che  un atto di virt e generosit
il lavorare assiduamente e in una materia cos delicata per arricchire la
propria casa a spese altrui, per me non ho nessuna difficolt a lasciarmi
convincere. Prima per faccio osservare che la contessina aveva avversione al
giovine milord, e non manc di manifestarla, poverina! ed io so che, in
proposito, ci furono dei disgusti, dei gravi disgusti in casa. Donna Paola
vagheggiava la ricchezza futura e la splendida posizione del figlio... troppo
giusto! il figlio vagheggiava la bellezza della ragazza, della quale
s'innamor pazzamente...  da compatire. Il cocchiere di casa Pietra 
fratello del cocchiere di monsignore... e, come loro sanno, i segreti dei
padroni son sempre messi in piazza dai servitori. Cos dunque, per continuare,
madre e figlio si strinsero in lega per tirar nella rete la giovinetta
inesperta... Questa, sgomentata, l'ultimo gioved, giorno in cui era solita
uscire per andare in casa Pietra, volle di forza rimanere in convento, e
resistette alle sgridate della madre superiora, ignara dei lacci; e respinse
le preghiere della governante di donna Paola che era andata a pigliarla in
carrozza. Loro signori mi guardano attenti e maravigliati, ma non aggiungo n
un punto n una virgola alla verit. Ma i sepulcra dealbata sono antichi come
la lettera del vangelo; e finch una persona non  morta, non la si pu
giudicare, e spesso la fortuna  tanto benigna con certuni, che aspetta il
punto in cui vien loro dato l'olio santo per alzare il bianco lenzuolo che da
anni ed anni nascondeva le nere magagne. Che se donna Paola non ha potuto
aspettar l'olio, vuol dire che la fortuna, la quale  capricciosa, s'
disgustata seco tutt'in un tratto. Cos , signori; del rimanente, che la
fanciulla sia scomparsa dal monastero  un fatto che tutti conoscono fin da
jeri; che poi sia stato lord Crall a farla scomparire  il fatto che io ho
l'onore di raccontare oggi per la prima volta, e se non credono a me, vadano
al criminale e interroghino qualche attuaro, e sentiranno; sentiranno chi 
stato a ordir la cabala, a riscaldare quegli otto o dieci giovinotti contro le
guardie e i commissarj perquisitori, a far nascere tanto disordine e tanto
scandalo in convento; sentiranno e confesseranno per la seconda volta che
donna Paola Pietra, come ha detto questo signore,  proprio una gran donna! Ma
con quello spirito turbolento, audace, irrequieto, e con quell'astuzia in
corpo sarebbe riuscita assai meglio nei panni di un uomo; e se, per un modo di
dire, avesse abbracciato il mestiere delle armi, chi sa mai?... Federico di
Prussia avrebbe forse avuto un competitore.
Queste parole del maggiordomo, calme, continue, stringenti, penetrarono nelle
menti degli ascoltatori ad imbeverle tutte quante, come quelle pioggerelle
minute e fitte dell'aprile che infiltrano la terra; aggiungeremo anzi che, per
un istante, ne rimase penetrato anche colui che pur s'era preparato a far
testa al maggiordomo con tutti gli sforzi d'una incredulit sistematica; di
modo che, mentre gli altri si ricambiavano a vicenda delle esclamazioni di
meraviglia, piombando tutti in colonna serrata sulla riputazione di donna
Paola, colui passeggiava silenzioso, non sapendo a tutta prima come ribattere
le velenose insinuazioni del collarone del Duomo. Ma infine, caldo di sdegno,
si piant nel mezzo del caff, e:
 Caro signore, esclam, permettetemi di dirvi che io non credo nulla di tutto
quanto avete raccontato. Ci vuol altro che qualche chiacchiera sciocca della
servit ignorante per martellare cos su due piedi una riputazione di
cinquant'anni. Eppoi, come farete a spiegare il modo con cui lord Crall in
quel serra serra avr potuto trafugare o far trafugar la fanciulla tutt'altro
che disposta, come voi stesso avete detto ad uscir dal monastero? E concesso
pure che tutto fosse stato concertato per fare il colpo con sicurezza, come
c'entrarono i commissarj e le guardie della Ferma? Pretendereste forse che,
per fare un favore a donna Paola e al figlio di lei, abbian voluto aver la
compiacenza di farsi pestare e ferire ed uccidere dagli assalitori amici di
lord Crall?... Abbiate dunque la bont di ponderare un po' meglio la
storiella... e vedrete che tosto si risolver in una favoletta alquanto
scipita, se volete, ma molto maligna.
 Io ho raccontato quello che so.... quello che non so... non posso n dire n
spiegare.
 Ma io spiego benissimo quel che a voi sembra intricato e oscuro, soggiunse
allora il facente funzione di presidente. Dal momento che lord Crall e donna
Paola avevano stabilito di fare il colpo, a spingere le guardie in convento
bastava, com' chiarissimo, una denuncia segreta all'amministrazione del
tabacco, a carico delle signore monache... Dunque..
 Va adagio coi dunque... e piuttosto pensa alle conseguenze... e pensa alla
consumata esperienza di donna Paola; la quale, quando mai, ci che non si deve
ammettere nemmen per celia, fosse cos astuta ed iniqua, non avrebbe mai
voluto compromettersi in un modo tanto vituperevole e scandaloso; perch la
fanciulla dovr pure saltar fuori, e alla fanciulla non si pu mettere il
bavaglio alla bocca; e se lord Crall gli era odioso prima, tanto pi gli
diverrebbe odioso dopo. Insomma l'assunto di questo signore e la vostra
credulit mi riescono tanto assurdi, che, anche solo a gettare il fiato per
confutarlo, mi par di dividere la vostra balordaggine.
Costui non avea finito di parlare, che da uno stanzino contiguo alla sala del
caff, dove i riguardosi sedevano a bever la cioccolata, usc piantandosi
sulla soglia l'alta e magra e dignitosa figura dell'abate Parini, il quale,
dopo un po' di pausa, maestosamente zoppicando si fece presso a quello appunto
che aveva parlato ultimo e:
 Amico, disse, stando di l... v'ho sentito e lodato: ma, se avete senno e
rettitudine, continuando a star con costoro, finirete per perdere e l'uno e
l'altra.
E senza pi, volgendo in giro sugli astanti il suo grand'occhio pieno
d'espressione severa, attravers la sala ed usc dal caff Demetrio; e un
lettore d'Omero, guardandolo, ben poteva ripetere,

Indi coll'ira
Di chi vibra dall'alto armi celesti,
Taciturno con lente orme si tolse.


V

Quando il Parini fu uscito, aveva lasciato dietro a s, quasi diremmo, il
profumo della sua nobile natura. Quanti erano raccolti in caff stettero
alcuni istanti senza parlare, assorti in quella nuova atmosfera; cos se una
elegante gentildonna, passando in mezzo ad una frotta di rozze contadine che
alterchino, avvien che le avvolga nella fragranza lasciata dalle sue vesti,
coloro si tacciono, irresistibilmente comprese di quell'aura odorosa. Quel
silenzio rispettoso per non dur molto, ch al pari delle rozze contadine, le
quali, svanito il profumo, deridono la squisitezza di chi lo ha lasciato
indietro, anche quei compagnoni si rivoltarono contro l'autorit dell'alto
poeta, e:
 Bella anche questa, cominci a dire il ventilatore del braciere; curiosa
davvero, che uno si creda in diritto d'insultare una societ di galantuomini
perch ha stampato de' versi che, se i suoi amici dicono il vero, saranno
immortali.
 Ma  assai pi strano, soggiunse il Baserga, che chi si arroga d'insegnare i
buoni costumi a' ricchi, si trattenga poi in una bottega ad origliare i
discorsi altrui. Del rimanente loro signori sapranno che l'abate Parini 
stato il precettore de' figli di donna Paola, e che anche adesso frequenta
assiduamente quella casa.
Proferendo queste parole il signor Baserga si alz ed usc. Colui che il
Parini avea onorato del nome di amico usc pure, per non intrattenersi in
nuovi ed inutili alterchi. Gli altri poi si fermarono, e, liberati dalla
controlleria d'un contraddittore perpetuo, ridussero a pi chiara e speciosa
lezione, e rimpolparono colle loro congetture il racconto del maggiordomo,
perch potesse circolare con miglior successo fra il popolo, ed essi medesimi
s'incaricarono di farne gli spacciatori; press'a poco come gli editori
francesi, quando hanno ridotto in forma di libro accessibile a tutti qualche
nuovo trovato della scienza.
Ed ora dir il lettore: come mai in tanto cicaleccio del pubblico attento ai
fatti che abbiam narrati e ai personaggi che li generarono, non salt fuori un
sospetto che venisse a percuotere e a trarre innanzi al tribunale
dell'opinione pubblica anche la persona del Galantino, che necessariamente,
per l'associazione delle cose, per la memoria del passato, per la sua
condizione che lo faceva quasi vivere una vita pubblica al cospetto
continuamente del pubblico, doveva essere ricordato in quell'occasione?...
Come mai dunque ha potuto passarsela netta, senza che nessuno pensasse a lui,
pur dal momento che si voleva andare in cerca di un rapitore qualunque della
fanciulla? che si conoscevano le sue abitudini libertine, e l'audacia
sfrontata onde solea valersi anche in quelle tresche che per lui non erano che
un divertimento dagli affari; che, ed  il pi, a tutti era noto aver esso
abitazione, giardino e deposito di mercanzie in luogo attiguo al monastero di
San Filippo Neri? Dare a questa domanda una risposta che sia l'espressione del
vero non  possibile; ma volendo pur arrischiare un'opinione, ci parrebbe di
poter dire che il pubblico d'allora, il quale, come quello di tutti i tempi,
talvolta  capriccioso al pari di un ragazzo, di quel personaggio eteroclito
del Galantino aveva tanto parlato e straparlato; lo aveva accusato, manomesso,
vituperato, maledetto in tanti modi e a tutte l'ore, che oramai era quasi
sazio di occuparsi di lui. Cos vediamo qualche fanciullo dimenticare in un
angolo della camera da giuoco il fantoccio col quale s'era scapricciato a
strappargli testa, braccia e gambe sotto gli occhi stessi dell'ajo; ma di
soppiatto poi farsi a rompere un prezioso oriuolo per vedere com' fatto di
dentro. Che che ne sia, il pubblico vuol variare le vittime; talvolta, stanco
di percuotere i tristi passa a maltrattare i buoni. La storia d'Aristide
rimane sempre l ad ammonirci di questo fenomeno perpetuo.
Or tornando al Galantino, se il pubblico non pensava a lui, pensava ben egli a
se stesso, e pi seriamente che non avesse mai fatto in tutta la vita. La
passione, che  come l'ubbriachezza, lo aveva portato fuori alquanto della sua
natura. Sebbene astuto e antiveggente per una straordinaria saldezza
d'intelletto, pure, prima di compire il fatto del trafugamento, aveva creduto
che nella sola riuscita di quello vi fosse l'adempimento de' suoi desiderj, e
si dovessero trovare tutti gli elementi necessarj per mandare ad effetto ogni
suo disegno. Ma, dopo qualche tempo, dopo che ebbe messo al sicuro d'ogni
ricerca le due fanciulle, dopo che ebbe finito di pensare alla prima parte,
diremo cos, della sua impresa, la quale per verit era la pi arrischiata e
la pi disperata; forse anche dopo che il Baroggi, invece di confortarlo lo
sbaldanz, ebbe campo di considerare pi freddamente tutte le conseguenze
possibili di quel primo audacissimo passo, e si turb. Il fatto segnatamente
che dominava, e quasi atterriva la sua audacia, era il contrattempo della
fanciulla dei marchesi Crivello, che non s'era potuta svincolare dall'altra.
Pensava che la propria ricchezza avrebbe reso meno odiosa la proposta d'un
matrimonio agli occhi della nobilt, che l'amore appassionato della fanciulla
per lui avrebbe intenerito i cuori, onde facilmente si sarebbe messa una
pietra sui fatti avvenuti; ma a guastargli questa speranza e queste belle idee
ridenti entrava il pensiero che i parenti della Crivello avrebbero reclamato
dall'autorit la pi severa punizione del trafugamento. Bene, dopo l'assalto
impetuoso di questi timori, la sua mente feconda almanaccava, improvvisando
progetti di difesa e di nuovi inganni e d'insidie nuove; ma colla stessa
facilit con cui li aveva improvvisati, li rifiutava poi uno dopo l'altro, con
dispetto iracondo, al pari di un poeta che, nell'ansia della composizione, non
trovi un'idea che gli attalenti.
In conclusione, se i nostri lettori hanno potuto maravigliarsi e dolersi, che
un cos astuto ribaldo sia stato sempre fin qui portato, come suol dirsi, in
braccio dalla fortuna; possono ora consolarsi nel vederlo finalmente esso alle
prese con un pericolo che non sembra voler offrire un varco probabile di
salvezza.
Quando, la mattina del giorno successivo al tafferuglio del monastero,
l'abbiamo udito a parlare col Baroggi, ei ci dovette sembrar ancor pieno di
sicurezza e baldanza; ma ci dipendeva che non s'era ancor trovato al cospetto
delle due fanciulle dopo riavute dallo stupore e dallo spavento che nella
notte le aveva oppresse, al punto da non poter parlare fino a tanto che videro
un volto di donna. Ma allorch si rec nella casa del Baroggi, e parl alle
ragazze, queste si comportarono di maniera, che sent la necessit di
allontanarle da Milano; e quando egli stesso in persona e con cautela le ebbe
accompagnate in un luogo in riva al lago di Como insieme colla madre del
Baroggi, pot accorgersi che la presenza della Crivello rendeva
pericolosissima la custodia delle fanciulle; e tanto pi avuto riguardo allo
spirito religioso e bigotto della donna a cui le aveva affidate, la quale,
eccitata dagli scrupoli, avrebbe potuto parlare e metter fuori il suo nome.
E perci avea pensato di non condurle in nessuna delle terre che aveva in
propriet, ma s in un luogo d'affitto presso Torno, borgo ch'egli conosceva
assai bene, per avere avuti affari negli anni addietro col proprietario d'una
fabbrica di lana, l'ultima rimasta delle tante di cui, prima delle guerre de'
Comaschi, Torno era pieno. Il luogo poi dove aveva loro trovato stanza era
Montepiatto, situato sopra Torno, e noto per esservi stato un convento di
monache. Queste circostanze del sito preciso dove donna Ada della contessa
V... e donna Giacoma dei marchesi Crivello vennero collocate sotto la custodia
della Baroggi, sono esattamente riferite dal monaco Benvenuto di sant'Ambrogio
ad Nemus; e diciam questo perch non si creda che da noi siasi scelto quel
luogo soltanto per aver l'opportunit di fare una nuova descrizione del lago
di Como. Il classico Lario stanc la penna di tanti scrittori di prosa e di
verso, e i pennelli di tanti paesisti, che non  possibile che chi non aspira
ad assere nojoso creda di ringiovanire tra congetture della causa del fonte
intermittente della Pliniana e l'etimologia della parola Tivano. Bens quando
ci fosse capitato una landa uggiosa della bassa Lombardia, forse ci saremmo
fatto un grande onore a descriverla, per la ragione che ci piacciono i temi
dimenticati dagli altri; ma il monaco Benvenuto ci ha condannati a non poter
scegliere un paesaggio di nostra fantasia.
Senz'obbligo dunque di far descrizioni, rechiamoci a Torno, ovvero sia a
Montepiatto, a toccare il polso febbrile della giovinetta Ada...
Se non che questo nome ci ammonisce d'una dimenticanza, per la quale dobbiamo
indugiarci ancora un istante a Milano, e dir qualche parola dell'illustrissimo
signor conte colonnello V... per tanto tempo trascurato da noi, con un
dispregio che parrebbe superar quello della contessa.
Questa fermatina ci torna inoltre necessaria a far conoscere una nuova e
micidiale bocca da fuoco, apertasi all'impensata per rendere ancora pi
difficile la posizione del Galantino. Dal ragioniere Baserga abbiamo saputo
che, per decreto dell'eccellentissimo Senato di Milano, era stata dichiarata
la paternit del conte V... rispetto alla fanciulla Ada. Dio sa, penser il
lettore, di che scoppio di furore avr dato spettacolo il conte alla notizia
di quel decreto! ma in vero che avvenne il contrario, ed ecco come. La natura
del conte ci  nota. Forza muscolare assorbente l'intellettuale, cuore
schietto, nascosto ed avviluppato in mille modi dall'orgoglio di casta,
dall'intolleranza, dalla spavalderia soldatesca; e nel tempo stesso un corredo
di pregiudizj cos inveterati, che lo facevano devoto al principio
dell'autorit. I senatori, ad uno ad uno, ei li avrebbe, in un bisogno, fatti
correre a squadronate, ma il Senato tutt'insieme raccolto, ma il presidente di
esso, circondato dalle pi pompose apparenze del pubblico ossequio, che veniva
chiamato Quasi rex e pareva un semidio, imponeva alla sua imaginazione; il
decreto pertanto che eman da quel formidabile consesso, firmato da colui, che
solo col suo carrozzone lentamente tirato da quattro cavalli aveva il
privilegio di poter interrompere l'ordine regolare delle carrozze sul corso di
via Marina, gli fece un tal senso, che credette pi a quel decreto che a s
stesso. A questo per conviene anche aggiungere che il furore di vendetta
aveva avuto, in quindici anni, il tempo di svaporare; che l'avvocato il quale
difendeva il suo diritto e gli altri causidici consulenti non gli aveano mai
data per sicura la vittoria sulla parte avversaria; che (e forse questa fu la
causa prevalente), avendo avuto pi volte occasione di veder la fanciulla Ada,
quell'aspetto leggiadro, attraversando soavemente gli orgogli, i disdegni, i
pregiudizj, gli penetr fino al cuore, e vi si ferm. Spesse volte nella
solitudine della sua casa vedovile, pensando a quel vago angelo, si sentiva
commosso rimeditando le sventure, le quali non vollero che la sua casa fosse
benedetta. Un giorno perfino si pent d'aver gettato lo scandalo nel mondo con
quella lite giuridica, e si corrucci d'aver voluto respingere per sempre da
s quella creatura innocente.
O arcani dell'umana natura, per cui, talvolta, colui che sembra il pi immite,
al contatto di contingenze speciali diventa il pi accessibile alla tenerezza!
E questo appunto era avvenuto del conte, di modo che, allorch usc il decreto
del Senato, quasi ne prov gioja. Per fu il colpo pi spietato della fortuna
quello per cui, dopo tre giorni, la fanciulla che per forza gli era stata
imposta dalla legge ed egli l'aveva accettata in pace, improvvisamente
scomparve! Quando gli amici stolidi, credendo di fargli piacere, gli recaron
l'annunzio di quel fatto, il suo furore non proruppe, ma scoppi con tal
impeto, che quasi parve presentare i sintomi della forsennatezza, e gli
astanti ne stupirono come quelli che non potevano comprender tutto. Cos un
nuovo formidabile avversario sorse, non sospettato, a far pi impacciata la
condizione del Suardi, che contro di tutti si sarebbe messo in guardia,
fuorch contro di lui.
Ed or che sappiam questo, possiamo recarci in riva al Lario a fare una visita
alla povera Ada.


VI

O giovinette leggiadre, fiorenti, appetitose, che avete tanta virt da fermar
l'attenzione persin di coloro che, sotto il cumulo degli affanni, del tedio,
delle disillusioni, metterebbero volentieri la vita all'asta! o giovinette
care e troppo care che, per le vostre qualit attraenti, vi trovate nella
condizione precaria delle allodole, delle quaglie, delle gallinelle, dei tordi
e delle tordelle, quando i cacciatori battono la campagna, e son tese nelle
ampie tenute le brescianelle e le ragnaje! O giovinette, ascoltate il parere
di un galantuomo. Non vi fidate mai della bella faccia e del bel vestito di un
giovane ignoto che vi segua al corso, che vi aleggi intorno quando sedete a
rinfrescarvi col sorbetto, che rinnovi le pazzie del conte d'Almaviva sotto al
vostro balcone. Non vi fidate e, prudentemente, prima di lasciar cadere su di
lui una di quelle occhiate eloquenti e compromettenti, che quasi hanno la
forza di una cambiale, pigliatevi l'incomodo di domandar conto di esso, di
farne assumere le pi minute informazioni coll'esattezza di un impiegato di
circondario. Io so quello che dico. Il viso ingenuo potrebbe essere la
maschera di un perfido mascalzone. Il frac di panno sopraffino potrebbe
coprire un debitore cronico, un avventore assiduo della Pretura Urbana. La
faccia giovanile potrebbe appartenere al padre di una mezza dozzina di figli
mantenuti, pi che da lui, dalla moglie venutagli a noja. Per vogliate aver
la bont di confidarvi colle vostre madri e colle vostre sorelle maggiori, se
non amate comprarvi affanni e spasimi, e correr pericolo di smarrir la
freschezza e la belt!...
Coloro che furono s ciechi da credere immorale il nostro libro, si affrettino
ad ammirare il sermone or ora fatto e non perdano questa bella occasione di
cambiar di parere. Povera Ada!  dessa che ci mise sul labbro le caritatevoli
parole.
Se, le prime volte che ella vide la figura del Galantino, e sopratutto quando
cominci a sentire sommosso il sangue da quel leggiadro aspetto, avesse
domandato conto di colui alla governante, che, insieme colla livrea di casa
Pietra-Incisa, andava a levarla dal convento; certo che la storia
dell'ex-lacch le avrebbe fatto torcere il viso inorridita, tutte le altre
volte che si fosse incontrata in esso; perch la forma esteriore non basta ad
acciecare anche la pi inesperta delle fanciulle; tanto pi poi quando l'amore
 ancora nel primo stadio della simpatia, e non  penetrato nel pi profondo
del cuore. Ma invece di parlare si tacque, per quell'astuzia istintiva che si
mescola anche all'innocenza pi ingenua, e pel pudore di nominare un bel
giovane alla governante. Se per colui non avesse provato che una curiosit
indifferente, il pudore non l'avrebbe trattenuta e l'astuzia non l'avrebbe
costretta a tacere per tema che la governante, messa in sospetto, non fosse
per cambiar strada in avvenire.
Ma in ogni modo, ella  degna di piet, pi che di biasimo, se inciamp
nell'agguato, al pari di un'augelletta che, immatura sporgendo il capolino dal
cavo dell'albero,  tosto ghermita dal cercatore di nidi.
Bens, d'ora innanzi saranno pi degne di biasimo che di piet quelle
fanciulle che, dopo aver fatto conoscenza colla giovinetta Ada, non vorranno
ascoltare i nostri consigli, ed apprendere dalle sventure di lei l'utile
lezione.
Intanto noi dobbiamo far silenzio, se, ascendendo verso Montepiatto, vogliamo
vedere un quadro mobile e quasi immobile di tre figure femminili. Una donna di
quarantacinque anni circa, seduta sotto il pergolato di un'umile casetta; a
qualche distanza da lei, all'ombra di un castagno, adagiata sull'erba, una
giovinetta piccola e rattratta, con un visino in cui brilla una vivace sebben
mesta intelligenza, visino che sarebbe bello se non fosse troppo acuto; pi in
gi verso il lago, assisa, medesimamente sotto un castagno, un'altra
fanciulla, la nostra Ada, assorta, muta, che volge lo sguardo sull'onda
sottoposta, e lo gira lento lento, ma con moto macchinale, a seguire qualche
vela che si dilunga.
 giorno di domenica:  quell'ora, dopo i divini ufficj, in cui la gente del
contado  raccolta nelle casupole intorno al povero desco, e in cui il
silenzio  profondo e diffuso in tutta la solitudine del lago; e per renderlo,
a cos dire, pi presente al senso e penetrante pi addentro nell'animo, dal
giardino di qualche villa signorile par che apposta s'innalzi di quando in
quando lo strido acuto di un pavoncello, ingrato come una trombetta fessa.
Chi  fresco d'un'eredit o ha vinto una lotteria, quegli a cui per una
special benedizione del cielo la vita scorre normale, regolare, infallibile,
come la sfera di un orologio a cronometro, tanto che, se c' un pericolo, 
forse che la soverchia pace gli pu rallentare la circolazione del sangue, al
punto da metterlo all'impensata sotto la protezione di Sant'Andrea Avellino, e
felice notte! coloro che sono circondati da una prole sana e da una densa
moglie fedele e a cui sono fedeli; coloro che benedetti dal pap, dalla
mammina, dai parenti, dallo zio facoltoso stanno beatamente sfiorando il primo
quarto della luna di miele, si capisce benissimo come possano lodare i
romitaggi al monte e al lago; ma in quanto a noi comprendiamo assai meglio
come fosse pi che mai accresciuta la tristezza e l'infelicit di Ada dal
momento che fu tratta a vivere in quella solitudine di Montepiatto.
Tornando al lago, fu sempre per noi un oggetto di maraviglia e un fenomeno
degnissimo di studio lo spettacolo di quegli uomini dell'Inghilterra, che un
bel giorno, dalla loro capitale di due milioni d'abitanti, fuggono per
ritirarsi sul lago di Como, e col, eccettuate le ore consacrate al sonno,
vivono continuamente nel loro canotto, soli tra il cielo e l'acqua, veri
nautili umani, e pensano e pensano senza riposo, quando per non pescano,
sinch arriva il giorno che un temporale spietato porta via e sommerge Inglese
e canotto!
Povera Ada, te felice se la sorte ti avesse fatto dono delle qualit minerali
di un Inglese in ritiro sul lago di Como!... Ma quanto eri diversa! e quanto
la tua triste condizione doveva farti parere insopportabile quella sempre
uguale solitudine, quelle scene ognora le stesse, quel cielo sempre riflesso
da quel lago, quel guizzasole ognor ripetuto dall'increspare dell'onde, quelle
barche e quelle vele andanti e ritornanti alla lontana, quella silenziosa
natura, quelle voci di uomini cos rare, remote e sonanti a lunghi intervalli!
Allora l'incessante cicaleccio delle sue colleghe, persino le gutturali
sgridate delle suore maestre le ritornavano in memoria, gradite e desiderate
in confronto! e nella solitudine, d'accosto al trasporto che le cresceva in
petto per quegli che l'aveva ridotta in quel luogo, sorgeva un desolante
sospetto... La Baroggi aveva nominato il Suardi; quel nome non era giunto
nuovo alla Crivello, che nella casa paterna aveva sentito a parlare di esso, e
per nelle sue assidue esortazioni per distogliere Ada dall'affetto colpevole,
si valse di quanto sapeva onde salutarmente sgomentarla.


VII

L'amore talora  pi funesto dell'antipatia e dell'odio; ci pare di averlo
detto un'altra volta, sebbene in diverso modo. Egli  per questo che, in
quella medesima occasione, da bravi conseguenzarj, abbiam tosto soggiunto che
l'imperfezione del corpo reca spesso assai pi vantaggio che la pi completa
bellezza. Una gemma preziosa che brilli in dito a un galantuomo, una catena
d'oro che sfolgoreggi tra il nero di un gilet di velluto e il bianco di una
camicia di batista rendono pericolosissimo il passeggiare ne' vicoli dopo la
mezzanotte. La cosa  chiara, per la sicurezza del passeggio notturno,
benedetta la giacchetta di fustagno e il cappello a larghe falde. Non ci
ricorda in qual libro, ma certo abbiam letto in un libro, che un uomo di
spirito, tediato delle querele di un bellissimo giovine, vittima della gelosia
delle donne, Fa che t'assalga il vaiuolo, gli disse, e t'imprima nel viso a
centinaja i segni del suo passaggio, e sarai felice! Quantunque un tal rimedio
possa parere troppo eroico, e troppo paradossale il nostro esordio, il fatto 
intanto che quelle due fanciulle, donna Giacoma e donna Ada, nacquero per
appoggiare la nostra opinione.
Donna Giacoma, fin dalla prima infanzia meno accarezzata delle fanciulle che
recavan nell'aspetto una bellezza regolare e i vezzi a lei negati dalla
natura, e per meno viziata da' parenti, quando pass in convento per esservi
educata, non sent come le altre e come Ada in ispecie il crudo passaggio
dalle amorevolezze casalinghe alla severit del contegno delle maestre del
monastero; anzi tenendosi pi tranquilla per non sentire il bisogno di
rivoltarsi impaziente contro una vita nuova, le parve di trovare in convento
una cortesia, una mitezza, una dolcezza che prima non aveva mai provato.
Fornita di molto ingegno, lo aveva adoperato per mostrarsi grata a quelle
premure, approfittando pi che le compagne dell'insegnamento che le veniva
dato; fornita di grande bont e di una gentilezza squisita di spirito, sapeva
all'uopo placare colle sue preghiere la madre superiora e le suore inclementi
verso le pi riottose alunne. Per questa ragione, anzich esser segno
all'invidia e, per conseguenza, al motteggio altrui pel difetto del corpo, era
amata da tutti e rispettata. Ed ella, certo senza volerlo, si avvezz per
tempo ad esercitare in convento una specie di superiorit premurosa, e dolce
bens, ma pur sempre una superiorit, che da tutte le veniva accordata e di
cui ella sentiva una interna compiacenza, che per non era orgoglio.
Ada, la pi vivace e tempestosa di tutte e la pi frequentemente sgridata e
punita dalle superiore, era perci appunto stata presa sotto la sua
particolare protezione; e siccome le preghiere della Crivello avevano sempre
avuto il loro effetto, e d'altra parte essa era riuscita, pi che le superiore
non avrebbero mai saputo, a rendere Ada pi docile, pi obbediente, pi
pacata; cos tra le due fanciulle, sebben coetanee, si era impegnata quella
corrispondenza affettuosa che non intercede gi tra due eguali, ma s tra una
protettrice e una protetta. La Crivello poi, come avviene delle madri che
spasimano dietro a que' figliuoli che pi le han fatte vegliare e pi loro
costarono di fatiche e d'affanni, pose davvero in Ada un affetto che ben si
potea dire materno.
Adolescenti e quasi adulte, ambedue crebbero in questo affetto. Donna Giacoma
dalla modestia, dall'intelletto acuto, dalla religiosit, convinta che per lei
nella vita non vi sarebbero stati altri conforti se non in occupazioni
congeneri a quelle che esercitava in convento; per di pi, avvisata dal senso
e dalla misteriosa intuizione di esso di quel che era serbato alle altre nel
mondo, si pose intorno ad Ada ( strano ma  edificante e commovente a dirsi),
precisamente con quella preoccupazione di una madre che  sollecitata dal
pensiero per la felicit della figlia. Queste cose noi avremmo dovute dirle
prima che avvenissero i disastrosi fatti del monastero, perch il lettore si
sarebbe fatto capace allora di ci per cui forse gli  rimasto qualche dubbio;
ma quelli erano momenti di gran trambusto e premura; in ogni modo, pu
provvedere la spiegazione d'oggi al silenzio d'allora, e pu provvedere a
spiegare la tenacit onde la Crivello si strinse ad Ada per non abbandonarla
pi, il motivo per cui, in carrozza, avendo dirimpetto il Suardi, mentre il
cocchiere sferzava i cavalli a fiaccacollo, si tenne abbracciata ad Ada come
chi vuol salvar la vita a una figliuola minacciata di morte da un assassino.
Tuttavia, quando si trov nella casa della Baroggi, avendo sentito il tenore
onesto delle parole del Suardi, ed esplorato il contegno della donna, mite,
riguardoso ed educato; e poscia avendo notate le abitudini devote di essa, si
tranquill e tacque; quando poi, avendo insinuato ad Ada l'idea di supplicare
quella donna perch volesse condurle alle loro case, l'innamorata fanciulla
protest con pianti di non voler per nessun conto fuggir prima che il Suardi
non fosse tornato; ella si trattenne, ed aspett prudente e lasci fare,
guardinga per e sospettosa; ed avendo sentito a parlare il Suardi, quasi
anch'essa si lasci andare a credere alle maliarde parole di lui, e non si
rifiut d'andare a Montepiatto per non abbandonare la sua cara Ada. Ma qui,
ne' discorsi fatti colla Baroggi, sentendo il nome del rapitore, si risovvenne
di quanto sul conto di quel nome avea udito pi volte in casa; e col coraggio
di una madre che  spietata colla figlia in ragione dell'amore che le porta,
le manifest tutti i suoi sospetti, e le raccont le storie che conosceva in
parte; e le dimostr che non poteva essere se non un tristo colui che aveva
potuto osare una cos scellerata impresa di rapire a tradimento una fanciulla
da un monastero.
Un momento prima che noi vedessimo quel quadro di tre figure, la Crivello avea
fatto appunto un lungo discorso di tal genere all'Ada, e questa, iraconda del
sentirsi penetrare dal sospetto contro il giovane di cui le sembianze non le
partivano mai dalla calda fantasia, indispettita si era disgiunta dalla
Crivello, e sola erasi adagiata a pensare e a ripensare, scorata e confusa. E
la Crivello, stata pietosamente a contemplarla per qualche tempo, al fine si
alz, e lentamente fattasi presso ad Ada, e cingendola del suo braccio:
 E cos come stai, le disse, cara la mia Ada? Sei ancora adirata meco?
Ada si volse e:
 Come ho da stare, rispose, e perch ho ad essere adirata con te?... Ma le
labbra le tremarono per la commozione e, non potendo continuare, guard la
Crivello colle lagrime negli occhi; poi tutt'a un tratto, abbassando il capo e
nascondendolo in seno all'amica, diede in uno scoppio di pianto.
E noi, dopo questo pianto, dolenti di non poterlo asciugare, n di poter
fermarci a Montepiatto per sentire i lunghi dialoghi tra la Crivello ed Ada,
n di recitar insieme con esse e colla devota Baroggi la terza parte del
rosario, dobbiamo recarci di premura a Bologna.
La contessa Clelia tornava una sera dalla casa Bentivoglio dove convenivano il
fiore de' gentiluomini e delle gentildonne bolognesi, i pi distinti
professori dell'universit, gli artisti pi noti, i pittori incaricati di
sostenere con uno sforzo estremo il tramontante splendore della scuola
caraccesca; tornava dunque alla sua dimora, lieta e paga oramai della propria
condizione. Gli uomini della scienza le davan prove quotidiane della loro
stima, le gentildonne giovani e belle l'ammiravano senza invidiarla, perch
pi non temevano in lei chi potesse loro disputare il primato, o rubar qualche
amante sul terreno sdrucciolevole della galanteria. Ben  vero che quella sua
poderosa belt romana, col crescere degli anni, non avea punto scemato, se
forse non era diventata pi solenne; ma la toga scientifica e la cattedra dove
saliva a dettar matematica, la facea considerar loro come una donna sui
generis, pi atta a destare il senso dell'invidia nei colleghi professori che
in esse.
I giovani galanti poi la circondavano con un'ammirazione piena di premura,
ammirazione in cui, se non per tutti, per alcuni almeno, si nascondeva pure
qualche altro sentimento; ma quelli che lo nutrivano in secreto rimanevano
paghi d'un discorso che loro ella rivolgesse, d'una approvazione che
accordasse, persino anche dell'opposizione che lor facesse in una disputa
qualunque. Magnifica e severa precisamente come una Minerva (perch, se come
tale l'abbiamo dipinta ne' suoi anni giovanili, nell'et matura non v'era chi
potesse contrastarle un tal predicato), ella serbava un contegno, che al
giovane pi fervido ed audace, perfino alla stessa ebriet tracotante avrebbe
fatto gelar la parola in bocca.
Ella per (le donne sono sempre donne, ed anche gli uomini non canzonano) si
compiaceva tra s e s, indovinando quel che si celava sotto quell'ossequio.
Per tutto ci adunque, ritornando quella sera a casa, si lodava della propria
sorte, e pensava che quasi poteva chiamarsi felice se avesse avuto seco la sua
Ada, e d'uno in altro desiderio, affrettava il giorno di farla uscir di
convento per tenersela ognora a fianco e deliziarsi tutta in essa.
Piena di questi pensieri, che erano gli abituali della sua vita, sal nel suo
appartamento, dove trov una lettera con un Preme a grandi caratteri sulla
soprascritta. Quella parola bast per agitarle il sangue e per far ch'ella
aprisse la lettera con mano tremante. Non sappiamo se il fatto sia comune a
tutti o a molti, ma la presenza di una lettera che non si aspetta, anche
allora che non reca quel terribile Preme, il Mane, Thechel, Phares delle
soprascritte, produce una sensazione disgustosa e angustiosa; forse ci
avviene in coloro che non hanno avuto nella vita che maledette battiture dalla
fortuna, di modo che ad ogni indizio di un fatto che ancora non si conosce, si
paventa una nuova sciagura. Dopo questo, non sappiamo quel che la contessa
Clelia pensasse in proposito, n se a lei la vista di una lettera facesse
costantemente quel senso disgustoso che produce in altri e in noi
segnatamente; il fatto sta che quando vide quella lettera deposta sul
tavoliere, per la ragione forse che non l'attendeva, volontieri ne avrebbe
fatto senza. Ma qual fu il suo parossismo, quando, lettala e rilettala, non
seppe afferrar bene la cagione per la quale veniva pregata a recarsi senza
perder tempo a Milano. Non sappiamo se il foglio fosse stato scritto di
proprio pugno, o soltanto dettato, o semplicemente consigliato dal Parini, che
ne era stato incaricato da donna Paola; ma con accorto ingegno era parlato in
esso di una malattia della fanciulla Ada, per la quale, mentre si raccomandava
la sollecitudine della contessa a mettersi in viaggio, le si faceva riflettere
tuttavia che non v'era nulla di grave e di pericoloso; tutto questo poi era
espresso con tale arte, che la contessa non dovesse rimanere percossa con
violenza da un troppo crudo annunzio, ma nel tempo medesimo giungesse a
comprendere che oltre la malattia, trattavasi di qualche altro fatto che
richiedeva la sua presenza. Comunque pertanto sia la cosa e comunque fosse
savio il consiglio che aveva dettato quel foglio, si mise una tale impazienza,
un'ansia, un'irrequietudine s forte nella povera contessa che, di punto in
bianco, scrisse un letterino al marchese Bentivoglio, dalla cui casa era
uscita un momento prima, con cui lo pregava a passare un momento da lei; il
marchese non si fece troppo attendere, e sentito dalla contessa come, per un
affare urgentissimo, le occorresse di recarsi a Milano, le ottenne in quella
notte medesima dal cardinale Legato un foglio di via per Milano.
Alla prim'alba, coi cavalli di posta, a tutta carriera, dando e promettendo
mancie a' postiglioni, che allora avevano a lottar di continuo colle scabre
strade, viaggi per Milano. Da Bologna venne a Modena, da qui a Parma, dove
pass la notte e dove volle il caso che si sapesse della sua venuta. Il nome
della contessa, non ci ricorda se lo abbiamo gi detto, e per il suo casato e
per quello del marito, e per la sua bellezza, e per le azioni che se n'eran
fatte, e per le sue avventure eccezionali e degne di storia, e per la sua
qualit di scienziata, e per essere successa in Bologna nella cattedra di
matematica alla grande Agnesi, era divenuto celeberrimo in tutta Italia ed
anche fuori, tanto che molti uomini di Bologna e d'altre citt avevano ambito
di far la sua conoscenza o per lo meno di vederla, aspettandola quando usciva
di casa, quando si recava all'universit, mescolandosi fra gli studenti per
sentirla a parlare. Per queste cose adunque, allorch corse la voce ch'ella
era in Parma e che alloggiava all'albergo ducale, tosto fu una folla di
persone intorno alla porta dell'albergo stesso per poterla vedere, e, tra le
altre persone cospicue, furono a visitarla l'abate Frugoni in compagnia del
celebre Condillac, stato precettore del figliuolo del duca di Parma, morto
alcuni giorni prima.
Il Frugoni, che gi s'era trovato colla contessa in Bologna, e ne aveva tenuta
parola spesse volte con Condillac quando con esso s'intratteneva alla corte
del duca, fu sollecito di fargliela conoscere, perch, torniamo a ripetere, la
contessa Clelia V... era divenuta, come si direbbe con frase moderna, una
maravigliosa tanto in voga, che molti andavan superbi soltanto a poter dire:
Ci ho parlato anch'io.
Il Condillac, sebbene fosse amico della vita ritirata e fosse grave ed austero
al punto che nella medesima Corte ducale, per insolito privilegio, era stato
esentato da tutti quegli obblighi consentanei ad un precettore di un principe
Infante, pure molte volte avea espresso all'amico poeta il desiderio di
conoscere quella donna singolare, nella quale per lui era inconcepibile il
contrasto tra la scienza grave che professava ed insegnava, e la storia delle
sue avventurose vicende. And dunque assai volontieri a farle visita. Ma
questa circostanza accrebbe pi che mai l'imbarazzo della contessa che aveva
tutt'altra volont che di ricever visite d'uomini illustri, ch il suo
pensiero assiduamente assorto dalla sollecitudine che la spingeva verso
Milano, si trov insopportabilmente angariato, costretta com'era a stare in
guardia per non perdere la scherma e conservarsi nella sua riputazione,
parlando con un uomo che tutt'Europa esaltava. Il Frugoni, quantunque toccasse
i settantaquattro anni, vivace, epigrammatico, motteggiatore, parlatore
instancabile, com'era stato instancabile e inesauribile produttore di versi,
giov ad empir le lacune che troppo spesso intercedettero tra le parole del
Condillac e le risposte lente della contessa distratta altrove; ma non fu cos
abile che il filosofo francese non si lamentasse poi dopo coll'abate poeta di
aver trovato una donna pi bella e superba, che simpatica ed eloquente.
In ogni modo la contessa respir pi libera quando si trov sola, e quando,
alla prim'alba, pot finalmente riprendere il viaggio. Venuta a Piacenza,
passato il ponte di barche sul Po, rimessi i cavalli al trotto, lungo la
strada da Casal Pusterlengo a Lodi, al rumore di altra carrozza che le veniva
incontro, mise fuori la testa dallo sportello per quel movimento irresistibile
onde chi viaggia  spinto a guardare i passaggeri che battono la stessa
strada, e s'incontr quasi faccia faccia col passeggiero che stava nell'altra
carrozza e che medesimamente sporgeva la testa a guardare dallo sportello. Le
due carrozze, che erano tratte velocemente dai cavalli, non lasciarono a
quello scontro la durata di un minuto secondo. Ma questo bast perch e l'una
e l'altro si ravvisassero. Il viaggiatore era il Galantino. Or non  a dire
che turbamento mise in cuor alla contessa, senza che n'avesse una ragione
precisa, quella vista inaspettata; ma ci che veramente la colp fu che nel
retroguardare, sporgendo di nuovo la testa dallo sportello per una curiosit
che non seppe vincere, vide che il postiglione faceva dar di volta ai cavalli,
e la carrozza del Galantino alla lontana teneva dietro alla sua.


VIII

Or come avvenne che il Galantino si trovasse sulla strada che da Lodi va a
Casalpusterlengo? Ecco il fatto. A Milano, dopo che il conte V... seppe del
trafugamento della fanciulla Ada; furibondo e nel tempo stesso sospettoso che
chi ci aveva interesse avesse voluto offendere lui stesso, col togliergli i
diritti della paternit, mentre si era voluto imporgliene gli obblighi;
esaltato inoltre dalla perversa voce che rapidamente era corsa per tutta
Milano, a dispetto delle objezioni degli increduli, che donna Paola di
concerto col figlio Guglielmo avesse tentato il mal colpo; aveva fatto tanto
scalpore presso il Senato, che il capitano di giustizia, il quale, messo gi
sulla falsa via dalla lettera anonima del Galantino, aveva sottoposto ai pi
severi interrogatorj lord Crall e i complici suoi, non tanto pel reato
dell'aver assalito a mano armata la forza pubblica, quanto per l'accusa
dell'aver ricorso a quella violenza per rapir due ragazze dal convento;
dovette invitare a comparire indilatamente anche donna Paola Pietra-Incisa per
essere sentita in giudizio. Come  naturale, e per la cattura del figlio e per
la fuga di Ada, il giorno dopo ella stessa avea pensato di rivolgersi al
capitano, e perch s'incaricasse tosto di pubblicare un bando a rintracciar le
fanciulle, e per informarsi della condizione in cui trovavasi suo figlio; se
non che, con sua sorpresa, quando gi stava per uscire e per recarsi
dall'eccellentissimo capitano, ricevette un foglio sottoscritto da esso, nel
quale, omesse le formole dell'etichetta epistolare, la si citava d'ufficio a
comparir tosto innanzi a quel tribunale.
Donna Paola, stupita del modo onde le veniva fatta l'intimazione, si rec al
Palazzo di Giustizia senza farsi aspettare; e col venne a trovarsi al
cospetto del signor capitano, il quale, dismesse le rispettose parole, la
sottopose ad un interrogatorio che sarebbe prezzo dell'opera il riportare qui,
perch la paziente assennatezza di donna Paola, l'eloquenza efficace, il
disdegno sublime, ma calmo e soffocato dalla preoccupazione dell'ultimo
intento, il rimprovero temperato di umilt, ma forte abbastanza per compungere
altrui, vi risplendono in tal modo che  un'edificazione a leggerlo. Il
capitano, com' facile a supporsi, ne rimase penetrato; allora, fatto venire
innanzi anche il conte V... che era l ad attendere donna Paola, questa giunse
a persuadere colui stesso dell'ingiuria inaudita che le si era voluto fare col
crederla rea di un s turpe ed empio attentato. Il conte V... non fece altro
che unire le proprie sollecitazioni a quelle di donna Paola affinch il
capitano volesse tosto far uso di tutti i mezzi che aveva a disposizione
perch, mentre si pubblicava il bando, s'incaricassero il pretorio della
capitale e tutti i pretori delle altre citt del Ducato, e i pretorj
suppletorj di confine a spedire per ogni dove uomini esperti e guardie a
rintracciar le fanciulle. In quel d stesso anche il marchese Crivello, avendo
presentata una furibonda querela al Senato, questo tanto pi si trov
obbligato a intimare allo stesso capitano di giustizia che col pi formidabile
apparato che non si fosse mai praticato in altre circostanze simili, si
facesse dalle guardie frugare in tutti i luoghi della citt e dei corpisanti,
e batter la campagna in lungo e in largo, e percorrere tutto il Ducato e i
luoghi confinanti, se fosse stato necessario.
Di questo bando, per decreto del Senato, furono alcuni giorni dopo messi gli
affissi a tutti gli angoli della citt e delle borgate vicine; per lo che il
Galantino si trov in una terribile apprensione. Pensando che a Torno, e per
la vicinanza di alcune ville signorili, e per la prossimit della citt di
Como, le fanciulle potevano troppo presto venire scoperte dagli agenti e dai
fanti del capitano e dei pretorj, senza perder tempo le lev di l e le
trasfer in un luogo remoto della Vallassina, con promessa che sarebbe tornato
subito; e che recavasi intanto a Bologna per parlare alla contessa madre, onde
ella medesima venisse in persona a toglier la figlia da quelle solitudini, per
ricondurla poi fidanzata in citt, e benedire a' prossimi sponsali. Difatto,
venuto a Milano, visto che sino a nuove circostanze non vi era pi aria sana
per lui, pens di trasferirsi senza perder tempo a Bologna, di presentarsi
alla contessa, e quando mai, ci che secondo lui non era improbabile, ella
avesse ricevuto l'avviso della scomparsa di sua figlia, consolarla col darle
notizia che per suo mezzo era stata rinvenuta, e cogliere l'occasione per
domandargliela in isposa. Con ci, innanzi tutto, egli pensava ad attuare il
proprio desiderio ardentissimo; in secondo luogo provvedeva anche a vendicarsi
della vecchia ingiuria. Di tal modo ei si lusingava inoltre che, una volta che
la contessa avesse annuito al matrimonio, spinta dall'amor materno, messa in
altalena tra la paura di perder per sempre la figlia e la consolazione di
riabbracciarla tosto; con lei si poteva anche concertare il mezzo di dare un
altro colore al fatto del trafugamento e far tacere l'autorit. Con questi
pensieri pertanto, non essendo ancora stato colpito da sospetto di sorte, fece
disporre una carrozza da viaggio degna del conte di Firmian, per poter
abbagliare altrui colle apparenze, pi che era possibile, signorili; e si mise
in viaggio per Bologna, sicurissimo di trovarvi la contessa. Or ecco in che
modo, viaggiando difilato a quella volta, s'incontr nella carrozza di lei che
riconobbe con sua gran sorpresa, onde fece rivoltare i cavalli per tener
dietro a lei, e raggiungerla e parlarle alla prima fermata.
La contessa Clelia, traguardando di tanto in tanto dal finestrino della
carrozza, vedeva che quella del Galantino seguiva la sua placidamente, con
tutti gl'indizj di non voler cambiar strada. Allora, tra i molti pensieri,
congetturando che colui avesse viaggiato per venir sulle sue traccie, Dio sa
per quale intento, ingiunse al postiglione di mettere i cavalli alla pi
veloce carriera che fosse possibile: comando che fu tosto adempiuto, perch
non c' al mondo uomo pi docile e pi condiscendente d'un postiglione
quand'ha ricevuta una buona mancia e quando sa di doverne ricevere di pi
grosse. Se non che la contessa, guardando indietro, vide che il postiglione
del Galantino aveva fatto il medesimo co' suoi cavalli. Allora non dubit pi
di essere inseguita, e ne fece motto alla cameriera.
A Lodi, il suo postiglione svolt nel portone dell'albergo del Gambero per
cambiare i cavalli; e dopo pochi minuti fece lo stesso anche il postiglione
del Suardi; e come la contessa Clelia sal in una camera perch si doveva fare
una fermata di un'ora, anch'esso sal in un'altra.
Dopo pochi minuti, un cameriere si present alla contessa, dicendole che un
signore arrivato in quel punto all'albergo e che stava in una stanza l presso
desiderava di parlare con lei, e domandava perci licenza di poter entrare.
La contessa, a tutta prima, quasi fu per acconsentirvi; ma poscia, nauseata di
quel che le era occorso a Venezia, e nel tempo stesso temendo da quell'uomo
ogni peggior cosa, gli mand a dire che non riceveva nessuno lungo il viaggio;
ch'ella si recava a Milano, e che l egli avrebbe potuto parlarle. Il
Galantino insistette ancora, e a tal segno, che la contessa dovette interporre
l'albergatore medesimo, per non essere importunata d'avvantaggio.
Il Suardi, all'imbasciata dell'albergatore, con ostentato sussiego:
 Dite alla signora contessa, rispose, che l'oggetto per cui aveva a parlarle
interessava lei e non me. Non si trattava che d'un atto di riguardo che m'ero
imposto. Pur faccia come vuole. A Milano si accorger di aver fatto male a non
ascoltarmi. Riportatele queste mie parole, e fate attaccar subito i cavalli.
L'albergatore rifer tutto alla contessa, ma ella, sebbene le si fosse
accresciuta l'affannosa curiosit a quelle parole, non si smosse e rispose:
 Va bene.
Il Suardi, sconcertato nel suo disegno, dovette ritornare a Milano, in bocca
al lupo, come si suol dire, ma non gli rimaneva a far altro. Lungo il viaggio
pens come quel primo tentativo fallitogli poteva, arrivata che fosse la
contessa a Milano, offerire un indizio per mettere gli occhi su lui. Mi son
trovato in impacci ben pi gravi di questo (rifletteva egli tra s) e non mi
son lasciato mai intimorire da nessun ostacolo. Anzi gli ostacoli quanto pi
eran serj mi servivano quasi di mezzo ad ottenere tutto quello che volevo.
Cos' dunque questa paura che mi assale tutt'a un tratto? Non sono io pi il
Suardi di una volta? Non sono or forse in possesso di quella ricchezza colla
quale si rimedia a tutto e si fanno tacer tutti? Coraggio dunque, e avanti. Mi
fa ridere questa contessa orgogliosa... perch se vuol bene alla sua
figliuola, bisogner pure che per forza o per amore ella venga a patti con me.
Mi fa ridere quel signor capitano di Giustizia col suo bando! Un po' d'unto
alle mani di qualche senatore, un po' di unto alle mani di qualche
barigello... Senatori e barigelli!.. va benissimo! quand'io mi sono assicurato
di chi d gli ordini e di chi li eseguisce, mi pare che non mi rimanga
null'altro a fare. La mia cassa rigurgita di ducati e di talleri di Carlo VI.
Coraggio dunque, e non ci si pensi pi.
E il Galantino, sebbene tanto perspicace, non arrivava a comprendere che
quella ricchezza medesima, che gli pareva un'arma onnipotente, era la vera
cagione de' suoi insoliti timori. Egli nuotava nell'oro, e perci, data
l'ipotesi di un passo falso e di una caduta, aveva da perder troppo. Il
coraggio intero e sfrontato lo ebbe quando nel mondo nulla aveva da perdere e
tutto da guadagnare. Allora procedeva sicuro e colla forza invincibile
dell'istinto che lo sollecitava a ghermir la fortuna in qualunque modo.
Mezz'ora dopo del Suardi si rimise in viaggio anche la contessa, che entr in
Milano per Porta Romana un paio d'ore innanzi sera, discendendo poco dopo alla
casa Pietra.
Nella sala di ricevimento, impegnata in gravi discorsi con donna Paola, stava
da qualche ora la Gaudenzi la quale aveva condotto seco l'unico suo figliuolo.
La Gaudenzi, ignara di tutto quanto era avvenuto ed avveniva in Milano che non
le appartenesse, e d'altra parte, memore del cortese ajuto ricevuto fin dal
1750 da donna Paola, aveva pensato di rivolgersi ancora a lei, dopo che le
erano riusciti infruttuosi tutti i passi mossi presso il capitano di Giustizia
onde aver nuove del marito e saper in che condizione ci si trovasse. Sentito a
nominare lord Crall fin dal giorno che dall'attuaro erale stato comunicato
l'arresto del Bruni, quel cognome di suono straniero non le avrebbe mai potuto
far sospettare chi veramente colui si fosse. Per alle prime parole che ella
tenne con donna Paola fu reciproca la meraviglia in entrambe.
Donna Paola stup che il marito della Gaudenzi fosse impigliato nel processo
di Guglielmo; e la Gaudenzi si meravigli pi ancora nel sentire che lord
Crall era figlio di donna Paola. Per questa circostanza singolare crebbe pi
che mai l'interesse dell'una per l'altra a vicenda; per era da un pezzo
ch'elleno stavan parlando del doloroso accidente e del modo di ripararvi,
allorch il servitore entr e disse:
  arrivata la signora contessa Clelia V... in questo momento; eccola.
Donna Paola si alz turbata a quel nome, al punto che parve le fuggissero le
forze. La buona Gaudenzi, informata d'ogni cosa un momento prima, fu invasa da
tanta piet per la contessa, quando la vide entrare, che dimentic quasi s
stessa.
E il suo figlio, che poteva avere dodici anni, abbastanza svegliato per
comprendere tutto, si mise anch'esso in aspettazione e in apprensione a quella
venuta.
Ed oggi, quando noi pensiamo che abbiam conosciuto quel fanciullo stesso,
fatto vecchio decrepito, siamo esaltati da un tal senso di meraviglia che
quasi diventiamo increduli verso noi stessi. Per, senza alterarle d'un punto,
vogliamo riferire le parole stesse del figlio di Lorenzo, quando ricordandosi
di quel fatto, e di quella scena, e di quelle donne, ce le dipinse con tale
schiettezza e semplicit che quasi in ascoltarlo ci pareva di vivere con esso
in quell'anno 1766; e tanto pi che abbiamo stretto pi volte la mano e
baciato il venerando volto di quell'uomo che, fanciullo, era stato baciato da
donna Paola e dalla contessa.


IX

Settantasette anni fa, precisamente in questo stesso mese di giugno, non mi
ricordo bene il giorno, ma press'a poco intorno a quest'ora, verso il
tramonto, io mi trovavo in casa di donna Paola Pietra con mia madre,
quand'entr in quella sala terrena, dove mi par di trovarmici ancora, la
contessa Clelia V..., ed era la prima volta che la vedevo. Io non avevo che
dodici anni, poco su poco gi, ed ora che siamo nel 1842, potete immaginarvi,
in tanto numero d'anni, attraverso a tanti avvenimenti, essendomi trovato in
tanti luoghi d'Europa, che sterminata folla di gente m' passata innanzi agli
occhi; pure la figura di quella donna, come l'ho veduta nel punto che metteva
il piede in quella sala, non mi  mai uscita, e non m'uscir mai pi dalla
memoria.
Di queste precise parole del signor Giocondo Bruni, anche noi ci rammentiamo
tanto bene che ne par di sentirle ancora; e ancora, dopo sedici anni, ne
sembra di veder vivo quel vecchio quasi novantenne, nel punto che, fatto pausa
alle ultime parole, socchiuse un momento gli occhi, disturbati dalle persone
che ci passavan davanti (trovandoci noi adagiati sur uno dei sedili delle mura
di porta Orientale che guardano il Resegone); socchiuse dunque gli occhi e
stette cos un momento, quasi contemplasse coll'imaginazione riproduttrice
quel quadro ch'ei voleva dipingere a noi, che, nella curiosit giovanile, lo
andavamo importunando di mille interrogazioni per addentrarci nei minimi
particolari di que' fatti.
Io stavo seduto, cos continuava il signor Giocondo Bruni, su d'una gran
seggiola coi cuscini di marocchino entro ai quali mi perdevo, e di dove mia
madre m'aveva ingiunto di non muovermi, perch in quella mia et, curioso qual
era, andavo guardando e toccando gli oggetti ch'eran deposti su' tavolieri, e,
visto una spinetta aperta, m'ero provato a far correre la mano sulla tastiera.
Ma quando entr la contessa, il suo aspetto era tale, ch'io per la meraviglia
non potei trattenermi dal sorgere in piedi. La sua bellezza era di quel genere
che io chiamerei terribile, e forse me ne son fatta questa idea perch entr
cos corrucciata e stravolta da mettere in apprensione chi la guardava. Ella
non vide, almeno mi parve, n mia madre n me; e a donna Paola che le mosse
incontro:.
 Come sta dunque mia figlia, chiese tosto, e si lasci andare sul canap.
 Stavamo appunto parlando di ci qui con madama Gaudenzi, rispose donna Paola
che non sembrava aver pi la voce di prima, tanto le si era affievolita.
  dunque gravemente ammalata?
Donna Paola, a queste parole, pass la propria mano sulla fronte della
contessa, e con un fare dolce dolce:
 Ho bisogno che vi mettiate in calma, la mia cara Clelia. No, non si tratta
di malattie...
 Ben m'accorsi dalla lettera che ci covava sotto qualche mistero. Or dunque?
 Or dunque vi supplico a star forte contro quello che sono per dirvi.
A queste parole la contessa balz in piedi, e:
 Ditemi adunque tutto ad un tratto, e ammazzatemi con un colpo solo... io
sar forte.
E dopo di ci torse la testa, e guardava precisamente me, nel punto che,
mandando un gran sospiro, oh Dio!! esclam. E donna Paola, con una calma che
certo doveva costarle sudori:
 Tutto  per disposto, disse. Io, il conte vostro marito, il signor capitano
di Giustizia... il Senato... abbiamo fatto, si  fatto tutto quello che
dovevasi in questa circostanza, e da un momento all'altro aspetto una buona
notizia; perch non  possibile che tanta gente spedita in tutte le parti
sulle loro tracce non giunga a trovare la figliuola del marchese Crivello che
 scomparsa dal monastero insieme colla vostra...
Donna Paola non ebbe finito di parlare che la contessa, mandando, non gi un
grido, ma un singhiozzo rantoloso, si rovesci indietro... io credetti...
morta. Mia madre e donna Paola le furono tosto intorno; mia madre
sostenendola, donna Paola chiamandola per nome e baciandola. Io era tutto
spaventato; e a riscuotermi, la medesima donna Paola, la quale a un tratto
pareva diventata un'altra, essendo scomparsa ogni traccia della sua soavit:
 D una strappata a quel campanello, mi grid, quasi fosse in collera con me.
Io obbedii... e comparve una livrea che, vista la scena, ritorn tosto con due
donne.
Queste, essendosi fatte presso alla contessa con acque odorose ed altro, ed
accingendosi a spogliarla, io fui mandato fuori; e mi ricordo benissimo, come
se fosse adesso, che, passando vicino alla contessa, non potei a meno di
soffermarmi a guardarla. Il vestito di drappo azzurro, illuminato da un ultimo
raggio di sole che entrava per la finestra del giardino, dava a quel volto una
tinta di cielo e avvolgeva quel gruppo di donne come in un'atmosfera di luce
particolarissima.
Uscito e messomi a sedere in anticamera, sur una di quelle cassapanche
vecchie cogli stemmi che si vedon nelle case de' gran signori, confuso e
sbalordito, assistetti alla scena della servit che andava e veniva, riceveva
ordini, li trasmetteva d'uno in altro. Dopo qualche tempo, una di quelle
cameriere ch'erano state chiamate a soccorrere la contessa, usc, e, nominato
un servitore: Fate attaccar subito, disse, e andate allo studio dell'avvocato
Agudio dove troverete il giovane avvocato Strigelli. Gli direte che la signora
padrona lo prega di venir tosto qui. Dopo andrete dal signor abate Parini, e
pregatelo pure a voler lasciarsi vedere entro la giornata. Rientrata la
cameriera, partito il domestico, pass una mezz'ora buona, ed io fui lasciato
l solo con un altro servitore; n mia madre usciva, n io sapeva quel che
succedesse di dentro, ed ero pieno di inquietudine e d'impazienza. Quando
volle Iddio, usc mia madre finalmente, e, chiamatomi, mi disse d'entrare a
fare il mio dovere colle signore prima di partire; Allorch rientrai, la
contessa era seduta sul canap, alquanto ricomposta, se volete, ma abbattuta
cos da far compassione. Donna Paola le sedeva presso e le teneva stretta la
mano. Nel punto che mia madre mi sospingeva leggermente verso la contessa,
questa mi guard e mi sorrise in prima sbadatamente; poscia torn a guardarmi
con pi attenzione, e mi dette un bacio; finalmente, continuando a guardarmi,
voi non sarete per credere, diede in uno scoppio di pianto, nascondendosi la
faccia nel fazzoletto. Ed io, che cosa volete? mi diedi a piangere anch'io
dirottamente. Forse vedendo me fanciullo presso mia madre, pi insopportabile
erale ricorsa l'idea della sua figliuola smarrita; forse pensando che io era
il figlio di quel Bruni che era stato la cagione d'ogni suo disastro, e
fors'anco associandosi il pensiero di mio padre coi fatti di tanti anni prima
e col pensiero di Amorevoli; di nuovo, per tutto questo cumulo di memorie e di
dolori e d'affetti, sentitasi a lacerare il cuore, la disperazione s'impadron
di lei e le lagrime le sgorgarono a furia. Questo ho pensato molti anni dopo,
perch allora io non ho saputo che piangere. Mia madre non avrebbe mai dovuto
ricondurmi innanzi a quella infelicissima donna. Ma pochi sono cos esperti
del cuore umano e degli umani dolori da conoscere quelle squisite delicatezze
onde si rompe la via a nuovi affanni. Cos dunque pass quel giorno, e venne
l'ora che mia madre ed io uscimmo di l; fu nel punto in cui v'entrava
l'avvocato Strigelli che ho sentito a nominare; quello appunto mandato a
chiamare molto tempo prima.
Staccandoci intanto dal nostro buon Giocondo Bruni, il racconto del quale, per
quanta cura gli abbiam messo intorno a conservarlo nella sua evidente ed
affettuosa semplicit, ci accorgiamo di aver non poco guastato, torniamo a
ripigliar la parola noi medesimi.
L'avvocato Strigelli, giovine di venticinque anni, era l'occhio diritto del
decrepito avvocato Agudio. Quando entr, sapendo naturalmente ogni cosa ed
avvisato inoltre dal servo che la contessa era arrivata e che aveva voluto
morir di dolore alla terribile notizia, si contenne come voleva la
circostanza.
In quel momento la contessa Clelia, appoggiato il braccio al dossale del
canap, nascondeva ancora la faccia nel fazzoletto, e continuava a
singhiozzare. Donna Paola allora si alz, e stesa la mano al giovine
Strigelli: Non potete immaginarvi, disse, che strazio mi d questa
infelicissima donna; poi parlandogli sommessa all'orecchio e volgendo gli
occhi al cielo, con atto anch'ella di sconsolata: Se questa benedetta
fanciulla, soggiunse, non si rinviene tosto, costei non pu certo resistere a
s fiero colpo. Ah  stata una gran disgrazia, caro mio, una gran disgrazia! e
quasi mi pento d'averla fatta venire a Milano prima che non si fossero
esaurite tutte le indagini... e a queste parole si volse, guardando a lungo la
contessa che continuava a singhiozzare. Il giovane Strigelli la guardava esso
pure tutto compunto.
  per sempre meglio che si trovi qui, egli osserv poi.
 Voi mi consolate, togliendomi il rimorso di tante lagrime. V'ho inoltre
mandato a chiamare per un consiglio. Ah confesso che dopo tante sventure non
mi fido quasi pi di me stessa. Ora sentite lei.
E si avvicin a donna Clelia, e dopo averla riabbracciata e baciata e fattale
come una soave violenza:
 Fatevi coraggio, cara, le disse,  qui l'avvocato che v'ha patrocinata e
difesa. Parlategli dunque.
Allora donna Clelia, asciugatasi gli occhi e lasciando cader la mano in
abbandono, alz un viso tutto scombujato e guard lo Strigelli.
 Perdonatemi, disse, se vi ricevo cos. Vi ringrazio che siate stato cos
sollecito.
 Ma che mai dice, contessa? Sarei volato ad una sua parola, e sono qui tutto
per lei. Or si degni di comandarmi.
Ricompostasi alla meglio, donna Clelia ripet all'avvocato Strigelli quel che
prima aveva detto a donna Paola dell'inaspettato incontro col Galantino,
dell'insistenza importuna onde colui aveva tentato di avere un abboccamento
con lei a Lodi, e come tutto la induceva a credere ch'esso era partito per
recarsi espressamente a Bologna per cercare di lei.
Lo Strigelli ascolt attentamente e con grande stupore, poi soggiunse:
 Altro che accordargli un abboccamento, signora contessa, quando il Suardi si
presentasse! anzi il mio parere sarebbe quasi di mandarlo a cercare quando non
venisse subito... Si sa mai, contessa! Tutto pu servire in questa circostanza
e bisogna metter da parte ogni riguardo. Ma perch non sentirlo a Lodi, senza
perder tempo quand'egli chiese di parlarvi?
 E chi si poteva fidare di quel ribaldo?
 Comprendo benissimo... tuttavia... ma qui si ferm con quell'atto di chi
improvvisamente  assalito da un pensiero curioso e strano, non mai avuto n
sospettato prima, e, dopo aver fatti due o tre passi per la camera:
 Ma sa cosa devo dirle?... esclam tutt'a un tratto.
 Che?...
 Un filo  trovato, contessa. Or tutto  chiaro. Vuol ella sapere chi ha fatto
scomparire le fanciulle dal monastero? Ma gi lo ha indovinato...
 Il Galantino?... esclamarono ad una voce la contessa e donna Paola.
 Il Galantino, s signore. Sono tanto sicuro di ci come di nessun'altra cosa
al mondo... e non averlo mai pensato prima, n io, n loro, n altri, ci pare
impossibile, eppure il fatto mi par cos chiaro!...
Donna Paola e la contessa si guardavano stupefatte.
 Non si ricorda forse donna Paola d'avermi detto un d che costui fece
intendere pi volte di voler pure vendicarsi della contessa?...
 S...
 Non  noto a tutti che questo ribaldo fortunato fa aperta professione di
sedurre donne e fanciulle, e con tanto pi di voglia quanto pi sono al
disopra di lui? E non  di sua propriet un'ortaglia e un casamento per
deposito di mercanzia, contiguo affatto al monastero di San Filippo?... e la
visita de' fermieri non pu forse essere stata fatta espressamente per
provocare un disordine che desse luogo e agevolezza?... loro mi comprendono.
Ma ora  caduto egli stesso nelle sue medesime insidie... Oh, si consoli,
contessa.
L'idea d'aver trovato il filo che potea guidare a scoprir tutto, in sulle
prime, come avea messo in bocca al giovane Strigelli quel si consoli, mise
pure un soprassalto di gioia repentina e nella contessa e in donna Paola. Ma
fu un sentimento fuggitivo, ch quasi contemporaneamente:
 Ahim! usc con accento di disperazione ad esclamar la contessa mettendosi le
mani ai lati della fronte.
E senza che aggiungesse altro, tosto la compresero e divisero il suo ribrezzo
il giovane Strigelli e donna Paola.
 Eppure, che volete? soggiunse l'avvocato dopo un lungo silenzio. Io ho de'
felici presagi. Io so, e lo sanno tutti, che il Suardi, dacch s' fatto cos
ricco, desidera ardentemente di far dimenticare il passato col presente, con
beneficj, con carit, con atti generosi; che volete? ho sentito a benedire il
suo nome da quelli che lautamente furono soccorsi da lui nell'occasione che in
borgo San Gottardo avvenne, nello scorso mese di marzo, quel terribile
incendio di cui rimangono ancora i guasti. Io ho de' felici presentimenti, e
prego la contessa a sperar bene.
 Ma che presentimenti?
 Codesti ribaldi saliti in fortuna son capricciosi... chi sa che non abbia
voluto vendicarsi per aver poi l'orgoglio di confortarla, contessa?... Le
faccio osservare che insieme colla sua figliuola  scomparsa una figlia de'
Crivelli che, per la forma infelicissima del corpo,  tutt'altro che atta ad
ispirare amore in chicchessia.
 E dunque?....
 E dunque conviene aspettare ch'ei si presenti, mandarlo a chiamare; se non
che, pensandoci meglio,  pi conveniente che esso venga di sua voglia.
 Ma io non posso resistere a questo tormento dell'aspettare.
 Non tarder a lasciarsi vedere, lo creda a me. Si figuri, contessa, se chi
per veder lei s'era messo espressamente in viaggio per Bologna, voglia
lasciarsi attendere adesso ch'ella e in Milano.
Lo Strigelli parlava in tal modo, com' facile a credere, non gi perch fosse
certissimo di quello che pensava, n delle congetture che aveva fatto e
nemmeno di ci che aveva detto parergli cosa tanto chiara; ma vedeva la
necessit di confortare la contessa in qualunque maniera, anche con pietosi
inganni. Non per nulla per donna Paola avealo mandato a chiamare, conoscendo
la straordinaria acutezza e la prontezza di veduta prodigiosa di quel giovane
giureconsulto, che abbiam conosciuto un po' tardi, ma che vedremo in seguito
aver molta parte in questa azione. Avealo poi anche mandato a chiamare perch
a suo tempo informasse la contessa del come era corsa ed erasi chiusa la lite
giuridica col conte V... Inoltre avea bisogno di lui per l'intralciata
condizione in cui versava lord Guglielmo; ed affinch volesse prendersi egli
l'assunto di farsene difensore innanzi al criminale, ch lo Strigelli, non
avendo peranco varcato i venticinque anni, trovavasi ancora nel tirocinio di
protettore dei carcerati al Capitano di Giustizia.
La sera, quando venne l'abate Parini e Paolo Frisi e l'avvocato Fogliazzi, e
gli altri intrinseci di casa, si tenne, quasi a dire, consulta su tutta quella
matassa di cose.  a sapere che, dopo gl'interrogatorj fatti subire e a lord
Guglielmo e a Lorenzo Bruni e agli altri detenuti, erasi constatato
appartenere essi veramente alla societ segreta dei Franchi Muratori. Anzi in
quel d stesso da un notajo, da un attuaro e da una mano di fanti del bargello
era stata improvvisamente invasa la loggia di San Vittorello, e quanti si eran
trovati in quel convegno, tutte persone e giovani delle prime famiglie di
Milano, tra gli altri un figlio dello stesso capitano di Giustizia, furono
tutti quanti tradotti nelle carceri suppletorie del Pretorio. Non mai s'era
veduta tanta severit contro una conventicola che per tanti anni era stata, se
non permessa, tollerata; onde pareva che tutto in que' giorni volesse piegar
terribilmente al peggio.
E adesso uscendo da casa Pietra e recandoci in Pantano, in casa Suardi, noi vi
udremo il padrone di casa, tutt'altro che di buon umore, in serio colloquio
col sotto-tenente Baroggi.
 Gi io v'ho fatto riflettere che non c'era poi tanto da ridere, diceva il
Baroggi, e che la cosa era e doveva diventare ben pi grave di quel che
pareva.
 Se non hai altro a dire, puoi anche tacere.
 A questo mondo  meglio temere assai, che sperar troppo. Non si sa mai quello
che pu succedere.
 Io so prevedere i pericoli da uomo ragionevole. Ma ho per anche una gran
fiducia in me. Guai chi si perde d'animo.
 Questo lo so.
 Ma dimmi un po' tu... Sei di parere che ella mi ricever quando sar alla sua
anticamera?
 Mi parrebbe di s.
 Aspetta. Giacch m'hai dato mano una volta, non ti rifiuterai ad ajutarmi
anche adesso. In conclusione sei un po' compromesso anche tu in questa
faccenda. Se io cado... tu mi comprendi... gi tutti e due.
 Non vedo questa necessit...
 Gi tutti e due... e addio per sempre alla tua fortuna... Tu sai quello che
voglio dire.
 So quello che volete dire; ma non credo niente, perch  da troppo tempo che
mi andate conducendo di camera in sala; e qual possa essere codesto gran
segreto che deve fare la mia fortuna, non comprendo.
 Comprenderai, ma ora pensiamo ad altro. Domani mattina tu metterai gi questa
tracolla e questa sciabola, e vestirai una delle mie pi sfarzose marsine con
panciotto di teletta d'argento: lascia fare a me. Voglio che tu veda in
anticipazione la figura che farai a Milano fra una decina d'anni, cos in via
d'esperimento. In tal modo trasfigurato ti rechi in casa Pietra, e ti fai
annunciare per parlare alla contessa.
 Ma perch tutto questo?
 La ragione  semplicissima. Non voglio pi affrontare un altro rifiuto. Mi
scapperebbe la pazienza, e... guai se mi scappa la pazienza! Tu dunque ti
presenti, ella ti ricever, tu le dirai le mie intenzioni, cio che debbo
parlarle, ma per cosa che deve premere pi a lei che a me. Una volta ch'ella
m'accolga, sta pur tranquillo, niente mi pu resistere e la vittoria  mia,
anzi nostra.
 Ebbene, io ander.
 Domani mattina.
 Non si pu tardare di pi.
 La mia guardaroba  tutta a tua disposizione.
 Un vestito semplice sar meglio d'uno sfarzoso.
 Ognuno ha i suoi gusti. Fa dunque quello che pi t'aggrada. E si lasciarono.


X

La mattina seguente, il Baroggi in abito civile e semplice, per quanto lo
comportava il costume, si rec alla casa Pietra, e domand se si poteva
parlare alla signora contessa V...
Il portinajo che aveva ordine di lasciar passar tutti, lasci passare anche il
Baroggi, il quale, venuto in anticamera e detto il proprio nome a un
servitore, di l venne introdotto in sala, dove trov la contessa insieme con
donna Paola.
Questa, allorch vide il Baroggi:
 Oh... voi? disse.
Se il lettore si ricorda, donna Paola s'era adoperata in pro suo e della
madre.
 Non vengo per me, soggiunse il Baroggi, n per darle nessun disturbo. Vengo a
nome del signor Andrea Suardi per dire una parola alla signora contessa V....
che, se non isbaglio,  quella innanzi a cui ho l'onore di trovarmi.
 Dite, dite, rispose la contessa pallida e tremante, ch il nome del Suardi le
avea fatto rifluire il sangue al cuore.
 Veramente il signor Suardi m'avea raccomandato di non parlare che a lei
sola... ma io credo che in quel momento non pensasse a donna Paola; e per
questo io credo d'interpretare il desiderio di lui, anche parlando in sua
presenza. Il signor Suardi domanda pertanto alla signora contessa il favore di
poterle dire una parola in tutta segretezza, per cose della pi grave
importanza.
 Gli avevo gi detto a Lodi che a Milano avrebbe potuto parlarmi liberamente.
Per venga e tosto.
 Sapete la disgrazia da cui  afflitta la contessa, soggiunse donna Paola;
cento cose abbiam da fare nella giornata. Dunque sarebbe necessario che
venisse qui subito.
Il Baroggi, a quelle parole, sapete la disgrazia da cui  afflitta la
contessa, divenne rosso come una bragia; cosa che diede nell'occhio a donna
Paola ed anche alla contessa, la quale sommessamente disse alcune parole a
donna Paola.
 S...  il figlio della povera Baroggi, rispose quella ad alta voce. Ma, a
proposito, da che dipende che vi vedo in abito civile?
 Fu per rispetto a questa casa che ho messa gi la casacca da finanziere.
Anche questo  stato un desiderio del signor Suardi.
 Ma siete a' suoi servizj?
 No: bens la mia professione porta che molte volte debba trovarmi con lui;
egli ha della bont per me e per la povera mia madre. Se dunque mi d qualche
incombenza, non mi faccio pregare ad eseguirla.
Donna Paola si alz a queste parole, quasi che una molla le avesse dato la
spinta; ed era infatti un movimento comunicatole da un pensiero improvviso che
era gi per tradursi in una domanda al Baroggi; ma si trattenne, e dandole
tosto di svolta:
 Affrettatevi dunque; dite al signor Andrea Suardi che la signora contessa lo
sta aspettando. Affrettatevi.
Il Baroggi s'inchin e part.
Quando fu uscito:
 Costui sa tutto di certo, osserv donna Paola, e forse ha prestato mano al
trafugamento. Egli  un sotto-tenente delle guardie di finanza al servizio
della Ferma. Povero Baroggi!... ed era un fanciullo di buonissima indole; ma
il bisogno lo ha spinto a quel pericoloso mestiere, e s' dato alla crapula...
e poi vennero i debiti... e poi... Ecco gli effetti. Ah!  meglio morire
quando mancano i mezzi di soccorrere a tutte le miserie!
La contessa non rispose, e quasi non sent tali parole, perch era tutta
sossopra per l'ansia dell'aspettare; e nel frattempo non fece altro che
sedere, alzarsi, passeggiare senza mai potere aver requie.
Finalmente, dopo una mezz'ora, il servitore annunci:
 Il signor Suardi.
Le due donne si alzarono. La contessa incrocicchiando le dita d'ambo le mani,
le strinse le une contro le altre con forza, distendendo simultaneamente le
braccia, come fa chi tenta sciogliersi da un'oppressione convulsa; poi disse:
 Ah! non vi allontanate, donna Paola.
 Lasciate fare, star nella camera vicina, essa le rispose; abbiate coraggio e
sperate bene.
Donna Paola usc. La contessa Clelia si appoggi al canap e stette ritta in
piedi. La porta s'apr, ed entr il Suardi.
Se la contessa tremava, il Suardi non era tranquillo. Bens la prima mostrava
nel volto e nella persona tutta quanta la condizione dell'animo proprio;
mentre il Suardi, sotto al calmo sorriso delle sue labbra lievemente arcuate,
celava compiutamente l'intima battaglia de' pensieri. Le parole per non gli
vollero venir tosto, onde la contessa fu la prima a rompere il silenzio:
 Or dunque, cosa avete a dirmi, signore?
 La supplico di sedere, contessa. Il discorso non pu esser breve... Intanto
la ringrazio dell'avermi accordato questo abboccamento. La ringrazio non per
me... ma per lei.
 Dovevate parlarmi per cosa di gravissima importanza? Sappiate dunque che una
sola  tale per me.
 Ed  la sua figlia, lo so; ecco perch son qui e perch l'ho pregata a volere
ascoltarmi a Lodi. Ma ora... per rasserenarla, le dir, contessa, che ho la
speranza di poter forse presto meritarmi i suoi ringraziamenti.
 E dov' dunque mia figlia? chiese allora impetuosamente la contessa, con un
accento iracondo, non mitigato che da un tremito di singhiozzo.
 Si rimetta in calma, signora contessa, e speri bene; perch se la sua
figliuola le comparir presto innanzi, io confido che questo avverr per mio
merito.
 Ma dov'ella ? torno a domandarvi.
 S'io lo sapessi, vossignoria avrebbe avuto a domandarmelo? Essa troverebbesi
gi nelle sue braccia.
A queste parole la contessa guard il Galantino con un volto tra l'attonito e
lo spaventato; poi soggiunse disperatamente:
 Ma e che dunque siete venuto a far qui, se non sapete dove sia? ma e dove mai
pu essere adesso? O mia Ada!! e cadde sul canap.
Quella disperazione fece colpo al Suardi, e si sent sinceramente commosso;
onde alzandosi da sedere ed avvicinandosi alla contessa:
 Ma non stia a travagliarsi cos, torno a ripeterle; perch forse e presto e
per opera mia ella potr rivedere sua figlia. All'annuncio della disgrazia
avvenuta, io che ho gente sparsa in tutte le parti del Ducato, e mezzi di
comunicazioni a centinaja, ed esploratori pei contrabbandi, tosto ho detto fra
me: Ben io la rintraccer questa ragazza, e cos vedr la contessa Clelia come
fa a vendicarsi un mio pari... Ed ho gi de' contrassegni, contessa, e mi par
bene che oggi o domani si verr a capo di tutto e si verr a saper tutto. Si
consoli dunque e risparmi le lagrime. Vuol ella, contessa, ch'io debba essere
venuto qui per nulla? Per consolarla sono venuto qui. Onde capacitarla poi
ch'io sono un galantuomo, e non un tristo n un ribaldo, le dir che di noi
due non so chi pi desidera di venir a capo d'ogni cosa. Si consoli dunque,
contessa, e rasciughi le lagrime e m'ascolti.
 Ma per darmi una cos lieve notizia vi siete messo espressamente in viaggio
per Bologna? rispose la contessa rimettendosi in qualche calma.  ci
verosimile? Posso io prestar fede alle vostre parole?
 Chi v'ha detto, contessa, ch'io andassi a Bologna? Io trovavami in giro per
affari miei particolari. Dato fine ai quali, recavami a Piacenza cos per
diporto. Di modo che, allorquando vi ho veduta, sospettando o che foste gi al
fatto della disgrazia, o foste per saperla, ho creduto dover mio il mitigarne
il colpo, cercando di dirvi quel che io aveva fatto per voi e le speranze che
ne concepivo; ecco tutto.
Quando il Suardi ebbe ci detto, donna Clelia fatta certa dalle parole
dell'avvocato Strigelli che il rapitore non poteva essere ch'egli solo, fu per
investirlo con impeto e parlar chiaro, e pigliarlo di fronte; ma si trattenne,
paurosa di irritarlo e di peggiorare la condizione delle cose, onde si tacque
perplessa. N dal canto suo il Suardi sapeva tirare innanzi il discorso. Egli
era piantato male, ed aveva fatto un passo falso, e una passione gli lavorava
terribilmente di dentro; una passione di cui non aveva mai subto il dominio
in tutta la sua vita. Egli era venuto l per manifestare l'animo proprio alla
contessa, per dirle quel ch'era passato tra lui e la fanciulla Ada, per
ottenere da lei pacificamente una parola che togliesse ogni ostacolo a' suoi
desiderj. Ma quando fu al punto di parlare, non si sent la sfrontatezza di
farlo. D'altra parte non volea confessare d'essere stato l'autore del
rapimento, perch pensava alle conseguenze, e volea pur serbarsi un varco alla
ritirata; e nel tempo stesso rifletteva che, per costringere la contessa ad
una risoluzione, bisognava pure che le facesse toccar con mano come la
fanciulla fosse in suo pieno arbitrio, e che un matrimonio era pure il solo
mezzo per finir tutto senza scandalo e in pace.
Qualche nostro lettore potr dire che, in uomini della natura del Galantino, 
impossibile una passione amorosa di quella forza, di quella intensit, di
quella durata; e che l'abito della sfrontatezza cos vecchio in lui doveva
soccorrerlo anche in quella circostanza. Il lettore pu aver ragione, ma il
vero  che il Galantino, al contatto di quella passione affatto nuova per lui,
e in conseguenza di quella sua condizione mutata, sub veramente in parte
quella trasformazione. Al fatto della ricchezza, alle apparenze del
gentiluomo, erano susseguiti in lui anche i sintomi di una natura quasi nuova.
Le facce dell'uomo sono molteplici, e sbaglia chi lo considera da un lato
solo. Non v' mortale, per quanto tristo, che non abbia in s un germoglio di
qualche virt. Ci, per fortuna, lo hanno detto cento altri, onde ne sar pi
facile l'essere creduti. Per non  detto che un tal germoglio non possa
fruttificare col tempo, e al contatto di circostanze speciali; sebbene l'uomo
antico di quando in quando torni pur sempre a far capolino attraverso alle
cangiate abitudini dell'uomo nuovo.
Ecco perch tra questo colloquio del Galantino colla contessa, e l'altro ch'ei
tenne con lei medesima a Venezia, l'intonazione  cos diversa, che ci par
quasi di trovarci al cospetto di un'altra figura. Ma non si tratta di un
dramma in cui l'azione si svolga in ventiquattr'ore; in un giorno un uomo non
pu menomamente modificare il suo carattere: ma nel corso di una vita intera
ben si pu dire che, dall'adolescenza alla giovent, alla virilit, alla
vecchiaia, egli presenta nell'animo tante alterazioni quante appaiono nella
sua faccia. Non  che l'arte di convenzione quella che considera un uomo come
se fosse fatto d'agata, e come l'agata impenetrabile dal tempo.
Chi applic alla vita l'osservazione continua, ci sapr dire se abbiam
ragione.
Continuando adunque il silenzio pi che la circostanza lo avrebbe dovuto
permettere, la contessa ebbe campo di volgere in mente pi pensieri, e infine:
 Sentite, signore, gli disse.
L'iracondia era scomparsa, l'accento mutato, e ad infletterlo non era rimasto
che un fremito lieve lieve e quasi non avvertibile di singhiozzo; e
coll'accento mutato erasi mutata anche l'espressione del volto della contessa.
Esso appariva sconvolto ma tranquillo, ma soffuso di un languore soave, e il
labbro per la prima volta schiuse al Galantino un mesto sorriso. Il Galantino
non aveva mai vista che la severit la pi arcigna nella bellezza solenne
della contessa; onde quel sorriso gli fece un senso nuovo e gradito.
 Jeri, continu la contessa, un uomo stimabile mi parl di voi lodandovi.
 Di me?
 Di voi... e mi disse che molti sventurati hanno benedetta la vostra carit.
 Io non so...
 Lo sapete e ne dovete sentire una gran compiacenza. Ah... io vi prego dunque
di continuare in questa vostra bella disposizione d'animo. Pensate che  una
madre che ha perduta la sua unica figliuola quella che vi prega. Ditemi dunque
tutto sinceramente; io non proferir parola per lamentarmi. Quel ch' stato 
stato. Foste voi dunque a levarla dal convento? Ditemi tutto, tutto.
Dopo una pausa significantissima:
 Io no, rispose il Suardi, quantunque l'avrei voluto.
 Voluto, ma come voluto? Io vi comprendo meno ancora di prima. Voluto?...
 S... perch...
 Perch? dite.
 Quando io ci penso, contessa, quasi non posso crederlo a me medesimo; ed ora
ascoltatemi, ma senza andare in collera.
 Che?...
 Io sono perdutamente innamorato della vostra figliuola.
 Ah!! e la contessa mand un respiro affannoso, e torse lo sguardo dal
Galantino.
 Con ci vi sia spiegato l'interesse che mi son preso per la disgrazia
avvenuta alla vostra figliuola, e l'essermi potuto dimenticare dell'ingiuria
che mi avete fatto, e della posizione orribile in che mi avete posto. Con ci
potete credere alle mie parole, e vivere sicura che tutto quello che ho fatto
per venir sulle tracce della vostra figliuola, non l'ha fatto n il Senato, n
il Capitano, n altri, ad onta dei loro bandi e di tante guardie mandate
dovunque. Io ho scoperto tutto, io so tutto. Ed ora credetemi e consolatevi;
la vostra figliuola  in salvo, e consolatevi di pi, pensando ch'ella  oggi
quel giglio puro e immacolato ch'ella era quando usc di monastero.
Consolatevi e credete alle mie parole, ch, per Dio, non sono un bugiardo.
La contessa si alz, e per un istante fuggitivo brill un raggio di contento
su quel suo viso augusto; ma poi si rabbuj di nuovo, e:
 Finch, disse, voi non mi diate la spiegazione del fatto da parte a parte,
giacch asserite di saper tutto; e la spiegazione non sia tale che mi si
snebbii la mente e mi si dilegui ogni mistero, e non vi sia nulla pi per me
d'inverosimile, perdonate, io non vi credo.
 Questo  giusto, ma prima  necessario che io apra tutt'intero l'animo mio, e
vi esponga la vera e prima cagione, l'unica ragione per cui son venuto qui, e
ho tanto insistito per potervi parlar prima a Lodi.
 Parlate, in nome di Dio, ch'io sto ad ascoltarvi.
Il Galantino fece due o tre passi per la camera, poi disse:
 L'amore che mi ha inspirato quell'angelo della vostra figliuola  tale, quale
non ho mai provato in tutta la mia vita: esso  di quella forza che non pu
esser vinto senza che... ma voi vi corrucciate. Io taccio. E si diede a
passeggiare innanzi e indietro rannuvolandosi anch'esso.
 Continuate, continuate, disse poi la contessa, riassumendo nel viso la pi
completa espressione della severit e dell'orgoglio; ch essa voleva sentir
tutto, e nel tempo medesimo voleva quasi porre un freno alle parole del
Galantino.
Ma questi si piant in faccia a lei, e come tediato della propria perplessit
e di quella delicatezza riguardosa di cui egli stesso era maravigliato, tent
quasi a dire un colpo arrischiato e risoluto.
  inutile ch'io vada in cerca di parole e di modi nuovi per far dei
lunghissimi giri intorno al mio solo desiderio senza esprimerlo. Parler
dunque schietto e breve. Il mio desiderio  di unirmi in matrimonio colla
vostra figliuola. Ecco tutto.
Donna Clelia che stava ritta in piedi appoggiata al canap col braccio
sinistro, avendo al lato destro il Galantino, al quale non guardava,
osservando in sua vece un quadro che aveva dirimpetto, pieg un momento la
testa a quelle parole, e con quei suoi grandi occhi neri saett il Galantino
d'uno sguardo cos, diremo, gonfio di sprezzo e d'orgoglio, che valse per
mille parole d'insulto; e il Galantino si sent ferito al punto da smarrire
ogni pazienza, ogni riguardo.
 E ben questo m'attendevo! cos proruppe egli di fatto. Voi altre signore dame
potete morire per la perdita delle vostre figliuole, potete gettarvi dalla
finestra per la disperazione, ma nel tempo stesso il vostro orgoglio farebbe
morir le figliuole di consunzione e di crepacuore, e le metterebbe al punto di
darsi la morte piuttosto che appagare un'affezione innocente del loro cuore,
quando di questa affezione ne sia oggetto un giovane, un uomo che non
appartenga al vostro ceto. Crepi la figliuola, va benissimo, ma guai s'ella
non si marita a un conte, a un marchese, a un duca; crepi la figliuola, non
c' nulla in contrario; la tenera madre ha sempre tempo di piangere dopo con
comodo. Siete tutte fatte cos voi altre signore dame. Orgoglio e niente di
pi, e affezioni finte e dolori affettati e lagrime da commedia. Tutte cos;
sciocche, ignoranti e dotte, nella boria andate tutte d'accordo. Del rimanente
mi fate ridere, contessa. Se si presentasse a domandar la mano di vostra
figlia il conte M... per esempio (e pronunci intero quel nome), o il barone
C... (e nomin anche costui per esteso), od altri di tal fatta, i cui padri,
cinquanta, sessant'anni, cento anni fa, voglio essere abbondante,
appartenevano alla pi marcia plebe; e comprarono poi i titoli coi danari o
con servigi equivalenti, servigi non gloriosi, intendiamoci bene... perch so
distinguere anch'io cosa da cosa... e allora si vedrebbe che edificazione, che
complimenti, che festa, che allegria in casa per la grande fortuna della
sposina!! Ma se tutto l'ostacolo sta qui, tranquillatevi contessa, provveder
io al resto... ho larghe tenute anch'io, e ville e case e oro e carrozze e
cavalli... e tempra di salute invidiabile... e freschezza di giovent ancor
salda, e avvenenza, per Dio. Sappiatemi dire di grazia se quell'ometto
ridicolo del conte M... pu valere l'unghia d'un mio dito; sappiatemi dire se
il barone C... con quel suo naso pavonazzo, ch' lo stemma al naturale della
sua casa arricchita nel vender vino, pu vantare questa mia fronte... ampia e
nobile, per Dio... Anche la bella apparenza  qualche cosa, signora contessa;
che se a lei preme davvero che il marito della sua figliuola sia nobile, ci
penseremo anche a questo; e se non io precisamente... mio figlio, o il figlio
di mio figlio saranno conti... e questa condizione la metteremo nel patto
nuziale.
Codeste parole in bocca del Galantino  indubitabile che denno far senso. Ma
coloro a cui per avventura potessero riuscire ingrate, si consolino pensando
che le ha pronunciate un ribaldo in collera; quelli poi che ci vedessero
balenar dentro pur qualche barlume di verit, riflettano che la verit non ha
paura di farsi annunciare nemmeno dalla bocca dei tristi, tanto ella 
invulnerabile.
Ma la voce del Galantino, in ragione che parlava, s'era venuta alzando
gradatamente, tanto che, alle ultime sue parole, donna Paola comparve
all'ingresso della sala. Ah! esclam allora la contessa nel vederla, sentite
anche voi... sentite, ajutatemi, consigliatemi; e fece tre o quattro passi
rapidi dal canap alla soglia della porta su cui donna Paola stava ritta e
severa, e le prese strettamente la mano, traendola nell'altra camera e dicendo
al Galantino, mentre gli si rivolgeva: Aspettate.
Passarono alcuni minuti. Il Galantino, alterato nel viso e parlando tra s e
se, misurava nel frattempo a gran passi la camera. Ricomparve poco di poi
donna Paola sola. Ricomparve, e mettendosi a sedere e facendo sedere il
Galantino:
 Scusate, signore, disse, se mi prendo la libert di dirvi che dovevate avere
maggior riguardo al dolore profondo di quella povera donna. E pronunci queste
parole in modo che al Galantino sboll ogni sdegno, e si sent umiliato.
 Vostra signoria mi perdoni, ma io venni qui con tutte le migliori intenzioni,
e se ho potuto far dispiacere all'egregia signora contessa, ne sono
sinceramente pentito. E di che sorta fossero le mie intenzioni, donna Paola
pu averlo appreso dalla contessa, s'ella ha detto a vostra signoria come la
fanciulla sia ora in salvo, e tutto per opera mia.
 Questo me lo ha detto... e se ci  il vero, che non ne dubito, abbiate la
bont di riflettere, perdonate se parlo sincerissima, che le buone opere e i
beneficj non hanno pi nessun merito quando se ne chiede, anzi se ne pretende
un compenso, e un compenso che soverchia il potere e le forze di chi dee
darlo; poich dovete sapere che non  nella contessa la facolt di accordare o
negare la sua figliuola in isposa a chicchessia; ma nel conte V... suo marito.
Il decreto del Senato vi dovrebbe esser noto.
Il Galantino non aveva in quel punto la mente al decreto senatorio, ed era
lontano le mille miglia dal pensare al conte colonnello V...; onde, essendo
rimasto fieramente colpito e sconcertato a quel nome, non seppe a tutta prima
che cosa rispondere.
 Vedete ora dunque, continuava donna Paola, che a voi non rimane che a compire
l'opera meritoria e ricondurre la figliuola nelle braccia di sua madre.
Il Galantino guard per qualche tempo donna Paola; ma poi, dando a un tratto
in uno scoppio d'ira:
 Ebbene, proruppe, giacch non si vogliono le vie tranquille... venga
l'inferno ad aiutarmi. Giacch non si vuole che quella fanciulla sia mia per
sacramento, non sia pi di nessuno; n di me, n di sua madre, n di suo
padre, n d'altri. So io quel che far. Lascio tutta la mia ricchezza
all'ospedale perch i poveri sguazzino un momento; e fuori io e lei da questa
vita maledetta, dove senza ricchezza non si fa nulla e quando c' non vale a
nulla, e la giovent  un martirio, e la bellezza un'occasione di tormenti, e
l'orgoglio il carnefice universale. Fuori di questa vita io e la fanciulla, e
il conte e la contessa rimangano a consolarsi coi loro quarti. Cos  e cos
sar, lo giuro..., e vogliate perdonarmi questa visita inutile.
Ci dicendo si volse per partire, e gi era alla porta, quando la contessa,
uscendo con violenza dall'altra camera:
 No, grid, con accento disperato. No, fermate. Aspettate.
Il Suardi si ferm.
Continuava la contessa:
 Voi vedete la condizione mia infelicissima; parlate voi al conte.
 Io non parlo pi a nessuno. So quel che debbo fare.
Fermo sulla porta il Suardi; muta a guardarlo la contessa, con uno sguardo
della pi intensa preghiera; pensierosa donna Paola col mento abbassato sul
petto... Codesta scena si prolung per qualche tempo. Infine donna Paola
disse:
 Io stessa parler dunque al conte. Siete contento di ci?
 Fate pure, signora.
 Domani tornate qui?
 Ci torner...
 E mia figlia quando potr rivederla? esclam la contessa, giungendo le mani.
 Quando lo vorrete voi, quando lo vorr il conte; ma badi quel signore di non
far motto di tutto ci all'autorit. Tutto sarebbe perduto irremissibilmente,
quando ei fosse per credere di aver tutto salvato.


XI

Qualche ora dopo il colloquio or ora riferito, l'avvocato Strigelli, tornato a
far visita a donna Paola e alla contessa, sent da loro ci che era avvenuto;
sent e ponder il tutto, si fece ripetere da donna Paola qualche brano dei
discorsi del Suardi, la interrog parte a parte sul modo onde questo s'era
comportato, sulla qualit del calore che aveva messo nelle sue parole, sulla
qualit del colore che aveva mostrato sul viso; tenne conto delle angosce che
invece di cessare erano accresciute nella contessa; ma fece precisamente come
un medico esperto e risoluto, che assicuratosi della condizione d'una malattia
gravissima, e dovendo procedere a mezzi eroici e di dubbio evento, ma i soli
tuttavia da lui adottabili, interroga quei della casa sul grado di fiducia che
hanno in lui, e se sono disposti a lasciargli fare tutto quello ch'ei vuole.
Disse dunque lo Strigelli.
 Da quanto mi avete raccontato mi pare che questo scellerato beniamino della
fortuna abbia stancato anche sua madre, e tanto che pare voglia abbandonarlo.
La passione gli ha penetrato il cervello in maniera, ch'ei non ha pi il colpo
sicuro d'una volta. Gi a quest'ora ha commesso tante imprudenze che davvero
non so farmi capace del come ei si pensi di far tutto quello che vuole, quasi
che non vi sia pi un'autorit al mondo, n un buon capitano di Giustizia con
barigelli e fanti, che se possono mettere le manette a qualche facoltoso, si
comportano senza nemmeno pensare all'interesse, ma pel solo e semplice amore
dell'arte. Pare adunque che questo sia il momento di coglierlo questo signor
Suardi. Quando i serpenti stanno facendo la loro digestione, quello  il punto
che i cacciatori se ne impadroniscono. Donna Paola egregia, qui non bisogna
avere scrupoli. Signora contessa, qui bisogna aver coraggio, n credere che il
signor Suardi possa far quello che ha minacciato. Voglio bene che la passione
gli abbia fatto girare il cervello, ma se pu commettere delle imprudenze, non
vorr commettere dei fatti gravi. D'altra parte ha promesso di venir domani,
non  vero?... Queste ventiquattro ore d'aspettazione sono un tesoro... per
chi le sa valutare. Ma bisogna lasciar fare a me e fidarsi di me.
La contessa, a queste parole del giovane Strigelli, opponeva naturalmente
l'invincibile sgomento in cui versava per la vita e l'innocenza della sua Ada,
sgomento che nel suo massimo accesso arrivava perfino a far tacere il ribrezzo
che del pari irresistibile provava per il Galantino. Donna Paola poi, tanta
era l'emancipazione della sua mente e de' suoi generosi principj,
emancipazione che raggiungeva un ideale quasi non valutabile nemmeno dagli
intelletti pi indipendenti del tempo, un ideale che talvolta pareva persino
trascendere all'intemperanza, opponeva alle parole dell'avvocato e al ribrezzo
della contessa queste ed altre considerazioni:
 Voi dite, avvocato, essere cos manifesti nel Suardi gli effetti della
vertigine della passione, che tutto induce a persuadervi essere venuto il
momento di coglierlo, per la ragione che non sembra pi in possesso de' suoi
naturali mezzi di difesa...
 Certamente, donna Paola, Sansone fu potuto mettere in ceppi dall'astuzia,
quando gli cadde la chioma.
 Ma ci mi ripugna, e tanto pi che il Suardi si  come confidato in noi. Le
ultime sue parole erano d'uomo che  cos penetrato dall'amore, che a questo
sembra posporre ogni altra cosa; che per questo parrebbe quasi essersi operata
in lui una completa trasformazione morale. Egli  ricco, le ultime sue
largizioni ai danneggiati per l'incendio del borgo san Gottardo accusano
esservi in lui qualche sentimento generoso. Se un amore sincero,
legittimamente appagato, potesse mai tradurre a benefizio degli uomini quelle
sue qualit particolari per cui una volta pot loro riuscire dannosissimo; non
provate voi, avvocato, una certa titubanza nell'assalirlo in questo momento
appunto? Troncare e distruggere un frutto che pu essere buono non per altro
motivo che perch nasce da un albero che in addietro ne diede di cattivi, non
mi parrebbe, scusate, n sapienza n giustizia.
 Io ammiro, donna Paola, queste vostre considerazioni. Le anime nobilissime
sono condotte dal desiderio del bene ad illudersi sulle apparenze delle virt
in altri; ed a credere nella durata di quelle, che non sono altro poi che
un'accensione subitanea, avvenuta per circostanze tanto speciali quanto
passeggiere. Se ci potesse essere una certezza assoluta di codesta completa
trasformazione della perversit nell'onest; io direi, si faccia quanto dite.
Ma c' questa certezza? Possiamo noi dire che di una ardente passione possono
essere perpetui i beneficj effetti? o non piuttosto che, dileguandosi essa
nell'atto stesso del suo soddisfacimento, abbiano a sparire simultaneamente
anche quelle larve di virt che s'erano mostrate alla sua comparsa?
Donna Paola a queste parole si alz, e:
 Avete ragione, avete ragione, disse; io mi lascio sovente trasportare di
troppo. Ah se il mondo fosse come io vorrei; se fosse vero che, siccome talora
fantastico, la virt potesse essere un prodotto della volont costante di chi
la sente e la vede; e fosse errore il credere, darsi nature cos terribilmente
guaste da tornare impossibile il placarle pur sotto i pi beneficj influssi...
che consolazione sarebbe!... Ma io fantastico talvolta... lo so bene; dunque
fate voi... se qui la contessa lo permette.
 Libert di operazione bisogna concedermi, ed io confido che tutto debba
piegar in bene.
La contessa tornava ad opporsi.
 Ma a respingere ogni obbiezione, ritenete voi, disse lo Strigelli, che il
conte voglia permettere quel che il Suardi domanda?  una pazzia il crederlo.
Dunque lasciate fare.
La contessa, rassegnata, si affid alle promesse incoraggianti del giovane
avvocato, a cui, mentr'esso si accomiatava, strinse la mano, quasi facendo con
quell'atto una nuova preghiera. E donna Paola lo segu fin nell'anticamera,
per dirgli cosa che non voleva fosse sentita dalla contessa:
 Oggi medesimo ho risoluto di recarmi dal conte V...
 E che? pensereste mai d'indurlo...
 No, no. State tranquillo.  un altro il mio fine. Io voglio indurlo a venir
qui domani. All'idea di umiliare il Suardi, certo ch'ei ci verr. In ogni
modo, voi mi comprendete... quale consolazione sarebbe se la contessa avesse
mai a rappattumarsi col marito... e dopo tanti anni si ricongiungessero! che
consolazione per me, pei parenti, per gli amici! Quale edificazione per tutta
la citt! che insegnamento solenne ai calunniatori farisei! Al conte ho dovuto
parlare in pi di un'occasione... e, a dir il vero, l'ho trovato migliore di
quello che me l'avean dipinto...
 Oh certo, sotto a quella scaglia tutta irta di petulanza feudale, in fondo,
chi sa pigliarlo pel suo verso, finisce a trovare un buon bestione, disse lo
Strigelli sorridendo; e per certe sue espressioni a cui si lasci andare
parlando con me, quasi non sarei lontano dal credere... ma temo della
contessa, temo assai...
 La contessa far quello di cui la supplicher... e i venticinque anni sono
passati, ed anche i trenta...
 Tutto va bene, ma la disuguaglianza non sta negli anni ma nella testa.
 Eppure  un tentativo che sento l'obbligo di non tralasciare.
 Troppo giusto, troppo giusto.
E il giovane Strigelli, inchinando profondamente donna Paola, si part.
Ed ora dovremmo parlare della visita fatta in quel giorno dallo Strigelli
all'eccellentissimo capitano di Giustizia e il lungo colloquio avuto seco, ma
troppe pagine si consumerebbero, e non c' tempo a perdere. Poi dovremmo
riferire un altro lungo discorso investigatore tenuto dal medesimo Strigelli
nel d stesso al sottotenente Baroggi, cui espressamente and a trovare in
caserma. Poi la visita di donna Paola al colonnello V.... e l'escandescenza di
lui alla notizia della sfrontata pretesa del Suardi; ma anche per ci ci
vorrebbe troppo tempo e spazio. Pensiamo inoltre che tutto questo, meno il
piacere ch'altri potrebbe avere a legger dialoghi, sarebbe al tutto superfluo,
perch in seguito dovendo veder le conseguenze di queste visite e di questi
colloquj, di necessit potremo indovinarne il tenore, come se fossero stati
riferiti. Bens ne giova assistere a una mezza dozzina di soliloquj successi
nella notte di questo giorno pieno di affannose faccende.


XII

In questa notte adunque alcuni de' nostri personaggi passarono le ore in uno
stato di continua dormiveglia; vogliamo dire: l'avvocato Strigelli, il
Galantino, il conte V..., donna Paola Pietra, la contessa Clelia V...; n pot
dormir benissimo nemmeno il sotto-tenente Baroggi. Vi fu un'ora in cui, quasi
contemporaneamente, non potendo chiudere occhio, anche perch il caldo era
salito ai ventisette gradi di quel termometro che Raumur aveva inventato nel
1731, e di cui l'uso s'era diffuso in Italia da pochi anni, i pi di loro si
alzarono sui gomiti a seder sul letto, e acceso il lume, si misero a
conversare con quei pensieri, che ronzando intorno siccome insetti importuni,
lor avevano rotto il sonno; cos tutti fecero, quel che si suol dire, il loro
soliloquio.
Il letto del giovane avvocato praticante, che gi prometteva di voler
diventare un luminare della giurisprudenza, era posto vicinissimo ad un
tavolone sul quale, tra il Corpus juris e le Illustrationes ad Constitutiones
Mediolanenses di Gabriele Verri, e il volume della Praxis et Theoric
criminalis di Prospero Farinaccio aperto alla Qustio XVII De delictis et
ponis, trovavasi un cumulo di libelli e processi. Lo Strigelli, non potendo
dunque dormire, lesse attentamente due fitte colonne di quell'irto latino;
eppoi:
 Tutte queste cose vanno bene, disse tra s, ma un avvocato, allorch trattasi
di vertenze criminali, e gli premono i suoi patrocinati, deve recarsi egli
stesso, come un buon generale, sui luoghi minacciati, per veder tutto
dappresso; e deve far egli i piani e metter egli medesimo i giudici
inquirenti, quasi senza che se n'accorgano, faccia a faccia cogli indizj della
verit; di maniera che siano costretti a vederli e a non poterli respingere.
Ecco qui: il signor capitano di Giustizia non avrebbe mai pensato al Suardi, e
anche dopo avervi pensato, non volea saperne di fargli una sorpresa. Or io ho
tanto tempestato che l'ho indotto a fare il mio volere... Domani mattina la
vorr esser bella! Sta volta son certo che il Suardi cadr nella rete... Cos
potessi governar io gli interrogatorj!... ch d'una in altra cosa... senza che
se n'avveda, lo ricondurrei al primo processo... In conclusione quel processo
fu sospeso, non fu chiuso. Sarebbe un grande avvenimento se, col pretesto di
far la difesa di lord Crall e dei Frammassoni, riuscissi a far fuori tutto il
vero intrigo, e far stupire tutta la citt dell'insperata scoperta. Che
bell'ingresso nella carriera d'avvocato! La lega tra il Suardi e il Baroggi
non  a caso. Peccato che questo giovane sia onesto!! Ma guarda a che conduce
l'amore della professione! Mi fa dispetto la sua onest perch gli vieta di
dir tutto quello che sa a danno del Galantino. Egli ha ricevuto de' beneficj e
teme di nuocere al protettore. Or ecco combinazione... fra una cos fitta e
ognor crescente schiera di scellerati che contaminano il mondo ha a capitarmi
innanzi un giovine onesto, che  cosa s rara, precisamente allora che m'
d'impaccio. Oh un indizio, un indizio solo, ma grave e intero... e un buon
interrogatorio, e una risposta del Galantino che implicasse contraddizione...
e allora... mi ripugna ad essere costretto a trovare, sia pure per questo solo
caso, la necessit della tortura... ma il caso eccezionale di questo astuto
lacch arricchito giunge a far rimanere perplessa anche la sapienza. Il
Galantino, or pi avanzato d'et, pi ammorbidito, pi infiacchito dalla
ricchezza e dal lusso, non potrebbe pi resistere alla tortura e parlerebbe.
La disgrazia  che il Baroggi gli diede mano attiva nel rapto virginum, che 
fra i crimini pi gravi... ed io pur non vorrei mettere in ballo quel povero
diavolo, il quale non  che la vittima della prepotenza altrui... Del resto,
Dio sa come  corso il fatto precisamente, e per converrebbe sentir le
fanciulle. Ah! trovar le fanciulle, questo  il problema. E a questo dev'esser
tutto posposto. Domani, dopo il colpo, se riuscir, parler ancora al Baroggi,
e giacch ha voluto ajutare il Galantino, far la penitenza ad ajutare anche
me.
E cos proponendo e rifiutando e ponderando, a poco a poco i suoi pensieri
s'intersecarono fra di loro e si confusero in una vaga e disordinata
mescolanza; mentre gli occhi, avendo di troppo, durante il lavoro della mente,
fissata la fiamma della fiorentina, ne rimasero sopraffatti e stanchi, e si
chiusero e stettero chiusi fino all'alba.
Ma un momento prima, nella propria stanza, nella caserma della contrada degli
Stampi, li aveva aperti il Baroggi, perch essendo andato a letto
inquietissimo, i tristi pensieri lo molestarono nel sonno sotto tante forme,
che al fine si svegli nell'ora che di solito cominciava il bello del dormire.
E aperti gli occhi, dopo un momento di torpore, i pensieri a un tratto gli si
levarono come uno stormo di passere sgomentate, ed: Oh maledetta la visita
d'jeri! esclam. Io mi sono lasciato indurre a parlar troppo dalle sue domande
insidiose... e non accorgermi a bella prima ed aspettare adesso a pentirmene!
Eppure non posso credere ch'egli mi vorr tradire. Educato da quel buon
vecchio dell'avvocato Agudio, non vorr fare un tristo giuoco a me e a mia
madre, che il vecchio ha sempre protetto con tanta carit, e felice il mondo
se l'avesser sempre anche i preti... Se il vecchio  tale, non dovrebbe essere
diverso da lui il suo giovane allievo... e i giovani... Ah che vorrei
crederlo! ma qualche volta i giovani sono peggiori dei vecchi. In conclusione
per... che cosa ho detto?... La verit intera non l'ho confessata... e dalla
mia bocca, per quanto l'avvocato abbia fatto, non  riuscito a cavare quel
ch'egli voleva... e quasi quasi io era l per farlo... ch mi pareva di
trovare una consolazione ad abbandonarmi tutto in lui... tanto mi pareva
sincero! Ma egli pur sa che sono entrato in convento nella mia qualit di
guardia della Ferma! e questo, prima di venire da me, l'ha saputo dal
tenente... Ecco il sospetto... si sarebbe comportato di tal modo l'avvocato,
se avesse avuto delle buone intenzioni a mio riguardo? Qui sta il punto...
Ah... maledetto il giorno e l'ora che il Galantino  venuto a cercare di mia
madre e di me... Cosa mi hanno fatto i suoi beneficj? eppoi che beneficj?
Quando un birbone matricolato fa qualche cosa che sembra una buon'azione, 
proprio allora il momento di stare in guardia. Or ecco come and a finire...
aveva bisogno d'uno strumento nelle sue mani... bestione che sono stato a
lasciarmi indurre!... Pazienza fossi io solo... ma c' quella povera donna di
mia madre... tirata anch'essa nella rete... Ah che imbroglio! che
imbroglio!... Ma anche tu ci sei dentro per, birbone scellerato; ed or quasi
son contento d'aver pensato anch'io a rovinarti... Oh come mi guard fisso il
giovane Strigelli, quando gli ho parlato del giorno in cui il signor Suardi
pareva in procinto di svelarmi una gran cosa! Come si compiaceva il signor
avvocato a farmi ripetere le parole con cui il signor Suardi, in tuono di
profezia, mi parla sempre della mia ricchezza! Ah! se questo giovane, astuto e
svegliato com', facesse balzar fuori... e il signor conte Alberico dovesse
vomitar tutto quello che ha mangiato... oh che caso!... Ma io per doveva
tacere... Ah doveva tacere... Ho fatto un'azione infame a gettar quel
sospetto... perch poi i beneficj son sempre beneficj, e chi ci cav di
miseria fu lui... Guarda un po' se quella maledetta faccia del conte Alberico,
impiastrata di belletto come se fosse quella d'una ballerina, ha sentito
un'oncia di compassione per noi? Or che sarebbe stato se il Suardi non fosse
venuto?... eppoi non sono io quello a cui egli ha dato e da danari e
soccorsi...  per anche vero che io ho parlato a mezza bocca, e chi parla a
mezza bocca pu sempre dar del matto a chi pretende d'aver capito troppo. Pure
doveva tacere. Ho fatto una cattiva azione; ma come resistere alla tentazione
di scoprir terreno su di ci che pi di tutto deve interessare la mia
esistenza? Perch un mistero c', e il testamento del marchese qualcuno lo ha
di certo; ed io dovrei essere uno dei pi ricchi del ducato, con carrozze e
cavalli... se...
E l'occhio del giovane Baroggi, mentre pensava queste ed altrettali cose, si
ferm sulla sciabola appesa al muro per la tracolla di pelle gialla; e dalla
sciabola a contemplare un ritratto appeso l presso, ed era quello di sua
madre quand'era giovane; e il raggio della candelaccia di sego che diradava di
poco l'oscurit della stanza, ammorbandola di odor grasso, si rifranse nelle
grosse e poche lagrime che lentamente calarono in quel punto sul volto al
Baroggi; e cos stando in sui gomiti e colla testa appoggiata al muro che
faceva di spalliera al letto, tra una borsa di pelle donde spuntava il calcio
di due pistole, e una borsa di tabacco, grado grado si riassop in un sonno
affannoso.
E verso le tre dopo mezzanotte, ora che probabilmente poteva corrispondere a
quella in cui il povero Baroggi s'era svegliato per l'inquietudine, e si era
di nuovo addormentato nel dolore, la carrozza del Suardi svoltava, sterzando
pomposamente nel portone della sua casa in Pantano, mentre spalancavasi con
rumore la pusterla, spinta dalla mano del portinajo accorso, cogli occhi ancor
sonnolenti, all'iterato fischio del cocchiere.
Il Galantino aveva passato la notte gozzovigliando e giuocando e bevendo pi
del consueto nell'allegro convegno dei ricchi amici e di alcuni regj impiegati
della Giunta d'Economia e di Governo che frequentavano la casa del milionario
Mellerio. E vi avea giuocato e tracannato ad ampj sorsi per affogare il
dispetto e la rabbia del giorno e i mille presentimenti vaghi che gli davan
noja; e che, quanto pi egli si sforzava d'irridere e rintuzzare, tanto pi
ritornavano poderosi e sempre in maggior numero all'assalto. Muto discese
dalla carrozza, muto sal lo scalone, muto entr nella sua stanza da letto,
non rispondendo nulla al servitore che, precedutolo ad accendergli i lumi
della caminiera, lo aveva lasciato solo, pronunciando il consueto saluto:
Buona notte, signor padrone. L'allegro sciampagna non aveva lasciato nessun
deposito d'allegria in lui, ch il vino eccellente, quando lo spirito  in
affanno, fa l'effetto dei bei giorni sereni e dei limpidi soli, i quali
arrovesciano un animo gi mal disposto, peggio che i giorni tetri e piovosi, i
quali, mettendosi all'unisono con l'anima, non la turbano almeno
coll'importuna antitesi. Meditabondo e col capo grave si spogli, e si gett
nel letto, spenti che ebbe i lumi; ma sporse alcuni momenti dopo il braccio
dalle cortine di damasco per dare una strappata al campanello, e per dire al
servo riaccorso tutto sollecito: Accendi ancora quelle candele.
Stato adunque cos un po' colla testa, sprofondata ne' guanciali, s'accorse
che per quella notte avrebbe potuto fare qualunque cosa fuorch dormire, onde
si mise a seder sul letto, puntando il gomito sinistro ne' cuscini e
reggendosi la testa colla sinistra mano come portava quella posizione, e
lasciando il destro braccio abbandonato sulla copertina di seta:
 Domani a quest'ora tutto sar deciso, pensava; o uno di quegli scandali da
mettere sottosopra tutta la citt, o allegria generale. Spero poco per, poco
assai; in conclusione mi par di essere nella condizione di un giuocatore
impazzito, che abbia messo su d'una carta tutto quello che possiede. E fosse
davvero una carta!... io le ho educate a servirmi... Ma che cosa si pu
sperare da quella bestia feroce del conte?... E doveva il Senato mettere in
sua bala la ragazza?... dichiararlo suo padre? Che razza di dichiarazioni e
di decreti! Decretare che il sole non  pi il sole ma  la luna!...
Perch?... volta pure e rivolta e rimescola la cosa... la conclusione 
questa. Ma c'era un grande ricchezza da conservare, e Dio sa come avranno
lavorato sott'acqua i parenti della contessa!... Ecco qui; se il Senato avesse
dato causa vinta al conte, m'accorgo che colla contessa, ad onta della nobilt
del suo casato, jeri si poteva finir tutto... e mi pare che donna Paola Pietra
non avrebbe messo male. E in fatti, se si considera la cosa da tutti i lati
possibili e con tutta la tranquillit imaginabile, ed anche concedendo tutta
la tara ai fumi del sangue patrizio... la mia pretesa  onesta... n solo
onesta, ma necessaria... Se io avessi fatto portar via la fanciulla per un mio
gusto scellerato... via... non ci sarebbe scusa... Ma quel caro angelo
divino... quel fiore cos bello, cos puro e fragrante si  piegato verso di
me, per un movimento spontaneo, e comunicatogli, non  possibile dir di no, da
una forza che, se non  precisamente il destino, dev'essere certo qualche cosa
che gli somiglia... Io suo marito... ed ella mia moglie... O guarda come
questa idea mi fa arrossire del mio passato, e mi mette addosso una smania di
poter diventare il re dei galantuomini! Ma no, questo maledetto bue catalano
colla corona a nove punte deve aver il diritto di mandar tutto al diavolo!
Questa idea mi mette addosso l'inferno, e arrivo ora a comprendere come per
un'idea si pu diventar matti!
E parve che un diavolo azzurro, sentite le ultime parole del Galantino, e
volando da Pantano alla contrada non discosta dov'era il palazzo V..., recasse
quelle stesse parole nella stanza del conte in quel punto, per gettargliele
sgarbatamente in faccia. Onde il conte, come riscosso da un sogno perverso,
balz ritto sul letto a mezza vita, e:
 Stupido sfrontato! quasi grid. Domani la vedremo, e sentirai come pesa il
bastone di un mio pari. Perch sei diventato ricco, facendo il birbone, neppur
di nascosto, ma in piazza e di pien meriggio, osi chiedere la mano di quella
che dee portare il mio nome! il mio nome, per Dio... Scommetto che dacch al
mondo ci son padroni e servi, patrizj e plebei, non s' mai data un'impudenza
com' questa. Un giovinastro nato in una stalla, processato per ladro... Ahi
l'ira che ne provo  tale che se non arrivo a farlo in pezzi questo scellerato
inaudito, e a dare un esempio solenne, io scoppio; per verit, ch'io scoppio!
e la fanciulla ha a trovarsi in suo potere?... e di necessit si ha ad aver la
pazienza di tacere e di dissimulare per timore... Ah! questo  troppo. Ma io
ammazzer la fanciulla, piuttosto che vederla contaminata da un matrimonio
simile... Che maledetto destino  il mio!... e mi dev'esser venuta in petto da
non so dove tanta predilezione per quella figliuola! e per amor suo ho potuto
lasciarmi strappar la promessa d'andar domani l dov' la contessa... Oh che
caso, che scandalo!... e come ne parler e ne sparler il mondo... Ma tanto
peggio per quell'abbominevole lacch ch'io stritoler sotto ai piedi, come si
fa coi rospi, quando si va a caccia in palude, e ci striscian sugli stivali.
Voglio dare un esempio io, un esempio voglio dare.
E pensando e dicendo questo, e tra per l'ira e tra pel caldo non potendo star
sotto coltre, ne usc, non possiam dire ne balz fuori, perch la sua grande e
forte corporatura non gli concedeva troppa agilit di movimenti; e messasi la
veste da camera, si diede a passeggiare, e per pigliar fresco, preso il lume,
pass in altre camere. In una v'erano i ritratti nuziali di lui e della
contessa. Ma quello della contessa, a pompa di cordoglio e forse a segno di
condanna, fino da quindici anni addietro era stato coperto da una tela nera.
Fermatosi a guardar s stesso nel ritratto dipintogli dal Porta, gli venne la
tentazione, certo in conseguenza del pensiero che il d dopo doveva recarsi
dov'era la moglie, di alzar quella tela, e l'alz infatti; e si mise a
contemplar la contessa effigiata al vivo, e bella della trascorsa bellezza di
diciotto anni. Strane idee gli passarono in mente a quella vista, e fisso in
quella contemplazione si mise a sedere su d'un'ampia poltrona che strascin
rimpetto al ritratto.
La mattina, quando il servo entr nella stanza da letto per isvegliarlo,
secondo l'ordine avuto, non avendolo trovato, pass, cos a caso, d'una in
altra camera, intimorito e pieno di meraviglia quando vide il padrone
addormentato in faccia al ritratto della padrona, su cui la candela di cera,
quasi tutta sgocciolata, mandava la luce di una fiamma intermittente, larga e
rossastra.
Pure il conte V... e il Galantino e il Baroggi e l'avvocato Strigelli, se
furono turbati nel sonno, poteron pure sfiorarlo qualche poco, o la stanchezza
chiudesse loro per forza gli occhi, o l'inquietudine fosse placata da qualche
pensiero confortevole, vero o falso che fosse; ma la contessa Clelia era da
quasi cento ore che non poteva dormire; aveva viaggiato senza riposo; appena
giunta a Milano non ebbe che oppressioni assidue di corpo e di spirito; la
stanchezza fisica non le concedeva quasi pi di reggersi in piedi; tanto che
nell'ultimo giorno di quando in quando le cadevano le palpebre oppresse da una
pesantezza invincibile, ma tuttavia non fu mai possibile che il sonno la
involasse un momento al suo affanno. Ella aveva nello spirito quel dolore
spasmodico che  in alcuni malori acuti, onde la vita  sempre desta per
tormentare la vita. Chi non s' mai trovato in questa condizione amara di
cader sfilato dalla stanchezza e dalla veglia diuturna, e non poter tuttavia
dormire, per sua fortuna, non pu dire di aver misurata in tutta la sua
crudele intensit la potenza del dolor morale. E donna Clelia non s'era
nemmeno coricata in quella notte, ma cos discinta se ne stava un po' seduta,
un po' in piedi, un po' in ginocchio. E pel caldo affacciatasi alla finestra,
volgendo gli occhi al cielo sereno e sgombro e tutto stellato,
nell'esaltazione dello spirito provocata dalla medesima stanchezza fisica,
stette assorta nella contemplazione di quel cielo e le parve come di trovarsi
faccia a faccia con Dio; onde gettatasi in ginocchio, si mise a pregare con un
fervore intenso come il suo affanno.
 Io non chiedo altro se non che mi sia ridata la mia figliuola viva e pura. Se
per la gioja di poterla rivedere io dovessi morir subito dopo... benedetta la
morte con cui avrei pagata tanta consolazione di vita... Venga la mia
figliuola, e purch sia felice... deh si faccia il miracolo che mio marito
rompa una volta l'ostinata crudelt del suo orgoglio... Io non so come vorrei
scontare quell'istante di superbia onde mi parve che avrei anch'io voluto
qualunque cosa piuttosto che la felicit di mia figlia nel modo onde mi venne
imposta. Ma ella viva e ritorni a me, e sia felice... Questo solo io desidero
e supplico.
E cos pregando e gemendo, non potendo pi reggere in ginocchio a quel modo,
cadde accosciata su s stessa, e depose la testa sul cuscino del davanzale
della finestra, lasciando pendere in abbandono le braccia in posizione
simmetrica.
Allorch donna Paola, alla prim'alba, le entr in stanza, accorse a
sollevarla, vedendola col immobile; la sollev e la baci in fronte, e la
port di peso sul letto, senzach quella sventurata si svegliasse.
 Infelice, pensava donna Paola, guardandola in silenzio. La stanchezza
finalmente fu pi forte del tuo dolore; e la Provvidenza forse ti ha concesso
questo momento per farti pi valida a sostenere le terribili scosse che ti si
apprestano in questa dubbiosa giornata che sorge. Pensando a' tuoi travagli 
da pi notti che anch'io non chiudo occhi... ma sono io forse pi fortunata di
te?... Di due figliuoli carissimi, uno  ramingo pel mondo, spinto dalla sua
irrequieta natura, in cerca di pericoli e di venture; l'altro... Ahi, pensando
al cuor suo e al dolore che avr provato e in cui sar immerso tuttora al
pensiero che la sua Ada fu rapita... la sua Ada per cui... Oh inestricabile
intreccio d'affanni... Oh avvenire incertissimo, che la mia vecchiaja paventa
di non giungere in tempo per vedere snebbiato!

LIBRO NONO


Il vecchio Agudio e il Baroggi. Dopo quindici anni. Marito e moglie. La gran
voce del pubblico. Origine dei banchetti generali notturni. La citt di Milano
e un verso d'Alfieri. Il Collegio dei giureconsulti. Le universit degli
orefici, dei mercanti d'oro, ecc., ecc. L'accademia dei Trasformati e il conte
Imbonati. La scuola degli scultori in Camposanto. La piazza del Duomo. Un
progetto architettonico. Le badie dei bergamini, dei caseri e dei facchini.
L'accademia dei Fenicj e l'abate Oltolina. Una colonia dell'Arcadia nel
palazzo Pertusati. Don Alberico marchese e conte F... Triplice eredit. La
casa del diavolo. La cantante Agujari e il cavallo arabo. Ada, don Alberico e
il Galantino.


I

La mattina l'avvocato Strigelli si alz per tempissimo, e si rec con gran
sollecitudine dal suo vecchio maestro Agudio, come solea chiamarlo. Aveva
cangiato parere su molte parti del suo piano, ed urgendo il tempo, voleva
essere rassicurato anche dal senno di quell'espertissimo giureconsulto. Avuto
il piacere di sentire approvato il proprio disegno, si trasfer difilato al
Capitano di Giustizia per parlare all'attuaro, di concerto col quale e
coll'eccellentissimo signor capitano si era provveduto ad aprire un nuovo
varco al processo di lord Crall e di Lorenzo Bruni, e degli altri Frammassoni,
che, confessando quel che non potevano negare, e manifestandosi anzi con
coraggio e con fermezza contro le soverchierie de' fermieri, furon tutti saldi
e d'accordo nel negare d'aver avuta parte veruna nel fatto della scomparsa
delle due fanciulle dal convento di san Filippo Neri. E l'attuaro, in
conseguenza delle parole dell'avvocato Strigelli, mand a chiamare il tenente
dei fanti di giustizia per trasmettergli nuovi ordini.
Dopo di ci l'avvocato recossi alla casa di donna Paola Pietra, per prendere
lingua su alcune cose che non avea potuto sapere il giorno prima.
 Al conte ho parlato, gli disse donna Paola, e l'ho indotto a venir qui, e
l'aspetto anzi a momenti. Davvero che mi pare d'aver fatto un miracolo. Non
vorrei per che fosse per nascere qualche scena scandalosa e terribile, messi
il conte e il Galantino al cospetto l'uno dell'altro.
 State tranquilla, donna Paola, ch abbiamo pensato ad ovviare anche a questo
inconveniente.
 Ma in che modo?
 Vedrete... e spero che forse avrete a lodarvi di me... Confortate intanto la
contessa, e fatele coraggio.
 Caro avvocato, che pena mi ha fatto la contessa un momento fa, quando ho
dovuto pur dirle che il conte oggi veniva qui!
 Gi v'ho detto che tutte le difficolt per questo vostro nuovo e giustissimo
intento sarebbero insorte dal lato della contessa. Ci era ben naturale.
 No, no, caro mio, non si tratta di questo. Ella, sentendo che il conte s'era
lasciato indurre a venir qui, tosto s' fissata nella persuasione che il conte
fosse disposto ad accogliere le proposte del signor Suardi. Figuratevi com'io
mi sentissi di dentro rimeditando la furia onde ieri proruppe il conte nel
sentire le pretese del Suardi! Ma la contessa non sospira che la figliuola, e
per rivederla, non so quel che farebbe. Davvero che fa piet.
 Torno a ripetere, supplicatela ad aver coraggio; so io quello che dico. Ieri
ho parlato al Baroggi...
 E cos?
 Sa tutto, quantunque non voglia dirlo; ma quel che non ha voluto dire ieri,
lo dir oggi, so ben io il perch. Sa tutto, ripeto... e ho potuto comprendere
che le fanciulle sono davvero in salvo, e che non  che la pura verit quello
che il Suardi ha esposto. Ma non sentite?  una carrozza che entra dal
portone.
  il conte senz'altro. E donna Paola diede una strappata al campanello.
 Ma che ora pu essere adesso? chiese lo Strigelli.
 Sentite che batte la campana dell'orologio.
  tardi... io devo essere altrove; perdonate, io vado. Dio faccia che fra
un'ora possa essere portatore d'una buona novella.
E l'avvocato Strigelli, nell'uscire, s'incontrava nel conte V...
Quest'ultimo, nell'entrare, diede, per un moto che gli era abituale,
un'occhiata d'alto in basso all'avvocato, e:
 Chi  colui? chiese, mentre salutava donna Paola.
 L'avvocato Strigelli.
 Ah, ah... il giovane praticante dell'avvocato Agudio, colui che scrisse tanti
atti contro di me; lo conosco assai bene. Scusate, donna Paola, ma venendo in
casa vostra, posso dire d'esser venuto nel campo nemico.
 Nel campo di un alleato, dite meglio, dove i parlamentari si son radunati per
venire a patti e per cedere volontieri le armi. Quel giovane vi stima assai, e
fu egli a consigliarmi di venire da voi, egli e la contessa... L'uno e l'altra
si trovaron d'accordo nel pensare che voi solo potevate incutere timore al
Suardi.
 Ribaldo sfrontato!... esclam il conte, e si mise a sedere.
La vasta poltrona di marocchino entro la quale s'era come perduto il piccol
corpo del nostro Giocondo Bruni ancor fanciullo, appena bast per contenere la
colossale persona del conte. Era esso vestito da mattina, ossia portava un
soprabito color turchino con baverina filettata d'argento che gli scendeva
oltre la spalla; aveva stivali corti di pelle di cordovano pur filettati
d'argento, con sproni corti; all'occhiello del soprabito portava il nastro
dell'ordine di San Jago, e teneva nelle mani un grosso scudiscio da maneggio.
Non gli mancava che le spallette e la sciabola per essere creduto un militare
in servizio, e tanto pi quando si guardava a quella faccia burbera,
atteggiata ad una fierezza di convenzione sulla quale, tra il bianco della
parrucca ad ala di piccione e il rosso color mattone equabilmente soffuso
senza gradazione sulla fronte, sulle guance, sul naso, spiccava il nero di due
baffi corti, piuttosto che ai quali avrebbe rinunziato alla corona di conte o
per lo meno all'ordine di San Jago. Come poi fossero neri non lo sappiamo,
perch il loro obbligo sarebbe stato di essere almanco grigi, ch nell'anno di
grazia 1766 i cinquant'anni doveva averli passati da molto tempo. Ad ogni
modo, fosse il privilegio ordinario di natura, o fosse la virt parigina di
qualche pomata che potrebbe forse venire a gara colle miracolose d'oggid, i
baffi erano neri, e basta di ci.
Dopo aver girato, senza parlare, lo sguardo intorno alle pareti per osservare
i ritratti di famiglia della casa Pietra-Incisa:
 Quanto potr tardare a venire questo mascalzone? domand egli.
 All'ora di ieri...; per mi pare che potrebbe mancar pochissimo.
Il colonnello si alz, e fatto come un giro intorno a s stesso:
 Le pare, soggiunse, che dobbiamo riceverlo qui in anticamera?
 Le convenienze ci vogliono anche con costoro. La contessa jeri gli parl
qui... la contessa ed io...
Il colonnello stette muto qualche momento.
 Ma c' da impazzire, donna Paola, disse poi, pensando che nelle mani di
costui, precisamente nelle mani di costui doveva cadere quella... quella
ragazza...
 Ah, fu davvero una gran disgrazia, conte, perch temo che anche quando avremo
riconquistata la ragazza, pur troppo, ci sar pericolo di perdere la contessa.
Il conte, a quelle parole di donna Paola, non afferrandone bene il
significato, e tuttavia rimanendone turbato, fu in procinto di domandarle una
spiegazione; ma si trattenne... e volse altrove la faccia... e fece alcuni
passi per la camera; e come per dare sfogo all'ira che provava nel sentirsi,
suo malgrado, commosso, ed anche per quell'indole sua militarmente brusca,
lasci cadere un colpo di scudiscio sulla spinetta, che risuon come un
ghitarrone sfregato nelle corde.
 Scusate, disse poi, ma costui si fa aspettare un po' troppo.
 Abbiate pazienza, conte... e vogliate perdonarmi se vi lascio un momento
solo. Vado a vedere come sta la contessa, perch poco fa era a mal partito
assai. Sono tre giorni e tre notti che non mangia e non dorme, e non fa altro
che disperarsi, sospirare e piangere. Stamattina soltanto si lasci andare ad
un sonno invincibile, riposando la testa sul davanzale della finestra ad aria
aperta. Il che le ha fatto malissimo; onde, pochi minuti sono, fu colta da un
deliquio e da un sudore mortale, che ce ne volle a ritornarla in s stessa.
Scusate, vado e torno.
Il piglio burbero e fiero che appariva ognora sul volto del conte, era il pi
delle volte, lo abbiamo gi detto, un piglio di convenzione. Quasi tutti
coloro che passarono la loro giovent fra le armi, nei bivacchi, e sui campi
di battaglia hanno l'abitudine di sfoggiare un tale frontispizio e di
caricarlo talora, fin quasi comicamente, per far colpo; press'a poco come i
bassi profondi che, quando parlano in pubblico, alterano la voce in modo che
sembrano uomini soprannaturali. Ma in quel modo che i bassi profondi, quando
sono in veste da camera e si trovano al cospetto di persone che non hanno a
far nulla col teatro, lasciano uscir la voce senza pretesa e a beneplacito
della natura; cos anche i militari in quiescenza, quando son soli, permettono
che i muscoli del viso si rilascino alquanto come comanda la natura. E cos
avvenne della faccia del conte colonnello. Quella specie di velo artificiale
ed avventizio lasci allo scoperto la nuda e schietta tinta della bonariet
che la natura gli aveva pur data, di maniera che quel suo faccione parve per
un istante quello di un sempliciotto contrito e commosso, tanto commosso che
gli occhi gli si inumidirono.
Donna Paola, che conosceva l'uomo, non a caso avea detto quel che avea detto.
Fin dal giorno prima ella erasi accorta come in lui fosse sbollito ogni sdegno
contro la contessa. Non si trattava or dunque pi d'altro che di penetrare pi
addentro che fosse possibile, mettendo in movimento la compassione, in quel
terreno gi tutto quanto smosso e rammollito.
E non a caso lo avea lasciato solo, perch avvedutasi che il racconto del
misero stato della contessa lo aveva messo sottosopra, pens di non avviare
altri discorsi, che, interrompendo quel pensiero, lasciassero tempo al cuore
di rimettersi in calma e di riassumere la consueta padronanza; e intanto erasi
recata infatti nella camera della contessa che, per verit, stava malissimo,
trovavasi in una prostrazione di corpo e di spirito da far compassione a
chicchessia.
 Come va, donna Clelia?
Quella rispose crollando il capo.
 Sapete chi  venuto?
 Chi?
 Il conte!
 Oh Dio!! Ma non  necessario ch'io sia presente al colloquio.
 Non  necessario, ma sarebbe utile, e, pi che utile, conveniente e generoso.
 Generoso?... ma credete che il conte... no, no, donna Paola. Voi non lo
conoscete. Dio sa che scena orribile sarebbe per fare.
 Io non sono della vostra opinione; e quando debbo dirvi la verit intera,
s'io fossi ne' vostri panni, alla notizia ch'egli si lasci indurre a venir
qui... io sarei volata nella sala dov'egli si trova. In conclusione, bisogna
esser giusti, donna Clelia. Chi si deve umiliare per il primo? Chi? E
l'interesse vivissimo che ha preso e prende per la vostra figliuola, ci
dev'essere per nulla? So quel che volete dire, lo so. Ma in quanto a lui,
dimenticate il passato e rammentate il presente. E in quanto a voi, per
quest'oggetto, non abbiate in mente che il passato. Perdonate, la mia cara
Clelia, se vi parlo cos in questi momenti. Ma io prevedo che immensa
consolazione sar per riempire il vostro cuore quando vi sarete risoluta a
rivedere vostro marito.
 Io sono pronta a fare tutto quello che volete, ma per oggi no. Per oggi non
mi sento disposta. Lasciate prima che io possa riabbracciare la mia Ada.
 L'avvocato Strigelli m'ha ingiunto di rassicurarvi su di ci; perch da jeri
ad oggi ha trovato, egli stesso me lo ha detto, la via giusta per venire a
capo di tutto. Ma zitto, che sento parlare nella sala di ricevimento; fosse
mai venuto il Suardi? Mi rincresce di non essermi trovata l prima ch'egli
entrasse.
E cos dicendo lasci sola la contessa, e torn dov'era il conte.
Attraversate rapidamente le camere interposte, quando entr nella sala di
ricevimento, si maravigli di trovarvi l'avvocato Strigelli invece del Suardi.
Onde gli chiese:
 In che modo voi siete qui, e perch colui si fa aspettar tanto?
 Chi... colui?
 Il Suardi.
 Lo aspetter per un pezzo, donna Paola. Ma sieda qui, di grazia, e sentir.
 Sentite, sentite, donna Paola, soggiunse il conte con una schiettezza di
gioja insolita. Sentite.
Ma il lettore, invece di ascoltar l'avvocato Strigelli, si compiacer, se  di
comodo, di ascoltar le nostre parole.


II

Noi siamo avversi a quella che noi chiameremo morale di convenzione, la quale
non  gi quella che Mirabeau chiamava la piccola, e che secondo lui non
faceva gli interessi della morale grande; quasi che vi possano essere pi
categorie di morali nel mondo assoluto delle idee; ma  bens quella che fu
stabilito di adottare nelle opere dell'arte, e per la quale i personaggi pi o
meno scellerati dovrebbero ricevere la loro conveniente punizione prima che
cali il sipario o si chiuda il libro, affinch la lezione balzi di tratto
dall'opera alla testa del lettore anche il pi volgare e ottuso. Questa
morale, o, diremo pi giusto, questo modo di far uso della morale,  spesso
erroneo, perch se l'arte dee riflettere i fenomeni del mondo e della vita,
sarebbe costretta ad alterare la verit ogni qualvolta non trovasse che nella
vita e nel mondo i galantuomini siano premiati e i perversi puniti. La
moralit sta nell'ordine delle idee e non nel campo dei fatti; perci
all'assoluta moralit, per esempio, del don Giovanni Tenorio, non era per
nulla necessario che il convito si trasmutasse in una scena infernale coi
diavoli tormentatori; n era necessario alla moralit dell'Otello che Jago
venisse ferito dalla scimitarra vendicatrice del geloso Africano.
Quanti uomini noi abbiamo veduto, noi e i nostri amici, ad attraversare la
vita gloriosi e trionfanti delle loro medesime cattive azioni, senza che la
legge abbia potuto ghermirli, senza che nemmeno l'opinione pubblica abbia
potuto sfogarsi rumorosamente contro di loro, senza che n in iscritto n in
istampa rimanga pur una nota d'esecrazione contro di essi, anzi rimanendo
invece qualche elogio scolpito nel marmo, per abuso di postuma piet! E per
questo la morale ha forse cessato di essere la morale?  ella cos impotente e
miserabile, cos relativa e precaria, che, per dar segno di vita, debba essere
in obbligo di aggiustar le partite a tutti gli uomini, prima che escano da
questo mondo? E in quanto alle opere dell'arte, perch possano scansar la
taccia d'immorali, dovranno essere impreteribilmente costrette a mandare, nel
punto della catastrofe, tutti i galantuomini all'osteria, e tutti i birboni
all'inferno? Noi crediamo fermamente di no, e per questo di mala voglia oggi
prendiamo la penna in mano, perch dobbiam raccontar cosa che parrebbe
introdotta appositamente, non per altro che per fare un po' di corte alla cos
detta morale di convenzione. Ma quel benedetto frate di sant'Ambrogio ad
Nemus, tenendo conto con molta precisione di tutto quello che avvenne del
Suardi e che giunse a di lui notizia, registr, sebbene meravigliandosi
anch'esso (il che proverebbe che al pari di noi non avesse molta opinione
della giustizia relativa), registr tal fatto che non possiamo assolutamente
levare da questa storia, a dispetto de' nostri principj d'arte: e perch il
vero non  una cosa che a capriccio si possa pigliare quando ci torna utile, e
respingere quando  incomodo, e perch da questo fatto tanti altri ne
dipendono per conseguenza necessaria, che, ad alterarlo o a distruggerlo,
bisognerebbe poi far tutto il resto di sola fantasia, il che  assolutamente
contrario al nostro intento.
Abbiamo dunque lasciato il Galantino sotto al baldacchino di drappo, in
seriissima consulta co' suoi pensieri, i quali, sotto diverse forme, gli
ricomparvero poi nei sogni dell'alba, quando finalmente pot chiudere gli
occhi a dormire. Ma ad onta della veglia durata si dest presto, e si alz, e
discese nello studio. L'aria elastica del mattino, una tazza d'acqua
freschissima bevuta in un fiato, un'occhiata ai libri mastri, due parole fatte
col giovane di studio che teneva la corrispondenza, lo misero in tno, tanto
che usc persino in qualche celia.
Esaminati cos i mastri e rallegratosi, perch l'idea di una gran ricchezza
che va sempre crescendo ravviva lo spirito anche pi dell'aria sana e
dell'acqua fresca, ritorn all'appartamento superiore, e si dispose alla
toilette, la quale non ostante la giovent ancor viva e la bellezza che non
avea bisogno d'ajuto, pure gl'involava tutti i giorni un'ora buona, per quella
sua innata predilezione allo sfoggio e alle delicatezze profumate del vivere.
Guardandosi dunque nello specchio intanto che lo andava impolverando il
parrucchiere Castini (il quale era tra i pi rinomati del rione di porta
Romana, e di cui noi abbiam conosciuto il figlio, celebratissimo anch'esso a'
suoi bei giorni, finch rimase oscurato dalla fama irrompente degli
Scandelari, dei Migliavacca e dei Brambilla); guardandosi dunque nello
specchio, moltiplicando l'idea di giovent e di belt che si vedeva innanzi
agli occhi in tutta la sua seducente apparenza, per l'idea di ricchezza di cui
un momento prima aveva veduto le cifre espressive sui mastri, ne cav un
prodotto che mise in fuga tutti i timori e le incertezze provate durante la
notte; e per soprappi, dalla finestra vedendo nel cortile il carrozzino di
gala verde, rigirato intorno intorno da una ghirlandella dipinta ad oro,
colore e ghirlanda che erano all'ultima moda, non gli sembr vero che,
investito dall'eloquenza di tutta quella pomposa apparenza e di quella
innegabile sostanza, il conte V... potesse rimanere ostinato nel negargli
quello che in fin de' conti, secondo lui, bisognava concedere. Con queste
allegre idee pertanto, acconciato che fu, e mandato a dire al cocchiere che
attaccasse, discese ancora un momento in istudio per dare alcuni ordini, poi
sal nel carrozzino, e di buon trotto, passando il crocicchio del Bottonuto e
infilando i Tre Re, e gi per la contrada degli Speronari e Spadari, e
svoltando sulla piazza della Rosa, e quasi radendo l'edificio della Biblioteca
Ambrosiana, riusc sulla piazza di San Sepolcro. Ma qui avvenne quel che
Galantino non avrebbe mai n creduto n voluto che avvenisse. Un'ora prima che
egli uscisse dalla sua casa, agli sbocchi della contrada di Pantano, stavan
fermi, a quello verso l'Ospedale, due uomini adagiati in sediolo, specie di
curriculo che allora era molto adoperato dai viaggiatori commercianti, e in
generale dagli uomini d'affari; allo sbocco poi che metteva alla contrada
Larga stava un uomo a cavallo in abito civile. Quest'ultimo, quando vide uscir
la carrozza dalla casa Suardi, diede di sprone al cavallo, facendogli fare due
o tre caracollate, e tosto si mise in coda al carrozzino, mentre quasi
contemporaneamente veniva raggiunto dai due uomini del sediolo.
 Or che si fa? disse uno di questi ultimi.
 Aspettate che si sia usciti di queste contrade di gente, rispose l'uomo a
cavallo; s'egli sa ove deve andare, passer di San Sepolcro. Quello  il
luogo, e attenti.
Quando appunto la carrozza del Suardi attraversava la piazza di San Sepolcro e
stava per svoltare nella contrada del Bollo, l'uomo a cavallo si spinse al
galoppo, e si accost allo sportello abbassando la testa e dicendo:
 Signor Suardi, si compiaccia d'ascoltarmi, e nel tempo stesso intim al
cocchiere di fermare i cavalli.
In quel punto il sediolo si ferm presso i cancelli dell'Ambrosiana, e mentre
un uomo teneva il cavallo, l'altro si alz da sedere, stando cos piegato in
sul dorso, e coll'occhio intento alla carrozza del Suardi, nella posizione di
chi, ad un cenno,  disposto a balzar gi per accorrere.
Il Suardi si volse, il cocchiere tir le redini, l'uomo a cavallo continu:
 Mi perdoni, signore, se sono costretto a tenerla qui impacciata; ma
l'eccellentissimo signor Capitano di Giustizia la invita a recarsi da lui un
momento per un affare di urgenza; perci, se non le rincresce, la pregherei di
far subito voltar indietro la carrozza, e di andare al palazzo. Io la seguir
da lontano.
Quando un uomo  colto da un colpo inaspettato, in quel minuto secondo in cui
balza da un ordine di pensieri ad un altro affatto opposto, le facolt dello
spirito assumono una velocit inconcepibile. La memoria, l'associazione, la
riflessione, il giudizio, fanno in quel minuto secondo quello che tante volte
non arrivano a fare in un giorno. La luce non  cos rapida a correre di cosa
in cosa, e a rischiararle tutte in un baleno. E cos avvenne in quel punto del
Galantino; si ricord, s'interrog, si rispose. Vide che quello era un
agguato, pens che qualcuno poteva e doveva aver dato un consiglio alla
contessa; per la prima volta riconobbe con rabbia furibonda tutte le
imprudenze da lui commesse; misur il pericolo, calcol quel che era da fare e
non da fare; e pensato e riflesso tutto ci colla velocit del lampo, si
contenne, e calmo e gentile e sorridente, quantunque fosse pallido come la
morte, tremante come un paralitico, rispose all'uomo a cavallo:
 Non occorre altro; e disse al cocchiere: torna indietro, e va in piazza
Fontana.
Il Benvenuti nel conciso suo ragguaglio intorno a questo fatto dice, che
Alcune persone che erano in piazza, furono presenti a quella fermata, e,
avendo riconosciuto che la carrozza era del Suardi appaltatore, hanno potuto
credere che quell'uomo a cavallo e quelli nel sediolo fossero suoi addetti al
servizio della Ferma generale, e fossero accorsi per dargli qualche grossa
notizia che non patisse ritardo. Solamente qualche ora dopo si  saputo che il
detto signor Suardi era stato condotto al Capitano di Giustizia nel suo stesso
carrozzino di gala. La qual cosa arrec gran stupore a tutti, e per il modo
irregolare con il quale era stata fatta la captura, e per essere stato cos
trattato un uomo che con li danari e la prepotenza faceva stare tutti in gran
rispetto.
Non siamo arrivati a capire che cosa il frate di sant'Ambrogio ad Nemus
intendesse di dire colle parole: il modo irregolare con il quale era stata
fatta la captura, salvo che non abbia voluto alludere all'uomo travestito a
cavallo, e ai due altri travestiti in sediolo, i quali probabilmente saranno
stati il barigello, o qualche tenente, con due fanti di Giustizia; e forse
nella cattura avranno pensato di valersi di questo modo insolito, avendo un
ragionevole sospetto che il Galantino potesse mai opporsi alla forza o
deluderla, quando fosse stato colto in casa, e da uomini portanti insegne
dell'autorit criminale. E recano pur meraviglia quelle altre parole del frate
raccoglitore, con cui sembra quasi lamentarsi che la Giustizia non abbia
portato rispetto a un uomo che aveva molti denari ed era prepotente. Sono esse
per un segno fedele di quel tempo, di quegli uomini e di quei costumi;
giacch, o siano un'espressione sincera del frate o un'espressione ironica,
quel che risulta si , che il pi delle volte la Giustizia chiudeva un occhio,
o lasciava fare, o si comportava con gran riguardo ogni qual volta trovavasi
al cospetto dei ricchi e dei prepotenti. Ed ora ritorniamo di volo in casa
Pietra, per dare ascolto a quel che dice l'avvocato Strigelli.
Di tutto quello che abbiamo raccontato, recando in mezzo la testimonianza d'un
contemporaneo, egli stava intertenendo il conte V... e donna Paola; lo
Strigelli aveva mandato il proprio portinajo, che gli faceva anche da
servitore, e uno scrivano del vegliardo Agudio, l'uno in contrada di Pantano,
l'altro nel cortile del palazzo di Giustizia ad osservare e a tener nota di
tutto, perch ne portassero poi la notizia allo studio dell'Agudio medesimo.
Ed ecco come spiega il brevissimo tempo in cui lo Strigelli stette lontano da
casa Pietra, perch, recatosi allo studio del suo maestro in contrada di Zecca
Vecchia, col trov e il portinajo che gli raccont come avea visto ad uscire
la carrozza del Suardi dalla di lui casa, e a mettersi in coda ad essa l'uomo
a cavallo e i due uomini in sediolo; e lo scrivano che gli disse di aver
assistito all'ingresso della carrozza del Suardi nel cortile del palazzo di
Giustizia, e al discendere del Suardi dalla carrozza per salir tosto lo
scalone.
 Ora, soggiunse lo Strigelli a conclusione della sua relazione, siamo al
sicuro da ogni colpo del Galantino, il quale poteva, egli  vero, fermarsi
alle sole minaccie; ma poteva anche, nell'esasperamento della passione,
mandare ad effetto quel che aveva minacciato. Ecco perch s' creduto bene di
coglierlo cos di sorpresa, perch guai se fosse sfuggito alla Giustizia!
Sarebbe stato pericoloso come un toro ferito, che chi gli si trova dirimpetto
pu far subito l'atto di contrizione, e non pensare ad altro. Ed ora non ci
rimane che mandar sulle traccie della fanciulla, e gi confido di averne il
mezzo, e che, dentr'oggi o, tutt'al pi, domani, ella debba essere qui in
questa casa sana e salva, e, speriamo, anche contenta. Dico anche contenta
perch, per pi riscontri, mi pare che la fanciulla si fosse davvero invaghita
di quel ribaldo seduttore, ma voglio sperare che, quando avr saputo chi esso
 veramente, ogni illusione scomparir, e il cuore sar guarito.
 E qual  questo mezzo col quale credete di potere dentr'oggi trovar traccia
della fanciulla? chiedeva il conte.
 Permettetemi di non aggiunger altro per ora, perch non posso arrischiarmi a
dare una promessa formale; per un tal mezzo  quello per cui domando licenza
di partir subito di qui; perch l'uomo che deve servire al mio intento, credo
che, a quest'ora, si trover ad aspettarmi nello studio Agudio.
E lo Strigelli part.
L'uomo su cui faceva conto lo Strigelli e che, per le sue eccellenti ragioni,
non aveva voluto nominare al conte V..., era il Baroggi, al quale, in quel
colloquio con cui gli guast il sonno, aveva raccomandato di recarsi il giorno
dopo nello studio dell'avvocato Agudio in quell'ora che le sue incumbenze di
finanziere gli avrebbero permesso, ma, se fosse stato possibile, non molto
dopo il mezzod. Se il lettore si ricorda, l'Agudio aveva tentato di
beneficare il Baroggi in tutti i modi possibili, e per sostenere le sue
ragioni contro il conte Alberico F... aveva messo sottosopra il diritto
romano, lo statutario, il diritto razionale, tutti gli interpreti; aveva dato
un'occhiata alle leggi dei re longobardi, messo a contribuzione persino le
opere di etica allora pi riputate, domandato persino un soccorso alla
teologia; insomma tentati tutti i varchi per riuscire ad assediare la mente
dei giudici colle forze combinate del diritto puro, del diritto positivo,
della buona morale, del timore della vita eterna. Tutto indarno. Queste cose
il Baroggi le sapeva, e per nutriva una gratitudine profonda per quel
vegliardo cos burbero e brusco in apparenza, cos retto e pietoso in realt.
Per questa circostanza dunque, e per lo sgomento che aveva in petto, fu assai
sollecito di mettersi in libert per recarsi da lui.
Il vecchio Agudio, pi che ottuagenario, non poteva pi moversi dal letto. Non
gli era rimasta che la lucidezza della mente e la dottrina. Teneva seco due
giureconsulti praticanti che sotto il suo consiglio facevano, come suol dirsi,
andare lo studio, tra' quali lo Strigelli era il suo prediletto.
Quando lo scrivano gli annunzi che era venuto il Baroggi, egli se lo fece
venire innanzi e seder vicino al letto.
 Lascia che ti guardi in faccia, gli disse appena gli fu presso. La faccia 
un frontispizio pi sincero di quello de' libri. Per, senza tanti preamboli,
ti dico che solo a guardarti si capisce che tu in questi giorni hai commesso
qualche cosa che ti morde la coscienza.
Il Baroggi taceva, onde l'avvocato continuava:
 Non hai nulla di nuovo da raccontarmi?
 In caserma non si sanno le notizie del Capitano di Giustizia.
 Ah! dunque sai qualche cosa... Perch dunque non mi dici nulla?
 Ho saputo adesso, prima di uscire dalla caserma, qualche cosa cos in
confuso; del resto vedo che il signor avvocato sa tutto.
 Sicuro che so tutto, e so anche che i birboni, se non  oggi sar domani,
sar l'altro, ma viene il giorno che convien pure che paghino i debiti. Chi lo
avrebbe detto che colui fosse per aprirsi una buca da se stesso, e lasciarsi
cader dentro, come un semplicione, essendo pure pi astuto del diavolo! Ma
quasi sempre ai birboni avviene cos. Il mondo non arriva a ghermirli, e si
feriscono poi da s medesimi, che  poi tutt'uno. E per un capriccio, per un
amoretto, per una fanciulla. A forza di far birbonate impunemente e di
credersi invulnerabili, finiscono a rimanere ubbriacati dalla medesima
fortuna; perch come mai si pu credere che quel dirittone non sapesse che le
ragazze non si possono rubare cos per passatempo? Ma la fortuna gli ha dato
alla testa; e cos oggi  ritornato donde per miracolo ha potuto uscire
quindici anni sono. Tu allora avevi cinque anni. Che bella cosa se in questa
circostanza tu avessi avuto ancora quell'et!  cos, caro mio,  cos; e non
farmi l'attonito, perch so tutto; ed ora bisogna rimediarci, perch quella
povera donna di tua madre mi fa compassione; capisci?... mi fa compassione.
Il Baroggi si alz da sedere inquietissimo, poi disse:
 Giacch quel ch' stato  stato, ho caro che il signor avvocato sappia tutto.
Ma vorrei anche che ella si persuadesse ch'io non ci ho colpa; colpa
propriamente no.
 Ma dimmi un po', balordo. Se un tale ti dice: Dammi un momento la tua
sciabola, perch mi occorre di ammazzare uno che mi d noja; e tu non ti fai
pregare e gli presti l'arma, crederesti di potertela cavar cos per le
belle?...
 Capisco bene; e pareva che il cuore, me lo dicesse.
 Ma infine c' questa fanciulla?
 Oh, per questo c'.
 Ma ci son molte maniere di essere.
 Che ho da dire? Si figuri che fu affidata alle cure di mia madre, la quale
ora  una santa... e fin troppo.
L'avvocato a queste parole si alz ritto in sulla vita come una vipera
percossa, e:
 Anche tua madre mi dovevi tirare in ballo. Anche tua madre! insensato! Questo
 un precipizio, soggiunse poi; ma raccontami or dunque tutto l'avvenimento,
senza ometter sillaba; tutto, capisci?
E il Baroggi raccont al vecchio Agudio tutto quanto noi sappiamo.
In questa il giovane Strigelli, che non soleva n farsi annunciare n fare
anticamera, entr in stanza, e veduto l il Baroggi:
 E cos? domand.
 L'affare  pi serio di quel che avrei creduto, rispose l'Agudio.
Lo Strigelli si spavent a tali parole.
 Parlo per questo ragazzo senza testa, soggiunse poi subito il vecchio.
Tuttavia la figliuola c', e costui sa dove si trova; ma ora stupirai a
sentire che sta in compagnia della madre di costui. Tu rimani di stucco...
sfido io!... Imbrattarsi peggio di cos non era proprio possibile; non ci
voleva che questo balordo. Questo balordo che dovrebbe arar dritto pi di
tutti; e dire un'avemaria prima di fare il bench minimo passo, prima di
mangiare, prima di bere, prima d'andare a letto; perch  di quei tali che son
nati colla disgrazia in cuna; anzi colla disgrazia bell'e preparata nel ventre
della madre; e a non camminare con tutte le precauzioni dell'equilibrio, o da
una parte o dall'altra bisogna pure che caschino, perch il maledetto destino
non li abbandona mai un momento, e al primo scappuccio li agguanta. Or che si
fa, caro mio?
 Intanto mandar tosto a pigliar le ragazze.
 Io stesso ci andr, disse il Baroggi: basta che il signor avvocato Strigelli
s'incarichi d'ottenermi il permesso dal mio capo.
 Tu starai qui, disse l'Agudio. Poi soggiunse, volgendosi allo Strigelli: Se
le ragazze lo riconoscono, non c'e altro. Basta che costui dia l'indicazione
precisa del luogo, e il signor conte mander la sua carrozza a pigliarle; e tu
stesso mi capisci, si tratta di prepararle, tanto la madre di costui che le
ragazze, prepararle, si intende, a regolar le parole; ci andrai dunque tu
stesso, e qui il Baroggi se ne star a Milano ad aspettar che Dio gliela mandi
buona. Va, dunque, e pel rimanente ascolta ci che' ti dir quella perla di
donna Paola; va, e fa che, per questo lato, la fine rimedii al resto. In
quanto a te, conchiuse poi rivolgendosi al Baroggi, puoi tornare in caserma, e
se mai in questi giorni ci fosse da perlustrare il confine e da far le
schioppettate coi contrabbandieri, va alla buon'ora, che non sar mal fatto; e
una volta che ti trovi al confine, cos a cavallo dei due Stati, pensa che
quella  aria sana... e tira col le cose in lungo pi che puoi, finch
qualche amico non ti faccia sapere che l'aria sana tira anche a Milano; ma
sar difficile. Or va, ch per te ho fatto fare anticamera a tre o quattro
signori che aspettano da un pezzo.


III

L'avvocato Strigelli usc dallo studio Agudio colla contentezza di un poeta
che ha finito in quel punto un componimento al quale sia stata d'impaccio una
strofa, che, per essere la conclusionale, aveva l'obbligo di riuscire la pi
felice di tutte. Usc colla nota e l'indicazione del luogo in cui il Baroggi
avea detto trovarsi le fanciulle insieme con sua madre, e torn in casa
Pietra. Il conte non era ancora partito; e l'avvocato, entrando nella sala
colla gioviale baldanza di chi si sente quasi pi padrone dei padroni di casa,
interruppe un discorso che colui aveva avviato con donna Paola, esclamando:
 Or tutto  fatto, ed ogni nodo  sciolto, e ormai non rimane al signor conte
che di far attaccare i cavalli; a donna Paola di mettere in mia compagnia
quella buona vecchia che fu gi la governante della fanciulla, e a me di pormi
tosto in viaggio. Da qui a Como, trottando con focosi cavalli, ci voglion sei
ore; da Como ad Asso... Ah, vedo che per oggi non si arriva in tempo, e non si
fa nulla, e bisogner che la signora contessa abbia la pazienza di aspettar
fino a domani ad abbracciare la sua figliuola... Ma noi stiamo qui, e non
pensiamo a dar questa notizia alla contessa... Ma dov' la contessa?... Voglio
sperare che risorger da morte a vita, quando sentir di che si tratta. Mi
conduca dunque, donna Paola, dalla contessa... Signor conte... andiamo a
trovar la contessa.
E l'avvocato, senz'altro, tant'era trasportato dalla compiacenza d'aver fatto
quello che forse nessun altro avrebbe saputo fare, gi s'avviava
all'appartamento dove sapea trovarsi la madre di Ada. Donna Paola si mosse
ella pure, volgendo al conte un'occhiata pi eloquente di qualunque discorso;
e il conte la comprese e guard a lungo donna Paola, e questa volta anche
l'occhio di lui, per consueto insignificantissimo, espresse mille cose; e
segu donna Paola, a passo lento e colla testa piegata sul petto, e attravers
insieme le stanze intermedie. Ma quando ella entr in camera della contessa,
precedendo l'avvocato e il conte per annunziarli; nel punto che, dopo quindici
anni, egli sent, stando di fuori, la voce di donna Clelia, si trattenne un
momento, e lasci che entrasse lo Strigelli. E stette cos un poco perplesso;
poi, come se a un tratto fosse respinto indietro da pi uomini vigorosi
sbucati d'improvviso per scacciarlo di l, retrocesse, e con passo concitato
ritorn nella sala di ricevimento, e si gett a sedere nella poltrona,
percuotendo gli stivali con forti colpi di scudiscio; si alz di nuovo e si
mosse per ritornare dond'era fuggito, e di nuovo retrocesse, e torn a sedere
nella poltrona. Lo Strigelli e donna Paola intanto, fattisi intorno alla
contessa con quell'impaziente sollecitudine dei buoni che non vogliono
ritardare altrui una consolazione, non si accorsero al primo che il conte
fosse rimasto fuori, e:
 Or dunque si rallegri, signora contessa, disse lo Strigelli.
 Coraggio, la mia cara Clelia, disse donna Paola. Qui il nostro avvocato parte
a momenti colla carrozza del conte per andar a prendere la vostra figliuola.
La contessa, alzandosi a quelle parole dalla seggiola, respinse con violenza
la cameriera che in quel punto stava ravviandole alla meglio lo scompigliato
tup, e:
 Voi andate a pigliar mia figlia, domand all'avvocato; ma sapete dove si
trova?
 Ecco qui... rispose l'avvocato. Da Como bisogna andare in Vallassina, a una
villetta in riva al Lambro tra Scarenna e Caslino. L vivono in solitudine e
in devozione la vostra figliuola e la figlia del Crivello, essendo state
affidate, cosa di cui stupirete, alla custodia della madre del Baroggi; la
quale, come ognun sa,  tra quelle che oggid a Milano logorano di pi le
panche delle chiese.
La contessa non ebbe tempo di maravigliarsi di questa, che pur doveva essere
per lei, stranissima notizia. Ma rivoltasi alla cameriera:
 Spcciati dunque, che non c' tempo a perdere. Credo bene che si partir
subito subito? soggiunse poi rivolgendosi allo Strigelli.
 Quel che si dee fare si dee far tosto. Ma la signora contessa, giacch ha
avuto tanta pazienza fino ad oggi, la prolunghi fino a domani, e voglia
persuadersi che  molto meglio che io parta solo colla cameriera qui di casa,
che fu gi governante della ragazza. Anche il signor conte voleva venire in
persona ad accompagnarmi, ed io l'ho persuaso... Ma dov' il signor conte,
domand a donna Paola, non  egli entrato qui con noi?
 S' fermato di l, ella rispose, perch non si permise d'entrare prima che...
E donna Paola, interrompendosi ad arte, guard la contessa, pigliandola per
mano e stringendogliela con gran significazione, senza dir altro, perch non
voleva che lo Strigelli fosse testimonio di quella soverchia ostinazione della
contessa.
Ma questa, senza dar peso n alle occhiate n alle parole n alla stretta di
mano:
 Non sar mai, avvocato, soggiunse, che io debba fermarmi a Milano ad
aspettare. Non sar mai.
 Quand' cos, faceva osservare donna Paola, stiamo a quanto vorr il conte...
Lasciate fare, avvocato... Se ella sa pregare il conte in modo che esso le
permetta d'andare a prendere la figliuola, lasciate fare. Suvvia dunque,
andiamo di l, cara Clelia, e giacch avete questa smania, troppo giusta del
resto, d'andare voi stessa in compagnia dell'avvocato, saprete trovar le
parole da persuadere il conte. Non  vero, avvocato? e a costui ammicc,
volendo significargli che venisse in suo soccorso. Io vado di l e vi
precedo... e la mia cara Clelia avr la bont di venir subito a parlare al
conte... Cos si parte... sull'istante... e riabbraccerete la vostra Ada
stasera invece di domani.
E, senza attendere risposta, donna Paola usc, recandosi nella sala di
ricevimento.
Il conte era ancora seduto in poltrona, colla testa appoggiata al braccio
sinistro puntato sulla sinistra coscia, mentre, per un movimento macchinale,
andava percuotendo collo scudiscio che aveva nella dritta il soppedaneo della
sala.
 Signor conte, disse donna Paola, parlandogli stando di dietro del dosso della
poltrona, quella povera contessa vorrebbe pregarvi... anzi sta per venir
qui...
-Che!? esclam il conte alzandosi di subito e volgendo in giro gli occhi
torvi.
Gli uomini della natura del conte V... sono sempre perplessi intorno a quello
che debbono fare; inoltre avendo una debole intelligenza, finch il cuore pu
andar liberissimo ne' suoi slanci, tutto va bene, e qualche volta da uomini di
tal fatta, a pigliarli con garbo, se ne cavano grandi cose; ma guai se
d'improvviso tra gli slanci del cuore si inframmette qualche bisbetica
riflessione della mente! Di tratto s'impennano e retrocedono da quella via su
cui il sentimento spontaneo gli avea fatti correre fin con troppa velocit.
S'impennano e non sono poi capaci di dissimulare pur un pensiero fuggitivo da
cui sieno molestati. Un altro uomo, nella condizione del conte, dal momento
che si fosse indotto a recarsi in casa Pietra, fatto quel primo passo, non
avrebbe esitato a far tutti quelli altri che erano comandati come una
conseguenza necessaria. Ammesso il principio di voler essere indulgente, e
mostrarsi, quel che suol dirsi, un uomo di mondo, e di concedere tutto il suo
pieno sviluppo a quella piet, a quell'affetto che spontaneamente eragli pur
nato in cuore, toccava a lui a pigliar l'iniziativa in tutto, toccava a lui a
preparare, se va l'espressione, il piano inclinato per cui la contessa, senza
il pericolo di troppo gravi scosse, potesse, dopo quindici anni d'assenza e
dopo quanto era successo, non sentirsi umiliata a venire in apparenza di
penitente contrita al cospetto del marito oltraggiato.
Ma il conte si comport tutt'all'opposto. Aveva lasciato in prima che il cuore
facesse quel che volesse; poi, al contatto di alcune circostanze che
trattennero il libero slancio del cuore, sottentr la riflessione; e questa
riflessione, non essendo quella di un intelletto forte fece s ch'egli, al
fatto del non aver mai veduto a comparir la contessa in tutto quel tempo che
stette in casa Pietra, non desse n la pi ragionevole n la pi benigna
interpretazione.
Quando fu per entrare nella camera di lei e ne ebbe sentita la voce,
retrocesse, percosso improvvisamente dall'idea che fosse per accoglierlo male;
e questo argomentava da ci appunto ch'essa la contessa, mentre sapeva ch'egli
era l da tanto tempo, non s'era mai degnata di uscire dalla sua camera e di
venire a lui, che pure s'era mosso per amore e di lei e della sua figliuola.
Retrocesse dunque con dispetto a questa idea, e si pent d'esser venuto l; e
un pensiero portandone seco altri della stessa natura, di quel complesso di
cose che alla mattina lo aveva intenerito, gli si mostr in quel momento il
rovescio che gli rinfocava invece gli sdegni. Ma in quel punto comparve sulla
soglia della sala la contessa Clelia, preceduta d'un passo dal giovine
avvocato Strigelli.
Era da quindici anni che il conte e la contessa non si vedevano. Per,
quand'anche e l'uno e l'altra si fossero trovati in una diversa condizione
d'animo e di cose, sarebbe sempre stato pieno di turbamento e di solennit
quell'istante del rivedersi dopo che de' fatti gravissimi li avevan tenuti
divisi per tanto tempo. Or pensi il lettore come si accrescesse quel
perturbamento, e come fosse fatta angosciosa e terribile quella solennit,
nella stanchezza di spirito onde era sopraffatta la contessa, nel fremito
iracondo onde era colto in quel momento il conte.
La faccia di lui, il suo corpo stettero immobili alla vista della contessa,
come se una virt arcana vi avesse comunicata la rigidezza inalterabile di una
figura marmorea. In quanto alla contessa, che, e per le parole di donna Paola
e per quelle dello Strigelli, si attendeva dal conte il pi benigno
accoglimento, si rattenne pi attonita che spaventata, vedendo quell'occhio
torvo e quel viso arcigno, e non os fare un passo di pi, e si volse allo
Strigelli come se gli dicesse:
 Or che v'ho detto io?...
Donna Paola, che non s'era atteso quel repentino mutamento nei modi del conte;
lo Strigelli, che aveva incoraggiata la contessa a venire al cospetto del
marito, coll'assicurarla ch'esso la stava attendendo colla pi benigna
disposizione d'animo, non seppero trovar parole per togliere la contessa dal
suo imbarazzo, per ispianare la fronte accigliata del conte.
Ma questi che era impacciato al pari degli altri, vedendo la pallidezza
sepolcrale della contessa e gli occhi di lei notabilmente alterati dalle
traccie del pianto, sentiva in s il ritorno d'una irresistibile compassione,
e il dispetto di non poterla tener lontana, onde quasi per deviarla:
 Or perch, proruppe con iracondia che varcava ogni convenienza, non mandate
tosto, signor avvocato, a far attaccar i cavalli... invece di star qui a
far... a gettare il tempo inutilmente?
A codesta esclamazione del conte, la contessa, consigliata Dio sa da che, e
probabilmente dalle continue esortazioni di donna Paola, usc dalla propria
immobilit e si avvicin al marito, e:
 Giacch vi pigliate tanta premura per la mia figliuola... lasciate che vi
ringrazii...
Queste semplici parole proferite in suono di pianto dal labbro della contessa
cangiarono a un tratto l'espressione alla faccia del conte.
E donna Paola, la quale stava come attendendo quella risoluzione:
 La contessa, entr sollecita a dire, vi prega di volerle concedere d'andare
ella stessa in compagnia dell'avvocato a prender la figliuola.
 Ma, e tocca a me, rispose il conte, a dare un tal permesso? e non  ella sua
madre? E ci disse con voce alterata ed alta, ma con quell'accento particolare
degli uomini burberi, i quali non hanno altra paura che di parer buoni;
accento in cui, di sotto al suono dell'ira che soverchia per l'atto della
volont, si sente come a fremere il suono della piet che il cuore, a dispetto
del dissenso mentale, non pu a meno di lasciar trapelare. E il conte non pot
proseguire, perch la contessa, abbracciando donna Paola, diede in un violento
scoppio di pianto, che fu l'ultimo di quei procellosi giorni e di quel giorno;
ch, senza pi oltre protrarre una tal scena, trattandosi che anche noi, che
abbiamo i nostri fastidj, sentiamo il bisogno di confortare lo spirito con
qualche spettacolo un po' pi lieto, diremo che fu mandato un servitore a far
attaccare i cavalli alla carrozza da viaggio del conte; che la carrozza entr
dopo qualche tempo nel cortile di casa Pietra; che la contessa vi sal,
dandole il braccio lo stesso signor conte, il che  un gran buon indizio; che
l'avvocato sedette alla sinistra di lei, e cos partirono ambidue di trotto
serrato, rimanendo il conte per tutto quel giorno ed anche a pranzo insieme
con donna Paola, a parlare di tante e tante cose, per le quali possiamo
sperare di poter assistere finalmente ad una giornata del tutto sgombra e
serena, dopo tanti giorni di pioggia inclemente.


IV

L'arresto di Andrea Suardi, del quale il pubblico, per uno di quegli sbagli
che non si sanno come spiegare, si era dimenticato in que' giorni, fece
l'effetto d'un congegno che s'intrometta fra i raggi della ruota centrale d'un
mulino, la quale ferma di punto in bianco tutte le ruote minori che in essa
imboccano. Vogliamo dire che la calunnia colossale che avea investita la
riputazione persino di donna Paola, fermandosi di colpo, arrest tutte le
mille congetture che figliarono da quella, con gran dispiacere di coloro che
le avevano messe in corso, e vedevano crollare come per incanto un edificio a
cui tanto volentieri avevano portato la loro pietra. E contemporaneamente alla
fermata di quella ruota che aveva girato velocissimamente e aveva fatto girar
tante teste e muovere tante lingue, quel nome del Galantino balzato fuori
all'impensata fu causa che una quantit innumerevole di persone si dessero del
balordo a vicenda, perch a tutte quante non sembr vero di non aver tosto
messi gli occhi su colui che, solo fra tutti, presentava i veri requisiti
indispensabili per essere il primo a cadere sotto al pubblico sospetto. E nel
tempo stesso vi fu un rinnovamento di tutte le dispute calorose che si eran
fatte pochi giorni prima tra coloro che stavano contro donna Paola e quelli
che la difendevano; i secondi, riscaldati dal trionfo, si ricattavano delle
offese ricevute; i primi, umiliati dalla sconfitta, si ritraevano affannandosi
di dare speciose interpretazioni a quanto avevano detto. Per i rabbuffi
cessaron presto, perch il ritorno del Galantino alle camere dell'albergo del
Capitano di Giustizia, come lo chiamavano i buontemponi gioviali, fu un
avvenimento cos saporito per tutto il rispettabile pubblico milanese, che
tutti furono ben contenti, per un cos lauto cambio, di dover rinnovare e
rinfrescare la loro stima e venerazione che avevano per donna Paola Pietra. Il
pubblico  talvolta come i fanciulli: ha bisogno d'aver qualcosa in bocca da
rosicchiare, e qualche oggetto tra mano da stritolare, sempre disposto ad
abbandonare quello che ha in proprio potere, quando se gliene getti un altro
su cui sfogarsi come gli par meglio. Questo caso poi del Galantino, per il
pubblico, torniamo a ripeterlo, era davvero un piatto appetitoso. La ricchezza
del Suardi, e le altre sue qualit abbaglianti compreso il magnifico suo
cavallo normanno colore isabella, col collo ad arco e la prolissa criniera
bruna, aveva come imposto alla pubblica opinione; e se tutti strillavano
contro i fermieri ladri, come di consueto que' signori venivano chiamati dalla
ciurmaglia che non misura le parole, l'ira era piuttosto rivolta contro i tre
capi principali che contro del Galantino, il quale veniva come scusato dalla
sua condizione di appaltatore in secondo. Qualche volta  una compiacenza
curiosa che ha la moltitudine di far la corte all'uomo che manifestamente 
protetto dalla fortuna; ma guai se ella s'accorge che la fortuna abbandona il
suo protetto! Allora fa in un istante quella diversione per cui la fortuna ha
impiegato molto tempo, e si rivolta infuriata contro quello stesso che in
prima aveva blandito, talch se le parole del pubblico fossero sassate, il
derelitto cadrebbe morto in piazza, prima che la giustizia arrivasse in tempo
a giudicarlo.
 Birbone lo si conosceva, ma scellerato fino a questo punto no, dicevan gli
uni. E all'ombra delle foglie di tabacco doveva giungere fino a questo di
diventar sacrilego, dicevan gli altri. Questo  il caso di dar un esempio,
gridavan tutti, e giacch in piazza c' la ruota, farlo andare come al
girarrosto: lui e i suoi tre colleghi. Questo s'intende. Ma lui al primo
posto. Oh, questa volta non gli sar cos facile di canzonar la giustizia e
l'aspettazione pubblica, come ha fatto tanti anni fa. Se il Senato lo rimanda
assolto,  il caso di rivoltarsi contro al Senato. Chi si fa pecora la mangia
il lupo. Chi vuole pu. La trambussata nel convento di San Filippo, i cinque
morti e il coraggio dei frammassoni hanno fatto l'effetto, e l'editto del 6
aprile fu levato jeri da tutti gli angoli della citt. L'editto  del 6
aprile... e il birbone acquist la casa presso al convento pochi giorni dopo.
La trama era dunque gi bell'e ideata da questo scellerato.
Questi dunque, o di tal genere, erano i parlari del pubblico; e in ragione che
l'odio cresceva e si versava tutto sulla persona del Galantino, nasceva
l'entusiasmo per gli altri; nasceva per i Frammassoni di cui s'era chiusa la
loggia di San Vittorello; prorompeva per il giovane lord Crall, di cui si
esaltavano a cielo le virt; cresceva la venerazione per donna Paola Pietra a
un punto che non  imaginabile. Quando poi corse per tutta la citt la
notizia, che l'avvocato Strigelli aveva scoperto il luogo dove le fanciulle
erano state nascoste, e che, in compagnia della contessa Clelia V... nella
carrozza del medesimo signor conte colonnello, era partito per ricondurle a
Milano; fu un delirio universale, e pi ancora quando si vocifer
dell'acutezza sapiente e mirabile di donna Paola che aveva ella sola provocato
tutto questo, e aveva colto l'occasione d'una sventura gravissima per far
venire a Milano la contessa V.... e perci aveva ottenuto quel che nessuno
avrebbe potuto aspettarsi; che cio il conte colonnello V... dopo quindici
anni si trovasse insieme colla moglie, e dessero cos il buon esempio della
riconciliazione e del pentimento e del perdono. Perch i servi di casa Pietra
avevano palesato ogni cosa; i servi che, se non sanno tacere gli scandali
segreti dei padroni, hanno poi anche la smania, bisogna dir il vero, di
propalare le loro virt, se ve ne sono, e i loro bei fatti, e persino
d'esagerarli. Per gli elogi che corsero quella sera della contessa Clelia
V... varcarono la misura iperbolica di un panegirico convenzionale. Essa era
pi grande quasi dell'Agnesi, al cospetto della scienza; pi degna di
compassione che la Maria Stuarda, al cospetto della sventura e della
persecuzione; pi rassegnata e pi costante di tutte, al cospetto
dell'espiazione; se niente niente continuava di quel passo, poteva aspirare ad
un posto nel martirologio. Quanto poi a bellezza, le pi fresche e leggiadre
giovinette potevano nascondersi tutte, eclissate dagli splendidi avanzi della
sua: ad eccezione per della sua figliuola, di quel caro angelo di Ada, la
quale, insieme colla madre, poteva bastare a provar che la citt di Milano era
la prima nel vanto della belt femminile; che Venezia non poteva aver nulla da
contrapporre di meglio, che Genova e Bologna e Ferrara, le quali menavano
tanto scalpore per le loro donne, avrebbero dovuto dar le mani, vinte nel
veder queste due. Con tutta quella buona disposizione del pubblico
all'entusiasmo verso le persone che abbiamo nominate, fra cui  pur da
includere il conte colonnello V..., che  tutto dire, giacch aveva un segreto
affatto suo di saper venir in uggia ai conoscenti, ai parenti, agli amici, a
tutti; si figuri dunque il lettore l'effetto, diremo, invadente che fece
quando si sparse per la citt la notizia che la signora contessa V... e
l'avvocato Strigelli erano tornati in compagnia delle fanciulle. E tanto pi
fu grande l'effetto, in quanto era pur stato generale il dubbio sulla
difficolt di rinvenirle; generale il timore, che, nel punto stesso di
ritrovarle, fossero per dar fuori nuovi disastri e nuovi affanni. Appena
dunque si sparse quella felice nuova, fu un accorrere di tutti i parenti della
contessa, della madre, della sorella, del fratello, per congratularsi con
essa; fu un affaccendarsi di tutti gli amici del conte per lodarsi di lui e
della sua generosit. E la cosa and tant'oltre, che l'intensa gioja di pochi
si comunic a tutta la popolazione, e quella gioja fu cos viva, che, siccome
voleva un costume curioso venuto dalla Francia, si credette perfino di dover
palesarla con atti di pubblica esultanza.
Nel 1735, quando Luigi XV, il prediletto, fu assalito da una pericolosa
malattia che aveva fatto temere della sua vita, nel punto che stava per
toccare l'et maggiore, la costernazione di tutto il popolo parigino fu tale,
che si manifest rivoltandosi contro il reggente duca d'Orlans, sul quale
aveva pesato la pi atroce calunnia, per essere avvenuta quasi simultaneamente
la morte della madre, del padre, del fratello maggiore di Luigi. Gli odj del
pubblico contro il Reggente erano anche rinfocati dai disordini che in Francia
aveva prodotto il sistema di Law, che il duca aveva protetto. Tutti adunque,
credendo nella scellerata ambizione del Reggente, tenevano per certa la morte
del giovinetto re. Ma la fortuna volle che un salasso opportunamente e
coraggiosamente ordinato dal medico Helvetius, contro il parere dei colleghi,
salvasse invece i giorni di Luigi.  indicibile il trasporto che ebbe il
popolo per tale notizia. Il Reggente, a confondere la calunnia, present il
giovane re al popolo radunato. Fu in quell'occasione che la fantasia parigina
trov di manifestare l'insolita allegrezza in un modo insolito, introducendo
per la prima volta i cos detti banchetti di famiglia fatti alla porta delle
case col favore delle belle notti d'estate.
I pubblici d'Europa, quando seppero le novelle di Parigi e la guarigione del
giovine monarca e il modo nuovo e bizzarro di festeggiarla, non sappiamo fino
a che grado dividessero la consolazione del popolo parigino, ma sentirono un
sincero entusiasmo per coloro che avevano inventato quel nuovo metodo di stare
allegri, e una smania che, si presentasse presto un'occasione appena appena
ragionevole e plausibile per introdurre in patria quel cos splendido trovato,
e per applicarlo in modo da non rimanere addietro degli inventori.
La citt di Milano fu probabilmente la prima in Italia che tentasse in ci di
emulare la maggior Parigi. Se le invenzioni veramente utili all'umanit
fossero sempre tanto fortunate e rapide nella loro diffusione quanto questa
dei banchetti di famiglia alle porte delle case, come si tormenterebbero meno
i veri amanti del ben pubblico! Quanto risparmio di parole, di discussioni, di
guerre, di odj, di contumelie. Quante ossa di meno sarebbero state slogate;
quanti dolori e ingiustizie risparmiate a molti innocenti sventurati se il
libro dei delitti e delle pene, per esempio, avesse avuta una cos sollecita
applicazione come codesta invenzione parigina!
La citt nostra attese dunque impaziente la prima occasione per poter farsi
onore a banchettare in istrada col favore delle belle notti e delle stelle e
della luna. In mancanza di un re adolescente che scampasse da morte, si
accontent, tanto per far presto, della nascita del primogenito di qualcuna
fra le pi ricche e cospicue famiglie; di qualche splendido matrimonio che
avesse fatto sbattere le ali e spiegare il canto di tutti quanti i cigni del
Ducato; in un bisogno (e allora i banchetti si limitavano, al giro del rione o
della parrocchia) si accontentarono anche dell'ingresso solenne di qualche
nuovo curato o prevosto alla sua chiesa. Col tempo, se mai nell'anno non si
fosse presentato uno di que' tali matrimonj che fanno epoca, o la nascita di
qualche primogenito pi aspettato del solito, celebrarono invece la vigilia di
qualche solennit festiva. A quella di san Pietro, per esempio, che cadeva in
estate, era diventato di pratica il banchettare alla serena per tutta la
citt. Di tali banchetti generali v'erano quelli che riuscivano pi o meno
splendidamente, e questo dipendeva dalle maggiori o minori elargizioni dei
festeggiati, i quali, in certe contingenze, avrebbero forse preferito di
essere in odio al pubblico, perch le casse forti se ne risentivano di quel
tripudio universale. Celebre tra gli altri era stato il banchetto generale
dato a Milano nel 1760 per la nascita del primogenito delle loro eccellenze
don Alberico conte di Cunio, Barbiano; Lugo, Belgiojoso, marchese di Grumello,
ecc., e donna Anna Ricciarda, principessa d'Este e del sacro romano Impero, al
quale fu padrino S. E. il signor conte Carlo di Firmian, e che fu cantato da
molti cigni, i quali deposero le loro uova in una raccolta poetica, in cui,
fra tanti nomi oscurissimi, compare ultimo il Parini, forse perch allora non
era che semplice abate e non era ancora uscito il suo Mattino. Guai dunque che
si trascurasse l'occasione di convertire in allegria pubblica una gioja
domestica!
La smania del divertirsi era molto maggiore nel secolo passato che nel nostro,
e nel popolo v'era una corrente assidua di buon umore e di bonariet che
oggid venne languendo per mille circostanze; per di pi il popolo, nelle sue
relazioni col pi ricco e cospicuo patriziato, si trovava quasi nella
condizione degli antichi clienti di Roma: provava davvero una gran gioja alle
gioje dei principali casati, si gloriava delle loro glorie, pareva quasi che
le loro ricchezze fossero sue, onde si affannava a decantarle, a magnificarle,
ad esagerarle a' forestieri. Le nuove idee, di cui il lievito andava
gonfiandosi a Parigi, s'erano trasfuse allora soltanto in alcune teste che
avevano imparato a girare lo sguardo in una sfera di che il vulgo non
sospettava nemmeno l'esistenza. Con questa bonariet nativa, non turbata da
nessun grave avvenimento, con questa prosperit materiale della vita, con
questa tranquillit dello spirito, mantenuta nei pi bassi ordini
dall'ignoranza che li faceva contenti di quello che avevano e della protezione
de' gran signori, con questa smania per l'allegria che dai padroni era passata
ne' servi, e da un ordine all'altro; per quell'agiatezza conservata dalle
compatte e numerose confraternite e maestranze di tutte le arti e mestieri,
onde ciascuna aveva sempre in pronto grosse somme di denaro, raccolte dal
contributo di tanti, e che talvolta volentieri si erogavano per star allegri,
sotto pretesto di qualcosa di pi importante;  facile a comprendere come il
pubblico prendesse amore ai pubblici festeggiamenti, e andasse perci
continuamente a caccia di buone occasioni.
Nel giugno di quell'anno 1766 era da qualche tempo che non si offriva un
motivo plausibile per far qualche cosa. Ora mancavano due giorni alla festa di
san Pietro quando venne a Milano la contessa Clelia V... in compagnia della
sua figliuola Ada e di donna Giacoma dei marchesi Crivello, e si sparse la
notizia del come, del dove, del quando erano state ritrovate; e alla
moltitudine parve quasi di veder un miracolo in ci, non sapendo spiegare come
quello scellerato di Suardi avesse potuto affidarle alla custodia di una
Santa: indizio manifesto che un angelo custode si era espressamente incaricato
di esse.
Tutti pensarono di conseguenza essere quella una occasione mirabile per dare
un banchetto generale che superasse in isplendore tutti i gi fatti. Il conte
colonnello V... per aggiunta si chiamava Pedro. Potevansi cos celebrar pi
fatti in una volta: il ritorno della contessa V... a Milano, la sua
riconciliazione col marito, la salvezza miracolosa di quell'angelo della
fanciulla Ada, la salvezza della figliuola del Crivello, il giorno onomastico
di don Pedro conte V..., la solennit della festa di san Pietro. Gli
ingredienti erano piuttosto troppi che pochi.
La notte era gi alta, quando una fitta moltitudine di persone, di quelle che,
o per mandato altrui o per volont propria, sono sempre alla testa delle
pubbliche manifestazioni, si portarono sotto le finestre del Palazzo
Pietra-Incisa a gridare con tutta quella voce che loro era disponibile: Viva
donna Ada V..., viva donna Paola, viva la contessa Clelia, viva il conte, viva
tutti, in una parola; e l'entusiasmo, il quale si condensa per virt propria,
and al punto che alla contessa Clelia e a donna Ada fu necessit il mostrarsi
dal balcone alla moltitudine schiamazzante.
Quando le due figure della contessa e della sua figliuola comparvero tra due
livree che portavano i lumi, non  a dire a che diapason salissero le
acclamazioni della moltitudine, trasportata da quello spettacolo commovente e
leggiadro. La faccia di donna Clelia, colorata in quel punto da tante emozioni
e lumeggiata per soprappi dalla tinta calda della fiamma, anzich la madre,
sembrava la sorella maggiore di Ada. E questa osservata col presso la
contessa, potea sembrare una copia pi in minuto di quell'augusta figura,
copia eseguita da un artista pi morbido e pi squisito. Il suo volto
giovinetto raggiava di una gioja alquanto soffusa di mestizia, e con ambedue
le sue leggiadre manine tenendo la mano della mamma, pareva quasi che si
ricoverasse presso di lei, come sopraffatta da tanta moltitudine che la
chiamava a gran voce. Ma per dipingere degnamente codesta scena ci vorrebbe il
pennello di Gherardo delle Notti; in quel modo che ci converr domandar
consigli alla tavolozza del Canaletto e del Guardi, quando, tra poco, faremo
il giro della citt, passando in carrozza in mezzo ai banchetti notturni in
compagnia della contessa e della sua figliuola: noi intenti a certi nostri
studj speciali, esse tutte occupate a rispondere ai saluti e agli applausi del
pubblico mangiatore e bevitore.


V

Vi sono citt la cui storia  tutta una disgrazia, come la biografia di
qualche infelice nato sotto la cattiva stella; citt che nemmeno coi sacrificj
possono placare la maldicenza; di cui i meriti e le virt reali e le apparenti
sono disconosciute e passate in silenzio; di cui i benefizj sono retribuiti
d'ingratitudine; citt che, al pari di qualche padre, di qualche madre, son
disprezzate e bistrattate persin dai medesimi figli. Ci vorrebbe, per esempio,
un bel talento a sostenere che la citt di Milano sia stata il beniamino della
sorte. Ella ha avuto le sue grandi pagine storiche al pari di chicchessia.
Ella ha avuto qualche momento in cui fu piuttosto la prima che l'ultima; e
questo momento, sebben sien corsi molti secoli,  stato, salvo errore, forse
il pi glorioso di tutta la storia d'Italia. Ella ha dovuto ed ha voluto
patire e dissanguarsi per s e per gli altri. Ella ha dato il suo contingente
d'uomini grandi a tutte le discipline che fanno la civilt; ella ha murato i
suoi giganteschi edifizj, ella ha dato la sua schiera eletta di artisti per
decorarli; ella fu cos gentile e cos amante del grande, del bello e del
buono, che qualche nobile intelletto, mal compreso e infelicissimo altrove,
raccolse qui le sue tende, e qui divent famoso. Dopo tutto ci  una gara
universale di ripetere quel che Alfieri gi disse in quel celebre sonetto,
dove, lacerando le genti d'Italia come pagine di un libro che si disprezza,
sentenzi che i Milanesi non sanno far altro che mangiare:

I buoni Milanesi a banchettare;

sentenza che Foscolo, forse a gratificarsi la grande ombra del suo modello,
peggior e trasmut e condens in quel tal predicato disprezzativo che non
amiamo ripetere.  dunque destino l'essere maltrattata in verso e in prosa,
l'essere ingiuriata anche dagli uomini sommi e santi. Persino i suoi figli
fanno a gara nel percuoterle ad ogni ora il seno abbondantissimo di latte
nutriente; e noi stessi che diciam questo e parrebbe quasi volessimo prenderci
l'impegno di difenderla, noi stessi ci assumiam l'incarico, per usare una
frase d'ingegnere di campagna, di ricevere la consegna di tutti i suoi
elementi materiali e morali che la compongono, in un momento che tutta quanta
ella sta abbandonandosi ai piaceri del banchettare. Tuttavia noi non crediamo
di offenderla, perch, avesse ella pure avuta in addietro questa geniale
tendenza, e che vuol dire perci? Non sempre si deve creder nell'allegria di
coloro che sembrano allegri; spesso l'uomo da cui pi scoppietta la facezia, 
il pi melanconico di tutti: talvolta  un modo tutto suo di salvarsi dalla
pressura dell'affanno. Chi pi si tuffa nell'onda di Lieo, creperebbe
d'amarezza se non esilarasse con esso il percosso ingegno. Ci fu un savio che
quando vedeva taluno ebbro pi del solito, e per gli effetti dell'ebbrezza
intento a tenere in giocondit la brigata: Dio sa quanto costui ha sofferto!
pensava tra s, e convertiva in piet quel primo senso di gajezza che in lui
destava la presenza dell'uomo eccitato dai vapori del vino.
La citt nostra sotto il martello di Uraja, nell'eccidio del Barbarossa, in
mezzo ai cani di Bernab, nei tradimenti onde abort il triennio decorso
dall'ultimo Visconti al primo Sforza, fra i pidocchi dei lanzichenecchi e le
atroci guasconate dei gendarmi dei re di Francia, quasi a dare uscita
all'affanno che minacciava di scoppiarle di dentro, ebbe sempre pronto
l'aculeo della sua strofa vernacola che cel il pianto sotto alle risate
gioviali e sonore; e lo cel al punto che quasi parve indifferente alle
vecchie ingiurie, ai dolori nuovi, alle minaccie del peggiore avvenire; e
forse fu allora che cominciarono a tenerla in basso conto quelli che, non
sapendo che piangere come fanciulli battuti, non riuscivano a comprendere come
si possa bere la cicuta ironicamente ridendo come Socrate. Da queste
riflessioni il celebre verso d'Alfieri potrebbe dunque ricever l'ultimo e il
pi vero suo commento, e l'insulto di Foscolo verrebbe a ribadire il frons
prima decepit multos di Fedro. A ogni modo, nel secolo passato l'allegria
della nostra citt era sulla sua superficie com'era nelle sue viscere. Ella si
era dimenticata delle sue antiche miserie, e non viveva in timore d'un
peggiore avvenire. S'era adagiata sul triclinio in pace, e non attendeva che a
darsi buon tempo. Ma tutta l'Italia e tutt'Europa facevan lo stesso. Venezia
bella pareva non voler pi ricordarsi di Venezia forte. Parigi tripudiava come
una baccante ubbriaca, eppure se ancor non le muggiva il vulcano dappresso,
gi ne usciva il fumo dal cratere. Ma  codesta una condizione inevitabile
cos dei popoli come degli individui, di non pensar pi alle cose serie, nel
punto stesso che lor si stanno maturando i gravi avvenimenti. Ed ora
ritornando donde siamo partiti, alcuni fra quelli che pi avevano schiamazzato
sotto al balcone a cui dovettero affacciarsi donna Clelia e donna Ada,
entrarono nella casa e domandarono di poter parlare alla padrona. Erano alcuni
priori di maestranze che chiesero, affermativamente, ben s'intende, di
festeggiare nell'occasione della prossima vigilia di san Pietro il ritorno
della contessa, e il felice ritrovamento della sua figliuola. Noi crediamo che
la contessa avrebbe volontieri fatto senza di quella pubblica dimostrazione, e
probabilmente anche il conte; ma non essendo di prammatica il rifiutarsi,
perch il rifiuto non significava che il desiderio di risparmiare quel
migliajo di zecchini, di cui tante quote entravano in quante erano casse di
maestranze; espressero a quei bravi maestri operaj, colla consueta fraseologia
della modestia di convenzione, la loro gratitudine; e si chiamarono assai
felici, quantunque non meritevoli, di essere tanto onorati. Onde quei priori,
usciti di casa Pietra, si recarono tosto alla casa Crivello a farvi anche col
un'abbondante messe di gratitudine.
Adempiuto a questi preliminari, su tutti gli angoli della citt si affissero
gli avvisi che la vigilia della festa di san Pietro vi sarebbe stato banchetto
generale notturno alle porte delle case, e questo a glorificazione del Santo,
e ad esultanza pubblica pel miracolo avvenuto nelle persone delle nobilissime
zitelle donna Ada del conte V... e donna Giacoma dei marchesi Crivello.
In sabato dunque era stata fatta la dimostrazione sotto al balcone di casa
Pietra. Alla domenica furono pubblicati gli avvisi. Al luned tutta la citt
non fece altro che pregustare l'allegria della prossima notte, e darne le
disposizioni, perch la festa di san Pietro cadeva in marted.
Chi vuol farsi un'idea del trambusto giocondo che era in tutta la citt in
quel giorno, non deve far altro che esagerare l'idea della gioja che penetra
in tutte le famiglie alla vigilia e all'alba del d di Natale, gioja temperata
soltanto da qualche velo di melanconia nei capi di famiglia i quali devono dar
le mancie e son fuori affatto dal tiro di poter ricevere regali. E dalle
intime consolazioni passando al movimento materiale della citt, per farsene
una imagine non si deve che esagerare il quadro del giorno del Corpus Domini
in quelle contrade e in quelle case dove e innanzi a cui passa la processione;
e, se occorre, risalire colla memoria a qualche anno addietro, quando in
codeste faccende delle pubbliche processioni la citt, e segnatamente il
popolo minuto, pigliava un interesse che pi non suole avere oggid: giorno
solenne in cui quelle case che guardano nelle contrade privilegiate si
riversano, per cos dire, tutte al di fuori, e segnatamente le popolane. La
coperta gialla di filugello assume nuovo incarico, e va a servir di tappeto
alla finestra e al poggiuolo; le secchie di rame e le secchioline di latta
emigrano dalla cucina e vanno ad appendersi all'archetto della porta, fatte
pi lucenti del solito dalla cenere e dal pomice, per esser pari all'onore di
tenere in fresco qualche mazzo d'ortensie appariscenti, circondate d'arundini
listate.
Il canarino, il fringuello, il capinero, il merlo, soliti a far compagnia alle
vecchie casalinghe, lasciano anch'essi la cucina e il terrazzo, e vanno a
pigolare al pubblico, sulla porta della casa, o nelle gabbie messe a nuovo e
guernite di foglie di lattuga e d'indivia, ornamento e cibo al tempo stesso.
Giorno solenne, in cui chi possiede qualche vecchio arazzo  sollecito di
decorarne le pareti esterne della casa; e la solerte fanciulla espone al
pubblico il tuo tappeto a scacchiera d'arlecchino, fatto coi ritagli di panno
a vario colore, sfuggiti gi in pi anni alla forbice paterna.
Se dunque per una festa che deve durare mezz'ora  tanta la giocondit che
percorre le case, ed esalta segnatamente le persone giovani e i ragazzi, 
facile imaginarsi che commozione febbrile ci doveva essere nei preparativi di
una festa pubblica che aveva a distendersi da un capo all'altro della citt, e
in cui la devozione pel santo festeggiato e le congratulazioni per alcune
persone a cui si credeva che in quei giorni la fortuna avesse voluto dare una
beneficiata, dovevan ricever la loro sanzione ed essere documentate da tante
cene quante eran case in Milano; e in cui tutti gli stomachi, come avviene nel
d di Natale, avevano il permesso di affrontare tutti i pericoli di una
replezione, e gli aridi esofaghi d'inaffiarsi al punto che cessasse il buon
accordo tra le teste e le gambe. E le case si riversavan davvero tutte al di
fuori, e tutte si affannavano di parere sempre qualche cosa di pi di quello
che erano. Chi era avvezzo a mangiare in piedi e sulla nuda tavola di peccia
plebea, sfoggiava la tovaglia e i tovagliuoli; chi mangiava per consueto ne'
cucchiali di legno sfoggiava i cucchiali d'ottone luccicanti e tersi. Tra le
case signorili poi era una gara a chi metteva in mostra pi ricchezza e pi
variet di vasellame d'oro e d'argento. Tutto il giorno di luned fu passato
in apparecchi; i cuochi patrizj si apprestarono a dar saggio di tutte le
risorse dell'arte loro; i maggiordomi discesero nelle vietate cantine a farvi
una meditata scelta delle bottiglie pi decrepite, consultando ed esplorando
in cento modi il turacciolo se mai desse indizio che la soverchia vecchiaja
del vino non lo avesse mai convertito in aceto. E nelle case medie e nelle
povere e nelle poverissime era un affaccendarsi in altro modo. Le oche e le
anitre plebee erano state fin dall'alba prese d'assalto dalle solerti madri e
dai padri ghiottoni, che dalla bottega giravano l'occhio anche in cucina. Gli
splendidi tacchini di otto in dieci libbre, distintivo della classe mercantile
che aspira a regioni pi eccelse, erano scomparsi tutti fin dal giorno
antecedente dal Verzajo, dal Cascinotto, da san Clemente, contrada
riputatissima fin d'allora nell'industria dei polli ben purgati e nell'arte di
condurre al punto supremo la putrefazione della beccaccia; e le beccaccie e le
beccaccine e i fagiani e i francolini e le folaghe, ecc., e tutta quella
specie e sottospecie d'uccelli, che costituiscono, quasi a dire, l'alta
nobilt del regno ornitologico e che perci hanno il diritto e l'obbligo di
puzzar pi degli altri, eran gi tutte passate dalle panche della piazza alla
prelibata moscajola della cucina patrizia.
Se non che ad intorbidare tutto questo allegro movimento della citt avvenne
quello che avviene quasi sempre allorquando il bel tempo e la pi perfetta
serenit del cielo  un elemento indispensabile al buon andamento di una festa
pubblica. La statistica delle illuminazioni, sebbene non si possa garantire
della sua esattezza, porta che una buona met vennero offuscate dalle nebbie e
dalle nevi, e spente sgarbatamente dal vento e dagli acquazzoni. Nei giorni
della canicola e negli eterni del giugno e luglio, in cui il sole par che
faccia di tutto per provocare l'ingratitudine de' mortali; ch dalle quattro
del mattino ha l'indiscrezione di risplendere fin quasi alle nove della sera:
in questi giorni in cui la pioggia  invocata come un beneficio salutare, essa
 inflessibile, e non cade mai e sembra quasi compiacersi del tormento dei
postiglioni che affogano tra i vortici della polvere delle strade postali, e
dell'ira dei poeti che non trovano la rima, impediti dall'afa e dalle cattive
digestioni. Ma solo allora che per un pubblico spettacolo si voglia
approfittare di questa troppo cortese disposizione del cielo, state bene
attenti che di punto in bianco si lascer scorgere sull'orizzonte qualche
nuvoletta bigia a sgomentar gli appaltatori che sospirano il guadagno, e il
pubblico che sospira il divertimento.
Ma lasciando questa oziosa digressione, capit dunque che in quel d della
vigilia di san Pietro, dopo che il sole per venticinque giorni aveva infuocata
la citt, dardeggiando senza interruzione per sedici ore al giorno;
precisamente verso il mezzod, per la prima volta e senza avvisi erasi
ritirato dietro a un gruppo di nuvole di cattiva qualit, le quali misero
l'incertezza in tutti quanti e fecero nascere molti alterchi nelle famiglie,
perch gli spiriti eran diventati acri pel dispetto, dacch i banchetti non
avrebbero avuto la met del loro prestigio senza luna e senza stelle, e la
pioggia li avrebbe resi affatto impossibili.
La fortuna per volle che, dopo essere stata la citt continuamente in forse
fin oltre al tramonto sulle mutazioni del cielo, al segno che alcuni pensavano
per fino di trasportare al d dopo, e di pieno giorno, e nell'interno della
casa la loro quota di giubilo da consumarsi a pranzo; verso un'ora di notte un
venticello inaspettato rendesse affatto sgombro il cielo; e la luna fosse
pronta al suo posto, e le stelle popolassero il firmamento. Onde torn la lena
ne' petti, e giacch le cene dovevano incominciare al tocco della mezzanotte,
quelle ore intermedie si impiegarono nell'apparecchiar la tavola fuori delle
porte di ciascuna casa, ed a metter la facciata delle case in quella maggior
gala che era consentita dalla condizione dei padroni e degli inquilini. E
venne anche la mezzanotte. E allo scampanamento che si fece sentire, com'era
di pratica, agli orologi pubblici, tutta la citt si mise a tavola, senza che
fosse pi incomodata da cavalli, da carri, da carrozze, perch era severamente
proibito a chicchessia d'uscire a quel modo n per diporto n per bisogno;
rimanendone il privilegio a coloro soltanto per cui si faceva la festa; i
quali anzi, qualche tempo dopo lo scocco della mezzanotte, dovevano per
consuetudine fare il giro di quasi tutta la citt in carrozza. Cos dunque le
carrozze di casa V... e quelle di casa Crivello si misero in movimento,
allorch qualche bottiglia era gi stata vuotata tanto alla tavola dei ricchi
che a quella dei poveri.
Ed ora, se il nostro racconto fosse un poema, l'invocazione della Musa sarebbe
indicatissima. Ma invece, quando il lettore ce lo permetta, essendo
assolutamente necessario di animare gli estri per riprodurre al vivo e al vero
quella scena notturna, beveremo anche noi in anticipazione una buona bottiglia
d'un vino che oramai pi che all'enologia, pu appartenere all'archeologia,
quasi come il falerno d'Orazio; un vino che fu spremuto dai grappoli nel
vendemmiale del primo anno di questo secolo. Per quello che dobbiamo far noi,
che teniamo al guinzaglio cento anni, cinquanta del secolo passato e cinquanta
del secolo corrente, l'ispirazione non pu venire da Musa pi propizia di
questa bottiglia contenente il Napoleone dei vini, maturato anch'esso tra due
secoli e capace di spumeggiare arbitro tra l'uno e l'altro.


VI

Verso le sette ore, ovvero sia un'ora dopo mezzanotte, il carrozzone di gala
scoperto che il conte V... mand in casa Pietra-Incisa, usc trionfalmente dal
portone di questa. La contessa Clelia e donna Ada vi stavano adagiate sole
senz'accompagnamento di cavalieri. Donna Paola se ne stette nelle sue stanze
perch, sebbene fosse paga della buona riuscita di ci che le avea dato tanto
affanno, pure aveva troppi dolori proprj per poter essere perfettamente
all'unisono colla gioja universale. Anzi dopo che le ultime tormentose
sollecitudini furono cessate, il pensiero rimasto solo della condizione di suo
figlio parve che fosse pi forte di tutti gli altri dolori che in cumulo aveva
prima provati. Ella dunque se ne stette in casa; n il conte V... usc del
proprio palazzo, o fosse determinazione sua, o fosse consiglio anche questo di
donna Paola, perch, dopo tutto, se riusciva un fatto edificante la
riconciliazione tra lui e la moglie, non era poi la cosa pi conveniente che
in quella notte il conte figurasse in carrozza colla contessa. Il mondo nella
contemplazione di alcuni spettacoli trova il modo di ammirare insieme e di
deridere; trova degno del pi grande elogio che una cosa sia stata fatta, e
non sa nel tempo stesso capacitarsi che vi possano essere stati uomini di
pasta cos molle da lasciarsi indurre a farle.
La contessa e la giovinetta uscirono dunque sole; la prima in tutto quello
sfarzo imposto dalla solennit; la seconda in quella semplicit, ben s'intende
riccamente decorosa, voluta dalla sua condizione non ancor cessata di
educanda, e fors'anche, chi lo sa? dal desiderio materno che la semplicit
facesse parere ancora pi giovane d'anni quella belt adolescente. Il top
necessariamente ci doveva essere, e la polvere di cipro aveva dovuto
imbiancare quelle chiome di seta bruna, la cui bellezza era un geloso segreto
di cui non era a parte che la governante e la mamma; ma il grembialetto di
levantina nera colle spalline non venne dimenticato; tanto era piaciuto a
donna Clelia che l'aura infantile circondasse quella sua figliuola pi di
quello che l'et comportasse. Una rosa purpurea, intrecciata nei capelli, era
il solo ornamento accessorio che alterava di qualche poco la sobriet di tutto
il resto.
Vicina alla contessa, a cui lo sfarzo sovrabbondante aveva come scemata quella
perfetta somiglianza che due sere prima mostr d'avere colla figlia, questa
poteva rendere l'imagine dell'arte pura del quattrocento posta a raffronto
coll'arte sfoggiata di poi a Venezia da Tiziano e Paolo; pareva gi le
similitudini non costano niente la giovinetta e primitiva Etruria messa a paro
colla Roma imperiale, decadente sotto il manto di porpora e d'oro. N il
cocchiere tutto passamantato in argento, e che, come un oggetto prezioso,
poteva far gola ai ladri e venir rapito, seduto in alto sulla cassetta a
drappi e a frangie del carrozzone, e i tre servitori ritti in piedi di dietro,
gallonati senza risparmio, anch'essi, collo scialacquo della prodigalit che
ha smarrito il senso del gusto, le facevano il fondo pi adatto.
La corsa della carrozza ne' luoghi principali della citt doveva assomigliare
ad un lungo viaggio, perch i cavalli avevano a camminare di passo, come
avviene negli ingressi trionfali, e perch ad ogni momento era d'obbligo una
fermata per rispondere agli evviva ed alle cortesie di chi stava banchettando;
e precisamente in piazza Borromeo, appena uscite dal portone di casa Pietra,
le due donne dovettero sostarsi innanzi al palazzo Borromeo, onde ricevere le
congratulazioni del conte padrone. Nel mezzo della piazza era stato eretto un
obelisco di legno posticcio tutto coperto dal vertice alla base da cento
fiammelle in vetri di vario colore che rischiaravano all'intorno la piazza, e
davano migliore aspetto alla facciata onde Fabio Mangone decor quella chiesa,
fondata tanti secoli prima da quel figliuolo di un soldato di Carlo Magno, che
si chiamava Podone. Di qui svoltando a sinistra e procedendo lentamente tra i
consueti evviva che passavano di mensa in mensa, la carrozza non fece altra
fermata se non quando arriv nella piazza dei Mercanti.
La scena che in quella notte offriva questa piazza era in vero delle pi
pittoresche. Qui non v'erano banchetti di famiglia, ma quelli delle
rappresentanze del nobil Collegio de' giureconsulti, e delle Universit dei
libraj, degli orefici, dei mercanti d'oro, dei bindellaj. Attraverso alle
colonne dello splendido edificio che Pio IV fece murare con disegno del
Seregno per le adunanze de' giureconsulti, stando in piazza si vedeva al vivo
quella scena che ci si offre nelle cene di Paolo Veronese; ch le mense erano
state disposte sotto ai portici stessi, per quanto erano lunghi. Il lusso
dell'architettura, le colonne doriche binate che tagliavan la scena ad
intervalli; la luce delle lumiere che pendevan dalla vlta, la fiamma dei
doppieri che stavan sulla mensa; quei cinquanta o sessanta parrucconi bianchi,
que' colori delle giubbe d'ogni generazione, il fumo delle vivande che
involgeva quelle teste, tutte in agitato movimento, la luce in tremolo che
sbizzarriva per mille accidenti fuggitivi e tramescolava tutte quelle tinte
vivaci e forti, tra cui dominava segnatamente il rosso fiamma, il verde pomo e
pistacchio, il fiordaliso, il croco, ecc. ch la giovialit del secolo pareva
quasi cercare la sua espressione anche nel colore de' panni tutto questo
miscuglio di cose produceva in vero un effetto de' pi bizzarri e pittoreschi.
Al basso poi, intorno ai portici del Pretorio, oggi Archivio generale, erano
apprestate quattro lunghe mense; verso il lato che guardava il Collegio dei
giureconsulti stava seduta a tavola in gran numero l'Universit dei Libraj e
Stampatori; al lato che prospetta l'ingresso all'Archivio v'era la mensa
dell'Universit dei mercanti d'oro e chincaglie, ecc.; al lato verso la loggia
degli Osii, la numerosa Universit degli orefici; a quello guardante lo sbocco
nella contrada dei Profumieri, l'Universit dei mercanti di cordaria e
canevazzi, ecc.
Il palazzo dell'Archivio aveva smarrita l'unit della primitiva architettura
che fu convenuto di chiamar longobarda; il tempo e, peggio del tempo, gli
uomini lo avevano gi reso informe per cattivi riattamenti, per aggiunte
importune, per la preoccupazione di servire al comodo passeggiero senza
rispetto di sorta alla forma decorosa; pure, con tutto questo, nella sua
apparenza di un edificio che aspetta di essere compiutamente ristaurato,
presentava ancora alcune parti solenni della vetusta architettura, e
segnatamente i finestroni sopra i portici. Per questa stessa mescolanza poi di
pi elementi, il talento pittorico ne avrebbe al certo potuto cavar qualche
bizzarro partito per una scena prospettica, quando si fosse saputo fare una
bella scelta del punto di vista.
Quei sei finestroni aperti in alto nei lati pi ampi dell'edificio bastavano a
ricordare e il tempo in cui esso era stato innalzato, e tutte le idee
concomitanti che quello svegliava: finestroni aperti a grand'arco tondo,
circoscrivente tre bassi e piccoli archetti addentrati e sostenuti da due
leggiere colonne. Tanto i pittori per, che gli architetti di quel tempo,
erano cos lontani dal vedere con buon occhio la conservazione di quelle,
secondo loro, barbariche finestre, quanto noi dal congratularci cogli
architetti vandalici che fecero poi scomparire quelle aperture, richiamanti
l'et splendida dei liberi Comuni ed apersero nel piano aggiunto i giganteschi
occhi di bue i quali comunicarono a tutto l'edificio quella pesantezza goffa,
onde tutta la piazza e i decorosi e squisiti edificj di essa par come che ne
rimangano oppressi. N gli architetti n i pittori di allora sapevano veder di
buon occhio nemmeno la loggia degli Osii, la quale per miracolo rimase salva
dal compasso devastatore degli architetti posteriori, i quali portarono la
confusione delle lingue in tutti i luoghi che ebbero a ristaurare. E la loggia
degli Osii era allora in tutta la sua primitiva schiettezza, n erano anco
restate incastrate nel muro aggiunto le colonne su cui posano gli archi acuti.
Ma dell'essere rimasto incolume questo squisitissimo pezzo d'architettura
nessuno si congratulava in quel tempo, perch i Bibienisti, che erano sul
tramonto della loro gloria, erano ben lontani dall'amare quello stile; e la
nuova, diremo, setta dei Pacisti, che spuntava allora a Roma ed in breve ebbe
eco per tutta Italia, prese una tale avversione a tutto ci che non era greco
e romano, che guai se invece di pacifici architetti fossero stati
conquistatori armati: dell'Italia non sarebbe rimasta salva che una met. Ma
n la contessa Clelia n la sua figliuola Ada ebbero tempo di far queste
considerazioni architettoniche, e dopo aver risposto agli evviva dei
Giureconsulti che sorsero tutti in piedi a far libazioni gratulatorie al
passaggio della carrozza, e dopo che la fanciulla Ada colla sua gentile manina
mise il rotolo di prammatica nell'urna che stava sotto alla bandiera portante
il nome delle Universit, e in quella che stava ai piedi di un Sant'Eligio di
legno dorato, il santo protettore degli orefici; la carrozza svolt in santa
Margherita, e pass innanzi alla chiesa di santa Maria alla Scala, e traendo
per le Case Rotte nella piazza san Fedele, venne a fermarsi davanti al palazzo
Imbonati che allora era tra i pi splendidi della citt, e oggid mal si
ravvisa in quella casa che sta rimpetto a san Fedele.
Innanzi dunque alla porta di casa Imbonati, dove era distesa una lunga mensa
che occupava tutta la sua fronte, dovette necessariamente arrestarsi la
carrozza delle festeggiate. Su quella mensa v'eran tutti gli sfoggi della
ricchezza che converte in eleganza, diremo intellettuale, anche le
imbandigioni. Intorno ad essa erano seduti i pi segnalati fra gl'ingegni di
Lombardia. L'antica accademia dei Trasformati, sorta per la prima volta a
Milano nel 1546, per opera di dodici letterati insigni, fra cui il Majoragio e
il Gallerano, e in breve tempo venuta in gran fama in tutta Italia, aveva
dovuto per l'avversa condizione dei tempi ammutire e spegnersi, n per un
secolo e mezzo non vi fu chi pi tentasse a rinnovellarla. Soltanto nel 1743
il conte Giuseppe Maria Imbonati, in cui la squisitezza dell'ingegno era pari
alla squisitezza dell'animo, avendo pensato di farla sorgere a nuova vita, per
raggiungere questo intento si associ alcuni fra i pi alti ingegni milanesi,
ed apr nella propria casa le aule per i convegni de' socj. Gli statuti
dell'accademia antica avean dato ai trattenimenti pi ampio cerchio di quello
che comunemente allora era adottato; onde non solo s'era occupata di
letteratura amena, ma aveva dato opera anche alla filosofia morale ed alle
altre scienze.
La nuova societ inaugurata da Giuseppe Imbonati si propose dunque i medesimi
scopi, ed anzi ne allarg la sfera, e tosto divenne celebre per gli uomini
eminenti che furono ascritti ad essa. A quella mensa sedevano Pietro Verri,
Gian Rinaldo Carli, il Tanzi, Cesare Beccaria, il professore Teodoro Villa,
Paolo Frisi, Giuseppe Parini, il conte Giorgio Giulini, il Quadrio, il
Baretti, e vi sarebbe seduto anche colui che dalla bont prodigiosa del cuore
sembr aver attinto l'ingegno, vogliam dire Gian Carlo Passeroni, ma in quel
tempo viveva a Colonia qual segretario di monsignor Lucini, nunzio apostolico
presso gli elettori e principi pel circolo del Basso Reno; vi sedeva il poeta
Balestrieri, il successore del pi grande Maggi: il Fogliazzi, il Guttierez,
ed altri molti. Nell'aula di questa societ si pu dunque dire che furono
primamente ventilate quelle questioni organiche che si proposero il pi
razionale ristauro della vita civile. Qui il Parini si consigli spesse volte
col Passeroni sull'orditura del suo Giorno. Qui il Passeroni fece lettura del
suo poema il Cicerone, dove, dissimulato dalla forma semplicissima fino a
parer disordinata, e dall'ingenua giocondit, e da quella bonomia di chi  e
non vuol parere,  s prezioso tesoro di sapienza, di sana morale e di
coraggio. Nell'attrito della discussione qui si mostr l'acuta penetrazione di
Pietro Verri, qui il pi giovane Beccaria, sollecitato dall'amico, impar a
liberare il potentissimo ingegno dall'indolenza. Per ripensando a queste
cose, e al tanto bene che iniziarono alcune accademie in Italia, e,
segnatamente questa dei Trasformati a Milano, non par vero come siasi potuto
avvolgerle tutte quante in un fascio, e multarle di ridicolo tutte; ma la
storia delle pecore, e quel che fa la prima e l'altre fanno si presenta sempre
a ripetere qualche sbagliata opinione pronunciata per la prima volta, e messa
in corso non si sa da chi e perch.
Nel mezzo dell'ampia mensa, fra vasi d'argento, di cristallo, di porcellana,
sorgeva un ramo di platano portante scritto su di un largo nastro il motto
virgiliano: Et steriles Platani malos gessere valentes, che era l'impresa
dell'accademia. Al fermarsi della carrozza s'alzaron tutti, e il conte
Giuseppe Imbonati insieme coll'unico figlio, e col genero don Francesco
Carcano e colla moglie contessa Bicetti, anch'essa valorosa poetessa, si
tolsero dalla tavola e si recarono allo sportello della carrozza: i primi a
fare i loro speciali complimenti a donna Clelia, l'ultima a deporre un bacio
sulla fronte della fanciulla Ada. Nel tempo che succedeva questa amorevole
intervista, stettero in silenzio tutti i commensali dell'Imbonati, intenti a
guardare le festeggiate, commosse a tanta benevola accoglienza. E mentre si
faceva silenzio, in quel punto si sentiva il vasto e vario rumore che l'aria
vi portava da tutti i punti della citt. La scena era grandiosa e interessante
tanto per l'udito che per la vista. La maestosa mole del palazzo Marino era
illuminata dalla luna. In quel tempo non era ancora stata edificata, a toglier
la prospettiva del tempio di san Fedele, quella casa che nel 1814 doveva poi
essere l'orrida scena di un gran delitto pubblico; per la piazza, se si
eccettui il palazzo della Bella Venezia, stato costrutto in seguito
dall'architetto Zanoja, offriva press'a poco l'aspetto d'oggid: l'aspetto di
una gran sala a cielo scoperto, solenne ed elegante pei due cospicui edifici,
senza contare la facciata di casa Imbonati che presentava linee grandiose e
ricchezza di ornato, linee e ornato che scomparvero nel ristauro che se ne
fece molto tempo dopo.
Ma la carrozza pass oltre, e gi per san Raffaello se ne venne al Duomo, e
giacch il cocchiere aveva come a dire l'itinerario e quasi la nota dei luoghi
dove aveva a far le fermate, devi verso Camposanto dov'era un altro banchetto
che meritava una distinzione, quello della scuola degli scultori, la quale
aveva sede precisamente in quel luogo. A quella mensa insieme cogli scultori
si trovaron alcuni architetti. Tra i primi v'era il Franchi e il Bussi, e con
essi un fanciullo di nove in dieci anni, Angelo Pizzi, che lavorava in qualit
di garzone scarpellino per la fabbrica del Duomo, e che avendo poi mostrato
uno straordinario ingegno per l'arte figurativa, invece di fermarsi a far gli
spigoli alla pietra di Viggi e al granito, era destinato a competere con
Canova, e forse a superarlo nel ritrarre in apoteosi e in dimensioni
gigantesche la figura di Napoleone ottimo massimo. Tra gli architetti poi
sedevano il prospettico Bibiena sessagenario, e il giovane Simone Cantoni, i
quali rappresentavano in s stessi il tramonto dell'arte che sbizzarrisce e si
perde per eccesso di fantasia e di audacia, e il sorgere della scuola severa
inaugurata a Roma, a cui sono impacciati i voli per l'esclusiva adorazione
delle tradizioni italo-greche. Vicino a questi sedeva un fanciullo, anzi un
abatino di dodici anni, che il Bibiena sessagenario aveva carissimo per
l'acutezza d'ingegno che mostrava, e per la non comune attitudine che aveva
alle arti del disegno. Quel fanciullo era Giuseppe Zanoja d'Omegna.
Il Bibiena, che aveva condotto alcune opere nel palazzo del conte V..., si
alz e si mosse e s'appress allo sportello per inchinarsi alla contessa, la
quale nel girar lo sguardo su tutti quegli artisti l riuniti, non pot a meno
di chiedergli, maravigliando, per qual motivo fosse tra loro quel piccolo
abatino; e l'abatino, chiamato dal suo maestro, dovette lasciar la tavola e
farsi innanzi e rispondere alle domande della contessa, senza saper togliere
gli occhi dal volto della fanciulla. Ed ora se il lettore sente le minacce
della noja, costretto com' a passare in rivista tante cose, di cui
probabilmente gli importa poco o punto, lo consoleremo con un po' di pausa, e
colla promessa di un avvenire migliore.


VII

Se alcuni dei nostri lettori, quando non sien tutti, il che non  lontano
dall'improbabile, si annojano a tener dietro alla carrozza delle nostre due
eroine, vuol dire che per questa volta si trovano in una condizione peggiore
dei due lacch che la precedevano colle torcie a vento, e che obbligati in
quella notte a camminare di passo, respiravano invece a tutto loro agio,
vuotavano i bicchieri di vino che loro venivano sporti dai banchettanti e si
divertivano, senza fatica, ritardando con quell'impreveduto riposo
l'inevitabile ernia dei vecchi anni. I quali due lacch, quando il cocchiere
applic leggermente alle loro gambe lo scoppiettante spago della frusta
(perch era un vezzo dei cocchieri, quando erano di buon umore e andavan
d'accordo coi lacch, di far loro quel complimento, credendo cos d'innalzarli
fino al grado dei cavalli), lasciarono quelle catapecchie del Camposanto, dove
a stento la carrozza si era internata, ed ajutando a mano i cavalli ad
uscirne, precedettero il carrozzone lungo i fianchi del Duomo, ed entrarono
trionfalmente su quella che anche allora, come adesso, con un coraggio degno
di miglior causa, si chiamava la piazza del Duomo; ma foss'ella o non fosse
una piazza, alla vista del carrozzone di casa V..., sorse tutta come un sol
uomo, mandando tali evviva da intronarne l'aria e da minacciare, se non i
pilastroni del Duomo, almeno le impalcature che stavano a molte parti di esso,
e segnatamente alla guglia massima che era ancora in costruzione. Il Coperchio
de' Figini, illuminato a giorno, dentro e fuori, presentava un ordine lungo di
banchetti, ed eran quelli dei proprietarj delle botteghe colle loro mogli, coi
loro figliuoli, colle loro fantesche. Il rumore delle voci e le liete strida
infantili e le trombette acutissime onde i pap eran stati indulgenti ai
figliuoli, soverchiavano tutti gli altri suoni, e rendendo inutili le
orecchie, la libert di scelta non rimaneva che agli occhi, i quali, dai
banchetti, situati sotto il coperchio, giravano a veder una lunga fila di
tavole che dalla porta maggiore del tempio andava a finire alla porta della
casa che le sta dirimpetto, alle quali tavole, divise in pi scompartimenti,
sedevano altre universit d'arti e mestieri: l'universit dei ricamatori, dei
tessitori, dei mercanti di lana, dei sellari. Tutta sola poi, e quasi sdegnosa
di star colle altre, sedeva in quell'appendice della piazza, che era
incorniciata dal palazzo Ducale, colle proprie insegne e i proprj titoli fatti
con lumini in vetri colorati estesi nella lingua del Lazio, l'Abbatia et
Universitas Salsamentariorum et Postariorum pinguedinis civitatis, ecc.
La contessa Clelia che, tenuto conto di tutto, era piuttosto seria in quella
notte e meditabonda, sebbene avesse vicino a s e tenesse per mano quel caro
angelo della sua Ada, sent gli assalti del buon umore a leggere quelle
parole, e si diede a ridere di cuore, riso che i rispettabili membri
dell'abbazia interpretarono come un segno della gratitudine e dell'affabilit
di quella egregia dama, e strepitarono per acclamarla e batterono palma a
palma; e misero poi coi loro baci riconoscenti in gravissimo pericolo la
bianca manina di donna Ada, quand'ella depose un rotolo di zecchini sovra il
bacile d'argento, presso cui posava l'enorme testa di un cignale incoronato di
salsiccia.
Liberata la bianca mano di donna Ada dai baci micidiali dei Salsamentariorum,
la carrozza tir innanzi; ma fu trattenuta dalle acclamazioni speciali che
s'innalzarono da una gran tavola numerosa di convivi, e disposta in modo che
girava come un semicerchio irregolare intorno alla testa, diremo, dell'informe
corpaccio dell'isola del Rebecchino, nella parte che guarda la facciata del
Duomo. Quei convivi erano gli avventori del caff del Greco, giovinotti liberi
per la maggior parte e senza famiglia, e che anch'essi, quantunque senza
statuti n scritti n stampati, e senza privilegj d'abbazia e d'universit,
costituivano di fatto, in una parola, se non di diritto, la pi felice
universit dei benestanti, dei nullafacenti e dei maledicenti, tra' quali
abbiamo alcuni nostri conoscenti vecchi. Avevano tutti una gran voglia di
veder dappresso tanto la contessa che la sua figliuola, perch la curiosit 
il carattere dominante di coloro per cui il problema pi arduo della vita sta
nel come si possono passar senza noja le ventiquattr'ore del giorno
astronomico.
Il chiacchierone di nostra conoscenza, che ben potea essere il priore di que'
socj pi o meno felici, s'incaric, senz'essere pregato, di parlare per tutti;
e a nome di tutti espresse alla contessa la gioja ond'erano compresi al vedere
ridonata a Milano una cos celebre dama, da cui la citt riceveva s gran
lustro e decoro; e soggiunse che tanto pi si congratulava, in quanto la
vedeva felice appresso alla sua giovinetta e bellissima figliuola, la quale,
non ancora uscente dalla fanciullezza, aveva gi patito la sventura; ma qui
faceva considerare che per ci appunto ella aveva ragione d'esaltarsi avendo
vedute le prove manifeste del come la Provvidenza volle pigliarsi di lei una
cura speciale; il che rendeva poi ragionevole la presunzione che fosse per
essere chiamata a grandi destini chi aveva avuto cos solenni principj.
La contessa, un po' annojata, un po' imbarazzata, un po' eccitata all'ilarit
da quell'orazione gratulatoria pro forma, rispose quattro parole
complimentose, e due ne aggiunse come seppe la pi confusa Ada, e il cocchiere
frust cavalli e lacch, e tir innanzi. E appena la carrozza fu a una
distanza conveniente, tutti quanti liberarono una risata compressa a stento,
e:
 Bravo, il nostro oratore, esclamarono; bene il nostro cicerone. Altro che
monsignor Bovio quando predica in Duomo!
 Vi pare!...
 E come!
 E se non c'era io, faceva una bella figura la societ del caff Demetrio
tanto rinomata per il suo spirito, che, per dar spaccio al suo giornale, Verri
stesso ha stimato bene di dar ad intendere che venga pensato e scritto qui.
 Tu per che assordi gli amici e chiacchieri di tutto e fai lo scalmanato su
tutto, anche di mattina, quando nello stomaco non hai che cioccolata... si pu
dire che eri in soggezione, se dopo tanto Monterobbio hai pronunciato quel
cos goffo e mal unito discorso. Oh come deve aver riso la contessa!
 Riso? tu parli per invidia.
 Sar per invidia, ma son contento del mio umile posto, di non aver fatto
altro che ridere insieme colla contessa. Ma a proposito della contessa, dove
diavolo  andato a finire il tenore Amorevoli. di cui non si sente a dir pi
parola? Questo sarebbe per lui il momento di tornare a Milano.
 S, per cogliere la buon'occasione, e andare in prigione un'altra volta.
 Perch?
 Perch?... vedo che tutti quelli che andarono in prigione nel 1750 tornano in
prigione nel 1766. Guardate: Lorenzo Bruni, il violino del teatro Ducale, 
ancora sotto custodia. Al Galantino non bast la ricchezza per tenere in
rispetto il barigello. Quasi quasi mi parrebbe che invece di sedici anni non
sieno passate che ventiquattr'ore.  tutto precisamente al posto di prima;
onde torno a ripetere che se il tenore capitasse a Milano... non sarebbero
staccati i cavalli dalla sua vettura, che i fanti dell'eccellentissimo
capitano andrebbero a fargli visita. Oh se ci fosse l'arte di tirarlo qui...
che bella cosa! tutto quello che par finito scommetto che rincomincerebbe da
capo. E per noi che non abbiam nulla a fare sarebbe una risorsa. Tornare al
prologo quando si crede che manchi poco a calare il sipario!
E chi parlava avrebbe continuato, ma le sue parole non essendo state raccolte
da alcuno, caddero naturalmente in terra, e i compagnoni, rimessisi a sedere,
passarono ad altro; onde noi non avremmo altro obbligo di lasciarli in
compagnia delle loro bottiglie e della loro allegria, e dopo aver girato un
altro sguardo alla piazza al Duomo in costruzione, alla sua facciata di cui
non sorgevano che le porte del Pellegrini, stupende in s stesse, ma che, per
aver voluto contraddire ad Orazio, riuscirono ad essere la Prima e sola cagion
d'ogni sventura; ai due piloni del Buzzi, quelli del secondo progetto; alle
traccie, diremo cos, sbozzate degli errori futuri; dopo aver data un'occhiata
all'architettura gotica e poderosa del palazzo ducale, un'occhiata tenera
perch non la vedremo pi, ch il Piermarini sar incaricato di scopare via la
facciata, il nostro obbligo or sarebbe di tener dietro alla contessa e alla
contessina, ma un discorso curioso ci trattiene ancora in piazza.
 Che bella cosa (salt su a dir uno, che non s'era mai mosso da sedere, e
tutto assorto nella contemplazione della scena che gli si spiegava dinanzi,
non s'era nemmen lasciato tentare dalla curiosit di veder dappresso la
contessa e la sua figliuola); che bella cosa, disse, se invece di questa
miseria di piazza, chi ha pensato a far sorgere questa montagna lavorata,
avesse anche provveduto a distenderle intorno uno spazio conveniente, decorato
di edifizi, degni della citt!... in una notte come questa imaginatevi che
magnifico effetto farebbe.
 Quando il Duomo sar finito, sta tranquillo, che chi verr dopo di noi
penser a far quello che non si poteva e non si doveva fare tre secoli fa.
 Perch non si poteva?
 Ma vuoi tu che si pensasse a fare la cornice prima di veder l'effetto totale
del quadro?
 Pu darsi che tu abbia ragione, ma una piazza non  una cornice; e il popolo
passeggia e si ferma e si trattiene in piazza prima ancora di entrare in
chiesa, sicch l'opportunit della piazza  contemporanea al tempio che vi
deve campeggiare. Dir di pi, che se si fosse pensato fin d'allora a
distendere la piazza per tutto lo spazio necessario a s gran mole, anche il
Duomo vi avrebbe guadagnato, e non sarebbe venuto in mente agli ingegneri del
secolo passato, quando vennero a cessar gli scalpori sui tre progetti del
Castelli, del Richini e del Buzzi, di impiccolire e immiserire il progetto
dell'ultimo, respingendo l'idea dei due giganteschi campanili ai fianchi della
facciata. La piazza regolare avrebbe mostrato che i due piloni laterali che
vediamo adesso, non adempiono alle leggi della proporzione con tutto il resto
del tempio. Che volete? la mia sar un'idea stramba, ma due anni fa, quando
Paolo Frisi si oppose alla determinazione degli ingegneri ed architetti del
Duomo di innalzare la massima guglia sul lucernario prima di compire le altre
parti del tempio, io ho detto: il padre Frisi, da quel grande uomo che , ha
ragione, ma avrebbe pi ragione ancora se dicesse: signor capitolo del Duomo,
signora fabbriceria, signori architetti e ingegneri, non abbiate tanta fretta;
aspettate a far la guglia; aspettate a far la facciata; e, innanzi tutto
sollecitate il pensiero di distenderle innanzi una piazza. La prima operazione
dev'esser questa.
 E dove si troverebbero i danari?
 Dove? nelle saccocce dei cittadini, s'intende; son dieci, son dodici, son
quindici milioni? Ebbene; i decurioni aprono un prestito, e giacch sento che
tanti e tanti temono sempre di non poter impiegare il danaro con sufficiente
sicurezza, qual ci pu essere garanzia pi valida della citt stessa? Ma di
ci non mi voglio impacciare io. Molti sono i mezzi per erogar danaro; e
purch ci sia la buona volont e il buon accordo e la fermezza, la questione
del danaro... a voi parr ch'io dica una sciocchezza... ma la questione del
danaro  ancora l'ultima. Ed ecco l che sorge gigante la prova perpetua di
quel che dico. Mancavano i danari due anni fa, quando tutti gli architetti
strepitarono a favore della guglia e ottennero il loro intento, e il padre
Frisi alla testa di pochi altri voleva la facciata? No, ma mancava il buon
accordo. Mancavano i danari nel 1656, quando sorsero tante dispute sui tre
disegni presentati? anche allora era il buon accordo che mancava, e
segnatamente nella schiera degli uomini dell'arte; perch, come pu darsi che
i migliori architetti, almeno i pi famosi, e tra gli altri anche Lorenzo
Bernini, lodassero quella ridicola bomboniera dell'architetto Castelli; e
tutti poi si gettassero addosso inviperiti al progetto del Buzzi? Or che n'
derivato? Gli uomini della scienza e dell'arte protestarono. Ma l'occhio che
vuol la sua parte fece s che i fabbricieri e il capitolo e i decurioni
stessero per il Buzzi, e adottassero il suo progetto. Ma tanto per venire a
patti coi pregiudizj, lo corressero in varie parti, e pi e peggio dove c'era
il pensiero pi bello e pi splendido. Ed ora ecco l... due piloni meschini
che fanno sperar pochissimo dell'avvenire di questa facciata, la quale allora
fu continuata di mala voglia perch la fabbriceria non era soddisfatta, e
rallent le operazioni colla speranza forse che il tempo correggesse gli
spropositi. Ma ci vuol altro...
 Tu dici benissimo, osservava un altro, e giacch si parlava di piazza, se io
fossi quello che comanda e che paga... il mio primo pensiero sarebbe rivolto
alla piazza appunto, e farei sospendere tutti gli altri lavori. Un gran
portico tutt'all'ingiro, e che girasse la pi grande area possibile.
 Allora, mio caro, comincerebbe subito l'opposizione, perch se anch'io fossi
quello che comanda e che paga, farei di tutto perch non andasse il tuo
progetto.
Quegli che, dopo aver appoggiate le parole del commensale, che, a quanto pare,
rubava all'ozio quotidiano qualche ora a pigliarsela calda pei progetti
architettonici della citt di Milano, si sent, a titolo di ringraziamento, da
lui cos crudamente contraddetto:
 Ma perch, disse, tu saresti un mio oppositore?
 Perch piuttosto che vedere un grande spazio tutto circondato da portici
uniformi con edifizj tutti d'uno stile e tutti d'una medesima altezza, mi
accontento della piazza che vedo adesso.
 Sar bene che tu abbia ragione... ma se non io, c' la piazza di San Marco di
Venezia che ti d torto da quasi tre secoli, e c' la piazza di San Pietro a
Roma che te lo d da cento anni.
 Domando mille perdoni, ma la piazza di San Marco  sempre l invece e a darmi
ragione; in quanto poi a quella di S. Pietro, son ben contento ch'essa mi dia
torto. Essa  l'opera pi assurda del Bernini; basti il dire che, passeggiando
sotto i portici, ad ogni momento fugge di vista il tempio per cui la piazza fu
fatta.
 Lascia da parte la forma ellittica, ed  subito tolta l'assurdit.
 S... in quanto alla vista del tempio; ma resterebbe per sempre, invece
d'una piazza, un gran cortile quadrato, che pu parere anche un cimitero.
 Torno a rammentarti la piazza di San Marco.
 Bisogna distinguere, caro mio.
 Distinguiamo pure. Non ho niente in contrario.
 Dunque  da considerare che, quando si dice piazza di San Marco,
l'imaginazione corre subito al suo quadro totale; vale a dire all'unione della
piazza colla piazzetta, la quale, siamo sinceri,  quella poi che fa le spese
di tutto.
 Come fa le spese di tutto?
 S, perch se non ci fosse la piazzetta, ti regalo la piazza, che per me 
davvero un cortile, grandioso, vasto, splendido, ornatissimo, ma sempre un
cortile, e guai, dico, se non ci fosse la piazzetta a darci vita.
 Ma che cosa ci vuole per te, affinch una piazza debba essere una piazza?
 Prima di tutto che non sia chiusa, vale a dire, che manifestamente presenti
gli sfogatoj e gli sbocchi alle altre parti della citt; in secondo luogo che
offra la maggior variet possibile tanto negli stili, quanto nelle elevazioni,
quanto nell'indole degli edifizj ond' determinata.
 La confusione di Babele, in una parola; va benissimo.
 Mi pare, caro mio, che tu prenda la piega di spropositare.
 Bada che ho viaggiato, e ho buona memoria, e ho tutte le piazze d'Italia in
testa e ho sempre avuto una certa inclinazione per l'architettura.
 E nemmeno io posso dire d'esser sempre rimasto a Milano, e se ti cito San
Pietro e San Marco, vuol dire che li ho visti; in quanto poi al resto, se tu
sei amico dell'architettura, me ne congratulo tanto; ma anch'io schicchero,
cos per passare questi giorni lunghi, qualche quadruccio di prospettiva sotto
la direzione del Bibiena, che ha ingegno da vendere e fantasia da regalare al
tuo Cantoni. Tutta la sua disgrazia sta che la moda or pare che abbia preso di
mira il suo genere; e la peggior disdetta  che la moda non si fermi alle
parrucche, ai top, ai puff, ma pretenda di sedere in cattedra a dar le leggi
dell'arte.
 Ma a che cosa vuoi riuscire con tutte queste?...
 A ci, che non basta n l'aver viaggiato n l'aver studiato, ma bisogna avere
quel che si chiama buon occhio, buon gusto e criterio.
 E tu sei cos riccamente provveduto di queste tre cose, che per gli altri non
 rimasto indietro nulla. Anche questo vuoi dire?
 Non pretendo tanto; ma mi viene bens qualche assalto di superbia quando mi
trovo in faccia ad uno il quale mi dice che la variet ha per conseguenza la
confusione; e che ignora quel gran principio dell'arte vera, e quel segreto
con cui il genio, e senza incomodare il genio, anche l'ingegno riesce a
colpire di meraviglia gli osservatori; ed  quello appunto di saper far s che
l'unit trionfi nella variet, questo  il problema da sciogliere.
 Ma spiegati meglio.
 Mi spiego subito... e mi spiego pigliando per punto di appoggio precisamente
la piazzetta di San Marco. Perch tutti i forestieri d'ogni paese, d'ogni
generazione, d'ogni levatura, sono costretti a confessare che in
quell'aggregato d'edifizj  il trionfo dell'architettura, e che forse in
nessuna parte del mondo pu trovarsi una scena pi maravigliosa di quella che
si presenta a chi approda sulla scalea del molo della piazzetta di san Marco?
perch appunto trova l'unit nella variet. A destra il palazzo Ducale del
Calendario; vicino ad esso le prigioni del Da Ponte, dirimpetto l'edificio
della libreria del Sansovino; vicino a questo il palazzo degli ufficj. E se
dal primo, dir cos, sipario, si spinge l'occhio oltre le colonne di Todero e
del Leone, ecco la basilica di San Marco a dritta colle sue cupole bisantine,
ecco la torre dell'orologio di fronte e un brano delle Procuratie nuove de'
Lombardi. Nientemeno che sette edifizj, sette stili, sette varie altezze, e
una schiera d'architetti di tempi diversi e di diverse scuole che vi portarono
il vario contributo della loro ricca fantasia. Ora, se invece di tutte queste
cose non si vedesse che un portico lungo ed ampio a tiro d'occhio, lo
spettatore sarebbe gi addormentato prima di avere il tempo d'andar in
entusiasmo.
 Lo credi tu?
 Lo credo perch ci mi accadde precisamente a Roma, stando sulla piazza di
San Pietro.
 Ora sentiamo che cosa faresti tu se la cassa pubblica avesse il ghiribizzo di
vuotarsi tutta per il piacere di nominarti architetto della gran piazza del
Duomo; perch bada che questa piazza, per esser degna del tempio, bisogna che
giri un'area immensa, e che per dovrebbe andar gi tutto il Coperchio de'
Figini, tutta quest'isola del Rebecchino; e si dovrebbe lavorar di martello
fino alla Dogana, demolire il corpo delle case che dividono la piazza de'
Mercanti da quella del Duomo.
 Se questo fosse, tanto andrebbe per la piazza a portici uniformi, come per la
piazza a variet d'edifici. Ma non  cos, caro mio, ed  precisamente
coll'idea del variare stili e altezze e indole d'edifici, e col gran segreto
dei giuochi prospettici che non  necessaria tant'area; perch coll'artistica
illusione della variet, l'occhio crede sempre di girare uno spazio
infinitamente maggiore del vero. Che se fosse indispensabile quello che tu
dici, il miglior architetto della piazza del Duomo sarebbe il parco
d'artiglieria del re di Prussia. Ma stando a quel che io dico e che diceva
appunto il Bibiena, fa in modo di rendere regolare la piazza, fa che la
facciata del Duomo si metta d'accordo col suo asse, e passeggiando sotto agli
archi dei vari edificj si vedano i fianchi del tempio. Fa scomparire
quest'isolotto e innalza da questa parte due corpi di diversa architettura:
uno greco romano puro, per esempio, sormontato da due statue che fanno sempre
effetto con poco; l'altro pi basso, pi gentile con dei portici leggieri
bramanteschi; lega i due edificj con un terrazzo, perch cos di sopra e di
sotto appaja la fuga delle altre contrade, con che si ottiene d'ingrandir la
piazza all'occhio; innalza dirimpetto al Duomo qualche edificio con quello
stile che pi ti garba, ma il di cui organismo sia tale che sembri come a
traforo con fughe d'archi e di colonne nella base, con opportuni
interrompimenti nelle elevazioni onde appajano cos dalla lontana, e
quantunque per isghembo, i fastigj dell'archivio e della torre dell'orologio
della piazza de' Mercanti; allora la piazza de' Mercanti, senza accorgersi,
verr in ajuto di questa; demolito poi il Coperchio de' Figini, fa in modo che
in quel lato sorga qualche palazzo a servizio di Pubblici uffizj, la di cui
architettura, per esempio, somigli..., sei stato a Mantova?
 S.
 Bene, al palazzo Ducale di Mantova. Per introdurre poi de' cambiamenti, fa
che il palazzo sia come diviso in due ale, e che la parte di mezzo sia una
galleria ad ampi ed alti finestroni, i quali rendano come trasparente
l'edificio, ch in tal maniera a suo tempo, anche la luna potr venire in
soccorso dell'architettura. I fianchi del Duomo finalmente sieno illustrati
qui dal palazzo Ducale come sta, sebbene invochi un compiuto ristauro; l, da
qualche altro palazzo che abbia una fronte molto ornata. A questo modo abbiam
anche il vantaggio, di poter fare tutto a poco a poco, e senza che si stanchi
il pubblico nell'aspettazione di veder compiuto un sistema unico di
costruzione, che per la sua natura pu stancar la pazienza di pi generazioni.
 A dire la verit, non afferro bene quest'ultimo tuo pensiero.
 Voglio dire che, se venisse adottato un progetto sontuoso di una piazza, per
esempio, come tu hai detto, tutta a portici uniformi e ad elevazioni eguali,
subordinate ad un'idea sola architettonica, finch l'opera tutta quanta non 
condotta a compimento, le generazioni che ne vedono il principio e la lenta
continuazione avranno sempre innanzi agli occhi qualche cosa che li disgusta.
Col mio pensiero invece dei molteplici ordini d'edificj, quello con cui si d
avvio alla piazza pu essere finito in breve tempo; e presentando un tutto
armonico e compiuto in s stesso, soddisfa appieno quelli che hanno avuto il
merito d'innalzarlo, ed  come un compenso dell'opera loro. Ma questo  nulla;
c' un altro vantaggio ben maggiore: c' che sulla piazza, potendosi innalzare
pi opere di varia architettura e di varia sontuosit, qualche ricco privato
potr sentir la tentazione di sfoggiarvi la sua ricchezza e il suo buon gusto;
e l'esempio provocar l'imitazione; e la cassa cittadina venir cos in gran
parte risparmiata per la spontanea concorrenza dell'oro privato; con che si
otterrebber nel tempo stesso due intenti: l'uno di render la piazza pi
magnifica mettendo in lizza le gare; l'altro di ridurla a compimento nel pi
breve tempo possibile. Or che te ne pare?
 Che bisogna aver la fantasia molto riscaldata per poter fare di questi conti.
Ma lasciando che questi due s'arrabattino tra di loro, noi raggiungeremo il
carrozzone di casa V..., senza entrar arbitri in codesta questione, solo
dicendo a coloro i quali fossero nemici delle piazze aperte ed a variet
d'edifizj, che possono consolarsi pensando che il prolisso interlocutore in
quella notte dei banchetti era esaltato dai vapori della cena; quelli poi che
fossero del suo parere si rallegrino pensando che le lucide cene sono
eccitatrici mirabili di fantasia, senza della quale non si fa mai nulla di
grande nelle opere dell'architettura.


VIII

Spaventati dallo spavento onde possono essere compresi i nostri lettori, i
benevoli, intendiamoci bene, pel dubbio che questa nostra corsa notturna
attraverso alle contrade d Milano abbia a prolungarsi oltre i limiti della
discrezione, abbiamo supplicato il cocchiere di casa V... a sollecitare al
trotto i cavalli e a costringere al corso anche i due lacch, sebbene
dondolanti pel troppo vino bevuto. Non occorre dunque che ci arrestiamo in
piazza Fontana dove banchettano l'illustre badia dei Bergamini e dei Caseri, e
la pi celebre dei Facchini, tre caste poderose, che costituivano
l'aristocrazia della forza muscolare, e che, guardate anche di fuga, pur
bastavano per distruggere tutte le opinioni di un filosofo persuaso della
graduale decadenza della razza umana. N occorre che la carrozza si trattenga
nel classico Verzajo, dove in quella notte imperversarono pi dell'usato tutte
le ricchezze del vocabolario milanese; ma, dopo aver fatto una visita in
Chiaravalle, alla tavola dove sedevano i soci dell'accademia dei Fenicj, di
cui il segretario perpetuo era l'abate Andrea Oltolina, erudito, bibliografo,
poeta vernacolo e pedagogo, proceda oltre verso porta Romana, perch l
bisogner pur troppo che si trattenga innanzi a qualche banchetto patrizio. E
casa Annoni ecco che si mostra per la prima volta alle due donne che si
sentono acclamate avanti quasi di essere vedute, e a qualche distanza
dirimpetto a quella, ecco la casa dei Mellerio, il fermiere milionario che
manda fuoco e fiamme a soverchiar lo splendore di casa Annoni. Nell'umile
prospetto della qual casa (ch il Cantoni non era ancora stato chiamato a
rifabbricarla), contrastante colla pompa sibaritica che sfolgorava alla porta,
appariva come in evidente compendio la storia perpetua della ruota della
fortuna. E innanzi ad essa, chiamate ad alta voce dal ricco e pomposo padrone,
circondato da numerosa folla di dipendenti, dai tosatori di seconda mano e
dalle ausiliarie sanguisughe del pubblico, dovettero pur fermarsi le due
donne, dopo essere state un momento prima baciate e ribaciate dalla contessa
Annoni, vecchia dama, tutta compresa della propria posizione, e quasi fatta
pi rispettosa verso se stessa per la considerazione della grande nobilt del
casato in cui la Provvidenza l'aveva fatta nascere. Adempiuto a questi
convenevoli, la carrozza procedette con trotto normale fin oltre il ponte, non
arrestandosi che innanzi al palazzo Pertusati, ovvero sia all'albergo delle
Muse, come esso veniva chiamato per antonomasia. Coloro che sedevano a quel
banchetto erano tutti pastori e pastorelle d'Arcadia, della cos detta colonia
milanese, introdotta fra noi dal padre Giannantonio Mezzabarba fin dal 1704. A
questa colonia il conte Carlo Pertusati, stato presidente del Senato e gran
cancelliere, aveva dato per sede delle adunanze il proprio palazzo. Ad
imitazione degli orti Rucellaj vi aveva poi fatto disporre un giardino, il pi
squisito nel Ducato per piante rare ed esotiche, dove gli Arcadi si
raccoglievano in estate a recitarvi i loro componimenti, e dove don Luca
Pertusati, ad alternare la scienza colla poesia, aveva radunati i pi valenti
cultori di botanica per mettere in comune i loro studj. Ma ci che costituiva
la rinomanza di quel palazzo era la copiosa biblioteca che il conte Carlo, nel
tempo ch'era stato reggente del consiglio d'Italia, aveva arricchito di opere
onnigene e delle pi riputate edizioni. Chi avesse detto al conte che quella
biblioteca era destinata a diventar la base di quella che fu in seguito la
biblioteca di Brera, per lasciar poi che si sperdesse nell'obblio il nome del
suo primo padre!
Ricevute le pi calde congratulazioni dal conte Pertusati, conservatore di
quella colonia, e che, nelle solenni adunanze, dimentico quasi della sua
qualit di questore del Senato e di prefetto della compagnia di San Giovanni
alle Case Rotte, non si gloriava che di essere un pastore; accolti i
complimenti degli altri arcadi, e sopportata con aspetto ridente la tempesta
dei baci di quella dozzina di pastorelle che sedevano al banchetto; la
contessa e la contessina colle guancie fatte frolle dalle impronte di tanta
cordialit, si partirono, ingiungendo la contessa al cocchiere di tirar via
dritto pel corso senza tornare indietro, di pigliar la via de' bastioni di
porta Romana, e per di l passare a porta Orientale; ch sentiva, tanto essa
che la figliuola, un gran bisogno di respirare, salvandosi per un momento dal
pubblico entusiasmo. Come furono sulle mura, i loro occhi riposarono da tanta
luce, e gli orecchi da s prolungato frastuono. Bene dal bastione, girando lo
sguardo sulla citt sottoposta, si vedevano gli sparsi splendori di tante e
tante cene, ma resi sopportabili agli occhi stanchi dalla vaporosit
interposta; e medesimamente il vario e vasto concento in cui si confondevano
tante migliaja di voci e di grida saliva fin l, ma fatto pi fioco dalle
distanze.
I cavalli intanto, annojatissimi anch'essi dell'aver dovuto andare a passo per
tanto tempo, o tutt'al pi ad un mezzo trottino, si slanciarono a carriera
appena il cocchiere ebbe loro liberato i freni; e i due lacch agitando le
torcie a vento si spinsero anch'essi al corso, con una velocit a cui erano
obbligati rare volte ma che pur bastava per assicurare e l'asma e l'ernia al
loro deplorabile avvenire.
Per un raccoglitore d'impressioni, quel carrozzone sfarzoso che con fragor
cupo rotolava sul terreno nudo e brullo e ineguale e gibboso de' bastioni,
allora incolti e senza fronda d'albero; e quei due lacch, che, colla zazzera
a riccioni svolazzanti (perch i lacch cos come i cocchieri portavan quasi
sempre una foggia di pettinatura gi respinta dalla moda, per un capriccio
della moda stessa), correnti a rompicollo e colle torcie a larghe fiamme
lascianti indietro odor di resina e faville, parevano, veduti a qualche
distanza, quasi due furie anguicrinite dell'inferno pagano, mal dissimulate
dalla livrea del secolo XVIII; e il fondo bizzarro su cui staccavano queste
figure volanti, fondo luminoso e romoroso da una parte, smorto e silente verso
la vasta campagna; e su nel cielo e luna e stelle e pace infinita, e ai lembi
estremi dell'orizzonte i primi annuncj della luce crepuscolare, che aggiungeva
una tinta nuova ai lumi artificiali che apparivano da tutti i punti della
citt, come onde chiazzate di un lago; tutta questa scena dunque, diciamo,
doveva necessariamente fare effetto in un poetico raccoglitore d'impressioni.
Ma la carrozza, ad onta del terreno che si affondava spesso, percorse in breve
tutto il bastione di porta Romana, e giunse a quello di porta Tosa, e trasvol
innanzi alla cupola della Passione, e in breve fu alla porta Orientale.
Arrivata dove il bastione inclina alla citt, uno splendore straordinario che
usciva dalle piante di un giardino e una confusa armonia di voci e canti e
suoni colpirono l'attenzione della contessa, che domand al cocchiere:
 Or che  questo?
  il signor marchese Alberico F... insieme colla solita brigata, rispose il
cocchiere.
 Allora fermati qui, gli disse la contessa nell'udire quel nome.
I cavalli si fermarono, trattenuti da una forte imbrigliata. I lacch
sostarono anch'essi, ansando come due mantici di maniscalco quando soffiano
nella massima furia del lavoro notturno, ed asciugandosi il sudore che pioveva
di sotto alla prolissa cesarie.
 Non si pu entrare in citt, scansando di passare per di qui? chiese poi la
contessa.
E il cocchiere che aveva compreso dove andavano a finir quelle parole:
 Non pensi a nulla, signora contessa, ch io, anche passando in mezzo a
costoro, tirer via di buon trotto, e la carrozza non sar trattenuta da
nessuno.
 Bene, ma aspetta un momento.
E intanto s'udiva la musica d'un minuetto; ed era quella precisamente che
Mozart trasport molti anni dopo nel suo Don Giovanni nella scena della festa;
perch, come abbiamo gi fatto osservare, il grande Mozart prendeva spesso in
piazza i motivi gi fatti popolari, affinch trionfasse la verit in tutta la
schiettezza ne' suoi drammi sublimi.
Ma lasciando Mozart e il minuetto, gi diffuso dappertutto prima ch'egli lo
rendesse celebre e lo perpetuasse nel Don Giovanni, per qual motivo la
contessa s'era come sgomentata al nome del marchese Alberico F...? Cari
lettori, non fu per un motivo solo, ma per due; il primo era ovvio, vale a
dire che il marchese Alberico era in voce del pi sfrenato libertino della
citt, e sapevasi che i suoi pranzi, le sue cene, le sue feste somigliavano
troppo ai lupercali di Roma, e spesso vi danzavano a tondo le alunne di
Tersicore involate alle scene dei principali teatri d'Italia. Donna Clelia non
voleva dunque che la sua Ada neppur dalla lontana avesse a intravedere quelle
baraonde; la seconda cagione poi non avrebbe saputo spiegarla a s medesima
nemmeno la contessa; ma all'annuncio ed al cospetto di cose e di persone che
neppure si pu dir di conoscere, coloro che hanno sentimento squisito provano
talvolta delle ripugnanze invincibili, alle quali, secondo il nostro debole
parere, si deve dar sempre ascolto anche alla cieca. Sono esse, quasi potrebbe
dirsi, le arcane ammonizioni che il destino, nei suoi momenti pietosi, d come
di sfuggita a coloro che, contro suo genio,  incaricato d'insidiare e
d'affliggere.
Ma intanto che la contessa, tenendosi stretta la sua Ada, tende l'orecchio a
quei suoni, perplessa di far retrocedere o di mandar innanzi la carrozza, noi
la precederemo, per soddisfare anche alla curiosit del lettore, se mai ne
avesse alcuna, e

 Col favor della Musa o del demonio
Che il crin ne acciuffa e l ne scaraventa,
Ci cacceremo in mezzo al pandemonio.


IX

Don Alberico F..., il quale  pur quegli che, a perfetta vicenda col
finanziere Baroggi, dee dividere il seggio di protagonista in questo lungo
dramma; fino a questo punto lasci che tutti gli altri personaggi facessero
liberamente e con tutto agio le loro evoluzioni sul davanti del proscenio,
senza ch'egli, nella sua indolenza, siasi mai mostrato un istante in prima
fila. Soltanto ha permesso che lo nominassimo spesso e senza lode; e una volta
sola, quando non aveva ancora vent'anni,  comparso in iscena per pochi
minuti, a contemplare nello specchio la sua bella faccia con gran compiacenza,
tutto preoccupato ad aggiustarsi un neo, crediamo alla destra pozzetta; e
tutto ci nel punto solenne che all'illustrissimo suo padre il conte F...
stavano per suonare i tocchi dell'agonia a Santa Maria Podone.
E riepilogando il gi detto ed aggiungendo quello che non fu ancor detto;
quando don Alberico marchese e conte F... rimase erede, a vent'anni, delle
grandi ricchezze del padre e delle maggiori dello zio marchese, liberato dalle
stringhe paterne e dalle pi tenaci dei maggiordomi che s'eran proposti di
gratificarsi il conte padrone, fin che fu vivo, coll'imitarlo; fu repentina e
compiuta l'eruzione di tutti suoi istinti, e di tutte le sue, non le
chiameremo n facolt n doti, ma semplicemente tendenze; i quali istinti e le
quali tendenze, un po' native un po' acquisite, parve che si fossero
accumulate in lui precisamente com'era avvenuto della eredit del padre e
dello zio. Il padre era stato il pi indomabile egoista del suo tempo;
riservato, pacato, avaro, non erasi occupato che ad ammontare ricchezze; al
quale intento, con tutte le arti e con astuzia squisita, ogni qualvolta si
present il pericolo, s'era adoperato affinch il fratello non riuscisse a
sperdere altrove i suoi grandi averi con qualche matrimonio. Questo egoismo
orgoglioso, inteso soltanto alla prosperit del casato, aveva fatto le spese
di tutti gli altri suoi vizj. I preti non avevano mai potuto rimproverargli un
peccato: le Lidie astute e le crescenti Cloe non arrivarono mai ad involargli
uno zecchino. Il pi ricco fratello, all'opposto, in bagordi, in cene, in
giuoco, in donne, aveva profuso largamente il suo; e se, sparnazzando a dritta
e a sinistra le copiose entrate, non era mai riuscito ad intaccare il
capitale, era perch il fratello pot sempre accorrere a prevenire i disastri,
con una prontezza e una importunit da provocar la collera e gli strapazzi e
le ingiurie violenti del marchese, ingiurie ch'ei sopportava senza turbarsi,
non fedele che all'ultimo intento. Di questi due fratelli ognuno dunque pu
vedere che la pasta del maggiore era stata di gran lunga meno trista di quella
del cadetto. La prodigalit talvolta avrebbe condotto il marchese a qualche
beneficio; e la sensualit talora lo avrebbe messo al tu per tu di provare
qualche meno impuro sentimento, qualche affetto; e quantunque fosse
assiduamente passato di amori in amori, come fossero larve d'una lanterna
magica, con una incostanza sempre sazia di tutto e sempre sitibonda, pure era
stato spesso al punto di fermarsi in una affezione durevole, e pi
specialmente dopo che era caduta nelle sue insidie l'infelice che fu poi la
madre del Baroggi. Se il conte cadetto non fosse sempre accorso a recitar le
parti di Creonte quando vedeva il vizio disposto a capitolare, c' da
scommettere cento contro uno che la povera Baroggi sarebbe riuscita a diventar
la moglie del marchese. Ma abbandoniamo i due fratelli morti;  dell'erede
vivo che dobbiamo occuparci. Le qualit del padre e dello zio confluirono
dunque tutte in lui, cospirando a farne un originale stranissimo; poich egli
era avaro e fastoso, prodigo e taccagno, continuamente raggirabile dalle
proterve belt, ma pur sempre presente a s stesso quando alcuna minacciava di
voler durar troppo in carica; splendido mecenate di cantanti e di ballerine ed
anche di artisti, e sovventore spontaneo delle loro povere famiglie; e pur nel
tempo stesso egoista e spietato, ch il beneficio era apparente, e non si
risolveva all'ultima che in una paga anticipata alle insidie future. Avaro e
prodigo, come dicemmo, ad onta della contraddizione per soddisfare ad un
capriccio fuggitivo avrebbe gettato un tesoro colla spensieratezza di un
fanciullo; ma era poi capace di condurre i creditori di camera in sala per
mesi e mesi onde usufruttare la loro bisognosa impazienza, e angariarli in
mille modi coll'avidit insaziabile di un usurajo.
Dopo tutto ci, egli aveva qualche non vulgare qualit; qualit, state bene
attenti, non virt; conosciamo benissimo, il valore delle parole, e le
misuriamo, non volendo che i farisei fiscalizzino, per trovarci lodatori di
quella che vituperiamo; e codesta qualit era un'abitudine di eleganza che
aveva recata nella sua vita orientalmente voluttuosa. In Milano possedeva due
palazzi, quello del padre e quello dello zio. La casa paterna era stata da lui
abbandonata. Invece aveva arricchito il palazzo dello zio di statue e quadri e
vi dimorava nell'inverno. Per la stagione estiva s'era poi fatto fabbricare
appositamente un palazzino sibaritico tra platani e tigli, in una parte di
quell'area che fu poi tutta occupata appresso dai pubblici giardini. I
fratelli Galliari e il Bibiena vi dipinsero prospettive; del Tiepolo juniore
di Venezia vi erano raccolti quadretti di genere, rappresentanti scene di una
giocondit tutt'altro che irreprensibile. Aveva fatto acquisto d'una Galatea
del Maratta, della toilette di Venere del Lazzarini, di una bellissima Leda
col cigno dello Zuccari, e di altre tele molte d'antichi e contemporanei.
Aveva commesso al giovinetto Biondi, scolare del vecchio Porta, una copia del
ritratto della Fornarina di Raffaello, un'altra della Gioconda di Leonardo.
Amava dunque l'arte e se ne circondava, quantunque la pagasse scarso e lento.
E come amava l'arte, cos prediligeva la belt femminile, nella stima della
quale poteva sostenere la discussione con un intero corpo d'artisti
accademici; e la giudicava anche di sotto alle dubbie apparenze col colpo
d'occhio d'un trafficante di schiave, commissionario d'harem; o come un
mercante di puledre, estimatore infallibile d'incollature e terga e fianchi e
popliti e garetti. Frequentatore assiduo del palco scenico, quantunque fosse
intendentissimo di musica e della grande arte delle capriole, pure non era gi
n il trillo pi agile, n la scala pi granita, n la nota tenuta pi
limpida, n il salto pi imperterrito che lo esaltavano; bens era capace di
attaccarsi con sembianza d'amore (aprendo per sempre la borsa, per la gran
pratica che aveva nel mondo) anche alla stonatrice pi perversa, purch avesse
il collo di Diana; di scegliere anche l'ultima danzatrice in linea d'arte,
purch fosse la prima nella linea del corpo.
In codesta sfera di erudizione nessuno lo vinceva; qui era tutta la forza del
suo genio.
Circondato da' suoi colleghi di stravizzo, il signore del luogo, tra le alunne
di Citerea e le bottiglie di Sciampagna e le carte micidiali, vi passava in
trista giocondit, non i giorni ma le notti quando trovavasi a Milano. Diciamo
le notti perch di giorno tutto taceva col, e nelle ore in cui tutta la citt
era operosa, quel luogo poteva meritar l'appellativo di Casa del sonno,
quantunque il popolo per antonomasia continuasse a chiamarla argutamente La
casa del diavolo.
Abbiamo detto che vi passava le notti quand'egli trovavasi a Milano, perch
spesso trovavasi in fazione, aggiunto al presidio militare di qualche citt
del Ducato, nella sua qualit di capitano del reggimento Clerici. Ch egli
aveva a danaro comperato quel grado nella milizia, essendo vaghissimo di
sfoggiar le insegne militari come quelle che pi che mai lo rendevano accetto
alle donne. E non sempre eran le venali alunne di Tersicore e di Pafo quelle
di cui si compiaceva; ma faceva la corte anche alle dame, e spesso
accompagnava al teatro la pudica d'altrui sposa a lui cara, che
capricciosamente cangiava quasi ad ogni cangiar di luna: e l'assisa e le
spallette e gli speroni facevano l'effetto del guizzasole negli occhi ingenui
anche di qualche fanciulla inesperta, e qualche fratello, rovinato da lui al
giuoco e da lui soccorso con diabolica intenzione, diventava spesso il funesto
intermediario d'amore.
Ad onta di tutte queste scellerate qualit, il pi delle volte protette
dall'oscurit e dal silenzio, perch il danaro faceva miracoli, ed era
interesse della vergogna di non lasciarsi vedere in pubblico; esso non era,
pur troppo, come si sarebbe meritato, in odio alla moltitudine. I suonatori
d'orchestra, per esempio, parlavano benissimo di lui, perch quando taceva il
teatro, era per lui se scansavano il pericolo di andar ad impegnar il
contrabbasso o il violino; i portinai del teatro lo portavano a cielo, perch
non c'era nessuno che lo superasse nell'abbondanza e nella frequenza delle
mancie. Gli impresarj, i mediatori teatrali che da lui avevano tante
incombenze d'ingaggio ed erano ben pagati, tra le altre cose ebbero persino a
lamentarsi perch non fosse nominato direttore perpetuo del regio ducale
teatro. Ed anche fuori di Milano, anche nelle altre citt del Ducato non si
parlava male d lui, perch se alla testa dei suoi soldati non vi recava la
scuola dei buoni costumi, vi metteva bens in movimento molto denaro; ch
s'era proposto d'imitare il celebre general Clerici, il quale, quando si
moveva, trasportava seco un'intera compagnia teatrale d'opera e ballo pur
nelle stesse fazioni di guerra, avendo fatto erigere pi volte a proprie spese
dei teatrini posticci per rallegrare i bivacchi notturni. Fido infatti a
questa imitazione, il marchese Alberico aveva lasciato buonissimo nome di s
anche fuori d'Italia, quando nel 1759, giovane di ventott'anni, aveva militato
ad Hohenkirchen sotto al generale Lascy, il Vauban della Germania.
Dopo tutto ci, questo Sardanapalo cogli spallini e in calzettina di seta;
questo Baldassare non minacciato da nessun motto arcano e non intercedente
spiegazioni da verun profeta di sventure, in quella notte dei banchetti
generali, per mantenersi nel suo primato di sibarita scialoso, aveva aperto
intorno a s una specie di corte bandita. Alla mensa apparecchiata per
lunghissimo tratto innanzi al suo casino, mezzo nascosto dalle alte piante, i
convivi sedettero in gran numero. Se vi fu profusione d'imbandigioni, vi fu
buon gusto straordinario nella disposizione, diremo, ornamentale del
banchetto; vi fu originalit nel modo onde venne servito; ch in luogo di
camerieri incipriati e livreati e passamantati, dodici donzelle, prstanti
corpore, alla pi matura delle quali la Parca, appena appena Il decimo ed
ottavo anno filava dodici donzelle foggiate in vario costume e discinte
anzich no facevano il servizio della tavola, e ad un cenno degli invitati, da
espertissime Ebi a cinquanta soldi al giorno, versavano spumante lieo nei
calici lucenti. Allorquando poi i convitati furono saturi, e la mensa present
come la scena di un campo di battaglia, e rovine di pasticci, e ruderi di
bomboniere, e una selva inestricabile di bottiglie e di vasi e di calici,
allora cominciarono le danze, e pi decine di cavalieri colle loro ballerine
intrecciarono quadriglie ed eseguirono il lento minu, tanto propizio alle
digestioni.
Innanzi a questo banchetto, con pochi amici e col bicchiere alla mano,
continu a star seduto il marchese, intanto che fervevano le danze, e negli
intervalli la bella e capricciosa Agujari cantava nell'aperto salone del
palazzino mettendo il delirio in tutti gli ascoltanti; la bella Agujari che
costava tesori a chi la voleva corteggiare, e che da poco tempo s'era degnata
di accordare la sua benevolenza allo splendido marchese, perch un giorno,
dopo il pranzo, le aveva concesso di fracassare un ricchissimo servizio di
porcellana del Giappone; e un altro giorno che don Alberico era smontato da un
bellissimo cavallo arabo, ottenne da lui, se non voleva ch'ella il piantasse
sui due piedi, di poter tirare un colpo di pistola nell'orecchio di quel
nobile animale.
Mentre adunque l'orchestra suonava e i ballerini ballavano, oppure quella
viziata virtuosa sfoggiava sghiribizzando le note pi acute della voce pi
estesa che, al dire degli esperti, allora vi fosse al mondo; egli s'indugiava
a tavola, e precisamente per aspettare l'arrivo della carrozza della contessa
Clelia e della sua figliuola. Don Alberico quasi poteva dire di non conoscere
la prima e non aveva mai veduta la seconda; onde per le avventure strane
dell'una e dell'altra, e per la gran fama della loro bellezza aveva una grande
curiosit di vederle e di complimentarle; e tanto pi che s'era banchettato
per loro e bevuto alla loro salute.
Aspettava dunque da qualche tempo, e si maravigliava che, essendo gi tardi,
non si vedessero ancora a comparire; quando, all'improvviso, fortissimi evviva
e battimani che venivano da coloro i quali avevano estese le danze fin quasi
alla porta della citt, lo avvisarono che ci doveva essere pel loro
passaggio.
Infatti, allorquando la contessa diede ordine al cocchiere di procedere per
porta Orientale col trotto il pi serrato, il cocchiere spinse i cavalli,
sicuro della felice riuscita; ma appena dal bastione ebbe svoltato verso il
borghetto, che le loro signorie, la contessa e la contessina, furono salutate
con urla di gioja matta da quelli che ballavano sub luna; e le danzatrici
ebriose, alcune fermarono i lacch con violenza, lor togliendo le torcie, e
agitandole come tirsi con faunina protervia; altre si fecero imperterrite al
muso de' cavalli, quasi offrendo quella scena che si presenta al viaggiatore
nauseato, quando nella citt di Napoli si avventura a passar per via Capuana.
Pure, ad onta di tutto questo, la carrozza pot andare innanzi, sebbene con
lentezza, e quando fu per passar presso la mensa abbandonata, il marchese
Alberico, circondato da' suoi, quasi diremmo, camarlinghi, si present allo
sportello.
Or guardate caso stranissimo! Ada, nel vederlo, tir la mano intrecciata a
quella di sua madre, e mand un'esclamazione di maraviglia paurosa che a tutti
sfugg, com' naturale, ma non a sua madre, la quale si volse a quel sommesso
grido, interrogandola cogli occhi indagatori pi che colle parole.
Che dunque significa ci? Significava.... ma non mettiamoci in apprensione,
significava un fatto naturalissimo. La giovinetta Ada, quando vide il conte
Alberico, credette, a tutta prima, di vedersi innanzi il Galantino in divisa
militare, e ci per la ragione che, infatti, tra il Galantino e il marchese
Alberico era una gran somiglianza, di quel genere per che forse poteva
passare inavvertita agli indifferenti, ma non a chi aveva imparato a palpitare
per la prima volta sotto il fascino di quelle tali forme, di quelle tali linee
caratteristiche e distinte.
Or che cos', dir il lettore, codesta storia della somiglianza?  anche
questa una conseguenza d'un altro fatto naturale, poich bisogna ricordarsi
che l'Andrea Suardi era nato in casa F... da un Giovanni Suardi stalliere,
salito poi al grado di cocchiere. E ora  da aggiungere che il cocchiere
Giovanni, quando da una bellissima moglie del contado di Cremona gli nacque il
fanciullo che fu il primo e l'ultimo, non pot pi salvarsi dalle celie de'
suoi compagni di scuderia e di rimessa e di tutta la servit di casa F...; e
le celie crebbero col crescere del fanciullo, il quale, se il marchese avesse
avuto moglie, tutti avrebbero detto che era suo figlio. Al conte Alberico che,
siccome avviene sovente tra consanguinei, per le misteriose bizzarrie della
natura, rendeva pi le sembianze dello zio che del padre, tocc dunque in
sorte di somigliare al figliuolo d'un cocchiere; somiglianza che and
dileguando col tempo, e che, a dir cos, non guizzava che di sfuggita dai
muscoli dei loro volti e da certi movimenti caratteristici dei loro corpi;
perch il lacch, anche per quelle ragioni fisiologiche sviluppate dal
bastardo Filippo Faulconbridge nel Re Giovanni di Shakespeare, aveva sortito
due gambe poderose dove l'altro aveva avuto de' fuseragnoli; due braccia
atletiche dove l'altro avea dovuto ricorrere alla correttrice ovatta; un viso
della pi bella tinta incarnata e porporina dove l'altro non aveva potuto
rinunciare ai beneficj del minio. Ecco dunque come nacque lo scambio che mise
sottosopra il sangue della povera Ada, e la rituff ne' suoi tristi pensieri,
onde sollecit la mamma di partire di l, gettando per alla sfuggita
un'occhiata al protervo marchese; come chi non pu staccarsi dalla
contemplazione di un ritratto che ricorda un originale il quale, a proprio
dispetto, non si pu dimenticare.

LIBRO DECIMO


L'anno 1797. Il ballo del papa. La predica dell'arciprete Besozzo in San
Lorenzo. Il teatro della Scala nella sera della domenica di quinquagesima. Il
programma del cittadino Salfi. Il coreografo Lefvre. Giuseppe Peruccone,
detto Pasqualino. Le cittadine: signora R...; contessa A...; avvocatessa F...;
Il figlio del finanziere Baroggi. Una figlia della contessina Ada. La Libert,
l'Eguaglianza, la Dionisa. Rappresentazione del ballo. Scioglimento con
perigordino. Andrea Suardi e Marchese F...


I

Saltando coraggiosamente sei lustri, dobbiamo entrar e piantarci nel fitto
dell'anno 1797, nel carnevale di tale anno, pigliandolo precisamente alla sua
domenica di quinquagesima, per stare pi in regola col calendario
ecclesiastico e col nostro fedele Pescatore di Chiaravalle. Trent'anni sono
trascorsi dal giorno che la contessa Ada fu perduta e trovata; quarantasette
da quella notte memoranda, quando il tenore Amorevoli salt il muro di cinta
del giardino di casa V... Quante vicende, quanti affanni, quanti mutamenti
pubblici, che procelle, che trasformazioni! Ben si pu dire che, in questo
intervallo, l'umanit ha cambiata tutta quanta la sua pelle come il serpente.
Eppure dei nostri personaggi non  ancor morto nessuno. Nessuno, tranne la
venerabile donna Paola Pietra, perch era gi vecchia quando ne abbiam fatta
la conoscenza; tranne l'avvocato Agudio, perch era decrepito quando lo
scontrammo sull'uscio di casa Pietra; tranne il giovane lord Crall, perch
ebbe la malinconia di voler fare il precursore di Werter e di Ortis: gli altri
sono tutti ancora vivi, il che vuol dire che la natura umana  ben tenace, e i
suoi dolori pajono piuttosto dolori teatrali che veri; se si eccettuino quei
della renella e quei della gotta, e gli spasimi dei denti molari!!
Ora, essendo quasi tutti vivi i personaggi di nostra vecchia conoscenza, 
naturale che da loro e per loro sien nati altri personaggi, che nel tempo a
cui siamo saltati, sono giovani e adolescenti e fanciulli, e i quali, l'uno
dopo l'altro, dovranno pur passare, per forza o per amore, sotto la nostra
mano. Noi ci troviamo nella condizione del cavallerizzo che attende nel circo
ai giuochi romani. Ei comincia con due cavalli, poi sottentra un terzo, poi un
quarto, poi due d'aggiunta, e un altro, e due altri ed altri ancora, finch si
trova aver tra le mani un grosso manipolo di redini refrattarie e quasi
insensibili alla mano, con dodici o quattordici cavalli da far correre
nell'arringo, col pericolo di stramazzare ogni momento, e di vedere qualche
indocile corridore uscir dal sistema e trascinare i lunghi freni per la
polvere olimpica ad impacciare la corsa, e ad assicurargli le fischiate del
caro Pubblico che guarda all'esito e non alle difficolt superate, e ne ha
tutte le ragioni.
Ma, tirando innanzi, se la societ cangi faccia, e il pensiero umano fu tutto
messo sottosopra, il resto ha seguito le sue sorti. Le vesti, le foggie non
sono pi quelle d'una volta; le mura stesse della citt non sono pi quelle.
Molti edifizj scomparvero, altri ne sorsero di nuovi. Un galantuomo, defunto
nel 1750 o nel 1766, risuscitato per incanto, non avrebbe pi trovato modo di
raccapezzarsi passando in quella mattina di marzo per la via della Scala.
L'antica chiesa era scomparsa; trent'anni prima avrebbe letto, passando per di
l, sulla facciata di essa, o un Pax vobis, o una Indulgenza plenaria, o un
Pregate per l'anima, ecc., ecc. In quel d invece, alzando la testa, avrebbe
dovuto far le meraviglie vedendosi innanzi un gran teatro, con un gran
portico, con un gran terrazzo, con un frontone greco-romano chiudente in
bassorilievo un Febo auriga che sferza i cavalli. Altro che idee e cose di
chiesa! E sotto, invece del cartellone della confraternita del Santissimo
Sacramento, un cartellone pendente dall'arco di mezzo, sul quale il Pubblico
affollato nella mattina di quinquagesima del 97 leggeva queste parole:

IL BALLO DEL PAPA
OSSIA
IL GENERAL COLLI IN ROMA
PANTOMIMO
ESEGUITO
DAL CITTADINO LEFVRE

Pi basso, impastati sui due estremi pilastri del portico alla portata della
vista di un uomo d'ordinaria statura, si vedevano due piccoli affissi,
senz'eleganza n di carta n di carattere. Il gesso non aveva ancor invaso la
manipolazione degli stracci. Bodoni non era ancor comparso. Su quei due
affissi, dopo il titolo generale del nuovo ballo, e il nome dei personaggi e
degli attori, spiccava l'epigrafe dantesca:

Ahi Costantin di quanto mal fu matre

con quel che segue; poi si leggevano queste parole del cittadino Salfi al
popolo di Milano:
Questo pantomimo, che annunzia il regno della ragione, non  un'invenzione
semplicemente ingegnosa, ma il risultato di quei fatti e di quei caratteri che
formano la storia pi interessante degli ultimi tempi di Roma. Si potrebbero
verificare le pi minute circostanze con quei monumenti che debbono oramai
essere notissimi al pubblico, e che si conservano sparsi nel giornale
intitolato Termometro politico della Lombardia. Possa questo primo lampo della
verit incenerir l'impostura ed il fanatismo, e far trionfar la religione e la
pace.
Salute e fratellanza.

Correndo il marzo, come abbiamo detto, faceva una bella giornata limpida e
trasparente, e per soprappi soffiava un vento marino tepido e consolante.
Esso era annunziatore della primavera, e poteva anche annunziare un ultimo
saluto di neve. Gli uomini che non vantavano il pi veloce di Achille, o
andavano soggetti a flussioni dentali periodiche, erano anzi di questo parere.
In ogni modo, essendoci il sereno e l'almo sole, e soffiando i tepidi favonj,
gli avventori della bottiglieria Cambiasi, che era celebre di quel tempo per i
suoi rosolj, segnatamente per il latte di vecchia e il perfetto amore, stavano
fuori della bottega divisi in gruppi, parlando precisamente del ballo andato
in iscena il d prima. Il che medesimamente succedeva innanzi al vecchio caff
cos detto dei Virtuosi. La Cecchina non era ancor nata, e forse nemmeno sua
madre, a proporre una variante di quell'appellazione. Ora le insubre puledre
calpestano l'area dove sorgevano quegli incliti ritrovi. Davvero che pensiamo
a ci con crepacuore, quantunque la colpa sia tutta nostra. La descrizione di
Persepoli riesce pi difficile al poeta senza le venticinque superstiti
colonne; ma giacch il progetto di demolizione  venuto da noi, tal sia di noi
dunque, e andiamo avanti.
I vecchioni, ancora tenaci del cappello a tre punte, e del top ad ala di
piccione, e della faccia sgombra, e del mento raso, passando per di l
rimanevano scandolezzati a vedere le nuove e strane foggie de' giovanotti. I
cappelli espansi a caldaia, alti e larghi con nastroni di velluto, fuor de'
quali faceva capolino il coccardone repubblicano, celavano fino all'occhio
quelle faccie atteggiate ad un cipiglio di convenzione; fedine larghe e folte
coprivan le guancie, rendendo la figura di due pere crinite che, scendendo dal
cappello, andassero a nascondersi in un enorme cravattone bianco, entro il
quale stavano fasciati e collo e mento, fino ad invadere i diritti del lobo
auricolare. Gli occhi soltanto e il naso erano lasciati in libert; ma di
sotto all'ombra fitta del cappello, che radeva il sopraciglio, avevano
un'apparenza truce e sospetta.
I rivenduglioli di carte e stampe e bullettini gridavano intanto sulla piazza:
Signori! Il credo del Papa per due soldi; Il discorso dell'Ussaro, signori!
Il sogno dell'arciduca Ferdinando. La bolla di Pio VI. Avanti, signori, chi
compera, signori? Poi tutt'a un tratto, tra le diverse voci di quei pubblici
schiamazzatori se ne sent una pi forte e pi invadente di tutte, e veniva da
un nano tutto coperto, dalle spalle alle piante, per nascondere il perfido
sistema delle sue gambe, di un soprabito rosso color fuoco, sormontato al
petto da un gran medaglione inargentato, avente nel mezzo un occhio del Padre
Eterno: A S. Lorenzo, signori! gridava quel nano: Il cittadino arciprete far
a momenti la predica del papa. A S. Lorenzo, a S. Lorenzo!
Il signor Giocondo Bruni, quel nostro vecchio amico, che non avrebbe mai
dovuto morire; quella storia animata ed ambulante che il lettore ben conosce,
e che ci raccont tante e tante cose che non stanno nei libri, perch i libri
troppo spesso sdegnano di raccogliere gli sparsi minuzzoli del vero, senza dei
quali il vero non  per mai completo: il nostro signor Giocondo, dunque, si
trovava anch'esso quella mattina, insieme cogli altri, sulla piazza della
Scala, anch'esso, gi si sa, col suo cappellone e il suo coccardone e il suo
cravattone e anch'esso atteggiato al burbero, perch un legittimo repubblicano
non poteva aver sorrisi e grazie senza correr pericolo di parer un tepido, e,
quando l'altrui malumore l'avesse voluto, anche un pericoloso cittadino. Egli
ci raccont che si sapeva fin dalla sera prima, che l'arciprete di San Lorenzo
aveva promesso di fare al pubblico una predica relativa al papa e alla sua
temporalit e alla sua infallibilit, per animare i cittadini timidi,
scrupolosi e bigotti, a recarsi a vedere il nuovo gran ballo della Scala, e
che per, quando il nano della bussola di San Lorenzo comparve a gridare in
piazza, la piazza rimase subito vuota, e tutti, compresi gli avventori del
caff dei Virtuosi, tra i quali trovavasi anche il cittadino Lefvre, il
coreografo, che faceva la parte di Pio VI, e il signor Raimondo Fidanza, che
rappresentava il personaggio del general Colli, si avviarono a San Lorenzo tra
gran folla di persone che, strada facendo, si faceva sempre pi stipata; tanto
che ci volle gran fatica e ajuto di gomiti e d'urtoni a farsi largo tra le
colonne di San Lorenzo; e fu un'impresa veramente erculea il tentar di
penetrare sotto gli archi della rotonda, nella quale echeggiava gi sonora e
concitata la voce dell'arciprete Besozzo, caro ai professori di rettorica per
la sua eloquenza, rispettato anche dai bigotti per la sua dottrina in divinit
e la profondit in patrologia; temuto dagli aristocratici, esaltato dai
patrioti.

II

Quando il Bruni si trov, dopo lungi stenti, sotto ad uno degli archi della
rotonda, fu adocchiato alla lunga da suo padre; s, signori, da suo padre
ancora vivo, ossia dal signor Lorenzo, il decrepito marito della ballerina
Gaudenzi; colui che, se il lettore se ne ricorda, era un giacobino nato fatto,
prima che dei giacobini nessuno sospettasse per ombra n l'esistenza n
l'appellazione; il signor Lorenzo Bruni, che contava i suoi ottantadue anni
come se fossero ottantadue zecchini l'uno sopra l'altro, e che, avendo visto
di presenza a nascere la rivoluzione in Francia, s'era consolato nel vedere
l'attuazione di quelle cose ch'egli in confuso aveva pensato e desiderato
quarant'anni prima. Vicino a lui era il prevosto Lattuada di Varese, prete
fenomeno, e che poteva parere esaltato tra gli esaltati. V'era il frate
somasco Carrera, che, educato ai rigori della vita claustrale, di tanto lasci
prorompere alla libert la sua indole, di quanto era stata violentemente
compressa.
Adocchiato dunque dal padre e dagli amici, il nostro Giocondo, che sta fra noi
non vecchi e i nostri vecchissimi avi, come Enoc stette fra Adamo e No, venne
invitato e fu soccorso anche da un sagrestano a trascinarsi fino a quella
cappella privilegiata, collocata nei rapporti col pulpito in modo, che della
voce del predicatore non si perdesse alcun suono.
Ma il predicatore continuava la sua predica da qualche tempo, onde i nostri
ascoltanti lo seguirono coll'attenzione, appena seppero togliere il bandolo
del discorso:
Reca dolore, cos parlava il famoso arciprete di San Lorenzo, reca dolore il
mettere in vista cose di s poca edificazione, e temo che chi mi ascolta, pi
fornito di piet che di lumi, prenda occasione di scandalo, e pensi che
convenisse dissimularle; ma chi parla al popolo credente deve dire la verit
tutt'intera. Un tale esempio ce lo danno gli storici sacri. Mos non dissimula
i delitti del popolo, n le proprie sue colpe; Davide volle che il suo peccato
fosse reso palese; gli evangelisti, nel Nuovo Testamento, rappresentarono
concordi l'infedele caduta di San Pietro.
Io so che alcuni uomini ammalati di pregiudizj e d'ignoranza incurabile,
perch non amo credere ad altre cagioni meno oneste, andarono insinuando, e
dal pulpito quando avevano coraggio, e dal confessionale quando avevano paura,
che non bisognava dare ascolto alle mie parole, che io non possiedo n
sapienza n dottrina, che abuso di quella autorit di che sono stato
rivestito. Ebbene, io voglio dar ragione anche a costoro; io voglio che non
crediate alle mie parole; io stesso, dir di pi, non mi attento di star
sicuro della mia sola opinione: ma che direte quando i pi grandi luminari
della storia ecclesiastica mi daranno ragione? che direte quando parleranno
gli evangelisti, dai quali io non ho fatto che attingere quello che gi vi ho
detto? che direte quando verranno gli stessi santi padri ad accusare la
condotta della curia pontificia? che direte quando gli stessi pontefici
confesseranno il vero in danno proprio, e non avranno paura di annunciarlo?
Perch chi vi ha detto che il papa sia infallibile, ha detto menzogna.
L'infallibilit da G. C. non fu data che alla Chiesa. Quotiescumque congregati
eritis in nomine meo, in medium vestrum ero.
I santi Padri hanno osservato un profondo silenzio sulla pretesa
infallibilit del papa.
S. Basileo accus vivamente Damaso papa, perch andava in collera contro chi
diceva la verit. Se San Basileo avesse creduto il papa infallibile, avrebbe
egli accusato il pontefice Damaso?
Rustico e Sebastiano sostennero che il papa Virgilio aveva combattuta la
definizione del concilio di Calcedonia, cosa che fece dire ad Eumaro
arcivescovo, che questo papa era veramente eretico.
Io sono sommamente scandalezzato da voi, scrisse San Colombano a Bonifacio
IV, imperciocch la vostra condotta  grandemente sospetta d'eresia. Se volete
essere giudicato successore di Pietro, dovete essere custode della di lui
fede: Doleo de infamia cathedr Petri: ut ergo honore apostolico non careas,
conserva fidem apostolicam.
Pu esservi espressione che pi radicalmente distrugga l'infallibilit
pontificia? Agostino Trionfa, tuttoch gran partigiano del papa, nella sua
opera Clavis Scienti, ha detto chiarissimamente, che il papa  fallibile:
Papa potest errare.
Lo stesso Innocenzo III ha affermato che il papa pu errare come qualunque
altro: facile crediderim, ut Deus permitteret, romanum pontificem contra fidem
posse errare.
Ma tant' vero che i papi sono fallibili, che la storia registra i loro
errori e i loro disordini. E anche intorno a ci, se non volete credere a me,
se avete in sospetto i libri profani, se credete ch'io parli per bocca dei
nemici della chiesa, udite i suoi adoratori.
Alcuino, scrivendo a Carlo Magno sulla corruzione della corte di Roma, gli fa
intendere, che in essa non vi regna n piet, n giustizia, n carit; che
egli non ha altro rifugio che ricorrere alla di lui saviezza, e pregarlo,
giacch Roma non vuole porre argine a siffatti disordini, di trovar mezzo con
cui rimediarvi. Ecce in te solo tota salus ecclesiarum Christi inclinata
recumbit.
Chi non sa quel che scrisse S. Bernardo a Innocenzo III? Fideliter loquor
quia fideliter amo.
Parlava sincero perch amava sincero, e diceva che la cagione del decadimento
della Chiesa universale doveva trovarsi nella corruzione della curia romana:
In vos, pontifices, curiamque romanam. E nella lettera ad Eugenio IV egli dice
ancora di pi.
Nel consilio Remense, convocato nell'anno 992,  detto con tutta quanta la
libert, che Roma era divenuta venale e che tutto dicevasi e facevasi col
secondo la quantit dell'oro e dell'argento: Roma venalis exposita; ad
nummorum quantitatem judicia trutinat.
Adriano IV ha detto che la corte di Roma era macchiata di morali disordini:
Scimus in hac sancta sede, aliquot jam annis multa abominanda fuisse, et omnia
in perversum mutata.
Non sono io dunque che parlo; non  a me che voi avete obbligo di prestar
fede. Ma se venerate San Bernardo, se avete fede nei papi Innocenzo e Adriano,
se avete rispetto alla parola inappellabile dei concilj, dovete dire che io
non ho fatto che ripetere contro la curia romana e il potere pontificale
quelle accuse che furono gi scagliate da quei grandi e santi uomini.
Ascoltate dunque coloro, se non volete ascoltar me.
La veneranda Chiesa cattolica, egli  G. C. che la istitu; le diede precetti
fondamentali di umilt, di giustizia, di carit; la premun pien d'amore per
essa, di tantissimi sacramenti; la fecond coi suoi divini esempj, colla
predicazione, cogli stenti, colle fatiche; la consolid col sangue e colla
morte. Ma guardatevi, disse a' suoi discepoli, che tra voi non escan fuori
uomini scellerati e perversi; tenteranno costoro di perturbarla, di
disordinarla, di distruggerla: Nascentur ex vobis viri peversi ut abducant
post te discipulos suos. Il testo  di S. Paolo.
Ma che cosa dunque si deve fare per ovviare a tanti disordini? Richiamare il
pontificato alla santa semplicit delle sue origini;. fargli restituite i doni
funesti che ebbe dai re della terra. Costringerlo, per dir cos, ad esser
santo, obbligandolo alla sola giurisdizione spirituale. Uomini e sacerdoti
ignoranti e pregiudicati vi hanno detto che, tentar di smuovere la temporalit
del potere papale,  atto sacrilego, e tale da meritarsi la pronta punizione
di Dio. Ma costoro come faranno a chiamar sacrilego G. C.? come faranno a
invocar su lui l'ira divina? Dabo tibi claves regni colorum, ha detto G. C. a
S. Pietro; e quando il popolo, stupito de' tanti miracoli che operava, voleva
farlo re, che cosa fece G. C.? Fugit ne eum facerent regem; e che disse quando
fra' suoi discepoli si agit quistione di maggioranza? Qui major est inter
vos, fiat sicut minor; e di che parole fece uso quando parl dei re della
terra? Reges gentium dominantur eorum, vos autem non sic. Com' dunque che, se
i comandi e gli esempj dati personalmente dal Redentore sono precisi, comandi
ed esempj da doversi fedelmente seguire, com' che, mentre e G. C. e San
Pietro hanno avuto in orrore ogni sorta di dominio sopra gli altri, il papa
potr pretendere monarchia terrena?
Alla podest temporale si oppone dunque il carattere dell'ecclesiastica
societ, la dottrina e l'esempio di G. C., gl'insegnamenti degli scrittori e
dei Padri, la pratica fedelmente seguita nei primi secoli della Chiesa.
La societ ecclesiastica non si propone altra cosa, che disporre il cuore de'
popoli a vivere secondo le massime del Vangelo, e condurli alla vita eterna.
Ges Cristo non d a' suoi discepoli altra autorit che d'istruire, predicare
e battezzar le nazioni: docete omnes gentes, baptizate eos in nomine Patris et
Filii et Spiritus Sancti.
Ges Cristo non concede a' suoi discepoli altra podest che di legare e
sciogliere dai peccati gli uomini: Amen dico vobis, qucumque ligaveritis
super terram, erunt ligata; et qucumque solveritis, erunt soluta. Dal che
ognuno ben vede che una simile podest riguarda unicamente la salvezza eterna
degli uomini, ed ha soltanto di mira il dominio spirituale.
Quando gli apostoli dissero a Ges Cristo, allorch i Samaritani non l'hanno
voluto ricevere: Fate scendere il fuoco dal cielo e inceneriteli, Che dite
mai, rispose loro G. C., e di che spirito siete? il figliuol dell'uomo non 
gi venuto a perdere uomini, ma a salvarli, filius hominis non venit animas
perdere, sed salvare. E quando Pietro tronc l'orecchio a Malco, che gli
disse il Cristo? Mitte gladium tuum in vagina, omnes enim qui acceperint
gladium, gladio peribunt.
E i santi Padri? Udite i santi Padri; ascoltate Sant'Ambrogio: Tutte le
ricchezze della santa Sede non consistono in altro se non nella fede. Ecclesia
nihil sibi, nisi fidem possidet.
E S. Fulgenzio che cosa dice? Udite S. Fulgenzio: Tutta quanta l'autorit del
pontefice riguarda lo spirituale e nulla pi. In sculo nemo rege celsior E
Innocenzo III dice che l'autorit temporale compete al solo re: Rex in
temporalibus neminem superiorem habet.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E dopo tutto ci, sino a quando si vorr far servire il supremo sacerdozio
all'errore, alla passione, ai disordini? Sino a quando chi  supremo pastore
delle anime, si avr a vederlo disposto a servirsi della religione come
d'appoggio per estendere i suoi temporali interessi a taccia propria, a
scandalo universale, a distruzione della cattolica Chiesa?
Ma sinora abbiamo udito Ges Cristo, i santi Padri, i pontefici pi sapienti,
gli apostoli, i concilj. Udiamo adesso coloro che pretendono di saperne pi di
loro.
Se si tolgano al papa, dicono essi, le ricchezze e il temporale dominio,
Roma, il papa, la Chiesa cadranno in disprezzo, quando invece conviene che
sian sempre presso i popoli cristiani in somma venerazione. Ma non sentite
voi tutti come sia questa una manifesta follia? la disistima e il disprezzo
non dipende tanto dall'influenza delle umane ricchezze, quanto dalla mancanza
delle evangeliche virt; la stima e la venerazione che si porta a chi abbonda
di ricchezze,  una venerazione e una stima apparente, effimera e falsa;
quando, all'opposto, quella che procede da una vita ricolma di virt,  reale,
 sincera,  soda; questa riflessione ci somministra una pratica verit, la
quale, senza che l'accenniamo, ognuno pu facilmente congetturarla.
Tolgansi pertanto da Roma codeste terrene ricchezze, tolgasi al papa
l'affluenza dei beni che gode, ed ecco rinascere ne' sommi pontefici il
primitivo amore, ed eccolo riacceso anche nel cuor dei fedeli.
Ma per conchiudere su questo punto delle ricchezze e del temporale dominio
del papa, voglio che sentiate quello che, al suo segretario Eginardo, ha detto
in punto di morte Carlo Magno, colui che esercit la sua liberalit facendo
grandi donazioni al papa:
 Rispetto alle mie militari imprese ed alle imprese politiche ripeto le
precise sue parole, niuna cosa  per cui tanto tema di avermi tirato l'ira di
Dio, quanto le cose che ho fatto in Italia. In quella occasione la mia
ambizione mi precipit in mille iniquit. Ho ajutato i papi; ho rotto, a
persuasione di essi, il matrimonio colla figlia di Desiderio; l'ho rimandata
disonorata al padre.
 Per colmar lo stajo delle mie reit, mi sono lasciato indurre a far signori i
pontefici romani di una gran contrada d'Italia, con che veggo d'aver gettato i
fondamenti della di lei totale rovina. Per la qual cagione mi debbo aspettar
da Dio un castigo severissimo, e la memoria mia sar avuta in abbominazione
dalla italiana posterit. Il dominio di tante citt e provincie, in mano di un
ecclesiastico, non pu produrre che mali gravissimi. Come mi giustificher io
dunque, o Dio, di tanti guai, delle tante guerre, e delle tante calamit, che,
per la donazione che feci alla Chiesa di S. Pietro, sovrastano all'Italia? -
Queste parole di Carlo Magno sul letto di morte fanno piangere a ripensarle
oggi. Per non  fanatismo n errore il dire, che la soppressione del dominio
temporale, ossia la distruzione di tutto ci che port seco la fatale
donazione di Carlo Magno,  l'unico rimedio per far cessare gli orrendi abusi
della corte di Roma e per salvare l'Italia.
Sono secoli e secoli che la Chiesa mortalmente geme sotto i disordini della
corte di Roma, prodotti dal temporale dominio del papa; tempo  dunque oramai
che si dia contro di essi un colpo vigoroso, risoluto e decisivo. I disordini
allora cesseranno; la Chiesa, depurata da' pregiudizj, trionfer; gli Stati
saranno tranquilli; la pace sar nel mondo; l'umanit potr finalmente provare
tutti i beni dell'esistenza, e Dio sar glorificato.
A questo punto l'arciprete predicatore, il quale, esaltato dal suo tema, aveva
percorso tutto il diapason della sua voce sonora, cangi tono e modi a un
tratto, come se l'oratore ecclesiastico cessasse dalle sue funzioni e
sottentrasse il cittadino consigliere ed amico del popolo; cangi tono e modi,
e cos prese a dire:
A coloro i quali, siccome ho gi fatto osservare, hanno pi piet che lumi e
buon senno, far meraviglia che io vi abbia chiamati qui per invitarvi ad
assistere ad una rappresentazione in teatro, dove il pontefice  messo in
scena. Ma siccome  corsa voce, che alla persona del pontefice fosse fatta
ingiuria, e che una satira indecente lo esponesse al dileggio del popolo, cos
vi esorto a credere, che questa non  che una menzogna dei religiosi fanatici,
e una vana paura degli spiriti deboli. Il papa vi  rispettato. Bens la
rappresentazione  condotta in modo che serva di ammaestramento al popolo, e
proponga utili consigli a coloro che hanno promesso di voler chiudere
finalmente le vecchie piaghe d'Italia.
E il predicatore, dopo queste parole, scomparve dalla vista dell'uditorio
affollato, il quale cangi l'attenzione silenziosa in un bisbiglio, che man
mano si fece sempre pi rumoroso; ch le varie opinioni vennero manifestandosi
in tali discussioni, da far credere che la rotonda di San Lorenzo fosse
piuttosto un'aula parlamentaria che una chiesa. Questa nullameno si and
vuotando a poco a poco, senza disordine di sorta. Bens avvennero disordini
gravi sulla piazza della Scala e nelle contrade laterali al teatro, per la
gran folla che vi si accalc verso le ore tre dopo mezzod. Lo spettacolo
davasi gratis e a porte aperte, e tutti volevano giungere in tempo per trovar
posto. Vi furono risse e percosse. La guardia nazionale accorsa vi lasci
qualche fucile e qualche lume e qualche falda del marsinone bianco-verde.
Molti veli e drappi e sottane furono messe a lembi; molte donne furono portate
semivive fuori della folla.
I fortunati siamo noi soli, che, senza fare anticamera, potremo recarci in
teatro un momento prima che si alzer il sipario; e probabilmente avremo
l'accesso a qualche palchetto, o troveremo un posto in orchestra, o sul
palcoscenico addirittura. Da questi punti, oltre lo spettacolo teatrale,
godremo lo spettacolo del pubblico, e percorrendo col cannocchiale le cinque
file dei palchi, faremo di riconoscere i vecchi amici dai loro discendenti, e
qualche cara belt; e spingendo l'occhio indagatore nell'indistinto brulicame
della platea, vi scorgeremo qualche elmo a criniera, che coprir la testa
giovanile di chi, sebbene uscito di plebe,

Forse  chiamato a non oscuro imene.


III

La predica fatta in San Lorenzo aveva dunque raggiunto l'intento voluto dal
predicatore, il quale era di mandare in teatro, ad assistere al ballo del
papa, quel maggior numer di persone che fosse stato possibile. La verit
dimostrata a parole non penetra intera che negli intelletti robusti e liberi
da pregiudizj; ma la verit rappresentata dall'azione palpitante del dramma e
affidata a personaggi vivi, ottiene pi facilmente il libero ingresso
nell'intelligenza di tutti. D'altra parte, l'idea trapassa al popolo, quando 
sazia di soffiare inutilmente nelle alte regioni. A tre ore dopo mezzod, come
dicemmo, la piazza della Scala era talmente stipata di pubblico, da presentare
tutti i pericoli di un fiume straripato e irruente, che non trova il suo
sfogo, e che, fino a tanto che non gli  dischiusa una via, non manca di
lasciare qualche traccia e qualche vittima dell'impeto suo.
Tuttavia, dopo molto tempestare e urtare, dopo che la folla, rappresentata
atleticamente dagli uomini che erano riusciti a collocarsi colla schiena alla
porta tanto della platea che del loggione, dandovi di tanto in tanto degli
urtoni e delle scosse formidabili, ebbe esaurite tutte le intimazioni
minacciose di aprire, le porte finalmente si dischiusero, ma non l
precisamente dove la folla s'era di pi accalcata, ma bens agli aditi
laterali di quell'angusto e basso e prolungato androne, che l'architetto
Piermarini sembra avere ideato e disegnato in un momento di collera contro il
pubblico milanese e coll'intento di vendicarsene tutte le volte che si recasse
alla Scala per divertirsi.
Codeste irruzioni di pubblico nel teatro, le quali presentano i pericoli di
una battaglia, dopo la decadenza dell'arte, non si verificarono pi affatto; e
i giovani ventenni che, a spettacolo incominciato, oggi possono, anche in una
prima sera, avere accesso in platea, crederanno esagerata la nostra relazione.
Ma noi avemmo pi volte compresse le costole agli spigoli dell'andito, l dove
svolta a mostrarci la faccia burbera del portinajo, quando adolescenti ci
recammo ad assistere agli ultimi splendori dell'arte vera. Non del resto, in
quella sera di quinquagesima, trattavasi d'arte. La musica e la danza, le
trachee e le tibie, che per un secolo intero avevano tenuto il mondo nel loro
dominio, avevano dovuto cedere il campo alle grandi cose e ai grandi fatti,
tanto che la musica serviva pi d'occasione che di scopo, e se voleva attrarre
la gente e scuoterla, bisognava che si facesse ausiliaria della politica e dei
fasti militari. La scienza e l'arte della parola avevano preceduto, anzi
avevano generato i fatti, ma le altre arti sorelle dovettero aspettare, per
trasformarsi, la piena maturit di essi. Ma di ci parleremo in momenti di
minor premura, e quando la folla non ci assorder col suo vasto mormoro, da
farla parere un mar tempestoso.
Appena infatti la folla, dopo l'ultima lotta e le ultime violenze incontrate
nel prender d'assalto le sedie della platea, pot espandersi in lungo e in
largo e respirare; e quelli che avevano sofferto di pi, poterono tastare le
membra indolenzite per valutare il grado di importanza delle contusioni
ricevute, e dare una occhiata di riassunto ai vestiti, per verificare se le
falde strappate erano ancora capaci di un ristauro, se gli orologi non si
erano dileguati strada facendo, se le ciarpe e i veli erano stati
irremissibilmente involati dalla bufera; cominciarono i discorsi, le
discussioni, i diverbi, gli alterchi, segnatamente fra i crocchi e i gruppi di
quella parte di pubblico, che, ad onta di essersi trovata sulla piazza col
boccone in bocca e sotto il sole ancora brillante delle ore tre, non era stata
molto esperta nel regolare le mosse durante la crisi dell'ingresso, e aveva
dovuto accontentarsi di stare in piedi, esposta alla perpetua ondata di cui
era vittima e cagione nel tempo stesso.
Come il lettore sa benissimo, il teatro prima dell'ora della rappresentazione
non era illuminato che da due povere fiamme ad olio, le quali spargevano un
pallido albore per tutta la vastit del vaso; albore ajutato in gran parte dai
cerini, che i seduti in platea avevano accesi, per potere intanto passar la
noja dell'aspettare col leggere il programma del nuovo ballo di monsieur
Lefvre. Veduta quella scena dall'altezza del loggione, intorno intorno al
quale era stipata la moltitudine due volte repubblicana, pareva come di vedere
un'acqua stagnante e cupa, in cui si riflettessero le stelle senza l'aerino
del cielo; o meglio un pavimento a traforo, da cui trapelassero qui e qua
delle fiammelle. Ma anche il loggione, nella sua dignit repubblicana e nella
sua avversione d'istinto al terzo stato che sedeva in platea, ad onta
dell'albero della libert e della cambiale non girabile dell'eguaglianza,
volle fare a gara con lui e accese i suoi cerini sugli orli del parapetto.
Senonch l'illuminazione suppletoria fatta dalla platea e dal loggione si
consum colla lettura del programma, e vi fu un momento in cui tutto ritorn
nel bujo crepuscolare di prima, il quale dur pi di un'ora. Il signor
Giocondo Bruni che, per essere amico dell'impresario e del coreografo Lefvre,
e del primo violino per i balli, signor Giuseppe Peruccone, detto Pasqualino,
aveva libero accesso in teatro, vi si rec a tutto suo agio, verso quell'ora
appunto in cui dovevano tardar pochissimo ad entrare i suonatori in orchestra
e a popolarsi i palchetti, e a scattar fuori le fiamme della ribalta. Mosse
innanzi tutto al palcoscenico a salutare i suoi amici e a dare una stretta di
mano a monsieur Lefvre, gi vestito in abito pontificale; poi spinse,
attraverso al pertugio del telone, un'occhiata su quel cupo maremagno della
platea muggente; poi, quando vide che i professori d'orchestra erano tutti ai
loro stalli, e che l'esimio signor Luigi De Baillou, primo violino per
l'opera, ultimo era entrato a metter piede sull'alto suo seggio, e stava dando
la pece greca all'archetto, in dignitosa posa e con burbero ciglio,
ombreggiato dal cappellone con coccarda e con fibbia d'acciaio lucente, in cui
faceva il guizzasole la luce della ribalta; discese anch'egli in orchestra, e
si mise a sedere fra due contrabbassi suoi amici, sotto alla cui protezione
aveva l'abitudine di godersi lo spettacolo degli spettatori, pi che quello
del palco scenico.
Stando cos fra que' due amici, porgendo l'orecchio attento al vasto frastuono
che faceva il pubblico, sentiva da molti punti spiccarsi netto il suono di
varie parole, che servivano quasi ad indicar l'argomento dei molteplici
discorsi che si facevano. Bonaparte Alvinzi Caldiero Arcole Tedeschi Pio VI
Mantova Tolentino Arciprete Besozzo Repubblica Romana Francesco Arciduca Carlo
Aristocratici Morte Inferno Papa Capitale del mondo le quali parole, prese
cos al volo da un uomo di garbo, e cucite insieme con della frangia, potevano
bastare a fare il riassunto dello stato delle cose in Italia in quel momento.
Difatti Bonaparte, nell'anno antecedente, dal maggio in poi, come sanno anche
i fanciulli, aveva del tutto ricacciati i Tedeschi dall'Italia colle battaglie
di Caldiero, d'Arcole e di Rivoli. Dopo s'era dato a far la guerra al
pontefice, aveva vinto il generale Colli alla battaglia del Sevio, aveva
provocato la pace di Tolentino, nel febbrajo del 97, togliendo le Legazioni
agli Stati della Chiesa. Ma l'Austria, dopo tutto ci, e precisamente in quei
giorni di marzo, mandava nuove genti in Italia sotto la condotta dell'Arciduca
Carlo. Per da una parte speranze illimitate; dall'altra timori non
irragionevoli; e gli odj quasi, pi che contro l'Austria, erano contro il
pontefice, nemico di repubblica, nemico del nome francese, nemico di civilt e
di progresso.
Ma intanto che la gran caldaja del teatro bolliva e gorgogliava
repubblicanamente, a dare una piega pi morbida a quei pensieri, a quei
discorsi, a quei progetti, le belle milanesi si affacciarono a brevissimi
intervalli l'una dall'altra, ai palchetti, sfoggiando quasi tutte il berretto
frigio, specialmente quelle che si ritrovavano in prima fila, tra le quali ve
n'erano alcune che s'erano messe alla testa dei rivolgimenti, in gran parte
per convinzione, come vogliamo credere, ma anche per moda, ma anche per
ingraziarsi la parte pi giovane dell'esercito vittorioso, e per far pompa
della loro giovanile belt. Comparve prima in un palchetto in prima fila una
donna straordinariamente bella e straordinariamente seminuda, della quale non
solo taciamo il nome, ma non metteremmo nemmeno l'iniziale, se la consonante R
non ci facesse forza; diremo poi che essa capit tra noi dalle beate sponde
del Verbano a recarci la spettacolo della pi splendida vegetazione femminile;
che di essa noi conosciamo i figli de' figli de' figli; che noi stessi ne
abbiam visto il ritratto dipinto dall'Appiani, di grandezza al naturale, in
costume di una Diana che entra nel bagno, senza sospetti d'Atteoni che la
stiano mirando; che... ma  meglio finirla coi soverchi indizj.
Tante cose fece e disse quella donna, tanti peccati, sebbene gentili, ella
commise, tante teste fece girare; tanti affanni diede ai figli ed alle figlie
di alcuna di que' personaggi che gi abbiam conosciuti, che, in quanto al
nome,  meglio lasciarlo nel mistero.
E medesimamente nella prima fila, quando si mostr al palchetto, fece voltare
a s tutte le teste un'altra giovane donna, di tanta bellezza che, per il
momento, fece dimenticar la rivale; ma pi che la bellezza, la cagione di
tanta attenzione era il suo abbigliamento, che, continuando essa a stare in
piedi, appariva in faccia al pubblico in tutta la licenziosa esattezza del
costume d'allora. Portava il berretto rosso; le spalle e le braccia, di greca
perfezione, aveva nudissime; una veste di lana bianca, fermata al sommo delle
spalle con chiovi romani, discendeva in quattro ampie liste senza cintura;
quelle liste, al moversi di lei, si scomponevano e si aprivano, lasciando
travedere come di furto e col passaggio repentino del baleno le linee e
l'incarnato della sottoposta nudit, la quale, per chi non sapeva nulla, potea
parere, pi che altro, un sospetto da verificarsi; ma per chi aveva intimit
colle mode e col figurino, non era illusione, ma realt, quantunque le maglie
incarnatine coprissero la pelle; ma ci non certo a custodia di pudore,
sibbene ad obliqua lusinga di desiderio, e a tentazione del sangue. Anche di
costei dobbiamo tacere con gran riguardo, avendo solo il permesso di dire che
l'iniziale della parentela di suo marito era la prima lettera dell'alfabeto.
E una terza comparve pure a fermar l'attenzione generale. Meno bella delle
altre, anzi, per certi guizzi fuggitivi delle linee del volto, tale da parere
irregolare, di quella irregolarit che lascia sospetto di deformit morale;
era per maestosa e plastica delle forme del corpo. Ella si assise girando
intorno sugli spettatori il suo occhio d'aquila. Veniva colei dai bassi fondi
della societ, ma dotata di scaltrissimo ingegno: segu e s'accompagn alle
sorti di un avvocato, furbo, acuto, avaro, ladro; fu una delle dee infernali
dell'eccidio del Prina. Ma basti anche di questa donna, e tiriamo innanzi.
I cinque ordini dei palchi, in un quarto d'ora di tempo, apparvero dunque
tutti splendidi di belt pi o meno giovani, sormontate tutte quante dal rosso
berretto, ad espressione non problematica di colore politico, e sovente a
tutela della sicurezza personale. E in ragione che salivano gli ordini dei
palchetti, scemava il valore nominale delle donne repubblicane; le modeste, le
prudenti, le timorose temevano pi che mai la berlina della prima fila;
medesimamente le foggie si facevano tanto meno obbedienti al figurino, e il
pudore, tanto pi ci guadagnava quanto pi si ascendeva; ma il pubblico,
quantunque non in tutto approvasse quella trionfante protervia e delle tre dee
e delle altre che facevan cerchio in prima fila, pur le festeggiava, come
succede sempre dell'arte falsa messa in concorso coll'arte vera.
Alle ore sette, il direttore De Baillou diede dell'archetto in sulla latta, e
tra il costante mormorio della platea l'opera incominci, e i cantanti si
sfiatarono senza che il pubblico si desse nemmeno per inteso, perch era
venuto in teatro per tutt'altro, e i consolidati dei soprani e dei tenori
avevano in quel biennio sofferto un ribasso formidabile. Soltanto attrasse
l'attenzione la fine del primo atto dell'opera, ma non gi per il merito del
dramma e della musica dell'Ademira, ma sibbene perch e dramma e musica e
maestro pensarono bene, a stornare le fischiate, di trasformarsi in una strofa
d'occasione. L'atto normale si chiudeva cogli affanni e le lagrime della prima
donna, e colle parole:

Quest'acuta gelosia
Nella tomba mi trarr

ma, tutti i cantanti, compresa la prima donna in lagrime, e i coristi,
proruppero invece di punto in bianco nei seguenti versi:

A suon di violini,
Di corni e clarinetti,
Con giubili perfetti
Andiamo a festeggiar;
E per render la gioja palese
D'un bel canto patrioto francese
L'aria intorno facciam risuonar.

E il canto patriota finiva con questa stanza:

D'ge en ge, de race en race.
Que le plus brillant souvenir
Porte jusqu'au sombre avenir
Les prodiges de notre audace!
Que nos neveux, leurs enfans,
Par nous  jamais triomphans,
Nous doivent leur indpendance!
Que le monde brise ses fers!
Et que ce jour cher  la France
Soit la fte de l'univers.

Siccome e strofe e musica erano conosciutissime, perch state composte e
cantate fin dall'autunno dell'anno prima, ed appiccicate, senza badare al
senso, con violenza demagogica all'ultima scena dell'Astuta in amore, di
Fioravanti; cos gli applausi da tutte le parti del teatro scoppiarono
contemporaneamente alle prime battute del canto patriotico, e lo
accompagnarono, con quel crescendo naturale che poi divent arte con Generali
e con Rossini, fino alle ultime note. Le grida di Viva la Francia, Viva
1'Italia succedettero a quel canto con tempestosa irruenza, e insieme i Viva
la libert e l'eguaglianza; alle quali voci fuse in una sola onda sonora, come
quella del mugghiante oceano, si sovrappose, partendo dalle alte vette, non
dell'Olimpo, ma del loggione, una voce stentorea di trachea taurina, che grid
Viva la Dionisa. La tremenda satira popolana, con breviloquenza inimitabile,
in quel detto avea saputo condensare la critica delle esorbitanze generali
onde i perpetui guastamestieri, che s'introducono nel santuario del progresso,
aveano cercato di contaminare il nuovo ordine di cose. La Dionisa era il nome
di una donna paffica del Bottonuto. Applicando questo nome alla figura che
rappresentava la libert sullo stemma dei venditori di tabacco e sale, il
popolo, col prepotente intuito del giusto, stigmatizzava quella libert
fescennina, tanto deplorata dal Parini e tanto contraria alla libert vera.
Ma poco a poco si rimise la tranquillit nel pubblico, segnatamente quando il
primo violino, signor Peruccone, comparve al suo seggio, e dalla boccascena
l'avvisatore batt palma a palma, per significare che l'orchestra poteva
cominciare il preludio del nuovo ballo.
In questo intermezzo il signor Giocondo Bruni punt il suo cannocchiale
monocolo verso un giovane dragone dall'elmo lucente; indi lo drizz a un
palchetto in terza fila, poi a quella fra le tre dee della prima che, siccome
dicemmo, fu dipinta dall'Appiani, in costume di Diana. Il dragone guardava al
terz'ordine. Di l una giovinetta guardava lui; il Bruni si accorse che la dea
del frigio berretto fremeva nel sorprendere lo scontro di quei due sguardi
furtivi.
Il dramma domestico ha i suoi ritorni storici come la vita delle nazioni.
Nell'esordio del nostro racconto abbiamo visto il tenore Amorevoli a guardare
la contessa Clelia V... ora il tempo dei tenori  passato, la musica ha dato
luogo all'arte bellica: chi  senz'elmo e senza speroni disperi di piacere al
bel sesso. Ma dopo tutto ci, i cuori e le passioni sono sempre le medesime, e
quello sguardo del dragone, il quale  nientemeno che un figlio del povero
Baroggi, incontratosi con una figliuola nientemeno che della contessina Ada...
intersecato dagli sguardi iracondi della Diana della prima fila, produrr,
mutatis mutandis, un affastellamento di casi tali, che la pronipote ne gemer
come la nonna. In quella sera v'era anche la contessa Ada in teatro; e v'era
anche il banchiere Andrea Suardi, pi che sessantenne; e v'era il marchese
F.... sessantenne esso pure; e tutti si guardavano per mille cagioni,
ricordando il passato e congetturando il futuro; e in alto ancora, come in
quella tal notte di cui dee rammentarsi il lettore,

Scintillava il beffardo occhio del fato.


IV

Intanto che quell'occhio beffardo scintillava, il primo violino, signor
Peruccone, fatto d'occhio al buttafuori, mise lo strumento alla ganascia, e
accenn che si desse principio al preludio del nuovo ballo, la musica del
quale era stata scritta dal signor Pontelibero Ferdinando.
La Cerrito e la Taglioni crediamo sieno giunte in tempo per essere
accompagnate dal suo violino; ch egli fu il successore appunto del professore
Peruccone. Lo spirito repubblicano e le idee democratiche che fin dal 1750
bollivano, non si sa come e per un arcano presagio de' tempi nuovi, nel signor
Lorenzo Bruni, passarono, comunicate forse allo sgabello teatrale, fino al
signor Pontelibero, che, leggendo Rousseau al pari del signor Lorenzo, fu de'
primi a tendere l'orecchio avido alle cose di Francia; de' primi a desiderare
che l'ondata rivoluzionaria venisse a gettarsi con impeto sulle coste
d'Italia; de' primi a far festa all'ingresso delle truppe francesi, e a
portarsi fin sotto allo scalpito del cavallo bianco di Bonaparte, per vedere
dappresso il giovane imberbe che, colla severa maest del sopraciglio e colla
preponderanza, quasi parea, di un Dio, teneva in timorosa obbedienza i pi
anziani eroi sanculotti, irti di chiome e di basette.
Del rimanente, se mai il lettore ci domandasse, per qual ragione spendiamo
tante parole pel signor Pontelibero; diremo che, trattandosi dell'autore della
musica coreografica, che fu certo un avvenimento di quel periodo di storia
italiana, bisognava bene che si sapesse con che idee, con che convinzioni il
suo autore abbia infiammata la propria inspirazione nello scriverla. Cos
potessimo dire altrettanto del signor Lefvre; ma se molti lo hanno
conosciuto, nessuno trov una variante alla notizia nuda e cruda, ch'esso era
un galantuomo, convertito, di semplice mimo che era stato, in coreografo,
quando s'accorse che per vivere ci voleva il concorso di due mestieri. Il
pensiero del Ballo del Papa, e quello di portare sulla scena, concentrata in
dramma visibile, una delle questioni pi gravi suscitate dagli avvenimenti
d'allora, era venuta dal cittadino Salfi, che aveva steso e sceneggiato il
programma; e questo, per un'idea balenata nella testa fervida del prevosto
Lattuada di Varese, la quale idea, chi sa, era forse stata suggerita dalla
perfetta somiglianza che la figura del ballerino Lefvre aveva con quella del
Pontefice Pio VI.
Ma, a proposito del libretto del ballo, immaginato e scritto dal cittadino
Salfi dietro suggerimento del prevosto Lattuada: come avvenne che di seimila e
pi copie che ne furono stampate allora, tutte siano scomparse oggi? nelle
numerose collezioni de' magazzini librarj e delle case private che noi abbiamo
esplorate, in quelle, vogliamo dire, dove era presumibile la possibilit di
rinvenire un tal documento curioso; nelle stesse collezioni delle pubbliche
biblioteche, abbiamo trovato un salto e una lacuna precisamente alla sede del
famoso libretto.
Se fosse stato ritirato o fatto abbruciare in piazza per comando della
pubblica autorit, la cosa sarebbe ben chiara; ma non avvenne mai nulla di
simile: che cosa adunque  a conchiudere da un tal fatto? che le coscienze,
appresso, devono aver subta la legge della paura; che i proprietarj de'
libretti devono aver fatto in segreto il loro auto-da-f, per timore che il
papa, il quale aveva, come per tanti anni pretese il pubblico pregiudizio,
mandate a male le sorti del primo Napoleone, compromettesse, per vendicarsi di
quel libretto conservato, anche i loro affari privati. Cos i libretti
sparirono tutti, e se noi ne abbiamo trovato uno,  perch il libraio
Silvestri gli risparmi il rogo, e gentilmente ce ne fece tener la copia.
Ma or tornando in teatro, le cadenze del preludio finirono tra gli applausi
del pubblico; e il sipario si alz.
Comparve la sala del concistoro in Vaticano; il papa era assiso sul trono; i
cardinali, i vescovi, i prelati, i teologi, secondo l'ordine loro, gli
sedevano intorno; il nipote del papa e il principe romano stavano ai due lati
del trono.
La platea applaud alla stupenda scena, imaginata e dipinta dal fantasioso
Landriani; ma di mezzo agli applausi si f sentire la nota tenuta di un
fischio acuto, la quale and smorendo a poco a poco nel vasto recinto. N quel
fischio era uscito per far opposizione al pubblico. Chi lo aveva emesso non
s'intendeva gran fatto di scenografia, e non era nemico del Landriani; ma,
veduto il pontefice, non volle tardare a manifestargli le sue simpatie.
Quest'incidente lo sappiamo dalla bocca dell'amico Bruni, che dall'orchestra
vide l'uomo che fischiava, ed era il gobbo Rigozzi, noto allora e dopo per la
sua procellosa maldicenza, pel suo spirito irrequieto, e per la foga onde
s'era dato a diffondere le idee parigine del tempo del terrore, idolatra qual
era di Robespierre e di tutti coloro che avevano inteso di disfare a colpi di
scure e di rifare il mondo incancrenito.
Ma qui ci conviene seguir passo passo il programma, perch il lettore d'oggi
veda se meritava poi che ne fossero distrutte le sei mila copie.
L'azione adunque s'apriva nel momento in cui il papa stava consultando una
congregazione straordinaria di cardinali, prelati e teologi, sugli articoli
della pace, proposti dalla repubblica francese. Questi articoli si leggevano e
si rigettavano con indignazione generale come contrarj all'autorit della
corte pontificia. Ma in questo mezzo un frate domenicano, generale
dell'ordine, acceso di zelo, si gettava a' piedi del papa per dimostrargli che
in quella decisione c'era pi il voto degl'Inglesi e degli Austriaci che degli
Apostoli e dei Cristiani; onde il papa, maravigliato di trovare ne' suoi
teologhi lo zelo di S. Paolo, domandava ancora il voto degli altri, che di bel
nuovo proclamavano la guerra. E tosto il cardinale segretario Busca stendeva
il decreto della S. Congregazione dopo di che il papa brandiva la spada fra
gli applausi dei cardinali.
A questo punto, per produrre l'effetto voluto, e per mettere nel pubblico la
massima esaltazione ed esacerbazione, il coreografo, a ci sollecitato dal
prete Lattuada, aveva raccomandato alle comparse, incaricate di far le parti
di cardinali, di applaudire con impeto e con insistenza, per rendere il vero
con quell'interezza da trarre in illusione la platea; ma tra la platea e tra
il palco scenico s'impegn, pur troppo, una lotta di fischi e d'applausi tali,
da minacciare di uscire dalla sfera coreografica, perch il pubblico
pretendeva che i cardinali cessassero di applaudire mentre questi non se ne
davano per intesi, sapendo di fare il loro dovere; e la cosa and tant'oltre,
che le pi basse ingiurie, accompagnate, per parte del loggione, da alquanti
pezzi di munizione di bocca convertiti in proiettili, furono scagliate contro
quella trentina di poveri diavoli, obbligati per trenta soldi a far il
cardinale e il teologo, e a farsi odiare senza colpa e maltrattare dal
pubblico. Gli uomini sensati per s'intromisero a gettar acqua sul fuoco; e,
per quella legge inversa onde talvolta i meno tirano i pi, riuscirono a
ricondurre la tranquillit e a far proseguire il ballo.
E il ballo, dopo molto tempestare, continuava colla spedizione del messo
incaricato di partecipare la mente infallibile del S. Padre agli agenti della
repubblica francese. E qui si scioglieva la congregazione; dopo di che si
cambiava la scena in un interno della corte pontificia, dove, per far luogo
alle inevitabili donne, si rappresentava un intrigo tra la principessa
Braschi, nipote del papa, la quale aveva una speciale predilezione per la
guerra, e la principessa Santa Croce, la quale invece si dilettava della pace.
Se non che il papa, adulato e dall'una e dall'altra, spediva il senator
Rezzonico e il brigadiere Gandini per le opportune disposizioni di guerra. Ma,
a questo punto, di bel nuovo il generale dei Domenicani, eccitato a parlar
chiaro dalla principessa Braschi, prorompeva ad accusare francamente l'inganno
e l'impostura dei cortigiani che aggiravano il papa; e coi gesti si affannava
di esprimere quello che per fortuna diceva chiarissimamente il libretto: Il
ministro di una religione di pace non deve che abjurare ogni pensiero di
guerra. Il successore di S. Pietro deve maneggiare le chiavi e non la spada.
Bisogna seguire le massime degli apostoli, e non quelle dei cardinali.
L'eredit del papa  la Chiesa, e non gi l'impero temporale altrui usurpato.
Ma, a tutte queste sentenze belle e buone, il papa rispondeva che, avendo
parlato, ex-cattedra, la vittoria era assicurata: e cos finiva l'atto primo,
nel momento che Pio VI partiva da una parte, seguito dalla principessa Santa
Croce, e il generale dei Domenicani partiva dall'altra, seguito dalla
principessa Braschi.
Fin qui pu dunque vedere il lettore, che l'azione coreografica, pi che le
intenzioni di una satira scandalosa, racchiudeva quella di una ragionevole
dimostrazione del vero e del giusto.
E cominci anche il secondo atto, il quale, se si conserv fedele alle buone
intenzioni, si ribell al buon senso drammatico; e, tanto per tirare innanzi
fino all'inevitabile quinto atto, presentava un miscuglio triviale di qui pro
quo, facendo che la principessa Braschi ad arte svenisse nelle braccia del
generale dei Domenicani, onde determinare il convenzionale colpo di scena, per
mezzo del cardinal segretario che, furtivamente sorprendendo e principessa e
frate, andava ad avvisarne il papa, il quale compariva in iscena a risolvere
la situazione, e a minacciare il generale dei Domenicani di punirlo colla
soppressione dell'ordine; e qui, dopo un altro parapiglia indispensabile per
mettere insieme un be1 gruppo, e che non merita la pena di riferire, si
sentiva in lontananza una cornetta da postiglione e, pochi istanti dopo,
entrava in iscena il brigadiere Gandini, ad annunciare l'arrivo del general
Colli, mandato dall'Austria per essere il campione del papa. A questo punto
cadeva il sipario, per dar tempo di preparare il grandioso atto terzo.


V

Nell'intermezzo furono fatti circolare nei palchetti e nella platea molti
foglietti stampati, i quali contenevano il famoso proclama del cardinal Busca,
segretario di Pio VI, che, nel febbraio, prima della battaglia del Sevio, era
stato affisso su tutti gli angoli della citt di Roma. Ci fu un momento di
silenzio, in cui non s'ud che il fruscio de' foglietti, che passavano di mano
in mano; poi segu il mormorio di tanto pubblico leggente; poi parole alte, e
commenti e risate sonore.
E in un lato della platea, a un tratto si sent a declamare ad alta voce
alcuni brani di quel proclama; onde tutti volsero le teste a quel punto, e si
misero in ascolto:
L'Europa, da un estremo all'altro, tien fisso in voi lo sguardo (nei soldati
del papa); non dubita del vostro coraggio e d'un esito felice che gli
corrisponda.
L'ottimo imperatore d'Austria, e qui ci fu una salva di fischiate....
L'ottimo imperatore d'Austria Francesco II, il difensore magnanimo,
l'avvocato della Chiesa romana, nel tempo stesso che manda in nostro aiuto
gl'intrepidi volonterosi ungari, transilvani, croati e alemanni, vi ha
spedito, alla prima richiesta del santissimo nostro affettuoso padre Pio VI,
uno de' migliori, pi pregiati, pi sperimentati di lui generali... (e qui un
uh!... sonoro e prolungato di quanti ascoltavano), che solo vi mancava, che
bramavate. Ei venne sollecito;  fra voi. Il nome solo di Colli non vi
commove, non v'infonde spirito, non ravviva gli animi di tutti i popoli?... (A
queste parole s'innalzarono da varj punti delle risate sonore).
L'onor comune vuole da voi che lo stimiate un nuovo Cesare, onde per mezzo
vostro venga, veda, vinca. Fortunati voi che potete sperarlo con tanto
fondamento...
E le risate continuarono, e intercalate ad esse de' sibili e dei basta!!! I
quali basta cominciarono a prendere il sopravvento.
Pur la voce continuava: Voi, sotto l'immagine di quella Vergine medesima, che
vi ha eccitati a questa impresa, potrete dubitare dell'amoroso efficace di lei
patrocinio? Voi, generosi cavalieri, che nelle vostre insegne portate lo
sfolgorante segno della croce, non vorrete augurarvi a credere fermato ne'
divini decreti che, siccome Costantino il Grande vinse il tiranno Massenzio in
virt di quel segno comparsogli al ponte Milvio, e per tal vittoria egli
stabil nella capitale del mondo...
A queste parole il declamatore fu interrotto da un nocciolo che, scagliato da
uno di coloro che stavano in piedi nella destra corsia della platea, venne a
colpirlo netto secco nella fronte, contemporaneamente al grido: Abbasso
Costantino!
Il declamatore naturalmente s'interruppe; nella corsia, vicino e intorno a
colui che avea lanciato il projetto, nacque un alterco e un parapiglia
terribile; ai basta di prima successe un'esplosione di avanti, avanti, avanti!
E voi del pari (continu dopo alcuni istanti il declamatore imperterrito, ad
onta della sorba che si andava sviluppando sulla fronte), voi del pari, da
questo segno salutare protetti, trionferete di pi empj e brutali nemici...
Ma, a queste parole, di nuovo torn a dominare il campo una esplosione
simultanea di basta, silenzio, zitto; e la voce del declamatore ne fu
soffocata, in quel momento stesso che il buttafuori fece capolino dal
proscenio, e diede, battendo le mani, il solito segnale al primo violino, il
quale percosse con forza la latta del lettorino.
Allora dal loggione, quella medesima voce taurina che gi aveva gridato viva
la Dionisa, grid silenzio! squarciando l'aria teatrale con tale risolutezza,
da non ammettere la possibilit che si potesse disobbedire; e silenzio fu
fatto; e si ud netto il fischio che annunziava l'alzata del sipario, il quale
si alz infatti, e comparve la piazza di S. Pietro in Roma. Il pubblico mand
quella concorde esclamazione di maraviglia onde anche oggi suol salutare la
discesa della lumiera; esclamazione che fu susseguita da applausi prolungati
al bravo Landriani, il quale stupendamente aveva dipinta quella scena; e il
Landriani dovette mostrarsi a ringraziare il pubblico.
La piazza di S. Pietro era ingombrata da immenso popolo, impaziente, come
diceva il libretto, di godere del general Colli. Dopo alcuni momenti
d'aspettazione, conceduti al pubblico appunto per ammirare la grandiosa
prospettiva della citt eterna, comparve il papa sulla sedia gestatoria, e
venne portato nel mezzo della piazza: la sua corte, in tutto lo sfoggio delle
vesti ecclesiastiche, lo circondava; le guardie d'onore e le guardie svizzere,
sfolgoranti d'oro ed argento con esagerazione, introdotti a beneplacito del
vestiarista, che volle farsi merito e contendere la palma al pittor scenico,
gli sfilarono ai lati in duplice ala. Tutte le altre truppe in armi si
schierarono sul fondo del palco. Anche qui, per conceder tempo al pubblico di
ammirare ed applaudire, furono lasciati trascorrere alcuni minuti; e il
pubblico ammir infatti ed applaud vivamente; e il pontefice Pio VI, ossia
monsieur Lefvre, il quale si dimentic del suo carattere, si alz dalla sedia
gestatoria e fece tre riverenze alla platea, che lo avea preso a ben volere;
ma la platea tacque di tratto, perch non desiderava che s'imbrogliassero le
idee. Monsieur Lefvre ne fu alquanto mortificato; ma di chi era la colpa?...
In quel punto, al suono di una marcia militare, spunt dall'ultima delle
quinte a destra la testa piumata di un cavallo bianco; ed era il cavallo del
general Colli, il quale finalmente si mostr fra due soldati che gli tenevano
le staffe, coll'incarico di regolare il passo della bestia, in modo da non
compromettere i vetri della ribalta. Alla sinistra del general Colli, ossia
del signor Raimondo Fidanza, procedeva, pure a cavallo, il senator Rezzonico,
comandante delle truppe pontificie, ossia il signor Luigi Corticelli.
E il general Colli discendeva da cavallo, e con incesso il pi
convenzionalmente teatrale, si port innanzi alla sedia gestatoria del
pontefice, e, piegossi a baciargli la santissima pantofola. Il pubblico non
applaud, non fischi, e si contenne in un silenzio dignitoso, intanto che il
pontefice presentava ai cortigiani il general Colli, siccome la speranza del
Vaticano. Il pubblico, che s'era gi sfogato contro l'arringa famosa del
cardinal Busca, dalla quale appariva come lo spirito profetico non fosse pi
il lato forte dell'ordine jeratico, assistette a questa scena con
indifferenza, non sapendo determinarsi con risolutezza piuttosto a ridere che
ad andare in collera. Ma forse l'allegria e la collera si sarebbero
confederate a provocare una procella popolare, se non ci fosse stata la
valvola di sicurezza degli indispensabili amori della prima mima col primo
mimo, ossia della signora principessa Braschi col general Colli; ai quali
bast lo scambio fuggitivo di un'occhiata per intendersela tosto. Ben  vero
che la principessa lavorava per progetto, perch le premeva di ammaliare il
cuore del novello campione e volea prevenire la Santa Croce, sempre disposta a
tagliarle la strada sul campo sdrucciolevole dell'amore e della politica; e
per assicurare il buon esito di quella guerra, dalla quale sperava tanto.
Stando dunque cos le cose, la sedia gestatoria del papa veniva alzata da
robuste braccia; e per accennando il sovrano di partire, i cortigiani e i
sudditi e i militi non poterono star fermi, e lo seguirono, e innanzi a tutti
il general Colli, servendo la principessa Braschi pi da Cupido che da Marte,
e provocando un terribile dispetto tanto nel nipote del papa quanto in un
certo conte Antonio, i quali non erano indifferenti ai vezzi della bella
principessa.
Cos amorosamente finito il terz'atto in piazza San Pietro, ragion voleva che
la scena posteriore fosse un magnifico interno; e il quart'atto infatti si
apr con una gran sala del Vaticano splendidamente adornata, con una mensa in
fondo lautamente imbandita. Intorno a questa si elevava una gradinata,
occupata da musici e, siccome garantiva il libretto, da eunuchi. Diversi
trionfi di lumi, per usare una frase allora in voga nel linguaggio dei pittori
teatrali e degli attrezzisti, rischiaravano a giorno tutta la galleria.
Dopo l'aspettativa di prammatica, entrava in iscena il papa, in compagnia del
general Colli, il quale riceveva molti segni di stima e di riconoscenza. Se
non che il quart'atto, essendo destinato alle indispensabili danze, e la
prammatica dovendo per forza escludere il buon senso e il verosimile; il
pontefice si metteva a sedere in trono, circondato da tutta la sua corte; e il
corpo di ballo e le bis septem prstanti corpore nymph d'allora, e le tre
emerite di magazzino, e la coppia danzante di cartello, attesero a far pompa
innanzi al papa di tutte le loro grazie palesi ed anche segrete, di tutta la
loro abilit, compreso il ballerino, in costume d'eunuco, il quale saltando a
furia, accennava di voler appartenere, a dispetto dell'arte sincera,
all'atletica confraternita dei grotteschi. Il programma del cittadino Salfi ci
assicura, che il papa spiegava in questo mentre tutta la passione che aveva
per le gambe pi gentili e meglio tornite, applaudendo chi pi si distingueva;
e non omette di fare una particolare menzione di monsignor Busca, il cardinale
segretario, il quale non si risparmiava, n risparmiava altrui. Ma intanto che
ferveva la baraonda ballante, il general Colli, da buon stratego, non perdeva
nessun momento che gli offrisse occasione di sacrificare i suoi piani di
guerra a quelli d'amore; e ovunque continuava a perseguitare la Braschi, la
quale ben volentieri si lasciava perseguitare, alla barba del principe marito
e del vicemarito conte Antonio. Se non che la festa e l'amore venivano
interrotti da un'altra marcia militare, e a tutti conveniva partire; e primo
il generale Colli, colla duplice felicit del dio Marte che, cercando Bellona,
volentieri s'intrecciava nelle reti di Vulcano.
E finalmente siam giunti al quint'atto; all'atto risolutivo, alla catastrofe,
a quello che deve spiegare tutto il concetto e l'intento della
rappresentazione coreografica. Siamo ancora nella gran piazza di S. Pietro,
ancor pi folta di popolo, ancor pi fitta d'armi e d'armati. Il papa, dal
general Colli e dal senator Rezzonico,  accompagnato a cavallo sulla sua
sedia gestatoria. Colli fa la rivista delle truppe, e ne preconizza le glorie;
tutti, inginocchiati, presentano le armi a terra, e il papa d la benedizione
alle bandiere; indi, smontato, fa un dono della sua spada al general Colli,
che, in riconoscenza, giura di combattere per la causa del fanatismo della
schiavit. Se non che quando si d il segnale della marcia, un corriere
importunamente reca al santo padre alcuni dispacci, la cui vista produce lo
svenimento di lui e la costernazione di tutti gli astanti, ch i dispacci
annunziavano la resa di Mantova e le altre vittorie francesi.
Ma in questo frangente torna in iscena il generale dei Domenicani, il quale
dal poeta compositore e dal coreografo tiene la duplice missione, e di
rappresentare l'alta ragione del dramma, e di produrre a luogo e tempo i colpi
di scena invocati dal colto pubblico. Esso dunque, avendo la virt di
sacrificare i sentimenti particolari all'amore del prossimo, e amando
sinceramente i veri interessi pontificj, all'improvvisa novella pensa di
recarsi anch'esso dal papa. Qui nasce un terribile contrasto d'idee,
d'opinioni, di passioni. Il general Colli vorrebbe, dopo il primo colpo della
sorpresa, far credere ch'ei solo pu bastare a cambiare l'aspetto delle cose;
ma il papa, rinvenuto dal suo deliquio, ondeggia fra il timore e la speranza,
e mostra in tutti gli atti della sua costernazione ch'egli  soggetto a tutte
le passioni di un mortale fallibile. Per, dopo lungo esitare, si abbandona
fra le braccia del generale dei Domenicani; il quale lo conforta
cristianamente a provvedere una volta, qual degno successore di san Pietro,
alla gloria della Chiesa ed alla salvezza del popolo. Rinunciate, esclama
altamente il Domenicano, rinunciate al fasto ed al regno di questo mondo che
non  quello del cielo; deponete la tiara, e mettetevi invece il berretto
della libert, ch'era certamente quello degli apostoli pescatori (e qui gli
offriva quell'insegna); riconoscete insomma i diritti inalienabili del popolo,
che  la vera Chiesa di cui dovete esser padre e non gi despota.
A queste parole il general Colli si slanciava contro il berretto della
libert; ma il popolo, compreso della verit pi che dell'impostura, rivoltava
le armi contro di lui. A questo prodigio il papa riconosceva la libert, di
cui cingevasi il berretto, deponendo il simbolico triregno.
E qui avvenne quello che non avrebbe dovuto avvenire. Al gruppo analogo che
tutti i personaggi e le comparse fecero intorno al papa, abbracciato col
generale dei Domenicani, e col general Colli, che aveva transatto anch'esso,
il pubblico non pot a meno d'applaudire freneticamente; e la frenesia pass
il segno. Veramente la mozione venne da un ufficiale francese, che grid: Vive
le pape; vive le gnral mais nous voulons un prigordin entre le pape et le
gnral. Allons, vite un prigordin. E quella parte di popolo che ama sempre
di straripare, si mise ad assecondare la mozione del bizzarro ufficiale; e
allons, vite, un prigordin, fu il grido frenetico che invase platea e
palcoscenico; grido che, non essendo tosto adempiuto dai signori attori,
minacci di convertirsi in atti violenti. Se il papa fosse stato il papa,
certo che avrebbe resistito alla pubblica violenza, e avrebbe piuttosto voluto
morir martire; ma monsieur Lefvre non aveva n questa smania, n una
eccessiva devozione per la dignit pontificale; cos, per stornare i
projettili dell'ira pubblica, si mise a danzare col signor Raimondo Fidanza un
perigordino che and alle stelle. La strana danza inaspettata provoc una
sconcia ilarit generale, al punto che scoppiavano dalle convulsioni del riso
anche quelli che ne avevano dispetto e quasi paura.
Ma a far cessare lo scandalo provvidero i direttori del palco scenico,
ordinando che si calasse il sipario. Il pubblico mand degli urli a quella
calata, strepit per lungo tempo ancora; minacci e fu in procinto di tradurre
le minaccie violenti, se di nuovo i pompieri metafisici, gettando acqua su
quel fuoco, non fossero riusciti a spegnerlo del tutto.
Tale, nelle sue generalit, fu l'andamento del cos detto Ballo del papa,
rappresentato al nostro massimo teatro della Scala, col titolo di General
Colli a Roma; ballo pi famoso che conosciuto, perch appena qualche storia
stampata ne tocc di volo; e qualche cronaca tuttora manoscritta, e tra le
altre quella del canonico Mantovani, ne ha somministrate alcune strane
circostanze. Del resto, di questo ballo si parl a lungo nel mondo, e allora e
dopo, come di una enormit inaudita. Ma ci avvenne per quella indecente
applicazione a cui lo trasse violentemente in quella sera una parte di
pubblico. Tant' vero che lo stesso prevosto Lattuada di Varese, e l'arciprete
Besozzo e il cittadino Salfi, i quali ebbero tanta opera in quel lavoro, nella
persuasione che, parlando visibilmente all'imaginazione popolare, giovasse a
raddrizzar le idee in gran parte ancora pregiudicate, instarono con
sollecitudine presso l'autorit perch lo proibisse come in fatti venne
proibito. Temettero e il Besozzo e il Lattuada che di quella scandalosa piega
che avea preso, loro malgrado, quella rappresentazione coreografica, se ne
giovasse pe' suoi obliqui fini una conventicola di aristocratici frementi e di
frati aboliti, che si radunava di soppiatto in una casa situata in Santa Maria
Fulcorina, della qual conventicola era il raggiratore supremo (chi mai lo
avrebbe immaginato nel 1766?) quell'istesso marchese F..., quel sacerdote
perduto dietro ai riti paffici, alle cui orgie abbiamo assistito nell'ultimo
capo del libro nono; quel marchese che vedemmo a trattener la carrozza in cui
si trovava la contessa Clelia V... colla sua figliuola Ada. Per che piano
inclinato sdrucciolevole, da quei riti colui sia passato ai tenebrosi misteri
dell'aristocrazia clericale, lo vedremo in appresso. Anzi farem di assistere
ad una di quelle conventicole, le quali s'eran proposto di mandar a fascio il
nuovo ordine di cose. Oggi son passati pi di sessant'anni da quell'epoca; ma
sembra che in mezzo non sia corsa che una notte affannosa. Anche oggi ci
troviamo in cospetto dei medesimi fatti; ci troviamo di contro e di dietro gli
stessi nemici; siamo sollecitati dai medesimi problemi.


LIBRO UNDECIMO


Il banchiere Andrea Suardi e il marchese F... La reazione
aristocratico-clericale. Un vescovo e un monsignore. Frati aboliti. La
contessa A... La congregazione bonapartista. Il colonnello Landrieux. Il
capitano Geremia Baroggi. Gli anni 1750-1766-1797. La contessa Clelia V... La
contessa Ada S... Donna Paolina. Il Dragone benefico, commedia di Mirocleto
Ghedini.


I

Allorch la folla fu quasi tutta uscita dalla platea e si riversava nella
piazzetta, il banchiere Andrea Suardi era disceso dal suo palchetto in quarta
fila a sinistra, ed usciva dal corridoio della prima, mettendo piede
nell'atrio quasi nel punto stesso che il marchese F... faceva altrettanto,
spuntando fuori dal corridoio della prima fila a destra. L'uno e l'altro erano
vestiti come voleva la legge rigorosa del costume repubblicano: gran marsinone
a larghe falde, ampia cravatta bianca con cappellone e coccardone. L'uno e
l'altro avevano sessantott'anni per ciascuno; la perfetta loro somiglianza era
data fuori coll'et, perch il marchese F... avendo messo trippa, presentava
anch'esso quel beato embonpoint che aveva sempre distinto il florido Andrea
Suardi dall'asciutto marchese.
Discesero, si fermarono ambidue all'ultimo gradino, come se fossero i due
guardaportoni di quelle soglie; si guardarono scambievolmente e, sembr, con
qualche significato; poi volsero altrove la testa, tenendo dietro alle code
estreme della folla che usciva, e osservando le voluttuose e seminude marchese
e contesse democratizzate, che attendevano la venuta del non ancora abolito e
non mai abolituro cocchiere. Chi si ricorda la faccia dell'attore Bon, quando
rappresentava il personaggio di Ludro nella sua gran giornata, pu farsi una
qualche idea di quei due gemelli sessagenarj; colla differenza per, che l'ex
stalliere e lacch e ladro processato, e contrabbandiere, e fermiere, e
finalmente banchiere milionario, cittadino Andrea Suardi, adocchiava le dame
seminude con isfacciata protervia; e l'ex amante non mai amato di quante
ballerine peccatrici e peccatrici cantanti calcarono il palco scenico,
convertito poi in fabbriciere di S. Maria alla Porta e condirettore
dell'Orfanotrofio della Stella, le sbirciava con quel ghigno onde il Tartufo
di Molire guardava la bella moglie d'Orgone. Ma i due Ludri a perfetta
vicenda, sebbene usciti da due alvi diversi e non congiunti in parentela di
sangue che da un duplice atto paterno, l'uno legittimo, l'altro di
contrabbando, e di cui non era consapevole che la misteriosa natura, uscirono
dal teatro senza aspettare che le loro carrozze si presentassero in regolare
processione sotto al portico, ma andandole a cercare pedestri nella contrada
di San Giuseppe, dove avevano l'ordine di star ferme ad attenderli. Coloro
sapevano benissimo di non essere molto amati dal popolo, e per non
desideravano di lasciarsi cogliere a salire in carrozza in mezzo alle ondate
della folla che, in nome della libert e dell'eguaglianza, avrebbe potuto
prevenire appositamente per essi l'invenzione della tassa sui cavalli. Come
furono usciti, si avvicinarono a pochi passi dal servo, che, senza livrea ma
colla sua brava coccarda tricolore anch'esso, li stava aspettando da pi
d'un'ora. Il marchese F... disse sommesso al signor Andrea:
 Domani vi aspetto all'ora solita.
 All'ora solita io sar l.
 Che ne dite del ballo?
 Mi sono divertito assai.
 Ma che cosa ne pensate?
  quello che ci voleva... I curati di campagna potranno cos spaventare i
villani coi terrori della religione; e tirarli dove noi vorremo.
 E intanto, per fortuna, l'arciduca Carlo vien gi con un esercito fresco e
numeroso. Questo lo sapete?
 Credo d'avervela data io questa notizia.
 Oh se queste maledette acque che han rotto gli argini, potessero ritornar
presto nel loro letto!! Che respiro!!!... Che ne dite, voi?
 Dopo la piena vien la magra; ho sempre visto cos. Ma salite in carrozza, che
io far altrettanto; e a rivederci domani.
A questo punto il lettore, che si ricorda della condizione speciale in cui
lasciammo questi due personaggi, e della distanza non facilmente avvicinabile
che intercerdeva tra l'uno e l'altro, spontaneamente domander, in che modo
accadde codesto loro avvicinamento e per quali processi psicologici e
fisiologici si venne cangiando l'indole del marchese F... Dietro alla qual
domanda ne dovrebbero venire altre molte. Che cosa, per esempio, sia avvenuto
della contessa Clelia V... e della contessina Ada? e, stando alle ultime
parole con cui abbiamo commentato il fortuito incontro del marchese F... colla
giovinetta Ada, quali rapporti passarono in appresso tra loro due? e giacch
il banchiere Andrea Suardi era stato messo una seconda volta nelle carceri del
Capitano di giustizia per accusa di rapimento, pro rapto virginum, mossagli
contro dall'avvocato Strigelli, con quali mezzi lo stesso banchiere abbia
potuto uscirne? e giacch costui, fin da quando era lacch, aveva involato il
testamento olografo dello zio del marchese F..., fatto che costituisce il
perno capitale intorno a cui s'aggira tutta la matassa arruffata degli
avvenimenti che abbiamo preso a raccontare; che cosa avvenne, in trent'anni,
di un tale testamento appunto, e della madre del Baroggi, e di questo
sventurato giovane, tirato nel trabocchello dal Suardi? E se il marchese F...
ha preso moglie? e se l'ha presa il banchiere Suardi? e come si chiamano, di
grazia, codeste loro consorti, concesso che essi abbiano incontrato
matrimonio? E se la contessina Ada siasi congiunta a qualcuno, ed a chi? E,
giacch abbiam sentito nominare un Geremia Baroggi, e sappiamo che  il figlio
del sottotenente di finanza, in che modo nel 1797 si trovasse gi capitano dei
dragoni, stando a quello che fu gi accennato, ecc., ecc.?
Siccome, a voler rispondere a tutte queste domande col mezzo dell'azione
drammatica, ci vorrebbe un ben grosso volume, cos, giacch il tempo incalza,
quando verr il momento opportuno, non faremo che ripetere ai lettori,
concentrato e condensato, il racconto che, in diverse riprese, fece a noi
stessi il signor Giocondo Bruni. Per ora, sgruppiamo la nuova matassa.

II

Fin dai tempi pi remoti dei Bramini, il tirannico proposito di spaventare le
moltitudini coi terrori della divinit, avvolgendole in una catena
inestricabile di riti arcani, che avessero la forza della legge, corroborata
dalla minaccia di orribili pene, pass di generazione in generazione, quasi
per fedecommesso, agli ordini sacerdotali di tutte le religioni. Il
cristianesimo solo, nella sua prima istituzione e nei primi anni della sua
vita, rec e mantenne nel mondo una luce serena, a consolazione dell'umanit.
Ma fu per poco. I sacerdoti snaturarono l'istituzione; la lettera mite del
Vangelo fu torta a diverso significato. La scienza della teologia turb di
commenti tortuosi la semplicit del testo. Allorch il successore di S. Pietro
si dimentic della povert primitiva, e della prima rete e della prima
navicella, e vest la pompa mondana dei re e dei sacerdoti di Babilonia e di
Ninive, il limpido zampillo della parola di Cristo scomparve nell'onda impura
dell'interesse umano. Il potere temporale del papa fu la pi grande sventura
del cristianesimo. Quei pontefici, che gli diedero la massima espansione,
intentarono alla religione una guerra funesta. Gregorio VII, che venne
canonizzato santo, non fu che un genio d'ambizione e d'astuzia; egli offese
non solo la religione vera, ma offese l'umanit, condannando i sacerdoti
all'assurdo obbligo di un celibato impossibile, che gli avvezz ai raggiri
dell'ipocrisia, all'odio dei fratelli pi privilegiati. Pur troppo, dal giorno
che il monaco Ildebrando cinse la corona, la storia della corte romana  uno
spettacolo che contrista la ragione.
Senza rammentare le pagine pi cupe di codesta storia; senza ripensare ai pi
tortuosi avvolgimenti della politica dei pontefici; senza rinnovarci il
fremito dei patiboli e dei roghi da essi accesi; senza ponderare i due
memorandum delle Marche e delle Legazioni, dove sono consegnate tutte le
accuse e le prove irrefragabili dei delitti ufficiali dell'ultimo periodo del
potere pontificio; per rimanere percossi di stupore, basta scorrere soltanto
un libro, che pur si limita a prudenziali intenti: questo libro  l'Indice dei
libri proibiti.
Non ricorriamo ad altri documenti, non sommoviamo la storia, lasciamo gli
apostoli e i santi padri in pace. Questo libro, nella sua semplicit numerica,
nella sua laconica grettezza,  il riassunto di tutti i capi d'accusa, di
tutto il corpo delle citazioni erudite, di tutte le argomentazioni della
sapienza, di tutte le strettoje della logica inesorabile. Il potere
pontificale  giudicato in ultima istanza dal suo Indice dei libri proibiti.
L'uomo colto si faccia passare innanzi alla memoria tutte le opere del
pensiero che pi hanno beneficato l'umanit, quelle che hanno determinato un
nuovo atteggiamento della civilt, che apersero nuovi mondi alla scienza, che
vivificarono coll'incanto del linguaggio poetico i pericolosi ozj della vita;
eppoi consideri, che quasi tutte codeste opere furono messe all'indice
pontificio dei libri proibiti: le pi splendide emanazioni delle menti
privilegiate, tutte son segnate a condanna in quell'Indice, che si riduce ad
essere il rifiuto documentato dei doni pi insigni del genio che, in terra, 
l'ombra pi sublime della divinit.
I Paria erano maledetti dai sacerdoti del Dio Brama: gli uomini pi benemeriti
della societ lo sono dal potere pontificale. Per negare questo fatto
spaventoso, bisogna mettere sul rogo il libro dell'Indice. La pi sofistica
dialettica del pi astuto figlio di Lojola non pu che ammutolire al cospetto
di questa verit.
Quando Gioberti consolandosi, per un violento artificio del suo forte
intelletto e delle sue generose aspirazioni, col primo jeratico posseduto in
proprio dall'Italia, cosperse di lodi convenzionali il pontefice e la sua
corte, coll'intento di placarlo e di renderlo propizio all'Italia e al mondo,
mise per condizione, che fosse tutta quanta ristaurata l'educazione
dell'ordine sacerdotale, ma senza pensare che era impossibile la florida
vegetazione degli sparsi rami, senza provveder prima al tronco dell'arbore
vetusto. Ben se ne accorse dieci anni dopo, e con ritrattazione coraggiosa
scompose tutto quanto il suo edifizio, e propugn la necessit inevitabile
della distruzione del poter temporale del papa, e venne a conchiudere, che
l'ordine sacerdotale non avr mai educazione propizia al sincero progresso
dell'umanit, se non si proceder innanzi tutto alla riforma radicale della
corte romana.
Da quella fonte corrotta derivano tutte le torbide gare che infestano il
libero progresso.
Nei seminarj, la scienza che si amministra ai giovani adepti  una scienza
intralciata e caotica, quando non  mendace e sovversiva. Se gl'intelletti che
vi si abbeverano, hanno, per una particolare benedizione del cielo, il
privilegio della serenit e della forza, col dono del sentimento e
dell'istinto del bene, i sacerdoti ne escono intatti, non conservando che la
veste sacerdotale, ma senza appartenere in realt all'ordine clericale;
soltanto allora che vi si raccolgono menti volgari e fiacche, oppure ingegni
forniti di quella prontezza meccanica delle facolt con cui s'imparano e si
esercitano molte discipline, ma senza il benefizio del buon senso e del
sentimento, soltanto allora dai seminarj escono i sacerdoti nel mondo, secondo
l'intenzione di Roma, ciechi al progresso, testardi di falsa scienza,
propugnatori crudeli di oscurantismo, nemici degli uomini, contristatori
assidui delle povere anime ingenue, alleati naturali di tutti i tristi.
Di quest'ultima classe, erano alcuni sacerdoti, che, nel luned della
settimana grassa del 1797, si trovarono, verso il mezzod, in quella tal casa
in Santa Maria Fulcorina; casa che noi non dobbiamo designare esplicitamente,
per un riguardo ad uomini morti di recente, consanguinei di persone tuttora
vive, e, ci confidiamo, ben pensanti e ben volenti.
In un ampio salotto, a pian terreno verso corte, stavano, alcuni seduti,
alcuni in piedi, da dieci a dodici tra preti e frati, uniti in quel punto in
domestichezza, quantunque vi fosse tra loro la discrepanza portata dai diversi
gradi della gerarchia ecclesiastica a cui appartenevano. Quei dieci o dodici
preti e frati erano tutti in abito secolare completamente nero, col cappello
tondo, protetto dall'inevitabile coccarda, incaricata di stornare dalle loro
schiene le probabili bastonature della folla capricciosa. Quello di loro che
stava seduto nel mezzo, era nientemeno che il vescovo di... di una citt non
molto distante da Milano, e non era di quelli che la natura, ne' suoi momenti
di probit, compone apposta, perch il mondo esperimentato non rimanga
ingannato dalle apparenze; testa grossa, fronte ampia e fatta a cofano, naso
corto e quadro, bocca larga, con labbra sottili e in tutto rendente la
somiglianza di una sferla fatta con un coltello in una zucca; gli occhi si
vedevano, e basta. L'uomo, come vescovo, era giovane, vale a dire non varcava
i quarantatre anni; era di corporatura breve, ma densa e pettoruta, con un
lieve sintomo di quella rachitide, che distingue i nani tarchiati e petulanti
dai gobbi mingherlini e gentili. Colui era stato uno dei migliori allievi
usciti dal Seminario di Milano. Avendo predicato nella chiesa di S. Gottardo a
Corte, ebbe la protezione dell'arciduca Ferdinando, e quindi dell'arcivescovo,
del vecchio Kaunitz, e di Leopoldo II; e in breve, di curato fatto prevosto e
arciprete, balz alle insegne vescovili. Alle scuole ginnasiali era stato
l'antipatia de' suoi condiscepoli giovinetti, che l'avevano odiato perch
aveva avuto l'abitudine di far la spia presso al maestro; ed anche perch,
fornito di gran memoria ed essendo un gran sgobbone, era salito al grado
d'imperatore, come voleva il costume a que' tempi.
Venuto alla scuola di belle lettere in Brera, il Parini, lettore sagacissimo
di fisionomie, e acre e bisbetico, lo ebbe talmente in sulle corna, che lo
espose spesso alle risate della scolaresca. Dalla giovine societ che lo aveva
circondato, non ebbe mai dunque che segni d'antipatia e di disprezzo in tutto
il tempo de' suoi primi studj. Per il seminario riusc per lui un luogo di
sicurezza e di tranquillit, dove fu ben felice di sentir l'odore de' sornioni
suoi pari, che l'odorarono a gara, e gli si accostarono e si strinsero in lega
seco. In simile maniera s'accovacciano insieme nelle cantine, e accanto ai
focolari delle vecchie pinzochere, i gatti soriani, in odio al mondo e
all'allegra brigata dei cani barboni.
Vicino a quel vescovo v'era un monsignore del Duomo, stato professore in
seminario di lingua ebraica, poi di casistica; dottissimo interprete di
scritture antiche, e forte in numismatica, specialmente nella romana. Costui
era dotato di quell'ingegno specialissimo, a cui riescono agevoli tutte quelle
discipline che non hanno viscere, e che al pi degli studiosi presentano
insuperabili difficolt. Era un uomo non cattivo; viveva e lasciava vivere;
era modesto, pacato, non pretendeva nulla, non offendeva nessuno. Ma sebbene
paresse fatto di ghiaccio, e nella maggior parte delle quistioni fosse
inclinato alla mitezza la pi indulgente cogli avversarj, toccato nelle cose
di religione, mandava di repente fuoco e fiamme, e, contrariato, muggiva come
un tigre ferito. In conclusione, pare che fosse un po' tocco nel cervello, e
che le facolt dello spirito che pi aveva ricevute perfette dalla natura, e
pi aveva esercitate, avessero provocato uno strano squilibrio nelle altre.
Barnaba Oriani, che aveva studiato seco, lo qualificava per quel furioso
cretino pieno di sapere. Gli altri astanti erano stati frati di varj ordini
regolari, di quelli che Giuseppe II, il quale aveva fatto male anche il bene,
dall'oggi al domani aveva gettati senza ricovero e senza pane sulle pubbliche
vie, provocando per essi nelle moltitudini una piet, che quei frati aboliti
non avevano meritato per s stessi, ma che meritavano come uomini aventi il
diritto di vivere, e di non sentire la necessit di confederarsi alla colpa
per vendicarsi dei concittadini secolari, e di quel monarca esaltato e
presuntuoso, che fece parere atti di tirannia crudele e insopportabile, anche
le pi benefiche riforme volute dalla filosofia. Quei frati, dopo aver passato
un pajo d'anni in una vita che non fu certo una meraviglia n d'agiatezza n
di buone azioni, avevano finalmente trovata la protezione di quel monsignor
vescovo e dell'altro monsignore del Duomo, e furono messi curati e vicarj in
alcuni villaggi della diocesi milanese, coll'incarico di guastar le teste
della povera gente. Di coloro uno era anche buon predicatore, per quella
parte, gi s'intende, che non sta nel raziocinio, ma nell'aria del polmone.
A sospendere i discorsi di costoro, entr nel salotto con burbero cipiglio il
marchese F..., accompagnato da un conte T..., dal milionario Mellerio, da un
tal Vincenti, provveditore della repubblica di Venezia, e dal banchiere
Suardi.


III

Tutti quelli che hanno imparato a leggere ed hanno un po' di memoria, ed
ebbero appena un mediocre desiderio di conoscere le vicende della patria
durante il periodo napoleonico, devono conoscere i fatti pi importanti e pi
rumorosi, e che furono ripetuti da tutti gli storici di quel tempo, e per
devono essere informati delle sommosse avvenute a Bergamo, a Crema, a Brescia,
nel marzo del 1797; medesimamente devono sapere, e sarebbe cosa vergognosa se
non lo sapessero, che quelle citt facevan parte del dominio di terra ferma
della repubblica di Venezia. In conseguenza di tutto ci, deve aver fatto
senso che la conventicola di Santa Maria Fulcorina, iraconda delle cose nuove,
impiombata con malvagia caparbiet al passato, meditasse il disegno di far
nascere una rivoluzione in quelle citt appunto che abbiamo nominate; dovech
nelle storie  scritto, ed  verissimo, che le sommosse in quelle citt vi
furono eccitate per latente favilla dei Francesi stessi, e di quegli Italiani
che pi erano infervorati di libert, e pi idolatravano Francia e Bonaparte e
tutto ci che di nuovo e di strano aveva qui recato l'impetuosa onda
repubblicana.
Ma il fatto della societ segreta, che noi chiameremo dei retrivi, con
vocabolo nuovo di zecca, surta a Milano contemporaneamente ad una
congregazione segreta dei Bonapartisti e mediante una rivoluzione ben
contraria agli intenti di quella,  appunto ci che di nuovo e di non ancora
stampato viene a dire al lettore la nostra musa storica in sottana di bigello;
la nostra musa, che si propose l'intento speciale di raccogliere tutti i
minuzzoli di carta che la storia aulica lacer e gett via con improvvido
disprezzo.
E prima ne giova di ripetere, riassumendo, quel che  narrato dal Botta e da
altri, come la citt di Bergamo fosse stata occupata in que' giorni appunto da
Bonaparte, quale strumento a volgere a sua devozione i popoli della terra
ferma veneta; come Baraguay d'Hilliers avesse guidato i repubblicani in quella
citt, con cannoni e miccie accese, intimando al podest Ottolini di far
sgombrare dalla terra tutte le truppe venete; come appunto in quei giorni si
fosse creata a Milano, per opera stessa di Bonaparte, una congregazione
segreta, nella quale entravano in gran numero i repubblicani italiani, il cui
fine era di portare la rivoluzione nel paese veneziano. Di quella
congregazione, composta del conte Caleppio bergamasco, dei Lechi e dei Gambara
di Brescia, del Porro di Milano, ecc., ecc., facevan parte anche molti
Francesi, tra cui il colonnello di cavalleria Landrieux, che era stato eletto
dalla congregazione quale operatore principale. Il capitano Geremia Baroggi,
che era sotto gli ordini di questo colonnello, era entrato anch'egli in quella
societ. Andrea Suardi, il quale, come spiegheremo a suo luogo, aveva fatto
educare quel giovane, e lo teneva seco sovente, e gli aveva dato alloggio in
una delle sue case, per suo mezzo seppe di essa, e v'entr; or vedremo perch
entrasse poi a far parte anche di quell'altra consorteria.
Ma prima  necessario di sapere, come Andrea Suardi, quantunque non avesse pi
n venti n trentacinque anni, ma si trovasse sotto al grave pondo dei
sessant'otto, e, uscito, in virt della sua astuzia e della sua buona fortuna,
dalle unghie tenaci della legge, si adagiasse beato nella sua ricchissima
condizione di banchiere, pure la sua antica natura ricomparisse sempre alla
prova, e, dotato di una penetrazione d'ingegno incomparabile, continuasse
imperterrito, un po' per una tendenza irresistibile del carattere, un po'
perch della ricchezza non era mai sazio, a convergere ai proprj intenti le
vicende succedentisi nel paese, usufruttando quelle piaghe che negli
svolgimenti graduali della cosa pubblica pur rimanevano e nelle leggi e nelle
consuetudini, ad onta di riforme e di progresso, e si aprivano improvvise per
la comparsa di qualche fatto nuovo. In quella guisa che nel 1766 si era
attaccato a quella profonda piaga del sistema delle Ferme, per arricchir s a
danno del paese, cos nel 1796, appena il terreno d'Italia brulic d'armi e
d'armati, accostatosi ai commissarj di guerra e ai fornitori di truppe, tosto
odor come in quella nuova sfera di cose si potesse divorare a quattro
ganasce; onde, fattosi innanzi, assunse appalti che parevano arrischiatissimi,
ma che, in sostanza, gli fruttavano il quaranta, il cinquanta, il sessanta per
cento. Le pubbliche vicende, la rivoluzione francese il general Bonaparte,
l'albero della libert, la democrazia, l'aristocrazia, il progresso, il
regresso, le vittorie e le sconfitte non entravano gran fatto a determinare
per se stessi le sue affezioni e le sue simpatie; bens stavano nella sua
testa come oroscopi da consultare, per vedere sino a che punto e in che modo
poteva regolare le manovre de' suoi furti. Era sempre colui che aveva fatto il
suo ingresso in societ, vuotando la borsa dimenticata nel panciotto del
marchese F..., suo antico padrone. L'ingegno era il medesimo; la diversit non
stava che nelle proporzioni.
Se non che quell'acutissima vista che gli faceva trovare speculazioni nemmen
sospettate dagli altri, e quella confidenza in s stesso che gli comunicava
un'audacia di cui nessuno sarebbe stato capace, lo spingevano nel fitto dei
pericoli, dove altre menti pi limitate, ma pi prudenti, non si sarebbero mai
avventurate. Se fosse nato pi cauto non sarebbe stato in prigione due volte,
non si sarebbe mai trovato al limitare dell'ergastolo e al piedestallo della
berlina; nemmeno per avrebbe accumulato tanta ricchezza. Queste parole ci
conducono a dire che il signor Andrea Suardi, nell'appalto dei foraggi, aveva
tentato a que' d una impresa arrischiatissima. Amico, anzi ammesso alla
confidenza dei capi dell'esercito austriaco; nel tempo stesso, amico e
conoscente dei capi dell'esercito francese, aveva maneggiato un appalto in
modo che, data la sconfitta di Bonaparte e governando egli le spedizioni dei
carriaggi, si potessero far passare alla parte austriaca, dopo essere stati
pagati, gi s'intende, dalle casse francesi, usufruttando a tal uopo qualche
istante di crisi, o l'impeto passaggiero di una sommossa popolare possibile
sul teatro stesso della guerra; o la connivenza della repubblica di Venezia;
qualche fatto insomma che potesse onestare la scomparsa dei trasporti di
vittovaglie, per prendere cos dalle casse austriache la seconda volta il
prezzo gi ricevuto dalle casse francesi. Se il lettore si ricorda,  ancora
lo stratagemma medesimo per il quale, trent'anni prima, esso era stato a parte
degli utili della Ferma del tabacco, ed esercitava per proprio conto il
contrabbando del tabacco stesso, contro il quale i fermieri avevan pur fatto
promulgare leggi tanto severe.
Ci si dir ch'egli  un fenomeno troppo strano e quasi inverosimile, che
un'intelligenza cos perspicace giocasse la propria condizione per accrescere
una ricchezza che era gi esuberante. E siamo anche noi di questo parere; ma
nel medesimo tempo facciamo osservare, che l'amore del denaro  insaziabile, e
l'ambizione che per esso si lusinga di toccare le massime soddisfazioni, ogni
qualvolta raggiunge un'altezza desiderata a lungo, e nella quale gli sarebbe
sembrato di riposare, al di sopra di quell'altezza ne vede un'altra, e
un'altra ancora: e se non sopravvenisse la morte, o la vendetta della societ
ad aggiustar le partite e a metter senno negli uomini, qualunque pi feconda
fantasia non arriverebbe a congetturare, nemmeno nei limiti della possibilit
metafisica, quello che l'ambizione trova di desiderare, ed anche di acquistare
nel campo della possibilit reale.
Bisogna poi sapere che il nostro Andrea Suardi si era avvezzato ai fumi
persino dell'aristocrazia nelle lunghe sue conversazioni coll'arciduca
Ferdinando, il quale, come ognuno sa, essendosi dato intemperantemente al
commercio dei grani, ebbe a trovarsi spesso in compagnia di negozianti e di
sensali, tra' quali, per la sua bell'apparenza e pe' suoi modi insinuanti, e
pi ancora per gli eccellenti affari che gli aveva procurato, il nostro
Galantino sedette per molti anni ai primi posti. E fu anzi in quell'occasione
che egli si trov spesse volte a contatto col parroco della chiesa di S.
Gottardo, nel palazzo di corte, quel parroco fatto vescovo, di cui abbiamo or
ora fotografato il ritratto; e il quale, giacch l'ex lacch e ladro era
piaciuto all'arciduca, non manc di farselo piacere anch'esso, e gli piacque
difatto; perch quando un uomo non  sincero, e si propone d'ingannar tutti,
ed  dotato di seduzione diabolica, riesce a farsi amare anche da coloro che,
per istituto, odiano tutto il genere umano.
E in quell'occasione ebbe a trovarsi spessissimo col marchese F..., e a
stringersi con lui in qualche familiarit. Ma qui, non potendo dir tutto
quello che al lettore sarebbe necessario onde farsi capace di tante cose, per
quella ragione che il carciofo non pu essere mangiato che foglia per foglia,
lo introdurremo intanto nel mezzo di quel conciliabolo.


IV

 E che si fa, marchese?
 Monsignore, che si fa?
 Meno chiacchiere, e pi fatti.
Cos, colla franchezza petulante dell'uomo avvezzo a padroneggiare gli altri
uomini, il vecchio Galantino ruppe in mezzo le mutue interrogazioni di quei
due titolati della gerarchia civile ed ecclesiastica.
E i due titolati lo guardarono, senza poter dissimulare il dispetto che
provarono all'urto di quelle risolute parole.
 Suggerite voi dunque i fatti; e suggerite il modo di prepararli senza
chiacchiere, disse poi il monsignore, aprendo leggermente, con un lezio crudo
delle linee, quella sferla ad uso bocca, che aveva nella zucca ad uso testa.
 I fatti, per parte mia, li avrei preparati; ma ho bisogno che i vostri preti
inventino delle spaventose fandonie pei villani della vostra diocesi; e che
esercitiate la vostra ben nota influenza sulle terre veneziane. In quanto a
me, ho una fabbrica di carta sul Brembo; ho un filatoio di seta presso
Bergamo, che mantiene qualche migliaio d'uomini avvezzi ad obbedirmi. Tengo
pure a' miei comandi qualche centinajo di spalloni, soliti a far le
schioppettate coi finanzieri. Costoro, in un bisogno, possono spingere avanti
a calci nel sedere quelle carogne di contadini, che, se hanno paura del
diavolo, hanno paura anche delle armi francesi.
Naturalmente se insorge tutto il paese veneto colle marre, colle zappe, coi
badili; se di ci  avvisato l'arciduca Carlo; se si lasciano senza
vettovaglie, foss'anche per sole ventiquattr'ore, le truppe del generale
Bonaparte, vedete che, in un momento, le partite si mutano. Fate che il
generale Bonaparte tocchi una buona rotta, e addio simpatie e adorazioni e
campane a festa e Tedeum e fal di consolazione. Conosco il mondo.... e chi
pi ha gridato,  il primo a metter le armi a terra... Questi chiacchieroni di
patrioti li conosco benissimo.
Ma anche voi, signor provveditore (e qui si rivolgeva al Vincenti), dovete
adoperarvi con energia, se volete che la vostra repubblica non vada all'aria o
non sprofondi in mare. Scrivete al podest Ottolini di Bergamo, che  un uomo
forte ed  fedele al leone; scrivete al Battaglia di Brescia che, a dirla cos
tra noi, mi sembra un gran tentennone; e tenetelo in riga, e ad un bisogno,
fate sapere al vostro senato che farebbe bene a internare colui in laguna, e a
nominarlo ispettore dei fanghi del canale. Credetelo a me: questo Battaglia si
 lasciato cogliere come un luccio nelle reti di Bonaparte, e l a Brescia,
quantunque sia un mellone, pu produrre l'effetto di un alleato di Francia.
Animo dunque; bisogna far presto; bisogna dire a que' vostri senatori, che 
tempo di tirar su la sottana lunga della toga, che consiglia i comodi della
vita e impedisce di spacciarsi. Bisogna esser lesti a questi d, se non si
vuole sprofondar nel pantano; perch, anche a correr veloci,  un affar serio
a tener dietro a questo maledetto levriere di Bonaparte, che salta siepi e
fossati e vigne, e divora campi e brughiere, e non s'arresta se non ha preso
la lepre per l'orecchio. Ha bisogno di scuotersi un po' quella vostra vecchia
repubblica dai suoi lunghi sonni senili.
Quando il Suardi tronc il suo discorso, uno di quei frati aboliti che si
trovavano l, e che era in quel tempo vicario d'una pieve sul confine del
vecchio ducato:
 Ma, disse, rivolgendosi prima a monsignor vescovo, come per chiedergli il
permesso di parlare, avrei anch'io il mio debole parere da dare.
 Ma dica pure, molto reverendo, esclam colla solita vivacit il Galantino.
 Non  egli vero, continuava l'ex frate di S. Damiano, che sarebbe una gran
bella cosa se si potesse ottenere il nostro intento e glorificare la nostra
santissima religione, e tagliar la strada alle opere del diavolo, senza dare
incomodo a tanta gente, e senza mettere in pericolo tante vite?
Monsignor vescovo lo guard e tacque. Il marchese lo guard, poi guard il
Galantino; questi pure lo guard, e soggiunse:
 Il convento in cui siete stato educato mi fa sperar molto dai vostri
consigli. Parlate dunque, e sbrighiamoci.
 Non  egli vero, monsignore, che Giuditta fu venerata dai seniori di Betulia,
e che tra le eroine della sacra Bibbia  riconosciuta santissima per aver
troncata la testa d'Oloferne?
 Ma terreste voi mai a vostra disposizione una qualche Giuditta nella vostra
pieve? domand il Suardi facendo d'occhio al marchese; se  cos, sarebbe bene
che, prima di mandarla al suo destino, la faceste conoscere a me e al
marchese. Le daremo dei pareri.
Monsignor vescovo tacque; tutti tacquero; ma prese la parola il monsignore del
Duomo, il professore emerito di lingua ebraica e di casuistica.
 Io mi meraviglio molto col signor marchese, e non so come spiegare la
presenza in questo luogo di monsignor vescovo illustrissimo, quando sento a
parlare in questo modo, e con parole cosparse di maledetta miscredenza, al
cospetto di sacerdoti, al cospetto di dignit ecclesiastiche reverende. Ma a
che scopo ci siamo uniti qui? per tentare di mettere un riparo ai pericoli che
da ogni parte, circondano la nostra santissima religione, o per sentirla a
vituperare e a metterla in canzone?
 Reverendo monsignore, disse il vescovo, mettete in calma il vostro spirito,
riposate tranquillo su di me: perch in verit vi dico, che non permetterei
che questo secolare fosse qui, se i suoi pensieri, se i suoi disegni non
fossero precisamente i nostri.
Il monsignore del Duomo, che gi abbiamo dato in nota per quel bigotto
furioso, forte di quella dottrina che viene dalla sola memoria, chin il capo
sul petto a tali parole, e senza aggiungere altro, incroci le mani e si mise
a sedere, recitando sommesso delle orazioni.
Il Galantino fu in prima tentato di levarlo di peso con una violenta
rimbeccata, ma, limitandosi a guardarlo fisso per un pezzo, si volse poi al
marchese, dicendo sommesso:
 Che bestia!?
 Abbiate pazienza, gli accenn il marchese; ma bisogna compatirlo, perch  un
sant'uomo; e poi  anche un gran sapiente.
 Alla larga, caro mio; ma se avessi saputo di compromettermi con questi
stolidi, avrei fatto i miei affari altrove. Gli altri almeno sono impostori;
ma costui ci crede davvero.
Tutti si rimisero in silenzio: poco dopo monsignor vescovo invit l'ex frate
di S. Damiano a continuare il suo discorso, e a metter fuori le sue proposte.
 Quand'io ho nominato Giuditta, riprese l'ex frate, non l'ho fatto per
indicare che ve ne fosse una rediviva; cos l'avesse concesso la Provvidenza;
cos, nel tempo medesimo, la Provvidenza avesse decretato che questo giovane
Crso fosse arso anch'esso dalla salacit orientale di Oloferne! Il peccato
avrebbe fatto la vendetta del delitto. Ma egli  temperante,  sobrio, 
freddo,  casto. Egli non ha altra voglia che di distruggere gli uomini e di
far guerra a Dio. Per ben meriterebbe degli uomini e di Dio chi trovasse il
modo di togliere di mezzo questa fatale esistenza. Giuditta fu acclamata dai
seniori quando mostr al popolo di Betulia il teschio d'Oloferne. Chi
uccidesse il generale sarebbe benedetto da tutti gli uomini, dagli uomini
d'Italia ed anche dagli uomini di Francia.
Qui il Galantino interruppe l'ex frate:
 Ma, in conclusione, vi proporreste voi stesso di far le parti di Giuditta?
 Io?
 Voi, molto reverendo.
 Io no.
 Allora sar difficile di trovar l'assassino.
 L'assassino!?... balz in piedi, gridando come un energumeno il monsignore
ex-professore di casuistica. Ma chi  costui che parla di tal modo qui? ma che
parte  la sua?  un nemico di Satana costui? o  un nemico nostro? Ma 
assassina la legge quando fa morire un nemico della societ? Ma perch da
tanti secoli tutta l'umanit ha convenuto di venerare come eroine fortissime,
inspirate dal divino volere, e Giuditta appunto e Giaele?
 Io ho poca intimit, monsignore, con queste due donne, rispose il Galantino:
e non ho la vostra sapienza; ma se sono disposto a batter le mani alla legge
quando fa morire un assassino, trovo poi che  sempre tale chi ammazza altrui
a tradimento, per quanto ottimo ne possa essere il fine... Io sono piuttosto
ignorante, e non sono molto addentro negli affari di questa signora Giuditta e
di quell'altra che si chiama Giaele. Ma siccome ho sentito la Betulia liberata
del maestro Guglielmi, dove cantava l'Agujari... che voce eh... marchese? che
vocalizzi! che trilli! quelli eran tempi!... ma tornando a noi, so benissimo
chi era anche Giaele, perch ho visto il ballo grande di mons Pitraux,
intitolato Debora e Sisara, e so i meriti di colei; e pi ancora quelli della
mima che la rappresentava, la Giuliana Bid, famosissima e cara e tonda tutto
quel mai che si pu dire; qui il marchese lo sa meglio di me...
Avendo dunque visto assai bene quel che han fatto e l'una e l'altra, dico e
sostengo, e mi pare che l'ignoranza giovi a qualche cosa, che oggi tutte le
Giuditte e tutte le Giaeli, colte sul fatto, e anche col solo appoggio d'un
pajo di testimonj, diventerebbero propriet del tribunale criminale... Perch
bisogna tener conto anche della distanza dei tempi e degli usi... che so io?
di tante cose bisogna tener conto. Io non so niente; ma ne so abbastanza, per
dire al molto reverendo ex padre, che su questo progetto non c'intendiamo; e
che per ora basterebbe che tornasse alla sua Pieve a metter l'inferno nella
coscienza delle sue pecore, per farle diventar lupi e orsi contro i
Bonapartisti; e cos e altrettanto facessero questi reverendi sacerdoti.
All'illustrissimo monsignor vescovo, io non m'attento di dar pareri, ma poco
su poco gi quel che si ha a fare si sa. Quanto finalmente a monsignore,
mentre la prego a perdonarmi, la supplicherei anche a tornare in Duomo, e a
pregare per i suoi devoti e, se gli cresce il tempo, a pregare anche per me,
che per ora basterebbe.
Dunque veniamo a noi, perch sino adesso mi pare che si perda il tempo, torno
a ripetere, in chiacchiere, mentre occorrono fatti pronti e naturali e
spontanei. A tutte le apparenze, pare che Bonaparte si voglia ingoiar la
repubblica di Venezia: bisogna dunque far insorgere tutto quel paese contro di
lui. La repubblica soffier di l, noi soffieremo di qui. Il marchese, che ha
venti milioni in terre, pu disporre de' suoi terrieri. Io far la mia parte.
Ma sopratutto sono i preti che ci debbono ajutare. Lo scandalo del ballo
grande, rappresentato in questi giorni sulle scene del teatro della Scala, 
tale che, esagerato dal pulpito, come sanno fare loro signori, alle
popolazioni, pu metter la febbre nei credenzoni, mi perdoni monsignore;
sopratutto bisogna spaventare la coscienza delle buoni madri, le quali, volere
o non volere, hanno una grande influenza sui figli coscritti. Alla prima rotta
che pu capitare, questi la danno a gambe, e... un disastro tira l'altro.
 Se mi permette, monsignor vescovo, torn a parlare l'ex frate, io insisto
ancora sulla mia proposta, e vi insisto perch sembra che la Provvidenza abbia
voluto espressamente darmene l'occasione.
Il Suardi si scontorceva.
Monsignor vescovo soggiunse:
 Sentiamo.
 Uno di questi giorni, continuava il vicario, mi si present al confessionale
un mio devoto, un giovane di vent'anni, che fin dall'ottobre milita
nell'esercito repubblicano. Suo padre, nel paese ov' nato,  priore della
confraternita del SS. Sacramento; sua madre  una santa, che si confessa e si
comunica ogni otto giorni. I figliuoli e le figliuole somigliano al padre e
alla madre. Famiglia pi religiosa di questa credo non se ne trovi n qui n
altrove. Ora il giovane coscritto, presentatosi, come ho detto, al
confessionale, mi dice: Reverendo signor vicario, sono qui da lei per
consiglio. Ho fatto un sogno, uno di quei sogni che Dio espressamente manda
agli uomini, e son qui a raccontarlo, ed ecco precisamente quel che ho visto e
sentito: Il generale Bonaparte era nell'acqua sotto al ponte d'Arcole, dove ho
combattuto anch'io, ma l'acqua non era acqua, era sangue. Il generale vi
nuotava a fatica, allorch io vidi vicino a lui quel granatiere, che ho visto
infatti sulla riva del fiume, quando salv il generale. Nel tempo stesso
sentii una voce, una voce che, secondo l'idea che mi son fatta leggendo i
libri devoti, deve esser quella degli angeli che stanno a' piedi del trono di
Dio, colle ali spiegate e pronte per volare ad eseguire i suoi decreti. Quella
voce esclam: Colui che, nato di madre italiana, ha tratto il figliuolo di
Satana dalle onde di sangue, sar perduto in eterno. Ma star invece tra i
beati del paradiso chi, uccidendolo, salver l'Italia e il mondo. Io dunque
sono qui per consiglio, io mi sento da tanto da mandare ad effetto i divini
voleri.
 E voi, che cosa avete risposto? domand monsignor vescovo.
 Nulla ho risposto, bens gli ho detto: Tornate da me fra tre giorni.
Monsignor vescovo non parlava. Non voleva dar consigli.
Egli era profondo in divinit, ma la scienza non gli aveva stravolto il
cervello! Se il disegno progettato si fosse gi compiuto, avrebbe trovato i
sofismi per giustificarlo; ma trattandosi di consigliarlo, non osava. Era
stato educato in seminario, non a S. Fedele, n a S. Damiano.
Ma intanto che tutti tacevano, l'ex professore di casuistica esclam:
 La scienza approva un tal disegno. I libri santi ne offrono l'esempio. Abramo
non istette in dubbio di uccidere Isacco.
A questo punto il Suardi, perduta la pazienza, esclam con forza:
 Ma io, che non sono Abramo, non dubito di non voler fare una minchioneria. Il
coscritto  certamente un povero pazzo. Quando ritorna al vostro confessionale
insegnategli la via di porta Tosa.  tutto quello che si pu fare per quel
povero demente, vittima certo e del padre priore, e della madre santa, e delle
santocchie sorelle, e dei preti, e dei frati gabbamondi.
L'ex professore di casuistica si alz inferocito; fulmin d'uno sguardo
terribile il Suardi; guard altiero il vescovo; poi, a un tratto, pieg il
capo sul petto, congiunse le due mani, e:
 Io parto di qui, disse.
Nessuno lo trattenne.
Or parr strano che il vecchio Galantino irritasse colle sue parole i preti
ch'erano l a congiurare con lui; ma egli, quantunque fosse quello che fosse,
sentiva per i cattivi sacerdoti e per i bigotti una decisa avversione. D'altra
parte,  un fenomeno da non lasciar senza studio, che un frate, un prete, un
torcicollo, quando sono tristi, superano la tristizia di qualunque altr'uomo.
Nel caso attuale, per esempio, al Galantino faceva ribrezzo l'assassinio;
all'ex frate di S. Damiano pareva invece un atto meritorio; al professore di
casuistica pareva un corollario della scienza. Il vescovo poi, senza
compromettersi a dar consigli, avrebbe veduto assai di buon occhio che il
disegno si fosse compiuto. In quanto al resto poi,  da aggiungere che il
Suardi non solo non odiava il giovane Bonaparte, ma ne aveva una certa
ammirazione. E si pu giurare che, se non ci fosse stato di mezzo l'appalto
dei foraggi, avrebbe figurato fra i suoi partigiani.
Quando il monsignore del Duomo fu partito, il vescovo di... prese con sussiego
la parola per assicurare il marchese F... che tutti i ben pensanti e i veri
amatori del paese, dei buoni costumi e della religione avrebbero trovato in
lui un efficacissimo appoggio.
 Quand' cos, soggiunse il Marchese F..., sar bene che voi, monsignore
illustrissimo, vi troviate alla vostra sede, perch la guerra corre
velocissima, e in un giorno, in poche ore le cose possono mutare. Anch'io mi
recher dove tengo i miei pi vasti possedimenti, attento a cogliere
l'occasione.
 Allora, continu il vescovo, rivolto ai sacerdoti che si trovavano l,
ritornerete alle vostre arcipreture, ai vostri vicariati, alle vostre
cappellanie; quando il momento sar giunto, riceverete da me le opportune
istruzioni. E il signor Suardi? disse poi voltandosi a lui con dignit
ostentata.
 In quanto a me lasciate che mi regoli da me, che regoler anche loro signori.
Il generale Bonaparte percorre come un fulmine tutti i punti della base della
guerra; ma ha anche 27 anni. Ma anch'io mi trover dappertutto, e non lascer
tempo nemmeno al tempo, sebbene abbia i miei sessant'ott'anni passati. A
rivederci dunque.
Il marchese rimase. Il vescovo e gli altri uscirono. Dopo pochi minuti,
quand'era uscito anche il Suardi, s'ud sotto l'androne del cortile lo
scalpitio de' cavalli e il rumore delle carrozze che dovevano condurre al loro
destino quei reverendi congiurati.
Quando il marchese fu solo, avendo sentita nell'anticamera una voce femminile,
si alz, facendo un gesto di malcontento, e disse tra s:
 Cosa diavolo viene adesso a far qui mia figlia?
Or chi era questa figlia?
Era la contessa A..., che noi abbiamo gi conosciuta e descritta la sera del
ballo del papa; la bellissima delle tre dee, quella che lasci vedere, stando
in palco, la massima parte possibile della sua nudit.
La quale contessa A..., incontratasi nel Suardi:
 Come siete qui, cittadino? gli disse con una disinvoltura gaja e baccante,
perch i suoi vent'anni, e la folla dei corteggiatori, e la schiera scelta e
squisita degli amanti, e l'amor proprio femminile perpetuamente lusingato, la
tenevano in una continua condizione come di vanitosa ebbrezza. Come voi siete
qui? e che cosa vogliono dire quegli uomini neri, che un dopo l'altro
sgusciarono dall'appartamento del marchese mio padre?
 Contessa, io non li conosco; ma saranno preti venuti a prendere la loro quota
dei benefizj ecclesiastici, che l'illustre casa F... distribuisce di jus
patronato...
 Ah, ah... va bene. Ma sapete cos' che va meglio, caro signor Andrea
Cittadino?
 Che cosa?
 Che voi avete un bellissimo e interessantissimo nipote.
 Io non ho nipoti.
 Ma chi  quel bel dragone che vedo spesso con voi in carrozza?
 Chi ?..  un mio protetto.
 Vorrei che si facesse proteggere anche da me.
Il Suardi stette un momento sopra di s... un baleno gli aveva attraversato i
pensieri; e in un baleno, fatto un calcolo e un disegno:
 Ebbene, le rispose, divideremo la protezione in due met. Accettate,
contessa?
 S che accetto!
 Ho un mazzo profumato di viole, colte nel mio giardino d'Inzago. Mander il
mio bel capitano a farvene un presente.
 Bene, caro signor Andrea; e la contessa gli strinse le mani in segno della
pi grande soddisfazione.
Il Suardi part, recandosi difilato dove si raccoglieva l'altra congregazione
segreta.
Ed ora, cari lettori, se non state attenti, perderete il filo del pi bello
imbroglio che mai sia capitato e capiter da disimbrogliare.


V

Poche pagine addietro abbiamo parlato d'un colonnello Landrieux, capo dello
stato maggiore della cavalleria, stato eletto dalla congregazione segreta
stabilita in Milano per volere di Bonaparte, quale operatore principale onde
promuovere rivoluzioni nello Stato di Venezia.
.Questo colonnello Landrieux abitava in casa Annoni, e l quotidianamente si
radunava la congregazione bonapartista. Qui si rivolse dunque il cittadino
Suardi.
Entrato nel palazzo, quando mise il piede sul primo gradino dello scalone,
sentito che alcuno parlava al disopra della propria testa, si ferm per un
atto macchinale, e ascolt il seguente dialogo:
 Tutto va bene, tutto procede colla sicurezza di un esito felice. Ma, prima di
venire agli atti definitivi, c' un passo da fare.
 Che passo?
  necessario lasciar da parte il banchiere Suardi. Io non so ancora come
costui abbia potuto introdursi nella nostra societ.
Il Suardi naturalmente aguzz le orecchie, anche per sentire se
gl'interlocutori discendevano.
 Tu hai ragione, continuava uno di quegli interlocutori; ma come si fa adesso?
 Come si fa? Non gli si dice pi nulla, e si fa tutto senza di lui. Se le cose
andassero bene, come pare, il Suardi ne menerebbe gran vanto, perch costui
non fa nulla senza il suo perch; e il general Bonaparte non mancher di
rimproverarci d'aver messo a parte di un'impresa cos solenne un uomo che...
gi non  possibile che il generale non venga a sapere all'ultimo la vita e i
miracoli di questo furfante milionario.
Il Suardi si ritrasse, perch sentiva che gli interlocutori discendevano. Si
nascose in un androne, e stette l sin che vide a partire i due maldicenti,
che eran Porro e Caleppio.
Quando il Suardi entr nel palazzo Annoni, non aveva nessun disegno nuovo in
testa; era venuto l per assistere alle dispute della congregazione, a cui era
stato ammesso dal colonnello Landrieux, e nulla pi. Ma le parole udite e il
dispetto che ne prov, gli fecero spuntare in testa improvviso e adulto un
pensiero.
Avendo potuto stringersi in amicizia col colonnello Landrieux per mezzo del
capitano Baroggi, volontieri aveva fatto parte della congregazione, perch,
col conoscere per disteso i piani degli avversarj, egli avrebbe potuto
governare pi sicuramente i proprj. Ma dopo ci per lui sarebbe stato meglio
che la congregazione bonapartista non potesse dare effetto ai suoi maneggi;
per la qual cosa sarebbe stato necessario che chi ne aveva la direzione
principale, all'insaputa dei colleghi, virasse di bordo e cangiasse strada. Il
colonnello Landrieux era stato introduttore al Suardi per gli appalti
dell'esercito, e per aveva avuto dal Suardi stesso il suo lauto boccone da
mangiare.
Quel colonnello non era pi dunque n trasparente n liscio come uno specchio,
bens presentava delle scabrosit, alle quali un uomo abile poteva attaccarsi.
Un'altra qualit distingueva quel colonnello, qualit che poteva riuscire
eccellente nelle mani del Galantino. Esso era un giuocatore disperato. Bens,
per essere piuttosto valente e fortunato, non esibiva sempre quegli angosciosi
alti e bassi che offrono il cuore insanguinato agli avoltoj di professione. Il
Galantino si ricord pertanto del passato, e rammentatasi la propria abilit,
risolse di tenerla in pronto per il bisogno.
Improvvisato cos a mezzo un progetto, il Suardi ascese lentamente lo scalone,
e quando fu alla porta dell'appartamento del colonnello, s'incontr negli
altri soci della congregazione segreta, che uscivano in quel punto.
 Troppo tardi, cittadino Suardi.
 Non  mai troppo tardi. Quel che avrei dovuto dire a voi tutti lo dir al
colonnello, che poi ve ne far comunicazione. Ma dov' il capitano Baroggi?
 S' fermato col colonnello, per cose che riguardano il reggimento.
 A rivederci dunque stasera in teatro, dove ci sar un chiasso del diavolo,
perch so che  stato proibito il nuovo ballo di Lefvre.
3/4 A rivederci, tutti risposero; e il Suardi, fattosi annunziare, entr dal
colonnello.
Quando fu in camera, salutato in prima il colonnello, si rivolse poscia al
Baroggi, e:
 Ho un'incumbenza da darti, gli disse.
Il capitano Baroggi si alz da sedere, spiegando, senza volerlo e senza
pensarci, tutta l'aitanza disinvolta e leggiadra della sua giovanile figura,
nata fatta per l'assisa e gli spallini e i calzoni di pelle e gli stivali
alti. Aveva nel corpo quella eleganza poderosa e accentata del discobulo
greco; con una di quelle faccie, care le mie donne, che non si sanno definire;
perch c'era in quelle vaghe linee la sprezzatura del soldato, la severit e
persino l'asprezza, se, a un guizzo repentino dei muscoli, tutte quelle
impronte non fossero scomparse per dar luogo ai loro opposti; perch la
fronte, se si spianava, era serena come quella d'una fanciulla; e se l'occhio
perdea il lampo virile e crudo di chi, a cavallo, eccita alla carica e alla
strage lo squadrone, assumeva una soavit quasi infantile, nella quale
tuttavia parevano nuotare l'arguzia e la seduzione. Il ritratto in miniatura
che noi possediamo di questo bel capitano, eseguito in allora dal distinto
pittore ed incisore Evangelisti, ci fa trovare qualche somiglianza tra la sua
faccia e quella del Tancredi, che il pittore Riva dipinse nel suo quadro di
concorso, premiato dall'Accademia di belle arti tanti anni sono.
Ma com', dir taluno, codesta strana combinazione per la quale tutti i
giovani personaggi che entrano successivamente in iscena in questo libro,
hanno tutti ricevuto dall'autore l'obbligo di essere bellissimi e carissimi e
interessantissimi?
Il tenore Amorevoli faceva diventar matti soltanto a vederlo; il Galantino,
quando fu spogliato, per esser messo alla corda, mostr un tal collo e un tal
petto e braccia tali, che persino il senator Morosini ne mand un'esclamazione
di maraviglia. La contessa Clelia pareva una Minerva perfezionata. La
contessina Ada era sua madre ingentilita. La ballerina Gaudenzi aveva i
capelli, gli occhi e il naso della Diana Efesia. Recentemente, ovvero sia
nella sera del ballo del papa, il tumulto della folla fu placato dalla
comparsa di tre donne in costume di libert, delle quali se l'una era bella,
l'altra era pi bella ancora.
Ed ora compare in iscena questo capitano dei dragoni, il cui volto e la cui
persona son fatti cogli ingredienti degli dei e degli eroi pi riputati; e
precisamente col sistema onde fu messa insieme la Venere greca, che ebbe in
prestito le cosce appetitose di Taide, la schiena provocatrice di Frine e le
diverse bellezze di sette fanciulle.
Com' dunque questa faccenda? La faccenda  naturalissima; e se il lettore ne
stupisce, vuol dire che l'ultima fase dell'arte, che ha messo in trono il
brutto, dal Triboletto e del Quasimodo di Victor Hugo al gobbo Esopo di
Bartolini, lo ha preparato a credere impossibile la bellezza perfetta. Ma
questa bellezza c' e, per trovarla, basta cercarla.
Nel caso nostro poi, oltre la testimonianza del Bruni, che sta garante per
noi, di alcuni dei nostri personaggi esistono ancora i ritratti, eseguiti per
mano di pittori pi o meno distinti, compreso appunto questo del capitano
Baroggi.
Or, tornando ai fatti, il Galantino, col permesso del colonnello, disse al
Baroggi:
 Ho un'incumbenza da darti, la quale chi sa quanti te la invidieranno.
 Di che genere ella ?
 Del miglior genere. Si tratta di portare un mazzo di viole ad una signora.
  proprio necessario per questo la persona di un capitano di cavalleria?
 Non  necessario, ma  utile; seppure  utile far la conoscenza della pi
bella donna di Milano.
 Ma chi  questa donna?
  la contessa A..., che desidera proteggerti. Ella stessa me lo disse ora
colla sua bocca di rose. Va e ringraziami; trent'anni fa avrei finto di non
capire, e ci sarei andato io stesso.
Il colonnello Landrieux, messosi a ridere, ed entrato a far parte di quel
discorso:
 Ah, ah, disse, se a voi dispiace l'incumbenza, il mio caro capitano, passate
il mazzo di viole a monsieur Chapier, l'intendente di guerra, che  innamorato
pazzo di questa vostra bella contessa, la quale, mentre sciala con tutti, s'
messa in testa di far l'avara e la pinzochera con lui. Tanto che tutti ridono
alle sue spalle, ed egli si d per disperato, e dice di voler uccidere tutti
gli amanti di lei.
Il Galantino era benissimo informato di tutto questo, e allorch s'incontr
colla contessa, se fu sollecito a prometterle che le avrebbe mandato il bel
capitano, fu perch aveva bisogno e della contessa e del capitano per tirare
in ballo l'intendente Chapier, il solo che gli fosse d'impaccio nel fatto
degli appalti. Per, seguendo le parole del colonnello:
 Se la cosa  cos, disse, allora bisogna essere pietosi, il mio bel capitano,
e tentar di placare la bella contessa, e introdurre da lei monsieur Chapier.
 Perch no? disse il giovine Geremia; e cos sbadatamente rispondendo, si
calc l'elmo in testa, e mosse per uscire.
 Va dunque entr'oggi da colei, gli replic il Suardi, e fa in modo che lo
Chapier sia introdotto in quella casa. Certo che ci divertiremo.
Intanto che il capitano partiva, il colonnello Landrieux disse al Suardi:
 Voi volete che quell'istrice d'intendente, oltre alla ferita della contessa,
riceva qualche colpo anche dallo squadrone del capitano.
 Oh! soggiunse ghignando il Suardi, non ne avrei nessun dispiacere. Ed ora
parliamo dei nostri affari, colonnello.
Ma intanto che que' due parlano, pensiamo che or ora entr in scena un
personaggio nuovo, anzi pi d'un personaggio; e coi nuovi personaggi, nuovi
annunzj di curiose combinazioni. Prima una congiura; poi una contro-congiura;
poi un amore non platonico subodorato; poi la minaccia di qualche duello che
faccia chiasso; poi il Galantino che va tentando successivamente varj uomini,
per ottenere, almeno pare, di farli lavorare tutti in una evoluzione
grandiosa. Davvero che, mettendoci nei panni dei lettori, ci par di camminare
colla benda agli occhi, tenuti a mano da gente maliziosa; ma possiamo anche
assicurare, che  vicinissimo il momento che lor si toglier il fazzoletto, e
vedranno chiarissimamente dove si trovano.


VI

Non  poco il dire, che, per ottanta pagine circa, un libro che i bibliotecarj
metteranno sempre nel dipartimento della Phantasia, siasi occupato
esclusivamente, e quasi ex cathedra, di storia vera e di politica vera,
tirando in ballo il papa ed il suo potere temporale, e congiungendo non a caso
il passato col presente; e citando, come un dottor della Sorbona, e Apostoli
ed Evangelisti e santi Padri e pontefici galantuomini; e parlando del vecchio
Napoleone Bonaparte, e delle sue insidie politiche e dei colpi e contraccolpi
rivoluzionarj, ecc. ecc. Di queste ottanta pagine crediamo che i lettori
gravi, e che tirano il rap, ci vorranno essere grati, e tanto da credere che
il nostro lavoro possa esser letto anche da quelli che hanno in odio le
produzioni della fantasia. Ma la storia, la quale rif la vita, per esser
completa, deve rifarla di dentro e di fuori; e se quasi sempre, come un
ciambellano, segue devota i re dell'azione e del pensiero, che vissero e
furono proclamati in pubblico, e dei quali con atto pubblico si fece il
trapasso alla posterit: come un benefattore deve poi entrare nelle dimore
private a cercarvi quelle figure che vissero non abbastanza note o ignote
all'universale, per indagare come la vita intima della societ segua l'impulso
della vita pubblica, e come persino le virt, i vizj, gli affetti e le
passioni ripetano da essa il modo di manifestarsi; ch non tutte le virt n
tutti i vizj sono possibili in tutti i tempi, e il dramma domestico si
atteggia senza volerlo all'epopea storica. Lasciamo dunque per ora le piazze e
i teatri e i luoghi pubblici e gli uomini che operarono cose gi divulgate
dalla storia, e penetriamo nel silenzio di una privata dimora a vedere la
progressione di un dramma domestico, che si modifica lungo il cammino, e piega
a seconda dei pubblici avvenimenti.
Nel palazzo situato nella contrada della Spiga, appartenente al marito della
contessina Ada, in una sala a terreno, verso il giardino rispondente al
naviglio, in sul tramonto d'un giorno di marzo del 97, stavano tre donne.
Quelle donne rappresentavano tre et e tre periodi diversi; ed erano
precisamente la contessa Clelia V..., la contessina Ada... e donna Paolina
S...
La prima aveva settantadue anni; la seconda quarantasei; la terza diciasette.
 pieno di tristezza quel momento in cui si vede nell'estrema decrepitezza una
creatura umana, di cui siasi fatta conoscenza quand'era nello splendore della
belt.
Noi non abbiamo ancora potuto fare sul vero un tale esperimento, perch
bisognerebbe che avessimo almeno i nostri settant'anni; mentre invece, per
sciagura nostra, ne siamo distanti al punto, da misurare con ispavento la vita
lunga che ancora ci rimane a percorrere, se una saetta benigna non ci viene a
cogliere strada facendo. Ma oltrech un tale esperimento lo fecero altri, i
quali ci hanno assicurato non esservi niente di allegro, noi lo abbiamo
tentato confrontando di una medesima persona i ritratti eseguiti a periodi
distanti, dove si vedeva riprodotta l'immagine fresca e ridente della cara
giovinezza, e le alterazioni estreme della triste vecchiaja.
 doloroso a vedere, e nel tempo stesso non  senza un certo interesse
l'osservare come il tempo, pur non toccando l'ossatura e il disegno di una
faccia, la vada totalmente contraffacendo, imperversando sulla liscezza, sul
colore, sugli accessorj: il lento processo della dissoluzione, esaminato su di
una medesima faccia,  certo, caro il mio gaudente lettore, che turberebbe
anche la tua allegria.
Or, venendo a donna Clelia, un tale esame potevasi fare guardando il suo
ritratto ad olio, opera del pittore Porta, che pendea da una parete della
sala, ed era lo stesso innanzi al quale abbiam visto addormentarsi in torbido
sogno il conte colonnello V.... Ella non contava che ventidue anni quando avea
posato innanzi al pittore. Erano dunque trascorsi cinquant'anni; mezzo secolo!
una piccola bagatella. N tuttavia potea dirsi che il tempo distruttore avesse
cavato tutto il partito possibile della sua forza crudele. No, la dissoluzione
non aveva fatto miracoli; perch i capelli bianchi anche nella giovinezza per
la polvere di cipro, erano rimasti foltissimi, e le loro onde argentine
scaturivano da una cuffia tagliata a foggia di camauro; i sopraccigli si erano
conservati neri; bens, come avviene nella tarda et, cresciuti in foltezza e
diventati ispidi, adombravano cupamente l'occhio infossato, e imprimevano a
tutta la faccia una terribilit indescrivibile; cos quella cara trasparenza
del colorito, che, nella prima giovent, comunica una tal quale bellezza
perfino alle tinte pi aborrite, si era cangiata nella rigida opacit della
cartapecora; il mento e la bocca, siccome dicemmo altre volte, di linee severe
e ricordanti il profilo napoleonico, ma che nell'et prima avevano esercitato
un fascino strano per il contrasto colle altre parti floridissime di quella
bella donna, avevano raggiunta la massima angolosit. Tutto quel complesso poi
di disegno, di colore, d'espressione, d'atteggiamento, era tale, che imponeva
altrui un rispetto, il quale sarebbe stato disgustoso e pesante, se dopo il
primo urto non vi fosse letto il riassunto di un'intera vita di pensieri, di
sventure e d'affanni.
Questa vegliarda severa stava seduta a lato di un tavolino sul quale era
dischiuso un libro; portava gli occhiali d'ebano inforcati sul naso e, tenendo
alzati gli occhi al disopra delle lenti, guardava fissa da qualche tempo la
figlia della propria figlia, della contessina Ada, ai freschi e leggiadri
quindici anni della quale, che appena contava allorch la vedemmo l'ultima
volta, se ne erano aggiunti trentuno; il che vuol dire che, nel 97, aveva
quarantasei anni: et incomoda e nojosa tanto per gli uomini che per le donne;
ch i primi hanno cessato di amare, le seconde di essere amate, messe in
discredito dai reumatismi, dalla gotta incipiente, e dall'et critica.
Tuttavia, se questa  la regola generale, le eccezioni non mancano; e in
quanto alla contessa Ada, se non avesse avuto tutt'altro per la testa, ben
avrebbe potuto suscitare ancora qualche simpatia in coloro, almeno, che per
bizzarria, sono capaci di anteporre le bigie giornate d'autunno e la cascata
delle foglie ai soli sfacciati del giugno e del luglio. Essa, nella persona,
serbava intatta la leggiadria d'un tempo, e nel volto mobilissimo aveva
qualcosa che in parte nascondeva quell'et.
Anzi, a spiegarci meglio, quel volto, per la mobilit accennata, era cos
ineguale, che pareva cangiare et ad ogni lieve guizzo di muscoli. Certo che
non avremmo consigliato mai la contessina Ada ad esporsi al perfido sole di
mezzod, e molto meno ai fatali riverberi di un muro tinto in giallo, ch
allora il lavoro che il tempo aveva fatto su quella faccia, saltava fuori da
tutte le parti, e tradiva cento macchiette cutanee, e qualche ruga ribelle ai
lati e sotto gli occhi, e qualcosa come di pesto e di frollo e di sciupato
nelle guancie, serbanti per sempre la giovanile pozzetta; ma tutti questi
guasti scomparivano, appena un raggio propizio di luce pittorica avesse
investito quel volto, o un riflesso benefico di qualche tenda serica, azzurra
o rossa; o, meglio di tutto, quell'albore annacquato che  in una camera
illuminata di notte da una lampada. Allora pareva quasi che, per incanto, si
togliesse il melanconico sipario degli anni quarantasei, per iscoprire il
sotto tessuto di una faccia di trent'anni al pi. Nel momento in cui l'abbiamo
sorpresa per farne la descrizione, siccome era verso sera, e, se non c'era il
sole vivo, non c'era nemmeno n la luna n la fiamma di candela, mostravasi
cos mezz'a mezzo, tra gli estremi che abbiamo delineato, e piuttosto pi
vicina ai trenta che ai quaranta; perch in quel punto era concitata
dall'arte, e da qualche cosa di pi forte ancora. Seduta innanzi al
pianoforte, stava provando la musica della Marsigliese che teneva aperta sul
leggio, e si esaltava nell'interpretazione di essa.
Ma intanto, che la nonna guardava come perscrutando non sappiamo che cosa, e
la mamma passava al cembalo la Marsigliese, donna Paolina, che tale era il
nome della figliuola di donna Ada (non si meravigli il lettore di sentire
ancora i titoli sonanti di marchese, di conte e contessa e don e donna in un
tempo che i titoli di nobilt erano stati messi inesorabilmente al bando dalla
Libert e dalla cos detta Eguaglianza; perch nell'intimo della vita
domestica, dal periodo della loro invenzione fino ad oggi, non furono mai
sospesi nemmeno un minuto; e i servitori e le cameriere e i cocchieri hanno
sempre continuato a dare del don e della donna e del conte e della contessa ai
loro padroni, perch era una questione di pane come un'altra. Anche fuori
delle pareti casalinghe, e anche fuori della schiera infelice delle fantesche
e dei servitori propriamente detti, i servi dilettanti e devotissimi di tutto
il mondo, e i pagnottisti perpetui hanno sempre continuato anch'essi a dare i
titoli a chi toccavano per diritto di blasone, anche in piazza, anche in
teatro; ad una condizione per, gi s'intende, che nessuno dei democratici
sfogati li sentissero, perch le bastonature erano in voga, e la prudenza e il
parlare sommesso erano consigliati dalla pubblica intimidazione; e qui
mettiamo il claudite alla parentesi, che ci port fuori affatto di traccia),
dunque donna Paolina (che cos venne chiamata al fonte battesimale, perch la
nonna e la madre vollero perpetuare in essa la cara memoria di donna Paola
Pietra; ed ecco un altro claudite), donna Paolina dunque, essendo aperto un
finestrone che dava nel giardino, perch il marzo non era freddo e si voleva
usufruttare l'ultima luce, stava appoggiata ad una spalla di esso, in una posa
tutta sua particolare e, diremo, affatto maschile, perch aveva il tergo
appoggiato a un punto del muro che non era sufficiente per concederle di star
ritta in piedi; onde, colle gambe tese e i piedi puntati al basso del muro
opposto, segnava una diagonale. -
Or venendo alla descrizione di quella fanciulla, vorremmo che il lettore
l'avesse veduta cogli occhi proprj, per capacitarsi che non  gi per amore di
convenzionalismo che noi regaliamo a tutti i nostri giovani personaggi una
bellezza incomparabile; ma sibbene perch se quella fanciulla era bella
veramente, non  in nostro diritto di contraffarla e peggiorarla per intento
di variet; la variet  infinita in natura, anche senza incomodare la
scrofola e la rachitide.
A misurarla dunque, cos a calcolo d'occhio, quella fanciulla poteva essere
alta come un uomo di statura regolare; ma siccome aveva la testa leggera ed il
collo non corto, e le mani ed i piedi piccoli, ed una vita che si poteva
stringere in due mani, e la vesta lunga, cos potea sembrar alta fino
all'eccedenza; alta e sottile e lunga come una frusta; se non che le maniche
di seta strette, come allora voleva il costume, rivelavano un braccio
sviluppato e denso; e le sottane di levantina che, per quella strana positura
di lei, cascando mollemente, profilavano le sue gambe tese, lasciavano
trapelare forme cos aitanti, da parere un'esagerazione per una ragazza di
anni diciasette. Quando ci si permettesse il confronto, suggeritoci dal pi
gretto naturalismo, noi diremmo, che se colei, invece di una fanciulla, fosse
stata una puledra, ben poteva valere i duecento mila franchi della Katinka di
Abdul-Megid. Ma donna Paolina, che da un pezzo stava immobile in quella strana
positura, concentratissima com'era in un pensiero, di slancio si rizz in
piedi, e fece due o tre passi, aggirandosi intorno a s, sciolta ed elastica e
come snodata.
La contessa Ada, in quel punto, continuando a provare sul cembalo la
Marsigliese, s'era concitata nell'esecuzione, e facendo intera l'emissione
della voce, espresse con accento verace tutta la concitazione selvaggia di
quel grido di guerra.
La fanciulla si ferm di colpo; diede manifestamente un guizzo. Quella musica,
quelle parole, quel grido le avean messo addosso l'inferno.
Caduta la notte, si recarono i lumi. Dopo qualche tempo venne gente in quella
casa, e si vegli fino oltre le undici. Tutto quanto avvenne in quelle ore per
noi  affatto indifferente, bens terremo dietro a donna Paolina quando, dato
il bacio della notte felice alla nonna e alla mamma, prese un lume, e,
accompagnata dalla cameriera, si rec nella sua camera da letto.
Muta si lasci ravviare e intrecciare e mettere nella rete i capelli; muta
lasci che partisse insalutata la cameriera.
Dopo si spogli adagio adagio, sempre fantasticando e osservando
macchinalmente il ritratto di suo padre, che pendeva dalla parete di contro al
letto; il qual padre, lo diremo cos di fuga e rimettendo le indispensabili
spiegazioni e dilucidazioni ad altro tempo, era il conte Achille S...,
ricchissimo patrizio milanese, il quale, dopo essersi mangiato un lauto
patrimonio, fatta l'eredit di un secondo, spos impaziente e furente di
passione la contessa Ada, per amareggiare poi tosto di cento infedelt il
talamo nuziale e la pace di quella povera donna, innamorata fino
all'infelicit. Sciupato il secondo patrimonio, strano e bisbetico qual era,
aveva abbandonato e casa e moglie e figliuola, ed era corso a prestare i suoi
servizi militari fin dal 92 nell'esercito di Francia. Fatta una terza eredit,
aveva lasciato l'esercito; ma i parenti avendolo interdetto per prodigalit,
indispettito torn a riprendere il suo grado nell'esercito del Reno, dove
trovavasi ancora. Pi giovane della contessa Ada, l'avea sposata, vedovo gi
da due volte e dopo aver fatta l'infelicit di molte e molte donne; ch, ad
onta della sua torbida fama, aveva sempre esercitato sul sesso debole un
fascino irresistibile.
Questo era il padre di donna Paolina, osservando il cui ritratto, ella s'era
venuta a grado a grado spogliando. E qui i giovani lettori non isperino una
descrizione, ch ci preme troppo la calma del loro sangue.
Soltanto diremo che, quando mise il ginocchio, oh che ginocchio!!! sul letto,
a un tratto balz gi, e tratto un cassettone di un guardaroba, ne lev....
che cosa? Un elmo con criniera; un'assisa verde coi risvolti bianchi; un pajo
di calzoni di daino bianco; un pajo di stivali; una sciabola.
Ma a chi appartenevano? a lei. Ma in che modo? ecco.
Nel carnevale, al collegio dond'ella era uscita pochi mesi prima, s'eran date
alquante rappresentazioni comiche; di quelle che un certo professor Ghedini
Mirocleto allora scriveva apposta pei collegi, press'a poco come sarebbero
oggi quelle del Genuino.
Fra quelle commedie, che noi abbiamo letto, e che sono d'una miseria
incomparabile, esso ne aveva scritto in quel tempo una d'occasione, che
s'intitolava Il dragone benefico; una bestialit in punto e virgola, ma che
era piaciuta alla direttrice del collegio, la quale preg donna Paolina,
allieva emerita, ad assumere la parte del protagonista. La fanciulla accett,
col permesso della nonna e della mamma, e ottenne che le si facesse fare un
vestito completo da dragone. Quando comparve sul palco scenico abbigliata a
quel modo, gli spettatori, che non eran tutti donne, andarono in visibilio.
Per donna Paolina prese maggior stima di se stessa, e s'innamor di
quell'abbigliamento militare; e se ne innamor per una ragione pi pericolosa
di quello che pare. Allorch dunque trovavasi sola, ed era sicura di non
essere scorta, si dilettava a rivestire quelle armi, e se ne compiaceva
orgogliosamente, guardandosi nella specchiera che teneva nella camera da
letto; ma pazienza fosse qui tutto! il peggio  che quel vestito le sugger...
A pensare che una simile inezia doveva essere la cagione di conseguenze
tristissime, davvero che c' da rimanere increduli; ma nel carnevale istesso
avea visto pi d'una volta il capitano Baroggi. Oh non l'avesse mai veduto!
Noi che sappiamo quel che avvenne dopo, non possiamo vincere la commozione. E
ora, o lettore, fermando lo sguardo a contemplare il leggiadro spettacolo di
questo dragone che sta specchiandosi, preparati a stupire; e se hai il dono
delle lagrime, anche a piangere.


VII

In una tragedia, celebre e mediocre nel tempo stesso, perch fu il lavoro di
un giovane ignaro della mappa del cuore umano, fu scritto che chi sostenne
d'aver amato due volte, non ha mai amato. Queste cose si possono dire a sedici
anni, anche a venti, anche dopo, se la faccia di un galantuomo sia cos
eteroclita da stornare l'ago calamitato delle femminili belt; ma in
circostanze ordinarie, e allorch e uomini e donne abbiano qualit sufficienti
da provocare e mantenere la corrente elettrica, quante volte, in una vita di
trent'anni ed anche di quaranta, la specie umana pu amare, senza
compromettere il vivo interesse di ciascun amore! anzi noi pregheremmo gli
uomini e le donne di molta esperienza, e che dalla indulgente natura sortirono
delle doti appetitose, a saperci dire, in tutta segretezza gi s'intende, se
non  possibile manovrare due, tre, anche una mezza dozzina di amori
simultaneamente, conservando il nativo galantomismo, e un cuore ben fatto e,
ad un bisogno, anche poetico.
C' una condizione per da osservare (di questo almeno ci assicurano gli
esperti), ed  che bisogna guardar bene di perdere l'equilibrio nel governo di
codesti amori. Se un giorno solo, di quei tre o quattro affetti che si hanno
nella propria giurisdizione, uno sorge pi alto degli altri e,
senz'avvedercene, ci lasciamo andare a star con lui in troppo lunga
domestichezza, allora, correndo esso il pericolo di diventar solitario, pu
tramutarsi in quell'amore acuto al quale  pi conveniente un posto in un
trattato di patologia. Ci premesso veniamo ai fatti. Il capitano Geremia
Baroggi avendo ventitr anni, ed essendo, come fu notato, bellissimo, e per di
pi esercitando una professione che allora era di ultima moda, e appartenendo
alla cavalleria, e perci avendo il diritto di portar gli speroni, era appunto
nella opportunit di poter manovrare la sua mezza dozzina d'amori senza
turbarsi, come una volta l'incomparabile Cocchi della compagnia Guerra guidava
imperterrito la sua mezza dozzina di cavalli bianchi a dorso nudo. Non so per
che cosa, ma, a parte anche la giovinezza e la belt e gli altri fascini, gli
speroni hanno un potere irresistibile sui nervi delle donne, tanto maritate
che zitelle.  un fatto provatissimo che, a parit di circostanze, un
ufficiale di fanteria passer ai secondi posti e andr soggetto a delle
mortificazioni inaspettate, se appena balzer fuori a mettersi in suo
confronto un ufficiale di cavalleria. Il suono dell'arpa era indicatissimo una
volta perch i giovinetti si trovassero bell'e innamorati, senza vedere n la
faccia n le mani della bella incognita; ma anche il suono semplice e puro
degli speroni bast pi d'una volta a far risolvere dei cuori femminili a
battere a favore di un ignoto che a caso passasse sotto le finestre cogli
stivali tintinnanti.  un fenomeno strano e d'origine arcana; ma non per
questo cessa di esser vero.
Lasciando ora gli speroni,  a sapere che il capitano Baroggi, senza che fosse
vagheggino, n vanitoso, nell'ultima volta che venne a Milano di presidio, e
fu per tre mesi, si trov, senza accorgersi, ingaggiato in tre amori che gli
serrarono addosso in pochi d l'uno dopo l'altro. Non eran molti, a dir vero,
per la pace del cuore, ma siccome le donne che lo avevano inspirato erano
tutte belle a perfetta vicenda, ed egli aveva saputo dividere equabilmente le
sue ore d'ozio con ciascuna di esse, cos avea vissuto felicissimo i suoi
novanta giorni. Nell'ultimo mese per s'era incontrato nella signora R..., che
gli penetr, non dir nel cuore, ma nella simpatia un po' pi delle altre, ed
egli stesso se ne accorse, ci che fu un eccellente indizio. Per quando il
signor Andrea Suardi gli propose di fare una visita alla contessa A..., che
per turno divideva colla R... il seggio della regina del torneo milanese, fu
contentissimo, presentendo che a quel modo ei si sarebbe rimesso in
equilibrio. Ma non si perde mai l'equilibrio quando si sente e si vede il
pericolo. L'affare bens diventa seriissimo allorch, frugando cos a caso
intorno a qualche rosaio, ti si ficca inavvertita una spina nel dito. Un bel
giorno, non si sa da che cosa dipende, ma la mano  gonfia e il braccio  al
collo. Ora il nostro bel capitano, mentre era contento di potere colla
bellissima e voluttuosissima contessa A..., fintanto almeno che sarebbe
rimasto a Milano, farsi scudo e riparo contro alle invasioni ognora pi
minacciose della bella R..., non sapeva che appunto una spina gli era
penetrata tra pelle e pelle pochi giorni prima.
Nel carnevale dello stesso anno 97 si diede, come fu detto, un corso di
rappresentazioni drammatiche in un collegio femminile, fondato nell'anno
antecedente in Milano da una dama francese, per nome, Blanchard, venuta da
Parigi con fama di gran letterata, di grande sventurata, perch suo padre era
stato ghigliottinato e le di lui ricchezze, almeno cos ella asseriva, si
erano dileguate in mezzo ai furori popolari. Quella donna, capitata in momenti
opportuni, venditrice insigne di vento e di fumo, e nominatasi direttrice del
nuovo collegio, ottenne di vederlo in breve popolato dalle figliuole
appartenenti alle pi ricche famiglie di Milano. Parve alla maggior parte che
col potessero ricevere un'educazione pi liberale, pi sciolta, pi svariata,
pi conveniente insomma ai tempi nuovi. I parenti stessi, messisi d'accordo
per giovare a quello stabilimento con laute contribuzioni, in breve gli
diedero un impianto cos ricco e fastoso, che quando trattavasi di esami, di
accademie, di musica, di ballo, pareva di trovarsi piuttosto nelle sale di un
ricco pomposo, che tra le pareti di una sala di educazione. Le giovani mammine
vi accorrevano in gara di bellezza e di ricchezza; e col pretesto
dell'educazione e dell'amor materno, velate di devota incontinenza, non tutte
gi s'intende, ma alcune e non poche, s'ingegnavano a piantare qualche mirto
tra le innocenti ajuole di quel giardino. Siccome poi un passo ne chiama un
altro, cos la vivace ufficialit dell'esercito repubblicano, che aveva
alloggio e tavola presso le pi facoltose case di Milano, accompagnando
qualche volta le mammine a quei domenicali e serali ritrovi, trovavano il loro
conto a fermarsi col; tanto eran fatti premurosi del buon'andamento della
pubblica istruzione!
Allorch poi s'intavol la storia di un corso di rappresentazioni drammatiche
per la stagione di carnevale, nelle sere del gioved e della domenica,
riusciva un'impresa molto affannosa quella di ottenere un biglietto di
ingresso a quel collegio; perch vi erano poi anche rinfreschi, e pei
brillanti ufficiali s'introdusse cos un po' per volta anche il fervido
sciampagna, il quale verso mezzanotte metteva in giro un'allegria bacchica
tutt'altro che irreprensibile.
In quel collegio v'erano, come accade, giovinette di quattordici, di quindici,
di sedici anni.
A queste erano affidate le parti pi difficili e importanti delle commedie
scelte a rappresentarsi.
Le mamme di quelle giovinette, non potendo vincere nella gara muliebre, le
mamme delle bambine di quattro o cinque anni, quantunque amassero le loro
figliuole, pure erano le meno assidue a quei trattenimenti serali. Ora, quando
le fanciulle quindicenni si trovano lontane dall'occhio della mamma e
subiscono l'influsso diabolico di altri occhi, sono, parliamoci schietti,
molto vicine all'orlo del precipizio. Quelle ragazze, negli intermezzi,
escivano come puledre sbrigliate, a precipitarsi qualche volta perfino nel
giardino, perch v'era anche il giardino.
Certo che venivano seguite e vegliate dalle governanti. Ma le governanti erano
o troppo vecchie o troppo giovani. Nel primo caso riuscivano lente alla corsa
e un po' balorde; nel secondo caso pensavano tanto a s, che dimenticavan le
alunne. Queste poi, per legge di galateo, dovevano spesso fermarsi ad ascoltar
gli elogi di quelli fra i pi gentili intervenuti che si godevano a
intrattenerle. Non a caso ci arrestiamo a lungo su queste cose, e le assennate
madri ci comprenderanno. Ad ogni modo, anche disprezzando ci che in queste
righe si adombra a combattere certe consuetudini, dovevamo dir tutto per far
vedere in che collegio donna Paolina aveva passato gli ultimi diciotto mesi
della sua educazione, e su che palco scenico, nella sua qualit d'allieva
emerita, era venuta a rappresentar la parte di protagonista nel Dragone
benefico del prof. Ghedini.
Richiameremo ora al lettore come la prima sera che essa and in iscena, in
quel costume, suscit, plasticamente considerata, un tale capogiro, che, nelle
successive rappresentazioni, il teatro della Scala e della Canobbiana e di
Sant'Anna e di San Martino rimasero abbandonati dalla parte pi scelta della
cittadinanza, e dalla parte pi giovane e pi brillante dell'ufficialit, di
modo che le mammine leggiadre si trovarono spostate e punte, e si lamentarono
di avere edificato a vantaggio altrui.
Donna Clelia, allorch nel segreto delle pareti domestiche vide, a titolo di
prova, quel diabolico angelo di diciasette anni in quel costume provocatore,
il quale faceva risaltare voluttuosamente delle forme, il cui obbligo era
quello di rimaner celate; protest altamente, e disse che non ne voleva altro,
e che la signora direttrice provvedesse a cambiare il protagonista. Ma la
fanciulla, che era gi stata lodata alle prove, perch possedeva un talento
drammatico assai distinto; e guardandosi nello specchio, quando le fu recato
l'abito, scoperse di esser molto pi avvenente di quello ch'ella stessa
credeva, diede in tali escandescenze a sentire quel veto inatteso della nonna,
che la mamma, la nostra cara Ada, la quale era meno rigida di donna Clelia, e
aveva il suo amor proprio, e sentiva la compiacenza d'aver ella stessa messo
insieme quella leggiadra figura, compiacenza che era un misto d'amor di madre
e d'amor d'artista; si sent commossa alle lagrime iraconde e agli strepiti
della sua Paolina; e tanto disse e fece, che la contessa Clelia, crollando la
testa, lasci che la cosa andasse.
E cos non fosse andata! I consigli dei vecchi, pi che non si crede, vogliono
essere ascoltati. Come dicemmo adunque, e per il suo talento drammatico, e per
le sue qualit plastiche, donna Paolina fece un tal furore (non possiamo
sostituire altre parole a questo motto convenzionale), che divent l'idolo
della platea. Allorch poi, negli intermezzi, ella discendeva nell'anticamera
del palco scenico a ricevere i complimenti delle mammine, i cavalieri
serventi, tanto militari che borghesi, si affollavano intorno ad essa per
poter vederla da vicino.
Non occorre che qui ci diffondiamo in minuti particolari per mostrare come
donna Paolina, allieva emerita, e le altre fanciulle adolescenti, ancora
convitte e prigioniere, potessero discendere nelle anticamere della sala che
serviva di platea e ne' corridoj dove la folla si stipava, e scivolassero cos
di contrabbando anche nel giardino. Chi ha avuto pratica di collegi e
conservatorj dove il pubblico pu penetrare, e dove l'adolescenza, tenuta in
soggezione con ferule pi o meno indulgenti, aspira impaziente, e talvolta
rivoluzionaria, alla libert, sa benissimo in che modo avviene quel che non
dee avvenire, e come spesso anche l'oculatezza la pi insistente  sopraffatta
dalla malizia giovanile che, come un fluido imponderabile, sguiscia e fugge e
va dappertutto. Nei principj del marzo di quell'anno 1797, soffiando i venti
che una volta annunziavano la primavera, e che oggi, non sappiamo perch, si
son come involati dalle nostre spiagge, quelle fanciulle che sentivano la
primavera anche di gennajo, per mille ragioni, si godevano a recarsi di
soppiatto nel giardino. N, perch fosse la maggiore delle altre, donna
Paolina si stava nascosta. La contessa Clelia, quando interveniva a que'
trattenimenti, fermavasi in platea; e la nostra soave Ada si teneva dietro le
scene, intenta a sorvegliare la toilette delle giovinette artiste. Colla
lestezza adunque del contrabbandiere, che misura il tempo e fiuta l'aria,
donna Paolina, quando le pareva il momento acconcio, recavasi lontana dagli
occhi della mamma e della direttrice.
Non  a dire quanto, sebbene innocentissimamente, si ringalluzzasse, allorch
una schiera di giovani le si aggirava intorno in corona a colmarla di elogi e
di motti leggiadri e di ambidestre espressioni, che ella non comprendeva
interamente, ma comprendeva abbastanza! Di quello sciampagna che, nella sala,
correva in giro per gli spettatori mascolini, le sue compagne, trionfanti di
qualche furto tentato in cucina, facevano parte a lei come a maggiore, come a
protagonista, e sopratutto come a dragone. Ora quella spuma gasosa le metteva
nel sangue una vivacit cos balda, cos imperterrita, che le concedeva di
lasciarsi andare ad atti briosi e alquanto scomposti, e di movere in giro, su
quelle faccie marziali, delle occhiate affascinanti, e che parevano significar
quello di cui ella, possiamo giurarlo, non aveva nemmeno la coscienza.
Quando abbiamo detto che nel collegio si recavano alquanti ufficiali, non
abbiamo detto che vi andasse tutta la guarnigione. La fortuna dunque e il
destino che spesso si mettono d'accordo per tender le reti ai mortali,
concertarono fra loro di far che il Baroggi fosse, tra gl'intervenuti, il solo
che appartenesse all'arma dei dragoni. Spesso un'inezia basta per avvincere
due persone dell'uno e dell'altro sesso. Una sera, che il giovane capitano
pot uscire un momento di fazione, a cui era obbligato, colla bella signora
R... si rec dove si recaron gli altri; e naturalmente si trov anch'esso in
giardino a far corona intorno al suo commilitone femminile. Lo sguardo della
fanciulla corse di preferenza all'elmo del giovine capitano, e spiritosa
com'era e un po' eccitata, le venne detto:
 Ecco finalmente un camerata.
 Cos fosse, rispose il Baroggi. Sul campo di battaglia, con un tal camerata,
sarei invulnerabile, ch mi proteggerebbe un angelo custode cogli stivali e
cogli speroni.
La fanciulla non rispose, ma guard il bel capitano con una occhiata lenta e
piena d'espressione.
Gli astanti, uomini e donne, a quelle parole, a quell'occhiata, provarono
unanimi un senso di simpatia, e, cosa strana, le donne a favore della
fanciulla, gli uomini a favore del giovane soldato. Ogni sentimento d'invidia
era scomparso e negli uni e nelle altre, ch l'invidia non sorge se non quando
spunta l'idea della gara. Bens corse in tutti simultaneo e concorde il
giudizio: non potersi dar coppia pi adatta e pi attraente di quella.
E tutto fin per quella sera; donna Paolina venne chiamata dalla voce stridula
della governante. Rapida s'invol da quel crocchio, guadagnando la gradinata
che metteva nelle scale, con un salto a piedi giunti, che fece risuonar gli
speroni sulla pietra percossa.
 singolare che, nel tempo in cui il Baroggi si staccava dalle sue quattro
Aspasie, delle quali era pur tenerissimo, per tornare alle sue occupazioni
militari, o alla manovra in piazza Castello, o alla cancelleria del colonnello
Landrieux, o alla scuola di maneggio, egli dimenticavasi compiutamente e della
prima, e della seconda, e delle altre donne che usufruttavano in quote
proporzionali il suo cuore di convenzione; e questo avveniva anche perch,
oltre alla simpatia esplicita e dichiarata e documentata di quelle quattro
signore, strada facendo, e al passeggio, e ne' pubblici ritrovi, e nei teatri
quotidianamente, avea occasione di compiacersi di cento altre dichiarazioni,
fatte cogli occhi se non col labbro. Di quelle care e bellissime signore si
occupava dunque con fervidissima espansione finch trovavasi con loro; ma,
dopo, il suo pensiero rimaneva sgombro e netto come una tavola rasa. Questo
salutare fenomeno era quello che, ad onta delle molte fatiche di campo e di
camera, gli conservava quella vivacit e freschezza di colorito, il quale,
forse un quarto di secolo dopo, gli sarebbe stato ascritto a difetto e quasi a
colpa dalle donne sentimentali, che nell'Ildegonda di Grossi e nel Tu vedrai
la sventurata di Bellini, appresero a mettere in voga i colori sepolcrali e la
tisi tubercolare. Ma, pur troppo, il sereno non pu essere perpetuo. Nella
sera stessa dello spettacolo, quando accompagn a casa la signora R... nella
stessa carrozza di lei, non ebbe tempo di ricordarsi dell'allieva emerita.
Dorm anche, com' naturale, tranquillissimo tutta la notte; si alz dal suo
letto di caserma, lieto, florido, raggiante e con quell'appetito modello che
pu avere un giovane di ventitr anni, il quale nel trotto e nel galoppo trova
il tocca e sana, indarno promesso dalle acque ferruginose. Ma, che volete,
lettori carissimi? allorch egli discese nel Maneggio ad assistere il sergente
istruttore di cavallerizza, e prese egli stesso il frustone per comandare una
ballottata, nel guardare a' giovani coscritti che duri e inerti stavano sul
cavallo come fantocci inchiodati; al pari di un'apparizione diafana e vaporosa
gli si present alla memoria la figurina leggiadra del dragone del collegio di
madama Blanchard, gli si present alla memoria insieme col desiderio di
vederla seduta in sella caracollare sotto alla di lui istruzione. Quella
comparsa improvvisa assimigli molto (volendo trattar l'amore come una
malattia, convien ricorrere a similitudini ippocratiche), assimigli molto a
quegli esantemi fatali che compajono inaspettati per significare a un povero
infelice che non ha potuto involarsi all'invasione di una epidemia o di un
contagio.
Per colpa adunque della sua memoria e della sua fantasia, sent il desiderio
di tornare un'altra sera al collegio di madama Blanchard, e con certi
sotterfugi riusc d'andarci solo. Ma si prepar troppo bene a quella comparsa,
perch la fortuna gli arridesse. Si post ne' corridoj, si rec nelle
anticamere, s'introdusse fino alla soglia del palco scenico sotto alla
protezione di due mammine alle quali ei non dispiaceva nient'affatto; and in
giardino: ma tutto fu invano; per quella sera donna Paolina non gli si mostr
che sul palco scenico; ond'egli si part di l rovesciato e lento, traendosi
dietro il lungo squadrone, come Fingallo, l'eroe di Ossian. Uno dei segreti
perch una ragazza si fissi in pianta stabile nella testa di un giovinotto, 
il non averla veduta dopo aver desiderato ed essersi tenuta in tasca la
certezza di poterla rivedere. Il capitano stette dunque di malumore tutta
notte, stette di perfido umore il giorno dopo... e non manc di chiedere
informazioni e di colei e della famiglia, e che so io. Ma ci che seppe non
valse a rasserenarlo; perch la quasi clausura onde la contessa Clelia aveva
circondato e s e la figlia e la fanciulla non era molto opportuna a mettere
di buon umore un giovinotto intraprendente. Ma, tanto era destinato
l'intreccio e la catastrofe di un dramma serio, che si apprest in que' giorni
appunto la prima delle due sontuose feste da ballo che si dovevano dare nel
palazzo Busca-Serbelloni.
Il nostro capitano vi and in calzoni di spinone e in calzettine di seta;
perch il giovane Bonaparte, in fondo in fondo alla sua ambizione fiutando gi
l'impero, in quel breve anno di vittorie favolose, dall'irta Sparta erasi gi
converso alla geniale Atene, e gli scapigliati e squallidi sanculotti aveva
cangiati in damerini ad allettamento delle moltitudini. Ora noi non sappiamo
come sien corse le cose tra donna Clelia rigidissima e donna Ada; ma il fatto
sta che, in mezzo alle belle dame e alle fanciulle che sedevano intorno
intorno alla sala da ballo sui bianchi sedili, trovavansi donna Ada appunto e
donna Paolina. Questa anzi, nell'istante che il capitano Baroggi mise piede
nella sala, stava sorgendo perch un gentile ufficiale le porgeva la mano
invitandola ad un perigordino. Il Baroggi non la conobbe al primo, perch le
vesti femminili la facevano parer diversa da quella che a lui era comparsa
nella verde giubba e nei calzoni di pelle di daino; ma la ravvis poi, e si
ravvisarono e danzarono insieme e contradanze e perigordini e monferrine, e si
parlarono a lungo e concertarono...
Madri amorose e sollecite, le quali vivete in timore d'ogni nonnulla che mai
possa avvenire alle vostre figliuole, ascoltate un nostro parere: tenetele ben
lungi dalle feste da ballo. Nell'ebbrezza della danza vorticosa, in quel
tepore che, al pari di una corrente elettrica,  mandato e rimandato da corpo
a corpo stretti in artistico abbraccio, v' un veleno assassino che basta per
intorbidare le pure sorgenti dell'innocenza inconsapevole!...


VIII

Di molte guerre e catastrofi di popoli la storia pi volte registra che la
prima causa impellente  stato un bacio fatto scoccare in un cattivo momento,
un'infedelt, una gelosia, ecc. Se l'incendio di Troja e l'Elena divina e il
dandy Alessandro non fossero stati citati in tanti e tanti libri fino alla
noja, noi saremmo capaci di citarli ancora. Per, tanto per contrapporre
qualche cosa di pi nuovo alla guerra di Troja, sappiano gli investigatori
delle cause prime, che l'eccidio del ministro Prina, che fu uno de' fatti pi
dolorosi e pi terribili della citt nostra,  avvenuto non per altro che
perch una moglie non plebea ebbe un bacio fuggitivo da un amante regio. Per
oggi non possiamo dire di pi. Il tempo di svelare i misteri, finora
rispettati, di quell'orribile tragedia non  ancor giunto; ma verr, e il
lettore sapr da noi cose che nemmeno sospetta. Intanto torniamo a donna
Paolina ed al Baroggi, dalla simpatia de' quali divenuta per gradi un amore
incandescente, scaturiranno tali conseguenze, che non saranno certo una
bagatella nemmeno per coloro che hanno passata la loro vita a contar le epoche
delle rocce granitiche, o ad accrescere l'elenco delle stelle, o a indagar gli
effetti dell'acido prussico, o a cercar un rimedio all'idrofobia.
Cara donna Paolina!!! pi bella e pi formidabile, nel nostro concetto almeno,
delle stesse eroine guerriere dei nostri due epici sovrani, anche noi
cominciamo a sentire per te una certa affezione; ed  invero una fortuna
l'innamorarsi delle persone morte, che risorgono come creazioni della nostra
fantasia, perch ci almeno non danneggia n la nostra salute, n la nostra
borsa.
Alquante pagine addietro abbiamo di gran fretta abbozzato il ritratto fisico e
morale del conte Achille S..., il padre di donna Paolina, colla promessa che a
tempo debito ne avremmo fatto il ritrattone ad olio. Fu quella un'informazione
un po' allarmante, e che in coloro i quali credono al sistema dei trapassi
morali deve aver generato qualche apprensione anche a riguardo della
figliuola: Talis pater, con quel che segue. Ora non possono immaginarsi quei
signori con che piacere noi vorremmo dir loro che si sono ingannati; ma, pur
troppo, ci che  non si pu negare. Quell'avventatezza onde il padre aveva
fatto saltare in aria due o tre patrimoni, quell'impeto di sangue onde, senza
badare alle conseguenze, avea fatto tutto ci che il capriccio istantaneo gli
aveva suggerito; quella spensieratezza imperterrita onde aveva abbandonato
patria, casa, moglie, figliuoli, tutti, pur troppo, si trasfusero, sebbene,
con modificazioni benigne, nella fanciulla Paolina. La contessa Ada, con quel
suo cuore nato fatto per le profonde e ardenti affezioni, innamoratasi al
delirio di quello scavezzacollo pieno di fascino, ne avea riprodotte le
stigmati, come si riproduce una voglia, nel corpo, nell'intelletto, nel cuore
della figliuola. Solo in cuore, per lasciarle un impronto anche di se stessa,
le depose una forte sentimentalit affettiva. Della bont non parliamo, perch
(e come potr ora crederlo il lettore? ma lo vedr a suo tempo) essa esisteva,
sebbene in fondo in fondo e sotto mille pieghe, anche nell'inestricabile
guazzabuglio del cuore di suo padre. Ora fu con queste disposizioni elementari
che la fanciulla, rinnovando le danze fatali col capitano Baroggi alla festa
in casa Serbelloni, sent per la prima volta da colui il linguaggio esplicito,
ardente, entusiastico dell'amore, con dichiarazioni da far girar la testa
anche a una marmotta; con promesse, con proposte, con insinuazioni che
potevano parer armi ed artificj e insidie perfino di un'anima corrotta e
ribalda, se il giovane Baroggi non fosse stato in piena buona fede, e se,
riscaldando la fanciulla, non se ne sentisse riscaldato a gara, al punto da
smarrire la prudenza e il senno.
Noi vorremmo riprodurre per intero il dialogo di fuoco che avvenne tra loro;
quel dialogo vertiginoso che li trasport in un mondo fuori del mondo, se non
avessimo fiducia nella sagace interpretazione de' nostri pi giovani lettori.
In conclusione, per non perdere il tempo in eccessive chiacchiere
preparatorie, il Baroggi, a quella festa in casa Busca, disse alla fanciulla
ch'egli tra pochi giorni, ed era vero, avrebbe probabilmente dovuto partire
per seguire le truppe; che non poteva o non voleva lasciarla a Milano; che
s'ella si rifiutava, egli, al primo scontro in campo aperto, non avrebbe fatto
altro che gettarsi sulle baionette nemiche, per esalar l'anima a un tratto;
che un'altra giovine milanese, e alludeva forse alla ben nota signora
Scanagatta, erasi fatta soldato; ed altre avean seguiti gli sposi, senza
mettere in pericolo il decoro; che il destino e la Provvidenza (che spalle
grosse ha costei!) avevano mostrato a pi segni di volere ci ch'ei proponeva;
che il fatto stesso dell'avere essa un completo abito militare e della
medesima arma in cui egli serviva, era un indizio manifesto, che la fortuna
voleva in tutti i modi agevolar la via della fuga. La fanciulla non avea
risposto a tali parole; ma nel cuor suo prese fermissima risoluzione di
seguirlo in ogni modo, per quanto serie ne potessero essere le conseguenze.
Anzi, nei giorni consecutivi, se il capitano Baroggi fu assalito pi e pi
volte da mille dubbj e paure, ella non ebbe mai in mente altro pensiero che
quello di mettere quandochesia in esecuzione quel partito disperato.
Verso la met di marzo eran venuti di Francia nuovi battaglioni e molta
cavalleria, la quale, dovendo partire da un giorno all'altro, fu messa a
serenare nei giardini pubblici, come praticarono e prima e dopo e sempre quasi
tutte le truppe venute qui in momenti burrascosi, per passare altrove. Il
capitano Baroggi, per le incombenze portate dalla sua condizione d'ajutante
del colonnello Landrieux dello stato maggiore di cavalleria, due o tre volte
al giorno recavasi ai giardini, nel breve periodo che il nuovo reggimento
dragoni stanzi a Milano. Passando lungo il naviglio, vedeva due o tre volte
al giorno la fanciulla che stando continuamente alla vedetta e quasi
indovinando l'ora e il punto, usciva in giardino quando occorreva, spingendosi
sino ad una ringhieretta mascherata di carpini, la quale si protendeva molto
sul naviglio, e per non era a molta distanza dalla sponda opposta. Il Baroggi
guardando il naviglio che era asciutto, per gli spurghi che, siccome 
d'antica pratica, vi si cominciano nel mese di marzo; e osservando che, in
molti punti, gettandovi mattoni o ceppi grossi, potevasi attraversare, senza
la necessit d'immergere nell'acqua quasi nemmen la punta dei piedi; pens che
la fuga della fanciulla tentata per quella via non presentava n difficolt n
pericolo di sorta. L'irresoluzione in cui da pi giorni ei versava dipendeva
in gran parte dall'idea delle difficolt che naturalmente si opponevano al suo
disegno. Ora quella specie di scoperta lo sollev al punto, che stabil
risolutissimamente di mandarlo ad effetto. Scrisse dunque alla fanciulla una
lettera, la quale come sia stata ricapitata non lo sappiamo, perch non si pu
saper tutto. Ella rispose, e la risposta avea qualcosa di determinato, di
fiero, di romano, per cos dire, che egli stesso ne dovette maravigliare, ma
d'una maraviglia che gli accese pi che mai il cuore e la testa.
A questo punto eran le cose quando noi vedemmo per la prima volta donna
Paolina appoggiata alla spalla del finestrone della sala terrena verso il
giardino, in una posa affatto maschile. Allora ci pare d'aver notato come ella
fosse concentrata in gravissimi pensieri; ci pare d'aver notato come si
scuotesse tutta a sentir la Marsigliese, eseguita sul cembalo e cantata da sua
madre. Ora dobbiamo aggiungere che, dopo avere scritta quella lettera di
risposta al capitano Baroggi, avea pensato di proporgli che, prima di partire,
provvedesse a sposarla. Codesta idea sorse in lei, e per quel senso profondo
di decoro e di pudore che  in tutte le fanciulle, anche allorquando sono
esaltate e traviate dalla passione; e per esperimentare se le proteste
ardentissime del Baroggi non fossero proteste oblique e malfide. Il dubbio o
il sospetto  inseparabile da qualunque passione, nel soddisfacimento della
quale si ripone ogni maggior bene. Ella, del rimanente, aveva sentito a dire
che i matrimonj, senza il consenso dei genitori, erano nulli per legge; ma
avendo pur letto, non sappiamo in qual libro, che in alcuni casi non 
necessario il loro consenso, intelligente e acutissima qual'era, and a
squadernar il catalogo dei libri della biblioteca ricca e scelta, raccolta
dalla dottissima contessa Clelia, l'ex lettrice di matematica
nell'archiginnasio bolognese, per vedere se mai vi fossero delle opere che
trattassero del matrimonio. Squadern dunque, e ne trov pi d'una, e di
recenti: tra l'altre, le Considerazioni attribuite a don Giovanni Bovara sopra
l'imperial regia costituzione del giorno 16 di gennaio 1783, risguardante i
matrimonj, stampate a Milano dal Motta nel 1794; i due opuscoli dell'abate
segretario Giudici, Sulla civile potest del matrimonio, stampati pure a
Milano in quel medesimo anno 1797; e un altro sul medesimo soggetto, d'ignoto
autore, stampato a Brescia nell'anno stesso.
Lesse avidamente quei libri, ma per quanto ella fosse colta e intelligente,
quella materia mista di giurisprudenza e di teologia era alquanto superiore
alle sue forze: e tanto pi che cos il Bovara, come l'abate Giudici e
l'anonimo di Brescia non ebbero certo in mente di scriver per le ragazze.
Lesse dunque molto e cap assai poco, ma per quel poco comprese che l'affare
era disperato e si sent venir freddo.
Ma tutt'a un tratto balz in piedi, come se avesse fatto una scoperta,
mandando un lungo respiro di soddisfazione. Aprendo l'opuscolo di Brescia,
s'imbatt nella pagina 23, dove lesse quel passo che per lei era davvero un
passo d'oro: Ognuno sa che il concilio di Trento volle stabilire che valido
sia il matrimonio dei figli anche senza il consenso de' genitori. Ci le
bast; chiuse il libro; ripose tutti gli altri nella libreria, e non ne volle
saper altro; e su quel passo solitario e sgranato, come praticano molti dotti
che vogliono fondare un sistema nuovo a qualunque costo, e storpiano i fatti
per farli stare sul loro letto di Procuste, fond la sicurezza del suo
matrimonio col bel capitano.
Scrisse allora al Baroggi una seconda lettera, nella quale metteva il
matrimonio come indispensabile condizione, anzi come condizione preventiva
alla partenza e alla fuga. Il capitano, che ignorava il decreto del concilio
di Trento, ma senza saperlo, sapeva benissimo che la sostanza di quel decreto
non era mai stata ricevuta da nessun governo; e recentissimamente il general
Bonaparte avea promulgato la legge del matrimonio civile, per il quale,
essendosi fissato il principio del contratto, le difficolt erano accresciute
pei contraenti; volle darsi per disperato, e tanto pi che le parole della
fanciulla, mentre pure esprimevano il turbine della passione, erano parole di
ferro in quanto al matrimonio.
Codesto ostacolo improvviso gli accrebbe la smania di riuscir nell'intento; e
la tempesta fu tale in lui, che, sapendo come il vecchio Suardi poteva dar
punti al diavolo, risolse di aprirsi a lui per ajuto.
Si rec pertanto a trovarlo sull'istante; ma volle la combinazione che
entrasse nelle sue camere in malissimo punto. Contro il consueto e con suo
gran stupore, trov il signor Andrea Suardi in un terribile abbattimento. Che
cosa era successo? Dal signor Andrea, com' naturale, non pot saper nulla; si
ritir dunque, e, ne chiese qualcosa ai servitori, ma anche questi non sapevan
nulla. Discese nello studio, parl a uno scrivano. Il Baroggi, da quanto colui
gli disse, pot argomentare che una cattiva notizia aveva cagionata la
costernazione del Suardi; ma non pot n sapere, n indovinare qual fosse
codesta notizia. Noi per non abbiamo bisogno di andare a tentone; ed ecco che
cosa c'era di nuovo. Da un messo velocissimo e clandestino gli venne riferito
alla mattina di quel giorno, esser caduto prigione, nelle mani dei francesi,
il generale austriaco Scultz, morto poi per le ferite; il quale era il suo
manutengolo nelle manovre degli appalti; che, nel tempo stesso, dopo
un'amputazione, era morto anche un ufficiale del treno francese, il quale,
prima di morire, avea scritto una lettera all'intendente di guerra francese,
residente ancora in Milano, nella quale pareva si facessero importanti
rivelazioni sul fatto degli appalti e dei foraggi. Or vedr il lettore che
tempestoso viluppo sta per ammassarsi da tutto ci; e come il Baroggi finisse
a giovare al Suardi, e questi al Baroggi.


IX

Il capitano Baroggi, quando non stava in castello, alloggiava, lo abbiamo gi
detto, in una delle case che il Suardi possedeva in Milano, e spesse volte
andava a pranzo da lui. Il giorno stesso in cui era andato a visitare il suo
protettore, e contro il solito, lo aveva trovato cos mal disposto, ricevette
poco prima di pranzo un biglietto d'invito del Suardi, con preghiera di non
mancare. La preghiera era superflua. Il capitano non desiderava altro.
In quel d non ci furono commensali. Il Suardi e il Baroggi pranzarono soli,
l'uno in faccia dell'altro. Il signor Andrea era tornato calmo e lieto come
d'ordinario; questa almeno era l'apparenza.
 Caro capitano, come vanno le faccende colla bella contessa?
 N bene, n male; anzi piuttosto male che bene; n colla R... vanno meglio,
ch dice di esser gelosa, e minaccia scandali. In conclusione, signor Andrea,
sono abbastanza annojato del mio quadruplice impiego, e vorrei domandare la
giubilazione. D'ora innanzi non voglio pi saperne di tali donne. Ambizioni,
capricci, dispetti, finzioni, ecco ci che ho raccolto in questi novanta
giorni di guarnigione.
 Col tuo metodo di tenerle tutte a bada in un tempo solo, non si possono che
raccoglier dispetti e malumori. Credi tu che l'una non viva in sospetto delle
altre, e che ignori?...  un miracolo che t'abbiano sopportato fino adesso.
 Ma io non mi sono ingaggiato con nessuna... non ho nessun patto di scrittura
che mi obblighi piuttosto all'una che all'altra. Io vado nelle loro case come
ci va un amico comune. Quanti altri ci vanno! Sarebbe bella che...
 Non voglio entrar in dispute...n insegnarti che, oltre ai patti scritti, vi
sono i taciti, n convincerti che gli amanti sono come gli avvocati, i quali
non possono simultaneamente prender la difesa di due parti avversarie tra
loro. Sarebbe uno scandalo. Oggi per, giacch dici che vuoi domandare la tua
giubilazione, desidero che ti meriti un ben servito. Lo avrai dunque da me, ma
a un patto... che tu conduca questa sera stessa alla Canobbiana la cittadina
contessa... (guai se i repubblicani arrabbiati ci sentissero a mettere insieme
queste due parole!); tu devi dunque recarti in sua compagnia alla Canobbiana,
e farle tutta la tua corte... e spingerla fino all'esagerazione quando ti
troverai vicino al tavoliere dove di solito il colonnello Landrieux giuoca
alle carte con monsieur Chapier.
 Ma perch tutto questo?
 Il perch lo so io... In quanto agli scandali della signora R..., se hanno a
succedere, lascia che succedano... Saranno essi uno spediente per romperla con
tutte e quattro, e finirla, giacch ne hai tanto desiderio.
 Il parere non  cattivo; ma tutto sta che la signora contessa abbia volont
di venire. Perch siam sempre l...: se si chiede, non si ottiene.
 Chi vuole pu.  un proverbio che non falla. Con questo proverbio alla mano
mi sono governato tutta la mia vita. Colle donne poi  un vero tocca e sana.
 Quando sono semplici e buone, pu andare benissimo. Ma voi non conoscete n
la A... n la R... Non c' n semplicit, n bont vera in loro. Superbia,
ira, invidia, sono i peccati capitali che la loro giovent e la loro bellezza
e il loro ingegno e il loro spirito fanno lavorare continuamente a danno del
prossimo e dei poveri bietoloni che hanno la debolezza d'innamorarsi davvero.
La R... la conosco da un pezzo... La A... la conosco da poco tempo, e voi ne
avete tutto il merito; ma la seconda non fa che spiegare la prima e
completarla. Se io so star bene in staffa con loro, e se le loro signorie non
mi hanno ancora mandato al diavolo,  perch non sono innamorato, ed esse ben
se ne accorgono, ad onta delle mie parolone, e sperano tuttora di poter
ridurmi allo stato di vittima, per abbandonarmi poi di punto in bianco, e
farmi cader dall'alto, tra le risate degli astanti e il sorriso trionfante del
mio successore, il quale, dopo esser rimasto in carica pi o men tempo,
farebbe la mia fine medesima, e cos di successore in successore, fino alla
dispersione della loro carne fresca e color di rosa.
 Bravo il mio capitano, vedo che sei matricolato la tua parte. Ma che cos'
che poco tempo fa non parlavi cos?... sarebbe mai...?
 Che cosa?
 Che cosa, che cosa... Non si comincia a prendere avversione alle amanti
vecchie se non quando sottentra qualche amante nuova. In questo genere ho
cominciato i miei esercizj a sedici anni; e me n'intendo. Ma che cos'
successo? Il mio bel dragone si fa serio... Or bene, si pu sapere o no di che
si tratta?
Il Suardi insistette perch il Baroggi si svelasse. Questi stette sodo e serio
un pezzo, poi si sciolse alla fine, e si svel e dichiar di avere finalmente
provato che cosa sia un innamoramento. Svilupp di poi delle teorie, e volle
dimostrare che un giovane non pu innamorarsi davvero che delle ragazze.
Disse in appresso il nome di battesimo della fanciulla. e come l'avea
conosciuta vestita militarmente; infine mise fuori anche il casato.
Il Suardi, a quella rivelazione, stette muto qualche tempo per la grande
sorpresa, poi, battendosi la fronte, e gettandosi a sdraio sul dossale della
sedia, rimase un pezzo cogli occhi rivolti alla soffitta della sala; poi si
alz e passeggi, esclamando di tanto in tanto:
 Oh che caso! Oh che combinazione!
Il Baroggi lo guardava con meraviglia.
 Ma in fine che c' egli di cos strano? gli chiese poi.
 Ah, se tu sapessi! Tu non conosci niente di tutto quello che... Ah, questa 
la pi curiosa di tutte le combinazioni... Va poi tu a fischiare in teatro
quando la compagnia Fabbrichesi ti recita una commedia inverosimile... Ma
l'ora  tarda; e non c' tempo da perdere, e per condurre la contessa in
teatro alle otto, bisogna cominciare a corteggiarla due ore prima. Va dunque,
capitano, va e sbrigati, e fa di non mancare perch...
Proferendo queste parole il Suardi si era fatto serio, ch davvero l'impaccio
in cui si trovava non era tale da passarci sopra ridendo.
Il Baroggi, che avrebbe voluto continuare a manifestare al signor Andrea i
proprj piani, e, in proposito, domandargli dei consigli e degli ajuti, dovette
tacere per forza, rimettere ad altro giorno il seguito del discorso, cingersi
tosto lo squadrone, e prendere il caff stando in piedi, perch il Suardi era
diventato persino stucchevole nel raccomandargli di far presto e d'andare.
Suonavano le ore sei quando il capitano usc per recarsi difilato in casa A...
Il costume d'andare a tavola alle ore quattro, per quella classe di cittadini
che non mangia pi di tre piatti; alle cinque per quella classe di negozianti
e di pubblici funzionarj che hanno quattro piatti oltre la frutta e formaggio
e la bottiglia di contrafforto; alle sei per gli uomini altolocati e i
milionarj patrizj che hanno piatti senza numero fisso, e che studiano la
geografia coi vini,  un portato del nostro secolo. Negli ultimi anni del
secolo passato v'era tuttora nelle case popolane la consuetudine del pranzo a
mezzod, e della merenda, e della cena.
Soltanto nelle classi distinte, la rivoluzione che non era penetrata nel resto
penetr invece nell'orario del pranzo. Questo per non avea oltrepassato
ancora le ore quattro. Vogliamo dire con ci, che quando il capitano fu
annunziato in casa A..., la dea del loco co' semidei e le semidee commensali
erano gi tutti assisi nel salone del chilo a sorseggiare il caff.
Allorch il capitano fu annunciato nella sala, le sedie degli adoratori
estatici, degli incensatori muti, e degli adulatori ciarlieri, che in
semicerchio concentrico stavano intorno al seggiolone aurato della bellissima
e voluttuosissima dea, si ritirarono tutte come se dipendessero dall'impulso
di un unico congegno. Allorch una bella donna, venuta in gran voga ed a cui
si convergono tutte le bussole dei navigatori avventurosi, ha scelto un
prediletto, costui  riguardato comunemente come il padrone di casa;  pi
rispettato o pi abborrito del marito medesimo, a seconda degli umori, delle
condizioni, degli affetti, delle aspirazioni diverse. Che il Baroggi fosse
divenuto tale da pochi giorni, era la certezza di quegli astanti, e fu il
motivo onde tutti, per un moto macchinale, si ritrassero non senza
bestemmiarlo in segreto. Spessissime volte capita che, in circostanze
consimili, quando il favorito vien scelto da una bella signora, tutti gli
adoratori che hanno inoltrato il loro ricorso e che hanno vissuto in isperanza
per qualche tempo, dileguano in massa, come le rondini in autunno. Ora questo
fatto non si verific nel caso del nostro Baroggi, perch tutti sapevano che
fra pochi giorni esso, volere o non volere, avrebbe dovuto andarsene al campo,
e che probabilmente poteva essere portato via da una cannonata. Per quanto
quegli adoratori fossero in fondo giovani non perversi, tuttavia, siccome
erano giovani e pretendenti, non potevano veder di buon occhio chi avea tali
qualit da costringerli, sul loro terreno, a una perpetua ritirata. Paganini
era l'idolo del pubblico, ma non dei suonatori di violino. La Malibran, quando
mor, fece piangere in palese, ma ridere in segreto tutte le prime donne
assolute che viaggiavano colla carrozza propria. La speranza adunque che quel
Ganimede stivalato potesse essere involato al mondo da una palla micidiale,
senza ricorrere n all'aquila, n a Giove, fece s che i signori, i quali
allargarono il cerchio de' sedili allorch comparve il Baroggi, non solo non
avessero abbandonata la casa, ma accogliessero anche con sorrisi e complimenti
il bel capitano. In quanto alla contessa A..., non ostante che, per la qualit
speciale del suo sangue, si trovasse benissimo tra tanti bei giovinotti
traspiranti desiderio e ardore, non pot a meno di scuotersi tutta nel sentire
la voce e nel veder quella per lei tanto attraente figura del Baroggi. Il
nostro amico Bruni, che fu sempre un gran fisionomista e che per gli occhi
vedeva i cuori, ci ebbe a dire tante volte, a proposito di quella contessa, la
quale fece parlar tanto di s che egli non la vide n prima, n dopo a
comportarsi verso altri amanti (di cui la lista, pur troppo, riusc
innumerevole) con quella speciale e delicata deferenza onde, pel breve tempo
ch'egli pot esserne spettatore, si comport col Baroggi. Si vedeva,
riportiamo le precise sue parole, che quella era stata una simpatia
invincibile e ingenua, tanto che se il capitano non le fosse stato tolto dalle
circostanze, la cronaca scandalosa non avrebbe avuto a empir tante pagine.
Per da quello che il Baroggi ebbe a dire sul conto di essa al Suardi, si vede
che egli, o non la seppe conoscere, o fu ingiusto seco; l'ardente passione per
donna Paolina, non solo gli rese uggiose le pratiche vecchie, ma superficiali
e insipide le relazioni nuove.
Diciamo questo perch vorremmo che nel giudicare gli uomini e le donne,
segnatamente quando si tratta di trascorsi, e debolezze, e peccati, che non
intaccano n la vita, n la borsa del prossimo, si facesse sempre uso di una
certa indulgenza. Ma  assai probabile che la bella e spiritosa e ardente
figliuola del marchese F..., se invece dello sposo, che il padre fatto bigotto
le mise innanzi come un medicinale, avesse trovato un giovane che nell'insieme
avesse arieggiato il Baroggi, con quel corredo agro-dolce di qualit
intellettuali che valgono a tenere in freno una signorina facile ai capogiri
ed a renderla invulnerabile alle tentazioni, ella non avrebbe forse cercato
altro, e sarebbe stata una donna esemplare.
Ma, per lasciare la moralit in pace, il bel dragone si mise in prima a
sedere, poi, dovendo rispondere a cento domande che le rivolse la contessa, fu
costretto a piegare la testa verso di lei; poi, piegando la contessa la
propria per dirgli qualche cosa in segreto, contro le prime regole
fondamentali del galateo, le due persone, che si trovavano fra lei e il
Baroggi, dovettero alzarsi per forza, e avviare la conversazione in un altro
crocchio; esempio che, l'uno dopo l'altro, tutti imitarono, maledicendo
l'importuno e anche odiando un po' quella capricciosa donna, che non temeva di
farsi scorgere da tutti. Il Baroggi, finch stava con lei, tanto era
affascinante quell'atmosfera ond'ella avvolgeva chi le stava presso, sebbene
pensasse a troncare ogni relazione con la contessa, pure non poteva a meno di
cercare quelle espressioni e quelle parole che piaciono tanto alle donne
innamorate, e alle quali esse danno qualche volta l'importanza di un contratto
firmato. Or avendo parlato in modo che la contessa se ne sentisse tutta quanta
inzuccherata, ella non pens un momento solo a stare in sulle ripulse quand'ei
la preg a voler permettere che per quella sera l'accompagnasse in teatro.
 Che cosa dir la cittadina R...? gli chiese per la contessa, sorridendo.
 Pensi pure e dica quello che vuole.
 Il cittadino R... e il general Lechi sono tornati a Milano.
 Da quando?
 Come? non lo sapete?
 Davvero che non so nulla.
 Non  una bugia questa?
 Da soldato d'onore torno a ripetere che non so nulla.
 Quand' cos... e qui lasciando in sospeso il discorso, gir l'occhio nella
sala sui varj gruppi di persone che lontani da loro due attendevano a
ciarlare; e visto che nessuno guardava, colse il punto, e di volo gli dette un
bacio.
La grazia, l'incanto, l'abbandono pieno di ingenuit insieme e di malizia,
onde la contessa mise la sua bocca di rose sui baffi del dragone, avrebbero
messo il disordine nella sistole e nella diastole di qualunque cuore, fosse
stato anche quello di un protocollista; ch quel bacio, messo all'asta,
avrebbe potuto salire a un prezzo favoloso. Pure il Baroggi ne arross senza
contento.
Quel bacio, del rimanente, nell'intenzione della bella contessa, doveva essere
un premio. Ella aveva creduto in principio che il Baroggi le si fosse
profferto ad accompagnarla in teatro per vendicarsi della cittadina R..., che
la pubblica maldicenza pretendeva avere avuto qualche tresca col general
Lechi, ed essere per rinnovarla ora che il generale da Brescia era venuto a
Milano. Conosciuto pertanto che il Baroggi non ne sapeva nulla, e non aveva
secondi fini, gli volle attestare la propria gratitudine.
Queste coserelle ci rivelano che la contessa faceva proprio da senno. Peccato,
torniamo a ripeterlo, che il bel dragone fosse tirato altrove!
Ma l'ora d'andare al teatro venne presto; la carrozza fu in un momento in
contrada Larga. Al palchetto della prima fila la contessa e il dragone
s'affacciarono nel punto che il telone s'alzava. Tutte le teste che erano in
platea e nei palchetti, col movimento simultaneo di un battaglione che faccia
l'esercizio si voltarono issofatto per vederla. Ma appena comparve il dragone,
come quando ne' campi si levan gl'incastri, che tosto si sente il fremito e il
mormorio delle acque irrigatrici, proruppero in chiacchiere, le spiritose
invenzioni, le congetture, i sospetti, le calunnie, le quali s'intrecciarono
poi in mille combinazioni e varianti quando fu notato che il signor Andrea
Suardi era entrato in palchetto anch'esso: il signor Andrea, che in quella
sera, come il Beltrame del Roberto il Diavolo, lavorava colle occulte sue armi
per spingere tutti a perdizione, se ci fosse stato il bisogno, onde salvare se
stesso.
Allorch, dopo l'intermezzo, il pubblico si rimise a sedere per vedere il
ballo, che non era pi quello del Papa; la contessa A... e il capitano Baroggi
erano usciti dal loro palchetto, circostanza comunissima, che non fece n
freddo, n caldo. E il ballo and fin quasi alla fine; quando, nel momento che
la coppia danzante stava facendo le sue pose di grazia, la platea fu tutta in
scompiglio. Quelli che stavano in piedi furon visti uscire repentinamente; i
seduti si alzarono per domandare di che si trattasse; corsero voci diverse; si
parl di un alterco avvenuto in ridotto. La coppia danzante cess i suoi vaghi
giri; tacque l'orchestra.


X

Gli scellerati per vocazione e per arte, i quali di ogni cosa si fanno un'arme
per raggiungere i proprj intenti, spesse volte nella raccolta dei mezzi
somigliano a quella classe speciale d'avari che sono avidi dell'oro e lo
accumulano affannosamente, non perch amino l'oro in se stesso, ma perch
temono sempre di essere sorpresi da improvvisi bisogni, e per non vogliono
lasciarsi cogliere sprovvisti. Il vecchio Suardi, nella sua speciale
condizione, assimigliava a questi avari. Nel dubbio che i suoi disegni
incontrassero ostacoli, nel sospetto anche lontanissimo che un uomo potesse
diventare un suo oppositore, subito pensava agli schermi, alle ritirate, alle
armi di difesa e d'offesa, come se il suo sospetto si fosse gi avverato, e se
il suo possibile nemico lo avesse gi colpito. Al pari di un feudatario del
medio evo, asserragliava il proprio castello anche allorquando non gli era
posto l'assedio da nessuno, ma soltanto nel timore che ci potesse succedere.
Allorch, nelle faccende degli appalti per l'armata repubblicana, si trov la
prima volta a contatto con monsieur Chapier, comprese che con quell'uomo non
avrebbe mai potuto trovarsi d'accordo, e pens tosto ai mezzi di potere,
all'occorrenza, disfarsi di quel francese. Ne studi l'indole e le debolezze;
studi le relazioni in cui trovavasi con altri uomini; in che grado fosse
rispettato, amato, odiato; su queste osservazioni abbozz i proprj disegni,
che modific, perfezion o cangi addirittura a seconda delle circostanze
sorvenienti.
In principio, appena ebbe fatta la conoscenza del colonnello Landrieux, pens
se mai fosse stato possibile di far le parti di Creonte tra il colonnello e
l'intendente, per suscitare tra di loro una tale avversione, che l'uno dei
due, o l'uno e l'altro insieme, potessero andar colle gambe in aria; s'accorse
per presto che del Landrieux, per quell'affare speciale, non c'era da cavare
nessun partito; onde se lo tenne buono per qualche altra cosa, e lasci
andare. In appresso s'avvide che monsieur Chapier, con cui la natura, per ci
che riguarda l'avvenenza, non era stata cortese, guardava di pessimo occhio i
bei giovinotti, e all'uopo anche ne sparlava e li metteva in dileggio. A
questa scoperta presto ne tenne dietro un'altra; e fu che monsieur Chapier
andava perduto dietro al bel sesso, e, per quanto pareva, con tanto maggior
fervore quanto pi era implacabile il loro gelo a suo riguardo; e che durante
il carnevale avea tentato ogni sforzo per rendersi amabile, vale a dire avea
tentato l'impossibile; e che si era in sul serio riscaldata la testa quando
vide quel portento di bellezza che era la contessa A... Indi, da certe
contrazioni di muscoli e da certi sguardi obliqui che l'intendente gitt sul
capitano Baroggi, una sera che nella platea della Scala gli era passato
innanzi, pot indovinare ch'ei lo avrebbe voluto piuttosto morto che vivo. Gli
uomini disgraziati colle donne portano un'avversione singolarissima a quelli
che ne sono la calamita. Su questi dati adunque il signor Andrea Suardi fece i
suoi calcoli, in conseguenza dei quali approfitt dell'amabile invito della
bella contessa per mandarle tosto il capitano, avviare tra loro un amore
qualunque, e farlo luccicare poi sugli occhi dello Chapier, con
quell'insistenza onde il monello persecutore spinge al suicidio l'improvvido
merlo, tormentandolo senza posa coi raggi del sole raccolti nello specchietto.
Il Baroggi fu per ci messo da lui al posto dove il Landrieux non avrebbe
saputo far nulla; fu da lui messo a quel posto coll'intento onde un piantatore
americano mette il generoso cane di Terra Nuova sul sentiero dov' la traccia
del leopardo o del giaguaro, per aver tempo di porre s stesso in salvo, dato
un repentino assalto, e senza pigliarsi gran pensiero del pericolo del cane
fedele.
Il Suardi aveva preso a proteggere il povero figliuolo del disgraziato
Baroggi; lo aveva fatto educare senza risparmi; aveva sentito e sentiva per
lui qualche affezione, che in certi momenti diventava anche caldissima. Ma
egli era avvezzo a sagrificare tutto ai proprj fini; avrebbe sagrificato anche
i figli, se ne avesse avuti; onde non vi poteva essere un'eccezione nemmeno
pel Baroggi. Se non c'era la necessit di adoprarlo, lo risparmiava ed era
contento; ma se la necessit facevasi imperiosa, sentivasi disposto ad
immolarlo freddamente, e addio affezioni. Nella categoria degli uomini belve
il Suardi poteva essere qualificato come il leone messo a raffronto col tigre:
il primo divora per fame; il secondo per rabbia e volutt di strage.
Ora, tornando al teatro della Canobbiana, la contessa A... assapor a lungo il
piacere di sedere in palco dirimpetto al bel capitano; ch tutte le donne che
fanno all'amore per passione e per diporto esultano nel mostrare al mondo,
quasi in atto di trionfo, l'ultima loro conquista: in ci non molto dissimili
dai fanciulli che con giubilo fanno vedere a tutti l'ultimo loro giocattolo.
Ragion volle per che, uscendo dal palchetto, dove erano entrati altri
aspiranti, lasciasse lo strenuo dragone per farsi accompagnare da loro in
Ridotto dove, di quel tempo, si raccoglieva il fiore della cittadinanza, e
dove, anche dopo finito lo spettacolo teatrale, si prolungavano sino ad ora
tardissima la conversazione e il giuoco.
Il Suardi, colto il momento che il Baroggi fu solo, lo prese sotto il braccio,
e cos gli disse:
 Caro Geremia, c' un originale di francese al quale  necessario che tu dia
una lezione piuttosto grave.
  borghese o soldato?
  un anfibio.
 Come un anfibio?
 Voglio dire che veste la montura, ma quando gli altri si fanno ammazzare,
egli conta i denari e prepara i pacchi per le truppe.  un intendente.
 Ah, ah, monsieur Chapier. Lo conosco benissimo. Al teatro di S. Martino c'
uno scimiotto vestito da generale che sulla corda va dal palco scenico alla
soffitta, il quale sembra suo fratello gemello. Ha la debolezza di voler
piacere alle donne. Oh... lo conosco benissimo.
 Che tu lo conosca va bene; ma va male che egli sparli di te.
 Come fa a sparlare di me, se io non gli ho mai trto un capello?...
 Ha sparlato di te e ha sparlato di lei...
 Di lei? di chi?
 Della contessa, s'intende. Ha detto che la contessa paga gli amanti, e che
ti...
Qui il Baroggi mand un'esclamazione che si sarebbe sviluppata in un fremito
ferino, se il Suardi non lo avesse frenato.
 Che cosa gridi, matto? Lascia gridar chi  sporco. Piuttosto va a pigliar
quel furfante pel collo e...
Il Baroggi, senza rispondere, aveva gi saltato tre gradini. Il Suardi lo
trattenne ancora.
 Ma dove corri, se non sai nemmeno dov'egli si trova?
 Sar in Ridotto, come al solito. Eppoi, dovunque ei si fosse cacciato, lo
trover io in ogni modo.
 Chi ha fretta va adagio, chi vuol vendicarsi manda gi l'ira e si arma di
sorrisi. Non occorre che a un soldato tuo pari io dia dei suggerimenti; ma
colui non deve sentire dalla tua bocca la cagione del tuo sdegno. Sopratutto
che il nome della contessa sia rispettato col silenzio. Sorridendo gli si va
vicino e lo si guarda, come a dirgli: Mi fai ridere e mi fai compassione nel
tempo stesso; se non s'accorge, si torna da capo; se non basta, passando
vicino alla sedia, gli s'urta dentro; se non basta ancora, gli si pesta un
piede, in guisa da fargli comprendere che non  stato uno sbaglio. Gi quando
un cane guarda un gatto, non occorrono raccomandazioni per farli venire alle
prese. Il resto vien da s.
Quel che il Suardi aveva detto, era il vero. Monsieur Chapier aveva infatti,
momenti prima, sparlato del Baroggi a quel modo che fu riferito. Il Suardi,
che stette in sull'ale tutta la sera per non lasciar sfuggir nulla, sapute
quelle ingiurie, corse a farle fruttare, e fruttarono infatti pi di quello
che si sarebbe pensato. Il Baroggi quando sal in Ridotto, traspirando ira da
tutti i pori, non disse nulla; ma, passando vicino alla sedia dov'era monsieur
Chapier, la urt di tanto, che spostandola un buon tratto, il Francese sarebbe
caduto, se un ufficiale non l'avesse preso tra le braccia.  inutile il dire
che gl'insulti scoppiarono senza farsi aspettare. Tutto il Ridotto fu
sottosopra, e la prova delle armi sarebbesi fatta l issofatto, se non si
fossero intromessi ufficiali e cittadini a metter pace pel momento, e a
trasportar la questione sul terreno del cos detto onore.
Le cose erano a tal punto quando la platea sorse tutta quanta.


XI

Non occorre l'aggiungere, che il pubblico, addensatosi nell'atrio del teatro,
perch la notizia del fiero alterco dalle sale del Ridotto in un baleno avea
disceso le scale, come seppe le cagioni e sent che gli effetti si erano
risolti in un duello da definirsi all'alba del d prossimo, a poco a poco si
dirad, perch, non passando quasi giorno senza qualche duello tra borghesi e
soldati, tra Italiani e Francesi, vi aveva fatto l'abito e non ci annetteva
moltissima importanza. Ma se non ci annetteva importanza il pubblico
indifferente, nell'eccesso medesimo della sua perpetua curiosit, ben v'era
chi doveva sentire tutta la gravezza di quel doloroso incidente.
Il signor Giocondo Bruni abitava in una casa nella contrada della Spiga, alla
distanza di tre porte dalla casa S... Ora, siccome egli era amicissimo di
donna Clelia e donna Ada, per quello che sa il lettore; anzi tutti i venerd,
quand'era a Milano, andava a pranzo da loro; cos per appagare un desiderio di
quelle due donne, quando si rincasava un po' per tempo, entrava prima a
visitarle, per dar loro le ultime notizie della giornata, quelle segnatamente
che venivano dal campo, e che egli raccoglieva dalla fonte meno incerta dei
capi militari coi quali trovavasi in teatro. Quella sera adunque dell'alterco
avvenuto tra il Baroggi e l'intendente di guerra, il signor Bruni verso le
undici ore entr un momento in casa S..., e passato nella sala a terreno,
senza nemmeno sedersi, perch era un po' tardi per le consuetudini di quella
casa, raccont alla contessa che il generale Massena aveva ottenuto una
vittoria a Raibel, facendo prigioni 4000 soldati con quattro generali, e
togliendo al nemico 25 cannoni; che Bonaparte, congiuntosi con Joubert, era
entrato vittorioso a Klagenfurt; che a Brescia era scoppiata la rivoluzione, e
che il conte Lechi, venuto a Milano di volo, era partito a precipizio. In
ultimo poi, quando era gi in sulle mosse per partire, raccont l'affare
dell'alterco tra il capitano Baroggi e monsieur Chapier, aggiungendo come essi
all'alba sarebbero venuti alla prova delle armi fuori del Portello di piazza
Castello, luogo da pi mesi diventato famoso pei non pochi uomini lasciati
col sul terreno morti di punta e di taglio.
 Ma si sa almeno la causa di quest'alterco? chiese donna Ada.
 La causa?  presto domandata la causa; ma chi ne dice una, chi un'altra. I
pi per pretendono che sia stato, gi  sempre l che si casca, per cose
d'amore e di gelosia.
Donna Paolina, che da molti giorni e da molte notti, non avendo in mente che
un oggetto solo, e non ruminando che un disegno unico, era diventata
indifferente a tutto, si sent spezzare il cuore a quell'ultima notizia; e
certamente donna Clelia si sarebbe accorta di qualche cosa, se la fanciulla,
alzatasi un momento prima, non fosse stata per uscir di camera, quando il
signor Bruni nomin il capitano Baroggi. Si scosse dunque tutta e si ferm a
quel nome e stette ad ascoltare il resto.
 Non si sa bene, continuava il signor Giocondo, ma egli  da un mese che il
Baroggi sta sempre in palco al parapetto colla signora R...; ma questa sera
cambi bandiera e pass sotto agli ordini della contessa A..., seppure  vero,
perch il pubblico fa presto a parlare. Monsieur Chapier, che s' messo in
testa di poter piacere alla contessa, si lasci andare a dir non so che
ingiurie contro il Baroggi; e questi, saputa la cosa, non si fece aspettare in
Ridotto, e per non farsi scorgere, diede un calcio nella sedia dov'era
monsieur Chapier, il quale sarebbe caduto stramazzone, se altri non lo teneva
sollevato. Il fatto  tutto qui... Ma domani uno dei due o sar morto, o
penser a guarire.
Donna Paolina usc di l precipitosa, si chiuse nella propria camera, si
lasci cadere sul letto colla testa volta in gi sulle coltri, vers lagrime
d'iraconda angoscia.
La mamma entr a vederla un'ora dopo.
 Che cosa fai qui?... le disse, e perch ci hai lasciate senza una parola?
Donna Paolina finse di svegliarsi allora, e:
 Avevo sonno, rispose; poi si alz e gett le braccia al collo di sua madre, e
la baci forte.
Ada fece altrettanto, inconsapevole di quel che la figliuola aveva
determinato, e lasciolla colla buona notte.
Ma che divisamento aveva fatto donna Paolina in quell'ora di disperazione e di
lagrime?... Nientemeno che d'uscire di casa in quella notte medesima,
travestita da dragone, per cercare del capitano Baroggi e parlargli. La
notizia del duello le aveva in prima messo nell'animo un dolore pieno di paura
e di piet; poi i nomi della R... e della contessa A... le sollevarono nel
sangue una procella nuova, una procella di sospetti e di gelosie. Quelle donne
le conosceva da tempo; ma allora per la prima volta le suonarono all'orecchio
come due nemiche; che, per esse, pot credere che il capitano Baroggi fosse un
traditore scellerato, non intento che a sorprendere al varco l'inesperienza
che non si guarda. L'idea che forse il giorno dopo esso poteva rimanere
ucciso, o ferito gravemente, in modo che ella avrebbe dovuto aspettare a
vederlo Dio sa fin quando; l'idea che essendo egli, com'ella pur non volendo
sospettava, un traditore di donne per indole e per abitudine, potesse mai
approfittare di quella circostanza del duello per partir subito, e addio
promesse e impegni e giuramenti; tutti questi pensieri lavoravano
siffattamente sulla di lei fibra eccitabilissima e fremebonda che, se in
quella notte non avesse potuto vedere il capitano e sentire da lui ogni cosa,
forse poteva correr pericolo di smarrir la ragione. Per lei dunque non
esistevano pi n ostacoli, n riguardi, n paure di conseguenze funeste.
Inoltre  da aggiungere che, a cagione della torbida e procellosa vita che suo
padre, il conte S..., avea sempre condotto sin tanto che stette a Milano in
casa propria, e a cagione delle inqualificabili di lui stranezze, che soltanto
quell'angelo soave di donna Ada aveva potuto sopportare; si pens fin quasi
dalle fasce di far educare altrove la fanciulla. Avendo ella dunque vissuto
pi di quindici anni lontana dalle pareti domestiche e dalle cure materne, e
l'educazione cominciata fuori di casa essendosi dovuta compire fuori di casa,
donna Paolina stava da troppo poco tempo presso la mamma e la nonna. Certo che
il germe dell'amor figliale c'era tutto, ma non aveva potuto diventare adulto
e forte e tenace a segno che fosse superiore ad ogni altra passione. La colpa
non era di nessuno, non era che della maledetta fatalit, di cui la vittima
prima aveva ad essere donna Paolina appunto.
Or tornando al momento in cui ci troviamo, ella aspett che la casa fosse
tutta nella pi profonda quiete del sonno; poi usc ad esplorar la notte
all'esterno; discese nella consueta sala terrena e leggerissimamente apr le
imposte del finestrone che metteva nel giardino.
Entr in quello; and a guardare se il fondo del naviglio era tuttora
asciutto: lo era in fatti. Diede un'occhiata all'ingiro, nei giardini attigui,
alle' finestre ed ai terrazzi delle case vicine, per accertarsi se tutto fosse
perfettamente in riposo, e se nessuno, vegliando a quell'ora, potesse vedere e
notare e riferire. Allora prese una breve scala a mano, di cui in que' d
aveva fatto uso il giardiniere per potar le piante, la cal fuori del
parapetto, fino a toccar il fondo del naviglio stesso; poi risal prestissima
nella propria stanza.
L, in tutta fretta, ch l'impazienza e la fibra tutta convulsa ed esaltata
non le concedevan riposo, vest i calzoni di pelle, mise gli stivali, infil
l'assisa, si cinse lo squadrone, si calc l'elmo in testa, prese poi dodici
zecchini di Venezia, che erano il suo peculio d'avanzo, e ridiscese. Quando fu
al parapetto del giardino, si ferm perplessa; era il primo dubbio che
l'assaliva; ma fu anche l'ultimo. Lestissima venne al basso esplor il fondo
del naviglio dov'era pi asciutto; lo attravers, traendo seco la scala a
mano; appoggi la scala alla riva opposta; fu tosto sulla strada, che percorse
di fuga, finch giunse agli archi di porta Nuova; di l in un attimo fu in
piazza Castello. Sapeva che da qualche giorno il Baroggi, per le incumbenze
derivategli dalle nuove truppe venute, alloggiava appunto in Castello. Questo
nel 1797 non era ridotto in istato di caserma, quale si vede oggid; ma, come
ognuno pu osservare nelle vecchie piante di Milano, era tutt'all'intorno
circondato da costruzioni fortilizie, in modo da presentare cogli ultimi
rivellini la consueta forma stellare. Con quelle fortificazioni estreme
arrivava, dalla parte della citt, fin quasi alle case che gli stanno di
fianco e dirimpetto. Ai cittadini era conteso l'ingresso, salvo che non
avessero una licenza del comandante, o entrassero accompagnati dagli ufficiali
che vi avevano stanza. Ad onta degli ordini, non v'erano rigori di sorta,
perch ai molti ufficiali che alloggiavano col, e si ritiravano ad ora assai
tarda, premeva che cos fosse. Per quando donna Paolina, protetta dalla
divisa di dragone, rispose al chi va l delle sentinelle, queste la lasciarono
andar avanti. Altri soldati stavano di custodia alla porta d'ingresso,
compreso, gi s'intende, il sergente d'ispezione, che aveva la consegna del
posto e i diritti e gli obblighi inerenti. I forti dolori e le passioni forti,
come tutte le escandescenze nervose, comunicano agli uomini una specie di
coraggio spensierato e cieco, in faccia al quale non v' nulla d'impossibile.
Donna Paolina trovavasi in questa condizione; onde, come aveva risposto alla
sentinella, si present anche al sergente. Si present, e gli chiese in
francese del capitano Baroggi. Il sergente si alz, la squadr cos in di
grosso al lume del fanale che rischiarava fiocamente l'androne; poi la osserv
pi al minuto, irradiandola colla fiamma della lanterna cieca ch'ei prese
dalla panca ov'era posata, e che gli serviva per le ispezioni speciali. Tra i
soldati adolescenti ve n'era pi d'uno che, non avendo ancor messo barba,
avrebbe potuto arieggiare la gentilezza femminile; ma la bellezza di donna
Paolina era di un genere troppo elevato per mentire la figura di un giovane.
Quel sergente poi sembra che avesse fatto l'occhio pratico, poich disse tra
s (egli era italiano): Se c' un capo fino,  di legge che vada a cascar
nelle mani di colui. Forse egli aveva saputo qualche cosa della contessa A...
e della R..., e a questi pensieri avrebbe fatto seguire altre parole e altre
domande; ma il rispetto pel capitano lo teneva in soggezione, onde con tutto
il garbo di cui era capace, e che in tale circostanza era accresciuto da
quella naturale raccomandazione che di s medesima suol fare la belt e la
giovinezza, detto al caporale: Bada e sta attento, si profferse ad
accompagnare il bel dragone, protendendogli innanzi con pi che soldatesca
cortesia la lanterna per illuminargli il bujo cammino che doveva fare.
Quando colui fu nel secondo cortile, fermatosi sotto alla terrazza, domand ad
alta voce il capitano. Venne un'ordinanza in sua vece, a vedere chi fosse; poi
usc il Baroggi stesso, ancora compiutamente vestito.
 Chi  l? domand.
 Sono il cittadino S..., rispose donna Paolina. Scendete subito.
Il Baroggi trasal, ma tacque e discese. Quantunque fosse lungi le mille
miglia dall'aspettarsi una tal visita, pure conobbe la voce e si appose; e
tutto tramescolato venne abbasso, e si avvicin alla fanciulla travestita.
Quel giovane e prode soldato, sebbene indurito dalla milizia e derisore d'ogni
pericolo, pur tremava come una foglia e la voce gli usc fioca quando ingiunse
all'ordinanza ed al sergente di andar pei fatti loro: tanto era commosso!
Il dialogo che segu fu breve e rotto e, alle prime inchieste, pieno di
fremente orgoglio per parte della fanciulla. Ma i modi del giovane, ma le sue
parole, ma le promesse da esso a lei rinnovate, sciolsero quell'orgoglio in un
pianto dirotto. Ella, abbracciata dal giovane soldato, di cui l'impeto della
tenerezza comunicava qualcosa di santo pur a quell'atto di eccessiva
confidenza, gli appoggi sugli spallini le sue mani bianche e minute,
inchinando sul di lui petto affannato il caro capo coperto dall'elmo.
La prospettiva del vetusto Castello faceva pittorico fondo a quel gruppo, che
parea riprodurre le fantasiose avventure del cavalleresco medio evo.
Il silenzio della notte era profondo. N i due giovani lo interrompevano,
assorti come erano in un entusiasmo particolare, che riceveva la sua
esaltazione dalle paure stesse dell'avvenire.
Alla fine il capitano si scosse, e guardando al cielo e passando la mano sulla
fronte:
 Ora che si fa? disse. All'alba io devo battermi e tu?...
 Io aspetter l presso, rispose la fanciulla; se tu muori, io morir; se tu
rimani ferito, ti assister. Il mio destino  questo e deve esser questo.
Il Baroggi, commosso a tali parole, ed abbracciando onestamente la fanciulla:
 Non morir, disse, non  possibile; tu sei il mio angelo tutelare, ed io
tengo sicuri i miei colpi. Ma ora dimmi: v' qualche persona, qualche donna
pietosa, qualche uomo d'autorit e di senno, che entri qualche volta nei
consigli della tua famiglia; che sia richiesto ed ascoltato, e in cui la madre
tua riponga intera la sua confidenza?
La fanciulla sent un colpo inaspettato a quel nome di madre, della quale, pur
troppo, da qualche ora viveva smemorata. Ma quanto fu lunga la dimenticanza,
altrettanto fu cruda la fitta del risovvenirsene, e:
 Povera madre mia! esclam.
E stette muta, e in quell'atto di chi cerca e non trova un rimedio a una gran
sciagura.
E di l a poco:
 Che cosa dicevi tu? soggiunse. Io conosco molte persone amicissime di casa;
ma perch domandi questo?
 Perch qualcuna di esse potrebbe metter riparo a tutto.
 E in che modo?
 Il modo lo so io.
Allora donna Paolina nomin molte persone; nomin, fra l'altre, donna Gaetana
Agnese; la contessa del Grillo; la duchessa del Sesto; l'avvocato Strigelli,
ecc., ecc.; in ultimo nomin anche il nostro amico Giocondo Bruni. A questo
anzi si ferm, notando che esso abitava nella medesima contrada della Spiga, a
due porte dalla propria casa, e soggiungendo altri particolari.
Naturalmente il capitano Baroggi mise gli occhi sull'ultimo nominato, e disse:
 Senti, cara, hai tu coraggio?
 Tu l'hai veduto.
 Ti basterebbe l'animo di fermarti qui fin ch'io ritorno?
Donna Paolina lo guard dubitosa...
 Non ci vuole che il tempo di far la strada... Ora sono le quattro... Io volo
da questo amico di casa tua... Giacch dici che  uomo da gettarsegli in
braccio interamente... gli dico tutto... ed egli s'incaricher del resto.
Speriamo; forse il partito disperato che hai preso fu un'ispirazione del
Cielo.
Ci detto, invit la fanciulla a salire nella propria camera.
Donna Paolina gli fece osservare che non avrebbe patito, mentre aspettava, di
star chiusa in una camera; bens avrebbe aspettato passeggiando nel cortile.
Allora il capitano chiam l'ordinanza, che venne tosto.
 Senti, camerata, gli disse, io esco un momento e torno subito. Intanto non
scostarti da questo mio amico. Se qualche ufficiale entrasse, domandasse, che
so io... tu mi capisci.... di' che il capitano Baroggi risponde per lui, e
baster.
E il capitano sal in fretta, ridiscese con elmo e squadrone, strinse con mano
forte la mano alla fanciulla; diede di nuovo un'occhiata d'intelligenza
all'ordinanza, e part di volo.
Donna Paolina non si mosse, e tenne l'orecchio in ascolto finch sent a
morire in lontananza il suono dello squadrone e degli speroni.


XII

A questo punto, per non perder tempo, ci conviene riprodurre la relazione che
lo stesso signor Giocondo Bruni ci fece dei fatti di quella notte.
Io dormivo profondamente (son sue parole) uno di quei sonni del mese di
aprile che rifanno il sangue anche a noi vecchi; quando fui scosso
violentemente da replicati colpi di martello dati alla porta. M'alzo e vado a
vedere che cosa significasse tanta furia; e nell'affacciarmi alla finestra
vedo un dragone alla porta, e sento impegnato un dialogo tra lui e il
portinaio, e nel dialogo ripetuto spesse volte il mio nome. Io grido
dall'alto: Chi  l? chi mi chiama? chi ha bisogno di me? Il dragone, che
non mi conosceva, comincia a far mille scuse; poi mi prega di volergli
accordare un abboccamento, e mi prega con tali modi, ch'io senz'altro gridai
al portinaio: Apri tosto, e fallo salire. Mi butto sulle spalle la veste da
camera e vado ad aprire. Al lume della candela ch, essendo le quattro e mezzo
di notte, faceva ancora assai bujo, vedo un bel soldato, il quale tutto
alterato mi dice:
 Ho bisogno di parlarvi di gran premura e in tutta segretezza.
Io lo faccio venire nella mia camera da letto, e gli domando in che cosa
posso servirlo. Egli, senza sedere, mi racconta la storia di donna Paolina
S... e di lui.
Rimasi di sasso. Voi, caro capitano, gli dissi poi, chiedete il mio appoggio,
e il mio consiglio? Ma io non ne ho che uno da darvene. Andiamo a pigliar la
ragazza, e riconduciamola subito a casa.
 Ci non  possibile, mi risponde. La fanciulla  di quelle indoli estreme,
che, a contrariarla, potrebbe balzarmi gi da una finestra.
 Ma sapete voi a che pericolo?...
 So tutto. Ma io non ci ho colpa. Giuro al Cielo che, per quanto io ami
quella fanciulla, non l'avrei mai consigliata a venire da me in tal modo. Ma
ora non c' pi rimedio. Il ponte  rotto dietro le spalle.
 E dunque?
 Dunque tocca a voi a proporre... Voi che siete amico della famiglia... La
mia condizione di soldato, la mia povert... io non possiedo altro al mondo
che la paga; la mia bassa origine.... mio padre non era che un finanziere;
tutto ci mi fa temere di commettere quasi un atto di pazzia a chiedere di
poter issofatto unirmi in matrimonio colla fanciulla.
Io alzai le spalle.
 Credete voi dunque, mi chiese egli allora, che quel ch'io domando sia
assolutamente, impreteribilmente, impossibile?
 Bisognerebbe cambiar la societ e le teste degli uomini, io risposi secco.
Egli stette muto qualche tempo, in atto di profonda costernazione. A dir il
vero mi faceva piet, perch mi accorsi di trovarmi in presenza di un giovane
onesto e sincerissimo. Allora, come a temperare la mia asprezza. gli chiesi il
nome suo. Si pu imaginare la mia meraviglia quando udii ch'era il figlio del
povero Baroggi. Quel nome, per la catena di tutti gli antecedenti, mi pieg a
nuovi consigli. Io intanto stavo pensando, e si taceva l'uno e l'altro.
Suonavano le cinque ore. Egli si d un colpo di mano sull'elmo e dice: Non c'
tempo a perdere, non manca che un'ora; sono aspettato per un duello. Io mi
ricordai d'averne infatti data la notizia in casa S....
 Che si fa dunque? esso continuava, io non mi posso fermar qui pi a lungo.
Non aveva finito di dir queste parole, che quel buon vecchio di mio padre,
che avea allora precisamente quell'et che io ho adesso, vale a dire i suoi
ottantatr anni colla buona misura, chiamato dal rumore insolito, entra
improvviso in camera.
Il capitano Baroggi lo guarda impacciato; io gli dico. State tranquillo, che
 mio padre... Anzi, dopo alcuni momenti soggiunsi:  meglio per voi s'egli 
venuto qui. Egli solo pu ottener quello che nessun altro potrebbe. E senza
pi, mi faccio a raccontar l'accaduto a quel sapiente e acutissimo vecchione
di mio padre.
Questi ascolt non senza un grande stupore; poi, dopo essere stato un pezzo
in consulta con se medesimo:
 Gi, prese a dire,  ormai tempo di finirla, che quando le ragazze sono
contesse, i mariti debbano a tutti i costi esser conti o marchesi. Per che
cosa avremmo fatto tutto questo fracasso di rivoluzione, se si fosse ancora al
punto di partenza? Sono o non sono aboliti i titoli di nobilt? Gli editti
parlano chiaro. Un giovinotto che a 24 anni  alla testa di uno squadrone di
dragoni, mi pare a me che non debba andare in cerca di blasoni. Se si trovano
dei denari, meglio; ma le corone oramai sono mercanzia da rigattiere. Caro
capitano, io ho conosciuto vostro padre, e per verit che non ho mai
conosciuto uomo pi disgraziato di lui. Chi sa dunque che la parte di fortuna
che a lui manc non debba toccare al figliuolo? Speriamo. Io parler. E a
questo punto, rivoltosi a me: Senti, Giocondo, disse, tu accompagnerai questo
signor capitano dov' la ragazza; e starai con lei finch non sar finita
questa storia del duello. Dopo penseremo al resto.
 Ma intanto, io feci osservare, sarebbe una santa cosa l'andar subito qui
presso in casa S... per disporre la nonna e la madre.... e per avvisarle che
la fanciulla  trovata prima d'averla perduta. A quest'ora tutta la casa  in
sonno, e nessuno non si sar accorto ancora della fuga della fanciulla.
Mio padre stette pensoso alcuni momenti, poi:
 No, disse, no. Conosco la contessa Clelia, conosco la contessina Ada. Care,
angeliche donne.... ma... sono nate in seno a quella benedetta nobilt, e il
peccato d'origine tanto quanto vuol sempre farsi sentire.  meglio dunque
tirarle per la via del dolore ai consigli della sapienza. Dopo che avranno
cercato la fanciulla e non l'avranno trovata; dopo che l'amor materno avr
fatto tacere ogni altro sentimento, qualunque proposta potr parere un
consiglio del cielo; facendo diversamente, si arrischia di trovar de'
rimbrotti, invece di ringraziamenti. Vi sono tali pregiudizii e tali fumi di
boria, che, al pari di certi fenomeni dell'alienazione mentale e di certe
malattie curiose, non si guariscono che con un colpo inaspettato e forte.
Lasciate fare a me; non inutilmente ho ottantatr anni.
Dopo altre parole e altre proposte e osservazioni di tal genere, il capitano
Baroggi e Giocondo Bruni partirono.
 inutile che riferiamo tutto quello che il nostro vecchio amico ci raccont
minutissimamente intorno alla sua andata in castello; all'incontro di lui con
donna Paolina; alle smanie della fanciulla quando il capitano, in compagnia
dei padrini, usc per andare a battersi.  inutile che ci facciamo a
descrivere gli accidenti di quel duello, il quale non fu che uno dei tanti
che, siccome dicemmo, avvenivano giornalmente a que' d in Milano. L'Ariosto e
il Tasso, in fatto di duelli, hanno esaurita la materia al punto, che non c'
il prezzo dell'opera a contraffarli.  inutile parimenti che noi ci indugiamo
a studiare psicologicamente la gioja della ragazza, quando il Baroggi, dopo
una mezz'ora, ritorn sano e salvo e colla notizia d'avere, sebbene a
malincuore, ferito gravemente il commissario di guerra. E se non  inutile, 
intempestivo il parlar qui delle conseguenze che quel duello rec per le
faccende del Suardi.
Bens ora ci converr accompagnare in casa S... il vecchio Lorenzo Bruni,
l'uomo del popolo per eccellenza, il quale, rappresentandone i liberi germi
per intuito spontaneo di fortissima e acuta intelligenza, desider, present,
vide la rivoluzione delle idee e dei fatti; e ne giover accompagnarlo per
assistere all'interloquio avvenuto tra lui, la vecchia contessa Clelia, e la
non pi giovane contessina Ada.


XIII

Quando Lorenzo Bruni entr in casa S.... usciva un servo tutto scalmanato a
cercare del figlio di lui appunto; il servo gli disse quel che egli sapeva, e
il vecchione sal, e vide le due donne in preda a quel dolore disperato e
violento che il lettore pu immaginare, e che noi non osiamo e non vogliamo
descrivere. Tante volte ci trovammo al cospetto di dolori consimili, e tante
volte li abbiamo anatomizzati con mano convulsa, che or ci pesa di rifarne il
processo.
 So tutto, disse il vecchio, appena vide quelle due donne affannate; e so pi
di quello che voi sapete (e brevissimamente espose loro di che si trattava);
ma il rimedio, soggiunse poi,  ovvio e naturale. Mio figlio Giocondo  gi
sulle traccie della vostra figliuola; ella dentr'oggi pu essere fatta sposa.
Lorenzo erasi accorto che il dolore aveva abbastanza lavorato sul cuore di
quelle due donne, e non am di prolungarlo, quantunque egli volesse, colla
pietosa inflessibilit del medico, usufruttarlo tutto, per preparare poi con
esso le vie della salute. Egli conosceva nell'intimo quelle due donne, e le
amava e le stimava in preferenza di tante altre, perch una vita lungamente
travagliata le aveva fatte accessibili a molte di quelle verit che i
pregiudizj, accumulati per tante generazioni in seno alla pi alta societ,
avevano, o celate del tutto, o, quel ch' peggio, fatte passar per errori.
 Sperate, ripet il buon vecchio; la vostra figliuola a momenti potrete
vederla.
 Ma, e chi mai ha osato?
 Nessuno le ha fatto violenza; fu ella a lasciare la propria stanza e la
propria casa. Pur vi consiglio a non rimproverarla quando la rivedrete. Io non
so se a voi sia trapelato mai nulla di quello che da qualche tempo succedeva
nel suo cuore; ma, anche a non saperlo, bisognava sospettarlo; all'et della
vostra figliuola, non pu essere che per un'eccezione viziata della natura
umana, se le fanciulle hanno il cuore muto e il senso inerte; per lo pi sono
perverse, quando sono di ghiaccio, Dio salvi l'umanit da una giovinezza che
sembra la vecchiaia. Tutte quelle madri badesse, onde ora si vanno svelando le
storie arcane, e sotto il cui governo claustrale si murarono fanciulle delle
quali ne' conventi smantellati si scoprono gli scheletri; tutte quelle
spietate badesse, io dico, devono avere avuto una giovinezza senza cuore e
senza palpito. Io spero bene della vostra figliuola. Ella am con sincerit, e
non interrog che il cuore, e il turpe tornaconto non ebbe posto ne' consigli
della sua intelligenza adolescente.
Quando alla scoperta improvvisa di una sventura, di cui  arcana l'origine e
sono ignoti i particolari, succede la notizia certa e precisa del fatto, per
quanto esso appaia grave, l'animo tuttavia si ricompone, e all'angoscia
disperata tien dietro un dolore tranquillo e riflessivo.
Ci avvenne precisamente nel cuore di donna Clelia e della contessina Ada.
Quest'ultima domand al Bruni come si chiamava il giovane che aveva provocato
un s doloroso accidente.
  il figlio di un uomo sventuratissimo, che mor prima che la giustizia abbia
trovato il tempo di far le di lui vendette. Cara contessina Ada, ricomponete i
vostri spiriti; e preparatevi a sentire nel cognome che vi pronuncier qualche
cosa che pare annunciare una volont espressa della Provvidenza.
 Ma chi  dunque?
  il figlio del Baroggi.
 Del Baroggi? e donna Ada fece un viso e un gesto in cui appariva disgusto e
ribrezzo.
Lorenzo Bruni disse tra s: Cominciamo male.
 Quel Baroggi, soggiunse poi, non era che una guardia di finanza, lo so; e
visse povero come Giobbe. Ma in tutto questo non v' nulla per cui debba
arrossire n il morto n il vivo. In quanto al suo figlio,  un nobile e
valoroso soldato. A soli 24 anni  gi capitano dei dragoni. Tra pochi anni
pu essere colonnello, pu essere generale. Nei tempi avventurosi e grandi in
cui viviamo, e in cui pur contento io trascino la mia vecchia et, codesta
professione di chi cerca e trova la gloria sui campi di battaglia,  la pi
generosa,  la pi nobile di tutte. Il vostro marito chi ? Il giorno meno
sciagurato della sua vita, e che forse gli varr qualche indulgenza, fu quel
solo in cui sotto il titolo di capitano and a nascondere quello di conte.
Donna Ada si riscosse tutta a queste parole, e non disse nulla.
Parl per lei la contessa Clelia:
 Voi, caro Lorenzo, avete nominato il conte mio genero; ma avete precisamente
nominato l'unico ostacolo a quanto avete proposto... Voi sapete al par di me,
al pari di questa povera disgraziata, l'indole violenta di quell'uomo. Se mai
venisse a sapere d'un simile matrimonio... da Parigi o dal Reno dove ora si
trova, piomberebbe qui come una saetta a metterci tutti sossopra... Questa
povera disgraziata ha troppo sofferto... Voi gi sapete tutto...
La contessa Clelia finiva appena di dire queste parole, che s'ud una carrozza
fermarsi alla porta. Tutti e tre furono in piedi. e corsero alla finestra.
Or torniamo indietro un momento.
Donna Paolina, dopo il primo orgasmo che l'aveva spinta a un passo disperato;
dopo che ne furono scomparse le pi forti cagioni, quali il sospetto d'essere
tradita, e il terrore che forse all'alba il suo Baroggi sarebbe rimasto sul
terreno; in una parola, dopo che fu cessato quella specie di deliquio
intellettuale che le aveva coperto ogni lume di ragione, si trov, per cos
dire, faccia a faccia con s stessa; allora quegli affetti che erano come
cessati sotto al colpo d'altre passioni pi impetuose, le rifluirono a furia
nel cuore; e con quelli il pentimento affannosissimo d'aver potuto abbandonare
cos crudamente quell'angelo di sua madre, da cui tanto era amata. Per ci,
avendole il Bruni consigliato, per togliere ogni occasione di scandalo, di
ritornare fra' suoi, ella, con quella smania medesima onde a notte era fuggita
di casa, preg e volle che, senza perder tempo, la si riconducesse presso la
sua cara mamma. Qui per, a dir tutta la verit, bisogna soggiungere che non
la potevano far ritrosa a tal passo le parole del Bruni, il quale aveale
promesso di adoperarsi col pi vivo interesse a sollecitare quelle nozze che
il giovane Baroggi ed ella chiedevano; e di pi l'aveva assicurata che il
proprio padre Lorenzo a quell'ora stava certamente parlando di ci colla nonna
e colla contessa Ada. Egli  un fatto che anche negli slanci pi spontanei e
impetuosi del cuore umano, l'interesse e il calcolo trovano sempre il modo di
farsi sentire e di dar pareri.
Una mezz'ora dopo che il capitano Baroggi fu tornato in Castello, esso e il
Bruni fecero venire una carrozza, e partirono colla fanciulla senza por tempo
in mezzo. Giunto il Bruni alla casa propria, fece fermare i cavalli, chiese di
suo padre e, sentito ch'era andato in casa S..., consigli il capitano Baroggi
a salire, e trattenersi nelle di lui stanze finch fosse stato chiamato. Cos
fu fatto, e la carrozza tocc via e si ferm innanzi al portone di casa S...
Donna Paolina, preceduta dal Bruni, balz a terra, pass a volo, non amando
farsi vedere, dinanzi al portinajo; fece a salti lo scalone, quasi a stento
seguita dal Bruni, il quale non sapendo come eran corse le cose, non voleva
discostarsi da lei; e non se ne stacc infatti se non allorch seppe che il
suo padre stava presso le donne da qualche ora.
Donna Paolina, quando vide il vecchio Lorenzo a moverle incontro, affannata
gli chiese di que' di casa, e contemporaneamente si precipit nella sala, e,
come se stramazzasse, and a cadere nelle braccia della mamma, che, non
sostenendo l'urto, ricadde sulla seggiola; cos che la fanciulla, senza
volerlo, venne a piegare i ginocchi e il corpo, e a nascondere la faccia
lagrimosa nelle vesti materne.
Non ci furono parole per parte di nessuno. La fanciulla singhiozzava; la
madre, abbracciando e baciando quel caro capo, n singhiozzava, n faceva
motto, ma inondava di lagrime sgorganti a furia la propria faccia ancora
bella, quasi ancora giovanile. Donna Clelia non piangeva, n quasi guardava;
ma volgendo in alto gli occhi e il volto severissimo e venerando, teneva
intrecciate le vecchie mani tremanti, come chi prega o ringrazia Iddio, o
recita cose devote.
Il vecchio Lorenzo chiese allora sottovoce al proprio figlio dov'era il
capitano; e, sentito che s'era ritratto nella stessa casa Bruni: Va tosto a
chiamarlo, senza perder tempo. Se non si coglie al volo l'affetto e la piet,
non si fa pi nulla.
Giocondo Bruni usc, e torn tosto col giovane Baroggi.
Allora Lorenzo, sentito dall'anticamera il tintinnio degli speroni, disse alla
contessa Clelia: C' qui il capitano Baroggi. Io stesso l'ho fatto venire.
Accoglietelo come vi consiglia la vostra sapiente bont. Cos dicendo usc, e
condusse con s a mano il giovane soldato. Donna Paolina alz il capo e
guard, e rattenne il singhiozzo, e sorrise guardando il caro giovane.
Codesta scena intima di famiglia, tradotta e fermata dall'arte figurativa, ben
potrebbe sembrare un'allegoria storica per chi si rifiuta a credere che dal
semplice caso sieno generati uomini e cose.
Nella contessa Clelia pareva rappresentata la vetusta aristocrazia che, ad
onta della dottrina delle sventure, delle lezioni dell'esperienza, degli
stessi affetti pi nobili e pi disinteressati, pure si ostina a star separata
ancora dall'elemento popolare.
Lorenzo Bruni raffigurava codesto elemento appunto, pi antico di tutte le
aristocrazie; e il cui lavoro incessante in tutti i tempi, sebbene pi o meno
celato e pi o meno efficace, era prossimo a dominare gli altri, in virt di
una legge naturale pi legittima di tutte le leggi storiche sorvenute.
La contessina Ada adombrava un'epoca di transizione emersa dal connubio del
patriziato e della plebe. Il capitano Baroggi, la forza delle armi e l'incanto
della giovent, che esercita un potere irresistibile su tutto quello che
avvicina. La fanciulla, inginocchiata e sorridente sulle lagrime, gli effetti
ultimi della legge d'amore che toglie gli ostacoli posti tra stato e stato
dalla prepotenza o dall'ambizione.
Ora, lasciando l'allegoria, allorquando quella specie di gruppo plastico di
figure variamente atteggiate si sciolse e si scompose, Lorenzo Bruni avvi un
discorso per ravvicinare il capitano Baroggi alla contessa Clelia e a donna
Ada; la bellezza del giovane e quella tinta d'ingenua onest che gli colorava
il volto, resero efficacissime le parole del vecchio; e donna Ada, intenerita
dalle lagrime e dalle preghiere della figliuola, proruppe finalmente in queste
parole che sciolsero ogni viluppo:
 Ebbene, se il destino vuole che ci sia fatto, si faccia.
Alle quali parole la contessa Clelia lanci alla figlia un'occhiata severa, ma
non os parlare.
 Allora, conchiuse il vecchio Lorenzo, lasciate a me e a mio figlio la cura di
tutto il resto... per una vera provvidenza del Cielo, al conte vostro marito
non fu levata l'interdizione; cos non ha n il diritto, n l'obbligo di dare
o di togliere il suo assenso; per un'altra provvidenza, in virt della nuova
legge che decreta essere il matrimonio un contratto civile, quello che si dee
fare lo si pu fare prestissimo, e senza tante lungaggini e cerimonie, e prima
che il capitano parta pel campo.
Nessuno contraddisse alle parole del vecchio, e cos si sciolse quella
giornata, che sorse tanto sinistra e sembr minacciare casi funesti e
inestricabili viluppi. Ma la vita non consiste in un giorno.
Quando il capitano fu partito, e la vecchia contessa Clelia pur nella sua cupa
severit, che pareva quasi un affanno profetico, si lasci intenerire fino a
deporre un bacio sulla fronte della figliuola che consolata l'abbracciava;
donna Ada, accompagnato il padre e il figlio Bruni fino alla porta
dell'appartamento, disse queste parole:
 Io faccio il desiderio della mia figliuola, perch ho fiducia di fare il suo
bene. Ma temo guai; guai terribili per me. Per quanto ne sappiate e ne abbiate
sentito dire, voi non conoscete il carattere del padre della mia figliuola.
Pensando a ci che avverr quand'egli verr a sapere di questo matrimonio, vi
confesso, miei cari, che mi vengono i brividi. N, del resto, se per un atto
di estrema delicatezza si fosse mandato a chiedergli il suo assenso, mai non
lo avrebbe dato. Basta, la sola cosa che mi conforta,  che il dovere delle
madri  di sacrificarsi interamente pe' figliuoli; e in quanto a me, qualunque
danno sia per capitarmi,  dover mio di affrontarlo, per il bene della mia
figliuola, e per preservarla da pericoli che potrebbero trarla in rovina, se
ora non la si compiacesse in un desiderio che  legittimo.
E, dette queste parole con pacata rassegnazione, cos conchiuse dopo un
momento di pausa:
 In quanto a me non so quando finir codesto strazio continuo a cui fu posta
la mia vita, nella quale non appena  finito un malanno, che un altro
sopraggiunge pi spaventoso del primo. Voi altri, amici fedeli, che conoscete
tutti i casi della mia vita, potete dire se vi  stata donna pi tribolata di
me al mondo...
E quasi singhiozzando, strinse la mano al vecchio Bruni e li salut ambidue,
lasciandoli addolorati e pieni di tristi presentimenti.


XIV

Le ultime parole della contessa Ada S... relative alle vicende della sua vita
passata, ci consigliano a cogliere questo momento per raccontare quanto
avvenne nel tempo decorso dalla notte del 1766 in cui si tenne l'ultimo
banchetto pubblico alle porte delle case di Milano al giorno 12 marzo del
1797.
La narrazione di un tale intermezzo, se a tutta prima pu sembrare un inciampo
per que' lettori che hanno volont d'andar sempre avanti,  qui necessaria,
perch, senza di essa, mancherebbe lume ai fatti che descriveremo in appresso
e ai personaggi che compariranno in iscena per la prima volta. E questa
narrazione la faremo riproducendo una specie di promemoria che il signor
Giocondo Bruni stese per noi, quando gli abbiamo manifestato il pensiero di
pubblicare un libro relativo a ci che a mano a mano ei c'era venuto
raccontando.
E credemmo bene di riprodurlo tale e quale fu steso da quell'ometto di garbo,
ma non in tutto fornito di quella che chiamasi perizia letteraria; non
arrogandoci altro diritto che di far scomparire gli errori pi solenni di
sintassi e quelli d'ortografia, e di aggiustare alla meglio il contesto della
narrazione, l dove ci parve che alla memoria o al periodo fosse scappata
qualche maglia.
Adoperando di questa maniera, se dubitiamo di non poter piacere a quelli che
amano la pi completa armonia nei costrutti architettonici; siamo per certi
di riuscire accetti a quanti, nel timore di venire ingannati dai libri
stampati e dalle storie, vanno negli archivi a cercar la riprova del vero nei
documenti originali.
Ecco dunque la narrazione del signor Bruni, trascritta qui letteralmente:
La festa di S. Pietro dell'anno 1766, che fu il giorno successivo alla festa
cittadina dei banchetti notturni, io fui insieme con mia madre a far visita
alla contessa Clelia e a donna Paola. L per la prima volta vidi la contessina
Ada, che io guardai con avidit pi di giovane che di fanciullo, innanzi tutto
perch, fino a quel giorno, io non avevo mai visto niente di pi bello; in
secondo luogo, perch me la rendevano attraente in sommo grado le strane
avventure e il pericolo che aveva corso. In quel giorno stesso e in quel luogo
stesso conobbi anche il marchese F...., che io scambiai pel Suardi. A
proposito di che mi ricordo d'aver domandato sottovoce a mia madre che cosa
mai era successo al signor Suardi per essere diventato cos pallido e cos
magro, ma secondo il costume delle mamme, ella per tutta risposta mi guard
severissima, e mi mise a tacere; tanto che non seppi se non tornato a casa chi
era davvero quel giovane tutto tempestato di berilli e colle dita piene
d'anelli.
Per lo scrittore o per il pittore che di costui volesse di fantasia fare un
ritratto in punto e virgola, credo bene di darne qui la descrizione:
Era un giovane di statura piuttosto alta; aveva la faccia regolare, naso
aquilino, bocca ben disegnata, ma lievemente piegata verso gli orecchi come
quella di un fauno; aveva occhi neri e piccoli e lucenti come quelli di un
topo di chiesa; quando sogghignava d'improvviso gli si spiegavano, ai lati
della bocca, due rughe che non si vedevano allorch stava serio. Quando, a
casa, seppi chi era colui, pensai tra me, da qual cosa dipendesse che,
essendovi pure tanta somiglianza tra il Suardi, avanzo di galera, e lui
cavaliere nobilissimo, pure si guardava il primo con una certa soddisfazione
dell'occhio, dove il secondo riusciva diabolicamente antipatico. Metto qui
codesta considerazione, perch, fatta allora da un fanciullo senza esperienza
e senza l'abito di riflettere, viene ad acquistare un certo significato.
Per quell'anno io non vidi pi n quella casa, n quelle persone, n la
giovinetta Ada, la quale, quantunque io non contassi che dodici anni, avrei
visitata assai volontieri. Dopo, per tre anni successivi. vissi con mia madre
e mio padre, un po' a Parigi, un po' a Berlino, un po' a Napoli, e non
ritornai a Milano che nel 1770. Io avevo allora sedici anni.
A questa et chi  stato a Parigi e ha viaggiato mezz'Europa e non  nato
scimunito e ha sfregate le quinte di tanti palchi scenici, non  pi un
ragazzo, ma un giovane fatto. Noto questo perch, quando seppi che mia madre
era andata sola a far visita in casa della contessa, io mi lamentai
dell'essere stato dimenticato, e, senza chiedergli n un permesso, n un
parere, pensai di recarmi l io solo.
Prima d'andare, m'informai di ci ch'era avvenuto di tutte le persone che
componevano quella casa. Rimasi assai maravigliato quanto seppi che la
contessina Ada la chiamavano gi la sposina; ch, dopo molti dispetti e
lagrime della fanciulla, finalmente erano riusciti a farle dire che era
contenta di concedere la mano al marchese F... Tutti per mi assicuravano
ch'ella avrebbe voluto andar piuttosto alla morte, che a quelle nozze. A tale
notizia io rimasi ancora pi stupito, perch non mi pareva vero che donna
Paola Pietra, e la contessa Clelia, che avrebbe dato il sangue per la sua
figliuola, fossero e l'una e l'altra congiurate ai danni della medesima. A
tutta prima dunque pensai che non era quello il momento opportuno per andare
in quella casa; ch certissimamente sarei stato accolto malissimo come una
persona di pi in quel parapiglia domestico. Tuttavia, dopo alcuni d,
sfacciatello com'era, mi risolsi, e un bel mezzogiorno entro in casa Pietra.
Annunciato e introdotto dal servo, mi trovo innanzi a donna Paola; fresco di
Parigi e colla fumana degli adolescenti che vogliono far l'uomo, dissi in
sull'istante mille cose a quella donna veneranda, e senza pi avventuro una
congratulazione sul matrimonio della contessina. Donna Paola non rispose al
primo, poi soggiunse:  vero ma non si ferm su quel tasto, e pass ad altro,
e mi chiese dei viaggi fatti da me col pap e la mamma, e del come erami
venuto educando, e che cosa avrei voluto fare in avvenire, ecc., ecc. Io
risposi di conformit, e partii, ma col fermo proposito di ritornare ancora,
perch era pur sempre quella cara Ada ch'io volevo vedere.
Qui, sebbene mi sia proposto di essere brevissimo, perch toccher poi allo
scrittore a distendere in lungo e in largo e a far diventare arte questo
cencio di carta, pure non posso far a meno di dir qualche cosa di me stesso.
Sono le consolazioni della vecchiaja che si volta indietro a dare un'occhiata
al passato. Devo dunque dire che, senza ch'io stesso lo sapessi, io era un po'
innamorato di quella ragazza. Vedutala quand'io non avea che dodici anni ed
ella quindici, m'avea lasciato di s una tale impressione, che la sua cara
figurina mi rimase sempre innanzi agli occhi per tutto il tempo che stetti
fuori di Milano co' miei parenti; venuto poi coll'et il primo rigoglio del
sangue, quel rigoglio che ti fa desiderare per fin ci che non si conosce; non
avendo mai avuto occasione di fermare a lungo la mia attenzione su fanciulla
nessuna, perch oggi si era qua, domani l, invece di crearmi un ideale, come
fanno i giovinetti quando il sentimento si sviluppa e non si conosce nessuno
con cui alimentarlo, io nella mia memoria mi ero messo a fare conversazione
perpetua coll'imagine di colei; cagione codesta perch tanto desiderai di
rivederla, quando ritornai a Milano. Fatto cos il primo tentativo e non
vedutala, tornai altre volte in casa Pietra, tornai solo e tornai spesso con
mia madre, e mi consolai vedendo che noi eravamo benissimo accetti, e mi
consolai tanto pi quando mi accorsi che la contessa Clelia fece delle
confidenze non indifferenti a mia madre. Questa per non mi disse mai nulla,
perch voleva tenermi all'oscuro di tutto. Fortuna che mio padre Lorenzo non
la pensava come lei, e voleva che un giovane sapesse tutto quello che si pu
sapere. Egli dunque, filosofando, com'era il suo costume, mi disse tutto
quanto era avvenuto e avveniva in quella famiglia; mi disse che donna Paola
non dovevasi incolpare se non si era opposta a quel matrimonio. Guglielmo
Crall suo figlio amava donna Ada con tanta maggior passione quanto pi la
giovinetta, sebbene egli potesse vantare tutte le doti della giovent, della
bellezza, dell'ingegno, aveva dimostrato di sentire un'invincibile ripugnanza
per lui. Perci donna Paola desiderava che, giacch erasi presentato un
partito pi che conveniente, lo si affrettasse al pi presto, nella fiducia
che, troncando al figliuolo ogni speranza e togliendogli l'occasione di veder
la fanciulla ogni d, egli alla fine avrebbe fatta la cura del cuore col
rimedio del tempo. In secondo luogo, non potevasi ascrivere n a crudelt, n
a pregiudizio l'aver cercato di costringere la fanciulla ad accettare la mano
del marchese F..., ricchissimo, nobilissimo, ancor giovane, ancora avvenente;
e tanto pi che bisognava pure cercar di toglier di mezzo quel fatale amore
del Suardi; amore che, essendo stato il primo, ed avendo incontrato tanti
contrasti, s'era sprofondato tanto, che pareva divenuto incurabile. Su questo
fatto poi, per dare una novella prova del cuor generoso di donna Paola e della
sua mente spregiudicata e indipendente, mio padre mi raccont che, parlando
con essa di quest'affare intralciato, l'ud una volta ad uscire in queste
precise parole:
 Vi assicuro, che se questa Ada fosse mia figlia, o se credessi lecito di
consigliare altrui in una cosa cos delicata e pericolosa, io lascerei
strillare tutto il mondo, ma accontenterei la fanciulla, anche perch ho la
convinzione che il Suardi, a diventare un perfetto onest'uomo, non ha bisogno
che di questo matrimonio. Finch il mondo continuer a contrariarlo, a
sprezzarlo, ad abborrirlo, egli, di necessit, sapendo di essere in guerra con
tutti, deve trattar tutti come nemici; essendo poi naturalmente scaltro e
facoltoso, a lungo andare  lui che si vendicher degli altri. Se l'opinione
pubblica non fosse cos implacabile, quanti iniqui di meno ci sarebbero a
questo mondo! Per io temer sempre dal Suardi qualche colpo terribile, o a
danno della fanciulla o a danno della contessa Clelia; per la fanciulla non
potr mai essere felice con questo marchese che, per dirvelo a quattr'occhi, e
purch non lo ripetiate a nessuno, mi sembra ben pi tristo di quell'altro. Ma
il bel mondo applaude a queste nozze, perch ci son venti milioni, perch il
casato  cospicuo, perch  disposto a perdonare al marchese tutta la sua vita
scapestrata, essendo come attratto simpaticamente verso un certo genere di
colpe; e credendo di conciliar l'indulgenza colla morale, coprendo tante
vergogne con un matrimonio degno di festa pubblica e di pubblica
illuminazione. -
Cos pensava donna Paola; ma ora bisogner dir qualche cosa del Suardi, e di
quel che avvenne di lui dal maggio del 1766, quando fu carcerato pro rapto
virginum, come portava la denuncia dell'avvocato Strigelli.
Il Suardi, a malgrado della sua posizione, delle sue ricchezze, delle sue
conoscenze, stette otto mesi interi nelle prigioni del Capitano di Giustizia.
Fu generale il desiderio cos del pubblico come dell'intera magistratura, che
quella vecchia volpe lasciasse finalmente la coda nella trappola. Ma la
vecchia volpe fu superiore perfino alla propria fama; ma la fortuna e le
speciali circostanze giovarono alla volpe pi di quello che si sarebbe
creduto. Il Baroggi, sottotenente di Finanza, era innocentemente complice di
quanto il Suardi aveva ordito e consumato; ora l'innocenza innegabile per
l'avvocato lontano dal tribunale e per l'uomo che giudica le cose fuori delle
aule della giustizia costituita, non era una moneta in corso nelle mani del
Capitano di Giustizia. La complicit c'era, e per provar tutto a danno del
Suardi bisognava provar il resto a danno del Baroggi. L'avvocato Strigelli,
volendo risparmiare costui per cento buone ragioni, si trov dunque impacciato
nella procedura. Accadde poi, tanto quel Suardi era protetto dalla fortuna,
che la madre del Baroggi, la quale, per l'eccesso della sua semplice natura
avrebbe potuto, una volta chiamata in giudizio, far delle rivelazioni dannose
al Suardi, ma pi dannose al figliuolo; accadde adunque ch'ella venne a morire
sette mesi dopo la carcerazione del Suardi; e cos mancando le prove effettive
incontrovertibili, l'accusato divent quasi innocente il mese dopo, e venne
rimesso in libert.
Qui per giova tener conto di una cosa, anzi di un sistema di cose in forza
del quale la giustizia a Milano non rimase che in istato d'emblema l dove
sedeva l'autorit, ma cess affatto di essere un ente reale, pratico,
efficace. Mi spiego in due parole.
Gli storici, l'uno dopo l'altro, allorch pervengono a quel periodo della
dominazione austriaca, quando Kautniz aveva in mano le redini di tutto
l'impero, e il conte di Firmian quelle del ducato di Milano, non hanno che
parole di lodi enfatiche per questi due ministri. Non  qui il luogo di
parlare di Kautniz, ma, per dirla cos di passaggio, questo troppo a torto
venerato personaggio era di tal natura, che per denaro si lasciava tentare a
chiudere un occhio sulle piaghe pi profonde dello Stato.
Io ho letto delle sue lettere di ringraziamento dirette al conte Greppi, il
quale ogni anno, d'accordo coi colleghi della Ferma, gli mandava dei regali
del valore di pi migliaja di lire, dove erano consegnate le prove e della
colpa e della complicit. Su una di esse ho notato questa frase, che  degna
invero di don Basilio: Voi avete degli argomenti ai quali non si risponde.
Tali lettere furon viste dai giovani di studio del conte Greppi nell'atto di
deporre quei documenti negli archivj di casa. Lo scrittore faccia di una tale
notizia quell'uso che vorr, ma se non vuol essere un copista pecorone e
adulatore come tutti gli altri, approfitti di quanto gli dico. Or veniamo al
conte di Firmian. Molte volte, a proposito di codesto Tirolese, cos
concordemente lodato dagli storiografi, mi vennero in mente quei versi
dell'Ariosto stupendissimi:

Non fu s santo n benigno Augusto
Come la tuba di Virgilio suona:
L'avere avuto in poesia buon gusto,
La proscrizione iniqua gli perdona.

L'aver dunque avuto o mostrato di avere qualche interesse per la poesia, e
non essendo stato scortese con Parini, fu la causa per cui quel ministro trov
tanta indulgenza negli scrittori. Ma egli era ignorante, sospettoso,
vendicativo, prodigo e ladro mi pare che basti. Per di pi, e questo fu il
colmo del disastro, aveva a' proprj stipendj un ex barbiere di Trento, che
innalz al grado di suo segretario privato, un tristo arnese della stampa del
barbiere di Luigi XI. Esso per molti anni fu il mestatore principalissimo
delle cose di Lombardia, e segnatamente della citt di Milano.
Se lo scrittore, in vista dell'enormit di queste accuse, fosse tentato a non
prestarmi fede, per buona fortuna pu leggere un libretto postumo di Pietro
Verri, dove si dice precisamente quello che dico io. Non gi che Pietro Verri
sia pi galantuomo di me, ma avendo pi autorit, toglier di mezzo qualunque
dubbio. A proposito di codesto signor Diletti, io ho saputo dalla bocca del
signor Giovanni Ambrogio Rosnati, ragioniere in capo della Banca Suardi, come,
avuto il permesso di abboccarsi col proprio principale, quando questi
trovavasi ancora nelle carceri del Capitano di Giustizia, ei gli fece
comprendere, in un momento che i secondini si erano allontanati, fatti pi
morbidi dal consueto unguento, di tentare il Diletti con promessa di danaro;
il quale, dopo essersi dimostrato inespugnabile in principio, divent
arrendevolissimo dopo; tanto che in pi riprese ricevette da lui fino a
quattromila zecchini di Venezia. Queste cose io le seppi dal detto ragioniere
quando il Firmian era gi morto, legando un debito di un milione di lire
milanesi, e lasciando nella miseria pi d'una famiglia perfidamente ingannata
dal segretario Diletti, che per il prodigo e fastoso padrone aveva fatto il
sensale onde ottenergli molte somme in prestito. Della quale notizia lo
scrittore approfitti per cavarne qualche situazione interessante, collocandola
in quella sede del suo racconto che pi gli parr adatta.
Tornando al fatto, se io ho aspettato molti anni per sapere dalla bocca del
Rosnati la riprova delle pubbliche dicerie; gi sin dal giorno che il Suardi,
improvvisamente, per decreto del Senato, venne rimesso in libert, tutto il
mondo sapeva che ci era avvenuto per ordine espresso del conte di Firmian, il
quale voleva quel che voleva; e tutto il mondo vociferava che il cameriere
Diletti era stato impinguato dal Suardi.
Ora, giacch mi trovo sotto la penna questo nome, dir che mio padre,
allorch venne per certi nostri affari a Milano e and a visitare donna Paola,
seppe da quella veneranda signora come il Suardi, due mesi dopo essere stato
rimesso in libert e dopo aver trovato il modo di diventare accetto al popolo
con abbondanti largizioni di denaro, di grano e miglio, nell'occasione che il
calmiere del pane divent insopportabile per la carestia, credendo di esser
diventato nobile, ebbe l'animo di recarsi da donna Paola per chiederle di bel
nuovo la mano della contessina Ada. In quella casa dove assiduamente
frequentava il marchese F..., per necessit il Suardi non poteva essere
accolto. La servit propal poi per la citt come fosse avvenuto un alterco
scandalosissimo tra que' due, e come il tutto finisse collo sfratto del
Suardi. Dico che fu la servit a propalare la notizia di quest'alterco, perch
donna Paola, quantunque si sprigionasse affatto con mio padre, che era uomo da
comprenderla, non gli disse mai nulla di tutto ci.
Ora  tempo di raccontare quanto avvenne in quella famiglia, quasi direi,
sotto alla mia testimonianza.
Come dissi, essendo io fortemente preso di simpatia per quella fanciulla,
dico simpatia perch non oserei dire se fosse precisamente amore, mi recava in
casa Pietra soventi volte, e pi forse che nol comportasse la convenienza e la
mia speciale condizione. Ma mi dava coraggio quella santa donna di donna
Paola, e trovava indulgentissima e cortese anche la contessa Clelia. Bens
quella carogna odiosissima (sic) del marchese poteva bastare per farmi star
lontano mille miglia, tanto ei mi guardava d'alto in basso al punto da toccar
la manifesta villania; ma questa medesima invincibile antipatia mi comandava
di non abbandonar quella fanciulla, e di tentar di consigliarla a star forte e
a rifiutare la mano di quello stupido spavaldo. Un d, che per caso mi trovai
da solo a sola con lei, mi feci animo a interrogarla per tastarle, a cos
dire, il cuore. La risposta fu quella che mi attendevo; ella si adattava a
sposare il marchese perch sua madre lo desiderava, ed ella non aveva cuore di
contrariar sua madre. Io le dissi che si trattava della condizione di tutta la
vita, e che nessuno ha diritto d'imporci la nostra infelicit, n i padri, n
le madri, e che per stesse salda e si consigliasse con donna Paola. Ah, mi
rispose, se quella donna fosse sola qui, sola, mi capite, certo che mi
ajuterebbe; ma.... e qui tronc le parole con un sospiro. Entr in quel
momento la contessa Clelia, che addatasi del colloquio, colse il pretesto di
far uscire la figlia, poi mi domand di che cosa stavamo parlando. Io risposi
franco e netto, e con impeto e con ira le dissi che era un'indegnit il voler
sagrificare a quel modo la sua unica figliuola. La contessa alle mie parole
rimase come percossa dal fulmine, e non replic; ma tutto fu inutile, e venne
stabilito per le nozze il giorno 7 di luglio del 1770.
Bisogna sapere che mio padre, il quale era molto accetto a donna Paola, e
anche alla contessa Clelia, non ostante tutto quello che era avvenuto, fu
pregato e dall'una e dall'altra a lasciarsi vedere spesso, perch essendo uomo
disinvolto e scaltrissimo, e nel tempo stesso di una rettitudine specchiata,
amavano adoperarlo nel disbrigo di molte cose necessarie a farsi in quella
circostanza del matrimonio.  inutile il dire che mio padre avea sempre
tempestato perch si mandasse al diavolo il marchese; ma come s'accorse che
non c'era verso, e che v'erano circostanze tali, in faccia a cui non era pi
possibile scansare il male, si adoper col pi sincero interesse perch almeno
potesse rendersi pi sopportabile. L'avvocato Strigelli, che per celia
chiamava mio padre il suo consultatore, lo richiese da senno del suo parere,
quando si tratt di stendere il contratto nuziale. Il marchese F... vedeva ci
di malissima voglia, perch tra mio padre e lui c'era un'avversione cordiale;
ma siccome, non dir l'affetto, ma la sua passione per la contessina,
apparteneva alla categoria dei furori, onde era impaziente e convulso d'ogni
bench minimo indugio, cos taceva e lasciava andare, e non aveva objezioni da
fare, comunque fossero i patti. Per tutto ci e per le mille gentilezze di cui
colmava la contessina e pei regali veramente principeschi che aveva messo a'
piedi di lei; inoltre, per una giocondissima amabilit che gli era data fuori
e gli andava crescendo in ragione che si avvicinava il giorno del matrimonio;
per tutto questo adunque era riuscito a metter la pace e l'allegria in tutti;
e m'accorgevo che s'era fatta abbastanza lieta anche la fanciulla, e quasi era
diventato sopportabile anche a me. Torno a ripetere, io sentivo molta simpatia
per quella ragazza; ma era una simpatia molto somigliante a quella che un uomo
ragionevole e povero ha pei cavalli e le carrozze, che cio ne ha il
desiderio, senza per questo dar la testa nelle muraglie se deve andare a
piedi. Perci, giacch tutti erano contenti, io assistevo in pace all'allegria
generale. Cos dunque camminavan le cose, e non mancavano che tre d a quello
stabilito. La sera del terz'ultimo io vado in casa Pietra. Mio padre era con
me. Mi ricordo di quella sera come se fosse adesso. Entro in sala, e, dopo
aver data un'occhiata in giro, mi faccio tosto all'orecchio di mio padre, e
gli dico: Che cosa diavolo  successo? Mio padre non rispose, ma aveva capito
anch'esso che c'era qualche novit. Quando entrammo, c'era il marchese F...,
la contessina, donna Paola, donna Clelia, l'avvocato Strigelli, tutti quelli,
in conclusione, che ci dovevano essere. E tutti parlavano, e tutti erano
tranquilli, e non mancavano nemmeno i sorrisi. Chi insomma non era pratico
della casa e dell'indole delle persone, non avrebbe avuto a fare osservazioni
di sorta. Ma noi che avevamo assistito alla giovialit eccessiva sviluppatasi
nel marchese alcuni giorni prima; noi ci accorgemmo precisamente che il
marchese parlava per parlare e sorrideva per obbligo di galateo, ma era
manifestamente impacciato e preoccupato; del che accortisi gli altri, per
consenso necessario erano preoccupati e impacciati del pari. Quando una
conversazione procede per la sola virt legale dei reciproci riguardi, si
prova un gran desiderio di trovarsi altrove. Pare che l'avvocato Strigelli
fosse di questo parere, perch di repente si alz, accusando di essere
chiamato altrove per oggetti della sua professione, e nel tempo stesso guard
mio padre, come a dirgli: Usciamo insieme. Mio padre non si fece pregare, e,
sebbene donna Paola lo invitasse a rimanere, egli, promettendo di tornar
tosto, si alz, e fatto segno a me di seguirlo, usc coll'avvocato.
Quando si fu nella pubblica via, parl prima l'avvocato:
 Vi siete accorto che ci deve essere qualche novit?
 Qualche cosa s; mi pare ci sian dei nuvoli. Ma che mai  successo?
 Che cosa possa essere successo non lo so, ma si direbbe che il marchese
abbia veduto il diavolo.
 In conclusione, che ha detto?
 Nulla affatto, ma  appunto perch non ha detto nulla, che non si sa cosa
pensare.
 Dunque?
 Il dunque lo lascio a voi da spiegare. Per un sospetto l'ho anch'io.
 E quale?
 Che il Suardi lo abbia minacciato di fargli qualche mal gioco se sposa la
ragazza.
 Il Suardi non  tale da compromettersi con una minaccia che lo ritornerebbe
diritto al Capitano di Giustizia.
 Il Suardi, tra l'amore che lo cuoce sempre pi e il puntiglio che lo agita e
la rabbia di essere stato scacciato dai servitori del marchese, pu essere in
tale condizione da non saper pi quel che si faccia.
 Non sono del vostro parere...
E dopo aver ci detto, mio padre tacque e almanacc un pezzo prima di
parlare... Io stava attento. Alfine cos prese a dire (mi ricordo delle sue
parole come se mi suonassero ancora nell'orecchio. Povero uomo, non era
possibile trovare chi fosse pi onesto e nel tempo stesso pi furbo e acuto di
lui!):
 Caro avvocato, disse dunque, a questo mondo bisogna aver buona memoria.  il
passato che fa lume al presente, e se siamo nel 1770  una minchioneria
dimenticarsi del '50. Per sono tanto certo che il mio sospetto  la verit,
che scommetterei centomila talleri di Maria Teresa per sostenere il mio punto.
 Non vi capisco.
 Se nel '50 invece di aver sette anni aveste avuta la mia et, certo che
capireste. Ora ascoltate. Io ho sempre creduto che lo zio dell'attuale
marchese abbia realmente istituito erede il figlio della Baroggi. Io ho sempre
creduto, che alla morte di colui il testamento fosse chiuso nello scrigno del
suo studio. Io ho sempre creduto che il Suardi l'abbia trafugato, e ho sempre
creduto e credo che il testamento sussista ancora.
A questo punto mio padre mi guard, come se si fosse pentito d'aver parlato
in mia presenza, e per, scostatosi due o tre passi, continu a parlar
sottovoce allo Strigelli, il quale, facendo le meraviglie e fermandosi ad ogni
quattro passi, ripeteva come per intercalare:
 Ma sta a vedere che la indovini, volpone!
Io, com' giusto, non capii pi nulla; onde m'entr addosso tanta curiosit,
che quando mio padre ebbe lasciato l'avvocato sulla porta della sua casa, io
lo tormentai perch dicesse qualche cosa anche a me. Ma mio padre, dopo aver
tentato di tirarmi pi volte gi di strada, conchiuse bruscamente col dirmi:
La cosa di cui si tratta  un'inezia. Ma tu per ora non la devi sapere.
Per quel giorno dunque non si parl oltre di quell'affare. Il giorno dopo
l'avvocato venne da mio padre, e stettero insieme un pezzo: ma io non potei
penetrar nulla. Mi recai in casa Pietra per vedere se mai le nubi del giorno
prima si fossero condensate in temporale. Ma con mia grande sorpresa era
tornato il sereno. In ogni modo pass quel d e un altro e il terzo, e spunt
quel delle nozze. Era ricomparsa l'allegria. Le visite di tutto il parentado
affollavano la casa. La matrina della sposa, che fu donna Valcalzel De Cordova
marchesa dello Balbases e duchessa del Sesto, veniva da qualche giorno a star
colla sposina e accompagnarla. I testimonj erano stati scelti, e furono don
Giacomo Sanazzari e il marchese Paolo Recalcati Cernuschi. Era un andare e
venire continuo di carrozzoni e carrozzini di tutta la nobilt di Milano. N
mancavano i preti, e segnatamente i due parroci, perch allora v'erano due
parroci, cos detti porzionarj, della parrocchia di Santa Maria alla Porta,
che si chiamavano don Giambattista Redaelli e don Felice Temperati. Alla
vigilia delle nozze ho visto anche l'abate Parini, ma era accigliato, e, dopo
poche parole con donna Paola, colla contessa e i saluti di convenienza al
marchese e alla sposina, se ne and con quel suo zoppicare caratteristico, che
pareva piuttosto un movimento dell'orgoglio che un difetto del corpo. Venne la
sera; le nozze dovevano essere benedette alle due di notte all'altar maggiore
di Santa Maria alla Porta dal parroco Redaelli. Gl'inviti erano stati numerati
per ordine severissimo del marchese F... Mio padre naturalmente fu messo nel
numero degli invitati; ed io, dubitando di essere escluso perch, per uno di
quei pregiudizj sciocchi che erano tanto in voga nel secolo passato, non si
voleva che gli adolescenti assistessero a simili cerimonie, io dunque
supplicai donna Paola perch mettesse una buona parola per me. Non era
possibile che quella cara donna mi dicesse di no.
Ma veniamo a quella sera memoranda di cui mi ricorder per tutta la vita. Il
matrimonio del marchese F... colla contessa Ada S... era da molti giorni il
discorso di tutta la citt, di tutti gli ordini, di tutti i luoghi. La grande
ricchezza del marito e la sua vita passata; la gran bellezza della sposina e
le sue peripezie sofferte, accrescevano quell'interesse volgare che s'attacca
pur sempre a un matrimonio d'alta sfera. In sull'imbrunire v'era la folla alla
porta di casa Pietra per tentare di poter vedere la sposina; v'era la folla
alla porta maggiore della chiesa; la folla alla porta sussidiaria che risponde
sulla contrada dei Meravigli e a quella del vicolo del Teatro. Come quando si
attende la lepre, che s'appostano i cacciatori dov' probabile di sorprenderla
al varco, il pubblico adocchiava impaziente ed avido tutti i pertugi per dove
credeva che la sposina potesse passare.
Quando si fu presso alle due di notte, l'onda del popolo che da Santa Maria
Podone veniva impetuosa verso la parrocchia e il rumore delle carrozze fecero
muovere il sagrestano e i chierici che stavano alla porta maggiore, i quali
entrarono tosto per andare a chiamare il parroco. Io era gi entrato in
chiesa, e mi ero messo tra quei chierici. Vennero dunque presto le carrozze,
ed eran sei. Tre svoltarono ne' Meravigli. La sposina era in una di quelle. Le
altre si fermarono innanzi alla facciata, e ne discesero tutti quelli che
erano ammessi alla cerimonia. Le guardie urbane nella strada tenevano indietro
la folla che faceva impeto e, in un batter d'occhio, appena gl'invitati furono
in chiesa, si chiusero tutte le porte, e solo fu lasciata dischiusa quella che
mette al vicoletto, standovi a guardia il servitore del parroco, che, in
quella solenne occasione, aveva messa vesta e cotta. Quel servitore non
lasciava passar persona che non presentasse un viglietto di casa F... Io era
tutto intento a guardar la contessina nel punto che colla duchessa del Sesto e
i testimonj e il marchese F... entravano in sagrestia per adempire alle
cerimonie d'uso, quando, a un tratto, vedo un parapiglia sull'ingresso della
porta segreta tra il servo in cotta ed uno che voleva entrare. Sull'istante
abbandono una scena per l'altra; e, avvicinatomi, vedo il signor Suardi in
persona, il quale lascia andare sulla faccia del servo in cotta uno schiaffo
cos sonoro e potente che me lo sbatte dietro la bussola; e buon per lui che
strisci lungo la pattona, la quale gli tolse il colpo nella caduta. Tutto
questo avvenne in un batter d'occhio, e il Suardi fu subito in chiesa, e si
colloc presso la predella dell'altar maggiore (scoperto allora di fresco, ed
era lavoro di Agostino Agrati), tra lo stupore dei signori invitati. Pass un
quarto d'ora. I chierici si schierarono intorno all'altar maggiore colle
torcie accese. Il parroco Redaelli sal l'altare. Dalla sagrestia uscirono nel
tempo stesso gli sposi col seguito.
La contessina Ada, tenuta a mano dalla matrina, fu messa a inginocchiarsi sul
cuscino preparatole. Contemporaneamente l'altro parroco don Felice Temperati
invitava il marchese a inginocchiarsi sul suo. Com' naturale, io m'ero
collocato ben presso alla balaustra, e dal momento che il signor Suardi era
entrato in chiesa, io non l'aveva mai perduto d'occhio. Ora nel momento che il
marchese stava per inginocchiarsi, m'accorsi ch'ei vide per la prima volta il
Suardi, il quale gli teneva gli occhi fissi in volto. Il modo di guardare del
Suardi e la sua curiosa immobilit mi fecero, dico il vero, un senso di paura,
quantunque io non sapessi nulla; ma era la scena dello schiaffo che m'aveva
fatta impressione. Com'io guardava intanto, guardavano tutti e guardava il
parroco Redaelli.
Il fatto sta che tutt'a un tratto il marchese si alza e dice non so che cosa
all'orecchio d'un chierico. Questi parla al parroco, che lascia l'altare, si
fa presso al marchese, e dopo un momento rientra in sagrestia con esso.
Poco appresso furono chiamati in sagrestia i due testimonj, don Giacomo
Sanazzari e il marchese Recalcati, uno de' quali usc per accostarsi alla
duchessa del Sesto, che non s'era mai staccata dal fianco della sposina; la
sposina e la duchessa uscirono sull'istante. Di l a poco il parroco don
Giovanni Redaelli, fattosi alla balaustra: Per oggi, grid,  sospeso il
matrimonio. Loro signori possono andare.
Per quanto la stranezza del caso mi facesse attonito, pure non ho mai tolto
l'occhio dalla figura del Suardi, che non si era mai mosso dal posto dove si
colloc in principio. Tranquillo e grave lo vidi dunque a muoversi per la
prima volta, e levarsi di l, quando il parroco disse quelle parole agli
intervenuti.
Ora  facile imaginarsi la meraviglia di tutti costoro, e il bisbiglio e il
malcontento che ne segu, quasi che il matrimonio lo dovessero far loro; 
facile imaginarsi come quel bisbiglio e quel malcontento passasse dalla chiesa
al piazzale, alle vie, al vicolo dove tanta folla aspettante e curiosa era
stipata. Ma pi di tutti gl'intervenuti e della folla, quelli che rimasero
veramente colpiti dallo stupore furono mio padre e l'avvocato. Quand'io
m'accostai ad essi, per domandar qualche schiarimento, essi stavano
guardandosi muti con quell'espressione che hanno le statue. Uscendo dalla
chiesa insieme con essi, udii mio padre, che fu il primo a rompere il
silenzio, a dire queste precise parole: Non c' Cristi che mi possa far
cambiar di parere. Non pu essere stata che la virt magica di dieci milioni
quella che ha spezzato in un istante i legami di un matrimonio, a preparare il
quale ci son voluti quattro anni. Il marchese, coi suoi stravizj degni d'un
imperatore della decadenza, ha scantonata la propria ricchezza, come fanno gli
ebrei, quando tosano gli zecchini. Se veniva a questo nuovo scappellotto,
certo che lo avremmo veduto all'ospizio di S. Vincenzo. Lo Strigelli crollava
il capo ripetendo:
 Non  possibile.
E mio padre:
 Per che cosa volete dunque che il Suardi abbia avuto quel lungo colloquio
col marchese?
 Ma ne siete poi sicuro?
 Il guardaportone di casa F... l'ho fatto cantar io. Il carrozziere del
Suardi cant lui.
Com' naturale, io ascoltai questo dialogo, senza comprenderlo. Quanti anni
dovettero passare prima che mi si porgesse la chiave per aprire quella
serratura congegnata a segreto!
E qui finisco, perch di tutto quello che avvenne dopo, in quel periodo, non
mi riusc d'esser testimonio oculare. Il matrimonio non fu solamente sospeso,
ma troncato. Il marchese si astenne affatto dalla casa Pietra. La contessina
Ada rimase ancora una fanciulla da marito.
Questa relazione del Bruni sarebbe rimasta in tronco, se noi non lo avessimo
pregato a stenderne un'altra per que' fatti posteriori, troppo necessarj al
complemento della nostra storia; e che avvennero vivente lui, e che sent egli
stesso a raccontare o dalle parti o dai testimonj o dalla pubblica voce.
Eccola, conservatissima nel contesto, sebbene alquanto raccomodata nella
forma:
Nell'anno 1776 cominci a fermare l'attenzione del pubblico milanese un
giovane patrizio, il conte Achille S... Questo giovane allora poteva contare
ventitr anni, ed era gi tornato dall'America, dove, avendo sentito che
Lafayette, non ancora diciottenne, aveva gi fatto abbastanza per la gloria,
si mise in testa di emulare il francese sul campo dell'onore. Ma la differenza
stava in ci, che Lafayette, oltre il coraggio e il desiderio della vita
avventurosa, possedeva una grande uguaglianza di carattere e una costanza
inalterabile; dovech il nostro giovane patrizio era uno di quei caratteri
inestricabili, in faccia ai quali anche il giudice pi sapiente e pi
tranquillo non sa che sentenza pronunciare, perch se da un lato gli sembra
scorgere le qualit di un eroe, dall'altro gli pare d'intravedere i tristi
istinti di uno scellerato. Infatti, rimasto, a diciasette anni, senza padre e
senza madre, ed erede di una sostanza ingente, non tollerando i consigli e
l'autorit del tutore, che fu il conte Sanazzaro, con questi venne a tali
escandescenze, da percuoterlo violentemente e da lasciargli le impronte del
proprio furore. Fu dopo codesto fatto che, pentito dell'avvenuto e iracondo di
non poter spendere e sciupare, come voleva, i proprj averi, lasci Milano,
pass in Francia, in Inghilterra e di l in America. I giornali dell'una e
dell'altra nazione in pi circostanze ebbero a fare onorevole menzione di lui
pel coraggio dimostrato in molte battaglie; ma dopo due anni, comparve sulla
Gazzetta di Sciaffusa la relazione di un tremendo alterco avvenuto tra esso e
un colonnello americano, pel quale, venuti alle mani, pur in mezzo alla
festivit di un banchetto, il sottotenente milanese uccise il suo capo, onde
senz'altro se ne dovette fuggire e ritornare in patria, lasciando col una
giovane moglie che mor di l a poco tempo.
Reduce a ventidue anni compiuti, trov che il conte Sanazzaro era morto; il
pretore ducale invit allora altri tra i parenti del conte S... perch ne
volessero assumere la tutela; ma nessuno amando togliersi quel carico per cui
erano in pericolo anche le spalle, e il giovane tempestando di non voler
tutela in nessun modo; esso in via d'eccezione e per decreto del presidente
del Senato fu dichiarato maggiore prima dell'et legale.
Ricco, come ho detto, di una sostanza ingente, cominci una vita di pazzie,
di scialacquo, di giuochi, d'amori, di scandali a tal punto, da destare un
gran rumore non solo in Milano, ma anche fuori del ducato. Ed io mi ricordo
che nella settimana grassa, al carnevalone, quando da tutte le citt della
provincia e da quelle del Veneto affluiva la folla a Milano e nel teatro
Ducale, tutti gli sguardi erano appuntati al palco dove questa bestia feroce
sedeva insieme co' suoi degni colleghi. Mi sono dimenticato di notare che
questo giovane aveva qualit straordinarie d'avvenenza, d'ingegno e di
spirito. Pareva insomma che la natura, in un momento d'esaltazione, avesse
vuotato il sacco per metterlo insieme; e che dall'altra parte il diavolo o
qualche suo agente si fosse messo in testa di assassinare l'opera geniale
della natura stessa. Ma, per queste qualit appunto, anzi per la loro
contraddizione violenta, non  a dire quanto costui riuscisse caro alle donne.
Posso assicurare che molte marchese e contesse, in fama d'invincibile castit,
smarrirono la tramontana per questo scavezzacollo; posso assicurare che molti
matrimonj avviati da lunghi e casti amori si turbarono di punto in bianco al
comparire di questo Lucifero vivo e vero, il quale aveva l'incarico di portare
il disordine e il peccato ovunque si presentasse.
Se non che una vita cos turbolenta e pazza doveva portare le sue inevitabili
conseguenze. Infatti non passarono tre anni che, indebitato fin sopra la
testa, ipotecati tutti i fondi, si trov nella condizione di chieder soccorso
a un suo vecchio zio, col quale era gi venuto a terribili alterchi. Lo zio,
com' naturale, fu sordo a tutte le preghiere dei parenti e degli amici, tanto
che il giovane dovette un giorno seguire le guardie urbane e recarsi nelle
carceri del pretorio alla Malastalla. I debiti, l'avvilimento, la prigione non
mancarono di fare un certo effetto sull'animo di quel giovane, il quale, cosa
strana, si acconci a scrivere una lettera allo zio. Siccome era d'ingegno e
d'animo versatile, e dall'oggi al domani si trasformava come un camaleonte,
cos trov il modo, secondo dicevasi per la citt, di scrivere una lettera
allo zio cos affettuosa, toccante ed eloquente, che lo zio si lasci
smuovere, e, chiamati i creditori, venne con loro a convenzione, e, aggiustato
alla meglio il disastro economico del nipote, gli assegn una pensione
ragionevole perch potesse vivere con decoro e con tranquillit, promettendo
che a seconda dei diporti la pensione avrebbe anche potuto crescere. Infatti,
ritiratosi in campagna, il giovane visse per quasi un anno una vita esemplare;
tanto che, quando veniva a Milano, o lo si vedeva in teatro, ciascuno lo
compiangeva, e malediva l'avarissimo zio perch lo condannava a vivere cos
allo stecco; e allora lo zio, a cui vennero all'orecchio codeste dicerie, lo
mand a chiamare per fargli una proposta.
La proposta fu che, giacch per molti indizj avea mostrato di poter essere
anch'egli come tanti altri, un giovane savio e assestato, cos si preparasse a
prender moglie; in tal caso il signor zio gli avrebbe fissata una rendita
degna della sua condizione e della sposa, e per di pi lo avrebbe nominato suo
erede. Il nipote accett; la sposa era gi preparata, giovane, bella, ricca.
Il matrimonio si fece; ma colla ricchezza ricominciarono i capogiri del
giovinotto; e gli sciali, e i giuochi, e le donne e il diavolo a quattro; e
non fin un anno, che la consorte, la quale fu donna Giulia Rodriguez de
Arevolo, figliuola unica, mor, il mondo disse, per un calcio dato dal marito
furioso a lei che era incinta. Rimasto vedovo con un ragazzino, perdette di l
a poco anche questo, ond'egli eredit tutti gli averi della moglie; ma li
eredit per buttarli all'aria come avea fatto con tutto il resto. Allora,
tornando i dissesti economici, e le angustie, e l'assedio dei creditori, lo
zio dovette ricomparire ancora a sanar le piaghe. Siccome poi quello zio era
ciambellano, e avrebbe fatta moneta falsa per l'arciduca Ferdinando, cos,
quella volta, in pagamento del beneficio, pretese che il signor conte nipote
entrasse tra le guardie d'onore di Sua Altezza serenissima. Quelle guardie,
per l'eccesso del lusso, e perch nelle solennit, quando in chiesa sfilavano
a lato dell'arciduca, dagli spallini, dalla spada, dai ricami d'argento
riverberavan le fiamme delle torcie, venivano chiamati i candellieri
d'argento; appellativo che rimase poi alle guardie d'onore fin sotto al Regno
italico. Ora fu nella sua qualit di candelliere d'argento che, a una festa da
ballo, data dall'arciduca, danz per la prima volta colla giovane contessa
Ada. Vederla e andarne preso, e con quel suo sistema di portar tutto
all'esagerazione e al delirio, dichiarare che si sarebbe ammazzato se ella non
corrispondeva all'amor suo; e recarsi dallo zio, e far mille proteste, e
supplicarlo perch si interessasse a rendere possibile quel matrimonio, fu una
cosa sola. Lo zio non desiderava altro. La prima volta avea durato fatica a
indurre il nipote ad accasarsi; ora veniva lo stesso nipote a chiedere e
pregare. Era un fatto superiore ad ogni speranza, era una vera conversione. La
contessina Ada, si sa, non aveva pi n 16, n 18, n 20, e nemmeno 25 anni;
ma, correndo il 1780, era prossima a' suoi 28. Ben  vero ch'ell'era ancora
bellissima, e le giovinette sedicenni potevano ancora invidiarla; ma a
quell'et le donne ancor nubili, cominciando a capire che dopo il mezzod
viene il tramonto, sentono nelle ossa la minaccia d'una diminuzione di prezzo,
e diventano impazienti tanto, che se hanno passato la miglior parte della vita
a dir di no, sospirano qualunque occasione per poter dire di s. La contessina
Ada, poi, di sopraggiunta, si era veramente invaghita del conte Achille S....
n pi dovea temersi la competenza del Suardi, il quale aveva toccato i suoi
quarantanove anni. Ben egli continuava ad essere un bellissimo uomo,
prosperoso, vegeto, vivace. Ma il colore del volto aveva perduta la
trasparenza; ma l'occhio aveva smarrito il fosforo; ma la pancia aveva varcata
la linea accademica.  sempre la pancia quella che chiude il protocollo degli
amori. Dunque la contessina Ada era guarita di quell'affezione infelice.
Nel tempo che avvenivano queste cose, io non mi trovavo a Milano. Da un anno
e pi stavo a Venezia per assistere la povera mia madre, che mor poi in ancor
fresca et, compianta e desiderata da quanti la conobbero. Stavo dunque a
Venezia, quando mi giunse come un colpo di fulmine la notizia che lord Crall,
il quale da qualche tempo erasi ritirato in una sua villetta presso Milano, fu
trovato morto in camera, immerso nel proprio sangue. Colla notizia corsero
anche manoscritte le copie di alcune lettere ch'esso avea scritto per donna
Ada: lettere che si faceva a gara a rubarsele di mano, perch a Venezia
destavano un grande interesse, non tanto per s stesse, quanto perch n'era
eroina la figliuola di quella contessa Clelia che molti anni addietro aveva
lasciata tanta impressione in quella citt. Fu allora che, intanto che mio
padre recavasi a Genova per certe somme lasciate da mia madre su quel Banco,
io tornai a Milano coll'intento di conoscere appieno e dappresso i particolari
di tanta sventura; e fu allora ch'io sentii per la prima volta la storia dei
nuovi amori del conte Achille S... e delle prossime nozze di lui colla
contessina, e appurai essere stata questa la vera cagione del suicidio di lord
Crall. Le ultime lettere di questo infelice, pubblicate oggi, farebbero ancor
senso, ad onta delle famosissime di Werther e Ortis; ma io, dopo averne con
religiosit conservata copia per molti anni, non so come, le ho smarrite; n
mi venne mai fatto di rinvenirle altrove, per quanta cura ci abbia posto;
specialmente allorch, discorrendo un d con Ugo Foscolo di quel fatto e di
quelle lettere, egli mi mostr un gran desiderio di vederle.
Saputo tutto quello che si poteva sapere, io, sebbene sentissi l'obbligo
d'andare a trovare e a confortare in qualche modo la madre infelice del povero
estinto, pure stetti lontano dalla casa Pietra; perch, se mi aveva annojato
in addietro il trovarmi a contatto col marchese F..., ben pi m'avrebbe pesato
il trovarmi allora insieme con quel petulantissimo conte S...; n troppo a me
importava ch'ei fosse un candelliere d'argento dell'arciduca, e molto meno che
fosse bello come un dio, e meno ancora che avesse in sulla coscienza una mezza
dozzina di cavalieri ammazzati da lui in duello; circostanza che, invece di
far ribrezzo, accresceva, tanto il mondo  curioso, il prestigio che lo
circondava; bens lo abborrivo di tutto cuore, perch, pieno com'ero io delle
idee di mio padre, non potevo soffrire che colui, dopo essere stato in America
a battersi per la libert, fosse poscia tornato pi gonfio che mai di vento
aristocratico, e si comportasse con tutti di maniera, come se il mondo fosse
suo vassallo. Tornando ai fatti, per essere colui impastato di contraddizioni
e delle cose non amando che gli estremi, io seppi da chi lo avvicinava in quel
tempo, che il suo amore per donna Ada port tutti i caratteri di una procella,
procella che continu nel medesimo orgasmo per molto tempo; anche perch,
quando tutto era disposto per il matrimonio, e lo zio gli aveva assegnato una
rendita degna di lui e della sposa, la morte di donna Paola Pietra che tenne
dietro, dopo un anno di languore e d'abbattimento, alla misera fine di suo
figlio, venne a sospendere ogni cosa, perch donna Clelia volle che il lutto
per quella santa donna fosse intero e solenne. Nei giorni estremi di quella
vita preziosa e veramente eccezionale, io ritornai finalmente in quella casa e
fui testimonio di scene sublimi d'amore e di dolore. Allorch la veneranda
donna mand l'ultimo respiro, sembr davvero che alla contessa Clelia fosse
strappata l'anima. In mia vita non ho mai assistito a pi profondo cordoglio;
e la prova ne fu, come gi ho detto, che, per quanto ella conoscesse e
compassionasse la condizione d'animo della propria figliuola, e per quanto
potesse temere le violenze del conte S..., pure volle che per un anno intero
non si parlasse di nozze, e si onorasse la defunta anche co' sagrificj del
cuore.
Quel matrimonio non ebbe dunque luogo che nel giugno dell'anno 1780, con
tutta la solennit e le pompe d'uso. Ma trascorsa la luna d'obbligo, la
procellosa passione del conte, nel soddisfarsi, si spense; e la tetra noja,
assediando ancora quell'incontentabile natura d'uomo, lo spinse a cercare
nuovi stordimenti nel giuoco, nelle donne; a portare la desolazione nel
proprio talamo maritale, a funestar la pace dei talami altrui, provocando ire,
vendette, tafferugli, duelli, e giungendo a mettere sossopra persino la Corte
dell'arciduca.
A tante pazzie presto tennero dietro i dissesti domestici e i dissapori col
vecchio zio, il quale riusc a fargli decretare l'interdizione. Dopo questo
fatto esso divent cos acre e turbolento, che tutti facevano a gara per
iscansarlo. Fu allora che nacque un accidente per cui dovette abbandonar
Milano, e lasciar la casa e la famiglia. Quell'accidente per, bisogna dirlo
ad onor del vero, gli rec molto onore, e fu tale che gli acquist la simpatia
anche di quelli che l'odiavano e lo scansavano. Ecco di che si tratta.  un
fatto di non poca importanza, e che si connette coi grandi interessi del
paese.
Giuseppe II, quando sal al trono, vi rec l'orgoglio del sovrano assoluto e
la presunzione di saperne pi di tutti. Una tempesta doppia. La seconda fu
assai peggiore della prima giacch per essa egli applic le riforme con tale
violenza e impazienza, da mandar disperso il bene a cui mirarono coloro che le
avevano inventate. Per fermarci al ducato di Milano, Giuseppe II fu il primo
sovrano austriaco che abbia manomesso dispoticamente questo inesauribile
salvadenaro dell'Impero. Fu per lui che la Lombardia ha cessato, allora per la
prima volta, di vivere della vita propria. Per lasciar da parte tutto il
resto, e per venire al caso nostro, l'abolizione del Senato di Milano, che
stava in piedi da tre secoli, fu un avvenimento che mise il malumore in tutta
la popolazione. Ben  vero che, di quel Senato, noi stessi da moltissimo tempo
avevamo vedute le piaghe; ma, come avviene, il nostro legittimo orgoglio
nazionale fu punto e si risent quando venne offesa da altri quella nostra
unica rappresentanza. Non si abolisce, ma si riforma, se c' da riformare; ma
si rispettano le pi antiche e le pi care tradizioni di una citt, di una
patria. In famiglia si pu rimproverar la sorella, la madre, ma non si
sopporta che altri le schiaffeggino.  codesta una legge di natura.  dunque
una mia opinione che l'odio dei Lombardi, voglio dire dei Lombardi italiani,
per il dominio austriaco, se non cominci affatto con Giuseppe II, s'inviper
allora per la prima volta, e si manifest per mille indizi. Il mezzo pi
sicuro con cui un governo pu inimicarsi i governati  quello di attestar per
essi in pubblico il proprio disprezzo, col rifiutare e respingere tutto ci
che fu il portato delle loro consuetudini e della loro sapienza tradizionale.
I sudditi ragionevoli possono acconciarsi a pagar tasse esorbitanti; possono
chiamarsi gloriosi di mettere ai piedi del trono i loro averi, perch un tal
sagrificio  giustificato dalla necessit o dalle sue apparenze, e perch la
dignit di una nazione o di una parte di essa non ne rimane offesa. Ma guai se
si pretende di sconquassare ci che costituisce la fisionomia caratteristica
d'un paese.
I veri sapienti onde allora era cospicua la citt di Milano ben potevano
essere incaricati non della distruzione, ma della riforma ragionevole del
Senato, ed essi medesimi dovevano poi venir chiamati a farne parte e ad
esserne il decoro e la gloria. Ma Giuseppe II si credeva al disopra di tutti,
anche per l'intelligenza; e quanto alla Lombardia, senza conoscerla mostr di
disprezzarla in pi d'un'occasione. Mi ricordo che, allorquando venne a Milano
per la prima volta e s'incontr, nell'aula massima del Senato, nel presidente
Motone, guardando all'altissimo top che colui portava, ebbe, non dubito di
cos chiamarla, la vile sfrontatezza di rivolgergli queste precise parole:
Davvero che voi mi sembrate un buffone. Questa frase di quel presuntuoso
monarca, riferita dai testimonj, e messa in giro per tutta la citt, non  a
dire quanta indignazione e rancore e dispetto abbia recato in tutti gli animi
dei buoni Milanesi; quei Milanesi che pure in molte circostanze avean
giudicato con molta severit quel presidente. Ma, torno a ripeterlo, i
Milanesi non potevano biasimare quel loro magistrato; ma dovevano indignarsi,
come fecero, quando lo sentirono insultato cos vituperosamente da un sovrano
straniero.
Or tornando al Senato, o meglio tornando al conte S..., candelliere
dell'arciduca, in uno di que' giorni in cui tutta Milano parlava della
soppressione del Senato, a una festa di Corte, accostatosi a un crocchio di
ciambellani che lodavano a cielo quell'atto dell'imperatore, egli invest
tutti quanti con parole cos acerbe e veementi, da far credere ch'ei non
avesse altro desiderio che di esser tradotto in carcere; e tanto pi quando
prese pel collare inargentato il conte Mellerio, e lo scroll allegramente
allorch quel ladro in carta bollata ebbe il coraggio di rispondergli con
altrettanta veemenza. Tutti dissero allora che il conte S... era alterato dal
vino, che era fuor de' gangheri per aver perduto al giuoco, che cercava mille
modi di far nascere degli scandali, quasi a vendicarsi di essere stato
interdetto dal nuovo Tribunale succeduto al Senato; ma, sia pure come vuol
essere, io provo sempre una grande soddisfazione quando penso a quella scena
violenta, e mi lodo della fortuna quando considero che, per parlar alto a quel
modo, non ci voleva che un uomo di quella tempra. Le prime sassate nei vetri,
anche allora che si vuol fare una dimostrazione legittima, son pur sempre
gettate dalla canaglia inferocita. E il conte, ad onta di tutte le sue pessime
qualit, pur serbava in fondo in fondo all'animo qualche cosa di generoso;
soltanto ce ne voleva a farlo balzar fuori. E qui metto codesta osservazione,
a mitigare in parte il giudizio severissimo che ho dato pi addietro di
quest'uomo; ma dico il vero, che quella furiosa scrollata data da lui al
bavero inargentato del conte Mellerio m'ha disposto all'indulgenza.
Il giorno dopo, il barigello della Pretura con una mano di guardie urbane fu
alla casa S... per condurre seco il padrone. Ma questo, in fretta e in furia,
messo in sull'avviso non si sa da chi, era partito la notte; n d'allora in
poi non fu mai pi veduto a Milano; n, dopo una sola lettera che da Parigi
scrisse alla contessa sua moglie, nella quale, com'ella pi e pi volte mi
raccont piangendo dirottamente, le raccomandava di dare un bacio alla piccola
Paolina, non scrisse mai pi alla famiglia; n mai pi per sua parte giunsero
notizie di lui in patria.
Qui finisce la seconda parte della relazione lasciataci dal signor Giocondo
Bruni.
Ed ora dovremmo tornare indietro, ovverosia andare avanti, e risalire in casa
S..., e collocarci, come il vecchio Simeone, tra il capitano Baroggi e donna
Paolina per metter l'anello in dito alla sposina e congiungere le due mani. Ma
il genio della storia e della rivoluzione ci sollecita e c'invita ad un teatro
pi grande che non  Milano; in mezzo a scene pi solenni; e tanto pi che su
quel teatro e tra quelle scene ritroveremo ancora i nostri personaggi, e per
la prima volta finalmente ci si presenter la strana figura del conte Achille.

LIBRO DUODECIMO


Roma. Il Colosseo e S. Pietro. Il Camillone di Trastevere. Pio VI. Pio VII.
Napoleone I. La Chiesa e l'Italia. Le idee rivoluzionarie a Roma e a Milano.
Il popolo romano. I Trasteverini. Gli artisti. L'avvocato Corona. L'albero
della libert. Il Campidoglio. Il generale Cervoni. La Repubblica Romana.
L'anfiteatro Flavio. La Morte di Cesare di Voltaire e la statua di Pompeo. Il
colonnello Achille S... Donna Paolina S... Il capitano Baroggi.


I

Di tutte le citt cospicue del vecchio e del nuovo mondo, due sole tengono i
caratteri e le virt e il diritto di essere, come in un'orbita ellittica, i
due fochi dell'umanit, Roma e Parigi. Queste citt esercitano sugli uomini
che vengono da altre patrie un'attrazione cos prepotente e irresistibile, che
quasi li seduce a non tornar pi a casa loro.
Tutti quelli che sono affetti di municipalismo cronico, non  che a Roma o a
Parigi dove possono sperar di guarire. Tutto sta a non errare nella scelta.
I gaudenti che antepongono il Bordeaux al vino d'Orvieto, e che paurosi
dell'avvenire e smemorati del passato vogliono, per tutto quel che pu
succedere, godersi tutti i beni che loro pu dare il presente, vadano a
Parigi; coloro che sono ascritti all'ordine della cambiale e interrogano,
quotidiano oroscopo, il listino della Borsa, vadano a Parigi; coloro che, per
fermarci alla citt di Milano, odiano l'autore di questo libro, perch difese
la conservazione dei portoni di Porta Nuova, vadano a Parigi; a Roma
potrebbero morir d'indigestione archeologica. Ma coloro che, volendo far la
cura del municipalismo, non vogliono, essendo italiani, mettere a repentaglio
il nazionalismo, vadano a Roma.
Vadano a Roma coloro i quali credono che si possa assicurare il futuro
coll'amore tenace delle grandi tradizioni, e hanno fede nei ritornelli
storici. Vadano a Roma i prosciugatori di paludi, i bonificatori di terreni, i
cercatori d'una citt capitale per l'Italia quando sar rifatta.
 pur sempre dal monte Pincio e dall'umile quarto piano dove abitava
l'indefesso Winkelmann che si pu ancora appuntare il telescopio, per scoprire
quella stella che sgombrer del tutto le nubi d'Italia.
Ma giacch il nome di Winkelmann ci venne sulla penna, esso che, passato a
Roma, non seppe pi dipartirsene se non per morire; che cosa significa codesta
irresistibile attrazione che l'eterna citt, dal centro d'Italia, precisamente
come al tempo che era l'Urbe dell'Orbe, esercita ancora sugli animi pi nobili
e sugli intelletti pi privilegiati di tutte le nazioni?...
Gibbon, trovandosi a Roma, seduto sulle rovine del Campidoglio, mentre i frati
cantano vespro nel tempio di Giove, quella strana antitesi lo percuote, e per
vent'anni non vive che sprofondato nelle memorie della citt eterna.
Byron, indarno trattenuto da colei che per la prima volta riusc a far parer
legittima l'infedelt conjugale, viaggia appositamente a Roma per dedicare
alla regina delle citt l'ultimo canto del suo Childe Harold immortale, e al
cospetto delle sue rovine, la saluta Niobe delle Nazioni, e sente per essa
quell'entusiasmo di amante che non ebbe mai per la fredda sua patria. Perfino
i figliuoli di Venezia, per consueto innamorati della cara madre al punto da
far piegar in passione il naturale affetto del luogo nativo, a Roma
dimenticano e San Marco e Canalazzo e Giudecca, e vi conducono in gloriosa e
feconda prosperit la parte migliore della loro vita.
Il veneziano Piranesi  cos pieno dell'aria, del cielo, del suolo di Roma, da
ritrarla con prodigiosa fedelt, e da farla comparire come per incanto innanzi
agli occhi di chi non l'ha per anco visitata.
Canova vive di Roma e per Roma, e qui vince nella gara l'invidioso danese, che
in essa dimor tutta la vita per tentare di rapire la palma al veneziano.
Ma giacch il rivale di Canova ci fa pensare agli artisti del settentrione,
Bruloff e Bruni dalla gelida Neva venuti a Roma, crescono pittori grandissimi
nel fecondo tepore del suo cielo, tanto che se l'artista  cittadino di quella
patria da cui tiene l'inspirazione e l'esempio, non sono essi che legittimi
romani; e Bruloff lo confessava e lo voleva, e il corpo atletico, affranto dal
soverchio peso del suo ingegno sterminato, sper di ritornarlo a salute
ricoverandosi, dopo lunga assenza, a Roma, nella fiducia che l soltanto gli
soffiasse quell'aere nativo, estremo rifugio delle vite per cui l'arte medica
non ha pi consigli.
Tutto Cornelius, che alcuni esteti nostrali proclamarono antistite dell'arte
contemporanea, quand'era di moda non vedere e non sognar che l'arte e la
scienza germanica, e sotto la maschera della scuola e del gusto cercavano
onestare la colpevole adulazione e le maledette schiene curvate, tutto
Cornelius non  all'ultimo che un rivenditore eclettico dei tesori raccolti a
Roma.
Il sommo Delaroche, il pi originale forse e il pi perfetto dei pittori
contemporanei, giunse a vestire della pi decorosa forma i nuovi concetti per
aver ripensato tutta la vita e Raffaello e Roma.
Che pi? Una popolazione di giovani artisti di ogni lingua, d'ogni nazione,
sotto l'egida dell'arte, stornatrice dei sospetti clericali, qui rappresentano
la parte pi eletta dell'umanit, o come espressione sincera delle loro patrie
progressive e liberali, o come eccezione gloriosa delle loro patrie corrotte.
E in quella scienza della storia e dell'indagatrice filologia, uomini d'ogni
nazione dimenticano le origini e la storia delle loro patrie, per cercare e
rifar quella di Roma, e comparire in faccia al mondo gloriosi di una dottrina
che qui soltanto hanno trovato. Niebuhr s'innamora di Roma e si sprofonda a
perdita d'occhio nelle sue pi remote origini, sotto la scorta del romano
Vulpio, tanto letto nel mondo quanto derubato, e men celebre de' suoi
saccheggiatori astuti.
Se non che tutti costoro stettero al cospetto di Roma, senza speranza e senza
fede, come al cospetto di un cadavere imbalsamato, ancor bello e ancora
coperto di porpora e di gemme. Alcuni anche vi stettero senza dolore, e solo
coll'intento d'involarne i tesori sotto specie d'ammirazione. E i pi generosi
e sentimentali, come Byron e Chateaubriand, non manifestarono che un dolore
sterile e senza conforto.
Byron, chiamando Roma la Niobe delle nazioni, volle conchiudere che non v'era
speranza ragionevole di veder risorgere i suoi figli saettati da un Dio
nemico.
Chateaubriand, pur nello sfoggio del suo entusiasmo e di poeta e di cristiano,
al cospetto di Roma non fa che ripetere l'Inania regna d'Isaia, e conchiudere
declamando il Rem plenam miseri, spem beatitudinis inanem, di S. Agostino.
Ma, dopo tutto, chi resta ultimo, a perder la speranza vicino al letto del
moribondo parente non  che il devoto consanguineo. Per ad aver fede nella
risurrezione di Roma  necessit essere uomini d'Italia.  gi molto che lo
straniero rammenti con ammirazione il suo passato, e s'assida con poetica
commozione presso le sue rovine.
La teoria storica dell'impossibile risurrezione delle nazioni tramontate pu
essere ammessa da chi trionfa nella massima piena della fortuna; ma la
respinge con sapiente orgoglio chi, caduto da alto, geme in non meritata
sventura.
Pure, tanti anni sono, gli stessi Italiani che deploravano la patria infelice
e divisa, allorch visitavano Roma, se il pensiero della giustizia e la forza
del dolore generavano un qualche barlume di speranza, la ragione calcolatrice
degli ostacoli faceva sbollire ogni entusiasmo destato dagli avanzi del
passato e dall'idea che non indarno fosse pur rimasto ancor tanto di tanta
grandezza.
Quando i congressi scientifici non avevano ancor maturato il frutto politico;
quando, dopo la fatale dispersione dell'esercito del regno d'Italia, la
coccarda italiana stava ancora celata nel confidente scrigno di qualche
superstite veterano del Raab, e il tricolore italico non veniva ancora
trapuntato dalle generose lettrici dei canti patriottici del milanese Berchet;
e le cinque proverbiali giornate che lo dovevano per la prima volta far
sventolare in Italia, erano ancora in mente Dei; un giovane milanese, e a chi
scrive era ben noto, trovavasi precisamente a Trinit di Monti per godere lo
spettacolo di un tramonto romano; e mentre un artista andava additando
l'antico foro e il Campidoglio, e coi ruderi infranti ricostruiva a mano a
mano la Roma reale, la Roma repubblicana, la Roma imperiale, il giovane
milanese, guardando ora al cupolone di S. Pietro, che pareva nuotare in un
oceano d'oro, ora al Colosseo, che sorgeva gigante ma tristo e infranto e
nella condizione di un'architettonica cava di marmo: Ecco, disse, le due
costruzioni pi gigantesche di mole e pi sontuose d'ornato che mai siano
sorte al mondo. In nessuna parte della terra non v' nulla che possa
paragonarsi a questi due edifizj, che sembrano rappresentare l'evo antico e
l'evo moderno. Peccato che il Colosseo rimanga smantellato a mezzo. La
grandezza romana, se ci non fosse, rivivrebbe tutta in lui.
 Cos fosse affatto scomparso, esclam allora con veemenza un abate in
mantelletta che per caso era l presente, che almeno non rimarrebbe pi
traccia della feroce ra pagana e dei tanti martiri qui immolati agli di
bugiardi.
 Ma perch allora non v' chi smantella il Vaticano? esclam il giovane
milanese.
L'abate guard stupito quel che cos parlava; poi soggiunse quasi gridando:
Chi bestemmia cos?
 Nessuno bestemmia. Ma se volete distrutto il Colosseo, io vi domando perch
si lasciano sussistere tante testimonianze dei delitti dei pontefici? L'altro
giorno mi fu mostrato un luogo dove Paolo II stava ascoltando i gemiti delle
migliaja di prigionieri stipati in castel Sant'Angelo, onde il popolo
atterrito dal notturno ululato ebbe a chiamar questa mole per antonomasia il
toro di Falaride ingigantito.
Queste parole provocarono una discussione tra quel giovane e l'abate.
 Da quanto avete detto, continuava il primo, mi accorgo che hanno ragione que'
dotti scrittori che della colpa d'aver smantellata Roma assolvono e le
invasioni, e i saccheggi, e i Barbari, perfino i cataclismi naturali, i
terremoti, e gl'incendj spontanei.
 Chi dunque pu aver fatto questo?
 Il cristianesimo corrotto, la malvagit pretina, l'ignoranza del popolo
credenzone.
 Mi piacerebbe sentire come si pu far ora ad assolvere i Barbari.
 Col dirvi che i Barbari nel furore dell'avidit ben ponno essersi attaccati
all'oro, all'argento, alle gemme, al ferro, al rame, al piombo, alle belle
donne, a tutto ci che volete, ma non alle colonne di granito, non ai massi di
travertino, non ai frontoni, agli attici, ai capitelli. Gi, tutta la storia
delle rovine romane non a caso fu riassunta nel Quod non fecerunt Barbari,
fecerunt Barberini. Ma lasciando i Barbari, l'ultimo sacco, che fu il pi
terribile di tutti e che dur tanto tempo e dischiuse una tal voragine di
miseria che ci vollero anni ed anni a porvi riparo, chi lo ha voluto, chi lo
tir in casa? Rispondete a me adesso.
 Vi rispondo col farvi una domanda. Di chi fu la colpa se in quell'altro
sacco?...
 Qual  quest'altro sacco?
 Quello del 1798. Quello che, sotto specie di protezione, di beneficio,
operarono i rivoluzionari di Francia e d'Italia. Di chi dunque fu la colpa se
le pi stupende opere degli ultimi secoli adunate in Roma per la magnificenza
pontificia; se le pi famose statue dell'antichit raccolte ne' musei furono
depredate e trasportate in Francia?
Il giovane milanese, che in tutte le storie contemporanee aveva trovato
intorno a quel fatto e relazioni e giudizj sempre concordi, ed egli stesso non
sapeva dar ragione a quanti storici e a quanti uomini vituperarono le
estorsioni, le rapine, le concussioni, i disordini d'ogni maniera che
avvennero di quel tempo in Roma, prima sotto Berthier, poi sotto Massena, si
trov sconcertato a quella domanda improvvisa dell'abate; e andava, tanto per
non parer vinto, biascicando una risposta che per si rifiutava ad uscir dalla
bocca. Ma allora venne in suo soccorso l'artista che in quel crocchio faceva
da Cicerone per tutti.
 Troppo spesso, prese dunque a dire colui, nelle storie molto lodate e molto
divulgate la verit si cerca e non si trova. Certo che quei disordini sono
avvenuti, certo che le concussioni furono fatte, certo che i capolavori furono
rubati; ma bisogna portarsi a quei tempi, ma bisogna conoscere le nefandit
che prepararono quelle vendette. Oggi non v', per esempio, chi non chiami Pio
VI e santo e martire. Ma dove si legge quel ch'egli fece prima di toccare gli
ottant'anni? Caro signor abate, ella  ancora giovane, e poi non  alla
segreteria, n alla curia dove si legge la vita ai papi. Non  alla curia dove
si conoscono gl'insidiosi intrighi dei cardinali e dei vescovi e degli altri
prelati di tutti i colori... Ma cangiamo discorso, che se alcuno riportasse le
mie parole, anche nella mia condizione di cittadino francese, potrebbero
assassinarmi colla mordacchia; ch i sacerdoti di Cristo hanno trovato il modo
di superare la feroce antichit nel tormentare i galantuomini quando
manifestano opinioni contrarie a quel ch'essi vogliono. Discendiamo dunque,
che  disceso anche il sole, ed  scomparso dietro la palla di rame.
L'abate tacque. Discesero tutti. Strada facendo, l'artista, che si diede a
conoscere per un tal Baldani, emigrato lombardo fin dal 1814, diventato
suddito francese, e allora dimorante a Roma per collaborare a un'opera sulle
antichit romane che doveva uscire a Parigi, rivoltosi al giovine milanese,
gli disse che se voleva conoscere i segreti del tempo in cui si piant a Roma
l'albero della libert gli avrebbe fatto conoscere un popolano, figliuolo di
un tal Camillone di Trastevere, per mezzo del quale avrebbe saputo quello che
non c' in tutte le storie.
E cos fu fatto. L'architetto Baldani condusse il Milanese in Trastevere e lo
present al figlio gi maturo dell'una volta famoso Camillone; diciamo una
volta famoso, perch ora non v' pi chi lo nomini n si ricordi di lui;
sebbene negli ultimi dieci anni del secolo passato abbia rappresentato a Roma
quella parte che Ciceruacchio rappresent nei primordj del fatale pontificato
di Pio IX; ed abbia dettato in dialetto romano un curioso diario dell'ingresso
dei Francesi in Roma nel 1798, e di tutto quello che avvenne col in quel
periodo famoso. Del qual diario il giovine milanese ottenne di poter
trascrivere gran parte.
Se non che di questo Camillone noi abbiamo cercato il nome con insistenza in
tutte le storie pi o meno celebri che parlano delle cose generali d'Italia a
quel tempo e delle speciali di Roma, compresa la postuma di Alessandro Verri,
il quale, per aver dimorato tanti anni in quella citt e per essersi, per ci
che aspetta ai Francesi ed alla repubblica col improvvisata, diffuso in
insoliti particolari, avrebbe potuto parlarne con pi ragioni e con pi mezzi
degli altri. Ma non ne abbiam trovato neppur un cenno fuggitivo, il che ci
sembr tanto strano, che siamo venuti perfin nel sospetto che fosse
un'invenzione e l'uomo di Trastevere, almeno per l'importanza che gli si volle
dare, e il manoscritto, almeno per la sua autenticit; ch a Roma  frequente
la professione di vendere vesciche ai forastieri che vanno a caccia di notizie
e di scoperte. Ma, un mese fa, rovistando in Biblioteca, abbiamo trovato un
opuscolo stampato a Bologna nel 1800, relativo ai fatti di Roma, dove il
Camillone di Trastevere  nominato in lungo e in largo, e vi  rappresentato
come l'uomo a cui l'autorit stessa doveva ricorrere quando si voleva metter
pace nella moltitudine, la quale in lui solo avea fiducia. Questa scoperta
distrusse tutti i nostri dubbj, e ci anim a ricostruir questa parte
dell'edificio, che quasi lasciavamo andar in ruina. Ed ora il racconto quasi
assume importanza di epopea; feconda epopea, perch fu nel 98 e in Roma, dove
per la prima volta deliberatamente venne vibrato il colpo che avrebbe potuto
ferire a morte il nemico pi formidabile dell'Italia, che da tanti secoli si
tormenta per ritrovare s stessa e per riavere quel posto che le si compete
fra le nazioni; e perch l'Italia presente dee guardare quell'anno memorabile,
non per ripeterlo, ma per emendarlo e compirlo; ma per convincerci, che,
finch rimarr il poter temporale al pontefice, la questione italiana non sar
mai risoluta davvero; e anche nel caso che l'aspetto della nostra nazione
potesse presentare i segni della salute, in quel potere star chiuso il germe
del morbo antico, pronto sempre a pigliar forza dalle possibili occasioni, per
prorompere pi minaccioso e funesto.

II

Pio VI e Pio VII, avendo usurpata una fama mille volte superiore al merito, e
comparendo al cospetto della storia in sembiante di oppressi, di martiri, di
eroi del cattolicesimo, riuscirono funestissimi all'Italia, e furon cagione
che si prolungassero nel mondo i falsi concetti sulla natura e sui diritti del
papato. Ma pi ancora di Pio VI e Pio VII, Napoleone fu quegli che imbrogli
il pubblico giudizio relativamente alle quistioni della Chiesa, e consacr
nella maggior parte del mondo cristiano una specie di mistica paura, che rese
formidabile il re-pontefice; e nella moltitudine, la quale si lascia
sopraffare dalle catastrofi, depose la persuasione che le basi del poter
temporale fossero inconcusse. La luce della ragione indipendente che, in sul
finire del secolo passato, dai pensatori solitarj era passata alle assemblee
nazionali, da queste agli eserciti, dagli eserciti alle popolazioni, si spense
tutt'a un tratto, per concentrarsi ancora nella chiusa lanterna d'alti
pensatori aspettanti con fiducia i tempi migliori. Bonaparte fu il gran
colpevole. La risoluzione ch'ei prese contro a Pio VI, ossia contro al poter
temporale del papa, quando nel 98 da Roma lo fece portare a Siena, invece di
sembrare al mondo, siccome era, il colpo deliberato della sapienza che,
confederata alla forza, voleva richiamare una istituzione degenerata alle sue
origini primitive, parve un'ingiustissima violenza, allorch col concordato
conchiuso nel primo anno del secolo corrente egli mostr, o di non aver saputo
quel che si facesse, o di pentirsi di quanto aveva fatto. Il mondo in quella
fatale transazione impar a rispettare il poter temporale, al quale s'inchin
sempre pi quando vide Napoleone inchinarsi egli stesso al Chiaramonte, per
poi ritornare agli atti della prima violenza. Questa ineguaglianza di condotta
fu quella, lo ripetiamo, che imbrogli il pubblico giudizio; perch i disastri
sorvenuti e il grande eroe fulminato, nell'opinione del vulgo, parvero
vendette del cielo; e come ai tempi di Samuele e di Saulle, si riput che
Iddio avesse colpito il re della terra che avea osato offendere il suo
luogotenente.
Ma qual fu la causa di quella strana condotta di Bonaparte? Quella causa stava
intera nel pubblico europeo, che non tutto si era lasciato persuadere dalla
parola dei savj, perch dieci anni non bastarono a mettere in fuga i
pregiudizj di dieci secoli, e perch la rivoluzione delle idee non si era
attuata che alla superficie, senza penetrare nella carne, nelle ossa e midollo
delle moltitudini. Bonaparte ebbe dunque paura della gran massa del pubblico,
per conseguenza di quella sagacia che non gli permetteva d'illudersi sulle
apparenze. Ma la sagacia del tornaconto non  il genio magnanimo del
sacrificio; per i calcoli dell'ambizione gli consigliarono le transazioni,
sebbene gli sdegni naturali dell'uomo salito al massimo potere gli
consigliassero poi le violenze. Se non fosse stato ambizioso, non avrebbe
avuto paura della moltitudine, la quale, alla sua volta, nella imperterrita
continuit degli atti di lui, avrebbe trovata la riprova dei principj
annunziati dai pensatori, e avrebbe finito a liberarsi dai pregiudizj. Cos il
pubblico corruppe l'uomo di genio, e questi, di rimando, rituff il pubblico
negli errori secolari; cos rimase interrotta la pi radicale riforma che,
quando sar adempiuta, sar la pi gran pagina della storia moderna.
Ma ritorniamo a Pio VI. Questo pontefice, essendo morto ottantenne e in
esiglio e inflessibile, trov gli storici indulgenti fino ad essere
dissimulatori, fino ad essere bugiardi; trov il pubblico europeo disposto a
non vedere in lui che un'altra vittima della prepotenza, un altro martire
glorioso del cattolicismo. E anche in ci gli storici imitarono Napoleone I;
vogliam dire che anch'essi ebbero paura del pubblico e tacquero la verit, la
quale, se avessero adempito all'obbligo dell'indagine scrupolosa,
certissimamente lor si sarebbe data a conoscere. Or chi era Pio VI? ovvero
sia: chi era l'uomo che, sotto tal nome, doveva rappresentare una delle parti
pi vistose del suo tempo?  subito risposto: Colui, se non fosse salito al
potere, sarebbe stato gettato alla rinfusa nel carnajo degli uomini pi
spregevoli.
La natura che fu avara seco delle doti della mente e del cuore, volle invece
essergli liberalissima di doni fisici. L'avvenenza fu la sola qualit che in
lui poteva valere, se fosse stato e rimasto un uomo privato, a distinguerlo
dagli altri. Ma di essa egli s'invagh al punto, che mal non si appose chi nel
tempo ch'egli era semplice vescovo, lo chiam il Narciso mitrato. Adunque,
persin la forma decorosa, che  sempre un pregio, come  un beneficio della
cortese natura, trov il modo di tramutarsi in lui, se non in un vizio, certo
in una debolezza vituperosa, e per l'eccessiva importanza ch'ei le diede, e
pi di tutto perch, accarezzata a quel modo, faceva uno scandaloso contrasto
col carattere ch'egli vestiva. Ma se questa tuttavia rimaneva una debolezza
facilmente condonabile, ben v'erano nello spirito di quell'uomo altre
abitudini assolutamente perverse. Egli era vano, invidioso, orgoglioso; e fin
da quando sal al vescovado, ossia fin da quando pot esercitare qualche
autorit sui soggetti, si mostr bisbetico, oppressore, ingiusto. Per mancanze
leggerissime maltrattava coloro che avevano la dura sorte di servirlo o come
prelati di camera o come semplici domestici. Ma se un uomo collerico  facile
a dar corso agli impeti primi, egli non aveva poi quella qualit che per
consueto  il compenso degli uomini irascibili, la generosit prontissima a
riparar le ingiurie; bens una volta che avesse punito qualcuno, quand'anche
se la verit fosse venuta a galla a mostrare l'innocenza del povero
malcapitato, egli faceva il sordo alla voce della giustizia, e lasciava che i
suoi atti di violenza avessero intero corso. Avvenne un giorno (ed egli era
gi salito alla sedia pontificia) che uno de' suoi camerieri venisse accusato
di grave colpa. Pio VI precipitosamente, senza esame, senza processo, non solo
lo discacci da s, ma lo fece sottoporre ad una gravissima pena corporale.
Ora l'accusatore fu trovato bugiardo; che risult evidentissima l'innocenza
del povero sventurato, e che, per necessit legale, lo si dovette rimetter
libero. Tuttavia Pio VI non pens mai a ritornarlo alla sua prima condizione,
e per quanto colui avesse pregato e fatto pregare la Santit Sua, e messo Roma
sottosopra per ottenere una grazia, che infine non era che nuda giustizia, Pio
VI non ne volle sapere, ed avendogli detto taluno che quell'uomo per
l'insopportabile angoscia avrebbe potuto tentare qualche partito disperato, il
padre santissimo non si mosse punto a piet; e quando gli venne riferito che
colui si era affogato nel Tevere, ascolt quella notizia senza riscuotersi n
poco, n assai, e tosto si volse ad altro.
Di questi atti di vilissima crudelt, il santissimo Pio VI ne commise pi
d'uno.
Se non che, dopo quanto abbiam detto, sentiamo la necessit di convalidare le
accuse con delle testimonianze; le quali accuse sono di tale enormit che, se,
non avessimo avuto per testo che il Diario del citato Camillone, gli avremmo
quasi negato fede; o, per dir meglio, non l'avremmo spinta al punto da farne
un uso pubblico.
Ma la testimonianza del Camillone si trasmuta in valida autorit, e perch 
appoggiata dalla testimonianza d'un altro, e perch  aiutata dalle qualit
insigni di quest'altro appunto.
Esso  Alessandro Verri; la sede dove depose quella testimonianza  la sua
Storia delle vicende memorabili dal 1789 al 1801.
Nessuno speri per di trovarla nei due volumi usciti in luce due anni sono;
ch coloro i quali tennero il manoscritto dall'egregio nipote di Alessandro,
stettero intorno ad esso colla preoccupazione gelosa di chi compilava i libri
ad usum Delphini, e per non ebber cura che di amputare crudelmente dal corpo
del libro quella dozzina di pagine le quali si riferivano appunto alla vita
privata di Pio VI, pagine che per la novit inaspettata delle notizie e per
l'amore coraggiosissimo del vero onde venivan prte, risolvevansi in quella
che si chiama una rivelazione. Per caso per, anzi per cortesia
dell'editore-tipografo, noi abbiamo veduto quel manoscritto e lette quelle
pagine, e ne abbiam tenuto conto pel nostro libro. Ad ogni modo, preghiamo
coloro che operarono la barbara amputazione, a porvi riparo, col pubblicare in
seguito la parte espunta o nelle copie rimaste, o in una nuova edizione di
quella storia.
E questo nostro desiderio  tanto pi caldo in quanto, non avendo potuto
serbare a memoria quelle pagine preziose, oggi siamo stati costretti a
limitarci all'unico fatto dianzi citato, il quale sta nel Diario di Camillone;
e ad omettere, per timore di alterarli in qualche parte, altri fatti simili e
peggiori che il Verri racconta distesamente.
Ora non v' considerazione di sorta che valga a scemar fede alle parole del
Verri, ch anzi tutto concorre a comunicar loro una autorit
incontrovertibile, e perch Alessandro Verri dimor costantemente a Roma
durante il pontificato di Pio VI, e ha potuto conoscere di presenza tutti quei
fatti intimi che, sebbene importantissimi e di gran peso nelle valutazioni
storiche, pure sono di tal natura che non varcano sempre il recinto della
citt, n talora quello del palazzo; e sono poi gelosamente mantenuti
all'ombra da uomini interessati; e perch il Verri era uomo tutt'altro che
avverso al potere pontificale; e del nuovo ordine di cose, che procellosamente
si annunziarono alla fine del secolo passato, era estimatore severo e
sospettoso e timoroso, e spesso anche denigratore; non per difetto della sua
mente, n per mal animo, ma per il punto di vista a cui si trov o si pose per
osservare la prospettiva che gli si svolgeva d'intorno; punto di vista
disadatto a comprenderla tutta e a giudicarla spassionatamente.
Per tanto pi fa senso che un tal uomo, il quale si atterriva ai pericoli di
Roma e della santa Sede, abbia riferite tante cose pregiudicievoli alla fama
di Pio VI; ma tanto pi anche bisogna convincersi della verit di esse, quando
si considerano le parole onde conchiuse la sua relazione; parole che noi non
possiamo ripetere testualmente, ma delle quali il senso  precisamente questo:
Tale  la virt della grazia divina, che di un uomo (Pio VI) per s stesso
tanto spregievole ha saputo farne un eroe e un martire del cattolicismo.
Ora, lasciando da un lato la grazia divina, alcuni potrebbero dire che non
sempre le debolezze, le tristi abitudini, le colpe della vita privata possono
impedire che un uomo si faccia glorioso nel mondo; e a prova di ci si
potrebbero addurre esempj cospicui della storia. Ma concedendo pure che questo
sia possibile in cento condizioni speciali della vita pubblica, come nella
milizia, nella politica, nelle scienze, nelle arti; non pu assolutamente
esser fattibile nella vita di chi assume il nome di padre santo. In tutti i
modi per siamo d'avviso che in nessuna condizione chi  tristo nella vita
privata, possa farsi veramente grande in pubblico ed essere benemerito
dell'umanit; ch ad onta degli esempj della storia, mal citati perch male
interpretati, esplorando con profonda sagacia nella vita degli uomini grandi,
eziandio di coloro che, o per prepotente invito delle circostanze, o per
momentaneo errore di giudizio, o per impeto di natura, poterono commettere
qualche atto colpevole; nella vita furono esperimentati continuamente buoni e
miti e generosi; per la ragione, che  ben pi facile che le intime virt si
corrompano nell'attrito esterno degli uomini e degli eventi, di quello che
un'indole viziata si trasformi in virt quand'ella esce all'aperto.
E la vita pubblica di Pio VI viene appunto a prova di questo; e negli anni in
cui il pontificato stette sotto alla sua amministrazione, il cristianesimo fu
in Roma sempre ingiuriato, al cattolicismo non si ebbe riguardo n punto, n
poco; e soltanto si sollecitarono i bassi interessi terreni, al segno che
indirettamente la santa Sede tent di portar soccorso anche ai Turchi allorch
minacciarono di rovina gli uomini che volevano le riforme invocate dalla
civilt.
Queste notizie e le altre che daremo ci serviranno di norma quando si dovr
entrare in Roma cogli uomini della Francia e dell'Italia rivoluzionaria. In
quell'occasione, se avremo reso sempre pi evidente il fatto che Pio VI, ad
onta de' suoi ottant'anni, non fu degno di quella piet onde si fece tanto
scialacquo nelle storie; rispetteremo rigorosamente il vero, pur narrando le
enormit e di quei generali e di quei soldati, per vedere come una perversa
esecuzione di un disegno sapientissimo rovin le cose talmente che,
spostandosi i termini e scambiandosi le sorti, chi doveva essere condannato
dal pubblico giudizio, fu al contrario chiamato martire ed eroe.
Sul qual fondo procelloso e grande nel tempo stesso compariranno alla lor
volta i personaggi che per poco abbiamo abbandonati, a proseguirvi un'azione,
che loro malgrado dovr respirare ed inspirarsi di quella pubblica tempesta, e
pigliare senza volerlo delle proporzioni non indegne di quel suolo romano e
delle sue memorie.


III

Chi dovesse definire il cattolicismo, non tenendo conto che del valore pratico
che gli comunicarono gli ultimi pontefici, potrebbe farlo consistere
nell'intento di perseguitare la civilt, ovunque ella si manifesta o in
sostanza o in apparenza; ossia di perseguitarla universalmente, vivendo in
sospetto di tutti i popoli e col proposito costante di staccarsi da quelli
che, in virt della parola dei savj, pi si lasciano riscaldare dal calore
della ragione, e pi son fatti capaci di usufruttare i tesori che la divinit
don agli uomini; e che una scienza gelosa, tiranna, tent involare e
disperdere.
Pio VI in ci, pi forse che i suoi predecessori, ha passato il segno; esso ha
mostrato evidentissimamente a che deplorabili esiti doveva ridursi il poter
temporale, dacch lo si lasci infettare la purezza del cristianesimo.
Pio VI  il nemico di tutti, fuorch dei nemici della civilt, fuorch dei
nemici della religione di Cristo. Il suo cuore non ha simpatie per nessuno;
oggi  nemico dell'Austria, domani lo  della Francia; e se nell'odio 
volubile con tutte le nazioni straniere, solo  costante coll'Italia. La prima
volta poi che si risolve a stendere il braccio a qualcuno, egli si volge alla
Turchia e patteggia con Maometto.
Quando Giuseppe II, con un'attivit ed un'irrequietudine febbrile, stava
tentando e operando riforme, sebbene tedescamente; e inoculava all'Austria
Voltaire e Rousseau, per salvarla da un'esplosione violenta, e, comunque si
comportasse, mostrava, se non altro, di aver compreso che l'umanit, corrosa
da tabe senile, aveva bisogno di essere tutta quanta rifatta, Pio VI protest
contro le tante innovazioni di quel sovrano in materia di disciplina e di
culto, dispettoso di veder prossimo il fine del traffico delle sue carte e
delle pergamene della Dateria. Fu allora che si mise in viaggio per Vienna,
col proposito di riuscire a spaventare Giuseppe II, e farlo desistere dalle
prescritte formole di giuramento pei vescovi, dall'abolizione dei monasteri e
dei conventi. Se non che and per ispaventare, ma ritorn spaventato; e due
anni dopo, quando lo stesso Giuseppe II recossi a Roma, piuttosto che mettere
in pericolo i proprj interessi terreni minacciati da quel sovrano, rinunci
alla nomina dei vescovadi della Chiesa milanese e mantovana. Si vide allora a
che veramente si riducesse il poter temporale. Si vide allora come codesta
assurda larva non avesse efficacia che nel contaminare, non diciamo la dignit
della Chiesa, ma quella dell'uomo; perch se la ipocrisia, se le menzogne, se
le false accuse, se le insidie oblique rendono detestabile qualunque uomo,
quando anche costituito in privata e non autorevole condizione; che cosa si
dovr dire di chi le adopera essendo costituito in qualche dignit; che parole
basteranno a qualificare l'uomo che, salito al grado pi eccelso della
gerarchia, offende s e la dignit propria col ricorrere costantemente a tali
armi? Pio VI incaric dunque i suoi cardinali, i suoi vescovi; incaric preti
e frati d'ogni risma; incaric i suoi cortigiani, i maestri di camera, i
curiali d'inventare calunnie e satire d'ogni genere, e spargerle pel mondo ad
ingannare i credenti intorno alla verit dei fatti. Egli intanto sottomano
cercava stringersi sempre pi coi due rami borbonici di Francia e Spagna;
soffiava sul fuoco della domestica discordia acceso tra le due regine di
Napoli e di Madrid. E allorquando l'imperatore intraprese la guerra contro i
Turchi a favore di Caterina di Russia, permise che in Roma per la prima volta
s'invocassero Cristo e Maometto, uniti in istrana mescolanza, e si invocassero
ai danni di chi aveva voluto sottrarre una parte dell'umanit alle funeste
consuetudini della barbarie.
Monsignore Saluzzo, che era nunzio a Varsavia, e che era un agente di cambio
politico e un mestatore de' pi scaltri e de' pi subdoli, fu incaricato di
tentare ogni mezzo per indurre i Prussiani e i Polacchi ad attraversare le
imprese dei nemici della Turchia. Gli ex-gesuiti, capitanati dall'energumeno
Spedalieri, magnificavano per le stampe le imprese dei Musulmani; esageravano
l'importanza dell'irruzione che operarono nel banato di Temeswar; nel tempo
stesso che il papa spediva un breve iniquo e sovversivo al primate di Malines
perch incoraggiasse la sollevazione dei Paesi Bassi; e l'Arteaga, prezzolato
da lui, faceva affiggere su tutti i canti delle vie di Roma la notizia della
provvidenziale malattia di Giuseppe II, colla consueta epigrafe sempre abusata
dagli impostori Ecco la mano dell'Altissimo. Se non che un nuovo e pi
terribile sgomento venne a sconsigliare tanto odio; e la corte pontificia,
colla sua abituale ipocrisia, tent a un tratto di riavvicinarsi alla casa
d'Austria; e fu quando giunse a Roma la notizia della rivoluzione di Francia.
Pio VI dissimul allora i suoi rancori verso un nemico, per garantirsi colla
forza del medesimo contro le idee dei filosofi che, trasmutatesi in fatti,
minacciavano l'esterminio degli affigliati alla confraternita della vecchia
menzogna. Quel che allora fece Pio VI, cooperato dal satellizio dei cardinali,
dei frati e dei curiali, non  che un complesso di violenze e di morali
deformit. Si perseguitarono, s'imprigionarono, si assassinarono tutti coloro
che venivano accusati di esser seguaci delle nuove idee. Il Sant'Uffizio ebbe
un lavoro incessante e crudele. Promiscuamente col famigerato Cagliostro fu
arrestato il Balio dell'ordine de' cavalieri di Malta, per l'accusa d'aver
tentato di rimettere in piedi le cos dette Logge egiziane; e sarebbe stato
arrestato anche il marchese Vivaldi, se non fosse giunto in tempo a fuggire e
a porsi in salvo a Trieste. Quasi tutti gli scultori, pittori ed architetti
francesi (riportiamo le parole di una relazione storica allora stampata, la
quale non  che una replica di ci che  detto nel citato Diario), spogliati
di tutto, vennero arrestati ed accompagnati ai confini della Toscana.
Intanto quei medesimi predicatori e missionarj, che gi avevano tentato di
esaltare i popoli a favore del trionfo della Mezzaluna contro i Fedeli,
d'improvviso, mutato proposito, si misero a girar per le vie e per le piazze,
esortando il popolo stesso a star saldo nella fede cattolica, dipingendo alle
menti coi pi vivi tocchi gli errori dell'anarchia e della disobbedienza.
Mattina, giorno e sera rimbombavano per ogni angolo le stesse voci, le stesse
tetre descrizioni, ingrandite dalle pi artificiose ipotiposi. Si vedevano
stampe e quadri ove i membri dell'assemblea nazionale stavan dipinti colle ale
di pipistrello e gli altri segni dati dal vulgo al demonio; ed al contrario si
osservavano i pi famosi borbonici effigiati colle ali e colle attribuzioni
beate degli angeli. E se qui non occorre di richiamare l'assassinio
famosissimo di Bassville, inspirato dall'atroce cardinale Zelada, il braccio
destro allora di Pio VI, ben giova riferire le cose che pochissimi oggi e
forse nessuno conosce, vogliam dire le vessazioni a cui fu segno il medico
Bussan, per la colpa di avere assistito il ferito, sino al punto di morte; e
l'imprigionamento e le esasperazioni crudeli inflitte allo speziale Meli e al
chirurgo Liborio Angelucci per la medesima ragione.
Come locuste assassine si moltiplicarono allora le spie del Sant'Uffizio e del
governo, che si trovavano dappertutto, s'introducevano dappertutto; onde
riusc innumerevole la quantit delle vittime o innocenti o incaute;
incredibile la diffidenza e la paura penetrata in tutte le classi della
societ romana, di modo che l'amico pi non si fidava dell'amico, il fratello
del fratello, il marito della moglie, il devoto del confessore, il figlio
degli stessi genitori.
E allora quella simpatia che il Santo Padre avea mostrato per i Turchi e per
Maometto, fu tutta quanta concessa alla Casa d'Austria e a Francesco II: al
quale, essendo Pio VI venuto nella determinazione di valersi delle armi
temporali, chiese ufficiali per addestrare le avvilite sue truppe e un
comandante per guidarle in campo; e li ottenne col profondere a quel giovane
sovrano, destinato a far pesare sull'Austria l'antonomasia di spavento della
civilt, tanti elogi quanti vituperj avea scagliati a suo padre e a suo zio.
Se non che la pessima amministrazione interna dello Stato non concedendo di
erogare sufficiente denaro, nemmeno coi balzelli duplicati, per mantenere un
esercito proporzionato e allo Stato e al bisogno, si dovette ordinar tosto un
disarmamento generale, lasciando come per l'addietro allo scellerato Barbri,
che era il Nardoni di quel tempo, l'esecuzione dei decreti dei tribunali di
giustizia.
Magnificavano intanto le solite penne venali, come gi s'era fatto coi Turchi,
i vantaggi riportati dagli Austriaci sul Reno. Ma i fatti erano pi eloquenti
delle parole, e le vittorie di Bonaparte fecero ammutolire il pontefice, e
consigliarono la fuga al cardinale Hertzan, ministro plenipotenziario cesareo.
Ora se ognuno sa (ch tutte le storie ne parlano) come Bonaparte, per
mediazione dell'Azara, accordasse allora al papa l'armistizio di Bologna,
dietro la pattuita provvisione di cinque milioni di scudi, delle due provincie
di Bologna e Ferrara, ecc.; non fu molto divulgata la notizia che, dopo il
pagamento della prima rata, nel punto medesimo che il ministro francese Miot
entrava in Roma, per adempiere e far adempiere ai patti del trattato; Pio VI
con fede peggiore della greca incaric il numeroso suo satellizio di sollevare
il basso popolo per spingerlo all'eccidio e del ministro e dei commissarj
francesi. E per ottener ci si ricorse alle solite armi della barbara
superstizione. Vers allora lagrime vive la Maria Vergine di Ancona, della
realt delle quali il vescovo Calcagnini rilasci un attestato, di cui vennero
diffuse per le vie di Roma migliaja di copie a stampa. Fu allora che tutte le
Madonne di Roma, messe in puntiglio da quella d'Ancona e gelose e invidiose,
quasi fossero prime donne di teatro (a queste turpissime, derisioni
l'ipocrisia del santissimo Pio VI martire ed eroe esponeva la madre del
Cristo!), piansero lagrime bianche e lagrime rosse. E affinch il popolo in
quelle lagrime vedesse la virt del miracolo, si fece circolare una falsa
lettera di monsignore Albani, auditore di Rota, dimorante a Venezia, che
raccontava la compiuta disfatta delle truppe francesi e Massena ucciso e
Bonaparte fatto prigioniero; e perch l'ipocrisia pontificale fosse ancora pi
squisita, mentre quelle sconce e bugiarde scene si macchinavano in segreto, in
pubblico si fece comparire un editto col quale, sotto comminatoria delle pi
gravi pene, s'intimava alla popolazione di rispettare ogni persona che fosse
addetta alla Francia.


IV

Abbiamo detto che nell'atto stesso di sborsare la prima rata dei cinquemila
scudi imposti dall'armistizio di Bologna, il governo di Pio VI tent di far
assassinare dal popolaccio il ministro francese e i commissarj incaricati di
ritirarla. Pure, se questa volta il tentativo and a vuoto e i primi denari
dovettero esser sborsati, ben si pens di non adempiere alle condizioni
rimanenti, e di trarre in lungo il tempo per non pagare la seconda rata; e
invece si fece circolare un manifesto, il quale invitava tutti i cittadini
atti alle armi ad accorrere al suono delle campane nel caso che le truppe
repubblicane avessero invaso il territorio romano.
Noi non siam disposti a concedere troppa sincerit agli atti del primo
Bonaparte; ma egli  un fatto che, confrontata la sua colla condotta del Santo
Padre, fanno piet e schifo gli ingiusti giudizj dell'epatico Botta. E
Bonaparte infatti scrisse al papa per sapere se quel manifesto era stato
promulgato d'ordine suo; ma il santissimo padre non ebbe nemmeno il coraggio
n di affermare, n di negare, e si chiuse in un pauroso e traditore silenzio,
riponendo la sua fiducia nell'ajuto del Borbone Ferdinando IV; e attendendo
prodezze e dalle reclute che andava mettendo insieme d'ogni conio e di ogni
risma, e dalla sapienza di un consiglio di guerra fatto di cardinali e vescovi
e frati e preti; e dall'esperienza strategica di un nipote di papa Rezzonico,
e dal valore di un brigadiere Gandini, sotto del quale i soldati del papa, per
assicurazione non sappiamo se di Marforio o di Pasquino, ebbero fama di
portare quella famosa patta di rame, custode di coglie e di ernie, che divent
proverbiale.
Ma il papa che, se era fedifrago, era anche incauto e per nulla conoscitore
degli uomini e delle cose, ben presto dovette accorgersi che conto potesse far
egli dell'ajuto del Borbone, quando pervenne nelle sue mani un proclama, che
pubblicamente leggevasi per Napoli e nel quale, tra l'altre cose, dicevasi:
che importa a noi che i Francesi entrino in Roma e che in quella citt
penetri la rivoluzione? Si pianti pure l'albero della libert in Campidoglio,
in piazza Navona, in piazza San Pietro, e venga intanto il papa a rifugiarsi
tra noi, e faccia circolare nel nostro regno le trafugate ricchezze. Un paese
privo di derrate, di coltivazione, di commercio, spopolato e mancante di
braccia, dee presto o tardi riuscire a carico della repubblica conquistatrice,
e spogliato che sia, non potendo mantenersi senza il papa, dee cadere nelle
nostre mani, come ai tempi di Roberto, di Ladislao, di Giovanna.
E fin qui abbiam creduto bene di diffonderci sulle cose romane e sulle
vertenze tra la Santa Sede e le armi repubblicane; per essere fedeli
all'intento principalissimo di questo lavoro, che costituisce la sua ragione
di essere, ed  quello di pubblicare ci che si tenne celato o nei manoscritti
o in quegli opuscoli coraggiosi, che, avendo circolato liberamente allorch il
tempo lo concedeva, furono poi violentemente messi sotto chiave, o, senza pi,
vennero abbruciati dalle gelosie, dalle ire e le vendette posteriori; e ci
facciamo per rimediare, in parte almeno, alle bugie, alle simulazioni, alle
dissimulazioni di alcune tra le storie pi riputate e pi lette, e che,
protette dalla bandiera della verit, portarono in giro molta merce di
contrabbando. Non parleremo, dunque dei fatti che conseguirono alla subdola
condotta del pontefice; n della rotta vergognosissima che al Senio tocc alle
armi romane; nella qual circostanza fu manifesto che il potere temporale,
affidato al sacerdozio, mentre snatura e deturpa il sacerdozio stesso,
degrada, corrompe tutto ci che viene nelle sue mani; e ha il funesto
privilegio di avvilire eziandio quelle nobili e generose schiatte, che sono, a
dir cos, la gloria della natura; e tra le quali, per testimonianza di tanti
secoli, la romana conquist appunto il primato. Di quella rotta vergognosa,
noi dunque non parleremo, perch  registrata in tutte le storie; come non
parleremo del famoso trattato di Tolentino, e perch si legge dovunque, e
perch noi stessi gi ne abbiam fatto cenno, quando assistemmo al ballo del
Papa rappresentatosi al teatro della Scala; il qual ballo fu suggerito appunto
e da quel trattato e dell'avvilimento in cui venne la Santa Sede, e dall'onta
che tocc al generale Colli, da cui tante cose attendevasi il papa e i suoi
cortigiani e i suoi fautori, e che in allora rappresent nel dramma italiano
quella parte che oggi vi rappresent l'avventuriere Lamoricire.
Ma, a proposito di codesto trattato di Tolentino, che cominci a scassinare di
fatto il poter temporale, ossia a dimostrare che ci che per donazioni o per
forza si acquista o si conquista nel tempo, si pu perdere col tempo; alcuni
scrittori, a provare che Bonaparte non ebbe mai di mira quella riforma
radicale, citano una lettera di lui al pontefice scritta durante le
negoziazioni del trattato, e una risposta di Pio VI a lui. E veramente quelle
due lettere, considerate oggi nel silenzio del gabinetto, col proposito di non
tener conto che del valor delle parole, parrebbero quelle di due innamorati, e
per la dolcezza dello stile e per la qualit delle espressioni e per
l'espansione delle proteste. Ma quando si pensa da che uomini erano scritte, e
in che circostanze, davvero che ci fanno ridere coloro che da esse vorrebbero
indurre una reciproca simpatia esistente tra Pio VI e Bonaparte. Se vi fu uomo
simulatore, e pronto a fare tutt'all'opposto di quel che diceva e scriveva e
prometteva e giurava, fu Pio VI appunto, e ne  prova la prontezza con cui fu
sottoscritto l'armistizio di Bologna, e la maggior prontezza onde fu messo
sotto i piedi; in quanto a Bonaparte, non ci par vero che, per dare un valor
letterale alle parole, si possa dimenticare la preoccupazione ognora vigile di
lui a celarsi in perpetuo mistero, per riuscire ne' suoi intenti tanto sicuro
quanto inaspettato. Ma, dopo tutto, per dare il giusto valore alla lettera
bonapartiana, e per non ingannarsi e non ingannare altrui sulla pretesa
propensione di Bonaparte a conservare alla Santa Sede il poter temporale,
oltre al fatto delle molte provincie tolte da esso al Papa, il quale basta a
toglier di mezzo ogni dubbio; v' un altro fatto, che rimase tra i segreti
passati di bocca in bocca, ed omessi dagli storici o per proposito deliberato
o per ignoranza: ed  che egli incoraggi a perdurare nelle sue sedute il
sinodo di Pistoja, aperto molti anni prima dal vescovo de' Ricci; il qual
sinodo si proponeva di discutere tutte le questioni relative alla Chiesa
romana, tra le quali primeggia quella del potere temporale; e oltre a ci fu
sollecito nell'incoraggiare la pubblicazione di un voluminoso manoscritto, che
nel marzo del '96 era stato presentato a Pio VI, intitolato: Disordini morali
e politici della corte di Roma, esposti dai difensori della purit della prima
Chiesa cattolica; e che infatti venne poi stampato a Siena nel principio
dell'anno 1798; nel qual libro, con dottrina non facilmente superabile, e con
tranquilla dignit pari a quella dottrina, e con tutti gli attributi di uno
zelo intrinsecamente religioso, ad una ad una si passavano in rivista tutte le
piaghe della Chiesa, e a ciascuna si suggerivano rimedj salutari, dandosi la
parte massima alla questione del poter temporale, che trionfalmente vi era
dimostrato illegittimo, assurdo e funesto, con una potenza di argomentazione
avvalorata da citazioni infinite, tolte da Ges Cristo, dagli Apostoli, dagli
Evangelisti, dai santi Padri, dai pontefici stessi pi benemeriti dell'umanit
e dell'Italia e della religione.
Richiamando ora alla mente del lettore quel che abbiamo detto di Bonaparte
alcune pagine addietro, esso, per acutissima sagacia, si accorse che di tutti
gli elementi della vita sociale ristacciati dall'indagine coraggiosa dei
pensatori, l'elemento religioso era il solo che, nella persuasione della
maggior parte, era rimasto ai vecchi pregiudizj; per sent la necessit di
preparare il popolo a comprendere interamente quelle quistioni con libri
popolari, compilati da penne d'uomini di Chiesa; ch manifestamente vedeva
che, in tal materia, la volont e le leggi dell'autorit civile non potevan
nulla sulla convinzione dei vulghi; n sopra di s volendo prendersi cos
pericoloso carico, desiderava che il terreno si preparasse in palese da altri,
quantunque in segreto i consigli venissero da lui.
Infatti col trattato di Tolentino dischiuse per la prima volta il varco agli
elementi necessarj a compire la riforma della Chiesa romana; quando poi si
ritrasse dall'Italia, chiamato da gravissimi eventi in Francia, condusse le
cose in modo, che il fratello Giuseppe, il quale era docile a' suoi voleri,
fosse spedito a Roma; poi, quando il Direttorio form di mandare un esercito
contro il papa a vendicare le vecchie e le nuove ingiurie, troviamo scritto in
un opuscolo di quel tempo, che fu Bonaparte stesso ad eccitare a ci il
Direttorio; fu Bonaparte a proporre che il generale della spedizione fosse
Berthier, per la ragione che, essendo questi obbediente ad ogni suo consiglio,
al pari di Giuseppe Bonaparte, non si sarebbe dipartito per nulla dalle sue
vedute; in ultimo fu egli che mise accanto a Berthier il crso Cervoni,
conoscendo gli spiriti risolutissimi di quel suo compatriota, il quale era di
tal natura da far nascere o presto o tardi di quegli scompigli che il senno e
la giustizia debbono biasimare e proibire; ma che quando sono avvenuti, si
comprende che erano indispensabili per risolvere certe quistioni.
Per, se va il paragone, Bonaparte fece come chi, credendo necessaria
un'inondazione, togliesse gl'incastri di propria mano, per recarsi poi altrove
nel punto che le acque irrompono dappertutto, onde non essere costretto a
rimediare ai disordini istantanei, persuaso che da questi, lasciando andar le
cose a beneficio di natura, sia per generarsi quell'ordine che nessuna
antiveggenza e fermezza di volont vorrebbe mai produrre. Ma per che cosa,
domanderanno alcuni, al giovane Bonaparte doveva premer tanto di toglier di
mezzo la temporalit del papa, se questa fu ed  una piaga non fatale che
all'Italia, e perci stesso opportuna agli stranieri che vogliono tenerla in
soggezione? Una tale questione non potendo essere sciolta risolutamente, 
permessa una congettura. Nel primo fervore della giovent, e nell'impeto primo
e spontaneo del genio, e nella sua natura italianamente e romanamente
costrutta, Bonaparte deve avere provato per la sua patria vera una simpatia
irresistibile, la quale, guidata dal fortissimo giudizio, gli deve aver
mostrato la massima piaga di lei, e fattogli sentire il desiderio di
sradicarla. Testimonj di vista e di udita, dei quali citiamo un Porro, che fu
prefetto del Lario, ci assicurano che a Mombello, nel '97, discorrendo
Bonaparte dell'Italia, in un momento di quegli impeti generosi, che, come un
lampo, rischiarano un immenso buio e svelano cose nemmen sospettate, egli usc
in queste memorabili parole: In Italia non devono stare NI FRANCIOSI NI
TODISCHI. parole che, pronunciate risolutamente dalla profonda e rauca sua
voce, e in un pessimo e quasi selvaggio italiano, colpirono gli astanti in
modo da lasciar loro un'impressione per tutta la vita, tanto in que' detti e
nel modo onde furono pronunciati sembr fremere l'affetto e il dolore al
cospetto di una gran patria avvilita. Come  amaro il pensiero che una
smisurata ambizione abbia poi soffocato questo naturale affetto!!


V

Berthier ebbe dunque dal Direttorio l'incarico della spedizione romana, perch
cos avea consigliato Bonaparte; e l'italiano di Corsica, Cervoni, fu l'alter
ego di Berthier, perch Bonaparte avea voluto che Berthier lo volesse.
Il vincitore di tante battaglie deve aver previsto che quella non doveva
essere una spedizione n disastrosa n difficile, ma soltanto un viaggio
militare.
Ci per altro non aveva pensato Berthier, che si mise alla testa delle truppe
affidategli come se andasse ad una assai ardua impresa, e passato Ancona, dove
non accolse i messi del papa, e inoltratosi in mezzo alle gole degli
Appennini, trasse innanzi con grande circospezione, temendo ad ogni pi
sospinto ostacoli ed agguati. Ma, con grande sua meraviglia, giunse fin sotto
a Roma senza trovare un drappello di soldati papalini, tanto che vide non
rimanere a lui per allora altra cura che di provvedere all'ingresso trionfale.
Nel Diario del Camillone leggiamo, che primi ad entrare in citt per la porta
del Popolo furono due squadroni di usseri. Ei si diffonde a parlare del
colonnello che li comandava, il quale, soggiunge, era un milanese di Milano,
il pi bel soldato che mai si vedesse al mondo. E poco appresso gli fa il
nome; cos che non abbiamo nessun dubbio di asserire, ch'esso era nientemeno
che il conte S..., il marito di donna Ada e il a padre di donna Paolina.
Qui comincia per noi l'opportunit di far camminare di pari passo e senza
fatica i pubblici avvenimenti coi fatti privati.
Chi volesse sapere in che modo esso venne a trovarsi a Roma in quel tempo, noi
siamo in grado di poter dare delle notizie anche su questo. Il lettore sa
come, negli ultimi mesi dell'anno 1797, improvvisamente, e per cagione ancora
misteriosa, sia venuto a morire appena ventottenne il generale Hoche, che
comandava l'esercito del Reno. Il capitano S..., per la sua indole procellosa
e pe' suoi disordini d'ogni maniera, non aveva mai potuto andar d'accordo con
nessuno dei suoi capi; tanto che, sebbene essi non potessero disconoscere la
sua straordinaria prodezza, pure tutti, l'uno dopo l'altro, pensarono a
disfarsi di lui, cercando pretesti per farlo girare di luogo in luogo, e
passare d'uno in altro corpo d'armata. Il solo Hoche aveva saputo ammansarlo;
tanto che egli stette ben volontieri sotto quel giovine eroe, il quale lo
promosse al grado di capo-squadrone. Allorch dunque Hoche mor e Augereau
venne in suo luogo, il capo-squadrone S..., che gi avea avuto mille alterchi
con quel generale, d'indole difficilissima e irrequieta al pari e pi della
sua, se fosse stato possibile, sollecit di uscire dal corpo dov'era; e
ottenuto il permesso d'andare a Parigi, si trattenne col qualche tempo,
finch, saputo che Berthier era stato preposto all'impresa romana, e che lo
seguiva il generale Cervoni, col quale se l'era sempre intesa assai bene,
forse per una certa eguaglianza d'indole; tanto si adoper, che ottenne non
solo di seguirlo nel suo grado di capo-squadrone, ma di essere innalzato a
colonnello, e posto al comando di due squadroni di un corpo di usseri di
recente formazione.
E si pu asserire che Bonaparte favor questa destinazione, desiderando per
quelle ragioni che son facili a comprendere che non mancassero italiani a far
parte della spedizione di Roma.
Il lettore vedr in appresso come un tal fatto, il quale nel cumulo de'
pubblici avvenimenti non era tale da lasciar gran traccia di s, fosse
destinato ad essere occasione di tremende sventure domestiche.
Or, ritornando al governo di Roma, giova che il lettore si rammenti come,
ancorch Berthier non avesse ammessi a colloquio i messaggieri da quel governo
mandatigli incontro, e ad Ancona avesse promulgato un bando, in cui aveva
minacciate cose terribili, pure il pontefice erasi lusingato che il generale
francese, pago di ottenere una compensazione pei tragici fatti di Bassville e
Duphot, non sarebbe entrato in Roma altrimenti; e come per ci sia stato tanto
pi grande lo stupore, lo sgomento e l'ira di lui, quando seppe che,
contemporaneamente all'intimazione data al presidio romano di abbandonare
Castel Sant'Angelo e all'occupazione fatta dalle armi repubblicane dei
bastioni di quel forte, il resto delle truppe era entrato in citt.
A questo punto dell'occupazione di Roma cominciano le declamazioni furibonde
di quasi tutti gli storici che narrarono quel periodo caratteristico e famoso
con intenzioni partigiane.
Il Botta, pur tanto avverso al governo pontificale, e che nella sua
continuazione della storia di Guicciardini, quando parla delle nequizie di
qualche papa, ha la cura assidua di far campeggiare il predicato di Padre
Santo, a titolo di scherno e a significazione efficace di idee, perch alla
mente del lettore risalti crudamente la scandalosa antitesi tra la parola e la
cosa; a questo punto par cangiare a un tratto opinioni e convinzioni; par
diventare a un tratto e papista e bigotto, e cieco, e smemorato; e si compiace
a sfoggiare indignazione pietosa, e si ferma con insistenza d'autore tragico e
d'artista che vuol fare effetto, sulla tarda et, sul venerabile aspetto,
sulla inferma salute di Pio VI; e prorompe furiosamente perch alcuni dei
cardinali, i quali avean sempre sostenuto dei loro obliqui consigli l'obliqua
ragione di quel papa, e all'uopo eransi fatti provocatori di popolari ferocie
e di eccidj, sieno stati messi sotto vigile custodia dalle armi repubblicane.
Ma il repentino mutamento di quello storico tanto celebrato, si spiega con
ci, ch'egli era cos pregiudicato estimatore di quei tempi rivoluzionarj e
odiatore tanto astioso di Bonaparte e de' suoi seguaci, che tutti gli altri
suoi odj dovevano tacere in faccia a questo; e al suo occhio, in confronto
d'ogni impresa e d'ogni atto di Bonaparte e delle armi rivoluzionarie, anche
le colpe altrui parevano trasmutarsi in virt.
E Alessandro Verri non si dilunga da lui. Ben  vero che egli si mostr
veneratore sempre costante dell'autorit temporale della Chiesa, ed  per
questo appunto che le accuse scagliate da lui contro la vita privata di Pio VI
fanno testo autorevolissimo; ma le sue idee fisse e i suoi sistemi e i suoi
amori e i suoi odj sono cos tenaci e implacabili, che la memoria del passato
pare che gli annebbii nella valutazione dei fatti posteriori, e il lavoro
della logica gli proceda a rovescio; talmente che non par vero che chi ha
detto tanto male di Pio VI, dopo si affanni, al pari di Botta, a metterlo
nella miglior luce possibile; ed esprima un'ira spasmodica contro tutte le
idee rigeneratrici che, tradotte in fatti, vennero ad assalire l'errore nella
sua sede pi antica e pi formidabile. Perch bisogna bene che i galantuomini
tentennanti si persuadano di questo, che, siccome abbiam fatto vedere, il
germe rivoluzionario portato a Roma colle armi, era e doveva riuscire
un'impresa salutare all'Italia e all'umanit e al medesimo sacerdozio, se non
si fosse trasmodato nell'esecuzione, la quale, siccome avviene spesso anche
nelle opere dell'arte, guasta e snatura le pi squisite invenzioni della
mente. Facendo uso adunque con somma precauzione di questi autori, d'altra
parte meritamente reputatissimi, e continuando a far loro la pi oculata
controlleria colla scorta di coloro che parlarono e scrissero e stamparono
senza speranze, senza timori, senza pregiudizj, senza aver riguardo a chi sta
in alto, senza le funeste paure dei giudizj del pubblico, senza i pericolosi
intenti della gloria, entriamo anche noi in Roma a vedere e a sentire quel che
vi succede.
E innanzi tutto, non bisogna credere che le idee rivoluzionarie fossero
penetrate in Roma, e avessero attecchito con quel rigoglio legittimo di
sviluppo che si verific a Milano. A Milano i nostri pensatori avevano tentate
e sciolte le questioni pi connesse alla vita pratica, e per avevan saputo
illuminare le masse; a Roma per contrario la scienza, limitandosi
all'archeologia, alla filologia e all'erudizione in genere, era rimasta
perfettamente oligarchica, ed aveva lasciato il popolo qual era. Bens avvenne
col un fenomeno singolare.
Gli artisti di Francia, pensionati e dimoranti in Roma, furono i primi a
mettere in circolazione le idee francesi; ma queste non passando per lo
staccio dei pensatori, invece di migliorare, temperandosi nel trapasso,
peggiorarono esagerandosi. Eran giovani bollenti ed esaltati dalla natura
stessa de' loro studj, che si trovarono aver nelle mani delle armi, le quali,
adoperate senza riflessione, potevano diventare pericolosamente micidiali.
Quanto ai popolani di Roma, senza che fosse stata necessaria l'Enciclopedia e
Voltaire e Robespierre ad aizzarli contro il clericalismo, odiavano i preti,
non per l'effetto delle idee importate e trovate nei libri; ma perch erano
scaltriti dallo spettacolo quotidiano, e da mille fatti di cui erano testimonj
e vittime; era un odio cresciuto per virt spontanea, e per pi potente
d'ogni altro.
Che effetto dovesse dunque produrre la domestichezza che, siccome se chi 
stato a Roma,  di vecchia consuetudine tra gli studenti di belle arti e la
plebe di Trastevere, ognuno lo pu pensare. Diciamo questo perch di molte
enormit che avvennero nel tempo in cui le truppe repubblicane stettero in
Roma, bene spesso complice e guida fu quella plebe appunto; l'inettezza
colpevole del governo temporale del papa aveva fomentata in anticipazione
l'ira dei popolani, i quali, anche allora quando nella vendetta passarono il
segno, non fecero che continuare ad esser vittima di un'autorit assurda e
corruttrice.
Al disopra di questa classe v'era poi quella schiera numerosa d'uomini, che
non manca mai in tutti i paesi di questo mondo, perch  la natura che li
mette insieme. Uomini che hanno il privilegio di veder giusto nelle cose, ed
hanno in s l'antidoto sicuro contro i pregiudizj e le cattive istruzioni; ma
che nel paese ove stanno, arrischiano qualche volta di essere odiati dai
partiti estremi non per altra ragione che perch tengono la media
proporzionale. Costoro sono sempre disposti a festeggiare tutte le novit, per
l'istinto che hanno del progresso, e tanto pi, quanto pi si accorgono di
vivere in mezzo ad uomini e cose sopraffatti da una decrepitezza incurabile.
Costoro dunque, seguiti da quella parte di popolo che nella prima allegrezza 
sempre buono, ma che pu imperversare nell'ubbriachezza, fecero festa
all'esercito repubblicano quando entr in citt; fecero festa a Berthier, a
Cervoni, al colonnello S..., e a tutti quegl'Italiani militanti che, parlando
la lingua comune, dicevano di essere venuti a infondere sangue nuovo nella
vecchia Roma.


VI

Il terzo giorno dopo l'ingresso delle truppe francesi, nel quale ricorreva
l'anniversario dell'incoronazione di Pio VI, fu, a significazione d'antitesi,
dedicato invece alla solenne instaurazione della repubblica romana.
I grandi ritorni della storia, esaltando l'immaginazione, commuovono gli
uomini ad insolito entusiasmo, anche allora che non arrecano vantaggio. Se poi
la grandezza si marita all'utile o alla speranza di raggiungerlo, l'entusiasmo
non ha pi limiti. Un sublime delirio investe le moltitudini, senza che
occorra a ci n potenza di fantasia, n straordinaria squisitezza di
sentimento. Quelli che insieme con noi nell'anno 1848 a Venezia hanno visto
balzar fuori di repente l'alato leone di sotto alle aquile austriache, e
l'antico stendardone risventolare davanti a San Marco, e i gondolieri e i
pescatori e i vecchioni di Canareggio e di San Pier di Castello comparire in
piazza colle vecchie stampe, tenute in serbo, effigiate di dogi, possono far
testimonianza pi sicura di codesto fenomeno.
Per analogia dunque ognuno potrebbe immaginarsi, anche senza che ci fosse
attestato da testimonj di veduta, quale sia stata l'esaltazione dei Romani il
giorno in cui risalendo il corso di mille ottocento anni, si trovarono a
faccia a faccia col loro grande passato.
Quando diciamo i Ronani, ognuno lo pensa gi, non vogliamo dire tutti i
Romani. Anzi bisogna fare l'esclusione quasi totale dei due estremi della
scala sociale; ossia della pi alta gerarchia ecclesiastica e civile, e
dell'ultima feccia del popolaccio al di qua del Tevere, a cui quella gerarchia
medesima avea spesso ricorso per tentar di stornare con opere scellerate i
nuovi giorni.
A coloro poi bisogna aggiungere un'altra classe di Romani: ed era quella
costituita, in prima, da alcuni letterati ed eruditi di professione, quali il
Guattani, l'Orlandi, il Cicognini, ecc., ecc., uomini innamorati del quieto
vivere, del silenzio e del pranzo settimanale in casa Braschi, in casa Albani,
in casa Massimi: tutta gente che idolatrava Roma antica nei libri, nelle
lapidi, nelle monete, in tutto ci che era morto; ma non avrebbe mai fatto
sacrificio di un solo pranzo per rivederla viva e risorta; in secondo luogo,
da altri letterati, chiari d'ingegno, e galantuomini, e anche indipendenti da
cardinali e da principi e da duchi, ma non indipendenti da s stessi e dai
caparbj pregiudizj; tra costoro certamente primeggiava il nostro Verri
Alessandro, in molte cose tanto simile al fratello Pietro, e in troppe altre
cos diverso; il quale Alessandro, ad onta delle sue Notti Romane, avrebbe
voluto veder ruinare tutta Roma, piuttosto che essere spettatore
dell'invasione ognora crescente delle idee rivoluzionarie. Finalmente venivano
alcuni artisti, architetti, scultori, pittori gi saliti in gran fama, e gi
adagiati nella ricchezza, e che dell'una e dell'altra eran debitori alla
protezione e del papa e dei cardinali e dei ricchi patrizj, tra' quali si
distingueva il celebre Mariano Rossi e il Tofanelli e il Nocchi scolare del
Battoni, e il Pacetti Vincenzo che, quantunque fosse un ottimo uomo, avea
sempre crollato la testa alle notizie di Francia, e avea consigliato Canova,
che non si fece molto pregare, a cavarsela da Roma prima che arrivassero i
tempi bruschi. Queste categorie d'uomini non sentivano dunque l'esaltazione
generale. Gli uni, o stavan celati, o passeggiavano nelle vie remote, o
tutt'al pi, se erano sollecitati dalla curiosit, traevano, sempre per a una
rispettosa distanza, dove traeva il pubblico schiamazzante, e guardavano e
notavano ogni cosa senza aprir bocca; o se l'aprivano a qualche evviva
forzato, era perch s'accorgevano che qualcuno li guardava in cagnesco.
Pur, a dispetto di tutti costoro, rimanevano quanti bastavano per affollar
piazze e contrade, e per empir l'aria romana di acclamazioni, di evviva, di
grida. V'erano intanto tutti gli uomini di Trastevere, nei quali il vecchio
sangue latino  trapassato senza alterazioni d'innesti spurj; uomini
ignorantissimi di tutto quello che sta oltre la cerchia romana, e che credon
che il Tevere vada in Francia e in Inghilterra e in America e in tutto il
mondo conosciuto; ma perci appunto orgogliosissimi di esser romani. La storia
della loro patria  per essi passata di bocca in bocca attraverso a venti
secoli, per raccogliersi e far sosta nel loro rione; onde parlano ancora di
Giulio Cesare, e Cicerone, e Catilina, e Bruto, e Catone, e Pompeo come se
fossero loro fratelli e li avessero visti a crescere, e avessero bevuto con
loro il falerno nell'anfora stessa; uomini che, per questa parentela, sentono
il privilegio di un'aristocrazia speciale e guardano d'alto in basso quanti
stranieri, comunque grandi e illustri, vanno per curiosit a visitarli; e lor
parlano col tu di Roma antica, e ad un bisogno, senza tanti rispetti, anzi in
atto di protezione, mettono loro sulle spalle le mani poderose. Come stai, re
Michele? diceva ai nostri giorni un beccajo di Trastevere a don Miguel; e
mentre con una mano gli batteva una spalla, coll'altra gli porgeva l'ampia
caraffa rasa d'orvieto; e accompagnava quest'atto con tale posa e tale
espressione di volto, che pareva dicesse: Io mi degno di abbassarmi fino a te.
Quest'ignoranza e questo costume non impedisce per che essi abbiano
acutissimo l'intelletto; e giova poi a conservar loro un carattere intero, il
quale, nella sua medesima fierezza,  spesso custode di nobili affetti, della
santit dell'amicizia, dello scrupolo della fede. I giovani artisti, che anche
allora, come adesso e come sempre, mescolandosi a quella gente per gl'intenti
dell'arte, erano i loro pi intimi amici, e per li avevan messi a parte di
tutte le belle e grandi cose che l'onda rivoluzionaria avrebbe portate in
Roma, li trassero adunque entusiasti e plaudenti sulle piazze. Quegli artisti,
ad onta dei tempi burrascosi, soverchiavano sempre le due e le tre migliaja, e
quantunque di tutte le citt d'Italia: di Napoli, di Bologna, di Firenze, di
Venezia, di Milano, di Genova; e di tutte le nazioni d'Europa: di Russia, di
Spagna, d'Inghilterra, di Germania; pur dall'arte e dalla giovent bollente e
dalle aspirazioni messe in comune eran ridotti come se fossero figli di una
patria sola, e seguaci di una sola bandiera. Essi bastavano a mettere
sottosopra tutta Roma, e con tanto pi di esaltazione e quasi di furore, in
quanto che i pensionati delle accademie di Francia e tutti gli artisti di
col, poco tempo prima, erano stati violentemente espulsi dal governo
pontificio, siccome fu gi riferito. Duce degli uomini di Trastevere era il
Camillone, il Ciceruacchio d'allora; quello di cui teniamo parte del Diario,
ch'egli dett per non saper scrivere; uomo tanto amato da quelli del suo
rione, e perci di tanta autorit, che il governo stesso dovette pi volte far
capo a lui per riuscire a sedare dei tumulti.
Fra gli artisti v'era il famoso Pinelli, giovanissimo allora, ma gi di
fantasia cos potente, cos feconda e veloce nell'improvvisazione di disegni
istoriati, che quando voleva, lavorando in piazza Navona sotto gli occhi del
pubblico e dei tanti forastieri che accorrevano a quello spettacolo per loro
insolito, raccoglieva tante monete d'oro e d'argento da empire il proprio
cappello; oro e argento ch'egli convertiva poi tosto in tante misure di vino;
perch la sua compiacenza e la sua gloria era di poter dar da bere a tutto il
popolo romano con luculliana munificenza. Amico del Pinelli e amico del
Camillone, i quali erano come i re confederati di due schiatte diverse, era
quel Corona giureconsulto, al quale spontaneamente si trovarono uniti tutti i
giovani avvocati e tutti gli studenti, e tutti coloro che eran nati per andare
avanti e per affrettarsi a qualunque costo, anche con pericolo di stramazzare
e fiaccarsi il collo.
Tutti costoro uniti insieme costituivano buonamente una truppa di cinque o
seimila persone, sufficienti, in qualunque citt anche popolatissima, a
rappresentarla, a comunicarle la propria volont e il proprio impeto; e a
condannare all'inazione e al silenzio tutti quelli che per combinazione non
dividessero cogli agitatori le opinioni correnti.
Fin dall'alba dunque del terzo giorno quella folla capitanata dal Camillone,
dal Pinelli e dal Corona, mosse festosa a piantare l'albero della libert
nelle piazze principali di Roma.
Era da quasi due anni che sentivano a parlare con invidia della nuova
condizione delle citt dell'alta Italia, e di Milano segnatamente; della
libera vita che vi si godeva, dell'utile delle nuove istituzioni, della
pubblica felicit, dei clubs, dei teatri, della libera stampa, dei discorsi in
piazza, dei nuovi costumi introdotti; e la fama, magnificando ed esagerando il
bene senza toccar punto del suo contrario, e dissimulando gli abusi, gli
eccessi, i disordini, aveva talmente esaltati i desiderj e le speranze di que'
cittadini, che quando finalmente le videro appagate, la loro gioja non ebbe
pi ritegno e proruppe con un impeto che la stessa Milano non avea mai
sorpassato.
Ma seguiamo l'onda del popolo, e fermiamoci con essa nel foro romano per
sentirvi il discorso che l'avvocato Corona improvvis nell'istante che si
piant col, per la prima volta, la simbolica pianta coi motti: libert,
eguaglianza, virt, patria.
Colui, salito sopra un capitello corinzio rovesciato che giaceva da tempo
immemorabile tra la colonna di Foca e le tre della Curia, cos prese a dire:
Romani, siete liberi. L'albero della libert  piantato. Libert,
eguaglianza, virt, patria; ecco le quattro pietre su cui s'appoggia a
perpetua durata il sacro vessillo della comune nostra rigenerazione.
Libert  questa, la quale non iscuote il ferreo giogo della tirannia con
altro fine che con quello di garantire a ciascun uomo i suoi diritti naturali
inalienabili.
Eguaglianza  questa, la quale, santamente sprezzando e privilegi e titoli,
colla bilancia del diritto e della legge, eguaglia l'uomo all'uomo; e non sa,
non pu, non vuole conoscere altra distinzione che quella che passa tra il
vizio e la virt.
Virt  questa, la quale, divinizzando l'uomo, fa che egli non trovi la
felicit se non se nel far felice altrui; ond' che l'uomo veramente virtuoso
si crede fatto pi per la patria e pe' suoi simili che per s stesso.
Patria  questa risorta a nuova vita.
Virt premiata, vizio disonorato, merito riconosciuto, vanit cadente, verit
svelata, ipocrisia vilipesa, innocenza sicura, oppressione bandita, emblemi
tirannici distrutti, umanit vendicata, giustizia imparziale, santuario
restituito all'antica purezza, genio marziale ridestato. Ecco i frutti che
oggi ne promette questa patria risorta.
Falsi sacerdoti, superbi patrizj, tirannucci iniqui, ipocriti maliziosi,
impostori ignoranti, intendete qual libert, quale eguaglianza, quale virt,
qual patria servano di base al grande edificio della nostra rigenerazione? E
voi, anime timide e deboli, sentite quali sono le radici che prodigiosamente
alimenteranno la simbolica pianta?
Queste parole, dette con enfasi e con quell'accento speciale che significa la
sincerit e la convinzione profonda di chi le pronuncia, furono coperte da una
salva di applausi e di viva la libert, viva l'eguaglianza, viva la
repubblica, viva Roma.
E viva Roma, continu allora l'avvocato Corona, approfittando di quel grido
per dare una piega al discorso, e dalle generalit, che parevan quasi divenute
di convenzione, veniva a cose particolari e di utilit pi pratica ed
evidente. Viva Roma. Se, infatti, v' citt nel mondo alla quale la
rivoluzione attuale torna vantaggiosa di preferenza,  questa appunto; 
questa Roma, a cui davvero oggi comprendo perch si competa il predicato di
eterna. Dopo l'avvilimento in cui la gettarono gli ultimi pontefici; dopo la
fuga ignominiosa di Annibale Albani, che fece parere i Romani vilissime
pecore; dopo l'ultima rotta del Senio, dove si raddoppi quella prima
ignominia, qual posto potea vedere per s nell'avvenire quest'infelice citt?
O dir meglio: che cosa sarebbe stato di lei, se gli avvenimenti si fossero
troncati di colpo; e se la fortuna, obbedendo alla Provvidenza, non avesse
fatto in modo che l'errore e il disordine e l'ingiustizia nel proprio eccesso
medesimo trovassero la morte? Pio VI ricorrendo alle ambagi, alle subdole
scaltrezze, al tradimento, nella speranza di poter riuscire ad arrestare il
corso fatale degli avvenimenti, e non potendo ottener ci colla forza del
proprio potere, ossia colle proprie armi, ha messo in evidenza che codesta
larva di potere a cui i papi, dal giorno che tennero il dono funesto dai re
della terra e non dal cielo, stanno attaccati coll'avida e gelosa cura onde
gli avari guardano l'illegittimo tesoro, non  che un'occasione perpetua di
disordini, di ingiustizie, di vilt, di delitti, non  che un potere che svela
l'impotenza, e intacca la pura santit del Vangelo e della Chiesa primitiva e
dei primi pastori, i quali tengono il santissimo mandato di guardare e
provvedere alle anime e alle coscienze; ma non gi ai corpi, non agli
interessi terreni, non all'uso della forza per respingere la forza. Se fosse
vero che la divinit avesse decretato che il suo rappresentante in terra
avesse a farsi temere coll'uso della forza materiale, avrebbe permesso che i
pi degli altri monarchi fossero materialmente pi forti di lui? Avrebbe
permesso che la maest e la santit del re pontefice potesse rimaner vinta e
avvilita dall' altrui preponderanza?
Ma lasciamo una tal questione a chi non parla in piazza, ma scrive pei libri.
Piuttosto dir, che il vantaggio maggiore che produsse la pessima condotta di
Pio VI, fu di aver stancata la pazienza di chi appunto era materialmente pi
forte di lui; e nel tempo stesso che era pi forte, era anche pi pietoso
dell'umanit conculcata, pi vergognoso della vergogna d'Italia, pi
innamorato della grandezza e della gloria di questa Roma; e Italiano di avi e
di nascita e d'intelletto e d'anima, ha sentito la necessit di ajutare la sua
vera patria sollevando il cuore di essa dall'incubo assiduo, che, alterando la
completa e libera e normale circolazione del sangue, viziava e rendeva inette
tutte le altre sue membra; perch Roma, questa Roma che fu l'urbe dell'orbe;
questa Roma che, per antonomasia, fu chiamata la citt eterna; questa Roma
che, ad onta della sua degradazione,  ancora la prima citt del mondo, o per
dir pi giusto, serba ancora intero il germe e le condizioni del suo primato;
questa Roma  veramente il cuore dell'Italia; onde per far la cura dell'Italia
non si dee far altro che ristorarne il cuore.
O Romani, e voi uomini di Trastevere, nelle cui faccie e nelle cui membra
vedo rivivere l'antica saldezza, guardate ai miseri avanzi di questo fro
romano; e se siete capaci, ricostruitevi in pensiero la solenne maest dei
tanti edifizj che, sulle varie e graduate eminenze nei colli, d'ogn'intorno un
tempo gli facean corona; edifizj di marmo e d'oro, ciascuno dei quali era la
dimora di un nume, di un semidio, di un eroe.
L in alto stavan gli edifizj dell'Arce Capitolina: pi sotto, in gradazioni
succedevoli, il tempio di Giove Tonante e quel di Saturno; qui nel mezzo era
il cavallo gigantesco di Domiziano, e dietro, gli antichi rostri; pi in alto
era il portico del Tabulario, sotto del quale stavano i due templi di
Vespasiano e della Concordia; e dietro all'arco di Settimio, nella parte pi
eminente, il tempio di Giove Capitolino, che soprastava alla basilica Emilia;
e v'eran gli edifizj del Palatino e la Curia Giulia e la basilica Giulia e il
Miliario Aureo e la basilica di Costantino; e statue equestri, e colonne
commemoratrici, e bighe e quadrighe e sestighe trionfali... Ma se, guardando
le presenti rovine di questo fro, dieci anni fa, due anni fa, un anno fa,
ripensavate con rammarico alla folla dei vostri gloriosi avi irruenti a quei
rostri famosi che ora non sono pi; oggi  cessata la cagione del rimpianto;
un anno fa pareva impossibile in perpetuo il ritorno dell'antica gloria di
Roma; ma ora possiamo vedere in un futuro non remoto la prospettiva rinnovata
e accresciuta e migliorata della grandezza antica. Tutte le citt d'Italia,
soli minori giranti in astronomica armonia intorno a questo massimo sole di
Roma, qui manderanno i loro figli pi preclari di virt, di operosit,
d'intelletto, di genio; qui si faranno le leggi; qui si tratter della guerra
e della pace; qui si decreteranno le leve; qui si distribuiranno gli onori ai
generosi che saranno stati prodighi del loro sangue per l'indipendenza della
gloriosa nazione; e il pontefice intanto, ritirato a pregare nel suo Vaticano,
colle porte aperte, senza satelliti e senz'armati, benedir e ringrazier quel
Dio di cui ora  rappresentante indegno; lo benedir e lo ringrazier di aver
decretati gli avvenimenti che gli tolsero il potere e la forza materiale, per
fargli il dono pi prezioso della venerazione dei popoli, i quali non
sentiranno pi le coscienze contristate da colui che tiene il mandato di
consolarle..


VII

L'albero della libert, per il quale l'avvocato Corona improvvis il suo
discorso, fu il primo che sia stato piantato in Roma; e lo si pose appunto l
dove si riputava trovarsi il sito dell'antico fro romano, giusta le
conclusioni archeologiche allora pronunciate dagli eruditi pi stimati,
segnatamente dal Piranesi e dal Visconti; conclusioni che vennero poi
modificate in qualche parte dagli eruditi posteriori, tra cui il Venuti, il
Nibby e il Canina, che portarono le congetture fino alla condizione della
certezza. Quel sito, con cerimonie quasi rituali, venne allora determinato e
segnato con una barriera che ne girava la periferia; e la quale venne coperta
con drappi a tre colori, bianco, rosso, nero, i colori emblematici della
Repubblica. Adempiuto a ci, tutta la folla lasci l'antico fro, per recarsi
nelle altre principali piazze di Roma, dov'eran gi scavate le buche per
ricevere le radici degli altri alberi di libert che, al pari dell'antico, ben
potevano simboleggiare la scienza del bene e del male. Salita finalmente al
Quirinale, dopo un'altra breve allocuzione all'albero e una specie di ballo
rituale saltato dai pi enfatici intorno ad esso, stette aspettando il
generale Berthier, che alloggiava nel palazzo apostolico, col suo stato
maggiore. Esso, alla testa delle truppe, doveva in quel d salire in
Campidoglio ad instaurarvi solennemente la repubblica romana.
La notizia di quella solennit chiam tanta gente dalle citt vicine e lontane
che a memoria d'uomini nessuno si ricordava d'aver veduto s numeroso popolo
in Roma; e gli osservatori sagaci, i quali guardando al presente miravano al
futuro, pensarono all'attrazione irresistibile che quella citt avrebbe
esercitata su tutti gli Italiani d'Italia, quando fosse divenuto il teatro
principale de' fasti nazionali; diremo che coloro i quali, per aver molto
viaggiato, hanno pronte e sicure le occasioni d'instituire confronti, si
accrsero del quanto Roma vincesse tutte le altre pi celebri citt nella
maest solenne del suo aspetto, quando assistettero allo spettacolo che
present il Campidoglio allorch Berthier sal sul poggio del palazzo del
Senatore, e tutta la truppa si schier nella piazza sottoposta, e l'onda del
popolo si agit in tutte le direzioni, e su tutte le salite che mettevano a
quel luogo eminente; e sull'alta ed ampia scalinata che dalle falde del
Campidoglio ascende fino alla chiesa d'Ara Coli, offr l'aspetto di una
cascata che ribollisse in s stessa, per precipitarsi sulle onde sottoposte; e
quando un cos formidabile movimento e fremito di vita, e frastuono di voci e
di grida si arrest di colpo nell'immobilit e nel silenzio, appena che la
parola sonora del generale Cervoni tuon dall'albero della libert eretto
nell'aja capitolina, tra i colossi di Lucio e Cajo e i trofei di Augusto e la
statua equestre di Marco Aurelio.
Del resto, il profondo silenzio, fatto da tanto popolo accorso non giov che a
coloro che si trovavano sull'aja propriamente detta; agli altri fu molto se
l'onda sonora port qualche perduto monosillabo; e in questa condizione ci
troviamo anche noi, posteri non lontani; ch quel discorso non fu messo a
stampa, n serbato manoscritto, onde non possiamo farlo riecheggiare agli
orecchi dei nostri lettori. N il Camillone di Trastevere che lo sent a suo
agio, perch stette ben vicino al generale, si occup di riferirlo; bens
conchiude con queste segnalate parole: Chi poi si lamentasse del tacere
nostro, pensi a credere che dopo le parole del nostro buon Corona, quelle del
generale ti paiono pi che altro fuochi di festa e di luminaria che rintronano
nell'aria senza lasciare traccia n di lume n di colpo. Stando infatti anche
al giudizio d'altri testimonj, il generale Cervoni deve aver dette tante e
tante cose in quell'occasione, e con tale esagerazione e di pensiero e di
parole, che nel troppo and perduto anche il poco, e nelle pompose generalit
rimase celato il concetto chiaro delle cose. Ma ci  naturale: Cervoni,
quantunque fosse italiano e, al pari di Bonaparte, sentisse tutta l'importanza
della questione romana, pure parlando sotto l'orecchio di quell'oca di
Berthier ( Napoleone che cos lo chiama), non voleva parlar dell'Italia in
modo che il Francese si adombrasse.
Compiuta la solennit dell'instaurazione della repubblica romana, alla quale
assistettero cinque pubblici notaj che rogarono l'atto, in quel medesimo
giorno il generale Cervoni si present a Pio VI per intimargli a nome della
repubblica francese, che si preparasse a lasciar Roma e a partire per Siena,
facendogli sentire come il papato avesse a entrare in una nuova fase e
l'Italia fosse chiamata a nuovi e grandi destini. Tutti coloro che hanno letto
le storie conoscono la risposta del pontefice, e il suo contegno in quel
momento; tutti dalle storie stesse furono tratti come a sentir l'obbligazione
di venerare il pontefice per la sua fermezza di non voler cedere quel che gli
era stato tramandato da' suoi antecessori; e, per l'opposto, a biasimare la
condotta di Cervoni per ci che ha fatto in quella gravissima quistione, e per
il modo con cui lo ha fatto.
Ma ci troviamo sempre allo stesso nodo; ch la venerazione e il biasimo non
sono altro che le conseguenze del diverso modo di valutare i fatti. Certo che,
se la condotta del pontefice fosse stata sempre irreprensibile, se tutta la
sua vita privata e pubblica fosse stata l'attuazione continua di quanto
costituiva il carattere e il dovere della sua dignit; se fossero stati palesi
e innegabili i beneficj e i sacrificj da lui resi e da lui fatti alla
religione di cui era capo, alla nazione di cui doveva essere il figlio pi
devoto per essere il padre pi amoroso, all'umanit intera alla quale, come
rappresentante del Dio in terra, doveva rivolgere tutte le sue cure, la
pietosa commozione che si proverebbe per lui, dovrebbe essere pari
all'indignazione provocata dalla condotta del generale Cervoni, o da chi gli
aveva dato quel mandato: ma le parti si tramutano compiutamente alla vista di
chi considera i fatti coll'inesorabile sindacato del vero e del giusto; tanto
che, mettendoci a contatto con quei fatti stessi, senza attraversare il prisma
fallace delle interpretazioni degli storici, ben si  tratti a conchiudere che
il generale Cervoni non fece n pi n meno di quello che aveva dovuto fare; e
che n l'et ottantenne del papa, n il suo venerabile aspetto, n le sue
infermit stesse sono motivi sufficienti per placarsi al cospetto di una non
interrotta serie di debolezze e di colpe. Che se, messe le cose a un punto
ancor pi alto e pi solenne di veduta, la tarda et del pontefice e le sue
infermit corporali si dovessero mettere in cumulo colle debolezze e colle
colpe medesime, per farle tutte insieme oggetto di una suprema piet
filosofica; anche in tal caso la piet non escluderebbe la giustizia; anche in
tal caso la condotta di Cervoni sarebbe giustificata dal dovere e dalla
necessit. Dovere e necessit che si verificherebbero pur nel supposto che Pio
VI fosse stato lo splendore del pontificato, la gloria della nazione, l'onore
dell'umanit, perch non era pi la persona del pontefice che entrava in
questione, ma s le condizioni alterate del pontificato che invocavano una
riforma; non era gi Pio VI a cui si faceva ingiuria, ma era il potere
temporale che, sentenziato assurdo e infesto dal voto concorde dei savj,
doveva essere abolito per sempre, a beneficio dell'umanit ed a vendetta della
stessa religione.
Se non che, per le ragioni medesime che ci comandano di giustificare il
generale Cervoni nel suo colloquio con Pio VI, non troviamo sufficienti parole
di biasimo e di condanna per la condotta del commissario Haller che ebbe
l'incarico di provvedere all'arresto del pontefice; per verit che quell'uomo
non fu pari alla delicatezza del suo mandato; e Pio VI, nel modo onde si
comport con colui, diede prova di una dignit che sembr persino una
deviazione dall'indole sua; ma sempre avviene che chi non sa usufruttare della
buona causa, costituisce in un'apparenza di ragione anche chi  dalla parte
del torto. Cos, fu per colpa di quel volgarissimo commissario francese se un
fremito irresistibile d'indignazione corso nel sangue degli uomini intemerati
pel modo onde fu eseguito un disegno necessario, modific i giudizj anche sul
disegno stesso, e non lasci veder pi chiare le cagioni prime, e diede
pretesti e capi d'accusa ed armi ai nemici del sincero progresso, e prepar le
vie delle storiche menzogne.
Ma, lasciando il papa, ripercorriamo la citt di Roma nei giorni pi agitati
della sua vita repubblicana, per far tesoro d'esperienza, e per vedere come
l'ottimo pu diventar pessimo, se una cauta prudenza non governa le cose, e se
gli uomini non si preparano con sapienza a godere dei frutti della libert.


VIII

La confutazione pi trionfante che si possa fare all'asserzione di Botta, il
quale, prestando volontieri la pi cieca fede non sappiamo a che falsi
testimonj, non ebbe vergogna di stampare, che in tutta Roma non v'era chi
amasse veramente il nuovo ordine di cose, e che in essa non si trov che un
solo democrata, il quale propose a Berthier di mettere in libert duemila
condannati dell'ergastolo, per trovar gente che sapesse e, ben pagata, volesse
far festa all'ingresso delle armi repubblicane; la confutazione, diciam
dunque, pi trionfante che si possa dare a codeste stolide menzogne sta nella
insolita esultanza che, instaurata la repubblica e partito il papa,
s'impadron di tutta la popolazione di Roma, salvo le eccezioni che abbiamo
gi fatto; salvo quei ricchi patrizj venuti in uggia al popolo, nelle cui case
i soldati si adagiarono come in caserma; salvo i pingui agenti dei prelati
fuggiti, nelle cui cantine la plebe di Trastevere penetr a conquista e a
strage di botti.
Che la popolazione stesse queta fin tanto che il presidio pontificio trovavasi
sugli spaldi di castel Sant'Angelo e gli sgherri assassini gironzavano per la
citt e le spie lavoravano d'olfatto come cani codianti la lepre,  cosa
naturalissima. Pretendeva forse il Botta che la popolazione di Roma offrisse
pronta il collo ai carnefici, per esibirgli i documenti del suo odio al
governo pretino, e delle sue ispirazioni all'aere libero che da pi mesi le
ventava dal di fuori?
La prova che quell'esultanza, una volta che cessarono i sospetti e le paure,
diede fuori con tutti gli attributi della natura che non pu pi nascondere un
sentimento antico e tenuto per troppo tempo compresso, si  che tocc tutti i
suoi eccessi. Se non fosse stata sincera sarebbe stata guardinga. Tutti i
cittadini trovandosi dunque in piena bala di dare sfogo alla propria
contentezza, questa nelle proprie manifestazioni si atteggiava e si alterava e
si modificava a seconda del carattere, del sentimento, dell'ingegno,
dell'immaginazione di ciascuno. Trattandosi d'instauramento di repubblica, e
di repubblica romana, i moltissimi a cui non  concessa un'intelligenza
privilegiata, attesero di preferenza a mettere in trionfo piuttosto le forme
repubblicane che la sostanza; attesero pi ad evocare un passato impossibile
che a preparare con sapienza le nuove vie dell'avvenire. Si trascurarono le
grandi idee del sincero progresso, per rimettere in voga teatralmente i nomi
degli uomini e delle cose passate, e i costumi e le foggie e i vestiti e le
armi e le abitudini, senza accorgersi dell'improvvido e assurdo anacronismo.
Il primo a dare lo strano esempio fu l'architetto Barbera, che comparve togato
in pubblico, accompagnato dalle sue tre figlie avvolte nel peplo, dichiarando
di rinunciare da quell'ora alla propria parentela, e di voler essere chiamato
Ctesifonte.
Bast quell'esempio perch, con una rapidit impossibile a qualunque
impresario o coreografo o vestiarista di teatro, si producesse per le vie e
per le piazze la storia romana antica. Coloro che credevano di assimigliare
piuttosto a questo che a quel personaggio dell'antichit, si mostravano in
piazza ad arieggiarne il gesto, l'incesso, la dignit. Chi aveva i capelli
neri e crespi e la barba spessa, invadente le guancie fin sotto gli occhi e
vantava l'ampia persona, era Muzio Scevola, senza tante titubanze; chi aveva
la chioma fulva e foltissima oltre il consueto, e la barba intera e
inanellata, si nominava Lucio Vero, senza farsi pregare; si videro Collatini e
Lucrezie in buon dato; e Gracchi non pochi e Cornelie di convenzione, e Clelie
e Tullie e Tulliole con pepli indulgenti e coscie e popliti in voluttuosa
trasparenza, e braccia nude fin sopra la spalla. Di Bruti poi, cos della
prima che della seconda qualit, ovverosia cos di Giunii che di Marchi,
l'assortimento era cos vario e numeroso, da poterne fare un emporio per tutti
i casi futuri. Ma, nemmeno a pagarli a peso d'oro, si sarebbe potuto trovare
n un Giulio Cesare, n un Augusto; erano merce proibita, e guai a cui si
fosse attentato di passeggiare in piazza tramutato in que' personaggi. Che
pi? Allo stesso fondatore di Roma, che  tutto dire, non fu fatto buon viso;
e il primo Romolo che si lasci vedere in piazza Navona, per la gran ragione
di essere stato il primo dei re, fu colto a fischi e preso a torsi di cavolo,
peggio di un tenore stonato; tanto che di tutta fretta rifugiatosi in una
bottega, e per di l passato a casa sua, ricomparve il giorno dopo in costume
di Mario. N codesta fantasmagoria rappresentata in piazza con intento serio e
colla ferma fiducia di onorare e puntellare e difendere la patria, deve parere
una cosa inverosimile ai lettori che vivessero nel 48, e furono a Milano e a
Venezia; e videro giustacuori e batticuli e maglie del Quattrocento; e tcchi
e robe del Cinquecento; e gorgiere e mantellette e brache e stivali del
Settecento; e spadoni e manopole ed elmi tolti a polverose armerie.
Che se a Roma Marforio e Pasquino eccitavano la pubblica ilarit, rivelando
che il tale passeggiava in piazza portando l'elmo involato alla guardaroba del
teatro Valle o Tordinona, e che gi avea posato sulla testa del castrato
Crescentini negli Orazj e Curiazj di Cimarosa, o nell'Attilio Regolo di
Jomelli; che il tal altro cingeva la spada cinta gi dalla mima Pitrot nelle
Amazzoni del coreografo Ferlotti, ecc., ecc.: questi scandali si rinnovarono
precisamente ai giorni nostri, con qualche cosa di pi saporito ancora; perch
lo scrivente si ricorda benissimo di aver veduto un impresario, nominatosi da
s stesso colonnello, passeggiare in piazza San Marco con spallini dorati e
galloni doppj e tripli, facendo battere sul lastrico la sciabola stessa che
pochi giorni prima al San Samuele aveva adoperato il conte d'Almaviva per
spaventare don Bartolo; e abbiamo visto un duce improvvisato di trenta
improvvisati eroi sedere al caff coll'elmo crestato di un Nabuccodonosor che
gi avea tuonato in teatro col Treman gl'insani di Verdi; ma purtroppo codesti
scandali che offendono la maest dei grandi avvenimenti sono malattie
inevitabili dei popoli che, tenuti in lunghissima schiavit, vengono assaliti
da una specie di capogiro nel respirare le prime aure della libert; come chi
rimasto a lungo nell'oscurit della prigione, ha offesa la vista dalla
repentina luce, o avendo lo stomaco estenuato dall'imposto digiuno, sente
sconvolgersi dal primo vino a morbosa ubbriachezza. Ma il tempo e l'esperienza
e i ripetuti disinganni insegnano sapienza ai popoli, e gli errori del 96 e
del 98 e del 48 saran forse per essere lezioni salutari, se il destino vorr
concederlo. Ma tornando a Roma, e rifacendo settant'anni indietro il volo
della mente, pur troppo quella grande pagina, che la Provvidenza sembr voler
preparare alla storia, fu deturpata ben da peggiori cose che da quelle
teatrali stranezze.
Abbiamo detto di voler dire intera la verit, e mettere in palese le colpe di
tutti, senza intenzioni partigiane. Perci, se da noi fu alzato il panno
misterioso onde si vollero tener celate ai profani le vere sembianze di Pio
VI; se riputammo giusta e necessaria la condotta di Cervoni; se trovammo
indispensabile l'avere allontanato il papa da Roma; se riputiamo essere stato
una misura di giustizia, la quale se  assoluta dev'essere anche inesorabile,
l'avere arrestati tutti i cardinali, arcivescovi, vescovi e prelati che
componevano la romana corte, perch complici tutti e cospiratori a danno della
nazione e dell'umanit; perch interessati tutti a mantenere nell'ignoranza e
nella schiavit le moltitudini, e a volerle piuttosto colpevoli e scellerate
che istrutte e felici; non  poi possibile comprimer l'indignazione pensando
che da questi atti giustissimi, quantunque severi, non si seppe cavar l'utile
che si doveva; nel tempo stesso per che la massima parte di questa
indignazione deve ancora andar a cadere sul papa e la sua corte e sull'assurda
istituzione del governo clericale. In fatti, da quel governo pauroso d'ogni
libero pensiero e della scienza multilatere e feconda, essendosi interdetto in
Roma ogni altro studio che non fosse la sterile erudizione, o alcuna di quelle
discipline che non hanno irradiazione sulla vita pratica nel momento di
assestare il nuovo ordine di cose, i migliori, chiamati al potere legislativo
e consultivo, tra' quali primeggiava l'archeologo Visconti, conoscendo poco il
presente e non curandosi affatto dell'avvenire, per disperazione si
rifuggirono nel passato, che era il solo loro dominio, e nel riprodurlo non
seppero atteggiarlo e piegarlo ai nuovi bisogni dell'umanit; ned ebbero
riguardo alla sostanza, la quale avea fatto la grandezza e la potenza degli
antichi; ma soltanto ai nomi, alle forme, alle apparenze; perci nei
quattordici titoli della costituzione ricomparvero, come se fossero scavi
archeologici e colonne e statue infrante, il senato e il tribunato, e pretori
consolari e questori e edili: nomi che si guastarono con certe strane
definizioni che derivavano da una scienza impregnata di rettorica e d'Arcadia;
onde il tribunato fu chiamato l'immaginazione della Repubblica, e il senato la
ragione della Repubblica. Il primo dovea farsi un onore e un dovere di mandare
le sue proposizioni al secondo, acci maturamente le ponderasse; onde tutti i
giorni vedeansi i messaggi che conducevano l'immaginazione a umiliare i suoi
complimenti alla ragione.
Ma ci voleva ben altro che forme e pompe e cerimonie arcadiche; il mal governo
papale aveva lasciato vuoto l'erario, e un abisso di povert e di miseria
pubblica. Per i consoli che sapevano il greco e il latino e tutte le vesciche
della scolastica, non essendo mai stati assunti in addietro ai pubblici
impieghi, perch questi stettero sempre nelle mani dei preti, non seppero o,
meglio, non poterono provvedere alla mancanza delle derrate, del pane, delle
cose pi invocate dalla plebe affamata; n potendo far scaturire la moneta
tanto necessaria alle pubbliche contrattazioni, in prima pensarono di far
fondere il vasellame d'oro e d'argento che si trovava nei palazzi pontificj e
in quelli dei cardinali, poscia tutti gli utensili domestici di rame e le
campane delle chiese degli otto dipartimenti del nuovo Stato.
Questa deplorabile misura, che per era ingiunta da una terribile necessit, e
di cui, percorrendo la catena delle cause, si trova pur sempre la prima
cagione effettiva nel mal governo pontificale, sedusse al furto i popolani
chiamati ad operare quelle fusioni; sedusse al furto e al saccheggio i soldati
chiamati a far loro la guardia; sedusse e persuase i capi stessi dell'esercito
a prevenire quei furti con furti pi colossali e vistosi per conto proprio; e
siccome quei capi seppero che di ci si mandavano querele al Direttorio,
furono solleciti di spedire a Parigi i tesori dell'arte italica, perch lo
splendore di quella sterminata preda abbagliasse gli occhi e respingesse i
rimproveri e trattenesse le punizioni.
Si tolsero a Roma, come ognuno sa, pi di cinquanta fra le pi celebri statue
dell'antichit;. tutti i busti famosi degli di e degli eroi greci e romani; i
pi riputati capolavori di Raffaello e di Domenichino. La qual preda
rappresentava un valore medio valutato dagli esperti in cento milioni di
franchi; ma di cui il prezzo d'affezione era incalcolabile dalla stessa
immaginazione.
Se tanti disordini e malversazioni e depredazioni furono in gran parte
conseguenze inevitabili di cause antiche e funestissime, certo che vennero
accresciute dalla presenza di due uomini, di cui l'istinto rapace pareva aver
raggiunto i gradi della ferocia e della demenza. Codesti uomini furono il
commissario Haller, che essendo stato il primo a rubare sfacciatamente,
incoraggi all'imitazione tutto l'esercito; poi il generale Massena, che non
aveva bisogno di essere incoraggiato, e che quando, partito Berthier, rimase
solo al comando e fu padrone delle casse pubbliche, da quella piena bala di
s stesso fu sedotto a scaricarle tutte in casa propria senza tanti rispetti,
tanto quella sua furibonda passione dell'oro non gli lasciava pensare alle
conseguenze. Queste infatti scoppiarono terribili; perch i soldati non
ritraendo denaro, e gli ufficiali, avidi al par di Massena, non sopportando di
dover rimanere colle tasche vuote, condotti dal colonnello S... (il conte
Achille, che finalmente potremo conoscere di presenza, il quale, rotto al
giuoco e a cento altri disordini, era diventato furioso per la mancanza di
denaro), si radunarono nella rotonda del Panteon, e l, riscaldati ed
arringati da esso, invasero le stanze di Massena, che opponendo a quella furia
una furia ancor pi tremenda e una ostinazione incrollabile e un coraggio
incredibile, corse pericolo che la sua piccola figura venisse tagliata in due
dalla sciabola del nostro S..., se non fosse stato strappato di l per forza
dal generale Marat.
Ma, dopo tutto, non creda il lettore che l'aspetto di Roma fosse diventato
squallido per queste cose; certo che furono frequenti i tumulti del popolo;
frequenti le vendette e le uccisioni; che la miseria c'era; e la fame c'era.
Ma la veste che copriva queste piaghe e queste ferite e questi cenci
continuava pur sempre ad essere di porpora e d'oro. E per chiamar gente in
Roma e mettere in circolazione qualche denaro, e abbagliar quei di dentro e
quei di fuori, si davano spettacoli d'ogni sorta, spettacoli pomposi che
rammentavano la grandezza antica. Per citar quello che fece pi senso, la
notizia che, per la prima volta dopo tanti secoli, si sarebbe aperto al
pubblico l'Anfiteatro Flavio, per rappresentarvi la morte di Giulio Cesare a
piedi di quella medesima statua di Pompeo, che aveva veduto estinto il vero
Cesare, fece affluire gran gente in Roma da luoghi anche lontani. Di codesto
fatto noi non abbiamo trovato parole n in Botta, n in Verri, n in altri; ma
il Camillone nel suo Diario si diffonde a parlarne per molte pagine; e tra i
celebri scrittori lord Byron  il solo che, in una delle note eruditissime
intorno a Roma, apposte al canto quarto del Child Harold, parla di questo
spettacolo, e della statua di Pompeo stata in quell'occasione trasportata dal
palazzo Spada nel Colosseo.
Anche noi dunque ce ne occuperemo, ma non tanto per l'interesse che pu
destare in s, quanto perch, invitati da quella circostanza straordinaria, il
capitano Baroggi e donna Paolina S..., che trovavansi a Bologna, si recarono a
Roma, e furono, senza volerlo, gli sventurati attori di una scena reale, la
quale stacc l'attenzione di trentamila spettatori dalla tragedia di Voltaire,
per rivolgerla tutta su loro e sul colonnello S...

Il fatal Dio pur degli Dei sgomento.
FINE PARTE SECONDA.
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