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Giuseppe Rovani.

CENTO ANNI.

Trascrizione elettronica ad esclusivo uso dei non vedenti curata da:
Marina De Stasio, Clelia Mussari, Claudio Paganelli.

Parte prima.


PRELUDIO.
Di tutte le forme della letteratura e della poesia il romanzo  la pi
disprezzata, e per alcune classi di persone la pi abborrita. La lettura di un
romanzo si fa, per solito, di nascosto e lontano possibilmente dagli occhi de'
curiosi, press'a poco come quando si commette un peccato. Se una ragazza  in
odore di gran leggitrice di romanzi, storna da s qualunque possibilit di
matrimonio; la spina dorsale deviata, il broncocele, la clorosi, l'isterismo,
l'epilessia, sono in una fanciulla, contro i giovinotti assestati che voglion
metter casa, spauracchi meno spaventosi dell'abitudine a legger romanzi. I
maestri, i pedagoghi, i prefetti di camerata, se colgono un giovinetto alunno
sprofondato nella lettura di un romanzo, tosto  un tumulto nella famiglia, un
parapiglia nel Collegio-Convitto; minacce di castighi, di espulsioni, di
collere implacate. Gli uomini gravi, i torci-colli, quelli che si danno
importanza, quelli che vogliono parere senza essere, i cultori di matematica,
i poliglotti, quelli dell'alta e della bassa filologia, gli studiosi
d'economia, quelli che aspirano, per lo meno, a diventar soci corrispondenti
di un qualche istituto, danno tutti quanti a pi potere la caccia ai romanzi,
e guardano ai romanzieri con atti di commiserazione e di sdegno e
d'inquietudine; press'a poco come gli esorcisti del bel tempo
dell'inquisizione guardavano i sospetti di stregoneria. Bene sono esclusi
dalla persecuzione e dall'odio universale alcuni pochi romanzi celeberrimi,
che a buoni conti si chiamano libri, perch la parola non corrompa l'opera. Ma
anche questi pochi libri, che in Italia crediamo che sommino a cinque, e in
Francia a tre, e in Inghilterra ai migliori di Scott e ai due di Bulwer, sono
concessi in via di tolleranza, press'a poco come al tempo dell'editto di
Nantes erano sopportati i protestanti. Egli  bens vero che il romanzo
storico era come riuscito in addietro a sottrarsi all'interdetto, se non altro
per la difficolt delle ricerche e per la necessit di rovistare negli
archivj, e perch, in una parola, la mente e la fantasia erano condannate alla
schiavit della schiena. Ma dopo che il pi grande dei romanzieri venne a
condannare il romanzo storico come una mostruosit della letteratura, come un
ente ibrido, come un assurdo, come un impossibile, il romanzo storico fu
cacciato pi sotto ancora del romanzo intimo; e i pedanti che non trovarono
mai di lodare Manzoni, questa sola volta s'accorsero della presenza del suo
genio, questa sola volta che con coraggio inaudito nella storia dell'orgoglio
umano, il grande uomo venne a dar di martello all'opera pi colossale del suo
genio appunto. Da pi anni in fatti il romanzo storico sembra che sia quasi
scomparso dalla faccia del mondo; sembra che ai cacciatori della fama sia
passata la voglia di farne: e colui che oggi ha la malinconia di pubblicare
questo lavoro, e che, nell'et dell'innocenza, stamp tre romanzi storici uno
dopo l'altro; quantunque ne avesse avviato un quarto, dopo il discorso
manzoniano lo converse tutto quanto in fidibus per la sua pipa casalinga. Ma
se gli uomini onesti e pacifici, se i padri di famiglia, se i prefetti, se i
prevosti possono essere oggimai quasi sicuri dall'assalto de' romanzi storici,
hanno tutte le ragioni di perdere l'allegria, se pensano a quell'altro genere
di romanzi che si  convenuto di chiamare contemporanei, intimi, di costume.
Questi romanzi crebbero a dismisura nella persecuzione, come gli schiavi
d'Egitto e di Babilonia; si moltiplicarono a miriadi sotto alla percossa dei
testoni pesanti, come le lumache quanto pi si zappa nell'orto contaminato. In
Inghilterra e in Francia  una produzione di romanzi tale che sembran fatti a
gualchiera, a trancia, a torchio, a mulino, a vapore;  un'eruzione perpetua e
in tutti modi, e pi invadente che la lava, dello spirito umano contro lo
spirito umano. Che direbbe se comparisse Orazio col suo precetto degli anni
dieci?
E quanti ne producon Francia e Inghilterra ajutate dagli Stati Uniti, tanti ne
inghiotte il mondo, che come sigari li fuma e abbrucia, e ne getta gli avanzi
alla bordaglia. Tuona la critica, tuonano i pergami, le fanciulle son
minacciate di celibato, gli adolescenti di essere cacciati dai ginnasi, i
giovani di studio d'essere esclusi dal banco. Ma i romanzi si riproducono, si
sparpagliano, penetrano dappertutto, e sono letti persino da chi tuona e
sbuffa; persino dalle madri sospettose; persino dagli uomini che si danno
importanza; persino da quelli che hanno la missione di far prosperare l'alta
filologia e la numismatica e la diplomatica e i concimi e il baco e il gelso.
Sotto al grosso volume severo noi spesso abbiam visto trafugare, alla nostra
visita inattesa, la leggiadra brochure parigina, su cui di gran volo potemmo
sorprendere i nomi orridi e peccaminosi di Gozlan, di Gautier, di Kock, di
Dumas!!! Oh orrore!!!
Dopo tutto ci,  egli giusto codesto dispregio in cui  tenuto il romanzo,
sia storico, sia contemporaneo, sia di costumi, sia morale, sia industriale,
sia marittimo, sia dell'alta, sia della bassa societ, sia didascalico, sia
psicologico: ramificazioni tutte del gran ceppo del vetusto romanzo
cavalleresco? Noi crediamo fermamente di no, e fermamente crediamo che il
dispregio provocato dai guastamestieri ingiustamente siasi rivolto contro al
genere. Intanto, in codesto interesse antico e perpetuo del romanzo dev'essere
deposta la ragione che storna la sua abolizione. Intanto i pi grandi
scrittori del secolo sono romanzieri; Foscolo, Manzoni, Goethe, Byron, Scott,
Chteaubriand, Vittor Hugo, Bulwer tradussero in forma di romanzo le pi
splendide e pi consistenti emanazioni della loro mente. Intanto in un libro
di un grand'uomo morto di recente, abbiamo letto che l'Iliade d'Omero  un
romanzo storico, l'Odissea un romanzo intimo, la Divina Commedia un romanzo
enciclopedico, il Furioso un romanzo fantastico, la Gerusalemme un romanzo
cavalleresco. Tutte le verit e della religione e della filosofia e della
storia, se hanno voluto uscire dall'angusta oligarchia dei savj, per
travasarsi al popolo, hanno dovuto attraversare la forma del romanzo che tutto
assume: la prosa, la poesia, le infinite gradazioni dello stile; ei si
innalza, in un bisogno, nelle pi alte regioni dell'idea, s'abbassa tra le
realt del mondo pratico;  elegia,  lirica,  dramma,  epica,  commedia, 
tragedia,  critica,  satira,  discussione; al pari dell'iride, ha tutti i
colori, ed  per questo che si diffonde nel popolo, e piove come la luce di
luogo in luogo e di ceto in ceto e d'uomo in uomo, e per l'onnipotenza sua
appunto pu recar danni funestissimi come vantaggi supremi; ch tutto dipende
dalla mente che lo governa. Cos avviene degli elementi pi poderosi che sono
in natura, i quali riescono nel tempo stesso e benefici e pericolosi all'uomo.
Il romanzo di Scott invogli alla ricerca delle memorie rivelatrici del Medio
Evo, e inspir il sommo Thierry; Carlo Dickens in Inghilterra propose ed
ottenne riforme legali, indarno proposte e domandate dalla scienza in toga. Se
non che questi elogi che facciam del romanzo or quasi ci fan parere indegni di
esporne uno; mentre prima il quadro detestabile che ne abbiam fatto quasi ci
faceva venire il rossore sul volto al pensiero che stavamo per ritornar
romanzieri anche noi. Ma, sia qual vuolsi,  ridicolo tanto l'abbellirsi di
modestia, quanto l'accusarsi di superbia. Gi, ogni qualvolta un galantuomo
stampa qualche prodotto della sua mente,  reo della pi luciferina superbia
di cui un uomo pu esser capace. Stampare significa credere bellissimo e
utilissimo all'umanit quello che si  pensato e scritto; e chi, nel punto
massimo della pi alta stima di s stesso, si fa innanzi col capo chino e
colle proteste della sua incapacit  un bugiardo. Per noi aspiriamo al
merito di non essere mendaci. Cento Anni  il titolo del nostro lavoro, e
Cento Anni dovremo veder passar di fuga innanzi a noi, cominciando dalla met
del secolo andato e chiudendo alla met del secolo corrente. Vedremo le
parrucche cadenti a riccioni stare ostinate contro i top; vedremo il top
subire pi modificazioni e concentrarsi nel codino col chiodo; vedremo i
ciuffi a campanile, i capelli alla brutus e la cerchia del rinascimento;
vedremo il guardinfante del secolo passato attraverso a pi vicende venire a
patti col guardinfante del secolo presente. Vedremo la cipria, che imbiancava
i capelli neri, di mutamento in mutamento, svolgersi in quell'empiastro che
oggi fa diventar neri i capelli bianchi.
D'altra parte vedremo il progresso dello spirito umano, pur subendo la
altalene di questi matti capricci della moda, trovare la sua uscita e andare
innanzi. E vedremo le arti camminare a spina-pesce, perch il nostro romanzo
dev'essere anche un trattato d'estetica e sentiremo a cantare i tenori e i
soprani del secolo passato al teatrino del palazzo Ducale; e prendendo le
mosse da essi e con essi e cogli altri che lor tennero dietro, calcheremo per
cento anni il palco e la platea dei nostri teatri; e vedremo lo spiegarsi e il
ripiegarsi e l'estendersi e l'accartocciarsi della musica; e nella nostra
lanterna magica passeranno le ombre dei poeti, dei letterati, dei pittori, dei
pensatori; attraverseremo, dunque, a dir tutto, i decorsi cento anni,
scegliendo i punti salienti dove le prospettive si trasmutano allo sguardo, e
dove si presenta qualche elemento nuovo di progresso o di regresso, di bene o
di male, che dalla vita pubblica s'infiltri nella privata; e osserveremo forse
per la prima volta fatti e costumi e accidenti caratteristici che non
ottennero ancora posto in libri divulgati, e di cui la traccia o la notizia
completa rimase o nella tradizione orale che ancora si pu interrogare, o in
carte manoscritte, quali i processi, i decreti, gli atti giuridici, le memorie
di famiglia, ecc., o in opuscoli che, sebbene stampati, pure stettero
segregati dal commercio e dalla pubblica attenzione e al tutto dimenticati, o
nei quali si leggono cose da cui derivano idee o pi complete o modificate, o
qualvolta anche affatto opposte alle accettate intorno alle condizioni de'
nostri padri, per somministrar cos criteri pi interi o pi nuovi onde
stimare i fatti successivi; per al fine di tener dietro al movimento storico
di periodo in periodo, essendosi dovuto rompere le dighe dell'unit di tempo
nel modo il pi rivoluzionario, abbiamo provveduto a stornare la rivoluzione
dal campo sacro e inviolabile dell'unit d'azione, ricorrendo al partito, che
 forse nuovo e che ci fu suggerito dal fatto vero di un processo criminale e
di un'azione giuridica civile conseguitane, di svolgere il nodo drammatico nel
seno di quelle famiglie pi o meno cospicue per le quali quel processo e
quell'azione continuarono per settantacinque anni, cos che la differenza
originale tra il nostro libro e i libri congeneri, consistesse in ci appunto,
che, dove per consueto gli attori sono individui operanti nel tempo limitato
d'un periodo della vita, nel nostro lavoro gli attori fossero invece famiglie,
la cui vita si prolunga di padre in figlio e cammina colle generazioni,
cogliendo da ci occasione di tener dietro agli svolgimenti graduali di tutte
le parti che costituiscono la civilt di un paese. Vedremo pertanto gli
scherzi curiosi che faranno nel corso di un secolo codeste famiglie,
appartenenti a varie caste, distinte alla sorgente e confuse alla foce; e
nella vita di un uomo che visse nonagenario, e che, nato quasi alla met del
secolo passato, mor quasi alla met del secolo corrente, e che parl e mangi
e bevve e rise con noi, avremo, ci si permetta l'espressione, la chiave di
volta che varr a tener congiunto il vasto edificio e a ravvicinare fra loro
quattro generazioni; press'a poco, come il patriarca Enos che and a caccia
con Adamo e spremette i primi grappoli con No, e congiunse le due grandi
epoche della creazione del mondo e della dispersione delle genti.
Le promesse sono gigantesche e presontuose: ma guai a chi promette poco. Il
lettore lo piglia tosto in parola.

LIBRO PRIMO


Il lago di Pusiano e il vecchio nonagenario. Il teatro Ducale di Milano nel
1750. Musica, ballo, costumi, pittura scenica. La contessa Clelia V.... Il
tenore Amorevoli e la ballerina Gaudenzi. Cinque finestre e cinque lumi. Il
giardino di casa V... Amorevoli e i custodi del morto. Sospettato trafugamento
di carte. Il giudice del Pretorio. Il caff del Greco. Il violino di spalla.
Donna Paola Pietra. Gli scolari del Ginnasio di Brera e il nano guardaportone
del senator Goldoni. La musica sacra e la celebre suor professa Rosalba
Guenzani. Storia degli avvenimenti di donna Paola Pietra.


I

Convien risalire a quindici anni addietro, allorquando chi scrive trovavasi in
quella et felice, in cui si  amici di tutto il mondo, e il mondo per
contraccambio vuota con noi il sacco delle cortesie; et in cui la bile non 
ancora uscita dal suo sacchetto a invelenir le vene, e il volto conserva le
sue rose, e le influenze atmosferiche non fanno di noi quel che il rame fa
delle rane scorticate; et in cui l'umore  sempre uguale e sempre lieto, e
l'animo si apre a tutti, spensierato e fidente; et in cui sin la bruttezza ha
la sua belt; tanto che tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, matrone e
fanciulle si volgono a noi, chi per consigliarci, chi per compatirci
amabilmente, chi per accarezzarci senza malizia la barba nascente; et in cui
l'uomo  il legittimo re dell'universo, del finito e dell'infinito, perch se
il presente gli sorride da tutte le parti, l'avvenire gli si svolge dinanzi in
lungo e in largo, senza confine, tutto pieno di fantasmi dorati. Chi pensa a
codesta divina adolescenza della vita, e senza consultare la fede di
battesimo, vede nello specchio che ha tanti anni di pi, e, guardando il fumo
che esce dalla sua pipa, pu esclamar col poeta:

Questo di tanta speme oggi mi resta

si fa silenzioso e tetro, e cerca tosto di sommover l'onda delle tristi idee,
mescolandovi lo spirito d'assenzio. Allorch dunque chi scrive aveva quindici
anni meno, ebbe a far la conoscenza di un vecchio, il qual vecchio, a quel
tempo, dei due milioni e cinquecento mila abitanti che contava la Lombardia,
era forse quello che portava pi anni sulle spalle, tanto che, se fosse stato
povero, avrebbe fatto la prima figura alla lavanda de' piedi. Ma non era
povero, quantunque non fosse nemmen ricchissimo. Fu presso al lago di Pusiano,
che vedemmo per la prima volta questo vecchio, e precisamente nell'istante che
stavamo leggendo l'iscrizione che addita a' passeggieri la povera casa dove
nacque il grande Parini.
Quel vecchio era l seduto, in mezzo ad alcuni contadini che lo guardavano con
gran rispetto, e sentendo che noi andavam tempestando di domande i proprietari
di quella casa, per aver notizie della famiglia Parini e per sentire se
vivesse ancora in quel contado qualche parente del poeta, si alz e
avvicinatosi a noi:
 Della casa Parini, disse, non vive oggi che un prete, il quale sta fuori di
questo territorio. Del resto io ho conosciuto il poeta, e ho vissuto con lui
in grande dimestichezza e qui e laggi a Milano, e ho conosciuto la madre
dell'abate.
 Sua madre, ha ella conosciuta?
 Sua madre, s signore. A lei ch' nato jeri, parr strano ch'io fossi gi sul
tramonto di quella che si chiama la virilit, quando Parini venne a morire.
Avevo pochi anni, quando col poeta, che di fresco aveva dato fuori l'immortale
suo Giorno, fui a visitare la sua madre decrepita. Io conto oggi i miei
ottantott'anni, come se fossero ottantotto zecchini, e sto bene di stomaco,
perch la natura ha messo l'eternit ne' miei denti molari; e sto bene di
gambe, perch non ho mai patito d'indigestione e mi giova tuttora il mio
vinetto di collina. Cos dicendo si mosse a discendere, accennando ch'io lo
seguissi. Io me gli accostai per dargli braccio; ma egli, ridendo: Non
s'incomodi. Ella potr stancarsi, giovinetto com', non io cos vecchio... e
si discese insieme. Non apr bocca finch non si fu al basso, e soltanto
quando venimmo all'orlo del lago, dove molti villeggianti lo salutarono
riverenti:
 Dunque, ella vuol bene al mio Parini? Io chinai la testa. Parleremo di lui,
soggiunse allora; ed io mi feci ad accompagnare il vecchio venerabile, senza
esser punto maravigliato dell'affabile libert ond'egli mi parlava senza
conoscermi. Chi ha vissuto una lunghissima vita, sta nel mondo come nel
proprio dominio e tratta gli altri colla cortesia dell'ospite verso i nuovi
venuti. Accompagnatolo ad una sua villetta, stetti con lui per pi d'un'ora, e
quando presi licenza, gli promisi di ritornar il giorno dopo; tanto
m'interessava. Allorch poi lasciai Pusiano, promisi che in novembre mi sarei
recato a visitarlo nella sua casa in Milano. Ci che feci religiosamente.
Quel vecchio era un tal Giocondo Bruni, benestante, di sufficiente ma non di
eccessivo peculio. Era piccolo di statura, e magrissimo. La natura, che il
volle destinato ad una vita lunga, lo aveva emunto d'ogni umore superfluo, e
ridotto come una corda di violino. Poteva spezzarsi, non affloscirsi. Aveva
capelli canuti e tuttora folti che gli coprivan la fronte; occhi neri,
piccoli, fondi, tuttora vivissimi, e che attestavano come gli abbondasse
ancora il fosforo del cervello. A ottantotto anni aveva la mente lucida, le
idee ancora ordinate, la memoria fedelissima. Soltanto lo tormentava, nelle
giornate piovose, un sonno ch'egli chiamava morboso, del quale s'inquietava ed
affliggeva.
Amava la giovent con predilezione che pareva originalit di natura; ma
soffriva antipatie feroci, tanto che ne' crocchi, dove mi trovai seco qualche
volta, investiva con rabbuffi insolenti qualcuno che non gli aveva mai fatto
offesa. Ma i vecchi, come i fanciulli, amano ed odiano per istinto; i
fanciulli hanno l'istinto della natura, i vecchi quello dell'esperienza; ed il
vecchio Giocondo, in quelle tali faccie profilate, costrutte e tinte in quel
tal modo, aveva imparato a leggere quel tal carattere; di qui le sue cortesie
e le sue asprezze. Nato di madre ballerina, come aveva percorso tanta parte
del tempo, aveva cos percorso molti luoghi dello spazio, perch colla madre
sino a dodici anni, in compagnia d'un precettore, s'era trovato in tutte le
citt d'Italia e d'Europa, dove c'era un teatro, dove c'era opera e ballo. A
Milano, dove nacque, stette per pi mesi, sino ad otto volte ne' primi dodici
anni; poi vi prese stanza, a compire gli studi, sino ai venti; poi fu a
Parigi, a Berlino, a Vienna, con la madre che volgeva al tramonto; poi ritorn
in Italia e dimor a lungo in Venezia sempre colla madre, che l mor,
lasciandolo erede di un bell'avere a ventitr anni. Di questa et mi mostr un
suo ritratto eseguitogli dal Tiepoletto a Venezia. Faccia bellissima e
spiritosissima. Dai ventitr anni in poi ferm la sua dimora a Milano,
recandosi per, quando occorreva, a vedere altrove le cose e gli uomini e le
donne degne d'esser osservate dappresso. Con questa vita, e con quella tempra,
e con quel fosforo della massa cerebrale, e con quello spirito della curiosit
e dell'investigazione che non lo lasci mai vivere quieto, era esso la storia
universale viva e vera degli ottant'anni che aveva vissuto dopo i primi otto.
Aveva passato i sette anni quando Federico il Grande stava disperandosi per
gli affari di Sassonia, e Pitt, il padre, veniva rimosso dal ministero
britannico, e Caterina II saliva il trono, e la Pompadour facea nausea ai
galantuomini, quantunque piacesse al re di Francia. Avea quindici anni. quando
Pitt, figlio, facendo stupire i professori dell'Universit di Cambridge collo
studio indefesso e coll'intelletto universale, imparava a far dimenticare la
fama paterna; quando Foxe nei danari che il pi bizzarro ed azzardoso dei
padri gli dava per tentar la fortuna al giuoco, e nell'oceano della vita, nel
quale immaturo si gett come a nuoto, trov il segreto della futura sua
grandezza, mescendo il punch alle filippiche nel greco di Demostene; quando
Rousseau, dando in luce opere di sovrumano concepimento e abbaglianti di forma
incomparabile, nel punto stesso che scandolezzava le sane menti con atti
ingiuriosi alla dignit d'uomo, pareva che s'affannasse a far creder vera
quella definizione del Sarpi, essere l'ingegno una malattia del cervello;
quando Robespierre, ancora fanciullo, leggendo avidamente Gian Giacomo,
apprendeva l'odio contro tutte le istituzioni sociali, e l'idea nuda ed
innocua del filosofo pensava a tradurre in ferro ed in fuoco. Aveva
diciassette anni quando per la prima volta s'introdusse la coscrizione
militare, e ventitr quando Maria Antonietta spos il Delfino di Francia e si
concluse la pace al Congresso di Teschen. Era giovane fatto allorch a Venezia
conobbe Foscarini, e il vecchio Zeno e il Tiepolo, il pittore e il poeta, e il
Canaletto, e l'abate Chiari, e Goldoni giovinetto e Carlo e Gaspare Gozzi; a
Roma ud il Miserere dell'Allegri, a Napoli assistette al fiasco dell'Armida
di Jomelli. Fece una rissa ferocissima di parole con l'Alfieri a Torino. A
Milano conobbe tutti quanti. Sparl del prossimo con Casti, stette serio con
Parini, fece pazzie col pittor Londonio, sovvenne di danaro il poverissimo
Biondi, il ritrattista per eccellenza, che non mangiava per comperare i
pennelli. Quando ci trovammo due o tre volte a fare con esso lui qualche giro
sulle mura di porta Orientale, ne' giorni che le mille carrozze sfilano in
gala, era bello a sentirlo dire: Di quel signore ho conosciuto il bisavolo;
quello l che or va in carrozzino dee la sua prima fortuna alla roletta;
quello l che va col tiro a quattro la deve ad una birbonata. Ne' giorni del
perdono all'Ospedale Maggiore, quando sono esposti i ritratti dei benefattori
di tre secoli, si piantava con soprassalti di gioia davanti a taluno di que'
venerandi vecchioni del secolo passato, e diceva: questo somiglia, quello
no...; e tosto una biografia, un racconto pieno di accidenti curiosi, di
quelli che la storia ignora e pur basterebbero a far la storia vera. Un giorno
che si stava innanzi al ritratto del dott. Macchi, di colui che visse in
povert quasi d'accattone per lasciar all'ospedale tutto quanto ebbe dal padre
e raccolse dalla sua professione di notajo, dopo averci narrati molti
particolari di quell'uomo, che pecc d'avarizia in vita, per essere insigne
benefattore in morte, d'improvviso soprastette dicendo: Vi ricordate di quel
tale che la prima domenica di quaresima abbiamo veduto nel carrozzino di gala
sulle mura di porta Orientale, e di cui abbiamo tenuto alcuna parola? Ebbene,
questo notajo fu quegli che scrisse la minuta di un testamento che doveva
esser trascritto da uno zio del padre del padre di quel signore. Del quale
pronunci il nome che noi non ripeteremo; ch molti dei personaggi che faranno
parte della nostra epopea in veste da camera, hanno l'obbligo di costituire
una societ anonima.
Quando il novantenne vegliardo lev gli occhi dal ritratto del dottor Macchi:
Se verrete da me, soggiunse, fra qualche giorno, vi racconter un fatto
stranissimo, il quale, se pu interessare la curiosit degli oziosi da caff,
pu interessare il filosofo che spasima d'affanno per i mali che l'uomo ha
inventati onde tormentare s stesso; e pu battere alla porta della giustizia
e illuminarla, e illuminar persino la sapienza legale.
Ma qui ci conviene lasciare il nostro decrepito amico, che tante volte
accompagnammo a veder l'Arco della Pace e a far il giro de' bastioni; e poi,
in pi angusto cerchio, e sotto i tigli de' pubblici giardini, abbiam
sostenuto del braccio quando non poteva pi soddisfare al suo orgoglio di
camminare isolato; e soltanto continuava a dispiegarci lo sterminato volume
contenente uomini e cose vissuti e avvenute in cento anni, ripetendo sempre
quel suo intercalare: La mia memoria  una valle di Giosafat tutta affollata
di maschere. E dal bel mezzo del secolo XIX ora ci convien saltare nel bel
mezzo del secolo XVIII, e recarci al Teatrino del palazzo Ducale, a quel
Teatrino che lasci per molto tempo il nome al successivo della Canobbiana;
col udremo la musica della Semiramide riconosciuta del maestro Galuppi, e
vedremo a danzare la bellissima Gaudenzi... quella che fu la madre del nostro
decrepito amico.

II

 dunque la fine del carnevale dell'anno 1750, e ci troviamo nella platea del
Regio Ducal teatro di Milano, detto volgarmente il Teatrino. Mancano pochi
momenti alle due di notte, le otto dell'odierno orario. Le sedie della platea
sono tutte quante occupate; il semicerchio che corre dall'ultima fila delle
sedie alla porta d'ingresso  affollato. Al davanzale dei palchetti
s'affacciano dame e cavalieri; e succede, in una parola, tutto quello che
avviene anche oggid in que' dieci minuti che precedono l'incominciamento di
uno spettacolo ne' nostri teatri. Ma se in un teatro e in un pubblico sono
perpetue alcune abitudini, non per questo si confidi un pittore di poter
ritrarre lo spettacolo di quella sera, regolandosi con quello che vediamo
oggi. Il teatro Ducale, meno ampio del teatro Carcano, con quattro ordini di
palchi, era sovraccarico d'ornamenti barocchi. Volute in oro e vermicelli e
ghirigori e nastri, colle indispensabili maschere della tragedia e della
commedia, l'una trapassata in un occhio dal pugnale di Melpomene, l'altra
colla bocca sghignazzante piegata in arco. Il velario  un Febo in quadriga, a
cui s'attraversa Diana colle bianche sue cerve, forse a significare la lotta
in cui  impegnata la notte per tener lontano il giorno; il tutto nello stile
di un allievo di Tiepolo, che abbia l'immaginazione e il colore e la pratica e
i vizj del maestro, insieme al manierismo ed agli svolazzi del cavalier
d'Arpino. Il sipario rappresenta la primavera, trionfante sopra le altre
stagioni, e coronata da Minerva; bel lavoro dei fratelli Galliari, che oggi
farebbe arrossire i nostri contemporanei della tolleranza onde lasciano che
tutti i siparj de' teatri in Milano offrano a' forestieri la pi misera idea
delle arti nostre. Ma se un amante della pittura poteva congratularsi con quel
sipario, un amante della luce doveva protestare contro il nebuloso crepuscolo
che avvolgeva tutto il teatro. Non v'era lumiera che pendesse dal velario;
qualche luce soltanto usciva dall'interno de' palchetti, tutti messi
sfarzosamente; e, prima che comparissero i ventiquattro becchi di fiamma al
luogo della ribalta, gettavano intorno un poco di albore le candelette che
alcuni, seduti in platea, tenevano fra mano per leggere il libretto
dell'opera. L'abitudine a quelle mezze tenebre aveva per avvezzate le pupille
del frequentatore del teatro a vedere e ad osservare. Tutta la sala era piena;
sui rossi, i verdi, i gialli, gli azzurri, e tutta la variet delle gradazioni
di questi colori, il fiordaliso, il pistacchio, il vigogna, il tortorella,
l'isabella, il tan, il testa di pavone, ecc., onde in qualche modo aiutavano
la poca luce le giubbe, le marsine, i gilets dei messeri buongustaj
dell'opera, adagiati in platea, si distendeva uno strato tutto bianco, ed era
la polvere di cipro di quelle seicento parrucche di varia foggia, e, come
allora dicevasi, costrutte alla reggenza, a tre martelli, alla circostanza. Se
da questa nevicata che copriva tanta variet di colori, si alzavano gli
sguardi ai palchetti, il quadro si faceva pi ancora stranamente pittorico.
Era il tempo in cui le pettinature femminili, che gi avevano cominciato a
rialzarsi sotto alla reggenza, si spingevano a tale altezza, che bene spesso
una testa cessava di essere la settima parte del corpo umano. La contessa
Marliani, bellissima ed elegantissima fra le eleganti di Milano, quando
comparve al suo palchetto in second'ordine vicino al proscenio, mise in mostra
una pettinatura che dalle tempia si alzava quasi un braccio, allargandosi come
una piramide capovolta, sulla piatta superficie della quale erano fiori e
frutti, e due tortore imbalsamate che si beccavano gentilmente. Codesta
acconciatura veniva denominata il puff di sentimento. E se in quella sera il
puff della bella contessa Marliani superava tutti gli altri puff, la gara
aveva generata una tale variet negli oggetti accumulati su di essi, che
sarebbe soverchio tenerci dietro colla descrizione. Pappagalli, aironi,
uccelli di paradiso, foglie e fiori e frutti disposti in modo che una testa
pareva un capitello corinzio; le quali mode, se piacevano alla maggior parte,
tanto che venivano seguite ansiosamente, non per questo cessavano di far
ridere gli uomini di gusto e quegli altri che ridono anche delle cose serie.
 Che ve ne pare delle nostre Milanesi, diceva un giovinotto colla sua bianca
parrucca ad ala di piccione, ad un altro che gli rispondeva in dialetto
veneziano.
 Non sono n pi belle n pi pazze delle veneziane.
 Ma chi  quella dama l che porta la passionata?
La passionata era una delle tante denominazioni che si davano alle mosche e a'
nei onde le gentildonne facevano, quel che si direbbe, la loro professione di
fede; la passionata era la mosca che si portava all'angolo dell'occhio, la
sfrontata quella che stava sul naso, la civetta al labbro, la galante alla
pozzetta, l'assassina all'angolo della bocca. E chi o davvero o per bizzarria
voleva o intendeva di avere le qualit morali rispondenti a quegli aggettivi,
portava una di queste mosche, come un tempo i cavalieri erranti recavano i
motti sugli scudi. Il pi delle volte per non erano che simulazioni, onde chi
avrebbe dovuto aver l'assassina portava l'appassionata, e sempre poi quelle
gentildonne cangiavano posto alle mosche, onde tutte quante in una stagione
riuscivano e passionate e galanti e civette e sfrontate e assassine.
Ma que' due, tenendo fissi gli occhi in quella che recava all'occhio la
passionata, e continuando un discorso incominciato: Colei  una delle nostre
pi infocate dilettanti di musica; del resto non v'ha bella signorina in
Italia, la quale, nel ricevere la visita di un giovane cavaliere, dopo aver
fatto pompa delle sue grazie, non passi al cembalo a cantare un'arietta per
rendersi pi amabile. Quella dama l della passionata pigli molti alla rete
cantando l'arietta, Se tutti i mali miei ed  cos bizzarra che, quando di
recente gli fu presentato un giovanotto per essere il suo cavalier servente,
cos lo interrog sulle qualit che lo dovevano far degno di quel posto:
Signore, sapete la musica? No, quegli rispose. Ebbene, ripigli la dama,
andate ad impararla e poi venite a ritrovarmi. La musica nel mondo galante 
divenuta indispensabile; senza di essa un amante corre sovente pericolo di
cadere in disperazione per non essere in istato di cantare un'arietta. E quel
cavalierino che ora siede rimpetto a colei, fu respinto pi volte dalla
crudele, ed egli sarebbe morto se non avesse imparato a memoria quell'aria del
Buranello:

Ah che nel dirti addio,
Cara, morir mi sento...

che gli salv la vita e cos press'a poco fan tutte... E qui cangiando
discorso, il giovane di Milano nomin a quel di Venezia tutte le principali
belt che in quella sera mostravansi al palchetto: la marchesa Serbelloni con
puff a nastri azzurri, la marchesa Dadda con puff ad airone, la marchesa Litta
con puff a capitello corinzio, la contessa Borromeo del Grillo senza puff, ma
con un sistema di riccioni altissimo e intrecciato con dieci braccia di
nastro, e la contessa Verri e la marchesa Beccaria, ecc., tutte insomma le
arcavole delle nostre pi distinte patrizie. Ma gi i suonatori, incipriati
anch'essi, eran tutti al loro posto in numero di trenta, e il primo violino,
signor Belletti, aveva dato un primo colpo d'archetto. Il maestro Galuppi
soprannominato il Buranello, il quale era il compositore della Semiramide
riconosciuta, stava gi alla sua spinetta, in tutto quello sfarzo di vestito
che era la caricatura di tutte le caricature che si trovavano in teatro.
Seduto tra il contrabbasso e il violoncello, aveva dietro di s due viole da
gamba, strumento soavissimo, che scomparve per dar luogo alle catube, ai
bombardoni, ai serpenti, ai pelittoni, e a tutto il parco di artiglieria della
musica di oggid; e sedevano innanzi a lui due suonatori di flutte, due di
obo, due di corni. Il resto eran contrabbassi, viole e violini.
Quando il maestro Galuppi comparve alla spinetta:
 Costui  il sopracci di tutte le case di Milano, disse uno de' suddetti
interlocutori; chi vuol farsi d'accosto a qualche dama non dee che appigliarsi
alle grandi falde quadrate della sua marsina, ed  tosto introdotto. Come
compositore val pi del nostro Lampugnani, suo collega concertatore, il quale
 un buon ambrosiano e un forte contrappuntista, ma quando non assorda fa
dormire; codesto Buranello invece compone con molt'arte, va in traccia
dell'espressione, e la trova; tuttavia se la sua musica  la scuola dei
professori, ne guaster molti, perch ha troppi passi pericolosi, e convien
essere eccellentissimo nell'arte per collocarli a proposito, com'egli ha
saputo fare.
In questa si alz il sipario e si mostr allo spettatore un Gran portico del
palazzo reale di Babilonia corrispondente alle sponde dell'Eufrate lavoro di
quei fratelli Fabrizio e Bernardino Galliari, che furono i primi fondatori
della nostra scuola scenica, che recaron poscia oltremonte. Essi non
conoscendo tutti gli stili architettonici e non avendo erudizione
archeologica, applicavano il greco-romano dappertutto, in Babilonia, a Menfi,
alla China; ma avevano una tal pratica nella prospettiva e una cos sterminata
immaginazione nel costrutto architettonico e nella combinazione delle linee,
dei contrapposti, degli interrompimenti, delle fughe, che lo spettatore ne
rimaneva abbagliato e anche oggi ne sentirebbe meraviglia. Le scene poi a quel
tempo raggiungevano il pi completo effetto, perch la quasi oscurit della
platea concedeva tutto lo splendore al palco scenico, e la ribalta non ancora
riboccante di fiamme (ch le lucerne ad argand s'introdussero posteriormente)
permetteva che la distribuzione della luce si facesse nel modo pi conveniente
e pi proporzionato alle leggi prospettiche.
Ma lasciando ora i pittori Galliari e la scenografia, dopo la comparsa del
palazzo reale di Babilonia, comparve Semiramide tra gli applausi del pubblico,
Semiramide in abito virile, sotto nome di Nino, ed era la virtuosa signora
Cassarini, che cant il recitativo: Ol, sappia Tamiri, con quel che segue;
dopo del quale venne fuori Sibari, o la seconda donna signora Ghiringhella, e
l s'impegnava un lungo recitativo intercalato di guaiti di violoncelli e
viole, sino al punto che Semiramide, con solenne portamento di voce, diceva
alla seconda donna: T'accheta, ecco Tamiri; e usciva Tamiri, ossia la signora
Giuditta Fabiani-Sciabr; e quando, dopo alquante parole di complimento,
Semiramide s'assideva in trono in mezzo a Tamiri e a Sibari, e una guardia
recavasi sul ponte a chiamare i principi rivali, tosto, preceduti dal suono di
strumenti barbarici, passavano il ponte Minteo, Scitalce e Ircano. Allorch
questi si mostr, successe un movimento nel teatro, come quando il vento
investe una selva, e scoppi di poi un applauso strepitoso e unisono che
pareva fuoco di plotone fatto da un reggimento di veterani. L'opera nel
complesso annoiava anzich no, ch il pubblico aveva ancora nell'orecchie
l'Olimpiade di Pergolese, e l'Artaserse di Scarlatti, rappresentate poco tempo
prima; e non era pago gran fatto n della Casserini, n della Sciabr, perch
esso ricordavasi troppo della voce stupenda della Turcotti, della grazia
dell'Aschieri, del prodigio della Tesi che commoveva irresistibilmente al
pianto, e della soavit dell'Agujari che veniva chiamata il rossignuolo della
scena. Per, essendo inferiori le prime donne di quella stagione, alle altre
che aveva gi sentite, il pubblico si rivolse al nuovo sole che era Ircano,
ovvero il tenore Amorevoli, l'occulta passione delle donne. Applaudito al suo
primo comparire, fece fremere d'entusiasmo la platea ad ogni emissione di
voce; ma il segreto di mettere in pericolo la mente sana degli spettatori se
lo serb all'aria:

Maggior follia non v'
Che, per godere un d,
Questa soffrir cos
Legge tiranna. -

Alle cadenze di questa cabaletta il teatro parve dividersi in due per lo
scoppio d'applausi.
 Vengano ora i musici gridava un giovinotto ora che finalmente questo
Amorevoli canta come un uomo e non come una donna.
Il tenore Amorevoli diffatto fu il primo che, per l'ineffabile dolcezza d'una
voce naturale e pel gusto squisitissimo del suo canto, fece sperare che col
tempo si potesse far senza de' musici. Ma cos non la pensavano i vecchi, uno
de' quali diceva indispettito:
 Tutto va bene, ma bisognava sentire Carestini a cantar quest'aria. Egli aveva
gli estremi dei bassi e degli acuti, tanto che il Ciardini tenore disse, che
voleva farsi evirare per poter cantare il basso come lui.
 E dove lasciate Cafariello? diceva un altro che portava ancora la parrucca a
riccioni; giammai uomo mortale spinse cos lungi l'audacia del canto.
 E Bernacchi il patetico?
 E dove lasciate Egiziello, il grande, l'unico Egiziello, il re
dell'espressione? fu egli che nell'opera Artaserse fece piangere tutta Roma
per questo solo accento:

E pur son innocente.

E dopo lui Guadagni e Salimbeni e Monticelli e Reginelli e Garducci e l'Elisi;
se il men valoroso di costoro fosse qui, codesto Amorevoli non piacerebbe n
poco n assai...
 Intanto si compiaccia a sentirlo.
 Per forza, non c' altri...
E l'opera continu... e Amorevoli dalla voce piena di fascino e dall'aspetto
bellissimo, fu chiamato sei volte al proscenio, dopo che, con un'espressione e
un ardore indicibile, ebbe cantato quell'aria con cui finisce l'atto primo:

Empio fato se m'opprime,
Seguir le mie ruine
Chi superbo mi contende
La belt che mi piag.

Le ultime due volte che Amorevoli usc, tenne fisso lo sguardo ad un
palchetto... Nessuno per n s'accorse, n prese informazione di quell'atto...
Solo il gentiluomo veneziano che teneva dietro alle belt lombarde, guidato
macchinalmente da quello sguardo ad osservare egli pure il palchetto, chiese
all'amico che gli serviva d'interprete:
 Chi  quella bellissima dama l, al numero quattro del second'ordine?
 Bellissima, se avesse imparato a sorridere, e se ricevesse la grazia dalla
bont... Quella  la contessa Clelia V..., odiata dalle donne ed anche dagli
uomini.
 Odiata?
 S, odiata... Sa il latino, il greco e la matematica... e dall'alto del suo
tripode ci guarda tutti come una divinit sdegnata. Mentre il cavalier
servente  dovunque un mobile di casa, ed  adottato da chi lo considera come
un'imposizione della moda e nulla pi, ella non ha mai patito d'averne uno. La
natura le ha messo il cuore in ghiaccio per preservarlo dalle infiammazioni.
 Ha marito?
 Altro che marito! Vedetelo l nel palco dirimpetto...  un ex-colonnello di
cavalleria, fatto con sangue di Spagna e con sangue lombardo. Nobilissimo, del
resto, e ricchissimo; ma serio come un cavaliere del tempo del Cid. Spos la
sapienza, perch s'accorse che la grazia lo avrebbe fatto diventar geloso come
il Moro di Venezia...

III

Il fischio dell'avvisatore, partito dal palcoscenico, fece cessare tutti i
discorsi che si tenevano nella platea e ne' palchetti, e si alz il sipario.
Il ballo di quella sera rappresentava La Morte d'Ercole, del coreografo
Pitraut, colui che aveva destato tanto chiasso a Parigi per aver messo in
ballo il Telemaco dell'arcivescovo di Cambray, nel quale ballo la dea Calipso,
in conseguenza di un passo falso, avea corso pericolo di perdere
l'immortalit. L'azione dell'Ercole si apriva con un grande strepito
guerriero; una folla di popolo annunciava il ritorno d'Ercole che entrava in
cocchio tirato da alcuni schiavi di nazioni diverse da lui soggiogate. Jole
era strascinata dai lottatori; Filoteta ed Ilo stavan seduti sul cocchio ai
piedi d'Ercole. Compariva finalmente Dejanira, la bellissima Gaudenzi. Questa
ballerina destava allora il massimo fanatismo in Europa, non tanto perch
fosse d'una bellezza abbagliante, ma perch nell'arte sua era un'eccezione
alla regola, ovverossia poteva servire di regola tra gli abusi. La critica
sapiente, che allora usciva a protestare in opuscoletti, si lamentava forte
che i compositori de' balli andassero lontanissimi dalla natura; ma pi ancora
si lagnava degli esecutori. Tutta l'arte de' ballerini in generale si riduceva
alla capriuola. Non si trattava pi di ballare, ma di andare in alto, e quegli
che pi s'approssimava al cielo del teatro passava per il pi bravo. Il
ballerino Sauter, per far vedere al pubblico la forza delle sue gambe, si
propose in un gran ballo eroico, dopo aver fatto duecento capriuole ed
altrettanti tours de jambes, di cadere in  plomb sul piede dritto, e di
starvi per otto minuti in equilibrio, affine di dar tutto il tempo alla platea
di battere le mani. Questi salti eran tanto pericolosi, che bene spesso in
teatro succedevano grandi inconvenienti, e in quella medesima stagione a cui
ci troviamo, nello stesso ballo della Morte d'Ercole, una divinit, facendo
uno sforzo pantomimo, prese cos male la sua misura, che si precipit
nell'orchestra, dove ruppe sei istromenti, disordin quindici parrucche, gett
a terra il violino di spalla, cui poco manc che uccidesse invece di
fracassare s stessa; avvenimento, che per quello che poi sapr il lettore,
fece cadere in deliquio la bella Gaudenzi. Ma continuando a parlar dell'arte
della danza a quel tempo, non parea vero che i compositori de' balli, che
volevano far effetto affrontando qualunque assurdit e mettendo in pericolo la
vita dei loro esecutori, trovassero ballerini e ballerine, e ricche e
sospirate dal bel mondo, che si adattassero a sfigurarsi e a diventar furie
sulla scena. La celeberrima Campioni e la milionaria Curz, a forza di
contorsioni e movimenti irregolari, finito il ballo, diventavano deformi a
segno da far paura; i loro occhi si facevan torti e biechi, si tramutavano le
loro fattezze e lor fuggiva il colore. Non cos la Gaudenzi. Il nostro amico,
parlandoci un giorno di sua madre, ci fece vedere un libro, che teneva
carissimo, nel quale davasi di lei il seguente giudizio: Anche nel bel mondo
ballante si trovano le rare fenici. La Gaudenzi  una di quelle; ella balla
con agilit inarrivabile, con elegante portamento e con brio vivacissimo; il
corpo suo  s ben formato che sembra fatto per ballare.  grande attrice
pantomima; con un volto oltre ogni dire bellissimo esprime al vivo le diverse
passioni dell'animo, la tenerezza, il dolore, lo spavento, l'allegria, il
furore. Noi siamo inclinati a credere che l'autore dell'opuscolo, stampato a
Milano dal Motta, dove stanno queste parole, fosse uno spasimante della
Gaudenzi, e che per caricasse le dosi; tuttavia viene una gran voglia di
credergli, quando si pensa che tutta Europa andava perduta dietro a codesta
Gaudenzi, mentre pure aveva uno stile di danza contrario a quello allora in
voga. Ma se ella poteva danzare con ragionevolezza d'arte, non poteva far
scomparire le assurdit della composizione coreografica; per nel nuovo ballo
del Pitraut, dopo essersi gettata nelle braccia dello sposo Ercole, doveva
adattarsi a ballare un pas de trois con lui e con Jole, e solo poteva mettere
in atto tutte le riforme ch'ella avea introdotte nella danza quando eseguiva
l'a solo. Ella avea compreso che la danza non  altro che un'arte plastica
viva e vera, in cui la figura umana, dotata di forme bellissime, s'atteggia a
consigliar pose e movenze e contorni eleganti alla pittura e alla scultura.
I pittori Galliari, che non s'interessavano gran fatto alla musica, nell'ora
che danzava la Gaudenzi, erano assidui ad osservarla, stando fra le quinte; e
noi abbiam veduto un disegno a penna d'uno di loro, dove  ritratta la celebre
danzatrice in costume di Dejanira, adagiata su d'un letto di cespugli, in
preda al dolore. Quantunque per, nel massimo imperversare dell'arte barocca,
ella avesse tanta purezza di atteggiamenti, non aveva il coraggio di omettere
l'entrechat propriamente detto, perch voleva far tacere le ballerine rivali,
le quali, se ometteva la capriuola, l'accusavano di poca agilit nelle gambe.
Sapeva dunque soddisfare in un punto e alle esigenze legittime della bellezza
assoluta, rivelando forme d'indescrivibile perfezione, e ai capricci della
moda, e alle pretese dei compositori. Del resto, se ella era abilissima come
danzatrice, riusciva inarrivabile come attrice, e sapeva provocare il vero
orror tragico, quando, nell'ultima scena del ballo, mentre Ercole ardeva nella
camicia funesta, ella entrava come forsennata, e, non potendo reggere allo
spettacolo straziante, si uccideva. Se non che tutte le sere doveva risuscitar
tosto per uscire al proscenio (non si potevano contar le volte), a ricevere le
dimostrazioni di un pubblico che andava in delirio; e, dopo calato il sipario,
il palco scenico abusivamente era invaso dai giovani zerbinotti, che recavansi
a farle tributo dei loro omaggi e a lasciarle un tappeto di rose e viole sul
pavimento del camerino, dov'ella gentile e spiritosa e vivacissima dava belle
parole a tutti, e occhiate che parevano significare quel che non volevano
dire. Veduta da presso, la Gaudenzi non scapitava d'un punto dell'effetto che
produceva a chi la guardava dalla platea; ch veramente era dessa di una
perfetta belt. Aveva la capigliatura biondo-cupa increspata e prolissa, la
quale nella sua schietta natura non potea vedersi che nel momento in cui,
attendendo a dar parole, scioglieva i capegli per poi foggiarli anch'essa nel
puff di convenzione. Aveva occhi azzurri, bocca e mento e contorni della
purezza pi completa; soltanto il naso, come quello della greca Aspasia,
sopravanzava d'alquanto il confine stabilito dalle scuole accademiche. Ma
quegli occhi azzurri e quel naso erano un argomento di censura per le altre
belt invidiose, segnatamente del ceto patrizio. La contessa Marliani
affermava, sdegnosissima nella sua convinzione, che non pu essere una belt
perfetta chi non ha gli occhi neri; la quale asserzione diede luogo ad una
disputa de' begli spiriti che recavansi alla sua conversazione. Fu persino
convocata una consulta di pittori per decidere in proposito; e avendo essi
sentenziato in favore degli occhi azzurri, quasi corsero il pericolo di
perdere il loro posto alla tavola di casa Marliani. Ma anche noi che
scriviamo, avremmo perduta l'amicizia della contessa perch le avremmo detto
che, se gli occhi neri lampeggiano in virt della legge dei contrasti, gli
occhi azzurri risplendono per virt propria; le avremmo detto che la pupilla
azzurra sdegna la mediocrit, vuol bellezza perfettissima di linee nel
sopracciglio e nella cassa dell'occhio, mentre la pupilla nera s'appaga invece
anche di linee irregolari; che l'occhio nero non avendo un colore, non ha
sempre n variet n nobilt n iridescenza n riflessi, sia dalla luce
esterna che dall'intima luce dell'anima; ora tutte queste qualit avevan gli
occhi della Gaudenzi, occhi esercitanti un fascino, che poteva persino sembrar
colpevole a chi non conosceva l'indole di quella donna.
Ma intanto che i cavalierini incipriati stavano indugiandosi alle soglie del
camerino della Gaudenzi, in aspettazione dell'ultima occhiata, e tutti nella
speranza che quell'occhiata significasse una scelta, senza, del resto, arrivar
a comprendere che la Gaudenzi era sudatissima e sentiva il bisogno di
spogliarsi e rivestirsi, e nel suo segreto, pur conservando l'amabilit
dell'azzurra pupilla, li mandava tutti al diavolo, s'intesero voci d'alterco
sul palco scenico. Ad un illuminatore, che passava in quel punto, tutti que'
gentiluomini si volsero per domandarli di che si trattasse:
  il signor Amorevoli che non vuol pi cantare...
 Come, come?
 Per questa sera, no.
 Ma perch?
 Dice di star malissimo, e i medici, richiesti dai cavalieri ispettori,
dichiarano invece che non  mai stato cos bene; ed egli ha minacciato di
bastonar tutti quanti, cavalieri, ispettori e medici... e senza dir altro e
sghignazzando di gran voglia, l'illuminatore passava oltre. Allora gli
spasimanti della Gaudenzi s'allontanarono dalla loro vittima e mossero a
spingere un occhio e un orecchio curioso al camerino del tenore. Ma tutto era
tornato nella pi perfetta calma. In conclusione, convenne fare la volont del
tenore, il quale dichiarava che, quand'anche non avesse la febbre richiesta
dai regolamenti del teatro, pure non poteva spingere la voce al di l del sol,
aveva compromesso il la, e sarebbe stata una imprudenza solamente a parlare
del si e dei falsetti. Cos, dopo alcuni momenti, usc l'avvisatore a gridare
dal proscenio, in mezzo ad un silenzio di tomba:
 Per improvviso abbassamento di voce del tenore signor Amorevoli, si
ommetteranno nel secondo e nel terz'atto tutti i pezzi d'Ircano. -
Non  a dire come rimanesse percosso da questa notizia tutto quanto
l'uditorio, il quale, per non saper come sfogare il dispetto, fischi
disperatamente l'avvisatore, il quale si ritrasse con un volto pieno
d'indifferenza, di calma e d'ironia; con un volto che pareva quello di Socrate
quando si alz a sfidare le risate della folla d'Atene. Tanto in qualche cosa
giova essere gli ultimi per assomigliare ai primi.
Ma tornando all'Amorevoli, noi, al pari dei medici del teatro e dei cavalieri
ispettori, siamo inclinati a credere che in quella sera egli avesse una salute
di ferro e una voce a tutta prova.
Seduto di fatto nel suo camerino innanzi ad uno specchio, stava
disbellettandosi; e ridendo tra s, pareva che godesse di un trionfo ottenuto.
Entrava in quella il servo universale del palco:
 Si va dunque a casa?
 Prepara il mantello e gli stivali, Zampino.
 Gli stivali?
 Gli stivali ed il mantello... S.
 Ecco il mantello.
 Tu vuoi assaggiare la mia canna, eh?
 Non sono il medico del palco scenico.
 Porta via dunque questo drappo rosso, che fa uscire il sole anche di notte...
e prepara il mantello nero, bestione.
 Vuol l'amo o le reti, signor Angelo?
 Bada a te, Zampino. E Amorevoli si alzava aspergendosi il volto e le mani
d'acqua odorosa, e mettendo in mostra una camicia tutta gaja di preziosissime
trine, e un pajo di calzoni di raso turchino con punte d'argento. Si adatt il
gil, che pareva un mazzo d'ortensie, mise gli stivali di rnarocchino nero con
rovesci azzurri come i calzoni, infil la marsina variopinta come una squama
di serpente, si calc il cappellino a tre punte sulla parrucca alla
circostanza, e si gett il mantello sulle spalle. Dopo aver detto a Zampino:
Preparati ad accompagnarmi col lampione usc dal camerino, e recatosi sul
palco scenico, nel momento che era calato il sipario, dopo i frammenti del
second'atto, mise l'occhio ad un buco del telone, e guard al numero quattro
in second'ordine. Il palco era vuoto... egli soffregossi le mani e ripart
queto, uscendo per la falsa porta del teatro. Zampino lo seguiva senza far
parola, col lampione che gi aveva acceso.
Lasciato il teatro, Amorevoli volse il passo verso la contrada Larga... alla
quale rispondeva una porta del teatro per dove uscivano i proprietarj de'
palchetti. Molti carrozzoni erano l in fila, e i cocchieri aspettavano di
esser chiamati dal lacch della propria casa.
 Casa Borromeo, casa Litta, casa Marliani, casa Gambarana, casa Annoni, casa
Belgiojoso, casa Sanazzaro, casa Bossi, casa Taverna... gridavano essi di mano
in mano che i carrozzoni si facevano innanzi.
Amorevoli si ferm sull'angolo della contrada delle Ore, porgendo orecchio
alle voci rauche di quei poveri lacch che facevan venire innanzi le carrozze
in processione.
 Casa Verri, casa Beccaria, casa V...
Amorevoli stette un istante senza far motto, gett il mantello alla veneziana
intorno alle spalle, ascolt il cupo e pesante romor delle ruote di
quell'ultimo carrozzone che s'allontanava.
 Quante sono le ore? chiese poi a Zampino.
 Manca poco a mezzanotte.
 Vieni che faremo una passeggiata per la citt.
 A quest'ora?
 A quest'ora e partirono.
Camminarono una mezz'ora buonamente... Zampino di tant'in tanto diceva ad
Amorevoli:
 Ma che si fa?...
 Bada a te... e attendi a servirmi bene e vennero a Poslaghetto. Col era
un'antica osteria, donde partivano grandi schiamazzi e canti e villotte...
 Che diavolo c' laggi, Zampino?
 Siamo agli ultimi di carnevale, signore; saranno i compagnoni della Badia de'
facchini.
 Benissimo. Ora va' a mangiare il tuo boccone in quell'osteria, e attendimi
l...
 Non devo accompagnarla?
 No.
 Ma e se?...
 Va' a mangiare il tuo boccone... e Amorevoli part solo.
Pareva praticissimo di quel gruppo di contrade, e difil dritto ad una cinta
di un gran giardino. Era il giardino del palazzo V..., nome che dobbiamo
tacere, avvertendo solo, a scansare equivoci, che aveva desinenza spagnuola, e
che una volta aveva probabilmente dato l'appellativo ad una contrada.
Faceva una notte di febbrajo limpida e stellata... e dal dietro della cinta si
vedeva la sontuosa facciata di un gran palazzo antico, Da due finestre, poste
tra loro a molta distanza, ai lati estremi di quel palazzo, trapelavano due
lumi. Un altro lume trapelava pi in lontananza da una casetta modesta, che
rispondeva ad un giardino confinante a quello della casa V..., il qual
giardino apparteneva al palazzo del marchese F... che era morto la mattina di
quel giorno; due lumi luccicavano a due balconi di quello stesso palazzo. Il
lume della prima finestra del palazzo V... rischiarava la stanza della
contessa Clelia che vegliava...; quello della seconda finestra rischiarava la
camera dell'ex-colonnello conte V... che gi dormiva; il terzo lume, che
traspariva dalla finestra della casa modesta, rischiarava l'alloggio della
ballerina Gaudenzi, che s'era acconciata l per esser vicina al Teatrino
Ducale e che in quel momento stava mutandosi la camicia.
Delle ultime due fiamme, l'una illuminava un lenzuolo in cui era avvolta la
salma patrizia del marchese defunto; e l'altra una mano di gente venale,
pagata la notte a far compagnia al morto.
In quello spazio misurato dall'occhio del tenore Amorevoli non scintillavano
che quelle cinque fiamme... Esso le cont macchinalmente, e scavalc il
muricciuolo di cinta,

E con un'ansia incognita
Ebbe la debil orma accelerato
E in alto..................................
Scintillava il beffardo occhio del fato.


IV

La contessa Clelia era sola nella sua stanza da letto, di cui gli addobbi e
gli ornamenti, sovraccarichi di sfoggiata ricchezza, fuor delle leggi del buon
gusto,  pi facile che un uomo d'immaginazione se li dipinga, di quello che
li descriva un galantuomo di null'altro temente che di riuscir nojoso a'
lettori. Tuttavia in quelle linee contorte e peccaminose del barocco, e in
quell'oro condensato senza risparmio in forme d'ornamenti, c'era qualcosa che
poteva parlare alla fantasia, e tanto pi in quanto in mezzo ad essi spiccava
una donna cos severa e cos bella, bella di quella bellezza di rigida
perfezione che lascia placidissimo il cuore, ma che provoca lo spirito
d'osservazione in menti avvezze ad esaminare le opere dell'arte. Pure non si
potea dar figura che fosse meno adatta a quella stanza; ch l'una e l'altra
rappresentavano due stili di due periodi opposti e nemici tra loro. Il volto
della contessa apparteneva a quello stile greco-romano che non sopporta
transizioni di scuola; e siccome in quell'ora in cui vegliava, ella si era
lasciata cadere l'alta acconciatura de' capegli, dai quali, ravviati un
momento prima dalla cameriera, era scomparsa anche la cipria, cos a quelle
volute contorte del Borromini e del Fumagalli faceano pi cruda antitesi
quella fronte quadra, quei piani delle guancie modellati a rigore, come quelli
d'un cammeo antico, quel mento romano che richiamava il mento appunto della
Clelia, quando passa il Tevere, disegnata dall'improvvisatore Pinelli, quel
naso rigorosamente giusto e ad angolo retto, il quale insieme cogli occhi
grandi e neri e di lento giro, e colle palpebre prolisse e co' sopraccigli
arcuati e folti, pi forse che nol comportasse la delicatezza muliebre,
generava quel tutto che sarebbe necessario a dipingere una Minerva
convenzionale. Occhi tuttavia e sopraccigli e palpebre, che pur di sotto al
rispetto quasi disgustoso che imponevano, e alla fuga in cui mettevano ogni
pensiero giocondo e gaio, potevano, in certi momenti e a seconda di certe
nature, provocare strani pensieri e sommovere il senso voluttuoso.
La fronte per, quasi sempre corrugata, di quella gentildonna e certe
protuberanze che, preziose sotto alla mano del frenologo, recano sempre offesa
alla completa bellezza per l'occhio dell'artista, potevano venir in soccorso
onde spegnere la seduzione. Ma da quella fronte, senza saperlo, i rigidi
parenti (di cui, per esser fidi ad un sistema di prudenza, sopprimeremo al
solito il nome del casato), avean preso consiglio per dare alla fanciulla
Clelia una educazione che fosse distinta oltre il consueto, a ci poi
singolarmente sollecitati da un dottissimo abate, un tal Carlantonio Tanzi,
stato precettore al fratello della contessina, il quale, non trovando pi
nessuno a cui comunicare la sua dottrina, pens fare di lei un oggetto di
esercitazione scientifica pe' suoi vecchi anni, e una meraviglia del gentil
sesso. Ad ogni modo, l'abitudine di introdurre le fanciulle a discipline non
fatte pel sesso grazioso, nel secolo passato, secolo delle esagerazioni e
delle cose a rovescio, fu comune pi che non si creda. Era il barocco
applicato all'educazione, per cui alle fanciulle si gonfiavano le teste a
spese del cuore, e si riduceva la scienza a ricovrarsi per forza all'ombra de'
guardinfanti. Molte donne, nel secolo passato, studiarono filosofia,
giurisprudenza, matematica; talvolta, qualche stragrande ingegno, fece parer
sapienza cotale pazzia, e valga per tutte quel prodigio della Gaetana Agnese;
ma pi spesso furono anomalie di sterilissima dottrina, rigonfiata da orgoglio
infelice. La contessina Clelia pertanto, dal dotto abate che non aveva cavato
nessun costrutto dal fratello di lei, fu incaricata di far le sue veci e di
rappresentarlo al consesso dei dotti. A dieci anni la contessina, oltre alla
lingua francese, che si parlava abitualmente dal conte padre, il quale tante
volte s'era trovato a Parigi confuso nella folla dei cortigiani del gran
Luigi, conosceva la lingua latina; e il prof. Branda, quello col quale ebbe
accanite dispute il giovane Parini, fu invitato dal prete Tanzi a sentir la
contessina Clelia tradurre l'orazione di Cicerone Pro Archia e il Sogno di
Scipione, e recitar a memoria uno squarcio di Lucrezio De rerum natura. Non
istupisca il lettore: ch Voltaire mandava gi il figurino da Parigi; e il
professor Branda, lodata al conte padre la contessina miracolosa, consigli
l'abate Tanzi ad insegnarle anche la lingua greca... e la lingua greca fu
imparata; poi quand'ella ebbe sedici anni, apprese matematica insieme col
giovane Paolo Frisi, quello che fu in seguito autore del trattato De gravitate
universali corporum, e in questa scienza, ajutata da un naturale ingegno e
sollecitata da quelle prove di distinzione onde si vedeva circondata ogni qual
volta trovavasi colle altre fanciulle patrizie sue coetanee, fece tali
progressi, che fu introdotta persino all'intima confidenza di Urania; di modo
che nella notte a cui ci troviamo, quantunque la contessa pensasse assai pi
di quello che leggesse, pure si teneva sul tavoliere di lapislazzulo, insieme
coll'opera di Boscovich De maculis solaribus, e all'altra d'Eulero Nov tabul
astronomic, il famoso trattato sulla processione degli equinozj, che
d'Alembert aveva pubblicato due anni prima; del qual d'Alembert ella sapeva
tener dietro, senza scontorcersi, alle dimostrazioni; tantoch avrebbe potuto
ripetere ad un consesso di dotti, come gli assi dell'ellisse descritta dal
polo dell'equatore sieno fra loro come i coseni dell'obliquit dell'eclittica
ed i coseni del doppio di questa obliquit. Ma i coseni dell'obliquit
dell'eclittica non bastavano a render felice una bella donna di venticinque
anni. Sette intanto ne eran corsi da che era stata fatta sposa
all'ex-colonnello conte V..., senza mai averlo veduto prima, senza avere
dell'amore e delle questioni aderenti, altre idee che quelle che sono
depositate ne' classici latini; idee che non poterono avere uno sviluppo
intero, compresse come vennero dall'algebra e dalla geometria, due scienze pi
infeste della brina ai primi germogli dell'affetto. Spos dunque
l'ex-colonnello che aveva quattordici anni pi di lei. Egli vantava un gran
casato, una grande ricchezza, e brillavagli inoltre sull'uniforme di parata un
segno che attestava il suo valor militare. Era serio, era dignitoso, parlava
poco, ma dalle poche parole trapelava la stima profonda che aveva della
giovinetta prodigiosa. Ond'ella, quando i rigidi parenti proposero il
matrimonio, consent e prov anche qualche sussulto che non veniva n dalla
geometria n dall'algebra, ma fu un sussulto di brevissima durata, e la
scienza dovette colmare i vuoti lasciati dall'affetto vero. D'altra parte  a
tener conto d'una cosa. Non tutte le creature umane raggiungono la maturanza
un punto medesimo. L'abitudine agli studi severi, quel non riposarsi mai su
pensieri e desiderj erotici, aveva ritardato il completo sviluppo della
contessa. Fu necessario il tempo, pi che il sole di un'anima appassionata, a
togliere l'acerbit a quel frutto. La giovane contessa era alta, era ben
fatta, era bella parliamo d'allora che and a maritarsi ma le mancava
quell'arcana virt della donna, che non si sa da chi e da che, e come e quando
venga provocata.
Noi non possiamo dire precisamente in qual periodo della vita della contessa
Clelia abbia incominciato codesta misteriosa virt, ma pare che sia stato tra
l'anno ventiquattresimo e il ventesimoquinto della sua et; nessuno per
s'accorse di questo, perch nessuno poteva sospettare che fosse una virt
l'eccessiva acerbit ond'ella esprimevasi parlando sia cogli uomini sia colle
donne. Un fatto solo notarono tutti, e uomini e donne: ch'ella era cresciuta
in belt. S'era fatta pi maestosa nel volto, s'era arrotondata ne' contorni
del corpo, soltanto negli occhi era diventata pi seria. Del resto, chi mai
non potesse capacitarsi del come una donna possa essere pi bella a
venticinque anni che a diciotto, sappia che la contessa Clelia non aveva mai
avuto figli; e che i parti e il latte guastano un bel corpo di donna pi che i
classici latini e i trattati d'astronomia. Quantunque per crescesse di
maestosa bellezza e di attraenti rotondit, non per questo nessuno presumeva
che la giovent galante le si facesse dappresso. Ella non era che ammirata
quando non era temuta, ed era temuta quando non era odiata; ch vi sono tali
belt a questo mondo, sia maschili sia femminili, che raccolgono tanto meno
quanto pi hanno di perfezione nel loro aspetto. Sono conquiste considerate al
di sopra di ogni forza volgare, epper lasciate in disparte come imprese
disperate; donne condannate tutta la vita a desiderare e ad essere desiderate,
a tormentare e ad essere tormentate per finire i vecchi anni tra le
reminiscenze di una gloria vanitosa senza felicit. Nessuno adunque dei bei
giovani di Milano osava avvicinarsi alla contessa, quantunque taluno de' pi
audaci s fosse azzardato persino a dire all'amico: Che bella donna!! N  da
credere che facesse paura il grave e superbissimo suo marito ex-colonnello,
tutt'altro: la paura non veniva che dalla maest soverchia della bellezza di
lei, e da quelle parole piene di sapienza riposta ond'ella faceva ammutolire
tutti quelli che le si avvicinavano, e dal sospetto ch'ella fosse pi sapiente
ancora di quello ch'ell'era. Ma come pot adunque un tenore?... Noi stavamo in
aspettazione di questa domanda, per la soluzione del problema eccola qui.
Nel famoso 18 brumajo, Bonaparte, che pure era passato imperterrito attraverso
alla flottiglia inglese, fidente nel proprio destino, per giungere in tempo a
Parigi onde recarsi in mano le redini di tutta la cosa pubblica; quando si
tratt di abbattere il Consiglio de' cinquecento, si smarr e parve minor di
s stesso, e nessuno de' suoi coraggiosi fautori, nemmeno il fratello Luciano,
avrebbe osato disperdere quel formidabile Consiglio. Chi seppe far tanto?
Colui che aveva men testa di tutti, colui che ripeteva il suo coraggio dalla
spavalderia militaresca, e affrontava il pericolo per non saperne misurar le
conseguenze. Fu Murat, che, alla testa de' suoi granatieri, a bajonetta in
canna, entr nel Consiglio, e i membri dovettero discendere dalle finestre...
con che le sorti di Napoleone furon fermate. I grandi fatti giovano a spiegare
i piccoli, e viceversa, per la contessa Clelia che riusciva a' cavalieri
milanesi pi formidabile del Consiglio dei cinquecento, non fece nessuna paura
al tenore Amorevoli, il quale anzi s'incalor delle difficolt, e fatto
baldanzoso dalla lunga lista de' proprj amori fortunati e reso intraprendente
dalle sopracciglia folte della contessa che gli richiamavano le sue belle
compatriotte di Trastevere (perch il tenore Amorevoli era nato a Roma), fece
quello che fece poi Murat, mezzo secolo dopo, col Consiglio dei cinquecento.
Nelle serate musicali che si tenevano o nell'una o nell'altra delle case
patrizie di Milano, Amorevoli era pregato, supplicato a intervenire, ad
imbalsamar tutti quanti col suo dolcissimo canto. La contessa Clelia, come di
prammatica, era sempre intervenuta a quelle serate, e ad onta dell'algebra che
le faceva usbergo al cuore, si sent penetrare da quella voce, n fu la sola a
subire quel fascino. Tutte le gentildonne leggiadre che si trovavan l a bever
l'onda soave, avrebber battuto moneta falsa per quel fatal Romano, il quale le
salt via tutte e s'accost alla sola contessa Clelia. Amorevoli non era uomo
di sterminato ingegno nessuno durer fatica a crederlo; non era troppo forte
in letteratura nemmen questo  improbabile; anzi bisognava si facesse ajutare
per afferrar bene il concetto dei paragrafi de' contratti teatrali, e pi
ancora per comprendere alcune strofe dei libretti di Metastasio; ma l'arte di
far all'amore  appunto un'arte, e non una scienza;  in essa che l'istinto va
innanzi a qualunque studio, e l'istinto conosce le vie segrete e le percorre
da padrone; d'altra parte Amorevoli non mancava d'una certa drittura naturale,
e quando parlava, parlava bene e con quell'accento l dei romaneschi...;
lingua toscana in bocca romana... il proverbio  antico, e i proverbj sono la
sapienza del genere umano... e la verit di quel proverbio riusc fatale alla
contessa... Infelice!!
Perfino il gobbo Tacchinardi, gobbo e vecchio, fece impazzir qualche donna col
veleno imbalsamato della sua voce: pensi or dunque ognuno che brecce doveva
aprire Amorevoli, giovine di ventisei anni, bello, elegante, con certi occhi
in cui la penetrazione pareva nuotare nella volutt, con una voce che, anche
allora solo che parlava, era gi musica, e con quegli accorgimenti del serpe
flessuoso che avvolge e stringe pur continuando a dispiegare la pompa della
sua variopinta veste. Cos la scienza fu investita dall'ignoranza, e la
matematica fu messa a giacere dalla melodia. Il lettore non pu immaginarsi il
dolore che noi ne proviamo.


V

Ma tornando ai fatti, in quella notte in cui la contessa vegliava, non per
amore della scienza, siccome pare, ma per amore di qualche altro oggetto, e in
cui Amorevoli stava seduto su d'un sasso cui faceano spalliera foltissimi
carpini, che a lui servivano e di paravento e di paraluna nel tempo stesso,
doveva succedere uno di quei contrattempi che e' si direbbero espressamente
concertati dalla perfida malizia della fortuna, uno di que' contrattempi pe'
quali si  convenuto di dire che talvolta il vero non  verosimile. Non era la
prima volta che Amorevoli, saltando pel muro di cinta, recavasi nel giardino
di casa V... dopo mezzanotte, ovvero sia dopo finito il teatro; e non era la
prima volta che la contessa, quando batteva un'ora all'orologio dell'Ospedale
Maggiore, discendeva nella biblioteca situata al piano terreno del palazzo, la
quale, per un grande finestrone arcuato, rispondeva al giardino; finestrone
difeso da un'inferriata a modo di cancello, tutta messa ad oro e foggiata a
ricchissimi rabeschi. La contessa, stando di dentro, sentiva le proteste
d'amore dell'infuocato Amorevoli, il quale protestava inoltre contro quel
cancello che non aveva mai voluto essere aperto, e che serviva alla contessa e
di parlatorio e di fortino. Come, del resto, e quando donna Clelia e il tenore
della stagione di carnevale siensi dati l'intesa per trovarsi a que' notturni
abboccamenti  quello che non si sa. Allorch il destino iniquo ha stabilito
che succeda quello che non dovrebbe mai succedere, offre egli stesso le
opportunit, consiglia i mezzi, tende le reti, suggerisce le parole,  il
Figaro pi scaltro e pi disinvolto e pi briccone di tutti, tra due individui
che cogli occhi si son detti quello a cui non basterebbero cento sonetti del
Petrarca. Quale adunque sia stato il momento e quale il modo con cui que' due
concertarono la maniera per trovarsi insieme, non  ci che pi importa di
sapere. Ma il fatto sta che allorch in quella notte di febbrajo suon quella
tal ora, la contessa discese, e Amorevoli si alz dal sedile di sasso e si
tolse d'intorno al volto il ferrajuolo, e nell'esaltazione affront anche il
chiaro di luna quando sent aprir la vetriera; e cos in meno d'un lampo fu
l, e nella sua, sebbene con renitenza ineffabile, stette la morbida mano di
donna Clelia; di donna Clelia, che, ignara, di tutto, fuorch di quello che 
men necessario alla donna, e versando allora come attonita in un mondo di
sensazioni non mai esplorato prima da lei, riusciva ingenua e quasi
stolidamente inesperta, come una fanciulla quattordicenne, la quale, sebben
difesa dal senso arcano del pudore, se non  vegliata da esperti custodi,
concede improvvida le sue fragranze al primo vento protervo che le soffi
intorno. Quella stima eccessiva di s stessa che aveale generato lo studio e
la scienza, quell'orgoglio in cui era venuta, forse perch la sua
intelligenza, sviluppata da infinite cure, non era per per natura forte
abbastanza da sostenere il peso della dottrina, quella acerbezza dei modi e
del linguaggio, che era l'espressione e dell'uno e dell'altra, erano
scomparse. Ma ci non solo con Amorevoli (sarebbe troppo facile a
comprendersi), ma con tutti, ma colle donne di sua conoscenza, ma co'
gentiluomini, ma con quelli che avea sempre trattati con dispregio e a cui per
contraccambio ella era riuscita cos disgustosa.
Chi volesse dar la spiegazione dell'acredine ond'era involuta l'indole di
quella gentildonna nel tempo in cui non si pasceva che d'orgoglio scientifico,
potrebbe forse assegnarne la cagione a questo, ch'ella, sebbene in confuso e
senza nemmeno averne la coscienza, sentiva fieramente la mancanza di uno di
quegli affetti che bastano a colmare un'esistenza; noi per esempio portiamo
l'opinione che se essa, in quei sette anni di matrimonio, avesse avuti una
mezza dozzina di figlioli, il corpo sarebbesi tanto quanto sciupato, ma
l'animo sarebbesi nudrito dei pi cari conforti dell'esistenza. Fu perci una
vera disgrazia, ch'ella per sentire com' dolce la vita quando  dolce, abbia
dovuto porre il labbro sugli orli imbalsamati di un vaso che doveva poi esser
pieno d'assenzio. La contessa e Amorevoli stavano da qualche tempo infervorati
in un dialogo, che noi non riporteremo per quella ragione che i dialoghi di
due amanti, come le poesie improvvisate, per conservare il loro prestigio,
hanno bisogno di non essere trascritti. Possiamo per assicurare che, chi
fosse stato presente a quella notturna confabulazione senza conoscere
gl'interlocutori, avrebbe detto che l'ingegno e l'acutezza e l'amabile
scaltrezza e l'eloquenza appartenevan in proprio a colui che si lasciava
allegare i denti persin dalle strofe di Metastasio: e che invece la povert
delle idee, la mancanza di slancio, la parola impacciata, la timidezza puerile
erano di colei che pure aveva tanta confidenza con Eulero e con d'Alembert. E
purtroppo l'eloquenza del tenore Amorevoli era come un ferro tagliente che
mira a squagliare una corazza, mentre la timidezza e il turbamento di donna
Clelia rendevano quel combattimento oltre ogni dire ineguale. Il cancello
dorato della biblioteca stava fra loro due come una guardia di confine, ma
siccome la contessa ne aveva la chiave e dipendeva dalla sua volont
l'aprirlo, cos non potremmo giurare quel che avrebbe fatto la sua timidezza
se dal desiderio fosse stata convertita in coraggio. In una parola, 
probabile che sia stata necessaria una disgrazia per soccorrere la virt.
Amorevoli, colla sua voce soave e colla sua facondia insidiatrice, tentava di
metterla all'ultime strette, con una argomentazione serrata, in cui i sofismi
comparivano e scomparivano trasportati dalla velocit delle parole,
l'opposizione sempre pi lenta e fiacca dell'avversario... quando di
repente... s'udirono a non molta distanza pi voci che gridavano
all'accorr'uomo, al dgli dgli. Davvero che se quello che stiamo per dire non
avesse altro documento che la relazione orale e solitaria del nonagenario da
cui raccogliemmo tanto cumulo di fatti, noi non avremmo il coraggio di esporre
un avvenimento, che, siccome abbiam detto, non parrebbe verosimile. Ma una
difesa scritta nel secolo passato, che reca la firma: I. C. C. Benedictus
Comes Aresius carceratorum protector... e una sentenza del Senato con
motivazioni profonde, ci fa vedere che quanto  realmente avvenuto, non pu
essere rivocato in dubbio. Per andiamo avanti coraggiosamente, anche perch,
d'altra parte, se il fatto  strano, riusc poi fecondo di conseguenze
gravissime.


VI

Amorevoli, per un movimento troppo spontaneo, balz indietro tre passi a quel
dgli dgli, risuonato improvvisamente nel silenzio della notte, e
s'inferrajuol sino al viso per un altro movimento spontaneo; n egli aveva
finito di coprirsi la faccia movendo, senza proposito determinato, in
ritirata, che la contessa era gi uscita, anzi fuggita dalla biblioteca, per
fermarsi affannata sui gradini della scala che metteva alla sua stanza da
letto, comprimendosi colla sinistra il cuore che parea volesse scoppiarle.
Chiunque attende a far cosa che, se potesse, vorrebbe tener nascosta anche a
s medesimo, trema dello stormire non aspettato d'una foglia; figuriamoci poi
d'una voce, anzi di pi voci che squarcino l'aria intera in un momento che
tutto per consueto dev'essere silenzioso, e che accusino la piena veglia di
molte persone che avrebbero l'obbligo di dormire profondamente. Amorevoli,
sgomentato, s'accostava al muro di cinta e gi stava per tentare il varco; ch
le voci, anzich cessare, facevansi pi vicine, e con esse udivasi un rumore
diffuso, come di molte pedate che battessero l'ortaglia. Ma un uomo, a pochi
passi da lui, in quel punto stesso, colla velocit non avvertibile di un
lepre, coll'elasticit di un saltatore di corda, balz oltre il muricciuolo; e
Amorevoli, trattenuto da quell'improvvisa comparsa, non ebbe tempo di
raccapezzar le idee, che si trov d'improvviso fra molti uomini che gli furono
sopra afferrandolo pel mantello e gridando Ah... ci sei...  qui l'abbiam
clto non ci scappa pi; e in quella sorvenivano altri con lumi e con
lampioni, stringendosi tutti d'intorno a lui, che, rischiarato da quelle
fiamme messegli al viso per riconoscerlo, apparve in tutto lo splendore del
suo ricchissimo vestito, con gran meraviglia di coloro che gli si serravano a'
fianchi, i quali tosto per la magica virt di quella serica marsina e di
quelle trine sfoggiate e delle catenelle e degli anelli, mutarono il ci sei...
nel chi siete e nel chi  lei? Ci fu un istante in cui nelle teste di quanti
eran l corse un pensier solo, il pensiero che doveva essere un altro
l'oggetto delle loro ricerche; e questo pensiero apparve cos chiaro
all'esterno, che un di loro, il pi vecchio di tutti, usc con asprissima voce
a ricacciarlo indietro:
 Ma cosa mai vi fa stupire, balordi, che state l a contemplarlo come se fosse
un'eccellenza? Che cosa vi credete?...  appunto questa catena e questa seta e
questo bel gil che ci voleva per conoscere il selvatico...  l'uomo
senz'altro costui; vi sono i ladri cenciosi ed i ladri scialosi. Tutto dipende
dalla qualit del furto.
In questa comparivano lumi a molte finestre del palazzo V... e lo stesso conte
ex-colonnello s'affacci, degnandosi di parlare a quella gente, mentre i
domestici erano gi chiamati dal rumore.
 Che cosa  successo?
 Eccellenza, ci perdoni, fu clto questo signore, vogliamo dire quest'uomo,
nella stanza dell'illustrissimo signor marchese F... morto stamattina, come V.
S. illustrissima sa bene...
 No, che non fu clto nella stanza..., usciva un altro ad interrompere...
 Fuggiva quando noi ci siamo accorti del rumore.
 Bisogna dir le cose giuste.
 Perdoni, illustrissimo signor conte... ma noi siamo accorsi quando l'uomo
fuggiva....
 Ma no, non  cos...
 Illustrissimo signor conte, dee sapere...
Ma al signor conte illustrissimo scapp la pazienza, e disse al cameriere, gi
disceso in giardino:
 Vieni su in camera, e conduci con te uno di questi uomini.
Mentre il cameriere obbediva, gridava uno dalla siepe che divideva il giardino
di casa V.... dal giardino del marchese defunto:
 Qua tutti, presto.... che  venuto il signor tenente del Pretorio.
Amorevoli non aveva mai parlato; nella sua testa era un tal cozzo di pensieri,
che gli pareva di sognare, e solo volse lo sguardo alla finestra della stanza
della contessa, quando vide uscir molti lumi dalle finestre del palazzo; poi
ripieg il capo come sdegnoso di vedere e di esser veduto. Bens, quando sent
nominare l'ufficiale del Pretorio, prov qualche cosa entro di s che
assomigliava ad un sollievo. Ma fu di breve durata; ch un pensiero crudo come
la fitta di un coltello gli attravers la mente.... il pensiero che l'unica
giustificazione che gli rimaneva per togliersi da quel tristo impiccio non era
adoperabile per nessun modo. Egli aveva veduto fuggire un uomo; comprendeva
che trattavasi d'un qualche delitto, sebbene non sapesse immaginarsi quale; ma
nel tempo stesso pensava che si poteva fracassargli le ossa colla corda e il
cavalletto, ma non strappargli di bocca il nome della contessa. Vi sono
uomini, tutt'altro che esemplari, pi donne che uomini se si bada alla
mollezza del costume, alle abitudini da cui son tratti da condizioni speciali;
ma che, in certe contingenze della vita, si son fatta una legge morale, la
quale nemmen sanno dove l'abbiano attinta, ma che per loro 
incontrovertibile. Una di queste leggi morali, a cui Amorevoli obbediva con
religione di scrupolo, con quella religione onde taluni sono schiavi dei
pregiudizj, i quali sono i padroni pi despoti dell'uomo, era quella di non
compromettere mai la donna colla quale aveva avuto od aveva tresche d'amore.
Potea essere debole in tutto; in questo era un eroe; non lo sgomentava per
nulla l'idea della colpa; ma lo facea fremere soltanto l'idea che altri
potesse mettere in piazza il nome di una donna amoreggiata. Quando dunque gli
si affacci alla mente il pensiero, che a palesare il motivo della sua venuta
in quel giardino, tutto si potea sventare, lo respinse come una abbominevole
tentazione.
 Avete sentito? fu detto allora ad Amorevoli, venite con noi; suvvia presto,
che cosa state pensando?
 Badate ai fatti vostri, e statemi un tantino discosti... so far la strada da
me, senza essere sorretto. Spicciamoci.
Amorevoli pronunci queste parole in modo, che a quella gente pass la voglia
di dir altro, e si avviarono.
Per una callaja che era aperta nella siepe di divisione entrarono nel giardino
del marchese F... Sotto l'atrio del palazzo li attendeva il tenente del
Pretorio con un barigello, un guardiano e un fante, come allora venivano
appellati.
Il tenente del Pretorio aveva sentita la storia particolareggiata
dell'avvenuto da chi era stato a chiamarlo. Per, quando vide Amorevoli: 
costui? disse.
 S, signore.
 No soggiunse Amorevoli imperterrito. L'uomo che cercate l'ho visto io a
fuggire e a saltare il muro di cinta. Tant' vero che questi uomini mi vennero
addosso quand'io stavo di pi fermo.
Senz'essere avvezzo agli interrogatorj come l'uom del Pretorio, a chicchessia
poteva riuscir ovvia la dimanda che gli fece infatti il tenente: Ma voi che
cosa stavate facendo l?
 Quest' un altr'affare, e il signor tenente ha ragione di chieder questo; ma
io risponder in Pretorio, se vossignoria me lo permette. Intanto  bene che
vossignoria sappia ch'io sono il tenore Amorevoli, al servizio di S. M. il Re
di Spagna, e che oggi ho l'onore di cantare al Regio Ducal teatro di Corte.
A' tempi di Tramesani, di Crivelli, di Rubini, in qualunque, trambusto costoro
si fossero trovati, bastava che si nominassero per essere tosto riconosciuti;
e lo stesso accadde al tenore Amorevoli, che vide spuntare sulla faccia
dell'ufficiale un sorriso di rispetto e di bonomia.
 Mi rincresce, signore, questo contrattempo, ma...
 Comanda il signor tenente interruppe allora il barigello che si salga nella
camera che fu aperta, o da questo signore o da chi  fuggito, e l, alla
presenza di tutta questa gente, si stenda tosto la deposizione del fatto?
 Benissimo rispose l'ufficiale che s'avvi, pregando il tenore Amorevoli a
seguirlo. Tutti in silenzio salirono lo scalone, sfilarono per due o tre
anticamere, entrarono in un salotto dove era una gran tavola, sulla quale
stavan fiaschi e bottiglie, tazze e bicchieri, che attestavano come quella
gente, che avea vegliato a custodia della salma patrizia, avesse passato la
notte a tracannare il vino della cantina del quondam marchese. Da questo
salotto passarono nella camera in cui giaceva sul letto, avvolto in un
lenzuolo, il corpo del defunto. Tutti dovettero entrar l, compreso Amorevoli
che volea ritirarsi.
 No, signore; si compiaccia di rimanere, disse il barigello, pi risoluto e
fiero e men musicale assai del tenente del Pretorio.
 Quello  dunque l'uscio che fu scassinato?
 Quello, s signore risposero tutti ad una voce; e il tenente e il barigello
s'affacciarono all'uscio, e videro tra molta suppellettile, un rol aperto.
  questa la camera?
 Questa.
E il tenente del Pretorio cogli altri retrocesse nel salotto, e l, fatte da
un lato le bottiglie e le tazze, stese la seguente succinta relazione del
fatto, che  quella che noi abbiam trovato allegata agli atti del processo, il
quale diede a far tanto, in prima al tribunale criminale, di poi per tanti
anni, e iteratamente e a lunghi intervalli, al foro civile.
Oggi, giorno 11 febbrajo dell'anno 1750, alle ore otto italiane, chiamati
dagli uomini che vegliavano in casa F.... per custodire il cadavere del
marchese A. F., morto la mattina del 10 corrente, abbiamo trovato aperto
l'uscio della camera attigua a quella dove giaceva il cadavere, e di cui la
chiave dal sullodato marchese F., per quanto asserisce un domestico della
casa, qui presente, e per quanto  da verificare, venne consegnata un'ora
prima della sua morte al molto reverendo preposto di S. Nazaro. Al qual
preposto, per asserzione dello stesso domestico, e sempre come sar a
verificare, il marchese F... disse aver messe carte importanti nel rol della
sua camera da studio, il qual rol fu parimenti da noi trovato aperto.
Raccolte in seguito le deposizioni concordi delle otto persone qui presenti,
tre domestici della casa, e cinque uomini di fuori, riferiamo come costoro,
colpiti da un rumore in un momento che cessavano di parlare, e spaventati
perch veniva dalla stanza del morto, accorsero cionulladimeno, e videro in
quella un uomo che usciva per l'uscio che stava a dritta del capezzale del
letto. Riferiamo inoltre come tutti si rimanessero prima spaventati, temendo
non fosse il morto risorto, ma che poi fattisi animo, inseguirono l'uomo che
era uscito, il quale pareva assai pratico della casa; perch passando per
gl'interni corridoj, giunse a un mezzanino, e di l salt nel giardino... Che
due lo inseguirono saltando pure di l.... ma che, smarritolo al salto della
siepe... trovarono poi nel giardino di casa V... e presso il muro di cinta,
una persona col mantello, che ora, alla nostra presenza, dice di essere il
signor Angelo Amorevoli, cantante di camera di S. M. il Re di Spagna, e primo
tenore nell'attuale stagione al Regio Ducale teatro di Corte; il quale per
protesta di non essere lui altrimenti l'uomo fuggito, ed aggiunge di aver
visto invece egli stesso a fuggire uno.

F. Baldini, tenente del Pretorio. F. R,
barigello. G. Cialdella, guardiano.

Stesa questa relazione, il tenente si alz e disse agli uomini di casa F...:
Voi tutti domani sarete chiamati al Pretorio, e nessuno esca dalla citt sotto
pena d'arresto. In quanto a voi, signor Amorevoli, quando pure sia vero quanto
asserite, bisogna che veniate a passare una notte al Pretorio... Domani... si
far quel che si far...
Amorevoli non disse una parola.
Quando tutti furono al portone del palazzo, trovarono una frotta di gente che,
sebbene ad ora tarda, dalle osterie vicine, era accorsa al rumore e alla vista
delle guardie. Tra quella frotta c'era Zampino, il servo del palco scenico,
che riconobbe Amorevoli, ed ebbe il coraggio di gridare:
 Che cos'? che cos' stato? che diavolo  successo? Ma signor Amorevoli....
Ma loro signori non sanno che  il primo tenore del teatro Ducale?  uno
sbaglio, non pu essere che uno sbaglio.
 Taci, Zampino, e va' a casa gli disse Amorevoli.
Ma il tenente gli si rivolse, e sentito chi era desso:
 Giacch sei qui, soggiunse, la tua presenza pu essere opportuna... e vieni
con noi anche tu.
 Dove?
 Al Pretorio.
 In prigione?
 Sta' queto, Zampino.
 Ma che diamine ha fatto, signor Amorevoli, in quel poco tempo ch'io stava
mangiando il mio boccone all'osteria!... e quasi piangendo lo segu.
Ed in breve furon tutti al palazzo del Pretorio.

VII

Il giorno dopo, a quell'ora in cui si pu giurare che tutto il mondo 
svegliato, ad eccezione degli ammalati che hanno preso la decozione di
morfina, dei giuocatori che nella notte hanno voluto ad ogni costo inseguir la
fortuna che li fuggiva, e di altre cento eccezioni; in quell'ora, che a buoni
conti noi la poniamo due o tre quarti d'ora dopo mezzod, chi si fosse preso
il diletto di percorrere la citt di Milano in cabriolet, facendo sosta alle
botteghe di cioccolatteria e di bottiglieria, e a quelle per la vendita del
tabacco; in piazza del Duomo, in pescheria, in piazza dei Mercanti; o
fermandosi presso i libraj Agnelli e Motta e Bianchi e Galeazzi, in Santa
Margherita, dove facean cerchio maestri, accademici, letterati, preti,
giureconsulti; o presso gli speziali Rapazzini nei Tre Re, e Archinti in
piazza del Duomo, e Omodei a porta Romana, dove s'adunavano i medici e i
chirurghi pi riputati della citt; o nelle sale degli Accademici Trasformati
in casa Imbonati, sulla piazza di San Fedele, o nello studio di pittura del
Londonio, giovane allora di 22 anni, che gi raccoglieva d'intorno a s i capi
pi strani e pazzi e avventati della citt; o sotto il Coperchio de' Figini
nelle botteghe di mode, frequentate dalle pi eleganti dame; o nel salon di
qualche maravigliosa, per esempio, della contessa Marliani, la regina dello
spirito e della maldicenza; o in quello della contessa Clelia Borromeo del
Grillo, calamita dei numerati patrizj dediti agli studj, e degli abati
poetanti e dei maestri di spinetta; ovvero nella bottega del parrucchiere
Blanchy, nato Giuseppe Bianchi in Cordusio, ma che avea cangiato nome dopo il
suo viaggio a Parigi, donde avea importato nella nostra bella patria, per la
prima volta quel tal puff a capitello che era lo spasimo delle nostre dame;
nella qual bottega non sdegnavano di soffermarsi i pi sfoggiati cicisbei o
per farsi raccomodare un riccio, o rimettere un neo caduto, o rimpastare un
po' di biacca e belletto...; se qualcuno adunque si fosse preso il diletto di
scorrazzare in lungo e in largo per la citt a far raccolta dei discorsi che
si tenevano in quei tanti centri di buontempo, non avrebbe sentito che un
discorso solo, come se fosse una parola d'ordine passata dal quartier generale
ai soldati del campo; non avrebbe sentito che un nome solo, quello del tenore
Amorevoli; e del suo arresto e del sospetto delle carte trafugate, e del
prevosto di S. Nazaro. Codesto tema poi, generale e costante, si sparpagliava
in mille ramificazioni; chi narrava la vita del tenore; chi quella del defunto
marchese; chi si fermava al giardino di casa V..., chi voleva perder la testa
a indovinare il motivo per cui il tenore avea potuto trovarsi l; chi passava
in rivista tutte le cameriere e le fantesche di casa V..., perch i tenori,
diceva un tale, hanno pur troppo de' gusti plebei; chi tutte le donne del
vicinato che per caso avessero qualche poggiolo o finestra o mezzano a cui si
potesse ascendere dal giardino; giacch nessuno, letteralmente nessuno,
nemmeno per un istante fuggitivo, pot credere che Amorevoli fosse l'uomo
fuggito dalla casa F... e avesse dovuto aver interesse a entrar nello studio
del defunto marchese, ch in ci non v'era probabilit di sorta, e conveniva
esser pazzi a supporlo.
Nella cioccolatteria e caffetteria del Greco, in piazza del Duomo, il quale
cento anni fa era il caff arcavolo degli odierni, dell'Europa, del Cova, del
Martini, dove traeva tutta la giovent pi galante e pi pazza e pi
sfaccendata di Milano, verso le ore due dopo mezzod, sembrava quasi che vi si
tenesse un'adunanza solenne. Mezza dozzina di giovani sedevano l intorno ad
un gran braciere; uno teneva la paletta, e pareva colui che, per diritto di
eloquenza, desse l'avviamento a' discorsi; intorno a quella mezza dozzina, che
potea passare per il direttorio, stavan raccolte da trenta o quaranta persone,
le quali or crescevano ed or scemavano, a seconda di chi andava e veniva;
l'attenzione per era profonda.
 Voi dite cos parlava quel della paletta, che  improbabile che il tenore
Amorevoli siasi introdotto nella stanza del morto per rubar carte importanti;
e chi non lo dice e non lo crede? bisognerebbe essere un gran mellone solo a
sospettarlo. Ma, cari miei, mi rincresce a dirvelo, altro  che una cosa sia
inverosimile, altro  che non possa essere possibile. Chi sa tener dietro alla
possibilit... essa  un mare senza fine e senza fondo... e la legge non pu
pescare in quel mare, e i giudici del Pretorio e quelli del tribunale e il
collegio dei giureconsulti potranno tenersi le loro convinzioni in petto, e
basta l; ma se non vien fuori l'uomo che davvero ha fatto il colpo, chi si
trov al suo posto, suo danno.
 Ma che interesse volete voi che potesse avere il tenore?
 Ma chi parla ora dell'interesse? cosa c'entra l'interesse? Se qualcuno avesse
tirato una schioppettata al tenore, perch il tenore per combinazione venne a
trovarsi al posto del birbone fuggito, che cosa valeva il dire egli era
innocente? Lo so anch'io. Ma fu ucciso perch il maledetto accidente ha voluto
cos... Or fate conto che tal sia della legge: essa tira su chi si trova in
mal punto, e a chi  toccata  toccata.
 Basterebbe poi, a mio rimesso parere, che il tenore dicesse il motivo per cui
trovavasi l...
 Ora parlate bene; a tal patto la cosa cambia di aspetto...
 Un motivo qualunque...
 Un motivo qualunque no... la giustizia  inesorabile; essa  un ragioniere
che tien conto anche dell'ultimo quattrino, e se la somma non riesce, il
bilancio non si pu fare. Ci vuole, caro mio, un motivo che possa essere
provato come due e due quattro; e, a quel che ho sentito da uno scrivano del
Pretorio... sapete cos'ha risposto il tenore al primo interrogatorio del
giudice?
 Che cosa ha risposto?
 Una assurdissima bestialit. Ma gi si sa quel che pu uscire dalla bocca di
un tenore...; ha risposto, se lo scrivano non ha detto una sciocchezza, perch
anche questi scrivani.... ha risposto che nessuno poteva n pu impedirgli
delle bizzarrie innocenti; che per gli era venuta voglia, passeggiando in
quelle parti l dopo il teatro, e vedendo quel bel giardino e quel gran
palazzo, e giacch faceva anche il pi bel chiaro di luna che mai, gli era
venuta, come dicevo, la voglia di saltar dentro a far una passeggiata...
 E che cos'ha risposto il giudice?
 Questo non si sa. Ma se il giudice  quell'uomo acuto che tutti conosciamo,
gli dee aver detto: Siete stato disgraziato a passeggiare in giardino, in un
momento che si andava in cerca di un ladro... Ora il ladro siete voi, se non
avete qualcosa di meglio da dire al giudice.
 Ebbene, sar come voi dite... osservava un altro, e ad uscire d'impiccio
dovr pensarci il tenore; ma ora vorrei sciogliere l'altro gruppo del nodo.
Che diamine ci poteva essere di cos importante tra le carte del marchese?...
se ognuno sa, almeno lo si diceva da gran tempo, che l'erede universale di
tutte le sue sostanze era suo fratello, il conte Lodovico?...
 Io non so nulla n del marchese n del conte, eccetto che il primo fu un gran
libertino a' suoi giovani anni, e il secondo  croce, se il primo fu lettera.
Il conte non  niente di pi che un uomo posato, misurato, tirato, che sta con
quattro cavalli mentre potrebbe averne dodici, perch s' fitto in capo che
suo figlio, il contino Alberico, che ha tutta l'aria di voler assomigliare
allo zio, possa mettere col tempo la prima casa in Milano, e metter sotto casa
Litta e casa Borromea; che bel matto!...
 Jeri  partito per la campagna.
 Tanto per nascondere nella solitudine campestre la gioja che gli deve esser
derivata dal dolore provato in citt sentendo i tocchi dell'agonia suonati per
il caro fratello, che Dio l'abbia in gloria...
E costui avrebbe continuato per un pezzo a tagliare i panni e al vivo e al
morto; ch era di quelli alla cui parlantina velocissima conviene di tanto in
tanto metter la scarpa, se pu passar l'espressione, per dar qualche riposo
agli orecchi degli ascoltatori e lena ai volonterosi di contraddire; ma per
fortuna s'apr l'invetriata della bottega, e comparve un compagnone della
brigata, il quale a quei trenta o quaranta che voltarono le faccie a lui, fece
un paio d'occhi pieni di significazione, e grid:
 Amici, una grande scoperta!!
 Che? Cos' stato?
 Chi di voi sa dove alloggia la Gaudenzi?
 Nella contrada dei Moroni, chi non lo sa? l'abbiamo accompagnata a casa tante
volte dopo il teatro fra i battimani e gli evviva...
 Questo va bene. Ma se nessuno sa che la finestra della sua cameretta, dove
riposa il suo bel corpo, guarda nel giardino vicino al giardino dove fu colto
Amorevoli, lo so io e l'ho scoperto io... e lo dico a voi tutti.
Quando a Newton nel pomo caduto balen l'idea della gravitazione universale,
quando Galileo nel Duomo di Pisa fu colpito dall'oscillazione della lampada,
quando Volta nelle piastrelle di zinco alternate al cartone inzuppato d'acqua
salata afferr il prodigio delle perpetue correnti elettriche, quando... tutti
coloro, in una parola, che fecero qualche gran scoperta, non provarono
soddisfazione maggiore di quella a cui si esaltarono que' trenta o quaranta al
fiat lux del nome della Gaudenzi e della finestra e del giardino...
 Or ecco sciolto il maledetto enigma.
 La  chiara come il sole.
 Non ci pu esser dubbio.
 Ma tu, come hai fatto a sapere?
 Vi basti che l'ho saputo... e se non mi credete, andate a verificare voi
stessi.
 Per bisogna confessare che il tenore  un bravo giovane...
 Ma certo che  un bravo giovane.
 Mi rincresce per la Gaudenzi che ho sempre tenuta per la fenice del suo
ceto... Ma vada; allorch da una scappata si sviluppa una bell'azione... 
sempre una cosa che fa piacere... Bravo Amorevoli! cos va fatto. Gi, quando
nel canto uno sa trasfondere tutta quella dolcezza e quell'affetto e quella
passione... bisogna bene che nel cuore ci sia del buono... non si sbaglia...
Oh quanti di questi cavalieri, che portano spada, avrebbero gridato l
sfacciatamente in Pretorio il nome della cara belt, pel crepacuore di non
poter dormire a proprio letto... Oh sepolcri... Oh apparenze!!
Ma chi parlava, a queste parole si ferm, perch la sua attenzione, come
quella degli altri, si volse al carrozzone del giudice, che in quel punto
attraversava la piazza del Duomo.
Lasciando ora dunque i giovinotti del caff del Greco, e tenendo dietro al
giudice del Pretorio, dobbiam dire che, sottoposto all'interrogatorio di
pratica, il tenore Amorevoli, il quale davvero aveva risposto quanto fu gi
riferito nel caff del Greco; sottoposti pure all'interrogatorio gli uomini di
casa F..., dietro quanto risultava dalla deposizione del tenente Baldini; il
signor don Antonio De-Capitani di Arzago, ch tale era il nome del giudice,
giovane d'anni, ma di matura e soda intelligenza, pens bene di recarsi egli
stesso a visitare il preposto di S. Nazaro, anzich citarlo a comparire in
Pretorio, per rispetto alle qualit venerabili di quel degno sacerdote.
Smontato alla canonica, si fece annunciare, e il pio e umile prete discese
egli stesso a riceverlo.
 So gi per qual ragione ella s'incomoda a venir da me... disse il preposto.
Era anzi mia intenzione di venire da lei fra poco.
E cos, precedendo il signor giudice, lo fece entrare in un salotto, dove
sedettero ambidue.
 Ella dunque, signor preposto, sa perch son qui... La cosa  seria pi che
non si creda...
 Lo so.
 Ora abbia la bont di dirmi, fin dove per glielo permette il suo ministero,
in che rapporti ella si trov col marchese defunto...
 Non le tacer cosa nessuna; ella sa quale fu il tenore di vita di quel
benedetto uomo...
 Lo so.
 Or bene, sette anni sono, da una povera giovine, che ebbe la disgrazia di
capitare nelle sue mani, ebbe un figliuolo...
 Qualcosa ne sapeva...
 Dopo le prime smanie, ogni affetto, come sempre, venne a sbollire in
quell'uomo volubilissimo; e dato un pugno d'oro a quella poveretta, si
dimentic presto e di lei e del fanciullo...
 Siam sempre a queste...
 Quella sciagurata veniva spesso a piangere da me... e a pregarmi perch
pregassi il marchese... Non le so dire quanto mi pesasse il recarmi da
colui... Spesso... troppo spesso... la dignit dell'uomo, non che quella del
sacerdote, veniva offesa. Ma appunto codesti insulti, che per gli altri  una
virt il respingere, per noi  un merito il sopportare. Insieme colle brusche
parole veniva per sempre qualche pezzo d'oro, ond'io tornavo all'assalto ogni
qualvolta la poveretta veniva da me per bisogno. Se non che l'uomo venne a
star male un anno fa... una malattia di generale disfacimento... Allora una
fiera tristezza gli entr nell'animo, e con quella una arrendevolezza
insolita. Dietro le mie preghiere, volle vedere quella sciagurata e il
fanciullo; e un giorno pi dell'altro lavorando su quell'animo ammollito,
ottenni quel che era nelle vie della giustizia; almeno io vissi nella speranza
d'averlo ottenuto. Lo consigliai a nominare erede universale il figlio suo,
chiamandolo all'onore del mondo, e a distruggere il testamento fatto prima,
pel quale l'erede universale doveva essere il suo fratello conte Lodovico, una
degna e brava persona, per verit, ma ricca a sufficienza; del rimanente non
aveva dimenticato nemmeno lui... Mi preg gli facessi venire un notajo... gli
ho mandato il giovane dottor Macchi, il quale vegli alla stesa del testamento
olografo... perch quell'uomo non sapea nulla di nulla. Io seppi dal dottore
che quel testamento infatti era stato scritto dal proprio pugno del marchese,
e firmato, e cos messo tra altre carte. La cosa rimase segreta tra me, il
dottore ed il marchese, il quale per soltanto due ore prima di morire: Do a
voi, mi disse, la chiave del mio studio. L dentro nello scrigno c' quello
che voi avete voluto che si facesse. Ecco tutto. Del resto io non ho veduto
nulla.
 Qui c' una mano esperta che trafug il testamento, soggiunse il giudice,
dopo un momento di pausa. Ma il mare delle congetture  troppo vasto per
scoprirvi il filo, se non vien fuori l'uomo. D'altra parte il conte
Lodovico...
 Part due ore prima della morte del fratello... egli e suo figlio.
 Per questa parte adunque non c' a far nulla.
 E poi, torno a ripetere, il conte  un uomo irreprensibile...
Dopo queste parole vi furono alcuni istanti di silenzio, trascorsi i quali, il
parroco:
 Sarebbe bene usc a dire che V. S. illustrissima parlasse col notajo
Macchi... Egli ha letto la scritta del marchese dopo averla dettata... chi sa
che il notajo non sappia qualcosa di pi?
Il giudice si alz e: Non voglio perder tempo soggiunse: sull'istante vado dal
dottor Macchi...
 Egli sta in borgo delle Grazie.
 Lo so.
Cos dicendo, il giudice si part dalla casa del preposto di S. Nazaro, e
quando lo salut:
 Mi scuser, reverendo signor preposto, soggiunse, se per le volute formalit
sar costretto a sentirla anche in Pretorio. Risal poi in carrozza per
recarsi difilato alla casa del dottor Macchi.
Ma quando fu nella via, pens che era pi conveniente mandarlo a chiamare, che
andarlo a visitare, perch questa poteva essere una deviazione dalle leggi
d'ufficio, soltanto compatibile, in via straordinaria, con un reverendo
preposto. Giunto cos al Pretorio, mand infatti a prendere in carrozza il
notajo, il quale non si fece aspettare, e ripet press'a poco le parole del
preposto di S. Nazaro, senz'altra aggiunta che questa:
 Del resto, illustrissimo signor giudice, se io ho dettato il testamento, e se
il marchese lo ha tutto trascritto di suo pugno, ci non vuol dire che dopo
non l'abbia anche lacerato... perch gi ella sa che il suo costume fu sempre
di disfare oggi quello che aveva fatto jeri... onde il trafugamento pu forse
essere stato un delitto inutile.
 Ma a che proposito, osserv allora il giudice al notajo, ella mi dice questo?
 A nessun proposito. Bens  mia opinione che se mai i protettori del
fanciullo volessero muover lite al fratello del marchese, di che ho sentito a
toccare un tasto, se il secondo testamento non salta fuori, ognuno potr
pensare quel che vuole; ma l'erede  il signor conte di pieno diritto.
Il giudice non replic nulla, e licenzi il notajo.
Alcuni momenti dopo entr un usciere ad annunciare all'illustrissimo signor
giudice una visita dei cavalieri ispettori del palco scenico del teatro
Ducale.
 So di che si tratta, disse fra s il giudice, e li fece venire avanti.
I cavalieri ispettori del teatro Ducale erano venuti a domandare formalmente
al giudice il permesso che il tenore Amorevoli potesse cantar la sera al
teatro, dimostrando che col pubblico s'era contratto l'impegno e col pubblico
non si scherzava; e che, del resto, come il signor giudice avrebbe ingiunto,
si sarebbe seguita la pratica di riconsegnarlo alla giustizia, tutte le sere,
dopo finita la recita.
Il giudice rispose, che, non solo non aveva nessuna difficolt a conceder
questo, ma che anzi era suo debito di fare in modo che il pubblico si dovesse
soddisfare pienamente; che per tutto dipendeva dallo stato di salute del
tenore, cui mand infatti a riferire la visita e il desiderio degli ispettori
cavalieri. Dopo alcuni momenti, con loro maraviglia e soddisfazione, Amorevoli
mand a dire che era assai ben disposto a cantar la sera.
Ma lasciando ora il Pretorio e il giudice, vorremmo sapere che cosa fa e che
cosa aveva fatto donna Clelia, dalle due ore dopo mezzanotte a quell'ora in
cui gli ispettori del palco scenico partirono per dar gli ordini opportuni,
onde il pubblico fosse avvisato che la sera il tenore Amorevoli avrebbe
cantato.
L'infelice, in quella giornata, pur troppo, aveva dovuto recarsi a far visita
ad una dama sua conoscente; e ognuno pu immaginarsi quel ch'ella abbia
provato udendo i tanti discorsi che si fecero intorno all'avvenimento della
notte. E dovette trattenersi col tanto tempo, quanto pot bastare per sentire
anche la scoperta relativa alla finestra della stanza della Gaudenzi; poich
dal caff del Greco quella notizia si diffuse repentinamente per tutta la
citt, anche senza il telegrafo elettrico. Al qual proposito  ad osservare
che mentre ella, donna Clelia e non la Gaudenzi, avrebbe voluto giacer mille
braccia sotterra, piuttosto che trovarsi in punto che venisse conosciuta la
parte che ella aveva avuto in quel fatto misterioso; pure, in fondo al suo
cuore era deposto un cruccio inavvertito anche a lei; il cruccio, il dispetto
perch nessuno avesse mai sospettato che il tenore Amorevoli fosse venuto nel
giardino per amor suo. L'essere amati da persona amatissima aggiunge un tale
orgoglio al cuore in sussulto, che, ad onta di qualunque pericolo, esso
vorrebbe, all'ultimo, far noto a tutto il mondo il trionfo del suo amor
proprio. Ma, lo ripetiamo, questo sentimento giaceva recondito e dissimulato
da altre pressure nel fondo del cuore di quella donna, e ad ogni sguardo che
innocentemente veniva a fermarsi su di essa, mentre il discorso percuoteva
quel tasto, ella gelava e ardeva di confusione e di spavento; e solo, solo
allora che sent nominare la Gaudenzi, quasi fu per tradirsi; cos forte
tentazione la prese di gridare: No, non  lei! Ma le fitte pi crude le ebbe a
subir la sera, quando coll'orgoglioso conte ex-colonnello, suo marito, dovette
recarsi in teatro ad assistere all'opera.
Il fatto della notte, l'arresto dell'Amorevoli, le mille dicerie, il silenzio
generoso ond'esso avea reso sempre pi difficile la propria posizione, la
credenza ormai fatta generale degli amori di lui colla bellissima Gaudenzi,
misero in tutta la popolazione una tal voglia di andare in teatro, che, la
sera, i soldati del corpo di guardia dovettero accorrere per stornare
gravissimi disordini. Nessuno poi saprebbe immaginarsi gli applausi prodigati
in quella notte dal pubblico a colui ch'egli chiamava il re del canto;
indescrivibili furono le pazzie che si fecero per testimoniargli la universale
simpatia, e per significare la disapprovazione universale alla lettera cruda
della legge e al codice delle manette; e quanto fu strepitoso il trionfo del
tenore arcangelico (perch l'aggettivo arcangelico fu trovato la prima volta
pel tenore Amorevoli, e non per Moriani, come crede il volgo), altrettanto fu
quello della danzatrice olimpica. Amorevoli e Gaudenzi, furono i due nomi
echeggiati tutta la sera, senza riposo, con tutta l'aria che pu mettere nelle
sue canne la gran gola del pubblico; tanto parea ammirabile il connubio di
quelle due belle e giovani persone! tanto sembr perfetta quell'armonia della
danza e del canto!
Ma se l'infelice donna Clelia dall'alto del suo palchetto facea sangue nel suo
segreto, altri, al cui orecchio eran pur giunte tutte le dicerie del pubblico,
fremeva in pi basso scanno, ed era il primo violino di spalla, il quale,
nella sua potenza, a tutti nascosta, dall'umilt del suo posto, era destinato
a gettar fuoco e fiamme nella polveriera di questo dramma. Ma non  tempo
ancora ch'ei si faccia innanzi.

VIII

L'amore  il sole dell'anima, ha detto e stampato Vittore Hugo, quando non
contava che vent'anni, ossia quando nemmeno gli uomini di genio hanno potuto
ottenere dall'esperienza il permesso e il diritto di parlar dell'amore, n di
nessuno degli altri enti morali che costituiscono l'infesta e crudele famiglia
dell'umane passioni; Vittore Hugo s'attenne poi al metodo pi sicuro per
definire una cosa a rovescio, quella di non guardarla che da un lato. S'egli
in quel punto si fosse limitato a descrivere la felicit, certo vi sarebbe
riuscito; ch egli amava allora, riamato, quella virtuosa e leggiadra
fanciulla, che poi spos coll'assenso de' superiori, colla benedizione dei
parenti, con tutti i pi felici augurj degli amici, colla contentezza della
Francia, che preconizz altissime sorti al suo giovine poeta, il quale si
assestava nella vita con tutto il suo agio, stornando per sempre,
coll'applicazione di un matrimonio precoce, quelle feroci ambascie del cuore
che troppo spesso hanno la compiacenza persin di sfiancare i pi robusti
intelletti. Cos il primo poeta della Francia fece coll'amore la cura
dell'amore, e, avendolo in isbaglio preso per il sole, lo curava intanto al
pari di una malattia, innestandoselo come il vajuolo. L'amore  una malattia;
una delle pi terribili malattie del genere umano, in quanto i nove decimi
degli uomini ne devono essere flagellati almeno una volta nella vita. Se non 
oggi, sar domani, ma verr il tuo giorno anche per te, o gaudente bevitore di
wermuth. Felici noi, soltanto, che, grazie al cielo non siam pi di primo
pelo, e che, avendolo subto a' nostri giovinetti anni colla sequela di non so
quante ricadute, ora, al pari di Renzo, possiam diguazzarci in mezzo al
flagello, sicurissimi d'andarne illesi. Ma chi fosse innamorato della
definizione di Hugo e sospettasse il paradosso nelle nostre parole, a
persuadersi rifletta questo fatto, che di tante centinaja di migliaja di
suicidj onde l'umanit fu contristata da Adamo in poi, di due terzi buonamente
ne fu cagione l'amore; a compire l'altro terzo, pare abbia contribuito la
confraternita dei debitori.
Allorch la favola invent la camicia avvelenata di Nesso che arse le immani
membra del semidio Ercole, clto all'impensata, seppe ben ella cosa faceva; ma
in Fedra, in Medea, in Didone, nella Saffo, e a voler saltare pi di due mila
anni, in Gaspara Stampa e in Properzia de' Rossi, che consolazione e qual sole
sia l'amore, ognuno lo pu vedere, perch l'amore, se non trova contrasti, si
spegne o si trasmuta in un'infiammazione benigna che non intacca l'appetito e
non infesta le digestioni e allora non  amore; e quando sia tale veramente,
si crea i contrasti da per s, quantunque non ci provveda la perfida fortuna;
inventa fantasmi e larve e sospetti e affanni, e si confedera alla gelosia; ed
 allora che esso entra nel suo pieno stadio, nel suo pi completo sviluppo,
che assume le sue virt pi micidiali, che fa scomparire il color vivo delle
fronti, che emunge le guancie, che turba il numero delle battute del polso,
che toglie il sonno, che sfila e sfianca anche le vite meglio costrutte dalla
rigogliosa natura. O giovinetti, o giovinette, o donne, o uomini, che versate
in qualche periglio amoroso, o voi tutti adunque che mi ascoltate, se mai il
quadretto che v'ho delineato fosse atto a produrre alcun effetto, fate buon
pro dell'avviso, e ringraziatemi; e chiudete i vostri cuori in fretta, come
quando si chiudono le persiane al comparir dell'uragano.
Cos fossimo vissuti al tempo di donna Clelia e fossimo stati suoi amici, e
avesse ella potuto bere il contravveleno di queste poche righe! ma, pur
troppo, non siamo nati in tempo, e l'uragano scoppi, e il suo cuore, rimasto
aperto, ne fu messo sossopra, e terribile usc il malanno; perch potrebbe
darsi benissimo che qualche testolina leggiera ne avesse a ridere, ma noi non
ridiamo: tanto quella donna era diventata infelice, ch l'amore esaltato dalle
furie della gelosia, era penetrato nel cuor suo per siffatto modo, che ben
poteva esser definito un ttano morale.
In quella notte del trionfo d'Amorevoli e della Gaudenzi, preveduto, ne siamo
quasi certi, dal primo, e per nulla aspettato dalla seconda; tanto che, non
sapendo darsene una spiegazione a s stessa, ne richiese, piena di meraviglia,
lo stesso tenore che non le seppe dir nulla (poich se arrivava a comprendere
il motivo per cui egli era stato cos festosamente accolto dal pubblico, non
riusciva a capacitarsi perch anche la Gaudenzi dovesse avere una porzione di
quegli applausi prodigati in via straordinaria); in quella notte adunque la
falsa diceria degli amori della ballerina col tenore, aperse a tutta prima una
profonda ferita nel cuore di donna Clelia; ch la gelosia, stranamente
immaginosa nell'inventar sospetti, anche allora che nessun fatto vi d
argomento, aveva trovato in quelle voci il naturale suo pascolo; pur tuttavia,
per la relazione spontanea della stessa passione ajutata dal desiderio, a poco
a poco si lasci persuadere dagli interni ragionamenti a creder false tutte
quelle voci, e si veniva cos rassicurando e quasi consolando; ch l'idea del
gravissimo pericolo in cui ella si trovava in faccia al marito, e in cui si
trovava la sua fama in faccia al mondo, se il vero si fosse scoperto, dopo il
primo spavento, erasi quasi del tutto dileguata; tanto l'amore  imperterrito.
Ma la sventura volle che un cavaliere, di quelli che in teatro esercitano
l'officio di gazzettino orale e, raccolta una notizietta alla porta, la
sparpagliano di palchetto in palchetto col cinguettio d'una cutrettola, volle
dunque la sventura che colui entrasse da lei, presente il conte ex-colonnello,
a raccontarle che il Pretorio in quella sera stessa aveva mandato d'ufficio un
invito cortese alla Gaudenzi, affinch per il giorno susseguente dopo mezzod
volesse aver la compiacenza di recarsi nelle sale della giudicatura per essere
sentita intorno ad un fatto in cui essa poteva avere qualche parte. Tale
notizia era la pura verit, poich il giudice, al cui orecchio dopo molti giri
e rigiri capit pure la fama di quei pretesi amori della Gaudenzi con
Amorevoli, sospettando nella delicatezza generosa del secondo il motivo del
suo silenzio, pens che sarebbe stato forse pi facile cavar la confessione
sincera dalla bocca della Gaudenzi, e cos poter mandar libero e assolto da
una imputazione gravissima un uomo, che in faccia al mondo era fuori d'ogni
dubbio innocente, ma non lo poteva essere in faccia alla legge.
Ma quella notizia torn a suscitar la tempesta nel cuore di donna Clelia, che
gi erasi venuta tranquillando; e le si fisse in petto, relativamente agli
amori di Amorevoli colla Gaudenzi, con tutti i caratteri della certezza, di
quel genere di certezza che produce la desolazione. Il conte marito e il
cavaliere s'accorsero di un certo trasmutamento nel volto di lei, onde ad una
voce le domandarono s'ella si sentiva male, senza per insistere di troppo,
tanto erano lungi dal vero. Ma il ballo e l'opera finirono, il sipario cal,
il lacch entr nel palchetto, il conte e la contessa scesero nell'atrio,
salirono nel carrozzone, e in breve, ridottisi a casa, il conte
spagnolescamente accompagn la contessa alle soglie del suo appartamento, ed
egli, come consueto, ritirossi nel proprio. Or che notte fu quella per la
contessa Clelia! che irrequietudine, che affanno! Coloro che in questo punto
stanno comprimendosi le mascelle per uno spasmodico dolor di denti; quelli che
all'inattesa notizia di un grosso fallimento guardano spaventati al totale
rovescio dei proprj affari; quelli che si sentono annunciare dal medico che
bisogna risolversi all'amputazione di una gamba, han tutto il diritto di dire
che la contessa avea buon tempo, e che bisognava aver smarrita la ragione onde
pigliarsi tanto affanno per l'infedelt di un tenore. E il medesimo quasi
diciam anche noi, che non abbiamo n dolori, n gambe in pericolo, n
fallimenti... Ma non per nulla abbiam detto che l'amore  una malattia, e che
la mente cessa di essere sana quand' investita dai suoi roventi pensieri.
D'altra parte quell'affanno veniva accresciuto alla contessa dal non avere a
chi confidarlo. Un male, soltanto a raccontarlo altrui, scema della sua
intensit. Ma la contessa non aveva amiche, non ne ebbe mai: e ci non tanto
per la sua indole naturalmente altera, quanto perch, cresciuta tra l'invidia
astiosa delle sue pari, che non poteano sopportare la superiorit del suo
ingegno e il prodigio della sua dottrina, si era venuta, a cos dire,
guastando il sangue in quella necessit continua di render disprezzo per
invidia. Ma qualcosa conveniva pur fare, pensava la contessa nella veglia
angosciosa di quella notte; ma se Amorevoli era stato arrestato, qualunque
fossero le sue relazioni colla Gaudenzi, era pur stato clto in un momento (e
tal pensiero la beatificava) in cui stava intrattenendosi seco in affettuosi e
caldi parlari; ma se Amorevoli si mostr cos generoso a tacere il suo nome,
ella non doveva permettere, serbando un vile silenzio, che quell'uomo avesse a
subire tutte le conseguenze d'una imputazione infame. Nella stretta di tali
pensieri, e nel bisogno che pi e pi sentiva di confidarsi a qualcuno, si
ricord d'una donna; di una matrona milanese, colla quale erasi trovata due
sole volte a parlare in tutta la sua vita maritale; d'una donna che a Milano
era l'oggetto dell'amore, dell'ammirazione, della venerazione universale, e
dal cui colloquio anch'ella aveva raccolto un grande conforto; cos grande che
aveva potuto comprendere per la prima volta com' soave l'amicizia d'una
donna, quando questa abbia tutte le virt che le son proprie, senza le sue
debolezze. Sapeva inoltre che colei, quasi per una professione della vita, era
stata ed era pur sempre mediatrice pietosa, eccitatrice imperterrita di buone
opere, benefattrice instancabile, in molte gravissime contingenze in cui altri
erasi trovato. Risolse pertanto di recarsi da quella signora. Questa si
chiamava donna Paola Pietra; severa come la vetusta Cornelia, in continuo
lutto vedovile, andava essa educando severamente due suoi figliuoli.
Le avventure di costei, fuori affatto di ogni ordine comune, la costanza, la
virt, i sacrifizj, il coraggio che ebbe a mostrare in una condizione di vita
specialissima... tutto ci aveva diffuso la sua fama per tutta l'Italia ed
anche per l'Europa; ch, gi claustrale professa nel convento di Santa
Radegonda, ne era fuggita per adempiere il voto fatto in segreto a Dio, di far
cancellare da pi alta autorit gli effetti d'una violenza che si era voluto
farle, spingendola renitente ai voti monastici.
Intorno a questa donna Paola Pietra, sta manoscritta una relazione in una
serie di motti volumi miscellanei raccolti da un padre Benvenuto di
Sant'Ambrogio ad Nemus di Milano, ed esistenti nella biblioteca di Brera.
Il monaco suddetto comincia dal premettere al suo, come egli stesso lo chiama
Succinto rapporto degli avvenimenti della signora donna Paola Pietra, uscita
dal monastero di Santa Radegonda di Milano nell'anno 1730 scritto di sua
propria mano, pare, nel 1766; comincia, diciamo, dal premettere un'efficace
invettiva contro il non mai abbastanza detestato (sono sue parole), e
dall'Italia principalmente non mai cacciato abuso di sagrificare, o cogli
artifizj o colle violenze, le povere fanciulle allo stato religioso, a cui n
da Dio n dalla loro inclinazione, sono chiamate. Assicurando indi il lettore
che nella relazione (son pure sue parole) non si dir cosa veruna di cui non
se ne abbiano autentiche prove, viene a raccontar il fatto, dichiarando per
di dover passar sotto silenzio, per un certo riguardo, gli avvenimenti che
precedettero la professione religiosa fatta da donna Paola nel 1718.
Tali riguardi sembra che fossero comandati al monaco di S. Ambrogio
dall'esistere in Milano, nel momento in cui egli scriveva, e dall'avervi
grande autorit coloro, per colpa de' quali la fanciulla Paola ebbe a
sopportare tanta violenza. Ma quegli avvenimenti in prima da noi sospettati,
poi inseguiti e sorpresi, a dir cos, in alcuni cenni sfuggiti quasi per
inavvertenza ad altri paurosi autori di memorie intorno a quel tempo, noi li
verremo esponendo, giacch non siamo condannati dai riguardi che facevano
ostacolo ai contemporanei di donna Paola. Narrando la storia della quale, se
dobbiamo uscire per poco di via, dall'altra parte avremo facile il mezzo di
rilevare certi atteggiamenti particolari del pubblico costume, in un periodo
anteriore al tempo che ci siam proposti d'illustrare, ma di cui  necessario
conoscere quanto basta per valutare con pi sicuro criterio il tempo
successivo. Vedr inoltre il lettore, nel rovescio della medaglia che offre la
monaca di Santa Radegonda di Milano a suor Virginia di Santa Margherita di
Monza, che mai possa la forte volont assistita dalla pura coscienza, e come
il solenne spettacolo d'una sincera virt sia talora potente a placare anche
il decreto di consuetudini di ferro.


IX

Quando si pensa che Carlo VI, subentrato ai Re spagnuoli nel dominio di
Lombardia, era innamorato della Spagna e del suo sistema,  facile a
comprendere come doveva camminare la cosa pubblica in Lombardia, durante il
regno di lui, sebbene ei fosse d'indole mitissimo. L'arbitrio dell'autorit
costituita tenne allora le veci della giustizia; il diritto storico fu cos
onnipotente, che il diritto razionale e naturale parve davvero un'utopia di
filosofi sentimentali e innamorati, per adoperar la frase di un moderno
statista dalla pelle di cuojo; come pare anche oggid a qualche sincretico
legista, che dalla memoria sterminata e prevalente su tutte le altre facolt
dello spirito, ebbe guasto l'intelletto e contaminato il cuore. Quel periodo
adunque di Carlo VI contrassegn la massima prevalenza del ceto patrizio. Chi
non era nobile era una bestia, non tollerabile se non in quanto serviva come
un cavallo o come un bue; e se appena appena si rivoltava per l'istinto
inalienabile della difesa, o sbizzarriva per insipiente indocilit, tosto
veniva tolto dal corpo sociale come pericoloso e infesto. Il Senato poi che,
sotto il dominio spagnuolo (non sono parole nostre), corredato nella sua
istituzione di somma autorit, si reputava maggiore del Governo stesso; per
cui la vita, la libert, la fortuna d'ogni cittadino, erano abbandonate al
potere illimitato di lui, che si credeva sciolto dai rigidi principj di
ragione, e solea dire che giudicava tamquam Deus; sotto Carlo VI vide pi
ancora accresciuta l'autorit propria, e perch le istituzioni mantenute in
vigore da chi  innamorato di esse, non ponno a meno d'invadere un campo
maggiore di quello che primamente era loro stato conferito; e perch inoltre,
negli anni di Carlo VI, non si presentarono governatori cos prepotenti come
quei di Spagna, a respingere l'arbitrio coll'arbitrio, ed a farsi beffe del
tamquam Deus.
Quando un popolo  condannato a portare simultaneamente il peso di due poteri
arbitrarj e iniqui, ma che pure si faccian mutua controlleria, pu avere
intervalli di sollievo e pu accidentalmente trovar anche la giustizia; mentre
invece, se di que' poteri uno solo rimane sul campo, allora ai soggetti non
resta a far altro che mordersi le mani, perch loro  impedito anche di
esprimere i gemiti del dolore. Ad onta di ci, qualche uomo di Stato e qualche
istoriografo pot lodarsi di quel periodo transitorio; ma la logica rivede i
conti alla cronaca, le cui cifre, se non rispondono alla riprova della prima,
 indizio che sono fallaci. Per il fatto che siamo per raccontare viene a
smentire l'asserzione: che sotto il governo di Carlo VI siasi respirato quanto
lo comportava la condizione dei tempi. Degli arbitrj inumani del Senato,
rimasto solo sul campo, fu dunque conseguenza un funesto avvenimento che non
si  potuto scancellare dalla tradizione inorridita, sebbene siasi fatto
scomparire dagli archivj il relativo processo criminale. Per, furono uomini
devoti alla giustizia ed alla santa ragione quelli che pensarono di conservare
il dettato della tradizione da essi raccolta dalla stessa bocca di chi era
stato testimonio di quel fatto, che ben pot chiamarsi la strage degli
innocenti; e la conservarono, perch lo spettacolo dei traviamenti a cui pu
andar soggetta un'autorit costituita in arbitrio illimitato, rimanesse ad
ammonizione ed a sgomento delle future generazioni.
Chi quindici o vent'anni fa era studente al ginnasio, al liceo,
all'universit, avr sentito parlare di un tempo non molto lontano, in cui i
giovinetti battaglieri e maneschi solevano ordinarsi in truppa, e assumevano
tra loro un'ostilit di convenzione per aver un pretesto di menar le mani. Gli
scolari del ginnasio e del liceo di Sant'Alessandro eran nemici giurati di
quelli, per esempio, del ginnasio di Santa Marta, o di quelli di Brera; e
questi, non volendo patire insulti, respingevano i nemici armata mano, vale a
dire colle munizioni scolastiche, quali i pennajuoli, le righe, le cinghie di
pelle, i temperini che convertivano l'ostilit di convenzione in ostilit
vera, e le antipatie in furore, e le ragazzate in fatti gravi e in occasioni
di affanni alle famiglie. Spesso gli assaliti diventavano assalitori, e
l'esercito del ginnasio di Brera, che aveva la riserva formidabilissima degli
studenti di disegno, armati di squadra e compasso, trasportavan la guerra
fuori del proprio nido, e inseguivano i nemici fin nelle loro sedi come gli
antichi Romani. La contrada del Fieno e la piazza dell'Albergo Imperiale
parlano ancora di queste guerre, a chi sa interrogarle, come i campi di Zama e
di Cartagine. Noi stessi poi ci ricordiamo come alcuni scolari di retorica,
che avevano appartenuto a quei tempi gloriosi, guardassero a noi, scolari
novizj di prima classe, con quell'aria di piet e di dileggio con cui un
veterano di Waterloo guardava ai molli giovani cresciuti dopo la
restaurazione.
Codesta pericolosa consuetudine, di che a' nostri tempi fanciulleschi non era
rimasto che la ricordanza, ricordanza che qualche rara volta provocava lo
spirito d'imitazione, ora, per fortuna,  scomparsa affatto; ma invece
trovavasi nel suo massimo vigore nel secolo passato. Quanto pi era rigoroso e
quasi tirannico il regime casalingo de' nostri padri, tanto pi i giovanetti
reagivano a quel rigore, allorch eran fuori della vista paterna e materna.
Non potendo respirare in casa ragionevolmente, perch il terribile pap, colla
parrucca di Filicaja o col top di Scannabue, li fulminava con lo sguardo, si
sfogavano irragionevolmente fuori di casa, e con tanto pi intensa, quasi
diremmo, rabbia fanciullesca, quanto minore era il tempo di libert a loro
concesso. Cattivo il sistema d'educazione, pessime le conseguenze. Per
avveniva talvolta che le nature giovanili pi vivaci e generose prorompessero
peggio delle altre in atti d'insubordinazione e di disordine. N limitavansi a
quelle battaglie tra loro; ma talvolta quando durava la tregua, siccome
avevano degli spiriti esuberanti da versar fuori, tanto pi esuberanti quanto
pi, siccome dicemmo, venivan compressi in casa dal folto sopracciglio paterno
e in iscuola dall'arcigna canizie del frate professore gesuita o barnabita,
cos si sfogavano sui passeggieri, su qualche figura barbogia e ridicola, su
qualche vecchia che vendesse i libretti della cabala e avesse odore di
sortilega, press'a poco, come non  gran tempo, potemmo vedere qualche sucida
vecchiarda inseguita a dileggi e a fischiate dall'irrompente folla della
fanciullesca marmaglia.
Qualche volta per, uniti in formidabile truppa, segnatamente gli scolari gi
adulti della rettorica, si dilettavano anche a far qualche atto di giustizia
sommaria, a fare scherzi e dileggi a coloro che per verit li avevano
provocati, scherzi e dileggi che non mancavano di spirito, e mettevano di buon
umore tutta la citt. Ora avvenne il seguente fatto. Alcuni allievi del
ginnasio di Brera, delle classi superiori, giovinetti dai quindici ai sedici
anni, finite le scuole, uscirono un d in truppa dalla porta maggiore del
palazzo, e di l traendo per le contrade, si dilettarono a metterle a rumore,
trattenendosi di tanto in tanto a far celie e dispetti ai passanti, ai
bottegaj, alle vecchie portinaje, alle livree passamantate di qualche casa, ai
cocchieri, ai lacch, ecc., ecc.; quando, un di loro, proponendosi qualche
soperchieria pi saporita, rivolto ai colleghi di scuola, cos disse: Andiamo
a vedere il nuovo guardaportone del senator Goldoni. Invece di quel bell'uomo
che aveva prima, il Marchese ha voluto seguir la moda, e s' provveduto di un
nano, ma il pi brutto e laido nano che m'abbia mai visto; non patisce che
nessuno si fermi a guardarlo, e sfido a vincere la tentazione. A chi gli ride
in faccia, ringhia come un cane, e scaglia invettive a tutti, e qualche volta
mena anche a tondo la lunga canna d'India, che a chi gli tocca il pomo nelle
gambe non  un servizio. Il senator Goldoni sa tutte queste cose, e va superbo
di questo bel mobile; e quando sa che il suo nano ha fatto cadere il pomo del
bastone su qualche testa o qualche schiena, gli d doppia giornata e doppio
pranzo. Ora, fatto tesoro di queste parole, i compagni mossero tutti e di gran
lena, senza nemmeno far precedere una consulta, alla volta del palazzo
Goldoni. Giunti di faccia al quale, e visto che il nano guardaportone era l
tronfio e pettoruto, e con un faccione protervo e provocatore e ghignoso,
tosto si schierarono in semicerchio innanzi a lui, e si misero a cantare in
coro una villotta allora in voga, dove c'erano delle celie che parevan pensate
e messe in musica apposta per esso. Non  a dire la furia a cui mont il nano,
e come tosto facesse succeder le brutte parole e le minaccie e i fatti; e
come, all'ultimo, secondo il suo costume, si desse a far girare su quella
schiera il suo lungo e pesante bastone senza modo n misura. Ma il nano era
solo, e la schiera era giovane e fitta e forte e baldanzosa, onde fattiglisi
intorno, lo disarmarono, lo avvoltolarono come un palo, e cos raggirandolo a
spintoni, a calci, a schiaffi, gli fecero fare il giro di tutta la citt, fra
le risate universali, ottenendo, quel che oggi si direbbe, un vero successo
d'entusiasmo.
Il tumulto crebbe al punto, e i guaiti del nano, infuriato e percosso da tanti
pugni, furono tali, che, come avviene di consueto in queste faccende, accorse
la sbirraglia. Allora gli studenti abbandonarono il nano e tentarono la fuga;
ma la folla stipatissima essendo stata d'inciampo ai loro passi, gli sbirri
s'impadronirono de' pi adulti, lasciando andare la ragazzaglia minuta, mentre
il nano mezzo pesto fu ricondotto al suo portone. I quattro giovinetti, che
tale riusc il numero dei disgraziati, vennero tratti al capitano di giustizia
ammanettati come ladri. Se quel nano fosse stato un povero del volgo,
esercitante qualche professione, forse gli sbirri avrebber dato una mano agli
scolari di Brera; ma avendolo conosciuto pel nano del senator Goldoni, si
fecero un palo, di difenderlo con devozione di vassalli, e di accompagnarlo a
casa con tutti i riguardi dovuti a un alto personaggio. E se gli sbirri si
comportarono di questa maniera, non stettero indietro i giudici, gli auditori,
i notaj, gli scrivani del Capitano di Giustizia, allorch, maravigliando e
quasi inorridendo del gravissimo insulto, guardarono a quei quattro giovinetti
scellerati, che ebbero tanta audacia di percuotere il Guardaportone del
senator Goldoni. Ma la cosa non doveva fermarsi qui. All'annuncio di quanto
era avvenuto, quel senatore, pallido d'ira e giurando di trarre una terribile
vendetta, la quale fosse a lezione ed a sgomento della plebe, si rec,
abbandonando il pranzo e lasciando i convitati in gran trambusto e cordoglio,
al palazzo dell'eccellentissimo presidente del Senato, il quale non meno
stupito e convulso d'ira del marchese Goldoni, quasi che si trattasse della
patria in pericolo, convoc extraordinariamente il Senato, ingiungendo che
facesse parte dell'adunanza il Capitano di Giustizia e il suo Vicario, come
praticavasi nelle bisogne d'urgenza. A chi considera oggi tali fatti, la
storia pare bugiarda, ch la ragione si rifiuta ad ammettere tanta demenza,
pi quasi che ferocia, in uomini gravi, costituiti in autorit. Ora il
Capitano, avendo gi esaminati i giovinetti, lesse in Senato il costituto,
esponendo il fatto come un atto manifesto di pubblica sedizione, ed anche,
subordinatamente, pronunciando il voto per la massima pena da infliggersi ad
essi. Sebbene la maggior parte de' senatori, per la vertigine provocata
dall'orgoglio di corporazione, giudicassero quella colpa gravissima, e,
smarrito ogni lume di ragione, non sapessero tener conto menomamente
dell'inesperienza inconscia e non responsabile di quegli adolescenti, e per
non credessero di derogare alla proposta del Capitano di Giustizia, pure non
manc in quel consesso di giudici iracondi qualche voce pietosa; e forse
quella voce avrebbe potuto stornare la carneficina; poich, essendosi letti a
quel consesso i nomi de' giovinetti, fece senso a tutti quello di don Giovanni
Pietra, figlio del conte Francesco Brunon-Pietra, e fece senso non per altro
che perch era il nome di un nobile. Questo incidente bast a fare aggiornar
la sentenza; ma tutto, purtroppo, fu inutile. Una soperchieria infantile
doveva esser causa di un'ingiustizia, e questa doveva provocar poi un atto
inumano e veramente inaudito, atto inumano che, a primo aspetto, avrebbe
potuto aver sembianze di una virt somigliante all'inesorabile giustizia della
patria potest di Roma antica; ch il d dopo, il segretario del Senato, lesse
in pieno consesso uno scritto sottosegnato dal conte Francesco Brunon-Pietra,
col quale ei supplicava che non si avesse riguardo nessuno alla nobilt del
suo casato, quando fosse stato d'impaccio al corso della giustizia; perch,
riferiamo le sue stesse parole, l'obbedienza alle leggi e il rispetto
all'autorit e segnatamente il culto dell'alta maest del Senato doveva andar
innanzi a tutto. Le voci pietose che s'eran fatte sentire il giorno prima, si
fecero riudire ancora, ma in segno di dolorosa meraviglia, inculcando che si
dovesse considerare come non ricevuto uno scritto in cui la devozione
all'autorit faceva tacere l'umanit, e offendeva le leggi pi antiche e pi
irrepugnabili di natura, ma tutto fu indarno. I giovinetti vennero condannati
a morte.
Or che indole d'uomo era quel conte Francesco Brunon-Pietra, e come e perch
aveva potuto inviare al Senato quel terribile scritto? Noi abbiamo fatte molte
e lunghe e non facili ricerche per scoprirne le cagioni, e alla fine, tenuto
scrupolosamente conto di tutto, ci riusc di cavarne quanto segue.
Quel conte Brunon-Pietra era stato assai famigerato in Milano per le sue
galanterie donnesche, per la sua vita disordinata e facinorosa; e soprattutto
per aver consumato nella prima giovent l'intero patrimonio, che era di
qualche milione di lire milanesi, e ingoiate poi, l'una dopo l'altra, quattro
eredit laterali. Fu allora che, ridotto quasi al verde, seppe cos ben fare e
comportarsi nella casa dei marchesi Incisa, che una graziosa e virtuosissima
giovinetta di quel casato, ricchissima di un'eredit legatale da un suo
padrino, tirata ad arte nelle insidie, fin ad invaghirsi perdutamente di lui,
ed a concedergli la mano di sposa. Da questo matrimonio nacquero, ne' primi
due anni, un figlio maschio e una fanciulla che non conobbero la madre,
perch, vittima delle furibonde ingiurie maritali, mor tre mesi dopo il
secondo parto. Pare che le cagioni di quelle ingiurie e di quella morte
immatura sieno state delle tresche scandalosissime con una contessa Ferri,
nata Alfieri; poich, non ancora compiuto il lutto vedovile, il conte Brunon,
senza riguardo alcuno, la spos, e n'ebbe poscia un figliuolo. Intanto che il
primogenito e la fanciulla del primo letto, eredi della ricchezza materna,
erano tuttora in cura delle nutrici, il figliuolo del secondo letto cresceva
in casa, e la nuova moglie del conte, che aveva preso sul marito quell'impero
ch'egli in addietro aveva sempre esercitato sulle donne, gli comunic un tale
amore per quel fanciullo, ch'esso, al pari della matrigna, sent avversione
pei primi due, e tutto l'incomodo e il peso della loro esistenza. Questo non
appar manifestamente in principio, ma quando i fanciulli avanzarono in et,
trapelarono al di fuori le intenzioni del conte, tanto che i parenti della
defunta marchesa Incisa, fecero reclami per avocarne a s la tutela; ma
invano, perch il conte, astutissimo e versipelle, seppe condursi cos bene,
che furono respinti i reclami e a lui data piena soddisfazione. Se non che
d'allora in poi il conte, affinch i figliuoli non si lamentassero, finse di
trattarli bene. La fanciulla, che era donna Paola, fu messa educanda, com'era
di consuetudine, in un monastero che fu quello di Santa Radegonda, il
fanciullo fu tenuto in casa; e siccome egli era naturalmente acuto e
vivacissimo, e si sentiva come il padrone in casa, e non poteva soffrir la
matrigna, n vedea molto di buon occhio il fratellastro, il conte Brunon, per
non averlo contrario, e perch non gli uscisse di mano l'amministrazione delle
sue sostanze, si diede ad accarezzarlo, ad assecondare ogni suo capriccio.
Quali disegni poi si volgesse in testa non si sa..., ma forse, senza che lo
sapesse spiegare a s medesimo, meditava di addensar pericoli al giovinetto,
perch avesse o tosto o tardi a rimanerne travolto. Ed or la mente vorrebbe
respingere l'idea di un tanto accordo tra il destino e i desiderj di quel
padre scellerato.
Prima che si eseguisse la pena capitale contro que' sventurati giovani, si
commosse tutta la citt, impietosita e di loro e dei parenti desolati; e nei
giorni d'intervallo molte pratiche si tentarono per smuovere l'autorit del
Senato da tanta efferatezza. Or non  a dire la dolorosa meraviglia di tutti,
nel sentire quel che era stato scritto al Senato dal conte Francesco, il quale
solo, per la sua nobilt e per quella del figliuolo, avrebbe potuto, se avesse
voluto fermamente, impedire quella carneficina e salvare col proprio figliuolo
altri giovinetti complici.
Ma la costernazione generale, se fu sincera e profonda, non fu coraggiosa,
perch non par vero che lo spettacolo di cos scellerata, ripetiamo demenza,
non abbia fatto insorgere tutta la citt, per strappare quelle giovani vite
dalla mano del carnefice, con tali dimostrazioni solenni dell'ira pubblica,
che valessero ad inspirare al Senato stesso quello sgomento che insegna la
piet.
Il conte Francesco pot dunque veder lieta l'infernal moglie per quel
primogenito spento, e spento, gli parea quasi tanto sono assurdi i sofismi
dell'iniquit per un ordine provvidenziale; ma restava la fanciulla, educanda
in Santa Radegonda, la giovinetta donna Paola Teresa, che gi toccava i sedici
anni, e doveva fra poco tempo uscire di l per accasarsi convenevolmente,
essendo ricca di buona parte della ricchezza materna. Ora quella figliuola,
superstite al fratello, turb la gioia del connubio infernale. Il conte
Francesco ereditava dal figlio i due terzi della sostanza che aveagli lasciata
la marchesa Incisa; ma questo non bastava alla sua seconda moglie, la quale,
eccitata da un affetto smodato pel proprio figlio, le parea che fosse rubato a
lui quello che potea pure diventar suo, se donna Paola Teresa, o scomparisse
come il fratello infelice, o giacch era in convento, vi rimanesse professa
per sempre. Ma la fanciulla non avea mai dato segno di vocazione alla vita
claustrale. Ricca e bella e, per soprappi, avendo sortito dalla natura una
grande virt per la musica e pel canto virt fatta poi mirabile dagli
insegnamenti della celebre suor professa Rosalba Guenzani, cantatrice e
suonatrice d'organo nel monastero appunto di Santa Radegonda aveva gi potuto
presentire le attrattive del mondo; ch ogni qualvolta usciva di convento, a
stare un giorno col padre, nella qual occasione recavasi anche a far visita a'
parenti, veniva accolta da tutti come in trionfo; e gi le era stato toccato
di qualche cospicuo matrimonio; di modo che, per modesta e virtuosa che fosse
ed era virtuosissima, tanto da esser l'idolo, non solo della sua maestra suor
Rosalba Guenzani, ma delle altre suore e delle amiche colleghe ogni qualvolta
ritornava in convento, sebbene le fossero care e la maestra e le amiche, pure
non desiderava altro che di lasciare quelle meste mura del chiostro e di
uscire all'aperto. Or venne il tempo in cui, finita la sua educazione, doveva
infatti uscire. Ma fu allora che il conte Francesco, messo innanzi il pretesto
d'un viaggio, cominci ad insinuare alla fanciulla di rimanervi fino al suo
ritorno; ed ella vi rimase. Di poi, quando non valse pi quel pretesto, ne
cav fuori altri molti per poterla dimenticare col; ed ella pazient senza
lamentarsi, ma con grande suo affanno. Infine il padre un d le fece motto
della convenienza ch'ell'avrebbe avuto di abbracciar la vita monastica. La
fanciulla stup a quella proposta, e rispose con sdegno, e risolutissimamente
neg. Allora il padre finse di non adirarsi e di trovar giusta quella fermezza
di risoluzione; onde levatala dal convento, la condusse in casa. Se non che,
dopo alcuni giorni, il portone del palazzo Pietra stette chiuso, perch tutta
la famiglia erasi recata in campagna in un luogo tra i monti valtellinesi.
Passarono cos due mesi, finch corse la voce che tutta la famiglia era
tornata, ed anche la fanciulla donna Paola. Ma con grande meraviglia di tutti,
essa venne ricondotta dal padre nel convento di santa Radegonda, dove la madre
abbadessa sent dalla bocca stessa di lei che voleva farsi monaca. La
poveretta in que' due mesi erasi per tal modo disfigurata, che pareva una
larva di fanciulla strappata per miracolo alla morte dall'arte medica. Che
cosa del resto sia avvenuto in quel luogo del valtellinese, con che atti di
crudelt siasi trattata la giovinetta in quel tempo, non si sa; onde  libero
il campo alle congetture. Quello che pur troppo avvenne si fu, che, dopo un
anno, donna Paola Pietra si profess monaca in Santa Radegonda. Ma, dice il
frate di S. Ambrogio ad Nemus, in quella sua succinta relazione:
In quello stesso momento in cui la fanciulla non da un solo timore
riverenziale, ma da una manifesta violenza, fu costretta fare nel suddetto
monastero la solenne professione de' voti, protest nell'interno del suo animo
a Dio di non concorrere colla volont ad un atto, a cui era trascinata
dall'altrui volere. Paga d'aver di ci chiamato Dio stesso in testimonio, si
persuase di poter conservare intera quella libert che Dio stesso le avea
data. Tuttavia, fosse prudenza o un resto del timore onde ella erasi lasciata
obbligare all'atto solenne, non confid che assai tempo dopo, a fide e
virtuose persone, gl'interni suoi sentimenti; e come se fosse presaga di
quanto doveva poi veramente succedere, nella dolorosa solitudine del chiostro
si consolava colla speranza di dover un giorno romper quei lacci che la
violenza degli uomini le avevan posto. A tale effetto conserv per molti anni
un suo abito secolare, di cui credea fermamente di doversi servire. Pure in
qual modo ella avesse ad uscirne non poteva nemmeno immaginarselo, ben
conoscendo che era impresa impossibile il tentarlo per le solite vie
giuridiche. Ma la straordinaria virt del suo canto, come l'aveva gi esposta,
quand'era ancora educanda, all'ammirazione generale, doveva additarla, monaca,
all'altrui piet. Gi abbiam detto che tutta la citt di Milano accorreva
nella chiesa di santa Radegonda a sentirvi le migliori produzioni della musica
per canto ecclesiastico. Il maestro Prediani, bolognese, che allora era in
Milano, soleva, per cos dire, stare in giornata su tutto quello che
producevasi in Italia in questo genere, e appena venisse in luce qualche
composizione squisita, era sollecito di mandarla alla celebre suor Rosalba,
affinch ella la facesse conoscere ed apprezzare con quel magistero ch'ella
aveva nel toccar l'organo e nel cantare, e perch specialmente, se trattavasi
di pezzi a due voci, veniva squisitamente assecondata da suor Teresa Paola
Pietra. L'Ave maris stella di Leo era uscito di fresco in que' giorni.
Il ceto distinto della citt, che allora tenea dietro a tutte le novit
musicali, e s'interessava anche della musica di chiesa, veniva informato dal
maestro Prediani, che dava lezioni nelle principali case, del quando si doveva
eseguire qualche gran pezzo istrumentale in Duomo, o qualche canto in Santa
Radegonda, onde accorse per sentire quella nuova composizione. La folla, come
suol dirsi, si portava a que' trattenimenti, tanto che l'arte faceva
dimenticare la devozione; e per, in proposito, erano uscite alquante
pastorali contro l'uso e l'abuso della musica sacra. Ora, tra quella folla
stipatissima, si trov un Inglese, che si chiamava lord Crall, uomo
straordinario e cavalleresco, e portato naturalmente all'entusiasmo. Egli
sent quella musica e sent la voce commossa della monaca giovinetta, la
quale, ripetendo quel canto divino, vi trasfondeva tutta l'intensit dei
proprj affanni, e con tal fascino, che tutti, mentre atteggiavano il volto al
sorriso per la soavit della melodia, pur si sentivano irresistibilmente
inondati di lagrime.
Quel gentiluomo dunque, pi commosso ed esaltato di tutti, chiese di quella
monaca, e udita la storia del fratello di lei e del tristo padre, e com'ella
fosse venuta renitente ai voti; tanto si interess di essa che, d'una in altra
ricerca, venne a conoscere i segreti suoi pensieri, ed eccitato dalla piet e
dall'entusiasmo per tanta virt e sventura, si offr di liberarla e di farla
sua sposa. La forza di codesta tentazione fu s gagliarda sulla monaca
giovinetta, che il pericolo della fuga, i disastri d'un lungo viaggio,
l'abbandono della patria, la diversa religione del gentiluomo, e i mille
sentimenti di piet e d'onore che doveano sostener la sua ragione, se la
tennero per qualche tempo in grande sospensione d'animo, pur non valsero a
soggiogarla; poich, all'ultimo, ella si faceva imperterrita nell'idea d'esser
libera innanzi a Dio, e di potere col matrimonio serbare inviolato il proprio
onore. Rispetto ora al gentiluomo che aveva promesso di liberarla, giova
sapere com'egli nascesse da una famiglia illustre inglese passata in Francia,
e come il padre suo, pel celebre editto fulminato da Luigi XIV contro gli
Ugonotti, nel 1685, siasi trovato costretto a tornare in Inghilterra; dove
mor lasciando due figlie ed un maschio, che fu poi questo lord Crall.
Custodivansi le chiavi del monastero nella stanza dell'archivio, a cui si
entrava per una bussola chiusa da una piccola serratura; fatta per ci la
prova di diverse chiavi, ne fu trovata una che l'apriva. Dopo di che, fissato
il giorno e l'ora per l'uscita, licenziatosi pubblicamente il cavaliere dagli
amici, part da Milano; ma trattenutosi segretamente in un casino poco
distante dalla citt, vi fe' ritorno pochi giorni appresso, nella stessa notte
stabilita per la fuga. Giunta l'ora in cui la si dovea eseguire, accaddero nel
monastero alcuni piccoli e curiosi accidenti che non mette conto di riferire,
i quali parea avessero ad impedirla, ma invece l'agevolarono.
Il cavaliere si trov, con altri, ben armato alla porta del monastero, ed una
carrozza stava preparata in vicinanza alla chiesa di S. Paolo; prima d'uscire
depose la fanciulla la veste religiosa, e comparve in sott'abito da uomo. Alla
presenza di testimonj si rinnovarono allora ambidue la fede ed il giuramento
di sposi, di cui il cavaliere avea prima fatto dichiarazione in iscritto; e,
senz'altro contrattempo, lasciarono la citt.
La notizia di codesta fuga fece un tal rumore e provoc tanti parlari, che per
molto tempo circolarono scritture in proposito e poesie di vario tenore; nelle
quali, o lo sdegno dell'ascetismo esaltato condannava altamente quella
risoluzione della giovane monaca, o la piet spontanea di una ragione pi
libera protestava in sua difesa; ma pi di tutti lev grido e si diffuse
rapidamente ed ebbe migliaja di copie manoscritte un sonetto ch'ella medesima
scrisse in propria difesa: ed  questo, che, sebbene scorretto e tutt'altro
che prezioso in faccia all'arte,  preziosissimo in faccia a pi gravi
ragioni:

Donde n'entrai, m'involo alla ventura,
Porto meco l'onor, la f nel core.
Bench questo rassembri un grande errore,
Pianger dovr chi lo mio mal procura.
So che al mondo non v' legge s dura,
Ch'obblighi un cuore ad un sforzato amore.
Amo il decoro e son dama d'onore,
Onde vincer sapr la mia sventura.
Qual combattuta nave in mezzo all'onde,
Oggi imploro dal ciel soccorso, ata
Per arrivar le sospirate sponde.
Se fortuna o periglio a me s'impetra,
Sia noto al mondo come fui tradita,
Se ben ebbi nel seno un cor di Pietra.

Ma da Milano i due fuggiaschi viaggiarono sollecitamente a Venezia, dove si
trattennero parecchi giorni in una casa vicina a quella d'altri Inglesi,
nonostante lo strepito che presso la Repubblica faceano il ministro cesareo e
il nunzio del papa. Se non che, essendo stati avvisati che non avrebbero
potuto fermars col pi lungamente senza pericolo, la donna, vestita, come
sempre era stata, da uomo, fu condotta di notte sopra un vascello inglese che
stava alla rada; mentre il cavaliere, dopo averla consegnata al capitano, per
una maggior cautela, pass in altro bastimento olandese. E bene erano stati
avvisati in tempo, perch il giorno dopo, per ordine del Magistrato, si fece
la ricerca della fuggitiva in quella medesima casa donde poche ore prima era
uscita. Dalla rada di Venezia passato il vascello inglese a Zante per farvi
provvigione di vino per l'equipaggio, non pot fermarsi col quanto bisognava,
perch recatosi di notte al suo bordo il nipote del Console inglese in
quell'isola, avvis il capitano che suo zio aveva accordata al governatore la
permissione di far la visita al vascello, per toglierne una religiosa
trafugata. Il capitano, levate allora le ancore, si allontan dall'isola,
apprestandosi alla difesa, nel caso che lo si fosse attaccato. La mattina
seguente si mostr infatti una marciliana con altra nave. Ma quella, avendo
scorto che l'equipaggio era sotto l'armi, ed essendo il vento poco favorevole
per tentare l'abbordaggio del vascello, dopo averlo per qualche tempo
inseguito, dovette abbandonarlo. Donna Paola intanto era stata, per maggior
sicurezza, nascosta dal capitano nel fondo del vascello, dove ebbe a
trattenersi parecchie ore. Cessato il pericolo, all'uscire di quella
sepoltura, fu salutata con grandi evviva da tutto l'equipaggio, gi informato
delle avventure della medesima. Il vino che dovea provvedersi a Zante, fu
provveduto in altro porto; e dopo un viaggio non molto lungo, il vascello
approd felicemente a Londra. Qui donna Paola venne accolta dalle due sorelle
del cavaliere e ritrov preparata l'abitazione. Il cavaliere intanto, che per
maggior cautela s'era trattenuto alle spiaggie di Venezia, venne poi con abito
mentito ad Ancona, donde, attraversata per terra l'Italia, giunse a Livorno,
dal cui porto con altro vascello pass in Inghilterra, dove sbarc poco dopo
l'arrivo di donna Paola.
Sparsasi per tutta Londra la novella di codesto fatto straordinario, tosto
l'arcivescovo di Canterbury, con proposte onorevoli, tent l'animo della donna
ad abbracciare la religione anglicana; ma la donzella fermissimamente dichiar
che, non essendo passata in Inghilterra per motivo di religione, ella non era
in istato n in volont di cangiarla; dichiarazione che ripet poscia alla
regina medesima, quando, con maggiore grandezza di offerte, essa le mand lo
stesso invito dell'arcivescovo. La sola cosa che bramava donna Paola era di
convalidare il suo matrimonio colla presenza d'alcuni parroci cattolici di
Londra; ma questi avendo ricusato di assisterla finch Roma non avesse
decretata invalida la sua professione religiosa, ella invi una supplica al
pontefice allora regnante. Ma o non fosse stata la supplica debitamente
concepita, o fosse stata mal diretta, non ne ottenne risposta veruna; per cui
deliber di condursi in Francia insieme col cavaliere, e di l, bisognando,
anche a Roma, per implorare personalmente ci che non s'era potuto ottenere
per lettere.
Giunti in una citt di quel regno, il vescovo, a cui era noto il fatto gi
pubblico in tutta Europa, penetrando il loro arrivo, fece qualche passo per
assicurarsi della religiosa. Ma essi, avutone sentore, sollecitamente si
ritiraron in Ginevra, dove dall'istesso magistrato furono, poco tempo dopo,
segretamente avvisati perch si guardassero dall'uscirne, essendo attesi ai
confini; e qui uno stratagemma serv loro di scorta, e preso altro cammino,
dubitando di nuovi incontri, se ne tornarono in Inghilterra. Col, senza
nessun avvenimento notevole, visse donna Paola fino all'anno 1732, con quella
tranquillit che le potea permettere la sua specialissima condizione, e il
rimordimento che di tanto in tanto la infestava d'essersi fatta giustizia da
s stessa, quantunque pur sempre si confortasse della protesta fatta in suo
segreto a Dio, e della insistenza e diligenza assidua ond'ella erasi adoperata
e s'adoperava per riconciliarsi colla Chiesa. Quando finalmente la sua fortuna
volle che ritrovasse un mercante cattolico di Londra, il quale prese l'impegno
di scrivere ad un suo corrispondente in Roma, uomo che si assunse l'incarico
con religioso calore; e a servir meglio e l'amico e la coppia virtuosa,
recossi a ragguagliarne il cardinal di Sant'Agnese, di cui aveva la
protezione, il qual cardinale era un Giorgio Spinola di Genova. Questi,
riflettendo alla gravezza dell'affare, ne parl tosto al Santo Padre, ed al
cardinale Vincenzo Petra penitenziere, dal quale, coll'assenso pontificio, fu
per mezzo dello stesso mercante spedito sollecitamente a Londra il solito
breve assolutorio col salvacondotto, affinch la donna nel termine di sei mesi
si portasse a Roma. A tale uopo furon dati gli ordini a banchieri di varie
citt pel somministramento del denaro e di tutto quello che nel viaggio potea
bisognare alla medesima.
All'arrivo di questi ricapiti, bench fosse il cuor dell'inverno, part donna
Paola da Londra con un cameriere cattolico; ed attraversata la Francia sotto
altro nome, giunse a Marsiglia, non senza gravi patimenti cagionati dalla
stagione, e il giorno 8 febbraio 1733 entr in Roma. Il cardinal di
Sant'Agnese, avvisato preventivamente dell'arrivo, fe' che le movesse incontro
una matrona di esemplare saviezza, in casa della quale donna Paola si
trattenne segretamente alquanti d, trascorsi i quali, per ordine del
pontefice, pass al convento del Bambino Ges, sotto apparenza di dama
fiamminga, per ivi addurre le sue ragioni contro la profession de' voti.
La prima determinazione del papa fu di deputare un congresso di cardinali, dal
quale si esaminasse se una tal causa dovea agitarsi nella Congregazione del
concilio o nel tribunale della sacra Penitenzieria. Le gravi e particolari
circostanze che, a primo aspetto, si videro in quest'affare, fecero
abbracciare il secondo partito. Per operar tuttavia con pi cautela, a'
giudici della Penitenzieria furono aggiunti cinque cardinali, fra' quali lo
stesso prefetto della Congregazione del concilio.
Da lungo tempo non eravi stata in Roma una causa pi intralciata di simil
materia. Tre volte, in tempi diversi, radunossi la Congregazione, e si tennero
altres molti Congressi. Non pot sapersi quel che in essi s'andasse di volta
in volta determinando: ma quello che si pu dire , che le prove delle
violenze da principio accennate, furono, dopo quasi tre anni, poste in s
chiaro lume che, non potendosene dubitare neppur da' giudici pi austeri,
finalmente, nel mese di settembre dell'anno 1735, a pieni voti venne fatto
dalla Congregazione il decreto: Constare de nullitate professionis. Il papa
conferm il decreto, e, dopo risolute altre dipendenze, fu data a donna Paola
la libert d'uscire dal chiostro, in cui aveva dimorato per tutto quel tempo
con universale edificazione.
Donna Paola Pietra, toccato cos il supremo suo intento, a cui incessantemente
era stata fida, pi, quasi diremmo, per un'ostinazione della mente che si
esaltava nell'idea di aver per s il diritto e la giustizia, che per la
probabilit della riuscita, lasci Roma, sicurissima di s medesima, poich
s'era come veduta espressamente protetta dalla provvidenza; e ritorn in
Inghilterra a ricongiungersi con colui che l'aveva tratta in salvo, e che
sempre le si era mantenuto religiosamente fedele. Abbandonata poi
l'Inghilterra, venne con esso a Roma dove solennemente ei la spos. Ma la
fortuna non volle permettere che tanta felicit fosse duratura, e, dopo tre
anni di convivenza maritale, il virtuosissimo gentiluomo venne a morte,
lasciandola madre di due figli. Donna Paola per qualche tempo se ne stette
nelle vicinanze di Roma, poi, nel 1743, dopo tredici anni di assenza, ritorn
a Milano a fermarvi stabile dimora. Un tale ritorno gett lo sgomento in
coloro che l'avevan voluta sagrificare, sapendola cos efficacemente protetta
dal santo padre; ma provoc un tripudio universale, tanto che le diverse
maestranze della citt la vollero festeggiare con notturna luminaria. Ed ella,
se magnanima disprezz tutte le vili paure di chi l'aveva voluta opprimere,
non mostrando nemmeno di ricordarsi di loro; volle corrispondere efficacemente
a quella pubblica estimazione con atti di carit viva, col farsi consolatrice
degli altrui dolori, col metter pace nelle trambasciate famiglie; pi spesso,
col difendere contro l'attentato de' tristi l'innocenza che non si guarda; tra
i molti suoi atti meritorj aveva destato gran rumore un viaggio che fece
appositamente per ottenere da Maria Teresa la grazia della vita per un
giovane, colpevole d'aver ucciso un cavaliere che avea fatto contumelia alla
sua fidanzata. Naturalmente dotata di acuto intelletto, fortificata
dall'esperienza, virtuosa senza rigidezza, benefica senza ostentazione, era
essa richiesta di consiglio anche da persone di gran riguardo.
Quand'ella recavasi a passeggiare lungo le pubbliche vie, era segno agli
sguardi di tutti quel suo grave aspetto, in cui serbavansi tuttavia i resti di
una maestosa bellezza; aspetto grave di quella placida mestizia che viene
dalle angoscie passate, dalla memoria di una perdita irreparabile, dalla
severa considerazione della vita; ed ella, che nell'animo avea tanta piet per
altrui, ne destava poi altrettanta in tutti coloro che la guardavano,
conoscendo il suo passato; poich facea senso quel perpetuo suo lutto
vedovile, il quale attestava un dolore che non poteva aver riposo nella vita;
e faceva senso quel suo comparire in pubblico assiduamente accompagnata dai
due suoi figliuoli gi quasi adulti, e come lei vestiti a lutto, e severi e
mesti al par di lei. E davvero che il gruppo di quelle tre figure, che si
staccava come un simbolo di dolore sul fondo vivace e variopinto e
giocondissimo di quel tempo, giungeva a compungere di gravi pensieri quella
societ cos spensierata e vana, la quale, ignara delle fiere lotte che
l'aspettavano, non attendeva che a darsi buon tempo, come chi spende e getta e
scialacqua le ultime ricchezze, e tuffa nell'ebriet il pensiero del domani.
Era dunque stato un felice pensiero della contessa Clelia, quello di voler
recarsi da questa donna Paola Pietra, e per richiederla di consiglio in un
affare dilicatissimo e serio, e che poteva aver conseguenze luttuose,
quantunque vestisse le apparenze di un amore galante; e per versare nel cuore
di colei le ambascie, che ormai non potevano pi esser contenute nel suo.

X


Per quanto durante la notte, nell'imperversare di un affanno, riesca
impossibile di chiuder gli occhi al sonno, v' pure un momento, vicinissimo
all'alba, in cui  convenuto che si debba dormire; ma quel momento pare che,
da un genio squisitamente acuto nell'inventar mezzi a tormentare l'umanit
infelice, sia stato introdotto apposta fra il confine della notte e del
giorno, perch appunto, al risvegliarsi dopo un fuggitivo, pi che riposo,
assopimento, sia ancor pi cruda la fitta del dolore.
Felici coloro che non ebbero mai nella vita uno di questi quarti d'ora
micidiali! Ma se la contessa Clelia, in cinque lunghi lustri, non ne aveva
provato neppure uno, ne sent per la prima volta l'amarezza in quel mattino,
in cui il sole di febbraio entrato, come una punta che scatti, da un angolo
della finestra, attravers la stanza da letto, e a guisa di una lancia
luminosa, venne acremente a ferirla negli occhi. Ella si svegli in
soprassalto, si alz sul guanciale, gir gli occhi intorno, e, stata un
istante in pensiero, mand un sospiro amaro; usc dalle coltri pesanti, e si
vest senz'ajuto di cameriera, che chiam poi, dando una lieve e lenta
strappata al campanello; e mettea la lentezza in tutto quello che faceva,
perch'era irresoluta, e voleva e disvoleva, e pensava e ripensava pi cose ad
una volta. La cameriera entr in silenzio, in silenzio l'acconci, ch il
tumulto e l'amarezza dell'animo erano s evidenti nel volto della contessa,
che nessuno avrebbe osato parlarle se non per rispondere alle interrogazioni;
e in silenzio sarebbe partita, se, quando fu per uscire, la contessa non
l'avesse chiamata per nome:
 Lucia?
 Cosa mi comanda?
La contessa stette sopra di s pensando ancora, poi soggiunse:
 Chiamami Giovanni, il figlio del carrozziere.
Dopo pochi momenti, entr Giovanni un servitore in livrea.
 Sai tu dov' casa Borromea?.
 Lo so.
 L presso c' una casa vecchia.
 Lo so.
 In quella casa abita una signora, che si chiama donna Paola Pietra.
 La conosco benissimo.
 Bene. Va' l da quell'egregia signora. Bada di domandar prima s'ella 
alzata, e se riceve a quest'ora, e ad ogni modo aspetta finch sia possibile
di parlarle.
 S, signora.
 Quando ti riescir, le dirai che sei una livrea di casa V..., e che ti manda
la contessa Clelia, la quale brama di sapere in qual ora di tutto suo comodo
pu recarsi da lei, per parlarle di una cosa urgentissima. Ma falle capire
per che quest'ora dev'essere prima di mezzod in ogni modo. Aspetta... Se mai
quella pia e umil donna ti dicesse di voler venir essa da me, le farai
comprendere essere assolutamente necessario che vada io medesima in casa sua.
Va', e fa' presto.
Il servitore part; la contessa si gett a sedere, e richiam la cameriera...
e, ordinate alquante cose, la rimand subito. Donna Clelia era pi sconcertata
che mai, e non potea star seduta, e l'irresoluzione le rientr nell'animo, e
persino il pentimento d'aver inviato il servitore da donna Paola; ch le
pareva un atto imprudente e pazzo, e tanto pi in quanto non aveva parlato che
due sole volte a quella donna. Ma, d'uno in altro pensiero, si fermava a
quello della Gaudenzi, e andava almanaccando i gradi di probabilit che ci
poteano essere negli amori di colei con Amorevoli... e si indispettiva
pensando che la Gaudenzi non fosse una sua pari; ch allora, almeno, avrebbe
potuto avere un pretesto qualunque per recarsi a visitarla, e trovarsi con
lei, e tentare e frugare e interrogare e scoprire il vero... Ma nel mentre
stava dibattendosi in tanto contrasto di idee, torn il domestico a dirle: che
donna Paola Pietra era in casa, e che appunto la stava attendendo allora. La
contessa Clelia a quella risposta che pur doveasi aspettare, si sent dare un
nuovo tuffo nel sangue e, quasi senza voce, tanto era oppressa:
 Dirai al carrozziere, soggiunse, che attacchi tosto i cavalli; e tu sali a
prendermi senza perder tempo. Indi chiamata la cameriera, che comparve tosto:
Fa' venir qui, le disse, il cameriere del conte.
Questo si mostr subitamente.
 Direte al signor conte, che questa mattina, per un atto urgentissimo di
carit, debbo portarmi da quella donna Paola Pietra ch'egli conosce; e che
prima di mezzod sar di ritorno. Il cameriere accenn col capo che farebbe, e
part.
La contessa, cominciando dal conte che la stimava forse assai pi di quello
che l'amasse, e gi gi fino all'ultimo gradino della gerarchia di quella casa
signorile, aveva impresso in tutti una cos alta idea della sua superiorit
mentale, e d'un certo carattere fuori d'ogni ordine donnesco, e, per
conseguenza, d'una virt inaccessibile ad ogni sorta di pericoli, e quasi
eslege da tutti i vincoli del galateo femminile, che andava, stava, dava
ordini senza dipendere n in poco n in tanto da quell'autorit superiore, che
in tutte le case e in tutti i tempi e presso tutte le nazioni, ad onta di
qualunque rilassatezza indulgente del costume,  sempre il padrone marito.
Il domestico sal a prenderla, ed ella usc, e messasi in carrozza, in dieci
minuti, con nuovissimo suo affanno, i cavalli si fermarono innanzi alla porta
della casa dov'era l'abitazione di donna Paola Pietra.
Preceduta dal servo che l'annunci, ella pose il piede in una anticamera a
pian terreno, nella quale, uscendo da un salotto vicino, le mosse incontro
donna Paola.
All'occhio esperto e penetrante di quella grave matrona, bast uno sguardo, un
solo sguardo, per comprendere che la contessa Clelia veniva da lei per qualche
proprio cordoglio e non per cose d'altri: onde di punto in bianco cangi il
solito formulario gratulatorio e complimentoso del saluto, che qualche volta
pu amareggiare altrui colla crudezza del contrasto; lo cangi nel sorriderle
soavemente, e nello stendere la mano per stringer quella della contessa, che
lasci fare senza dir verbo. Donna Paola intese che in quel momento un tale
atto confidenziale, il quale forse in altr'occasione non sarebbe stato
dicevole alla poca intimit in cui ella trovavasi colla contessa, era il solo
che potesse riuscire conveniente.
Egli  a questi atti sfuggevoli e che passano inavvertiti all'ottuso vulgo,
che si riconosce di volo un'indole e un carattere privilegiato. Egli sta in
codesti minimi atti il sintomo di quella squisita delicatezza, senza di cui
non vi pu essere interezza d'ingegno.
Entrarono silenziose ambidue in una sala, e silenziose si posero a sedere. Per
qualche tempo stettero cos taciturne, perch donna Paola, com'era naturale,
aspettava che parlasse la contessa; ma visto che la titubanza le facea nodo
alla lingua:
 Per qual causa, ruppe essa prima il silenzio, la signora contessa ha voluto
aver la degnazione di venire da me?
Donna Clelia si scosse, e dopo un istante ancora di titubanza:
 Per un fatto grave, rispose, e nel quale ella sola mi pu aiutare...
Vi fu ancora qualche minuto di profondo silenzio. La contessa non sapea
risolversi a manifestare il proprio fallo; trattavasi di offuscare con una
parola sola, e al cospetto di una donna insigne di virt, quell'aureola
d'onoratezza distinta e quasi eccezionale, di cui ella sapeva pure d'aver,
sino a quel punto, fruito nel mondo, sebbene il cicisbeismo avesse trasmutato
in peccato veniale e quasi gentile l'infedelt coniugale; essa lo sapea, e ci
l'aveva ad usura compensata spesso di quell'aridezza invidiosa onde soleva
essere trattata dalle sue pari. E dopo tutto questo ell'era venuta l a
distruggere con una parola il solo vanto della sua vita; il solo, dopo quello
della scienza, di cui, in quell'istante, non faceva pi nessun conto; era
venuta l per compire, quasi diremmo, un suicidio morale, comandato s dal
dovere, ma pur sempre un suicidio violento; onde se titubava e fremeva e
avrebbe voluto lasciar quel luogo, senza farne altro, convien ben compatirla,
poich  durissima cosa il distaccarsi da quanto di pi prezioso si possiede,
e di cui il mondo tiene pur sempre conto. Alla fine alzando gli occhi, che
avea sempre tenuti abbassati, in faccia a donna Paola, e leggendo in essa come
un'espressione non definibile d'indulgenza soave e nel tempo stesso di acuta
penetrazione, onde le parve di capire che quella donna venerabile avea in
qualche parte compreso di che si trattava: parl e raccont tutto quello che
noi sappiamo, e conchiuse, stringendo con forza convulsiva le mani a donna
Paola, ed esclamando: Or che si fa?
Donna Paola, fattasi forte, per non amareggiar troppo la contessa, onde
nascondere il profondo stupore dell'animo a quel racconto, stette anch'ella un
momento silenziosa, poi soggiunse con un accento blando, e come se volesse far
scorrere un balsamo refrigerante sull'arida piaga di quella che stava innanzi
a lei come una colpevole:
 Quel che si dee fare, voi gi lo sapete, povera e cara donna mia; lo sapete e
lo avete pensato.
 Io?
 Voi, mia cara. Vi sono tali partiti da prendere, in alcune gravissime
condizioni della vita, partiti voluti dalla ragione, dal dovere, dalla
giustizia, dalla generosit, che, anche nella pi tempestosa irresoluzione
dell'animo,  impossibile non balenino di colpo alla mente come la luce
dell'evidente verit. Per anche a voi dev'essere gi venuto in cuore ci che
dovete fare. Le paure, i falsi rispetti, i pregiudizj vi avranno, dopo, fatto
rigettare il primo partito, ed anzi ve lo avran fatto parer detestabile. Io
conosco queste cose purtroppo, cara mia, perch le ho provate. Ma sempre si
mette in salvo chi sa scansar le vie tortuose, e piglia la strada retta, e
cerca il giusto. Ditemi ora la verit, mia cara, non avete gi pensato a un
tale partito?
 Ah s, voi dite il vero; ma nelle conseguenze io vedo un abisso che mi
spaventa.
 Lo comprendo... ma ci che  necessario dev'esser fatto. E tacque con
un'espressione quasi d'autorit severa.
 Il silenzio generoso di colui, continu poi, il quale, per un'inezia
(un'inezia, intendiamoci bene, in faccia all'infame delitto ond' imputato),
pu condurlo, voi gi lo sapete, fino alla tortura, perch cos comanda la
legge, la quale vuol far scoppiar violentemente la verit dai corpi umani,
come quando si preme la vena per farne uscir sangue... quel silenzio comanda
che illuminiate la giustizia. Se voi dunque, confessando imperterrita e senza
rispetti umani il vostro fallo, siete la sola che potete salvar colui, dovete
farlo e tosto. Salvarlo e dimenticarlo, e non voler rivederlo, e non attendere
di esserne ringraziata, e non riposarvi troppo nella compiacenza d'averlo
salvato perch guai! Vostro marito  sempre il vostro marito.
Questa parola fece dare un guizzo come di paura a tutte le fibre convulse
della contessa... che alz gli occhi al cielo, quasi esclamasse: Sono perduta!
 Voi tremate, cara la mia donna, tremate come una foglia. Ma abbiate coraggio,
non  detto poi... Infine non fu che un colloquio... Ben  vero che l'amor
proprio e l'idea dell'onore talvolta  pi forte e pi violenta, e pi
inesorabile dello stesso amore tradito. Ma l'atto vostro generoso diminuir la
vostra colpa in faccia al mondo, e il mondo pu essere mediatore d'indulgenza
con vostro marito. Una riparazione fatta con coraggio generoso, quasi quasi
concilia la colpa medesima col senso morale, e se vostro marito non
perdonasse, il mondo condannerebbe lui. E voi nella stessa solitudine del
ripudio, sarete ancor rispettata nella vostra nuova virt; alla quale per 
imposto, perch possiate per sempre e davvero essere rispettata, di essere
incrollabile per tutta la vita.
La contessa taceva e perch non trovava nulla che le facesse parer men saggio
il consiglio di donna Paola e perch, d'altra parte, non sapeva ancora indursi
a prometterle di adempire quella risoluzione, necessaria in faccia al dovere,
ma pericolosissima nel tempo stesso.
 Quando poi considero, continuava donna Paola, il vostro ingegno e il vostro
sapere straordinario, per cui siete un'eccezione tra le donne; tanto pi mi
accorgo che, nella solitudine della vostra nuova virt, assai compensi potrete
trovare alla vita.
 Questo straordinario sapere, rispose la contessa, che il mondo m'invidia, 
troppo poca cosa, donna Paola, per poter riempire il vuoto e il tormento della
mia vita avvenire, credetelo a me. Io so d'esser tenuta orgogliosissima; ma,
invece, non v' nessuno che possa fare di me stima pi severa di quella che
faccio io stessa. Una donna non deve penetrare nel campo delle gravi
discipline, dove improvvidamente io fui spinta, se non a patto di possedere un
ingegno sterminato, un ingegno che possa essere un'eccezione anche tra i
virili intelletti. Io ho imparato quello che mi fu fatto insegnare, prima per
obbedienza, poi per puntiglio e per costanza di volont; ma ora la mia indole
di donna mi fa cadere spossata sotto il peso della mia inutile dottrina;
perch qui dentro ci sono passioni, donna Paola, che, se fossero svampate
nella prima adolescenza, mi avrebbero lasciata ancor libera di me; ma invece,
trattenute indietro, inconsapevole io stessa, dall'ordine dei miei studj e
della mia educazione, ebbero campo di farsi pi forti nel lungo riposo; ed ora
che trovarono un'uscita, scoppiarono con tanta violenza, che il mio cuore non
pu fermarle, non pu sopportarle pi; onde ormai tremo e temo di me stessa.
E fece una lunga pausa.
 Guardate invece, segu poi, quell'ammirabil donna di Gaetana Agnese. Ella
poteva e doveva affrontar la scienza. La natura le concentr tutta la forza
nella testa, e lasci nel cuore una calma inalterabile, che la fece
inaccessibile ad ogni affetto umano.  a queste sole condizioni che una donna
pu uscire dalla sua natura, e pu e deve entrare nel campo altrui per
raccogliervi compenso e conforto e pace. L'Agnese non  gi una semplice
eccezione tra le donne, bens  un grand'uomo tra gli uomini, laddove io non
sono che la pi infelice del mio sesso. Perch, vedete, questa istessa mia
grande riputazione di dotta, di austera e di superba, ch tale io sono
riputata pur troppo, e s a torto, render ancor pi vergognosa e pi
detestabile la mia caduta in faccia al mondo.
Donna Paola rimase come percossa a quest'ultima considerazione della contessa,
e non rispose, tanto le sembr amaramente vera; ma tosto, assumendo modi pi
risoluti e quasi crudi, come se volesse far forza alla propria piet che
l'ammolliva:
 Quando un partito, disse,  comandato dalla necessit e dal dovere, non giova
guardar oltre; tutte le conseguenze possibili non entrano nel conto. Se, fatto
il dover vostro, all'uscio vi attendesse la morte, converrebbe morire; dico
cos per dire, cara la mia donna, soggiunse poi subito, pentita d'aver detto
troppo; perch, del resto, io sono convinta che l'applauso generale
accompagner il vostro atto generoso.
La contessa Clelia stette alquanto silenziosa a quelle parole, poi stringendo
nelle proprie la mano di donna Paola con affannosa gratitudine, si alz, e
disse:
 Quand' cos, il vostro consiglio sar adempiuto. Oggi stesso mi recher in
Pretorio... e tutto sar finito.
A queste parole donna Paola, abbracciando la contessa: Permettete, le disse,
che io vi faccia una preghiera.
 Una preghiera?
 Se mai, fuori di qui, foste per cangiar d'avviso, e la desolazione vi
consigliasse qualche altro passo... per carit, venite prima da me, ve ne
supplico.
 Ci verr, ma per dirvi come sia stato seguito il vostro consiglio.
N vi furono altre parole, e la contessa part riabbracciata da donna Paola
Pietra. e risal in carrozza.


LIBRO SECONDO


La ballerina Gaudenzi e Lorenzo Bruni. I pensatori celebri e oscuri e i nembi
precursori della procella sociale. Lo studio del pittore Londonio. Artisti
milanesi nel 1750. Il pittore Clavelli e le maschere-ritratti. Gli Zanni. La
maschera del Tasca. Meneghino. La villotta di Cesare Larghi. La lanterna
magica del pittor Londonio. Il minuetto. La prima domenica di quaresima. Il
Capitano di Giustizia. Sistema di giurisprudenza. Il processo criminale.
Venezia. Il lacch Andrea Suardi detto il Galantino.


I

Se il lettore desiderasse di tener dietro alla povera contessa Clelia, per
conoscer tosto le sue risoluzioni e le conseguenze di esse, noi ci troviamo
nella necessit di non poterlo accompagnare, perch siamo invitati da altre
persone, per esempio dalla ballerina Gaudenzi, la quale in quella sera in cui
il pubblico delirio tocc la sua massima espressione al di lei riguardo, si
trov in camerino l'usciere del Pretorio che le present una citazione a
comparire; e subito dopo vide il signor Lorenzo Bruni, violino di spalla per
l'opera, e primo violino direttore d'orchestra pel ballo; il signor Lorenzo
Bruni venutogli innanzi agitato, convulso, iracondo e cogli occhi stralunati;
il quale, se in quella sera non proruppe in parole violenti e non fece una
scena dietro le scene,  perch i veglianti regolamenti proibivano a quelli
dell'orchestra di andare in camerino, ed egli comprendeva che, se i cavalieri
ispettori chiudevano per lui, a loro dispetto, un occhio su quella
contravvenzione, perch cos voleva la da tutti quanti idolatrata Gaudenzi,
avrebbero clto per assai volontieri la prima occasione in cui egli avesse
commesso qualche stranezza, per far ritornare nel pi crudo rigore i
regolamenti del palco scenico. Per erasi limitato a dir sottovoce alla
Gaudenzi, ma con un fremito mal compreso:
 Che cosa dunque  successo, Margherita?
 Ma non siete contento? Non vedete, che pazzie fa il pubblico per me?
 Pazzie, eh?
 O forse vi d noia che il pubblico divida le sue grazie in due esatte
porzioni tra me e il tenore?
 Il tenore, eh?... il tenore... Ma sapete che cosa si dice in pubblico di
voi?... Ma sapete perch il pubblico v'applaudisce?
 Gran novit da domandare e da sapere.... perch il pubblico m'applaudisce? Oh
curiosa!.... perch siamo belle, perch siamo divine, come dicono gli allocchi
che vengono da me; perch Tersicore potrebb'essere la nostra fantesca, come
dice il poeta di teatro; perch, in conclusione... Ma guardate che paio
d'occhi mi fate ... Ma sapete che siete bello stasera, ma bello assai... Oh
che matto!
 Matto? Or sentirete se son matto, or sentirete che cosa dice il pubblico di
voi... Dice... dovreste per dio sentirvi a scottar la faccia pel rossore della
vergogna... Dice che il tenore stanotte era disceso dalla finestra della
vostra stanza, in quel punto che fu preso dal bargello...
 Ora ho capito, oh bella!... e una sonora e lunga e giocondissima risata, di
quelle che in buona lingua si chiamano cachinni, fu il comento che la Gaudenzi
fece a quella notizia inaspettata. Poi soggiunse: Guardate, Lorenzo, cosa c'
l su quel tavolino.
 Che? una citazione?
 Una citazione, s... ma ora comprendo tutto, oh bella, bella davvero!
E per quella sera non ci fu altro, perch il fischio acuto e importuno
dell'avvisatore costrinse Lorenzo ad affrettarsi in orchestra; e la Gaudenzi,
quando il ballo fu finito e rivide Lorenzo pi torbido di prima:
 Addio, Lorenzo, gli disse; avete bisogno di dormire... e di far buona cera; a
rivederci domattina, caro; e vispa e vivace e saltellante e sghignazzante
l'aveva lasciato l senz'altro.
Ma la mattina venne presto, e quando fu un'ora ragionevole, Lorenzo Bruni non
si fece aspettare, ed entrato nell'angusto ma elegantissimo appartamento della
Gaudenzi:
  alzata la Margherita? domand ad una zia di lei; una zia rachitica e
gibbosa, ma piena di acutezza, e che stava presso a quella giovane belt come
il cane che ringhia sul tesoro messo sotto la sua custodia.
Lorenzo Bruni non aveva finito di nominar la Margherita, che questa, coi
capegli mal raccolti dalla notturna rete e fuggenti sulle spalle, e in veste
breve e discinta, dalla stanza da letto balz con un salto nella camera
dov'egli trovavasi colla zia; e appoggiando ambedue le mani sulle spalle di
lui, fece due o tre battements rapidissimi, dicendogli intanto con aria
motteggiatrice e carezzosa:
 Siete guarito, Lorenzo? e accompagn queste parole con quella giocondissima e
suonante risata a lei abituale; suonante e leggera, e nel tempo stesso plebea
insieme e gentile, che assomigliava ad una scala musicale o ad un vocalizzo,
in cui le note spiccansi nette e granite; o che, se il confronto non  troppo
da naturalista, pareva il lieve e oscillante nitrito di una cavallina che si
stacchi allora dalla materna poppa. Lorenzo, venuto l torbido e arrovesciato,
com'ella ebbe finito di saltare e di ridere, non pot a meno di spianare la
sua fronte corrugata; tanto era completo e ricreante lo spettacolo che,
avvolta cos a bardosso nelle bianche vesti mattinali, offeriva quella regina
della belt, della giovent, della salute e dell'allegrezza. E tale davvero
era la Gaudenzi, che, veduta a quell'ora, avrebbe fatto girar la testa anche
al rettore magnifico dell'universit di Bologna. E tanto pi riusciva
pericolosa, quanto pi era inconscia degli effetti che produceva; effetti che
potevan suscitare incendj funesti, perch nella vivacit romorosa e irrequieta
e, quasi diremmo, infantile, del suo carattere, ella celava una calma profonda
e inalterabilmente serena, cui nulla avrebbe potuto offuscare.
E a vedere com'ella moveva e girava quei suoi grandi occhi azzurri, e come li
fermava negli occhi altrui era imposibile credere che quegli sguardi non
avessero una significazione profonda; ed era impossibile a non sospettare
com'ella non fosse innamorata morta di chiunque, segnatamente se fosse un bel
giovane, che stesse parlando seco; e che il pi delle volte, infatti, beveva
avidamente la luce di quelle pupille, esclamando fra s con gran tripudio: Son
io dunque il fortunato! Ma ella non ne sapeva nulla, tanto era tranquilla e
ingenua!! Ingenua, s signori, quantunque da nove anni, (ch allora toccava i
diciotto) respirasse l'aria torbida e la polvere corrosiva del palco scenico.
Ma oltre ad essere perfettamente calma, era anche perfettamente buona; e la
calma e la bont, moltiplicate per una salute non mai stata turbata dal giorno
che, bambina, aveva finito di metter l'ultimo dente, sino a quell'ora, davano
per prodotto il buon umore appunto, e l'allegria costante; al che, se si
aggiunga un'esistenza vissuta nell'agiatezza senza il fasto, tra gli applausi
senza l'invidia, nell'amore dell'arte che la preoccupava assiduamente senza le
amarezze di chi non  al primo posto, e tutto ci col condimento di
un'ignoranza felice, ignoranza d'ogni altr'arte e d'ogni altra cosa; il
lettore potr valutare completamente il fenomeno di questa figliuola ingenua
della natura, della natura che aveva voluto appunto sfoggiare tutti i proprj
tesori nel formarla e nel crescerla.
Ma in che rapporti viveva questa giovinetta di diciott'anni con Lorenzo Bruni,
e in che tempo si erano conosciuti e in che modo? e da qual luogo erano usciti
e l'una e l'altro?
Lorenzo Bruni aveva avuto per patria Treviso, dove nacque da un padre notajo,
trentacinque anni addietro. Anch'esso aveva atteso alla giurisprudenza nello
studio di Padova; ma essendosi applicato, cos per passatempo, a suonare il
violino, e riuscitovi pi che mediocremente, e fatto con questo i primi
guadagni a Venezia, e non colla giurisprudenza, la quale invece lo aveva
condannato alla soggezione di un padre insopportabile, tempra curiosa d'uomo
che forse sugger l'idea di sior Todero a Goldoni; risolse di non farne altro,
e un bel giorno, senza domandare il permesso paterno e senza nemmeno salutare
i consanguinei, fece la scritta con un impresario, e pass da Venezia a
Bologna; e cos, d'orchestra in orchestra, percorse le principali citt
d'Italia. A Livorno s'impegn in seguito con un impresario di Marsiglia, e da
questa citt erasi condotto a Parigi, dove rimase un pajo d'anni. Libero come
l'aria e insofferente d'ogni bench minimo legame, aveva scelto la professione
di suonatore appunto perch, indipendente da qualunque padrone, da qualunque
paese, da qualunque autorit, cittadino di tutto il mondo, trovava dovunque il
fatto suo. E oltre a ci, dotato di mente svegliatissima e istrutto pi che
mediocremente, travasandosi di luogo in luogo, si godeva a notare le variet
dei costumi, della natura dei paesi, dell'indole dei ceti, delle leggi, delle
corti, de' cortigiani, delle arti, ecc., e a far la conoscenza degli uomini
pi distinti d'ogni citt che visitasse; a Parigi, tra gli altri, aveva
avvicinato Voltaire e Rousseau e Diderot e d'Alembert. Quella sua natura
inquieta e libera, per la quale non aveva potuto sopportare il giogo paterno,
n indursi a chiudersi in una citt sola per tutta la vita, dimostra com'egli
fosse pi adatto che mai ad esaltarsi alle idee di quei quattro atleti
dell'intelligenza, che erano destinati a far da leva al mondo invecchiato.
Fin da giovinetto, quantunque i precetti paterni avessero fatto di tutto per
chiudere il suo spirito in una scatola, egli aveva per compreso, in confuso,
che troppe cose non andavano bene intorno a lui; a Venezia, per esempio, si
era invelenito pensando alla consuetudine delle denunzie segrete, e siccome
aveva visto che col al reggimento della cosa pubblica non saliva che il
patriziato, ad esso dava colpa di tutto e l'aveva preso in odio con tutta
l'esagerazione di un giovane pi caldo che riflessivo, il quale non guarda che
un lato unico dei prospetti umani. N, quando stette fuori di Venezia, pot
mai nelle altre citt trovar cosa che placasse l'ideale delle sue aspirazioni;
e allorch, venuto a Parigi e lette le prime opere di Voltaire, e sentitosi
preso d'amirazione per esso, ud poi raccontare il fatto, incominciato a
tavola del duca di Sully, tra Voltaire e l'arrogante marchese Rohan Chabot, e
finito in istrada con quella bastonatura che il nobile borioso avea fatto
applicare, per vendetta, a Voltaire; tanto pi sent crescere l'avversione
verso quel ceto, il quale allora almeno, se non cercava di aggiungere i proprj
ai meriti aviti, si ajutava d'orgoglio e di prepotenza per essere rispettato.
E, in tale avversione, Lorenzo non aveva n modo n misura; e quantunque
ricevesse le sue impressioni dalla realt che lo circondava, pure, trascinato
dall'imaginazione, o infervorato dallo sdegno, della societ di allora faceva
piuttosto la caricatura che il ritratto.
Avveniva pertanto che se, per esempio, raccontavasi qualche bell'atto generoso
di un qualche nobiluomo, egli se ne rodeva come di una causa perduta, e
cercava cento modi per offuscarlo; e invece, se taluno della bassa plebe si
fosse distinto per un qualunque nonnulla, ei ne menava s lungo scalpore, da
provocare lo spirito di contraddizione anche in coloro che pur la pensavano al
pari di lui. Era insomma un uomo irrequieto, e che malissimo s'adagiava nel
suo tempo. Ma, di tali uomini, in quel momento critico della met del secolo
passato, ne eran nati parecchi, non si sapeva come, in molte parti
dell'Europa. Eran come quelle nuvolette bigie che si mostrano a grandi
lontananze e a vari punti dell'orizzonte su di un cielo tutto sereno di un
giorno d'estate e d'affannosa caldura; nuvolette che sembran comparse a caso e
per dileguarsi tosto; ma che, invece, s'avvicinano grado a grado e,
nell'avvicinarsi, s'ingrandiscono finch, a un tratto, tutto il cielo non 
che una nuvolaglia sola, e intanto il sordo brontolo del tuono si fa sentire
in lontananza.


II

Codesti curiosi mortali che, dotati d'intelligenza eccedente la sfera comune,
non poteano trovarsi bene nel loro tempo e ne sentivano la pesantezza, non
sapeano ancora, al punto in cui siamo con questa storia, quel che si
volessero. Assomigliavano a chi, fornito di fibra delicata e
straordinariamente eccitabile, si sente dominato da un mal essere che non sa
spiegare, e volendone assegnare la causa all'aria, alla stagione, a qualche
cosa insomma, si vede invece contraddetto dal limpido sole e dalla serenit
del cielo e dall'allegria di quanti lo circondano, i quali si lodano e del
tempo e del sole e dell'aria. Tale era la condizione in cui versava la maggior
parte delle intelligenze squisitamente acute che vivevano alla met del secolo
passato. Del resto, nemmeno Voltaire sapea precisamente quel che si volesse,
quantunque fosse il pi maturo di tutti; nemmeno Diderot, che si agitava in
un'assidua contraddizione e, se parlava chiaro negli intimi sfoghi cogli
amici, smarriva il coraggio quando trattavasi di stampare quel che pensava;
nemmeno Rousseau, il quale non faceva che accusare un gran dolore senza saper
indicarne il luogo. Al pari di costoro, che, per l'ardimento sin colpevole
delle loro opere, dovevan poi salire al pi alto fastigio della rinomanza, un
numero non piccolo d'uomini ignoti e dalle circostanze condannati all'oscurit
perpetua discutevano e si disfogavano ne' parlari privati; anzi era codesta
massa di uomini ignoti che somministravano la materia, e venivano a
determinare i propositi di quelli chiamati a capitanarli. Ed uno di tali
uomini, che nel sentire e nel considerar le cose, non era inferiore a quegli
ingegni predestinati all'immortalit, era Lorenzo Bruni, che forse avrebbe
potuto spiccare sul fondo del suo tempo fra i pensatori pi audacemente
liberi, se invece di suonare il violino in tutte le orchestre delle principali
citt di Europa, avesse atteso agli studj con volont costante, e avesse avuto
pazienza di sopportare il burbero padre.
Lasciata Parigi, quando finirono i suoi obblighi contratti coll'impresario, e
ritornando in Italia, Lorenzo conobbe a Venezia la Margherita Gaudenzi ancor
fanciulla, rimasta due anni addietro orfana del padre, stato ballerino
grottesco e morto d'una contusione per un salto mortale mal calcolato; e poi
anche della madre, perita nell'incendio del teatro di Sinigallia, la quale,
esercitando la professione di figurante ed essendo stata una bella donna, avea
sempre fatto le parti d'una qualche dea, quando non si trattava n di agire n
di danzare; e nelle pantomime che finivano coll'Olimpo illuminato,
costantemente era stata incaricata di sedere in qualit di Giunone accanto a
Giove Tonante. La fanciulletta, quando rimase orfana, era gi tanto innanzi
nell'arte, da eccitare la meraviglia di quelli della professione. Allorch
Lorenzo Bruni la vide per la prima volta a ballare sulle scene del teatro di
San Mois, ne fu anch'esso maravigliato, insieme col pubblico che accorreva da
tutte le parti della citt per ammirare quel piccolo portento; tuttavia,
rincrescendogli che anch'ella, come voleva il pessimo gusto di allora, si
lasciasse andare alla danza grottesca, e ricordevole delle lunghe discussioni
tenute a Parigi con Rousseau stesso, sull'origine e sullo scopo del ballo,
nell'occasione che al teatro del Re aveva ballato la celebre Guzzani; e
abborrendo al pari del Ginevrino, quella danza che non pu al bisogno,
suggerire movenze e pose e contorni e linee al pittore ed allo statuario, e
non sapendosi contenere nei limiti di una casta eleganza, si abbandona
frenetica e lasciva, a inconditi movimenti, in cui non si cerca che di
superare strane difficolt; dispiacendogli dunque tutto ci, volle conoscere
quella fanciulla, colla quale tanto disse e tanto fece, che senz'esser
ballerino e solamente guidato dal buon gusto e dal bisogno che sentiva di
riformar tutto, la ridusse ad un sistema di danza allora insolito, ma che pure
dest ovunque un insolito entusiasmo; tanto  vero che v' un bello assoluto,
il quale trionfa anche ne' pi corrotti periodi dell'arte! Basta solo avere il
coraggio di promulgarlo.
Era dunque stato in gran parte per merito di Lorenzo Bruni, se la Gaudenzi
aveva potuto riuscire un'eccezione gloriosa tra le danzatrici pi celebri del
suo tempo. Ma siccome la fanciulla aveva obbedito, fosse per naturale
pieghevolezza, fosse per un felice istinto, alla volont di Lorenzo, e questi
compiacevasi del frutto dei proprj consigli; cos venne stringendosi tra di
essi una spontanea dimestichezza, che stava per ne' rapporti di un maestro
colla scolara, d'un tutore colla pupilla; il qual tutore, guidato da una
grande onest naturale, e sollecitato da quel suo spirito irrequieto e
originalissimo che lo metteva sempre in contraddizione colle opinioni pi
generali; volle, aiutando la custodia vigile della zia della fanciulla, far
vedere al mondo come la virt potesse conservarsi intera anche in seno a
quella professione che, comunemente, era creduta il varco della perdizione.
Suonatore di violino, aveva seguto cos la fanciulla, da quell'ora in poi, di
teatro in teatro, facendole sempre da padre e da tutore e da maestro. Se non
che il padre e il tutore, man mano che la fanciulla cresceva, e l'adolescenza
diventava giovinezza, sent in petto qualche cosa che non era pi n calma di
affetto paterno, n severit di precettore. Gradatamente insomma e
inconsapevolmente s'era innamorato della fanciulla; ma se non aveva mai voluto
confessar ci nemmeno a s stesso, non  possibile che volesse manifestarlo
alla giovinetta Margherita, la quale di qualunque bench minimo sospetto non
aveva neppur gli elementi in s stessa, onde continu con ingenuit e con
obbedienza a non riguardarlo che come padre e tutore. Se taluno de' nostri
lettori  cos mal andato di salute da rifiutarsi a credere ci che diciamo,
non getteremo n il tempo n il fiato per cercare argomenti a persuaderlo. Non
si crede veramente se non ci che si sarebbe capaci di fare.
Di teatro in teatro, eran venuti ambidue la prima volta al Ducale di Milano,
nel 1748, dove erano stati confermati per il carnevale dell'anno 1750. Godeva
il Bruni dei trionfi della sua, diremo dunque, pupilla; godeva a sentirla
lodata dappertutto dell'onesta virt onde conservavasi ornata; perch, anche
ne' tempi del pi indulgente galateo morale, e del pi rilasciato costume, la
virt  sempre applaudita e rispettata, al pari del vero bello artistico che
trionfa ognora, pur nel mezzo delle deviazioni del gusto. Pensi ora adunque il
lettore che pugnalata al cuore di Lorenzo dovette essere la prima voce che gli
giunse all'orecchio del sospettato amore di Margherita con Amorevoli e, pi
che dell'amore, della notturna tresca. Per verit che non prest fede neppur
un istante a quella bugiarda voce, e tanto pi che, quando entr nel camerino
della Margherita a dirle di che trattavasi, le vide l'innocenza in volto e
s'accorse d'un'ingenuit fin quasi stolta in quel suo ridere spensierato. Ma
che fa l'esistenza delle virt se nessuno ci crede?
Lorenzo, pur mettendo da canto ogni altro affetto, sentiva l'entusiasmo della
vittoria nel poter dire: Cosa mi diventano tante dame superbe che tutti i
giorni cambiano il cicisbeo come la camicia? cosa mi diventano al confronto di
questa povera figliuola di un grottesco e di una figurante? E una voce
sinistra, che in un baleno era corsa per tutta la citt, aveva bastato a
distruggere tutto, e a far succedere parole turpi e scherni inonesti al
rispetto di prima! Perch ben  vero che gli applausi della sera trascorsa
eran saliti fin al velario per festeggiar la Gaudenzi; ma eran gli applausi di
quella parte di pubblico che avea goduto nello scoprire che la intemerata
colomba, cui bisognava rispettare per forza, era pur essa iniziata ai misteri
d'amore tanto allora in voga.
 Cara mia, disse dunque Lorenzo alla Margherita, quando questa, ridendo, gli
domand se stava bene di salute; voi ridete, ma vogliatemi credere che non c'
da ridere.
La Margherita si fece allora un po' seria, e soggiunse :
 Caro Lorenzo, non vi comprendo; in fin de' conti la verit  una sola... e
quando avr parlato, perch so parlar alto anch'io, vedete, quand'
necessario, ogni sospetto sar dileguato.
 Cio volete dire che non avrete pi citazioni in Pretorio, e nessuno potr
insultarvi impunemente, se non vorr essere passato da una parte all'altra,
perch di scherma io so giocar tanto bene, quanto suonare un a-solo di
violino. Ma tutto ci non vuol dir nulla... e fino a tanto che non esca il
nome di colei per la quale il tenore dev'essere venuto in queste vicinanze, a
nessuno potr esser tolto dalla testa che voi eravate l'oggetto delle sue
visite notturne.
 Ma perch io e non altre! Domandate a Zampino, il quale stamattina  venuto
per le solite cose del teatro, quante donne furono chiamate a comparire... N'
vero, zia?
  vero, disse questa, ma la compagnia non vi fa molto onore... Una  la
moglie d'un gabelliere che sta l dirimpetto... L'altra sta lass al quarto
piano e si diletta di far la cucitrice. Belle e giovani tanto l'una che
l'altra, ma della loro onest non mi parlate. Chiedetene qualcosa alla Gilda
che ci serve, e sentirete... Ben v' la moglie d'un pittore che gode
buonissimo nome, e la bella figliuola d'un mercante... della quale non c' chi
dica male... Ma in conclusione, voi vedete, signor Lorenzo...!
 Ma! esclam egli strabuzzando gli occhi; e stette un momento silenzioso, poi
soggiunse: In Pretorio v'accompagner io stesso, Margherita, e chieder io
stesso di parlare al signor giudice. Fate adunque di esser pronta fra un'ora,
ch'io sar a pigliarvi in carrozza.
L'ora pass, Lorenzo venne colla carrozza, e la Margherita accompagnata dalla
zia, vi sal tosto. Giunsero tutti e tre verso mezzod al Pretorio, dove
s'accorsero che una folla di curiosi stava aspettando nel cortile. Quando la
Gaudenzi ascese lo scalone e corse la voce della sua venuta per tutti gli
ufficj del Pretorio, molti calamaj macchiarono d'inchiostro atti e processi e
libelli, tanta fu la fretta e la furia degli impiegati per giungere in tempo a
vederla. Notaj, auditori, uscieri, scrivani, colla penna nell'orecchio e i
paramanica di bambagina verde, facean capolino dagli usci e dalle finestre;
altri uscivan sul corridoio per dove la Gaudenzi aveva a passare, fingendo
un'incumbenza di premura. Altri le s'attraversavano al passo per guardarla in
faccia ben bene, con gran dispetto di Lorenzo. Ma questi pot confortarsi
quando, all'annuncio della Gaudenzi, il giudice, ch'era giovane e di maniere
squisite, le mosse incontro, dicendole alquante cose cortesi, e concedendo s
alla zia di lei come a Lorenzo di assistere all'esame, e di essere
interpellati in proposito.
Le domande del giudice, le risposte della fanciulla Gaudenzi, le osservazioni
di Lorenzo, le appendici della zia rachitica costituiscono un dialogo da
empire quattro facce di processo verbale, dialogo che noi abbiam qui, e che
per molti rispetti non  indegno d'una lettura, ma che potrebbe anche provocar
gli zitti di quella parte di pubblico che preferisce la musica veloce di Verdi
a tante altre musiche; onde, senza riportarlo, ci limiteremo a dire che le sue
risultanze furono tali, quali ciascun lettore poteva aspettarsele. Il tenore
Amorevoli, interrogato prima dal giudice sul fatto della Gaudenzi, aveva
parlato e protestato in modo da impedirgli una soverchia insistenza
nell'ordine delle domande da farsi alla Gaudenzi stessa. E il giudice, quando
ebbe praticate tutte le indagini iniziatrici, come voleva il suo ufficio,
accorgendosi che le cose prendevano una piega ostinata, risolse di non farne
altro, e di passare al criminale il processo cos incoato. Ma Lorenzo non fu
pago per nulla di quell'esame, perch, si apponesse o no, gli parve che il
giudice, il quale aveva lasciato andar qui e l qualche epigramma e qualche
scherzo gentile, non fosse del tutto persuaso dell'innocenza della Gaudenzi; e
ci ch' peggio, allorch, dopo ricondotta al suo alloggio la Margherita, egli
si gett ne' pubblici ritrovi della citt, a sentire come generalmente la si
discorresse, dovette fremere pi d'una volta alle parole che ud, e pi d'una
volta fu per venire a qualche atto violento, onde, se si contenne, fu un
miracolo.
Almanaccando cos mille cose, e pensando al modo di far saltar fuori la
complice, se ne torn in quel giorno verso il quartiere dove era la casetta
della Gaudenzi, il palazzo del marchese F... e quello della contessa V...
Entr dai portinaj e nelle botteghe l presso, interrog serve e servitori e
lacch e barbieri, esplor porte, cancelli e finestre; chiese conto dei
signori padroni del giardino dov'era stato clto Amorevoli, e quando sent a
nominare la contessa Clelia, e dire ch'era giovane e bella, egli che non
sapeva nulla n del suo carattere austero, n della sua dottrina astronomica,
disse tosto fra s: Ma perch, la si lasci da parte costei?... Ma perch?
Nessuno de' cittadini milanesi, i quali erano compresi della fama di quella
donna intemerata, nemmen per ombra avean potuto fare un sospetto su di lei...
ma Lorenzo, il quale era di fuori, e non era stato a Milano che due stagioni,
e, se conosceva pittori e poeti e accademici, non conosceva tutta quanta la
nobilt, nel suo sospetto non fu arrestato neppur da un dubbio; e sdegnato di
que' privilegj manifesti e segreti che si accordavano ai grandi signori, quasi
fu per recarsi dal giudice; ma, pentitosi di quel partito, che poteva aver
aspetto di denuncia, giur di venirne a capo in altro modo, e quello che si
avvis di fare e che fece, nessuno se lo potrebbe imaginare in mille anni...
Ma e la contessa Clelia?... Ah pur troppo che non ebbe il coraggio di metter
tosto in atto il consiglio di donna Paola Pietra, come sentiremo poi; e
volendo lasciar passare gli ultimi tre giorni di carnevale, per istornare uno
scandalo che, secondo lei, sarebbe riuscito rumoroso in mezzo alla folla dei
teatri, delle feste, delle mascherate, aveva pensato di aspettare il primo
giorno di quaresima per adempire al dovere... Ma precisamente quegli ultimi
giorni di carnevale le dovevano esser fatali.


III

Lasciando per ora da un lato l'infelice contessa, che in ventiquattr'ore  gi
dimagrata; e dovendo infingere col conte marito, colla cameriera, col
parrucchiere seccatore e venditor di frottole instancabile, colla sarta, che
in quel d le port fin quattro vestiti, l'uno pi bello dell'altro, per farne
sfoggio in teatro e alle feste, infingersi con tutti quanti l'avvicinavano, i
quali erano invasi dall'allegria del secolo e dalla pazzia della stagione;
quasi era per morire dello sforzo violento che faceva onde chiudersi in petto
la passione. Ci conviene inoltre lasciare nella solitudine del suo camerino in
Pretorio il tenore Amorevoli, pentito e strapentito d'essersi impigliato in
quel terribile vischio; e che, a dar sfogo al dispetto che lo rodeva e a
passare il tempo della giornata lunghissima, solfeggiava a voce distesa, onde
tener la gola preparata per la sera, e talora cantava alcuna cabaletta o
dell'Artaserse, o della Semiramide riconosciuta, o dell'Olimpiade, e si
concitava nell'esprimere:

Se cerca, se dice
L'amico dov' ......
L'amico ........

E come se fosse in teatro, quando era alla cadenza, dove azzardava, per non
esser al cospetto del pubblico, i passi e le volate pi audaci, sentiva le
voci e gli applausi di un altro pubblico, lo scarso pubblico inquilino insieme
con lui de' locali del Pretorio, voci maschie e anche voci femminine; ladri di
mezzo carattere, e tagliaborse novizj, e debitori insolventi e donne di Pafo
che s'attaccavano all'inferriata a strillare il loro bravo, appannato dalla
raucedine e dall'accento del vernacolo di Cittadella; e a cantare anche, come
per corrispondergli un complimento, una di quelle canzoni da orbo, che in que'
d scriveva Pietro Cesare Larghi:

Imparate, o peccator,
Con la stanga del dolor
A sar la porta granda
Che a l'inferno la ve manda.

Amorevoli taceva, si guardava i calzoni di raso azzurro colle stelle d'argento
e diventava malinconico, indignandosi d'essere stato messo l con quella
gente; ch, pur troppo, se non ci si  provveduto oggid, tanto meno a quel
tempo s'era pensato ad un'opportuna segregazione tra le diverse qualit
d'imputati, e tra gl'imputati e i rei. Ci convien dunque lasciare alle sue
pene il tenore Amorevoli. E dobbiam privarci della compagnia edificante di
donna Paola Pietra, e tutto ci per seguire il signor Lorenzo Bruni in san
Vicenzino, nella casa che, movendo dalla contrada de' Meravigli,  anche oggi
la quarta a dritta.
In quella casa, a piano terreno, verso il giardino, teneva il suo studio il
giovane Francesco Londonio, e pi forse che studio di pittura, vi teneva
accademia sempre aperta di allegria, e fabbrica operosissima di scherzi e
mattere; e ritrovo, a una cert'ora, di tutti i pittori e scultori ottimi,
buoni e grami che allora possedeva Milano; e in que' giorni di carnevale,
quartier generale della compagnia dei Foghetti, di cui esso era il capitano.
Lorenzo, che gi altre volte erasi recato a quello studio, vi si diresse
difilato; e indugiatosi un momento all'ingresso, prima di bussare, sentiva il
suono d'una voce che parlava, la quale veniva susseguita, di tratto in tratto,
da una risata unissona di pi persone. E codesta risata pareva come un
intercalare obbligato alle pause che faceva il parlatore. Quando tra una mano
di persone v' una grande allegria e una gran vena di motteggio, riesce
penoso, non si sa bene perch, il farsi tra di loro non chiamato: e Lorenzo,
che pur conosceva que' compagnoni, stette un momento in forse per tornare
indietro, ma si fece poi animo e buss forte. Avanti, avanti, avanti,
gridarono pi voci ad una; ed egli entr...
 Oh!! benvenuto, signor Lorenzo...
 Benvenuto.
 Benvenuto... signor capitano degli archetti; le presento qui, nel nostro
pittore Gazzetta, un buon suonatore di violino, il quale giacch le
fabbricerie lo lasciano senza lavoro, vorrebbe ritrovarsi in orchestra.
Chi parlava era il giovane Londonio, la cui figura dovendo comparire a pi
riprese, in mezzo alle tante che popoleranno il nostro quadro centenario, 
bene si sappia quello che ancora non  stampato in nessun libro, come cio,
nato in Milano nel 1723 (e fin qui ci arriva anche il Ticozzi nel suo
Dizionario de' pittori), fosse discendente di una famiglia originaria
spagnuola, che si chiamava Londognos, feudataria di Ormila, un ramo della
quale s'era stabilito in Lombardia al tempo della dominazione spagnuola,
quando per la prima volta vi capit un cadetto, in qualit di generale delle
truppe spagnuole. Questo Francesco Londonio, quantunque non avesse che 22 anni
quando ricevette la visita del signor Lorenzo Bruni, era gi noto come pittore
di soggetti campestri; ma ci che allora ne costituiva davvero la rinomanza
nelle societ alte e basse, era la sua amenissima giovialit, per la quale
avrebbe sparsa l'allegria anche tra le file di un mortorio; pensatore di
bellissimi trovati, a chi ne faceva, a chi ne prometteva, onde se egli era un
amico carissimo, qualche volta riusciva pure un amico molesto; ma quanto era
temuto, altrettanto era cercato, e si moriva di noja senza di lui, in tutti
quei convegni dov'era solito praticare.
In quel momento stava adunata nel suo studio quasi tutta la confraternita dei
pittori milanesi.
V'era il maestro di lui, Ferdinando Porta, figlio di Andrea, scolaro del
Cerano e del Legnanino; v'era il giovane pittor De Giorgi, allievo del pittor
Del Cairo; v'erano gli esordienti Bergami e Pagani, scolari del pittor Frasa e
del Lucini; v'era Angelo Mariani e Zucchi Carl'Antonio gi provetti, scolari
l'uno del Fiori, l'altro del Sant'Agostino, scrittore di cose d'arte, e che
s'era dimezzato tra il Procaccini e il Crespi Daniele. V'erano Lucini e
Fabbrica e Clavelli e Zaccaria Rossi e il Crivellone, pittore di trote e di
aragoste. V'era il fanciullo Biondi, che attendeva allora a macinar colori:
nomi la maggior parte di pittori ignoti a tutti, sin anco ai Milanesi, e che
non sono registrati in nessuna storia dell'arte; e de' quali taluno sarebbe
forse celebre se fosse nato a Bologna, a Venezia, a Firenze; tanto questa
nostra citt in talune cose  trascuratissima, fino alla barbarie; cos che
quei che volesse far la storia delle arti milanesi, potrebbe bene invecchiar
nelle ricerche, pur colla pazienza straordinaria di Muratori, ma non venirne a
capo mai di farla completa.
Ma, che noja! Ci par di sentir a dire; ma che strana idea di regalarci qui una
pagina lacera dell'elenco della confraternita de' pittori del 1750? Ma perch
farci camminare fino a san Vicenzino, in traccia di persone nuove, mentre
vorremmo stare colle conosciute? In quanto alla noja, rispondiamo dunque, che,
dal momento che la si prova,  inutile dire che c' a torto; pure dobbiamo far
notare che bisognava passare per di qui, poich se al lettore noi dicessimo
che, dall'umile studiolo d'uno dei pittori che si trovavano l presso il
Londonio, e da un disegno grazioso e da pochi colori stemperati su di una
tavolozza, dovr uscire un risolvente drammatico pi possente di quanti ne
uscirono dal laboratorio chimico di Dumas, il lettore non crederebbe. Ma dal
momento che il signor Lorenzo, che non era uno sciocco n un buontempone, pur
in quell'affanno in cui versava, erasi recato a far visita al Londonio, dove
sapeva che di solito si riuniva una congrega di pittori, bisogna bene che ne
abbia avuto la sua ragione. Stiamo dunque attenti a tutte le sue parole, e non
perdiamo la traccia de' suoi passi.


IV

Lorenzo dunque era tutto preoccupato del suo gran pensiero, il quale aveva due
intenti: quello di far sfolgorare all'aperto l'intatta onest della sua
Gaudenzi, e quello di tirare in campo una gran dama, di mettere in pubblico
quel che era successo in segreto, di tal maniera che, n per protezioni, n
per deferenze, n per privilegi n per sotterfugi, non riuscisse pi possibile
di salvare da uno scandalo solenne i due blasoni del casato lombardo della
contessa, e del casato ispano del conte colonnello. Costretto pertanto a
fermarsi l, tra quegli allegri compagnoni del pittor Londonio, e ridere
insieme cogli altri dei piacevolissimi racconti di lui, si tormentava del
tempo che passava inutilmente, e che era preziosissimo per la natura del suo
disegno. Egli aveva bisogno di trovarsi un momento a solo col Londonio, e, non
volendo dar nell'occhio, gli conveniva aspettare che quella compagnia si
sciogliesse. Buon per lui che il Londonio entr a dire:
 Ors, amici, a momenti sar qui a pigliarci il carrozzone per andare al corso
di porta Romana; non v' tempo a perdere e bisogna vestire la divisa dei
Foghetti, perch mi preme la riputazione. Dopo il corso pranzeremo, se
vorrete, tutt'insieme; dopo si andr all'opera, dopo alla festa in maschera.
Quante faccende in un sol giorno!... domani poi, se non volete andare alle
vostre case per dormire un pajo d'ore... potete dormir qui tutti da me...
perch domani  un altro giorno pieno zeppo di faccende... e ci converr non
perderci di vista...
 A dormir qui, va bene, entr a dir uno, ma non si vorrebbe che ci trattassi
come hai fatto col podest di Chioggia: perch siamo ancora in febbraio.
 Che cosa ha fatto al podest? domandarono allora tutti ad una voce.
 Ma come? non la sapete?
 Io no.
 Nemmeno io.
 Racconta.
 Raccontate.
  un fatto molto semplice; fu l'anno scorso, quando ho passato quegli otto
giorni, al carnevale di Venezia... che gli alberghi erano zeppi al punto, che
a trovar un letto era come trovar un tesoro. Io per ne avevo trovato uno allo
Scudo di Francia, sebben mi costasse un occhio. Ora sentite questa. Voi sapete
il dispetto che provo a trovarmi a tu per tu con una persona non conosciuta;
figuratevi poi quando si viaggia, e si  in una camera da letto. Ebbene, a una
cert'ora, quando l'albergo era tutt'occupato dal primo all'ultimo piano, dalla
prima all'ultima stanza, viene da me l'oste. Forse perch io era il pi
giovane di quanti eran l e gli avevo ciera da buon figliuolo, e mi dice:
Signore,  arrivato il podest di Chioggia, e vuole alloggio.
 Buon pro gli faccia, gli dico, doveva arrivar prima il podest. Cerchi una
gondola e dorma la sua notte sotto il felze.
 Va bene, ma io gli ho promesso... insisteva l'oste, e in quella entra il
signor podest in persona, e tanto fa e tanto insiste, che io non posso dire
di no. Voi sapete che, per quanta ira uno possa avere in petto, in certi
momenti non si trova il modo di scacciare un seccatore. Ma quando fummo soli,
non potendo resistere all'idea di dover dormir con un altro, con un podest...
e tondo e grasso qual era colui di Chioggia... non so se voi lo conosciate
(diceva rivolto al Bruni), pensava al modo di disfarmene, perch aveva anche
un gran sonno, per aver ballato tutta la notte al ridotto di san Mois, e cos
nel pensare, guardando il soffietto che pendeva da lato del camino, mi viene
un'idea, e tosto, rivolgendomi all'amico, s gli dico: Signor podest?
 Cosa mi comanda?
 Ho a farle mille scuse anticipate.
 Di che?
 Di questo, che vado soggetto a un grave incomodo.
 Ed ?
 Una febbre acuta, la quale mi ha messo in fin di morte sin da fanciullo, mi
lasci un vizio, un gran vizio.
 Ebbene?
 Vo soggetto a quelli che si chiamano i venti freddi.
 Una malattia nuova.
 Nuovissima, e chi ha la disgrazia di dormire con me ci soffre, ma assai. Ora
che cosa avreste fatto voi se foste stati il podest?
 Darvi la buona notte, e andar via.
 Cos pare almeno; ma il podest fu di un altro parere, e met credulo e met
no, entr per il primo in letto. Allora io non feci altro che seguirlo, e,
cos mezzo vestito, mi cacciai sotto coltre, armato di soffietto, e spensi il
lume. Lasciai che il podest dormisse della grossa, e poi misi in movimento il
mantice... Tirava un vento, cari miei, che il letto pareva il Cenisio, onde il
podest si risvegli spaventato, e non pot trattenersi dal dire dopo qualche
momento:
 Ah!  veramente orribile la vostra malattia, signor mio, per carit,
accendete il lume, ch'io vo a gettarmi in laguna, piuttosto che dormire con
voi.
Io obbedii, accesi il lume. Egli si alz, non parl pi; soltanto borbott
tra' denti, ed usc chiamando l'oste a tutta voce. Il resto della notte la
dormii cos assai placidamente. Or non temete che io voglia oggi estendere a
maggiori proporzioni l'esperimento di Venezia. Voi non siete n sconosciuti,
n podest, n ostinati, e v'invito io. Su lesti, dunque, e vestiamoci. La
carrozza  qui... sentite. Poi, voltosi al Bruni: Dovreste venire anche voi,
gli disse. Qui c' riserva di vesti e maschere per tutti gli amici che
capitano... purch sien tutti artisti, non importa se di pennello o di
scalpello o di arco o di fiato o di gola o di rima. Stupisco anzi che non sia
venuto oggi il segretario Larghi, il pi caro scrittor di villotte che si
conosca; e bisogna sentir lui stesso a cantarle! ma lo sentiremo alla festa
del teatrino. Risolvetevi dunque. Volete esser Pantalone o Brighella?
 Caro mio, n l'uno n l'altro, rispose Lorenzo: e clto il momento che gli
altri attendevano a vestirsi, cos gli disse: Son venuto da voi per un affar
di premura.
 Cattivo giorno, ma non importa.
 Ho bisogno dell'opera di un pittore... ma di tale che sia e valente e
improvvisatore, e conosca l'arte di colorir le maschere ad uso di Parigi. Ne
ho gi chiesto altrove, e so che a Milano ve n' uno bravissimo.
 Siete fortunato... eccolo l...  il pittor Clavelli... Ma...
E dicendo questo, il Londonio croll la testa.
 Ma... che cosa?
 Ma non sapete che, se l'anno passato tali maschere eran tollerate, quest'anno
sono proibite, dopo il lagrimevole fatto della vedova del Duca di Choiseul?...
 Ma qui non si tratta di far piangere, ma di far ridere, soggiunse il Bruni.
 Fate voi... non so che dire; quel giovine l vi servir bene; d'altra parte,
 in cos povere acque, che certo deve aver pi paura della bolletta, che
delle ordinanze di sua eccellenza. Or lo chiamo e mettetevi d'accordo. Badate
per ch'io non so nulla.
 Fate conto ch'io non v'abbia mai interpellato su di ci. Per altro non  e
non sar che uno scherzo.
Il giovine pittore Clavelli fu chiamato, il Bruni gli parla, il pittore mise
innanzi quella difficolt che sappiamo; ma sentendo che si trattava di
guadagnar bene, acconsent, e promise al signor Bruni che si sarebbe lasciato
trovare al caff del Greco, mezz'ora prima che incominciasse il teatro.
Cos stretto il contratto col signor Lorenzo, fin il pittore di adattarsi i
due gobbi di Pulcinella, ch tale era la sua maschera, e si mise in ischiera
cogli altri, i quali vestivano ciascuno il costume d'uno dei Zanni, allora
tanto in voga, i quali eran come i deputati rappresentanti delle principali
citt d'Italia. Il pittore Londonio, nella sua qualit pur di confratello
onorario della badia de' facchini e nella sua qualit di pittore campestre,
vestiva la maschera di Beltrame di Gaggiano, maschera che di quel tempo
sussisteva ancora, quantunque avesse dovuto cedere il primo posto a quella del
Meneghino, inventata gi dal Maggi, lo splendor di Milano, come lo aveva
chiamato il Redi, e che fu l'Allighieri del dialetto milanese. Cos tutti
discesero e salirono, meno il Bruni, nel carrozzone carico di munizione per la
battaglia del gioved grasso: fiori, confetti, coriandoli, melaranci, pomi,
ova; e di buon trotto si gettarono nel fitto del combattimento, sul corso di
porta Romana, a percuotere e a rimaner percossi dalla pioggia de' pomi, a
imbrattare e a rimaner imbrattati dalle ova, che si rompevan sulle parrucche
incipriate a farvi strani empiastri e lorde miscele di tuorli e di cipria.
Ora, senza perdere il tempo a descrivere il corso del gioved grasso dell'anno
1750, perch noi siamo nemicissimi delle descrizioni, segnatamente se siano
state fatte da cento altri scrittori; ci limiteremo a dire, a coloro che
volessero pur farsene un'idea, che a gettare tutti i colori dell'iride, con
tutte le loro infinite gradazioni, su quelle ottanta o centomila figure allora
stivate lungo il corso di porta Romana, e a raddoppiare il frastuono, come se
quelle centomila persone avessero due gole enfiate per ciascuna; e a lasciare
alle carrozze, ai padovanelli, ai calessi, ai birbini, ai carri convertiti in
forma di barche e di vascelli il permesso di muoversi a loro beneplacito e di
produrre per conseguenza un disordine molto simile a quello di un corpo di
truppe che sia piuttosto in fuga che in ritirata; e a portare a un tre quarti
buonamente della popolazione col affollata il numero delle maschere d'ogni
forma, d'ogni foggia, di ogni paese e d'ogni colore; a far insomma colla mente
tutte queste operazioni, ne pu uscire, chiudendo gli occhi e lavorando
d'imaginazione, lo spettacolo d'un corso carnevalesco di quel tempo. Ma noi,
che non abbiam voglia di attendere a ci, lasceremo passar l'ora del corso,
per recarci invece in piazza del Duomo al caff del Greco, dove il pittor
Clavelli a un'ora di notte stava aspettando il sig. Lorenzo Bruni, che venne
di fatto a pigliarlo puntualmente, e a condurlo al teatro Ducale.
 Vi baster osservar dalla platea, disse il Bruni al pittore, nel far la via,
o sar necessario salire sul palco scenico?
 Far bisogno della platea e del palco scenico, perch, a condurre la cosa in
modo che l'arte si confonda colla realt, conviene pigliar tutte le misure.
 Andrete dunque in platea e sul palco scenico. Conoscete i fratelli Galliari,
quelli che dipingon le scene? -
 Li conosco benissimo; ma se non mi vedranno, vi sar obbligatissimo.
 Perch?
 Perch  bene che la cosa stia fra voi e me; so quel che dico... l'ordinanza
parla chiaro; e fu gran tracollo per me, vedete, quella benedetta ordinanza!
fate conto che ne' carnevali passati io arrivassi a guadagnar sino a cento
zecchini veneti, tanto che avevo lasciato da una parte la pittura di chiesa,
che  la gran pittura, per dir la verit; ma col pane non si scherza... e
questi curati di campagna credono di sciupare il pane dei poveri a dar da
mangiare a' pittori, segnatamente se son giovani e non han nome.
 Abbiate coraggio, amico, e se mi servirete bene, farete poi il ritratto
intero della ballerina Gaudenzi.
 Oh che fortuna sarebbe! sento che  una gran bellezza! una bellezza famosa!
Se il ritratto mi riuscisse, tutte le dame di Milano verrebbero da me... sono
le occasioni che fanno l'uomo. Cosa credete voi... che tanti pittori famosi
sarebbero riusciti tali, se non avessero avuto le occasioni? Che, per esempio,
il cavaliere Del Cairo, che fu il maestro del mio maestro, fosse davvero un
gran pittore? Non lo credete; ha avuto il vento in poppa; opere di qui,
ritratti di l, zecchini a staja, e poi l'ordine di san Maurizio. Ma, per
colpa sua e di qualch'altro, s'imbastard la maniera lombarda cogli innesti
della scuola di Bologna; e poi col pigliare qualcosa da Roma, qualcosa da
Firenze, qualche cosa da Venezia, ne usc una mescolanza tale, che non siam
pi n di qui n di l... Ma quando un paese ha avuto la fortuna di possedere
un Leonardo, e poi un Luino, e poi quello spavento del Crespi... il Crespi del
San Brunone... Non so se voi abbiate visto quel lavoro a fresco? Quello  un a
fresco!... Domando io dunque, se c'era bisogno di andar altrove a far gli
accattoni? Ma la moda fa tutto; ed io che parlo, son guasto pi degli altri, e
col far quello per cui voi m'avete chiamato, mi son guasto la mano, e poi mi
son messo al punto di guastarmi anche la saccoccia. Se, per esempio, domani
taluno mi desse a dipingere una Deposizione, farei le tre Marie col
guardinfante. Cos vanno le cose.
In questa entrarono nel teatro gi affollato, e nel punto che gi cominciavan
le dame a sedere ai loro posti nei palchetti.
 Vedo che in platea non c' luogo, disse il Bruni, troveremo dunque un posto
comodo in orchestra, dove senza dar nell'occhio, potrete gittar gi sulla
carta qualche segno. Quando poi vi bisogner d'andar tra le quinte, me lo
direte.
Lorenzo Bruni si rec allora col pittor Clavelli in orchestra; messo a sedere
l'amico, si mise anch'esso al posto, che i suonatori erano gi tutti sulle
loro sedie, e gi attendevano ad accordar gl'istrumenti. Il teatro era zeppo,
gi faceva quel mezzo silenzio che precede l'alzata del sipario; tutti i
palchetti erano occupati; Lorenzo gir gli occhi lungo le file, e il caso
volle che fosse, nel momento che il conte V... e la contessa si ponevano a
sedere l'uno rimpetto all'altra. Allora sul volto di questa, egli, dal suo
basso scranno, tenne fisso uno sguardo lungo e indagatore.
Alla bellezza abituale della contessa Clelia, di cui nessuno erasi prima
infervorato, per l'eccesso della sua medesima perfezione, si era sovrapposta
una velatura leggiera nel colore, e talune indescrivibili impressioni nella
superficie, le quali, togliendole quella, quasi diremo, pompa orgogliosa della
belt nudrita dalla salute e dalla calma, vi aveva soffuse le traccie del
patimento e di un certo languore di stanchezza, languore prezioso (per la
poesia, intendiamoci bene, non per la realt), il quale essendo appunto la
prima volta che compariva su quella faccia, vi produceva un contrasto
ineffabile e la rendeva oltre ogni dire attraente a tutti gli sguardi. Tanto 
ci vero che, quasi a un punto stesso, da tutti coloro che la osservarono
quand'ella gir gli occhi intorno, si fecero queste medesime osservazioni a di
lei riguardo.
 Ma come s' acconciata stasera la contessa V...? Davvero che mi pare
un'altra. Se si sapesse ch'ella ha una sorella, si direbbe ch' la sorella a
punto.  per sempre bella. Per me, dir anzi, che  pi bella del solito. Ah,
 un gran peccato che l'abbiano inzuppata nella scienza, e fatta cos indurire
come quel legno che diventa marmo stando nell'acqua!
Ma se molti in quel punto la guardavano fuggitivamente, Lorenzo teneva gli
occhi sempre fissi in lei; e da quel palchetto non li abbass che per volgersi
e girarli torvamente sulla platea, cos parlando fra s: Balordi che siete!...
si trova un bel giovane in un giardino, di quelli che s'innamorano per
professione, lo sorprendono al pi del palazzo e della stanza dove sta una
donna che ha quella faccia l... e si va a turbar la pace di cinque o sei case
per trovar la donna de' suoi sospiri... Balordi voi e balordo il giudice,
quando non vi sia di peggio... perch pare impossibile... una bellezza di
quella sorte... che... in conclusione ... qual  la pi bella di tutte queste
duchesse e contesse e marchese e marchesine che stan qui?... E nessuno 
arrivato a pensare che ai tenori, segnatamente quando toccan di quelle grosse
paghe che ognun sa, piacciono i buoni bocconi, e, se furono cullati sul letto
di paglia, aspirano ai moschetti di drappo. Ma pazienza fossero tutte Vestali
le donne di Milano, tutte Lucrezie, tutte Cornelie... Ma no... perch, anche
senza far torto a questa citt... si sa ch' la malattia del secolo, che pi
si sale e pi si pecca... che si  sempre fatto cos... Ah sciocchi e
balordi... c' da scavar vicino... ed essi, no... voglion correr mezzo miglio
per le ortaglie, e far fatica a trovar l'accesso alla casetta di quella povera
ragazza... che  pura come l'acqua... E tutti a intestarsi che debba davvero
essere la Gaudenzi... come se non ci fosse stato tutto il tempo e tutto il
comodo, supposta una simpatia, d'intendersela sul palco scenico!... Ma non
piace al signor pubblico ci che  naturale e semplice... siam sempre alla
storia del teatro... bisognava che il tenore Amorevoli, per essere un caldo
amante, saltasse muri, saltasse siepi, si lacerasse tra i pruni la seta dei
gheroni, corresse pericolo di rompersi l'osso del collo salendo per qualche
scala di seta... allora va bene... allora il signor pubblico  contento...
E cos avrebbe seguito il corso de' suoi pensieri chi sa sin dove, se un gran
colpo d'archetto del primo violino non gli avesse tagliati i pensieri in due.
Gett allora gli occhi sulla musica, mise il violino alla ganascia, e stette
pronto.
Il sipario si alz, e avvenne tutto quello che era avvenuto la notte addietro.
Usc il tenore Amorevoli tra un subisso d'applausi, i quali poco ormai lo
confortavano, perch, se lo si lasciava andar in teatro, v'era accompagnato in
cocchio dal tenente e dal guardiano del Pretorio, che stavan con lui in
camerino perch non parlasse con nessuno; uscivan con lui, e lo accompagnavano
all'orlo del palco scenico e lo aspettavan tra le quinte. Queste cose si
sapevano dal pubblico, che le disapprovava, quantunque a torto. E venne l'ora
del ballo, e il momento in cui usciva la Gaudenzi divina.
Ma che  questo? che novit? che segreto? Cos' successo?... Ah! noi non
sappiam cosa dire, ma il fatto  cos precisamente, lettori miei. La Gaudenzi
venne accolta da un bisbiglio ostile, intercalato da una dozzina di fischi
portentosi, indarno respinti da pochi battimani, che si ritirano tosto, quasi
vergognosi d'essersi compromessi.
Da che dunque poteva dipendere questo inaspettato cambiamento delle teste del
pubblico? Da un fatto assai semplice: da ci che, essendosi egli ostinato nel
credere agli amori della Gaudenzi con Amorevoli, e avendo sperato, quando
sent ch'essa era stata citata a comparire in Pretorio, volesse confessare ci
che generosamente e cavallerescamente il tenore aveva taciuto; gli venne un
fiero dispetto di quell'aspettazione delusa, e pi ancora della supposta
ipocrisia della fanciulla, che si pens non avesse voluto corrispondere alla
delicatezza dell'amante, per continuare a godere in faccia al mondo di quella
gran fama d'onest, usurpata a troppo buon mercato; la quale onest, in quella
universale rilassatezza del costume, era cos eccezionale e strana,
segnatamente se la si applicava al teatro, che se molti avean prima potuto
apprezzarla, altri l'avean sopportata di mal animo, come un'ostentazione; e
questi altri, i quali s'eran compiaciuti della scoperta che la Gaudenzi fosse
pur essa infine una donna da teatro come tutte le altre, si rivoltarono senza
ritegno contro al preteso sforzo che, secondo essi, ella avea fatto per
proseguire ad ingannare il mondo. Talvolta un'idea, un'opinione, una credenza
s'impadronisce di un'intera massa di gente in un modo irresistibile. E gli
uomini di buon senso e di spirito equo, che volendo esaminare prima di
condannare, azzardano qualche difesa e qualche osservazione, sono quelli
precisamente che danno le mosse al temporale.
 Cane d'un pubblico, scrisse il conte Rostopchin nel proprio epitafio, in
attestato del suo profondo disprezzo all'opinione pubblica; e Cane d'un
pubblico, disse Lorenzo fra s e s fremendo, quando da un collega d'orchestra
sent la spiegazione di quell'improvviso malumore della platea; ma ci che pi
di tutto gli fece salire il sangue alla testa, e lo rafferm nel suo proposito
di vendetta, fu l'aver visto lo stesso signor conte V... a degnarsi di uscire
dalla sua orgogliosa gravit per zittire anch'esso.
 Anche tu, pens tra s, anche tu, bufalo bardato di Catalogna! ma non sai
quel che ti attende? E quando cal il sipario, tutto convulso si avvicin al
Clavelli, per chiedergli se gli occorreva d'andar sulla scena.
 Ho visto bene, e gi ho qui il profilo che non ne scatta un pelo, tanto che
in un bisogno potrebbe bastare. Ma un'occhiata attenta e ben dappresso e tra
le quinte gli far nascere il gemello...
 E si arriver in tempo?
 Altro che in tempo! abbiamo due giorni.
 Quando fosse pronto per sabbato a mezzanotte,  anche troppo.
 Io vi avr servito per mezzod, e Lorenzo accompagn il pittore Clavelli sul
palco scenico, collocandolo presso una quinta; e, prima di discendere in
orchestra, and nel camerino della Gaudenzi, la quale piangeva dirottamente.
 Il pubblico di Milano, esclam allora Lorenzo, scoppiando dall'ira e dalla
commozione, potr versare a' tuoi piedi tutto l'oro che costa il suo Duomo...
ma faccia conto d'averti veduta per l'ultima volta. Del rimanente aspetto
sabbato...


V

Ad un savio, non ci rammenta pi n quando n dove, fu domandato: quale pu
essere la cosa pi fatta per addensare la tristezza nel cuore di un uomo
sentimentalmente intellettuale? Forse la vista di un campo santo, ha egli
risposto, nelle ore notturne, con cielo profondo, e luna pallida e stelle
tremule e fuochi lambenti e strigi volanti? No. Forse la cima inaccessa delle
Alpi, dove il cacciatore rimane percosso dal mortale solengo? O in una
campagna abbandonata e brulla durante il bigio novembre, la vista di uno
stagno, sull'opache acque del quale incumba immobile, da un ramo che vi
peschi, un decrepito airone? O la solitudine infinita del mare ghiacciato,
dove Alfieri, poeta e viaggiatore, pot scoprire com' tremendo il silenzio
quando sta nel suo regno desolato? No. Forse una camera anatomica, dove il
coltello dell'investigatore chirurgo sprigioni i gas pi letali e pi putridi
da un cadavere umano? No. Che luogo dunque? Una festa da ballo. Cos rispose
quel savio, con incredulo stupore di tutti; ma per quanto potesse essere uno
strano pensatore, noi dividiamo perfettamente la sua opinione. Se fosse
possibile scrivere un compendio della storia dei dolori, dei disastri, delle
tragedie, degli odj, delle vendette, dei delitti di cui il primo filo, pi o
meno avvertitamente, fu gettato nel rigurgito abbagliante della luce notturna,
nel vortice fracassoso delle danze, nella polvere sollevata, nella gioja,
nell'orgia, negli scherzi vellicanti, nel motteggio malizioso, nell'epigramma
ambidestro, nella schiuma dello sciampagna, nell'allegria saltante, nelle
grida incondite, nell'ebbrezza, nella stanchezza, nella dormiveglia di una
festa da ballo in maschera; quel compendio sarebbe pi voluminoso delle pi
voluminose enciclopedie condensatrici dell'umana sapienza. Chi non vuol
credere, non s'incomodi; ma la nostra opinione  questa.
Quante volte dalla bocca vermiglia di una faccia di cera usc la folgore muta
di una parola sola, ma che, sola, bast a scomporre per sempre la felicit di
due vite; che pot esaltare in un marito il cieco furore d'una gelosia
omicida; e persuadere un troppo credulo fidanzato a respingere quella che
indarno fu insidiata da qualche turpe amatore. Quante volte dell'effervescenza
del senso, protetto dalla maschera e liberato per lei dal vigile pudore,
Mefistofele approfitt per gettar la trama d'un futuro infanticidio! Quante
volte una mendace accusa fu portata in alto dalla maschera, a cui nulla 
inaccesso, per far percuotere un innocente odiato! e l'iniquit, resa
inoffensiva dalla vilt nativa, divent di colpo e audace e micidiale,
celandosi dietro un volto di cera! Quante volte l'effimera virt si disciolse
tutta in sudore al contatto di quel volto stesso... e la ferma virt
vacill... e cadde a un tratto chi avea potuto resistere a lungo. Per dio la
maschera ci fa spavento! sicch riputiamo che sarebbe un bel passo della
civilt se scomparisse per sempre dalla faccia degli uomini; e tanto pi che 
gi una maschera la faccia naturale. E dopo di ci una festa da ballo  luogo
di mestizia anche senza i volti finti! Quante infelici passioni vi
s'infiammano, quante felici illusioni scompajono; quanta gara funesta di
perfide vanit; quanti gentili tessuti affranti dalla danza frenetica! Chi ha
assistito coll'occhio investigatore e colla riflessione a quel punto in cui la
prima luce del sole entra a mescolarsi in una gran sala colla fiamma decrepita
dei doppieri consunti, e un raggio vivo di quella luce va a percuotere le
faccie di un gruppo di giovinette che, vaghe, poche ore prima, delle pi
fresche rose della salute e della gioja, nell'abbattimento sorgiunto, nella
stanchezza, nel repentino avvizzire, nella pupilla fuggita, nel livido
pallore, lasciano gi indovinare il processo con cui la dissoluzione
s'impadronir col tempo dei loro corpi, e dietro a quella che  quasi larva di
giovent e di bellezza, lasciano travedere con raccapriccio la futura vecchia
e il cadavere futuro: ci sapr dire in confidenza, se si pu raccogliere
allegria da una festa da ballo! Ma abbandoniamo le inutili digressioni, e
facciamoci con chi deve recarsi alla festa da ballo in maschera del sabbato
grasso.
Pochi minuti prima della mezzanotte di quel sabbato, ossia circa quarant'otto
ore dopo che la dea Gaudenzi venne fischiata dal pubblico, lasciatosi
trascinare da quella infesta precipitazione di giudizj che ha sul collo tante
vittime; Lorenzo Bruni, un po' colle dolci parole, un po' colla finta collera,
un po' colla vera, stava distogliendo da un ostinato proposito la Gaudenzi,
che, abbigliata con tutto lo sfarzo di una regina, nel punto che stava per
salire in carrozza alla festa del teatro Ducale, d'improvviso, come una
puledra che adombri, erasi fermata, e, risalendo la scala, avea cercata la sua
stanza, giurando che sarebbe morta, piuttosto che mostrar la propria faccia a
coloro che aveano potuto insultarla senza ragione.
Avvezza fin dalla prima infanzia alle carezze de' genitori, alle gentilezze di
tutti; e, fatta adulta, alle lodi, all'ammirazione, agli applausi, alle
adulazioni, ai trionfi; quel primo insulto la trapass di una profonda ferita,
e in modo che la vescichetta del veleno, ci si permetta questa espressione,
del veleno onde la natura non manca mai di provvedere anche la pi soave e
mite creatura, s'era dischiusa con uno squarcio repentino, tanto che lo avea
schizzato con veemenza d'intorno a s, al punto da mettere nella pi seria
costernazione la vigile zia e Lorenzo. All'invito ch'egli le avea fatto il
giorno prima di recarsi all'ultima festa da ballo in maschera, ella aveagli
risposto con isdegnosa ironia; alle dolci persuasioni opponendo una fierezza
fin quasi selvaggia, di cui ella sino a quel punto non avea sospettato neppure
la possibilit, e che aveva dato da pensare all'esperimentato Bruni. Bene, a
poco a poco, s'era venuta placando, e piangendo e chiedendo perdono con
carezzevoli blandizie, avea promesso di far il suo desiderio e s'era lasciata
ornare dalla sollecita zia di fiori, di perle, di brillanti; ma la vescica del
veleno le si riapr, come abbiam veduto, nel punto di salire in carrozza.
 Senti, Margherita, hai tu fiducia in me? le diceva Lorenzo.
 Non mi fido pi di nessuno; gli uomini son come i gatti; oggi leccano, domani
graffiano...
 Ma puoi tu dire ch'io t'abbia mai fatto un torto...
 Chi v'ha detto questo? rispose acremente la Gaudenzi. Voglio dire che... ma
qui diede in uno scoppio di pianto. Il pensiero dell'insulto ricevuto,
riassalendola, non le concedeva pace.
 Dammi retta, Margherita; se ci che  avvenuto ti affanna tanto, e n'hai
troppe ragioni, l'unico tuo desiderio deve esser quello di confonder tutti
quanti, dando modo alla verit di mostrarsi intera; ed  ci appunto a cui ho
pensato.... Tu sai che non t'ho mai consigliato cosa che non dovesse portare
il tuo bene... Potrei dunque eccitarti a venire stanotte in teatro, se non
fossi certo che all'alba del domani, ne uscirai vendicata da quegli stessi che
ti hanno offesa?...
 Ma se  vero quel che mi dite... perch dunque mi fate mistero del modo?...
 Il perch lo saprai... ed io pretendo d'aver diritto alla tua fiducia...
Suvvia, alzati, e andiamo.
 Suvvia, soggiungeva la zia, torna buona come prima, e obbedisci chi vuole il
tuo bene...
La Gaudenzi non rispose, si alz, mosse lentamente verso l'uscio, e Lorenzo la
segu.
 Andiamo, disse il Bruni, a pigliare il padre della prima donna, che s'
incaricato di farti il bracciere alla festa; e partirono.
Ma intanto che Lorenzo Bruni e la Gaudenzi salivano in carrozza, dopo un'ora
di contrasto, in casa V..., quasi che da un medesimo filo dipendessero i
successivi movimenti di due congegni, continuava ancora un contrasto
incominciato dopo. La contessa Clelia, la quale mille volte s'era pentita di
non aver tosto messo in atto il consiglio di donna Paola Pietra, e alle
fischiate onde si volle punire la Gaudenzi aveva provato un cruccio, un
affanno, un'inquietudine particolare; e per non desiderava altro, fuorch
spuntasse la prima domenica di quaresima per recarsi in Pretorio, o per
iscrivere al giudice, contenta di affrontare affanni peggiori ma di tagliare
quel nodo una volta per sempre e finirla; sazia della festa del gioved grasso
e d'un pranzo incomodo di sessanta coperti e d'un'accademia del venerd e del
trovarsi sempre in mezzo a tanti uomini e donne, in ciascuno de' quali e delle
quali ella vedeva i suoi denigratori spietati, quando la gran notizia fosse
scoppiata in piazza; e affranta per di pi da un tedio convulso che la faceva
stare di malissima voglia, aveva risoluto di non intervenire altrimenti in
quella notte alla festa da ballo in maschera del teatro Ducale. Ma non avesse
mai fatto una simile proposta al conte marito! La contessa, nelle pi comuni
circostanze della vita, poteva in casa far tutto quello che voleva, lo abbiamo
gi detto; ma in certe occasioni speciali, guai ad omettere una pratica, una
consuetudine, un cerimoniale. Allora il conte, rispettosamente ammiratore
della contessa, diventava il suo despota e il suo tiranno; e per dare, a modo
d'esempio, il permesso alla moglie di non intervenire all'ultima festa del
carnevale, dove tra le dame pi cospicue si compiva l'ultima e pi fiera
battaglia di eleganza e di ricchezza, bisognava che la moglie fosse stata
assalita, per lo meno, da una encefalite fulminante. Il conte era della
famiglia di quel tale che, piuttosto che infrangere un cerimoniale, volle
morire asfissiato da un braciere.
Fatto adunque il viso pi severo che per lui fosse possibile alla moglie, e
pronunciate quelle parole pi irrevocabilmente di ferro che per lui si
potevano, pass nella sala dov'era la madre della contessa, una sorella e un
fratello; e tutto aspro:
 Donna Gertrude (disse alla madre), la si compiaccia di recarsi un istante da
sua figlia, la quale pare che abbia volont d'inquietarmi.
 Che cosa?... Che  avvenuto? rispose donna Gertrude, maravigliata di veder
cos a rovescio il conte, il quale per consueto, sebbene un po' duramente, le
si era sempre dimostrato cortese; ma in quella entrava la contessa.
 Preghi il conte, mamma, a permettermi di non uscire; perch sto male, male
assai.
Il colonnello non seppe allora pi contenersi, e strepit, senza per mancare
alla sua gravit.
Ma in quel punto il fratello di donna Clelia si alz, e di queto le disse non
so che parole all'orecchio.
A quelle parole piegaronsi i ginocchi alla contessa, e si gett a sedere.
La madre e la sorella si guardavano... Il conte passeggiava... Il fratello
taceva.
Trascorsi alcuni momenti, la contessa Clelia si lev e:
 Andiamo, disse, non voglio che per s poco il conte si affanni.
Una mezz'ora dopo, preceduta dal conte marito e dalla sorella, la contessa
discendeva lo scalone, rallentando il passo per essere raggiunta dal fratello.
Quando questi le fu vicino:
 Chi ti ha detto...? gli disse la contessa.
  un bisbiglio che corre per la citt... La tua assenza avrebbe potuto
accrescere i sospetti.... Or pensa a te...
A piedi dello scalone, tra le torcie di due lacch, la contessa, attonita,
sal in carrozza; il conte lieto e sorridente sedette vicino a lei; la
portiera si chiuse, e via di trotto. Il conte fratello e la contessina tennero
lor dietro in altra carrozza.


VI

Un'ora dopo, la festa da ballo al teatrino era gi all'apogeo dello splendore,
della folla, della vivacit, del frastuono. Cos in quel tempo, come oggid,
il palco scenico si congiungeva alla platea per mezzo di una gradinata divisa
in tre scompartimenti. Gl'intervenuti salivano al palco per quello di mezzo, e
discendevano in platea pei due laterali. Essendo il teatro pi piccolo,
l'orchestra veniva collocata in una galleria espressamente eretta sul palco.
Del resto, noi uomini della civilt e del progresso, che abbiamo fatto le
meraviglie quando il Fetonte degli impresarj introdusse per la prima volta il
tappeto verde in teatro, dobbiamo sapere che, nel 1750, i pi ricchi tappeti
di Gand a rosoni variopinti coprivano tutt'intero il pavimento in occasione
delle feste, e tutto era di conformit con quella ricchezza; dimodoch, se la
sala tenevasi, come dicemmo, alquanto oscura durante lo spettacolo, pel
migliore effetto ottico della scena e delle vedute architettoniche e campestri
dei fratelli Galliari, le fiamme inondavano il teatro di luce quando si
convertiva in festa da ballo. Ciascuna fila de' palchetti era rigirata da
trenta lumiere di cristallo, portanti cadauna sei torcie di cera; dalla vlta
pendevano otto grandi lumiere pur di cristallo, e dall'interno de' palchetti
usciva un'altra luce ausiliaria. Siccome poi da ciascun davanzale cadevano sui
parapetti ricchissimi arazzi e ricami d'oro e d'argento, o di broccato tutto
d'oro tempestato di pietre d'ogni colore e di luccicanti berilli, cos
l'effetto che allora produceva lo spettacolo interno del teatro Ducale era di
gran lunga superiore a quello d'ogni pi sfarzosa festa da ballo in maschera
d'oggid. E se il lusso e lo splendore era tanto in platea e sul palco, le
sale del ridotto costituivano davvero un Olimpo di ricchezza e di luce in
mezzo a cui sfolgoravano le deit terrene; ch le dame pi cospicue
s'addensavano tutte col, o adagiate in apposita sala, su scranne dorate, a
beare di loro presenza chi le adocchiava; o in altra sala, aggirantisi in
quelle danze passeggiate che si chiamavano minuetto e perigordino. N  da
credere che le sale del ridotto fossero accessibili soltanto alle dame;
tutt'altro. La divisione che tra ceto e ceto era ancora ben determinata, nel
secolo passato, in tutte le relazioni della vita, e la distanza che tra
patriziato e borghesia e plebe era mantenuta inesorabilmente da cento
prammatiche e distinzioni e cerimonie, scomparivano affatto in quelle feste
del carnevale. Era una continuazione modificata del medio evo, quando il
feudalismo dei padroni e dei servi pot costituire quasi due nature diverse;
quando per una legge di compenso, a Milano, nelle notti fescennine del famoso
san Giovannino alla Paglia, tutti quanti si mescolavano in istrane
dimestichezze. Ma quei giorni di eguaglianza eccezionale erano in ragione
della disuguaglianza legale e consuetudinaria; tanto che, mitigandosi e
trasmutandosi la seconda, grado grado la prima si limit, e di svolgimento in
isvolgimento si pervenne al punto che ambedue scomparvero e si confusero, come
vediamo oggid, in una cosa sola, e tolti gli argini, le acque si riunirono.
Ma non preveniamo i tempi, e non esponiamo al pubblico intempestivamente il
dietro le scene del nostro libro.
In mezzo a quell'Olimpo lucente delle pi belle dame milanesi comparve, a una
cert'ora, la Gaudenzi accompagnata dal signor Casserini, il marito della prima
donna, quella che faceva la parte di Semiramide riconosciuta. Ma appena fu
vista dalla folla de' cicisbei curvati in vari atteggiamenti sulle dame
sedute, come statue, che facessero gruppo convenzionale con altre statue, si
alz un bisbiglio ostile. Lorenzo Bruni, che, tutto coperto dal domino nero e
dalla nera maschera, stava dietro alla pupilla, quando la vide indietreggiare
perplessa, la spinse ad adagiarsi su d'una sedia. La Gaudenzi obbed, ed egli
si indugi l un momento. Seduta tra la contessa Marliani e la contessa
Borromeo del Grillo stava la contessa Clelia. Ferveva un incessante cicalo
tra la folla incessante. Maschere d'ogni generazione passavano davanti alle
dame per avventar loro motti e scherzi e complimenti. Il villottista cantava
il nome e cognome a ciascuna, e le loro qualit fisiche e morali in
accozzamenti strani di idee e di rime; di tratto in tratto fermavasi loro
dinanzi un arlecchino, un brighella, un pulcinella, un dottorazzo bolognese, a
dir lunghe filastrocche nel dialetto della citt rappresentata dalla loro
maschera. Intanto sentivasi la musica del minuetto, la quale, con poche
variazioni, era quella che introdusse poi Mozart nella festa da ballo del suo
Don Giovanni, e oggid, con altre poche variazioni, rifece Verdi
nell'introduzione del suo Rigoletto. Tra quella musica e lo strisciar lento
dei piedi e il ronzo continuo, s'udiva strillato, con accompagnamento di
chitarra, qualche strambotto d'una maschera curiosa, che s'intitolava il Tasca
e parlava un dialetto composto, mescuglio di veneziano, milanese e bolognese:

Nol x, nol x pi mondo
De viver all'antiga,
Chi no truffa e no intriga
Resta in fondo.
Tanto la zente x destomegae,
Che pi no l'ha favor la veritae.
Chi negozia col vero
El x fallio de botto;
Se domanda Zinzero
El x merlotto,
Vedo la lealtae scalza e confusa
Perch tutti la loda, e pochi l'usa.

E altrove gridava Meneghino una filastrocca del Maggi in quel dialetto che,
dopo cent'anni, ha potuto alterarsi tanto:

. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
Ferr e strasc, cardeghee,
Rivendirou, postee,
Conch, e tajee e mess,
Garzonscii de sart,
Canaja che vivii
De menuder guadagn,
E criee per i strad cont i cavagn,
Ciovirou de san Sater,
Tucc compagnon de better,
El vost car Meneghin
El va in lontan paes;
Se pu no s'vedaremm, a revedes.
. . . . . . . . . . . .
Mortadell di tri Scagn,
Busecca de la Goubba,
Passerit di trii Merla,
Moscatel di trii Re,
Montarobbi del Gall,
Malvasia d'offelee,
Tutt cose de tesoree,
El vost car Meneghin
El va in lontan paes;
Se pu no s'vedaremm, a revedes.

E ad un certo punto entr nella sala una frazione della compagnia de'
Foghetti. Il pittor Londonio, in costume di Beltrame di Caggiano, mostrava
nella lanterna magica alcune sue bizzarre composizioni, le quale facevano
sghignazzar tutti quanti e abbassar gli occhi ad alcune dame che
s'indispettivano di non poter comprimere il riso. E subito dopo Cesare Larghi,
ch'era segretario soprannumerario di governo, in costume di contadino
brianzolo, accennando di voler cantare una delle sue villotte con
accompagnamento di ribeba, imponeva silenzio a quanti eran l, i quali
gridavano ai suonatori e ai ballerini, basta, zitto, silenzio; e Cesare
Larghi, vista la Gaudenzi, e indispettito col pubblico del modo ond'erasi
comportato secolei, si pose precisamente innanzi ad essa, a cantare quella
veramente poetica villotta dettata in dialetto contadinesco... e che fu
stampata nella collezione de' poeti vernacoli milanesi:

 I to oggitt me paren d bei stelli
Che hin pu lusurient de la lusnava,
E quij to ganassitt ch'hin de sgioncava,
E hin insc svernighenti e tanto belli.
 Famm ved, cara ti, quii to bocchini
Tanto streccit che paren facc col fuso,
Che fan ol pover Togn deslengu in giuso
E van disend a tucc: femm di basini.

La cantilena soavemente campestre onde si esprimevano quelle poetiche parole,
la bella voce e l'accento e il garbo onde il Larghi la cantava, in prima avean
messo un silenzio cos profondo in quelle sale, che si sarebbe sentito a
volare una mosca; e provocarono poi un tale scoppio d'applausi, che di pi non
avrebbe potuto ottenere lo stesso Amorevoli.
Come il Larghi ebbe finito, quella dozzina di socj della compagnia de'
Foghetti si presentarono alle dame, e le invitarono a ballare un minuetto.
Poche vi si rifiutarono, ma tra queste vi fu la contessa Clelia, che accus di
star male. Cesare Larghi invit la Gaudenzi, la quale, ringraziandolo della
cortesia, non si fece pregare. Si rimise allora lo schiamazzo nelle sale, si
rinnovarono le grida, l'orchestra torn a suonare; e dodici coppie
strisciarono la danza con mille scontorcimenti leziosi della testa e delle
braccia che sporgevano rose nel punto che fingevano involarle, e sulla punta
delle dita deponevan baci incaricati di volar sul volto delle dame danzanti.
Lorenzo Bruni che aveva seguito per poco la Gaudenzi nella sala da ballo,
ritorn dove s'era trattenuta la contessa Clelia, e girandole dietro le
spalle, le accost la bocca della maschera nera all'orecchio, e, parlandole
con voce sottomessa e alterata, l'invit a danzare.
 Signore, ho gi rifiutato un altro gentile invito, perch sto male.
 Signora, devo parlarvi. Si tratta di un affar grave... Favorite ad accettare
un ballo; avremo agio a stare insieme senza sospetto altrui.
La contessa sent scorrersi un brivido per l'ossa, e non trov parola per
rispondere; ch quanto aveale detto il fratello l'aveva messa in gravissima
apprensione; onde si alz allora e, detto alla sorella che le sedeva presso:
 Aspetta qui; e, pregata la contessa del Grillo a tenerle compagnia: Vengo,
soggiunse poi alla maschera, la quale offrendole il braccio, la accompagn
nella sala da ballo.
Si posero cos tra le figure danzanti, e fecero un giro; indi, quando le
dodici coppie si ritirarono per dar luogo alle altre, la maschera trasse la
contessa a sedere nel vano di un finestrone.
 Signora, sapete voi chi sono?
 No.
 In mille anni mai pi vi apporreste.
 Spiegatevi. Che volete dire?
 Che vi avrei creduta generosa come siete bella...
 Ma chi siete voi?
La maschera aspett che molte persone si fermassero l presso, e colse il
punto che uno degli ispettori del palco scenico, il conte Pertusati, gli
passasse dinanzi. Allora parl e gest in modo da attirar l'attenzione altrui;
poi di tratto, balzando in piedi, disse ad alta voce:
 Non meritate, no, ch'altri vi abbia riguardo... Vedete ora dunque chi sono; e
togliendosi la maschera nera, scopr la maschera bianca. Balz fuori allora,
come per arte d'incanto, la figura del tenore Amorevoli. Sua la faccia, sua la
statura, suo tutto. Quanti erano l il riconobbero, e la contessa non pot
comprimere un grido, e cadde.
La maschera si ricopr tosto.
 Ora, voi tutti che siete qui, esclam, potete attestare qual fu la donna per
cui Amorevoli fu arrestato; e, detto questo, s'invol tra la folla, e
scomparve.
Noi crediamo che il lettore avr, presso a poco, compreso da un pezzo in che
doveva consistere la trama onde Lorenzo Bruni aveva pensato, con un mezzo per
verit illecito, di far uscire la verit allo scoperto.
Era da circa mezzo secolo che in Francia, dove si davano in pubblico persino
otto balli alla settimana, si era introdotta la perversa invenzione delle
maschere-ritratti, le quali, eseguite da pittori esperti e da plasticatori,
rendevano al vivo la sembianza di chiunque si voleva. Questa maschera-ritratto
di solito la si copriva con un'altra maschera qualunque, la quale, levata con
destrezza, lasciava intravedere il volto imprestato che stava sotto, e che
ricoprivasi tosto, onde impedire si potesse conoscere l'inganno. Questa moda
dalla Francia si diffuse tosto in Italia, e segnatamente a Milano e a Venezia.
Ma i disordini che ne conseguirono furono tali e tanti, che la pubblica morale
se ne risent altamente. Giovani scaltri assumevano il volto di fortunati
amanti a ingannar donne e donzelle inesperte. Donne gelose e gelosi amatori e
mariti, traevano in insidia donne e amanti creduli, dal che derivarono
vendette e delitti.
E due anni prima del tempo a cui ci troviamo, alla duchessa di Choiseul, che,
rimasta vedova, s'era invaghita d'un giovane cavaliere, con atroce giuoco fu
fatto comparire ad una festa il marito defunto, ond'ella ne prese tale
raccapriccio e sgomento, che, caduta ammalata, mor poi di consunzione. Perci
nella Francia stessa s'eran pubblicati editti e pene gravi contro questa
invenzione turpe. Poco dopo la proib anche la Repubblica di Venezia, e nel
marzo dell'anno 1749 era uscita pure a Milano, in conseguenza di gravi
inconvenienti avvenuti in quel carnevale, la seguente ordinanza:

L'eccellentissimo governatore, avendo, con sua gravissima indignazione
sentito il pessimo e colpevole uso che si  fatto da taluni male intenzionati
e osceni giovinastri delle cos dette maschere ritratti, ha ordinato che ne
sia assolutamente vietata ed interdetta la fabbrica e l'introduzione, sotto
pena di sei mesi fino a due anni di carcere, da infliggersi tanto a chi ne
pagasse o sollecitasse con male suggestioni l'esecuzione, come a chi vi
prestasse l'opera dell'arte e della mano per danaro o per qualunque altro
compenso. Tanto sia partecipato al senato, ai tribunali, al pretorio e ai
giusdicenti.
Milano, 12 marzo 1749.

Al grido, alla caduta, allo svenimento della contessa si fermarono le danze,
fu fatta tacere l'orchestra, accorsero ad onde uomini e donne da tutte le
parti, accorsero le dame dalla sala vicina e la sorella della contessa e la
del Grillo; e tosto il fratello, i parenti, gli amici, ultimo il conte V...,
la comparsa del quale compresse a tutti la parola in bocca, sicch fu il solo
che, per il momento, non seppe nulla, e pot cos ajutare la contessa, quando
si riebbe, a recarsi in palchetto. Scoppiarono allora le dicerie come una
eruzione vulcanica. Da quel punto del ridotto all'ultimo angolo del teatro si
propag, colla rapidit della luce, la notizia che il tenore Amorevoli era in
teatro; si propag la notizia ch'era venuto per vendicarsi della contessa
V...; che le tresche del tenore erano impegnate con lei e non con la Gaudenzi;
e insieme colla notizia corsero e serpeggiarono e s'intersecarono gli stupori;
le incredulit, le osservanze, le testimonianze, le persuasioni, le ire, le
ingiurie contro quella donna che, dicevasi, alla superbia insopportabile aveva
potuto congiungere anche una detestabile ipocrisia; e colle nuove ire e le
nuove ingiurie versate contro la nuova vittima, cominciarono i pentimenti
d'aver a torto fischiata la ballerina, la vittima di due sere prima, e i
propositi di rimettere in piedi quell'idolo stato rovesciato, e d'andare a
cercarla e di portarla a casa in trionfo.
E intanto quella notizia era giunta all'orecchio del signor giudice del
Pretorio, che si trovava precisamente nel palchetto del signor segretario del
Senato. Clto come da un colpo di fulmine, e balzato in piedi al sentire che
il tenore Amorevoli era venuto in teatro, chiam un de' tenenti che
sopravvegliavano al pubblico, e lo mand ad assumere informazioni, mentre il
segretario del Senato, indarno trattenuto dal signor giudice, che voleva prima
verificar la cosa e aveva paura d'una solenne sgridata, si rec, pago di farsi
apportatore d'una straordinaria novella, nel palchetto dell'eccellentissimo
governatore, dove trovavasi il presidente del Senato. Essi erano gi informati
di tutto, e facevan chiose e commenti, e gi avean mandato a domandare il
giudice stesso del Pretorio, che diffatto venne, pochi momenti dopo, tutto
confuso a protestare com'egli aveva lasciato il tenore Amorevoli sotto buona
custodia. Tutti stettero perplessi ad aspettare il tenente ch'era corso al
Pretorio, il quale, sollecito e ansioso, era salito dal custode delle
prigioni, e con esso era entrato nel camerino dove Amorevoli giaceva sdrajato
sul letto tra un mezzo sogno e una mezza veglia. E il tenente ebbe l'ingenuit
di interrogarlo se mai fosse uscito per recarsi al teatro, per il che il
tenore sospett avesse quel zelantissimo ufficiale dato di volta al cervello.
Allora il tenente, felice che non si fosse verificato lo scandalo d'un
prigioniero fuggito, si trov d'aver gambe velocissime al pari d'un lacch, e
giunto tutto trafelato al teatro, fu introdotto al palco delle loro eccellenze
ad annunciare, con gran contento del giudice, ma con nuovo stupore di tutti,
che il tenore Amorevoli non era mai uscito dalla sua cella e che quei del
ridotto dovevano aver preso uno strano abbaglio. Fu chiamato pertanto il conte
Pertusati, uno de' cavalieri ispettori del palco, il quale si maravigli che
il governatore dubitasse della sua asserzione; e furono fatti venire testimonj
pi di parecchi: tutti si misero la mano al petto, protestando di aver la
vista perfetta e la testa sulle spalle. Governatore, presidente, giudice
almanaccarono a lungo. Che ? Che non ? Cosa pu essere stato? Pensa, ripensa
e torna a pensare... Ma, quasi contemporaneamente, nella testa del presidente
del Senato e del giudice del Pretorio sorse quel sospetto, che poteva spuntare
anche pi presto, perch l'uso delle maschere-ritratti non era che del
carnevale passato, e l'ordinanza non gli era posteriore che di nove mesi.
Appena messo fuori quel sospetto, fece tosto presa nella testa del governatore
conte Pallavicini, il quale fattolo diventar certezza, sent il diritto di
salire in furore, e d'ordinare al signor giudice che praticasse tosto e in
tutti i modi possibili le pi rigorose indagini per scoprire i contravventori
dell'ordinanza.
Quando il giudice usc dal teatro, la primissima luce bigia dell'alba si
confondeva gi colle torcie dei lacch che attendevano, presso le carrozze, i
loro padroni. In una parte era uno schiamazzo assordante di evviva; in
un'altra, vicino a una carrozza, ferveva un alterco vivacissimo tra due
gentiluomini su cui si projettava la luce delle torcie dei lacch.
Il giudice domand che significasse quel rumore da un lato e quel contrasto
dall'altro, e gli fu risposto come alcuni giovinotti accompagnavano a casa,
colle torcie a vento, la Gaudenzi in trionfo; e che l'alterco era tra il conte
V... e suo cognato, perch non s'era pi trovata in nessun luogo del teatro,
n in palchetto n altrove, la contessa sua moglie, e, mandato il lacch a
vedere al palazzo, nessuno l'aveva vista ritornare. Il giudice che aveva il
pensiero ai contravventori, non bad a tal fatto pi che tanto, e s'affrett
al Pretorio, dove spicc tosto gli ordini, perch si mandassero a chiamare
tutti i pittori della citt di Milano senza perder tempo. E anche noi senza
perder tempo diremo, che non batteva il mezzod, che gi il pittore Clavelli,
semplice e schietto, invitato a comparire e interrogato, confess la cosa, e
nomin il violino per il ballo del teatro Ducale. Questi, non trovato in casa,
come si seppe che praticava presso la ballerina Gaudenzi, col appunto fu
cercato e trovato ed arrestato, con nuovo dolore e spavento e lagrime della
Gaudenzi, la quale, pur troppo, cominciava ad essere visitata dalla sventura.
Cos nell'ora trista del tramonto di quella tristissima prima domenica di
quaresima, il destino di cui abbiam veduto a scintillare in alto l'occhio
beffardo, pot contemplare a un punto solo quattro scene dolorose: una sala
del palazzo V... in cui il conte passeggiava innanzi e indietro, rapidissimo,
mentre il furore che lo divorava per la scoperta dell'infedelt di quella che
aveva riputata irreprensibile, gli si svolgeva in cuore e gli si tramutava in
un sentimento spasmodico di piet e di costernazione, all'idea che la contessa
era scomparsa e non si sapeva n dove n come, onde mille orridi timori gli
straziavano l'animo; e nella sala stessa, la contessa madre sedeva immobile,
coll'occhio impietrito e spaventato, intanto che la contessina piangeva
dirottamente, e il conte fratello stava ritto in gran pensiero, guardando
macchinalmente da un finestrone nella via sottoposta. Altrove poi, la povera
Gaudenzi teneva appoggiato il bel volto sulle spalle della zia che,
costernata, osservava la nipote costernata, mentre pi lontano, in una povera
casupola di legno, una vecchia, la madre del pittor Clavelli, pareva fatta
stupida, all'annunzio che l'unico figliuolo era stato trattenuto prigioniero;
e nella casa in contrada Borromeo, donna Paola Pietra, tenendo una lettera
spiegazzata sulle ginocchia, volgeva gli occhi al cielo, esclamando con un
sospiro profondo: Ahi sventurata!
E tutto ci per un muricciolo saltato... e colui che era stata la cagione
prima e sola di tanto disordine, attendeva placido in quel punto, ne' suoi
vasti latifondi, ad esaminare un prospetto di conti presentatogli dal
maggiordomo, di cui la somma totale veniva a dire che l'entrata
dell'illustrissimo signor conte era di lire milanesi duecent'ottanta mila, a
non contare due diritti d'acqua, che potevano fruttare altre lire venti mila
annue.

VII

Dobbiamo saltare alcuni giorni dal tempo in cui avvennero le cose che noi
raccontiamo; per ora non son che giorni, ma in seguito ci accadr di saltar
mesi ed anni e olimpiadi e lustri, e non  del tutto improbabile che si
debbano saltar via anche decenni. Egli  a questo modo che il lettore potr
farsi capace della possibilit di passar in rivista gli avvenimenti di cento
anni in un sol anno; perch, se dovessimo continuare a tener dietro ai giorni
colla fedelt di un calendario, converrebbe venire a patti colla morte, tanto
a chi scrive come a chi legge; la qual cosa, quand'anche fosse possibile, non
sarebbe certo un buon affare... parliamo per noi; de' lettori non sappiamo.
Tornato ora a' nostri personaggi, a quelli segnatamente che vennero arrestati,
il tenore Amorevoli, Lorenzo Bruni, il pittore Clavelli, erano stati
trasferiti al capitano di giustizia; di modo che il primo, dopo cinque giorni,
e gli altri dopo ventiquattro ore, avean lasciato il Pretorio in santa
Margherita. Diciamo in santa Margherita, non gi nell'odierno locale della
Direzione di Polizia, perch a quel tempo qui sussisteva ancora il convento
delle monache Benedettine. Del rimanente codesto fatto del trovarsi il
Pretorio nella contrada di santa Margherita, in quell'anno o in quel torno,
noi lo abbiamo ricavato da alcune ordinanze e avvisi a stampa che abbiamo
sott'occhio, ordinanze di quella classe, che, applicabili al momento
fuggitivo, non v' per consueto chi ne tenga conto, onde si perdono senza
venir raccolte a fermare ne' libri una notizia stabile di un accidente
passeggiero. E da tali ordinanze e avvisi abbiam potuto congetturare appunto,
come nel locale assegnato pel Pretorio vi fossero pure delle celle suppletorie
pei detenuti. Ognuno sa poi, che l'antico Pretorio non era che l'attuale
palazzo dell'Archivio nella piazza dei Mercanti, e che l erano i sedili per
il Podest, pei due giudici, cos detti del cavallo e del gallo, i quali
rendevan ragione nelle cause civili e criminali; infine pel giudice dei dazj e
pel vicario, ecc. Ma tali ordini di cariche e di localit, modificate, sebben
lentamente, col tempo hanno fatto trasportare il Pretorio altrove, e, forse,
per un provvedimento provvisorio, nella contrada di santa Margherita. E pare
inoltre, che, alla met del secolo passato, il Pretorio non serbasse tutte le
sue antiche attribuzioni, ma ne avesse invece in gran parte di simili a quelle
dell'odierna pretura urbana, con una sezione per le cause criminali.
Col si instituivano i primi esami e si assumevano le prime informazioni, per
passarle poi al capitano di giustizia; sebbene ci siano documenti pe' quali 
provato che, anche solo dietro relazione definitiva del giudice pretore, o dei
giudici del cavallo o del gallo, si passasse alla condanna degli accusati.
Ora, lasciando da parte cotali questioni che non hanno che qualche lieve
rapporto colla natura de' fatti che noi raccontiamo, e desiderando solo voglia
taluno stendere una descrizione della citt nostra, che completi e continui
quella del Lattuada, che si ferma al 1735; diremo che, se Lorenzo Bruni aveva
tanto fatto per mettere a nudo la verit, e ben potea dire d'esserci riuscito
nel modo il pi trionfante, sebbene illecito, come que' capitani che vincono
una battaglia per avere saputo ridersi del diritto delle genti; la verit,
appena comparsa, fu trattenuta indietro a viva forza, e persino si tent di
farla scomparire, tanto che Lorenzo non aveva altra certezza se non questa,
d'aver saputo trovar la maniera d'andar in prigione e di trarsi dietro il
povero Clavelli, senza aver trovato poi quella di farne uscire Amorevoli.
Avendo esso, al primo interrogatorio, per le sue buone ragioni, confessato il
fatto senza titubanza, e in conseguenza di ci, essendo stato inviato, bench
in carrozza, perch pagata da lui, al palazzo del capitano di giustizia,
quando col ebbe a subire il secondo interrogatorio, la sua condizione si
venne terribilmente peggiorando. Fin dalle prime parole che gli rivolse
l'attuaro, Lorenzo pot accorgersi, acuto com'era naturalmente e penetrativo e
scaltrito dall'esperienza, che chi lo esaminava gli aveva una singolare
avversione; perch non era quella consueta severit del giudice verso il reo,
ma una severit speciale, trovata e adoperata espressamente per lui, rinfocata
dalla natura speciale di quella da lui commessa contravvenzione alla legge, e
pi che mai dall'intento di quella contravvenzione stessa.
La madre della contessa Clelia aveva un fratello senatore, la sorella del
senatore era la moglie del marchese Recalcati, in quell'anno regio capitano di
giustizia, uomo integerrimo e giurisperito profondo. Il marito della contessa
aveva un fratello, il quale, avendo provato che la sua illustre casa erasi
stabilita a Milano da pi di un secolo, aveva potuto entrare nel collegio dei
nobili dottori. Ora questo dottor collegiale era intrinseco del vicario di
giustizia, carica corrispondente a quella che, se non oggi, alquanti anni or
sono, chiamavasi di vicepresidente del tribunale criminale. Ognuno pu
imaginarsi quanto alla contessa madre e al conte marito e a tutto il
parentorio premesse, se non l'innocenza di donna Clelia (ormai improbabile,
perch la di lei fuga aveva chiuse le porte a tutte le speranze), almeno
l'apparenza di quella. Nei primi giorni adunque dopo la sua scomparsa, se
calde e affannose e insistenti e continue furono le ricerche praticate
dappertutto per poter scoprire dove ella si fosse ridotta; ricerche che, sino
a quel punto, non avevano fatto altro che accrescere il dolore e la
desolazione; furono calde e affannose del pari le pratiche, le preghiere, le
insinuazioni che la sorella adoper col fratello, che il cognato senatore fece
pesare gravemente sulle spalle del cognato capitano, che il dottor collegiale,
mediatrice l'amicizia, fece penetrare nelle ossa del vicario; e siccome eran
tutta gente di legge, ossia gente avvezza, in mancanza d'un codice preciso e
determinato, a giuocar di testa e d'acume e di sofismi e di cavilli nel
labirinto inestricabile delle leggi statutarie, cos non affaticarono a
conchiudere, che, dopo tutto quello che era successo, non era ancora provato
che donna Clelia fosse quel che si voleva che fosse; perch dal suo labbro non
era uscita confessione nessuna, essendo caduta in deliquio; che Lorenzo Bruni
poteva, anzi doveva essere un briccone matricolato, e Dio sa quale scopo
abbominevole aveva potuto proporsi, e forse della stessa scomparsa di lei
poteva essere l'autore egli medesimo.  a notare per, che n il senatore, n
il capitano, n il vicario non avean fatto che ascoltare, e con aspetto di
sapienza e di prudenza respingere le insinuazioni de' parenti e degli amici,
terminando sempre i discorsi coll'intercalare obbligato: non si far che la
pura giustizia, e cogli intercalari accidentali: bisogner vedere, bisogner
sentire; non si pu aver riguardo a nessuno fosse il padre, fosse la madre. Ma
in conclusione s'eran lasciati penetrare; perch gli uomini bisogna che
paghino il tributo degli uomini, e nelle questioni di sangue e di parentado e
di ceto e d'onore, quando le instituzioni non sono imposte da una giustizia
che sia veduta da tutti i lati e in pubblico, il sentimento provoca il
sofisma, e il sofisma l'arbitrio, e tutto a nome del giusto e del retto, e
tutto senza che l'onest dell'uomo prevarichi, perch non  sempre questione
di cuor guasto, ma di testa conturbata.
Crediamo sia inutile di dire come, nel secolo passato, nel sistema della
giurisprudenza pratica, e segnatamente del cos detto processo criminale, non
si fosse fatto alcun passo oltre il secolo XVII. (Ci riferiamo a questo
secolo, perch i lettori, nella disquisizione legale di Manzoni intorno alla
colonna infame, avran potuto farsi una idea della condizione della
giurisprudenza a quel tempo). Non v'era un codice scritto ben discusso, ben
formulato e ben determinato in nessun paese. Le leggi statutarie e il diritto
romano e le varie interpretazioni dei legisti costituivano tutto il capitale
giuridico tanto di un dottor collegiale, come di un senatore. Ed era da
quattro secoli che ci continuava, senza che nessuno si accorgesse che quel
sistema fosse irrazionale; irrazionale del pari e assai meno popolare di
quello che avea a lungo durato nel feudale medio evo. Diciamo assai men
popolare, perch prima del secolo XIII le cause criminali si trattavano in
pubblico, onde, come dice Sclopis, manifesta era l'accusa, pubblico l'esame
de' testimoni, aperta e libera cos l'interrogazione come la difesa del reo.
Ma nel secolo XIII l'eresia sugger nuove forme d'inquisizione, e, all'uso de'
tormenti preparatori, che fu il crudele sistema di prove introdotto dallo
studio delle leggi romane (il quale, del resto, per tutte le altre parti era
stato cos benefico), s'accoppi il segreto nell'orditura del processo. Che se
in prima il processo segreto era invalso soltanto nelle questioni ereticali e
in via di eccezione, col tempo si diffuse e si allarg a tutte le cause civili
e criminali, e come regola costante. In Mario Pagano, in Meyer, in Sclopis
ognuno pu vedere tutte le forme originate da questo principio, e come,
essendosi voluto corroborare la coscienza morale del giudice colla cos detta
coscienza giuridica sottoposta al calcolo della probabilit, si fosse
edificato un corpo di dottrina falso e pieghevole ad ogni maniera di assurdi e
di arbitrj. Per queste cose, tanto nelle cause criminali, come anche nella
trattazione delle cause civili, se il giudice o l'avvocato o il patrocinatore
che sosteneva un assunto o lo contrastava, era dotto, acuto e dialettico, e se
per avventura tra la dottrina, l'acume e l'eloquenza lavoravano la passione,
l'ostinazione o l'errore implacabile del giudizio, allora la legge statutaria,
il diritto romano, e l'interpretazione dei giuristi facevan la figura e
subivan la sorte delle tre palle sotto al bossolo del giocoliere. Per il che
ognuno pu considerar com'eran degni di piet coloro dalla cui parte era la
ragione. Se poi una tale pratica di giurisprudenza era comune a tutt'Italia e
a tutt'Europa, ciascuno Stato vi recava alcune sue forme proprie addizionali,
e alcune sue proprie modificazioni di vita e di costumi, le quali rendevano
ancor pi inestricabile il labirinto degli arbitrj. Per fermarsi a Milano, nel
secolo XVIII, oltre al sistema del processo segreto invalso dappertutto, e al
diritto romano, e ai commenti dei legisti, la citt si regolava ancora cogli
statuti e colle costituzioni criminali di Carlo V; ma v'era un fatto che,
quand'anche il sistema generale fosse stato ottimo e gli statuti di Carlo V i
migliori possibili, era tale da mettere ogni cosa in disordine; ed era che il
campo della giurisprudenza giudiziaria era tenuto e padroneggiato con mano
tenacissima, meno qualche rara eccezione, dal solo ceto patrizio.
Il collegio dei dottori era costituito per la maggior parte di nobili. Da
questo collegio, che era, quasi diremmo, un vivaio perpetuo di capacit
giuridiche pi o meno profonde, uscivano quasi sempre i giudici del cavallo e
del gallo, il giudice del Pretorio, il vicario, il capitano di giustizia, i
senatori, il presidente del Senato. Abbiamo un elenco manoscritto dei capitani
di giustizia dal 1750 al 1783, da cui risulta, che tutti appartenevano alle
principali case della citt. Si poteva pertanto quasi dire, che la
giurisprudenza fosse a Milano una propriet di famiglia. Ora, se a questo
fatto si aggiunga quello de' privilegj ancora sussistenti, ognun vede come
poteva camminare il vero diritto, concesso pure che quei patrizj avessero
teste di bronzo e cuori pietosissimi; e potessero, per un prodigio della
natura e della fortuna, aver tutti la testa, per esempio, di Farinaccio, e la
carit squisita, per esempio, di san Francesco d'Assisi. Ma oltre ai legami,
abbastanza forti del ceto, v'eran quelli della parentela. Bens qualche volta
s'intromettevano le rivalit e i puntigli e gli odj antichi tra casato e
casato: ma questo non era gi un mezzo di equilibrio, sibbene un'occasione
nuova di poter offendere la giustizia in un altro modo.
Ma torniamo a' nostri personaggi.
Nella prima met del mese di marzo, Lorenzo venne condotto dal barigello al
banco dell'auditore, per essere sentito in un secondo esame. Messo a sedere
innanzi al banco, il Bruni stette attendendo con impazienza che l'auditore, il
quale era intento a sfogliar carte, gli rivolgesse la parola. Era ansioso di
sapere se gli avevano destinato un protettore. I protettori de' carcerati
(Protectores carceratorum) erano giovani causidici, che esordivano la carriera
assumendo la difesa degli accusati. Eran nobili per la maggior parte anch'essi
e bisognava che passassero attraverso a questa pratica per poter avere il
diritto di essere ascritti col tempo al collegio dei dottori. Le difese si
scrivevano in lingua latina o in lingua italiana, e cos venivano presentate
al capitano di giustizia per passar poi anche in Senato.
Quando l'auditore alz la testa, volse a Lorenzo uno sguardo tale da fargli
temere il peggio; poi disse:
 Persistete voi dunque nell'asserire che la causa per cui avete ricorso ad una
abbominevole astuzia, al fine di trarre in insidie la nobilissima signora
contessa Clelia V..., sia stato il desiderio di stornare il disonore dalla
vostra protetta?
 Non posso che persistere, perch  la pura verit.
 Vogliate per considerare che la cosa  inverosimile, e che una tale
inverosimiglianza ci consiglier gravi misure.
 La verit  una sola, rispose Lorenzo con un certo sdegno, e mi pare d'avere
gi esposto suffizienti argomenti per togliere ogni altro sospetto dalla testa
del signor giudice. Torno a ripetere che, dal momento che la giustizia trov
d'escluder dagli esami, non so per che sue ragioni, precisamente la donna che
sola era stata la cagione di trarre a mal partito il signor Amorevoli, io mi
trovai in dovere di illuminarla; prima di tutto perch trovavo ingiusto e
insopportabile che una virtuosa ragazza avesse taccia di disonest per colpa
altrui; in secondo luogo perch dal momento ch'io potei intravedere che la
nobilissima signora contessa avea potuto aver la debolezza...
 Vi intimo di adoperar parole pi rispettose.
Lorenzo tacque un momento, come per respingere un leggiero soprassalto
d'indignazione, poi soggiunse:
 Io ho l'obbligo di difendere me stesso.  un obbligo santo come un altro,
poich ci che mi s'ingiunse qui  di dire la verit. Per se, quand'anche con
un mezzo riprovevole ma il solo tuttavia che m'era possibile, ho potuto
mostrare a tutto il pubblico da che parte stesse la colpa, io non so in che
modo debba nominare la signora contessa, quando per necessit devo parlare di
lei.
L'auditore lo guat bieco, senza far motto.
 Siam tutti di carne umana, soggiunse poi Lorenzo sempre pi indispettito, e
non  detto che una nobil dama non possa avere una qualche debolezza... il
signor auditore mi perdoni la parola.
 Non  pi questa la cosa di cui si tratta. Gi nel primo esame avete
scagliato abbastanza vituperj contro il rispettabile ceto patrizio.
 Io non ho offeso nessuno. Ho detto solo che una povera fanciulla non doveva
portar la pena delle colpe altrui, e che, mi perdoni il signor auditore
l'amore della verit, la giustizia non doveva avere nessun riguardo alla
nobilt della signora contessa; e dal momento che non aveva dubitato
d'interrogare tutte le donne che possibilmente avean avuto parte nel fatto,
non c'era nessuna ragione per cui dovesse omettersi precisamente quella, sotto
alle cui finestre era succeduto l'arresto del signor Amorevoli. Se gli uomini
che tengono il sacrosanto mandato di rappresentare la giustizia avessero fatto
il loro dovere, io non mi sarei trovato al punto di offendere la legge. Questo
solo ho detto e dovevo dire, per mostrare, d'altra parte, che se ho dovuto
ricorrere a un mezzo proibito, fu per un fine retto.
 Un fine retto?... esclam allora l'auditore rompendo le parole all'accusato;
rispondete, ora a questa domanda: Chi ha fatto scomparire dalla sala, dal
teatro e dal palchetto la nobile signora contessa, di cui non si  ancora
potuto scoprir traccia?
Questa domanda riusc cos improvvisa e inaspettata al povero Bruni, ch'ei ne
rimase colpito, e tanto pi in quanto d'un colpo d'occhio ne misur tutta
l'estensione pericolosa. Ma soggiunse poi subito:
 Cosa poss'io sapere di quel che sia avvenuto della contessa?... Dio faccia
che non sia successa una disgrazia... Ma se ella  scomparsa e fuggita, il
motivo ne  cos chiaro, che non se ne pu cercare un altro.
 Il motivo n' tanto chiaro, che la giustizia v'intima adesso di addurre le
prove onde convincerla che non siete stato voi a far scomparir dal teatro la
contessa.
Lorenzo Bruni stette un momento silenzioso poi ripigli:
 Tocca a chi mi accusa di questo fatto, per me impossibile e assurdo, a
produrre le prove, non a me. Io non posso dir altro, se non che dopo lo
svenimento della contessa, avvenuto per l'effetto delle mie parole e della
creduta presenza del tenore Amorevoli, io non l'ho veduta pi, e non seppi che
alla mattina com'ella era scomparsa dal teatro e dalla casa, e non la si
ritrovava in nessun luogo.
 La giustizia potr rendervi ragione in seguito, ma per ora, essendo voi il
solo interessato ai danni della nobile contessa, la giustizia  in obbligo di
metter voi in istato di accusa per un tal fatto.
Lorenzo, a questo dire, si turb forte e non trov parole, sospettando come
nell'impegno, forse assunto, di stornare il disonore della contessa e dal suo
casato e da quello del marito, si era determinato di prender lui di mira in
ogni modo, gettando nel pubblico false voci e false accuse.
 Cosa dunque potete aggiungere al gi detto?
 Nulla... Io non posso che ripetere sempre le stesse parole. Io non vidi mai
pi la contessa dal momento che cadde svenuta.
 Quand' cos, voi sapete quali mezzi tiene in serbo la giustizia per fare in
modo che una bocca pronunzii la verit.
E l'auditore, suonato il campanello, ingiunse al custode di ricondurre il
Bruni nella sua prigione.
Partito Lorenzo, l'auditore si alz, e prendendo il processo verbale dalle
mani d'un assessore:
 Nessuno, disse, mi lever dalla testa che costui sia un iniquo matricolato E
con tali parole sulle labbra, e coi relativi pensieri nella testa, si mosse
per recarsi nell'aula dell'eccellentissimo signor capitano di giustizia.
Quando fu nell'anticamera e gi stava per farsi annunziare, gli mosse incontro
una livrea dell'illustrissimo signor capitano marchese Recalcati, e:
 Per ora non si pu entrare, gli disse.
 Perch non si pu... ?
 Perch...
Ma in quella si fecero intorno all'auditore molti notaj e assessori e scrivani
che si trovavano l, e:
 Sapete, gli dissero, chi fu ammesso or ora all'udienza dell'illustrissimo
signor capitano?...
 Che cosa posso saper io?... chi dunque?...
 Non lo indovinereste in mill'anni. Quella venerabile matrona che tutti
conoscono, donna Paola Pietra.
 Ma che relazioni pu avere una tal donna colla giustizia?
 Chi lo sa?
 Gli  molto che sta col capitano?
 Se non  di pi, non  di meno di un'ora... Chi sa mai cos' avvenuto di
strepitoso?
Ma in questo punto s'ud una lunga scampanellata dalla camera del capitano, e
accorse le livree ad aprir l'uscio, comparve sulla soglia donna Paola, la
quale usc, attraversando l'anticamera tra gl'inchini riverenti di quanti eran
l.
L'auditore allora si fece annunziare, ed entr dal capitano con una faccia
tutta giuliva.
 Ecco il processo verbale del nuovo esame a cui oggi fu assunto Lorenzo Bruni.
Ho tali indizj, che mi danno la convinzione possa costui essere il colpevole
del trafugamento della contessa.
A queste parole il signor capitano non fece motto, e preso il foglio dalle
mani dell'auditore, contro l'aspettazione di quel giudice zelante, non disse
nulla, e lo licenzi severissimo.
Ora ci rimane a sapere per qual fine donna Paola Pietra abbia domandato
un'udienza al capitano di giustizia, e che cosa sia avvenuto della bella e
sventurata donna Clelia.


VIII

Talora d il caso che, nella massima esaltazione di un sentimento o di pi
sentimenti, quando tutte le facolt dello spirito, quasi ubbriacate, hanno
cessato di agire regolarmente, essendo messe in rivoluzione da una sventura,
da un pericolo, da un dolore, da un colpo imprevisto, occorra necessariamente
di prendere un partito; e in tal contingenza si abbracci precisamente quello
che  il pi opportuno, e che forse non sarebbe giunto a trovare n a proporre
nemmeno la mente pi calma e pi provvida. Bisogna adunque che quella
esaltazione procellosa de' sentimenti assomigli all'acquavite campale, che
spinge fin le reclute contro le bajonette d'un battaglione quadrato; e, per
valerci d'una similitudine un po' pi gentile, conviene che quell'esaltazione
produca quasi un sonnambulismo benefico, il quale, togliendo per poco all'uomo
la ragione, la quale pu turbarsi in conseguenza della sua potenza medesima e
della sua virt illimitata, gli d invece l'istinto che va diritto per la sua
via, men nobile, se vogliamo, ma pi determinata e precisa. La disperazione,
per esempio, non accetta mai le sue leggi dalla ragione, ma si sottomette,
sebbene inconscia, alla spinta cieca dell'istinto, ed egli  per questo che
qualche volta i suoi consigli sono un sublimato di prudenza.

Una salus victis: nullam sperare salutem.

Applicando ora queste nostre riflessioni alla condizione speciale della
contessa Clelia, se, dopo avvenuta la catastrofe del finto Amorevoli e del
deliquio, tre uomini di consiglio, come soglionsi chiamare, si fossero uniti
per risolvere in fretta e in furia quel che la sventurata avrebbe dovuto fare,
 assai probabile che non avrebbero dato il pi sano parere.
E, in quanto a noi, siamo specialmente convinti che si sarebbero ben guardati
dal dirle: Fuggite, e senza perder tempo, e sola e in qualunque modo ci vi
riesca. Eppure, a pensarci bene, era questo il partito pi conveniente che
rimaneva alla contessa. Anche noi, dobbiam confessarlo, quando sentimmo per la
prima volta che donna Clelia era scomparsa dal teatro, abbiamo fortemente
sospettato non le avesse dato di volta il cervello; ma poi, a nostro dispetto,
dovemmo convenire che un consiglio di tal fatta non le poteva esser venuto che
da Salomone; tanto la disperazione avea tenuto luogo di sapienza! A rimanere a
Milano e nella sua casa, come poteva sopportare la presenza del marito? e poi,
chi sa cos'avrebbe potuto fare quello spagnuolo inferocito? Come sostenere lo
sguardo della madre? come rispondere, cosa dire? Con che fronte uscire in
pubblico ad incontrare gli sguardi di tutta la citt? Come resistere
all'insultante piet delle rivali trionfanti? Ma ella non avea nemmen pensato
a tutto ci. Riavutasi del deliquio e uscita dal palchetto, col domino tra le
mani e come per pigliar aria, guizz tra la folla delle maschere che facevano
ingombro al palchetto e assiepavano il corridojo, e senza titubanze e
rispetti, ch la disperazione  imperterrita e non conosce ostacoli, usc dal
teatro; e l, allontanatasi dalla porta dell'ingresso, avvolta nel domino a
bardosso, ed esposta cos al freddo e al vento, che pareva un Sibilla
vaticinante, vista la carrozza di casa Cusani che conosceva (per essere la
moglie del marchese Cusani in grande intrinsichezza col Conte V...), chiam il
cocchiere per nome. Quegli si volse, e, col lume del fanale e del primo
crepuscolo, riconosciuta, sebbene a stento, la contessa:
 Cosa mi comanda? disse.
 Sta queto, che gi siam d'accordo colla marchesa; ho bisogno della sua
carrozza; e di buon trotto accompagnami alla mia villa a Gorla...; tu ci sei
stato altre volte. Vogliam fare una burla a qualcuno.
Il cocchiere non rispondeva, e stava perplesso; ma la contessa, aperta la
porticina :
 Suvvia dunque, t'affretta; ch non c' tempo a perdere, e se non si corre,
ogni cosa pu andare a vuoto.
Il cocchiere si strinse nelle spalle, ma obbed; e sferzati i cavalli, in
mezz'ora fu a Gorla sul naviglio. Spuntava il primo sole quando fece una
magistrale voltata entro al portone gi dischiuso della sontuosa villa V...
Col giunta, la contessa chiam il castaldo, che accorse con di lui grande
stupore; fece pagar lautamente il cocchiere, al quale impose di ritornar
subito a Milano; poi rivolta al castaldo:
 Ti far meraviglia ch'io mi trovi qui? Ma oggi verr il conte... e sentirai
da lui... or non  tempo a perdere... e fa attaccare i migliori e pi veloci
cavalli che hai nelle stalle... e dammi un uomo. Il castaldo obbed anch'esso
prontissimo, per quante congetture facesse. La carrozza fu tirata fuori, i
cavalli attaccati, l'uomo fidato fu tosto in serpe colla sua frusta disposta
alle battiture. Donna Clelia intanto aveva scritta una lettera, che, fatto
chiamare un contadino, della cui incapacit a leggere e a scrivere volle prima
assicurarsi, gli consegn, perch la ricapitasse al curato di Santa Maria
Podone. E il contadino era partito sotto gli occhi stessi della contessa, e
senza che il castaldo potesse veder la lettera, dopo ci la contessa erasi
levate le gioje, che mise in un fazzoletto; poi si sciolse i capegli, li
abbass, li rese meno appariscenti, e li nascose in un velo nero che si fece
dare dalla moglie dell'agente; raccolse infine al possibile la coda del
vestito azzurro ricamato in argento e si avvolse tutta come pot meglio nel
domino, adattandoselo alla vita come un vestito comune; e cos stranamente
acconciata, ch il tumulto de' pensieri gl'impediva d'avere il capo a tali
cose, sal finalmente in carrozza, dicendo forte al cocchiere: Ponte san
Marco. La casa V... aveva un vasto tenimento tra questo luogo appunto e il
lago di Desenzano, e se la contessa si diresse a quella volta non fu per altro
motivo che perch era quella la terra pi lontana dei possessi di casa V... Il
viaggio dur tutto quel giorno e il successivo. A notte inoltrata donna Clelia
giunse alla villa, tra le solite meraviglie degli agenti e delle fattoresse.
All'alba del terzo giorno, avuto il modo di cangiar vesti, scomparve
improvvisa anche dalla villa, all'insaputa di tutti.
Se la contessa non avesse pensato a partire inosservata dalla villa di Ponte
san Marco, la sua prima fuga non le avrebbe giovato a nulla; perch, di fatto,
da Milano fu spedito sulle sue traccie un uomo fidato sin l, e ci dovea
naturalmente succedere, poich il cocchiere di casa Cusani, tornato a Milano,
quando la marchesa padrona era gi a letto, dopo essersi sentito minacciare lo
sfratto dalla casa del padrone montato in sulle furie, raccont il fatto della
contessa V... Allora il marchese Cusani, che gi sapeva della sparizione di
lei, mand il cocchiere stesso ad avvisarne il conte marito, che tosto invi
un servo a Gorla, ove ebbe la notizia che la contessa era partita per Ponte
san Marco; tanto che, quando esso, la madre, il fratello e la sorella di donna
Clelia, verso l'ora bassa della prima domenica di quaresima, versavano in
quell'angoscia che il lettore sa, un uomo della casa era gi in viaggio per
quella volta; ch il conte non avea voluto per nessun modo che partissero n
il fratello n la madre; se a ragione o a torto non sappiamo, ma chi s'attenta
di discutere sulla ragione e sul torto in momenti di tanto affanno e
scompiglio?
Qui poi occorre di notare per la completa intelligenza delle cose, che il
fratello della contessa, quando sent dal carrozziere di casa Cusani quel
ch'era avvenuto, si rec insieme con esso dal marchese medesimo, il quale,
dopo un lungo discorso tenuto col conte, ingiunse al carrozziere di non
lasciarsi sfuggir di bocca quel ch'era seguito, nemmeno colla marchesa, alla
quale si sarebbe concertato quel che dovevasi dire. E la casa V... incaric
della medesima incumbenza verso i gastaldi della villa a Gorla, l'uomo spedito
col e altrove a cercar notizie della contessa.  a notare inoltre come, in
sull'ora tarda della stessa prima domenica di quaresima, il curato di Santa
Maria Podone avea portato in persona una lettera a donna Paola Pietra, ed era
quella appunto che la contessa aveva scritto prima di partire per Ponte san
Marco. In quella lettera, con un disordine d'idee e di modi che  facile
immaginare, donna Clelia narrava in prima il fatto accaduto in teatro, poi
veniva prorompendo in questi sentimenti:
 Cos tutto  finito per me, n potr mai pi mostrare la mia fronte a chi
m'ha conosciuta, ch piuttosto vorrei trovarmi mille braccia sotto terra. Oh
se tosto avessi adempito il suo consiglio, donna venerata, almeno il mondo mi
avrebbe dato il merito di una franca confessione, e forse non sarei stata
disprezzata da colui, n tanto punita; quantunque, per verit, non mi sembri
poi di aver meritato cos fiero e spietato trattamento. Oh potessi far noto al
mondo qual era la mia intenzione, e come il pensier mio non fosse altro che di
scansar pel momento gli scandali del carnevale... Almeno colui potesse
conoscere che la mia intenzione era di salvarlo in ogni modo! Ma faccia ella
per me, venerabile signora, il bene che io non ho potuto. La sua carit
proveda e accorra e ripari. Se mai credesse di parlare a mia madre, di parlare
al conte, lor faccia intendere ch'io non ho veruna macchia grave a
rimproverarmi, e che fui assai pi disgraziata che colpevole, disgraziata
quanto mai si pu pensare... Ma ora vedo di darle un incarico impossibile...
perch non  bene, e non desidero ch'ella veda n mia madre, n il conte. Ch
lo giuro formalmente a lei, venerabile signora, n ella stessa potrebbe
distogliermi da questo proposito... Non sar mai ch'io ritorni mai pi a
vivere col conte; io non voglio vederlo mai pi. Io non l'ho mai amato, n lo
amo, quantunque lo rispetti e lo compianga. Ma se egli  or fatto infelice per
me, son sette anni ch'io son fatta infelice per lui; e d'altra parte vivo
certissima che nemmeno esso non mi ha amata mai. Dunque si rompa una volta e
per sempre questo nodo, il cui solo pensiero mi ha desolata, perch... ma io
sento il rossore di quello che stavo per dire, ma io sento il bisogno ch'ella
mi protegga e mi consigli, e mandi il balsamo della sua parola soave sulla
piaga insopportabilmente dolorosa del mio cuore. Or dove io vada non so. N so
quello che io sia per tentare, n quello che la disperazione vorr fare di me.
Ma qualunque cosa fosse per succedere; ma dovessi anche morire, ch oramai non
vedo miglior mezzo d'uscita alla passione che mi divora e al tormento
inesprimibile di non poter vivere senza alimentarla, e di dover incontrare il
disprezzo di tutti e il mio stesso; dovessi, dico, anche morirne, io desidero
che la sua parola, pietosissima signora, venga a confortarmi nella mia ora
suprema. Or io parto... Ed ella mi scriva e tosto... e mandi la sua lettera a
Brescia, dove io mander a levarla, e sulla soprascritta metta il nome del mio
casato a rovescio.
Come rimanesse donna Paola al ricevere questa lettera,  facile imaginarlo. Il
primo pensiero fu di recarsi tosto a spargere qualche conforto fra coloro che
dovevano vivere in angustie per la partenza della contessa. Ma poi riflett
che ne potevano scaturire guai pi serj, e che prima di parlare alla madre e
al marito della contessa erano indispensabili altri provvedimenti. Intanto
credette bene di rispondere subito a donna Clelia, e di trovare il modo
perch'ella si ricoverasse in luogo sicuro, dove potesse guardarsi e dalla
passione propria e dall'ira gelosa del conte. Le scrisse dunque di volo una
lettera il cui tenore era questo:

Donna tanto infelice quanto a me cara!
Se la sventura vi ha visitata, voi dovete essere pi forte della sventura. Se
abbiate ben operato ad abbandonare la vostra casa, nella pericolosa e speciale
condizione in cui versate, non mi attenter di recarne giudizio. Ma
quand'anche aveste fatto il peggio, la Provvidenza metter un riparo a tutto.
Vi ringrazio, cara donna, che il vostro primo pensiero sia stato quello di
scrivere a me, ed io vi mostrer la mia gratitudine col fare tutto quello
ch'io potr per voi. Di questo potete vivere sicurissima, e se per ora non vi
 dato altro conforto, questo vi sia almeno intero. Da pi parole della vostra
lettera, io scorgo che il vostro cuore, pi assai che dalla medesima sventura
e dall'onta,  penetrato da un pensiero troppo costante verso chi  vostro
obbligo assoluto di dimenticare. Cara la mia donna, il tempo guarisce di
grandi piaghe, e vogliate aver fiducia nel tempo: ma credetemi, che per
tornare a rialzarvi in dignit di donna onorata, e costringere il mondo, che
si appaga di maldicenza e di disprezzo, a tacere e a rispettare, ve l'ho gi
detto, conviene che la vostra vita da quest'ora in poi proceda inalterabile e
senza un rimprovero. Allora voi troverete che il mondo  qualche volta tanto
giusto ne' suoi giudizj, quanto pi spesso  precipitoso e spietato. Allora
verranno i giorni in cui amerete la stessa sventura, perch per suo mezzo sar
scaturita la vostra felicit.
Ma pace per ora, la mia cara donna, pace e coraggio...; e giacch non avete
ancor ben determinata la meta a' vostri passi, e fuggite cos a caso, cacciata
dalla sola disperazione; e la solitudine potrebbe trarvi a malissimo partito,
Dio vi guardi dalle funeste tentazioni della solitudine! Io scrivo in
sull'istante ad una famiglia virtuosissima di Venezia, quella dove fui accolta
io stessa con carit d'affetto, quando ci capitai da Milano, fuggita da chi mi
teneva in ingiusta prigionia; che rividi, come tornai da Roma, e che l'anno
scorso fu a visitarmi a Milano, con sempre costante amorevolezza. Voi dunque
avete a recarvi col, e, a tale oggetto, v'accludo un foglio perch siate
riconosciuta e accolta e abbracciata e consolata, e forse guarita
coll'insistenza delle cure amorose. Ricevuta questa, rispondetemi di volo, e
Dio vi benedica.

PAOLA PIETRA

Questa lettera giunse a suo luogo a Brescia, e presto arriv nelle mani della
contessa Clelia, la quale tosto rispose alla donna pietosa con effusione
d'affetto, e coll'accettare il partito proposto. Cos ella recossi a Venezia,
dove infatti fu accolta con ogni maniera di affettuose dimostrazioni in quella
casa a cui donna Paola aveala raccomandata.
Ma chi avrebbe detto che il destino, cos spesso strano e capriccioso, come
talvolta provvido, della dimora di donna Clelia a Venezia doveva valersene per
iscoprire i capi del filo a cui s'attiene il fatto principalissimo del nostro
racconto, e quello per cui sino ad ora avvenne tutto quello che avvenne? ch
il lettore, dato che, per un caso de' pi strani, abbia preso interesse a
quest'istoria, non deve obbliare che, nella stanza vicina a quella dove
giaceva il defunto marchese F... erano state trafugate delle carte; che
probabilmente tra quelle ci doveva essere un testamento; che se era stato
commesso un delitto di tanta gravezza, qualcuno necessariamente doveva averlo
commesso e, se non di certo a Milano, in qualche parte del mondo colui doveva
bene esistere e starsene cheto.


IX

Or lasciamo per poco Milano, la Babylo minima di Ugo Foscolo, e rechiamoci a
Venezia, la citt adottiva del chiaro di luna, del romanticismo convenzionale
e degli amori pseudo-platonici. O Venezia! Oppure Vinegia, come noi preferiamo
di chiamarti per appagare un nostro gusto da antiquario, quante fantasie di
poeti hai tu stancate; quanti romanzieri hai raggirati lontano dal vero,
attraverso all'inestricabile labirinto delle tue calli; a quanti esageratori
di professione hai fatto prestito grazioso della tragica tinta de' tuoi palagi
secolari e dell'onda stigia de' tuoi rii, saturi di gas fosforici e di quel
jodio che  tanto lodato per la cura della scrofola! Quante bugie, senza tua
colpa, hai fatte pronunciare agli storici, che pure, con un coraggio da leone,
s'incaricano di dire la verit! Quanti femori e coscie e stinchi hai tu
infranto colla pietra bianca de' tuoi ponti traditori! A quanti giovinotti hai
fatto perdere l'appetito e la salute ricoverandoli insidiosamente sotto al
felze delle tue gondole! Quanti odorati squisiti e permalosi hai offeso
coll'odore infesto del tuo baccal! Quante spregiate crete Versr fonti
indiscrete dalle tue altane e dalle tue finestre plebee sul capo dell'ansioso
visitatore delle vetuste tue glorie! O Venezia, o, come ci piace meglio,
Vinegia, tanto straordinariamente bella e fantastica e divina, quanto, in
certe parti, difettosa e incomoda e talora fetente! O regina dell'Adriatico, o
donna di duplice aspetto, che rendi veraci tutte le descrizioni perch, al
pari della fata Alcina, ti mostri in apparenza di vegliarda a mettere in fuga
chi pure  venuto a visitarti colle migliori intenzioni; ma per chi ben ti
contempla, sei bella e giovane ed attraente e divina cos, da ammaliare
Ruggero. Ma la colpa  di chi ha sempre voluto descriverti da un lato solo; e
dei pittori di prospettiva che non sanno altro che far ripetizioni eterne
della tua piazza e del tuo palazzo Ducale. Cos il visitatore, tratto in
inganno e venuto a te coll'ansiet come di chi vede una terra di consolazione
nella fata Morgana, s'indispettisce, se, dopo l'incantevol piazza e Rialto
grande e le colonne del molo e l'ampia laguna, non vede che calli e callette,
e negri rii, e casupole miserabili, e ballatoj con luridi cenci, e zucche
baruche, addentate ovunque dagli squallidi figli de' tuoi pescatori. Il
viaggiatore poetico che, pieno la testa delle narrazioni convenzionali di
Venezia, vi capita la prima volta, e per una bizzarria dell'accidente, in un
giorno di pioggia; e prima di vedere le tue ricchezze gloriose s'incontra
nelle miserie deplorabili, e affacciandosi alla finestra dell'albergo, non ha
altra sensazione che di chi abitasse nell'interno d'un pozzo, tra l'acqua in
fondo e una pezzetta di cielo bigio su in alto..., che indignazione egli sente
contro le guide d'Italia menzognere; che assalti repentini di nostalgia,
quand'anche venisse dalle febbrifere risaje! e l'aspetto di codesta prima
impressione  cos micidiale, che gli dimezza e gli turba l'ammirazione e
l'entusiasmo anche pei giorni del sole e per le scene che non hanno riscontro
in nessun altro luogo del mondo.
Perch, ad essere sinceri, chi mai pu dire che sia facile trovare un
riscontro, pur ne' sogni fantastici delle Mille ed una notti, alla scena che
si svolge innanzi all'occhio di chi s'affaccia, per esempio, al finestrone
della sala degli Scrutinj del palazzo Ducale, in un mattino del mese d'aprile
o di maggio, od anche di settembre, quando un leggier vapore azzurro avvolge
tutta la prospettiva lineare degli edificj cospicui che decorano la grande e
la piccola piazza, e che rende pi vaga e indefinita la prospettiva aerea? E
ad arte accenniamo al finestrone della sala degli Scrutinj, perch il giuoco
prospettico riesce tale da quel punto che all'imaginazione  permesso di
sospettare interminabili le fughe delle Procuratie nuove e delle vecchie, e
pi fantastico il bisantino San Marco e quasi ampia come il Bosforo la laguna,
e pi gigantesche le cupole del tempio della Salute, e quasi alberi annosi
d'un'aerea selva i campanili, i comignoli, i pinnacoli che spuntano da ogni
parte di dietro al sontuoso, diremo sipario, costituito di quelle tante
meraviglie architettoniche che l'arte occidentale innalz, e staccano su d'un
cielo che nei giorni della massima vampa solare e del voluttuoso vento
africano, parrebbe essere stato trasportato dall'Oriente! Ma cosa diventa il
tuo sole, o Venezia bella, in confronto della tua luna? Qual  regione della
terra dov'ella si mostri con tutti i suoi prestigj come in casa tua? in quali
altre onde si specchia pi volontieri che nelle tue? Da che torri d'altre
citt si mostra con pi attraente vezzo che da' tuoi edificj, o regina
dell'Adriatico? Se non che, siccome Byron ha detto che i malefizj della luna
sono diabolici in ragione della sua fama usurpata di castit e di modestia,
cos noi dobbiamo credere che gl'influssi della luna di Venezia sui deboli
mortali e sui cuori giovanili siano assai pi funesti e irresistibili di tutti
gli altri influssi ch'ella esercita altrove, per esempio sul lago di Lucerna e
di Costanza. O gondole brune e romite che movete lente, troppo lente per
credere che voghiate con innocenza, o nel canale della Giudecca, o in quello
pi storico dei Marrani, il canal Orfano dei drammaturghi sepolcrali, o nella
pi espansa laguna delle Fondamenta Nuove, in cospetto di San Cristoforo della
Pace! come vi giova il pretesto di dover usufruttare l'influsso della luce
lunare! Quanti giovani, anche inclinati al puritanismo, furono tratti in
insidia dalla bianca luna confederata ad una gondola nera, dal cui felze, ove
penetrava un suo raggio malizioso, usc il suono di una qualche voce vellutata
o flautata, come vi par meglio, perch le voci femminili a Venezia, quando si
sentono nel canale o nel rio, subiscono, non sappiamo perch, una specie di
trasformazione, e infondono un suono che non ha riscontro in nessun'altra
delle citt a noi note.
Ma lasciando le gondole e le voci flautate, chi vuole a Venezia godere la luna
senza pericoli, non la contempli che quando ella s'interessa all'incremento
delle belle arti; allora egli si rechi a met Piazzetta, e la osservi quando
il suo raggio attraversa le vetriate dei due finestroni che coincidono
all'angolo del palazzo Ducale; e si fermi sotto al campanile quando il disco
di essa, rompendo, quasi diremmo, sul massimo suo vertice, sembra sciogliersi
in raggi infiniti, che piovono da quel punto come una cascata di luce; e
ascenda al ponte della Paglia a vedere come il contrasto del suo bianco raggio
che taglia sui marmi anneriti, accresca l'incomparabile bellezza dal lato del
palazzo del Doge, che risponde al ponte de' Sospiri; e passi al ponte
dell'Arsenale a guardare al suo lume i leoni portati a Venezia dal
Peloponnesiaco, i quali vegliano alla custodia di quell'edificio da cui
uscirono tante navi coraggiose e fortunate; e trasvolando pi lungi in
gondola, entri nel rio de' Zecchini a vedere i ruderi di palazzi abbandonati;
o passi davanti a S. Giovanni e Paolo, od agli avanzi del convento de'
Serviti, dove meditava il prodigioso Fra Paolo; e se gli cresce il tempo, non
ommetta il tempietto di Santa Maria de' Miracoli, che direbbesi trasportato a
Venezia da uno svolazzo di cherubini fatti architetti; e osservi da vicino il
giuoco dei tre ponti, dove la luna si sbizzarrisce in mille modi con quelle
arcate e collo specchio di quell'acqua; e di qui ritraendosi e vogando
altrove, si prolunghi fino al rio San Polo, a vedere il contrasto che produce
la luna colle onde d'acciajo e coi palazzi gotici che sembran di pietra di
lavagna, e, colle fiamme che trapelano dalle finestre sparsamente, mentre il
fondo stacca sul cielo azzurro e stellato il vetusto campanile di Santa Maria
de' Frari.
Ma a codesta scena appunto che si svolgeva lungo il rio San Polo stava
intendendo lo sguardo la contessa Clelia dal balcone gotico di una casa di
ragione del patrizio Salomon, intanto che l'ultima notte del mese di febbraio
sfoggiava tutto il suo sereno, tutte le sue stelle e tutta quanta la sua luna!
Al di sopra della sua testa scintillava Giove; ma la contessa era ben lontana
dal considerarlo astronomicamente, come un tempo avrebbe fatto; n gli dava
nessun pensiero che quel pianeta, sebbene non apparisse che un semplice punto
brillante, fosse circa mille volte pi grande della terra; ed era ben lontana
dal notare, quantunque in altra parte le apparisse la costellazione di
Cassiope a lei ben nota, come il lume di questa costellazione, natante
nell'albore della via lattea, fosse meno brillante della costellazione
d'Andromeda! O tempi per lei felici, e forse non redituri che alla pi tarda
et, tempi felici, quando potea attendere a tali oggetti della scienza pi
eccelsa, sgombra da ogni altro pensiero! O triangoli obliquangoli, o parabole,
o ellissi, o iperboli, o diametri e triametri, o assintoti rettilinei, o punti
multipli, o curve algebraiche, o radici di polinomj irrazionali! chi mai,
potendo in quel punto esplorare i pensieri di donna Clelia, avrebbe sospettato
che in quella testa, ora cos ardente e fantastica, avessero potuto penetrare
e per tanto tempo avere stabile dimora quelle austere forme della scienza pi
austera? Perch, ci rincresce a dirlo, se avessimo saputo che si doveva
riuscire a tal punto, quasi ci saremmo astenuti dal trarre in iscena una donna
che per tanti rispetti ci  cara; ma purtroppo ella non pensava in quel punto
n all'astronomia n alla matematica, e molto meno a suo marito; pensava bens
al tenore Amorevoli, e tanto pi che il giorno antecedente aveva saputo come
non era stato esso a trarla in insidia nel ridotto del teatro, e come invece
colui stava ancora in prigione; e, giacch non  a far mistero di nulla, se
ella a quell'ora si affacciava al balcone, sebbene spirasse una brezzolina
crudetta, era perch da un palazzo vicino, dove tutte le sere tenevasi
accademia di musica, tra le molte voci cantanti ve n'era una che, quantunque
in minor suono, parea la voce gemella della voce d'Amorevoli. Ad onore del
vero per e della giustizia, dobbiamo dire che se la contessa stava tutta sola
di notte a quel balcone, era inoltre per fare un atto di carit squisita, che
andasse a sconto dei suoi peccati veniali, un atto di carit a vantaggio di
una giovinetta tanto bella quanto inesperta, la quale stava per far la figura
del rossignuolo quando il serpente a sonagli lo incanta per farselo volare
sulla lingua trisulca.


X

Ma per spiegare al lettore pi cose che forse non ha compreso al primo, giova
sapere come la contessa Clelia fosse stata bene accolta dalla famiglia Salomon
per virt della lettera di donna Paola Pietra: giova sapere, che se la persona
e il nome della contessa stettero nascosti per alquanti giorni in Venezia, a
poco a poco ne trapel qualche notizia tra persona e persona che, frequentando
la piazza di San Marco, portarono in piazza la notizia medesima; la quale
venendo ad intrecciarsi al fatto che si attendevano al teatro di San Mois in
Venezia, per la stagione di primavera, la celebre ballerina Gaudenzi, e, per
la stagione futura di carnevale, il non men celebre tenore Amorevoli, presto,
insieme alla notizia ch'era gi corsa dell'arresto di lui avvenuto a Milano
pel contrattempo d'una tresca amorosa, e pel sospetto d'un delitto di pi
grave importanza, tali e tanti parlari si sparsero e racconti e congetture e
sospetti e domande e lettere scritte espressamente a Milano, e risposte avute
con gran sollecitudine, che si diffuse per tutta Venezia la novella che la
contessa Clelia V..., la fatale Elena di quella seconda Iliade, erasi
rifuggita in Venezia appunto e dimorava in casa Salamon. Per non si pu dire
quanto fosse generale il desiderio di vederla, di avvicinarla, persin di
ammirarla; di esaminare dappresso se era poi tanto bella come si diceva, se il
tenore era stato di buon gusto, se non aveva avuto torto a sfidare tanti guai,
a farsi arrestare, a serbare un pericoloso silenzio, a rinnovare insomma quasi
la tragedia di Antonio Foscarini per amore e rispetto e venerazione di lei. E
la curiosit fu tanta, che il ponte che attraversava il rio San Polo, di
repente si vide frequentato a tutte l'ore del giorno da gran numero di
persone, per osservare se mai da qualche finestra si mostrasse la testa della
donna che era l'oggetto del discorso universale. La contessa Clelia, a cui la
buona famiglia che l'alloggiava riferiva quel che dicevasi nella citt,
stavasene celata dietro le finestre per vedere tutti senza essere veduta; ma
tra i moltissimi not una figura che assai le diede da almanaccare. Quella
figura era d'un giovane gentiluomo, gentiluomo, almeno, per quanto appariva al
di fuori, e per la ricchezza dell'abito e pel veladone di broccato e per la
spada col fodero di velluto bianco; giovane tanto che forse non arrivava ai
vent'anni, ed oltracci di tant'avvenenza di corpo e di una bellezza cos
baldanzosa di volto, che quand'anche ella avesse il pensiero altrove, lo
avrebbe distinto fra gli altri, anche se non le fosse sembrato d'averlo visto
tante e tante volte, e pi facilmente a Milano che in altro luogo. Quel
giovane pass un giorno, pass due, pass tre giorni per di l e pi volte
quotidianamente; se non che ella pot accorgersi che non veniva
coll'intenzione della moltitudine, la quale attraversava il ponte e gettava
un'occhiata al palazzo Salomon; ma sibbene ci veniva per fermarsi a volgere lo
sguardo ad una finestra del palazzo dirimpetto che stava presso al ponte, alla
qual finestra compariva anche una fanciulla. Chiesto di chi era il palazzo, a
donna Clelia fu risposto che apparteneva al patrizio Zen; ma non serviva che
d'alloggio alle figlie di lui, le quali per educazione vivevan separate dal
resto della famiglia; chiesto chi era la fanciulla, le fu detto essere la
maggiore delle figliuole di quel gentiluomo; la qual giovinetta, che forse non
aveva quindici anni e rappresentava il tipo pi vetusto e pi legittimo e pi
completo della belt veneziana, era la sorella maggiore di quella Cecilia, che
doveva col tempo, sposata al patrizio Tron, diventar celebre ed ispirare al
grande Parini la famosa ode intitolata: Il Pericolo.
Donna Clelia, per accertarsi se quel giovane era colui veramente ch'ella
sospettava, o almeno per raccogliere un indizio di pi onde avvicinarsi alla
verit, lo addit un giorno ad uno della famiglia nel cui seno ell'abitava;
affinch senza farsi scorgere lo codiasse e lo sentisse a parlare con
qualcuno. L'incarico venne accettato, e senza molta difficolt, come ognuno
pu imaginarsi, in quel d stesso venne riferito alla contessa che colui
parlava il dialetto milanese. Questo bast perch donna Clelia potesse
ritenere d'essersi apposta infallibilmente. In conclusione ella aveva creduto
di ravvisare in quel giovane un tale Andrea Suardi detto il Galantino, che a
diciasette anni era stato lacch nella casa del marchese F... ed erasi reso
famoso per la straordinaria velocit delle sue gambe, e per avere riportato
tre volte il primo premio e la bandiera bianca nelle corse, che, secondo
voleva allora il costume, le case pi ricche di Milano, in certi determinati
giorni dell'anno, facevan fare ai loro pi riputati lacch, onde vedere chi lo
aveva pi abile e pi veloce. Quel giovinetto era dunque diventato una specie
di celebrit del suo ceto, e siccome era di un'avvenenza non comune, ch'egli
accresceva vestendo la livrea di lacch con un'eleganza insolita, cos veniva
da tutti i grandi signori e accarezzato e regalato abbondantemente, ma il
giovinetto, di mente svegliata ma di trista indole, era stato guasto da tante
carezze e da tanta fortuna. Essendo manesco e rissoso, ad ogni momento il
padrone, che gli voleva bene, bisognava pagasse le busse, le bastonate e, una
volta, persino una coltellata che, ubbriaco, aveva appoggiato ad un collega
nell'acciecamento di una rissa. Essendo discolo, e ch'era peggio, essendo
bello, aveva messo a mal partito pi ragazze del popolo; e il padrone, il
quale aveva della debolezza per quel fanciullo, cresciutogli in casa da un
vecchio carrozziere, s'era trovato costretto pi d'una volta a pagare
indennizzi e a far sospender reclami. A tutto ci aggiungevasi, che diventato
anche giuocatore e non bastandogli pi n il salario n le mancie ordinarie e
straordinarie, e avendo debiti di giuoco da pagare, un giorno rub alcune
monete d'oro al padrone; fatto che, per non essere stato scoperto, rinnov pi
volte; ma alla fine, essendo caduti i sospetti su di lui ed essendo stato
perci tenuto d'occhio, fu visto una mattina da due servitori entrare bel
bello nella stanza del signor marchese mentre dormiva, prendere una borsa da
un tavoliere e, vuotatala per una buona met, mettersi il danaro in tasca. Fu
allora che, riferito e provato il furto, il giovane lacch venne scacciato sui
due piedi dalla casa F...
Il marchese viet ai due servitori di raccontare il fatto in pubblico, e per
qualche tempo continu il salario al giovane Suardi, il quale, trovandosi
ozioso e fuggito da tutti, ognuno pu pensare come potesse avviarsi al
ravvedimento. Se non che, nell'occasione di una corsa straordinaria avvenuta a
Milano tra i lacch delle varie citt di Lombardia, essendo quei di Milano,
per esser mancato l'intervento di lui, rimasti gli ultimi, con grave offesa
della gloria municipale, il giovane Galantino si offerse allora di battersi
coi tre lacch vincitori, i quale eran di Brescia, di Cremona e di Lodi; e la
sfida and di maniera, che la gloria di Milano riusc per virt sua a
rimettersi al primo posto, tanto che egli ricevette doni da tutte le parti, e
si rifece in gala. Inoltre, per quella vittoria, un gran signore di Napoli,
che era venuto allora a stare a Milano, prese il Suardi al proprio servigio,
bench dopo pochi mesi lo avesse licenziato, onde il giovane ritorn presto
alla vita scioperata di prima. Ora la contessa Clelia aveva veduto molte volte
quel giovinetto lacch, e anch'essa, pur nella sua severit scientifica, aveva
applaudito e di cuore a' trionfi di lui, come avean fatto tutte le dame alle
quali, com' naturale, doveva essere simpatico quel giovane cos bello e cos
alacre.  dunque facile a comprendere come, ad onta del veladone di broccato e
dei due orologi e delle ricche trine e della parrucca ad ala di piccione e del
cappellino a tre punte listato d'oro, e di tutta quella trasformazione,
dell'abitino succinto di lacch all'abitone prolisso di gentiluomo, a lei
facesse colpo quella figura e quella faccia veduta tante volte; faccia
caratteristica quant'altra mai, perch ad un profilo finissimo, ad una bocca
quasi da fanciulla, ad un incarnato bianco e rosato, che parea quello di una
educanda non ancora trilustre, facean contrasto due occhi neri, vivacissimi e
pieni di fuoco, ma d'un taglio cos traditore e d'una luce tanto sinistra, che
a lungo lasciava disgustato chi lo guardava.
Che il giovane Suardi, ossia il Galantino, come veniva comunemente chiamato a
Milano, da questa citt fosse passato a Venezia, non ci era nulla di
straordinario, sebbene non fosse questo il luogo pi adatto alla sua
professione di lacch; ma quel che ragionevolmente doveva promuovere di grandi
sospetti era quello sfoggio repentino del suo abbigliamento e quell'aria di
profumatissimo gentiluomo ch'egli si dava. La contessa, quando lo vide la
prima volta sul ponte, pens ch'egli avesse fatto una gran vincita al giuoco,
e bizzarro qual era e amante della eleganza e del lusso, come ne aveva dato un
saggio anche a Milano pur nell'umile sua livrea di lacch, attendesse allora a
gettare i guadagni in fretta e in furia nel recitare per poco tempo la parte
del gran signore; ma a questa prima congettura ne tennero dietro delle altre,
essendole nota la cagione per cui era stato cacciato dalla casa F..., e fece
cos altri sospetti di pi grave natura. Quando poi s'accorse del motivo pel
quale pi volte al giorno capitava su quel ponte, e vide la giovane Marina Zen
aspettarlo ansiosa al balcone, e una notte, gettargli anche un letterino;
fremette d'indignazione, e sent una piet profonda per quella giovinetta,
che, cedendo alle prime effervescenze del sangue ed agli arcani desiderj del
cuore, si era lasciata cogliere da quel vago aspetto di giovane, onde
impaziente lo attendeva, e mestissima lo vedeva discendere dal ponte e
dileguarsi. Donna Clelia, nella sventura congenere in cui versava, aveva
trovata quella nuova sollecitudine per i pericoli altrui, e un timore
sinceramente affannoso che una fanciulla sbocciante allora allora
dall'infanzia, cresciuta in tanta distinzione di natali, bella e fragrante
come una rosa, ingenua al punto di abbandonarsi all'insidia per non
sospettarla, fosse per cadere negli avvolgimenti di quel furfante mascherato.
Lo spirito, la bont e il senno di donna Paola erano in quel punto, trapassati
nella contessa; tanto riusc efficace il contatto della virt, che per lei fu
una consolazione l'imitarla.
Da due notti il giovane Suardi, quando tutto dormiva, entrava nel rio in
gondola; la fanciulla veniva ad una finestra del pepiano, come la chiamano i
Veneziani; ed egli salendo al di sopra del felze, alzandosi in sulla punta de'
piedi, e protendendo la mano, poteva toccar quella della fanciulla che,
volendo e disvolendo, pur gliela concedeva. La contessa Clelia stava in
sull'ali, e se non s'intromise prima in verun modo fu perch, dopo pochi
minuti, in quelle due notti, la fanciulla erasi ritirata, il giovane era
disceso, e la gondola, movendo muto il remo, erasi dileguata. Pur quelle
visite notturne, continuando, potevano esser causa d'irreparabili sventure,
onde la contessa pens che fosse debito suo il vegliare assidua e attenta. E
in fatti, in quella notte in cui abbiam visto la contessa Clelia al balcone
mentre le scintillava il pianeta di Giove in sulla testa, quel Giove tanto
abile a trasformarsi per tendere insidie alle giovani belt pi celebrate
della mitologia; nel punto che si smezzava in seno la passione propria e la
piet per la passione altrui, s'accorse della gondola consueta che procedeva
nel rio; e di l a poco, ferma che fu la gondola, vide affacciarsi la Marina,
e tosto impegnarsi un dialogo sommesso e una corrente elettrica di sospiri
affidati all'aria. Il Suardi stava, come di solito, sul felze; ma, ad un certo
punto, come un leopardo che spicchi un salto traditore, gett una corda al
balcone, e di slancio fu al contatto del viso della fanciulla. Se non che,
quasi contemporaneamente, si spalancarono a battere rumorosamente sui marmi le
imposte della finestra del palazzo dirimpetto; e il Suardi sent una voce
squillante di donna a gridargli: Galantino! La fanciulla si ritrasse e chiuse
i vetri; egli si volse a saettare la pupilla ardente, come un serpe inferocito
percosso nella coda. Il raggio della luna, per una divisione che era tra
palazzo e palazzo, penetrato allora nel rio, illuminava la finestra dove stava
ferma donna Clelia in tutta la maest della sua faccia di Minerva. Ci fu un
istante di profondissimo silenzio e quasi terribile. Il Galantino ravvis la
contessa.


XI

Tanto la contessa che il Galantino stettero per qualche tempo immobili e
perplessi, la prima al balcone, il secondo sul felze della gondola; donna
Clelia fu molte volte in procinto di parlare, molte volte il Galantino fu
tentato di avventare ingiurie a quella che in cos mal punto lo aveva
sorpreso. Il pensiero per di essere stato riconosciuto, lo aveva colpito in
modo che gli tolse il coraggio e la sfrontatezza; onde senza dir nulla, salt
dal felze alla poppa e mosse la gondola. Allora la contessa si ritrasse assai
turbata, perch dopo la prima compiacenza d'aver salvata una fanciulla
inesperta, gli sorvennero i timori per s stessa; poich, ben conoscendo
l'indole tristissima di quel giovinetto, rifletteva che, nella condizione in
cui ella trovavasi, da quell'incontro disgraziato potevano derivarle altri
guaj. Donna Clelia non sapeva che in parte come stessero e camminassero le
cose a Milano, e ci pel carteggio che teneva con donna Paola Pietra, la quale
da un lato prudentemente le taceva alcune cose, e dall'altro non poteva
conoscer tutto nemmeno essa. La contessa aveva dunque raccolto dalla terza
lettera l'arresto di Lorenzo Bruni, tutore della Gaudenzi; aveva maravigliato
al racconto della maschera di cui era stata la vittima; si era consolata al
pensiero che Amorevoli era ancora in prigione; che sorta di consolazione! ma
il cuore umano  fatto cos. Aveva saputo le pratiche che in sui primi giorni
i parenti di lei, la madre, il marito avean fatto per tentare di venire sulle
sue traccie, ma come s'eran poi racquetati. Se non che donna Paola aveale
scritto che a Milano correva qualche voce, non sapeva poi in che maniera,
della sua dimora nella citt di Venezia, e che per attendesse a stare
nascosta e ritirata; che in ogni modo le avrebbe fatto noto prestissimo se
potesse trattenersi a Venezia con fiducia, o le fosse necessario rifuggirsi ad
altro luogo, con maggiori cautele di quelle che si erano usate prima. Non 
dunque a dire quanto, dopo avere appagato lo slancio generoso della sua piet,
si pentisse del non essersi saputa misurare e tener nascosta pur nel momento
ch'era accorsa all'altrui soccorso. Se avesse saputo che, nell'intenzione di
tutto il patriziato amico de' suoi parenti, si desiderava invece che ella
stesse lontana da Milano, e si fingeva di non conoscere dov'ella si fosse
ricoverata, perch alle loro mire giovava il supposto che Lorenzo Bruni, pi
che della contravvenzione alle leggi sulle maschere, fosse colpevole d'un
rapimento eseguito da altri per conto suo, non si sarebbe dato tanto affanno
dell'essersi fatalmente incontrata coll'ex-lacch di casa F... Del rimanente,
se donna Clelia poteva aver qualche timore della presenza del Galantino in
Venezia, non  a dire quanto costui, dopo il sobbollimento della prima
sorpresa, e dopo la prima furia, maledicesse cento volte la coincidenza del
trovarsi la bellissima giovinetta Zen nel palazzo dirimpetto al quale doveva
venire a dimorare la contessa Clelia V... Ma ci che lo coceva e gli metteva
in cuore di strane paure, ch ben egli sapeva come stava, era quell'essere
stato s tosto riconosciuto, trasvestito qual era e pur fra l'oscurit; onde
mille altri sospetti gli entrarono nell'animo.
Per quanto il Galantino della pravit avesse tutta la naturale vocazione e la
sfrontatezza, e fosse di quelle complessioni fisiche cos perfettamente
costituite, che non sono accessibili nemmeno ai turbamenti morali; talch ai
disappunti, agli sfregi, al disonore, alla cattiva fama aveva fatto il callo,
pure non dorm troppo tranquillo in quella notte. Alla mattina per si
rinfranc tutto quanto, ch coll'aria fresca che veniva dalla terraferma gli
sorvennero anche i secondi pensieri. E si maravigli di non aver considerato a
tutta prima le circostanze speciali in cui versava la contessa Clelia V...;
poich anch'egli conosceva la storiella di Milano, e la fuga di lei, e
com'ella se ne stesse in Venezia di contrabbando. Perci, d'uomo assalito qual
egli era, pens di farsi assalitore, cangiando in sull'istante, sul campo di
battaglia, e tattica e strategia; e d'una in altra cosa ferm il partito di
recarsi a fare una visita alla contessa. Nessuno pu imaginarsi la
straordinaria svegliatezza della mente di quel tristo giovine, e il colpo
d'occhio onde sapeva scansare i pericoli nel punto di affrontarli, e come, ad
onta di cos poca et e di una educazione s rozza, avesse il senso di quelle
cose che non s'imparano che cogli anni, colla squisita coltura e con una gran
pratica di mondo. Aveva poi una memoria prodigiosa e una facilit strana
d'apprendere, tantoch, per venire ad un esempio, in quel mese da che stette
in Venezia, si era impadronito d'una buona met del dialetto veneziano e gi
ne faceva qualche sfoggio pe' suoi fini. Non  poi a dire come della propria
bellezza, di cui non s'invaniva, ma che valutava, quasi a prezzi di stima,
aveva stabilito di cavare quel partito che altri trarrebbe dalla ricchezza e
dalle altre facolt che hanno peso e misura; sicch, contando sulla forza
qualche volta onnipotente d'un bell'esteriore, aveva pensato che a lui
sarebbero state lecite tante cose, che agli altri potevan venire ascritte a
colpa. Perci aveva gran cura della propria bellezza, e dell'incarnato delle
proprie guancie; e dei denti bianchissimi, che puliva e curava colla
sollecitudine del soldato il quale sfrega col pomice la bajonetta, non per
amore della bajonetta, ma perch gli deve servire in fazione. La natura
insomma aveva largito a lui tutti i suoi doni, ma egli aveva condotto le cose
in modo da convertirli tutti in altrettante armi d'offesa, e ci senza nemmeno
averne avuto un proposito deliberato; sibbene, torniamo a ripeterlo, per
quella pravit irresistibilmente attiva della sua natura, che solo sarebbesi
mitigata, o fors'anco si sarebbe tramutata in qualche altra cosa, se avesse
avuto un'altra nascita e un'altra educazione. Allora non sarebbe stato il
Galantino pi-veloce, ladro e truffatore, come lo vediamo indicato nelle carte
che abbiamo sott'occhio, ma sarebbe riuscito un gemello, per esempio, di
Fouch o di Talleyrand. A quell'ex-lacch travestito occorrevano molte ore di
toaletta; e in quel mattino adoper la pomata di riserva, per poter far visita
con un certo successo, secondo lui, alla signora contessa.
Vest pertanto l'abito pi sfarzoso che aveva; un veladone ampio di velluto
nero, tutto tempestato di puntine d'oro, col panciotto d'una stoffa a duplice
trama di fil d'argento e di fil di seta azzurra, che dava molteplici
combinazioni di luce, d'ombra e di colori ad ogni screzio di piega; coi
calzoni corti di spinone, aventi legacci di velluto a punte d'oro come il
veladone, e fibbie di brillantini; tutto il resto faceva corredo e complemento
rigoroso al vestito principale.
Non solo adunque aveva adottato lo sfarzo e la ricchezza, ch a ci poteva
arrivare in ventiquattr'ore qualunque villico arricchito; ma nelle stoffe, nei
colori, nel disegno de' ricami, nell'eleganza totale dell'acconciatura,
metteva l'intelligenza dell'uomo squisito, e persino il colpo d'occhio
dell'artista, talch pareva un cavalierino che tenesse il privilegio del buon
gusto dal lungo uso della ricchezza, dalle continue consulte col sarto, dai
viaggi a Parigi, che allora era il quartier generale della moda, e lo era
diventato fin dal tempo di Luigi XIV, che gli storici si sentirono obbligati a
chiamar grande, forse per non aver pronta in quel momento un'altra parola. Ma
venendo ora al fatto, quando il Suardi fu bene in assetto, dalla casa ove
dimorava, presso al palazzo Pisani in campo san Stefano, discese al rio, ove
l'attendeva la gondola con un gondoliere in livrea, al quale, nell'entrar
sotto il felze, grid: Casa Salomon. Allorch la gondola si ferm davanti allo
scaglione di quella casa, Galantino diede al gondoliere un breve portafoglio
di seta legato con nastri, fuor del quale spuntava una cartolina. Allora, come
ognun sa, non c'eran biglietti di visita propriamente detti e propriamente
fatti, ma c'eran i loro precursori; e giacch era il secolo delle eleganze pi
profumate e delle caricature, chi voleva farsi annunziare a qualcuno per una
visita, faceva presentare al guarda portone, perch lo facesse avere al
padrone della casa, un bigliettino su cui scriveva il proprio nome, il qual
bigliettino veniva sempre collocato in un portafoglio, in un astuccio, in un
vezzo qualunque; e tali vezzi qualche volta avevano un gran valore, essendo
d'argento, d'oro e persino ornati di pietre preziose; a seconda della
ricchezza del visitatore, e del bisogno che aveva di rendersi gradito e
d'imprimersi bene nella memoria di chi voleva visitare; perch era di
prammatica che il padrone o la padrona di casa, tolto il foglietto, e letto il
nome, si tenesse il vezzo per s, come pegno e come dono. Il Suardi, che
conosceva tutte queste bizzarie della moda, aveva creduto bene di farne uso in
quell'occasione. Il gondoliere, chiesto pertanto della signora contessa V...,
present al servo il portafoglio di seta (la prammatica non voleva che in una
prima visita si sfoggiassero i metalli fini e le gemme). Il servo, il quale
era stato indettato dalla padrona di casa fin da quando la contessa le era
stata raccomandata, rispose non saper nulla di quel nome, ma che avrebbe fatta
l'ambasciata alla padrona stessa. Questa era in casa, e disse: Va dalla
contessa, e domanda a lei quel che si ha a fare. Dal nome che  l dentro ella
piglier norma. Cos, entrato il servo nell'appartamento della contessa e
fattosele annunziare, le present il portafoglio di seta; la contessa lev il
foglietto, e lesse Galantino, per due parole. Rimase stupita e sconcertata. Il
servo, ch'era a parte degli arcani, le chiese se avesse a licenziare il
gondoliere. La contessa non sapeva che risolvere; fremeva e arrossiva al
pensiero di dover ricevere una tal visita. Dall'altra parte temeva a
rimandarlo; per, dopo molte titubanze:
 Fallo entrare, rispose.
Galantino, ad onta della sua baldanza, stava pure in gran paura non gli
venisse un rifiuto dalla contessa: perci quando il suo gondoliere e la livrea
di casa Salomon gli dissero di restar pure servito, balz fuori dalla gondola
tutto pago e colla sua baldanza raddoppiata, e s'avvi, preceduto dal servo,
all'appartamento della contessa, annunciato lungo i corridoj e le vaste
anticamere dallo scricchiolio delle sue scarpe di sommacco. Quando il servo
spalanc i battenti dell'uscio della sala ove stava la contessa, egli si
trattenne in gran rispetto, sulla soglia, curvando il tergo e chinando la
testa fin quasi alle regioni dell'ombilico, di modo che l'elegantissimo fodero
della sua spada, alzandosi in quel movimento, veniva colla punta a trovarsi a
livello della testa. La contessa Clelia, stando in piedi, colla mano dritta
appoggiata ad un tavoliere, come una regina Elisabetta in atto di dare
udienza, chin leggerissimamente il capo, in maniera per come s'ella tentasse
d'ingannare s stessa sulla realt di quell'atto. Ma Galantino alzatosi tosto,
varc la soglia, e fu nel mezzo della sala, faccia a faccia con donna Clelia.
Il servo si ritrasse, n la contessa gli os dir di fermarsi. quantunque ne
avrebbe avuta tutta la volont. Pass qualche momento in cui Galantino stette
aspettando che donna Clelia si ponesse a sedere; ma quando vide ch'ella non
movevasi, senza mostrare il bench minimo disdegno a quell'attitudine di
regina in trono, con una disinvoltura piena di garbo e con un sorriso dolce,
sebbene un po' affettato, le offerse egli stesso una sedia, rompendo in questi
termini il silenzio:
 Signora contessa, io non sono pi il Galantino di Milano, sono il signor
Andrea Suardi, venuto a fermar la mia dimora a Venezia, perch qui, secondo il
mio gusto, si spendono meglio i danari e si gode meglio la vita. La fortuna mi
 stata favorevole, e le carte e i tavolini verdi hanno fatto venire nelle mie
mani il danaro altrui. Oggi sono benestante e ricco...; col tempo poi non 
affatto improbabile ch'io diventi anche nobile. Conosco due o tre qui di
Venezia, che cent'anni fa attendevano al miglioramento delle carni suine, ma
che per aver fatto in processo di tempo un prestito alla serenissima
repubblica, oggi son nobili, dell'ultima qualit questo s'intende, ma nobili
in ogni modo. In quanto a me poi, l'assicuro, signora contessa, che del mio
passato appena mi ricordo.
Cos dicendo, e porgendo la sedia, col gesto pregava donna Clelia a voler
sedere. Per quanto la contessa sentisse dentro di s sdegno e disprezzo e
persino paura di quel vezzoso serpente che le stava davanti, pure si lasci
per il momento quasi deviare e placare da quell'aspetto cos vago e
sorridente, da quell'eleganza cos profumata; credeva, ma senza che nemmeno
sapesse formular la cosa a s medesima, che quel volto geniale, que' modi
eleganti e quel ricco vestito costituissero come un muro di divisione tra lei
e l'abbiettezza e la tristizia di quel giovane. L'uomo  cos fatto: anche il
pi sapiente, anche il pi astuto ama lasciarsi ingannare dall'apparenza,
anche allorquando sa benissimo che di sotto sta il marcio. La contessa dunque
accett la sedia, e dirimpetto a lei si pose a sedere il Galantino.
 Mi rincresce, disse allora questi, ch'io debba incominciare il mio discorso
con un rimprovero... e sorrideva maliziosamente, mentre la contessa,
abbassando gli occhi, non rispondeva. Che malefizio egli  poi, seguiva il
Galantino, perch lo si debba rompere in due da chi veglia a notte tarda, che
malefizio pu essere egli mai che un giovinotto, il quale non  ammogliato,
faccia la sua corte ad una ragazza che non  maritata?
E fece un'appoggiatura su questa parola, e nel pronunciarla, tutto il dolce
che prima avea tentato di accumulare nella sua vivace pupilla, scomparve, per
lasciar intravedere un guizzo di luce sinistra e serpentina.
La contessa, tutta rimescolata a quelle parole, alz di repente gli occhi che
aveva tenuti abbassati, e li ferm con tanta seriet negli occhi mobilissimi
del Galantino, che questi pens di ammorbidire la lama, e di darle una piega.
 Io non aveva cattive intenzioni (continuava), e non ne ho; ma che colpa  la
mia se quella ragazza  la figlia del conte Zen? poich, venga il diavolo a
portarmi via, ma posso giurare che aveva tanto la testa ai tavolini verdi in
questi giorni, ch'io non pensavo a ragazze; ma colei mi parl tante volte e
cos chiaro con que' suoi occhi da penna di pavone, che a non tenerle dietro e
a non accompagnarla per vedere dove fosse il suo palazzo, sarei stato una gran
bestia.
Il lettore si avvedr come lo stile di queste ultime parole di Galantino
faccia un po' di sconcordanza coi modi eleganti del suo primo presentarsi; ma
un giovane che era nato da un carrozziere, ed era cresciuto tra le gambe de'
cavalli, e dai dieci ai vent'anni non aveva fatto altro che correre, facendo a
gara con essi, bisognava bene che di tanto in tanto, a sua insaputa, e ad onta
della sua straordinaria attitudine a saper uscire da s stesso, lasciasse
tuttavia trapelare fra poro e poro l'acre odor di cipolla.
Se non che la contessa non lo lasci continuare, e soggiunse:
 In conclusione, per qual fine voi oggi siete venuto da me?
 Per due oggetti.
 Quali sono?
 Uno  dedicato all'ottima signora contessa, e s'inchin; l'altro deve
fruttare interamente per me; e del resto, una mano lava l'altra.
 Non vi comprendo affatto.
 Mi lasci parlare, e vedr la signora contessa, che forse le verr fatto di
capirmi.


XII

A queste parole donna Clelia si alz, fece alcuni passi, e si rec in
sull'uscio, con aria sbadata in apparenza, ma per vedere se qualche servitore
fosse l presso; poi ritorn all'obliqua scherma di quel dialogo, disposta a
parlar chiaro e a non lasciarsi intimorire.
 Sentiamo dunque, ella disse, qual' la cosa che pretendete usufruttare per
voi.
 Una cosa semplicissima, signora contessa, ed  questa, che, dal momento che
in Venezia ella  la sola che sappia quel che io sono stato una volta, voglia
cos aver la compiacenza di non guastare con delle importune rivelazioni la
mia condizione d'adesso. La qual cosa spero che la signora contessa non mi
vorr negare, anche per riguardo a ci, che, se io, per esempio, andassi a
Milano, e qualcuno mi chiedesse dove sta al presente donna Clelia V... io non
avrei certamente l'obbligo di tacere; e allora, a che scopo mettersi in
carrozza; e correre a rompicollo per togliere la lena a chi poteva venir
dietro, se il signor conte non dovesse far altro che attaccare i cavalli di
posta, noleggiar la gondola di Mestre, e venire a Venezia, a ripigliarsi la
sua moglie?
 Parliamo di voi, disse allora con piglio assoluto la contessa; di voi e de'
vostri bisogni, e lasciamo agli altri la cura dell'altre cose. Il Galantino fu
punto dall'accento altero pi che dalle parole di lei; onde si alz anch'esso,
e volendo come insegnarle ad essere un po' pi umile, assunse un fare triviale
e sguajato.
 Ma sapete per ch' bella, signora contessa?... di tante donne e gentil
donne, di tanti guarnelli e guardinfanti che stanno a Milano, chi avrebbe
detto che la pi fredda doveva essere la pi calda, e che le balzane meglio
impiombate dovevano poi essere le pi leggiere? Per, bisogna confessarlo, la
signora contessa  stata di buon gusto, e vivano gli artisti da teatro;
anch'io, per esempio, se trovassi una donnetta di quelle che s'imbellettano in
camerino, potrei mettere da un canto la contessina bionda, e appagare cos i
rigori della sua protettrice.
 Senti, Galantino, vuoi tu ch'io suoni il campanello, e dica al servitore di
condurti alla gondola? Bada che in questa casa capitano patrizj del Gran
Consiglio, procuratori e avogadori, e se io dicessi loro chi sei tu e chi eri
tu e cosa tu hai fatto, e come tu vesta da gentiluomo essendo stato un lacch,
per tentar le figliuole dei nobiluomini veneziani, presto ti metterebbero al
bujo; a Venezia si fa presto, e sarebbe per loro un tratto d'indulgenza a
scrivere al Senato di Milano; e siccome chi si traveste e si vende per quello
che non  mette di grandi sospetti, non so quel che il Senato di Milano
farebbe di te quando il Senato di Venezia pensasse a consegnarti al Pretorio
del confine del ducato, perch t'inviasse dritto al Capitano di Giustizia!
Sappi, che il tuo nome pass per pi bocche la notte che i servitori di casa
F... vider l'ombra d'un uomo a fuggire dalla stanza del marchese...
Queste ultime parole furono di tanta forza, che il volto del Galantino
corrugato allo scherno, si spian a un tratto, come se gli si rilasciassero
tutti i muscoli; e il colore incarnato e vivace, per la prima volta forse,
fugg da quella faccia tanto bella quanto sfrontata.
Ora convien sapere, che tra i molti sospetti venuti alla contessa sul conto
del Galantino, quando lo vide per la prima volta a Venezia in quello sfarzo,
fece presa nell'animo suo anche questo, che la ricchezza di lui fosse la
conseguenza di quel delitto, e ci per la ragione, che la mattina del giorno
successivo all'arresto dell'Amorevoli, quando a tutti quanti in casa V...
pareva inverosimile e assurdo che il tenore potesse aver avuto interesse a
quel trafugamento, un servitore tra gli altri, entr a dire: Scommetterei che
 stato il Galantino. Quel sospetto gettato l da un servitore parve una gran
sciocchezza, perch fu subito fatto osservare che il Galantino non avrebbe mai
fatto lo sbaglio di aprire uno scrigno dove non v'era che della carta scritta,
essendo noto il suo attaccamento sviscerato all'oro e all'argento sonante... e
una risata generale mand per allora quel sospetto agli atti di casa V...,
donde non era mai uscito o, almeno, non ne era uscito in modo da poter
viaggiare sino al Pretorio. Ora, che la contessa, in quelle strette di cuore e
in quella febbre d'amore, avesse dovuto occuparsi di quell'indizio criminale,
il lettore sar abbastanza ragionevole per non pretenderlo. Ma quelle parole
del servitore, Scommetterei che  stato il Galantino parole che erano
scomparse affatto dalla memoria della contessa, le si riprodussero tali e
quali, alla vista di lui in Venezia, come quando torna a dar fuori una macchia
untuosa non ben lavata dalla saponaria. Non gliene avrebbe per mai fatto
motto in quel dialogo, se il Galantino non l'avesse stuzzicata con quella
baldanza (e qui fece un errore indegno di lui), baldanza che una dama di
condizione non poteva sopportare. Dopo tutto, convien confessare che la
contessa si comport con pi fermezza e colpo d'occhio di quello che si
sarebbe potuto aspettare; onde ci pare non sia sempre vero che lo studio della
scienza dei corpi celesti tolga agli intelletti la facolt di saper
distrigarsi bene anche delle cose terrestri.
Intanto per il Suardi aveva avuto tempo di ricomporsi, e insieme col colore
che gli era tornato sulle guancie, gli ritorn anche in petto la fidanza; per
la quale riprese di nuovo il fare squisito del gentiluomo che aveva
dimenticato per un momento con tanto suo danno.
Pur troppo un pi messo in fallo pu balzare dall'amenit di un luogo montano
in un precipizio.
 Signora contessa, disse poi, ella mi fa torto, o, per dir meglio, ella fa
torto a s stessa, dando luogo a sospetti di simile natura. Che ho a far io
col defunto marchese F...? che interessi mi legano a lui? poich, se non mi fu
riferito il falso, credo che si tratti di un testamento...; ella dunque vede
bene, signora contessa, che egli  vero ch'io fui il suo lacch, e che, se
quel signore ebbe qualche vanto al mondo, fu per aver avuto il primo lacch di
Lombardia a' suoi servizj, ma ci non fa ch'io sia un suo parente.
Donna Clelia taceva, ma nella sua testa era penetrata la convinzione che quel
che aveva sospettato era vero.
Nella bilancia della giustizia legale, il rossore, il pallore e lo smarrimento
sono imponderabili morali; ma nella bilancia dell'uomo valgono pi della
stessa colpa confessata.
Bene, qualche volta d il caso che, nelle nature eccessivamente sensitive, il
rossore ed il pallore compajono per quelle arcane movenze dello spirito, che
si conturba pur al semplice annunzio delle colpe altrui, ma ci non poteva
succedere in quella natura di cuoio del lacch Galantino: il quale, se pot
sgomentarsi alle parole della contessa, fu perch era tutt'altro che preparato
a sentirle, e la sorpresa lo rovin; ch, sotto il lavoro immediato della
sorpresa, l'uomo di solito smarrisce il suo carattere abituale.
Ma alle parole del Galantino cos rispose la contessa:
 Io ti dico quel che si pensa di te a Milano, non gi quello che ho pensato
io, n che penso adesso. Io non sono la giustizia, e basta che io pensi e
provveda a me. Ti dico soltanto che pu bastare un sospetto a perdere un uomo,
e che perci ti giova arar dritto e prudente, e non immischiarti colle
famiglie patrizie di Venezia e non toccar le loro figlie, perch l'orgoglio
dei Veneziani  tale, che guai se scoprissero quello che tu sei... ch d'uno
in altro fatto... si potrebbe... tu mi comprendi...
 Obbligarmi a non far la corte a nessuna delle belle patrizie veneziane,
rispose il Galantino,  un pretender troppo, signora contessa, n io so se in
questo, quando mai si presentasse una bell'occasione, potr accontentarla. Pur
d'una cosa trovo che  mio dovere l'esaudire i suoi desiderj; perch, se la
signora contessa conosce la famiglia Zen e ne ha preso a proteggere la bella
figliuola, io mi asterr da questa pratica, sicuro per altro di far un gran
dispiacere alla ragazza, del qual dispiacere voglia ella, signora contessa,
pigliarsi tutta la responsabilit.
Donna Clelia non rispose, e il Galantino si licenzi, grazioso, sorridente e
gajo, in apparenza, come un damerino a cui la dama adorata gli avesse detto di
sperare.
Quando la contessa rimase sola, chiam il servitore cui raccomand di non
lasciar mai pi entrare quel signore, poi si mise a fare tra s e s una
consulta su ci che gli restava ad operare in quella circostanza.
Pens a quello strano e quasi inverosimile concordo di accidenti, pel quale,
in un modo lontanissimo da tutte le previsioni imaginabili, venne a scoprire,
o credeva almeno, l'uomo che era fuggito in quella notte fatale dalla casa
F... e da cui era nato tutto il parapiglia. Per quanto per ella ne tenesse la
convinzione, e a s stessa avesse potuto giurare che il Galantino e non altri
era l'autore del trafugamento; pure rifletteva che la convinzione morale  una
cosa troppo lontana dalla certezza fisica, per poter cos di leggieri mettere
nelle mani della legge inesorabile un giovane che, per quanto fosse tristo e
avesse tutta la capacit a quel delitto, pure non si poteva assolutamente
escludere dalla possibilit la sua innocenza in quel caso speciale.
Considerava poi che non era facile a trovare la cagione verosimile del
trafugamento consumato da quell'ex lacch di casa F...; perch e documenti
scritti e testamenti non avevano nelle sue mani nessun valore utile per lui.
Ella sentiva inoltre un'avversione invincibile a farsi denunziatrice di un
fatto a danno altrui, anche data la piena certezza della colpa, anche data la
certezza che, a tacerla, si potesse recar mali gravissimi ad altri. Son le
solite lotte dell'intelletto e della logica col dominio del sentimento o di
quei sentimenti che, generati da controversi principj e da pregiudizj, si
piantano nel cuore dell'uomo a trattenere i consigli della ragione e della
coscienza. Siccome poi la comparsa in giudizio del lacch Galantino, come reo
imputato del trafugamento, poteva aprir la porta alla prigione del tenore
Amorevoli, cos l'eccesso di questo desiderio era d'impaccio a donna Clelia,
la quale avrebbe voluto che il vero balzasse netto e schietto sul banco del
giudice, senza che ella vi dovesse aver parte. In ogni modo, dopo aver messo a
contatto e in disputa nel suo cervello tutti i pro e tutti i contro, pens di
scriverne alla sua consolatrice e consigliera donna Paola Pietra, sotto
condizione del pi profondo segreto.

LIBRO TERZO


Il capitano di giustizia marchese Recalcati. I protettori dei carcerati.
Benedetto Arese e Pietro Verri. Il conte Gabriele Verri. Sistema rigido
d'educazione nel secolo passato. Problema storico. Pietro Verri e la campana
della piazza de' Mercanti. Le difese del Verri e dell'Arese. Lo zio di Cesare
Beccaria. I giuochi d'azzardo e il ridotto di San Mois in Venezia. Una
curiosa notizia intorno al Senato di Milano.


I

Prima di partire per Venezia abbiam lasciato donna Paola Pietra che usciva
dalle stanze del marchese Recalcati. E quella visita pot recare un gran bene,
in quel punto segnatamente che il Bruni e l'Amorevoli, nella casa della
giustizia, per un perfido giuoco della sorte, erano alle prese
coll'ingiustizia. La lettera scrittale dalla contessa nel tumulto della
passione le aveva data piena facolt di riparare i danni che essa non avea
potuto stornare in tempo. Per donna Paola assunse quel mandato a rigore di
scrupolo e nell'intento di soddisfare a ci che era giusto ed onesto in tutti
i modi possibili. Si tenne dunque informatissima e delle voci che correvano in
pubblico, e di ci che facevasi in privato, e, fin dove era possibile,
dell'azione interna delle pubbliche magistrature. Visitata com'era di
frequente dalle persone pi distinte della citt, giunse a subodorare le
intenzioni celate dietro alle formalit apparenti; ch per quanto, come
dicemmo, i processi criminali camminassero segreti, pure dov'eran tanti
assessori e attuari e scrivani, uscivano un po' per volta a circolare tra
pubblico e pubblico le cose che pi volevano tenersi nascoste. Donna Paola
seppe dunque che il parentado della contessa aveva gettato i dadi opportuni
per far credere ch'ella fosse vittima innocente di qualche terribile intrigo;
seppe inoltre che sulla contravvenzione alla legge commessa dal Bruni si
volevan edificare altri supposti ed altre cose, perch colui dovesse pagare i
debiti di tutti. Del resto donna Paola era quella precisamente che doveva
conoscere pi d'ognuno (e il cuore le faceva sangue rammentando il passato)
come lo spirito di corporazione talvolta, a quel tempo, facesse tacere la voce
dell'assoluta giustizia. A prevenire cos, in quanto dipendeva da lei, le
conseguenze possibili di quelle oblique insinuazioni, aveva risolto di far
visita ella stessa all'illustrissimo marchese Recalcati, che aveva fama d'uom
dotto e di rettissime intenzioni, ma per modestia e per bont era d'indole
pieghevolissima, e cedeva facilmente a chi stava o pi in su di lui, od era
pari a lui per grado di magistratura, e lo soverchiava poi per ostinazione di
principj e d'opinioni, e per superiorit di ingegno e d'eloquenza. Donna Paola
sapeva poi che i membri del nobile collegio dei giureconsulti, e i giudici e i
senatori (eccettuato qualche uomo specialmente rigido, e quel senator Goldoni,
pensando al quale essa fremeva ancora), presi ad uno ad uno, quando la loro
testa e la loro coscienza moveva libera e nell'atmosfera sgombra della
giustizia legale, temperata dalla giustizia morale, sentivano e vedevano e
desideravano e comandavano il vero bene, ma poi, quando si fondevano in quella
formidabile unit del collegio e del Senato, sovente venivano a comprovare
quanto fosse vera la sentenza ciceroniana de' Senatores boni viri, con quel
che segue. Armata dunque di tutti questi dubbj e di tutti questi sospetti, per
tacere del senno e dell'esperienza, donna Paola si rec negli uffici del
Capitano di giustizia. Quando al marchese Recalcati fu annunziata la sua
visita, insieme colla meraviglia, prov qualche sensazione che non era tutta
di piacere, ch ben conosceva anch'esso quella celebre e venerabil matrona, e
la di lei carit operosa e vigile; e sapeva inoltre come colei non facesse mai
passo che non fosse per cosa della pi grande importanza, e che, allorquando
ella si proponeva un fine, animata qual era dalla convinzione e dall'amore del
bene, non si rimanesse mai a mezza via, per qualunque ostacolo incontrasse. 
poi ad aggiungere, che, in quel giorno della visita di donna Paola, la
coscienza di quell'ottimo magistrato non era tranquillissima, onde in tutto
ci che gli si presentava di straordinario, gli parea come d'affacciarsi in un
rimprovero
Nulladimeno l'illustrissimo signor marchese, quando donna Paola Pietra entr,
le mosse incontro con atto di profondissimo rispetto, e avanzato di propria
mano un seggiolone, la preg a sedere.
 Qual grave affare, soggiunse poi, ha determinato la signoria vostra
venerandissima a venire in questa casa della colpa e della sventura?
 Il desiderio appunto, illustrissimo signor marchese, d'impedire qualche
possibile sventura, e di stornar qualche colpa. Ma di una cosa io le debbo
innanzi tutto far domanda.
 Parli.
 Vorrei sapere se il signor marchese pu ascoltarmi, non nella sua qualit di
capitano di giustizia, ma come semplice e privatissimo gentiluomo, e al
bisogno farsi depositario di un segreto?...
  un segreto relativo alle cose della mia carica e alla sorte di coloro che
dipendono da me?
 Esso  tale appunto.
 Allora debbo dire, che se dal fatto che mi venisse rivelato, potesse
cangiarsi ed anche semplicemente modificarsi lo stato di qualche processo, io
non potrei pi in coscienza conservare il segreto.
Donna Paola stette per qualche momento silenziosa, poi disse:
 Parler in ogni modo.
 Io sto ad ascoltarla.
 In queste prigioni son detenuti da qualche tempo un tale Amorevoli cantante,
e un tal Bruni Lorenzo suonatore di violino?...
Il Recalcati si scontorse, e afferm col cenno.
 Ora, siccome  facile congetturare (seguiva donna Paola), che la condizione
di costoro pu migliorare o peggiorare a seconda delle rivelazioni che qui
dentro potessero penetrar dal di fuori, cos venni precisamente a farle una
rivelazione, che pu di subito mandarli ambidue assoluti o quasi... ma il nome
ch'io debbo pronunziare ha bisogno del massimo riguardo, e converrebbe che non
uscisse da quest'aula.
 Vossignoria parli pure con fiducia.
 Il nome  quello dell'illustrissima contessa Clelia V... Se una strana
fatalit non sopravveniva, sarebbesi recata ella stessa qui a confessare a V.
S. illustrissima com'ella sola fosse stata l'oggetto di quella visita
dell'accusato Amorevoli. Or io vengo per sua commissione e in nome suo a far
questa deposizione appunto. Siccome poi ho sentito a correr tra il popolo la
voce, anzi la credenza, che quel suonatore, sotto la falsa maschera, celasse
il fine di tenderle un'insidia gravissima, ed anzi di trafugarla o di farla
trafugare; cos vengo ad aggiungere che la contessa  fuggita di sua piena
volont, senza aver piegato ad insinuazione d'altri, col fermo proposito di
abbandonare una casa dove, secondo lei, non poteva pi vivere. Delle quali
cose potr a suo tempo ed a richiesta della signoria vostra illustrissima
esibire le prove.
 Ma dove s' rifuggita?
 V. S. illustrissima non ha mai sentito a parlare di questo?
 A me finora non consta nessun fatto preciso. Molte voci ne corsero. Ma sa
ella, rispettabile signora, dove di presente si trovi la contessa?
 Siccome una tale notizia non giova n nuoce a nessuno, e soltanto potrebbe
far danno alla signora contessa, cos V. S. illustrissima non trover essere
un contrattempo che anch'io possa ignorarla.
Il marchese stette muto per qualche istante; poi disse:
 Io ringrazio di cuore, venerabile donna, l'alta e operosa sua carit per la
quale ha voluto venir ad illuminare la giustizia. Soltanto debbo dirle che
codesta sua carit la esporr al grave incomodo d'esser sentita pi e pi
volte in giudizio.
 Ed io sar sollecita, ella conchiuse, di far in modo che tutto corra a
vantaggio del vero e del giusto; e ci detto part.
Ora, quella visita e quella rivelazione cangi il piano della procedura,
perch donna Paola era temuta di quel timore il quale non  altro che un modo
del rispetto. Il capitano di giustizia parl col vicario, questo col fratello
del conte V...; collegiali e senatori furon sentiti privatissimamente, e si
risolse di lasciar che il processo camminasse per la china, senza
preoccupazioni, senza esacerbazioni, senza cavilli. Per, fu determinato che,
dietro esplorazione degli atti, i signori patrocinatori dei carcerati, da
eleggersi all'uopo, stendessero la difesa dell'Amorevoli e di Lorenzo Bruni.
Del primo fu eletto patrocinatore il conte Benedetto Arese, giovane di non
ancora venticinque anni, e a Lorenzo Bruni tocc in sorte il conte Pietro
Verri, che appena avea varcati gli anni ventidue.
Fra i personaggi, che sono gi molti e saranno numerosissimi di questa nostra
storia, e che non tengono da noi altro incarico, pur nella loro importanza
drammatica, che di costituire la moltitudine ed il fondo ai veri grandi uomini
storici dei cento anni decorsi, facciamo ora, per la prima, avanzare la figura
giovanile di Pietro Verri, come antiste a quella schiera gloriosa di uomini
grandi appunto e d'uomini utili, i quali e a gruppi e sparsamente e ad uno ad
uno vedremo sorgere, come alberi di alto fusto tra la fitta selva delle piante
volgari. Essendoci proposti di mostrare in azione il pi di questi benemeriti,
per cui Milano e la Lombardia, e, rispetto a certi elementi speciali della
vita pubblica, l'Italia tutta e persino l'Europa si atteggi a vita pi
razionale, vedrem frattanto il giovane Verri a contrassegnare il suo primo
ingresso tra gli uomini, con uno spirito gi vigile a combatter le male
consuetudini, per cui il secolo non poteva pi reggersi, e col coraggio ad
affrontar tutti gli ostacoli che i pregiudizi della sua casa, del suo ceto,
del suo tempo dovevano opporgli onde farlo stramazzare a' primi passi.


II

Il conte Benedetto Arese, il giorno dopo che si vide eletto a patrocinatore
del tenore Amorevoli, trovandosi nelle sale dell'Accademia de' Trasformati,
prese pel braccio l'amicissimo suo Pietro Verri, e lo trasse nella libreria,
dov'era un po' di silenzio.
 Caro Pietro, mi trovo in un grave imbarazzo.
 Capisco gi cosa mi vuoi dire... Non sai da che parte incominciare a scrivere
la difesa di cui sei stato incaricato?
 Se tu non mi aiuti mi trovo al punto di rinunciare all'incarico.
Tutti gli amici coetanei di Verri e quelli che erano stati suoi compagni agli
studi, lo avevan sempre riguardato e lo riguardavano come colui che aveva su
tutti un'incontestabile superiorit; acuto, arguto, epigrammatico, vivace,
parlatore facilissimo, per poco che s'agitasse una questione, di qualunque pi
lieve cosa si trattasse, tirava gli altri facilmente dalla sua, o, almeno,
costringeva tacere gli oppositori; il che se pot stornargli qualche amico che
fosse un po' men caldo degli altri, se pot generare qualche antipatia,
qualche odio, chi ha pratica di mondo se lo pu facilmente imaginare. In ogni
modo per una tale superiorit, tutti lo richiedevano di consiglio.
 Caro Benedetto, disse il Verri all'Arese, non far la sciocchezza di
rinunziare ad altri il patrocinio a te affidato; perch se tu ti credi in un
grand'imbarazzo,  questo invece il caso di cavarsela con grand'onore e con
poca fatica.
Una delle qualit caratteristiche del Verri era di non patir quasi d'invidia
(diciamo quasi, perch  una parola questa a cui non vogliamo rinunziare,
tanto  comoda); provava esso dunque una gran soddisfazione nel procurare di
far figurare bene i suoi amici.
 Non so comprendere dove tu trovi s grande facilit?
 Passano anni, caro mio, e corrono centinaja di processi prima che si presenti
il caso in cui abbia pi desiderio il giudice d'aprir le porte al prigioniero
che quasi al prigioniero di uscire; e quel ch' pi raro ancora, che il
giudice sia tanto convinto dell'innocenza del costituito, al punto
d'indispettirsi che questi mantenga un silenzio che  a suo danno.
 Questo lo so anch'io, ma che mi fa a me?
  assai facile, caro mio, dare a credere al giudice quello che il giudice
stesso pagherebbe qualche cosa per dar ad intendere agli altri.
 E che ho io da fargli credere?
 Che sia probabile, e, sopratutto, che sia verisimile quel che a tutta prima
pare stranissimo e appena possibile. Fin adesso il tenore si  sempre ostinato
ad un sol punto di difesa, non  vero? onde avrebbe sempre ripetuto, che
passeggiando dopo il teatro e vedendo quel bel giardino di casa V..., non
volendo perdere l'occasione di godersi tra quelle alte piante un chiaro di
luna de' pi limpidi, gli venne il ghiribizzo di fare un salto e di
passeggiare in giardino.
 Ma chi pu prestar fede a una tale bizzarria?
 Non  detto che una cosa bizzarra non sia una cosa vera. Qui sta il punto...
Quante volte  capitato a me, quante volte sar capitato a te, in villa, di
saltare un fosso per entrare in un parco altrui, onde guardare cosa c'era di
bello e di nuovo.
 Chi non lo sa che un tal ghiribizzo pu capitare a chicchessia? ma in villa,
ma di giorno; non in una citt, non di notte, non nel mese di febbrajo.
 Sia qual tu vuoi, ma tu devi piantarti qui e addurre l'esempio di fatti
consimili; poi c' a tener conto della professione di cantante, la quale d il
diritto ad esser pi matti degli altri. E poi c' la vita passata del tenore,
tutta senza rimproveri, per il caso ond' imputato, almeno; poi c' la sua
agiatezza e i pingui quartali che vorremmo aver noi giovinotti di famiglia,
che abbiamo i berilli sul borsellino, ma di dentro c' poco o nulla, perch i
nostri buoni padri ci voglion troppo bene... non  egli vero, Benedetto mio
caro? E poi c' la sua condizione di forastiero, e d'uomo che non  mai stato
in Milano, e che per conseguenza non deve conoscer la pianta delle case, al
punto da passeggiarci dentro e passar per le fessure come un topo domestico; e
qui non sar male il mettere un po' di ridicolo che faccia rilasciare i
muscoli troppo tesi dei magnifici signori senatori. Alle volte val pi un
epigramma ben scagliato e a tempo, che tutte e tre le parti d'un'orazione
ciceroniana... E poi gi, non mi pare che si vorr star tanto sodi sulle
formalit; quante volte elle si dimenticano per peggiorare la condizione d'un
galantuomo... A fortiori le si dovranno dunque dimenticare anche per lasciar
respirare libero un galantuomo... Ma, per di pi, c' il fatto che il tenore 
aspettato a Venezia; e i patrizj veneziani, che amano tanto la musica, faranno
uno scalpore del diavolo perch al tenore sia data facolt di cantare a San
Mois... e c' di meglio che il tenore  al servizio di sua maest il re di
Spagna, e io so che si  gi scritto al re con tutte le circostanze
mitiganti... e il re scriver... e l'imperatrice ne parler al ministro di
Vienna... il quale scriver al plenipotenziario di qui... e... e poi
bisognerebbe aver coraggio, nominar la contessa e tagliar corto e aprir la
breccia; e giacch si  gi usciti dalla giustizia per riguardo di lei, ed
essi lo sanno, quantunque non vorrebbero farlo sapere all'aria, cos
fulminarli con un quousque tandem che non manca mai di fare il suo effetto, un
quousque tandem per, intendiamoci bene, condito con attestazioni di gran
rispetto, e fiancheggiato di magnificentissimi e di eccellentissimi, tu mi
comprendi.
 Io ti capisco benissimo; ma in quanto alla contessa; nemmen per ischerzo  a
consigliarmi di gettar l qualche cosa sul conto suo. Tu sai che mio padre...
 Ah questi padri, questi padri benedetti, che pretendono di pigliar sempre per
l'orecchio i figliuoli, anche quando i figliuoli ci vedon pi di loro.
E il giovane Verri si fece serio e tacque, per un momento, poi aggiunse:
 Basta, io son certo che la tua riuscir una bellissima difesa e che la
spunterai, perch ti proteggono il re di Spagna, i patrizj musicanti di
Venezia, e il desiderio de' giudici, i quali imiteranno quelle dame, che nel
loro interno sono felicissime di aver avuto la sventura d'essere state
sorprese da un zerbinotto intraprendente e sfacciato. Ma io s che tengo i
piedi in un pantano, da cui sar difficile uscir netti, perch se rispetto la
verit e la giustizia e la coscienza, son sassate che vanno a cadere
sull'invetriate dell'aula dei magnificentissimi senatori; e se mi propongo di
lavorar di scherma soltanto per far sentire il suono del fioretto, ma senza
ferire, io avrei vergogna di me stesso, e allora sarebbe meglio lasciar la
difesa a un altro.
 Ed io ne' tuoi panni farei questo precisamente.
 Bel consiglio!
  il migliore...
 E lasciar in balia di qualche scimunito la ragione di quel povero diavolo di
Lorenzo Bruni, che ti so dire essere un uomo di proposito e di pensamenti
generosi tutt'altro che vulgari! Eppure non  che un povero suonatore di
violino; ma quando questo  sano (e picchiava colla punta del dito sulla
fronte), e la ragion naturale pu andar dritta per la sua strada senz'essere
trattenuta, contrastata, deviata dai pregiudizj, oh che sapienza 
l'ignoranza!...
 Ma e che dunque ti proporresti di fare?
 Nient'altro che mettere la mia coscienza nel vuoto pneumatico, e liberarla da
tutta quella pesantezza che le potrebbe derivare dai rispetti umani, e
allora...
 E allora?
 Sar quel che sar. Ma non dir nulla di questi nostri discorsi n con tuo
padre, n con altri, n col marchese Beccaria, lo zio di Cesarino... A
proposito del qual Cesarino, sai tu che egli  un ragazzo adorabile, e che
tremo di lui soltanto perch quello zio testardo potrebbe far tanto da
riuscire a guastarlo?...
 Oh... sinch Cesarino sta in collegio a Parma, non  possibile che lo zio
possa far male co' suoi consigli stemperati nelle lettere.
Mentre i due interlocutori stavano cos parlando nella sala della libreria,
udirono un furioso batter di mani che veniva dalla aula maggiore
dell'accademia de' Trasformati. Si recarono dunque anch'essi col, e stettero
a udirvi dalla viva voce del buon Passeroni, un canto del poema il Cicerone,
che di quel tempo egli stava componendo. Quando il Passeroni ebbe finito di
leggere l'ultima ottava del canto, l'accademia si sciolse, e i due amici
partirono insieme cogli altri.
Il Verri pass il resto della giornata meditando il suo subbietto, e la sera,
quando usc per fare una passeggiata, affatto solo, come soleva, verso il
borghetto di porta Orientale, gli venne in pensiero che a riscaldare
l'eloquenza e a far raccolta d'argomenti, per persuadere e, all'uopo, per
intenerire i giudici, gli sarebbe stato necessario, giacch aveva sentito
replicate volte il Bruni nella sua prigione, di sentire anche la Gaudenzi, che
trovavasi ancora in Milano, quantunque fosse gi in sulle mosse onde
trasferirsi a Venezia per la stagione di primavera. Pietro Verri, quantunque
avesse ventidue anni, pure non era stato in teatro che poche volte, e anche
quelle poche volte, sempre in compagnia di suo padre, il signor conte
Gabriele; il quale non aveva mai permesso che il figlio si staccasse un
momento da lui per uscire dal palchetto. Quel rigidissimo uomo non voleva
assolutamente che il suo figliuol maggiore si trovasse neppure un istante in
compagnia degli eleganti zerbini che passavan la notte in teatro a corteggiar
dame, a giuocare nel ridotto, a dar mezz'oncie alle giovani corifee sul palco
scenico. Perch  un fenomeno curioso e che pu dar molto a fare alla
riflessione d'un filosofo, quello che, mentre il costume generalmente era
allora cos rilasciato, e le tresche amorose costituivan l'affare pi
importante e pi continuo della vita, e le dame giovani sfoggiavano tal nudit
che oggi farebbe senso, e le leggi del matrimonio avevano assunto
un'elasticit senza pari (e diciam questo perch lo troviam detto e ripetuto
in storie, in libri di costumi, in poesie, ed anche ce ne assicur, oltre al
nostro amico Giocondo Bruni, qualche altro vecchio vivente, che giunse in
tempo per mettere il labbro sull'orlo di quei vasi di volutt); pure
dall'altra parte  incontrastabile che l'educazione, nell'intimo della maggior
parte delle famiglie patrizie e non patrizie, si manteneva rigidissima; che i
padri e le madri attendevan pi a farsi rispettare e temere che amare dai
figliuoli; che il tu di Roma antica e il tu alla quacchera d'oggid era ignoto
tra genitori e figliuoli, e sarebbe allor sembrata una profanazione
l'assumerlo e l'accordarlo. Guai se alla mattina, prima dell'ora d'asciolvere,
le ragazze non si recavano, con una prolissa riverenza appresa a scuola da
suor'Agata e da suor Martina, a baciar l'anellone d'amatista del signor pap e
l'anellino di brillanti della signora mamma; guai se i ragazzi non imitavan le
ragazze; e se ci non si ripeteva e prima e dopo il pranzo, e prima e dopo la
merenda, e prima e dopo la cena; perch  un altro fenomeno storico che i
nostri avi mangiavano pi di noi. Come dunque, ad onta di tanti rigori e di
tanta etichetta casalinga, e di tanto risparmio di sorrisi confidenziali,
dalla casa uscissero nel mondo tante zucche vuote e tanti scapestrati e
gaudenti e voluttuosi,  un problema che mal si riesce a sciogliere; nel modo
istesso che non possiamo spiegare come ne' libri e nelle satire e nelle opere
dell'arte, ad ogni quattro parole, ad ogni pennellata si accenna all'ignoranza
classica dei nostri avi patrizj, mentre poi il pi de' giovani studiavan legge
e si mettevano in lista per entrar al nobile collegio de' giureconsulti, alle
magistrature, al Senato? La spiegazione noi crederemmo di trovarla in ci, che
nei libri anche i meglio riputati, il pi delle volte le cose e gli uomini e i
tempi si considerano da un lato solo, nel che sta il gran segreto di far
scaturire il falso perfino dall'istessa verit.
Ma tornando al giovane Pietro Verri, sebben trattenuto in palchetto dai rigori
di suo padre, aveva per vista e contemplata e quasi divorata la bellissima
Gaudenzi... Era giovinotto, era vivacissimo. E la simpatia verso la belt, se
non  una prova,  sempre un indizio di squisitezza di sentimento e d'animo
gentile.
La ballerina Gaudenzi aveva dunque fatto, se non nel cuore, perch non sempre
si arriva fin l, certamente nell'imaginazione di Verri una fortissima
impressione; ond'esso invidi spesso i cavalierini che si recavano a visitarla
sul palco scenico fin qui non c' nulla di male. N quella figura gli era
uscita di mente, anche dopo il tempo trascorso dall'ultima notte ch'ei l'aveva
veduta in teatro; ed  anzi probabile che, una o due volte al giorno, ella
facesse una visita, sebbene di pochi minuti, alla memoria di lui; ch le cose
straordinariamente belle si piantano con ostinazione nella mente di chi  nato
a comprenderle, pur nella sfera, intendiamoci bene, ingenua e pura e sgombra
dell'estetica.
Per tutte queste cose, quando si sent eletto a difendere il Bruni, e da
costui ascolt ripetute le lodi ch'eran gi corse in pubblico della virt di
quella giovinetta, virt tanto pi preziosa quanto ora men facile in quella
professione; gli venne il desiderio di conoscerla da vicino e di parlarle. Il
desiderio derivava da una fonte un po' sospetta, ma il giovine Pietro
s'ingegn a dargli l'ammanto della necessit impostagli dal suo delicato
ufficio di patrocinare colui che le teneva luogo di padre. Si rec dunque in
porta Romana, e, d'una in altra contrada, fu alla casa dove dimorava la
Gaudenzi. Ma tutto il coraggio gli manc quando fu in veduta della porta,
indizio che non era proprio convinto della necessit di quella visita. Il
timore che suo padre potesse mai giungere a sapere ch'egli era andato nella
casa della ballerina Gaudenzi, lo annient, e al segno, che fu per
retrocedere. Una batteria di pensieri avversi gli rintron nel capo per
qualche minuto; ma poi si fece animo, e gettata un'occhiata di sopra, di
dietro, a dritta, a sinistra, per assicurarsi se nessun suo conoscente lo
vedeva in quel punto, entr nella porta. Com' ingenua e pudica la giovinezza
degli uomini straordinarj!

III

Chiesto se per avventura trovavasi in casa madamigella Gaudenzi, e sentito
ch'ella non era mai uscita in tutta la giornata, il giovane Pietro Verri si
fece annunciare senza dare il proprio nome, ma semplicemente come chi aveva
cose importanti da comunicare ad essa. Dopo alcuni momenti, insieme colla
fantesca ch'era corsa a riferire quella visita, usc la Gaudenzi senza nessuna
delle affettazioni tanto comuni alle donne di teatro di gran cartello, le
quali, in tutti i tempi, e forse una volta pi ancora d'adesso, arrivavano a
far parer umili fin le dame che serbavan gelose le tradizioni dei tre Filippi
di Spagna. Ma la Gaudenzi era la figliuola schietta della natura, e l'animo
suo versava allora in tal condizione che, all'annuncio, d'una persona che avea
a significarle cose di rilievo, non poteva aver s gelida calma da stare
immobile nella camera di ricevimento, posando accademicamente il corpo sul
seggiolone e mettendo in vista, impressa nel cuscino dello sgabello, la punta
delle scarpine di raso.
 Signore, disse la Gaudenzi al conte Verri con una semplicit piena di vezzo,
si degni di restar servito; e precedendolo e schiudendo ella stessa le porte,
lo preg ad entrar nella sala, e gli present la sedia con quella disinvoltura
onde un uomo avrebbe potuto comportarsi con una donna. L'ingenuit era pari
tanto nel giovine Verri quanto nella Gaudenzi; ma il primo era timidissimo,
mentre la seconda, dall'abitudine ad affrontar le mille pupille del pubblico,
aveva contratta quella scioltezza, quasi diremmo virile, che forse, a chi era
avvezzo al profumato galateo delle aule dorate, potea parer soverchia; ma che
in quella giovinetta cos bella, e in quell'eleganza spontanea e quasi non
voluta d'ogni suo movimento, si vestiva di un incanto specialissimo. Pietro
Verri la contemplava muto, e andava pensando come non fosse sempre vero quel
che comunemente avea sentito dire, che cio le belt da palco scenico non
debbano mai esser vedute in camera.
 Signora... disse poi, e stentava a trovar le parole, tanto era impacciato
dalla sua timidezza. Dovete dunque sapere, madamigella, riprese tosto, che
dall'eccellentissimo signor capitano di giustizia fui prescelto all'onore...
Quell'onore non era certamente la parola che pi facesse al caso; ma sovente
chi ha l'abbondanza delle idee nella mente, affatica in certe particolarissime
circostanze a trovar la parola adatta, quella parola che pur verrebbe sulle
labbra di qualunque pi meschino sfrontato.
 Io fui dunque prescelto a protettore del sig. Lorenzo Bruni, vostro tutore...
 Mio padre e benefattor mio, assai pi che tutore, potete dire, o signore...
Ma in grazia, chi siete voi?...
 Sono il conte Pietro Verri.
Per quanto egli fosse sgombro da qualunque pregiudizio e da qualunque bench
minimo orgoglio di sangue, pure prov un'interna soddisfazione nel poter
pronunciare quella parola conte; e tutto ci perch sentiva come, mettendo
innanzi quella parola, egli veniva a liberarsi dall'importunit della propria
timidezza; mentre forse la ballerina che lo atterriva col suo fare
disimpacciato, a quel titolo sonoro si sarebbe potuta mettere in gran
riguardo, e avrebbe subita quella soggezione di cui egli s'accorgeva d'aver
gran bisogno. Quanti inesplicabili accidenti in questa nostra povera natura
umana!
 Illustrissimo signor conte, io la ringrazio della degnazione per la quale ha
voluto venire da me; e ora, giacch ella  il protettore giuridico del signor
Lorenzo, mi voglia dire la verit, la verit schietta, la verit intera. Oh
s'ella sapesse da quante persone io mi recai in questi giorni, quante
preghiere ho fatte per vedere di poter conoscere come veramente stesse la
condizione del signor Lorenzo! ma non ho trovato che faccie arcigne e parole
fredde, e giri e rigiri di frasi, dalle quali appariva chiaro che si voleva
piuttosto ingannarmi che dirmi la verit.
 I magistrati, cara mia, hanno il debito del segreto, e bisogna aver loro un
certo riguardo... D'altra parte il signor Lorenzo Bruni  in una condizione
speciale per aver insultato in pubblico il decoro di una delle pi cospicue
case di Milano...
 Ma guardi, signor conte, che tentazione fatalissima  venuta a quel benedetto
uomo di mettere, per amor mio, in cos grave pericolo s stesso, e di far
tanto male a quella povera contessa... ch'io non conosco... e per la quale
darei la met del mio sangue perch non fosse avvenuto quel ch' avvenuto. Ma
Lorenzo fu tratto di cervello dall'ingiustizia del pubblico, e dal desiderio
che lo tormentava di poter trovare il modo di convincer tutti del quanto fosse
assurda la diceria che il sig. Amorevoli... E qui la Gaudenzi abbass il capo,
tutta soffusa di rossore, e soggiunse tosto: Ma non  egli vero, signor conte,
che quando un uomo, quando una donna, quando una fanciulla, trovandosi sola
con se stessa, pu giurare di non aver cosa alcuna a rimproverarsi, non
dovrebbe temer di sfidare tutte le calunnie di questo mondo, anche in
silenzio, perch quel che non si sa oggi si sa domani, e la verit esce in
fine all'aperto per sua propria virt?... Devo per confessarle, signor conte,
che quando il pubblico mi ricevette, schiamazzando e insultandomi, anch'io non
so quel che avrei fatto allora per vendicarmi... e la mia disperazione in quel
momento nessuno se la pu imaginare, e forse fu per avermi veduta in quella
condizione, che Lorenzo non bad pi ai mezzi, e giur di far balzar fuori la
verit ad ogni modo, e il modo fu de' peggiori, perch, ecco a che s'
ridotto, pover'uomo!...
E due lagrime lente le rigaron la guancie.
 Ma io, continuava, non so farmi capace, signor conte, che vi possa essere
cos grave delitto nell'aver messo una maschera ad una festa da ballo... In
fin de' conti, che intenzione era la sua? Quella di far vedere che il pubblico
aveva torto e che io era innocente... Ben  vero che offese gravissimamente
una nobil donna, ma, per quanto sento a dire, pare che questa nobil donna...
fosse davvero la... e allora... di chi  la colpa?...
Pietro Verri sorrideva e compiacevasi di sentir quel discorso vivo e animato,
e reso pi attraente dall'accento veneto, ch, se non lo abbiam mai detto, lo
diciamo adesso, la Gaudenzi parlava il dialetto veneziano, quantunque, pel
tramutarsi ch'ella faceva continuamente di luogo in luogo, lo avesse tant'o
quanto alterato.
 Cara mia, sapete voi che cos' la legge?
 Cosa so io? ma la legge dovrebb'essere tutto ci che  giusto.
 Ed ella infatti si propone la giustizia... ma non sempre la raggiunge, n lo
pu; perch la legge bisognerebbe che potesse trasformarsi all'infinito come
tutti gli accidenti umani, e tener dietro a tutte le bizzarrie della fortuna.
 E cos qualche volta chi ha ragione paga i debiti di chi ha torto...  questo
l'intercalare del signor Lorenzo. Ma mi vorrebb'ella dire di grazia, signor
conte, per qual motivo il metter maschere ad una festa da ballo fu posto nel
numero dei delitti?
 Per i cattivi usi che se ne fecero troppo spesso dagli uomini cattivi.
 Ma allora si dovrebbe punire il cattivo uso e non l'uso delle cose: sarebbe
bella che fosse proibito a parlare, perch parlando si possono dire delle
calunnie!
 Oh che sapienza  l'ignoranza! pensava tra s Pietro Verri, mentre sorrideva
alla Gaudenzi. Attendete dunque, soggiunse poi, a mettere il vostro bel cuore
in pace; poich se la legge fu fatta per un fine ragionevole, non  poi detto
che non si debba tener conto della buona intenzione di chi l'ha trasgredita,
trasportato da un nobile riguardo e da una nobile passione...
 E di chi l'ha trasgredita, continu vivacissimamente la Gaudenzi, perch in
quel momento non c'era altro mezzo di far cessare una perfida calunnia.
 E per questo io mi confido di poter riuscire ad alleggerire al possibile la
condizione del vostro signor Lorenzo.
 Come ad alleggerirla? domand piena di dolorosa meraviglia la Gaudenzi... Ma
non  a sperare che lo possan mandare assolto in su due piedi?...
 Tranquillatevi, cara mia, ma per bene che vadan le cose, converr pure che
voi siate disposta a un lieve sacrificio...
 Qual sacrificio?... dite, dica, io son parata a tutto.
  un sacrificio che non dipende dalla vostra volont, ma solo dalla vostra
pazienza; perch mi rincresce a dirvelo, cara mia, ma per un sei mesi almanco
converr che vi adattiate a restar priva della vista del signor Lorenzo...
 Oh... questo non sar mai, signor conte; io mi scioglier in lagrime ai piedi
del signor governatore, e otterr la grazia. E se il governatore star
inflessibile, metter sossopra mezzo mondo.
 Tranquillatevi, e prima di far passi, lasciate che io faccia i miei; che se
fosse necessaria la vostra cooperazione immediata, ho io la persona che, se 
possibile far miracoli, ella li sa fare davvero...
Ma la Gaudenzi pi non badava a quelle parole, e, alzatasi, misurava in lungo
e in largo e concitata la camera, cogli occhi pieni di lagrime e col labbro
inetto a proferir parola, perch un tremito convulso stava per farla dare in
uno scoppio dirotto di pianto... Il Verri le teneva dietro coll'occhio, pieno
di commozione anch'esso e d'ammirazione, e assalito da un sospetto, come da un
lampo che baleni improvviso.
Le anime squisite, anche senza lo scaltrimento di una lunga esperienza,
tengono il filo d'Arianna per misurare, senza smarrirsi, il labirinto del
cuore umano. Diciamo questo, perch di fatto, quel ch'egli sospett, era vero.
Un mese prima, chi avesse detto a quella cara e semplice ragazza: scommettiamo
che voi siete innamorata del signor Bruni, ella non avrebbe data altra
risposta che una delle sue consuete risate baccanti e sonore... Ma il giorno
in cui Lorenzo venne arrestato, e i giorni in cui ella prov, per quel
distacco, una costernazione che mai non aveva provato in vita sua, non si
potrebbe dir bene in che modo, ma le si depose inavvertito nell'animo un lieve
germe di amore, che fruttific di d in d, a seconda della natura appunto dei
germi. Ben  vero che ella non sapeva ancor nulla, e a chi di nuovo le avesse
chiesto, se era innamorata, di nuovo ella avrebbe risposto, se non con una
risata, certamente con un sorriso accompagnato da un lieve agitar della testa;
ma, in conclusione, l'amore lavorava e limava nell'animo suo con tutta la
forza di un amore a cui non manca pi nessuna delle sue attribuzioni.
 Sentite...
Interruppe il Verri con questa parola il passo concitato della Gaudenzi. Ella
si ferm in faccia a lui, attirata da quel sentite, e come chi spera sempre
qualche consolazione da tutti gli accidenti del discorso.
 Da quanti anni, egli continu, il sig. Lorenzo Bruni veglia alla tutela della
vostra giovinezza?
 Oh da moltissimi anni! Io era una ragazzina senza padre e senza madre, e
ballavo a Venezia al teatro di San Mois... Chi mi curava non era allora che
questa buona e paziente mia zia... Ma si viveva a discrezione degli impresarj
che guadagnavano, non tocca a me il dirlo, alle nostre spalle, eppur non ci
facevano che soprusi e angherie, n' vero, zia? Il signor Lorenzo Bruni volle
difenderci una volta da un appaltatore usurajo e ottenne di farlo stare al
dovere... onde ci fece tener tanti danari, quanti certamente non potevo dire
d'aver meritati. Ma questo  poco, perch'egli si prese cura della mia
educazione; e siccome ei veniva da Parigi, ed avea vedute tutte le pi celebri
ballerine e conosceva la danza pi di chi ne fa professione, tanto fece e
consigli, che riusc a tirarmi indietro dall'arte viziata... Onde quel poco
che sono, lo voglia credere, illustrissimo signor conte, non lo debbo che a
lui.
 E tutto, entr a dire la zia, senza neppure un'ombra d'interesse, perch i
mettimale che vedevan con dispetto quel suo tanto adoperarsi in pro della
ragazza, mi andavan susurrando all'orecchio che lo avrebbe fatto per
arricchirsi... Ma invece, se non ci ha perduto, non ci ha guadagnato, perch
la bilancia non  pi giusta di lui: e i quartali ei non volle nemmen
toccarli, e collo scrupolo va tanto in l, ch'ei vuole che dalle mani
dell'impresario passino nelle mie; e se provvede a collocarli a buon frutto,
desidera ch'io medesima vada a consegnarli... Oh... ci creda, signor conte,
che per noi  una gran disgrazia a rimanere senza quell'uomo d'oro.
 Ho caro d'aver sentito tante lodi di quel bravo uomo; cos mi lusingo di
farle comparire opportunamente nella difesa...
 E pu aggiungere, signor conte, i discorsi pieni di consigli, di sapienza e
di virt onde il signor Lorenzo era instancabile a vantaggio di questa
ragazza... perch lo creda, signor conte, ma quel signor Lorenzo, se  un uomo
probo,  anche un uomo di gran talento.
E la bella Gaudenzi stava per venire in ajuto della zia; ma in quel punto
ch'ella stava per parlare, giunsero all'orecchio del conte Pietro Verri, il
quale era l quasi in attitudine di magistrato, i primi tocchi della campana
della piazza de' Mercanti. Il giovane patrizio si alz, come scosso
disgustosamente da quel suono, e, tagliando di colpo tutte le fila sospese del
discorso, si licenzi, e fu molto se ebbe l'animo di rinnovare alcune parole
di consolazione alla fanciulla. Ma che mai c'era di tragico in quella campana
della piazza de' Mercanti, dir il lettore, da mettere i brividi al giovine
Verri? Cari miei, saranno inezie, ma l'eccellentissimo senatore conte Gabriele
era un uomo di ferro, e guai se avesse saputo che suo figlio non era gi
rincasato prima della campana; che una sera in cui il giovane Pietro,
trattenuto in certe calde discussioni al caff Demetrio, giunse a casa un'ora
dopo... Filippo II non guat cos bieco il grand'ammiraglio, quando gli torn
innanzi coll'annunzio d'una battaglia navale perduta e della flotta distrutta,
come fece allora il conte Gabriele con suo figlio Pietro, il quale per
rientrare nelle grazie del signor padre dovette metter sossopra tutto il
parentado. S'affrett egli dunque a saltelloni gi per le scale, divor la
strada, e tutto trafelato giunse a casa quando la campana non aveva ancor
finito di dare i suoi tocchi; si rec a far riverenza e a dar la felicissima
notte al signor pap, poi si chiuse in camera per stendere la difesa di
Lorenzo Bruni.



IV

L chiuso, si diede a passeggiare tutto pieno e invasato del suo argomento,
lodandosi seco stesso dell'aver fatto visita alla ballerina Gaudenzi, perch
dall'osservazione attenta di quella belt, di quella virt, di quella
schiettezza, di quel dolore, e dai particolari che in s caldo accento erano
usciti dalla bocca stessa di lei, e costituivano il pi completo e
appariscente ritratto di Lorenzo Bruni, s'accorgeva che gli eran venute nuove
idee e nuovi fervori; per gli pareva di poter alla fine scrivere una difesa
tale da conquidere trionfalmente l'animo dei giudici, pur senza omettere
nessuna verit nuova e coraggiosa. L'animo e l'ingegno del Verri era di quella
tempra saldissima, che dal momento che una cosa vera o creduta vera gli facea
forza, non gli era pi possibile, per nessun conto, n dissimularla n
tacerla, non che falsarla. Poteva adattarsi alla pi sommessa obbedienza in
casa, a non star fuori oltre i tocchi della campana della piazza de' Mercanti,
a non andare in teatro solo, a non frequentare certe conversazioni; ma non
poteva piegarsi a far proprie le idee e le convinzioni di suo padre, dal
momento ch'egli ne aveva di assolutamente contrarie.
Si mise dunque a tavolino, e con velocit animata dalla concitazione emp tre
o quattro fogli di carta. Noi abbiam veduto un ritratto giovanile di Pietro
Verri, che press'a poco potrebbe dar l'idea della sua faccia quand'egli era
preoccupato di qualche forte pensiero: occhio vivace, arguto e tanto quanto
espanso, che sembra inseguire un'idea balenata d'improvviso; guancia calma e
fiorente, naso breve e bocca soavissima, la quale quasi sempre si osserva in
coloro che hanno squisitezza e di mente e di cuore.
Quand'ebbe finita quella non breve scrittura, se la lesse tutta ad alta voce,
e si stropicci le mani come pago d'aver detto tutto quello che voleva dire;
se la rilesse poscia... e cominci e pentirsi di alcune espressioni troppo
ardite, e di quelle segnatamente dove metteva quasi in istato di accusa
l'autorit giudiziale. Volle rimediarvi, e cancell tutto quel brano; ma poi
s'accorse che ad ometterlo si distruggeva tutto l'edificio, e si taceva la
sola verit insolita e coraggiosa che poteva dare alcun merito a quella
difesa; onde rifece il periodo, ammorbidendo soltanto le frasi, decorandole di
vocativi pieni di sommessione, e conservando intatto il concetto. Infine pens
che il miglior partito era di far la versione di quella difesa in lingua
latina; e ci per due ragioni: la prima, che l'idioma del Lazio, costringendo
l'intelletto degli ascoltatori a fare un breve lavoro, prima di averlo tutto
quanto tradotto in parole schiette e lampanti, la verit si ammorbidiva nel
trapasso dal latino all'italiano, e le toglieva di far l'effetto di un sasso
scagliato altrui senza piet; la seconda ragione consisteva in ci, che suo
padre era innamorato della lingua latina, e le poche volte che lo aveva veduto
sorridere con insolita compiacenza fu sempre nelle occasioni che egli stesso
aveagli dato a leggere qualche proprio scritto latino. Cos dunque pens, e
cos fece. Ma ci voleva ben altro. Lavor buona parte della notte e il giorno
successivo a far la traduzione; poi al terzo d la present al Capitano di
giustizia. Non ci pare qui il luogo opportuno di riportare per intero quella
lunga difesa, n tampoco di darla tradotta, nel nostro italiano; ch troppe
cose sono in essa riassunte, le quali gi furon dette e ripetute da noi in pi
luoghi; soltanto diremo come l'esordio toccasse alcune idee generalissime
intorno alla genesi ed allo scopo della legge, nel quale intese a far
campeggiare il concetto, che tutti debbono essere eguali in faccia ad essa;
poi venne a parlare delle leggi statutarie, poi delle gride e ordinanze
suggerite da casi speciali; poi si ferm all'ordinanza del ministro
plenipotenziario governatore di Milano, conte Palavicino, relativa alle
maschere-ritratti, lodandone assai l'opportunit e la saviezza.
Ma qui parl dell'intento che aveva quell'ordinanza, la quale proibiva le
maschere non per s stesse, ma per i gravi e deplorabili danni che, adoperate
da uomini iniqui, avevano prodotto; faceva allora acutamente intendere come la
prava intenzione e il delitto consumato per mezzo di essa erano i soli
elementi che costituivano il caso della penalit e della sua misura. E poi,
piegando la parola al fatto speciale del Bruni, mostrava che non avendo egli
avuto nessuna prava intenzione, anzi l'intenzione essendo stata lodevole come
di chi protegge e difende chi sopporta ingiustamente una calunnia; e, per
risultato, non esibendo la consumazione di nessun delitto, ma sibbene lo
scoprimento di una verit che ridondava a vantaggio dell'innocente e a danno
di chi veramente era in colpa; venivasi con ci a costituire un caso
specialissimo, pel quale quell'ordinanza doveva cessare dalla sua forza
attiva, e, in ogni modo, doveva consigliar d'interpellare il voto
dell'eccellentissimo governatore per una grazia straordinaria. Ai quali
argomenti che mettevano in chiaro l'assenza d'ogni colpa per parte del Bruni,
di cui tesse l'elogio riferendo le attestazioni della stessa Gaudenzi, della
quale pure lod la vita senza rimprovero, come portava la pubblica opinione;
fece osservare che non sarebbe avvenuta nemmeno la materiale contravvenzione
alla legge, se la magistratura non si fosse imposta un obbligo che veniva a
ferire il diritto comune, l'obbligo cio di considerare come intangibile dalla
legge e persino dai sospetti la nobilt di una persona, dalla quale
precisamente si dovevano incominciare le indagini. E qui riferiamo un passo,
che ci pare assai squisito: N io credo nemmeno che potesse andar offeso il
carattere della nobile contessa se fosse stata interpellata in giudizio; ch
forse quelle voci vituperose che or circolano in pubblico contro di lei,
sarebbero state trattenute da una parola detta in tempo al giudice; cos
invece, tanto pi l'opinione si compiace a denudare e ad esagerare le colpe di
una persona, quanto pi s'accorge che la magistratura discende dal suo nobile
seggio, al punto di tentar di scambiarle le carte in mano e d'ingannarla.
Questa difesa, quando fu letta, fece l'effetto che naturalmente doveva fare,
quello cio di tirar addosso al giovane Verri tutta l'iracondia della
magistratura.
Quasi contemporaneamente a questo scritto, fu presentata al Capitano di
giustizia la difesa di Benedetto Arese, una cosettina magra e che per se
stessa non poteva certamente essere il tocca e sana per le disgrazie del
cantante di camera di S. M. il re di Spagna. Ma quanto lo scritto del giovane
Verri aveva provocata la collera e lo spirito di contraddizione e negli
attuari e negli assessori e nel vicario e nell'eccellentissimo capitano
marchese Recalcati; e, allorch fece il suo passaggio d'ufficio al Senato,
anche in tutti i senatori e nel loro presidente; altrettanto trov lode e
fautori quella dell'Arese. In simile maniera noi vediamo nelle accademie e
letterarie e scientifiche e artistiche, le quali, per consueto, portano
inalberato sul frontone il vessillo del Cos faceva mio padre, accordarsi la
medaglia d'onore a colui che nell'opera prodotta lusinga l'amor proprio de'
giudici e sta ligio ai sistemi invalsi, e non avendo la forza di camminar
colle proprie gambe, s'appoggia al braccio altrui.
Quella difesa dell'Arese fu dunque tale, che dispose gli animi a far maturare
una sentenza d'assoluzione a favore del signor Amorevoli. Se non che un bel
giorno fu presentato d'urgenza un libello dell'avvocato Carl'Antonio Agudio,
patrocinatore del figliuolo della signora Celestina Baroggi, nel qual libello
si esponeva il fatto del testamento olografo stato scritto dal marchese F...
dietro dettatura del dottor Macchi notaio, a favore del figlio suddetto della
Baroggi; riferiva che tra le carte del detto marchese non s'era pi trovato il
testamento in discorso; si conchiudeva, che essendo noto il trafugamento delle
carte che stavano nello scrittoio di esso, l'avvocato patrocinatore e il
reverendo proposto di S. Nazaro, tutore del figliuolo della Baroggi, facevano
istanza perch si rinnovassero le indagini pi severe, allo scopo di rinvenire
il trafugatore; e nel tempo istesso facevan rispettosamente intendere che,
sebbene le presunzioni a danno del costituito signor Amorevoli paressero prive
di fondamento, l'eccellentissimo capitano di giustizia, quando mai nell'alta
sua saviezza credesse di mandarlo assolto, adoperasse tuttavia in modo che non
potesse evadere dalle ulteriori possibili inquisizioni dell'autorit
criminale.
Aveva in pubblico fatto gran senso che, in quel non breve tempo trascorso
dalla cattura dell'Amorevoli, non si fosse proceduto con tutti i mezzi
reclamati dall'importanza del caso, segnatamente per l'interesse del figlio
della Baroggi, che dicevasi essere stato istituito erede universale dal
marchese F...; e per il reverendo proposto di san Nazaro aveva ricorso
all'avvocato Agudio, il quale godeva fama di gran legista, e quel che pi
importa, di gran galantuomo, e ci che meglio preme ancora, di grande
ostinato; e il solerte proposto avea fatto capo a lui come a quello che potea
aver la forza di conservare nella sua dritta strada la trattazione d'un affare
che per mille circostanze poteva essere deviato.
Tornando ora all'Amorevoli, s'egli non avea motivo di lodarsi troppo della
fortuna, venne per chi dovea trarlo d'imbarazzo. Allorch donna Paola Pietra
ricevette l'ultima lettera dalla contessa Clelia, dove, colla raccomandazione
del segreto, le era fatta la rivelazione intorno al lacch Suardi; ella nella
sua saviezza pens che non era a tener conto nessuno di quella raccomandazione
di segretezza; invece, senza por tempo in mezzo, fece una seconda visita al
marchese Recalcati, al quale raccont il fatto del Galantino, e della vita
sfoggiata che colui conduceva a Venezia, e come eranvi tutte le ragionevoli
presunzioni che il trafugatore fosse stato colui medesimo.
Quel nome del lacch Galantino fu per il marchese Recalcati come uno di quei
lampi, che, solcando di tratto il fitto bujo, lasciano vedere la posizione
degli oggetti circostanti; tanto che uno che abbia smarrita la via, si
raccapezza, ed esclama: Ora comprendo per qual parte si dee camminare. Laonde
non sono a dire le feste e le accoglienze ch'egli fece e i ringraziamenti che
espresse a donna Paola per quella improvvisa e non aspettata rivelazione.
Lasciandolo ora nel pieno godimento di quella scoperta, saltiam via due
giorni, che in faccia a cento anni sono un bicchier d'acqua in faccia al mare,
e rechiamoci in casa Verri, in un giorno che l'illustrissimo signor conte
Gabriele dava un pranzo quasi diplomatico.
La sfera dell'orologio percorreva l'arco di quella mezz'ora o di quel quarto
d'ora che precede il momento solenne, in cui il cameriere in gran livrea
diventa un personaggio importante, vogliamo dire, in cui grida dalla soglia:
In tavola. In una sala d'aspetto, ferveva, o diremo meglio, languiva la
conversazione tra molte persone divise in varj gruppi, ciascun de' quali
constava di elementi tra loro affini. Gravi personaggi di toga e di spada,
conti e marchesi e cavalieri che non avevano altro peso da portare che il
diploma d'accademico Trasformato, dame e matrone e giovani donne e spose non
una fanciulla. Il conte Gabriele Verri stava parlando in un angolo della sala
col marchese Beccaria, lo zio di Cesare.
 Vedo pur troppo, caro marchese, diceva il conte Gabriele, che questo mio
figliuolo, pel quale non ho risparmiato n cure n dispendj, vorr essere la
mia croce.
 Ve l'ho detto pi volte; bisognava lasciarlo a Roma maggior tempo, o a Parma;
la sua vivacit fu sempre eccessiva e bisognava metter acqua e cenere sul
fuoco. Vi sono certi temperamenti, che, a lasciarli svampare prima del tempo,
diventan acidi come il vino mal turato.
 Ma... volevate che a ventidue anni lo tenessi ancora in collegio?...
 In collegio no... ma mettergli accanto un uomo di proposito, un sacerdote di
vaglia...
 Se la mia severit non  valsa a nulla, che cosa volevate che facesse un
prete?
 Voi vedrete quel che ne far io di Cesarino, perch bisogna che ne prenda io
stesso la cura. Suo padre  troppo dolce. Se si vuole, il fanciullo  pieno
d'ingegno, e in collegio lo chiamano il piccolo Newton; ma quanto  maggiore
l'ingegno, tanto son maggiori i pericoli; ond'io veglier... cos avessi
vegliato ne' giorni che da Parma venne a Milano questo carnevale; perch si
trov spesse volte col vostro Pietro... il quale non so che malefizj abbia
fatti a quel ragazzo, che mi venne fuori un giorno con certi propositi, i
quali non mi piacquero niente affatto.
 Davvero?
 Per l'appunto.
  dunque bisogno di qualche provvedimento serio a riguardo di mio figlio...
Son dieci giorni che mi venne in mano quella difesa, e quando l'ebbi letta non
ho pi permesso ch'ei mi comparisse dinanzi. Ma quel che pi mi fa dispiacere
si , che non manca d'ingegno... e quello scritto... mi d a divedere che, se
fosse meglio diretto, potrebbe...
 Ma dove  andato a pescare tutte quelle idee, diciamolo pure, rivoluzionarie
contro i nobili e contro le autorit? Ma sapete che c' voluto un bel
coraggio?
  questo appunto ci che m'affligge, e tanto pi che... son cose che si pena
a dirle... ma pur troppo s' fatto male a non far caso della contessa, in quel
malaugurato processo... A mio dispetto devo dirlo, e Pietro non sbagli
nell'affermare che, conosciuta in tempo la verit, si poteva sopir tutto senza
che ne trapelasse nulla al di fuori. E cos... un d un fatto, un d un
altro... ci ridurremo alla fine... ve lo dico con crepacuore, a perdere la
fiducia del popolo, e allora...
E qui si ferm come colpito da una dolorosissima idea, indi soggiunse dopo
alcuni momenti:
 E adesso c' quest'affare del testamento del marchese F... e del lacch...,
che  una spina acuta e pericolosa, la quale pu aprir piaghe profonde, e
trarsi dietro cento malanni. Ah, marchese, qui sotto c' qualcosa di
seriissimo, e guai se... Il marchese Recalcati me ne fece or ora un motto...
che tosto gli ho troncato in bocca... perch se una parola  pronunciata fuor
di tempo e a sproposito... ne scaturisce un'iliade di sciagure...
Il marchese Beccaria guardava fisso il conte come a sorprendergli nell'occhio
il segreto del pensiero; poi soggiunse:
 Se un sospetto lo fa uno, lo pu fare un altro, e lo ponno fare cento; e
tanto pi quelli che patrocinano il figliuolo della Baroggi... poich, a dir
la verit, questo contrattempo del lacch... qualcuno gi deve averlo pagato
il lacch a fare il colpo... e chi mai poteva avere interesse a ci, se non...
 Zitto... la marchesa D*...  l, e ha intenzione di dar la figliuola al
figlio del conte e ci potrebbe sentire...
 Ma in conclusione, che si pensa di fare?
 Non ci possono essere due partiti in affare di tanta delicatezza... La
giustizia dee fare il suo debito senza essere impacciata da nessun riguardo.
Anzi si  gi scritto al Senato della serenissima Repubblica di Venezia
perch, se siamo in tempo, passi tosto alla cattura del lacch; soltanto 
mestieri che di tal fatto si mantenga un segreto profondissimo, e non si
facciano scandali; perch guai se il popolo s'accorge che il contagio viene da
quel ceto a cui la provvidenza ha ordinato di essere d'esempio e di
edificazione a tutti gli altri. Ma c' un'altra cosa, marchese caro, che mi ha
passato l'anima, ed  che, ieri l'altro, Pietro, mentre stava supplicando sua
madre a farsi mediatrice di pace tra lui e me... d'uno in altro discorso
vennero a toccare, non so come, un tal tasto; e a Pietro scapp detta...
questa frase ribalda: Se il conte F... fosse un sensale di piazza, a quest'ora
il capitano di giustizia gli avrebbe gi fatto mettere le manette. Convien
dunque che oggi teniamo con lui un discorso serio e dolce nel tempo stesso.
Oggi ho dato, posso dire, questo pranzo d'invito per lui, perch,
necessariamente, non ne potendo venir escluso per decoro, io avr l'occasione
di volgermi a lui senza cedere; ed egli d'accorgersi che io non sono poi un
uomo inesorabile. Cos dopo il pranzo, noi lo faremo chiamare in un'altra
camera, e gli terremo un discorso che valga ad insegnargli la prudenza, ed a
provargli che  sempre in via di bene tutto quello che noi facciamo; e che
finch uno  giovane, l'esperienza la deve apprendere dai vecchi. Ah pur
troppo, caro marchese, la giovent ha preso aria in questi tempi, e bisogna
ricorrere all'astuzia perch non sian crollate le basi di una salda autorit
paterna.
Ed or lasciando che questi rigidi vecchi se la intendano col giovinetto
Pietro, ritorneremo a Venezia, e volgeremo i passi verso il calle del Ridotto.


V

Rousseau, il quale asser che l'uomo lasciato in balia della sua vergine
natura,  una perla immacolata, e che dai bisogni fittizj inventati dalla
societ fu tratto ad inventare egli stesso quei delitti contingenti e
convenzionali che, variando di tempo e di luogo, possono persino esser
chiamati virt, come il furto in Atene; non pare abbia voluto esaminare tutti
i casi in cui l'uomo, anche nel fitto della societ, si trova in pieno
arbitrio della sua natura liberissima; tra le altre cose, non ha saputo
applicare la sua potente riflessione ai fenomeni d'una bisca.
Una casa da giuoco  un microcosmo; in essa l'uomo appare in tutta la nudit
de' suoi istinti. Nella Francia contemporanea di Rousseau, lo spettacolo di un
gran re, intento a passar le notti, non animato che dalla speranza di
spogliare i ciambellani e i confidenti, doveva bastare a far vedere al sublime
lipemaniaco di Ginevra che non sono sempre i bisogni quelli che fanno
sviluppare sulla testa umana il bernoccolo della rapacit.
Ma ci, anche prima della storia di Francia, era provato dalla storia di Roma
e dall'esempio d'Augusto che, padrone di tutto il mondo, pure si compiaceva se
l'oro di Mecenate passava nelle sue mani; e dall'imperatore Claudio, che
affidava ai dadi il destino perfin di quattrocentomila sesterzj, e dai patrizj
romani, che, ad onta che il giuoco fosse multato d'infamia, giocavan persin
nei comizj, persino in Senato; tanto  vero che l'uomo, per saziare il suo
naturale istinto, combatte contro la medesima civilt, e fa il ladro per
diporto; ch non a torto ha detto un acuto scrittore inglese: Essere il giuoco
un furto mascherato.
Queste riflessioni le facciamo pensando al ridotto di San Mois in Venezia,
dove, meno i giuochi d'azzardo che ad ogni momento venivan proibiti dagli
illustrissimi Correttori, indizio manifesto che non eran sempre obbediti,
tutto camminava di maniera da far credere che gli uomini non avessero altra
destinazione a questo mondo che quella di passar la vita giuocando. Quel
ridotto, che doveva diventar celebre in conseguenza de' suoi peccati, e
meritare di venir soppresso, come vedremo, aveva una libreria al pari di un
istituto di scienze e lettere; una libreria, intendiamoci bene, tutta di opere
relative al giuoco; tra queste primeggiavano il Ludus chartarum seu foliorum,
di Lodovico Vives, stampata a Parigi nel 1545; Le carte da giuoco, del P.
Menestrier; La giurisprudenza del giuoco, di Lucio Marineo Siculo; Il tarocco,
di Gebelin; L'invettiva contro il tarocco, di Lollio Ferrarese; i numeri del
Giornale di Trvoux, dov'erano le ricerche storiche sulle carte da giuoco; il
capitolo del Berni, intitolato Il giuoco di primiera; Le carte parlanti, di
Pietro Aretino; Il trionfo del tresette; la Piazza universale di tutte le
professioni ed altre opere molte, che venivano consultate nei gravissimi casi
dubbj.
Quel ridotto era zeppo d'illustrissimi della seconda e della terza qualit, e
in mezzo ad essi, da qualche giorno, aveva fermato l'attenzione il giovane
gentiluomo milanese, signor Andrea Suardi, pel coraggio onde giuocava le pi
grosse somme e per la sua meravigliosa virt a vincere dieci volte su dodici.
Ma come potevano quegli illustrissimi patrizj di Venezia gettar le loro notti,
ed esser tuttavia parati alle gravi cure del governo, della pace e della
guerra? Non confondiamo le idee: a Venezia vi avevano pi qualit di patrizj,
ovvero sia due qualit ben distinte quella dei tutto facenti, e quella dei
nulla facenti. Dal d che Gradenigo aveva decretato come statuto fondamentale
che niuno fosse mai pi eletto n eleggibile a sedere nel gran consiglio, da
quelli in fuori che allora vi si trovavano; che il loro privilegio sarebbe
eredit ai loro discendenti in perpetuo; che eleggerebbe dal suo corpo tutte
le magistrature di Stato; dal d che codesta aristocrazia s'and sempre pi
concentrando in oligarchia, che persino ai figli del doge fu tolto di poter
coprire ogni magistratura: lasciato alle poche famiglie vetustissime il
monopolio del potere trasmissibile di padre in figlio in perpetuo, tutta la
rimanente nobilt che era numerosa, e alla quale in Venezia non rimaneva altro
scopo alla vita che l'uso e l'abuso di essa, e l'uso e l'abuso della ricchezza
dov'era gentilezza d'ingegno, ell'erasi data all'esercizio delle arti; dove
no, proruppe ai godimenti, e con tanta sfrenatezza spensierata con quanta
riflessiva e longanime rigidezza gli oligarchi si tenevan saldi al potere;
rigidezza riflessiva, e che fomentava quel viver leggiero e svagato dei
discendenti di coloro ch'erano stati chiamati uomini nuovi al tempo della
prepotenza di Pierazzo Gradenigo, pel motivo che non erano pi temibili quelli
che per costume s'indebolivano nell'inerzia. E tanto pi si erano a questa
ragione di vita abituati i nulla facenti, sia che fossero discendenti degli
esclusi dal gran consiglio, o figliuoli dei vetusti pantaloni, o piantaleoni
nelle terre conquistate, o figli del doge esclusi dalla magistratura, quanto
pi, comportandosi in tal guisa, vivevano tranquilli della sospettosa
vigilanza del tribunale segreto, che pi del capo di Buona Speranza e del
Mediterraneo abbandonato e della politica spostata, fu causa che si spegnesse
la potenza espansiva di Venezia; spenta la qual potenza si troncarono di colpo
gli elementi generatori della sua perpetuit. Fin da quando, dopo la forzata
abdicazione di Foscari, il tribunal segreto rese amarissimo e pericoloso
l'alto onore di recar servigj alla patria, da quel punto cominci davvero la
sua decadenza. Temettero i sospettosi oligarchi il possibile soverchiare del
vero merito, temettero l'eccessiva potenza del doge, e l'uno e l'altro
circuirono di arcane paure; ma non intravvidero la conseguenza finale di tutto
ci; non intravvidero che se i patrizj e i non patrizj, divagati agli ozj e
alla volutt, non potevano pi far paura al Consiglio segreto, per la medesima
ragione avrebbero cessato di far paura anche a tutta Europa, la quale non am
giammai Venezia, e la guard sempre gelosamente; e che se ci le poteva
stornare i pericoli presenti, accumulava sovra di essa i pericoli futuri,
rendendo bens pi lenta la sua caduta, ma facendola inevitabile.
Era dunque da quasi tre secoli che la vita interna di Venezia era una vita
continua di godimento, che l'allegria de' suoi carnevali era divenuta
proverbiale in tutt'Europa, che ai tavolini verdi delle case patrizie e dei
pubblici ridotti l'oro aveva imparato a trapassare di mano in mano, con pi
velocit che altrove, pel decreto di una carta e della cieca fortuna. Che il
giuoco poi abbia trovato accoglienza pi forse a Venezia che in altri luoghi,
sarebbe dimostrato da ci, che taluno dei cos detti giuochi d'azzardo fu
invenzione di Veneziani; che un Giustiniani, ambasciatore della Repubblica a
Parigi, vi port per la prima volta la cognizione del giuoco della bassetta,
il quale fu poi accolto trionfalmente a quella Corte, e onorato col dagli
uomini della scienza, che pubblicarono considerazioni e calcoli e intrapresero
ricerche pazientissime su quel giuoco, sulle probabilit del guadagno e delle
perdite.
Il Galantino aveva dunque fatto suo pro di quelle abitudini veneziane; e
ricevuto al ridotto qual gentiluomo milanese da quell'ospitalit cortese che
sempre distinse i Veneziani tanto d'allora che d'adesso, passava col le sue
notti. Ma siccome i giuochi che vi si tenevano non eran d'azzardo, essendo
recentissima un'ammonizione dei signori Correttori; cos a una cert'ora, in
compagnia di molti gentiluomini, lasciava il tavoliere del tresette e il
ridotto per trasferirsi al di l di Rialto, nelle stanze di un umile caff
detto di Costantinopoli; e l, fuori d'ogni sospetto, aperta la voragine del
faraone e della bassetta, ei passava il resto della notte. Munito, quando
recossi a Venezia, di molto danaro contante, il Galantino, giocatore tanto
esperto che pareva aver gli occhi nelle dita, governavasi per prudentemente
al ridotto, e in modo da lusingare con mille attrattive i suoi compagni di
giuoco, perch, rilasciato il freno all'avidit, non potessero andare a letto
senza prima tuffarsi a piene voglie nel flusso e riflusso dell'azzardo.
Fornito d'oro, egli conduceva le cose in modo da tenere il banco di sovente;
ed era un tagliatore di tanta destrezza che in pochi giorni erasi messo
insieme una bella sommetta. La notte a cui ci troviamo con questa narrazione,
era la terza d'aprile, ed egli pi del consueto era stato favorito
dall'audacia e dalla fortuna: onde, in sull'alba, quando usc da quell'umile
caff, dopo aver bevuto una tazza d'appio, volle assaporare il piacere d'una
passeggiata solitaria, spingendo uno sguardo allegro in seno all'avvenire, e
scorgendovi gi, di mezzo alla nebbia rosata, prospettive di palazzi con
macchiette di parassiti intorno a s, e cocchi e cavalli e tutte le grandezze
della vita. Se ne veniva cos per ponti e per calli, guardando sbadatamente
case ed altane, e sogguardando alla sfuggita le portatrici d'acqua pienotte,
gi in volta a quell'ora; fin che riuscito al campo Santo Stefano, volse il
passo alla casa ove dimorava; ma in quel punto scorse due uomini appoggiati al
muro, due uomini che non avrebbe voluto vedere, perch eran due cappe nere del
palazzo Ducale. Diede una rapida occhiata all'intorno, e vide non molto lungi
due guardie che passeggiavano, facendo d'occhio di tanto in tanto alle due
cappe. Cos queste come le guardie potevano trovarsi l per tutt'altro, ma il
Galantino sent la certezza che aspettavano lui; gli era come quando uno si
sente colto da un malore anche lieve durante un morbo contagioso; che in quel
malore, provato spesso senza turbarsi, sente con isgomento il sintomo fatale.
Galantino si ferm un istante su due piedi, come per fare una rapidissima
consulta fra s e s; poi, considerato che non c'era a far nulla, mosse
difilato, sebbene con placida lentezza, verso la porta della sua casa. Fu
allora che le cappe, venutegli incontro:
  ella, domandarono, il signor Suardi Andrea di Milano?
 Sono io per l'appunto; in che posso ubbidirle?
 Voglia venir con noi un momento a palazzo.
 Subito?
 Senza perder tempo. Questo  l'ordine.
Il Galantino, con viso calmo, con occhio blando, guard alle due cappe, e:
 Io sono pronto, disse, quantunque non abbia dormito la notte... Ma vogliano
permettere ch'io mi serva della mia gondola...
 La gondola  gi pronta.
 Allora eccomi qui.
Vennero al rio; la gondola e i gondolieri avevano lo stemma di palazzo. Il
Galantino fu pregato di mettersi a sedere sotto il felze; le cappe nere
stettero fuori. I remi toccarono l'acqua, e via.


VI

Disceso al palazzo Ducale, il Suardi fu condotto negli ufficj del Consiglio
dei Dieci, dove da un segretario gli venne fatta lettura d'una nota del Senato
milanese che lo riguardava; dopo di che gli fu soggiunto essere stato
deliberato dai signori Dieci di esaudire l'inchiesta del Senato di Milano,
facendo scortare il Suardi fino al confine, dove lo si sarebbe consegnato alle
autorit competenti del ducato di Milano. Galantino a quell'intimazione, senza
smarrirsi in apparenza, quantunque fosse oltremodo percosso nell'intimo suo,
rispose: Riuscirgli inesplicabile una tale inchiesta; non aver esso fatto atto
veruno pel quale potesse aver timore di chicchessia; che per si sottometteva
obbediente al decreto e della Repubblica e del Senato di Milano, certissimo
che in poco tempo ai signori Dieci sarebbesi fatta conoscere la causa
dell'errore di cui egli in quel punto era vittima. Il segretario non rispose
nulla, e soltanto chiesto al Suardi se voleva mandare a prendere le sue robe,
se aveva affari lasciati in tronco in Venezia che volesse adempire; e sentito
il suo desiderio, provvide a che fosse esaudito. Cos in quello stesso giorno
venne sotto buona scorta mandato a Milano.
Il Galantino, lo abbiamo gi detto, aveva una tal tempra adamantina di corpo,
che per il rapporto necessario che  tra materia e spirito, gli rendeva
l'animo saldissimo e imperterrito, anche nel pi fiero conflitto di quelle
circostanze che avrebbero bastato ad abbattere qualunque altro. Avea pure,
abbiam detto anche questo, una tal prontezza di veduta, da fargli pigliare di
volo la misura esatta delle cose; ne sia prova il non esser fuggito innanzi
alle cappe della Repubblica.
Sebbene dunque quell'arresto impreveduto lo avesse a tutta prima sconcertato,
come avviene di un uomo robusto colto all'impensata da un colpo violento,
tuttavia si riebbe dopo la prima scossa, e si bilanci per non perdere
l'abituale saldezza.
 Chi ne fa una ne fa due, pensava intanto fra s nel fare il viaggio. E chi
non ci mise n pepe n sale a tradire il marito, doveva ben tradire un lacch.
Ma va pur l, contessa... Se il diavolo mi toglie da questa trappola... voglio
bene che ci rivediamo, e... allora tu sentirai cosa fa il Galantino quando
pensa a vendicarsi. Prima per bisogner scappar dalla trappola... questo lo
capisco anch'io. In quanto a me, mi aiuter... ma sar sempre bene che gli
altri non faccian l'asino... perch di ragione, se io taccio, essi dovrebbero
strapparsi la lingua piuttosto che parlare. Ah signor conte... io penso che la
mia salute gli debba star a cuore pi che a me... perch se io cado, anch'esso
ha a cadere... e da che altezza! Ben  vero che il conte non mi ha mai n
veduto n parlato, e potrebbe, in un bisogno, lasciarmi solo nell'intrigo...
Ma allora, quand'io sappia stare ben sodo nel dir di no... il malanno svanir
da s. E qui a codesti pensieri abbastanza gai in mezzo al disastro,
succedevano altri pensieri, tutt'altro che lieti; e si presentavano alla
fantasia conturbata del Galantino le parti squallide della sua condizione,
malediva il giorno e l'ora che si era lasciato pigliare all'amo da chi non
conosceva, per tentare una impresa delle pi pericolose; perch alle cose che
gi sa il lettore, aggiunga ora avere il Galantino aderito a trafugar le
carte, tra le quali era il testamento del marchese F..., per insinuazione di
un uomo che a lui volle tenersi ignoto. Che se egli aveva tosto pensato al
conte F..., in quella circostanza, e per alcune parole scappate di bocca allo
sconosciuto e per altri indizj, ci non era stato che in conseguenza della sua
straordinaria acutezza. Pensando cos lungo il viaggio ad un tale sconosciuto,
si turb alquanto nel sospetto che colui, nel frattempo, avesse mai potuto
commettere qualche imprudenza; o, per un giuoco non previdibile della
maledetta fortuna, anche senza sua colpa, fosse caduto in qualche agguato. Pi
dunque l'ex-lacch e l'ex-gentiluomo avvicinavasi a Milano, pi smarriva la
baldanza e non per il timore di dover passare troppo tempo in prigione, ch a
questo, in suo pensiero, si lusingava di anche abituarsi; ma ci che lo
cruciava veramente si era che aveva con s molt'oro e ricapiti di danaro; oro
e ricapiti che avrebbe consegnato al diavolo piuttosto che alla giustizia. Ma
a questo punto, per la solita legge del flusso e riflusso, gli vennero i terzi
pensieri, che lo rimisero in calma nel punto che fu in veduta di Milano. Il
tarocco l'ho io, riflett, e bene io fui destro n a cederlo n ad
abbruciarlo, ed  riposto in tal luogo, che sfido il diavolo a scovarlo fuori;
e prima converr parlare con me. Ma per quanto codesta riflessione lo avesse
alquanto consolato, quando venne in piazza Fontana e guardando per la contrada
Nuova vide la facciata negra e burbera del palazzo di Giustizia, uno dei pochi
edificj architettonici di Milano che abbiano il di fuori come il di dentro, la
sua faccia rosea divent color di piombo.
Il Senato di Milano, poche ore prima, aveva ricevuto una nota da quello di
Venezia, nella quale gli si annunziava la cattura fatta dell'Andrea Suardi e
la sua partenza per Milano; per quando il Galantino entr nel palazzo del
capitano di giustizia, la sua venuta era attesa da qualche ora, e gi gli era
stato preparato l'alloggio. Il pi generoso degli avventori non poteva venir
trattato con maggior sollecitudine da nessun albergatore. La notizia intanto
che le presunzioni pel fatto di casa F... erano cadute sul Suardi, lacch
notissimo a tutta Milano, era gi corsa per la citt, come avveniva sempre ad
onta di tutte le precauzioni di segretezza; parimenti eran note a tutti le
misure prese contro di lui, e questa volta pare che il Senato non abbia
desiderato un soverchio segreto, e meno ancora quando il reo convenuto fu
catturato; perch un tal avvenimento accresceva presso il pubblico la
riputazione dell'autorit criminale. Tutta la citt di Milano fu dunque piena
di un tal fatto, e l'aspettazione delle sue conseguenze erasi convertita in
un'ansia impazientissima, perch da un lato in tutti gli animi era
spontaneamente penetrata la persuasione che il reo doveva precisamente essere
il lacch; e dall'altro era universale l'opinione che quel giovane furfante
doveva aver lavorato per mandato altrui. Ma d'un nuovo fatto era in attesa la
citt, ed era la liberazione del tenore Amorevoli; a cui sapevasi gi dover
essere favorevole la sentenza del Senato. Questo, infatti, appena seppe che il
lacch era nelle mani del barigello, si raccolse a consulta e, ad una gran
maggioranza, sentenzi per la liberazione del costituito Amorevoli; con
ingiunzione per che non dovesse uscire dalla citt di Milano fino a tanto che
non si fosse iniziato il processo del Suardi, onde poterlo, all'uopo, sentire
in giudizio a constatare la somiglianza o meno tra il costituito Suardi e
l'uomo che il tenore Amorevoli aveva sempre asserito di aver veduto a fuggire.
Ma se per il cantante di camera del re di Spagna, dopo aver fatto per la prima
volta in sua vita una quaresima di tutto rigore in carcere, a un tratto era
comparso il sereno; per Lorenzo Bruni le cose camminavano diversamente, e tale
e tanta era la mala prevenzione della magistratura contro di lui, che non solo
venne chiamata assurda la difesa del Verri, la quale aveva proposto di
mandarlo assolto d'ogni pena; ma contro la verit palmare, contro la
deposizione di donna Paola, contro la irrecusabile prova esibita dalla lettera
stessa della contessa Clelia, prodotta in giudizio, si volle capziosamente
persistere nell'accusa di tentato trafugamento a danno della contessa
medesima, o pel manco, trarre le cose in lungo, quasi in attesa di nuovi
indizj contro il costituito Bruni. Pietro Verri, a cui la cosa fieramente
cuoceva, e voleva pure, bench solo e giovane e avversato dal padre, riuscire
a far trionfare la giustizia assoluta contro la giustizia convenzionale, pens
di recarsi ad impetrare per quel fatto la valida cooperazione di donna Paola
Pietra di cui era ammiratore sviscerato. Nemico per istinto e per ragionamento
d'ogni pregiudizio e d'ogni schiavit alle consuetudini tiranniche, aveva
ammirato in colei quella potenza di ragione e di volont, per cui, convinta
del vero, era stata fortissima contro l'arbitrio; e per cui, avendo fatto ci
che, tra gli spiriti pinzocheri e il vulgo impregnato di idee false, doveva
pure generare scandali e persecuzioni, non per tanto s'era comportata di
maniera, da produrre gli effetti contrarj; onde fuggendo dal convento, ed
essendo passata dalla vita claustrale a quella del secolo, aveva tuttavia
fatto forza all'opinione vulgare ed era salita in tanta venerazione, che la
maggiore non avrebbe potuto conseguirsi in verun altro modo. Il qual caso
singolarissimo della vita di donna Paola aveva fatto pi volte considerare al
giovane Verri come non fosse poi, siccome altri opinava, impossibile il
distruggere i pregiudizj e le male abitudini inveterate del pubblico costume;
e come se tutti gli uomini che vedono il giusto avessero vero coraggio e
costanza vera, gli errori non avrebbero mai avuto nel mondo una vita
eccessivamente lunga. Fanciullo e giovinetto, essendo stato pi volte insieme
colla contessa madre a far visita a quella venerabile donna, pens dunque che
gli tornasse bene parlarle adesso che aveva una cosa importante ad affidarle.
Per verit che la casa di donna Paola Pietra era frequentata giornalmente da
un numero cos strabocchevole di persone, e le cose a cui ella era supplicata
di provvedere erano tante e cos continue e intricate, che non basterebbe il
portafoglio di due ministri per darne un'idea. Per il lettore potr credere
che una tal ragione di vita dovesse riuscire molto incomoda e penosa a
quell'egregia donna, e che a' dar spaccio a tutto non le potessero bastare le
ventiquattr'ore del giorno. Una tal cosa infatti l'abbiamo pensata anche noi,
e al punto da sentirci mancare il respiro, quel respiro che qualche volta avr
dovuto mancare alla stessa donna Paola. Ma a tutto si risponde col dire che
ella vi aveva il suo genio, e che recava l'entusiasmo nel pensiero di poter
essere utile altrui. Certo che una donna di tal tempra  una eccezione fuor
d'ogni ordine comune; ma  perci appunto che l'abbiam messa innanzi ai
lettori; che gli uomini e le donne di tutti i giorni non meritano sempre di
essere oggetto alle elaborazioni dell'arte. Fra Cristoforo, ideale sublime, si
rifugg al chiostro, perch il mondo lo sgoment, e non vide che fuori del
mondo il da ubi consistam per far fruttare la sua calda virt a pro de'
fratelli. Donna Paola Pietra fugg invece dal monastero, perch non sentiva
come nel claustro ella potesse esercitare un'azione benefica a pro
dell'umanit, e volle ritornare nel tumulto della vita e nel fitto della
battaglia, felicissima di affrontar pericoli e di medicare ferite.
Pietro Verri si volse dunque alla casa di lei, e fattosi annunziare, senza
tanti preamboli cos le disse:
 Molte volte, in compagnia di mia madre, io venni qui, senz'altro fine che di
vedere dappresso chi, anche fanciullo, io ammiravo tanto; ora vengo per una
delle solite cagioni per cui vengon tutti: voglio dire, per interessarla ad
ajutare delle buone persone, maltrattate dagli uomini. A me  riuscito di
sapere come V. S. siasi gi interessata a pro del costituito Lorenzo Bruni,
del quale io fui eletto protettore per sua disgrazia.
 Per sua disgrazia? in che modo?
  presto detto: per avere espressa la verit intera, e senza le solite
astuzie della prudenza. Perci sarebbe necessario che V. S. parlasse di ci al
signor ministro-plenipotenziario, il conte Pallavicini, il quale  l'autore
appunto dell'ordinanza sulle maschere-ritratti, contro la quale il Bruni non
ha altra colpa che della materiale contravvenzione. Ma siccome V. S. sa bene
che si vuol persistere nel ritenerlo, se non colpevole, per lo meno sospetto
d'aver fatto rapire la contessa... cos...
Donna Paola Pietra si alz a queste parole indignata, e:
 Ci non  possibile, esclam; io stessa produssi la lettera della contessa,
che toglieva ogni dubbio.
 La luce non c', tanto per chi non ci vede, come per chi non ci vuol
vedere...
 Parler al ministro...
 Prima per sar bene preparare il Senato, che di ragione verr interpellato:
e i cavilli non mancano, e i sofismi e i soliti giuochi delle carte tramutate
e dei bussolotti. C' poi di pi, che la contessa, a rigore di processo,
dovrebb'essere sentita personalmente in giudizio... perch una lettera... la
S. V. capisce bene... pu essere stata dettata e imposta dalla violenza, e la
legge, quando vuole, tiene calcolo di tutto... onde a queste rimostranze il
governatore potrebbe... Ella, che ha tanto senno ed esperienza, vede bene come
vanno il pi delle volte a finir queste cose, allorch c'entra di mezzo il
puntiglio.
 Voi dite benissimo... ma allora che si fa?
 V. S. mi perdoni, ma mi lasci parlare con libert.
 Io sono qui ad ascoltarvi.
  necessario che la S. V. senta la ballerina Gaudenzi alla quale io ho gi
parlato... Questa ragazza  la pupilla del Bruni, ed  la fanciulla pi
semplice e pi virtuosa che dar si possa in seno a qualunque onesta famiglia,
non che in mezzo alla polvere d'un palco scenico... ed  tanto sconcertata per
la prigionia di quel bravo uomo di Bruni, che darebbe la vita onde vederlo
rimesso in libert. A costei ho dunque detto di venire a raccomandarsi alla S.
V.
 Non c'era nessun bisogno, io sono disposta a far tutto quello che c' da
fare... anche senza che questa fanciulla s'incomodi a venire da me...
 Questo lo so anch'io, ma  un'altra la ragione per cui  necessario che
questa buona ragazza venga consolata dalle parole e dai consigli della S. V.
 Ma di che dunque si tratta?
  un affare assai delicato.
 Sentiamo.
 V. S. sa che il Senato... voglio dire i Senatori, almeno alcuni di loro, non
sono quelli che precisamente dovrebbero essere... e che taluno, son cose che
fa pena a dirle, ha, per esempio, l'abitudine di fare, bench di nascosto...
bottega dell'alto suo ministero...
 Oh!!...
 Io non credo d'aver detto cosa che le possa riuscire assolutamente nuova;
ella ha provato di peggio.
 Pur troppo. Continuate.
 Il caso poi ha voluto che quelli precisamente che trattan la giustizia colle
ganascie pi che colla mente e col cuore, sono i pi aperti d'ingegno.... e
quel che pi fa, sono i pi ostinati e violenti, e hanno l'arte di tirar la
maggior parte a votare con loro... V. S. vede dunque che...
 Vedo tutto e non vedo nulla.
 Converrebbe che la ballerina Gaudenzi in compagnia d'una sua zia facesse una
visita a questi tali... e dopo le suppliche e i sospiri e i pianti... trovasse
il modo di lanciar gentilmente deposto sul tavolino verde, tra la penna e il
calamajo, qualche rotoletto onnipotente di zecchini. I nomi dei signori
senatori a cui l'oro fa dir Toma per Roma son questi e questi (e pronunci
nomi che noi non possiamo ripetere). Ma, continuava il Verri, come si fa a dir
tutto questo alla fanciulla, dal momento che a me, per mille rispetti, 
impedito di toccar un tal tasto?... N lo avrei fatto oggi, se non fosse qui
ad ascoltarmi la vostra saviezza.
 In conclusione, a che volete riuscire con queste parole?...
 La vostra sapienza m'illumini; ma se, a mettere in salvo gli innocenti, non
ci fosse proprio nessun altro mezzo che il sacrificio di cinque o sei
rotoletti... che sono una bazzecola per chi saltando in teatro guadagna pi di
un ministro, converrebbe forse, per soverchio rispetto alla giustizia, lasciar
offendere la giustizia?
Donna Paola Pietra si alz, e:
 Mandate da me codesta fanciulla. Sentir e vedr... ma, caro mio, la cosa 
cos estremamente delicata ch'io non so quel che sar per fare. Son propositi
che solo a toccarli contaminano la ragione e l'onest... Un tempo erano
crudeli e feroci. Ora han mitigate le apparenze, e son diventati... Oh tempi
infelici! Mandatemi dunque la fanciulla.
Pietro Verri part.
Il dialogo surriferito del conte avr fatto senso al lettore, e anche noi
fummo per gran tempo in dubbio di mettere a nudo cotali piaghe. Ma pensando
poi che tutto serve a lezione, e che il fatto solo della possibile pubblicit
che tosto o tardi viene a svelare le colpe state commesse nella creduta
sicurezza del segreto, pu utilmente fare il suo effetto in tutti i tempi e in
tutti i luoghi; abbiamo creduto opportuno di affidare per la prima volta alla
stampa la notizia di alcuni accidenti della vita pubblica e privata del secolo
passato, che finora non ottennero che di passar di bocca in bocca dall'una
altra generazione, e di non deviare e perdersi nel trapasso. Ma dove sono i
documenti orali di quanto fu riferito? Essi sono scarsi e succinti, ma fedeli;
essi sono sfoghi repentini della satira plateale, ma che ottennero di
perpetuarsi quasi come l'epigrafe della storia in tavola di bronzo. Ch il
popolo avea l'abitudine di nominare alcuni senatori intinti nella pece della
venalit con motti proverbiali; e per citarne uno, aveva condannato a subire
il disonore della strofa seguente due che in ci avevan passato il segno:

Divora il C...erro
L'oro, l'argento e il ferro;
Il senator M...tone
Divora anche l'ottone.

Che pi? In un vivacissimo diverbio avvenuto nelle aule stesse del Senato, un
Morosini, il quale era svizzero (in Senato confluiva la nobilt non solo del
ducato di Milano, ma anche d'altri Stati, della Toscana, per esempio, della
Romagna, ecc.), ebbe a dire ad un senatore che avea gran voce in capitolo, ma
che facilmente si lasciava pigliare all'amo, Ch'egli non aveva i suoi
possedimenti a Biassonno, ossia che non biasciava o non mangiava alle spalle
altrui. Se non che quello stesso Morosini che avea la virt d'essere
incorruttibile, assaporava poi con truce diletto i tormenti fatti subire
agl'imputati, e assisteva alla tortura sorseggiando la cioccolata.
Ed ora andiamo a trovare il tenore Amorevoli.

VII

La letteratura sarebbe assai pi feconda se avesse il comodissimo privilegio
della musica, nella quale, allorch un maestro si trova a contatto di una
bella situazione drammatica, e si ricorda d'aver letto in qualche vecchio
spartito un bel motivo che gli paja ben adatto alla situazione stessa, se lo
appropria senza molti scrupoli e senza timore che gli si possan fare i conti
addosso. Il sommo, l'unico, l'immortale Rossini, allorch un amico gli fece
osservare, a proposito d'un suo celeberrimo quartetto, che quella musica
trovavasi gi in un vecchio spartito di Meyer, il maestrone non fece altro che
crollare il capo, ed esprimere la sua compassione per la mellonaggine
dell'amico scrupoloso, soggiungendo, per un di pi, queste parole: Dal momento
che a quella situazione non c'era e non ci poteva essere musica pi acconcia
di quella gi fatta da Meyer, perch correr pericolo di guastare una
situazione per la smania puerile di fare una musica nuova? Oh cos potessimo
godere anche noi di un tal privilegio, e tanto pi che vi avremmo un diritto
maggiore per la nostra condizione di non immortali! In virt di questo
privilegio noi oggi non avremmo fatto altro che riportare come cosa nostra
quella bella variazione che Goethe mise in bocca al suo Fausto sul tma eterno
della primavera: I ruscelli e i torrenti si disvolgono sotto il soave, vitale
sguardo della primavera; il vecchio e debole inverno si va ritraendo
sull'ispide cime dei monti. Di lass ci manda ancora, nella sua fuga, qualche
spruzzaglie di gelo, ecc., ecc., e cos, senza molta fatica e colla sicurezza
d'un gran successo, avremmo fatto l'istrumentale d'introduzione all'aria di
sortita del tenore Amorevoli, che usc di fatto di prigione in primavera,
mentre faceva una splendida mattina del mese d'aprile, un aprile che avrebbe
ben potuto chiamarsi fiorile anche prima della nuova nomenclatura della
repubblica francese. Oh dev'essere bene esuberante la gioja che prova un
galantuomo il primo istante che, preso commiato dall'amico secondino, esce
all'aperto, libero, tra gente libera... vogliamo dire senza manette. E una tal
gioja non possiamo gustarla che per intuito, dal momento che non abbiam mai
avuto, non sappiamo se la disgrazia o la fortuna, d'andare in prigione;
diciamo la fortuna, perch da quel Giuseppe che disprezz la moglie di
Putifarre, al violinista Tartini, pare che la prigionia talvolta faccia
l'effetto d'un di que' sogni per la cui virt discendono infallibili ai
mortali i numeri del lotto. Ma, per tornare a' fatti nostri, Amorevoli usc
tutto attillato, dalla prigione; ch i secondini pagati lautamente da lui, gli
avean sempre fatto i punti d'oro. Usc, e venendo per contrada Nuova e piazza
Fontana, s'avvide di esser presso alla contrada Larga, e, per conseguenza,
vicinissimo al teatro Ducale; per non ebbe allora altro pensiero che di
recarsi l, e presto si trov alla porta del teatro. Zampino, il servo del
palco scenico, fu il primo a raffigurarlo, quand'egli si mostr all'ingresso,
e fu per cadere in deliquio per la gioja; non c' n cane barbone, n cane
maltese, n cane pinch, che sappia fare smorfie e salti di consolazione alla
vista d'un padrone ritrovato, quanti ne fece quel caro nanerottolo di Zampino
a vedere la faccia del suo tenore, del signor Angelo Amorevoli, il quale era
stato la sua risorsa durante la stagione di carnevale. N Zampino si ferm l,
ma sempre, come un buon cane amoroso che corre abbajando in casa per
annunciare alla famiglia la venuta del padrone aspettato, corse in teatro,
dove si facean le prove per la stagione di primavera, e ad onta che la nuova
prima donna signora Amarillide Bagnoli stesse sfoggiando una cadenza di
parata, grid con quanta voce aveva in corpo: Signori,  qui il signor
Amorevoli!  qui finalmente il signor Amorevoli!
Tutti i professori d'orchestra, i cantanti, i coristi, le comparse non ebber
pi l'animo alle prove, e furon tutti intorno all'Amorevoli a tempestarlo di
domande e di congratulazioni; tanto che egli si vide obbligato ad invitarli
tutti a pranzo all'albergo dei Tre Re, dov'egli era alloggiato e dove, pochi
momenti dopo, si rec in compagnia di Zampino, de' cui servigj in quella
giornata aveva grande bisogno. E l non  a dire la festa che gli fecero
l'oste, i camerieri, il cuoco, il quale andava superbo della confidenza che
gli aveva accordato il primo tenore del teatrino, quel tenore tanto affabile
che pi volte erasi recato in cucina, con insolita degnazione, per ordinargli
dopo il teatro il solito brodo a gelatina. Ma il nostro Amorevoli entr
finalmente nel suo alloggio, rimasto vuoto da tanto tempo, e che l'oste aveva
voluto a buoni conti chiudere a chiave nel tempo della cattura, pensando che
qualcuno avrebbe pagato, e quando non si fosse presentato nessuno, si sarebbe
pagato egli stesso col baule e coi tre cassoni, zeppi di roba e di vestiarj. A
proposito dei quali, Zampino fu tosto in faccende per far loro pigliar aria,
ch questa era sempre stata la sua incombenza; e intanto che il tenore
attendeva a dare udienza alle visite, delle quali, dopo alcun'ora, cominci la
processione, era bello vederlo a togliere da un cassone un elmo che aveva
servito nella parte d'Alessandro nelle Indie, e pulirlo colla seppia; toglier
da un altro una daga con lama di damasco, che aveva brillato nell'Artaserse, e
strofinarla con panno lano; sprigionare e spiegazzare un manto rosso tutto
ricamato in oro, dicevasi, da una principessa incapricciatasi del signor
Amorevoli (manto prezioso, che molto aveva contribuito al successo del Ciro in
Babilonia), e metterlo a pigliar aria sulla ringhiera; e tirar fuori stili e
stiletti d'ogni sorta con foderi di velluto di tutti i colori e prepararli per
dar loro la polvere di pomice, e disporre tutte in giro a cavalcione della
stessa ringhiera quelle dieci o dodici paja di maglie, color carne, bianche,
rosse, azzurre. Oh com'era felice Zampino di aver ripigliato quell'operazione
importante!
Quando le visite, fra le quali, oltre ai nobili ispettori del palco scenico,
vi furono molti giovani cavalieri delle primarie famiglie, singolarmente
innamorati della musica, concessero un po' di respiro al nostro tenore,
divenuto in quel d il personaggio pi considerevole della citt, al punto che
se avesse fatto pagare il biglietto d'ingresso per farsi vedere, avrebbe
guadagnato una bella somma; allorch dunque tutti coloro lo lasciarono
respirare, ed ei si trov solo un istante, colse il momento opportuno, ed usc
per recarsi egli stesso a fare un atto di dovere con sua eccellenza il
governatore conte Pallavicini, alle cui feste aveva cantato pi d'una volta, e
che, per quanto gli era stato riferito, aveva messa una valida parola a di lui
vantaggio. Quando dall'usciere fu introdotto nell'anticamera magna, dove da
qualche ora stavano in aspettazione i molti che si erano dati in nota per
parlare a sua eccellenza, vide uscire dalla stanza del governatore la Gaudenzi
appunto, insieme con la quale trovavasi donna Paola Pietra, ch'egli non
conosceva. Si riconobbero tosto e l'una e l'altra, e pari essendo stata la
meraviglia in ambidue, si corsero incontro interrogandosi a vicenda:
 Voi qui?
 Qui voi?...
E tosto la Gaudenzi volgendosi a donna Paola:
  il signor Amorevoli, disse.
 Che oggi per la prima volta respira un po' d'aria libera, soggiunse tosto
egli stesso.
Donna Paola, sentendo quel nome, non pot a meno di guardare il tenore con
grande curiosit, ma non disse nulla.
Continuava intanto la Gaudenzi:
 Sono qui, come vedete, perch la nobile signora (e additava donna Paola) che
si  degnata di accordarmi la sua protezione, ha avuta la compiacenza di
presentarmi ella medesima a S. E., per impetrare la grazia del signor Lorenzo
Bruni.
 Scusate, disse Amorevoli, io vengo dal bujo, e veggo ancor bujo; qualcosa ho
sentito dire, ma di preciso non so nulla; intanto che aspetto, vogliatemi
dunque raccontare ogni cosa; e con atto di cortesia presentava una sedia a
donna Paola.
 Non vi pigliate incomodo, ella disse, mi attende la carrozza che mi dee
condurre dove sono aspettata. Voi intanto, cara mia, soggiunse volta alla
Gaudenzi, indugiatevi qui fin che il segretario vi porga il biglietto
confidenziale di S. E. per il presidente del Senato... E in quanto al resto,
vivete di buon animo, ch presto, mi lusingo, sarete uscita da ogni fastidio;
che Iddio vi benedica! E part.
 Oh che santa donna, oh che donna amorevole  quella che ora ci ha lasciati!
disse la Gaudenzi. Senza di lei sa Iddio che mai sarebbe avvenuto di Lorenzo!
E si fece a raccontare all'Amorevoli tutto l'imbroglio storico che noi
sappiamo. Amorevoli, che in prigione non aveva raccolto che qualche frammento
di notizia dai secondini, il quale gli avea cresciuto la confusione delle
idee, mentre poi coloro che lo avean visitato all'albergo non l'avevano
intrattenuto che di complimenti, credette di sognare quando sent la storia
della maschera, del deliquio, della fuga, dell'arresto.
 Dunque la contessa  fuggita?
 Fuggita, sicuro.
 Ma dove?
 Si dice a Venezia.
 Oh!!!...
Amorevoli tacque...; la Gaudenzi non parl. Un eloquentissimo silenzio dur
per qualche momento.
 Ma voi dovete ballare al san Mois questa primavera, soggiunse poi Amorevoli.
 S... e devo partire a giorni, e faccia la fortuna che Lorenzo ci abbia ad
accompagnare. Ma ho sentito che anche voi...
 Io sono scritturato, a stagione, pel carnevale venturo...; in quanto alla
primavera, non sono obbligato che per sei recite, e non ho potuto dir di no,
perch quei signori patrizj mi hanno mandato una cambiale colla cifra in
bianco; perci vedete bene che ho dovuto lasciarmi vincere.
La Gaudenzi sorrise, e non rispose nulla. In quella entr un segretario di S.
E., e le consegn una carta, ricevuta la quale part di l, insieme colla zia
che l'attendeva in un angolo dell'anticamera.
Amorevoli stette aspettando che venisse la sua volta di essere introdotto al
governatore; per il che dovette lasciar passar quasi un'ora avendo cangiata la
noja dell'aspettare nell'altra noja non meno pesante di dover subire mille
interrogazioni da quanti erano l ad aspettare con lui.
Entr finalmente dal governatore, trov affabile accoglienza, parl, ebbe
lusinghiera risposta, prese commiato, e, partito di palazzo, e adempiute
alcune altre faccende, ritorn finalmente all'albergo dei Tre Re, dov'era gi
preparata una gran tavola per pi di quaranta posate, la quale era la tassa
che Amorevoli doveva pagare per essere stato liberato dalla prigione.
Il numero dei convitati l'avea dato Zampino, che in quel giorno fu cameriere
soprannumerario e sovrintendente. Poco prima delle due tutti i commensali eran
raccolti all'albergo. Alle due fu dato in tavola. Vi sedevano la nuova prima
donna, il nuovo primo tenore, il nuovo primo basso. Il primo violino direttore
d'orchestra, il maestro Giambattista Lampugnani, compositore e concertatore; i
rappresentanti di tutti gli ordini della gerarchia teatrale. Il pranzo
principi in silenzio, si anim a mezzo, si riscald poscia; prima
cominciarono a parlare alcuni, poi ad uno ad uno entrarono tutti gli altri col
sistema precisamente degli stromenti d'orchestra; e col sistema del crescendo
rossiniano, allora nemmen sospettato dai maestri, quantunque fosse un modo
spontaneo della combinazione dei suoni, tutti si confusero finalmente in quel
poderoso e strepitoso unisono che compromette il timpano degli orecchi
delicati. Quando poi corse il moscadello e il monterobbio, e le idee nei
cervelli riscaldati cominciarono a far la ruota, non vi fu pi ritegno n di
parole n d'allegria.
 Viva il tenore Amorevoli!
 Viva il re dei tenori!
 La simpatia delle platee.
 Dite piuttosto dei palchetti.
 Ah mio caro Amorevoli amoroso, salt su un tal Frontino, secondo tenore, un
po' esaltato, tu porti il nome con te e dovunque tu vada, quando non fai da
Giasone, fai da Paride e fai da Enea... Ah diavolo che tu sei, ti ho seguito
un pezzo per tutti i primi teatri e d'Italia e di fuori... e dappertutto hai
sempre fatto l'effetto d'un tizzone gettato in una polveriera... Ti ricordi a
Roma... ti ricordi a Napoli... Oh, a Napoli... quello fu un contrattempo!... E
a Madrid... a proposito, sei guarito da quella puntura nel collo?... Ah...
ecco qui...

Chi si guarda dal guarnello,
Pi si guarda dal coltello....

Ah! ah! ah!... Poveri mariti, dove tu bazzichi...  per anche vero che non
sei de' pi fortunati... L il collo fasciato, qui le mani legate. Ah! ah!
ah!, e rideva un po' perch aveva ragione, un po' perch il vino rideva per
lui.
 Taci, taci, Frontino, disse Amorevoli, e lasciami in pace, e se sei allegro
pi del solito, sta in carattere almeno e parla di cose allegre.
 Ho detto cos per dire, e anche per darti un consiglio, il mio Amorevoli,
perch so che tu vai a Venezia... e quella  la citt dei pericoli e dei
trabocchetti amorosi. Per sta in guardia.
Ma gli altri compagnoni, sebbene allegri come il secondo tenore signor
Frontino, diedero di svolta a quel discorso malsano, e trovati altri
propositi, prolungarono sin quasi a sera lo sturamento del monterobbio; e se
ne uscirono tutt'altro che responsabili della conservazione del loro centro di
gravit. E fu davvero un mezzo prodigio se, verso mezzanotte, i suonatori del
teatro raccapezzarono tanto di lena e di fiato da mettersi a sedere ad una
orchestra posticcia innanzi alla porta dell'albergo dei Tre Re, per fare una
serenata di congratulazione e d'addio al celebre tenore che il giorno dopo
doveva partir per Venezia; perch, se il lettore non lo sa, lo sappia adesso,
che prima di abbandonare il Capitano di giustizia, condotto a guardar la
faccia di Galantino, protest di non ravvisarlo affatto; onde ebbe licenza, se
voleva, di partire anche dalla citt di Milano.
La parte giovane e vivace e tanto quanto musicale della popolazione di Milano,
che aveva subodorata quell'accademia a ciel sereno, affoll la contrada dei
Tre Re, e, secondo il costume imperscrivibile dei giovinotti di tutti i tempi
e di tutti i luoghi, fecero un baccano del diavolo, e chiamarono a gran voce
il tenore, che dovette pi volte mostrarsi sul poggiolo dell'albergo a
ringraziare, come se fosse una testa coronata, il buon popolo delle
attestazioni di benevolenza onde gli era cortese; e finalmente pot andar a
dormire quando i violini cominciarono a sentir l'aria umida della notte, e gli
strumenti da fiato cessarono di ricever fiato dai loro proprietarj, che
sonnecchiavano coi corni e i clarinetti in bocca.
Ma v' chi dorme di notte, e v' chi veglia; e precisamente quando il tenore
Amorevoli pot pigliar sonno, vegliava ancora... chi? un uomo di cui il
lettore si  forse dimenticato: il conte ex colonnello V..., il marito della
contessa Clelia.
Noi lo abbiamo lasciato in un tristo momento, in cui l'ira gli era stata
dimezzata in petto dalla piet... Dopo, dovette cedere alle circostanze... ai
pianti della madre di donna Clelia, a quelli della sorella, ai consigli del
fratello... D'altra parte, fuggita la contessa, imprigionato il reo tenore,
quand'anche avesse voluto far mulinelli collo spadone che aveva portato al
reggimento, non avrebbe potuto che farli all'aria: si contenne dunque
fremendo, al punto che pot aderire al suggerimento di suo fratello, uno del
nobile collegio dei giureconsulti, e presentar la petizione formale per
ottenere contro la moglie la divisione giuridica di letto e di mensa. Essendo
poi noto s a lui come al parentado che la contessa erasi rifuggita a Venezia,
dopo il falso gioco tentato per far credere ch'ell'era stata rapita, pi volte
ei fu in procinto di recarsi col, e solo si trattenne al pensiero che poteva
nascere uno scandalo nuovo, superiore al disonore. Oltre a ci, il fatto che
l'Amorevoli era in prigione, e trovavasi chi sa per quanto tempo fuor d'ogni
libert d'azione, gli ammorz il furore per quella parte che bastava onde non
lasciarlo partir da Milano.
Ma durante quella giornata seppe che il tenore era stato messo in libert;
seppe inoltre (e a una tal notizia poco bast non uscisse di cervello
affatto), che il tenore era stato scritturato dai messeri ispettori del teatro
di Venezia per sei recite. Un uomo placido e di buon senso e di spirito, che
fosse nato, per esempio, a Parigi e fosse un seguace del sistema onde col
trattavansi le infedelt conjugali, non avrebbe fatto altro che recarsi a
domandar consigli di prudenza a una mezza dozzina di ballerine voluttuose del
teatro del Re... Ma egli era ispano-italico. E questo fu il contrattempo.
Perci, dopo il primo subbollimento del sangue, si contenne in apparenza, e si
finse tranquillissimo coi parenti, col fratello, cogli amici; e tutto questo
per potere annunciar loro, senza generare sospetti, che voleva lasciar per
qualche tempo la citt, e uscire a diporto... Part dunque due giorni dopo,
quasi contemporaneamente all'Amorevoli... e, pur troppo, alla volta di
Venezia. Abbiamo pertanto, lettori amici e nemici, tutte le ragioni di credere
che la guerra sia tutt'altro che finita, e che soltanto siasi trasportato
altrove il quartier generale.

LIBRO QUARTO


Il giovane Parini. Una lezione intorno ad Orazio. I due figli di donna Paola
Pietra. Venezia ed il suo maggio. La contessa Clelia, ed il gondoliere-poeta
Antonio Bianchi. Il conte V... Preliminari del processo del lacch Galantino.
Gli statuti criminali di Milano. Il diritto romano e comune. I giurisperiti
interpreti. Il giovane Angelo Emo. Il palazzo Pisani e l'architettura a
Venezia. Il conte Algarotti. Letterati, pittori e architetti veneziani. Il
padre Vallotti e il violinista Tartini. La contessa Clelia V..., e il
recitativo del maestro Vinci. La suonata del diavolo. Il duello e i suoi
commentatori del secolo XV. Il conte V... Il tenore Amorevoli e il
gondoliere-poeta.


I

..............Si et vivo carus amicis,
Causa fuit pater his; qui macro pauper agello
Noluit in Flavi ludum me mittere, magni
Quo pueri, magnis e centuribus orti,
Lvo suspensi loculos tabulamque lacerto,
Ibant octonis referentes idibus aera;
Sed puerum est ausus Romam portare docendum
Artes, quas doceat quivis eques atque Senator
Semet prognatos..............

Cos , cari miei; espressamente vi ho fatto tradurre questo passo d'Orazio
della satira VI del libro primo, perch impariate a conoscere questo poeta,
osservato in tutte le sue facce... Il vostro professore di rettorica, il quale
fu anche mio professore pu aver ragione... ma non mi par giusto che si debba
chiamar vizioso chi del suo padre serba cos onorata memoria; e ad ogni
momento non cessa di esprimergli la sua gratitudine, e vivendo tra cavalieri e
accanto a Mecenate, esalta il padre liberto, e dice:

.......at hoc nunc...

Leggete qui:

Laus illi debetur et a me gratia maior.
Nil me poniteat sanum patris hujus.

Costui non poteva dunque essere n cortigiano mai n vile.
Ci vuol altro che richiamar sempre l'epistola Cum tot sustineas, ecc., dove
Flacco per la prima ed unica volta esager le lodi d'Augusto, e della quale fu
cagione una lettera minacciosa scritta dallo stesso principe a lui; ci vuol
altro che dimenticare a bello studio il coraggio onde Orazio non dubit di
ricordare i suoi legami con Bruto, e di lodare gli ultimi eroi della
repubblica agonizzante, e di rifiutare il posto di segretario presso Augusto
medesimo. Cos , i miei ragazzi; tuttavia io non voglio gi dire che Orazio
fosse senza peccato; chi lo  in questo mondo? chi lo poteva essere in que'
tempi? ma dico e sostengo, e ad ogni occasione vi mostrer, che egli fu uno
degli uomini pi virtuosi e pi schivi e modesti e pi liberi di quel tempo e
di tutti i tempi. N se non fossi convinto di ci, mi sarebbe s cara la sua
poesia, n io sprecherei il mio tempo a spiegarla a voi con tanto amore e
costanza, se credessi quello che il padre Branda dice di lui. Io non posso
scompagnare quel che si pensa da quel che si fa, n posso dividere la ragione
della vita dalla ragione dell'arte, perch chi conduce torbidi i giorni non
pu aver limpido il pensiero; onde, se io pensassi d'Orazio quel che ne pensa
il padre Branda, getterei le sue odi e le sue satire da questa finestra; n
voi, cari ragazzi, mi avreste vostro ripetitore, se fossi condannato a
magnificarvi la potenza dell'ingegno di un uomo di cui disprezzassi la vita.
Intanto da questo passo vi  mestieri apprendere come dobbiate onorare la
memoria paterna, come dobbiate venerare la vostra madre santa.
 Che cosa ha il nostro signor abate, disse in quella donna Paola Pietra che
entrava, nella stanza di studio dei suoi figliuoli.... Cos'avete, mio caro,
che tuonate come un predicatore dal pulpito? e sorridendo amabilmente, strinse
la mano al giovane abate, che tutti i giorni veniva a far la ripetizione ai
suoi ragazzi, i quali frequentavano le scuole Arcimboldi.
 Nulla, o signora, ma in talune cose non posso andar d'accordo col reverendo
padre Branda, che onoro moltissimo, e al quale mi lega gratitudine di scolaro.
E non lo potendo, ho l'obbligo di parlar chiaro e di dir tutto il mio pensiero
anche a questi cari giovinetti. La questione riguardava Orazio, di cui, contro
il padre Branda, sostengo che non solo era un grande poeta, ma era anche un
poeta galantuomo, perch se non fosse cos e se intorno a ci non avessi
tranquillissima la mia coscienza, non sarei mai a permettere che dei ragazzi
avessero a correre pericolo di contaminarsi a leggere le opere di tale, di cui
non si potesse vantare una vita complessivamente onesta; perch  una mia
opinione che, pur di sotto alle avvenenze della forma, serpeggerebbe il veleno
funestissimo ai giovani.
L'abate che parlava in tal modo, alto, scarno, che nell'esprimersi mandava
lampi dai grandi occhi neri, e spirava un'aura solenne dall'arco maestoso del
ciglio e dalle forme del volto gi austero, per quanto fosse giovane, tanto
giovane che gli mancavano 25 giorni a compire gli anni ventuno, era Giuseppe
Parini. Donna Paola si compiaceva ad assistere ella stessa alle ripetizioni
che il Parini dava a' suoi figli, e perch si dilettava di quelle animosissime
digressioni, e perch alquanto ne serbava in mente per venire, all'uopo, in
ajuto dei figliuoli, quando soli attendevano ad eseguire il cmpito che dava
loro il professore. In quanto al Parini, ei s'infervorava per tal modo nella
spiegazione de' classici latini, e segnatamente del suo prediletto Orazio, che
il pi delle volte bisognava che donna Paola lo pregasse a desistere, ed
aversi qualche riguardo; e gli facesse presente dover esso dare altre
ripetizioni in altre case prima che terminasse la giornata.
Ci che pu fare grandissimo un uomo in quelle arti dove la forma e il gusto
sono indispensabili a rendere efficace ed evidente ed amabile il concetto, e
segnatamente poi s'egli  nato per esser genio di perfezione pi che
d'originalit, , diremo, la fortuna di trovare fra i grandi autori colui che
abbia quasi identiche alle sue, oltre alle qualit primitive dell'intelletto,
anche talune circostanze della vita. Il Parini, nel suo presago orgoglio
giovanile, si compiaceva forse di quel concorso fortuito di accidenti pel
quale, siccome Orazio dalla natia Venosa era stato condotto a Roma dal padre
liberto; cos a lui era toccato un padre tanto amoroso, che non dubit di
vendere l'umile poderetto presso l'Eupili, pel desiderio ch'ei potesse
attendere agli studj nella capitale del Ducato di Milano.
Applicatosi a questi e passato alle lettere umane, quando il Parini conobbe
Orazio, forse credette conoscer di pi s stesso, e poter misurare con maggior
sicurezza le naturali e caratteristiche qualit del proprio ingegno. Fu quello
adunque il suo autore; lo studi, lo tradusse, lo sottopose alla pi minuta
analisi, disfacendolo, a dir cos, per rifarlo; come chi nato, per esempio,
alla meccanica, si prova a scompaginare e sciogliere ad uno ad uno tutti i
congegni d'un movimento d'orologio, per provarsi a ricostruirlo poi da capo.
Egli  a questo modo che lo studioso diventa padrone di una disciplina o di
una parte di essa, al punto ch'ella si faccia obbediente e docile alla sua
volont, e possa cos ampliarsi e fruttificare in nuovi aspetti. Egli  di tal
modo che nella scienza succedono le scoperte, e nelle arti le innovazioni e le
riforme del gusto. Ma codesta indagine insistente intorno agli autori latini e
ad Orazio, era appunto giovata al Parini dal bisogno inesorabile per cui
doveva salir tante scale al giorno a dar lezioni e ripetizioni a dieci soldi
l'una, onde soccorrere alla madre poverissima non che a s stesso. Dovendo
spiegare ad altri un oggetto, nel bisogno di far passare nell'altrui mente le
idee e le cognizioni che stanno nella nostra, sotto l'assiduo martello
dell'analisi, si svelano interi e ad uno ad uno tutti gli elementi costitutivi
di quell'oggetto stesso.  cos che il sapere si trasmuta in sangue, come un
cibo sano assimilato da uno stomaco perfetto.
In quelle lezioni e ripetizioni che il Parini dava a non pochi suoi allievi,
senza ch'egli se ne fosse fatto un sistema premeditato e discusso, bens per
la spontanea felicit del suo ingegno, era riposto il metodo pi sicuro e pi
amabile d'istruzione. La bellezza fatta gustare dalla vivacit dell'espositore
attraeva i giovani ingegni, i quali, una volta fermati nella contemplazione di
quella bellezza medesima, s'infervoravano negli studj, dei quali
s'appigliavano poi a taluna delle molteplici diramazioni a cui si volgeva col
tempo la speciale loro vocazione. Parini spiegando un'ode d'Orazio, per
l'associazione spontanea delle idee e per la sua naturale facondia, divagava a
pi cose; e gli scolari in quelle divagazioni imparavano ad interrogare s
stessi per determinarsi poi ad una disciplina speciale. Per anche nel maggior
progresso de' tempi sarebbe sempre stato avverso il Parini a quella infesta
enciclopedia onde si condannano a stanchezza anticipata le menti giovanili nel
punto medesimo che si profumano d'orgoglio; ch, per codesta enciclopedia, si
trascura, quasi come accessoria, l'arte prima di dare ordine logico e forma
decorosa al pensiero, la quale, appresa nei classici prosatori e poeti,
cosparge di gentilezza perpetua tutta la vita, e da essa scaturisce poi il
desiderio di riparare a scienze pi sode, ma in quella et che  robustissima
a comprenderle, a trattarle e a dominarle. Da fanciulli imbrattati di polvere
enciclopedica, che hanno ridotto l'intelletto come una pietra lavagna
continuamente scritta e continuamente cancellata dallo sfregatojo, e
ammaestrati a disprezzare la forma del pensiero, quasi che la forma non fosse
un modo del pensiero stesso, non potranno uscire uomini capaci a far
progredire n un'arte n una scienza mai.
Ma, pi che codesta nostra incompleta e nel tempo stesso troppo lunga
digressione, a mostrare come dovrebb'essere governata l'istruzione letteraria,
basterebbe che si potesse riprodurre qui al vero e al vivo una di quelle
lezioni che il Parini faceva a' giovinetti a lui affidati. Donna Paola,
assistendovi quotidianamente, aveva imparato a stimare di giorno in giorno
sempre pi il giovine maestro, e tanto pi che di mezzo all'esercitazioni
letterarie, quando il tema lo eccitava, egli usciva in certi schianti, diremo
cos, di bile generosa e di caldissima eloquenza, a cui era fomento la nativa
severit del suo costume.
Donna Paola lo ammirava, e sentiva piet del suo povero stato, e avrebbe
voluto in qualche modo poterlo soccorrere, se non vi si fosse opposta la
dignitosa fierezza del giovine.
Questi intanto continuava la sua lezione, ed ella ascoltava in silenzio. Se
non che pareva preoccupata da qualche altro pensiero e quasi le tardasse che
non si desse fine alla lezione; perci quando il Parini fece una lunga pausa
al discorso:
 Badate che si fa tardi, ella disse, e voi, come di solito, trascinato
dall'amore degli studj e dallo zelo per l'educazione de' giovani, trascurate
il vostro interesse. Per oggi dunque pu bastare... e voi, disse poi rivolta
ai figli, potete fare una passeggiata col domestico.
I due giovinetti si alzarono, fecero un saluto gentile al Parini, baciarono la
mamma, e uscirono.
 E cos, che vi pare di questi miei figliuoli?
 Io ne spero assai bene. Carlo ha pi rapida perspicacia; Arrigo  pi tardo.
Ma non dubiterei che il secondo non fosse per lasciarsi indietro il maggiore
nell'et del pi completo sviluppo... Ma cos'ha ella oggi, che mi sembra
turbata?... perdoni l'osservazione.
 Lo sono di fatto... anzi... ho bisogno di voi...
 Mi comandi.
 Siete gi stato oggi a far lezione al figliuolo della contessa Marliani?
 Ci fui.
 Avete parlato colla contessa, col conte, con qualcheduno di l?...
 Io s... ma....
 Ascoltate. Io so che la casa Marliani  in gran dimestichezza colla casa V...
Mi bisognerebbe dunque di sapere se il conte  realmente partito da Milano,
come ho sentito dire ...
  partito... ed anzi vi dir che la cosa non  liscia...; la madre della
contessa Clelia venne stamattina in casa Marliani... ed era tutta
sconcertata... in conclusione si teme che il conte sia andato a Venezia...
Donna Paola balz in piedi a queste parole, esclamando:
 Ah il mio sospetto! Ma, cosa pensano di fare coloro... Madre, sorella,
fratello... i quali non so se abbian sangue in corpo o stoppa?... Io non ci
capisco nulla. Aspettar tanto per accorgersi di ci; e lasciarlo partire senza
pensare, senza temere, senza prevedere... Ah gente stolida e senza cuore!
Il Parini facevasi attento.
 Sentite, continuava donna Paola, vorreste voi assumervi un incarico?... 
d'uopo che qualcuno apra loro gli occhi... che uno della famiglia.... Se non
pu la madre, c' il fratello... cosa fa qui il fratello?... ch non vola a
Venezia a difender la sorella? Stolido!!
 Cosa dunque avrei a far io?
 Parlar alla contessa Marliani, senza nominar me in verun modo, mostrarle la
gravezza del caso, interessarla a voler determinare il fratello della contessa
Clelia perch si rechi a Venezia senza perder tempo. Io ho gi scritto alla
contessa, ma che pu mai fare una lettera? Ah, caro mio, voi non potete
imaginarvi in che tormentoso affanno io mi trovi... io che, nell'intento di
stornare de' mali gravi, ne ho forse accumulati di gravissimi... Ma che potevo
far di pi?...
 Ella non doveva e non poteva essere responsabile delle azioni altrui...
 Fui io stessa a consigliarla di riparare a Venezia, perch l conoscevo una
famiglia d'oro a cui affidarla.
 Dunque?
 Chi poteva sospettare e prevedere che l'uomo per cui ella si trov in cos
grave intrigo, per cui lasci marito, parenti, patria, doveva precisamente
trasferirsi a Venezia anch'esso?... Ora dunque potete comprendere di che si
tratta... e come sia possibile e probabile e, Dio non lo voglia, forse vicina
una tragedia domestica... Fate dunque presente tutto ci alla Marliani,
giacch la contessa ama qualche volta intrattenersi con voi; sopratutto mi
premerebbe che la raccomandazione fosse fatta in modo che paresse una vostra
inspirazione.
 Io far in maniera che possiate esser contenta...
 Un momento fa vi raccomandava di attender meglio al vostro interesse, e di
non abusare lo zelo a danno vostro e di vostra madre... Ma ora debbo dirvi
tutto il contrario... che bisogna mettiate per oggi da parte tutte le cose
vostre... Del rimanente, chi perde il tempo, dee esser compensato... e...
 Che! grid il Parini, vorrebb'ella togliermi la mia parte di merito, quando,
sotto a' suoi ordini, avessi potuto cooperare a vantaggio altrui?
 Non mi guardate cos, anima fiera, disse donna Paola sorridendo lievemente; e
giacch so che avete tanto entusiasmo nel fare il bene... andate e siate
sollecito, e Iddio vi benedica.
Il Parini part; donna Paola si gett a sedere in gran pensiero. E noi
mettiamoci sui passi di coloro per cui la pietosa donna tanto si affannava.


II

Se Amorevoli avesse dovuto partire da Milano, lasciandovi quella per cui,
avendo sopportato un malanno non indifferente, gli era cresciuto in cuore
l'affetto; certo che il contento di trovarsi finalmente libero e in piena
balia di s stesso, gli sarebbe stato amareggiato dal pensiero che forse non
avrebbe veduta mai pi colei che abbandonava; ma invece, alla gioja della
libert, a quella che gli veniva dalle attestazioni di stima di un pubblico
intero, da una salute perfetta, dalla gloria presente e dalla futura (tutte le
professioni dall'astronomo al ciabattino hanno la loro gloria), e dalla
ricchezza gi in parte accumulata e che prometteva di crescere, e per s
stessa e pel frutto de' capitali, si aggiungevano le speranze agilissime e
l'esaltazione cerebrale di chi move, per un felice concorso di circostanze, l
precisamente dove si trova la persona che in quel momento , fra tutte, la pi
desiderata; e per la quale, tanto si  prodighi quando l'affetto  in tumulto,
si darebbero in compenso alcuni anni della vita onde toglier gli ostacoli che
si frappongono al completo suo possesso. Ma per questa gioja, per queste
speranze appunto, il viaggio di cent'ottanta miglia gli riusc nojosissimo, e
s'impazient pi volte col lento postiglione e colle ardue e tortuose e
fangose e ciottolose strade che facevan bestemmiare alla sua volta anche il
postiglione, e che invocavano quel sistema a cui, siccome vedremo, fu
provveduto finalmente molti anni dopo, per opera di que' nostri concittadini
sapienti, che misero coraggiosamente la mano ad estirpare tutti gli avanzi
della vetusta barbarie. Ma egli giunse finalmente al Dolo e tocc Mestre, e
l, coll'ansia che gli cresceva in petto in ragione che si avvicinava
all'isola incantata, noleggi una gondola non avendo voluto entrare nel
barcone del procaccio; e sent finalmente sotto di s il gorgoglo dell'onde
di quella tanto decantata e tanto da lui vagheggiata laguna; ch delle molte
citt d'Europa che avevano un teatro celebre, soltanto Venezia gli rimaneva a
conoscere, la citt musicale per eccellenza, quella i cui giudizj in fatto di
musica e di canto, avevano meritamente allora la preferenza su tutti quelli
delle altre citt. Per, egli era sollecitato da un'altra ansia, che gli
derivava dall'amore dell'arte e dal desiderio che anche Venezia suggellasse la
di lui celebrit col suo voto autorevole e co' suoi applausi. Chi professa
un'arte qualunque per vocazione e con entusiasmo, non pu mai scompagnare il
pensiero di essa da qualunque altro pensiero. Del rimanente, il gondoliere,
giacch trattavasi di un viaggiatore, e d'un ricco viaggiatore, per quel che
gli pareva, non prese nessuna scorciatoia quando fu presso Venezia, e volle
fargli gustare lo spettacolo innanzi al quale avea veduti tutti quanti i
foresti, com'essi dicono, ad inarcare le ciglia.  commovente e poetico
quell'amore veramente figliale che hanno per la loro bella patria anche gli
uomini pi incolti e pi rozzi di Venezia. Il gondoliere gode e si compiace
della meraviglia che vede dipinta sul volto del forastiero che per la prima
volta, entrando nel Canal grande, non sa farsi capace di una cos
interminabile schiera di palazzi insigni, tre o quattro de' quali basterebbero
a far onore a qualunque citt; del forastiero che s'imagina di trovarsi al
cospetto di una scena incantata quando la gondola si ferma al molo, ed egli
uscendone si trova in faccia la piazzetta.
 Ghe piasela sior? disse il gondoliere quando vide il nostro Amorevoli
fermarsi estatico sulla scalea. No la xe mai stada a Venezia, ela?
 No, caro mio.
 E ben, la fazza conto che no i xe qua tuti i so tesori, come se vorave da
qualche foresto invidioso... Me credela, sior?
 Perch non ho da crederti?
 Se vostra zelenza me permetese, gh'avarave vogia de compagnarla mi a veder le
maravege de la zitt.
 E vieni, alla buon'ora... ma prima accompagnami all'albergo... al migliore...
capisci tu?...
Il gondoliere invit il suo viaggiatore a rientrare in gondola, e lo condusse
allo Scudo di Francia.
 Vieni a pigliarmi colla gondola fra un pajo d'ore, che intanto debbo dar
sesto alle mie robe. Tu mi hai faccia da galantuomo, e avr bisogno dei tuoi
buoni servigj... e cos dicendo diede al gondoliere una mancia oltre al
convenuto.
Il gondoliere vi gett un occhio di traverso; fu contentissimo e part.
E tosto Amorevoli, da un cameriere che non era di Venezia, ma parlava
l'italiano coll'accento di chi  nato in Francia, fu condotto in una bella
camera al primo piano che rispondea sul rio...
 Le piace quest'alloggio?
 Va bene s... ma...
 Che?
 C' qualcosa qui presso che non manda buon odore... Io ho le nari, caro mio,
assai delicate e permalose... e vorrei...
 Signore, mi permetta di dirle una cosa... A Venezia c' tutto di grande, di
bello, di buono, ma bisogna avvezzarsi all'odore della laguna. Tutte le citt
hanno il loro difetto... vorrebb'ella che Venezia ne fosse senza?... A Roma
vien la terzana a chi va fuori sulle ventiquattro... A Milano c' l'aria
grossa... A Parigi c' il fango che imbratta le vesti... A Cadice, di notte,
vola nell'aria un verme assassino che intacca il polmone. Io ho servito in pi
citt di Europa... e non v' luogo che non abbia il suo malanno. Per mi
permetta, signore, ch'io le dia un consiglio.
 Che consiglio?
 Non tocchi un tal tasto ai Veneziani, perch c' pericolo di perdere la loro
amicizia. Ella pu lasciarsi andare a criticare il loro teatro, la piazza, il
ponte di Rialto, il corno del Doge... tutto... ma non tocchi il cattivo odore
de' suoi rii... Per questo lato  convenuto che debbano esalare essenza di
rose.
Noi non sappiamo se quel cameriere, che non era di Venezia, dicesse la verit,
ma in ogni modo si vede che le citt son come gli uomini. Canova
s'indispettiva se altri non dava alcuna importanza alle sue povere tele; e non
teneva gran conto dell'ammirazione che tutta Italia prodigava alle sue grandi
opere statuarie.
In quanto ad Amorevoli, egli non trov da replicar nulla col cameriere, e dato
sesto alle sue robe e rimbionditosi con ogni cura, discese a mangiare; dopo di
che aspett che venisse l'uomo della gondola, il quale venne in fatto
sull'imbrunire.
 Ormai si fa tardi, caro mio, e ci resta ben poco a vedere...
 Ma no sala, zelenza, che Venezia la xe megio de notte che de zorno... La se
contenta de lassarse guidar da mi, e la veder che cosse grandi, sior!
Dopo pochi minuti erano al largo verso la Zueca. Il felze era stato levato, e
Amorevoli appicc conversazione col gondoliere, da cui sperava di raccogliere
tutto quello che gli abbisognava.
Lasciamoli dunque andare. E noi vediam d'abbandonarci a qualche
digressioncina, secondo il solito.
Noi siamo dunque ammiratori entusiasti della citt di Venezia. Basta il dire
che la nostra fortuna  che Venezia non sia una donna; diversamente chi sa che
tremende pazzie avremmo commesso per amor suo. A dare una prova di codesto
amore sviscerato, chi, per esempio, a voce e in scritto ha lodato pi di noi
il suo mese di maggio? Dappertutto questo mese  tenuto in grande riputazione,
e i devoti lo chiamano perfino il mese di Maria, tanto  soave e benefico. Con
tutto ci a Milano il mese di maggio, nel suo carattere verace e completo, non
lo si conosce che per relazione e in teoria, e per quelle nozioni che si
attingono dai poeti classici greci e latini, i quali, imbalsamati come erano
dal vento che soffiava dal mare Argolico o dal porto di Ostia, poteron gustare
il maggio in tutto il suo splendore; ma in pratica, almeno per quanto ci
consta, Milano non sa che cosa sia un tal mese, e non trova in esso che la pi
completa contraddizione alle descrizioni dei poeti. Invece a Venezia 
tutt'altro. Venezia  la madre adottiva non solo del chiaro di luna, ma s
anche del maggio; e noi possiam dire d'aver fatto la conoscenza di lui
soltanto sotto il suo cielo! Almeno, nei due anni che vi passammo, quel mese
fu d'una eleganza cos greca, d'una mollezza cos orientale, che non potremo
dimenticarlo cos facilmente. Se non che, mescendosi all'eleganza, come
dicemmo, la mollezza, il maggio di Venezia  un mese pericoloso. Lord Byron,
che faceva i suoi computi a seconda del meridiano di Londra, trov essere il
giugno il men puritano dei mesi; ma noi, cresciuti in plaga pi mite, siamo
stati obbligati a fare il trasporto di trenta giorni.  a Venezia, pur troppo,
almeno secondo la nostra esperienza,  nel mese di maggio che l'uomo,
riscaldato dal sole di una primavera orientale, e circonfuso dalle molli
aspergini marine, prende somiglianza del baco, il quale pasciuto e sazio di
foglia, s'irretisce lieve lieve nel serico filo, aspettando di eromperne
farfalla. In quanto poi all'anno 1750, il mese di maggio veneziano cominci
appunto co' pi lieti pronostici del suo limpido sole, del suo cielo
trasparente e dell'aure sue mitissime, attraversate di quando in quando
dall'afrodisiaco scirocco.
Per anche alla contessa Clelia, non avvezza al clima veneziano, pi che mai
parve balsamica in quell'anno la stagione primaverile; e confrontandola alla
consueta di Milano, le sembr tutt'altra cosa; di modo che parlandone ai
signori che la ospitavano:
 A Milano, ella diceva, la primavera  la stagione in cui s'accumulano tutti i
disastri delle altre, e sebbene anche laggi la si debba chiamare la giovent
dell'anno,  una giovent infelice, travagliata e disperata. Quasi quasi, se
non fosse per le buone speranze che d, sarebbe da posporsi alla vecchiaja.
Da queste parole si vede che, anche prima del taglio delle foreste, le
primavere milanesi non eran le pi accreditate neppure nel secolo passato;
tale almeno era l'opinione e l'esperienza della contessa Clelia. Ma ella,
siccome spirava il vento pi molle, pi carezzoso e pi tepido sull'espansa
laguna, sentiva cos a circolare in s pi rapido il sangue e pi caldo, il
che le comunicava all'intelletto, e pi alla fantasia, che  una sezione di
quello, una indefinibile esaltazione e un tumulto di desiderj vaghi, che le
impedivano persino di dar tutto il peso all'infelice situazione in cui
versava. Per molti e molti giorni. avea saputo essere costante a non uscir mai
dal proprio appartamento, e ad imporsi tutti gli obblighi di una volontaria
prigione; ma un d cominci a creder ragionevole di poter far parte della
serale conversazione che tenevasi in casa Salomon; e siccome eravi stata
accolta con que' segni di stima e di amorevolezza che troppo rare volte avea
trovato a Milano, cos non fu per nulla resta a passare da quella
conversazione ristretta, tranquilla e casalinga, alle altre di case pi
cospicue ed affollate del bel mondo. E l, fra tanti giovani che le fecero
cerchio intorno, trov persino entusiasmo. I romanzi dell'abate Chiari eran
letti avidamente allora, e avean messo in tutti gli animi giovanili il
desiderio del maraviglioso e dello strano; onde la contessa V... di Milano,
giovane, bella, dotta, avvezza a trattare con dimestichezza i corpi celesti
(ch di ci era corsa la voce anche l...), infedele al marito, la qual cosa,
in un secolo corrotto, facea stupendo giuoco pi ancora dell'astronomia; per
di pi, innamorata del pi bravo e del pi bel tenore del secolo, personaggio
che in una citt musicale dovea produrre l'effetto di un giovane e prode
capitano dei dragoni, in tempo d'esaltazione guerriera; e, per il non plus
ultra del romanzesco, autrice di una fuga disperata (le fughe hanno sempre
trovato entusiasti in tutti i tempi, ad eccezione di quelle in musica); tutte
queste cose avean dunque fatto sorgere intorno a lei un'atmosfera di splendori
cos abbaglianti, che l'ammirazione per lei, in un periodo in cui le pesanti
parrucche ajutavano a riscaldare i cervelli, divent, come dicemmo,
entusiasmo, divent delirio. Se poi la contessa Clelia si compiacesse di ci,
non tocca a noi a dirlo. Era la prima volta che provava quel genere nuovo di
soddisfazioni; laonde del non aver essa voluto o saputo ritrarsi da quel
vortice, noi non ci sentiamo il coraggio di condannarla. Per giunta aveva
trovata accoglienza e cortesia straordinaria persin nelle donne, fatto
piuttosto unico che raro; ma bisogna considerare che, in virt di tanto
intreccio di cose, ell'era salita a quel fastigio che toglie perfino il
sentimento dell'invidia. Ell'era insomma una specie di lord Byron vestito da
donna e in guardinfante. Per se le altre patrizie bellissime e argutissime,
ch di tali Venezia ebbe a tutte l'epoche forse la pi eletta schiera,
esercitavano tra di loro, e come a dire in famiglia, le loro gare, le loro
invidie, le loro guerre pi o meno astute, pi o meno perfide, tutte si
trovavan poi d'accordo nel festeggiare l'ammirabile lombarda.
Ma, come sappiamo, il sole era entrato in gemelli, e verso notte le gondole
avevan cominciato a vogare a diporto. Per anche donna Clelia, ch'era stata
chiusa tanto tempo, ebbe volont di uscire all'aperto; e per non incomodare la
famiglia dov'era ospitata, e anche perch amava di figurare sola (non c' n
donna n uomo, compromessi da qualche po' di fama, i quali sappiano resister
sempre all'assalto della vanit), si fece noleggiare per qualche tempo gondola
e gondoliere. I signori della casa credettero farle una grata sorpresa
mettendo a' suoi servigj il pi celebre allora dei gondolieri di Venezia. Ed
era quel Bianchi Antonio ammirato pel suo raro talento poetico, di cui lasci
prova in due poemi, nei quali tra molti errori di scienza e di lingua, v'
imaginazione straordinaria ed estro vivacissimo.
Il titolo di essi, nelle edizioni da noi vedute, : Davide re d'Israele, poema
eroico sagro di Antonio Bianchi, servitor di gondola, veneziano (Canti XII,
Venezia 1751 in fol.); Il tempio, ovvero Salomone (Canti X, Venezia 1753 in
4.). Vi sono poi altri poemetti comici, quali La cuccagna distrutta, La
formica contro il leone, oltre l'oratorio drammatico Elia sul Carmelo. Quando
al Bianchi che ad onta della sua condizione di poeta, non cess mai in tutta
la sua vita di far il gondoliere, fu proposto quel servigio e gli fu nominata
la gentil donna lombarda, non istette in sulle pretese, e fu tosto a comandi
della contessa Clelia. Cos, quando Amorevoli capit in Venezia, era gi da
tre giorni che la contessa usciva a diporto in gondola tutta sola col suo
gondoliere-poeta; e nella sera, quasi nel punto stesso che Amorevoli lasci lo
Scudo di Francia, essa discendeva la scalea di casa Salomon ed entrava in
gondola. Antonio Bianchi era un giovane di trent'anni appena, veneziano di
sangue puro, tra' pi valenti al remo, e onorato di pi bandiere nelle celebri
regate veneziane; natura schietta di poeta, esso era entusiasta e fantastico,
di modo che, avendo saputo anch'esso le avventure della contessa, ed
essendogli stato detto come fosse una gran dotta, si compiaceva che gli fosse
toccato in sorte di poterle presentare i proprj servigj. Siccome poi in quel
periodo di tempo egli stava dando l'ultima mano al poema Davide, cos aveva
pensato di pregarla a legger que' canti, e di consultarla in quelle parti del
poema in cui egli sentiva che l'ignoranza faceva impaccio all'ardua fantasia.
Appena lasciata la casa, donna Clelia amava recarsi a diporto in sul Canal
grande, scorrendo sola tra l'altre gondole patrizie che le si avvicinavano a
gara, e dalle quali cadevano su di lei sguardi curiosi e ammiratori: e per dir
la verit, ella era tale che per forza doveva fermar l'attenzione. Abbiamo pi
volte espressa la nostra predilezione per la bellezza delle donne veneziane,
ma nel tempo stesso dobbiamo far luogo ad una nostra opinione che parr
strana, ma forse traduce il vero, ed : che il fondo della citt stessa di
Venezia, cos pittoresco e cos colorito,  il pi opportuno a far spiccare
una belt. Non per nulla i pittori vanno in cerca di quella tal luce, di quel
tal raggio azzurro, persino di quella tal cornice per dare il miglior risalto
all'opera del loro pennello; pu darsi pertanto che la specialit della parte
materiale di Venezia giovi alle figure che staccano su di essa.
Molte donne che altrove non ci avevan fatto n freddo n caldo, vedute a
Venezia ci parvero ammirabili. Quale ne possa essere la vera cagione non 
provato a rigore, ma certo che una ragione ci dev'essere. Intanto anche la
contessa Clelia  un altro argomento in nostro favore. Oh qual mirabile
effetto faceva quel suo corpo maestoso, gettato a sdraio sui cuscini della
gondola, e avvolto in una veste di broccato di stoffa turchina a liste
d'argento, che, pel lavoro interno del guardinfante, usciva e galleggiava
quasi sugli orli della gondola stessa! come incorniciava bene quella sua testa
di Minerva l'indispensabile puff di sentimento, foggiato a cimiero, ch'era una
delle cento forme allora in voga!... come, di sotto alla polvere bianca onde
quel puff era cosparso e quasi inargentato, spiccava il nerissimo arco del
sopracciglio e i grandi occhi lucenti! Gi il vero non si pu nascondere, noi
abbiamo qualche debolezza per donna Clelia; e se in teoria e coi trattati
d'estetica alla mano combattiamo e combatteremo sempre per gli occhi azzurri,
in pratica abbiam sempre usato i dovuti riguardi agli occhi neri, e quelli di
donna Clelia poi sono la nostra morte... Ma in prova che non siamo di cattivo
gusto, si  che piacevano fieramente a tutti i giovinotti veneziani; che
piacevano persino al nostro gondoliere-poeta, pieno di fantasia qual era, e di
fervori sentimentali, e di passione caldissima per la bellezza, che  la
febbre terzana dei poeti.
Spinto dal naturale desiderio di parlare di s stesso e delle proprie opere,
difetto che rende qualche volta importuni gli uomini dell'arte, il nostro
Bianchi gondoliere, dopo aver lentamente condotta come in trionfo lungo il
canal Grande la contessa padrona, venuto a santa Chiara, svoltato nell'aperta
laguna, e l fermando talora il remo, compiacevasi a intrattenere de'
propositi proprj la contessa, che affabilmente l'ascoltava e rispondeva alle
sue interrogazioni; al punto che, in que' tre giorni, poteva dire d'aver dato
tre lunghe lezioni d'astronomia elementare all'autore del Re Davide. Se non
che la contessa lasciava poi cadere il dialogo, per riconcentrarsi ne' proprj
pensieri. Ella sapeva che il tenore Amorevoli doveva venire a cantare a
Venezia. Il residente veneto di Milano aveva scritto che il processo di lui
era compiuto, ch'ei sarebbe uscito presto per venire a tenere il patto ai
signori ispettori dell'opera. L'effetto che fece la prima volta una tale
notizia sull'animo di donna Clelia, che non aveva saputo mai nulla di quelle
sei sere di recite straordinarie, ognuno se lo pu imaginare. I fervori
erotici le salirono al viso, e mentre la ragione le facea vedere tutti i
pericoli che poteano conseguire da quel fatto, sentiva certi soprassalti di
gioja insolita, di gioja non voluta; e mentre vedeva che il destino stava
forse per tenderle una mala insidia, si fermava con delizia nell'idea che la
fortuna avesse voluto espressamente avvolgerle intorno le inestricabili sue
reti. Se non che ricordavasi di donna Paola e delle sue ammonizioni; e al
vedere coll'occhio della mente quasi impaurita quella santa figura, si
vergognava di que' pensieri, di que' desiderj, di quella gioja... Amorevoli
era atteso di giorno in giorno... ella ne aveva sentito a parlare di volo ad
una conversazione serale, da un gruppo di giovinotti spensierati che,
speranzosi di far breccia nel cuore della mirabile lombarda, aveano
dimenticato quel ch'era passato tra essa e il tenore.
Intanto la notte stava per calare affatto... smoriva sempre pi all'orizzonte
la luce crepuscolare... i colli Euganei, ch'ella vedeva, si erano scolorati e
come confusi col cielo.
Erano uscite le stelle rare e sparse... era uscito un quarto di luna...
suonava l'avemmaria a tutte le chiese; il campanone grave e profondo di san
Marco parea facesse sentir la voce storica e veneranda della vetusta Vinegia.
Taceva il gondoliere-poeta, intento a poter ritrarre quel poetico vero. Tacea
donna Clelia, assorta e mesta, e coll'animo sollevato da una commozione
ineffabile. Il gondoliere, avvisato dell'ora tarda, gir la gondola per
tornare in canale. Poco prima era passata per di l anche la gondola ove, e fu
un punto se non vi si scontr, trovavasi Amorevoli... di modo che donna Clelia
pot vederla materialmente, ma senza provare veruno dei soliti sospetti
presaghi e dei soliti palpiti arcani; nel punto medesimo poi ella vide alla
sfuggita il lume di un fanaletto che probabilmente doveva essere di una
gondola che s'era spiccata allora allora da Mestre, e soltanto il not pel
giuoco che faceva col suo luccicore tremulo e intermittente; ned ella da
nessun genio dell'aria, segretario delle belle donne, venne avvisata che se
innanzi le correva in gondola la vita, di dietro potea forse venire in gondola
la morte.


III

Abbiamo accennato che, quasi contemporaneamente al tenore Amorevoli, era
partito da Milano il conte colonnello V... Esso infatti lasci la citt
all'alba del giorno successivo a quello nella cui sera Amorevoli erasi messo
in viaggio. Il conte V... avea detto di voler fare una gita nelle sue terre; i
servi per poterono accorgersi, pei preparativi che loro vennero ingiunti, che
trattavasi invece d'un viaggio di qualche importanza e non breve; cos quel
che allora pensarono nel far le valigie lo avesser subito detto!... ma, come
avviene di consueto, parlarono quando non c'era pi l'opportunit. E il conte
si mise davvero in viaggio per Venezia, ed essendo partito dodici ore dopo il
tenore, tanto martell e pag i postiglioni, ch'ei pot guadagnare su chi lo
precedeva pi di mezza giornata. Ma che intenzioni aveva il conte? che voleva?
che pretendeva? In verit esso non ne sapea pi di quello che ne sanno in
questo punto i nostri lettori.
Noi non abbiamo avuto mai il tempo di fare uno studio fisiologico di questo
personaggio, perch ogni qualvolta ci capit innanzi, si aveva tanta carne a
bollire, che appena appena lo abbiam guardato di traverso; ma oggi convien
pure che ne tiriamo il profilo, almen col carbone, se non colla matita o col
pennello. Quell'uomo, pigliato in natura, non era un cattiv'uomo; e prima
dell'invenzione degli stemmi e dei quarti di nobilt e de' pregiudizj,
probabilmente non sarebbe stato nemmeno il pi orgoglioso tra i membri
dell'umana razza; sebbene la sua testa fosse molto grossa, il che, stando coi
cranioscopi,  indizio di gran mente, pure convien che lo spessore della
crosta ossea avesse occupato una buona met dello spazio che bisogna concedere
al cervello perch adempia passabilmente alle sue funzioni. Non vogliamo dire
con ci che esso mancasse al tutto d'intelligenza, no. La sua testa avea pi
d'uno spiraglio per cui poteva penetrare, sebbene a stento, qualche raggio dal
di fuori. Ma le poche idee che erano entrate l dentro vi si fermarono con
tenacit pari allo stento onde vi si erano introdotte, generandovi una durezza
ed una ostinazione indomabile. Se fosse lecito imitare i caricaturisti
parigini, che cercano nella struttura delle bestie le forme pi adatte a dar
idea di alcune variet di tipi umani, a quel conte noi troveremmo il riscontro
piuttosto in un bisonte, in un ariete, in un merinos che in altro animale.
Apparteneva insomma alla razza delle bestie cozzanti, la meno intelligente e
la men domabile di tutte. Per, a lasciarlo tranquillo, era un buon diavolone
d'uomo; e soltanto ad aizzarlo, ad inquietarlo, lo si riduceva nella
condizione d'un toro, che punzecchiato, arrota gli occhi sanguigni, alza la
coda, curva il collo, abbassa la testa, e vibra cornate a tutti quelli che gli
si fanno incontro. Cresciuto in seno ad una famiglia il cui sangue, per parte
di padre, era un fiume reale che aveva avuto le sue prime scaturigini da un
ramo del gran ceppo dei re di Spagna; e per parte di madre, da colui che port
dalla terra santa lo scudo colla biscia; l'idea del suo alto lignaggio fu
introdotta e ribadita per tal modo nella sua testa colle sue idee concomitanti
e conseguenti, che non per s, ma per quello, si sarebbe fatto mettere in
pezzi. A codesta idea convenzionale dell'onor del sangue, veniva poi a
confederarsi l'altra idea pur convenzionale e parimente indomabile, e per la
sua natura, pi pericolosa, dell'onore del soldato. Esso era stato, come
sappiamo, colonnello di cavalleria, e le sue fazioni di guerra le avea fatte
con coraggio e con fede; e perci all'assisa, agli stivali, allo squadrone, in
certi momenti, dava assai pi importanza che alle nove stelle della corona
sormontante il suo stemma. Per al suo cospetto e quando si parlava con lui,
siccome era pieno di sospetti e non sempre intendeva le cose nel loro vero
senso, bisognava comportarsi con mille riguardi e precauzioni, perch non
pigliasse le parole in mala parte, e adombrasse al punto di chiamarsi offeso
colle formole dell'etichetta militare; ch allora non c'era pi rimedio,
bisognava battersi con lui. Ben  vero che in molti di tali duelli provocati
da lui, egli aveva quasi sempre risparmiato l'avversario, pago che fosse salvo
il decoro cavalleresco. Ma intanto era un incomodo a trattarlo; onde molti lo
scansavano volontieri, e quando si trovavano seco per necessit, discorrendo,
giravan largo per istornare querele; poich, torniamo a ripeterlo, nel
frantendere le questioni e nel prendere un violino per un trave, quell'ex
colonnello era un portento. Se dunque, conservando per sempre nell'aspetto
una compostezza ed una severit castigliana, esso pigliavasi tanto caldo per
una mezza offesa, figuriamoci se l'offesa era evidente ed era grave; peggio
ancora se l'offesa era di quelle che stanno in prima lista fra i casi
contemplati anche dagli indifferenti e dai filosofi della pace; fra i casi per
cui anche l'uomo timido diventa feroce, com'era il suo caso precisamente! O
fortuna tutt'altro che cieca ma perfida, o fortuna con occhi di lince e piena
di sagacia omicida, che attendi a pigliar fuori della folla gli uomini fatti
apposta e lasci cader la scintilla dov' la polveriera! Proprio tra le gambe
del conte V... doveva capitare quel fatal romano, fatale cos per le prime
donne del libretto d'opera, come per tutte le belle donne che gli piacevano!
Tuttavia nemmeno il tenore, nato espressamente nel secolo pi comodo per gli
uomini della sua professione e della sua tempra, poteva chiamarsi il beniamino
della fortuna per essersi incontrato in chi facea terrore a tutti, il quale
non  a dire che furore sentisse contro il tenore; un miscuglio di furore e
insieme di disprezzo che gli facean desiderare di avere dinanzi il rivale, non
per battersi con lui, chi mai poteva imaginarsi una simile ignominia! ma per
pagarlo, a misura, come suol dirsi, di carbone, a colpi di scudiscio, di
frusta, di bastone e di peggio, se di peggio ci fosse stato perch pi che
contro la propria moglie infedele, l'ira sua soffiava tutta come una fornace
animata da un mantice contro il tenore; e se l'adagio vulgare che in tali
frangenti assegna maggior colpa alla donna che all'uomo, era sulla bocca di
tutti anche allora, egli tuttavia non voleva saper nulla di quel diritto per
cui l'uomo pu fare impunemente il cacciatore; non ne voleva sapere e
strepitava. Del rimanente un'altra ragione per cui era s poco inclinato alla
piet verso di Amorevoli stava in ci, ch'ei non era filarmonico punto, e
aveva un orecchio cos mal costrutto e anti-musicale, che per lui non c'era
differenza tra una cadenza di Caffariello e lo zufolo d'un merlo. A dir tutto,
non  certissimo che, pur andando pazzo per la musica, avesse potuto aprir le
braccia al tenore protervo; ma in ogni modo, quella sarebbe sempre stata una
ragione mitigante la collera. Infiammato continuamente da questa, egli erasi
messo in viaggio per Venezia, senza veramente un progetto deliberato; ma con
pi propositi in mente, il pi umano de' quali, aveva per intercalare
scudisciate e bastonate.
Ma lasciando il conte, dieci ore dopo la partenza di lui, part da Milano per
Venezia la lettera di donna Paola Pietra, quella appunto ch'essa accenn al
Parini. La contessa Clelia la ricevette la mattina del giorno successivo a
quello dell'arrivo d'Amorevoli, e fu spaventata quando lesse quelle parole:
Credo che il conte V... abbia intenzione di venire a Venezia; e fu
maravigliata, e nel tempo stesso consolata, quando pure vi lesse: A quest'ora
il signor Amorevoli dev'essere a Venezia. La sera prima ella non aveva sentito
a parlare di lui in nessun modo, talch in quel momento ignorava tuttora il
suo arrivo.
Ed ora dobbiamo tornare a Milano, e dar conto di pi cose. La visita e le
parole di Parini alla contessa Marliani aveano ottenuto il loro effetto,
quello cio di determinare il fratello di donna Clelia a recarsi a Venezia. Il
partito, il lettore se ne avvedr facilmente, era stato preso un po' tardi, se
mai il destino avea fermato di far succedere qualche sventura, ma la presenza
di lui potea per tornar sempre di vantaggio. In ogni modo, per l'onore della
famiglia, quel viaggio del giovine conte A... era un atto di dovere, e ci
bastava per far tacere il mondo e perch egli fosse creduto un uomo di cuore.
Ma intanto che il giovine conte A... si affretta verso Venezia abbiam
l'obbligo di recarci a prendere informazioni sullo stato delle cose relative
al fatto di Lorenzo Bruni.
Il governatore conte Palavicino, messo in cognizione dell'indole genuina del
fatto, mand a chiamare il presidente del Senato; questi espose al ministro
che essendo messo ad arbitrio del Senato stesso la misura della pena per la
contravvenzione all'ordinanza sulle maschere-ritratti, e una tale misura
essendo tassativamente determinata nell'ordinanza stessa dai sei mesi agli
anni due, a seconda del caso; per quanto, disse il presidente, tutte le
circostanze depongano a favore del costituito, pure non si poteva mandarlo
assolto perch la contravvenzione era stata compiuta; e solo era il caso di
applicare al costituito la minor pena di sei mesi, che, giusta la pi
ragionevole interpretazione, era precisamente la misura voluta per la semplice
contravvenzione materiale della legge senza intenzione criminosa. Il conte
governatore parve soddisfatto di ci, ma non gi la Gaudenzi; la quale,
allorch le fu annunciata una tale determinazione, diede in lagrime disperate
e si rec nuovamente da donna Paola, onde si degnasse accompagnarla di nuovo
dal governatore. Era il caso di domandare non gi la scrupolosa giustizia, ma
una sentenza in via di grazia. Donna Paola parl con eloquenza, la Gaudenzi
sparse lagrime abbondanti; il conte Palavicino si sent commosso, e quantunque
veramente uscisse dalle sue attribuzioni, perch l'autorit del Senato nelle
vertenze civili e criminali era superiore a tutti, pure, trattandosi che
l'ordinanza era sua, che forse aveva abbondato nella pena, mand per un di pi
a chiamar di nuovo il Presidente del Senato e lo interrog, ma
affermativamente, se si potevano ridurre i sei mesi a due soli, e senza
aspettar risposta, gli mise tra mano il rescritto, e lo preg a dargli corso
incontanente. Il presidente mostr il rescritto in Senato, alcuni senatori
strepitarono; altri, e forse n'avevano la loro ragione, applaudirono; il conte
Gabriele Verri, che secondo l'indole sua avrebbe dovuto strepitare pi di
tutti, perch guai a toccargli l'onnipotenza dell'autorit senatoria, non
disse n s n no, e finse d'aver tutt'altro per la testa; onde trionf il
partito dell'indulgenza e, invece di protestare contro quel rescritto com'era
stato il pensiero di alcuni senatori, ne fu tosto spedito al Criminale la
determinazione in estratto, perch il capitano provvedesse a darle esecuzione.
E giacch abbiamo toccato del Capitano di giustizia, non possiamo tralasciare
di tener dietro ai preliminari del processo contro il lacch Andrea Suardi,
detto il Galantino, e ci innanzi di gettarci fra i personaggi che da Milano
passarono a Venezia; perch abbiam bisogno di dar prima qualche cenno intorno
alla pratica criminale nel ducato di Milano e di conoscere qualche accidente
dell'interrogatorio fatto subire al lacch, per essere poi in grado di dare
giusto valore a ci che accadr in seguito.


IV

Alessandro Manzoni, nella Colonna infame, lavoro di breve mole, ma
d'importanza grandissima, illustr per tal modo la condizione della teoria e
della pratica criminale nel ducato di Milano, che dopo di lui non  pi
possibile dir cosa nuova su tale argomento; e soltanto ci rimane a far le
meraviglie, quando in taluni fatti avvenuti e prima e dopo l'epoca sulla quale
ei scrisse il profondo suo commento, si scoprono le riprove di quanto per la
prima volta egli annunci agli studiosi della giurisprudenza e della storia,
al fine di distruggere una credenza invalsa per l'autorit di uomini
riputatissimi; la credenza, vogliamo dire, che le atrocit assunte per antica
e troppo lunga consuetudine nella procedura criminale fossero suggerimenti de'
cos detti interpreti del diritto romano. Questa verit dimostrata dal grande
scrittore, costituisce quel che si dice una scoperta; ch,  come una
necessit naturale a quel sommo intelletto di far dono di nuove forme a tutte
le sfere dell'arte a cui si  applicato, e di verit non sospettate prima, e
di notizie peregrine o, per lo meno, di questioni nuove a quelle parti della
scienza a cui ha voluto dare opera. Cento e pi anni dopo l'iniquissima
condanna degli untori, ovvero sia nel 1750 e per altri molti anni ancora,
vigevano gli Statuta criminalia Mediolani; ed erano consultati ancora e
studiati quei medesimi interpreti del diritto romano e del diritto comune che
erano celebri al tempo della peste di Milano del 1630. Non v'era dunque nulla
di mutato n nella scienza, n nella pratica; la prima non aveva avuto nessun
uomo di genio e di coraggio che avesse potuto scoprire la verit tutta intera
e prefinire colla sapienza della filosofia e collo scrupolo della morale i
confini della giustizia; nella seconda non era penetrata nessuna ordinanza
speciale a frenare la mano pesante del giudice; tuttavia, guardando i processi
posteriori a quel troppo famoso della Colonna infame, se gli arbitrj sono
sempre eccessivi e il poter discrezionale appar troppo corrivo in molte parti
della procedura, non ricompajono pi, per quanto almeno ne sappiamo noi, negli
atti preparatorj della tortura... Vogliamo dire che non ricompajono pi in
quella maniera che si riscontra nel processo degli untori; ch, dopo, le
formalit vennero seguite; e bene spesso appare essere stati consultati ed
obbediti gl'interpreti, consultando ed obbedendo i quali, il Senato del 1630
avrebbe dovuto mandare assolti i presunti untori. Chi volesse dunque conoscere
quali norme doveva tenere nel secolo scorso un giudice prima di sottomettere
un imputato alla tortura, e tutte le condizioni che, non volendo varcare i
limiti del dovere, si avevano a seguire per obbedire gl'interpreti della
legge, assunti, per consuetudine diuturna ma pur sempre provvisoria, in
autorit quasi di legislatori, non deve far altro che leggere il capo II
dell'Appendice sulla Colonna infame. L  dimostrato come la folla degli
scrittori criminalisti non abbiano avuto altra intenzione che di restringere
l'arbitrio del giudice, e di guidarlo secondo la ragione e verso la giustizia;
l son riportate le generose invettive de' pi celebri giureconsulti contro i
giudici crudeli che si arrogavano il diritto d'inventar nuovi tormenti; l,
per conseguenza,  provato come non solo debbasi togliere dalla testa dei
giureconsulti interpreti l'odiosit che per tanto tempo le fu lasciata pesar
sopra; ma si debbano anzi riguardare come i primi che iniziarono la via
lunghissima delle riforme; i primi che, costretti a render ragione delle loro
decisioni, richiamaron la materia a principj generali, raccogliendo e
ordinando quelli che sono sparsi nelle leggi romane, e cercandone altri
nell'idea universale del diritto; i primi che prepararono il concetto,
indicarono la possibilit e, in parte, l'ordine d'una legislazione criminale
intera ed una.
Le cose nuove, e le cose vere, e quelle che costringono la ragione a dir di
s, dopo averla collocata nel pi giusto punto di veduta, sono tali e tante in
quell'opuscolo, che lo si legge con sempre crescente meraviglia; alla quale
vien compagna un'altra meraviglia, quando si considera che un tale opuscolo,
perch non conta molte centinaja di pagine, fu poco letto e peggio
sentenziato; mentre altre opere d'altri autori, le quali assomigliano a'
magazzini di Lambro pirata, pieni zeppi di roba rubata, sono spacciate per
tutta Italia, anzi per tutta Europa, a togliere lo spazio che, pur troppo,
manca ai libri ottimi! Ma questa digressione ha tanto a che fare col nostro
libro, quanto col regno della luna, onde rientrando in casa, diremo ai nostri
lettori, per dilucidare quel passo della stessa Colonna infame, dove,
richiamando gli Statuti di Milano,  detto che essi non prescrivevano altre
norme alla facolt di mettere un uomo alla tortura, se non che l'accusa fosse
confermata dalla fama, e il delitto portasse pena di sangue; diremo dunque che
da queste ultime parole non bisogna lasciarsi trarre a credere che la tortura
non si potesse infliggere che agli imputati di omicidio o d'alto tradimento:
no, le categorie dei delitti portanti pena di sangue erano molte, anzi erano
troppe, prova ne siano gli statuti criminali, dove alla rubrica De forma
citationis, ecc., e al capo De tormentis, espressamente si dichiara che la
tortura pu essere ministrata in Casibus infrascriptis videlicet: in crimine
haeresis, sodomiae, turbationis pacifici Status domini nostri... crimine
homicidii, assassinamenti, adulterii, veneficii, privati carceris falsitatis;
schachi, seu robariae, furti, ecc.. Il che basta per dimostrare che il
delitto ond'era imputato il lacch Suardi era di quelli per cui gli statuti
avevan decretato, all'uopo, l'uso della tortura.
Dalla materia giuridica venendo ora agli uomini che la professavano:
dottissimo fra i giureconsulti milanesi era il conte Gabriele Verri, il padre
del nostro Pietro. Il diritto romano, gli statuti, le opere dei pi autorevoli
interpreti eran talmente famigliari a lui, che, nei casi dubbj, nelle
controversie, egli citava a memoria e si diffondeva con facondia e con tutti i
saliscendi della dialettica. Per gli ammiratori lo chiamavano la biblioteca
ambulante del Senato; gli avversi lo chiamavano il sofista. Una testimonianza
della di lui dottrina sono le Constitutiones decretis et senatusconsultis
illustrata curante Comite Gabriele Verro; quibus accessit Prodromus de origine
et progressu Juris Mediol., eodem Verro auctore, stampate a Milano dal
Malatesta nel 1747. Ma  cosa strana a pensarsi che quell'uomo cos dotto, e
che aveva sotto mano, a dir cos, il processo lungo e lento del tempo e i
lavori interminabili dei legisti per cui la verit e l'assoluta giustizia si
sforzavano a tentar il varco per uscire all'aperto, pur si mantenne sempre
stazionario ostinato e quasi feroce nelle consuetudini vecchie; mentre il
figlio suo, che applicatosi ad altri rami della scienza e dell'amministrazione
pubblica, era di tanto men profondo di lui nella materia giuridica, ebbe
tuttavia lo spontaneo intuito del vero e del giusto; tanto nelle cose che
interessano il bene dell'umanit, basta il sentimento a far trovare i rimedj!
tanto, spesse volte, la dottrina soverchia e frammentaria, non rischiarita n
da un vasto concetto, n dall'amore degli uomini,  impaccio alla scoperta del
vero!
Per la sua qualit adunque di biblioteca legale ambulante, il senatore Verri,
ogni qualvolta trattavasi di qualche fatto fuor dell'ordinario, complicato,
inestricabile, veniva sempre consultato confidenzialmente, e come suol dirsi,
in camera charitatis. Per se gi era stato interrogato in prevenzione dal
pretore e dal capitano di giustizia relativamente ai costituiti Amorevoli e
Bruni, tanto pi lo si volle sentire quando il lacch venne catturato, e prima
che lo si sottomettesse all'interrogatorio. Il nome del conte F... era gi
corso, il lettore lo sa, sulle labbra e del capitano e del conte Gabriele. Ma
questi s'affann a dimostrare che del conte non era punto a far parola, come
se nemmeno fosse esistito, e ci fino a tanto, ei soggiungeva, che ei non
fosse stato messo innanzi espressamente dal costituito Suardi. Prima di aprire
la procedura contro il quale, credette bene di sfoderare tutte le sentenze dei
trattatisti, e specialmente quelle relative alla qualit ed alla quantit
degli indizj necessarj per poter mettere un imputato alla tortura, ed ai
limiti onde si doveva intendere ristretto l'arbitrio del giudice
dall'osservanza scrupolosa del diritto comune; insistendo segnatamente
sull'autorit del Farinaccio, dove questo legista raccomandava che il giudice
deve inclinare alla parte pi mite, e regolare l'arbitrio colla disposizione
generale della legge e con la dottrina dei dotti approvati; e riferendo molti
passi di quei giurisperiti che avevano stabilita la regola contraria a quella
pi comunemente ammessa sull'arbitrariet dei giudizj. Il Claro, il Bartolo,
il Pozzo, il Bossi, il Marsiglio, il Casoni, oltre al Farinaccio, autore
prediletto del conte Gabriele, furono fatti passare tutti innanzi alla memoria
del marchese Recalcati, in via di conversazione amichevole e affatto
casalinga, ma col fine di predisporlo all'indulgenza, all'indulgenza,
s'intende, compatibile colla giustizia, e ci con tanto pi d'insistenza
quanto pi forte era la sua convinzione che il Galantino fosse il vero e
materiale autore del delitto, e che un altro, interessato all'eredit del
marchese defunto, fosse stato necessariamente la volont occulta che aveva
guidato i movimenti del lacch.
Se il conte Gabriele Verri avesse vissuto cento venti anni prima, e fosse
stato senatore, e fosse stato interpellato in prevenzione sul fatto degli
untori; avrebbe sfoggiata quella medesima dottrina? avrebbe inculcata la
scrupolosa osservanza del diritto comune? l'obbedienza alle norme raccomandate
da' giurisperiti interpreti? avrebbe insinuata l'indulgenza? Non  facile a
rispondere, se non aderendo a quanto fa osservare il Manzoni, che cio nel
1630 l'universalit del pubblico credeva e voleva le unzioni, e pretendeva che
l'autorit scoprisse il delitto; che per ci era comune e prepotente
l'interesse e del pubblico e della magistratura di trovare i rei laddove nel
caso nostro l'interesse non  pi comune; anzi da parte del Senato e della
classe patrizia  quello di non trovare il colpevole;  una preoccupazione
gelosa di far scomparire, se fosse possibile, tutte le pedate, a dir cos,
impresse nel terreno, seguendo le quali, si pu giungere al punto donde il
vero colpevole s' mosso;  dunque il caso in cui l'osservanza scrupolosa di
tutte le formalit degli statuti criminali, dei principj del diritto comune,
della mitezza raccomandata dai giuristi; l'indulgenza, in una parola, pu
soltanto far sperare di raggiungere quell'intento... E in tal caso, c' l'uomo
di buona memoria e di gran dottrina che fa conoscere tutto ci che la teoria
legale raccomanda alla pratica, e che converte, dove precisamente meno
occorre, in un sistema di prudenza guardinga e mite, un sistema di procedura
che generalmente, pel modo onde il pi delle volte veniva adottato, faceva
spavento a tutti. Tanto  necessario che la lettera della legge sia precisa,
inesorabile, geometrica, e che i codici scansino al possibile il bisogno
dell'interpretazione, se si vuole che la giustizia non sia il balocco della
dialettica ambidestra. Ma veniamo al Galantino.


V

Abbiamo accennato che prima di lasciare in libert il tenore Amorevoli si
volle ch'ei vedesse il lacch Galantino, dato il caso che ravvisasse l'uomo
che egli aveva asserito di aver veduto fuggire e saltare il muricciuolo di
cinta del giardino di casa V... Come ognuno pu pensare, codesta non era che
una misura di formalit, perch non era probabile che Amorevoli potesse
ricordarsi della figura d'un uomo che di notte gli era passato innanzi a gran
fuga; n, quando avesse dichiarato di riconoscerlo, la sua deposizione poteva
essere attendibile. Del rimanente poi, Amorevoli, che aveva una gran smania in
corpo di uscire all'aperto, non avrebbe mai dichiarato di ravvisarlo, anche se
ne avesse avute in memoria le sembianze al pari di quelle di donna Clelia,
come fece in fatti. Compiuto dunque quell'atto, s'incominciarono
gl'interrogatorj, de' quali non sappiamo se di proprio senno, o per consiglio
d'altri, il capitano di giustizia incaric un nobile Paolo Tradati, auditore
di mezzana capacit e notoriamente sprovveduto di quella acutezza legale e
segnatamente criminale, onde una domanda gettata opportunamente al costituito,
 come un randello scagliato a tempo tra le gambe di chi vorrebbe fuggire.
Quell'auditore, onesto, corto, senza fiele, docile, era uno di quel felici
mortali, che di quel tempo ed anche in altri tempi, e forse, chi sa mai, anche
nel tempo nostro, sono destinati a far carriera, e d'uno in altro posto
salgono, non si sa come n perch, provocando continuamente le dicerie del
pubblico, il quale non sa che l'incapacit costituisce una preziosa capacit
sui generis e un arme a pi tagli, eccellente nelle mani di chi la sa
adoperare. Tuttavia, in quanto all'auditore incaricato d'esaminare il lacch,
non creda il lettore che fosse privo d'ogni sapere e di qualche pratica
forense; tutt'altro; vogliamo dire soltanto che tutti gli altri assessori ed
auditori del capitano di giustizia ne sapevano pi di lui ed erano acuti pi
di lui.
Chiamato adunque il costituito Galantino innanzi all'auditore criminale nobile
Paolo Tradati, presente l'illustr. signor capitano di giustizia, gli fu
domandato se sapeva la cagione per la quale era stato arrestato a Venezia per
ordine dei Dieci.
Il Galantino rispose di no..., perch il signor segretario del Consiglio non
gli avea fatto motto nessuno, fuorch dell'inchiesta dell'eccelso Senato di
Milano.
Gli fu replicato, se almeno egli congetturava alcuna cagione.
 No, ripet di nuovo il Galantino... perch se avessi potuto aver motivo di
temere per me... non sarei andato incontro ai fanti del Consiglio dei Dieci,
quando gli ho veduti star fermi sulla porta della mia casa. Tuttavia, facendo
il viaggio, m' passato per la mente che m'abbian voluto arrestare a motivo
dei giuochi d'azzardo, a cui mi recavo tutte le notti in un caff remoto di
Venezia.
 Come v' potuto passare in mente un simile sospetto, se il segretario v'aveva
detto che l'inchiesta veniva da Milano?
 Il come non lo so... ma il fatto  che mi pass per la mente... Del resto
oggi capisco benissimo che ero pazzo a pensarlo... ma, quando non s' fatto
nulla per cui si abbia a temere la giustizia, nell'andare a tentone per
cercare un motivo qualunque, si d dentro spesso in una pazzia...
 Voi dunque potete ripetere che non sapete nulla affatto del motivo del vostro
arresto?
 Lo ripeto, disse asseverantemente il lacch.
Qui succedette un momento di pausa. L'auditore guard il capitano di
giustizia, il quale, disse solamente:
 Continuate.
 In che giorno voi vi siete recato a Venezia per la prima volta? continu
l'auditore.
Questa domanda era un colpo maestro... Il capitano stup... come uno che vede
un fiacco giuocatore di bigliardo a tentare un colpo riservato, e coglier bene
la palla, e pens fra s stesso: Sta a vedere che costui oggi mi sfalsa per la
prima volta...
 Rispondete, quando siete partito da Milano per Venezia?
 Il d preciso non me lo ricordo bene... ma so che del carnevale di Venezia ho
passato nove giorni, e l finisce al marted, quattro giorni prima di Milano.
La risposta era pi ancora da maestro. L'auditore guard il capitano di
giustizia.
 Come potete provare che voi eravate a Venezia prima del mercoled grasso?
 Che cosa so io?... Da Milano sono partito solo, perch avendo guadagnato
assai al giuoco, m' venuta la tentazione di recarmi in una citt dove il
giuoco si fa pi largamente che qui... Sono partito senza dir niente a
nessuno... e sono arrivato dove non conoscevo nessuno... Per io non saprei
come trovare i testimonj...
 Che somma vi trovavate in saccoccia quando partiste da Milano?
 Cento zecchini veneti...
 In che luogo avete giuocato... con chi li avete vinti?
 In che luogo? in pi luoghi... ai Tre Re, al caff Demetrio, al Gallo... in
Ridotto. In quanto alle persone... posso nominare il figlio dell'oste dei Tre
Re, al quale ho guadagnato dieci zecchini; posso nominare il lacch di Casa
Isimbardi, al quale vinsi sei mesate, ossia l'importo di cent'ottanta lire
milanesi; posso nominare il mastro di scuderia di casa Litta, al quale ho
vinto quindici partite al tresette l'una dopo l'altra, ossia quindici
zecchini... Ma la somma pi grossa l'ho presa al Ridotto del teatrino... Non
mi domandi per n il nome n il cognome di chi ha giuocato con me... perch
non lo so.... e chi mai domanda il nome a un forestiero che in teatro c'invita
a giuocare?... Pure se costui fosse ancora a Milano, non c' dubbio che lo
riconoscerei, e sarebbe una fortuna per me, che cos potrei far persuasa la
signoria vostra illustrissima.
 Perch vi preme tanto di persuadermi? Chi vi ha detto ch'io voglia farvi
colpa dei denari che avevate indosso?... Queste parole mi fanno nascere dei
sospetti.
 Vostra signoria illustrissima mi ha chiesto quanti denari avevo quando sono
partito... Io ho risposto il vero, punto per punto... e siccome chi dice il
vero, vuol essere creduto... cos vorrei che alla S. V. ripetesse tale verit
quello stesso che ha giuocato con me e che mi lasci sul tavoliere sessantasei
zecchini, ecco tutto.
 Voi, a Venezia, i rapporti parlan chiaro, vi eravate dato a far il ricco
gentiluomo, con gondola e livrea e il resto. Come si poteva far tutto ci con
mille cinquecento lire di Milano?
 Molti dei nostri pi ricchi patrizj non hanno pi di duecento, pi di
trecento lire al giorno. Vostra signoria illustrissima vede bene che per dieci
o dodici giorni chicchessia che voglia assaggiare la vita del gran signore ci
pu riuscire con mille cinquecento lire... Tutto sta a continuare... Questo 
il difficile.
E l'auditore proseguiva:
 Voi asserite di non aver avuto che cento zecchini in tasca quando partiste
per Venezia... ma da questi ricapiti e chirografi che il barigello si fece
consegnare da voi, appare che sui banchi di Venezia voi avete messo a frutto
pi di trenta mila lire.
 Queste le ho guadagnate a Venezia, dove mi sono recato espressamente per
moltiplicare al giuoco la somma che gi teneva presso di me. Vostra signoria
sa che il conte Barb in una sera guadagn quaranta mila talleri di Carlo VI.
Al giuoco si fa presto...
 Ma perch dunque mi dicevate che avete voluto provarvi a far il gentiluomo
con cento zecchini; mentre potevate dirmi addirittura che non si trattava pi
di cento zecchini ma di trenta mila lire?
 Ho detto cos per dire... Del resto vostra signoria non pu credere ch'io
volessi nascondere il fatto dei recapiti che tenevo presso di me, dal momento
che ho dovuto consegnarli al barigello, e che sapevo ch'erano stati consegnati
nelle mani dell'eccellentissimo signor capitano di giustizia... Ma ora
domanderei licenza a vostra signoria illustrissima di fare una domanda?
L'auditore guard in viso al signor capitano, il quale accenn di lasciar fare
e dire.
 Parlate liberamente.
 Vostra signoria mi domandava un momento fa se io conoscevo la cagione per cui
venni arrestato ed ho risposto che non ne sapevo niente, come non ne so
niente; ora si contenti, signore, di lasciarmi domandare il motivo per cui
oggi sono qui.
L'auditore finse di non intendere, fece pausa... e frug in un fascio di carte
da cui trasse un foglio che pareva una lettera spiegazzata, e la rilesse tutta
attentamente senza dir verbo, poi continu:
 Con quali persone del ducato o della citt di Milano vi siete voi trovato nel
tempo della vostra dimora in Venezia?...
 Con una sola.
 Con chi?
 Colla signora contessa V...
 Per quali ragioni vi siete recato a farle visita?
 Dir tutto; per supplicarla ad avere la bont di non interrompere una mia
tresca che avevo con una giovinetta che le abitava dirimpetto.
 Come avete saputo che la contessa V... trovavasi , in Venezia?
 Era pi difficile a non saperlo che a saperlo; tutti ne parlavano.
 Ma perch avete voluto mascherare la vostra condizione in Venezia, e
supplicare per ci la contessa a non palesarvi?
 La mia condizione di lacch non era favorevole per farmi aprir le porte delle
prime case di Venezia, e nemmeno per entrar nelle sale del ridotto di san
Mois. Se la contessa mi avesse palesato, io avrei dovuto sottostare ad un
avvilimento vergognoso; perci la pregai di tacere, e di non mettermi in
piazza e di lasciar vivere, se anch'essa voleva vivere.
 Perch dite: se anch'essa voleva vivere?
 Ma chi non sa la storia della contessa, dal momento che tutta Venezia n'era
piena? e appunto per questo le ho fatto intendere, rispettosamente, che
badasse piuttosto a' fatti proprj, che non a guastare i fatti altrui. Anzi,
sul proposito della signora contessa, giacch essa ha tentato di rovinarmi...
Qui il Galantino si ferm di punto in bianco, spaventato dalla propria
imprudenza, e divent pallido come un panno lavato.
Il capitano di giustizia fece un atto di sorpresa; l'auditore guard il
capitano contento, come un pilota che dopo una lunga bonaccia, odora
finalmente un fil di vento, e s'accorge che si pu spiegar la vela.
 Come sapete voi che la contessa abbia tentato di rovinarvi, scrivendo sul
conto vostro ad una persona fidata di Milano, e mettendo innanzi i sospetti
che voi gli avete ispirati?
 Io non so nulla.
 Come non sapete nulla? Cosa vi disse la contessa quando vi siete trovato
seco? badate a non dir la bugia, perch qui c' tutto... e mostr una lettera.
 Cosa mi disse? molte cose mi disse.
 Dite tutto, alla buon'ora, continu l'auditore che in quel giorno era pi
coraggioso del solito.
 Io non ho difficolt nessuna a ripetere tutto il discorso...
 Le cose inutili mettetele da parte e rispondete a me. La contessa vi parl
del trafugamento di carte commesso nella casa del marchese F... nella notte
del mercoled grasso?...
Il lettore si accorger che l'auditore, se fosse stato pi acuto e sagace,
avrebbe potuto scansar tante lungaggini, e cominciare l'interrogatorio da
questo punto principale... Buon per lui che il Galantino, per quanto astuto e
destro, si lasci accecare dall'ira momentanea e perdette la scherma: tanto 
difficile a navigar sicuri nell'arduo mare delle bricconate.
 S, avete detto? continuava l'auditore... Come dunque avete potuto affermare,
e, interrogato di nuovo, avete avuto la franchezza di ripetere che eravi
ignota la causa per cui siete stato arrestato a Venezia e tradotto a Milano?
Il Galantino aspett un momento a rispondere, poi disse:
 Torno a ripetere che quando V. S. mi domand se conosceva la causa del mio
arresto, in quel punto era lontano le miglia dall'immaginarla, e soltanto
adesso comincio a capire qualche cosa ...
 Ci  affatto inverosimile... e nelle vostre parole mal si cela una bugia.
 Una bugia? perch? V. S. illustrissima mi perdoni.
 Se la contessa vi manifest com'era caduto su di voi il sospetto del furto
tentato e consumato in casa F... in che modo non avete pensato a questa
circostanza allorch foste arrestato?
 In che modo non lo so... Ma il fatto  che non ci ho pensato; perch le
parole e i sospetti della signora contessa non mi fecero n freddo n caldo.
Chi  mai a questo mondo che pu temere le conseguenze di quel che non ha mai
fatto? E, a proposito della signora contessa, io mi sento in dovere di
annunciare un fatto. Un fatto che potrebbe dare un filo, a chi ci ha
l'interesse, di scoprire l'autore del delitto commesso in casa F...
 Che?
 V. S. mi permetta di parlare liberamente.
 Ve lo impongo.
 Sappia dunque la S. V. che la contessa V... era l'amante occulta del marchese
defunto.
Qui ci fu un momento di pausa; il capitano e l'auditore si guardarono
maravigliati.
 Come potete asserir questo? La contessa ebbe sempre fama di donna onesta,
austera...
 Della fama io non so niente; guardo ai fatti, io; per chi ha potuto avere
una tresca con un tenore... non c' da restare balordi se pot intendersela
prima con un marchese.
Il capitano e l'auditore si guardarono di nuovo e raddoppiarono d'attenzione.
 Io era lacch in casa F... e queste cose posso saperle... Ma non  ci che
importa... Una sera, prima ch'io partissi da Milano, voglio dire molti giorni
prima della settimana grassa... io passeggiavo a notte tarda, in Rugabella...
due uomini camminavano innanzi a me... intenti a discorrere, e credendosi
affatto soli... non abbastanza a voce bassa; diceva dunque l'un di essi: Io so
che il marchese F... (il marchese F... allora era gravemente ammalato) ha
lasciato nel testamento alla contessa V... la sontuosa villa che ha in
Brianza. L'altro che ascoltava si ferm su due piedi, e disse: A questo modo 
un mettere in piazza la contessa... Quasi quasi ci sarebbe da sospettare che
ci possa esser mai una vendetta del marchese contro il conte V... dal quale,
per un alterco, venne insultato e ferito in duello. Ma qui non ho sentito
altro, perch que' due, accortisi d'una pedata, si tacquero tosto.
 Ma e che fa tutto questo?
 V. S. mi perdoni... ma se alla contessa pot mai trapelar qualcosa del
testamento...  naturale ch'ella dovette desiderare che il testamento sfumasse
per aria. La contessa non aveva bisogno delle ville del marchese... ma bens
che a tutti rimanesse celata la sua tresca vergognosa... Se dunque le signorie
loro vogliono venire a capo di qualcosa... giacch hanno voluto mandare ad
arrestar me, sino a Venezia... me che non poteva avere, come non ho interesse
nessuno nelle cose del marchese defunto... sicch un tale sospetto mi fa venir
voglia di ridere; mandino ad arrestare la signora contessa, e salter fuori,
lo scommetto, quel che si vorr. La mia condizione  tale anzi, V. S. mi
perdoni, che mi d il diritto di pretendere che la contessa venga chiamata a
Milano... Io che ho sopportato e sopporto la pena delle colpe altrui, il che
non  giusto... V. S. perdoni questo sfogo alla mia infelice posizione...
L'auditore non disse nulla, e si volse al capitano, il quale dopo alcuni
momenti di silenzio:
 Potete rimandarlo in carcere, disse. Per oggi basta.
Il Galantino fu ricondotto in prigione; il capitano e l'auditore, quando
furono soli:
 A me par di sognare, disse l'uno. Io casco dalle nuvole, disse l'altro...
Ma intanto che l'uno e l'altro attendono a riaversi dallo stupore, noi siamo
sollecitati dall'amore che portiamo a donna Clelia, a dichiarare al lettore
che tutto ci che disse il Galantino era una sua perfida invenzione per
vendicarsi della contessa... Invenzione per che fe' presa in giudizio, e fu
occasione di una stranissima combinazione di cose, nella quale il costituito
Suardi, tanto esperto giuocatore, non giuoc, di certo, la sua carta pi
fortunata.


VI

La condizione degli avvenimenti che abbiamo a raccontare  tale, che ci
conviene viaggiare innanzi e indietro da Venezia a Milano e da Milano a
Venezia, come un conduttore di diligenza. Intanto adunque che a Milano il
Galantino sottoponevasi al primo interrogatorio, a Venezia il tenore Amorevoli
aveva raccolte dal suo gondoliere quante notizie gli bastavano sul conto della
contessa Clelia. Siccome il Bianchi, gondoliere, quando non era al servizio di
lei, stava di consueto al traghetto del molo alla punta dell'isola della
Zueca, cos i suoi compagni del traghetto medesimo sapevan benissimo chi egli
serviva di gondola in quegli ultimi giorni. Amorevoli adunque, per quanto
avesse fatto interrogazioni prudenti e velate, venne pure a conoscere ogni
cosa, e della casa ove essa alloggiava, e della famiglia che la ospitava ed
anche delle corse che da qualche giorno ella solea fare a diporto lungo il
Canal grande; perch il Bianchi, spiccandosi ad ora tarda dal suo posto, ove
stava il pi della giornata facendo versi sotto il felze negli intervalli di
riposo, aveva detto pi volte:
 Ora andiamo a prendere la nostra bella lombarda.
Per volle anch'egli il tenore recarsi tra l'altre gondole in canale per
vedere se mai gli venisse fatto d'incontrarsi in quella della contessa. Lo
scontro potea benissimo succedere, senza che fossero turbate le leggi del
possibile o del probabile, ma il caso volle che per quel giorno non se ne
facesse nulla, e giuocassero quasi a chi si fuggiva; e anche allora che furono
a pochi tratti di distanza, l verso santa Chiara, l'uno non avesse sentore
dell'altra, e buona notte. Torn dunque all'albergo e l, messosi in tutta
gala, si port poi, sempre intendesi in gondola, a far visita al corregidore
Pisani, che aveva la sorveglianza de' teatri di musica, e dal quale eragli
stato fermato il patto di sei sere di recita a quello di san Mois, perch
solea tenersi chiuso in primavera ed estate l'inallora maggior teatro di san
Cassiano. Recatosi da quel ricco patrizio, fu accolto come si poteva
accogliere un celeberrimo artista di canto in un tempo in cui la musica era
tenuta necessaria come l'aria e l'acqua. Il tenore si scus del ritardo,
dandone cagione a' fatti imperiosi, che il patrizio veneziano, sorridendo,
accenn di sapere benissimo, e si dichiar pronto ad incominciare i suoi
impegni.
Il corregidore gli disse che il teatro sarebbesi aperto fra poco perch
dovevasi attendere anche la ballerina Gaudenzi, la quale avea fatto scrivere,
le si concedessero alcuni giorni prima di partire da Milano.
 Ed ora, caro mio, ho a supplicarvi di un favore, soggiunse il conte.
 Vostra eccellenza mi comandi.
 Domani sera, a festeggiar l'arrivo del conte Algarotti, do un'accademia di
musica a cui interverr tutto il bello e il buono che abbiamo in Venezia, e
molte preziosit che ci son capitate di fuori. Voi avete ad essere tra queste,
e dovreste, se non pretendo troppo, cantare una scena, un'aria, che so io, un
madrigaletto, qualche cosa insomma; v' qui Luchino Fabris, l'imitatore di
Egiziello, che vuol sentirvi; e nientemeno che la moglie di Hasse, la celebre
Faustina, venuta per certe sue faccende di famiglia dalla Germania; la
Faustina, ora matura fin troppo, ma che, cantando di agilit,  ancora capace
di passar sedici crome in una battuta. V' qui poi la Turcotti, che voi dovete
conoscere perch mi parl di voi con entusiasmo tale che parrebbe oltrepassare
persino i confini delle crome; e il conte sorrideva. E poi c' il mago, il
gran mago dell'archetto, quel diavolo di Tartini, che v'ha sentito e vuol
risentirvi. Dunque, se mai vi bastasse l'animo di dir no, dovrei credervi un
uomo ben inflessibile...
 Il vostro desiderio, eccellenza, basta perch'io m'induca a far ci che di
solito non faccio di buona voglia; perch, prima di farmi sentire in camera,
amo che mi si conosca in teatro...
 Vi comprendo benissimo, e tanto pi vi ringrazio; ma io so, e me lo disse pi
d'uno, che voi siete padrone dell'arte in modo, che la governate a vostro
arbitrio e in camera e in teatro. Dunque v'attendo domani, cos verso le
quattro di notte...
 Io vi sar senz'altro... e Amorevoli si licenziava, il quale non avrebbe
certo accettato di far la sua prima comparsa in Venezia a quel modo, se non lo
avesse sollecitato la brama di vedervi la contessa. In questo pensiero,
giacch erasi fatto tardi e per quella notte ei non sapeva in che luogo
ridursi di Venezia, ritorn al suo alloggio allo Scudo di Francia. L, giacch
l'albergatore gli aveva fatto portare in camera, siccome ne avea avuto
l'ordine, una spinetta da nolo; trasse dal baule la sua biblioteca musicale
portatile, e si mise a sfogliazzarla, onde cercarvi qualche cosa che potesse
fare all'uopo per l'accademia del giorno successivo. Un'aria della Merope di
Jomelli, per la quale il celebre napoletano tre anni prima aveva fatto
impazzire tutta Venezia e gli era stato offerto un posto di direttore nel
Conservatorio delle fanciulle povere; un'altr'aria dell'Achille in Sciro dello
stesso maestro; l'aria celeberrima dell'Olimpiade di Pergolese, che gi
l'udimmo cantare nelle carceri del Pretorio a Milano. Un grande recitativo
dell'Artaserse del Vinci, il maestro perfezionatore dei recitativi obbligati.
Alcuni madrigali dell'abate Steffani, passato da Venezia in Germania ad
educarvi Haendel, il quale si assimil le pi care imagini melodiche del
maestro, e infuse per tal modo la psiche italica nell'astrusa compagine
germanica; alcuni altri celeberrimi madrigaletti dell'abate Clari, sposati per
lo pi a giuocherelli di poesia erotica, ma squisitissimi di stile melodico.
D'una in altra cosa, Amorevoli cominci a provare qualche frase sottovoce,
accompagnandosi alla spinetta; ma quando dalle arie pass al recitativo di
Vinci, la musica declamata eccitandolo ad entusiasmo, gli fece mandar fuori
tutta la sua voce piena, come se fosse alla ribalta d'un grande teatro.
Era la terza volta che Amorevoli riprovava una nota tenuta, un sibemolle
prodigioso, alla risoluzione del sublime recitativo di Vinci, quando sent
batter crudamente alla porta della camera. Interrompere chicchessia, foss'anco
l'uomo il pi placido, nel fitto d'un'occupazione a cui mette tutto
l'interesse e tutta l'anima,  il vero segreto di farlo prorompere in atti
d'ira, di quell'ira che  deposta in petto a tutti i mortali anche i pi
linfatici, non essendovi differenza che nella dose. Amorevoli aveva avuto
dalla natura una dose d'ira, come suol dirsi, normale, ma gli era stata
accresciuta dalle suscettivit teatrali e dalle diverse liti cogli impresarj,
e dalle controversie coi vestiaristi, sempre incapaci ad accontentare un
cantante; per di pi essendo romano, da Transtevere, dov'era nato, aveva
portato seco ne' suoi viaggi tutti que' modi risoluti e troppo espressivi onde
quella frazione di popolo sa imprecare pi di tutti i popoli del mondo. Quando
adunque si sent rotto in due il suo preziosissimo sibemolle da
quell'importuna picchiata, mand fuori una di quelle tali frasi, e in quel
tono acuto e vibrato che gli era rimasto in gola... e nel tempo stesso and ad
aprire. Era un servo in livrea, con baffi, distintivo rarissimo in quel tempo,
e che per lo pi soleano portar coloro che, dopo aver servito a lungo nella
milizia, si riducevano a mestieri ed a servigj comuni della vita, press'a poco
come al tempo nostro, in cui quanti hanno portato sciabola o fucile al
reggimento, o hanno inforcato un arcione, serbano nell'aspetto qualche marchio
indelebile, pel quale si pu quasi indovinare se furon soldati di cavalleria o
di fanteria. Quel servo pertanto, con un accentaccio lombardo e con parole
nelle quali, per indefinibili combinazioni, si sentiva un'incondita fusione di
Milano, di Spagna e di Veneto:
 Il mio padrone, disse,  stracco, e vorrebbe dormire, e gli danno gran noia i
vostri gridi. Per uomo avvisato, mezzo salvato.
A quell'intemerata cos improvvisa e cos villana, Amorevoli s'accontent in
prima di guardare quel servitore con tutto il veleno che gli potea schizzare
dagli occhi, poi soggiunse:
 E chi  codesto capo di popone che ti d simili incarichi? Esci tosto, o non
avrai tempo di contare i gradini di questa scala, tanto di fretta io te li
far fare. E senza pi, richiuse i battenti dell'uscio sulla faccia del
servitore, e rimessosi alla spinetta, torn al suo recitativo, azzardando un
do sopracuto di petto, che parea voler trapassare il soffitto della camera...
Ma chi era quel servo, e a nome di chi veniva? Gi noi non intendiamo di fare
una sorpresa; son cose presto indovinate. Lo Scudo di Francia era allora tra'
pi sontuosi alberghi di Venezia. Il conte V... ch'era entrato la sera in
citt, in quella barca precisamente della quale la contessa Clelia, non
presaga di nulla, aveva veduto alla lontana luccicare il fanale, era disceso a
prendere alloggio a quell'albergo appunto, e in compagnia del suo pi fido
servo, il quale era gi stato suo caporale al reggimento. Preso uno degli
appartamenti pi ricchi dell'albergo, abitava il piano superiore a quello ove
Amorevoli s'era acconciato. La combinazione pu parere strana per coloro a cui
tutto riesce improbabile. Ma il tenore non era poi obbligato a prendere
alloggio in una bettola, e il conte, per quanto fosse conte e colonnello, non
aveva diritto nessuno di alloggiare nelle camere del Doge. Onde se si
trovarono ambedue in quell'albergo, la cosa  tanto verosimile, che quasi
sarebbe inverosimile la sua contraria. Ma di ci non  questione. Il conte
V... era dunque venuto a Venezia con intenzioni terribili... in questo almeno
era logico: o non muoversi affatto da Milano e bever l'onda di Lete, ci che
invero sarebbe stato atto prudentissimo, ch il suo decoro, non ne andava di
mezzo per nulla; o, giacch erasi mosso, doveva averlo fatto per qualche cosa.
Lungo il viaggio aveva meditati, come sappiamo, o almeno come si pu
congetturare, cento progetti, che tutti gli pareano eseguibili e tosto: ma
appena furon tolte le distanze, che a lui erano sembrate il solo ostacolo
all'ira sua ed alla sua vendetta, se gli rimase l'ira, si trov impacciato sul
modo di scaricarla agli altrui danni. Bastonare, frustare, sfregiare in
qualche modo l'effeminato e petulante e plebeo cantore, com'esso lo chiamava,
era il voto supremo della sua mente in ebollizione, ma bisognava pure che si
presentasse un'occasione. Bene si ricordava dello sfregio fatto a Voltaire da
quel tal duca irritato dalle sue punture; ma cogliere un uomo all'impensata e
farlo bastonare da mani prezzolate gli pareva un'azione vilissima, e indegna
di cavaliere e di soldato. Dovevasi pertanto cogliere un'occasione plausibile;
ma per coglierla era necessario che l'occasione venisse e spontanea e tale,
che il mondo potesse dire:  giusto che colui sia stato bastonato. E in quanto
alla contessa?... Ahim, che pensando a lei il colonnello si smarriva in un
abisso di dubbj.
Ei non era n determinato, n focoso, n innamorato, n geloso come Otello.
Non era assassino come Pietro de' Medici; non efferato come il duca di Guisa;
non era cupo e taciturno come Nello della Pietra; non longanime come il Lopez
dalla vendetta segreta; bens in quel suo testone di ceppo e in quel suo
cuoraccio da galantuomo era una miscela di tutti questi ingredienti. Ma val
pi una goccia di acido prussico a produrre i subiti effetti, che dodici
elementi che si faccian guerra a vicenda; onde egli si affannava senza
costrutto e senza mai sapersi determinare a cosa nessuna; al pari del tenore
Amorevoli aveva anch'esso, in quella sera, pagato lautamente, se non un
gondoliere, un servitore di piazza, per sapere tutto quello che gli occorreva
di sapere; n per questo i denari erano stati mal spesi; col verboso cicerone
era stato in gondola a visitare i luoghi, il rio san Polo, il palazzo Salomon,
la scalea, la finestra, la porta del lato della calle, tutto. Ma pi
raccoglieva notizie e mezzi, insomma pi innoltrava nella via ch'egli aveva
cercato, e pi crescevano le sue irresoluzioni. Se non che, nel fitto appunto
di quelle sue accalorate consulte, sente un suono di spinetta di sotto a s,
poi un cantare sommesso, poi una voce che si snoda e si alza, e si diffonde in
vibrazioni acute.
Gli pare e non gli pare; chiede a s stesso: chi  mai costui? e, chiamato il
servitore, fa domandare il cameriere.
 Chi  costui che a quest'ora grida come se fosse in teatro?...
Il cameriere mal comprende, non tanto le parole del conte, quanto il piglio
sdegnoso onde le pronuncia.
 Eccellenza...  uno dei pi celebri cantanti del giorno... Tutti i forestieri
che alloggiano qui... son discesi tutti nel salone che  presso le sue camere,
per sentirlo pi dappresso, e tutti fanno le meraviglie e vanno in solluchero,
e si chiamano fortunati d'essere venuti ad alloggiare qui, e poterlo udire
prima che canti in teatro, ch egli  la prima volta ch'ei ci capita a
Venezia.
 Ma chi  dunque?
  il tenore Amorevoli, per servirla.
E il conte che gi ne avea un sentore, non fece atto di meraviglia nessuna; e
rivolto al servo-caporale ch'era l presente:
 Va tosto abbasso, gli disse, e di' a costui che a quest'ora altri dorme qui,
e non vuol essere messo in soprassalto da' suoi strilli.
Il cameriere s'intrometteva per impedire un tale atto, ma il conte-colonnello:
 Va dunque, rugg al servo-caporale, e bada di non far complimenti. Parla
chiaro e risoluto... e se non obbedisce la vedremo.
Il servo, come sappiamo, fece quel che fece, ma quando venne respinto dal
tenore, non sapendo che risolvere, perch di fuori erano molti camerieri che
adocchiavano, risal agli appartamenti del padrone a riferirgli la risposta...
Il conte stava in ascolto... quando gli giunse all'orecchio quel do di petto
sopracuto che lo fece spiritare, onde, senza rispondere, discese precipitoso e
formidabile, come un orso che affamato si rotola dal monte se mai gli venga
veduto un giovenco sbandato alla campagna. Discese e buss s forte, che
Amorevoli dovette aprire... e si vide innanzi, non certamente aspettato... il
conte grande e grosso e fiero, il conte che molte volte dalla ribalta aveva
veduto in palchetto.


VII

Che la vista improvvisa del conte V... facesse un'ingratissima sorpresa ad
Amorevoli, ognuno lo pu credere senza fatica. Si scolor nel viso, fece un
passo indietro perplesso, e, in una parola, mostr di fuori tutti i segni di
chi si lascia cogliere dal timore; ma tutto dipendeva dalla sorpresa.
 Or che si fa? gli disse il conte.
 cos vero che l'effetto della musica deriva tutto dal colorito, che quella
domanda del conte, per s stessa cos semplice, fece avvicinare di qualche
passo all'uscio della camera d'Amorevoli i camerieri che si trovavano l
presso e i forestieri ch'eran discesi, ch l'inflessione della voce e
l'accento fece parer terribili quelle pur cos insignificanti parole.
Un momento di riflessione per era bastato perch Amorevoli si rimettesse,
come suol dirsi, in sella, onde a quella domanda del conte:
 Si canta e si suona, rispose.
 Fango salito in scanno, al cospetto di chi credi tu di trovarti?
 Al cospetto di chi meriterebbe discendere dallo scanno nel fango.
Il conte fece un passo innanzi, e la mossa fu tale, che i camerieri accorsero
e lo trattennero.
 Ma, disse allora Amorevoli, che pretendete da me, signor conte? Con che
diritto vi siete fatto lecito di mandare ad insultare un uomo dabbene? Io sto
nella mia camera, io attendo a' fatti miei e all'arte mia, e se momenti fa
colla voce potevo ferire l'orecchio altrui, pregovi a pensare che non 
mezzanotte e siamo in Venezia, e di quest'ora gli  come si fosse di mezzod,
in un'altra citt. Le costumanze, i convenevoli, i riguardi li conosco al pari
di chicchessia. Se mi aveste mandato a pregare coi modi del gentiluomo, meno
male, vi avrei esaudito; ma invece quel vostro domestico si comport di
maniera, che fu assai se non l'ho spinto rotolone gi per la scala. Del
rimanente, se in poco o in nulla vi credete offeso, io son qui pronto a darvi
qualunque soddisfazione.
 E quali soddisfazioni mi puoi dare tu?
 Quelle dell'uomo onesto in faccia a chi vuol dar spettacolo di coraggio.
 Ma giacch ti vanti di conoscere i convenevoli e le prammatiche, non sai tu,
istrione vilissimo, ch'altri offende se stesso misurandosi co' pari tuoi?
 Pari o no pari, questa la xe ona prepotenza da sior Lelio...
Chi diceva queste parole era un giovane di vent'anni, poco su poco gi, il
quale vestiva l'assisa di soldato di marina. S'era trovato l ad udire insieme
cogli altri forestieri; ed avendo preso notizia del fatto, e parendogli quella
del conte un'insopportabile soperchieria, non pot pi contenersi, e strill
quelle sue parole con fremebonda concitazione. Il conte si volse, e:
 Chi m'interrompe? disse.
 Angelo Emo, nobile di nave, disse il giovine uscendo dal crocchio, e
saettando la sua giovane pupilla nella pupilla torva del conte.
Era esso davvero quell'Angelo Emo, il futuro assediatore di Tunisi, colui che
gloriosamente doveva chiudere la serie degli ammiragli della serenissima
repubblica. Di quel tempo, uscito appena dalla istituzione del Bilesimo
consultore della Repubblica, del padre Lodoli, altro consultore, e del celebre
Stellini, era entrato da pochi giorni nella carriera marittima, nella qualit
appunto di nobile di nave, tirocinio che si faceva durare quattr'anni, col
saggio intendimento che i giovani alunni unissero la pratica alla teoria. Di
que' giorni egli stava coll'equipaggio lungo le coste dell'Adriatico, e avendo
sentito com'era aspettato a Venezia il conte Algarotti, che fanciullo egli
aveva conosciuto nella casa paterna, impetr dal capitano di nave il permesso
di venire a Venezia; e siccome il padre, per essere riformatore degli studi,
stavasi a Padova colla famiglia, egli avea preso alloggio all'albergo dello
Scudo di Francia.
 Or come c'entrate ne' fatti altrui? disse il conte al giovine soldato.
 Quand'uno offende un altro senza ragione e con violenza, tutti hanno diritto
d'immischiarsi ne' fatti dell'uno e dell'altro. In conclusione, che v'ha fatto
quel signore? Chi mai poteva imaginarsi che la musica vi dovesse far abbaiare
alla luna come un cane da presa? O quel signore v'ha offeso, o voi avete
offeso lui... Fin qui non c' nulla di straordinario. Ci che v'ha di strano
si  ch'egli si dichiari disposto a darvi ogni soddisfazione... e voi la
rifiutate. E che vorreste dunque?... ch'egli si ammazzasse per rispetto alla
vostra corona di conte?
 Ragazzo, bada, ch'io non torca su di te l'ira che mi venne da lui!
 Ed ora son io che vi chiedo soddisfazione, signor conte!... Or non vi pu
soccorrere la scusa della mancanza di parit fra noi... Voi siete conte ... lo
credo perch lo sento a dire, e poco me ne importa ... In quanto a me... i
miei avi furon reggitori di quest'isole quando primamente si congiunsero a
citt. Piero Emo fece prodigi di valore nella battaglia di Chiozza. Altri si
onorarono in ambasciate e in magistrature. Molti di quelli che sono qui
presenti sanno chi sono, e ponno fare testimonianza di ci... per raccogliete
questo guanto.
E il giovinetto generoso, levatosi il guanto di daino, lo gett al piede del
conte V... che lo raccolse e soggiunse:
 Sta bene. Or pensate al resto, perch'io non son di Venezia, e non posso
scegliermi i padrini in una citt che non conosco.
Il lettore si ricorder d'aver veduto qualche volta addensarsi un terribile
temporale al di sopra di un tratto di territorio, e d'aver detto in cuor suo:
non vorrei aver io il mio grano e le mie vigne col; ma d'improvviso il vento
cangiar direzione alla procella stessa, e portar lo schianto della gragnuola
in quelle parti invece su cui alcuni momenti prima il cielo si distendeva
sgombro e tranquillo.
Quando il conte V... feroce e bestiale discese precipitoso a percuotere con
violenza la porta della camera d'Amorevoli, scommettiamo che la met almeno
dei nostri lettori avranno ripreso fiato per assistere alla truculenta scena
del tenore fracassato e morto. E di fatto, una parola, un gesto di pi,
qualche cameriere di meno, pi radi forestieri e pi placidi e prudenti, una
sola insomma di tali cause potea bastare a far iscattare la molla d'una
catastrofe tragica...
Ma invece un fil di vento e poche parole in dialetto veneziano valsero a
cambiar la direzione delle cose. Omnia sunt hominum tenui pendentia filo; e se
Amorevoli pot scampare dal pericolo, per verit che quasi aveva l'obbligo di
far cantare un Te Deum in San Marco.
Del resto, in una relazione storica, scritta nel secolo passato da un Cadorin
padovano, dove  parlato di Angelo Emo,  riferito codesto fatto del duello
ch'egli ebbe nella sua prima giovinezza con un nobile lombardo.
Ed ora tornando a noi, quando il conte V... ebbe raccolto il guanto, il
giovine Emo, con quella delicata cortesia che accusava in lui e mente e cuore
fuor dell'ordine comune, disse, rivolto ad Amorevoli:
 Mi perdonerete, signore, se io ho voluto per ora togliervi di mano il
fioretto. Ma al tempo non manca mai il tempo.
 Per me sono sempre disposto a ripigliare il vostro, quando l'abbiate
adoperato. La mia nobilt sta nell'arte mia e nella mia vita senza rimproveri.
Quando il conte accetti, io sono sempre qui ad attenderlo.
Il conte non fece motto. Angelo Emo soggiunse qualche altra gentilezza ad
Amorevoli, poi scambiate alcune parole con alcuni amici che gli stavano
intorno, due di questi si mossero ed accostatisi al conte V...
 Adesso, gli dissero, giacch noi per parte del nobile Emo lo assisteremo sul
terreno come padrini, voi sceglierete i vostri fra que' quattro gentiluomini
l, che sono parati ai vostri comandi, e intanto ci ritireremo a trattare del
come e del dove.
Cos tutti si ritrassero, mentre Amorevoli si rinchiuse nel suo camerino.
E intanto noi balzeremo da questa notte alla notte successiva per assistere,
nel palazzo Pisani, alla lanterna magica, dove si vedranno a passare l'un dopo
l'altro i letterati, poeti, i pittori, i musici,

Le donne, i cavalier, l'armi, gli amori

onde in quel tempo Venezia brillava fra le citt d'Italia. N ci sar fatto a
caso, perch col si offriranno forse le occasioni per isciogliere nodi a cui
il lettore probabilmente tien l'occhio.


VIII

Due palazzi egualmente celebri, che portano il nome dei Pisani, vi sono in
Venezia; quello a San Paolo, che ha la facciata rispondente sul Canal grande;
e quello in Campo San Stefano. Il primo, appartenente a quello stile
archi-acuto veneziano che ha per distintivo caratteristico il foro
quadrilobato interposto agli archi, ma che nei pilastri bugnati e nel
basamento accenna alle prime transazioni tra l'arte del medio evo e il ritorno
dello stile romano,  lodato per l'eleganza nativa dell'ordinamento generale
del primo stile e la felice libert degli innesti del secondo. Ma il palazzo
Pisani di San Stefano  bestemmiato dalla critica pi recente, che lo chiam
un'insignificante montagna di pietre sagomate. Ognuno ha i suoi gusti, e noi,
sebbene troviamo pessima di stile la facciata di questo palazzo, giudichiam
d'altra parte degnissima di meraviglia la gigantesca grandiosit di tutto
l'edificio; i cortili a molti piani di poderosa struttura, le scale, gli
appartamenti, le sale che ancora oggi, pur nel tristo abbandono in cui
giaciono, fanno rimpiangere allo spettatore quell'avito splendore ove al tempo
nostro  infranta affatto la tradizione. Nelle opere dell'arte, segnatamente
dell'architettura, la grandiosit dell'impianto e l'audacia del concetto sono
elementi che non ponno essere disprezzati, bastando soli a dare importanza
agli edifizj. La miscela di pi forme, i giuochi di parole, i bisticci, le
freddure onde pur sono offese le composizioni drammatiche di Shakespeare, non
tolgono ch'egli giganteggi su tutti coloro che non straripano perch non hanno
fantasia che rigurgita. D'altra parte quella miscela ha un valore, se non per
l'arte almeno per la storia di essa, almeno per le significanze ch'ella serba
in molte parti della storia generale. I drammi di Shakespeare sono
l'enciclopedia storica della grammatica inglese, ch cento autori portarono le
diverse loro acque a quell'oceano; e il medesimo pu dirsi di alcune opere
dell'edilizia, fatte innalzare da pi volont e da ingegni diversi, che
serbano le varie impronte dei tempi in cui hanno operato; onde se il gusto
squisito, contemplando il tutto, si offende, non essendo preoccupato che delle
linee e delle forme; l'intelletto abbracciando invece pi elementi, non resta
offeso dalle forme imperfette, perch si lascia preoccupare dai varj
significati che offre l'edificio. Nel vetusto San Marco, la meraviglia massima
delle meraviglie veneziane,  una mescolanza di tutti gli stili e di tutte le
idee che quegli stili, secondo alcuni, dovrebbero rappresentare l'arte
cristiana vi transige colla pagana, le incondite stranezze dell'impero basso
contaminano spesso i simboli cristiani, la cupola orientale gira sugli archi
latini, la colonna greca posa sulle costruzioni bizantine. La critica
inesorabile che  fida al bello assoluto e lo trova nella sola unit poderosa,
s'indispettisce di tali mescolanze; ma v' quell'altra critica pi grande, pi
intellettuale, pi liberale, che trova quell'edificio d'un valore
inestimabile, per le sue variet appunto, e perch l'architettura essendo un
libro di granito, come disse il poeta, tanto pi quel libro  prezioso, quanto
pi fatti ricorda della storia di un popolo. Tutte queste nostre chiacchiere
vorrebbero dire che anche il grandioso palazzo Pisani, imperfetto, difettoso,
senza carattere deciso, ha un merito, se non in faccia alla critica dell'arte,
in faccia a quella della storia, e che per ci i Pisani che lo hanno fatto
innalzare e continuare, non hanno mal speso i denari, come taluno ha detto.
Cominciato alla met del 1500 dal Sansovino, fu compiuto quasi due secoli dopo
dal vicentino Frigimelica, onde codesto edificio, esaminato in tutte le sue
parti, presenta tutte le vicende della grandezza veneziana negli ultimi suoi
secoli, e dei trapassi del gusto, rappresentati da vari architetti. Che se
anche oggi, pur nell'abbandono in cui  lasciato, serba ancora qualche
significato, si figura il lettore quel che nel secolo passato dovesse parere
al visitatore intelligente, in uno di quei giorni in cui la ricchezza del
proprietario Alvise Pisani lo apriva alla folla dei patrizj e delle altre
classi distinte; quel che dovesse parer nella notte in cui lo dischiuse per
festeggiare l'arrivo del conte Algarotti, il quale in quel tempo, per
straordinario beneficio di fortuna, sedeva re di tutti i regni delle scienze e
delle arti. Erano le tre ore di notte; risplendevano tutte le finestre della
facciata che guarda il Campo San Stefano. Le due statue oziose, che stanno a'
fianchi della maggior porta, avevano avuto anch'esse in quella sera l'incarico
di portare un gran fanale sulla testa; risplendeva tutto il lato del palazzo
che guarda il rio; e pi servi con torcie a vento stavano sulle due scalee per
cui si ha accesso al palazzo da quella parte appunto; era tutta illuminata la
lunga calletta per la quale il palazzo ha una comunicazione col Canal grande,
sulla scalea della quale stavano pure altri servi con torcie a vento per
ajutare lo sbarco dalle gondole accorrenti. Dalla parte del campo venivano a
frotte di due, di tre, di quattro gentiluomini e gentildonne, preceduti dai
servi col lampione. Il Canal grande, per quanto spazio misura la linea di due
o tre palazzi, era tutto pieno di gondole con gondolieri schiamazzanti ad
aprirsi la via, chi verso l'approdo della calletta, chi verso il rio interno.
Gl'invitati che veniano dal campo, s'incontravano nell'atrio con quelli che
arrivavano dal rio; e quand'erano forestieri o veneti di terra ferma, si
soffermavano a guardare il leone rampante scolpito, che era lo stemma di casa
Pisani, colla spada da un lato, la mazza e l'elmo dall'altro; e i fan delle
galeazze che gi avevano rischiarate le vittorie del glorioso Vittor Pisani.
Tutti costoro poi si incontravano nell'ultimo cortile con quanti vi
approdavano dal canale, e insieme salivano lo scalone e, d'una in altra
anticamera, entravano nella maggior sala, la cui vlta, dipinta dal Guarana, 
sorretta da molte colonne corinzie, oggi mostranti il gretto legno, allora
tutte splendide d'oro nel capitello, nelle scanalature, nella base.
In quella sala v'era uno scompartimento apposito per l'orchestra e pei
clavicembali.
L'accademia, dovendosi incominciare ad ora pi tarda, la folla dei visitatori
traeva di sala in sala ad ammirare gli sfoggi straordinarj di quel palazzo e
di quegli appartamenti: i dipinti di Tiepolo, del Tiepoletto, del Canal, del
Rizzi, del Cignaroli; i damaschi, i sopraricci, gli arazzi della fabbrica
privilegiata, allora celebratissima, delle sorelle Dini, le quali ritraevano
un assegno annuo dalla stessa Repubblica. E segnatamente si trattenevano ad
esaminare a parte a parte le ricchezze d'ogni guisa che risplendevano nella
cos detta sala d'Apollo dipinta a chiaroscuro dall'Amigoni bergamasco. Se non
ci tormentasse la noja delle descrizioni, onde amiamo dipingere a sguazzo con
pennello scenografico e in istile piazzoso, piuttosto che col pennello minuto
dei Fiamminghi, vorremmo riprodurre cos al vivo il palazzo Pisani di dentro e
di fuori in quella serata musicale, che il lettore dovrebbe confessare che
oggid per questo lato la ricchezza par miseria; e quando pure d il caso che
taluno voglia sfidare il passato per superarlo, non riesce che ad essere la
scimia che imita il padrone, e provoca il riso invece della meraviglia; perch
c' una cosa, che distingueva i nostri buoni vecchi, ed  l'armonia che univa
la loro persona e i loro vestiti colle proprie abitazioni, le suppellettili,
gli addobbi, le tappezzerie, gli ornati, le pitture onde si circondavano. Oggi
invece il cilindro del secolo decimonono copre una testa colla barba di Carlo
V, o i mustacchi a coda di topo di Tamerlano. Oggi il monotono e gretto frack
di panno nero, e i calzoni attillati del marito, si smarriscono nelle volute e
nelle sinuosit del guardinfante risuscitato dalla moglie ingrossata. Oggi il
signore sotto i soli d'Italia porta il soprabito di guttaperca, che ci fa
sentire il ribrezzo delle nebbie inglesi impregnate di filigine; mentre poi
sul serpe della carrozza parigina il cocchiere reca l'impronta di una
vecchiezza anticipata sotto la parrucca a tre giri del senator Tredenti; e
nelle case la stessa sconcordanza perpetua, e negli addobbi e negli ornati
sempre una ricchezza senza logica e che rinnova l'immagine oraziana del mostro
equino.
Rifacendoci coi nostri personaggi, a tre ore di notte Amorevoli portossi al
palazzo Pisani, dove s'incontr in Luchino Fabris, musico di gran merito,
imitatore fortunato del celebre Egiziello. Essi eransi trovati insieme
viaggiando pi volte, e avevano stretta amicizia; ma, per combinazione, non
eran mai stati scritturati a cantare insieme n in un medesimo teatro n in
una citt medesima, onde si conoscevano per fama, e avevano il desiderio di
sentirsi a vicenda.
 Ho caro assai di vederti qui, disse il Fabris ad Amorevoli, e finalmente udr
la tua voce.
 Ed io avr il dispiacere di fartela sentire in un cattivo momento, disse
Amorevoli. Non sto niente di lena, e cento cose mi dan noja.
 So tutto, amico mio, ma sono ingredienti quelli che non scemano punto il
colorito al canto. Tu vedrai la contessa, e...
Amorevoli finse di aver preoccupata l'attenzione a qualche oggetto, e non
rispose.
 Credo bene che la bella lombarda verr stanotte qui, come s' mostrata
altrove in questi giorni addietro... Ma tu guardi Apollo in quadriga, e non ci
senti da quest'orecchio. Pure, se tu taci, tutti parlano. Dammi dunque retta.
Sento che c' qui il marito della contessa...
 Anche questo si sa?
 E che mai? pretenderesti forse che del duello col giovine Emo non fosse
trapelato nulla, quando cameriere e cuoco e guattero sono stati testimonj
della scena?
 E come si racconta la cosa?
 Sta tranquillo; tu ci fai buonissima figura. Ma ora si vuol sapere come
riusc il duello...  il discorso di tutti... Non sai nulla tu?
 Nulla affatto. Sono andati in Terra Ferma, fuori un tratto del territorio
della Serenissima per scansare certa legge che li avrebbe colpiti. Per non se
ne sa nulla ancora. Lasciamo dunque che tutto vada a beneficio o maleficio di
fortuna; e dimmi chi  quel cosino l smilzo e pallido, colla collana e il
medaglione e la croce in petto... Tu hai cantato per due stagioni l'una dopo
l'altra a Venezia... e questa che s'innoltra sar la terza... Devi dunque
avere la citt tutta quanta in sul palmo, e saper vita e miracoli di ciascuno
come un barbiere.
 Davvero che di questa citt ormai conosco il dritto e il rovescio come se
fosse la mia giubba. Ma non domandarmi chi sia colui, perch non l'ho mai
veduto n qui, n altrove, n in piazza.
Dicendo questo il Fabris si volse a chi gli passava presso, e chiese il nome
di quel gentiluomo.
 Chi  colui? rispose l'interrogato con un sorriso secco e amaro. Ma gli 
forse permesso ignorarlo? Esso  nientemeno che il re della festa.
 Chi? il conte Algarotti?
 L'Algarotti... s signori... plebeo di Venezia, conte di Prussia, ciambellano
di S. M. il Re Federico, cavaliere del Merito, consigliere intimo del Re di
Polonia, consultore del duca di Savoja, di quello di Parma, del Papa; membro
di tutte le universit, socio di tutte le accademie che furono, che sono e che
saranno: astronomo, poeta, pittore, architetto, suonatore di violino... Di
molti si suol dire che cosa ... di costui bisogna dire che cosa non ...
Tuttavia quel ch'ei valga davvero, lo si conoscer da qui a cinquanta e meglio
ancora da qui a cento anni. Intanto ha la tosse, e un polmone che si rifiuta a
fare il suo solito servizio. Padroni riveriti.
Cos dicendo, quel gentiluomo si mescolava tra folla e folla.
 Che costui sia un qualche letterato o poeta, razza invidiosa e malefica?
disse il musico Fabris, il quale scontrandosi in quel punto faccia faccia con
un uomo tutto vestito di nero, alto e magro, ch'ei ben conosceva:
 Signor abate, disse, vorrei sapere il nome di quel giovinotto l alto e
stecchito, con cui test ho parlato e che or sorride a quella dama.
 Se non amate ch'altri vi tagli i panni addosso, fate di scansarlo... Egli 
il conte Carlo Gozzi, il quale ha il cervello fatto di fegato, onde se schizza
fiele e bile ad ogni parola, la cosa  naturale.
 Addio Luchino, e via.
 Chi  questo prete? domand Amorevoli al Fabris.
  il celebre abate Chiari.
 Ma perch non presentarmi a lui, che lo avrei ringraziato?
 Di che?
 Del favore che da qualche anno mi fa tutte le notti. Sullo stipo accanto al
letto io tengo sempre una tazza d'acqua di gomma e un romanzo dell'abate.
Prima di dormire bevo due goccie di gomma, e leggo due pagine di romanzo. La
gomma mi fa morbida la gola, le pagine mi fan morbido il sonno. Se mi sveglio,
bevo altre due goccie di gomma e leggo due altre pagine di romanzo; cos
conservo la voce e la salute, rintuzzando la veglia. Se c'incontriamo ancora
in lui, ti prego di presentarmi.  un mio benefattore.
 Se tu metti i suoi romanzi insieme coll'acqua di gomma, buon padrone. Ma non
si fa cos a Venezia; parlo delle donne e del pubblico che legge avidamente i
suoi libri; che corre in folla alle sue commedie, e schiamazza d'entusiasmo; e
lo supplica a dar sempre qualcosa di nuovo; e s che l'abate sembra una
fontana intermittente, che cala per crescer sempre, e annaffia tutti quanti;
eppure tutti si senton arsi.
A questo punto un maggiordomo della casa s'accost al Fabris, significandogli
che il signor conte padrone chiedeva di lui e dell'amico suo. Questi lo
seguirono nella massima sala, dove il conte Alvise Pisani sedeva accanto al
conte Algarotti, intorno al quale facevano ampia corona molte persone.
V'era il Canaletto, a lui particolarmente devoto per la protezione che ne
aveva avuto. Esso tornava allora dall'Inghilterra, dove aveva raccolto molto
danaro; e dalla Sassonia, dov'erasi recato a portarvi due suoi quadri per
interposizione appunto dell'Algarotti, il quale aveva avuto incumbenza
dall'Elettore di acquistar opere ad arricchire la galleria di Dresda. Con lui
stava discorrendo l'amico suo Tiepolo, quegli che di stupende macchiette gli
ornava le prospettive animandole di vita e rendendole pi importanti per lo
studio dei costumi e delle foggie. Il Tiepolo era tornato di fresco da Milano,
dove avea dipinta la vlta della maggior sala in casa Clerici. De' letterati,
v'era il Gozzi Gaspare, e il senatore Seghezzi, il quale stava in quel punto
presentando all'Algarotti un fanciullo di undici anni, autore in quella cos
giovane et di due o tre poesie in dialetto veneziano, che aveano fatto il
giro della citt. Ed era quel Gritti che doveva poi riuscire nel vernacolo
veneziano ci che il Maggi era stato nel milanese. Ma di tutti mancava il
primo, mancava il Goldoni, il quale era andato a Torino a mettere in iscena il
Molire. L'Algarotti dava belle e graziose parole a tutti, ma con quel fare di
affabilit convenzionale che, se indispettiva fieramente Carlo Gozzi, non
piaceva troppo nemmeno al pi mite Gaspare, che giuocava di scherma coi
complimenti onde il conte gli era cortese riguardo alla fondazione di
quell'accademia de' Granelleschi che, fin dal 1740 iniziata per celia e
portando sempre la maschera della matta giovialit, nel fatto era per
diventata il conservatorio della buona lingua italiana.
 Ella, signor conte, mi d lodi che son dovute ad altri, cos diceva Gaspare
Gozzi. Ecco il vero fondatore dell'accademia, il suo massimo sostegno, il suo
principe perpetuo; e dalla schiera circostante, pigliando pel braccio un
pretino rachitico, lo present al conte dicendogli:
 Questi  il celebre abate Sachellari, l'arcigranellone; si provi, signor
conte, a interrogarlo, e sentir parole di sapienza.
Quel Sachellari era un originale curiosissimo, pieno di goffaggine e di
orgoglio. Quando parlava faceva smascellar tutti dalle risa, e pi quando
recitava gli stolidissimi suoi scritti. Tuttavia quello scimunito aveva data
l'occasione perch si adunassero le migliori intelligenze di Venezia. In prima
era stata una gara a chi lodavalo di pi con componimenti berneschi; poi da
quella gara nacque la celebre accademia in cui risplendette pi che mai
l'ingegno, la vena poetica, il brio, lo spirito satirico di Gaspare Gozzi.
 La testa di costui, caro Algarotti,  come quella de' miei detrattori.
Chi diceva tali parole era il padre Carlo Lodoli, che nel convento di san
Francesco della Vigna teneva aperta scuola privata a molti giovani patrizj e
facoltosi, ed era stato maestro anche all'Algarotti. Istrutto in molte scienze
e lingue e nell'arte architettonica, egli aveva ottenuta grande rinomanza per
avere tentato di distruggere tutti i principj fin allora invalsi
nell'architettura, negando obbedienza all'autorit, detronizzando Vitruvio, e
introducendo quella filosofia architettonica, che turb di sottigliezze e
astruserie le menti, onde per libidine di opposizione fece poi pi tenaci
dell'imitazione gli architetti pratici. Del resto, quelle parole ch'esso aveva
pronunciate erano dirette a due architetti l presenti: il Poleni che avrebbe
battuto moneta falsa per Vitruvio, e il Temanza che aveva scritto un opuscolo
contro di lui e di quelle, secondo il parer suo, dementi dottrine. Il Temanza
non rispondeva, e ammiccava allo zio Scalfurotto, l'architettore di san Simone
Maggiore, mentre ridevan tra loro il Massari, che stava in quel tempo
edificando i Gesuati, ed il Lucchesi che eresse san Giovanni in Oleo e
l'Ospedaletto di san Giovanni e Paolo. Per altro se il Temanza s'accontentava
d'ammiccare e tacere e lasciar che svampasse l'iracondo e dotto frate,
dipendeva da ci, ch'ei sapea assai bene come nessuno desse ragione al suo
avversario, mentr'egli era lodato ed ammirato dai pi celebri architetti ed
archeologhi d'Italia, ed invitato dai pi facoltosi patrizj di Venezia, delle
cui mense ei teneva gran conto, perch s'egli era celebre come architetto
civile e idraulico, lo era pure come insaziabile mangiatore. Ma il conte
Pisani, visti il Fabris ed Amorevoli, li present in prima all'Algarotti, poi
al P. Vallotti, il celebre maestro suonator d'organo del Santo di Padova, ed a
Tartini, e disse loro:
 Or tocca a voi. A momenti sar qui il doge e il procuratore Foscarini e i
signori Dieci, e converr incominciare.
Il maestro Galuppi, che in que' giorni era passato a Venezia a concertarvi
l'opera in musica, si alz, e volgendosi con grande rispetto al P. Vallotti,
il quale allora era stimato nell'arte dei suoni quel che oggi il professor
Bordoni  stimato nella scienza dei numeri, lo supplic a volere esaminare i
pezzi di musica da eseguirsi in quella sera.
Vallotti si volse a Tartini, e:
 Avete visto, voi? gli disse.
 Io conosco la musica che devo eseguir io, dell'altra non so. Ma chi ha a
cantare dee far quello che pi gli piace.
 Per sarebbe ottimo, soggiunse il P. Vallotti, che alla musica di camera non
si mescolasse mai la musica di teatro.
 Io ho alcuni madrigali dell'abate Clari e dell'abate Stefani, disse
Amorevoli.
 Ecco un artista di buon senso.
 Per met, maestro. Perch ho anche un recitativo di Vinci, e due arie del
Pergolese e di Jomelli; il pubblico vuol essere accontentato anch'esso, e se
dieci gustano Clari e Stefani, mille comprendono la musica teatrale, anche
perch l'hanno sentita ad eseguire pi volte, e vi recano un giudizio pi
ammaestrato dall'esperienza.
  questa un'ottima ragione, disse l'Algarotti.
 Pessima, entr a rispondere il P. Vallotti che aveva la stizza del frate, del
vecchio e del profondo scienziato, disprezzatore degli uomini superficiali e
che, in quanto all'Algarotti, non avea potuto sopportar la lettura di quel suo
trattatello sulla musica.
Ma l'Algarotti non si scontorse punto a quella cruda opposizione, ma
sorridendo blandamente:
 Ognuno porta l'opinione sua, disse. Bens mi rincresce di averne una che sia
opposta a quella di un s grand'uomo qual siete voi.
L'Algarotti era stato, gi ognun lo sa, alla Corte del Re filosofo, la cui
filosofia consisteva nel volere all'ultimo essere adulato. Era stato col Re di
Polonia, il quale non amava certo di essere strapazzato dai letterati. S'era
trovato in Francia con Voltaire, con Diderot, con tutte le altre colonne della
Francia nuova, e seppe s ben fare che quei grandi uomini avevano lui in conto
d'uomo grandissimo. La societ di mutuo incensamento non  una invenzione di
questi ultimi anni. Essa fioriva anche nel secolo passato, e l'Algarotti ne
poteva a buon diritto essere il presidente.
Ma intanto che i signori virtuosi maschi e femmine, e i signori maestri di
musica e i signori professori di violino, di viola, di violoncello, di
contrabasso, di clarino, di clarone, di fluta, d'obo, ecc., recavansi nello
scompartimento a loro assegnato nella gran sala delle colonne; il maggiordomo
e i camerieri facevano un giro per gli appartamenti dov'erano disperse le dame
co' loro cavalieri, onde invitarle a sedere nella gran sala.
E in poco tempo s'eran tutte infatti messe a seder l in pi file disposte a
semicerchio intorno al seggiolone del doge e della dogaressa, press'a poco
come le deit dell'Olimpo intorno al Giove nel quadro d'Appiani. E per verit
ch'era quello un nuovo olimpo, olimpo terrestre e palpabile, migliore assai
del mitologico. Olimpo di ricchezza, di splendore, di giovent e di bellezza.
Amorevoli, che stava pi in alto sulla gradinata dell'orchestra, innanzi al
clavicembalo, volse lo sguardo in quella via lattea di pupille tremule; ma
nella patria dei grandi occhi lucenti non vide gli occhi che cercava. La
contessa Clelia non c'era. L'estro, che un momento prima lo aveva eccitato,
leggendo col P. Vallotti un madrigale erotico del Clari, gli svamp in
quell'infelice ricerca e chin la testa avvilito. In quel punto entrava il
doge che, girata intorno la testa e messosi a sedere vicino al conte Alvise,
tosto gli domand con grande sollecitudine:
 Non avete ancora veduta la contessa Clelia V... di Milano?
Or che relazioni potesse avere il doge Grimani colla contessa e qual cosa lo
sollecitasse a di lei riguardo vedremo fra poco.


IX

Se il labirinto dedaleo in cui, senza sua colpa, si trov impigliata la
contessa Clelia, non fosse un fatto incontrastabile, che fece parlar tanto i
nostri buoni vecchi cento anni fa, e che una secca mano registr in carta
grossa; perch il tempo e l'umido de' muri solitari non bastasse a
distruggerla, e cos potesse pervenire alle mani di un postero incapace di
custodire i segreti; se tal fatto adunque non fosse una verit irrefragabile,
noi gli avremmo negata ogni fede quando lo avessimo udito da uno di quegli
uomini avvezzi a inventar frottole. Perch, passi pure tutto quello che fin
qui  avvenuto a Milano, passi la maledetta fortuna per cui un semplice
dialogo tagliato in mezzo da un cancello e, fino ad un certo punto, anche
innocente, mise in piazza i pudibondi arcani di una gentildonna; mentre pi
spesso quella stessa iniqua fortuna sa conservare intangibile l'aureola
penelopea a chi s'intrattiene a lungo in dialoghi senza cancello; passi dunque
tutto ci, e passi la fuga, e passi il ricovero di Venezia: ma ci che
veramente ci fa intolleranti e fremebondi per quella sventurata contessa, 
l'infesta combinazione della scrittura teatrale del tenore che cambi la sede
della malattia senza distruggerla, anzi aumentandola a pi doppj.
Povera Clelia, seduta presso la finestra della sua camera, colla faccia
mestissima e gli sguardi profondi rivolti macchinalmente al cielo, anzi alla
luna, alla luna fredda e incapace d'intenerirsi per nessuno, mentre pure da
tempo immemorabile si gode la fama di pietosa.
Povera infelice Clelia, gettata e trattenuta dalla fortuna tra un amante
fatale e un marito funesto, in una terribile vicinanza e dell'uno e
dell'altro; dell'uno e dell'altro, che pure coraggiosamente e fortemente avea
fuggiti.
Almeno coloro che si picchiano il costato per ogni nonnulla, e sono
inesorabili accusatori delle debolezze altrui, le vogliano tener conto, per
tutto quello che potrebbe succedere in avvenire, di questa prima violenza
usata contro s stessa!
Ch anzi, nel punto ch'ella guardava la luna, stava precisamente compiendo
contro s medesima una seconda violenza. Se donna Clelia fosse cotta e
stracotta dal desiderio di rivedere Amorevoli, lo pensino i giovinotti che non
hanno ancora venticinque anni e che, per un occhiata, s, per un'occhiata
(anche noi abbiamo avuto i nostri verd'anni!) farebbero due volte di notte,
non che una, il traverso dell'Ellesponto; lo pensino le fanciulle che non
hanno innanzi agli occhi che un unico oggetto; lo pensino anche le donne che
hanno pi di venticinque anni e son compromesse in qualche pericoloso
contrabbando, mentre la guardia di finanza batte la campagna. Donna Clelia
dunque, ci rincresce dirlo, ma la verit  una sola, desiderava di vedere
Amorevoli con un ardore, con tale ardore, che noi amanti della buona bottiglia
e della coppa di manzo, non possiamo nemmeno concepire. Tuttavia, con s
smisurato ardore nell'animo, non si mosse dalla sua camera, e resistette agli
inviti della moglie dell'illustrissimo conte Alvise Pisani. Non si mosse per
non incontrarsi in colui, negli occhi suoi, per non sentir la sua voce, per
non provocare nuovi parlari, per non essere cagione di nuovi scandali; n si
creda che la paura del marito abbia potuto influire sulle sue deliberazioni.
No, al marito non pensava, n poco n assai; lo fuggiva colla mente, come
allorquando si torcono gli occhi da una imagine disgustosa, e passava ad
altro; onde il timore non pot mai padroneggiarla. Solo pertanto il fermo
proposito di non voler vedere Amorevoli la trattenne in casa. Per se questa
non  virt, noi non sapremmo invero dove andarla a pescare. Seduta a canto a
quella finestra, ella sent suonar due, tre, quattr'ore al campanile di S.
Polo, quando un cameriere venne ad annunciarle che il conte Alvise Pisani
domandava d'essere introdotto.
Introdotto ch'esso fu:
 Mi rincresce, contessa, egli disse, d'essere stato costretto a rompere il
silenzio della vostra camera. Ma voi non avete voluto appagare il desiderio
vivissimo che avevamo della vostra presenza nella mia casa in questa sera; vi
supplico a voler essere cortese all'invito che per mia bocca vi manda il doge.
 Il doge?... e che... non ho io nessuna volont, caro conte, di occuparmi
stasera in discorsi d'astronomia.
Perch il lettore possa comprendere queste parole, dee sapere che il doge
Grimani, uomo dottissimo, era particolarmente versato nell'astronomia, e per
la prima volta che gli venne presentata, in un'altra serata musicale, la
contessa Clelia, sapendo quant'ella fosse istrutta in codesta scienza, s'era
compiaciuto di intrattenersi con lei in argomenti affini; e per quel discorso,
che s'era prolungato pi di quello che parea comportare una conversazione di
diporto, esso avea fatto una cos alta stima della contessa, che parlandone
poi a molti, avea contribuito ad accrescere pi che mai la voga in che era
venuta la bella lombarda.
 Mi pare che non si tratti d'astronomia, rispose il conte Pisani. Il doge ha
bisogno di parlarvi per cosa d'importanza.
 Il doge? ma perch il doge? domand allora la contessa alquanto turbata, e
alzandosi da sedere.
 Vogliate essere tranquilla, contessa. Il doge non mi disse veramente di che
si trattasse, ma il suo aspetto era calmo. Onde non  a temere di nulla.
Forse, chi sa, sarebbe occorso che vi presentaste ai Dieci. Ma i Dieci e il
doge hanno forse voluto cogliere l'occasione di un ritrovo quasi pubblico e di
una spontanea intervista per potervi parlare. Del rimanente un tale desiderio
del doge  noto a me solo. A voi pertanto non resta che di accettare l'invito
della contessa mia moglie, e onorare l'accademia della vostra presenza, come
naturalmente avreste dovuto fare se foste stata un po' pi amica di noi.
La contessa stette un istante in silenzio, poi disse:
 Ebbene, verr...
E un impeto di gioja occultamente le innond l'animo; la gioja del trovarsi
costretta a far quello che assolutamente non avrebbe mai fatto per s stessa,
ma che aveva desiderato con ansia affannosa.
Il conte Alvise part. Ella chiam le cameriere, e:
 Mi  forza andare in casa Pisani; ajutatemi come si pu meglio e di gran
fretta a vestirmi.
Ella tremava in tutta la persona, e il fuoco dalle membra convulse le era
salito sul volto. La pupilla erasele fatta ardente pi del consueto, e un
raggio insolito le lampeggiava tra ciglio e ciglio.
A recarsi in casa Pisani per volont propria erale in prima sembrato una colpa
gravissima, onde s'era trattenuta in casa; ma le parole del conte Pisani le
avean fatto parer quella visita un atto indispensabile; sicch il desiderio le
fece afferrare con cieca fidanza quel pretesto per illudersi da s medesima.
Non rifletteva, no, che, fermamente volendo, non aveva nessun obbligo di
piegare nemmeno all'invito del doge. Ma provava un'esaltazione piena
d'ebbrezza e quasi voluttuosa nel pensare d'aver quell'obbligo, e d'essere
costretta a rivedere colui; d'altra parte, per le consuete arcane fantasie
della mente, le pareva quello un decreto espresso del destino, e si consolava
come di un presagio felice.
Non bastandole il tempo e mancandole la voglia, si scelse vesti e acconciatura
semplicissima. Avvolse i capelli, che aveva in gran disordine e non potevansi
cos presto disporre a parata, in molti giri di una ciarpa di pizzo bianco di
Gand, foggia allora parimenti usata; puntandola davanti in sul confine della
fronte, con un grosso diamante che solo bastava a dar splendore ed aura
d'Olimpo a tutta la figura, e senza pi se ne usc.
Venuta in Canal grande, erano affollate tante gondole nello spazio che correva
presso al luogo dell'approdo dalla parte del canale, che il suo gondoliere
pieg verso il rio e si ferm alla prima scalea.
La contessa discese, preceduta dal servo, e s'indugi perplessa sotto l'atrio
che mette allo scalone...

E soffrir che sia
S barbara mercede
Premio della tua fede, anima mia?
Tanto amor, tanti doni!
Ah! pria ch'io t'abbandoni
Pera l'Italia, il mondo.

La prima sillaba della parola mondo del celebre recitativo della Didone di
Vinci, usciva dalle finestre del piano superiore, portata a volo da quel
medesimo do sopracuto onde Amorevoli la sera prima aveva fatto salire in
furore il conte V... La contessa sub la sorte di chi s'affaccia per veder la
battaglia, e senza pi  colto nel petto da una palla che fischia. Fu per
cadere, s le forze le mancarono, a quella vibrazione sonora, e dovette
appoggiarsi al servo.
Applausi frenetici seguirono quel do privilegiato, che aveva il dono della
forza insieme e della soavit. E il recitativo continu, e venne la cadenza
alle parole Numi, consiglio, in cui la nota tenuta di un si bemolle di
prodigiosa limpidezza e, come dicono i maestri, di argentina sonorit,
attravers gli spazi dell'aria, e non pareva voce da uomo, no, ma quella bens
di un essere soprannaturale, incaricato di dar qualche buona notizia ai
mortali.
Insistiamo su codeste qualit della voce d'Amorevoli, in prima perch i suoi
contemporanei ne parlano come d'un fenomeno non mai pi udito; poi per far
comprendere ai lettori che non v' nulla al mondo di pi penetrante negli
umani petti di una voce in quella chiave; intendasi sempre quando  bella,
perch non bastano i soli suoni a renderla pregevole. Molti uomini storici
denno ascrivere la loro fortuna all'avere avuto in dono una voce in chiave di
tenore. Il re Davide sarebbe stato trapassato dalla lancia di Saulle
impazzito, s'egli non lo avesse placato col sol, col la e col si d'una soavit
arcangelica. Eginardo lo storico fu per la stessa ragione se invagh Emma, la
figlia di Carlo Magno. Rizio e Monaldeschi erano tenori di mezzo carattere, e
innamorarono due regine. Sarebbe per stato meglio per loro l'aver avuto
tutt'altra voce, ch probabilmente sarebber morti in pace al loro letto. Ma
ci non significa nulla contro il nostro assunto. La voce di soprano sfogato
ferisce le orecchie, ma non lascia nulla nel cuore; la voce di basso provoca
il rispetto ma non l'affetto; ci sarebbe la voce di contralto, ma nei sbiti
trabalzi dai suoni gravi agli acuti compromette troppo sovente i buoni
successi. Soltanto la voce di tenore impera sugli animi. Il gobbo Tacchinardi,
gobbo e nano, ed arieggiante pi il mandrillo che l'uomo, pot ai suoi bei
tempi dispiegare la lista di Don Giovanni, tanti capi femminili ei fece
girare! ch l'orecchio, lusingato dal suono maliardo della sua voce, lavorava
insidiosamente sugli occhi, innanzi a' quali, come a' tempi del mago Merlino,
usciva il silfo dal nano, il genio alato dal diavolo colle corna. Dopo tutto,
vogliam dire con ci, che se una donna s'innamora d'un tenore, non pretenda di
poter bere l'oblio nemmeno in Acheronte; e se qualche giovinotto ha per rivale
un tenore, faccia conto d'esser tisico in quarto grado, e di dovergli senza
pi far la regolare cessione del suo tesoro.
Non creda per il lettore che codesta sia una malizia di chi scrive, per far
le lodi della propria voce; tutt'altro; chi scrive ebbe in sorte la voce di
basso; soltanto gli tocc in dono, quasi a titolo di compenso, un fa diesis
squillante, di cui si giova per aver ragione nelle dispute fracassose cogli
amici.
Ma tornando a donna Clelia, conquisa dalla voce d'Amorevoli, ella si trattenne
sotto l'atrio premendosi il cuore, finch il recitativo si svolse nell'aria:

 Se resto sul lido,
Se sciolgo le vele,
Infido, crudele
Mi sento chiamar.

 E intanto, confuso
Nel dubbio funesto,
Non parto, non resto -
Ma provo il martire
Che avrei nel partire,
Che avrei nel restar.

Dove appar chiaro come i fervori della passione congelassero nell'anima fredda
di Metastasio in tante formole precise e quasi aritmetiche, avverse al genio
della poesia e del dramma.
Ma la musica di Vinci aveva l'abbandono e lo slancio e il sentimento che
mancava a quelle strofe; e Amorevoli vi mise nel renderla la duplice virt
dell'arte pi squisita e dell'animo il pi ardente.
Donna Clelia, come i battimani rintuonarono nei cortili:
 Or si pu ascendere, pens, e fatto lo scalone, entr nelle sale.
I servi di casa Pisani, che la stavano aspettando, mossero a dimandare il
conte padrone, che accorse tosto a riceverla.
Preceduta da lui fece l'ingresso nella maggior sala. Il fremito dell'applauso
e dell'entusiasmo recente che ancor durava l entro, cess di colpo alla sua
comparsa, e vi successe un profondissimo silenzio. Tutti gli occhi furono
fissi in lei. Il conte Pisani, per toglierla dall'imbarazzo in cui la vedeva
impigliata, si volse tosto al conte Algarotti dicendogli:
 Ecco la contessa Clelia V..., de' cui talenti avete sentito a parlare. E
l'Algarotti si alz e venne a sedersi vicino a lei. Anche il doge la guard da
lunge, con atto di affabilissima cortesia, e parve dirle:
 Ci parleremo dopo con maggior comodo.
La contessa intanto, rispondendo macchinalmente alle gentilezze del conte
Algarotti, guardava di furto allo scompartimento dell'orchestra, dove
Amorevoli era investito dalle congratulazioni de' suoi colleghi: da Luchino
Fabris, dall'Aschieri, dalla Turcotti, dal P. Vallotti, che nella sua severit
gli batteva una spalla in atto di protezione; dal violinista Tartini, uomo di
febbrile vivacit, che ad attestargli la sua soddisfazione gli andava
squassando un braccio. N Amorevoli erasi ancora accorto della comparsa di
donna Clelia. Bens il musico Fabris gli parl all'orecchio, e l'avvis
dell'arrivo di lei.
Amorevoli si volse lentamente, quasi che non fosse fatto suo...
Medesimamente la contessa Clelia non fece atto nessuno, e stette immobile come
un simulacro marmoreo. Solo incontraronsi i raggi delle loro pupille, e bench
gli astanti, che da quell'incontro s'erano atteso una catastrofe, dicessero
fra loro: Bada ch'ei pare, non si conoscano nemmeno, pure l'effetto
dell'incontro di que' raggi non pu esser reso che in parte da quella strofa
fremebonda della Parisina,

Un sospiro, un senso arcano
D'un amor maggior d'amore
Trapass da cuore a cuore
E di gioja l'inond.

Intanto il conte Algarotti andava circuendo di domande scientifiche la
contessa, e d'una in altra notizia, rispondendogli ella pure alcun che
macchinalmente, la intrattenne dell'astronomo Lieberkam conosciuto da lui a
Dresda, quegli che nel 1743 aveva inventato il microscopio solare; e le parl
del celebre Clairut, colui che avea fatta la dimostrazione dello
schiacciamento della terra, mediante l'attrazione e la forza centrifuga. E la
contessa, alla sua volta, si trov costretta a chiedergli conto di Bouger,
l'inventore dell'astrometro, e ad informarlo d'un lavoro che in que' giorni il
P. Frisi di Milano stava meditando sul moto diurno della terra, facendo uso
dell'analisi geometrica di Newton, per mostrare che un tal moto non poteva
essere impedito dalle maree. Ma se il microscopio e l'astrometro e la forza
centrifuga e l'analisi geometrica di Newton fossero compatibili collo stato
dell'animo di donna Clelia, ognuno lo pu pensare.


X

Intanto che il conte Algarotti e la contessa attendevano a parlar di scienze
esatte, passava quel quarto d'ora o quella mezz'ora di riposo, in cui i vecchi
pigliano il tabacco, i giovani susurrano qualche parola all'orecchio delle
giovani, e queste pigliano il sorbetto o l'acqua cedrata.
Tartini, cessato di scrollare il braccio ad Amorevoli in segno d'entusiasmo:
 Senti, disse, qui il nostro Luchino Fabris, questa seconda edizione di
Egiziello, m'ha raccontato le tue storie e i tuoi amori, e sono contentissimo
di te. Cos va fatto. Anch'io a vent'anni misi gli occhi addosso ad una
fanciulla dell'alto cielo. Hanno tanto orgoglio questi signori che si chiaman
lustrissimi, e son cos persuasi d'esser fatti di tutt'altra pasta della
nostra, che di tanto in tanto conviene che qualcuno metta loro il cervello a
partito, e li faccia persuasi che  pi nobile di tutti chi  pi giovane, pi
bello e pi bravo. Ecco i tre quarti della nobilt vera; quello che manca a
fare i quattro quarti sta nella ricchezza che col merito uno s'acquista.
Dunque tu sei un nobile degno del tosone; e giacch a Milano non avevi amori,
hai fatto benissimo a sceglierti qualche stella del cielo superno, e a dar
dentro in un marito borioso. Qui Luchino mi ha detto che jeri tu eri
prontissimo a batterti con lui, ed egli ha rifiutato per orgoglio, ond'altri
ha preso le tue veci. Ma ci non va bene; voglio conoscerlo io questo signor
conte lombardo. Gi tu sai che la mia prima professione fu quella dello
schermidore, e fu un tempo in cui volevo metter sala d'armi, e anche oggi non
so chi abbia occhio pi acuto e braccio pi fermo del mio. Dunque lascia fare
a me a trarre in ballo questo signor conte; che se ricuser, lo assalir di
tratto, senza dirgli n asino, n bestia; onde, se gli  cara la vita, dovr
pur mettersi in sulla parata. Chi sa mai, caro Amorevoli, ch'io debba farti il
piatto a dovere, e che il conte sia venuto a Venezia per trovarvi una tomba
fatta d'acqua salsa e d'alghe marine? Ma a proposito, dov' questa signora
contessa? Io sto scrivendo qualcosa intorno ai principj dell'armonia musicale
contenuta nel genere diatonico, e in questo lavoro non posso disimpacciarmi da
certe formole numeriche. A lei dunque, ch' gran matematichessa, come sento
dire, vo' dare a leggere il manoscritto. Cos far la sua conoscenza. Io gi
ho cinquantott' anni, e tu non devi aver gelosia di me.
Ma il maestro Galuppi, a fermare codesta velocissima parlantina del celebre
violinista:
 Ora  venuto il momento, signor mago, gli disse scherzando, di evocare il
vostro diavolo, e di mettere lo spavento in tutte queste leggiadre
gentildonne.
Per comprendere queste parole del maestro Galuppi, dee sapere il lettore che
in quella sera Tartini doveva eseguito appunto quella sua celeberrima sonata,
cos detta del Diavolo da uno strano sogno ch'esso avea fatto, e che gli aveva
messo il pensiero di trarne una composizione musicale.
Avendo il Tartini, a queste parole di Galuppi, preso il proprio violino,
l'Algarotti dalle matematiche balz di tratto a parlar di musica; che era una
sua speciale ambizione, quando trovavasi con qualche persona nuova, di
percorrere tutto quanto l'ambito delle scienze e delle arti, per far
maravigliare chi l'ascoltava, della sua straordinaria versatilit.
 Non avete mai, contessa, sentito questo prodigioso violinista?
 Non ancora; bens ho sentito il Veracini, dal quale dicesi che costui abbia
molto appreso.
 E il Giardini torinese? Il Giardini cantava col violino; ma costui lo fa
palpitare e fremere e piangere. Si direbbe che il suo strumento sia un essere
animato e dal quale, pi che suoni, si debbano attender parole e discorsi.
Quando venne a Praga, dove io mi trovava col principe di Prussia, ch'ora  il
re Federico II, per l'incoronazione di Carlo VI, nessuno sapeva spiegare il
modo con cui traeva dal violino tanta pienezza e rotondit di suono. Chi
pensava fossero qualit speciali della costruzione e del legno del suo
violino, chi dell'animale che avea date le corde. E nessuno s'accorgeva che il
gran segreto era nell'arco, nel modo di governarlo, nella sua pressione sulle
corde. Mi diceva il medesimo Tartini, che il suo lungo esercizio in giovent
nel tirare di scherma gli ha comunicata una tal vigoria nel braccio e nel
polso, la quale gli torn poi utilissima a tenere l'archetto. Ma or ora
l'udrete e lo giudicherete nella suonata del Diavolo; perch tutto dev'essere
strano e straordinario in costui. La sua vita, le sue vicende, tutto, persino
i titoli delle sue composizioni. Doveva essere un frate, e rub una fanciulla
patrizia. Studiava a Padova per fare il giureconsulto, e d e notte tirava di
scherma e ingiuriava or l'uno or l'altro, e li sfidava e li ammazzava a titolo
d'esercizio. Va a sentir Veracini a Firenze, e ne ha tanto avvilimento che si
nasconde in Ancona per sette anni a crearsi uno stile nuovo d'esecuzione, e
fare la famosa scoperta del fenomeno del terzo suono, a scrivervi suonate a
centinaja, e un trattato sulle amenit del canto. Infine, venuto maestro di
cappella al Santo di Padova, vi fa un sogno che lo esalta sino alla pazzia e
gli fa scrivere questa suonata che or ora udrete, e che si chiama del Diavolo.
 Ma come fu?
 Sogn d'aver fatto un patto, e che il diavolo era al suo servizio. Per gli
diede a suonare il proprio violino, per vedere quel che il diavolo ne avrebbe
saputo fare, e ne ud tal cosa che lo fece trasalire. Risvegliato per cos
violenta sensazione, d di piglio al violino per ripetere quel che aveva
udito, ma non seppe riprodurre, com'egli asserisce, che il trillo del diavolo
a pi del letto. Il resto non  che una composizione di sua fantasia, e una
variazione su quel tema, ma  certo la pi bella di quante ne ha scritte sin
qui.
A questo punto il maestro Galuppi si mise al pianoforte, e facendo scorrere
due o tre volte le dita sulla tastiera, richiam l'attenzione dell'uditorio,
il quale fece un silenzio profondo, quando Tartini col violino e coll'arco
comparve al parapetto dell'orchestra.
Nel tempo che Tartini faceva correr l'arco sulle corde e regolava i bischeri,
l'Algarotti ebbe campo di sfoggiare la sua dottrina archeologica sulla genesi
del violino, confutando Aristofane e Ateneo che fecero il violino coevo ad
Orfeo, e confutando quelli che lo vollero inventato dagli Indiani e donato
all'Italia dalle crociate; e piantandosi nell'opinione che vuole il violino
figliuolo dell'occidente, e probabilmente del principato di Galles, e
trascorrendo sui varj tramutamenti della sua forma, dalla viola primitiva,
alla viola da braccio, a quella da gamba; i quali a lungo andare generarono
poi in Francia il piccolo violino.
 Oh che noja, caro signor conte Algarotti. Per fortuna che Tartini cominci
l'adagio d'introduzione, e il conte dovette permettere che la contessa,
trasportata dalla seduzione di quello stile incantato, s'immergesse con tutta
l'anima nell'onda voluttuosa della sua passione. Dall'adagio d'introduzione
pass il Tartini al secondo pezzo che  a due tempi e da questo alla terza
parte, la quale consiste appunto nel trillo del diavolo.
La forza, la soavit, il fremito, la grazia, l'estensione incalcolabile della
voce che usciva dal suo violino, erano cose che non si erano mai udite
anteriormente a lui, e infatti egli era stato il primo a trovare come la forza
che deve spingere l'arco debba radunarsi tutta nelle falangi delle dita; e a
far in modo che la mano, all'attaccatura, sia cos pieghevole che sembri
slogata. Da questi segreti venne senza limite accresciuta la potenza del
violino, il quale, allorch viene sotto la pressione di una mano cos
ammaestrata, ma che riceva l'impulso da un gran talento musicale, da una fibra
nervosa e da un cuore agitato dalla tempesta delle passioni, come avveniva
appunto in Tartini, e come lo fu poi in Viotti alcuni anni dopo, e al grado
massimo, e fuori quasi dei limiti naturali, in Paganini mezzo secolo dopo, 
lo strumento che pi fruga ne' precordj a mettere in esaltazione lo spirito.
Non era dunque codesto il farmaco migliore pei nervi in parossismo della
contessa!
Dopo il pezzo di Tartini, Luchino Fabris, l'imitatore di Egiziello, ebbe la
disgrazia di cantare l'arione dell'Euridice, che per verit era il suo cavallo
di battaglia, ma dopo, non diremo l'entusiasmo, ma le convulsioni provocate
dalla suonata del Diavolo non fece n freddo n caldo. Tant' vero che a
questo mondo le cose bisogna saperle fare a tempo. Se la sua voce di musico
fosse stata sentita in quella sera prima delle oscillazioni tremende delle
minugie incantate del violino di Tartini, avrebbe fatto l'effetto che di
solito produceva in teatro; ma pur troppo dovette restarsene avvilito e pieno
di dispetto.
E qui un altro riposo succedette all'esecuzione di que' due pezzi, durante il
quale il doge Grimani si alz, e recossi vicino alla contessa Clelia.
 Io attendeva, serenissimo principe, che l'accademia terminasse, e questi
egregi signori si dilungassero in altre sale, per potervi parlare, e sentir
dal vostro labbro per che grave cagione mi avete mandata a chiamare.
 Io spero che mi vorrete perdonare, contessa, se vi ho fatta venir qui forse
contro vostro genio. Ma d'altra parte, anche per adesione dei signori Dieci,
ho creduto di non dover farvi chiamare a Palazzo, come pure avrebbe portato il
debito. L'eccellentissimo Senato di Milano scrisse al Senato di qui, e
supplicandoci ad usar con voi tutti i riguardi a che la vostra alta condizione
e i vostri meriti speciali hanno diritto, ci diede incumbenza di provvedere,
come ci sarebbe parso meglio, a mandarvi tosto a Milano.
 Io non comprendo, altezza. Chi mi pu impedire di vivere in Venezia?
 Noi no; ma il Senato di Milano dev'essere stato costretto a questa
determinazione da qualche circostanza straordinaria che noi ignoriamo, e che
non potete forse congetturare nemmeno voi. Il Senato di Milano, serbando il
silenzio anche colla nostra Repubblica, quantunque per verit avrebbe dovuto
parlar pi chiaro, ci ha fatto intendere, essere insorta cos grave
circostanza, per cui  necessario che voi siate sentita in giudizio.
 In giudizio io?
 Dalla lettera dell'eccellentissimo Senato appare che la necessit di sentirvi
in giudizio sia una conseguenza della cattura fatta di quel lacch che voi ben
sapete aver dimorato per troppo lungo tempo a Venezia. Non crederei che si
tratti di cagione pi grave. In ogni modo  bene che non se ne sappia nulla
qui... Se noi vi avessimo fatta chiamare a Palazzo, la citt tutta quanta
sarebbesi tosto gettata in un mare di congetture e di dicerie, e non crediamo
che questo v'avrebbe potuto far piacere. Per abbiateci per iscusati se
abbiamo colta l'occasione di questa accademia musicale, per mettervi a parte
del fatto, e per significarvi che domani occorre che vi mettiate subito in
viaggio per Milano. Per verit che, ad adempiere al mandato in modo che non
vengano frustrate le intenzioni del Senato di Milano, sarebbe obbligo nostro,
dovete perdonarci l'amara parola, di assicurarci della vostra persona. Ma
giacch il Senato milanese ci prega di avervi ogni riguardo, cos
interpretiamo la cosa pi ampiamente che sia possibile, e mettiamo la nostra
fede in voi. Il Senato veneto  cos persuaso, contessa, dell'incomparabile
vostra lealt che vi lascia in piena bala di voi stessa.
La contessa Clelia stette per qualche tempo in silenzio, percossa da quelle
parole del doge, poi rispose:
 Non mi sarebbe difficile, serenit, indovinare la cagione di tutto ci, se il
Senato di Milano mi avesse scritto direttamente. La cattura del lacch
dev'essere successa per una lettera ch'io scrissi a Milano; onde parrebbe
probabile che il Senato volesse sentirmi per raccogliere indizj in una
questione gravissima, che adesso non occorre menzionare; ma l'avere incaricato
di ci il Senato di Venezia, senza far scrivere nulla a me stessa, distrugge
al tutto una tale congettura. Per, altezza, mi pare come di essere caduta in
un abisso, senza sapere chi m'abbia dato la spinta. Abbiate per la mia fede
che io sar a Milano religiosamente nel pi breve tempo possibile, per quanto
dipende da me.
Pu parere strano come in questo breve dialogo n la contessa abbia mai
parlato del conte marito, adducendo al doge il fatto ch'ei trovavasi in
Venezia; n il doge, che pur sapeva tutto, non le abbia mai toccato un tal
tasto. Ma la contessa naturalmente scans di nominare chi poteva farla
arrossire. E il doge a cui era stato riferito il fatto del duello, tacque
perch e l'autorit suprema di Venezia e tutte le altre autorit subalterne
avevan l'obbligo di ignorare una cosa che, nota, doveva provocare una pena a
danno degli infrattori di una legge della Repubblica contro il duello. Ch
tanto allora, come prima, e come dopo, e come ora, non possiam dire come
sempre, il duello costituiva un fenomeno sui generis del codice criminale, pel
quale era esso proibito e punito; e nel tempo stesso era punito e svergognato
chi non lo accettava, e non adempiva agli obblighi assurdi che traeva seco.
Onde l'autorit, come una mamma innamorata dei figli, chiudeva un occhio,
quando sapeva che un Veneziano dava od accettava un duello, e si compiaceva
del suo coraggio; mentre poi esagerava nelle ordinanze pubbliche la severit
delle frasi contro i trasgressori delle leggi.
Un'altra cosa poi dobbiamo far osservare ai lettori che della Repubblica di
Venezia e dei Dieci si son fatti un'idea convenzionale, tutta nera e tutta
cupa. Essi avran fatto le maraviglie a vedere il doge parlare in tanta
dimestichezza, e quasi da privato, alla contessa. Ma delle terribili apparenze
dell'autorit la Repubblica facea conto nelle gravi bisogne della patria, e
non in tutte le circostanze della vita pubblica e privata. D'altra parte la
serenissima,  forza confessarlo, non era pi quella de' secoli antecedenti.
La lettera degli statuti era intangibile, ma le costumanze s'erano venute
attiepidendo. In una parola, s'era messa anch'ella in cipria e parrucca ad
onta del canal Orfano e del Ponte de' Sospiri, che sono gli spauracchi
perpetui de' drammaturghi stranieri e de' nostrali che scrivono per gli
anfiteatri.
Tornando ora al doge e alla contessa, essendosi mostrato il P. Vallotti a
batter la solfa, perch doveva aver luogo, a chiuder l'accademia, un suo coro
fugato, si disgiunsero con atto di reciproco rispetto.
E il coro fugato venne eseguito tra gli sbadigli dell'adunanza, ch esso stava
alla musica come il Pape Satan Aleppe alla poesia, sebbene Tartini lo
ammirasse e ne fosse compunto.
A notte alta le sale a poco a poco si vuotarono. Quando Tartini si volse per
cercare Amorevoli, questi era gi scomparso; scomparso prima che la contessa
uscisse dalla sala.


XI

Abbiamo lasciato il conte V... e il giovane Angelo Emo intenti ad adempire
alle prammatiche preliminari di un duello: di questo mezzo assurdo di riparare
le ingiurie, il quale, nato in seno alla barbarie, si  prolungato insino a
noi, e vi s' piantato in guisa che moralisti e filosofi e legisti non
arriveranno forse mai a sradicarlo del tutto. Almeno i Barbari erano pi
logici di noi. Dipartivano bens da una falsa premessa nell'assegnare i motivi
a tale costumanza, ma, dopo la premessa, cessava l'assurdo e le deduzioni
camminavano regolarmente. Nel duello, che per loro non era altro che un modo
dei giudizj di Dio, essi ponevano per principio che la divinit avrebbe data
la vittoria a chi aveva la ragione. Codesta credenza spiega la causa primitiva
del duello, il quale poteva sussistere fin che le menti rimanevano acciecate
dal pregiudizio; ma non si sa pi conciliarlo con verun fine logico dal giorno
che tutti furono persuasi che la vittoria dipende dalla fortuna e dalla
vigoria, non mai n dalla giustizia, n dall'intervento divino. Anzi il fatto
diventa ancora pi inesplicabile quando si pensa che, precisamente allora che
il mondo fu persuaso che Dio non interveniva in codeste prove a fiaccare il
braccio di chi aveva torto, e a dar forza al debole che aveva ragione;
precisamente allora, ossia nel secolo decimoquinto, quando la civilt sembr
avviata verso la sua massima altezza, sorsero scrittori a decine per comporre
quella che chiamarono scienza dell'onore e del duello.
I legisti di quel secolo, volendo giustificare il duello, si piantarono
sull'idea dell'onore convenzionale, senza riguardo nessuno alle leggi
invariabili della morale; onde i celebri giureconsulti Passevino, Paride del
Pozzo, Baldi, Grimaldi e gli altri seguaci, offrono il miserando spettacolo
della scienza intenta ad accrescere occasione alle aberrazioni dello spirito
umano. Cos il duello, nato spontaneamente in seno a popoli barbari, come un
mal frutto d'una mala pianta, fu innalzato all'onore di sistema scientifico
dalla civilt, per cui l'errore insegnato dalle cattedre accrebbe i modi e i
mezzi delle offese. Bens quarant'anni prima del tempo in cui il nostro conte
colonnello dovette accettare il guanto dal giovane Angelo Emo, quell'autorit
dei vecchi legisti era stata messa in brani da un grande e coraggiosissimo
ingegno, dal marchese Scipione Maffei, col suo libro della scienza
cavalleresca, a cui appose il bel motto nos nostra corrigimus; e quel libro
fece senso in Italia e fece senso in Francia, e trov sostenitore del nuovo
assunto Rousseau; e forse Luigi XIV, forte della sapienza dell'uno e
dell'altro, mult il duello colla pena di morte, e institu il tribunale de'
marescialli; e il suo successore accrebbe nell'applicazione la severit alla
lettera stessa dell'editto. Ma per quanto in quegli otto lustri si fosse
fulminato e scritto e parlato contro il duello, il duello era tuttavia
all'ordine del giorno; ch il prestigio del coraggio e dello spregio della
morte consigliava indulgenza agli stessi esecutori della legge; e pi spesso,
non potendosi infrangerne il dettato, se un duello avveniva a dritta,
l'autorit, come vedemmo, guardava a sinistra.
N pur in codesto fatto, nei cento anni che sono decorsi, non si pu dire che
siasi fatto un progresso. Sussiste ancora il prestigio del coraggio, sussiste
ancora la falsa idea dell'onore. Ed anzi crebbero i sofismi e le sottigliezze
e i sotterfugi della mente nel cercare i modi di salvare l'onore senza nemmeno
fare appello al coraggio. Son noti i molti duelli a' d nostri, dovuti indire
ed accettare, per far pago il rispettabile pubblico che chiama vile chi non
discende sul terreno, foss'anco per un nonnulla; duelli cos ben preparati dai
pietosi padrini, che la vita de' duellanti fu tanto al sicuro sul terreno
della battaglia, quanto sull'origliere dei placidi riposi; onde
contemporaneamente alla misura delle pistole e all'assaggio della polvere, e
al giuoco de' bussolotti onde si facean scomparire le palle micidiali, il pi
celebre ristoratore della citt stava ammannendo il pi lauto asciolvere, e
apprestando sulla mensa lieta lo spumante sciampagna. E ci tuttavia fu
decretato potesse bastare per l'onore. Per, stando cos le cose, ed essendovi
nell'umanit malattie del cervello croniche e incurabili, si pu ben profetare
un completo fallimento alle societ che in Francia, in Germania, in
Inghilterra s'instituirono contro il duello; a meno che non vi si consocii
l'autorit costituita fondando i tribunali d'onore, onde provvedano a riparare
coi loro placiti a quelle ingiurie speciali che fin qui non si credettero
vendicabili che dal duello.
Ma comunque fosse e comunque sia di codesta faccenda, Angelo Emo lo propose e
il conte V... lo accett, senza darsi un pensiero al mondo di quel che se ne
giudicava e diceva e scriveva dai loro dotti e onesti contemporanei. Anzi, se
non il giovane Emo, che era istruttissimo,  probabile che il conte V... non
sapesse nulla n di Scipione Maffei, n di Rousseau, n di tutta la parte
teorica relativa all'abolizione del duello e solo avesse contezza cos in
digrosso degli editti dei due ultimi Luigi di Francia.
Si recarono dunque in compagnia dei loro padrini al confine dell'estuario
veneto, e l da veri gentiluomini che dovevan ferirsi senza aver nemmeno n il
bene n il male di conoscersi, si apprestarono a incrociar le spade, fermo
dagli arbitri che la sfida dovesse essere, secondo la pi generale
consuetudine, a primo sangue; il quale, secondo Rousseau,  il modo pi
assurdo di duello, pi assurdo del medesimo duello all'ultimo sangue. Perch,
diceva esso in uno di que' suoi impeti di generosa facondia, al primo
sangue?... gran Dio! e che vuoi dunque tu fare di questo sangue? beverlo
forse, o bestia feroce? Ma questo primo sangue eruppe con un lieve zampillo
dalla clavicola sinistra del conte V... a fargli rossa la bianca lattuga che
gli usciva dal panciotto; zampillo lieve di pi lieve ferita e che fu
giudicata un nonnulla dal chirurgo ch'era presente.
Ma non pu immaginarsi il lettore come riuscisse profondissima la ferita che
ricevette l'orgoglio del conte, e l'ira che prov contro la fortuna, la quale
diede la vittoria al suo giovane avversario, di gran lunga inferiore a lui nel
maneggio della spada. Quell'ira per dovette chiudersela in petto, perch le
leggi della cavalleria non permettevano che, compiuta la prova dell'armi, si
facesse il viso dell'armi all'avversario, al quale doveva anzi cordialmente
stringersi la mano.
Adempiuto pertanto alle prammatiche posteriori al combattimento, il conte V...
e il giovane Emo e i padrini e il chirurgo ritornarono tutti a Venezia.
Il conte entrava nella laguna che facevano le tre ore di notte. Torbido
com'era, e pur non avendo nessun proposito bene deliberato in testa, discese
all'albergo, e, ripartito, and alla casa Salomon dove aveva in animo di
recarsi fin dalla prima sera, ed erasi indugiato, assalito, come il lettore
sa, da cento pensieri in battaglia. N cosa volesse fare, ei lo sapeva
nemmeno, dopo ventiquattr'ore; bens, per determinarsi, quando fu l, percosse
due o tre volte col martello la porta che rispondeva alla parte di terra.
Le imposte si spalancarono, e si mostr il guardaportone.
 Non  in casa nessuno, diss'egli, senz'attendere che il nuovo venuto
parlasse.
 Nessuno?
 L'ho gi detto.
 Allora aspetter fin che venga qualcuno.
 Quando non c' nessuno in casa, ho l'ordine di non lasciar entrar anima viva,
signore.
 Non c' nemmeno l'illustrissima contessa V... di Milano?
 Nemmeno. Ma anche allora ch'ella  in palazzo, gli  come se non ci fosse; e
non riceve nessuno, nessuno affatto.
 Ci va bene. Ma io sono il conte suo marito, venuto espressamente da Milano,
e devo e voglio e ho il diritto d'entrare.
 V. S. illustrissima mi perdoni, ma debbo tenere gli ordini. Io poi non so che
V. S. illustrissima sia davvero...
 E credi tu ch'io voglia vendermi per quello che non sono? Va l in malora e
lasciami entrare, ch'io stesso parler a' tuoi padroni e alla contessa. E cos
dicendo sforz, a cos dire, l'ingresso; ed entr in quel lungo androne che,
nelle case di Venezia, mette in comunicazione la parte di terra con quella del
rio.
 Signore, questa  una violenza di cui il padrone, che  senatore...
 Taci, e bada a te, che nemmeno il diavolo basterebbe a farmi uscire di qui,
non che un senatore; e ho nelle valigie il tuo padrone e la tua Repubblica e
il Senato e il doge e il corno.
Cos dicendo, calcato in testa il cappello a tre punte filettato in oro,
abbottonatosi il soprabito turchino da viaggio, ch'era lungo fino agli orli
degli stivali e aveva il bavaro pur filettato in oro che copriva le spalle,
misurava a gran passi quell'androne colla grande e grossa figura; spingendosi
di tanto in tanto fin sul primo gradino della scalea verso il rio a guardare a
dritta, a sinistra, a porger l'orecchio, a stare in ascolto se mai venisse
qualcuno; poi tornava a passeggiare innanzi e indietro, facendo risuonare
sotto la vlta lo sgarbato scricchiolio de' suoi stivali forti.
Ed or lasciamolo passeggiare a sua posta, ch noi dobbiamo ritornare al
palazzo Pisani fra i gondolieri schiamazzanti, a piedi delle scalee, nei
cortili interni, ad assistere al passaggio delle belle veneziane, e a dare il
braccio alla contessa Clelia per ajutarla ad entrare in gondola e ad adagiarsi
sotto il felze.
Scendevano dunque tutte a quell'ora dallo scalone di casa Pisani le ultime e
pi cospicue belt patrizie convenute all'accademia. E precisamente s'eran
trattenute le ultime per un tacito accordo della loro ambizione e della loro
civetteria ad accrescer l'ansia de' giovani cavalieri, aspettanti in due
schiere sotto l'atrio che esse facessero loro la carit di qualche occhiata.
Discendeva la contessa A..., quella che possedeva gli occhi pi grandi e pi
glauchi in tutto l'estuario veneto. Belt calcolatrice e perfida, che si
compiaceva della interminabil schiera delle sue vittime, e che bisognava
ostentar di sprezzarla, per farle spuntare in cuore, se non l'amore, almeno
qualche velleit di simpatia. Discendeva la M..., bruna belt capricciosa,
dalla pelle di raso, e dall'occhio andaluso, lucente e tremulo come l'astro di
Venere, e che precisamente, pari alla dea che imprest questo nome a Lucifero,
trattava lo sposo come Vulcano, quantunque non fosse zoppo, e lo sagrificava a
Marte, anzi a un drappello di semidei pi o meno guerrieri che si movevano in
evoluzione in faccia a lei, e ch'ella cangiava e sprecava come i guanti e le
pantofole. Discendeva la B..., bellezza epigrammatica e mordace, che gi
navigava cogli anni verso l'equatore della vita femminile, e copriva di ni le
incipienti rughe, che un suo amante corbellato e tradito chiamava i solchi del
peccato. Discendeva la S..., belt perfetta, ma pi carnale che spirituale,
dall'occhio di capra, dal collo della Diana efesia, dalle membra in cui
trionfava la linea curva; sparpagliante a tutti sorrisi ed occhiate, e che era
la delizia dei giovinotti in pensione, che, varcati i trentacinque,
galoppavano verso i quarant'anni.
Discesero altre pi o meno desiderate, pi o meno belle, pi o meno alte, pi
o meno grasse; sebbene il guardinfante dal cinto in gi le facesse tutte d'una
circonferenza... e tra l'ultime discese la contessa Clelia, che Alvise Pisani
e il procurator Foscarini accompagnarono alla scalea, presso alla quale, sotto
l'atrio, successe come un ingorgo d'uomini e donne, mentre al di fuori era una
confusione inestricabile di gondole e di gondolieri, i quali rispondevano,
Vengo, Son qua, al servo colla torcia che gridava i nomi dei signori che si
presentavano per andar via: Casa Mocenigo, conte Erizzo, senator Barbaro,
Polcastro, Caotorta, Zen, contessa Rezzonico, contessa V..., e questa, dopo un
quarto d'ora d'aspettazione, sent la voce del gondoliere Bianchi, ch'era
scivolato tra gondola e gondola fin l. Il conte Pisani diede il braccio alla
contessa, che discese finalmente i gradini, e si adagi sotto il felze.
Intanto da pi di mezz'ora Amorevoli stava nella sua gondola ferma in Canal
grande, importunando di continuo il gondoliere:
 Ma bada che non ti sfugga.
 La se fida de mi...
 Ma sai tu ch' gi passata un'ora...
 Gnanca mezz'ora, sior.
 In tante gondole, come vuoi tu conoscere?...
 La lassa far a mi. Nu altri semo come bracchi... se ghe ze el salvadego...
nol scapa... La se meta intanto a dormir.
 Ho gi visto a passare pi di trenta e di quaranta gondole.
 De zento che ghe ne ze... la fazza conto, patron, che semo indrio... Ma la
guarda che la ze l... ch'el se consola, sior. E spingendo la gondola codi
dalla lunga quella della contessa per qualche tempo, poi, quando gli parve
seconda l'occasione, le si port ai fianchi.
 Buon d... compare, disse il gondoliere al Bianchi.
La finestra del felze d'Amorevoli era a due dita dalla finestra del felze
della contessa.
 Donna Clelia, egli disse...
Ella trasal a quella voce, e non rispose; Amorevoli segu a dire altre
parole, ma la contessa non parl.
Allora il gondoliere Bianchi che, stando in poppa, s'accorse del silenzio
della contessa, sospettando ch'ella fosse in un malo impaccio... diede due o
tre colpi di remi... e si port innanzi di tutto lo spazio che misura appunto
una gondola, e disse anche qualche mala parola al gondoliere di Amorevoli; e
siccome era di tanto pi robusto di colui... lo sopravanz di s lungo tratto
che l'altro indarno s'attentava di raggiungerlo; mentre come un fuoco
d'artifizio Amorevoli sagrava al lento gondoliere. Infine, la gondola della
contessa svolt nel rio San Polo. Amorevoli dice al gondoliere: Va l e
t'affretta che la raggiungeremo. Ma il Bianchi era gi pervenuto alla casa
della contessa, che Amorevoli procedeva ancora discosto. Se non che, in quel
punto, ode la voce della contessa, anzi un grido, poi una voce d'uomo, e un
rumore di parapiglia.  vicino alla scalea della casa.  presso alla gondola
della contessa; vede il gondoliere Bianchi che appoggia un colpo di remo sul
cappello a tre punte di un uomo d'alta statura, ch'ei ravvisa pel conte
marito. Il cappello a tre punte, inconscio di tutto, fa tre giri grotteschi
come un palo, e cade in laguna. Il conte sfodera la spada e si fa addosso al
gondoliere, e l'uno e l'altro cadono a fascio nella gondola, intanto che la
contessa piega come in deliquio sulla prora... Tutto questo avvenne in men
tempo che noi abbiamo impiegato a dirlo... e Amorevoli, inspirato non si sa da
che, ma pronto come una molla che scatti, prende la contessa e, ajutato dal
gondoliere, la porta di peso nella propria gondola... mentre dice: Or
t'affretta e non farmi il poltrone.
N il conte, n il gondoliere Bianchi che stavano a fascio nella gondola, non
feriti per fortuna, ma bens martellandosi senza distinzione di rango,
poterono veder quel ch'era avvenuto; n il guardaportone accorso, intento al
parapiglia; onde il gondoliere d'Amorevoli si part senz'impicci... e dopo
cinque minuti era gi in Canal grande.
Quando furono col, Amorevoli respir; ma non era ancora tranquillo, sicch
fece intendere al gondoliere che vogasse pi al largo... e il gondoliere si
spinse infatti verso il canal de' Marani. Intanto la contessa fu scossa dagli
aliti freschissimi della notte e tanto quanto si riebbe; e vedendosi faccia a
faccia con Amorevoli, raccolse gli sparsi pensieri e, fatto alla meglio il
riepilogo di tutto, gli strinse la mano. Certo che non avrebbe fatto nemmeno
quest'atto, per s al tutto innocente, se fosse stata pienamente in s stessa;
ma dal recente turbino dei sensi, la ragione non essendosi ancora tutta
quanta sviluppata, l'istinto teneva il suo posto; e l'istinto, il men che pot
fare, fu di permettere che la sua mano stringesse quella d'Amorevoli, in segno
di gratitudine.
E dopo quella stretta di mano, che lasci un'impressione indefinibile sulla
mano di Amorevoli, vennero le parole tronche, breviloquenti, infuocate, che
non ripetiamo perch per noi non avrebbero senso, tanto ne avevano per quei
due! parole che, nell'enfasi erotica, per quelli che le profferiscono hanno un
significato che non  inteso da chi le ascolta nella calma di un cuore senza
passione. Bens nella pienezza luminosa di quella gioja istantanea, sapean pur
penetrare colla loro acutissima fitta i pensieri del passato e del futuro, e i
laceranti rimorsi.
Ma vi sono momenti della vita in cui, al cospetto di un bene presente
insperato e supremo, non possono prevalere tutti gli altri pensieri e tutti
gli altri dolori. Momenti in cui persino il colmo della sciagura, che pur
troppo si presagisce dover essere duratura, comunica al piacere fuggitivo
un'esaltazione senza pari.
E qui ci vorrebbero le essenze di rosa, di mirra e belgioino distillate gi
nella fabbrica di Tomaso Moore di Londra, e passate poi in Italia nella casa
figliale di Prati; qui ci vorrebbero le flebili eleganze di Aleardi, di
Maffei, di Gazzoletti, per cantare il cantante Amorevoli che muto e pensoso,
stava contemplando l'inclita donna pensosa e muta; qui ci vorrebbe qualche
svolazzo degli altri poeti minori, che appartengono alla famiglia dei
pettirossi, dei canarj e dei capineri, perch aliassero e gorgheggiassero e
pipilassero in segno di festa intorno a costoro, che usufruttano un quarto
d'ora di gioja ineffabile, a dispetto della loro falsa posizione.
Notte, cielo stellato, chiaro di luna, Venezia, canal Orfano, canti lontani
smorenti nell'aria, gondolieri colle sventure d'Erminia in bocca. Due esseri
nell'infelicit felici, un marito terribile lasciato sotto il pugno e il remo
d'un gondoliere poeta, eccitabile e fantastico; un passato con de' rimorsi, un
avvenire tenebroso: ecco, o signori, consomm di poesia e di romanticismo.
Or qui venite, o giovani fantasiosi e teneri, e voi tutti, che se foste fiori,
non potreste esser altro che l'erba sensitiva, venite e volteggiate a vostra
posta e in tutti i modi in codesta azzurra sfera che vi appartiene in diritto.
Quanto a noi, non abbiamo a far altro; ch il nostro cuore  ruvido oggimai
come la pelle di un postiglione.
Ma dove eran diretti que' due felici infelici?... Ma in che ora il gondoliere
rivolse il ferro dentato verso la citt?
La risposta a queste domande il lettore potr averla assistendo in seguito a
strane cose che avverranno nella citt di Milano nell'anno 1766. Per ora,

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse,

n pi vi possiam leggere innanzi.

LIBRO QUINTO


Il conte F... e il suo bisavolo. I medici Moscati, Patrini e Gallaroli.
L'agente Rotigno e don Alberico F... Donna Paola e la contessa Clelia V...
L'avvocato Agudio. Un rotolo di cento zecchini e l'avviso a stampa di casa
Morosini. Il Capitano di Giustizia e la contessa Clelia. Il Viatico Il
confessore e l'erede. Storia del Senato di Milano. La tortura, il Galantino e
il senatore Morosini.


I

Il giorno ventitr o ventiquattro maggio salv'errore, un lungo strato di
paglia copriva quasi tutto il selciato della via*... Peccato che gl'importuni
riguardi ci proibiscano d'indicarla.
Le carrozze, i carri, le carrette cessavano di far rumore appena impigliavano
le ruote in quello strame. La qual cosa, tanto allora come adesso, voleva dire
che giaceva l presso gravemente ammalato un beneficiato della fortuna. La
ricchezza, lo sfarzo, la vita gaudente, persino l'orgoglio e la prepotenza
fanno men crudo senso sulla moltitudine di tale insegna di ricchezza, la quale
in fine non  che un'insegna di paglia; e la povera plebe che ha consumata per
s stessa tutta la sua piet, si ricatta spesso, e nel passare, lanciando
all'illustrissimo infermo crudeli epigrammi. Per, se noi fossimo ricchi,
faremmo collocare verso corte o verso i giardini il nostro letto, e lasceremmo
la paglia a suo luogo, a placare cos la pubblica maldicenza, e ad aspettare
in segreto che la dea salute tornasse a confortarci, senza fare oggetto di
spettacolo pomposo persin la febbre e il vomito e il secesso.
Ma chi giaceva allora a letto obbligato da questi tre incomodi era il conte
F..., fratello del defunto marchese.
 Come sta il signor conte? diceva un tale al guardaportone, il quale stava
dondolandosi sulla soglia del palazzo.
 Male, sempre male, anzi peggio: oggi a mezzod si terr consulto tra
gl'illustrissimi signori dottori Bernardino Moscati, Guglielmo Patrini e il
dottor Bartolomeo Gallaroli, che  il medico della casa.
 Che Dio vi scampi dai consulti... ma gi questo di solito  il malanno di chi
ha il diritto di levar colla paglia il rumore delle ruote... Pi crescon le
cure e le premure, pi crescono i pericoli.
E a queste parole s'attraversava la domanda d'un altro, che passava:
 Come sta il signor conte?
 Trattasi di un consulto...
 Pi che la medicina sarebbe meglio consultare la carit, la medicina
dell'anima, la quale non tarderebbe a dirgli che, per guarire, bisognerebbe
fare qualche atto di beneficenza, e non lasciar nella miseria la madre del
figlio di suo fratello...
 Queste cose andate a dirle a chi vi piace, non a me che mangio il suo pane...
 Voi parlate bene... ma il vostro padrone opera male. Per state di buon
animo, che se mai venisse a morire, come pare che voglia succedere a tutti gli
indizj, non saranno pochi quelli che in Milano berranno alla salute dei medici
che lo hanno accoppato.
Come dunque ora ha sentito il lettore, il conte F... non avea nessuna buona
fama presso i suoi concittadini. Di lui e delle sue qualit caratteristiche
non si conoscevano che l'avarizia fastosa e l'orgoglio. Era tradizionale il
cattivo credito in cui era tenuto il suo casato, fin dal bisavolo che aveva
tormentati i figli cadetti per concentrare nel primogenito tutte le ricchezze.
Codesta, come sanno i nostri lettori a saziet, costituiva allora un modo
impreteribile nell'economia della ricchezza patrizia; ma v'erano tuttavia
diversi mezzi di farla valere, e i mezzi adottati da quel bisavolo furono de'
pi disumani. Bens un ricchissimo parente, il quale non aveva avuto buon
sangue con quel tristo antenato, per fargli dispetto, lasci erede di tutto il
proprio un suo figlio secondogenito; (ch troppo spesso nei testamenti, i
quali, essendo fatti in fin di morte, dovrebbero pure essere atti di
purificazione di tutta la vita, si condensa invece tutta l'acredine morbosa
d'una mala esistenza). E colui vincol la cosa in maniera che, rimanendo senza
figli il suo erede, la sostanza dovesse passar sempre al secondogenito. In
virt di questa disposizione, il conte F..., dopo avere, nella sua qualit di
secondogenito, odiato per cinque anni il primogenito marchese, e vissuto in
continuo timore che lo zio non morisse abbastanza in tempo, e potesse mai
congiungersi ad una moglie feconda, ebbe finalmente la consolazione di
sentirsi annunciata la morte dello zio, e di andare al possesso di quelle
sostanze che gli si competevano per diritto.
Questo fatto, togliendo di mezzo le funeste disuguaglianze, avrebbe dovuto
scemargli l'avversione ch'egli avea pel fratello marchese; ma fosse che,
duratagli in petto tanti anni, quella fosse passata in istato cronico, o il
pingue cibo gli avesse cresciuta la fame; dal giorno precisamente in cui
divent ricchissimo, cominci a pensare, struggendosi di desiderio, come il
casato F... sarebbe stato il pi ricco di Lombardia... se le sostanze del
marchese e le proprie si fossero unite in una facolt sola. E a questa
considerazione tormentosa dava ansa il fatto che il marchese viveva una vita
scostumata e discola, e non aveva un pensiero al mondo d'accasarsi con nessuna
patrizia n di Milano n di fuori. I luoghi comuni e le tirate sulla virtuale
ferocia dell'ambizione si trovano in tanta copia presso tutti gli autori di
commedie e di tragedie e di racconti morali, che torna affatto inutile una
nuova dimostrazione delle sue attitudini spaventose, segnatamente dopo la
famosa parlata del convenzionale Aristodemo; per, il lettore pu farsi capace
dello stato dell'animo del conte F..., e come avesse tremato ad ogni annuncio
che il marchese prolungasse di troppo i suoi amori colla tale e colla
tal'altra; e come si fosse consolato alla novella ch'erasi finalmente risoluto
di mandar al diavolo colei che avea tenuto il segreto di dominarlo pi di
tutte; e come avesse provato gli effetti di un colpo apopletico quando sent
che una amante di colui aveagli partorito un figliuolo, ed egli erasi
acconciato a conviver con essa e con esso; e come un contraccolpo apopletico
gli fosse minacciato dal giubilo che lo fece trasalire alla notizia che il suo
fratello, come Abramo, avea finalmente ripudiata quell'Agar in uno col suo
Ismaele; e come poi gl'imperversasse nell'animo una vicenda tormentosa di
timori e di speranze, quando, percosso il fratello marchese da lunga e penosa
malattia, il conte sent a vociferarsi d'intorno che il prevosto di San
Nazaro, cogliendo al varco la di lui natura, fatta pi mite dal malore, lo
avesse consigliato a non lasciare in bala della fortuna l'innocente fanciullo
ch'esso ebbe dalla infelice Baroggi, e come anzi per dettatura del notajo
Macchi avesse scritto di proprio pugno un testamento a favore di quel
fanciullo medesimo.
Tutto il resto  gi noto al lettore. Gli rimane per a sapere che l'agente di
casa F... il quale fu l'uomo adoperato dal conte per tentare il lacch Suardi,
era un tal Giorgio Rotigno, che conosceremo meglio a suo tempo. Ora, se il
marchese F... erasi messo a letto molti mesi prima, per lasciarsi consumar
lentamente dalla ricomparsa di un antico morbo ribelle ad ogni cura, il conte
s'era messo gi invece alquanti giorni prima della partenza per Venezia del
conte V... e del fratello della contessa Clelia, per malattia violenta
sopraggiuntagli in giorno di venerd, dopo aver fatto un lauto pranzo di
magro.
Ma il mezzogiorno stabilito pel consulto non era lontano, e alquanti servitori
di casa F... stavano sulla porta attendendo che venissero i due medici
consultori e il medico della cura. Ed ecco che non si tard a sentire il
lontano rumore di una carrozza, la quale dal lastrico e dall'acciottolato
svoltando nella via sullo strato di paglia, smor in un frusco lento e
maestoso, e si ferm davanti al palazzo. Era la carrozza del dottor Gallaroli,
che dopo pochi minuti venne raggiunta da quella del dottor Bernardino Moscati,
e infine da quella del medico-chirurgo Patrini. I passeggieri si erano fermati
a veder discendere quelle tre celebrit mediche. Il dottor Moscati, padre di
Pietro, era un vecchio alto, secco, arcigno, angoloso. La moltitudine lo
guardava con venerazione insieme e con spavento.
Esso era professore d'anatomia nell'ospedale maggiore, e veniva chiesto a
consulto in molte citt anche fuori del Ducato nei casi gravissimi di
malattie. Patrini era professore di chirurgia pratica, temuto anch'esso per
l'imperterrita asprezza, ond'era fama che sgomentasse gli amputandi per averli
docili e immobili sotto al ferro operatore. Dalla scuola di lui e del Moscati
doveva poi uscire il celebre Paletta. Il dottor Gallaroli era un ometto
rubicondo e allegro, ricercatissimo in tutte le case cospicue e un po' agiate
della citt, perch dicevasi che guariva spesso gli ammalati colla sola sua
presenza e col buon umore onde purgava l'aria mefitica delle stanze da letto.
Smontati i dottori dalle carrozze, e scomparsi dalla vista del pubblico, la
ragazzaglia, com' consueto, si ferm a vedere le rispettive carrozze e i
cavalli.
 difficile a spiegare il fenomeno, ma le bestie domestiche ritraggono assai
del carattere dei loro padroni, o diremo pi giusto, della professione dei
loro padroni; segnatamente i cavalli da tiro che stanno lungo tempo al loro
servizio. Il cavallo di un medico, inquartato e ben pasciuto, ha qualcosa di
solido, di posato, di severo, che impone alle moltitudini press'a poco come il
cavallo d'un arciprete. Un occhio avvezzo, senza conoscere il padrone, pu
distinguere al corso e tra la furia delle carrozze il cavallo del medico dal
cavallo del sensale, da quello del patrizio titolato, e perfino pu
distinguere le gradazioni d'indole e d'et di coloro che stanno in carrozza. E
i tre cavalli dei tre dottori, a cui la ragazzaglia facea circolo,
confermavano pi che mai codesta nostra opinione. Tutti e tre dell'altezza di
pi che trent'once, tutti e tre gravi e vecchiotti e un po' meditabondi,
parevano dire, in loro tenore, al vulgo profano: rispettateci che siamo al
servizio della scienza. Oggid chi volesse fare tali studj sui cavalli dei
medici non troverebbe quasi pi gli animali da studiare. Non sappiamo perch,
ma oggi la medicina va tutta a piedi. Non vi sono che i cavalli dei
medici-condotti, ma essi partecipando della condizione de' loro padroni, non
sono pi riconoscibili, tanto sono maltrattati; e i cavalli di quei medici
che, essendo nati ricchi, sarebbero andati in carrozza anche senza la
medicina, sfuggono all'analisi ed alla fisiologia. Sarebbe dunque un problema
nuovo e curioso: Valutare la condizione attuale della medicina, non come
scienza, ma come professione, dal semplice punto di vista dei cavalli da tiro,
ed esibire considerazioni e suggerimenti in proposito.
Ma lasciamo i cavalli a scalpitare dignitosamente sulla paglia accumulata, e
vediamo di poter assistere, per nostra istruzione, al consulto medico.


II

Entrati nella stanza da letto del conte F..., la regola generale vorrebbe che
ne facessimo la descrizione esatta, minuta, circostanziata, come si usava una
volta dai romanzieri che facevano l'esercizio comandati dal generale Walter
Scott, o meglio, come si pratica negli inventarj e negli atti di consegna. Noi
per lasceremo una tale descrizione a chi vuol fare uno studio di stile, e
collocare a loro posto le parole registrate nel dizionario domestico del
chiaro professor Carena; e d'altra parte lasceremo ai pittori la libert di
volteggiare con tutta la loro fantasia per rinvenire una degna cornice al
signor conte F..., per sua disgrazia gravemente ammalato, tanto gravemente che
il dottor Gallaroli ebbe e scrollare pi volte la testa, e in fine a trovare
la necessit di domandare un consulto per togliersi dalle spalle l'intera
responsabilit della troppo possibil morte dell'illustrissimo suo cliente.
Venuto al letto del quale, il dottor Moscati, che ci vedeva poco e allora non
ci vedeva punto perch la stanza era fatta quasi buja dalle persiane
semichiuse e dalle tendine di seta verde, ordin sgarbatamente alla vecchia
cameriera, che stava al capezzale, di aprire e di lasciar entrar nella stanza
tutta la luce che era disponibile.
I tre dottori gettarono allora un'occhiata acuta e profonda sulla faccia
dell'ammalato, che la teneva sprofondata nel cuscino sovrapposto ad altri
quattro, tutti messi a merletti e a trine; ma i merletti e le trine facean
parere pi cruda l'antitesi di quella faccia ossuta, gialla, solcata,
distrutta.
I tre medici, a questa prima esplorazione, si guardarono senza far motto, ma
si compresero; tanto che il Gallaroli, il dottor della cura:
 Eppure, disse, non  decombente che da otto giorni.
Il Moscati, vecchio cinico, bisbetico e senza prudenza, croll la testa e
pass a toccare il polso dell'ammalato; atto che fu susseguito da un'altra
scrollata di testa.
 Che un tale stato, soggiunse poi, possa essere la conseguenza di una
replezione, lo credo, perch lo dite voi; se foste un medico novizio vi direi
che quello di toccar polsi non  il vostro mestiere. Cosa m'avete detto
ch'egli abbia mangiato?...
 Anguilla di Comacchio, professore; un suo cibo prediletto. Ma egli  solito
di mangiarne a dismisura, per quanto io ne lo abbia tante e tante volte
sconsigliato. Tutti i venerd, per sua degnazione, io pranzo qui... e tutti i
venerd mi  toccato dirgli: badi che  troppo, e le far male; e quel che
previdi  avvenuto. Onde, che questo sia un caso gravissimo di replezione, non
 possibile negarlo, professore. Prima di pranzo il conte stava bene, non 
vero, conte?
Il conte accenn di s, e, facendo cenno al dottore che gli si accostasse,
soggiunse a voce bassa:
 Tant' vero che ho mangiato troppo, perch credevo di poter mangiare.
 Stia zitto, signor conte... Ma tornando a noi, egli stava bene prima di
pranzo, e continu a star bene anche dopo; anzi vi dir che, quando il
cameriere che portava lo sciampagna, entr a dar la notizia che ci fece
strabiliar tutti, che il lacch Galantino, catturato a Venezia e fatto
viaggiare sotto buona scorta, era stato consegnato un momento prima al
Capitano di giustizia, il conte stava tanto bene che, a questa notizia, balz
in piedi e disse: Sono assai contento di questo; da quella canaglia Dio sa che
sar per saltar fuori adesso che  nelle mani della giustizia... Io poi ho uno
speciale interesse perch parli e sia fatto parlare... e qui bevve due o tre
bicchieri di sciampagna l'uno dopo l'altro, e si cacci poscia a motteggiare e
a ridere in modo tale che non  del suo temperamento... Figuratevi,
professore, quanto il conte stesse bene... Se non che egli usc, e alcuni
momenti dopo... qui, questa donna entr in sala tutta scalmanata a dirmi:
Venga un po' l, dottore, che il signor conte sta male, male assai, e par che
gli manchi il respiro e voglia morire. Io accorsi. Era gettato a stramazzone
sulla poltrona, fuggita la pupilla, fuggito il polso. Come vedono, signori
professori, non era il caso di una cacciata di sangue. Gli feci dunque servire
una limonata acidissima e tepida, dopo la quale, quando si riebbe, lo feci
porre a letto, e sebbene la giornata fosse calda per s, provvidi a farlo
ristorare con panni caldi; e cos attesi il beneficio del sonno e delle dodici
ore della notte.
 Ben pensato, ben provveduto. Non c'era a far altro...
Cos diceva il professore Patrini.
 Tutto va bene, soggiungeva il Moscati, ma il giorno dopo, come lo avete
trovato il giorno dopo?
 Peggio che mai. Era bens tornato in s stesso, ma accusava dolore profondo
alla testa, dolore insopportabile allo stomaco. Il polso era duro e inerte...
Passammo a' purganti... non se ne ottenne nulla. Ed ora sono scorsi otto
giorni, e quasi son venuto in sospetto che l'impedimento sia meccanico. In
tanti anni di cura non mi  mai capitato un caso tanto ribelle alla scienza...
ch tutto quello che essa pu consigliare fu amministrato. Cosa ne pensa il
professore Moscati?
 Penso che bisognerebbe conoscere la causa per cui l'anguilla di Comacchio gli
ostru il ventricolo.
 La causa  il cibo medesimo mangiato, anzi divorato in eccesso.
 Va bene... ma questa causa essendo conosciuta, non dovrebb'essere poi tanto
intrattabile alla mano risoluta della scienza. Secondo il mio parere, quando
gli effetti sono permanenti, e non si modificano n in pi n in meno sotto al
lavoro medico,  indizio che la causa  ignota; ora il nostro studio
dovrebb'essere di rintracciar questa causa, per conoscere s'ella sia di tal
natura da esser poi governata colla medicina.
Il dottor Gallaroli e il chirurgo Patrini si guardarono in faccia come se non
avessero ben afferrato il concetto del professore Moscati.
Ma a questo punto l'ammalato, con voce fonda e intercalata da riposi asmatici,
e tuttavia piena di fremito e d'ira:
 Che cosa dunque si conchiude? disse, posso guarire o no? Di che natura 
questa malattia?
 Il dottor Gallaroli non ha sbagliato, rispose Moscati. La cura a cui ha
sottoposta la signoria vostra illustrissima era l'unica e ragionevole. Ma se
il corpo del signor conte non risponde ai trattamenti medici, i medici non
possono fare miracoli. Tuttavia speri; e qui torn a tastargli il polso.
 La febbre  feroce, soggiunse. Il dottor Gallaroli non pu che continuare
nell'intrapresa cura. D'impedimenti meccanici non credo che sia nemmeno a
parlare. Che ne dice il professor Patrini?
 Non c' sintomo di sorta che accusi un tale impedimento; onde in questo caso
non c' altro che attenersi ad una cura d'aspettativa.
Qui il dottor Gallaroli scrisse una ricetta, tocc anch'esso un'altra volta il
polso dell'ammalato, lo tasteggi alle regioni dello stomaco, poi conchiuse:
 Torner sul finire della giornata. E part insieme coi due medici consulenti.
Quando aprirono l'uscio della stanza, urtarono in un gruppo di persone che
stavan tutte origliando, servitori e cameriere, e confuso con loro l'agente
della casa, signor Rotigno. Il figlio del signor conte, giovinetto di
vent'anni, che in casa era chiamato don Alberico, passeggiava innanzi e
indietro per quell'antisala, tristo in volto, ma vestito con attillatura
soverchia, e che certo contrastava e colla gravezza della circostanza e col
suo volto medesimo. Ma pi di quella medesima attillatura, ci che facea
meraviglia era la preoccupazione ch'esso aveva del proprio aspetto, fermandosi
di tanto in tanto a contemplare s stesso nei due specchioni che dall'alto al
basso ornavano due pareti della sala.
Quando i tre medici uscirono, il signor Rotigno tenne loro dietro.
 E cos? come si mette, dottore? chiese al Gallaroli.
 Male, male assai.
 Tanto male, soggiunse il dottor Moscati, che, per ogni buon conto, sarebbe
opportuno mandare pel prete.
Don Alberico, che, intento a guardar l'effetto d'un neo applicato per la prima
volta in quella mattina dal parrucchiere all'angolo del suo occhio destro, non
s'era accorto dei tre consulenti ch'erano usciti in quel punto, fu scosso a
quella parola prete, e si volse e domand:
 Come dunque hanno trovato il conte mio padre?..
 Fatevi coraggio, don Alberico, ma non a caso ha detto il dottor Moscati...
che c' bisogno del prete.
Quando i medici si trovaron soli sotto all'atrio del Palazzo:
 Ora ci spiegherete, dottore, disse Patrini a Moscati, quel che avete voluto
intendere quando avete parlato della causa della malattia...
Il dottor Moscati croll allora la testa, e rispose:
 Mi accorgo che nel libro della vita si legge meglio quanti pi anni si hanno;
e siccome io sono ancora pi vecchio di voi altri due, cos mi sono accorto di
ci che voi non avete intraveduto. Tuttavia, caro dottor Gallaroli, voi che
siete della famiglia, avevate l'obbligo di accorgervi di qualche cosa. Quando
mi avete detto, che il malore scoppi subito dopo l'annuncio della cattura del
lacch, ho tosto compreso da che tutto deriva.
Il dottor Gallaroli e Patrini tornarono a guardare in faccia al dottor Moscati
con quell'atto di chi non comprende nulla.
E il Moscati:
 Va benissimo che i preparati anatomici e le lezioni di chirurgia pratica e
quelle di medicina non ci devan lasciare il tempo di pensare alle cose di
questo mondo. Ma il sole e la luna si vedono, come il freddo e il caldo si
sentono anche senza volerlo, perch sono essi medesimi che si fan vedere e
sentire. E cos  del fatto presente. Non sapete dunque quel che si dice in
tutta Milano, che cio il lacch Suardi deve aver trafugato un testamento per
insinuazione del... s, signori, del conte?
 Che? cosa dite?
 Oib!!...
 Oib? perch oib? vediamo. L'accusa per cui il lacch Suardi  ora al
Capitano di giustizia,  precisamente ch'esso abbia rubate delle carte
preziose al marchese defunto, tra le quali un testamento, e un testamento a
favore d'un suo figlio naturale. Questo testamento a danno di chi era? Del
conte. La scomparsa di questo testamento a vantaggio di chi era? Del conte. Il
lacch a trafugare delle carte cosa poteva guadagnare per s? Niente. Qualcuno
dunque lo dee avere istigato. Chi dunque? Colui solo che ci ha interesse. E
chi pu essere questo colui? Il conte. Vi parrebbe ancora di sbagliare a
credere che non pu essere che il conte?... Suvvia dunque... gi io non vado
dall'illustrissimo signor capitano a ripetere queste parole, che del resto
sono in bocca a tutta Milano. N io voglio dire in giudizio che la causa per
cui l'anguilla di Comacchio si ferm sullo stomaco del signor conte, fu
l'annuncio improvviso della cattura del lacch, nel punto precisamente che i
fluidi gastrici lavoravano a manipolare il suo chilo. Fate che domani il
lacch possa escire innocente o dichiarato tale dal Senato... e allora vi
accorgerete che siamo ancora in tempo a salvare la vita del signor conte;
perch tolta la causa permanente che non gli lascia aver tregua,  salvo. Son
morti degli uomini sul colpo per un eccesso di paura, di collera, d'affanno. 
dunque gi molto che il conte sia ancor vivo... perch, colleghi miei
carissimi, il caso  serio; e se il lacch d fuori il nome del conte, vedete
che scandalo, che onta, che vitupero!! Ma torniamo all'Ospedale il quale in
certi casi  pi allegro del Capitano di giustizia e del Senato, e spesso un
forcipe fa meno paura d'un articolo delle istituzioni criminali.
Dicendo questo, apr lo sportello della sua carrozza, traendoselo dietro a
richiudersi romorosamente. Gli altri fecero lo stesso, e i cavalli si mossero
con trotto dignitoso e scientifico.


III

Ed ora tornando nella camera del conte, ci accorgiamo che  necessario di
spiegar nettamente molte cose che lo risguardano, in continuazione a quel po'
di schizzo che, qualche pagina addietro, abbiam dato della sua vita e
dell'indole sua. Non sappiamo perch ogni qualvolta ci occorse di parlare del
conte F... e della parte che ebbe nel trafugamento delle carte di suo
fratello, lo abbiamo sempre fatto con una circospezione che non potremmo
nemmen spiegare a noi stessi. Parrebbe quasi che il desiderio onde il senatore
Gabriele Verri e gli altri, i quali erano pi o meno in parentela, pi o meno
in dimestichezza col conte, e che, meglio ancora che per l'onore di lui,
spasimavano per il decoro e la buona fama della casta, sia passato nel nostro
sangue come un male attaccaticcio; tanto che, se il lettore si ricorda, abbiam
sempre parlato a mezza bocca, e gettatigli innanzi in cumulo i fatti senza
divisarli bene, quasi timorosi che il conte potesse risuscitare a farci pagar
cara la nostra imprudenza. Ci vergogniamo dunque di questo nostro modo di
procedere, e vogliamo parlar chiaro, e senza l'ajuto de' personaggi, ma per la
nostra bocca medesima. Il conte F... avendo dunque saputo qualche giorno prima
che morisse il marchese, che il prevosto di San Nazaro era riuscito a fargli
stendere un testamento a favore del figlio della Baroggi; avendo saputo
inoltre che il testamento non era stato consegnato a nessuno, e che anzi il
marchese aveva dichiarato al prevosto stesso: trovarsi nello scrittojo del suo
studio, in mezzo a molti documenti di famiglia, anche le disposizioni
dell'ultima sua volont; il d medesimo che esso mor e che i notai del
Pretorio apposero i suggelli allo scrigno, parl col suo agente signor Rotigno
(che per lui aveva il merito d'avergli ridotto, con un'amministrazione
inesorabile, a un terzo di pi il valore de' suoi possedimenti), parl un
lungo discorso che condusse il Rotigno a fargli la proposta di tentare il
lacch Suardi, stato tanti anni al servizio del marchese, e che, per essere
respinto da tutti e non aver pi n dove dormire n di che mangiare, dalla
disperazione facilmente sarebbe stato persuaso ad accettare buoni patti. La
sostanza, in palazzi, case, ville, terreni, capitali, diritti d'acqua, ecc.
del marchese F... era valutata a circa dieci milioni di lire milanesi. Il
conte promise al Rotigno lire 200 mila di regalo, quando l'impresa fosse
riuscita bene; in quanto al lacch, avrebbe dovuto ricevere sessanta mila lire
di compenso, compiuta ogni vertenza; quando cio fosse tolto di mezzo ogni
pericolo d'investigazione criminale, e dopo un lasso di sei mesi; delle quali
sessanta mila lire se gliene dovevano anticipare due mila prima di tentare il
fatto; altre vent'otto mila subito dopo consumato il trafugamento; il resto,
come dicemmo, maturati i sei mesi.
Queste cose, secondo le regole della drammatica e de' suoi sospensorj, il
lettore avrebbe dovuto saperle in altro luogo e tempo, quando cio, dopo un
lungo ordine di anni e di vicende, ogni segreto dovr saltar fuori all'aperto
per uno di quegli accidenti che non sanno uscire che dalla bisaccia agitata
dalla cieca fortuna. Ma siccome queste cose noi le sappiamo gi, avendo
sott'occhio tre quinterni di carta gialla e tarlata, tutta nera d'inchiostro
svanito, dove la storia del processo c' tutt'intera, cos ne facciamo una
graziosa anticipazione ai nostri lettori, anche perch possano cos valutar
meglio la portata di questi due personaggi: il conte F... e l'agente Rotigno.
Compiuto il fatto, seppellito il marchese, pagato il lacch, il conte e
l'agente respirarono. Del qui pro quo provocato dagli amori di donna Clelia
col tenore gioirono in segreto di una gioja profonda, di una di quelle gioje
onde nelle vecchie leggende della nubilosa Germania vediamo esaltato il
maligno spirito quando riesce a trarre a perdizione qualche innocente;
gioirono in segreto, vogliamo dire che non si comunicarono le loro gioje;
perch e l'uno e l'altro evitarono sempre di parlare di quant'era avvenuto, e
per qualche giorno parve anzi che si scansassero. Un'avversione misteriosa
grado grado era nata tra di essi; e tanto pi implacabile quanto l'uno era pi
avvinto all'altro, e quanto pi dovevano dissimularla con degnazione cortese
per un lato, e con profondo rispetto per l'altro. Sul resto erano tranquilli,
meno per sul fatto del lacch, il quale, dopo aver mostrato il testamento
originale al signor Rotigno, ostinatamente volle tenerlo per s, limitandosi a
trarne di proprio pugno la copia. Tanto il conte che il Rotigno avevano
conosciuto il Galantino per una faccia sola, per quella della ribalderia,
dell'audacia e della miseria; ma non sospettarono affatto quella dell'ingegno,
dell'acume e dell'astuzia naturale. Davvero che non s'era adempiuto per parte
del lacch alla pi grave delle condizioni. Ma dieci milioni erano guadagnati,
il fatto era corso tanto bene, che pareva espressamente comandato dalla
fortuna. Il capriccio del lacch poteva essere un capriccio senza pericolo di
conseguenze gravi, e del resto anch'esso era interessato a tacere. Non si
pens dunque ad altro che a dar corso alle faccende domestiche, e giacch solo
il conte era chiamato all'eredit, a procacciare gli opportuni provvedimenti
per andare al possesso di essa.
Per tutte queste circostanze adunque, ci pare sia facile a capacitarsi del
terribile effetto che dee aver fatto sull'animo del conte F... la notizia
inaspettata della cattura; ella veniva a dire in conclusione, secondo le
consuete risultanze de' processi, che fra pochi giorni tutto sarebbe stato
palese, e, insieme coll'edificio che veniva a crollare dalle fondamenta, il
decoro del casato, il decoro apparente, gi s'intende, veniva ad essere
oscurato per sempre. La vivacit lieta che il conte mostr a' commensali
quando la notizia venne annunciata, e le parole che pronunci non erano state
che un effetto dell'esaltazione della paura e dell'astuzia istintiva e quasi
meccanica che ha chiunque per trarre in inganno gli astanti intorno a cosa che
vuolsi tenere nascosta e si trema possa venir palesata pur dal menomo
turbamento esterno, dal colore mutato, dalla voce indebolita. L'uomo allora
finge ed esagera sentimenti in tutto opposti a quelli che gli si agitano in
petto, di modo che talvolta ei si rivela per l'eccesso appunto della finzione
medesima; e il conte si rivel in fatti a molti de' commensali che notarono
ogni cosa e tacquero; si rivel persino, chi mai lo crederebbe, allo stesso
dottor Gallaroli, uomo naturalmente acuto e scaltrito da una lunga esperienza,
tanto acuto e tanto scaltro, che finse di esser caduto dalle nuvole quando il
sincero e sciolto e burbero dottor Moscati non dubit di dire quel che
pensava. Ma se quella notizia fu tanto micidiale al conte, da fargli l'effetto
dell'acqua dei Borgia e dell'arsenico, non lasci intatto nemmeno l'agente
Rotigno, come  facile a credere. Bench fornito com'era dalla natura di un
corpo robusto e inquartato come quello d'un cavallo da stanga, e avendo
colorito il volto da quel colore permanente che par vernice metallica e che
non permette di distinguere un uomo in deliquio da uno che ha ben bevuto, non
ne lasciava trapelar nulla all'esterno. Nessuno per dei nostri lettori pi
infelici e malcontenti della vita avrebbe potuto invidiarlo; ch in otto
giorni e otto notti, se riusc a sfiorare tre o quattr'ore di dormiveglia,
s'arrischia a dir troppo.
Ben  vero ch'egli aveva prese tutte le precauzioni, onde, anche nel caso che
il Galantino fosse stato posto alle strette, non potesse nominare l'uomo da
cui aveva tenuto il mandato, perch egli non gli s'era dato a conoscere; ma
nel tempo stesso avea potuto accertarsi che il lacch avea, come suol dirsi,
mangiata la foglia, e nel caso di un buon tratto di corda che gli avesse fatte
veder le stelle anche di giorno, avrebbe presto dato fuori i nomi per cercar
sollievo o trarre altrui nel laccio. Il fatto per d'una malattia grave e
pericolosa del conte gli aveva messo in cuore qualche speranza. Se mai fosse
per morire, pensava, prima che il lacch ci tiri in ballo, a me non
riuscirebbe difficile trarmi d'impaccio. Il lacch nominer il conte... ma il
conte morto non potendo comparire in giudizio... il tutto finir colla
restituzione del testamento... e chi deve esser ricco sar ricco, e buona
notte, e don Alberico s'accontenti di quello che ha. Per tali considerazioni,
il signor Rotigno si consolava ogni qualvolta il dottor Gallaroli gli dava
pessime informazioni dell'ammalato; e arriv perfino a stropicciarsi le mani
per un soprassalto repentino di giubilo quando sent annunciato il consulto,
tanto avea buona opinione dei consulti medici!!! Se non che questo fresco
venticello che gli soffi sull'animo agitato venne respinto da una frase sola
del dottor Moscati:  mestieri del prete. Egli non avea pensato che alla morte
del conte, e non all'agonia n a' suoi preliminari, talch non avea mai
considerata la necessit della confessione e dell'olio santo. Per quella
parola prete gli penetr nel cuore coll'effetto di un cuneo che squaglia un
ceppo, ch, pensava egli: La vita eterna far parere al conte un nonnulla i
dieci milioni del marchese... e per alleggerir l'anima verser tutto nelle
orecchie del prete... Insomma lo spavento che gl'indusse quella parola fu tale
che se in quel punto avesse mangiato anch'esso due o tre rocchj d'anguilla,
l'indigestione lo avrebbe soffocato. Tant' vero che fare il galantuomo  la
migliore speculazione di questo mondo.


IV

Lasciando adesso le nostre digressioni, e venendo a' fatti; quando il signor
agente Rotigno e don Alberico tornarono nell'antisala:
 Bisogner dunque, disse il secondo, mandare a chiamar don Giacinto.
Don Giacinto era il vicario di Santa Maria Podone, dipendente dal curato di
Santa Maria Porta; era il prete di casa, ossia quello che pi frequentemente
aveva a che fare col signor conte padrone; non tanto, a dir la verit, per le
faccende dell'anima, ma per le vertenze di un beneficio di jus patronale, pel
quale il conte F... aveva diritto di nomina.
 Don Giacinto  stato qui sin dall'altro jeri, rispose il signor Rotigno, ma
ho creduto bene di rinviarlo. Queste sottane nere, caro don Alberico, fanno un
tristo effetto sugli ammalati. Dopo i purganti e gli altri argomenti, ci che
procura la guarigione di un ammalato  la faccia gioviale del medico e la
speranza. Ma a che amministrar purganti e conforti, quando un prete dee venire
a mettere spavento? Che effetto farebbe a lei, don Alberico, se dopo il quarto
o quinto giorno di malattia, il prete venisse a farle visita subito dopo il
medico?
 Che effetto? si sa... Ma quando il medico lo consiglia...
 Il dottor Gallaroli  un furbo che vuol darsi importanza e ama far correr la
voce per Milano ch'egli  l'uomo dei miracoli... e sa, anche dopo l'olio
santo, rinnovare la vita; gli altri due,  naturale... son della professione,
e una mano lava l'altra, e il mestiere non vuol essere rovinato per son
venuti, come succede sempre, per dar ragione al medico della cura, il quale, a
dir la verit, mi par il prete che canta messa, mentre gli altri due fan da
diacono e gli tengono il piviale.  sempre la stessa storia, per bisogna
saperli interpretare, e non seguirli testualmente questi signori.
 Basta, fate voi. Badate per che stasera il dottor Gallaroli non faccia
strepito del non essere stato obbedito.
 Vedr che il dottore non dir nulla... E poi io vivo certo che il conte debba
migliorare...
 Fate pure, fate pure... Ora sentite ...
 Che cosa?
 Fatemi contar dal cassiere un cento talleri di Carlo Sesto.
 Siam sempre a queste, don Alberico.
 Sono otto giorni che ne ho di bisogno.
 Il signor conte mi proib di darle altro danaro prima che incominci il mese
di giugno.
 Il giugno  qui presto...  un'anticipazione di pochi giorni...
 Eppoi?
 Eppoi, fate presto. Non mancano usuraj a Milano, e se batto di piede saltan
fuori talleri da tutte le parti. Non  la prima volta. Ma che maledetto gusto
 questo di costringermi a pigliar dieci per restituir venti! Non c' al mondo
uomo pi avaro e pi sucido di mio padre; e voi gli tenete la staffa.  tempo
di finirla. Ho ventun'anni, e colla nuova eredit sono il figlio unico pi
ricco di Lombardia. Venti milioni... una piccola bagattella... e sempre aver
bisogno di denari come se fossi un pezzente, e domandar la carit a voi. Ma
chi siete voi?
L'agente sorrise, e:
 Sono il suo umile servitore, che ama lo splendore della casa, e desidera che
l'unico erede di tanta facolt non trovi d'aver decimato nulla quando sar
egli il capo della casa e il padrone assoluto di tutto. Per, giacch
veramente le occorrono, vado a farle contare i cento talleri.
 Sentite, se fossero centocinquanta non mi lamenter; anzi, ora che ci penso,
mi lamenterei se fossero appena cento.
Il signor Rotigno discese nello studio dov'erano molti impiegati subalterni,
cassiere, ragioniere e scrivani, perch l'amministrazione della casa era vasta
e complicata. Si fece contare dal cassiere i centocinquanta talleri, li fece
notare alla partita di don Alberico, incaricando uno scrivano di stendere una
ricevuta che il figlio del padrone avrebbe firmata per la necessaria
regolarit, e perch voleva cos il signor conte padrone.
Mentre il signor Rotigno s'indugiava l per tale occorrenza, entr un commesso
di studio seguito da un facchino portante un sacco di denaro; entr e disse:
 Gran novit.
 Che cosa?
  tornata, pochi momenti sono, la signora contessa Clelia V...
 Tornata?... ma perch?
 S'ella voleva tornar cos presto, tanto aveva a non fuggire.
 Oh bella! il conte marito volle andare dov'ella si trovava, ed ella ritorn
dove non si trova pi suo marito. Fin qui non ci vedo nulla di strano, ed 
facile a capire.
 Che cosa  facile a capire?
 Quello che voi non sapete, soggiunse il commesso. La contessa  tornata
perch fu fatta ritornare.
 Da chi?
 Da chi ha l'autorit, s'intende; voglio dire, dal Senato. Ma sapete il
motivo?  il motivo che vi far strabiliare tutti.
 Sentiamo, parla, di' presto.
 Il motivo  che il Galantino ha dato fuori il suo nome; e in conclusione, 
dessa che lo ha pagato a rubare il testamento. E si sa anche com'era il
testamento. Erede, gi s'intende, il nostro illustrissimo signor padrone, e
diversi legati, tra' quali uno, e il pi vistoso, all'egregia contessa... in
compenso di... mi capite... Altro che Urania e Minerva e che so io, come la
chiamava il vicario don Giacinto: ah! ah! ah!... a dire che mi divertono tali
intrighi,  dir poco.
 Ed ella deve aver fatto trafugare un testamento, perch il testatore ha
voluto regalarla? Ma c' sale in zucca a creder queste fandonie?
 Altro che sale! Il testatore assegn il premio... ma assegn anche i
servigi... vedete che scandalo. Ah ah ah... Ma gi  sempre stato un po' matto
il signor marchese. Non somiglia per niente al nostro illustrissimo signor
padrone.
Il signor Rotigno intanto ascoltava e taceva; e siccome era informato in parte
del processo del Galantino, e gi avea sentito toccare un tasto di una simile
deposizione, credette a mezzo, e quasi quasi si sarebbe confortato, se non gli
fossero tosto sorgiunti i secondi pensieri a fargli capire che l'inganno
poteva durare per poco e non per sempre. Tuttavia pens di farne parola al
conte. Prese allora i centocinquanta scudi, sal, entr nella sala dove ancora
stava passeggiando don Alberico, gli consegn i denari colla ricevuta che don
Alberico sottoscrisse; e quando questi part, pens di entrare nella camera da
letto del conte... Se non che, allorquando fu per aprire, si ferm e disse tra
s, anzi pens... perch certe cose, nemmeno i bricconi di cartello le osano
dire neppure in soliloquio: Questa notizia potrebbe consolarlo un po' troppo,
e aprire il varco alla salute... un'inezia accoppa, un'inezia fa rinascere. 
dunque meglio tacere. E cos ridiscese nello studio, prese il cappellino a tre
punte e la sua canna d'India, e usc ad appurare le notizie della giornata.
Intanto che il Rotigno se ne va pe' fatti suoi, facciamoci colla contessa
Clelia. Il commesso di studio, raccontando che era tornata a Milano, avea
detto il vero. Al serenissimo doge Grimani, nelle sale del nobile Alvise
Pisani, ella avea promesso che il giorno successivo impreteribilmente sarebbe
partita da Venezia; e il doge aveale detto: confidare interamente nella sua
parola e non volere per verun conto commetterla a scorta nessuna. Queste
furono le parole: ma i fatti non vi corrisposero esattamente. Ch alla
contessa Clelia il d dopo fu reso al tutto impossibile di lasciar Venezia,
per varj accidenti sorvenuti all'impensata, e che, scorsi che saranno sedici
anni dal tempo in cui versa il nostro racconto, il lettore probabilmente sapr
indovinare. In quanto al doge incaric l'ufficio de' corregidori di far tener
dietro ai passi della contessa; e allorch seppe, con sua grande meraviglia,
ch'ella trovavasi ancora in Venezia, alla promessa che donna Clelia rinnov di
partire fra breve tempo, non fu tanto credulo; e sotto specie d'onorarla, la
fece accompagnare sino al confine del ducato di Milano da messer Zuane
Pizzamano, camerlengo di Comune, e dalla nobile sua moglie. Onore che, giunto
al confine, le fu rinnovato dal signor luogotenente di Pretorio, dottor Rocco
Orlandi, il quale, espressamente a ci incaricato da lettera senatoria, le
domand con rispettosa deferenza, ma con quel modo d'interrogare che significa
essere il provvedimento gi stato ventilato e ingiunto dall'autorit, le
domand adunque se ella desiderava, giungendo a Milano, d'essere alloggiata
nella casa dell'egregia donna Paola Pietra sua conoscente.
Ma in che modo l'autorit provvide a far alloggiare la contessa presso donna
Paola Pietra? Il fatto  chiaro. Dopo che il Senato fu istrutto della strana
deposizione del lacch Suardi, e riput indispensabile di sentire di presenza
in giudizio la contessa V..., l'illustrissimo capitano di giustizia, dopo una
conferenza col presidente del Senato e col senatore Gabriele Verri, mand a
chiamare donna Paola, a cui fece palese la deposizione del Galantino, e
insieme la risoluzione in che era venuto l'eccellentissimo Senato
d'interessare il Consiglio Veneto a mandare a Milano la contessa.
Che terribile colpo facesse una tale notizia sull'animo di donna Paola 
facile immaginare.
Dopo il primo turbamento e dopo quella tremenda confusione in cui le persone
educate da una lunghissima esperienza son gettate al sentire imputato di una
colpa detestabile chi si ama e si protegge, appunto perch alla predilezione
ed alla stima si mesce sempre il dubbio dell'umana perversit e delle
apparenze ingannatrici; donna Paola, nel fondo dell'animo suo, rifiutossi a
prestar fede all'oscena accusa. Disse poi tali cose al signor capitano, e le
espose con tanta eloquenza e fervore, che lo stesso marchese Recalcati, ch'era
un eccellente galantuomo, fu presto dell'avviso, essere infondata l'accusa del
Galantino, e dovere anzi l'accusa medesima servir col tempo alla riprova della
di lui ribalderia. Perci, alla profferta che donna Paola gli fece di ricevere
in casa la sventurata contessa sotto la sua protezione e sorveglianza non pot
che accondiscendere, onde al luogotenente di Pretorio al confine del Ducato
furono inviate istruzioni in proposito. N qui si ferm la caritatevole donna,
ma affannata di avere col proprio consiglio peggiorata la condizione della
contessa, pens di non omettere cosa nessuna, la quale potesse giovare alla
causa di quella sventurata e, in ogni modo, dovesse giovare al trionfo della
verit. A tale oggetto si rec dall'avvocato patrocinatore del figlio della
Baroggi, perch vedesse di poter raccogliere una o pi testimonianze ad
indicare e provare, non essere altrimenti vero che il lacch Galantino si
trovasse gi a Venezia prima degli ultimi otto giorni del carnevale di Milano.
E l'avvocato si prese l'assunto, e in pochi d fu sulla via di far qualche
preziosa scoperta.
Se dunque queste ultime pagine furono noiose anzi che no, ci lusinghiamo che
il ritorno della contessa, e la sua chiamata in giudizio, e le sue confidenze
a donna Paola e le sue ansie: come pure la scoperta dell'avvocato
patrocinatore, e i nuovi interrogatorj imposti al Galantino, e le lotte in
Senato sul proposito della tortura, e i risultamenti provvisorj di codesta
matassa, saranno

Vasta materia di sermon futuro.


V

Il giorno stesso in cui si tenne il consulto medico in casa F..., donna Paola
Pietra, con lettera confidenziale, venne avvisata dall'illustrissimo signor
marchese Recalcati, che il giorno dopo, accompagnata dal luogotenente del
Pretorio di confine, sarebbe giunta a Milano la contessa Clelia V... Per ci
ella si trattenne in casa onde adempire all'ufficio cui si era spontaneamente
offerta.
Le persone che, sollecitate da una stragrande bont di cuore e dall'amore
degli uomini, s'interessano con operosit alle cose altrui, quando le loro
premure non hanno riuscita, si sentono travagliate da insopportabili
inquietudini, e talora, per quanto invase dallo spirito di carit, provano il
pentimento d'essersi volute adoperare a vantaggio degli altri. In una tale
condizione d'animo trovavasi appunto donna Paola nelle ore che stava
aspettando la sua protetta, e tanto pi si affannava, quanto pi, ripensando
le cose avvenute (e non conosceva il peggio), vedeva che i buoni consigli non
assicurano sempre la felice riuscita delle cose, e talvolta, pur troppo, come
nel caso suo, partoriscono effetti al tutto opposti ai desiderati. A taluno
de' nostri lettori parr strano che siasi voluta mettere innanzi donna Paola
siccome l'ideale della carit, un surrogato in terra alla Provvidenza, quando
poi, in sulle prime operazioni, doveva fallire agli intenti desiderati. Ma
innanzi tutto, quando un fatto  realmente avvenuto con quelle circostanze
speciali, impreteribili al raccontatore, un personaggio non pu sempre
appagare i desiderj di chi legge. D'altra parte una storia come la nostra non
 che uno specchio pi o meno terso, pi o meno ondulato, in cui si riflette
la prospettiva della vita. Ci pu essere qualche deviazione di linea, qualche
raggio che s'interseca o prima o dopo, ma l'immagine riflessa in poco pu
variare dal vero. C' di pi, che un personaggio, tanto nei lavori dell'arte
come nella vita reale, il quale si distingua per carattere segnalato di virt,
si fa manifesto per l'intenzione ed il fervore della volont di operare il
bene, non gi per l'ultima riuscita, la quale non  mai la vera misura onde
valutare il grado della virt stessa. Coloro che pretendessero dovere la
comparsa di donna Paola Pietra stornare sciagure e peccati e cadute,
mostrerebbero di non conoscere la differenza che passa tra i personaggi della
vita vera e gli dei d'Omero. A questi era permesso far scomparire Paride in
una nube e involarlo all'ira di Menelao per stornar l'asta del Telamonio dallo
scudo di Ettore; ma ai nostri personaggi, vogliam dire ai buoni, non sono
obbligatorj che il desiderio del bene e la facolt di sudare per correre sulla
sua traccia; non gi la sicurezza di conseguirlo.
Ma ci non toglie che donna Paola fosse afflittissima e si riputasse quasi
colpevole di quanto era avvenuto. Tuttavia, quel che pi le cuoceva, era il
dubbio che di tanto in tanto veniva a galla delle sue medesime persuasioni e
de' suoi raziocinj; il dubbio, vogliam dire, che donna Clelia fosse ben altra
da quella ch'essa aveva creduto; e che quanto pot sembrare un trascorso
accidentale, fosse invece un'abitudine perversa dell'intera vita. Inoltre la
passione violenta ond'era stata assalita al cospetto di un cantante,
circondato dal fascino della giovent, della bellezza, dell'eccellenza
dell'arte, lasciava trovar scusa e perdono pur nell'animo del pi inesorabile
censore; ma le relazioni col defunto marchese, perduto di costumi, n giovane,
n attraente, rendeva turpe e non perdonabile la colpa. Se non che, nel punto
che donna Paola stava dibattendosi fra cotali pensieri, il servo entr a dire
che la contessa V... era discesa dalla carrozza.
Donna Paola alzossi quando quella entr.
Il lettore si ricorder delle caldissime espansioni di affetto, dell'abbraccio
tenero e commosso onde queste due donne si lasciarono dopo il primo loro
dialogo. Chi ora dunque crederebbe che, rivedendosi, dovessero tanto l'una che
l'altra mostrare una freddezza riguardosa, e proferir parole e saluti a cui
non corrispondeva la gelida espressione del volto e degli occhi! Ma nell'una
era un sospetto, nell'altra era una recente memoria che la faceva timorosa
della presenza di quella venerabile donna. E codesta peritosa freddezza della
contessa, accrebbe in quel punto i dubbj di donna Paola, di maniera che, per
un movimento istantaneo, il suo volto assunse l'espressione della pi severa
austerit.
Partito il servo, rimaste sole, aspettando la contessa, altre parole, e
vedendo perdurare donna Paola in quella gravit ch'ella non sapeva spiegare:
 E che cosa  avvenuto, esclam, perch io non veda pi il sorriso benevolo su
quella vostra santa faccia?
Dir queste parole, gettar le braccia al collo di donna Paola e prorompere in
pianto fu un punto solo. La mestizia acerbissima del viaggio solitario, i
timori, le rimembranze che da molte ore le avean fatto nodo insopportabile al
cuore, si sciolsero in quello scoppio di lagrime.
Donna Paola sent sottentrar tosto la commozione alla severit, e
riabbracciando la sventurata:
 Oh, fate animo, disse, io sono sempre la stessa per voi. Sedete e
tranquillatevi... e faccia Iddio che...
E qui s'interruppe, perch non le parve il momento opportuno di uscire con
disgustose interrogazioni.
Ma se donna Paola per allora aveva creduto bene di tacere, la contessa dopo
qualche momento:
 Or io vorrei sapere, disse, la cagione per cui, con gravissimo scandalo, il
Senato sollecit il doge di Venezia a farmi partire da quella citt e, sebbene
con apparenze onorifiche, a mandarmi qui custodita e guardata, in conclusione,
come si pratica coi malfattori.
 Ma non sapete nulla, contessa? disse donna Paola, veramente nulla? e la
mirava fissa, quasi a passarla fuor fuori, come dicono i Fiorentini.
 Nulla io so, bens mi perdo inutilmente in un mare di congetture. Il doge
Grimani non sapeva nemmeno esso la causa di tale misura, ed anzi ebbe a
lamentarsene. Il camerlengo di Comune che insieme colla nobile sua moglie mi
accompagn sino al confine del Ducato, com' naturale, ne sapeva meno del
doge. In quanto al signor luogotenente di Pretorio, che dal confine mi
accompagn sino alla porta di questa stanza, mi sembr bene che fosse al fatto
della cagione vera, ma scans sempre le mie domande, e quando gli manifestai
il mio sospetto di una qualche falsa deposizione di quello scellerato lacch:
Potrebbe darsi benissimo, disse; che il Galantino non sia straniero a questa
faccenda, ma io non so nulla; e dicendo questo si capiva troppo bene ch'ei
sapeva tutto, ma gli era stato ingiunto di tacere. Intanto, appena m'ebbe
lasciata alla porta di questa stanza, si rec dal capitano per annunziare il
mio arrivo, e presto sar di ritorno. Ora ditemi voi in che consiste questo
mistero.
Donna Paola torn a guardar fissamente la contessa; poscia, prendendola per
mano, le disse affettuosamente :
 Sedete e ascoltate;... e, prima ch'io parli, fatemi una promessa.
 Che promessa?
 Di non tacere il vero, di non mentire (perdonatemi questa parola), di
confessar tutto, quando pure si trattasse di cosa, che, a pronunciarla, vi
dovesse abbruciare la lingua.
 Ma parlate, in nome del cielo; voi mi spaventate. Di che dunque si tratta?...
Io non conosco fatto nessuno che possa recar tali effetti.
E qui donna Paola, con voce bassa, manifest alla contessa la deposizione del
Galantino.
Donna Paola, proferita ch'ebbe la trista parola, avvezza a leggere nei
repentini guizzi del volto quel che passava nell'animo altrui, allorch la
contessa balz in piedi saettando lei d'uno sguardo che dell'orgoglio offeso
avea persino la ferocia; d'uno sguardo che, incredibile a dirsi, esprimeva
quasi un iracondo disprezzo per lei medesima; d'uno sguardo che sembrava
persino minacciare un atto violento; si alz di colpo, tanto si tenne sicura
dell'innocenza della contessa, le butt le braccia al collo, la baci e la
ribaci in volto, poi disse:
 Che voi siate mille volte benedetta, cara la mia donna, ho avuto torto di
credere a una tale accusa, or vogliate perdonarmi. Ma, pur troppo, dovevo
parlar chiaro e cos.
La contessa si butt allora a sedere, come spossata. Successe un lungo
silenzio... Cadevano intanto le lagrime a dirotta sulle pallide guancie della
contessa, che il suo labbro convulso beveva, quasi a tentar di nasconderle. E
donna Paola s'era volta altrove per non turbare quel profondissimo dolore... e
quando macchinalmente prese e apr un libro, ne bagn le pagine di due grosse
lagrime repentinamente sgorgate anche a lei.
In questa fu bussato alla porta, e, senz'attender altro, entr un vecchietto
colla zazzera del tempo del senator Filicaja e con una giubba stata gi rossa
color fuoco, ma pel lavoro degli anni diventata color zenzuino. Egli, senza
cavarsi il cappellino a tre punte e appoggiato alla canna d'India, come stesse
in casa propria o sulla pubblica via:
 Buone nuove, donna Paola, disse, buone nuove!
Era l'avvocato Agudio, il patrocinatore officioso del figlio della Baroggi.
Uomo burbero, bisbetico, cinico, ma galantuomo, una specie di Paletta
applicato al ceto legale. Rigido di una rettitudine insolita, che traeva
all'ideale e si spingeva fino al cavillo; affettava trascuratezza di tutte le
convenienze sociali, andando in ci fino alla caricatura ed alle aperte
lesioni del pi dozzinale galateo. Vestiva male e all'antica, quasi ad
attestar disprezzo al tempo che correva; magro, sano, forte, come se fosse
d'acciajo, era di una operosit prodigiosa; tenace del suo proposito fino ad
esser caparbio, inasprito inoltre da quel demonio interno che si chiama
spirito di contraddizione, faceva paura al Collegio dei dottori, al Pretorio,
al Capitano di giustizia, al Senato medesimo, che aveva in esso un controllore
indomabile; e siccome a tali qualit congiungeva una gran dottrina giuridica,
cos era il pi riputato e temuto del fro milanese.
Alla sua improvvisa comparsa, la contessa Clelia balz in piedi, e vergognosa
delle proprie lagrime, si ritrasse in un'altra camera.
Donna Paola Pietra si volse e vide lui che ripeteva:
 Buone nuove!!...
 Buone nuove davvero? chiese donna Paola.
 Buone vi dico.
 Or raccontate e sedete...
 Non ho tempo da perdere, e vo via subito; uno de' miei giovani di studio, che
ha trovato il modo di essere astuto insieme e onesto, s' messo al punto di
far saltar fuori la verit, perch dice d'averlo veduto egli stesso, il
Galantino all'albergo dei Tre Re, precisamente un giorno della settimana
grassa, quantunque non sappia giurarlo. Per l'altro jeri and a mangiare un
boccone a quell'albergo e l, d'una in altra parola ebbe il piacere di sentire
confermato il suo sospetto da un cameriere. Questo cameriere venne da me
stamattina e ripet quanto avea detto al giovane di studio... Ben  vero che,
allorquando gli domandai s'ei sarebbe disposto a ridire le stesse cose al
signor capitano di giustizia, parve tentennare e voler ritirarsi... Ma la
fortuna ha voluto ch'egli nominasse un altro cameriere, il quale per
combinazione cangi in questi giorni osteria e citt, ed  andato a Cremona;
lo nomin dicendo che colui aveva giuocato in una di quelle notti col
Galantino, e siccome era amicissimo del lacch cos avrebbe facilmente saputo
ogni affar suo... Intanto il cameriere di qui sar sentito oggi stesso dal
capitano... Spero che non sapr ritrattarsi, perch'io gli ho fatto paura,
mettendogli innanzi tutte le conseguenze del non dire la verit... Egli 
bens a considerare che la sola sua testimonianza non basta all'intento... Ma
ho mandato or ora a Cremona il giovane di studio, e ritorner, spero, col
cameriere che pass in quel luogo... Se i due vanno d'accordo... la volpe 
presa... e il Senato dovr decretare la tortura... Sino a questo punto, per
verit, non si verificarono gli estremi, ed il senator Verri, che conosce il
diritto, ha messo a tacere, com'io seppi, il senator Morosini che vorrebbe
cominciar sempre dalla tortura, tanto ci si guazza dentro... e il Verri ha
tirato dalla sua tutti gli altri, perch la sua chiacchiera quando ha preso il
vento  una tempesta che dove tocca lascia il segno. Bens il Morosini tent
rifarsi producendo casi criminali a dozzine in cui la tortura venne inflitta
anche senza quegli estremi dai quali il Verri non decampa, e il Verri a
ripetere che gli errori passati non devono essere esempio a nuovi errori, e
qui ha ragione, ma sibbene un salutar avviso per scansarli. E intanto c' un
altro fatto, di cui la citt  piena. Sentite, che questa  nuova, e giudicate
voi...  un avviso a stampa su tutti gli angoli della citt, col quale il
maggiordomo di casa Morosini invita il proprietario di un rotolo di cento
zecchini veneti stati mandati all'indirizzo del senatore, a voler rimandarli a
pigliare. La folla  stipata a tutti i canti e chi ne dice una e chi
un'altra... Il Morosini, se non  un gran giureconsulto,  un furbo
matricolato... e... odia tutti i suoi colleghi, segnatamente il Verri, e...
voi gi capite dove va a parar la cosa. Or io vo, e voi state di buon animo e
dite l alla... (e qui fece un lezio curioso accennando la porta della camera
per cui la contessa era dileguata) che dopo il temporale viene il sereno... 
ben la contessa V.... non  vero? soggiunse poi subito.
 S, la contessa, arrivata or ora da Venezia.
 Povera donna,  la vittima di un assurdo arbitrio... Ma lo studio fu di
gettar la polvere negli occhi, e di rivolgere l'attenzione altrove... Per non
ci riusciranno. No, non ci riusciranno... Far venir con violenza una persona
che sta altrove di pien diritto, perch un ladro briccone inventa una frottola
a suo danno... e pazienza avesse detto, il ladro bugiardo, d'aver visto egli
stesso, d'essere stato testimonio, mezzano, che so io... Ma no, tutt'altro...
Ora basta... la verit dee balzar fuori... Intanto buon d e buon anno e
l'avvocato Agudio usc.
Quando l'avvocato attravers il cortile, incontrossi nel luogotenente del
Pretorio che tornava dal palazzo del Capitano di giustizia.
Questi lo inchin con atto di profonda devozione, esclamando:
 Signor avvocato, i miei rispetti...
 Oh addio... non ti conoscevo... Or dove sei tu?
 Luogotenente di Pretorio al confine.
 Bravo, ma cosa fai qui?
 Ho accompagnato a Milano l'illustrissima signora contessa V..., ed ora, per
commissione dell'egregio signor capitano di giustizia, vengo a portarle
l'ordine scritto di recarsi domani per essere sentita in giudizio... E stasera
torno donde sono venuto... Presto poi spero di venir traslocato a Milano... Mi
conservi la sua protezione...
 Addio... E l'avvocato usc sulla via, e attraversata la piazza Borromeo e
santa Maria Podone, se ne venne al Broletto, al Cordusio e alla piazza de'
Mercanti, salutato per via rispettosamente da molte persone di cappa e di
spada, come suol dirsi, ai quali egli non corrispondeva che il pi
confidenziale saluto, e tirava via parlando fra s e borbottando tra' denti.
Quando fu in piazza de' Mercanti, la folla non era scemata innanzi ad uno de'
pilastroni del palazzo, in oggi dell'Archivio, sul quale era impastato
l'avviso firmato dal maggiordomo di casa Morosini, che diceva cos:
Il sottoscritto, d'ordine dell'illustrissimo senatore Morosini, suo padrone,
invita il proprietario di un rotolo di cento zecchini veneti mandati, certo in
isbaglio, all'indirizzo del sullodato suo padrone, a voler recarsi dalle ore
12 alle ore 3 nello studio della casa per ritirare il detto rotolo.
Milano, di casa Morosini, 28 maggio 1750.
L'avvocato si ferm perch si dilettava dei discorsi del pubblico.
 Credi, tu che sia stato per isbaglio? diceva un giovinotto ad un altro.
 Se  stato uno sbaglio, certo che non  stato l'unico, e usciranno altri
avvisi.
 Pu bastare anche un solo, diceva un terzo. Ma invece del maggiordomo di casa
Morosini dovr sottoscriversi il custode del palazzo del Senato.
 Non ti capisco...
 Oh bella... Vuoi tu che chi ha fatto il dono sia cos dolce da credere che
possa bastare l'aver pensato a un senatore solo?...
 Poteva anche bastare... giacch si trattava di rompere il sasso pi duro...
 Io per me credo che non usciranno altri avvisi. Intanto l'affar si fa
serio... e comincio a dire che il conte F... ha perduto la prudenza...
 Che prudenza!  moribondo... eppoi non si pu dire...
 Che?... bisognerebbe esser orbi... od esser qualcuno di coloro che hanno
l'obbligo di veder pi degli altri... Altro che fandonie, amico caro!
L'avvocato si part ghignando e proferendo tra s e s:
 Sciocchi, i quali credete di menar il mondo per il naso... costui v'ha gi
letto in fondo all'anima... per a rivederci al sabato; ed entr sono i
portici del nobile Collegio dei giureconsulti.


VI

Com' facile a credere, il pubblico, che, nel caso nostro, era l'aggregato di
tutti coloro i quali non aveano parte veruna nella magistratura e molto meno
nella giudiziaria, e che senza nessuno studio preparatorio, n teorie
discusse, procedeva avanti coraggioso nel giudizio delle cose colla sola guida
del senso comune, erasi fatto un concetto a modo suo dei fatti che abbiamo
raccontati e delle conseguenti tesi criminali; e, cosa strana, il concetto del
pubblico riusc precisamente la camicia del vero. Vogliamo dire che esso
opinava per la reit del Galantino, come opinava per la reit del conte F...;
anzi, quando mai avesse dovuto essere indulgente con uno dei due, propendeva
piuttosto a favore del primo che del secondo; in quanto poi all'accusa che il
lacch avea gettata contro la contessa, mentre e capitano e vicario e attuario
e auditori e assessori e senatori, a primo colpo ne furono influenzati al
punto da ammetterla, e in conseguenza da trovar necessario il sentir di
presenza la contessa in giudizio; il pubblico, vogliamo dire la maggioranza,
non credette nulla affatto; ch il senso comune rifiutavasi a vedere tresche
amorose l dove correva un divario di pi che trent'anni d'et, tresche venali
dove la ricchezza era pareggiata, tresche turpissime dove, cessa anche la
fragilit umana, era per innegabile l'ottima fama della contessa, l'ottima
fama del casato cospicuo a cui apparteneva, l'educazione avuta, la specialit
sublime degli studj fatti. Per quelle ragioni medesime per cui il pubblico
non avea sospettato mai che Amorevoli si fosse trovato nel giardino per lei,
tornarono a ricomparire, quasi indignate della prima sconfitta, a ricomparire
per difendere fervorosamente la sventurata contessa, e per isparlare con
iracondia del procedere della giustizia.
E c' di pi, che al pubblico si confeder per la prima volta, nel desiderio
di difendere la contessa, indovinate chi? tutte le donne pi o meno cattive,
pi o meno giovani, pi o meno belle del ceto patrizio e anche del ceto
solamente ricco, che un tempo erano sempre state le naturali nemiche della
superba contessa. Fu una specie di diserzione inattesa, un cambiar repentino
di propositi e d'opinioni, un mettersi tutti da un lato a protestare in favor
suo, e in modo di far salire in orgoglio coloro che hanno buon concetto
dell'indole femminina.
Donna Paola che, nel tempo dell'assenza della contessa, mediatore il giovane
Parini, era andata a visitare la madre di lei, partiti che furono per Venezia
il conte V... e il conte fratello, credette bene, qualche ora dopo l'arrivo di
donna Clelia, di rinnovar la visita alla contessa madre, e d'invitarla a
venire ad abbracciar la figlia per confortarla. Molte dame trovavansi per caso
col... e tutte furono intorno alla contessa madre, la quale, nei d della
fuga e dell'assenza di donna Clelia, avea protestato di non voler mai pi
riconoscerla per sua figlia; tutte adunque le furono intorno per supplicarla a
cedere alle preghiere di donna Paola. Che pi!.... talune espressero persino
un desiderio vivissimo d'andare a far visita alla fuggitiva ripatriata.
In quel giorno adunque madre e figlia si riabbracciarono; in quel giorno la
contessa del Grillo and a far visita a donna Clelia, e le rasciug il pianto
e la consol riferendole quel che si diceva di lei per la citt, e come avesse
mille difensori, ed esortandola a star lieta. E donna Clelia infatti, se non
lieta, almeno placida, dorm la notte; e soltanto quando si risvegli fu
percossa acerbissimamente dal pensiero che in quel giorno doveva comparire
innanzi al Capitano di giustizia.
 un pregiudizio e un errore della mente, ma i luoghi dove si amministra la
giustizia criminale incutono un vago sgomento anche nelle persone pi
intemerate, se per caso son esse chiamate a presentarsi ai giudici, sia pure
per una semplice testimonianza, per un'informazione di poco conto, fin anco
pel proprio vantaggio. Se dunque la contessa Clelia non potea sopportare il
pensiero di doversi presentare al Capitano di giustizia per un'accusa e una
presunzione gravissima, quantunque ella si sentisse innocente, la cosa 
ragionevole. Confortata per dal reintegrato amore della contessa madre,
sostenuta da donna Paola, si ricompose, e pens ad assumere quel contegno che
dovesse comandare alla sua volta un gran rispetto ai giudici medesimi.
Verso mezzod la contessa madre le mand un carrozzone di casa. Di concerto
coll'illustrissimo marchese Recalcati, erasi stabilito che donna Paola avrebbe
accompagnata la contessa, e l'avrebbe assistita di presenza anche nella sala
degli interrogatorj. Partirono dunque di casa e l'una e l'altra poco dopo il
mezzogiorno, e presto il carrozzone entr nel cortile del Palazzo di
Giustizia. La livrea pavonazza coi galloni gialli del cocchiere e dei due
servitori, fece tosto conoscere a quanti trovavansi col ch'era la carrozza di
casa A..., ch la stessa donna Paola avea consigliata quella specie di
pubblicit fastosa, perch in simile circostanza doveva riuscire assai
significante.
Il capitano marchese Recalcati, che stava in aspettazione di esse, quando
sent il loro arrivo, credette bene di uscire insieme col vicario e cogli
assessori a riceverle in capo allo scalone. Era una degnazione insolita, ma
che all'ottimo Recalcati era stata suggerita dalla specialit del caso, e,
dopo i discorsi tenuti con donna Paola e le pubbliche dicerie pervenutegli
all'orecchio, dalla persuasione che la contessa meritava il suo rispetto pi
che la sua severit. Dopo que' primi atti di ricevimento, ai quali per non fu
straniero un certo sussiego di cerimoniale tutt'altro che adatto a mettere
altri di buon umore, le signore furono fatte entrare in una sala, nella quale
comparvero poco dopo il capitano, il vicario, un attuario, due auditori e due
assessori, ponendosi a sedere presso una gran tavola coperta dal tappeto verde
e su cui stava una croce d'ebano col Cristo d'avorio. I due assessori,
pregando la contessa ad accostarsi, essi medesimi le portarono il seggiolone a
bracciuoli.
Donna Clelia era vestita con austera semplicit, per quanto poteva esser
permesso dalle foggie del tempo. Quand'ella si mosse tenendo dietro agli
assessori che le portavano il seggiolone, la severissima regolarit del suo
volto, fatta allora pi grave dalla condizione dell'animo, la fronte che, per
l'azione dell'orgoglio offeso, le si aggrondava in quel punto, raccostandole i
neri sopraccigli al vertice del suo naso romano, i labbri e il mento che,
modificati dai muscoli in soprassalto, parvero assumere fuggitivamente il
disegno della bocca e del mento del giovane Bonaparte cogitabondo e cupo;
tutto ci, anzi che farla credere una donna chiamata a rispondere in
tribunale, le avea comunicato l'aspetto della istessa dea Temide
convenzionale, persuadente col severo simulacro l'inesorabile giustizia.
Quando la contessa fu seduta, l'attuario, dopo avere scorse alcune carte e
guardato con significazione in faccia all'illustrissimo signor capitano, quasi
a dire, siamo a tempo? incominci l'interrogatorio dal consueto punto di
partenza, domandando cio alla contessa se ella sapeva la cagione per cui era
stata citata in giudizio.
 La cagione, rispose donna Clelia, l'ho saputa ieri dalla venerabil donna
Paola qui presente, ed  tale che mai non avrebbe potuto esser materia di una
congettura a chiunque non sia offeso nella mente.
(Dal costituto che abbiam sott'occhio crediamo bene trascrivere le precise
parole pronunciate dalla contessa, le quali, per una nota apposta in calce
dall'attuaro signor Bignami, siamo avvertiti essersi voluto trasportarle e
conservarle per intero nel processo verbale.)
Dopo quell'esordio, rivoltasi la contessa al signor capitano:
 Or io domando a vostra signoria illustrissima, soggiunse, se mi d licenza di
parlare con libert.
Il capitano con atto benevolo accenn che dicesse. Allora la contessa
incominci; e un auditore, intinta la penna nel calamajo, si mise a scrivere
come sotto dettatura.
 Pi vo pensando al fatto per cui sono qui, disse la contessa, meno so farmi
capace delle cagioni che possono avere spinto questo tribunale a credere,
anche per un momento, alle deposizioni infondate di un costituito notoriamente
malvagio, gi pi volte venuto nelle mani della giustizia e pi volte, credo,
punito.
L'illustrissimo signor capitano interruppe a tal punto la contessa.
dimostrando come la deposizione a cui essa alludeva non aveva gi ottenuta
fede, ma bens aveva costretta la giustizia a non trascurare nemmeno quel
filo, per quanto potesse parere assurdo, trattandosi di una causa della pi
grande e delicata importanza.
 Di nuovo mi trovo costretta, replic allora la contessa, a domandare se mi si
d licenza di continuare a parlar con libert.
E di nuovo accennatole dal capitano affermativamente:
 Io non mi lagno, continu la contessa, che la giustizia abbia fatto quel che
doveva fare; mi lamento bens che nell'intento di rintracciare il capo di quel
filo assurdo che venne messo fuori dal costituito Suardi, siasi incominciato
di l dove, al peggio, avrebbesi dovuto finire. Comprendo assai bene quanto
possano parere e siano ardite e, ci che pi monta, intempestive e dannose le
parole di chi, invitato a difendersi in giudizio, vuol farsi censore
dell'autorit; ma ci sono tali ingiurie, che, da qualunque parte vengano, non
 permesso non respingerle con coraggio. La colpa di che obliquamente mi si
vuole imputare, e che in uomini gravissimi e sapienti come voi pot pure
prendere stanza,  di tale natura che ogni prudenza si ribella; e l'onest,
crudamente offesa, si rivolta iraconda non solo contro l'accusatore, ma anche
contro chi ha potuto credere all'accusa, e cos procedere di conformit...
Questa  forse la prima volta che da chi sta al mio posto  tenuto un
linguaggio di tal natura a chi sta al vostro, ma io confido che
l'illustrissimo capitano vorr tener conto della specialissima condizione in
cui mi trovo.
 Vi ho lasciato parlare, contessa, prese a dire allora il capitano, perch ve
ne avevo dato licenza, e perch  a tener conto della condizion vostra
appunto. Ma la giustizia non pu avere de' speciali riguardi per nessuno,
nemmeno per l'innocenza, fosse pur veduta con certezza, quando da circostanze
eccezionali  tratta a comparire come rea convenuta innanzi alla legge. Per
la signoria vostra or si compiaccia di rispondere alle domande che le far
l'attuaro, per rispondere alle quali era necessario, illustrissima contessa,
la vostra presenza; onde l'autorit non poteva operare diversamente da quel
che ha fatto. Del resto, sia un attestato codesto della buona stima che si ha
di voi, illustrissima contessa, se l'autorit medesima si degna di venire alla
giustificazione de' proprj atti.
La contessa si rimise in calma, e:
 Vi ringrazio, disse, eccellentissimo signor capitano, di questa degnazione.
Qui ci fu un po' di pausa.... indi l'attuaro continu:
 L'illustrissima signora contessa ha conosciuto il defunto marchese F...?
 L'ho conosciuto ... ma, quasi potrei dire, soltanto di nome e di vista...
dico quasi, perch a una festa in casa Borromeo, tre anni fa, esso mi rivolse
la parola, ed io di conformit gli risposi... e d'allora in poi, se l'ho visto
spesse volte e spesse volte ho risposto al suo saluto stando in carrozza al
corso della strada Marina, non gli ho parlato mai pi, n mi sono trovata mai
con lui n tanto n poco n punto.
L'auditore allora chiese alla contessa: quale a suo giudizio, doveva essere la
cagione per la quale il costituito Suardi fu tentato di scaricare su di essa
la colpa ond'egli era imputato.
 Nella lettera che scrissi alla venerabile donna Paola qui presente, e che so
essere stata deposta nelle mani delle signorie vostre, mi pare risulti
evidente la cagione per cui il costituito Suardi ha messo innanzi il mio nome.
 questa una cagione di vendetta e di rappresaglia, come suol dirsi. La sua
cattura essendo avvenuta subito dopo la visita ch'egli venne a farmi, per
indurmi con impudenza inaudita quasi a rendermi complice dell'insidia in cui
egli stava per trarre una inesperta fanciulla veneziana di casato patrizio,
ch'io per avventura potei giungere in tempo a salvare dalle scellerate sue
mani; dovette necessariamente fargli credere che l'accusa potesse essere
venuta da me, essendosi egli smarrito contro la natura sua, e avendo perduto
la sfrontatezza e l'audacia quand'io, con sua sorpresa, gli toccai del
sospetto che si aveva di lui pel fatto del defunto marchese. Chiunque avesse
osservata la faccia di quel ribaldo, quando io lo colpii all'impensata, non
potrebbe oggi dubitare nemmen per ombra della sua reit... Per tutte le quali
cose persuaso il costituito Suardi che da me gli sia venuto il colpo, ha
voluto vendicarsi e, ingegnosissimo qual  e astutissimo, ha saputo s ben
fare e s ben dire, ch' riuscito a trarre in inganno anche voi. Del
rimanente, quand'io scrissi quella lettera alla venerabile donna Paola, la
pregai di non farne motto con veruno, perch'io non intendevo di farmi
accusatrice di nessuno al mondo, nemmen de' ribaldi; ma ella, che ha pi
sapienza di me, ha pensato che, quando l'indulgenza verso i tristi torna a
danno, e a gravissimo danno di sventurati innocenti, tosto si converte in
colpa; e per di quella mia lettera fece un atto d'accusa.... accusa che oggi
maturatamente io rinnovo, supplicando l'alta giustizia di questo tribunale a
non intralasciare indagine nessuna, a non fermarsi alle ingannevoli apparenze,
a inseguire il vero con insistenza, perch trattasi di un povero fanciullo
derelitto, trattasi di una sventuratissima donna lasciata nella miseria a
macerarsi della colpa altrui. Il testamento fu dettato dal notajo Macchi, e
scritto dal defunto, e deposto fra le sue carte pi preziose; jeri la contessa
del Grillo mi assicurava di ci, avendone parlato collo stesso notajo. De'
riguardi troppo giusti alla fama di famiglie cospicue possono far peritosa la
giustizia nel frugare col dove precisamente dev'essersi appiattata la
colpa... Ma test, con sapienza, l'illustrissimo signor capitano dicevami che
nemmen l'innocenza pu lasciarsi in riposo quando da fatti eccezionali 
chiamata siccome rea convenuta innanzi alla legge: tant' vero ch'io sono
qui... Per tutte le quali cose codesto tribunale voglia provvedere, nell'alta
sua saviezza, perch la giustizia abbia l'intero suo corso. Al qual fine io
sono qui sempre disposta a dar ragione d'ogni mio fatto... Dir di pi, tanto
sono persuasa di poter essere utile a degli sventurati, che io sono disposta,
giacch ho superato il primo ribrezzo di venire a questi scanni, a sopportare
la vista del costituito lacch... Io porto opinione che la mia presenza e le
mie parole e la ricordanza de' fatti avvenuti gli faranno smarrire l'audacia,
e la verit balzer fuori.
E la contessa tacque in mezzo al silenzio de' giudici.


VII

Ella, vedendo che l'auditore scrivente aveva deposta la penna, aspettava di
essere di nuovo interrogata dall'attuaro. Ma questo invece si fece dare il
processo verbale, e lo pass all'illustrissimo signor capitano, il quale, dopo
averlo letto attentamente, si alz e cos disse alla contessa :
 Il tribunale ha compiuto l'ufficio; dolente per un lato di avervi sottoposta
a gravi disturbi, felice per l'altro di aver consolato queste aule dove
risuona di continuo la voce della colpa, d'averle consolate, dico, colla
vostra presenza, colla vostra coraggiosa franchezza, coi vostri savj
ragionamenti, colle vostre calde preghiere. Spero che vi sarete fatta capace
della necessit che si aveva di sentirvi in giudizio di presenza. Se il vostro
senno e le vostre fervide sollecitazioni potranno far s che la giustizia, per
quanto spontaneamente solerte, pure accresca il suo zelo, e, messa in guardia
dai vostri consigli, scopra il lato giusto e sorprenda il varco che mette alla
scoperta della verit, voi stessa dovrete ringraziare l'eccellentissimo nostro
Senato se da Venezia vi ha obbligata a venire tra noi.
Cos dicendo, si mosse dalla seggiola, si accost a quella dove stava donna
Clelia, le porse il braccio a sorgere, e insieme con lei venne a donna Paola,
la quale strinse affettuosamente la mano alla contessa.
Cos e l'una e l'altra furono accompagnate fino al capo dello scalone, dove il
signor capitano marchese Recalcati, con un profondo inchino, le lasci. E
donna Clelia, che nel punto in cui la carrozza entr nel palazzo s'era sentita
a coprire il cuore per ribrezzo, prov in quel momento una soddisfazione
insolita, una compiacenza, di cui da molto tempo non aveva provata l'eguale.
Cos avviene spesso nelle cose di questo mondo; e in quel modo che dagli
indizj di felicit scaturisce talvolta l'affanno, le paurose aspettazioni si
convertono sovente in occasioni di contento. Intanto uno de' servi, gi salito
con esse, discese a far venire la carrozza ai pie' dello scalone e a tener
aperto lo sportello. Le donne salirono, adocchiate da cento curiosi che
s'erano affollati l presso; e tosto lo scalino fu ripiegato con rumore, lo
sportello si richiuse con solennit, il servitore sal a far compagnia al
collega. Il cocchiere sollecit i cavalli, e di rumor di ruote e di scalpiti
risuon tutto il palazzo all'uscire del carrozzone patrizio.
Ma quello non era giunto in piazza Fontana, che tosto svolt nel cortile un
altro carrozzone non patrizio, ma che era un rappresentante legittimo del
popolo; un carrozzone da nolo, dalla cassetta del quale, dove s'era assiso
baldanzosamente insieme al cocchiere, discese un domestico colle gambe
arcuate, portante una livrea azzurra passamantata di rosso fuoco, la quale gli
scendeva fino ai piedi, ad attestare come essa, senza fargli carico della
statura, apparteneva, n pi n meno del carrozzone, a tutto il rispettabile
pubblico pagante.
E il domestico disceso ad aprir la portiera era nientemeno che l'amico Zampino
del teatrino Ducale, e la signora che ne usc era la ballerina Gaudenzi, a cui
tenne dietro l'indispensabile zia.
Alla celebre danzatrice trattenutasi a Milano con permesso scritto e
sottoscritto dagl'ispettori del teatro di san Mois di Venezia, scadeva in
quel d appunto il termine estremo, onde il giorno dopo doveva partire per
Venezia. Ella veniva a trovare il signor Lorenzo Bruni, che stava adempiendo
alla sua quarantena l dentro, e raccomandato dal ministro-governatore, vi era
anche ben trattato, avuto riguardo alla qualit della locanda. Quelle visite
della Gaudenzi si rinnovavano spesso, e siccome essa largheggiava di mancie a
dritta e a sinistra, cos accorse il custode del palazzo appena ella discese;
accorsero gli uscieri appena ella sal; accorsero i secondini appena ella si
mostr all'anticamera del signor carceriere in capo. Ed or lasciamola andare
al suo destino, ch la raggiungeremo tra poco.
Nel cortile trovavasi contemporaneamente una mano di giovinotti buontemponi,
con cui ci siam gi affiatati altra volta al caff del Greco, ci pare al
mercoled grasso; e che, se non  assolutamente necessario, non  nemmeno
tempo gettato a sentirli anch'essi, e tanto pi che ci troviamo avere a'
nostri comodi un quarticello di ricreazione.
Era dunque la solita compagnia del caff del Greco, trascinata dall'ozio e
dalla curiosit fino al Capitano di Giustizia per appurare le notizie del
giorno indietro e per raccogliere quelle della giornata, un po' tempestando il
custode, un po' qualche usciere che per caso discendesse; un po' qualche
assessore, o auditore, o notajo, o scrivano amico. Tra quella schiera di
buontemponi felici, si trovava, gi s'intende, anzi stava a capo di tutti,
quel chiacchierone indomabile che gi vedemmo seduto colla paletta in mano al
braciere d'inverno del caff.
 Ma sapete che  una giornata curiosa questa! (era esso che parlava). Il
palazzo del Capitano di giustizia ha cambiato faccia... e se la va innanzi di
tal passo, il teatrino si trasloca qui. Carrozzoni con tre livree, contesse in
gran gala, conti e contini e baroncini e marchesini che passeggiano su e gi
per gli atri e per le scale. (Erano infatti i nobili praticanti e i
patrocinatori dei carcerati). Per ultimo ballerine col carrozzone del
teatro...  qui Zampino in persona, Zampino in livrea... Sta a vedere che fra
poco questo cortile sar la platea, e le celle dei detenuti saranno i
palchetti. Ma va benissimo cos.  assai meglio che il palazzo di Giustizia
metta il parrucchino e il belletto e diventi allegro come il palco scenico di
quello che presentano le tragedie asmatiche di Corneille; men male quelle di
Racine, il quale par che faccia il disperato o pianga per diporto, tanto 
calcolato in tutto, onde si direbbe che paga il fiaschetto delle lagrime un
tanto all'oncia.
 Ma cosa fai qui, Zampino, e come puoi abbandonare il teatro?
 Meglio servitore di carrozza, che servitore di palco scenico, quando non 
stagione di carnevale. Allora gli artisti son tutti di cartello, e pagano
senza contare... Adesso sono straccioni che non han di proprio nemmen le
maglie; perci di giorno servo il carrozzone del comune e conduco in giro i
forestieri... Men male per stavolta che s' fermata a Milano... questa cara
bionda, la quale non guarda pel sottile... e insieme coi denari vien anche
roba e cibo e vino... Ah... questa ragazza e il signor Amorevoli, per far star
bene chi li serve, non c' chi li somigli.
 A proposito, che  avvenuto del tenore?...
  a Venezia... ed or sa Dio quando torner, perch quando un tenore di quella
vaglia, piglia il volo, chi pu sapere dove andr a finire? Inviti di qua,
inviti di l, se poi vanno alla Corte di Francia, o alla Corte di Spagna, o
alla Corte di Vienna... a rivederci all'altro mondo... E dire che m'aveva
promesso di condurmi con lui... perch gli piaceva il mio servizio... ma... 
stato un tal diavolo a quattro questo carnovale passato, con tante
disgrazie... che... basta!... Ora son qui.
 Povero Zampino, e cosa viene a fare in questi luoghi la tua bionda?
 Bella domanda! a trovar il signor Bruni, il violino di spalla... e lo
sposer, appena uscir all'aperto. S, signori. Cos rimarranno con tanto di
naso quei cari cicisbei spasimanti che credevano abbagliarla collo specchietto
degli anelli di brillante e coi titoloni; e va benissimo, e mi fanno ridere
questi ruba occhiate... Ma il signor Bruni  un altro galantuomo che paga
bene.... e che  quel che si direbbe una mosca bianca fra i suonatori...
bollettoni eterni che portano in deposito al pignoratario persino il
contrabasso e il corno quando non c' teatro, e non sono chiamati a far
baldoria a qualche festa di chiesa di campagna.
Tutta la brigata volle smascellarsi dal ridere a codesta espansione furibonda
del nano Zampino contro gli stracci teatrali; ma vedendo che scendeva dallo
scalone un auditore, il quale era uno degli amici, furon tutti col a
tempestarlo di domande:
 E cos? non si sa nulla della contessa che fu lasciata partire com' entrata?
 E che diavolo! volevate che le si mettessero le manette come a un borsaiuolo?
 Chi ha mai pensato e detto questo? entrava lesto il chiacchierone; io anzi ho
sempre detto che a mandar a prender la contessa per forza, la giustizia
avrebbe fatto un buco nell'acqua.
 E se non la si fosse mandata a pigliare, avreste detto che erano i soliti
riguardi paurosi che l'autorit ha verso i titolati.
 E voi altri dottoroni della legge, per far vedere che siete uomini
integerrimi, avete cominciato a dar prova d'imparzialit precisamente dove non
occorreva... Cos siete caduti dalla padella nella brace!
 Che brace e che padella?
 Brace e padella, s... Prima si poteva dire che eravate maligni ma acuti,
oggi si pu dire che siete galantuomini ma balordi... Ma gi  un destino che
non abbiate a imbroccarne mai una.
 Taci, taci, buontempone... che se il mondo dovesse regolarsi a
chiacchiere.... tu saresti il Giove in cipria; fortuna che ti si lascia dire e
dire... e chi deve fare fa, senza il tuo parere...
 E per questo le cose camminano come camminano; piuttosto  che ad un bisogno
sapete essere e bricconi e balordi cos si pigliano pi piccioni a un favo...
bravissimi! e mentre s'importuna la Repubblica di Venezia per importunare la
contessa che stava benissimo l col suo bel tenore... qui non si pensa che il
conte F...  il fratello del marchese; e che, data pure per assurda e
impossibile la presunzione, sentirlo in giudizio, bisognava ben sentirlo... Ma
invece... se il conte F... fosse morto da cento anni non si potrebbe
dimenticarlo meglio...
 E puoi tu dire di sapere quel che si far?
 Che cosa so io?... Quand'anche si finisse coll'impiccarlo, la giustizia
avrebbe sempre il torto di avere aspettato troppo tardi... E poi che bel
merito... Di qui soffia uno e discopre gli altarini, di l l'avvocato Agudio
spicca un libello e mette sossopra la citt, e cerca e trova testimonj.
Capisco anch'io che a questo modo, a calci nel sedere, dee camminar la
giustizia anche a Milano... Oh ci vuol proprio un gran merito...
 Ma intanto il cameriere dei Tre Re....
 Che cameriere?
 Diavolo, tu che sai tutto... non sai che il testimonio ingaggiato
dall'avvocato Agudio  il cameriere dei Tre Re? e domani sar messo agli
interrogatorj un altro cameriere che si mand a pigliare fino a Cremona?
 Oh ora va bene... e questo primo cameriere?...
 Fu messo alle strette... e disse che il lacch Suardi trovavasi in Milano e
bazzic pi volte all'albergo nella settimana grassa. Questo basta perch il
Galantino sia trovato in mendacio... basta, cio, sino ad un certo segno...
perch poi c' un altro guajo...
 Che guajo?
 Che nel punto in cui il cameriere doveva confermar tutto con giuramento, ei
fece di tratto un gran passo indietro e protest che la memoria poteva forse
ingannarlo... e in ogni modo non sapea risolversi a giurare a danno altrui...
e qui non c' n che dire n che fare... Ma domani si sentir l'altro... e se
mai parlasse come questo... e per soprappi giurasse... e, messo in confronto
col Galantino... Basta, vedremo... Ora tu continua a dire che noi vogliamo
chiuder la porta al vero, e tener mano a' birbanti. Il contrattempo sai tu
piuttosto in che consiste? consiste in ci che il conte F...  a malissimo
partito. Ma voi... mi fate perder tempo, mentre sono aspettato in Pretorio.
Addio, buone lane.
E l'auditore part, e la brigata, salutato il Zampino, se ne and, indovinate
dove?... verso le parti di Santa Maria Podone, per raccogliere notizie intorno
alla salute del conte F... Ma non avevan voltato il canto di Santa Maria
Fulcorina, che sentirono a qualche distanza i suoni intermittenti di un
campanello scosso a mano, una voce acuta che spiccava nel silenzio, per esser
tosto seguita dal rumore di cento voci. Sancta Maria, acclamava la voce
bianca; ora pro eo, rispondeano le altre in sordo brontolo. E il campanello
intercalavasi a quelle voci: Salus infirmorum, ora pro eo Refugium peccatorum,
ora pro eo Consolatrix afflictorum, ora pro eo... e cos finch i nostri
compagni giunsero in veduta del santissimo Viatico, il quale entr nel portone
di casa F...
 Si vede che il conte non sta benissimo di salute, disse ridendo il pi
assiduo interlocutore. Ora guardate, che, allorquando un uomo  nato sotto la
protezione della ruffiana fortuna, muore nel punto preciso che la morte  un
colpo orbo alla bassetta.
Ma per vedere in qual condizione si trovi precisamente il moribondo conte,
entriamo anche noi in casa F... insieme col Viatico.


VIII

Quello che don Alberico avea pronosticato al maggiordomo di casa, che cio il
dottor Gallaroli avrebbe fatto, tornando alla visita della sera, un grande
scalpore al sentire che non s'era ancor mandato a chiamare il prete, avvenne
per l'appunto.
Il conte F..., in quelle sei o sette ore che erano passate dal consulto al
suono della campana serale, aveva peggiorato a furia; onde il bisogno del
prete erasi fatto pi necessario che mai. Come dunque montasse in collera il
medico della cura, sebbene per abitudine gioviale e cortese ed anche un po'
adulatore,  facile imaginarsi. Si trattava di spargere di s e delle sue
osservanze religiose un'opinione favorevole, la quale lo avrebbe ingraziato al
clero in cura d'anime, certo che un medico dee necessariamente tenersi
confederato; e il dottor Gallaroli tanto pi sal sulle furie, quanto pi era
straordinaria e cospicua l'occasione. Data pertanto una buona sgridata al
maggiordomo, perch in quel momento la collera serviva al suo intento, come
altre volte la giovialit e la condiscendenza, part facendosi promettere
obbedienza intera, e raccomandandosi in ispecial modo, e qui cangiando tono e
frasi e faccia, a don Alberico. Non per cessarono le dispute tra questo e il
maggiordomo, dopo che il medico si fu partito. E il Rotigno non faceva che
ripetere i paralogismi sfoderati fin dal mattino col figlio del signor conte,
difendendo il suo proposito con tanto maggiore insistenza e caparbiet, quanto
pi disperava della possibilit di potervisi mantenere; anzi l'insistenza e la
caparbiet crebbe al punto che divent iraconda petulanza; tanto la
considerazione del pericolo vicino lo avea fatto uscire da quelle misure di
rispettosa convenienza che pur gli erano comandate dalla sua condizione e da
quella di don Alberico. Ma ci gli partor appunto l'effetto contrario a
quello per cui si crucciava; che don Alberico, inasprito da quella cos audace
contraddizione, ordin a' domestici che tosto andassero a chiamare don
Giacinto di Santa Maria Podone.
I domestici di casa F... non erano mai stati i pi pronti esecutori degli
ordini di don Alberico, perch il conte padre e il maggiordomo erano sempre
stati i soli a far paura alla servit; ma in quel momento successe una
repentina diversione. Il conte padrone potea morire; e allora il maggiordomo,
cessando a un tratto di essere dopo di lui la persona pi autorevole della
casa, doveva diventare invece il servitore devoto di don Alberico, non
rimanendo, in quanto al resto, che l'uomo il pi abborrito dai dipendenti;
perch questi, se lo avean sempre obbedito con prontezza, lo avevano anche
sempre odiato con effusione, per quelle relazioni di sudditanza oppressa e di
tirannia che intercedono quasi sempre tra un maggiordomo e le livree d'una
casa. Don Giacinto fu dunque mandato a chiamare. Il vicario di Santa Maria
Podone, indignato di essere stato messo alla porta dal maggiordomo quando
erasi presentato a visitare il conte, non s'era pi mosso, ma sentendo
peggiorar sempre le notizie della salute del conte, aspettava di venir
invitato. Quando pertanto il servo di casa fu a dirgli, che venisse subito
perch il conte padrone stava a malissimi termini, tosto accorse.
Il maggiordomo, allorch vide il prete entrar nella stanza da letto del conte
F..., prov quell'oppressione di cuore e quello sgomento onde  assalita una
moglie infedele che, sorpresa dal marito, lo veda entrar nella stanza dove
avea creduto di poter nascondere il furtivo amante.
Don Giacinto il quale, per una lunga abitudine al letto degli ammalati, aveva
fatto, come suol dirsi, l'occhio medico, avvistosi tosto del massimo pericolo
in cui versava il conte, senza por tempo in mezzo gli propose la confessione,
che dall'ammalato incadaverito fu accettata.
Quando la vecchia cameriera usc per lasciare il padrone da solo a solo col
prete, trov il maggiordomo che s'indugiava nella sala vicina.
 Or come sta il padrone? quegli le chiese.
 Sta con don Giacinto e si confessa. Usciamo tutti di qui, e non si lasci
entrar nessuno.
 Io mi fermer, e non entrer alcuno; disse il maggiordomo preoccupato; e,
uscita la vecchia, in prima egli si diede a passeggiare per la camera,
rallentando di tratto in tratto il passo, per finire a fermarsi poi del tutto
in un angolo della sala, raggruppato in un atteggiamento che significava la
pi profonda concentrazione in un pensiero unico. Ma a riscuoterlo entr
improvviso don Alberico che gli disse con accento di meraviglia:
 Or che fate l rincantucciato? E la sua voce risuon in quel profondo
silenzio: ch tutti i servi si erano allontanati.
Alla voce di don Alberico, la quale distintamente arriv fin all'orecchio
dell'ammalato, rispose un sospiro grave, anzi un gemito rantoloso
dell'ammalato stesso. I due, scossi da quel gemito, stettero un momento
immobili e senza quasi tirare il fiato.
 Or su, coraggio, dica pur tutto.
Era il prete che parlava; ma il prete quasi nel punto medesimo usciva, e
vedendo i due:
 Presto, si chiami qualcuno, che al padrone  sorvenuto un deliquio. E diede
egli stesso una strappata al campanello, e s'ud lungo le sale silenziose
l'oscillazione prolungata del filo metallico.
Accorse incontanente la vecchia cameriera, ed entr col prete nella stanza del
conte.
 Or vedete, disse allora il Rotigno a don Alberico, i buoni effetti da me
pronosticati di queste negre sottane.
 E che si doveva fare? rispose il giovane.
Dopo una mezz'ora il conte erasi tanto quanto riavuto, onde don Giacinto,
fatta di nuovo uscir la vecchia, ripigli la confessione.
Ma ora non creda il lettore di potere, introdotto da noi in quella stanza di
morte, mettere la testa tra le orecchie del prete e la bocca del conte. No; di
quella confessione noi non sappiamo n principio, n mezzo, n fine. Ch il
sacramento della penitenza non  costituto criminale, e non si traduce in
processo verbale a saziare la curiosit dei posteri curiosi. Soltanto possiamo
dire che, allorquando il prete usc, il maggiordomo che lo attendeva alla
porta per leggergli in volto e penetrargli l'anima, non vi pot legger nulla;
o, diremo pi giusto, non vi not altro che quell'abituale tranquillit del
sacerdote che ha fatto il suo dovere; ed anzi quella tranquillit era tale che
se la sent trasfusa in se medesimo. In quanto a noi, volendo avventurare
qualche congettura, regolandoci con quello che avvenne dopo, ci pare di poter
sospettare, che il conte fosse al punto di fare al sacerdote la rivelazione
intera d'ogni cosa; ma la combinazione fatale avendo voluto che in quel punto
la voce dell'unico erede gli suonasse all'orecchio, quella bast per
impietrargli il segreto in gola. L'indomita ambizione e il pensiero della
grandezza del casato perpetuata nel figliuolo, fu pi forte d'ogni altra
angustia, e tacque; vogliamo dire,  assai probabile che sia avvenuto cos,
perch, del rimanente, ripetiamo, non sappiam nulla di preciso.
La mattina successiva, sacerdote e dottore furono al letto del conte; e il
malore, durante la giornata, progred al punto che, nel dopo pranzo, fu
indispensabile accorrere col Viatico, in vista del quale, coi cappelli
devotamente levati, ci staccammo da quella schiera di giovinotti avventori del
caff del Greco. Ma come essi per raccoglier novelle della salute del conte
F... lasciarono il palazzo del Capitano di Giustizia; a noi conviene invece
ritornare di necessit in quel luogo, nell'aula degli interrogatorj. E
dobbiamo ricordarci anche della Gaudenzi, venuta col a visitare Lorenzo
Bruni. Se non che il dialogo che s'impegn tra questo e la bellissima
danzatrice, e il terzetto a cui si allarg il duetto, al sorgiungere di Pietro
Verri, interessa un ordine di fatti che qui potrebbero far sbadigliare il
lettore, tutt'altro che disposto a tener dietro al corso generale delle cose
di quel secolo in un punto che pi ci attirano le particolarit del processo;
per la qual cosa omettiamo un tal dialogo, reclamando il diritto ai
ringraziamenti.
Dall'auditore che parl nel cortile del palazzo di Giustizia cogli amici del
caff del Greco, abbiamo sentito come il primo cameriere dell'albergo dei Tre
Re messo agli interrogatorj abbia, in prima, deposto contro il lacch Suardi,
dicendo di aver giuocato con lui in una delle sere della settimana grassa;
poscia, interpellato se fosse disposto a raffermare la deposizione col
giuramento, siasi ritratto di un passo, accusando la possibilit che la
memoria avesse mai potuto tradirlo. In tal guisa veniva a riuscire secondo
l'espressione dell'attuaro, irrita affatto la sua prima dichiarazione, e per
a risolversi in un indizio, pi che insufficiente, nullo. Se non che il
causidico praticante nello studio dell'avvocato Agudio, che era un tal
Gerolamo Benaglia, recatosi a Cremona, aveva trovato all'albergo del Sole il
secondo cameriere, e interrogatolo, lo aveva sentito confermare l'asserzione
del primo, dichiarandosi inoltre pronto e a giurare e a sostenere il confronto
col medesimo Galantino; perci, senza por tempo in mezzo, avealo condotto seco
a Milano; del che avendo dato avviso al signor capitano di giustizia, questi
avea ordinato che il d dopo dovesse comparire per essere sentito in giudizio.
Il marchese Recalcati, se per le molte circostanze sorvenute era disposto a
lasciar corso liberissimo alla giustizia senza riguardi obliqui per nessuno, e
nel bisogno a parlare anche in Senato, dove il capitano spesso era chiamato e
sentito; non per aveva mai avuto gran voglia di comunicare una velocit
straordinaria all'andamento del processo. La sua natura onestissima era pur
sempre alle prese con quella sommessa deferenza ch'egli sentiva per chi voleva
virare il naviglio in modo, che finisse per perdersi in alto mare, lontano
dalla vista del pubblico.
Ma l'esame fatto alla contessa Clelia V..., le franchissime parole di lei, le
calde sue sollecitazioni raddoppiarono la sua onest e scemaron la deferenza
ch'egli avea per altri. Per venne in pensiero di dar corso pi rapido al
processo, e a tal fine volle, che il secondo cameriere venuto a Milano col
causidico praticante Benaglia dovesse comparire in giudizio quel d medesimo,
senza attendere il giorno successivo; e siccome l'ora erasi fatta tarda, cos
dispose che l'esame si avesse a fare dopo i vespri a chiaro di lucerna, e gli
esaminatori dovessero, al bisogno, vegliar la notte perch col sorgere del
sole (togliamo queste parole dal processo) qualche lume di verit dovesse
rischiarare la casa della giustizia.


IX

Per l'ora prima di notte fu dunque invitato a comparire innanzi al signor
capitano di giustizia, come testimonio contro il costituito Suardi, detto il
Galantino, il gi cameriere nell'albergo dei Tre Re, Cipriano Barisone.
Questi comparve di fatto in un col causidico praticante Benaglia. Aperto il
costituto, l'attuaro domand al Barisone se conosceva il Suardi.
 Lo conosco fin da due anni, fin da quando esso era al servizio del marchese
F...
 In quali relazioni vi siete trovato con lui?...
 Io ero cameriere all'albergo... e, quando lo conobbi per la prima volta, esso
era un avventore che scialava e mangiava i migliori bocconi, e beveva il vin
migliore... Di poi, allorch venne scacciato da quella casa, si astenne per
qualche tempo di venire all'osteria; e quando ci torn, se prima faceva il
signore e non giuocava che cogli avventori, dopo ha dovuto, di necessit, se
voleva trovare un compagno, mettersi a far comunella con noi gente di
servizio... e a notte tarda, quando i pi degli avventori eran partiti,
giuocava con noi alle carte; e siccome a quell'ora si cenava, egli non aveva
schifo di mangiare nei nostri piatti, perch si capiva benissimo che capitava
all'Osteria senza che n una crosta di pane gli avesse toccato un dente. Si
rifece per un poco, e lo vedemmo con de' zecchini d'oro assai in
quell'occasione che vinse la corsa co' lacch di Brescia e di Cremona. Ma fu
un'allegria corta, perch presto torn ad aver bisogno degli avanzi della
nostra cucina.
Qui l'auditore l'interruppe.
 Di qualche cosa per avr dovuto vivere; con che dunque esso mantenevasi?...
 A dormir sul fenile dell'osteria, a mangiare nell'altrui piatto, ad avere i
piedi fuor delle scarpe, mi pare a me, che non debba occorrere gran cosa per
vivere. Tuttavia, se mai capitava ch'egli avesse qualche lira tra le mani, le
guadagnava al giuoco delle carte nel quale aveva sempre ragione, e quando non
era la fortuna, egli stesso faceva le parti di lei.
 Spiegatevi meglio.
  presto spiegato: s'egli faceva il mazzo, le buone carte eran sempre le sue,
e in ci nemmen chi giuoca ai bussolotti in piazza poteva essere pi svelto di
lui.
 Ma conoscendo questo, perch avete continuato a giuocare con esso?
 Che cosa vuole? ci sono a questo mondo de' buoni semplicioni coi quali non si
vuol aver a che fare per la ragione dell'antipatia. Parimenti vi sono de'
mariuoli che pi te ne fanno, pi ti innamorano di loro. E il lacch era uno
di questi... Ci rubava i punti, faceva scomparir le carte, ci mangiava il
boccon migliore, talvolta ci portava via qualche camicia, qualche calza... che
so io.... e tuttavia, quando non lo si vedeva a comparir all'osteria, si
pareva senza una mano... Era pieno di piacevolezze, di pazzie, di
invenzioni... e perfino il padrone dell'albergo che  un uomo col viso sempre
aggrondato e che non ride mai, arrivava a domandar conto di quel briccone se
passava una giornata senza vederlo. In quanto a me per, ultimamente, ne avrei
fatto anche senza.
 Or dunque, venendo al fatto, quando fu l'ultima volta che voi avete giuocato
seco all'albergo dei Tre Re?
 L'ultima volta fu la domenica grassa.
 Come potete provarlo?
 Provarlo? colla buona memoria... io non ho altro... perch mi ricordo
benissimo come se fosse adesso, che la domenica grassa ho giuocato con lui, ed
era quasi la mattina del luned... E il far tanto tardi non succede che in
tali giornate di gran faccende... E poi c' un altro fatto... Giuocavano con
noi due camerieri soprannumerarj, i quali non sono venuti che in settimana
grassa, e precisamente alla domenica. Ma chi li va a prendere adesso questi
camerieri i quali ora sono qua, ora sono l... e spesso se fanno il cameriere
in settimana grassa, fanno il facchino a san Michele... e non si riconoscon
pi n al viso n al vestito?...
 Ma voi sapreste sostenere tutto quello che avete detto fin qui anche in
confronto del lacch?
 Perch no?... s'io parlo...  perch trattasi di dir la verit... e se dico
la verit...  perch il signor causidico, che venne a pigliarmi a Cremona, mi
ha assicurato che a dir la verit tutta quanta si reca vantaggio a delle
persone oneste e povere..., e a tacerla, si tiene invece il piatto a'
birbanti.
L'attuaro, che avendo proposto il giuramento al primo cameriere, lo aveva
sentito a ritirar la parola per ispavento della solennit dell'atto; credette
di non farne motto al secondo testimonio, e di provocar prima il confronto di
lui col Galantino. Di fatto avrebbe dovuto incominciare anche coll'altro da
questo atto, preterendo il giuramento; ma sbaglia anche il prete a dir la
messa.
Il cameriere Barisone fu dunque fatto uscire, pel momento, dalla sala degli
interrogatorj, e fu mandato a prendere il costituito Suardi. Questi comparve
nella sala un quarto d'ora dopo, in mezzo a due secondini, o come chiamavansi
allora pi comunemente, sbirri.
La faccia del Galantino, quando si mostr, era sorridente; lo sguardo di lui
lampeggiava a dritta e a sinistra con vivacit gioviale. Un occhio esperto
per avrebbe dovuto comprendere ch'ei sorrideva vivacemente, perch la sua
forte volont moveva i muscoli del viso e degli occhi. Era, se ci si passa la
similitudine, come un caratterista brillante di una compagnia comica, il quale
ha i creditori alle calcagna e gli arresti personali intimati per debiti, e
tuttavia, sul palco scenico, ride e fa ridere, e par l'uomo pi allegro del
mondo. Del rimanente, quel roseo incarnato che avea sempre colorito il volto
bellissimo del Galantino, era scomparso per dar luogo a un lieve pallore,
insolito su quella faccia trionfante di sfrontatezza e di salute.
L'attuaro, fatta una lunga pausa, durante la quale guard il Galantino con una
significazione severissima, rilesse ad alta voce il primo costituto stato gi
sottoscritto dal Suardi, poi soggiunse:
 Avete ancora il coraggio di sostenere tutto quello che avete detto e deposto
qui in processo verbale sottoscritto?
 La verit  una sola, e io non posso gi dire che non  avvenuto quello che
realmente  avvenuto.
 Voi sapete che chi spontaneamente confessa la propria colpa alla giustizia,
ha meritato che la giustizia alla sua volta gli si mostri indulgente. Vi
esorto adunque di nuovo a dire la verit, se volete che la giustizia non
faccia uso contro di voi di tutto il suo rigore.
 La giustizia pu fare quello che vuole; ma io non posso cambiare quello che 
stato.
 Ebbene, sappiate che abbiamo assunte testimonianze, dalle quali risulta che
voi avete mentito. La domenica grassa, a notte tarda, avete giuocato alle
carte all'albergo dei Tre Re... Vedete dunque che non  verosimile che voi
foste allora a Venezia gi da otto giorni.
Il Galantino, bench fosse di bronzo, non pot a meno di commuoversi a quelle
parole, e fu una sua fortuna s'egli era illuminato dalla fiamma della lucerna
piuttosto che dai raggi del sole; si ricompose per sull'istante, come un
cavaliero, fatto piegare indietro da una lancia, che tosto si rimette in
sella; e rispose con asprezza:
 Non sar mai vero che alcuno possa dire, ch'io mi trovassi a Milano la
domenica grassa. Torno a ripetere ch'io andai a Venezia otto giorni prima. E
quegli che a loro signori avesse detto il contrario  un bugiardo infame.
L'attuaro tacque un momento, poi disse ad un usciere:
 Fate entrare il testimonio.
L'usciere entr col Cipriano Barisone cameriere.
Il Galantino, che nel frattempo aveva almanaccato per indovinare chi mai
poteva essere venuto a deporre in giudizio contro di lui, e quasi erasi
accostato al vero, si trov parato a sostenere la prima vista del cameriere
Cipriano, e tanto che, dalle difese, con una sfrontatezza senza uguale, pass
alle offese.
 Ah  costui, disse, quegli che viene a inventar fandonie per farmi danno. Ma
non mi fa meraviglia. No...  naturale... per bisognava essere un birbone
come lui. Sappiano dunque loro signori che costui ha parlato per vendetta...
perch pi volte ha detto che volea vendicarsi di me... Or di' un po' tu se
questo non  vero, o ribaldo.
L'attuaro, assalito anch'esso e sorpreso da quell'inattesa franchezza del
costituto:
  vero, chiese al Barisone, che voi avete potuto dire altre volte di voler
vendicarvi di lui?
 S, signori,  vero, e ne ho le ragioni, e gravi. Prima di tutto costui...
che regala del proprio agli altri... e non  mai stato innocente nemmen quando
poppava, perch vi son dei serpenti che avvelenano appena usciti al sole...
costui dunque non mi restitu mai cinquanta lire che gli ho prestate, e una
sera che gliele richiesi, in faccia agli avventori, mi appoggi un pugno
qui... che, ecco, mi spezz questo dente. Poi... ma...
 Taci l, che continuer io, aggiunse il Galantino cacciandosi a ridere nel
profferir quelle parole.
Il Barisone fremeva...
 Sappiano dunque, signori... e innanzi tutto gi si sa che si  di carne, e
dove c' carne c' sangue. Ebbene, questo bel pappione s' fitto in testa di
sposare la figlia della lavandaja dell'albergo. Un fior di ragazzotta, giovane
e fresca... una gioncata colle fragole. Il marito dunque era costui... ma...
 Taci...
 Dopo qualche mese la bella sposa... si guard dunque intorno e vide che, in
conclusione, ci voleva qualche cosa dolce per far passare l'amaro dell'alo.
Il caso ha voluto che io gli capitassi innanzi nel momento appunto che era
presa dalla nausea di questo gabbiano... Ora chi non lo sa? l'uomo 
cacciatore... e quando l'allodola  novella... va presto nel carniere... Del
resto la colpa... (e qui si diede a sghignazzare come se fosse in piazza)  di
costui che una notte, invece di stare all'osteria,  venuto a casa due ore
prima del consueto... e si cacci a strepitare come uno spiritato ed io a dar
gi botte da orbi... perch questi mariti gelosi van tenuti in soggezione.
Cos la bella lavandaja torn a picchiar sulla pietra, e costui giur di
vendicarsi di me. Ecco tutto.
A queste parole del Galantino, e il viso tra il goffo e l'iracondo che faceva
il Barisone, sulla faccia dell'attuaro guizz un sorriso fuggitivo, ch'esso
respinse a forza aggrondando il sopracciglio; l'illustrissimo signor capitano
guard con severit l'attuaro, quasi ad ammonirlo perch desse sulla voce al
Galantino e lo richiamasse al dovere ed al rispetto; ma due giovani scrivani,
che, per fatalit, s'erano adocchiati, si comunicarono a vicenda quella
volont contagiosa di ridere, che cresce in ragione diretta della
sconvenienza, della gravit della circostanza e della severit dei superiori.
Ben la nascosero in prima con tali conati da meritare ogni maggior elogio da
chi tien conto dell'intenzione; ma i conati e gl'impedimenti non fecero altro
che accrescere gl'impeti convulsi, di modo che, dopo essersi soffocati per
qualche tempo, come si fa colla tosse quando potrebbe tradire un segreto
pericoloso, alla fine scoppiarono in uno schianto cos scandaloso e indecente,
che la terribilit del luogo, la gravit del signor capitano, l'aggrondatura
artificiale dell'attuaro, l'inerte seriet dei due sbirri non valsero a
salvare la solennit della dea Temide.
Accorse per al riparo l'attuaro, gridando bieco al Galantino:
 Basta cos, e attendete a rispondere ai giudici voi quando sarete
interrogato; indi voltossi al testimonio:
  vero quanto ora fu detto?
  vero.
 Perch dunque non lo avete esposto prima?
 Vostra signoria mi perdoni, ma quando io era per continuare e dir tutto, ho
dovuto rispondere ad altre domande.
  egli vero altres che siete stato eccitato contro il costituito qui
presente da spirito di vendetta?...
 Ho detto pi volte di voler vendicarmi di lui, questo  vero, ma non furono
che parole, e sarebbero sempre state tali. Ci per non ha nulla a che fare
con tutto quello che ho deposto circa il fatto di aver giuocato con esso la
domenica grassa, perch questa  la pura verit, e quando io stavo a Cremona e
fui chiamato e interpellato dal signor causidico Benaglia, era lontano mille
miglia dal credere ch'io dovessi venire a Milano, ond'essere sentito in
giudizio per cosa che risguardava costui.
 Ma come avete potuto, col malanimo che avete seco, giuocare ancora con lui?
 Chi si poteva salvare dalla sua importunit, e anche dalle sue prepotenze?
d'altra parte i compagni ridevano di me quando facevo il dispettoso con
esso... onde, pel quieto vivere... bisognava adattarsi a giuocare e a
lasciarsi incantare anche le carte... Ma se V. S. non crede alle mie semplici
parole, io sono disposto a giurare tutto quello che ho detto, perch non sar
mai che per malanimo io voglia inventar storie a danno di chicchessia.
 Ora parlate voi, disse l'attuaro al lacch.
 Quel che ho detto, lo ripeto. La domenica grassa io stava a Venezia... e
costui  un bugiardo... e s'egli  disposto a confermare le sue fandonie col
giuramento, non  la prima volta che a questo mondo si sente a giurare il
falso con indifferenza.
L'attuaro, a queste parole, guard al signor capitano di giustizia, che a
quella tacita interpellazione:
 Or si rimandi in prigione, disse.
E gli sbirri condussero fuori il Galantino.
 Che vi rimane adesso da aggiungere? disse l'attuaro al cameriere.
 Io non ho niente da aggiungere; son uomini questi che farebbero perdere la
testa a chicchessia. Del resto io vivevo tranquillo in Cremona, all'albergo
del Sole, e non avrei mai voluto recar danno n a lui n ad altri n a
nessuno, se non fossero venuti espressamente a cavarmi di l e a tirarmi a
Milano per forza. Questo io dico perch V. S. si persuada della verit delle
mie parole, e che non ho mai ingannato nessuno al mondo, e vorrei che il
Signore Iddio mi castigasse qui se mai ho detto il falso.
A queste parole venne rimandato anche il testimonio Barisone, fattagli
intimazione di non uscire da Milano fin che non ne avesse avuto il permesso
dall'autorit; per la qual cosa venne chiamato nella sala anche il giovane
causidico Benaglia, a cui fu parimente intimato che, sotto la sua
responsabilit, il cameriere dovesse restare a Milano sino a nuove
disposizioni.
E il capitano di giustizia, che si attendeva di venire al chiaro d'ogni
mistero in quella notte, trov invece d'aver raggruppato di pi il nodo nel
tentare di scioglierlo, avendo bens la convinzione morale invincibile della
reit del Galantino, ma non avendo le prove legali per condannarlo; anzi non
avendo raccolto, a rigore, nemmeno gl'indizj legittimi per metterlo alla
tortura, come egli avrebbe creduto opportuno, e come e l'attuaro e gli
assessori e gli auditori consigliavano ad una voce.
Per ad onta che gl'indizj non fossero a rigore di scrupolo i pi legittimi,
perch dei due testimoni necessarj, uno erasi ritirato, e il secondo aveva
infirmata la sua deposizione col sospetto di malanimo contro il costituito; e
prescindendo anche da ci, non potea bastare come testimonio solo, non
verificandosi in lui gli estremi voluti dagli statuti e confermati dagli
interpreti, perch la sua condizione non era tale che si potesse dichiararlo
superiore ad ogni eccezione; tuttavia, avuto riguardo che i due camerieri in
massima erano andati d'accordo, che il secondo era disposto a giurare, avuto
riguardo inoltre alle deposizioni della contessa Clelia V... e all'abito
criminoso del Suardi, l'illustrissimo signor capitano marchese Recalcati pens
di portar la cosa in Senato, affinch quella suprema magistratura provvedesse
in proposito; e il referato che fu steso e spedito il giorno dopo, venne
chiuso col voto espresso che appoggiava l'applicazione della tortura al
costituito di cui si trattava.


X

Quando codesta relazione, col voto dell'illustrissimo capitano di giustizia e
colla nota d'urgenza fu portata in Senato, correva il primo di giugno. Essendo
giorno di mercoled, che, al pari del luned e del venerd, era riservato alle
cause civili, i segretarj del Senato la misero fra le cause da trattarsi in
consiglio il giorno dopo (ch nei giorni di marted, gioved e sabato si
discutevano esclusivamente le cause criminali). Ed ora giacch si ha ad
assistere allo spettacolo di questo Senato in sessione, di questo Senato che
sta vivendo gli ultimi anni della sua vita (e dovremo assistere fra non troppo
lungo tempo al suo totale scioglimento); per coloro che non hanno letto la sua
storia scritta da Orazio Landi, n il commentario del Garoni, n le memorie di
don Martino de Colla, n il Lattuada; o che, anche avendoli letti, non li
serbano tutti in memoria,  bene che riassumiamo qui con breviloquenza da
telegrafo: che l'origine del Senato di Milano risale al primo duca Giovanni
Galeazzo Visconti, quando, nel 1390, ottenne titolo e dignit ducale
dall'imperatore Venceslao, non avendo allora che l'appellazione di Consiglio;
che, nel 1499, questo Consiglio ebbe titolo di Senato da Lodovico XII di
Francia ed era un Consiglio di diciasette Senatori presieduti dal Gran
Cancelliere; che, nel 1522, ritornato Francesco II Sforza in Milano, un nuovo
regolamento port a 27 il numero dei padri coscritti; che, nel 1527, venuto a
pigliar possesso del Ducato di Milano il Borbone in nome di Carlo V, venne
sconvolto il regolamento sforzesco, e fu costituito il Senato da un
presidente, quattro cavalieri, dodici giureconsulti con sette segretarj, per
tramutarsi poscia e stabilirsi nel presidente con quattordici giureconsulti;
di modo che al tempo in cui ci troviamo colla nostra storia, il Senato
constava del presidente e di quattordici senatori, uno de' quali aveva titolo
di senatore reggente o vicepresidente, come decano. Di quattordici per non
risiedevano che dodici, perch due venivano sempre impiegati nelle preture
della citt di Pavia e di Cremona. A questo illustre corpo si univano sei
segretarj e nove portieri, vestiti di divisa color violetto cupo e portanti
collane d'oro al collo nelle pubbliche comparse. Giova inoltre sapere, per
coloro almeno che pel momento non hanno cosa di maggior importanza da
imparare, che i senatori cambiarono due volte il vestito, perch sotto i duchi
e i re di Francia portavano berretta o giubbone colle divise bianco-rosse; e
al tempo del dominio spagnuolo assunsero le toghe foderate, in tempo
d'inverno, colle pelli di zibellino (ponticus mus), come lo chiama il Garoni,
il qual zibellino distingueva i senatori dagli altri magistrati togati, onde 
probabile che i pi vanitosi dovessero nutrire una certa avversione per
l'estate.
E come l'eccellentissimo Senato cambi titolo, numero, ingredienti, vestito,
pi d'una volta, medesimamente dovette cangiare spesso il luogo delle sue
adunanze; onde sotto il primo duca probabilmente, e, di certo, sotto l'ultimo,
si radunava in porta Vercellina presso la parrocchia di san Protaso al Foro;
poi, sotto i re di Francia, nella casa pure in porta Vercellina assegnata al
gran cancelliere: infine si trasloc in una parte del medesimo reale palazzo.
Ed  in questo luogo che noi adesso dobbiamo recarci. Un'ora dopo mezzogiorno
del primo gioved del mese di giugno, il presidente e i senatori intervenuti,
che in quel giorno erano in numero di otto (non era necessario che tutti
quanti intervenissero), dopo avere ascoltato la santa messa nella cappella del
palazzo medesimo, come voleva la consuetudine, entrarono nella gran sala, che
nel 1750 si denominava ancora delle udienze, perch sotto i duchi e i re di
Francia vi si tenevano infatti le udienze pubbliche; entrarono e si posero a
sedere intorno ad una gran tavola con tappeto verde; i senatori si assisero
quattro per parte, nelle cattedre che si chiamavano ancora de' padri
coscritti; il presidente nella pi rilevata cattedra posta in capo alla
tavola. Dietro di lui, ad una tavola pi piccola sedette uno de' sei
segretarj. Tutto era augusto e solenne in quell'aula. Al disotto dei dipinti a
fresco della met superiore delle pareti si vedevano cinque grandi quadri,
dov'erano dipinte ad olio le propriet della giustizia, portanti al disotto
dell'ampia cornice i titoli latini a caratteri cubitali, cio quitas,
Legislatrix, Distributiva, Commutativa, Vindicativa, del che ha lasciato
memoria il Lattuada. Intercalati a queste tele si vedevano i ritratti di
Giovanni Galeazzo Visconti, di Francesco II Sforza, di Carlo V, Filippo II,
Filippo III, Filippo IV, Carlo II di Spagna, e dell'imperatore Carlo VI, che
stava in faccia alla cattedra del presidente. Pi basso, a coprire in parte i
magnifici arazzi, rigiravan l'aula alcuni quadri con cornici ad intaglio messo
ad oro, rappresentanti i principali misteri della passione di Ges Cristo,
tra' quali spiccava per eccellenza d'arte quello di Ges portante la Croce sul
Calvario, dipinto dal Daniel Crespi, e regalato al Senato dall'arcivescovo di
Milano, cardinale Monti successore di Federico Borromeo. Vedevasi pure un
altro gran quadro rappresentante il trionfo di san Michele sopra Lucifero,
quasi a simboleggiare la trionfante giustizia.
Aperta dall'eccellentissimo signor presidente la seduta, il segretario mise in
prima sul tappeto due o tre cause criminali estranee affatto al nostro
argomento, di quelle cause che non provocano discussione, e in cui le opinioni
e tutti i sistemi si mettono d'accordo; indi pose innanzi all'eccellentissimo
signor presidente le carte relative al processo del lacch Suardi, dichiarando
ad una ad una le pezze, a dir cos, di tutto il costituto, e domandando se
doveva far lettura del rapporto presentato dal signor capitano. Il presidente,
com'era di pratica, accenn che facesse; e il segretario lesse adagio adagio
il rapporto, facendo, quel che in musica si direbbe, delle appoggiature sui
punti che costituivano le saglienze della tesi; ed esponendo il voto del
capitano con una chiarezza particolare, che potea significare la deferenza
dell'egregio signor segretario per quel voto medesimo.
Finita che fu una tale lettura, prese la parola il senator M ...tone che era
decano.
Dopo il senator Morosini, svizzero ticinese (perch i senatori, come gi
notammo, si eleggevano da tutte le citt e capiluoghi del Ducato ed anche da
altre citt fuori del Ducato stesso), il M...tone era il pi caldo partigiano
della giustizia armata di cavalletto e di scure, onde propendeva al rigore,
non per l'indole perversa, ma per quell'impulso che viene da ci che oggi si
chiamerebbe l'arte per l'arte. Per di pi non essendo di Milano, non era in
gran dimestichezza col patriziato milanese e per non era n intrinsico n
conoscente del conte F... Questi elementi dovevan dunque farlo presumere pi
propenso che mai al voto del capitano di giustizia. Ma forse perch non avea
avuto torto il popolo milanese, quando col suo senso comune vendicatore lo
aveva ferito, avventandogli l'aculeo di quella strofa che gi abbiamo
accennato in addietro; v'era probabilmente una ragione per cui la spinta
naturale in lui si trovava in lizza con una controspinta avventizia. Del
resto, comunque fosse la cosa, egli cominci a parlare cercando di
giustificare i motivi che dovevano aver provocato il voto del capitano, ma
conchiuse, dichiarando che non trovava gli estremi per decretar la tortura al
costituito Suardi.
Se non che, non aveva esso finito di parlare, che il senatore Morosini, di
temperamento impetuoso e bilioso, pronunci, affoltandole, molte parole che
parevano schiuma, quand'esce a dirotta da una bottiglia dove ha dovuto per
troppo tempo fremere chiusa. N in prima quelle parole parevano aver senso, ma
a poco a poco, rallentandosi, si disposero in ordine e il discorso procedette
perfettamente intonato colla solennit del luogo.
 I sommi capi, cos egli prosegu, pei quali non si troverebbe di sottomettere
alla tortura il costituito Suardi, si ridurrebbero dunque al non aver avuto il
Suardi per proprio vantaggio un eccitamento al furto; all'avere nel primo
interrogatorio risposto con tale aggiustatezza e conseguenza alle domande del
giudice, da far presumere in uomo indotto quella tranquillit d'esposizione
che deriva dal non aver altro a fare che ripetere la pura verit; alla
ritrattazione del primo testimonio, alla proposta del giuramento; al non poter
bastare le sole deposizioni del secondo, per non verificarsi in lui la qualit
dell'essere superiore a qualunque eccezione; e, quand'anche vi si
verificassero, all'essere state infirmate dalle cagioni di vendetta che
dovevano presuntivamente aver eccitato il secondo testimonio a danno del
costituito. Ora dunque, in quanto al primo punto mi meraviglio come ancora
possa mettersi in campo la mancanza d'una causa che, direttamente e
spontaneamente sorta in lui stesso, doveva eccitare il lacch al furto; quasi
che non fosser noti a migliaja i casi di sicarj prezzolati, i quali
assassinaron persone da essi nemmen conosciute. Il vantaggio che doveva
raccogliere il costituito Suardi dal furto, non deve cercarsi nel furto in s
stesso e per s stesso, ma nel premio che presuntivamente deve essergli stato
dato o promesso da chi poteva avere interesse a far scomparire le carte pi
preziose del defunto marchese. In quanto al secondo punto, se nel primo
interrogatorio appare l'astuzia del costituito, faccio osservare che non ci
appar sempre la coerenza l dove, eccitato dall'ira, esce a dire che la
contessa lo ha tradito... (prego l'egregio segretario di leggere quel passo,
ch'io notai, appena le carte furono portate in Senato e di cui non ricordo
bene le parole).
Il segretario cerc, trov e lesse il passo.
 Or mi pare che sia difficile il dimostrare esserci coerenza qui, quantunque
subito dopo il costituito, con arte diabolica, torca le parole a diverso
significato. Ora la mancanza di coerenza in un uomo di s manifesta astuzia,
fa presunzione che vi sia colpa. Venendo ora ai testimonj: se il primo si 
ritrattato accusando una memoria infida, per la paura che nelle persone
ignoranti desta l'idea di dover giurare; pure le sue deposizioni fatte prima
vanno d'accordo colle deposizioni del secondo testimonio, il quale, per
soprappi, spontaneamente dichiara di volere confermare gli asserti con
giuramento. Bene io sento a dire che il secondo, essendo solo a testimoniare,
non basta a formare un indizio, perch non si verifica in lui la qualit di
essere superiore a qualunque eccezione. Ma perch, domando io, non si
verifica? Ma quand' che un uomo  superiore a qualunque eccezione in faccia a
un tribunal criminale? Io credo, allorquando la sua vita  senza macchie
criminali di sorta.  la vita senza rimproveri che costituisce la qualit
dell'essere superiore a qualunque eccezione; non la condizione alta, n la
ricchezza, n i titoli. Il marchese Alfieri, che l'anno scorso ebbe il bando
dalla Repubblica di Venezia per attentato di veleno contro il marito della sua
amante, non  pi oggi superiore a qualunque eccezione, sebbene sia titolato e
ricchissimo. Due anni or sono, il sagrestano di San Satiro, solo testimonio
contro il Faldella che rub la lampada dell'altare maggiore, bast a formare
legale indizio, perch fu dichiarato superiore ad ogni eccezione. Perch
dunque non lo potr essere anche questo Barisone Cipriano? In ogni modo, non
merita si dica neppure una parola a dimostrare l'assurdit dell'essere egli
stato mosso da spirito di vendetta; sopratutto  a considerare,
eccellentissimi colleghi, che egli trovavasi a Cremona, dove tanto era lontano
dal pensare a vendicarsi, che si dovette andarlo a chiamare e pregarlo per
farlo venire a Milano.  a considerare, finalmente, se mentre questo Cipriano
Barisone non ha note criminali di sorta, il costituito ha contro di s la
pessima sua fama, e il fatto d'aver gi commesso un furto nella casa stessa
del suo padrone che, notoriamente, pur lo amava e lo proteggeva.
Il senatore Morosini avendo a tal punto fatto pausa:
 Se bastasse, gli subentr tosto il senatore conte Gabriele Verri, la morale
convinzione di un giudice a determinare la legittimit degli indizj per
mettere un uomo alla tortura, io per il primo non esiterei a farla applicare
al costituito Suardi. Ma questa convinzione non basta, perch pu procedere da
errore di giudizio, da false parvenze, dall'impossibilit di vedere tutti i
lati delle cose.  dunque necessit l'aderire in tali casi quasi passivamente
alla legge.
 E sia fatto, osserv il Morosini, giacch la legge rimette gl'indizj
all'arbitrio del giudice.
 Ma il nostro predecessore senator conte Bossi, ribatteva il Verri, nel suo
aureo trattato, al titolo De indiciis ante torturam assegna all'arbitrio del
giudice l'obbligo di esaminare con coscienza la verisimiglianza e la
probabilit (indicium verosimile et probabile sit). Ora la coscienza ci
ammonisce di non prestar fede soverchia alle convinzioni morali, e, torno a
ripetere, di aderir positivamente alla legge. Ma giacch la legge nuda e nel
diritto romano e negli statuti criminali di Milano lascia questi indizj
all'arbitrio del giudice, bisogna chieder consiglio a coloro che hanno
continuata la legge stessa, interpretandola.
 Ma la parola degli interpreti, interruppe il Morosini, non  Vangelo, e tanto
si pu esser tratti in errore dalle loro convinzioni come dalle nostre.
 C' un divario notabile. Essi, interpretando la legge, non erano circoscritti
da un fatto speciale; bens erano rischiarati da un complesso di fatti
molteplici che hanno la virt di costituire una norma assoluta. Noi invece, al
cospetto di un fatto solitario, siamo tratti, non volendolo, a decisioni
condizionate e relative. Gl'interpreti hanno questo vantaggio su di noi, di
aver meditato e scritto in circostanze lontane dall'influenza pervertitrice
della passione fuggitiva del momento, dalle opinioni correnti e dai pericoli
che presenta all'intelletto un fatto unico; epper essi hanno il diritto di
essere ascoltati, noi l'obbligo di ubbidire; di modo che assumono virt di
legge in mancanza d'una legge scritta, determinata, sanzionata, comandata; e
come avviene delle gride, che le ultime possono derogar le prime e
sostituirle, e per, come tali, sono le sole che devono essere seguite; cos
avvien degli interpreti, de' quali gli ultimi pi acclamati dal consenso
universale dei giurisperiti e dei magistrati, devono essere di preferenza
consultati e seguiti. Ora il consenso pi generale  pei due celebri
giureconsulti, il Casoni e il Farinaccio; e costoro, spaventati dagli eccessi
a cui nell'amministrar la tortura furon tratti giudici o troppo crudeli o
troppo confidenti nelle loro convinzioni, o troppo ciechi, sono giunti a
conchiudere, il primo: che la tortura non  arbitraria; il secondo, che non
sono arbitrarj nemmeno gli indizj. Communis error judicum putantium torturam
esse arbitralem dice il primo, e non sbaglia; Non immerito audivi plures
jurisperitos dicentes posse melius formari regulam, inditia ad torquendum, non
esse judici arbitraria, dice il Farinaccio chiarissimamente. Per dal processo
verbale relativo al costituito Suardi non risulta provata la bugia
dell'accusato, che sarebbe uno degli indizj legittimi; perch mancano i due
testimoni, quali son voluti dal Farinaccio che qui fa testo di legge. Pu
esser vero che il primo testimonio non abbia giurato per sgomento. Ma pu
essere, non vuol dire . Pu esser vero che il secondo testimonio abbia abito
di onest, ma intanto sussistono presunzioni contro di lui provocate da gravi
disgusti passati prima del preteso furto tra accusato e testimonio. E, anche
qui, il pu essere non vuol dire  poich la giustizia  come l'aritmetica,
nella quale, se manca la verificazione, non pu asserirsi che il calcolo sia
giusto.
Dette queste parole, il conte Verri si tacque; e quasi nel momento istesso,
entrato nell'aula uno de' segretarj, s'accost al segretario in seduta, che,
alzatosi, parl all'orecchio dell'eccellentissimo signor presidente, il quale,
rivoltosi ai signori senatori :
 Un'ora fa, disse, ha cessato di vivere l'illustrissimo conte F... Come
l'egregio segretario Carlo fu sollecito di portarne l'avviso, cos io lo
ripeto ai senatori qui congregati; faccio presente che la morte del conte F...
nella causa che ora qui si sta discutendo... pu essere forse un fatto
significante.
Questo annuncio fece l'effetto di quei congegni dell'arte nautica, che di
punto in bianco fanno galleggiar ritto e baldanzoso un naviglio che, appena
uscito dal cantiere dell'arsenale, procedeva impacciato e piegato sull'un dei
fianchi.
I diversi pareri degli otto senatori tacitamente si armonizzarono in un
consiglio unico, quantunque due o tre altri senatori prendessero la parola,
parlando con varia sentenza. Se non che, mentre il Morosini, in quel giorno,
torn impetuoso a ribattere gli argomenti degli avversari, il conte Gabriele
Verri parve minor di s stesso, e lasci dir gli altri; n pi parl il
senator M...tone. Per le quali circostanze, venuta la votazione, la
determinazione del Senato fu che il costituito Suardi, soprannominato il
Galantino, si dovesse sottoporre alla tortura lieve e semplice. La voce
pubblica che cominciava a parlar alto contro la lentezza onde si procedeva
verso il Galantino, e dicea chiaro che si voleva salvare il lacch, per non
compromettere la riputazione del conte F..., fu per il momento placata dal
decreto del Senato, di che tosto gli eccellentissimi membri, al cui orecchio
eran giunte le pubbliche querele, fecero divulgar la notizia. E per quel
giorno e pel successivo tutta la citt di Milano non s'interess che a
quell'unico tema della tortura del Galantino e della morte del conte F...
Il giorno 3 giugno la piazza Borromeo era tutta gremita di popolo, ch si
celebrarono le solenni esequie del defunto nella chiesa di Santa Maria Podone,
sulla cui facciata, tutta coperta a nero e ad oro, si leggeva il seguente
cartellone sormontato dalla corona e incorniciato dagli stemmi:

COMITI A... F...
EQ. HIEROSOL
PIO MUNIFICO
CHARITATE IN EGENOS EX CORDE
DOMESTICAM GERENTI FELICITATEM
EXCESSO ANNO LV
TATIS SU
FILIUS COMES ALBERICUS MOERENS
FIDELIUM PRECES POSCIT

Due giorni dopo, al costituito Andrea Suardi, chiamato a nuovo esame, venne
intimato si risolvesse a dire la verit, altrimenti verrebbe messo alla corda,
cos portando la determinazione dell'eccellentissimo Senato, pel concorso di
molte circostanze atte a formare indizio; segnatamente per le deposizioni del
Barisone Cipriano, confermate con giuramento. Nel rescritto del Senato era
stato ingiunto al capitano di giustizia di far adempire al secondo testimonio
l'atto formale del giuramento prima d'esaminar di nuovo il costituito.
Questi, che nel confronto col Barisone avea creduto di essere riuscito a
togliere ogni forza alle di lui deposizioni; che, per soprappi, stando in
prigione e tastando gli sbirri e mettendo insieme le sparse parole che loro
eran cadute di bocca, come chi si affanna di riunire i minuti pezzetti di un
foglio lacerato, era riuscito a sapere che il conte F... era morto, e per
erasi lasciato andare alle pi allegre speranze; rimase come sbalordito a
quegli inattesi propositi del giudice; e lo sbalordimento fu di tal natura, da
preparar la via ad una susseguente indignazione, anzi ad una esasperazione
cos aperta e dichiarata, che potea benissimo parer quella di un innocente
calunniato. Le parole pertanto che rispose al giudice furono quelle della
collera che non ha n ritegno n riguardi; e questa volta non gi pel calcolo
consueto del suo ingegno lungoveggente e scaltro, ma per l'accensione
spontanea del sentimento offeso. Erasi messo al posto dell'innocente, s'era
lusingato d'aver fatto per potersi fermare a quel posto usurpato; di pi
attendeva a raccogliere il frutto dei suoi calcoli e della sua fortuna,
allorch di punto in bianco e crudissimamente si vide frustrato nella sua
aspettazione; l'ira sua doveva dunque essere naturale e spontanea.
Se un ladro giunge a involare con fortuna una somma di denaro, e avendola
nascosta in luogo da lui creduto sicuro, allorch va per riprenderla non la
trova pi, il dolore ch'ei ne prova,  simile in tutto a quello del legittimo
proprietario stato derubato. E cos n pi n meno avvenne del Galantino al
cospetto dell'accusa e del giudice; egli sent ed espresse tutti i fenomeni
dell'innocenza oltraggiata; li sent anzi e li espresse in modo che il
capitano di giustizia ne fu colpito.
Il marchese Recalcati, d'indole mite, aveva avversione a quella barbara
eredit del diritto romano, la tortura; tanto  ci vero che al Suardi la
volle decretata dal Senato, mentre egli stesso avrebbe potuto infliggerla; e
qui, di passaggio, dobbiamo notare, che la maggior parte dei giudici del suo
tempo che avevan viscere, avevano cominciato a detestarla. Viveva essa gli
ultimi anni, a dir cos, della sua vita feroce, e lo spirito pubblico, senza
dichiararlo manifestamente, le s'era rivoltato contro, a preparare e ad
accelerare quella morte che le doveva poi venire dal colpo meditato e risoluto
di un grand'uomo.
I medesimi sostenitori d'essa, a forza di commentarla e confortarla e
mostrarne la validit, facendo passare e ripassare innanzi alla mente degli
ascoltatori non propensi, nei momenti pi caldi della disputa, la lettera del
diritto romano e quella dello statutario e quella dei criminalisti, avean
fatte balenare molte verit che dimostrarono la fallacia; verit inchiuse in
quegli articoli medesimi stati scritti per darle vigore.
Molte volte il senator Gabriele Verri, che era un partigiano della tortura,
aveva detto e ripetuto in Senato quel titolo cospicuo del Digesto, dove 
parlato della fragilit e del pericolo della tortura; esso lo aveva ripetuto
perch, avendo fede in quel mezzo, pretendeva che si adempissero tutti i suoi
preliminari con rigore di scrupolo; persuaso com'egli era, che, adempiendo con
esattezza a tutti i dettami della legge, prima di decretar la tortura, questa
non poteva infliggersi che al veramente reo, la cui ostinazione poi era
presumibile potesse domarsi solo coi tormenti. L'uomo dialettico e
preoccupato, correndo con precipitazione alle conseguenze ultime, non aveva
mai saputo fermarsi un momento di pi su quel titolo, ch'ei non adduceva che
per provare la necessit dell'esattezza aritmetica nel raccogliere indizj; ma
che, in realt, inchiudeva gi tutta quanta la condanna della tortura nel
punto stesso che le dava sanzione; bens vi s'erano fermati gli uomini meno
preoccupati e meno oppressi dal cumulo della dottrina e pi illuminati dal
raggio del sentimento, e ne eran rimasti colpiti, e tra questi il marchese
Recalcati appunto, il quale, per consueto, andava sempre a rilento e come di
malavoglia quando trattavasi di ministrare la tortura.
Se dunque stette perplesso e quasi pauroso di quanto egli stesso aveva fatto
allorch sent prorompere il Galantino con tanta sincerit di sdegno,  facile
a comprendersi. Se non che, a confortarlo ne' suoi dubbj e nelle sue ansie,
entr qualche momento dopo nella sala stessa degli interrogatorj il senator
Morosini; colui che propugnava la tortura, non per una convinzione scientifica
al pari di Gabriele Verri, n per considerarla una fatale necessit della
procedura criminale, ma per una di quelle arcane volutt della mente, anzi del
senso viziato, che pur talvolta si riscontrano in individui non affatto
pervertiti e talvolta, come nel caso nostro, persino onesti; una di quelle
arcane volutt onde si spiega il fenomeno di qualche fanciullo che si gode a
denudar la farfalla delle sue ali, o a spennare il pulcino vivo, o a
percuotere fieramente in sull'aja il pollo in fuga. Tale era il senator
Morosini. Egli veniva in carrozza al palazzo del Capitano di giustizia ogni
qualvolta trattavasi di qualche bel caso di tortura. Compiacevasi a far egli
stesso le parti d'auditore e d'attuaro, abilissimo come era a gettar scaltre
insidie negli interrogatorj; pi abile a farle riuscire, accennando agli
stessi aguzzini i modi dell'atroce arte loro; press'a poco al pari di un
maestro di musica (ci fa ribrezzo l'apatica e spietata similitudine, ma un
carattere dev'essere messo a nudo tutto quanto), al pari dunque di un maestro
compositore che all'orchestra imponga e faccia sentire gli accelerati e i
rallentati. E tanto dilettavasi quel senatore di s feroce passatempo, che si
faceva portar la cioccolata, gi lo abbiam detto, nelle aule medesime del
capitano, e l'assorbiva lentamente dove s'interrogava, dove davasi la corda.
Quando il senator Morosini entr, tutti, compreso l'illustrissimo signor
capitano, si alzarono; ed egli, nella seggiola che gli fu messa innanzi, si
cal, a dir cos, con quella pesantezza convenzionale che quasi sempre
affettano gli uomini costituiti in una gran carica, anche allorquando non
hanno a portare n il peso degli anni n quello dell'adipe. Si assise dunque,
e nel punto che dal panciotto cav la scatola d'oro, tutta a figure ed
ornamenti in rilievo e a smalto, e porse il tabacco all'illustrissimo signor
capitano:
  il lacch? domand; e al cenno del marchese Recalcati non rispose che
caricando a pi riprese di rapato vecchio le ampie narici di un naso
abbastanza senatoriale.
Il Galantino intanto s'era fatto tranquillo, squadrando solo il nuovo venuto
(che non era in toga, ma in giubba rosso-fuoco gallonata, e panciotto di
teletta d'oro) con certe occhiate fra l'iracondo e il beffardo, che parea
dicesse:
 Oh se fossimo noi due a quattr'occhi, non so come l'andrebbe, caro nasone,
con quella carta d'oro che hai sulla trippa, eccellente per avvolgere il
mandolato di Cremona!
Ma l'attuaro, come tutto tacque e il senatore ebbe rimessa la scatola
nell'ampia saccoccia del panciotto:
 Ancora dunque, cos parl al Galantino, vi esorto a dire la verit; e a
risparmiarci il dolore di dovervi far mettere alla corda.
 Quello che ho detto ripeter sempre, rispose il costituito, perch  la pura
verit, e sfido qualunque prepotenza a farmi dire quello che non .
 Prepotenza di chi? domand blandamente il senatore, sebbene fosse per indole
focoso.
 Di chi ha la forza, e l'adopera per tormentare chi non l'ha.
 Ma che ostinazione  la vostra, soggiunse allora con lentezza quasi soave il
senatore, di non voler confessare quel che manifestamente risulta dai fatti e
dalle deposizioni di testimoni giurati?
 Che cosa risulta? vostra signoria illustrissima mi illumini, perch da quello
che io so e ho l'obbligo di sapere non risulta nulla, nulla affatto contro di
me, e sino ad ora non sono che la vittima di una maledetta calunnia. Io sono
accusato d'aver rubate delle carte al marchese F... ma chi pu asserirlo? chi
m'ha visto a rubarle?... Dove sono questi pretesi testimonj?
 Se qualcuno v'avesse veduto, caro mio, non farebbe bisogno di mettervi alla
tortura. Sareste condannato addirittura come convinto. Ma voi avete detto una
bugia... asserendo di trovarvi altrove nella notte del furto mentre eravate a
Milano. Per se avete negato questa verit secondaria, vuol dire che avevate
interesse a negarla... Dunque se si procede oltre,  perch colla vostra
ostinazione voi stesso comandate la severit alla giustizia.
 Io ero a Venezia otto giorni prima della settimana grassa, e ripeto che chi
dice di no  un bugiardo infame.
 E questo  quel che si vedr, soggiunse l'attuaro.
Allora il senator Morosini parl sottovoce al capitano. Questi si alz.
L'attuaro fece un cenno ai due sbirri che stavano dietro le spalle del
Galantino; ed essi, presolo per le braccia, lo trassero fuori di quella sala
per condurlo nella vicina, dove soleva darsi la corda. Il senator Morosini, il
capitano, gli altri entrarono anch'essi in quel tristo camerone, e si posero a
sedere, rinnovando in prima l'attuaro al Galantino l'esortazione di dire la
verit, poscia accennando agli sbirri di fare il loro dovere.
Questi, avendolo pigliato di sorpresa, gli levarono il vestito e il panciotto,
e l'afferrarono per le braccia, traendolo presso la corda che pendeva dalla
carrucola.
Il volto del Galantino che, siccome dicemmo, s'era da qualche tempo fatto
pallido, si caric allora improvvisamente di un rosso cupo che gl'invase la
fronte e gli orecchi; e l'occhio, naturalmente bieco e serpentino, vibr sugli
sbirri uno sguardo cos infuocato di furore, che fece un'impressione strana
sugli astanti; poscia, flessuoso e forte come un leopardo, diede uno squasso
irresistibile ai manigoldi, avventando loro bestemmie a furia. Per un istante
fuggevolissimo ei si tenne disciolto, ma i manigoldi lo ripresero e, ad un
cenno dell'attuaro, altri due sorvennero ad ajutare i primi. Ned egli perci
si ristava dal dare squassi formidabili. La camicia, slacciata e laceratasi in
que' forti sbattimenti, metteva a nudo collo, petto, braccia. La chioma,
sollevata e scomposta e gettata or da un lato or dall'altro della testa in
movimento assiduo, or copriva or lasciavagli scoperto il viso. L'animale-uomo
non comparve mai cos bello, cos sfolgorante, cos formidabile nella sua
giovinezza come in quel punto. Nella pelle e nella tinta v'era la delicatezza
di una fanciulla; nelle forme, ne' muscoli, nelle proporzioni perfettissime
l'aitanza di un gladiatore giovinetto. Il medesimo senator Morosini, rivoltosi
al capitano, non si pot trattener dall'esclamare: Che bel ragazzo!
Ma il bel ragazzo fu incontanente tratto in alto come un fascio di fieno; e un
gemito ferino che sordamente gli mugg in gola, perch una volont di ferro
avea tentato di trattenerlo, accus il dolor fisico derivatogli dalle braccia
squassate.
Cos sospeso per aria, all'attuaro che gli ripeteva se risolvevasi a dire la
verit:
 La verit l'ho detta, rispose, anzi url.
Il senator Morosini sugger allora ai quattro manigoldi di alzare la vittima
pi presso la carrucola, e accompagn le parole caricando di nuovo le nari di
rapato, e scuotendo colla punta del pollice e dell'indice la cadente polvere
dalle ampie lattughe di pizzo di Fiandra della camicia, asperse di oscura
goccia.
Rialzato cos il Galantino, pot sentirsi lo stridere della carrucola e il
frusco della corda; non per un lamento di lui, che, alla sempre uguale
domanda rinnovatagli, rispose sempre le stesse parole.
A tal punto, per ingiunzione del capitano, venne calato gi. Sotto al labbro
inferiore del Galantino i giudici videro una striscia rossa. A respingere il
dolore col dolore s'era ficcati i denti superiori nel labbro inferiore, al
punto di farne sprizzar vivo sangue.
Allora venne di nuovo ammonito con mitissimo linguaggio dal marchese
Recalcati, il quale gli mise innanzi il pericolo che, per la sua ostinazione,
si sarebbe dovuto passare alla tortura grave col canape; ma di nuovo rispose
il Galantino che, giacch essi volevano sapere la verit, questa l'aveva gi
detta; e nemmeno abbruciandolo a fuoco lento, sarebbero riusciti a fargli dir
la bugia. N il capitano avrebbe insistito pi oltre; ma il senatore Morosini
lo interrog di nuovo, e di nuovo lo fece mettere alla corda, sempre per
infruttuosamente; laonde quando il Galantino fu rimandato in prigione, il
capitano e l'attuaro e gli auditori espressero il dubbio che il costituito
potesse per avventura essere innocente.
  giovane e forte, forte di corpo e d'animo, disse il senator Morosini. La
tortura semplice non basta. Vedrete che confesser tutto alla tortura grave.
E al Senato fu spedita relazione del fatto, con interpellanza se si dovesse
passare alla tortura grave appunto.
Ma il senatore Gabriele Verri parl e parl forte e mostr come tutti gli
interpreti andassero d'accordo nel proibire di passare alla tortura grave, se
non fossero sopravvenuti altri indizj; onde, per mancanza di essi, la
giustizia dovette accontentarsi del risultato della prima tortura.
E qui ci conviene tagliar crudelmente il filo del racconto, e dare un addio
all'anno 1750; perch un altro periodo, secondo noi, abbastanza curioso della
storia della citt nostra, c'intima di affrettarci, essendo ben lungo il
cmpito che ci siamo assunto.

LIBRO SESTO


Gli attori del secondo atto. I due mondi. Il Galantino. Gli appalti delle
Regale. Ferma generale. I fermieri Greppi, Pezzolio, Rotigno, Mellerio.
Strana risoluzione del popolo milanese. La contrada delle Quattro ganasce.
Editto del 7 aprile 1766. Il tabacco di contrabbando e la belt adolescente.
Il monastero di S. Filippo.


I

Sono trascorsi sedici anni. Saltano fanciulli e parlano adolescenti di cui i
genitori nel 1750 o non si conoscevan tra loro affatto, o non sapevano di
dover diventare marito e moglie, o i loro nomi non erano stati ancor gridati
da nessuna balaustra di altar maggiore; son giovinotti maturi quelli che alla
met del secolo, non avendo che venti anni, eran chiamati fanciulli dai
giovinotti maturi del loro tempo. Le belle donne che, allora nella canicola
dei venticinque anni, facevano girar la testa a chi le avvicinava, ora hanno
varcato il quarantesimo anno, e qualche ruga incipiente ha fatto cadere, a
loro dispetto, il termometro fin quasi a zero; e non osano pi sfidare le
lucide e bianche mattine, e molto meno il perfido sole di mezzogiorno, ma
amano di preferenza le luci artificiali, modificate dalle seriche cortine
piuttosto color rosso o rosa o violaceo, che gialle e verdi; e, se escono a
passeggi sollazzevoli, benedicono gli smorenti crepuscoli, incaricati di
gettare una benefica confusione tra i confini che dividono la giovent dalla
maturanza! E chi era maturo ora  vecchio e chi vecchio  decrepito:
l'avvocato Agudio, per esempio, non pu pi recarsi nemmeno in carrozza n in
lettiga al collegio dei giureconsulti, e, obbligato al letto dal femore
cronicamente offeso, serba per ancora lucidissima la mente e inesauribile la
dottrina legale, e d consulti a chi ne vuole. Il dottor Bernardino Moscati si
fa ajutare dal figlio Pietro e il giovinetto Giambattista Paletta lascia la
giurisprudenza per la chirurgia superiore. Il pittor Londonio ha sparpagliato
per tutta Lombardia una popolazione di vacche e buoi e asini e capre con tanta
verit e in tale quantit, da essere chiamato in questo genere il primo
pittore del suo tempo. Pietro Verri non  pi il destituito patrocinatore dei
carcerati, ma un ex-ufficiale ripatriato, e, da cinque mesi, consigliere del
consiglio supremo d'economia; e Beccaria non  pi fanciullo, ma un giovane di
trent'anni, gi rinomato in tutt'Italia e in tutt'Europa per un libro che fu
alla scienza del diritto quello che molti anni dopo fu la pila di Volta alle
scienze fisiche. E giacch l'accennare a questo libro, insieme col libro ci fa
uscire da Milano e dall'Italia, voglia ricordarsi il lettore che poco oltre la
met dei tre lustri decorsi erasi pubblicata a Parigi l'Enciclopedia, a
gettare in tutto il mondo un filo di congiunzione e di fratellanza tra tutti
gli uomini del pensiero, quel pensiero che irret e domin e gener poi
l'azione. Federico II aveva fatto le sue grandi prove di valore nella guerra
de' sette anni; ma la preponderanza del pensiero cominciava ad essere cos
invadente, che il re soldato pareva spesse volte un suddito al cospetto
dell'ironia dissolvente di Voltaire, il Mefistofele in carne ed ossa, al cui
confronto impallidisce e si dilegua il postumo ideale del poeta di Weimar. E
il genio del sentimento, intinto di pazzia e armato di sofisma, aveva gi
dettato a Rousseau tutti i suoi capolavori e il Contratto sociale, in cui
stava il germe di Robespierre e la profezia della rivoluzione francese; ed era
morto papa Lambertini, l'epigrammatica sapienza, ed eragli successo colui che
doveva essere perpetuato dal genio di Canova; e giacch la chiesa ci allarga a
tutto il mondo, voglia ricordarsi il lettore, per farsi un'idea del colore e
della densit dell'atmosfera ond' tutt'all'intorno vastamente circondata la
nostra piccola sfera drammatica, voglia ricordarsi che, nel frattempo da noi
saltato, l'Inghilterra aveva gi fondata la sua compagnia nelle Indie, e
cercato di sottrarre le mogli indiane al rogo volontario, e i fanatici al
carro di Jaggernath; mentre Spagna aveva ordinato il battesimo ai Cinesi delle
Manille, quasi nel tempo stesso che scopriva il nuovo Messico ed ordinava il
censimento delle Filippine; e voglia ricordarsi che Caterina II era successa a
Pietro III sul trono di Russia, ed erasi fatta la pace tra la Svezia, la
Prussia e la Russia; e un'altra ne facevano Austria, Prussia e Sassonia, e
un'altra ancora Inghilterra, Francia e Spagna; e a proposito di Spagna e
Francia, i gesuiti della seconda avean deposto l'abito regolare, mentre quelli
della prima erano stati mandati per mare nelle terre del papa; che nell'anno
anteriore a quello a cui ci troviamo oggi colla nostra storia, cominci
l'insurrezione delle Colonie Inglesi nell'America settentrionale quando
appunto era uscita l'opera Dei Delitti e delle Pene. Due fatti che non hanno
in apparenza parentela nessuna, ma che pure, in cos diverso modo, vengono a
mostrare la scienza dell'uomo solitario e l'istinto delle moltitudini,
anelanti alla riconquista del diritto razionale e naturale. Ma se il nome di
Beccaria ci fece uscir da Milano, ora con lui dalle lontane regioni dei due
mondi, colla velocit quasi della luce, rivoliamo in casa nostra, a tener
dietro ai personaggi a noi gi famigliari, che cangiarono et, aspetto,
condizione, fortuna; e a far la conoscenza dei nuovi, per dominare cos gli
atteggiamenti di due generazioni.
Ed ora si ripigli il filo del quale abbiam reciso un capo.
 probabile che taluno dei pi fantasiosi tra i nostri lettori qualche volta
abbia pensato, come sarebbe vario e bizzarro e proficuo, se fosse possibile,
lo spettacolo che si presenterebbe a chi avesse facolt in un dato punto di
simultaneamente girar l'occhio e penetrare nell'interno di pi luoghi e di pi
dimore, ad assistere dall'alto alla variet delle scene e delle azioni di
molti uomini intenti a disparate cose in uno stesso momento. Tale spettacolo,
che  e fu sempre un assurdo impossibile se non nelle ballate nordiche o nelle
leggende del medio evo, noi vogliamo presentarlo a' nostri lettori oggi, senza
essere maghi e senz'avere nessuna scopa ai nostri comandi; e questo ne giova,
perch sorprendendo alcuni de' nostri personaggi di antica conoscenza e alcuni
de' personaggi nuovi in quell'attitudine onde ci si mostreranno, vedremo,
senza perder tempo, che intenzioni hanno e da che punto prendon le mosse, e a
che accennino.
Collochiamoci dunque in alto, e volgiamo l'occhio ad osservare le molteplici
macchiette delle figure che stanno e s'agitano e formicolano al basso.
Gettiamo lo sguardo nella camera di ricevimento di donna Paola, e la vedremo
impegnata in un dialogo seriissimo con una dama, dell'et press'a poco come la
sua, e che  la contessa Arese, conservatrice del monastero di san Filippo
Neri.
E se dopo gli occhi, vogliamo far lavorare gli orecchi, ecco quel che al
lettore potr giovare per conoscere di che si tratta. Cos dunque sta parlando
la contessa Arese:
 Io ho creduto bene, donna Paola, di renderla avvisata di questa grave
circostanza. La fanciulla  troppo bella, vivace e troppo ardente, perch la
si possa trattenere pi oltre in mezzo alle altre educande, e tanto pi con
quell'inconveniente che le ho detto. D'altra parte, proibirle di passeggiare
in giardino insieme colle sue compagne, prendere per lei misure particolari,
sarebbe un gettare lo scandalo nel convento, sarebbe mettere in allarme tutti
i parenti delle fanciulle... Giacch dunque la ragazza  gi per varcare i
quindici anni, io sarei di parere che vostra signoria, nella sua saviezza, la
levasse di l, e la tenesse qui sotto ai suoi occhi.
 La ringrazio, contessa, dell'avviso e del consiglio, risponde donna Paola; ma
non  cosa che si possa fare con precipitazione. Se colui, ch'ella dice, ha
fatto acquisto della casa e del giardino contiguo al convento con manifesta
intenzione di gettare insidie alla ragazza, mi pare che all'amministrazione
del convento, pel pericolo a cui potrebbero essere esposte tutte le monache e
le educande in conseguenza di questa comunicazione immediata coll'altrui
dimora, potrebbe far murare una cinta ed isolare il monastero affatto. Io
stessa ne far parola... Intanto, domani che  gioved, parler alla ragazza;
sentir, e vedr poi, di pieno accordo colla signoria vostra, quello che si
dovr fare.
Ma in questo punto, in cui la nobile conservatrice del monastero di san
Filippo sta parlando con donna Paola, noi, girando l'occhio e facendolo
penetrare entro al monastero stesso, possiamo vedere una fanciulla trattenersi
nel dormitorio, mentre le sue compagne educande ne escono a coppie; indugiarsi
un momento davanti uno specchio, accarezzarsi le chiome quasi a migliorare la
gretta acconciatura del convento, levarsi il grembialetto di levantina nera,
assottigliarsi la vita stringendo la cintura oltre il punto voluto dalla
governante del dormitorio; e, fatto questo, accostarsi al proprio letto, tirar
la stringa della fodera del guanciale, levarne un gelsomino appassito,
odorarlo, con una inspirazione lenta, estatica, voluttuosa, che finisce in un
lungo sospiro; poi rimetterlo di furto, guardandosi in torno, sotto la
copertina del guanciale, e con passo lieve lieve e quasi trasvolante uscir dal
dormitorio, discender le scale e farsi colle compagne, baciando sulla guancia
la prima che le si fa incontro, ma con un trasporto e con un atto cos
particolare e curioso, che sembra quasi che, baciando materialmente quella
faccia, coll'intelletto del senso ne baci un'altra.
Tentare di tradurre al vivo il profumo incantevole, la vaghezza, diremo,
trasparente, ma che parrebbe voler dissimulare i tratti pi risentiti di
quell'adolescente belt; rendere quella grazia lieve e quasi fuggitiva e che
lascia indovinare come, scorrendo qualche lustro, ella potrebbe forse ritrarsi
per lasciar luogo a forme pi compiute, pi sode, pi solenni; tentare adunque
di tradurre ci in sembianza di verit viva,  impossibile. Anche ai pittori 
malagevole pi che mai il far ritratto della belt femminile adolescente;
forse perch presenta il fenomeno d'un'assidua ineguaglianza.
Ma nel punto che questo lavoro ineffabile della natura artefice bacia il volto
della fanciulla compagna, lungi da Milano, a Bologna, in una delle aule
assegnate alla facolt matematica, la laureata contessa Clelia V..., seduta
nella cattedra, sta leggendo ad un uditorio di trentacinque giovani studenti
le seguenti parole:
Galilus ad Magni Verulamii votum deterso scholarum situ veterum geometrarum
severitate ratiocinari homines edocuit, et quadam veluti expeditione in lunam,
venerem, solem, jovem, et fixas usque feliciter absoluta, ad reformandam
physicam et mechanicam delapsus genuina principia aperuit, quibus problemata
motus omnia expedirentur, ecc.
E intanto che la laureata contessa sta recitando la sua prolusione, a Monaco,
nella casa vicina al teatro, il tenore Amorevoli, in variopinta veste da
camera, sta scorrendo questo brano di lettera del signor Bruni, marito della
signora Gaudenzi, il quale brano dice cos:
Lasciando per ora il discorso della mia Gaudenzi, che ha fatto furore a
Napoli, quantunque, per verit, non sia pi giovane, vi dir che essendo io
venuto a Milano per trattare con questi signori interessati all'appalto del
regio Ducale Teatro la scrittura di mia moglie pel prossimo carnevale 1766-67,
ho raccolte le notizie che m'avete raccomandato. La fanciulla  tra le
educande del monastero di san Filippo Neri, e porta il nome del conte V..., e
come tale anzi fu collocata col; il conte che vive ancora qui, ha fatto causa
per declinare la legittimit di detta sua figliuola... La causa dura da
quindici anni, avendo il conte rinnovata la lite pi volte per essergli
sorvenuti sempre nuovi documenti e testimonianze da persone di Milano e di
Venezia. Ma il Senato ha rigettato le sue domande ed ha pronunciato sentenza
contraria, dichiarando sua figlia legittima quella che voi sapete, e avente
per conseguenza pieno diritto al nome del casato del conte, all'eredit, alla
successione.
Scorsa la qual lettera, il tenore non fa altro che sorridere e dalla poltrona
passare alla spinetta a ripetere de' vocalizzi per tenere in esercizio la sua
trachea oramai di quarantadue anni.
E dalla casa attigua al teatro di Monaco, piegando ancora l'ala dell'occhio
verso Milano, e fermandola al disopra di una casa in contrada di Pantano, dopo
aver percorsa una fuga di stanze a pianterreno, in ciascuna delle quali stanno
seduti giovani scrivani col capo chino su grossi libri maestri, vediamo in un
salotto un bellissimo giovane di trentacinque anni, vestito riccamente,
ovverosia vediamo il signor Andrea Suardi, detto il Galantino, ora banchiere,
successore al signor Rocco Rotigno, quale altro degli impresari della Ferma
generale del sale, del tabacco e delle mercanzie del ducato di Milano, intento
a dir queste parole ad un suo commesso:
 In forza dell'articolo ottavo della grida del 7 aprile di quest'anno, farete
oggi, anche per ordine del presidente camerale, come appare da questo foglio
che terrete con voi, una rigorosa perquisizione nel monastero di san Filippo
Neri, dove sappiamo essersi nascosta una gran quantit di tabacco di Spagna.
Nel fare tale perquisizione, trattandosi d'un luogo privilegiato e godente del
sacro asilo, per vostra norma vi farete leggere prima dal capo dello studio il
disposto nell'ultimo concordato colla santa sede.
Licenziato il qual commesso, il nostro ex-lacch tira il campanello, e al
servo gallonato che gli compare innanzi:
 Fa mettere la sella al cavallo, dice, che voglio uscire a fare una galoppata.
E una galoppata in questo medesimo istante la sta facendo un giovane di
ventisette anni, il quale chi ha veduto il ritratto di Shelley, il fantastico
amico di Byron,  costretto a dire che gli somiglia in tutto e per tutto.
E di fatto il giovane  figlio di padre inglese, ossia  lord Guglielmo Crall,
ossia  il figlio maggiore di donna Paola Pietra. E il giovine caccia il
cavallo a furia, avendo probabilmente per isprone e per iscudiscio un pensiero
che lo esalta, e dopo aver fatto il giro di tutte le mura della citt, se ne
vien gi per porta Romana, e d'una in altra via, fa sentire lo scalpito
suonante del suo cavallo nella contrada Nuova, dov'era situato il monastero di
san Filippo, e nella quale, venendo dal naviglio di porta Tosa, entra, pur
galoppando, il signor Andrea Suardi, incontrandosi in lord Crall appunto, e
voltando subito dopo nella porta d'una casa.
Ed ora che abbiam fatto sfilare la maggior parte degli attori del secondo
atto, imitando i direttori delle compagnie equestri che, allorch danno
spettacoli nell'arena, prima d'incominciare fanno caracollare in giro i cos
detti artisti che devono prodursi sulla corda, sui cavalli e sulle bighe; ora
dunque, previe alcune spiegazioni troppo necessarie al lettore, per
comprendere talune inaspettate trasformazioni, stiamo attendendo quel che sar
per succedere, giacch pare che il celebre sestetto della Cenerentola O che
nodo avviluppato sia stato scritto espressamente dal maestrone per essere poi
applicato come epigrafe al nostro libro.


II

E intanto ci rimetteremo in compagnia del sig. Andrea Suardi che fu l'ultimo
rimasto sul palco scenico. Il lettore, dopo aver lasciato costui nelle stanze
del Capitano di Giustizia, in una condizione tanto prossima alla berlina, avr
fatto le maraviglie nel vederlo, sedici anni dopo, libero e sano e pi bello
di prima, e colle apparenze della ricchezza, e avente un servitore coi galloni
al proprio servizio, e un cavallo da sella per le passeggiate di diporto. Ma
la fortuna e il diavolo, in tutti i tempi, han sempre dato il braccio a'
furfanti.
Ed ora  probabile che il lettore si lamenti dell'aver noi troncato il
processo del nostro eroe. Per, a confortarlo, lo consigliamo a pensare alla
noja che avrebbe dovuto subire se avessimo riprodotto qui tutto quello che fu
scritto dagli attuari e dagli auditori del criminale dopo l'ultimo tratto di
corda dato al costituito lacch; lo preghiamo a considerare che, da tanta
carta e tanto inchiostro il solo fatto importante che ne risulta,  che, non
essendo sorvenuti nuovi indizj, si dovette desistere dalla tortura grave; e
che dopo sei mesi di indagini, requisizioni, interpellanze, di esami fatti a
gentiluomini, servi, camerieri, ecc., non essendo saltato fuori neppure un
appiglio importante a danno del costituito, esposta in ultimo ogni cosa al
Senato, questo sentenzi che il reo convenuto Andrea Suardi, detto il
Galantino, dovesse rimandarsi in libert, mancando le prove reali del delitto
ond'era stato imputato.
Il Suardi, appena uscito dalle carceri del Capitano, dal quale gli furon
consegnati i chirografi del denaro che esso aveva depositato sul banco di San
Marco a Venezia, non pens che ad abboccarsi col signor Rotigno, agente della
casa F...
Dopo la morte del conte, che nel testamento gli ebbe assegnato un legato di
milanesi lire 200 mila, l'ex-agente avea abbandonato la casa F..., e si era
congiunto al suo fratello Rocco per intraprese commerciali.
Ora si venne maturando un fatto pubblico che diede poi un avviamento speciale
e curioso ai fatti privati. In quell'anno medesimo 1750, anno fatale a quelle
persone di cui abbiamo fatto la conoscenza, il generale Pallavicini, ministro
plenipotenziario a Milano, come sa il lettore, abol i separati appalti delle
regalie del sale, del tabacco, della polvere, ecc., e form la cos detta
Ferma generale, riunendo tutte le suddette regalie in un sol corpo, ed
affidandole ad una societ costituita in prima da tre Bergamaschi, quali erano
Antonio Greppi, Giuseppe Pezzolio e il detto Rocco Rotigno, a' quali in
seguito si aggiunsero Giacomo Mellerio di val Vegezzo, Francesco Antonio
Bettinelli, cremonese, ed altri, fra cui il fratello di Rocco Rotigno.
Premessa questa notizia, e tornando ai nostri personaggi, se il Galantino,
appena uscito di prigione, pens all'agente di casa F...; questi non era mai
stato un giorno solo senza pensare al detenuto, chiara ragione che dalle
risultanze del processo dipendevano quasi immediatamente le condizioni della
sua vita. Ben  vero che, appena venne in possesso della somma legatagli dal
conte F..., domand licenza all'erede di ritirarsi dall'amministrazione della
casa, accusando il desiderio di voler ridursi a vivere a Bergamo, presso il
fratello Rocco, che vi teneva commercio di seta; ma in realt per trovarsi
lontano dal ducato di Milano, di cui fin che gli pendeva sul capo la spada di
Damocle, gli bruciava sotto il terreno.
Ma un d gli giunse la notizia che il lacch Suardi era stato rimesso in
libert per mancanza di prove legali, e per avere, anche sotto la duplice
prova della tortura semplice, costantemente respinta ogni accusa. Il Rotigno
respir, com' ben naturale, e per tal fatto gli si mise una tale bonariet
nel sangue e s'atteggi a tanta condiscendenza, che quando il fratello Rocco,
che spendeva pi di quello che guadagnava e che trovavasi in qualche disordine
commerciale, gli propose d'entrare secolui in una impresa, che doveva essere
lucrosissima, purch egli fosse disposto ad esporre alla fortuna la met
almeno de' suoi capitali, egli vi annu senz'altro.
Codesta impresa cos vantaggiosa era appunto l'accessione che egli, il
Rotigno, come altro de' socj, doveva fare alla Ferma generale del tabacco,
sale e merci, ecc., istituita dal conte Pallavicini. L'anno 1750 era in sullo
scorcio quando i tre fermieri generali Greppi, Pezzolio e Rotigno vennero a
trattare i patti col ministro plenipotenziario. Entrava l'anno 1751 quando i
loro nomi furono pubblicati quali assuntori dell'impresa. E in quel torno
appunto il Suardi s'era, dopo sette mesi di detenzione, trovato sotto il
libero cielo.
Questi fermieri, intanto che scadeva il termine imposto dall'abolizione delle
regalie, e prima d'entrare, a cos dire, in carica, si trovarono aver bisogno
d'un gran numero d'impiegati, di commessi, di esattori, ed anche di socj
ausiliarj, i quali, congiungendosi ad essi con qualche piccolo capitale,
ricevessero da' fermieri principali un salario congruo e una data quota sugli
utili annui.
Quando si pensa ai miracoli che sa far la fortuna, allorch ha fermamente
deliberato di prendere alcuno a proteggere, si rimane percossi di maraviglia
vedendo come quegli accidenti stessi che per la maggior parte degli uomini
sono colpi mortali e ostacoli insormontabili, diventino per i suoi beniamini
occasioni di felicissimi avviamenti. E cos avvenne del Galantino. Cercato del
signor Rotigno, come sent ch'esso erasi ritirato a Bergamo, and col,
trovollo senza difficolt, ebbe lunghi abboccamenti seco; e il fine di questi
abboccamenti essendo, per parte del Galantino, quello di riscuotere da lui il
residuo della somma di compenso che gli era stata promessa, il Rotigno di
necessit lo soddisfece, e per soprappi, importandogli, come se si trattasse
di salvar gli occhi e la vita, di mettere a tacere per sempre quel serpe
velenoso da cui, volere o non volere, egli dipendeva; gli propose appunto di
entrare come esattore a servizio della Ferma generale, investendo in quella
una parte del suo danaro, ond'essere accettato come uno de' soci secondarj.
Il Suardi, alla cui intelligenza balen tutta l'importanza di quella vasta
azienda, accolse il partito, siccome suol dirsi, a bocca baciata, e impiegate
nella Ferma lire quindici mila milanesi, entr in carica quale altro degli
esattori. Essendo uscito innocente persin dalla prova della tortura, egli non
prov rossore nessuno a tornare a fermar stanza a Milano. D'altra parte,
comunque fossero le cose, il pudore era un elemento del tutto straniero alla
natura sua. Venne dunque a Milano, si diede al suo ufficio con alacrit
insolita e con un'attivit, quasi diremmo, febbrile. La spinta prepotente
d'ogni suo atto, fin da quando era fanciullo, era sempre stato l'amore del
denaro. Venuto pertanto al posto di esattore, fu tanta la sua abilit e
scaltrezza nel trovar modo di cavar sangue anche dalle rape, che, mentre
riusc il pi pronto e il pi efficace degli esattori della Ferma, tanto da
recare a questa vantaggio grandissimo; indirettamente, con astuzie speculative
che a nessun altro sarebbero venute in pensiero, intascava lautissimamente
anche per s. Col tempo impieg nella Ferma altre lire ventimila, dalle quali
e dalle altre quindicimila ritraeva il cinquanta, il cento per cento. Pietro
Verri, in una memoria inedita di cui  riferito un brano dal barone Custodi,
parlando dei fermieri, dice che costoro avevano poco o nulla al mondo, ma
affrontarono arditamente la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni
all'anno e ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo. Indirettamente
poi essi avevano poste tali angarie alla filanda delle sete, che buona parte
della raccolta dei bozzoli del paese cadeva nelle loro filande, le quali erano
sparse nello Stato, e comparivano col nome di supposti proprietarj. Avvenne
pertanto che, non volendo figurare il Rotigno Rocco quale acquirente di una
vastissima filanda di seta, sul confine del Bergamasco, per le ragioni addotte
sopra dal Verri, il Suardi ne fosse investito apparentemente; ed anche da ci,
alla sua maniera, ritrasse vantaggi quanti ne volle. Avvenne inoltre che il
fratello del Rotigno Rocco venne a morire nel gennajo dell'anno 1752, la qual
cosa produsse altre conseguenze vantaggiosissime al Suardi: ed eccone la
ragione. L'impresario Rocco, che gi era venuto, allorch attendeva al
semplice commercio delle sete, a tristi termini, per la sua abitudine allo
spendere pi delle entrate; fatto fermiere e, in poco tempo, trovando di poter
raccogliere guadagni al di l d'ogni preventivo, erasi dato alla larga vita,
al banchettare, al signoreggiare, senza darsi pi un pensiero al mondo del
governo della casa, perch di ci era specialmente incaricato il fratello
ex-agente, prudente amministratore. Di modo che pare che un giornale di quel
tempo, intitolato il Corriere Zoppo, alluda a lui in quel numero del mese di
dicembre dell'anno 1753, dove  stampato che i fermieri, oltre i gran profitti
che traono, pascono la propria ambizione nel signoreggiare e nel farsi servire
alla sovrana da una truppa di commessi.
Mortogli pertanto il fratello, e datosi a sfoggi, a bagordi, a giuochi, a
scialacqui, e non avendo pi mente per governare il fatto proprio, fece, come
suol dirsi, carta bianca al Suardi, di cui quanto le mani fossero fedeli, il
lettore lo sa al pari di noi.
Dal 1752 pertanto al 1754, per parte del signor Rocco Rotigno, non fu altro
che un guadagno continuo e senza misura e uno spendere in proporzione; e da
parte del Suardi, occhio dritto e mano dritta del signor Rocco, non fu altro
che un usufruttare il capogiro del suo principale, tanto da far entrare in
casa propria, senza che nessuno se ne accorgesse, o almeno senza che se ne
accorgesse chi poteva impedire tal fatto, buona parte dei redditi annuali di
colui, a non tener conto de' guadagni legittimi, e non legittimi, ch'egli,
quale esattore e cointeressato, faceva per se stesso. Questa cuccagna continu
senza interruzione e senza importuni timori sino al mese di agosto del 1754.
Ma in questo tempo, il popolo milanese, indignato dalle espilazioni
sistematiche della Ferma generale, fece tale risoluzione e la attu con tale
fermezza e concordia di volont, che le casse dei signori fermieri per qualche
tempo ne dovettero sopportare gran danno.
La relazione manoscritta di questo fatto sussiste nella biblioteca di Brera, e
fa parte della raccolta di quel monaco Benvenuti di sant'Ambrogio ad Nemus, da
cui abbiamo tolta la storia di donna Paola Pietra; e su questa relazione
sarebbe stato nostro pensiero di condurre un quadro disegnato e colorito in
modo, che il lettore fosse, come a dire, trasportato in mezzo a que' fatti. Ma
un istancabile scrittore, molti anni sono, avendo pubblicato gran parte di
quella cronaca, non ha lasciato che noi potessimo far cosa nuova. Per ci
limiteremo a riassumere i fatti principali di quella relazione stessa con
quegli intendimenti che non sono in essa e che non si propose chi la diede in
luce; riporteremo poi, sempre riassumendo, quelle parti della cronaca stessa
che il suo editore ha creduto bene di omettere, ma che al fatto nostro
riescono preziose e caratteristiche. Nell'azione cos di un astuto furfante
(il Suardi) infaticabile a frodare il danaro pubblico per la protezione
d'improvvide leggi, e nella reazione oculata, sapiente, ed ugualmente
infaticabile di un generoso e vigoroso intelletto (il Verri) che si propose di
difendere la pubblica ricchezza dalla mano rapace di pochi, vedremo un
atteggiamento curioso di quel tempo, e la crisi benefica operarsi, come in
quasi tutti i membri della societ d'allora, cos anche in codesta parte della
pubblica amministrazione.


III

Pi dunque era il guadagno de' fermieri e degli interessati della Ferma, pi
cresceva in essi, meglio che il desiderio, la libidine del guadagno e la
gelosia sospettosa che il pubblico frodasse loro qualche cosa. In quell'anno
1754 erano diventate frequentissime e vessatorie le perquisizioni nelle
botteghe, ne' magazzini, nelle case private, persino in quelle delle pi
cospicue famiglie, persino ne' conventi e nei monasteri, i privilegi de'
quali, in faccia alle inesorabili esigenze della Ferma, venivano
transitoriamente sospesi dalla sacra Congregazione. L'avarizia e l'auri sacra
fames de' fermieri aveva loro consigliato un sistema di prodigalit nella
corruzione, vogliamo dire che essi facevano regali cos lauti e pesanti ai
pochi nelle cui mani stavan le redini principali della cosa pubblica, che
questi, interessati indirettamente negli utili, aprivano le mani per star
pronti a chiudere gli occhi, e a proteggere gli abusi, le prepotenze e le
esorbitanze colla legge e colla forza. A Ferragosto, a Natale, ogni qualvolta
era opportuno, si mandavano a coloro che potevano quel che volevano, casse di
cioccolata sopraffina di Caracca, i cui pani dovevano far l'ufficio di coprire
un sedimento di talleri, o di zecchini, o di oggetti preziosi in oro, in
argento, in gemme, a seconda del grado e dell'indole dell'uomo. Una volta tra
l'altre e crediamo sia stata la sola perch l'occasione e il bisogno fu della
massima importanza un servizio da tavola tutto d'oro, del valore di circa
ottantamila ducati, venne avvolto nella bambagia, dissimulato appunto dalla
fragranza del cacao, del th e del caff; e cos spedito al ministro Kaunitz.
Nel torbido adunque si pescava chiaro; e il sinedrio dei divoratori sedeva a
tavola con formidabili ganascie, mentre i loro commessi entravano dappertutto
insolentemente a metter sossopra merci, masserizie, mobiglie, per cercare quel
che talvolta non c'era, e spesso per avere l'occasione di metter l'indulgenza
a caro prezzo.
Una tale tempesta impervers, come dicemmo, in quell'anno 1754 pi ancora
degli anni addietro, al punto da costringere i cittadini a perdere la
pazienza.
In poco spazio di tempo, dice il cronista di sant'Ambrogio ad Nemus, la citt
in ogni ordine di persone si vide tutta contro i fermieri. Non potendo
privarsi degli oggetti utili e indispensabili per privare i fermieri del
guadagno che ne ritraevano, risolsero di smettere l'uso del tabacco, dal quale
appunto ricavava la Ferma il principale provento. Sembra incredibile ma fu
vero, continua il cronista, ed in poco pi di quattro giorni, tanto nella
citt capitale che in altre citt del Ducato, l'impresa del tabacco rimase
quasi del tutto abbandonata. Si bruciarono in piazza mucchi di tabacchiere di
legno; quelle d'argento furono mandate in offerta al sepolcro di san Carlo; si
stamparono patenti scherzevoli sopra il tabacco, e motti derisorj da mettersi
nelle scatole vuote e da inviarsi a chi si fosse pensato di non obbedire al
voler generale; si scrissero componimenti poetici, sonetti, scherzi d'ogni
sorta che rapidissimamente facevano il giro di tutto il Ducato. All'ingresso
dell'Impresa generale del tabacco, situata in Pescheria Vecchia, fu appeso un
cartello colle parole cubitali: Bottega d'affittare fuori di tempo; fu gettato
un arcolajo tra gli assistenti della Ferma che sedevano in essa bottega, per
indicar loro che attendessero a far gi filo, non avendo pi occasione di
vender tabacco; s'indirizz da essi una frotta di contadine, venute a Milano
per vender filo; di notte s'affiggevano in molte parti della citt iscrizioni
d'ogni foggia, relative tutte al medesimo oggetto; fu fatta circolare una
leggenda erudita contro il tabacco, estratta dalla scuola del Buon Cristiano,
stampata nel 1733 dal Marelli; fu diretto un sonetto a sua eccellenza il
signor conte don Beltrame Cristiani, capo della Giunta governativa,
sostenitore de' fermieri, e mangiatore anch'esso alla buona tavola comune,
sebbene, del resto, fosse un egregio ed abile e dotto uomo; le quartine del
qual sonetto erano le seguenti:

 Il volere arricchir troppo le Imprese
 un vero impoverir tutti i mercanti,
 un voler che Milan fra stenti e pianti
Vada il vitto a cercar fuor del paese.
 Manca il danaro e non si guarda a spese
Per arruolare battidori e fanti;
Giuro, se va cos, per tutti i santi,
Che Milan diverr come Varese.

Sulla nuova fabbrica del palazzo dello stesso conte Cristiani in Monforte fu
appesa l'iscrizione: Sumptibus Firmar generalis; la qual contrada di
Monforte, appunto per esservi il palazzo del conte Cristiani, da qualche anno
veniva chiamata dal buon popolo milanese: Contrada delle Quattro ganasce,
adoperando esso al solito quella satira gioviale che  una qualit
caratteristica della sua indole e di cui  tutto quanto condizionato il suo
dialetto.
Per sei mesi continu cos la popolazione ad astenersi dal tabacco. Se non che
i lamenti essendo stati rivolti anche alla cattiva qualit di quello che si
vendeva prima dell'anno 1754, i fermieri cominciarono a introdursi con
destrezza tra persona e persona, a donare alcune prove di tabacco veramente
perfetto a varie delle pi cospicue e nobili case, le quali a poco a poco si
arresero. E Andrea Suardi, con insolita scaltrezza, per ricattar l'impresa e
ricattar s stesso del danno passeggiero, propose ai capi della Ferma, al fine
di rimuovere il popolo milanese dalla risoluzione di non prender tabacco, di
farlo venire da altrove, per qualche tempo, come se fosse di contrabbando.
Ed egli s'impegn di governare il nuovo stratagemma, e di vincere la
universale fermezza coll'inganno. Di tal modo l'astuto ottenne di gabbare e la
popolazione e la stessa Ferma; ch l'una e l'altra, prese come furono all'amo,
lavorarono a tutto suo vantaggio. Ed ecco in qual modo.
Da molto tempo egli erasi accorto del quanto avrebbe guadagnato chi si fosse
posto a capo di un vasto contrabbando, mettendo in lizza l'odio che la
popolazione avea contro la Ferma; ma un tale assunto, oltre che era
pericolosissimo per chicchessia, a lui riusciva impossibile, impegnato com'era
colla ferma stessa; perch necessariamente avrebber dovuto dar nell'occhio le
sue pratiche coi capi dei contrabbandieri di confine, detti volgarmente
spalloni. Quando pertanto gli parve che il contrabbando poteva servire a far
credere al popolo che a prender tabacco frodato si perdurava nella
dimostrazione contro i fermieri, e che ci intanto veniva opportunissimo a far
ripigliare un'usanza, che, per puntiglio, potea facilmente andare in
dissuetudine, egli lo propose ai capi, a cui il nuovo trovato parve una
scoperta mirabile. Il Suardi in tal modo, sotto gli occhi e per volont degli
stessi fermieri, si mise in relazione coi cos detti spalloni di confine,
relazione che non abbandon pi, anche allorquando, dopo un anno, ogni cosa
torn alla condizione primiera; per il che e da una parte e dall'altra i
guadagni fioccarono nella sua cassa.
Mandava inesorabilmente i suoi fanti a sequestrare nei magazzini e nelle
botteghe il tabacco e le altre mercanzie di contrabbando; ed era spesso quel
tabacco ed eran quelle mercanzie stesse de' cui contrabbandi egli era il
manutengolo supremo. Cos era pagato lautamente dai capi della Ferma, e nel
tempo stesso era ringraziato dagli spalloni che guadagnavano per lui e con
lui. Faceva da Giasone e facea da Medea, facea da Paride e Menelao. Tanto il
diavolo poteva parere un semplicione al suo confronto.


IV

Rimessasi la popolazione milanese in tranquillit, sbolliti gli odj, almeno in
apparenza, ricomprate le tabacchiere, riscossi i nasi dal semestrale riposo, i
signori fermieri e compagnia tornarono ad assidersi a tavola coll'appetito
accresciuto e coi pilori instancabili, e pi il tempo fuggiva dal temuto
agosto del 54, pi si facevano imperterriti alle espilazioni ed alle
vessazioni. La miniera dell'oro e dell'argento a loro medesimi pareva cos
esorbitantemente ricca, che pel timore che da un giorno all'altro loro potesse
mai venir tolta, facevano in fretta e in furia, a cos dire, le scorte per
ovviare ai pericoli contingenti. Un tal timore crebbe nel 1758, in conseguenza
dell'abolizione de' fermieri, decretata negli Stati Pontificj il 12 dicembre
1757, e delle lodi che da tutte le gazzette e dai fogli pubblici vennero al
capo della chiesa, Benedetto XIV. Segnatamente nel Corriere Zoppo o Mercurio
storico di Lugano fu stampato un lungo ed assennato articolo, che fece gran
senso; e nel quale, tra l'altre cose, dopo dimostrati i vantaggi che dovevano
conseguire negli Stati romani alla risoluzione pontificia, leggevansi queste
considerazioni:
Chiunque si fa a vedere que' paesi, ne' quali  libero tal genere (ossia il
commercio del tabacco dalla Ferma), a prova conosce che le lusinghevoli
esibizioni de' fermieri non finiscono poi che a spopolare e ad inquietare le
citt, i cittadini e i forestieri, a tutto loro profitto e con iscapito del
principe a cui servono.
E soggiunge (alludendo senza dubbio al ducato di Milano): Si  sperato in un
luogo fioritissimo d'Europa poch'anni fa, che si dovesse abbracciare
l'opportuno partito preso ora dal Pontefice. Le compensazioni proposte al Re
per reintegrare le sue finanze del prodotto di tale appalto e i beni che ne
sarebbero avvenuti nello Stato, erano posti in tal chiarezza da un gran
personaggio, che i popoli credevano da un giorno all'altro di sentirne
l'abolimento.
Ora per, conchiude, che il capo della Chiesa ha dato un cos bell'esempio, 
credibile che sar da altri principi imitato, e che essi approfitteranno dei
vantaggi che pu produrre il dilatato commercio d'un genere reso tanto comune.
Se il tutto si riducesse ad appalti, le citt pi fiorite diverrebbero
solitudini, restringendosi a poche case quel che  il sostegno di tante
famiglie.
Il fatto adunque del decreto pontificio, la voce pubblica, le gazzette misero
in tale apprensione i signori fermieri, che questi presero il partito di
Wallenstein, il quale saccheggiava i paesi quando vedeva di non poter
fermarvisi a lungo coll'esercito.
Fra tutti i fermieri e gli addetti alla Ferma, quel che viveva in minor timore
era pur sempre il Suardi, per le ragioni sopraccennate, ed anche perch in
quell'anno medesimo il signor Rocco Rotigno, in conseguenza di una prodigalit
forsennata, dei colpi maestri che egli il signor Suardi aveva dato al di lui
naviglio pericolante, carico di debiti enormi, spar improvvisamente da Milano
nel mese di ottobre. La favola del cavalier Beltrame e di Roberto il Diavolo
s'era verificata nell'intimit del Suardi col Rotigno; e questi dovette perder
tutto, sollecitato dalle maligne insinuazioni del suo amministratore, che
comparve in prima lista fra' creditori quando il fallimento venne pubblicato.
Riguardo al detto Rotigno  curioso il Monitorio pubblicato nelle parrocchie
della citt di Milano, segnato dal canonico Bazetta, cancelliere
arcivescovile, e stampato in Milano per Beniamino Sirtori, tipografo
arcivescovile.  diretto a tutti i reverendi abati, priori, prevosti,
arcipreti, rettori, curati e vice-curati delle chiese tanto regolari, quanto
secolari, e comincia cos: Ci  stato esposto per parte di certi signori di
questa citt, che alcune persone, li nomi delle quali non si sanno, in
perdizione delle anime loro ed in gran danno dei creditori del signor Rocco
Rotigno, indebitamente occultano, detengono, occupano o sanno chi
indebitamente ha, detiene, occupa ed usurpa oro ed argento, denari, ferro,
legno, bronzo, stagno, rame, lino, seta, suppellettili di casa, istromenti,
scritture, libri de' conti, ragioni, crediti ed altri beni spettanti al detto
signor Rocco Rotigno, non curandosi di restituire, soddisfare e rivelare come
devono...; e continua, comandando ai sopraddetti, che in virt di santa
obbedienza e sotto pena di sospensione a divinis nelle loro chiese in presenza
del popolo, avvisino pubblicamente le persone di qualsivoglia stato, grado e
condizione le quali occultano, usurpano, ecc., che in termine di nove giorni
debbano, sotto pena di scomunica, aver interamente restituito a' detti
creditori ci che detengono, ecc.; e conchiude invitando anche i soli aventi
notizie di qualche mal atto, a far le debite rivelazioni in mano del
cancelliere arcivescovile o del vicario foraneo, colla dichiarazione che delle
rivelazioni non si potesse agire che civilmente e per solo interesse civile.
Per verit non consta, ma ci pare che, tenuto conto dei fatti precedenti, e
avuto riguardo agli istinti rapaci del nostro ex-lacch Galantino, egli avr
dovuto essere uno di quei tali detentori minacciati di scomunica. Ma nessuno
si occup di far rivelazioni a danno suo, n egli si prese premura alcuna di
consegnare o al cancelliere arcivescovile o al vicario foraneo oggetto di
sorta; n la scomunica lo colp mai n allora n dopo. Bens fu notato
com'esso, da una certa magrezza accidentale, ma che non fu troppo fuggitiva,
la quale aveva alterato di qualche poco la sua bellezza giovanile, cominci a
riaversi alquanto dopo la morte del primo Rotigno; se ne rifece quasi del
tutto dopo la scomparsa del Rotigno secondo, e trascorso un anno, gli si
soffusero di novello incarnato le belle guance, che ritornarono tumidette e
rigogliose di beata salute: press'a poco siccome avvenne di alcuni famosi eroi
delle antiche e delle moderne storie, i quali dalla squallida magrezza onde
furono investiti sotto all'azione violenta dell'insaziato genio della
conquista, si riebbero quando poterono appagare la loro ambizione, e
raggiunger l'ultimo intento.
E otto anni passarono cos al Suardi tra la giovinezza che baldanzosa gli
maturava, e la salute che continuava, e l'allegria che cresceva, e la
ricchezza che s'accumulava. Ma a un tratto la popolazione milanese sbuff come
nel 1754, e fu nell'occasione in cui venne pubblicato l'editto del 7 aprile
1766, provocato certamente dai fermieri, coi soliti mezzi onde sapevano
ottenere tutto quel che volevano, e forse da essi medesimi imaginato e
scritto, perch l'assurda violenza che v' comandata non pu spiegarsi se non
facendone autrice la loro insaziabile ingordigia. L'editto consta di ventotto
articoli, ne' quali  tenuto conto, con minutezza cavillosa, di tutti i casi,
non soltanto probabili, ma semplicemente possibili in cui la Ferma, rispetto
alla regalia del tabacco, potesse menomamente venir danneggiata. Le pene, per
la detenzione clandestina di tabacco frodato, varcano, senza nessuna apparenza
della bench menoma giustizia legale, ogni misura di proporzione colla colpa;
poich si estendono dalla multa di scudi cento per ogni libbra di tabacco, a
due tratti di corda, a tre anni di galera, persino alla confisca dei beni; e,
quel che  incredibile a dirsi, questa pena veniva minacciata a' padroni per
la possibile colpa dei servi, ai padri per la colpa dei figli, come dichiarava
la lettera del capitolo primo. E la sola detenzione di tabacco estero, pur in
quella piccola quantit che non potea passare il privato consumo, veniva
punita colla frusta, colla corda, col bando, e quando si trattasse di nobili,
colla relegazione in fortezza, a tenore dell'articolo terzo. E davasi facolt
agli ufficiali e deputati della Ferma di entrare, d'ogni ora e tempo, a loro
beneplacito in casa di qualunque persona, di qualsivoglia stato, grado e
condizione... come in qualunque luogo esente di rispetto e privilegiato, a
sensi dell'articolo ottavo; e persino di far perquisire nei castelli e nei
quartieri militari, infliggendo la pena dell'indennizzo del quadruplo del
danno e del sequestro del soldo ai castellani, capitani, tenenti ed ufficiali,
come ingiungeva l'articolo undecimo.


V

Or piegando dai fatti pubblici ai privati, alcune pagine addietro abbiamo
udito il Suardi a dar gli ordini ad un suo commesso per una perquisizione da
farsi nel monastero di san Filippo Neri. Pare adunque che il tabacco di
contrabbando sia per aver qualche relazione coll'adolescente belt che gi
abbiamo delineato con matita color di rosa, e che forse avrebbe avuto
tutt'altro avviamento nella vita se non ci fosse stata la Ferma generale del
tabacco, e se non fossero stati pubblicati i ventotto capitoli dell'editto del
66. Gli amanti delle salsette piccanti, che odiano il tabacco ed hanno in
orrore i capitolati, vogliano compiacersi a credere qualche volta che alle
cose pi scabre si connettono le pi vaghe e gentili, e che se un libro
dovesse tutto quanto essere, cosparso di amori e sospiri e baci, provocherebbe
una saziet, da far desiderare l'abolizione dei baci, dei sospiri e degli
amori.
Dopo di ci, il nome di quella belt adolescente era Ada, nome che, per quanto
ci consta, non fu portato che da due donne celebri, vale a dire dalla moglie
giovinetta di Caino e da una figliuola di lord Byron. Come poi le sia stato
imposto quel nome, pochissimo usato adesso e allora forse ignoto, non essendo
ancora uscito il mistero di Byron a renderlo popolare, bisogna domandarlo a
sua madre, che un d, leggendo la Bibbia per consigliarsi coi proverbj di
Salomone, nello sfogliare il libro, le corse all'occhio la parola Ada che 
nella Genesi e fu cos colpita da quella parola soave pel duplice a e per la
consonante di greca mollezza, che ricercando da qualche tempo un bel nome da
imporre a chi ella doveva mettere in luce fra pochi d: Ecco quel che cercava,
disse fra s, pel caso che chi nascesse avesse la fortuna s poco benigna da
essere piuttosto femmina che maschio. E cos avvenne di fatto, e la fanciulla
fu chiamata Ada. Portata al sacro fonte, la neonata, quando l'inconscia sua
testolina sent il freddo battesimale, mand guaiti s acuti, che pareano
persino presaghi di futuri affanni. Dopo, per tutto il tempo ch'ella pendette
dalle poppe materne, fragranti come quelle d'Andromaca, obbed saporitamente
alle leggi fisiologiche di quel periodo di sedici mesi. Indi sub le malattie
inevitabili dell'infanzia; sub un croup assalitore che mise in disperazione
l'amor materno e in moto tutta la facolt medica di Milano; ebbe le ferse che
minacciarono di rientrare per un colpo d'aria infesto. Poi fu divisa da sua
madre che and a Bologna, perch sua madre era donna Clelia, come il lettore
sa sebbene non glielo abbiamo ancor detto. Quando la contessa pass in quella
citt (perch, in conseguenza di talune bizzarrie del conte-colonnello, che
non basterebbe chiamar tali, essendo state piuttosto atti pericolosi di feroce
escandescenza, ella dovette abbandonare Milano), la fanciulla aveva cinque
anni; quattro ne scorsero prima che donna Clelia vi ritornasse, per rivederla
di passaggio e di gran premura, cogliendo la propizia occasione che il conte
V... era andato per diporto a Parigi. E allorch la vide, ammir beata quel
suo capolavoro di bellezza infantile; tanto pi beata quanto pi le pareva di
veder nel lume di quegli occhi giovinetti balenare un raggio d'altri occhi,
bench nell'insieme la fanciulla fosse tanto somigliante a sua madre come la
parte pi piccola somiglierebbe alla parte maggiore di una gemma preziosa che
si potesse dividere in due. E la passione che, pel lavoro del tempo, s'era in
lei tanto quanto attiepidita rispetto a colui che sa il lettore, riproruppe
nell'intimo suo un d che la fanciulla, dandosi a ridere, riprodusse una lieve
e fugace alterazione delle linee del viso, che era caratteristica in suo
padre; diciamo in suo padre, non nel conte V...
 cosa dolorosissima a pensarsi, ma, troppo spesso, ella  vera. Le passioni
nate e cresciute e alimentate in onta al grido dell'opinione pubblica, e al
decreto dell'assoluto dovere, e al soliloquio assiduo della coscienza, sono le
pi ardue a sradicarsi da un cuore, e spesso non si sradicano che colla vita.
Un amore invece che sia stato protetto anche dalle sospettose madri, e
benveduto dai padri perplessi, e che abbia meritato le congratulazioni di
tutto il parentorio, per quanto ei sia fervido agli esordj,  destinato a
svampare, ad addormirsi, a morire, appena abbia percorso il suo periodo
fisiologico; a morire in pace bens e a suo letto, come suol dirsi, ma pur
sempre a morire; press'a poco forse come i conforti incessanti di una vita
agiata afflosciano l'esistenza, e i leni tepori del caminetto ponno
addormentare dopo il pranzo anche uomini attivi e impazienti come Giulio
Cesare e Napoleone. Davvero che c' da gettar via la testa meditando su
codesti arcani del cuore umano, ma la colpa non  nostra se gli amori
benedetti muojono in pace, mentre le maledette passioni vivono in guerra. Ora
quella indefinita alterazione nelle vaghe linee della fanciulletta Ada, che
riprodusse al vivo il sorriso di Amorevoli, fece nel cuore della contessa
l'effetto di un metallo rovente che, immerso nell'acqua alquanto sbollita,
ritorni a farla stridere. O cara e sventurata Clelia, indarno protetta dai
logaritmi e dalle ipotenuse! Divisa da colui da otto anni, troncato ogni
carteggio seco per uno sforzo violento della sua volont, ossia per un atto di
virt vera..., che brividi ella sent corrersi pel sangue nel sorprendere il
fuggitivo baleno di quell'antico sorriso! Fu allora che l'affetto antico,
risorto tutt'intero, non trov altra via di sfogo salutare che
nell'abbracciare e baciare e stringere a s quella soave sua Ada, per la quale
in quel momento, sent cresciuta la tenerezza al punto, che l'amor materno
sembr quasi assumere, per un istante, i fervori di una violenta passione! Ma
ora dovevan dividersi.
La contessa torn a Bologna; Ada fu ricondotta in monastero. Or che lume
d'intelletto risplendeva entro al leggiadro velo di quella fanciulletta? che
spontanea virt di natura avea sortito? che cuore, che sentimenti, che
istinti? Ahi, nata di passione, pur troppo, il germe di essa le si depose
inavvertito nel sangue, quasi come avviene de' malori gentilizj! germe
destinato a dar subite espansioni e precoci, a guisa di un fiore che,
affidando all'aria ancor fredda le sue prepostere fragranze, precorra,
annunciandola, la primavera; e all'occulto germe doveva dar forza e riceverne
a gara, per le consuete rispondenze arcane, una non comune svegliatezza di
mente, recando essa nell'ingegno un abito spontaneo a manifestarsi col
linguaggio dell'arte! Tutte queste cose, quando la fanciulla non avea che otto
anni, non furono intravedute che dalla penetrazione profonda di donna Paola;
ma a dieci anni vennero considerate, e con inquietudine sospettosa, anche
dalla madre superiora del monastero di san Filippo. L'ingegno straripava in
insolita vivacit, e certe baldanzose interrogazioni della fanciulletta
turbarono spesso l'insipienza bigotta delle monache maestre. Per di pi, come
voleva l'uso del tempo e la consuetudine dei monasteri, alla fanciulla fu
insegnata la musica; domandando ella stessa un tale studio, perch un naturale
istinto ve la portava, e desiderandolo anche donna Paola Pietra, per essere
ella medesima, come sa il lettore, tanto insigne in quest'arte.
Un bello e acuto ingegno, ma piuttosto amico del paradosso, s' messo in testa
di voler provare che la musica, fra tutte, sia l'arte religiosa per
eccellenza. Il valent'uomo ha sfoggiata a ci molta dialettica e maggior
dottrina, ma non  riuscito a persuaderci, quantunque abbia santa Cecilia per
sua naturale protettrice. La musica, onde giungere all'intelletto, deve
attraversare necessariamente i sensi; e non rendendo essa nessun concetto
preciso e determinato che attragga l'intelletto con velocit, spesso avviene
che, indugiandosi troppo a lungo coi sensi stessi, smarrisca poi la via di
pervenire allo spirito. Per non a caso ha detto un savio dell'antichit, che
la musica feconda il senso prima del tempo; onde, stando cos le cose, non
vediamo come la teologia possa giovarsi troppo del suo ajuto. Ma, comunque
sieno per sentenziare i saggi su di ci, e limitando la questione ad un solo
esempio, a quello esibitoci dalla giovinetta Ada, ella mostr in s stessa che
quel savio dell'antichit aveva pronunciato il vero. Anzi, or che ci rammenta,
ella non vien n sola n prima a dar ragione a colui; ma vien seconda a una
certa duchessa Elena, di nostra intrinseca conoscenza. Al pari di questa
adunque, come la fanciulla Ada tocc i tredici anni, ossia come le si
dischiuse il periglioso crepuscolo dell'adolescenza, allorch per istudio e
per diporto facea scorrere la mano sui tasti dell'organo, pi non istette paga
ai suoni tesi ed agli accompagnamenti solenni del Tantum ergo; ma con estro
inventivo traendone suoni della pi fantastica inspirazione, questi le
rivelarono la confusa iride di una vita di cui non aveva ancora notizia. Siamo
sempre ai soliti misteri della vita.
In seguito a tali idee, la fanciulla, uscendo al gioved dal monastero per
recarsi alla casa di donna Paola, cominci a guardare il mondo circostante con
un occhio che non era pi quello dell'infanzia; cos l'anno tredicesimo sfum,
e spunt il quattordicesimo; e trascorse anch'esso, e la bellezza intanto
cresceva e il lago del cuore non era pi calmo, e vennero gli anni quindici.
Ahi! che un giorno il Suardi, il quale gi l'aveva adocchiata altre volte, e
aveva notizia di lei e dell'origine sua, si ferm a contemplarla con perfida
intenzione, guardandolo pur essa con innocenza mal presaga; ch il volto e gli
occhi del Suardi erano di quella fatale qualit che dove cadono lasciano il
segno, quantunque non fosse pi giovinetto; ma anche Adalgisa cantava:

E tutta assorta in quel leggiadro aspetto
Un altro ciel mirar credetti in lui.

pensando a Pollione, il quale aveva trentacinque anni, giusta un computo
esattissimo. Del rimanente, guai se una giovinetta trova di riposar l'occhio
in un giovane che tramonta. Ella  perduta, se altri non la strappano. Un
giovane che quasi ha finito d'esser giovane, e annuncia gi la calva e bigia
virilit, aduna tutte le sue forze e i suoi prestigj in sull'estremo, e
combatte come un soldato il quale sa che il ponte gli fu tagliato alle spalle.
Per guardatevi, o giovinette care, dalle tentazioni di un giovane che a
momenti non sar pi tale. Il diavolo stesso vi potr essere men funesto.
Fuggite, o fanciulle, i giovani-vecchi.  questo un parere da vero amico, che
vi scongiuro di ascoltare.


VI

Molte erano le ragioni per cui il Galantino, descritta che ebbe quella strana
parabola, per la quale, dopo essere nato da un cocchiere nelle stalle del
marchese F..., ed essersi dilettato a frugar nelle saccocce del suo padrone
protettore, e aver mostrato la gamba pi veloce tra quelle dei lacch di tutto
il Ducato, ed aver fatto il ladro commissionario per compensi non vulgari, e
avere indossata a Venezia la serica velada di lustrissimo per frodare l'altrui
al giuoco, e aver subto la tortura col coraggio onde quell'antico Romano mise
la mano ad ardere nel braciere, e averla subta e vinta per uscir dalle mani
della legge netto e purgato come un lebbroso da un bagno di zolfo, era
pervenuto ad essere uno degli addetti alla Ferma, a possedere tre case in
Milano, due grandi magazzini di varie merci nei Corpi Santi, due filande di
seta tra Palazzolo e Bergamo, una villa ridente e voluttuosa tra Gorla e
Crescenzago, un'altra villetta in Brianza; a nuotare in somma nell'oro, a
dormire sotto il moschetto di damasco violetto, a portare uno splendido
anellone di lapislazzuli sull'indice ed un altro di diamante dalla pi pura e
bianca goccia sul medio, e due orologi d'oro a ripetizione nel taschino,
perch, come allora voleva il costume, l'uno facesse la controlleria
dell'altro; a calzare gli stivaletti di sommaco filettati d'oro, col fiocco
d'oro e gli speroni d'argento, per caracollare su d'un bellissimo puledro
normanno color isabella, a lunga criniera nera e coda lunghissima che
sommoveva la polvere del corso di via Marina; lungo il quale, tra le file dei
carrozzoni patrizj, faceva leggiadra mostra di s, mentre le giovani dame gli
lanciavan guardi furtivi, e i mariti bestemmie e dileggi che non trovavan eco
nelle mogli (e qui ci sia permesso tirar il fiato, perch abbiam fatto un
periodo alla Guicciardini); molte dunque erano le ragioni per cui aveva messo
l'occhio sulla fanciulla Ada, educanda nel monastero di san Filippo. Egli
ricordavasi troppo del dialogo avuto colla contessa Clelia a Venezia, e s'era
fitto in capo che le rivelazioni di essa fossero state la causa della sua
cattura. Aveva pertanto fermato di trarne vendetta, e se questa non gli riusc
la prima volta che l'ebbe tentata, non vuol dire ch'ei dovesse deporne il
pensiero. Ben  vero ch'egli non era uomo da trascurare i propri affari per un
tal fine, e nemmeno di cercarne affannosamente le occasioni; ma tuttavia avea
sempre pensato che, se un'occasione qualunque gli si fosse presentata
spontanea e nei momenti d'ozio, egli sarebbe sempre stato disposto a
coltivarla. Oltre a ci, e indipendentemente dai rancori colla contessa
Clelia, egli, sebbene avesse avuto un protettore nel marchese F... e un
compenso in danari non dispregevole dal conte fratello di esso, portava
un'avversione profonda alla casta patrizia, pel semplice motivo, ma
significantissimo, che dai crocchj dei gentiluomini al teatro, al ridotto,
alle case di giuoco, ai pubblici convegni era sempre stato e veniva sfuggito
con disprezzo manifesto, in ispecial modo dal conte-colonnello. Poco curandosi
del resto del conte-colonnello, gli era nato un desiderio vivissimo, uno di
quei desiderj che diventano irrequieti perch nascono di puntigli, di
regolarsi in modo che, o una qualche dama vedova, delle primissime famiglie,
la quale per combinazione fosse straricca e fosse ancora giovane e ancora
bella, cadesse per avventura nelle sue insidie amorose; oppure, e per lui era
il disegno pi conveniente, invece della vedova, venisse a trovarsi nel laccio
una qualche contessina o marchesina giovinetta e inesperta, e le cose si
riducessero al punto che il matrimonio fosse reso indispensabile.
A tutto questo pens per lungo tempo, senza tuttavia darvi una grande
importanza, e solo in quei momenti, in cui beveva il caff dopo il pranzo, o
cavalcava solitario, o stava cos sottocoltre alla mattina, aspettando che il
servo gli recasse l'acqua fresca inzuccherata. Se non che il destin volle che
un giorno, sedendo a pranzo in casa d'uno dei capi della Ferma, tra i varj
parlari, il discorso cadesse sulla contessa V... e da uno dei commensali
venissero dette queste precise parole: a proposito, ho visto jeri la
figliuola di lei, quella che fu messa in San Filippo; oh che bella e graziosa
tosina!...  tutta sua madre, se forse non ha una certa grazietta
inesprimibile, che sua madre non aveva!
Non ci ricorda in qual battaglia, ma in una delle pi celebri, Napoleone, il
quale non vedeva ancora ben chiaro sull'esito di essa, a un tratto, sentite le
relazioni d'un suo ajutante che accorreva sbuffante, balz in piedi e grid:
La vittoria  nostra. Ora il Suardi non balz in piedi e non grid, ma pens
tra s: Adesso vedo quel che si ha a fare, e ferm un mezzo partito. Cos,
otto giorni dopo, ossia quando ricorse l'altro gioved, giacch dal commensale
amico aveva sentito anche i particolari della giornata, si trov in luogo ed
in ora opportuna, e vide, anzi guard la fanciulla. Gironzando poi l in
vicinanza del monastero di San Filippo, osservata un'ortaglia con casamento,
entr cos a caso a dimandare di chi fosse, e giacch da qualche tempo andava
cercando un vasto luogo in Milano, non molto distante dal suo studio in
Pantano, per deposito di mercanzie, chiese se il proprietario sarebbe disposto
a vender quel luogo. Il proprietario non era spontaneamente disposto, ma il
Suardi esib di pagarlo qualcosa pi del valore, e alcuni giorni dopo egli ne
era diventato il padrone. Quando lo comper, non aveva per verit altro fine
che di farne un deposito di merci; dell'averlo poi scelto invece d'un altro
non aveva una ragione precisa, quantunque ne avesse molte d'indeterminate. Ma
nell'ora e nel luogo acconcio ei si mostr alla fanciulla un altro gioved; e
la fanciulla lo guard ancora pi attenta, ed egli la fer d'una di quelle
occhiate che, ogni qualvolta in simili contingenze le ebbe dirette con ferma
intenzione, al pari delle frecce di Guglielmo Tell, non gli erano mai fallite;
e sorse un quarto gioved, e il Suardi si comport di maniera che la fanciulla
s'accorgesse com'egli uscisse da una casa accosto al monastero.
Entrava l'estate dell'anno 1766, e quotidianamente cominci a recarsi col,
verso le ore in cui le monache e le educande discendevano a passeggiar per
diporto in giardino. Se si dovesse dire che il Galantino, nella vaga
confusione de' suoi disegni, non avesse altro scopo che di soddisfare a' suoi
rancori colla contessa, si direbbe il falso. In realt, quando vide la
fanciulla, e quando la fanciulla guard lui, segnatamente alla seconda ed alla
terza volta, egli sent nel sangue, se non precisamente l'amore, qualcosa
certo di molto affine ad esso, e l'avrebbe sentito e coltivato quando pure non
si trattasse della figlia della contessa.
Al Suardi, il lettore gi lo sa, era sempre piaciuta la bellezza femminile, e,
avvenente qual era, nella sua progressiva trasformazione di lacch in
vagabondo, in fermiere, in negoziante, in ricco possidente, ebbe tante
avventure amorose quante ne volle. S'era poi sempre mostrato, fin dall'et
adolescente, assai propenso a innamorarsi di chi era di qualche grado
superiore alla sua condizione. Ora, siccome le facce del poliedro umano sono
tante, e fu gi dimostrato dalle prove e riprove de savj che un uomo non  mai
tutt'affatto cattivo n tutt'affatto buono, e che anche nel sangue pi guasto,
sapendo adoperare, nell'analisi di esso, la virt degli agenti e reagenti
chimici, si rinviene sempre qualche dose pi o meno abbondante di buon sangue,
cos il Suardi, nelle contingenze amorose, recava spesso una gentilezza che,
quasi, potea dirsi quella di un gentiluomo squisito.
Amando le donne, anzi idolatrandole, allorch s'aveniva in quel genere di
belt che aveva potenza di su di lui, lasciavasi vincere da essa, dominare e,
quasi diremmo, tramutare. Era forse quella medesima cagione recondita per cui,
fin dalla fanciullezza, avendo sempre ambito il vestire elegante, avea frugato
nelle saccocce del padrone, vinto dalle tentazioni di parere in faccia alle
donne pi di quello che era. Qualunque poi fosse la cagione, serbando esso un
abito di gentilezza nel fare all'amore, trovandosi l solo, all'ora dei miti
crepuscoli estivi, su d'un balcone che rispondeva sul muro di cinta
dell'ortaglia del monastero, la quale non frequentata che dall'ortolano,
serviva come d'antemurale al giardino stesso dove passeggiavano le monache e
le educande, ei si deliziava nel sentire le voci fresche, che l'aria gli
portava, delle giovinette convenute l a sollazzarsi; e si compiaceva nel
tentar d'indovinare e distinguere, fra tutte le altre, la voce della fanciulla
che da qualche tempo gli si era piantata immobile in fantasia. Del resto, per
astuto che fosse e ricchissimo di trovati, egli veniva l tutti i giorni,
senza saper ancora perch, e quasi per aspettar dalla fortuna il premio
dell'insistenza; press'a poco come un astronomo che tutte le notti appunti il
telescopio in qualche plaga sospettata del cielo, nella fiducia che un astro
novello ci cada dentro a dargli il vanto di scopritore. Ma che volete, o
lettori?  tanto vero che la fortuna  l'alleata pi fida del genio del male,
che un d l'astro aspettato brill veramente agli occhi del Suardi.
Ed ecco in qual modo. Se il Suardi, scaltrito da lunghissima esperienza,
preoccupato da tanti affari, sacerdote anziano del tempio di Gnido, col cuore
fatto a squama di coccodrillo, per quanto, come dicemmo, lo spettacolo della
bellezza avesse scoperto il suo lato molle e penetrabile, erasi tuttavia
lasciato dominar tanto dal pensiero di quella fanciulla;  troppo facile
imaginare come stesse il cuore e come tumultuasse la fantasia della
quindicenne Ada, appena l'occhio maliardo del bellissimo Suardi la ebbe
penetrata.
Nova in quella nova regione dell'amore, sebbene da lei presentita in confuso
per la misteriosa intuizione del senso precocemente riscaldato dall'ingegno e
dallo studio di un'arte che recava in s stessa la seduzione, ella prov tosto
quell'intima gioja, mista di compiacenza e persino d'orgoglio, che non si
confonde con nessun'altra gioja al mondo, e quell'irrequietudine particolare e
senza riposo la quale spesso converte l'amore in ci che pu chiamarsi, gi lo
dicemmo, il tetano morale. Sapeva che colui abitava, o, almeno, veniva spesso
in un sito contiguo al monastero, ch in questo il Suardi aveva ottenuto il
suo intento. Passeggiando ella dunque nel giardino, cominci a dilungarsi
dalla giovinetta schiera delle compagne alunne, e ad esplorare d'ogni intorno
per iscoprire se mai le potesse pervenire qualche sentore di colui. Quando
facevasi sommesso o taceva del tutto il cicaleccio delle amiche, stava, come
suol dirsi, in sull'ale, quasi sperasse che quell'insolito silenzio venisse
mai rotto da qualche voce che non fosse quella delle amiche o delle maestre;
allorch un giorno, pervenuta all'ultimo lembo del giardino, dov'era come una
baracca, la quale serviva di legnaja e di ripostiglio per gli strumenti rurali
dell'ortolano, penetr in essa come un viaggiatore sempre in cerca di una
terra inesplorata, e s'affacci cos a caso ad una rozza finestretta con
inferriata. S'affacci e fugg e cadde a sedere su dei covoni di paglia, quasi
svenuta. Il Suardi era al balcone, e vide quel raggio balenare di tratto, e
svanire come una stella di sant'Elmo.
FINE PARTE PRIMA.
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